Source: http://caffeopinione.com/cannabis-light-cassazione-sentenza/
Timestamp: 2019-08-26 05:52:44+00:00

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caffè ed opinioni Cannabis Light e cassazione: storia triste di uno Stato sbagliato
Il commercio della Cannabis Light rimane legale come quello dei suoi prodotti: ecco cosa dice realmente la sentenza della Cassazione.
Sulla questione Cannabis Light urge una rettifica. Il 28 maggio si era diffusa la notizia secondo cui la Cassazione avrebbe “vietato la vendita o la cessione a qualsiasi titolo dei prodotti derivati dalla coltivazione della Cannabis”: foglie, resina, olio e infiorescenze. L’allarme, per un settore in crescita e dal valore stimato di 40 mln di euro l’anno, scoppio in un attimo e l’indomani – mentre partoni i primi controlli – alcuni esercenti preferiscono rimanere chiusi fino a data da destinarsi. Anche noi, sulla nostra pagina Facebook lanciamo l’allarme, con un caveat: non puntavamo il dito alla sentenza in sè, ma al contesto politico – ovvero l’assenza della politica – di tale sentenza
Nel leggere i documenti resi pubblici il 30 maggio, poi, la notizia originaria si è rivelata esagerata. La critica allo Stato italiano nel suo complesso, no.
Cannabis e CAssazione
Due giorni dopo la notizia, il 30 maggio, le Sezioni Riunite rendono pubblica l’Informazione Provvisoria n. 15, relativa alla sentenza in questione. Il testo è abbastanza esplicito, ma contiene una precisazione che era sfuggita al lancio della notizi il 28 maggio. Ovvero, “la commercializzazione di cannabis sativa L. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge n. 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole, ai sensi dell’art. 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002 e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati; pertanto, integrano il reato di cui all’art. 73, commi 1 e 4, dpr 309/1990, le condotte di cessione, vendita e, in genere, commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla cannabis sativa L. salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.
L’ultima frase è però importante ed era l’informazione che mancava il 28 e che ha trasformata la sentenza in un’allarme: SALVO CHE TALI PRODOTTI SIANO IN CONCRETO PRIVI DI EFFICACIA DROGANTE.
La capacità drogante è definita in Italia a 0.2% di THC per il consumo e 0.6% per la coltivazione come riporta la legge n 242 del 2016.. Dall’altra parte la sentenza 4920 del 31 gennaio 2019 dice che: “del resto, un’interpretazione differente, secondo cui la presenza di un principio attivo sino allo 0,6% è consentita solo per i coltivatori e non anche per chi commerci i prodotti derivanti dalla cannabis, non potrebbe essere accolta, in quanto trascura che è nella natura dell’attività economica che i prodotti della “filiera agroindustriale della canapa” siano commercializzati e che, in assenza di specifici dati normativi non emergono particolari ragioni per assumere che il loro commercio al dettaglio debba incontrare limiti che non risultano posti al commercio all’ingrosso“.
Il combinato disposto dell’Informazione provvisoria e della sentenza 4920 ci dice, quindi, che il commercio di derivati della coltivazione della Canapa – oli, infiorescenze, farine e resine – sono perfettamente legali sicuramente sotto lo 0.2% e possono esserlo anche se compresi fra 0.2% e 0.6%.
Il punto più interessante è che entrambe ke sentenze del 2019 della Cassazione fanno qualcosa che, in un paese normale, spetterebbe allo Stato: integrano una legge alla luce di un vuoto normativo. Se torniamo al 2016, ricordiamo che l’inizio del commercio di Cannabis Light e dei negozietti attenzionati dal Ministro dell’Interno Salvini nasce da un vuoto legislativo. La 242 permetteva la coltivazione delle varietà di canapa scritte nel Catalogo comune delle varieta’ delle specie di piante agricole, ma non ne vietava il commercio dei derivati. In questo vuoto normativo si è sviluppato il business della CBD, ovvero della Cannabis Light ed in questo stesso vuoto si collocano le due sentenze della Cassazione.
Di leggi apposite, per ora, nulla.
Sono passati tre anni, sono nate centinaia di attività commerciali di produzione e altrettante centinaia di negozietti di rivenditori. In tutti si stimano 15.000 posti di lavoro e 650 attività: lavoratori, salari e tasse. Nonostante questo, tre anni e due governi dopo, nessuna legge è stata intavolata o approvata, lasciando un intero settore in un limbo in cui è facile che una sentenza resa pubblica prima anche solo dell’Informazione Provvisoria sulle motivazioni, possa generare panico in chi, nel business della CBD, ha investito (o ci lavora).
Questo è il vero vulnus politico della faccenda “Cannabis Light”. Il problema non è della magistratura e della Suprema Corte, ma di uno Stato – inteso come il suo govenro – che decide di non decidere. Lo stesso Stato che legifera sull’abbassamento dell’IVA sui tartufi, che produce la norma Pernigotti, o mette a caricao dei cittadini italiani il salvataggio Alitalia, lascia il compito di regolamentare un settore economico (che un tempo era tradizionale del paese) al potere giudiziario nel bene e nel male.
Infatti, neanche Matteo Salvini, nonostante i suoi roboanti attacchi via social, stava intavolando alcuna legge “proibizionista”, mantenendo, quindi, lo status-quo forse perché preoccupato della reazione della Coldiretti, da anni prezioso alleato della Lega.
Il problema non è solo Salvini o questo governo, perché, nota bene, stiamo parlando di una colossale ignavia politca trasversale che parte da destra ed arriva anche a quella parte della Sinistra, il PD, che ha governato e che nulla ha fatto per accordi di palazzo (l’accordo con Alfano), esattamente come nulla fanno i deputati del MoVimento 5 Stelle, su carta favorevoli alla legalizzazione delle droghe leggere, per mantenere l’alleanza con la Lega. Questo al netto delle posizioni personali. Se per Michele Anzaldi, Partito Democratico, la sentenza è un vulnus ad un settore agricolo ed economico in crescita, per il suo collega di partito Stefano Pedica “non ci sono droghe di serie A e B, sono tutte pericolose”, aggiungendo “a questo punto bisogna procedere in fretta alla chiusura dei negozi che vendono Cannabis Light”.
Parole che pesano e che fanno eco a quelle di Matteo Salvini: “siamo contro qualsiasi tipo di droga, senza se e senza ma, e a favore del divertimento sano”.
Una storia tutta italiana quindi dove la ragion di consenso e di alleanza prevale sulla ragion di commercio e, stavolta sì, di buon senso, perché, come giustamente segnala Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni su Twitter:
“In un paese appena normale, in una fase di rallentamento economico, la politica si sbrigherebbe a correggere la normativa per “sanare” la situazione e non uccidere uno dei pochi segni di vitalità economica; in un paese appena normale”.
Hai ragione Carlo, in un paese minimamente normale sarebbe così, ma cosa rimane di normale in questo paese?
PS: ringraziamo il sito butac.it per il materiale e, nel nostro piccolo, ci scusiamo se non siamo riusciti a pubblicare la precisazione già il 30 maggio.

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