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Timestamp: 2020-01-23 14:47:52+00:00

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WikiZero - Salvatore Riina
Foto segnaletiche di Totò Riina appena arrivato in carcere.
Salvatore Riina, detto Totò (Corleone, 16 novembre 1930 – Parma, 17 novembre 2017), è stato un mafioso italiano, boss di Cosa Nostra e considerato il capo dell'organizzazione dal 1982 fino al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993. Secondo molti, fu il mafioso più potente, pericoloso e sanguinario di tutta Cosa Nostra in quegli anni, talvolta menzionato come "Il capo dei capi". Veniva indicato anche con i soprannomi û curtu, per via della sua bassa statura[1], e La Belva, per indicare la sua brutalità sanguinaria[2].
1.4 Anni 2000-2017
3 Il processo per la trattativa Stato-Mafia
6 Libri biografici
Nato a Corleone in una famiglia di contadini il 16 novembre del 1930, nel settembre 1943 Riina perse il padre Giovanni e il fratello Francesco (di 7 anni) mentre, insieme al fratello Gaetano, stavano cercando di estrarre la polvere da sparo da una bomba inesplosa, rinvenuta tra le terre che curavano, per rivenderla insieme al metallo. Gaetano rimase ferito, mentre Totò rimase illeso[3]. In questi anni conobbe il mafioso Luciano Liggio, con il quale intraprese il furto di covoni di grano e bestiame e che lo affiliò nella locale cosca mafiosa, di cui faceva parte anche lo zio paterno di Riina, Giacomo[4].
A 19 anni Riina fu condannato a una pena di 12 anni, scontata parzialmente nel carcere dell'Ucciardone, per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo[5], Domenico Di Matteo, venendo scarcerato nel 1956. Insieme a Liggio e alla sua banda, cominciò a occuparsi di macellazione clandestina di bestiame rubato nei terreni della società armentizia di contrada Piano di Scala. Nel 1958 Liggio eliminò il suo capo Michele Navarra e nei mesi successivi, insieme alla sua banda, di cui faceva parte anche Riina, scatenò un conflitto contro gli ex-uomini di Navarra, che furono in gran parte assassinati fino al 1963[6].
Riina venne però arrestato nel dicembre del 1963 a Torre di Gaffe (Ag) nella parte alta del paese, da una pattuglia di agenti di Polizia di cui faceva parte anche il commissario Angelo Mangano[7] il quale, nel 1964, parteciperà, sotto la direzione del tenente colonnello dei Carabinieri Ignazio Milillo, alla cattura di Luciano Liggio[8]. Riina, che aveva una carta d'identità rubata (dalla quale risultava essere "Giovanni Grande" da Caltanissetta) e una pistola non regolarmente dichiarata, tentò di scappare, ma venne catturato dalle forze dell'ordine. Fu riconosciuto dall'agente Biagio Melita[9].
Tuttavia, dopo aver scontato alcuni anni di prigione nel carcere dell'Ucciardone (dove conobbe Gaspare Mutolo), fu assolto per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Bari nel 1969[10]. Dopo l'assoluzione, Riina si trasferì con Liggio a Bitonto, in provincia di Bari, ma il Tribunale di Palermo emise un'ordinanza di custodia precauzionale nei loro confronti. Riina tornò da solo a Corleone, dove venne arrestato e gli venne applicata la misura del soggiorno obbligato nella cittadina di San Giovanni in Persiceto (BO)[11]; scarcerato e munito di foglio di via obbligatorio, Riina non raggiunse mai il luogo di soggiorno obbligato e si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza[12].
Il 10 dicembre 1969 Riina fu tra gli esecutori della cosiddetta strage di Viale Lazio, che doveva punire il boss Michele Cavataio[10]. Nel periodo successivo Riina sostituì spesso Liggio nel "triumvirato" provvisorio di cui faceva parte assieme ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, che aveva il compito di dirimere le dispute tra le varie cosche della provincia di Palermo[13]. Riina e Liggio divennero i principali capi-elettori del loro compaesano Vito Ciancimino, il quale venne eletto sindaco di Palermo[13]; nel 1971 Riina fu esecutore materiale dell'omicidio del procuratore Pietro Scaglione[14] e, nello stesso anno, partecipò ai sequestri a scopo di estorsione ordinati da Liggio a Palermo: furono rapiti Giovanni Porcorosso, figlio dell'industriale Giacomo, e il figlio del costruttore Francesco Vassallo, mentre nel 1972 Riina stesso ordinò il sequestro del costruttore Luciano Cassina, nel quale vennero implicati uomini della cosca di Carlo Calò[14][15]: l'obiettivo principale di Riina non era solo quello di incassare il denaro del riscatto, ma anche quello di colpire Badalamenti e Bontate, che erano legati al padre dell'ostaggio, il conte Arturo Cassina, che aveva il monopolio della manutenzione della rete stradale, dell'illuminazione pubblica e della rete fognaria a Palermo[16].
Nel 1981 Riina fece eliminare Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia, strettamente legato a Bontate, il quale reagì organizzando un complotto per uccidere Riina, che però venne rivelato da Michele Greco[14]; Riina allora orchestrò l'assassinio di Bontate, avvalendosi anche del tradimento del fratello di quest'ultimo, Giovanni, e del suo capo-decina Pietro Lo Iacono. L'11 maggio 1981 venne ucciso anche il boss Salvatore Inzerillo, strettamente legato a Bontate. I due omicidi diedero inizio alla cosiddetta «seconda guerra di mafia» e, nei mesi successivi, nella provincia di Palermo, i boss dello schieramento che faceva capo a Riina uccisero oltre 200 mafiosi della fazione Bontate-Inzerillo-Badalamenti, mentre molti altri rimasero vittime della cosiddetta «lupara bianca»[21]. Il massacro continuò fino al 1982, quando si insediò una nuova "Commissione", composta soltanto da capimandamento fedeli a Riina e guidata dallo stesso Riina.
Dopo l'inizio della seconda guerra di mafia, i cugini Ignazio e Nino Salvo, ricchi e famosi esattori affiliati alla cosca di Salemi, passarono dalla parte dello schieramento dei Corleonesi, che faceva capo proprio a Riina, e furono incaricati di curare le relazioni con Salvo Lima, che divenne il nuovo referente politico di Riina, soprattutto per cercare di ottenere una favorevole soluzione di vicende processuali[23][25][26]; infatti, sempre secondo i collaboratori di giustizia, Lima si sarebbe attivato per modificare in Cassazione la sentenza del Maxiprocesso di Palermo che condannava Riina e molti altri boss all'ergastolo[27]. In particolare, il collaboratore Baldassare Di Maggio riferì che nel 1987 accompagnò Riina nella casa di Ignazio Salvo a Palermo, dove avrebbe incontrato Lima e il suo capocorrente Giulio Andreotti per sollecitare il loro intervento sulla sentenza[28][29]; la testimonianza dell'incontro venne però considerata inattendibile nella sentenza del processo contro Andreotti[23].
L'allora vicecomandante dei Ros, Mario Mori, incontrò nei primi giorni di giugno e nei mesi successivi Vito Ciancimino, proponendo una trattativa con Cosa Nostra per mettere fine alla lunga scia di stragi che insanguinavano Palermo. Mori si difese raccontando di avere avviato i contatti per tendere una trappola volta a stanare qualche latitante, ma Riina rispose con il Papello[36], un documento di richieste[37] per ammorbidire le condizioni dei detenuti, degli indagati, delle loro famiglie, la cancellazione della legge sui pentiti e la revisione del maxiprocesso.
L'esistenza della trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra è stata successivamente confermata da varie sentenze e dalle dichiarazioni di numerosi pentiti e di Uomini dello stato che per 20 anni avevano taciuto sulla trattativa. La stessa trattativa, secondo l'accusa, si sarebbe svolta per mezzo del papello che Riina avrebbe fatto avere al Ros dei carabinieri. Le richieste del boss Corleonese riguardavano il 41 bis, la chiusura delle carceri di Pianosa e Asinara e l'abolizione dell'ergastolo. [38] Il 12 marzo 2012, poi, nella motivazione della sentenza del processo a Francesco Tagliavia per le stragi del 1992 - 1993, i giudici scrivono che la trattativa tra Stato e Cosa nostra "ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des [...] L'iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia".[39]
A partire dal dicembre 1995, Riina è stato rinchiuso nel supercarcere dell'Asinara, in Sardegna[45]. In seguito è stato trasferito al carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno, dove, per circa tre anni, è stato sottoposto al carcere duro, previsto per chi commette reati di mafia (41-bis), ma il 12 marzo del 2001 gli viene revocato l'isolamento, consentendogli di fatto la possibilità di vedere altri detenuti nell'ora di libertà[46].
Proprio mentre era sottoposto a regime di 41-bis, il 24 maggio 1994, durante una pausa del processo di primo grado a Reggio Calabria per l'uccisione del giudice Antonino Scopelliti fu raggiunto da Michele Carlino, giornalista di un'agenzia video (Med Media News), al quale rilasciò dichiarazioni minacciose contro il procuratore Giancarlo Caselli e altri rappresentanti delle istituzioni, lamentandosi delle severe condizioni imposte dal carcere duro. L'intervento di Riina causò l'apertura di un provvedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura contro il pubblico ministero Salvatore Boemi, accusato di non aver vigilato sul detenuto.[47] Dopo pochi mesi dalle dichiarazioni del boss corleonese il regime di 41-bis (allora valido per soli tre anni, decorsi i quali decadeva la sua applicabilità) è stato rafforzato mediante vari interventi legislativi volti a renderlo prorogabile di anno in anno.
Anni 2000-2017[modifica | modifica wikitesto]
A metà marzo del 2003 subisce un intervento chirurgico per problemi cardiaci e nel maggio dello stesso anno viene ricoverato nell'ospedale di Ascoli Piceno per un infarto[48]. Sempre nel 2003, a settembre, viene nuovamente ricoverato per problemi cardiaci.[48]
Il 22 maggio 2004, nell'udienza del processo di Firenze per la strage di via dei Georgofili, accusa il coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi di Capaci e via d'Amelio, e riferisce dei contatti fra l'allora colonnello Mario Mori e Vito Ciancimino, attraverso il figlio di lui Massimo, al tempo non convocato in dibattimento.[49]
Trasferito nel carcere milanese di Opera, viene nuovamente ricoverato nel 2006, sempre per problemi cardiaci, all'ospedale San Paolo di Milano.[50].
Nel 2017, gli avvocati di Riina fanno richiesta al Tribunale di sorveglianza di Bologna per il differimento della pena a detenzione domiciliare, sottoponendo come motivazione lo stato precario di salute dello stesso Riina. Il 19 luglio il Tribunale si pronuncia negativamente su questa istanza, spiegando che Riina "non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero, ossia nel luogo in cui ha chiesto di fruire della detenzione domiciliare".[51]
Dopo essere entrato in coma in seguito all'aggravarsi delle condizioni di salute, è morto alle ore 3:37 del 17 novembre 2017[52], il giorno successivo al suo ottantasettesimo compleanno, nel reparto detenuti dell'ospedale Maggiore di Parma.[53] A seguito del decesso, la Procura di Parma ha disposto che venisse eseguita l'autopsia della salma per escludere un potenziale caso di omicidio colposo o doloso a carico di ignoti. L'autopsia è stata affidata e infine eseguita dall'anatomopatologo Rosa Maria Gaudio, dell'Università di Ferrara. Nei giorni successivi è stato poi sepolto anch'egli, come Liggio e Provenzano, nel cimitero di Corleone.
Lo stesso anno, nel processo per l'omicidio del politico Salvo Lima, venne condannato all'ergastolo insieme a Francesco Madonia, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Giuseppe Graviano, Pietro Aglieri, Salvatore Montalto, Giuseppe Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Benedetto Spera, Antonino Giuffrè, Salvatore Biondino, Michelangelo La Barbera, Simone Scalici e Salvatore Biondo mentre Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca vennero condannati a 18 anni di carcere e i collaboratori di giustizia Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante (che confessarono il delitto) vennero condannati a 13 anni come esecutori materiali dell'agguato[62]. Nel 2003 la Cassazione annullò la condanna all'ergastolo per Pietro Aglieri, Giuseppe Farinella, Giuseppe Graviano e Benedetto Spera mentre confermò le altre condanne[63][64].
Nel 1999 viene condannato all'ergastolo come mandante per la strage di via D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi uomini di scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina). Insieme a lui vengono condannati, alla stessa pena, i boss Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia[65].
Nel 2000 subisce un'ulteriore condanna all'ergastolo insieme a Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano, per l'attentato in via dei Georgofili, in cui persero la vita cinque persone e subirono danni musei e chiese[66], oltre che per gli attentati di Milano e Roma[67].
Nel 2002, per l'omicidio del giudice in pensione Alberto Giacomelli, Riina venne condannato all'ergastolo come mandante[68];
lo stesso anno la Corte d'Assise di Caltanissetta condannò Riina all'ergastolo per l'omicidio del giudice Rocco Chinnici insieme ai boss Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Stefano Ganci e Vincenzo Galatolo[69];
sempre lo stesso anno, Riina venne condannato nuovamente all'ergastolo insieme al boss Vincenzo Virga per la strage di Pizzolungo, in cui persero la vita Barbara Rizzo e i suoi figli, Salvatore e Giuseppe Asta, gemelli di 6 anni[70].
Nel 2009 Riina ricevette un altro ergastolo, insieme a Bernardo Provenzano, per la strage di viale Lazio[71].
Nel febbraio 2010 un altro ergastolo per Riina, che insieme ai boss Giuseppe Madonia, Gaetano Leonardo e Giacomo Sollami, decise, nel 1983, l'omicidio di Giovanni Mungiovino, politico della DC che si era opposto alla mafia corleonese, Giuseppe Cammarata, scomparso nel 1989, e Salvatore Saitta, ucciso nel 1992[72].
Il 26 gennaio 2012 gli viene inflitta una condanna all'ergastolo da parte della Corte d'Assise di Milano perché ritenuto il mandante dell'omicidio di Alfio Trovato del 2 maggio 1992, avvenuto in via Palmanova a Milano.[73]
Il 10 giugno 2011 viene assolto, per "incompletezza della prova" (ex art. 530 c.p.p.), dalla Corte d'Assise di Palermo per l'omicidio del 16 settembre 1970 del giornalista Mauro De Mauro[74].
Il 14 aprile 2015 viene assolto dalla Corte d'Assise di Firenze dall'accusa di essere stato il mandante della strage del Rapido 904 del 23 dicembre 1984 per mancanza di prove; il pubblico ministero aveva richiesto l'ergastolo per Riina, unico imputato. Nel 1992 erano stati condannati Pippo Calò fratello di Carlo Calò, Guido Cercola, Franco Di Agostino e l'artificiere tedesco Friedrich Schaudinn.[75]
Dal carcere di Opera, il 19 luglio 2009, nel ricorrerne l'anniversario, Riina espresse di nuovo la sua posizione secondo cui la strage di via D'Amelio sarebbe da imputare ad altri soggetti e non a lui, nello stesso periodo in cui Massimo Ciancimino annunciò che avrebbe consegnato ai magistrati il “papello”, una sola pagina a firma di Riina che conterrebbe le condizioni poste dalla mafia allo Stato.[76][77]. Tuttavia i legali di Riina smentirono che il loro assistito abbia partecipato a una trattativa fra Stato e mafia.[78]
Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Riina e altri 11 indagati accusati di "concorso esterno in associazione mafiosa" e "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato". Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche "calunnia") e l'ex ministro Nicola Mancino ("falsa testimonianza").[79]
Nel novembre 2013 trapela la notizia di minacce da parte di Riina nei confronti del magistrato Antonino Di Matteo, il pm che aveva retto l'accusa in numerosi procedimenti penali a suo carico[80], e degli altri magistrati che svolgevano il ruolo di pubblici ministeri nel processo sulla Trattativa: Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene[81].
Il 4 marzo 2014 viene nuovamente ricoverato.[82] Il 31 agosto 2014 i giornali riferiscono che nel novembre dell'anno prima Riina avrebbe rivolto minacce anche nei confronti di Don Luigi Ciotti[83].
Il 16 aprile 1974 Riina sposò, tramite un matrimonio che poi risulterà non valido legalmente[84], Antonietta Bagarella, sorella dell'amico d'infanzia Calogero e di Leoluca Bagarella. Dall'unione nacquero quattro figli: Maria Concetta (19 dicembre 1974), Giovanni Francesco (21 febbraio 1976), Giuseppe Salvatore (3 maggio 1977) e Lucia (11 aprile 1980). Giovanni Francesco è stato condannato all'ergastolo per quattro omicidi avvenuti nell'anno 1995.
Giuseppe Salvatore è prima stato condannato per associazione mafiosa, quindi scarcerato il 29 febbraio 2008 per decorrenza dei termini dopo essere stato detenuto per otto anni[85]. Il 2 ottobre 2011, dopo aver scontato completamente la pena di 8 anni e 10 mesi, viene nuovamente rilasciato sotto prevenzione con obbligo di dimora a Corleone[86] e comincia a trapelare la notizia di un suo piano per fare un attentato all'ex Ministro della Giustizia Angelino Alfano per via dell'inasprimento del regime dell'articolo 41-bis[87].
Il capo dei capi, miniserie TV del 2007 di Canale 5[88][89]: Claudio Gioè
^ Ma ora il boss dei boss vuole sposare Ninetta, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 13 gennaio 2018.
^ a b c Doc. XXIII n. 50, su camera.it. URL consultato il 28 aprile 2019.
^ a b 1981-1983: Esplode la seconda guerra di mafia, su nuke.alkemia.com. URL consultato il 28 aprile 2019.
^ è morto Vito Ciancimino la Dc ai tempi dei Corleonesi - la Repubblica.it, su Repubblica.it, 20 novembre 2002. URL consultato il 28 aprile 2019.
^ a b c d Processo di 1º grado al senatore Giulio Andreotti, in Diritto.net (archiviato dall'url originale il 9 maggio 2013).
^ Processo Andreotti, la Sentenza Archiviato il 9 maggio 2013 in Internet Archive.
^ Francesco La Licata, RETROSCENA IL TEOREMA DI BUSCETTA Aveva <tradito> Cosa Nostra nell'era di Falcone e Borsellino Nell'87, i padrini finanziarono psi e radicali per dare un segnale, in La Stampa, 22 ottobre 1992 (archiviato dall'url originale il 19 ottobre 2013).
^ Stragi, il 'papello' e tangentopoli 1992, l'anno che cambiò l'Italia, su Inchieste - la Repubblica. URL consultato il 28 aprile 2019.
^ http://giornaleonline.unionesarda.ilsole24ore.com/Articolo.aspx?Data=19960613&Categ=4&Voce=1&IdArticolo=90574[collegamento interrotto]
^ Archivio - LASTAMPA.it Archiviato il 4 aprile 2013 in Internet Archive.
^ Archivio - LASTAMPA.it Archiviato il 24 dicembre 2013 in Internet Archive.
^ a b Ascoli, Totò Riina ricoverato in ospedale dopo malore, su Repubblica.it.
^ I vecchi veleni di Riina, su avvenire.it. URL consultato il 25 luglio 2010 (archiviato dall'url originale il 27 maggio 2010).
^ Totò Riina ricoverato per problemi al cuore, su Repubblica.it.
^ Tribunale, no a scarcerazione Riina, in ANSA, 19 luglio 2017. URL consultato il 19 luglio 2017.
^ Claudio Del Frate e Annalisa Grandi, È morto il boss Totò Riina, il «capo dei capi» della mafia non si era mai pentito, in Corriere della Sera, 16 novembre 2017. URL consultato il 28 aprile 2019.
^ Sentenza Strage - CONDANNE ALL'ERGASTOLO Archiviato il 13 giugno 2013 in Internet Archive.
^ NOTIZIE IN BREVE N3 Archiviato il 4 ottobre 2013 in Internet Archive. Antimafiaduemila.com
^ Processo Lima: 18 ergastoli ai padrini di Cosa Nostra Corriere della Sera, 16 luglio 1998
^ Omicidio Lima: annullati gli ergastoli a 4 boss - Corriere.it
^ Sentenza della Corte di Cassazione per l'omicidio Lima (PDF).
^ Era Toto' Riina a volere la morte del giudice Carlo Palermo Archiviato il 25 luglio 2013 in Internet Archive. Antimafiaduemila.com
^ Omicidio Alfio Trovato, ergastolo per Totò Riina
^ Attilio Bolzoni, Francesco Viviano, Ciancimino jr, l'ultimo segreto "Patto mafia-Stato, ecco la prova", in La Repubblica, 14 luglio 2009. URL consultato il 16 marzo 2010 (archiviato dall'url originale il 17 luglio 2009).
^ Riina dal carcere minaccia il pm Di Matteo: «Deve morire. Mi stanno facendo impazzire», su Corriere della Sera, 13 novembre 2013. URL consultato il 29 maggio 2019.
^ Francesco La Licata, Toto' Riina per la legge è scapolo Il suo matrimonio non fu mai registrato, in La Stampa, 14 aprile 1993. URL consultato il 6 febbraio 2012 (archiviato dall'url originale l'11 dicembre 2013).
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 art. 530
 Sentenza 
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