Source: https://www.laleggepertutti.it/133152_mantenimento-lex-moglie-puo-far-sequestrare-la-casa-del-marito
Timestamp: 2018-10-18 14:53:02+00:00

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Mantenimento: ex moglie può far sequestrare casa del marito
Mantenimento: l’ex moglie può far sequestrare la casa del marito
Separazione e divorzio: sì alla richiesta di sequestro dell’immobile come garanzia del pagamento dell’assegno di mantenimento.
In attesa che esca la sentenza di divorzio a stabilire l’importo dell’assegno di mantenimento che l’uomo dovrà versare all’ex moglie, quest’ultima può chiedere il sequestro dei suoi beni immobili a garanzia del futuro pagamento. Ma ciò solo se riesce a dimostrare il serio pericolo che, nel frattempo, i beni del marito possano sparire da un momento all’altro. È quanto ricorda il Tribunale di Torino con una recente ordinanza [1].
Una crisi economica, un momento di difficoltà lavorativa, la riduzione dello stipendio o l’improvvisa disoccupazione possono mettere in ginocchio un uomo. Ma è proprio questo il campanellino d’allarme che può far rizzare le antenne dell’ex moglie che accampa il diritto a essere mantenuta: e poiché prevenire è meglio che curare, quest’ultima può attivarsi immediatamente affinché il tribunale metta subito sotto sequestro i suoi beni. Ciò onde evitare che la casa, un terreno, ecc. possano essere venduti e, successivamente, i soldi occultati alla donna. Ma attenzione: perché si possa agire in questo senso non c’è bisogno che il giudice abbia già determinato l’ammontare dell’assegno di mantenimento; poiché la sentenza di divorzio potrebbe arrivare anche dopo qualche anno, si può agire anche subito, in corso di processo.
Momento di difficoltà per il marito che perde il lavoro e ammette di avere i conti in rosso. Lui lo dice per spingere al ribasso l’importo del mantenimento che il giudice gli imporrà di versare all’ex moglie. E invece, così facendo, si tira una zappata sui piedi. Possibile? Sì, perché la moglie intravede in ciò il rischio di rimanere senza pagamento del mantenimento e, per questo motivo, è comprensibile e legittima – secondo i giudici – la sua richiesta di sequestro conservativo relativamente ad alcuni immobili di proprietà dell’uomo.
Sequestro conservativo se il mantenimento è a rischio
Tutte le volte in cui è fortemente ed obbiettivamente a rischio il pagamento del mantenimento, il soggetto beneficiario di tali somme può richiedere al tribunale il «sequestro conservativo» di uno o più beni immobili del coniuge obbligato al versamento. Ovviamente, i timori (manifestati in questo caso dalla donna) devono avere un concreto fondamento e non devono essere solo il frutto di una paura personale, seppur dettata dall’esperienza e dalla conoscenza del carattere dell’ex. In questo, però, si può sfruttare l’errore processuale della controparte che, per non vedersi condannato al pagamento del mantenimento o per ottenere un importo minimo, piange miseria davanti al giudice, autodenunciando la propria misera situazione economica. Ed è proprio questa ammissione che può servire al precedente consorte per dimostrare il fondato pericolo di perdere il mantenimento.
Nel caso di specie, infatti, l’uomo aveva spiegato di aver subito «una riduzione del lavoro» e quindi «del reddito», tanto da essere stato costretto ad «attivarsi per la riduzione delle spese di locazione», mettendo anche «in vendita la ex casa coniugale». Legittimo, quindi, parlare di «indigenza». Per questo, appare comprensibile il timore della donna per l’eventualità che «possa essere dispersa ogni garanzia patrimoniale a presidio del regolare adempimento futuro dell’obbligo di mantenimento».
[1] Trib. Torino, ord. 1.08.2016.
Tribunale di Torino, sez. Ottava Civile, sentenza 22 giugno 2016
Giudice Peila
In via preliminare si conferma integralmente l’ordinanza istruttoria resa in corso di causa dal precedente g.i. di rigetto delle richieste di prova formulate dalle parti in considerazione della natura documentale della controversia (oltreché per l’inammissibilità dei capi dedotti in quanto formulati in termini generici e valutativi).
Il precedente g.i. aveva altresì sollecitato le parti a prendere posizione in merito all’applicazione al caso di specie del disposto di cui all’art. 1976 c.c.
In merito, la Suprema Corte ha chiarito che “l’inammissibilità della risoluzione della transazione per inadempimento sancita dall’art.1976 c.c., nel caso in cui il rapporto preesistente sia stato estinto per novazione (salvo che il diritto alla risoluzione sia stato espressamente stipulato), non esige un’apposita eccezione della parte interessata, poiché attiene all’esistenza delle condizioni dell’azione, che il giudice deve rilevare anche d’ufficio (Cass. civ., Sez. III, 7 novembre 2003, n. 16715).
Questo giudice condivide l’inquadramento giuridico effettuato dal precedente g.i. e ritiene pertanto applicabile alla fattispecie la disposizione di cui all’art. 1976 c.c. essendo la domanda di parte attrice volta alla dichiarazione della risoluzione per inadempimento del contratto “a causa familiare”, e precisamente degli accordi assunti nel verbale di separazione consensuale in data 24 gennaio 2006 (doc. 2; art. 5: impegno della sig.ra ad “utilizzare integralmente la somma di 230.000,00 di cui ai punti 4.1. e 4.2 nell’acquisto dell’immobile che verrà intestato al figlio per la sola nuda proprietà, con usufrutto riservato alla sig.ra “).
Pare utile richiamare il principio di diritto affermato dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 4647 del 1994, secondo cui “anche nella disciplina dei rapporti patrimoniali tra i coniugi è ammissibile il ricorso alla transazione per porre fine o per prevenire l’insorgenza di una lite tra le parti, sia pure nel rispetto dell’indisponibilità di talune posizioni soggettive, ed e configurabile la distinzione tra contratto di transazione novativo e non novativo, realizzandosi il primo tutte le volte che le parti diano luogo ad un regolamento d’interessi incompatibile con quello preesistente, in forza di un a previsione contrattuale di fatti o di presupposti di fatto estranei al rapporto originario” (Cass. civ., Sez. I, 11 dicembre 1993, n. 4647).
La fattispecie sottoposta al vaglio della Suprema Corte era analoga a quella in esame, ossia una transazione con la quale il marito si obbligava espressamente, in vista della separazione consensuale, a far conseguire alla moglie la proprietà di un appartamento in costruzione, allo scopo di eliminare una situazione conflittuale tra le parti, ed i giudici di legittimità hanno confermato la decisione di merito che aveva qualificato l’accordo alla stregua della transazione novativa e, quindi, non suscettibile di risoluzione per inadempimento, a norma dell’art. 1976 c.c.
Nella motivazione, la Suprema Corte richiama la giurisprudenza relativa alla transazione novativa e ne afferma la compatibilità con la tutela del regime patrimoniale della famiglia, essendo la convenzione raggiunta in sede di separazione consensuale volta alla composizione del conflitto dei coniugi.
Sulla base della stessa prospettazione dei fatti illustrata dalle parti, ossia una situazione di elevata conflittualità della coppia, non vi è dubbio che l’accordo raggiunto innanzi al Presidente del Tribunale in data 24 gennaio 2006 fosse volto alla composizione della lite in essere, con reciproca concessione e con la creazione di una regolamentazione degli interessi assolutamente incompatibile con quello preesistente.
Non si condivide infatti l’assunto della difesa di parte attrice secondo cui “non si può presumere la sussistenza della lite per il fatto che sia stato avviato un procedimento di separazione” perché, al contrario, proprio la decisione di addivenire ad una separazione consensuale denota la previa esistenza di una situazione di convivenza intollerabile, con fallimento del tentativo di conciliazione effettuato proprio all’udienza del 24 gennaio 2006. Peraltro, risulta in via documentale la circostanza secondo cui la dazione della somma di € 230.000,00 non fosse “finalizzata a procurare al figlio la proprietà di un immobile svincolata a rinunce o reciproche concessioni” (pag. 8 note conclusive di parte attrice), bensì fosse stata prevista a fronte della
“rinuncia della sig.ra al diritto di assegnazione sull’immobile familiare, obbligandosi a rilasciare la casa entro il 31.12.2006 ” (punto 6 del verbale di conciliazione, ossia quello successivo all’invocato punto 5 di cui si allega l’inadempimento).
Riassumendo, quindi, la convenzione tra le parti ha certamente realizzato una transazione novativa in quanto il negozio era volto all’eliminazione della situazione conflittuale della coppia (le parti erano già assistite addirittura da due differenti legali), con il riconoscimento di reciproche concessioni che hanno dato vita ad un rapporto giuridico completamente nuovo rispetto al precedente. La sentenza prodotta all’odierna udienza dalla difesa di parte attrice (Tribunale di Milano 21 maggio 2013) non pare conferente al caso di specie perché attiene alla differente questione della possibilità per le parti di inserire negli accordi assunti in sede di separazione personale eventuali impegni al trasferimento di immobili.
Da ciò consegue la dichiarazione di inammissibilità delle domande di parte attrice in applicazione del disposto di cui all’art. 1976 c.c.
Le spese processuali di questo giudizio seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo, tenuto conto del grado di difficoltà della causa e degli incombenti svolti a norma del d.m. n. 55 del 2014, con riduzione della tariffa media perché la questione dell’applicabilità dell’art. 1976 c.c. é stata sollevata d’ufficio dal giudice e la difesa di parte convenuta si è limitata a prestare adesione nelle note conclusive e avuto riguardo alla discussione orale della causa.
il giudice istruttore in funzione di giudice unico, definitivamente pronunciando, disattesa ogni diversa istanza, eccezione e deduzione,
visto l’art. 281 sexies c.p.c. e l’art. 1976 c.c.;
– dichiara inammissibili le domande di parte attrice;
– dichiara, altresì, tenuta e condanna parte attrice al pagamento a favore di parte convenuta delle spese processuali, che liquida, in assenza di nota spese, in € 5.635,00 per competenze professionali (di cui € 1.215,00 per fase di studio, € 775,00 per fase introduttiva, 1.620,00 per fase istruttoria ed 2.025,00) , oltre accessori di legge.

References: sentenza 
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 art. 5
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