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Timestamp: 2014-09-01 23:22:57+00:00

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Lo psicodramma del P2P tra The Pirate Bay e “three strike law” | Sir Arthur's Den
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24 Maggio 2009 · Archiviato in Approfondimenti, Diritti Civili & Digitali Questo articolo è parte della serie L'industria contro il P2P Il 2009 è certamente l’anno più delicato per il peer-to-peer e la crociata dell’industria contro la condivisione gratuita dei contenuti in rete. In Italia abbiamo i problemi di incompetenza e indecente sudditanza dei parlamerdari di cui già si è discusso, e spostando l’attenzione verso quel che succede in Europa le cose riescono se possibile persino a peggiorare. Due in particolare sono le questioni rilevanti di queste settimane nel Vecchio Continente, la condanna della crew di The Pirate Bay e l’approvazione in Francia della dottrina Sarkozy anche nota come three strike law o legge HADOPI.
Attacco al cuore del P2P
Il processo contro le persone coinvolte in TPB ha segnato un punto di non ritorno nel confronto tra i proprietari del copyright e gli utenti del P2P, una community sparsa per decine di piattaforme diverse ma che può realisticamente vedere nella Baia svedese uno dei fulcri principali della condivisione nel suo complesso. The Pirate Bay alimenta lo scambio di dati tra oltre 20 milioni di peer BitTorrent in ogni momento, ed è dunque comprensibile che le reazioni alla condanna dei suoi amministratori siano state tante, immediate e in certi casi sorprendenti.
Dopo un’attesa di poche settimane dalla conclusione dello Spectrial, il processo-spettacolo promesso dagli admin della Baia, la corte ha emesso un giudizio di colpevolezza per i quattro imputati, tutti responsabili di aver facilitato la condivisione di materiale protetto da copyright attraverso TPB. Per Peter “Brokep” Sunde, Fredrik “TiAMO” Neij, Gottfrid “Anakata” Svartholm e Carl Lundström la condanna è la stessa e prevede una multa di 905.000 dollari (per un totale di 3 milioni di dollari pari a 30 milioni di corone svedesi) e 1 anno di prigione.
Secondo la corte i quattro della Baia hanno agito come team, erano ben consapevoli del fatto che attraverso il loro tracker venivano scambiati file “pirata” e a poco sono servite le osservazioni di Brokep sul suo essere un semplice portavoce della crew o la vaga connessione dell’uomo d’affari Carl Lundström con i tre giovani e l’attività del portale. The Pirate Bay è illegale così come l’uso del protocollo BitTorrent fatto attraverso di esso, dice la corte, e nelle motivazioni della sentenza si fa anche riferimento al fatto che il sito ospita banner pubblicitari e va quindi considerato un’iniziativa “commerciale”.
Le reazioni a caldo dei quattro imputati sono state di stupore: Brokep ha definito la sentenza “irreale” e la condanna alla galera inaspettata, dicendo di non avere i soldi richiesti dalle major e ribadendo nel tipico stile dei pirati svedesi che “non pagheremmo nemmeno se potessimo. Se avessi i soldi piuttosto brucerei tutto quanto in mio possesso“. La sentenza di colpevolezza in primo grado è solo la fase iniziale di un processo destinato a durare anni, dice Sunde, e l’appello è già in moto.
Nel frattempo la condanna ha acceso gli animi dei sostenitori di TPB e del P2P soprattutto in Svezia, dove il giorno dopo il Partito Pirata ha organizzato una dimostrazione di protesta a Stoccolma chiamando a raccolta un migliaio di persone. “I politici hanno dichiarato guerra a tutta la nostra generazione“, ha detto il leader del partito Rick Falkvinge rivolgendosi alla folla, accusando i parlamentari di analfabetismo digitale e ribadendo che “The Pirate Bay è un servizio completamente legittimo che trasmette informazioni tra le persone” e dopo una sentenza del genere “nessuno può sentirsi sicuro quando usa un collegamento a una clip di YouTube sul proprio sito“.
Che questa volta non si tratti semplicemente di uno dei tanti casi di contrasto legale al file sharing lo dimostra anche l’enorme crescita di popolarità del suddetto Partito Pirata, che in sole tre settimane dopo la sentenza ha visto triplicare il numero di iscritti sino a divenire il terzo più grande partito svedese. Il dissenso e la protesta si sono catalizzate in un movimento politico che si dice pronto per andare a Bruxelles dopo le prossime elezioni per il parlamento europeo, Falkvinge sostiene di essere “estremamente ottimista” e di essere deciso a riformare il copyright in Europa trasformandolo in un vincolo applicabile esclusivamente alle attività commerciali.
Sul blog di TPB Brokep ha invitato tutti alla calma, ha assicurato che il sito continuerà a funzionare come sempre e ha esortato a condividere come e più di prima al grido di “Siamo Tutti The Pirate Bay“. L’ala tecnologica della protesta ha messo in piedi la cosiddetta Operazione Baylout, invitando gli utenti a subissare l’industria e i suoi legali con il risultato di scatenare attacchi DDoS tradizionali e altri molto meno. Chi invece ha reagito parecchio male alla sentenza sono stati i tracker BitTorrent svedesi, portali come NordicBits che hanno chiuso in massa preoccupati di possibili ripercussioni legali dopo la capitolazione della Baia.
La sentenza contro The Pirate Bay è sin troppo eccessiva, ha dichiarato il frontman della band Snow Patrol Gary Lightbody criticando la richiesta di incarcerazione e riconoscendo al file sharing lo status di tecnologia fondamentale che è qui per restare. Non sono ovviamente d’accordo le major e relativi rappresentanti, spinti dal clamoroso successo in terra svedese a obbligare i provider al blocco dell’accesso a TPB, a perseguire Sunde & compagni anche in altri paesi e a rincarare la dose della condanna pretendendo nuove multe e preparando nuove accuse, inclusa quella inizialmente stralciata dal processo di considerare The Pirate Bay un servizio di violazione diretta del copyright.
Lo Spectrial va avanti con le istanze di appello presentate singolarmente dai quattro accusati, e promette di essere ancora più spettacolare di quanto è stato sino a ora a cominciare dalle critiche di mancata obiettività nei confronti della corte che ha condotto il processo. Recentemente si è scoperto che Tomas Norström, il giudice che ha emesso la sentenza di colpevolezza, è un noto amico delle major attivo in svariate organizzazioni pro-copyright. Il bello è che a verificare la buona fede di Norström è stata prima chiamata Ulrika Ihrfelt, un’altra simpatizzante conclamata delle ragioni dell’industria, e infine un panel di tre giudici che ha tra i suoi membri Anders Eka, già collega dei legali Monique Wasted e Peter Danowsky (rappresentanti delle major nel processo) presso lo Stockholm Center for Commercial law.
La politica asservita alle lobby
La condanna della crew di The Pirate Bay ha suscitato forti reazioni e ha spinto le major a continuare sulla strada del contrasto al P2P, ma la vera minaccia da affrontare nei prossimi mesi è la “three strike law”, lo spettro delle disconnessioni forzate che ha preso ad aggirarsi per tutta l’Europa dopo essere stato approvato in via definitiva dal parlamento francese. La nuova legge istituisce l’obbligo per i provider di spedire due avvisi ai consumatori che secondo le associazioni dell’industria hanno infranto il copyright, e se i suddetti consumatori non provvederanno a modificare le proprie abitudini verranno tagliati fuori da Internet per almeno un anno pur dovendo continuare a pagare le bollette della connessione.
La legge HADOPI permette alle major di scavalcare le competenze del potere giudiziario, e quel che è peggio fa a brandelli il principio dell’accesso a Internet come diritto fondamentale dei cittadini europei recentemente stabilito dal parlamento europeo. La three strike law è stata definitivamente approvata in Francia ma la sua ombra si estende da tempo in ogni angolo del Vecchio Continente: in Irlanda l’industria dei contenuti minaccia gli ISP chiedendo di instaurare la disconnessione forzata per gli utenti, lo stesso fa nel Regno Unito e in Spagna pretende anche che i provider paghino un extra per tutte le infrazioni di copyright che hanno luogo sui loro network.
Contro l’adozione della three strike law in UK si esprime il veterano della musica Billy Bragg, che sulle pagine elettroniche del Guardian si lamenta dell’incapacità dell’industria di adattarsi alla rivoluzione tecnologica del P2P e dell’accesso gratuito ai contenuti musicali, evocando “una qualche forma di servizio di sottoscrizione al P2P” come unica soluzione possibile perché è “la strada più conveniente per i consumatore di accedere alla musica“. Secondo Bragg la vera ragione per cui le etichette discografiche non vogliono seguire tale strada è il fatto che essa implica la perdita del controllo sulla distribuzione dei contenuti.
Oltre a essere una cattiva soluzione a un problema che non esiste se non negli interessi dei manager delle major, la three strike law minaccia di essere anche un disastro dal punto di vista prettamente tecnico: BayTSP, una delle società a cui le etichette hanno cominciato a rivolgersi per inviare gli infami avvisi di infrazione agli utenti, fa il proprio lavoro senza molto badare alla sicurezza facendo indicizzare i suddetti avvisi da Google e usando una piattaforma web suscettibile ad attacchi di tipo Cross-Site Scripting (XSS). Il supposto futuro della difesa del copyright nasce già morto, a quanto pare.
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