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Timestamp: 2020-08-13 00:33:23+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 2354 del 31/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2354 del 31/01/2017
Cassazione civile, sez. III, 31/01/2017, (ud. 30/11/2016, dep.31/01/2017), n. 2354
sul ricorso 14508-2015 proposto da:
M.O., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA SCROFA
47, presso lo studio dell’avvocato LUCIO ANELLI, che lo rappresenta
e difende unitamente all’avvocato GIANLUCA TESSIER giusta procura in
T.D., considerata domiciliata ex lege in ROMA, presso la
dall’avvocato GIORGIO ASCHIERI giusta procura in calce al
B.L., TA.NA., LITHOS SPA;
avverso la sentenza n. 2739/2014 del TRIBUNALE di VERONA, depositata
il 28/11/2014;
30/11/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LUCIANA BARRECA;
udito l’Avvocato LUCIO ANELLI;
udito l’Avvocato GIORGIO ASCHIERI;
RENZIS LUISA che ha concluso per il rigetto.
1. Con la sentenza impugnata, pubblicata il 28 novembre 2014, il Tribunale di Verona ha rigettato l’opposizione agli atti esecutivi proposta dal debitore esecutato M.O. avverso l’ordinanza del giudice dell’esecuzione, che, rigettando le contestazioni mosse dal predetto nei confronti della creditrice T.D., ai sensi dell’art. 512 cod. proc. civ., aveva approvato il progetto di distribuzione nella procedura esecutiva n. 240/97 R.G.E. (ed altre riunite). Il Tribunale ha ritenuto che la T., in qualità di cessionaria del credito già di Lithos s.p.a., fosse legittimata ad avvalersi del titolo esecutivo costituito dal decreto ingiuntivo emesso in favore della Banca Popolare di Verona San Giminiano e San Prospero s.p.a. (che, a sua volta, aveva ceduto il credito alla Lithos s.p.a., cui, come detto, era succeduta la T.); quanto all’ammontare del credito, il giudice ha confermato e fatto propri i conteggi eseguiti dal consulente tecnico d’ufficio, nominato nel giudizio di merito sull’opposizione al progetto di riparto; ha respinto le diverse deduzioni del consulente tecnico della parte opponente; ha riconosciuta come dovuta alla T. (che era intervenuta anche quale cessionaria di altro credito nei confronti del M., ceduto dal San Paolo Imi) la somma assegnata nel piano di riparto (rispetto alla quale peraltro ha accertato un credito residuo non soddisfatto complessivamente pari ad Euro 1.236.833,31); ha condannato l’opponente al pagamento delle spese di lite in favore dell’opposta T., nonchè al pagamento delle spese di CTU.
2. M.O. propone ricorso per Cassazione con tre motivi.
T.D. si difende con controricorso.
Gli altri intimati non svolgono attività difensiva.
3. Col primo motivo di ricorso si denuncia “violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 per violazione dell’art. 112 c.p.c.”.
Il ricorrente sostiene che la sentenza sarebbe viziata da omessa pronuncia per non avere preso in considerazione le critiche mosse dal consulente tecnico di parte alle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio.
3.1. Va qui ribadito che il vizio di omessa pronuncia si concreta nel difetto del momento decisorio e che per integrare detto vizio occorre che sia stato completamente omesso il provvedimento indispensabile per la soluzione del caso concreto: il che si verifica quando il giudice non decide su alcuni capi della domanda, che siano autonomamente apprezzabili, o sulle eccezioni proposte, ovvero quando egli pronuncia solo nei confronti di alcune parti. Per contro, il mancato o insufficiente esame delle argomentazioni delle parti integra un vizio di natura diversa, relativo all’attività svolta dal giudice per supportare l’adozione del provvedimento, senza che possa ritenersi mancante il momento decisorio (cfr. Cass. n. 3388/05, nonchè Cass. n. 7268/12 e n. 12514/13). Pertanto, nel caso in cui il giudice di merito abbia condiviso e fatto proprie le conclusioni raggiunte dal consulente tecnico d’ufficio, la censura della parte che lamenti la mancata considerazione delle critiche rivolte dal consulente tecnico di parte riguarda un vizio che attiene alla motivazione, non denunciabile come omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 cod. proc. civ..
Ove, poi, il ricorrente avesse inteso sostenere che vi sarebbe stata un’omessa pronuncia sulle questioni di diritto sottese alle critiche del c.t.p., da intendersi, in tutto o in parte, come eccezioni dell’opponente, il motivo sarebbe comunque inammissibile. Infatti, come si dirà trattando del secondo motivo, su tutte le questioni riproposte col ricorso, anche quelle astrattamente qualificabili come eccezioni (quale quella di pagamento e quella di nullità), il giudice ha fornito la propria soluzione. Per criticare quest’ultima, in diritto, allora la censura avrebbe dovuto essere formulata per violazione di legge, non per error in procedendo.
Il primo motivo di ricorso è perciò inammissibile.
4. Col secondo motivo si denuncia “in via subordinata: violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 per omesso esame di fatti decisivi ai fini della controversia ed oggetto di discussione tra le parti”.
A detta del ricorrente, i fatti decisivi, di cui sarebbe stato omesso l’esame, sono le contestazioni mosse dal consulente tecnico di parte al consulente tecnico d’ufficio, relative alle seguenti questioni (che sono indicate nel primo motivo e richiamate, per rinvio, nel secondo): gradi ipotecari; pagamenti eseguiti; collocazione degli interessi; tasso di interesse applicato in osservanza del decreto ingiuntivo; accertamento del credito; violazione dell’art. 1421 c.c. per applicazione di tasso oltre la soglia.
4.1.- Premesso che su tutte tali questioni il giudice di merito ha indicato in motivazione le ragioni della propria decisione, il motivo è inammissibile perchè non denuncia vizi rilevanti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.
Questa norma, come modificata con il D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134 – che, ai sensi dell’art. 54, comma 3, si applica alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del predetto decreto (pubblicata sulla G.U. n. 187 dell’il agosto 2012): quindi si applica alla sentenza impugnata, che è stata pubblicata il 28 novembre 2014- consente di denunziare soltanto l'”omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, senza che rilevi l’insufficienza della motivazione nè la mancata od incompleta considerazione di elementi di prova (cfr. Cass. S.U. n. 8053/14).
La motivazione della sentenza impugnata non è mancante nè apparente e l’iter logico giuridico seguito dal giudice per pervenire alla decisione, oltre ad essere manifestamente espresso in sentenza, tiene conto – come detto – di tutte le questioni di cui sopra. Con questa motivazione il giudice ha in sostanza risposto anche alle critiche del consulente tecnico di parte, così come vengono riportate in ricorso (potendosi perciò prescindere dalla verifica dell’autosufficienza, il cui difetto è eccepito dalla resistente). Infatti, il Tribunale ha esplicitamente osservato che, quanto al tasso di interesse da applicare, il giudice dell’esecuzione era vincolato alla statuizione del decreto ingiuntivo oramai irrevocabile; che, quanto al superamento del tasso soglia, il consulente tecnico d’ufficio aveva verificato che non vi era stato alcun superamento del tasso ritenuto applicabile (che è stato individuato nel tasso fissato per i contratti di apertura di credito in conto corrente – così come risultava dal decreto ingiuntivo che il giudice ha reputato non più sindacabile, perchè “confermato in sede di opposizione” a decreto ingiuntivo: cfr. pag. 9 della sentenza); che, quanto agli acconti versati, a fronte di un credito non soddisfatto per il maggior importo di Euro 1.236.833,31, appariva irrilevante il versamento dell’importo di Euro 205.456,95 (peraltro, secondo la resistente, portato in detrazione nella propria nota di precisazione dei crediti); che, quanto all’imputazione dei pagamenti, era stato seguito il criterio dell’art. 1194 cod. civ..
Ogni altra censura svolta dal ricorrente in merito a queste risposte fornite dal Tribunale è inammissibile poichè avrebbe dovuto essere formulata, tutt’al più, come violazione di legge, non certo come vizio di motivazione, non senza considerare che, anche in diritto, la sentenza appare immune dai vizi sostenuti col ricorso.
In conclusione, anche il secondo motivo va dichiarato inammissibile.
5.- Col terzo motivo si chiede la cassazione del capo di sentenza relativo alle spese di lite per violazione del D.M. n. 55 del 2014.
Il ricorrente sostiene che la somma di Euro 25.000,00 liquidata dal giudice di merito in favore della parte opposta, a titolo di compensi per il difensore, sarebbe priva di giustificazioni e che, poichè la causa era di valore indeterminabile, il Tribunale avrebbe dovuto applicare, in caso di mancata diversa motivazione, parametri medi, per la difficoltà media della controversia, pervenendo quindi al totale di Euro 10.343,00, quale somma delle voci specificamente indicate in ricorso.
5.1.- Il motivo è inammissibile alla stregua del principio per il quale, in tema di compensi per lo svolgimento di attività professionale, la determinazione degli onorari di avvocato costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice, che, se contenuto tra il minimo ed il massimo della tariffa, non richiede motivazione specifica e non può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità (così, da ultimo, Cass. n. 20289/15).
In particolare, qualora provenga dalla parte soccombente, la censura, riferita alla violazione di legge, deve riguardare la violazione dei parametri massimi (essendo come detto discrezionale la scelta del giudice di merito tra i minimi ed i massimi), indicando in ricorso quelli che si assumono superati per ciascuna delle voci oggetto di contestazione (cfr., da ultimo, Cass. n. 10409/16).
5.2.- Nel caso di specie, la censura è riferita ai parametri medi ed il ricorrente non denuncia espressamente la violazione dei parametri massimi.
Per di più, la censura è riferita ai parametri dello scaglione di valore indeterminabile, laddove per le controversie distributive il valore si determina in base al valore del credito contestato, ed ove più siano i crediti contestati, in base al valore del maggiore dei crediti, ai sensi dell’art. 17 cod. proc. civ. (cfr. Cass. n. 13757/02) – norma rimasta in vigore anche dopo la modifica dell’art. 512 cod. proc. civ., perciò rilevante ai fini della liquidazione delle spese di lite (non più ai fini della determinazione della competenza).
In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile.
Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida, in favore della resistente, nell’importo complessivo di Euro 12.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso spese generali, IVA e CPA come per legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto che sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Così deciso in Roma, il 30 novembre 2016.

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 Cass. 
 Cass. 
 art. 54
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 art. 13
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