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Timestamp: 2017-10-17 13:06:30+00:00

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Sentenze Archivi - STUDIO LEGALE COLLETTI
Posted on 8 febbraio 2016 8 febbraio 2016 by Studio Legale Colletti
La recente sentenza della Suprema Corte n. 679/2016 torna su un punto dibattuto soprattutto nella giurisprudenza di merito, ovvero su come debba essere calcolata la liquidazione monetaria del danno biologico del paziente, deceduto successivamente per cause non collegabili alla malpractice medica.
Quest’ultima sentenza continua sulla scia dei precedenti giurisprudenziali (Cass. civ. 30 ottobre 2009, n. 23053) secondo cui “l’ammontare del danno biologico che gli eredi del defunto richiedono iure successionis va calcolato non con riferimento alla durata probabile della vita del defunto, ma alla sua durata effettiva“. E’ fuor di dubbio che una tale previsione provoca una diminuzione drastica della liquidazione risarcitoria, nel caso di specie vi è una riduzione di addirittura 4/5 di quanto previsto dalle Tabelle di Milano ma, d’altro canto, si adegua al principio base del risarcimento dell’effettivo danno subito e non di quello presunto.
Sentenza Cassazione civile n. 679/2016
Posted on 6 gennaio 2016 4 gennaio 2016 by Studio Legale Colletti
Cass. 2015, n. 13328
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Posted on 26 dicembre 2015 26 dicembre 2015 by Studio Legale Colletti
Dopo un lungo contrasto la parola finale (almeno per ora) l’hanno messa le Sezioni Unite, deputate a decidere sul contrasto giurisprudenziale sul seguente quesito: il nascituro può reclamare il risarcimento del danno da nascita indesiderata?
In realtà il profilo della sentenza è duplice. Infatti nella presente causa i genitori avevano chiesto sia il risarcimento jure proprio – allegando il fatto che, se fossero stati messi a conoscenza dei problemi del nascituro, la madre non avrebbe portato a termine la gravidanza – sia il risarcimento come esercenti la potestà genitoriale della figlia allegando il fatto che si avrebbe un diritto a nascere “solo se sani” (chiedo scusa della volgarizzazione).
Pur non essendo d’accordo su alcuni passaggi delle Sezioni Unite che fanno emergere, attraverso l’uso di alcune parole, una forma non tanto velata di conservatorismo o “morale”, non si può che essere d’accordo invece sulla mancata titolarità, in capo al nascituro, di nascere solo se sani ovvero di poter richiedere un risarcimento in caso di nascita indesiderata a causa di processi morbosi non dipendenti da un fatto umano.
Più che il richiamo a principi giuridici credo ci si debba richiamare alla pura logica: attraverso un giudizio contrafattuale qualora la madre avesse deciso di non portare a termine la gravidanza non vi sarebbe stato nessun soggetto reclamante. Diverso, invece, sarebbe stato il caso di un nascituro con danni gravi riconducibili, però, al fatto colposo umano, da cui discende, ovviamente, il risarcimento del danno. Infatti la Corte non nega tout court la legittimazione ad agire del nato per fatti colposi accaduti ancora prima della nascita.
Da un punto di vista pratico-giuridico trovo, in verità, molto più interessante l’altro profilo che riguarda essenzialmente il regime della prova: quale dimostrazione deve poter dare la madre per dimostrare che non avrebbe partorito conoscendo le gravi anomalie del feto/nascituro? Sebbene tale regime sia ormai pacifico nella giurisprudenza di legittimità, purtroppo i giudici di merito, vuoi per carenze motivazionali, vuoi per mancata conoscenza concreta della materia, spesso non riescono ad utilizzare efficacemente tali principi di diritto.
Infatti bisogna partire dal presupposto che, se non esistessero le presunzioni semplici, alcuni tipi di prova assurgerebbero a delle prove diaboliche, ovvero impossibili da dare.
Come si potrebbe dimostrare che, se messi a conoscenza delle anomalie genetiche del feto, si sarebbe rifiutata la gravidanza? Sarebbe molto più semplice fornire la prova contraria attraverso la dimostrazione (o allegazione) di un forte sentimento religioso che porta a rifiutare l’aborto.
Sul punto, infatti, giustamente, la Sezioni Unite hanno accolto il ricorso poichè la Corte d’Appello, così come il Tribunale, non ha utilizzato il sistema delle cd. presunzioni semplici, ovvero una prova presuntiva da desumersi in base ai fatti allegati nonchè allre gole statistiche dei casi concreti, ciò che la Corte definisce praesumptio hominis, “che consiste nell’inferenza del fatto ignoto da un fatto noto, sulla base non solo di correlazioni statisticamente ricorrenti […] ma anche di circostanze contingenti, eventualmente anche atipiche, emergent dai dati istruttori raccolti”.
Questa sarà una sentenza che farà discutere, mettendo contro i cd. progressisti con i cd. conservatori. Ma a mio modo di vedere questa non poteva che essere la conclusione.
Cass. Sez. Un. 2015, n. 25767
Posted on 7 settembre 2015 25 novembre 2015 by Studio Legale Colletti
Con la sentenza in commento il Tribunale di Roma, al fine di chiarire ulteriormente la consistenza dell’onere della prova delle parti nei giudizi aventi ad oggetto la responsabilità medico-sanitaria, ha fissato il principio secondo cui è “onere del presunto danneggiato (di) indicare non genericamente quale sia l’inadempimento qualificato che si addebita al medico e/o alla struttura nosocomiale”.
Molto interessante segnalare l’iter argomentativo attraverso il quale il Giudice giunge ad affermare tale principio e, più in particolare, la completezza e l’esaustività utilizzata nel descrivere il quadro normativo e giurisprudenziale che caratterizza la materia della responsabilità medica con stretto riferimento al delicato profilo dell’onere della prova.
Sul punto, il Tribunale osserva come la tormentata evoluzione della disciplina, ben lungi dall’essere compiuta, si collochi “in un contesto sociale in fase di trasformazione, nel quale l’opinione pubblica si è andata sempre più sensibilizzando alle problematiche afferenti alla tutela della salute, anche sulla scia di eventi e casi gravi ed eclatanti, portati alla ribalta dai media, nei quali disfunzioni, ritardi ed errori delle strutture e degli operatori sanitari hanno contribuito ad alimentare un clima di crescente sospetto sul funzionamento e sulla affidabilità del sistema sanitario del Paese”.
Sulla base di tale valutazione, esprime senza reticenza alcuna la sua critica nei confronti dell’assenza dei Governi e dei Legislatori la cui opera, ove resa, ha avuto il demerito di provocare l’esponenziale crescita della c.d. medicina difensiva nonché l’intasamento delle aule di giustizia per il proliferare di cause giudiziarie infondate o di natura meramente esplorativa.
Su queste premesse, mettendo in luce che l’esigenza di tutelare il paziente deve essere adeguatamente contemperata con quella di non aggravare eccessivamente il compimento dell’atto medico e delle prestazioni sanitarie, considerata la loro rilevanza sociale, afferma, nel pieno rispetto della normativa in vigore (art. 2697 c.c.) e in omaggio all’orientamento giurisprudenziale emerso dalle Sezioni Unite Civili, con sentenza dell’11 gennaio 2008 n. 577, il principio secondo cui il creditore/paziente che agisce in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni non può dedurre un inadempimento generico, ma deve allegare un inadempimento qualificato, nel senso di “astrattamente efficiente alla produzione del danno”. In altri termini, deve indicare “specificamente la mancata guarigione o l’aggravamento della patologia di ingresso ed i profili di inadempimento del medico e/o della struttura nosocomiale”. Compete, al contrario, al debitore/medico – struttura sanitaria dimostrare che “l’inadempimento non c’è stato, ovvero che, pur esistendo, non è stato nella fattispecie eziologicamente rilevante nella produzione del danno”.
Per quanto concerne il nesso causale, ripercorrendo il solco tracciato dalla citata sentenza delle Sezioni Unite, ha ribadito che esso si considera sussistente laddove “in mancanza della condotta sanitaria censurabile (ovvero in presenza di una condotta più appropriata ed omessa) i risultati sarebbero stati diversi e migliori (per il paziente) secondo il principio del più probabile che non”.
In applicazione dei richiamati principi, il Tribunale, preso atto della non specificità della allegazione dell’attore, che lamentava inefficienza, inadeguatezza e grave ritardo nella somministrazione delle cure da parte dei sanitari, ha ritenuto non soddisfatto il suo onere di indicare in modo specifico l’inadempimento qualificato e, per l’effetto, ne ha rigettato la domanda.
Posted on 25 agosto 2015 25 novembre 2015 by Studio Legale Colletti
La sentenza in commento, resa dalla prima sezione del Tribunale di Milano in materia di responsabilità medica, si segnala per l’importanza delle innumerevoli questioni affrontate in punto di risarcimento del danno, patrimoniale e non patrimoniale, subito da una paziente vittima di una lesione macropermanente e dai suoi prossimi congiunti.
I passaggi maggiormente interessanti e che in questa sede si è deciso di approfondire concernono due profili: il risarcimento del danno patrimoniale “futuro” subito dalla vittima e la scelta di liquidarlo mediante la costituzione di “rendita vitalizia”; la ritenuta risarcibilità del danno parentale non patrimoniale patito da un prossimo congiunto (nel caso di specie, il fratello) ancorchè “non convivente”.
Con riferimento al primo profilo, il Tribunale Milanese, richiamando Cass. 10072/2010, ha dapprima precisato che il danno patrimoniale “futuro” consiste nella “rilevante probabilità di conseguenze pregiudizievoli” e, in quanto tale, è “immediatamente risarcibile quante volte l’effettiva diminuzione patrimoniale appaia come il naturale sviluppo di fatti concretamente accertati ed inequivocabilmente sintomatici di quella probabilità, secondo un criterio di normalità fondato sulle circostanze del caso concreto”. Successivamente, ha concluso per la sussistenza nel caso di specie (che riguardava una grave lesione celebrale da anossia provocata durante l’intervento), di tale voce di danno stabilendo che il rimborso di tutte le spese da sostenersi per l’assistenza futura doveva essere liquidato e corrisposto ai sensi dell’art. 2057 c.c. attraverso la costituzione ad opera dell’ente ospedaliero di una rendita vitalizia (art. 1872 c.c.) a favore del danneggiato.
Proprio nella scelta inusuale di liquidare il risarcimento patrimoniale futuro sotto forma di costituzione di una rendita vitalizia consiste uno dei tratti maggiormente significativi della pronuncia del Tribunale di Milano che, con questa decisione, adottata sulla base della “oggettiva gravità della situazione di BC, (del) carattere permanente del danno e (del)l’impossibilità di stabilire, in modo oggettivo, una durata presumibile della vita dell’attrice”, si è distinta dalla quasi totalità dei Tribunali che in casi analoghi sono normalmente più propensi a condannare il responsabile civile al pagamento del danno patrimoniale futuro capitalizzandolo al momento della sentenza.
Con riferimento al secondo profilo, ossia quello concernente il diritto ad essere risarcito del danno parentale non patrimoniale (morale) a favore dei congiunti non compresi nella “famiglia nucleare”, il Tribunale, ha dapprima chiarito il significato di tale voce di danno. A tal fine ha richiamato l’orientamento della Suprema Corte secondo cui “affinchè ricorra la tipologia del danno per lesione del rapporto parentale è necessario che la vittima abbia subito lesioni seriamente invalidanti e che si sia determinato uno sconvolgimento delle normali abitudini dei superstiti, tali da imporre scelte di vita radicalmente diverse (cfr. Cass. 8827/2003 e, più recentemente, Cass. 25729/2014), e ha specificato che “il fatto illecito, (…) dà luogo a danno non patrimoniale, consistente nella perdita del rapporto parentale, quando colpisce soggetti legati da un vincolo parentale stretto, la cui estinzione lede il diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che connota la vita familiare nucleare”.
In applicazione dei richiamati principi, e senza negare operatività alla regola secondo cui la convivenza vada intesa “quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali” (Cass. civ., sez. III, 16 marzo 2012, n. 4253; conf. Cass. civ., sez. III, 23 giugno 1993, n. 6938), il Tribunale ha tuttavia stabilito che il requisito della convivenza debba essere inteso quale “elemento puramente indiziario superabile alla presenza di dati concreti ben più significativi, tutti dimostrati nel caso di specie”.
Coerentemente con le valutazioni espresse, il Giudice ha accordato tale diritto al risarcimento anche ad un fratello della vittima, ancorchè “non convivente”, sul presupposto della ritenuta sussistenza di un fortissimo legame affettivo deducibile da una serie di elementi concreti (nella fattispecie, la circostanza che questi, all’epoca dei fatti, pur risiedendo e lavorando negli Stati dagli Stati Uniti, decideva di tornare in Italia e di lasciare il lavoro per dedicarsi completamente all’accudimento della sorella, in favore della quale, peraltro, prestava anche l’ufficio di amministratore di sostegno).
Posted on 18 agosto 2015 25 novembre 2015 by Studio Legale Colletti
Con la sentenza in commento la Cassazione è tornata ad occuparsi di responsabilità medica con particolare riguardo alla fonte, alla struttura e alle connesse implicazioni del diritto al consenso informato, fissando il principio secondo cui possono esservi danni risarcibili anche nel caso in cui l’atto medico non assentito non abbia recato danno alla salute del paziente.
Da queste premesse deriva che l’esito, anche positivo, dell’atto medico sulla salute del paziente e dunque la non configurabilità di una violazione del relativo diritto, non esclude la lesione del diritto all’autodeterminazione, da intendersi come un vero e proprio diritto inviolabile della persona, costituzionalmente tutelato dagli artt. 2, 13 e 32, e la cui violazione è suscettibile di produrre autonomi danni-conseguenza non patrimoniali, ben diversi dalla menomazione dell’integrità psico-fisica della persona e, in quanto tali, autonomamente risarcibili rispetto a quest’ultima.
Il principio su esposto è stato elaborato nella vicenda che interessava un chirurgo che, dopo aver informato e ottenuto il consenso della paziente in merito ad un intervento di “asportazione di cisti ovarica”, sulla base di un referto istologico che aveva indotto una diagnosi di adenocarcinoma, ne aveva eseguito, senza ottenerne un nuovo consenso, uno completamente diverso, e ben più radicale, consistente in “una laparotomia, una isterectomia totale, una anessectomia bilaterale, una appendicectomia ed omentectonia”. Ancorchè l’intervento fosse stato eseguito in modo ineccepibile, determinando la guarigione della paziente, quest’ultima lamentava che tale l’esito terapeutico fausto le avesse, tuttavia, comportato il sacrificio, del tutto inconsapevole (anche se inevitabile da un punto di vista tecnico), di vari organi interni e della sua stessa capacità riproduttiva. Per tali ragioni agiva in giudizio per il risarcimento dei danni patiti.
Non trovando la sua richiesta accoglimento né in primo, nè in secondo grado, sul presupposto che, a parere dei giudici di merito, dovesse escludersi che le denunciate menomazioni, indispensabili ai fini della sua guarigione, potessero rappresentare una “conseguenza dannosa immediata e diretta della condotta inadempiente dei sanitari” (e dovendosi, al contrario, ritenere che l’intervento avesse sortito un miglioramento del suo stato di salute), la stessa invocava l’intervento della Cassazione.
I Supremi giudici, in parziale accoglimento del ricorso, ribadiscono che “la possibilità di scegliere di non sottoporsi all’intervento è una eventualità che è preservata dal diritto al consenso informato”, un diritto consistente “nella facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla in tutte le fasi della vita, ivi compresa quella terminale”, con la conseguenza che se il paziente viene sottoposto ad un intervento su cui non ha espresso preventivamente il suo consenso, il buon esito non è di per se idoneo e sufficiente ad eliminare i danni conseguenti poiché “il beneficio tratto dall’esecuzione dell’intervento in queste ipotesi non ‘compensa’ la perdita della possibilità di eseguirne uno meno demolitorio e nemmeno uno che, se eseguito da altri, avrebbe provocato meno sofferenza”.
Posted on 11 agosto 2015 25 novembre 2015 by Studio Legale Colletti

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