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Timestamp: 2018-10-17 18:10:25+00:00

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Tu sei qui: Fonti > Codice civile > LIBRO QUARTO - Delle obbligazioni > Titolo II - Dei contratti in generale > Capo XIV - Della risoluzione del contratto > Sezione I - Della risoluzione per inadempimento > Articolo 1456
Dispositivo dell'art. 1456 Codice civile
I contraenti possono convenire espressamente che il contratto si risolva nel caso che una determinata obbligazione non sia adempiuta secondo le modalità stabilite (1).
In questo caso, la risoluzione si verifica di diritto quando la parte interessata dichiara all'altra che intende valersi della clausola risolutiva [1457 2] (2).
(1) L'obbligazione deve essere indicata in modo preciso e non generico proprio perchè la volontà delle parti si sostituisce al controllo del giudice in ordine alla gravità (1455 c.c.). Se, peraltro, sorgono contrasti tra le parti circa uno degli elementi costitutivi della fattispecie (ad esempio circa l'adempimento o meno, ovvero in ordine alla colpevolezza della parte), questi vengono demandati alla cognizione del giudice che decide con una sentenza accertativa e non costitutiva.
(2) La comunicazione, che produce i medesimi effetti di una sentenza giudiziale, è un atto unilaterale (1324 c.c.) recettizio (1334, 1335 c.c.).
Con la clausola in esame il legislatore dà alle parti uno strumento utile sia nel merito, in quanto la valutazione circa la gravità dell'inadempimento (1455 c.c.) è preventiva e rimessa alle parti stesse, sia sul piano procedurale, atteso che, in luogo dell'intero procedimento giudiziale, il meccanismo risolutorio opera con la sola comunicazione unilaterale.
Spiegazione dell'art. 1456 Codice civile
Anche questa clausola si risolve in una forma di autotutela privata, ammessa espressamente dall'ordinamento giuridico. Presupposti richiesti perché si abbia una vera e propria clausola risolutiva espressa. La vera funzione di una tale clausola apposta ai contratti con prestazioni corrispettive
Anche questa clausola si risolve in una forma di autotutela privata, ammessa espressamente dalla legge.
Qui il potere privato di risoluzione sorge da una convenzione delle parti.
Quanto ai presupposti per la risoluzione (sub art. 1453, n. 2), ha da ritenersi che, nel caso di clausola risolutiva espressa, non si richiede la gravità dell’inadempienza.
La clausola risolutiva espressa attribuisce il potere privato di risoluzione quando concorrano queste due condizioni:
a) sia stato specificatamente stabilito quali hanno da essere le prestazioni, e le loro relative modalità, la cui mancata esecuzione potrà dar luogo alla risoluzione;
b) risulti la volontà delle parti di fare operare la risoluzione non dalla sentenza del giudice, ma dalla volizione del creditore deluso: è necessario che risulti una tale volontà delle parti, non bastando il primo presupposto (sub a) della specifica determinazione di quei fatti che dovranno costituire causa di risoluzione, in quanto ciò potrebbe essere fatto al semplice scopo di convenire preventivarnente l'eliminazione di ogni futura discussione sulla gravità o meno dell'inadempimento).
In mancanza dei suddetti due presupposti, non potrà vedersi una vera e propria clausola risolutiva espressa, onde per la risoluzione del contratto ci si dovrà attenere al disposto degli articoli 1453, 1454, 1457.
La conclusione al riguardo è duplice:
1) basta che esista la precisa determinazione, fatta d' accordo tra i contraenti, delle obbligazioni, e della loro modalità di esecuzione, la cui violazione avrà da essere causa di risoluzione, perché non sia più dato al giudice - per quanto detta violazione possa essere di lieve importanza - di escludere la risoluzione stessa;
2) trattandosi di vera clausola risolutiva espressa, l’applicabilità dell'art. 1455 ha sempre da ritenersi esclusa per volontà delle parti, appunto perché tale crausola deve contenere necessariamente la specifica determinazione delle obbligazioni (e delle loro modalità di esecuzione) la cui violazione sarà causa di risoluzione e di conseguenza non conterà nulla che la violazione, così predeterminata dai contraenti stessi, possa non avere in sè alcun carattere di gravità. L'esattezza di queste conclusioni può vedersi confermata dalle stesse finalità cui tende la clausola espressa: l'utilità, di essa infatti non può essere che quella di fare sì che il creditore insoddisfatto sia sollecitamente liberato dalla propria obbligazione, o comunque possa riavere la disponibilità della propria prestazione, evitando le lungaggini, le discussioni e i necessari accertamenti che sono propri della risoluzione giudiziale. Pare di poter affermare nettamente che, con la vera e propria clausola risolutiva espressa, l'intento delle parti è quello, e solo quello, di sostituire il proprio sovrano apprezzamento a quello del giudice circa l'opportunità della risoluzione: se non fosse così non si potrebbe altrimenti capire perché le parti abbiano apposta al contratto una espressa clausola risolutiva.
La clausola risolutiva espressa differisce nettamente dalla condizione risolutiva ex art. 1353
La risoluzione, nel caso di clausola espressa, non avviene però ex re.
A questo proposito, si deve subito escludere che detta clausola significhi apposizione al contratto di una vera e propria condizione risolutiva. Infatti:
a) la risoluzione ex art. 1456 non si verifica per il fatto del semplice inadempimento di un contraente; occorre anche una dichiarazione in questo senso da parte dell'altro contraente, dichiarazione che non può configurarsi come semplice dichiarazione esplicativa di una risoluzione già avvenuta;
b) la risoluzione ex art. 1456 non ha efficacia retroattiva reale (art. 1458): si cfr. invece l’art. 1360; e anche nei contratti ad esecuzione continuata o periodica non intacca mai la stabilità delle prestazioni già eseguite, mentre nella condizione vera e propria è ammesso per tale ipotesi il patto contrario (1360).
Bisogna dunque escludere senz'altro che con il patto commissorio le parti abbiano creato quella stretta subordinazione tra l'evento (inadempimento) e l'efficacia del patto stesso che è propria della condizione risolutiva.
Costruzione giuridica di detta clausola
Dunque, è necessario che il creditore deluso dichiari all'inadempiente che esso intende avvalersi, e che si avvale, del potere di risoluzione.
Questo perchè il creditore potrebbe avere interesse all'adempimento dell'obbligazione nonostante l'inadempimento del debitore: si deve quindi dire che, nonostante l'inadempimento, la risoluzione avviene solo se così vuole il creditore.
Deve aggiungersi che mentre la domanda di adempimento non pre­clude la possibilità di far valere successivamente il potere di risoluzione, non può invece assolutamente chiedersi l'adempimento quando si sia chiesta la risoluzione in quanto che questa avviene automaticamente al momento di quella richiesta (1456).
La clausola risolutiva espressa può essere così costruita: si tratta di un negozio giuridico che attribuisce al creditore deluso un potere privato di risoluzione, potere che avrà da esercitarsi mediante una dichiarazione unilaterale di volontà diretta all'inadempiente. La risoluzione pertanto è da collegarsi, non alla volontà espressa dai contraenti nel patto commissorio, bensì alla volontà unilaterale del contraente deluso ex art. 1456.
Dal patto commissorio deriva solo il potere di risoluzione a favore del creditore insoddisfatto, potere che appunto si esercita mediante la dichiarazione unilaterale sopradetta.
Tale dichiarazione quindi assume la struttura di un negozio giuridico unilaterale, con funzione costitutiva, in quanto è ad esso che la legge ricollega direttamente la risoluzione del contratto.
Si tratta di una dichiarazione recettizia, e non è prescritto aIcun termine di decadenza entro il quale la dichiarazione deve essere fatta al debitore inadempiente.
Momento in cui opera la risoluzione
La risoluzione opera con lo stesso meccanismo che si è visto a proposito della risoluzione giudiziale.
Essa opera automaticamente, al momento della dichiarazione fatta dal contraente deluso (1456), più precisamente, trattandosi di dichiarazione unilaterale recettizia, al momento in cui questa perviene a conoscenza del destinatario (1334). Sino a detto momento quella dichiarazione è revocabile purché la revoca giunga a conoscenza del destinatario prima della dichiarazione di risoluzione (arg. 1328), e sino a quel momento è ammissibile l'adempimento da parte del debitore. E’ vero che, sebbene il termine concorra a determinare il valore della prestazione, onde l'inosservanza di esso altera quel valore, tuttavia la prestazione tardiva si considera ugualmente valida purché si ripari alla mora con il pagamento dei danni (modifica oggettiva del rapporto obbligatorio); ma è altrettanto vero che, dopo il momento in cui la dichiarazione ex art. 1456 è pervenuta a conoscenza dell'inadempiente, a questi non può più assolutamente essere data la possibilità di adempiere — onde il giudice non potrebbe affatto ritenere per buona l'esecuzione compiuta dopo tale momento — non tanto perché qui non è più il giudice che opera la risoluzione, dovendo egli limitarsi a dichiarare la risoluzione già avvenuta, ma perché da quel momento il contratto è ormai risolto.
Requisito richiesto perché la risoluzione sia opponibile ai terzi
Sempre che si tratti di contratto che rientri in una delle categorie di cui all'art. 2643, affinché la risoluzione abbia efficacia di fronte ai terzi che ancora non abbiano trascritto il loro acquisto (arg. 2651, 2652 n. 1, 1458), sarà necessaria la trascrizione di un atto, posto in essere dalle parti, con il quale sia accertata la risoluzione stessa (2657), o, in mancanza, di una sentenza dichiarativa della risoluzione.
234 Altre ipotesi di risoluzione di diritto si hanno per la forza del patto commissorio espresso o del termine essenziale.
235 La prima fattispecie è prevista nell'art. 257, dove anzitutto si precisa che il patto commissorio espresso è una convenzione che commina la risoluzione del contratto nel caso in cui restino inadempiute determinate obbligazioni.
Insisto sulla parola "determinate" perché essa segnala la mia adesione alla giusta tendenza che considera pura e semplice riproduzione della c.d. clausola risolutiva tacita il patto per cui qualsiasi inadempienza è causa di risoluzione del contratto. La clausola risolutiva espressa deve avere, quindi, un contenuto specifico, e riferirsi alla inadempienza di una o più obbligazioni tassativamente indicate.
A mio avviso, però, potendo il creditore avere interesse alla esecuzione del contratto anche dopo l'inadempimento considerato nel patto commissorio espresso, questo inadempimento non deve produrre di per sé la risoluzione. Perciò ho previsto che la parte che voglia avvalersi della clausola risolutiva espressa, deve dichiararlo all'altra.
Massime relative all'art. 1456 Codice civile
Cass. civ. n. 4796/2016
(Cassazione civile, Sez. VI, sentenza n. 4796 del 11 marzo 2016)
Cass. civ. n. 9488/2013
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9488 del 18 aprile 2013)
Cass. civ. n. 13248/2010
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 13248 del 31 maggio 2010)
Cass. civ. n. 26508/2009
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 26508 del 17 dicembre 2009)
Cass. civ. n. 16993/2007
In tema di risoluzione dei contratti, costituisce rinuncia all'effetto risolutivo il comportamento del contraente che, dopo essersi avvalso della clausola risolutiva espressa, manifesti in modo inequivoco l'interesse alla tardiva esecuzione del contratto.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 16993 del 1 agosto 2007)
Cass. civ. n. 2553/2007
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2553 del 6 febbraio 2007)
Cass. civ. n. 15026/2005
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 15026 del 15 luglio 2005)
Cass. civ. n. 10935/2003
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 10935 del 11 luglio 2003)
La risoluzione di diritto di un contratto non opera automaticamente per effetto del mero inadempimento di una delle parti, ma nel momento in cui il contraente nel cui interesse è stata pattuita la clausola risolutiva comunica all'altro contraente l'intenzione di volersene avvalere con manifestazione che, in assenza di espressa previsione formale, può essere consacrata anche in un atto giudiziale. Da ciò consegue, fra l'altro, che, nell'ipotesi in cui la domanda, tesa ad accertare detta condizione risolutiva, sia formulata; con riguardo all'inadempimento del contraente il quale sia stato dichiarato fallito, attraverso la domanda di ammissione del relativo credito allo stato passivo fallimentare, la relativa azione soggiace alla regola del concorso formale sancita nell'art. 51 della legge fallimentare, e deve essere dichiarata improponibile.
Cass. civ. n. 9356/2000
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 9356 del 14 luglio 2000)
Cass. civ. n. 5455/1997
L'operatività della clausola risolutiva espressa viene meno in conseguenza della rinunzia della parte interessata ad avvalersene, ma, qualora si deduca la rinunzia tacita - che è pur sempre un atto di volontà abdicativa, ancorché non manifestato espressamente, bensì mediante comportamenti incompatibili con la conservazione del diritto - l'indagine del giudice volta ad accertarne l'esistenza, implicando la risoluzione di una questio voluntatis, deve essere condotta in modo che non risulti alcun ragionevole dubbio sull'effettiva intenzione del preteso rinunziante. La tolleranza dell'avente diritto - che può estrinsecarsi sia in un comportamento negativo (mancata comunicazione della dichiarazione di avvalersi della clausola subito dopo l'inadempimento), che in un comportamento positivo (accettazione di un adempimento parziale) - non costituisce di per sé prova di rinunzia tacita, ove non risulti determinata dalla volontà di non più avvalersi della clausola, ma da altri motivi, e il giudice, qualora accerti che non è configurabile una rinunzia tacita ma solo un comportamento tollerante, non può attribuire ad esso alcuna rilevanza giuridica ai fini della inoperatività della clausola risolutiva.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5455 del 18 giugno 1997)
Cass. civ. n. 4369/1997
La stipulazione di una clausola risolutiva espressa non significa che il contratto possa essere risolto solo nei casi espressamente previsti dalle parti, rimanendo fermo il principio per cui ogni inadempimento di non scarsa rilevanza può giustificare la risoluzione del contratto, con l'unica differenza che, per i casi già previsti dalle parti nella clausola risolutiva espressa, la gravità dell'inadempimento non deve essere valutata dal giudice.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 4369 del 16 maggio 1997)
Cass. civ. n. 5436/1995
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5436 del 17 maggio 1995)
Cass. civ. n. 4911/1995
La dichiarazione di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa (art. 1456, comma 2, c.c.) può essere resa, senza necessità di formule rituali, anche in maniera implicita, purché inequivocabile, pure nell'atto di citazione in giudizio per la risoluzione del contratto o in atti giudiziari equipollenti, ma non può, in nessun, caso, avere effetto se la controparte ha già adempiuto alle proprie obbligazioni contrattuali, anche se ciò è avvenuto oltre i termini previsti nel contratto per l'adempimento, atteso che fino a quando il creditore non dichiari di volersi avvalere della detta clausola il debitore può adempiere, seppure tardivamente, la sua obbligazione.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 4911 del 5 maggio 1995)
Cass. civ. n. 1029/1993
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1029 del 28 gennaio 1993)
Cass. civ. n. 90/1991
Il creditore che si sia avvalso della clausola risolutiva espressa può rinunciare tacitamente all'effetto risolutivo qualora osservi un comportamento inequivoco, che sia chiaramente incompatibile con la volontà di avvalersi di tale effetto; siffatto inequivoco comportamento, peraltro, non può ravvisarsi nell'ipotesi in cui, avvenuta la risoluzione di diritto del contratto, il locatore che ha instaurato il giudizio per il rilascio dell'immobile locato riceva, pur senza espresse riserve, il pagamento del debito scaduto - che non cessa di essere dovuto - nonché degli ulteriori canoni maturati nel corso del giudizio, che il conduttore in mora nella restituzione delle cose locate è comunque tenuto a corrispondere in forza del disposto dell'art. 1591 c.c.
La tolleranza del locatore nel ricevere il canone oltre il termine stabilito rende inoperante la clausola risolutiva espressa prevista in un contratto di locazione, quando essa si sia consolidata attraverso un comportamento abituale; la clausola riprende, peraltro, la sua efficacia se il creditore, che non intende rinunciare ad avvalersene, provveda, successivamente al suo precedente comportamento contrario al mantenimento in vita di detta clausola, con una nuova manifestazione di volontà, a richiamare il debitore all'esatto adempimento delle sue obbligazioni.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 90 del 8 gennaio 1991)
Cass. civ. n. 4058/1989
In tema di clausola risolutiva espressa, la sua rinuncia tacita da parte del creditore costituisce atto di volontà abdicativa, ancorché la volontà stessa venga manifestata, anziché espressamente, mediante comportamenti incompatibili con la conservazione del diritto. Ne consegue che l'indagine del giudice diretta ad accertarne l'esistenza, implicando sostanzialmente la risoluzione di una quaestio voluntatis, deve essere effettuata in modo che non residui alcun ragionevole dubbio sulla effettiva intenzione dell'asserito rinunziante.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4058 del 11 ottobre 1989)
Cass. civ. n. 6827/1983
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 6827 del 16 novembre 1983)
Cass. civ. n. 5640/1983
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5640 del 23 settembre 1983)
Cass. civ. n. 3575/1975
Ove la parte che chiede la risoluzione non si sia avvalsa della clausola risolutiva espressa, il giudice deve procedere alla valutazione della gravità dell'inadempimento previsto dalla clausola rimasta inoperante.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 3575 del 27 ottobre 1975)
Cass. civ. n. 2325/1974
La parte che ha prestato acquiescenza completa alla violazione di un obbligo contrattuale posto in essere dall'altro contraente non può più addurre tale violazione come motivo di inadempimento, e ciò per intervenuta rinuncia. Questo principio vale anche laddove sia stata pattuita una clausola risolutiva espressa, non potendo il creditore avvalersi di tale clausola qualora abbia, col suo comportamento, rinunziato alla rigorosa osservanza dei patti convenuti o a determinate modalità inserite nel contratto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2325 del 2 agosto 1974)
Cass. civ. n. 2828/1973
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2828 del 30 ottobre 1973)
Cass. civ. n. 1275/1973
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1275 del 11 maggio 1973)
Cass. civ. n. 1611/1972
La volontà di avvalersi della clausola risolutiva espressa può essere manifestata in ogni valido modo idoneo, e pure se implicito, purché in maniera inequivocabile, e quindi anche attraverso fatti incompatibili con una diversa volontà. (Nella specie il diniego alla proroga del termine, stabilito per il versamento del residuo prezzo di una vendita immobiliare, è stato ritenuto idonea manifestazione dell'intenzione di avvalersi della pattuita clausola risolutiva espressa).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1611 del 23 maggio 1972)
Cass. civ. n. 3012/1971
L'art. 1456 c.c. conferisce alla parte il diritto (potestativo) di determinare la risoluzione automatica del contratto con la mera dichiarazione che essa intende valersi della clausola risolutiva espressa. Qualora il contratto sia stato stipulato da una P.A., la dichiarazione può anche consistere in un decreto amministrativo notificato alla controparte dato che tale forma non modifica il contenuto negoziale dell'atto.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3012 del 25 ottobre 1971)
relativi all'articolo 1456 Codice civile
Argomento: Articolo 1456 Codice civile - Clausola risolutiva espressa | Quesito Q201820423
“Con riferimento all'esercizio della clausola risolutiva espressa prevista in un contratto d'affitto d'azienda per mancato pagamento di più canoni d'affitto, nelle more dell'accertamento dell'imputabilità al debitore dell'inadempimento (quali sono i tempi?), al contratto cosa succede? la parte inadempiente, l'affittuario, può continuare l'esercizio dell'azienda?
La clausola risolutiva espressa è disciplinata dall’art. 1456 del c.c., alla lettura del quale si rimanda.
L’operatività della clausola risolutiva espressa postula innanzitutto la sua specificità: non è sufficiente che le parti deducano quale causa di risoluzione un generico inadempimento agli obblighi nascenti dal contratto, ma è necessario che l’obbligazione il cui inadempimento determina la risoluzione del contratto sia esattamente individuata.
In secondo luogo, deve essere espressamente previsto che il mancato adempimento di tale obbligazione produca come effetto proprio la risoluzione del contratto. In altri termini, le parti, nell’inserire la clausola in questione, effettuano una valutazione preventiva della gravità dell’inadempimento.
Ciò non significa che la clausola risolutiva espressa operi in via realmente “automatica”: infatti l’effetto risolutivo si verifica in conseguenza della dichiarazione della parte interessata ad avvalersene.
Inoltre la giurisprudenza di legittimità (v. Cass. civ., Sez. I, sentenza 23868/2015) ha chiarito che “la clausola risolutiva espressa non comporta automaticamente lo scioglimento del contratto a seguito del previsto inadempimento, essendo sempre necessario l'accertamento dell'imputabilità dell'inadempimento al debitore almeno a titolo di colpa nonché una valutazione della condotta della parte inadempiente contraria ai principi di buona fede e correttezza; deve, infatti, escludersi la sussistenza dell'inadempimento qualora il debitore, pur realizzando il fatto materiale previsto della clausola risolutiva, abbia tenuto una condotta conforme al principio della buona fede, così da escludere la sussistenza dell'inadempimento tout court e, quindi, dei presupposti per dichiarare la risoluzione del contratto”.
Ne consegue che, qualora sorga contestazione sul punto, l’accertamento dovrà essere necessariamente rimesso al giudice, con tutti i tempi di un procedimento giudiziario.
Ora, la recente giurisprudenza di legittimità (Cass. civ., Sez. III, sentenza 25743/2013) ha precisato che
“l'azione di risoluzione del contratto ex articolo 1456 c.c., tende ad una pronuncia dichiarativa, perché implica l'accertamento dell'inadempienza, con la conseguenza che non ha l'idoneità, con riferimento all'articolo 282 c.p.c., all'efficacia anticipata rispetto al momento del passaggio in giudicato (conforme Cass. 7369 del 2009).
Pertanto fino al momento della definitività della sentenza di accertamento - che in quanto tale deve acquisire quel grado di stabilità che si identifica con il giudicato formale (articolo 324 del c.p.c.), in funzione di quello sostanziale (articolo 2909 del c.c.) - il rapporto contrattuale permane” (“e con esso” - prosegue la sentenza in esame - “nel caso di contratto a prestazioni corrispettive, l'obbligo del conduttore di continuare a corrispondere il canone”).
Ne deriva che, nelle more del giudizio di accertamento dell’imputabilità al debitore dell’inadempimento e - nel caso in cui questa venga accertata - fino al passaggio in giudicato della relativa sentenza, l’affittuario potrà continuare nell’esercizio dell’azienda (ferma restando naturalmente la maturazione dei canoni di affitto: infatti a norma dell’art. 1458 del c.c. “la risoluzione del contratto per inadempimento ha effetto retroattivo tra le parti, salvo il caso di contratti ad esecuzione continuata o periodica, riguardo ai quali l'effetto della risoluzione non si estende alle prestazioni già eseguite”).
Argomento: Articolo 1456 Codice civile - Clausola risolutiva espressa | Quesito Q201719374
lunedì 14/08/2017 - Lazio
E’ mio desiderio in caso si regolarizzino i pagamenti dei canoni continuare quanto scritto nell’atto.
L’articolo 1453 c.c. cita il risarcimento del danno. Cioè quali danni? All’appartamento?
La clausola del contratto in oggetto citata nel quesito è la tipica “clausola risolutiva espressa”, che trova disciplina nell’art. 1456 cod. civ..
Con quest’ultima le parti concordano nell’attribuire particolare importanza, fra tutte quelle di cui al contratto, ad una determinata obbligazione, tanto che il mancato adempimento di quest’ultima comporta una grave conseguenza, ovvero la risoluzione del contratto “di diritto”.
Con tale ultima espressione si intende che, a differenza di quanto accade nella normalità dei casi (in cui chi vuole ottenere la risoluzione del contratto deve richiederla al Giudice, promuovendo un apposito giudizio in cui l’inadempimento di controparte sia accertato con sentenza) – il contratto si risolve in automatico senza bisogno di alcuna pronuncia giudiziale.
L’unica condizione, tuttavia - posta dall’1456 cod. civ., al secondo comma - è quella per cui gli effetti della risoluzione si producono nel momento in cui la parte che vuole avvalersi della clausola (che vuole risolvere il contratto) dichiari all’altra che intende farlo.
“Dichiarare”, semplicemente (e con ciò si risponde alla prima delle domande poste nel quesito), significa comunicare all’altra parte che si vuole attribuire efficacia alla clausola e che quindi il contratto deve intendersi ormai risolto: questa comunicazione è a forma libera ma è altresì “recettizia”, ovvero è importante che pervenga a conoscenza del destinatario.
Ciò significa, in concreto, che benché sia sufficiente e valida anche una comunicazione esclusivamente orale oppure una e-mail, è senz’altro più opportuno adottare una forma che consenta di dimostrare, oltre che l’avvenuto invio della comunicazione, anche e soprattutto l’avvenuta ricezione di quest’ultima. Lo strumento migliore, ad avviso di chi scrive (quando non si possa utilizzare la p.e.c.) è la raccomandata.
Se invece, come vorrebbe chi pone il quesito, si intende rinunciare all’effetto risolutivo automatico della clausola, è necessario – secondo la giurisprudenza – un “comportamento concludente”: a tal fine però, si noti bene, secondo la giurisprudenza, la semplice tolleranza da parte del creditore (a esempio il procrastinare l’invio della comunicazione a controparte) può solo avere come effetto quello di “spostare” in avanti il momento risolutivo, ma non quello di rendere definitivamente inefficace la clausola (tanto che, in un secondo momento, il creditore può di nuovo avvalersi utilmente degli effetti di quest’ultima).
Si riporta, di seguito, qualche pronuncia sul punto:
- “In tema di clausola risolutiva espressa, la tolleranza della parte creditrice, che si può estrinsecare tanto in un comportamento negativo, quanto in uno positivo (accettazione di un pagamento parziale o tardivo) non determina l'eliminazione della clausola per modificazione della disciplina contrattuale, né è sufficiente ad integrare una tacita rinuncia od avvalersene, ove la parte creditrice contestualmente o successivamente all'atto di tolleranza manifesti l'intenzione di avvalersi della clausola in caso di ulteriore protrazione dell'inadempimento. La tolleranza può invece incidere sulla posizione soggettiva del debitore, escludendone la colpa, specialmente ove si accompagni ad una regolamentazione pattizia degli interessi prevista proprio per i ritardi nei pagamenti.” (Cassazione civile, sez. II, 31/10/2013, n. 24564; Tribunale Lucca, 16/06/2015, n. 1115; Tribunale Siena, 17/04/2015, n. 701);
- “La tolleranza del locatore nel ricevere il canone oltre il termine stabilito rende inoperante la clausola risolutiva espressa prevista in un contratto di locazione, la quale riprende la sua efficacia se il creditore, che non intende rinunciare ad avvalersene, provveda, con una nuova manifestazione di volontà, a richiamare il debitore all'esatto adempimento delle sue obbligazioni” (Cassazione civile, sez. III, 14/02/2012, n. 2111).
Afferma altresì, tuttavia, la Cassazione che:
- “In presenza di clausola risolutiva espressa costituisce rinuncia al relativo effetto risolutivo il comportamento del contraente che, dopo essersi avvalso della facoltà di risolvere il contratto manifesti in modo non equivoco l'interesse alla tardiva esecuzione del contratto stesso” (Cass. civ. sez. II, 10/03/2011, n. 5734);
- analogamente “Costituisce rinuncia all'effetto risolutivo, conseguente alla dichiarazione di avvalersi della clausola risolutiva espressa, il comportamento del contraente non inadempiente che mostri in modo non equivoco l'interesse all'esecuzione del contratto” (Cassazione civile, sez. III, 24/11/2010, n. 23824).
Tornando al quesito, dunque, nonostante l’inadempimento del conduttore abbia reso operante la clausola, con effetto risolutivo automatico del contratto, il locatore che abbia ancora interesse all’esecuzione di quest’ultimo nonostante il pagamento tardivo dei canoni e voglia rinunciare agli effetti della clausola pare debba – secondo la giurisprudenza sopra citata - astenersi dall’invio della dichiarazione di cui all’art. 1456 cod. civ. secondo comma, proseguendo normalmente nel rapporto ma – questo è il consiglio di chi scrive per evitare che tale comportamento possa essere interpretato come semplice tolleranza - formalizzando, con comunicazione scritta alla controparte, la volontà di proseguire il rapporto nonostante l’inadempimento, dichiarando di accettare il pagamento tardivo.
In merito alle ultime domande, infine, il danno cui si riferisce l’art. 1453 cod. civ. non è predeterminato: la norma vuole solo significare che, in entrambe le ipotesi (ovvero sia nel caso in cui si scelga di mantenere in piedi il rapporto pretendendo l’adempimento esatto, sia nel caso in cui si preferisca chiuderlo domandando la risoluzione), si ha comunque il diritto ad essere risarciti di eventuali danni subìti.
I danni possono essere di qualsiasi tipo, dipende dal caso concreto: di natura patrimoniale (come i danni al bene immobile cui si accenna nel quesito), di natura non patrimoniale se ve ne siano. Ovviamente l’importante è che il danno sia provato, ovvero il 1453 cod. civ. non attribuisce un ristoro “automatico” (solo per il fatto che c’è stato un inadempimento) ma richiede – come in tutte le ipotesi di istanze risarcitorie – che esso sia dimostrato sia nella sua effettività (dev’esserci stato un danno concreto, reale) sia nel suo ammontare (sono limitate le ipotesi in cui il danno viene liquidato in via equitativa).
Argomento: Articolo 1456 Codice civile - Clausola risolutiva espressa | Quesito Q201616661
giovedì 11/08/2016 - Umbria
Il quesito è relativo all'applicazione dell'art. 1456 cc, in posizione di soggetto cedente.
"Nel caso di vendita di immobile abitativo tra privati con pagamento rateale senza patto di riservato dominio, ma con iscrizione di ipoteca legale, è possibile aggiungere nel contratto una clausola risolutiva espressa per inadempimento del compratore relativamente al mancato pagamento del prezzo (ovviamente tenuto conto di quanto stabilito dal precedente art. 1455 sulla rilevanza dell'inadempimento)?"
In base agli attuali e predominanti orientamenti della giurisprudenza in materia, la risposta può dirsi positiva.
La questione è stata oggetto di dibattito, perché ci si è chiesti se - in tema di obbligazione afferente al pagamento del prezzo – l’inadempimento dell’acquirente possa essere dedotto in contratto come “condizione”.
Normalmente, infatti, all’inadempimento segue il rimedio della risoluzione “obbligatoria”, ovvero la parte diligente, verificatosi l’inadempimento della controparte, può rivolgersi al giudice e chiedere la risoluzione del contratto, che quindi verrà dichiarata con sentenza.
Rendere invece, su accordo delle parti, l’inadempimento oggetto di una clausola risolutiva espressa significa che, una volta che esso si verifichi (come se fosse proprio una condizione di efficacia del contratto) la risoluzione opera di diritto (senza cioè bisogno di rivolgersi al Giudice) ed in più ha effetto anche nei confronti dei terzi.
Chi si oppone all’ammissibilità dell’ipotesi di cui al quesito sostiene l’impossibilità di principio che un evento legato al “sinallagma funzionale”, ovvero a quella che è la causa stessa del contratto, possa svolgere la diversa funzione di, per così dire, “elemento accidentale” del negozio.
E’ alla fine prevalsa in giurisprudenza, tuttavia, l'opinione positiva, secondo la quale le parti sono libere di far assumere al pagamento del prezzo il diverso ruolo di evento condizionale.
A questo riguardo ciò che conta è che questo intento emerga chiaramente dal tenore del contratto: “Nessuna incompatibilità di principio può ritenersi sussistente fra condizione ed esecuzione di una prestazione essenziale, quale è il pagamento del prezzo rispetto al contratto, di compravendita, talché è bene ammissibile la deducibilità di quest'ultima come evento condizionante, per accordo fra le parti o per volontà di legge, (…)” (Cassazione civile, sez. III, 24 febbraio 1983, n. 1432; conformi anche Cass. Civ. Sez. I, n. 192/1978 e Cass. Civ. Sez. I, n. 3229/1975).
Si aggiunga che, come è stato correttamente osservato da alcuni studiosi, la condizione risolutiva avente ad oggetto il pagamento del prezzo ben potrebbe essere qualificata come unilaterale, ovvero pattuita nell'esclusivo interesse di uno dei contraenti. In tal caso, ciò significherebbe che detta parte potrebbe farvi rinunzia tanto nel tempo che precede il termine massimo previsto per l'adempimento, quanto successivamente a detto periodo, sia nell'ipotesi in cui l'evento sia mancato, sia in quella in cui si sia realizzato. Pertanto, così qualificata, essa sarebbe pienamente legittima perché il creditore avrebbe la possibilità di scegliere di avvalersi dell'operatività del meccanismo condizionale ovvero di domandare la risoluzione del contratto secondo i principi generali.
Nessun problema, infine, per l’ipoteca legale: l’opinione dominante ritiene che essa operi, come garanzia per l’alienante, in alternativa alla risoluzione: qualora quest’ultimo preferisca chiedere l’adempimento, l’ipoteca costituirà per lui un rimedio molto efficace; diversamente, qualora quest’ultimo si avvalga della clausola risolutiva espressa, l’ipoteca si estinguerà con il ritrasferimento del bene.
Argomento: Articolo 1456 Codice civile - Clausola risolutiva espressa | Quesito Q201410589
lunedì 16/06/2014 - Abruzzo
“Vorrei sapere se, al fine di poter evitare di dichiarare nella denuncia dei redditi tutti i canoni NON precepiti dall'inizio della morosità e non soltanto quelli non percepiti a partire dalla data di convalida di sfratto (causa morosita' del conduttore) fosse possibile avvalersi di una clausola scritta sul contratto che dice: " il presente contratto si risolvera' ipso iure in caso di inadempimento anche ad uno solo dei citati articoli..." E quindi risolvere unilateralmente il contratto registrando la disdetta anticipata all'Agenzia Entrate.
Inoltre vorrei sapere, in caso di risposta affermativa, se la dichiarazione di volersi avvalere di tale clausola, da comunicare al conduttore moroso, sia soggetta a vincoli di forma oppure e' sufficiente una lettera, o se il fatto stesso che gia' si siano adite le vie legali costituisca un'implicita dichiarazione, sufficiente a consentire di procedere con la risoluzione unilaterale del contratto presso l'Agenzia Entrate.”
Consulenza legale i 16/06/2014
L'art. 23, comma 1, T.U.I.R., come modificato dalla L. n. 431 del 1998, art. 8, comma 5), sancisce che "i redditi derivanti da contratti di locazione ad uso abitativo, se non percepiti, non concorrono a formare il reddito dal momento della conclusione del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità del conduttore". La dichiarazione dei canoni, quindi, va di pari passo con il procedimento che dichiara la risoluzione del contratto per morosità.
Sulla possibilità di assoggettare a tassazione i canoni non percepiti in un momento precedente, si dà conto di due diversi orientamenti giurisprudenziali:
- la Cassazione, con sentenza 6911/2003, afferma che, in tema di determinazione del reddito dei fabbricati, l’articolo 35 del Dpr 597/1973, laddove stabilisce che il reddito lordo effettivo è costituito dai canoni di locazione risultanti dai relativi contratti, deve essere interpretato nel senso che esso riguarda soltanto i criteri applicabili per la revisione della rendita catastale e non può essere invocato nella diversa ipotesi di tassazione del reddito effettivo di un immobile;
- con sentenza 12095/2007, la Suprema Corte ha sostenuto invece che il solo fatto dell’intervenuta risoluzione consensuale del contratto di locazione, unito alla circostanza del mancato pagamento dei canoni relativi a mensilità anteriori alla risoluzione, non è idoneo, di per sé, a escludere che tali canoni concorrano a formare la base imponibile Irpef, salvo che non risulti la volontà delle parti di attribuire alla risoluzione stessa efficacia retroattiva (Cassazione 24444/2005).
Questa seconda posizione è in accordo con la sentenza della Corte costituzionale n. 362/2000, con cui si è affermato che il riferimento al canone locativo a scopo impositivo può operare solo fin quando risulti in vita un contratto di locazione.
E' ben possibile che le parti di un contratto si avvalgano della clausola risolutiva espressa contemplata dall'art. 1456 del c.c.: i contraenti possono convenire espressamente che il contratto si risolva qualora una determinata obbligazione non sia adempiuta secondo le modalità stabilite.
Il creditore avrà l'obbligo di dichiarare all'altro contraente che intende avvalersi della clausola risolutiva con atto negoziale stragiudiziale, avente la stessa forma del contratto risolto (quindi, forma scritta e con prova dell'invio, quindi almeno con raccomandata a.r.).
Pertanto, se le parti hanno concordato una clausola risolutiva espressa, la risoluzione del contratto avviene di diritto dal momento in cui la comunicazione di avvalersi della clausola giunge alla controparte: la successiva sentenza del giudice sarà di mero accertamento, dichiarativa dell'avvenuto scioglimento del rapporto (v. Cass. civ., Sez. III, 22.3.2012, n. 4540).
Quindi, la soluzione proposta nel quesito è, in astratto, giuridicamente fondata.
Tuttavia, la Corte di cassazione, con sent. 6 febbraio 2007, n. 2553, ha stabilito che "la clausola risolutiva espressa non comporta automaticamente lo scioglimento del contratto a seguito del previsto inadempimento, essendo sempre necessario, per l’articolo 1218 del Codice civile, l’accertamento dell’imputabilità dell’inadempimento al debitore almeno a titolo di colpa".
Di conseguenza, per procedere con la risoluzione del contratto all’ufficio del registro, è necessario attendere la pronuncia dell’autorità giudiziaria che attesti l'inadempimento colpevole del debitore. Si torna quindi a dover fare riferimento alla norma citata all'inizio (art. 23, comma 1, T.U.I.R.).
E' possibile ipotizzare che, se la risoluzione espressa fosse stata legata ad un evento fattuale preciso, quale ad esempio il mancato bonifico della mensilità entro un determinato giorno, in questo caso la mancata verificazione dell'evento avrebbe reso superflua ogni valutazione in merito all'elemento soggettivo della colpa.
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References: Articolo 1456
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1453
 sentenza 
 art. 1353
 art. 1456
 art. 1456
 art. 1456
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Cass. 
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 articolo 1456
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 Articolo 1456
 Articolo 1456
 art. 1455
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 Articolo 1456
 art. 8
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