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Timestamp: 2020-07-07 01:48:06+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 7404 del 31/03/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7404 del 31/03/2011
Cassazione civile sez. trib., 31/03/2011, (ud. 15/02/2011, dep. 31/03/2011), n.7404
sul ricorso 18768/2006 proposto da:
CROS CITTA’ MERCATO SRL in persona del socio Amministratore unico,
dell’avvocato BARUCCO Ferdinando, che lo rappresenta e difende
unitamente all’avvocato ANGELINI MASSIMO, giusta delega a margine;
COMUNE DI FORMIA in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente
domiciliato in ROMA VIA DELLE TRE MADONNE 20, presso lo studio
dell’avvocato VARONE Pasquale, che lo rappresenta e difende, giusta
avverso la sentenza n. 727/2005 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di
LATINA, depositata il 12/12/2005;
udito per il ricorrente l’Avvocato BARUCCO, che si riporta al
udito per il resistente l’Avvocato VARONE, che ha chiesto il rigetto,
anzi inammissibilità;
La Cros Città Mercato s.r.l. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione Regionale del Lazio, Sezione Staccata di Latina, dep. il 12/05/2005, che aveva respinto gli appelli della contribuente avverso le sentenze n. 159, 160 e 161 depositate il 30/05/2003 della Commissione Tributaria Provinciale di Latina che avevano respinto i ricorsi della società avverso gli avvisi di liquidazione per ICI per gli anni 1985, 1996 e 1997 e l’avviso di classamento per un immobile per cui era stata variata la categoria e consequenziale rendita, da C/2 classe 2 a D/8.
La CTR ha, riuniti gli appelli, confermato le sentenze rilevando la inammissibilità delle domande relative all’inesistenza della notificazione e alla regolare costituzione del Comune e ha, altresì, ritenuto il raggiungimento dello scopo dell’atto notificato irregolarmente, in considerazione della mancata eccezione di decadenze e la genericità delle osservazioni in ordine alla rendita.
Si dolgono i ricorrenti con tre motivi, di violazione e falsa applicazione di legge.
L’Agenzia del Territorio e il Comune di Formia resistono con controricorso e questo ultimo ha presentato memoria.
Col primo motivo di ricorso la ricorrente deduce violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57 e art. 112 c.p.c., e violazione e falsa applicazione degli artt. 140 e 145 c.p.c., per avere la CTR ritenuto la novità della eccezione di inesistenza della notifica e avere ritenuto la validità della notificazione eseguita a norma dell’art. 140 c.p.c., e non del art. 145 c.p.c. e di cui aveva anche sostenuto la validità per carenza di sottoscrizione e timbri che consentano di attribuire l’atto all’ufficio notificatore.
Il motivo deve essere, per stretta connessione logica e giuridica, esaminato congiuntamente col terzo motivo con cui la società deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 156 c.p.c., D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 11 e L. n. 342 del 2000, art. 74, per avere la CTR ritenuta sanabile la nullità della notificazione dell’avviso di accertamento che non è atto processuale e per avere escluso che la eccezione fosse collegata alle decadenze di cui all’art. 11 sopradetto.
Per quanto concerne la novità delle questioni della inesistenza della notificazione, la CTR ha deciso anche il merito così introducendo una seconda ratio decidendi.
La dedotta novità (riferita alla inesistenza) però non appare sostenibile, in relazione a quanto leggesi in sentenza in ordine alle censure mosse col ricorso introduttivo alle modalità della notifica e alle carenze dell’atto di notificazione.
Nè poi potrebbe ritenersi che la deduzione della nullità non comprenda anche quella di inesistenza (tale appare il senso della sentenza) in quanto tali categorie sono solo categorie giuridiche.
Questa Corte ha svariate volte (Cass. 2006/15489, 7498/2005, 17762/2002, 17501/2002) affermato che la nullità degli atti per raggiungimento dello scopo costituisce espressione di un principio di ordine generale applicabile sia con riferimento agli atti processuali, per i quali è stato codificato, sia, in mancanza di impedimenti di carattere normativo o logico sistematico, per quegli atti di natura sostanziale che, come gli atti di imposizione fiscale, per avere efficacia e consentire all’interessato l’impugnazione in sede giudiziaria, devono essere notificati. E il principio trova applicazione, quanto agli atti impositivi, sia che la nullità attenga alla notificazione dell’atto (in tal senso, Cass., S.U., 5 ottobre 2004, n. 19854), sia che la nullità discenda dalla mancata o insufficiente indicazione del soggetto che lo ha emesso o del suo destinatario.
Tuttavia, tale sanatoria può operare soltanto se il conseguimento dello scopo avvenga prima della scadenza del termine di decadenza – previsto dalle singole leggi d’imposta – per l’esercizio del potere di accertamento” (SS.UU. n. 19854/2004, n. 590/2006, n. 5450/2005, n. 17762/2002).
Nel caso in esame il contribuente non ha eccepito – se non in questo grado – che l’effetto sanante, connesso alla piena conoscenza dell’atto, si sia realizzato dopo la scadenza del termine fissato dalla legge per l’esercizio del potere di accertamento, dovendo invece la richiesta della decadenza del potere dell’Ufficio essere effettuata esplicitamente, non potendo, al contrario, la ricorrente sostenere che dal tenore del ricorso e dalla richiesta di inefficacia della notificazione doveva implicitamente ritenersi invocata la decadenza.
Che in base alle deduzioni della ricorrente poi sussista una nullità e non inesistenza (per cui non sarebbe ammissibile la sanatoria) della notifica non può dubitarsi.
Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, infatti, la notificazione è inesistente (per quanto qui rileva) quando sia stata effettuata in un luogo o nei confronti di una persona che non presentino alcun collegamento con il destinatario dell’atto, risultando a costui del tutto estranei, mentre è affetta da nullità, sanabile con effetto ex tunc attraverso la costituzione del convenuto (ovvero attraverso la rinnovazione della notifica cui la parte istante provveda spontaneamente o in esecuzione dell’ordine impartito dal giudice), quando, pur essendo stata eseguita mediante consegna a persona o in luogo diversi da quelli stabiliti dalla legge, un simile collegamento risulti tuttavia ravvisabile, così da rendere possibile che l’atto, pervenuto a persona non del tutto estranea al processo, giunga a conoscenza del destinatario (cfr., da ultimo, Cass. n. 2009/25350, 621/2007).
In tale ordine di idee è stata, quindi, affermata la mera nullità, piuttosto che l’inesistenza, della notifica della citazione per impugnazione del lodo arbitrale effettuata presso il difensore che aveva assistito il convenuto davanti agli arbitri, anzichè al convenuto personalmente ai sensi dell’art. 137 c.p.c., e segg. (Cass. Sez. Un. 3075/2003 e successive conformi), o della notifica dell’atto di appello fatta al difensore indicato nell’atto di precetto dalla parte appellata, anzichè al procuratore della medesima parte costituito nel giudizio di primo grado (Cass. 621/2007, cit.).
Neppure nel caso che ci occupa può negarsi la sussistenza di un siffatto collegamento.
Questo invero sussiste – come chiarito da Cass. Sez. Un. 3075/2003, cit. – quando la conoscenza dell’atto oggetto di notifica sia ipotizzatile come potenziale sviluppo dell’attività irritualmente posta in essere dall’ufficiale notificante, e non sia, invece, ascrivibile solo a fatti accidentali, operanti come accadimenti esterni ed autonomi, privi di ogni nesso con l’indicata attività. La consegna dell’atto al destinatario da parte del difensore che lo abbia assistito nella fase cautelare della medesima lite si configura appunto – attesa la contiguità del procedimento cautelare e del giudizio di merito e la riconducibilità di entrambi ad un unico affare sostanziale – come sviluppo tutt’altro che eccezionale del procedimento notificatorio irritualmente culminato nella consegna a quel difensore. Orbene nel caso in esame, la deduzione della Cros che la notifica sarebbe stata effettuata a norma dell’art. 140 c.p.c., senza dimostrare che era impossibile la notifica a norma dell’art. 145 c.p.c., nonchè le condizioni per tale tipo di notifica, dimostrano tale collegamento, laddove le circostanze tutte che atterrebbero alla provenienza dell’atto dall’Ufficio notificatore sono prive di autosufficienza, essendo precluso alla Corte esaminare il fascicolo, trattandosi di un atto preprocessuale.
Per quanto concerne il secondo motivo, la contribuente censura la sentenza per avere ritenuto nuova l’eccezione di difetto di legittimazione del Comune non essendo lo stesso rappresentato dal sindaco ma dal funzionario addetto.
Il motivo non può ritenersi nuovo, in quanto la CTP avrebbe potuto pronunciare d’ufficio sulla questione, onde la censura in appello era ammissibile.
Questa Corte (Cass. n. 1341/2010) ha ritenuto che “il potere del dirigente di rappresentare il comune in giudizio, nel settore di sua competenza (nella specie, tributi) era già riconosciuto, nel nuovo sistema istituzionale e costituzionale degli enti locali, allorchè lo statuto comunale (od anche il regolamento, se ad esso lo statuto faccia rinvio in materia) affida al dirigente medesimo detto potere.
In tal caso, il dirigente può costituirsi senza bisogno di procura, ovvero attribuire l’incarico ad un professionista legale interno o del libero foro e, se abilitato alla difesa presso le magistrature superiori, può anche svolgere personalmente attività difensiva nel giudizio di cassazione …La questione relativa al potere di rappresentanza dell’ente davanti alle commissioni tributarie è ora positivamente risolta, in generale, dal D.L. 31 marzo 2005, n. 44, art. 3 bis, comma 1 convertito con modificazioni nella L. 31 maggio 2005, n. 88, in vigore dal 1 giugno 2005, che, sostituendo il comma 3 del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 11 abilita l’ente locale, nei cui confronti è proposto il ricorso, a stare in giudizio anche mediante il dirigente dell’ufficio tributi o, in mancanza di tale figura dirigenziale, mediante il titolare della posizione organizzativa comprendente l’ufficio tributi; mentre il comma 2 dello stesso art. 3 bis estende ai processi in corso la suddetta disposizione, relativa alla legittimazione processuale dei dirigenti dell’ente locale (Cass. n. 14637/2007).
La norma ora citata si applica dunque a questo processo, pendente quando essa entrò in vigore.
Il quarto motivo fondato su vizio motivazionale è infondato introducendo surrettiziamente una censura di merito (estensione della superficie) e non indicando con precisione gli elementi che avrebbero evidenziato un vizio motivazionale.
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese che liquida in Euro 5.200,00 di cui Euro 200,00 per spese oltre accessori nei confronti di ciascuna parte intimata.

References: Sentenza 
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 sentenza 
 art. 57
 art. 112
 art. 145
 art. 11
 art. 74
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. Sez. 
 sentenza 
 art. 3
 art. 11
 art. 3