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Timestamp: 2020-07-11 17:39:11+00:00

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Troppi 30 anni per risanare l'ente locale - Diritto & Conti
Troppi 30 anni per risanare l’ente locale
- il 12 Maggio 2019 - In Corte Costituzionale, Democrazia e contabilità, Equilibrio di bilancio, Tutti gli articoli
La sentenza di San Valentino: la Corte costituzionale fissa i confini della procedura di riequilibrio finanziario pluriennale
La sentenza della Corte costituzionale n. 18 del 2019 (depositata il 14 febbraio 2019, perciò già nota come la sentenza di San Valentino. La si può trovare anche in calce al testo) sarà ricordata per avere per la prima volta riconosciuto alla Corte dei conti la legittimazione a sollevare questioni di costituzionalità nell’esercizio delle funzioni di controllo sui bilanci e sugli equilibri finanziari degli enti locali.
Nell’introdurre alla lettura della sentenza in questo sito si vuole, però, dedicare qualche breve osservazione alla questione di merito oggetto del giudizio di costituzionalità, anch’essa decisa affermando principi di notevole portata.
La norma censurata (art. 1, comma 714, della legge n. 208 del 2015) si rivolgeva agli enti locali che, prima dell’approvazione del rendiconto 2014, avessero già avviato il procedimento di riequilibrio finanziario ai sensi dell’art. 243-bis TUEL e non avessero ancora effettuato il riaccertamento straordinario dei residui attivi e passivi previsto dall’art. 3 del d.lgs. n. 118 del 2011. A tali enti consentiva di rimodulare o riformulare il piano di riequilibrio e di ripianare in trenta anni la quota di disavanzo risultante dalla revisione straordinaria dei residui di cui all’art. 243-bis, comma 8, lettera e), TUEL limitatamente ai residui antecedenti al 1º gennaio 2015.
La norma è stata dichiarata illegittima perché in contrasto con gli artt. 81 e 97, primo comma, Cost.
Dalla lettura delle motivazioni, emerge che la Corte ha inteso vietare le anticipazioni di liquidità con ammortamento trentennale.
Per un verso, l’ordinamento consente solo i mutui per investimenti: ai sensi dell’art. 119, sesto comma, Cost., dice la Corte, l’indebitamento deve «essere finalizzato e riservato unicamente agli investimenti in modo da determinare un tendenziale equilibrio tra la dimensione dei suoi costi e i benefici recati nel tempo alle collettività amministrate». La norma in questione, invece, consentiva per un trentennio il libero accesso alle anticipazioni di liquidità e la «libera disponibilità, per le spese correnti, della quota risultante dalla riduzione degli accantonamenti», per effetto del rinvio temporale del ripianamento del deficit.
Per altro verso, il riaccertamento straordinario dei residui a suo tempo richiesto dal d.lgs. n. 118 del 2011 (e la connessa possibilità di ripiano del disavanzo conseguente fino a trenta anni) è da qualificare come ipotesi eccezionale, già esaurita e non elevabile a termine di paragone per legittimare la fattispecie oggetto del giudizio.
La disposizione censurata aveva quindi introdotto nel sistema delle distorsioni che la Corte ha ritenuto incompatibili con i parametri costituzionali degli artt. 81 e 97, primo comma, Cost. «sia sotto il profilo della lesione dell’equilibrio e della sana gestione finanziaria del bilancio, sia per contrasto con gli interdipendenti principi di copertura pluriennale della spesa e di responsabilità nell’esercizio del mandato elettivo». Quest’ultimo, in particolare, è oggetto di un importante passaggio motivazionale, nel quale la Corte, in continuità con precedenti pronunce, ha valorizzato il principio di responsabilità nell’esercizio della rappresentanza democratica, evidenziando gli effetti elusivi che la norma produceva sullo stesso.
Qualche considerazione in prospettiva.
La sentenza ha ritenuto incostituzionale un meccanismo finanziario dagli effetti molto seri per la finanza pubblica allargata, riducibile nel fare prestiti per rimborsare debiti e prestiti pregressi. Su ciò, peraltro, dovrebbe esserci una generale condivisione anche sulla base di ordinari principi di buona amministrazione.
D’altro canto, la sentenza non disconosce le ragioni che possono indurre il legislatore a forzare i principi, riconducibili all’argomento di «consentire ai nuovi amministratori di svolgere il loro mandato senza gravose “eredità”». La soluzione a tale esigenza va data dal legislatore nell’esercizio della discrezionalità che gli pertiene, ma non forzando la funzione del procedimento di riequilibrio finanziario né perpetuando «sanatorie e situazioni interlocutorie» che, oltre che incostituzionali, disincentivano il buon andamento dei servizi e l’adozione di buone pratiche da parte delle amministrazioni virtuose.
A legislazione vigente, uno strumento che può fronteggiare situazioni peculiari è quello del cosiddetto fondo di solidarietà, quale intervento solidaristico a carico dello Stato per le comunità economicamente più deboli, anche se ciò richiederebbe una adeguata provvista che, negli ultimi anni, non è stata fornita.
Da ultimo, la sentenza sta aprendo interessanti scenari applicativi, dei quali si darà conto: in primo luogo, le sezioni regionali di controllo dovranno stabilirne gli effetti sui piani di riequilibrio di enti locali che hanno applicato la disposizione dichiarata illegittima; inoltre, più in generale, le stesse potranno ormai rimettere al giudice delle leggi la soluzione del dubbio di costituzionalità su norme di contabilità la cui applicazione è necessaria ai fini del giudizio svolto, nell’impossibilità di darne una interpretazione costituzionalmente orientata.
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Il 30 Maggio 2019 presentazione della Rivista e del sito. VIDEO

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