Source: https://www.nascitacostituzione.it/03p2/04t4/s2/111/art111-021.htm
Timestamp: 2019-05-21 13:19:59+00:00

Document:
[Il 27 novembre 1947, nella seduta antimeridiana, l'Assemblea Costituente prosegue l'esame degli emendamenti agli articoli del Titolo IV della Parte seconda del progetto di Costituzione: «La Magistratura».]
Segue l'emendamento dell'onorevole Mastino Pietro, già svolto:
«Il magistrato dovrà rimettere gli atti alla Corte di cassazione quando ritenga che le leggi che dovrebbe applicare siano contrarie alla Costituzione dello Stato».
Nobili Tito Oro. Io avevo presentato un emendamento inteso a sopprimere la distinzione in sezioni di questo Titolo.
Presidente Terracini. Onorevole Nobili Tito Oro, quando si è parlato, all'inizio dell'esame di questo Titolo, dei problemi attinenti alle intitolazioni, si era rimasti d'intesa che li si sarebbe decisi alla fine dell'esame di tutto il Titolo. Io non ho detto di porre adesso in votazione questa intitolazione. Il problema resta sospeso.
Segue l'emendamento dell'onorevole Mastino Gesumino:
Presidente Terracini. L'onorevole Mannironi ha presentato il seguente emendamento:
«Al terzo comma aggiungere, prima della parola: Tutti, le parole: Tutte le sentenze e».
Mannironi. La mia proposta tende ad ottenere un risultato pratico e concreto tendente a chiarificare la frase: «Tutti i provvedimenti ecc.».
Mi si dice da taluno dei membri della Commissione che nella dizione «Tutti i provvedimenti» dovrebbero essere comprese anche le sentenze, come, del resto, sarebbe ovvio. Se ciò fosse, se da quello che dichiarerà il Relatore, da quello che riconoscerà la Commissione, dovrà risultare, secondo quanto figurerà nel verbale, che la parola «provvedimenti» si deve intendere comprensiva anche delle sentenze, io non insisterò nel mio emendamento. (Commenti).
Veroni. La sentenza è il provvedimento dei provvedimenti.
Presidente Terracini. L'onorevole Targetti ha proposto di sopprimere l'ultimo comma.
Targetti. Questo ultimo comma è realmente così importante che io chiedo al nostro egregio Presidente di voler domandare a se stesso se si possa mettere in votazione questo terzo comma così com'è, o se non sia invece da riconoscersi che questo comma sarebbe, per alcune sue conseguenze, in contrasto, in contraddizione, con una deliberazione già recentemente presa dalla nostra Assemblea.
È fuor di dubbio che, nell'espressione «tutti i provvedimenti», ha il suo primo posto qualsiasi sentenza. Fu adottata l'espressione «i provvedimenti giurisdizionali» per evitare, se ben ricordo, che questo obbligo della motivazione si estendesse anche ai decreti; ma la dizione «provvedimenti giurisdizionali» è proprio fatta apposta per indicare in primo luogo le sentenze e poi le ordinanze.
Le sentenze: evidentemente, se si approvasse questa norma, nessuna sentenza si potrebbe emanare che fosse priva di motivazione. Ora, noi sosteniamo che una simile deliberazione, una simile statuizione, l'Assemblea nostra si è posta nell'impossibilità di prenderla, dopo che essa ha approvato l'emendamento dell'onorevole Mastino all'articolo 96. Dice infatti l'emendamento dell'onorevole Mastino Pietro all'articolo 96: «La legge regolerà i casi e le forme della partecipazione diretta del popolo all'amministrazione della giustizia». Mi sembra quindi che sarebbe fuori luogo voler mettere in chiaro ciò che dev'essere già chiarissimo alla mente di tutti, che cioè la portata di questa disposizione approvata dall'Assemblea Costituente è tale — io faccio anzi l'ipotesi meno favorevole a noi — da ammettere anche la resurrezione dell'istituto classico della giuria.
Ho detto che, esprimendomi così, dicendo cioè che questa formula ammette anche questa ipotesi, io ero remissivo, ero molto modesto, perché avrei anche potuto dire che, nelle forme di partecipazione diretta del popolo all'amministrazione della giustizia, l'istituto classico della giuria non è soltanto compreso, ma vi troneggia: e questo per parere di tutti, parere che non può quindi in nessun modo venir posto in discussione.
Non è quindi neppure necessario richiamarsi all'illustrazione che della sua proposta ci ha dato l'onorevole Mastino e neppure ai precedenti del progetto della disposizione stessa. Io ricordo all'Assemblea che il testo della Costituzione prevedeva la partecipazione diretta del popolo all'amministrazione della giustizia attraverso l'istituto della giuria. Proponemmo noi stessi un emendamento che toglieva l'espressione: «attraverso l'istituto della giuria» e diceva: «nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge». Ma nell'illustrazione di questa nostra nuova forma di dizione fummo chiari ed espliciti, dichiarando che noi intendevamo prevedere come prima ipotesi la resurrezione dell'istituto classico della giuria e adottavamo questa diversa forma per rendere possibile eventualmente anche qualche forma diversa di partecipazione diretta del popolo all'amministrazione della giustizia.
Per concludere: non credo che da nessuno, sia pure di sottilissimo e sofistico ingegno, si potrebbe arrivare a sostenere che nella disposizione approvata dall'Assemblea non è anche contemplata la facoltà per il legislatore di domani di ricostituire la giuria classica.
Io non sono audace al punto di rientrare nella discussione della questione della giuria, mettendo a durissima prova la tolleranza dell'Assemblea, ma ricordo a tutti i colleghi che la mancanza di motivazione, che per alcuni è il difetto maggiore, è il difetto condannatorio dell'istituto della giuria, è al tempo stesso la caratteristica dell'istituto classico della giuria: la famosa giustizia monosillabica.
E se fosse possibile ricordare ancora una volta Francesco Carrara, ricorderei all'Assemblea che fu proprio Carrara che disse: «I giurati si vogliono o non si vogliono; i giurati si fanno o non si fanno». E noi possiamo aggiungere che qualsiasi sostanziale modificazione dell'istituto della giuria, e in special modo quella che sarebbe costituita dall'obbligo della motivazione, darebbe luogo a qualche cosa di ibrido. Parrebbe quasi che si volesse mettere sulla testa del giurato la parrucca del magistrato, col risultato di fare una caricatura al tempo stesso e del magistrato e del giudice.
La motivazione del verdetto dei giurati è la negazione del verdetto stesso. Prescrivere l'obbligo della motivazione, vuol dire rifiutarsi a quella forma di giudizio, che — ripeto — può essere osannata, esaltata o condannata, ma che è quella che la tradizione ci ha tramandato.
E allora, onorevoli colleghi, è inutile che mi appelli alla vostra onestà di discussione e di deliberazione. Potrei dirvi: mettetevi una mano sulla coscienza, e ditemi se vi può essere qualcuno fra di noi che, dinanzi alla approvazione della norma proposta dall'onorevole Mastino, non abbia ritenuto che con quella norma si intendesse lasciare ai legislatori di domani facoltà di far rivivere — con l'esultanza degli uni e la desolazione degli altri — la vecchia giuria.
Ora, onorevoli colleghi, se il Presidente mettesse in votazione questo terzo comma dell'articolo 101, che fa obbligo della motivazione per qualsiasi sentenza, esporrebbe l'Assemblea al rischio di scendere all'approvazione di un principio in pieno contrasto con un principio già approvato.
Non si tratta di evitare questo rischio; si tratta, per parte nostra, della improcedibilità, dell'improponibilità, dirò meglio, di questa questione; perché se fosse ammesso che, affermato un principio, potesse domani l'Assemblea, affermarne un altro in pieno contrasto col primo, non basterebbe il 1947, e non basterebbe neppure il 1948 per arrivare alla fine del nostro lavoro, giacché ogni giorno si potrebbe distruggere parte del lavoro già fatto.
Presidente Terracini. L'onorevole Crispo ha proposto di aggiungere all'emendamento Mastino Gesumino[i] queste parole:
Presidente Terracini. L'onorevole Bettiol ha presentato il seguente emendamento:
«Al primo comma sopprimere le parole: e non la può mai sospendere o ritardare».
Bettiol. Se non possiamo rinunziare, come sarebbe desiderio di molti, a tutte queste norme che hanno un carattere troppo particolare, è chiaro che almeno dobbiamo cercare di emendare le norme di tutto il superfluo. A me sembra che queste parole abbiano carattere di superfluità.
Di carattere veramente costituzionale è l'affermazione esplicita del principio di obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale, perché è un principio che si adegua ad un ordine democratico nell'ambito di uno stato di diritto in contrasto a due principî: quello di discrezionalità, da un lato, per cui il pubblico ministero è arbitro di potere esercitare o non l'azione penale, e il principio di obbligatorietà o di legalità, per cui il pubblico ministero, quando ricorrano i presupposti di fatto e di diritto, deve esercitare l'azione penale stessa.
Abbiamo assistito, nella regolamentazione di ordinamenti politici antidemocratici stranieri, all'affermazione del principio di discrezionalità. Anche da noi, nel 1930, col Codice di procedura penale, quel principio aveva fatto capolino col permettere al pubblico ministero di archiviare gli atti del processo, quando il documento che conteneva la notizia fosse manifestamente infondato.
Oggi questo potere del pubblico ministero di archiviare gli atti del processo senza ottenere il benestare del giudice istruttore è eliminato, per cui siamo tutti orientati verso l'affermazione chiara e precisa che l'esercizio dell'azione penale ha carattere obbligatorio. E pertanto mi sembra che la frase: «il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitarla» sia chiara, breve e precisa, mentre il resto della formulazione: «e non la può mai sospendere o ritardare» può rappresentare eccezioni che possono essere previste in leggi particolari o nel Codice di procedura penale.
Dominedò. Signor Presidente, debbo spendere brevi parole sull'emendamento dell'onorevole Targetti, proposto con singolare eleganza agli effetti di fare apparire l'ultimo comma dell'articolo 101 — relativo all'obbligo di motivazione di tutte le sentenze — come una norma contrastante con la precedente votazione dell'Assemblea sul giudizio popolare.
Mi permetto, anzitutto, di considerare che, se la norma in esame contempla in modo generale l'obbligo della motivazione, appare chiaro che un istituto così genericamente configurato debba essere snodato e adattato alle singole specie, a seconda delle varie ipotesi cui sia riferibile, prima che su di esso possa esprimersi un giudizio.
Di conseguenza, nessuno può preliminarmente escludere che l'istituto della motivazione si renda applicabile anche in quella ipotesi di giudizio popolare, che noi teniamo ferma in conseguenza della votazione di questa Assemblea. E vogliamo spiegarci. Pur se domani si dovesse concepire la partecipazione popolare all'amministrazione della giustizia nella formula più rigida, in quella della originaria giuria precedente l'assessorato — taccio quindi delle ipotesi intermedie che potrebbero ben essere contemplate dalla legge futura, ove si consideri quanto sia delicata la linea di demarcazione fra fatto e diritto e come il fatto interferisca nel diritto ed il diritto sia influenzato dal fatto — persino nella ipotesi estrema e più radicale di partecipazione popolare, dicevo, appare evidente che un elemento essenziale di motivazione sussisterebbe sempre. Il magistrato, infatti, dovrebbe comunque ricondurre le risultanze del verdetto di fatto ai suoi presupposti di diritto. Ed in questa opera di collegamento egli sarebbe in ogni caso tenuto a giudicare di quell'insieme di elementi che sono dalla legge a lui discrezionalmente affidati, e attengono alla valutazione stessa della personalità umana in genere e del giudicabile in specie. Senza di che inconcepibile sarebbe il potere di spaziare fra il minimo e il massimo della pena, vagliando i precedenti e il complesso degli elementi idonei a istituire il raccordo fra il giudizio di fatto e la statuizione di diritto. Come negare, pertanto, gli estremi, minimi se si vuole, ma tuttavia adeguati, del concetto di motivazione?
Sotto questi profili, io debbo ritenere che non sia sostenibile né la tesi della improponibilità formale del terzo comma dell'articolo 101, né quella della sua inopportunità sostanziale. Non la prima, perché nessuna incompatibilità preliminare sussiste fra il concetto della partecipazione popolare e l'obbligo di motivare la sentenza. Non la seconda, poiché, andando al fondo delle cose, l'istituto della motivazione rappresenta una conquista giuridica, cui non si potrebbe abdicare se non ricadendo in quei tempi oscuri di cui magistralmente ci parla Vico.
Si lasci dunque che l'adeguamento concreto del concetto sia fatto dalla legge, la quale aprirà così la via ad una più alta tutela delle libertà del cittadino, attraverso la possibilità di configurare sempre il doppio grado di giurisdizione in quanto sempre operi l'istituto della motivazione, garanzia di giustizia e segno di civiltà. (Applausi).
Nobile. Non ho alcuna competenza in questo argomento, ma ho seguito la discussione avvenuta a proposito del terzo comma, e posso vedere le cose da un punto di vista che mi sembra ragionevole.
Gli argomenti addotti dall'onorevole Dominedò contro le preoccupazioni che a me sembrano molto fondate manifestate dall'onorevole Targetti non mi hanno convinto, perché ho l'impressione che se si lascia passare il comma così come è stato stilato dalla Commissione, realmente il legislatore di domani si potrebbe trovare in qualche modo imbarazzato nel proporre la istituzione della giuria. Pertanto, per venire incontro in qualche modo alle preoccupazioni dell'onorevole Targetti, e per togliere ogni ambiguità alla disposizione di questo comma, vorrei proporre che fosse emendato in questi termini: «Tutti i provvedimenti emessi dai magistrati, nell'esercizio delle loro funzioni, devono essere motivati». In questo modo, mentre il dovere dei magistrati di motivare i loro provvedimenti giurisdizionali è sancito, non si esclude che quando fosse un giudice popolare a emettere il giudizio, questo potrebbe non essere motivato.
Gasparotto. In via principale, dichiaro di essere favorevole all'intera soppressione dell'articolo. In via subordinata accedo all'emendamento Targetti, al quale ho dato anche io la firma, perché si tratta di materia che non può essere che regolata dalla legge ordinaria. Se dovessimo entrare in dettagli, io dovrei proporre, per esempio, questa aggiunta: che le sentenze e i provvedimenti di magistrato debbano essere sufficientemente motivati, perché è ora di finirla con il malvezzo di trasformare le sentenze in veri trattati, allo scopo di farne costituire titoli di carriera.
Ricordo che la pratica francese, per quanto riguarda la materia commerciale, riduce la motivazione a termini brevissimi, anzi la sentenza è stesa su un foglietto azzurro che ha due facciate soltanto. Ed è rimasta celebre in Italia una sentenza della Corte d'appello di Milano che, in materia di delibazione di sentenza di divorzio, ha trasformato la motivazione in un vero trattato di storia e diritto costituzionale circa la costituzione dello Stato libero di Fiume, risalendo addirittura a Maria Teresa, sentenza che ha valso a portare l'allora direttore de La giurisprudenza italiana, il senatore Mortara, a dare una grande strigliata all'estensore, (il quale, notissimo magistrato, consigliere di Corte di appello salito poi ai più alti gradi) tutto acceso di spirito nazionalistico, ha voluto sfogare o meglio sfoggiare a spese delle parti il suo personale sentimento.
Per questi motivi, siccome è materia che deve trovare comunque in altra sede la sua definitiva regolamentazione, mi dichiaro favorevole alla soppressone dell'intero articolo e subordinatamente favorevole all'emendamento Targetti.
Presidente Terracini. L'onorevole Targetti ha proposto di sostituire il terzo comma col seguente:
«Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati salvo il disposto dell'articolo 96».
Si intende che egli rinunzia all'emendamento soppressivo dello stesso comma.
Ha facoltà di parlare l'onorevole Rossi Paolo, per esprimere il pensiero della Commissione.
Rossi Paolo. Premetto che in linea generale la Commissione sarebbe molto favorevole allo sfrondamento di alcune disposizioni non strettamente necessarie e non strettamente attinenti alla materia costituzionale. Quindi, tutte le proposte di soppressione e di riduzione trovano la simpatia della Commissione.
Vorrei cominciare a rispondere agli onorevoli Mastino Gesumino e Mannironi che le loro preoccupazioni — preoccupazioni di libertà che sono comuni a tutti noi — mi paiono assolutamente ingiustificate di fronte alla disposizione dell'articolo 8, già inserita in capo alla Costituzione: «La legge determina i limiti massimi della carcerazione preventiva». È una disposizione di carattere molto ampio. Non volendo trasformare la Costituzione in Codice di procedura penale mi pare che possiamo accontentarci delle affermazioni solenni dell'articolo 8: «Nessuno può esser privato della libertà personale; la libertà personale è inviolabile; la legge determina i limiti massimi della carcerazione preventiva».
Per il blocco degli emendamenti degli onorevoli Bettiol e Leone, le difficoltà di ordine scientifico sono numerose. Se l'Assemblea crede di dover risolvere la questione dell'obbligatorietà dell'azione penale superando l'antica tesi della discrezionalità e affermando il principio della legalità dell'azione penale, converrà introdurre un cenno nella Costituzione: perché, qui, lo riconosco, la materia è di rilevanza costituzionale.
Giustissimo è il rilievo dell'onorevole Leone: che bisognerà, cioè, affermare soltanto l'obbligatorietà e non anche la pubblicità dell'azione penale. L'azione penale sussidiaria del privato può essere in qualche caso utile. Personalmente, per esempio, ritengo che sarebbe opportuno ritornare, nei reati di diffamazione per mezzo della stampa, al sistema della citazione diretta. Evidentemente, questa riforma sarebbe preclusa o, per lo meno, messa in dubbio, se l'articolo 101 si aprisse con un'affermazione perentoria che l'azione penale è pubblica. Bisognerebbe ricorrere a qualche scappatoia per poter giungere a questa riforma che molti ritengono utile. Così è inutile indicare che il pubblico ministero non può sospendere l'azione penale o ritardarla. Adesso non possiamo tutto prevedere. Ci sono dei casi in cui la sospensione dell'azione penale può essere opportuna. Possiamo immaginare lo stato di guerra od altro, per cui la sospensione dell'azione penale sia inevitabile. Se facciamo un divieto nella Costituzione, possiamo legare le mani al futuro legislatore in circostanze difficili.
Rimane la questione più grave, sollevata dall'emendamento Targetti e dalle osservazioni degli onorevoli Nobile e Dominedò. La questione della motivazione, a mio avviso, è piuttosto questione formale, di parole, che non questione di sostanza. Noi siamo in gran parte avvocati o magistrati o professori di diritto in questa Assemblea e sappiamo che questa esigenza della motivazione molte volte è superata con mezzi di forma. Ci sono motivazioni puramente formali, apparenti. Tutti ricordiamo le motivazioni apposte col timbro, per esempio, per concedere i sequestri: il cancelliere appone il timbro, con la formula: «visti gli articoli, ecc.» e il Presidente firma. Questa è motivazione formale, non sostanziale.
Murgia. E in materia penale?
Rossi Paolo. Accade lo stesso, utilmente talora, se ella mi consente; perché tutti riconosciamo l'opportunità, per sveltire il lavoro delle grandi preture urbane, soverchiate da centinaia e migliaia di piccoli processi, del procedimento per decreto penale. Ebbene, nel procedimento per decreto penale avviene la medesima cosa: si fa la stampigliatura, in cui è detto: «visto il verbale in data tale dell'agente; visto l'articolo tale, il pretore...».
Murgia. Questo per pene pecuniarie.
Rossi Paolo. Ammende e multe, talora di qualche importanza. Rimane infine la questione teorica. Non entro in discussione, accenno. Il legislatore futuro potrebbe introdurre anche in Italia il sistema della dichiarazione guilty or not guilty, per cui non c'è motivazione: si legge di fronte all'imputato, puramente e semplicemente, il capo di imputazione e gli si domanda, prima di iniziare il processo se accetti o no l'imputazione. Talora l'imputato accetta l'imputazione; ed allora questa si trasforma in sentenza, senza obbligo di motivazione. Ricordo che nella fredda e tranquilla Inghilterra avviene — ne ho osservato in pochi anni tre o quattro casi — che persino in accusa implicante la pena di morte, l'imputato accetti la contestazione. Non credo che sia possibile, col nostro costume forense e con le abitudini del nostro popolo, introdurre un sistema simile. Ma perché creare impedimenti o qualche modificazione nel nostro sistema.
E poi c'è la grave questione della giuria.
L'onorevole Dominedò, ingegno sottile, dice che la motivazione si fa sempre. Perché, signori, cosa dice il Presidente dalla Corte di assise, quando estende materialmente la sentenza? Dice: visto che non si può discutere che i fatti si siano svolti in tal modo, poiché i giurati hanno in punto di fatto ammesso A, B, C; visto che devono essere applicate le pene previste dalla legge; visto che il diritto si applica in questo modo; la sentenza è questa. Una motivazione c'è, dunque, anche in questo caso.
Nel consentire all'introduzione dell'obbligo della motivazione in tutti i provvedimenti giurisdizionali, si fa questa riserva da parte della Commissione: che con ciò non si vuole impedire per nulla l'accesso alla giuria, anzi si deve ammettere che anche le sentenze della Corte di assise sono sentenze motivate in fatto ed in diritto, con il semplice riferimento all'affermazione dei giurati i quali hanno ritenuta provata o meno la veridicità dei fatti.
Quindi nulla è detto sulla pubblicità delle udienze. Ripeto, infine, per la chiarezza, che l'accettazione del principio dell'obbligo della motivazione non vulnera in alcun modo l'acquisito diritto di partecipazione del popolo ai giudizi mediante l'istituzione della giuria.
Mi permetto, poi, di dissentire dall'opinione del Relatore per quanto concerne la soppressione della frase: «le udienze sono pubbliche». Egli ha detto che questo è ormai un principio unanimemente accettato ed acquisito in tutte le legislazioni. Non mi pare questa una ragione sufficiente: molti principî essenziali di libertà abbiamo visto crollare e l'esperienza deve pur servire a qualcosa. Il principio che le udienze sono pubbliche è un principio faticosamente acquisito attraverso le lotte per la libertà. Io credo che sia un po' superficiale rinunciare senza discussione a questo principio, unicamente perché l'attuale unanime consenso di tutti i popoli lo ha affermato.
Mastino Pietro. Il mio emendamento era presentato all'articolo 101, ma l'argomento riguarda la materia contenuta nel 128. Quindi, desidererei mantenerlo per quando si discuterà dell'articolo 128.
Presidente Terracini. Sta bene. Sono molti i suoi emendamenti, che non hanno trovato la sede opportuna al momento della votazione.
Onorevole Targetti, mantiene i suoi emendamenti?
Targetti. Modificando la mia precedente dichiarazione, mantengo in via principale l'emendamento soppressivo dell'ultimo comma e in via subordinata quello sostitutivo.
Presidente Terracini. Onorevole Bettiol, la sua proposta è stata accolta dalla Commissione.
Bettiol. Io accetto l'emendamento Leone Giovanni, sebbene sia perplesso, in quanto si elimina il carattere dell'azione penale.
Presidente Terracini. Onorevole Nobile, mantiene il suo emendamento?
Presidente Terracini. Onorevole Nobile, forse il suo emendamento dovrebbe essere completato con l'aggettivo «ordinari», e dire così: «tutti i provvedimenti emessi dai magistrati ordinari»; diversamente si possono intendere anche i giurati, che sono anche essi magistrati, benché non ordinari.
Nobile. D'accordo. Penso però che i giurati non emanino un provvedimento; i giurati, per quello che so, emettono un verdetto, rispondendo se l'imputato è colpevole o no. Il provvedimento giurisdizionale lo emette il Presidente della Corte. Questo è il mio avviso.
Presidente Terracini. Ed allora, passiamo alla votazione.
Come hanno udito dalla risposta dell'onorevole Rossi Paolo a nome della Commissione, il testo proposto dalla Commissione è il seguente:
Il secondo comma nel testo primitivo della Commissione suonava così:
Pongo adesso in votazione l'emendamento aggiuntivo dell'onorevole Mastino Gesumino, che la Commissione ha dichiarato di non accettare: anche in questo caso non perché sia contraria al concetto, ma perché non ritiene che debba essere incluso nella Costituzione:
Passiamo al secondo comma del testo della Commissione.
Vi e una proposta soppressiva dell'onorevole Targetti, non accolta dalla Commissione.
Passiamo alla votazione della formula proposta dall'onorevole Nobile, sostitutiva di tutto il comma:
«Tutti i provvedimenti emessi dai magistrati nell'esercizio delle loro funzioni debbono essere motivati».
Fabbri. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.
Fabbri. Dichiaro che voterò a favore dell'emendamento Nobile, il quale mi pare chiaro nel senso di fare eccezione per il verdetto dei giurati, mentre invece la formulazione proposta dall'onorevole Targetti mi pare dubbia, specialmente se reca chiaramente la sostituzione del «fermo» al «salvo». Mi pare infatti che, in tal modo, il «fermo» non costituisca più un'eccezione.
Se noi pertanto vogliamo mantenere la giuria, occorre che la manteniamo con tutte le sue caratteristiche fondamentali di giustizia, di cui la principale è certamente che il verdetto non si appelli. È veredictum perché inappellabile.
Una voce al centro. Ma questo non è stato mai detto.
Fabbri. Lo dico io come dichiarazione di voto.
Presidente Terracini. Avverto che dagli onorevoli Leone Giovanni, Moro, e altri è stata chiesta la votazione per appello nominale sopra l'emendamento proposto dall'onorevole Nobile al terzo comma dall'articolo 101.
Nobile. Mantengo il mio emendamento; ma da taluni colleghi giuristi mi viene suggerito — e probabilmente avranno ragione — di sopprimere le parole «nell'esercizio delle loro funzioni».
Se tali parole sono superflue, non ho nessuna difficoltà che sano soppresse.
Presidente Terracini. Allora il testo sarebbe il seguente:
«Tutti i provvedimenti emessi dai magistrati devono essere motivati».
Scoca. Chiedo di parlare.
Scoca. Qui si fa riferimento alla qualità di magistrati; ora, il magistrato esercita anche funzioni che molte volte non sono giurisdizionali: ha delle funzioni amministrative, per esempio. Quindi occorre che si chiarisca questo concetto. Mi pare che una dizione così lata non sia ammissibile.
Rossi Paolo. Credo vi sia qui una preoccupazione assolutamente infondata. L'onorevole Nobile, come l'onorevole Targetti, temono che, votando il testo della Commissione «tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati», si venga in qualche modo a vulnerare il voto precedente dell'Assemblea circa la partecipazione diretta del popolo, attraverso l'istituzione della giuria, all'amministrazione della giustizia.
Ora, io mi permetto di dire all'onorevole Nobile che il suo emendamento non reca alcun conforto (oltre la dichiarazione formale, solenne ed esplicita della Commissione), alla sua tesi. Egli dice: «Tutti i provvedimenti emessi dai magistrati devono essere motivati». Con ciò l'onorevole Nobile vuol dire che i provvedimenti emessi dal popolo e non dai magistrati possono essere immotivati. Suppongo che questa sia l'intenzione del suo emendamento. Ma debbo dire all'onorevole Nobile che i giurati non emettono alcun provvedimento, perché il provvedimento non consiste nel verdetto dei giurati: il provvedimento consiste nella sentenza della Corte di assise redatta dal Presidente, che apporrà al verdetto le necessarie considerazioni di diritto, determinerà la pena, e quindi, in concreto, emanerà la sentenza. Si capisce che il verdetto dei giurati non è e non può essere motivato. Ma quando si dice che il provvedimento del magistrato, nell'esercizio delle sue funzioni, deve essere motivato, non si dice con ciò nulla che si riferisca ai giurati, perché i giurati — ripeto — non emettono alcun provvedimento, non emettono sentenze, fanno giustizia, ma non emettono alcun provvedimento. Quindi non credo che non possiamo derogare dal testo che risponde alle esigenze che la Commissione si propone, per tener conto di necessità che non sarebbero in alcun modo soddisfatte.
La Commissione insiste nel suo testo: «tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati».
Nobile. L'osservazione che ha fatto testé l'onorevole Rossi l'avevo già fatta io in precedenza, quando ho ricordato che la giuria emette un giudizio, un verdetto, non una sentenza. Ma, come già ho detto prima, ho proposto il mio emendamento per venire incontro alla preoccupazione dell'onorevole Targetti di avere un testo chiaro e preciso che non desse luogo ad equivoci. Per questa ragione la mantengo.
Presidente Terracini. Onorevole Nobile, io la pregherei di voler dare una risposta all'obiezione mossa dall'onorevole Scoca, il quale ha fatto presente che i magistrati, oltre ad emettere provvedimenti giurisdizionali, sono chiamati anche ad altre funzioni. È evidente che la motivazione deve richiedersi per i provvedimenti di carattere giurisdizionale e non per gli altri.
Nobile. È giusto, aggiungiamo «giurisdizionali». (Commenti).
Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione. Ma allora rimane il testo della Commissione: è la stessa cosa. Chi può emettere provvedimenti giurisdizionali se non è un magistrato? (Commenti).
Nobile. Mantengo l'emendamento con l'aggiunta della parola «giurisdizionali». (Commenti).
Presidente Terracini. Osservo che il testo della Commissione è il seguente:
L'onorevole Nobile in realtà propone soltanto questa aggiunta: «emessi dai magistrati», e pertanto si può votare il testo della Commissione e, poi, la formulazione dell'onorevole Nobile come formulazione aggiuntiva.
Bettiol. Faccio una dichiarazione di voto a nome mio e di altri colleghi. Noi diciamo che voteremo il testo della Commissione perché ci sembra che sia un testo chiaro, preciso, lapidario, veramente in armonia con una fondamentale esigenza di libertà, perché noi ricordiamo come l'obbligo di motivare i provvedimenti giurisdizionali sia sorto all'epoca della ragione spiegata contro il ricordo di un'epoca fosca, rude e barbara. Noi ricordiamo come questo provvedimento sia sorto anche nel momento in cui il popolo veniva chiamato a partecipare all'amministrazione della giustizia. Noi ci ribelliamo all'idea che non debbano essere motivati in un modo o nell'altro anche quelle sentenze di un organo nel quale il popolo è stato chiamato, con quei modi che la legge stabilisce, ad amministrare la giustizia.
Noi votiamo per il testo della Commissione perché vogliamo che questa Carta costituzionale sia veramente una Magna Charta di libertà per tutti i cittadini, e l'obbligo della motivazione garantisce questa libertà. Non vogliamo che questo testo possa trasformarsi in un pozzo nero per ogni iniquità! (Applausi al centro).
Targetti. Il nostro Gruppo, mentre ha votato a favore della soppressione di quest'articolo, non per la ragione che l'onorevole Bettiol sembra abbia voluto attribuirci, cioè non perché si fosse contrari ai concetti che esprime, perché a tali principî nessuno può essere contrario oggi, nel 1947, ma perché si riteneva che tanto questo articolo che i successivi contenessero dei principî che potrebbero essere anche considerati sacrosanti, ma non per questo avrebbero dovuto trovare posto nella Carta costituzionale. Questo diciamo, non solo a scanso di equivoci, ma per spiegare come e perché, non già contraddicendoci, ma anzi in relazione a questo nostro convincimento, votiamo ora a favore di questa prima parte dell'articolo proposto dalla Commissione.
Presidente Terracini. Pongo in votazione il comma nella formulazione della Commissione:
Si tratta ora di votare l'emendamento aggiuntivo dell'onorevole Nobile, che è così formulato: «emessi dai magistrati».
Scoca. Vorrei raccomandare che si cerchi di dare un'altra formulazione.
Faccio una osservazione molto semplice: se si vuole esprimere un certo concetto lo si può esprimere. Si dia però in questo caso un'altra formulazione. Mi pare che, per la dignità dell'Assemblea, mettere in votazione un emendamento siffatto non abbia molto significato, perché non penso che ci sia un provvedimento giurisdizionale che sia emesso da chi non sia magistrato.
Nobile. Dopo l'interpretazione data dal Relatore al testo della Commissione, non ho difficoltà a ritirare l'emendamento.
La dichiarazione fatta poco fa dall'onorevole Bettiol, dimostra la necessità di adoperare un testo più chiaro ed esplicito. L'onorevole Bettiol ha detto, infatti, che voterà la formula della Commissione in quanto ritiene che essa implicitamente faccia obbligo anche alla giuria di mostrare il suo giudizio. Di qui la necessità di chiarire anche a costo di adoperare un'espressione pleonastica.
Ora, io avevo ritirato il mio emendamento per evitare un appello nominale, ma voterò l'emendamento Targetti, proponendo una lieve modificazione di forma per renderlo più chiaro. Io direi: «salvo nei casi di applicazione dell'articolo 96».
Presidente Terracini. Onorevole Targetti, mantiene il suo emendamento aggiuntivo delle parole: «salvo il disposto dell'articolo 96»?
Moro. Trasferiamo la richiesta di appello nominale dalla votazione sull'emendamento Nobile a quelli sull'emendamento dell'onorevole Targetti.
Targetti. Da alcuni colleghi mi viene riferito che a nome della Commissione l'onorevole Rossi avrebbe dato all'articolo proposto una interpretazione che renderebbe superflua la precauzione che noi intendavamo di prendere con questo emendamento aggiuntivo.
Confesso che, in quel momento (signor Presidente, ella sa meglio di noi che qualche volta l'Assemblea non è religiosamente silenziosa) io non devo aver prestato quell'attenzione che si dovrebbe sempre prestare, e quindi vorrei chiedere alla Commissione il tenore preciso della sua dichiarazione che equivale alla più autorevole interpretazione della norma. Ciò perché, se dovesse restare un dubbio che con l'approvazione di questa norma si venisse in qualche modo a restringere in qualsiasi misura il significato di un voto già emesso e che dovrebbe essere impegnativo anche per quei colleghi che hanno dissentito (se non si è disposti a rispettare la volontà della maggioranza è inutile parlare di democrazia!) se si volesse dare all'articolo, dicevo, questo significato di correzione di una deliberazione già presa da questa Assemblea, allora noi dovremmo insistere.
Murgia. Questo è il significato. Bisogna avere il coraggio di dirlo!
Rossi Paolo. L'opinione dell'onorevole Murgia è strettamente personale, o comunque è un opinione che sarà condivisa da una parte dell'Assemblea. L'opinione della Commissione è questa, e la Commissione non ha alcuna difficoltà a ripeterla solennemente: la formulazione dell'ultima parte dell'articolo 101 non intende in alcun modo vulnerare l'affermazione contenuta nell'articolo 97 della Costituzione. Sarebbe addirittura inconcepibile che da parte della Commissione vi fosse un tentativo quasi subdolo, qualunque fosse stata l'opinione di alcuni dei membri della Commissione, di introdurre di straforo, attraverso una interpretazione inopportuna, una norma che ne annulla una precedente.
Targetti. Dopo questa precisazione ritiro il mio emendamento.
Moro. Io e i miei amici di Gruppo non siamo d'accordo con la Commissione in questa valutazione, sicché ci sembra preferibile votare. Per la chiarezza necessaria io pregherei perciò il collega Targetti di mantenere il suo emendamento! (Commenti).
Presidente Terracini. È necessario che io risponda a quanto ha detto l'onorevole Moro. È abbastanza strano che da parte, non dico di numerosi, ma fosse anche di un solo membro dell'Assemblea si voglia, diciamolo esplicitamente, inficiare anche in piccolissima parte una decisione già presa suggerendo una nuova votazione. Che i nostri successori o i giuristi dell'avvenire si accapiglino fra loro per cercare di mettere in armonia due articoli della Costituzione che loro sembrino in contrasto, è una cosa che possiamo rammaricare, e che ci auguriamo non si verifichi. Ma è evidente che l'Assemblea, man mano che vota, vota pensando che il nuovo voto non infirmi una votazione precedente. (Applausi a sinistra).
Moro. Vi è un equivoco su questo punto. Non ho che da richiamarmi alla dichiarazione di voto che ebbi a fare qualche giorno fa a proposito dell'emendamento Coppi, il quale affermava il principio della partecipazione popolare all'amministrazione della giustizia, lasciando potere discrezionale alla legge per attuare il principio stabilendone le modalità e le forme.
In quella sede io dissi che a nostro parere era opportuno votare quella formulazione anziché l'altra presentata da altri colleghi, proprio per permettere alla legge (sono, credo, le parole precise che si possono riscontrare nel resoconto) di sganciare l'istituto della partecipazione del popolo all'amministrazione della giustizia da alcune formule tradizionali. E mi pare di aver fatto un cenno esplicito a proposito della motivazione e della rivedibilità della decisione del giudice popolare, affermando che l'istituto della partecipazione popolare poteva essere congegnato dalla legge in modo da ovviare agli inconvenienti lamentati e da corrispondere insieme alle esigenze democratiche, affermate da una parte, ed alle esigenze di libertà e di giustizia rivendicate da un'altra parte dell'Assemblea.
Ora, qui non si tratta, a nostro parere, di contrastare il voto già dato. Ammesso che il popolo partecipi direttamente all'amministrazione della giustizia, non vedo nessuna ragione per cui sia inammissibile il controllo — nella forma che la legge stabilirà — sulle decisioni dei giudici popolari.
Le forme possono essere molte, la legge le studierà. In ogni modo mi rifiuto di credere che, solo perché il popolo entra a partecipare all'amministrazione della giustizia, non possa assolutamente sbagliarsi; così come mi rifiuto di credere che sia una garanzia della libertà l'affermata infallibilità del giudice popolare. (Interruzione — Commenti). La democrazia è fondata sulla possibilità di discussione e di correzione dell'errore. (Commenti). Così da parte nostra non vi è alcun tentativo di infirmare il voto precedente. (Interruzioni). Ma chiediamo la possibilità di congegnare l'istituto della partecipazione del popolo in modo che sia richiesta una giustificazione razionale e permessa una revisione di questi deliberati.
Presidente Terracini. Desidero ripetere all'onorevole Moro una sua frase, cioè che, con la votazione dell'articolo 96, si è rimessa alla legge la determinazione del modo con cui il popolo potrà o dovrà direttamente partecipare all'amministrazione della giustizia. Pertanto mi pare non si possa ora affidare all'Assemblea Costituente quel compito che con l'articolo 96 è stato deferito alla legge.
Questa è una precisazione necessaria; e poiché, non dirò da parte dell'onorevole Murgia, ma da parte sua, onorevole Moro, si è appunto detto essere invece necessario votare adesso questo emendamento aggiuntivo per fare un primo passo verso la soluzione di quel problema che l'articolo 96 ha rinviato completamente alla legge, ritengo che convenga attenersi a quell'impegno che l'Assemblea ha già assunto con una precedente votazione.
Uberti. Ma anche senza impegni di altro genere.
Presidente Terracini. Vi è un articolo al quale è stato presentato un emendamento aggiuntivo. Il proponente, udite le dichiarazioni della Commissione, lo ha ritirato.
Vi sarebbe una sola via di uscita: qualcuno riprenda l'emendamento per proprio conto e lo presenti; ed allora lo porremo in votazione.
Moro. Se io ho inteso bene le sue ultime dichiarazioni, cioè che si intende rinviare tutta la materia alla legge, allora mi pare che la Commissione non possa dare all'articolo ora votato la interpretazione che ha dato. Se la Commissione dichiara che la questione resta impregiudicata, tanto che, stabilendosi secondo l'articolo 96 la struttura dell'istituto della partecipazione popolare, si decida allora liberamente anche su questo punto, noi possiamo accedere. Ma se la Commissione dice che l'articolo così come è stato votato implica la esclusione preconcetta e pregiudiziale dell'istituto della partecipazione popolare dal principio della motivazione, noi dobbiamo far nostro l'emendamento Targetti.
Presidente Terracini. L'onorevole Rossi Paolo ha detto questo: che la votazione di questo articolo non implica menomamente una modificazione del significato e del valore della votazione fatta sull'articolo 96. Più di questo non si può dire.
Rossi Paolo. Per tranquillizzare l'onorevole Moro, vorrei precisare che la Commissione non può, e non deve, fare altro che ripetere quanto ha già detto: che cioè l'articolo 96 è articolo 96, che l'articolo 101 è articolo 101. Non spetta a noi interpretare un articolo con l'altro. I giuristi del futuro decideranno sul significato complesso della Costituzione, in tutti i suoi articoli.
Ma, quando si tratta di materia regolamentare — è una domanda che rivolgo sommessamente al Presidente — vorrei sapere se sia lecito, su una proposta ritirata dai proponenti, chiedere la votazione da parte di coloro che intendono votare contro.
Moro. È accaduto tante volte.
Presidente Terracini. Onorevole Moro, intende far suo l'emendamento Targetti?
Moro. Non insisto.
Presidente Terracini. L'articolo 101, pertanto, rimane approvato nella seguente formulazione:
[i] Il resoconto stenografico della seduta riporta erroneamente «Mastino Pietro».

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
e contrario
 articolo 96
 articolo 101