Source: http://siciliaitalia.blogspot.com/2016/06/
Timestamp: 2018-06-22 05:24:02+00:00

Document:
Commercialisti e Giuristi d'impresa - a cura di Victor Di Maria: giugno 2016
Quando la "Democrazia" possibile é quella dei "Ricchi" per i "Ricchi" - USA una democrazia o una oligarchia ?
In una interessante intervista, rilasciata a Andre Vltchek e pubblicata sul sito web "L'Antidiplomatico", Christopher Black, uno dei giuristi più noti al mondo, ci svela un punto di vista sulla qualità della democrazia negli Stati Uniti.
Il suo punto di vista è interessante perché accende un fascio di luce su alcune verità storiche che la l'informazione tradizionalmente non ci offre.
La sua riflessione riguarda la "qualità", intesa quale rapporto di effettività, della cosiddetta "democrazia" negli Stati Uniti d'America. Tale punto di vista, in realtà, è valido anche per la maggior parte dei Paesi Occidentali, ma non solo.
Una questione centrale posta dal giurista riguarda la prossima elezione del futuro residente degli Stati Uniti.
Alla domanda sul come mai uno Stato così importante abbia scelto, con le primarie, Donald Trump e Hillary Clinton, risponde:
"Gli Stati Uniti non sono più una democrazia dal colpo di stato del 1963, quando il Presidente Kennedy venne assassinato dal complesso militare-industriale e i servizi di intelligence.
Gli Usa avevano avuto tanti problemi anche prima di questa data, a partire dall’indipendenza: il rapido sterminio delle popolazioni indigene e la sua marcia verso il presente imperialista con la sua prima guerra di conquista del 1812 di quello che oggi chiamiamo Canada, in particolare. Quell’invasione fu sconfitta dagli inglesi, dalle forze native e locali, ma anche allora le forze americane nei villaggi occupati dichiaravano di portare “democrazia” e “libertà”. Nessuno gli credeva chiaramente.
Poi si sono focalizzati sul Messico, sterminando gran parte del suo territorio, dichiarando l’egemonia del territorio occidentale e affermando di portare “libertà”, mentre gli schiavi neri affluivano ai loro confini. La guerra civile ha dimostrato che esisteva un paese fratturato tenuto insieme da uomini egoisti e spietati che selezionavano uno di loro come Presidente.
La corruzione nel sistema democratico degli Stati Uniti inizia, del resto, con la sua creazione. De Tocqueville l’ha descritto alla perfezione: è il comportamento di un popolo che pensa che l’individuo sia più importante del bene comune, che ognuno deve essere totalmente indipendente e in cui l’etica del profitto capitalista diviene religione di stato.
Non è cambiato molto da allora.
E’ Tump peggiore del pazzo Bush che ha attaccato Iraq e Afghanistan, o di Bill Clinton che ha attaccato l’ex Yugoslavia e entrambi hanno posto fine alle libertà civili nel paese? E’ peggio Trump dei criminali Nixon o Johnson che hanno distrutto Vietnam, Laos e Cambogia, e che hanno torturato migliaia di comunisti e attivisti in America Latina? E’ peggio di Truman che ha ordinato la distruzione di Hiroshima e Nagasaki?
E’ chiaro a tutti che i candidati sono sempre di qualità più bassa. Ma questo semplicemente riflette lo stato politico attuale dove solo i ricchi possono ambire a queste posizioni. La cerchia di candidati è ristretta e provengono da una classe che conosce solo una cosa nella vita, fare soldi non importa come e prendere il potere per continuare a fare i soldi.
Per farlo hanno bisogno del controllo delle popolazioni. Le condizioni economiche di molti americani causa rabbia crescente e gli omicidi di massa continui sono il segno di una società sempre più frustrata.
E’ una situazione veramente pericolosa. Quindi la scelta tra un buffone razzista populista, Trump, contro la macchina di morte Clinton, è il frutto delle circostanze. Sono i candidati che possono rifocalizzare questa rabbia creando capri espiatori.
Per me che vivo in Canada e guardo gli eventi dal confine, gli Stati Uniti continuano il loro declino in uno stato imperiale totalitario gestito da una oligarchia che non ha alcun interesse verso la classe lavoratrice ma pensa solo ad accumulare ricchezze personali. Sono spietati, irrazionali e sono imbevuti dei falsi valori della loro presunta superiorità. Per questo sono molto pericolosi. Quindi la mia risposta è: questa nazione è un pericolo incombente per il mondo".
Quindi, gli Stati Uniti posso essere considerati quale modello di democrazia ?
"Un sistema in cui solo due partiti possono partecipare alla spartizione del potere e sono due partiti espressione della classe finanziaria e industriale dominante non sono una democrazia. Un sistema in cui nessun partito di massa di lavoratori può costituirsi e in cui solo i ricchi possono prendere parte, non può essere una democrazia. Infatti un grande giornalista e accademico statunitense ha affermato che gli Usa non sono una democrazia, ma un’oligarchia in cui le persone sono addormentate con “mass entertainment and mass shootings”.
Prendere parte alle elezioni significa supportare questo sistema".
Offro questo stralcio di intervista quale spunto di riflessione sperando che possa contribuire ad aprire la nostra mente verso orizzonti che nessuno ci racconta.
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Pubblicato da Victor Di Maria a 6/25/2016 05:55:00 PM Nessun commento:
LA SEMANTICA DEI TERMINI: LA POLITICA DELL'ANTIPOLITICA METAMORFOSI DELL'HOMO POLITUCUS di Victor Di Maria
Il festival della retorica politica ha trovato il suo culmine trionfante nel termine "Antipolitica" usato da chi, per professione, fa il politico.
Siamo di fronte al traguardo finale del "Gran Prix" dell'illogicità semantica, ossimoro assoluto.
I politici che invocano tale ossimoro volendone intestarsi la rappresentanza mettono sotto accusa la "politica". Per dare lustro e forza contenuntistica a tale "illogicità" il "politico" "Antipolitico" celebra se stesso, il suo essere "non essere politico" attraverso l'uso disinvolto di un vocabolario variegato.
Così, il "fare" diventa primario sul "parlare", "discutere" e altri simili perditempo democratici.
L'elogio del fare è infatti organico alla svalutazione del "pensare", "verificare", "confrontare". In politica, l'antipolitica, violenta la ragione (Ratio) introducendo la cultura ed il linguaggio "aziendalistico" nel quale prevale l'idea del decisionismo del "management" nella cui dimensione il confronto è del tutto inutile. Se è uno solo a decidere si fà tutto prima e subito. Si fa, ovviamente, la "Sua" volontà.
E così il "Politico" "Antipolitico" esalta la "politica" della "non politica" al fine di mistificare ogni cosa, negare l'evidenza, confondere, camuffare la realtà, sdoganare "se stesso" verso una percezione che gli altri devono avere della "novità", del "non vecchio", il "nuovo".
E su questo pericoloso crinale di aberrazione linguistica si gioca la partita della confusione attraverso l'uso improprio di termini cambiandone geneticamente il significato.
Il "Popolo" oramai è ridotto al significato di "maggioranza degli elettori", mortificando e violentando il concetto di sovranità in quello di "delega della sovranità".
L'evoluzione della semantica dei termini politici tende a rendere il significato delle parole mutevoli, a seconda del soggetto che li usa. Vittima illustre della nuova borsa dei valori linguistici è stata la "CULTURA".
Tutti ricordiamo la famosa frase (non "qui si fa l'Italia o si muore") "con la cultura non si mangia". Di tal discredito sono stati investiti, a cascata, gli intellettuali. "PROFESSORI" è diventato spregiativo. Cosicché, i "professori" che criticano la "riforma" costituzionale sono diventati il simbolo della zavorra contro il "cambiamento".
Le parole tendono a separarsi dal loro senso, a cambiare, come le cose, la loro "destinazione d'uso".
Il significato di "DEMOCRAZIA" è diventato il governo dei potenti che chiedono e ottengono il consenso dei più deboli.
Aveva scritto ORTEGA Y GASSET: "L'anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l'audacia di affermare il diritto della volgarità e lo impone ovunque".
Quelli che hanno avutuo tutto estraggono "da se stessi il peggio che rispecchia il peggio che c'è nella società: volgarità, incultura, irresponsabilità, rapacità", per citare Zagrebelsky, spingendo la gente a fare lo stesso ai danni dei propri simili meno fortunati.
L'incitazione all'insofferenza verso i migranti ne è la rappresentazione plastica.
Viviamo in pieno decadentismo e il dramma di tutto ciò è conclamato nella totale e diffusa riluttanza a voler vedere il marcio che, purtroppo, è talmente vicino a noi che il suo puzzore non viene più distinto dal nostro poichè, probabilmente, sta dentro di noi.
Pubblicato da Victor Di Maria a 6/19/2016 08:13:00 PM Nessun commento:
ESCLUSIONE DEL SOCIO NELLE SOCIETÀ DI PERSONE - Dott. Victor Di Maria
Il Codice Civile, Sezione V del Capo II, disciplina lo svolgimento del procedimento di scioglimento del rapporto sociale nelle società di persone (Snc - Sas).
La norma prevede la fattispecie al fine di mirare alla conservazione dell’ente societario.
L’ipotesi dell’esclusione del socio di società di persone è disciplinata dagli artt. 2286 e ss c.c..
Le cause di esclusione possono suddividersi in due categorie: cause di esclusione di diritto e cause di esclusione facoltative.
Nel primo caso, come previsto dall’art. 2288 c.c., è escluso di diritto :
Il socio che sia dichiarato fallito, salvo che non si tratti di fallimento conseguente al fallimento della società.
Il socio il cui creditore particolare abbia ottenuto la liquidazione della quota, nei casi consentiti dalla legge.
Nel secondo caso, è l’art. 2286 c.c. a disciplinare le cause che legittimano la società a deliberare l’esclusione del socio.
Esse devono essere previste dal contratto sociale, ragion per cui qualora ciò non avvenga il verificarsi di una di esse non comporta l’esclusione automatica.
Per ciò che attiene alle cause di esclusione facoltativa esse possono suddividersi in tre categorie:
Gravi inadempienze degli obblighi che derivano dalla legge o dal contratto sociale.
Senz'altro, fra queste, è possibile farvi rientrare, per esempio, il comportamento ostruzionistico del socio che si opponga sistematicamente ad ogni operazione sociale, paralizzando l’attività della società e tenendo un comportamento che viola il generale principio di buona fede.
Inoltre, è possibile considerare anche la gravità delle inadempienze contrattuali: esse potranno essere considerate tali anche quando le stesse abbiano inciso negativamente sulla situazione dell’ente, rendendo disagevole il raggiungimento dei fini sociali.
Interdizione, l’inabilitazione del socio o la sua condanna ad una pena che comporti l’interdizione anche temporanea dai pubblici uffici.
La disciplina che riguarda il procedimento di esclusione è contenuta nell’art. 2287 c.c.
Si tratta di una formula di risoluzione parziale del contratto, una reazione dell’ente alle inadempienze di cui sopra.
Nel caso in cui la società sia composta da due soli soci, non si applica il procedimento di esclusione suddetto ma, come previsto all'ultimo comma dell’art. 2287 c.c., l’esclusione di uno di essi è pronunciata dal tribunale su domanda dell’altro.
Si consiglia, in tal caso, massima prudenza nella raccolta e produzione di tutti i documenti e atti idonei a comprovare e sostenere le motivazioni del socio che richiede l'esclusione dell'altro.
Il procedimento di esclusione del socio non implica, quindi, la necessità di adottare un vero e proprio metodo collegiale, in quanto è la somma delle volontà determinanti l’esclusione del socio a conferire unità all'atto e a renderlo riferibile alla società.
Tale posizione, confermata soprattutto dalla giurisprudenza, è stata contrastata da una parte della dottrina tendente a favorire il metodo collegiale.
Nonostante i contrasti dottrinali, la giurisprudenza è rimasta ferma nella propria posizione, per cui la formazione della volontà nelle società di persone, anche nelle ipotesi particolari come quella in esame, è determinata dalla semplice raccolta, anche separata, di un numero di consensi idonei a determinare la maggioranza richiesta dalla legge.
Di seguito riporto breve massimario:
Società di persone - Violazione dei doveri inerenti al rapporto gestorio - Violazione degli obblighi del socio - Revoca per giusta causa della facoltà di amministrare - Esclusione dalla società - Presupposti
Allorquando il socio amministratore compia atti contrastanti non solo con i doveri inerenti al rapporto gestorio, ma anche con gli obblighi ad esso incombenti quale socio, tali fatti ben possono costituire presupposto, oltre che per la revoca per giusta causa della facoltà di amministrare, anche per l'esclusione dalla società ai sensi dell'art. 2286, primo comma, c.c., quando si connotino in termini di gravità tale da compromettere il conseguimento dell'oggetto sociale (cfr. Cass. 30 gennaio 1980, n. 710; Cass. 17 gennaio 1956. n. 103); in proposito occorre precisare che la gravità delle inadempienze legittimanti l'esclusione del socio ricorre non solo quando le stesse siano di consistenza tale da impedire il perseguimento dell'oggetto sociale, ma anche quando le stesse abbiano inciso negativamente sulla situazione dell'ente, rendendo disagevole il raggiungimento dei fini sociali (cfr. Cass. 1 giugno 1991, n. 6200; Cass. 17 aprile 1982, n. 2344).(riproduzione riservata) Tribunale di Roma 8 febbraio 2013.
Società in nome collettivo - Recesso del socio per giusta causa - Comunicazione al registro imprese - Presupposti - Adozione di delibera dei soci - Non necessità.
Le modificazioni dell'atto costitutivo di società in nome collettivo derivanti dallo scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio per morte, recesso, o esclusione non devono necessariamente risultare da una delibera dei soci; l'amministratore della società ha, quindi, l'obbligo di richiedere l'iscrizione nel registro delle imprese della modificazione che sia conseguenza del recesso per giusta causa del socio. (riproduzione riservata) Tribunale di Bari 3 ottobre 2011.
Pubblicato da Victor Di Maria a 6/12/2016 10:17:00 AM Nessun commento:
Pubblicato da Victor Di Maria a 6/11/2016 08:41:00 PM Nessun commento:
Natura giuridica della SCIA alla luce della riforma Madia. Le implicazioni pratiche in tema di poteri amministrativi e tutela del terzo A cura di ANTONIA MACHEDA
La questione della natura giuridica della SCIA ha da sempre interessato il dibattito dottrinale: tuttavia, la problematica non è solo teorica.
Aderire alla tesi del modulo organizzatorio o a quella dell’atto amministrativo tacito significa, infatti, configurare diversamente il potere inibitorio spettante alla P.A. oltre che individuare una differente tutela per i terzi controinteressati.
La presente trattazione, partendo da una breve disamina delle recenti modifiche legislativi della SCIA, si soffermerà proprio sulle implicazione pratiche che derivano dall’adesione all’una o all’altra teoria sulla natura giuridica.
L’istituto della SCIA-DIA nasce a partire dagli anni novanta allorquando il legislatore, influenzato dalla normativa comunitaria in tema di concorrenza e libero mercato, ha iniziato un percorso di liberalizzazione delle attività private in attuazione dell’art. 41 Cost.; viene, così, introdotto il principio di autoresponsabilità del privato, passando da un controllo preventivo ad un controllo successivo della PA.
Le attività soggette a DIA erano dapprima limitate: l’istituto trovava, infatti, applicazione solo nelle materie individuate nella direttiva n. 123/2006 CE, cd Direttiva Servizi.
A partire dal 2005, dopo la trasformazione della DIA in SCIA, tale modulo semplificato è diventato un modello generalizzato: ai sensi del novellato art. 19 l. 1990 n. 241 trova, infatti, applicazione in vari settori, ivi compreso quello edilizio.
Da ultimo, la SCIA è stato oggetto di un’ulteriore modifica per effetto della legge n. 124 del 2015 (c.d. Legge Madia); tale normativa, per un verso, ha direttamente innovato l’art. 19 della l. 1990 n. 241 e, per altro verso, ha delegato il governo ad attuare una maggiore liberalizzazione e semplificazione in materia.
In virtù della citata delega, oggi è stato elaborato uno schema di decreto legislativo che ha ottenuto il parere favorevole del Consiglio di Stato nel marzo del 2016.
Come accennato, fin dalla sua introduzione, l’istituto è stato oggetto di un acceso dibattito in merito alla sua natura giuridica.
Per un verso, si è sostenuto che la SCIA fosse un provvedimento tacito della PA, formatosi a seguito del silenzio dalla stessa serbato in merito alla dichiarazione del privato.
In verità, attenta dottrina ha osservato che tale teoria non può essere seguita: la SCIA, infatti, si configura quale atto privato e modulo organizzatorio che trova la su legittimazione direttamente nella legge.
Non c’è, quindi, alcun provvedimento amministrativo tacito: c’è solo una dichiarazione del privato che, in caso di mancato esercizio del potere inibitorio della PA, diviene titolo legittimante ex lege.
La tesi privatistica, inoltre, trova conferma anche da un’attenta analisi della legge 241/1990: se la SCIA fosse un provvedimento tacito, non avrebbe senso collocarla al di fuori dell’art. 20, che disciplina proprio il silenzio assenso.
Tale orientamento è stato recepito anche dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato con la sentenza n. 15 del 2011 oltre che dal legislatore del 2011; quest’ultimo, tuttavia, come vedremo meglio più avanti, si è discostato dal Supremo Consesso in ordine alla tutela configurabile per il terzo controinteressato.
Il dibattito sulla natura giuridica ha inciso, inoltre, sulla problematica configurazione dei poteri amministrativi spettanti all’amministrazione.
Con la SCIA, infatti, il privato può iniziare immediatamente l’attività segnalata, fermo restando il controllo successivo della PA in ordine alla conformità a legge. Nella previgente disciplina del 2014, in particolare, l’amministrazione poteva, nei sessanta giorni successivi alla segnalazione, esercitare i poteri inibitori o conformativi. Tuttavia, decorso inutilmente tale termine, la PA poteva intervenire solo in caso di pericolo di danno dei c.d. “interessi sensibili” e previo motivato accertamento dell’impossibilità di conformazione; restavano fermi, in ogni caso, i poteri di autotutela ex artt. 21 quinquies e 21 nonies legge 1990 n. 241 nonché il generale potere sanzionatorio ex art. 21 della citata legge. Con la Legge Madia del 2015 n. 124, vengono innovati i poteri amministrativi spettanti alla PA in sede di controllo successivo: ai sensi del novellato art. 19 legge 1990 n. 241, l’amministrazione, nell’esercizio del potere conformativo, può indicare al privato finanche le misure da adottare.
Ai sensi del comma quarto, poi, decorso il termine dei sessanta giorni, i poteri inibitori non sono preclusi: l’amministrazione può adottare i provvedimenti di cui al comma terzo anche se sono scaduti i termini e purchè vi siano le condizioni per l’annullamento ex art 21 nonies.
Inoltre, la riforma Madia ha introdotto un “nuovo paradigma” nei rapporti tra cittadino e pubblica amministrazione: all’art. 21 nonies ha previsto, infatti, un nuovo termine di diciotto mesi per l’esercizio dell’autotutela da parte dell’amministrazione.
Si è avvertita dunque, l’esigenza di tutelare l’affidamento del privato: i poteri ex post della PA devono avere un limite, anche alla luce dei principi di accessibilità e prevedibilità delle norme sanciti dalla giurisprudenza Cedu.
La previsione di tale termine, tuttavia, crea qualche esigenza di coordinamento: per come rilevato nel citato parere del Consiglio di Stato, vi è innanzitutto l’incertezza di determinare il dies a quo per la decorrenza dei diciotto mesi oltre quella di delimitare la fattispecie derogativa di cui al comma secondo bis dell’art. 21 nonies legge 1990 n. 241.
Inoltre, ci si chiede se il citato termine di diciotto mesi debba applicarsi o meno anche all’intervento in caso di dichiarazioni mendaci ex art 21, comma primo, e se si applichi anche a provvedimenti che non siano formalmente definiti di “annullamento”.
Su tali problematiche, il Consiglio di Stato auspica un maggiore coordinamento da parte del legislatore delegato.
Alla luce di quanto detto, appare evidente come la recente riforma Madia abbia confermato la tesi privatistica del modulo organizzatorio: ciò lo si desume dal comma quarto dell’art 19 legge 1990 n. 241, che prevede la possibilità di configurare i poteri inibitori anche dopo i sessanta giorni.
Viceversa, se la SCIA fosse un provvedimento tacito, i poteri inibitori della PA sarebbero esauriti con la formazione del silenzio assenso. Da ultimo, la natura giuridica della SCIA rileva anche al fine dell’individuazione della tutela da accordare al terzo controinteressato.
Se, infatti, la SCIA fosse un atto amministrativo tacito, il terzo potrebbe solo sollecitare l’esercizio dei poteri inibitori e, in caso di inerzia, attivare la procedura avverso il silenzio ex artt. 31 e 117 cpa. In tal modo, però, la tutela del terzo sarebbe minimale: l’azione ex art. 31 ha per oggetto solo l’accertamento dell’obbligo di provvedere della PA.
Il giudice, quindi, non può esercitare i poteri inibitori di competenza dell’amministrazione, pena violazione dell’art. 34, c. 2 cpa: non può, quindi, bloccare l’attività illecita del privato.
Inoltre, vi sarebbe il problema delle misure cautelari ante causam: se la SCIA fosse un provvedimento tacito, non sarebbe possibile richiedere la tutela ante causam prima della formazione del silenzio significativo: non essendovi ancora un provvedimento, non vi potrebbe essere lesione del terzo.
Con la tesi del modulo organizzatorio, invece, il terzo gode di una tutela piena: è questa la prospettiva sposata dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato con la sentenza n. 15 del 2011.
Secondo il Supremo Consesso Amministrativo, infatti, il terzo potrà avvalersi, oltre che dell’azione avverso il silenzio, anche dell’azione atipica dichiarativa.
Con tale azione atipica, ammissibile in virtù del principio dell’atipicità della tutela amministrativa, il controinteressato può avere una tutela ante causam, anche di tipo cautelare: alla scadenza dei sessanta giorni, infatti, l’azione di accertamento si convertirà automaticamente in azione di annullamento ex art 29 cpa.
Il terzo, contestualmente, potrà richiedere la condanna ex art. 30 cpa: in questo modo, egli potrà godere della tutela reale che gli è preclusa con l’azione avverso il silenzio.
L’impostazione dell’Adunanza Plenaria non è stata, però, condivisa dal legislatore del 2011: con la novella legislativa, infatti, non è accordabile alcuna tutela reale al controinteressato il quale potrà esperire solo l’azione avverso il silenzio, ai sensi del comma 6 ter dell’art. 19 legge 1990 n. 241.
Il problema della tutela del terzo è ancor più attuale alla luce della riforma Madia del 2015: la tutela avverso il silenzio di cui al comma 6 ter contrasta con il novellato comma quarto dell’art. 19 che riconosce alla PA l’esercizio dell’inibitoria anche dopo la scadenza dei sessanta giorni.
Si auspica, quindi, un maggiore coordinamento della disciplina ad opera del legislatore delegato.
Pubblicato da Victor Di Maria a 6/11/2016 08:00:00 PM Nessun commento:
MODIFICA DELLA COSTITUZIONE: COSTITUZIONALISTI SUGGERISCONO UN REFERENDUM CON PIU' QUESITI......
Sono in tutto 56 le firme raccolte contro la cosiddetta "RIFORMA" della nostra COSTITUZIONE.
Non sono firme "leggere". Sono quelle di un cospicuo gruppo fra i più importanti costituzionalisti italiani che hanno voluto diffondere un interessante documento critico sulle riforme costituzionali.
Fra essi si contano 17 ex giudici della Consulta. Ben 11 presidenti emeriti della Corte costituzionale, 5 vicepresidenti e un altro magistrato della Consulta.
La caratteristica di coloro i quali hanno voluto sottoscrivere il documento è che non appartengono solo ad una corrente politico-culturale ma, invece, sono appartenenti sono noti per le loro tendenze sia di centrosinistra che di centrodestra.
L'interessante documento si rivolge alla classe politica per evitare la radicalizzazione che, inevitabilmente, nascerebbe da un "referendum" nel quale il cittadino può solo "confermare" o "non confermare" il testo cosiddetto "Boschi".
Il documento dei 56 costituzionalisti propone infatti di far svolgere una pluralità di quesiti referendari per lasciar libero l’elettorato di decidere su singole parti omogenee della riforma costituzionale, che, attenzione, riguarda ben il 57% della nostra Carta Costituzionale.
I costituzionalisti sottoscrittori del documento voterebbero "NO" se il quesito dovesse essere unico, una circostanza gli stessi ritengono ingiustificata visto che per loro questa "riforma" Boschi contiene novità positive.
Nella bilancio dei pro e dei contro gli stessi, comunque, dichiarano che gli aspetti positivi sarebbero inferiori a quelli negativi.
Il documento boccia inesorabilmente il modo in cui si è superato il bicameralismo perfetto con la creazione di un Senato troppo debole e con competenze e struttura che non lo rendono una vera camera di rappresentanza delle amministrazioni regionali.
I procedimenti legislativi della "riforma" sono definiti confusi, e, per quanto riguarda la modifica al Titolo V, troppo centralista.
Ecco il testo come pubblicato sul sito de “La Stampa”.
"Di fronte alla prospettiva che la legge costituzionale di riforma della Costituzione sia sottoposta a referendum nel prossimo autunno, i sottoscritti, docenti, studiosi e studiose di diritto costituzionale, ritengono doveroso esprimere alcune valutazioni critiche. Non siamo fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo. Siamo però preoccupati che un processo di riforma, pur originato da condivisibili intenti di miglioramento della funzionalità delle nostre istituzioni, si sia tradotto infine, per i contenuti ad esso dati e per le modalità del suo esame e della sua approvazione parlamentare, nonché della sua presentazione al pubblico in vista del voto popolare, in una potenziale fonte di nuove disfunzioni del sistema istituzionale e nell’appannamento di alcuni dei criteri portanti dell’impianto e dello spirito della Costituzione.
Pubblicato da Victor Di Maria a 6/11/2016 01:24:00 PM Nessun commento:

References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 19
 sentenza 
 art. 21
 art. 19
 art. 31
 sentenza 
 art. 30