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Progetto APPALTI CHIARI - PDF
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1 Progetto APPALTI CHIARI PON Governance e Azioni di Sistema (FSE) Obiettivo Convergenza Asse E Capacità istituzionale Obiettivo specifico 5.1 Accrescere l innovazione, l efficacia e la trasparenza dell azione pubblica Il codice dei Contratti Pubblici Carlo Buonauro2 Il Codice dei Contratti Pubblici nell elaborazione della giurisprudenza costituzionale, comunitaria ed interna di Carlo Buonauro, magistrato amminsitrativo Sommario:Introduzione sistematica. L assetto della materia al vaglio della Corte costituzionale. Premessa il complesso riparto di competenze legislative tra stato e regioni nella disciplina degli appalti pubblici la sentenza n. 401 del 23 novembre 2007 della corte costituzionale il seguito giurisprudenziale le regioni a statuto speciale. 2. Soggetti ammessi a partecipare e requisiti di partecipazione nella giurisprudenza della Cgce le prescrizioni soggettive e la derogabilità in peius del catalogo degli operatori economici ammessi alle procedure ad evidenza pubblica il problema della derogabilità in melius: soggetti del terzo settore e soggetti pubblici la posizione dei ttaarr e del consiglio di stato la risposta comunitaria conclusioni e spunti di ulteriore riflessione. la posizione dell Avcp la nuova disciplina del collegamento tra concorrenti nelle procedure ad evidenza pubblica la posizione iniziale del codice dei contratti corte di giustizia europea, sezione iv, sentenza 19 maggio 2009 e la nuova la lettera m-quater) dell'articolo prime applicazioni della giurisprudenza interna. 3. Il diritto di accesso in materia di appalti pubblici: i rapporti tra la disciplina degli artt. 22 ss. L.n. 241/1990 e dell art. 13 del Codice dei Contratti pubblici (D.lgs. 163/2006) La tesi del doppio regime interno all accesso agli atti di gara: gli approdi giurisprudenziali (C.d.S. sez. VI, n. 5062/2010) Il contemperamento tra diritto all accesso e diritto alla riservatezza a tutela del know how L accesso agli elementi tecnici delle offerte: gli atti ad accesso differito e gli atti sottratti all accesso Il carattere recessivo della riservatezza a fronte del diritto di accesso e delle regole di trasparenza ed imparzialità tipiche delle procedure di selezione (C.d.S. sez. VI, n. 5062/2010, Tar Napoli, sez. VI, n. 1657/2010, n /2010) Le modalità di esercizio dell accesso: la visione e l estrazione di copia (C.d.S. sez. VI, n. 6393/2009) La procedura di accesso immediato ed informale ai documenti della procedura di gara: il recepimento della Direttiva Ricorsi (D.lgs. n. 53/2010) Il carattere autonomo e non meramente strumentale alla proposizione di una azione giudiziale del diritto di accesso: il punto d arrivo dei giudici di Palazzo Spada (C.d.S. sez. V, n. 942/2011) Il ricorso avverso il diniego di accesso nel nuovo Codice del Processo Amministrativo (D.lgs. n. 104/2010) Le ricadute processuali: l ipotesi della mancata evocazione dei controinteressati ed il necessario parallelismo tra contraddittorio procedimentale e contraddittorio processuale? (C.d.S. sez. VI n. 5062/2010) Il nuovo regolamento dei contratti pubblici (il D.P.R. 207 del 2010). Introduzione sistematica. L assetto normativo della materia degli appalti pubblici e, più in generale, della contrattualistica pubblica presenta tradizionalmente una fisionomia piuttosto articolata e complessa, caratterizzata oltretutto da un tasso di dinamicità intrinseca probabilmente sconosciuto alla maggior parte degli altri settori dell'ordinamento. Tale complessità, peraltro, è specialmente conseguenza, oltre che della tendenziale criticità e delicatezza della materia in sè, anche della pluralità e stratificazione delle fonti normative che tale disciplina concorrono a disegnare anche in un medesimo periodo temporale. Ciò si riflette, sul piano della produzione giurisprudenziale, in una peculiare sovrapposizione di indirizzi ermeneutici che, sia pure operando su piani (apparentemente ) diversi in funzione del differente livello normativo e del distinto assetto ordinamentale di competenza, in realtà concorrono in maniera non sempre univoca a delineare il diritto vivente della materia de qua. In particolare, è un dato ormai acquisito quello per cui, da un lato, gli ultimi anni hanno registrato significativi interventi di sistematizzazione del settore in esame, anche di amplissima portata, ad opera del legislatore comunitario, prima, nonché del legislatore nazionale e di diversi legislatori regionali, poi; dall altro, gli operatori e gli interpreti sono di volta in volta chiamati a ricercare le soluzioni per il caso concreto all'interno di un3 quadro normativo nel quale figurano: norme primarie della costituzione (nonché, per le Regioni a statuto speciale, altre norme a carattere costituzionale); principi e norme direttamente derivanti dal Trattato CE; direttive europee di settore; norme di attuazione (e non) a carattere nazionale; norme di attuazione (e non) a carattere regionale; atti di natura generale e/o regolamentare adottati a livello di singoli comparti di una stessa Amministrazione regionale; nonché circolari interpretative o applicative di vario genere e profilo. Tali interventi, seppure indubbiamente volti alla razionalizzazione del sistema, hanno comportato e comportano inevitabilmente l'insorgere di problematiche interpretative di non poco conto, come peraltro non infrequentemente accade in sede di prima applicazione di un corpo normativo significativamente innovativo rispetto al passato. Nella prospettiva di questa trattazione, speciale rilievo assume in particolare la questione della definizione dei rapporti reciproci fra i diversi sistemi normativi convergenti sulla materia, attraverso l esame delle principali posizioni ermeneutiche assunte dai diversi organi giurisdizionali.4 L assetto della materia al vaglio della Corte costituzionale 1. Premessa. La risposta alla prima tradizionale domanda che ogni interprete è chiamato di regola a porsi, ovvero quale sia la fonte normativa di riferimento per una determinata fattispecie, può infatti, in materia di pubblici appalti, non di rado presentare alcuni aspetti problematici anche non di lieve entità. A questo effetto di considerevole rilevanza risulta essere la pronunzia della Corte Costituzionale (n. 401 del 23 novembre 2007), chiamata a giudicare, in sede di giudizio per conflitto di attribuzioni promosso da alcune regioni a statuto ordinario nonché dalla provincia autonoma di Trento, della legittimità costituzionale di diverse disposizioni del Codice dei contratti pubblici (introdotto con il d.lgs. 163 del 12 aprile 2006), sotto il profilo, prima di tutto, della conformità di tali disposizioni rispetto al sistema di riparto di competenze fra Stato e Regioni disegnato nel Titolo V della Costituzione Il complesso riparto di competenze legislative tra stato e regioni nella disciplina degli appalti pubblici. La non menzione, nel novellato articolo 117 della Costituzione, della materia dei contratti pubblici (a differente del pre-vigente articolo 117 Cost., il quale ricomprendeva tra le materie di potestà concorrente i lavori pubblici di interesse regionale ) ha da subito evidenziato come uno dei principali nodi problematici sotteso alla riforma della disciplina dei contratti pubblici di appalto comunque necessaria per dare attuazione alle direttive europee n. 17/18 del vada individuato nella necessità di un intervento legislativo rispettoso del riparto di competenze legislative tra Stato e Regioni. Non vi è dubbio che il tema del riparto di potestà legislative tra Stato e Regioni costituisca il profilo di maggior criticità del codice, come del resto evidenziato ex ante dal Consiglio di Stato nel parere n. 355 reso sullo schema di decreto legislativo dalla Sezione Consultiva per gli atti normativi nell adunanza del 6 febbraio 2006, nonché come evidenziato ex post dai cinque ricorsi promossi avanti la Corte Costituzionale dalle Regioni Lazio, Abruzzo, Toscana, Veneto e dalla Provincia Autonoma di Trento. Il decreto legislativo del 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE) sul punto ha previsto innanzitutto, all articolo 4, comma 1, che le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano esercitano la potestà normativa nelle materie oggetto del presente codice nel rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e delle disposizioni relative a materie di competenza esclusiva dello Stato. Si tratta di una ricognizione generale efficacemente definita una utile ridondanza giuridica atteso che anche senza siffatta specificazione tali tipologie di limiti avrebbero costituito vincoli alla legislazione regionale - dei limiti alla potestà normativa regionale nell attuale assetto costituzionale, dovendo le Regioni, per un verso, rispettare le disposizioni dettate dal presente codice relativamente alle materie oggetto di competenza esclusiva dello Stato e, per altro verso, legiferare in conformità ai principi ricavabili dal codice relativamente alle materie oggetto di competenza concorrente. In tal modo il codice riprende l impianto dei commi 2 e 3 dell art. 117, circa la sussistenza dei limiti alla competenza legislativa regionale discendenti dalla competenza esclusiva dello Stato e dalla competenza concorrente. In secondo luogo, il capoverso della norma in questione premesso che le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano esercitano la potestà normativa nel rispetto dei principi fondamentali contenuti nelle norme del presente codice, con disposizione in relazione alla quale la stessa Corte Cost. nella fondamentale sentenza n. 401/2007 ha avuto modo di ribadire che Tale disposizione, per il suo contenuto generale, si sottrae alle censure proposte, in quanto è incontestabile che spetti alla legge dello Stato la fissazione dei principi fondamentali nelle materie di competenza concorrente. È pertanto solo con riferimento specifico a tali materie, e dunque alle singole disposizioni contenute nel5 Codice, che, di volta in volta, può venire in rilievo un problema di superamento dei limiti delle competenze statali nella determinazione dei principi fondamentali destinati a regolare ciascuna di dette materie - delinea cinque ambiti di asserita potestà legislativa concorrente (programmazione di lavori pubblici, approvazione dei progetti ai fini urbanistici ed espropriativi, organizzazione amministrativa, compiti e requisiti del responsabile del procedimento, sicurezza del lavoro); ed al successivo comma 3 diciassette ambiti di potestà esclusiva statale (qualificazione e selezione dei concorrenti; procedure di affidamento, esclusi i profili di organizzazione amministrativa; criteri di aggiudicazione; subappalto; poteri di vigilanza sul mercato degli appalti affidati all Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture; attività di progettazione e piani di sicurezza; stipulazione ed esecuzione dei contratti, ivi compresi direzione dell esecuzione, direzione dei lavori, contabilità e collaudo, ad eccezione dei profili di organizzazione e contabilità amministrative; contenzioso. Infine, nel medesimo contesto sistematico, occorre fare riferimento anche alla previsione di cui all art. 5 che affida alla potestà regolamentare dello Stato tutte le materie che rientrano nella potestà esclusiva del medesimo, ai sensi del riparto di potestà regolamentare effettuato dal comma 6 dell art. 117 Cost. Pur trattandosi di scelta teoricamente corretta, resta, tuttavia, da verificare se i profili elencati nel comma 5 del medesimo art. 5 rientrino tutti in materie di competenza esclusiva dello Stato o se su alcuni di essere, relativi ad ambiti di concorrenza di competenze, sia necessario comunque un parere della Conferenza Stato-Regioni. Viene al riguardo ricordato che, relativamente alla spettanza della potestà regolamentare, la Corte nella sent. 7 luglio 2005, n. 270, ha precisato che la competenza dello Stato a legiferare nella materia «ordinamento e organizzazione amministrativa degli enti pubblici nazionali» contemplata nella richiamata lettera g) del secondo comma dell'art. 117 Cost. non può assumere le caratteristiche di un titolo «trasversale» in grado di legittimare qualsivoglia intervento legislativo indipendentemente dalle specifiche funzioni che ad un determinato ente pubblico vengano in concreto attribuite e dalle materie di competenza legislativa cui tali funzioni afferiscano. Pertanto, un intervento come quello appena accennato, al fine di evitare un improprio svuotamento delle nuove prescrizioni costituzionali, esige non solo l'attenta valutazione dell'effettiva sussistenza delle condizioni legittimanti (necessarietà dell'attrazione al livello statale della funzione e della relativa disciplina regolativa, nonché idoneità, pertinenza logica e proporzionalità di tale disciplina rispetto alle esigenze di regolazione della suddetta funzione), ma anche la previsione di adeguate forme di coinvolgimento delle Regioni interessate, secondo i moduli di leale collaborazione più volte indicati come ineliminabili da questa Corte (cfr., fra le altre, le sentenze. n. 6 del 2004 e n. 303 del 2003) La giurisprudenza costituzionale ante codice. La giurisprudenza costituzionale già formatasi nel vigore della precedente disciplina del settore degli appalti pubblici, dal canto suo, aveva già tracciato le linee fondamentali di una corretta articolazione del potere legislativo in materia, secondo una triplice direzioni ermeneutica così schematizzabile; a) Attesa la trasversalità degli interessi inerenti al settore degli appalti pubblici, la mancata inclusione dei lavori pubblici nella elencazione dell art. 117 Cost, diversamente da quanto sostenuto in numerosi ricorsi, non implica che essi siano oggetto di potestà legislativa residuale delle Regioni. Al contrario, si tratta di ambiti di legislazione che non integrano una vera e propria materia, ma si qualificano a seconda dell oggetto al quale afferiscono e pertanto possono essere ascritti di volta in volta a potestà legislative esclusive dello Stato ovvero a potestà legislative concorrenti. Si delinea così una teoria del doppio binario, alla cui stregua la disciplina dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture di6 interesse statale è di competenza dello Stato, mentre la disciplina dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture di interesse regionale è di competenza delle Regioni. Si è osservato che non è, come pure potrebbe apparire, una affermazione di neutralità del settore che risulterebbe così assorbito nelle altre materie menzionate all art. 117, ma al contrario è il riconoscimento che il principio di sussidiarietà nella sua declinazione di dimensione dell interesse deve guidare l interprete chiamato di volta in volta ad allocare la potestà legislativa tra Stato e Regioni ossia, nel caso di specie, deve guidare l interprete chiamato a stabilire quando in presenza di una fattispecie disciplinata sia dal legislatore regionale anteriormente al codice dei contratti sia dal legislatore nazionale, ex d. lgs n. 163/2006, ma in maniera difforme, dicevamo deve guidare l interprete chiamato a stabilire quando debba trovare ancora applicazione o meno la norma regionale. Pertanto, per stabilire gli ambiti materiali in cui le disposizioni indubbiate trovano applicazione, lo scrutinio di legittimità costituzionale va condotto tenendo conto dell'effettivo contenuto precettivo delle singole disposizioni impugnate e non facendo riferimento al profilo soggettivo e, cioè, all'amministrazione che ha indetto la procedura di gara. Sul punto, la Corte Costituzionale già precisava che - per stabilire se una procedura fosse di spettanza legislativa statale ovvero regionale non era possibile tracciare una netta linea di demarcazione che facesse unicamente perno sul profilo soggettivo, distinguendo le procedure di gara indette da amministrazioni statali da quelle poste in essere da amministrazioni regionali o subregionali: la individuazione delle sfere di competenza legislativa non può, infatti, essere determinata avendo riguardo esclusivamente alla natura del soggetto che indice la gara o al quale è riferibile quel determinato bene o servizio, in quanto, come è noto, occorre fare riferimento al contenuto delle norme censurate al fine di inquadrarlo negli ambiti materiali indicati dall'art. 117 Cost. (così la fondamentale decisione della Corte Cost. n. 303/2003 sulla la trasversalità degli interessi inerenti al settore degli appalti pubblici). b) A parziale correzione della prima linea interpretativa, deve tuttavia rimarcarsi la coesistenza, nel settore degli appalti pubblici, di altre materie di potestà legislativa esclusiva statale che interferiscono con la potestà legislativa regionale inerente l ambito dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture di interesse regionale, e tra esse in primis la tutela della concorrenza, ma anche l ordinamento civile e la giurisdizione e norme processuali. In particolare, con specifico riferimento ai limiti relativi all esercizio della legislazione statale in materia di concorrenza, i giudici delle leggi hanno chiarito che le procedure di evidenza pubblica hanno assunto un rilievo fondamentale per la tutela della concorrenza tra i vari operatori economici interessati alle commesse pubbliche, evidenziando al riguardo, da un lato, che si tratta di una competenza trasversale, che coinvolge più ambiti materiali, si caratterizza per la natura funzionale (individuando, più che degli oggetti, delle finalità in vista delle quali la potestà legislativa statale deve essere esercitata) e vale a legittimare l intervento del legislatore statale anche su materie, sotto altri profili, di competenza regionale. Per altro verso, la stessa giurisprudenza ha chiarito che l intervento del legislatore statale è legittimo se contenuto entro i limiti dei canoni di adeguatezza e proporzionalità, di tal che la norma statale che imponesse una disciplina tanto dettagliata da risultare non proporzionata rispetto all obiettivo della tutela della concorrenza costituirebbe una illegittima compressione dell autonomia regionale. Il contemperamento dei due parametri è dunque affidato ai (labili) criteri della proporzionalità e dell adeguatezza, atteso che, costituendo la tutela della concorrenza una cosiddetta materia-funzione, riservata alla competenza esclusiva dello Stato, essa non ha un estensione rigorosamente circoscritta e determinata, ma trasversale, poiché si intreccia inestricabilmente con una pluralità di altri interessi alcuni dei quali rientranti nella sfera di competenza concorrente o residuale delle Regioni connessi allo sviluppo economicoproduttivo del Paese.(cfr., da ultimo, Corte cost. n. 29/2006 secondo cui é evidente la necessità di basarsi sul criterio di proporzionalità-adeguatezza al fine di valutare, nelle7 diverse ipotesi, se la tutela della concorrenza legittimi o meno determinati interventi legislativi dello Stato. Pertanto, applicando tale criterio, vanno censurate quelle disposizioni statali che risultano così dettagliate da comportare una illegittima compressione dell autonomia regionale, poiché risulta ingiustificato e non proporzionato rispetto all obiettivo della tutela della concorrenza l intervento legislativo statale). c) Infine, lungo la medesima prospettiva di contemperamento degli ambiti di disciplina territoriale e di riaffermazione del principio di leale collaborazione istituzionale, è stato precisato che l estensione agli acquisti sotto soglia di beni e servizi della normativa nazionale di recepimento della normativa comunitaria non implica per gli enti autonomi l applicazione di puntuali modalità, ma solo l osservanza dei principi desumibili della normativa in questione (cfr. per tutte, Corte Cost. sentenza n. 345/2004 in tema di legittimità costituzionale della legge n. 282/2002, nella parte in cui impone che la disciplina dell acquisto di beni e servizi segua procedure di evidenza pubblica) La sentenza n. 401 del 23 novembre 2007 della Corte costituzionale: Il fatto e la decisione. L oggettiva complessità della problematica e l elevato livello di conflittualità connesso ai differenti indirizzi politici ha prontamente portato all esame della Corte costituzionale anche il nuovo codice dei contratti pubblici: Cinque sono stati i ricorsi promossi avanti la Corte Costituzionale dalle Regioni Lazio, Abruzzo, Toscana, Veneto e dalla Provincia Autonoma di Trento volti ad ottenere, complessivamente, la dichiarazione di incostituzionalità degli artt. 4, commi 2, 3; 5,commi 1, 2, 7, 9; 10, comma 1; 91, commi 1, 2 (e disposizioni di cui alla Parte II, Titolo I e Titolo II, cui ivi si rinvia); 112, comma 5, lettera b); 130, comma 2, lettera c); 98, comma 2; 53, comma 1; 122, commi da 1 a 6; 70; 71; 72; 125, commi 5, 6, 7, 8, 14; 11, comma 4; 81; 82; 83; 84; 85; 86; 87; 88; 55, comma 6; 62, commi 1, 2, 4, 7; 123; 54, comma 4; 56; 57; 122, comma 7; 153; 93; 75; 113; 118, comma 2; 131; 132; 141; 120, comma 2; 6, comma 9, lettera a); 7, comma 8; 240, commi 9, 10; 197; 204; 205; 252, commi 3, 6; 253, commi 3, 10, 11, 22, lettera a); 257, comma 3, del d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163, per violazione degli artt. 76, (la legge comunitaria 11/2005 ha disposto che le Regioni possano dare immediata attuazione alle direttive comunitarie in tutte le materie di loro competenza - art. 16, c. 1-, mentre lo Stato può intervenire esclusivamente in via suppletiva e cedevole, laddove le Regioni risultino inadempienti - art. 11, c. 8, e art. 16, c. 3 -), 117, commi 2, 3, 4, 5, 6, 118 Cost., e dei principi di ragionevolezza e di leale collaborazione. In particolare, la Regione Toscana ha impugnato i commi 2, 3, 8 e 9 dell'art. 84 della medesima normativa delegata per asserita violazione degli artt. 76, 97, 117 e 118 della Costituzione e del principio di leale collaborazione; nonché dell'art. 117, terzo, quarto e sesto comma, Cost. in combinato disposto con l'art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione): le disposizioni in esame regolamentano le modalità di nomina e la conseguente composizione della commissione giudicatrice nel caso di aggiudica di un appalto pubblico mediante il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa. È stata dedotta la violazione degli artt. 117 e 118 Cost., in quanto, in assenza di esigenze unitarie, l'individuazione del numero dei componenti (comma 2), della qualifica del presidente (comma 3) e dei commissari (comma 8), nonché le modalità della loro scelta (commi 8 e 9), devono essere ricondotti nell'ambito organizzativo delle singole stazioni appaltanti che potranno modularli tenendo conto della complessità dell'oggetto della gara, nonché dell'importo della medesima. Nel ricorso è stato, altresì, affermato che, nella «denegata ipotesi» in cui non si condivida la predetta ricostruzione e si ritenga che il contenuto della norma sia riconducibile alla materia della tutela della concorrenza, mancherebbero nella specie i caratteri che connotano tale materia, e cioè la natura8 macroeconomica dell'intervento e il rispetto dei criteri della proporzionalità e dell'adeguatezza, che impongono di limitare l'intervento alla previsione di disposizioni di carattere generale e non di dettaglio. Sotto altro aspetto, la Regione Toscana deduce anche la violazione dell'art. 76 Cost., in quanto i criteri direttivi previsti dall'art. 25 della legge n. 62 del 2005 non consentirebbero l'emanazione di nuove disposizioni se non per ragioni di semplificazione» procedurale che, nella specie, non sussisterebbero. I giudici di Palazzo della Consulta hanno ritenuto fondata la questione ed hanno rilevato che la normativa delegata in esame attinente, in particolar modo, alla composizione ed alle modalità di scelta dei componenti della Commissione giudicatrice non trova fondamento nella competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela della concorrenza. Quest'ultima, infatti, presuppone che tali norme abbiano ad oggetto specificamente i criteri e le modalità di scelta del contraente, idonei ad incidere sulla partecipazione dei concorrenti alle gare e, dunque, sulla concorrenzialità nel mercato, in virtù del fatto che a secondo dei diversi moduli procedimentali utilizzati - potrebbero derivare conseguenze sulla minore o maggiore possibilità di accesso delle imprese al mercato medesimo, e sulla parità di trattamento che deve essere loro riservata. Tale esigenza è stata soddisfatta mediante l'adozione della direttiva 2004/18/CE che, tra le altre, ha introdotto nel nostro ordinamento l'obbligo di garantire nelle procedure di aggiudica di appalti per conto dello Stato, degli enti pubblici territoriali e di altri organismi di diritto pubblico il rispetto dei principi del Trattato ed, in particolare, dei principi della libera circolazione delle merci, della libertà di stabilimento e della libera prestazione dei servizi, nonché dei «principi che ne derivano, quali i principi di parità di trattamento, di non discriminazione, di riconoscimento reciproco, di proporzionalità e di trasparenza» (Considerando numero 2 della citata direttiva 18 del 2004). Si è voluto, infatti, assicurare l'apertura degli appalti pubblici alla concorrenza anche mediante «regole dettagliate» volte a garantire «procedure di gara concorrenziali a livello della Unione europea» (Comunicazione interpretativa della Commissione, relativa al diritto comunitario applicabile alle aggiudicazioni di appalti non o solo parzialmente disciplinate dalle direttive «appalti pubblici», del 1 agosto 2006). Le disposizioni qui ritenute illegittime, invece, sono preordinate ad altri fini: gli aspetti connessi alla composizione della Commissione giudicatrice e alle modalità di scelta dei suoi componenti attengono, infatti, alla organizzazione amministrativa degli organismi cui è affidato il compito di procedere alla verifica del possesso dei necessari requisiti, da parte della imprese concorrenti, per aggiudicarsi la gara. Da ciò deriva che non può essere esclusa la competenza legislativa regionale nella disciplina di tali aspetti ove esistente e, per tali motivi, l'intervento legislativo statale presenta natura suppletiva o cedevole rispetto a quella se divergente che abbia già diversamente disposto o che disponga per l'avvenire. La Corte costituzionale ha ritenuto, in definitiva, non conforme al sistema di riparto delle competenze tra lo Stato e le Regioni la normativa contenuta nei commi in esame, che vale certamente per l'attività contrattuale posta in essere in ambito statale, mentre per le Regioni deve necessariamente avere carattere recessivo nei confronti di una diversa (ove esistente) disciplina specifica di matrice regionale, secondo quanto disposto dall'art. 117, quinto comma, Cost. e dall'art. 1, comma 6, della legge di delega n. 62 del Da qui la declaratoria di illegittimità costituzionale delle disposizioni di cui ai commi 2, 3, 8 e 9 dell'art. 84 del Codice degli appalti pubblici nella parte in cui, per i contratti inerenti a settori di competenza regionale, non prevedono che esse abbiano carattere suppletivo e cedevole: dichiarazione che ha travolto, a sua volta, anche le modifiche alle disposizioni in esame apportate dal secondo correttivo (d.lgs. 113/07). Analogo esito ha avuto lo scrutinio di costituzionalità condotto con riferimento alla disposizione del comma 2 del Codice dei contratti pubblici nella parte in cui stabilisce che9 «l'approvazione dei progetti definitivi da parte del consiglio comunale costituisce variante urbanistica a tutti gli effetti», in relazione alla quale è stata dedotta la violazione dell'art. 117, terzo comma, Cost., in quanto la norma in esame, pur ricadendo nel settore della urbanistica ed incidendo, pertanto, nella materia concorrente del governo del territorio, esprime una regola inderogabile. Nel ritenere fondata la questione, la Corte ha precisato che la norma impugnata, stabilendo che l'approvazione dei progetti definitivi da parte del consiglio comunale costituisce variante urbanistica a tutti gli effetti, pur se presenta collegamenti con la materia dell'ambiente per le finalità perseguite, che sono dichiaratamente quelle del miglioramento della «qualità dell'aria e dell'ambiente nelle città», afferisce, avendo riguardo al suo peculiare oggetto, prevalentemente all'ambito materiale del governo del territorio di competenza ripartita Stato-Regioni. Da questa qualificazione discende che lo Stato ha soltanto il potere di fissare i principi fondamentali in tali materie, spettando alle Regioni il potere di emanare la normativa di dettaglio, secondo quanto stabilito dall'art. 117, terzo comma, ultimo periodo, della Costituzione; e di qui la conclusione per cui, applicando la suddetta regola nel caso di specie, ne deriva la illegittimità costituzionale della norma in esame, in quanto essa, per il suo contenuto precettivo del tutto puntuale, non lascia alcuno spazio di intervento alle Regioni: l'affermazione, infatti, secondo cui «l'approvazione dei progetti definitivi costituisce variante urbanistica a tutti gli effetti» non è passibile di ulteriore svolgimento da parte del legislatore regionale con conseguente compromissione delle competenze che alle Regioni spettano in materia di urbanistica e quindi di assetto del territorio (vedi sentenza numero 206 del 2001). Infine, con riferimento alla previsione inerente il potere regolamentare dello Stato nella materia de qua (art. 5, commi 1, 2 e 4), la Corte costituzionale - mentre dichiara non fondata la questione relativa al comma 1 (sul presupposto per cui la norma impugnata, nel prevedere che il regolamento statale detti la disciplina esecutiva e attuativa del Codice in relazione ai contratti pubblici di lavori, servizi e forniture di amministrazioni ed enti statali e, «limitatamente agli aspetti di cui all'art. 4, comma 3, in relazione ai contratti di ogni altra amministrazione», opera un riferimento che deve essere inteso, all'esito di una interpretazione conforme a Costituzione, nel senso che lo stesso ricomprende lo Stato e le Regioni e non anche le Province autonome di Trento e Bolzano, con conseguente non fondatezza della censura relativa all'art. 5, comma 4) diversamente ritiene di dover dichiarare costituzionalmente illegittimo il comma 2 dell'art. 5, nella parte in cui fa riferimento, in maniera contraddittoria rispetto alla clausola di salvaguardia contenuta nel comma 3 dell'art. 4, anche alle Province autonome, rendendo applicabile alle stesse, nei settori indicati dal comma 3, le disposizioni regolamentari. Tutte le altre, numerose questioni di legittimità costituzionale vengono ritenute inammissibili e respinte rispettivamente per genericità delle relative censure e per infondatezza delle relative argomentazioni, avendo ad oggetto disposizioni che, secondo quanto più analiticamente illustrato nei seguenti paragrafi in sede di esame della successiva giurisprudenza costituzionale ed amministrativa, investono ambiti di disciplina (concorrenza, ordinamento civile e contenzioso) riservati alla competenza legislativa esclusiva dello Stato Ulteriori interventi del Giudice delle Leggi. L articolata decisione del giudice costituzionale ha avuto notevole seguito sia nella stessa giurisprudenza della Corte costituzionale, sia nella giurisprudenza amministrativa chiamata a dare concreta applicazione alle norme in questione. Lungo la prima direttrice, appaiono meritevoli di considerazione due recentissime sentenze dei giudici di Palazzo della Consulta, chiamate a pronunciarsi, in senso opposto rispetto al precedente del 2007, la conformità a Costituzione di alcune leggi regionali intervenute10 successivamente all entrata in vigore del Codice dei contratti pubblici: si tratta di Corte Costituzionale - sentenza 30 luglio 2008 n. 320 e di Corte Costituzionale - sentenza 1 agosto 2008 n. 322 Con il primo intervento i giudici del Palazzo della Consulta ritengono fondate le censure sollevate nei confronti dell'art. 2 della legge regionale n. 12 del 2007, in riferimento all'art. 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione. Ed, invero - premesso che tale norma va ricondotto alla «tutela della concorrenza» in quanto, per un verso, per l'identificazione della materia nella quale si collocano le norme impugnate, occorre fare riferimento all'oggetto ed alla disciplina stabilita dalle stesse, per ciò che esse dispongono, alla luce della ratio dell'intervento legislativo nel suo complesso e nei suoi punti fondamentali, tralasciando gli aspetti marginali e gli effetti riflessi delle norme medesime, così da identificare correttamente e compiutamente anche l'interesse tutelato (sentenza n. 165 del 2007); e, per altro verso, che sulla base di tali criteri, la disciplina delle procedure di gara e, in particolare, la regolamentazione della qualificazione e selezione dei concorrenti, delle procedure di affidamento e dei criteri di aggiudicazione, in quanto mirano a consentire la piena apertura del mercato nel settore degli appalti, sono state ricondotte all'àmbito della tutela della concorrenza (art. 117, secondo comma, lettera e, della Costituzione), di esclusiva competenza del legislatore statale; con la conseguenza che l'esclusività di tale competenza si traduce nella legittima adozione, da parte del legislatore statale, di una disciplina integrale e dettagliata delle richiamate procedure e nell'inderogabilità delle relative disposizioni, idonee ad incidere, nei limiti della loro specificità e dei contenuti normativi che di esse sono propri, sulla totalità degli àmbiti materiali entro i quali si applicano (sentenza n. 430 del 2007) la Corte costituzionale conclude nel senso che la norma regionale impugnata, disponendo la proroga dei contratti di gestione dei servizi di elisoccorso regionale fino al 31 dicembre 2007, disciplina le procedure di affidamento dell'appalto di un servizio pubblico regionale, peraltro in deroga alle procedure di gara. Di qui la conclusione per cui, per ciò stesso, la disposizione invade la sfera di competenza esclusiva del legislatore statale, esercitata con il decreto legislativo n. 163 del 2006 (sentenza n. 401 del 2007), fra le cui disposizioni inderogabili si colloca l'art. 4, il quale espressamente stabilisce, fra l'altro, che «le Regioni, nel rispetto dell'articolo 117, comma secondo, della Costituzione, non possono prevedere una disciplina diversa da quella del presente codice in relazione: alla qualificazione e selezione dei concorrenti; alle procedure di affidamento [ ]; ai criteri di aggiudicazione [ ]». Con la seconda sentenza, la Corte costituzionale ha ritenute fondate, con riferimento all art. 117, secondo comma, lettere e) e l), Cost., le questioni aventi ad oggetto gli artt. 6, comma 1, 7, commi 2 e 3, 8, 22, 24, 29, 32 e 43, comma 1, della legge della Regione Veneto n. 17 del 2007, La Corte premette al proprio ragionamento che, come ripetutamente affermato nel proprio precedente (sentenza n. 401 del 2007), nel settore degli appalti pubblici, l eventuale «interferenza» della disciplina statale con competenze regionali «si atteggia in modo peculiare, non realizzandosi normalmente in un intreccio in senso stretto con ambiti materiali di pertinenza regionale, bensì [mediante] la prevalenza della disciplina statale su ogni altra fonte normativa»; di tal che è stata dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale dell art. 4, comma 3, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE), secondo cui «le Regioni non possono prevedere una disciplina diversa da quella del presente codice» in relazione agli ambiti di legislazione sui contratti della pubblica amministrazione riconducibili alla competenza esclusiva dello Stato in base all art. 117, secondo comma, Cost. Nel caso di specie, si osserva che la normativa regionale censurata dallo Stato contiene una disciplina diversa da quella del codice citato per quanto attiene ai seguenti oggetti:11 affidamento dei servizi tecnici relativi all architettura e all ingegneria (artt. 6, comma 1, e 7, commi 2 e 3) riferibile all ambito della legislazione sulle «procedure di affidamento»; verifica e validazione del progetto (art. 8), inerente all ambito della «progettazione»; offerte anomale (art. 22) e procedura negoziata (art. 24), relative all ambito delle procedure di affidamento; subappalti (art. 29), relativi ad analoga materia disciplinata dal codice dei contratti pubblici; leasing immobiliare (art. 32), relativo in parte all ambito della «progettazione», in parte alla «esecuzione dei contratti» e comunque rientrante, insieme all istituto del subappalto, nella materia «ordinamento civile»; verifica preventiva dell interesse archeologico (art. 43), inerente a «contratti relativi alla tutela dei beni culturali». Orbene, secondo la Corte costituzionale, per tutti questi oggetti, la disciplina dettata dalla Regione produce una erosione dell area coperta da obblighi di gara, dal momento che, in primo luogo, lascia le stazioni appaltanti libere di scegliere le modalità di affidamento degli incarichi di ingegneria e architettura comportanti un compenso inferiore a 40 mila euro, così riducendo il confronto concorrenziale nell affidamento di tali servizi; inoltre, consente che una deliberazione della Giunta regionale detti i criteri e le modalità di affidamento degli incarichi di ingegneria e architettura comportanti un compenso compreso tra 40 mila euro e la soglia comunitaria, nonché sulle forme di pubblicità dei medesimi e sui criteri di verifica e validazione dei progetti, incidendo in tal modo sulle regole di mercato; in secondo luogo, nel restringere l ambito entro cui la stazione appaltante deve verificare la congruità delle offerte anomale e nel consentire il ricorso alla trattativa privata senza necessità di previa pubblicazione di un bando di gara, limitano il confronto concorrenziale. Analoga conseguenza si riconduce alle norme che riducono la sospensione del pagamento alla sola somma non corrisposta al subappaltatore; che restringono il numero di soggetti che possono aspirare a vedersi affidare l esecuzione dei lavori aventi ad oggetto la costruzione degli immobili mediante l introduzione dell istituto del leasing immobiliare; ed, infine, che lasciano le stazioni appaltanti libere per quanto concerne l affidamento degli incarichi aventi ad oggetto le indagini archeologiche, attribuite senza confronto concorrenziale. In definitiva, conclude la Corte richiamando ancora una volta le proprie sentenze nn. 431 e 401 del 2007 e n. 282 del 2004, la normativa regionale detta una disciplina difforme da quella nazionale in materie riservate alla competenza legislativa esclusiva dello Stato in base all art. 117, secondo comma, Cost., riducendo, da un lato, l area alla quale si applicano le regole concorrenziali dirette a consentire la piena esplicazione del mercato nel settore degli appalti pubblici a tutti gli operatori economici («tutela della concorrenza») e alterando, dall altro, le regole contrattuali che disciplinano i rapporti privati («ordinamento civile»). Da ultimo, la medesima traiettoria ermeneutica è stata seguita da CORTE COSTITUZIONALE - Sentenza 5 gennaio 2011 n. 7, la quale ha ribadito il principio di diritto (già espresso da Corte Costituzionale sentenza n. 411 del 2008) per cui le norme relative alle procedure di gara ed all esecuzione del rapporto contrattuale sono di competenza legislativa statale perché poste a tutela della concorrenza, e ciò anche con riguardo alla disciplina in tema di programmazione di lavori pubblici, nonché di finanza di progetto, atteso che quest ultima, a livello statale, si inserisce nell ambito della disciplina generale dei contratti pubblici, caratterizzandosi come un particolare metodo di affidamento dell opera pubblica, alternativo rispetto a quello della concessione (disciplinata dall art. 143 del Codice dei contratti pubblici), nel quale la gara pubblica è basata su uno studio di fattibilità dell opera e prevede la pubblicazione di un bando finalizzato alla presentazione di offerte che contemplino l utilizzo di risorse totalmente o12 parzialmente a carico dei soggetti proponenti 1. In particolare, si osserva che la particolarissima iniziativa disciplinata al riguardo dall art. 153, comma 19, del d.lgs. n. 163 del 2006 si caratterizza, rispetto alle altre tre forme di realizzazione della finanza di progetto, per la sua idoneità ad integrare e coadiuvare l attività di programmazione dell amministrazione aggiudicatrice, atteso che l ente pubblico si avvale dell iniziativa privata e del contributo di idee e di capitali privati non solo per la realizzazione delle sue finalità, ma anche per la loro stessa individuazione (lo studio di fattibilità presentato ai sensi del comma 19, al pari delle altre procedure per la realizzazione della finanza di progetto, in caso di valutazione positiva, da parte dell amministrazione, della pubblica utilità dell opera, finisce con il costituire l unica base della gara successiva e il solo termine di confronto delle eventuali altre offerte). Orbene, posto che la legge regionale non può incidere su questi aspetti di disciplina posto che, ex art. 117, II comma, Cost., essi ineriscono direttamente alla materia della tutela della concorrenza di esclusiva competenza statale, appare evidente come una siffatta incidenza ricorra nel caso della disposizione indubbiata, atteso che il censurato art. 1, comma 6, della legge della Regione Liguria 28 dicembre 2009 n. 63 (Disposizioni collegate alla legge finanziaria 2010), modificando la legge regionale 11 marzo 2008, n. 5 (Disciplina delle attività contrattuali regionali in attuazione del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 ) ed introducendo l art. 27-bis, intitolato «Finanza di Progetto», autorizza i soggetti privati che intendano promuovere interventi non previsti dagli strumenti di programmazione triennale adottati dalla Regione a presentare studi di pre-fattibilità, senza alcun diritto a compenso o alla realizzazione dell opera e neppure ad una tempestiva decisione della Regione, prevedendo in tal modo una disciplina difforme da quella dettata dall art. 153, comma 19, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture), che consente ai privati, in analoghe circostanze, la presentazione di studi di fattibilità e, pur escludendo il diritto a un compenso e alla realizzazione dell opera, prevede l obbligo dell amministrazione di provvedere sulla proposta nel termine di sei mesi. Di qui la duplice conclusione per cui posto che la presentazione di uno studio di fattibilità non compreso nella programmazione triennale attribuisce al proponente un indiscutibile vantaggio nella successiva gara per l affidamento dell opera stessa, dal momento che egli è il primo ad aver approfondito gli aspetti tecnici, amministrativi e finanziari del problema; 1 Con efficace sintesi, si sottolinea che la peculiarità di tale sistema, pertanto, risiede nella sua idoneità a stimolare, per i lavori pubblici o di pubblica utilità finanziabili in tutto o in parte con capitali privati, un contributo di idee da parte dell imprenditoria privata, nell individuazione delle modalità di realizzazione tecnica dell opera pubblica, sia attraverso la predisposizione, da parte del promotore, dello studio di fattibilità, sia nel corso del procedimento, attraverso le eventuali modifiche. La procedura, disciplinata dal legislatore statale, modificata recentemente dal d.lgs. 11 settembre 2008, n. 152, recante «Ulteriori disposizioni correttive e integrative del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, recante il Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, a norma dell articolo 25, comma 3, della legge 18 aprile 2005, n. 62» (cd. terzo decreto correttivo), si articola in tre possibili varianti: una procedura a iniziativa pubblica, con gara unica previo bando e senza prelazione per il promotore (art. 153, commi da 1 a 14); una procedura ad iniziativa pubblica, con gara doppia previo bando e con prelazione, detta bifase (art. 153, comma 15); una procedura ad iniziativa privata, con gara doppia previo avviso, ad esito alternativo (art. 153, comma 16). Tutte le predette modalità di individuazione del contraente, ivi compresa quella ad iniziativa privata, presuppongono che la valutazione di pubblica utilità dell opera sia già stata previamente effettuata dall amministrazione aggiudicatrice a monte, in sede di programmazione triennale di cui all art. 128 dello stesso codice dei contratti. Tale norma, infatti, prevede esplicitamente che l attività di realizzazione dei lavori di cui al codice dei contratti, il cui importo sia superiore a euro, debba svolgersi sulla base di un programma triennale e che questo costituisce momento attuativo di studi di fattibilità e di identificazione e quantificazione dei bisogni che possono essere soddisfatti, in particolare, tramite la realizzazione di lavori finanziabili con capitali privati, in quanto suscettibili di gestione economica. La norma, inoltre, predispone un sistema di pubblicità di tale attività di programmazione, mediante affissione dello schema di programma triennale e dei suoi aggiornamenti nella sede delle amministrazioni aggiudicatrici per almeno sessanta giorni consecutivi ed eventualmente mediante pubblicazione sul profilo di committente della stazione appaltante.13 ed anzi, proprio per effetto della mancata previsione della pubblica utilità dell opera, può dirsi che egli acquisisce un vantaggio verosimilmente ancora maggiore rispetto agli eventuali concorrenti - da un lato, si deve ritenere che la presentazione dello studio di fattibilità, di cui all art. 153, comma 19, pur cadendo in un momento antecedente alla fase dell evidenza pubblica, costituisce parte integrante di quest ultima; e, dall altro, che la norma regionale censurata, dunque, incidendo direttamente sulla materia, di competenza esclusiva statale, della tutela della concorrenza, è illegittima La giurisprudenza amministrativa e costituzionale in tema di rapporto tra fonti un materia di composizione della commissione di gara. Quanto agli sviluppi che il tema ha ricevuto nella giurisprudenza amministrativa, merita una specifica menzione la sentenza del 17 dicembre 2007 n emessa dal TAR Campania Sezione di Napoli, la quale ritenendo legittima la composizione della commissione giudicatrice di una gara di appalto composta da esperti esistenti in seno all'ente comunale appaltante si pone nel solco tracciato dalla sentenza della Corte costituzionale, su evidenziata. La sentenza del Tar di Napoli trae origine da un ricorso proposto avverso il Comune di Santa Maria Capua Vetere nonché da successivi ricorsi recanti motivi aggiunti - per l'annullamento previa sospensiva dell'esecuzione di una serie di provvedimenti amministrativi relativi all'appalto pubblico di lavori avente ad oggetto, previa acquisizione in sede di offerta del progetto definitivo, la progettazione esecutiva e l'esecuzione dei lavori di recupero e valorizzazione del Parco Urbano come sede del Parco Tematico Città della Storia e mediante i quali la Commissione esaminatrice dell'appalto pubblico di lavori ha aggiudicato la gara all'unico altro offerente, controinteressato, deducendo la illegittimità nella misura in cui non si è risolto nella propria aggiudicazione in virtù di una incongrua ed illegittima valutazione della propria offerta, previa contestazione dei punteggi attribuiti dalla Commissione stessa. La società ricorrente ha preliminarmente impugnato il verbale con cui il Dirigente del Settore Tecnico ha nominato la Commissione esaminatrice delle offerte, sostenendone la illegittima composizione, in quanto formata da soggetti muniti di titolo considerato inidoneo (ingegnere, architetto e geometra): Ciò in considerazione della natura e della complessità delle opere da realizzare per le quali sarebbe stato necessario, secondo la tesi di parte ricorrente, la nomina di esperti competenti, in maniera particolare, nelle materie di scienza botanica e agraria. La doglianza non è stata accolta dal tribunale amministrativa partenopeo, il quale ha rilevato in virtù anche della documentazione depositata dalle parti che la commissione di gara risulta composta da soggetti appartenenti al settore tecnico interessato e, pertanto, risultano muniti di qualificazione e funzioni, all'interno dell'ente locale intimato. Ciò in coincidenza si afferma anche con quanto dispone la normativa in materia di appalti pubblici che, al riguardo, non è stata significativamente mutata dalla novella contenuta nel d.lgs. 163/06 la quale ribadisce che i componenti della Commissione giudicatrice debbono possedere la necessaria competenza richiesta dalla gara di appalto oggetto del bando e che essi debbono essenzialmente nominati nell'ambito del personale (qualificato e) interno dell'ente appaltante: anzi, la circostanza è confermata dalle novità introdotta dal cd. secondo correttivo D. Lgs. n. 113/2007 ove prevede che il ruolo presidenziale può essere rivestito anche da un funzionario apicale della stazione appaltante, oltre alla possibilità di nominare funzionari di altre pubbliche amministrazioni. Sul punto, si fa riferimento alla normativa contenuta nell'art. 84 del d.lgs. 163/06 che è stato, come già ampiamente visto nel paragrafo precedente, dichiarato costituzionalmente illegittimo ai commi 2,3,8,9 dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 401 del 23 novembre 2007, nella parte in cui, per i contratti inerenti a settori di competenza regionale,14 non prevedono che esse abbiano carattere suppletivo e cedevole. Sulla scorta della sentenza della Corte costituzionale ed in virtù del piano di riparto di competenze legislativo Stato-Regioni ai sensi del novellato art. 117 della Costituzione nella fattispecie de qua, il Tar di Napoli ha fatto pertanto applicazione della normativa regionale dei lavori pubblici ed opere pubbliche (n. 3/2007) che, proprio perché esistente, si sovrappone a quella statale (che nella specie è proprio l'art. 89, commi 2,3,8,9 del d.lgs. 163/06). Più precisamente, gli artt. 58 e 59 della legge n. 3/07 stabiliscono rispettivamente i requisiti professionali che debbono possedere i collaudatori dei lavori pubblici da affidare mediante gare di appalto e le modalità di nomina degli stessi ad opera delle stazioni appaltanti. In particolare, l'art. 58 prevede che il regolamento regionale indica i requisiti professionali degli esperti da nominare in virtù delle caratteristiche dei lavori, la misura del compenso ad essi spettante, nonché le modalità di effettuazione del collaudo e la redazione della relativa certificazione. Inoltre, l'art. 59 della legge regionale n.3/07 stabilisce che le stazioni appaltanti nominano da uno a tre tecnici di elevata e specifica qualificazione con riferimento al tipo di lavori, alla loro complessità e all'importo degli stessi : ma, continua la norma, tali tecnici sono nominati dalle predette amministrazioni nell'ambito delle proprie strutture. Solo ove sussista, il responsabile del procedimento deve puntualmente certificare la carenza dell'organico in tal senso; di conseguenza, l'amministrazione appaltante può procedere alla nomina di esperti esterni. Nella controversia de qua, il Tribunale Amministrativo Regionale di Napoli ha proceduto ad una puntuale e corretta applicazione della regolamentazione regionale in materia (L. R. n. 3/07) sia per quanto riguarda l'aspetto della qualifica che i tecnici debbono possedere - ed, infatti, sul punto il Collegio ha ribadito aderendo così ad un consolidato orientamento giurisprudenziale il principio dell'inderogabilità della disciplina sulla composizione della commissione giudicatrice, poiché costituisce (in assenza di una disposizione primaria o secondaria che regoli la specifica qualificazione professionale della Commissione giudicatrice) espressione di discrezionalità non suscettibile di sindacato, in assenza della deduzione di indici sintomatici di un esercizio funzionale del potere (cfr. Consiglio di Stato, sez IV, 4 ottobre 2002, n. 5256) -; sia riguardo l'aspetto della scelta dei tecnici stessi. Relativamente a quest'ultima ipotesi, la fonte legislativa regionale prevede, come già visto, che la nomina debba provenire dalle amministrazioni appaltanti e nell'ambito delle proprie strutture. In applicazione di tale principio, perciò, l'ottava sezione del Tar di Napoli ha ritenuto legittima la composizione della commissione giudicatrice della gara di appalto in esame poiché essa è a parere del Collegio costituita da soggetti che, in quanto appartenenti al settore tecnico interessato, risultano muniti di qualificazione, funzioni e ruoli all'interno del Comune interessato che ben giustificano la partecipazione alla Commissione stessa. Peraltro, nella precipua prospettiva che qui interessa, va segnalato che la stessa Corte costituzionale con sentenza 22 maggio 2009, n. 160, ha avuto modo di ulteriormente puntualizzare la propria giurisprudenza in materia, dichiarando, tra l altro, l illegittimità di due norme della Legge regionale campana 1/2008 che intervengono, derogatoriamente rispetto al Codice nazionale, su due aspetti critici della disciplina delle procedure ad evidenza pubblica: l avvilimento e l esclusione automatica delle offerte anomale negli appalti sottosoglia. Quanto alla prima questione, va premesso che l'art. 27, comma 1, lettera l), della legge della Regione Campania n. 1 del 2008, il quale, nel modificare l'art. 30, comma 5, della precedente legge n. 3 del 2007, consente il ricorso all'istituto dell'avvalimento soltanto in relazione agli appalti di importo uguale o superiore alla soglia comunitaria. Ciò contrariamente a quanto previsto dagli art. 49 e 121 del d.lgs. n. 163 del 2006, i quali15 legittimano invece il ricorso a tale istituto anche in relazione ai contratti aventi per oggetto lavori, servizi e forniture di importo inferiore alla soglia di rilevanza comunitaria, con conseguente violazione della competenza statale in materia di ordinamento civile. A sua volta, l'art. 20, comma 2, della legge regionale n. 3 del 2007 (cui la declaratoria di incostituzionalità viene estesa, in via consequenziale, ai sensi dell'art. 27 della legge n. 87 del 1953), con norma inscindibilmente connessa a quella dichiarata costituzionalmente illegittima, stabilisce che «le stazioni appaltanti, nella predisposizione degli atti di gara relativi a contratti di importo inferiore alla soglia comunitaria, escludono la possibilità di ricorso all'istituto dell'avvalimento di cui agli artt. 49 e 50 del Codice e successive modificazioni». Orbene, secondo il Giudice delle Leggi Pur in presenza di un appalto sotto-soglia, debbano infatti essere comunque rispettati i principi fondamentali del Trattato idonei a consentire l esercizio di un potere conforme, tra l altro, ai canoni della parità di trattamento, della trasparenza e della pubblicità, al fine di garantire un assetto concorrenziale del mercato. Ciò implica che la distinzione tra contratti sotto-soglia e sopra-soglia non può essere, di per sé, invocata quale utile criterio ai fini della individuazione dello stesso ambito materiale della tutela della concorrenza. La finalità perseguita dal legislatore statale con l istituto dell avvalimento, in linea con le prescrizioni comunitarie, è quella di consentire a soggetti, che non posseggono determinati requisiti di partecipazione, di concorrere egualmente mediante l ausilio di un altra impresa, che sia in possesso dei necessari requisiti, purché ricorrano le condizioni indicate dal citato art. 49. Si ottiene, pertanto, il risultato di ampliare potenzialmente la partecipazione delle imprese alle procedure concorsuali, assicurando così una maggiore tutela delle libertà comunitarie e degli stessi principî di buon andamento e imparzialità dell azione amministrativa. L analisi del dato finalistico consente, dunque, di fare rientrare la normativa in esame nell ambito della tutela della concorrenza. In relazione alla seconda questione, la legge regionale campana stabiliva che, che ha stabilito che le stazioni appaltanti, quando il criterio di aggiudicazione è quello del prezzo più basso, «prevedono nel bando l'esclusione automatica dalla gara delle offerte che presentano una percentuale di ribasso pari o superiore alla soglia di anomalia» (art. 27, comma 1, lettera t), punto 1, della legge regionale n. 1 del 2008). Diversamente, il legislatore statale, sul punto, ha previsto, all'art. 122, comma 9, del d.lgs. n. 163 del 2006, in capo alla stazione appaltante, il potere discrezionale di valutare l'opportunità di procedere all'esclusione automatica ovvero verificare in contraddittorio l'anomalia dell'offerta. A ciò va aggiunto che l'art. 1, comma 1, lettera bb), n. 2, del decreto legislativo 11 settembre 2008 n. 152 (Ulteriori disposizioni correttive e integrative del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, recante il Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, a norma dell'articolo 25, comma 3, della legge 18 aprile 2005, n. 62) ha modificato - proprio al fine di aumentare l'area di concorrenzialità - la norma statale, la quale ora prevede che la facoltà di esclusione automatica «non è esercitabile quando il numero delle offerte ammesse è inferiore a dieci». È quindi evidente che, al di là dello iato temporale intercorrente tra i due testi normativi, il legislatore regionale ha dettato una disciplina diversa da quella statale, prevedendo che la stazione appaltante è obbligata a procedere sempre ed in ogni caso all'esclusione automatica delle offerte anomale in presenza di un contratto di appalto di rilevanza non comunitaria. Orbene, secondo la decisione in commento, tale previsione, eliminando radicalmente qualunque potere di valutazione tecnica in capo all'amministrazione mediante l'attivazione di procedure di verifica in contraddittorio, viola i principi della concorrenza. La previsione, infatti, di un potere vincolato di esclusione automatica restringe aprioristicamente la possibilità di partecipazione di un numero più elevato di operatori economici, ledendo le regole concorrenziali sancite a livello comunitario e nazionale. In conclusione, anche con questa pronuncia i giudici costituzionale, accanto alla16 riaffermazione di principi già espressi, offrono nuove coordinate ermeneutiche alla spinosa questione in esame: da un lato, dopo aver individuato gli ambiti di materie in cui, in prevalenza, si colloca la disciplina dell'attività contrattuale della amministrazione nel settore dei pubblici appalti, viene operata una verifica circa gli spazi riconosciuti alla competenza regionale con particolare riferimento alla disciplina della procedura di evidenza pubblica che di volta in volta viene in rilievo. Al riguardo viene posto in evidenza come nello specifico settore degli appalti la materia della tutela della concorrenza, nella parte in cui essa è volta ad assicurare procedure di garanzia, si connota per un particolare modo di operare della sua trasversalità: infatti, la interferenza con le competenze regionali si atteggia in modo peculiare non realizzandosi normalmente un intreccio in senso stretto con ambiti materiali di pertinenza regionale, bensì la prevalenza della disciplina statale su ogni altra fonte normativa Ne consegue che la fase della procedura di evidenza pubblica, riconducibile alla tutela della concorrenza, potrà essere interamente disciplinata, nei limiti del rispetto dei principi di proporzionalità ed adeguatezza, dal legislatore statale. Dall altro lato, nella medesima prospettiva, le singole Regioni sono legittimate a regolare, da un lato, quelle fasi procedimentali che afferiscono a materie di propria competenza; dall'altro, i singoli settori oggetto della predetta procedura e rientranti anch'essi in ambiti materiali di pertinenza regionale. Nondimeno, al fine di evitare che siano vanificate le competenze delle Regioni, è consentito che norme regionali riconducibili a tali competenze possano produrre effetti proconcorrenziali, purché tali effetti «siano indiretti e marginali e non si pongano in contrasto con gli obiettivi posti dalle norme statali che tutelano e promuovono la concorrenza Le regioni a statuto speciale. Infine, appaiono meritevoli di considerazione una serie di recentissime sentenze dei giudici di Palazzo della Consulta, chiamate a pronunciarsi, in senso opposto rispetto al precedente del 2007, sulla conformità a Costituzione di alcune leggi regionali intervenute successivamente all entrata in vigore del Codice dei contratti pubblici: tra queste, con specifico riferimento alle Regioni a Statuto speciale, merita in primis menzione la sentenza della Corte Costituzionale 17 dicembre 2008, n In tale pronuncia la Corte ribadisce che la disciplina degli appalti pubblici, intesa in senso complessivo, include diversi ambiti di legislazione che «si qualificano a seconda dell'oggetto al quale afferiscono»: in essa, pertanto, si profila una interferenza fra materie di competenza statale e materie di competenza regionale, che, tuttavia, «si atteggia in modo peculiare, non realizzandosi normalmente in un intreccio in senso stretto», ma con la «prevalenza della disciplina statale su ogni altra fonte normativa» (sentenza n. 401 del 2007) in relazione agli oggetti riconducibili alla competenza esclusiva statale, esercitata con le norme recate dal d.lgs. n. 163 del Quanto alla identificazione dei predetti ambiti di legislazione, è stato inoltre precisato che la disciplina delle procedure di gara e, in particolare, la regolamentazione della qualificazione e selezione dei concorrenti, delle procedure di affidamento e dei criteri di aggiudicazione, ivi compresi quelli che devono presiedere all'attività di progettazione, mirano a garantire che le medesime si svolgano nel rispetto delle regole concorrenziali e dei princípi comunitari della libera circolazione delle merci, della libera prestazione dei servizi, della libertà di stabilimento, nonché dei princípi costituzionali di trasparenza e parità di trattamento (sentenze n. 431 e n. 401 del 2007). Esse, in quanto volte a consentire la piena apertura del mercato nel settore degli appalti, sono riconducibili all'àmbito della tutela della concorrenza, di esclusiva competenza del legislatore statale (sentenze n. 401 del 2007, n. 345 del 2004), che ha titolo pertanto a porre in essere una disciplina integrale e dettagliata delle richiamate procedure (adottata con il citato d.lgs. n. 163 del 2006), la quale, avendo ad oggetto il mercato di riferimento delle attività economiche, può influire anche su materie attribuite alla competenza legislativa delle Regioni (sentenza n. 430 del 2007). Analogamente, la Corte ha riconosciuto che «la17 fase negoziale dei contratti della pubblica amministrazione, che ricomprende l'intera disciplina di esecuzione del rapporto contrattuale, incluso l'istituto del collaudo, si connota per la normale mancanza di poteri autoritativi in capo al soggetto pubblico, sostituiti dall'esercizio di autonomie negoziali e deve essere ascritta all'àmbito materiale dell'ordinamento civile» (sentenza n. 401 del 2007), di competenza esclusiva del legislatore statale, che l'ha esercitata, anche in tal caso, adottando le disposizioni del predetto d.lgs. n. 163 del Orbene, con riguardo al rapporto tra competenza legislativa statale e corrispondente potere normativo primario nelle regioni a Statuto speciale, si osserva come, sulla base di tali indicazioni, deve leggersi l'art. 4, comma 5, del d.lgs. n. 163 del 2006, il quale, nella parte in cui stabilisce che «le Regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e Bolzano adeguano la propria legislazione secondo le disposizioni contenute negli statuti e nelle relative norme di attuazione», impone anche alle Regioni ad autonomia speciale (in assenso di norme statutarie attributive di competenze nelle materie cui afferiscono le norme del Codice dei contratti) di conformare la propria legislazione in materia di appalti pubblici a quanto stabilito dal Codice stesso. Appare pertanto decisivo il riferimento alle norme statutarie attributive di competenze nelle materie cui afferiscono le norme del Codice dei contratti; tanto è vero che nel caso sottoposto all esame della corte costituzionale, questa ha premesso che lo statuto della Regione Sardegna, all'art. 3, lettera e), attribuisce alla medesima una competenza legislativa primaria in materia di lavori pubblici di interesse regionale, alla quale, quindi, non appartengono le norme relative alle procedure di gara ed all'esecuzione del rapporto contrattuale: tali settori sono oggetto delle disposizioni del citato Codice, alle quali, pertanto, il legislatore regionale avrebbe dovuto adeguarsi. Donde la conclusione per cui, avendo La Regione Sardegna, con le norme impugnate, legiferato in ambiti già espressamente ricondotti, dalla stessa Corte, per un verso, alla materia della tutela della concorrenza, per altro verso, alla materia dell' ordinamento civile, dettando una disciplina difforme rispetto a quella stabilita dal legislatore statale con il d.lgs. n. 163 del 2006, nell'esercizio delle proprie competenze esclusive, senza adempiere all'obbligo di adeguamento - tutte le impugnate norme regionali sono costituzionalmente illegittime per violazione dell'art. 3, lettera e), dello statuto, in quanto stabiliscono una disciplina difforme da quella nazionale, alla quale avrebbero dovuto adeguarsi alla stregua dell'art. 4, comma 5, del d.lgs. n. 163 del 2006, in materie, quelle della tutela della concorrenza e dell'ordinamento civile, estranee alla competenza legislativa regionale e riservate viceversa allo Stato. Ulteriori e recenti spunti in tal senso possono essere tratti dalle sentenze Corte Costituzionale nn. 45 e n. 221 del 2010: la prima dichiara l illegittimità costituzionale di un a serie di norma della l. prov. n. 10 del 2008, nella parte in cui, sostituendo l art. 1, commi 6, l. della Provincia autonoma di Trento 10 settembre 1993 n. 26, reca una disciplina in contrasto con i principi contenuti nel del codice degli appalti, dettati dal legislatore statale in attuazione della normativa comunitaria a tutela della concorrenza. La seconda dichiara la illegittimità costituzionale dell art. 1, comma 5, lettera a), della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia, 4 giugno 2009, n. 11 (laddove prevede la non essenzialità della progettazione preliminare, considerandola assorbita nell approvazione dell elenco annuale dei lavori) per contrasto con l art. 93 del d.lgs. n. 163 del 2006, (ritenuta elemento coessenziale alla riforma economico-sociale con la conseguenza che essa opera come limite all attività legislativa regionale), nella parte in cui, prevedendo che la progettazione in materia di lavori pubblici si articola, secondo tre livelli di successivi approfondimenti tecnici, in preliminare, definitiva ed esecutiva, con tale articolazione persegue il fine di assicurare la qualità dell opera e la rispondenza alle finalità relative alla conformità alle norme ambientali e urbanistiche, nonché il soddisfacimento dei requisiti18 essenziali, definiti dal quadro normativo nazionale e comunitario. Con tali decisioni la Corte Costituzionale ha sviluppato le successive linee fondamentali del riparto delle competenze legislative nel settore degli appalti pubblici tra Stato e Regioni a Statuto speciale. Ed, invero, pur In presenza di una specifica attribuzione statutaria di competenza regionale esclusiva in materia di lavori pubblici per cui, non contemplando il novellato Titolo V della parte II della Costituzione la materia «lavori pubblici», trova applicazione, in base all'art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 recante «Modifiche al Titolo V della parte II della Costituzione», la previsione statutaria in questione- Ciò, tuttavia, non comporta che - in relazione alla disciplina dei contratti di appalto che incidono nel territorio della Regione - la legislazione regionale sia libera di esplicarsi senza alcun vincolo e che non trovano applicazione le disposizioni di principio contenute nel prima menzionato «Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE». In questa prospettiva vengono in rilievo in primo luogo i limiti derivanti dal rispetto dei principi della tutela della concorrenza, strumentali ad assicurare le libertà comunitarie, e quindi le disposizioni contenute nel Codice degli appalti pubblici che costituiscono diretta attuazione delle prescrizioni poste a livello dell'unione Europea. Peraltro anche le Regioni ad autonomia rafforzata sono vincolata in base all'art. 117, 1 comma della Costituzione al rispetto degli obblighi internazionali ai quali sono riconducibili i principi generali del diritto comunitario e delle disposizioni contenute nel Trattato del 25 marzo 1957 istitutivo della Comunità Europea, ora ridenominato, dopo l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, Trattato sul funzionamento dell'unione Europea, e, in particolare, di quelle che tutelano la concorrenza (sentenza C.C. n. 45/2010). Ed, invero - posto che come dianzi illustrato, la nozione di concorrenza di cui al secondo comma, lett. e) dell'art. 117 della Costituzione «non può che riflettere quella operante in ambito comunitario»; e che, avuto riguardo al diritto comunitario, devono essere ricomprese in tale nozione «le disposizioni legislative che perseguono il fine di assicurare procedure concorsuali di garanzia mediante la strutturazione di tali procedure in modo da assicurare ''la più ampia apertura del mercato a tutti gli operatori economici''» (sentenza n. 401/2007) - nello specifico settore degli appalti vengono altresì in rilievo tutte le disposizioni che «disciplinando la fase prodomica alla stipulazione del contratto si qualificano per le finalità perseguite di assicurare la concorrenza «per» il mercato e che tendono a tutelare essenzialmente i principi della libera circolazione delle merci, della libertà di stabilimento e della libera prestazione di servizi (artt. da 28 a 32, da 34 a 37, da 45 a 54, da 56 a 66 del Trattato sul funzionamento dell'unione Europea)» (sentenza n. 45 del 2010). Sul punto quindi la Regione a Statuto speciale, nel dettare norme in materia di lavori pubblici di interesse regionale, pur esercitando una competenza esclusiva specificamente attribuita dallo Statuto di autonomia «deve non di meno rispettare, con riferimento soprattutto alla disciplina della fase del procedimento amministrativo di evidenza pubblica, i principi della tutela della concorrenza strumentali ad assicurare le libertà comunitarie e dunque le disposizioni contenute nel Codice degli appalti che costituiscono diretta attuazione delle prescrizioni poste al livello europeo» e che sono espressione dei principi dell'ordinamento giuridico della Repubblica e delle norme di riforme economico-sociale (sentenza n. 45/2010). Nella successiva pronuncia, la stessa Corte, inoltre, ha avuto modo di chiarire che al Codice degli appalti pubblici deve essere riconosciuto il carattere sostanziale di norma fondamentale di riforma economico-sociale in quanto ha comportato una complessiva e profonda innovazione normativa in un settore che assume importanza nazionale e che richiede l'attuazione di principi uniformi su tutto il territorio del Paese, atteso che questi ultimi comportano, tra l'altro, l'omogeneità' e la trasparenza delle procedure, l'uniforme qualificazione dei soggetti, la libera concorrenza degli operatori in un mercato senza restrizioni regionali. Le norme del predetto Codice che attengono, da un lato alla scelta del19 contraente (alla procedura di affidamento) e, dall'altro, al perfezionamento del vincolo negoziale e alla correlata sua esecuzione, costituiscono un legittimo limite all'esplicarsi della potestà legislativa esclusiva della Regione. Questa quindi si ritiene non possa adottare, per quanto riguarda la tutela della concorrenza, una disciplina con contenuti difformi da quella assicurata dal legislatore statale con il decreto legislativo n. 163 del 2006, in attuazione delle prescrizioni poste dall'u.e. (sentenza C.C. n. 221/2010). Per quanto concerne la disciplina siciliana in materia di lavori pubblici, deve ricordarsi che questi ultimi nello Statuto della Regione Sicilia, approvato con legge costituzionale, sono indicati quale materia di legislazione esclusiva regionale. Cosicché quando il legislatore regionale ha operato il rinvio alla normativa nazionale di settore (titolo I, art. 1, comma 1, della legge 7/2002), costituita prima di tutto dalla legge n. 109 dell'11 febbraio 1994, lo ha fatto contestualmente individuando alcune eccezioni o aree di non recepimento della normativa nazionale; contestualmente modificando, sostituendo o integrando specifiche parti della normativa nazionale; disponendo in via generale, per quanto concerne gli strumenti diversi dalla legge n. 109/94, la non applicabilità nel territorio della Regione di quelle parti incompatibili con la disciplina posta nella stessa legge regionale; e soprattutto disponendo l applicazione della normativa nazionale nel testo vigente alla data di approvazione della presente legge (n. 7/2002). In virtù dell ultima condizione, il rinvio operato risulta dunque di carattere statico, cd. rinvio recettizio, il quale ha come conseguenza fondamentale l invarianza in linea di principio della normativa recepita rispetto alle modifiche apportate alla fonte originaria. Peraltro, occorre ricordare come in tempi recentissimi l'assemblea Regionale Siciliana, il 13 luglio 2010, ha approvato la L.R. Sicilia n. 16/2010, dal titolo «Modifiche ed integrazioni alla normativa regionale in materia i appalti» e dalla dichiarata finalità di adeguamento della disciplina regionale degli appalti di opere pubbliche alle disposizioni di principio del Codice dei contratti pubblici di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n Nondimeno, si segnala, nella prospettiva qui esaminata, che il Commissario dello Stato ha presentato ricorso avverso una serie di norme presenti in tale novella in quanto ritenute costituzionalmente illegittime per violazione dell'art. 14, lett. g) dello Statuto Speciale e dell'art. 117, comma 2, lett. e) della Costituzione in quanto incidono sulle procedure di selezione dei concorrenti e di affidamento stabilendo una disciplina autonoma, in taluni casi anche difforme, da quella nazionale, cui avrebbero dovuto adeguarsi in materia di tutela della concorrenza, intervenendo in un settore estraneo alla competenza legislativa regionale e riservato viceversa, allo Stato. In particolare, per un verso, le disposizioni contenute nell'art. 3, comma 1 lett. d), e), f) e g), e nell'art. 4, commi 5, 6, 7 e 8, - nel prevedere rispettivamente, da un lato, che non è soggetto a ribasso d'asta il costo del lavoro e nell'escludere giustificazioni ai fini di quanto disposto dal comma 1-bis 2 inerenti allo stesso e, dall altro, che, in tema di valutazione dell'anomalia delle offerte, le giustificazioni siano presentate dai concorrenti già in sede di gara - si pongono in evidente contrasto sia con quanto previsto dall'art. 87, comma 2, lett. g) del Codice degli appalti, che considera il suddetto costo oggetto di eventuale giustificazione da parte dell'offerente in caso di offerte anormalmente; sia con l'art. 86 del Codice degli appalti e con l'art. 55 della Direttiva europea 2004/18/CE (articoli questi del decreto legislativo n. 163 del 2006 ritenuti da codesta Corte espressamente vincolanti per le Regioni con le sentenze n. 431/2007 e n. 322 del 2008). Per altro verso, si rileva che le disposizioni contenute nell'art. 3, comma 1, lett. g) e nell'art. 4, commi 5, 6, 7 e 8, sebbene riproducano sostanzialmente le corrispondenti norme statali di cui all'art. 7, comma 1, lett. e) del d.p.r. n. 34/2000 e all'art. 11, commi 9, 10, 10-bis e 10-ter del d.lgs. n. 163 del 2006, così come modificato dall'art. 1 del d.lgs. n. 53/2010 in tema rispettivamente di qualificazione e di aggiudicazione, vertendo entrambi in materia20 riconducibile alla concorrenza, sono da ritenersi di esclusiva competenza dello Stato e precluse a qualsiasi forma d'intervento del legislatore regionale. Ciò sull assunto per cui Non può invero ritenersi ammissibile che il legislatore regionale, privo della competenza nella materia «de qua» per le ragioni prima esposte, possa operare un sostanziale recepimento delle disposizioni statali senza però prevedere al contempo che il recepimento stesso disponga l'indispensabile rinvio dinamico alla eventuale legislazione nazionale successivamente introdotta, e ciò al fine di evitare che in tale ipotesi possano essere in vigore normative difformi «medio tempore» in attesa del necessario adeguamento alla nuova disciplina. Vedere altro
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 art. 5
 art. 117
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 art. 16
 art. 11
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 art. 117
 art. 1
 art. 27
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 art. 153
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 art. 49
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 art. 1
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 art. 1
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