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Responsabilità del medico (ginecologo) per le gravi lesioni personali riportate in occasione della nascita. (Cass. 20667 del 5 ottobre 2010) « Studio Tantalo Fornari
Postato il 18 ottobre 2010 Aggiornato il 19 ottobre 2010
Cassazione – Sezione terza – sentenza 23 giugno – 5 ottobre 2010, n. 20667
Con atto di citazione V.M. e L.L., in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale sul figlio minore V.F., convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma i dottori C.G. e Cu.Gi. e l’ostetrica T.S. e la casa di cura X s.r.l. per sentire dichiarare che le gravi lesioni personali riportate dal minore (con esiti di inabilità permanente) in occasione della nascita erano imputabili a colpa di tutti i sanitari che avevano assistito la L. prima, durante e dopo il parto.
Accoglieva invece la pretesa avanzata nell’interesse del minore nei confronti del Cu. e condannava quest’ultimo al risarcimento dei danni, che liquidava in L. 498.999.000, oltre accessori dalla data della sentenza.
Dichiarava inoltre l’Assitalia tenuta a manlevare il Cu. delle somme dovute alla parte attrice.
Avverso tale decisione l’Assitalia proponeva appello, ribadendo l’eccezione, già formulata in primo grado, relativa alla violazione, da parte del proprio assicurato, del patto di gestione della lite.
Si costituiva in giudizio il Cu., deducendo la infondatezza dell’appello della Assitalia, proponendo a sua volta appello incidentale in ordine alla propria condanna.
Espletata nuova consulenza tecnica di ufficio, la Corte di appello – con sentenza 20 maggio – 10 novembre 2005 – dichiarava inammissibile l’appello incidentale proposto da Cu..
In parziale accoglimento dell’appello principale proposto da Assitalia e di quello incidentale dei coniugi V., condannava Cu.Gi. a pagare a ciascuno degli appellanti incidentali, la ulteriore somma di Euro 25.000,00, oltre interessi legali dalla sentenza al saldo.
Dichiarava che Assitalia era tenuta a manlevare Cu.Gi., in relazione a tutte le somme da questo dovute ai coniugi V. – in proprio e quali esercenti la potestà sul figlio minore – nei limiti del massimale assicurato, di L. 300.000.000 (pari ad Euro 154.937,07).
Resistono con distinti controricorsi l’INA – Assitalia, la Milano assicurazioni e i coniugi V. – L..
Hanno depositato memorie INA – Assitalia, Cu. ed i coniugi V. – L..
Con il primo motivo, il ricorrente principale denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto, con riferimento agli art. 168 bis c.p.c., commi 4 e 5, artt. 166, 343 e 347 c.p.c., nullità della sentenza e del procedimento, con riferimento all’art. 168 bis c.p.c., commi 4 e 5, artt. 166, 343 e 347 c.p.c., omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio, ex art. 360 c.p.c., n. 5, con riferimento all’art. 168 bis c.p.c., commi 4 e 5, artt. 166, 343 e 347 c.p.c..
La sentenza impugnata aveva dichiarato l’inammissibilità dell’appello incidentale proposto dal Cu. sostenendo che la proposizione dell’appello incidentale sarebbe stata tardiva rispetto alla data della “vocatio in ius” contenuta nell’appello principale, poiché l’udienza di prima comparizione era stata tenuta a seguito di un differimento automatico ai sensi dell’art. 168 bis, comma 4.
Da ciò derivava la tempestività dell’appello incidentale proposto dal Cu., che in ogni caso aveva diritto di proporre appello incidentale tardivo, a seguito dell’appello incidentale dei coniugi V. – L..
Con motivazione del tutto adeguata che sfugge a qualsiasi censura di violazione di legge e di vizio della motivazione, la Corte territoriale ha accertato che nel caso di specie si era trattato di un differimento automatico della prima udienza, ai sensi dell’art. 168 bis c.p.c., comma 4.
Nessuna rilevanza, hanno sottolineato i giudici di appello, poteva assumere in contrario la circostanza che la Cancelleria del Tribunale – senza averne l’obbligo avesse dato comunicazione alle parti del differimento, mancando nel caso di specie il decreto motivato ai sensi dell’art. 168 c.p.c., comma 5.
Ed infatti l’unica fattispecie che giustifica la mancata considerazione dell’originaria data dell’udienza fissata nell’atto di citazione è quella – del tutto distinta – contemplata dall’art. 168 bis c.p.c., comma 5, la quale ricorre allorché il giudice istruttore designato, nei cinque giorni dalla presentazione del fascicolo, ritenga, con proprio decreto motivato, di differire la data della prima udienza; fattispecie nella quale – giusta espressa previsione di cui allo stesso art. 166 c.p.c. – il termine di “20 giorni prima” va appunto computato in riferimento alla data fissata nel decreto del giudice istruttore designato (Cass. 11 giugno 2003 n. 9351, 4 novembre 2003 n. 16526).
Sulla base di tali principi, interamente condivisi dal Collegio, deve ribadirsi anche in questa sede che è inammissibile, perché tardivo l’appello incidentale, quando sia stato proposto con comparsa di risposta depositata successivamente all’udienza fissata nell’atto di citazione in appello anche se questa sia stata rinviata d’ufficio ai sensi dell’art. 168 bis c.p.c., comma 4.
La relativa inammissibilità deve essere rilevata d’ufficio ed, in mancanza, può essere eccepita per la prima volta dalla controparte anche in sede di legittimità (Cass. 11 luglio 2006 n. 15705, 29 ottobre 2001 n. 13427).
Sotto altro profilo, vai la pena di sottolineare che l’interesse del Dott. Cu. a proporre appello incidentale tardivo non era affatto sorto dalla impugnazione incidentale a suo tempo proposta dai coniugi V. – L..
Questi infatti avevano richiesto, con l’appello incidentale, che fosse accertata una concorrente responsabilità dell’altro medico, Dott. C., con conseguente riconoscimento di tutti i danni, morali e materiali, subiti direttamente dai genitori.
Il Cu., si era limitato a richiedere – con la propria impugnazione incidentale – la riforma della decisione del Tribunale nella parte in cui aveva statuito in ordine alla responsabilità dello stesso Cu., con la condanna di Assitalia a manlevarlo di tutte le somme riconosciute in favore dei genitori del minore, senza prendere posizione in ordine alle domande formulate dai coniugi V. – L..
Donde un ulteriore profilo di inammissibilità dell’appello incidentale tardivo, anche alla luce della recente decisione delle Sezioni Unite di questa Corte (Cass. S.U. 27 novembre 2007 n. 24627), secondo la quale l’impugnazione incidentale tardiva è sempre ammissibile, a tutela della reale utilità della, parte, tutte le volte che l’impugnazione principale metta in discussione l’assetto di interessi derivante dalla sentenza alla quale il coobbligato aveva prestato acquiescenza.
Il motivo è infondato, alla luce di consolidata giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa del fatto illecito costituente reato, lesioni personali, spetta anche il risarcimento del danno non patrimoniale, concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva con la vittima, non essendo ostativo il disposto dell’art. 1223 c.c., in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso, con conseguente legittimazione del congiunto ad agire “iure proprio” contro il responsabile (Cass. 9556 del 2002).
I giudici di appello hanno rilevato, in proposito, che nel caso in esame vi era la prova presuntiva del danno no patrimoniale subito dai V. – L., considerato il rapporto affettivo tra questi ed il piccolo F., nonché la gravità delle lesioni riportate dal minore.
Ed hanno concluso, utilizzando criteri equitativi e considerate le peculiarità del caso e la entità delle lesioni riportate dal minore, di riconoscere per tale ulteriore voce di danno – rientrante nel danno non patrimoniale – la somma di Euro 25.000,00 per ciascun genitore, comprensiva di rivalutazione e del ristoro del pregiudizio per la tardiva disponibilità del danaro.
Con il terzo motivo il ricorrente principale denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto, nullità della sentenza o del procedimento ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, con riferimento al divieto di “ius novorum” in appello ex art. 345 c.p.c., ed alla errata qualificazione ed interpretazione da parte del giudice di appello della distinzione tra eccezioni in senso stretto ed eccezioni in senso lato, omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio, ex art. 360 c.p.c., n. 5, con riguardo alla domanda e/o eccezione svolta per la prima nel giudizio di gravame dall’Assitalia di manleva bon oltre il massimale di polizza.
Sin dall’inizio del contenzioso, gli attori avevano chiesto la condanna di tutti i convenuti in solido al pagamento di una somma, di gran lunga superiore a quella poi loro riconosciuta dal Tribunale.
Pertanto, sin dalla comparsa di risposta nel giudizio di primo grado, Assitalia, ritualmente chiamata in giudizio dal Cu. a garanzia di tutti i possibili danni derivanti dall’azione degli attori, avrebbe dovuto sollevare la eccezione che la propria responsabilità doveva essere contenuta entro i limiti del massimale di polizza.
Tra l’altro, la richiesta di condanna oltre il massimale, in relazione alla “mala gestio” dell’assicuratore nei confronti del proprio assicurato (“mala gestio” propria) può ritenersi proposta implicitamente con la domanda di manleva con la quale l’assicurato, responsabile del danno, chieda all’assicuratore di essere tenuto indenne in misura corrispondente all’importo dovuto al danneggiato.
La Corte territoriale ha premesso, opportunamente, che la eccezione (non formulata in primo grado) era comunque ammissibile, trattandosi di eccezione in senso lato, risolventesi nella contestazione della esistenza di un elemento costitutivo della domanda di manleva proposta dall’assicurato.
Nel merito, i giudici di appello hanno concluso che la eccezione doveva considerarsi fondata, essendo pacifico tra le parti che il contratto di assicurazione stipulato dal Cu. prevedeva un massimale di trecentomilioni di lire. La prova della esistenza e del limite quantitativo del massimale di polizza risultava sin dall’inizio dei procedimento instaurato dal Cu. contro INA Assitalia, successivamente riunito alla causa di responsabilità professionale instaurata dai genitori del V..
La polizza assicurativa era stata prodotta in atti proprio dal Dott. Cu., a sostegno del diritto ad essere manlevato da eventuali condanne. Ed il Dott. Cu., nell’atto di citazione 4 marzo 2006, aveva chiesto la condanna di Assitalia – Le Assicurazioni di Italia s.p.a. “a tenere indenne e garantire il sig. prof. Cu.Gi. da ogni e qualsiasi effetto e/o conseguenza derivante dalle statuizioni che verranno eventualmente adottate in quel giudizio e ciò in forza della polizza stipulata con la compagnia assicurativa Assitalia – Le Assicurazioni di Italia spa n. 73/60/206939/38”.
La domanda di manleva del Cu. era, pertanto, sin dall’inizio contenuta nei limiti del massimale di polizza, espressamente richiamata.
La sentenza impugnata appare, pertanto, conforme alla giurisprudenza di questa Corte, che, intervenendo sull’argomento, ha espressamente riconosciuto che: “il limite del massimale vale a configurare e a delimitare normativamente il diritto del danneggiato e, conseguentemente, può essere proposta per la prima volta in appello, anche nella vigenza del nuovo testo dell’art. 345 c.p.c.” (Cass. 26 marzo 2003 n. 4485).
Sotto altro profilo, la Corte territoriale ha osservato che la domanda di condanna della società di assicurazione oltre il limite del massimale (avanzata dal Cu. solo in grado di appello e fondata sulla “mala gestio” dell’assicuratore) doveva considerarsi inammissibile, in quanto domanda nuova, proposta per la prima volta in appello.
Come noto, i limiti del massimale possono essere superati in caso di colpevole inerzia (o ingiustificato rifiuto) dell’assicuratore nell’adempimento della sua obbligazione.
Infatti, l’ipotesi di ingiustificato rifiuto da parte dell’assicuratore di effettuare il pagamento rientra nella violazione degli obblighi di cui agli artt. 1175, 1176 e 1375 c.c., ed è, quindi, fonte di responsabilità per l’assicuratore, anche oltre il massimale per l’esborso che la propria condotta inadempiente abbia costretto l’assicurato (Cass. 28 novembre 1995,n. 12302).
In questa ipotesi, l’obbligazione dell’assicuratore va liquidata provvedendo alla cosiddetta rivalutazione di quel massimale, in relazione al sopravvenuto deprezzamento della moneta con l’aggiunta degli interessi legali di mora, ferma restando sul massimale così rivalutato la debenza degli interessi legali sino al saldo (Cass. 21 aprile 1995,n. 4494).
Va, tuttavia, rilevato che la domanda del danneggiato contro l’assicuratore di condanna oltre il massimale di polizza per interessi e svalutazione, non può ritenersi implicitamente contenuta nell’indicazione del “quantum” in misura superiore al massimale, perché la responsabilità ultramassimale è fondata su autonomo titolo (vale a dire sulla colpevole inerzia dell’assicuratore), che va dedotto dal danneggiato espressamente e tempestivamente, non potendo la durata del processo in sè costituire colpevole ritardo (Cass. 28 maggio 1996, n. 4910,).
Con la conseguenza che, se proposta per la prima volta in appello – come nel caso di specie – la domanda di condanna oltre massimale deve essere dichiarata inammissibile (Cass. 15 gennaio 2003 n. 477, 27 febbraio 2002 n. 2910, 8 maggio 1998 n. 4677).
Con il quarto motivo si deduce, infine, la nullità della sentenza e del procedimento, ex art. 360 c.p.c., n. 4, nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio, ex art. 360 c.p.c., n. 5, con riguardo alla mancata interruzione del giudizio con riferimento all’art. 300 c.p.c. a causa del decesso di C.G. in ordine alla conseguente omessa pronuncia, ex art. 113 c.p.c., in ordine alla relativa istanza/dichiarazione contenuta nella memoria di replica alla comparsa conclusionale ritualmente depositata in giudizio.
La difesa del dottor Cu. aveva dichiarato, nella memoria di replica depositata nel giudizio di appello in data 11 aprile 2005, che il dottor C.G. era deceduto in data omissis ed avevano chiesto che la Corte di appello dichiarasse l’interruzione del processo.
Nella sentenza impugnata non vi era traccia di pronuncia in ordine a tale istanza, con conseguente nullità della sentenza e del procedimento di secondo grado, per grave violazione delle norme in materia di interruzione del giudizio per morte della parte e di violazione del precetto di cui all’art. 112 c.p.c..
Anche quest’ultimo motivo è inammissibile ancor prima che privo di fondamento.
Si richiama sul punto la giurisprudenza di questa Corte, la quale è ferma nel ritenere che la morte o la perdita della capacità della parte costituita che sopravvengano nel corso del giudizio di appello trovano specifica e compiuta disciplina nelle disposizioni dell’art. 300 c.p.c., e, pertanto, se il procuratore costituito, unico legittimato ai sensi della medesima norma, ometta di dichiarare in udienza o di notificare alle altre parti uno degli anzidetti eventi relativi alla parte da lui rappresentata, la posizione giuridica di quest’ultima resta stabilizzata rispetto alle altre parti ed al giudice quale persona esistente e capace (in questo senso, Cass. n. 6701 e 17913 del 2009, Cass. S.U. n. 10706 del 2006).
Va ricordato, da ultimo, che la violazione delle norme sulla interruzione del processo costituisce,, pur sempre, una nullità relativa eccepibile, ex art. 157 c.p.c., soltanto dalla parte nel cui interesse sono poste le norme sull’interruzione e, cioè, dalla parte colpita dall’evento interruttivo.
Il ricorrente principale deve essere condannato al pagamento delle spese nei confronti dei coniugi V. – L., liquidate come in dispositivo.
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2 pensieri riguardo “Responsabilità del medico (ginecologo) per le gravi lesioni personali riportate in occasione della nascita. (Cass. 20667 del 5 ottobre 2010)”
21 dicembre 2010 alle 12:02
tra non molto in sala parto ci andranno gli avvocati i giudici ed anche i giornalisti. Sapranno tutti far meglio di noi medici asinoni ed assassini!!
Caro Dottore, io la penso esattamente al contrario…la stragrande maggioranza dei medici italiani è preparatissima; in ogni categoria (basti pensare agli avvocati) c’è però il rischio di un errore. Ciò non significa che non si possa pubblicare una sentenza, fermo restando che effettivamente sono d’accordo sul fatto che si stia esagerando, con la responsabilità dei medici, che spesso a causa del timore di subire azioni di vario genere, non hanno la necessaria serenità.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 168
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
 art. 166
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 345
 art. 360
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 360
 art. 113
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 157