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Sentenza Cassazione Civile n. 6509 del 22/03/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6509 del 22/03/2011
Cassazione civile sez. lav., 22/03/2011, (ud. 10/02/2011, dep. 22/03/2011), n.6509
sul ricorso 9016-2007 proposto da:
V.B., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA RENO 21,
avverso la sentenza n. 1868/2006 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 14/03/200, r.g.n. 1497/04;
10/02/2011 dal Consigliere Dott. PIETRO ZAPPIA;
IANNELLI Domenico che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.
Con ricorso al Tribunale, giudice del lavoro, di Roma, ritualmente notificato, V.B., assunta con contratto a tempo determinato dalla società Poste Italiane s.p.a. dal 14.10.1997 al 31.1.1998, ai sensi dell’art. 8, comma 2, del CCNL 26.11.1994, per “esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi ed in attesa dell’attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle risorse umane”; dal 4.12.1998 al 30.1.1999 (con successiva proroga) per la medesima causale; dall’8.6.1998 al 30.9.1998 per “necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno – settembre”; dal 22.6.2000 al 30.9.2000 per “esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi ed in attesa dell’attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle risorse umane”; dal 4.6.2001 al 30.9.2001, ai sensi dell’art. 25 del CCNL 11.1.2001, “per esigenze di carattere straordinario conseguenti a processi di riorganizzazione, ivi ricomprendendo un più funzionale riposizionamento di risorse sul territorio anche derivanti da innovazioni tecnologiche, … nonchè a fronte della necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie”; rilevava la illegittimità dell’apposizione del termine ai contratti in questione di talchè, essendo stata l’assunzione illegittima, i contratti si erano convertiti in contratti a tempo indeterminato. Chiedeva pertanto che, previa dichiarazione di illegittimità del termine apposto ai predetti rapporti di lavoro, fosse dichiarata l’avvenuta trasformazione degli stessi in contratti a tempo indeterminato, con condanna della società al risarcimento del danno.
Con sentenza in data 20.2.2003 il Tribunale adito dichiarava la nullità del termine apposto al contratto stipulato per il periodo dal 4.6 al 30.9.2001 e dichiarava la natura a tempo indeterminato del rapporto in questione dal 4.6.2001, condannando la società convenuta alla riammissione in servizio della ricorrente ed al pagamento in favore della stessa della retribuzione dal 23.1.2002.
Avverso tale sentenza proponeva appello la società Poste Italiane s.p.a. lamentandone la erroneità sotto diversi profili e chiedendo il rigetto delle domande proposte da controparte con il ricorso introduttivo.
E proponeva altresì appello incidentale la lavoratrice interessata chiedendo il riconoscimento dell’esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato sin dal primo contratto intercorso dal 14.10.1997 al 31.1.1998.
La Corte di Appello di Roma, con sentenza in data 28.2/14.3.2006, in accoglimento dell’appello incidentale ed in parziale riforma dell’impugnata sentenza, dichiarava l’esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato a decorrere dal 14.10.1997.
Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione la Poste Italiane s.p.a. con quattro motivi di impugnazione.
Resiste con controricorso la lavoratrice intimata.
Col primo motivo di ricorso la società ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione all’art. 1362 e segg. c.c.; insufficiente e contraddittoria motivazione (art. 360 c.p.c., n. 5), in ordine all’efficacia dell’accordo 25.9.1997, integrativo dell’art. 8 del CCNL 1994.
In particolare osserva che in maniera assolutamente arbitraria la Corte territoriale aveva ritenuto che l’ipotesi prevista dalla L. n. 56 del 1987, art. 23 dovesse essere necessariamente correlata ad una precisa limitazione temporale. In tal modo l’interpretazione fornita dai giudici di merito aveva introdotto nella normativa contrattuale un ulteriore elemento assolutamente non previsto dalle parti contraenti; per contro, la corretta applicazione delle norme di ermeneutica contrattuale, avrebbe dovuto portare la Corte di merito a valutare i suddetti accordi attuativi nella loro effettiva natura di atti ricognitivi di una determinata situazione di fatto, senza alcuna volontà negoziale di porre limite alcuno se non quello della intrinseca temporaneità di qualsiasi processo di ristrutturazione, e quindi anche di quello della società Poste Italiane s.p.a..
Con il secondo motivo di ricorso la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione alla L. n. 230 del 1962; violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione alla L. n. 56 del 1987, art. 23; violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione all’art. 1362 e segg.
In particolare rileva che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto che la causale del contratto in questione si sarebbe risolta in una proposizione del tutto generica in quanto priva di alcun riferimento alle specifiche esigenze che avevano determinato l’assunzione del lavoratore; ed invero l’accordo del 25.9.1997 era assolutamente coerente con la previsione di cui alla L. n. 56 del 1987, art. 23 che aveva attribuito sul punto una delega in bianco in ordine alle ulteriori ipotesi di contratto a termine rispetto a quelle legislativamente previste, ritenendo l’esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti.
Con il terzo motivo di ricorso la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione alla L. n. 230 del 1962; violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione alla L. n. 56 del 1987, art. 23; violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione all’art. 1362 e segg.
In particolare rileva la ricorrente che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto che le ipotesi di contratti a termine previste dalla contrattazione collettiva ai sensi della L. n. 56 del 1987 dovessero essere interpretate alla luce della L. n. 230 del 1962, art. 1, art. 1 sicchè si sarebbe posta l’esigenza della stretta interdipendenza causale tra l’assenza del lavoratore sostituito e l’assunzione di altro lavoratore con contratto a termine, mediante la prescrizione dell’obbligo dell’indicazione del nome del lavoratore sostituito. Per contro la società era tenuta a provare soltanto che l’assunzione a termine era stata necessitata da esigenze di espletamento del servizio che non potevano essere soddisfatte in conseguenza delle assenze per ferie del personale nel periodo giugno-settembre, essendo la prova di tale esigenza insita nel fatto stesso, rilevabile dal testo del contratto, che il lavoratore era stato assunto nel suddetto lasso di tempo.
Col quarto motivo di ricorso lamenta violazione o falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione agli artt. 1217 e 1233 c.c..
Rileva in particolare che erroneamente la Corte territoriale aveva condannato la società al pagamento di tutte le retribuzioni dalla data delle pretesa messa in mora, e cioè dalla domanda di annullamento del licenziamento illegittimo con richiesta di reintegrazione nel posto di lavoro, incorrendo in tal modo nella palese violazione dei principi e delle norme di legge sulla corrispettività delle prestazioni, avendo la giurisprudenza evidenziato che la retribuzione spetta soltanto se la prestazione di lavoro viene eseguita, salvo che il datore di lavoro versi in una situazione di mora accipiendi nei confronti del dipendente.
E rileva inoltre che erroneamente la Corte territoriale aveva disatteso la richiesta della società di valutare l’aliunde perceptum, al fine di dedurre i ricavi conseguiti dal lavoratore e che sarebbero stati incompatibili con la prosecuzione della prestazione lavorativa, aggiungendo che la percezione da parte del lavoratore di altre somme dopo l’interruzione della funzionalità di fatto del rapporto non poteva che essere genericamente dedotta dalla società.
Nella memoria ex art. 378 c.p.c. la lavoratrice ha eccepito l’inammissibilità del ricorso per mancata formulazione del quesito di diritto ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. e per mancata ottemperanza all’onere, posto dalla stessa norma, di indicare chiaramente il fatto controverso ovvero le ragioni del vizio di motivazione.
In proposito rileva il Collegio che il D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 27 prevede che le disposizioni del capo 1 del suddetto decreto, ad eccezione di quelle contenute negli artt. 1 e 19, si applicano ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze pubblicate a decorrere dalla data di entrata in vigore di tale decreto. E pertanto la disposizione di cui all’art. 366 bis c.p.c., introdotta dall’art. 6 del Decreto in questione, troverà applicazione nel caso di specie, versandosi in tema di ricorso per cassazione avverso sentenza pubblicata in data posteriore (decisione del 28.2.2006 depositata il 14.3.2006) alla data (2.3.2006) di entrata in vigore del decreto legislativo, ed anteriore all’entrata in vigore della L. 18 giugno 2009, n. 69 che ha proceduto, all’art. 47, comma 1, lett. d), all’abrogazione della disposizione suddetta (Cass. sez. lav., 16.12.2009 n. 26364; Cass. sez. 3, 24.3.2010 n. 7119).
L’art. 366 bis c.p.c. dispone infatti che “nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2, 3 e 4, l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere, a pena d’inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto”; e “nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione”.
Nell’interpretazione di tale norma questa Corte (ex plurimis: Cass. SS.UU., 5.1.2007 n. 36; Cass., SS.UU., 28.9.2007 n. 20360; Cass. SS.UU., 12.5.2008 n. 11650; Cass. SS.UU., 17.7.2007 n. 15959; Cass. sez. lav., 7.4.2009 n. 8463) ha rilevato come la stessa ponga espressamente a carico di parte ricorrente l’onere di formulare, in maniera consapevole e diretta, rispetto a ciascuna censura, formulata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2, 3 e 4, una conferente sintesi logico-giuridica della questione sottoposta al vaglio del giudice di legittimità, sicchè dalla risposta (positiva o negativa), che al quesito medesimo deve essere data, possa derivare la soluzione della questione circa la corrispondenza delle ragioni dell’impugnazione ai canoni indefettibili della corretta applicazione della legge, restando, in tal modo, contemporaneamente soddisfatti l’interesse della parte alla decisione della lite e la funzione nomofilattica propria del giudizio di legittimità.
In proposito questa Corte ha ripetutamente evidenziato che il quesito di diritto non può essere individuato attraverso una operazione di estrapolazione dal motivo del ricorso, affidata al lettore della esposizione e non direttamente rilevata dal ricorso stesso (Cass. sez. lav. 3.7.2009 n. 15687), dovendo il quesito di diritto essere formulato in modo rigoroso e preciso (Cass. sez. trib., 29.2.2008 n. 5471), di talchè deve ritenersi inammissibile la formulazione implicita di tale quesito nello stesso motivo del ricorso, atteso che una siffatta interpretazione dell’art. 366 bis c.p.c. si risolverebbe nell’abrogazione tacita della norma (Cass. sez. 3, 26.2.2008 n. 4968); ed invero il difensore deve formulare una apposita quaestio iuris da cui dipenderà la stessa ammissibilità del motivo.
A siffatto onere non ha ottemperato nel caso di specie parte ricorrente, sicchè il ricorso dalla stessa proposto va dichiarato inammissibile.
E siffatta inammissibilità si ravvisa anche in relazione alle censure afferenti all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 Ed invero la giurisprudenza di questa Corte ha ritenuto che, allorchè nel ricorso per cassazione si lamenti un vizio di motivazione in merito ad un fatto controverso, l’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni del vizio di motivazione, imposto dall’art. 366 bis c.p.c., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma anche formulando, al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto alla illustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (Cass. sez. Ili, 7.4.2008 n. 8897; Cass. SS.UU. 1.10.2007 n. 20603).
Siffatta indicazione non si ravvisa nella fattispecie in esame, in relazione al dedotto vizio di motivazione (di cui al primo motivo di ricorso), di talchè anche sotto questo profilo il ricorso proposto va ritenuto inammissibile.
Segue a tale pronuncia la condanna della ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che si liquidano come da dispositivo. Deve essere autorizzata la distrazione delle spese suddette in favore del difensore avv. Roberto Rizzo, dichiaratosi antistatario.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio di cassazione, che liquida in euro 28,00 oltre Euro 2.500,00 (duemilacinquecento) per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA come per legge; autorizza la distrazione delle spese, come sopra liquidate, in favore dell’avv. Roberto Rizzo, dichiaratosi antistatario.

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 art. 23
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 art. 1
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 art. 378
 art. 27
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