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Timestamp: 2020-04-06 05:26:41+00:00

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home / Archivio / Fascicolo / Prassi europee ed ergastolo ostativo. A proposito di Corte e.d.u., 13 giugno 2019, Viola c. Italia
La Corte europea dei diritti dell’uomo, chiamata a pronunciarsi per la prima volta sulla compatibilità convenzionale del c.d. ergastolo ostativo previsto dall’ordinamento italiano (artt. 22 c.p., 4-bis e 58-ter ord. penit.), ha riscontrato la violazione dell’art. 3 della Convenzione. In particolare, la Corte ha affermato che, per effetto del regime applicabile alla pena inflitta al ricorrente, le sue possibilità di liberazione risultano eccessivamente limitate: un tale assetto non soddisfa i criteri che consentono di ritenere “riducibile” una pena perpetua e si traduce nella violazione del principio di dignità umana, desumibile dall’art. 3 CEDU ma immanente all’intero sistema convenzionale
PAROLE CHIAVE: ergastolo ostativo - Divieto di trattamenti inumani e degradanti - ordinamento penitenziario
European practice and way of being a life sentence. About the ECHR, 13 June 2019, Viola v. Italy
The European Court of Human Rights, called to rule for the first time on the conventional compatibility of the c. life sentence provided for by Italian law (articles 22 cp, 4-bis and 58-ter ord. penit.), found the violation of art. 3 of the Convention. In particular, the Court stated that, due to the regime applicable to the sentence imposed on the appellant, his liberation possibilities are excessively limited: such an arrangement does not meet the criteria that allow a perpetual punishment to be deemed "reducible" and translates into a violation of the principle of human dignity, which can be deduced from the art. 3 ECHR but immanent to the entire conventional system.
La genesi e il percorso di formazione della pronuncia - la riforma dell’impugnabilità oggettiva della sentenza di patteggiamento e l’illegalità della misura di sicurezza: profili di criticità - Il merito della pronuncia della Corte europea - I paradigmi della Corte europea nel confronto con l’art. 27, comma 3, Cost. - Il metodo “pilota”, gli effetti, le conclusioni - NOTE
La rilevante questione sottoposta alla Suprema Corte scaturisce da un processo in cui il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bergamo, con sentenza di patteggiamento del 4 luglio 2018, ha applicato all’imputato la pena di anni 3 e mesi 9 di reclusione, insieme alla multa di € 14.000,00, con riguardo ai reati di cui all’art. 73, comma 1, T.U. stup., unificati con la continuazione, disponendo altresì confisca, con distruzione della droga in sequestro. Il giudice di merito, tuttavia, non ha ordinato l’espulsione dell’imputato dal territorio dello Stato a pena espiata, come espressamente previsto dalla norma di cui all’art. 86, T.U. stup., né ha motivato sull’assenza di pericolosità che avrebbe potuto legittimare l’omessa applicazione della misura di sicurezza pur con una simile condanna a pena superiore ai due anni. L’imputato, peraltro, si trovava illegalmente sul territorio dello Stato, senza occupazione, nonché pienamente inserito nel circuito dello spaccio di diverse sostanze stupefacenti. A tal riguardo, dunque, la Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Brescia ha proposto ricorso per cassazione per violazione di legge (art. 86 T.U. stup.), proprio per l’omessa applicazione della misura di sicurezza dell’espulsione. Sono stati, quindi, chiamati a pronunciarsi sulla questione i giudici di legittimità, i quali hanno, [continua ..]
la riforma dell’impugnabilità oggettiva della sentenza di patteggiamento e l’illegalità della misura di sicurezza: profili di criticità
Il merito della pronuncia della Corte europea
Il 12 dicembre 2016, il ricorrente adisce la Corte europea dei diritti dell’uomo, sostenendo di essere stato condannato all’ergastolo, una pena non riducibile e, per questo, qualificata inumana e degradante. I fatti, in sintesi. Il 16 ottobre 1995, il ricorrente fu condannato a 15 anni di reclusione dalla Corte di Assise di Palmi, per il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, aggravato dalla circostanza di aver ricoperto il ruolo di capo e di promotore delle attività criminali del gruppo mafioso. La condanna fu confermata dalla Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria che, tuttavia, ridusse la pena a 12 anni di reclusione. Il 22 settembre 1999, la Corte d’Assise di Palmi gli inflisse la pena dell’ergastolo per ulteriori fatti relativi ad attività criminali di stampo mafioso, confermata dalla Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria il 5 marzo 2002, che lo riconobbe colpevole del delitto di associazione per delinquere di stampo mafioso ai sensi dell'art. 416-bis c.p., nonché di altri reati (omicidio, rapimento e sequestro che ha causato la morte della vittima, e detenzione abusiva di armi da fuoco) aggravati dalle circostanze previste dall'art. 7 d.l. n. 152 del 13 maggio 1991, convertito in l. n. 203 del 1991 oltre che da quella ulteriore di aver assunto il ruolo di capo dell'organizzazione criminale e di promotore delle relative attività. In applicazione del regime della continuazione, la [continua ..]
I paradigmi della Corte europea nel confronto con l’art. 27, comma 3, Cost.
Ebbene, le soluzioni offerte dai giudici di Strasburgo sono persuasive; non anche il metodo utilizzato per formularle: incentrando il proprio ragionamento censorio sulla «equivalenza tra la mancanza di collaborazione e la pericolosità sociale del condannato» [11], la Corte sembra aver concentrato l’attenzione sul problema del perimetro della volontà del condannato, sulla eventualità che la mancata collaborazione con la giustizia possa non corrispondere ad una scelta libera dello stesso, nonché sulla massima d’espe­rien­za che collega il difetto di collaborazione alla persistenza dei legami criminali, ponendo in ombra quello centrale della ponderazione tra le diverse manifestazioni della socialità (funzione sociale) della pena rispetto alla potenziale perpetuità dell’ergastolo ostativo. Per noi, infatti, i termini del rapporto vanno invertiti, cosicché la illegittimità convenzionale dell’art. 4-bis ord. penit. - oltre che comunitaria, per inosservanza degli artt. 1 e 4 CDFUE - deriva da scelte sostanziali patologiche del legislatore, incompatibili, innanzitutto, con il principio di ragionevolezza e con la funzione rieducativa della pena, tendendo a stabilire relazioni (invece, impraticabili) fra risocializzazione e collaborazione ed immediatamente dopo, determinando una corrispondenza tra questa e la presunzione di [continua ..]
Il metodo “pilota”, gli effetti, le conclusioni
La Corte europea utilizza la procedura di sentenza pilota [50] (espressamente codificata all’art. 61 reg. Corte e.d.u.) per censurare l’Italia [51], accertando non solo l’inadempimento nel caso concreto, ma anche il sottostante problema strutturale, cioè, l’esistenza nell’ordinamento penitenziario nazionale, di una legislazione che produce la violazione sistemica e continuativa dell’art. 3 CEDU. Si tratta di una sentenza di tipo normativo, programmaticamente concepita allo scopo di rimediare al più presto, tramite standards universalizzanti di risoluzione del conflitto, a quelle violazioni costitutive derivate dal difetto di bilanciamento legislativo tra diritti ed interessi in causa; dalla natura sicuramente extravagante rispetto all’ambiente decisionale europeo, funzionale a garantire i diritti fondamentali di singoli individui. Infatti, pur se potenzialmente produttiva di effetti erga omnes, l’attività della Corte si concentra, prima di tutto, sulle specifiche circostanze del caso concreto, decidendo ricorsi individuali, senza annullare, né manipolare testi legali. Non a caso, un aspetto centrale del diritto giurisprudenziale di fonte convenzionale è rivelato proprio dall’espresso riconoscimento che ogni caso individuale pervenuto al suo vaglio sia differente e debba essere giudicato interamente on its facts and merits, in base, [continua ..]

References: art. 3
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 sentenza 
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