Source: https://estetica.revues.org/2059
Timestamp: 2017-09-25 04:26:27+00:00

Document:
Linguaggio d’odio, autorità e ingiustizia discorsiva
Home > Numeri > 64 > Discrimination in philosophy > Linguaggio d’odio, autorità e ing...
Drawing on Austin’s speech act theory, many influential scholars view hate speech in terms of speech acts, namely acts of subordination (MacKinnon 1987; Langton 1993, 2012, 2014; Hornsby and Langton 1998; McGowan 2003, 2004; Kukla and Lance 2009; Langton, Haslanger and Anderson 2012; Maitra 2012; Kukla 2014). Austin’s distinction between illocutionary and perlocutionary acts offers a way to set apart speech that constitutes subordination, and speech that merely causes subordination. The aim of my paper is to address the main objection to accounts of hate speech in terms of illocutionary speech acts, that is the Authority Problem. In particular I will claim that what is missing from previous proposals is attention to the broader social context in which ordinary instances of hate speech are embedded, and in particular, attention to the social status of both the speaker and the audience. While the social position of the speaker has been examined by several approaches, the social position of the audience has too often been neglected. I will show that not only must the speaker have a certain kind of standing or social position in order to perform speech acts of subordination, but also the audience must have a certain kind of standing or social position in order to either license or object to the speaker’s authority, and her acts of subordination.
hate speech, atti linguistici, autorità
2. Hate speech e atti linguistici
2.1 Atti di subordinazione
2.2 Tre classi di illocuzioni
2.3 Forza illocutoria
3. Il problema dell’Autorità
4. Accomodare l’autorità
5. Parlanti e autorità
6. Legittimare
7. Obiettare
1 Per una definizione di hate speech si veda Grey 1991 e Hornsby 2003: 297.
1Tradizionalmente al centro di studi sociali o giuridici, il tema della discriminazione è diventato negli ultimi decenni un argomento assai frequentato in epistemologia e filosofia della scienza, e più recentemente anche in filosofia del linguaggio. Il linguaggio è infatti un elemento chiave nella creazione, mantenimento e rinforzo delle identità sociali, e di conseguenza anche delle asimmetrie e delle ingiustizie sociali. Una delle declinazioni più interessanti del tema della discriminazione in filosofia del linguaggio è legata a quello che è diventato comune chiamare hate speech, o linguaggio d’odio1. L’etichetta raccoglie vari tipi di usi discorsivi, che presentano caratteri fra loro molto diversi: vorrei qui concentrarmi su quel tipo particolare di interazione discorsiva che sono le istanze ordinarie, quotidiane, di hate speech. Seguendo una tradizione recente ma ormai consolidata, affronterò la questione dalla prospettiva della teoria degli atti linguistici, che concepisce le istanze ordinarie di linguaggio d’odio in termini di atti linguistici di subordinazione (nel § 2). In particolare mi concentrerò su una delle obiezioni potenzialmente più devastanti sollevate contro tale prospettiva, il problema dell’autorità (nel § 3). Esaminerò criticamente quella che da molti è vista come la soluzione più promettente al problema: il modello dell’accomodamento dell’autorità di Ishani Maitra (nel § 4). Per Maitra l’autorità è una condizione necessaria per il compimento di atti di subordinazione: tale autorità, tuttavia, non deriva necessariamente da una posizione sociale, ma può essere acquisita via accomodamento. Il mio obiettivo è quello di mostrare come la tesi, così come formulata, ci costringe a considerare come atti di subordinazione compiuti felicemente atti che intuitivamente falliscono. Più precisamente metterò in evidenza come Maitra non tenga in adeguata considerazione il più ampio contesto sociale in cui un atto linguistico viene compiuto (nel § 5). Gli atti di subordinazione non vengono compiuti in una sorta di vuoto sociale: sono inseriti in una rete più ampia di pratiche di oppressione che sono culturali, sociali, economiche e politiche. Questo intreccio fra atti di subordinazione e pratiche discriminatorie ha conseguenze cruciali sull’autorità insieme di parlante, destinatari e spettatori, e si lega strettamente con il tema più generale dell’ingiustizia discorsiva. Avanzerò una proposta alternativa a quella di Maitra, che tiene conto della posizione sociale di parlante e ascoltatori: mostrerò da un lato (nel § 6) che la posizione sociale del parlante (la sua appartenenza a un gruppo discriminato) condiziona la sua capacità di compiere atti di subordinazione, e dall’altro (nel § 7) che anche la posizione sociale dei destinatari condiziona tanto la loro capacità di legittimare via accomodamento gli atti di subordinazione compiuti dal parlante, quanto quella di opporsi a essi.
2 MacKinnon 1987; Langton 1993, 2012; 2014; Hornsby e Langton 1998, West 2003; Langton, Haslanger e A (...)
2All’interno di una prospettiva recente di riflessione sull’hate speech, le istanze ordinarie di linguaggio d’odio vengono concepite in termini di atti linguistici di subordinazione2. Riprendendo il quadro austiniano, tale prospettiva si concentra non tanto su ciò che il linguaggio d’odio dice, esprime o veicola, quanto su quello che i parlanti fanno nei casi di usi ordinari di hate speech. Una delle rappresentanti più autorevoli di questa prospettiva, Rae Langton, si rifà alle riflessioni di Catharine MacKinnon allo scopo di identificare particolari tipi di atti linguistici: gli atti di subordinazione. L’enunciato
(1) I neri non possono votare,
proferito in Sud Africa ai tempi dell’apartheid per promulgare una norma che rinforzi la discriminazione razziale, può essere concepito come un atto illocutorio di subordinazione: se proferito in circostanze appropriate pone in essere un fatto nuovo, e fa sì che i neri siano privati del diritto di voto. Lo stesso vale per il cartello
3 Questo esempio è in MacKinnon 1987: 202. Langton 1993 aveva già utilizzato la teoria degli atti lin (...)
4 Langton 1993/2009: 35: «it orders blacks away, welcomes whites, permits whites to act in a discrimi (...)
(2) Solo bianchi,
posto all’entrata di un ristorante3. Secondo MacKinnon e Langton, il cartello vale come atto illocutorio, che classifica i neri come inferiori, li priva di importanti diritti, li denigra e legittima comportamenti discriminatori – in altre parole li subordina4.
5 Austin 1975/1987: 87: «L’atto illocutorio ‘entra in vigore’ in certi modi, diversi dal produrre del (...)
6 Langton, Haslanger e Anderson 2012: 758: «Austin’s distinction between illocutionary and perlocutio (...)
3In questo quadro l’hate speech può essere concepito in termini di atti linguistici in due sensi diversi, che corrispondono alla nota distinzione austiniana di illocutorio e perlocutorio. Come è noto, l’atto illocutorio corrisponde al porre in essere da parte del parlante di fatti nuovi, al suo imporre o contrarre obblighi, legittimare credenze e comportamenti, stabilire nuove convenzioni e modificare la realtà sociale, mentre l’atto perlocutorio corrisponde alle conseguenze, intenzionali o meno, del compimento di un atto illocutorio su sentimenti, pensieri o azioni dei partecipanti5. In senso perlocutorio, le istanze ordinarie di linguaggio d’odio causano discriminazione, producono cambiamenti di credenze e comportamenti, inclusi comportamenti di oppressione e violenza. In senso illocutorio, le istanze ordinarie di linguaggio d’odio costituiscono in se stesse forme di discriminazione razziale o di genere, di legittimazione di credenze e comportamenti di discriminazione, di rafforzamento dell’oppressione e di incitamento alla violenza6. In quel che segue userò la locuzione tesi di subordinazione per riferirmi alla tesi intesa in questo secondo senso – illocutorio o costitutivo.
4La tesi di subordinazione è stata ulteriormente specificata circoscrivendo tre possibili classi di illocuzioni d’odio: gli atti illocutori di aggressione (a.), propaganda (b.) e subordinazione (c.).
a. In certi casi i parlanti possono compiere atti linguistici come perseguitare o umiliare, in cui vengono colpiti o attaccati singoli e gruppi target (individuati in base a etnia, religione, genere, orientamento sessuale). Questi atti sono compiuti in modo caratteristico (ma tutt’altro che esclusivo, come vedremo in b.) nelle istanze di linguaggio d’odio alla seconda persona, come
(3) Negro!
(4) Sporco terrorista! (proferito nei confronti di un arabo).
In questi esempi, il parlante attacca direttamente il proprio target, lo sminuisce e lo degrada: qui il focus è sulle vittime degli atti di persecuzione. Proferendo (3) o (4), un parlante non sta semplicemente asserendo qualcosa, rappresentando uno stato di cose, ma sta compiendo un atto illocutorio di persecuzione, umiliazione e minaccia, un atto rivolto insieme a individui e gruppi target.
b. In altri casi i parlanti possono compiere atti linguistici come promuovere o incitare alla discriminazione, all’odio e alla violenza Gli atti linguistici di propaganda vengono compiuti in modo caratteristico (ma non esclusivo) negli usi alla terza persona, come in
(5) Tom è un negro
7 Quelli che vengono chiamati “prospective haters”: Langton, Haslanger e Anderson 2012: 758.
(6) Alì è uno sporco terrorista:
qui il focus è su destinatari e spettatori7. Si noti che anche gli atti di aggressione possono essere concepiti come atti di propaganda. Nel proferire (3), per esempio, il parlante non sta semplicemente attaccando un individuo e tutti i neri, ma sta anche promuovendo il razzismo e la discriminazione: (3) costituisce un incitamento all’odio, indirizzato agli ascoltatori (anche casuali) del proferimento. In modo analogo, il proferimento di (5) da parte di un parlante può essere concepito anche come un atto di aggressione nei confronti del gruppo target, un atto che umilia e offende Tom e tutti i neri.
c. Infine, in particolari circostanze i parlanti possono compiere atti linguistici di subordinazione di carattere più istituzionale – tramite i quali vengono istituiti o rinforzati sistemi più ampi di oppressione: (1) e (2), proferiti nel Sudafrica dell’apartheid, classificano individui come inferiori, legittimano la discriminazione, privano minoranze di poteri e diritti.
8 Si veda Langton 2014.
9 Austin 1975/1987: 113. Cfr. Sbisà 2001 e 2013.
10 Austin 1975/1987: 113.
5Ma qual è la forza illocutoria degli atti di subordinazione? All’interno della tassonomia austiniana, gli atti di carattere più istituzionale (c.) vengono generalmente classificati nelle classi dei Verdettivi e degli Esercitivi8. Come è noto, la classe austiniana dei Verdettivi comprende gli atti di giudizio o di valutazione, ufficiali o non ufficiali, basati su prove o ragioni e riguardanti valori o fatti (come gli atti di giudicare, calcolare, stimare, valutare). La classe degli Esercitivi raccoglie invece gli atti che comportano l’esercizio di poteri, diritti o influenza nel prendere decisioni (come gli atti di nominare, licenziare, ordinare, comandare, concedere, rinunciare, avvertire); essi consistono nel dare sostegno o prendere una decisione a favore o contro un certo corso d’azione. Gli atti di subordinazione di tipo c. possono pertanto essere concepiti come Verdettivi («un giudizio secondo cui [qualcosa] è così»9) in quanto classificano gli individui in quanto inferiori; e come Esercitivi («una decisione che qualcosa deve essere così»)10 in quanto legittimano l’oppressione razziale o religiosa e la discriminazione di genere, e privano le minoranze di poteri e diritti.
11 Si veda Bianchi 2014.
6Altrove ho suggerito di classificare anche gli atti di aggressione e di propaganda nei medesimi termini11. Gli atti linguistici di colpire o aggredire (a.) possono essere classificati come Verdettivi, in quanto assegnano a un fatto naturale o sociale (essere nero, essere omosessuale, essere donna, essere ebreo) uno status istituzionale di tipo gerarchico (essere inferiore). Gli atti linguistici di propagandare (b.) possono essere classificati come Esercitivi, in quanto creano (o rinforzano) certi fatti istituzionali (la subordinazione dei neri, delle donne, degli omosessuali), e legittimano certe pratiche o comportamenti.
12 Per una critica a Langton su questi punti si veda Bianchi 2015: § 6.
7In questa sede non mi soffermerò sulla plausibilità della tesi di subordinazione, né sulla permeabilità della distinzione fra i tre tipi di atti (a., b. e c.), o sui dettagli della classificazione degli atti di subordinazione12. Per gli scopi di questo lavoro accetterò la tesi di subordinazione senza discuterla: mi concentrerò invece su una delle obiezioni più interessanti e preoccupanti sollevate contro di essa, il problema dell’autorità, allo scopo di sviluppare riflessioni più generali su ingiustizia discorsiva e discriminazione.
13 Maitra 2012: 95.
8La questione dell’autorità del parlante è potenzialmente devastante per la concezione del linguaggio d’odio in termini di atti linguistici di subordinazione13. Questi ultimi, si è detto, vengono classificati come Verdettivi o Esercitivi – illocuzioni che accordano diritti e privilegi a certi individui, e privano di diritti e privilegi altri individui, fissando in sostanza ciò che è consentito in un certo dominio. Tali condizioni di ammissibilità possono subordinare individui e gruppi quando i) li classificano ingiustamente come inferiori; ii) legittimano comportamenti discriminatori nei loro confronti; iii) li privano iniquamente di importanti diritti e poteri.
14 Austin 1975/1987: 110.
15 Secondo alcuni i Verdettivi possono essere ridotti a Esercitivi (si veda McGowan 2003). In questa s (...)
9Secondo Austin, «gli esercitivi consistono nell’esercitare dei poteri, dei diritti, oppure un’influenza»14, e dunque sembrano presupporre che il parlante abbia poteri, diritti o influenza. Nelle parole di Langton, Verdettivi ed Esercitivi sono “authoritative speech acts”: in altre parole, per Langton l’autorità del parlante sembra essere una condizione di felicità cruciale degli atti linguistici di subordinazione15. Ora, in certi casi di subordinazione, il parlante possiede effettivamente una qualche forma di autorità formale: è il proprietario del ristorante in cui viene messa in atto la direttiva razzista nel caso di (2) o addirittura il legislatore, nel caso di (1). La condizione di felicità che riguarda l’autorità del parlante è soddisfatta, e gli atti di subordinazione vengono compiuti con successo: (1) fa sì che ai neri non sia permesso votare e (2) fa sì che ai neri non sia consentito entrare in quel ristorante. Nella maggioranza degli esempi di linguaggio d’odio, tuttavia (si pensi soprattutto ai casi di aggressione e di propaganda come (3)-(6) proferiti per strada o in luoghi pubblici), il parlante non sembra possedere un’autorità formale di qualsivoglia tipo. Ne dovrebbe seguire che, usando (3)-(6), il parlante non possa compiere felicemente atti di subordinazione: in altre parole (3)-(6) possono certamente contribuire a causare subordinazione e asimmetria sociale (un effetto perlocutorio) ma non sembrano poter costituire essi stessi forme di subordinazione (un effetto illocutorio).
16 McGowan 2003 e 2004. Secondo McGowan, qualunque mossa conversazionale fa appello a regole di accomo (...)
17 Cfr. Maitra 2012: 96: «Speaker authority needn’t derive from social position at all. Moreover… a sp (...)
10Sono state proposte varie soluzioni al problema dell’autorità: in alcune di esse, come nel modello degli Esercitivi conversazionali di Mary-Kate McGowan l’autorità non è una condizione necessaria per gli atti di subordinazione16. In quel che segue mi concentrerò sul modello dell’accomodamento dell’autorità di Ishani Maitra, che sostiene invece che l’autorità del parlante è una condizione necessaria per gli atti di subordinazione: tale autorità non deriva necessariamente da una posizione sociale, ma può essere acquisita dal parlante via accomodamento17. Nelle prossime due sezioni presento la soluzione di Maitra e delineo alcune obiezioni contro di essa.
18 Maitra 2012; cfr. Langton 2014.
19 Maitra 2012: 107.
11Secondo Maitra ci sono casi in cui i parlanti possono giungere ad acquisire un tipo di autorità pratica (de facto) pur non avendo alcuna autorità formale (de jure) – sia essa data dal ruolo sociale, o autorizzata da qualcuno in posizione di autorità18. Maitra propone l’esempio di un gruppo di amici che non riesce ad accordarsi per organizzare una gita, e in cui un componente del gruppo senza alcuna autorità formale comincia a comportarsi come se la possedesse, e a distribuire compiti e scadenze. Altro esempio proposto è quello di un incidente, in cui uno degli individui coinvolti comincia a regolare il traffico, e viene assecondato dagli altri conducenti. Nei due esempi i due individui non hanno alcuna autorità formale, ma acquisiscono “licensed authority” perché legittimati dai presenti – anche solo implicitamente, semplicemente perché essi si astengono dal mettere in discussione l’autorità dell’individuo e le sue decisioni: la sua autorità «depends on (relevant) others refraining from challenging the speech»19. È importante notare che tale legittimazione non richiede in alcun modo che gli altri siano d’accordo con l’individuo – a patto che si astengano dal rendere pubblica la loro disapprovazione: si tratta di una sorta di autorizzazione come risultato di un’omissione.
12Secondo Maitra la stessa linea argomentativa può essere tracciata nei casi di subordinazione: parlanti comuni, sprovvisti di una qualsivoglia autorità formale, possono compiere felicemente atti di subordinazione in quanto vengono legittimati dagli astanti – siano essi conniventi o meno. Maitra propone in proposito l’esempio del passeggero della metropolitana: una donna araba è in una affollata carrozza della metropolitana, quando un altro passeggero, un anziano uomo bianco, comincia ad apostrofarla ad alta voce con frasi come
(7) Sporca terrorista, tornatene a casa. Non abbiamo bisogno di gente come te qui.
20 Ivi: 100-101.
13La donna non risponde; gli altri passeggeri guardano nella direzione dei due interlocutori, ma nessuno interviene20.
21 Ivi: 115.
14Nell’analisi di Maitra, che riprende Langton su questo punto, nel proferire (7) il parlante intende classificare il suo interlocutore come inferiore e legittimare comportamenti discriminatori nei suoi confronti: si tratta di atti di subordinazione che presuppongono che il parlante abbia qualche forma di potere, autorità o influenza. Gli altri passeggeri si astengono dall’obiettare, e la loro omissione assicura al parlante l’autorità necessaria per compiere felicemente atti Verdettivi ed Esercitivi: «Since licensing is sufficient for ranking, the speaker in this case succeeds in ranking his target as inferior»21. Anche in questo caso è possibile che gli altri passeggeri abbiano forti riserve su (7), ma se si astengono dal renderle pubbliche, la loro omissione assicura al parlante l’autorità di cui ha bisogno per compiere un atto di subordinazione. Se Maitra ha ragione, il parlante ha compiuto con successo l’atto del classificare nei confronti della donna araba: ha rinforzato lo status sociale di inferiorità del suo target e con ciò avallato credenze razziste; ha inoltre legittimato comportamenti discriminatori verso la donna, per esempio rendendo ammissibile (o maggiormente ammissibile) l’uso di linguaggio d’odio nei suoi confronti.
15Come accennato nell’introduzione, in questa sede accetto senza discuterla la tesi di Langton e Maitra secondo cui (7) costituisce un atto di subordinazione – tesi per molti versi assai controversa. Il mio obiettivo è più limitato: mostrare come la tesi, così formulata, corre il rischio di sovragenerare atti di subordinazione, costringendoci, in altre parole, a considerare come atti di subordinazione compiuti felicemente atti che intuitivamente falliscono (misfire). Più precisamente intendo mostrare come Maitra non tenga in adeguata considerazione il più ampio contesto sociale in cui un atto linguistico viene compiuto.
22 Maitra 2012: 108.
16Maitra sembra ritenere che la posizione sociale del parlante non sia una condizione necessaria per il felice compimento degli atti di subordinazione: «even if a speaker occupies a low social position, he may nevertheless have derived authority or be licensed. If so, his speech may be authoritative in spite of his social position»22. Contro Maitra voglio mostrare che un proferimento come (7) conta come atto di subordinazione solo se sono soddisfatte certe condizioni sociali. Basta immaginare un caso speculare rispetto a quello proposto da Maitra: un uomo bianco è in una affollata carrozza della metropolitana, quando un altro passeggero, una donna araba, comincia ad alta voce ad apostrofarlo con frasi come
(8) Sporco bianco, tornatene a casa. Non abbiamo bisogno di gente come te qui.
23 Barnes 2016 propone un esempio analogo.
17L’uomo non risponde, gli altri passeggeri guardano nella direzione dei due interlocutori ma nessuno interviene23. Saremmo disposti a considerare (8) come un atto felice di subordinazione? La donna araba riesce a compiere con successo nei confronti del proprio target gli atti di i) classificare come inferiore; ii) legittimare comportamenti discriminatori; iii) privare di diritti e poteri? In modo analogo, saremmo disposti a considerare il silenzio degli altri passeggeri come un caso di legittimazione, in cui viene assicurata al parlante l’autorità necessaria per compiere felicemente atti Verdettivi ed Esercitivi?
24 Si veda Stalnaker 2002 per la differenza fra “accettazione” e “credenza”.
25 Langton et al. 2012: 760: «McGowan ultimately aims to explain how these local norms of a conversati (...)
18A mio parere la plausibilità della tesi di Langton e Maitra può fondarsi solo sulla presenza di credenze e prassi sociali razziste ampiamente diffuse nel contesto sociale in cui (7) viene proferito. (7) conta come atto di subordinazione unicamente in quanto è parte di una rete complessa di pratiche sistematiche di oppressione, legate a un’ideologia dominante (più o meno esplicitamente) razzista: il linguaggio d’odio riposa su pesanti storie di discriminazione, ostilità e anche violenza. Quello che rende (7) un esempio convincente di subordinazione illocutoria è che rinforza una gerarchia sociale ingiusta già in vigore, spostando più in là le condizioni di ammissibilità – rendendo cioè (più) tollerabile il linguaggio d’odio e i comportamenti discriminatori. Mentre Langton vede (7) come la messa in atto (o promulgazione) di una piccola norma conversazionale razzista locale che collabora alla messa in atto di una norma sociale razzista più ampia, io ritengo che (7) possa essere meglio concepito come rinforzo di una norma sociale razzista più ampia, il consolidamento di ciò che (in mancanza di obiezioni) conta come accettato24 dai partecipanti a una conversazione25. Ciò che manca in (8) è una rete simile di credenze, comportamenti, norme sociali di oppressione contro i bianchi: in assenza di tale rete – che è insieme sociale, culturale, politica ed economica – non è plausibile che (8) conti come atto felice di classificare (Verdettivo), privare di diritti o poteri, legittimare comportamenti (Esercitivi). Non c’è alcuna ideologia dominante contro i bianchi, e (8) da solo non può ribaltare la (pur ingiusta) gerarchia in vigore: il genere di classificazione conversazionale rappresentato da (3)-(6) ha successo solo se non contestato e non controverso. (8) è invece un esempio di Verdettivo controverso nella nostra società: l’accomodamento non sembra plausibile. Anche se la donna araba ha l’intenzione di compiere un atto di classificare come inferiore il suo target, e anche se nessuno obietta, il silenzio degli altri passeggeri non legittima il suo atto, e l’atto fallisce.
26 Austin 1975/1987: 117: «I comportativi includono la nozione di reazione riguardo al comportamento e (...)
27 Cfr. Kukla 2014 e Kukla e Lance 2009. Commentando un esempio analogo a (8) Barnes 2016 scrive: «I w (...)
19Alcuni studiosi hanno suggerito che in casi simili a (8) l’atto compiuto dalla donna araba debba contare come un Comportativo austiniano, l’espressione di un certo atteggiamento, la mera comunicazione di uno stato emotivo di rabbia26. Questa è l’opinione per esempio di Michael Barnes, che segue su questo punto Rebecca Kukla: la ricezione (uptake) ottenuta dal parlante – il fatto cioè che gli altri passeggeri prendano (8) come manifestazione di un atteggiamento di malessere e collera – fa sì che il suo atto linguistico conti come manifestazione di un atteggiamento di malessere e collera, un atto diverso rispetto a quello che le convenzioni utilizzate avrebbero dovuto consentire27. Non condivido questa conclusione: seguendo Austin ritengo che (8) debba essere concepito come un atto di subordinazione infelice, un colpo a vuoto (misfire) – la ricezione ottenuta da (8) non è sufficiente a far sì che il tentativo fallito di compiere un atto di subordinazione (un Verdettivo) conti come il tentativo riuscito di compiere un atto linguistico di altro tipo (un Comportativo).
20Considerazioni analoghe valgono per l’esempio di Maitra. Si può classificare (7) fra i Comportativi, come mera espressione di un atteggiamento di rabbia? Si noti che il parlante stesso (l’anziano passeggero della metropolitana) potrebbe ritenere di stare solo esprimendo un sentimento o atteggiamento verso la donna e gli Arabi in generale. E tuttavia, all’interno di un quadro austiniano, le credenze e le intenzioni del parlante non sono decisive per determinare la forza illocutoria di un atto linguistico. In quel particolare contesto, il proferimento di (7) da parte dell’anziano passeggero conta come atto di subordinazione: il parlante sta utilizzando dispositivi linguistici convenzionali connessi in modo standard con atti di oppressione (come l’utilizzo di espressioni di odio in una società in cui sono diffuse ideologie e pratiche razziste nei confronti degli Arabi), ha la posizione sociale che gli permette di compiere felicemente atti di classificare e legittimare (l’appartenenza a un gruppo dominante), è legittimato per omissione dai suoi interlocutori.
21Nella sezioni 6 e 7 aggiungerò ulteriori condizioni, e sosterrò che anche gli spettatori devono possedere posizioni sociali e autorità tali da poter tanto legittimare quanto obiettare all’autorità del parlante, e al suo atto di subordinazione.
28 Fricker 2007; Kukla e Lance 2009; Kukla 2014.
22Nella sezione precedente ho cercato di mostrare che la posizione sociale del parlante (in particolare la sua appartenenza a un gruppo oppresso o discriminato) può influire sulla sua capacità di compiere certi atti linguistici, tipicamente gli atti di subordinazione. Considerazioni simili si trovano nei lavori che Kukla dedica ai casi di ingiustizia discorsiva, in analogia con i casi di ingiustizia epistemica28. Come è noto, Miranda Fricker caratterizza i casi di ingiustizia epistemica come quelli in cui un soggetto ha un deficit di credibilità a causa di pregiudizi legati alla propria identità sociale (di genere, razza, religione, orientamento sessuale). Il soggetto viene disconosciuto come soggetto epistemico competente, e le sue asserzioni non vengono riconosciute come fonte conoscitiva. In modo analogo, nei casi di ingiustizia discorsiva, l’appartenenza a un gruppo sociale svantaggiato rende difficile, e a volte impossibile, il compimento di certi atti linguistici, annulla o distorce la possibilità di fare cose con le parole. In particolari circostanze certi atti linguistici sono preclusi, e in altre il soggetto si ritrova ad aver compiuto, con le sue parole, atti diversi rispetto a quelli che intendeva compiere – atti diversi rispetto a quelli che un membro di un gruppo sociale privilegiato riuscirebbe a compiere usando le stesse parole nello stesso contesto.
29 Sui ruoli diversi di destinatari e ascoltatori casuali in una conversazione si veda Clark 1992 e 19 (...)
23Rispetto a quella di Kukla la mia proposta vuole spingersi oltre. A mio parere non è solo il parlante a dover possedere autorità, posizione sociale, o influenza per poter compiere con successo atti di subordinazione; anche il destinatario deve possedere autorità, posizione sociale o influenza per poter legittimare l’atto del parlante, oppure contestarlo e sollevare obiezioni contro di esso. In altre parole il compimento felice di un atto linguistico di subordinazione dipende insieme dallo status di parlante, destinatari (il target di un atto di aggressione) e spettatori (i destinatari di un atto di propaganda)29. Si consideri un’altra versione dell’esempio di Maitra: un uomo bianco è in una carrozza della metropolitana affollata di uomini e donne arabe che stanno andando a una manifestazione di protesta per un crimine d’odio a sfondo razzista. Un passeggero, una donna araba, comincia ad alta voce ad apostrofare l’uomo con frasi come
(9) Sporco bianco, tornatene a casa. Non abbiamo bisogno di gente come te qui.
24L’uomo non risponde, gli altri passeggeri guardano nella direzione della donna con aria di approvazione, qualcuno accenna un applauso.
25All’interno del quadro delineato da Maitra, (9) dovrebbe contare come atto di subordinazione: saremmo di fronte a una forma di legittimazione esplicita dell’autorità del parlante che, nell’analisi proposta, è sufficiente a garantire il successo dell’atto di subordinazione compiuto dalla donna. E tuttavia non ritengo che (9) – pur proferito in un contesto di credenze e comportamenti discriminatori altamente idiosincratico – possa contare come atto di subordinazione. Nel proferire (9) la donna può certamente sentirsi legittimata a classificare individui e autorizzare comportamenti, ma a mio parere non riesce a modificare in modo permanente le norme oppressive che sono in vigore nella nostra società, a contrastarne l’ideologia razzista, né tantomeno a emanare una nuova disposizione che subordini i bianchi.
30 Anche in questo caso non ritengo sia corretto pensare – come invece fa Kukla – che l’atto della don (...)
26In questo senso (9) rappresenta un caso di ingiustizia discorsiva: la donna non riesce a compiere un atto di subordinazione a causa della sua appartenenza a un gruppo sociale svantaggiato. Non si tratta però di un fallimento dovuto a una ricezione erronea, come sostiene Kukla, secondo cui la ricezione ottenuta dal parlante fa sì che il suo atto linguistico conti come un atto diverso rispetto a quello che le convenzioni utilizzate avrebbero dovuto consentire. Nel contesto di proferimento di (9), al contrario, l’atto del parlante riceve l’uptake inteso, e apparentemente anche la necessaria legittimazione; inoltre la donna araba e gli altri passeggeri possono avere la convinzione di essere coinvolti in una pratica di subordinazione. E tuttavia a mio parere l’atto Verdettivo della donna fallisce, perché ne fallisce la legittimazione (anche esplicita) da parte degli altri passeggeri30. Nessuna pratica discriminatoria entra in vigore, o viene rinforzata: non diventa effettiva alcuna classificazione ingiusta, e non viene autorizzato alcun comportamento discriminatorio. L’atto della donna non costituisce una forma di subordinazione (un atto illocutorio), anche se può causare subordinazione, e persino violenza nei confronti del target (un atto perlocutorio).
27Segue dalla mia analisi che l’appartenenza a un gruppo sociale svantaggiato può precludere in modo sistematico il compimento di atti di subordinazione contro membri di gruppi privilegiati – laddove la classificazione come inferiore o la legittimazione di comportamenti discriminatori si fondino sui tratti (sociali o naturali) che assicurano al parlante l’appartenenza al gruppo svantaggiato. In altre parole una donna non può compiere un atto di subordinazione sessista nei confronti di un uomo in quanto uomo, un omosessuale non può compiere un atto di subordinazione eterosessista nei confronti di un eterosessuale in quanto eterosessuale, l’appartenente a una minoranza etnica non può compiere un atto di subordinazione razzista nei confronti dell’appartenente alla maggioranza in quanto tale. È tuttavia possibile che un membro di un gruppo svantaggiato compia un atto di subordinazione nei confronti di un membro di un gruppo dominante – sempre che la subordinazione sia fondata sull’appartenenza del target a un altro gruppo oppresso: una donna può per esempio, compiere un atto di subordinazione nei confronti di un nero, o di un omosessuale.
28Nella prossima sezione sviluppo queste osservazioni e sostengo una tesi correlata: anche obiezioni e proteste a istanze di linguaggio d’odio da parte di un membro del gruppo target possono fallire per la mera appartenenza dell’obiettore al gruppo target.
29Per molti autori legittimazione e obiezione sono questioni strettamente legate a quelle di complicità e responsabilità. Come sottolinea Maitra, gli spettatori possono avere forti riserve nei confronti di un atto linguistico d’odio, ma se non le rendono pubbliche, tale omissione assicura al parlante l’autorità di cui ha bisogno per compiere un atto di subordinazione. Il silenzio si trasforma in complicità.
31 I due atti sono visti dallo stesso Austin come fortemente connessi: «Esercitivi quali ‘io sfido’, ‘ (...)
32 Kukla 2014: 452.
30Mentre questi autori legano attribuzione di responsabilità e autorità del parlante, non sembrano vedere la connessione fra attribuzione di responsabilità e autorità dei destinatari. È mia opinione, invece, che eventuali obiezioni sollevate dagli altri passeggeri nell’esempio di Maitra contino come obiezioni solo se chi le solleva ha qualche forma di autorità, posizione sociale o influenza. Si immagini infatti che, in risposta a (7), un’altra donna araba cominci a sollevare obiezioni a quanto detto dall’anziano passeggero bianco. Non mi pare affatto evidente che la donna riesca a protestare con successo contro (7) e bloccare così la legittimazione concessa dagli altri passeggeri: un membro dello stesso gruppo che è target dell’atto di subordinazione può difficilmente mettere in discussione la classificazione compiuta da un membro del gruppo dominante. L’obiezione può inoltre essere intesa dall’anziano uomo bianco e dagli altri passeggeri come un Comportativo, la mera espressione di un atteggiamento di sconforto o indignazione, e non come il compimento di un atto Esercitivo di obiettare31. Ancora Kukla sottolinea casi analoghi di ingiustizia discorsiva, frequenti quando una donna afferma che una certa asserzione o condotta è sessista, o quando un membro di una minoranza etnica protesta per affermazioni o azioni razziste: «somehow, membership in the group against which one is claiming discrimination often demotes what would normally be taken up as a claim about the world (calling for agreement, disagreement, challenge, deference, and so forth) to some sort of personalized reaction cut off from normal habitation within the space of reasons»32. Ma anche in questo caso, mentre ritengo che l’atto di obiettare fallisca per le ragioni di ingiustizia discorsiva evidenziate da Kukla, non ritengo che il tentativo fallito di opporsi a certe credenze o a un certo corso di azioni (un Esercitivo) debba contare come il tentativo riuscito di compiere un atto linguistico di altro tipo (un Comportativo).
33 Austin traccia una distinzione fra obiettivi perlocutori (le conseguenze sollecitate dall’atto illo (...)
31Le cose cambiano, a mio parere, se a mettere in discussione (7) è un membro del gruppo dominante: in questo caso è plausibile che l’atto Esercitivo di obiettare sia compiuto felicemente – anche se non è per nulla ovvio che riesca a bloccare la legittimazione fornita all’anziano uomo bianco dagli altri passeggeri. Ma bloccare è un effetto perlocutorio che può essere ottenuto (o meno) col felice compimento dell’atto illocutorio di obiettare: le conseguenze perlocutorie di un atto illocutorio sono, austinianamente, non convenzionali, e non completamente sotto il controllo del parlante33. Segue dalla mia prospettiva che gli atti linguistici di obiettare e protestare possono tipicamente essere compiuti solo da parlanti che occupano posizioni in qualche senso dominanti – e questo ha ovvie conseguenze sull’idea stessa di obbligo di opporsi e mettere in discussione le istanze ordinarie di linguaggio d’odio – sostenuta da Langton e Maitra senza fare alcuna distinzione fra membri di gruppi dominanti o discriminati.
32In questo lavoro ho affrontato la questione dell’hate speech all’interno della prospettiva della teoria degli atti linguistici, che concepisce le istanze ordinarie di linguaggio d’odio in termini di atti linguistici di subordinazione. Il quadro austiniano consente di distinguere due sensi in cui questa tesi può essere declinata: in un primo senso, le istanze ordinarie di linguaggio d’odio causano discriminazione, producono cambiamenti di credenze e comportamenti, inclusi comportamenti di oppressione e violenza (sono cioè atti perlocutori); in un secondo senso, le istanze ordinarie di linguaggio d’odio costituiscono in se stesse forme di discriminazione razziale o di genere, di legittimazione di credenze e comportamenti discriminatori, di rafforzamento dell’oppressione e di incitamento alla violenza (sono cioè atti illocutori). Mi sono concentrata sulla tesi di subordinazione in questo secondo senso – illocutorio o costitutivo. In particolare ho affrontato una delle obiezioni potenzialmente più devastanti per la tesi, il problema dell’autorità, esaminando criticamente quella che da molti è vista come la soluzione più promettente al problema: il modello dell’accomodamento dell’autorità di Maitra. Per Maitra l’autorità è una condizione necessaria per il compimento di atti di subordinazione: tale autorità, tuttavia, non deriva necessariamente da una posizione sociale, ma può essere acquisita via accomodamento.
33Il mio obiettivo era quello di mostrare come la tesi, così formulata, ci costringe a considerare come atti di subordinazione compiuti felicemente atti che intuitivamente falliscono. Più precisamente ho cercato di mostrare che Maitra non tiene in adeguata considerazione il più ampio contesto sociale in cui un atto linguistico viene compiuto. Gli atti di subordinazione non vengono compiuti in una sorta di vuoto sociale: sono inseriti in una rete più ampia di pratiche di oppressione che sono culturali, sociali, economiche e politiche. Questo intreccio fra atti di subordinazione e pratiche di discriminazione e di oppressione ha conseguenze cruciali sull’autorità insieme di parlante, destinatari e spettatori, e si lega strettamente con il tema più generale dell’ingiustizia discorsiva. Ho avanzato una proposta alternativa a quella di Maitra, che tiene conto della posizione sociale di parlante e ascoltatori: ho mostrato da un lato che la posizione sociale del parlante (come la sua appartenenza a un gruppo discriminato) condiziona la sua capacità di compiere atti di subordinazione, e dall’altro che anche la posizione sociale dei destinatari condiziona tanto la loro capacità di legittimare via accomodamento gli atti di subordinazione compiuti dal parlante, quanto quella di opporsi a essi.
– 1975, How to do Things with Words, a cura di J.O. Urmson e M. Sbisà, Oxford, Oxford University Press 2nd edition (trad. it. di C. Villata 1987, Come fare cose con le parole, a cura di C. Penco e M. Sbisà, Genova, Marietti).
Ayala, S. and Vasilyeva, N.
– 2016, Responsibility for silence, “Journal of Social Philosophy”, 47, 3: 256-272.
– 2016, Speaking with (subordinating) authority, “Social Theory & Practice”, 42, 2: 240-257.
– 2014, The speech acts account of derogatory epithets: some critical notes, in J. Dutant, D. Fassio and A. Meylan, (eds), Liber Amicorum Pascal Engel, Université de Genève, https://www.unige.ch/lettres/philo/publications/engel/liberamicorum/LiberAmicorum_PascalEngel.pdf, 465-480 [link non raggiungibile : 17/07/2017].
– 2015, Parole come pietre: atti linguistici e subordinazione, “Esercizi Filosofici”, 10: 115-135.
– 1992, Arenas of Language Use, Chicago, The University of Chicago Press & CSLI.
– 1996, Using Language, Cambridge, Cambridge University Press.
Grey, T.C.
– 1991, Civil rights vs. civil liberties: The case of discriminatory verbal harassment, “Social Philosophy & Policy”, 8, 2: 81-107.
– 2003, Free speech and hate speech: language and rights, in R. Egidi, M. Dell’Utri, M. De Caro (a cura di), Normatività Fatti Valori, Macerata, Quodlibet: 297-310.
Hornsby, J. and Langton, R.
– 1998, Free speech and illocution, “Journal of Legal Theory”, 4: 21-37.
– 2013, Speech act classifications, in M. Sbisà and K. Turner (eds), Pragmatics of Speech Actions, Handbooks of Pragmatics, vol. 2, Berlin, Mouton de Gruyter, 2013: 173-201.
– 2014, Performative force, convention, and discursive injustice, “Hypatia”, 29, 2: 440-457.
Kukla, R. and Lance, M.
– 2009, ‘Yo!’ and ‘Lo!’: The Pragmatic Topography of the Space of Reasons, Cambridge (MA), Harvard University Press.
Lance, M. and Kukla, R.
– 2013, Leave the gun; Take the cannoli! The pragmatic topography of second-person calls, “Ethics”, 123: 456-478.
–1993, Speech acts and unspeakable acts, “Philosophy and Public Affairs”, 22: 293-330. Reprinted in Langton 2009: 25-63.
– 2012, Beyond belief: Pragmatics in hate speech and pornography, in Maitra and McGowan 2012: 72-93.
– 2014, The Authority of Hate Speech, Draft for Analytic Legal Philosophy Conference, Oxford, May 2014
Langton, R., Haslanger, S. and Anderson, L.
– 2012, Language and race, in G. Russell e D.G. Fara (eds), Routledge Companion to the Philosophy of Language, Routledge: 753-767.
Langton, R. and West, C.
– 1999, Scorekeeping in a pornographic language game, “Australasian Journal of Philosophy”, 77, 3: 303-319. Reprinted in Langton 2009: 173-195.
– 1979, Scorekeeping in a language game, “Journal of Philosophical Logic”, 8: 339-359.
– 1987, Feminism Unmodified: Discourses on Life and Law, Cambridge (MA), Harvard University Press.
– 1993, Only Words, Cambridge (MA), Harvard University Press.
Maitra, I.
– 2012, Subordinating Speech, in Maitra and McGowan 2012: 94-120.
Maitra, I. and McGowan, M.K.
– 2012, (eds) Speech and Harm: Controversies over Free Speech, Oxford University Press, Oxford.
McGowan, M.K.
– 2003, Conversational exercitives and the force of pornography, “Philosophy and Public Affairs”, 31: 155-189.
– 2004, Conversational exercitives: Something else we do with our words, “Linguistics and Philosophy”, 27: 93-111.
– 2001, Illocutionary force and degrees of strength in language use, “Journal of Pragmatics”, 33: 1791-1814.
– 2013, Locution, Illocution, Perlocution, in M. Sbisà and K. Turner (eds), Pragmatics of Speech Actions, Handbooks of Pragmatics, vol. 2, Berlin, Mouton de Gruyter, 2013: 25-75.
– 1969, Speech Acts. An essay in the philosophy of language, Cambridge, Cambridge University Press.
– 1979, Expression and Meaning. Studies in the Theory of Speech Acts, Cambridge, Cambridge University Press.
– 2002, Common ground, “Linguistics and Philosophy”, 25, 5: 701-721.
Tirrell, L.
– 2012, Genocidal language games, in Maitra and McGowan 2012: 174-221.
– 2003, The Free-Speech Argument Against Pornography, “Canadian Journal of Philosophy”, 33, 3, 391-422;
2 MacKinnon 1987; Langton 1993, 2012; 2014; Hornsby e Langton 1998, West 2003; Langton, Haslanger e Anderson 2012, Kukla 2014, Kukla e Lance 2009, Lance e Kukla 2013, e gli articoli in Maitra e McGowan 2012.
3 Questo esempio è in MacKinnon 1987: 202. Langton 1993 aveva già utilizzato la teoria degli atti linguistici di Austin come quadro di riferimento per difendere la controversa tesi di MacKinnon secondo cui la pornografia subordina le donne perché viola il loro diritto all’eguaglianza, e le riduce al silenzio perché viola il loro diritto alla libertà d’espressione.
4 Langton 1993/2009: 35: «it orders blacks away, welcomes whites, permits whites to act in a discriminatory way towards blacks. It subordinates blacks».
5 Austin 1975/1987: 87: «L’atto illocutorio ‘entra in vigore’ in certi modi, diversi dal produrre delle conseguenze nel senso di provocare degli stati di cose nel modo ‘normale’, cioè cambiamenti nel corso naturale degli eventi».
6 Langton, Haslanger e Anderson 2012: 758: «Austin’s distinction between illocutionary and perlocutionary acts offers a way to distinguish speech that constitutes racial oppression, and speech that causes racial oppression».
15 Secondo alcuni i Verdettivi possono essere ridotti a Esercitivi (si veda McGowan 2003). In questa sede accetto senza discuterli alcuni punti dell’analisi di Langton (e Maitra) potenzialmente controversi: in particolare non considererò rilevante la distinzione fra Verdettivi ed Esercitivi per quanto pertiene al problema dell’autorità, e non mi soffermerò sulla distinzione fra potere e autorità. Su questi punti si veda Bianchi 2015.
16 McGowan 2003 e 2004. Secondo McGowan, qualunque mossa conversazionale fa appello a regole di accomodamento nel senso di Lewis 1979, e pertanto cambia i limiti di ciò che è permesso in quella conversazione: in questo senso ogni mossa comunicativa è un Esercitivo conversazionale. In questo quadro, i proferimenti di (3)-(6) cambiano ciò che è consentito nelle conversazioni in cui occorrono: legittimano gli astanti a utilizzare linguaggio d’odio verso il gruppo target, avallano credenze razziste, autorizzano comportamenti discriminatori. Il punto cruciale è che la questione dell’autorità è meno pressante nel caso degli Esercitivi conversazionali. In generale, l’autorità che il parlante deve possedere per poter compiere felicemente un Esercitivo è limitata al dominio pertinente: ogni partecipante (legittimo e competente) a uno scambio conversazionale possiede autorità sulla conversazione a cui sta contribuendo. La soluzione di McGowan sfrutta un’idea interessante – quella di accomodamento – ma ha a mio parere alcune conseguenze indesiderate: per un’analisi critica si veda Bianchi 2015.
17 Cfr. Maitra 2012: 96: «Speaker authority needn’t derive from social position at all. Moreover… a speaker can come to have authority even when they lack it prior to speaking».
25 Langton et al. 2012: 760: «McGowan ultimately aims to explain how these local norms of a conversation hook up to wider social norms, so that enactment of a small racist local conversational norm can help constitute enactment of a larger racist social norm, set not by the law-enacting speech of authorities, but by everyday speech of conversational speakers (2009)» (corsivo mio).
26 Austin 1975/1987: 117: «I comportativi includono la nozione di reazione riguardo al comportamento e alle sorti di altre persone, e di atteggiamenti, e le loro manifestazioni, riguardo alla condotta passata o imminente di qualcun altro».
27 Cfr. Kukla 2014 e Kukla e Lance 2009. Commentando un esempio analogo a (8) Barnes 2016 scrive: «I want to suggest that the utterance in our second example [(8)] is best understood as functioning as an expressive [un Comportativo, nella tassonomia austiniana] in his situation. What he perhaps intends to be a statement about the world, the passengers might understandably take as an outburst of anger, and respond accordingly» (§ 4).
29 Sui ruoli diversi di destinatari e ascoltatori casuali in una conversazione si veda Clark 1992 e 1996.
30 Anche in questo caso non ritengo sia corretto pensare – come invece fa Kukla – che l’atto della donna araba conti come Comportativo.
31 I due atti sono visti dallo stesso Austin come fortemente connessi: «Esercitivi quali ‘io sfido’, ‘io protesto’, ‘io approvo’, sono strettamente connessi con i comportativi. Sfidare, protestare, approvare, affidare, e raccomandare possono essere l’assumere un atteggiamento o l’eseguire un atto» (Austin 1975/1987: 115).
33 Austin traccia una distinzione fra obiettivi perlocutori (le conseguenze sollecitate dall’atto illocutorio in virtù della sua forza, per esempio bloccare come conseguenza dell’atto illocutorio di protestare) e seguiti perlocutori (le conseguenze suscitate dall’atto illocutorio senza che vi sia una connessione regolare con il tipo di forza che esso possiede, per esempio sorprendere come conseguenza dell’atto illocutorio di protestare) (Austin 1975/1987: 88).
Claudia Bianchi, « Linguaggio d’odio, autorità e ingiustizia discorsiva », Rivista di estetica, 64 | 2017, 18-34.
Claudia Bianchi, « Linguaggio d’odio, autorità e ingiustizia discorsiva », Rivista di estetica [Online], 64 | 2017, online dal 01 aprile 2017, consultato il 25 settembre 2017. URL : http://estetica.revues.org/2059 ; DOI : 10.4000/estetica.2059
10.4000/estetica.2059

References: § 2
 § 3
 § 4
 § 5
 § 6
 § 7
 § 6