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Timestamp: 2017-09-23 10:53:07+00:00

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ADOTTABILITA' MINORE PARAMETRI AVVOCATO BOLOGNA CHIAMA ORA, NON ASPETTARE parametri di valutazione della situazione di abbandono sulla quale fondare la dichiarazione di adottabilità, elaborati dalla giurisprudenza di legittimità possono, in conclusione, essere sinteticamente individuati: a) nel netto favor per la crescita del minore nella propria famiglia; b) nella verifica dell’apprestamento di servizi e strumenti di sostegno al fine di rimuovere o migliorare la situazione di criticità della famiglia del minore; c) nella rigorosa valutazione dell’impossibilità di prestare assistenza materiale e morale al minore al fine di escluderne la transitorietà, e la riconducibilità a fattori causali derivanti da forza maggiore in modo da acquisire la certezza della continuità, stabilità, definitività delle condizioni obiettive e soggettive accertate, anche alla luce della mancata risposta o del rifiuto di accettare gli interventi di sostegno provenienti dai servizi territoriali; | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
ADOTTABILITA’ MINORE PARAMETRI AVVOCATO BOLOGNA CHIAMA ORA, NON ASPETTARE
. Nel suo complesso la decisione della Corte di appare infatti coerente con la giurisprudenza di legittimità in tema di accertamento dello stato di abbandono e della sua non superabilità in tempi compatibili con le necessità di cura e di crescita del minore. Il minore ha il diritto, tutelato dal diritto sovranazionale e, nel nostro ordinamento, dall’art. 1 della legge 4 maggio 1983 n. 184, di crescere nell’ambito della propria famiglia d’origine, che va considerata l’ambiente più idoneo al suo armonico sviluppo psicofisico. Pertanto il giudice di merito deve, prioritariamente, verificare, qualora si manifestino situazioni di grave carenza del ruolo genitoriale, se possa essere utilmente fornito un intervento di sostegno diretto a rimuovere le situazioni di difficoltà o disagio che possono ledere gravemente lo sviluppo del minore. Tuttavia, laddove risulti impossibile, quand’anche in base ad un criterio di grande probabilità, prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore di vivere in uno stabile contesto familiare, è legittimo e corretto l’accertamento dello stato di abbandono (cfr. fra le altre Cass. civ., sezione I, n. 6137 del 26 marzo 2015).
Infatti il diritto del minore ad essere educato nella propria famiglia di origine incontra i suoi limiti là dove questa non sia in grado di prestare, in via non transitoria, le cure necessarie, né di assicurare l’obbligo di mantenere, educare ed istruire la prole, con conseguente configurabilità dello stato di abbandono, il quale non viene meno per il solo fatto che al minore siano prestate le cure materiali essenziali da parte di genitori o di taluno dei parenti entro il quarto grado, risultando necessario, in tal caso, accertare che l’ambiente domestico sia in grado di garantire un equilibrato ed armonioso sviluppo della personalità del minore, senza che, in particolare, la valutazione di idoneità dei medesimi parenti alla di lui assistenza possa prescindere dalla considerazione della loro pregressa condotta, come evidenziato dall’art. 12 della legge 4 maggio 1983, n. 184, che espressamente richiede il mantenimento di rapporti significativi con il minore (Cass. civ., sezione I, n. 16280 del 16 luglio 2015).
14. Nella specie tale accertamento è stato effettuato dai giudici del merito in seguito alla constatazione, oltre che di una evidente incapacità, sia del padre che della madre, a svolgere il proprio ruolo genitoriale, incapacità attestata dalle ripetute relazioni dei servizi sociali e della struttura di assistenza in cui è stato accolto il piccolo S.M.A. , anche da un comportamento di entrambi i genitori chiaramente espressivo della mancanza di volontà di assumere tale compito genitoriale, sia pure all’esito di un percorso di sostegno. In particolare la madre è risultata del tutto dismissiva del proprio ruolo avendo sostanzialmente abbandonato il figlio dopo un breve e non riuscito periodo di convivenza in comunità. Il padre ha chiaramente riconosciuto di non sapere e volere assumere la cura e l’educazione del figlio e ha insistentemente proposto di affidarlo alla sua famiglia in Marocco, dichiarando nello stesso tempo di non avere intenzione di ritornare nel suo paese natio insieme al figlio. Risulta peraltro dalle sentenze dei giudici di merito che i familiari del S. non hanno mai visto il bambino, non sono mai venuti in Italia, neanche in occasione della sua nascita o del delicato intervento chirurgico per malformazione cardiaca cui il piccolo M. è stato sottoposto all’età di quattro mesi. La Corte di appello ha rilevato inoltre che nessuna prova risulta acquisita circa un radicale cambiamento della condizione di vita del S. , coinvolto ripetutamente nell’attività di spaccio di stupefacenti e abitualmente nella dipendenza dalle droghe, come è risultato dagli esami nel corso del periodo di osservazione dei servizi sociali. Né alcuna prova è stata riscontrata dalla Corte di appello del miglioramento della sua situazione abitativa e dell’inizio di una regolare attività lavorativa.
Nella specie tale accertamento è stato effettuato dai giudici del merito in seguito alla constatazione, oltre che di una evidente incapacità, sia del padre che della madre, a svolgere il proprio ruolo genitoriale, incapacità attestata dalle ripetute relazioni dei servizi sociali e della struttura di assistenza in cui è stato accolto il piccolo S.M.A. , anche da un comportamento di entrambi i genitori chiaramente espressivo della mancanza di volontà di assumere tale compito genitoriale, sia pure all’esito di un percorso di sostegno. In particolare la madre è risultata del tutto dismissiva del proprio ruolo avendo sostanzialmente abbandonato il figlio dopo un breve e non riuscito periodo di convivenza in comunità. Il padre ha chiaramente riconosciuto di non sapere e volere assumere la cura e l’educazione del figlio e ha insistentemente proposto di affidarlo alla sua famiglia in Marocco, dichiarando nello stesso tempo di non avere intenzione di ritornare nel suo paese natio insieme al figlio. Risulta peraltro dalle sentenze dei giudici di merito che i familiari del S. non hanno mai visto il bambino, non sono mai venuti in Italia, neanche in occasione della sua nascita o del delicato intervento chirurgico per malformazione cardiaca cui il piccolo M. è stato sottoposto all’età di quattro mesi. La Corte di appello ha rilevato inoltre che nessuna prova risulta acquisita circa un radicale cambiamento della condizione di vita del S. , coinvolto ripetutamente nell’attività di spaccio di stupefacenti e abitualmente nella dipendenza dalle droghe, come è risultato dagli esami nel corso del periodo di osservazione dei servizi sociali. Né alcuna prova è stata riscontrata dalla Corte di appello del miglioramento della sua situazione abitativa e dell’inizio di una regolare attività lavorativa.
sentenza  22 novembre 2013, n. 26204
Nel primo motivo di ricorso viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1 e 8 della legge n. 184 del 1983 nonché degli art. 2 e 3 della Costituzione e degli art. 3,5,7,18,29 della Convenzione di New York del 20 novembre 1989 ratificata con l. 176 del 1991, per avere la Corte d’Appello disatteso il principio fondamentale secondo il quale il minore ha il diritto di crescere di essere allevato in seno alla sua famiglia, dovendosi attivare tutte le risorse per aiutare la famiglia naturale e favorire i legami i sangue. In particolare, secondo la parte ricorrente la sentenza impugnata non ha tenuto conto degli orientamenti della giurisprudenza di legittimità secondo i quali deve preferirsi la crescita del minore nella propria famiglia di origine e, di conseguenza, alla dichiarazione di adottabilità può pervenirsi solo quando, dopo aver sperimentato adeguati interventi di sostegno da parte dei servizi sociali e constatato l’impossibilità d’inserimento presso i prossimi congiunti, si accerti tale impossibilità. Nel caso di specie il rapporto madre-figlio è stato immediatamente interrotto non per cause attribuibili alla ricorrente ma per impedimento dovuto a malattia, la quale non può essere sintomo d’inadeguatezza. Lo stato di abbandono che giustifica la dichiarazione di adottabilità non può essere dichiarata quando la mancanza di assistenza sia dovuta a causa di forza maggiore di carattere transitorio, come è accaduto nel caso di specie. La ricorrente non ha mai inteso abbandonare il figlio né ha dimostrato di tenere comportamenti pregiudizievoli nei confronti del minore. La lieve limitazione all’arto superiore destro non può essere la causa della valutazione d’incapacità ed inadeguatezza genitoriale.
Preliminarmente deve essere disattesa l’eccezione di nullità della sentenza impugnata per la mancanza della nomina officiosa di un legale del minore, contenuta nell’ultima parte del primo motivo di ricorso.
In ordine di priorità logica, deve essere disattesa la dedotta eccezione d’illegittimità costituzionale delle norme che regolano il procedimento volto alla dichiarazione di adottabilità per non aver previsto in caso di genitori stranieri la nomina necessaria di un mediatore culturale o di un interprete. Al riguardo è sufficiente osservare che la necessità costituzionale e convenzionale (art. 10, secondo comma, e 24 Cost. artt. 3, 9, 12, 14, 18, 21 della Convenzione di New York del 20 novembre 1989, ratificata con legge 27 maggio 1991 n. 176; artt. 9 e 10 della Convenzione Europea sui diritti del fanciullo, conclusa a Strasburgo il 25 gennaio 1996 e ratificata con legge 2 marzo 2003, n. 77; art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) della difesa tecnica in favore dei genitori, prevista dall’art. 8, ultimo comma, l. n. 184 del 1983, unita alla prescrizione normativa della nomina di un interprete nell’ipotesi di non comprensione e conoscenza della lingua italiana (art.122 cod. proc. civ.) costituiscono strumenti costituzionalmente adeguati al fine di porre le parti del procedimento in oggetto nella condizione di tutelare i propri interessi nel giudizio. Inoltre la facoltà del giudice di richiedere un’indagine tecnica al fine di integrare mediante contributi provenienti da diverse discipline gli elementi di giudizio necessari, completano il quadro attuativo dei principi del giusto processo nel procedimento in questione. Nell’ipotesi in cui si ritenga, come sostenuto nel caso di specie dalla parte ricorrente, che il giudizio sull’idoneità sia culturalmente orientato da un disvalore verso modelli familiari non “occidentali”, la nomina di consulenti di parte e, come avvenuto, la diretta contestazione dell’erroneità e parzialità della valutazione comparativa svolta nella sentenza impugnata, escludono qualsiasi vulnus al diritto di difesa. Va osservato, infine, che la ricorrente è stata posta in grado di comprendere anche con l’ausilio di terzi da lei prescelti, le scansioni del procedimento.
Rivolti a censurare la validità della pronuncia impugnata sono anche il terzo ed il quarto motivo, nella parte in cui affermano rispettivamente la necessità della nomina di un difensore d’ufficio in primo grado per lo zio materno della ricorrente, comparso in tale fase di giudizio e ne denunciano la illegittima mancata notificazione della pronuncia di primo grado. Le censure, formulate per la prima volta nel presente grado di giudizio devono essere ritenute tardive, dal momento che l’invalidità dedotta non ha ad oggetto un’ipotesi di litisconsorzio necessario predeterminata in via generale ed astratta dalla norma ma il diritto alla partecipazione al giudizio, in mancanza dei genitori, dei parenti entro il quarto grado, “che abbiano rapporti significativi con il minore” (art. 10, secondo comma, e 12, primo comma, l. n. 184 del 1983), Ne consegue che, se, come nella specie, la valutazione del giudice di primo grado sia stata negativa all’esito dell’audizione e non sia stato nominato un difensore d’ufficio o concesso un termine per munirsi di un legale di fiducia, la dedotta lesione del diritto di difesa può astrattamente determinare soltanto una nullità della sentenza di primo grado che deve essere oggetto di specifica impugnazione. Al riguardo la giurisprudenza di questa sezione con orientamento fermo (ex multis Cass. 1840 del 2011) ha affermato che l’audizione dei predetti parenti è doverosa solo se risulti un significativo rapporto con il minore. Ne consegue che deve escludersi nella specie una nullità processuale rilevabile in ogni stato e grado del giudizio ai sensi degli artt. 102 e 354 cod. proc. civ., dal momento che l’audizione e la partecipazione dei parenti fino al quarto grado è condizionata dalla sussistenza di una condizione soggettiva da verificarsi caso per caso. Peraltro, l’art. 10, secondo comma sopra citato e l’art. 12 espressamente richiedono la partecipazione in senso tecnico in giudizio dei parenti predetti soltanto “in mancanza” dei genitori. Nella specie, la ricorrente, genitore del minore è sempre stata parte del giudizio, con conseguente non necessità di una concorrente partecipazione processuale dello zio materno, opportunamente contattato, messo in condizione di essere ascoltato prima dai servizi sociali e successivamente dal giudice di primo grado.
Rimangono da esaminare i primi due motivi del ricorso, correlati con il quarto, nella parte in cui viene contestata, sotto il profilo sostanziale, la mancata considerazione del sostegno offerto dallo zio materno alla ricorrente.
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