Source: http://www.eius.it/giurisprudenza/2007/104.asp
Timestamp: 2014-04-20 18:22:30+00:00

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Mentre la stampa "pi� seria" aveva commentato i fatti in modo corretto, "Il Giornale" si era distinto per una vera e propria campagna diffamatoria che aveva trascurato la versione dei fatti "storicamente e giuridicamente accertati" per abbandonarsi ad una arbitraria e gratuita denigrazione dell'attivit� dei partigiani ed in particolare dell'attore.
La falsit� delle notizie riportate, ad avviso del prof. Bentivegna, escludeva - in ogni modo - la ravvisabilit� di un legittimo esercizio dei diritti di cronaca e di critica.
Con successiva decisione del 14 maggio-20 giugno 2003 la Corte di Appello di Milano accoglieva l'appello proposto dal Bentivegna e condannava in via solidale Francobaldo Chiocci, Vittorio Feltri e la societ� Europea di Edizioni s.p.a., al pagamento della somma di euro 45.000,00 comprensiva di rivalutazione ed interessi.
Rigettate alcune eccezioni preliminari di carattere processuale, i giudici di appello sottolineavano che il nucleo centrale della motivazione della sentenza del Tribunale consisteva nell'osservazione secondo cui "i requisiti di verit�, continenza e interesse pubblico (richiesti per l'esimente) si atteggiano in modo del tutto particolare quando trattasi di critica, posto che non viene in rilievo la narrazione ma l'espressione di opinioni e di apprezzamenti soggettivi circa fatti ed azioni, per cui non ha senso esigere il rispetto di un canone di verit� obiettiva".
Dopo aver posto in evidenza l'irrilevanza di determinate circostanze di fatto e di alcuni particolari (ritenuti secondari), il Tribunale aveva inscritto gli articoli e le frasi incriminate nell'ambito della libert� di espressione del proprio pensiero.
Diverso e pi� articolato era invece il discorso in ordine al requisito della "verit�" che pure deve sussistere ai fini della scriminante.
Sotto tale profilo, la Corte territoriale precisava che nel caso in cui il diritto di critica si configuri come semplice e pura espressione di valutazione e di apprezzamento soggettivo non v'� spazio per una applicazione della dicotomia "vero-falso", essendo apprezzamento soggettivo per sua natura parziale ed orientato".
"Al contrario, quando, come nella maggior parte dei casi, alla valutazione soggettiva � compresente il richiamo a circostanze e fatti oggettivi ed anzi questi ultimi vengono proposti come fondamento del giudizio critico, anche essi non possono essere sottratti al sindacato d� veridicit�".
Secondo la giurisprudenza oramai consolidata di questa Corte, la libert� di critica ha valore scriminante solo quando "rispetti la verit� dei fatti dai quali trae occasione e forza per manifestarsi con la precisazione che, allorquando la critica si fonda su episodi non veri o rievocati attraversi l'arbitrario inserimento di circostanze qualificanti non vere, essa diviene un mero pretesto per offendere l'altrui reputazione".
1. la falsificazione della fotografia della testa (staccata dal tronco) dell'adolescente tredicenne, la cui morte in conseguenza dell'attentato di via Rasella nessuno poneva pi� in discussione.
Accertata la falsificazione della fotografia, non vi era pi� alcuna possibilit� di accertare in quale punto si trovasse il ragazzo ed in quale preciso momento egli fosse comparso nel "teatro" dell'esplosione (rispetto al momento in cui era stata accesa la miccia);
2. inoltre, secondo quanto riferito nel giornale, la compagnia del reparto Bozen sarebbe stata composta da vecchi militari, disarmati. Al contrario non era in alcun modo stata contrastata la affermazione del Bentivegna che si trattava di soggetti pienamente atti alle armi, di et� ricompressa tra i 26 ed i 43 anni e che gli stessi erano dotati di sei bombe e di "machine�pistolen" con le quali i sopravvissuti all'esplosione avevano rivolto il fuoco verso gli edifici della strada;
4. nella triste contabilit� dei morti, secondo il giornale erano sette i civili italiani deceduti nell'attentato.
Al contrario, ora nessuno pi� metteva in discussione che essi furono in tutto due: un adulto ed il ragazzo del quale si era gi� parlato;
Tale asserzione trovava puntuale smentita nella circostanza che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era iniziata circa 21 ore dopo l'attentato e soprattutto nella direttiva del Ministero della Cultura Popolare la quale disponeva che si sottacesse la notizia dell'attentato, che venne effettivamente data a consumazione della rappresaglia gi� avvenuta.
A questo quadro di vere e proprie false affermazioni (anche nel caso delle fotografie - sottolineano i giudici di appello - sarebbe stato doveroso compiere almeno elementari accertamenti per verificarne la autenticit�), secondo la Corte territoriale, doveva aggiungersi il rilievo che organi giurisdizionali di diverso livello e competenza avevano oramai statuito che l'attentato in oggetto costituiva un legittimo atto di guerra contro un esercito straniero occupante, mentre la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era stato un atto privo di qualsiasi connotato di legittimit�.
Alla luce di tali circostanze, conclude la stessa Corte, non poteva condividersi l'affermazione del primo giudice secondo cui "non sembra rilevante l'eventuale non verit� di circostanze pi� o meno marginali" sopra analiticamente individuate.
Non avrebbe avuto alcun senso condurre una vera e propria campagna di stampa per limitarsi a ribadire non pi� discusse verit� storiche e cio� che in via Rasella vi era stato un attentato (organizzato dal Gruppo di Azione Patriottica del quale faceva parte il Bentivegna) in cui avevano trovato la morte pi� di trenta militari tedeschi e due civili italiani e che a tale attentato aveva fatto seguito la rappresaglia delle Fosse Ardeatine.
Ciascuna delle circostanze non vere sopra riportate considerate da sole, ed ancor pi� nel loro complesso, erano chiaramente (per non dire dichiaratamente) ed univocamente dirette a qualificare negativamente sotto il profilo morale i partigiani organizzatori dell'attentato.
L'avere indirizzato l'attentato nei confronti di militari anziani e disarmati, la sottolineatura del numero elevato di civili italiani morti a seguito dell'esplosione avrebbero indicato, secondo le intenzioni degli articolisti, da un lato scarsa umanit� e scarso coraggio e dall'altro impreparazione e dilettantismo e soprattutto scarsa considerazione della vita anche dei propri concittadini.
Analoghe considerazioni valevano poi per l'indicazione (evidentemente erronea) della cittadinanza italiana dei componenti del battaglione "Bozen" ed ancora a scarsa umanit� e sensibilit� rimandava inevitabilmente l'episodio del giovane rimasto ucciso nell'esplosione.
Le osservazioni non veritiere ora richiamate, individualmente e nel loro complesso, erano idonee a ledere il patrimonio morale del Bentivegna, comunque coinvolto, come e pi� degli altri partigiani che avevano preso parte all'attentato, nel giudizio sprezzante moralmente negativo evocato dagli articoli in questione.
Tanto premesso, i giudici di appello osservavano che non vi era dubbio che i giornalisti convenuti avrebbero ben potuto (nel rispetto della verit� oggettiva dei fatti) esprimere anche dure critiche in ordine alla scelta dell'attentato, alla sua organizzazione, ai suoi scopi (del resto tale vicenda era stata spesso oggetto di critica anche nell'ambito della stessa area politica che aveva organizzato l'attentato).
Ma sicuramente la parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all'attentato di via Rasella e pi� in particolare l'equiparazione tra Priebke e Bentivegna appariva gravemente lesiva dell'onorabilit� personale e politica di quest'ultimo.
Tale neutralit� era resa insostenibile dalla considerazione che il binomio antinomico non si limitava ad evocare un qualsiasi confronto tra diverse ideologie e scelte politiche ma sollecitava immediatamente "un giudizio sul nazismo che ancor prima che politico era semplicemente morale".
Si era trattato, indiscutibilmente, di una vera e propria compagna diffamatoria iniziata con un articolo del direttore Feltri e continuata con una serie di articoli a firma del Chiocci nei quali erano rievocate nell'ottica indicata le vicende gi� richiamate (diffamazione il cui elemento soggettivo era costituito dalla mera consapevolezza del carattere offensivo delle espressioni usate).
Avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione la societ� Editrice Europea di Edizioni s.p.a. e Vittorio Feltri.
Il giudice penale aveva gi� condannato sia il direttore responsabile che il giornalista Chiocci al risarcimento dei danni in favore della parte lesa (con sentenza confermata in sede di appello).
Data l'identit� dei giudizi (le domande risarcitorie si basavano sui medesimi articoli apparsi sul quotidiano "Il Giornale") il trasferimento dell'azione civile dal processo civile a quello penale doveva considerarsi un fatto impeditivo del proseguimento del primo.
L'art. 75 c.p.p. stabilisce che: "1. L'azione civile proposta davanti al giudice civile pu� essere trasferita nel processo penale fino a quando in sede civile non sia stata pronunciata sentenza di merito anche non passata in giudicato. L'esercizio di tale facolt� comporta rinuncia agli atti del giudizio; il giudice penale provvede anche sulle spese del procedimento civile".
Ove tali condizioni non si verifichino, l'azione legittimamente esercitata in sede civile pu� essere proseguita e decisa in tale sede (Cass. nn. 5224 del 2006, 20823 del 2005, 1654 del 2005).
Anche ad ammettere che nel caso di specie un trasferimento dell'azione civile nel processo penale vi sia stato (tale ipotesi � contestata dal controricorrente il quale solleva dubbi in ordine alla completa identit� di parti nei due giudizi, oltre che alla diversit� di petitum e di causa petendi), esso � certamente avvenuto dopo che il processo civile s'era gi� chiuso in primo grado e in pendenza del processo di appello.
Pu� procedersi all'esame del secondo motivo del ricorso principale.
Con esso i ricorrenti principali denunciano violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto ed in particolare dell'art. 348 c.p.c., nonch� contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360, primo comma, nn. 3 e 5, c.p.c.).
La ratio sottesa alla norma in esame � quella di consentire di sanare l'irregolare costituzione del contraddittorio mediante fissazione di una ulteriore udienza ad hoc, ordinandone la comunicazione alla sola parte assente.
I giudici di appello avevano rigettato le richieste di revoca di tale ordinanza (del 1� febbraio 2000), sottolineando che l'errore compiuto era rimasto privo di qualsiasi riflesso reale nell'ambito del procedimento, considerato che l'appellante era comunque comparso alla seconda udienza e che l'ordinanza che disponeva l'esibizione dell'originale delle fotografie pubblicate a corredo degli articoli e delle copie delle fotografie 1.30 serie 312 del 1998, era stata ratificata successivamente dal collegio giudicante (con reiezione della istanza di revoca formulata dalla difesa degli appellati).
Anche questa seconda censura � priva di fondamento.
I giudici di appello hanno spiegato l'assoluta irrilevanza della assenza del procuratore dell'appellante alla prima udienza, atteso che, ritualmente gi� avvenuta la costituzione in giudizio, la presenza dello stesso alla udienza successiva faceva s� che comunque non si configurava la pretesa improcedibilit� del giudizio di appello.
La Corte ha conseguentemente ratificato la prima ordinanza ammissiva delle prove, perch� l'errore nel quale era incorso lo stesso giudice non aveva avuto alcuna pratica influenza nello svolgimento del processo.
Le conclusioni cui � pervenuta la sentenza impugnata appaiono del tutto corrette ed in linea con i principi pi� volte affermati da questa Corte.
L'ordine di esibizione di alcune fotografie relative alla strage di via Rasella - rivolto all'archivio di Stato tedesco - costituiva un vero e proprio mezzo di prova nuovo, come tale inammissibile perch� richiesto per la prima volta in appello.
La Corte territoriale, tra l'altro, non aveva motivato neppure in merito all'indispensabilit� della prova ammessa.
Con il quarto motivo si deduce, sotto altro profilo, violazione e falsa applicazione di norme di diritto, in particolare dell'art. 345 c.p.c., nonch� omessa motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360, primo comma, nn. 3 e 5, c.p.c.).
Il nuovo mezzo di prova ammesso riguardava una circostanza nuova, eccepita tardivamente per la prima volta in grado di appello, ossia la contestazione circa la veridicit� delle fotografie pubblicate su "Il Giornale" a corredo degli articoli pubblicati.
Si richiama il consolidato insegnamento di questa Corte secondo il quale l'istanza di esibizione di documenti ex art. 210 c.p.c. pu� essere proposta per la prima volta in appello, in quanto strumentale rispetto all'acquisizione di prove precostituite alle quali risulta inapplicabile il divieto stabilito dall'art. 345 c.p.c. (Cass. n. 12611 del 2003, 60 del 2003).
Sotto altro profilo, va rilevato che sin dal primo grado il Bentivegna aveva contestato la autenticit� delle fotografie pubblicate sul quotidiano. Sicch� sarebbe stato preciso onere delle originarie parti convenute richiedere l'esibizione degli originali delle stesse, per confermarne la corrispondenza alle immagini riprodotte.
Nulla di tutto ci� � stato fatto nel giudizio di primo grado.
Sicch� nessuna violazione ha compiuto il giudice di appello disponendo la acquisizione delle fotografie originali depositate presso l'archivio di Stato tedesco, ritenute indispensabili ai fini della decisione da adottare.
Con il quinto motivo i due ricorrenti principali denunciano, infine, violazione e falsa applicazione di norme di diritto ed in particolare dell'art. 595 c.p. in relazione alla scriminante, ai sensi dell'art. 51 c.p., dell'esercizio della libera manifestazione del pensiero ex art. 21 Cost., nonch� contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia (art. 360, primo comma, nn. 3 e 5, c.p.c.).
Il legittimo esercizio del diritto di critica da parte dei giornalisti era stato escluso dai giudici di appello sul rilievo della asserita inveridicit� di talune circostanze poste a base e ad ispirazione degli articoli in contestazione.
Ci� che rilevava, peraltro, era solo la consapevolezza - da parte degli attentatori di Via Rasella - che il loro atto avrebbe certamente provocato una rappresaglia tedesca secondo il rapporto di "un tedesco/dieci italiani".
Tutte le circostanze ora richiamate (oltre al fatto di avere visto il giovane Zuccheretti seduto sul carretto della immondizia e di avere agito contro un plotone di militari anziani e disarmati, di nazionalit� italiana) costituivano, a ben vedere, elementi del tutto marginali rispetto alle argomentazioni svolte dai giornalisti.
Si trattava, del resto, di osservazioni integralmente basate su fonti storiografiche e testimoniali - che esprimevano legittimamente valutazioni critiche in ordine alle modalit� ed alla opportunit� stessa dell'attentato cui era seguita la strage delle Fosse Ardeatine - determinate anche dal contestuale svolgimento del processo a Priebke e motivate proprio con l'esigenza di commentare tale avvenimento.
Le conclusioni cui erano giunti i giudici di appello avrebbero potuto avere un senso solo qualora l'accostamento dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) ai nazisti fosse avvenuto al di fuori del contesto storico, poich�, in tal caso, si sarebbe potuto arguire che il termine "nazista" era stato impiegato come un comodo aggettivo in grado di esprimere l'idea della violenza e della prevaricazione.
Anche quest'ultimo motivo del ricorso principale � destituito di fondamento.
Deva quindi ben distinguersi la cronaca dalla critica, riconoscendo che con quest'ultima si manifesta la propria opinione, che non pu� pertanto pretendersi assolutamente obiettiva e che pu� essere esternata anche con l'uso di un linguaggio colorito e pungente ma non pu� mai ledere la integrit� morale del soggetto (Cass. n. 8734 del 2000).
La valutazione del superamento dei limiti del diritto di critica e di informazione (costituiti dall'interesse pubblico, dalla rispondenza a verit� dei fatti esposti e della continenza formale), con conseguente attribuzione di rilevanza diffamatoria ad espressioni usate in articoli di stampa, si risolve in giudizio di fatto, incensurabile in sede di legittimit� se sorretto da motivazione corretta, congrua e coerente (Cass. 15510 del 2006, 3284 del 2006, 11455 del 2003, 11420 del 2002, 11060 del 2002, 673 del 1976).
Ha considerato la Corte Territoriale, preliminarmente, che la libert� di critica ha valore scriminante solo quando rispetti la verit� dei fatti dai quali trae occasione e forza per manifestarsi, con la precisazione che, allorquando la critica si fonda su episodi non veri o rievocati attraverso l'arbitrario inserimento di circostanze qualificanti non vere, essa diviene un mero pretesto per offendere l'altrui reputazione, di esprimere la propria visione della vita e della societ�.
La considerazione che le stesse si inserivano in una "campagna diffamatoria" intesa a porre in cattiva luce la figura morale del Bentivegna e in genere di tutti coloro che avevano preso parte all'attentato di Via Rasella costituisce accertamento di merito, come tale incensurabile in sede di legittimit�.
Come ha rilevato pi� volte questa Corte (Cass. n. 9746 del 2000): "In tema di azione di risarcimento dei danni da diffamazione a mezzo della stampa... presupposto per l'applicabilit� della esimente dell'esercizio del diritto di cronaca � la continenza del fatto in esso, intesa in senso sostanziale e formale. Sotto il primo profilo, i fatti narrati debbono corrispondere alla verit�, sia pure non assoluta, ma soggettiva; sotto il secondo, la esposizione dei fatti deve avvenire in modo misurato, deve, cio�, essere contenuta negli spazi strettamente necessari.
Peraltro, quando, come accade frequentemente, la narrazione di determinati fatti sia esposta insieme alle opinioni dell'autore dello scritto, in modo da costituire nel contempo esercizio di cronaca e di critica, la valutazione della continenza non pu� essere condotta, sulla base dei soli criteri indicati, essenzialmente formali, avendo, invece, lasciare spazio alla interpretazione soggettiva dei fatti esposti.
Infatti, la critica mira non gi� ad informare, ma a fornire giudizi e valutazioni personali, e, se � vero che, come ogni diritto, anche quello in questione non pu� essere esercitato se non entro limiti oggettivi fissati dalla logica concettuale e dall'ordinamento positivo, da ci� non pu� inferirsi che la critica sia sempre vietata quando sia idonea ad offendere la reputazione individuale, richiedendosi, invece, un bilanciamento dell'interesse individuale alla reputazione con quello alla libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita.
Siffatto bilanciamento � ravvisabile nella pertinenza della critica di cui si tratta all'interesse pubblico, cio� nell'interesse dell'opinione pubblica alla conoscenza non del fatto oggetto di critica, che � presupposto dalla stessa, e, quindi, fuori di essa, ma di quella interpretazione del fatto, interesse che costituisce, assieme alla correttezza formale (continenza), requisito per la invocabilit� della esimente dell'esercizio del diritto di critica (cfr. Cass. n. 9746 del 2000, 465 del 1996).
Nel caso d� specie la Corte territoriale ha motivatamente concluso che non vi era alcun dubbio che i giornalisti convenuti avrebbero potuto, nel rispetto della verit� dei fatti oggettivi, esprimere dure critiche in ordine alla scelta dell'attentato, alla sua organizzazione, ai suoi scopi.
Come gi� rilevato, del resto, tale vicenda era stata spesso oggetto di vivace critica anche nell'ambito della stessa area politica.
Tuttavia, la rilevata non rispondenza alla verit� di circostanze non marginali come l'ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all'attentato di via Rasella e l'assimilazione tra Priebke e Bentivegna era lesiva della onorabilit� personale e politica di quest'ultimo.
L'attentato, ricorda conclusivamente la Corte territoriale, costituiva un legittimo atto di guerra (cos� era stato definito in numerose decisioni in sede civile e penale) rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari.
I ricorrenti principali osservano che il giornale si era limitato a riportare le dichiarazioni rese dal fratello gemello del giovane Zuccheretti, morto nell'attentato, e l'opinione dello stesso che il fratello fosse stato visto dai partigiani, i quali, ci� nonostante, non avrebbero desistito dal compiere l'attentato.
Le dichiarazioni rese da Giovanni Zuccheretti, oltre a costituire una fondamentale testimonianza storica, erano altres� scriminate dall'essere state rilasciate in sede di intervista.
Si tratta, anche in questo caso, di un giudizio di merito, come tale insindacabile in sede di legittimit�. Cos� come costituisce accertamento di merito quello che ritiene non gi� marginali - ma addirittura "centrali" nell'economia degli articoli in questione - le circostanze non veritiere ampiamente riportate da "Il Giornale" sottolineando che proprio queste circostanze erano state la "ragione ispiratrice" dei vari articoli che si erano interessati dell'argomento, e che i giudici di appello qualificano come una vera e propria campagna diffamatoria rivolta essenzialmente contro la persona del Bentivegna, oltre che contro i partigiani organizzatori dell'attentato.
Quanto al terzo motivo, con il quale il Chiocci denuncia violazione dell'art. 2043 c.c., 595 c.p.c., art. 11 della l. n. 47 del 1948 e 57 c.p., � sufficiente ricordare che la Corte territoriale ha ritenuto il Chiocci responsabile, assieme al direttore responsabile della testata, della campagna diffamatoria portata avanti dal quotidiano. In questa prospettiva, appare del tutto irrilevante la ricerca dei singoli giudizi o espressioni imputabili all'uno od all'altro giornalista, essendosi verificato - secondo l'accertamento incensurabile del giudice di appello (sia pur solo ai fini civili) - il concorso di pi� soggetti nel medesimo reato di diffamazione.
Le censure sono inammissibili poich� il ricorrente incidentale non riporta integralmente il contenuto dei capitoli di prova testimoniale dei quali lamenta la mancata ammissione.
Si tratta di motivazione di merito, logicamente motivata, che sfugge a qualsiasi censura in questa sede di legittimit�.
Con esso il Chiocci deduce violazione di norme di diritto (artt. 2043, 2959 e 1226 c.c.) nonch� vizi della motivazione, censurando la quantificazione del danno morale operata dal giudice di appello.
La valutazione della entit� del danno derivante dalla diffamazione non pu� avvenire che in via equitativa, tenendo conto della gravit� delle offese e della diffusione della pubblicazione.
La motivazione adottata dalla Corte territoriale � corretta, adeguata e coerente.
S. BartoleLa Costituzione � di tuttiIl Mulino, 2012
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P. CarettiDiritto dell'informazioneIl Mulino, 2013
L. CarlassareNel segno della CostituzioneFeltrinelli, 2012
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