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Rassegna stampa 18 marzo 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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da Alessia peilex|Pubblicato 19 marzo 2019
18/03/2019 – Corriere della Sera – Economia
Per diversi anni, il tema del federalismo è stato tenuto colpevolmente sotto il tappeto del dibattito pubblico. È stato un errore grave, perché unità e solidarietà non possono fondarsi sull’ annullamento delle differenze, sulle inefficienze della spesa storica e sui trasferimenti monetari tra Nord e Sud. L’ attuazione della legge n. 42 del 2009, di per sé complessa, privata di sostegno istituzionale è andata a rilento. Così, la debolezza e la disattenzione dello Stato hanno lasciato il Paese nella transizione istituzionale permanente che ha segnato i rapporti finanziari con gli enti locali sin dai decreti Stammati degli anni Settanta. La crisi finanziaria, politica e istituzionale dell’ estate 2011 ha avviato una fase di neo-centralismo, mentre il dibattito si è spostato sulla stabilità finanziaria, sulla solidità del sistema bancario, sullo spread, sui rapporti con l’ Europa. La politica economica si è concentrata sulle misure che, dal centro, avrebbero dovuto concorrere al consolidamento fiscale prima e al recupero di competitività poi. Per la verità, i segni di un rallentamento sul federalismo erano emersi già a maggio del 2011, quando il Decreto legislativo 68, strumento chiave per l’ attuazione della legge n. 42, aveva spostato in avanti la sua stessa attuazione rinviandola ad altri atti successivi. Il giorno dopo la sua pubblicazione, il decreto-legge n. 70 (Semestre europeo) avrebbe proclamato l’ esistenza della crisi. Gli strumenti di coordinamento tra livelli di governo, la costruzione delle capacità amministrative e degli strumenti contabili necessari per il funzionamento del nuovo assetto istituzionale sono passati in secondo piano. Non si sono definiti i livelli essenziali delle prestazioni da assicurare a tutti i cittadini e non si è completato il processo di stima dei fabbisogni e dei costi standard per misurare l’ adeguatezza e l’ efficienza dei servizi pubblici sui territori. Nel frattempo, i problemi di assetto dei rapporti tra Stato ed enti locali non sono affatto svaniti, né si è attenuato il dualismo tra Nord e Sud in termini di crescita economica e di efficienza della macchina pubblica. Oggi, le richieste di autonomia differenziata di Veneto e Lombardia, precedute dai due referendum consultivi del 2017, hanno riaperto violentemente il cantiere federalista. Un cantiere in cui la confusione ha preso il sopravvento, per l’ assenza di una legge di attuazione del disegno costituzionale ma anche perché, a livello di sistema, lo Stato non aveva nel frattempo gestito il decentramento delle competenze, non aveva esercitato le proprie funzioni d’ indirizzo e di controllo, e aveva passato in larga misura alla Corte costituzionale l’ onere di dirimere le tante ambiguità presenti nella modifica alla Costituzione del 2001. Le rivendicazioni di Veneto e Lombardia sono diverse tra loro, ma presentano alcuni tratti comuni. Riguardano la possibilità di trattenere quote più elevate del gettito tributario prelevato sul territorio per finanziare localmente una serie di servizi su cui l’ autonomia è prevista ai sensi dell’ articolo 116 comma terzo della Carta Costituzionale. Le proposte vertono soprattutto sull’ organizzazione del settore dell’ istruzione e si concentrano poi su aspetti eminentemente amministrativi. Per i primi cinque anni si prevede che lo spostamento di gettito dallo Stato alle regioni sia commisurato alla spesa storica per i servizi devoluti. In altri termini, la maggiore autonomia non si tradurrebbe in una riduzione della capienza disponibile per gli interventi perequativi a favore dei territori meno ricchi, mentre le due regioni rinuncerebbero a internalizzare i differenziali di risorse che otterrebbero se si applicasse da subito il criterio dei costi standard, mai tradotto in pratica nonostante le previsioni legislative del 2009 e del 2011. Non sono all’ orizzonte interventi di riforma della Carta Costituzionale e non sarà semplice districarsi nel labirinto delle sovrapposizioni di potestà e di competenze del federalismo all’ italiana. Serve promuovere la definizione concreta e l’ aggiornamento dei livelli essenziali delle prestazioni che la legge 42 e il Decreto legislativo 68 hanno posto come cardini per il bilanciamento tra autonomie e tutela dei diritti dei cittadini, nel rispetto dell’ articolo 119 comma 4 della Costituzione. Lo «scandalo» del federalismo differenziato, scoperto a distanza di 18 anni dalla riforma del Titolo V, costringe la politica a un ritorno alla realtà. È necessario che questa fase sia governata, ma è possibile farne un punto di svolta in positivo. Certo le richieste sono state formulate a gran voce e a gran voce sono ora criticate. La minaccia di secessione dei ricchi non è all’ orizzonte, ma l’ attuazione delle intese deve trovare un’ adeguata cornice parlamentare e di dibattito pubblico. Altrimenti, il rischio più grande è che le istanze sull’ autonomia differenziata siano rappresentate come la guerra dei ricchi avari contro gli straccioni spreconi. Questa rappresentazione, caricaturale e divisiva, fomenterebbe nuove lacerazioni dell’ unità nazionale, ridotta all’ algebra dei rapporti e dei trasferimenti monetari. Le richieste di maggiore autonomia risulteranno disgregatrici solo se la politica non saprà accompagnarle e lo Stato continuerà a gestire in modo disordinato la ripartizione delle funzioni con gli enti territoriali, senza recuperare il grave ritardo accumulato nella definizione dei fabbisogni, dei livelli essenziali delle prestazioni e dei costi standard. In quel caso, peraltro, la disgregazione, istituzionale e sociale, sarebbe destinata a compiersi comunque. Il decentramento, lo abbiamo imparato dai tempi di Cavour, Minghetti e Francesco Ferrara, può vivere solo quando la capacità dello Stato è forte e sa preservare solidarietà, autonomia, sussidiarietà. Un principio ben presente anche a Luigi Sturzo. Solo uno Stato centrale forte, nelle istituzioni della politica e nell’ amministrazione, potrà accompagnare la ricerca di quell’ equilibrio tra responsabilità, autonomia e solidarietà di cui la nostra società e il nostro Paese hanno, oggi più che mai, bisogno. di Fabio Pammolli
18/03/2019 – Il Sole 24 Ore
COMUNI IN CRISI
Sotto esame gli effetti dell’ addio della Consulta ai ripiani in 30 anni Si studia l’ ipotesi di applicare la sentenza ai nuovi piani salvando quelli già varati
Passa dalla Corte dei conti il tentativo di stoppare il rischio di default a catena nei Comuni in pre-dissesto. I tempi sono stretti, e la strada non è semplice. In discussione c’ è l’ ipotesi di applicare lo stop ai ripiani trentennali, sancito dalla Consulta nella sentenza 18/2019, solo ai piani di riequilibrio approvati e presentati alle sezioni di controllo dopo la decisione costituzionale. Salvando così da un dissesto quasi certo Napoli, Reggio Calabria e altre decine di Comuni inciampati nella sentenza. Comuni nei quali c’ è da gestire un buco multi-miliardario che rischia di travolgere casse pubbliche e creditori. L’ ipotesi sta accendendo le discussioni in Corte dei conti, in vista di un possibile intervento orientativo da parte della sezione Autonomie. E al ministero dell’ Economia dove potrebbe essere rafforzata da una norma interpretativa. Ma sul tentativo pesa un ostacolo non da poco. Basta qualche infarinatura giuridica per ricordare che le declaratorie di illegittimità della Corte costituzionale cancellano la norma incriminata in modo retroattivo (ex tunc, spiega il latino del diritto) e non solo per il futuro (ex nunc). Sul piano normativo, poi, uno stop per decreto a una decisione della Consulta non sarebbe del tutto inedito, ma si scontra con problemi ovvii di praticabilità e opportunità. E l’ idea dello stralcio, chiesta a gran voce da Napoli e Reggio Calabria, non ha finora avuto fortuna anche perché renderebbe ordinaria una “soluzione” che ha già fatto discutere molto quando è stata applicata al caso eccezionale di Roma. Il problema è quello sollevato dalla sentenza 18/2019 della Corte costituzionale, che ha cancellato l’ allungamento fino a 30 anni dei tempi per ripianare l’ extra-deficit generato dal riaccertamento ordinario dei residui negli enti in crisi (comma 714 della manovra per il 2016). Come previsto, le sezioni regionali della Corte dei conti non hanno impiegato molto a tradurre la questione in cifre. Diverse Comune per Comune. Ma sempre gravi. Il caso più evidente, per ora, è quello di Reggio Calabria. I magistrati dei conti non si sono limitati a riportare nei 10 anni originari il ripiano trentennale proposto dal Comune, alzando la rata annuale da 2,5 a 11 milioni. Ma ha anche messo nel calderone dei buchi da coprire i 17 milioni non ripianati negli ultimi due anni grazie alla norma finita sotto le forbici della Consulta. Ma un destino simile attende anche Napoli dove l’ assegno annuale, oggi intorno ai 70 milioni di euro, promette di moltiplicarsi per quattro una volta rimesso il ripiano nei tempi più stretti del calendario originale. Per entrambe le città, il dissesto sarebbe praticamente inevitabile, come per Messina e altre decine di Comuni medio-piccoli, alcuni dei quali hanno già ricevuto l’ alert della Corte dei conti. Dall’ arrivo delle delibere delle sezioni regionali, gli enti avrebbero 30 giorni per tentare la sfida impossibile di rifare i piani di rientro senza alzare bandiera bianca. Di qui l’ agitazione degli amministratori locali, che mercoledì scorso in Conferenza Stato-Città sono riusciti a strappare al governo l’ impegno (informale) a un intervento. L’ appuntamento con le prime verifiche è per la prossima riunione, in settimana. gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati
Record di verifiche sul consuntivo 2018
Sotto esame ex post anche le variazioni in corso d’ esercizio
Verifiche a tutto campo sul rendiconto 2018. Prende avvio dal riaccertamento ordinario dei residui la complessa operazione di controllo che impegna con diverse firme i revisori degli enti locali. L’ articolo 228, comma 3 del Tuel stabilisce l’ obbligo, prima dell’ inserimento nel conto del bilancio, di verificare le ragioni del mantenimento in tutto o in parte dei residui attivi e passivi e della corretta imputazione contabile, secondo i principi della competenza finanziaria potenziata. Il riaccertamento ordinario dei residui è effettuato annualmente, con un’ unica deliberazione della giunta, previa acquisizione del parere dei revisori, in vista dell’ approvazione del rendiconto. Questo atto può però essere preceduto da determinazioni del responsabile del servizio finanziario su cui è necessario il parere dei revisori, nei casi di reimputazioni di entrate e spese per le quali bisogna riscuotere o pagare prima del riaccertamento. Il riaccertamento parziale può essere effettuato anche per consentire la registrazione tempestiva di impegni di spesa correlati a entrate vincolate accertate da reimputare in considerazione dell’ esigibilità, riguardanti contributi a rendicontazione e operazioni di indebitamento già perfezionate. Per la firma del riaccertamento sono richieste al revisore verifiche a campione sui residui attivi e passivi confermati ed eliminati, sul fondo pluriennale vincolato e sulle connesse variazioni di bilancio. La conclusione del riaccertamento ordinario consente all’ ente di conoscere i risultati finanziari da utilizzare per la verifica del saldo sul pareggio di bilancio 2018, da certificare entro il 1° aprile (il 31 marzo è festivo), pena le sanzioni di legge. Un’ attenzione particolare va riservata dai revisori alle verifiche sulla correttezza degli accantonamenti, con riguardo al fondo crediti dubbia esigibilità e al contenzioso. Gli enti locali sono poi obbligati ad inserire nella relazione sulla gestione allegata al rendiconto gli esiti della verifica dei crediti e debiti reciproci con enti strumentali e le società partecipate. L’ informativa, che va asseverata dai revisori (sia del soggetto esterno sia del Comune), deve evidenziare analiticamente eventuali discordanze e fornirne la motivazione. Se necessario, l’ ente deve assumere i provvedimenti necessari per la riconciliazione di debiti e crediti. Fra gli obblighi di firma c’ è anche il certificato sulle spese spese di rappresentanza sostenute dall’ ente nel 2018, da trasmettere alla Corte dei conti e pubblicare nel sito dell’ ente, entro 10 giorni dal rendiconto. La relazione dei revisori al rendiconto della gestione deve dedicare una sezione all’ eventuale rendiconto consolidato e contenere l’ attestazione sulla corrispondenza del rendiconto alle risultanze della gestione. In sede di esame del rendiconto, il revisore deve poi verificare, dandone conto nella relazione, l’ esistenza dei presupposti che hanno dato luogo alle variazioni di bilancio approvate nel corso del 2018, comprese quelle approvate durante l’ esercizio provvisorio. L’ organo di revisione deve poi dare atto nella relazione della verifica delle attestazioni sui tempi di pagamento. In tema di contabilità economico-patrimoniale, spetta ai revisori la verifica della convenienza per l’ ente ad apportare migliorie su beni di terzi, in uso, detenuti a qualunque titolo, tenendo in debito conto le spese obbligatorie per legge. Entro il 31 maggio dovrà essere firmato per l’ ultima volta il certificato al ministero dell’ Interno. L’ invio del questionario alla Corte dei conti chiude il cerchio delle firme dei revisori dei conti sul rendiconto 2018. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Anna GuiducciPatrizia Ruffini
18/03/2019 – Il Messaggero
«No alla lista dei cantieri da riavviare le opere ferme vanno sbloccate tutte»
L’ intervista Edoardo Rixi
Viceministro Rixi, è sicuro che mercoledì uscirà dal consiglio dei ministri lo sblocca-cantieri? «Noi abbiamo dato le nostre proposte, loro hanno le loro ma non so se c’ è già un documento di sintesi». Ovvero, che cosa chiedete come Lega? «Noi abbiamo una proposta più articolata e crediamo che il decreto non possa essere limitato ad alcuni cantieri, ma debba rappresentare un cambiamento di paradigma, con la possibilità di intervenire su tutte le opere bloccate da anni. Inoltre vorremmo venisse inserita tutta la parte di rigenerazione urbana, che è uno dei temi più importanti soprattutto per le città. Anche perchè non possiamo dire che si sbloccano i cantieri per alcuni territori e per altri no. Deve essere un provvedimento in grado di cadere su tutto il territorio nazionale». Avete segnali che si vada in questa direzione? «Non lo sappiamo ancora, dovremmo forse vederci prima di mercoledì. Altrimenti troveranno una sintesi in consiglio dei ministri, ma forse è meglio vedersi prima. Anche perchè Conte sinora si è incontrato con Di Maio e Toninelli». Servirà un commissario unico o un commissario per opera sbloccata? «Ne basta uno. Altrimenti che facciamo trecento commissari! Mi sembra un po’ una presa in giro. Almeno che non si pensi di creare in questo modo posti di lavoro». Cioè finisce come i tremila navigator del reddito di cittadinanza? «A noi interessa sbloccare le opere pubbliche capendo perchè un’ opera si è fermata. Serve quindi una struttura che lavori nel superare gli ostacoli che impediscono all’ opera pubblica di andare avanti». Il decreto di mercoledì serve anche per ricalibrare ciò che si è fatto a dicembre con la legge di Bilancio? «Il tema è come utilizzare in tempi rapidi i soldi messi a bilancio. Per farlo occorrono leggi più semplici, cambiando anche norme strutturali come il tetto alle gare che possono essere fatte con criteri semplificati. Ci sono cantieri bloccati da anni per fallimenti che vanno in qualche modo liberati. A questo serve anche l’ intervento del commissario. Uno o tre va bene, ma se diventano cento è ridicolo». A meno che se ne facciano cinque o nove perché tante sono le opera sbloccate «I cantieri da riaprire sono qualche centinaio se invece sono un numero limitato vorrei capire con che criterio si indicano e soprattutto, si scelgono. Non è che possono essere tutte in due o tre regioni». E’ stato anche detto che questo decreto anticipa alcuni contenuti del codice degli appalti. E’ ancora vero? «Assolutamente sì, ma quell’ altro è un procedimento molto più lungo che peraltro vedrà la luce, se va bene, tra sei-otto mesi. Mentre il decreto è un provvedimento immediatamente operativo che potrà influenzare i dati sulla crescita della seconda metà dell’ anno. E’ per questo che vogliamo contenga più cose possibili in grado di dare un forte impulso rappresentando un cambio di passo nella gestione di tutte le opere». E la costi-benefici? «Non credo si possa fare per ogni appalto. Noi abbiamo alcune opera da cantierizzare, come la Brescia-Verona-Vicenza, che va portata avanti». Quindi per questa niente costi-benefici? «Credo che occorra individuare l’ obiettivo. I cantieri servono per rimettere in moto la macchina industriale italiana e far crescere il pil, oppure – se seguiamo alla lettera la costi-benefici – tutte le opere nel Sud non le facciamo e ciò non mi sembra corretto». E’ pensabile che nel decreto-cantieri vadano anche le misure del ministro Tria? «Non ne ho idea. Mi piacciono però le misure per i piccoli territori che dopo la fine delle province sono stati abbandonati. Se riusciamo a fare un pacchetto complessivo riusciremo a sbloccare quel settore edilizio vitale per la nostra economia. Puntiamo a sbloccare 15-20 miliardi di euro sui cento fermi». Sul memorandum cinese è tutto a posto? «A noi interessano i temi commerciali e lo abbiamo spiegato ai nostri alleati atlantici. Ammetto che inizialmente c’ era delle espressioni un po’ ambigue. Ma nessuno ha mai pensato di dare ai cinesi infrastrutture o tecnologia. D’ altra parte alle nostra aziende in Cina non è permesso operare in quei settori e senza reciprocità il discorso si chiude». Ma.Con. © RIPRODUZIONE RISERVATA.
18/03/2019 – La Repubblica
“Appalti con gare trasparenti ma il Paese adesso è fermo”
Intervista Buia (Costruttori edili)
ROMA «Il super commissario non va bene. E alzare le soglie per gli obblighi di gara non serve, anzi può essere dannoso perché comprime la concorrenza». Gabriele Buia, imprenditore di Parma e dal 2017 alla guida dell’ Ance, l’ associazione dei costruttori italiani, dice che il settore è «in apprensione». Il governo litiga sullo sblocca-cantieri. La Lega lo vuole maxi e anche per l’ edilizia privata. M5S punta su piccole opere pubbliche, specie a Sud. E voi? «Ci aspettiamo misure giuste per un settore all’ undicesimo anno di decrescita non felice, con 120 mila imprese perse. Ma girano tanti testi e distinguo che non rendono chiaro cosa davvero il governo voglia fare. Mentre ci sono 600 cantieri fermi per 51 miliardi di investimenti bloccati e 800 mila posti di lavoro potenziali». Litigano anche sul commissario: unico per la Lega, ad hoc per la singola opera nell’ idea dei Cinque Stelle, attenti a non sminuire il ministro Toninelli. «Non è quello che ci serve. Ma se proprio dobbiamo puntare sul commissario che almeno sia come quello della Bari-Napoli che ha accorciato i tempi di due anni. Il punto è un altro. Il codice degli appalti non è adeguato alle necessità del Paese». Il vostro pallino fisso… «Per realizzare un’ opera sopra i 100 milioni oggi servono 15 anni e 7 mesi. E il 55% di questa durata – definita da uno studio di Palazzo Chigi “tempi di attraversamento” – per noi sono solo tempi morti: autorizzazioni Cipe, vidimazioni della Corte dei Conti, pareri. La filiera decisionale che porta all’ appalto va ottimizzata. E in fretta, cambiando il codice. Il Paese è fermo, non si cresce». Il governo pensa di alzare le soglie per gli obblighi di gara a 2 o anche 5 milioni. Un aiuto? «Al contrario. Non ci interessa, non ci fa svoltare, anzi non è neanche corretto e comprime la competizione. Noi siamo per misure che garantiscano trasparenza, legalità, concorrenza. La soglia non negoziale deve rimanere un’ eccezione, non la prassi. Non abbiamo mai chiesto di innalzarla. Anzi, non vogliamo scorciatoie. Ma regole chiare, valide per tutti, in grado di condurre velocemente a bandi e assegnazioni. Il sistema industriale è allo stremo. Se le procedure di gara sono farraginose e incomprensibili, i tempi si dilatano, passano anni, gli investitori scappano. Ormai siamo passacarte, stressati da verifiche continue. Il codice degli appalti ha bloccato tutta la pubblica amministrazione. I funzionari evitano di firmare perché temono l’ abuso d’ ufficio o il danno erariale. È ora di tornare a un regolamento chiaro, semplice, applicabile». Deregolamentare è un assist alla corruzione? «Chi vuole agire in modo illecito continuerà a farlo. Non è inasprendo le pene che si bloccano le infiltrazioni. E poi più norme ci sono e più si aggirano». L’ Anac ha ancora senso? «Solo se fa il controllore e non il regolatore. Ma non può essere la Santa Inquisizione. Il ruolo duale crea solo frizioni istituzionali. In Italia non c’ è più lavoro, partiamo da questo. Le aziende che lavorano con il pubblico ormai sono ferme. Senza infrastrutture – grandi e piccole, pubbliche e private – non si cresce. E non si investe. Le industrie ci snobbano. E mentre altri paesi europei già progettano sui fondi Ue 2021-2027 noi arriviamo al 10% di spesa delle risorse 2014-2020. E siamo nel 2019. Bloccati». © RIPRODUZIONE RISERVATA In Italia non c’ è più lavoro. Le aziende che operano con il pubblico sono bloccate. Senza infrastrutture non si cresce. E non si investe Gabriele Buia, presidente di Ance. VALENTINA CONTE
16/03/2019 – Italia Oggi
Il nuovo codice degli appalti è inapplicabile
Sono stati messi tanti paletti contro la corruzione che la legge ormai non funziona più. Ma un risultato (forse) si è ottenuto: non facendo niente si sono bloccate le ruberie
La linea dominante, in tema di appalti, è stata costantemente giustizialista con il magnificato e ostentato obiettivo della lotta senza tregua alla corruzione. Pene aumentate, addirittura parificazione dei corrotti ai terroristi, disposizioni sempre più stringenti, regole moltiplicate, incrementi normativi: il tutto, per arrivare a un codice degli appalti che ormai i più rigidi assertori del giacobinismo riconoscono essere inapplicabile.
Un fatto che accomuna tutti i livelli legislativi e normativi, dall’Ue al più piccolo comune, passando attraverso regioni ed enti di varia dimensione, è la costante tendenza ad accrescere il parco delle disposizioni, dalle leggi alle delibere, dai regolamenti ai decreti. Direbbe Dante che domina un immillarsi (moltiplicarsi) di prescrizioni.
Ovviamente la conoscenza, dicesi la semplice conoscenza, delle disposizioni necessarie per qualsiasi iniziativa, partendo da quelle in edilizia e in urbanistica, conferisce a chi sa un potere immenso. Più esse sono numerose e complesse, più il loro monopolio permette a chi riesce a districarsi di risultare determinante e quindi di avere in mano un potere che fatalmente favorisce la corruzione, la ricerca della via breve, i tentativi di semplificare i tempi. Inoltre l’oggettiva difficoltà interpretativa paralizza l’attività dei funzionari pubblici, timorosi d’incorrere in irregolarità loro imputabili penalmente.
Un attento analista di lavori pubblici, appalti, disposizioni specie regionali e locali, l’ex procuratore Carlo Nordio, ha correttamente scritto di un «complesso normativo farraginoso, contraddittorio, oscuro e fondamentalmente stupido che conferisce un incrollabile arbitrio ai più diversi organi centrali e periferici».
Conseguenza: «in questo gigantesco guazzabuglio codicistico ogni amministratore troverà sempre una norma che gli dia ragione (…) ma rischierà sempre una buona denuncia, perché ci sarà sempre un’altra norma, opposta e simmetrica, che gli darà torto». Vi sono commissioni comunali (caso macroscopico: Roma Capitale) che non riescono a funzionare per le ripetute fughe di membri timorosi d’incorrere in (ben difficilmente evitabili) errori. Il permanere di un reato nebbioso come l’abuso d’ufficio aumenta le preoccupazioni. D’altra parte la discrezionalità amministrativa può facilmente trascendere in arbitrio.
L’unico rimedio consisterebbe nel semplificare. La proliferazione delle norme reca con sé la complicazione, con relativi oneri e tempi, ma l’opposta richiesta di semplificare causa la facile accusa di voler agevolare la corruttela, attutire o addirittura eliminare i controlli, favorire il malaffare, danneggiare beni primari quali la salute o la vita stessa. È facile dare addosso ai palazzinari, come dicono a Roma, asserendo che vogliano favorire nuovi e lucrosi lavori pubblici da ottenere mediante mazzette e senza garanzie di trasparenza. E finché non si poteranno le norme, si genereranno ancor più procedimenti giudiziari di dubbia validità, si bloccheranno lavori, i costi per le opere lieviteranno. © Riproduzione riservata
18/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Sblocca-cantieri/3. Nove commissari per le piccole opere: scontro Lega-M5S
I commissari, secondo la bozza, saranno coordinati da InvestItalia, la nuova struttura tecnica di coordinamento creata a Palazzo Chigi
Nove commissari per nove opere, piccole per la maggior parte e quasi tutte al Centro-Sud. La bozza di articolato del decreto sblocca cantieri circolata ieri in serata fa esplodere le tensioni tra il M5S, che si intesta il provvedimento, e la Lega, il cui stato maggiore esplode: «Il testo così è irricevibile».
L’elenco delle opere per le quali prevedere la nomina di commissari straordinari con decreti del presidente del Consiglio, su proposta del ministero delle Infrastrutture guidato da Danilo Toninelli, cominciano con la Lioni-Grottaminarda, arteria di collegamento tra la bassa Irpinia e il resto della Campania, al palo da sedici anni. Segue la Galleria idraulica Pavoncelli, imponente infrastruttura di dieci chilometri per portare l’acqua alla Valle del Sele fino a Conza della Campania, per collegarsi all’acquedotto pugliese. Si prosegue con il commissario straordinario per Reggio Calabria, interventi per Roma Capitale, il commissario per il sistema idropotabile della Capitale, il programma di interventi per i piccoli Comuni, la struttura Mose-Venezia, interventi per la salvaguardia della laguna. Fino all’annunciato commissario per la viabilità provinciale in Sicilia, su cui già si registrano frizioni.
«No a una lista a misura dei Cinque Stelle», tuonano dal Carroccio. E non placa gli animi la rassicurazione secondo cui il numero dei cantieri potrà lievitare durante l’iter parlamentare.
Le tipologie di commissari sono immaginate a geometria variabile. Quello per la Sicilia sarà la figura più robusta, in termini di poteri sostitutivi, l’unico per cui si evoca il “modello Genova”, che richiama le grandi emergenze e le relative deroghe. Gli altri commissari straordinari potranno coincidere con i presidenti delle Regioni (dovrebbe succedere per la Lioni-Grottaminarda, per la quale si pensa al governatore Vincenzo De Luca). Oppure con amministratori che hanno competenze sulle opere, come è già accaduto con l’Ad di Rfi, Maurizio Gentile, per la Napoli-Bari.
I commissari, secondo la bozza, saranno coordinati da InvestItalia, la nuova struttura tecnica di coordinamento creata a Palazzo Chigi. Il marchio Cinque Stelle è chiaro, a partire dal rigetto della proposta leghista di un unico commissario straordinario. «Nessuno che stia chiuso in ufficio a Roma, ma uomini che dovranno stare sul territorio e conoscerlo bene», assicura Toninelli. Inaccettabile creare «un doppione» del dicastero, gli fa eco il vicepremier Luigi Di Maio, rivendicando che il decreto è «a firma M5S». «L’importante è sbloccare, non sono geloso del timbro», replica Matteo Salvini. Ma avverte: «Io e gli altri ministri della Lega vogliamo leggere riga per riga cosa c’è scritto lì dentro. Mi fido di tutti ma, come san Tommaso, ci voglio mettere il naso».
È solo l’antipasto. Sulla selezione delle opere «strategiche» da inserire subito nel decreto si preannuncia un confronto serratissimo fino a martedì, quando l’Esecutivo conta di arrivare all’articolato definitivo da portare mercoledì in Consiglio dei ministri. Con il M5S propenso a privilegiare i cantieri del Centro-Sud e la Lega che non ci sta a veder estromesse le opere care al Nord. Come la Pedemontana o la Tav Brescia-Padova segnalate dal governatore lombardo Attilio Fontana. Senza contare i 6 miliardi di opere progettate da Aspi, tra cui la Gronda e il Passante di Bologna, pronte per essere appaltate subito.«Ma in molti casi non c’è bisogno di commissari», sottolineano fonti governative M5S. La stessa convinzione vale per l’autostrada Asti-Cuneo in Piemonte, dove lunedì il premier Giuseppe Conte effettuerà un sopralluogo con Toninelli, seconda tappa del tour avviato in Sicilia. Partite cruciali in vista delle tornate elettorali di quest’anno: le regionali in Basilicata, Piemonte, Calabria ed Emilia Romagna, e le europee. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Sblocca-cantieri/2. Codice appalti, norma ammazza-gare. Torna il regolamento unico
Nelle bozze possibilità di affidamenti diretti fino a un milione di euro e procedure negoziate a 5 inviti fino alla soglia Ue (5,5 mln)
La norma-chiave della riforma del codice degli appalti messa a punto dal governo gialloverde passa dal disegno di legge delega approvato dieci giorni fa al decreto legge sblocca-cantieri che dovrebbe avere il via libera del Consiglio dei ministri mercoledì prossimo. Si tratta della previsione di un regolamento generale unico attuativo del codice che di fatto depotenzierà le linee guida affidate finora all’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), trasformandole da soft law in norme cogenti. Nel regolamento finiranno anche tutti gli altri decreti attuativi. Palazzo Chigi motiva questa decisione con la necessità di semplificare la vita delle imprese che non dovranno più correre dietro ai vari strumenti attuativi. Un regolamento generale unico sarà, ovviamente, anche molto più rigido, se si considera la procedura per approvare il decreto legislativo. Ma questo sembra anche l’obiettivo del governo: evitare una flessibilità delle norme e rendere più stabile la disciplina sugli appalti.
Con questa norma va di fatto in pezzi il codice degli appalti vigente o almeno la sua impostazione di fondo. Le «schede» messe a punto da Palazzo Chigi e trasmesse ieri anche alle parti sociali contengono, però, una grande quantità di altri ritocchi alla disciplina.
Oltre ai commissari (si veda altro articolo), si prevede la semplificazione di una serie di passaggi al Cipe e al Consiglio superiore dei lavori pubblici.
Nuove norme ammazza-gare: si alza ancora, a un milione di euro, la soglia per l’affidamento diretto di lavori senza obbligo di motivazione, mentre fra un milione e cinque milioni vi è una procedura negoziata con l’obbligo di invitare cinque imprese. Una rimodulazione devastante sotto il profilo della trasparenza delle gare che però si richiama ai margini concessi dalle direttive Ue.
Tra le novità più importanti c’è il tentativo di circoscrivere la responsabilità per danno erariale e il reato di abuso di ufficio per i funzionari pubblici. Prevista l’esclusione della colpa grave in caso di conformità del comportamento a pronunzie giurisdizionali, linee guida Anac, o parere di altre autorità.
Semplificato il subappalto, secondo le richieste contenute nella lettera di messa in mora della Ue. Resta fermo il limite del 30% subappaltabile ma sparisce l’obbligo di indicare la terna dei subappaltatori nell’offerta in gara.
A un altro grave problema, la carenza di iscritti all’Albo per i commissari di gara, si sopperisce consentendo alla stazione appaltante, qualora manchino gli iscritti all’albo, di nominare persone non iscritte all’albo. Non è chiaro se si tratti di una liberalizzazione piena o debba sottostare a qualche criterio. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Sblocca-cantieri/1. Le imprese al Governo: bene l’apertura sui lavori
Buia (Ance): Siamo allo stremo, aspettiamo risposte chiare e concrete ad ampio spettro, che riguardino anche l’edilizia privata
Tre principali problemi da risolvere: la ripresa della spesa complessiva per investimenti; la riduzione dei tempi di realizzazione delle opere; la semplificazione delle regole. Il mondo delle imprese li ha messi sul tavolo nell’incontro di venerdì 15 marzo con il governo. «Se si vogliono sbloccare realmente i cantieri è necessario semplificare le procedure decisionali e amministrative, ricorrendo anche ai commissariamenti, risolvere i contenziosi in fase di cantiere e affrontare il problema delle crisi d’impresa», ha spiegato Stefan Pan, vice presidente di Confindustria e Presidente del Consiglio delle rappresentanze regionali e per le politiche di coesione della confederazione, uscendo da Palazzo Chigi.
«Siamo allo stremo, aspettiamo risposte chiare e concrete ad ampio spettro, che riguardino anche l’edilizia privata», ha incalzato il presidente dell’Ance, Gabriele Buia.
Si aspetta il governo alla prova dei fatti: «Speriamo di vedere misure concrete. Abbiamo riscontrato un’attenzione interlocutoria molto importante, il nostro compito istituzionale è far vedere che siamo pronti a dare i nostri suggerimenti, faremo le nostre integrazioni alle proposte del governo, noi siamo pronti», ha continuato Pan. «Le imprese – ha aggiunto – sono qui come attori sociali, vogliono far ripartire il paese ed è necessario imprimere una forte accelerazione alle infrastrutture».
Pan ha indicato alcuni numeri: dal 2009 al 2018 gli investimenti pubblici sono scesi da oltre 56 miliardi a poco più di 30. «Se nel Sud avessimo investito come nel 2009 il paese non avrebbe perso un punto di pil all’anno e oggi avremmo più di 60 miliardi di opere pubbliche in più», ha detto ancora il vice presidente di Confindustria, che ha apprezzato l’atteggiamento dell’esecutivo: «Ci è stato detto che l’incontro non era stato voluto per fare una conferenza stampa, ma come primo passo per un cammino insieme». Le proposte di Confindustria riguardano un meccanismo di graduale impegno diretto della Presidenza del Consiglio nei procedimenti bloccati, se le amministrazioni non li fanno partire entro 90 giorni. Tra le prerogative del Consiglio dei ministri oltre ai poteri sostitutivi anche eventuali commissariamenti. Un caso particolare di commissariamento va previsto per i blocchi dovuti a crisi di impresa. Inoltre vanno definite meglio le ipotesi di esclusione della colpa grave in tema di responsabilità erariale, per prevenire blocchi e fuga dalla firma. Andrebbe prevista una garanzia pubblica per le pmi subappaltatrici e creditrici degli appaltatori in crisi, una semplificazione delle procedure e un procedimenti di accordo bonario speciale per lo smaltimento delle cause pendenti relative a riserve di cantiere.
L’Ance ha ricordato le proposte di modifica al codice degli appalti: l’istituto del subappalto, una più corretta applicazione dei criteri di aggiudicazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa e dell’esclusione automatica dlele offerte anomale, il divieto del sorteggio per selezionare le imprese da invitare alle procedure negoziate, il miglioramento della qualificazione Soa, la reintroduzione dell’appalto integrato, la soppressione dello split payment. Quanto alla semplificazione di procedure, Buia ha riproposto i cavalli di battaglia dell’Ance: eliminare i ripetuti passaggi al Cipe, le duplicazioni tra ministeri, razionalizzare le attività di controllo della Corte dei conti. Buia ha anche rilanciato un pacchetto di inziiative per l’edilizia privata e per la rigenerazione urbana. il presidente dell’Ance ha infine chiesto «un progetto più ambizioso di completo ridisegno dei processi decisionali dello Stato» con una commissione costituente composta di pochissime alte personalità. © RIPRODUZIONE RISERVATA
«Troppi impegni finanziari nel Pef, impossibile abbassare le tariffe». In caso di gara investimenti rimandati di almeno un anno
Si va verso la rottura tra il ministero delle Infrastrutture e gli enti locali interessati (in primis le province autonome di Trento e Bolzano) nella trattativa per l’assegnazione diretta “in house” a una società pubblica locale della concessione per l’autostrada A22 Modena-Brennero. A renderlo noto è un comunicato dello stesso ministero delle Infrastrutture. Il Mit «auspica che si possa tornare a ragionare con le parti in causa», ma ricorda che se una soluzione non sarà trovata a breve – visto che la concessione ad Autobrennero (all’85% controllata dagli stessi enti locali) è scaduta il 30 aprile 2014 – il Ministero sarà costretto ad indire una gara europea di concessione.
Il Mit fa sapere che il piano finanziario proposto dalla società è in contrasto con le linee guida dell’Autorità dei Trasporti e non consente di ridurre le tariffe da pedaggio («uno degli obiettivi prioritari» per il Ministro Toninelli). In ballo c’è un piano di investimenti (contenuto nella proposta di piano) da circa 4 miliardi di euro, tra terza corsia dell’autostrada, manutenzioni e viabilità complementare. Un piano che potrebbe partire subito con l’ok alla concessione in house, e che invece slitterà di almeno un anno e mezzo in caso di gara europea.
«È con rammarico – scrive il Ministero – che si rileva come sia da ultimo arrivato dai soci pubblici interessati un nuovo piano economico-finanziario ed il correlato piano finanziario regolatorio che smentiscono tutti i passi avanti fatti finora. Un Pef e un Pfr che l’Autorità dei trasporti, in una nota trasmessa al Ministero, sottolinea essere in contrasto con quanto affermato dalla Regione Trentino-Alto Adige nel documento dell’11 marzo 2019 e non conformi alle regole della stessa Autorità». «Peraltro – prosegue la nota – nell’ultimo Pef presentato, il fabbisogno finanziario totale, come fa rilevare anche Art, è stato calcolato anche includendo ulteriori, rilevanti ed inediti impegni finanziari, che hanno come impatto l’impossibilità di assicurare la bancabilità del Pef stesso e, come tale, esso è inaccettabile da parte del Mit». In ballo c’è anche un ricorso di Autobrennero contro la delibera Cipe 68/2018 del 28 novembre scorso, nella quale viene in particolare contestata la decisione del governo di chiedere alla società le restituzione dei 300 milioni di utili fatti nei 4 anni di prorogatio (120 milioni al netto del valore di subentro).
«Il nuovo Piano finanziario inviato dagli enti pubblici territoriali – prosegue la nota del Mit – prevede una drastica riduzione del futuro livello di traffico, che incide negativamente sulla tariffa di pedaggi, determinando un maggiore costo a carico degli utenti finali. Vanificando, dunque, una delle finalità prioritarie dell’accordo, teso a ridurre l’onere a carico della collettività. In aggiunta, strumentalmente, la Regione Trentino Alto Adige, con lettera del 13 marzo scorso, ha riproposto modifiche all’articolato convenzionale, in merito al ruolo del Comitato di indirizzo e di coordinamento, incompatibili con le prescrizioni formulate in merito dalla Commissione europea».
Luigi Giampaolino nominato presidente dell’Istituto grandi infrastrutture
Il presidente emerito della corte dei Conti succede allo scomparso Giuseppe Zamberletti alla presidenza dell’Igi
L’Igi (Istituto Grandi Infrastrutture) ha nominato il presidente emerito della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, presidente dell’Istituto. Lo rende noto un comunicato dell’associazione. « Giampaolino – afferma la nota dell’Igi – rappresenta simbolicamente la figura ideale del grand commis dello Stato che mette a disposizione dell’interesse pubblico la propria alta competenza, da lui maturata nella prefettura, nella magistratura ordinaria e quindi in quella contabile, dove ha raggiunto la più alta carica. Contemporaneamente, ha messo la propria esperienza di alto magistrato al servizio di vari governi, come capo di gabinetto e di uffici legislativi di primo piano. Grazie alla sua preparazione, all’alto senso dello Stato e alla sua esperienza, è stato chiamato alla presidenza dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici. Parallelamente allo svolgimento di questi incarichi, può vantare un’intensa attività di studioso della materia amministrativa, con contributi che hanno toccato svariati campi di questo settore ed in particolare la tematica dei contratti pubblici». «Per l’Igi – aggiunge la nota – il presidente Giampaolino rappresenta la continuazione ideale del compianto presidente Zamberletti, sia perché suo stretto collaboratore nelle esperienze di governo, sia per essere circondato da stima indiscussa nel campo amministrativo non inferiore a quella di cui godeva, nel campo politico, il presidente Zamberletti. Con la presidenza Giampaolino, si apre, per l’Igi, una stagione di rinnovato impegno non solo sui temi che hanno costituito il centro del dibattito dell’Istituto, ma anche per l’attenzione a problematiche di rilevante interesse per le pubbliche amministrazioni». © RIPRODUZIONE RISERVATA
Glf, ecco il Piano: 20% ai creditori, vendita di Seli a Salini e maxi-contenzioso all’asta
Cantieri avanti, procede senza traumi la trasformazione da grande impresa a piccola specializzata: restano solo i lavori marittimi
Procede senza scossoni la trasformazione del gruppo Glf (Grandi Lavori Fincosit) da grande impresa di costruzione generale in crisi (strade, autostrade, ferrovie, spesso associata a big come Salini Impregilo, Astaldi, Strabag) a piccola realtà specializzata in lavori marittimi, ma sana.
Glf è in concordato in bianco dal 13 luglio scorso (si veda il nostro precedente servizio), e dopo una proroga di 60 giorni ottenuta dal Tribunale di Roma il piano di ristrutturazione per il concordato è stato presentato dalla società il 12 dicembre scorso, ed è all’esame del Tribunale stesso, che dovrebbe approvarlo (o bocciarlo) entro il mese di aprile. In caso di via libera, a maggio dovrebbero partire le procedure competitive per la vendita degli asset (società, contratti, contenziosi), e contestualmente il piano dovrà essere definitivamente approvato dall’assemblea dei creditori, da voti rappresentanti almeno il 60% dei crediti.
Questi i contenuti principali del Piano: pagamento integrale dei creditori prededucibili e privilegiati, pagamento del 20% dei creditori chirografari; cessione definitiva a Salini Impregilo di Seli Overseas (ramo infrastrutture) e di Glf Usa; cessione a Collini del cantiere per la Rho-Monza (opera oggi fortemente rallentata); mantenimento di alcuni cantieri residuali in capo alla vecchia Glf; conferma della specializzazione in lavori marittimi della newco Fincosit srl, con affitto del ramo d’azienda (da parte della capogruppo Glf, dal marzo 2018) che diventerebbe cessione definitiva. Infine cessione di contenziosi (record) per un valore di “petitum” di 2,3 miliardi di euro (da cui si conta di ricavare almeno 160 milioni di euro).
OFFERTA AI CREDITORI
Il piano prevede il pagamento integrale dei creditori prededucibili (i crediti verso i fornitori nati dopo l’apertura del concordato in bianco) e dei privilegiati, cioè dipendenti (Tfr), fisco, Inps, banche per crediti con garanzia, in tutto circa 16 milioni di euro (di cui circa la metà per i Tfr dei dipendenti).
I debiti chirografari ammontano invece a circa 350 milioni, di cui 180 milioni verso fornitori e 180 verso le banche (Unicredit, Intesa, Bnl, Mps, Bpm). Il piano propone un rimborso al 20% del valore nominale, per un esborso dunque di circa 70 milioni.
SELI E GLF USA A SALINI IMPREGILO
La cessione in usufrutto di Seli Overseas (circa 600 milioni di valore residuo di lavori) e di Glfs Usa (200 milioni) a Salini Impregilo è stata perfezionata a metà ottobre, e da allora la gestione dei cantieri e il loro finanziamento è in mano a Salini. Tuttavia la cessione definitiva non è ancora avvenuta, perché il Tribunale l’ha subordinata all’approvazione del piano, a cui poi seguirà una procedura competitiva per verificare che non ci siano offerte alternative migliori.
In Seli Overseas ci sono in particolare le quote di Glf in due lotti del Terzo Valico, Val Lemme e Serravalle, per circa 400 milioni, che ovviamente Salini (controllore di Cociv) ha tutto l’interesse a far andare avanti.
LA VCCHIA GLF
Molto poco è rimasto nella vecchia Glf spa: il completamento dell’ospedale di Udine (30 milioni residui circa), pochi milioni di euro residui su lotti Anas Quadrilatero e Salerno-Reggio. C’è poi il contratto per la strada Rho-Monza, Milano Serravalle Spa, residuo di circa 40 milioni, su cui c’è l’offerta di Collini (al 40% nell’Ati) per rilevare la quota del 60% di Glf: l’offerta è del novembre scorso, Glf è pronta a cedere, ma il Tribunale rinvia l’ok all’approvazione del piano e poi procedura competitiva, circostanza che sta frenando Collini e che di fatto comporta un quasi blocco dei lavori.
LA NEWCO FINCOSIT
La nuova Glf è confluita in Fincosit Srl, che da marzo gestisce il ramo lavori marittimi, circa 200 milioni di euro di lavori marittimi che procedono a buon ritmo. C’è ad esempio la piastra multifunzione Apm nel porto di Vado Ligure (circa 60 milio residui), le opere a mare per la piastra logistica del porto di Taranto, lavori per il progetto Eni Tempa Rossa).
Il raggio d’azione della nuova Glf si sta però progressivamente riducendo. Da metà dello scorso anno non arrivano nuove commesse e i lavori super-specializzati per smaltire i materiali di risulta della Gronda di Genova, per i quali Fincosit sembrava favorita, sono come noto sfumati (si attendevano i bandi di gara per fine 2018).
CONTENZIOSO ALL’ASTA
Glf vanta contratti rescissi o bloccati per un valore record di “petitum” di 2,3 miliardi di euro. In bilancio vengono quotati al 5% del valore, 115 milioni, ma la società conta di ottenere almeno il 7% dai cessionari (l’Anas risolve al momento i contenziosi pagando alle imprese il 10%).
Molti sono infatti cantieri Anas: ci sono i contratti per la ss 195 Sulcitana, la Ss 20 Colle di Tenda e la Ss 199 “di Monti”, tre lavori da 100 milioni l’uno. Poi c’è la quota da 395 milioni del lotto Pedemontana Lombarda insieme a Strabag, rescisso ma in contenzioso. Poi ancora lotti Anas su Quadrilatero e Salerno-Reggio, un lavoro per il Porto di Civitavecchia. Andrà tutto all’asta.
I tempi dei tribunali su queste procedure sembrano però essere spesso confliggenti con la necessità di dare presto certezza alla continuità dei cantieri e alle cessioni degli assset. Si attende per aprile l’ok del tribunale al piano, poi si vedra. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Sul recupero dei quartieri delle città europee 100 miliardi in 5 anni
Evelina Marcheisni
Il fenomeno della riconversione economica e l’abbandono delle aree industriali in città e degli scali ferroviari ormai da anni spingono gli investimenti
Se i Paesi emergenti disegnano mega-progetti e città completamente nuove, l’Europa fa perno sulle rigenerazioni urbane per contrastare la limitatezza di territorio e per ottimizzare le aree cittadine. Il fenomeno della riconversione economica e l’abbandono delle aree industriali in città e degli scali ferroviari ormai da anni spingono gli investimenti sulle riqualificazioni urbane.
I progetti di rigenerazione urbana oggi in fase di realizzazione, a livello europeo, sono moltissimi, e l’Italia gioca finalmente un ruolo chiave. Proprio il fenomeno della rigenerazione urbana catalizza oggi la maggior parte degli investimenti cosiddetti cross border, cioè dei capitali che attraversano le frontiere. Se Milano da sola vale 10 miliardi di euro in termini di progetti di riqualificazione sul tavolo – con l’ex area Expo che riveste un ruolo di primo piano non solo per la città, ma in termini di intero Paese che si mette in gioco – a livello europeo i progetti di rigenerazione urbana già annunciati impegneranno almeno 100 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. «Si tratta di una stima molto prudenziale – sottolinea Mario Breglia di Scenari Immobiliari – che probabilmente è destinata ad aumentare. È indubbio che oggi l’attenzione, in Europa, è tutta puntata su questo fronte e che gli investitori sono più che ben disposti a mettere i capitali nei progetti nuovi, ben fatti, dove il pubblico è un attore importante. Restano al palo invece i giganti del passato, che si sentono riproporre ormai da dieci o vent’anni».
Se le rigenerazioni del passato sono state in molti casi portate avanti dall’iniziativa e dalla realizzazione privata, quelle attuali sono invece caratterizzate da un decisivo coinvolgimento del settore pubblico, che oggi disegna la “trama”. Rimane stretto il contatto con i privati, che a loro volta oggi investono solo se esiste questo forte legame. «I capitali internazionali sono decisamente interessati alle “nuove” città che emergono dalle riqualificazioni urbane – conferma Breglia – ma vogliono vedere le amministrazioni locali e le autorità nazionali direttamente coinvolte. Anche perché oggi nei progetti ci si mette il proprio capitale, non più un’elevata percentuale di prestito bancario come invece avveniva in passato». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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