Source: https://www.brocardi.it/codice-civile/libro-secondo/titolo-iv/capo-ii/art737.html?utm_source=internal&utm_medium=link&utm_campaign=articolo&utm_content=nav_art_prec_dispositivo
Timestamp: 2020-06-05 06:27:53+00:00

Document:
Art. 737 codice civile - Soggetti tenuti alla collazione - Brocardi.it
Tu sei qui: Fonti > Codice civile > LIBRO SECONDO - Delle successioni > Titolo IV - Della divisione > Capo II - Della collazione > Articolo 737
Articolo 737 Codice civile
Dispositivo dell'art. 737 Codice civile
I figli(1) e i loro discendenti(1) ed il coniuge che concorrono alla successione devono conferire ai coeredi tutto ciò che hanno ricevuto dal defunto per donazione [744 c.c.] direttamente o indirettamente(2), salvo che il defunto non li abbia da ciò dispensati(3).
La dispensa da collazione non produce effetto se non nei limiti della quota disponibile [556 c.c.].
(1) Il comma è stato così modificato dall'art. 87, comma 1, D. Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.
(2) La donazione indiretta è quella che, pur non essendo una vera donazione sotto l'aspetto giuridico, nei fatti ne produce gli effetti (es. la remissione di debito, l'espromissione gratuita, il contratto a favore di terzo, ecc...).
(3) La dispensa può essere concessa sia in forma espressa che tacita. Nel primo caso essa è contenuta nell'atto di donazione o nel testamento, nel secondo si ricava dal contesto dell'atto o dalle sue clausole.
Discusso è il fondamento della collazione. Secondo alcuni l'istituto si giustificherebbe in base ad una presunta volontà del testatore, secondo altri nella necessità di salvaguardare l'uguaglianza tra gli eredi. In base all'opinione maggioritaria, tuttavia, si ritiene che la norma voglia qualificare la donazione ricevuta in vita dai figli, dagli ascendenti di questi o dal coniuge del defunto come un'anticipazione dell'eredità di cui si debba tener conto nella formazione delle quote.
“ Collatio descendentium ”
Collazione dei discendenti
“ Donatum ”
Ciò che è stato donato
“ Relictum ”
Cio che è stato lasciato
357 A proposito dell'art. 276 del progetto, che nel primo comma stabiliva l'obbligo della collazione da parte dei figli o discendenti del de cuius che concorrono con fratelli o loro discendenti e nel secondo comma estendeva l'obbligo della collazione al caso di concorso tra figli legittimi e figli naturali, è stato discusso se sussista l'obbligo della collazione anche nei rapporti dei figli naturali tra di loro, e in base a varie argomentazioni si è giunti ad una soluzione negativa della questione. Tale soluzione mi è sembrata esatta e conforme al sistema del nuovo codice, che esclude ogni rapporto di parentela dei figli naturali tra loro, come si evince specialmente dall'art. 259. Tuttavia, per fissare più esattamente questo principio, ho ritenuto opportuno contemplare in due separati articoli la collazione dei figli legittimi e quella dei figli legittimi con i figli naturali. Pertanto, nell'art. 737 del c.c., ho collocato la norma sull'obbligo della collazione dei figli legittimi tra di loro (corrispondente al primo comma dell'art. 276 del progetto) e l'altra sui limiti all'esenzione da collazione tra figli legittimi (corrispondente al primo comma dell'art. 277 del progetto). Nell'art. 738cc ho poi espressamente disposto che tra figli legittimi e naturali vi è l'obbligo reciproco della collazione. In tal modo avendo affermato che i naturali sono tenuti alla collazione nei confronti dei legittimi e avendo abolito l'istituto eccessivamente rigoroso dell'imputazione previsto dall'art. 146 del vecchio codice, ne deriva che anche i figli naturali possono essere dispensati dalla collazione. Ma poiché la possibilità di dispensa non può essere senza limiti, tenuto conto del rapporto stabilito dalla legge per il caso di concorso tra figli naturali e figli legittimi, bisognava stabilire, colmando la lacuna dei precedenti progetti, che la dispensa non può avere alcun effetto, quando, cumulando il valore delle donazioni con la parte che il figlio naturale avrebbe diritto di conseguire nella successione, si ecceda il limite di capacità posto nell'art. 592. La norma doveva inoltre essere completata per il caso che il figlio naturale non venga alla successione. Anche in questo caso, egli non può ritenere, nonostante qualunque dispensa e a prescindere dalla possibile interferenza di altre norme come quella dell'art. 552, la donazione ricevuta oltre i limiti indicati nell'art. 592. In armonia ai criteri ora esposti, ho formulato il terzo comma dell'art. 738, in cui sono conglobate le due ipotesi sovraccennate.
Massime relative all'art. 737 Codice civile
Cass. civ. n. 8510/2018
L'obbligo della collazione sorge automaticamente e i beni donati in vita dal "de cuius" devono essere conferiti indipendentemente da una espressa richiesta, essendo sufficiente, a tal fine, la proposizione della domanda di accertamento della lesione della quota di legittima e di riduzione e la menzione in essa dell'esistenza di determinati beni facenti parte dell'asse ereditario da ricostruire.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 8510 del 6 aprile 2018)
Cass. civ. n. 1506/2018
Il presupposto dell'obbligo di collazione, ai sensi dell'art. 737 c.c., è che il soggetto ad esso tenuto abbia ricevuto beni o diritti a titolo di liberalità dal "de cuius", direttamente o indirettamente tramite esborsi effettuati da quest'ultimo. Ne deriva che, se durante la vita del "de cuius" il coerede ha acquistato direttamente dal venditore la nuda proprietà di un immobile dopo che questo era stato oggetto di un preliminare di vendita concluso dalla madre con prezzo interamente da lei pagato, in sede di divisione dell'eredità paterna non vi è alcun obbligo di collazione in relazione a quell'immobile, in quanto il "de cuius", sebbene fosse sposato in regime di comunione legale con la madre dell'acquirente, non ha mai acquistato il diritto reale trasferito al figlio, né ha sostenuto esborsi affinché il figlio lo acquistasse.
(Cassazione civile, Sez. VI-2, ordinanza n. 1506 del 22 gennaio 2018)
Cass. civ. n. 13660/2017
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 13660 del 30 maggio 2017)
In tema di collazione ereditaria d'immobili, la deduzione per migliorie e spese ex art. 748 c.c. spetta anche al donatario nudo proprietario che provi di aver migliorato il bene donatogli dal "de cuius" con riserva di usufrutto, non essendo giustificabile il conferimento in collazione di un valore accresciuto a spese del conferente.
Cass. civ. n. 17604/2015
Nell'ipotesi di acquisto di un immobile con denaro proprio del disponente ed intestazione ad altro soggetto, che il disponente medesimo intenda in tal modo beneficiare, si configura la donazione indiretta dell'immobile e non del denaro impiegato per l'acquisto, sicché, in caso di collazione, secondo le previsioni dell'art. 737 c.c., il conferimento deve avere ad oggetto l'immobile e non il denaro.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 17604 del 4 settembre 2015)
Cass. civ. n. 10478/2015
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 10478 del 21 maggio 2015)
Cass. civ. n. 12830/2013
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 12830 del 23 maggio 2013)
Cass. civ. n. 24866/2006
In presenza di donazioni di diversi importi di danaro fatte in vita dal de cuius ad alcuni degli eredi, va effettuata la collazione ereditaria delle somme rispettivamente ricevute, senza che possa operarsi tra gli stessi una sorta di compensazione, dovendosi evitare disparità di trattamento tra tutti i coeredi.
In tema di divisione ereditaria, non è qualificabile come donazione soggetta a collazione il godimento, a titolo gratuito di un immobile concesso durante la propria vita dal de cuius a uno degli eredi, atteso che l'arricchimento procurato dalla donazione non può essere identificato con il vantaggio che il comodatario trae dall'uso personale e gratuito della cosa comodata, in quanto detta utilità non costituisce il risultato finale dell'atto posto in essere dalle parti, come avviene nella donazione, bensì il contenuto tipico del comodato stesso. A tal fine non solo si deve escludere che venga integrata la causa della donazione (in luogo di quella del comodato) nell'ipotesi in cui il comodato sia pattuito per un periodo alquanto lungo o in relazione a beni di notevole valore, ma rileva la insussistenza dell'animus donandi desumibile dalla temporaneità del godimento concesso al comodatario.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 24866 del 23 novembre 2006)
Cass. civ. n. 15131/2005
In presenza di donazioni fatte in vita dal de cuius la collazione ereditaria — in entrambe le forme previste dalla legge, per conferimento del bene in natura ovvero per imputazione — è uno strumento giuridico volto alla formazione della massa ereditaria da dividere al fine di assicurare l'equilibrio e la parità di trattamento tra i vari condividenti, cosi da non alterare il rapporto di valore tra le varie quote, da determinarsi, in relazione alla misura del diritto di ciascun condividente, sulla base della sommatoria del relictum e del donatum al momento dell'apertura della successione , e quindi garantire a ciascuno degli eredi la possibilità di conseguire una quantità di beni proporzionata alla propria quota. Ne consegue che l'obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell'apertura della successione (salva l'espressa dispensa da parte del de cuius nei limiti in cui sia valida) e che i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da una espressa domanda dei condividenti, essendo sufficiente a tal fine la domanda di divisione e la menzione in essa dell'esistenza di determinati beni, facenti parte dell'asse ereditario da ricostruire, quali oggetto di pregressa donazione. Incombe in tal caso sulla parte che eccepisca un fatto ostativo alla collazione l'onere di fornirne la prova nei confronti di tutti gli altri condividenti.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 15131 del 18 luglio 2005)
Le elargizioni di denaro a titolo di liberalità in favore del figlio sono assoggettate alla disciplina della collazione, non rilevando in contrario il soggettivo convincimento del de cuius di rispondere esse ad un obbligo morale.
Cass. civ. n. 5888/1985
L'aggiunta del modus non snatura l'essenza della donazione, non potendo assegnarsi ad esso la funzione di corrispettivo, con la sussunzione della donazione modale nella categoria dei contratti a titolo oneroso, ma comporta che la liberalità, che resta sempre la causa del negozio, attraverso il modus, viene ad esserne limitata. Ne consegue che, nel concorrere alla successione dell'ascendente, i figli legittimi e naturali e i loro discendenti legittimi e naturali, essendo tenuti a conferire ai coeredi tutto ciò che direttamente e indirettamente abbiano ricevuto dal defunto (art. 737 c.c.), sono assoggettati all'obbligo della collazione anche nell'ipotesi di donazione modale, limitatamente alla differenza tra il valore dei beni donati e il valore dell'onere.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5888 del 27 novembre 1985)
Cass. civ. n. 2752/1984
La dispensa dalla collazione, contenuta in una donazione, ha natura di clausola contrattuale, e come tale non può essere eliminata ex post per volontà dell'uno o dell'altro contraente; essa, tuttavia, non urta contro il divieto di patti successori, trattandosi di mera modalità dell'attribuzione destinata ad avere efficacia (in funzione del rafforzamento di questa) dopo la morte del donante, e non di atto con cui costui dispone da vivo della propria successione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2752 del 7 maggio 1984)
Cass. civ. n. 278/1984
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 278 del 13 gennaio 1984)
Poiché l'istituto della collazione mira ad assicurare la par condicio degli eredi, la valutazione dei beni conferiti in natura o per imputazione alla massa ereditaria va fatta con riferimento al valore dei beni stessi all'apertura della successione, mentre, una volta procedutosi a tali operazioni preliminari, il valore dei cespiti, compresi nella massa da dividere, va calcolato, al fine dell'assegnazione delle singole quote, con riferimento al momento della divisione stessa.
Poiché l'attuale codice civile (a differenza di quello del 1865) non prevede la possibilità della divisione inter liberos per atto tra vivi, l'attuazione, con donazione effettuata sotto il suo vigore, di una situazione di fatto a quella corrispondente non esprime di per sé in modo univoco dispensa tacita dalla collazione.
Per accertare se in un atto di donazione ricorra la volontà tacita di dispensare dalla collazione si può tener conto, ai sensi dell'art. 1362 c.c., del comportamento complessivo del donante, eventualmente desumibile anche da elementi estrinseci a tale atto.
Cass. civ. n. 3935/1975
La collazione presuppone l'esistenza di una comunione ereditaria e, quindi, di un asse da dividere mentre, se l'asse sia stato esaurito con donazioni o con legati, o con gli uni e con gli altri insieme, sì che manchi un relictum, non vi è luogo a divisione e, quindi, neppure a collazione, salvo l'esito dell'eventuale azione di riduzione. Né il fatto che, anche quando il defunto abbia donato in vita o legato tutte le sue sostanze ciò nonostante, alla sua morte, rimane spesso un relictum, di sia pur modico valore, basta a far considerare l'esistenza di tale relictum come fatto di comune esperienza, tale da rendere sempre esperibile l'azione di collazione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3935 del 25 novembre 1975)
Cass. civ. n. 3045/1975
In tema di collazione fra figli legittimi, il diritto del donatario di trattenere i beni donatigli fino a concorrenza della quota disponibile, previsto dall'art. 737 secondo comma c.c., sussiste solo nel caso di dispensa espressa o tacita alla collazione medesima da parte del de cuius.
La dissimulazione di una donazione mediante una simulata vendita non è, di per sé, sufficiente a configurare una dispensa tacita del donatario dall'obbligo della collazione ereditaria, di cui all'art. 737 c.c., essendo all'uopo necessario accertare l'inequivoca volontà del donante di simulare la vendita per porre la donazione al riparo della collazione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3045 del 13 settembre 1975)
Cass. civ. n. 913/1974
La dispensa dalla collazione del bene donato in vita dal de cuius ad un proprio discendente attribuisce il bene stesso al donatario, nell'ipotesi in cui questi concorra alla successione con altri discendenti del de cuius, fino alla concorrenza della quota disponibile.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 913 del 1 aprile 1974)
relative all'articolo 737 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 737 Codice civile - Soggetti tenuti alla collazione | Quesito Q202025099
“Salve il 25 gennaio 2020 muore mia madre, vedova e lascia un testamento.
Noi siamo due sorelle e un fratello.
Nel testamento olografo fatto da mia madre c’è scritto che lascia la quota DISPONIBILE di tutti i suoi beni alla figlia che chiamerò O.
Ora mia madre in vita ha fatto donazioni ai tre figli per valori catastali simili:
O 155 mila; E 135 mila; U 150 mila con due atti, ma la prima donazione è stata fatta solo in favore di O del valore di 80mila euro.
Per il resto ha lasciato sul conto corrente a lei intestato circa 14 mila euro .
La mia domanda è : se non accetto di diventare erede corro qualche rischio sulle mie donazioni pregresse?
Ho letto che per non entrare in collazione posso rifiutare l'eredità basta che però non ledo la legittima altrui ,vorrei capire di più.
Se invece accetto l'eredità corro rischi sempre parlando delle donazioni pregresse?
Ultima cosa, ho letto che se non accetto l'eredità posso anche non pagare le spese funerarie, è vero o in caso si può incorrere in problemi?
Consulenza legale i 16/03/2020
La prima operazione che si rende necessario compiere è quella di procedere alla determinazione del patrimonio complessivo del de cuius, sulla cui base poter stabilire la quota di riserva spettante a ciascuno degli eredi legittimari e, conseguentemente, la quota di c.d. disponibile.
Nel caso prospettato il de cuius lascia come legittimari tre figli, il che comporta che per stabilire la porzione di eredità che deve essere loro riservata va fatto riferimento all’art. 537 del c.c., secondo cui se il genitore lascia più figli, è loro riservata la quota di due terzi, da dividersi in parti eguali tra tutti i figli, mentre il restante terzo costituisce la quota disponibile.
Per determinare concretamente la quota di cui il defunto poteva disporre occorre leggere l’art. 556 del c.c., il quale stabilisce che è necessario formare preliminarmente una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, alla quale vanno detratti i debiti e riuniti fittiziamente i beni di cui lo stesso defunto abbia disposto a titolo di donazione, secondo il valore determinato in base alle regole dettate negli artt. da 747 a 750 c.c. (nel caso degli immobili queste norme dispongono che va preso in considerazione il valore che essi hanno al momento dell’apertura della successione).
Utilizzando i valori che sono stati forniti nel quesito, dunque, si raggiunge il seguente risultato:
BENI RELITTI: € 14.000 (denaro contante)
BENI DONATI:
O: € 155.000
E: € 135.000
U: € 150.000
Valore totale dei beni donati: € 440.000
VALORE COMPLESSIVO DI RELICTUM + DONATUM:
€ 454.000 (è questo il patrimonio complessivo di cui tener conto).
Non è possibile detrarre i debiti in quanto nel quesito non si fa cenno ad essi, se non per un generico riferimento alle spese funerarie, ma si ritiene che queste non possano avere un’ influenza determinante.
Di questi 454.000 euro, due terzi sono complessivamente riservati ai figli, in parti eguali tra loro, ossia € 302.667 (454.000:3X2) complessivi.
Per stabilire, infine, la quota di riserva di ciascun figlio si dovrà dividere tale somma per il numero dei figli legittimari, ossia:
€ 302.667:3= € 101.000 (quota riservata a ciascun figlio)
La quota disponibile, invece, è pari al restante terzo del patrimonio ereditario, ossia:
Tutte le somme sono state arrotondate per comodità.
Una volta effettuato tale calcolo, si può constatare che ciascuno dei figli ha ricevuto più di quanto gli spettava a titolo di riserva, con la logica conseguenza che non si pone alcun problema di lesione di detta quota e che nessuna delle donazioni effettuate in vita dal de cuius può essere soggetta a riduzione.
Il passo successivo che occorre compiere è quello di cercare di dare una corretta interpretazione alla volontà testamentaria, avendo la testatrice semplicemente disposto di voler lasciare la quota disponibile di tutti i suoi beni alla figlia O, e non trascurando che in nessuna delle donazioni effettuate in vita vi è dispensa da collazione.
Ora, per fare ciò deve per prima cosa prendersi in considerazione l’art. 587 del c.c., il quale definisce il testamento come l’atto con il quale taluno dispone di tutte le proprie sostanze o di parte di esse.
Dalla lettura di tale norma sembra evidente doversi evincere che il testatore non può che disporre di beni che gli appartengono al momento in cui il testamento viene redatto o di beni che confluiranno nel suo patrimonio al momento dell’apertura della successione (così Cass. 6449/2008).
E’ da escludere, dunque, di poter pensare che per effetto di tale disposizione la testatrice possa riconquistare un potere di disposizione in relazione a beni già usciti dal suo patrimonio, in quanto si giungerebbe all’ipotesi assurda di attribuire al testamento l’efficacia di revocare una precedente donazione, ciò che viene espressamente escluso dall’art. 800 del c.c. (il quale ammette che la donazione può essere revocata nelle ipotesi tassative di ingratitudine o sopravvenienza di figli, rispettando la speciale forma dell’atto pubblico con l’assistenza di testimoni).
Una tale disposizione testamentaria, invece, può assumere rilevanza, come correttamente intuito da chi pone il quesito, qualora si creino i presupposti per adempiere all’onere di collazione, e adesso si cercherà di spiegarne le ragioni.
La pubblicazione di un testamento con tale contenuto comporta il concorso di una successione legittima con una successione testamentaria, in quanto per effetto di esso la testatrice ha voluto soltanto disporre a titolo particolare in favore della figlia O di quella parte del suo patrimonio pari alla quota disponibile, non provvedendo ad alcuna istituzione di erede.
Ciò comporta che per l’istituzione di erede si aprirà la successione legittima ed in particolare l’art. 566 del c.c., il quale dispone che al padre ed alla madre succedono i figli in parti eguali.
La successione legittima, però, può avere effetto solo sul patrimonio della defunta detratta la quota di disponibile, la quale andrà per testamento soltanto alla figlia O.
In tal modo la defunta ha voluto in buona sostanza attuare una ridistribuzione del suo patrimonio per il tempo in cui avrà cessato di vivere, in quanto qualora si decidesse di dare attuazione alla sua volontà, le quote che ne uscirebbero sarebbero le seguenti:
alla figlia O:
Quota disponibile: € 151.000
Quota di legittima; € 101.000
Totale: € 251.000
Al figlio E:
Quota di legittima: € 101.000
Poiché la sua donazione ha un valore di € 135.000 deve rimborsare ad O € 34.000
Al figlio U:
Poiché la sua donazione ha un valore di € 150.000 deve rimborsare ad O € 49.000
Infatti, se ai 155.000 euro che O ha ricevuto in donazione sommiamo € 49.000 di U, € 34.000 di E ed € 14.000 di relictum si ottiene un patrimonio totale di € 252.000, pari a ciò che voleva la testatrice.
Tutto ciò, però, presuppone il verificarsi di una condizione essenziale, e qui si arriva alla considerazione fatta nel quesito ed alle domande che da essa ne conseguono.
Perché possa parlarsi di collazione occorre che vi sia un asse ereditario attribuito congiuntamente a più eredi e da dividere tra questi, ossia che sorga una situazione di comunione ereditaria.
Infatti, come si ricava dalla lettura dell’art. 737 c.c., dal punto di vista soggettivo la collazione riguarda esclusivamente i figli legittimi e naturali (e loro discendenti oltre che il coniuge) e presuppone l’avvenuta accettazione dell’eredità da parte degli stessi.
Dal punto di vista oggettivo, essa si estende a tutte le donazioni dirette e indirette compiute da de cuius in favore del coniuge e dei discendenti, a differenza della riduzione, la quale coinvolge solo le liberalità che eccedono la disponibile.
Dal punto di vista degli effetti, la collazione investe la donazione nel suo complesso, in modo del tutto indipendente dalla distinzione tra quota disponibile e quota indisponibile del patrimonio, mentre nella riduzione l’incidenza sulla liberalità è limitata alla misura necessaria ad integrare la quota di legittima.
L’obiettivo ultimo della collazione, in buona sostanza, è quello di realizzare una mera redistribuzione in sede divisoria di un valore commisurato al persistente arricchimento prodotto nel patrimonio dei coeredi dalle liberalità conseguite; prova ne è il meccanismo tipico attraverso cui la collazione si realizza (quello della imputazione) ed il ruolo del tutto residuale del conferimento in natura, oltre che la sostanziale inopponibilità degli effetti della collazione ai terzi subacquirenti del bene donato, espressa dal secondo comma dell’art. 746 del c.c..
Sulla scorta di tali considerazioni, dunque, la rinuncia all’eredità comporta il venir meno del presupposto fondamentale su cui si fonda la collazione, ossia l’instaurarsi di una comunione ereditaria e la conseguente necessità di dover procedere alla divisione secondo la volontà espressa dalla testatrice nel suo testamento.
Pertanto, rispondendo alle domande poste può dirsi che:
se l’eredità non viene accettata, non si ha alcun obbligo di collazione, in quanto non vi è alcuna lesione di legittima, secondo quanto è stato fatto risultare dai calcoli sopra effettuati;
se, al contrario, l’eredità dovesse essere accettata, dovendosi procedere alla divisione dell’eredità ed avendo la testatrice disposto che alla figlia O debba andare una quota pari alla disponibile di tutti i suoi beni, si sarà soggetti a collazione e costretti a restituire alla sorella O le somme come sopra quantificate;
se l’eredità non viene accettata non si avrà alcun obbligo di sopportare le spese funebri.
Norma di riferimento: Articolo 737 Codice civile - Soggetti tenuti alla collazione | Quesito Q201923475
venerdì 14/06/2019 - Piemonte
“Tizio, coniugato con Caia, senza discendenti né ascendenti, dona una o più somme di denaro alla cognata Sempronia.
Si chiede se tali somme entrino in collazione nell’eredità devoluta al fratello di Tizio (marito di Sempronia).
Naturalmente, su tali donazioni Sempronia deve pagare la relativa imposta (8%).
14/6/2019”
La collazione consiste nell’operazione di conferimento, in favore della massa ereditaria, di ciò che sia stato donato, direttamente o indirettamente, dal defunto quando questi era ancora in vita, salvo che il de cuius stesso abbia espressamente dispensato dalla collazione (in questo caso, la dispensa da collazione opera solo nei limiti della quota disponibile).
La giurisprudenza ha precisato che l’obbligo della collazione sorge automaticamente e i beni donati in vita dal de cuius devono essere conferiti indipendentemente da una espressa richiesta (Cass. Civ., Sez. II, 8510/2018).
Ai sensi dell’art. 737 del c.c., i soggetti tenuti alla collazione sono i figli e i loro discendenti, nonché il coniuge, che concorrano alla successione.
Pertanto, la cognata Sempronia non rientra tra i soggetti tenuti alla collazione.
Diversa è l’eventualità in cui la donazione abbia intaccato la quota di riserva in favore dei legittimari. In tale ipotesi, l’art. 555 del c.c. prevede che le donazioni, il cui valore eccede la quota della quale il defunto poteva disporre, siano soggette a riduzione fino alla quota medesima. Tuttavia, in caso di successione testamentaria, le donazioni non si riducono se non dopo esaurito il valore dei beni di cui è stato disposto per testamento.
Ai sensi dell’art. 559 del c.c., le donazioni si riducono cominciando dall'ultima e risalendo via via alle anteriori.
Norma di riferimento: Articolo 737 Codice civile - Soggetti tenuti alla collazione | Quesito Q201822332
Mia zia divorziata da anni e senza figli con eta' di 84 anni, vorrebbe nominarmi come erede universale, la stessa ha un'abitazione di proprieta'.
La stessa ha una sorella in vita , nipoti e pronipoti, io sarei uno dei pronipoti ci sono probabilita' di impugnazione del testamento da parte degli altri eredi?
Vorrebbe quindi fare un testamento presso un notaio.
La mia domanda e' la seguente: dopo la morte di mia zia, si dovra' procedere con l'eredita' ed io avro' la proprieta' dell'abitazione, avendo pero' io debiti con banche ed equitalia , nel caso trasferissi la mia residenza e la adibisco a prima casa, avro' comunque il problema di vedermi pignorata la casa dalle banche o equitalia? i miei debiti sono superiori a 100.000,00
Se invece facesse ora una donazione della nuda proprieta' dell'immobile con onere di mantenimento ed usufrutto fino alla morte, potrebbe essere sempre revocabile dagli altri eredi?
La nuda proprieta', in caso decidesse mia zia di procedere con la donazione, e' possibile venderla prima della morte lasciando comunque l'usufrutto a mia zia? mentre dopo la morte e' possibile vendere l'immobile donato?
Consulenza legale i 26/11/2018
Rispondiamo seguendo l’ordine delle domande.
Nessuno degli altri potenziali eredi potrebbe impugnare il testamento in cui la zia nominasse il pronipote erede universale. Infatti, gli unici eredi che possono essere pregiudicati da un testamento sono il coniuge, i figli o gli ascendenti (genitori) in quanto “legittimari”, ovvero eredi che hanno diritto per legge ad una quota del patrimonio del defunto (quota di riserva o di legittima), quota che non può essere lesa in alcun modo dal testatore (né, peraltro, essere fatta oggetto di rinuncia).
Nel caso di specie, tuttavia, non esistono legittimari (la zia non ha coniuge, né figli né genitori in vita), pertanto potrà disporre del proprio patrimonio come meglio crede.
Sull’abitazione eventualmente ereditata e la sua pignorabilità, il discorso è più complesso.
L'istituto della impignorabilità della prima casa è stato introdotto nel nostro ordinamento dal decreto del fare n. 69/2013, il quale, all’art. 52 ha modificato l'art. 76 del D.P.R 602/1973 (“Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito") in questo modo: “(…) l'agente della riscossione: a) non dà corso all'espropriazione se l'unico immobile di proprietà' del debitore, con esclusione delle abitazioni di lusso aventi le caratteristiche individuate dal decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 agosto 1969, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 218 del 27 agosto 1969, e comunque dei fabbricati classificati nelle categorie catastali A/8 e A/9, è' adibito ad uso abitativo e lo stesso vi risiede anagraficamente".
Attenzione, dunque, che l'unico soggetto a non poter pignorare l'unico immobile del contribuente è l'agente di riscossione, che dopo la soppressione di Equitalia è l'Agenzia delle Entrate.
Spesso l’espressione “prima casa” viene fraintesa.
In realtà il testo dell'art. 76 del D.P.R 602/1973 non lascia dubbi, laddove parla di “unico immobile di proprietà del debitore.": ad essere impignorabile da parte dell'agente di riscossione è dunque l'unica casa e non la prima.
Ad esempio, se un soggetto è proprietario di due immobili (prima casa ed una seconda casa per le vacanze), il creditore può aggredire entrambi. Se invece egli è titolare di un solo immobile allora quell'immobile non può essere pignorato dall'Agenzia delle Entrate.
Il testo, ancora, parla di immobili e non di case. Per cui se il contribuente è intestatario della casa in cui abita ed altresì di un terreno agricolo, essendo anche quest’ultimo “un immobile”, l'abitazione potrà essere pignorata perché non è "l'unico immobile" di sua proprietà. I garage, le cantine, i box e tutte le altre pertinenze dell'abitazione, invece, anche se accatastate autonomamente, non privano l'immobile del requisito della "unicità".
In sintesi, affinché l'unico immobile sia impignorabile è necessario che:
non sia catastalmente classificato come villa (A8) o castello (A9) e non possieda i requisiti delle case di lusso di cui al decreto citato nella norma.
La Corte di Giustizia Europea, poi, a differenza del nostro legislatore, pone come ulteriore limite al pignoramento della prima casa la presenza di clausole abusive nel contratto che il consumatore ha sottoscritto e da cui scaturisce il suo debito.
La Corte ritiene infatti che la perdita dell'abitazione familiare non sia solamente idonea a violare il diritto dei consumatori, ma altresì che ponga i familiari del consumatore interessato in una situazione particolarmente delicata.
In conclusione, solo il Fisco “ha le mani legate”, mentre possono pignorare e far vendere forzatamente anche l’unico immobile del debitore tutti gli altri creditori, come la banca con cui si è stipulato un mutuo, la società finanziaria a cui è stato richiesto un finanziamento o qualsiasi creditore privato.
Infine, l'art. 8 D.L. 50/2017 (che ha introdotto le ultime modifiche alla disciplina normativa sopra illustrata) consente all'agente di riscossione di procedere esecutivamente se il contribuente ha un debito di almeno € 120.000 e se il valore catastale di tutti gli immobili posseduti è almeno di 120.000 euro.
Ancora, proseguendo nelle domande di cui al quesito, sulla donazione della nuda proprietà – premesso che in tal caso si sta parlando, al contrario di prima, di un’ipotesi di successione ex lege, ovvero in mancanza di testamento – occorre fare un’importante premessa.
Dal quesito non risulta chiaro se questa zia abbia solamente una sorella - la quale abbia a propria volta avuto figli e nipoti (tra i quali chi ha posto il quesito) - oppure si vi siano altri fratelli e sorelle.
Ebbene, secondo le regole generali, “il più prossimo esclude i remoti”, il che vuol dire che i parenti più vicini in ordine di grado escludono quelli più lontani.
Nel caso in esame, se c’è una sola sorella, sarà quest’ultima l’unica erede; dovrà invece dividere il patrimonio con gli altri fratelli e sorelle in caso di pluralità di questi ultimi.
Attenzione; solo qualora fratelli e sorelle (o l’unica sorella) rinuncino all’eredità, allora subentreranno (per rappresentazione, artt. 468 c.c.) i nipoti della zia: ed ancora solo se anche questi ultimi (tutti quanti) rinunceranno a propria volta, subentreranno i pronipoti (art. 469 c.c.).
Ciò premesso e chiarito, tornando alla donazione, è evidente che nel caso in esame si tratta di operazione certamente possibile.
Il problema si porrebbe solo nel caso in cui tra gli eredi vi fossero figli, discendenti di questi oppure coniuge: va tenuto in debita considerazione, infatti, che per questi eredi la donazione è considerata anticipo di eredità: tutto quanto ricevuto in vita dal defunto, al momento della successione, è come se tornasse virtualmente nel suo patrimonio ai fini del calcolo delle quote loro spettanti. E’ un’operazione che in gergo tecnico si chiama "collazione".
I soggetti, però, tenuti alla collazione - identificati dal legislatore nell'art. 737 c.c. - sono solo i figli, i loro discendenti ed il coniuge.
Non essendo presente invece nel nostro caso nessuna di queste categorie di successibili, non si porrà alcun problema per la donazione.
Lo stesso si può dire in ordine alla vendita dell’immobile donato.
Quando si vende un immobile oggetto di precedente donazione, la vendita in questione è suscettibile di essere resa inefficace solo dagli eredi legittimari, qualora l’operazione avvenuta in vita possa aver leso la loro quota di riserva.
Ma nel caso di specie, mancano completamente i legittimari, con la conseguenza che non ci sarà alcun rischio di lesione della quota riservata loro dalla legge e la vendita sarà del tutto libera.
E ciò sia prima che dopo la morte, perché indipendentemente da quando la vendita avvenga, il bene sarà comunque entrato definitivamente a far parte del patrimonio del donatario.
Norma di riferimento: Articolo 737 Codice civile - Soggetti tenuti alla collazione | Quesito Q201617149
venerdì 21/10/2016 - Puglia
“Il mio defunto genitore con atto notarile mi donò la nuda proprietà di un immobile,riservando l'usufrutto generale vitalizio per sé e dopo di sé per sua moglie.
Nell'atto è riportato " Il donante espressamente dispensa il donatario dall'obbligo della collazione ed imputazione nella futura successione di esso donante,del bene con il presente atto donato,volendo che lo stesso sia interamente computato sulla quota disponibile"
L'immobile dall'origine,è stato ceduto in locazione. Le relative mensilità sono state sempre incassate da mio padre e, in sua mancanza,dall'usufruttuaria,mia madre.Con la sua morte, le ho incassate ed incasso io.
Preciso che fra noi coeredi è in atto un contenzioso giudiziario per la divisione dei beni paterni.Per inciso,il CTU,con la riunione fittizia-collazione,ha escluso il donato dalla massa dei beni da dividere avendo accertato che il valore della donazione non supera la quota disponibile.Il processo è ancora in corso.
Uno dei coeredi sostiene che anche la donazione integralmente deve par parte della massa dei beni da dividere,quindi anche i fitti.A tal proposito chiede che le locazioni vengano depositate fino a sentenza in un libretto bancario a tutti gli eredi intestato .Non avendo aderito alla sua richiesta,sono stato querelato per appropriazione indebita.
Il mio quesito: può la mia condotta in qualità di proprietario dell'immobile donato,nelle more del giudizio,essere considerata dolosa e quindi cadere nella fattispecie di appropriazione indebita?
La questione è abbastanza peculiare e non esiste, purtroppo, giurisprudenza che la affronti nello specifico.
Per individuare la soluzione al problema che ci occupa, occorre senz'altro partire dall’art. 745 cod. civ., per il quale i frutti di quanto donato nonché gli interessi sulle somme soggette a collazione sono dovuti dal giorno in cui si è aperta la successione. Dunque i frutti maturati e percepiti nel tempo che precede la morte dell'ereditando sono esclusi dalla collazione: si presume, infatti, che i medesimi sarebbero stati ugualmente consumati dal defunto/donante, per cui gli eredi non ne avrebbero comunque goduto, anche nell'ipotesi in cui il cespite fruttifero non fosse stato donato.
Pertanto, se in forza della citata norma i fitti derivanti dalla locazione di un immobile donato non rientrano nella collazione, a maggior ragione ne saranno esclusi nel caso in cui sia intervenuta dispensa dalla collazione dell’immobile in questione, come nel nostro caso.
Gli altri eredi, conseguentemente, parrebbero sbagliare nell’affermare che i frutti civili derivanti dal godimento dell’immobile donato debbano rientrare nella massa ereditaria.
Va però correttamente evidenziato che non è chiaro, per alcuni studiosi, se l'art. 745 si riferisca solo a frutti naturali ed interessi, oppure anche ad ogni altra specie di frutti civili (come, appunto, i corrispettivi delle locazioni) e la giurisprudenza, d'altro canto, non si è mai pronunciata sulla questione.
Si menziona un'ipotesi in cui doveva essere effettuata la collazione per imputazione di un immobile: in questo caso la Cassazione ha deciso che, oltre al valore del bene al tempo dell'apertura della successione, dovessero venir computati (sempre a far tempo dalla morte dell'ereditando) anche gli interessi legali sul detto valore e non le rendite dell'immobile nello stesso periodo temporale (Cass. Civ., Sez.II, n. 2453 del 1976). In tal modo è stato escluso il riferimento ad ogni altro frutto civile diverso dagli interessi.
In ogni caso, nella fattispecie concreta che ci occupa, stiamo parlando di un caso di intervenuta dispensa, per cui non avrebbe alcun senso logico-giuridico che i frutti civili della cosa donata seguissero un regime diverso rispetto al bene stesso: il bene non deve rientrare nella massa ereditaria e i frutti invece sì.
Nel caso in cui l'interpretazione da dare alla citata norma fosse quella appena esposta, non si potrebbe dire integrato il delitto di appropriazione indebita (646 c.p.) nella fattispecie al nostro esame, perché secondo gli studiosi il reato in oggetto costituisce violazione al diritto di proprietà, per cui la sua vera essenza sarebbe costituita dall’abuso del possessore che risponde della cosa come se fosse sua. Nel caso concreto, però, la cosa (sempre se escludiamo i fitti dalla collazione e comunque se rientrano nella dispensa) è effettivamente sua, perché l’ha ricevuta per donazione ed ugualmente può fare propri i frutti della stessa. Non pare neppure che sia presente l’elemento soggettivo del dolo, né tantomeno l’ingiustizia del profitto, dal momento che l’erede agisce facendo valere una pretesa tutelata dall’ordinamento nonché - si potrebbe anche dire - in forza di una legittimazione che gli è stata conferita dal donante (“In tema di appropriazione indebita, non sussiste il profitto ingiusto, richiesto per l'integrazione del reato, quando l'appropriazione sia realizzata in accordo con la volontà del titolare dei beni che sono oggetto della condotta”, Cassazione penale, sez. V, 05/03/1993).
A parere di chi scrive, ragioni forse più di opportunità che di legittimità indurrebbero ad accettare la proposta degli altri eredi, in attesa del pronunciamento del Giudice, anche nell'interesse stesso del donatario, che non incorrerebbe così nel rischio dell'appropriazione.
Norma di riferimento: Articolo 737 Codice civile - Soggetti tenuti alla collazione | Quesito Q201615449
lunedì 08/02/2016 - Lombardia
“Questione: “Mio zio, fratello di mia madre, è deceduto il OMISSIS. Era vedovo ed aveva solo una figlia.
Nel testamento olografo redatto nel novembre OMISSIS scriveva testualmente.
“Dispongo che, in caso di mia morte, la quota di legittima venga devoluta a mia figlia……………… Per quanto riguarda la quota disponibile, essa sarà devoluta a favore di mio nipote……………….., figlio di mia sorella……………………. nato il……..………………… (cioè io).
I beni da me posseduti in data odierna sono
• Immobile di civile abitazione sito in …………………..in via……………………………………
• Immobile di civile abitazione in ……………………..in via………………………”
Il valore dei due immobili è approssimativamente di OMISSIS l’uno e OMISSIS l’altro.
Nel Mese di OMISSIS cioè 2 mesi prima di morire, mio zio ha effettuato la donazione dell’immobile di OMISSIS alla figlia.
Gradirei pertanto sapere se la quota disponibile di mia spettanza è di euro OMISSIS cioè il 50% del valore dell’appartamento caduto in successione oppure di euro OMISSIS nel caso in cui per effetto della la cosiddetta riunione fittizia, il valore dell’immobile donato debba essere sommato al valore dell’immobile caduto in successione ai fini del calcolo della quota legittima spettante alla figlia e della quota disponibile spettante al sottoscritto e cioè OMISSIS. Quota disponibile 50% = euro OMISSIS.
Vi prego altresì di comunicarmi, in maniera inequivocabile i presupposti legislativi sui quali si baserà la Vostra risposta.
Nel caso di specie vi è un testamento olografo con il quale il de cuius ha disposto a favore di un legittimario (la figlia) e di un altro soggetto che non riveste detta qualifica (il nipote) (v. art. 536 c.c.), chiamando il primo nella riserva ed il secondo nella disponibile.
Ha successivamente disposto la donazione di uno dei propri beni a favore del legittimario.
Innanzitutto va stabilito se, in tale ipotesi, debba o meno procedersi a riunione fittizia.
Tale istituto è espressamente contemplato dall'art. 556 c.c., secondo il quale "Per determinare l'ammontare della quota di cui il defunto poteva disporre si forma una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, detraendone i debiti. Si riuniscono quindi fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, secondo il loro valore determinato in base alle regole dettate negli articoli 747 c.c. e 750 c.c., e sull'asse così formato si calcola la quota di cui il defunto poteva disporre".
Come si evince dalla disposizione, l'operazione serve a determinare la quota di legittima e, di conseguenza, quella disponibile e si traduce in un'operazione matematica (relictum-debiti+donatum). Laratio ad essa sottesa è di verificare se il de cuius possa aver leso, in vita con atti di disposizione, ciò che la legge riserva ai legittimari. Dall'esame della giurisprudenza sembra dedursi che tale operazione vada sempre fatta nell'ipotesi in cui vi sia concorso di eredi legittimari, proprio per lo scopo cui essa tende: "La riunione fittizia (in quanto diretta a ricostruire l'intero patrimonio del de cuius, che la legge considera come termine di riferimento per la determinazione della quota disponibile e di riflesso per quella delle quote di riserva) non è legata necessariamente alla proposizione dell'azione di riduzione, ponendosi come un prius indispensabile alle operazioni divisionali quando vi sia concorso di eredi legittimari" (Cass. 837/1986). Quanto al valore dei beni, esso è quello che hanno all'apertura della successione (stante il richiamo dell'art. 556 c.c. all'art. 747 c.c.).
Dunque nel caso di specie si procederà così (supponendo debiti pari a zero e che i beni abbiano avuto all'apertura della successione i valori indicati in quesito): x (relicutm)+ y (donatum) = z. Poiché la quota riservata al figlio unico legittimario è ½ del patrimonio (art. 537 c.c.), si ricavano tali quote:
- legittima = w
- disponibile = r
La figlia legittimaria ha ricevuto in vita una donazione per OMISSIS, dunque la sua quota di legittima non è stata lesa. Occorre però verificare in che modo questa donazione si ponga rispetto al calcolo delle quote.
A riguardo la disposizione di riferimento appare l'art. 564 co. 2 c.c. secondo cui il legittimario che agisce in riduzione deve imputare alla sua porzione di legittima le donazioni ed i legati ricevuti, salvo che ne sia stato dispensato. Da ciò sembra ricavarsi il principio per cui il legittimario deve sempre imputare alla legittima quanto ha ricevuto in donazione, salvo che ne sia stato espressamente dispensato dal donante. Di conseguenza, secondo tale interpretazione, si ricava che nel caso di specie se la figlia non è stata dispensata (ciò che si dovrà verificare), ella deve imputare quanto ricevuto (OMISSIS) alla sua quota di legittima (OMISSIS). Quindi, si ricava ulteriormente che il de cuius con la donazione priva di dispensa avrebbe anche disposto di una parte di disponibile, pari a OMISSIS. In assenza di altri legittimari oltre alla figlia, questa attribuzione non è suscettibile di essere ridotta: tale facoltà spetta infatti solo ai legittimari stessi (art. 557 c.c.). Sulla base di tale lettura si dovrebbe ritenere che la quota rimanente di OMISSISsia da qualificarsi come disponibile (essendo il legittimario già stato soddisfatto): dunque, in base a quanto disposto nel testamento, essa andrebbe devoluta al nipote.
Diversamente si dovrebbe concludere nel caso in cui vi fosse stata dispensa da imputazione. Con la dispensa, infatti, il disponente vuole che il soggetto ottenga più di quanto gli spetterebbe a titolo di legittima (naturalmente senza che possa esservi lesione della riserva di eventuali altri legittimari). Pertanto in tal caso la figlia non dovrebbe imputare quanto ricevuto a titolo di donazione. Quindi il patrimonio del defunto (OMISSIS) andrebbe ripartito per metà a lei e metà al nipote, dunque ad entrambi spetterebbe OMISSIS; alla figlia, proprio come espressione della volontà di farle conseguire più della legittima spetterebbe, in conclusione, la quota di OMISSIS(legittima) ed anche quella di OMISSIS(donati).
Norma di riferimento: Articolo 737 Codice civile - Soggetti tenuti alla collazione | Quesito Q201615272
sabato 16/01/2016 - Lazio
mio padre anni fa mi ha intestato il suo appartamento all'atto del rogito. Parliamo all'epoca di circa XXX milioni delle vecchie lire.
Mio fratello, con il quale non ho un rapporto positivo, ha avuto invece da mio padre una somma più o meno equivalente in denaro per l'acquisto della sua abitazione.
Ad oggi l'appartamento di mio padre ha un valore più che raddoppiato.
Ci sono delle possibilità che io fratello venga a pretendere qualcosa?
In tal caso, quali sono gli accorgimenti da prendere?”
Innanzitutto, finché il padre è in vita può disporre liberamente dei propri beni, anche avvantaggiando un figlio rispetto ad un altro.
Problemi potrebbero però porsi in sede successoria, nel momento in cui procedendo alla divisione del compendio si effettuerà la collazione. Essa è l'istituto in forza del quale i figli, i loro discendenti ed il coniuge che concorrono alla successione devono conferire alla massa ereditaria tutto quanto donato loro dal de cuius quando era in vita (art. 737 del c.c.). Lo scopo per cui vi si procede è mantenere le proporzioni tra quanto donato e quanto spetta agli eredi per legge o testamento, sulla base dell'idea per cui le donazioni abbiano appunto costituito un anticipo sulla successione.
Nel caso di specie i due figli hanno ricevuto in donazione uno (Tizio) denaro per l'acquisto della propria abitazione, mentre all'altro (Caio) è stato intestato l'appartamento. Come opera la collazione nel caso di specie?
Secondo la giurisprudenza se si accerta che la donazione ha avuto ad oggetto (seppure indirettamente) l'immobile, intestato al donatario dal donante in sede di acquisto, oggetto del beneficio è l'immobile: "l'acquisto di un immobile con denaro del disponente e intestazione ad altro soggetto (che il primo intende, in tal modo, beneficiare), costituendo lo strumento formale per il trasferimento del bene ed il corrispondente arricchimento del patrimonio del destinatario, integra una donazione indiretta del bene stesso, e non del denaro (giurisprudenza consolidata, a partire da Cass. sez. unite, 5 agosto 1992, n. 9282; cfr. e plurimis, Cass., sez. II, 26 agosto 2002, n. 12.486; Cass., sez. I, 6 aprile 2001, n. 5122)" (Cass. 11496/2010).
Invece, se oggetto della donazione è una somma di denaro, di regola è questa ad essere oggetto di collazione ex art. 751 del c.c.. Tuttavia, secondo la giurisprudenza si deve distinguere: "La donazione diretta del denaro, successivamente impiegato dal beneficiario in un acquisto immobiliare con propria autonoma determinazione (caso in cui oggetto della donazione rimane comunque il denaro) va tenuta distinta dalla dazione del denaro quale mezzo per l'unico e specifico fine dell'acquisto dell'immobile, che integra un'ipotesi di donazione indiretta del bene, fattispecie la cui configurazione non richiede peraltro la necessaria articolazione in attività tipiche da parte del donante (pagamento diretto del prezzo all'alienante, presenza alla stipulazione, sottoscrizione d'un contratto preliminare in nome proprio), necessario e sufficiente a riguardo essendo la prova del collegamento tra elargizione del denaro ed acquisto, e cioè la finalizzazione della dazione del denaro all'acquisto" (Cass. 2642/2004, v. anche Cass.18541/2014).
Dunque se esiste un collegamento tra l'elargizione del denaro a Tizio e l'acquisto dell'immobile, ed esso viene provato, anche questi dovrà collazionare l'immobile e non il denaro ricevuto.
Pertanto, nel caso di specie si evince che Caio dovrà collazionare il bene, in particolare potrà scegliere tra collazione in natura (restituzione dell'immobile) ovvero per imputazione (imputare il valore del bene alla massa, ciò che consente di non perdere materialmente il bene); nel primo caso il valore del bene andrà stimato al momento della divisione (art. 726 del c.c.), nel secondo caso al tempo dell'apertura della successione (art. 747 del c.c.).
Tizio, invece, se non risulterà donazione indiretta dell'immobile, dovrà collazionare il denaro ex art. 751 del c.c. (la somma ricevuta rivalutata degli interessi legali). In tale ipotesi Caio si troverà quasi certamente in una posizione deteriore rispetto al fratello, visto l'aumento di valore dell'immobile (resta però salvo che il donatario quando procede a collazione, sia per imputazione che in natura, ha diritto di dedurre il valore delle migliorie effettuate al bene e le spese straordinarie sborsate per la conservazione della cosa e non causate da sua colpa, ex art. 748 del c.c.). Caio, in tal caso, dovrà cercare di far valere la circostanza che anche per Tizio vi è stata donazione indiretta dell'immobile (ipotizzando - ovviamente - che anche l'immobile di Tizio abbia avuto un aumento di valore).
Infine, la legge prevede che il donante possa dispensare il donatario dalla collazione o dall'imputazione, con atto contestuale o successivo alla donazione (rispetto i requisiti di forma richiesti dalla legge).
In particolare, la dispensa dall'imputazione (art. 564 del c.c.) comporta che la donazione non venga ricompresa nella quota di legittima, cioè che non venga considerata come fatta in conto di legittima bensì come fatta sulla quota disponibile. Con la dispensa da collazione, invece, il donatario è dispensato dal conferire il bene in collazione (art. 737 c.c.), e dunque esso rimane fuori dalla massa ereditaria da dividere. In entrambi i casi resta fermo il limite per cui le donazioni non possono ledere la quota di riserva dei legittimari, quindi l'eventuale dispensa non può ledere tale principio.
Norma di riferimento: Articolo 737 Codice civile - Soggetti tenuti alla collazione | Quesito Q20138207
mercoledì 05/06/2013 - Veneto
“In base ad una perizia due figli ricevono una donazione di Euro 1.000.000 ciascuno in immobili,dove non è menzionata nessuna dispensa dalla collazione,sempre in riferimento a questa perizia alla madre restano immobili per 2.000.000 premetto che non si conosce il valore totale dell'asse ereditario.prima delle donazioni.al terzo figlio viene proposta una donazione di pari importo,che lo stesso non accetta, fra la madre ed il terzo figlio non vi sono buoni rapporti,causa la madre.Prima dell'apertura del testamento con atto privato viene fatta una dispensa dalla collazione per i primi due figli.Prima del testamento la madre fà sparire gli immobili di sua proprietà vendendoli o attuando altre strategie.Cosa succede all'apertura del testamento per ognuno dei figli,specialmente per il terzo?Quanto devono riconferire nell'asse,e quanto spetterebbe di legittima al terzo figlio?Per gli immobili di cui la madre si è sbarazzata penso non resti nessuna traccia o valore che deve essere riconferito nell'asse,quindi all'apertura dell asse non vi è niente oppure molto poco, non si considera eventuale contante che possa avere la madre in quanto può sparire in molti modi,cosa cambierebbe se anche il terzo figlio accettasse la donazione di pari importo come per i fratelli?Cosa succederebbe se la madre oltre che alla dispensa della collazione facesse anche la dispensa dell'imputazione per i primi due figli?In conclusione per il terzo figlio è meglio accettare la donazione oppure è meglio aspettare l'apertura del testamento in quanto una legittima gli spetta per legge? le donazioni dei primi due figli potrebbero rientrare nella disponibile?
Consulenza legale i 12/06/2013
Per rispondere al quesito è necessario fare chiarezza su alcuni istituti successori.
La collazione (artt. 737 ss. c.c.) consiste nell'apporto reale di un bene (o del suo equivalente) alla massa ereditaria da dividere, allo scopo di assicurare l'equilibrio e la parità di trattamento tra i coeredi. Essa si applica solo al concorso tra figli o tra figli e coniuge del de cuius. E' possibile la dispensa.
Il testamento è l'atto unilaterale con cui un soggetto dispone dei propri beni per quando avrà cessato di vivere e con esso è possibile modificare (entro i limiti di legge) quella che sarebbe la ripartizione delle quote ereditarie in base alla successione legittima (che opera quando non c'è un testamento: in tal caso il codice civile prevede i vari casi possibili e le quote spettanti alle diverse categorie di eredi). La disciplina della successione legittima è diversa da quella sui legittimari (artt. 536 ss. c.c.).
Ancora, l'imputazione ex se (art. 564 del c.c.) è un onere per tutti i legittimari (categoria che comprende anche gli ascendenti, quindi più ampia del campo di applicazione della collazione) e consiste nel 'detrarre' dalla propria quota le donazioni e i legati fatti a sé, quando lo stesso legittimario agisca con l'azione di riduzione. Anche per l'imputazione ex se è possibile la dispensa.
Nel caso di specie, vi sono tre (futuri) eredi di una donna, che si presume siano gli unici eredi. A due dei figli viene donato ciascuno un complesso di immobili per un valore di 1.000.000 €, con dispensa dalla collazione stabilita in scrittura privata.
Il terzo figlio non sa se accettare la donazione, anch'egli per un valore di 1.000.000 di euro, o se attendere quanto gli spetta in quanto legittimario.
Va prima di tutto precisato che la dispensa dalla collazione può essere fatta con testamento e, se fatta con atto tra vivi, deve rivestire la stessa forma della donazione dispensata, nel caso di specie la forma dell'atto pubblico (richiesta per la donazione di immobili). La semplice scrittura privata non integra il requisito di forma richiesto e pertanto la dispensa così disposta non dovrebbe avere efficacia.
Tuttavia, poiché la giurisprudenza ammette pacificamente anche la dispensa tacita, potrebbe desumersi la validità di una dispensa derivante da un atto separato, una scrittura privata, non avente i requisiti formali della donazione o del testamento.
E' sempre comunque possibile che la dispensa venga inserita nel testamento prima della morte della madre.
Non ci dimentichi che la dispensa dalla collazione non produce effetto se non nei limiti della quota disponibile (ultimo comma dell'art. 737 c.c.).
L'effetto della dispensa dall'imputazione è quello di far gravare le liberalità (anche donazioni precedenti) sulla porzione disponibile dell'asse, così che il legittimario possa fruire di esse in aggiunta rispetto alla porzione legittima di spettanza.
Ai sensi del terzo comma dell'art. 564 c.c. la dispensa dall'imputazione deve essere espressa. La dispensa può essere contestuale alla donazione o contenuta nel testamento: essa può anche essere contenuta in autonomo atto tra vivi ma, in questo caso, secondo l'opinione più condivisibile deve rivestire la forma solenne della donazione ad substantiam (atto pubblico).
La quota di legittima spettante a ciascun figlio va individuata ai sensi dell'art. 537 del c.c., secondo comma: quando vi sono due o più figli, ad essi spettano 2/3 dell'asse ereditario, da dividersi in parti uguali. La quota 'disponibile' è pari a 1/3 dell'asse.
Ipotizziamo cosa si verificherebbe nei casi prospettati.
1) Asse ereditario vuoto (la madre ha fatto sparire ogni bene) e donazioni per complessivi 2.000.000 di euro a due degli eredi; presupposta la validità della dispensa dalla collazione e mancanza di dispensa dall'imputazione; testamento con chiamata all'eredità di tutti e tre i figli.
In questo caso al terzo figlio spetta una legittima di un terzo dei 2/3 del patrimonio, calcolato sommando al relictum (ciò che resta del patrimonio della defunta) il donatum (le donazioni fatte in vita dal de cuius): si tratta della c.d. riunione fittizia. Le donazioni con dispensa dalla collazione sono soggette a tale riunione fittizia, perché il donante in nessun modo può impedire che le donazioni da lui compiute siano fittiziamente riunite ai sensi dell’art. 556 del c.c..
Il patrimonio ipotetico su cui calcolare la quota è di 2.000.000 di euro, pari alle donazioni (la quota spettante a ciascun figlio sarebbe indicativamente 450.000 euro).
Il terzo figlio potrà agire in riduzione nei confronti dei fratelli per ottenere quanto gli spetta per legge, agendo contro le donazioni loro fatte. L'azione di riduzione contro il coerede donatario presuppone naturalmente che questi sia stato dispensato dalla collazione, altrimenti il solo meccanismo da questa previsto sarebbe sufficiente a far conseguire a ogni erede la porzione spettantegli.
2) Asse ereditario vuoto (la madre ha fatto sparire ogni bene) e donazioni per complessivi 2.000.000 di euro a due degli eredi; presupposta la validità della dispensa dalla collazione e esistenza della dispensa dall'imputazione; testamento con chiamata all'eredità di tutti e tre i figli.
Qui le cose non cambiano: la dispensa da quella imputazione che, ex se, deve fare il legittimario che agisce in riduzione (art. 564, 2° comma) ha lo scopo di permettere a tale legittimario di conseguire la donazione in più rispetto alla legittima, quindi cumulativamente, ma non vi è alcuna modificazione della base di calcolo per la determinazione della legittima stessa. Nel caso in esame, ad agire in riduzione sarebbe un altro coerede, non quello dispensato dall'imputazione.
3) Il terzo figlio accetta la donazione finché la madre è in vita.
Egli conseguirebbe subito beni per un valore di 1.000.000 di euro. Se anch'egli fosse dispensato da collazione e imputazione, nulla quaestio. Se invece lui non fosse dispensato, i fratelli potrebbero rivendicare parte del valore della donazione qualora alla morte della madre il relictum non fosse sufficiente a coprire la loro quota di legittimari.
Norma di riferimento: Articolo 737 Codice civile - Soggetti tenuti alla collazione | Quesito Q20112065
Rodolfo W. chiede
“Una sorella (tre eredi) ha trovato testamento olografo e non vuole farmene avere copia. Cosa posso fare?
All'inizio del 2009, inoltre, avevano portato il padre da un notaio per farsi firmare un atto di donazione, nonostante lui soffrisse di Altzheimer.
Il codice civile impone a chi sia in possesso di un testamento olografo di presentarlo a un notaio per la pubblicazione (art. 620 del c.c., primo comma).
Chiunque vi abbia interesse può ricorrere al tribunale del circondario in cui si è aperta la successione affinché venga fissato un termine per la presentazione (art. 620 cc, secondo comma).
Benché non vi siano esplicite sanzioni per colui che indebitamente non presenti il testamento olografo in suo possesso, in caso di ritardo egli potrà essere ritenuto responsabile verso gli altri interessati, e anche personalmente ex art. 490 cp in caso di occultamento (Soppressione, distruzione e occultamento di atti veri: “Chiunque, in tutto o in parte, distrugge, sopprime od occulta un atto pubblico, o una scrittura privata veri soggiace rispettivamente alle pene stabilite negli articoli 476, 477, 482 e 485, secondo le distinzioni in essi contenute”).
Quanto alla donazione, il nostro ordinamento disciplina un'azione di annullamento - che si prescrive in 5 anni dal giorno in cui la donazione è stata fatta - per il caso in cui si provi che il donante, sebbene non interdetto, sia stato incapace di intendere o di volere al momento della conclusione dell'atto di liberalità (art. 775 del c.c.).

References: Articolo 737

Articolo 737

Cass. 
 sentenza 

Cass. 

Cass. 
 sentenza 
 art. 748

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 Articolo 737
 Cass. 
 Articolo 737
 Articolo 737
 Articolo 737
 sentenza 
 Articolo 737
 art. 536
 Articolo 737
 Cass. sez. 
 art. 751
 art. 751
 art. 748
 Articolo 737
 Articolo 737
 art. 490