Source: https://www.laleggepertutti.it/207716_come-dimostrare-una-telefonata
Timestamp: 2018-09-20 19:33:57+00:00

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Come dimostrare una telefonata?
Come provare in un processo il contenuto di una discussione avuta per telefono con un’altra persona se non hai potuto registrare la voce dell’interlocutore.
Stai facendo una telefonata “delicata”. Si tratta di una chiamata di lavoro. Il tuo interlocutore si è lasciato un po’ andare e, nella confidenza della chiamata, sta ammettendo dei fatti fondamentali per il processo che vuoi intentare all’azienda. Non hai con te un registratore ed chiedergli di ripetere il tutto potrebbe fargli sospettare le tue intenzioni. Come dimostrare la telefonata e il suo contenuto il giorno in cui si dovesse presentare la necessità davanti al giudice?
Nel corso di un diverbio telefonico, la persona che sta dall’altro lato della cornetta ha iniziato a offenderti e a minacciarti «Te la faccio pagare… ti vengo a prendere a casa… ti brucio la macchina» ti sta dicendo. Tu lo lasci parlare, un po’ per farlo sfogare, un po’ perché vuoi vedere dove vuole arrivare. Vorresti però registrare la telefonata – consapevole del fatto che è lecito farlo anche all’insaputa dell’altro – per poi portarla ai carabinieri e denunciarlo. Ma neanche in questo caso hai a portata di mano un apparecchio che possa fissare, su un file audio, il contenuto della discussione. Anche in questo caso ti assale lo stesso dubbio: come dimostrare una telefonata?
Se, nel corso di un processo dovesse sorgere la necessità di dimostrare una chiamata partita da un numero verso un altro sarebbe molto facile chiedere al giudice di ordinare alla compagnia telefonica di produrre i tabulati telefonici. In realtà, si tratta di una richiesta che, nel processo civile, è lo stesso avvocato a dover inoltrare prima del giudizio (nel rispetto del principio secondo cui le prove devono essere raccolte dalle parti). Solo in caso di diniego da parte della compagnia si può chiedere un ordine del giudice. Nel processo penale, invece, le cose vanno diversamente avendo il magistrato dei poteri di indagine e di ricerca delle prove.
Fatto sta che i tabulati telefonici dimostrano solo l’esistenza di una telefonata ma non ciò che è stato detto nel corso della conversazione. Quindi come dimostrare il contenuto della telefonata?
La cosa più semplice è quella di avere un registratore a portata di mano. Registrare una telefonata è legale al pari di una conversazione tra presenti. Ma non tutti girano con in mano un registratore o hanno installato sullo smartphone l’app necessaria a questo scopo. E siccome, come dicevano i latini, verba volant… («le parole volano, ma gli scritti rimangono») potrebbe essere un problema ricostruire il dialogo in un momento successivo. Una soluzione però è stata fornita dalla Cassazione con una sentenza di qualche giorno fa [1]. La Corte ha così spiegato, nel corso di un processo penale intentato da una donna contro l’ex marito che l’aveva minacciata e intimidita con frasi molto violente, come dimostrare una telefonata.
So che quello che sto per dirti potrà sembrarti fin troppo banale, specie se non hai letto qualche manuale di diritto processuale. Il punto è che, a volte, questioni fin troppo scontate per la pratica quotidiana non lo sono affatto per la legge, la quale spesso pone una serie di ostacoli di carattere formale quando si tratta di processi e di prove. Insomma, secondo la Corte, per dimostrare il contenuto di una telefonata basta chiamare un testimone e dire che questi ha sentito il discorso. Sì, basta cioè usare il vivavoce, chiamare un amico o un parente che in quello stesso momento si trova nelle vicinanze e chiedergli di ascoltare ciò che viene detto. Il testimone sarà così in grado di riferire al giudice il contenuto della chiamata. Ma fare ascoltare una telefonata dal cellulare è lecito? Evidentemente sì e non lede la privacy di chi non è al corrente che ad ascoltarlo, dall’altro lato del telefono, c’è più di una persona. Al pari, del resto, della registrazione su un supporto durevole. In passato la Cassazione [2] ha detto che come non commette reato colui che assiste a una conversazione svoltasi tra altre persone se autorizzato da una di esse, non è altresì passibile di alcuna azione legale – civile o penale – chi consente a terzi di origliare la telefonata che ha con un’altra persona, anche se quest’ultima, all’insaputa di ciò, rivela fatti personali e riservati. Ciò perché rientra nella facoltà di chiunque informare altri di ciò che gli viene detto da un’altra persona nel corso di un colloquio, sia telefonico che diretto. Non siamo quindi davanti a un caso di illecita comunicazione di informazioni o dati riservati.
Detto ciò, chi ascolta una telefonata altrui dal vivavoce è la prova vivente del contenuto della conversazione, senza bisogno di dover utilizzare registratori o app o di chiedere (impossibili) registrazioni alle compagnie telefoniche.
A questo punto è verosimile che tu stia già pensando alle possibili truffe e abusi che questo sistema potrebbe comportare: «Anche io posso dire che Giovanni mi ha minacciato se trovo un amico che testimonia di averlo sentito dire questo al telefono». Insomma, basta avere un testimone di comodo che si presti di dire il falso davanti a un tribunale. È vero, sarà reato di falsa testimonianza ma di gente che vuol fregare gli altri ne esiste tanta in giro. A questo punto non resta che rimettersi (e sperare) nella capacità del giudice di comprendere, dall’analisi delle evidenze e dei fatti, quando un testimone mente o meno. Perché è solo da questo che può dipendere l’assoluzione di un innocente.
[1] Cass. sent. n. 21902/18 del 17.05.2018.
[2] Cass. sent. n. 15003/2013.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 21 febbraio – 17 maggio 2018, n. 21902
1. Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Lecce ha parzialmente riformato la sentenza del Tribunale di Lecce del 20.1.14, che aveva condannato Pa. Fr. alla pena di giustizia ed al risarcimento dei danni in favore della parte civile in quanto colpevole di ingiuria e tentata violenza privata in danno di An. Mi., pronunciando sentenza di assoluzione perché il fatto non è più previsto come reato quanto all’addebito di ingiuria e rideterminando la pena.
2. Propone ricorso il difensore dell’imputato deducendo, con i primi due motivi, l’illogicità della motivazione laddove i giudici di merito hanno ritenuto che la frase attribuita al ricorrente ” ti rompo la brocca in testa” e indirizzata alla moglie An. fosse finalizzata ad intimidire la donna affinchè ella non richiedesse, in futuro, l’assegnazione della abitazione coniugale.
In realtà l’uomo aveva intenzione di farsi restituire la brocca che gli era stata donata durante l’Università e, comunque, l’assenza della finalità indicata nell’imputazione risulterebbe anche dalle deposizioni delle testi Be. e Sp., con ciò escludendo la possibilità di qualificare il fatto ai sensi dell’art.610 c.p. sia pure sotto il profilo del tentativo.
2.1. Con il terzo motivo si denunzia l’omessa motivazione con riferimento alla valutazione del contesto in cui le frasi asseritamente minacciose sarebbero state pronunciate, che sarebbe tale, invece, da escludere qualunque effetto intimidatorio.
2.2. Con il quarto motivo si deduce la mancata applicazione della causa di non punibilità di cui all’art.131 bis c.p.
2.3. Sono stati presentati motivi aggiunti in cui si deduce la inutilizzabilità della deposizione di An. che, essendo indagata di un reato connesso, avrebbe dovuto essere escussa con le modalità di cui all’art.210 c.p.p.
Con l’espunzione dal quadro probatorio della deposizione della parte offesa, residuerebbero le deposizioni testimoniali sopra richiamate, inidonee a fondare un giudizio di colpevolezza in ordine al reato di tentata violenza privata, rimanendo, tutt’al più, configurabile il diverso reato di minaccia.
3. La non manifesta infondatezza della deduzione dell’inutilizzabilità delle dichiarazioni della parte offesa, che avrebbe dovuto essere escussa con le modalità di cui all’art.210 c.p.p. in quanto indagata di reato connesso (come documentato dalle produzioni allegate dalla difesa ai motivi nuovi), determina il rilievo dell’intervenuto decorso dei termini di prescrizione, che sono scaduti il 12.10.16, dovendosi aggiungere al termine ordinario di sette anni e sei mesi dalla data di commissione del reato (18.11.08) un periodo di sospensione pari a 147 giorni.
4. Il ricorso deve essere rigettato agli effetti civili in quanto l’affermazione di responsabilità dell’imputato è stata fondata non soltanto sulle dichiarazioni della persona offesa ma anche su quelle della teste Be. che, avendo assistito alla telefonata in viva voce fra Pa. e la moglie, percepì direttamente le frasi intimidatorie riportate nell’imputazione e ne riferì nei termini indicati nella sentenza impugnata a pagina 3 (Sez. 2, n. 7986 del 18/11/2016 – dep. 20/02/2017, Rv. 269218).
Valutate le frasi intimidatorie nella loro interezza appare del tutto infondata la tesi volta a sminuirne la portata o ad escludere che fossero dirette ad ottenere la desistenza dal richiedere l’assegnazione della casa coniugale.
5. Il rigetto del ricorso agli effetti civili determina la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di difesa della parte civile del presente grado di giudizio che, tenuto conto della natura della causa e dell’impegno professionale prestato, si ritiene equo liquidare in complessivi Euro 2.000 oltre accessori di legge, da distrarsi in favore del difensore avv. Co., così come richiesto.
6. Il rapporto di coniugio impone particolari cautele nella diffusione del presente provvedimento, per il cui caso si dispone che siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 D.Lgs. 196/03.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente agli effetti penali per essere il reato estinto per prescrizione. Rigetta il ricorso agli effetti civili e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, liquidate in complessivi Euro 2.000 oltre accessori di legge, somma da distrarsi in favore dell’avv. Co..

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 Cass. 
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