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Timestamp: 2020-04-01 11:42:39+00:00

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Studio Legale Mancino: gennaio 2018
Ferrara: Rilevatori non tarati, annullata la maximulta
Ottimo lavoro, ma guidate con la massima prudenza...#Ferrara #Tutor #Multa #Ricorso #StudioLegaleMancino #AvvEmilianoMancino
By Studio Legale Mancino a gennaio 30, 2018
Se l’aereo ritarda, i passeggeri hanno diritto a chiedere un indennizzo alla compagnia aerea - che può variare a secondo della gravità e della possibilità di ricollocamento su un altro volo - senza avere alcun onere di provare il ritardo subito, basta che alleghino il biglietto e sostengano che il contrattempo si è verificato. Sarà la compagnia aerea a dover dimostrare, nel caso intenda contestare la richiesta di risarcimento, che l’orario di atterraggio è stato rispettato. Lo sottolinea la Cassazione colmando una lacuna normativa e accogliendo il ricorso di un passeggero contro la decisione del Tribunale di Roma che gli aveva negato il rimborso dicendo che non aveva dimostrato il ritardo.
Affermano infatti i supremi giudici - nella sentenza 1584 - che «nè la Convenzione di Montreal, nè il Regolamento Ce 261/2004 contengono alcuna regola specifica in tema di onere della prova dell’inadempimento (negato imbarco o cancellazione del volo) o dell’inesatto adempimento (ritardato arrivo rispetto all’orario previsto)». Dopo aver constatato «l’assenza di una norma speciale» per risolvere questo tipo di problemi, purtroppo abbastanza frequenti, la Cassazione ha osservato che «mentre il passeggero di regola non ha disponibilità di una prova diretta del ritardo dell’aeromobile su cui viaggiava (tranne, in ipotesi, la riproduzione fotografica dei tabelloni informativi dell’aeroporto), il vettore aereo - che opera in regime di controllo e verifica, da parte delle autorità aeroportuali, del tracciato aereo di ogni volo - ha agevole facoltà di accesso alla prova ufficiale dell’orario esatto in cui il velivolo è atterrato».
Questa tesi è stata totalmente sconfessata dagli `ermellini´. «Il passeggero che agisca per il risarcimento del danno» per negato imbarco, cancellazione del volo o ritardato arrivo «deve produrre il titolo o il biglietto di viaggio o altra prova equipollente, potendosi poi limitare alla mera allegazione dell’inadempimento del vettore», scrive il verdetto. «Spetta a quest’ultimo, convenuto in giudizio, dimostrare l’avvenuto adempimento, oppure che, in caso di ritardo, questo sia stato contenuto sotto le soglie di rilevanza fissate dal Regolamento Ce 261/2004», conclude la Cassazione. Ora il Tribunale deve riaprire il caso dando ragione al passeggero.
fonte: Cassazione: l’aereo è in ritardo, per il rimborso non servono prove - La Stampa
E’ legittimo applicare tariffe differenti in base al reddito Isee dei cittadini, per l'abbonamento al parcheggio strisce blu.
E’ quanto stabilito dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Seconda), che ha rigettato i ricorsi presentati da due residenti nel quartiere Crocetta, avverso la deliberazione del Comune di Torino del 30 marzo 2017, con cui era stata regolata la tariffa per la “concessione ai residenti dell’abbonamento annuale per la sottozona di residenza” differenziata in base all’ISEE.
Il Tar Piemonte ha ritenuto che la decisione di assoggettare a tariffa progressiva l’utilizzo particolare del sedime stradale, non sia nè abnorme nè sproporzionata, in relazione all’obiettivo del Comune di ridurre il numero di automobili che circolano e parcheggiano nel centro abitato cittadino.
L’abbonamento per i residenti, in precedenza gratuito, è stato assoggettato a tariffa a norma dell’art. 7 del Codice della Strada, e secondo il Tar, “il passaggio dal regime gratuito al sistema tariffario, correlato alla capacità reddituale dei cittadini residenti, è espressione di una legittima valutazione discrezionale dell’Amministrazione, che trova copertura nella previsione tipizzante della norma.”
Inoltre, ad avviso del Collegio: “La commisurazione della tariffa all’ISEE risponde a legittime istanze di equità sostanziale, poiché consente di applicare un onere differenziato in relazione alla condizione economica dell’abbonato, per la compartecipazione al costo della manutenzione delle strade e dei servizi pubblici, senza che l’utilizzo del parametro reddituale per ciò solo tramuti la tariffa in un tributo.”
Soddisfatta della sentenza, la Sindaca di Torino che ha così commentato su fb: "Il Tar si è pronunciato stabilendo che far pagare di più chi ha un Isee più alto è corretto. Noi ne eravamo certi: è un principio sacrosanto contenuto nell'articolo 53 della Costituzione".
fonte: Strisce blu, dal Tar via libera ad abbonamenti differenziati in base al reddito | Altalex
By Studio Legale Mancino a gennaio 28, 2018
È legittima l’opera realizzata anche senza il rispetto delle norme dettate per regolare i rapporti tra proprietà contigue, sempre che venga rispettata la struttura dell’edificio condominiale (Cassazione, sentenza n. 30528, depositata il 19 dicembre 2017).
La serra in giardino. Un condomino ricorre avverso la sentenza della Corte d’Appello di Milano che aveva rigettato la domanda diretta ad ottenere la condanna di altri condomini alla rimozione di una serra realizzata in giardino privato in aderenza alla facciata condominiale. I giudici escludevano la violazione dell’art. 907 c.c. in tema di distanze dalle vedute e dell’art. 1102 c.c., in quanto si trattava di un’opera non preclusiva del pari uso del bene comune.
Fonte: www.condominioelocazione.it/Serra in giardino consentita dal regolamento condominiale - La Stampa
By Studio Legale Mancino a gennaio 27, 2018
Va incontro a una condanna penale chi mette al proprio cane un collare “antiabbaio”, dal quale vengono emanate scosse elettriche non appena l’animale abbaia. La terza sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna per maltrattamenti su animali (in base all’articolo 727 del codice penale) inflitta a un uomo dal Tribunale di Verona: l’imputato, condannato a pagare un’ammenda di 800 euro, aveva presentato ricorso alla Suprema Corte, sottolineando che non vi era prova che il collare provocasse sofferenze ai suoi cani (due setter) e che veniva loro messo solo in via «eccezionale e sorvegliata» per evitare che recassero disturbo ai vicini.
I giudici di Piazza Cavour, con una sentenza depositata oggi, hanno bocciato il ricorso affermando che «costituiscono maltrattamenti non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione». Nel caso in esame, osserva la Corte, «è stato accertato che i due cani si trovavano all’interno di un recinto presso un capannone, muniti di collare antiabbaio funzionante». Un collare che, secondo alcune testimonianze, era «permanentemente» indossato dai due animali.
fonte: Cassazione: è reato mettere al cane il collare “antiabbaio” - La Stampa
By Studio Legale Mancino a gennaio 25, 2018
Sì al risarcimento per la morte del ricercatore esposto a radiazioni
Per la Cassazione c'è un nesso causale tra l'attività di ricerca svolta da un professore dell'Enea e la sua morte sulla quale ha influito una lunga esposizione a radiazioni ionizzanti. La Cassazione, con la sentenza 1770 chiude una vicenda iniziata nel 2003, dopo 15 anni di giudizi e a 20 anni dalla morte del ricercatore. Per i giudici nell'ambiente di lavoro erano presenti sorgenti ionizzanti, alle quali il professore, che si era ammalato di leucemia mieloide acuta, era stato esposto per un lungo periodo. E il datore di lavoro non aveva provato di aver adottato tutte le possibili misure sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili. Da qui la natura contrattuale dell'illecito rispetto al ricercatore, e extracontrattuale nei confronti dei familiari, e i conseguenti danni, anche non patrimoniali che possono derivare da un inadempimento contrattuale che pregiudichi un diritto inviolabile della persona. Secondo l'Enea la Corte d'Appello avrebbe sbagliato nell'applicare il principio dell'equivalenza causale, prescindendo dal grado di probabilità tra fatto e danno, ritenendo sufficiente anche una semplice possibilità o minima probabilità nella catena eziologica. Per la Cassazione al contrario va riconosciuta l'efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell'evento. Soltanto l'intervento di un fattore estraneo all'attività lavorativa, individuato con certezza “che sia sufficiente a produrre infermità tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni” è in grado di far escludere l'esistenza del nesso attività-malattia richiesto dalla legge. E proprio sul punto l'Enea aveva fatto presente ai giudici che il professore era un fumatore, circostanza che, secondo i ricorrenti, poteva avere influito sulla malattia. Tesi che la Corte di merito aveva escluso in presenza delle esposizioni. Per i giudici deve considerarsi accertata un'efficacia almeno concausale dell'esposizione: conclusione non troppo distante da quella raggiunta dal Ctu che aveva riconosciuto la possibilità dell'eziologia professionale anche se in termini di scarsa probabilità. Il ricorso dell'Enea viene accolto solo su un punto relativo alla liquidazione di un importo forfettario che viene decurtato.
By Studio Legale Mancino a gennaio 23, 2018
Calamità naturali, il soccorso della protezione civile ora viene esteso anche agli animali
La Protezione civile ha da oggi per legge tra le sue finalità anche il soccorso e l’assistenza degli animali colpiti da calamità naturali. Lo prevede il Decreto Legislativo n. 224, pubblicato in Gazzetta Ufficiale con il titolo «Codice della protezione civile». Lo rendono noto in comunicato le associazioni Animalisti Italiani, Enpa, Lav, Lega Nazionale per la Difesa del Cane, Leidaa e Oipa. Le ong animaliste considerano l’innovazione normativa il frutto della loro mobilitazione dell’ultimo anno.
«Il riferimento legislativo agli animali è necessario per riconoscere, rafforzare e qualificare quanto già avviene negli interventi in caso di terremoti, alluvioni, nevicate eccezionali - dichiarano le associazioni animaliste -. Così potremo superare lo spontaneismo, rendendo sistematico il contributo del volontariato specializzato all’attività di salvataggio, di recupero, messa in sicurezza e gestione degli animali familiari, che sempre più le stesse popolazioni richiedono».
L’Articolo 1 del nuovo Codice della protezione civile definisce il servizio come «l’insieme delle competenze e delle attività volte a tutelare la vita, l’integrità fisica, i beni, gli insediamenti, gli animali e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da eventi calamitosi». L’articolo 2 definisce l’attività di protezione civile come «l’insieme, integrato e coordinato, delle misure e degli interventi diretti ad assicurare il soccorso e l’assistenza alle popolazioni colpite dagli eventi calamitosi e agli animali».
Fonte: Calamità naturali, il soccorso della protezione civile ora viene esteso anche agli animali - La Stampa
By Studio Legale Mancino a gennaio 22, 2018
By Studio Legale Mancino a gennaio 18, 2018
Volontario ruba i beni dell'ente? Commette peculato
Commette il reato di peculato il volontario dell'ente che si appropria di animali cedendoli e vendendoli a terzi, in quanto considerati come patrimonio pubblico.
E' quanto emerge dalla sentenza della Sesta Sezione della Corte di Cassazione del 10 gennaio 2018, n. 594.
Il caso riguardava un volontario dell'amministrazione provinciale, condannato a un anno e dieci mesi di carcere, per essersi appropriato di animali catturati, considerati come patrimonio pubblico che l'uomo avrebbe dovuto consegnare alla Provincia. L'uomo ricorreva per Cassazione lamentando, tra l'altro, la violazione di norma penale ed extrapenale nonché carenza contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in ordine alla qualifica soggettiva di incaricato di un pubblico servizio, riconosciutagli sebbene mero esecutore materiali di compiti del concessionario, posti in essere a titolo gratuito.
L'attività dell'imputato è da ricondurre, a prescindere dal carattere volontario dell'incarico prestato a titolo gratuito, a quella dell'incaricato di pubblico servizio, con attività direttamente regolamentata da legge statale e regionale, dal rapporto instaurato con la provincia, non essendo determinante la necessità di un rapporto di dipendenza.
L'art. 358 c.p., ricollega espressamente la qualifica non al rapporto di dipendenza tra il soggetto e l'ente pubblico, ma a caratteri oggettivi propri dell'attività concretamente esercitata dall'agente, con conseguente sufficienza in ordine alla verifica dei singoli momenti in cui essa si attua, in ciascuno dei quali può ravvisarci la connotazione corrispondente al potere in concreto esercitato, essendo irrilevanti eventuali ulteriori connotazioni dell'attività esercitata con finalità e caratteristiche alquanto simili (Cass. pen., Sez. VI, 7 novembre 1991, n. 470).
Deve, quindi, ritenersi il carattere alternativo e non cumulativo dei criteri di identificazione contenuti nell'art. 358, comma 2, c.p., che rinvia all'attività prestata con le forme della pubblica funzione per come definita dall'art. 357, comma 2, c.p. L'attività risulta disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autorizzativi, con conseguente pacifica sussistenza della qualifica di pesona incaricata di un pubblico servizio che, ex art. 314 c.p., costituisce requisito soggettivo che deve sussistere ai fini dell'integrazione del reato di peculato.
fonte: Volontario ruba i beni dell'ente? Commette peculato | Altalex
Fonte: Fa scendere un passeggero dal vagone perchè con biglietto irregolare, capotreno condannato - La Stampa
Fonte: Nelle carceri italiane è boom di sequestri di sim e cellulari - La Stampa
By Studio Legale Mancino a gennaio 17, 2018
By Studio Legale Mancino a gennaio 16, 2018
L ’installazione di «Pedone sicuro» è imminente: ottenuto l’ok degli enti preposti, giovedì la struttura verrà montata per le prove di collaudo e verifica, preludio all’inaugurazione di fine mese: non un impianto semaforico, bensì un sistema di sicurezza per educare pedoni e automobilisti al reciproco rispetto. «I vantaggi per la sicurezza stradale sono evidenti, perché l’automobilista in poco tempo si abituerà all’idea che, se un segnale lampeggia, è perché un pedone attende di attraversare la strada: le statistiche dicono che, ai primi posti nelle categorie di incidenti, ci sono proprio quelli legati a investimenti di pedoni. Per gli enti pubblici, invece, ci sarà la possibilità di fornire un servizio alla comunità a costi contenuti e con formule e sistemi di installazione non invasivi» aggiungono alla Blindo Office Energy. Rispetto alle strisce pedonali «intelligenti» (quelle che al passaggio del pedone illuminano tutta l’area di attraversamento strada e il manto stradale, commercializzate sempre dalla ditta valenzana e che stanno prendendo piede nelle grandi città dotate di arterie stradali di ampie dimensioni), la soluzione di Viguzzolo non ha costi esorbitanti (per il noleggio non si arriva a 150 euro al mese) e non impone interventi strutturali sulla strada perché l’installazione non ha bisogno di scavi o di collegamenti elettrici particolari, ma solo dell’applicazione della cartellonistica verticale dotata del sistema «Pedone sicuro».
fonte: Arrivano le strisce “salva-pedone”: dopo i test, il debutto a Viguzzolo. Ecco come funzionano - La Stampa
By Studio Legale Mancino a gennaio 14, 2018
Spese legali non vanno liquidate in misura inferiore ai minimi
Non possono essere liquidati compensi legali in misura inferiore ai minimi disposti dalla tariffa forense. Questo è il principio affermato dalla Corte di Cassazione, sez. VI-2 Civ., con l'ordinanza 11 dicembre 2017 n. 29594.
Un avvocato proponeva opposizione a ordinanze-ingiunzioni emessa dalla Prefettura, che veniva condannata alle spese. L’avvocato ricorreva in appello lamentando l'insufficiente liquidazione delle spese processuali. L’appello veniva rigettato e l’avvocato ricorreva in Cassazione.
Il Supremo Collegio ribadisce, con stringata motivazione, che non possono essere liquidati compensi in misura inferiore ai minimi disposti dalla tariffa forense, richiamando una pronuncia risalente (Cass. Sez. VI 30 marzo 2011 n. 7293).
Si rilevi che la pronuncia provenga dalla VI Sezione, ossia una sorta di sezione filtro, alla quale vengono assegnate le questioni manifestamente fondate/infondate.
E tale è la annosa materia delle spese legali. Sarebbe stato giusto invero ricordare che il principio, oltre ad essere risalente, è stato recentemente ribadito dalle Sezioni Unite: la liquidazione deve avvenire necessariamente secondo le tariffe forensi (Cass. Civ. Sez. Unite 10 luglio 2017 n. 16990).
Se la liquidazione non può avvenire al di sotto dei minimi, va ricordato che il giudice ha, altresì, l’onere di indicare dettagliatamente le singole voci che riduce, perché chieste in misura eccessiva, o elimina, perché non dovute (Cass. Civ. Sez. VI 6 giugno 2017 n. 14038; Cass. Civ. Sez. 10 novembre 2015 n. 22883; Cass. Civ. Sez. I 17 settembre 2015 n. 18238, Cass. Civ. Sez. Lav. 24 febbraio 2009 n. 4404; Cass. Civ. Sez. III 08 febbraio 2007 n. 2748).
Comune denominatore per l’interprete ci sembra quello di attenersi ai criteri medi: non sarà un caso che il legislatore abbia ripetuto nel dm 55/2014 ben venticinque volte il termine “di regola. (Art. 2, comma II; art. 4 comma I (tre volte); art. 4 comma II; art. 4 comma III; art. 4 comma IV; art. 4 comma VI; art. 5 comma I (viene usato il termine “di norma”); art. 5 comma VI; art. 6 comma I; art. 8 comma II; art. 9 comma I; art. 10 comma I; art. 10 comma II; art. 11 comma I; art. 12 comma I, art. 12 comma II, art. 15 comma I (viene usato il termine “di norma”); art. 17 comma I; art. 19 comma I; art. 21 comma VII; art. 22 comma I; art. 24 commaI; art. 26 comma I).
Fonte: Spese legali non vanno liquidate in misura inferiore ai minimi | Altalex
Fonte: Pagamenti con le carte. L’Ue blocca i costi extra - La Stampa
Diritto all'immagine, risarcimento automatico per la pubblicazione della fotografia senza consenso
La pubblicazione non autorizzata di una fotografia, utilizzata per fini pubblicitari, comporta il risarcimento del danno, patrimoniale e non patrimoniale, in favore del danneggiato, a prescindere dal contenuto denigratorio o meno dell'immagine, per il sol fatto del mancato consenso alla pubblicazione. Il danno non patrimoniale, poi, previsto dall'articolo 10 del codice civile, se non può essere provato nel suo preciso ammontare, può essere liquidato anche equitativamente dal giudice tenendo conto di tutte le circostanze del caso specifico. Questo è quanto emerge dalla sentenza 634/2017 del Tribunale di Pordenone.
Il caso - La vicenda vede come protagonista un uomo che, per puro caso, sfogliando il catalogo di una rivista turistica, si era accorto di comparire insieme al suo figlio minore su una pagina del catalogo. L'immagine, che ritraeva il padre e il piccolo mentre accarezzavano un cervo con una porzione di costa sullo sfondo, era pubblicata senza il consenso dell'uomo e, per tale motivo, quest'ultimo chiedeva alla società editrice di ritirare dalla distribuzione il catalogo, nonché una somma a titolo di risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale. A seguito del rifiuto della società, la questione arriva dinanzi al Tribunale, che accoglie la domanda attorea spiegandone le ragioni.
La decisione - Il giudice friulano, una volta ricostruita la vicenda, afferma che la pubblicazione della fotografia in questione «non presenta alcun elemento atto a fornire un'immagine negativa dei soggetti in questione, né a ledere l'immagine, l'onore o la reputazione degli stessi», non essendo desumibile dalla stessa alcun elemento diffamatorio o denigratorio né per il padre né per il figlio. Tuttavia, l'avvenuta pubblicazione della fotografia in assenza di consenso dell'interessato, a prescindere da qualsivoglia elemento diffamatorio insito nella medesima, è un elemento determinante che comporta di per sé il risarcimento del danno.
Il diritto all'immagine, infatti, afferma il Tribunale, è tutelato dall'articolo 10 c.c. e si esplica «nel diritto a non vedere esposte o pubblicate qualsiasi rappresentazione delle proprie sembianze, senza il proprio consenso». E tale disposizione è interpretata nel senso che anche la sola pubblicazione non autorizzata o giustificata dalla legge è vietata e comporta, pertanto, in caso di mancato consenso, il diritto al risarcimento del danno. Tale norma, poi, si ricollega agli articoli 96 e 97 della legge sul diritto d'autore (Legge 633/1941) per i quali l'immagine di una persona non può essere esposta, pubblicata o messa in commercio senza il consenso di questa, salvo la notorietà della persona stessa. Ciò posto, per quanto riguarda la quantificazione del danno, è ben possibile che essa avvenga «in via forfettaria sulla base quanto meno del cd. prezzo del consenso, anche con valutazione equitativa». E nel caso di specie, tenendo conto di tutte le circostanze del caso, ovvero la non notorietà delle persone raffigurate nella fotografia e la distribuzione capillare e per finalità pubblicitarie del catalogo, la somma equa per il giudice è stata di 10 mila euro.
By Studio Legale Mancino a gennaio 11, 2018
Fonte: Cassazione: papà in congedo parentale non si prende cura del figlio, giusto il licenziamento - La Stampa
Ha realizzato un video hard riprendendo l’amica nella cabina di un lido di Molfetta (Bari) mentre aveva un rapporto sessuale con il suo fidanzatino e poi ha postato il filmato in rete: per questa ragione dovrà ora pagare 80 mila euro di risarcimento. La sentenza, di primo grado, è stata emessa dal giudice unico del Tribunale di Trani che ha accolto la richiesta risarcitoria presentata dai legali Bepi Maralfa e Lele D’Amato. La notizia è pubblicata oggi dal quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno”.
I fatti risalgono al 2006. Nessun risarcimento è stato previsto da parte degli altri ragazzi rimasti coinvolti, a vario titolo, nella vicenda. All’epoca dei fatti le due ragazze, ´amiche del cuore’, erano entrambe minorenni, avevano 16 anni: una filmò l’altra mentre si era appartata nella cabina di uno stabilimento balneare con il suo fidanzatino. Il video finì in rete. La vicenda - racconta l’avvocato Maralfa - «ha portato effetti devastanti».
«Il video - aggiunge Maralfa - fu realizzato e diffuso con un programma peer to peer, privo di client e server fissi, sicchè una volta acquisito il file, ogni nodo ne diventava a sua volta distributore. Di qui l’impossibilità di bloccare la diffusione del file per giungere al suo sequestro». Alla identificazione dell’autrice del video i carabinieri sono giunti grazie a un braccialetto in cotone, con un ciondolo di Winnie tre Pooh legato stretto al polso della persona che realizza il video con un telefonino e dal fotogramma di un pareo azzurro e nero.
Fonte: Pubblica sul web un video hard dell’amica, pagherà 80 mila euro di risarcimento - La Stampa
Messaggi e filmati postati sui social network integrano l’elemento oggettivo del delitto di atti persecutori poichè l’attitudine dannosa di tale condotte non è tanto quella di costringere la vittima a subire offese o minaccia per via telematica, quanto quella di diffondere su internet dati, veri o falsi, fortemente dannosi.
Stalking e Facebook. Gli Ermellini hanno evidenziato che la creazione del profilo denigratorio su Facebook è solo una delle modalità degli atti persecutori posti in essere dal ricorrente. In ogni caso, secondo la Corte, i messaggi e filmati postati sui social network integrano l’elemento oggettivo del delitto di atti persecutori e l’attitudine dannosa di tale condotte non è tanto quella di costringere la vittima a subire offese o minacce per via telematica, quanto quella di diffondere su internet «dati, veri o falsi, fortemente dannosi e fonte di inquietudine per la parte offesa».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Crea un profilo Facebook contro l’amante: è stalking - La Stampa
By Studio Legale Mancino a gennaio 09, 2018
Fonte: Cassazione: “Se un sindaco non mantiene promesse è lecito insultarlo” - La Stampa
By Studio Legale Mancino a gennaio 07, 2018
I militari possono iscriversi ai partiti ma non accedere alle cariche interne
Con la sentenza n. 5845 depositata il 12 dicembre, la quarta sezione del Consiglio di Stato, riformando parzialmente la sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Piemonte, ha stabilito che i militari possono iscriversi ad un partito politico, ma non anche assumere cariche al suo interno.
Quanto al primo aspetto, il Consiglio di Stato ha osservato che, pur ammettendo la Costituzione la possibilità di vietare per legge l'iscrizione a partiti politici per determinate categorie di dipendenti, tale divieto deve essere chiaro e testuale, in quanto non può ammettersi la limitazione di un diritto fondamentale di ogni cittadino in via di interpretazione logica o estensiva. Tale soluzione è in linea anche con i princìpi affermati dal diritto internazionale e sopranazionale, dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo, dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dalla Carta europea dei diritti dell'uomo.
Diversa la conclusione per quanto riguarda l'assunzione di cariche di partito. In questo caso, infatti, il militare sarebbe tenuto a manifestare pubblicamente e attivamente la linea politica del partito di cui fa parte, ingenerando nella comunità dubbi sulla neutralità delle Forze armate, sancita espressamente dalla Costituzione.
By Studio Legale Mancino a gennaio 05, 2018
By Studio Legale Mancino a gennaio 03, 2018
Auto usate, con l’inganno sull’anno di immatricolazione scatta la restituzione della differenza di prezzo
In materia contrattuale, durante la fase delle trattative, la parte contraente deve comportarsi secondo buona fede e correttezza, ovvero deve rendere nota la controparte di tutte le informazioni in suo possesso, senza occultare o alterare fatti la cui conoscenza sia indispensabile per la corretta formazione della volontà contrattuale. In caso di riscontrato inganno nella formazione del consenso, la parte che ha violato l'obbligo di buona fede è tenuta a risarcire il danno commisurato al maggior aggravio economico prodotto. Questo è quanto si desume dalla sentenza 572/2017 del Tribunale di Pordenone.
La vicenda - La controversia sorge in seguito alla stipulazione di una compravendita di un'autovettura usata per il prezzo di 5.500 euro. Durante la fase delle trattative e al momento della conclusione del contratto, il venditore aveva dichiarato, come risultante dalla relativa fattura, quale data di immatricolazione dell'autoveicolo l'anno 2003, mentre l'anno della “prima” immatricolazione dello stesso risultava essere, dalla carta di circolazione, il 2001. Scoperto l'inganno, l'acquirente citava in giudizio il venditore chiedendo, ai sensi dell'articolo 1440 c.c., un risarcimento del danno pari alla differenza tra il prezzo corrisposto e il minor valore dell'autovettura all'epoca della vendita.
La decisione - Il Tribunale adito della questione, una volta riscontrata la veridicità dei fatti addotti dall'acquirente, non può far altro che accogliere la domanda, condannando il venditore al risarcimento del cosiddetto danno da “interesse positivo differenziale”. Ebbene, il giudice spiega che durante la fase delle trattative il contraente non può «occultare i fatti la cui conoscenza sia indispensabile alla controparte per una corretta formazione della propria volontà contrattuale». Colui che si accinge a stipulare un contratto, cioè, deve comportarsi secondo buona fede e la violazione di tale obbligo comporta la responsabilità del danno provocato dal comportamento scorretto «commisurato al “minor vantaggio” ovvero al “maggior aggravio economico” prodotto dallo stesso». E nel caso di specie, una volta preso atto della effettiva non veridicità delle informazioni fornite dal venditore, che hanno sicuramente influito sulla volontà contrattuale dell'acquirente, per il Tribunale appare equo stimare il danno subito da quest'ultimo nella somma pari alla differenza tra il prezzo effettivamente corrisposto al momento dell'acquisto e il valore reale dell'autovettura all'epoca della vendita, così come risultante dalle quotazioni di mercato.

References: sentenza 
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 sentenza 
 art. 314
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 4
 art. 4
 art. 4
 art. 4
 art. 4
 art. 5
 art. 5
 art. 6
 art. 8
 art. 9
 art. 10
 art. 10
 art. 11
 art. 12
 art. 12
 art. 15
 art. 17
 art. 19
 art. 21
 art. 22
 art. 24
 art. 26
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