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Timestamp: 2017-12-15 21:25:47+00:00

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Corte dei Conti - Illegittimo recupero tramite Equitalia | sentenza del giorno
Corte dei Conti - Illegittimo recupero tramite Equitalia
L’Amministrazione non procedeva più ai recuperi con importi pari a un quinto delle pensioni, ma poneva in essere azioni ingiuntive avvalendosi (anche illegittimamente) della procedura coattiva in applicazione del regio decreto n. 639 del 1910, nonostante prevista per le sole entrate patrimoniali dello Stato, sottoponendo ad esecuzioni pensionati debitori ultraottantenni con ogni coinvolgimento dei loro familiari.
Corte dei Conti - Sezione Marche - Sentenza n. 84 del 6 agosto 2012
nella persona del Giudice Unico nella materia pensionistica Cons. Giuseppe De Rosa ha pronunciato, nella pubblica udienza del 10 luglio 2012 con l’assistenza del Segretario Dott.ssa Tania Carbonari, la seguente
sul ricorso iscritto al n. 21425/PM del Registro di segreteria, presentato il 23 febbraio 2012 dal Sig. T. M., nato a OMISSIS ed elettivamente domiciliato a Tolentino (MC) in Galleria Europa n. 14 presso lo Studio degli Avvocati Paolo Guerra e Maurizio Maria Guerra, dai quali è rappresentato e difeso.
Nei confronti della Ragioneria Territoriale dello Stato di Ascoli Piceno, avverso la nota-provvedimento datata 6 dicembre 2011, concernente il recupero di somme corrisposte in favore del pensionato in esecuzione di decisione giurisdizionale di primo grado annullata a seguito di appello.
UDITI, nella pubblica udienza del giorno 10 luglio 2012, l’Avvocato Maurizio Maria Guerra, per il ricorrente, e il Dott. Alberto Luzi per l’Amministrazione.VISTI gli atti e documenti tutti di causa.FATTOCon il ricorso all’esame il ricorrente - titolare di duplice trattamento pensionistico - impugnava la nota-provvedimento datata 6 dicembre 2012 della Ragioneria Territoriale dello Stato di Ascoli Piceno, con la quale si disponeva il recupero della somma ammontante ad euro 67.897,28 corrisposta, relativamente al periodo dal 15 gennaio 1994 al 31 novembre 2011, a titolo di indennità integrativa speciale (a valere sulla pensione d’iscr. n. 4795367) secondo quanto statuito dalla sentenza n. 180/03 del 4 marzo 2003 di questa Sezione giurisdizionale (resa altresì nei confronti dell’INPDAP), riformata (nella parte concernente il cumulo delle indennità integrative speciali con riferimento alla titolarità di plurimi trattamenti pensionistici) con decisione n. 197 del 17 maggio 2011 della Sezione Seconda centrale della Corte dei conti (nel senso della non spettanza dell’i.i.s. sul trattamento pensionistico precitato, ma dell’importo eventualmente necessario per non ridurre la pensione stessa al di sotto del c.d. minimo INPS).Con l’impugnato provvedimento veniva chiesta la rifusione della predetta somma “entro e non oltre trenta giorni”.
Risulta dagli atti che, a seguito della sentenza n. 180/03 del 2003:- l’Amministrazione dell’Economia e delle Finanze disponeva - su richiesta dei difensori del pensionato - la “regolarizzazione” del trattamento pensionistico con la liquidazione delle somme relative all’i.i.s. e alla 13a mensilità (nota prot. 9473 Contenzioso del 22 aprile 2003, della Direzione provinciale Servizi Vari di Ascoli Piceno);- l’INPDAP proponeva appello con atto notificato il 17-22 dicembre 2003;- nel corso del processo di appello, a seguito dell’ordinanza n. 67/2010 della Sezione Seconda, il contraddittorio veniva integrato dall’INPDAP, in data 1° ottobre 2010, con la chiamata in causa del Ministero dell’Economia e delle Finanze costituitosi in data 22 febbraio 2011.
Nella sede giurisdizionale il ricorrente, rilevando che la Sezione d’appello - dopo alcuni rinvii disposti in attesa delle alterne pronunce delle Sezioni Riunitee della Corte costituzionale sulla fattispecie ad oggetto del giudizio - aveva emanato la sentenza n. 197 del 2011 a distanza di otto anni dal deposito del ricorso edell’avvenuta esecuzione della sentenza di prime cure, eccepiva innanzitutto di aver riscosso i maggiori assegni in perfetta buona fede destinandoli alle proprie necessità di vita.
Al riguardo si sosteneva che la sentenza di primo grado risultava perfettamente in linea con la giurisprudenza di appello dell’epoca.Nel ripercorrere le tappe dell’annosa vicenda - altresì impegnante in più occasioni le Sezioni Riunite della Corte dei conti e la Corte Costituzionale (sul tema della vigenza o meno del divieto di cumulo dell’indennità integrativa speciale correlato a plurimi trattamenti pensionistici, ex articolo 99 del d.P.R. n. 1092 del 1973) - nel ricorso si richiamava che a seguito dell’ordinanza n. 119 del 2008 del Giudice delle leggi e della sentenza n. 1/QM del 2009 delle SS.RR. della Corte dei conti, i giudizi di appello mutavano in senso sfavorevole ai pensionati.
Nel ricorso si affermava quindi che l’Amministrazione pretendeva illegittimamente la restituzione, entro trenta giorni, nei confronti del pensionato ultra ottantenne, di somme ingenti corrisposte in ottemperanza alle sentenze di primo grado, laddove i pagamenti avrebbero ben potuto essere tempestivamente sospesi anziché effettuati.
Tanto si stigmatizzava richiamandosi e/o affermandosi:- l’orientamento giurisprudenziale asserito in formazione in fattispecie, in ordine all’irripetibilità delle somme pagate in esecuzione della sentenza pensionistica di primo grado annullata in appello;- la sentenza (recte: ordinanza) n. 84 del 2003 della Corte costituzionale secondo la quale il processo pensionistico innanzi alla Corte dei conti si configurerebbe quale riesame di un complesso procedimento amministrativo improntato ai principi della trasparenza e del contraddittorio, riguardando essenzialmente il problema dell’insorgenza del diritto, verificabile con la piena garanzia di tutti i mezzi istruttori per la “ricerca della verità”; al riguardo si sottolineava che “il Giudice pensionistico dichiara il diritto senza condannare l’amministrazione”;- che la decisione del primo giudice non veniva annullata per errori procedurali o altri vizi del giudizio commessi dal ricorrente ovvero al medesimo addebitabili per dolo o sua colpa, bensì in base a diversa valutazione del giudice d’appello con dichiarazione del Giudice di appello “(riesame del riesame)” sul diritto medesimo; al riguardo si argomentava che nessuna responsabilità poteva essere addebitata al pensionato che aveva riscosso in perfetta buona fede quanto versatogli dall’Amministrazione in applicazione e in ottemperanza del diritto dichiarato dal Giudice di prime cure, con sentenza emessa alla luce e nel rispetto dei fondamentali principi più volte ribaditi dalla Corte costituzionale all’epoca della decisione stessa siccome confermati dalla maggioritaria giurisprudenza della Corte dei conti, anche in sede di appello.Nel merito, si argomentava per l’illegittimità del provvedimento di recupero e per l’irripetibilità delle somme pretese, perché il pensionato non aveva dolosamente o anche soltanto colposamente concorso alla determinazione dell’indebito.
Tanto si sosteneva con riferimento:
- ai principi dettati dalle SS.RR. con decisione di massima n. 7/QM/2007;
- alla giurisprudenza più recente delle Sezioni centrali d’appello della Corte dei conti: ordinanza cautelare n. 118/2004/A della Seconda Sezione centrale eSezione Prima Centrale n. 512/2008/A, secondo cui “Le somme corrisposte all’appellante in ottemperanza alla sentenza del giudice di primo grado, devono ritenersi irripetibili...”;
- alla giurisprudenza conforme alle precitate decisioni d’appello, delle Sezioni territoriali: Sezione Veneto n. 634/2009, n. 130/2010 e n. 172/2011; Sezione Emilia-Romagna n. 648/2006 (in tema di irripetibilità, nei confronti degli eredi, delle somme corrisposte al pensionato in ottemperanza di una decisione di primo grado annullata in appello, asserita confermata da Sezione Prima Centrale n. 111/A del 25 febbraio 2009);
- al notevole tempo trascorso dall’avvenuta ottemperanza della sentenza di primo grado e nell’incidenza negativa che il gravato provvedimento di recupero aveva sulle condizioni di vita del pensionato, soprattutto se a seguito di esso fosse stata attivata la procedura coattiva in luogo delle trattenute mensili sul quinto della pensione.
A sostegno della domanda si eccepiva, in via subordinata, che:
- a tutto concedere, l’Amministrazione avrebbe potuto agire per la sola restituzione degli arretrati pensionistici pagati in esecuzione della sentenza stessa e non per il recupero dei ratei successivi corrisposti a seguito della regolarizzazione del trattamento pensionistico privilegiato, spontaneamente effettuata dall’Amministrazione stessa (“ratei di cui avrebbe comunque potuto non pagare chiedendo la sospensione della decisione de qua se l’avesse regolarmente impugnata”); in questo caso, si allegava che il credito sarebbe risultato comunque inferiore a quello azionato dall’Amministrazione;- illegittime si configuravano le modalità di recupero, posto che trattandosi di differenze di ratei pensionistici per il recupero dei quali era consentita la sola trattenuta mensile di un quinto della pensione, l’Amministrazione non avrebbe potuto né intimare l’azione coattiva, né far ricorso all’iscrizione al ruolo in quanto prevista unicamente per la riscossione di un’entrata patrimoniale dello Stato.
Contestualmente al ricorso veniva formulata istanza di sospensione dell’efficacia del provvedimento impugnato affermandosi la sussistenza del fumus boni iuris, costituito dal fondamento delle censure proposte con il ricorso, nonché l’esistenza del periculum in mora integrato dall’età avanzata del ricorrente, dallo stato d’ansia per quanto accadutogli nonché dalle relative precarie condizioni di salute (certificato dell’I.N.R.C.A. di Fermo del 10 ottobre 2010, Verbale di accertamento dell’invalidità civile del Centro Medico Legale di Fermo del 23 novembre 2011, certificato medico del Dott. Antonio Incipini del 20 gennaio 2012) ed economiche (ammontare della pensione d’iscr. 04795367, a far data dicembre 2011, ad euro 200,72 lordi mensili; i.i.s. pari ad euro 738,27).In conclusione, con salvezza di ulteriori deduzioni e memorie, la difesa del pensionato domandava:
- l’accoglimento dell’istanza cautelare;- nel merito, in via principale: la dichiarazione dell’irripetibilità delle somme corrisposte al ricorrente in esecuzione della decisione n. 180/2003 della Corte dei conti per le Marche, annullata dalla sentenza n. 197/2011 della Sezione Seconda Centrale d’Appello e, per l’effetto, l’annullamento del provvedimento di recupero impugnato e ogni eventuale dichiarazione d’obbligo o accordo convenuto tra l’interessato e l’Amministrazione resistente per la rateizzazione del preteso credito erariale; con ogni consequenziale statuizione in ordine alla restituzione delle somme recuperate prima o durante il giudizio de quo;
- nel merito in via subordinata: la limitazione del credito dell’Amministrazione agli importi pensionistici relativi ai soli ratei arretrati corrisposti nel periodo della concomitante percezione della pensione ordinaria di quiescenza, con dichiarazione comunque dell’irripetibilità dei successivi ratei mensili pagati fino alla data dell’intimato recupero, con ogni consequenziale statuizione in ordine alla riforma o all’annullamento del provvedimento gravato;
- nel merito in via ancor più subordinata e salvo gravame: l’annullamento comunque del gravato provvedimento, con limitazione dell’azione di recupero delle somme eventualmente ritenute illegittime, alla sola trattenuta mensile di un quinto della pensione de qua, ed inibizione dell’Amministrazione ad ogni ulteriore iniziativa coattiva.Il tutto, salvis juribus.
Con memoria depositata il 2 marzo 2012, si costituiva l’Amministrazione dell’Economia e delle Finanze, innanzitutto precisando di aver avviato il procedimento di recupero con nota prot. 24695 del 20 ottobre 2011, a seguito della quale il difensore del pensionato domandava, con nota del 9 novembre 2011, di soprassedere all’iniziativa in attesa della decisione delle SS.RR. sulla questione di massima n. 345/SR/QM; l’Ufficio, con nota prot. n. 2484 del 18 novembre 2011 confermava i contenuti della precedente nota; quindi, dopo che in data 25 novembre 2011 il difensore del pensionato reiterava la richiesta già formulata con la nota del 20 ottobre 2011, l’Ufficio emanava il provvedimento poi impugnato in quanto il ricorrente non si era presentato, né aveva comunicato alcunché in altro modo e tanto meno aveva manifestato la volontà di onorare il proprio debito, anche con riferimento alla possibilità di rateizzare la restituzione delle somme; pertanto, inutilmente trascorsi i 30 giorni indicati nel provvedimento di addebito, l’Ufficio aveva trasmesso in data 12 gennaio 2012 ad Equitalia la minuta del ruolo relativo al recupero del credito ad oggetto del ricorso giurisdizionale.Tanto premesso, la Ragioneria regionale di Ascoli Piceno sosteneva:
- l’insussistenza, nell’ordinamento pensionistico, di un principio obbligato e generalizzato di irripetibilità dell’indebito, potendo il legislatore diversamente articolare tale effetto in relazione ad una molteplicità di parametri (rif.: sentenza n. 431 del 1993 della Corte costituzionale), configurandosi pertanto previsti in modo espresso i casi di irripetibilità nell’ordinamento previdenziale;
- l’inapplicabilità, nel caso di specie, dei principi affermati dalle SS.RR. con la sentenza n. 7/QM/2007 (attenendo questi ad ipotesi di indebito pensionistico maturato a seguito di conguaglio tra il trattamento provvisorio e quello definitivo di pensione) e nella sentenza n. 77/C/1989 (in quanto riguardanti la buona fede della percezione di indebiti conseguenti al libero esplicarsi del rapporto pensionistico, in tema di aumenti perequativi, superamento di limiti di reddito, ecc.);
- l’inapplicabilità in fattispecie delle disposizioni di cui agli articoli 204-206 del d.P.R. n. 1092 del 1973 (disciplinanti casi di indebiti pensionistici conseguenti alle modifiche del provvedimento definitivo di pensione) ed ex articolo 162 del d.P.R. n. 1093 del 1973, medesimo (prevedente la il conguaglio tra quanto percepito dall’interessato invia provvisoria e quanto accertato essere dovuto in via definitiva);- l’inquadrabilità della vicenda all’esame, nell’ambito della corretta applicazione ed esecuzione di un provvedimento giurisdizionale d’appello, con riferimento ai quali esiti processuali l’Amministrazione si affermava obbligata al recupero dell’i.i.s. già corrisposta sulla pensione tabellare, atteso il pieno diritto alla ripetizione connesso con la riforma di sentenze esecutive (rif.: Cass. Sez. III 14 aprile 2007, n. 8829 e 5 agosto 2005, n. 16559; C.d.S. Sez. IV n. 1220/2010; Giudice Comunitario Tribunale di I grado 10 ottobre 2001, n. 171/1999);
- che, contrariamente a quanto prefigurato nel ricorso, la giurisprudenza della Corte dei conti si era espressa a favore della ripetizione delle somme concernenti indebiti pensionistici (rif.: Sezione Friuli Venezia Giulia n. 449 del 17 gennaio 2012; Sezione Prima Centrale d’Appello n. 449 del 2011; Sezione Terza Centrale d’Appello n. 492 del 2011; Sezione Marche n. 171 del 2011; SS.RR. n. 1/1999/QM; Sezione Basilicata n. 225 del 2004; Sezione Puglia n. 989 del 2011); sul punto si rilevava inoltre che le SS.RR. della Corte dei conti, con la recente decisione n. 7/2011/QM avevano “precisato il precedente parere sulla questione di massima definita con sentenza n. 7/QM/2007”;
- che la stessa sospensione degli appelli, dall’anno 2004 al 2008, avrebbe dovuto far dubitare il pensionato sulla certezza del proprio diritto, dubbio poi avvaloratoe confermato dalle sentenze emesse dalle prime due Sezioni Centrali e poi dalla Sezione Terza Centrale;- che, ai sensi dell’articolo 336, comma 2, del codice di procedura civile, la riforma o la cassazione delle decisioni estende i suoi effetti ai provvedimenti e agli atti dipendenti dalla sentenza riformata o cassata e che, ai sensi della legge n. 97 del 2001, il ricorrente avrebbe potuto far valere le proprie ragioni discendenti dalla lungaggine e lentezza del processo;
- che la ripetizione delle somme, nel caso di che trattasi, trovava legittimazione nella sentenza d’appello, nell’articolo 2033 del codice civile, nell’articolo 336 del codice di procedura civile, negli articoli 3 del d.P.R. n. 1544 del 1955 e 186 della legge n. 312 del 1980; sul punto si argomentava che quanto sostenuto nella decisione n. 7/2007/QM delle SS.RR. non avrebbe potuto caducare l’intero assetto di norme vigenti in materia di indebito pensionistico, peraltro tale pronuncia sostenendosi riconsiderata dai più recenti orientamenti delle SS.RR. medesime (rif.: sentenze n. 7/2011/QM e 16/2011/QM);- che, a mente della sentenza n. 17/2011/QM - dichiarante l’inammissibilità della questione di massima proposta sulla fattispecie all’esame - non risultavano difformi orientamenti delle Sezioni d’Appello, ma solo quello espresso dalla Sezione Prima con la sentenza n. 512 del 2008 che, a parere delle SS.RR., non apparirebbe di per sé suscettibile di dar luogo ad un effettivo orientamento interpretativo sullo specifico punto di diritto, in quanto non riferito al fatto di un indebito causato dalla provvisoria esecuzione di una sentenza favorevole al pensionato, successivamente travolta in sede di appello;
- che, in ordine alle modalità del recupero, l’Ufficio si era attenuto alle seguenti disposizioni: l’articolo 406 del R.C.G.S. approvato con regio decreto n. 827 del 1924; l’articolo 3 del regio decreto legge n. 295 del 1939; l’articolo 3, comma 1, del d.P.R. n. 1544 del 1955; l’articolo 579 delle Istruzioni Generali sui servizio del Tesoro approvate con d.m. 15 dicembre 1972; Circolare n. 1379 del 21 dicembre 1982; Circolare n. 576 dell’8 aprile 1994; Circolare n. 481 del 16 dicembre 2004 (circolari disciplinanti il recupero dei crediti mediante iscrizione a ruolo, a seguito del riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, avvenuto a norma dell’articolo 1 della legge n. 337 del 1998 come disposto dal decreto legislativo n. 46 del 1999);
- in relazione alla domanda cautelare, che il ricorrente non aveva mai voluto dialogare e restituire quanto indebitamente riscosso, come asserito dimostrato dalla proposizione del ricorso; non sussistendo inoltre né il vantato fumus boni juris (per quanto allegato nella memoria difensiva) né il periculum in mora (poiché non dimostrate le precarie condizioni del ricorrente);- che, nel caso, non veniva effettuata trattenuta alcuna, sul punto dovendo provvedere Equitalia S.p.a., nei modi e nei termini di legge, anche attraverso la dilazione nel tempo del recupero delle somme.La memoria della Ragione Territoriale dello Stato concludeva:- per l’accertamento della legittimità dell’operato dell’Amministrazione;
- per la dichiarazione sia della ripetibilità del credito vantato, sia della procedura di restituzione delle somme recuperande a mezzo del Concessionario;- per la dichiarazione di infondatezza dell’istanza cautelare.Nella camera di consiglio del 13 marzo 2012, l’Avvocato Paolo Guerra, per il ricorrente, in particolare contestava ovvero affermava:- le modalità del recupero attivato dall’Amministrazione, sostenendosi inapplicabile la disciplina del decreto legislativo n. 46 del 1999 all’ipotesi di “indebito pensionistico”; in proposito, veniva dal Giudice autorizzato a depositare brevi note e la sentenza n. 5680 del 2011 della Suprema Corte;- l’applicabilità, in tema di rifusione di indebiti pensionistici, di rateizzazioni superiori alle sessanta rate previste dall’articolo 3 del d.P.R. n. 1544 del 1995, avuto riguardo ai principi stabiliti dall’articolo 38 Cost. a garanzia delle esigenze di vita delle categoria più deboli dei pensionati;
- la sussistenza del periculum in mora, considerato che con entrambe le pensioni, una volta soppressa l’i.i.s. sul trattamento privilegiato, il ricorrente - ultraottantenne affetto da patologie tumorali - risultava conseguire un reddito di circa euro 1.000,00 il mese;a sua volta il rappresentante dell’Amministrazione:
- ribadiva sia la constatazione dell’indisponibilità manifestata dal pensionato ad un incontro con l’Ufficio, sia l’affermazione della legittimità delle modalità del recupero dell’indebito nel caso attivate;- quanto al periculum, opponeva il grave pregiudizio che avrebbe subìto l’Amministrazione in ipotesi di accoglimento dell’istanza cautelare e precisava che il reddito mensile del pensionato, con riferimento alle due pensioni, si configurava d’importo pari a circa euro 1.500,00;
- rappresentava che l’Amministrazione, sempre nel caso di accoglimento dell’istanza, avrebbe dovuto bloccare le procedure di competenza del Concessionario con un provvedimento di sgravio su disposizione del Giudice.
Con ordinanza n. 9 del 14 marzo 2012 veniva accolta l’istanza di sospensione contenuta nel ricorso e contestualmente veniva fissata l’udienza di trattazione della causa in data 10 luglio 2012.Con atto inviato per conoscenza altresì a questo Giudice unico, depositato il 25 giugno 2012, i difensori del ricorrente invitavano e diffidavano la Ragioneria territoriale dello Stato di Ascoli Piceno e la Società Equitalia a voler provvedere all’immediato annullamento della cartella esattoriale n. 008 2112 00054904 86 con riferimento all’avvenuta sospensione dell’efficacia del provvedimento/ingiunzione di pagamento disposta con ordinanza n. 9 del 2012 di questa Sezione giurisdizionale.
Con memoria depositata il 27 giugno 2012, l’Amministrazione insisteva con riferimento al riconoscimento del proprio diritto al recupero delle somme, come sostenuto affermato in fattispecie da innumerevoli decisioni di merito della Corte dei conti (espressamente richiamate nella memoria), in particolare richiamando la sentenza 10 maggio 2012, n. 259 della Sezione Lombardia statuente la ripetibilità delle somme corrisposte al ricorrente in forza della provvisoria esecuzione della sentenza di primo grado, ivi inclusi gli interessi legali, con modalità di recupero rimesse, entro i limiti di legge e delle circolari interne, alla discrezionalità dell’Ente creditore.
Quanto alla pur dichiarata esclusione della possibilità di provvedere al suddetto recupero mediante iscrizione a ruolo ai sensi degli articoli 1 e 3 del decreto ministeriale n. 321 del 1999 - altresì disposta nella menzionata decisione della Sezione Lombardia - l’Amministrazione sosteneva che una tale eventuale dichiarazione avrebbe provocato un grave vulnus al suo operato, vulnus a suo tempo superato con il recupero dei crediti mediante iscrizione a ruolo (come evidenziato dalla nota prot. 76275 del 22 ottobre 2003 del Ministero dell’Economia e delle Finanze) in quanto, già all’epoca, non risultava più possibile avvalersi delle attività delle Avvocature distrettuali dello Stato le quali avevano invitato espressamente gli Uffici (allora Direzioni Provinciali dei Servizi Vari) ad avvalersi dei Concessionari della riscossione per il recupero dei crediti in argomento.Nel merito, l’Amministrazione precisava inoltre che il ricorrente oltre a percepire prestazioni previdenziali per importo complessivo netto superiore a euro 1.500,00, percepiva anche indennità di accompagno erogata dall’INPS di Fermo con recente liquidazione dei relativi arretrati.
Nella memoria si concludeva pertanto:
- per la dichiarazione della legittimità dell’operato dell’Amministrazione in ordine sia all’emissione del provvedimento di addebito, sia alle modalità di recupero integralmente disciplinate da norme regolamentari e disposizioni circolari già depositate in atti, sia con riferimento alla procedura di restituzione a mezzo di Concessionario;
- per il riconoscimento del diritto alla ripetizione delle somme corrisposte in forza della provvisoria esecuzione della sentenza n. 180 del 2003 della Corte dei conti, Sezione Marche, pari a complessivi euro 67.897,28.
Con memoria depositata il 28 giugno 2012, i difensori del ricorrente insistevano:
- in via principale, per la dichiarazione dell’irripetibilità delle somme corrisposte al pensionato in esecuzione della sentenza n. 180/2003 di questa Sezione giurisdizionale, annullata dalla sentenza n. 197 del 2011 della Sezione Seconda centrale d’appello e, per l’effetto, per l’annullamento di ogni eventuale dichiarazione d’obbligo o accordo convenuto tra l’interessato e l’Amministrazione resistente, per la rateizzazione del preteso credito, con ogni consequenziale statuizione in ordine alla restituzione delle somme recuperate prima e durante il giudizio;
- in via subordinata, ma salvo gravame, previo accertamento degli importi effettivamente riscossi dal pensionato a seguito della sentenza di primo grado annullata in appello: per la limitazione del recupero alle sole trattenute mensili di un quinto della pensione, inibendo all’Amministrazione ogni ulteriore iniziativa coattiva.Il tutto salvis juribus.
Nella difesa di parte ricorrente, tra l’altro, si sosteneva che:
- il thema decidendum richiedeva particolare attenzione nei confronti del pensionato quale parte debole di un processo assumente indubbio valore di “giustizia sociale”, avuto riguardo all’ampiezza del contenzioso concernente l’identica fattispecie qui all’esame, non vertendosi in particolare sul diritto dell’irripetibilità di somme pagate in spontanea ottemperanza a decisioni di primo grado, senza alcun dolo, colpa o negligenza dei pensionati e senza alcuna preventiva azione d’ottemperanza attuata dai medesimi (rif., tra le altre, SS.RR. n. 7/2007/QM);
- l’Amministrazione non procedeva più ai recuperi con importi pari a un quinto delle pensioni, ma poneva in essere azioni ingiuntive avvalendosi (anche illegittimamente) della procedura coattiva in applicazione del regio decreto n. 639 del 1910, nonostante prevista per le sole entrate patrimoniali dello Stato, sottoponendo ad esecuzioni pensionati debitori ultraottantenni con ogni coinvolgimento dei loro familiari;
- l’Amministrazione aveva corrisposto gli arretrati motu proprio e non in esecuzione della sentenza di primo grado, non avendo il pensionato introdotto il giudizio di ottemperanza, né messo in mora l’Amministrazione stessa, la quale avrebbe potuto comunque instare innanzi al giudice di appello per chiedere la sospensione dell’esecutività della decisione di primo grado; a nulla pertanto valendo gli eventuali inviti della parte ad adempiere o le riserve dell’Amministrazione alla ripetizione di quanto corrisposto; tanto non poteva non essere valutato anche ai fini della buona fede del pensionato nella riscossione di quanto spontaneamente liquidatogli (rif.: Corte dei conti, Sezione seconda d’Appello ordinanze cautelari n. 118/2004 e n. 61/2004); ;
- nei giudizi pensionistici dinnanzi alla Corte dei conti, pur essendo previsto il rinvio dinamico al codice di procedura civile, non risultavano estensibili i principi dettati dalla Suprema Corte di Cassazione per le ipotesi di annullamento di sentenze di condanna tra privati, dovendosi tenere conto della peculiarità del giudizio pensionistico (rif.: Corte cost. ord. n. 84/1983; Corte dei conti, Sezione Emilia Romagna n. 468 del 2006 e Sezione prima centrale n. 111/A del 2009);
- la recuperabilità poteva avere oggetto unicamente le somme liquidate per arretrati pensionistici sino alla spontanea regolarizzazione del trattamento pensionistico con la i.i.s. intera e, quindi, non anche i ratei pagati fino alla data del disposto recupero;
- illegittimamente l’Amministrazione aveva provveduto al recupero coattivo mediante la iscrizione a ruolo a cura del competente Concessionario, previsto per la riscossione dei tributi e delle entrate dello Stato, ai sensi del regio decreto n. 639 del 1910 e del combinato disposto degli articoli 1 e 3 del decreto ministeriale n. 321 del 1999 e successive modifiche, potendo l’Amministrazione tutelarsi con l’applicazione delle trattenute sulla pensione ex articolo 3 del regio decreto n. 295 del 1939, avuto a riguardo un periodo di recupero superiore al quinquennio in applicazione dell’articolo 38 della Costituzione garantente alle categorie più deboli dei pensionati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita; a conforto si richiamava la requisitori del P.M. riportata nella sentenza n. 17/QM/2011 delle Sezioni Riunite della Corte dei conti, concludente in via subordinata: “si dovrà procedere, in relazione ai casi concreti, alla rateizzazione delle somme da restituire, financo giungendo a cifre simboliche”.
Nell’udienza del 10 luglio 2012 l’Avvocato Guerra si soffermava innanzitutto sulla questione del legittimo affidamento del pensionato correlato all’operato “motu proprio” dell’Amministrazione e al riguardo richiamava principi recentemente affermati dalla giurisprudenza di questa Corte (Sezioni Riunite n. 2/2012/QMe Sezione Marche 22 giugno 2012, n. 69); quindi, sosteneva comprovata in atti l’acquiescenza prestata dal Ministero alla sentenza di primo grado, tant’è che solo l’INPDAP proponeva appello e solo con l’integrazione del contraddittorio, attuata nel giudizio di secondo grado, l’Amministrazione diveniva parte di quel processo; insisteva conclusivamente per l’accoglimento del ricorso.
Il rappresentante dell’Amministrazione, a sua volta, rilevava l’indisponibilità del pensionato a dialogare con l’Ufficio, al fine della risoluzione della questione in via extragiudiziale, come asserito avvenuto in altro caso della specie, quindi ribadiva la doverosità del recupero nei termini affermata dalla giurisprudenza maggioritaria della Corte dei Conti. Quanto alle modalità del recupero delle somme, si argomentava che l’Avvocatura dello Stato aveva dato parere favorevole alla procedura a mezzo dei concessionari.
Sul punto, il Giudice domanda se la procedura esecutiva è stata bloccata o meno a seguito dell’ordinanza di sospensione degli atti di recupero.Il Dott. Luzi, nel chiarire i passaggi concernenti le procedure relative e, in particolare, l’emissione in ogni caso della cartella esattoriale, affermava ecomprovava, con riferimento a carteggio “e-mail” intervenuto col concessionario, che l’Amministrazione aveva tempestivamente ottemperato all’ordinanza cautelare.
L’Avvocato Guerra, su replica consentita, censurava le modalità del recupero attivate dall’Amministrazione ed insisteva per l’accoglimento del ricorso.DIRITTO1. Il giudizio ha ad oggetto l’operato dell’Amministrazione dell’Economia e delle Finanze, attuato con riferimento ai contenuti della sentenza n. 197 del 17 maggio 2011 della Sezione Seconda centrale di questa Corte dei conti, denegante al pensionato il vantato diritto alla indennità integrativa speciale a valere su entrambi i trattamenti pensionistici in relativo godimento, precedentemente riconosciuto dalla sentenza di primo grado n. 180 del 4 marzo 2003 di questa Sezione giurisdizionale (a seguito della quale venivano erogate somme poi accertate non dovute dalla P.A.).
Si è sostanzialmente affermata l’illegittimità della pretesa dell’Amministrazione di restituzione del debito, in quanto il pensionato non aveva dolosamente o anche soltanto colposamente concorso alla sua determinazione nonché sull’affermazione che l’Amministrazione aveva prestato acquiescenza alla sentenza di primo grado.
Si è pertanto concluso per la dichiarazione d’irripetibilità delle somme. In via subordinata, parte ricorrente ha domandato l’accertamento dell’obbligazione di restituzione tuttavia al netto di quanto asserito spontaneamente corrisposto dall’Amministrazione al pensionato (“ratei di cui avrebbe comunque potuto non pagare chiedendo la sospensione della decisione de qua se l’avesse regolarmente impugnata”) nonché ha sostenuto l’illegittimità delle modalità di recupero espletate (intimazione coattiva per l’intero con iscrizione a ruolo, trattandosi di istituti previsti per la riscossione di entrate patrimoniali dello Stato), posto che trattandosi di differenze di ratei pensionistici il recupero si sarebbe dovuto effettuare con la sola trattenuta mensile di un quinto della pensione.
La Ragioneria Territoriale dello Stato di Ascoli Piceno ha resistito alle pretese, sostenendo sia la doverosità del recupero delle somme sulla base dell’attuale maggioritaria giurisprudenza di primo grado di questa Corte dei conti, sia la legittimità del ricorso alle procedure di esecuzione coattiva per il recupero del credito erariale (normative espressamente richiamate nella memoria di costituzione).
L’Amministrazione ha inoltre precisato che il ricorrente, oltre a percepire prestazioni previdenziali per importo complessivo netto superiore a euro 1.500,00, percepiva anche l’indennità di accompagno erogata dall’INPS di Fermo con recente liquidazione dei relativi arretrati.Le questioni saranno di seguito esaminate, a partire dalla domanda tesa alla declaratoria d’irripetibilità delle somme.2.
Dovendosi scrutinare le contrapposte tesi rappresentate dalle parti - sostanzialmente poggianti, da un lato, sulla sentenza n. 512 del 2008 della Sezione prima centrale favorevole al ricorrente (constatato che la precitata sentenza d’appello ha oggettivamente e inequivocabilmente statuito - pur non menzionandola expressis verbi - sull’identica fattispecie qui all’esame; decisione alla quale ha fatto seguito una giurisprudenza applicativa di primo grado, per quanto limitata solo a talune pronunce;) e, dall’altro, sulle sentenze di segno contrario, numericamente più rilevanti, sia d’appello (nonostante quanto sul punto “tecnicamente” ritenuto dalle SS.RR. nella decisione n. 17/2011/QM - dichiarante l’inammissibilità della sottostante questione di massima sollevata da questo Giudice unico, per insussistenza di un conflitto giurisprudenziale tra le Sezioni d’appello) sia di primo grado - valuta questo Giudicante che, nel caso di specie, non possono trovare applicazione i principi elaborati dalla giurisprudenza della Corte dei conti in ordine alla peculiare tutela della posizione soggettiva del “pensionato” riguardato dall’evenienza di un “indebito pensionistico”, in quanto del tutto estranei alle dinamiche del processo inteso quale luogo di accertamento del diritto con riferimento ai contrapposti interessi giudizialmente perseguiti dalle parti.
Non convince, pertanto e innanzitutto, la tesi dei difensori del ricorrente tesa ad escludere (ovvero a delimitare) la natura giurisdizionale della funzione esercitata da questo Giudice delle pensioni; al riguardo basti richiamare:
- sotto il profilo formale, la disciplina del “processo” pensionistico dettata dal regolamento per i giudizi innanzi alla Corte dei conti (regio decreto n. 1038 del 1933) nonché integrata da norme di chiaro contenuto processuale (cfr. l’articolo 26 del regio decreto n. 1038 del 1933, precit., nonché l’articolo 5 della legge n. 205 del 2000);
- sotto il profilo sostanziale, l’attività di accertamento del diritto attuata dal Giudice delle pensioni assolutamente inerente alla funzione giurisdizionale istituzionalmente nonché tradizionalmente intesa; profilo del resto pacificamente avvalorato dalla possibilità riconosciuta in capo a questo Giudice, di sollevare questioni di legittimità costituzionale delle leggi innanzi alla Consulta.
Deve conseguentemente giudicarsi che, in relazione alle prestazioni eseguite dalla P.A. sulla base della sentenza di primo grado poi annullata, detta fattispecie non può configurarsi riconducibile alla ripetizione dell’indebito pensionistico, diversamente collegandosi a un’esigenza di ripristino della situazione anteriore alla decisione di primo grado e, dunque, per tale profilo, tale vicenda non può che prescindere - sul piano degli effetti - dal rapporto sostanziale oggetto di contesa; né, in particolare, si presta a valutazioni sulla buona o mala fede dell’accipiens, non potendo venire in rilievo stati soggettivi rispetto a prestazioni eseguite e/o ricevute nella comune consapevolezza della rescindibilità del titolo (vale a dire la sentenza di primo grado) e della provvisorietà dei relativi effetti.Ne consegue che chi ha eseguito un pagamento dovuto, sulla base di una sentenza provvisoriamente esecutiva successivamente annullata e/o riformata, ha diritto ad essere indennizzato dell’intera diminuzione patrimoniale subìta ovvero alla restituzione della somma con gli interessi legali a partire dal giorno del pagamento (in termini, tra le altre, Cass. 20 ottobre 2011 n.. 21699 e 29 gennaio 2007, n. 1779).
Irrilevante al riguardo appalesandosi le tesi di parte ricorrente dirette:
- ad escludere la valenza di condanna della sentenza con la quale questa Sezione giurisdizionale ha risolto il diritto pensionistico controverso (in favore del pensionato), dovendo in proposito osservarsi che, in via generale, a seguito delle sentenze di accoglimento dei Giudici pensionistici, l’Amministrazione risulta tenuta a porre in essere ogni attività diretta al riconoscimento del diritto accertato nella sede giurisdizionale, ovvero a restituire le somme indebitamente trattenute a valere sulle partite pensionistiche ad oggetto dei giudizi;
- ad avvalorare, nella prospettiva di condanna, la ritenuta spontaneità dell’operato della Ragioneria territoriale dello Stato con riferimento alla sentenza n. 180 del 4 marzo 2003 di questa Sezione giurisdizionale.Ulteriormente, sempre con riferimento all’indicata prospettiva di giudizio - di prevalenza, in fattispecie, delle dinamiche del processo inteso quale luogo di accertamento del diritto con riferimento ai contrapposti interessi giudizialmente perseguiti dalle parti - irrilevante si configura altresì la tesi dell’acquiescenza che l’Amministrazione avrebbe prestato alla pronuncia di primo grado (favorevole al pensionato), dovendo al riguardo rilevarsi che la possibilità di evitare, sulla base di detto motivo, un giudicato favorevole al Ministero dell’Economia e delle Finanze si sarebbe avuta ove tale acquiescenza fosse stata accertata nel giudizio d’appello (segnatamente, sulla scorta dei motivi proposti avverso la decisione del Collegio d’integrare il contraddittorio con la chiamata in giudizio dell’Amministrazione non impugnante la sentenza di primo grado), con l’effetto della conseguente inibizione, nella predetta sede, dell’affermazione di diritti in capo all’acquiescente.
La domanda di irripetibilità delle somme deve essere pertanto rigettata (profilo concernente sia l’an che il quantum), con contestuale affermazione del diritto dell’Amministrazione alla ripetizione delle maggiori somme erogate al pensionato, a seguito della decisione n. 180 del 2003 poi annullata dalla sentenza d’appello n. 197 del 2011.3. Da ultimo, va giudicata la domanda relativa alle modalità del recupero attivabile dall’Istituto previdenziale.
Nel merito, ritiene questo Giudice di dover valorizzare le incisive e pertinenti considerazioni svolte dai difensori di parte ricorrente (altresì sul richiamo ai contenuti della sentenza n. 69 del 2012 di questa Sezione giurisdizionale; cfr. quanto riportato in FATTO), fondamentalmente argomentanti per l’insussistenza di un caso “isolato” da risolvere in termini meramente “civilistici”, dovendosi pertanto tenere conto dell’ampiezza soggettiva del contenzioso, della posizione di parte “debole” dei pensionati interessati (quasi tutti di età avanzata e in godimento di trattamento privilegiato conseguito per patologie dipendenti dal servizio) nonché, qui si rileva, del più generale contesto di crisi economica nazionale nel quale si collocano i casi di specie, determinante anche gesti estremi dei pensionati stessi; qui si soggiunge, tenuto ulteriormente conto:
- del lungo intervallo di tempo intercorso tra il momento dell’emanazione della sentenza n. 180 del 2003 di questa Sezione giurisdizionale e l’annullamento della stessa (n. 197 del 2011, della Sez. II centrale d’appello); non appalesandosi al riguardo condivisibili le affermazioni di “normalità” formulate in altra giurisprudenza della Corte dei conti;
- della correlata, conseguente, ingente entità dei recuperi di che trattasi (nel caso all’esame, per quanto azionato dall’Amministrazione, ammontante ad euro 67.897,28);
- della posizione assunta dal rappresentante della Procura generale della Corte dei conti - nell’ambito della memoria depositata innanzi alle SS.RR. in sede di questione di massima sulla medesima fattispecie oggi all’esame (rif. SS.RR. n. 17/QM/2011) - che, con riferimento ai due ultimi precitati aspetti, ha sostenuto: “si dovrà procedere, in relazione ai casi concreti, alla rateizzazione delle somme da restituire, financo giungendo a cifre simboliche”;- dell’interpretazione costituzionalmente orientata (articoli 36 e 38 Cost.), riferita ai profili tutti sopra indicati, dell’articolo 406 del regio decreto n. 827 del 1924, dell’articolo 3 del regio decreto n. 295 del 1939 e successive modificazioni nonché dell’articolo 3 del d.P.R. n. 1544 del 1955, altresì considerata l’impossibilità per i pensionati, discendente dall’ingentissima entità degli indebiti in argomento, di accedere alla procedura di composizione delle crisi da sovrindebitamento (apprestata dal legislatore, in considerazione del protrarsi della negativa congiuntura economica del Paese, in favore di quanti esclusi dalle procedure fallimentari; rif.: legge n. 3 del 2012), nelle ipotesi (recte: certezza) di non adesione del creditore “pubblico”.
Per quanto tutto sopra esposto la domanda all’esame va dunque accolta - con contestuale rigetto e/o assorbimento di ogni ulteriore domanda e/o questione sul punto formulata e/o prospettata dalle parti - e, per l’effetto, si dispone che il recupero del credito in argomento dell’Istituto previdenziale dovrà avvenire mediante applicazione della trattenuta del quinto a valere sulla sottostante partita pensionistica.4.
Con riferimento alle statuizioni contenute nei capi che precedono, ne consegue che il ricorso è parzialmente accolto. L’Amministrazione resistente dovrà quindi - in esecuzione della presente decisione - modificare le modalità già attivate di recupero del credito nei confronti del pensionato, siccome accertato al precedente capo 3..
Il tutto si dispone unitamente alla conferma della statuizione degli effetti dell’ordinanza cautelare n. 9/2012 del 14 marzo 2012 (di accoglimento dell’istanza di sospensione dei provvedimenti impugnati), relativamente ad atti che - in esecuzione della presente decisione - dovranno comunque essere revocati dall’Amministrazione (ancorché relativamente alle modalità di recupero del credito vantato nei confronti del pensionato).6. In ragione della reciproca soccombenza parziale, si dispone l’integrale compensazione tra le parti delle spese concernenti sia il giudizio di merito sia il procedimento cautelare.
la Corte dei conti, Sezione giurisdizionale per le Marche con sede ad Ancona, in sede monocratica, definitivamente pronunciando nel merito
, nei sensi di cui in motivazione, il ricorso iscritto al numero n. 21425/PM del Registro di Segreteria, proposto dal Sig. T.M..
Così deciso ad Ancona, nella Camera di Consiglio del 10 luglio 2012.

References: sentenza 
 Sentenza 
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 articolo 99
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 articolo 162
 Cass. Sez. 
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 articolo 3
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 Cass. 
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