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News 10 Dicembre 2013 - Area Amministrativa - Gazzetta Amministrativa
News 10 Dicembre 2013 - Area Amministrativa
Nel corso della conferenza finale dell'edizione EPSA 2013, (European Public Sector Award), la "Bussola della Trasparenza", è stata premiata tra le migliori e più innovative esperienze delle pubbliche amministrazioni europee. La Bussola della Trasparenza è lo strumento ideato dal Dipartimento dellaFunzione Pubblica per consentire a cittadini e pubbliche amministrazioni di verificare quanto è trasparente un sito web pubblico e di confrontarlo con i siti di altre PA attraverso grafici e statistiche.
È differito al 31 gennaio 2014 il termine per la pubblicazione dell’attestazione degli OIV, o delle strutture analoghe, sull’assolvimento degli obblighi di pubblicazione relativi al 2013, prevista dalla delibera n. 50/2013. L’attestazione dovrà essere comunque effettuata con riferimento ai dati pubblicati al 31 dicembre 2013. Con apposita delibera di prossima pubblicazione sarà resa nota la struttura del documento di attestazione e della griglia di rilevazione per l’anno 2013 e saranno fornite indicazioni operative ulteriori sulla loro redazione e sulle modalità di trasmissione all’A.N.AC. Il documento di attestazione e la griglia di rilevazione dovranno essere pubblicati all’interno della sezione "Amministrazione trasparente", sotto-sezione di primo livello "Disposizioni generali", sotto-sezione di secondo livello "Attestazioni OIV o di struttura analoga" del proprio sito istituzionale.
Il protocollo firmato dal Ministro del Lavoro e dalle quattro regioni meridionali, Sicilia-Calabria-Puglia-Campania, si prefigge di stimolare e rilanciare l'occupazione e promuovere altresì i processi di autoimprenditorialità, per aiutare concretamente i giovani ad inserirsi nel mercato del lavoro,nell'ottica del fondamentale raccordo con i territori, con l'utilizzo degli strumenti che si hanno già a disposizione nonchè con le risorse europee e nazionali che potranno disporsi a decorrere dal 1° gennaio 2014 e riconducibili al piano "garanzia giovani". Obiettivo primario è quindi quello di aumentare l'occupazione giovanile perseguendo il rafforzamento delle politiche attive del lavoro avvalendosi anche di una reale cooperazione tra pubblico e privato. Non di meno risulta determinante, al riguardo, intervenire urgentemente per rendere i Centri per l'Impiego pubblici maggiormente efficienti, monitorando e valutando costantemente performance e risultati raggiunti. Il coordinamento dell'attività scaturente da detto protocollo viene affidato ad una struttura di governance operativa attraverso Italia Lavoro che avrà sede presso il Ministero del Lavoro. Per maggiori informazioni cliccare su "Accedi al Provvedimento".
nell'incontro tenutosi presso il MEF in data 04/12/2013 tra il Commissario Straordinario per la spending review Dott. Carlo Cottarelli ed il Prof. Avv. Enrico Michetti, sono stati presentati i risultati conseguiti nell'anno in corso in termini di riduzione della spesa pubblica dal progetto GazzettaAmministrativa della Repubblica Italiana. Da un punto di vista squisitamente economico, a seguito di un indagine di mercato, si e' peraltro evidenziato con riferimento ai soli costi minimi un risparmio per la spesa pubblica, per il 2013, pari a 56 milioni di euro. Una diffusione capillare, poi, sull'intero territorio nazionale, determinerebbe, sempre con riferimento ai soli costi minimi, un risparmio annuo a regime di circa 455 milioni di euro ai quali andranno aggiunti i risparmi derivanti dall'abbattimento dei costi del contenzioso amministrativo, contabile e tributario. Un ruolo rilevante in termini di contenimento della spesa pubblica è stato determinato dagli applicativi gratuiti (Albo Pretorio on line ed Amministrazione Trasparente) messi a disposizione dal Governo Italiano per il tramite della Gazzetta Amministrativa della Repubblica Italiana a tutti gli Enti gravati dalla vigente normativa. Gli applicativi di cui sopra potranno essere facilmente scaricati visitando la sezione Albo e Trasparenza. Gli applicativi MIPA peraltro, sono gli unici aggiornati in tempo reale con le modifiche normative e giurisprudenziali. Lo staff è a disposizione delle P.A. per l'immediata attivazione del servizio ai n. Tel. 06.3242351- 06.3242354 o mail servizi@gazzettaamministrativa.it, info@gazzettaamministrativa.it Invitiamo tutti i nostri utenti a contribuire all'abbattimento della spesa pubblica diffondendo e comunicando a tutte le Pubbliche Amministrazioni l'opportunità di poter usufruire gratuitamente dell'Amministrazione Trasparente e dell'Albo Pretorio on line.
L'Autorità Nazionale Anticorruzione con apposito comunicato evidenzia come l’art. 14, c. 6, del d.lgs. n. 150/2009 stabilisce che la validazione delle Relazione sulla performance è condizione inderogabile per l’accesso agli strumenti per premiare il merito di cui al Titolo III dello stesso decreto.Quanto alle modalità ed ai tempi per la validazione della Relazione sulla performance da parte dell’OIV, l'Autorità rinvia a quanto stabilito nella propria delibera n. 6/2012.
Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, coadiuvato dall’Agenzia Tecnica Italia Lavoro, promuove una "gara sul web" per l’ideazione di strumenti da implementare nella "campagna di comunicazione" che accompagnerà l’attuazione del "programma Garanzia Giovani" (Youth Guarantee). Lo scopo della campagna straordinaria, sul Web, è quello di informare i giovani sulle misure che verranno attivate a sostegno dell’occupazione, tali da ispirare le categorie sociali interessate, per poter sfruttare le opportunità previste dal Piano Nazionale per la Garanzia Giovani, all’interno del contesto Europeo, che si concretizzerà a partire dal gennaio 2014, con lo scopo primario di favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Tale attività verrà realizzata con l’ausilio della piattaforma telematica "Zooppa. com", quale strart-up italiana che promuove la diffusione di sistemi di "intelligenza creativa collettiva", che fornirà lo spazio virtuale necessario alla partecipazione del più ampio numero possibile di giovani, per un progetto a loro rivolto e teso a diffondere idee e proposte creative. Per maggiori informazioni sulla gara di idee, i messaggi da esternare, le attività richieste e i premi, cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, coadiuvato dall’Agenzia Tecnica Italia Lavoro, promuove una "gara sul web" per l’ideazione di strumenti da implementare nella "campagna di comunicazione" che accompagnerà l’attuazione del "programma Garanzia Giovani" (Youth Guarantee). Lo scopo del ... Continua a leggere
In base alla giurisprudenza l’assimilazione al servizio di ruolo di quello pre-ruolo in sede di procedura concorsuale è possibile soltanto laddove sia prevista in modo espresso (così Consiglio di Stato, VI, 19 ottobre 2009, n. 6384). La finalità per cui si richiede il requisito del servizio "effettivo di ruolo" per l’ammissione ad una procedura concorsuale è specifica e distinta da quella propria del riconoscimento del servizio pre-ruolo per la ridefinizione dello status giuridico ed economico del dipendente. Nella procedura concorsuale si persegue infatti lo scopo di stabilire i requisiti dei partecipanti, atti a garantirne la esperienza giudicata necessaria per il servizio che sono chiamati a svolgere ove vincitori, e se uno di questi requisiti è individuato nella prestazione di un periodo di servizio di ruolo è perché si intende impiegare personale che abbia acquisito tutte le qualificazioni richieste per il servizio di ruolo ed operato con la continuità e pienezza di impiego proprio di tale tipo di servizio. Del tutto distinto è invece lo scopo del riconoscimento del servizio pre-ruolo per la ricostruzione della carriera, che è fatto in sede e fasi diverse da quelle del procedimento concorsuale per l’accesso alla carriera, ex post nel corso di essa, al fine di assicurare che quel servizio non sia considerato inesistente nella definizione della anzianità giuridica ed economica del dipendente, essendo stato effettivamente prestato pur se non in posizione di ruolo. La regola del bando prevedeva soltanto (genericamente, senza alcuna altra specificazione o aggiunta) l’attribuzione di punti 1,5 per ciascun anno di servizio maturato in B3 e punti 1 per ciascun anno di servizio maturato in B2 e B1. In tale quadro ne consegue che l’assimilazione al servizio di ruolo di quello pre-ruolo quale requisito per l’ammissione a procedure concorsuali è possibile soltanto se prevista espressamente. Allo stesso modo, la assimilazione anche ai fini del punteggio da attribuire in sede di valutazione – oltre che ai fini dell’ammissione - è possibile solo se prevista espressamente; al contrario, nella specie, la regola fissata dal comunicato n. 5 del 29 marzo 2006 è che "i servizi non continuativi con il servizio a tempo indeterminato non sono valutabili"; il comunicato del 18 febbraio 2004 stabilisce che "la valutabilità della anzianità di servizio non di ruolo prestato è limitata all’ultimo periodo". Da tale insieme di regole non si può evincere una valutabilità del servizio pre-ruolo – definito non valutabile ai fini della anzianità – ai soli fini della esperienza professionale acquisita, come pretenderebbe l’appello sulla base dei ragionamenti sopra riportati, non essendovi alcuna regola espressa e specifica in tal senso, che, essa sola, riuscirebbe a supportare le pretese di parte appellante.
In base alla giurisprudenza l’assimilazione al servizio di ruolo di quello pre-ruolo in sede di procedura concorsuale è possibile soltanto laddove sia prevista in modo espresso (così Consiglio di Stato, VI, 19 ottobre 2009, n. 6384). La finalità per cui si richiede il requisito del servizio "effet ... Continua a leggere
Nell'ambito del giudizio di ottemperanza, la giurisdizione è sempre estesa "al merito" a norma dell'art. 7 sesto comma, dell’art. 34, primo co. lett. d) e 134, primo comma lett. a) del c.p.a. . In tali casi, la verifica dell'azione amministrativa è ancorata al criterio di adeguatezza del nuovo provvedimento in relazione ai principi ed ai comandi concretamente contenuti nella decisione da eseguire. In caso di ulteriore, persistente e grave inottemperanza il giudice può ricorrere ai poteri sostitutivi previsti alla legge. Se così non fosse, la tutela giurisdizionale amministrativa si ridurrebbe ad un mero, ed inutile, "flatus vocis" in palese violazione dei principi generali in materia di effettività della tutela giurisdizionale dell’ordinamento nazionale e internazionale, di cui agli artt. 24 comma 1, 103, comma 1, e 113 della Costituzione ed agli artt 6 e 13 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo (cfr. Cons. Stato, Sez. IV n. 10 giugno 2013 n.3185). In tale prospettiva, anche l’orientamento (cfr. Cassazione civile sez. un. 19 gennaio 2012, n. 736), secondo il quale le decisioni di legittimità del Consiglio di Stato sono comunque soggette al sindacato delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione per violazione dei limiti esterni della giurisdizione, non concerne la presente sede. Il giudizio di ottemperanza non può risolversi in una generalizzata nullificazione della portata stessa della decisione amministrativa, e non può menomare il diritto del ricorrente vittorioso di conseguire concretamente il bene della vita riconosciutogli nella sentenza. Ciò perché i rapporti con l'area riservata all'amministrazione sono già stati implicitamente risolti dalla decisione da eseguire e costituiscono -- sia per l’amministrazione che per lo stesso giudice dell'ottemperanza -- elementi irretrattabili. L'amministrazione nell’eseguire una sentenza di legittimità certamente può far luogo alla definizione della fattispecie che più ritiene congrua per l'interesse pubblico affidato alle sue cure, ma ciò solo nell’alveo delle prescrizioni, di natura conformativa, derivanti dall'impianto motivazionale del giudicato.
Nell'ambito del giudizio di ottemperanza, la giurisdizione è sempre estesa "al merito" a norma dell'art. 7 sesto comma, dell’art. 34, primo co. lett. d) e 134, primo comma lett. a) del c.p.a. . In tali casi, la verifica dell'azione amministrativa è ancorata al criterio di adeguatezza del nuovo pro ... Continua a leggere
Dalla formulazione letterale dell’art. 117, comma 6, cod. proc. amm. emerge che la trattazione della domanda risarcitoria connessa all’azione avverso il silenzio nelle forme del giudizio ordinario costituisce una facoltà discrezionale del giudice adito. Ciò si ricava ad avviso del Consiglio di Stato in particolare dall’impiego del verbo servile "può", il quale regge sintatticamente tanto la proposizione relativa alla definizione della domanda avverso il silenzio quanto quella successiva, concernente la conversione del giudizio nel rito ordinario per la trattazione della domanda risarcitoria. Non altrimenti si spiega il ricorso a tale verbo, essendo evidente che, laddove avesse inteso formulare una prescrizione vincolante per il giudice, il legislatore avrebbe impiegato l’indicativo: "definisce con il rito camerale l’azione avverso il silenzio e tratta con il rito ordinario la domanda risarcitoria". L’argomento letterale è corroborato da due ordini di considerazioni, una di carattere logico, l’altra di tipo sistematico. Sotto il primo profilo, a ben guardare, la facoltà cui la norma allude è proprio quella concernente il rito con cui trattare la domanda risarcitoria. Infatti, l’azione contro il silenzio deve necessariamente essere trattata e decisa nelle forme del giudizio in camera di consiglio ai sensi dell’art. 87, comma 2, lett. b), cod. proc. amm., visto il principio di indisponibilità da parte del giudice e delle parti delle norme disciplinano le forme del procedimento con cui trattare una domanda (in questo senso cfr. Ad. plen. 4 giugno 2011, n. 10 e 9 agosto 2012, n. 32). Per contro, nessuna norma del codice del processo amministrativo impone un rito per la trattazione delle domande risarcitorie. Pertanto, posto che queste ultime sono conosciute dal giudice amministrativo unicamente in via consequenziale, esse seguono il rito della domanda principale, se proposte cumulativamente a quest’ultima mentre, laddove siano azionate in via autonoma, in virtù di quanto prevede l’art. 7, comma 4, cod. proc. amm., esse seguono il rito ordinario, non rientrando in alcuna delle tassative ipotesi in cui il citato art. 87, comma 2, prevede invece il giudizio in camera di consiglio. Il che, se comporta la generale possibilità di una loro definizione in esito all’udienza camerale fissata per la trattazione della domanda cautelare, in virtù del disposto dell’art. 60 cod. proc. amm., non si vede perché questa possibilità debba essere negata nel giudizio avverso il silenzio. Sul piano sistematico, quest’ultima disposizione, nonché l’art. 74 cod. proc. amm., postulano che il giudice abbia un potere di apprezzamento in ordine al grado di completezza dell’istruttoria ed alla conseguente superfluità dell’ulteriore svolgimento del giudizio (come del resto è previsto in sede processuale civile, all’esito delle memorie di precisazione delle domande ed istruttorie ex art. 183, comma 6, cod. proc. civ.). Di questo potere costituisce allora puntuale applicazione al rito sul silenzio il comma 6 dell’art. 117 cod. proc. amm. in esame, il quale è dunque strutturato in termini di facoltà di conversione del rito e non già di obbligo in tal senso.
Osserva il Consiglio di Stato nella sentenza in esame che in base ad un orientamento giurisprudenziale "l'atto con cui il funzionario ispettivo, nella sua qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, accerta, ai sensi dell'art. 20 del d.lgs. n. 758 del 1994, la fattispecie contravvenzionale e contestualmente dispone prescrizioni all'impresa datrice di lavoro, fissando un termine per l'eliminazione delle irregolarità, non è annoverabile tra i provvedimenti amministrativi, dovendosi ad esso attribuire, invece, natura di atto di polizia giudiziaria, rispetto al quale il giudice amministrativo difetta di giurisdizione" (Cons. di Stato, Sez. VI, 31 ottobre 2011, n. 5821). Inoltre identico orientamento giurisprudenziale è stato assunto - in materia di sicurezza ed igiene del lavoro - anche dalla Corte di Cassazione che, recentemente, ha statuito che " la prescrizione di regolarizzazione impartita dall'organo di vigilanza ex art. 20 del d.lgs. n. 758 del 1994, richiamato dall'art. 15 del d.lgs. n. 124 del 2004, non è un provvedimento amministrativo, ma un atto tipico di polizia giudiziaria, non connotato da alcuna discrezionalità, neppure tecnica, ed emesso sotto la direzione funzionale dell'autorità giudiziaria ex art. 55 c.p.p.. Ne consegue che il relativo verbale non può essere impugnato davanti al giudice amministrativo, restando ogni questione devoluta alla giurisdizione del giudice ordinario penale, presso il quale ogni doglianza può essere fatta valere nel procedimento conseguente all'eventuale inottemperanza della prescrizione" (Cass. Civ. Sez. Unite, 9 marzo 2012, n. 3694). Da quanto precede deriva, dunque, che il provvedimento impugnato nel presente giudizio, emanato ai sensi dell'art. 15 del d.lgs. n. 124 del 2004 che richiama l'art 20 del d.lgs. n. 758 del 1994, non può essere qualificato come atto amministrativo, in quanto adottato dall’ispettore del lavoro nella sua funzione di ufficiale di polizia giudiziaria nel corso degli accertamenti dal medesimo effettuati dai quali sono emerse fattispecie configuranti ipotesi di reato, la cui fondatezza dovrà essere successivamente verificata dalla competente autorità giudiziaria.
Osserva il Consiglio di Stato nella sentenza in esame che in base ad un orientamento giurisprudenziale "l'atto con cui il funzionario ispettivo, nella sua qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, accerta, ai sensi dell'art. 20 del d.lgs. n. 758 del 1994, la fattispecie contravvenzionale e conte ... Continua a leggere
Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame dichiara di condividere quanto affermato dal primo giudice sulla insussistenza del diritto dei lavoratori socialmente utili all’assunzione nelle pubbliche amministrazioni di cui si tratta, essendo prevista la riserva dei posti a loro favore al fine della partecipazione ad un avviamento a selezione, come peraltro già chiarito in giurisprudenza affermandosi che "E’ vero in diritto…che i ricorrenti, lavoratori socialmente utili, avevano diritto, L. 17 maggio 1999, n. 144, ex art. 45, comma 8, all’avviamento a selezione L. 28 febbraio 1987, n. 56, ex art. 16 per la quota riservata (30% dei posti). Il cit. art. 45, comma 8, prevede infatti che, in favore dei lavoratori impegnati in lavori socialmente utili assoggettati alla disciplina di cui al D.Lgs. 1 dicembre 1997, n. 468, art. 12 e’ riservata una quota del 30 per cento dei posti da ricoprire mediante avviamenti a selezione di cui all’art. 16 cit.. Questo è sì un diritto soggettivo, ma ha ad oggetto non già direttamente l’assunzione, bensì la partecipazione ad un "avviamento a selezione" con chiamata nominativa in vista di un inquadramento nei livelli retributivo - funzionali per i quali non e’ richiesto il titolo di studio superiore a quello della scuola dell’obbligo. Quindi in generale i lavoratori socialmente utili hanno diritto ad essere richiesti dalle amministrazioni pubbliche con chiamata nominativa, nel rispetto dell’art. 16 cit. (e in particolare della graduatoria circoscrizionale), per essere sottoposti a selezione (tale e’ appunto l’avviamento a selezione) al fine di verificare, tra l’altro, il possesso dei requisiti per l’accesso al pubblico impiego; e ciò anche se in ipotesi i lavoratori socialmente utili iscritti nell’elenco della circoscrizione fossero in numero inferiore ai posti riservati. Insomma l’art. 45, comma 8, non garantisce la automatica "stabilizzazione" dei lavoratori socialmente utili, ma solo un percorso riservato per l’accesso al pubblico impiego. Ove la pubblica amministrazione, obbligata alla chiamata, frapponga ostacoli - come nella specie non facendo la chiamata a selezione ex art. 16 per i posti riservati ma mettendoli tutti a concorso - i lavoratori socialmente utili non hanno diritto per cio’ solo alla costituzione del rapporto di pubblico impiego." (Cass. civ. 25 novembre 2010, n. 23928). Così come è da condividere, in coerenza con tale quadro, l’ulteriore asserzione del primo giudice per cui nella normativa di disciplina della fattispecie risulta posta la sussistenza di vacanze in organico quale condizione preliminare per l’attivazione del procedimento di applicazione della riserva, tramite l’avvio a selezione della prevista quota del 30 per cento, essendo riferita la quota ai "posti da ricoprire" (art. 45, comma 8, della legge n. 144 del 1999), sussistendo inoltre la condizione anche prevista dal citato art. 587 del d.lgs. n. 297 del 1994.
L’art. 39 t.u.e.l. attribuisce al presidente del consiglio comunale poteri direttivi, di iniziativa ed impulso necessari al funzionamento degli organi collegiali. Il comma 1 prevede che al titolare di detto ufficio spetta la convocazione e direzione dei lavori e delle attività del consiglio; il successivo comma 4 gli demanda l’obbligo di assicurare che sulle questioni sottoposte al consiglio siano preventivamente ed adeguatamente informati i componenti dell’organo. Si tratta dunque di attribuzioni di carattere necessario, visto che il citato comma 1 dell’art. 39 contempla anche la figura del vicario, e che non si esauriscono sul piano interorganico dei rapporti e delle relazioni interne al consiglio, tant’è vero che il comma 5 del suddetto art. 39 prevede che in caso di mancata convocazione possa provvedervi il Prefetto. In linea con questa disciplina normativa, la dottrina e la giurisprudenza della Quinta Sezione del Consiglio di Stato sono concordi nell’annettere alla figura del presidente rilievo istituzionale. In particolare, la giurisprudenza della Sezione, parte della quale richiamata anche nella delibera di revoca qui impugnata, ha affermato che: - la funzione del Presidente del Consiglio comunale è di carattere istituzionale e non politica, per cui la sua revoca non può che essere causata dal cattivo esercizio di tale funzione, tale da comprometterne la neutralità, non potendo essere motivata sulla base di una valutazione fiduciaria di tipo strettamente politico (sentenza 25 novembre 1999, n. 1983); - nel solco di questa pronuncia, in una successiva decisione si è affermato che la figura del presidente dell’organo consiliare è posta dall’ordinamento degli enti locali a garanzia del corretto funzionamento di detto organo e della corretta dialettica tra maggioranza e minoranza, per cui la revoca "non può essere causata che dal cattivo esercizio della funzione, in quanto ne sia viziata la neutralità, e dev’essere motivata perciò con esclusivo riferimento a tale parametro e non ad un rapporto di fiduciarietà politica" (sentenza 6 giugno 2002, n. 3187); - segue il precedente richiamato dal TAR (sentenza 4 marzo 2004, n. 1042), in cui si è data una maggiore portata al novero delle valutazioni fondanti la revoca, giungendosi ad affermare che essa esprime valutazioni di carattere "latamente politico", in funzione di ricomporre "l’ordinato assetto dei rapporti istituzionali tra gli organi di indirizzo politico-amministrativo del comune", ogniqualvolta questo "risulta alterato il ruolo di garante imparziale assegnato dal presidente"; - vi sono anche pronunce maggiormente restrittive, che circoscrivono i motivi fondanti la revoca alle sole violazioni commesse nell’esercizio di funzioni inerenti alla carica di presidente del consiglio comunale (sentenza 20 ottobre 2004, n. 6838); - quindi, la Sezione ha precisato che possono costituire ragioni legittimamente fondanti la revoca in questione tutti quei comportamenti, tenuti o meno all’interno dell’organo, i quali, costituendo violazione degli obblighi di neutralità ed imparzialità inerenti all’ufficio, sono idonei a fare venire meno il rapporto fiduciario alla base dell’originaria elezione del presidente (sentenza 18 gennaio 2006, n. 114). A conclusione di questo excursus, il Consiglio di Stato di Stato nella sentenza in esame ricava una regola di carattere generale, che la Sezione ha costantemente affermato, dando luogo ad un indirizzo ormai consolidato. Detta regola muove dall’incontestabile rilievo istituzionale della funzione di presidente del consiglio, trascendente gli equilibri politici, che pure ne fondano la costituzione attraverso l’elezione in seno all’organo consiliare, di garante del regolare funzionamento di quest’ultimo e dell’ordinato svolgersi della dialettica tra le forze politiche in esso presenti. Altrettanto pacifico è che sia l’elezione a presidente del consiglio comunale che la relativa revoca esprimono una scelta fiduciaria delle forze politiche rappresentate nell’organo consiliare, con la quale queste, rispettivamente, convergono verso una personalità in grado di rispondere alle suddette necessità istituzionali o, al contrario, manifestano il ripensamento di quella scelta iniziale. Sulla base di questa premessa la Sezione ha quindi affermato il principio secondo cui la revoca (come del resto l’elezione) trae origine da apprezzamenti di carattere politico e tuttavia non esprime una scelta libera nei fini, dovendo comunque sempre porsi nel solco del perseguimento delle finalità normative, non disponibili dai componenti del consiglio e dalle forze in esso presenti, di garantire la continuità della funzione di indirizzo politico-amministrativo dell’ente comunale. In questa prospettiva si sono quindi ricostruiti i tratti sostanziali dell’atto di revoca del presidente del consiglio comunale ed i relativi ambiti entro i quali può muoversi il sindacato di legittimità del giudice amministrativo nei suoi confronti. A differenza dell’elezione, che costituisce un atto favorevole e viene emessa in assenza di qualsiasi verifica sull’operato del titolare dell’ufficio presidenziale, la revoca, al contrario, non può prescindere da fatti specifici inerenti la carica, ancorché gli stessi non siano commessi nell’esercizio delle funzioni presidenziali, e dalla conseguente valutazione che i componenti dell’organo da tali fatti traggono in ordine alla persistente validità dell’iniziale investitura. Sotto questo profilo, la Sezione ha esercitato il proprio sindacato sugli atti di revoca in questione, apprezzandone la congruenza rispetto al suddetto fine, attraverso l’esame delle tipiche figure sintomatiche dell’eccesso di potere, quali in particolare la carenza di motivazione, il travisamento dei fatti, la contraddittorietà tra fatti e decisione, l’ingiustizia ed illogicità di quest’ultima. Si è così chiarito che il giudice amministrativo è chiamato ad un duplice ordine di verifiche, e cioè: in primo luogo, ad accertare l’effettiva sussistenza dei fatti, affinché la revoca non si fondi su presupposti inesistenti o non adeguatamente esternati nel provvedimento; ed in secondo luogo, ad apprezzare la non arbitrarietà e plausibilità della valutazione politica in forza della quale l’organo consiliare ritiene che i suddetti fatti influiscano negativamente sull’idoneità a ricoprire la funzione. Quest’ultimo apprezzamento, come peraltro si è avuto modo di specificare nei ricordati precedenti, non può che arrestarsi ad una verifica meramente estrinseca, limitata cioè al piano dell’evidente irragionevolezza ed ingiustizia della decisione, pena altrimenti lo sconfinamento del sindacato giurisdizionale in ambiti riservati ad opinabili, ma non per questo illegittime, valutazioni politico-discrezionali................Infatti, si tratta nel complesso di giudizi di critica politica che, se ammissibili per i singoli consiglieri, perché complessivamente riconducibili alle prerogative di controllo politico sull’amministrazione di detto ufficio (art. 43 t.u.e.l.), sono altrettanto evidentemente preclusi al rappresentante istituzionale dell’organo di indirizzo politico-amministrativo. Come ampiamente visto sopra attraverso i richiami ai precedenti di questa Sezione in materia, quest’ultimo deve rimanere estraneo alla contesa politica, sia nell’esercizio della funzione presidenziale che quale esponente di un partito politico presente in consiglio, altrimenti venendo meno quelle esigenze di tutela della stabilità della carica istituzionale rispetto a possibili arbitri delle altre forze partitiche.
L’art. 39 t.u.e.l. attribuisce al presidente del consiglio comunale poteri direttivi, di iniziativa ed impulso necessari al funzionamento degli organi collegiali. Il comma 1 prevede che al titolare di detto ufficio spetta la convocazione e direzione dei lavori e delle attività del consiglio; il suc ... Continua a leggere
Secondo la Suprema Corte, l'art. 142 c.p.c., in tema di notificazione a persona non residente, nè dimorante, nè domiciliata nella Repubblica, attribuisce il valore di fonte primaria alle convenzioni internazionali, in difetto delle quali o per il caso che sia impossibile applicarle - e solo allora- è dato ricorso alla disciplina codicistica sussidiaria e tra queste anche quella di cui all'art. 151 c.p.c. (Cass. civ., Sez. Unite, 22 giugno 2007, n. 14570). Di conseguenza, nella specie, contrariamente a quanto ritenuto dai primi giudici, non si può prescindere, alla stregua della Convenzione dell'Aja del 1965, dalle particolari modalità di notifica previste dalla specifica normativa polacca (tramite uffici giudiziari) e queste non possono essere superate in applicazione di forme sostitutive o di (generali) canoni, quali il raggiungimento dello scopo e l’effettività del contraddittorio, se la parte notificataria si costituisce per eccepire la regolarità del procedimento notificatorio e i suoi presupposti di operatività. In tal caso infatti la notificazione inficiata, non essendo entrata a far parte della realtà dell'ordinamento, non è passibile di sanatoria né per mezzo della rinnovazione disposta dal giudice ai sensi dell'art. 291 c.p.c., né mediante la costituzione in giudizio dell'altra parte (Cass. civ., Sez. I, 29 maggio 1997, n. 4746; Sez. II, 13 febbraio 1996, n. 1084). D’ altronde, la sanatoria per raggiungimento dello scopo può concepirsi solo in relazione ad un atto nullo, non in relazione ad un atto inesistente, dato che la situazione di effettiva conoscenza dell'atto da parte del destinatario ottenuta senza l'impiego del prescritto procedimento di notificazione e con l'uso dello strumento previsto, determinando l’assoluta divergenza rispetto alle dovute forme e modalità, non ne consente la sussunzione nella sfera del rilevante giuridico e la notifica eseguita deve essere considerata tamquam non esset e, pertanto, insuscettibile di sanatoria (Cass.civ., Sez. lavoro, 13 febbraio 1999, n. 1195; Sez. II, 29 luglio 1995, n. 8372). Nella fattispecie la notificazione del ricorso è avvenuta atipicamente in via diretta, per posta e anche a mezzo ufficiale giudiziario italiano, ma non tramite l’ufficio giudiziario polacco designato (Tribunale amministrativo). La legge 6 febbraio 1981, n. 42 ha reso esecutiva in Italia la Convenzione dell'Aja del 15 novembre 1965, relativa alla notifica all'estero di atti giudiziari ed extragiudiziari in materia civile e commerciale, e la Polonia, nell’aderire a detta Convenzione, ha dichiarato di opporsi alle forme alternative di notifica diretta previste dall’art. 10 (tramite posta, o da uffici dello Stato di origine ad uffici dello Stato di destinazione, o da parte di uffici dello Stato di destinazione). Orbene, come ha avuto già modo di chiarire questo Consiglio (sez. IV, 13 febbraio 2007, n. 604), in adesione agli indirizzi della Corte di cassazione civile (Sez. I , 7 aprile 2006, n. 8242; 8 agosto 2003, n. 11966), in tale contesto, non vi è spazio perché possa trovare applicazione l'art. 151 c.p.c., la cui portata, ampia che sia, trova un limite insuperabile nella notifica da eseguirsi all'estero, allorché per essa siano previste specifiche modalità da convenzioni internazionali intervenute tra gli Stati interessati o alle quali essi abbiano aderito, sottolineando, altresì, come la rilevanza imperativa di tali prescrizioni si desuma proprio dalle disposizioni dell'art. 142 c.p.c. In altre parole, la citata Convenzione dell'Aja è vincolante se la legge interna dello Stato del foro stabilisca, ai fini della notificazione o comunicazione, il meccanismo che un atto deve seguire per la sua trasmissione all’estero e, nel concreto, l’art. 142 c.p.c. precisa quanto sopra ricordato nell’interpretazione datane dalla giurisprudenza. Tanto postula, in via dirimente, che la notifica del ricorso di primo grado deve considerarsi inesistente, né sussistono i presupposti individuati dalla giurisprudenza per la concessione dell'errore scusabile, stante la ricordata imperatività della citata disposizione del codice di procedura civile ed attesa la mancanza nell’atto introduttivo notificato degli elementi caratteristici del modello delineato dalla legge, vale a dire la sua estraneità allo schema legale tipico degli atti di notificazione in Polonia, secondo la Convenzione dell'Aja. La società appellata insiste sul fatto che la notifica eseguita sia conforme al Regolamento CE n. 1393/2007, relativo alla notificazione e alla comunicazione negli Stati membri degli atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile e commerciale, in particolare quanto alle previste forme di notifica alternative. E’ da osservare in contrario che l’art. 1, comma 1, del predetto regolamento ne stabilisce l’applicabilità alla sola materia civile e commerciale, con esplicita esclusione della materia amministrativa.
Nella sentenza in esame la Quinta sezione del Consiglio di Stato ha ribadito il consolidato insegnamento della giurisprudenza amministrativa a tenore del quale "nei concorsi a posti di pubblico impiego la determinazione del concreto contenuto delle prove d'esame costituisce espressione di un ampiopotere tecnico discrezionale della Commissione, sindacabile solo per ragioni di assoluta illogicità o incongruenza manifesta, ciò che nella specie non è oggettivamente riscontrabile essendo i quesiti prescelti del tutto congruenti e pienamente attinenti alle materie d'esame".

References: sentenza 
 art. 87
 art. 183
 sentenza 
 art. 20
 art. 55
 sentenza 
 sentenza 
 art. 45
 art. 16
 art. 45
 art. 12
 art. 16
 art. 587
 art. 39
 sentenza 
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