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Timestamp: 2017-08-20 02:11:40+00:00

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Licenziamento disciplinare, il patteggiamento equivale a una condanna | Lavoro Fisso
Home Corte di Cassazione Licenziamento disciplinare, il patteggiamento equivale a una condanna
Il dipendente pubblico che ricorre al patteggiamento della pena può lecitamente subire il licenziamento disciplinare, senza necessità per la P.A. di verificarne la responsabilità. Le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti hanno efficacia di giudicato nei giudizi disciplinari che si svolgono davanti alle pubbliche autorità quanto all’accertamento del fatto, alla sua illiceità penale e all’affermazione della responsabilità penale dell’imputato; ne consegue che la sentenza di applicazione di pena patteggiata, a prescindere dalla sua qualificazione come sentenza di condanna, presuppone pur sempre un’ammissione di colpevolezza ed esonera il giudice disciplinare dall’onere di verifica sul punto.
Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha ribadito un importante principio in tema di efficacia della sentenza di patteggiamento nei giudizi disciplinari, precisando che le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti hanno efficacia di giudicato nei giudizi disciplinari che si svolgono davanti alle pubbliche autorità quanto all’accertamento del fatto, alla sua illiceità penale e all’affermazione della responsabilità penale dell’imputato; ne consegue che la sentenza di applicazione di pena patteggiata, a prescindere dalla sua qualificazione come sentenza di condanna, presuppone pur sempre un’ammissione di colpevolezza ed esonera il giudice disciplinare dall’onere di verifica sul punto.
Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da un dipendente dell’Agenzia delle Entrate nei confronti dell’Agenzia che ne aveva disposto il licenziamento.
Il Tribunale ha respinto il ricorso proposto da AS nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, della quale era stato dipendente, avente ad oggetto l’impugnazione del licenziamento intimatogli in data 4 febbraio 2011. La Corte d’appello ha confermato la statuizione della sentenza impugnata avente ad oggetto la legittimità del licenziamento.
In punto di fatto la Corte d’appello ha accertato: che AS, assunto dall’Agenzia delle Entrate in data 17 dicembre 1999 ed assegnato all’Ufficio di R., era stato distaccato, su sua richiesta, presso la Direzione Provinciale di B. – Ufficio territoriale di O. – in data 7 maggio 2007; che nel settembre 2009 AS era stato colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere, poi tramutata in arresti domiciliari fino al 25 marzo 2010, in quanto imputato dei reati di cui agli artt. 317 (concussione), 476 (falso materiale) e 479 (falso ideologico) cod. pen.; che aveva patteggiato una pena di oltre un anno e undici mesi di reclusione (sentenza n.347 del 8 luglio 2010 del GIP presso il Tribunale di B.); che era stato licenziato senza preavviso con lettera del 4 febbraio 2011 della Agenzia delle Entrate, Direzione Regionale della P.; che il licenziamento era stato impugnato con nota del 18 febbraio 2011; che la Corte di cassazione, adita in sede di regolamento di competenza, aveva stabilito la competenza del Tribunale di M..
Ciò premesso la Corte di appello ha in primo luogo rigettato la tesi dell’incompetenza della Direzione regionale della P. e quella di incompetenza del Direttore regionale ai fini dell’adozione del provvedimento espulsivo adottato nei suoi confronti.
Nel merito ha ritenuto legittimo il licenziamento.
Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione AS, in particolare sostenendo, per quanto qui di interesse, l’insufficienza della sentenza di patteggiamento ai fini del riconoscimento della responsabilità disciplinano sarebbe stata fatta istruttoria disciplinare ovvero in sede civile e le accuse mosse in sede penale erano infondate.
Orbene, sul punto osservano gli Ermellini, quanto al mancato svolgimento di attività istruttoria deve ricordarsi che le Sezioni Unite della Cassazione, decidendo in tema di sanzioni disciplinari irrogate ad un avvocato, hanno confermato il precedente orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui, a norma degli artt.445 e 653 cod. proc. pen., come modificati dalla legge 27 marzo 2001 n.97, le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento) hanno efficacia di giudicato nei giudizi disciplinari che si svolgono davanti alle pubbliche autorità quanto all’accertamento del fatto, alla sua illiceità penale e all’affermazione della responsabilità penale dell’imputato.
Pertanto, la sentenza di applicazione di pena patteggiata, a prescindere dalla sua qualificazione come sentenza di condanna, presuppone pur sempre un’ammissione di colpevolezza ed esonera il giudice disciplinare dall’onere di verifica sul punto.
Tale soluzione appare coerente con quanto affermato dalla Corte costituzionale, secondo cui non è irragionevole la scelta legislativa di perequare, agli effetti del giudizio disciplinare, l’efficacia probatoria della pronuncia di condanna a seguito di dibattimento e della pronuncia di applicazione della pena su richiesta delle parti.
La scelta del giudice del merito di non procedere ad attività istruttoria in presenza della citata sentenza di patteggiamento era quindi coerente con i principi sopra enunciati.
Ed infatti, secondo l’esegesi offerta dalla Cassazione, benchè la sentenza pronunciata a norma dell’art.444 cod. proc. pen., che disciplina l’applicazione della pena su richiesta dell’imputato, non sia tecnicamente configurabile come una sentenza di condanna, anche se è a questa equiparata a determinati fini, tuttavia, nell’ipotesi in cui una disposizione di un contratto collettivo faccia riferimento alla sentenza penale di condanna passata in giudicato, ben può il giudice di merito, nell’interpretare la volontà delle parti collettive espressa nella clausola contrattuale, ritenere che gli agenti contrattuali, nell’usare l’espressione “sentenza di condanna”, si siano ispirati al comune sentire che a questa associa la sentenza cd. “di patteggiamento” ex art. 444 cod. proc. pen., atteso che in tal caso l’imputato non nega la propria responsabilità, ma esonera l’accusa dell’onere della relativa prova in cambio di una riduzione di pena. Precedenti giurisprudenziali: Cass. civ., S.U., 20 settembre 2013, n.21591; Cass. civ., S.U., 9 aprile 2008, n.9166; Corte cost., 3 novembre 2009, n.336; Cass., Sez. L, sentenza n.9458 del 21/04/2010
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