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Timestamp: 2018-03-17 10:55:10+00:00

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Leone XIII e la questione Biblica (V) — La scoperta di "Eufrasio" e la questione Biblica.
La Civiltà Cattolica anno XLV, serie XV, vol. X (fasc. 1056, 6 giugno 1894) Roma 1894 pag. 684-695.
LA SCOPERTA DI "EUFRASIO" E LA QUESTIONE BIBLICA
Mentre l'Anonimo ipercritico scrittore della Contemporary Review [1], argomentando dagli errori scientifici e storici che credeva avere scoperti nella Bibbia, conchiudeva esser falsa la dottrina sulla natura e l'estensione della ispirazione de' Sacri Libri contenuta nella Enciclica di Leone XIII; un altro scrittore Pseudonimo, Eufrasio, fedele discepolo del «sommo filosofo Antonio Rosmini», si accingeva a pubblicare nella Rassegna Nazionale [2] un suo lavoro dove, argomentando da una dottrina da lui recentemente scoperta nella medesima Enciclica, conchiudeva esser falsa la sentenza de' teologi cattolici, i quali, in opposizione al predetto Anonimo ipercritico, negano che ne' luoghi autentici della Bibbia vi sia o vi possa mai essere un qualsivoglia errore.
Questo è uno di quei tanti casi in cui, nonostante l'apparente loro opposizione, i grandi ingegni s'incontrano. Tutti e due infatti, mercè le loro recenti scoperte, convengono nel negare l'assoluta inerranza delle sacre Scritture, essendo in realtà la premessa dell'uno la conclusione dell'altro. La sola differenza, se differenza può dirsi che v'abbia fra loro, è questa, che l'Anonimo inglese, posta quella sua premessa, logicamente e francamente ripudia la dottrina dell'Enciclica, mentre l'italiano Pseudonimo, non osando di fare apertamente altrettanto, e pur volendo ritenere col suo confratello inglese che vi sieno errori scientifici e storici nelle Scritture, perverte senz'altro la dottrina dell'Enciclica e le fa dire ciò che essa, non solo non dice, ma esplicitamente e formalmente condanna. Ora rigettare semplicemente una dottrina o ammetterla solo dopo di averla falsata e travisata, se non è zuppa è pan bagnato.
Prima pertanto di confutare direttamente la scoperta di Eufrasio, crediamo ben fatto di riaffermare con brevità e chiarezza la dottrina della Chiesa sul valore dell'ispirazione de' Libri sacri, quale essa ci è stata autorevolmente proposta da Leone XIII nella sua Enciclica. Ciò facciamo, non solo perchè i nostri lettori sieno in grado di comprendere sempre meglio un punto fondamentale della dottrina cattolica, ma altresì perchè abbiamo notato, con non poca meraviglia e dolore, che una interpretazione dell'Enciclica non molto diversa da quella di Eufrasio, comincia a far capolino in un illustre e benemerito giornale cattolico inglese, di cui abbiamo sempre ammirato lo zelo e la devozione per la Chiesa non che la solidità e sicurezza della dottrina.
L'antica e costante fede della Chiesa, propostaci da Leone XIII nell'Enciclica, ritiene: 1°) che i libri riconosciuti dalla Chiesa come sacri e canonici, tutti e tutti interi e in tutte le loro parti, hanno Dio per autore, e però sono da lui ispirati. Si oppone quindi a questa fede chi, distinguendo tra parti e parti, concede l'ispirazione alle sole parti dommatiche e morali, negandola a quelle che si dicono scientifiche o storiche. Nefas omnino fuerit, inspirationem ad aliquas tantum sacrae Scripturae partes coangustare.... Nec enim toleranda est eorum ratio, qui ex istis difficultatibus sese expediunt, id nimirum dare non dubitantes, inspirationem divinam ad res fidei morumque, nihil praeterea, pertinere. [«Non è assolutamente consentito restringere l'ispirazione ad alcune parti soltanto della sacra Scrittura... Non è infatti ammissibile il metodo di coloro che si traggono da queste difficoltà non esitando a concedere che l'ispirazione divina si estenda solo alle cose riguardanti la fede e i costumi, e nulla più.» N.d.R.]
La stessa fede ritiene: 2°) che, tutto quanto è nelle sacre Scritture ispirato, è pel fatto stesso veramente e propriamente parola di Dio scritta per dettato dello Spirito Santo. Erra dunque chi, abusando della distinzione notevolissima che v'ha tra la rivelazione strettamente detta, la quale riguarda la manifestazione di verità per sè occulte, e l'ispirazione, che riguarda altresì le verità potute conoscersi dagli agiografi per l'uso delle loro naturali facoltà, ammette che vi sieno parti nelle sacre Scritture, le quali, sebbene ispirate, non sono state tuttavia dettate dallo Spirito Santo. Etenim libri omnes atque integri, cum omnibus suis partibus, Spiritu Sancto dictante, conscripti sunt. [«Tutti i libri infatti nella loro integrità... con tutte le loro parti, sono stati scritti per dettato dello Spirito Santo.» N.d.R.]
Inoltre questa fede antica e costante della Chiesa ritiene: 3°) che, trattandosi della verità delle sentenze, basta indagare quali cose abbia dette Dio. A determinare quindi la verità delle sentenze scritturali che riguardano la scienza o la storia, non altro si richiede se non provare che esse sono sentenze autentiche delle sacre Scritture, e perciò dettate da Dio. S'inganna dunque chi, distinguendo tra l'insegnamento divino ed il dettato divino, o confondendo lo scopo di un fatto col fatto stesso, limita l'inerranza alle sole cose volute insegnare da Dio, negandola a quelle le quali, quantunque non da Dio exprofesso insegnate, sono tuttavia, perchè da lui veramente ispirate, realmente e propriamente da Lui dette o dettate. Falso arbitrantur qui, de veritate sententiarum cum agitur, (tenent) non adeo exquirendum quaenam dixerit Deus, ut non magis perpendatur quam ob causam ea dixerit. [«Sbagliano coloro i quali (ritengono che), trattandosi della verità di quanto viene affermato, non tanto sia da ricercarsi quali cose abbia detto Dio, quanto piuttosto sia da esaminarsi il motivo per cui le abbia dette.» N.d.R.]
Bisogna quindi, secondo l'insegnamento dell'Enciclica, e sotto pena di pervertire il concetto cattolico dell'ispirazione o di fare autore dell'errore lo stesso Dio, ritenere che ne' luoghi autentici, e perciò ispirati, delle sacre Scritture, riguardino essi il domma o la morale, le scienze naturali o la storia, non si contenga nè possa mai contenersi alcun che di falso. Qui in locis authenticis Librorum sacrorum quidpiam falsi contineri posse existimant, ii profecto aut catholicam divinae inspirationis notionem pervertunt, aut Deum ipsum erroris faciunt auctorem. [«Coloro i quali ritengono che nei luoghi autentici dei sacri Libri possa trovarsi qualcosa di falso, costoro certamente o pervertono la nozione cattolica di divina ispirazione, o fanno Dio stesso autore dell'errore.» N.d.R.]
Ciò premesso, ecco come Eufrasio annunzia al mondo teologico della Rassegna Nazionale la sua strana scoperta. Esponendo, secondo che ne scrisse l'Ill.mo Mgr. D'Hulst [3], il postulato della Scuola larga, che cioè «la sacra Scrittura è tutta ispirata, ma che vi si incontrano delle inesattezze egli errori, secondarii affatto, che non derogano menomamente all'autorità di Dio, autore primo dei Libri santi», Eufrasio gravemente osserva [4] aver lui scoperto che «questo principio è ammesso in parte anche da Leone XIII». La scoperta adunque consiste in questo, che Leone XIII, condannando formalmente, come abbiamo già veduto, quel principio, lo ammette nondimeno in parte, ammette cioè in parte che in quelle Scritture ispirate, nelle quali non può mai contenersi alcun che di falso, s'incontrino nondimeno alcuni errori!
Alla pagina 218, Eufrasio rincara la dose e scrive: «Ragionando ivi (cioè nell'Enciclica) il Papa di quelle parti scritturali, che s'aggirano sulla natura delle cose, viene a dire espressamente che in questo non entra per nulla l'autorità di Dio rivelante, e quindi potrebbero essere non vere; anzi il Papa ne dà la ragione.» Prima di ascoltare la ragione che il Papa in nessun modo dà, i nostri lettori saranno curiosi di sapere se il nostro gentile Eufrasio ammette o non ammette col Papa che quelle parti, le quali potrebbero essere non vere, sono tuttavia ispirate. La curiosità è legittima, essendo evidente, dal fin qui detto, la contraddizione a cui s'andrebbe incontro, se si ammettesse che quelle parti non vere fossero ispirate. Ora sulla sua fede nella estensione della ispirazione, Eufrasio non lascia, almeno in parole, nulla a desiderare. Egli tien fermamente col Papa che «tutta la Scrittura è divinamente ispirata dall'In principio del Genesi all'Amen dell'Apocalisse, ispirata in ogni libro, ispirata in ogni singola parte [5]».
Ebbene, se così è, lo pregheremmo di rileggere e meditare questa sentenza del Pontefice: Tantum abest ut divinae inspirationi error ullus subesse possit, ut ea per se ipsam non modo errorem excludat omnem, sed tam necessario excludat el respuat, quam necessarium est, Deum, summam Veritatem, nullius omnino erroris auctorem esse. [«È assurdo che la divina ispirazione possa contenere alcun errore, in quanto essa, di per sè stessa (cioè per propria natura), non solo esclude qualunque errore, ma lo esclude e rigetta altrettanto necessariamente, quanto è necessario che Dio, somma Verità, non sia nel modo più assoluto autore di alcun errore.» N.d.R.] Dove si osservi che il Santo Padre parla precisamente della natura dell'ispirazione e della sua efficacia, la quale per sè medesima, e però necessariamente, esclude dal libro e dalla parte ispirata qualsiasi errore. Cade quindi l'arbitraria distinzione da Eufrasio proposta [6] tra l'oggetto e l'effetto dell'ispirazione: essendo impossibile che l'ispirazione si estenda ad un oggetto, senza che abbia in esso il suo naturale e necessario effetto. Come mai adunque può dirsi, senza supporre che il Papa si contraddica, che, secondo il suo espresso insegnamento, «alcune parti scritturali da Dio ispirate possono essere non vere?»
Si aggiunga che Leone XIII, insistendo sulla ragione per la quale nessun errore potrà mai trovarsi nelle Scritture sacre, così dichiara il concetto cattolico della loro ispirazione: «Supernaturali Deus virtute ita scriptores sacros ad scribendum excitavit et movit, ita scribentibus adstitit, ut ea omnia eaque sola quae ipse iuberet, et recte mente conciperent, et fideliter conscribere vellent, et apte infallibili veritate exprimerent: secus non ipse esset auctor sacrae Scripturae universae.» [«(Dio) con la sua virtù soprannaturale e stimolò e mosse (gli scrittori sacri) a scrivere, e li assistè mentre scrivevano, in modo tale che tutte quelle cose e quelle sole che egli stesso voleva sia le concepissero rettamente con la mente, sia volessero scriverle fedelmente, sia le esprimessero opportunamente con infallibile verità: altrimenti non sarebbe egli stesso l'autore di tutta quanta la sacra Scrittura.» N.d.R.] Donde apparisce che, secondo l'insegnamento della Enciclica, la Scrittura contiene tutte e sole quelle cose che Dio volle fossero in essa ricordate. Quindi se la Scrittura, secondo lo stesso insegnamento, contenesse cose scientifiche o storiche non vere, bisognerebbe dire che Dio volle che esse fossero ivi ricordate, e che perciò egli ne è il vero autore; bisognerebbe dire altresì che gli agiografi, assistiti da supernaturale virtù, avessero, rettamente concepito in mente quelle cose non vere, le avessero, sotto l'impulso divino, fedelmente scritte e, quel che è più strano bisognerebbe ritenere che essi, eccitati e mossi da Dio, avessero senza errore, infallibili veritate, [con infallibile verità N.d.R.] espresse quelle cose non vere!
Concediamo che il Santo Padre, raccomandando a' nostri teologi ed esegeti lo studio delle scienze naturali, come un efficace sussidio nella difesa delle Scritture, abbia fatte sue le parole di S. Agostino [7], che cioè «gli scrittori sacri o più veramente lo Spirito di Dio, il quale parlava per mezzo loro, non volle insegnare agli uomini queste cose niente giovevoli alla salvezza», ma è falsissimo che il Santo Padre ciò asserisca come ragione per provare che tali cose, sebbene ispirate, possono tuttavia essere non vere. Nè può dirsi che siffatta sentenza si deduca dal fatto asserito dal Pontefice; poichè dal non aver voluto Dio insegnare nelle Scritture le scienze profane, segue solamente che l'insegnamento di esse non fu lo scopo da Dio inteso nel parlare agli uomini di quelle cose. Egli infatti, nel dettare i Libri sacri, non volle dettare trattati scientifici o corsi d'istoria naturale o profana, essendo il vero suo scopo, come già dichiarammo nel nostro Commentario [8], l'ammaestramento soprannaturale degli uomini, il solo che positivamente giovi alla loro eterna salute, conformemente a quanto insegna l'Apostolo [9]: Quaecumque scripta sunt, ad nostram doctrinam scripta sunt; ut per patientiam et consolationem Scripturarum spem habeamus. [Rom. XV, 4: «Imperocchè tutte le cose, che sono state scritte, per nostro ammaestramento furono scritte: affinchè mediante la pazienza e la consolazione delle scritture abbiamo speranza.» Traduz. di Mons. Antonio Martini. N.d.R.]
Nè, per esser certi della verità delle sentenze scritturali, in cui si parla delle cose appartenenti alle scienze profane, è necessario che si ammetta o si provi che il loro insegnamento fosse lo scopo da Dio voluto nel dettarle agli agiografi. Ciò non potrebbe esigersi, senza contraddire apertamente all'Enciclica, la quale, come sopra vedemmo alla pagina 686, [cfr. punto 3°) di questo articolo, N.d.R.] espressamente insegna che, ad asserire l'infallibile verità di una qualsivoglia sentenza autentica della Scrittura, non fa mestieri indagare o ponderare il motivo per cui piacque a Dio di dettarla, ma bastare il semplice fatto che egli l'abbia dettata. Qual che siasi il suo motivo, rimarrà sempre inconcusso che tutte le cose da lui dettate sono così necessariamente vere, come è necessario che Dio, somma Verità, non possa mentire o essere autore di alcuna falsità.
Ora che le cose appartenenti alle scienze profane ricordate ne' luoghi autentici delle Scritture, quantunque non volute da Dio insegnare, sieno state nondimeno da lui dettate, è chiaro ed evidente non solo dal fatto della loro ispirazione, che Eufrasio concede, ma altresì da tutto il contesto di quella parte dell'Enciclica in cui occorrono le parole surriferite. Ivi il Pontefice, dichiarando che lo Spirito di Dio non volle insegnare agli uomini quelle cose, dichiara eziandio che era lo stesso Spirito di Dio quello che le diceva agli uomini. «Spiritus Dei, qui per ipsos (auctores sacros) loquebatur, noluit ista docere homines nulli saluti profutura.» [«Lo Spirito di Dio, che parlava per mezzo di essi (degli autori sacri), non intendeva ammaestrare gli uomini su queste cose, che non hanno alcuna rilevanza per la salvezza eterna» N.d.R.] Inoltre, nello stesso contesto, dopo poche linee, quasi a precludere ogni adito alla falsa interpretazione di Eufrasio, Leone XIII aggiunge a proposito delle medesime cose che «Deus ipse, homines alloquens, ea ad eorum captum significavit humano more.» [«Dio stesso, parlando agli uomini, espresse tali cose in modo umano allo scopo di farsi comprendere da essi.» N.d.R.]
Si aggiunga che quelle parole, in cui Eufrasio ha scoperto che Leone XIII viene a dire espressamente che le cose dettate da Dio, ma non volute da lui insegnare potrebbero essere non vere, sono allegate dal Pontefice segnatamente per provare l'equità della regola d'interpretazione data da S. Agostino, che cioè: «Quidquid physici de natura rerum veracibus documentis demonstrare potuerint, ostendamus nostris Litteris non esse contrarium; quidquid autem de quibuslibet suis voluminibus his nostris Litteris, idest catholicae fidei, contrarium protulerint, aut aliqua etiam facultate ostendamus, aut nulla dubitatione credamus esse falsissimum.» [«Tutto ciò che i fisici potranno dimostrare con documenti certi riguardo alla natura delle cose, sta a noi dimostrare che non è nemmeno contrario alle nostre Scritture; ciò che poi costoro presentassero nei loro scritti di contrario alle nostre Scritture e cioè di contrario alla fede cattolica, o dimostriamo con qualche argomento che è falsissimo oppure (in mancanza di argomenti) crediamolo tale senza alcuna esitazione.» N.d.R.] Ora questa regola anzi che equa, si dimostrerebbe eminentemente ingiusta ed irragionevole, se le cose scientifiche, e lo stesso dicasi delle storiche, ricordate nelle sacre Lettere potessero essere non vere.
Come mai potè succedere che un illustre rosminiano pigliasse un tale abbaglio? Per un fatto, come da lui stesso impariamo [10], semplicissimo e comunissimo tra i discepoli del «sommo filosofo». Non è già che il documento papale si possa interpretare in questo ed in quel modo; ma perchè dal medesimo testo ognuno può scegliere quel che fa per lui, o piuttosto quello che egli s'immagina di esser favorevole alla sua preconcetta opinione, lasciando sempre ciò che non gli serve, ed a fortiori ciò che fa contro di lui. Stralciando così i pensieri e le proposizioni dal contesto e mettendole in quella data luce, non riesce difficile il presentare un lato solo della questione, facendo credere che non ve ne siano altri.
Nel caso di cui ora ci occupiamo, l'uso di questo metodo è innegabile. Si argomenta dalle parole di S. Agostino e di S. Tommaso che il Santo Padre ripete nella sua Enciclica e se ne determina il significato, prescindendo non solo dalla mente del Pontefice, chiaramente espressa in tutto il contesto dell'Enciclica, ma ignorando altresì la dottrina di quei santi Dottori, i quali furono i più strenui difensori della inerranza assoluta di tutti i luoghi autentici delle sacre Scritture. Si ascolti S. Agostino: «Io lo confesso alla tua carità (scriveva egli a S. Girolamo): solamente a quei libri delle Scritture, che si chiamano canonici, imparai a rendere tale riverenza ed onore, che fermissimamente credo nessuno scrittore di essi aver menomamente errato nello scrivere. E se alcun che troverò in quelli che sembri contrario alla verità, non esiterò punto a credere o che sia difettoso il codice, o che l'interprete non abbia raggiunto il senso delle parole, o ch'io non l'abbia inteso.» Ego fateor caritati tuae, solis eis Scripturarum libris, qui iam canonici appellantur, didici hunc timorem honoremque deferre, ut nullum eorum auctorem scribendo aliquid errasse firmissime credam. Ac si aliquid in eis offendero literis quod videatur contrarium veritati, nihil aliud quam vel mendosum esse codicem, vel interpretem non assecutum esse quod dictum est, vel me minime intellexisse non ambigam [11]. Appare qui evidente il pensiero del santo Dottore, cioè, che non puossi mai sospettare, secondo la fede cattolica, essere ne' libri canonici scorso un qualche errore. Per ciò solo che una proposizione è scritta in que' libri, essa è per lui, e dev'essere per tutti, infallibilmente vera.
Eppure il medesimo S. Agostino è quegli il quale scrive che «lo Spirito di Dio non volle insegnare agli uomini le scienze naturali nulla giovevoli alla salute.» Se nella mente di S. Agostino tali parole avessero avuto il significato che loro dà Eufrasio, che cioè «le cose riguardanti le scienze naturali, ricordate ne' testi autentici delle Scritture, possono essere non vere,» il trilemma di S. Agostino sarebbe stato puerile e stolto. Egli, trovando ne' Libri sacri qualche cosa che sembrasse contraria alla verità, se la sarebbe potuto facilmente e comodamente cavare, dicendo che quella cosa, quantunque ricordata ne' Libri sacri, «potrebbe essere non vera; perchè Dio non volle insegnarla all'uomo», senza che si tenesse obbligato a credere o che fosse difettoso il codice, o che l'interprete non avesse raggiunto il senso, o ch'egli non l'avesse capito.
Nel resto non altrove, ma nel luogo ove occorrono le parole intorno a ciò che Dio non volle insegnare, il santo Dottore espressamente ripudia l'interpretazione affibbiatagli da Eufrasio. Trascriviamo il testo [12] nella sua integrità: «Sed quia de fide agitur Scripturarum, propter illam causam, quam non semel commemoravi, ne quisquam eloquia divina non intelligens, cum de his rebus (naturalibus) tale aliquid vel invenerit in Libris nostris, vel ex illis audierit, quod perceptis a se rationibus (vel assertionibus) adversari videatur, nullo modo eis caetera utilia monentibus, vel pronuntiantibus credat; breviter dicendum est de figura coeli hoc scisse Auctores nostros quod veritas habet; sed Spiritum Dei qui per ipsos loquebatur, noluisse ista docere homines nulli saluti profutura.»
Non altrimenti la pensava l'Angelico Dottore S. Tommaso, il quale, fondandosi sul principio inconcusso della tradizione cattolica, che cioè non agli Agiografi ma allo Spirito Santo si debbono attribuire le cose da quelli scritte, insegna in opposizione ad Eufrasio, allo Stoppani e a tutti i seguaci della scuola larga, che nelle stesse parti dette scientifiche o storiche est pro fundamento tenenda veritas historiae [13], e che in queste come in tutte le altre, sensui literali Scripturae numquam potest subesse falsum [14].
Ritenendo adunque come indubitatamente vere le cose riferite nei luoghi autentici delle sacre Scritture, si potrà con sicurezza dire con l'Enciclica, che Dio, non avendo inteso di pubblicare al mondo un trattato scientifico, si è servito varie volte, nel significare la verità, di qualche modo traslato, o ha discorso delle cose appartenenti alle scienze profane, come portava a quel tempo il parlar comune, o anche secondo le loro sensibili apparenze.
Se non che talmente convinto è l'Eufrasio della Rassegna Nazionale che l'Enciclica di Leone XIII abbia dato in parte ragione a' liberali della sinistra o del centro e torto agli «accigliati conservatori della destra» rappresentati dalla Civiltà Cattolica di Roma e dalla Scuola Cattolica di Milano [15], che egli trova in questo fatto (da lui immaginato) la conferma e spiegazione di due altri gravissimi fatti (egualmente falsi ed immaginari). Il primo riguarda l'Exemeron dell'abbate Stoppani, che egli dice essere stato rivendicato nella sentenza dell'Enciclica e confermato dall'autorità del Pontefice! Alla pagina 218 Eufrasio scrive: «Nella quale sentenza (dell'Enciclica) viene ad essere rivendicato l'Exemeron di Antonio Stoppani contro le molte critiche poco cortesi e spesso ingiuste che gli mossero la Civiltà Cattolica, la Scuola Cattolica e l'Ateneo di Torino. Ammesso che Dio non volle insegnare le scienze naturali e che, se ne ricorrono accenni, vi furono inseriti more humano, ammesso questo, dico, è già collaudata la base dell'edificio innalzato dal geologo esegeta, e la causa del suo Exemeron è una causa vinta.» Ed alla pagina 222, discorrendo della stessa opera dello Stoppani, egli aggiunge: «Stabilito il principio che Dio non volle insegnare agli uomini la geologia, come il Santo Padre dice nell'Enciclica, ne consegue (sic) che il racconto dei sei giorni non è una storia fisica del mondo, e quindi si deve interpretarlo allegoricamente. Cento ragioni (!) ci dissuadono dall'interpretazione letterale della Cosmogonia Mosaica, mentre il senso allegorico di quella settimana di Dio ci seduce con tutte le attrattive della verità supernaturale. L'Exemeron dello Stoppani, sia detto a confusione de' suoi piccoli denigratori, (che gentilezza!), è confermato dall'autorità del Pontefice.»
Il secondo fatto intimamente connesso col precedente, e di esso non meno fantastico, riguarda l'accoglienza da noi fatta all'Enciclica di Leone XIII. Ecco come Eufrasio si esprime alla pagina 207: «L'Enciclica sugli studii biblici, che pure era attesa con curiosa aspettazione, venne accolta con prudente riserbo che parve freddezza. Ci volle del tempo avanti che se ne divulgasse la notizia, il testo non si poteva avere da' giornali e periodici intransigenti, e fu a lungo desiderata una traduzione italiana che rendesse accessibile a molti la lettura dell'importante documento.»
Il motivo, «il più vero» secondo lui «di un tal contegno insolito, fu l'Enciclica stessa per indole sua alquanto larga e moderna: e per alcuni giornali e periodici d'Italia che avevano in nome della dottrina cattolica combattuto l'Exemeron dello Stoppani, tornava miglior partito il tacere di un'Enciclica che dava ragione allo Stoppani e torto a loro.»
I periodici e giornali d'Italia, ai quali allude Eufrasio, sono la Civiltà Cattolica, la Scuola Cattolica e l'Osservatore Cattolico. Ora questi, non che tacere dell'Enciclica, sono precisamente quelli che ne hanno parlato di più, e senza esagerazione possiamo asserire che ne hanno parlato più a lungo e con maggior insistenza che di qualsivoglia altro documento pontificio. Il testo fu da essi dato a' loro lettori pochi giorni dopo la sua ufficiale pubblicazione. L'Osservatore Cattolico fu il primo a darne una versione in lingua italiana, e fu seguito in ciò dalla Scuola Cattolica che la ripubblicò, ritoccandola in alcuni punti, nel suo quaderno del gennaio 1894. Tutti e tre poi hanno scritto de' commentarii sull'Enciclica; la Civiltà Cattolica ne' quaderni 1048, 1050, 1054 e 1055; la Scuola Cattolica nel quaderno di febbraio 1894 e l'Osservatore Cattolico ne' suoi numeri 9-83 del corrente anno 1894.
Si vede pertanto che nell'arte di travisare la dottrina della Chiesa e di inventare i fatti allo scopo di sostenere una falsa tesi, lo pseudonimo «Eufrasio» della Rassegna Nazionale, degno e fedele discepolo del «sommo filosofo,» non è affatto inferiore all'«Anonimo diplomatico» della Contemporary Review, umile seguace di Voltaire e dei razionalisti tedeschi.
[1] Vedi i Quaderni 1054 e 1055, ne' quali ci occupammo de' suoi errori.
[2] Quaderno del 1 maggio 1894, «La Questione Biblica e l'Enciclica Providentissimus Deus» pp. 180-225.
[3] Mgr. D'Hulst pubblicò il suo articolo nel Correspondant del 25 gennaio 1893. Al nostro Eufrasio si deve altresì l'onore di avere scoperto che l'illustre rettore dell'Istituto di Parigi è un Vescovo. Così egli chiama costantemente Mgr. D'Hulst; che anzi assicura i suoi lettori (p. 192) che l'anno scorso il detto Monsignore venne a Roma per fare il suo pellegrinaggio ad limina. Mgr. D'Hulst non è stato mai Vescovo.
[4] Pag. 188.
[5] Pag. 215.
[6] Pag. 216.
[7] De Genesi ad litteram, l. II, c. IX, n. 20. Migne, P. L. Vol. 34 pag. 270.
[8] Quad. 1050, pp. 656-658.
[9] Ad Rom., XV, 4.
[10] Pag. 209.
[11] Epist. LXXXII, n. 3. Ed. Migne P. L. Vol. 33, p. 277.
[12] Citato alla pag. 689. [Vedi il rimando alla nota 7: De Genesi ad litteram, l. II, c. IX, n. 20. Migne, P. L. Vol. 34 pag. 270. N.d.R.]
[13] Summa Theologica I. P., q. 102, a. 1.
[14] Ibid. III. P., q. 62, a. 1.
[15] Pag. 31.

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