Source: http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=124983&pageIndex=0&doclang=IT&mode=req&dir=&occ=first&part=1&cid=5558059
Timestamp: 2019-06-17 01:41:20+00:00

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1. Nella presente causa l’Arbeidsrechtbank te Antwerpen (Tribunale del lavoro di Anversa) (Belgio) chiede alla Corte di stabilire se l’articolo 45 TFUE (2) osti ad una disciplina quale il decreto della Comunità fiamminga del Regno del Belgio, adottato il 19 luglio 1973, che disciplina l’uso delle lingue per i rapporti sociali tra i datori di lavoro e i lavoratori, nonché per gli atti e i documenti delle imprese prescritti dalla legge e dai regolamenti (3) (in prosieguo: il «decreto fiammingo sulla lingua»).
4. La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata sottoposta alla Corte nel contesto di una controversia concernente il versamento di varie somme a seguito di licenziamento tra il sig. Las, cittadino olandese residente nei Paesi Bassi, ma che esercita le proprie attività di lavoro subordinato principalmente in Belgio, e il suo ex datore di lavoro, la PSA Antwerp NV (in prosieguo: la «PSA Antwerp»), società con sede nelle Fiandre appartenente ad un gruppo che opera a livello internazionale.
7. Il decreto fiammingo sulla lingua (6), che forma oggetto della decisione pregiudiziale, è stato adottato sul fondamento dell’articolo 129, paragrafo 1, terzo comma, della Costituzione belga, secondo cui «[i] Parlamenti della Comunità francese e della Comunità fiamminga, ciascuno per quanto di propria competenza, disciplinano con decreto, con esclusione del legislatore federale, l’impiego della lingua per: (...) le relazioni sociali tra i datori di lavoro e i loro dipendenti, così come gli atti e i documenti delle imprese richiesti dalle leggi e dai regolamenti».
8. L’articolo 1, primo comma, del decreto fiammingo sulla lingua definisce l’ambito di applicazione del medesimo nei seguenti termini:
«La presente legge regionale si applica alle persone fisiche e giuridiche che hanno una sede di gestione nella regione linguistica neerlandese [(7)]. Essa disciplina l’uso delle lingue per i rapporti sociali tra i datori di lavoro e i lavoratori, nonché per gli atti e i documenti delle imprese prescritti dalla legge. (…)».
11. L’articolo 10, primo, secondo e quinto comma, dello stesso decreto prevede, a titolo di sanzioni di natura civile, quanto segue:
L’“auditeur du travail” competente, l’agente della Commissione permanente per il controllo linguistico e qualunque persona o associazione che possano dimostrare di avervi un interesse diretto o indiretto possono chiedere la dichiarazione di nullità dinanzi al Tribunale del lavoro del luogo in cui è stabilito il datore di lavoro.
12. Sulla base di una «Letter of Employment» datata 10 luglio 2004 e redatta in inglese (in prosieguo: il «contratto di lavoro»), il sig. Las, cittadino olandese residente nei Paesi Bassi, veniva assunto in qualità di «Chief Financial Officer», a tempo indeterminato, presso la PSA Antwerp (8), società con sede in Anversa (Belgio), ma appartenente ad un gruppo multinazionale che gestisce terminal portuali e ha sede in Singapore. Il contratto di lavoro prevedeva che il sig. Las svolgesse le sue attività lavorative principalmente in Belgio, anche se alcune prestazioni dovevano essere fornite nei Paesi Bassi.
13. Con lettera del 7 settembre 2009, in lingua inglese, il sig. Las veniva licenziato con decorrenza immediata. In applicazione della clausola 8 del suddetto contratto di lavoro, la PSA Antwerp versava al sig. Las un’indennità di preavviso pari a tre mesi di stipendio ed un’indennità supplementare pari a sei mesi di stipendio.
14. Con lettera del 26 ottobre 2009, il legale del sig. Las contestava alla PSA Antwerp il fatto che il contratto di lavoro, e in particolare la sua clausola 8, non era redatto in neerlandese e affermava che detta clausola violava quindi la normativa applicabile. Egli chiedeva il pagamento di un’indennità di preavviso pari a 20 mesi di stipendio, di indennità di ferie arretrata, della gratifica 2008 e della relativa indennità di ferie nonché di un’indennità come saldo per giorni di ferie non utilizzati.
16. Il 23 dicembre 2009 il sig. Las adiva l’Arbeidsrechtbank te Antwerpen per ottenere la condanna della PSA Antwerp a versargli somme notevolmente più elevate di quelle che gli erano state riconosciute. A sostegno delle sue pretese, egli ha affermato in particolare che la clausola 8 del suo contratto di lavoro redatto in inglese era viziata da nullità assoluta, per violazione delle disposizioni del decreto fiammingo sulla lingua che prevedono l’uso del neerlandese nelle imprese la cui sede di gestione sia stabilita nella parte neerlandofona del Regno del Belgio.
«Se [la legge regionale sull’uso delle lingue] del 19 luglio 1973 violi l’articolo [45 TFUE] in relazione alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione europea, nella misura in cui essa impone ad un’impresa, situata nella regione di lingua [neerlandese], in occasione dell’assunzione di un lavoratore in un rapporto di lavoro a carattere internazionale, di redigere in lingua neerlandese tutti i documenti relativi al rapporto di lavoro, a pena di nullità».
19. Hanno presentato osservazioni scritte alla Corte il sig. Las, la PSA Antwerp, i governi belga ed ellenico, la Commissione europea e l’Autorità di vigilanza EFTA (10).
21. Le parti che hanno presentato osservazioni alla Corte discordano sulla soluzione della questione pregiudiziale. La PSA Antwerp e l’Autorità di vigilanza EFTA ritengono che il principio della libera circolazione dei lavoratori osti ad una normativa come quella controversa, mentre gli altri intervenienti, vale a dire il sig. Las, i governi belga ed ellenico e la Commissione, sono di parere opposto.
23. Poiché il sig. Las si è avvalso della libertà dei cittadini dell’Unione di spostarsi da uno Stato membro ad un altro in qualità di lavoratore, ne consegue che la sua situazione non è «puramente interna» ai sensi della costante giurisprudenza della Corte (11) e quindi rientra effettivamente nell’ambito di applicazione delle disposizioni di diritto dell’Unione di cui il giudice del rinvio chiede l’interpretazione.
26. Rilevo che nel diritto derivato dell’Unione non esistono norme di armonizzazione applicabili all’uso delle lingue nell’elaborazione dei documenti di lavoro (14). In particolare, come sottolineato dalla Commissione, la direttiva 91/533/CEE del Consiglio, del 14 ottobre 1991, relativa all’obbligo del datore di lavoro di informare il lavoratore delle condizioni applicabili al contratto o al rapporto di lavoro, non contiene disposizioni concernenti la lingua da utilizzare a tale scopo (15).
27. Sotto questo aspetto, la presente causa deve essere mantenuta distinta da altri casi nei quali la Corte ha dovuto pronunciarsi su ostacoli derivanti da obblighi linguistici in materia di libera circolazione delle persone (16). Del pari, la giurisprudenza anteriore relativa ad analoghe restrizioni recanti pregiudizio ad altre libertà fondamentali garantite dal Trattato non fornisce indicazioni che consentano di rispondere agevolmente alla questione pregiudiziale sollevata nel caso di specie (17).
28. Sottolineo che, nella presente causa, il giudice del rinvio ha espressamente circoscritto l’oggetto della sua domanda. Infatti, la questione pregiudiziale verte sull’elaborazione di documenti di lavoro, e quindi esclusivamente sui rapporti di lavoro scritti, anche se la normativa controversa sembra disciplinare anche i rapporti di lavoro verbali. Inoltre, la questione sollevata rientra, secondo i suoi stessi termini, nel contesto particolare di un «rapporto di lavoro a carattere internazionale».
29. Secondo le informazioni di cui dispongo, la grande maggioranza delle normative degli Stati membri non prevede obblighi riguardo alla lingua da utilizzare nei rapporti di lavoro. Per quanto è a mia conoscenza, in 17 Stati membri su 25 (18) non sono previsti obblighi linguistici equivalenti a quello derivante dal decreto fiammingo sulla lingua, mentre un obbligo del genere figura tra le normative vigenti in 8 Stati membri (19).
33. Non incide su tale constatazione il fatto che in pratica, nella controversia principale, il sig. Las non sarebbe stato sfavorito qualora tale decreto fosse stato rispettato, dato che egli conosce perfettamente il neerlandese, come ha fatto valere per rivendicare l’applicazione a proprio vantaggio di tale normativa.
35. La Corte ha peraltro riconosciuto, nella citata sentenza Commissione/Germania, che l’obbligo, imposto da uno Stato membro ai datori di lavoro stranieri che assumevano lavoratori sul territorio nazionale, di tradurre nella lingua di tale Stato taluni documenti di lavoro poteva costituire una restrizione alla libera prestazione dei servizi, in quanto comportava oneri amministrativi e finanziari supplementari per le imprese stabilite in un altro Stato membro (20).
38. Poiché, dunque, i dipendenti e i datori di lavoro non neerlandofoni possono essere scoraggiati dall’esercitare dette libertà dai vincoli linguistici risultanti da una normativa come quella di cui trattasi nel procedimento principale, a mio parere sussiste in tale contesto un ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori che non è né incerto né indiretto, contrariamente a quanto sostenuto dal sig. Las. Si pone dunque la questione se tale ostacolo possa nondimeno essere giustificato, in condizioni conformi alla giurisprudenza della Corte.
39. Rilevo incidentalmente che, sebbene si tratti di un diverso problema giuridico, è evidente che nella fattispecie non sussista alcuna discriminazione diretta, posto che la normativa controversa è applicabile ai datori di lavoro e ai lavoratori a prescindere dalla loro nazionalità. Per contro, mi sembra che sussista una discriminazione indiretta in quanto, dietro l’apparenza di criteri apparentemente neutri, la barriera linguistica costituita dall’obbligo di utilizzare il neerlandese rende più difficili sia l’accesso all’impiego che le modalità di esercizio dello stesso nella regione neerlandofona del Regno del Belgio per i cittadini di altri Stati membri, ad eccezione di quelli provenienti dai Paesi Bassi. Tuttavia, tale discriminazione indiretta è inerente ad ogni requisito relativo alla conoscenza o all’uso di una lingua e può essere giustificata dagli stessi motivi invocati in relazione ad un ostacolo linguistico. Di conseguenza, non tratterò separatamente tale questione.
46. La tutela effettiva di tutte le categorie di lavoratori esigerebbe semmai che il contratto di lavoro fosse accessibile in una lingua che il lavoratore comprenda facilmente, così che il suo consenso sia pienamente informato, e non viziato. Rammento che la direttiva 91/533 prevede che il datore di lavoro deve comunicare per iscritto ai lavoratori, ai quali è applicabile tale direttiva, tutti gli elementi essenziali del contratto o del rapporto di lavoro, il cui elenco figura all’articolo 2 di detta direttiva. A mio parere, per avere un effetto utile, tale informazione, contenente un minimo di dati che il lavoratore non può ignorare, deve essergli comunicata in una lingua che egli padroneggi sufficientemente per comprendere tutte le implicazioni del rapporto di lavoro. Orbene, il decreto fiammingo sulla lingua prevede strumenti che non sono adeguati per raggiungere tale obiettivo, in quanto non prevede alcuna verifica della circostanza che le parti abbiano una conoscenza sufficiente del neerlandese per concludere il contratto con cognizione di causa.
65. Tenuto conto di tali elementi, la tutela della lingua non può costituire una valida giustificazione per una normativa come quella in discussione nella causa principale, poiché non consente di tenere conto né della volontà delle parti del rapporto di lavoro né della circostanza che il datore di lavoro appartiene ad un gruppo internazionale di imprese.
81. Per quanto attiene all’efficacia erga omnes o meno della dichiarazione di nullità, rilevo che, secondo la decisione di rinvio, l’articolo 10, primo comma, del decreto fiammingo sulla lingua sanziona la violazione delle disposizioni del medesimo con la «nullità assoluta ex tunc e il documento viene considerato come non esistente; ne consegue che il giudice non deve tenere conto dei documenti redatti nella lingua non conforme al decreto e non può utilizzarne il contenuto, segnatamente l’espressione di volontà».
82. È vero che il carattere assoluto di tale nullità è stato discusso dalle parti che hanno presentato osservazioni alla Corte, alcune delle quali hanno rilevato che, secondo il quinto comma del medesimo articolo, «[l]a dichiarazione di nullità non può recare pregiudizio al lavoratore e non ha effetti sui diritti dei terzi». Non mi sembra che il giudice a quo ignori tale regola, dato che afferma nella sua decisione che «il lavoratore (…) può invocare le clausole a lui favorevoli, mentre per quanto riguarda quelle per lui svantaggiose può invocarne la nullità». A mio avviso, il carattere assoluto, e non relativo, della nullità in questione implica in realtà che chiunque possa dimostrare di avervi interesse può chiedere la dichiarazione giudiziale di nullità di un documento irregolare, alle condizioni previste dall’articolo 10, secondo comma, del decreto fiammingo sulla lingua. In ogni caso, dal punto di vista dei datori di lavoro, ogni violazione degli obblighi linguistici di cui al decreto fiammingo viene sanzionata severamente sul piano civile, dato che ai sensi di detto decreto, stando all’analisi esposta dal giudice nazionale, un contratto di lavoro come quello concluso dal sig. Las potrebbe produrre effetti solo contro l’ex datore di lavoro (51).
2 La decisione di rinvio depositata il 28 aprile 2011 riguarda in realtà «l’articolo 39 del Trattato CE», ma quest’ultimo è divenuto l’articolo 45 TFUE dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, sopravvenuta il 1° dicembre 2009.
3 Taaldecreet tot regeling van het gebruik van de talen voor de sociale betrekkingen tussen de werkgevers en de werknemers, alsmede van de door de wet en de verordeningen voorgeschreven akten en bescheiden van de ondernemingen (Belgisch Staatsblad del 6 settembre 1973, pag. 10089).
4 Rilevo che nel fascicolo trasmesso alla Corte si fa talora confusione tra la «Regione fiamminga», ai sensi dell’articolo 3 della Costituzione belga, e la «regione di lingua neerlandese», ai sensi dell’articolo 4 della medesima.
6 La versione francese delle disposizioni del decreto fiammingo sulla lingua sopra citate può essere consultata su Internet al seguente indirizzo: http://www.ejustice.just.fgov.be/cgi_loi/change_lg.pl?language=fr&la=F&cn=1973071901&table_name=loi.
7 Preciso che i termini «o che impiegano personale nella regione di lingua neerlandese» sono stati annullati dalla Cour constitutionnelle (già «Cour d’arbitrage») con sentenza del 30 gennaio 1986 (Moniteur belge del 12 febbraio 1986, pag. 1710), che ha anche annullato alcuni termini di cui all’articolo 5 di detto decreto.
9 Versione consolidata, GU C 334 del 30 dicembre 2005, pag. 1. Detta Convenzione è stata sostituita, a decorrere dal 17 dicembre 2009, dal regolamento (CE) n. 593/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 giugno 2008, sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (Roma I) (GU L 177, pag. 6; in prosieguo: il «regolamento Roma I»).
10 Rilevo che la Commissione indica in particolare che la controversia principale dovrebbe indurre la Corte a pronunciarsi sulla normativa applicabile alla situazione previdenziale del sig. Las. A mio avviso, tale problematica esula dall’ambito della questione sollevata. Tuttavia, sottolineo che la legge applicabile al contratto di lavoro è stabilita dalle disposizioni del citato regolamento Roma I, e non dalle norme relative alla determinazione della legge applicabile in materia di previdenza sociale.
11 V., inter alia, sentenze del 15 dicembre 1995, Bosman (C‑415/93, Racc. pag. I‑4921, punti 89 e segg.), e del 1° aprile 2008, Governo della Communauté française e Gouvernement wallon (C‑212/06, Racc. pag. I‑1683, punti 33 e segg.).
12 Sentenze del 7 maggio 1998, Clean Car Autoservice (C‑350/96, Racc. pag. I‑2521, punti 19‑25), e dell’11 gennaio 2007, ITC (C‑208/05, Racc. pag. I‑181, punti 22 e 23).
13 V., in particolare, sentenze Governo della Communauté française e Gouvernement wallon, cit. (punti 44 e segg.), e del 1° dicembre 2011, Commissione/Ungheria (C‑253/09, Racc. pag. I‑12391, punti 46 e segg. e giurisprudenza ivi citata).
14 In mancanza di un’armonizzazione in materia, gli Stati membri sono liberi di adottare provvedimenti nazionali o regionali aventi tale oggetto, ma devono rispettare il Trattato e i principi generali del diritto dell’Unione, e in particolare l’articolo 45 TFUE (v., per analogia, sentenza del 18 luglio 2007, Commissione/Germania, C‑490/04, Racc. pag. I‑6095, punto 19).
15 GU L 288, pag. 32. Rilevo che nella presente causa la Commissione ha indicato che detta direttiva, conformemente al suo articolo 6, non armonizza le condizioni relative alla forma del contratto di lavoro, tra le quali rientra la lingua in cui il medesimo deve essere redatto.
16 Per quanto riguarda le condizioni di accesso ad un impiego concernenti la lingua, v., in merito ad un’attività di lavoro subordinato, sentenza Groener, cit., e, per quanto riguarda lo stabilimento di lavoratori autonomi, nel caso dei dentisti, sentenza del 4 luglio 2000, Haim (C‑424/97, Racc. pag. I‑5123, punti 50 e segg.), o in quello degli avvocati, sentenza del 19 settembre 2006, Wilson (C‑506/04, Racc. pag. I‑8613, punti 70 e segg.), e del 19 settembre 2006, Commissione/Lussemburgo (C‑193/05, Racc. pag. I‑8673, punti 40 e segg.).
17 In materia di libera circolazione delle merci, e in particolare di etichettatura, settore in cui sono vietati i provvedimenti nazionali che impongano l’uso di una lingua senza consentire l’impiego di un’altra lingua facilmente comprensibile per gli acquirenti, v. sentenza del 12 settembre 2000, Geffroy (C‑366/98, Racc. pag. I‑6579, punti 24 e segg. e giurisprudenza ivi citata). Per quanto concerne la parità di trattamento delle persone in relazione all’uso delle lingue dinanzi a giudici penali, v. sentenza del 24 novembre 1998, Bickel e Franz (C‑274/96, Racc. pag. I‑7637, punti 13 e segg. e giurisprudenza ivi citata), che sottolinea la particolare importanza della tutela dei diritti e delle facoltà dei singoli in materia linguistica al fine di salvaguardare le loro libertà fondamentali.
19 Ciò è quanto avviene in Francia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia, nonché nelle varie entità linguistiche del Regno del Belgio.
23 V., inter alia, sentenze del 16 marzo 2010, Olympique Lyonnais (C‑325/08, Racc. pag. I‑2177, punto 38 e giurisprudenza ivi citata), e Commissione/Ungheria, cit. (punto 69 e giurisprudenza ivi citata).
25 Segnatamente in materia di libera prestazione di servizi, sentenza del 7 ottobre 2010, dos Santos Palhota e a. (C‑515/08, Racc. pag. I‑9133, punto 47).
26 Sentenza del 16 dicembre 1999 (C‑198/98, Racc. pag. I‑8903, punto 22), relativa all’interpretazione della direttiva 80/987/CEE del Consiglio, del 20 ottobre 1980, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative alla tutela dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro (GU L 283, pag. 23).
27 A tale proposito, la Commissione rinvia anche al paragrafo 43 delle conclusioni dell’avvocato generale Mengozzi nella causa che ha dato origine alla sentenza del 10 marzo 2011, Defossez (C‑477/09, Racc. pag. I‑1421).
29 Così, in Lettonia, le norme che prescrivono l’uso della lingua nazionale nei rapporti di lavoro sono fondate, da un lato, sulla salvaguardia di interessi pubblici quali la sicurezza e la salute, e, dall’altro, su esigenze probatorie, come in Romania e in Slovenia. Anche in Francia, gli obiettivi invocati dal legislatore sono la tutela della salute e la sicurezza delle persone, oltre al contenimento dei rischi di controversie.
31 V. anche sentenza del 25 ottobre 2001, Finalarte e a. (C‑49/98, C‑50/98, da C‑52/98 a C‑54/98 e da C‑68/98 a C‑71/98, Racc. pag. I‑7831, punti 69 e segg.).
32 Si fa riferimento alla tutela della lingua e dell’identità nazionali in Lituania, Polonia e Slovacchia, nonché alla tutela della lingua e dell’identità comunitarie, oltre che alla tutela dei diritti linguistici delle popolazioni locali, nelle regioni belghe di lingua francese e tedesca, così come in quella di lingua neerlandese.
33 V., in particolare, sentenza del 12 maggio 2011, Runevič‑Vardyn e Wardyn (C‑391/09, Racc. pag. I‑3787, punto 85), che cita il punto 19 della sentenza Groener, cit.
37 Conformemente all’articolo 4, paragrafo 2, TUE, l’Unione rispetta l’identità nazionale dei suoi Stati membri, insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, in cui è compresa anche la tutela della lingua ufficiale nazionale dello Stato, come la Corte ha precisato nella sentenza Runevič‑Vardyn e Wardyn, cit. (punto 86).
38 Nella relazione elaborata da un gruppo di lavoro dei membri della Convenzione europea, datata 4 novembre 2002, era stato raccomandato di precisare le disposizioni del Trattato UE secondo le quali l’Unione deve rispettare le identità nazionali degli Stati membri, nel senso che gli elementi essenziali di tale identità includono, inter alia, le strutture fondamentali e le funzioni essenziali di uno Stato membro, tra le quali figura la scelta delle lingue (CONV 375/1/02 REV 1, pagg. 10‑12; documento disponibile su Internet all’indirizzo http://european‑convention.eu.int/pdf/reg/fr/02/cv00/cv00375‑re01.fr02.pdf).
39 V., in particolare, sentenza Runevič‑Vardyn e Wardyn, cit.
40 V., a tale proposito, paragrafi 19 e 20 delle conclusioni dell’avvocato generale Darmon nella causa conclusasi con la sentenza Groener, cit.
42 Ricordo che la prevalenza del consenso in materia di rapporti di lavoro transfrontalieri è riconosciuta dall’articolo 8 del regolamento Roma I, secondo cui, in linea di principio, le parti di un contratto possono scegliere il diritto ad esso applicabile.
43 V., per analogia, riguardo all’interpretazione dell’articolo 17 della Convenzione di Bruxelles del 27 settembre 1968 concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, sentenza del 24 giugno 1981, Elefanten Schuh (150/80, Racc. pag. 1671, punto 27), secondo cui una normativa di uno Stato contraente non può ostare alla validità di una clausola attributiva di competenza per il solo motivo che la lingua usata non è quella prescritta da detta normativa.
44 Ricordo che la possibilità di introdurre un obbligo linguistico in ragione della natura dell’impiego da assegnare è espressamente prevista dall’articolo 3, paragrafo 1, ultimo comma, del regolamento (CEE) n. 1612/68 del Consiglio, del 15 ottobre 1968, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno della Comunità (GU L 257, pag. 2), disposizione che è stata interpretata nella sentenza Groener, cit., e non è certamente applicabile nella presente causa, ma la cui filosofia può fornire a mio avviso uno spunto di riflessione. Una disposizione sostanzialmente identica è contenuta nel regolamento (UE) n. 492/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2011, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione (GU L 141, pag. 1), che ha codificato e sostituito il regolamento n. 1612/68.
47 La controversia principale rientra nella materia civile, ma è comunque interessante notare, in relazione all’economia generale del decreto fiammingo sulla lingua, che, contrariamente a quanto previsto nelle altre entità del Regno del Belgio, in cui non è prevista alcuna sanzione penale in caso di inadempimento dell’obbligo linguistico, se tale violazione viene commessa nella regione di lingua neerlandese, può essere punita con la reclusione e/o con un’ammenda per il datore di lavoro o i suoi rappresentanti che hanno contravvenuto alle disposizioni di detto decreto, conformemente al suo articolo 12. Inoltre, l’articolo 11 del decreto prevede la possibilità di irrogare una sanzione amministrativa.
48 La nullità retroattiva è prevista in Slovenia, ma non in Romania e Lettonia, paesi nei quali comporta l’obbligo del datore di lavoro di proporre la conclusione di un nuovo contratto.
49 Vale a dire nei comuni a regime speciale, nella regione di lingua tedesca e nella regione bilingue di Bruxelles‑Capitale. Per contro, nella regione di lingua francese è prevista la nullità dei documenti di lavoro redatti in una lingua diversa.
50 L’inopponibilità delle disposizioni del contratto che recano pregiudizio al lavoratore è prevista in Lituania, Polonia, Slovacchia e Francia, dove esiste la possibilità di chiedere, a pena di una sanzione pecuniaria, che il documento in questione venga prodotto in francese.
51 Ricordo che il contratto di lavoro in discussione era stato inizialmente assoggettato al diritto olandese, per volontà delle parti nella causa principale, sebbene esse concordino nell’affermare dinanzi al giudice di rinvio che il diritto applicabile è quello belga. Tuttavia, l’articolo 3, paragrafo 2, del regolamento Roma I prevede che qualsiasi modifica relativa alla determinazione della legge applicabile, intervenuta posteriormente alla conclusione del contratto, non ne inficia la validità formale ai sensi dell’articolo 11 e non pregiudica i diritti dei terzi.
53 In Polonia, Romania e Slovenia, nonché nei comuni belgi a regime speciale, nella regione bilingue di Bruxelles‑Capitale e nella regione di lingua tedesca.
54 Sul margine di discrezionalità di cui è opportuno che il giudice nazionale disponga, onde poter modulare la sanzione prevista in caso di violazione delle norme di uno Stato membro che prescrivono l’uso della lingua dello stesso in funzione del pregiudizio concretamente arrecato ad un obiettivo di interesse generale, quale, nella fattispecie, la tutela dei consumatori, v. paragrafo 68 delle conclusioni dell’avvocato generale Cosmas nella causa conclusasi con la sentenza del 14 luglio 1998, Goerres (C‑385/96, Racc. pag. I‑4431).

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