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Timestamp: 2020-02-16 22:08:36+00:00

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Le Sezioni Unite si pronunciano su circostanze indipendenti e prescrizione. – Juris School
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Corte di Cassazione, Sezioni Unite, 27 aprile 2017 (dep. 9 giugno 2017), n. 28953 – Pres. Canzio, Rel. Gallo.
Riferimenti normativi: artt. 63 comma 3, 69, 157, 609 bis, 609 ter c.p..
Questione di diritto: “se ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere, le circostanze c.d. indipendenti che comportano un aumento di pena non superiore ad un terzo rientrino nella categoria delle circostanze ad effetto speciale”.
Principio di diritto: “Ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere, le circostanze c.d. indipendenti che comportano un aumento di pena non superiore ad un terzo (nella specie quella di cui all’art. 609-ter, primo comma, cod. pen.) non rientrano nella categoria delle circostanze ad effetto speciale”.
Con sentenza n. 28953/2017 le Sezioni Unite della Cassazione sono intervenute sulla questione relativa alla riconducibilità delle circostanze c.d. indipendenti – ed in particolare quelle che importino una variazione della pena prevista per il reato semplice inferiore o uguale ad un terzo – alla categoria delle circostanze ad effetto speciale.
Per meglio comprendere i termini del dibattito, giova premettere alcune considerazioni in materia di circostanze del reato.
Le circostanze (dal latino circum stare = stare intorno) sono elementi meramente accidentali, che accedono ad un reato già perfetto ed incidono solo sul quantum di pena applicabile. In assenza delle stesse, infatti, il reato sarebbe comunque integrato; la loro presenza, tuttavia, in quanto indice di una maggiore o minore gravità del fatto concretamente posto in essere, determina un aumento o una diminuzione della pena rispetto a quella base prevista per il reato semplice.
Il codice penale distingue diverse tipologie di circostanze:
circostanze aggravanti o attenuanti: a seconda che importino un aumento o una diminuzione di pena;
circostanze comuni o speciali: a seconda che siano applicabili in caso di commissione di qualsiasi reato (es. artt. 61 e 62 c.p.) o solo di alcune fattispecie specifiche (es. artt. 625 e 625 bis c.p. – circostanze aggravanti e attenuanti speciali per il reato di furto);
tra le circostanze che importano una variazione frazionaria – in aumento o in diminuzione – della pena ordinaria à circostanze ad effetto comune (che importano una variazione della pena inferiore o pari ad un terzo) e ad effetto speciale (che invece determinano una variazione di pena superiore ad un terzo (art. 63, comma 3, seconda parte c.p.));
circostanze autonome, che invece non determinano una variazione frazionaria della pena ma l’applicazione di una pena di specie diversa da quella prevista per il reato non circostanziato (art. 63, comma 3, prima parte c.p.).
L’originaria formulazione dell’art. 63, comma 3 c.p. – antecedente alla riforma operata con l. n. 400/1984 – richiamava espressamente anche le c.d. U, ossia quelle che comportano l’applicazione di una pena – della stessa specie, ma – determinata in maniera indipendente da quella prevista per il reato semplice, non come sua variazione frazionaria (circostanze queste che, nonostante l’eliminazione del riferimento espresso nell’art. 63, comma 3 c.p., continuano a rappresentare una categoria presente nel codice à es. art. 625 c.p.; art. 609 ter c.p.).
La norma, in particolare, nel delineare i criteri in base ai quali individuare la pena su cui applicare gli aumenti o le diminuzioni derivanti dalla presenza di una o più circostanze, prevedeva che “quando per una circostanza la legge stabilisce una pena di specie diversa, o ne determina la misura in modo indipendente dalla pena ordinaria del reato, l’aumento o la diminuzione per le altre circostanze non si opera sulla pena ordinaria del reato, ma sulla pena stabilita per la circostanza anzidetta”.
Come evidenziato anche nella sentenza in commento (pag. 4), prima della riforma dell’‘84, il corpus normativo contemplava espressamente e “in modo armonico le due categorie di circostanze, “autonome” e “indipendenti”, che assumevano rilevanza ai fini del computo della pena (art. 63) e del bilanciamento con altre circostanze, dal quale erano escluse ai sensi dell’art. 69, quarto comma. Per tali ipotesi, caratterizzate dalla indipendenza della specie e dalla autonomia della misura della pena edittale del reato così circostanziato, gli artt. 63, terzo, quarto e quinto comma, 66, alinea e 67, ultimo comma, avevano dettato, in via derogatoria al regime ordinario, una disciplina differenziata che rendeva non neutralizzabile nel giudizio di comparazione la pena unitaria autonomamente determinata per il reato circostanziato, non solo per evidenti motivi di politica criminale, ma anche per ragioni ricavabili dalla logica interna del sistema originario delle circostanze. (…) Le suddette circostanze costituivano due sotto-nozioni della categoria delle circostanze “ad effetto speciale”, o, più correttamente, “ad efficacia speciale”, non configurata o definita normativamente, che si caratterizzava per la particolare tecnica di previsione della pena edittale e per la peculiare “resistenza” dell’aumento della pena da esse previsto nel caso di concorso con altre circostanze”.
Fino alla modifica normativa, dunque, non si dubitava della “efficacia speciale” di circostanze autonome e indipendenti. Ci si interrogava, invece, sulla riconoscibilità di tale efficacia anche alle circostanze che determinavano una variazione di pena superiore ad un terzo, in ragione della mancanza di un loro espresso richiamo.
La dottrina risolveva tale interrogativo interpretando in via estensiva l’art. 63 c.p.. In particolare, si optava per ricomprendere le circostanze che, in deroga al criterio ordinario di calcolo, prevedevano una variazione frazionaria della pena, in aumento o in diminuzione, superiore ad un terzo nell’ambito delle circostanze c.d. indipendenti, ravvisandosi l’elemento caratterizzante della “autonoma determinazione della pena” nel meccanismo di variazione frazionaria della pena diverso da quello ordinario, piuttosto che nella variazione dei criteri edittali – tipica delle circostanze indipendenti propriamente dette.
Tramite tale interpretazione la dottrina riusciva quindi a ricostruire una categoria di circostanze “ad efficacia speciale” che comprendesse tanto le circostanze autonome ed indipendenti, quanto quelle che comportavano una variazione frazionaria superiore ad un terzo. I dubbi di compatibilità con il principio di legalità e con i suoi corollari rendevano, tuttavia, auspicabile un intervento legislativo che fornisse una base normativa a tale ricostruzione dottrinale.
Sono queste le ragioni che hanno indotto il legislatore (l. 31 luglio 1984, n. 400) a riformulare il testo dell’art. 63, terzo comma c.p., che recita ora “quando per una circostanza la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato o si tratta di circostanza ad effetto speciale, l’aumento o la diminuzione per le altre circostanze non opera sulla pena ordinaria del reato, ma sulla pena stabilita per la circostanza anzidetta. Sono circostanze ad effetto speciale quelle che importano un aumento o una diminuzione della pena superiore ad un terzo.”.
Appare evidente dalla lettura della norma che se, da un lato, si è così risolto il dubbio interpretativo sulla natura delle circostanze che importano una variazione di pena superiore ad un terzo, ricondotte ora esplicitamente nell’alveo delle circostanze ad effetto speciale, dall’altro lato, l’eliminazione del riferimento alle circostanze c.d. indipendenti ha posto una nuova questione interpretativa.
Come efficacemente rilevato nella sentenza “il punto nodale è se il legislatore del 1984 abbia voluto attuare uno smembramento della categoria delle circostanze indipendenti sul piano della classificazione a seconda della incidenza della variazione di pena per esse prevista, ricomprendendo nell’ambito delle circostanze ad effetto speciale solo quelle la cui pena, determinata in modo indipendente, risponda ad un parametro quantitativo di variazione superiore ad un terzo rispetto alla pena ordinaria, così limitando a queste la speciale disciplina del concorso con altre circostanze dettata dall’art. 63, terzo comma, cod. pen.”.
La risoluzione di tale problematica è di indubbio rilievo pratico. Molteplici sono, infatti, gli istituti del diritto penale sostanziale e processuale che prevedono delle deroghe al regime generale delle circostanze per quelle c.d. ad effetto speciale. Basti pensare, oltre che alla già richiamata disciplina della determinazione della pena su cui applicare aumenti e diminuzioni in caso di concorso di circostanze (art. 63, comma 3 c.p.), alla disciplina in materia di determinazione della pena ai fini dell’applicazione delle misure cautelari (art. 278 c.p.p.) o del tempo necessario a prescrivere (art. 157 c.p.) o della competenza per materia (art. 4 c.p.p.).
Nel caso posto all’attenzione delle Sezioni Unite, in particolare, dalla soluzione del quesito anzidetto in un senso o nell’altro dipendeva la valutazione dell’estinzione o meno del reato per intervenuta prescrizione, in considerazione del fatto che ai sensi dell’art. 157, comma 2 c.p. la qualificazione di una circostanza come ad effetto speciale incide sulla determinazione del termine prescrizionale.
L’art. 157, comma 2 c.p. prevede, infatti, che “per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato, senza tener conto delle diminuzione per le circostanze attenuanti e dell’aumento per le aggravanti, salvo che per le aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria e per quelle ad effetto speciale, nel qual caso si tiene conto dell’aumento massimo di pena previsto per l’aggravante”.
Di conseguenza, giova ribadirlo, ritenere una circostanza aggravante ad effetto speciale determina che, in caso di sua ricorrenza nel caso concreto, per valutare la prescrizione del reato si deve tener conto dell’aumento massimo di pena previsto per l’aggravante stessa.
Nello specifico, la Corte è stata chiamata a pronunciarsi sul ricorso proposto da un soggetto condannato alla pena di anni sei e mesi sei di reclusione per i reati di cui agli artt. 609 bis e 609 ter c.p., per aver costretto, con violenza, minori di anni quattordici a subire atti sessuali consistiti in toccamenti dei genitali e del sedere.
La Terza Sezione penale, cui il ricorso è stato assegnato, lo ha rimesso alle Sezioni Unite in quanto ha ravvisato l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale sulla natura di circostanza ad effetto speciale della circostanza di cui all’art. 609 ter c.p. – circostanza aggravante, che prevede un aumento indipendente di pena («da sei a dodici anni di reclusione») inferiore o pari ad un terzo rispetto a quella prevista dall’ipotesi semplice («da cinque a dieci anni») –, con rilevanti conseguenze nel caso di specie del decorso o meno del tempo necessario a prescrivere il reato commesso.
Laddove, infatti, le Sezioni Unite avessero concluso per il ritenere la circostanza in questione “ad effetto comune” (in ragione del fatto che importa un aumento non superiore ad un terzo della pena ordinaria), avrebbero dovuto pronunciare un annullamento senza rinvio della sentenza di appello per decorso del termine di prescrizione. Laddove, invece, l’avessero ritenuta circostanza “ad effetto speciale” (indipendentemente dal fatto che dalla trasformazione della pena indipendente in pena a variazione frazionaria risulta un aumento rispetto alla pena ordinaria non superiore ad un terzo), avrebbero potuto pronunciarsi sul lamentato vizio motivazionale.
Le Sezioni Unite danno conto dell’esistenza di due orientamenti:
primo orientamento: la fattispecie di cui all’art. 609 ter c.p. è una circostanza indipendente ma, ai sensi dell’art. 63, comma 3 c.p., ad effetto comune, in quanto l’aumento – determinato in maniera indipendente mediante la previsione di innalzamento di entrambi i margini edittali – non è superiore ad un terzo rispetto alla pena ordinaria. CONSEGUENZE: – l’aggravante non è rilevante ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere. L’art. 157, comma 2 c.p. fa riferimento, infatti, solo alle circostanze aggravanti autonome (ossia quelle che determinano l’applicazione di una pena di specie diversa) e “ad effetto speciale” e tali sono, secondo la definizione fornita dall’art. 63, comma 3 c.p. solo quelle che importano un aumento della pena superiore ad un terzo; – le circostanze indipendenti che importano una variazione della pena superiore ad un terzo sono anche ad effetto speciale in quanto riconducibili alla definizione di cui all’art. 63, comma 3 c.p.;
secondo orientamento: la circostanza aggravante di cui all’art. 609 ter c.p., quale circostanza c.d. indipendente, integra per ciò solo una circostanza ad effetto speciale. Tale assunto si fonda principalmente su argomentazioni di carattere storico. Le circostanze indipendenti, infatti, come si è visto, costituiscono una species della categoria unitaria della circostanze “ad effetto speciale” già da prima che in tale categoria venissero ricondotte dal legislatore quelle circostanze che prevedono una variazione frazionaria della pena superiore ad un terzo. L’espressa definizione introdotta dal legislatore, quindi, avrebbe la funzione di escludere ogni dubbio sulla natura di circostanza ad efficacia speciale di quelle che importano una variazione di pena superiore ad un terzo, non anche di mettere in discussione la tradizionale riconduzione in detta categoria di quelle indipendenti. Queste dovrebbero, dunque, ritenersi tacitamente ricomprese nella definizione fornita dall’ultima parte dell’art. 63, comma 3 c.p. CONSEGUENZA: – l’aggravante è rilevante ai sensi dell’art. 157, comma 2 c.p. ai fini della determinazione del termine a prescrivere.
Giova ribadire che la questione si pone in particolare con riferimento alla circostanza aggravante di cui all’art. 609 ter, comma 1 c.p. in considerazione del fatto che si tratta di circostanza indipendente che, pur comportando una nuova cornice edittale “indipendente”, determina un aumento aritmetico di pena inferiore ad un terzo rispetto alla pena di cui all’art. 609 bis c.p. e, quindi, non rientra nella definizione di circostanza “ad effetto speciale” fornita espressamente dalla nuova formulazione dell’art. 63, comma 3, ultima parte c.p.. Ne discende che, a qualunque orientamento si acceda, non vi sono dubbi sulla natura di circostanza ad effetto speciale di tutte quelle circostanze c.d. indipendenti che determinano una variazione di pena superiore ad un terzo (ad es. circostanze aggravanti di cui all’art. 625 c.p. = circostanze indipendenti anche ad effetto speciale) in tal senso, d’altronde, Corte Cass., SS.UU., 24 febbraio 2011 (dep. 24 maggio 2011), n. 20798, Pres. Lupo, Rel. Cassano sulla recidiva.
Le Sezioni Unite decidono di accedere al primo, “più coerente e rigoroso”, indirizzo giurisprudenziale.
Nella sentenza si sottolinea, in particolare, che “il legislatore del 1984, riformulando il testo del terzo comma dell’art. 63 cod. pen. ha inciso in profondità sulla catalogazione delle circostanze ed ha fornito una precisa definizione delle circostanze ad effetto speciale, come quelle che «importano un aumento o una diminuzione della pena, superiore ad un terzo».” e che, con altrettanta precisione, l’applicazione della deroga contenuta nell’art. 157, comma 2 c.p. è limitata alle sole circostanze aggravanti autonome e ad effetto speciale.
La Suprema Corte ritiene, allora, che, in applicazione del principio di legalità (art. 25 Cost.), “il perimetro dell’eccezione alla regola generale che fissa il calcolo del tempo necessario per la prescrizione del reato non può essere dilatato per via di interpretazione estensiva o analogica, includendo nel calcolo anche le circostanze c.d. indipendenti che comportano un aumento di pena inferiore ad un terzo.”.
“Non è condivisibile, pertanto, l’indirizzo giurisprudenziale che porta a superare il dato letterale della formula dell’art. 63, terzo comma, cod. pen. alla luce di una interpretazione teleologica, secondo cui limitare le “circostanze ad effetto speciale” alle sole circostanze “indipendenti” che comportano una variazione superiore ad un terzo, determinerebbe un inammissibile «smembramento delle circostanze indipendenti in due categorie a seconda della variazione della pena, valorizzando un parametro quantitativo che, per la ratio stessa che sorregge tali circostanze, non avrebbe significato plausibile».
L’esigenza di una ricostruzione sistematica del regime delle aggravanti ad effetto speciale non può portare l’interprete a forzare la chiara e univoca lettera del dato normativo in una materia che è governata dal principio di legalità”.
Le Sezioni Unite formulano, allora, il seguente principio di diritto: Ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere, le circostanze c.d. indipendenti che comportano un aumento di pena non superiore ad un terzo (nella specie quella di cui all’art. 609-ter, primo comma, cod. pen.) non rientrano nella categoria delle circostanze ad effetto speciale”.
Quanto al caso di specie, la formulazione di tale principio di diritto, astrattamente idonea a comportare l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per maturazione del termine di prescrizione del reato, non ha in realtà alcuna incidenza su di essa in conseguenza dell’inammissibilità del ricorso proposto dall’imputato e del fatto che la prescrizione sia maturata in un momento successivo alla sentenza stessa.
Per consolidato orientamento giurisprudenziale, richiamato dalle Sezioni Unite, infatti, “l’inammissibilità del ricorso … preclude il rilievo della prescrizione maturata successivamente alla sentenza impugnata (Sez. U., n. 32 del 22/11/2000, De Luca, Tv. 217266)”.
circostanze indipedentiprescrizioneSezioni Unite Cassazione

References: sentenza 
 art. 625
 art. 609
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