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Timestamp: 2020-05-27 21:24:12+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 23444 del 06/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23444 del 06/10/2017
Cassazione civile, sez. VI, 06/10/2017, (ud. 06/09/2017, dep.06/10/2017), n. 23444
sul ricorso 12662-2014 proposto da:
M.G., elettivamente domiciliata in ROMA, Via NAZARIO
SAURO n. 16, presso lo studio dell’avvocato STEFANIA REHO,
avverso la sentenza n. 9228/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 9/11/2013;
– con la sentenza impugnata la Corte di appello di Roma ha accolto l’appello proposto da M.G., docente assunta con ripetuti contratti a tempo determinato, avverso la pronuncia del locale Tribunale che aveva revocato il decreto ingiuntivo dalla predetta ottenuto per il pagamento nei confronti del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca di somme a titolo di differenze stipendiali;
– la Corte territoriale, richiamato preliminarmente il principio di non discriminazione sancito dalla clausola 4 dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato, trasfuso nella Direttiva 99/70/CE del 28 giugno 1999 e recepito nel nostro ordinamento dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 6, ha svolto le seguenti considerazioni: – le condizioni di impiego, rispetto alle quali sussiste il divieto di discriminazione, comprendono in conformità con quanto chiarito dalla Corte di Giustizia, tutti gli istituti idonei ad incidere sulla quantificazione del trattamento retributivo e, quindi, anche gli scatti di anzianità riconosciuti ai lavoratori a tempo indeterminato, non essendo idonei a giustificare una diversità di trattamento tanto la mera circostanza che un impiego nel settore pubblico sia definito “non di ruolo” quanto la specialità del sistema del reclutamento scolastico; – la clausola 4, in quanto precisa ed incondizionata, prevale sul diritto interno laddove la natura, la durata e la frequenza delle prestazioni lavorative non differiscono, in fatto, da quelle del personale assunto a tempo indeterminato, irrilevante essendo la modalità di selezione del personale “non di ruolo”;
– la lavoratrice ha resistito con controricorso;
– la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380 – bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata;
– con l’unico articolato motivo il MIUR denuncia la violazione e falsa applicazione della L. 11 luglio 1980, n. 312, art. 53; dell’art. 142 C.C.N.L. 24 luglio 2003 e art. 146 c.c.n.l.. Comparto scuola del 29 novembre 2007; del D.P.R. 23 agosto 1988, n. 399, art. 3; del D.L. 13 maggio 2011, n. 70, art. 9, comma 18, come convertito con modificazioni dalla L. 12 luglio 2011, n. 106, art. 1, comma 2; della L. 3 maggio 1999, n. 124, art. 4, della direttiva 99/70/CE, della L. n. 122 del 2010, art. 9, comma 23. Assume che: – i rapporti di lavoro a tempo determinato del settore scolastico sono assoggettati ad una normativa speciale di settore, sicchè agli stessi non si applica la disciplina generale dettata dal D.Lgs. n. 368 del 2001; – il principio di non discriminazione è correlato all’abuso del contratto a termine, che nella specie deve essere escluso in quanto il ricorso alla supplenza e alla stipula di contratti a termine del personale scolastico trova giustificazione in ragioni oggettive e non è maliziosamente finalizzato a consentire al datore di lavoro un risparmio di spesa; – il lavoratore assunto a tempo determinato nel settore scolastico non è comparabile a quello di ruolo, perchè ogni singolo rapporto è distinto ed autonomo rispetto al precedente; – la L. n. 312 del 1980, art. 53, ha regolato il trattamento economico solo di alcune categorie di docenti e dunque non è invocabile a sostegno della pretesa;
– si osserva innanzitutto che, come evidenziato nella stessa sentenza impugnata – cfr. pag. 3 -, nel presente giudizio non si discute degli scatti biennali ex L. n. 312 del 1980 (aumenti periodici del 2,50% sullo stipendio iniziale di qualifica) e che già nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo era stato chiarito che la domanda proposta era finalizzata ad ottenere l’equiparazione al personale assunto a tempo indeterminato sulla base del principio di non discriminazione economica sancito dalla clausola 4 dell’Accordo quadro ed il riconoscimento di un trattamento paritario, sotto il profilo retributivo (progressione stipendiale cd. gradone di merito);
– per il resto, come già osservato da questa Corte (Cass. 7 novembre 2016, n. 22558, Cass. 23 novembre 2016, n. 23868; Cass. 29 dicembre 2016, n. 27387, Cass. 5 gennaio 2017, n. 165; Cass. 10 gennaio 2017, n. 290 alle cui motivazioni ci si riporta integralmente in quanto del tutto condivise), l’obbligo posto a carico degli Stati membri di assicurare al lavoratore a tempo determinato “condizioni di impiego” che non siano meno favorevoli rispetto a quelle riservate all’assunto a tempo indeterminato “comparabile”, sussiste, quindi, a prescindere dalla legittimità del termine apposto al contratto, giacchè detto obbligo è attuazione, nell’ambito della disciplina del rapporto a termine, del principio della parità di trattamento e del divieto di discriminazione che costituiscono “norme di diritto sociale dell’Unione di particolare importanza, di cui ogni lavoratore deve usufruire in quanto prescrizioni minime di tutelà (Corte di Giustizia 9.7.2015, causa 0177/14, Regojo Dans, punto 32);
– la clausola 4 dell’Accordo quadro è stata più volte oggetto di esame da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha affrontato tutte le questioni rilevanti nel presente giudizio rilevandone il carattere incondizionato idoneo alla disapplicazione di qualsiasi contraria disposizione del diritto interno (Corte di Giustizia 15.4.2008, causa C- 268/06, Impact; 13.9.2007, causa C- 307/05, Del Ceno Alonso; 8.9.2011, causa C-177/10 Rosado Santana) ed affermando la esclusione di ogni interpretazione restrittiva, non potendo la riserva in materia di retribuzioni contenuta nell’art. 137 n. 5 del Trattato (oggi 153 n. 5), “impedire ad un lavoratore a tempo determinato di richiedere, in base al divieto di discriminazione, il beneficio di una condizione di impiego riservata ai soli lavoratori a tempo indeterminato, allorchè proprio l’applicazione di tale principio comporta il pagamento di una differenza di retribuzione” (Del Cerro Alonso, cit., punto 42);
– la novità e la complessità della questione, diversamente risolta dalle Corti territoriali e solo di recente affrontata dalla Corte di legittimità, giustificano la compensazione delle spese del giudizio;

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 6
 art. 53
 art. 146
 art. 3
 art. 9
 art. 1
 art. 4
 art. 9
 art. 53
 sentenza 
 Cass. 
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