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Timestamp: 2020-07-07 11:40:39+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 10468 del 12/05/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10468 del 12/05/2011
Cassazione civile sez. II, 12/05/2011, (ud. 16/12/2010, dep. 12/05/2011), n.10468
COMUNE DI LAGUNDO in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente
domiciliato in ROMA, VIA MACCHIAVELLI 25, presso lo studio dell’avv.
PILIA Paolo Giuseppe, che lo rappresenta e difende unitamente
all’aVV. MARTIN GANNER, giusta procura a margine del ricorso;
avverso la sentenza n. 217/2008 del TRIBUNALE di BOLZANO – Sezione
Distaccata di MERANO del 4.11.08, depositata il 05/11/2008;
16/12/2010 dal Consigliere Relatore Dott. PASQUALE D’ASCOLA;
1) Il 5 novembre 2008 il tribunale di Bolzano, sez. staccata di Merano, in riforma della sentenza resa il 26 febbraio 2007 dal giudice di pace di Merano, accoglieva l’appello proposto da B.M., la quale aveva proposto opposizione al verbale di accertamento di violazione dell’art. 142 C.d.S., comma 8, verificata il (OMISSIS), dalla polizia municipale di Lagundo.
Per quanto ancora qui interessa, il tribunale riteneva fondate le censure attinenti alla necessità di taratura dell’apparecchiatura elettronica utilizzata per il rilevamento e all’onere dell’amministrazione di dar prova della relativa operazione, necessaria per la regolarità della rilevazione.
Riteneva inoltre viziato il verbale di accertamento, perchè l’Amministrazione: a) si era avvalsa di una ditta privata per la gestione degli apparecchi di rilevamento; b) aveva affermato che l’attività di quest’ultima era stata svolta sotto la supervisione della Polizia Municipale, senza però specificare in cosa consistesse la supervisione e senza indicare concretamente come fosse stato organizzato il collegamento tra l’attività di rilevamento delle infrazioni ed il soggetto preposto al servizio dì Polizia.
Questa Corte ha da tempo ritenuto che m tema di sanzioni amministrative per violazioni al codice della strada, le apparecchiature elettroniche regolarmente omologate utilizzale per rilevare le violazioni dei limiti di velocità stabiliti, come previsto dall’art. 142 C.d.S., non devono essere sottoposte ai controlli previsti dalla L. n. 273 del 1991, istitutiva del sistema nazionale di taratura. Tale sistema di controlli, infatti, attiene alla materia ed metrologica diversa rispetto a quella della misurazione elettronica della velocita1 ed è competenza di autorità’ amministrative diverse, rispetto a quelle pertinenti al caso di specie (Cass. 23978/07; 29333/08; 9846/2010).
Ne consegue che non deve essere fornita dall’amministrazione alcuna prova della esecuzione dell’operazione di taratura e va comunque ribadito che, in materia di violazione delle norme del codice della strada relative ai limiti di velocità, l’efficacia probatoria dello strumento rilevatore del superamento di tali limiti opera fino a quando sia accertato, nel caso concreto, sulla base di circostanze allegate dall’opponente e debitamente provate, il difetto di costruzione, installazione o funzionamento del dispositivo elettronico (Cass. 10212/05; 287/05).
Il Collegio ritiene che nè il motivo, nè tautomerie il quesito riescono a censurare convenientemente le ragioni della decisione. Per il giudice di appello, dal verbale di accertamento non emergeva adeguatamente che il rilevamento, cioè “l’elaborazione della rilevazione”, avveniva ad opera di un agente preposto al servizio di polizia stradale, unico abilitato ad attribuire fede privilegiata all’accertamento. In particolare il tribunale aveva sottolineato che l’Amministrazione aveva ammesso di aver affidato “l’intera gestione” degli apparecchi alla ditta Tarasconi e aveva solo genericamente asserito che la supervisione veniva svolta dalla Polizia municipale;
in tal modo sarebbe rimasto indimostrato quell’elemento di certezza e legalità che “solo la presenza del pubblico ufficiale può garantire al cittadino”.
Parte ricorrente si duole della statuizione della sentenza impugnata, che avrebbe negato valore alle attestazioni dell’accertamento in ordine allo svolgimento del servizio da parte dell’organo di polizia municipale, sebbene ciò si evincesse “dal verbale di contestazione, il quale oltre ad indicare il responsabile del procedimento informatico ai sensi del D.Lgs. n. 39 del 2003, art. 3, comma 2 veniva sottoscritto dall’agente verbalizzante”, così dimostrando il “collegamento tra l’attività espletata dalla ditta privata e l’organo preposto al servizio di polizia stradale”.
Il motivo si conclude con il seguente quesito di diritto: Dica la S.C se l’affidamento del procedimento relativo all’elaborazione dei dati risultanti dalle apparecchiature elettroniche utilizzate dall’amministrazione comunale per il rilevamento di infrazioni ex art. 142 C.d.S. sia o meno in contrasto con le disposizioni di cui agli artt. 11 e 12 C.d.S.”. In tal modo, come è evidente, il Comune si limita a sostenere che sarebbe stato affidato ai privati solo il procedimento relativo all’elaborazione dei dati e che ciò sarebbe legittimo, senza cogliere – e senza confutare – il rimprovero maggiore, cioè che il rilevamento non era attribuibile alla forza pubblica, perchè era rimasto indeterminato il necessario ruolo dì preminenza di essa, posto che non era stato specificato in cosa consistesse la “supervisione” dei vigili.
Il ricorso ha espressamente concentrato la sua attenzione su un profilo attinente la violazione di legge (artt. 11 e 12 C.d.S. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3) che non era controverso. Doveva esserne dimostrata l’osservanza, censurando la valutazione della sentenza impugnata in ordine alla prova del ruolo svolto dagli agenti verbalizzanti. A tal fine doveva essere denunciato un vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., n. 5) della sentenza, in relazione alla omessa o cattiva valutazione di una qualche risultanza processuale, dalla quale doveva emergere che l’attività della forza pubblica era stata solo supportata e non sostanzialmente sostituita dall’operatore privato.
Tale censura non è stata svolta. Inoltre, il generico riferimento al verbale di accertamento, del quale, violando il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, non è stato neppure trascritto in ricorso il contenuto, impedisce di tenerne conto, poichè questa Corte non ha accesso agli atti di causa in relazione ai vizi in indicando (360 c.p.c., n. 3) e alle censure sulla motivazione, nella specie, come si è detto, mancanti. Ne consegue che una delle due autonome rationes decidendi resta valida ed è sufficiente a giustificare la decisione di merito.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sezione seconda civile, il 16 dicembre 2010.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
 art. 142
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