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Timestamp: 2020-08-14 00:00:42+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez.3^ 22/11/2017, Sentenza n.53136 – AmbienteDiritto.it
Giurisprudenza: Giurisprudenza Sentenze per esteso massime | Categoria: Rifiuti Numero: 53136 | Data di udienza: 28 Giugno 2017
Numero: 53136
Data di udienza: 28 Giugno 2017
RIFIUTI – Residui da lavori di demolizione o di costruzione – Natura di rifiuto del fresato di asfalto – Artt. 183, 184, 184-bis, 256, 260 d. L.vo n.152/2006.
I materiali che residuano da lavori di demolizione o di costruzione, che hanno ad oggetto strade o opere simili (quale, come nel caso in esame, la nuova costruzione di una pista aeroportuale) devono farsi rientrare nel novero dei rifiuti, perché l’articolo 184, comma 1, lettera b) del T.U.A., definisce, ex positivo iure, rifiuti speciali quelli derivanti da attività di demolizione, costruzione, nonché quelli che derivano dalle attività di scavo, fermo restando la possibilità di gestire gli stessi come sottoprodotti, ricorrendo le condizioni di cui all’articolo 184-bis TUA. Ne consegue che il materiale derivante dalle attività incluse nella lista di cui alla lettera b) del terzo comma dell’articolo 184 TUA costituiscono rifiuti per presunzione ex lege iuris tantum (circostanza, del resto, confermata per quanto attiene l’attività di scarifica del manto stradale mediante fresatura a freddo qualificata al punto 7.6.1 come rifiuto dall’allegato 1 al D.M. del 5 febbraio 1998 e dal Codice Europeo dei Rifiuti), così dovendosi interpretare l’inciso "fermo restando quanto disposto dall’articolo 184-bis", nel senso cioè che la regola è che si verte in tema di rifiuti, pur non essendo esclusa (in via di eccezione) la possibilità che dette sostanze derivanti da quelle attività costituiscano, in presenza di tutte le condizioni previste dall’articolo 184-bis, sottoprodotti.
RIFIUTI – Gestione dei rifiuti – Sottoprodotti – Onere della prova.
In materia di gestione dei rifiuti, ai fini della qualificazione come sottoprodotto di sostanze e materiali incombe sull’interessato l’onere di fornire la prova che un determinato materiale sia destinato con certezza ed effettività, e non come mera eventualità, ad un ulteriore utilizzo, trattandosi di disciplina avente natura eccezionale e derogatoria rispetto a quella ordinaria (Sez. 3, n. 3202 del 02/10/2014, dep. 2015, Giaccari; Sez. 3,n. 41836 del 30/09/2008, Castellano).
RIFIUTI – Nozione di sottoprodotto – Fresato d’asfalto – Giurisprudenza amministrativa e giurisprudenza di legittimità – Interpretazioni e differenze – Codice Europeo dei Rifiuti (CER).
L’art. 184-bis, infatti, stabilisce che è sottoprodotto e non rifiuto ai sensi dell’art. 183, comma 1, lett. a), qualsiasi sostanza od oggetto che soddisfi tutte le seguenti condizioni: la sostanza o l’oggetto deve trarre origine da un processo di produzione, di cui costituisca parte integrante, e il cui scopo primario non sia la produzione di tale sostanza od oggetto; deve esserne certa l’utilizzazione nel corso dello stesso e/o di un successivo processo di produzione e/o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi; la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale; l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana. La giurisprudenza amministrativa ha osservato che il fresato d’asfalto, pur essendo contemplato dal Codice Europeo dei Rifiuti (CER), può essere trattato alla stregua di un sottoprodotto quando venga inserito in un ciclo produttivo e venga utilizzato senza nessun trattamento in un impianto che ne preveda l’utilizzo nello stesso ciclo di produzione, senza operazioni di stoccaggio a tempo indefinito, precisando che resta comunque ferma la qualifica di "rifiuto" del fresato d’asfalto, con la conseguenza che, ai fini dello smaltimento, esso è soggetto a tutte le norme che valgono per la categoria dei rifiuti, mentre può essere qualificato sottoprodotto, anziché rifiuto, se lo stesso è inserito in un ciclo produttivo, ossia se viene utilizzato senza nessun trattamento diverso dalla normale pratica industriale in un impianto che ne preveda l’impiego nello stesso ciclo di produzione, e precisamente per il reimpiego del materiale come componente del prodotto finale trattato nell’ambito dello stesso impianto (Cons. Stato, Sez. IV, n. 4151 del 2013, cit.). La giurisprudenza di legittimità è ferma nel ritenere che il c.d. "fresato d’asfalto" – che viene solitamente definito come il materiale solido di risulta dell’attività di scarifica (scarificazione) del manto stradale mediante fresatura, costituito da bitume ed inerti, qualificato come rifiuto dall’allegato 1 al D.M. del 5 febbraio 1998 e dal Codice Europeo dei Rifiuti – rientri nella nozione di rifiuto.
RIFIUTI – Nozione di "trattamento" – Normale pratica industriale – Interpretazione restrittiva.
La nozione di "trattamento" da considerare ai fini dell’individuazione della sussistenza dei requisiti di cui al d.lgs. n. 152 del 2006, articolo 184-bis, diretta ad accertare quando detto trattamento possa ritenersi rientrante nella normale pratica industriale, implica il ricorso ad un’interpretazione meno estensiva dell’ambito di operatività della disposizione in esame e tale da escludere dal novero della normale pratica industriale tutti gli interventi manipolativi del residuo diversi da quelli ordinariamente effettuati nel processo produttivo nel quale esso viene utilizzato. Ne consegue che, quando il riutilizzo non è integrale, inevitabilmente una parte della sostanza prodotta è rifiuto in quanto oggettivamente destinata all’abbandono e l’eventuale recupero è condizionato a precisi adempimenti, in mancanza dei quali detti materiali vanno considerati, comunque, cose di cui il detentore ha l’intenzione di disfarsi, con l’ulteriore conseguenza che la giacenza del materiale (a maggior ragione se, come nella specie, in una sede diversa dal luogo di produzione del rifiuto) integra la fase dello stoccaggio e pone il problema della permanenza del rifiuto.
RIFIUTI – Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti – Pluralità di condotte – Comportamenti non occasionali – Conseguimento di un ingiusto profitto – Nozione di "ingente quantitativo dei rifiuti" – Pluralità delle operazioni svolte – Criteri del profitto ingiusto – Giurisprudenza.
Il delitto di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (art. 260, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152) sanziona una pluralità di condotte che si risolvono in una qualunque delle operazioni tassativamente elencate dalla norma consistenti nella cessione, ricezione, trasporto, esportazione, importazione e, in ogni caso, nella gestione abusiva dei rifiuti e che devono realizzarsi nel contesto di una struttura organizzata tendenzialmente destinata ad operare con continuità. Trattasi di un reato abituale, che si perfeziona soltanto attraverso la realizzazione di più comportamenti non occasionali della stessa specie, finalizzati al conseguimento di un ingiusto profitto, con la necessaria predisposizione di una, pur rudimentale, organizzazione professionale di mezzi e capitali, che sia in grado di gestire ingenti quantitativi di rifiuti in modo continuativo (Sez. 3, n. 52838 del 14/07/2016, Serrao; Sez. 3, n. 44629 del 22/10/2015, Bettelli; Sez. 3, n. 46705 del 03/11/2009, Caserta). Sicché, l’ingente quantitativo dei rifiuti, necessario a configurare il delitto di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti deve riferirsi al quantitativo complessivo di rifiuti trattati attraverso la pluralità delle operazioni svolte, anche quando queste ultime, singolarmente considerate, possono essere qualificate di modesta entità (Sez. 3, n. 46950 del 11/10/2016, Sepe; Sez. 3, n. 12433 del 15/11/2005, dep. 2006, Costa; Sez. 3, n. 40827 del 06/10/2005, Carretta). Infine, per la configurabilità del reato di traffico illecito di rifiuti, il profitto ingiusto non deve assumere necessariamente carattere patrimoniale, potendo essere costituito anche da vantaggi di altra natura (Sez. 3, n. 40828 del 06/10/2005, Fradella), potendo infatti essere costituito anche da vantaggi non patrimoniali o comunque da un complessivo risparmio dei costi aziendali (Sez. 4, n. 28158 del 02/07/2007, Costa).
udito il Procuratore Generale in persona del dott. Luigi Birritteri che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;
udito per il ricorrente (Melis) l’avvocato Guido Manca Bitti che ha concluso per l’accoglimento del ricorso
I ricorrenti erano accusati del reato previsto dagli articoli 81 capoverso, 110 del codice penale e 260, comma 1, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 poiché, in concorso tra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, il primo in qualità di amministratore unico dal 16 giugno 1989 al 28 ottobre 2009 della Sarcobit S.r.l., il secondo in qualità di direttore tecnico e, dal 12 settembre 2003 al 29 agosto 2008, procuratore speciale della Società Consortile Elams Scarl, costituita dalle società Sarcobit e Pavimentai, e amministratore di fatto della Sarcobit S.r.l., al fine di conseguire un ingiusto profitto (per le suddette società dato dal mancato accollo dei costi per il regolare smaltimento dei rifiuti) effettuavano, tramite mezzi e attività continuative ed organizzate, il trasporto di rifiuti da vari cantieri riconducibili alle società Sarcobit (per un ammontare pari ad almeno 17.500 metri cubi) e li stoccavano presso l’arca di proprietà della Sarcobit S.r.l. situata in Capoterra, località Marzolai, ove venivano rinvenuti e sottoposti a sequestro dai Carabinieri del N.O.E., in data 23 marzo 2009, circa 100.000 metri cubi di rifiuti speciali costituiti da miscele bituminose derivanti dalla fresatura di manti stradali provenienti dai cantieri della S.S. 131, S.S. 130 e dell’Aeroporto di Cagliari Eimas.
Premette che la sentenza impugnata ha preso in considerazione il testo della normativa vigente "all’epoca dei fatti" (pag.11 sentenza), conducendo l’analisi alla luce della normativa allora vigente e negando qualsiasi rilevanza alle modifiche successivamente introdotte, sul presupposto che vi fosse una sostanziale continuità normativa tra le normative succedutesi nel tempo.
Rispetto alla nozione di sottoprodotto, come cristallizzata dalla normativa precedente, lo ius superveniens avrebbe, quanto ai requisiti di cui al n.1 (origine, produzione) e al n. 3 (compatibilità ambientale) dell’articolo 183 del D.lgs. n.152 del 2006, non sarebbero registrabili sostanziali novità, mentre nel caso degli altri requisiti, come quello originariamente previsto dal numero 2) dell’articolo 183 del D.lgs. del 2008, la lettera b) dell’articolo 184-bis introdotto con D.lgs. 250 del 2010 ha previsto che il sottoprodotto può essere utilizzato nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione da parte del produttore o di terzi. Specificazione assai rilevante, considerato che la vecchia formulazione era interpretabile in senso restrittivo, nel senso che richiedesse l’integrale riutilizzo del sottoprodotto direttamente nel corso del medesimo processo di produzione e da parte dello stesso produttore.
Il requisito originariamente previsto dal numero 4) dell’articolo 183 del D.L.vo del 2008 è risultato pure modificato in maniera significativa nella lettera c) prevedendo che la sostanza può essere utilizzata direttamente senza alcun trattamento diverso dalla normale pratica industriale e non richiama più processi ("trattamenti preventivi, trasformazioni preliminari") inopportunamente assimilabili a quelli previsti per i rifiuti ovvero interpretabile come escludente in toto qualsiasi tipo di trattamento.
– non sarebbe più prescritto il requisito di un "utilizzo integrale" dei residui "sottoprodotti";
– la "certezza dell’utilizzo" non sarebbe più vincolata o fatta risalire cronologicamente al momento della formazione del materiale, come pretendeva l’articolo 183, comma 1, lett. p) al n. 2.
– sia sottoposto ai trattamenti consentiti in via esclusiva da parte dello stesso produttore, potendo tali trattamenti essere applicati da terzi, anche non utilizzatori finali (purché ovviamente non si configurino come "trattamenti di recupero", ai sensi dell’articolo 183, comma 1, lett. h).
In particolare, con l’atto di impugnazione era stata lamentata la mancanza di prova in ordine alla sussistenza dei requisiti del reato di cui all’articolo 260 d.lgs. 152 del 2006. Si era, in particolare, escluso che nell’area di proprietà della Sarcobit in Capoterra (località Marzaloi) si fosse verificato un trasporto e uno stoccaggio illegittimi di "rifiuti speciali costituiti da miscele bituminose derivanti dalla fresatura di manti stradali provenienti dai cantieri della S.S. 131, S.S. 130 e dell’Aeroporto di Cagliari Elmas".
Ancor più precisamente, con il terzo ed il quarto motivo di appello si contestava l’affermazione del Tribunale, secondo cui il trasporto di fresato dai cantieri delle Strade Statali 130 e 131 sarebbe stato dimostrato, non essendo, al contrario, stata eseguita alcuna attività di accertamento in ordine alla provenienza del materiale rinvenuto in Capoterra e, conseguentemente, alla sussistenza di uno stoccaggio illecito di materiale, posto che l’area in parola era di pertinenza della società CONMOTER, autorizzata alla "messa in riserva di rifiuti per sottoporli ad operazioni di recupero", circostanza che rendeva certamente lecita e, anzi, fisiologica la presenza dei materiali rinvenuti.
Non solo. La sentenza, sul punto, presenterebbe profili di manifesta contraddittorietà con quanto affermato in altra parte della motivazione laddove, a parere del Tribunale e della Corte d’Appello, al gestore di fatto dell’impianto di Capoterra è ascrivibile il reato di cui all’articolo 256. Se così è, ne consegue che la gestione e lo stoccaggio dell’impianto in parola non sono stati caratterizzati dall’allestimento di mezzi e da attività continuative organizzate, né da alcuno degli altri elementi che distinguono tale fattispecie dal delitto di cui all’art. 260 T.U.A., sicché non si comprende come quest’ultimo reato possa essere stato, invece, ritenuto sussistente in capo al Melis, tanto per la condotta di stoccaggio contemplata dal capo a) – mediante la quale, anche ponendosi nella prospettiva dei giudici di merito, avrebbe concorso con l’Uccheddu – quanto per le attività di trasporto, in quanto, come osservato nel primo motivo di ricorso, le stesse sono oggetto della contestazione di cui al capo e).
Sul punto, rileva, in conclusione, ad ulteriore riprova della necessità di una concreta motivazione sulla sussistenza dell’elemento psicologico del reato contestato, che il corretto operato della ditta appaltatrice nell’esecuzione dei lavori emerge anche dal "certificato di collaudo finale" redatto dalla commissione di esperti nominata dall’Enac che, all’esito delle diverse visite di collaudo in cantiere e dell’analisi documentale, ha accertato la regolarità dei lavori e il rispetto delle prescrizioni contrattuali, del progetto approvato e delle successive varianti tecniche.
3. Con accertamento di fatto, adeguatamente motivato e privo di vizi di manifesta illogicità, sicché insuscettibile di essere sottoposto al sindacato di legittimità, i Giudici del merito, con doppia conforme motivazione, hanno precisato che, a seguito del sopralluogo compiuto dai Carabinieri del N.0.E., venne accertato che durante il periodo compreso tra il 8 maggio 2008 e il 31 marzo 2009, in Capoterra, località "Marzaloi" era stata trasportata e conferita una ingente quantità di conglomerato bituminoso (altrimenti detto "fresato d’asfalto") derivante dalle attività di rifacimento della pista aerea dell’aeroporto di Elmas. Il terreno suindicato risultò di proprietà della Sar.Co.Bit. S.r.l. e pertinenza di un impianto della società collegata Con.Mo.Ter. S.r.l. specializzata nella produzione di conglomerati bituminosi.
I Giudici del merito hanno ritenuto provata un’attività di trasporto continua e accuratamente pianificata di detto materiale, eseguita con mezzi pesanti che dall’aeroporto di Elmas giungevano poi all’impianto di Capoterra, desumendo ciò dal rinvenimento di numerosi "report" acquisiti dai Carabinieri tramite il curatore del fallimento della Con.Mo.Ter. S.r.l.
In particolare la difesa aveva sostenuto che il trasporto presso la località "Marzaloi" avvenne al solo fine di assicurane il trattamento nell’impianto della Con.Mo.Ter. in vista di un successivo reimpiego nel ciclo di rifacimento della pista aerea di Elmas, secondo quanto disposto dal contratto d’appalto.
Alla luce di ciò, è apparso irrilevante che, con la perizia di variante approvata soltanto il 17.12.2008 (cioè quando i lavori andavano avanti ormai da tempo e un gran numero di trasporti di fresato a Marzaloi erano stati eseguiti), si era stabilito, quale compensazione per la riduzione al 20% del fresato da riutilizzare nella nuova pista, l’impiego del restante fresato per la realizzazione delle "strips" (fasce laterali rispetto alla pista in senso stretto) mischiandolo e costipandolo con altro materiale inerte: la variante non poteva evidentemente mutare, a posteriori, le caratteristiche del materiale già abbandonato e costituente a tutti gli effetti rifiuto, anche nell’ipotesi che esso fosse stato poi effettivamente impiegato per il nuovo uso deciso soltanto a fine 2008.
E’ stato poi ritenuto che difettasse in radice un requisito essenziale del sottoprodotto, e cioè il fatto che potesse essere riutilizzato "tal quale", senza essere sottoposto a trattamenti preventivi o trasformazioni preliminari.
Ciò, di per sé, è stato considerato come indicativo della necessità di sottoporre il fresato da riutilizzare a un processo di trasformazione, rientrando in una nozione di comune esperienza il fatto che il materiale grezzo, polveroso e sassoso, proveniente dalla scarificazione del precedente asfalto, non viene reimmesso "tal quale" a integrare il nuovo fondo ma è impiegato per realizzare, mediante appositi macchinari, un diverso materiale – evidentemente non polveroso, né sassoso – con caratteristiche del tutto diverse di pastosità, elasticità e relativa morbidezza.
E, con specifico riferimento al caso in esame, la Corte di appello non ha mancato di sottolineare come il consulente, dr. Antonello Angius, avesse spiegato che il conglomerato bituminoso utilizzato per lo strato di base della pista principale – cioè proprio quello per il quale era previsto il reimpiego del fresato di cui si discute – era prodotto a caldo in un impianto esterno (ud. 20.6.2013, pag. 51).
Dal testo della sentenza impugnata, risulta che lo stesso concetto è stato espresso dal dr. Angius nella sua relazione scritta, richiamata dall’appello Melis a pag. 2-3, trovando ciò specifica conferma nelle leali dichiarazioni dell’ing. Silvia Portas, consulente tecnico della difesa, la quale, pur avendo sostenuto – evidentemente al fine di corroborare la tesi difensiva – che il fresato sarebbe stato riutilizzato "tal quale", poco dopo, in palese contraddizione, ha precisato che per realizzare il conglomerato bituminoso "il reimpiego è stato fatto a caldo, quindi l’hanno portato nell’impianto di Capoterra, l’hanno miscelato con un conglomerato vergine e poi hanno riportato tutta la miscela in aeroporto" (ud. 5.11.2013, pag. 29).
Da ciò la Corte di appello ha tratto la logica convinzione che, ai fini del suo riutilizzo quale componente del nuovo conglomerato bituminoso, il fresato non veniva impiegato "tal quale" ma era sottoposto a una lavorazione a caldo che, attraverso la miscelazione con altre componenti vergini, dava luogo a un materiale del tutto diverso da quello originario. E ciò avveniva affinché il prodotto risultante potesse soddisfare le specifiche caratteristiche merceologiche richieste per l’asfalto della nuova pista aeroportuale, caratteristiche che il fresato "tal quale" non aveva, con la conseguenza che è stato escluso in modo certo, persino sulla base di acquisizioni probatorie indicate dalla stessa difesa negli atti d’impugnazione, che il fresato d’asfalto costituisse un sottoprodotto in senso stretto, mentre costituiva a tutti gli effetti un rifiuto.
La nuova disposizione legislativa, introdotta dal d.lgs. n. 205 del 2010 che è invocata dai ricorrenti per supportare la tesi che non si trattasse di rifiuto, richiede perché si tratti di sottoprodotto, tra l’altro, da un lato, che la sostanza o l’oggetto potesse essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale (comma 1, lett. e), e, da un altro lato, che la sostanza o l’oggetto fosse originato da un processo di produzione, di cui costituisse parte integrante, e il cui scopo primario non fosse la produzione di tale sostanza od oggetto (comma 1, lett. a).
Ne consegue che il materiale derivante dalle attività incluse nella lista di cui alla lettera b) del terzo comma dell’articolo 184 TUA costituiscono rifiuti per presunzione ex lege iuris tantum (circostanza, del resto, confermata per quanto attiene l’attività di scarifica del manto stradale mediante fresatura a freddo qualificata al punto 7.6.1 come rifiuto dall’allegato 1 al D.M. del 5 febbraio 1998 e dal Codice Europeo dei Rifiuti), così dovendosi interpretare l’inciso "fermo restando quanto disposto dall’articolo 184-bis", nel senso cioè che la regola è che si verte in tema di rifiuti, pur non essendo esclusa (in via di eccezione) la possibilità che dette sostanze derivanti da quelle attività costituiscano, in presenza di tutte le condizioni previste dall’articolo 184-bis, sottoprodotti.
La giurisprudenza amministrativa ha osservato che il fresato d’asfalto, pur essendo contemplato dal Codice Europeo dei Rifiuti (CER), può essere trattato alla stregua di un sottoprodotto quando venga inserito in un ciclo produttivo e venga utilizzato senza nessun trattamento in un impianto che ne preveda l’utilizzo nello stesso ciclo di produzione, senza operazioni di stoccaggio a tempo indefinito, precisando che resta comunque ferma la qualifica di "rifiuto" del fresato d’asfalto, con la conseguenza che, ai fini dello smaltimento, esso è soggetto a tutte le norme che valgono per la categoria dei rifiuti, mentre può essere qualificato sottoprodotto, anziché rifiuto, se lo stesso è inserito in un ciclo produttivo, ossia se viene utilizzato senza nessun trattamento diverso dalla normale pratica industriale in un impianto che ne preveda l’impiego nello stesso ciclo di produzione, e precisamente per il reimpiego del materiale come componente del prodotto finale trattato nell’ambito dello stesso impianto (Cons. Stato, Sez. IV, n. 4151 del 2013, cit.).
La giurisprudenza di legittimità è ferma nel ritenere che il c.d. "fresato d’asfalto" – che viene solitamente definito come il materiale solido di risulta dell’attività di scarifica (scarificazione) del manto stradale mediante fresatura, costituito da bitume ed inerti, qualificato come rifiuto dall’allegato 1 al D.M. del 5 febbraio 1998 e dal Codice Europeo dei Rifiuti – rientri nella nozione di rifiuto.
In realtà, il nucleo che, in questa delicata materia del diritto ambientale, sorregge tale consolidato orientamento, dovendo per ovvie ragioni l’analisi essere limitata alle pronunce intervenute dopo la novella del 2010, è tutto nel senso che, in taluni casi, la presunzione legale iuris tantum della qualifica di rifiuto non è vinta da chi eccepisce la natura di sottoprodotto della sostanza derivante dalle predette attività (da ultimo, Sez. 3, n. 37168 del 09/06/2016, Bindi, non mass.), laddove, trattandosi di invocare una condizione per l’applicabilità di un regime derogatorio a quello ordinario dei rifiuti, incombe sull’interessato l’onere di provare che tutti i requisiti, richiesti dall’articolo 184- bis per attribuire alla sostanza la qualifica di sottoprodotto, siano stati osservati (" … fermo restando quanto disposto dall’articolo 184-bis"), mentre al giudice compete la verifica se il materiale probatorio fornito dalla parte abbia assolto tale onere.
In questo senso è anche il decreto ministeriale 13 ottobre 2016, n. 264 che, all’articolo 4, nel dettare le condizioni generali di applicabilità, esordisce affermando che, ai sensi dell’articolo 184-bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, i residui di produzione, cui all’articolo 2, comma 1, lettera b), ossia "ogni materiale o sostanza che non è deliberatamente prodotto in un processo di produzione e che può essere o non essere un rifiuto") sono sottoprodotti e non rifiuti quando il produttore dimostra che, non essendo stati prodotti volontariamente e come obiettivo primario del ciclo produttivo, sono destinati ad essere utilizzati nello stesso o in un successivo processo, dal produttore medesimo o da parte di terzi e, a tal fine, in ogni fase della gestione del residuo, è necessario fornire la dimostrazione che sono soddisfatte tutte le condizioni di cui alle lettere a), b), e) ed) dell’articolo 4 del decreto.
Nel caso in esame, non soltanto i ricorrenti non hanno affatto osservato l’onere sugli stessi incombente anzi, come sottolineato nella sentenza impugnata, sono emerse circostanze di segno opposto, confermative della natura di rifiuto del materiale derivante dall’attività di scarificazione del manto della pista aeroportuale, con specifico riferimento, al di là della "provenienza" del fresato e di cui si è già trattato, ai requisiti dell’utilizzo, della certezza dell’utilizzo e della compatibilità del trattamento con la nozione di sottoprodotto.
5.2. Quanto poi al requisito della certezza dell’utilizzo del sottoprodotto, si richiede che sia "certo che la sostanza o l’oggetto sarà utilizzato, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi".
E’ stato infatti osservato che solo la fase della produzione è quella in cui, a seconda del comportamento o delle intenzioni del produttore, si può stabilire se egli si disfi o abbia intenzione di disfarsi della sostanza, nel qual caso si è in presenza di un rifiuto ovvero intenda procedere ad un riutilizzo di essa all’interno del circuito produttivo, nel qual caso, ricorrendo tutte le altre condizioni, si è in presenza di un sottoprodotto e tale opzione deve emergere, senza soluzione di continuità, nel momento della produzione e non può subentrare dopo che la sostanza abbia assunto la natura di rifiuto, con la conseguenza che, dovendosi individuare nel momento della produzione quello in cui vanno verificate le condizioni perché possa parlarsi di sottoprodotto, è evidente che ciò non può che avvenire prima del suo utilizzo e che quest’ultimo deve essere preventivamente individuato e programmato, a prescindere dall’espressa previsione normativa.
Pertanto, non potendo la certezza dell’utilizzo subentrare dopo che la sostanza aveva già assunto la natura di rifiuto, è apparso, a ragione, irrilevante che, con la perizia di variante approvata soltanto il 17 dicembre 2008 (cioè quando i lavori andavano avanti ormai da tempo e un gran numero di trasporti di fresato a Marzaloi erano stati eseguiti), si era stabilito, quale compensazione per la riduzione al 20% del fresato da riutilizzare nella nuova pista, l’impiego del restante fresato per la realizzazione delle "strips" (fasce laterali rispetto alla pista in senso stretto) mischiandolo e costipandolo con altro materiale inerte: la variante non poteva evidentemente mutare, a posteriori, le caratteristiche del materiale già abbandonato e costituente a tutti gli effetti rifiuto, anche nell’ipotesi che esso fosse stato poi effettivamente impiegato per il nuovo uso deciso successivamente.
5.3. A seguito del decreto legislativo n. 205 del 2010, la lettera e) del primo comma dell’articolo 184-bis prevede che "la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale".
In altri termini, ai fini del suo riutilizzo quale componente del nuovo conglomerato bituminoso, il fresato non veniva impiegato "tal quale" ma era sottoposto, nel caso di specie, a una lavorazione a caldo che, attraverso la miscelazione con altre componenti vergini, dava luogo a un materiale del tutto diverso da quello originario. E ciò avveniva affinché il prodotto derivato potesse soddisfare le specifiche caratteristiche merceologiche richieste per l’asfalto della nuova pista aeroportuale, caratteristiche che il fresato "tal quale" non aveva.
Quindi, non risulta dimostrato, anzi è emerso l’esatto contrario, che il fresato di asfalto fosse stato o potesse essere utilizzato direttamente, senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla "normale pratica industriale".
Invero, dall’accertamento di merito contenuto nella sentenza impugnata, è risultato evidente che i materiali derivanti dalla scarificazione della vecchia pista aeroportuale non venivano utilizzati direttamente, poiché erano sottoposti ad una specifica procedura di "trattamento", la cui nozione è ricavabile dal d.lgs. n.36 del 2003, art. 2, comma 1, lett. h) "Attuazione della direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti" e si riferisce ai "processi fisici, termici, chimici o biologici, incluse le operazioni di cernita, che modificano le caratteristiche dei rifiuti, allo scopo di ridurne il volume o la natura pericolosa, di facilitarne il trasporto, di agevolare il recupero o di favorirne lo smaltimento in condizioni di sicurezza", con la conseguenza che tale attività comporta un mutamento strutturale delle componenti chimico-fisiche della sostanza trattata, sicché, se tale è il "trattamento", anche operazioni di minor impatto sul residuo, definite "minimali", individuabili in operazioni quali la cernita, la vagliatura, la frantumazione o la macinazione, ne determinano una modificazione dell’originaria consistenza, rientrando in tale concetto (Sez. 3, n. 17453 del 17/04/2012, cit. in motiv.). Essendo pertanto questa la nozione di "trattamento" da considerare ai fini dell’individuazione della sussistenza dei requisiti di cui al d.lgs. n. 152 del 2006, articolo 184-bis, la giurisprudenza di legittimità ha osservato che la verifica – diretta ad accertare quando detto trattamento possa ritenersi rientrante nella normale pratica industriale – implica il ricorso ad un’interpretazione meno estensiva dell’ambito di operatività della disposizione in esame e tale da escludere dal novero della normale pratica industriale tutti gli interventi manipolativi del residuo diversi da quelli ordinariamente effettuati nel processo produttivo nel quale esso viene utilizzato. Tale lettura della norma, suggerita dalla dottrina e che considera conforme alla normale pratica industriale quelle operazioni che l’impresa normalmente effettua sulla materia prima che il sottoprodotto va a sostituire, è sembrata maggiormente rispondente ai criteri generali di tutela dell’ambiente cui si ispira la disciplina in tema di rifiuti, rispetto ad altre pur autorevoli opinioni che, ampliando eccessivamente il concetto, rendono molto più incerta la delimitazione dell’ambito di operatività della disposizione e più alto il rischio di una pratica applicazione che ne snaturi, di fatto, le finalità, con la precisazione che tale soluzione interpretativa, in ogni caso, non può prescindere da un puntuale accertamento in fatto da parte del giudice del merito, il quale dovrà necessariamente analizzare tutti gli aspetti significativi della vicenda processuale che consentano di verificare la effettiva sussistenza dei presupposti di applicabilità della disciplina prevista per i sottoprodotti (Sez. 3, n. 17453 del 17/04/2012, cit. in motiv.).
Sotto quest’ultimo aspetto, va sottolineato come il precitato decreto ministeriale n. 264 del 2016 abbia fornito, all’articolo 6 (Utilizzo diretto senza trattamenti diversi dalla normale pratica industriale), indicazioni non contrastanti con l’interpretazione giurisprudenziale del concetto di normale pratica industriale, laddove ha precisato, al comma 1, che, ai fini e per gli effetti dell’articolo 4, comma 1, lettera e), non costituiscono normale pratica industriale i processi e le operazioni necessari per rendere le caratteristiche ambientali della sostanza o dell’oggetto idonee a soddisfare, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e a non portare a impatti complessivi negativi sull’ambiente, salvo il caso in cui siano effettuate nel medesimo ciclo produttivo, secondo quanto disposto al comma 2.
Ciò posto, in disparte la questione della natura certamente non integrativa della norma penale di tale decreto, appare chiaro come la definizione di normale pratica industriale appaia coerente con la tesi più restrittiva espressa in precedenza dalla giurisprudenza di legittimità, giacché si esclude che possano rientrare in quella nozione "i processi e le operazioni necessari per rendere le caratteristiche ambientali della sostanza o dell’oggetto idonee a soddisfare, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti", comprese dunque le operazioni cd. minimali, salvo che non costituiscano parte integrante del ciclo di produzione del residuo in modo che sia garantito l’utilizzo del sottoprodotto "tal quale" (cioè nello stesso stato in cui è generato dal processo di produzione), circostanza che i giudici del merito, con logica ed adeguata motivazione, hanno correttamente escluso.
La Corte di appello è pervenuta a tale conclusione, come già in precedenza anticipato,	sulla base dei numerosi "report" dei camionisti attestanti il conferimento del fresato all’impianto di Marzaloi nonché sulla base delle dichiarazioni del teste De Angelis e dell’imputato Melis, che hanno offerto un quadro sufficientemente preciso del traffico di fresato di asfalto tra il cantiere aeroportuale di Elmas e l’impianto di Marzaloi (pagina 14 e 15 della sentenza impugnata).
La Corte del merito ha infine dato atto come l’elemento soggettivo del delitto in contestazione non sia stato posto in discussione, almeno in termini espressi, in alcuno dei due gravami e, quanto all’ingiusto, profitto, ha osservato come l’effettuazione dei trasporti in forma abusiva sgravasse le società appaltatrici dagli oneri, rilevanti sia sul piano finanziario che su quello amministrativo e burocratico, connessi alla regolarizzazione della movimentazione del fresato. Si trattò di un risparmio significativo anche in ragione dell’esigenza di portare a termine con celerità lavori così importanti e urgenti come quelli di riqualificazione dell’aeroporto internazionale di Cagliari- Elmas (pag. 15 e 16 della sentenza impugnata).

References: Sentenza 
 articolo 184
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2
 articolo 184
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