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Timestamp: 2018-05-28 07:38:36+00:00

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Pensioni: la sentenza della Corte Costituzionale sul blocco della indicizzazione | Anna Giacobbe | Sito ufficiale
Pensioni: la sentenza della Corte Costituzionale sul blocco della indicizzazione
il 7 maggio 2015 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe
A proposito della sentenza della Corte Costituzionale sul blocco della indicizzazione delle pensioni nel 2012-2013, e del come applicarla.
Ricordo bene che il testo iniziale del decreto del Governo Monti prevedeva il blocco della perequazione delle pensioni a partire, addirittura, dagli importi superiori a due volte il minimo; una difficile battaglia parlamentare del Partito Democratico, e la protesta dei sindacati, in particolare dei pensionati (io facevo allora quel mestiere lì), ottenne che quel limite fosse portato almeno a tre volte il trattamento minimo (1405 euro lordi).
Fu comunque un intervento pesante, che gravò su redditi tutt’altro che alti e con un perdita che sarebbe stata permanente.
Oggi quella misura è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta; la sentenza va applicata. Le modalità con cui farlo devono essere decise con grande attenzione; il costo complessivo della restituzione integrale ammonta a svariati miliardi di euro, e rischia di compromettere qualsiasi altro intervento sulle pensioni; interventi che sappiamo essere necessari.
Nella sentenza, la Corte Costituzionale ha ricordato, tra le altre cose, che una analoga operazione condotta dal Governo Prodi nel 2007 ha passato il vaglio di costituzionalita’: in quella occasione, la soglia individuata fu di otto volte il minimo e furono contemporaneamente introdotte normative redistributive e solidaristiche sempre all’interno del sistema previdenziale (la revisione dello scalone, i lavori usuranti e la quattordicesima per le pensioni più basse)”.
Il blocco deciso nel “salvaItalia” è stato dichiarato incostituzionale, dunque, perché sono stati penalizzate pensioni di importo medio-basso, non è stato previsto alcun criterio di progressività; il blocco non è stato motivato con ragioni di solidarietà interna al sistema, e secondo una “razio redistributiva del sacrificio”, ma con il generico richiamo alla “situazione finanziaria”.
Il Governo, come già ha chiesto Cesare Damiano, deve convocare un tavolo di discussione con i sindacati confederali e dei pensionati per affrontare complessivamente il problema e, aggiungo io, ascoltare i parlamentari che si occupano di previdenza da tempo ed in modo competente. Abbiamo imparato che, in materia previdenziale, solo con le soluzioni ed i conti della Ragioneria dello Stato e del MEF qualche volta si prendono abbagli.
E poi c’è un problema più generale.
Il problema della correzione della riforma delle pensioni non si pone soltanto sul tema delle indicizzazioni, ma anche per la mancanza di un criterio di flessibilità per l’uscita dal mondo del lavoro, per l’innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia delle donne senza gradualità che crea per donne nate nello stesso anno differenze fino a 3 anni per la decorrenza del trattamento pensionistico, la condizione degli esodati, le ricongiunzioni onerose, quota 96, ecc.).
E’ necessario, a maggior ragione dopo la sentenza, affrontare il tema previdenza nel suo complesso, facendo in modo che questa vicenda sia motivo per riaprire il “cantiere previdenza”, e non per chiuderlo definitivamente .
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