Source: http://www.ratiolegisweb.it/2018/01/03/la-configurabilita-della-circostanza-aggravante-prevista-dallart-7-del-decreto-legge-13-maggio-1991-n-152-convertito-in-legge-12-luglio-1991-n-203-cass-pen-sez-v-sent-26-10-2017-n-49/
Timestamp: 2020-07-07 16:02:02+00:00

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La configurabilità della circostanza aggravante prevista dall’art.7 del decreto legge 13 maggio 1991 n.152, convertito in legge 12 luglio 1991 n.203 (Cass. pen. Sez. V, Sent. 26.10.2017, n. 49234) – Ratio Legis
HomeGiurisprudenzaLa configurabilità della circostanza aggravante prevista dall’art.7 del decreto legge 13 maggio 1991 n.152, convertito in legge 12 luglio 1991 n.203 (Cass. pen. Sez. V, Sent. 26.10.2017, n. 49234)
di dott. Procolo Ascolese – Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione, allineandosi alla più recente giurisprudenza di legittimità in tema di aggravante ad effetto speciale ex articolo 7 del decreto legge 13 Maggio 1991, n. 152, convertito nella legge 12 Luglio 1991, n. 203, ha rilevato come, ai fini della configurabilità di detta circostanza, la condotta delittuosa commessa allo scopo di agevolare l’attività delle associazioni previste dall’articolo 416bis c.p. debba tradursi in un concreto apporto all’organizzazione mafiosa (o camorristica) vista nel suo complesso, non potendo bastare, sul piano della gravità indiziaria, la circostanza che il delitto sia stato commesso attraverso una condotta destinata a rispondere ad interessi particolari di singoli componenti il sodalizio criminale.
La sussistenza della condotta di agevolazione di cui alla citata norma, in altri termini, deve essere valutata in modo rigoroso e di tale valutazione deve recare traccia la motivazione posta a fondamento dell’ordinanza emessa dal Tribunale in funzione di Giudice del riesame, che deve dar conto dei concreti vantaggi ricevuti dall’associazione mafiosa considerata nella sua globalità, a prescindere dalla circostanza storica che ne abbiano beneficiato soprattutto alcuni soggetti interni all’organizzazione medesima.
Così come a rendere il provvedimento giudiziario sorretto da adeguato supporto motivazionale non potrebbe ritenersi sufficiente il mero riferimento a una possibile coincidenza fra interessi di singoli associati e interessi più generali del sodalizio criminale.
È appena il caso di rilevare che la circostanza aggravante ad effetto speciale del metodo e/o dell’agevolazione mafiosa, di cui all’art. 7 D.L. 13 Maggio 1991, n. 152, convertito nella L. 12 Luglio 1991, n. 203, fu introdotta nello sforzo di potenziare la lotta al fenomeno della criminalità organizzata, reprimendo più aspramente i delitti puniti con pena (inflitta in concreto) diversa dall’ergastolo, commessi con modalità o per finalità mafiose, vale a dire mediante un modus operandi che, nella sua corrispondenza a quello tipico di coloro che appartengono ad associazioni di stampo mafioso, esprima finalità collaborative o di contiguità a queste ultime, anche in assenza di un inserimento organico del soggetto agente al loro interno.
Con il citato art. 7, infatti, il legislatore ha tenuto “conto che la stabilità della presenza di associazioni criminose nel tessuto sociale imprime un carattere metodologico obiettivo alla forza di intimidazione propria del vincolo associativo e, correlativamente, alla condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, sicché […]” (1) l’aggravante in parola può configurarsi anche a carico di chi non sia affiliato a un’associazione di tipo mafioso.
In dottrina si è acutamente osservato come, nell’ambito del dettato normativo dell’art. 7, comma 1°, della L. 12 Luglio 1991, n. 203, sia possibile distinguere due diverse circostanze aggravanti: quella costituita dal reato commesso avvalendosi del cd. metodo mafioso e quella costituita dal reato commesso al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dall’articolo 416 bis del codice penale (cd. agevolazione mafiosa). (2)
Per quanto riguarda la prima di dette ipotesi (vale a dire quella del c.d. metodo mafioso), l’aggravante in parola è destinata a configurarsi per il solo fatto che l’agente operi illecitamente attraverso la tipica minaccia o violenza mafiosa, la cui particolare efficacia deriva dal manifestarsi come espressamente riconducibile a quei famigerati sodalizi criminosi dediti ad attività delittuose spietate e cruente.
Va precisato, tuttavia, che, sebbene l’agente non faccia parte di un’associazione mafiosa (o camorristica), è pur sempre necessario, affinché possa configurarsi l’aggravante del metodo mafioso, che egli si avvalga “in concreto” della peculiare forza di intimidazione derivante dal riferimento ad associazioni del genere, quantomeno mediante la prospettazione dell’intervento dei suoi esponenti, di modo che la vittima sia indotta a ritenere che lo stesso sia effettivamente sostenuto da un gruppo criminale di calibro mafioso. (3)
Emblematico, sul punto, un caso giudiziario in cui è stata esclusa la sussistenza dell’aggravante in esame (4) proprio sul presupposto che, pur avendo l’imputato utilizzato la tipica intimidazione mafiosa e fatto espresso riferimento – al fine di intimorire la vittima – ad alcuni soggetti di vertice di una determinata consorteria mafiosa, non fosse stata dimostrata la “serietà” dell’evocazione di tale sodalizio da parte dell’imputato, in carenza di elementi dimostrativi sia dei rapporti di quest’ultimo con i suindicati soggetti, sia, conseguentemente, delle concrete possibilità che il gruppo mafioso evocato potesse sostenere la pretesa avanzata dall’agente.
Con tale decisione, in particolare, è stata rilevata l’impossibilità di trarre dal complesso delle risultanze processuali elementi tali da escludere che la condotta dell’imputato potesse rappresentare una semplice “millanteria” usata per incutere maggior timore, in carenza di circostanze comprovanti “un’effettiva collocazione dell’imputato in un’orbita mafiosa ovvero una effettiva possibilità che il gruppo mafioso da lui evocato intervenisse in qualche modo per sostenere la pretesa del predetto”.
Così come, in qualche decisione (5) la sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 della L. 12 Luglio 1991, n. 203, è stata esclusa in ragione del riscontrato deficit di elementi probatori che consentissero di ritenere la condotta dell’imputato come posta in essere in maniera non occasionale e per scopi illeciti non esclusivamente propri.
Nella forma del c.d. metodo mafioso, l’aggravante in esame si configurerebbe invece qualora, per esempio, l’agente minacciasse, in presenza di più persone, il titolare di un esercizio commerciale all’interno dello stesso, ostentando la sua – ancorché meramente asserita – appartenenza a un’associazione mafiosa notoriamente attiva nella zona in cui il destinatario della minaccia svolge la sua attività commerciale e, quindi, facendo riferimento alla forza di intimidazione di tale sodalizio, quand’anche l’autore della minaccia non fosse organicamente inserito nell’ambito di detta organizzazione: in tal modo, infatti, l’agente porrebbe in essere, nel proferire la minaccia, una condotta idonea a richiamare alla mente e alla sensibilità della vittima il comportamento comunemente ritenuto proprio di quanti appartengono alla tipica associazione di cui all’articolo 416 bis del codice penale.
Giova rilevare, invero, che, in presenza dei presupposti di applicabilità previsti dall’art. 7 in esame, la circostanza in esame, è destinata ad aggravare qualsiasi delitto punito con sanzione diversa dall’ergastolo e commesso avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416 bis del codice penale, ovvero al fine di agevolare l’attività dell’associazione prevista da tale norma.
La configurabilità dell’aggravante de qua passa, in particolare, attraverso un’intimidazione che sia intrisa di peculiare potenzialità persuasiva, tenuto conto della forza di intimidazione del vincolo associativo di cui il soggetto agente si avvalga; affinché la stessa possa ritenersi sussistente, inoltre, è necessario che la persona offesa si trovi di fronte a comportamenti concreti e specifici, posti in essere dall’agente allo scopo di strumentalizzare l’appartenenza a un’organizzazione di tipo mafioso e di mostrarsi come in grado di far leva, in ogni momento, sulla forza derivante dal vincolo associativo, in modo da ridurre la vittima a una potente condizione di assoggettamento e di omertà.
Anche il vincolo di parentela con personaggi inseriti in contesti mafiosi, del resto, potrebbe rilevare ai fini della sussistenza dell’aggravante in argomento, purché l’agente ponga in essere comportamenti specificamente preordinati alla strumentalizzazione di tale vincolo (giacchè, in caso contrario, non potrebbe certo configurarsi detta circostanza).
A titolo esemplificativo, potrebbe ipotizzarsi il caso in cui l’agente eserciti continue pressioni sul titolare di una determinata attività commerciale affinché quest’ultimo contatti persone all’agente legate da rapporto di parentela, sottolineando sia la vicinanza delle stesse a un noto mafioso, sia la circostanza che la zona dove è ubicato il negozio della vittima sia controllata dal predetto: in tal caso, infatti, si tratterebbe di comportamenti che la persona offesa non potrebbe non percepire come riconducibili al relativo sodalizio criminoso.
Non può sfuggire, invero, che la prima ipotesi contemplata dal citato art. 7 (utilizzazione del c.d. “metodo mafioso”) differisce evidentemente da quella prevista dall’art. 628, comma 3°, n. 3), del codice penale, non realizzandosi necessariamente attraverso l’appartenenza a organizzazioni criminose di tipo mafioso: basta che la violenza o la minaccia assumano connotazioni mafiose, in ragione della prospettazione della loro “provenienza da un tipo di sodalizio criminoso dedito a molteplici ed efferati delitti”. (6)
Ne deriva l’assoluta irrilevanza, ai fini della sussistenza dell’aggravante del ricorso al “metodo mafioso”, della presenza nella realtà fenomenica del sodalizio a cui l’agente si riferisca, ben potendo trattarsi anche si associazione meramente “presumibile” (7): in altri termini, perché si configuri la prima aggravante (utilizzazione del “metodo mafioso”), basta l’evocazione del potere intimidatorio che promani, nell’ambito di un determinato contesto territoriale, da un’associazione di tipo mafioso e, quindi, la strumentalizzazione da parte dell’agente delle condizioni di assoggettamento e di omertà che caratterizzano il relativo tessuto sociale.
La seconda ipotesi prevista dall’art. 7 della L. 12 Luglio 1991, n. 203 (l’ipotesi, cioè, della cd. agevolazione mafiosa), invece, consistendo nella commissione del reato al fine di agevolare l’attività di un’associazione di tipo mafioso, comporta la necessità che quest’ultima esista realmente, non essendo seriamente pensabile un aggravamento della pena per avere l’agente favorito un sodalizio meramente immaginario.
Affinché si configuri, infatti, l’aggravante de qua, è necessario, nell’ipotesi di delitto commesso per agevolare l’attività di un’organizzazione di tipo mafioso, che il comportamento dell’agente risulti presidiato dal dolo specifico di favorirla, nel senso che tale finalità deve costituire l’obiettivo “diretto” della condotta, non assumendo alcuna rilevanza i possibili vantaggi indiretti o il semplice scopo di favorire un esponente di vertice del sodalizio, a meno che non sia dimostrata l’effettiva e immediata coincidenza degli interessi di quest’ultimo con quelli dell’associazione mafiosa. (8)
Relativamente all’ipotesi della c.d. agevolazione mafiosa, per esempio, l’aggravante in esame si configurerebbe qualora l’agente commettesse una serie di furti con il dolo specifico di consentire a una determinata associazione mafiosa di continuare ad operare, acquistando armi o facendo fronte ad altre specifiche esigenze del sodalizio.
Superfluo sottolineare, a questo punto, la possibile compresenza, in concreto, di entrambe le ipotesi previste dall’articolo di legge in esame (delitti commessi sia con il ricorso al c.d. “metodo mafioso”, sia “al fine di agevolare un’associazione mafiosa”): basterebbe considerare, a titolo esemplificativo, l’attività delittuosa commessa dall’agente all’interno di un più ampio contesto di attività svolte da un’associazione mafiosa che operi diversificando i suoi interessi economici, mediante la consumazione di reati di diversa natura, quali furti, estorsioni, traffico di sostanze stupefacenti e via discorrendo.
In casi del genere, infatti, l’aggravante in parola sussisterebbe indubbiamente sia nella forma del ricorso al metodo mafioso, sia in quella dell’agevolazione dell’attività di un’organizzazione mafiosa, giacché i proventi dei pur diversi delitti potrebbero, nel contempo, rilevare sia quale frutto dell’evocazione del potere intimidatorio derivante dal sodalizio, sia quale strumento utilizzato per il perseguimento dei suoi scopi.
Val la pena di segnalare che, per quanto riguarda l’ipotesi del delitto commesso utilizzando il “metodo mafioso”, la Corte di Cassazione, annullando una sentenza affermativa della sussistenza della citata circostanza aggravante in base al comportamento dei dipendenti di un cantiere edile (che avevano ottemperato al mero invito dell’imputato di sospendere i lavori), ha avuto modo di precisare come le connotazioni mafiose del metodo utilizzato per commettere un delitto non dipendano dalla mera reazione delle vittime alla condotta dell’agente, essendo legate all’obiettiva idoneità del comportamento assunto da quest’ultimo ad esercitare una particolare coartazione psicologica sulla vittima, con i caratteri propri dell’intimidazione derivante dal sodalizio criminale evocato. (9)
Giova rilevare, inoltre, che la circostanza aggravante in parola (sia nella forma dell’utilizzazione del metodo mafioso, sia in quella dell’agevolazione mafiosa), pur presentando profili di affinità con gli elementi costitutivi del reato previsto e punito dall’articolo 416 bis del codice penale, può sussistere anche senza che, nel contempo, sia contestato tale delitto: infatti, ai fini della configurabilità della citata aggravante, ciò che rileva è la consumazione del reato attraverso la metodologia criminale tipica delle associazioni mafiose.
Controversa, invece, è l’applicabilità della circostanza aggravante in esame nei confronti di soggetti interni alle associazioni di cui all’articolo 416 bis del codice penale relativamente ai così detti “delitti – fine”.
Sul punto, infatti, si rileva che le Sezioni Unite (10), oltre che parte della dottrina (11), sostengono l’applicabilità delle due ipotesi (sia, cioè, quella dell’impiego del metodo mafioso nella commissione dei singoli reati, sia quella della finalità di agevolare, con il delitto posto in essere, l’attività dell’associazione per delinquere di stampo mafioso) previste dalla circostanza aggravante di cui all’art. 7 L. 12 Luglio 1991, n. 203, anche ai “delitti – fine” commessi da soggetti interni all’associazione mafiosa.
Per quanto riguarda, invece, la possibilità che la circostanza aggravante di cui al citato art. 7 trovi applicazione anche rispetto alla fattispecie di scambio elettorale politico – mafioso di cui all’articolo 416 ter del codice penale, si ritiene che tale applicabilità vada esclusa in relazione all’ipotesi del ricorso al metodo mafioso, giacché quest’ultimo rappresenta un elemento costitutivo del suindicato delitto e, come tale, vi rimarrebbe assorbito ai sensi dell’articolo 84 del codice penale, laddove, invece, si ritiene che l’aggravante in esame possa senz’altro applicarsi alla diversa ipotesi di reato commesso allo scopo di agevolare un’associazione mafiosa, qualora l’agente abbia posto in essere la condotta (di cui all’articolo 416 ter del codice penale) al fine di agevolare l’associazione di cui all’articolo 416 bis del codice penale.
Si è, tuttavia, osservato che la fattispecie di scambio elettorale politico – mafioso, non richiedendo né l’effettivo ricorso alla prevaricazione mafiosa, né la finalità di agevolare il sodalizio criminoso, sarebbe sempre suscettibile di aggravamento sanzionatorio ex. 7 della L. 12 Luglio 1991, n. 203. (12)
Tanto più quando si consideri che la ratio dell’aggravante in parola non è soltanto quella di punire più efficacemente coloro che commettono reati con il ricorso a metodi mafiosi (o camorristici) o al fine di agevolare le associazioni mafiose, ma quella di contrastare in modo maggiormente incisivo (attesa la loro maggiore pericolosità e determinazione criminosa) l’atteggiamento di quanti, a prescindere dall’effettiva partecipazione a reati associativi, si comportino “da mafiosi” (o da camorristi), oppure ostentino in modo provocatorio un comportamento idoneo a esercitare sulla loro vittima la coartazione e l’intimidazione derivanti dal riferimento alle organizzazioni mafiose (o camorristiche). (13)
In altri termini, attraverso la circostanza aggravante di cui all’art. 7 L. 12 Luglio 1991, n. 203, il Legislatore ha inteso reprimere il metodo delinquenziale mafioso utilizzato anche dal delinquente individuale, sul presupposto dell’esistenza, in una determinata zona, dell’associazione di cui all’articolo 416 bis del codice penale. (14)
Giova rilevare, a questo punto, che la citata aggravante rientra nel novero di quelle ad effetto speciale, vale a dire di quegli eventi accidentali aggiuntivi rispetto agli elementi costitutivi del reato espressamente definiti dall’articolo 63, comma 3°, ultima parte, del codice penale come quelli «che importano un aumento o una diminuzione della pena superiore ad un terzo».
Come è noto, infatti, con la riforma del citato articolo 63 del codice penale, avvenuta con la L. 31 Luglio 1984, n. 400, è stata introdotta, in materia di concorso omogeneo, la distinzione fra circostanze ad effetto comune, da un lato, e circostanze con pena di specie diversa e ad effetto speciale, dall’altro: diversamente dalle prime, in presenza delle quali l’articolo 63, comma 2°, del codice penale impone l’applicazione degli aumenti o delle diminuzioni sulla quantità di pena «risultante dall’aumento o dalla diminuzione precedente», con facoltà di procedere con il computo a cominciare da una qualsiasi fra quelle a effetto comune, le circostanze a effetto speciale o con pena di specie diversa, invece, sono computate con priorità rispetto alle altre, in modo che sulla sanzione penale così incrementata o diminuita si proceda per determinare gli ulteriori aumenti o le ulteriori diminuzioni derivanti dall’applicazione di circostanze a effetto comune; la compresenza di più circostanze a effetto speciale o con pena di specie diversa, invece, comporta l’applicazione della sola pena stabilita tenendo conto della circostanza a effetto speciale più grave, ma il giudice può aumentarla fino a un terzo. (15)
Pacifica è la natura oggettiva della circostanza aggravante di cui all’art. 7 L. 12 Luglio 1991, n. 203, nell’ipotesi di delitto commesso allo scopo di agevolare un’associazione mafiosa: essa si trasmette, pertanto, a tutti i concorrenti nel reato, purché il “fine di agevolare l’associazione mafiosa” sussista almeno in capo a uno soltanto dei concorrenti nello stesso reato, rilevando, per gli altri soggetti concorrenti, solo l’aspetto conoscitivo, ai sensi dell’articolo 59, comma 2°, del codice penale. (16)
È appena il caso di osservare come l’aggravante in parola si estenda, in particolare, anche al soggetto affiliato all’organizzazione criminale che la condotta dell’agente abbia favorito: a tale conclusione è pervenuta, del resto, la giurisprudenza di legittimità in relazione al caso di alcuni sanitari addetti ad istituti penitenziari che avevano sistematicamente falsificato certificati medici, al fine di procurare la scarcerazione di persone affiliate ad organizzazioni camorristiche. (17)
Val la pena di soggiungere che, in qualche caso, proprio in ragione della natura oggettiva dell’aggravante in esame, la giurisprudenza di merito ha esteso la stessa anche a soggetti che erano soliti accompagnarsi all’imputato, del quale essi non potevano, ad avviso dei giudicanti, ignorare l’appartenenza a una determinata associazione camorristica. (18)
La Corte di Cassazione, inoltre, ha chiarito che la circostanza aggravante prevista dal citato art. 7 è compatibile con quella di cui all’art. 629, comma 2°, del codice penale (consistente, in virtù del rinvio all’art. 628 del codice penale, nella violenza o minaccia posta in essere da soggetto appartenente ad associazione mafiosa), giacché “per l’applicazione di quest’ultima aggravante, è sufficiente l’uso della violenza o minaccia e la provenienza di questa da soggetto appartenente ad associazione mafiosa, senza necessità di accertare in concreto le modalità di esercizio della suddetta violenza o minaccia, né in particolare, che esse siano attuate utilizzando la forza intimidatrice derivante dall’appartenenza dell’agente al sodalizio mafioso, mentre, nel caso della prima aggravante, pur non essendo necessario che l’agente appartenga al predetto sodalizio, occorre tuttavia accertare in concreto che l’attività criminosa sia stata posta in essere con modalità di tipo mafioso”. (19)
Non è inopportuno, a questo punto, rilevare come il tema sia stato inizialmente oggetto di consistenti oscillazioni giurisprudenziali, in ragione del riferimento, sia nell’articolo 628, comma 3°, del codice penale, sia nell’articolo 7 della legge 12 luglio 1991, n. 203, all’articolo 416 bis del codice penale: secondo un indirizzo giurisprudenziale (20), infatti, le due suindicate aggravanti sarebbero fra loro incompatibili, giacché, considerato l’esercizio del metodo mafioso come connaturato all’essere mafioso, la circostanza aggravante di cui all’articolo 7 della legge 12 luglio 1991, n. 203, troverebbe applicazione soltanto nell’ipotesi di reato commesso da soggetto estraneo all’associazione di tipo mafioso, che si avvalga delle condizioni previste dall’articolo 416 bis del codice penale o al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dal medesimo articolo.
Secondo un diverso indirizzo giurisprudenziale (21), invece, la circostanza aggravante di cui all’articolo 7 della legge 12 luglio 1991, n. 203, sarebbe compatibile con quella prevista dall’articolo 628, comma 3°, n. 3), del codice penale (a cui fa riferimento l’articolo 629, comma 2°, del codice penale), giacché, diversamente da quest’ultima, che implica l’appartenenza dell’autore dell’estorsione all’organizzazione di cui all’articolo 416 bis del codice penale, la prima consiste o nell’avvalersi delle condizioni previste dalla suindicata norma del codice penale, oppure nello scopo di agevolare l’attività di associazioni mafiose.
Intervenute sulla questione, le Sezioni Unite (22), hanno aderito alla tesi della compatibilità fra le due citate aggravanti e rilevato come non sussista, in tal caso, la figura del reato complesso di cui all’articolo 84 del codice penale; norma, questa, che, presupponendo l’assorbimento in un’unica fattispecie criminosa di diversi e autonomi fatti – reato, non può trovare applicazione qualora un illecito penale sia considerato solo in ragione del suo collegamento con un altro reato.
In altri termini, diversamente dall’aggravante di cui all’articolo 7 della legge 12 luglio 1991, n. 203, la cui configurabilità richiede che l’agente, pur non appartenendo a un’associazione mafiosa, ponga in essere l’attività delittuosa con modalità di tipo mafioso, l’aggravante di cui all’articolo 628 comma 3°, n. 3), del codice penale si configura in presenza di condotta violenta o minacciosa proveniente da soggetto interno ad associazione mafiosa, anche senza che quest’ultimo ricorra, in concreto, alla forza intimidatrice derivante dall’appartenenza dello stesso a tale associazione. (23).
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 articolo 7
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 articolo 63
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