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Timestamp: 2018-11-15 12:47:48+00:00

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Rassegna stampa 15 Ottobre 2018 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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12/10/2018 11.37 – RADIOCOR
Infrastrutture: pronto il piano straordinario invasi, 27 opere idriche per 246mln
(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Roma, 12 ott – Il governo ha definito il ‘piano straordinario invasi’ previsto dalla legge di Bilancio 2018 (articolo 1, comma 523 della legge n.205/2017). La bozza di Dm Infrastrutture-Politiche agricole che RadiocorPlus ha potuto leggere contiene la lista delle 27 opere idriche finanziate con 246 milioni stanziati dalla stessa legge di Bilancio sul periodo 2018-2022. La lista, pubblicata dal quotidiano digitale Edilizia e Territorio, e’ il risultato della selezione effettuata dai due dicasteri su 167 interventi proposti da Autorita’ di bacinio e Consorzi di bonifica per un fabbisogno di oltre 3 miliardi di euro. La lista si compone di 8 interventi (con progetto esecutivo) selezionati dal Mit per un costo di 83,3 milioni di euro, 10 interventi (con progetto esecutivo) selezionati dalle Politiche agricole per un costo di 80,2 milioni, infine, 9 interventi (con progetto definitivo) selezionati dal Mit per un costo di 82,6 milioni di euro. Lo schema di Dm prosegue il suo iter con l’esame da parte di Regioni, Province e Comuni. Fro
12/10/2018 – Alto Adige
Nuove idee imprenditoriali, Alperia e le startup innovative
BOLZANO Con “Alperia Startup Factory”, Alperia, il fornitore di servizi energetici dell’ Alto Adige, apre una call per le soluzioni più innovative nel settore energetico. Alperia cerca in tutta Europa startup innovative nei settori della smart mobility, smart home e building automation, public lighting, hydropower e call center optimization. Startup e menti creative possono far pervenire la propria candidatura entro il 5 novembre 2018 e presentare le loro idee visionarie. Dopo l’ esperimento di una procedura di selezione in più fasi, i candidati con i progetti più interessanti saranno invitati a partecipare ad un workshop di due giorni dell’ Innovation Camp, in Alto Adige. In una seconda fase, i finalisti lavoreranno alla realizzazione fisica del prototipo ed eseguiranno i test di mercato in vista di una possibile commercializzazione. Ai vincitori dell’ Alperia Startup Factory che avranno presentato le idee più innovative e realizzabili si aprirà una collaborazione con Alperia per l’ attuazione di progetti a favore dei clienti e dell’ azienda. Alperia ha dato vita a Startup Factory insieme a WhatAVenture, una giovane azienda che offre un sostegno alle imprese nel realizzare progetti innovativi e nuove idee.
12/10/2018 – Brescia Oggi
La scommessa è tutta nella «digitalizzazione»
Sfruttare i benefici della digitalizzazione dei processi è la scommessa del futuro. Che si parta dalle città è naturale, dal momento che secondo le previsioni nel 2030 ben 5 miliardi di persone vivranno nelle metropoli a fronte degli 1,3 del 1970 e dei 3,9 del 2014. Tuttavia il 40 per cento della popolazione mondiale ancora vivrà in piccoli centri, e per essi nasce la Smartland. La provincia bresciana fa da apripista con A2A, che partendo da BRESCIA HA studiato servizi «intelligenti» anche per gli ambienti rurali. La Multiutility lombarda propone una «smart agricolture» con sensori per il monitoraggio di aria e suolo, nonché per la gestione della zootecnia. Il sistema di «smart road» controlla infrastrutture stradali (ponti, sottopassaggi, livelli delle acque) e permette parcheggi intelligenti. La «smart security» pensa alla sicurezza di strade, impianti, stalle e coltivazioni. E ancora, «smart water» controlla i consumi con contatori intelligenti, perdite di rete, livello dei fiumi e tombini. «smart garden» propone un sistema di sensori che copre gli elementi naturali e artificiali di un parco, l’ umidità del suolo, eccetera. «Smart tourism» permette servizi di geolocalizzazione di turisti e piste ciclabili. «Smart lighting» offre illuminazione a led, videosorveglianza, wi-fi e monitoraggio ambientale. Infine, «smart risk» tiene sotto controllo frane e smottamenti, monitora atmosfera, infrastrutture e inquinamento. Nei primi 28 comuni della provincia bresciana, che hanno imboccato la strada della Smartland, non ci sarà tutto subito, ma tutto sarà possibile nel futuro prossimo, dacchè A2A «è in grado di coprire quasi l’ 80 per cento dei servizi applicati nelle grandi metropoli del mondo», come dice l’ Ad Valerio Camerano. Per ora ogni comune ha fatto le sue scelte iniziali. I piccoli come Alfianello hanno scelto 2 gateway, 5 access point, un sensore IoT ambientale, uno antintrusione, uno di building comfort, uno di monitoraggio strutturale e tre di innaffio di spazi verdi. Chiari, tra i più grandi, disporrà di 9 gateway e 10 access point, di 4 sensori per il parcheggio intelligente e per il resto come Alfianello con l’ escusione dell’ innaffio. Gli altri stanno nel mezzo, ma comune a tutti è la dotazione dei quattro sensori ambientale, antintrusione, building comfort e monitoraggio strutturale. L’ importante, in ogni caso, è cominciare. La piattaforma digitale facilita l’ attivazione dell’ Industria 4.0 per le Pmi e permette lavoro, commercio e formazione on line. Connette tutti, e le scuole in primo luogo, con il mondo. Consente teleassistenza e servizi 4.0, amplia i servizi della pubblica amministrazione verso i cittadini e ora tutto questo non sarà privilegio di chi abita in provincia. MI.VA.
13/10/2018 – Corriere di Romagna (ed. Forlì-Cesena)
Riscaldamento pubblico, proroga a Hera Ma il project financing resta “congelato”
Fino al settembre 2019 gestirà ancora il servizio, che costerà circa 800mila euro in meno rispetto al 2017
FORLÌ Di proroga in proroga. Il contratto con Hera per la fornitura del riscaldamento in tutti gli edifici comunali scadeva il 30 settembre scorso dopo che già era stato allungato di un anno. Proroga che oggi viene replicata fino al 30 settembre 2019, dopo il “congelamento” del project financing fatto proprio dalla giunta, ma mai arrivato al voto in consiglio comunale. La proroga Arenatosi in commissione consiliare, prima alla luce di un parere del Dipe (Dipartimento per la Programmazione e il coordinamento della politica economica) che poneva alcune criticità soprattutto dal punto dell’ esposizione del Comune a rischi di impresa, e reso noto dalla compagine “verde” della maggioranza, poi per la richiesta di ulteriori approfondimenti che a maggio portò anche allo scontro aperto fra presidente del consiglio e sindaco, con la riapertura dell’ anno termico al primo ottobre il Comune ha dovuto procedere in altro modo. e optato nuovamente per la deroga del contratto in essere. Le condizioni economiche accor date da Hera presentano un vantaggio sostanzioso rispetto all’ anno termico 2016/2017. Se Hera incassava nel 2017 1.915.400 euro più Iva all’ anno per il servizio, la cifra si era già consistentemente abbassata per il 2018 dal momento che il canone era stato portato alla quota ipotizzata in caso di accoglimento del project financing. Circa quello che il Comune ora andrà a pagare fino alla fine di settembre 2019 con ques t a proroga, ovvero 1.105.826,41 euro più Iva. Uno scarto netto di circa 800mila euro all’ anno. Il progetto congelato Ma cosa prevedeva il project financing avanzato da Hera Servizi Energia fin dall’ aprile 2016, poi ritirato e corretto nel 2017, quindi finito in stallo l’ estate scorsa? Per un canone annuo di circa 1,3 milioni, e un contratto della durata di 12 anni, le prestazioni offerte erano le seguenti: servizio energia, comprensivo di fornitura di beni e servizi, conduzione e manutenzione ordinaria e straordinaria impianti termici, di climatizzazione e di produzione di acqua calda sanitaria. Fornitura di energia termica prodotta dalle centrali e approvvigio La sede di Hera a Forlì namento del combustibile per la produzione di acqua calda sanitaria e riscaldamento e attività di governo della concessione, pronto intervento e assistenza. Ma quello che faceva gola all’ amministrazione comunale erano soprattutto gli interventi di ammodernamento ed efficientamento tecnologico ed energetico degli im pianti in una serie di edifici, realizzati interamente dal concessionario. E infine la realizzazione di interventi per il miglioramento sismico di alcuni edifici scolastici di proprietà comunale. Opere che il Comune non aveva inserito nel proprio piano investimenti. Ma l’ iter appunto è rimasto in sospeso in seguito della richiesta di ulte riori approfondimenti e verifiche e non è stato possibile giungere a una conclusione positiva dell’ iter amministrativo, che comunque risulta tuttora in corso, in tempo utile per riaccendere le caldaie. A questo punto potrebbe non essere più questa giunta a occuparsene di nuovo.
13/10/2018 – Italia Oggi
Capitolati, il bollo va in ordine sparso
Imposta di bollo in ordine sparso. I capitolati che fanno parte del contratto di appalto per lavori e servizi, poiché ne disciplinano particolari aspetti, sono riconducibili alle tipologie previste dall’ articolo 2 della tariffa, parte prima, allegata al dpr 642/72, secondo cui è dovuta l’ imposta di bollo nella misura di 16 euro per ogni foglio; il computo metrico estimativo rientra tra gli atti individuati dall’ art. 28 della tariffa, a norma del quale è dovuta l’ imposta di bollo in caso d’ uso nella misura di 1 euro per ogni foglio; il documento riepilogativo dell’ offerta economica generato automaticamente dal sistema non ha un’ autonoma rilevanza ai fini dell’ imposta di bollo rispetto al documento principale «offerta economica»,; le istanze/dichiarazioni di partecipazione a una procedura di gara, formulate ai sensi della legge n. 17/1993, non sono assimilabili, ai fini dell’ imposta di bollo, alle dichiarazioni sostitutive di certificazioni e di atti di notorietà, per le quali l’ art. 14 della tabella annessa al dpr 642/72 prevede l’ esenzione assoluta dal tributo. Sono questi i chiarimenti, anche alla luce delle novità introdotte dal Codice dei contratti pubblici (dlgs 50/16). forniti dall’ Agenzia delle entrate nella risposta all’ istanza di interpello n. 35/18, sulla tassazione, ai fini dell’ imposta di bollo, dei documenti prodotti nell’ ambito dei contratti pubblici per l’ affidamento di appalti e servizi, forniture e realizzazione di opere.
14/10/2018 – Il Sole 24 Ore
Roma Un decreto legge nato fiscale ma che, con l’ avvicinarsi della sua approvazione attesa per domani pomeriggio in Consiglio dei ministri, diventa sempre più eterogeneo. Tra le ultime novità date in arrivo ci sono un pacchetto di modifiche al codice degli appalti e una serie di norme destinate sia a tagliare gli oneri e gli adempimenti burocratici delle imprese, sia a sostenere gli imprenditori in crisi anche se in credito con la Pa. Il tutto mentre il Governo giallo-verde si confronta e si scontra sulla “pace fiscale”. Da una parte il secco no dei 5stelle a qualsiasi forma di condono, dalla flat tax sulla dichiarazione integrativa speciale ai tre scaglioni (6,10 e 25%) da applicare in base al reddito del debitore che chiede di “saldare e stralciare” la sua cartella, rilanciati ieri dal sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri (Lega). Dall’ altra parte la spinta del partito di Salvini a una sanatoria in qualche modo più remunerativa per lo Stato e di maggior appeal per i contribuenti rispetto all’ idea attualmente allo studio di un ravvedimento straordinario sugli ultimi 5 anni di imposta senza il versamento di sanzioni e interessi. Non è ancora pace fiscale D’ altronde con il “saldo e stralcio” sulle cartelle dal 2000 al 2017 messo a punto fino ad oggi e comparso nelle bozze di decreto circolate nei giorni scorsi il conto finale per il primo anno tra maggiori entrate da rottamazione ter e blocco della riscossione ordinaria è in negativo di 3 milioni. A pesare soprattutto è l’ impatto della nuova possibilità di saldare l’ agente pubblico della riscossione in cinque anni e a un tasso di interesse del 2% (al momento è questo) contro il 4,5% delle passate rottamazioni. A erodere il gettito c’ è poi lo “strappa-cartelle” ossia la norme che consentono agli agenti della riscossione di stralciare a fine 2018 tutte le microcartelle di importo fino a 1.000 euro datate 2000-2010. Difficile ipotizzare un allargamento della platea che già così tocca 10milioni di contribuenti che hanno ricevuto multe per violazione al codice della strada o non hanno versato bolli auto, tassa rifiuti e tanti altri prelievi di importo ridotto. Totale sintonia tra i partiti di governo, invece, sulla chiusura agevolata delle liti pendenti che per uniformità con il “saldo e stralcio” delle cartelle si potrà chiudere in cinque anni con pagamenti rateali di pari importo. Il codice degli appalti Nel seconda parte del decreto fiscale, oltre alle misure su Cigs, dirigenti del Fisco, Ferrovie ecc. dovrebbe entrare anche un primo pacchetto di norme per la riforma del codice degli appalti: obiettivo sbloccare almeno una parte dei 150 miliardi di finanziamenti agli investimenti già stanziati in bilancio (si veda il servizio a pagina 6). Si tratta di norme di semplificazione delle gare, con un innalzamento a livello Ue delle soglie che consentono forme di competizione meno rigide. Fra le misure allo studio c’ è anche un ritorno all’ appalto integrato e al massimo ribasso, con la limitazione delle offerte economicamente più vantaggiose. Probabile anche la previsione di un regolamento generale vincolante che supererebbe e assorbirebbe le linee guida Anac. Al primo pacchetto di norme potrebbe essere poi agganciata in Parlamento una riforma più organica del codice. Il sostegno alle Pmi Nel decreto legge dovrebbe trovar posto anche un fondo di garanzia a favore degli imprenditori in difficoltà per i crediti accumulati con la Pubblica amministrazione. Dovrebbe trattarsi di una sezione del Fondo di garanzia Pmi, del valore di 300milioni, che attraverso la copertura statale consenta ai creditori di evitare il pignoramento di macchinari messi precedentemente a garanzia di debiti bancari. Contemporaneamente, ispirandosi al caso dell’ imprenditore Sergio Bramini, il ministro Di Maio vorrebbe inserire una norma bandiera per proteggere dai rischi di fallimento le imprese messe in crisi dai mancati pagamenti della Pa. Possibile, poi, che entri nel decreto una modifica al cosiddetto decreto mutui per attenuare la pignorabilità della prima casa posta a garanzia di prestiti contratti per l’ attività imprenditoriale nel caso in cui non siano state pagate 18 rate. © RIPRODUZIONE RISERVATA. C. Fo.M. Mo.
15/10/2018 – Affari & Finanza
PARLA ARMANDO ZAMBRANO, PRESIDENTE DEGLI INGEGNERI: “PER LE GRANDI OPERE OCCORRE STABILIRE STANDARD DI VERIFICA CHE OGGI NON CI SONO IN MODO DA POTER IDENTIFICARE LE VERE EMERGENZE. PER GLI EDIFICI PRIVATI, OBBLIGO PER I CONDOMINI DI METTERSI IN REGOLA ENTRO 10 ANNI”
P onti che crollano, case che vengono spazzate via dai terremoti come ramoscelli, persino scuole recentemente ristrutturate che vengono giù. Come siamo arrivati a questa situazione? Il presidente del Consiglio dell’ Ordine degli ingegneri, Armando Zambrano, prende un attimo di tempo prima di rispondere: «Diciamo subito che, per eventi sismici o vulcanici, la sicurezza assoluta non esiste. La domanda vera è: fino a che punto possono resistere?» C’ è un’ altra domanda: ma abbiamo saputo costruire bene le opere e gli edifici? «Questo paese ha saputo costruire bene e per tanti anni con buone tecniche e buoni processi, spesso all’ avanguardia tecnologica. Il problema vero è la manutenzione. Fabbricati e infrastrutture invecchiano: vale per il calcestruzzo, per il ferro, per l’ acciaio. Il punto è questo: abbiamo perso la cultura della manutenzione. Ormai sono passati 50-60 anni dal dopoguerra, esattamente il tempo in cui il calcestruzzo comincia a mostrare i segni del tempo. In più, molti fabbricati sono stati costruiti senza tener conto dell’ attività sismica, e non è stato un difetto costruttivo: a quel tempo, dal punto di vista normativo, il 90% del paese non era considerato a rischio sismico. La prima legge è del 1974». E poi? «Dal 1974 ad oggi si è cominciata a creare una mappatura del paese. Oggi risulta, al contrario, che quasi tutto il paese sia a rischio sismico: decine di milioni di edifici e circa 40 milioni di persone. È chiaro che al problema della manutenzione si aggiunge quello del rischio sismico ». Agli italiani interessa sapere come si dovrebbe intervenire, hic et nunc, per dare sicurezza. Voi ingegneri avete elaborato qualche proposta? «Si può senz’ altro intervenire eliminando gran parte dei rischi sismici. Però, come le ho già detto prima, non c’ è una sicurezza assoluta: con una scossa di 8,5 punti della scala Richter quasi nulla può resistere. In Italia si arriva al più a 6,3-6,4 ma in California, Giappone e Indonesia si arriva anche oltre il 7». L’ Italia è piena di fabbricati progettati prima del 1974: si possono mettere in sicurezza? «Certamente, in Italia ci sono grandi capacità progettuali per risistemare i fabbricati esistenti. Bisogna solo volerlo. Fra parentesi, è paradossale notare che Roma, ma anche Palermo e Napoli, hanno dei centri storici più sicuri delle periferie. Perché quei fabbricati furono costruiti con qualità, per resistere al tempo ». Cosa proponete di fare per mettere in sicurezza gli edifici? «Abbiamo già presentato una proposta di un piano nazionale di prevenzione che obblighi tutti i proprietari a farsi rilasciare un certificato statico e sismico. Ci sono regioni che hanno approvato un “fascicolo del fabbricato”, ma solo a Milano è prevista una certificazione statica, anche grazie al contributo dell’ Ordine locale ». Insomma, obblighiamo i proprietari a intervenire? «Sì, ma diamogli un congruo lasso di tempo, diciamo una ventina d’ anni. Nel frattempo devono operare degli incentivi: un buon passo avanti è stato fatto l’ anno scorso con l’ introduzione del “sisma bonus”, che prevede che lo Stato copra dal 50 all’ 85% del totale, in funzione del livello di sicurezza raggiunto, di una spesa fino a 96 mila euro. Ciò avviene grazie a un credito d’ imposta da recuperare in 5 anni, però dobbiamo tenere presente che molti pensionati o incapienti che non possono utilizzare il credito d’ imposta se non facendo intervenire una società che acquisti il credito. Ma il credito d’ imposta da solo non basta se non si introduce l’ obbligatorietà dell’ intervento. Che fra l’ altro avrebbe anche altri effetti benefici». Quali? «Se l’ intervento diventa obbligatorio anche l’ assicurazione contro i terremoti costerebbe poco. Da qui anche l’ idea di rendere questa polizza obbligatoria: in Italia c’ è sempre stata l’ idea che lo Stato debba sempre intervenire per proteggere la proprietà privata». Una domanda che molti si pongono: ma se un condominio volesse vedere lo stato statico e sismico del proprio palazzo chi dovrebbe chiamare? «Negli edifici grandi, dev’ essere un ingegnere o un architetto con competenze strutturali». E quanto costerebbe? «Tra 500 a 1000 euro a unità immobiliare per conoscere la classificazione sismica. Poi ci vogliono altri 1.500 euro almeno per nucleo familiare per il progetto strutturale di miglioramento della sicurezza dell’ edificio. Ma sono soldi spesi bene. E comunque mi pare non ci sia alcuna alternativa all’ obbligatorietà, seppur nel corso del tempo. Non è strano che lo Stato pretenda la certificazione energetica mentre non impegna il proprietario a far sapere quale sia la situazione statica e sismica?». Torniamo alle infrastrutture. Risulta che dopo il crollo del ponte sul Polcevera in molti Comuni siano stati chiusi svariati ponti: scusi ma prima nessuno sapeva niente? O si è rischiato? «In effetti dopo il crollo del ponte sul Polcevera è cambiato l’ approccio alla sicurezza del calcestruzzo, non soltanto in Italia: da quel momento sono stati chiusi ponti in Germania, Francia, Stati Uniti. Dappertutto si è posto con forza il problema della manutenzione delle infrastrutture: lo sa che ogni anno crollano 70/80 ponti negli Stati Uniti? E pensi che in Italia ce ne sono almeno 60 mila!». Che si deve fare, allora? «Il ministero delle Infrastrutture ha avviato a fine agosto un monitoraggio sullo stato di salute delle grandi opere. Ma non è sufficiente. Il ministero ha già avuto gran parte di queste informazioni ma ora deve rivedere il tutto». Perché? «Perché non sono stati stabiliti standard di verifica per fare una graduatoria e stabilire quali siano le vere emergenze. Noi abbiamo offerto al ministero il nostro aiuto per realizzare questi standard. Fatto questo, occorre mettere in piedi anche un sistema di corsi di formazione». Per chi? «Per tutti coloro che dovranno effettuare queste verifiche, e cioè ingegneri, architetti e anche geometri». Quanti soldi servirebbero per l’ attività di monitoraggio? «Non meno di 500 milioni, da spalmare su vari anni. Ma se avessimo investito prima in prevenzione tante cose non sarebbero accadute». © RIPRODUZIONE RISERVATA 60 MILA È la stima dei ponti attualmente presenti in Italia. Alcuni Comuni, dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova, hanno preferito chiudere dei ponti minori in mancanza di notizie certe sulla sicurezza statica e dinamica Armando Zambrano, presidente Consiglio nazionale ingegneri. ADRIANO BONAFEDE
15/10/2018 – Il Messaggero
Appalti, il livello minimo esente dalle gare verso un rialzo da 40 mila a 200 mila euro
Capitoli in bilico con la manovra ma che potrebbero ancora rientrare nel testo che dovrebbe essere varato oggi sono infine anche quelli legati al caso Bramini, ovvero l’ imprenditore diventato un simbolo perché fallito a causa del ritardo nei pagamenti di amministrazioni pubbliche, e quelli dei ritocchi al codice degli appalti. L’ idea di base dell’ esecutivo sarebbe quella di alzare il limite dei 40.000 euro per gli affidamenti senza gara portandolo sui livelli europei e quindi su lavori inferiori ai 200.000 euro. In questo modo – stando alle dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli – potrebbero partire più velocemente un buon numero di appalti fermi per l’ espletamento delle gare. Lo stesso ministro dell’ Economia ha più volte ripetuto che lo stallo degli investimenti non dipende solo dalle risorse finanziarie disponibili, ma dalla difficoltà di spenderle in particolare per gli enti locali.
15/10/2018 – Corriere della Sera – Economia
Tesoro, una spada 102 miliardi e rende solo il 3%
Il governo chiama a raccolta le aziende di Stato Ma quanto valgono? Lo stesso che un anno fa. E quanto guadagnano? Poco Sono 31 le società controllate direttamente dal ministero dell’Economia, sette quelle quotate in Borsa .Igioielli più preziosi: Ferrovie, Cdp, l’Enel Il problema: Monte dei Paschi. La più generosa per dividendi: Cdp Ma cisono anche Studiare Sviluppo, Cinecittà, Mefop, Ram…
Valgono poco più di 100 miliardi (101,7, per essere precisi), come un anno e mezzo fa. Rendono ancora il 3%, come allora. E non c’ è l’ Alitalia, che il governo vorrebbe aggiungere all’ elenco. Sono 31 le società dello Stato, portano nelle casse del Tesoro poco più di 2 miliardi (2,1) di dividendi (solo dieci li generano), meno di tre miliardi e mezzo di utili. Si chiamano Ferrovie ed Enel, Eni e Cassa depositi e prestiti, Leonardo e Poste, Monte dei Paschi e Rai. Ma anche Poligrafico e Cinecittà, Sogei e Consip, Autostrade Mediterranee (Ram) e Arexpo, la Sogei informatica che supporta l’ Agenda digitale e la Sogin che deve smantellare gli impianti nucleari. Il calcolo, per L’ Economia del Corriere della Sera, è del team di Stefano Caselli, prorettore dell’ Università Bocconi.Comprende tutte le partecipazioni dirette del ministero dell’ Economia. È un tesoro del Tesoro che fa pensare al deposito immobile delle monete di Zio Paperone. Centrale ragionarci mentre il governo gialloverde sta chiamando a raccolta le aziende di Stato chiedendo loro di investire e assumere, proponendo di farle uscire da Confindustria e valutando di trasferirle a Cdp per ridurre il debito pubblico. È un portafoglio vario dove lo Stato fa mestieri molto diversi, dalle banche agli immobili, dalla gestione del risparmio alla riscossione dei crediti deteriorati. Ci sono le aziende del ventre molle come il Montepaschi per cui il Tesoro ha sopportato nel 2017 un rosso pro-quota di 2,4 miliardi (ma perdono denari anche l’ Arexpo che deve trasformare in Parco della scienza i terreni dell’ Expo milanese: -22 milioni; l’ ingegneristica Sogesid in crisi: -880 mila euro; l’ Equitalia Giustizia che gestisce il recupero crediti:-640 mila euro). Ci sono le regine dei dividendi Enel, Poste, Eni. E c’ è il fritto misto restante, dalla Studiare Sviluppo che ha per missione l’ assistenza alle politiche pubbliche (guadagna 200 mila euro) alla Sose che studia gli studi di settore (utili per 106 mila euro). Se fosse gestita come una holding, la «Tesoro spa» potrebbe avere aree di business affidate a diversi responsabili. Ancora non accade. Per ogni società, è stato calcolato il valore (effettivo o ipotetico) della quota detenuta direttamente dal ministero del Tesoro. Tre i metodi: la capitalizzazione, se l’ azienda è quotata (dati di Borsa al 10 ottobre scorso); il patrimonio netto; e la stima dell’ equity value in base ai multipli. Si moltiplica cioè il margine operativo lordo per un coefficiente (in questo caso 7, multiplo medio delle transazioni nel 2018) e si sottraggono i debiti netti. Le quote delle società (una per tutte: l’ Eni) che fanno capo a Cassa depositi e prestiti (controllata dal Tesoro all’ 82,77%) non sono state considerate separatamente, ma incorporate nella stessa Cdp (che ha in pancia anche quote di Terna, Snam, Italgas). Chi vince la gara del valore? Qual è il gioiello più prezioso? Tolta l’ Eni, che in questa analisi vale 2,5 miliardi perché si considera solo la quota diretta del 4,34% in mano al Tesoro (sarebbero 17,5 considerando anche la parte controllata attraverso Cdp), brilla l’ Enel, di cui il ministero guidato da Giovanni Tria possiede il 23,58%. L’ azienda dell’ energia al cui vertice siede Francesco Starace vale 10 miliardi e mezzo di euro per il ministero dell’ Economia, sostanzialmente in linea con il maggio 2017 (quando fu condotta un’ indagine analoga dalla squadra di Caselli). Segue appunto l’ Eni quindi le Poste con 2,4 miliardi ( che salirebbero a 4,8 considerata la quota attraverso Cdp). La piccola fetta nella Stm dei microprocessori (anche) per gli iPhone, in diplomatica e delicata compartecipazione con il governo francese, vale quasi 2 miliardi (1,9 per il 14%). Mentre la Leonardo, ex Finmeccanica, appena alleatasi con Fincantieri per il polo della Difesa navale italiano resta sotto questa soglia (1,7 miliardi). Il Montepaschi si conferma un caso. Il Tesoro vi ha immesso oltre 5 miliardi, ha una quota che oggi ne vale solo 1,4. L’ anno scorso Mps ha perso 3,5 miliardi (2,4 in carico al Mef). La semestrale 2018 è positiva (+289 milioni), ma l’ ideale per lo Stato sarebbe gestire la partecipazione come un fondo di private equity, non da cassettista. Dunque farla rendere e poi uscirne, procedura non scontata. Naturalmente Mps non porta dividendi, a differenza dell’ Enav delle torri di controllo negli aeroporti che da rumors potrebbe finire sotto l’ ombrello Cdp: 54 milioni di euro di cedole l’ anno, vale oltre un miliardo (1,1 per il 53%). È stata l’ ultima privatizzazione e viaggia sopra il prezzo del collocamento in Borsa, avvenuto nel 2016. Vediamo le grandi non quotate. Qui svettano naturalmente le Ferrovie con un valore patrimoniale di 38,6 miliardi (che non comprende l’ Anas). L’ azienda guidata da Gianfranco Battisti porta alle casse del Mef mezzo miliardo di utili. Preziosa ed estremamente redditizia è poi la partecipazione nella Cdp di Fabrizio Palermo, che il vicepremier 5 Stelle Luigi Di Maio vorrebbe finanziasse persino il leasing dei nuovi aerei dell’ Alitalia. Per il Tesoro è un patrimonio da quasi 30 miliardi (29,7). Porta all’ azionista Mef 3,6 miliardi di utili e oltre un miliardo di dividendi (1,1). Risultati raggiunti rispettando la consegna imposta dallo statuto, di non mettere a rischio il risparmio postale degli italiani investendo in attività rischiose o in perdita. A proposito di dividendi, è chiaro che per le casse del Tesoro cedere partecipazioni di società che ne distribuiscono sarebbe una perdita d’ incassi. Fra Enel, Eni, Poste, Leonardo, Stm, Enav, Gse, Sogei e la Consap (la concessionaria dei servizi assicurativi pubblici) le cedole superano i due miliardi di euro. Guidano le danze oltre a Cdp l’ Enel, le Poste e l’ Eni. Fra le grandi non quotate al terzo posto per valore stimato con 4 miliardi c’ è la Rai, che cedole non ne distribuisce, ma porta in dote un utile, finalmente, di 14 milioni. Partecipazione d’ importanza politica. Altre gemme: il Poligrafico (763 milioni di patrimonio) e Invitalia (750), l’ Anas naturalmente (2,8 miliardi) che benché sotto l’ ombrello di Fs è rimasta nel perimetro della pubblica amministrazione (quindi non può indebitarsi senza alzare il debito pubblico) e la resuscitata Sga (731 milioni), l’ ex bad bank del Banco di Napoli, che ha rilevato i crediti deteriorati di Pop Vicenza e Veneto Banca. Sopra il mezzo miliardo anche Eur e Gestore dei servizi energetici. Il resto è il gran mix delle partecipazioni varie, 15 società che valgono in tutto poco più di un miliardo. In testa c’ è la Sogei che pesa 497 milioni e in coda la Studiare Sviluppo: 600 mila euro.
Basta maquillage, fatele guadagnare
L’ ingente pacchetto di partecipazioni statali ha bisogno di una politica industriale e di una strategia illuminata. Le manovre contabili o gli spostamenti da una casa (il Mef) ad un’ altra (la Cdp) o viceversa servono a poco. Eppure in tempi di piani industriali per la Cassa, e di definizione delle linee di azione del nuovo governo, sembra sempre ripetersi il problema di che cosa fare delle partecipate pubbliche. Il primo punto fermo è che il portafoglio di partecipazioni, pur eterogeneo, ha un valore importante. Ma poco può fare, anche ipotizzando un piano robusto di dismissioni, per ridurre in maniera significativa il debito dello Stato, che ha bisogno di ben altre terapie. Inoltre, i dividendi ragguardevoli di diverse partecipate (Cdp, Eni, Enel) raccomandano non di cedere, piuttosto di conservare queste posizioni, il cui rendimento è largamente superiore al costo sul debito pubblico. Il secondo punto fermo è quello di non confondere le partecipazioni pubbliche con il ruolo della Cdp, evitando la tentazione delle sliding doors. La Cassa contiene il risparmio del nostro Paese e la sua attività ha una funzione fondamentale nel promuovere lo sviluppo delle infrastrutture di base locali, nel sostenere la crescita internazionale delle imprese attraverso una funzione di export bank e di contribuire a obiettivi di lungo periodo come il sostegno allo sviluppo delle imprese. La gestione di un pacchetto di partecipazioni è poco coerente con questa missione ampia e rischia di defocalizzare gli sforzi e le risorse finanziarie che devono essere impiegate per valorizzare la massa di risparmio che i cittadini le affidano. Il terzo punto fermo è che la gestione delle partecipate deve avere un indirizzo strategico. Se la scelta è di posizionare lo Stato come un cassettista che attende il dividendo, i condizionamenti pubblici e lo spoil system devono essere messi da parte. La promozione di una buona governance, la difesa e la scelta delle competenze migliori nel management e nei consigli deve prevalere su ogni altro criterio. Se la scelta fosse più ambiziosa, il pacchetto di partecipate potrebbe diventare un volano di crescita. Anche se nell’ elenco troviamo aziende eccellenti, queste sono tuttora campioni nazionali. Invece l’ ambizione potrebbe essere quella di dare loro obiettivi più sfidanti di crescita internazionale, per dare al nostro Paese quella dimensione che ci manca. Questo significa esercitare il ruolo di azionisti in modo attivo, non occupando posizioni, ma facendo pressione competitiva sul management e ponendo obiettivi espliciti di crescita. Nello stesso tempo (e questo sì, grazie alla Cassa), lo Stato potrebbe attivarsi come attrattore di investitori internazionali che valorizzino le partecipate in prospettiva di crescita. È la sfida per segnare un cambiamento e abbandonare una logica statica di gestione del patrimonio pubblico. Un politica industriale di rilancio vero, per la crescita del Paese.
15/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Offerte da escludere se tra le imprese ci sono intrecci di ruoli («unico centro decisionale»)
Si tratta del caso contemplato dall’art. 80, comma 5, lett. m), anche se non c’è un vero controllo o collegamento societario
In materia di procedure per l’affidamento di contratti pubblici, le imprese le cui offerte siano imputabili a un unico centro decisionale devono essere escluse dalla gara ai sensi dell’ art. 80, comma 5, lett. m), del d.lgs. 18 aprile 2016, n. 50 («Codice dei contratti pubblici», anche se non si trovino di una situazione di controllo ex art. 2359 del codice civile.
Con questa motivazione, il TAR Sicilia- Palermo ( sentenza 6 settembre 2018, n. 1910) ha respinto il ricorso proposto contro il provvedimento con il quale la Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Trapani, a seguito della verifica della documentazione amministrativa relativa ad un bando di gara per lavori di restauro nel Comune di Gibellina, aveva disposto l’esclusione dalla gara ex art. 80, comma 5, lettera m), del codice dei contratti pubblici («Le stazioni appaltanti escludono dalla partecipazione alla procedura d’appalto un operatore economico [….] qualora si trovi rispetto ad un altro partecipante […] in una situazione di controllo di cui all’articolo 2359 del codice civile o in una qualsiasi relazione, anche di fatto, se la situazione di controllo o la relazione comporti che le offerte sono imputabili ad un unico centro decisionale ») di un consorzio ritenuto in collegamento altri due consorzi ed attivato la procedura per l’ escussione della garanzia fideiussoria di cui all’art.93, comma 6, del medesimo codice.
Di qui il ricorso con il quale il consorzio contestava l’operato della stazione appaltante per due ordini di motivi. In primis per aver rilevato tale collegamento sulla scorta di elementi che non avrebbero inciso sul contenuto dell’offerta ma su un aspetto meramente formale ossia l’avvalimento da parte dei tre consorzi della medesima società di servizi per la preparazione della documentazione di gara, non tenendo conto di aspetti sostanziali quali l’assenza di intreccio di parentele reciproche tra i soci o gli amministratori dei consorzi e la diversità del luogo di ubicazione delle sedi sociali e degli assetti societari e di amministrazione. In secondo luogo perché la stazione appaltante avrebbe incamerato la garanzia fideiussoria senza alcuna valutazione, “essendosi limitata l’Amministrazione ad affermare che [tale] provvedimento era diretta conseguenza della esclusione”.
Il TAR ha respinto il ricorso alla luce dei seguenti elementi mediante i quali la difesa erariale ha dimostrato che : (i) la costituzione della società di consulenza era avvenuta presso lo stesso notaio che aveva rogato gli atti costitutivi del consorzio ricorrente e di uno dei tre consorzi; (ii ) il legale rappresentante di quest’ultimo consorzio era la stessa persona fisica che rivestiva la carica di legale rappresentante della società di consulenza; (iii) i tre consorzi aventi sede in varie città (Bologna, Padova e Treviso) avevano stipulato la garanzia fideiussoria presso una stessa agenzia sita di un’altra città (Genova). Elementi che il Collegio ha ritenuto “indizi gravi, precisi e concordanti” attestanti la provenienza delle offerte dalla società di servizi. Motivo più che sufficiente per adottare il provvedimento di esclusione ed incamerare tout court la garanzia fideiussoria prevista dall’ art.93, comma 6 del D.lgs. n. 50 del 2016 ( «La garanzia copre la mancata sottoscrizione del contratto dopo l’aggiudicazione dovuta ad ogni fatto riconducibile all’affidatario»)
La sentenza aderisce all’indirizzo giurisprudenziale che ammette la riconducibilità di più offerte ad un unico centro decisionale non solo in presenza di forme di controllo societario o comunque di collegamento tra le imprese in gara (art. 2359 cod. civ), ma anche a fronte di offerte redatte in modo identico o che comunque presentino elementi di somiglianza tali da lasciar intendere che la piena concorrenzialità della gara sia stata in qualche modo alterata (da ultimo, Tar Lazio-Roma, Sez.II bis, 31 ottobre 2017, n.10859). Indirizzo che conferma quello formatosi sul previgente art. 38, comma 1, del D.Lgs. n. 163 del 2006 (pressoché identico all’ art. 80, comma 6, lett. m del codice dei contratti pubblici) secondo cui “anche a prescindere dall’inserimento di una apposita clausola nel bando di gara, in presenza di indizi […] attestanti la provenienza delle offerte da un unico centro decisionale, è consentita l’esclusione delle imprese, benché le imprese non si trovino in situazione di controllo ex art.2359 c.c.” ( Consiglio di Stato, Sez.VI, 8 giugno 2010, n. 10859). Il che implica, come nella fattispecie, l’automatica escussione della garanzia fideiussoria: provvedimento che costituisce diretta conseguenza della violazione dell’obbligo di diligenza gravante sull’offerente (Consiglio di Stato- Adunanza Plenaria del 10 dicembre 2014, n. 34), senza che occorra alcuna valutazione discrezionale (Consiglio di Stato, Sez. V, 16 maggio 2018, n.28).
Gara, nessuna esclusione se l’iscrizione alla Camera di commercio è presso una sede secondaria
Le ultime sentenze del Consiglio di Stato su requisiti di partecipazione e idoneità professionale
Gara – Requisiti di partecipazione – Idoneità professionale – Iscizione CCIAA – Presso sede secondaria – Esclusione – Non sussiste.
Le cause di esclusione dalla gara sono, come noto, tassative e di stretta interpretazione. Pertanto qualora sia richiesta nel disciplinare l’iscrizione nel registro delle imprese della Camera di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura (C.C.I.A.A.) della Provincia in cui l’operatore economico ha sede e quest’ultimo risulti regolarmente iscritto per un’attività corrispondente ai servizi posti a gara, ancorché presso una sede secondaria, ciò è sufficiente a comportare l’osservanza della norma del disciplinare che la impone.
Consiglio di Stato, sez 3, sentenza dell’8 ottobre 2018, n. 5765
Gara – Requisiti di partecipazione – Idoneità professionale – Iscrizione CCIAA – Oggetto dell’appalto – Attività non necessitanti di abilitazione – Verifica della congruenza contenutistica delle professionalità dell’impresa con l’oggetto del contratto – Sufficienza.
Non può essere esclusa la concorrente per mancanza del requisito di idoneità professionale per incoerenza della sua iscrizione nel registro delle imprese con le attività oggetto della gara se per il svolgimento di tali attività non sia richiesto dall’ordinamento alcun requisito legale di abilitazione in quanto ai fini dell’ammissione è sufficiente verificare la congruenza contenutistica tra le risultanze descrittive della professionalità dell’impresa, come riportate nell’iscrizione alla Camera di Commercio, e l’oggetto del contratto d’appalto.Consiglio di Stato, sez. 6, sentenza del 2 ottobre 2018, n. 5661
Gara – Requisiti di partecipazione – Iscrizione CCIAA – Art. 83, comma 3, del codice dei contratti (dlgs n. 50 del 2016) – Requisito di idoneità professionale – Possesso – Dalla presentazione della domanda.
L’art. 83, comma 3, del codice dei contratti (dlgs. n. 50 del 2016) richiede, a differenza del d.lgs. n. 163 del 2006, l’iscrizione nel registro della camera di commercio ma soltanto come requisito di idoneità professionale, che deve essere posseduto, al momento della presentazione della domanda, dai concorrenti alle procedure indette dopo l’entrata in vigore del d.lgs. n. 50 del 2016.
Consiglio di stato, sez. 5, sentenza del 27 giugno 2018 n. 3947
Gara – Requisiti di partecipazione – Idoneità professionale – Iscrizione CCIAA – Natura ricognitiva – Effettivo svolgimento dell’attività oggetto di appalto – Retrodatazione.
Ciò che rileva è il concreto possesso sostanziale del requisito dello svolgimento di attività in tempo utile per la partecipazione. E se, come nel caso di specie, l’iscrizione al registro delle imprese della Camera di Commercio, ha mera natura ricognitiva di un effetto che si era già prodotto in conseguenza dell’effettivo e concreto svolgimento dell’attività nel settore oggetto di appalto e richiesto dal bando, in ragione di ciò, viene retrodatato.
Consiglio di Stato, sez. 5, sentenza del 21 maggio 2018, n. 3035
Ponte Genova/2. Il governo cambia il decreto: fuori solo Aspi, rientrano i big
Ok alle richieste di Bucci: Aspi deve cedere le tratte di A7/A10, più indennizzi per le case. Ignorato il monito di Cantone sulle deroghe
Gli emendamenti depositati dal Governo all’articolo 1 del decreto legge Genova (la ricostruzione) accolgono i suggerimenti del commissario-sindaco Marco Bucci e ignorano invece quelli del presidente della Liguria Giovanni Toti e dell’Anac Raffaele Cantone. Viene dunque fatta chiarezza sull’accesso alle aree interessate, obbligando Autostrade per l’Italia a consegnare le tratte autostradali connesse ai lavori; vengono riammesse agli affidamenti tutte le imprese, anche con partecipazioni o controllate da concessionarie autostradali, escludendo invece solo Aspi e le sue controllate; viene fatta chiarezza sugli indennizzi ai proprietari di case da demolire, stabilendo l’entità degli stessi e il fatto che sia Autostrade a pagare; si consente infine a Bucci di selezionare per la sua strutture non solo dipendenti pubblici ma anche 5 esperti esterni. Respinto totalmente il suggerimento di Toti di riammettere Autostrade con “risarcimento in forma specifica”, e respinto anche l’allarme di Cantone sulla indeterminatezza delle deroghe a tutte le leggi, affidata al commissario, che secondo il presidente dell’Anac potrebbe essere foriera di ricorsi su ogni atto di Bucci: nessuna modifica su questo punto.
– Gli emendamenti depositati sono in tutto 636 e lunedì le commissioni Ambiente e Trasporti ne valuteranno l’ammissibilità. Le votazioni in commissione cominceranno martedì 16, in aula è calendarizzato dal 22 ottobre, con votazioni dal 23. La legge di conversione deve andare poi in Senato, per essere approvata entro il 27 novembre (pena la decadenza del Dl).
Ecco le principali novità all’articolo 1 del decreto, se l’emendamento del governo sarà approvato. IMPRESE ESCLUSE: il testo originario impediva al commissario di affidare gli appalti per la ricostruzione del ponte e della viabilità connessa non solo ad Autostrade e alle sue imprese controllate (Spea e Pavimental), ma anche alle altre imprese controllate o con partecipazioni in società che gestiscono strade a pedaggio (sarebbero state escluse quasi tutte le grandi imprese di costruzione italiane o attive in Italia). Ora resta solo l’esclusione al Gruppo Aspi, le altre rientrano in pista. LA SQUADRA DEL COMMISSARIO: accontentando il commissario Bucci, che chiedeva la possibilità di selezionare nella sua squadra di 20 pesone (più due sub-commissari) anche persone prese al di fuori della pubblica amministrazione: potrà nominare fino a un massimo di 5 «esperti o consulenti».
RESTA DEROGA ILLIMITATA: immutato il comma 5 che assegna al commisario la possibilità di operare «in deroga a ogni disposizione di legge extrapenale». «È una norma senza precedenti – aveva ammonito Cantone – «consente di non applicare il Codice appalti, il Codice ambientale, le norme sulla sicurezza sul lavoro, le norme (amministrative) sulla prevenzione antimafia. Per vitare ricorsi e incertezza su ogni atto del commissario dobbiamo stabilire nella legge, con chiarezza, le deroghe». L’appello di Cantone non ha lasciato traccia nell’emendamento del governo. COSTI INDENNIZZI A CARICO DI ASPI: come chiesto da Bucci, il nuovo comma 6 e l’articolo 1-bis chiariscono che sono a circo di Autostrade anche gli indennizzi ai proprietari delle case da demolire, oneri che rientrano in quelli che Aspi deve pagare al commissario entro 30 giorni dalle richieste.
DUEMILA EURO A METRO QUADRO e «PRIS»: l’articolo 1-bis stabilisce che i proprietari di case da demolire, e che stipulino un atto di cessione volontaria del bene con il commissario, hanno diritto (entro 30 giorni dalla trascrizione degli atti) a un’indennità pari a 2.205,50 euro al metro quadrato (circa il 35% superfiore ai prezzi di mercato in quella zona di Genova), più l’indennizzo forfettario di 45mila euro a unità abitativa previsto dalla legge regionale sui Pris (legge Liguria 3 dicembre 2007, n. 39), e altri 36mila euro ad abitazione per «indennità di improvviso sgombero». Ad esempio, per un appartamento di 70 mq si ha diritto a un indennizzo immediato di 222mila euro.
A7/A10 AL COMMISSARIO: l’articolo 1-ter affida al commissario il compito di individuare i tratti autostradali A7 e A10 «funzionalmente connessi al viadotto Polcevera» «il cui esercizio risulta interferito dalla realizzazione degli interventi di ricostruzione», e tali tratte devono essere «immediatamente consegnate dal concessionario al commissario». Era stato Bucci a porre questo problema («Come facciamo a entrare in possesso delle tratte interessate, visto che il concessionario è ancora Aspi?»). MESSA IN SICUREZZA: sempre l’articolo 1-ter, con norma di carattere generale, stabilisce che tutte le concessionarie autostradali devono provvedere, «con carattere di priorità rispetto ad ogni altro intervento programmato», a intreprendere e concludere entro 12 mesi le «attività di verifica e messa in sicurezza di tutte le infrastrutture in concessione, in particolare ponti, viadotti e cavalcavia». Questi interventi non dovranno avere alcun impatto sui piani finanziari (e dunque: nessun aumento tariffario), e le società dovranno imporre misure di sicurezza (chiusure o limitazioni al traffico) per ragioni di pubblica utilità e sicurezza».
AUMENTANO I COSTI PER INTERESSE: se Autostrade non paga subito per la ricostruzione, secondo le stime di costo stabilite dal commissario, lo stesso Bucci può farsi anticipare i soldi dalle banche, con garanzia statale pari ai 360 milioni di euro di copertura messi in bilancio. Tutto resta uguale al testo originario del decreto, ma vista la salita dello spread sui titoli di Stato – come fatto notare dallo stesso Bucci – il tasso Bce più 3% inizialmente indicato rischiava di non bastare, dunque l’emendamento del governo stabilisce un tasso da corrispondere alle banche (più alto) pari ai buoni del tesoro italiani decennali più l’1,5%.
Pedemontana Veneta, scontro (inutile) Toninelli-Zaia
L’opera è arrivata al 55% e gli espropri all’80%. Fondi statali interamente liquidati al concessionario. A novermbre apre la prima tratta A31-Breganze
Si riaccende lo scontro Lega-Cinque Stelle sulla Pedemontana Veneta. Ad aprire le danze è stato un comunicato del ministro Toninelli il quale, commentando alcuni articoli usciti sulla stampa locale sulla recente nota della Corte dei Conti, ha ribadito i suoi dubbi sulla sostenibilità dell’opera, commentando anche la presunta mancata inclusione dell’infrastruttura nel Def.
«La Pedemontana – scrive Toninelli nella nota – mi preoccupa rispetto al suo livello di sostenibilità finanziaria sia in termini di costruzione che di gestione e non vorrei che ci fossero, per il concessionario, condizioni di favore ancora maggiori rispetto a quelle che il Governo sta cercando di modificare in relazione ad altre convenzioni autostradali». «Ho letto con sorpresa i giornali veneti -ha aggiunto – secondo cui il mio ministero avrebbe dato l’avallo a un’opera di quantomeno dubbia sostenibilità come la Pedemontana veneta. Lo smentisco. Ricordo che l’infrastruttura è sotto la responsabilità del concedente Regione Veneto e che l’elenco, nel Def, delle opere sottoposte all’analisi costi-benefici non è esaustivo».
«Noi abbiamo salvato quest’opera – gli replica subito il presidente della Regione Veneto Luca Zaia – che, lo ricordo a tutti, è la più grande a livello nazionale oggi in cantiere: 2 miliardi 258 milioni di euro di opere e 36 comuni, 14 caselli e 94 chilometri e mezzo: l’abbiamo salvata in totale trasparenza coinvolgendo la Corte dei Conti, l’Autorità nazionale anticorruzione, l’Avvocatura dello Stato, al punto tale che dal primo gennaio 2017 il nuovo commissario della Pedemontana è il vice Avvocato generale dello Stato, Marco Corsini».
Lo stesso Corsini, interviene per spiegare che «tutte le precisazioni richieste dalla Corte dei Conti sulla Pedemontana Veneta sono state già trasmesse da tempo e sono in gran parte superate». «Le richieste della Corte dei Conti – ribadisce il commissario – riguardano criticità ormai superate perché si riferiscono alla fase dell’impostazione dell’opera, cioè fino al 2016. Successivamente, è subentrata la Regione Veneto». Tra i rilievi che attengono invece la gestione della Regione Veneto, la Corte punta il dito sull’atto aggiuntivo del maggio 2017 con il quale è stata modificata la convenzione allo scopo di consentire la bancabilità dell’infrastruttura nei confronti di una platea di investitori internazionali. «L’atto aggiuntivo – ricorda Corsini – è stato impugnato da un operatore economico (Salini Impregilo, ndr) e si attende la pronuncia del Tar». «La regione Veneto – aggiunge Corsini – è stata sotto il monitoraggio triennale della Corte dei Conti e ha già risposto; e il ministero delle Infrastrutture è costantemente informato sull’evoluzione dell’opera”. Il fatto che l’opera sia ormai di interesse regionale e gestita interamente dalla regione Veneto, aggiunge Corsini, spiega anche perché l’infrastruttura non sia stata inclusa tra quelle indicate nel Def. «I fondi stanziati dal Mit per quest’opera sono già stati spesi da tempo – precisa Corsini – e ora il ministero non ha più alcun ruolo, né di concedente, né di regolatore, né di finanziatore».
Sulla questione dei fondi, maggiori dettagli arrivano dalla Direzione tecnica della Pedemontana , la struttura della Regione che vigila l’andamento dei cantieri e l’operato del concessionario. «Il finanziamento statale di 614 milioni – fanno sapere i tecnici – è stato interamente certificato e liquidato al concessionario entro la fine del dicembre scorso». Ed ora è in corso di liquidazione anche la quota di 300 milioni di fondi della Regione Veneto. Una prima tranche di 140 milioni è stata certificata e liquidata al concessionario a marzo 2018. La seconda tranche di 160 milioni sarà certificata e liquidata entro gennaio 2019. Il resto arriva dagli investimenti dei sottoscrittori delle obbligazioni emesse nel novembre scorso per complessivi 1,571 miliardi. È molto avanti anche la macchina degli espropri, che è arrivata all’80% per quanto riguarda i decreti emessi e liquidati, mentre si guarda agli espropri concordati (ma non ancora perfezionati) si sfiora il 90 per cento.
A brevissimo, il primo pezzo della Pedemontana diventerà realtà. Entro novembre, informa sempre la Direzione tecnica, aprirà al traffico la prima tratta di 10 chilometri che collegano l’innesto della A31 (vicino a Vicenza) e Breganze, in direzione est.
Autostrade, a Consorzio Argo le pavimentazioni del tronco di Cassino
Carpineto costruzioni vince a Roma il recupero funzionale della caserma Luciano Manara per 10,8 milioni
Consorzio Argo vince opere stradali nel Centro Italia. Autostrade ha appaltato il bando da 16,3 milioni per i lavori di manutenzione delle pavimentazioni della piattaforma autostradale, degli svincoli, delle aree di servizio e di parcheggio e delle pertinenze lungo le tratte autostradali di competenza della direzione VI tronco di Cassino dell’autostrada A1/A16/A30 attraverso l’esecuzione di giunti a tampone e impermeabilizzazione, nonché delle pavimentazioni di tutte le aree, opere, impianti ed installazioni facenti parte del patrimonio autostradale. La gara, alla quale hanno partecipato due concorrenti, è stata assegnata per 16 milioni.
A Roma, il Provveditorato interregionale alle opere pubbliche per il Lazio, l’Abruzzo e la Sardegna ha aggiudicato a Carpineto costruzioni generali i lavori indifferibili ed urgenti di straordinaria manutenzione, recupero e risanamento conservativo per la funzionalizzazione dell’edificio demaniale sede della caserma Luciano Manara. Al bando da 15,3 milioni hanno risposto 23 concorrenti. Il prezzo vincente è stato di 10,8 milioni.
Verona, bando da 52 milioni per ampliare il terminal aeroportuale di 12mila mq
Ripubblicata la gara di direzione lavori da 11,2 milioni per il terminal del Marco Polo di Venezia con requisiti meno stringenti
Aeroporti veneti protagonisti del mercato dei lavori e della progettazione. Aeroporto Valerio Catullo di Verona Villafranca manda in gara, con procedura negoziata, i lavori di ampliamento e riqualifica del terminal partenze. L’appalto, dal valore di 51.998.890 euro, riguarda la riqualifica e l’ampliamento del terminal dagli attuali 24.840 mq a 36.370 mq con un incremento di superficie di quasi 12mila mq, e la ristrutturazione di oltre 10mila mq al fine di ottenere un sensibile aumento degli standard qualitativi, capacitivi e di appetibilità commerciale del terminal che rispondano all’incremento di traffico passeggeri atteso nei prossimi anni.
Il nuovo terminal, così riconfigurato, dovrà garantire la necessaria capacità di tutti i sottosistemi ed il livello di servizio adeguato indicato da Iata. Le domande di partecipazione dovranno pervenire entro il 12 novembre.
Save ci riprova invece con il bando di ingegneria per il terminal dell’aeroporto Marco Polo di Venezia. Il bando, già promosso lo scorso luglio, era stato poi annullato a settembre.
Al via ora la ripubblicazione della gara da 11,2 milioni per la direzione dei lavori, la direzione operativa, la contabilità dei lavori e il coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione del progetto di ampliamento del terminal passeggeri lotto 2 A e la ristrutturazione del terminal esistente.
Il progetto esecutivo prevede l’ampliamento del terminal passeggeri sul lato nord con nuove superfici pari a circa 56mila mq lordi complessivi, attraverso la realizzazione di un nuovo volume e la riqualifica degli spazi esistenti delle attuali hall partenze ed arrivi e la ridistribuzione di alcune aree funzionali.
L’annullamento del primo bando era stato necessario per rideterminare i requisiti di partecipazione indicati nel disciplinare di gara per la direzioni lavori, in quanto erano risultati troppo restrittivi rispetto alle caratteristiche del mercato di riferimento. In sostanza, anche in considerazione della rilevanza del progetto (280 milioni di euro di gara per la costruzione più 11 milioni per la direzione lavori), Save ha ritenuto di rifare la gara con requisiti meno stringenti al fine di ampliare la platea di soggetti partecipanti. Il nuovo avviso scade il 6 novembre.
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References: articolo 2
 art. 28
 art. 14
 art. 80
 art. 2359
 sentenza 
 art. 80
 art.93
 sentenza 
 art. 38
 art. 80
 art.2359
 sentenza 
 sentenza 
 Art. 83
 sentenza 
 sentenza