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Timestamp: 2020-05-29 10:43:42+00:00

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DOTT. MARCO LILLI | Pagina 33 di 39 | La legalità è condizione di libertà (Calamandrei)
17 Febbraio 2019 25 Novembre 2017 di Marco LILLI
Matrimoni fittizi. Oltre due anni fa pubblicai un articolo che riguardava i cosiddetti matrimoni misti, un argomento che prese spunto da numerose polemiche sollevate in merito alla Circolare ministeriale 7 ottobre 2014 a firma del Ministro dell’Interno, recante oggetto «Trascrizione nei registri dello stato civile dei matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all’estero», emanata, vi è scritto, a seguito di «alcuni provvedimenti sindacali che prescrivono agli ufficiali di stato civile di provvedere alla trascrizione dei matrimoni celebrati all’estero tra persone dello stesso sesso».
In effetti, l’argomento oggi qui in esame è in parte diverso, giacché riguarda la decisione della cassazione di confermare il diniego del permesso di soggiorno allo straniero non in grado di dimostrare che il matrimonio contratto con una cittadina italiana fosse solo di natura formale, in quanto alcuni elementi hanno messo in evidenza come nella realtà il matrimonio sia esistito solo nei documenti. Tuttavia, prima di procedere con l’analisi della sentenza pronunciata dai giudici di legittimità, ripercorro il citato articolo scorso, che in qualche maniera metteva al centro l’opportunismo politico che certi argomenti possono suscitare nei vari schieramenti; al termine del quale cercherò di mettere in correlazione i due argomenti.
La sfera su cui pongo attenzione è sul fatto che nel merito, così come richiamato dalla Circolare ministeriale 7 ottobre 2014 a firma del Ministro dell’Interno, tali provvedimenti sindacali «non sono conformi al quadro normativo vigente». Tanto è vero che l’articolo 27, comma 1, della Legge 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato), stabilisce che «La capacità matrimoniale e le altre condizioni per contrarre matrimonio sono regolate dalla legge nazionale di ciascun nubendo al momento del matrimonio». Già da sola questa norma porta a riflettere sul fatto che sebbene valida la celebrazione del matrimonio secondo i principi giuridici di uno Stato straniero, per quanto riguarda invece l’ordinamento interno «l’ufficiale di stato civile ha il dovere di verificare la sussistenza dei requisiti sostanziali necessari affinché la celebrazione possa produrre effetti giuridicamente rilevanti». E dunque, su questo punto, pare evidente come ai sensi delle norme vigenti nel nostro Paese la diversità di sesso dei nubendi rappresenta un requisito necessario affinché il matrimonio produca effetti giuridici.
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17 Febbraio 2019 18 Novembre 2017 di Marco LILLI
Nel caso in esame, a proposito di apologia di reato, ad un soggetto si contestava la commissione del reato di “Istigazione a delinquere”, per aver egli pubblicato sul social network, profilo personale Facebook, materiale «apologetico dell’associazione terroristica denominata Isis», noto al grande pubblico anche come “stato islamico”. Il reato contestato, rubricato all’articolo 414 del Codice penale, tra l’altro stabilisce che: «Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell’istigazione […] con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti […] Alla pena stabilita […] soggiace anche chi pubblicamente fa l’apologia di uno o più delitti. La pena prevista […] è aumentata se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici […] se l’istigazione o l’apologia di cui ai commi precedenti riguarda delitti di terrorismo o crimini contro l’umanità la pena è aumentata della metà. La pena è aumentata fino a due terzi se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici». In effetti, il materiale pubblicato sulla piattaforma Facebook si contraddistingueva per la sua «matrice islamica radicale e, tra l’altro, comprendeva […] una fotografia con commento dell’imam […] già arrestato dalla polizia […] per avere reclutato soggetti affiliati all’Isis […] alcune videoregistrazioni inneggianti al martirio religioso jihadista, che riprendevano immagini di individui armati e vestiti con abiti militari mimetici […] la condivisione di lunghi brani di discorsi di autorità religiose, appartenenti all’area islamica radicale, che esaltavano l’adesione di singoli combattenti al califfato […] e la loro morte in qualità di martiri jihadisti […] materiale di provenienza telematica eterogenea mirante a propagandare l’ideologia e le attività dello stesso sodalizio terroristico, sia sul piano politico che su quello religioso». Nonché, a seguito di ulteriori indagini, veniva sequestrato al soggetto tutta una serie di altro materiale propagandistico di eguale portata rispetto a quello già pubblicato sul social network.
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Detenzione e licenziamento
17 Febbraio 2019 15 Novembre 2017 di Marco LILLI
Un caso di giustizia civile, in particolare, sulla legittimità del licenziamento di un lavoratore a seguito del fatto che a causa della propria condizione di detenzione ne avvisava il datore di lavoro con notevole ritardo. Infatti, il soggetto ricorrente lamentava che i giudici del merito avevano sbagliato nel non considerare che la condizione della carcerazione preventiva del lavoratore non poteva essere intesa sulla base della rituale disciplina regolante il tipico rapporto di lavoro, che in genere prevede l’obbligo per il lavoratore che si trovi nell’impossibilità di recarsi al lavoro di avvisare nell’immediatezza l’azienda.
Pertanto, nel caso specifico, a suo dire, nulla doveva essere imputato al medesimo lavoratore stante proprio quella sua condizione coatta che non gli aveva consentito il rigoroso rispetto dei tempi di avviso di assenza dal lavoro. Ne deriva quindi, prosegue il ricorrente, che «un provvedimento restrittivo della libertà personale, che impedisce contatti personali con l’esterno, deve qualificarsi come causa di impossibilità sopravvenuta temporanea della prestazione lavorativa, in ordine alla quale opera il meccanismo legale della sospensione del rapporto di lavoro, che rimane in quiescenza, finché non cessi l’impedimento o l’azienda non dimostri che sia venuto meno il suo interesse alla prosecuzione del vincolo contrattuale».
Ebbene, di altro avviso sono stati invece i giudici di legittimità, i quali respingendo il ricorso hanno confermato e rimarcato quanto già stabilito dalla Corte di Appello sulla base delle norme dalla medesima richiamate, le quali sanzionano con la «destituzione il lavoratore arbitrariamente assente per oltre cinque giorni», poiché vi è l’obbligo per l’agente «che si trovi nell’impossibilità di attendere al servizio di avvisare senza indugio l’azienda. Osserva la Corte che non v’è dubbio che la carcerazione preventiva del lavoratore non può definirsi assenza arbitraria, né consenta, in linea di massima, all’imputato di avvisare senza indugio l’azienda della sua assenza. Nella specie, tuttavia, la sentenza impugnata ha evidenziato che a fronte dell’assenza […] il lavoratore, tramite il suo legale, faceva pervenire comunicazione dell’assenza solo» un mese dopo «e dunque non tempestivamente» (cfr. Corte di Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Sentenza n. 25150/17, udienza del 13.06.2017, deposito del 24.10.2017).
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17 Febbraio 2019 12 Novembre 2017 di Marco LILLI
Probabilmente l’argomento qui in esame potrebbe non interessare molti, ma il motivo che mi ha persuaso a scegliere, fra tante, questa decisione giurisprudenziale va ben oltre il tema trattato. Nel senso che, anche in questo caso, quando si parla di giustizia bisogna sempre fare i conti con qualche particolare dinamica che se, per comprensibili motivi, sfugge al comune cittadino, così non dovrebbe essere per i giuristi ai quali, loro, cioè i cittadini, si rivolgono. La presente è una vicenda giudiziaria che a fronte di una sanzione amministrativa comminata per un importo di poco più di trecento euro, alla fine dell’iter processuale, tra spese legali, di giustizia e altro, il protagonista della storia ne ha pagate qualche migliaio. Come a dire che, qualche volta, meglio tralasciare le questioni cosiddette di principio, o che comunque così sembrano. Ed è questo il punto che credo possa interessare il lettore.
In breve, ad un cittadino italiano veniva irrogata la sanzione sopra citata in conseguenza della violazione dell’art. 31, comma 1, lett. i) della Legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), che così stabilisce: «Per le violazioni delle disposizioni della presente legge e delle leggi regionali, salvo che il fatto sia previsto dalla legge come reato, si applicano le seguenti sanzioni amministrative […] per chi non esegue le prescritte annotazioni sul tesserino regionale».
Leggi tuttoQuestioni di principio
17 Febbraio 2019 11 Novembre 2017 di Marco LILLI
Richiamando altre pronunce, la Suprema Corte ha ribadito che il «principio consolidato sia quello secondo cui la motivazione di una sentenza per relationem ad altra sentenza è legittima quando il giudice, riportando il contenuto della decisione evocata, non si limiti a richiamarla genericamente, ma la faccia propria con autonoma e critica valutazione». Inoltre, si configura l’ipotesi di non corretta motivazione «quando il giudice di merito omette di indicare nella sentenza gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indica tali elementi senza una approfondita disamina logico-giuridica, rendendo in tal modo impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI Civile, Ordinanza n. 17932/2012, Udienza del 27.09.2012, pubblicazione del 18.10.2012).
Partendo da questi indirizzi di massima generale, così come ripresi dalla sentenza appena citata, in tema di condanna dell’imputato, l’articolo 533 del Codice di procedura penale stabilisce tra l’altro che: «Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio».
Ebbene: «come è stato ben evidenziato in dottrina, ragionevole dubbio non è il mero dubbio sempre possibile o il dubbio fantasioso o immaginario, ma è il dubbio che, dopo tutte le valutazioni e le considerazioni sulle prove, lascia la mente dei giudici in una condizione tale per cui non possono affermare una convinzione incrollabile, prossima alla certezza morale (da intendersi come pratica certezza), sulla fondatezza dell’accusa» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione III Penale, Sentenza n. 42056/2016; decisione del 26.5.2016, deposito del 6.10.2016).
Tutto questo appena brevemente enunciato, ancor più lascia immaginare il perché della difficoltà che in genere incontra l’opinione pubblica a comprendere gli esiti di certi processi, in chiave assolutoria piuttosto che di condanna degli imputati. Perciò, a tale proposito, porto un altro esempio sempre dal punto di vista giurisprudenziale, in particolare riguardo all’utilizzabilità della prova genetica riferita al prelievo di materiale biologico. Infatti, nel caso in esame, secondo l’assunto della difesa di una persona condannata per furto, la relazione tecnica prodotta dal RIS non sarebbe utilizzabile allorché all’imputato non fu chiesto di prestare consenso al prelievo di materiale biologico, né fu stata richiesta dal pubblico ministero al giudice per le indagini preliminari autorizzazione al prelievo, né, tanto meno, un’ordinanza autorizzativa del giudice in tale direzione.
Leggi tuttoMotivazione della sentenza
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