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Timestamp: 2020-04-10 03:33:27+00:00

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Riportiamo la sentenza integrale della Corte d’Appello di Milano che ha assolto Giovanni Panunzio (antiplagio), difeso dall’avv. Stefania Farnetani, dall’accusa di aver diffamato Antonio Ricci (striscia), assistito dall’avv. Salvatore Pino. La pubblichiamo per dimostrare che non è clamorosa questa (come sostiene Ricci), ma quella di primo grado. E la pubblichiamo anche perché i reati si valutano e si decidono in tribunale, non nelle tribune televisive, oramai diventate cloache. | giustiziasociale
Riportiamo la sentenza integrale della Corte d’Appello di Milano che ha assolto Giovanni Panunzio (antiplagio), difeso dall’avv. Stefania Farnetani, dall’accusa di aver diffamato Antonio Ricci (striscia), assistito dall’avv. Salvatore Pino. La pubblichiamo per dimostrare che non è clamorosa questa (come sostiene Ricci), ma quella di primo grado. E la pubblichiamo anche perché i reati si valutano e si decidono in tribunale, non nelle tribune televisive, oramai diventate cloache.
La Corte d’Appello di Milano Sezione Prima Penale Composto dai Signori:
1. Dott. PIERANGELO GUERRIERO – 2. Dott. MARCELLA ARIENTl – 3. Dott. IVANA CAPUTO
ha pronunciato la seguente SENTENZA nel procedimento penale nei confronti di PANUNZIO GIOVANNI nato a SENIGALLIA (AN) il 21-07-1957 – APPELLANTE – LIBERO residente a QUARTU S. ELENA – VIA TRANSATLANTICO 13, domicilio eletto MILANO – C.SO P.TA VITTORIA, 28 C/O DlF. Difeso da Avv.STEFANIA FARNETANI, Foro di MILANO. PARTE CIVILE: RICCI ANTONIO, NON APPELLANTE, Difensore Avv. SALVATORE PINO, Foro di MILANO
avverso la sentenza del Tribunale Monocratico di MILANO 1249112009 del 24-02-2011 con la quale veniva condannato alla pena di: EURO 500 DI MULTA – GENERICHE – DOPPI BENEFICI – RISARCIMENTO DANNI, PROVVISIONALE E RIFUSIONE SPESE ALLA P.C. PER IL REATO DI DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA AGGR.
Sentita la relazione del Sig. Consigliere Dott. ARlENTI MARCELLA
Sentito il Pubblico Ministero Dott. GIANNI GRIGUOLO, i Difensori i quali concludono come da verbale d’udienza
Il Tribunale di Milano in composizione rnonocratica con sentenza del 24.2.2011 dichiarava Panunzio Giovanni responsabile del reato di cui all’art. 595, l° , 2° e 3° comma c.p. perché, avendo redatto e diffuso, a mezzo agenzie di stampa, nella sua qualità di coordinatore del “telefono antiplagio”, un comunicato-stampa relativo alla trasmissione “Striscia la notizia” nel quale, tra le altre affermazioni, si sosteneva testualmente: “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia, pubblicizzati in ben duecento pagine di teletext di Mediaset… Non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la notizia deriva dai compensi dei sedicenti maghi”, (comunicato poi ripreso e diffuso da alcune agenzie di stampa), offendeva la reputazione di Ricci Antonio e della società RTI rappresentata da Longhini Stefano. Con l’aggravante dell’aver attribuito agli offesi un fatto determinato, e dell’aver recato l’offesa col mezzo della pubblicità.
In Segrate, luogo di domicilio lavorativo delle persone offese, il 16/02/2006.
Mentre con separata sentenza, ai sensi dell’art. 129 c.p.p., in data 27.5.2010, il Panunzio veniva prosciolto in ordine al reato commesso ai danni della società RTI, per la restante imputazione, avente come p.o. Ricci Antonio, veniva condannato, con le attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante di cui all’art. 595 c.2 c.p. ed esclusa l’aggravante di cui all’art. 595 c. 3 c.p., alla pena di € 500,00 di multa, con i doppi benefici, oltre al pagamento delle spese processuali e alle provvidenze nei confronti della costituita parte civile. La responsabilità dell’imputato emergeva, sulla base delle emergenze dell’esperita attività di istruzione dibattimentale, solo per la prima delle due proposizioni riportate nell’imputazione. Venivano ricostruite le circostanze concrete nell’ambito delle quali si inseriva il reato addebitato al prevenuto allorché questi era stato chiamato, il 16.2.2006, a deporre come testimone, unitamente a Ricci Antonio e Ghione Jimmy, nel processo che il Tribunale di Milano stava celebrando a carico di Marchi Vanna + altri. In particolare l’imputato aveva criticato la trasmissione “Striscia la notizia” sia in una pausa di udienza davanti a giornalisti ed altre persone presenti sia il giorno successivo in un comunicato stampa. Ciò posto l’imputazione si riferiva a quanto espresso nel comunicato stampa e il Tribunale riteneva la diffamatorietà solo per una delle due frasi pronunciate dal prevenuto in tale contesto e cioè quella: “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia pubblicizzati in ben duecento pagine di teletext di Mediaset”. Non sussisteva l’invocato diritto di critica, cosi come spiegato dal Panunzio, che, invece, veniva ravvisato nella seconda frase del comunicato e cioè quella: “Non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la notizia deriva dai compensi dei sedicenti maghi”. Le dichiarazioni della prima frase erano lesive dell’onore e del decoro professionale della p.o. sia per la critica mendace riguardo alle modalità e i criteri utilizzati da Striscia per la scelta dei suoi servizi ed obbiettivi sia per l’accusa di usare “due pesi e due misure” in quanto vi erano contenute insinuazioni e sospetti infamanti di interessi protezionistici ed economici che sottendevano alle scelte di Striscia la notizia. In ogni caso non corrispondeva a verità quanto affermato dal Panunzio in quanto il Ricci aveva dimostrato di aver effettuato alcuni servizi anche contro dei maghi inserzionisti su teletext di Mediaset. Le frasi pronunciate e ritenute diffamatorie non apparivano finalizzate ad una mera sensibilizzazione o alla critica del programma televisivo ma travalicavano i limiti della continenza espressiva e non corrispondevano a fatti veri poiché dipingevano il Ricci come “venduto e prezzolato” trascendendo, perciò, in un attacco personale ingiustificato. Sussisteva l’aggravante del fatto determinato ex art. 595 c.2 c.p. mentre era insussistente l’altra aggravante contestata di cui al comma 3° dello stesso articolo.
I motivi di appello
Avverso la sentenza ha proposto appello il difensore che ha chiesto in via preliminare la sospensione dell’esecuzione della condanna al pagamento della provvisionale ex art. 600 c.p.p e la rinnovazione parziale del dibattimento mediante acquisizione di copia dell’ordinanza del Gip 4.2.2008 nonché di busta paga del mese di maggio 2011 del Panunzio; nel merito dichiararsi che l’azione penale non poteva essere esercitata per violazione dell’art. 414 c.p.p., assoluzione dell’imputato dal reato ascrittogli perché il fatto non sussiste o non costituisce reato; in subordine escludersi l’aggravante del fatto determinato; respingersi la domanda risarcitoria della parte civile e, in subordine, ridursi la provvisionale e la quantificazione delle spese processuali liquidate in favore della parte civile. La difesa premetteva che il procedimento era sorto a seguito di imputazione coatta di cui all’ordinanza del 4.2.2008 del Gip che aveva accolto solo parzialmente la richiesta di archiviazione del P.M. in data 20.9.2006, acquisita in atti ex art. 234 c.p.p. Ricollegandosi alle argomentazioni tutte svolte dal P.M. nell’indicata richiesta di archiviazione rilevava la difesa che, dopo l’udienza camerale ex art. 410 c.p.p., l’addebito “residuo” nei confronti dell’appellante riguardava solo una parte delle affermazioni riportate nel comunicato stampa del 16.2.2006 e diffuso a mezzo Internet dal Panunzio, fondatore del “Telefono Antiplagio”. Tenuto conto dell’intervenuta parziale archiviazione del Gip che aveva riguardato anche l’espressione “usi due pesi e due misure”, proferita dall’appellante fuori dall’aula dove era stato sentito come teste nel procedimento a carico Marchi Vanna, si riteneva che non si potesse più valutare tale frase neppure laddove era stata riportata nel comunicato in quanto già ritenuta non diffamatoria dal Gip sicchè l’azione penale non poteva essere iniziata per violazione dell’art. 414 c.p.p. Quanto poi alla prima parte dell’imputazione, e cioè la frase “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia pubblicizzati in ben duecento pagine di teletex di Mediaset”, si osservava:
1) la notizia, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, era veritiera in quanto la produzione documentale della parte civile, diretta a sostenere trattarsi di critica mendace, non riguardava affatto il problema dei maghi inserzionisti nelle pagine teletext di Mediaset ma altra questione; in ogni caso il servizio di “Striscia la notizia” riferito in sentenza era del 10.11.2006 e perciò successivo temporalmente alla pubblicazione del comunicato del Panunzio (17.2.2006);
2) la notizia era, inoltre, espressa in forma continente in quanto l’espressione era civile cosi come il contesto in cui era inserita né si poteva dedurre, come erroneamente opinato dal Tribunale, che si fosse dato a Ricci del “venduto” e “prezzolato”, Si era trattato, perciò, di una critica del tutto legittima che non aveva in alcun modo trasmodato in un attacco personale volto a colpire la sfera privata dell’offeso. Un conto era criticare ed evidenziare una contraddizione, anche in modo provocatorio, come aveva affermato l’appellante, e un conto era la volontà di ledere il Ricci sul piano personale. In sostanza la lettura complessiva delle affermazioni del prevenuto dava conto preciso di come questi avesse inteso, con espressioni corrette e civili e senza insinuazioni, esprimere ad un uomo pubblico, qual’era il Ricci, il suo giudizio critico rispetto alla contraddizione che si ravvisava nella presenza di circa 200 pagine teletext di Mediaset riguardanti pubblicità di maghi e cartomanti e quanto fatto, meritoriamente, dalla trasmissione “Striscia la notizia” contribuendo a far emergere il caso “Vanna Marchi”. Il fatto, quindi, era scriminato dal corretto esercizio del diritto di critica e/o cronaca ex art. 51 c.p. o ai sensi dell’art. 59 c.p. ovvero con altra formula di giustizia. In ogni caso non sussisteva l’aggravante del “fatto determinato”, così come interpretato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, in quanto nessuna azione concreta era stata evocata nei lettori. La liquidazione della provvisionale era, poi, sproporzionata sia per l’entità del fatto che per le condizioni economiche del Panunzio, semplice insegnante di religione in una scuola superiore pubblica, avendo, peraltro, errato il Tribunale nel momento in cui aveva affermato che la notizia era stata diffusa davanti a un numero elevato di giornalisti e curiosi ma sul punto era intervenuta l’archiviazione Richiamata, poi, la più recente giurisprudenza in tema di danno da reato che doveva essere non solo allegato ma provato, la difesa osservava che non era stata fornita alcuna prova della lesione dell’onore sicchè non vi erano i presupposti per una pronuncia risarcitoria in favore della parte civile. In ogni caso si chiedeva la revoca o la sospensione deIl’esecuzione della provvisionale nonché la riforma della sentenza di primo grado anche per la parte relativa alla liquidazione delle spese della parte civile che ben avrebbero potuto essere compensate.
l motivi di appello sono fondati e la sentenza impugnata deve essere riformata ravvisandosi nel caso di specie, a tutto concedere, gli estremi della scriminante ex art. 51 c.p. dell’esercizio del diritto, nella specie di diritto di critica. Già assolutamente condivisibili, a giudizio della Corte, risultavano le articolate argomentazioni che, a suo tempo, svolgeva il P.M. nel richiedere, in data 20.9.2006, l’archiviazione del procedimento, con provvedimento, già acquisito in atti, che pare opportuno qui riportare nella sua integralità, e perciò anche nella parte riferibile al fatto poi oggetto di archiviazione parziale da parte del Gip.: “Rilevato che Longhini Stefano e Ricci Antonio proponevano querela nei confronti di Panunzio Giovanni in relazione ad alcune frasi da questo pronunciate in due distinti, ma collegati, contesti; che, in particolare, le frasi oggetto della querela sono: “Bisogna bacchettare anche quelli a Mediaset, di Mediavideo. Bisogna bacchettarli, quelli voi non li bacchettate mai. I maghi di Mediavideo non li toccate mai. Tu sei scorretto. Usi due pesi e due misure” (frase asseritamene pronunciata il 16.2.2006, all’uscita dall’aula del tribunale ove Ricci aveva deposto come teste nel processo contro Vanna Marchi ed altri) e “La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia. pubblicizzati in ben duecento pagine di teletext di Mediaset. Non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori a Striscia la notizia deriva dai proventi dei sedicenti maghi”, quest’ultima contenuta in un comunicato-stampa, diffuso il 16.2.2006, dal “telefono antiplagio”. Considerato che in relazione alla prima frase, la stessa non ha, ad avviso di chi scrive, la minima valenza diffamatoria: trattasi, infatti, di un giudizio, certamente “perentorio”, sulle modalità professionali cui appare informata la nota trasmissione televisiva “Striscia la notizia”, ma sorretto, tale giudizio, da un apprezzamento negativo di tali modalità, sostanziato nella frase, immediatamente successiva a quella “tu sei scorretto”, ove si ‘legge “usi due pesi e due misure”; essa indica come la trasmissione televisiva, oggetto del giudizio del Panunzio, segua un criterio nella scelta dei propri obiettivi non del tutto uniforme, essendo evidente, ed incontestabile, che la medesima aggressività usata da “Striscia” nei confronti di alcuni obiettivi (tra cui, appunto, Vanna Marchi), non è stata usata nei confronti di altre situazioni e/o persone non meno suscettibili del medesimo interesse, e forse non meno meritevoli di campagne altrettanto “moralizzatrici”, ammesso che proprio questo fosse l’interesse della trasmissione; nè il giudizio espresso dal Panunzio, complessivamente considerato, sembra avere il carattere oggettivamente diffamatorio, che non emerge sia che si consideri il tenore letterale delle parole impiegate, sia l’intento che sembra, all’evidenza, sorreggerle; che, con riferimento alla seconda delle frasi “incriminate”, non diverse considerazioni devono essere svolte: il comunicato del “telefono antiplagio”, infatti, segue, logicamente e cronologicamente, le frasi pronunciate in prima persona da Panunzio, e ne riprende l’intento, intenzionalmente critico e polemico, ma fondato sulle medesime argomentazioni svolte nell’intervento “orale”; in relazione a questa seconda frase, poi, la querela sembra compiere un’impropria, quando non scorretta, operazione di “de contestualizzazione” di un’espressione, posto che quella secondo la quale “non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la notizia deriva dai proventi dei sedicenti maghi”, è stata scritta a conclusione di un ragionamento, assai più articolato, ove si dà conto dell’immenso ammontare degli introiti dei proventi pubblicitari derivanti dagli annunci di centinaia di soggetti, del medesimo livello e “rango” della Marchi e soci – nell’insieme correttamente definiti ciarlatani, ritualmente impiegandosi una definizione normativa applicabile a tutti i soggetti che svolgono le professioni cui si riferisce il Panunzio proventi che oggettivamente vanno ad integrare i bilanci dell’impresa da cui dipendono gli odierni querelanti, o, comunque, dalla quale questi ricevono i loro compensi: si che l’associazione tra questi compensi e le varie “fonti”, tra cui anche quella rappresentata dalla pubblicità dei “ciarlatani”- che, peraltro, non risulta “Striscia” abbia mai censurato – appare tutt’altro che diffamatoria, ed espressa all’interno di un giudizio critico corretto per continenza e pertinenza, e, dunque, scriminato in relazione ai principi elaborati dalla Giurisprudenza in materia di libertà di espressione; che appare decisamente temeraria la querela proposta, e, sia detto incidentalmente, peraltro singolarmente contraddittoria, nel suo “animus”, rispetto a quell’ “aggressività” nei metodi, ed estrema libertà di opinioni, che l’autore di Striscia la notizia, ed i suoi collaboratori, hanno sempre ritenuto doveroso rivendicare a se stessi, come se, però, metodi analoghi, e contenuti non meno critici, fossero preclusi a soggetti diversi da loro…”. Mette solo conto di rilevare come il Gip (Clementina Forleo – ndr), a fronte di una tale motivata ed esaustiva richiesta dell’organo dell’accusa, si limitava, con ordinanza in data 4.2.2008 – che si ritiene di acquisire ai sensi dell’art. 603 c.p.p. – ad accogliere parzialmente la richiesta di archiviazione imponendo, del tutto immotivatamente, al P.M. di formulare l’imputazione a carico del Panunzio nei termini di cui all’odierna contestazione.
Ciò posto, e per passare al merito della questione, l’attenta lettura del comunicato stampa dà conto dell’espressione di una legittima critica, in toni civili e contenuti, da parte del Panunzio alla trasmissione televisiva “Striscia la notizia”, segnatamente per quanto atteneva alle scelte del Ricci relativamente a servizi sul tema dei “maghi” o sedicenti tali. Rilevato che l’espressione “venduto e prezzolato” riferita al Ricci non era certo dell’appellante ma, semmai, del Giudice (Paola Braggion – ndr) che inopinatamente la riportava alla pagina 6 della sentenza, ritiene la Corte che tutte le osservazioni della difesa, come compiutamente svolte nell’atto di appello, siano condivisibili. Se pure la parte civile abbia potuto ritenersi offesa per la frase incriminata “…si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia…”, tuttavia risultano rispettati i limiti che la giurisprudenza consolidata richiede per ritenere il corretto esercizio del diritto di critica quale esimente del delitto di diffamazione e cioè l’esistenza di un interesse pubblico a conoscere la vicenda criticata, la verità dei fatti attribuiti ad una persona ed assunti a presupposto delle espressioni critiche e la continenza del linguaggio. In tale prospettiva se l’argomento rispetta il criterio della verità del fatto da cui muove la critica e se sussiste l’interesse sociale a conoscerla, è consentita dall’ordinamento l’esposizione di opinioni personali lesive dell’altrui reputazione una volta che l’agente abbia esposto il suo pensiero con linguaggio misurato. Nel caso di specie il Panunzio si è sicuramente mosso all’interno di tale perimetro. Infatti sussiste l’interesse pubblico attesa la diffusione della trasmissione “Striscia la notizia” nonché l’interesse della collettività al tema dei “maghi” per i labili confini, purtroppo a volte superati, che separano la lecita attività di costoro dal campo dell’illecito, anche penale. Sussiste altresì la verità del fatto riferito in quanto l’appellante ben spiegava in dìbattimento di aver controllato che, sino al momento del fatto, non risultavano effettuati da “Striscia la notizia” analoghi servizi sul tema di interesse mentre, anche alla luce della produzione documentale della parte civile, gli stessi si situavano solo in epoca successiva. Quanto al requisito della continenza non si può non rilevare come i toni usati siano assolutamente civili e corretti e le modalità espressive adeguate, senza trascendere in attacchi personali e gratuiti della p.o., con ciò limitandosi il Panunzio ad esprimere il proprio motivato dissenso sui criteri utilizzati dal Ricci nella scelta dei suoi servizi che, cosi come ben spiegato in dibattimento, riteneva contraddittori. Questa è la soluzione alla quale la Corte ritiene qui di pervenire in ciò anche confortata dallo stesso iter argomentativo del Tribunale che, per arrivare a ritenere la diffamatorietà del fatto, non si peritava vuoi di richiamare un’espressione (“usi due pesi e due misure”) già ritenuta non offensiva dallo stesso Gip in sede di parziale archiviazione vuoi di attribuire al prevenuto delle parole (“venduto e prezzolato”), queste sì gratuitamente offensive della sfera morale della p.o., ma dal Panunzio mai pronunciate.
Alla luce delle osservazioni che precedono, in riforma dell’impugnata sentenza, si impone l’assoluzione dell’appellante dal reato ascrittogli con la formula di rito dalla quale consegue anche la caducazione delle statuizioni civilistiche.
Visto l’art. 605 c.p.p. in riforma della sentenza in data 24.2.2011 del Tribunale di Milano
l’appellante Panunzio Giovanni dal reato ascrittogli perché il fatto non costituisce reato.
Fissa in giorni 30 il termine per il deposito della sentenza.
Milano 15.6.2012
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 SENTENZA 
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 art. 595
 sentenza 
 art. 600
 art. 234
 art. 410
 sentenza 
 art. 51
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