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Timestamp: 2017-09-23 12:59:53+00:00

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Parallelamente all’Osservatorio sulla giurisprudenza costituzionale dopo la riforma del Titolo V della Costituzione nelle materie di interesse delle Regioni ordinarie, che la nuova versione telematica della Rivista consente di monitorare tempestivamente con riferimento all’anno in corso, nel presente numero della Rivista si pubblica l’analisi della giurisprudenza costituzionale riferita all’anno 2010 per portare a completamento l’esame dell’intera giurisprudenza d’interesse per le Regioni, successiva alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, iniziata con il numero n. 3-4 del maggio – agosto 2006.
In questo numero l’Osservatorio prende ad esame il periodo luglio – ottobre 2010 nel quale si segnalano 21 sentenze della Corte Costituzionale d’interesse per le Regioni e Province autonome, e nel quale sono stati 10 i giudizi conclusi con ordinanza dei quali 8 estinti per rinuncia, 1 dichiarato manifestamente inammissibile, ed 1 rimesso al giudice a quo perché rivaluti la questione alla luce della normativa sopravvenuta.
Solo la sentenza n. 278, a seguito di distinti ricorsi promossi da ben undici Regioni, prende in esame normativa statale, in particolare la legge 23 luglio 2009, n. 99 (Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia), affrontando la problematica dell’energia nucleare e della possibilità per le Regioni di intervenire in materia.
Le rimanenti 20 pronunce hanno interessato normativa regionale disciplinante, in particolare, le materie della caccia, del commercio, dell’accesso al pubblico impiego, della comunicazione e dell’ambiente. D’interesse anche la sentenza n. 246 che ha esaminato le censure sollevate da una Regione nei confronti dell’iter procedimentale delle leggi statali dirette a consentire il distacco dei Comuni o Province da una Regione ad un’altra ai sensi dell’articolo 132 della Costituzione e la sentenza n. 289 che prende posizione in merito alla legittimità delle c.d. leggi-provvedimento.
La giurisprudenza della Corte Costituzionale nelle materie di interesse delle Regioni; luglio – ottobre 2010
Sentenza 1 luglio 2010, n. 233 – tutela della concorrenza; vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario in tema di diritto di stabilimento; disciplina della caccia e tutela dell’ambiente
¨ In tema di concessioni demaniali marittime per attività turistico-ricreative, le norme regionali che, attraverso lo strumento della proroga, consentono il rinnovo automatico delle concessioni in atto, si pongono in contrasto con i principi comunitari in materia di libera concorrenza, e con l’articolo 117, primo comma della Costituzione in quanto non consentono, a coloro che in precedenza non gestivano il demanio marittimo, la possibilità, alla scadenza della concessione, di prendere il posto del precedente gestore.
E’ quanto ribadisce la Corte Costituzionale a seguito di ricorso promosso dal Governo nei confronti della legge comunitaria 2008 della Regione Friuli-Venezia Giulia, [1] richiamando le precedenti sentenze n. 180 del 2010 e n. 1 del 2008.
Con la sentenza in esame, il giudice delle leggi ricorda, inoltre, che anche per le Regioni a statuto speciale, alle quali è riconosciuta una competenza legislativa primaria in materia di “caccia”, l’individuazione delle specie cacciabili sul territorio regionale deve tener conto di quanto stabilito dall’articolo 18 della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), il quale, nel fissare standard minimi ed uniformi di tutela dell’ambiente, individua in appositi elenchi le specie cacciabili, i relativi periodi in cui ne è autorizzato il prelievo venatorio, nonché i procedimenti diretti a consentire eventuali modifiche a tali previsioni.
Invero la disposizione statale incide in un ambito attribuito alla propria competenza esclusiva in materia di ambiente e ciò risulta confermato dall’articolo 7 della direttiva n. 79/409/CEE, concernente la conservazione degli uccelli selvatici, secondo cui “In funzione del loro livello di popolazione, della distribuzione geografica e del tasso di riproduzione in tutta la Comunità le specie elencate nell’allegato II possono essere oggetto di atti di caccia nel quadro della legislazione nazionale”.
Ne consegue che la norma statale garantisce, nel rispetto degli obblighi comunitari contenuti nella direttiva n. 79/409/CEE,[2] standard minimi e uniformi di tutela della fauna sull’intero territorio nazionale e, pertanto, ha natura di norma fondamentale di riforma economico-sociale, in quanto indica il nucleo minimo di salvaguardia della fauna selvatica il cui rispetto deve essere assicurato sull’intero territorio nazionale e, quindi, anche nell’ambito delle Regioni a statuto speciale.
Sulla base di queste considerazioni viene dichiarata l’illegittimità costituzionale di una disposizione contenuta nella legge impugnata con la quale la Regione provvedeva ad individuare, autonomamente, le specie cacciabili tra quelle previste, in via generale, nell’allegato II della direttiva comunitaria.
Sempre con riferimento alla materia della caccia, viene ricordato che anche l’articolo 10, comma 3, della legge n. 157 del 1992 il quale prevede che “Il territorio agro-silvo-pastorale di ogni regione è destinato per una quota dal 20 al 30 per cento a protezione della fauna selvatica, fatta eccezione per il territorio delle Alpi di ciascuna regione, che costituisce zona faunistica a sé stante ed è destinato a protezione nella percentuale dal 10 al 20 per cento. In dette percentuali sono compresi i territori ove sia comunque vietata l’attività venatoria anche per effetto di altre leggi o disposizioni”, è diretto a fissare standard minimi e uniformi di tutela dell’ambiente.
Pertanto non è consentito alle Regioni, nell’ambito della propria competenza in materia di caccia, riservare, nell’ambito delle due zone individuate dalla legge statale, standard di tutela inferiori riducendo le percentuali di territorio destinate a protezione della fauna selvatica.
Sentenza 1 luglio 2010, n. 234 – tutela dell’ambiente
¨ Premesso che le norme in tema di autorizzazione agli scarichi di pubblica fognatura sono riconducibili alla materia della tutela dell’ambiente e, pertanto, rientrano nella competenza legislativa esclusiva dello Stato, la relativa disciplina statale costituisce un limite minimo di tutela non derogabile dalle Regioni, sia ordinarie che a statuto speciale.
E’ quanto ribadisce la Corte con la sentenza in esame con la quale viene dichiarata l’illegittimità costituzionale di una disposizione contenuta in una legge regionale che consentiva ai soggetti che conferiscono gli scarichi ad un depuratore, di non richiedere l’autorizzazione, ritenendosi sufficiente quella già richiesta e concessa al titolare delle scarico finale, e ciò in contrasto con quanto stabilito dal legislatore statale con il comma 2 dell’articolo 124 del decreto legislativo 22 gennaio 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), che consente l’esonero solo a condizione che il conferimento delle acque reflue al terzo gestore dell’impianto di depurazione avvenga “tramite condotta”.[3]
Sentenza 7 luglio 2010, n. 235 – ordinamento e organizzazione amministrativa degli uffici regionali; principio necessità pubblico concorso art. 97 Cost.
¨ Prevedere dei limiti alla possibilità per una Regione di ricorrere, per far fronte alle proprie esigenze, a contratti di lavoro a tempo determinato, non incide sulla competenza statale in materia di ordinamento civile.
La Corte Costituzionale, con riferimento ad una legge regionale[4] censurata dal Governo, osserva preliminarmente che per identificare la materia in cui si colloca una disposizione oggetto di impugnazione, è necessario avere riguardo all’oggetto o alla disciplina da essa stabilita, sulla base della sua ratio, senza tenere conto degli aspetti marginali e riflessi.
Nel caso di specie, una disposizione come quella impugnata, che limita la facoltà per la Regione di ricorrere all’assunzione di lavoratori con contratto a tempo determinato, è inquadrabile nella materia dell’organizzazione degli uffici regionali, attribuita dallo statuto sardo alla competenza legislativa esclusiva della Regione, e per le Regioni a statuto ordinario, alla competenza residuale, ai sensi dell’articolo 117, comma quarto della Costituzione.
“Essa, dunque, spiega la sua efficacia nella fase anteriore all’instaurazione del contratto di lavoro ed incide in modo diretto sul comportamento delle amministrazioni nell’organizzazione delle proprie risorse umane e solo in via riflessa ed eventualmente sulle posizioni soggettive discendenti da tale tipologia flessibile di contratto di lavoro”.
Viene invece dichiarata illegittima, per contrasto con l’articolo 97 della Costituzione, un’ulteriore disposizione contenuta nella legge regionale impugnata, con la quale si autorizza la Regione ad inquadrare in ruolo i dipendenti in servizio ad una certa data con contratto a tempo determinato, alla sola condizione che il rapporto di lavoro sia stato instaurato a seguito di concorso pubblico e che lo stesso sia stato prorogato almeno una volta alla data di entrata in vigore della legge.
Rileva la Corte che “la circostanza che il personale suscettibile di essere stabilizzato senza alcuna prova selettiva sia stato a suo tempo assunto con contratto a tempo determinato, sulla base di un pubblico concorso, per effetto della diversità di qualificazione richiesta delle assunzioni a termine rispetto a quelle a tempo indeterminato, non offre adeguata garanzia né della sussistenza della professionalità necessaria per il suo stabile inquadramento nei ruoli degli enti pubblici regionali, né del carattere necessariamente aperto delle procedure selettive”.
Sentenza 8 luglio 2010, n. 245 – tutela della salute
¨ Alle Regioni non è consentito prevedere che gli studi privati medici ed odontoiatrici che non intendono chiedere l’accreditamento istituzionale, non sono tenuti ad ottemperare a quanto richiesto dagli articoli 8, comma 4, e 8-ter del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 (Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo 1 d ella legge. 23 ottobre 1992, n. 421), secondo i quali “gli studi medici e odontoiatrici ove attrezzati per erogare prestazioni di chirurgia ambulatoriale, ovvero procedure diagnostiche e terapeutiche di particolare complessità o che comportino un rischio per la sicurezza del paziente”, devono essere autorizzati, previa verifica del possesso dei requisiti fissati con il d.P.R. 14 gennaio 1997 (Approvazione dell’atto di indirizzo e coordinamento alle regioni e alle province autonome di Trento e Bolzano, in materia di requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi minimi per l’esercizio delle attività sanitarie da parte delle strutture pubbliche e private).
E’ quanto ribadito dalla Corte Costituzionale la quale, richiamata la precedente pronuncia n. 150 del 2010, rileva come le citate disposizioni statali del 1992 si configurano come principi fondamentali in materia di tutela della salute, al fine di assicurare livelli essenziali di sicurezza e di qualità delle prestazioni, in ambiti nei quali il possesso della dotazione strumentale e la sua corretta gestione e manutenzione assumono preminente interesse per assicurare l’idoneità e la sicurezza delle cure.[5]
Sentenza 8 luglio 2010, n. 246 – variazioni territoriali art. 132, secondo comma, Cost.
¨ L’incidenza che i pareri espressi dalle Regioni vengono ad avere nell’ambito della procedura prevista dal secondo comma dell’articolo 132 della Costituzione non arriva fino al punto di concretizzarsi nell’esistenza a carico del Parlamento di ulteriori oneri procedimentali susseguenti alla espressione del parere ed alla sua acquisizione in sede parlamentare.
E’ quanto affermato dal giudice delle leggi nel dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale della legge 3 agosto 2009, n. 117 (Distacco dei Comuni di Casteldieci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant’Agata Feltria e Talamello dalla Regione Marche e loro aggregazione alla Regione Emilia-Romagna, nell’ambito della Provincia di Rimini, ai sensi dell’articolo 132, secondo comma, della Costituzione), sollevata dalla Regione Marche, con riferimento all’articolo 132, secondo comma, della Costituzione.
Le censure regionali si fondavano sul fatto che il Parlamento, in sede di esame della legge impugnata che, peraltro, risulta essere il primo caso di legge che fa applicazione del secondo comma dell’articolo 132 per il distacco di alcuni comuni da una Regione ad un’altra, non avrebbe preso in considerazione il parere, reso in senso contrario al distacco, espresso dal Consiglio regionale delle Marche.
La Corte rileva che l’articolo 132 della Costituzione prevede due fasi per lo speciale procedimento legislativo. La prima è quella diretta ad ottenere la consultazione referendaria delle popolazioni interessate e l’espressione del parere dei Consigli regionali interessati, mentre la seconda fase è quella che ha inizio con la presentazione del disegno di legge, che si svolge secondo le forme normalmente previste per le leggi ordinarie.
“Richiedere, pertanto, come preteso dalla ricorrente, che gli organi parlamentari «rendano conoscibili le specifiche ragioni in forza delle quali ess(i) si siano eventualmente determinat(i) in senso difforme rispetto ai punti di vista espressi dalle Regioni interessate», o che abbiano oneri motivazionali, equivarrebbe ad inserire un ulteriore aggravamento della procedura non richiesto dalla disposizione che si assume violata”.
Sentenza 8 luglio 2010, n. 247 – commercio
¨ Il decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114 (Riforma della disciplina relativa al settore del commercio, a norma dell’articolo 4, comma 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59), non è diretto a tutelare la libera concorrenza ma attiene alla disciplina del commercio, materia che, a seguito della modifica del Titolo V della Parte II della Costituzione, rientra nella competenza esclusiva delle Regioni.
Ne consegue che le disposizioni contenute nella disciplina statale si applicano, ai sensi della legge “La Loggia”,[6] soltanto alle Regioni che non abbiano emanato una propria legislazione in materia di commercio, e non condiziona in alcun modo la loro autonomia.
E’ quanto ribadito dalla Corte Costituzionale nel dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale di una norma della Regione del Veneto, sollevata dal locale Tribunale Amministrativo.[7]
Oggetto del giudizio una disposizione con la quale si prevede il divieto di commercio su aree pubbliche in forma itinerante nei centri storici dei comuni con popolazione superiore ai 50 mila abitanti. La Corte dopo aver rilevato che la norma censurata rientra nella materia del “commercio”, e che quindi ben può discostarsi da quanto previsto dal legislatore statale con il d.lgs. n. 114 del 1998, osserva che, diversamente da quanto prospettato dal rimettente, la stessa non produce alcuna lesione di regole a tutela della concorrenza poiché il divieto si configura come semplice regolamentazione territoriale del commercio ed appare razionalmente giustificato dalle concrete e localizzabili esigenze di tutela di altri interessi di rango costituzionale.
Sentenza 15 luglio 2010, n. 254 – protezione civile; tutela dell’ambiente
¨ L’articolo 88 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia), che attribuisce al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, previo parere favorevole del Consiglio superiore dei lavori pubblici, la possibilità di concedere deroghe all’osservanza delle norme tecniche dettate per le costruzioni in zone sismiche, ha come ratio la tutela dell’interesse generale alla sicurezza delle persone.
Esso pertanto, trascende l’ambito della materia urbanistica configurandosi come disposizione di principio fondamentale nella materia della “protezione civile”, di competenza concorrente.
Per questi motivi viene dichiarata l’illegittimità costituzionale di una disposizione regionale che attribuiva alla Giunta regionale la competenza a concedere deroghe all’osservanza delle nome tecniche per la costruzione nelle zone sismiche nel caso in cui sussistano ragioni determinate dall’esigenza di salvaguardare le caratteristiche ambientali dei centri storici che impediscano, anche parzialmente, il rispetto di tali norme.[8]
Con la medesima sentenza viene rilevato che il piano di bacino definito dall’articolo 65 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), come piano territoriale di settore e strumento conoscitivo, normativo e tecnico-operativo mediante il quale sono pianificate e programmate le azioni e le norme d’uso finalizzate alla conservazione, alla difesa e alla valorizzazione del suolo e alla corretta utilizzazione delle acque, sulla base delle caratteristiche del territorio interessato, attiene alla materia della tutela dell’ambiente, di competenza esclusiva statale, ed è pertanto illegittima una disposizione regionale che abbia ad oggetto la descrizione dello stato della stabilità del suolo e dell’equilibrio idrogeologico di taluni territori, con particolare riguardo ai rischi geologici, idraulici e valanghivi, in quanto detta disciplina viola la competenza dello Stato in materia di tutela dell’ambiente.
Sentenza 15 luglio 2010, n. 255 – ordinamento della comunicazione; sistema tributario dello Stato
¨ La sentenza chiarisce che la nozione di “sistema integrato delle comunicazioni”[9] introdotta nell’ordinamento dalla legge 3 maggio 2004, n. 112 (Norme di principio in materia di assetto del sistema radiotelevisivo e della RAI-Radiotelevisione italiana S.p.A., nonché delega al Governo per l’emanazione del testo unico della radiotelevisione), e successivamente riconfermata dal decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 (Testo unico della radiotelevisione), è esplicitamente diretta a tutelare la concorrenza, regolando i mercati ed ostacolando la formazione di una posizione dominante nel settore economico delle comunicazioni.
Da tale definizione le Regioni possono legittimamente discostarsi nelle ipotesi in cui intervengano, come ha fatto la Regione Piemonte,[10] per disciplinare interventi di sostegno del sistema integrato delle comunicazioni di pubblica utilità, prevedendo che gli interventi riguardino solo alcune delle attività ricomprese nella nozione di sistema integrato delle comunicazioni, fatta propria dal legislatore statale ai fini della tutela della concorrenza.
In tali ipotesi, invero, il legislatore regionale esercita una competenza legislativa attinente la materia dell’ordinamento della comunicazione, di competenza concorrente, rispetto alla quale non può ritenersi che la nozione di sistema integrato, formulata dallo Stato nell’esercizio della propria competenza in materia di tutela della concorrenza, si configuri anche come principio di carattere generale nella materia dell’ordinamento della comunicazione al quale le Regioni sono tenute ad attenersi.
Sempre la medesima sentenza dichiara tuttavia l’illegittimità costituzionale di una disposizione contenuta nella legge regionale impugnata, con la quale si autorizzava la Giunta regionale a promuovere intese con il Ministero dello sviluppo economico volte a definire l’utilizzo di quota parte del canone di abbonamento RAI corrisposto dai cittadini piemontesi.
Rileva infatti il giudice delle leggi che il canone in questione assume, per “diritto vivente”, la natura di prestazione tributaria e, in particolare, di tributo statale.
La norma impugnata, prevedendo “intese” tra la Regione ed il Ministero delle comunicazioni per l’utilizzazione di una quota parte del canone di abbonamento radiotelevisivo, si pone quindi in contrasto con la disciplina statale di tale canone, la quale, da un lato non consente alcun intervento del legislatore regionale al riguardo, dall’altro stabilisce espressamente che il gettito di detto tributo erariale è destinato alla copertura dei costi del servizio pubblico generale radiotelevisivo, con ciò escludendo qualsiasi possibilità di “intese” con la Regione sulla destinazione del gettito del medesimo tributo.
Ne deriva, pertanto, l’illegittimità costituzionale per violazione della competenza legislativa in materia di “sistema tributario dello Stato”, che l’articolo 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione riserva in via esclusiva allo Stato.
Sentenza 21 luglio 2010, n. 259 – Statuto speciale Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol
¨ La sentenza risolve un conflitto di attribuzioni promosso dalla Provincia autonoma di Bolzano nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, in relazione ad una serie di provvedimenti di sospensione della licenza di alcuni esercizi pubblici, adottati dal Commissario di Governo e dal Questore della Provincia di Bolzano.
La Provincia ricorrente ha contestato la competenza statale nell’adozione dei provvedimenti impugnati trattandosi dell’esercizio di competenze legislative ed amministrative provinciali in materia di “turismo ed industria alberghiera”, “esercizi pubblici” e “spettacoli pubblici per quanto attiene alla pubblica sicurezza”, rispetto alle quali spetta al Presidente della Provincia, in virtù dello speciale statuto di autonomia, i poteri di pubblica sicurezza.
Come già chiarito dalla sentenza 4 maggio 2009, n. 129, la Corte rileva come i provvedimenti impugnati siano strumentali esclusivamente alla tutela della sicurezza pubblica e quindi, non incidendo nell’ambito delle competenze provinciali, non determinano alcuna lesione delle prerogative della Provincia e non sono riconducibili ai poteri di polizia assegnati al suo Presidente in materia di esercizi pubblici, costituendo legittimo svolgimento dei compiti di ordine pubblico, riservati allo Stato.
Sentenza 22 luglio 2010, n. 266 – caccia
¨ Dichiara l’illegittimità costituzionale di due leggi regionali, una della Regione Lombardia[11], l’altra della Regione Toscana[12], con le quali è stata autorizzata la cattura di richiami vivi, per violazione dell’articolo 117, primo comma, della Costituzione, in relazione all’articolo 9 della direttiva 79/409/CEE (Direttiva del Consiglio concernente la conservazione degli uccelli selvatici), oggi riprodotto nell’articolo 9 della direttiva 2009/147/CE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la conservazione degli uccelli selvatici).
La Corte, accogliendo il ricorso promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri, rileva che entrambe le leggi impugnate non sono rispettose dei requisiti previsti dalla normativa comunitaria che consentono di superare il generale divieto di uccisione o cattura degli uccelli selvatici.
In particolare non risulta rispettato l’obbligo di indicare espressamente la sussistenza delle condizioni e dei presupposti richiesti dall’articolo 9 della direttiva per consentire, in condizioni rigidamente controllate e in modo selettivo, la cattura, la detenzione o altri impieghi misurati di uccelli in piccole quantità, ovvero la menzione: a) delle specie che formano oggetto di cattura; b) i mezzi, gli impianti e i metodi di cattura autorizzati; c) le condizioni di rischio e le circostanze di tempo e di luogo in cui esse possono essere praticate; d) l’autorità abilitata a dichiarare che le condizioni stabilite sono soddisfatte e a decidere i mezzi, impianti o metodi possono essere utilizzati, con quali limiti e da chi; e) i controlli che saranno effettuati.
Sentenza 22 luglio 2010, n. 267 – principio necessità pubblico concorso art. 97 Cost.; coordinamento finanza pubblica e del sistema tributario
¨ E’ illegittima una disposizione regionale con la quale si preveda che a seguito della eventuale liquidazione di una fondazione per la ricerca e la cura dei tumori, ente di diritto privato, determinate unità operative esistenti presso la fondazione stessa possano entrare a far parte della struttura sanitaria ed operativa di una Azienda ospedaliera universitaria di diritto pubblico, e che i rapporti di lavoro dei dirigenti medici e del personale sanitario in atto presso tali unità continuino presso l’Azienda ospedaliera senza soluzione di continuità.
E’ quanto affermato dalla Corte Costituzionale con riferimento ad una legge della regione Calabria.[13] In particolare il giudice rileva come la disposizione impugnata produca l’effetto di consentire l’accesso di personale dipendente da un soggetto privato all’impiego di ruolo presso pubbliche amministrazioni in modo automatico, senza alcun tipo di filtro, e, soprattutto, anche in caso di assenza di concorso pubblico, e ciò in evidente violazione del principio del concorso pubblico di cui agli articoli 3, 51 e 97 della Costituzione.
Il giudice censura inoltre un’ulteriore disposizione con la quale, al fine di ottimizzare e potenziare l’attività di controllo, vigilanza e ispezione sulle Aziende pubbliche e private accreditate che erogano prestazioni di assistenza sanitaria, viene istituita l’Autorità per il sistema sanitario della Calabria.
La Corte, accogliendo le censure sostenute dalla difesa erariale, osserva che l’articolo 29 del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, e l’articolo 68 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, prevedono una riduzione della spesa complessiva delle amministrazioni pubbliche per organi collegiali e altri organismi, anche monocratici, comunque denominati, da raggiungere per il tramite del riordino, della soppressione o dell’accorpamento delle strutture.
Dette disposizioni si configurano quali principi di coordinamento della finanza pubblica per le Regioni, le Province autonome, gli enti locali e gli enti del Servizio sanitario nazionale, disponendo la limitazione del numero delle strutture di supporto a quelle strettamente indispensabili al funzionamento degli organismi. Rilevato che l’Autorità per il sistema sanitario istituita dalla legge regionale impugnata si configura quale nuovo organismo di supporto alle attività di vigilanza e di controllo del Consiglio regionale, senza presentare il carattere di indispensabilità richiesto dalla normativa di principio statale, aggiungendosi ad altri uffici regionali già esistenti in materia sanitaria, e senza essere coordinata con le funzioni spettanti al Dipartimento della tutela della salute e politiche sanitarie della Regione, soprattutto per quanto riguarda le attività di controllo, la Corte dichiara illegittima la sua istituzione per il mancato rispetto dei principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica e di contenimento della spesa stabiliti dalla legislazione statale.
Sentenza 22 luglio 2010, n. 268 – caccia
¨ La previsione, contenuta nella legge nazionale sulla caccia, [14]che gli negli organi direttivi degli ambiti territoriali di caccia (ATC), debba essere garantita la presenza paritaria delle associazioni venatorie e di quelle degli agricoltori, riveste il carattere di standard minimo ed uniforme di composizione degli organi stessi che deve essere garantito in tutto il territorio nazionale.
Su queste premesse la Corte, a seguito di ricorso in via incidentale promosso dal Tribunale amministrativo del Molise, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale per violazione dell’articolo 117, secondo comma, lettera s) della Costituzione, di una disposizione della Regione Molise[15] con la quale si prevedeva una posizione di potenziale svantaggio, sotto il profilo della loro rappresentanza negli organi di gestione degli ATC, delle associazioni di agricoltori.
Sentenza 22 luglio 2010, n. 269 – tutela della salute
¨ Dichiara non fondate tutte le censure sollevate dal Presidente del Consiglio di ministri nei confronti della legge della Regione Toscana 9 giugno 2009, n. 29 (Norme per l’accoglienza, l’integrazione partecipe e la tutela dei cittadini stranieri nella Regione Toscana).
In particolare non fondata è la questione sollevata nei confronti di una disposizione con la quale si garantisce a tutte le persone dimoranti nel territorio regionale, anche se prive del titolo di soggiorno, la possibilità di fruire degli interventi socio assistenziali urgenti ed indifferibili, necessari per garantire il rispetto dei diritti fondamentali riconosciuti ad ogni persona in base alla Costituzione ed alle norme internazionali.
Sul punto la Corte, diversamente da quanto sostenuto dal ricorrente, rileva che la norma regionale non sconfina in materie di competenza statale, segnatamente quelle previste dalle lettere a) e b) del comma 2 dell’articolo 117 della Costituzione ma, viceversa, è espressione della competenza regionale in materia di tutela della salute, in attuazione dei principi fondamentali posti dal legislatore statale, limitandosi ad assicurare anche agli stranieri irregolari le fondamentali prestazioni sanitarie ed assistenziali atte a garantire il diritto all’assistenza sanitaria, nel pieno rispetto di quanto stabilito dal legislatore statale in tema di ingresso e soggiorno in Italia dello straniero, anche con riguardo allo straniero dimorante privo di un valido titolo di ingresso.
Parimenti infondata è la questione di legittimità costituzionale sollevata avverso una disposizione con la quale si garantisce l’iscrizione al servizio sanitario regionale anche agli stranieri che abbiano proposto ricorso giurisdizionale avverso il provvedimento di diniego del permesso di soggiorno per riconoscimento dello status di rifugiato, richiesta di asilo, protezione sussidiaria o per ragioni umanitarie.
Anche in questo caso la Corte rileva che non sussiste alcuna violazione della competenza dello Stato, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere a)e b),dellaCostituzione atteso che la norma si limita a disciplinare la materia della tutela della salute, per la propria parte di competenza, nel pieno rispetto di quanto stabilito dal legislatore statale.
Sentenza 22 luglio 2010, n. 272 – ordinamento delle comunicazioni; tutela della concorrenza
¨ Non è consentito al legislatore regionale porre a carico dei titolari di impianti radio base della telefonia mobile, oneri relativi all’effettuazione di verifiche e controlli degli impianti stessi.
E’ quanto ribadito dalla Corte Costituzionale la quale, richiamato integralmente la precedente sentenza 28 dicembre 2006, n. 450, dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma della Regione Toscana[16] che, in difformità da quanto stabilito dall’articolo 93 del decreto legislativo 1 agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche), prevedeva i citati oneri a carico dei titolari degli impianti di telefonia mobile.
Anche in questo caso la Corte rileva che la norma statale costituisce espressione di un principio fondamentale della materia dell’ordinamento delle comunicazioni, in quanto persegue la finalità di garantire a tutti gli operatori un trattamento uniforme e non discriminatorio, attraverso la previsione del divieto di porre a carico degli stessi oneri o canoni. Infatti, in mancanza di un tale principio, ogni singola Regione potrebbe liberamente prevedere obblighi pecuniari a carico dei soggetti operanti sul proprio territorio, con il rischio, appunto, di una ingiustificata discriminazione rispetto ad operatori di altre Regioni, per i quali, in ipotesi, tali obblighi potrebbero non essere imposti.
Peraltro, come già rilevato con sentenza 27 luglio 2005, n. 336, la finalità della norma statale è anche quella di tutela della concorrenza, sub specie di garanzia di parità di trattamento e di misure volte a non ostacolare l’ingresso di nuovi soggetti nel settore.
La sentenza in esame precisa inoltre che l’illegittimità costituzionale delle censurate disposizioni regionali non può essere neppure esclusa in base al rilievo che il citato articolo 93 si limiterebbe a sancire una riserva di legge per così dire “generica”; ciò che, pertanto, non precluderebbe un intervento delle Regioni, purché esso sia disposto con atto legislativo.
Invero, osserva la Corte, la citata disposizione ha inteso riferirsi, con tutta evidenza, alla sola legge statale, ciò in quanto, in primo luogo il richiamo alla legge, contenuto in una norma dello Stato, deve essere interpretato – in assenza di ulteriori specificazioni – come rinvio ad una fonte legislativa comunque di provenienza statale.
In secondo luogo perché, diversamente interpretando, la norma statale non raggiungerebbe lo scopo che intende perseguire, e cioè evitare che ogni Regione possa liberamente prevedere obblighi pecuniari a carico dei soggetti operanti sul proprio territorio, con il rischio di una ingiustificata discriminazione rispetto ad operatori di altre Regioni per i quali, in ipotesi, tali obblighi potrebbero non essere imposti.
Sentenza 22 luglio 2010, n. 274 – servizi sociali
¨ La sentenza risolve un conflitto di attribuzioni promosso dalle Regioni Toscana ed Emilia-Romagna nei confronti di un decreto del Ministero dell’interno con il quale, in attuazione della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), si è provveduto a determinare gli ambiti operativi delle associazioni di osservatori volontari (le c.d. “ronde”) nonché i requisiti per l’iscrizione all’albo prefettizio e alle sue modalità di tenuta.
Il Giudice, richiamata per intero la sentenza 24 giugno 2010, n. 226 con la quale ha deciso in merito alla legittimità della legge n. 94 del 2009, per quanto concerne l’attività delle c.d. “ronde”, rilevando che rientra nella competenza statale attribuire a soggetti privati compiti rientranti nella materia della “sicurezza pubblica”, mentre rientra nella competenza regionale ogni intervento concernente la materia dei “servizi sociali”, nella quale sono da annoverare i compiti che la legge statale avrebbe attribuito alle ronde per rilevare il “disagio sociale”, conclude che, conseguentemente, anche il provvedimento ministeriale di disciplina dell’attività delle ronde invade la competenza regionale, nella parte in cui interviene con riferimento alla materia dei servizi sociali.
Considerato che il provvedimento impugnato, pur non recando formalmente la denominazione di “regolamento”, nella sostanza è un atto normativo a portata generale, e rilevato che l’articolo 117, comma sesto, della Costituzione circoscrive la potestà regolamentare statale alle sole materie di propria competenza esclusiva, la Corte dichiara che non spettava allo Stato e, per esso, al Ministro dell’interno adottare il decreto impugnato, limitatamente alla parte in cui disciplina l’attività di segnalazione di situazioni di disagio sociale.
Sentenza 22 luglio 2010, n. 278 – produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; governo del territorio
¨ Con la sentenza in esame la Corte si pronuncia sulla legittimità di alcune disposizioni contenute nella legge 23 luglio 2009, n. 99 (Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia) a seguito dei ricorsi presentati da numerose Regioni.[17]
Vengono esaminate per prime le censure sollevate all’articolo 25, comma 2, lettere a), f), g) e h) e all’articolo 26, comma 1, attinenti alla materia del “nucleare”, che prevedono una delega legislativa al Governo finalizzata al riassetto normativo della disciplina della localizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare,[18] e rinviano ad una delibera del CIPE per la definizione delle tipologie degli impianti per la produzione di energia elettrica nucleare che possono essere realizzati nel territorio nazionale.
In particolare il comma 2 dell’articolo 25 in questione, individua i principi ai quali il Governo delegato dovrà attenersi e, tra questi, le lettere g) ed h) prevedono che la costruzione e l’esercizio di impianti per la produzione di energia elettrica nucleare e di impianti per la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi o per lo smantellamento di impianti nucleari a fine vita e tutte le opere connesse siano considerati attività di preminente interesse statale e, come tali, soggette ad autorizzazione unica rilasciata, su istanza del soggetto richiedente e, previa intesa con la Conferenza unificata, con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti.
Inoltre l’autorizzazione unica deve essere rilasciata a seguito di un procedimento unico al quale partecipano le amministrazioni interessate, e deve comprendere la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza delle opere, l’eventuale dichiarazione di inamovibilità e l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio dei beni in essa compresi; essa sostituisce ogni provvedimento amministrativo, autorizzazione, concessione, licenza, nulla osta, atto di assenso e atto amministrativo, comunque denominati, ad eccezione delle procedure di valutazione di impatto ambientale (VIA) e di valutazione ambientale strategica (VAS) cui si deve obbligatoriamente ottemperare, previsti dalle norme vigenti, costituendo titolo a costruire ed esercire le infrastrutture in conformità del progetto approvato.
Nei confronti delle citate disposizioni le ricorrenti lamentano l’accentramento in capo allo Stato della funzione amministrativa relativa al rilascio dell’autorizzazione unica per mezzo di chiamata in sussidiarietà, in assenza dell’intesa forte con ciascuna Regione interessata, con conseguente violazione delle competenze regionali nelle materie concorrenti dell’energia e del governo del territorio, del principio di leale collaborazione.
Il giudice delle leggi, nel dichiarare inammissibile la questione sollevata, rileva che il silenzio del legislatore delegante sulla necessità di prevedere un’intesa forte con le singole Regioni interessate, per il rilascio dell’autorizzazione unica, “non ha, né può avere alla luce della doverosa interpretazione costituzionalmente conforme della delega, il significato impediente paventato dalle ricorrenti. È oramai princìpio acquisito nel rapporto tra legislazione statale e legislazione regionale che quest’ultima possa venire spogliata della propria capacità di disciplinare la funzione amministrativa attratta in sussidiarietà, a condizione che ciò si accompagni alla previsione di un’intesa in sede di esercizio della funzione, con cui poter recuperare un’adeguata autonomia, che l’ordinamento riserva non già al sistema regionale complessivamente inteso, quanto piuttosto alla specifica Regione che sia stata privata di un proprio potere”.
Pertanto, conclude la Corte, in queste situazioni il coinvolgimento delle Regioni interessate si impone con forza immediata e diretta al legislatore delegato, ove intenda esercitare la funzione legislativa.
Sempre il comma 2, dell’articolo 25, alla lettera f) prevede quale ulteriore principio e criterio direttivo per il legislatore delegato, “la determinazione delle modalità di esercizio del potere sostitutivo del Governo in caso di mancato raggiungimento delle necessarie intese con i diversi enti locali coinvolti, secondo quanto previsto dall’articolo 120 della Costituzione”.
Con riferimento alle censure sollevate, la Corte precisa che la disposizione non si riferisce alle Regioni atteso che le stesse godono di una particolare posizione di autonomia, costituzionalmente garantita, che le distingue dagli enti locali “sicché si deve escludere che il legislatore delegato abbia potuto includere le Regioni nella espressione censurata”.
Ulteriore principio direttivo censurato è quello contenuto nell’articolo 25, comma 2, lettera a) che stabilisce che il decreto legislativo dovrà contenere la previsione della possibilità di dichiarare i siti aree di interesse strategico nazionale, soggette a speciali forme di vigilanza e protezione.
Secondo alcune ricorrenti la norma giustificherebbe misure protettive eccedenti l’ambito della competenza statale in materia di ordine pubblico e sicurezza, per sconfinare sul terreno del governo del territorio con conseguente violazione dell’articolo 117, terzo comma, della Costituzione, in ragione della mancata previsione che tali misure siano adottate, previa intesa con le Regioni o la Regione interessata, e che l’intesa si estenda fino alla selezione dell’area.
Di diverso avviso la Corte che rileva come non vi sia dubbio che l’articolo 117, secondo, comma, lettera h), della Costituzione giustifichi una disciplina statale finalizzata alla prevenzione dei reati e al mantenimento dell’ordine pubblico con particolare riferimento ai siti ove viene trattata l’energia nucleare, ovvero dove sono depositati i rifiuti radioattivi, “attesi i gravi rischi che notoriamente conseguono ad un indebito trattamento di tali fonti e di tali materiali. In un simile contesto, la disposizione impugnata rimette allo svolgimento normativo di spettanza del legislatore delegato la più puntuale determinazione del contenuto delle misure necessarie, le quali assumeranno forme corrispondenti alla ragione giustificatrice che si è appena evidenziata. Ove, invece, tali misure venissero a compromettere una sfera di competenza assegnata alle Regioni, non mancheranno a quest’ultime gli strumenti giurisdizionali per far valere le proprie prerogative, se del caso anche innanzi a questa Corte.”.
Per quanto attiene invece alle censure sollevate all’articolo 26, che rimette al CIPE la definizione delle tipologie degli impianti per la produzione di energia elettrica nucleare che possono essere realizzati nel territorio nazionale, limitandosi a prevedere il parere della Conferenza unificata, anziché l’intesa, la Corte, dopo aver chiarito che la disposizione si colloca nell’ambito della materia “energia” e che, pertanto, l’attrazione in sussidiarietà di funzioni deve garantire la completa partecipazione delle Regioni interessate per mezzo delle relative intese, rileva che la disposizione impugnata attribuisce ad un organo centrale una funzione amministrativa caratterizzata da una natura eminentemente tecnica che esige, in quanto tale, scelte improntate all’osservanza di standard e metodologie desunte dalle scienze. di cui va assicurato l’esercizio unitario ai sensi dell’articolo 118 della Costituzione.
In questi casi, come già affermato nella sentenza 19 luglio 2005, n. 285, “il coinvolgimento della Conferenza Stato-Regioni può limitarsi all’espressione di un parere obbligatorio”.
Viene inoltre censurato il comma 27 dell’articolo 27 che stabilisce che per taluni impianti di produzione di energia elettrica alimentati a carbon fossile che vengano allocati in impianti dismessi nonché per gli impianti per i quali sia stato richiesto un aumento della capacità produttiva, si procede in deroga alle vigenti disposizioni di legge nazionali e regionali che prevedono limiti di localizzazione territoriale, purché venga assicurato un abbattimento delle loro emissioni rispetto a determinati limiti già previsti per taluni impianti dalla normativa statale.
Le ricorrenti lamentano che la disposizione lederebbe le proprie competenze in materia di energia e di governo del territorio attesa la disciplina di estremo dettaglio che non consente spazi d’intervento regionale.
Rileva la Corte che il carattere derogatorio della norma censurata non porta necessariamente a concludere per la natura dettagliata della norma, è infatti “ben possibile attribuire alla potestà legislativa statale in materia concorrente l’introduzione di un regime di esenzione, rispetto all’osservanza dei princìpi a partire dai quali si origina la normativa di dettaglio: la deroga al principio, in altri termini, può esprimere una scelta di sistema, a sua volta ascrivibile a principio fondamentale della materia”.
Ciò premesso, il giudice delle leggi rileva che la norma censurata ha per oggetto le leggi regionali che prevedono limiti di localizzazione territoriale e tale espressione linguistica deve essere intesa nel senso che essa è diretta a derogare alle leggi regionali che determinano, con specifico riguardo agli impianti di produzione di energia elettrica, un divieto di localizzazione tale da determinare l’impossibilità dell’insediamento e non permetta, nel contempo, una localizzazione alternativa, senza intendere coinvolgere nella deroga né la generale normativa regionale di carattere urbanistico che non abbia ad oggetto gli impianti in questione, o che comunque non si prefigga di impedirne la realizzazione, né tantomeno le discipline regionali attinenti alle materie di competenza legislativa residuale o concorrente che siano estranee al governo del territorio.
Così interpretata la norma impugnata si sottrae ai vizi sollevati.
Non supera invece il vaglio di costituzionalità il comma 9 dell’articolo 3 con il quale si prevede che: “al fine di garantire migliori condizioni di competitività sul mercato internazionale e dell’offerta di servizi turistici, nelle strutture turistico-ricettive all’aperto, le installazioni e i rimessaggi dei mezzi mobili di pernottamento, anche se collocati permanentemente, per l’esercizio dell’attività, entro il perimetro delle strutture turistico-ricettive regolarmente autorizzate, purché ottemperino alle specifiche condizioni strutturali e di mobilità stabilite dagli ordinamenti regionali, non costituiscono in alcun caso attività rilevanti ai fini urbanistici, edilizi e paesaggistici”. La Corte, accogliendo le censure formulate dalle ricorrenti, rileva che la norma, da ricondurre alla materia del governo del territorio, presenta carattere di norma di dettaglio in quanto ha ad oggetto una disciplina limitata a specifiche tipologie di interventi edilizi (mezzi mobili di pernottamento e relativi rimessaggi), realizzati in contesti ben definiti e circoscritti (strutture turistico-ricettive all’aperto).
“Se, come più volte chiarito da questa Corte, alla normativa di principio spetta di prescrivere criteri e obiettivi, mentre alla normativa di dettaglio è riservata l’individuazione degli strumenti concreti da utilizzare per raggiungere tali obiettivi (ex plurimis: sentenze n. 16 del 2010, n. 340 del 2009 e n. 401 del 2007), l’art. 3, comma 9, introduce una disciplina che si risolve in una normativa dettagliata e specifica che non lascia alcuno spazio al legislatore regionale”.
Sentenza 23 luglio 2010, n. 283 – Regione a Statuto speciale – disciplina delle cause di ineleggibilità e di incompatibilità con la carica di consigliere regionale
¨ Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 1, lettera r), della legge della Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste 7 agosto 2007, n. 20 (Disciplina delle cause di ineleggibilità e di incompatibilità con la carica di consigliere regionale, ai sensi dell’articolo 15, comma secondo, dello Statuto speciale), sollevata, in via incidentale, dalla prima sezione civile della Corte di cassazione.
Ad avviso del giudice rimettente la disposizione regionale, che stabilisce che non sono eleggibili alla carica di consigliere regionale, tra gli altri, “il legale rappresentante e i direttori di struttura sanitaria o socio-sanitaria privata che intrattenga rapporti contrattuali con l’Azienda regionale Usl della Valle d’Aosta”, violerebbe gli articoli 3 e 51 della Costituzione, in quanto si prevede un’ipotesi di ineleggibilità, in presenza della quale è sancita la decadenza dell’eletto e non già l’esercizio del diritto di opzione da parte di questi tra le due cariche, come stabilito con riferimento alla sussistenza di cause di incompatibilità.
In particolare la Suprema Corte chiede al giudice delle leggi di valutare se la qualità di legale rappresentante di una struttura socio-sanitaria privata che intrattenga rapporti contrattuali con l’Azienda USL regionale giustifichi la deroga assoluta al diritto di elettorato passivo, sotto forma di causa di ineleggibilità non rimuovibile ex post.
Entrando nel merito della questione, la Corte Costituzionale, dopo aver richiamato i propri orientamenti nella materia elettorale, ed in particolare che l’eleggibilità costituisce la regola, mentre la ineleggibilità rappresenta una eccezione, sicché le norme che disciplinano quest’ultima sono di stretta interpretazione, e la differenza che giustifica gli istituti dell’ineleggibilità e dell’incompatibilità,[19] rileva che dall’esame della legislazione, sia statale che regionale, emerge che la Regione Valle d’Aosta si è dotata di una normativa in materia coerente con quella statale, da un lato soddisfacendo l’esigenza di una disciplina tendenzialmente unitaria a livello nazionale in materia di ineleggibilità; dall’altro, superando il vaglio di ragionevolezza, tenuto conto delle peculiarità dell’azienda sanitaria regionale della Valle d’Aosta.
Ne consegue che la posizione delle autorità di vertice delle strutture sanitarie private, le quali operino in stretta collaborazione con le strutture sanitarie pubbliche della Regione, consente di influire in vario modo sugli orientamenti degli elettori, sicché possono essere ravvisati, in concreto, pericoli di captatio benevolentiae o di metus publicae potestatis, che giustificano l’ineleggibilità alle cariche elettive.
Quanto poi alla scelta tra la previsione di una ipotesi di ineleggibilità o, in alternativa, di una ipotesi di incompatibilità, il giudice rileva che essa appartiene alla discrezionalità del legislatore regionale che, nel caso sottoposto al suo esame, non risulta essere stata esercitata in modo irragionevole.
Sentenza 8 ottobre 2010, n. 288 – commercio
¨ E’ legittima una disposizione regionale con la quale, nel disciplinare le giornate straordinarie di apertura degli esercizi commerciali, si preveda possibilità per questi di restare aperti per un gran numero di domeniche nel corso dell’anno, anche se ciò si pone in contrasto con quanto stabilito dal legislatore statale con il decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114 (Riforma della disciplina relativa al settore del commercio), che prevede un limitato numero di aperture domenicali nel corso dell’anno.
E’ quanto afferma la sentenza in esame a seguito di rimessione in via incidentale da parte del TAR Lombardia, Sezione Brescia, di una disposizione della Regione Lombardia che ha ampliato le possibili aperture domenicali.[20]
Rileva il giudice delle leggi che a seguito della modifica del Titolo V della Parte II della Costituzione, la materia “commercio” rientra nella competenza esclusiva residuale delle Regioni, ai sensi del quarto comma dell’articolo 117 della Costituzione e, pertanto, il decreto legislativo n. 114 del 1998, di cui il giudice rimettente lamenta la violazione, si applica, ai sensi dell’articolo 1, comma 2, della legge 5 giugno 2003, n. 131 (Disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3), soltanto alle Regioni che non abbiano emanato una propria legislazione nella suddetta materia, mentre la Regione Lombardia ha già provveduto a disciplinare in modo autonomo la materia stessa.
Peraltro, le norme all’esame della Corte non si pongono in contrasto con gli obiettivi delle norme statali che disciplinano il mercato, tutelano e promuovono la concorrenza, e producono effetti pro-concorrenziali, sia pure in via marginale e indiretta, in quanto evitano che vi possano essere distorsioni determinate da orari di apertura significativamente diversificati, in ambito regionale, nei confronti di esercizi commerciali omogenei.
Sentenza 8 ottobre 2010, n. 289 – sulla legittimità di leggi-provvedimento
¨ La natura provvedimentale di disposizioni di legge (siano esse statali o regionali), non configurano una violazione degli articoli 24 e 113 della Costituzione poiché, come più volte affermato dalla Corte, non è precluso a legislatore attrarre nella propria sfera di disciplina oggetti o materie normalmente affidati all’autorità amministrativa, è ciò non determina violazione al diritto di difesa del cittadino riguardo agli effetti provvedimentale dell’atto normativo, posto che, eventualmente, la posizione soggettiva di questo troverà comunque la sua adeguata tutela sul piano della giurisdizione costituzionale, per il tramite della giurisdizione amministrativa.
In questi termini viene dichiarata inammissibile una questione di legittimata costituzionale sollevata dal TAR dell’Abruzzo nei confronti di una legge regionale con la quale è stato adottato il “Piano di riordino dei posti letto ospedalieri”.[21]
Il giudice delle leggi osserva, inoltre, che la legittimità delle leggi provvedimento deve essere valutata in relazione al loro specifico contenuto. Al fine di evitare il pericolo di ingiustificate disparità di trattamento, che è insito nella adozione di disposizioni legislative di tipo particolare, esse sono soggette ad un controllo stretto di costituzionalità, essenzialmente sotto i profili della non arbitrarietà e della ragionevolezza, in tal modo garantendo i soggetti interessati dagli effetti dell’atto, il cui scrutinio sarà tanto più stringente quanto più marcati sono i profili provvedimentali caratteristici della legge soggetta al controllo.
Sentenza 22 ottobre 2010, n. 299 – ordinamento penale; assistenza e servizi sociali, attuazione accordi internazionali
¨ Non è consentito al legislatore regionale prevedere, come ha fatto la Regione Puglia,[22] politiche regionali finalizzate a garantire la tutela legale, in particolare l’effettività del diritto di difesa, agli immigrati presenti a qualunque titolo sul territorio della Regione.
La Corte Costituzionale rileva che una disposizione di questo tipo contempla un intervento che, in considerazione dell’univoco riferimento allo scopo di “garantire la tutela legale” e “l’effettività del diritto di difesa”, concerne aspetti riconducibili all’articolo 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione e quindi di esclusiva competenza statale.
E’ invece legittima una disposizione con la quale si prevede che, “d’intesa con il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, la Regione programma interventi diretti a rimuovere gli ostacoli che limitano l’accesso agli istituti previsti dall’ordinamento in alternativa o in sostituzione della pena detentiva, nonché ai permessi premio ex articolo 30-ter della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà)”.
Diversamente da quanto sostenuto dall’Avvocatura generale dello Stato, detta norma non si pone in contrasto con l’articolo 117, secondo comma, lettera 1), della Costituzione poiché non concerne l’ordinamento penitenziario, riconducibile all’ordinamento penale, materia di competenza dello Stato.
A giudizio della Corte, infatti, la formula lessicale della disposizione impugnata e la considerazione che la stessa ha ad oggetto, come espressamente indicato dalla rubrica, le “politiche di inclusione sociale”, rendono palese che tale disposizione prevede – univocamente ed esclusivamente – che la Regione, nell’ambito dell’assistenza e dei servizi sociali, spettante alla propria competenza legislativa residuale, può approntare le misure assistenziali materiali, strumentali a garantire le condizioni necessarie affinché gli immigrati possano accedere alle misure alternative alla detenzione.
Infine, viene dichiarata l’illegittimità di un’ulteriore disposizione con la quale è stato previsto che la Regione Puglia concorre, nell’ambito delle proprie competenze, all’attuazione, in particolare, dei principi espressi dalla Convenzione internazionale per la protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e delle loro famiglie, approvata il 18 dicembre 1990 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite ed entrata in vigore il 1° luglio 2003.
La Corte, rilevato che detta Convenzione non è stata ancora ratificata dall’Italia, osserva che le Regioni non possono dare esecuzione ad accordi internazionali indipendentemente dalla legge di ratifica, quando questa sia necessaria ai sensi dell’articolo 80 della Costituzione, anche perché in tal caso l’accordo internazionale è certamente privo di efficacia per l’ordinamento italiano, e nel caso in cui non siano riconducibili a quelli stipulati in forma semplificata e che intervengano in materia regionale, riguardando, come nel caso di specie, molteplici profili eccedenti le competenze delle Regioni. Ed è questo quanto stabilisce la norma in esame, la quale, in violazione della competenza legislativa esclusiva dello Stato, prevede di dare esecuzione alla citata Convenzione, benché non sia stata ancora ratificata.
Sentenza 22 ottobre 2010, n. 300 – professioni
¨ Dichiara l’illegittimità costituzionale dell’intera legge della Regione Basilicata 13 novembre 2009, n. 37 (Norme in materia di riconoscimento della figura professionale di autista soccorritore), con la quale, in assenza dell’individuazione da parte dello Stato della relativa figura professionale, la Regione ha istituito la figura professionale dell’autista soccorritore disciplinandone il percorso formativo finalizzato ad ottenere i titoli abilitativi, in violazione dell’articolo 117, comma terzo, della Costituzione che riserva al legislatore statale la determinazione dei principi fondamentali nelle materie di competenza concorrente.
Nato a Venezia nel 1966, Gilberto Ferro dopo la laurea in giurisprudenza consegue l’abilitazione alla professione di avvocato, attività che esercita dal 1993. Dal 2000 opera come funzionario dell’Ufficio Legislativo della Giunta regionale del Veneto. Iscritto all’elenco speciale degli avvocati dell’Ordine di Venezia, segue il contenzioso costituzionale e svolge consulenza legale e legislativa nei settori agricoltura, bilancio, finanza, tributi.
[1] Legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 30 luglio 2009, n. 13 (Disposizioni per l’adempimento degli obblighi della Regione Friuli-Venezia Giulia derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee. Attuazione della direttiva 2006/123/CE. Attuazione dell’articolo 7 della direttiva 79/409/CEE concernente la conservazione degli uccelli selvatici. Attuazione del Regolamento (CE) n. 853/2004 in materia di igiene per gli alimenti di origine animale. Modifiche a leggi regionali in materia di sportello unico per le attività produttive, di interventi sociali e artigianato, di valutazione ambientale strategica (VAS), di concessioni del demanio pubblico marittimo, di cooperazione allo sviluppo, partenariato internazionale e programmazione comunitaria, di gestione faunistico-venatoria e tutela dell’ambiente naturale, di innovazione – Legge comunitaria 2008).
[2] Di recente sostituita dalla direttiva 2009/147/CE del parlamento europeo e del consiglio del 30 novembre 2009 concernente la conservazione degli uccelli selvatici.
[3] Oggetto di censura, a seguito di ricorso promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri, l’articolo 4, comma 25, della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 23 luglio 2009, n. 12 (Assestamento del bilancio 2009 e del bilancio pluriennale per gli anni 2009-2011 ai sensi dell’articolo 34 della legge regionale n. 21/2007), che ha modificato la legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 5 dicembre 2008, n. 16 (Norme urgenti in materia di ambiente, territorio, edilizia, urbanistica, attività venatoria, ricostruzione, adeguamento antisismico, trasporti, demanio marittimo e turismo).
[4] Legge della Regione Sardegna 7 agosto 2009 n. 3 (Disposizioni urgenti nei settori economico e sociale).
[5] La sentenza è stata pronunciata a seguito di ricorso da parte dello Stato nei confronti della legge della Regione Abruzzo 26 settembre 2009, n. 19 (Integrazioni alla legge regionale 31 luglio 2007, n. 32, recante «Norme generali in materia di autorizzazione, accreditamento istituzionale e accordi contrattuali delle strutture sanitarie e socio-sanitarie pubbliche e private»).
[6] Articolo 1, comma 2, della legge 5 giugno 2003, n. 131 (Disposizioni per l'adeguamento dell'ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3).
[7] Articolo 4, comma 4-bis, della legge della Regione Veneto 6 aprile 2001, n. 10 (Nuove norme in materia di commercio su aree pubbliche), introdotto dall’articolo 16 della legge della Regione Veneto 25 febbraio 2005, n. 7 (Disposizioni di riordino e semplificazione normativa – collegato alla legge finanziaria 2004 in materia di miniere, acque minerali e termali, lavoro, artigianato, commercio e veneti nel mondo).
[8] Articolo 9 della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 11 agosto 2009, n. 16 (Norme per la costruzione in zona sismica e per la tutela del territorio).
[9] Il sistema integrato delle comunicazioni viene definito come il settore economico che comprende le seguenti attività: stampa quotidiana e periodica; editoria annuaristica ed elettronica anche per il tramite di INTERNET; radio e televisione; cinema; pubblicità esterna; iniziative di comunicazione di prodotti e servizi; sponsorizzazioni.
[10] Legge della Regione Piemonte 26 ottobre 2009, n. 25 (Interventi a sostegno dell’informazione e della comunicazione istituzionale via radio, televisione, cinema e informatica).
[11] Legge della Regione Lombardia 6 agosto 2009, n. 19 [Approvazione del piano di cattura dei richiami vivi per la stagione venatoria 2009/2010 ai sensi della legge regionale 5 febbraio 2007, n. 3 (Legge quadro sulla cattura dei richiami vivi)].
[12] Legge della Regione Toscana 17 settembre 2009, n. 53 [Disciplina dell’attività di cattura degli uccelli selvatici da richiamo per l’anno 2009 ai sensi dell’articolo 4 della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), e dell’articolo 34 della legge regionale 12 gennaio 1994, n. 3 (Recepimento della legge 11 febbraio 1992, n. 157 “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”)].
[13] Legge Regione Calabria 30 aprile 2009, n. 11 (Ripiano del disavanzo di esercizio per l’anno 2008 ed accordo con lo Stato per il rientro dai disavanzi del servizio sanitario regionale).
[14] Articolo 14 della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio).
[15] Legge della Regione Molise 10 agosto 1993, n. 19 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio).
[16] Si tratta della legge della Regione Toscana 6 aprile 2000, n. 54 (Disciplina in materia di impianti di radiocomunicazione). La questione è pervenuta alla Corte Costituzionale a seguito di rinvio incidentale promosso dal Tribunale di Pisa.
[17] Toscana, Umbria, Liguria, Puglia, Basilicata, Piemonte, Lazio, Calabria, Marche, Emilia-Romagna e Molise.
[18] La delega che ha portato all’emanazione del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31 (Disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché misure compensative e campagne informative al pubblico, a norma dell’articolo 25 della legge 23 luglio 2009, n. 99).
[19] Punto 7 del considerato in diritto.
[20] Legge della Regione Lombardia 3 aprile 2000, n. 22 (Disciplina delle vendite straordinarie e disposizioni in materia di orari degli esercizi commerciali).
[21] Legge della Regione Abruzzo 5 aprile 2007, n. 6 (Linee guida per la redazione del piano sanitario 2007/2009 – Un sistema di garanzie per la salute – Piano di riordino della rete ospedaliera).
[22] Legge Regione Puglia 4 dicembre 2009, n. 32 (Norme per l’accoglienza, la convivenza civile e l’integrazione degli immigrati in Puglia).

References: sentenza 
 sentenza 
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Sentenza 
 art. 97

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 art. 132

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 articolo 93

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 articolo 30

Sentenza 
 sentenza 
 Articolo 1
 Articolo 4
 Articolo 9
 Articolo 14