Source: https://www.laleggepertutti.it/149236_offese-e-calunnie-su-facebook
Timestamp: 2019-10-17 10:03:09+00:00

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La versione più grave del reato di diffamazione è prevista per chi pubblica l’offesa sui giornali: la carta stampata ha ancora il primato dell’aggravante più pesante, quella appunto dell’uso della «stampa», cui un normale sito internet, ivi compreso Facebook, non può essere equiparato (salvo abbia requisiti di professionalità, come può essere la versione online di un quotidiano) [1].
1 Offese su Facebook: quando è reato?
1.1 L’aggravante
1.2 Offese indirette
1.3 Offese su Facebook all’azienda
2 Le pene per le offese e calunnie su Facebook
3 Offese su Facebook, denuncia
3.1 Come difendersi per offese e calunnie su Facebook?
3.2 Entro quanto tempo presentare la querela
Offese su Facebook: quando è reato?
Quanto alle offese e calunnie su Facebook al datore di lavoro, la giurisprudenza ha dato pareri discordanti. È vero che il dipendente deve sempre preservare l’immagine dell’azienda presso cui presta servizio, ma non gli si può neanche impedire il diritto di critica o di satira, ivi compresa, ad esempio, la possibilità di pubblicare un’immagine ironica su Facebook che ritrae il logo dell’azienda su un coperchio di vasellina. A riguardo la Cassazione ha ritenuto, due giorni fa, che il licenziamento inflitto per tale comportamento debba ritenersi una ritorsione [4]. La Corte di Cassazione ricorda come il licenziamento ritorsivo consta di due diversi accertamenti: «il motivo di ritorsione (motivo illecito) [5]; la assenza di altre ragioni lecite determinanti (esclusività del motivo)».
Sempre a tal proposito, la Cassazione [6] ha detto che è legittimo criticare aspramente il datore di lavoro, purché i fatti narrati corrispondano a verità e le espressioni utilizzate rimangano nell’ambito della correttezza e della civiltà.
Il modo migliore per creare la prova del post è copiare ed incollare già nel corpo della querela l’URL della pagina Facebook sulla quale compare la frase ingiuriosa. Questo consentirà alla Polizia postale di trovare il post anche dopo la cancellazione, per un periodo di circa un anno, favorendo le indagini.
Per procurarsi la prova è altresì consigliabile far leggere il post a qualche conoscente (anche a parenti) che possa, in un futuro giudizio, confermare di aver letto il contenuto o visto l’immagine offensiva. Si tratta della prova testimoniale che, sicuramente, è uno dei veicoli più usati per dimostrare al giudice le proprie ragioni.
[1] Cass. sent. n. 4873/2017 del 1.02.2017. Secondo la Cassazione, il post offensivo su Facebook è diffamazione aggravata, ma non assimilabile al mezzo stampa, la cui aggravate è più “pesante”. Reato aggravato sì, ma non quanto la diffamazione a mezzo stampa. Così è il delitto ex art. 595, commi 2 e 3, cod. pen. consumato attraverso Facebook con il messaggio offensivo e calunnioso nei confronti di un’altra persona pubblicato sul proprio profilo con l’attribuzione di un fatto determinato.
[3] Cas. sent. n. 8328/2015.
[4] Cass. sent. n. 2499/2017 del 31.01.2017.
[5] Art. 1345 cod. civ.
[6] Cass. sent. n. 996/2017. Il diritto di critica concesso al dipendente richiede, per il suo legittimo esercizio, che siano rispettati «il principio della continenza sostanziale (secondo cui i fatti narrati devono corrispondere a verità) e quello della continenza formale (secondo cui l’esposizione dei fatti deve avvenire misuratamente), precisandosi al riguardo che, nella valutazione del legittimo esercizio del diritto di critica, il requisito della continenza formale, comportante anche l’osservanza della correttezza e civiltà nelle espressioni utilizzate, è attenuato dalla necessità, ad esso connaturata, di esprimere le proprie opinioni e la propria personale interpretazione dei fatti, anche con espressioni astrattamente offensive e soggettivamente sgradite alla persona cui sono riferite» (cfr. Cass. sent. n. 465/96 e n. 5947/97).
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 27 ottobre 2016 – 31 gennaio 2017, n. 2499
Con ricorso al Tribunale di Firenze del 13.3.2013, ai sensi dell’articolo 1 co. 47 L.92/2012, S.C. impugnava il licenziamento disciplinare intimatogli in data 19.12.2012 dalla società LUXURY GOODS OUTLET srl (in prosieguo, per brevità: Luxury srl)- facente parte della divisione Guccio Gucci spa – per avere gravemente offeso l’immagine dell’azienda pubblicando su una chat privata del social network Fecebook, nella quale i lavoratori si scambiavano informazioni sull’incontro sindacale per il rinnovo del contratto integrativo, una immagine raffigurante un coperchio di vasellina cui era sovrapposto un disegno ed il marchio “Gucci”; deduceva la mancanza di proporzionalità del licenziamento e la sua natura ritorsiva. Con ordinanza del 7.8.2013 il giudice del lavoro annullava il licenziamento sotto il profilo della mancanza di proporzionalità.
Con sentenza del 7.1.2014 (nr. 2/2014) il Tribunale rigettava la opposizione proposta dalla società LUXURY srl, ritenendo la fattispecie riconducibile all’ipotesi di insussistenza del fatto disciplinare, ex articolo 18 co. 4 L. 300/1970, per essere stato esercitato il diritto di critica e di satira.
La Corte di Appello di Firenze, con sentenza dell’11.4.2014 (nr. 401/2014), rigettava il reclamo della società e dichiarava la nullità del licenziamento in quanto ritorsivo applicando il comma 1 dell’articolo 18.
Resiste con controricorso S.C. .
– ai sensi dell’articolo 360 co.1 nr 3 cpc: violazione e falsa applicazione degli articoli 115 e 116. cpc; 1175, 1324, 1345, 1375, 1418 co. 2, 1455, 2104, 2105, 2106, 2607, 2727, 2729 cc.
– ai sensi dell’articolo 360 nr.5 cpc: omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio ed oggetto di discussione tra le parti.
– della cui divisione faceva parte l’azienda – che raffigurava un tappo di vasellina con il segno distintivo del gruppo Gucci (la doppia G), una caricatura di spalle con il dito medio puntato sul fondoschiena e la scritta “Gucci Vaselina la trovi nei migliori outlet“.
Vi era altresì vizio della motivazione circa un fatto decisivo del giudizio ovvero la efficienza causale esclusiva dell’intento ritorsivo, in ragione della presenza di un addebito disciplinare idoneo a giustificare il licenziamento. La Corte di merito confondeva la inosservanza degli obblighi di correttezza, buona fede e civiltà sottesi al rapporto di lavoro con la satira televisiva o a mezzo stampa, nella quale mancava un vincolo obbligatorio tra autore e destinatario della satira. Né poteva invocarsi il diritto di critica, che doveva essere rivolto nei confronti di scelte organizzative del datore di lavoro laddove l’immagine pubblicata era gratuitamente lesiva del decoro del datore di lavoro.
Il licenziamento ritorsivo ricade nella disciplina dell’articolo 1345 cc. sicché il relativo giudizio consta di due accertamenti: il motivo di ritorsione (motivo illecito); la assenza di altre ragioni lecite determinanti (esclusività del motivo).
Ambedue gli accertamenti involgono un giudizio di fatto, in quanto teso a ricostruire la volontà del datore di lavoro: ne consegue che in sede di legittimità tale giudizio è censurabile nei limiti di cui all’articolo 360 nr. 5 cpc.
Nella fattispecie si applica ratione temporis il vigente testo del suddetto articolo 360 nr. 5 cpc sicché il vizio della motivazione è deducibile soltanto in termini di omesso esame di un fatto decisivo del giudizio ed oggetto di discussione tra le parti.
La denunzia non coglie alcun fatto non esaminato in sentenza giacché il giudice del merito ha considerato la potenziale lesione dell’immagine aziendale derivata dalla condotta contestata, che ha escluso argomentando sulla limitata diffusione della vignetta (tra i dieci partecipanti alla chat) e sulla assenza di prova di una sua divulgazione all’esterno dell’ambiente di lavoro (si veda a pagina 3 della sentenza).
Al compito assegnato alla Corte di Cassazione dal nuovo testo dell’articolo 360 nr. 5 cpc resta invece estranea la verifica della sufficienza e della razionalità della motivazione quando il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice.
Per le stesse ragioni anche la censura sul difetto di prova dell’intento ritorsivo non è sussumibile nella ipotesi dell’articolo 360 nr. 5 cpc, risolvendosi, piuttosto che nella allegazione di un fatto non esaminato, nella deduzione di una insufficienza della motivazione.
– ai sensi dell’articolo 360 nr. 3 cpc: violazione e falsa applicazione degli articoli 18 co.2 L. 300/1970 e 115 cpc;
– ai sensi dell’articolo 360 co.1 nr.5 cpc.: omesso esame circa un fatto decisivo del giudizio ed oggetto di discussione tra le parti.
Peraltro, sempre per consolidata giurisprudenza di legittimità il datore di lavoro, onerato a provare l’aliunde perceptum da detrarre dall’ammontare del risarcimento del danno dovuto in base all’art. 18 legge n. 300/1970, non può esonerarsi chiedendo al giudice di voler disporre generiche informative o di attivare poteri istruttori con finalità meramente esplorative: Cassazione civile sez. lav. 11 marzo 2015 n. 4884,. 29 dicembre 2014 n. 27424, 04 dicembre 2014, n. 25679.
12 Lug 2016 | di Redazione
Diffamazione su Facebook: competenza e prove
16 Set 2014 | di Angelo Greco
Facebook e le prove nel processo: cosa si può usare
Domenico Peccerillo ha detto:
03/02/2017 alle 11:10
La scorsa settimana ho ricevuto un post in cui sono stato definito “sporco ebreo”: ho chiamato la Polizia Postale, che mi ha chiesto se ero ebreo e, alla mia risposta negativa, ha escluso la diffamazione
03/02/2017 alle 11:31
Ma per favore sono stupidaggini
21/05/2018 alle 12:25
NESSUNO LO SA’ O LO PUO’ IMMAGINARE, MA SUI SOCIAL, POSSONO MANOVRARE OGNI COSA, BASTA CHE MODIFICANO O INTERVENGANO SULLE NOTIFICHE, NEL MODO E NELLA QUANTITA’, CHE RIESCONO A MANOVRARE TUTTO. POSSONO, COME A ME’ QUANDO TENTO DI DARE O COMUNICARE COSE CHE VANNO QUEL SOCIAL, TAGLIARTI FUORI, SEI ISOLATO. HO TUTTO FILMATO, MA NON RIESCO A DARLI A NESSUNO. GLI SCANDALI SI FANNO CON QUELLO CHE E’ PERMESSO.PENSATE A UNA PAGINA DI DUE MOVIMENTI POLITICI SU FB, A UNA GLI VIENE IMPOSTATO CHE LE SUE NOTIFICHE VENGONO FATTE AL 70% DEI SUOI LIKE, ALL’ALTRA AL 30% COME E’ NEL NORMALE, CHI SE NE’ ACCORGE? IO HO I VIDEO

References: Cass. 
 art. 595
 Cass. 
 Art. 1345
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 18
 sentenza 
 articolo 360
 sentenza