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Timestamp: 2019-07-22 03:29:45+00:00

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Capitalizzazione delle misure di assistenza economica in favore dei collaboratori di giustizia
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Consiglio di Stato, sezione terza, Sentenza 20 marzo 2019, n. 1855.
Sentenza 20 marzo 2019, n. 1855
L’ art. 10, comma 15, del decreto del Ministero dell’interno n. 161 del 23 aprile 2004 in materia di capitalizzazione delle misure di assistenza economica in favore dei collaboratori di giustizia fissi un importo-base della capitalizzazione, rapportandola alla durata di due anni delle misure di assistenza economica, consentendo tuttavia l’ampliamento della base di calcolo (“fino a cinque anni”), sulla scorta di una valutazione di carattere tipicamente discrezionale, in presenza di documentati e concreti progetti di reinserimento socio-lavorativo.
sul ricorso numero di registro generale 8321 del 2018, proposto da
-OMISSIS-, rappresentato e difeso dall’avvocato Vi. Di Me., con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via (…);
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio Sezione Prima n. -OMISSIS-, resa tra le parti
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 21 febbraio 2019 il Cons. Ezio Fedullo e uditi l’Avvocato Vi. Di Me., per la parte appellante, e l’Avvocato dello Stato Ti. Va.;
Con la sentenza appellata, il T.A.R. Lazio ha respinto il ricorso proposto dall’odierno appellante avverso la delibera adottata dalla Commissione Centrale ex art. 10 l. n. -OMISSIS- in data 25 luglio 2013, nella parte in cui dispone la capitalizzazione delle misure di assistenza finalizzate al reinserimento sociale del suddetto, quale familiare di collaboratore di giustizia inserito nel relativo programma di protezione, limitandone la misura ad un periodo di due anni in luogo di cinque.
Il ricorrente, premesso di avere presentato alla predetta Commissione, in vista della fuoriuscita dal programma, un progetto di reinserimento socio-lavorativo, finalizzato ad ottenere misure straordinarie di sostegno economico ai sensi dell’art. 10, comma 15, del D.M. n. 161 del 23 aprile 2004 n. 161 e dell’art. 13 del D.L. n. 8 del 15 gennaio 1991, ovvero l’erogazione di una somma di denaro pari all’importo dell’assegno di mantenimento per la durata riferita ad un periodo di cinque anni, ottenendone riscontro negativo, lamentava i plurimi profili di illegittimità inficianti, a suo dire, il provvedimento impugnato.
Il T.A.R., dopo aver evidenziato che la somma a titolo di capitalizzazione viene ordinariamente riferita a due anni delle misure di assistenza e, soltanto in presenza di un concreto progetto, la stessa può essere calcolata fino a cinque anni, rilevato che il ricorrente aveva prospettato al Servizio di protezione l’acquisto di un immobile del costo di euro 90.000, specificando che la differenza tra la capitalizzazione e il valore di acquisto sarebbe stata coperta mediante contributo concessogli dal -OMISSIS-, e che la Commissione centrale aveva disposto l’erogazione della capitalizzazione in misura biennale, per un importo di euro 31.600, ha affermato che la Commissione medesima ha legittimamente quantificato l’erogazione “nella misura ordinariamente disposta e confacente alle necessità del soggetto inserito nel programma, in conformità alla disposizione regolamentare di cui all’art. 15, comma 10, del D.M. 161/2004 e dei principi sopra riportati, anche tenuto conto della collateralità della relazione tra il ricorrente e il collaboratore nel cui programma di protezione è stato inserito”.
Mediante i motivi di appello, viene lamentata la carenza motivazionale inficiante la sentenza appellata, così come il provvedimento della Commissione Centrale, quanto al riconoscimento in favore dell’interessato della capitalizzazione di sole due annualità, in luogo delle cinque previste in caso di presentazione di un progetto di vita.
L’Avvocatura dello Stato si oppone all’accoglimento dell’appello.
Tanto premesso, l’appello è meritevole di accoglimento.
Oggetto della controversia è il quantum della capitalizzazione delle misure di assistenza economica spettanti all’appellante all’atto della fuoriuscita dal programma di protezione, nel quale era stato inserito in quanto fidanzato di -OMISSIS-, beneficiario principale del programma.
In particolare, lamenta l’appellante che, pur in costanza della presentazione di un progetto di reinserimento sociale, che legittimerebbe la concessione della erogazione in rapporto a cinque anni di durata delle misure di assistenza godute in costanza del programma di protezione (pari ad Euro 64.000,00), la Commissione Centrale ha disposto la liquidazione dell’importo nella misura corrispondente a due anni di durata delle misure medesime (pari ad Euro 31.600,00): ciò senza offrire alcuna giustificazione in ordine alla scelta quantificatoria operata
Il progetto presentato, aggiunge, concerneva l’acquisto di un immobile da adibire a casa di abitazione, avente un costo di acquisto di Euro 90.000,00, e la differenza con l’importo richiesto sarebbe stata colmata dal -OMISSIS-.
Ebbene, deve preliminarmente richiamarsi il disposto dell’art. 10, comma 15, del decreto del Ministero dell’interno n. 161 del 23 aprile 2004, laddove prevede che “la capitalizzazione delle misure di assistenza economica di cui al comma precedente (finalizzate, cioè, ad “agevolare il reinserimento sociale degli interessati”: n. d.e.) avviene, con riferimento ai collaboratori della giustizia, mediante l’erogazione di una somma di denaro pari all’importo dell’assegno di mantenimento, erogato per la durata di due anni. La capitalizzazione può essere riferita ad un periodo fino a cinque anni, in presenza di documentati e concreti progetti di reinserimento socio-lavorativo”.
Non vi è dubbio che la disposizione fissi un importo-base della capitalizzazione, rapportandola alla durata di due anni delle misure di assistenza economica, consentendo tuttavia l’ampliamento della base di calcolo (“fino a cinque anni”), sulla scorta di una valutazione di carattere tipicamente discrezionale, “in presenza di documentati e concreti progetti di reinserimento socio-lavorativo”.
Nella specie, l’Amministrazione ha quantificato, nella misura oggetto di contestazione, la capitalizzazione delle misure di assistenza, senza tuttavia rendere alcuna motivazione a fondamento della determinazione in tal modo operata: così contravvenendo all’obbligo di motivazione che, ai sensi dell’art. 2 l. n. 241/1990, funge da corredo di qualunque provvedimento amministrativo, tanto più se discrezionalmente connotato.
La laconicità motivazionale del provvedimento impugnato è tale – e quindi la sua sussistenza meritevole di condurre all’annullamento dello stesso, in vista delle nuove determinazioni dell’Amministrazione – da precludere anche di comprendere se la suddetta quantificazione sia derivata dal disconoscimento del presupposto legittimante l’erogazione nella misura invocata (connesso, come si è detto, alla “presenza di documentati e concreti progetti di reinserimento socio-lavorativo”, ove l’Amministrazione avesse ritenuto di non considerare tale l’acquisto dell’immobile progettato dall’appellante) ovvero da valutazioni di altro ordine, più direttamente inerenti alla determinazione della misura della capitalizzazione (in rapporto, anche, alla natura e validità del progetto presentato).
Né, infine, alla evidenziata carenza motivazionale del provvedimento impugnato potrebbero sopperire i rilievi contenuti nella sentenza appellata, nel senso che la “misura ordinariamente disposta” sarebbe “confacente alle necessità del soggetto inserito nel programma, in conformità alla disposizione regolamentare di cui all’art. 15, comma 10, del D.M. 161/2004 e dei principi sopra riportati, anche tenuto conto della collateralità della relazione tra il ricorrente e il collaboratore nel cui programma di protezione è stato inserito”: siffatti rilievi integrano infatti, ope iudicis (e senza che nemmeno ne sia fatto cenno nella produzione difensiva dell’Amministrazione), la motivazione del provvedimento impugnato, risolvendosi in una forma di inammissibile attività sostitutiva del giudice nelle valutazioni di merito riservate alla P.A..
L’appello deve quindi essere accolto e conseguentemente annullato, in riforma della sentenza appellata, il provvedimento impugnato in primo grado, salve le ulteriori determinazioni dell’Amministrazione.
Sussistono infine, in ragione del vizio riscontrato, giuste ragioni per disporre la compensazione delle spese dei due gradi di giudizio.
Sezione Terza, definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, annulla il provvedimento impugnato in primo grado, salve le ulteriori determinazioni dell’Amministrazione appellata.
Consiglio di Stato, sezione sesta, sentenza 11 settembre 2017, n. 4276....

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