Source: https://www.laleggepertutti.it/268714_come-non-pagare-sanzioni-fiscali
Timestamp: 2020-07-14 23:20:44+00:00

Document:
Come non pagare sanzioni fiscali
L’incertezza normativa e gli errori scusabili non per colpa che consentono al contribuente di non pagare le sanzioni.
Ti è mai capitato di leggere una legge in materia fiscale? A meno che tu non sia un tecnico del settore, difficilmente avrai capito qualcosa. Proprio per consentire ai cittadini che non hanno studiato diritto tributario di orientarsi in questa insidiosa materia – le cui violazioni peraltro possono costare caro – l’Agenzia delle Entrare diffonde periodicamente delle guide pratiche, dei veri e propri tutorial destinati ai non addetti ai lavori. Ciò nonostante, può capitare ugualmente di sbagliare. E, in questi casi, ad ogni errore corrisponde una sanzione. Per il fisco, infatti, errare non è umano. Ti sarai chiesto, allora, in quali circostanze si può essere giustificati. Pensa al caso in cui a sbagliare sia stato il tuo commercialista (che ha digitato, sul computer, un numero errato o ha dimenticato di inviare la tua dichiarazione dei redditi); oppure pensa all’ipotesi in cui hai agito sulla base di un consiglio ottenuto dal funzionario di un ente pubblico (il Comune, l’Inps o la stessa Agenzia delle Entrate). In queste ipotesi ti sarai certamente chiesto come non pagare le sanzioni fiscali.
La risposta a questo interessante interrogativo è contenuta in più disposizioni di legge che, peraltro, sono sempre al centro di numerose sentenze della Cassazione. Qui di seguito ti spiegheremo quali sono i casi in cui lo Stato perdona gli errori tributari commessi dai contribuenti e, in questo modo, consente loro di non pagare le sanzioni fiscali. Procediamo con ordine, ma prima una precisazione. In tutte le ipotesi che andremo ad analizzare, il contraente viene esonerato solo dal versamento delle sanzioni, mentre restano dovute le imposte non versate.
1 Incertezza normativa: niente sanzioni fiscali
2 Errore che non produce un credito per lo Stato: niente sanzioni fiscali
3 Errore per colpa dell’amministrazione: niente sanzioni fiscali
4 Se l’errore è del commercialista: sì alle sanzioni fiscali salvo denuncia
5 Niente sanzioni fiscali per forza maggiore
6 Errore: sanzioni fiscali solo se non c’è colpa
Incertezza normativa: niente sanzioni fiscali
Le norme sono poco chiare? Le prassi contrastanti? In questi casi, peraltro non infrequenti, se dovesse arrivare un accertamento fiscale è possibile non pagare le sanzioni fiscali. A ricordarlo è una sentenza della Cassazione della scorsa estate [1]. L’indirizzo è comunque confermato da una lunga serie di pronunce [2].
La legge, e in particolare lo Statuto del contribuente [3], stabilisce che non sono dovute le sanzioni quando la violazione fiscale dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria.
Per «incertezza normativa tributaria» si intende una situazione di oggettiva impossibilità di individuare con sicurezza ed univocamente la norma giuridica da applicare al caso concreto. In particolare, costituiscono incertezza normativa:
la difficoltà di individuare le disposizioni normative, magari per difetto delle previsioni di legge;
la difficoltà di confezione della formula dichiarativa della norma giuridica;
la difficoltà di determinazione del significato della formula dichiarativa;
la mancanza di informazioni amministrative o la loro contraddittorietà;
la mancanza di una prassi amministrativa o prassi amministrative contrastanti;
la mancanza di precedenti giurisprudenziali;
la formazione di orientamenti giurisprudenziali contrastanti;
l’adozione di norme di interpretazione autentica o esplicative della norma implicita preesistente.
La situazione di incertezza però non deve essere riferita alle capacità del cittadino, né a quelle del suo commercialista o consulente, ma a quelle del giudice, unico soggetto dell’ordinamento cui è attribuito il potere-dovere di accertare la ragionevolezza di una determinata interpretazione.
«L’incertezza normativa oggettiva», pertanto, «non ha il suo fondamento nell’ignoranza giustificata, ma nell’impossibilità, abbandonato lo stato d’ignoranza, di pervenire comunque allo stato di conoscenza sicura della norma giuridica tributaria»
Errore che non produce un credito per lo Stato: niente sanzioni fiscali
La seconda ipotesi in cui è possibile evitare di pagare le sanzioni fiscali è quando l’errore si sostanzia in una violazione formale ma che non implica alcun debito di imposta (si pensi a un importo correttamente corrisposto all’erario ma con un codice tributo sbagliato, prontamente corretto).
Errore per colpa dell’amministrazione: niente sanzioni fiscali
Sempre lo Statuto del contribuente [3] stabilisce l’inapplicabilità delle sanzioni quando il contribuente si sia conformato a indicazioni contenute in atti dell’amministrazione finanziaria, anche se successivamente modificate dall’amministrazione medesima, o qualora il suo comportamento risulti posto in essere a seguito di fatti direttamente conseguenti a ritardi, omissioni o errori dell’amministrazione stessa. Si pensi al caso del contribuente che abbia proposto un interpello (non è consentito adeguarsi a interpelli presentati da altri contribuenti).
Una interessante sentenza pubblicata qualche mese fa dalla Cassazione [4] ha addirittura riconosciuto al contribuente il diritto al risarcimento del danno nei confronti dell’Agenzia delle Entrate per il consiglio sbagliato ricevuto dal funzionario allo sportello. Leggi Se l’Agenzia delle Entrate sbaglia cosa fare?
Se l’errore è del commercialista: sì alle sanzioni fiscali salvo denuncia
Il contribuente risponde degli errori del proprio commercialista. Se questi, ad esempio, sbaglia nel fare la dichiarazione dei redditi, le sanzioni tributarie ricadono sul suo cliente (salvo poi un’azione di rivalsa nei confronti del professionista).
Tuttavia, la legge stabilisce che il contribuente non è punibile (e lo stesso vale per il sostituto e il responsabile d’imposta) quando dimostra che il pagamento del tributo non è stato eseguito «per fatto denunciato all’autorità giudiziaria e addebitabile esclusivamente a terzi». Si pensi all’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi addebitabile a un comportamento doloso del commercialista (il quale sia scappato disinteressandosi degli adempimenti fiscali dei clienti): il contribuente può evitare le sanzioni solo se dimostra che la dimenticanza è addebitabile al professionista incaricato e se dà prova di averlo denunciato. Fuori da questa ipotesi il contribuente è sempre tenuto a monitorare l’operato dei propri consulenti.
Niente sanzioni fiscali per forza maggiore
Immagina di dover pagare le tasse entro una determinata scadenza ma che, proprio quel giorno, i terminali delle banche sono in tilt. Puoi essere responsabile e subire il pagamento delle sanzioni? È sempre la legge a stabilire che non si applicano le sanzioni fiscali se l’illecito è commesso per forza maggiore, ossia un evento imprevedibile e oggettivamente insormontabile, che non dipende dalla volontà del contribuente.
Errore: sanzioni fiscali solo se non c’è colpa
Se il contribuente dimostra che la violazione tributaria è stata commessa per un errore sulle circostanze di fatto non è responsabile, e quindi non paga le sanzioni fiscali, solo quando l’errore non è stato determinato da sua colpa.
[1] Cass. sent. n. 18405/18 del 12.07.2018.
[2] Cass. sent. n. 32436/18 del 14.12.2018; Cass. ord. n. 26582/18 del 22.10.2018.
[3] Art. 10 d.lgs n. 212/2000 – Statuto sui diritti dei contribuenti
(Tutela dell’affidamento e della buona fede. Errori del contribuente)
2. Non sono irrogate sanzioni nè richiesti interessi moratori al contribuente, qualora egli si sia conformato a indicazioni contenute in atti dell’amministrazione finanziaria, ancorché successivamente modificate dall’amministrazione medesima, o qualora il suo comportamento risulti posto in essere a seguito di fatti direttamente conseguenti a ritardi, omissioni od errori dell’amministrazione stessa.
3. Le sanzioni non sono comunque irrogate quando la violazione dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria o quando si traduce in una mera violazione formale senza alcun debito di imposta. Le violazioni di disposizioni di rilievo esclusivamente tributario non possono essere causa di nullità del contratto.
Art. 6. d. lgs 472/1997
1. Se la violazione e’ conseguenza di errore sul fatto, l’agente non e’ responsabile quando l’errore non e’ determinato da colpa.
2. Non e’ punibile l’autore della violazione quando essa e’ determinata da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle disposizioni alle quali si riferiscono, nonché da indeterminatezza delle richieste di informazioni o dei modelli per la dichiarazione e per il pagamento.
3. Il contribuente, il sostituto e il responsabile d’imposta non sono punibili quando dimostrano che il pagamento del tributo non e’ stato eseguito per fatto denunciato all’autorità giudiziaria e addebitabile esclusivamente a terzi.
4. L’ignoranza della legge tributaria non rileva se non si tratta di ignoranza inevitabile.
5. Non e’ punibile chi ha commesso il fatto per forza maggiore.
Art. 8 d.lgs. n. 546/1992
[4] Cass. sent. n. 23163/18 del 27.09.2018.
Corte di Cassazione, sez. V Civile, sentenza 16 novembre – 14 dicembre 2018, n. 32436
Presidente Cirillo – Relatore Guida
S.G.I. Srl, operante nel settore delle tecnologie mediche in ambito cardiologico, ricorre, con sei motivi, nei confronti dell’Agenzia delle entrate, che resiste con controricorso, avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia (in seguito: CTR), in epigrafe, che – in controversia riguardante l’impugnazione di un avviso di accertamento che recuperava a tassazione, ai fini IRAP, per l’anno 2006, costi ritenuti indeducibili – ha confermato la sentenza di primo grado, sfavorevole alla contribuente.
In particolare, la CTR, pronunciando sulle riprese a tassazione contestate dalla società (che, per altri rilievi contenuti nell’atto impositivo, aveva prestato acquiescenza) ha affermato che: la ripresa n. 1, relativa a costi sostenuti per il congresso C., svoltosi a Nizza, nel 2006, era corretta, trattandosi di costi soggetti al regime fiscale delle spese di rappresentanza perché il congresso aveva la finalità di divulgare l’immagine e il prestigio dell’azienda; le riprese nn. 6, 7, 12, relative a costi per prestazioni di servizi rese dalle consociate estere, e la ripresa n. 8, relativa a costi per il rimborso delle spese di viaggio di un top manager di una società belga de gruppo S., erano legittime, in quanto la contribuente, gravata del relativo onere probatorio, non aveva dimostrato la sussistenza dei requisiti prescritti dall’art. 109 TUIR, per la deducibilità di costi e spese, vale a dire la loro “certezza”, “coerenza logica” e “congruità”.
Il giudice d’appello, infine, non ha ravvisato, nelle norme riguardanti la deducibilità dei costi, le condizioni di incertezza, invocate dalla società, idonee a giustificare la riduzione delle sanzioni applicate dall’Amministrazione finanziaria.
1. Primo motivo di ricorso: «Nullità in parte qua della sentenza, per motivazione meramente apparente (art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c.).». Si denuncia la mera apparenza della motivazione della decisione impugnata che ha rigettato l’appello in ordine alla ripresa a tassazione dei costi, ritenuti non inerenti e non documentati, relativi alle prestazioni di servizio rese dalle consociate estere (rilievi nn. 6, 7, 12 dell’avviso di accertamento) e, ancora, ha disatteso la richiesta subordinata della contribuente di esonero dalle sanzioni per errore incolpevole sul fatto e/o di diritto, avvalendosi di formule di puro stile, che tradiscono l’assenza di un’effettiva disamina delle prove fornire dalle parti e delle risultanze processuali.
Secondo l’insegnamento delle sezioni unite di questa Corte (sentenze 7/04/2014, nn. 8053 e 8054): «La riformulazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.».
Pertanto, a seguito della riforma del 2012 – proseguono le sezioni unite – scompare il controllo sulla motivazione con riferimento al parametro della sufficienza, ma resta il controllo sull’esistenza (sotto il profilo dell’assoluta omissione o della mera apparenza) e sulla coerenza (sotto il profilo della irriducibile contraddittorietà e dell’illogicità manifesta) della motivazione, ossia con riferimento a quei parametri che determinano la conversione del vizio di motivazione in vizio di violazione di legge, sempre che il vizio emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza impugnata.
Ciò premesso sul piano dei princìpi, in questa controversia, diversamente da quanto ventila la contribuente, una motivazione esiste, nel senso che la CTR ha dato conto delle ragioni del proprio convincimento e, in particolare, ha esposto, in modo chiaro ed esaustivo, il percorso logico che l’ha condotta a confermare la correttezza dell’operato dell’Amministrazione finanziaria in relazione a ciascuno dei recuperi fiscali in contestazione.
2. Secondo motivo: «Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 108, comma 2, del D.P.R. n. 917/1986 (art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.)». Si deduce l’errore di diritto della sentenza impugnata per avere qualificato quali spese di rappresentanza i costi correlati al congresso scientifico “C.”, di vitto e alloggio dei propri dipendenti, ma soprattutto dei medici invitati alla manifestazione, integralmente dedotti dalla società quali spese di pubblicità.
In tema di redditi d’impresa, il criterio discretivo tra spese di rappresentanza e spese di pubblicità va individuato negli obiettivi, anche strategici, perseguiti mediante le stesse, che, nella prima ipotesi, coincidono con la crescita d’immagine ed il maggior prestigio, nonché con il potenziamento delle possibilità di sviluppo della società, mentre, nell’altra, consistono in una diretta finalità promozionale e di incremento commerciale, concernente la produzione realizzata in un determinato contesto. (Cass. 23/05/2018, n. 12676).
Questa Corte, di recente, si è occupata della pretesa fiscale relativa alla detrazione IVA, per l’anno 1999, riguardante le spese sostenute da S.B.C. Srl, per l’organizzazione di convegni medici ed ha stabilito che: «[…] era, invero, rilevabile qualche oscillazione in ordine alla riconducibilità di alcune tipologie di spesa e, in ispecie, proprio con riguardo alle spese sostenute per l’organizzazione di congressi e convegni di breve durata, in passato incluse tra quelle pubblicitarie (Cass. n. 25053 del 2006; Cass. n. 15268 del 2000) e, più recentemente, ricondotte alle spese di rappresentanza (Cass. n. 2276 del 2011; Cass. n. 21270 del 2008); con riguardo, specificamente, ai congressi medici la Corte ha, peraltro, evidenziato (Cass. n. 24932 del 2013) che, ai sensi dell’art. 7 del d.lgs. n. 541 del 1992 […] attuativo della direttiva n. 92/28/CEE, “gli operatori sanitari ai quali può essere rivolta la pubblicità di un medicinale sono esclusivamente quelle autorizzati a prescriverlo o a dispensarlo (comma 1) ed aggiunge (comma 2) che la pubblicità di un medicinale presso gli operatori sanitari deve sempre comprendere le informazioni contenute nel riassunto delle caratteristiche del prodotto autorizzato.., e specificare la classificazione del medicinale ai fini della fornitura…, oppure (comma 3) si può limitare alla denominazione del medicinale, ma pur sempre con la specificazione della denominazione comune del principio o dei principi attivi che lo compongono”; da tale presupposto deriva “l’ineludibile conseguenza” che “il novero delle spese di pubblicità” è limitato “alle sole spese volte a render noto un farmaco presso la classe medica, anche attraverso la organizzazione di riunioni ed incontri di breve durata e con la partecipazione di un numero ristretto di specialisti; elementi, questi della breve durata e della partecipazione di un numero ristretto di specialisti, che denotano la connotazione d’informazione scientifica e non già d’intrattenimento della riunione o dei convegno”; è quindi evidente la finalità d’informazione scientifica che deve contrassegnare quest’unica pubblicità consentita, tanto più che il consumo dei farmaci non è regolato dal criterio del piacere, ma da quello dell’utilità, mediata dalla classe medica, sicché i medici sono destinatari di una specifica forma di pubblicità che mira non già a reclamizzare astrattamente il prodotto decantandone le virtù o la piacevolezza visiva della confezione, ma ad informarli della natura e delle utilità farmaceutiche del prodotto, in quali ipotesi risulti indicato, in quali no ed in quali sia addirittura nocivo (v. Cass. n. 25053 del 2006; v. anche v. Cass. n. 8844 del 2014; Cass. n. 2349 del 2013; Cass. n. 5494 del 2013); tali princìpi, ai quali cui si intende dare continuità, sono sicuramente applicabili anche nella vicenda in esame ove vengono in considerazione, quali prodotti, presidi cardiovascolari impiantabili, la cui utenza finale si identifica con le cliniche e gli ospedali; orbene, la CTR, mentre ha correttamente ricondotto le spese di ospitalità a quelle di rappresentanza, con riguardo alle spese “per l’organizzazione dei convegni e spese di trasferimento” ha ritenuto, indistintamente, che esse fossero di pubblicità sul solo presupposto che l’organizzazione dei convegni per il 1999 da parte della S. rispondesse alla finalità di “portare a conoscenza l’offerta del prodotto”, senza, tuttavia, accertare il carattere scientifico del convegno stesso, sicché la decisione non è giuridicamente corretta, dovendo il giudice del rinvio procedere alla relativa verifica;» (Cass. 30/11/2017, n. 28695).
Nel caso di specie, al contrario, la CTR ha tracciato correttamente, in termini generali, il discrimen tra le diverse figure delle spese di rappresentanza e delle spese di pubblicità; quindi, con un apprezzamento di fatto, estraneo al controllo di legalità demandato a questa Corte, ha maturato il convincimento che ì costi sostenuti dalla contribuente fossero spese di rappresentanza, in quanto il congresso svoltosi a Nizza era diretto ad accrescere “l’immagine ed il prestigio dell’azienda.” e non rispondeva a finalità pubblicitarie, anche perché i partecipanti, per così dire, non erano buyers di professione, ma medici inseriti in strutture sanitarie (cfr. pag. 3 della sentenza impugnata).
3. Terzo motivo: «Omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, avente ad oggetto la funzionalità delle spese sostenute in relazione alla manifestazione “C.” alla promozione dei prodotti del gruppo S. (art. 360, comma 1, n. 5 c. p.c.).».
Con riferimento ai medesimi costi (oggetto della precedente censura), si addebita alla CTR l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, che inequivocabilmente deponeva per la natura promozionale delle spese del congresso, documentato dalla comunicazione predisposta dalla società (già allegata al processo verbale di constatazione), al fine di invitare i medici alla manifestazione, nella quale era espressamente programmato, tra l’altro, il compimento di “dimostrazioni tecniche riguardanti i nostri prodotti”.
4. Quarto motivo: «Omesso esame di fatti decisivi per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, aventi ad oggetto la documentazione contrattuale ed extra-contrattuale comprovante effettività, certezza, congruità, inerenza delle spese sostenute . per servizi resi da consociate estere in base ad accordo di “cost sharing”, nonché spese di viaggio rimborsate ad un top manager (art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c.).».
Quanto al recupero a tassazione delle spese per i servizi prestati dalle consociate estere e per le spese di viaggio rimborsate al top manager belga, la ricorrente si duole della sentenza impugnata (se non la si debba ritenere viziata, in radice, per mera apparenza della motivazione, come dedotto con il primo mezzo), ancora una volta sotto il profilo dell’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, laddove non è stata compiuta un’effettiva disamina dell’ampia documentazione prodotta dalla contribuente (fatture per i servizi resi; cost sharing agreement; attestazioni delle fornitrice estere riguardanti la natura e l’entità dei servizi; un nutrito scambio di e-mails tra la società e le proprie fornitrici e tra queste ultime e i distributori e clienti locali; dati di bilancio delle fornitrici, con le certificazioni di una società di revisione, attestanti i costi sostenuti a favore della contribuente), comprovanti la natura e l’effettività dei costi che, invece, secondo la decisione della CTR, non poggiavano su “elementi inequivocabili”.
4.1. Il terzo e il quarto motivo, da esaminare congiuntamente perché postulano identici profili di diritto, sono inammissibili.
Per il costante orientamento di questa Corte, riaffermato anche da recenti pronunce (Cass. 13/01/2017, n. 743): «Nell’ipotesi di “doppia conforme”, prevista dall’art. 348-ter, comma 5, c.p.c. (applicabile, ai sensi dell’art. 54, comma 2, del d.l. n. 83 del 2012, conv., con modif., dalla I. n. 134 del 2012, ai giudizi d’appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal giorno 11 settembre 2012), il ricorrente in cassazione – per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360, n. 5, c.p.c. (nel testo riformulato dall’art. 54, comma 3, del d.l. n. 83 cit. ed applicabile alle sentenze pubblicate dal giorno 11 settembre 2012) – deve indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse.» (Cass. 22/12/2016, n. 26774).
Nella specie, posto che il giudizio d’appello è iniziato nel 2015, le censure sono inammissibili poiché le decisioni dei gradi di merito, entrambe di rigetto (c.d. “doppia conforme”), si fondano sulle medesime ragioni di fatto e, del resto, la contribuente non ha nemmeno sostenuto il contrario.
5. Violazione dell’art. 109, comma 5, del D.P.R. n. 917/1987 e dell’art. 2697 c.c. (art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.)».
In relazione ai costi oggetto del precedente motivo d’impugnazione, la ricorrente lamenta che la Commissione regionale, pur in difetto di specifiche contestazioni, da parte dell’Amministrazione finanziaria, in ordine all’insussistenza, irragionevolezza e antieconomicità dei medesimi oneri, avrebbe affermato contra legem che la contribuente non ne aveva documentato la “coerenza economica” e la “congruità”, con ciò finendo per porre a carico della società una probatio diabolica, in evidente contraddizione rispetto ai precetti normativi degli artt. 109, comma 5, TUIR e 2697 cod. civ.
Costituisce ius receptum della Corte che: «In tema di accertamento delle imposte sui redditi, spetta al contribuente l’onere della prova dell’esistenza, dell’inerenza e, ove contestata dall’Amministrazione finanziaria, della coerenza economica dei costi deducibili. A tal fine non è sufficiente che la spesa sia stata contabilizzata dall’imprenditore, occorrendo anche che esista una documentazione di supporto da cui ricavare, oltre che l’importo, la ragione e la coerenza economica della stessa, risultando legittima, in difetto, la negazione della deducibilità di un costo sproporzionato ai ricavi o all’oggetto dell’impresa. (Nella specie, la S.C. ha negato la deducibilità dei premi, di importo cospicuo, corrisposti dall’amministratore della società alle proprie affiliate in assenza di un supporto documentale).» (Cass. 26/05/2017, n. 13300).
La CTR si è uniformata a queste regole di diritto e, all’esito di un apprezzamento di fatto, ad essa insindacabilmente rimesso, ha negato che la società, sulla quale incombeva il relativo onere probatorio, avesse dimostrato la certezza, la coerenza economica e la congruità dei costi connessi alle spese per servizi prestati dalla consociate estere e alle spese di viaggio del top manager belga, per poi concludere, al riguardo, che: «Nessuna documentazione certa è stata fornita e le comunicazioni delle consociate estere con le quali individuano le attività svolte e le risorse sono state fornite dopo l’inizio dell’attività di verifica senza elementi inequivocabili.». (cfr. pag. 4 della sentenza impugnata).
6. Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 5, comma 1 e 6, comma 2, del D.Lgs. n. 472/1997, 8 del D.Lgs. n. 546/1992 e 10, comma 3, della Legge n. 212/2000 (art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.)».
L’ultimo rilievo critico (sempre che non si ravvisi, al riguardo, la mera apparenza della motivazione, dedotta con il primo mezzo) attiene alla violazione di legge che la CTR avrebbe commesso laddove ha respinto, con riferimento a tutte le riprese fiscali, la censura della contribuente d’illegittimità delle sanzioni per obiettiva incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle norme asseritamente violate e, ancora, per la condizione di assoluta buona fede in cui versava la società, che era convinta della piena deducibilità dall’imponibile degli anzidetti costi.
In tema di sanzioni amministrative per violazione di norme tributarie, la Corte ha già avuto modo di affermare il principio di diritto in virtù del quale: «l’incertezza normativa oggettiva che — ai sensi degli artt. 8 d.Igs. n. 546 del 1992; 6, comma 2, d.lgs. 18 dicembre 1997, n, 472; 10, comma 3, legge 2 luglio 2000, n. 212 — costituisce causa di esenzione del contribuente dalla responsabilità amministrativa tributaria, richiede una condizione di inevitabile incertezza sul contenuto, sull’oggetto e sui destinatari della norma tributaria, ovverosia l’insicurezza ed equivocità del risultato conseguito attraverso il procedimento d’interpretazione normativa, riferibile non già ad un generico contribuente, o a quei contribuenti che per la loro perizia professionale siano capaci di interpretazione normativa qualificata (studiosi, professionisti legali, operatori giuridici di elevato livello professionale), e tanto meno all’Ufficio finanziario, ma al giudice, unico soggetto dell’ordinamento cui è attribuito il potere-dovere di accertare la ragionevolezza di una determinata interpretazione (cfr. Cass. 28/11/2007, n. 24670; 16/02/2012, n. 2192; 26/10/2012, n. 18434; 11/02/2013, n. 3245; 22/02/2013, n. 4522). In altre parole, come è stato detto, «l’incertezza normativa oggettiva tributaria», che consente di non applicare le sanzioni, «è la situazione giuridica oggettiva, che si crea nella normazione per effetto dell’azione di tutti i formanti del diritto, tra cui in primo luogo, ma non esclusivamente, la produzione normativa, e che è caratterizzata dall’impossibilità, esistente in sé ed accertata dal giudice, d’individuare con sicurezza ed univocamente, al termine di un procedimento interpretativo metodicamente corretto, la norma giuridica sotto la quale effettuare la sussunzione di un caso di specie ultima o, se si tratta del giudice di legittimità, del fatto di genere già categorizzato dal giudice di merito», quindi in «senso oggettivo» (con conseguente esclusione di «qualsiasi rilevanza sia delle condizioni soggettive individuali sia delle condizioni soggettive categoriali» atteso che «l’incertezza normativa, in quanto esiste in sé, opera nei confronti di tutti»): «l’incertezza normativa oggettiva», pertanto, «non ha il suo fondamento nell’ignoranza giustificata, ma nell’impossibilità, abbandonato lo stato d’ignoranza, di pervenire comunque allo stato di conoscenza sicura della norma giuridica tributaria» (Cass. 11/09/2009, n. 19638). Inoltre, trattandosi di un’esimente prevista dalla legge a favore del contribuente, l’onere di allegare la ricorrenza di siffatti elementi di confusione, qualora effettivamente esistenti, grava sul contribuente secondo le regole generali in materia di onere della prova (art. 2697cod. civ.).» (Cass. 7/12/2017, n. 29368).
Nella presente vicenda processuale non sussiste una simile incertezza normativa oggettiva e, inoltre, la ricorrente nemmeno menziona specifici e rilevanti contrasti giurisprudenziali su questi aspetti del thema decidendum.
7. Alla stregua delle precedenti considerazioni, il ricorso va rigettato.
8. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.
9. Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115/2002, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis del citato art. 13.
Rigetta il ricorso; condanna la ricorrente a pagare all’Agenzia delle entrate le spese del giudizio di legittimità che liquida in euro 4.100,00, a titolo di compenso, oltre alle spese prenotate a debito; ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis del citato art. 13.

References: sentenza 
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 Art. 10

Art. 6

Art. 8
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 art. 13
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