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Obblighi Di Assistenza Familiare - Cassazione Penale 22/03/2016 N° 12283 - Legge semplice
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Obblighi Di Assistenza Familiare – Cassazione Penale 22/03/2016 N° 12283
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Numero: 12283
Testo completo della Sentenza Obblighi di assistenza familiare – Cassazione penale 22/03/2016 n° 12283:
C.C., nato il (OMISSIS);
contro la sentenza emessa il 22/05/2015 dalla Corte di appello di Torino, nel proc. n.1158/2013 R.G.;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale Dott. DI LEO Giovanni, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio con rideterminazione della pena.
1. La Corte di appello di Torino, con sentenza n.814/2015, in parziale riforma della decisione del Tribunale di Asti, ha assolto C.C. dal reato contestatogli ex art. 388 cod. pen. (capo 13) confermando la condanna ex art. 570 cod. pen. (capo A) per essersi sottratto agli obblighi di assistenza inerenti alla sua potestà di genitore facendo mancare i mezzi di sussistenza alla figlia minorenne Carola e non corrispondendo le 400 Euro mensili e il 50% delle spese scolastiche mediche e ricreative come invece impostogli dal Tribunale.
2. Nel ricorso presentato nell’interesse di C. si chiede l’annullamento della sentenza deducendo: a) violazione degli artt. 192 e 533 cod. proc. pen. per avere trascurato le risultanze probatorie relative alle condizioni economiche e di salute dell’imputato e ai suoi seppur parziali contributi al mantenimento della figlia minorenne C., con il ragionevole dubbio che ne deriva circa la sussistenza dell’inadempimento all’obbligo impostogli al Tribunale per i minorenni; b) violazione dell’art. 570 cod. pen. per averlo erroneamente interpretato ritenendo sussistente il reato già solo per l’inadempimento del provvedimento del giudice civile mentre è necessario accertare che l’imputato abbia fatto mancare i mezzi di sussistenza al familiare bisognoso e non sia nella impossibilità di adempiere; c) omessa motivazione della Corte sugli specifici rilievi contenuti nell’atto di appello e concernenti l’attendibilità delle dichiarazioni accusatorie; d) violazione della legge penale per non avere ridotto la pena inflitta dalla sentenza di primo grado pur avendola riformata assolvendo l’imputato dl reato contestatogli ex art. 388 cod. pen.; e) vizio di motivazione per il mancato riconoscimento della circostanza attenuanti generiche pur avendo l’imputato erogato delle somme e fatto intervenire i suoi genitori per il mantenimento della figlia nonostante la sua indigenza.
1. I primi tre motivi di ricorso possono essere trattati congiuntamente.
Il ricorrente non contesta la sussistenza del nucleo materiale dei fatti rilevanti, ossia il suo inadempimento all’obbligo di corrispondere l’assegno mensile posto a suo carico dal Tribunale per i minorenni e al riguardo la Corte di appello ha idoneamente argomentato (pag. 6) circa la attendibilità della madre della figlia minorenne dell’imputato anche evidenziando che non vi è stata costituzione di parte civile sicchè la stessa non risulta mossa da interessi economici.
La condotta sanzionata dall’art. 570 cod. pen., comma 2, presuppone uno stato di bisogno, nel senso che l’omessa assistenza deve avere l’effetto di far mancare i mezzi di sussistenza, che comprendono quanto è necessario per la sopravvivenza, situazione che non si identifica nè con l’obbligo di mantenimento nè con quello alimentare, aventi una portata più ampia. (Cass. pen., Sez. U, n. 23866 del 31/01/2013, Rv. 255272). Lo stato di bisogno e l’obbligo del genitore di contribuire al mantenimento dei figli minori non vengono meno quando gli aventi diritto siano assistiti economicamente da terzi, anche con eventuali elargizioni a carico della pubblica assistenza (Cass. pen., Sez. 6, n. 46060 del 22/10/2014, Rv. 260823).
Per escludere la responsabilità, l’impossibilità di far fronte agli adempimenti sanzionati dall’art. 570 cod. pen., deve essere assoluta e costituire una situazione di persistente, oggettiva, incolpevole indisponibilità di introiti (Cass. pn. Sez. 6, n. 33997 del 24/06/2015, Rv. 264667) e l’imputato ha l’onere di allegare gli elementi dai quali possa desumersi la sua impossibilità di adempiere alla obbligazione, ma non vale a tal fine la dimostrazione di una mera flessione degli introiti economici o la generica allegazione di difficoltà (Cass. pen., Sez. 6, n. 8063 del 08/02/2012, Rv. 25242).
La Corte di appello ha compiutamente evidenziato che C.C. è uomo giovane e sano (meramente asserita risulta la depressione che lo avrebbe colto) e che le contenute dazioni (peraltro non provate) di denaro o altri beni alla figlia non integrerebbero comunque l’adempimento richiesto.
2. In relazione al quarto motivo di ricorso, deve registrarsi che nella motivazione della sentenza della Corte di appello è chiaro che la pena è stata ridotta a tre mesi di reclusione e Euro 400 di multa, eliminando l’aumento di un mese di reclusione contenuto nella sentenza di primo grado in relazione al capo B per il quale in secondo grado l’imputato è stato assolto. Ma nel dispositivo della sentenza la rideterminazione della pena non è stata esplicitata, così determinando un errore materiale per omissione che può essere corretto ex art. 130 cod. proc. pen., disponendo che nel dispositivo della sentenza della Corte di appello, dopo l’espressione “conferma nel resto”, va aggiunta l’espressione “e ridetermina la pena in tre mesi di reclusione e 400 Euro di multa”.
3. Il riconoscimento delle attenuanti generiche è un giudizio di fatto lasciato alla discrezionalità del giudice, che deve motivare nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente la sua valutazione circa l’adeguamento della pena concreta alla gravità effettiva del reato e alla personalità del reo (Cass.pen.: Sez. 6, n. 41365 del 28/10/2010, Rv. 248737; Sez. 1, 46954 del 04/11/2004, Rv. 230591). Nel caso in esame, la Corte di appello ha adeguatamente esplicitato i suoi criteri di giudizio: l’insussistenza di elementi di valutazione positiva, l’esistenza di un precedente penale, il fatto che l’imputato “ha pressochè ignorato la figlia non corrispondendo mai nulla per lei”, la misura già contenuta della pena inflitta.
Rigetta il ricorso e, visto l’art. 130 cod. proc. pen., corregge l’errore materiale nel dispositivo della sentenza d’appello, nel senso che, dopo l’espressione “conferma nel resto” va aggiunta l’espressione “e ridetermina la pena in tre mesi di reclusione e 400 Euro di multa”.
Così deciso in Roma, il 1 marzo 2016.
Depositato in Cancelleria il 22 marzo 2016.
assistenza-familiare

References: sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 388
 art. 570
 sentenza 
 sentenza 
 art. 388
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 130
 sentenza 
 sentenza