Source: http://www.qtsicilia.it/la-rassegna-stampa/40-lapprofondimento/2197-sentenza-grillina-sulla-trattativa-di-matteo-e-i-cinque-stelle.html
Timestamp: 2018-12-19 01:50:28+00:00

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"Le conseguenza politiche appaiono chiare proprio in un momento in cui si tenta di costituire un governo con il Movimento 5 stelle pronto ad allearsi con Salvini solo se rinnega Berlusconi. Di Matteo, come è noto, è vicino ai 5 stelle. Ha parlato ai loro convegni e le voci di corridoio in passato lo hanno dato anche come loro possibile candidato, presidente della regione e ministro.
La politica di oggi fatta in un’aula di tribunale? Il sospetto aleggia dentro Forza Italia. Ma senza spingersi fino a questo punto un elemento è certo: la sentenza ha dato una grossa mano a Di Maio e compagni". (Manlio Viola)
Enrico Trantino: “Esistono più livelli di comunicazione. Se uno parla come leader di un Movimento può anche cimentarsi in tesi ardite e propagandistiche. Se lo stesso é anche candidato Premier dovrebbe mostrare sacro rispetto per la Costituzione e per il significato di una sentenza non definitiva. Questo in un Paese normale. Ma il nostro ha bisogno di demolire ogni totem perché si insedino i nuovi idoli”. Una democrazia sotto tutela?
Basilio Milio, avvocato del generale Mori: “C'è un barlume di contentezza in me oggi, in un grande sconforto e sbigottimento perché so che la verità è dalla nostra parte. Oggi è un giorno di speranza: possiamo sperare che finalmente, dopo 5 anni, in appello vi sarà un giudizio. Perché questo è stato un pregiudizio caratterizzato dall'adesione alle istanze della Procura e quasi mai della difesa. Una sentenza dura che non sta né in cielo né in terra perché questi fatti sono stati già smentiti da quattro sentenze definitive”.
Ancora sull'aspetto tecnico ascoltiamo cliccando sul link di seguito riportato, interessantissima, l'intervista a Giovanni Fiandaca su Sentenza della Corte di Assise di Palermo nel processo trattativa tra Stato e Mafia. "Il rispetto della legalità penale -afferma Fiandaca- contrasta con la tendenza degli ultimi decenni del populismo penale, tendenza dei magistrati a percepire il proprio ruolo a difesa del garantismo sociale a discapito di quello individuale, per trarre dalle norme la massima punibilità possibile, anche, a volte forzandole o minipolandole, ma questo è un problema molto generale".
Di seguito l'articolo apparso su IL FOGLIO di oggi a firma di Giuseppe Sottile:
“Chapeau. Il galateo istituzionale insegna che di fronte a una sentenza emessa in nome del popolo italiano non c’è altro da fare che scappellarsi. Dopo cinque anni di discussioni e di polemiche la Corte di assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, ha stabilito che negli anni delle stragi di mafia, alcuni funzionari dello Stato scesero a patti con i boss di Cosa nostra. Magari con la migliore intenzione, che poi era quella di fermare il fiume di sangue. Ma la trattativa ci fu. Ed è bastata questa convinzione per spingere i giudici togati e i giudici popolari a distribuire condanne pesantissime a tutti gli imputati.
Prima di restare impigliati nel processo istruito dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e sostenuto in aula con particolare forza dal pubblico ministero Antonino Di Matteo, i due alti ufficiali dell’Arma erano addirittura convinti di dovere ricevere prima o poi una medaglia a nome di tutti gli italiani: perché erano riusciti a fermare la strategia delle bombe; e perché avevano arrestato e sepolto nel carcere duro Totò Riina, il capo dei capi. Invece sono stati costretti per oltre dieci anni a salire e scendere le scale dei tribunali. E pur avendo collezionato assoluzioni nei processi specifici – a cominciare da quello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, il boss che secondo il teorema della trattativa avrebbe tradito il capo dei capi, consegnandolo agli sbirri – si sono ritrovati oggi nell’aula bunker del Pagliarelli sotto il maglio impietoso di una condanna difficilmente sopportabile. Ovviamente, i loro avvocati presenteranno appello. Ma ci vorranno almeno altri due o tre anni prima che si possa arrivare a una sentenza di secondo grado. Intanto il calvario si allunga: da qui al 2021, se tutto filerà liscio, avranno collezionato quindici anni di sofferenze, di sospetti, di gogna, di disperazione di morte civile. Né Mori né Subranni sono più dei giovanotti. E quando si è vecchi, annotava Luis de Góngora, “ogni caduta è un precipizio”
Probabilmente – e non sarebbe il primo caso – una spiegazione andrebbe ricercata nel fatto che, nelle Corti d’assise, un peso non indifferente viene assegnato ai giudici popolari. I quali, per definizione, risentono maggiormente degli umori che pervadono la comunità. Il giudice togato ha un distacco professionale, ha una “terzietà” costruita con i propri studi e lungo la propria carriera. I giudici popolari, no. Hanno assistito e probabilmente assimilato un processo mediatico durato quasi dieci anni. Ricordate Ingroia che, pur di collegarsi con tutti i talk-show e predicare le sue verità sulla trattativa se n’era persino andato in Guatemala?
E ricordate Massimo Ciancimino che parlava in nome del padre e denunciava le più improbabili nefandezze di uomini, come Mori o De Gennaro, che invece avevano rischiato la vita pur di arginare la litania dei massacri testardamente voluta da Totò “u’ curtu”, da Bagarella, da Brusca e dagli altri scellerati corleonesi? E ricordate quanti altri giudici e quanti giornalisti si erano accodati al populismo facile della tesi secondo la quale Berlusconi, tramite Dell’Utri, palermitano e amico del boss Antonino Cinà, era sceso a patti con la mafia? E ricordate i riconoscimenti e le cittadinanze onorarie che i magistrati della Trattativa, primo fra tutti Nino Di Matteo, andavano raccogliendo nei comuni piccoli e grandi d’Italia per il semplice fatto di credere nelle accuse che Ingroia e Ciancimino avevano costruito e che altri tribunali avevano invece demolito?
Lo diranno, se sapranno dirlo, le motivazioni. Intanto la squadra che fa capo a Di Matteo prepara una nuova stagione giudiziaria. Bisognerà tornare alle stragi, alle trame oscure, ai registi occulti e a tutto il campionario della giustizia populista. Per altri vent’anni, se Dio gli darà vita, Berlusconi non avrà pace".

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