Source: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/07/07/news/intervista_rodot-86836032/
Timestamp: 2018-07-23 17:24:51+00:00

Document:
Privacy, libertà d'espressione, copyright: come ha dimostrato lo scandalo Datagate, i diritti fondamentali ai tempi di internet rischiano di non avere più strumenti adeguati per la loro tutela. Diventa sempre più urgente riscrivere regole e doveri per rispondere alle nuove sfide. Come ha fatto il Brasile, che ha varato recentemente il Marco Civil, una sorta di Costituzione per Internet
di ALESSANDRO LONGO, FEDERICO RAMPINI e DANIELE VULPI
ll richiamo del Consiglio d'Europa
In Italia è pronta la Carta dei Diritti
Rodotà: primi segnali di una svolta
ROMA - La sensazione è che ci si trovi in un momento cruciale, forse decisivo. Temi come la privacy, la sicurezza, la garanzia dei diritti di ognuno di noi in Rete si sono intrecciati in maniera inestricabile. Il Datagate ha avuto il potere di togliere il velo su (quasi) tutto. Tuttavia anche se la strada è ormai tracciata non è detto che il cammino verso regole condivise da tutti, magari verso una "costituzione di internet", sia a portata di orizzonte. La consapevolezza degli utenti cresce sempre di più, è un dato confortante, ma certe strade prendono vie tortuose proprio quando l'obiettivo si trova a un passo.
Negli Stati Uniti, per esempio, alla faccia dei principi di neutralità del web i grandi provider delle telecomunicazioni puntano sempre di più a un'internet a due velocità dove tra le aziende chi paga vola, ha qualità dei servizi garantita, massima visibilità e sicurezza mentre le piccole devono devono dividersi quello che resta. Le lobby hanno fatto molto bene il loro lavoro e - questione di mesi - sapremo sei il progetto di legge che stabilisce proprio questo e attualmente in valutazione alla Federal Communication Commission (FCC) vedrà la luce.
Quanto alla sicurezza dei nostri dati, il terremoto del Datagate ha solo rallentato, non certo arrestato la spinta dei governi a controllare sempre tutto e tutti. La differenza è che adesso, dandosi nuove regole, cercano una legittimazione più forte. E' dei giorni scorsi la notizia del primo sì in commissione al Senato Usa del Cybersecurity Information Sharing Act, ovvero una nuova legge per la sorveglianza in rete che certo non si propone di garantire gli utenti da occhi indiscreti. Si preoccupa piuttosto di garantire ancora di più le aziende che raccolgono informazioni dati personali in rete e li passano al governo senza un mandato e spesso al di fuori di ogni garanzia di legge.
Se si attraversa un oceano le cose sono un po' diverse, almeno a livello di rappresentanza sovranazionale. Nel Vecchio continente registriamo prese di posizione di segno nettamente opposto come quella del Consiglio d'Europa contro la sorveglianza indiscriminata dei cittadini e come la sentenza della Corte di giustizia europea che ha sancito il diritto dei cittadini all'oblio, ad essere dimenticati dalla rete. Più complicata è invece la partita sulla neutralità della rete: il parlamento europeo qualche mese fa ha messo a punto proprio una proposta di riforma del mercato delle telecomunicazioni in cui si afferma con forza proprio questo diritto. Ma il campo è minato, si devono mettere d'accordo troppi attori, ci sono tanti interessi (gli operatori tlc ovviamente storcono il muso) e di conseguenza non si possono escludere sorprese prima della sua approvazione definitiva. C'è, comunque, in seno alle istituzioni europee un sentire sconosciuto fino a qualche anno fa: la determinazione a dare una cornice legislativa ai diritti delle persone in una società definitivamente connessa.
Qualcosa sta muovendosi anche nel nostro paese. Segno che finalmente si vogliono dare risposte precise a una società che ha cambiato il suo modo di comunicare e pretende garanzie sui diritti. Una svolta non da poco, se ricordiamo nell'ottobre del 2013 a Bali in Indonesia all'Internet Governance Forum dell'ONU (4 giorni di confronto ad altissimi livelli proprio sui temi di cui si occupa questa inchiesta) l'Italia non partecipò.
ROMA - Il semestre europeo della presidenza italiana sarà denso di decisioni da cui dipenderà il futuro dei diritti internet nell'Unione. Arrivano infatti al clou norme europee che toccano i grandi temi della privacy e della libertà di espressione sulla rete. Il momento sembra propizio per un'accelerazione sui diritti: è opinione comune degli esperti che lo scandalo delle intercettazioni americane (il "datagate") abbia aumentato la consapevolezza dei cittadini e della politica. "Cresce la sensibilità in Europa sui diritti umani in internet; un aspetto che prima era poco sentito", dice a Repubblica.it Andrea Glorioso, che si occupa di Information Society and Media nella Commissione europea.
Non è un caso quindi che in questo periodo sia arrivata dal Consiglio d'Europa una raccomandazione del Comitato dei ministri degli stati membri su una guida per i diritti degli utenti in rete. Da non confondere con il Consiglio Ue, si tratta di un'organizzazione internazionale che promuove i diritti dell'uomo in Europa e le sue raccomandazioni, per quanto non vincolanti, sono sempre un faro in queste battaglie.
Tra i vari punti trattati, il Consiglio d'Europa fa un'affermazione importante contro la sorveglianza indiscriminata degli utenti internet. Sostiene che solo una corte di tribunale può limitare i diritti degli utenti online e la loro libera espressione. Questa nuova spinta a sottolineare i diritti su internet è tanto più importante considerato il contesto: in Europa finora le norme in questo ambito sono state frammentate per argomenti e diverse tra un paese e l'altro dell'Unione. "Non c'è una proposta di normativa onnicomprensiva sui diritti della rete. Sono temi poco trattati, esplicitamente, nelle istituzioni Ue e nei diversi Paesi membri", dice Glorioso. "Tuttavia la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue (del 2000) è vincolante e include implicitamente internet; quando parla di libertà di espressione, per esempio, riguarda tutti i mezzi disponibili", continua.
INTERATTIVO: WEB E REGIMI
"Tutele per i diritti su internet ci sono però nel regolamento ConnectedContinent, dove si parla della neutralità della rete, e nel regolamento Data Protection, sulla privacy", dice Glorioso. Entrambi hanno avuto di recente (aprile e marzo) il via libera del Parlamento e ora andranno al Consiglio Ue, da cui devono passare prima di diventare legge. L'esito è ancora incerto, però. A conferma di quanto questi temi dividano gli animi e le istituzioni, in Europa, il regolamento sulla neutralità della rete ha infatti subito alterne vicende.
La proposta uscita dalla Commissione europea è stata accusata di danneggiare la neutralità della rete - anche se formalmente la tutelava - perché consentiva agli operatori di dare una corsia preferenziale su internet a certi servizi, frutto di accordi (a pagamento) con i fornitori. Gli attivisti per i diritti della rete e il Centrosinistra europeo hanno fatto battaglia finché non hanno cambiato il testo: hanno messo così tanti paletti su questa corsia preferenziale che non ne dovrebbero venire danni alla normale internet aperta.
Già si apprende però che in sede di Consiglio, i governi di Francia e Regno Unito proveranno a cambiare ancora il testo per ammorbidirlo e dare così più libertà d'azione agli operatori telefonici. La Data Privacy invece ha sempre trovato l'opposizione dei big della rete. Le nuove regole infatti mirano a dare pieni diritti agli utenti di controllare i propri dati personali.
"Le associazioni dei consumatori europee (che si riconoscono nell'organizzazione Beuc) ritengono che sia importante garantire la neutralità della rete e la privacy, nel quadro regolamentare che si sta creando in Europa", dice Marco Pierani, responsabile rapporti istituzionali di Altroconsumo. "Ma è anche importante stabilire un nuovo quadro in materia del diritto d'autore, più equilibrato e a prova di futuro. Favorire lo sviluppo di nuovi modelli di business per la musica legale e i film online che siano accessibili per i consumatori di tutta Europa, senza restrizioni in base alla loro nazionalità e luogo di residenza", aggiunge.
L'Europa sta lavorando da tempo, infatti, ad una riforma del diritto d'autore, per renderlo adeguato ai tempi di internet. Sui nuovi media, infatti, "sono ormai comuni alcune pratiche che contrasterebbero con le normative più rigide e antiquate in vigore in alcuni Paesi (tra cui l'Italia). Ma che sono invece legali negli Stati Uniti. Per esempio condividere su Facebook lo spezzone di una trasmissione tv dove compare un politico importante", dice Carlo Blengino, fellow del Centro Nexa-Politecnico di Torino.
Gli interessi contrapposti, in gioco, sono tanti ed evidenti. Ci si scontra con quelli degli operatori telefonici, dei big della rete, dei detentori di copyright. Ma mai come adesso l'Europa sta provando a mettere un punto fermo su alcune questioni fondamentali, per aggiornare i diritti umani ai tempi di internet e uniformare la normativa tra i diversi paesi dell'Unione.
ROMA - L'Italia ci proverà a creare una cornice costituzionale ai diritti di internet, questa volta prendendo spunto dal Marco Civil di recente approvato in Brasile. A quanto ha potuto apprendere Repubblica, infatti, alcuni parlamentari stanno collaborando con l'ex garante per la Privacy Stefano Rodotà per varare una Carta dei diritti di internet. Si riprenderebbe, ampliandola, una proposta presentata da Rodotà nel 2010: rendere internet un diritto fondamentale, come un articolo "21 bis" della costituzione.
In prima fila in questa missione c'è Stefano Quintarelli. "Le grandi polemiche sulla privacy violata dalle intercettazioni americane hanno dato un nuovo sprone alla questione dei diritti internet", spiega Quintarelli, uno dei padri della internet italiana prima di diventare parlamentare con Scelta Civica. "Vari accademici italiani e spagnoli stanno infatti pensando di portare in Italia una proposta di Carta di diritti di internet come il Marco Civil brasiliano", aggiunge.
Sarebbe una svolta rispetto agli ultimi quattro anni. La politica italiana si è infatti dimenticata della questione dei diritti in internet; cioè di come aggiornare ai tempi dei nuovi media i diritti fondamentali dei cittadini. Eppure si poteva essere d'avanguardia: "l'Italia era stata decisamente proattiva, a partire dal meeting World Summit on Information Society del 2005 grazie all'attivismo di Stefano Rodotà e di parlamentari come Fiorello Cortiana, Antonio Palmieri e altri", spiega Stefano Trumpy, presidente di Internet Society e membro del Cnr. È stato il delegato italiano durante NetMundial, l'evento brasiliano in cui è stato presentato il Marco Civil. "Fino al 2008, il governo italiano ha mantenuto costanti collaborazioni con il governo del Brasile e con lo stesso Marco Civil, promotore della legge che ha il suo nome". "Dopo, a partire dall'ultimo governo Berlusconi, tutto è stato messo a dormire su questo aspetto. Iniziative nella direzione di una cornice costituzionale di diritti sono state prima frenate e successivamente quasi ignorate", dice Trumpy. "Nel governo Renzi non si è ancora creata una struttura capace di essere sensibile su queste cose. Quello che mi preoccupa è che si arrivi al semestre europeo esattamente in questa situazione", aggiunge.
A conferma dei timori, "il governo italiano non ha una posizione nemmeno sulla neutralità della rete. Eppure dovrebbe avercela, visto che questo tema fa parte di un regolamento che a giugno sarà votato dal Consiglio Ue", dice Juan Carlos De Martin, docente del Politecnico di Torino e tra i massimi esperti italiani di diritti della rete.
"Condivido in generale la necessità di nuovi diritti per la società connessa alla rete", dice Antonio Preto, consigliere Agcom (Autorità garante delle comunicazioni). "In questa fase però mi sembra più utile procedere sulla strada di applicare i diritti già proclamati", aggiunge. Quali? Secondo Preto, è indicativo quanto ha scritto il Consiglio d'Europa nella recente guida per i diritti di internet. "Il Consiglio chiarisce la sostanziale equivalenza tra quanto avviene offline e quanto avviene online. Indica, dunque, che molti diritti sono già riconosciuti nelle leggi ordinarie. Pur non essendo stati concepiti in relazione ad Internet, le sono comunque applicabili", dice. Un diritto cardine è la libertà di espressione. "La guida del Consiglio d'Europa chiarisce che c'è un diritto di esprimersi anche online; di esercitare il diritto all'informazione sia attiva sia passiva, di conoscere le opinioni altrui. Sottolinea, quindi, un concetto, che definire "educativo" è dir poco: si ricorda, infatti, che i pubblici poteri hanno il dovere di rispettare e tutelare tale diritto", dice Preto.
"Anche le opinioni dissenzienti, o che possono suscitare clamore, vanno tutelate. Ogni restrizione deve essere motivata e applicata per un fine ben specifico. Naturalmente si devono arenare discorsi che incitano all'odio, alla violenza o alla discriminazione", dice Preto. Ma solo il tribunale può decidere in quali casi e come limitare questa libertà di espressione. Dai limiti di questi diritti deriva un altro concetto: che sulla rete ci sono anche doveri. "Accanto ai diritti, il Consiglio d'Europa cerca di responsabilizzare il singolo: la libertà di espressione non deve mettere a rischio la privacy altrui, o lederne l'onore in modo ingiustificato", spiega Preto.
INTERATTIVO: IL DIRITTO D'AUTORE ONLINE
Insomma, nell'attesa che ci sia anche in Italia una cornice di diritti pensati apposta per la rete, valgono quelli del mondo offline. E i relativi doveri, che ne sono l'altra faccia. "Adesso lo scopo è educare il pubblico a conoscere i diritti e le responsabilità che ha quando naviga. Quest'opera di informazione è necessaria per rendere efficaci i diritti che già si applicano alla rete in analogia al mondo offline. Solo se li conosciamo, infatti, possiamo impegnarci a vederli applicati", dice Preto.
Rodotà: "Primi segnali di una svolta
il diritto alla privacy è resuscitato"
ROMA - "Data per morta la privacy è improvvisamente resuscitata per via del Datagate, che l'ha rimessa al centro dell'attenzione. Era stata messa da parte: per ragioni di sicurezza e dimercato. Ma adesso si vedono i segnali di una svolta, a favore dei diritti dei cittadini". Stefano Rodotà, giurista e tra i massimi esperti mondiali sui diritti della privacy, ritiene che stiamo entrando in una nuova era, per l'Occidente. "Si va verso una costituzionalizzazione dei diritti di internet", afferma. "E il diritto alla privacy ne sarà il motore fondamentale".
Professore, tante notizie ultimamente hanno rimesso al centro la questione dei diritti di internet e alla privacy, che paiono due aspetti intrecciati in uno stesso nodo. Che sta succedendo?
"Il mondo ha smesso di subire passivamente la prepotenza delle istituzioni deputate alla sicurezza e dei giganti del web. La richiesta delle prime è sempre stata questa, negli ultimi anni: dateci tutti i vostri dati, vogliamo sapere tutto di voi, per potervi proteggere dal rischio terroristico. Ma poi è scoppiato il datagate, lo scandalo delle intercettazioni di massa fatte dalla National security agency americana. Sono seguite prese di posizione da parte di leader come Angela Merkel e lo stesso Barack Obama, contro le ragioni della sorveglianza. La pretesa delle agenzie di sicurezza si è rivelata non più proponibile. Altra notizia significativa, ad aprile, è la sentenza della Corte di Giustizia che ha dichiarato non valida la direttiva Ue 2006 sulla conservazione dei dati di traffico telefonico dei cittadini Ue (pensata sull'onda degli attacchi terroristici di Madrid e Londra, ndr). L'ha ritenuta infatti una grave violazione dei diritti di privacy. Significa che sul terreno della sicurezza c'è oggi un'emersione della dimensione costituzionale. La Corte di Giustizia Ue è sostanzialmente la Corte costituzionale dell'Unione europea. Ha messo in evidenza che le norme di protezione dei dati personali hanno rango costituzionale. E se ne dovranno trarre le conseguenze".
Come sta evolvendo invece la contrapposizione tra diritti degli utenti e richieste di dati personali da parte delle aziende web?
"Le pretese che vengono dal mercato sono state poco evidenti, finora. Sono quelle dei nuovi padroni del mondo, i cosiddetti over the top. Mark Zuckerberg ha detto che la privacy è finita come regola sociale. Significa: tutti i dati che mettete su Facebook sono miei. Ma anche questa pretesa è stata messa in discussione e in questo momento i grandi soggetti del web, Facebook, Google eccetera si rendono conto che la dimensione della privacy va ormai affrontata. Cominciano a dare agli utenti un maggiore controllo sui loro dati. Si è avviato un processo che fino a poco tempo fa qualcuno riteneva impensabile".
Ma come fare i conti con il fatto che la privacy negli Usa - dove queste aziende hanno una sede - è un diritto molto meno garantito che in Europa?
"Sì, continuiamo ad avere un confronto tra modello europeo e modello statunitense, anche se ora non è più così evidente. Il primo è fondato sul riconoscimento sull'idea della privacy come diritto fondamentale della persona (come riconosciuto dalla Carta dei Diritti), l'altro è orientato all'autoregolamentazione. Il modello americano, però, sta ora cedendo di fronte alla necessità di leggi in materia. Si pensi alla nuova legge che limita il diritto del datori di lavoro di fare ricerche sui dipendenti in Facebook. C'è un avvicinamento insomma tra i due modelli, perché gli americani hanno capito che la privacy è una questione di libertà e di democrazia. La consapevolezza è emersa appunto per lo scandalo delle intercettazioni, che ha pure aperto il problema della violazione delle sovranità nazionali da parte degli Usa. La questione si è resa insomma ineludibile per il Governo Usa".
Quale può essere il ruolo della politica e delle istituzioni?
"Sono abbastanza prudente, per non dire scettico, nei confronti dello "stakeholdering" (cioè delle prassi o normative frutto dell'accordo tra diversi soggetti). Su questa strada fino a ieri sono prevalsi solo gli interessi del mercato e della sicurezza. Certo bisogna tenere conto di tutti i soggetti, ma la via da seguire non è quella del puro negoziato dove ognuno cerca di imporre un pezzo i propri interessi, ma quella della dimensione costituzionale. Sono fiducioso a riguardo perché di recente è arrivata la "costituzione di internet" Marco Civil in Brasile; ma anche la dichiarazione di Delhi sui diritti in rete. Si è rimesso in moto un processo che si era arrestato e che era cominciato con gli Internet Governance Forum delle Nazioni Uniti. Dal 2008 al 2010 aveva cominciato a dare risultati, poi si era interrotto. Ora il processo è ripartito. Siamo entrati in una fase in cui comincia ad avere riconoscimenti importanti la necessità di una costituzione per internet. Il creatore del web Tim Berners Lee ha detto che ci vuole un Bill of Rights per internet e che l'accesso a internet deve essere un diritto costituzionale. "Come l'accesso all'acqua", ha detto".
Ma anche in Italia la situazione sta maturando in questo senso?
"Si sta muovendo qualcosa da parte di alcuni gruppi parlamentari, in particolare di Stefano Quintarelli (Scelta Civica), che sta cercando di riportare nel dibattito la mia proposta del 2010: integrare l'articolo 21 della costituzione aggiungendovi il diritto all'accesso a internet. All'epoca, parlamentari bipartisan ne avevano fatto una proposta di legge, che di recente è stata ripresentata (dal Pd e dal M5S, ndr). Il tema insomma è stato incardinato in sede parlamentare. Un momento importante per riparlarne sarà a giugno, con l'arrivo previsto del regolamento sulla Data Privacy. Sarà uno dei compiti importanti della presidenza europea italiana completare questo aggiornamento della normativa europea sulla privacy. Il sistema di protezione dei dati sarà rafforzato. Ne verrà una svolta che avrà effetti immediati sui rapporti tra l'Ue e altri paesi, in nome dei diritti degli utenti".
NEW YORK - Il problema della "memoria che non scompare", è al centro della recente sentenza della Corte di giustizia europea (13 maggio 2014). Una sentenza per molti versi storica. Accolta con reazioni contrastanti, da una parte e dall'altra dell'Atlantico. "Inattesa, potenzialmente rivoluzionaria", l'ha definita il Financial Times. "Sbagliata, pericolosa per la libertà d'informazione", secondo un editoriale del New York Times. Al centro della sentenza, come spiega il giurista di Harvard Jonathan Zittrain, "c'è una questione di grande importanza, cioè la capacità di Internet di preservare per sempre qualsiasi informazione su di te, anche la più sgradevole o fuorviante".
Cos'ha stabilito la Corte di giustizia? Che abbiamo un "diritto all'oblìo, a essere dimenticati", e che Google in particolare deve rispettarlo. La sentenza si applica a Google in particolare, perché nasce dal ricorso di un cittadino spagnolo che chiese la cancellazione di un link. Quel link, dal motore di ricerca Google portava ad una condanna di bancarotta da lui subìta molti anni fa. L'importanza del pronunciamento dei giudici costituzionali è erga omnes: si applica a tutti, sul territorio dell'Unione europea. La Corte ha stabilito che se un cittadino lo chiede, Google deve togliere dal suo motore di ricerca dei contenuti dannosi o lesivi della sua reputazione. Potenzialmente una sentenza di questo genere andrà applicata anche dai social media come Facebook e Twitter.
Per l'industria tecnologica è inaccettabile e le reazioni sono stata durissime. "Si apre la porta a una censura privata su vasta scala", ha dichiarato un rappresentante a Bruxelles dell'associazione di imprese digitali. "Questa è una forma di censura, come tale sarebbe considerata incostituzionale qui negli Stati Uniti", secondo Zittrain. La distanza tra Europa e Stati Uniti, in termini di cultura giuridica, diventa sempre più ampia dopo questa sentenza. Non c'è dubbio che il principio europeo si presta ad abusi nella sua applicazione. Uno scrittore potrebbe chiedere la cancellazione dei link che rinviano alle recensioni negative sui suoi libri, per esempio. Un affarista più volte condannato per bancarotta fraudolenta potrebbe costringere Google a far sparire i link che portano al suo casellario giudiziale, in modo che i futuri clienti caschino nella trappola ignari del suo passato. Tanti politici potrebbero esigere che spariscano i link con notizie su processi per corruzione, anche se nel caso di "personalità pubbliche" Google avrebbe la possibilità di fare ricorso e l'ultima parola spetterebbe ai tribunali nazionali (il diritto di cronaca sui politici e altre celebrità è tutelato in modi diversi a seconda dei paesi, anche all'interno dell'Unione europea).
In America nulla di tutto ciò è possibile. Il Primo Emendamento della Costituzione protegge la libertà di espressione in un'accezione così estesa che non ha probabilmente eguali al mondo. E tuttavia anche gli americani si pongono il problema delle conseguenze sulla privacy, nell'era della Rete. In base alla normativa Usa risulta difficile, se non impossibile, cancellare perfino dei video che riprendono rapporti sessuali filmati clandestinamente da un partner o ex-partner. Interi siti creati da molestatori digitali (cyber-stalker) con evidenti scopi di persecuzione, sono protetti come altrettante manifestazioni della libertà di pensiero.
Giovani donne che sono state vittime di uno stupro, lo hanno denunciato, e hanno ottenuto giustizia, non possono togliere dalla Rete le tracce della notizia, e quella violenza continua a perseguitarle come un evento di dominio pubblico. I motori di ricerca su Internet, osserva un editoriale del Washington Post, "rendendo ogni tipo d'informazione accessibile dai siti dei giornali o da qualsiasi altra fonte, sono diventati una sorta di coscienza collettiva dell'umanità". Una coscienza che non perdona mai, e può trasformarsi in un incubo. La psicologa Kelly Caine della Clemson University osserva che "questo è un cambiamento epocale, non avevamo mai avuto nulla di simile. Non sappiamo quali ne saranno i costi, il rischio è di non potersi mai liberare del proprio passato, di non poter ricominciare da capo, e scrivere una pagina nuova della propria vita".
Un'obiezione sensata alla sentenza europea è questa: la Corte non ha veramente sancito la cancellazione del nostro passato, ha solo reso più difficile ritrovarlo. Le informazioni su di noi continueranno a esistere, quello che sparisce è il link che dal motore di ricerca Google (o Bing-Microsoft o Yahoo) facilita l'accesso a quelle informazioni. In questo senso, più che proteggere la privacy o il diritto all'oblìo del proprio passato, si rende più costosa la ricerca. Prima di comprare un appartamento o un'auto usata da un privato, anziché cliccare il nome del venditore su Google mi toccherà rivolgermi a un'agenzia specializzata nelle indagini, che mi presenterà una fattura salata. Si tornerebbe all'era pre-Internet, quando ovviamente esistevano gli investigatori privati per scavare nel passato o nel presente di chiunque? Un'altra obiezione è di tipo pragmatico: poiché la Corte di giustizia può regolare solo ciò che accade nell'Unione europea, i cittadini europei che vorranno continuare ad avere un accesso illimitato alle informazioni personali, troveranno il sistema per collegarsi all'Internet "americano". Un po' come accade già oggi per quei cinesi che vogliono aggirare la censura online del proprio governo, e trovano un sistema per collegarsi con la Rete così com'è accessibile da Hong Kong (lì la censura di Pechino non si applica).
Ma quest'ultima prospettiva già ci dice quanto i tempi stiano cambiando velocemente. Da una Rete globale e universale, prevalentemente concepita dagli americani in base al proprio sistema di valori, ci stiamo evolvendo verso una balcanizzazione di Internet. Da una Rete senza frontiere, ad una con posti di blocco, controlli doganali, filtri di accesso.
Di qui la decisione simbolica di Obama: nel 2015 allo scadere del contratto con Icann, quell'incarico non sarà rinnovato. Ma per sostituirlo con che cosa? Gli americani pongono una condizione: che subentri un altro ente privato, sia pure sotto vigilanza internazionale, non un'istituzione intergovernativa. Ne riprodurrebbe tutti i difetti, come i poteri di veto dettati da logiche politiche, la lentezza nelle decisioni. L'incubo peggiore, è che dietro l'alibi di una "internazionalizzazione" della Rete i governi di Mosca e Pechino possano esportare i metodi di censura già applicati dentro i loro paesi..

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza