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Timestamp: 2018-11-13 00:35:17+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 27 luglio 2018, n.36076
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MARTEDÌ 13 NOVEMBRE AGGIORNATO ALLE 1:34
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 27 luglio 2018, n.36076MASSIMA
La Corte di Appello di Lecce, confermava la penale responsabilità di un uomo in ordine al reato di diffamazione, perché con un fotomontaggio aveva inserito su un sito internet delle foto, che ritraevano il volto di alcune donne su corpi nudi. Avverso la sentenza l’imputato proponeva ricorso per cassazione, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento all’art. 595 cod. pen., atteso le fotografie risultano modificate grossolanamente e il sito sul quale erano avvenute le pubblicazioni non avevano generato commenti da parte dei visitatori. Di conseguenza il fatto andava qualificato diversamente, essendoci stata solo violazione della privacy, non idonea a configurare il delitto contestato.
Integra il reato di diffamazione la pubblicazione su siti porno di fotografie in cui il volto di donne viene montato su corpi nudi di altre donne? A tale interrogativo la Suprema Corte dà risposta positiva, evidenziando che al di là della presenza o meno sul sito, ove le immagini erano state pubblicate, di commenti da parte di terzi, le descritte immagini erano visibili da chiunque. Tanto che era stato possibile recuperarle ed allegarle al fascicolo del pubblico ministero, navigando sul sito indicato in denuncia, senza che l’imputato fornisse alcuna password. Inoltre, indubbio, è il contenuto lesivo delle immagini in questione, composte dal volto delle parti lese, apposto su immagini che ritraggono donne nude mentre compiono atti sessuali, con l’aggiunta di didascalie che appellano talune delle persone effigiate. Si tratta senz’altro di immagini, riprodotte nel fotomontaggio, in un contesto tale da implicare una valutazione peculiare, anche negativa, sulle persone effigiate, comunque idonee ad integrare la condotta tipica della diffamazione. Questa, infatti, come è noto consiste nell’offesa della reputazione che ricorre anche in casi, come quello di specie, in cui, attraverso la comunicazione di immagini, tenuto conto del mezzo attraverso cui queste vengono veicolate, del concetto che hanno trasmesso, presentino un significato intrinsecamente offensivo della reputazione del soggetto passivo, in quanto indebitamente inserite in un concetto di oscenità e volgarità e, dunque, di significato deteriore.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 27 luglio 2018, n.36076 - Pres. Vessichelli – est. Calaselice
- solo in alcune si legge l’indicazione di un titolo ('professoressa di (...)') o il nome, le stesse denuncianti non indicano quale sia la foto che le ritrae nel fotomontaggio, né vi è stato riconoscimento;
Indubbio, infine, è il contenuto lesivo delle immagini in questione, composte dal volto delle parti lese, apposto su immagini che ritraggono donne nude mentre compiono atti sessuali, con l’aggiunta di didascalie che appellano 'professoressa di XXXXXXXX' talune delle persone effigiate. Si tratta senz’altro di immagini, riprodotte nel fotomontaggio confezionato dall’A. , in un contesto tale da implicare una valutazione peculiare, anche negativa, sulle persone effigiate, comunque idonee ad integrare la condotta tipica della diffamazione. Questa, infatti, come è noto consiste nell’offesa della reputazione che ricorre anche in casi, come quello di specie, in cui, attraverso la comunicazione di immagini, tenuto conto del mezzo attraverso cui queste vengono veicolate, del concetto che hanno trasmesso, presentino un significato intrinsecamente offensivo della reputazione del soggetto passivo, in quanto indebitamente inserite in un concetto di oscenità e volgarità e, dunque, di significato deteriore (Sez. 5, n. 42130 del 15/07/2011, Fantauzzi, Rv. 251706 in cui si è escluso che la pubblicazione di foto di un’attrice ritratta nuda, in contesto non osceno e immune da connotazione negativa, possa assumere significato deteriore ed integrare il delitto ex art. 595 cod. pen.; Sez. 2, n. 36721 del 21/02/2008, Buraschi, Rv. 242085 che ha ritenuto configurabile il reato di diffamazione consistente nell’immissione nella rete Internet di immagini denigratorie).
Sul punto è stato, di recente, affermato da questa Corte, con un ragionamento che va condiviso (Sez. 3, n. 48591 del 26/04/2016, Pellicani, Rv. 268493) che è preclusa la deducibilità della violazione del divieto di ne bis in idem in conseguenza dell’irrogazione, per un fatto corrispondente sotto il profilo storico-naturalistico a quello oggetto di sanzione penale, di una sanzione formalmente amministrativa, della quale venga riconosciuta la natura sostanzialmente penale secondo l’interpretazione di cui alle decisioni della CEDU nelle cause Grande Stevens contro Italia' del 4 marzo 2014 e Nykanen contro Finlandia del 20 maggio 2014, quando manchi qualsiasi prova della definitività dell’irrogazione della sanzione amministrativa. Si è anche sostenuto che non integra violazione del divieto di bis in idem l’irrogazione, per un fatto corrispondente a quello oggetto di sanzione penale, di una sanzione disciplinare che, per qualificazione giuridica, natura e grado di severità non può essere equiparata a quella penale, secondo l’interpretazione di cui alla citata sentenza emessa dalla CEDU nella causa Grande Stevens contro Italia (Sez. 6, n. 31873 del 09/05/2017, Basco, Rv. 270852).

References: SENTENZA 
 SENTENZA 
 sentenza 
 SENTENZA 
 art. 595
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