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Questione giuridica n
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Questione giuridica n. 4
La vicenda controversa, avente ad oggetto un inadempimento contrattuale, coinvolge un rivenditore italiano di materiali da costruzione, un intermediario ed una ditta di lavorazione di detti materiali, anch’essi italiani, e due società, l’una con sede nell’Unione Europea, l’altra extracomunitaria, fornitrici di materie grezze.
Al fine della determinazione del foro competente, si è reso necessario un approfondimento giuridico sulle afferenti norme comunitarie in tema di giurisdizione.
L’art. 5 n. 1 della Convenzione di Bruxelles del 1968 (ed ora del regolamento CE n. 44/2001) è tra le disposizioni sulle quali si è maggiormente concentrata l’attenzione sia della dottrina, che della giurisprudenza1.
Ciò principalmente per due ragioni, ossia, per un verso, l’aver riguardo al settore dei traffici e degli scambi economici, sulla cui rilevanza è superfluo soffermarsi, e per l’altro, l’essere caratterizzata da notevoli difficoltà ed incertezze interpretative.
Essa, esordisce disponendo che “in materia contrattuale, (-la persona domiciliata nel territorio di uno Stato membro può essere convenuta in un altro Stato membro-) davanti al giudice del luogo in cui l’obbligazione dedotta in giudizio è stata o deve essere eseguita”.
Esigenze di limpidezza espositiva suggeriscono di chiarire subito che i problemi ingenerati da questa parte della norma, rimasta invariata rispetto alla Convenzione, sembrano attenere innanzitutto, alla nozione di ‘materia contrattuale’, e dunque al suo campo di applicazione, in secondo luogo alla determinazione del concetto di ‘obbligazione dedotta in giudizio’ quale parametro del criterio di collegamento giurisdizionale vero e proprio, ed infine al metodo di individuazione del ‘locus destinatae solutionis’.
La nozione di ‘materia contrattuale’ implica questioni interpretative suscettibili di essere suddivise in due gruppi concettuali.
Di essi, l’uno è da collegarsi alla situazione di estrema diversità della categoria civilistica di ‘contratto’ nei vari Ordinamenti nazionali, e, in special modo, tra quelli appartenenti ai sistemi, rispettivamente di civil law e di common law.
È probabilmente questa la ragione principe che ha condotto la Corte di giustizia ad elaborare una nozione autonoma di materia contrattuale, tra le più note ed importanti dell’intero sistema.
Ed infatti, da un canto, in occasione della causa C-34/81, Peters, ha programmaticamente asserito che: “la nozione di materia contrattuale va considerata come una nozione autonoma che dev’essere interpretata, ai fini dell’applicazione della Convenzione, riferendosi principalmente al sistema e agli scopi della Convenzione stessa onde garantire la piena efficacia di questa” , e dall’altro vi ha provveduto concretamente nella pronuncia relativa alla causa C-26/91, Handte, ove ha sostenuto che: “la nozione di ‘materia contrattuale’, ai sensi dell’art.5, punto 1, … non può ricomprendere le fattispecie in cui non esista alcun obbligo liberamente assunto da una parte nei confronti di un’altra”.
La nozione autonoma così delineata permette di far rientrare, senza alcun dubbio, nell’ambito di applicazione dell’art. 5 n. 1 la maggioranza delle controversie contrattuali che più di frequente insorgono nella dinamica delle relazioni economiche, e cioè tutte quelle aventi ad oggetto sia l’(in)adempimento, totale o parziale delle obbligazioni nascenti dal contratto, sia i casi di disdetta di quest’ultimo, sia tutte le pretese risarcitorie a ciò conseguenti.
Inoltre il giudice comunitario si è più volte pronunciato con riferimento a singole ipotesi specifiche, di volta in volta attraendole o meno nella sfera di operatività dell’articolo in esame2.
Se non può negarsi l’utilità di tali interventi della Corte, essi sembrano però non essere stati sufficienti a risolvere tutte le aporie interpretative.
Infatti, a parte la considerazione che la definizione autonoma in argomento “non ha comunque determinato una interpretazione restrittiva del foro del contratto3”, le maggiori perplessità che agitano la dottrina attengono ad “una zona grigia di azioni (eventualmente a carattere restitutorio) che hanno come presupposto l’inesistenza o la nullità di un contratto4”5.
A prescindere dal fatto che, secondo la Corte di giustizia (causa C-38/81, Effer, massima), “l’attore fruisce del foro di cui all’art. 5, n. 1, della Convenzione, anche qualora sia controversa l’esistenza del contratto su cui si fonda la domanda6”, il vero problema non sembra quello di far rientrare o meno controversie di tal sorta nella nozione in esame, bensì, su di un piano differente, quello di individuare in relazione ad esse il locus destinatae solutionis7.
La seconda questione interpretativa cui si è fatto cenno sorge dalla correlazione tra i nn. 1 e 3 dell’art. 5.
Premesso che il n. 3 ha riguardo alle obbligazioni nascenti da “illeciti civili dolosi o colposi”, la dottrina sembra inconciliabilmente divisa tra i sostenitori8 della c.d. “teoria unitaria, o del sistema chiuso9” o “dualista10”, secondo la quale il campo d’applicazione delle due norme sarebbe suscettibile di estendersi con precisione a tutto il settore delle obbligazioni, e quanti11 invece sono contrari ed essa, per vari motivi, primo tra tutti, la individuazione di una “terra di nessuno tra contratto ed atto illecito12”.
Essendo inizialmente prevalso quest’ultimo orientamento, il diffondersi della teoria unitaria è probabilmente da attribuirsi alla pronuncia relativa alla causa C-189/87, Kalfelis (o ad una sua più o meno libera interpretazione), in cui la Corte di giustizia, sostenendo che: “La nozione di ‘materia di delitti o quasi delitti’ ai sensi dell’ art. 5, punto 3, della Convenzione, dev’essere considerata una nozione autonoma che comprende qualsiasi domanda che miri a far valere la responsabilità del convenuto e che non si ricolleghi alla ‘materia contrattuale’ ai sensi dell’art. 5, punto 1”, sembra averle attribuito un carattere residuale rispetto a quest’ultima.
Senza la benché minima pretesa di prospettare soluzioni univoche, è opportuno limitarsi alle seguenti considerazioni.
La teoria del sistema chiuso sembra recare con sé l’ulteriore esigenza di una linea di demarcazione tra obbligazioni aquiliane e contrattuali estremamente precisa, ed inoltre sconta delle difficoltà, e pare forzare il sistema, relativamente a quella serie di obbligazioni13 che, per un verso non scaturiscono da un accordo, e che per l’altro è difficile far ricadere nell’ambito dell’art. 5 n.3, in quanto prescindenti da qualsiasi accertamento sulla responsabilità del convenuto14.
Il risultato di ciò sembra essere una dilatazione eccessiva del concetto di materia contrattuale, in contrasto con il principio di interpretazione restrittiva dei titoli speciali di giurisdizione.
Più coerente ed armonica con il sistema di Bruxelles I sembra essere, sotto tale aspetto, la dottrina opposta, la quale non riscontra nessuna incompletezza od irrazionalità nella mancata previsione, da parte del sistema stesso, di una nozione omnicomprensiva di materia contrattuale.
Anzi, giungendo, nonostante gli interventi della Corte di giustizia, a connotare la nozione in esame di evanescenza, non attribuisce a quest’ultima una valenza negativa, ritenendola, invece, in sintonia con l’impianto sistemico complessivo, ed in special modo, con il carattere di eccezionalità da conferire ai criteri giurisdizionali speciali, applicandosi alle obbligazioni ‘di confine’, il criterio generale del forum rei.
Il secondo momento, cui si è fatto cenno e su cui occorre soffermarsi, concerne la nozione di ‘obbligazione dedotta in giudizio’.
Dalla semplice formulazione dell’art. 5 n. 1 si possono agevolmente ricavare determinate scelte effettuate in occasione della sua elaborazione.
Preliminarmente va detto che, due sono i criteri astrattamente ipotizzabili per la determinazione della obbligazione rilevante ai fini della allocazione della giurisdizione.
Il primo è noto col nome di “teoria della obbligazione caratteristica o prevalente15” secondo cui, in estrema sintesi, si attribuisce giurisdizione, per ogni controversia inerente un rapporto contrattuale, al luogo di esecuzione di quella obbligazione astrattamente individuata come caratteristica “in relazione al suo ruolo prevalente nell’economia funzionale16” di ciascuna tipologia contrattuale.
Il secondo invece, “in un’ottica … di giurisdizione diffusa17”, localizza il foro competente, nella sua versione più estrema, sulla base di qualsivoglia obbligazione scaturente da un rapporto contrattuale, ivi per altro attraendo tutte le controversie, anche le più remote, che da quest’ultimo abbiano origine, e, in una versione per così dire ‘più moderata’, sulla base delle singole obbligazioni concretamente dedotte in giudizio.
L’art. 5 n.1 ha dunque scartato sia la teoria dell’obbligazione prevalente, sia la versione estrema del criterio di giurisdizione diffusa.
Ciò trova riscontro con quanto affermato dalla Corte di giustizia, nella sentenza relativa alla causa C-14/76, de Bloos, ossia la necessità di fare esclusivo riferimento alla “obbligazione contrattuale che serve di base all’azione giudiziaria”, al fine di “evitare, nei limiti del possibile, la molteplicità dei criteri di competenza giudiziaria relativamente al medesimo contratto18”.
In tal modo il giudice comunitario, pur offrendo una nozione autonoma del concetto di ‘obbligazione dedotta in giudizio’, non ha risolto tutte le incertezze eurmeneutiche19, ed in particolare non ha chiarito espressamente se sia da escludersi o meno un rinvio alla lex fori ai fini della sua qualificazione.
I problemi maggiori sorgono però probabilmente dalla considerazione che la nozione autonoma della Corte non è suscettibile di perseguire anche gli obiettivi cui quest’ultima la ha preordinata nella sentenza citata, dal momento che il numero dei fori competenti, tutt’altro che ridursi, equipara in ogni caso quello dei luoghi di esecuzione delle singole obbligazioni del contratto.
Conscia di ciò la Corte di giustizia ha cercato di porvi rimedio, rifiutando sempre, però una soluzione drastica, quale pure era adottabile (e cioè non ha mai fatto coincidere l’obbligazione principale con quella caratteristica).
Al riguardo bisogna innanzitutto premettere che, comprendendo il testo originario dell’art. 5 n. 1 della Convenzione di Bruxelles una norma apposita per i lavoratori subordinati, il giudice comunitario, spinto da pressanti intenti protezionistici nei loro confronti, in una famosissima pronuncia (causa C-133/81, Roger Ivenel) era ricorso, in via del tutto creativa, alla teoria della obbligazione caratteristica così qualificando l’obbligazione della prestazione d’opera allo scopo sia di individuare la lex causae, sia di garantire uno stretto collegamento tra giudice e controversia20.
In seguito, a partire dalla sentenza Hassan Shenavai (causa C-266/85), detto giudice per un verso ha nettamente escluso ulteriori ricorsi alla teoria della obbligazione caratteristica21, e per un altro ha posto l’accento sul concetto di ‘obbligazione principale’.
Ed infatti, al punto 19 della motivazione della citata pronuncia, ha limpidamente asserito che: “nel caso particolare in cui la lite verta su più obbligazioni derivanti dallo stesso contratto e che costituiscano il fondamento dell’azione esperita dall’attore … il giudice adito, per determinare la propria competenza, si orienterà sul principio secondo il quale l’accessorio segue il principale; in altre parole, sarà l’obbligazione principale, fra le varie in questione, quella che determinerà la competenza”.
Il ricorso al concetto di ‘obbligazione principale’22, se risolve la situazione di incertezza circa il luogo di esecuzione in caso di molteplicità di obbligazioni, riducendo al contempo drasticamente il rischio di contemporanea proposizione di più domande, solleva, però, esso stesso dei problemi, inerenti, questa volta, al metodo di determinazione, da parte dei giudici del carattere di ‘principalità’.
Escluso che esso possa risolversi sic et simpliciter, nella obbligazione in assoluto prevalente sulle altre, né tantomeno in quella sorta per prima in ambito contrattuale, residuano in merito cospicue perplessità, dal momento che indicazioni univoche non sono pervenute neanche da parte della Corte di giustizia.
Essa, nella causa C-420/97, Leathertex Divisione Sintetici SpA (punti 39 e 40 della motivazione) ha sostenuto che: “nel caso in cui la lite verta su più obbligazioni equivalenti derivanti dallo stesso contratto, il giudice adito non può orientarsi, per determinare la propria competenza, sul principio affermato dalla Corte al punto 19 della sentenza Shenavai, secondo il quale l’accessorio segue il principale.
In tali circostanze, lo stesso giudice non è competente a conoscere l’insieme di una domanda basata su due obbligazioni equivalenti derivanti da un medesimo contratto, nel caso in cui, secondo le norme di rinvio dello Stato di detto giudice, tali obbligazioni devono essere eseguite una in questo Stato e l’altra in un altro Stato contraente23”.
Di pregnanza maggiore è il rapido riferimento rinvenibile nella pronuncia relativa alla causa C-440/97, GIE Groupe Concorde e a. contro il Comandante della nave «Suhadiwarno Panjan, punto 26 della motivazione, secondo il quale: “talune … questioni … quali l’identificazione dell’obbligazione contrattuale che è alla base dell’azione in giudizio, così come, in caso di pluralità di obbligazioni, la ricerca dell’obbligazione principale, possono solo difficilmente essere risolte senza far riferimento alla legge applicabile”.
Ricorrendo dunque, al fine di qualificare una obbligazione come principale, alla lex causae, due sono le alternative.
Se è quest’ultima a rendere direttamente possibile tale qualificazione, non sorgono (troppe) incertezze.
Ma se ciò non avviene, allora una tale operazione spetta al giudice adito, il quale è bene che non si lasci, all’uopo, influenzare esclusivamente dalle prospettazioni operate dalla parte attrice, essendo, con buona probabilità, queste ultime preordinate alla scelta di fori ben determinati.
Egli allora, secondo la migliore dottrina, dovrebbe procedere alla scelta delle obbligazioni principali adottando due parametri, e cioè “bilanciare uno standard quantitativo ed uno qualitativo, soppesando, ad esempio, l’entità delle diverse obbligazioni sotto il profilo economico-monetario, rispetto alla rilevanza di ciascuna di esse sotto il profilo qualificatorio del modello contrattuale di riferimento24”.
Tale accertamento, se nella maggioranza dei casi non pone particolari difficoltà, diviene invece problematico in alcuni di essi (come nei contratti di collaborazione o di durata), a tutto discapito della prevedibilità dei titoli di giurisdizione25.
Sembra corretto sostenere che la capacità attrattiva conseguente al principio accessorium sequitur principale è subordinata alla previa proposizione dell’azione presso il giudice competente per l’obbligazione principale.
Nel caso, infatti, in cui la domanda vertente su quest’ultima sia proposta in un momento successivo rispetto ad altre obbligazioni secondarie, relativamente ad esse non sarà compromessa in alcun modo la competenza dei rispettivi giudici.
Infine, come si verifica già a proposito della nozione generale di ‘materia contrattuale’, si ripropone anche per quella di ‘obbligazione dedotta in giudizio’ l’interrogativo se farvi rientrare o meno le azioni inerenti l’(in)esistenza o la (in)validità del contratto. Ed analoga pare poter essere la risposta, nel senso che nulla osta, su di un piano astratto, a ricomprenderle in essa, i problemi maggiori ponendosi, anche qui, sotto il differente aspetto della individuazione del locus destinatae solutionis.
Nonostante ciò parte della dottrina è comunque propensa a ritenere applicabile, in tali ipotesi, non il foro speciale, bensì quello generale del domicilio del convenuto, non trattandosi precipuamente “di esecuzione di una obbligazione contrattuale, che presuppone un contratto giuridicamente esistente e vincolante26”.
Il terzo (ed ultimo) momento ha riguardo al locus destinatae solutionis.
Sono principalmente due i modi mediante i quali procedere alla sua determinazione.
Il primo è rappresentato dalla volontà delle parti.
Chiarissima, in proposito, è la Corte di giustizia nella causa C-56/79, Zelger contro Salnitri, punto 2 della massima: “qualora il luogo dell’adempimento di un’obbligazione contrattuale sia stato determinato dalle parti con una clausola valida secondo il diritto nazionale che si applica al contratto, il giudice di tale luogo è competente a conoscere delle controversie relative alla medesima obbligazione in forza dell’art. 5, n. 1 della Convenzione, indipendentemente dall’osservanza dei requisiti di forma stabiliti dall’art. 17” (ora art. 22 del regolamento).
Essa dunque sottolinea, innanzitutto, che la scelta del luogo di esecuzione del contratto deve basarsi su di una clausola valida alla stregua della lex causae, ed inoltre che, se così accade, essa è valida anche qualora non siano osservate le formalità previste dall’art. 17 (23 reg.) sugli accordi di proroga27.
Tale generosa soluzione, in quanto suscettibile di una eccessiva relativizzazione del titolo sia generale (art. 2) sia soprattutto pattiziamente derogatorio, è stata successivamente corretta in senso restrittivo dalla stessa Corte nella pronuncia della causa C-106/95, Mainschiffahrts-Genossenschaft eG (MSG) contro Les Gravières Rhénanes SARL, nella cui massima (punto 4) essa ha chiarito che: “benché le parti siano libere di accordarsi sul luogo di esecuzione delle obbligazioni contrattuali diverso da quello determinabile in forza della legge vigente per il contratto, senza essere obbligate a rispettare particolari requisiti formali, esse però non possono fissare, in considerazione del sistema introdotto dalla Convenzione, al solo scopo di determinare un foro competente, un luogo di esecuzione che non presenti nessun collegamento effettivo con la materia del contratto e in cui le obbligazioni derivanti nel contratto medesimo non potrebbero essere eseguite sulla base dei termini di quest’ultimo”.
In mancanza, invece, di indicazioni espresse delle parti, il luogo di esecuzione potrebbe invero dedursi dalla natura delle prestazioni contrattuali, ma ove neanche ciò sia possibile, il giudice deve procedere alla sua determinazione in base a quella lex causae cui la propria legge internazional-privatistica rimandi.
È quanto precisato dalla Corte di giustizia fin dalla nota causa C-12/76 Tessili, al punto 3 della massima della sentenza: “Il ‘luogo in cui l’obbligazione è stata o dev’essere eseguita’, ai sensi dell’art. 5, n. 1, della Convenzione … va determinato in base alla legge da applicare al rapporto giuridico in esame in conformità al diritto internazionale privato del giudice adito”.
Ancora, nella sentenza Custom Made Cmmercial LTD contro Stawa Metallbau GMBH (causa C-288/92, massima) il giudice comunitario ha aggiunto, che detto luogo: “è stato scelto come criterio di competenza nell’art. 5, punto 1), della Convenzione … poiché, per la sua precisione e la sua chiarezza, si integra bene nello scopo generale della Convenzione, che è quello di disporre norme che assicurino certezza in merito alla suddivisione delle competenze tra i vari giudici nazionali che possono essere aditi in occasione di una controversia in materia contrattuale. …
Il giudice investito deve determinare in conformità alle proprie norme di conflitto la legge da applicare al rapporto giuridico in esame, ivi compresa eventualmente una legge uniforme” quale ad esempio, quella “sulla vendita internazionale di cose mobili materiali, allegata alla Convenzione dell’Aia 1 luglio 1964”, come nel caso di specie, o, soprattutto, quella applicabile alle obbligazioni contrattuali (Convenzione di Roma del 1980).
In estrema sintesi può rilevarsi che tale metodo (chiamato talvolta, appunto, ‘metodo Tessili’) ha innescato un aspro dibattito, ed è stato oggetto di pressanti e continue critiche, da parte soprattutto della dottrina, ma anche della giurisprudenza.
Si è infatti sottolineato come affidare sic et simpliciter la determinazione del luogo di esecuzione delle obbligazioni contrattuali al metodo conflittuale sia del tutto contrario ai principî fondamentali ed agli scopi del sistema.
Infatti, esso innanzitutto compromette la certezza e la prevedibilità della identificazione del locus solutionis, ed anche qualora la definizione della legge applicabile sia effettuata non dalle norme interne di diritto privato, ma sulla base della Convenzione di Roma del 1980, questa non pare suscettibile di offrire soluzioni di gran lunga migliori28.
In secondo luogo, ed in particolare, l’aspetto maggiormente controverso pare risiedere nella circostanza per cui, determinando il locus solutionis alla stregua del diritto materiale uniforme e consentendo, dunque, l’applicazione dell’art. 59 della Convenzione dell’Aja del 1 luglio 196429, che fa riferimento al luogo di pagamento del corrispettivo, fissato presuntivamente nel domicilio del venditore, si avalla, in tutte le controversie che abbiano ad oggetto il saldo di somme di danaro, e che costituiscono una cospicua parte della transnational litigation nel settore dei contratti, la facoltà per l’attore-creditore di agire nel proprio home forum, a tutto discapito del principio generale del domicilio del convenuto30.31
Alla luce di tutto ciò, dottrina e giurisprudenza hanno prospettato una vasta gamma di soluzioni atte a ricondurre la disciplina in esame in un alveo più prossimo ai principî generali del sistema di Bruxelles I.
Nello specifico, a parte le irrazionali proposte volte ad abrogare in toto il foro contrattuale, si è suggerito, alternativamente, di vincolare il giudice ad un accertamento fattuale del locus solutionis, tenuto conto delle peculiarità volitive concrete delle parti, e prescindendo da qualsivoglia qualificazione giuridica, oppure, di far ricorso alla teoria dell’obbligazione caratteristica o prevalente.
Nonostante ciò, la Corte di giustizia è rimasta sempre ligia ai propri orientamenti ermeneutici, e, pur giungendo a riconoscere che “l’utilizzazione di criteri diversi da quello del luogo di adempimento, quando quest’ultimo attribuisce la competenza ad un foro privo di connessione con la causa, potrebbe compromettere la prevedibilità del foro competente e sarebbe pertanto incompatibile con lo scopo della Convenzione32”, si è mostrata sempre restia a disconoscere l’applicabilità del metodo Tessili, come sottolineato nella recente pronuncia Besix (causa C-256/00), nella quale, per altro, sembra aver mostrato aperture verso la determinazione fattuale del luogo di adempimento delle obbligazioni.
L’atteggiamento del giudice comunitario può essere giustificato alla luce del fatto che mere elaborazioni interpretative, per quanto argute ed innovative, non possono condurre, con riferimento ad una nozione quale quella di luogo di adempimento del contratto, estremamente diversificata nei vari Ordinamenti nazionali, ad una armonizzazione di questi ultimi, perseguibile esclusivamente per via legislativa.
Ed infatti ha tentato di provvedervi il regolamento n. 44, il quale, pur lasciando inalterato l’impianto complessivo dell’art. 5 n. 1 , vi ha aggiunto il seguente inciso: “ai fini dell’applicazione della presente disposizione e salvo diversa Convenzione, il luogo di esecuzione dell’obbligazione dedotta in giudizio è: - nel caso della compravendita di beni, il luogo, situato in uno Stato membro, in cui i beni sono stati o avrebbero dovuto essere consegnati in base al contratto, - nel caso della prestazione di servizi, il luogo, situato in uno Stato membro, in cui i servizi sono stati o avrebbero dovuto essere prestati in base al contratto33”.
Tale modifica, in apparenza di poco conto, in quanto limitata a due tipi contrattuali specifici, è invece suscettibile di incidere in maniera determinante sulla interpretazione dell’intero art. 5 n. 1, non solo perché la compravendita di beni e la prestazione di servizi sono le fattispecie di maggiore applicazione sia nella dinamica dei rapporti privati, sia, conseguentemente, nella pratica giurisprudenziale, ma anche perché sembra consono e all’impianto sistemico complessivo della disciplina uniforme, e agli indirizzi ed orientamenti ermeneutici del giudice comunitario, fornirne una interpretazione estensiva del campo di applicazione.
Ciò premesso, è opportuno analizzare la novella alla luce dei medesimi piani di indagine utilizzati a proposito dell’intero art.5 n. 1.
Per ciò che concerne, innanzitutto, quello relativo alla definizione del concetto di obbligazione dedotta in giudizio, è stato lo stesso legislatore comunitario a provvedervi, individuando nella consegna dei beni e nella prestazione dei servizi l’obbligazione cui fare riferimento nei casi, rispettivamente, di compravendita di beni e prestazione di servizi, con ciò sembrando accettare la teoria dell’obbligazione caratteristica, tanto osteggiata dalla Corte di giustizia.
La determinazione del locus solutionis richiede, invece, maggiori chiarimenti.
Anche in tal caso essa consegue direttamente all’intervento normativo, avendo il regolamento stabilito che i luoghi di esecuzione delle obbligazioni (caratteristiche) suddette consistono l’uno, in quello “in cui i beni sono stati o avrebbero dovuto essere consegnati”, e l’altro, in quello in cui “in cui i servizi sono stati o avrebbero dovuto essere prestati” entrambi in base ai contratti rispettivamente di vendita o di prestazione di servizi.
Rispetto alla previgente disciplina convenzionale, sembrano, invero, pochi i mutamenti ingenerati da tali nuove indicazioni.
Ed invero, se per un verso, esse inibiscono il ricorso al foro dell’attore-creditore, per un altro non comportano alcuna innovazione quanto ai criteri di individuazione del luogo di esecuzione delle obbligazioni.
A tali fini, infatti, sarà sempre necessario valutare le intenzioni delle parti, o le indicazioni desumibili dai contratti, o gli elementi fattuali delle obbligazioni in essi previste.
E, nel caso in cui, nonostante tutto ciò, permangano ancora dubbi, l’unica soluzione residua è ricorrere alla lex causae.
1 Basti solo considerare che essa ha costituito l’oggetto delle prime due pronunce della Corte di giustizia, (secondo la procedura del protocollo del 1971) relative alle cause ‘Tessili’ e ‘de Bloos’, entrambe del 1976.
2 La Corte di giustizia, ad esempio, ha sostenuto:
nella causa C-34/82, Peters, che “Le obbligazioni aventi ad oggetto il versamento di una somma di danaro e che traggono origine dal rapporto associativo esistente fra un’associazione ed i suoi membri rientrano nella ‘materia contrattuale’ ai sensi dell’art. 5, n. 1, della Convenzione, tanto se le obbligazioni derivano direttamente dall’adesione quanto se derivano ad un tempo da questa e da una o più delibere di organi dell’associazione” (punto 2 della massima);
nella causa C-214/89, Powell Duffryn plc contro Wolfgang Petereit, che: “I legami esistenti tra gli azionisti di una società sono paragonabili a quelli esistenti tra le parti di un contratto. La costituzione di una società riflette, infatti, l’esistenza di una comunanza di interessi tra gli azionisti nel perseguimento di finalità comuni. Allo scopo di realizzare tali finalità, ogni azionista è investito, nei confronti degli altri azionisti e degli organi della società, di diritti ed obblighi che trovano la loro espressione nello statuto della società. Ne consegue che, in applicazione della Convenzione di Bruxelles, lo statuto della società deve essere considerato come un contratto che regola sia i rapporti tra gli azionisti che i rapporti tra questi e la società da essi costituita (punti 16 e 17 della motivazione);
nella causa C-9/87, Arcado, che: “La lite relativa alla disdetta arbitraria di un contratto di agenzia commerciale autonoma ed al pagamento di commissioni dovute in forza di detto contratto è una lite in materia contrattuale ai sensi dell' art . 5, punto 1, della Convenzione” (punto 2 della massima);
nella causa C-26/91, relativa, invece, ad una ipotesi di esclusione, che: “l' art. 5, punto 1, della Convenzione deve essere interpretato nel senso che esso non si applica alla controversia tra il subacquirente di una cosa e il produttore, che non ne sia il venditore, vertente sui vizi della cosa o sulla sua inidoneità all’uso cui è destinata” (massima).
3 SALERNO, “Giurisdizione ed efficacia delle decisioni straniere nel regolamento (CE) n. 44/2001 (la revisione della Convenzione di Bruxelles del 1968)” 2ª, ed., CEDAM, 2003, p. 77.
 M.A. LUPOI, “Conflitti transnazionali di giurisdizioni”, Dott. A. Giuffrè editore, Milano, 2002, p. 459.
 Secondo SALERNO, “Giurisdizione ed efficacia delle decisioni straniere”, cit., p. 78, il problema della estensione, alle controversie in tema di esistenza e validità del contratto, del campo di applicazione dell’art. 5 n.1 sorgerebbe dal “parallelismo” che si è voluto instaurare tra quest’ultimo e quello della Convenzione di Roma del 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali.
Ciò, troverebbe anche riscontro (invero sottile) nella causa C-9/87, Arcado, al punto 15 della motivazione.
 “Se cosi non fosse, si rischierebbe di privare l’art. 5 della Convenzione della sua portata giuridica, poichè si ammetterebbe che basta ad una parte eccepire l’inesistenza del contratto per eludere il principio contenuto in tale disposizione. Al contrario, l’osservanza degli scopi e dello spirito della Convenzione esige che la disposizione sopra menzionata venga interpretata in modo da consentire al giudice che deve dirimere una lite derivante da un contratto, di verificare, anche d’ufficio, i presupposti essenziali della propria competenza, in base a fatti concludenti e pertinenti forniti dalla parte interessata, che provino l’esistenza o l’inesistenza del contratto”. (punto 7 della motivazione della sentenza citata nel testo).
 La corte, nella sentenza Gubisch (causa C-144/86, punti 15 e ss.) sebbene ai limitati fini di accertamento della litispendenza, ha sostenuto che essendo “la situazione processuale oggetto della … questione pregiudiziale … caratterizzata dal fatto che le stesse parti sono impegnate in due controversie in diversi stati membri e con lo stesso "titolo", e cioè il medesimo rapporto contrattuale, si pone … il problema di stabilire se queste due controversie abbiano il medesimo "oggetto" dato che, nel primo caso, la domanda è intesa ad ottenere l’esecuzione del contratto e, nel secondo, il suo annullamento o la risoluzione.
Quando si tratta in particolare, come nel caso di specie, della vendita internazionale di beni mobili materiali, ne risulta che la domanda di esecuzione del contratto è volta a renderlo efficace, e che la domanda di annullamento e di risoluzione è volta appunto a negargli ogni efficacia. La forza obbligatoria del contratto si trova pertanto al centro delle due controversie. Se la domanda di annullamento o di risoluzione è la domanda posteriore, essa può addirittura essere considerata un semplice mezzo di difesa contro la prima domanda presentata in forma di azione autonoma dinanzi ad un tribunale di un altro stato contraente .
Stando cosi le cose dal punto di vista processuale è giocoforza constatare che le due controversie hanno il medesimo oggetto, dato che quest’ultima nozione non può essere ristretta all’identità formale delle due domande”.
 Tra di essi si può annoverare GERARDO BROGGINI, “Il Forum destinatae solutionis: passato, presente, futuro”, in Rivista di diritto internazionale privato e processuale, 2000, p. 15 e ss., che a sua volta cita Mari (p. 20).
 V. al riguardo M.A. LUPOI, “Conflitti transnazionali” cit., p.455.
 M.A. LUPOI, “Conflitti transnazionali” cit. pp. 508 e ss.
 Come ad esempio LUPOI.
 V. BROGGINI, “Il Forum destinatae solutionis” cit., p. 20.
 Ad esempio, e con riferimento all’Ordinamento italiano, le obbligazioni derivanti da: arricchimento senza causa, gestione d’affari altrui, ripetizione d’indebito scissa da qualsiasi contratto…
 Ciò sembra essere ulteriormente confermato dalla circostanza che il regolamento n.44 ha espressamente fatto richiamo, nella nuova formulazione dell’art. 5 n. 3 ai criteri di imputabilità del dolo e della colpa.
 V. M.A. LUPOI, “Conflitti transnazionali” cit, p. 446.
 M.A. LUPOI, “Conflitti transnazionali” cit., p. 446.
 M.A. LUPOI, “Conflitti transnazionali” cit., p. 448.
 È significativo riportare l’intero ragionamento della Corte (punti 8 e ss. della motivazione): “Come risulta dal preambolo della Convenzione, questa mira a determinare la competenza degli organi giurisdizionali degli stati contraenti nell’ordinamento internazionale, a facilitare il riconoscimento delle rispettive decisioni giudiziarie e ad instaurare un procedimento rapido , inteso a garantire l’esecuzione delle decisioni.
Tali obiettivi comportano la necessita di evitare, nei limiti del possibile, la molteplicità dei criteri di competenza giudiziaria relativamente al medesimo contratto .
Non si può quindi interpretare l’art. 5, n.1, della Convenzione nel senso che esso faccia riferimento a qualsivoglia obbligazione derivante dal contratto.
Al contrario, col termine ‘obbligazione’ detto articolo contempla l’obbligazione contrattuale che serve di base all’azione giudiziaria. …
Ne consegue che, ai fini della determinazione del luogo d’esecuzione ai sensi dell’art. 5 di cui sopra, l’obbligazione da prendere in considerazione é quella corrispondente al diritto su cui s’impernia l’azione dell’attore .
Nell’ipotesi in cui l’attore fa valere il proprio diritto al risarcimento del danno o chiede la risoluzione del contratto per colpa della controparte, l’obbligazione di cui all’art. 5, n.1, è sempre quella derivante dal contratto ed il cui inadempimento viene invocato onde legittimare dette domande”.
19 Per lo specifico problema attinente al se ricomprendere nel concetto di obbligazione dedotta in giudizio “l’ampio novero di obblighi e doveri che derivano dalla legge che regola il rapporto e che ad esempio, vincolano le parti a comportarsi, nella fase precontrattuale o di esecuzione del rapporto contrattuale secondo buona fede…” v. M.A. LUPOI, “Conflitti transnazionali” cit., p. 468 e ss.
 Nella massima della sentenza citata si legge che: “L’obbligazione da prendere in considerazione per l’applicazione dell’art. 5 , n. 1, della Convenzione 27 settembre 1968, in caso di domande basate su varie obbligazioni derivanti da un contratto di rappresentanza che lega un lavoratore dipendente ad un’impresa ,è quella che caratterizza il contratto”.
Come si è già accennato, la Convenzione di adesione di S. Sebastian è stata l’occasione per formalizzare tale interpretazione.
Il regolamento n. 44, poi, , riserva al settore del lavoro subordinato una apposita sezione.
21Ai punti 16 e 17 della motivazione della sentenza Hassan Shenavai si legge che: “i contratti di lavoro, come altri contratti in fatto di lavoro subordinato, hanno, rispetto agli altri contratti, anche quando questi riguardano prestazioni di servizi, determinate particolarità, in quanto creano un nesso durevole che inserisce il lavoratore nell’ambito di una determinata organizzazione dell’attività dell’impresa o del datore di lavoro e in quanto si ricollegano al luogo dell’esercizio dell’attività, il quale determina l’applicazione di norme imperative e di contratti collettivi . A causa appunto di queste particolarità il giudice del luogo dell’adempimento dell’obbligazione che caratterizza siffatti contratti si rivela il più idoneo a dirimere le liti che possono nascere da una o più obbligazioni derivanti da detti contratti.
Quando queste particolarità specifiche non sussistono, non è nè necessario nè opportuno identificare l’obbligazione che caratterizza il contratto nè accentrare nel suo luogo di adempimento la competenza giurisdizionale, in quanto luogo dell’adempimento, per le liti relative a qualsiasi obbligazione contrattuale. Infatti, la varietà e molteplicità dei contratti, considerati in generale, sono tali che questo criterio, in detti altri casi, potrebbe creare incertezze circa la competenza giurisdizionale, incertezze che la Convenzione ha precisamente lo scopo di ridurre”.
22 “Un approccio del genere introduce in via surrettizia una forma di competenza per connessione suscettibile di aggiungersi alle ipotesi di connessione attributiva previste dall’art. 6 del regolamento” (SALERNO, “Giurisdizione ed efficacia delle decisioni straniere”, cit., p.82).
23 Nella citata controversia, per altro, la Corte di giustizia non è entrata nel merito del problema, essendo stata la parità tra le due obbligazioni già sancita dal giudice belga di ultimo grado in fase di rinvio.
 M.A. LUPOI, “Conflitti transnazionali” cit., p. 484.
 Problemi particolari si pongono in relazione alle ipotesi di cumulo oggettivo di domande incentrate su un’unica fattispecie, ma basate su responsabilità sia contrattuale che aquiliana. Al riguardo, v. M.A. LUPOI, “Conflitti transnazionali” cit., p. 486.
 Così ANGELO CONVERSO, “La giurisdizione unica europea. Il Reg (CE) 44/2001”, in Contratto e impresa / Europa, 2002, p. 300.
 Nella medesima sentenza citata nel testo, la Corte, al punto 1 della massima, distingue nettamente l’art. 5 n. 1 dall’art. 17 (22 del regolamento). “le disposizioni dell’art. 5, n. 1, della Convenzione che consentono di citare, in materia contrattuale, il convenuto domiciliato nel territorio di uno stato contraente dinanzi al giudice del luogo in cui l’obbligazione è stata o dev’essere adempiuta, stabiliscono un criterio per la determinazione della competenza la cui scelta dipende dalla volontà dell’attore e che è giustificato dall’estistenza di un legame diretto tra la controversia e il giudice chiamato a conoscere di essa. Per contro, l’art. 17 della Convenzione, il quale contempla la competenza esclusiva del giudice designato dalle parti secondo le forme prescritte, esclude le norme sulla competenza tanto generali - di cui all’art. 2 della Convenzione - quanto speciali - di cui all’art. 5 - e prescinde da qualsiasi legame oggettivo tra il rapporto giuridico controverso ed il giudice designato. Ne consegue che la competenza del giudice del luogo dell’adempimento è quella del giudice scelto dalle parti costituiscono due nozioni distinte, e che solamente i patti di proroga della competenza devono possedere i requisiti di forma prescritti dall’art. 17 della Convenzione”.
28 Così BROGGINI, “Il Forum destinatae solutionis” cit., p.22.
 Per altro non più in vigore per l’Italia.
 V. Causa C-288/92, Custom made Commercial ltd contro Stawa Metallbau gmbh: “l’art. 5, punto 1), della Convenzione va interpretato nel senso che, in caso di azione del fornitore contro il suo cliente per il pagamento del corrispettivo dovuto in base ad un contratto di opera, il luogo di adempimento dell’obbligazione avente ad oggetto tale pagamento va determinato conformemente al diritto sostanziale disciplinante l’obbligazione controversa secondo le norme di conflitto del giudice adito, anche quando tali norme facciano rinvio all’applicazione al contratto di disposizioni quali quelle della legge uniforme sulla vendita internazionale di cose mobili materiali, allegata alla Convenzione dell’Aia 1 luglio 1964” (punto29 della motivazione).
 Per altro, come annota M.A. LUPOI, (“Conflitti transnazionali” cit., p. 491), tale favor per il creditore attore sortisce effetti positivi nei confronti degli Stati membri, in quanto ne risulta incoraggiato il commercio internazionale, tenuto anche conto del fatto che da tale disciplina fuoriescono i rapporti tra produttori e consumatori.
32 Causa C-288/92, Custom made Commercial ltd contro Stawa Metallbau gmbh, punto 18 della motivazione.
33 Art. 5 n.1: “la persona domiciliata nel territorio di uno Stato membro può essere convenuta in un altro Stato membro: a) in materia contrattuale, davanti al giudice del luogo in cui l’obbligazione dedotta in giudizio è stata o deve essere eseguita; b) ai fini dell’applicazione della presente disposizione e salvo diversa Convenzione, il luogo di esecuzione dell’obbligazione dedotta in giudizio è:- nel caso della compravendita di beni, il luogo, situato in uno Stato membro, in cui i beni sono stati o avrebbero dovuto essere consegnati in base al contratto,- nel caso della prestazione di servizi, il luogo, situato in uno Stato membro, in cui i servizi sono stati o avrebbero dovuto essere prestati in base al contratto; c) la lettera a) si applica nei casi in cui non è applicabile la lettera b)”.
Si è ritenuto opportuno riportare l’intera disposizione al fine di chiarire un ulteriore suo elemento di novità rispetto alla versione della Convenzione di Bruxelles, ossia la lettera c).
Al riguardo SALERNO, “Giurisdizione ed efficacia delle decisioni straniere” cit., rileva che in virtù di quest’ultima, “la regola tradizionale (lett. a) ha una portata che, secondo i casi, doppiamente residuale. In primo luogo, perché essa si applica, in via esclusiva, ad ogni fattispecie contrattuale che non rientri nella lett. b). In secondo luogo, perché la regola generale può essere applicata in via sussidiaria anche alle fattispecie che rientrano nella lett. b), se è impossibile l’applicazione del criterio autonomo, oppure se questo individua quale foro competente uno Stato extracomunitario (o comunque non destinatario del regolamento), sempre che naturalmente, la regola generale sia nella condizione di offrire un titolo di giurisdizione azionabile davanti al giudice di uno Stato membro” (p. 76 e s.).
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References: art. 5
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 22
 sentenza 
 art. 5
 art.5
 art. 5
 sentenza 
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 sentenza 
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 Art. 5
 Art. 7