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Timestamp: 2019-05-22 02:35:25+00:00

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Rassegna stampa 8-9 Aprile 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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da Alessia peilex|Pubblicato 10 aprile 2019
08/04/2019 13.04 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Agsm Energia fornirà elettricità alle Pa di Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia
Agsm Energia si è aggiudicata la fornitura di energia elettrica per le amministrazioni pubbliche di cinque regioni italiane: Lazio (esclusa la provincia di Roma), Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. L’operazione, che si è conclusa con l’affitto di ramo d’azienda della società Energetic, ha il valore 145 milioni di euro. Nello specifico, Energetic si era aggiudicata la fornitura attraverso la partecipazione alla gara Consip lo scorso anno, ma ha deciso di non operare più in questo mercato avviando così la collaborazione con Agsm. Agsm subentra a Energetic nella convenzione energia elettrica Consip per fornire la luce alle Pa fino alla scadenza del contratto, per un totale di 22.500 punti di distribuzione per un volume stimato di 850 GWh, che consentiranno un ricavo di circa 145 milioni di euro. Prima di questa operazione Agsm Energia aveva già ottenuto l’affidamento diretto da parte di Consip delle forniture di altre regioni del centro e sud Italia, oltre all’accordo quadro del Nord Italia.
08/04/2019 – Il Mattino di Padova
Un “assalto” lombardo veneto per i due bandi di Ascopiave
risiko multiutility
La veronese Agsm ha lanciato una cordata a tre con il colosso A2a per la gara Battaglia per il ruolo guida, la società di Valotti: «Vogliamo aiutare a rafforzare»
PIEVE DI SOLIGO. A una settimana dalla scadenza per le offerte dei due bandi di gara di Ascopiave, l’ utility di Pieve di Soligo (Treviso) – cessione del 51% della controllata Ascotrade, 400 milioni di valore con i suoi 700 mila clienti, e partnership nella distribuzione – cresce la tensione nel settore delle multiutilities a Nordest.Se ha destato scalpore l’ attacco che Enrico Marchi, numero uno di Finint e Save, ha sferrato ieri sui nostri giornali contro l’ operazione industriale di Ascopiave, voluta da Lega e presidente Nicola Cecconato («Si sta demolendo il sistema delle utilities a Nordest, si diventa braccia di teste che stanno altrove, il Veneto perderà un patrimonio»), si registrano scintille anche a Verona.La scaligera Agsm, che già aveva annunciato la fusione con la vicentina Aim , ha lanciato anche una cordata a tre con il colosso lombardo A2a per partecipare alla gara, di Pieve, profilando quindi un’ aggregazione lombardo veneta.Ma ora Agsm e Aim vogliono conservare un ruolo guida nell’ operazione. Ancora il rapporto fra utilties e territorio, dunque, nodo strategico della grande partita in atto. Non a caso Marchi si appellava al governatore Zaia e sindaci soci di Ascopiave perché «blocchino l’ operazione, creando invece una holding veneta, d a allargare nel caso a Trento e Bolzano o al Nordest».Cosa succede ora fra Verona e Vicenza? Agsm (la cui presidenza è da rinnovare dopo la sfiducia del cda a Croce) e Aim Vicenza, per la partecipazione alla gara di Pieve di Soligo hanno definito l’ operazione, assegnando un ruolo guida alle due città venete, senza alcuna subalternità alla lombarda A2a.«Verona non svende i suoi gioielli come Agsm», hanno detto e ribadito sindaco e vertici della società scaligera. E infatti, i rumors dicono che sono state create due newco, partecipate da Agsm e Aim, in cui A2a resti al di sotto del 5 per cento. le due newco puntano a rilevare la maggioranza del ramo commerciale di Ascopiave; e la compartecipazione nella proprietà delle reti.Non ci sarebbe dunque l’ ingresso di A2a in Agsm e Aim, con una quota di capitale, scenario pure ipotizzato in u n primo momento dagli advisor. Ma cosa ne pensa A2a, di questa svolta? C’ è chi dice che il colosso presieduto da Giovanni Valotti, (che è anche numero uno di Utilitalia. la federazione delle utilities italiane) non avrebbe gradito la variante in corso d’ opera, e l’ avrebbe pure comunicato a Verona e Vicenza, nelle opportune sedi, Valotti aveva già anticipato «dii non avere alcuna intenzione di colonizzare parte o tutte le aziende del Veneto», ma solo di «voler aiutare le aziende dei territori a rafforzarsi restando leader, dunque anche per Aim e Agsm».I bene informati dicono che la discesa in campo – pardon su tubi e clienti – di Valotti, sia la risposta della Lega salviniana all’ interesse di Edison Edf ai bandi di Pieve, ribadita dagli incontri di Bobo Maroni, consulente della stessa Edison, con i vertici di Asco e con il segretario uscente della Liga, Toni Da Re. Ma su Pieve stanno sprintando tutti i colossi italiani, e non solo: chi vincerà?–
08/04/2019 – Affari & Finanza
Hera, la ricetta vincente “Investimenti, hi-tech e occhio alle nuove gare”
Milano Tomaso Tommasi di Vignano, presidente esecutivo della multiutility bolognese, illustra gli ottimi dati di bilancio e le strategie sino al 2022 in un mercato che cambia «A fronte di un contesto di mercato che diventa sempre più competitivo e di un ciclo economico che va indebolendosi, la chiave di volta per continuare a crescere è accelerare sul fronte degli investimenti e dell’ innovazione». È la convinzione di Tomaso Tommasi di Vignano, presidente esecutivo di Hera. La multiutility con headquarter a Bologna e una presenza diffusa tra il Centro e il Nord-Est della Penisola ha chiuso il bilancio 2018 con i principali indicatori in crescita e fa i conti con il piano al 2022, nella consapevolezza che lo scenario di fondo non è dei più agevoli, per altro in un settore che per sua natura non si presta a scatti sul fronte dei ricavi e della redditività, senza dimenticare che il ruolo del legislatore gioca un ruolo fondamentale nel definire gli equilibri. Cominciando dai numeri, l’ ultimo esercizio ha visto il fatturato salire dell’ 8% rispetto al 2017 arrivando a quota 6,663 miliardi di euro, mentre l’ Ebitda – che costituisce il principale indicatore di redditività di un’ azienda – cresce del 4,7% a 1,03 miliardi e al di sopra delle stesse previsioni elaborate lo scorso 10 gennaio (1,02 miliardi). Infine l’ utile netto segna un balzo dell’ 11,2% a 296,6 milioni. Alla luce di questi risultati il cda della multiutility ha proposto un dividendo di 10 centesimi per azione, in crescita rispetto ai 9,5 centesimi precedenti che farà contenti gli azionisti, compresi gli enti locali che si sono trovati a far parte della compagine sociale ereditando le posizioni precedentemente detenute nelle aziende frutto delle acquisizioni. Il gruppo è infatti nato nel 2002 dall’ aggregazione di undici utility emiliano-romagnole e oggi è presente in circa 350 comuni, da Bologna a Rimini, da Teramo ad Ancona, da Trieste a Padova dove opera nella fornitura dei servizi energetici (gas, energia elettrica), idrici (acquedotto, fognatura e depurazione) e ambientali (raccolta e trattamento rifiuti). Tra crescita organica e acquisizioni, in sedici anni Hera ha quintuplicato il margine operativo lordo, mentre l’ utile netto è cresciuto di otto volte. Un progresso che ha contribuito a portare a metà marzo il titolo all’ interno del Ftse Mib, l’ indice di Piazza Affari che include le 40 maggiori società per capitalizzazione, liquidità e volume di scambi. Un riconoscimento che ha spinto ulteriormente la visibilità dell’ azione agli occhi degli analisti. Ora il gruppo è chiamato a fare i conti con un mercato che diventa sempre più competitivo e con una congiuntura economica non proprio brillante per il nostro Paese, a fronte di un quadro legislativo che continua a mutare. «Lo scenario è complicato, ma non dovrebbe influenzare significativamente le prospettive del nostro gruppo, grazie alla composizione del portafoglio servizi, all’ evoluzione dei modelli di business attuata negli ultimi anni e all’ elevata componente di attività regolate – replica Tommasi -. I prossimi anni saranno densi di appuntamenti importanti, a partire dalle gare nella distribuzione del gas, da cui si prevede deriverà un’ importante razionalizzazione del numero degli operatori ». Quindi ricorda che «anche nella raccolta dei rifiuti è atteso, nel quinquennio, l’ avvio delle gare per le concessioni del servizio, già scadute o in scadenza. A questo si aggiunge il proseguimento del percorso di consolidamento dei settori multiutility, della vendita di energia e dei servizi di trattamento dei rifiuti, che sono ancora oggi tra i più frammentati in Europa». Sono, dunque, attese nuove acquisizioni da parte di Hera, destinata a rafforzarsi nelle aree già presidiate, senza escludere un allargamento della presenza geografica. Ma la crescita attesa sarà soprattutto sul piano organico. Dopo che è stata completata l’ integrazione nel ferrarese tra le attività di distribuzione del gas naturale di Inrete e di Cmv Servizi e tra le attività di vendita di energia di Hera Comm e di Cmv Energia e Impianti, è il momento di accelerare sugli investimenti. «Abbiamo varato un nuovo piano industriale che prevede entro il 2022 investimenti per 3,1 miliardi, in aumento di 260 milioni rispetto al precedente documento strategico». Investimenti che per tre-quarti saranno concentrati nelle attività regolate: circa il 70% continuerà a essere assorbito dalla filiera reti e il 6% nell’ attività di raccolta dei rifiuti urbani. La strategia al 2022 punta su cinque priorità: «Per il nostro gruppo il radicamento territoriale e la creazione di valore per tutti gli stakeholder è fondamentale. Continueremo a condividere i progressi con i nostri soci, tanto da arrivare a distribuire per l’ esercizio 2022 un dividendo di 11 centesimi per azione». – l.d.o. ©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Il decreto sblocca cantieri e lo scontro fondi-costruttori
N el decreto sblocca cantieri passato al Consiglio dei ministri è contenuta una novità apparentemente secondaria ma invece rivoluzionaria: per la prima volta in Italia a vincere una concessione per la realizzazione di un’ opera pubblica potrà essere anche un investitore istituzionale e non solo, com’ è stato finora, un costruttore. Tra gli investitori istituzionali, particolarmente importanti sono i fondi infrastrutturali, che tanta parte hanno avuto all’ estero nella costruzione di opere pubbliche. La differenza non è di poco conto. Il costruttore che vince una concessione ha un conflitto d’ interesse “incorporato”: cerca intanto di prendere l’ appalto e poi di incrementare il proprio reddito attraverso una serie di revisioni che fanno salire il costo dell’ opera. Al contrario, l’ investitore istituzionale cerca di minimizzare i costi e realizzare l’ opera in tempo: recupererà il suo investimento dopo, con il pedaggio, che è il motivo per cui investe. C’ è però chi giura che nel passaggio del decreto in Parlamento l’ Ance, la lobby dei costruttori, punterà a far togliere questa norma. ©RIPRODUZIONE RISERVATA Gabriele Buia, presidente dell’ Ance. ADRIANO BONAFEDE
08/04/2019 – Il Sole 24 Ore
Procedura aperta per i bandi entro la soglia comunitaria
Le stazioni appaltanti dovranno effettuare gare con procedura aperta per l’ acquisizione di appalti di lavori sopra i 200mila euro e fino sino alla soglia comunitaria, mentre nella fascia tra i 40mila e i 200mila euro avranno modo di ricorrere a una procedura con confronto competitivo con obbligo di invito a soli tre operatori; in entrambe le fasce si potrà utilizzare il criterio del prezzo più basso. Il decreto «sblocca-cantieri» rivoluziona le procedure per l’ affidamento della realizzazione di opere di valore inferiore alla soglia comunitaria contenuta nell’ articolo 36 del Codice contratti, lasciando invece invariato l’ assetto generale dei percorsi per l’ acquisizione di beni e servizi. Su questi ricadono però alcune novità utilizzabili nelle procedure selettive indipendentemente dall’ oggetto dell’ appalto. Le innovazioni del decreto si traducono nell’ eliminazione della possibilità di utilizzare l’ affidamento diretto per gli appalti di lavori tra i 40mila e i 150mila euro (in conseguenza dell’ abrogazione del comma 912 della manovra 2019), mantenendolo (come per beni e servizi) solo entro i 40mila euro. La fascia intermedia è rimodulata dalle nuove norme (che riformulano alcune parti dell’ articolo 36, comma 2, lettera b del Codice dei contratti) in uno spazio operativo compreso quindi tra i 40mila e il nuovo limite di 200mila euro, nel quale le stazioni appaltanti possono affidare la realizzazione di opere con procedure negoziate (con confronto comparativo) e obbligo di invito ad almeno tre operatori economici. La novità maggiore si ha invece per gli appalti tra 200mila euro e la soglia eurounitaria per i lavori, 5.548.000 euro: in questa fascia (nella quale scompare il valore intermedio di un milione di euro) le stazioni appaltanti dovranno affidare gli appalti con la procedura aperta disciplinata dall’ articolo 60 del Codice dei contratti, pur potendo utilizzare l’ esclusione automatica delle offerte anomale. L’ innovazione ha rilevanti implicazioni operative, in quanto per appalti sopra i 500mila euro l’ articolo 36, comma 9 prevede l’ obbligo di pubblicazione del bando integrale sulla Gazzetta ufficiale, sul profilo del committente e sui siti dell’ osservatorio e del Mit oltre che, per estratto, su un quotidiano nazionale e uno locale. Per le acquisizioni di beni e servizi il decreto non modifica le procedure di affidamento, mantenendo quello diretto entro i 40mila euro e la mini-gara con invito al almeno cinque operatori oltre questo valore e fino alle soglie eurounitarie (221mila e 750mila euro per i soli servizi compresi nell’ allegato IX). Il decreto innova molto le procedure selettive (sia negoziate sia aperte) nel sottosoglia, stabilendo anzitutto che in questo ambito, fatte salve le situazioni in cui è obbligatorio l’ utilizzo del criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa individuate dall’ articolo 95, comma 3 del Codice, le stazioni appaltanti aggiudicano i contratti sulla base del criterio del minor prezzo: se vogliono comunque utilizzare l’ offerta economicamente più vantaggiosa (quindi al di fuori dei casi obbligatori), devono motivare la scelta. L’ ulteriore rilevante innovazione procedurale introdotta dal decreto «sblocca-cantieri» si trova nella nuova disposizione portata dal riformulato articolo 36, comma 5 del Codice, che consente alle amministrazioni di effettuare la valutazione delle offerte economiche prima dell’ analisi della documentazione amministrativa relativa a requisiti e documenti per la partecipazione alla gara. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alberto Barbiero
08/04/2019 – Italia Oggi
Ati, requisiti imprese in linea con l’offerta
Altrimenti raggruppamento escluso da gara
Se un componente di un raggruppamento temporaneo di imprese (Ati) non possiede i requisiti almeno nella stessa misura della quota di svolgimento delle attività indicata in sede di offerta, il raggruppamento va escluso dalla gara; non rileva il fatto che le altre imprese componenti il raggruppamento abbiano requisiti sovrabbondanti tali da coprire la parte di cui è carente la mandante. È questo il principio affermato dall’adunanza plenaria del Consiglio di stato (con la pronuncia 6/2019) che ha affrontato, con riguardo a un appalto di lavori, il tema della carenza dei requisiti di qualificazione, rispetto alla quota di lavori dichiarati, da parte di un componente di un raggruppamento di costruttori. Il giudici di Palazzo Spada hanno precisato, in particolare, che se una delle imprese raggruppate non è in possesso di requisiti sufficienti per svolgere la quota di lavori dichiarati in sede di offerta, l’esclusione dalla gara deve essere comminata nei confronti dell’intero raggruppamento temporaneo. L’adunanza plenaria non offre alcuno spazio per soluzioni di compromesso, neanche rispetto ad una ipotetica verifica da parte della commissione di gara in relazione al rilievo e all’entità della carenza del requisito, così come con riguardo alla possibilità che un’altra impresa del raggruppamento possa coprire i requisiti mancanti essendo in possesso di requisiti «sovrabbondanti» rispetto a quelli richiesti dal bando.
La sentenza era stata richiesta preliminarmente da una sezione dello stesso Consiglio di stato per risolvere il contrasto di giurisprudenza fra un orientamento improntato a una lettura restrittiva della disposizione (precisa corrispondenza fra requisiti e quote dichiarate) e un secondo e più flessibile indirizzo interpretativo che riteneva legittimi piccoli scostamenti a condizione che il raggruppamento nel suo complesso copra tutti i requisiti richiesti dal bando.
Nella sentenza si legge che, per i lavori, l’art. 92 del dpr 207/2010 (ancora in vigore) riconosce ai raggruppamenti la possibilità di suddividere in piena libertà le quote di lavori tra le imprese con un paletto ben preciso: il rispetto dei requisiti di qualificazione posseduti dalle singole imprese.
Codice appalti promosso dall’Ocse. Bene l’istituzione dell’albo dei commissari di gara
Investimenti al minimo dal ’93
Creata l’unità centrale tecnica per accelerare sulle opere
Il codice appalti è innovativo e ben progettato, deve essere semplificato preservando i poteri dell’Anac, ma non è il codice il problema della crisi del settore. È quanto si legge nel rapporto economico Ocse sull’Italia presentato il primo aprile a Roma che raccomanda al nostro paese innanzitutto di promuovere «una crescita inclusiva, riducendo al contempo il debito pubblico». L’obiettivo può essere raggiunto favorendo «una crescita dell’occupazione e della produttività in Italia, per aumentare il tenore di vita.
A tal fine sarà necessario accrescere la concorrenza nei mercati protetti, come quello delle prestazioni professionali e dei servizi pubblici locali». Una ricetta che ricorda da vicino l’approccio dell’Antitrust presieduta negli anni 90 da Giuliano Amato, che dell’apertura alla concorrenza del settore delle professioni fu allora precursore.
Altro punto raccomandato dall’Ocse è il miglioramento del «livello di efficienza della pubblica amministrazione, accrescendone l’accountability e la trasparenza», un tema già trattato in una precedente relazione sull’«integrità», sempre dell’Ocse, che aveva individuato come elementi di superamento di criticità sotto il profilo della trasparenza dell’azione pubblica l’istituzione di strutture e meccanismi per promuovere una maggiore trasparenza nell’ambito segnatamente degli appalti pubblici. Il riferimento era all’Osservatorio dei contratti pubblici ma anche alla banca dati nazionale dei contratti pubblici, unitamente all’anagrafe unica delle stazioni appaltanti.
È soprattutto l’elemento degli investimenti ad attirare l’attenzione dell’Ocse: se il «livello degli investimenti privati ha iniziato a segnare una ripresa negli ultimi due anni, quello degli investimenti pubblici in rapporto al pil ha registrato un continuo calo scendendo all’1,8% nel 2018, il valore più basso in 25 anni!». Due le cause principali che vengono indicate dall’Ocse: l’insufficiente allocazione di fondi e la gestione dei progetti poco efficace. Queste due cause hanno «provocato ritardi nell’esecuzione e ostacolato l’impiego delle risorse». Per quel che riguarda le grandi infrastrutture, l’Ocse segnala che questi progetti «sono particolarmente problematici in quanto i processi di pianificazione ed esecuzione sono estremamente lenti ed esposti a rischi di corruzione».
Dal rapporto traspare il particolare apprezzamento per il «piano che prevede la creazione di un’unità centrale di supporto tecnico per potenziare i processi di pianificazione ed esecuzione degli investimenti pubblici è quindi tempestivo e appropriato».
Così come è positivo il giudizio sul codice appalti definito «innovativo e ben progettato» e al quale non si devono attribuire, come molti invece fanno, i problemi del settore; i problemi derivano, come spesso ha affermato il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, dagli «aspetti nuovi del codice che mirano a ridurre i rischi di corruzione e migliorare la concorrenza e la qualità dei progetti». Come a dire che sono le norme che incidono su questi profili ad avere trovato maggiore resistenza applicativa da parte delle stazioni appaltanti.
Ciò detto, comunque, anche l’Ocse concorda sul fatto che il codice può e deve essere semplificato negli «aspetti più complessi, preservando però i poteri dell’Autorità anticorruzione». Per l’Ocse è «essenziale che le iniziative volte ad accelerare la pianificazione ed esecuzione dei progetti infrastrutturali non intacchino le prerogative e i poteri dell’Autorità anticorruzione, per non compromettere l’efficacia delle importanti attività che sta portando avanti».
Sulla norma che ha istituito l’albo dei commissari di gara, l’Ocse ha espresso giudizio favorevole.
08/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Commissari di gara appesi al decreto Sblocca-cantieri: in bilico la scadenza del 15 aprile
Per evitare sorprese serve la norma-tampone che consente alle stazioni appaltanti di nominare in casa le commissioni in carenza di esperti iscritti all’albo
Commissari di gara appesi al decreto Sblocca-cantieri. La partenza dell’albo gestito dall’Autorità, che dovrebbe scattare lunedì 15 aprile dopo i tre mesi di proroga decisi dall’Autorità a gennaio, dipende in buona misura dal destino del provvedimento approvato “salvo intese” dal governo lo scorso 20 marzo.
Nel testo del provvedimento c’è infatti la norma-salvagente che permetterebbe alle stazioni appaltanti di continuare a nominare i membri delle commissioni giudicatrici all’interno del proprio personale in caso di carenza di un numero sufficiente di esperti indipendenti nell’elenco gestito dall’Anac. La misura-tampone, chiesta espressamente dall’Anticorruzione in un atto di segnalazione inviato a Governo e Parlamento lo scorso 9 gennaio, all’indomani della decisione di far slittare di tre mesi (dal 15 gennaio al 15 aprile) l’entrata in vigore del nuovo sistema di nomina delle commissioni giudicatrici.
Far partire il sistema con soli 2mila esperti iscritti all’albo – è stato il ragionamento fatto da Cantone all’epoca – avrebbe rischiato di inceppare una macchina degli appalti già in affanno. Di qui la decisione di rinviare, in attesa di tempi migliori. «Ci aspettavamo di dover far fronte a un’alluvione di richieste – aveva commentato l’ex magistrato -, ma evidentemente ha pesato di più l’incertezza legata al fatto che molte novità del nuovo codice possano venire messe in discussione».
Difficile capire se nel frattempo la situazione sia cambiata. Per ora l’unica certezza è che almeno nella bozza del decreto la misura-tampone richiesta dal presidente dell’Anticorruzione è stata inclusa. La norma prevede espressamente che «in caso di indisponibilità o di disponibilità insufficiente degli esperti iscritti nella sezione ordinaria dell’albo» a nominare la commissione «anche solo parzialmente» sarà la stessa stazione appaltante «tenuto conto delle specifiche caratteristiche del contratto da affidare» e dunque delle competenze necessarie a far parte della commissione.
Cosi strutturata, la norma sarebbe il grado di coprire il buco normativo del codice rilevato nella segnalazione inviata a gennaio, permettendo di avviare l’operatività dell’albo senza ulteriori slittamenti.
Un problema c’è ancora, però, ed è legato all’incertezza sullo stato del decreto. Dal Governo arrivano continue rassicurazioni sul fatto che il testo è vicino alla pubblicazione. Al momento però un testo definitivo ancora non c’è e il provvedimento, che secondo le ultime indiscrezioni è stato mandato alla Ragioneria per la verifica delle coperture (la cosiddetta “bollinatura”), sembra quasi scomparso dai radar. Se nelle prossime ore arriverà una schiarita su questo fronte, la scadenza del 15 aprile per la partenza dell’albo dovrebbe essere confermata. Altrimenti, non sono escluse sorprese. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Sblocca-cantieri/2. Toninelli: decreto in Gazzetta entro questa settimana
Il provvedimento prevede commissari per opere che «cubano complessivamente 25 miliardi di euro»
«Il decreto sblocca-cantieri sarà pubblicato nei prossimi giorni, certamente questa settimana». Lo ha detto il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli a margine del convegno della federazione italiana piloti dei porti che si è svolto martedì 9 aprile a Roma. «Vi posso annunciare che ci sarà una parte in cui sono previsti commissariamenti che riguardano opere che cubano circa 25 miliardi di euro. Questo significa che ci sarà un forte slancio nella accelerazione dei cantieri e quindi anche dell’economia e dell’occupazione».
Alla domanda se sia al corrente dell’avvenuta bollinatura del provvedimento da parte della Ragioneria, il ministro ha risposto: «penso che la bollinatura della Ragioneria ci sia stata, io sono in giro per cantieri dalla mattina alla sera e non ho un contatto costante con la Ragioneria». «Detto questo – ha ribadito – questa settimana il provvedimento sarà pubblicato in Gazzetta e ci sarà uno slancio positivo». Il decreto ha spiegato inoltre il ministro, «è un provvedimento complesso perché ereditiamo un codice degli appalti particolarmente complesso. Intervenire oggi con piccole modifiche ma molto impattanti non è stato così semplice».
Sopralluogo effettuato oltre i termini? Non può mai portare all’esclusione dalla gara
L’effettuazione del sopralluogo oltre il termine indicato negli atti di gara non costituisce causa di esclusione dalla procedura, anche alla luce del principio di tassatività delle cause di esclusione. Inoltre, qualora il bando non lo preveda esplicitamente, non vi è obbligo di sopralluogo a carico di tutti i componenti del raggruppamento temporaneo di imprese, essendo sufficiente che tale obbligo sia adempiuto dall’impresa mandataria.
Si è espresso in questo senso ilTar Lazio, Sez. I, 2 aprile 2019, n. 4304, che interviene in relazione a un istituto oggetto di ripetute attenzioni da parte della giurisprudenza, che si è espressa in termini non sempre univoci.
Un ente appaltante bandiva una procedura negoziata per l’affidamento dei servizi di vigilanza armata di due sedi territoriali. A fronte dell’intervenuta aggiudicazione il secondo classificato proponeva ricorso articolando diversi motivi di censura.
Tra questi, due riguardavano il tema del sopralluogo sotto distinti profili. In primo luogo veniva contestato che l’impresa aggiudicataria aveva effettuato il sopralluogo oltre il termine massimo stabilito negli atti di gara (almeno quindici giorni prima della scadenza del termine di presentazione delle offerte). Sotto altro profilo il ricorrente evidenziava che il relativo verbale risultava sottoscritto dalla sola mandataria, e che quindi la mandante non aveva adempiuto al relativo obbligo di effettuazione.
Il giudice amministrativo ha respinto entrambe le censure.
Sotto il primo profilo ha ricordato che l’articolo 79, comma 2 del D.lgs. 50/2016 non prevede alcun termine perentorio entro il quale debba essere effettuato il sopralluogo. Esso si limita a stabilire che quando le offerte possono essere formulate soltanto a seguito di una visita dei luoghi, i termini per la ricezione delle offerte devono essere fissati in modo che i concorrenti possano prendere conoscenza di tutte le informazioni necessarie per presentare le offerte.
Nella norma non vi è quindi traccia della fissazione di un limite temporale entro il quale il sopralluogo deve essere effettuato. Quanto poi al fatto che tale limite sia stato fissato autonomamente dall’ente appaltante attraverso una specifica clausola di gara – come avvenuto nel caso di specie – il Tar Lazio ha ritenuto che occorra analizzare la ratio della clausola per interpretarne correttamente il contenuto precettivo.
Tale ratio andrebbe identificata nella volontà di favorire tutti indistintamente i concorrenti offrendo agli stessi la possibilità di ponderare i contenuti dell’offerta avendo un congruo termine dall’effettuazione del sopralluogo. Cosicché qualora un concorrente effettui il sopralluogo anche dopo il termine fissato l’unico effetto sarà quello di subirne un pregiudizio, avendo meno tempo per formulare la propria offerta con cognizione di causa.
Questo ragionamento presenta in realtà un punto critico. Va infatti considerato che l’obbligo di effettuazione del sopralluogo risponde a una specifica esigenza dell’ente appaltante che, al fine di avere delle offerte attendibili, può legittimamente ritenere che i concorrenti siano tenuti ad effettuare la visita dei luoghi. In questa logica, lo stesso ente appaltante può altresì ritenere necessario che tale visita sia svolta con una tempistica tale da permettere un’adeguata ponderazione dell’offerta.
In questa prospettiva il mancato rispetto di tale tempistica può recare un pregiudizio non solo al concorrente che ha meno tempo per formulare la propria offerta, ma anche all’ente appaltante che rischia di ricevere un’offerta poco attendibile.
Quanto al secondo profilo relativo alla mancata effettuazione del sopralluogo da parte della mandante il giudice ammnistrativo ha rilevato che non vi era alcuna clausola del bando di gara che la imponeva. È quindi sufficiente che l’adempimento sia stato posto in essere dalla mandataria, né rileva che quest’ultima non avrebbe firmato “per ricevuta” il relativo verbale, giacché ciò che conta è l’attestazione del funzionario dell’ente appaltante e comunque la mancanza di una firma “per ricevuta” non può comportare l’esclusione dalla gara del raggruppamento temporaneo.
La ratio dell’obbligo di sopralluogo
Secondo la previsione contenuta nell’articolo 79, comma 2 il sopralluogo può essere imposto qualora sia ritenuto che l’effettuazione dello stesso sia necessaria ai fini di una corretta formulazione dell’offerta. Ciò significa che la scelta in ordine alla sua obbligatorietà rientra nella discrezionalità dell’ente appaltante, che la deve operare tenuto conto di quella che può essere la rilevanza della visita dei luoghi in relazione alle caratteristiche dell’appalto e delle prestazioni richieste all’operatore economico.
Il potere discrezionale deve essere esercitato dall’ente appaltante secondo i canoni della ragionevolezza e della proporzionalità, cosicché l’obbligo di sopralluogo può essere imposto solo qualora lo stesso sia indispensabile ai fini della formulazione di un’offerta adeguata. Ne è esempio tipico l’appalto per l’affidamento dei servizi di vigilanza, dove appare essenziale che ai fini della formulazione dell’offerta i concorrenti abbiano piena conoscenza dei luoghi che devono sorvegliare.
La scelta di rendere obbligatorio il sopralluogo, se operata nel rispetto dei principi di ragionevolezza e logicità, implica che la mancata effettuazione dello stesso da parte di un concorrente ne legittima l’esclusione (Tar Liguria, Sez. II, 21 marzo 2018, n. 236).
Raggruppamenti temporanei e sopralluogo
La questione di quali componenti del raggruppamento debbano effettuare il sopralluogo, affrontata anche nella sentenza del Tar Lazio, è stata oggetto di attenzione anche in altre pronunce del giudice amministrativo. In linea di principio l’orientamento prevalente è che qualora il bando di gara preveda genericamente l’obbligo di eseguire il sopralluogo a carico dei concorrenti esso, nel caso di raggruppamento temporaneo, deve intendersi esteso a ciascun componente dello stesso, con la conseguenza che l’attestato di sopralluogo deve riferirsi a tutti i componenti del raggruppamento (Tar Molise, Sez. I, 24 novembre 2016, n. 486; Consiglio di Stato, Sez. IV, 19 ottobre 2015, n. 4778; 17 febbraio 2014, n. 744).
Questo principio ha subito tuttavia delle deroghe in alcuni casi affrontati dalla giurisprudenza. È stato così affermato che nonostante i documenti di gara richiedessero il sopralluogo anche da parte delle mandanti deve considerarsi illegittima l’esclusione del raggruppamento qualora detto sopralluogo sia stato effettuato solo dalla mandataria e il relativo certificato indicasse come sufficiente l’adempimento dell’obbligo da parte di uno solo dei membri del raggruppamento (Tar Liguria, Sez. II, 21 marzo 2018, n.238).
Tale indicazione ha infatti ingenerato un legittimo affidamento del concorrente, rinforzato dal fatto che la mandante che ha omesso il sopralluogo era già a conoscenza dello stato dei luoghi avendo svolto in passato il servizio di vigilanza oggetto di affidamento.
Di conseguenza l’ente appaltante avrebbe dovuto richiedere una ratifica da parte delle mandanti delle operazioni di sopralluogo effettuate dalla sola mandataria, attivando in questo senso lo strumento del soccorso istruttorio.
Un’interessante pronuncia del Consiglio di Stato, Sez. V, 26 luglio 2018, n. 4597 ha sancito l’esenzione dall’obbligo del sopralluogo per il gestore uscente del servizio.
In premessa vengono richiamati alcuni principi contenuti in una precedente sentenza, secondo cui il sopralluogo costituisce un adempimento strumentale, essendo finalizzato a una più appropriata formulazione dell’offerta. Si tratta quindi di un adempimento sostanziale e non meramente formale, nel senso che ha la funzione di consentire ai concorrenti di formulare un’offerta consapevole e che tenga conto delle reali condizioni in cui le prestazioni oggetto dell’appalto devono essere eseguite (Cons. Stato, Sez. V, 19 febbraio 2018, n. 1037).
Partendo da questa premessa e proprio alla luce di questa funzione del sopralluogo il giudice amministrativo ha ritenuto che la sua effettuazione deve considerarsi superflua da parte del gestore uscente del servizio, posto che – avendo già svolto le prestazioni – egli è pienamente consapevole delle condizioni che caratterizzano lo stato dei luoghi. Di conseguenza imporre l’effettuazione del sopralluogo nei suoi confronti significa gravare lo stesso di un adempimento sproporzionato e che non ha alcuna giustificazione sostanziale.
Ne consegue che una clausola che preveda l’obbligo di sopralluogo in termini generali e quindi anche nei confronti del gestore uscente deve considerarsi lesiva dei principi di proporzionalità, adeguatezza, ragionevolezza e del divieto di aggravio del procedimento e non può quindi essere posta a fondamento del provvedimento di esclusione del gestore uscente.
Sopralluogo e procedura negoziata
Il Consiglio di Stato, sempre nella pronuncia 4597/2018, si è espresso anche su un’altra questione, relativa al momento in cui deve considerarsi legittimo richiedere l’effettuazione del sopralluogo nell’ambito di una procedura negoziata che si sviluppa in diverse fasi, e in particolare nella fase dell’indagine di mercato e nella successiva fase di presentazione delle offerte.
Al riguardo il giudice amministrativo ha ritenuto ammissibile che l’obbligo di sopralluogo possa essere anticipato alla fase di selezione dei concorrenti (indagine di mercato) da invitare alla successiva fase di presentazione delle offerte. Secondo il Consiglio di Stato questa scelta non è di per sé irragionevole, illogica o arbitraria, né viola i principi propri dell’evidenza pubblica e in primis il principio della par condicio, consentendo anzi di formulare offerte appropriate che si basano sulla effettiva conoscenza dello stato dei luoghi acquisita con adeguato anticipo, e cioè già nella fase preliminare della manifestazione di interesse successiva all’avviso di indagine di mercato e anteriore alla presentazione delle offerte.
Per l’opera da quasi 670 milioni di euro non resta che riconsiderare la soluzione dell’appalto pubblico
Per la Ragusa-Catania la nuova data da segnare sul calendario è il 13 maggio. Entro quella data, le «amministrazioni competenti», cio ministro dell’Economia e quello delle Infrastrutture, dovranno «porre in essere entro il 13 maggio le determinazioni conseguenti e il Cipe darà convocato». L’ultimo aggiornamento su questa infrastruttura stradale da 668 milioni di euro, al netto degli oneri finanziari, è arrivata dalla riunione del Cipe del 4 aprile scorso. Riunione in cui il comitato (che non si riuniva dal 17 gennaio scorso) ha celebrato il definitivo de profundis alla proposta di project financing, considerato insostenibile sotto il profilo economico-finanziario, assegnando ai due ministeri il compito di trovare una alternativa. Alternativa che – ovviamente – non può che andare in direzione di un appalto pubblico. In ogni caso, una soluzione va trovata perché «il Cipe, sulla base della nota comune tra Mit e Mef, ha confermato la rilevanza strategica per il territorio la realizzazione dell’opera».
Chi si aspettava che dal Cipe uscisse una soluzione maggiormente messa a fuoco è rimasto deluso. In compenso, è stata fatta chiarezza facendo uscire definitivamente di scena l’ipotesi della finanza di progetto. L’accantonamento definitivo del Pf arriva dopo gli approfondimenti tecnici sulla sostenibilità economico-finanziaria decisi dal Cipe nella riunione del 17 gennaio scorso e condotti dal Mef nelle scorse settimane. Il Mef si è trovato di fronte a un modello caratterizzato da un “elevato rischio traffico” (cioè un utilizzo dell’infrastruttura sovrastimato), un elevato livello dei pedaggi (il costo di andata e ritorno era di circa 20 euro), un rischio di equity e un rischio di costruzione, portando a concludere che «nei termini proposti il modello della concessione in project financing non risulta allo stato sostenibile ed economicamente percorribile». Da qui la proposta di elaborare una nuova proposta da sottoporre al Cipe. La palla torna pertanto al ministero delle Infrastrutture e al ministero dell’Economia. Senza dimenticare la regione Sicilia che sull’opera ha stanziato circa 350 milioni di euro. Risorse che nell’architettura del Pf coincideva con il contributo pubblico.
«Dopo decenni di attese e ritardi – afferma il Mit in una nota – si considera strategica la realizzazione dell’opera per il territorio, sia in ottica economica che sociale. Dunque, il Governo sta operando con il massimo impegno e senso di responsabilità per accelerare su un progetto che sia poi effettivamente sostenibile e fruibile per i cittadini. Perché alla Sicilia non servono cattedrali nel deserto, ma opere utili che possano davvero avvicinare le comunità e migliorare la competitività dell’isola».
Salini Impregilo proroga il “closing” su Astaldi (in attesa di Cdp)
Nuovo termine per definire l’acquisizione dell’impresa in difficoltà. Rinviato anche il bilancio 2018 di Astaldi
È arrivata la conferma ufficiale di quello che nei giorni scorsi era stato fatto filtrare dal big Salini Impregilo, e cioè che il gruppo si è dato più tempo per definire l’acquisizione di Astaldi. Ieri il Cda della società «ha preso atto che in data 28 marzo 2019 Salini Impregilo S.p.A. (“SI”) ha inviato alla Società una comunicazione di proroga, dal 31 marzo 2019 al 20 maggio 2019, del termine che condiziona sospensivamente l’offerta, alla sottoscrizione di uno o più accordi vincolanti tra SI, gli istituti di credito e gli investitori istituzionali, che regolassero la compartecipazione all’investimento necessario a supportare la Proposta di Concordato».
Il cda ha inoltre deciso di «rinviare ad una data successiva l’esame e l’approvazione del Progetto di Bilancio e del Bilancio consolidato al 31 dicembre 2018. Il Consiglio ha, infatti, ritenuto opportuno rinviare qualsiasi decisione in merito, allo scopo di potere compiutamente tener conto e recepire gli effetti, nell’approvazione di tali dati finanziari, dell’avanzamento della Procedura di Concordato nella quale l’intervento di SI, com’è noto, è soggetto a condizioni. Al fine di garantire una corretta informazione al mercato, nei prossimi giorni la Società provvederà comunque a pubblicare, ai sensi dell’art. 114, comma 5, del D. Lgs. n. 58/1998, le informazioni relative alla situazione economico-finanziaria dell’esercizio 2018. Analogamente, le informazioni relative alla situazione economico-finanziaria del Primo trimestre 2019 saranno pubblicate entro il 15 maggio p.v».
Il rinvio, come si legge tra le righe del comunicato, è necessario a definire gli accordi con le banche esposte nei confronti di Astaldi (oltre che nei confronti di Salini Impregilo) e soprattutto il ruolo di Cdp, cioè “l’investitore istituzionale” citato dal comunicato, che diventa la chiave di volta dell’operazione di concentrazione (e salvataggio).
Astaldi: il 12 aprile tavolo al Mit con i creditori
Il prossimo 12 aprile il Mit ospita un tavolo tecnico per cercare soluzioni per le ditte sub-appaltatrici creditrici di Astaldi nei cantieri del Quadrilatero Umbria-Marche, visitati nei giorni corsi dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, alla presenza delle regioni Umbria, Catiuscia Marini, e Marche, Luca Ceriscioli. Ci sono infatti circa 40 imprese di Marche e Umbria che affermano di vantare crediti tra i 40 e i 60 milioni nei confronti di Astaldi. Il timore che la mancanza di liquidità produca una crisi dei subappaltatori è alto, anche considerando che il prestito ponte di 75 milioni sbloccato negli scorsi mesi può essere utilizzato per i futuri cantieri ma non può essere applicato al periodo per crisi.
Crisi Cmc, depositato piano concordatario al tribunale di Ravenna
Il piano e la proposta di concordato redatti dai consulenti e asseverati da un professionista esterno prevedono la continuità aziendale della coop
È stato depositato ieri al tribunale di Ravenna, il piano concordatario della Cooperativa muratori e cementisti, approvato dall’Assemblea lo scorso 30 marzo e illustrato al Mise lo scorso 4 aprile, al tavolo di crisi dedicato alla cooperativa. La proposta è stata firmata dagli avvocati Fabrizio Corsini e Andrea Zoppini, ed è stata elaborata sulla base della consulenza aziendale e finanziaria del di Domenico Livio Trombone e di Mediobanca. Il piano è stato asseverato da Claudio Trenti, in qualità di professionista indipendente. Il piano e la proposta di concordato prevedono la continuità aziendale dell coop ravennate e la soddisfazione integrale dei creditori in prededuzione, dei creditori privilegiati e dei fornitori strategici (chirografari appartenenti alla Classe 1), nonché la soddisfazione parziale e non monetaria degli altri creditori chirografari mediante attribuzione di strumenti finanziari partecipativi. Ai titolari di strumenti finanziari partecipativi, da emettere entro 90 giorni dall’omologazione, saranno destinati dal 2021 sino al 2030 i risultati attivi che si attendono dalla continuità aziendale, oltre rilevanti diritti amministrativi sia in Consiglio di amministrazione che nell’assemblea dei soci.
Se tutto procede secondo le tappe indicate dal piano, il pagamento dei primi creditori sarà evaso entro 2020. La scadenza dipende in parte dai tempi dell’ammissione alla procedura, che è stata ufficialmente aperta il 4 dicembre scorso. Dopo il deposito del piano in tribunale si attende la relazione dei commissari che, in base alle indicazioni date ai soci nell’assemblea del 30 marzo, viene stimata entro luglio prossimo. Tuttavia, nei documenti distribuiti ai soci, viene precisato che «i tempi di completamento della Relazione dei Commissari dipendono dall’ammissione alla Procedura». Entro i successivi tre mesi – cioè entro ottobre prossimo, il piano prevede la votazione sui termini del piano da parte dei creditori. Entro dicembre 2019 il piano prevede di arrivare al decreto di omologa con il «pagamento creditori in prededuzione e privilegiati entro i successivi 12 mesi», cioè entro il 2020. Dal 2022 al 2030 si dovrebbe realizzare la distribuzioni degli utili e delle riserve con l’avanzo di cassa.
Il piano indica la gerarchia in base alla quale viene regolato il pagamento dei creditori. Il «rispetto dell’ordine legittimo delle prelazioni» mette al primo posto i «creditori in prededuzione (pagamento integrale alla rispettiva scadenza)». Subito dopo ci sono i «creditori privilegiati (pagamento integrale entro un anno dall’omologazione)», seguono i «fornitori strategici (flussi degli anni 2019/2020/2021, nella misura a ciò necessaria): Classe 1». Al quarto posto sono indicati i «fornitori chirografari» per i quali il piano prevede l’attivazione dello strumento dei cosiddetti strumenti finanziari partecipativi (Sft), entro i 90 giorni successivi all’avvenuta omologazione. Attraverso i flussi 2022-2030, saranno liquidati i fornitori chirografari «effettivi: classe 2» e i creditori «condizionati (Rischio escussione fideiussioni): Classe 3». Per i creditori «postergati: classe 4 non è previsto il soddisfacimento». «Ogni Sfp – spiega il piano – viene attribuito a fronte di un apporto virtuale in denaro, a titolo di datio in solutum, la quale comporta quindi, ai sensi dell’art.1197c.c., la “prestazione” di Sfp” in luogo dell’adempimento “di crediti, ovvero – che è sostanzialmente la stessa cosa – la conversione dei crediti in Sfp, secondo un determinato rapporto di conversione; i crediti convertiti non sono imputati a capitale (come i conferimenti dei soci) ma a patrimonio, in un’apposita riserva, la riserva Sfp».
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