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CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. 3^, 31/10/2019, Sentenza n.44516 - AmbienteDiritto.it
Giurisprudenza: Giurisprudenza Sentenze per esteso massime | Categoria: Procedimento amministrativo, Pubblica amministrazione, Rifiuti Numero: 44516 | Data di udienza: 17 Luglio 2019
Numero: 44516
CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. 3^, 31/10/2019 (Ud. 17/07/2019), Sentenza n.44516
RIFIUTI – Deposito incontrollato e abbandono di rifiuti – Differenza – Natura permanente e natura istantanea – Rilevanza della condotta – Artt. 183, 256, c.2, d.lgs. n.152/2006 – Testo Unico Ambientale.
Il reato di deposito incontrollato ha natura permanente se l’attività illecita è prodromica al successivo recupero o smaltimento delle cose abbandonate e, quindi, la condotta cessa soltanto con il compimento delle fasi ulteriori rispetto a quella del rilascio, mentre l’abbandono, propriamente detto, ha natura istantanea con effetti eventualmente permanenti se l’attività illecita si connota per una volontà esclusivamente dismissiva dei rifiuti, che, per la sua episodicità, esaurisce gli effetti della condotta fin dal momento dell’abbandono e non presuppone una successiva attività gestoria volta al recupero o allo smaltimento.
RIFIUTI – Abbandono, discarica abusiva ed immissione – Elementi sintomatici e differenze – Condotta abituale – Quantità di rifiuti – Unicità della condotta di abbandon – Mera occasionalità – Rilascio episodico di rifiuti (solidi o liquidi) in acque superficiali e sotterranee.
L’abbandono, si distingue dalla discarica abusiva, in quanto, è caratterizzato dalla “mera occasionalità” desumibile da elementi sintomatici quali le modalità della condotta (ad es. la sua estemporaneità o il mero collocamento dei rifiuti in un determinato luogo in assenza di attività prodromiche o successive al conferimento), la quantità di rifiuti abbandonata, l’unicità della condotta di abbandono. Mentre, la discarica richiede una condotta abituale, come nel caso di plurimi conferimenti, ovvero un’unica azione ma strutturata, anche se in modo grossolano e chiaramente finalizzata alla definitiva collocazione dei rifiuti in loco. Infine, l’immissione, definita come il rilascio episodico di rifiuti (solidi o liquidi) in acque superficiali e sotterranee. Elemento distintivo specifico dell’immissione è il luogo di destinazione del rifiuto e le caratteristiche tipiche dell’azione dell’immetterlo nelle acque superficiali (che si differenzia, a sua volta, dallo scarico come definito nella Parte Terza del d.lgs. 152/2006) e che ne evidenzia la occasionalità, comune, quindi all’abbandono.
RIFIUTI – Deposito temporaneo – Deposito preliminare – Messa in riserva – Abbandono – Discarica abusiva – Momento consumativo del reato – Riferimento alle condotte accertate in concreto.
Il deposito temporaneo, in difetto anche di uno dei requisiti normativi, non può ritenersi tale ma deve essere qualificato, a seconda dei casi, come “deposito preliminare” se il collocamento di rifiuti è prodromico ad un’operazione di smaltimento, come “messa in riserva” se il materiale è in attesa di un’operazione di recupero, come “abbandono” quando i rifiuti non sono destinati ad operazioni di smaltimento o recupero o come “discarica abusiva” nell’ipotesi di abbandono reiterato nel tempo e rilevante in termini spaziali e quantitativi, dovendosi, anche in questo caso, determinare il momento consumativo con riferimento alle condotte accertate in concreto.
RIFIUTI – Ignoranza inevitabile della legge penale – Esclusione della colpevolezza – Corretta applicazione dell’art. 5 cod. pen. – .Criterio dell’ordinaria diligenza – Svolgimento di determinata attività professionali – Obbligo di informarsi con diligenza sulla normativa esistente.
L’ignoranza inevitabile della legge penale che esclude la colpevolezza per il comune cittadino sussiste, ogni qualvolta egli abbia assolto, con il criterio dell’ordinaria diligenza, al cosiddetto “dovere di informazione”, attraverso l’espletamento di qualsiasi utile accertamento, per conseguire la conoscenza della legislazione vigente in materia. Tale obbligo è particolarmente rigoroso per tutti coloro che svolgono professionalmente una determinata attività, i quali rispondono dell’illecito anche in virtù di una “culpa levis” nello svolgimento dell’indagine giuridica. Per l’affermazione della scusabilità dell’ignoranza, occorre, cioè, che da un comportamento positivo degli organi amministrativi o da un complessivo pacifico orientamento giurisprudenziale, l’agente abbia tratto il convincimento della correttezza dell’interpretazione normativa e, conseguentemente, della liceità del comportamento tenuto. Tali principi sono stati affermati anche con riferimento specifico alla gestione di rifiuti
PROCEDIMENTO AMMINISTRATIVO – PUBBLICA AMMINISTRAZIONE – Circolare interpretativa – Natura di atto interno – Effetti e limiti.
In linea generale, la natura di atto interno alla pubblica amministrazione della circolare interpretativa, la quale si risolve in un mero ausilio e non esplica alcun effetto vincolante non solo per il giudice penale, ma anche per gli stessi destinatari poiché non può comunque porsi in contrasto con l’evidenza del dato normativo (v. Sez. 3, n. 6619 del 7/2/2012, Zampano, Rv. 252541; Sez. 3, n. 19330 del 27/4/2011, Santoriello, con riferimento alla circolare ministeriale n. 2699 del 7 dicembre 2005 in materia di condono edilizio; Sez. U, n. 10424 del 18/1/2018 , Del Fabro in tema di contributi previdenziali). Tali principi devono ribadirsi, a maggior ragione, per ciò che concerne le “circolari” diffuse da una associazione di categoria, mero soggetto privato, peraltro volto unicamente a rappresentare e tutelare gli interessi degli appartenenti.
(dich. inammissibile il ricorso avverso sentenza del 14/02/2018 – TRIBUNALE di LAGONEGRO) Pres. IZZO, Rel. RAMACCI, Ric. Jannotti
sul ricorso proposto da: JANNOTTI PECCI COSTANZO nato a TELESE TERME;
avverso la sentenza del 14/02/2018 del TRIBUNALE di LAGONEGRO;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore PASQUALE FIMIANI Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’ udito il difensore Il difensore presente avv. Milone Claudia chiede l’accoglimento del ricorso riportandosi ai motivi
1. Il Tribunale di Lagonegro, con sentenza del 14 febbraio 2018 ha affermato la responsabilità penale di Costanzo JANNOTTI PECCI, che ha condannato alla pena dell’ammenda, in ordine al reato di cui all’art. 256, comma 2, d.lgs. 152/2006, perché, quale legale rappresentante della società “Terme Lucane S. r. I.”, realizzava, su un’area ubicata all’interno del centro termale sito in Contrada Calda del comune di Latronico, avente una superficie di circa 60 metri quadrati e priva di qualsivoglia copertura e sistema di regimentazione delle acque meteoriche, un deposito incontrollato di rifiuti speciali non pericolosi costituiti da teli di plastica e fanghi utilizzati nelle applicazioni di fangoterapia (CER 160304), non inviandoli a smaltimento nei limiti di tempo e quantitativi previsti dall’art. 183, comma 1, lett. bb), del d.lgs. 152/2006 (accertato il Latronico, il 24 settembre 2013).
2. Con un primo motivo di ricorso deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione, lamentando che la sentenza avrebbe erroneamente enfatizzato, con riferimento alla condotta attribuita all’imputato, la mancanza di titoli abilitativi, i quali sono riferibili ai reati di cui al primo e terzo comma dell’art. 256 d.lgs. 152/2006 e non anche a quello oggetto di contestazione, sanzionato dal comma 2 del medesimo articolo, rispetto al quale sarebbe del tutto ininfluente l’esistenza o meno delle autorizzazioni o delle iscrizioni richieste per le attività di gestione.
Aggiunge che il giudice avrebbe considerato l’illiceità della condotta evidenziando il superamento del termine annuale per lo smaltimento dei rifiuti risultante dagli atti e, dunque, non ignorando che in precedenza l’accantonamento dei rifiuti in assenza di titolo abilitativo avveniva in maniera perfettamente lecita, perché eseguito nel rispetto delle disposizioni di cui all’art. 183 d.lgs. 152/2006 sul deposito temporaneo, situazione che si assume incompatibile con il deposito incontrollato e l’abbandono, i quali presupporrebbero la collocazione dei rifiuti in area diversa dal luogo di produzione, circostanza non verificatasi nella fattispecie, in quanto i rifiuti risultavano presenti in un’area interna al complesso termale.
5. Con il quarto motivo di ricorso deduce il vizio di motivazione, lamentando che il giudice avrebbe omesso di considerare la sussistenza della causa di esclusione della responsabilità quale conseguenza dell ignoranza inevitabile della legge penale, dimostrata dalla difesa sulla base dei contenuti di una circolare emanata dalla Federazione Italiana delle Industrie Termali, associata a Confindustria ed unica associazione rappresentativa della categoria, ove vengono fornite indicazioni sulle modalità di smaltimento dei rifiuti ed, in particolare, sulla possibilità di conferirli al comune seguendo le modalità di raccolta differenziata, con la conseguenza che l’imputato non aveva provveduto direttamente allo smaltimento dei rifiuti nelle erroneo convincimento, legittimamente formatosi, che si trattasse di compito demandato all’amministrazione comunale.
A fronte del dato fattuale del rinvenimento, da parte della polizia giudiziaria, all’interno dello stabilimento termale gestito dalla società di cui il ricorrente è legale rappresentante, dei rifiuti descritti nell’imputazione e considerando il contenuto della stessa, che espressamente richiama l’art. 256, comma 2 d.lgs. 152/06 ed il deposito incontrollato conseguente al mancato smaltimento dei rifiuti nei tempi e quantità previste per il deposito temporaneo, il giudice, dopo aver puntualmente dato conto delle risultanze dell’istruzione dibattimentale, ha spiegato, in maniera articolata, le ragioni per le quali la condotta posta in essere dall’imputato non potesse comunque considerarsi lecita.
Invero, di nessun rilievo appare il censurato richiamo all’assenza di titoli abilitativi da parte del Tribunale, perché il riferimento riguarda chiaramente, nella generale descrizione della situazione riscontrata, il fatto che la presenza dei rifiuti nel posto ove erano stati rinvenuti dalla polizia giudiziaria non era, in primo luogo, autorizzata, eventualità che ben avrebbe potuto configurarsi in caso di deposito preliminare o messa in riserva, rientranti tra le attività di gestione, essendo il primo propedeutico allo smaltimento e la seconda al recupero, le quali, se effettuate in assenza di titolo abilitativo, andavano qualificate come illecita gestione di cui all’art. 256, comma 1 d.lgs. 152/2006.
Si tratta, in quest’ultimo caso, come è noto, di un’attività che non rientra nelle fasi di gestione ma che è lecita se effettuata nel rispetto delle condizioni dettate dall’art. 183, lett. bb) d.lgs. 152\06.
– i rifiuti devono essere raccolti ed avviati alle operazioni di recupero o di smaltimento secondo una delle seguenti modalità alternative, a scelta del produttore dei rifiuti: con cadenza almeno trimestrale, indipendentemente dalle quantità in deposito; quando il quantitativo di rifiuti in deposito raggiunga complessivamente i 30 metri cubi di cui al massimo 10 metri cubi di rifiuti pericolosi.
Anche in questo caso il riferimento alle espressioni utilizzate in sentenza è strumentale alla deduzione di un vizio di motivazione in realtà insussistente, atteso che, se letto all’interno del più complesso impianto argomentativo sviluppato in sentenza, il richiamo al “reato di abbandono o deposito incontrollato non autorizzato di rifiuti non pericolosi ai sensi dell’art. 256, comma 2, punito ai sensi del comma 1, lett. a) d.lgs. 152/2006” che si ritiene integrato dalla condotta contestata altro non è se non un mero riferimento alla disposizione di cui si tratta, senza alcuna finalità particolare.
8. Si è, in sintesi, sostenuto, in alcuni casi, che il reato di deposito incontrollato ha natura permanente se l’attività illecita è prodromica al successivo recupero o smaltimento delle cose abbandonate e, quindi, la condotta cessa soltanto con il compimento delle fasi ulteriori rispetto a quella del rilascio, mentre l’abbandono, propriamente detto, ha natura istantanea con effetti eventualmente permanenti se l’attività illecita si connota per una volontà esclusivamente dismissiva dei rifiuti, che, per la sua episodicità, esaurisce gli effetti della condotta fin dal momento dell’abbandono e non presuppone una successiva attività gestoria volta al recupero o allo smaltimento (v. Sez. 3, n. 6999 del 22/11/2017 (dep. 2018), Paglia, Rv. 272632; Sez. 3, n. 18880 del 29/9/2017 (dep. 2018), Scarabottini, non massimata; Sez. 3, n. 7386 del 19/11/2014 (dep.2015), Cusini e altro, Rv. 262410; Sez. 3, n. 30910 del 10/6/2014, Ottonello, Rv. 260011; Sez. 3, n. 48489 del 13/11/2013, Fumuso, Rv. 258519; Sez. 3, n. 25216 del 26/05/2011, Caggiano, Rv. 250969). In altre occasioni si è invece ritenuta la natura di reato istantaneo, eventualmente con effetti permanenti (v. Sez. 3, n. 38662 del 20/5/2014, Convertino, Rv. 260380; Sez. 3, n. 42343 del 9/7/2013, Pinto Vraca, Rv. 258313; Sez. 3, n. 40850 del 21/10/2010, Gramegna e altro, Rv. 248706; Sez. 3, n. 6098 del 19/12/2007 (2008), Sarra e altro, Rv. 238828).
L’abbandono, si è affermato nel distinguerlo dalla discarica abusiva, è invece caratterizzato dalla “mera occasionalità” desumibile da elementi sintomatici quali le modalità della condotta (ad es. la sua estemporaneità o il mero collocamento dei rifiuti in un determinato luogo in assenza di attività prodromiche o successive al conferimento), la quantità di rifiuti abbandonata, l’unicità della condotta di abbandono. Ciò in quanto la discarica richiede una condotta abituale, come nel caso di plurimi conferimenti, ovvero un’unica azione ma strutturata, anche se in modo grossolano e chiaramente finalizzata alla definitiva collocazione dei rifiuti in loco (così, da ultimo, Sez. 3, n. 18399 del 16/3/2017, P.M. in proc. Cotto, Rv. 269914)
L’immissione è stata invece definita dalla dottrina, in epoca non recente, come il rilascio episodico di rifiuti (solidi o liquidi) in acque superficiali e sotterranee. Elemento distintivo specifico dell’immissione è il luogo di destinazione del rifiuto e le caratteristiche tipiche dell’azione dell’immetterlo nelle acque superficiali (che si differenzia, a sua volta, dallo scarico come definito nella Parte Terza del d.lgs. 152/2006, che però qui non rileva) e che ne evidenzia la occasionalità, comune, quindi all’abbandono.
Ragionando in questi termini, può rinvenirsi una prima soluzione, utilizzabile in tutti i casi in cui, in concreto, sia mancata la successiva fase di gestione di cui si è detto e la collocazione del rifiuto ed altri dati oggettivi siano indicativi della mera volontà di liberarsene definitivamente.
Il disinteresse del detentore del rifiuto dopo la collocazione nel luogo in cui lo stesso viene rinvenuto determina una sostanziale coincidenza con la condotta tipica di abbandono, che si esaurisce nel momento stesso del rilascio. Si tratta, in questo caso, di una soluzione già adottata in precedenza dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez. 3, n. 18880 del 29/9/2017 (dep. 2018), Scarabottini, cit.; Sez. 3, n. 46590 del 10/11/2015, Madesani, non massinnata; Sez. 3, n. 30910 del 10/06/2014 – dep. 15/07/2014, Ottonello, Rv. 260011).
Tale soluzione, decisamente suggestiva, non convince. Le finalità delle disposizioni in esame, è appena il caso di ricordarlo, è quella di far sì che l’attività di gestione dei rifiuti venga effettuata assicurando la tutela della salute umana e l’integrità dell’ambiente ed è evidente che tali obiettivi si è inteso perseguirli anche con le disposizioni che riguardando l’abbandono e le altre condotte di cui si è detto.
Il deposito del rifiuto, essendo caratterizzato da un tempo di attesa prima dell’espletamento di altre attività di gestione, presuppone che durante tale fase sia predisposta ogni necessaria cautela per la salvaguardia della salute e dell’ambiente. Si tratta di un concetto ovvio se riferito alle ipotesi di deposito lecito e non si vede per quale ragione esso non possa essere utilizzato anche riguardo al deposito incontrollato, che si caratterizza, ad avviso del Collegio, proprio per le modalità con le quali viene effettuato, dunque senza alcuna cautela.
Si versa, in tali ipotesi, in un caso in cui il detentore del rifiuto pur non abbandonandolo nel senso dianzi individuato, ne mantiene la detenzione con modalità estranee a quelle conformi a legge, potenzialmente pericolose. Si tratta, in questo caso, di una condotta che finché perdura incide negativamente sul bene giuridico protetto dalla disposizione che la vieta.
Tornando al caso in esame, il giudice del merito ha correttamente individuato i termini in cui la condotta è stata posta in essere, collocando l’ultimo conferimento dei rifiuti al 20/6/2012 e considerando la data dell’accertamento, dando peraltro atto che i rifiuti erano sistemati in apposita area delimitata, ancorché esposti agli agenti atmosferici e senza un sistema di regimentazione delle acque, dunque chiaramente in vista del successivo smaltimento, come peraltro emerge dai motivi di ricorso.
11. Quanto alla dedotta ignoranza inevitabile della legge penale che escluderebbe la colpevolezza dell’imputato, occorre ricordare che, per quanto riguarda, in particolare, la corretta applicazione dell’art. 5 cod. pen., non può che richiamarsi quanto affermato, a seguito della ben nota sentenza 23 marzo 1988 n. 364 della Corte Costituzionale, dall’altrettanto nota pronuncia delle Sezioni Unite di questa Corte, secondo la quale “per il comune cittadino tale condizione è sussistente, ogni qualvolta egli abbia assolto, con il criterio dell’ordinaria diligenza, al cosiddetto “dovere di informazione”, attraverso l’espletamento di qualsiasi utile accertamento, per conseguire la conoscenza della legislazione vigente in materia.
Tale obbligo è particolarmente rigoroso per tutti coloro che svolgono professionalmente una determinata attività, i quali rispondono dell’illecito anche in virtù di una “culpa levis” nello svolgimento dell’indagine giuridica. Per l’affermazione della scusabilità dell’ignoranza, occorre, cioè, che da un comportamento positivo degli organi amministrativi o da un complessivo pacifico orientamento giurisprudenziale, l’agente abbia tratto il convincimento della correttezza dell’interpretazione normativa e, conseguentemente, della liceità del comportamento tenuto”(Sez. U, n. 8154 del 10/06/1994, P.G. in proc. Calzetta, Rv. 197885) Successivamente si è precisato che l’inevitabilità dell’errore sulla legge penale non si configura quando l’agente svolge una attività in uno specifico settore rispetto al quale ha il dovere di informarsi con diligenza sulla normativa esistente (Sez. 5, n. 22205 del 26/2/2008, Ciccone, Rv. 240440; Sez. 3, n. 1797 del 16/1/1996, Lombardi, Rv. 205384. V. anche Sez. 3, n. 11045 del 18/2/2015, De Santis e altro, Rv. 263288 che le richiama) e che l’ignoranza, da parte dell’agente, sulla normativa di settore e sull’illiceità della propria condotta è idonea ad escludere la sussistenza della colpa se indotta da un fattore positivo esterno ricollegabile ad un comportamento della pubblica amministrazione (Sez. 3, n. 35314 del 20/5/2016, PM. in proc. Oggero, Rv. 268000; Sez. 1, n. 47712 del 15/7/2015, Basile, Rv. 265424; Sez. 3, n. 42021 del 18/7/2014, Paris, Rv. 260657; Sez. 3, n. 35694 del 5/4/2011, Pavanati, Rv. 251225; Sez. 4, n. 32069 del 15/7/2010, P.M. in proc. Albuzza e altri, Rv. 248339), ovvero ad una precedente giurisprudenza assolutoria o contraddittoria o ad una equivoca formulazione del testo della norma (Sez. 3, n. 29080 del 19/3/2015, P.M. in proc. Palau, Rv. 264184).
Così deciso in data 17/7/2019

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