Source: https://studiolegaleramelli.it/2018/12/14/patteggiamento-ed-art-2-d-l-vo-742000-la-richiesta-di-pena-concordata-non-puo-essere-accolta-in-assenza-di-integrale-pagamento-del-debito-tributario-prima-dellapertura-del-dibattimento/
Timestamp: 2020-01-17 13:49:02+00:00

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Patteggiamento ed art. 2 D.L.vo 74/2000: la richiesta di pena concordata non può essere accolta in assenza di integrale pagamento del debito tributario prima dell’apertura del dibattimento. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Si segnala li lettori del blog un’interessante sentenza resa dalla III Sezione penale della Corte di Cassazione (n. 55498/2018 – depositata il 12.12.2018) in materia di reati tributari.
Il Collegio di legittimità è tornato a pronunciarsi sull’applicabilità dell’istituto del patteggiamento in relazione al reato di cui all’art. 2 d.lgs. n. 74/2000.
Nel corso del giudizio di merito, il GIP applicava al prevenuto, ex art. 444 c.p.p. e in relazione al reato di cui all’art. 2, d. lgs. n. 74 del 2000, la pena di 1 anno e 2 mesi di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale della pena, disponendo non farsi luogo alla condanna alle spese.
Contro la predetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello, articolando un unico motivo inerente a violazione di legge in relazione all’art. 448, comma 2 bis, c.p.p., essendo stata applicata la pena con la riduzione entro il terzo in assenza dei presupposti di legge ex art. 13 bis, d. lgs. n. 74 del 2000.
La Suprema Corte ha accolto il ricorso per cassazione e, per quanto di interesse, di seguito si riporta il passaggio motivazionale che descrive le ragioni ostative al “patteggiamento” in difetto di integrale pagamento del debito tributario:
“… al momento della consumazione degli illeciti per cui è processo (periodi di imposta 2012 e 2013) era in vigore il previgente comma 2-bis dell’art. 13 del D.lgs. n. 74 del 2000, che – con disposizione avente tenore sostanzialmente analogo a quella oggi prevista dall’art. 13 bis, d. lgs. n. 74 del 2000, inserito dall’ art. 12, comma 1, D.lgs. 24 settembre 2015, n. 158 – prevedeva per i delitti di cui al medesimo decreto legislativo, “l’applicazione della pena ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale può essere chiesta dalle parti solo qualora ricorra la circostanza attenuante di cui ai commi 1 e 2” dello stesso art. 13 D.lgs. n. 74 del 2000, e cioè solo nel caso di estinzione mediante pagamento dei debiti tributari relativi ai fatti costitutivi dei predetti delitti. Con la norma in questione, il legislatore ha introdotto una esclusione oggettiva dal “patteggiamento”, riferita alla generalità dei delitti in materia tributaria previsti dal D.lgs. n. 74 del 2000: esclusione che si affianca alle numerose esclusioni oggettive dal cosiddetto “patteggiamento allargato” – ossia dal patteggiamento per una pena detentiva compresa tra i due e i cinque anni – già previste dall’art. 444, comma 1-bis, cod. proc. pen. Attraverso detta disposizione processuale – che ha superato indenne il vaglio di costituzionalità (Corte cost., 28 maggio 2015, n. 95) – il legislatore ha inteso rimuovere la preclusione solo quando ricorra una circostanza attenuante speciale collegata alla riparazione dell’offesa causata dal reato, qual è quella delineata dall’attuale art. 13-bis, comma 2, (e, in precedenza, dai commi 1 e 2 dello stesso art. 13 del D.Igs. n. 74 del 2000, come modificato dall’ art. 2, comma 36-vicies semel, lett. i) e m), D.L. 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla L. 14 settembre 2011, n. 148): vale a dire, solo se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari relativi ai fatti costitutivi dei delitti considerati siano stati “estinti mediante pagamento, anche a seguito delle speciali procedure conciliative o di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie”. Nel caso in esame, il GIP ha invece ammesso l’imputato al rito, in difetto della condizione prevista dall’art. 13-bis, comma 2, (e dall’art. 13, comma 2-bis, d. Igs. n. 74 del 2000, già vigente all’epoca dei fatti), che subordina l’applicazione della pena all’integrale pagamento del debito tributario”.
Per completezza di trattazione del tema applicazione della pena concordata e reati fiscali, si segnala che tutt’altra disciplina normativa ed interpretazione giurisprudenziale ricorre per le ipotesi di reato di cui agli artt. 10 bis, 10 ter e 10 quater D.lgs 74/2000 per i quali è possibile accedere al rito alternativo pur in assenza dell’integrale pagamento del debito tributario come recentemente statuito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n.ro 38684/2018 – depositata il 21.08.2018:
“L’art. 13 bis, comma 2, del d.lgs. n. 74 del 2000, introdotto dall’art.12 del d.lgs. n. 158 del 2015, prevede che, per i delitti dello stesso decreto, l’applicazione della pena ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen. possa essere chiesta dalle parti “solo quando ricorra la circostanza di cui al comma 1, nonché il ravvedimento operoso, fatte salve le ipotesi di cui all’articolo 13, commi 1 e 2”. A propria volta, il comma 1, richiamato espressamente dal suddetto comma 2, prevede che, sempre per i delitti dello stesso decreto, fuori dai casi di non punibilità, le pene per i delitti di cui al presente decreto siano diminuite fino alla metà e non si applichino le pene accessorie indicate nell’articolo 12 se, “prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari, comprese sanzioni amministrative e interessi, sono stati estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti, anche a seguito delle speciali procedure conciliative e di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie”. Sicché, in altri termini, in forza del combinato disposto dei commi 1 e 2 dell’art. 13 bis cit., condizione per l’applicazione della pena apparentemente per tutti delitti tributari contemplati dal d. Igs. n. 74 del 2000 verrebbe ad essere rappresentata dall’intervenuto integrale pagamento del debito, delle sanzioni e degli interessi nonché dal ravvedimento operoso. Tale è infatti l’assunto del ricorrente che, includendo nella lettera apparentemente generalizzata della norma anche l’implicito riferimento al reato di cui all’art. 10 ter cit., invoca l’illegittimità del rito speciale praticato nel giudizio de quo, stante l’indimostrata presenza dei presupposti richiesti dalla disposizione. Una siffatta lettura (come del resto già segnalato nella relazione dell’Ufficio del Massimario all’indomani dell’entrata in vigore del d.lgs. n. 158 del 2015) appare tuttavia contraddetta dalla coesistenza, all’interno dello stesso decreto, dell’art. 13, comma 1 (non a caso espressamente richiamato dalla parte finale del comma 2 dell’art. 13 bis) che, all’evidente fine di restringere il proprio ambito di applicabilità, prevede che i reati di cui agli articoli 10 bis, 10 ter e 10 quater, comma 1, non siano punibili se “prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari, comprese sanzioni amministrative e interessi, sono stati estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti, anche a seguito delle speciali procedure conciliative e di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie, nonché del ravvedimento operoso”. Proprio tale coesistenza significa infatti (pena, diversamente ragionando, una insanabile contraddizione interna del sistema) che, rappresentando il pagamento del debito tributario, da effettuarsi entro la dichiarazione di apertura del dibattimento (ovvero entro lo stesso termine ultimo previsto per richiedere il rito speciale), in via radicale e pregiudiziale, causa di non punibilità dei reati ex artt. 10 bis, 10 ter e 10 quater, lo stesso non può logicamente, allo stesso tempo, per queste stesse ipotesi, fungere anche da presupposto di legittimità di applicazione della pena che, fisiologicamente, non potrebbe certo riguardare reati non punibili. Sicché, in altri termini, o l’imputato provvede, entro l’apertura del dibattimento, al pagamento del debito, in tal modo ottenendo la declaratoria di assoluzione per non punibilità di uno dei reati di cui agli artt. 10 bis, 10 ter e 10 quater, ovvero non provvede ad alcun pagamento, restando in tal modo logicamente del tutto impregiudicata la possibilità di richiedere ed ottenere l’applicazione della pena per i medesimi reati; e tale alternativa è, a ben vedere, implicitamente condensata nella clausola di salvezza contenuta, come appena detto sopra, nella parte finale dell’art. 13 bis laddove in particolare lo stesso richiama il contenuto dell’art. 13 comma 1 cit.. Ne consegue come nessuna illegalità della pena, presupposto per la stessa ammissibilità del ricorso, sia ravvisabile nella specie”.
Art. 13. D.lg.s n. 74/2000. Causa di non punibilità. Pagamento del debito tributario
Art. 13-bis. D.lgs. n. 74/2000. Circostanze del reato
Quadro giurisprudenziale di riferimento in tema di patteggiamento nell’ambito dei reati tributari:
Cassazione penale, sez. III, 18/05/2017, n. 38210
Cassazione penale, sez. III, 17/05/2017, n. 39081
Corte Costituzionale, 10/05/2017, n. 102
Corte Costituzionale, 28/05/2015, n. 95
Cassazione penale, sez. III, 11/03/2014, n. 19461
Cassazione penale, sez. III, 09/10/2013, n. 44445
Cassazione penale, sez. III, 11/10/2001, n. 40964
L’inammissibilità del ricorso per cassazione avverso sentenza di patteggiamento per una contravvenzione di omessa dichiarazione emessa nella vigenza del d.lg. n.74/2000 comporta la riserva al giudice dell’esecuzione della sua eventuale revoca su richiesta dell’intervento per sopravvenuta abolizione del reato.
Il farmacista risponde del delitto di cui all’art. 445 c.p. se consegna al... Sanzionabili le condotte dell’ortopedico che non prescrive un esame necessario...

References: art. 2
 sentenza 
 art. 444
 sentenza 
 art. 13
 art. 12
 art. 13
 art. 13
 art. 13
 art. 2
 sentenza 

Art. 13

Art. 13
 sentenza