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Timestamp: 2020-02-20 01:07:20+00:00

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Società estinta: di cosa sono responsabili i soci? - Consultingo.it
Società estinta: di cosa sono responsabili i soci?
La società estinta e la relativa responsabilità dei soci, è uno dei temi più caldi nell’ambito della giurisprudenza di legittimità. Al centro di numerosi dibattiti, analizziamo i principali orientamenti giurisprudenziali.
Società estinta: gli orientamenti della Corte di Cassazione
Società estinta: critiche alle disposizioni della Corte di Cassazione
Il tema della società estinta e della responsabilità dei soci, è stato oggetto di due importanti sentenza della Suprema Corte. In particolare, con la sentenza n.15035/2017 del 16.06.2017, la Cassazione ha stabilito che è sempre ammesso il subentro degli ex soci nei rapporti debitori della società estinta, nell’ottica della continuazione del processo.
La decisione, oggetto di parecchie contestazioni, parte dal principio secondo il quale la legittimazione ad agire nei confronti di chi non è più socio non è inficiata dal fatto o meno che abbia riscosso delle somme dall’attivo di liquidazione. Qualora non fosse accettato questo principio, entrerebbe in gioco un limite per la responsabilità dei soci e andrebbe ad incidere sugli interessi dei creditori che non potrebbero più essere soddisfatti.
Gli Ermellini fanno proprio l’orientamento disposto dalle Sezioni Unite, con ordinanza n. 6070/2013. Con la quale, espressamente, avevano statuito che “gli ex soci subentrano nei rapporti debitori anche se non definiti all’esito della liquidazione”, dal momento che non incide su tale legittimazione che il socio abbia partecipato alla ripartizione dell’attivo di liquidazione della società estinta, rappresentando quest’aspetto unicamente un limite per la sua responsabilità per i debiti della società estinta.
La stessa Corte era intervenuta anche sul punto opposto, ossia sulla legittimazione da parte del socio di proseguire un giudizio instaurato conto la società estinta. Un consolidato orientamento giurisprudenziale, era fermo nel ritenere che la partecipazione alla liquidazione e alla ripartizione dell’attivo della società estinta, costituisse un limite alla legittimazione processuale del socio. Inoltre, nel caso in cui vi sia un’assenza di attivo di liquidazione, si andrebbe incontro ad una mancanza di legittimazione, sia attiva che passiva, nei confronti dei soci, con la conseguenza che non sarebbe più possibile proporre ricorsi o proseguirli, sotto il profilo tributario. (Cass. n. 23916/2016; Cass. n. 13259/2015; Cass. n. 2444/2017).
In un primo momento, con sentenza n.2444/2017, la Corte di Cassazione aveva affermato il principio, secondo il quale, nel caso in cui vi sia l’estinzione della società, il processo, avente ad oggetto il debito sociale, non poteva proseguire nei confronti dell’ex liquidatore, sul presupposto che lo stesso non è né coobligato né tantomeno un successore. Al contrario però, il procedimento proseguiva nei confronti degli ex soci, che erano chiamati a fronteggiare la situazione debitoria della società estinta, in proporzione a quanto avessero riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente, a seconda che fossero responsabili limitatamente o illimitatamente per i debiti accumulati.
Alla luce di questo orientamento, erano inammissibili l’appello o il ricorso per Cassazione che venivano inoltrati dal fisco nei confronti degli ex soci di una società estinta, senza che vi fosse stata liquidazione e ripartizione dell’attivo; al contrario, il creditore che voleva essere soddisfatto, per poter agire nei confronti degli ex soci che si erano avvantaggiati dalla ripartizione dell’attivo, era tenuto a dimostrare sia che vi fosse stata la ripartizione sia che poi tale attivo era stato riscosso, fermo restando il principio generale secondo il quale l’onere della prova ricade su chi intende fare valere un diritto.
Successivamente, con sentenza del 07.04.2017, gli Ermellini si sono orientanti verso un nuovo indirizzo, sostenendo la tesi secondo la quale: “i soci abbiano goduto, o no, di un qualche riparto in base al bilancio finale di liquidazione non è dirimente (…) ai fini dell’esclusione dell’interesse ad agire del Fisco creditore”.
Dall’affermazione di questo nuovo principio discende che gli ex soci succedono sempre nei rapporti debitori pendenti della società estinta, anche se resta valida l’applicazione dell’art 2495, sulla limitazione della responsabilità: “Approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese. Fermo restando l’estinzione della società, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi. La domanda, se proposta entro un anno dalla cancellazione, può essere notificata presso l’ultima sede della società”
Il nuovo orientamento parte dal presupposto secondo il quale il creditore non potrebbe più rilevarsi nei confronti del socio, annullando il suo interesse ad agire. Ma lo stesso creditore potrebbe ritenere conveniente proseguire il giudizio qualora i soci potrebbero succedere in eventuali rapporti attivi della società che non siano conclusi e definiti al termine della fase liquidatoria.
Alla luce di questo nuovo orientamento, i giudici di legittimità si sono pronunciati con sentenza di segno opposto rispetto all’orientamento previgente, stabilendo che la circostanza secondo la quale il bilancio conclusivo della fase di liquidazione della società estinta non comporti alcuna ripartizione tra i soci non esclude certamente “l’interesse dell’Agenzia a procurarsi un titolo nei confronti dei soci, in considerazione della natura dinamica dell’interesse ad agire, che rifugge da considerazioni statiche allo stato degli atti”.
Inoltre, la Suprema Corte, ha proseguito sentenziando che: “il suddetto limite di responsabilità – ossia quello stabilito dall’art. 2495 c.c. – si riflette sul requisito dell’interesse ad agire nei confronti dei soci, evidentemente carente laddove, come nello specifico, nessuna riscossione di somme vi sia stata all’esito della procedura di liquidazione”.
Entrambe le sentenze (Cass. n. 2444/2017 e Cass. n. 9094/2017) non sono però esenti da critiche da parte di dottrina e giurisprudenza. Entrambe partono del presupposto secondo il quale la legittimazione processuale e sostanziale si trasferirebbe agli ex soci in automatico, i quali diventerebbero partecipi della comunione, a seguito dell’estinzione della società, in relazione ai beni che sono residuati dopo il bilancio finale di liquidazione. In aggiunta a ciò, sarebbe possibile proseguire nei loro confronti i precedenti giudizi avviati nei confronti della società estinta, se ritualmente chiamati in giudizio e anche se erano estranei al giudizio stesso.
L’origine della critica parte del presupposto che con l’estinzione della società viene meno la capacità di stare in giudizio della stessa società estinta, per mezzo del proprio rappresentante legale (legittimazione processuale), quanto quella di “essere parte” del processo (legittimazione ad causam). Tale principio sarebbe, pertanto, incompatibile con la disposizione della Consulta che prevede la possibilità di proseguire il giudizio nei confronti degli ex soci.
Appare, dunque, maggiormente condivisibile la tesi condivisa da una parte di giurisprudenza e dottrina dell’inesistenza dell’atto che coinvolge la società estinta.
Non si può invocare l’ultrattività del mandato del difensore dei precedenti gradi di giudizio dal momento che per poter essere valido tale principio presuppone è necessario che si agisca in nome di un soggetto esistente e capace di stare in giudizio
sia che l’atto processuale sia conferito con procura speciale.

References: sentenza 
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 Cass. 
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 Cass.