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Timestamp: 2020-03-30 09:14:02+00:00

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Accertamento paternità e indagini ematologiche: rifiuto equivale a prova
Nel giudizio promosso per l'accertamento della paternità naturale, il rifiuto del preteso padre di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento tale da consentire, esso solo, di ritenere fondata la domanda.
La Suprema Corte, con sentenza della sezione VI, 08 Novembre 2019, n. 28886, ha esaminato un caso nel quale era stata richiesta al Tribunale (e poi alla Corte d’Appello) di accertare la paternità di un uomo rispetto ad un presunto figlio di quest’ultimo.
In sede di processo, l’uomo aveva rifiutato di sottoporsi al prelievo del sangue, attraverso il quale eseguire indagini ematologiche e genetiche.
Sulla base di tale rifiuto, La Corte d’Appello aveva fondato la propria sentenza con la quale dichiarava la paternità dell’uomo che si era rifiutato di sottoporsi agli esami.
La Suprema Corte, nel confermare la sentenza d’Appello, ha statuito che la decisione della corte d'Appello stessa risulta pienamente conforme ai principi elaborati dalla Cassazione secondo cui 'nel giudizio promosso per l'accertamento della paternità, il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116 c.p.c., comma 2, di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda' (e multis Cass. 16226/2015; Cass. 6025/2015).”
Il rifiuto a sottoporsi ad esami genetici è già stato ripetutamente considerato, dalla Corte, come motivo sufficiente per fondare l’accoglimento della domanda di accertamento di paternità.
Pertanto, il presunto padre che voglia evitare di vedersi riconosciuto padre ad ogni effetto, è di fatto obbligato a sottoporsi ai test genetici ed ematologici.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 116
 Cass. 
 Cass.