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Timestamp: 2020-08-05 22:28:43+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 21125 del 07/08/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21125 del 07/08/2019
Cassazione civile sez. I, 07/08/2019, (ud. 07/06/2019, dep. 07/08/2019), n.21125
sul ricorso n. 23733/18 proposto da:
-) F.J., elettivamente domiciliato in Roma, p.za Giuseppe
Mazzini n. 8, presso l’avvocato CONFINI CRISTINA MARIA e difesa
dall’avvocato Feroci Consuelo rappresenta e difende in virtù di
procura speciale apposta in margine al ricorso;
avverso la sentenza della Corte d’appello di Ancona 3 luglio 2018 n.
1. F.J., cittadina marocchina, chiese alla competente commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, di cui D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:
A fondamento dell’istanza dedusse che nel suo Paese il padre le ingiunse di sposare un uomo più anziano di lei di 29 anni; che al suo rifiuto, il padre le impose di obbedire, o di lasciare la casa familiare; che per evitare il matrimonio impostole dal padre fuggì prima in Germania, poi in Belgio ed infine in Italia.
Allegò che, se fosse tornata nel suo Paese, avrebbe dovuto sposare l’uomo scelto dai genitori, subendo così una violazione dei diritti fondamentali della persona.
2. La Commissione Territoriale rigettò l’istanza; avverso tale provvedimento l’odierna ricorrente propose opposizione dinanzi al Tribunale di Ancona, che la rigettò con sentenza 29.8.2017.
La Corte d’appello di Ancona con sentenza 3.7.2018 rigettò il gravame della soccombente.
b) in ogni caso non era dimostrata la sussistenza di nessuno dei requisiti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 ed in particolare d’una situazione di violenza indiscriminata in Marocco;
c) la protezione umanitaria non potesse essere concessa perchè non risultava che la ricorrente fosse esposto a lesioni dei diritti umani di particolare gravità.
3. La sentenza è stata impugnata per cassazione dalla soccombente con ricorso fondato su due motivi.
1.1. Col primo motivo la ricorrente denuncia – evidentemente ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2,7,8 e 14, nonchè – genericamente – della Convenzione di Ginevra del 28.7.1951.
La censura investe la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto “non attendibile” il racconto delle vicende personali fatto dalla ricorrente.
Lamenta che erroneamente la Corte d’appello avrebbe preteso una prova scritta dei fatti da essa narrati; che la Corte d’appello avrebbe dovuto interrogarla, invece di limitarsi a recepire quanto riferito dalla Commissione territoriale; che se rientrasse nel proprio paese sarebbe “esposta a sicuri attacchi da parte del promesso sposo”.
2.1. Col secondo motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5 e 32.
La censura investe la sentenza d’appello nella parte in cui ha rigettato la domanda di protezione umanitaria.
Deduce la ricorrente che, anche a voler ritenere non credibile il racconto da essa narrato, comunque avrebbe avuto diritto al riconoscimento della protezione umanitaria, in considerazione del grado di integrazione raggiunto in Italia, dell’ottima conoscenza acquisita della lingua italiana, e dello svolgimento di attività lavorativa in Italia.
In primo luogo è inammissibile perchè investe un tipico apprezzamento di fatto, riservato al giudice di merito: e cioè lo stabilire se, nel caso di specie, sussista o non sussista una condizione di particolare vulnerabilità, giustificativa della protezione c.d. umanitaria.
2.3. In secondo luogo il motivo è inammissibile per estraneità alla ratio decidendi.
La Corte d’appello ha infatti ritenuto insussistente, nella specie, qualsiasi ragione giustificatrice della concessione della protezione umanitaria, “anche” in ragione della non credibilità della odierna ricorrente.
Il che val quanto dire che la Corte d’appello, nell’esercizio del suo insindacabile giudizio sui fatti e sulla valutazione delle prove, ha reputato non essere vero che l’odierna ricorrente sia stata promessa in sposa ad un uomo scelto dai genitori; non essere vero che quest’uomo la perseguiti; non essere vero che se tornasse in patria sarebbe esposta a pericoli.
Pertanto, una volta ritenute dalla Corte d’appello non veritiere le suddette circostanze, essa non aveva alcun onere di vagliare le deduzioni dell’appellante, concernenti la sua avvenuta integrazione in Italia.
3.2. La circostanza che la ricorrente sia stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato esclude l’obbligo del pagamento, da parte sua, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1,comma 17), in virtù della prenotazione a debito prevista dal combinato disposto di cui agli artt. 11 e 131 decreto sopra ricordato (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 9538 del 12/04/2017, Rv. 643826 – 01).
(-) condanna F.J. alla rifusione in favore di Ministero dell’interno delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 2.100, oltre accessori e rifusione delle spese prenotate a debito.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 4
 sentenza 
 sentenza 
 art. 14
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 13
 art. 1