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Timestamp: 2018-01-21 12:29:57+00:00

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E' imponibile il contributo alla casa
E’ imponibile il contributo alla casa
Le somme ed i valori erogati dal datore di lavoro in favore del dipendente a totale o parziale compensazione dell’incremento del canone di locazione sostenuto dal lavoratore per il trasferimento in altra sede dell’impresa devono ritenersi imponibili per l’intero ammontare ai sensi dell’art. 51 (ex 48) del Tuir nel testo ratione temporis applicabile, anteriormente alla disciplina di cui al D.Lgs. n. 314/1997.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Sono queste le conclusioni cui giunge <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Corte di Cassazione nella sentenza n. 22520 del 23 ottobre 2009, ud. del 7 luglio 2009.
Con ricorso notificato in data 3 gennaio 2003 il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate proponevano ricorso per Cassazione, nei confronti di T.G., avverso la sentenza con la quale era stata confermata la decisione di primo grado relativa alla non tassabilità, in relazione all’IRPEF per l’anno 1985, delle somme erogate al predetto dal proprio datore di lavoro, a titolo di “contributo differenza canone di affitto“.
Si deduceva violazione e falsa applicazione dell’allora art. 48 del D.P.R. n. 597 del 1973, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.
Si affermava, in particolare, che, anche prima della modifica legislativa intervenuta con il D.Lgs. n. 314 del 1997, le erogazioni in questione trovavano titolo esclusivo nel rapporto di lavoro.
Si costituiva con controricorso il T., il quale, oltre a sostenere l’infondatezza del ricorso principale, riproponeva, in via incidentale, la violazione dell’art. 1306 c.c..
Avviata la procedura prevista dall’art. 375 c.p.p., nel testo anteriore alla novella introdotta con il D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, il Procuratore Generale presso questa Corte, rilevata la manifesta fondatezza del ricorso, ne ha chiesto l’accoglimento.
Veniva quindi fissata, per la trattazione, l’odierna udienza camerale.
La Corte accoglie il ricorso principale, atteso che costituisce, infatti, principio ormai fermo nella giurisprudenza di questa Corte – che il Collegio pienamente condivide – quello secondo il quale “le somme corrisposte dal datore di lavoro al proprio dipendente in occasione del trasferimento ad altra sede a titolo di differenza per il maggior canone di locazione sono componenti del reddito tassabile e vanno, pertanto, assoggettate ad IRPEF per l’intero ammontare, se ricadono in periodi d’imposta anteriori al 1 gennaio 1998 (data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 314 del 1997), e, quindi, sia nel vigore del D.P.R. n. 597 del 1973, art. 48, sia ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 48, (nel testo anteriore alla sostituzione operata dal citato D.Lgs. n. 314 del 1997), senza che ciò possa dar luogo a dubbi di legittimità costituzionale (tra le tante sentenze, Cass. nn. 1842/2000, 2611/2000, 6292/2000, 12578/2000, 15048, 13482/2001, 17515/2002, 30495/2003, 2383/2006). In particolare, si è osservato che il trasferimento a diversa sede di lavoro del funzionari o dipendente da impresa bancaria non è evento eccezionale, ma è modalità tipica di esecuzione del rapporto di collaborazione del personale direttivo, sicché le spese sostenute dal funzionario per far fronte alle ordinarie esigenze abitative proprie e della sua famiglia, pur se i costi relativi siano aumentati in ragione dello sviluppo del rapporto di lavoro (che abbia comportato il trasferimento ad altra sede), in nessun modo possono essere riferite a prestazioni eseguite a favore dell’impresa di appartenenza e nell’esclusivo interesse di essa e dunque il contributo in questione, che il datore di lavoro abbia erogato a rimborso, pur se parziale, di simili spese, costituisce una componente reddituale soggetta a tassazione”.
Assolutamente infondato è il motivo contenuto nel ricorso incidentale condizionato, nel quale si invoca l’applicabilità dell’art. 1306 c.c. in relazione a precedenti pronunce, definitive, nelle quali si è affermata l’intassabilità dell’indennizzo per il maggior canone di locazione.
Pur non dubitandosi dell’estensibilità, nei confronti del l’obbligazione tributaria, dei principi affermati nella norma testè richiamata (Cass., nn. 22885/2005; Cass. n. 10082/2003), vale bene ribadire che deve trattarsi della medesima obbligazione: il semplice richiamo di casi analoghi, in cui, anche se vi è coincidenza del datore di lavoro, i dipendenti (recte, i soggetti sostituiti) sono diversi, si risolve più in un’inammissibile invocazione del principio dell’autorità del precedente giudiziario (per ora estraneo al nostro ordinamento), che non nell’esercizio della facoltà del debitore di opporre una sentenza favorevole ottenuta dal condebitore solidale.
Inoltre, “la richiesta di esclusione delle sanzioni, che, senza rispettare il principio di autosufficienza, si sostiene essere stata avanzata nel giudizio di merito, impinge, in ogni caso, contro l’orientamento di questa Corte secondo cui quando la ritenuta non sia stata operata su emolumenti che pur costituiscono componenti di reddito, alla omissione il percettore deve ovviare dichiarando i relativi proventi e calcolando l’imposta sull’imponibile alla cui formazione quei proventi hanno concorso e sulla dichiarazione stessa si esercitano i normali poteri di controllo e di accertamento in rettifica da parte dell’ufficio, i quale liquiderà la maggiore imposta in dipendenza dei proventi non dichiarati, sui quali il sostituto non abbia operato la dovuta trattenuta, omettendo il relativo versamento (tra le tante, Cass. nn. 2212/2000, 2611/2000, 3330/2000, 10057/2000, 13182/2000, 17515/2002, 1161/2003). Trattasi, a ben vedere, di una specifica violazione del sostituito, evitabile attraverso la normale diligenza”.
La regola generale contenuta nell’art. 48, primo comma, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597, era senza dubbio quella della tassabilità indiscriminata di tutti i compensi e di tutti gli emolumenti, comunque denominati, corrisposti dal datore di lavoro.
L’ampia definizione contenuta nella norma che disciplina il reddito da lavoro dipendente abbraccia necessariamente i sussidi e le indennità con cui il datore di lavoro assuma su di sé, integralmente o parzialmente, gli oneri economici di ordine generale che il lavoratore affronti per mettersi in grado di svolgere l’attività convenuta, quali le spese di alloggio, vitto e vestiario.
Il principio della tassabilità delle somme che non avessero natura risarcitoria era comunque enucleabile anche dalla norma precedentemente in vigore (art. 48 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597).
Infatti, anche in base all’art. 48 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597, il contributo per differenza canone di locazione, corrisposto al dipendente trasferito, costituiva componente del reddito tassabile (per l’intero ammontare) ai fini Irpef.
E in merito alla questione dell’assoggettamento ad Irpef dell’indennità di alloggio, a titolo di rimborso del maggior canone di locazione che il dipendente trasferito debba pagare per acquisire il godimento di una confacente abitazione, l’indirizzo della Corte è ormai consolidato (Sentenze: n. 2604 dell’8 marzo 2000; n.2212 del 28 febbraio 2000; n.2604 dell’8 marzo 2000; n.2611 dell’8 marzo 2000; 3330 del 21 marzo 2000).
Il reddito di lavoro dipendente, ai sensi dell’art. 48, primo comma del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597, è costituito da tutti i compensi, comunque denominati, percepiti in dipendenza del lavoro prestato, anche sotto forma di partecipazione agli utili ed a titolo di sussidio o liberalità. Detto reddito include, dunque, oltre alla retribuzione in senso stretto, cioè al corrispettivo pattuito per l’attività lavorativa, ogni altra erogazione che trovi fonte nel rapporto di lavoro, e che sia effettuata in funzione compensativa, vale a dire riequilibratrice del vantaggio che il datore di lavoro riceve dalla prestazione e dalle energie che il dipendente spende per compiere la prestazione stessa.
Detti criteri sono sostanzialmente recepiti dall’art. 48 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, il quale definisce come reddito tassabile tutti i compensi dipendenti dal rapporto di lavoro, espressamente comprendendovi i rimborsi di spese (primo comma), e poi, in via d’eccezione, si occupa, fra l’altro, delle indennità e dei rimborsi per trasferte (quarto comma), fissando una misura non imponibile.
E i medesimi criteri sono ribaditi con la riformulazione dell’art. 48 del D.P.R. n. 917 del 1986, introdotta, con effetto dal 1° gennaio 1998, dall’art. 3 del D.Lgs. 2 settembre 1997, n. 314, ove si qualifica come reddito di lavoro, ai fini impositivi, ogni erogazione effettuata in relazione al rapporto di lavoro, usandosi espressione equivalente a quella di erogazione dipendente dal rapporto di lavoro, anche se poi, nell’ambito di una più articolata disciplina dalle eccezioni, si contempla, per la prima volta, l’indennità di trasferimento, l’indennità di sistemazione e quelle analoghe, adottandosi anche per esse il parametro della non tassabilità di una misura percentuale predeterminata (settimo comma).
La diversità di natura e di presupposto delle indennità di trasferimento rispetto a quelle di trasferta, del resto separatamente contemplate nei contratti di lavoro, per la rilevata distinzione tra concorso in oneri generali di mantenimento connessi alla fisiologica evoluzione del rapporto e rimborso di spese che il datore di lavoro provochi richiedendo un temporaneo espletamento della prestazione fuori del territorio abituale, osta alla estensibilità alle prime di norme dettate per le seconde.
Nel momento in cui, infatti, l’erogazione di che trattasi non costituisce “mera reintegrazione patrimoniale” ma si configura quale incentivo economico e come tale rientra tra i compensi percepiti in dipendenza del rapporto di lavoro, è conseguenziale che le questioni sollevate non rivestano più importanza agli effetti della decisione della controversia.
Peraltro nessuna disparità di trattamento sarebbe, comunque, ipotizzabile tra lavoratori subordinati ed autonomi, non solo per effetto del carattere reddituale dell’emolumento ma, pure, per l’insussistenza proprio del presupposto del diverso trattamento, dal momento che, neppure al lavoratore autonomo è consentito dedurre dall’imponibile il canone di locazione della propria abitazione (cfr. Cass. n. 13482/2001).

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 48
 art. 48
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 Cass. 
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