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Timestamp: 2020-02-17 16:51:46+00:00

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DIRITTO DI RESISTENZA AD ATTI ARBITRARI DEL PUBBLICO UFFICIALE – LA SCRIMINANTE DELLA REAZIONE AD ATTI ARBITRARI DEL PUBBLICO UFFICIALE PUÒ ESSERE PUTATIVA
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Giovedì 12 Dicembre 2019 18:39 | Scritto da Administrator | | |
Mi sembra estremamente interessante sottoporre alla Vostra attenzione una recente pronuncia della Corte di Cassazione che, in linea con precedenti sentenze di legittimità, riconosce rilevanza alla causa di giustificazione del diritto di reagire all’aggressione arbitraria da parte di un pubblico ufficiale, prevista dall’art. 393 bis c.p., anche nelle ipotesi putative di cui all’art. 59 c.p..
Ma chiariamo meglio tutti questi concetti.
I. È opportuno premettere che il rapporto tra la pubblica amministrazione ed i cittadini non è soltanto un rapporto di imperio, ma è un rapporto strumentale alla cura degli interessi di questi ultimi: non vi è quindi spazio per una malintesa tutela del prestigio e della "infallibilità" degli agenti della pubblica autorità.
Di conseguenza, deve essere considerata lecita e, quindi, priva di antigiuridicità, la reazione del privato di fronte ad atti arbitrari della pubblica autorità in quanto, in uno Stato democratico, è garantita, al cittadino, la facoltà di "resistere" a tutela del diritto o dell'interesse privato arbitrariamente leso o posto in pericolo e, pertanto, il privato deve essere giustificato ove reagisca all'atto arbitrario.
Il cd. diritto di resistenza rispetto ad un atto arbitrario del pubblico ufficiale è una scriminante, prevista nell’art. 393 bis c.p., rubricato Causa di non punibilità, nel quale si legge: “Non si applicano le disposizioni degli articoli 336, 337, 338, 339, 341 bis, 342 e 343 quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio ovvero il pubblico impiegato abbia dato causa al fatto preveduto negli stessi articoli, eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni”.
Ebbene, affinchè questa scriminante possa trovare applicazione in forma putativa, ai sensi dell’art. 59 c.p., l’errore per il quale il privato ritenga erroneamente di trovarsi in presenza della causa di giustificazione, deve cadere sul fatto determinando nell’agente la giustificata e ragionevole persuasione di trovarsi di fronte ad un atto arbitrario: in altre parole, il privato, a causa dell'errore, deve ritenere di versare concretamente in una situazione di fatto che, se effettiva, renderebbe applicabile la causa di giustificazione (si pensi ad esempio al privato, che si opponga al pubblico agente, avendo creduto erroneamente di avergli consegnato tutta la documentazione richiesta e ritenendo pertanto meramente persecutoria l'attività con cui questi abbia insistito nel fargli richiesta dei documenti).
Naturalmente, come per tutte le cause di giustificazione, si richiede all'imputato, che ne invochi l'applicazione in forma putativa, un onere di allegazione, non potendo basarsi su un mero criterio soggettivo, bensì su dati di fatto concreti, tali da giustificare l'erroneo convincimento della presenza della causa di giustificazione.
II. Per fare un esempio tratto dalla giurisprudenza della Cassazione precedente alla sentenza che in questa sede desidero sottoporre alla Vostra attenzione, faccio rilevare che la Corte di Cassazione, Sezione VI, con la sentenza del 29 gennaio 2019, n.4457, chiamata a decidere su una questione inerente il reato di resistenza a pubblico ufficiale, si è già pronunciata in merito alla scriminante della reazione agli atti arbitrari del pubblico ufficiale ex art. 393 bis c.p., in relazione alla possibilità di riconoscerla anche nella forma putativa.
La Suprema Corte ha, innanzitutto, qualificato la causa di non punibilità prevista dall’art. 393 bis c.p. come causa di giustificazione che, in quanto tale, esclude il carattere antigiuridico della condotta posta in essere dall’agente. Da ciò ne consegue, prosegue la Corte, che non si rinvengono ostacoli all’applicazione anche alla scriminante in parola dell’ultimo comma dell’art. 59 c.p, a norma del quale “se l’agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di lui. Tuttavia, se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità̀ non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”.
Allo stesso tempo, i Giudici hanno precisato che, nell’applicazione dell’art. 59 ultimo comma, l’errore del privato non può venire in considerazione se non nella forma di errore sul fatto, non potendo essere invocata la scriminante putativa quando l’errore dell’agente si traduca in definitiva in un errore di diritto. Non potrà, pertanto, rilevare l’errore del privato nel qualificare come arbitrario un atto in realtà legittimo, posto che l’errore, in tal caso, verrebbe a rendere scusabile l’errore di diritto.
Diverso è il caso in cui l’errore sia caduto invece sul fatto, determinando nell’agente la giustificata e ragionevole persuasione di trovarsi di fronte ad un atto arbitrario: il privato, a causa dell’errore, deve invero ritenere di versare concretamente in una situazione di fatto che, se effettiva, renderebbe applicabile la causa di giustificazione.
Questo è il caso in cui, secondo la Corte, si è venuto a trovare l’imputato. Questi, cittadino extracomunitario, si era visto sottoposto ad una insistente attività di identificazione (prima sul treno, poi una volta sceso dal treno) in funzione di motivi – quelli rappresentati dagli operanti al momento del fatto (la notifica di un atto) – non solo non consentiti dalla legge, ma che ragionevolmente erano apparsi ai suoi occhi come pretestuosi (risultando il ricorrente persona che gli operanti già conoscevano) rispetto alle denunce che il ricorrente aveva avanzato nei confronti di magistrati baresi e personale dello stesso commissariato. I Giudici, annullavano la sentenza senza rinvio perchè il fatto non costituisce reato, riconoscendo all’imputato, appunto, la scriminante della reazione ad atti arbitrari, nella forma putativa.
La sentenza in questione, infine, si era soffermata anche sulla nozione di “atto arbitrario”, richiamando la decisione della Corte costituzionale (sentenza n. 140 del 1998). Nella nozione di “atto arbitrario” deve essere ricompreso anche l’atto del pubblico ufficiale che, pur essendo sostanzialmente legittimo, sia connotato da difetto di congruenza tra le modalità impiegate e le finalità per le quali è attribuita la funzione stessa, a causa della violazione degli elementari doveri di correttezza e civiltà che debbono caratterizzare l’agire dei pubblici ufficiali nei rapporti col cittadino.
III. Venendo ora alla recentissima sentenza che ha attratto la mia attenzione e che mi ha indotto a segnalare anche a Voi, in quanto di sicuro interesse, l’argomento in questione, rappresento che la Corte di Cassazione, sez. VI Penale, con la sentenza 31 ottobre 2019, n.44627 è tornata sulle stesse tematiche ed ha stabilito che “L’art. 393 bis c.p. prevede una causa di giustificazione fondata sul diritto del cittadino di reagire all’aggressione arbitraria dei propri diritti, che può essere applicata anche nelle ipotesi putative di cui all’art. 59, comma 4, c.p., quando il soggetto abbia allegato dati concreti, suffraganti il proprio ragionevole convincimento di essersi trovato, a causa di un errore sul fatto, di fronte ad una situazione che, se effettiva, avrebbe costituito atto arbitrario del pubblico ufficiale”
Nel caso preso in considerazione da questa sentenza, la Corte di Appello di Salerno, in riforma della sentenza del locale Tribunale, aveva assolto l’imputato, perché il fatto non sussiste, dal reato di resistenza (art. 337 cod. pen.) ed aveva dichiarato non punibile, in applicazione della causa di non punibilità di cui all'art. 131-bis cod. pen., il reato di oltraggio (art. 341-bis cod. pen.).
La sentenza è stata impugnata sia dal Procuratore generale presso la Corte di Appello di Salerno, sia dall'imputato.
In particolare, l'imputato ha svolto due motivi di ricorso.
Con il primo ha denunciato vizio di violazione di legge e vizi di motivazione per il mancato riconoscimento della causa di non punibilità di cui all'art. 393-bis cod. pen.. Secondo quanto lamentato dall’imputato, infatti, La Corte ha attribuito sì rilievo allo stato di agitazione dello stesso, ma non ha adeguatamente valutato la deduzione della difesa secondo la quale tale status era riconducibile non solo alla rapina che il ricorrente, poco prima dell'ispezione, aveva subito in altro locale, ma anche alle modalità con le quali, ponendo domande a trabocchetto, gli agenti della Guardia di Finanza procedevano alla escussione dei dipendenti.
Il comportamento dell'imputato doveva essere, dunque, scriminato, costituendo reazione legittima ad un atto indebito dei verbalizzanti.
La sentenza della Cassazione ricostruisce pertanto la condotta tenuta dall'imputato durante le operazioni di ispezione della Guardia di Finanza esaminando, in particolare, le dichiarazioni rese da uno dei verbalizzanti, il quale aveva riferito che l'imputato, nel contesto oppositivo tenuto durante le operazioni di ispezione, pronunciando frasi di protesta, si era avvicinato ad un palmo dalla faccia di uno degli operanti e poi, dopo essersi inizialmente allontanato, aveva fatto ritorno sui suoi passi e si era scagliato contro il verbalizzante con l'intenzione di aggredirlo fisicamente, venendo fermato dagli astanti.
Si sofferma quindi a considerare i tempi e le modalità dell'attività ispettiva della Guardia di Finanza, durante la quale era sopraggiunto l'imputato, titolare dell'attività, ed esclude che la condotta dell'imputato avesse impedito o ritardato il compimento dell'attività, che era proseguita mediante la produzione degli atti di interesse, consegnati dallo stesso imputato, e la escussione dei dipendenti.
Proprio a questo riguardo l'imputato aveva espresso le sue rimostranze, con le descritte modalità oppositive e minatorie, perché sosteneva che gli operanti rivolgevano ai dipendenti domande trabocchetto sulla data di inizio del rapporto di lavoro.
Tuttavia, la redazione del verbale di accertamento non aveva subito ritardo per effetto della condotta dell'imputato.
Ricostruito così il fatto, la Cassazione ritiene “che deve darsi continuità normativa al principio affermato da questa Corte alla stregua del quale l'art. 393-bis cod. pen. prevede una causa di giustificazione fondata sul diritto del cittadino di reagire all'aggressione arbitraria dei propri diritti, che può essere applicata anche nelle ipotesi putative di cui all'art. 59, comma 4, cod. pen., quando il soggetto abbia allegato dati concreti, suffraganti il proprio ragionevole convincimento di essersi trovato, a causa di un errore sul fatto, di fronte ad una situazione che, se effettiva, avrebbe costituito atto arbitrario del pubblico ufficiale …….
Nella vicenda in esame si impone, a cura del giudice del rinvio, la verifica della sussistenza della causa di giustificazione, anche nella forma putativa, in relazione alla reazione oltraggiosa dell'imputato posta in essere a fronte della condotta dei pubblici ufficiali che procedevano alla verbalizzazione delle dichiarazioni rese dai dipendenti, con modalità tali da fargli ragionevolmente ritenere di essere sottoposto a condotte vessatorie e di ingiustificata prevaricazione e, quindi, di errore del privato rilevante in quanto ricade sulla sussistenza di eventuali circostanze di fatto che abbiano prodotto un erroneo apprezzamento dei fatti, e non in un mero errore di diritto, quale deve ritenersi l'errore sulla legittimità dell'operato del pubblico ufficiale dovuto ad una inesatta conoscenza dei precetti imposti dall'ordinamento”.
Sulla scorta di tali considerazioni, quindi, la VI sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui all’art. 341 bis c.p., rinviando alla Corte di Appello per un nuovo giudizio teso a verificare la sussistenza, anche nella forma putativa di cui all’art. 59 c.p., della causa di giustificazione di cui all’art. 393 bis c.p., ai sensi del quale “Non si applicano le disposizioni degli articoli, 336, 337, 338, 339, 341 bis, 342 e 343 quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio ovvero il pubblico impiegato abbia dato causa al fatto preveduto negli stessi articoli, eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni”.
Avv. Massimo Biffa

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 393
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