Source: http://www.giurcost.org/decisioni/1973/0175s-73.html
Timestamp: 2020-01-24 13:43:01+00:00

Document:
Consulta OnLine - Sentenza n.175 del 1973 CONSULTA ONLINE
Il giudice a quo prosegue denunciando i seguenti motivi d'illegittimità delle norme impugnate: 1) la riserva alla giurisdizione ecclesiastica delle cause concernenti la nullità del matrimonio celebrato religiosamente e trascritto negli uffici dello stato civile, costituirebbe una parziale abdicazione dello Stato italiano alla propria sovranità, nel campo della funzione giurisdizionale. Non sarebbe conferente il riferimento al fenomeno del rinvio all'ordinamento straniero conseguente al conflitto di leggi nello spazio, sia per i profili di estraneità che lo giustificano, sia perché la norma richiamata é tuttavia sempre applicata dagli organi giurisdizionali interni; neppure v'é piena analogia con l'istituto della dichiarazione di efficacia in Italia delle sentenze emesse dai giudici stranieri, specialmente perché ciò avviene attraverso un procedimento giurisdizionale che richiede un penetrante controllo. Le norme impugnate, invece, demandando in via preventiva alla esclusiva giurisdizione ecclesiastica un gruppo di controversie e poi rendendo esecutive nell'ordinamento italiano le decisioni di quegli organi, subordinatamente ad un controllo limitato alla mera regolarità formale della documentazione ricevuta, apportano una grave limitazione alla sovranità dello Stato, in contrasto con l'art. 1 secondo comma, della Costituzione, secondo cui la sovranità va esercitata nelle forme previste dalla Costituzione, e con gli artt. 101 e 102, primo e secondo comma, della Carta, che attribuiscono la funzione giurisdizionale alla magistratura ordinaria, vietando l'istituzione di giudici speciali. La suddetta limitazione di sovranità contrasterebbe inoltre con l'art. 11 della Costituzione, il quale ne prevede la possibilità soltanto al diverso fine di assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni. Né potrebbe sostenersi che la menzionata riserva di giurisdizione sia inscindibilmente connessa al riconoscimento concordatario del matrimonio cattolico, essendo pienamente concepibile che siano i tribunali italiani, anche in questo caso, ad applicare le norme di altri ordinamenti, sicché l'art. 7 della Costituzione, mentre giustificherebbe il rinvio alla disciplina canonistica del matrimonio non potrebbe sanare l'ulteriore limitazione alla giurisdizione dello Stato, perché attinente ad "un principio supremo dell'ordinamento costituzionale" (cfr. sentenza Corte cost. n. 30 del 1971); 2) le norme impugnate, escludendo di fronte al giudice italiano ogni azione e ogni difesa della parte anche nella fase concernente la dichiarazione di esecutorietà della decisione ecclesiastica, violerebbero i principi costituzionali che assicurano a tutti l'azione giudiziale e la difesa in ogni stato e grado del procedimento (art. 24, primo e secondo comma, della Costituzione); 3) la riserva di giurisdizione a favore di un giudice non italiano, contrasterebbe con il principio del giudice naturale, di cui all'art. 25, primo comma, della Costituzione; 4) risulterebbe altresì violato il principio di eguaglianza (art. 3, primo comma, Cost.) perché il regime del matrimonio avente effetti civili, in conseguenza dell'esecutività propria delle sentenze ecclesiastiche, finisce per presentare notevoli differenze in tema di impedimenti, di requisiti di validità, di condizioni preclusive dell'azione, a seconda che la celebrazione sia avvenuta in forma concordataria o diversa. Tale differenziazione sarebbe per giunta collegata alla differenza di religione, non potendo essere la conseguenza di una libera scelta del rito, giacché questa compete soltanto ai cattolici, non essendo ammessi al matrimonio canonico i soggetti non battezzati.
É intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, con atto depositato il 24 gennaio 1972, chiedendo dichiararsi l'irrilevanza o comunque l'infondatezza della questione sollevata.
La difesa dello Stato premette che poiché l'attore aveva dedotto in giudizio il vizio del proprio consenso alle nozze come derivante dallo stato di incapacità naturale della moglie, antecedente al matrimonio, il giudice a quo avrebbe potuto emettere un giudizio in tema di validità della trascrizione del matrimonio concordatario in base alla dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 16 della legge 27 maggio 1929, n. 847, emessa dalla Corte costituzionale con sentenza n. 32 del 1971. Sotto tale profilo l'Avvocatura generale eccepisce l'irrilevanza della questione proposta, ritenendo potersi escludere il difetto di giurisdizione del giudice adito. Nel merito, a sostegno dell'infondatezza, svolge le seguenti osservazioni: 1) non sussiste la denunciata violazione del principio di eguaglianza perché, come già esplicitamente chiarito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 30 del 1971 "la discriminazione stessa risulta... espressamente consentita da altra norma costituzionale, e cioè dall'art. 7, secondo comma, che, per la disciplina dei rapporti tra Stato e Chiesa, rinvia ai Patti Lateranensi dei quali il Concordato é parte integrante"; 2) l'impugnata riserva di giurisdizione a favore dei tribunali ecclesiastici non contrasterebbe con "i principi supremi dell'ordinamento costituzionale dello Stato" e con gli artt. 1, secondo comma, e 11 della Costituzione. Invero il fenomeno sarebbe chiaramente inquadrabile nell'ambito del principio generale dell'inderogabilità della giurisdizione in materia civile, principio che notoriamente non avrebbe natura costituzionale, come risulterebbe dall'art. 2 del codice di procedura civile, dalle numerose convenzioni internazionali che specie di recente vi hanno apportato sempre più numerose eccezioni, e dallo stesso art. 80 della Costituzione, concernente l'intervento del legislatore ordinario nella procedura di ratifica dei trattati internazionali che prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari. Spetterebbe pertanto al legislatore ordinario di compiere le istituzionali valutazioni politiche per decidere se derogare o meno al principio suddetto. Né potrebbe aversi violazione dell'art. 11 della Costituzione, dettato per altre note finalità, atteso il necessario coordinamento tra le limitazioni di sovranità ipotizzate da tale norma e quelle altre, già menzionate, previste dal citato art. 80; 3) la deroga alla giurisdizione esclude di conseguenza l'instaurazione di un nuovo procedimento di fronte al giudice interno, sicché la confutazione del preteso contrasto con l'art. 24 della Costituzione, rimarrebbe assorbita dalle precedenti osservazioni intese a dimostrare la legittimità delle deroghe; 4) nessun fondamento può riconoscersi alla tesi che la competenza in materia di annullamento dei matrimoni, verrebbe attribuita ad un giudice speciale, in contrasto con l'art. 102, primo e secondo comma, della Costituzione. Invero la Corte costituzionale ha già escluso in tale materia il suddetto ipotizzato contrasto, con la sentenza n. 30 del 1971, che ha fatto anche riferimento alla precedente decisione n. 98 del 1965, a proposito della Corte di Giustizia delle comunità europee; 5) palesemente infondata é altresì la pretesa violazione del principio del giudice naturale, posto che secondo la costante giurisprudenza della Corte costituzionale tale nozione si identifica con quella di giudice precostituito per legge, e che nessuno ha mai potuto nemmeno dubitare che la giurisdizione dei tribunali ecclesiastici non sia prevista da una legge dello Stato italiano.
Nessuna parte privata si é costituita in questa sede.
2. - Questione di fondo, cui le altre appaiono subordinate, é se la giurisdizione dei tribunali ecclesiastici in materia matrimoniale (art. 1 della legge 1929, n. 810, che rende esecutivo l'art. 34, commi quarto, quinto, sesto del Concordato con la Santa Sede), sia compatibile con la sovranità dello Stato italiano; e se l'art. 7 della Costituzione, dichiarando che i rapporti fra Stato e Chiesa sono regolati dai Patti Lateranensi, consenta un sindacato di legittimità costituzionale sulle singole norme di esecuzione del Concordato 11 febbraio 1929.
Si tratta dunque di vedere se la riserva della giurisdizione costituisca "principio supremo" che nemmeno una legge avente copertura costituzionale potrebbe superare. Non vi é dubbio che la giurisdizione sia principio caratteristico della sovranità e di questa rappresenti un elemento costitutivo. Ma un'inderogabilità assoluta della giurisdizione statale non risulta da espresse norme della Costituzione, né é deducibile, con particolare riguardo alla materia civile, dai principi generali del nostro ordinamento, nel quale ipotesi di deroga sono stabilite da leggi ordinarie (art. 2 cod. proc. civ.). La stessa Costituzione, all'art. 80, prevede che con legge ordinaria sia autorizzata la ratifica di accordi internazionali aventi per oggetto arbitrati o regolamenti giudiziari.
Le questioni dedotte dagli artt. 24, 25 e 102, secondo comma, della Costituzione, si possono considerare assorbite da quanto precede. Può soltanto ricordarsi, secondo quanto già ripetutamente affermato, che giudice naturale é quello "precostituito per legge", e tale espressamente risulta quello designato dalle norme impugnate, come pure che i tribunali ecclesiastici sono estranei all'ordinamento giuridico interno e non costituiscono giudici speciali nel senso indicato dalla Costituzione (sentenza n. 30 del 1971).
4. - In ordine alla differenza di trattamento, con violazione del principio di uguaglianza (art. 3 Cost.), fra cittadini che vogliano contrarre matrimonio concordatario e cittadini che non vogliano contrarlo, é da rilevarsi che tutti i cittadini italiani, nelle condizioni personali volute indistintamente dalla legge, possono contrarre matrimonio civile. Anche i cittadini di fede cattolica, se non vogliono rinunciare alla giurisdizione statale in tema di matrimonio, possono contrarre prima le nozze civili e poi quelle religiose.
Depositata in cancelleria l'11 dicembre 1973.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 80
 art. 80
 sentenza