Source: https://www.laleggepertutti.it/191921_caduta-causa-ghiaccio-risarcimento
Timestamp: 2019-04-25 06:51:49+00:00

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Caduta causa ghiaccio: risarcimento
Lastra di ghiaccio formatasi, durante la notte e le prime ore del mattino: a chi chiedere i danni per la caduta o lo scivolone?
Se, mentre camminiamo per strada, prendiamo uno scivolone perché non ci siamo accorti che, sul marciapiedi o sul margine della carreggiata, c’è una spessa lastra di ghiaccio, a chi possiamo chiedere i soldi del risarcimento? Dobbiamo prendercela con noi stessi per non essere stati sufficientemente accorti e per non aver posto attenzione a dove mettevamo i piedi oppure possiamo rivolgerci al Comune? È nostro compito guardare dove mettiamo i piedi o, in presenza di un ostacolo così pericoloso, spetta alla pubblica amministrazione tutelare i cittadini e provvedere alla manutenzione delle strade? A spiegare le regole del risarcimento per la caduta causata dal ghiaccio è stata una recente sentenza della Cassazione che, in verità, ripercorre un orientamento ormai consolidato. Vediamo quali sono le regole sulla responsabilità per gli infortuni e le cadute su strada e in quali casi è possibile chiedere un indennizzo [1].
Il principio su cui fa leva la giurisprudenza può essere sintetizzato con poche, semplici parole. Se la lastra di ghiaccio è visibile o poteva essere comunque evitata con un minimo di diligenza, non è dovuto alcun risarcimento. Questo significa che è vero, da un lato, che l’amministrazione è responsabile per la manutenzione delle strade, ma dall’altro non può prevedere le condotte imprudenti e distratte dei pedoni; i quali devono sempre prestare attenzione a dove mettono i piedi. Detto in parole ancor più povere, non si può camminare con la testa tra le nuvole o – con una metafora più corrispondente all’attuale – con gli occhi fissi sul cellulare.
Facciamo qualche esempio concreto. Dopo una forte nevicata durata tutta la notte e il conseguente calo di temperatura, è verosimile che l’indomani l’asfalto sia ricoperto dal ghiaccio o comunque presenti ampi tratti scivolosi. Nessuno si metterebbe a correre in una situazione del genere. Chi lo fa e poi cade non può certo chiedere il risarcimento al Comune, che peraltro non ha la possibilità, in poche ore, di spazzare tutto il territorio.
Un uomo percorre a piedi, tutti i giorni, una scalinata per recarsi al lavoro. I gradini sono esposti a nord, sicché la sera si forma sempre, su di essi, una lastra di ghiaccio. La situazione è nota non solo a lui, ma a tutti i dipendenti della ditta. In caso di caduta, l’infortunato non può accampare alcun diritto al risarcimento in quanto l’ostacolo era conosciuto.
In una strada è nevicato. Il Comune cosparge del sale e questo è facilmente visibile. Una vecchietta scende i gradini ma non usa il corrimano: lo fa posizionandosi al centro della scala. Cade e si fa male. Di tanto è solo lei la colpevole.
Quando, allora, è possibile ottenere il risarcimento? Solo quando l’infortunato dimostra che il ghiaccio era nascosto, non visibile e non prevedibile anche usando l’ordinaria diligenza. Insomma, si deve trattare di una vera e propria insidia o di un trabocchetto. Può succedere spesso di notte, ad esempio, su una strada poco illuminata o su un piccolo tratto ricoperto da foglie.
Ma che bisogna fare, concretamente, se si cade su una latra di giacchi e si vuol ottenere il risarcimento? Innanzitutto una foto del luogo sarà necessaria per dimostrare la presenza del pericolo, pericolo che – data la sua consistenza – potrebbe sparire in breve tempo (si pensi al sole di mezzogiorno che potrebbe sciogliere il ghiaccio). In secondo luogo bisognerà farsi rilasciare un certificato medico da una struttura ospedaliera (il pronto soccorso) che ha riscontrato le ferite e i traumi. Si sottovaluta l’importanza dei testimoni, che invece la Cassazione ha ritenuto, in passato, essenziali per dimostrare che la caduta è stata dovuta proprio alla presenza del ghiaccio e non ad altre cause concomitanti (un laccio slacciato, la spinta di un passante, ecc.).
Riportiamo qui di seguito alcune sentenze che si sono occupate del tema dell’argomento.
Corte appello Bologna, sez. II, 27/01/2017, n. 237
Al riguardo di caduta determinata dalla scivolosità della pavimentazione ghiacciata di una strada di competenza comunale, la responsabilità del Comune può ritenersi integrata perché non risultavano segnalate le condizioni di pericolosità del tratto pedonale ove non era stato sparso il sale, e sul quale il Comune non aveva inibito l’accesso. Neppure può ritenersi che questi non avesse avuto la concreta possibilità di porre in essere immediati accorgimenti per evitare la formazione di ghiaccio anche sui vialetti non interessati dalla circolazione stradale, dovendosi osservare al riguardo che è pacifico che la nevicata era iniziata da due giorni per cui era prevedibile che anche il vialetto pedonale si ghiacciasse e divenisse fonte di pericolo per gli utenti lasciati liberi di accedervi.
Cassazione civile, sez. VI, 14/04/2015, n. 7448
Deve essere confermata la decisione dei giudici del merito, che hanno escluso il risarcimento in favore della parte, caduta dopo aver poggiato il piede sul passaggio pedonale di accesso ad una banca, dove era stato sparso del sale per il ghiaccio, atteso che il comportamento della danneggiata, la quale, accortasi del sale, accedeva comunque alla rampa da un punto in cui erano distanti sia il corrimano di destra che di sinistra, integrava quel fatto imprevedibile per il custode, che legittimamente può fare affidamento su comportamenti esigibili dagli utenti, fatto idoneo a interrompere il nesso causale tra la cosa e l’evento.
Tribunale Monza, sez. I, 07/12/2011, n. 3240
È priva di fondamento la richiesta di risarcimento rivolta all’istituto di credito per una scivolosa caduta dinanzi al bancomat, dovuta alla presenza di neve e ghiaccio mattutini, ovvero in una situazione di piena e chiara visibilità, dovendosi considerare tale evento del tutto visibile e per nulla imprevedibile, così come la possibilità di scivolamento ed anche di caduta a terra.
Cassazione civile, sez. III, 22/03/2016, n. 5622
La presunzione di responsabilità per danni da cose in custodia prevista dall’art. 2051 c.c. non si applica, per i danni subiti dagli utenti dei beni demaniali, le volte in cui non sia possibile esercitare sul bene stesso la custodia intesa quale potere di fatto sulla cosa; in riferimento al demanio stradale, la possibilità concreta di esercitare tale potere va valutata alla luce di una serie di criteri, quali l’estensione della strada, la posizione, le dotazioni e i sistemi di assistenza che la connotano, per cui l’oggettiva impossibilità della custodia rende inapplicabile il citato art. 2051 (nella specie, relativa all’azione risarcitoria intrapresa da un cittadino scivolato e caduto a causa di una lastra di ghiaccio presente sul manto di una strada comunale all’altezza di un attraversamento pedonale, la Corte ha escluso la responsabilità dell’Ente, atteso che era emerso in corso di causa l’impossibilità per il Comune di porre in essere un’attività così imponente come quella che sarebbe stata necessaria per liberare da neve e ghiaccio l’intero territorio comunale, in considerazione dell’eccezionalità degli eventi atmosferici che si erano determinati; inoltre l’incidente si era verificato perché il ricorrente non aveva osservato la necessaria prudenza richiesta dalla situazione climatica eccezionale -ampiamente nota e riconoscibile-, che avrebbe imposto la massima attenzione per evitare di transitare sulle lastre di ghiaccio che si erano formate sul manto stradale, peraltro di non difficile individuazione).
Cassazione civile, sez. VI, 19/06/2015, n. 12802
Se il potere di controllo del bene demaniale, presupposto necessario per risolvere la situazione di pericolo, è oggettivamente impossibile, non vi è custodia e non vi è responsabilità della Pubblica Amministrazione (esclusa, nella specie, la domanda di risarcimento dei danni che una macchina riportava a causa di un sinistro dovuto ad una lastra di ghiaccio che si trovava su una strada extraurbana provinciale).
Cassazione civile, sez. III, 18/04/2012, n. 6062
Tribunale Modena, sez. II, 05/04/2012, n. 592
L’istituto pretorio della c.d. insidia o trabocchetto consiste in una situazione di pericolo caratterizzato da un duplice requisito: il carattere obiettivo della non visibilità del pericolo, e quello soggettivo della non prevedibilità. (Nella specie, un ciclista cadeva a causa di una lastra di ghiaccio formatasi a seguito di un’abbondante nevicata).
Tribunale Milano, sez. X, 28/10/2006, n. 11781
In caso di richiesta danni da parte di un condomino caduto su una lastra di marmo priva di copertura e quindi sottoposta agli agenti atmosferici, sussiste la responsabilità ex art. 2051 c.c. del condominio per non aver predisposto delle cautele atte ad evitare il crearsi di uno strato di ghiaccio sulla suddetta lastra. Va esclusa la sussistenza dell’esimente del caso fortuito per una nevicata durata dalle 19,00 alle 22,30 avvenuta in pieno inverno, con vento forte e temperature inferiori allo zero, ma con una modesta precipitazione (4 cm. di neve), in quanto evento del tutto normale e prevedibile a Milano nel mese di dicembre. In ogni caso concorre colposamente nella misura del 50% il condomino danneggiato, in quanto 1) è caduto sulla soglia di ingresso dell’edificio ove abita, su una lastra in marmo notoriamente scivolosa, anche in occasione di normali piogge; 2) tale soglia di ingresso era esterna ed esposta alla intemperie perché priva di tettoia; 3) la caduta è avvenuta nel corso di una nevicata, in condizioni di temperature molto basse e con presenza di ghiaccio per le strade; 4) l’attrice aveva potuto constatare, nell’attraversare il cortile che conduceva all’ingresso dell’edificio ove abitava, il pericolo di scivolare; 5) l’ingresso dell’edificio era illuminato. Le anzidette circostanze avrebbero dovuto indurre ad una condotta particolarmente attenta e prudente nell’attraversare la soglia di ingresso nell’edificio – ed erano tali da consentire, con l’attenzione richiesta all’uomo medio, di individuare la presenza di ghiaccio e di neve sull’ingresso dell’edificio. Dette circostanze, inoltre, non comportano il venir meno del carattere accidentale dell’evento dannoso, bensì consentono di determinante unicamente la colpa della danneggiata nella produzione del sinistro.
Tribunale Milano, 28/02/2006, n. 2603
La manutenzione delle strade costituisce per l’ente pubblico i dovere istituzionale non correlato a un diritto soggettivo dei privati, i quali possono far valere soltanto un interesse legittimo al corretto esercizio del potere discrezionale dell’ente medesimo. Pertanto il difetto di manutenzione assume rilievo, nei rapporti con i privati, unicamente allorché la pubblica amministrazione non abbia osservato le specifiche norme e le comuni regole di prudenza e diligenza poste a tutela dell’integrità personale e patrimoniale dei terzi, in violazione del principio fondamentale del neminem ledere, venendo così a superare il limite esterno della propria discrezionalità, con conseguente sua sottoposizione al regime generale di responsabilità dettato dall’art. 2043 c.c. Ma, nell’accertamento in concreto di questa, non si può ignorare il particolare rapporto che hanno con la strada pubblica, da una parte l’ente proprietario e, dall’altra, gli utenti, i quali, in coerenza con il principio di autoresponsabilità, sono indubbiamente gravati di un’onere di particolare attenzione nell’esercizio dell’uso ordinario diretto del bene demaniale, per salvaguardare appunto la propria incolumità. In questo quadro, la nozione d’insidia stradale viene a configurarsi come una sorta di figura sintomatica di colpa, elaborata dall’esperienza giurisprudenziale, mediante ben sperimentate tecniche di giudizio, in base ad una valutazione di normalità, col preciso fine di meglio distribuire tra le parti l’onere probatorio, secondo un criterio di “semplificazione analitica” della fattispecie generatrice della responsabilità in esame. Se e in quanto il danneggiato provi l’insidia, può e deve essere affermata la responsabilità della pubblica amministrazione, salvo che questa, a sua volta, provi di non aver potuto rimuovere – adottando le misure idonee – questa situazione di pericolo, da individuare in modo specifico (fra l’altro precisando gli standard di diligenza connessi alla visibilità e prevedibilità nonché all’evitabilità del pericolo stesso, in relazione all’uso della strada), onde accertare in definitiva se ricorrano, a stregua delle peculiarità del caso, le condizioni richieste dall’art. 2043 c.c. Il concetto di “insidia”, secondo giurisprudenza costante della Cassazione, va individuato non “in assoluto” ma con riferimento alla caso concreto e in quest’ottica va rigettata la domanda di una visitatrice di un cimitero che, in una giornata molto fredda nella quale già aveva avuto la percezione dell’esistenza di ghiaccio prima dell’accesso, sia scivolata infortunandosi su una lastra di ghiaccio formatasi in prossimità di una fontana dove era andata a transitare, anziché procedere al centro dei vialetti dove il personale aveva cosparso del sale.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 4 dicembre 2017 – 17 gennaio 2018, n. 1064
Ritenuto che, con ricorso affidato a quattro motivi, Ga. Ti. ha impugnato la sentenza della Corte d’Appello di Trento, in data 19 ottobre 2016, che ne aveva rigettato il gravame proposto avverso la decisione del Tribunale della medesima città, sezione distaccata di Cavalese, che, a sua volta, aveva respinto la domanda avanzata dalla medesima Ti. nei confronti del Comune di Pozza di Passa (che chiamava in causa a fini di manleva la ditta appaltatrice F.lli Pe. s.n.c.), per sentirlo condannare al risarcimento dei danni patiti a causa di una caduta, occorsa la mattina del 18 dicembre 2008 nel territorio di detto Comune, dovuta alla presenza di ghiaccio sul marciapiede antistante al Palazzo Comunale;
che resistono con controricorso il Comune di Pozza di Fassa e la F.lli Pe. s.n.c. di Pe. Mi. & C;
che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c, è stata comunicata ai difensori delle anzidette parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, in prossimità della quali la ricorrente e la controricorrente F.lli Pe. s.n.c. hanno depositato memoria;
a) con il primo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3 e n. 5, c.p.c, violazione ed erronea applicazione degli artt. 2051 e 2697 c.c., per “travisamento dell’oggetto della prova” e “lesione del principio di divisione della prova”, per aver la Corte territoriale “disatteso e distorto” le risultanze probatorie sulla dinamica dell’evento lesivo, invertendo anche l’onere probatorio sulla sussistenza del caso fortuito, ex art. 2051 c.c., addossandolo ad essa danneggiata.
b) con il secondo mezzo è dedotta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3 e n. 5, c.p.c, violazione ed erronea applicazione degli artt. 2051, 1227, secondo comma, e 2697 c.c., per “travisamento dell’oggetto della prova e violazione del principio della divisione del relativo onere sotto ulteriore profilo”, per aver la Corte territoriale erroneamente escluso la sussistenza del nesso causale tra la cosa e il danno, addossando ad essa danneggiata il relativo onere probatorio, anche in punto di concorso colposo ai sensi dell’art. 1227 c.c., quale norma attinente, peraltro, solo al profilo del quantum debeatur e non dell’an.
c) con il terzo mezzo è prospettata, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3 e n. 5, c.p.c, violazione ed erronea applicazione degli artt. 2051 c.c., 112, 115 e 116 c.p.c, “travisamento delle risultanze della prova e lesione del principio di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato”, per aver la Corte territoriale travisato la prova raggiunta sulla mancata tempestiva pulizia del marciapiede, violato “il principio di valutazione delle prove, escludendo la sussistenza del nesso causale”, essere “andata ultra ed extra petita presumendo … una mancata diligenza della Ti., la cui prova incombeva sul custode della strada”.
a1.-b1.-c.1) che i motivi – da doversi scrutinare congiuntamente – sono in parte manifestamente infondati e in parte inammissibili;
che il giudice di appello – in forza dell’accertamento fattuale secondo cui la situazione di pericolosità determinata dalla lastra di ghiaccio sul marciapiede era, per le circostanze di tempo e di luogo, “sicuramente visibile” e non già tale da rendere “molto probabile se non inevitabile l’evento”, anche in ragione del difetto di ordinaria diligenza che avrebbe dovuto tenere in dette circostanze la stessa Ti. (là dove, peraltro, era emerso – in contrasto con quanto dedotto dall’attrice – che essa “era scivolata mentre dal marciapiede scendeva attraverso due scalini”) – fatto corretta applicazione del principio, consolidato (cui il Collegio intende dare continuità), per cui: “in tema di responsabilità ex art. 2051 c.c., è onere del danneggiato provare il fatto dannoso ed il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno e, ove la prima sia inerte e priva di intrinseca pericolosità, dimostrare, altresì, che lo stato dei luoghi presentava un’obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il verificarsi del secondo, nonché di aver tenuto un comportamento di cautela correlato alla situazione di rischio percepibile con l’ordinaria diligenza, atteso che il caso fortuito può essere integrato anche dal fatto colposo dello stesso danneggiato” (così Cass. n. 11526/2017; analogamente: Cass. n. 2660/2013, Cass. n. 6306/2013, Cass. n. 21212/2015, Cass. n. 12895/2016);
che, dunque, sono manifestamente infondate le doglianze di errores in indicando investenti l’applicazione dell’art. 2051 c.c., dell’art. 1227 c.c. (quanto al concorso del danneggiato nella causazione dell’evento – primo comma -, con portata anche elidente del nesso causale) e dell’art. 2697 c.c. (sul riparto dell’onere probatorio in riferimento alla fattispecie di cui al citato art. 2051, correttamente operato, là dove, poi, la ricorrente confonde con esso la formazione del convincimento della Corte territoriale in base all’intero compendio delle risultanze probatorie in forza del principio di c.d. acquisizione, per cui il giudice è tenuto ad utilizzare le prove raccolte indipendentemente dalla provenienza delle stesse dalla parte gravata dell’onere probatorio: tra le tante, Cass., S.U., n. 28498/2005, Cass. n. 27231//2014), né essendo altresì riscontrabile alcuna violazione dell’art. 112 c.p.c. (avendo il giudice del gravame deciso soltanto sulla domanda risarcitoria proposta dall’attrice, là dove l’applicazione del primo comma dell’art. 1227 c.c., quanto all’accertamento dell’elisione del nesso causale, è rimessa alla valutazione officiosa del giudice e non costituisce eccezione in senso stretto: Cass. n. 6529/2011);
che sono, poi, inammissibili, le restanti doglianze, volte a criticare l’accertamento fattuale operato dal giudice del merito in base alla valutazione delle prove ed ad esso esclusivamente riservato, senza neppure introdurre una idonea specifica e congruente denuncia ai sensi del vigente n. 5 dell’art. 360 c.p.c;
d) con il quarto mezzo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 333, 342 e 112 c.p.c, per “lesione del principio della forma dell’appello incidentale, della corrispondenza tra il chiesto e pronunciato, della natura personale, non reale, dell’appello”, per aver la Corte territoriale erroneamente interpretato la comparsa di costituzione della F.lli Pe. s.n.c. come appello incidentale sulla statuizione del primo giudice relativa alle spese processuali, nonché errato nel condannare essa appellante al pagamento delle spese del doppio grado in favore della parte chiamata in causa dal Comune a fini di manleva, senza esserne “costretto … dal comportamento processuale dell’attrice”;
d.1.) che il motivo – premesso che, contrariamente a quanto opinato dalla ricorrente, è consolidato principio quello per cui “in tema di liquidazione delle spese di giudizio, le spese sostenute dal terzo chiamato in garanzia, nella specie impropria, una volta che sia stata rigettata la domanda principale, vanno poste a carico della parte che, rimasta soccombente, abbia provocato e giustificato la chiamata in garanzia, trovando tale statuizione adeguata giustificazione nel principio di causalità, che governa la regolamentazione delle spese di lite” (Cass. n. 2492/2008, Cass. n. 23552/2011, Cass. n. 2492/2016) -è inammissibile, non avendo la ricorrente fornito alcuna contezza dei contenuti specifici della comparsa di costituzione in appello della F.lli Pe. s.n.c. su cui si fonda la doglianza (né avendo provveduto alla relativa localizzazione processuale ai sensi dell’art. 366, primo comma, n. 6, c.p.c), così da non consentire neppure l’ingresso della delibazione rimessa a questa Corte come giudice del “fatto processuale” (tra le tante, Cass. n. 2771/2017);
che la memoria depositata dalla ricorrente non offre argomenti tali, e diversi da quelli già spesi con il ricorso, da consentire di superare i rilievi che precedono;
che il ricorso va, quindi, rigettato e la ricorrente condannata al pagamento, in favore di ciascuna parte controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo in conformità ai parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014.
rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.000,00, per compensi, in favore del Comune di Pozza di Fassa, e in Euro 5.000,00, per compensi, in favore della F.lli Pe. s.n.c., oltre, in favore di ciascuna parte controricorrente, alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori di legge.

References: sentenza 
 art. 2051
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 Cass. 
 Cass. 
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