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Timestamp: 2020-06-01 15:08:07+00:00

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Il magistero postconciliare – Viandanti
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Gli interventi magisteriali post-conciliari mostrano la costante preoccupazione di difendere la verità morale, espressa in un «ordine oggettivo», dai vari tentativi di dare un ruolo di iniziativa autonoma al singolo soggetto nel valutare le scelte morali che lo implicano ( cfr. L. Testa, La questione della coscienza erronea, Glossa, Milano 2006, p. 271).
A noi pare, con Molinaro, che l’ordine oggettivo (la verità, la volontà di Dio) vada messo in relazione col soggetto che lo riconosce, poiché – in caso contrario – si vanifica ogni valore della decisione morale personale, cadendo così “nel formalismo e nell’automatismo autoritario” (A. Molinaro, Ordine morale oggettivo e decisione personale, in Rivista di Teologia Morale, EDB, Bologna, 3/1969, pp. 13-27).
Abbiamo messo in evidenza, tra i problemi aperti, quello che ci sembra più rilevante, per indicare di sèguito principalmente le conquiste positive di ciascun documento presentato.
Per ogni documento sono segnalati i paragrafi più importanti in relazione al nostro tema ed è indicato il link al testo completo.
Dei tre capitoli in cui è ripartita questa enciclica, il primo è dedicato interamente alla Coscienza (§ 19-42). Si tratta fondamentalmente della coscienza ecclesiale, come è facile intuire. Sottoponiamo all’attenzione il duplice appello che questa lettera rivolge alla Chiesa: ad approfondire la coscienza di sé (§ 36) e a riscoprire il suo rapporto vitale con Cristo.
(cfr. anche §§ 10-12; 62; 66)
In questa enciclica, accolta a suo tempo con grande favore anche fuori dal recinto della Chiesa cattolica, è esaltata la dimensione della Coscienza sociale. In relazione ai nuovi ‘segni dei tempi’ che la interpellano: “Ciascuno esamini la sua coscienza, che ha una voce nuova per la nostra epoca.” (§ 47) Il messaggio centrale ci sembra ben sintetizzato dall’enciclica stessa dove precisa: “Si tratta di costruire un mondo, in cui ogni uomo, senza esclusioni di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente padroneggiata; un mondo dove la libertà non sia una parola vana e dove il povero Lazzaro possa assidersi alla stessa mensa del ricco.” (ivi)
(cfr. anche §§ 1; 3; 9; 75; 83)
Rivolta alla dimensione personale (e di coppia) della Coscienza, questa enciclica continua a suscitare controverso dibattito. Essa chiama in causa la morale sessuale e, come sostiene Angelini, “suscitò un dissenso quasi generalizzato tra i teologi fautori del rinnovamento conciliare”. Essi infatti sostenevano che l’HV presentava una “difformità tra l’impostazione personalistica della morale sessuale, dichiarata programmaticamente all’inizio” e l’indicazione dei comportamenti pratici (in primis la contraccezione) da indicare alle coppie come obbligo morale (G. Angelini, Perché la coscienza possa parlare, Piemme, Casale Monferrato 2000, p. 73).
(cfr. §§ 1; 10; 28)
La quinta enciclica di Giovanni Paolo II riguarda lo Spirito Santo. E va da sé che il tema trattato intersechi direttamente e decisivamente il concetto di Coscienza, perché “All’uomo creato ad immagine di Dio lo Spirito Santo dà in dono la coscienza, affinché in essa l’immagine possa rispecchiare fedelmente il suo modello, che è insieme la sapienza e la legge eterna, fonte dell’ordine morale nell’uomo e nel mondo” (36). Un buon terzo dei 67 paragrafi di cui consta il documento tratta della coscienza con varietà di accenti, tra i quali interessanti quelli riferiti alla coscienza collettiva (del Popolo di Dio al § 2, della prima comunità [cristiana] al § 25) e alla coscienza di Gesù (§ 21). Ma decisivi per il nostro interesse ci sembrano i capitoli 5 e 6, rispettivamente Il sangue, che purifica la coscienza (§§ 42-45) e Il peccato contro lo Spirito Santo (§§ 46-48). Nel capitolo 5 si precisano – in termini non equivoci – i limiti all’autonomia della coscienza che, secondo l’autore, sono posti dall’obbedienza alla “norma oggettiva” (legge divina) inscritta dallo Spirito nel cuore (coscienza) di ogni uomo (cfr § 43). Il capitolo 6 sviluppa invece l’altro tema dominante dell’enciclica (la teologia del peccato), mettendo in relazione la coscienza con quel peculiare dono dello Spirito che è la consapevolezza, appunto, del peccato-male dell’uomo che rende la coscienza ‘retta’ e dotata di ‘sana sensibilità’ a discriminare tra il bene e il male. Non è che l’enciclica riserbi allo Spirito di vita solo il ruolo di suscitare il riconoscimento del peccato, ma questo ‘compito’ è diffusamente e insistentemente presente nel cuore del documento pontificio (cfr, in particolare, il § 47).
Per quanto, rispetto alla “Veritatis splendor”, nel CCC la trattazione della morale cristiana sia molto più ampia e sistematica, sulla Coscienza il nostro commento sarebbe molto simile a quello riportato oltre, circa l’enciclica, perciò ad esso rimandiamo non senza qualche integrazione.
D’altra parte i due documenti hanno avuto una gestazione coeva e i rimandi dall’enciclica al Catechismo sono consistenti. Abbiamo rubricato il CCC sotto il magistero di Giovanni Paolo II non tanto per il mero fatto cronologico che la pubblicazione porta la sua firma, quanto perché esso si porta dentro anche la peculiare curvatura del tema di nostro interesse, soprattutto rispetto al dettato del Concilio Vaticano II, solennemente richiamato, ma non ci pare sviluppato ‘in avanti’.
Veniamo dunque al testo. Anche solo uno sguardo all’impianto architettonico complesso in cui si colloca il nostro tema suggerisce significati. Nel contesto della Parte Terza (La vita in Cristo), Sezione Prima (La vocazione dell’uomo: la vita nello spirito), Capitolo Primo (La dignità della persona umana), il cuore della trattazione della coscienza è rappresentato dall’Articolo 6: La Coscienza morale (§§ 1776-1802), anche se in molti altri luoghi del Catechismo si fanno riferimenti pregnanti al tema. Ad esempio nei §§ 1860, 1962, 2039. Nei quali rispettivamente si considera la “legge morale iscritta nella coscienza” come dono dello Spirito; o si allude alla “legge morale naturale” di cui il Decalogo è “luce offerta alla coscienza”, oppure ancora si ritorna sul rapporto tra coscienza personale e legge morale, questione centrale – sia per il CCC che per l’enciclica VS – che attiene al rapporto tra libertà e verità.
Data la dominante preoccupazione difensiva di combattere il relativismo individualista – con il rischio ad esso connesso di assolutizzazione della coscienza individuale – l’enciclica ribadisce fermamente il ruolo del Magistero nel compito di formazione della coscienza retta, a salvaguardia del rapporto tra libertà del soggetto e verità rivelata (cfr in particolare il cap. II “La coscienza e la verità”, §§ 54-64). La Chiesa aiuta la coscienza a non sviarsi dalla verità (cfr. § 64). Come s’intende, nel rapporto tra soggetto personale e verità, coscienza individuale e ordine oggettivo, il testo è sbilanciato decisamente sul polo della certezza veritativa e sul ruolo della Chiesa a salvaguardarla.
Francesco, l’attuale vescovo di Roma, nell’omelia della celebrazione eucaristica per la giornata “Evangelium vitae” (domenica 16 giugno 2013 in piazza s. Pietro) sostiene, riflettendo sul dono dei Dieci Comandamenti, che essi costituiscono: “una strada che Dio ci indica per un vita veramente libera, per una vita piena; non sono un inno al “no” – non devi fare questo, non devi fare questo, non devi fare questo… No! Sono un inno al “sì” a Dio, all’Amore, alla vita.” Non ci sembra questa la tonalità dominante dell’enciclica EV, undicesima del pontificato di Giovanni Paolo II. Soprattutto se consideriamo che moltissimi commentatori la considerano latrice di tre pronunciamenti dottrinali infallibili (contro l’omicidio, contro l’aborto procurato e contro l’eutanasia), per altrettanti comandamenti infallibili perché fondati primariamente sulla legge naturale che ogni uomo trova nel proprio cuore (=Coscienza). E siamo al nostro tema che – in stretta dipendenza con il quadro generale dell’etica cristiana delineato dalla precedente enciclica VS (vedi sopra) – viene affrontato con l’intenzione dichiarata di scuotere le coscienze, che sono intrappolate in una “cultura della morte”, perché si risveglino ad una “cultura della vita”. Intorno alla coscienza l’intera enciclica svolge articolati pronunciamenti, e non poteva essere diversamente, anche se in questo contesto essi sono perfino connessi a dettagliati casi specifici come quelli sopra evocati. Ci sembra comunque che prevalgano i richiami negativi alla lotta contro la cultura della morte, piuttosto che a risvegliare coscienze nel cammino di promozione della vita umana dove essa storicamente, oggi, sia effettivamente, strutturalmente, continuativamente minacciata. Una riprova: delle sei citazioni dell’enciclica-madre Veritatis Splendor, quattro fanno riferimento al valore universale, immutabile e obbligante delle norme morali (leggi, comandamenti), soprattutto di quelle che vietano i comportamenti gravemente immorali su inizio vita e fine vita, lasciando sullo sfondo quelle che promuovono comportamenti degni di una morale cristiana, e quindi atti alla costruzione di una coscienza retta.
CATECHISMO DEGLI ADULTI – CEI (1995)
Partiamo dal titolo di questo documento pastorale: La verità vi farà liberi. Quando si correlano verità e libertà bisognerebbe sempre precisare se per l’uomo si possa parlare di ‘possesso’ della verità o soltanto di ‘ricerca’. Ci sembra che questo catechismo della Chiesa italiana, pur non potendo sciogliere il nodo in termini netti – in riferimento alla sua fonte primaria sulla quale è modellato, il CCC – attenui l’insistenza sull’obbedienza alla ‘legge oggettiva’ e valorizzi la responsabilità del soggetto, sia nella decisione morale, sia nella formazione di una coscienza ‘retta’.
Alla trattazione de La coscienza cristiana il CdA dedica l’intero cap. 23, articolato in quattro punti che segnalano i quattro temi fondamentali del discorso. Nel primo si definisce la coscienza “il luogo della chiamata personale di Dio e della libera risposta di ogni uomo”. Nel secondo si sviluppa il tema della sua formazione, non facilmente riassumibile in poche parole, ma che merita attenzione poiché vi si intravede il riconoscimento della responsabilità soggettiva nel compimento dell’itinerario formativo personale. Aspetto che si rafforza nel terzo punto dedicato per intero al riconoscimento di una “gradualità nella responsabilità personale… secondo tappe di crescita”, pur trattandosi di adulti. Così come un certo equilibrio si riscontra nella trattazione dell’importante quarto punto (Coscienza e società civile), nel mettere in relazione stato e chiesa (più precisamente: “dimensione politica e dimensione etico-religiosa”) ribadendo che il ruolo della Chiesa consiste nella “formazione di coscienze adulte e responsabili”.
http://www.educat.it/catechismo_degli_adulti/
Intravediamo sostanziale continuità tra le posizioni espresse sulla Coscienza, in documenti importanti, dal card. J. Ratzinger e le tre encicliche emanate da Benedetto XVI durante il suo pontificato, di cui peraltro solo la terza si occupa diffusamente del nostro tema. Riteniamo utile pertanto recuperare il filo rosso di un discorso già delineato in un paio di essi, prima che il card. Ratzinger divenisse papa. Cominciamo dalla “Istruzione sulla libertà cristiana e la liberazione”, firmata come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il 19 marzo 1986, documento più noto come sconfessione della Teologia della liberazione.
In estrema sintesi i tratti principali: la coscienza morale dell’uomo non può non aprirsi alla “pienezza della verità”, vale a dire alla legge divina “impressa nella sua coscienza e ricevuta come impulso dello Spirito Santo”. “Ubbidendo alla legge divina […] l’uomo esercita la vera padronanza di se stesso” (§ 30). La verità (legge divina ‘oggettiva’) è presente nell’uomo per infusione e pertanto s’impone alla sua coscienza. Non ascoltare la voce della verità è il peccato dell’uomo.
Qualche anno dopo, in una lectio magistralis all’Università di Siena, Ratzinger ritorna sul rapporto tra coscienza e verità. Del saggio (Elogio della coscienza pubblicato su Il Sabato del 16 marzo 1991) cogliamo un paio di passi particolarmente pertinenti. “L’uomo può vedere la verità di Dio a motivo del suo essere creaturale. Non vederla è peccato. Essa non viene vista, solo quando e perché non si vuole vederla. Tale rifiuto della volontà, che impedisce la conoscenza, è colpevole.” “Lo specifico dell’uomo in quanto uomo consiste […] nel suo aprirsi alla voce della verità e delle sue esigenze.”
http://papabenedettoxvitesti.blogspot.it/2009/07/card-ratzinger-il-papa-non-impone.html
(Il saggio citato ha fatto da cornice alla raccolta di una serie di testi, pubblicati in diverse edizioni successive, sotto il titolo Elogio della coscienza. La verità interroga il cuore. L’ultima pubblicazione è del 2009 presso l’editore Cantagalli.)
Quel che fa problema non è il ribadire insistentemente la propria certezza (certezza della Chiesa) dell’esistenza della verità, quanto i modi nei quali si prefigura il rapporto dell’uomo con la verità. Forse prima di sottolineare la colpevole misconoscenza della verità (come dottrina?) si potrebbe oggi argomentare intorno al processo di ricerca della verità stessa, al ‘cammino nella verità’ come conoscenza pratica (basata sull’esperienza personale) della verità-amore, piuttosto che quella astratta del “vedere” e dell’ascoltare, del conoscere non in senso biblico.
I pochi luoghi dell’enciclica ‘programmatica’ di Benedetto XVI in cui si tratta direttamente della Coscienza (§§ 20; 26; 28; 39) non evocano ovviamente l’intero suo pensiero sul tema. Essi ci consentono quindi, liberamente, di estrapolare due aspetti che meritano di essere evidenziati. Il primo riguarda l’amore del prossimo inteso non solo come impegno del singolo, ma della comunità ecclesiale fino a ritenerlo fondativo della comunità stessa. Recita testualmente l’enciclica al § 20: “La coscienza di tale compito ha avuto rilevanza costitutiva nella Chiesa fin dai suoi inizi”. Il secondo aspetto riguarda la formazione della coscienza nella politica. Al § 28 si riconosce che non è compito della Chiesa far valere direttamente la sua dottrina sociale. Ad essa spetta invece il compito di “servire alla formazione della coscienza… e contribuire affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale.” E ancora: “la Chiesa ha il dovere di offrire attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica il suo contributo specifico”. Il tema del ‘servizio formativo’ per la purificazione della ragione ad opera della Chiesa merita di essere sottolineato perché richiede un approfondimento, avendo a che fare, eccome, con il tema della coscienza dignitosa e netta.
Anche in questa seconda enciclica, che tratta della “salvezza nella speranza”, il termine Coscienza è utilizzato esplicitamente solo in quattro dei cinquanta paragrafi di cui si compone (§§ 14; 15; 33; 41), ma senza significativi approfondimenti concettuali. Riportiamo due attributi con cui la coscienza viene qualificata solo perché meriteranno di essere analizzati, soprattutto il primo: C. buona (§ 14) e C. comune (§ 15). Ma ci concentriamo sul § 33 perché qui, scrivendo della preghiera e citando Agostino, papa Benedetto affronta un argomento a lui caro e per noi rilevante: quello della purificazione della coscienza. Ed è opportuno citare testualmente il lungo passo interessato, senza commento. “Il non riconoscimento della colpa, l’illusione di innocenza non mi giustifica e non mi salva, perché l’intorpidimento della coscienza, l’incapacità di riconoscere il male come tale in me, è colpa mia. Se non c’è Dio, devo forse rifugiarmi in tali menzogne, perché non c’è nessuno che possa perdonarmi, nessuno che sia la misura vera. L’incontro invece con Dio risveglia la mia coscienza, perché essa non mi fornisca più un’autogiustificazione, non sia più un riflesso di me stesso e dei contemporanei che mi condizionano, ma diventi capacità di ascolto del Bene stesso.”
A differenza delle due precedenti encicliche, in questa terza ed ultima di Benedetto XVI, il tema della Coscienza è trattato diffusamente, soprattutto sotto il profilo sociale (vedi §§ 5; 9; 27; 34; 36; 42; 43; 48; 49; 51; 68; 71; 75). Papa Ratzinger pone fin dall’introduzione la stretta correlazione fra verità e coscienza: “Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale” (§ 5, cfr anche 34), ma apre subito anche una finestra sulla dimensione collettiva e solidale della coscienza, segnalando la necessità de “l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze” e la “reciprocità delle coscienze e delle libertà” (§ 9). Nella trattazione dei problemi dello sviluppo – umano, economico, della società civile e dei popoli – che costituiscono l’oggetto primario della lettera, Benedetto XVI assume la prospettiva dell’etica della responsabilità, personale e sociale. Ma, per quanto non manchino espressioni di fiducia e speranza che la coscienza di “un’anima antropologica ed etica” possa dal profondo sospingere “la globalizzazione stessa verso traguardi di umanizzazione solidale” (§ 42), altri passi in varie forme (cfr i paragrafi 42 stesso, 43, 75 ), attestano quello che il compianto G. Zizola considera il persistere anche in questa enciclica del “pessimismo antropologico” di papa Ratzinger (in Rocca, n. 15/2009, p. 48). Il documento mantiene comunque viva l’attenzione al grande tema del necessario orientamento economico e politico al bene comune che interpella soprattutto coloro che ne hanno responsabilità. Nell’ultimo capitolo, dedicato a “Lo sviluppo dei popoli e la tecnica”, dove si sottolinea la decisività della dimensione etica dello sviluppo, così recita il testo: “Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune.” (§ 71, il corsivo è nel testo originale).

References: § 2
 § 25
 § 43
 § 47
 § 64
 § 20
 § 28
 § 33