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Timestamp: 2019-01-24 09:13:57+00:00

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E-commerce: tutela dei consumatori, obblighi informativi, recesso e garanzie
1. Introduzione - Parte I - Contrattazione standardizzata e pratiche scorrette -
2. Condizioni generali di contratto e clausole vessatorie -
3. Le pratiche commerciali scorrette -
4. Segue: le pratiche commerciali ingannevoli -
5. Segue: le pratiche commerciali aggressive. -
6. Segue: tutela amministrativa e giurisdizionale -
7. A proposito di pratiche sleali: la fornitura non richiesta (ed adempimento difforme) - Parte II - Obblighi informativi e recesso -
8. Obblighi informativi derivanti dalla normativa in materia di tutela del consumatore -
9. Segue: gli obblighi di informazione precontrattuale nei contratti a distanza e nei contratti fuori dei locali commerciali -
10. Segue: questioni di forma delle informazioni nei contratti a distanza -
11. Il recesso -
12. Segue: modalità per l’esercizio del diritto di recesso e suoi effetti -
13. Segue: obblighi delle parti conseguenti l’esercizio del diritto di recesso -
14. Contratti ai quali non si applica il diritto di recesso -
15. Il commercio elettronico nel codice del consumo - Parte III - Gli altri diritti e le garanzie -
16. Gli “altri diritti dei consumatori -
17. Segue: a) la consegna dei beni -
18. Segue: b) il passaggio del rischio sui beni -
19. Segue: c) le tariffe per l’utilizzo di mezzi di pagamento -
20. Segue: d) le comunicazioni telefoniche ed i pagamenti supplementari -
21. Le garanzie per il bene acquistato: evizione e vizi della cosa -
22. Segue: la mancanza di qualità, la vendita di “cosa diversa” e la garanzia “di buon funzionamento” -
23. Altre garanzie. La garanzia dei beni di consumo -
24. Le garanzie nella vendita di beni di consumo nel Codice del consumo -
25. Segue: il principio di conformità dei beni al contratto -
26. Segue: i diritti del consumatore -
27. Segue: i termini per l’esercizio dei diritti -
28. La garanzia accessoria o convenzionale -
29. Conseguenze della garanzia dei beni di consumo nella vendita on line -
30. La “garanzia” per i danni “da cosa difettosa”
La tutela del consumatore “digitale” fa riferimento, principalmente, alle disposizioni contenute nel Codice del consumo (D.Lgs. n. 206/2005) nell’ambito del quale troviamo alcuni dei temi “notevoli” per gli argomenti di questo volume, ossia:
a) le clausole vessatorie;
b) la promozione pubblicitaria (pratiche scorrette);
c) gli obblighi informativi, il recesso e la consegna nella “nuova” versione di cui al D.Lgs. n. 21/2014 (di attuazione della dir. n. 2011/83/UE);
d) le garanzie nella vendita dei beni di consumo.
Ovviamente, la disciplina tutelare è ben più ampia, sia all’interno che all’esterno del suddetto Codice; tuttavia, facendo riferimento a questo “corpus”, si consolidano almeno alcune “variabili” che devono necessariamente essere tenute presente da coloro che intendono rendere disponibili (qualunque sia la veste giuridica utilizzata) prodotti e/o servizi attraverso Internet.
Data l’importanza rappresentata dalla dir. n. 2011/83/UE del 25 ottobre 2011 (con la quale sono state modificate le dir. nn. 93/13/CEE e 1999/44/CE, abrogando le dir. nn. 85/577/CEE e 97/7/CE), pare utile dedicargli un breve spazio sin da subito.
Detta direttiva innova il quadro consolidato con riferimento, idealmente, a tre confluenti linee di lavoro:
a) prevede a carico del professionista un ampio insieme di obblighi informativi (dalle caratteristiche di beni e servizi al prezzo totale, dalle modalità di pagamento e consegna alla durata del contratto). Questi obblighi valgono, poi, per tutti i contratti diversi dai contratti a distanza e dai contratti negoziati fuori dai locali commerciali, fornendo una “copertura informativa” d’ordine generale indipendente dalla tipologia contrattuale (e dalla dinamica negoziale);
b) prevede una disciplina unitaria degli obblighi informativi e del recesso nei contratti a distanza e nei contratti negoziati fuori dai locali commerciali. In particolare, gli obblighi informativi diventano estremamente minuziosi sia sul versante “contenutistico”, che su quello “procedimentale”. Quanto al recesso, oltre alla previsione di alcune esclusioni (frutto anche delle decisioni della Corte di giustizia), vengono innalzati i termini e aggiornate le modalità di comunicazione tra le parti;
c) prevede, infine, di disciplinare altri aspetti connessi alla contrattazione tra professionista e consumatore quali: la consegna (con l’indicazione delle modalità per eseguirla, con il correlativo diritto del consumatore, in caso di ritardo, di risoluzione del contratto e di rimborso del prezzo eventualmente corrisposto), le tariffe, il passaggio del rischio, la comunicazione telefonica e i pagamenti supplementari, in termini validi per tutti (o quasi) i contratti tra professionista e consumatore.
La direttiva 2011/83/UE è stata recepita nel nostro ordinamento attraverso il D.Lgs. 21 febbraio 2014, n. 21 con il quale sono state apportate delle significative modifiche al Codice del consumo, con riferimento alle sezioni da I a IV contenute nel Capo I (ora rubricato «Dei diritti dei consumatori nei contratti»), Titolo III, Parte III (artt. 45-67).
a) la previsione di maggiori obblighi, in capo al professionista, di informazione precontrattuale da fornire ai consumatori nei contratti negoziati fisicamente fuori dai locali commerciali e nelle vendite a distanza;
b) il diritto di recesso riconosciuto al consumatore, è reso possibile entro un termine più ampio (da 10 a 14 giorni). In caso di omessa comunicazione al consumatore dell’informazione sull’esistenza del diritto di recesso si passa dai previgenti 60 giorni dalla conclusione del contratto (e dai 90 giorni dalla consegna del bene) al termine di dodici mesi;
c) in caso di esercizio del diritto “di ripensamento”, il consumatore potrà restituire il bene, anche se in parte deteriorato, perché sarà responsabile solo della “diminuzione del valore del bene custodito”. Dal recesso del contratto deriverà il diritto del consumatore ad ottenere il rimborso di tutti i pagamenti effettuati, compresi quelli relativi alle spese di consegna, proporzionalmente diminuito nel caso in cui il consumatore abbia utilizzato i beni per quanto necessario per stabilirne natura, caratteristiche e funzionamento;
d) l’esercizio del diritto di recesso da parte del consumatore, e la riduzione dei costi del professionista per le vendite transfrontaliere, mediante l’utilizzo di un modello tipo di recesso, valido per tutti i Paesi comunitari;
e) per gli acquisti attraverso telefono non sarà più sufficiente il solo consenso (ancorché registrato come spesso accade con gli operatori dei call center) ma occorrerà che ci sia la conferma scritta, sia essa in forma cartacea o per e-mail;
f) nel caso di acquisti on line è richiesta una maggiore trasparenza delle spese: il venditore è tenuto a dichiarare i costi che il consumatore dovrà sostenere in caso di restituzione dei prodotti. In caso di mancata comunicazione tali costi di restituzione graveranno sul venditore;
g) l’esclusione della possibilità di imporre al consumatore, qualora non utilizzi contante (ad es. in caso di pagamenti con carte di credito o bancomat), tariffe superiori; analogo limite riguarda la tariffa telefonica su linee dedicate messe a disposizione del consumatore dal venditore, nelle vendite dirette e nelle vendite a distanza;
h) le nuove disposizioni non impediscono ai professionisti di offrire ai consumatori condizioni contrattuali più favorevoli rispetto ai profili tutelari previsti;
i) un ruolo determinante sarà rivestito dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, chiamata a vigilare e a sanzionare eventuali violazioni delle norme introdotte con le modifiche al Codice del consumo.
PARTE I – Contrattazione standardizzata e pratiche scorrette
2. Condizioni generali di contratto e clausole vessatorie
Nella contrattazione, specialmente quella via web, è normale la previsione “anticipata” di uno specifico documento che contenga tutte le condizioni generali che disciplinano il rapporto contrattuale (sia che si tratti di vendita di prodotto che di fornitura di servizio). La motivazione è comprensibile e non è necessario spendere molte parole. Benché con l’interattività propria delle comunicazioni telematiche sia possibile (ed anche abbastanza semplice) contrattare “direttamente” ed “individualmente” con ogni singolo interlocutore, tale possibilità determina il sorgere di costi strutturali per cui l’impresa preferisce “prevedere” l’assetto (atteso) del futuro rapporto, di modo da regolare, con un numero inferiore di variabili, la profittabilità del suo business.
Se così è, ci si trova nell’ambito delle previsioni del Codice civile in materia di condizioni generali di contratto.
Le condizioni generali di contratto che sono state predisposte da una parte sono considerate efficaci nei confronti dell’altra se al momento della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando l’ordinaria diligenza.
Per quanto riguarda, quindi, l’ipotesi di contratto concluso nell’ambito di un sito di commercio elettronico, è necessario che il documento contenente le condizioni generali di contratto sia adeguatamente portato a conoscenza del destinatario tenendo conto delle peculiari caratteristiche dello strumento di comunicazione utilizzato.
Inoltre, si deve tenere conto che non hanno effetto, se non sono specificamente approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di colui che le ha predisposte, limitazioni di responsabilità, facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l’esecuzione, ovvero sanciscono a carico dell’altro contraente decadenze, limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi, tacita proroga o rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria.
Con specifico riferimento all’efficacia di tali clausole, ed in considerazione dello strumento utilizzato, si pone un importante problema per il venditore, in quanto la norma richiede la duplice approvazione per iscritto. La norma prevede infatti, quale requisito per la validità della clausola, l’espressa approvazione in forma scritta (cfr. art. 1341 e 1242 c.c.).
La forma elettronica, quindi, non sarebbe sufficiente e si dovrebbe ricorrere a quella scritta ovvero adottare la soluzione tecnica che consente l’equiparazione della forma elettronica (qualificata) alla forma scritta.
Quanto detto attiene ai rapporti B2B.
Situazione analoga ma disciplinata in maniera nettamente diversa è quella in cui si intenda inserire alcune clausole e, nel caso, alla loro validità ed efficacia nel momento in cui la controparte sia un consumatore.
La normativa contenuta nel Codice del consumo (artt. 33-38) prevede due diverse tipologie di clausole vessatorie: la prima è tale a seguito di una valutazione da parte del giudice, mentre la seconda e considerata tale fino a prova contraria in base ad una previsione contenuta in una disposizione di legge.
La conseguenza della vessatorietà di una clausola è la nullità mentre il contratto rimane valido per il resto.
Nel contratto concluso tra il consumatore ed il professionista sono considerate vessatorie le clausole che, nonostante la buona fede, alterino in misura significativa, a sfavore del consumatore, l’equilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto.
L’accertamento della vessatorietà di una clausola è effettuato tenendo conto della natura del bene o del servizio oggetto del contratto e facendo riferimento alle circostanze esistenti al momento della sua conclusione ed alle altre clausole del contratto o di un altro collegato o da cui dipende.
Non rientrano in tale valutazione la determinazione dell’oggetto del contratto, né l’adeguatezza del corrispettivo dei beni e dei servizi, purché tali elementi siano individuati in modo chiaro e comprensibile.
Non sono considerate vessatorie le clausole che riproducono disposizioni di legge ovvero che siano riproduttive di disposizioni o attuative di principi contenuti in convenzioni internazionali delle quali siano parti contraenti tutti gli Stati membri dell’Unione europea o l’Unione europea.
Nel contratto concluso mediante sottoscrizione di moduli o formulari predisposti per disciplinare in maniera uniforme determinati rapporti contrattuali, il professionista deve provare che le clausole, o gli elementi di una clausola, malgrado siano dal medesimo unilateralmente predisposti, siano stati oggetto di specifica trattativa con il consumatore.
Si presumono contrarie fino a prova contraria le clausole che hanno per oggetto o per effetto di:
d) prevedere un impegno definitivo del consumatore mentre l’esecuzione della prestazione del professionista è subordinata ad una condizione il cui adempimento dipende unicamente dalla sua volontà;
r) limitare o escludere l’opponibilità dell’eccezione d’inadempimen­to da parte del consumatore;
v) prevedere l’alienazione di un diritto o l’assunzione di un obbligo come subordinati ad una condizione sospensiva dipendente dalla mera volontà del professionista a fronte di un’obbligazione immediatamente efficace del consumatore. È fatto salvo il disposto dell’art. 1355 del Codice civile.
Sono comunque nulle le clausole che, sia pure oggetto di trattativa, abbiano per oggetto o per effetto di:
È previsto che la nullità operi soltanto a vantaggio del consumatore e che possa essere rilevata d’ufficio dal giudice.
Nei confronti delle clausole vessatorie sono previsti altri due rimedi.
Il primo è costituito dalla possibilità di richiedere al giudice competente che inibisca l’uso delle condizioni di cui sia accertata l’abusività.
I soggetti che hanno la titolarità attiva di questa possibilità sono le associazioni rappresentative dei consumatori, le associazioni rappresentative dei professionisti e le Camere di commercio.
Il provvedimento che concede l’inibitoria può essere emesso, nel momento in cui ricorrano giusti motivi di urgenza, ai sensi degli artt. 669-bis e ss. c.p.c.
Il giudice può anche ordinare che il provvedimento sia pubblicato in uno o più giornali, di cui uno almeno a diffusione nazionale.
Il secondo rimedio è costituito dalla tutela amministrativa, fatta comunque salva la giurisdizione del giudice ordinario sulla validità delle clausole vessatorie e sul risarcimento del danno.
A tale riguardo è competente l’Autorità garante della concorrenza e del mercato che, sentite le associazioni di categoria rappresentative a livello nazionale e le Camere di commercio interessate (o loro unioni), d’ufficio o su denuncia, può dichiarare la vessatorietà delle clausole inserite nei contratti tra professionisti e consumatori che si concludono mediante adesione a condizioni generali di contratto o con la sottoscrizione di moduli, modelli o formulari.
Nel caso di inottemperanza a quanto disposto dall’Autorità, si applica una sanzione amministrativa pecuniaria da 2.000 euro a 20.000 euro. Qualora le informazioni o la documentazione fornite non siano veritiere, l’Autorità applica una sanzione amministrativa pecuniaria da 4.000 euro a 40.000 euro.
Il provvedimento che accerta la vessatorietà della clausola è diffuso, anche per estratto, mediante pubblicazione su apposita sezione del sito internet istituzionale dell’Autorità, sul sito dell’operatore che adotta la clausola ritenuta vessatoria e mediante ogni altro mezzo ritenuto opportuno in relazione all’esigenza di informare compiutamente i consumatori a cura e spese dell’operatore. Nel caso di inottemperanza, l’Autorità applica una sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 euro a 50.000 euro.
È concessa alle imprese interessate la facoltà di interpellare preventivamente l’Autorità in merito alla vessatorietà delle clausole che intendono utilizzare nei rapporti commerciali con i consumatori. L’Autorità si pronuncia sull’interpello entro centoventi giorni dalla richiesta, salvo che le informazioni fornite risultino gravemente inesatte, incomplete o non veritiere. Le clausole non ritenute vessatorie a seguito di interpello non possono essere successivamente valutate dall’Autorità.
La procedura istruttoria – che mira a garantire il contraddittorio e l’accesso agli atti nel rispetto dei legittimi motivi di riservatezza – è contenuta in un apposito Regolamento emanato dall’Autorità.
Avverso gli atti dell’Autorità, è competente il giudice amministrativo (ossia il T.A.R. Lazio e, poi, in appello, il Consiglio di Stato).
3. Le pratiche commerciali scorrette
L’attività di commercio elettronico deve rispettare (anche) il divieto di porre in essere pratiche commerciali scorrette[13].
La relativa normativa – dettata dal Codice del consumo (artt. 20-27-quater) – si applica alle pratiche commerciali scorrette tra professionisti e consumatori attuate prima, durante e dopo un’operazione commerciale relativa a un prodotto o ad un servizio, nonché alle pratiche commerciali scorrette tra professionisti e microimprese[14].
La pratica commerciale è “qualsiasi azione, omissione, condotta o dichiarazione, comunicazione commerciale ivi compresa la pubblicità e la commercializzazione del prodotto, posta in essere da un professionista, in relazione alla promozione, vendita o fornitura di un prodotto ai consumatori”.
Le pratiche commerciali scorrette sono vietate.
In linea generale, una pratica commerciale è ritenuta scorretta:
a) se è contraria alla diligenza professionale, ed
b) è falsa o idonea a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico, in relazione al prodotto o servizio, del consumatore medio che essa raggiunge o al quale è diretta o del membro medio di un gruppo qualora la pratica commerciale sia diretta a un determinato gruppo di consumatori.
In particolare, sono scorrette le pratiche commerciali ingannevoli e quelle aggressive. L’illiceità può essere dichiarata a seguito di una valutazione dell’Autorità (giudiziaria) competente di alcuni elementi ovvero in base al fatto che la fattispecie corrisponde ad un’ipotesi inserita in un elenco predeterminato dal legislatore.
4. Segue: le pratiche commerciali ingannevoli
Le pratiche commerciali ingannevoli si suddividono in attive (azioni) o passive (omissioni).
Si considerano azioni ingannevoli quelle pratiche commerciali che contengono informazioni non rispondenti al vero o, seppure di fatto corrette, in qualsiasi modo, anche nella loro presentazione complessiva, inducono o sono idonee ad indurre in errore il consumatore medio riguardo ad una serie di elementi e, in ogni caso, lo inducono o sono idonee a indurlo ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso.
L’art. 21, co., cod. cons. individua le condotte attive che possono essere oggetto di valutazione per una eventuale qualificazione di “pratica commerciale scorretta”.
In particolare, l’attenzione deve essere posta su:
g) i diritti del consumatore, incluso il diritto di sostituzione o di rimborso ai sensi dell’articolo 130 del Codice del consumo.
Si devono altresì considerare ingannevoli quelle pratiche commerciali che, nella fattispecie concreta, tenuto conto di tutte le caratteristiche e circostanze del caso, inducono o sono idonee ad indurre il consumatore medio ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso. Tali condotte devono in particolare consistere in:
“a) una qualsivoglia attività di commercializzazione del prodotto che ingenera confusione con i prodotti, i marchi, la denominazione sociale e altri segni distintivi di un concorrente, ivi compresa la pubblicità comparativa illecita;
b) il mancato rispetto da parte del professionista degli impegni contenuti nei codici di condotta che il medesimo si è impegnato a rispettare, ove si tratti di un impegno fermo e verificabile, e il professionista indichi in una pratica commerciale che è vincolato dal codice”.
“a) riguardando prodotti suscettibili di porre in pericolo la salute e la sicurezza dei consumatori, omettono di darne notizia in modo da indurre i consumatori a trascurare le normali regole di prudenza e vigilanza,
b) in quanto suscettibile di raggiungere bambini ed adolescenti, possono, anche indirettamente, minacciare la loro sicurezza,
c) richiedano un sovrapprezzo dei costi per il completamento di una transazione elettronica con un fornitore di beni o servizi”.
In particolare, sono considerate omissioni ingannevoli quelle pratiche commerciali che nella fattispecie concreta, tenuto conto di tutte le caratteristiche e circostanze del caso, nonché dei limiti del mezzo di comunicazione impiegato, omettono informazioni rilevanti di cui il consumatore medio ha bisogno in tale contesto per prendere una decisione consapevole di natura commerciale e inducono o sono idonee ad indurre in tal modo il consumatore medio ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso.
Si considera omissione ingannevole anche una pratica commerciale nel momento in cui un professionista occulti o presenti in modo oscuro, incomprensibile, ambiguo o intempestivo le informazioni rilevanti sopra indicate o non indichi l’intento commerciale della pratica stessa qualora questi non risultino già evidente dal contesto nonché quando, nell’uno o nell’altro caso, ciò induca o sia idoneo a indurre il consumatore medio ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso.
Se il mezzo di comunicazione impiegato per la pratica commerciale impone restrizioni in termini di spazio o di tempo, al fine di valutare se vi sia stata un’omissione di informazioni, si deve tenere conto delle suddette restrizioni e di qualunque misura adottata dal professionista per rendere disponibili le informazioni ai consumatori con altri mezzi.
L’art. 22, co. 4, cod. cons. prevede che, nel caso di un invito all’acquisto, siano considerate rilevanti per definire ingannevole un’omissione, le informazioni di seguito indicate, qualora non risultino già evidenti dal contesto. In particolare tali informazioni riguardano:
“a) le caratteristiche principali del prodotto in misura adeguata al mezzo di comunicazione e al prodotto stesso;
b) l’indirizzo geografico e l’identità del professionista, come la sua denominazione sociale e, ove questa informazione sia pertinente, l’indiriz­zo geografico e l’identità del professionista per conto del quale egli agisce;
e) l’esistenza di un diritto di recesso o scioglimento del contratto per i prodotti e le operazioni commerciali che comportino tale diritto”.
Infine, sono considerati rilevanti, in relazione all’eventuale qualifica di omissione ingannevole, gli obblighi di informazione, previsti dal diritto comunitario, connessi alle comunicazioni commerciali, compresa la pubblicità o la commercializzazione del prodotto o servizio.
Oltre alle ipotesi sopra individuate, per le quali il carattere illecito della condotta (attiva o omissiva) è soggetto ad una valutazione dell’Autorità competente, il legislatore ha predeterminato una serie di condotte che in ogni caso, ove poste in essere, sono già di per sé ritenute ingannevoli.
5. Segue: le pratiche commerciali aggressive
Si considerano aggressive quelle pratiche commerciali che, nella fattispecie concreta, tenuto conto di tutte le caratteristiche e circostanze del caso, mediante molestie, coercizione, compreso il ricorso alla forza fisica o indebito condizionamento, limita o è idonea a limitare considerevolmente la libertà di scelta o di comportamento del consumatore medio in relazione al prodotto e, pertanto, lo induce o è idonea ad indurlo ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso.
Nella valutazione della illiceità di una pratica commerciale dovuta all’utilizzo di molestie, coercizione, compreso il ricorso alla forza fisica, o indebito condizionamento, sono presi in considerazione i seguenti elementi:
Oltre alle ipotesi sopra individuate, per le quali il carattere illecito della condotta è soggetto ad una valutazione dell’Autorità competente, il legislatore ha predeterminato una serie di condotte che in ogni caso, ove siano poste in essere, sono già di per sé ritenute aggressive.
6. Segue: tutela amministrativa e giurisdizionale
Secondo quanto prevede l’art. 27 cod. cons., l’Autorità garante della concorrenza, d’ufficio o su istanza di ogni soggetto o organizzazione che ne abbia interesse, è competente per vietare la continuazione delle pratiche commerciali scorrette e dettare provvedimenti idonei ad eliminarne gli effetti[20].
L’Autorità può avvalersi della Guardia di finanza che agisce con i poteri ad essa attribuiti per l’accertamento dell’imposta sul valore aggiunto e dell’imposta sui redditi. L’intervento dell’Autorità è indipendente dalla circostanza che i consumatori interessati si trovino nel territorio dello Stato membro in cui è stabilito il professionista o in un altro Stato membro.
L’Autorità può disporre, con provvedimento motivato, la sospensione provvisoria delle pratiche commerciali scorrette, laddove sussiste particolare urgenza. In ogni caso, comunica l’apertura dell’istruttoria al professionista e, se il committente non è conosciuto, può richiedere al proprietario del mezzo che ha diffuso la pratica commerciale ogni informazione idonea ad identificarlo.
L’Autorità può, altresì, richiedere a imprese, enti o persone che ne siano in possesso, le informazioni ed i documenti rilevanti al fine dell’accertamento dell’infrazione.
L’Autorità può disporre che il professionista fornisca prove sull’esattezza dei dati di fatto connessi alla pratica commerciale se, tenuto conto dei diritti o degli interessi legittimi del professionista e di qualsiasi altra parte nel procedimento, tale esigenza risulti giustificata, date le circostanze del caso specifico. Se tale prova è omessa o viene ritenuta insufficiente, i dati di fatto sono considerati inesatti. Incombe, in ogni caso, al professionista l’onere di provare, con allegazioni fattuali, che egli non poteva ragionevolmente prevedere l’impatto della pratica commerciale sui consumatori.
Quando la pratica commerciale è stata o deve essere diffusa attraverso la stampa periodica o quotidiana ovvero per via radiofonica o televisiva o altro mezzo di telecomunicazione, l’Autorità, prima di provvedere, richiede il parere dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM).
Fatta eccezione per i casi di manifesta scorrettezza e gravità della pratica commerciale, l’Autorità può ottenere dal professionista responsabile l’assunzione dell’impegno di porre fine all’infrazione, cessando la diffusione della stessa o modificandola in modo da eliminare i profili di illegittimità.
L’Autorità può disporre la pubblicazione della dichiarazione dell’im­pegno in questione a cura e spese del professionista. In tali ipotesi, l’Autorità, valutata l’idoneità di tali impegni, può renderli obbligatori per il professionista e definire il procedimento senza procedere all’accerta­mento dell’infrazione.
L’Autorità, se ritiene la pratica commerciale scorretta, vieta la diffusione, qualora non ancora portata a conoscenza del pubblico, o la continuazione, qualora la pratica sia già iniziata.
Con il medesimo provvedimento può essere disposta, a cura e spese del professionista, la pubblicazione della delibera, anche per estratto, ovvero di un’apposita dichiarazione rettificativa, in modo da impedire che le pratiche commerciali scorrette continuino a produrre effetti.
Con il provvedimento che vieta la pratica commerciale scorretta, l’Auto­rità dispone inoltre l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000,00 euro a 500.000,00 euro, tenuto conto della gravità e della durata della violazione.
La sanzione non può essere inferiore a 50.000,00 euro nel caso di pratiche commerciali scorrette che:
a) riguardando prodotti suscettibili di porre in pericolo la salute e la sicurezza dei consumatori, omettono di darne notizia in modo da indurre i consumatori a trascurare le normali regole di prudenza e vigilanza;
b) in quanto suscettibile di raggiungere bambini ed adolescenti, possono, anche indirettamente, minacciare la loro sicurezza
L’art. 27, co. 7, prevede anche il “ravvedimento operoso” del professionista che può essere invitato dall’Autorità ad assumere un impegno alla cessazione dell’infrazione ed alla rimozione degli effetti “in cambio” della chiusura dell’istruzione. Detto impegno – possibile solo quando la gravità della condotta non sia manifesta – può essere reso vincolante e pubblicato a spese del professionista. La violazione di detto impegno comporta l’applicazione di una sanzione da 10.000 a 5.000.000 euro. La stessa sanzione è disposta dall’Autorità nel caso di inottemperanza ai provvedimenti d’urgenza e a quelli inibitori o di rimozione degli effetti, di cui all’art. 27, co. 3, 8 e 10.
Nei casi riguardanti comunicazioni commerciali inserite sulle confezioni di prodotti, l’Autorità, nell’adottare i provvedimenti, assegna per la loro esecuzione un termine che tenga conto dei tempi tecnici necessari per l’adeguamento.
Il procedimento si tiene avanti all’Autorità garante, applicando uno specifico regolamento, che disciplina la procedura istruttoria, in modo da garantire il contraddittorio, la piena cognizione degli atti e la verbalizzazione.
In caso di inottemperanza ai provvedimenti d’urgenza e a quelli inibitori o di rimozione degli ed in caso di mancato rispetto degli impegni assunti, l’Autorità applica una sanzione amministrativa pecuniaria da 10.000 a 150.000 euro. Nei casi di reiterata inottemperanza l’Autorità può disporre la sospensione dell’attività d’impresa per un periodo non superiore a trenta giorni.
Per le sanzioni amministrative pecuniarie conseguenti alle violazioni sopra indicate si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni contenute nella L. 24 novembre 1981, n. 689.
Il pagamento delle sanzioni amministrative deve essere effettuato entro trenta giorni dalla notifica del provvedimento dell’Autorità. I ricorsi avverso le decisioni adottate dall’Autorità sono soggetti alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ove ha la sua sede l’Autorità (ossia il T.A.R. Lazio e, poi, il Consiglio di Stato).
È comunque fatta salva la giurisdizione del giudice ordinario in materia di atti di concorrenza sleale, nonché, per quanto concerne la pubblicità comparativa, in materia di atti compiuti in violazione della disciplina sul diritto d’autore, e dei marchi d’impresa, nonché delle denominazioni di origine riconosciute e protette in Italia e di altri segni distintivi di imprese, beni e servizi concorrenti.
7. A proposito di pratiche sleali: la fornitura non richiesta (ed adempimento difforme)
L’art. 66-quinquies cod. cons. non pone un divieto al professionista di consegnare o rendere disponibili prodotti o servizi non richiesti dal consumatore[21].
Scopo della previsione è di evitare che il consumatore sia indotto ad acquistare beni o servizi non desiderati a causa dell’erroneo convincimento di esservi giuridicamente tenuto per il solo fatto di averli ricevuti o di non averli restituiti.
In questo modo il consumatore è tutelato dal rischio di essere esposto a pressioni indebite ed a sollecitazioni indesiderate, dirette a provocare la manifestazione di un consenso all’acquisto e, di conseguenza, al pagamento delle forniture ricevute. Perché la materiale messa a disposizione del bene o del servizio sia illegittima deve dunque accadere che essa preceda l’eventuale ordinazione da parte del consumatore e che presenti natura onerosa. Per questa ragione deve essere escluso dal divieto la fornitura da parte del professionista di omaggi e campioni inviati per fini di sollecitazione meramente promozionale e gratuita. In questo caso, infatti, viene a mancare la richiesta di pagamento necessaria ad integrare gli estremi della fattispecie illecita.
La formulazione dell’art. 57 previgente taceva sulle conseguenze civilistiche derivanti dalla violazione da parte del professionista del divieto di invio di forniture non richieste. Ora, invece, si stabilisce che il consumatore non è tenuto ad alcuna controprestazione e ciò significa che non è tenuto ad alcun pagamento, né alla restituzione. Nel caso in cui abbia corrisposto un pagamento può chiedere l’integrale restituzione, nonché esperire un’azione risarcitoria per i danni patiti consistenti non solo nel pregiudizio patrimoniale sofferto ma anche per l’indebita intromissione (e prevaricazione) della propria libertà personale.
Potrebbe però ritenersi che il consumatore sia tenuto, a titolo di detenzione temporanea e necessitata, a provvedere esclusivamente alla custodia del bene, considerato che lo svolgimento di tali compiti non sono tecnicamente delle controprestazioni e che, comunque, la disponibilità del bene sembra configurare un indebito arricchimento. Questo “onere”, tuttavia, contrasterebbe con l’intenzione manifestata dal legislatore di evitare “ingerenze” da parte del professionista sulla sfera del consumatore finendo per imporgli delle attività (che potrebbero essere anche dispendiose) alle quali dovrebbe soggiacere, senza, peraltro, ricavarne alcun beneficio.
Sono indicati i contratti che riguardano la fattispecie, ossia “fornitura non richiesta di beni, acqua, gas, elettricità, teleriscaldamento o contenuto digitale o di prestazione non richiesta di servizi”. Si effettua poi un richiamo all’art. 20, co. 5 ed all’art. 26, co. 1, lett. f), cod. cons.
Il primo articolo, nel richiamare, a sua volta gli artt. 23 e 26, laddove è riportato l’elenco delle pratiche commerciali, rispettivamente ingannevoli e aggressive, considerate in ogni caso scorrette, paventa un evidente giudizio su una condotta scorretta qualora si produca, per es., in un sistematico invio di forniture non richieste, ovvero costituisca una politica aziendale “aggressiva”. In questo caso la fornitura non richiesta integra anche gli estremi della pratica commerciale scorretta, con tutte le relative conseguenze. In altre parole la fornitura non richiesta – a nostro avviso – non è di per sé una pratica scorretta ma occorre valutarne la “portata” secondo le indicazioni ermeneutiche previste da questa sub-disciplina.
Si ricorda – come si è detto in precedenza – che una pratica commerciale è scorretta se è contraria alla diligenza professionale, ed è falsa o idonea a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico, in relazione al prodotto, del consumatore medio che essa raggiunge o al quale è diretta o del membro medio di un gruppo qualora la pratica commerciale sia diretta a un determinato gruppo di consumatori. Il richiamo all’art. 20, co. 5 (e non all’art. 20 tout court) induce a ritenere che vada individuato il “tenore” effettivo del comportamento. Si può tuttavia anche sostenere una posizione più drastica, in base alla quale ogni fornitura non richiesta si configura quale pratica scorretta, salvo poi verificare, nel concreto, se sia ingannevole o aggressiva, per l’applicazione delle sanzioni.
Il secondo articolo, appare una risposta proprio su questa questione. Effettua una specificazione del precedente rinvio (laddove l’art. 26 è comunque richiamato), indicando una pratica illecita che è quella di “esigere il pagamento immediato o differito o la restituzione o la custodia di prodotti che il professionista ha fornito, ma che il consumatore non ha richiesto”. Ne dovrebbe conseguire – al di là della valutazione sulla tipologia di pratica commerciale scorretta – che il professionista non deve, a nessun titolo (neppure se l’ha indicato nella fornitura non richiesta) attendersi che il consumatore provveda al pagamento, ovvero alla custodia o restituzione del bene.
Infine, alla mancata risposta del consumatore non può essere attribuito il significato di accettazione della proposta tacitamente formulata dal professionista attraverso l’invio della merce o la messa a disposizione del servizio, essendo a tal fine necessaria un’espressa manifestazione di volontà.
In questa direzione non trova applicazione la previsione contenuta nell’art. 1327 c.c. che, in tema di esecuzione prima della risposta dell’accettante, prevede l’ipotesi in cui, su richiesta del proponente (ovvero per la natura dell’affare, ovvero degli usi), la prestazione debba eseguirsi senza una preventiva risposta positiva, il contratto si intende concluso nel momento e nel luogo in cui l’esecuzione ha avuto inizio (nel caso di specie, per autonoma volontà del professionista). Detta disposizione è funzionale a garantire – secondo il principio di buona fede – chi ha fornito la sua prestazione di ricevere la controprestazione (ossia, di solito, il pagamento).
Nel codice del consumo, al contrario, l’art. 66-quinquies mira ad evitare che la mancata risposta venga, alla fine, qualificata come assenso, secondando una possibile prassi (e, quindi, la possibilità, addirittura, che invalga come uso) di forniture non richieste, in cui il professionista effettui direttamente la sua prestazione.
È opportuno rammentare che la non necessità di rispondere e il valore serbato dal silenzio sono sempre rimesse alla volontà del consumatore a nulla valendo precedenti comportamenti tenuti in pregresse relazioni. È quello che ha stabilito il Tribunale di Genova, allorquando ha disposto, in relazione ad un contratto per servizi telefonici concluso a distanza, il risarcimento di un danno non patrimoniale ad un consumatore che si era visto addebitare costi per servizi mai richiesti (né assentiti). Il gestore del servizio aveva eccepito che la mancata contestazione per un tempo prolungato dei servizi forniti finiva per ingenerare la convinzione che tali servizi fossero graditi e, quindi, implicitamente richiesti (quasi si trattasse di un silenzio “circostanziato”). Non rileva, neppure, che la tariffa attivata fosse molto più conveniente di quella erogata sino ad allora. La lettera con cui si comunichi il cambiamento di tariffa al più può configurarsi quale proposta contrattuale alla quale deve comunque seguire una accettazione nei modi e forme previste.
L’art. 66-quinquies, co. 2, inserisce – senza alcun rispetto della sistematica – una previsione che non ha nulla a che vedere con le forniture non richieste. Si tratta della situazione in cui il professionista intende adempiere eseguendo una fornitura diversa da quella pattuita. Come si intuisce, nella fornitura non richiesta non esiste un rapporto tra le parti mentre, nella situazione appena delineata, il rapporto si è costituito ma con ad oggetto una fornitura diversa da quella che intende fornire il professionista.
Senza il consenso, che il consumatore deve esprimere prima o al momento della conclusione del contratto, il professionista non può sostituire l’originaria fornitura pattuita con altra “anche se di valore e qualità equivalenti o superiori”. La previsione – a parte la complicazione di stabilire il valore e la qualità della fornitura “sostitutiva” (che non può tener conto che di elementi oggettivi e, quindi, elide quelli idiosincratici del consumatore) – mira ad evitare che, dopo tutta una procedimentalizzazione del rapporto (informativa, conferme scritte e, infine, contratto), di cui si dirà nel prosieguo, il professionista possa modificare radicalmente il contenuto del regolamento negoziale. Così facendo, peraltro, si violerebbero i diritti del consumatore che potrebbe non manifestare il suo consenso qualora sapesse (o, meglio, non sapesse) che la fornitura può cambiare con decisione unilaterale dell’altra parte, sulla quale quindi continua a gravare il rischio dell’inadempimento contrattuale per la non disponibilità del bene o del servizio dedotto nel contratto concluso.
PARTE II – Obblighi informativi e recesso
8. Obblighi informativi derivanti dalla normativa in materia di tutela del consumatore
L’art. 48, co. 1, cod. cons. indica un primo quadro delle informazioni dovute al consumatore che sono le seguenti:
“a) le caratteristiche principali dei beni o servizi, nella misura adeguata al supporto e ai beni o servizi;
c) il prezzo totale dei beni o servizi comprensivo delle imposte o, se la natura dei beni o dei servizi comporta l’impossibilità di calcolare ragionevolmente il prezzo in anticipo, le modalità di calcolo del prezzo e, se applicabili, tutte le spese aggiuntive di spedizione, consegna o postali oppure, qualora tali spese non possano ragionevolmente essere calcolate in anticipo, l’indicazione che tali spese potranno essere addebitate al consumatore;
e) oltre a un richiamo dell’esistenza della garanzia legale di conformità per i beni, l’esistenza e le condizioni del servizio postvendita e delle garanzie commerciali, se applicabili;
h) qualsiasi interoperabilità pertinente del contenuto digitale con l’hardware e il software, di cui il professionista sia a conoscenza o di cui ci si può ragionevolmente attendere che sia venuto a conoscenza, se applicabili”.
Le suddette informazioni devono essere fornite prima che il consumatore sia vincolato da un contratto diverso da un contratto a distanza o negoziato fuori dei locali commerciali, o da una corrispondente offerta. Il professionista deve fornire al consumatore una serie di informazioni in modo chiaro e comprensibile, qualora esse non siano già evidenti dal contesto.
Quanto ai requisiti formali, le suddette informazioni precontrattuali sono fornite al consumatore su supporto cartaceo o altro mezzo durevole (con l’assenso del consumatore).
Dal punto di vista “redazionale” le informazioni devono essere “leggibili” e “presentate in un linguaggio semplice e comprensibile”.
Dopo la conclusione il professionista deve consegnare al consumatore una copia del contratto firmato.
È in ogni caso fatta salva la possibilità di prevedere o mantenere obblighi aggiuntivi di informazione precontrattuale per i contratti ai quali si applica la norma in esame.
9. Segue: gli obblighi di informazione precontrattuale nei contratti a distanza e nei contratti fuori dei locali commerciali
L’art. 49 cod. cons. prevede le informazioni precontrattuali delle quali il consumatore ha diritto (e, quindi, il professionista ha l’obbligo di fornire) con riferimento ai contratti a distanza ed a quelli negoziati fuori dei locali commerciali.
d) se diverso dall’indirizzo fornito in conformità della lett. c), l’indirizzo geografico della sede del professionista a cui il consumatore può indirizzare eventuali reclami e, se applicabile, quello del professionista per conto del quale agisce;
h) in caso di sussistenza di un diritto di recesso, le condizioni, i termini e le procedure per esercitare tale diritto conformemente all’art. 54, co. 1, nonché il modulo tipo di recesso di cui all’allegato I, parte B;
l) che, se il consumatore esercita il diritto di recesso dopo aver presentato una richiesta ai sensi dell’art. 50, co. 3, o dell’art. 51, co. 8, egli è responsabile del pagamento al professionista di costi ragionevoli, ai sensi dell’art. 57, co. 3;
m) se non è previsto un diritto di recesso ai sensi dell’art. 59, l’informazione che il consumatore non beneficerà di un diritto di recesso o, se del caso, le circostanze in cui il consumatore perde il diritto di recesso;
p) l’esistenza di codici di condotta pertinenti, come definiti all’art. 18, co. 1, lett. f), e come possa esserne ottenuta copia, se del caso;
v) se applicabile, la possibilità di servirsi di un meccanismo extra-giudiziale di reclamo e ricorso cui il professionista è soggetto e le condizioni per avervi accesso”.
Come si vede, sono state molto rafforzate le previsioni, con una attenzione particolare dedicata al mondo dell’informatica e della telematica, come il riferimento ad informazioni di natura squisitamente tecnica nell’ipotesi di acquisti di prodotti digitali, quali termini di compatibilità hardware e software e applicazione di eventuali sistemi tecnici di protezione (art. 49, co. 1, lett. t) e u)).
Le suddette informazioni sono fornite al consumatore – in “maniera chiara e comprensibile” – prima che questi sia vincolato dal contratto o da una corrispondente offerta. Una volta fornite, dette informazioni entrano a far parte integrante del contratto (concluso) e non possono essere modificate se non con l’accordo espresso delle parti (art. 49, co. 5).
Qualora le informazioni attengano al diritto di recesso (modalità, termini, procedure e costi), l’utilizzo del modulo “standard” di recesso allegato al codice del consumo (All. I, parte B), sostituisce efficacemente ogni altro tipo di comunicazione solo se il professionista ha debitamente compilato i relativi “campi”.
Se il professionista non adempie agli obblighi di informazione sulle spese aggiuntive o gli altri costi di cui al co. 1, lett. e), o sui costi della restituzione dei beni di cui al co. 1, lett. i), il consumatore non deve sostenere tali spese o costi aggiuntivi.
Nel caso di utilizzazione di tecniche che consentono una comunicazione individuale “le informazioni di cui al comma 1 sono fornite, ove il consumatore lo richieda, in lingua italiana” (art. 49, co. 7). Per il commercio elettronico questa previsione è già operante (e, comunque, lo dice anche l’art. 9 cod. cons.).
Infine, si stabilisce un onere della prova a carico del professionista al quale spetta, in caso di controversia, provare di aver fornito le informazioni previste dall’art. 49.
10. Segue: questioni di forma delle informazioni nei contratti a distanza
Per quanto attiene alla forma nei contratti a distanza, l’art. 51, co. 1, cod. cons., prevede che “il professionista fornisce o mette a disposizione del consumatore le informazioni di cui all’articolo 49, comma 1, in modo appropriato al mezzo di comunicazione a distanza impiegato in un linguaggio semplice e comprensibile. Nella misura in cui dette informazioni sono presentate su un supporto durevole, esse devono essere leggibili”.
Le maggiori implicazioni (ed i limiti anche tecnici) sull’impiego di mezzi di comunicazione a distanza sono evidenti. Nei contratti a distanza il professionista “fornisce o mette a disposizione” le informazioni in modo “appropriato” rispetto al mezzo utilizzato. In altre e più semplici parole, il ‘rinvio’ per la fornitura di dette informazioni (si pensi ad una pagina web), ovvero l’invio (per es. per posta elettronica), se semplificano la vita del professionista, devono comunque essere pienamente rispettose delle esigenze di trasparenza e di “accessibilità” da parte del consumatore, visto che diventano parte integrante del contratto negoziato (e poi concluso).
Se si utilizza un supporto durevole, le informazioni, compatibilmente con i limiti del supporto, devono risultare leggibili.
L’art. 51, co. 2, inizia un percorso sul tema del “point and click”, ossia sulla prassi di sostituire una dichiarazione espressa di consenso con la digitazione di un “tasto virtuale”, con scritto, per es., “accetto”, senza che spesso si capisca se l’“accetto” digitato sia riferito alle informazioni fornite o ad altro genere di indicazioni. Il comma in parola, prevede che se un contratto deve essere concluso per via elettronica e ciò comporti l’obbligo per il consumatore di corrispondere un prezzo per il bene o il servizio (più spesso il secondo), il professionista è tenuto a comunicare, in modo chiaro ed evidente e “direttamente prima” che sia inoltrato l’ordine, le informazioni di cui all’art. 49, co. 1, lett. a), e), q) ed r).
Al momento di inoltrare l’ordine il professionista deve garantire che il consumatore abbia almeno ben chiaro che l’atto che sta compiendo, a tacere del resto, implica una obbligazione di pagamento. “Se l’inoltro dell’ordine implica di azionare un pulsante o una funzione analoga, il pulsante o la funzione analoga riportano in modo facilmente leggibile soltanto le parole “ordine con obbligo di pagare” o una formulazione corrispondente inequivocabile indicante che l’inoltro dell’ordine implica l’obbligo di pagare il professionista”.
Qualora il professionista si comporti disattendendo queste prescrizioni, il consumatore non è vincolato dal contratto o dall’ordine. Ha quindi diritto – se ha pagato – alla restituzione di quanto versato, e può agire per il risarcimento del danno.
Con esplicito riferimento al commercio elettronico, l’art. 51, co. 3, stabilisce che i siti web destinati al commercio elettronico “indicano in modo chiaro e leggibile, al più tardi all’inizio del processo di ordinazione, se si applicano restrizioni relative alla consegna e quali mezzi di pagamento sono accettati”.
Per il resto non vengono innovate le disposizioni relative alla conclusione dei contratti (e l’inoltro degli ordini), di cui all’art. 12 (commi 2, 3) e 13 del D.Lgs. n. 70/2003 (art. 51, co. 9).
Qualora la dinamica della negoziazione preveda uno “spazio o un tempo limitato” per visualizzare le informazioni, il professionista deve “adattare” a detto ambiente i suoi obblighi e rendere visibili, prima della conclusione del contratto, almeno “le informazioni precontrattuali riguardanti le caratteristiche principali dei beni o servizi, l’identità del professionista, il prezzo totale, il diritto di recesso, la durata del contratto e, nel caso di contratti a tempo indeterminato, le condizioni di risoluzione del contratto, conformemente all’articolo 49, comma 1, lettere a), b), e), h) e q)” (art. 51, co. 4).
Se il contratto deve essere concluso per telefono, il professionista è comunque tenuto a confermare l’offerta al consumatore, sia in forma telematiche che su altro supporto durevole (se il consumatore esprime formalmente il suo assenso). Trattandosi di contratti a distanza è in ogni caso previsto che il consumatore “firmi” l’offerta accettandola in forma scritta, requisito assolto con l’impiego della firma elettronica apposta su documento informatico.
La “conferma” dell’avvenuto contratto – prevede l’art. 51, co. 7 – è fornita dal professionista “entro un termine ragionevole” e, comunque, al più tardi “momento della consegna dei beni oppure prima che l’esecuzione del servizio abbia inizio”.
La conferma deve comprendere:
a) tutte le informazioni di cui all’art. 49, co. 1, a meno che il professionista non abbia già fornito l’informazione al consumatore su un supporto durevole prima della conclusione del contratto a distanza; e
b) se del caso, la conferma del previo consenso espresso e dell’accettazione del consumatore conformemente all’art. 59, lett. o) che, si ricorda, prevede il caso in cui il consumatore è consapevole di rinunciare al diritto di recesso quando vuole l’immediata esecuzione della fornitura di contenuto digitale mediante un supporto non materiale.
11. Il recesso
L’art. 52 cod. cons. stabilisce che il consumatore ha a disposizione 14 giorni per recedere da un contratto a distanza o negoziato fuori dei locali commerciali “senza dover fornire alcuna motivazione” e senza, normalmente, dover sostenere dei costi per l’esercizio del diritto.
Questo diritto, peraltro, non è assoluto, considerato che l’art. 59 – enumera una serie molto ampia di ipotesi in cui tale diritto è escluso, peraltro senza – apparentemente – la possibilità da parte del professionista di “concedere” tale diritto volontariamente. A questo fine soccorre la previsione di cui all’art. 46, co. 3, che consente, in via generale, e, quindi, per ogni questione, di poter ampliare (contrattualmente) la portata dei diritti attribuiti al consumatore.
Anche con riferimento ai costi, il diritto di ripensamento può prevedere che il consumatore debba sostenere il costo diretto della restituzione dei beni fatto salvo quando il professionista abbia concordato che detto costo sia a suo carico, ovvero abbia omesso di informare il consumatore che è tenuto, in caso di esercizio del diritto di recesso, a sostenere il costo “diretto” della restituzione (cfr. l’art. 57)[32].
I 14 giorni previsti a vantaggio del consumatore iniziano la loro decorrenza in momenti diversi a seconda di quando il consumatore è posto nella disponibilità “effettiva” dell’oggetto del contratto quando si tratta di beni.
- Nel caso di contratti di vendita, il termine decorre dal giorno in cui il consumatore acquisisce il possesso fisico del bene. Qualora il destinatario del bene sia un terzo designato dal consumatore, si fa riferimento al momento in cui questi acquisisce detto possesso. La consegna al vettore – se operata, come da prassi, dal professionista – non vale come consegna al consumatore (o al terzo) a meno che il vettore non sia un mandatario del consumatore stesso. In questo caso, l’avvenuta consegna al vettore è come se fosse effettuata “direttamente” nelle mani del consumatore. La disposizione sembra escludere sempre il vettore come soggetto “titolato” a ricevere la consegna ma questo non può escludere un rapporto diretto tra consumatore e (il suo) vettore.
- Qualora il contratto riguardi la somministrazione di beni durante un certo periodo di tempo, attuata tramite la consegna periodica di detti beni, il termine per il recesso decorre dal giorno in cui il consumatore acquisisce il possesso fisico del primo bene. Tale soluzione appare scontata, posto che si tratta della consegna, in successione, di una serie di beni (che si suppone identici), per cui il consumatore deve “contestare” la fornitura dopo aver valutato il primo bene ricevuto.
- Quando si tratta, invece di servizi, nella difficoltà di segnare il momento esatto in cui il consumatore vi “accede” e, quindi non lasciare il professionista in una sostanziale incertezza, la decorrenza è fissata dal giorno della conclusione del contratto. Lo stesso vale per la fornitura di acqua, gas, elettricità (non messi in vendita in volume o quantità determinata), per il teleriscaldamento e, infine, per i contenuti digitali fruiti direttamente on line (o, come indica la disposizione, “non fornito su supporto materiale”).
In pendenza del termine per il recesso, il contratto tra le parti non è “paralizzato” e le parti possono adempiere ai rispettivi obblighi, fatto salvo il caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali, rispetto ai quali il professionista non può accettare, a titolo di corrispettivo, effetti cambiari che abbiano una scadenza inferiore a 15 giorni (dalla conclusione del contratto se riguarda servizi, ovvero dal giorno di acquisizione del possesso fisico se riguarda beni) né può presentarli all’incasso prima che sia decorso il tempo previsto per la decisione del recesso.
L’art. 53, co. 1, prevede una “sanzione” qualora il professionista abbia omesso, secondo gli obblighi fissati all’art. 49, co. 1, lett. h), di indicare le informazioni sul diritto di recesso. In questo caso il termine di 14 giorni che il consumatore avrebbe avuto viene ulteriormente elevato con 12 mesi aggiuntivi. Se entro il termine di 12 mesi dalla data in cui sarebbe decorso il diritto di recesso (di cui il consumatore non è stato informato), il professionista fornisce al consumatore le informazioni dovute, dal giorno dopo di quello di detta comunicazione decorrono 14 giorni.
12. Segue: modalità per l’esercizio del diritto di recesso e suoi effetti
L’esercizio del diritto di recesso, di cui all’art. 54 cod. cons., è una dichiarazione – resa prima della scadenza del termine previsto (ordinario o “prorogato” dall’assenza di informazione) – attraverso la quale il consumatore informa il professionista della sua decisione di recedere dal contratto concluso.
L’intento è quello di sottolineare la conseguenza derivante dalla manifestazione di “pentimento” da parte del consumatore e cioè la sua “liberazione” da ogni e qualsivoglia vincolo giuridico.
Tale dichiarazione è resa secondo le seguenti modalità alternative:
- impiegando il modello-tipo di recesso contenuto nell’Allegato I, parte B al Codice del consumo, oppure
- utilizzando una comunicazione in forma libera a condizione che contenga una dichiarazione esplicita della volontà di recedere dal contratto (e ovviamente tutti i necessari elementi: destinatario, elementi di identificazione del contratto, etc.).
Per poter facilitare l’esercizio del diritto di recesso, il professionista può rendere disponibile sul suo sito web (o altro a condizione che sia a lui collegato) il citato modello-tipo, ovvero un “form” analogo attraverso la compilazione dei quali il consumatore può trasmettere per via elettronica la sua decisione di recedere. In questi casi il professionista “comunica senza indugio al consumatore una conferma di ricevimento, su un supporto durevole, del recesso esercitato” (art. 54, co. 3). Con tutta evidenza, questa possibilità è stata introdotta per favorire – a livello europeo – l’utilizzo del commercio elettronico, con la potenziale standardizzazione del modello-tipo.
La dichiarazione che riguarda l’esercizio del diritto di recesso deve chiaramente risultare riconducibile al titolare del diritto ma non appare necessaria la sottoscrizione della comunicazione di recesso da parte di chi abbia “stipulato il contratto” (e non altri) come prevedeva la previgente disciplina.
Peraltro cospicua giurisprudenza ha riconosciuto efficace la comunicazione del recesso contenuta in un telegramma dettato telefonicamente da un soggetto che, in qualità di intestatario del telefono, era diverso dall’autore del contratto. Tuttavia, a parziale smentita, va detto che il Modello-tipo prevede che debba essere sottoscritto dal consumatore ma solo se viene “notificato” (l’atipica espressione è utilizzata nelle “Istruzioni” alla compilazione del Modello) dal professionista in forma cartacea.
Mentre per l’assolvimento degli obblighi informativi, la prova grava sul professionista, per quanto riguarda il diritto di recesso l’onere della prova di averlo esercitato in conformità dell’art. 54 è posto a carico del consumatore.
Quanto agli effetti dell’esercizio del diritto di recesso, l’art. 55 cod. cons. stabilisce che con tale esercizio si pone termine agli obblighi delle parti. Gli obblighi sono a) quelli derivanti dal contratto concluso, ossia l’esecuzione del contratto negoziato fuori dai locali commerciali o a distanza e b) quelli di concludere detti contratti quando si tratti di una offerta presentata al consumatore.
Gli effetti del recesso concernono anche le “ricadute” sui contratti accessori. Ad eccezione dei contratti di credito al consumo, quando un consumatore esercita il diritto di recesso “sono risolti di diritto” gli eventuali contratti accessori, senza che questo comporti costi, tranne quelli relativi alla restituzione dei beni (o la scelta di un mezzo di riconsegna più oneroso di quello posto a disposizione da parte del professionista).
13. Segue: obblighi delle parti conseguenti l’esercizio del diritto di recesso
Le conseguenze dell’esercizio del diritto di recesso sono ripartite tra i protagonisti della vicenda negoziale e si configurano più che come “ulteriori obbligazioni delle parti” quali effetti “ordinari” della conclusione (o del mancato inizio) del rapporto tra le parti, cioè del “ripristino” della precedente situazione tra le stesse in conseguenza dell’efficacia retroattiva (o interruttiva) cagionata dal recesso.
Con riferimento alla posizione del professionista, il principale obbligo che lo riguarda concerne la restituzione delle somme ricevute dal consumatore, comprese – se erano previste – le spese di consegna. Nella previgente disciplina era indicato un termine per la restituzione di 30 giorni. Le nuove regole prevedono, più drasticamente, che questa debba avvenire “senza indebito ritardo” e, comunque, entro 14 giorni decorrenti dal giorno in cui il professionista è informato del recesso del consumatore.
La nuova formulazione impone, quindi, una celerità del rimborso: il termine di 14 giorni è solo indicativo ma non vuol dire che non si possa verificare se il professionista avrebbe potuto rimborsare più celermente.
Il rimborso è eseguito con “lo stesso mezzo di pagamento usato dal consumatore per la transazione iniziale, salvo che il consumatore abbia espressamente convenuto altrimenti e a condizione che questi non debba sostenere alcun costo in conseguenza del rimborso”. Se il pagamento era stato eseguito dal consumatore con effetti cambiari ove questi non fossero stati portati all’incasso, il professionista ha l’obbligo di restituirli.
L’art. 56, co. 3, prevede una disposizione particolare che cautela il professionista dalla situazione in cui il consumatore potrebbe ottenere il rimborso trattenendo presso di sé i beni. In questa situazione il professionista “può trattenere il rimborso finché non abbia ricevuto i beni oppure finché il consumatore non abbia dimostrato di aver rispedito i beni, a seconda di quale situazione si verifichi per prima”.
Con riguardo agli obblighi del consumatore, questi è anzitutto tenuto alla restituzione dei beni. Si consideri il diverso regime degli effetti del recesso a seconda che si receda da un contratto relativo a beni o a servizi. Difatti, l’obbligo restitutorio sorge solo come conseguenza dello scioglimento di un contratto “riguardante la vendita di beni”, mentre nel caso di prestazione di servizi nessuna obbligazione si pone in capo al consumatore anche quando vi sia stata già fruizione dello stesso.
La restituzione deve avvenire, senza indebito ritardo e, in ogni caso, entro 14 giorni dalla data della comunicazione al professionista del recesso. Prima della scadenza, il consumatore può procedere direttamente alla restituzione. Questa deve avvenire nei confronti del professionista (nella sede o luogo indicato nell’informazione fornita) ovvero presso un terzo autorizzato dal professionista alla ricezione dei beni.
È prevista anche l’ipotesi in cui della restituzione si faccia carico direttamente il professionista ritirando i beni presso il consumatore e ciò è la regola “ordinaria” qualora si tratti “di contratti negoziati fuori dei locali commerciali in cui i beni sono stati consegnati al domicilio del consumatore al momento della conclusione del contratto”. In queste ipotesi, “il professionista ritira i beni a sue spese qualora i beni, per loro natura, non possano essere normalmente restituiti a mezzo posta”.
Il comportamento del consumatore rispetto all’adempimento dell’obbligo di restituire la merce appare pacificamente regolato dai principi della responsabilità contrattuale per violazione degli obblighi di custodia, secondo la normale diligenza. Tuttavia, il nuovo disposto dell’art. 57 non prevede più la “sostanziale integrità del bene da restituire”, quale condizione per l’esercizio del diritto di recesso, e quindi consente al consumatore anche di adoperare il bene o custodirlo senza essere particolarmente accorto. Egli, infatti, non incorre in alcuna responsabilità, esclusa quella inerente la “diminuzione del valore dei beni risultante da una manipolazione dei beni diversa da quella necessaria per stabilire la natura, le caratteristiche e il funzionamento dei beni”. Non risponde di tale diminuzione di valore qualora il professionista abbia omesso di informare il consumatore del suo diritto di recesso a norma dell’art. 49, co. 1, lett. h). La accertata diminuzione di valore incide sull’entità del rimborso e, qualora questo sia insufficiente, non par dubbio che il consumatore debba corrispondere una indennità al professionista, quale conseguenza di un atto lecito.
L’art. 57, co. 3, stabilisce che se il consumatore chiede espressamente al professionista di eseguire la sua prestazione di servizi [ovvero la fornitura di acqua, gas o elettricità (quando non sono messi in vendita in un volume limitato o in quantità determinata), o di teleriscaldamento], prima che sia trascorso il periodo di recesso e, poi, comunichi la volontà di esercitarlo, è tenuto a versare al professionista un importo proporzionale a quanto è stato fornito fino al momento in cui il consumatore ha informato il professionista dell’esercizio del diritto di recesso, rispetto a tutte le prestazioni previste dal contratto. L’importo proporzionale che il consumatore deve pagare al professionista è calcolato sulla base del prezzo totale concordato nel contratto. Se detto prezzo totale è eccessivo, l’importo proporzionale è calcolato sulla base del valore di mercato di quanto è stato fornito.
14. Contratti ai quali non si applica il diritto di recesso
Apparentemente basta una lettura dell’art. 59 cod. cons. (recante “Eccezioni al diritto di recesso”) per trovare l’elenco delle situazioni per le quali non è previsto il diritto di recesso. Secondo tale articolo, il diritto di recesso, per i contratti a distanza e fuori dai locali commerciali, è escluso:
“a) i contratti di servizi dopo la completa prestazione del servizio se l’esecuzione è iniziata con l’accordo espresso del consumatore e con l’accettazione della perdita del diritto di recesso a seguito della piena esecuzione del contratto da parte del professionista;
o) la fornitura di contenuto digitale mediante un supporto non materiale se l’esecuzione è iniziata con l’accordo espresso del consumatore e con la sua accettazione del fatto che in tal caso avrebbe perso il diritto di recesso”.
Questo lungo elenco deve essere completato con tutto il novero di contratti – di cui all’art. 47, co. 1 – che sono totalmente esclusi dall’applica­zione delle disposizioni sul diritto dei consumatori contenute nel Capo I, sezz. I-IV cod. cons.
Per quel che qui interessa, si ricorda che il recesso non si applica neppure ai contratti negoziati fuori dei locali commerciali (ma vale anche per quelli a distanza) in base ai quali il consumatore deve pagare una somma non superiore a 50 euro, importo reputato modesto e tale da costituire un “rischio” sostenibile da parte del consumatore. Diverso vale per la vendita a distanza, laddove un insieme molto ampio di “micropagamenti” (singolarmente irrisori) a carico di una moltitudine potenziale di consumatori, può determinare un rischio di ben altra natura. Per evitare ogni volontà elusiva da parte del professionista, quando l’entità dei pagamenti del consumatore viene “costruita” frammentandola in cifre inferiori ai 50 euro con contratti stipulati contestualmente, al fine di prevedere pagamenti superiori a tale cifra, tornano ad applicarsi le disposizioni di cui alle sezioni I-IV (ossia: obbligo informativo, recesso, etc.).
L’esclusione del diritto di recesso – ad onta di una prospettata maggiore tutela a livello europeo – è esclusa per fattispecie che, in precedenza, non erano contemplate. Si pensi alle forniture di beni sigillati che non si prestino a essere sostituiti per motivi igienici o connessi con la tutela della salute e che siano stati aperti dopo la consegna (lett. e); le forniture di beni che dopo la consegna risultino per loro natura inscindibilmente mescolati con altri beni (lett. f); le forniture di bevande alcoliche da consegnare non prima di 30 giorni dalla stipula il cui prezzo dipenda da fluttuazioni sul mercato finanziario che il professionista non può controllare (lett. g); i contratti stipulati in occasione di aste pubbliche (lett. m); le forniture di servizi di noleggio di autovetture (lett. n).
Caso a sé le forniture di “contenuto digitale” su supporto non materiale ove l’interesse a ricevere subito l’esecuzione (iniziata con l’accordo espresso del consumatore) comporti un “prezzo” ulteriore da corrispondere: la sua accettazione espressa della conseguente perdita del diritto di recesso (lett. o).
Le altre ipotesi erano già note sotto il vecchio dettato normativo, ma si faceva salva la possibilità di accordo diverso tra le parti, situazione – come sopra detto – probabilmente recuperabile con una dose di coraggio da parte del professionista che voglia usare la “concessione” del recesso dove non è dovuta come strumento di marketing e di qualità del suo operato.
15. Il commercio elettronico nel codice del consumo
Il Codice del consumo, con riferimento al commercio elettronico, effettua – all’art. 68 – un rinvio al D.Lgs. n. 70/2003: “Alle offerte di servizi della società dell’informazione, effettuate ai consumatori per via elettronica, si applicano, per gli aspetti non disciplinati dal presente codice, le disposizioni di cui al decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, recante attuazione della direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno”.
Si crea quindi un legame di complementarietà con il Codice del consumo per andare incontro ad esigenze proprie di una nuova figura: quella del “consumatore standard di internet”.
Il contratto a distanza è “qualsiasi contratto concluso tra il professionista e il consumatore nel quadro di un regime organizzato di vendita o di prestazione di servizi a distanza senza la presenza fisica e simultanea del professionista e del consumatore, mediante l’uso esclusivo di uno o più mezzi di comunicazione a distanza fino alla conclusione del contratto, compresa la conclusione del contratto stesso” (art. 45, co. 1, lett. g), cod. cons.). La vendita o la prestazione di servizi può riguardare anche “contenuti digitali”, ossia “dati prodotti e forniti in formato digitale” (art. 45, co. 1, lett. m)).
Le nuove disposizioni consumeristiche (al di là delle molteplici eccezioni) si applicano, a qualsiasi contratto concluso tra un professionista e un consumatore e, qualora, vi sia un conflitto tra le disposizioni del codice del consumo con altre (di derivazione comunitaria) che disciplinano settori specifici, quest’ultime e le relative norme nazionali di recepimento prevalgono e si applicano a tali settori specifici. Questo non può dirsi per il commercio elettronico perché, nonostante il rinvio dell’art. 68, non si ravvisa una “specialità” nelle questioni che attengono alle regole “base” di tutela contrattuale dei consumatori.
Per quanto riguarda, infatti, gli obblighi informativi – ampiamente previsti all’art. 49 del Codice del consumo – si stabilisce che questi si aggiungono a quelli del D.Lgs. n. 70/2003 (co. 8) e, con specifico riferimento al “contenuto e le modalità di rilascio delle informazioni” prevalgono quelle del codice del consumo (co. 9).
Sui requisiti formali valgono inoltre le indicazioni contenute nell’art. 51 che fa espressamente riferimento alle dinamiche della contrattazione attraverso Internet:
- i siti di commercio elettronico devono indicare in modo chiaro e leggibile, al più tardi all’inizio del processo di ordinazione, se si applicano restrizioni relative alla consegna e quali mezzi di pagamento sono accettati (co. 3);
- se il contratto è concluso mediante un mezzo di comunicazione a distanza che consente uno spazio o un tempo limitato per visualizzare le informazioni, il professionista fornisce, su quel mezzo in particolare e prima della conclusione del contratto, almeno le informazioni precontrattuali riguardanti le caratteristiche principali dei beni o servizi, l’identità del professionista, il prezzo totale, il diritto di recesso, la durata del contratto e, nel caso di contratti a tempo indeterminato, le condizioni di risoluzione del contratto, conformemente all’art. 49, co. 1, lett. a), b), e), h) e q). Le altre informazioni di cui all’art. 49, co. 1, sono fornite dal professionista in un modo appropriato conformemente al co. 1 del presente articolo (co. 4).
Restano comunque valide “le disposizioni relative alla conclusione di contratti elettronici e all’inoltro di ordini per via elettronica conformemente agli articoli 12, commi 2 e 3, e 13 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, e successive modificazioni”[37].
Infine, per la contrattazione via web (o comunque elettronica) valgono le disposizioni in tema di recesso che sono state descritte in precedenza.
PARTE III – Gli altri diritti e le garanzie
16. Gli “altri diritti dei consumatori
Per una maggiore tutela dei consumatori, la dir. n. 2011/83/UE interviene anche su aspetti, per così dire, “collaterali” ma meritevoli di attenzione poiché determinano (o possono determinare) un vivace contenzioso.
Gli artt. 60-65 introdotti nel Codice del consumo dal D.Lgs. n. 21/2014 fanno riferimento ad “altri diritti del consumatore”, ossia quelli relativi alla consegna dei beni, al passaggio del rischio di perdita o danneggiamento degli stessi, agli strumenti di pagamento e ai pagamenti supplementari. Elementi di novità che si vanno ad aggiungere alle disposizioni contenute negli artt. 128-135 cod. cons. sulle garanzie nella vendita di beni di consumo.
Prima di iniziare la breve disamina delle indicate previsioni va opportunamente premesso che, ai sensi dell’art. 60, le disposizioni in tema di consegna (art. 61) e di passaggio del rischio (art. 63) si applicano a tutti i contratti di vendita e, quindi, non si applicano ai contratti di servizio. Non trovano applicazione neppure “ai contratti per la fornitura di acqua, gas o elettricità, quando non sono messi in vendita in un volume limitato o in quantità determinata, di teleriscaldamento o di contenuto digitale non fornito su un supporto materiale”.
17. Segue: a) la consegna dei beni
L’art. 61 cod. cons., rubricato “consegna” non regolamenta solo il termine di consegna ma anche le conseguenze circa questo inadempimento da parte del professionista.
Sulla base della suddetta disposizione, il professionista è obbligato – salva diversa pattuizione – a consegnare i beni al consumatore senza ritardo ingiustificato e al più tardi entro trenta giorni dalla data di conclusione del contratto. Questa “diversa pattuizione” tra le parti (specie se “imposta” dal professionista) dovrebbe essere soggetta al vaglio quale clausola potenzialmente vessatoria.
L’obbligazione è adempiuta “mediante il trasferimento della disponibilità materiale o comunque del controllo dei beni al consumatore”.
Il termine non è evidentemente inteso come “essenziale” posto, come si dirà, la possibilità, per il consumatore, di attribuire un margine di tempo “supplementare” che va, invece, date le conseguenze, reputato essenziale.
In caso di inadempimento entro i termini indicati, il consumatore invita il professionista ad effettuare la consegna entro un termine supplementare appropriato alle circostanze. Si tratta, con tutta evidenza, di un meccanismo analogo alla diffida ad adempiere di cui all’art. 1454 c.c. anche se non è indicato come si possa valutare la correttezza della quantificazione del termine supplementare rispetto al principio di conservazione del contratto. Se questo termine decorre senza la consegna, il consumatore può risolvere il contratto, fermo restando il diritto al risarcimento dei danni.
Il termine supplementare non è dovuto nei seguenti casi:
a) il professionista si è espressamente rifiutato di consegnare i beni, con ciò entrando direttamente nell’area tematica dell’inadem­pimento contrattuale;
b) il termine per la consegna del bene deve considerarsi essenziale, tenuto conto di tutte le circostanze che hanno accompagnato la conclusione del contratto. In questa situazione l’essenzialità del termine, benché non direttamente esplicitata nel contratto, appare evidente dalle trattative tra le parti o, comunque, da quanto il professionista è in grado di percepire rispetto alle esigenze del consumatore. La disposizione parla di “circostanze” che hanno “accompagnato la conclusione del contratto” si fa, cioè, riferimento a situazioni precedenti o, al limite, verificatesi al momento della conclusione del contratto, in analogia con le presupposizioni che si configurano quali condizioni non “dichiarate” ma che condizionano il raggiungimento dell’effetto utile da parte del consumatore. Per ridurre gli oneri di conoscenza del professionista, le situazioni emerse dopo la conclusione del contratto (e delle quali non era possibile probabilmente stimare l’incidenza sull’equilibrio, anche economico, del rapporto), non rilevano. Le situazioni da prendere in considerazione (quelle indicate come “circostanze”) pare che abbiano natura oggettiva;
c) se il consumatore ha informato il professionista, prima della conclusione del contratto, che la consegna entro o ad una data determinata è essenziale. In questa ipotesi, viene invece dato il giusto rilievo ad una scelta soggettiva del consumatore di considerare il termine “essenziale” anche senza bisogno di indicarne la ragione (seppur questo comportamento, secondo il principio di buona fede, potrebbe rendere più agevole la prestazione del professionista); l’unica condizione è che informi il professionista prima della conclusione del contratto.
Il decorso del termine con la mancata consegna provoca, quale conseguenza, la risoluzione di diritto del contratto con il diritto del consumatore ad ottenere dal professionista il rimborso, senza indebito ritardo, di tutte le somme versate in esecuzione del contratto, nonché il risarcimento del danno. L’art. 61 si chiude con il rinvio, a vantaggio del consumatore, delle regole ed i diritti stabiliti dal codice civile sulla risoluzione del contratto (artt. 1453-1469) che fanno riferimento anche ad altre “vicende” circa l’adempimento, ossia l’impossibilità sopravvenuta e l’eccessiva onerosità.
Le disposizioni appena descritte si presentano di particolare rilevanza poiché, in precedenza, uno degli aspetti più nevralgici della vendita (specie se a distanza) era regolata unicamente dalle disposizioni presenti nel codice civile che non ‘distinguono’ i contraenti sulla base di uno status. La nuova disposizione, dunque, sostituisce quelle previste nel codice civile quando vi sia una consegna che faccia riferimento ad un contratto tra un professionista ed un consumatore. Nulla è però mutato rispetto al “luogo” ed alle “modalità” della consegna che restano ascritte alle regole di cui agli artt. 1476 ss. c.c.
Il termine di consegna è definito dapprima in modo indiretto, ossia “senza giustificato ritardo” e, solo dopo che le parti abbiano o meno regolato tale elemento, entro trenta giorni, limite non superabile senza conseguenze.
La consegna si realizza con il trasferimento della “disponibilità materiale” o comunque del “controllo dei beni” al consumatore. Si tratta, in altre parole, quantomeno del trasferimento del possesso o “controllo dei beni”, intendendosi per tale – secondo il Considerando n. 51 della direttiva – la situazione in cui il consumatore o un terzo da questi designato “ha accesso ai beni per utilizzarli come proprietario, ovvero ha la possibilità di rivenderli (ad esempio, quando ha ricevuto le chiavi o ha preso possesso dei documenti di proprietà)”. La previsione non è molto dissimile dagli “effetti” dell’art. 1477 c.c.
Di maggiore interesse è la possibilità, in caso di non rispetto del termine di consegna, di una “intimazione” (diplomaticamente indicata come “invito”) da parte del consumatore con la fissazione di un “termine supplementare appropriato alle circostanze”. Non è chiaro come si possa definire “appropriato” un termine, se non con riferimento alla tipologia di bene ed all’interesse personale del consumatore rispetto al medesimo. Con molta probabilità, detto termine sarà frutto di una “negoziazione” tra le parti entrambe interessate alla “conservazione” del contratto, del quale non sono state in grado (il professionista) di definire i termini, ovvero di rinunciare al bene (il consumatore).
Il consumatore non ha peraltro un obbligo generalizzato di concedere un termine supplementare che sussisterà solo qualora questa “dilazione” sia appropriata “alle circostanze”; circostanze collegate ad una situazione (per es. un bene chiaramente personalizzato) che rende equo un termine supplementare di durata ragionevole.
Le situazioni in cui il termine supplementare non è dovuto – art. 61, co. 4 – non fanno che confermare un dato: l’essenzialità del termine non consente dilazioni, altrimenti non è essenziale ma ordinatorio. Quando poi il professionista dichiari espressamente che non intende consegnare il bene, il palesato inadempimento rende del tutto inutile la concessione di un ulteriore termine (peraltro, a fronte della condotta del professionista, del tutto immotivato).
Per quanto riguarda le conseguenze della mancata consegna, occorre rilevare come si distinguano due ipotesi:
a) quando il professionista non consegni il bene nel termine deciso dalle parti, di legge o supplementare, il consumatore ha diritto alla risoluzione del contratto, ossia a chiederlo secondo quanto disposto dall’art. 1455 c.c.;
b) quando il professionista inadempiente non ha diritto al termine supplementare, il contratto è risolto immediatamente, posta la gravità dell’inadempimento rispetto al rifiuto di consegnare, ovvero al decorso di un termine essenziale.
Vale la pena di aggiungere che, rispetto alla previgente previsione di cui all’art. 54, co. 2, cod. cons., l’art. 61 non prevede che il professionista – con il consenso espresso del consumatore – possa adempiere con una fornitura diversa da quella pattuita in caso di indisponibilità temporanea del bene o del servizio garantendo comunque il conseguimento di un certo livello di soddisfazione, in luogo di essere ‘costretto’ alla risoluzione.
18. Segue: b) il passaggio del rischio sui beni
Nel caso di contratti conclusi a distanza o fuori dai locali commerciali il legislatore ha tuttavia voluto predisporre maggiori tutele per i consumatori. Per questo tipo di contratti infatti è previsto che i rischi si trasferiscano in capo all’acquirente solo nel momento in cui egli entra materialmente in possesso del bene acquistato o, in altre parole, con la consegna.
19. Segue: c) le tariffe per l’utilizzo di mezzi di pagamento
L’art. 62 cod. cons. riguarda le tariffe per l’utilizzo di mezzi di pagamento. In applicazione dell’art. 13, co. 4, del D.Lgs. n. 11/2010, i professionisti non possono imporre ai consumatori, in relazione all’uso di determinati strumenti di pagamento, spese per l’uso di tali strumenti, ovvero nei casi espressamente stabiliti, tariffe che superino quelle sostenute dal professionista.
È espressamente previsto che l’istituto di emissione della carta di pagamento debba riaccreditare al consumatore i pagamenti in caso di:
a) addebito eccedente rispetto al prezzo pattuito, ovvero
b) uso fraudolento della propria carta di pagamento da parte del professionista o di un terzo.
L’istituto di emissione della carta di pagamento ha diritto di addebitare al professionista le somme riaccreditate al consumatore[41].
L’articolo in commento rappresenta la trasposizione dell’art. 19 della dir. 2011/83/UE e si configura in una linea di continuità con la disciplina comunitaria dei servizi di pagamento, di cui alla dir. 2007/64/CE, parte di una politica comunitaria tesa a privilegiare gli strumenti elettronici di pagamento per molteplici finalità, tra le quali la lotta contro la contraffazione, un maggiore controllo circa l’elusione fiscale, nonché l’incremento della contrattazione a distanza. Mentre gli aspetti di natura “pubblicistica” fanno riferimento ad esigenze d’ordine statuale (anche a livello europeo) quest’ultima esigenza ha decisi impatti sul mercato interno dal punto di vista economico. Se, infatti, si favorisce un completo “circuito” finanziario paperless, al di là dei profili di sicurezza “tecnica”, non possono non crearsi delle migliori condizioni per l’incremento delle contrattazioni per es. on line. Per questa ragione, appare evidente, come rafforzare la “neutralità” di tali strumenti, sul versante dei costi, favorisca la fiducia dei consumatori sul loro impiego. Non si è ancora giunti alla previsione di un divieto sull’introduzione di spese “specifiche” per l’uso di strumenti di pagamento senza contante, né di una totale liberalizzazione tariffaria, ma almeno con la direttiva sui consumatori si è scelto un compromesso che è quello di evitare l’aggiunta, a vantaggio del professionista, di un ulteriore costo a carico del consumatore oltre quello definito dal fornitore dei servizi di pagamento.
Non vi è dunque un divieto ma neppure un obbligo. Viene lasciata la scelta al professionista se far gravare sul consumatore il costo del servizio di pagamento e, se sceglie questa soluzione, tale costo non deve superare quello dovuto dal professionista al prestatore dei servizi di pagamento. Potrebbe dunque consistere anche una quota del medesimo, sicché viene regolata una ripartizione (magari commisurata al prezzo pagato dal consumatore per l’operazione effettuata) tra il professionista ed il consumatore, entrambi “soggetti” – e terzi – rispetto allo strumento di pagamento. Quanto detto appare di particolare rilievo per la contrattazione telematica ma non si può intendere riduttivamente l’ambito della disposizione. Le indicazioni sul costo dei servizi di pagamento, riguarda ogni modalità (effetti cambiari, contrassegno, assegni, ecc.) e anche ogni modalità di conclusione dei contratti, non escluse quelle in forma tradizionale.
L’art. 62, co. 2, cod. cons., passa dalla situazione generale ad una particolare, ossia, quella in cui è coinvolto – nell’operazione economica – un istituto di emissione di carte di pagamento. A detto istituto è posto un preciso obbligo di riaccredito al consumatore, quando gli sia stato addebitato un importo eccedente rispetto al prezzo pattuito. Si tratta, in questo caso – indipendentemente se la responsabilità dell’errore sia da addebitare al professionista ovvero all’istituto di emissione – di una difformità tra il prezzo pattuito e quello che il consumatore, per effetto dell’errore, si trova addebitato.
Il riaccredito va disposto anche nei casi in cui si sia presentato un comportamento fraudolento da parte del professionista o di un terzo. Il riferimento all’uso “fraudolento” richiama fattispecie penalistiche (ovviamente la truffa, compresa quella informatica) ma non è chiaro se tale situazione riguardi anche i comportamenti semplicemente contrari a buona fede del professionista (o di un terzo) rispetto alla vicenda contrattuale. Va da sé che, a seguito di una denuncia che palesi estremi di un reato, vi è ragione più che sufficiente per ritenere indebito ogni trattenimento nei confronti del professionista e, di conseguenza, l’istituto di emissione non può non essere tenuto alla restituzione.
Nel caso di riaccredito delle somme al consumatore, l’istituto emittente provvedere ad addebitarle al professionista, così come normalmente gli accredita i costi per l’”operazione” tranne quando il disguido o l’errore nei pagamenti sia dovuto a responsabilità di detto istituto.
20. Segue: d) le comunicazioni telefoniche ed i pagamenti supplementari
Il quadro degli “altri” diritti dei consumatori si conclude con due previsioni, l’una riferita all’impiego di linee telefoniche “dedicate” (con i numerosi profili di criticità per i “numeri” a pagamento), l’altra in tema di pagamenti supplementari.
L’art. 64 cod. cons. prevede che qualora il professionista utilizzi “una linea telefonica allo scopo di essere contattato in merito al contratto concluso, il consumatore non è obbligato a pagare più della tariffa di base, fermo restando il diritto dei fornitori dei servizi di comunicazione elettronica di applicare una tariffa per dette telefonate”.
La previsione descrive il fenomeno dei c.d. “Call center”, ovvero i “numeri” che il professionista “dedica”, quale front-office per mantenere un diretto contatto con i consumatori.
È lasciato al professionista stabilire quali siano i contenuti dei “contatti” e quali siano le parti del contratto che li riguarderanno, fermo restando che, anche per questa via, permane l’obbligo a svolgere correttamente le proprie attività, con particolare riferimento ai contenuti informativi che vengono indicati al consumatore. Potrebbero trattarsi di servizi aggiuntivi che il consumatore potrebbe essere anche disposto a pagare. L’obiettivo della direttiva non è, però, quello di entrare nelle dinamiche aziendali, quanto quello di evitare che con la richiesta al consumatore di “interagire” attraverso un collegamento telefonico, questo si trasformi in un espediente per costruire una situazione lucrosa per il professionista a danno del consumatore. Questo non vuol dire, al contrario, che trattandosi di un “servizio” – svolto da professionisti del settore, spesso in outsourcing – non debba prevedere un addebito nei confronti del professionista e del consumatore (per quest’ultimo secondo la tariffa “base”).
Infine, l’art. 65 cod. cons. disciplina le ipotesi di pagamenti supplementari.
La disposizione recita: “Prima che il consumatore sia vincolato dal contratto o dall’offerta, il professionista deve chiedere il consenso espresso del consumatore per qualsiasi pagamento supplementare oltre alla remunerazione concordata per l’obbligo contrattuale principale del professionista. Se il professionista non ottiene il consenso espresso del consumatore ma l’ha dedotto utilizzando opzioni prestabilite che il consumatore deve rifiutare per evitare il pagamento supplementare, il consumatore ha diritto al rimborso di tale pagamento”.
I pagamenti supplementari sono pagamenti per ulteriori prestazioni accessorie del professionista che possono o meno accedere al contratto principale. Possono, dunque, prevedere una remunerazione “separata” (si pensi, per es., al “diritto di chiamata”) a condizioni che il consumatore abbia espresso un consenso “effettivo” rispetto a tale maggiorazione. Può accadere che, nella procedura di realizzazione dell’operazione contrattuale, il “meccanismo” preveda delle “scelte” del consumatore senza che questi – accettando, per es., delle ulteriori prestazioni (ovviamente non fondamentali rispetto all’oggetto principale del contratto) – si sia reso conto che queste decisioni, in realtà maggioravano il costo complessivo. Qualora il consenso non sia stato espresso ma sia divenuto la risultante del “meccanismo”, il consumatore ha diritto al rimborso delle spese pagate per i “supplementi” e, aggiungiamo, anche il diritto al risarcimento dei danni.
La previsione di “sistemi” che realizzando “indirette” accettazioni di prestazioni supplementari a vantaggio dei professionisti – data la loro valenza “procedimentale” – dovrebbero essere sottoposte anche al vaglio nell’ambito delle pratiche commerciali scorrette.
21. Le garanzie per il bene acquistato: evizione e vizi della cosa
Uno degli aspetti più rilevanti che ostacolano lo sviluppo del commercio elettronico è la diffusa idea che non siano presenti delle regole giuridiche in grado di assicurare al consumatore delle “garanzie” sul bene acquistato on line.
Prima di continuare è bene evidenziare che la maggior parte di noi attribuisce al termine “garanzia” un significato che può divergere molto da quanto prevede il diritto che distingue tra garanzie “reali” è “personali”. Si ritiene, invece, che essere “garantiti” significa essere resi esenti da qualsiasi rischio. In realtà, con tutta evidenza, non si può immaginare che la vendita che avvenga on line possa essere assistita da garanzie superiori a quelle che “ordinariamente” concernono la vendita, così come molto spesso non è ben chiaro proprio quali siano queste garanzie “standard”.
Il codice civile prevede, all’art. 1476 c.c., che sono obbligazioni principali del venditore:
Da quanto detto si evidenziano due tipologie di garanzia. Quella per “evizione” e quella “per vizi della cosa”.
La prima ipotesi ricorre quando il compratore è privato del diritto sulla cosa acquistata in quanto è stato accertato in via definitiva che detta cosa è, in realtà, di proprietà altrui (artt. 1483-1489 c.c.). Il venditore non poteva quindi rivenderla e, comunque, il compratore non poteva acquistarne la proprietà. Si può avere evizione per effetto di una sentenza con cui è annullato il titolo di acquisto del venditore o, previo riconoscimento del diritto di proprietà di un terzo, il compratore è condannato a rilasciare la cosa.
Il compratore evitto può chiedere la risoluzione del contratto ovvero la riduzione del prezzo (pagato o da pagare) se la proprietà rivendicata da altri è parziale. Può inoltre chiedere il risarcimento del danno se il venditore ha agito colposamente, ossia conoscendo o potendo conoscere con l’ordinaria diligenza che il bene apparteneva ad altri.
La garanzia per vizi è invece l’obbligo posto in capo al venditore di garantire “che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore” (art. 1490 c.c.). A differenza dell’evizione, non si tratta dunque di vizi che attengono alla condizione giuridica del bene venduto, ma di imperfezioni materiali che incidono sul valore o sulle possibilità di utilizzazione della cosa, dipendenti solitamente da anomalie dovute al processo di fabbricazione o di conservazione.
Come per la garanzia per evizione, il compratore può chiedere la risoluzione del contratto, ovvero la riduzione del prezzo in relazione alla diminuzione del valore del bene a causa dei vizi in esso presenti. Può inoltre chiedere il risarcimento dei danni se il venditore ha agito colposamente (e, a maggior ragione, dolosamente), ossia conoscendo o potendo conoscere, con l’ordinaria diligenza, la difettosità del bene.
Tali vizi o difetti, perché possa azionarsi la garanzia, devono sussistere già al momento della conclusione del contratto, anche se possono manifestarsi successivamente (ma solo come conseguenza di una causa preesistente).
La garanzia non è dovuta, ai sensi dell’art. 1491 c.c., quando il compratore conosceva i vizi della cosa già al momento della conclusione del contratto o qualora i vizi stessi fossero facilmente riconoscibili, salvo, in quest’ultima ipotesi, che il venditore abbia dichiarato che la cosa era esente da vizi, così inducendo in inganno il compratore. Si considerano vizi facilmente riconoscibili quelli che non presuppongono particolari sforzi di diligenza nel controllare la conformità del bene al contratto, ma sono individuabili a prima vista. Naturalmente, quello che potrebbe essere considerato uno “sforzo di diligenza” per il comune consumatore può non essere tale per un acquirente in possesso di specifiche conoscenze tecniche.
La Corte di cassazione ha stabilito che “l’art. 1491 c.c., escludendo la garanzia qualora i vizi siano facilmente riconoscibili al momento della conclusione del contratto, pone a carico del compratore un onere di verifica della merce, posto che l’obbligo della garanzia per vizi sorge a carico del venditore limitatamente a quei difetti o manchevolezze della cosa di cui il compratore non potrebbe accorgersi adottando quella diligenza la cui omissione costituirebbe colpa grave. La norma infatti non esige da parte dell’acquirente un esame particolarmente accurato della merce, ma quel controllo a cui non può sfuggire l’individuazione dei vizi che siano percepibili prima facie, in relazione quindi anche alla particolare situazione in cui lo stesso compratore si trovi, pure nei riguardi della merce (si pensi, ad esempio, alla compravendita conclusa tra assenti o relativa a merce già imballata, e cioè ai casi in cui il controllo non sia possibile od agevole), ed alle cognizioni che, tenuto conto della sua condizione egli abbia o sia tenuto ad avere”.
La garanzia viene in essere, al contrario, quando i vizi non fossero facilmente riconoscibili da parte del compratore al momento della conclusione del contratto. Questi vizi sono detti “vizi occulti” e devono essere denunciati al venditore entro otto giorni dalla scoperta, salvo diverso termine stabilito eventualmente dalle parti o dalla legge (art. 1495, co. 1, c.c.). Il termine indicato decorre – secondo i nostri giudici – dal momento “in cui il compratore abbia acquisito certezza e non semplice sospetto che il vizio sussista”.
La denuncia non è necessaria quando il venditore ha riconosciuto l’esistenza del vizi medesimo oppure li abbia occultati (art. 1495, co. 2, c.c.). Il riconoscimento, da parte del venditore, dei vizi della cosa “può avvenire anche tacitamente, mediante il compimento di atti incompatibili con l’intenzione di respingere la pretesa del compratore o di far valere la decadenza, ciò che si ha quando il venditore provvede ad effettuare riparazioni a mezzo di propri tecnici oppure si offre di riparare o sostituire la cosa venduta, poiché con tali comportamenti mostra di aver accettato la denunzia del compratore senza porre alcuna questione in ordine alla sua tempestività e di aver ritenuto suo obbligo procedere all’eliminazione dei vizi, riconoscendo implicitamente, ma chiaramente, che la denuncia del compratore era fondata”. Inoltre, il riconoscimento da parte del venditore dei vizi della cosa venduta ed il contestuale impegno che egli assuma di eliminarli mediante le riparazioni o la sostituzione del prodotto difettoso con un altro, determina la costituzione di una nuova obbligazione, autonoma rispetto a quella originaria di garanzia e come tale svincolata dai termini di decadenza e prescrizione previsti dall’art. 1495 c.c. (un anno), ma soggetta alla ordinaria prescrizione decennale.
Per quanto concerne, invece, le modalità della denunzia da parte del compratore, non sono previste forme particolari. Quanto alla tempestività della denunzia, la Cassazione afferma che “deve essere verificata con riferimento al momento in cui essa è emessa e non a quello in cui è ricevuta dal destinatario”. Ma la denunzia dei vizi “può essere fatta, in difetto di diversa previsione, con qualunque mezzo idoneo, e quindi anche mediante comunicazione telefonica”.
La prova dell’omessa o intempestiva denunzia è naturalmente a carico del venditore, e ciò si desume dalla semplice considerazione che è il compratore ad aver diritto all’azione di garanzia per i vizi della cosa, spettando dunque al venditore eccepire, offrendone le prove, che la denunzia non è stata effettuata o è pervenuta oltre i termini di legge.
Se, successivamente alla denunzia di un vizio, ne sopravviene un altro, il compratore deve denunziare anche questo entro i termini previsti dalla legge, a meno che il secondo vizio non sia conseguenza del primo.
In ogni caso, si tenga presente che l’azione per fare valere la garanzia per vizi si prescrive nel termine di un anno.
Si parla anche di vizi c.d. “apparenti”, quando si tratta di difetti del bene che risultano oggettivamente riconoscibili con l’ordinaria diligenza. In questi casi, il termine per la denunzia al venditore non decorre dal giorno della scoperta, bensì da quello in cui il compratore è stato in grado di esaminare la merce, e cioè dal giorno della consegna. Del resto, lo stesso art. 1511 c.c., stabilisce che, nell’ipotesi di vendita di cose da trasportare da un luogo ad un altro, il termine per la denunzia dei vizi e dei difetti di qualità apparenti decorre dal giorno del ricevimento.
22. Segue: la mancanza di qualità, la vendita di “cosa diversa” e la garanzia “di buon funzionamento”
Diversa da quelle finora descritte è la garanzia per mancanza delle qualità promesse (art. 1497 c.c.) che stabilisce il diritto dell’acquirente ad ottenere la risoluzione del contratto, secondo le disposizioni generali sulla risoluzione per inadempimento, nel caso in cui la cosa venduta non presenti le qualità promesse ovvero quelle essenziali per l’uso a cui è destinata, purché il difetto di qualità ecceda i limiti di tolleranza stabiliti dagli usi.
Si tratta della cosiddetta “mancanza di qualità promesse o essenziali”, che si distingue dai vizi del bene in quanto questi ultimi attengono alle imperfezioni ed ai difetti inerenti il processo di produzione, fabbricazione, formazione e conservazione della cosa, mentre la prima è inerente la natura della merce, e concerne tutti quegli elementi essenziali e sostanziali che, nell’ambito del medesimo genere, influiscono sulla classificazione della cosa in una specie piuttosto che in un’altra (si tratta di elementi che esprimono la funzionalità, l’utilità, il pregio della cosa). Quest’ultima situazione – specialmente per la “promessa” delle qualità di un prodotto – ha notevole rilevanza negli acquisti su Internet, laddove il bene potrebbe essere pubblicizzato e “presentato” in modo tale da ingenerare un affidamento sulle sue qualità.
La disciplina del diritto alla risoluzione del contratto spettante al compratore in caso di mancanza delle qualità promesse o essenziali è identica rispetto a quella prevista per i vizi, ad eccezione del riscontro della colpa del venditore (le disposizioni generali sulla risoluzione per inadempimento, infatti, presuppongono - a differenza dall’ipotesi della risoluzione per vizi – l’accertamento della colpa del soggetto inadempiente); l’esercizio dell’azione è soggetta agli stessi termini di decadenza e prescrizione, e la giurisprudenza ammette la possibilità di agire anche con l’azione di riduzione e quella - autonoma - di risarcimento del danno. La “lamentela” sulla mancanza di qualità, a differenza della presenza di un vizio, non prevede la possibilità di richiedere la riduzione del prezzo.
Ancora diversa dalla garanzia per i vizi e per la mancanza di qualità è l’ipotesi della consegna di aliud pro alio (una cosa per un’altra), che ricorre, per l’appunto, quando viene consegnato un bene completamente diverso da quello pattuito, ma anche “quando la cosa venduta presenti difetti che le impediscono di assolvere alla sua funzione naturale o a quella concreta assunta come essenziale dalle parti, facendola degradare in una sottospecie del tutto diversa da quella dedotta in contratto”.
In questo caso il compratore è tutelato con l’ordinaria azione di risoluzione (non soggetta ai termini di decadenza e prescrizione di cui all’art. 1495 c.c.) ovvero, alternativamente, con l’azione di esatto adempimento.
23. Altre garanzie. La garanzia dei beni di consumo.
Le disposizioni sopra brevemente descritte delineano, come si è compreso, il sistema legale “minimo” di garanzie a tutela del consumatore contro i vizi della cosa venduta vigente nel nostro codice civile. L’art. 1490 c.c. consente, comunque, la stipula di patti che escludano o limitino la garanzia per i vizi, ma tali patti non hanno effetto se il venditore ha in mala fede taciuto al compratore i vizi della cosa.
La Cassazione afferma che “la garanzia legale per i vizi della cosa venduta può, con apposita clausola contrattuale, essere modificata in modo da aumentare la garanzia medesima, potendo essere estesa anche a vizi non redibitori ovvero prevedere l’azione di esatto adempimento a favore del compratore alternativamente con le azioni derivanti dalla garanzia legale, di cui all’art. 1492 c.c., di risoluzione del contratto e di riduzione del prezzo. In tal caso, all’azione di esatto adempimento non sono applicabili i termini di decadenza e di prescrizione di cui all’art.1495 c.c., propri delle azioni derivanti dalla garanzia legale”.
Con apposita clausola contrattuale – sulla base dell’art. 1512 c.c. – può altresì essere prevista la “garanzia di buon funzionamento” della cosa: “se il venditore ha garantito per un tempo determinato il buon funzionamento della cosa venduta, il compratore, salvo patto contrario, deve denunziare al venditore il difetto di funzionamento entro trenta giorni dalla scoperta, a pena di decadenza. L’azione si prescrive in sei mesi dalla scoperta. Il giudice, secondo le circostanze, può assegnare al venditore un termine per sostituire o riparare la cosa in modo da assicurarne il buon funzionamento, salvo il risarcimento dei danni. Sono salvi gli usi i quali stabiliscono che la garanzia di buon funzionamento è dovuta anche in mancanza di patto espresso”.
Tale garanzia, che – quando prevista – opera autonomamente ed indipendentemente dalle regole legali della garanzia per i vizi della cosa venduta e della responsabilità per mancanza delle qualità promesse, può essere pattuita per rafforzare la posizione del compratore assicurata dalla generale disciplina per i vizi della cosa, operante invece anche nel silenzio dei contraenti, ma potrebbe anche costituire la sola garanzia voluta dalle parti, con esclusione dunque della garanzia ex art. 1490 c.c. In caso contrario, e cioè quando la garanzia legale per i vizi non sia esclusa, pur essendo stata pattuita la garanzia di buon funzionamento, qualora il compratore agisca per la risoluzione del contratto, ex art. 1492 c.c., senza porre alcuna pretesa fondata sulla garanzia di buon funzionamento, il giudice non può accogliere la richiesta – formulata dal venditore - di concessione di un termine per sostituire o riparare la cosa.
24. Le garanzie nella vendita di beni di consumo nel Codice del consumo
La disciplina della “vendita dei beni di consumo” (precedentemente contenuta, negli artt. 1519-bis. ss. c.c.) è ora contenuta nel Codice del consumo (artt. 128-135) con una titolazione non chiarissima: il riferimento alla “vendita di beni di consumo” (senza alcun riferimento alla “garanzia” che è il reale oggetto) non fa configurare tale vendita quale tipologia “speciale” di vendita di beni mobili, da una parte perché la disciplina vale per altri contratti e non solo per la (compra)vendita e, dall’altra, e ben più importante, trattasi dell’introduzione di una garanzia “legale” d’ordine generale e non particolare. L’unica differenza è l’inapplicabilità ai beni immobili.
Per evitare problemi nei rapporti con altre discipline di tutela del consumatore e con il regime garanzie previste nel codice civile, l’art. 135 cod. cons. si premura di indicare che le disposizioni “non escludono né limitano i diritti che sono attribuiti al consumatore da altre norme dell’ordinamento giuridico”. Lo stesso vale anche per il venditore (si pensi nei rapporti con il suo dante causa, come, del resto, indicato nell’ambito del diritto di regresso).
Per quanto non previsto dal Codice del consumo dedicato alle garanzie nella vendita di beni di consumo, soggiunge l’art. 135, co. 2, “si applicano le disposizioni del codice civile in tema di contratto di vendita”, ossia, in altre parole, alle garanzie che abbiamo già visto in precedenza.
Le disposizioni sulle garanzie nella vendita di beni di consumo ha carattere imperativo: “È nullo ogni patto, anteriore alla comunicazione al venditore del difetto di conformità, volto ad escludere o limitare, anche in modo indiretto, i diritti riconosciuti dal presente capo. La nullità può essere fatta valere solo dal consumatore e può essere rilevata d’ufficio dal giudice” (art. 134, co. 1, cod. cons.).
Per quanto attiene all’impiego, per regolare il rapporto, della legislazione di un altro paese, l’art. 134, co. 3, prevede la nullità di “ogni clausola contrattuale che, prevedendo l’applicabilità al contratto di una legislazione di un paese extracomunitario, abbia l’effetto di privare il consumatore della protezione assicurata dal presente paragrafo, laddove il contratto presenti uno stretto collegamento con il territorio di uno Stato membro dell’Unione europea”. Questo significa che la protezione è assicurata solo se il contratto ha uno stretto collegamento con il territorio comunitario; quindi se si applica una legislazione di un paese ed il contratto non presenta “uno stretto collegamento”, la protezione del consumatore è esclusa.
Nel passare all’esame delle disposizioni, l’art. 128 cod. cons. reca l’ambito di applicazione e le definizioni:
- per beni di consumo s’intendono qualsiasi bene mobile, tranne i beni oggetto di vendita forzata o comunque venduti secondo altre modalità dalle autorità giudiziarie; l’acqua e il gas, quando non confezionati per la vendita in un volume delimitato o in quantità determinata; l’energia elettrica;
- per venditore, s’intende “qualsiasi persona fisica o giuridica pubblica o privata che, nell’esercizio della propria attività imprenditoriale o professionale, utilizza i contratti di cui al comma 1”;
- per garanzia convenzionale ulteriore, s’intende “qualsiasi impegno di un venditore o di un produttore, assunto nei confronti del consumatore senza costi supplementari, di rimborsare il prezzo pagato, sostituire, riparare, o intervenire altrimenti sul bene di consumo, qualora esso non corrisponda alle condizioni enunciate nella dichiarazione di garanzia o nella relativa pubblicità”;
- per riparazione, s’intende “nel caso di difetto di conformità, il ripristino del bene di consumo per renderlo conforme al contratto di vendita”.
Si tratta di una disciplina applicabile non solo alla vendita, ma anche ai contratti di somministrazione, di appalto, di opera, di permuta, e più in generale a tutti i contratti finalizzati, secondo la prescrizione comunitaria, alla fornitura di beni da fabbricare o produrre quando detti contratti abbiano per oggetto beni di consumo.
Nella definizione di “garanzia” commerciale il legislatore italiano ha chiarito che si tratta di una garanzia “convenzionale” (ossia stabilita liberamente dalle parti) ed “ulteriore” a chiarire che il regime introdotto concerne la garanzia che opera di default.
25. Segue: il principio di conformità dei beni al contratto
L’art. 129 cod. cons. prevede, anzitutto, che il venditore ha l’obbligo di consegnare al consumatore beni conformi al contratto. La conformità è presunta se coesistono le seguenti circostanze:
La disposizione con un “se pertinenti” intende escludere la necessità della ricorrenza sempre di tutte le circostante potendosi presentare casi in cui ne ricorrano solo alcune.
L’articolo affronta anche un punto “dolente”: quello relativo all’instal­lazione dei beni acquistati. Il difetto di conformità che deriva alla installazione, ai sensi dell’art. 129, co. 5, cod. cons., “è equiparato al difetto di conformità del bene quando l’installazione è compresa nel contratto di vendita ed è stata effettuata dal venditore o sotto la sua responsabilità. Tale equiparazione si applica anche nel caso in cui il prodotto, concepito per essere installato dal consumatore, sia da questo installato in modo non corretto a causa di una carenza delle istruzioni di installazione”. Si tratta di una indicazione molto importante poiché in alcuni beni (l’esempio va alla vendita di computers) è nota l’altalenante giurisprudenza sull’acces­sorietà dell’installazione del bene consegnato, ovvero sulla sua ascrizione nel novero delle obbligazioni del venditore.
In relazione alle “dichiarazioni pubbliche” sulle caratteristiche specifiche dei beni fatte al riguardo dal venditore, dal produttore o dal suo agente o rappresentante, in particolare nella pubblicità o sull’etichettatura, il venditore non è vincolato se, in via alternativa, possa dimostrare che:
1) ignorava la dichiarazione e non poteva conoscerla con l’ordinaria diligenza (si pensi alle dichiarazioni rese da un agente all’insaputa della Casa mandante);
2) la dichiarazione è stata corretta al più tardi al momento della conclusione del contratto ed il consumatore ne era a conoscenza;
3) la dichiarazione non ha influenzato la decisione di acquisto del consumatore.
Nel caso di dichiarazione corretta successivamente, la formulazione richiede che le correzioni siano adeguate sotto il profilo del contenuto sia che tali correzioni siano state rese conoscibili al consumatore, trattandosi di due profili sostanzialmente diversi, l’uno riguardante l’oggetto delle dichiarazioni, l’altro la possibilità di percezione da parte dei destinatari del messaggio pubblicitario originario. In sostanza la “smentita” per essere efficace e liberare la responsabilità del venditore, deve essere effettuata nella stessa forma della dichiarazione cosicché possa risultare improbabile che il consumatore abbia percepito la dichiarazione e non la successiva rettifica.
Il difetto di conformità non si riscontra se, al momento della conclusione del contratto, il consumatore lo conosceva o non poteva non conoscerlo con l’ordinaria diligenza. Il difetto, altresì, non rileva se sia stato causato dal consumatore stesso con istruzioni o con materiali da lui forniti al venditore. In quest’ultimo caso è evidente il riferimento al contratto d’opera o d’appalto.
26. Segue: i diritti del consumatore
L’art. 130 cod. cons., rubricato “Diritti del consumatore”, stabilisce, al co. 1, che il venditore “è responsabile» per «per qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene”[57].
Lo stesso articolo stabilisce poi i diritti del consumatore che sono:
a) quello del ripristino, senza spese, della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione;
b) quello della riduzione adeguata del prezzo e, infine, qualora a) e b) siano impraticabili,
c) quello della risoluzione del contratto, ad eccezione del caso in cui il difetto di conformità, non risolvibile con la riparazione o la sostituzione, sia di lieve entità (restando possibile solo la riduzione del prezzo).
La scelta sulla riparazione o sostituzione spetta al consumatore a condizione che una scelta non sia oggettivamente impossibile o eccessivamente onerosa rispetto all’altra.
La scelta operata dal consumatore si considera eccessivamente onerosa qualora, rispetto all’altra possibilità, imponga al venditore spese irragionevoli, tenendo conto:
Le riparazioni o le sostituzioni devono essere effettuate entro un congruo termine dalla richiesta e non devono arrecare notevoli inconvenienti al consumatore, tenendo conto della natura del bene e dello scopo per il quale il consumatore ha acquistato il bene. Qualora la sostituzione sia risultata insoddisfacente, si ritiene che a partire dalla consegna del bene sostitutivo operi, su quest’ultimo, una nuova garanzia, per cui il consumatore può pretendere una nuova sostituzione ovvero la riparazione anche di quest’ultimo.
b) il venditore non ha provveduto alla riparazione o alla sostituzione del bene entro il termine congruo sopra descritto;
È interessante la previsione che concerne l’indicazione, da parte del venditore, di un qualsiasi “rimedio” per ripristinare la conformità del bene qualora il consumatore, dopo la denuncia del difetto di conformità, non abbia effettuato alcuna scelta, rispetto alla riparazione ovvero alla sostituzione del bene. Il venditore, ad esempio, potrebbe offrire un diverso bene rispetto a quello oggetto del contratto del quale è stato riscontrato un difetto di conformità.
Questa possibilità è però espressamente impraticabile nel caso di vendita a distanza, poiché è esclusa la sostituibilità del bene da parte del venditore anche con un bene di valore superiore a quello ordinato.
Il consumatore può accettare o respingere la soluzione offerta dal venditore scegliendo un altro rimedio tra quelli previsti dall’articolo in commento. Non è detto in quale forma debba avvenire l’accettazione né se la mancata risposta circa la soluzione eventualmente offerta dal venditore imponga a quest’ultimo di richiedere espressamente una scelta sulle altre possibilità indicate dall’articolo.
La possibilità di soluzioni alternative è di estrema importanza, allorché la proposta del venditore consista nell’avvio di una procedura conciliativa, in cui la scelta del rimedio sia affidata ad un terzo.
La pronta comunicazione che il consumatore deve dare al venditore della riparazione o sostituzione del bene effettuata dal terzo è, peraltro, evidentemente finalizzata allo scopo di documentare le spese anticipate per ottenere il rimborso.
27. Segue: i termini per l’esercizio dei diritti
L’art. 132 cod. cons. stabilisce i termini per l’esercizio dei diritti da parte del consumatore.
Il venditore è responsabile quando il difetto di conformità si manifesta entro il temine di due anni dalla consegna del bene. Salvo prova contraria, si presume che i difetti di conformità che si manifestano entro sei mesi dalla consegna del bene esistessero già a tale data, a meno che tale ipotesi sia incompatibile con la natura del bene o con la natura del difetto di conformità. Nel caso di beni usati, le parti possono limitare la durata della responsabilità di cui all’art. 132, co. 1, ad un periodo di tempo in ogni caso non inferiore ad un anno.
II consumatore decade dalla possibilità di esperire i “rimedi” previsti dall’art. 130 se non denuncia al venditore il difetto di conformità entro il termine di due mesi dalla data in cui ha scoperto il difetto. La denuncia non è necessaria se il venditore ha riconosciuto l’esistenza del difetto o l’ha occultato.
Una volta effettuata la denuncia, il consumatore deve esercitare l’azione entro 26 mesi dalla consegna del bene. Nel caso in cui il consumatore sia convenuto per l’esecuzione del contratto, questi può far valere i suddetti diritti, purché il difetto di conformità sia stato denunciato entro due mesi dalla scoperta e prima della scadenza del termine di prescrizione dell’azione.
Il venditore finale, infine, ai sensi dell’art. 131, ha il diritto di regresso, quando il difetto di conformità sia imputabile ad una azione o ad una omissione del produttore, o di un precedente distributore.
L’art. 131, poi, stabilisce le condizioni per il diritto di regresso del venditore, nei confronti dei suoi dante causa nella catena distributiva, qualora il difetto di conformità, di cui ha reso indenne il consumatore, sia imputabile ad una azione od omissione “del produttore, di un precedente venditore della medesima catena contrattuale distributiva o di qualsiasi altro intermediario”.
L’azione è possibile entro un anno da quando il venditore ha ottemperato ai rimedi esperiti dal consumatore, fatto salvo patto contrario o rinuncia.
28. La garanzia accessoria o convenzionale
L’art. 133 cod. cons. delinea la garanzia “commerciale” o, come è stata denominata, “garanzia convenzionale”.
La garanzia convenzionale può essere prestata da chiunque (e non solo dal venditore) e, normalmente, viene prevista dal produttore.
La dichiarazione relativa alla garanzia deve almeno indicare:
a) la specificazione che il consumatore è titolare dei diritti previsti dagli artt. 128 ss.;
b) che la garanzia medesima lascia impregiudicati tali diritti;
c) l’oggetto della garanzia e gli elementi essenziali necessari per farla valere, compresi la durata e l’estensione territoriale della garanzia, nonché il nome o la ditta e il domicilio o la sede di chi la offre.
In sostanza la garanzia aggiuntiva deve fare comprendere la differenza con quella legale per cui deve essere indicata la protezione “ordinaria” del consumatore.
La garanzia accessoria deve essere esplicitata in modo chiaro e comprensibile nonché essere redatta in lingua italiana con caratteri non meno evidenti di quelli di eventuali altre lingue.
La garanzia accessoria. proprio per il suo sorgere da un atto di autonomia negoziale, è valida anche se non rispetta le prescrizioni dell’art. 133 ed il consumatore “può continuare ad avvalersene ed esigerne l’applicazione”.
È evidente, con questa previsione, l’obiettivo di non veder sacrificata la decisione di acquisto del consumatore magari proprio fondata sul pregio della garanzia accessoria.
29. Conseguenze della garanzia dei beni di consumo nella vendita on line
Come si è accennato le “garanzie” nella vendita dei beni trovano applicazione anche nel caso in cui la vendita avvenga attraverso Internet. La disciplina contenuta nel Codice del consumo ad una lettura attenta risulta particolarmente incisiva al riguardo. Essa, infatti, tutela maggiormente il consumatore contrapponendosi a quella prevista dal codice civile, poiché fa riferimento come “difetti” ad elementi soggettivi e non (solo) oggettivi. Anche in rapporto alla situazione di cui all’art. 1497 c.c. (mancanza di qualità promesse), la tutela è ben maggiore.
Vediamone ora le conseguenze nella dinamica on line.
Tolti i casi di vendita di beni immobili e di servizi, tutti i venditori sono soggetti alla disciplina che fa scattare la “garanzia” semplicemente a fronte dell’idea che il consumatore si fa del bene, attraverso l’attività precontrattuale del professionista. Ciò significa che grava sul venditore l’attenzione affinché nella descrizione del bene e nella sua possibile raffigurazione offerta sulla pagina web non sia – anche senza colpa – possibile una “rappresentazione” diversa del bene (si pensi, per es., al colore, etc.).
La questione è, ovviamente, legata alla stessa natura dei mezzi telematici che non consentono una assoluta “esattezza” nella indicazione dei prodotti posti in vendita, se non con una attenta predisposizione degli elementi atti ad indicare al consumatore tutte le caratteristiche dei prodotti medesimi. Attualmente, tuttavia, tranne per i prodotti tecnici (quelli, cioè, assistiti da una “scheda tecnica”) non pare che i venditori on line abbiano prestato molta cura nell’ingenerare una conformità del bene al contratto. Il fatto che non ci sia un contatto fisico del consumatore con il bene compravenduto aumenta dunque i rischi che il bene stesso, nel momento in cui il consumatore lo riceve, non sia quello che ci si poteva ragionevolmente attendere.
In ultimo è il caso di spendere qualche parola sulla possibilità di risarcimento del danno patito dall’acquirente nel caso di prodotti difettosi.
Ci troviamo, anzitutto, di fronte alle responsabilità contrattuali ed extracontrattuali previste dal codice civile.
Ai sensi dell’art. 1494, co. 2, c.c. il venditore deve risarcire al compratore i danni derivati dai vizi della cosa (azione da esercitare nei termini previsti dall’art. 1495 c.c.). Il risarcimento riguarda il danno subito dalla persona del compratore ovvero dalle cose diverse da quella acquistata a causa dei difetti di quest’ultima.
Il compratore, comunque, potrebbe agire ex art. 2043 c.c., e cioè chiedendo il risarcimento per illecito extracontrattuale, per il quale vale la prescrizione di cinque anni, ai sensi dell’art. 2947 c.c.
Sulla base dell’art. 2043 il compratore agirà nei confronti del produttore, qualora intenda chiedere il risarcimento direttamente a questo – e non al venditore – per danni cagionati dai difetti del prodotto. L’azione è, ovviamente, extracontrattuale poiché tra acquirente e produttore non si è mai instaurato un rapporto contrattuale.
In tale situazione, però, il Codice del consumo (nel quale – agli artt. 114-127 – è stata inserita la disciplina dello “storico” D.P.R. n. 224/1988), offre al danneggiato una più energica tutela, consentendogli di agire per il risarcimento del danno da prodotto difettoso direttamente contro il produttore, senza dover dimostrare (come nel caso dell’azione per illecito extracontrattuale) la responsabilità di quest’ultimo, ma semplicemente provando il danno, il difetto e la connessione causale tra questi. Spetterà invece al produttore “scagionarsi”, provando i fatti che tassativamente escludono la sua responsabilità.
Il danno risarcibile si estende alla morte, alle lesioni personali ed alla distruzione o deterioramento di una cosa diversa dal prodotto difettoso, purché di tipo normalmente destinato all’uso o consumo privato e così principalmente utilizzata dal danneggiato (art. 123 cod. cons.). Si ricordi, tuttavia, che, per il danno a cose il risarcimento è possibile solo nella misura che ecceda la somma di 387 euro. Per le somme inferiori si tornerà a fare riferimento all’azione sulla base dell’anzidetto art. 2043 c.c.

References: art. 1341
 art. 61
 sentenza 
 art. 1511
 art. 1490
 art. 1492
 art. 2043
 art. 2043