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Giovanna Nicolaj Il documento privato italiano nell Alto Medioevo - PDF
Giovanna Nicolaj Il documento privato italiano nell Alto Medioevo
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Vito Capelli
1 Giovanna Nicolaj Il documento privato italiano nell Alto Medioevo [A stampa in Libri e documenti d'italia: dai Longobardi alla rinascita delle città, Atti del Convegno dell'associazione Italiana dei Paleografi e Diplomatisti (Cividale del Friuli (UD), 5-7 ottobre 1994), a cura di C. Scalon, Udine 1996, pp Distribuito in formato digitale da Scrineum ] 1. Premesse. 2. La funzione probatoria del documento tardoantico. 3. La funzione negoziale (formale e costitutiva) del documento tardoantico. 4. Il passaggio al primo Medioevo. 5. La funzione negoziale (al fine dispositiva) del documento altomedievale. 6. Charta e notitia; carta e wadiatio; carta e convenientia; carta e stipulatio. 7. La funzione probatoria del documento altomedievale. 8. Gli scrittori di documenti: dalle età longobarda e carolingia al rinascimento dell XI-XII secolo e alla nuova soluzione di un problema giuridico antico. 1. Dagli anni del Brunner e delle sue famose tesi sul documento tardoantico e medievale 1 molti storici, giuristi o diplomatisti, e alcuni di loro veramente eccellenti, si sono occupati del documento altomedievale, trattandone profili generali di fondo o punti cruciali, con dottrina e sapienza e talvolta attraverso brillanti esegesi. Credo però che quelle cartule così antiche sollevino ancora molti dubbi e che quei secoli così profondi e avari di dati chiari e certi racchiudano ancora molte zone d ombra. Penso allora che non sia inutile esporre in una carrellata forzatamente veloce e sintetica una ulteriore, personale visione delle cose, frutto di annosi interrogativi e riflessioni su fonti da me assai amate e frequentate: e penso che non sia inutile non certo a raggiungere una verità conclusa e definitiva, ché ciò sarebbe pretesa quanto mai sciocca, bensì a presentare una lettura di quelle fonti forse poco canonica a fronte di letture autorevolissime, ma tale da riproporre domande fondamentali in modo nuovo, da indicare possibili ipotesi di lavoro, da mettere in guardia da soluzioni che non tengano conto sufficientemente di molteplici fattori. Ho detto di una lettura personale, perché le tante teorie e tesi di giuristi e diplomatisti accumulatesi tra Brunner e Brandileone, Schiaparelli e Steinacker e Costamagna, per fare solo qualche nome, che pur sono qui presupposte 2, comporterebbero riferimenti, discussioni e confutazioni di punti specifici che renderebbero tre volte più lungo e insopportabile il mio discorso, già di per sé difficile e pesante. E poi, lo con- 1 H. BRUNNER, Zur Rechtsgeschichte der römischen und germanischen Urkunde, Berlin 1880 (rist. Aalen 1961). 2 Penso, per esempio, a BRUNNER, Zur Rechtsgeschichte cit.; F. BRANDILEONE, Le così dette clausole al portatore nei documenti medievali italiani (del 1903), Origine e significato della traditio chartae (del 1907), Le così dette clausole al portatore nelle carte di alienazione degli immobili (s.d.), Nota preliminare sull origine della stantia o convenientia (del 1923), La stipulatio nell età imperiale romana e durante il medioevo (del 1928), ora in BRANDILEONE, Scritti di storia del diritto privato italiano, a cura di G. Ermini, II, Bologna 1931, pp , 59-87, , , ; L. SCHIAPARELLI, Note diplomatiche sulle carte longobarde. III: La formula post traditam (chartam). IV: La formula post traditam (chartam) e la traditio chartae ad proprium del Chartularium Langobardicum (del 1933). V: La formula sub stipulatione et sponsione interposita (del 1934), ora in SCHIAPARELLI, Note di diplomatica ( ), a cura di A. Pratesi, Torino 1972, pp ; H. STEINACKER, Traditio chartae und traditio per chartam, ein Kontinuitätsproblem, Archiv für Diplomatik, 5-6 ( ), pp. 1-72; G. COSTAMAGNA, L alto Medioevo, in M. AMELOTTI - G. COSTAMAGNA, Alle origini del notariato italiano, Roma 1975 (Studi storici sul notariato italiano, 2).2 fesso, quelle teorie, anche se basilari, mi sembrano ormai altro e lontane dalla carrellata storica che da tempo ho in mente e che vi proporrò. Carrellata che muove da tre premesse. In primo luogo sarà messa in secondo piano una prospettiva di storia del notariato, pur così praticata negli ultimi decenni, perché ritengo che questa, almeno sino all istituzione del notariato pubblico, sia solo un corollario alla storia del documento 3 : vale a dire che sono convinta che solo sforzandoci di capire che cosa è stato un documento nelle varie età della storia e quali funzioni ha svolto, solo così si possa arrivare ai profili, ai ruoli e alle funzioni del redattore di esso. In secondo luogo, allora, si guarderà sia alle morfologie del documento (forme e formule) sia alle sue funzioni, perché sono convinta che le prime non siano altro che un riflesso e un espressione delle seconde. Ed è qui che il discorso si fa arduo, perché si allontana dal terreno strettamente formale e diplomatistico (e in qualche caso pericolosamente angusto) e va a toccare l ambito del negozio giuridico e delle obbligazioni, da una parte, e quello del processo, dall altra, sfere nelle quali e per le quali soltanto lo stesso documento è esistito. Bisognerà stare attenti a non entrare vanamente nel campo giuridico, e pure non si potranno eludere problemi di fondo e profili giuridici strutturali della prassi documentaria, che si sono tradotti in profili formali della documentazione. E quanto alla prassi documentaria si viene alla terza premessa accennata, relativa ad una costante dinamica di base che la riguarda e che costituirà il nostro filo rosso. Vale a dire che la prassi documentaria è una delle facce del diritto usuale, o volgare, come lo chiamano gli storici giuristi 4, è una delle specie del diritto applicato e vivo 5, che ha 3 Una storia del notariato nell alto Medioevo, estremamente importante sotto il profilo culturale e sociale delle vicende italiane, ma susseguente e conseguente a una storia del documento sotto il profilo della diplomatica (come storia della documentazione e preistoria e storia dell istituzione notarile), è stata assai sottolineata dagli studiosi degli ultimi cinquant anni: v. G. CENCETTI, Il notaio medievale italiano, in Atti della Società ligure di storia patria, n.s., 4 (1964), pp. VII-XXIII, e ID., Dal tabellione romano al notaio medievale, in Il notariato veronese attraverso i secoli. Catalogo della mostra in Castelvecchio, Verona 1966, pp. XIX-XXIX; G. COSTAMAGNA, Il notaio a Genova tra prestigio e potere, Roma 1970 (Studi storici sul notariato italiano, 1); AMELOTTI - COSTAMAGNA, Alle origini del notariato cit.; le varie monografie nella collana di Studi storici sul notariato cit., edita dal Consiglio Nazionale del Notariato; A. PRATESI, Lo sviluppo del notariato nel Ducato spoletino attraverso la documentazione privata (del 1983), ora in PRATESI, Tra carte e notai. Saggi di diplomatica dal 1951 al 1991, Roma 1992 (Miscellanea della Società romana di storia patria, XXXV), pp ; PRATESI, Appunti per una storia dell evoluzione del notariato (del 1983), ora ibid., pp ; F. MAGISTRALE, Notariato e documentazione in Terra di Bari. Ricerche su forme, rogatari, credibilità dei documenti latini nei secoli IX-XI, Bari 1984 (Società di storia patria per la Puglia, Documenti e monografie, XLVIII); G. NICOLAJ, Divagazioni intorno al notaio medievale. Ma come davvero sia stato, nessuno, nessuno sa dire, ne La testimonianza del documento notarile come fedeltà e interpretazione. Forum del XVII Congresso internazionale del notariato latino, Firenze, 5 ott. 1984, Milano 1986, pp ; PRATESI, Il notariato latino nel Mezzogiorno medievale d Italia (del 1987), ora in PRATESI, Tra carte e notai cit., pp (che pone correttamente i termini nel successivo Il documento privato e il notariato nell Italia meridionale nell età normanno-sveva (del 1989), ora ibid., pp ). Tale taglio prospettico potrebbe suggerire di primo acchito o ad osservatori poco avvertiti il capovolgimento di posizioni storiche e logiche basilari, e cioè che possa essere indagato prima il notariato e poi il documento, e questo sarebbe del tutto fuorviante. Naturalmente i termini della questione sono più netti e chiari per il basso Medioevo (dall avvento dell istituzione notarile), quando, tenendo sempre logicamente distinti i molti e consistenti ruoli del notariato pubblico nelle fasi di quel lungo periodo (comunale, signorile e così via) dalle funzioni giuridiche della documentazione notarile, è meno rischioso e meno equivoco un tema come, per esempio, Il notaio nella civiltà fiorentina. Secoli XIII- XVI, scelto per la Mostra nella Biblioteca Mediceo Laurenziana, Firenze 1 ott.-10 nov. 1984, Firenze 1984, mostra allestita in occasione del XVII Congresso Internazionale del Notariato latino. 4 Quel diritto che gli storici giuristi da H. Brunner a L. Mitteis a E. Levy a F. Calasso chiamano volgare preferirei definirlo usuale, proprio in accordo, spero, con l interpretazione di Calasso, che mi piace moltissimo, di un diritto corrente, dell uso. v. F. CALASSO, Diritto volgare, diritti romanzi, diritto comune, in CALASSO, Introduzione al diritto comune, Milano 1951, pp. 209 e ss., e ID., Medio evo del diritto, I, Le fonti, Mi-3 a riferimento la norma astratta, generale e colta, ma si attua nei mille casi concreti della realtà, che penetra e informa appunto la prassi dei tribunali e quella negoziale, e cioè la quotidiana vita giuridica di una società. Nelle diverse età della storia quanto più sarà vigoroso e sistematico il diritto ufficiale, canonizzato nella norma e autorevolmente consolidato nella giurisprudenza, tanto più la prassi seppur agguerrita e forte nel suo ruolo di mediazione fra diritto ufficiale e evoluzioni sociali, di mentalità e di esigenze concrete sarà comunque sottomessa alla norma. Invece, quanto più sarà carente e debole la norma e sarà fiacca o nulla la giurisprudenza, tanto più la prassi occuperà spazi vuoti, costruirà da sola e nei fatti capitoli importanti sia dell ordinamento giuridico sia del sistema documentario e si farà consuetudine e fonte di diritto. Questa dinamica la si coglie particolarmente al passaggio dall età romana tardoantica al Medioevo delle origini. 2. Nell età romana, dalla quale è d obbligo partire (anche perché tante divergenze scientifiche sul documento altomedievale muovono di lì), nell età romana dunque la norma è poderosissima: stratificatasi alluvionalmente attraverso i secoli, ricondotta e ordinata quindi in codici di leggi, se anche non tratta del documento in forma sistematica, comunque regolamenta largamente la materia delle obbligazioni e delle prove, alle quali quel documento si riferisce; e perciò nomina e regolamenta in più punti, pur se in forma casistica com è suo uso, il documento stesso. Cosa si evince, dunque, circa la documentazione da una lettura incrociata di prassi e norma, rappresentate, per esempio, dai papiri documentari Tjäder 6 e dalle citazioni e dai casi che ne fa la norma stessa? Dal punto di vista probatorio, sono d accordo in linea di massima con la storiografia tradizionale. Il documento tardoantico è ormai una prova usatissima per la sua utilità e le sue qualità intrinseche: è infatti una memoria sempiterna, come dice P. Tjäder 8 7, dotata di immediatezza e permanenza rispetto alla prova pur tradizionale e preferita dai Romani ma mediata e labile offerta dai testes 8. Il documento di prova, perciò, è stato oggetto di molte attenzioni del legislatore: dalla sigillatura regolata da un senatoconsulto 9 e dalla copertura della lex Cornelia detta de lano 1954, pp. 57 e ss. Diversamente da Calasso ma conseguentemente alle sue premesse, non penso che quel diritto usuale, o volgare, nasca solo in tempi di carenza del potere pubblico, d inoperosità della giurisprudenza (Medio evo cit., p. 65), ma penso che scorra sempre, ci sia sempre come una faccia del prisma del diritto, faccia certo rilucente con intensità e taglio diversi nelle diverse epoche, in rapporto alla portata della norma e della giurisprudenza contemporanee. 5 CALASSO, Medio evo cit., p J.-O. TJÄDER, Die nichtliterarischen lateinischen Papyri Italiens aus der Zeit , I- II, Lund-Stockholm (Acta Instituti romani regni Sueciae, ser. in 4, XIX: 1-2). 7 Dell anno 564, v. TJÄDER, Die nichtliterarischen lateinischen Papyri cit., I, p. 240: nell arenga lacunosa del documento lo scopo espresso dalla frase ut omnes de citero sopiatur oblivio et res memoriae sempiternae mandetur è certamente quello conseguito dalla scrittura. 8 F. CARNELUTTI, La prova civile, Parte generale: Il concetto giuridico della prova, rist. Milano 1992, pp , sulla diversità strutturale fra testimonianza e documento e sulla eccellenza della prova documentale. 9 Pauli Sent. 5, 25, 6: Amplissimus ordo decrevit eas tabulas, quae publici vel privati contractus scripturam continent, adhibitis testibus ita signari, ut in summa marginis ad mediam partem perforatae triplici lino constringantur atque impositae supra linum cerae signa imprimantur, ut exteriori scripturae fidem interior servet. Aliter tabulae prolatae nihil momenti habent, cf. Svetonio, Nero, 17:...adversus falsarios tunc primum repertum, ne tabulae nisi pertusae ac ter lino per foramina traiecto designarentur; cautum ut testamentis primae duae cerae testatorum modo nomine inscripto vacuae signaturis ostenderentur ac ne qui alieni testamenti scriptor legatum sibi ascribit, e sul caso particolare del testamento v. V.4 falsis 10 del I secolo alla richiesta di tre testi sottoscrittori per chirografi di una certa entità in età giustinianea 11 ; ma quella scrittura probatoria, poiché soprattutto in età postclassica ha conquistato altri spazi e peso in giudizio, ha sollevato perciò ancora molte cautele. Tali cautele hanno quindi posto e articolato il problema e il concetto difficile di fides, un concetto che nella specificazione di fides scripturae o fides instrumentorum 12 e nell accezione più tecnico-giuridica è arrivato a significare l affidabilità e perciò la capacità e l efficacia probatoria dell instrumentum e così al dunque è arrivato al presupposto di quella affidabilità e cioè al problema dell autenticità in senso giuridico. Che cos è, infatti, l autenticità di un documento, che è poi un portato del problema storico della fides? In primo luogo, essa è la corrispondenza fra l autore apparente e l autore reale del documento, intendendo per autore dei nostri documenti sia l emittente e scrittore, o solo sottoscrittore, insieme, nel caso di documenti autografi ossia chirografari, sia l emittente e lo scrittore distinti nel caso di documenti non chirografari: a questo grado, l autenticità è in effetti l originalità e genuinità del pezzo. In secondo grado, l autenticità è, però, la certezza di quella corrispondenza, la possibilità e capacità del documento stesso di provare e certificare la propria provenienza e formazione, insomma la sua efficacia probatoria circa la sua propria originalità, che ne sia presupposto di fides 13. Bene, come sappiamo, il documento romano non arriva a, portare in sé la certezza della sua autenticità e perciò della sua fides, ma alla bisogna, in giudizio, questa deve essergli conferita attraverso un impositio (fidei) da parte dei testi 14 o gli può essere impressa preventivamente attraverso l insinuatio negli acta pubblici, che comporta un istruttoria sul documento presentato e un riconoscimento di esso da parte dell autore giuridico e dei testi, che è poi ancora un impositio fidei Quanto alla posizione e funzione del documento rispetto all esistenza del negozio, invece, la questione è assai più complessa e controversa, ed è stata lungamente ana- ARANGIO RUIZ, Il testamento di Antonio Silvano e il senatoconsulto di Nerone (del 1952), ora in ID., Studi epigrafici e papirologici, a cura di L. BOVE, Napoli 1974, pp D. 48, 10, 2; Pauli Sent. 4, 7, l e 5, 25, 1; Mos. et Rom. legum Coll. 8, 7, 1 (cf. D. 48, 10, 9, 3); D. 48, 10, 1, 4 e D. 48, 10, 16: sul tema G. G. ARCHI, Problemi in tema di falso (del 1941), ora in ID., Scritti di diritto romano, III, Milano 1981 (Università di Firenze, Pubblicazioni della Facoltà di Giurisprudenza, 42/3), pp , e Civiliter vel criminaliter agere. In tema di falso documentale (del 1947), ora ibid., pp C. 4, 2, 17, a. 528: la norma riguarda i documenti chirografari relativi a somme superiori alle 50 libre d oro. 12 Per esempio C. 9, 22, 5 (a. 230), C. 9, 22, (aa. 284, 287, ), v. ARCHI, Civiliter vel criminaliter agere cit., pp e ss., e p sulla genuinità dell espressione fides scripturae; v. ancora la famosa costituzione di Costantino in C. 4, 21, 15 (a. 317): In exercendis litibus eandem vim obtineant tam fides instrumentorum quam depositiones testium. 13 Mi servo di riflessioni e concetti molto suggestivi e lucidi, espressi nell ambito del diritto positivo da CARNELUTTI, La prova civile cit., rist. 1992, p. 151, e cf. Lezioni di diritto processuale civile, II, Padova 1926 (rist. anast. 1986), pp Nov. 73, a. 538, e fra i testi è da considerarsi anche il tabellione. Nov. 73 accoglie largamente e codifica il principio dell impositio già emerso per alcuni generi documentari: per le scripturae nefariae di C. Th. 11, 39, 7 (a. 378), e per il chirographum debiti di C. Th. 2, 27, 1 (a. 421), v. ARCHI, Indirizzi e problemi del sistema contrattuale nella legislazione da Costantino a Giustiniano (del 1943), ora in ID., Scritti cit., III, p n. 116, e Civiliter vel criminaliter agere cit., p G. PETRONIO NICOLAJ, Il signum dei tabellioni romani: simbologia o realtà giuridica?, in Palaeographica, diplomatica et archivistica. Studi in onore di Giulio Battelli, II, Roma 1979 (Storia e letteratura. Raccolta di studi e testi, 140), pp , sul profilo paraprocessuale e probatorio della procedura apud acta.5 lizzata dalla storiografia da punti di vista diversi e talvolta troppo settoriali o di parte: per esempio, è stata vista sullo sfondo di una contrapposizione e poi di un incontro, spesso enfatizzati, fra il diritto romano puro e ufficiale, refrattario in massima alla forma scritta per i negozi 16, a parte l arcaico e abbastanza misterioso nomen transscripticium di Gaio III , e i diritti provinciali, adusi ad una larga documentazione, della quale ancora non capisco affatto bene la funzione 18 ; ovvero quella questione è stata vista in base a C. 4, 21, 17, d età giustinianea, sui contractus in scriptis 19 ; ovvero è stata vista in nesso con la storia della stipulatio, quella fonte e forma di obbligazioni cardine del sistema romano, che secondo la maggioranza degli storici giuristi in età tardoantica o sarebbe caduta in disuso o, di fronte alla scrittura, sarebbe degenerata o, per alcuni, si sarebbe trasformata da forma orale in forma scritta, e cioè sarebbe sfociata in una scriptura documentaria, che perciò ci riguarderebbe 20. Non si può in questa sede entrare in merito a problematiche tanto vaste e ingarbugliate né a fonti, normative e documentarie, numerose e di discussa e discutibile interpretazione. Devo invece dire che non sono d accordo con nessuna delle tesi proposte. Infatti, semplificando al massimo e tenendo fermi sia il tradizionalismo giuridico romano, sia le 16 V. ARANGIO RUIZ, Documenti probatorii e dispositivi in diritto romano (del 1953), ora in ID., Studi epigrafici e papirologici cit., p A illustrazione del quale v. V. ARANGIO RUIZ, Le tavolette cerate ercolanesi e il contratto letterale (del 1950), ora in ID., Studi epigrafici e papirologici cit., pp Vale a dire che non so proprio se esisteva un contratto letterale greco o no, v. F. BRANDILEONE, Sulla supposta obligatio litterarum nell antico diritto greco (del ), e Note a recenti difese del contratto letterale nell antico diritto greco (del 1923), ambedue ora in ID., Scritti cit., II, pp , A consolazione della mia confusione mi rifugio dietro G. GROSSO, Il sistema romano dei contratti, Torino , p. 139, il quale in proposito conclude che l esistenza e il carattere di un contratto letterale greco è oggetto di viva discussione. Vorrei aggiungere un dubbio: nel mondo greco i contratti sono indicati con nomi che si riferiscono alla diversa struttura formale del documento. Così fra i documenti privati... si usa distinguere il χειρόγραφον documento unilaterale preferito per le obbligazioni da mutuo e somiglianti, e redatto in forma di lettera..., e l υ όµνηµα contenente in apparenza un offerta di contratto, ma trasformato in contratto perfetto dalla sottoscrizione della controparte... Altre volte il documento privato prende il nome di συγγραφή e la forma di una relazione oggettiva degli avvenimenti..., sottoscritta da sei testimoni (V. ARANGIO RUIZ, Lineamenti del sistema contrattuale nel diritto dei papiri, Milano 1928, p. 16). Ecco, penso che l uso di quei nomi ad indicare i contratti non deponga automaticamente e necessariamente per una funzione formale o dispositiva del documento greco, ma possa dipendere sia dalla mancanza di figure e categorie del negoziare greco sia dalla possibilità che i greci ritenessero il solo consenso come sufficiente in ogni caso a generare l obbligazione (BRANDILEONE, Sulla supposta obligatio litterarum cit., p. 306), e perciò sopperissero così alla lacuna di nomina contrattuali. 19 F. GALLO, Riflessioni sulla funzione della scrittura in C. 4, 21, 17, in Studi in onore di Biondo Biondi, II, Milano 1965, pp , che allarga enormemente la portata della norma presa in esame con un esegesi sulla quale ci sarebbe molto da discutere. 20 La letteratura sulla stipulatio è vastissima; a titolo indicativo mi limito a: BRUNNER, Zur Rechtsgeschichte cit., pp , 66, 87; S. RICCOBONO, Stipulatio ed instrumentum nel diritto giustinianeo, Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte, Rom. Abt., (1914), pp , (1922), pp ; BRANDILEONE, La stipulatio cit.; G. G. ARCHI, Studi sulla stipulatio. La querella non numeratae pecuniae (del 1938), ora in ID., Scritti cit., I, pp ; ARCHI, Indirizzi e problemi del sistema contrattuale romano nella legislazione da Costantino a Giustiniano (del 1943), ora in ID., Scritti cit., III, pp ; GROSSO, Il sistema romano dei contratti cit., pp ; ASTUTI, I contratti obbligatori nella storia del diritto italiano, Milano 1952, cap. II (pp ); B. NICHOLAS, The Form of the Stipulation in Roman Law, The Law Quartely Review, 69 (1953), pp , ; E. LEVY, Weströmisches Vulgarrecht. Das Obligationenrecht, Weimar 1956, pp ; A. WINKLER, Gaius III, 92. Anlässlich der These von B. Nicholas: nur die hier genannten Stipulationsformen seien bis zum Jahre 472 zugelassen gewesen, Revue internationale des droits de l antiquité, 3 e ser., 5 (1958), pp ; J. C. VAN OVEN, La stipulation a-t-elle dégénérée?, Tijdschrift voor Rechtsgeschiedenes, 26 (1958), pp ; B. BIONDI, Contratto e stipulatio (del 1958), ora in ID., Scritti giuridici, III, Milano 1965, pp6 spinte esercitate dalla prassi nei secoli e gli spazi guadagnati nell uso, sia infine le inquietudini e le ansie che percorrono il vasto impero cosmopolìta dall età del dominato e che cercano in ogni modo certezze, sicurezze, garanzie, firmitas, ebbene si sperimenta nelle fonti un f o r m a l i s m o e s a s p e r a t o il formalismo non è sempre semplificatore e chiarificatore come vorrebbe Schulz nel suo bellissimo libro 21, si coglie insomma un f o r m a l i s m o b a r o c c o, tutto mirato ad un a c c u m u l o d i g a r a n t i s m i, ognuno dei quali è una specie di pezzo di riserva del meccanismo negoziale 22. Se questo è vero, non solo la stipulatio non degenera né trasmuta, la sua forma da orale a scritta (come vorrei sostenere in altra sede), ma la scrittura, di per sé e per conto suo, arriva a una funzione negoziale che si va ad aggiungere a quella della stipulatio, come pezzo di riserva. Come? Non è possibile qui seguire i cammini e i passaggi percorsi dalla scrittura fino a raggiungere questa meta; né è possibile districare qui l intreccio di spinte e fattori pregiuridici o extragiuridici di crescita massiccia delle pratiche di scrittura, di usi e di mentalità comune e giuridici di diritto usuale che ha operato in questa direzione. A indicazione minima, si può appena segnalare la via rappresentata dal tema della firmitas, quel tema che in età tardoantica diviene assillante e centrale nella sfera negoziale: perche firmitas è robur, vigor e cioè validità, ma è anche soliditas, stabilitas, diuturnitas 23 e cioè saldezza e perciò difendibilità, costanza e durata. E se la capacità probatoria del documento ha giocato e gioca forte sul fronte della difendibilità e durata, ciò ha spinto quel documento a straripare dai suoi argini originari fino a rappresentare, nella mentalità corrente, anche un requisito di forma (e di una forma concreta, ferma e duratura) atto alla validità. E questo straripamento, al termine di un lungo cammino, è al fine raccolto e incanalato dalla norma, che con C. 4, 21,17 dell anno 528 canonizza una scrittura formale. Una scrittura che definirei formale, appunto, e c o s t i t u t i va, non dispositiva, distinguendo attentamente le possibili funzioni negoziali del documento ad substantiam, e usando, con i necessari adattamenti, di nomenclature moderne, spiegate per esempio da Pugliese in questi termini: l essere requisito essenziale per l efficacia della dichiarazione di volontà è proprio dei documenti costitutivi, sia la forma scritta richiesta dalla legge o dalle parti (e questo secondo caso è quello contemplato da C. 4, 21,17); invece, se il documento esprime la volontà... e perciò partecipa al perfezionamento di un negozio... o contiene la dichiarazione negoziale il documento è dispositivo (e questo caso sarà adattabile al documento altomedievale) F. SCHULZ, I principii del diritto romano, a cura di V. ARANGIO RUIZ, Firenze 1949 (Collana di studi economici, giuridici, politici e sociali, ser. II, I), p F. CARNELUTTI, Documento e negozio giuridico, Rivista di diritto processuale civile, III (1926), p Thesaurus linguae latinae, VI/l, fasc. IV, s.v. 24 G. PUGLIESE, La simulazione nei negozi giuridici, Padova 1938 (Studi di diritto privato diretti da M. Rotondi, XIII), pp Meno perspicua e mirata mi sembra la nota a proposito di documento costitutivo, o dispositivo di M. TALAMANCA, Documentazione e documento (dir. rom.), in Enciclopedia del diritto, XIII, Milano 1964, p 555 n. 60: Si suole talora, com è noto, distinguere fra documento costitutivo e documento dispositivo, in quanto nel secondo il documento sarebbe necessario non soltanto in quanto documentazione per la nascita del rapporto negoziale, ma anche per l esercizio dei diritti che nascono dal negozio, dando luogo ad una sorta d incorporazione del diritto nel documento, cf. TALAMANCA, Istituzioni di diritto romano, Milano 1990, pp A fronte della generale riluttanza dei Romani ad u- sare di definizioni, tradurrei poi con formale quel sollemnis che talora sfugge ad alcune fonti: per esempio, C. Theod. 59 sub idonea et sollemni scriptura, o P. Tjäder 33 dell anno 541 instrumentis sollemniter confectis.7 Quindi, alle somme, si è profondamente convinti che nella prassi tardoantica e in particolare giustinianea le forme e le formule dei documenti rispecchino veramente nel senso e nella funzione i tanti e stratificati elementi del sistema e che tale sistema sia coerente, avvertito e colto pur nel suo barocchismo: per esempio, un qualsiasi P. Tjäder di vendita testimonierà sotto il profilo probatorio le dichiarazioni dei testi sia al negozio sia al documento e testimonierà perfino la licentia d insinuazione apud acta che ne assicuri la fides per un eventuale giudizio; sotto il profilo sostanziale poi configurerà un contratto che continua a nascere e a valere ex consensu, ma che anche, a cautela, è formalizzato da una stipulatio, per niente affatto degenerata o trasformata ma testimoniata dal documento, e poi è formalizzato ancora da una scriptura con i requisiti voluti da C. 4, 21, 17. E non basta. A conclusione di tanta sequela di formalismi e a ricciolo finale di tante volute, quel documento di vendita così complicato di formule ma così fermo di gesti verrà sottoposto ad un ultimo, enfatico atto formale e solenne quale l absolutio-traditio: un atto che nessuno ci racconterà mai attraverso quali passaggi logici e linguistici sicuri dall α ολύειν dei giuristi di Palazzo sia approdato nella pratica, reiterandosi nella traditio di parte e nell absolvi del tabellione; ma un atto che comunque deve essere visto come essenziale, se la norma ci torna su tre volte 25 e se la pratica lo testimonia a chiusura del contratto nelle sottoscrizioni testimoniali delle donazioni e nella completio delle vendite, proprio mentre la cancelleria combatte i verba superflua... quae rerum effectus nullus sequitur e la verbositas 26. Se il quadro del documento tardoantico è complesso e ridondante, anche il panorama degli scrittori di documenti è variegato, affollato e fluido, e quel poco che ne è sopravvissuto la produzione tabellionale di Roma e di Ravenna non è che la punta di un iceberg. La documentazione degli atti dei privati non era monopolio dei tabellioni, come per lo più ci verrebbe fatto di pensare; anzi, i tabellioni professavano in civitatibus, magari in grandi città, ma in agris 27, nelle piccole città o nei centri minori? E poi, d altra parte, ci sono i tanti chirografi ricordati dalla norma, le tante cautiones o i tanti brevia elencati negli inventari 28, le scritture fatte secrete e cioè privatamente, domesticamente, per mano dei contraenti o di un alter quilibet o per mano se non di professionisti della documentazione comunque di scrivani e cioè notarii 29, ovvero in piccoli municipia e in tempi perigliosi e di sconquassi i documenti redatti da scribi di curia e cioè exceptores e tabularii 30. Insomma, nella realtà dei fatti e nell uso, un mosaico policromo di affari e di negozi e perciò di istituti, di strumenti giuridici e di persone: un mosaico le cui innumerevoli tessere fino all ultimo, grazie a una norma imponente, pervasiva e imperiosa e ad una dottrina sapiente e sottile, sono tutte connesse e coese. 4. Questo mosaico multiforme ma unitario si frantuma e si dissolve in Italia alla conquista longobarda: venti impetuosi e turbinosi lo disperdono in mille tessere, alcune delle quali le più varie ricadono qua e là negli spazi misteriosi e silenziosi del primo Medioevo In C. 4, 21, 17, ma cf. anche Nov. 44, 1: dum dimittitur o quum perficitur. 26 C. 8, 53, Nov. 73, P. Tjäder 47-48, in TJÄDER, Die nichtliterarischen lateinischen Papyri cit., II, pp C. 8, 17, Nov. 73, È bello, come sfondo, il quadro tratteggiato da V. FUMAGALLI, L alba del Medioevo, Bologna 1993.8 Sono ormai accanto i Romani e soprattutto la Chiesa, che trattengono pochi relitti stinti di una civiltà travolta, e i Barbari, che si stanziano per gruppi e conoscono vincoli giuridici stretti per thingatio e wadiatio, e cioè per atti formali e simbolici o per una res praestita, e cioè per obbligazioni reali 32. I primi sono sopravvissuti ad un ordinamento scritto ma perduto; i secondi hanno sempre vissuto secondo un ordinamento orale e consuetudinario le antiquas legis patrum... quae scriptae non erant di Roth. 386, infine scritto nella lingua dei vinti ma pur sempre poco segnato da usi di affari e negozi: si pensi che l Editto longobardo più antico, quello di Rotari appunto (a. 643), tratteggia una società molto scarna e semplice quanto a diritti reali e ad obbligazioni, trattati da pochissimi dei primi 366 capitoli 33. E gli uni e gli altri Chiesa, Romani e Longobardi sono ormai lontani dalle proprie civiltà d origine, e sono i n si e m e a riavviarsi verso un futuro da inventare. Sommessamente e a stacchi lunghi ricompaiono intrecci di rapporti giuridici. E i conquistatori stranieri, che ora mettono per iscritto le loro norme, per negoziare e disporre dei loro beni si avvicinano a quel che resta della civiltà dei vinti e della Chiesa e vi portano qualcosa della loro mentalità e dei loro usi, innestandovi alcuni loro tradizionali istituti, come per esempio il launechild. E cosa resta di quella civiltà, la cui norma vasta e raffinata è stata travolta e sarebbe comunque incomprensibile ora? Restano i relitti della pratica, i pochi resti della documentazione, che sono arrivati all alba del Medioevo in un pulviscolo di forme e formule e per uno sparpaglìo di echi e frammenti. A Piacenza, per esempio, alcuni straordinari documenti di vendita dell VIII secolo recano quell arcaica formula emit mancipioque accepit e si aprono addirittura con quella strana formula introduttiva Expensum predeis rustecis che, secondo Arangio Ruiz, nel suo attacco fa ipotizzare un lontano archetipo in documenti contabili del tipo di alcune tavolette ercolanesi 34. A Piacenza e a Milano nel 721 e nel si trovano documenti con quella dichiarazione introduttiva dello scrittore Scripsi ego X forensis (o tabellio o exceptor o notarius) rogatus et petitus a Y, ipso praesente, mihique dictante... che rinvia a un modello di vendite ravennati, come già notava Schiaparelli, e a un modello tabellionale aggiungerei 36 ; e la troviamo quella praescriptio nel bolognese 37 e nella Tuscia occidentale, a Pistoia e a Chiusi ASTUTI, I contratti obbligatori cit., pp. 194 e ss. Sulla thingatio v. LEICHT, Il diritto privato preirneriano, Bologna 1933, pp. 291 e ss.; F. CALASSO, Il negozio giuridico, Milano , pp , ; e da ultimo E. CORTESE, Thinx, garethinx, thingatio, thingare in gaida et gisil. Divagazioni longobardistiche in tema di legislazione, manomissione dei servi, successioni volontarie, Rivista di storia del diritto italiano, 61 (1988), pp Cf. indicativamente E. BESTA, Fonti, in P. DEL GIUDICE, Storia del diritto italiano, I/1, Milano 1923, anast. 1969, p. 138, e F. CALASSO, Medioevo del diritto, I, Le fonti, Milano 1954, p Codice diplomatico longobardo (d ora in avanti CDL), a cura di L. SCHIAPARELLI, I-II, Roma (Fonti per la storia d Italia, 62-63), nr. 52, 60, 64, 79, 129, 130, 142; v. SCHIAPARELLI, Note diplomatiche. II, Tracce di antichi formulari nelle carte longobarde (del 1933), ora in ID., Note di diplomatica cit., pp. 224 e ss., e ARANGIO RUIZ, Mancipatio e documenti contabili da Ercolano a Piacenza (del 1956), ora in ID., Studi epigrafici e papirologici cit., pp CDL, I, nr. 29, SCHIAPARELLI, Note diplomatiche. II, Tracce di antichi formulari cit., pp ; TJÄDER, Die nichtliterarischen lateinischen Papyri cit., II, pp. 8-9, e cf. P. Tjäder 35, p. 108, e P. Tjäder 37, p CDL, II, nr CDL, I, nr. 38, 92, 97; II, nr. 141, 174, 185, 187, 288, 294.9 E a proposito di vendite, sempre nel Nord 39 ma ancora con una puntata a Pistoia 40 spunta quella dichiarazione di quietanza del prezzo ad apertura di testo e prima della descrizione del bene venduto, secondo una tipologia che, come giustamente rilevava il Voltelini 41, richiama le forme delle quietanze chirografarie del tipo delle tavolette pompeiane e che diverrà prevalente sia in Italia settentrionale sia nella Tuscia 42. O ancora: nel Nord a Pavia, Piacenza, Varsi, Milano, Verona e così via 43 si diffonde nelle carte di donazione quella formula d apertura con la quale il donatore dichiara praesens praesentibus dixi 44. E tale formula non è da mettere in relazione con l atto compiuto inter praesentes e con la dichiarazione orale, come vorrebbe Brandileone 45, né con la documentazione compiuta inter praesentes a ricambio della stipulatio, come pensava Brunner 46 ; essa, invece, che si sviluppa da una formula di salutatio e che è testimoniata da una donazione ravennate del , va messa in rapporto, a mio parere, con quelle esigenze di pubblicità, notorietà e di manifestazione chiara di volontà sulle quali aveva battuto l età tardoantica e adesso, nel primo Medioevo, anche con quel rilievo che ha per i Longobardi la pubblicità nei trasferimenti di beni, compiuti alle origini e consuetudinariamente davanti alla thinx o gairethinx e cioè all assemblea 48. In alcune di quelle donazioni, poi, si trova quell altra formula che pure diverrà molto comune, del tipo et non mihi liceat exinde amplius nolle quod semel volui, che richiama anch essa un passo della prassi ravennate: Contra quam etiam inrevocabilem donationis meae paginam polliceor numquam esse venturam... quoniam et legebus cautum est, ut, quod semel in loca venerabilia donatum vel quoquo modo cessum fuerit, nullo modo revocetur 49 ; ed è bellissima la formula nella variante pavese del quod a nobis semel factum vel conscriptum est, inviolabiliter volumus ut maneat, quippe cum de re semel conlata iura legesque prohibeant aliquam repetitionem movere, con quel conscriptum a precisazione del factum e quel riferimento a iura legesque colto e raffinato rispetto al più pratico legebus cautum est del papiro sopravvissuto. Un altra scheggia di cultura romana e romanza: a Pavia nel compare quell arenga Commutatio bone fidei noscitur esse contractum, ut vicem emptionis optineat firmitatem eodemque nexu obligat contrahentes, che diverrà usuale nei documenti di permuta, e che riecheggia sia C. 4, 64, 2, sia Lex Visighotorum V, 4, 1, legge germanica del gruppo gotico 52. Un ultimo esempio: regolarmente a Lucca e in una prima fase a Spoleto 53, e una volta 39 CDL, I, nr. 36, 119; II, nr. 137, CDL, I, nr H. VON VOLTELINI, Die Südtiroler Notariats Imbreviaturen des XIII Jahrhunderts, Innsbruck 1899, p. LXVIII. 42 P.S. LEICHT, Formulari notarili nell Italia settentrionale, in Mélanges Fitting, II, Montpellier 1908, anast. Aalen 1969, pp , e ID., Influenze di scuola in documenti toscani dei secoli XI-XII (del 1909), ora in ID., Scritti vari di storia del diritto italiano, II/1, Milano 1948, p CDL, I, nr. 48, 54, 59, 78, Cf. LEICHT, Formulari cit., p BRANDILEONE, La stipulatio cit., pp BRUNNER, Zur Rechtsgeschichte cit., pp , P. Tjäder 21 (p. 358), cf. TJÄDER, Die nichtliterarischen lateinischen Papyri cit., II, p CALASSO, Il negozio giuridico cit., p P. Tjäder 20, a. 600 cr. (pp. 346, 348). 50 CDL, I, nr CDL, II, nr Ed. K. ZEUMER, in M.G.H., Legum sectio I/1, p. 218; v. LEICHT, Formulari cit., p PRATESI, Lo sviluppo del notariato nel Ducato spoletino cit., pp10 a Chiusi e a Volterra 54 i documenti scritti da ecclesiastici, notarii, da un amicus dell autore giuridico come a Volterra o da un suo nipote come a Lucca 55 non hanno completio, quella completio che d altronde, ed è bene sottolinearlo, Giustiniano aveva richiesto ai soli tabellioni e che perciò, in linea di massima, se doveva essere stata requisito e formula dei documenti tabellionali, doveva invece mancare in molte scritture romane prese a modello. In conclusione, qua e là tessere disseminate di un mosaico senza più disegni: un mondo fluido 56 e osmotico, nel quale si fa alla meglio, con i modelli che si hanno o si trovano, con quanto di quei modelli si capisce ancora e con la libertà nella quale come pionieri di una documentazione da rifondare ci si può muovere. Un mondo fluido e senza direttrici sicure che, però, già nella seconda metà dell VIII secolo va convergendo verso forme documentarie generali e comuni, come testimonia il Nord con la normalizzazione della formula di completio, per esempio, o come suggerirà poi, successivamente, il Sud con la ricomparsa e l uso compatto di una cartula priva di completio, derivata evidentemente e tipizzatasi da un modello diverso e non tabellionale Un altra girandola di termini e locuzioni, pervenuti anch essi dall antichità ma ora affastellati in modi spesso sconnessi, tormentati e un po sconclusionati, ammulina tante sottintese domande sulle funzioni di quella documentazione. Per gli storici del diritto la funzione dispositiva assolta dalla charta altomedievale nell ambito dei negozi sembra assodata, anche se non è del tutto chiara e pacifica nei suoi molti risvolti 58. Non così per i diplomatisti, inceppati da un famoso libro di un loro eccellente maestro, che, messe da parte drasticamente le lontane intuizioni di Brunner e colpito dalla tesi di Brandileone, sosteneva quasi vent anni fa la funzione meramente probatoria della charta stessa 59. Ma a me pare che la teoria di Brandileone sia respinta assolutamente dalle fonti e sia stata superata con lucidissima logica dagli storici giuristi successivi, come Astuti, anche se questi però, interessati principalmente proprio alla logica delle obbligazioni, hanno mancato un punto, quello di periodizzare e storicizzare al massimo il profilarsi e l evolversi delle cose. Vale a dire che sono straconvinta della funzione d i s p o s i t i v a, come diremmo oggi, del documento altomedievale: dispositiva, non costitutiva come in età romana, perché ora per le obbligazioni non è più questione di fonti, forme, requisiti 54 CDL, I, nr. 66, CDL, I, nr Proprio come l ha ripercorso SCHIAPARELLI, Note diplomatiche. II, Tracce di antichi formulari cit., pp. 217 e ss. 57 F. MAGISTRALE, Il documento notarile nell Italia meridionale longobarda, in Scrittura e produzione documentaria nel Mezzogiorno longobardo. Atti del Convegno internazionale di studio, Badia di Cava, 3-5 ott. 1990, a cura di G. VITOLO e F. MOTTOLA, Badia di Cava 1991 (Acta Cavensia, I), pp. 260 e ss. L A. alle pp richiama giustamente come possibili ascendenti della carta meridionale priva di completio o l instrumentum quasi publice confectum o l instrumentum tabellionale d età teodosiana e comunque pregiustinianea; io propendo per la prima ipotesi. 58 ASTUTI, I contratti obbligatori cit., cap. V, pp. 239 e ss., e cf. ASTUTI, Obbligazioni (dir. intermedio), del 1979, ora in ID., Tradizione romanistica e civiltà giuridica europea, 3, Napoli 1984 (Ius nostrum, 2 a ser., 1/III), pp e ss. 59 COSTAMAGNA, L alto Medioevo cit., pp. 275 e ss.: l A., a mio parere, supera troppo facilmente la lunga e serrata discussione di Astuti (che pure cita a p. 276), discussione che investe con forte logica tutta la questione contrattuale, nelle sue logiche e nelle sue forme, e che, sempre a mio parere, conclude giustamente per un sistema altomedievale di tipi contrattuali; questi tipi sono disegnati pian piano proprio dalla pratica e sono modellati, come accennerò, proprio dalle charte.11 o altre squisitezze del genere, ma è tempo di una elementarità spoglia, schietta ed espressiva che manifesti e conchiuda i vincoli. Ma sono anche straconvinta che tutta questa storia è da riconsiderare a fondo e da rivedere, però non in blocco bensì per stadi e fasi incisive. Per esempio, nella prima età longobarda, in carte fortemente impoverite di grammatica, sintassi e formulario ci si affanna a dire a cosa serve quel documento; non solo, ma si fa ancora qualche negozio senza un documento 60, che poi però viene emesso dopo qualche tempo. E gli scrittori, a motivazione della documentazione, parlano di monimen, cautela, stavilitas, perennis securitas, firmitas, confirmatio, vigor, rovor 61, tutti termini che Roma aveva coniati e usati con sapiente consapevolezza e prudenza, e che ora vengono martellati con l insistenza e anche l annaspìo grintoso di una cultura allo stato nascente e alle strette. Ma già negli anni di Liutprando e più ancora nella seconda metà dell VIII secolo la pratica, di per sé e come interprete di una visuale collettiva, comincia a incanalarsi verso uno sbocco: intravede cioè un obbligazione comune a vincitori e vinti, tutta manifestata e calata nella charta, come scolpisce a tutto tondo quella bella cartola manifestationis di una vendita pavese del , che con il suo foglio di pergamena e la sua scrittura raccoglie, consolida e trattiene per sempre la professio palese e sicura della volontà e delle disposizioni negoziali e quindi il vincolo giuridico. Una carta dunque, quella d approdo, che mette in atto e realizza il negozio e dispone del diritto che vi sta scritto per chartam si dona, si vende e così via, che si fa titolo, come diremmo oggi 62bis, profila gli iura degli istituti trascurati dalla norma e si solleva ad integrare la lex. Non c è né tempo né spazio per illustrare tutto ciò, ma si possono richiamare alcuni elementi indicativi. Si pensi, infatti, a quelle formule nelle quali ci si impegna a non andare contra hanc paginam 63 o pro hac promissionis pagina si riceve un launichild secundum legem 64, oppure a quelle espressioni secondo le quali le pretese fondate su una cartula convenientie vengono respinte perché q u e l l a c a r t a nec per thinx est facta nec per launichild 65, formule ed espressioni tutte dove la carta è sinonimo d obbligazione. O si pensi a quella causa discussa a Lucca nel 786, nella quale viene fuori che un prete, avendo affidato per chartam una chiesa a un altro prete e volendo riprendere la chiesa per affidarla a un certo chierico, non solo fa rubare dal chierico il documento al primo affidatario, ma quando quello glielo ha portato glielo fa distruggere, dicendo si non delis cartulam istam ibidem te confirmare non possum (e quello la brucia): dove è chiaro che l obbligazione s t a e s t a s o l o nella carta 66. O, ancora, si pensi al cap. 116 di Liutprando, dove nel caso di permute o vendite minacciate da terzi, a difesa dell avente titolo si dice che sic deveat esse, sicut in ipsa cartolam legitur 67, ovvero ai casi presenti nella pratica di carte atte ad exigendum o a che il destinatario con esse per 60 CDL, I, nr. 46, 98, 109; II, nr Per esempio, CDL, I, nr. 7, 12, 17, 20, 22, 23, 40, 45, 46, 61, ; II, nr. 137, 168, CDL, II, nr bis Ma cf. già Exp. a Liutpr. 115 e a Otto I 1, par CDL, II, nr. 151, 152, a CDL, II, nr CDL, II, nr. 163, a CDL, II, App. 67 Sul fatto che la cartola sia un elemento recepito, usato e comune a Longobardi e Romani cf. Liutpr. 7, 10, 22, 23, 29, 58, 63, 91 ecc.12 se ipso se deveat se defendere 68. Ovvero infine, per la carta che, in una prospettiva di consuetudine, ora equivale alla lex 69, si pensi a quella formula che compare in un placito spoletino del e che diverrà usuale nei placiti del Regnum, per la quale il tribunale, in presenza di documenti, sentenzia secundum quod ipsa cartula continebat... et secundum legem o a quegli incisi nei documenti del tipo sicut superius legitur che si riferiscono non solo alla res in oggetto, ma spesso anche agli iura configurati dal documento stesso e al suo tenor. Insomma, verso la fine dell VIII secolo in Italia la carta si va caricando di significati e funzioni; e proprio a questo punto si pone quell altra croce storiografica che è la traditio chartae, espressa e compendiata dalla formula post traditam nella completio. È nota la tematica risalente al Brunner, per il quale un atto di traditio sarebbe stato necessario al perfezionamento del negozio e della charta dispositiva 71. Di seguito al Brunner discussioni e interventi, tra i quali, per esempio, quello di Schiaparelli, volto ad affermare che la formula post traditam si riferirebbe in genere ad una traditio super altare e cioè ad un atto non rilevante giuridicamente 72. Anche qui non posso indugiare, ma mentre penso che la tesi di Schiaparelli per l età giustinianea prima e per i secoli a partire dal IX poi sia insostenibile, penso che per il primo Medioevo qualche ragione essa la abbia e che la tesi di Brunner, complessivamente più acuta e robusta, presenti però dei punti deboli. Il fatto è che i due studiosi consideravano il problema secondo prospettive un po unilaterali, e cioè il primo (Schiaparelli) da un angolazione longobarda, il secondo (Brunner) dall angolazione dell epoca giustinianea e poi del Cartularium Langobardicum della fine del secolo X, mentre ancora una volta è assolutamente necessario periodizzare e guardare all evoluzione. Dopo il VI secolo dunque, che abbiamo già toccato, in età longobarda e alla ripresa di una pratica di documentazione, la formula post traditam nella completio riappare nel Nord prima timidamente e con qualche intermittenza: non c è a Treviso nel 710 né a Pavia nel 714 né a Pisa nel 720 e ; sembra allargarsi nell uso, invece, negli anni di Liutprando da Piacenza a Milano, poi Treviso, Pistoia, Novara, Pisa, Pavia 74, restando episodica a Lucca dove peraltro non si usa granché la completio; infine, a partire dalla metà dell VIII secolo, si afferma anche a Lucca con la completio, e intanto arriva a Farfa ma non a Spoleto e Rieti 75. Ritengo pertanto che di una traditio a perfezionamento del negozio e della carta per quella prima età longobarda non si possa neanche parlare, tenuto oltretutto conto che di un negozio, della charta e di un perfezionamento di essi in quei decenni faticosi e primitivi non si sarà avuto nessun chiaro senso giuridico. Ritengo poi che, solo sul finire del regno longobardo con l avvio della carta verso un ruolo dispositivo e solo nel Nord con la normalizzazione della completio, la formula abbia cominciato anch essa ad assu- 68 CDL, II, nr. 281, a. 773; Chartae latinae antiquiores, Part XXVII, Italy VIII, a cura di J.-O. TJÄDER, Dietikon Zürich 1992, nr. 832, a. 796 Piacenza. 69 Sulla posizione di netta preminenza assunta dalla consuetudine rispetto alla legge e alle altre fonti di diritto in questo periodo v. ASTUTI, Legge (dir. intermedio), del 1973, ora in ID., Tradizione romanistica cit., 3, p. 2053, e E. CORTESE, Norma giuridica, in Enciclopedia del diritto, 28, Milano 1978, pp , (par. 5). 70 C. MANARESI, I placiti del Regnum ltaliae, I, Roma 1955 (Fonti per la storia d Italia, 92), nr BRUNNER, Zur Rechtsgeschichte cit., pp , 97 e ss. 72 SCHIAPARELLI, Note diplomatiche. III, La formula post traditam (chartam) cit., pp. 248 e ss. 73 CDL, I, nr. 14,18, 23, CDL, I, nr. 29, 36, 37, 38, 44, 45, CDL, V, Le carte dei ducati di Spoleto e di Benevento, a cura di H. ZIELINSKI, Roma 1986 (Fonti per la storia d Italia, 66), nr. 30, 49.13 mere, se non ancora un significato giuridico preciso, canonico e fermo, almeno una qualche normalizzazione ed una qualche risonanza suggestiva e rituale come indicano per esempio quelle carte di permuta che i due autori ad invicem tradiderunt 76. Aggiungo, per inciso, che quei casi in cui una traditio viene fatta super altare 77 non mi sembrano spostare di niente i termini di questa vicenda, perché in essi il destinatario è un ente religioso, una chiesa, e perciò è rappresentato in forma icastica appunto dall altare. Una spinta decisiva alla fissazione di un atto di traditio chartae e alla canonizzazione della formula post traditam credo si verifichi con la conquista franca del Regnum, in quel mondo cosmopolìta di Romani, Longobardi, Burgundi, Alamanni, Franchi. Perché i Franchi dominatori, da un lato, i più puri, germanici e meno romanizzati dei conquistatori, e quella congerie di Germani di tanti ceppi e tante storie che con loro arriva, dall altro, hanno al fondo del loro bagaglio mentale e culturale negozi e obbligazioni compiuti per simboli, ossia con atti rituali consistenti nella c o n s e g n a di simboli 78. Questi atti germanici, compiuti per riti, quando sono documentati, vengono testimoniati per notitia o breve 79 ; e se si tratta di atti di alienazione e in particolare di quel negozio che è la donazione vengono tradotti nella lingua latina e figurativamente con il termine di traditiones: sono traditiones gli atti di ultima volontà o pro anima di K.M. 78, 92 e , è un tradere il donare pro anima di Hlud. 11, è un negozio di alienazione, che può comprendere la vendita, la traditio di Loth Anche i nuovi conquistatori, in Italia e ben presto, si piegano al sistema della charta, ma vi trovano appiglio per il loro proprio simbolismo appunto nella traditio espressa dalla formula finora oscillante e che da ora nella società composita di Romani e Germani di tante stirpi diventa canonica e ferma e lo resterà fino a tutto il secolo XI e oltre, pur nella secchezza di un ramo morente. Dunque, la traditio chartae, fra stadi longobardo e franco, sembra aver seguito la vicenda appena accennata: una vicenda che corre dalla incerta eredità di una formula giustinianea alla canonizzazione della stessa formula per una pennellata germanica aggiunta alla carta in età franca: e in questo senso la traditio non è tanto espressiva del perfezionamento del contratto e della carta, dispositiva già di per sé, quanto piuttosto è una formalità complementare e addizionale che lega il retaggio delle consuetudini e della mentalità dei vincitori al retaggio della romanità 82, per un risultato tutto nuovo e originale, medievale e romanzo. E ciò mi sembra confermato dal Cartulario Longobardo. Quella summula scolastica e teorica sulle obbligazioni 83 di una età ottoniana così vivacemente colorita di germanesi- 76 CDL, II, nr. 155, CDL, I, nr A. de BOÜARD, Manuel de diplomatique. L acte privé, Paris 1948, pp. 59, 62 e ss., 74, Per la Francia v. BOÜARD, Manuel cit., pp , ; per l Italia cf. Codex diplomaticus Langobardiae, a cura di C. PORRO LAMBERTENGHI, Torino 1873 {Historiae patriae monumenta, XIII), nr. CCXLIII, CCXLVII, CCCCLXXXV, o documento inserto in MANARESI, I placiti cit., I, nr Diversamente la più tarda Expositio ad Librum Papiensem a K.M. 78, che intorno al termine di traditio ragiona di corporalis traditio. 81 E cf. la Formula al cap. 82 Sono assolutamente d accordo con ASTUTI, I contratti obbligatori cit., p. 283, quando specifica che la funzione dispositiva della charta non si fonda soltanto sull atto formale della traditio... ma anche e soprattutto sulla speciale efficacia materiale riconosciuta alla forma scritta, al documento come forma negoziale, ed è per questo che la stessa funzione la svolge anche la carta meridionale non sottoposta a traditio. 83 Si discute sul carattere più o meno pratico del Chartularium e cioè di formulario per la redazione di documenti privati, v., fra gli ultimi, G. DIURNI, L Expositio ad Librum Papiensem e la scienza giuridica preir-14 mo sembra rappresentare a tratti forti il quadro contrattuale e documentario dei tempi: un quadro che ha assunto i modelli latini della documentazione nelle loro tracce ancora visibili e comprensibili, ma li legge alla longobarda (e se chi contratta Romanus est, similiter ), alla salica, alla ripuara e così via, e li infioretta di eloquia et gesta che se non sono tutti retorici, come pur in parte è possibile 84 riecheggiano antiche tradizioni di riti contrattuali d Oltralpe, già ricordate nelle Formulae Marculfi o nella Lex Salica 85 ; e a ripresa di quei gesta traduce per i Germani il sistema imperniato sul documento proprio con la traditio chartae. Ma al di là del pot-pourri di colori, resta che la carta uscita dal crogiuolo romanobarbarico dell alto Medioevo ha una portata forte e originale e nella sua apparenza asciutta e severa, spesso povera e dimessa, e nel grigiore delle sue forme riveste una realtà corrusca e carica di valenze. Intanto essa non è una semplice somma di fattori e apporti (romani e barbarici), ma è un frutto tutto nuovo, spuntato e cresciuto là dove il gelo della rovina per i Romani, della decadenza e marginalità per i Bizantini e della lontananza dalle origini per le gentes d Oltralpe ha coperto e cancellato sistemi giuridici chiari e netti di partenza e di riferimento. In secondo luogo, la carta nata nell alto Medioevo, per la penuria di norme di diritto privato di quell età e per l abbondanza invece di documentazione sempre in aumento dall VIII-IX secolo, con i suoi profili e le sue formule finisce per tipizzare i contratti, disegnando essa nella sua usualità e totalità la mappa o il sistema delle obbligazioni; ma questo riguarda gli storici del diritto. Infine, quella carta, come concreta e comprensibile manifestazione e formalizzazione negoziale, svolge un immediata, diretta e insostituibile funzione dispositiva e di tessitura di rapporti giuridici obbligatori, nel Nord conquistato dai Franchi e nel Sud longobardo e bizantino. 6. A corollario della funzione dispositiva della charta restano da toccare alcuni punti problematici: quello delle rispettive posizioni di charta e notitia, e quelli dei rapporti ed eventuali nessi della charta con la wadiatio, con la convenientia, con la stipulatio, tre termini che risuonano in tanti documenti, che rinviano a temi giuridici di gran peso e che spesso s intrecciano nelle considerazioni degli storici giuristi, mentre tenderei a tenerli separati ai fini di una maggiore chiarezza. Quanto al primo problema carta/notitia penso, come ho detto, che la carta dispositiva sia fulcro di tutto il sistema romano-barbarico dei contratti obbligatori, e soltanto di quello: tutte le obbligazioni o di derivazione romana, o formatesi mistamente su tracce romane e con innesti barbarici, o sviluppatesi variamente su tracce romane negli usi spesso locali di quei secoli (come i contratti agrari) trovano fondo e cornice nella carta. Invece, ciò che resta fuori da quel sistema e cioè le obbligazioni barbariche originarie e pure, come le wadiationes del Sud resistenti perché lì è più forte, come dice neriana, Roma 1976 (Biblioteca della Rivista di storia del diritto italiano, 23), p. 106, che parla di modelli per la confezione di atti privati. A me sembra, invece, che l operetta non riguardi affatto la redazione di documenti, ma tratti appunto del sistema delle obbligazioni dell epoca, incentrato certo sulla charta. 84 P.S. LEICHT, Le ultime vicende della mancipatio in Italia, Rivista di storia del diritto italiano, 5 (1932), pp Formulae Marculfi, Praef., ed. K. ZEUMER, in M.G.H., Legum sectio V. Formulae, p. 32, cf. BOÜARD, Manuel cit., p. 68; Lex Salica, 86, 3: et accipiat fistucam et dicat verbum, ed. K.A. ECKHARDT, in M.G.H., Legum sectio I. Legum nationum Germanicarum, IV/2, pp15 Magistrale, la persistenza del diritto longobardo 86 o gli atti giuridici n o n contrattuali, tutto ciò è calato nel breve o notitia o memoratorium, un documento che perciò ha e può avere soltanto valore probatorio. Aggiungerei che penso che il breve o notitia o memoratorium altomedievale tipizzi le sue strutture formali proprio nel Medioevo, partendo probabilmente da scritture memorative atipiche, amorfe e informali e perciò flessibili e atte ad essere modellate ex novo d ascendenza tardoantica 87 : scritture che troviamo citate più volte in fonti romane 88, che troviamo esemplificate in P. Tjäder 8 dell anno 564 come semplici elenchi subter adnexi ad una chartula 89, e che vediamo ripetersi nel primo Medioevo come elenchi o registrazioni di testimonianze, per esempio, o di beni o di uomini o di moniminas, magari con l aggiunta di qualche elemento formalizzante come l invocazione o la data o una dichiarazione dello scrittore o le sottoscrizioni dei testi 90. Penso, perciò, che proprio l assenza di caratteri formali tipici di scritte comunque d ambito documentario e d età romana usate per elenchi, note, registrazioni, inventari, brevi relazioni abbia permesso il nuovo e lento modellarsi dei brevia o memoratoria probatori che troviamo dal IX-X secolo (quando nella sfera contrattuale romano-barbarica si canonizza la carta dispositiva) e, prima ancora, abbia permesso lo strutturarsi delle notitie iudicati medievali come relazioni sintetiche di una serie di elementi e di atti salienti del processo F. MAGISTRALE, Il documento notarile nell Italia meridionale longobarda cit. p L A. nota (p. 265) inoltre che la prima particolarità del memoratorium e il nucleo giuridico di esso consiste nella concessione della guadia... e designazione del mediator, espresse a nome della controparte, con le quali quest ultimo personaggio rilascia all autore una precisa garanzia in merito ad accordi o convenientie relativi a fatti giuridici o a negozi di natura diversissima ; già alcuni anni prima, a proposito della diversità funzionale fra charta e notitia o breve, facevo l ipotesi che i contratti altomedievali d origine romana, anche se segnati di germanesimo perché magari fermati con wadia o per thingatio, fossero calati nella forma della carta, mentre obbligazioni longobarde pure o investiture saliche o atti non contrattuali come le divisiones fossero calati nella forma meno tipizzata e, aggiungerei, non obbligatoria della notitia (cf. il mio Documento privato e notariato: le origini, in Notariado público y documento privado: de los orígenes al siglo XIV. Actas del VII Congreso Intemacional de Diplomática, València 1989, p. 985): resto dello stesso parere, puntualizzando che le convenientie che Magistrale trova nel Sud sono per lo più patti fermati dalla wadia, mentre le convenientie che io trovo nel Nord (e che richiamavo in quell ipotesi sopra ricordata) sono contratti obbligatori, v. in seguito. 87 PRATESI, Il notariato latino nel Mezzogiorno medievale cit., p. 252 e n. 69, pensa che il breve o memoratorium sia accostabile all epistula traditionis tardoantica del tipo di P. Tjäder 32; ma l epistula romana, sia come documento pubblico che come documento privato, ha una struttura formale molto peculiare, in particolare nel protocollo, che passa grosso modo invariata al Medioevo. 88 Cf. BRUNNER, Zur Rechtsgeschichte cit., pp , e O. REDLICH, Die Privaturkunden des Mittelalter, München u. Berlin 1911, p. 8; v. soprattutto P. Tjäder 47-48, un inventario d archivio della prima metà del VI secolo che enumera, fra i documenti, tre breves e una notitia. 89 Ed. da TJÄDER, Die nichtliterarischen lateinischen Papyri cit., I, pp. 240, 242. Breve de diversas species, quae vinditae sunt de successionem..., notitia de res Guderit, notitia... de domus, quae sunt intra civitate Ravenna, seu praedia rustica, quae sunt in diversis territuriis CDL, I, nr. 19, breve de inquisitione a. 715: registrazione di testimonianze, introdotta da invocazione simbolica, data, invocazione verbale e breve presentazione degli atti sotto elencati; CDL, I, nr. 70, memoratorium de morgengab, a. 739: elenco dei beni in oggetto, senza forme particolari; CDL, II, nr. 154, notitia brevis circa uomini divisi o liberati, a. 761: elenchi di uomini, appunto, con un escatocollo consistente di data, dichiarazione scripsi dello scrittore, sottoscrizioni di testi; CDL, II, nr. 161, a. 762; CDL, II, nr. 295, breve de moniminas, aa : elenco di documenti che comprende cartule, praecepta regis, iudicata, epistule e brevi. 91 CDL, I, nr. 17, notitia iudicati a. 714: il documento di placito è già introdotto dal classico Dum e aperto dalla indicazione del tribunale, in questo caso consistente nel solo maggiordomo di re Liutprando, e del luogo del giudizio; seguono i momenti fondamentali della causa; chiudono l admonitio del giudice al notaio di scrivere la notitia e la data, mancano ancora le sottoscrizioni.16 Alle somme, se le forme del breve o notitia si modellano man mano per ritenere e custodire la memoria di atti non contrattuali o di dati, quanto alla funzione il tradizionale binomio brunneriano charta dispositiva e notitia probatoria trova fondamento e ragioni nella realtà altomedievale degli atti giuridici. Non sono d accordo, invece, con Brunner sull ipotesi di un uso della charta come wadia e di una assimilazione della traditio chartae alla datio wadiae, e cioè non sono d accordo sull ipotesi che un documento funzioni come sostituto della wadia 92. Come ho accennato, la traditio ha un altra e propria storia; e se i due termini di carta e di wadia l o g i c a m e n t e avrebbero potuto forse confrontarsi e avvicendarsi, s t o r i c a m e n- t e o si passano semplicemente accanto la prima polarizza la sfera negoziale, la seconda se ne allontana, ovvero si attestano ambedue, a fianco ma separate. Infatti, a Nord la wadiatio longobarda compare appena, ampiamente superata dalla carta nel sistema negoziale comune 93 e prima che della carta stessa si canonizzi la traditio, mentre a Sud resta a sé e indipendente, intimamente legata alle pratiche originarie e distintive di uno solo dei due popoli, e testimoniata dai memoratoria. Quanto al rapporto della charta con la convenientia, ho già lungamente sostenuto altrove 94 come la seconda, a meno che non sia usata nel senso generico di accordo, indichi una categoria altomedievale di atti obbligatori che si tipizzano tutti per una spiccata bilateralità e che sono tutti modellati e conclusi proprio nella e dalla carta. Infine, la raffinata stipulatio romana: se i giuristi e i Romani dell impero di Giustiniano sapevano ancora bene cos era e non la confondevano certo con il documento, essa è ormai incomprensibile al nuovo Medioevo, che arriva a lambire come una risonanza non spenta e però malinconica e marginale. A livello colto c è chi la ricorda scolorendola a promissio, come l enciclopedico Isidoro Stipulatio est promissio vel sponsio; unde et promissores stipulatores vocantur 95, c è chi la ripesca un attimo quale parola difficile e la usa per designare addirittura il contratto formale tipico dei barbari e cioè la wadiatio, come il cap. 15 di Liutprando 96, e chi, in una cerchia di cultura ecclesiastica e sulla base delle venerande Istituzioni III, 15 e 19, ne fa oggetto di uno scolastico sommario e di una breve informazione antiquaria, come la Lex Romana canonice compta ai capp. CCVI e CCVII 97. A livello pratico e operativo di concrete negoziazioni e di relativa documentazione, dell antico e autorevolissimo contratto romano sopravvivono brandelli coloriti ma di modesta rilevanza e certo non più connessi col ruolo netto, centrale e portante della stipulatio d un tempo ormai lontanissimo, brandelli come il verbo spondere usato talvolta nei dispositivi e coniugato a significare un promettere negoziale o come quella formula suggestiva che è la formula stipulatoria, incastonata a chiusura di una scrittura documentaria. 92 BRUNNER, Zur Rechtsgeschichte cit., pp. 66, ; anche ASTUTI, I contratti obbligatori cit., p. 284, dice di una assimilazione della traditio chartae alla datio wadiae. 93 Nel centro-nord minime tracce di wadia nel primo sistema contrattuale romano-longobardo a tutto vantaggio e agio della carta: una wadia aggiunta nell escatocollo di una carta di cessione di beni per assicurare una prestazione di compenso della cessione stessa a Rieti nel 745 (CDL, V, nr. 6), una wadia aggiunta in calce ad una cartula promissionis di prestazioni d opera a Chiusi nel 765 (CDL, II, nr. 192), e il ricordo di una wadia prestata divitione fatiendum a Bergamo nel 772 (CDL, II, nr. 262). 94 G. NICOLAJ, Cultura e prassi di notai preimeriani. Alle origini del rinascimento giuridico, Milano 1991 (Ius nostrum, 19), pp Etym. 5, 24, Cf. CALASSO, Il negozio giuridico cit., pp. 143, 151, Ed. C.G. MOR, Lex Romana canonice compta. Testo di leggi romano-canoniche del sec. IX, Pavia 1927, pp17 Come formula, in età longobarda, la stipulatio viene ripresa e spesso fraintesa a Nord, e verso la fine di tale età sembra andare perdendosi, proprio come si perderà nel Sud. Ma nel Nord, prima di svanire del tutto, quella formula ha un revival e trova una ripresa nuova e forte con l arrivo dei Franchi, proprio come è successo con la traditio: perché al seguito di Carlo e con i Franchi ci sono anche Germani della Gallia meridionale, Burgundi per esempio, adusi alla documentazione romana; e nelle carte d Oltralpe certo formulario volgare e di prassi ripete che la stipulatio omnium chartarum accomodat firmitatem 98 e questa allettante anche se illogica affermazione trova un eco e una fissazione in certi tipi di documenti d Italia, per esempio a Nord nelle delicate donazioni e a Roma o a Ravenna nelle antiche e tradizionali enfiteusi. Mi scuso per la brevità e la leggerezza con le quali ho toccato temi tanto difficili e complessi, ma il tempo è tiranno una volta di più e il documento medievale è un cumulo di termini, formule e funzioni, e non è un tutt uno fisso ma segue i capitoli di storie longobarde e poi franche e poi ottoniane e preirneriane. Ed è per la stessa tirannia di tempo che non mi soffermo sul periodo ottoniano o, meglio e più ampiamente, preirneriano, e mi permetto di rinviare a un mio studio in proposito 99 : da lì, infatti, spero si evinca abbastanza facilmente e basti ripeterlo in sintesi, come, proprio in quel secolo e mezzo circa, la dottrina e penso per esempio alla scuola longobardistica del Sacro Palazzo e ad opere come l Expositio ad Librum Papiensem canonizzi le funzioni e le forme del documento altomedievale, mentre allo stesso tempo già affiorano qua e là spunti di una scienza e di una prassi giuridica nuove, che dal secolo XII muteranno profondamente il quadro della documentazione. 7. Si è derto sin qui della charta nella sua funzione dispositiva; resta perciò da guardare al suo profilo probatorio. Si dice spesso di essa come di una prova privilegiata 100, ma confesso che questa definizione non mi convince e non mi piace, e mi spiego. Un concetto di prova privilegiata o è troppo generico e dice poco o niente ovvero sembra riferirsi ad un quadro 98 Chartae latinae antiquiores, XIII, France I, a cura di H. ATSMA e J. VEZIN, nr. 571, donazione aa : stipolacione pro omne firmitate subnexa ; Chartae latinae antiquiores, I, Switzerland, a cura di A. BRUCKNER, nr. 40, vendita a. 744 Gebertswil: et cartola esta sua obteniad firmitatem Aquiliani Arcaciani leies stibolacionis, quia omnium cartarum adcommodat firmitatem, e cf. nr. 44, donazione a. 744 S. Gallo. L adagio circa la stipulatio quae omnium chartarum accomodat firmitatem mi sembrerebbe coniato dalla pratica e non dalla cultura e dalla norma, come sembrerebbe affermare, forse per lapsus, certa storiografia da F. SCHUPFER, Il diritto privato dei popoli germanici con speciale riguardo all Italia, III, Città di Castello e Roma-Torino-Firenze 1909, pp. 132, , a CALASSO, Il negozio giuridico cit., p. 185; sulla base delle Sentenze di Paolo e di C. Theod. 2, 9, 3 (e non 8, ed. MOMMSEN, Berlino ) = Lex rom. Wisig. 2, 9, 1. Che circa la stipulatio usata a formalizzare la clausola penale (e perciò ricordata a chiusura di testo nei documenti) ci sia stata una bella confusione fra Pauli Sent. l, l, 3 e 2, 22, 2, e C. Theod. 2, 9, 2 e 2, 9, 3, è evidente (si rilegga il secondo esempio documentario citato all inizio di questa nota, e cf. ASTUTI, I contratti obbligatori cit., p. 252 n. 7); ma, a mio parere, l adagio suddetto, proveniente dal canale della prassi, forse ha all origine quelle clausole documentarie tardoantiche che citavano un avvenuta stipulatio de omnibus suprascriptis (P. Tjäder 30, 31, 33, 38-41, e P. Marini 118) e che nella accelerata volgarizzazione del diritto del VII-VIII secolo sarebbero scivolate dalla originaria prova di una stipulatio relativa a tutti i punti contrattuali oggetto della scrittura all affermazione di una stipulatio relativa alla scritta stessa. 99 NICOLAJ, Cultura e prassi di notai preirneriani cit. 100 Per esempio P.S. LEICHT, Dictum ed imbreviatura (del 1910), ora in LEICHT, Scritti vari cit., II/2, Milano 1949, p. 206; P. SINATTI D AMICO, Le prove giudiziarie nel diritto longobardo, Milano 1968, p. 274 n. 12; COSTAMAGNA, L alto Medioevo cit., p. 158; più sfumati e cauti G. SALVIOLI, Storia della procedura civile e criminale, in P. DEL GIUDICE, Storia del diritto italiano, Milano 1925 (anast. 1969), pp. 283 e ss., e ASTUTI, I contratti obbligatori cit., pp. 263 e ss.18 processuale nel quale si abbia una valutazione razionale, differenziata e sistematica dei possibili tipi di prova, tra i quali il documento goda di una speciale considerazione. Invece, a mio parere, per l alto Medioevo si deve partire da tutt altro ordine di idee e di fatti. E cioè si deve considerare che in quei secoli i signori del processo sono i conquistatori: sono loro che, se sul terreno negoziale hanno in parte ceduto ai vinti e al loro sistema di scritture, sul piano giurisdizionale, con una posizione di segno netto, tengono ben strette in pugno le linee direttrici e le chiavi del giudizio. Il che significa, per quel che ci riguarda, che tutta quanta la materia probatoria rientra in quel sistema di prove irrazionali che Lévy chiama religiose o soprannaturali, discendenti da giuramenti e duelli 101 ; e che anche il documento d ascendenza romana, che pur viene assunto tra le prove 102, viene tradotto al modo e ai valori germanici e si colorisce anch esso di sfumature ordaliche. Vale a dire che in primo luogo esso è prova non solo di fatti come in un processo romano o bassomedievale o moderno ma anche di diritto. Peraltro, come s è detto sopra, la charta oltre che prova è insieme titolo e come tale permette quella facundia loquendi cum monimen in giudizio, come direbbe Liutpr. 54, o quel contendere per cartulam che spesso dicono i placiti 103, o quella licentiam... causas agendi, responsum reddendi, finem ponendi... cum cartula che dicono i documenti dalla seconda metà del X secolo; e, come prova e titolo insieme, la carta fa prova di se stessa e dimostra quel diritto che essa stessa configura. In secondo luogo, quel documento, nel suo profilo probatorio e secondo l andamento di un processo ordalico, non è usato a istruire la causa perché il tribunale valuti le prove ed emetta poi la sentenza, ma determina a u t o m a t i c a m e n t e la sentenza (ed è perciò forse che, staccato dal suo contesto giudiziale complessivo, appare prova privilegiata ). Insomma, è impossibile trattare la prova scritta altomedievale con categorie e metro inadeguati, perché essa si inserisce in un quadro generale probatorio a r c a i z z a n t e e di matrice ordalica che la condiziona e la forgia ed è impossibile scindervi diritto e fatto: e se proprio dovessi darle un nome, quella carta ritenuta in giudizio bona et vera 104 o vera et legitima 105, e cioè valida come titolo e veritiera come testimonianza, la chiamerei globale, seguendo Pugliese che ha coniato il termine per una prova di tipo simile del processo arcaico romano 106. Quanto questo regime, che ingloba la prova scritta d eredità romana, sia caratterizzato in senso irrazionale e ordalico ce lo manifestano alcune fonti che gettano lame di luce sul panorama altrimenti fermo e stereotipo offerto dalle notitie iudicati: Liutpr. 118, che pur incerto sui giudizi di Dio, riconferma il vigore della pugna, perché propter consuetudinem gentis nostre Langobardorum legem ipsam vetare non possumus ; o un 101 J.-Ph. LEVY, L évolution de la preuve des origines à nos jours, in Recueil de la Société Jean Bodin pour l histoire comparative des institutions, XVII: La preuve, 2ème partie, Moyen Age et temps modernes, Bruxelles 1965, p. 10; J. GAUDEMET, Les ordalies au Moyen Age: doctrine, législation et pratique canoniques, ibid., pp ; ASTUTI, Spirito del diritto longobardo: il processo ordalico (del 1971), ora in ID., Tradizione romanistica cit., I, pp E ciò da alcuni viene letto come una concorrenza più o meno marcata della romanità con il germanesimo, v. per esempio SINATTI D AMICO, Le prove giudiziarie cit., alle conclusioni di pp o di p. 405; e G.P. BOGNETTI, Un canone milanese e il diritto penale longobardo, ne L età longobarda, I, Milano 1966, pp. 322, 324, che parla di scostarsi o di giustapporsi delle due procedure, la romana per testi e documenti e la longobarda per giuramenti. 103 Per es. MANARESI, I placiti cit., I, nr Per es. MANARESI, I placiti cit., I, nr. 81, Lud. P G. PUGLIESE, La prova nel processo romano classico, Jus, n. ser., 11 (1960), p. 398.19 giudizio di Reggio dell 824, nel quale i giudici, mentre fanno redigere la notitia iudicati per la parte vincente, fanno dare a quella soccombente ad commemorandam causam aliquos ictos 107 ; ovvero i primi capitoli di Ottone I, dove l accusa di falso a carta o a scriptiones determina la pugna; ovvero il giudizio di Garfagnolo addirittura del 1098, dove malgrado l allegazione di praecepta regum e di passi delle Istituzioni e del Codice giustinianei, Matilde di Canossa assegna il duello, secondo le linee di un processo ancora ordalico alla fine del secolo XI 108. Se già il concetto di carta bona et vera è indicativo del ruolo in giudizio delle scritture, anche il contrapposto concetto di falso, che con difficoltà si coglie dalle fonti, è utile ad illuminare qualche punto: sembrerebbe massivo il concetto in Roth. 243, e cioè sembrerebbe comprendere il documento contraffatto o alterato ovvero genuino ma mendace; è come falso il documento genuino ma contro legge di Liutpr. 22 e 91; è falso il documento surrettizio, per esempio un precetto imperiale materialmente vero ma ottenuto con la frode e perciò a nodo falsum et ideo evacuandum ac destruendum 109. Con i Franchi la norma comincia a considerare l accusa di falso: ma il c. 5 di Ludovico II, il c. 72 di Lotario, il c. 6 di Guido, malgrado qualche pennellata romanica qua e là (come la collatio con altri documenti), finiscono poi con i giuramenti; e i coloriti germanici si accentuano con gli Ottoni e il loro duello. Insomma, con i Franchi, con gli Ottoni e ancora per tutto il secolo seguente l accusa di falso al documento diventa un atto per passare alle prove ordaliche. Questa ricusazione è indicata con locuzioni come cartam falsam facere, chartam falsare, cartam falsam appellare ; ed essa, che non ha niente a che fare con problemi di falso documentale, porta invece a purificare chartam, come dicono le fonti, con quelle prove che sono in effetti mezzi di purgazione 110, e così a idoniare o idoneam facere la scrittura: i rigurgiti e le riprese di germanesimo in questa fase procedurale, dall età franca all XI secolo, non potrebbero essere più netti e forti. In una realtà del tipo velocemente tratteggiato sprofonda il concetto di autentico come noi lo intendiamo, e della fides romana, in senso razionale e logico-giuridico, si perdono le tracce. Una scrittura è semplicemente roborata dai testi al negozio, tra i quali in primo luogo, perché tecnicamente bravo e socialmente autorevole, il notaio. E nessuna norma dice che questi testi, a parte evidentemente il notaio, debbano intervenire direttamente e in prima persona nella documentazione tanto che non mi meraviglia affatto che nell VIII secolo si siano trovati tanti signa crucis non autografi 111, perché nessuna norma né la cultura di giudici e notai né la prassi giudiziale né la mentalità comune colgono più il problema dell autenticità del documento e dei mezzi per assicurarla. Da questa prospettiva di opacità del problema e del concetto di autentico va riguardata anche la procedura di ostensio chartae del X-XI secolo. Infatti, se non convince proprio la tesi di Manaresi circa la esistenza di effettive vertenze e veri processi, che sarebbero quasi nascosti dalla monotona e scandita verbalizzazione della produzione del documento al placito e poi del testo del documento stesso e infine del suo riconosci- 107 MANARESI, I placiti cit., I, nr MANARESI, I placiti cit., III/2, Roma 1960 (Fonti per la storia d Italia, 97.2), nr. 478, v. NICOLAJ, Cultura e prassi di notai cit., p. 74 n. 196, e ora E. CORTESE, Il rinascimento giuridico, Roma 1992, p MANARESI, I placiti cit., II/1, Roma 1957 (Fonti per la storia d Italia, 96.1), nr SINATTI D AMICO, Le prove giudiziarie cit., pp. 26 e ss.; ASTUTI, Spirito del diritto longobardo cit., p P. SUPINO MARTINI, Le sottoscrizioni testimoniali al documento italiano del secolo VIII: le carte di Lucca, Bullettino dell Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano, 98 (1992), pp20 mento 112, non convince neanche la tesi scaturita dal Ficker ma costruita da una parte della storiografia storico-giuridica e diplomatistica circa una pratica procedurale volta all autenticazione della documentazione 113, una pratica che, si badi, avrebbe riguardato perfino i documenti sovrani che talvolta si trovano prodotti 113bis. Se nessuna delle due soluzioni sembra persuasiva, penso invece, sulla linea di Calasso 114, che in realtà l esibizione del documento al placito sia atto introduttivo di una manifestazione al massimo della pubblicità e della pubblicazione possibili per un accertamento di diritti, di iura così come sono configurati e stabiliti dalla scritta dispositiva, accertamento che si risolve formalmente, e naturalmente, nel riconoscimento della documentazione che li definisce. Questa terza spiegazione della procedura di ostensio, la più semplice e diretta, non solo aderisce al meglio e senza forzature ai dati, ai modi e ai ritmi degli atti giudiziali così come sono documentati, ma caratterizza anche, forte e bene, una fase storica di incertezze diffuse e endemiche, alle quali risponde uno strumento peculiare come la procedura di ostensio appunto, messo in opera da prassi e cultura (e penso alla Form. 17 del Cartularium Langobardicum: Qualiter carta ostendatur ) per garantire titoli e beni. E tutto ciò senza stonature, perché spostare il problema e la sua soluzione a temi di autenticità e autenticazione di documenti, in questi secoli, in questo clima e in questa realtà culturale e pratica, colpirebbe come una stecca: nella vicenda altomedievale della documentazione dispositiva e probatoria così come è stata ricostruita, il motivo puramente probatorio e logico e razionale dell autenticazione documentaria spunterebbe inopinato e incongruo, infondato e direi perfino un po insensato. 8. Muovendo dagli stessi presupposti di un concetto di autenticità regredito e sbiadito bisogna riguardare al problema del notariato altomedievale, notariato che come istituzione è logicamente e strettamente connesso a questioni di autenticazione. Per quanto riguarda i notarii d età longobarda sono ancora del parere di Schiaparelli e Cencetti e cioè che essi non siano che semplici scribi forniti di una certa esperienza delle formule documentarie, privi di ogni autorità 115. Un importante e gran bel libro di vent anni fa, già citato, che sosteneva un qualche nesso del notariato altomedievale con una auctoritas superiore 116, non mi ha mai convinto, anche se avrebbe ben meritato un attenta discussione della esegesi delle fonti usate, delle argomentazioni addotte e soprattutto del quadro di riferimento storico: per un piccolo esempio, il passo di Cicerone ad faciendam fidem auctoritas quaeritur 117, usato a base della saldatura del termine scriba alla parola auctoritas 118, dovrebbe essere maneggiato con cautela e levità, affinché non risulti oltremodo equivoco e fuorviante sia perché il passo si riferisce ai testimoni in processo e non agli scrittori di documenti, sia 112 C. MANARESI, Della non esistenza di processi apparenti net territorio del Regno, Rivista di Storia del diritto italiano, 23 (1950), pp , e 24 (1951), pp Fra gli altri ASTUTI, I contratti obbligatori cit., pp. 274 e ss. e PRATESI, Appunti cit., p. 526, e ancora Genesi e forme del documento medievale, Roma 1987, p. 52; ma già NICOLAJ, Documento privato cit., pp bis Per esempio MANARESI, I placiti cit., I, nr. 106, 113, 118, 119, CALASSO, Il negozio giuridico cit., Append., pp L. SCHIAPARELLI, Note diplomatiche sulle carte longobarde. I: I notai nell età longobarda (del 1932), ora in ID., Note di diplomatica cit., in particolare le conclusloni a pp ; G. CENCETTI, Il notaio medievale italiano cit., p. XIII = Il notariato medievale italiano, Annali della Facoltà di giurisprudenza dell Università di Genova, 4 (1965), p COSTAMAGNA, L alto Medioevo cit., in particolare p Topica XIX, COSTAMAGNA, L alto Medioevo cit., p. 165. Vedere altro
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References: sentenza 
 art. 2564
 Sentenza 
 art. 281
 articolo 28
 art. 2363
 art. 2484
 art. 2484
 art. 4