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Timestamp: 2020-08-14 23:52:00+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 32098 del 12/12/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32098 del 12/12/2018
Cassazione civile sez. trib., 12/12/2018, (ud. 17/10/2018, dep. 12/12/2018), n.32098
sul ricorso 19558-2012 proposto da:
A.V., R.C., EDILANGIOLETTI DI C.
& C. SNC, A.C., elettivamente domiciliati in ROMA
VIA DEGLI SCIPIONI 268-A, presso lo studio dell’avvocato ALESSIO
PETRETTI, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato
CALOGERO GIBILARO;
avverso la sentenza n. 118/2011 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di
BRESCIA, depositata il 11/04/2011;
17/10/2018 dal Consigliere Dott. VENEGONI ANDREA.
L’Agenzia delle Entrate notificava alla società Edilangioletti snc avviso di accertamento per l’anno 2003 e 2004 con cui accertava omessa contabilizzazione di ricavi, ai fini irap ed iva, per 45.000 Euro, dati dalla differenza tra il valore del mutuo sottoscritto da acquirenti di immobili compravenduti ed i corrispettivi indicati nei corrispondenti atti di vendita.
L’ufficio rettificava anche, conseguentemente, il reddito individuale dei soci della società.
Sia la persona giuridica che i soci ricorrevano alla CTP di Bergamo che annullava gli avvisi.
La CTR della Lombardia rigettava l’appello dell’ufficio.
Contro tale sentenza ricorre l’ufficio sulla base di un motivo, facendo presente che in data 30.3.2012 la società ha presentato istanza per la definizione della lite fiscale, ai sensi del D.L. n. 98 del 2011, art. 39, comma 12, versando gli importi dovuti, cosicchè il ricorso per cassazione riguarda solo la posizione dei soci.
Questi ultimi non si sono costituiti, ma hanno presentato memoria in data 27.9.2018.
Con il primo motivo l’ufficio deduce insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
La CTR ha ritenuto insufficiente la prova derivante non solo dall’accensione di mutui, da parte degli acquirenti, per un valore superiore a quello degli immobili negli atti di vendita, ma anche dallo scostamento del valore dichiarato dai valori OMI, affermando che da questo non si poteva dedurre la percezione di un maggior reddito in capo al venditore, quando il contratto di mutuo affermava che il mutuatario si obbligava a destinare l’intera somma ricevuta a mutuo per saldo prezzo e spese accessorie relative all’acquisto immobiliare, e quindi, in sostanza, a corrisponderla la venditore. La valutazione di tale circostanza è stata del tutto omessa dalla CTR.
Va innanzi tutto disattesa l’eccezione, formulata dai contribuenti in memoria, di inammissibilità del ricorso per difetto di autosufficienza, atteso che dalla sola lettura dello stesso emerge il contenuto specifico del motivo, e cioè la contestata valutazione fornita dalla CTR sullo scostamento tra il valore dichiarato di vendita degli immobili ed il valore del mutuo, senza che sia necessario a tal fine riportare le cifre esatte rilevanti nella specie.
Ai fini del giudizio di legittimità, infatti, non sono necessari i dati di fatto, quanto l’esposizione del principio che si assume violato o del difetto della sentenza.
Anche la eccezione di improcedibilità deve essere disattesa, atteso che in calce al ricorso l’ufficio ha indicato di avere formulato la richiesta ex art. 369 c.p.c.
Quanto, poi, allo specifico motivo di ricorso, premesso che lo scostamento dei valori dichiarati sia da quelli OMI che dal valore dei mutui non è contestato, ed è riconosciuto dallo stesso contribuente – seppure, ovviamente, con diverso significato – la sentenza impugnata afferma al riguardo che esso non determina “automatismo di percezione di maggiori somme da parte del venditore” e che non può fondare una presunzione su cui basare l’accertamento perchè “non esiste alcun fatto noto” da cui ricavare il fatto ignoto, e cioè la percezione della maggiore somma da parte del venditore.
Ciò si pone in contrasto con quanto affermato, anche di recente, da questa Corte (Sez. 5, n. 14388 del 2017) secondo cui:
In tema di accertamento induttivo del reddito d’impresa, l’accertamento di un maggior reddito derivante dalla cessione di beni immobili può essere fondato anche soltanto sull’esistenza di uno scostamento tra il minor prezzo indicato nell’atto di compravendita e l’importo del mutuo erogato all’acquirente, ciò non comportando alcuna violazione delle norme in materia di onere della prova.
Questo sulla scia di altre pronunce; si veda Sez. 5, n. 26485 del 2016, secondo cui:
anche a voler escludere ogni rilevanza ai valori OMI, a fondare l’accertamento sarebbe stato comunque sufficiente lo scostamento tra mutuo erogato all’acquirente e prezzo dichiarato, ciò non comportando violazione alcuna delle disposizioni civilistiche in materia di prova presuntiva. E’, infatti orientamento di questa Corte (cfr. Cass. n. 2082 del 2014, conf. Cass. n.4472/03, in motivazione, Cass.n. 3414/69) che la presunzione semplice è un procedimento logico da cui il giudice desume la esistenza di un fatto ignoto dalla presenza di un fatto noto sul presupposto di una loro successione nella normalità dei casi. E’ evidente, pertanto, che anche un solo fatto – qualora presenti i requisiti della gravità e precisione – può essere idoneo per una tale deduzione e costituire, quindi, la fonte della presunzione.
Quanto poi al risultato conseguito dall’applicazione delle regole presuntive, è incensurabile in sede di legittimità l’apprezzamento del giudice di merito circa la ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per valorizzare gli elementi di fatto come fonti di presunzione, sempre che la motivazione adottata al riguardo sia congrua dal punto di vista logico, immune da errori di diritto e rispettosa dei principi che regolano la prova per presunzioni (cfr. Cass. n. 245 del 2014; n. 10135 del 2005 e n. 16831 del 2003).
Poichè, nella specie, il vizio della sentenza impugnata è stato dedotto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (a differenza del caso specifico della sentenza sopra riportata, dove, essendo stato dedotto il motivo di impugnazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la Corte lo ha dichiarato inammissibile), si può affermare la non congruità della motivazione che ha negato rilievo ad un fatto che, invece, è del tutto idoneo a fondare una presunzione, salvo naturalmente l’esame del merito della questione, precluso in questa sede.
Infine, anche la giurisprudenza più recente appare porsi sulla stessa linea.
Sez. 5, n. 24004 del 2018, che si riferisce proprio al 2004, uno degli anni in contestazione anche nella presente controversia, analizza anche l’evoluzione normativa sul punto, evidenziando che l’intervenuta abrogazione della presunzione legale (relativa) di corrispondenza del prezzo versato per l’acquisto dell’immobile al “valore normale ” dello stesso, già prevista dal D.P.R. 29 settembre 1973, n.600, art. 39, comma 1, lett. d) e del D.P.R. 26 ottobre 1972, n.633, art. 54, comma 3, come modificati dal D.L. n. 223 del 2006, art. 35, convertito nella L. n. 248 del 2006, se vieta all’Ufficio di ritenere la sussistenza di maggiori ricavi sulla base del solo scostamento tra il corrispettivo dichiarato ed il valore “normale” del bene venduto, non per questo ha deprivato di ogni valenza probatoria gli elementi indicativi di un maggior valore commerciale dei beni oggetto di compravendita, ma li ha piuttosto declassati da presunzioni legali relative a presunzioni semplici, rimesse all’apprezzamento del giudice a norma dell’art. 2727 c.c. Tale conclusione è espressamente contenuta nella L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 1, comma 265, nella parte in cui stabilisce che “per gli atti formati anteriormente al 4 luglio 2006 deve intendersi che le presunzioni di cui al D.L. 4 luglio 2006, n. 233, art. 35, commi 1, 2, 3 e 23 bis…valgono agli effetti tributari come presunzioni semplici”.
Ha ritenuto, quindi, legittimo che il giudice di merito abbia valorizzato le quotazioni immobiliari risultante dalle banche dati e l’ammontare dei mutui e finanziamenti concessi per l’acquisto degli immobili quali prove presuntive della esistenza di corrispettivi maggiori di quelli dichiarati. In particolare la presunzione “semplice” che il corrispettivo versato per l’acquisto dell’immobile non sia quantomeno inferiore alla entità del mutuo concesso dalla banca, previa iscrizione di ipoteca sull’immobile stesso, è rafforzata dalle disposizioni sul limite massimo di finanziabilità stabilito con Delib. 22 aprile 1995 del Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio, secondo cui l’ammontare massimo dei finanziamenti di credito fondiario non può superare l’ottanta per cento del valore dell’immobile oggetto di compravendita (potendo raggiungere il 100% soltanto in presenza di garanzie integrative).
Ha conclusivamente ritenuto corretto il procedimento logico del giudice di merito che ha valutato, quali prove presuntive semplici e non quali prove legali relative, i dati desumibili dai prezzi correnti di mercato degli immobili venduti e dall’importo dei finanziamenti concessi dagli istituti di credito per l’acquisto dei beni immobili, oltre ad altre circostanze di fatto indicate nella motivazione della sentenza.
Quanto alla giurisprudenza citata dal contribuente, occorre osservare che la sentenza di questa Corte n. 21569 del 2016, oltre a riguardare riguarda l’imposta di registro e non le imposte dirette, per cui attiene all’accertamento del valore venale e non al maggior reddito, afferma che il solo scostamento dei valori OMI non può fondare una presunzione idonea, ma che ciò può avvenire se tale elemento è supportato da altri dati che lo confermano. Nella specie, come detto in apertura, l’accertamento non si fonda solo sullo scostamento dai valori OMI, ma si basa anche sulla differenza tra prezzo dichiarato ed importo oggetto del mutuo, per cui questa stessa sentenza non si pone in contrasto con la giurisprudenza citata in precedenza per la decisione della presente controversia.
Quanto alla sentenza n. 25707 del 2015, è da osservare che l’affermazione in essa contenuta, riportata dal contribuente, si situa in un contesto del tutto diverso, in cui, addirittura, si evince che nel caso concreto era l’Agenzia a dolersi dell’uso dei valori OMI che evidentemente erano stati presi a riferimento dal giudice per diminuire la plusvalenza di cui nella specie si discuteva, rispetto al valore utilizzato dall’ufficio, che doveva esser quello dell’imposta di registro. In tale sentenza, quindi, non si discute di un accertamento induttivo fondato sullo scostamento dai valori OMI, ma, a fronte dell’utilizzo di tali valori da parte del giudice in favore del contribuente, l’Agenzia lamenta che il giudice abbia fatto uso di strumenti di comune esperienza (essendo tali valori pubblici) diversi dalle prove addotte in giudizio. Un contesto, quindi, del tutto differente da quello della presente controversia, che conferisce alle affermazioni citate dal contribuente un significato ed una rilevanza del tutto diversa rispetto a ciò di cui si discute nella presente causa.
La sentenza impugnata deve, pertanto, essere annullata, con rinvio della causa alla CTR della Lombardia, in diversa composizione, anche per la pronuncia sulle spese.
Cassa la sentenza impugnata, con rinvio della causa alla CTR della Lombardia, in diversa composizione, anche per la pronuncia sulle spese.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 39
 art. 369
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 Cass. 
 Cass. 
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 sentenza 
 art. 39
 art. 54
 art. 35
 art. 1
 art. 35
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