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Telefonate moleste dei call center: che fare?
Pubblicato su 2 Dic 2016 di Studio Duchemino
La domanda è: c’è un modo per far cessare le continue chiamate moleste da call center, che nella maggior parte sono situati all’estero – i costi sostenuti per il marketing dalle aziende, infatti, sono più bassi per via della manodopera più bassa -, che a qualunque ora del giorno e della notte chiamano sui telefoni privati delle famiglie e dei cittadini? La risposta è sì, con alcune precisazioni.
A Torino si è occupato della questione legale il quotidiano La Stampa, con riferimento al codice etico dei call center, che suona però un paradosso, visto che i call center hanno per definizione la vocazione a chiamare ed intromettersi nella vita privata dei cittadini. Le Associazioni di categoria – Assocontact – hanno spiegato che intendono garantire una maggiore qualità del servizio.
Il DPR 07/09/2010, n. 178 istituiva già qualche anno fa un registro delle opposizioni.
Questa normativa, recante il “Regolamento recante istituzione e gestione del registro pubblico degli abbonati che si oppongono all’utilizzo del proprio numero telefonico per vendite o promozioni commerciali”, si occupa tra l’altro proprio di questo registro dei numeri di telefono fisso.
L’art. 2, in linea di principio, spiega le intenzioni e l’ambito di applicazione della norma:
In pratica, la disposizione dà attuazione all’art. 130 del Codice della Privacy, per difendere la riservatezza di chi ha un numero telefonico in registri pubblici. Il soggetto non deve fare altro che gratuitamente iscriversi nell’apposito registro delle opposizioni, impedendo così di fatto ai call center di contattarlo a casa.
L’art. 3 stesso testo prevede l’istituzione del Registro:
E’, poi, in discussione un disegno di legge sulla concorrenza, che estenderebbe la regola anche ai cellulari. Con l’atto del Senato n. 2085 si studia l’istituzione di un registro più completo:
(Registro dei soggetti che utilizzano indirettamente risorse nazionali di numerazione)
Con il comma 1 è istituito il Registro dei soggetti che utilizzano indirettamente risorse nazionali di numerazione. La disposizione prevede che il Ministero dello sviluppo economico individui e iscriva in tale registro i soggetti, diversi dagli operatori già presenti in altri registri, che, per erogare servizi voce e dati al pubblico, utilizzino indirettamente risorse nazionali di numerazione. Il citato registro sarà tenuto dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ai sensi delle medesime disposizioni che regolano il registro degli operatori di comunicazione. La disposizione prevede infine che con decreto del Ministro dello sviluppo economico siano individuati i criteri in base ai quali i soggetti iscritti nel citato registro siano obbligati, in ragione della loro attività prevalente, a richiedere l’autorizzazione prevista per tale attività.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 2 dicembre 2016
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Corte di Cassazione – Quarta Sezione Lavoro, Sentenza 5 ottobre 2016, n. 19922 ha stabilito che
se per l’esigenza di evitare attività illecite o per motivi organizzativi o produttivi, il datore di lavoro può installare impianti o apparecchi di controllo che rilevino anche dati relativi alla attività lavorativa dei dipendenti, tali dati non possono essere utilizzati per provare l’inadempimento contrattuale del lavoratori medesimi” (Cass. n 16622/2012; cfr. nonchè in senso conforme Cass. n. 4375/2010).
A ciò perviene, considerando (nel caso di specie si trattava dell’impugnazione di un licenziamento per giusta causa), che
il sistema di controllo attraverso gps istallato sulle vetture in uso ai dipendenti della [ditta] è stato predisposto ex ante ed in via generale ben prima che si potessero avere sospetti su una eventuale violazione da parte del lavoratore M.; si tratta invece di un meccanismo generalizzato di controllo, come emerge anche dal ricorso, che unitamente al sistema patrol manager che era in uso nell’azienda indipendentemente da sospetti o reclami di clienti;
E’ noto che l’articolo 4 comma III dello Statuto dei Lavoratori dispone che una volta installati regolari impianti di videosorveglianza “le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196“.
A questo proposito, però, il Consiglio di Stato ha affermato che
“è fatto divieto d’installazione dei sistemi di videosorveglianza in azienda laddove questi favoriscano, per le modalità del loro utilizzo, il diretto e costante controllo sull’attività dei lavoratori” (Cons. Stato Sez. VI, 05/06/2015, n. 2773).
Ciò significa anche che “il datore di lavoro è legittimato ad effettuare controlli difensivi occulti, anche per mezzo di personale estraneo all’organizzazione aziendale, se diretti a tutelare beni del patrimonio aziendale ovvero ad accertare la perpetrazione di comportamenti illeciti, purché ciò avvenga mediante modalità non eccessivamente invasive e rispettose della libertà, dignità e riservatezza dei lavoratori e con l’osservanza dei canoni generali di correttezza e buonafede contrattuale” (Cass. civ. Sez. lavoro, 27/05/2015, n. 10955).
Nel caso considerato la Corte rilevava che “l’effettività del divieto di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori richiede che anche per in cosidetti controlli difensivi trovino applicazione le garanzie della L. n. 300 del 1970, art. 4, comma 2; ne consegue che, se per l’esigenza di evitare attività illecite o per motivi organizzativi o produttivi, il datore di lavoro può installare impianti o apparecchi di controllo che rilevino anche dati relativi alla attività lavorativa dei dipendenti, tali dati non possono essere utilizzati per provare l’inadempimento contrattuale del lavoratori medesimi” (Cass. n 16622/2012; cfr. nonchè in senso conforme Cass. n. 4375/2010).
Si ricorda che alcuni lavoratori a Torino avevano posto alla Corte Suprema il seguente quesito:
“se si sia verificata violazione delle disposizioni contenute nella L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 4, quando non si è considerato necessario un preventivo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali per l’installazione di impianti audiovisivi finalizzati a controllare a distanza anche l’attività dei lavoratori, sia nel caso che il controllo riguardi il lavoro di dipendenti diretti dell’azienda sia che il controllo riguardi il lavoro, svolto in favore della azienda nei locali della stessa, da dipendenti di una società terza in esecuzione di un’attività appaltata alla stessa. Con la conseguente dichiarazione di illiceità dell’installazione e la totale mancanza di valore probatorio del materiale conseguito con tale violazione”.
La Corte aveva risposto che
“l’installazione – per esclusive finalità difensive – ad opera di un soggetto terzo, rispetto alla società datrice di lavoro […] non è configurabile una violazione del richiamato art. 4”.
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Nipote avvocato e obblighi di pagamento della parcella
Interessante sentenza della Suprema Corte sulla questione delle attività svolte dal nipote di un cliente, in via stragiudiziale, per le quali il titolare dello studio legale chiedeva di essere pagato.
Si tratta del seguente arresto: Corte di Cassazione – Sezione Seconda Civile, Sentenza 25 ottobre 2016, n. 21543.
In sostanza, il cliente si era riferito, avendolo in famiglia, ad un nipote praticante legale presso uno studio legale. Costui aveva di fatto reso prestazioni di consulenza stragiudiziale. Successivamente, però, il titolare dello studio aveva preteso di farsi pagare dal cliente.
La vicenda, che si articola in tre diversi gradi di giudizio, dal giudice di pace fino alla Corte di Cassazione, si risolve per l’avvocato in un nulla di fatto, anzi. Non esistendo alcuna prova di un mandato scritto od orale (una procura ad litem) a favore del titolare dello studio, essendo ovvio che il parente cliente si era riferito al nipote praticante per essere da lui seguito, non esisteva nemmeno alcun diritto di credito del dominus, che quindi si vede revocare il decreto ingiuntivo.
Si tratta, peraltro, di una vicenda che riecheggia prassi note di alcuni studi legali, anche a Torino.
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Dove pagare i debiti di denaro?
Le Sezioni Unite della Cassazione, Sentenza n. 17989 del 13/09/2016 (sentenza), confermano che i debiti di denaro vanno pagati presso il creditore unicamente se liquidi e cioè determinati nel loro ammontare fin dal contratto originario, o calcolabili senza margini di discrezionalità. Viene così risolto un contrasto tra sezioni della Cassazione, che considerano diversamente il concetto di liquidità.
A Torino la questione legale si è variamente posta, ad esempio nel caso analizzato anni fa da Trib. Torino Sez. spec. propr. industr. ed intell., 15/10/2008, nel quale il compimento di atti di concorrenza sleale ex art. 2598, n. 2 e n. 3, c.c., e la formulazione della richiesta di risarcimento dei danni imponevano di considerare come luogo nel quale deve “eseguirsi” l’obbligazione risarcitoria dedotta in giudizio – priva dei requisiti di certezza e liquidità trattandosi di obbligazione da fatto illecito – il domicilio del debitore a sensi del comma 4 dell’art. 1182 c.c..
Andando con ordine, va premesso che secondo i due commi 3 e 4 dell’art. 1182 cod. civ.:
L’obbligazione avente per oggetto una somma di danaro deve essere adempiuta al domicilio [c.c. 43] che il creditore ha al tempo della scadenza [c.c. 1498, 1834, 1843]. Se tale domicilio è diverso da quello che il creditore aveva quando è sorta l’obbligazione [c.c. 1209] e ciò rende più gravoso l’adempimento, il debitore, previa dichiarazione al creditore, ha diritto di eseguire il pagamento al proprio domicilio [c.c. 1219, n. 3].
Negli altri casi l’obbligazione deve essere adempiuta al domicilio che il debitore ha al tempo della scadenza [c.c. 1208, n. 6, 1245, 1278].
In sostanza, si possono verificare due casi: se il debito è liquido (determinato nel suo ammontare fin dall’inizio), ad esempio se il contratto prevede il pagamento di una somma di denaro ben precisa o calcolabile senza discrezionalità, si avvantaggia il creditore e il pagamento deve avvenire presso il suo domicilio. Al contrario, viene tutelato il debitore, cioè il creditore deve recarsi presso il domicilio del debitore e costui si libera offrendo la prestazione presso il proprio domicilio, considerata la difficoltà ulteriore che consiste nella necessità di “fissare” la cifra definitivamente.
La Corte di Cassazione, però, si era fatta protagonista di due indirizzi, uno storico e tradizionale, secondo cui per “debito liquido” si intende quello concretamente fissato fin dal contratto o dal titolo originario; uno più innovativo, secondo cui per debito liquido era sufficiente considerare il debito concretamente fissato nel suo ammontare anche solo dal creditore al momento di agire in giudizio, mediante la richiesta di una somma determinata.
Argomenti a favore di questo indirizzo innovativo (Cass. 7674/2005) sembravano soprattutto quelli legati alla domanda: se la domanda è il criterio base (art. 10 c.p.c.) per stabilire il valore della causa e la competenza territoriale e in generale l’esame avviene allo stato degli atti, senza indagini ulteriori, sembrava evidente che anche la questione delle obbligazioni pecuniarie potesse essere così risolta, affermando la sufficienza della domanda, cioè del debito così come liquidato direttamente dal creditore nella domanda iniziale del processo ai fini di determinare la competenza.
Le Sezioni Unite, però, confermano l’altro orientamento, sulla base di elementi sistematici molto pregnanti. L’art. 1219 II comma n. 3 stabilisce che:
Il debitore [c.c. 1220, 2943] è costituito in mora mediante intimazione o richiesta fatta per iscritto.
1) quando il debito deriva da fatto illecito [c.c. 2043];
2) quando il debitore ha dichiarato per iscritto di non volere eseguire l’obbligazione [c.c. 1460];
3) quando è scaduto il termine [c.c. 1183, 1184], se la prestazione deve essere eseguita al domicilio del creditore [c.c. 1182]. Se il termine scade dopo la morte del debitore, gli eredi non sono costituiti in mora che mediante intimazione o richiesta fatta per iscritto, e decorsi otto giorni dall’intimazione o dalla richiesta [c.c. 1222].
In pratica, non è necessario costituire in mora (ritardo) il debitore nell’ipotesi in cui scada una obbligazione liquida di denaro, che va pagata presso il creditore. Se noi accedessimo, così, alla tesi secondo cui per liquido si intende anche solo il debito fissato dal creditore nella domanda, il debitore automaticamente cadrebbe nella mora anche in relazione a debiti che non sono concretamente determinati nel loro ammontare, ragion per cui pagherebbe le conseguenze della mora anche se non ha potuto adempiere per impossibilità a lui non imputabile.
Le Sezioni Unite, nella sentenza in commento, concludono quindi per la conferma dell’orientamento tradizionale: solo ai debiti liquidi fin dal titolo originario (e non liquidi perchè il creditore ne ha fissato l’ammontare nell’atto di citazione) si applica la regola per cui essi vanno pagati presso il domicilio del creditore.
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Torino, i dipendenti comunali difesi a spese del Comune
Per difendere l’immagine del Comune, il Sindaco si impegna a tutelare direttamente e indirettamente i dipendenti.
Il patrocinio legale a Torino per i dipendenti non è una novità, visto che è un istituto pacifico: patrocinio legale a Torino
Il 28 novembre 2016 è passata una mozione con 25 voti a favore, con la quale il Comune si impegna a tutelare la propria immagine nell’ipotesi di procedimenti a carico di dipendenti, assumendone direttamente o indirettamente la difesa, o comunque rimborsandone le spese.
L’emendamento è del consigliere M5S Antonio Fornari.
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Multa stradale: il giudice di pace deve attenersi ai fatti allegati
Il Giudice di Pace non può “allargare” l’argomentazione a fatti non invocati dalle parti e non può decidere sulla base di eccezioni non sottoposte al contraddittorio.
E’ accaduto, quindi, che fosse dichiarata nulla la sentenza di un Giudice di Pace italiano, il tutto con Trib. Frosinone, Sent., 15-11-2016, che stabilisce la nullità della sentenza del Giudice di Pace su una questione di sanzioni per eccesso di velocità. Il Giudice, infatti, aveva annullato il verbale di contestazione dei Vigili sostenendo:
a) siccome il limite di 50 kmh non risulta uniformemente stabilito lungo la strada, il rallentare per rispettare il limite medesimo sarebbe pericoloso per la circolazione; b) non vi è prova della regolarità della segnaletica indicante i limiti di velocità e la presenza della postazione di controllo della stessa.
Il problema, secondo il Tribunale, è che l’idea che il rapido rallentamento del veicolo in prossimità del centro abitato fosse pericoloso per la circolazione, oltre a non essere stata dimostrata, non era nemmeno stata invocata dal cittadino ricorrente, ma semplicemente era stata introdotta dal giudice di pace che invece dovrebbe essere un organo terzo ed imparziale.
Spiega bene il Tribunale quando il giudice può procedere d’ufficio con una argomentazione:
Come è noto (Cass. Civ., n. 10353/16; Cass. Civ., n. 4135/07), il giudice può sollevare d’ufficio anche le eccezioni non formulate dalle parti, purché: a) non si tratti di eccezioni cc.dd. in “senso stretto”; b) tutti i fatti costitutivi dell’eccezione risultino dagli atti del processo; c) qualora uno o più di detti fatti richiedano prove – anche logiche – diverse da quelle già acquisite, prima di decidere la causa solleciti il contraddittorio delle parti sull’eccezione formulata. Ove ciò non accada, infatti, la sentenza è nulla o perché il giudice non era legittimato per legge a sollevare d’ufficio l’eccezione (ipotesi di eccezione c.d. “in senso stretto”), oppure perché ha illegittimamente emesso una c.d. “sentenza della terza via”, ossia una pronuncia fondata su un’eccezione non sollevata dalle parti – ma dal giudice terzo – e su cui le stesse non hanno avuto modo di contraddire (ipotesi di eccezione in senso lato o rilevabile ex officio richiedente prove nuove).
Fuori di questi casi, nei quali in qualche modo il contraddittorio tra le parti si svolge sul punto considerato, il giudice non può certo invocare motivazioni estranee al giudizio, senza che su di esse le parti abbiano invocato il motivo o detto la loro. Pertanto, la sentenza era dichiarata nulla, in quanto il giudice aveva annullato la multa sostenendo che fosse pericoloso rallentare in zona.
Ma questa idea, quella che fosse pericoloso rallentare in prossimità del cartello dei 50 km/h, abbisognava di una prova specifica relativamente ad almeno uno dei suoi fatti costitutivi, vale a dire l’accertamento (quantomeno sulla base di un esame di idonea documentazione fotografica dello stato dei luoghi) della effettiva pericolosità della suddetta condotta (il rallentare repentinamente su quello specifico tratto di strada dando per presupposto il rispetto della c.d. “distanza di sicurezza”), la quale mai è stata acquisita agli atti del processo.
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Pignoramento di quote sociali: un iter a sè
Il pignoramento di quote sociali (e la successiva vendita) non avviene nelle forme dell’espropriazione presso terzi, ma si delinea come un procedimento”nuovo” a seguito delle riforme processuali e sostanziali.
Lo stabilisce il Tribunale di Cuneo, con sentenza 16-11-2016, dopo articolata argomentazione.
Premesso che nel caso considerato all’attenzione del tribunale piemontese non era stata avanzata nei termini istanza di vendita, ma semplice difesa contro la richiesta di conversione del pignoramento; e quindi, in sostanza, che già solo questa argomentazione valeva a respingere la richiesta del creditore ed estinguere la procedura, la conclusione del tribunale piemontese è la seguente:
l’attività procedimentale posta in essere dal creditore procedente irrituale, in quanto nel pignoramento di quote di società a responsabilità limitata risulta ormai superata, a seguito della riforma societaria, la tesi della necessità dell’utilizzo delle forme del pignoramento presso terzi, a favore di un procedimento esecutivo ad hoc (del tutto nuovo ed estraneo al peculiare modello legale dell’espropriazione forzata delineato dagli artt. 543 e segg. c.p.c.), da svolgersi mediante notifica al debitore ed alla società di un atto contenente le prescrizioni di cui all’art. 492 c.p.c. e la sua successiva iscrizione nel registro delle imprese, senza dover invitare la società a rendere la dichiarazione ex art. 547 c.p.c. né ad instaurare alcun giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo, mentre la previsione della notifica del pignoramento alla società ha il diverso scopo di rendere ad essa opponibile il vincolo pignoratizio;
Il tribunale analizza le varie forme di esecuzione, presso terzi, mobiliare e immobiliare, propendendo per una ricostruzione ad hoc del procedimento a formazione progressiva (la cui efficacia, quindi, dipende da una serie progressiva di atti), in base all’art. 2471 cod. civ., secondo cui peraltro
La partecipazione può formare oggetto di espropriazione [c.c. 2462, 2910]. Il pignoramento si esegue mediante notificazione al debitore e alla società e successiva iscrizione nel registro delle imprese.
Il Tribunale a Cuneo motiva così, basandosi su varia giurisprudenza anche del passato e i nuovi arresti in argomento
RILEVATO che la più recente giurisprudenza ha considerato che le nuove disposizioni, introdotte con il nuovo art. 2471 c.c., siano giunte a configurare un procedimento del tatto nuovo ed estraneo al pignoramento presso terzi, da svolgersi mediante notifica al debitore e alla società di un atto complesso da iscriversi successivamente nel registro delle imprese, senza necessità alcuna di invitare la società a rendere la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c. (in tal senso v. Trib. Parma, 20 maggio ’13; Trib. Udine 18 febbraio ‘ 13, entrambe pubblicate su Il Caso.it)
Rilevava, peraltro, anche un difetto formale, cioè in ogni caso, l’atto di pignoramento presso terzi, risultava privo dell’indicazione specifica della partecipazione e dell’ammontare nominale della quota da espropriare.
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Condominio: occupazione di beni comuni e rimozione
L’amministratore condominiale non è tenuto a chiedere il mandato all’assemblea per la difesa delle parti comuni e per far rimuovere manufatti.
Lo stabilisce, facendo riferimento ad un precedente, la stessa Corte di Cassazione affermando quindi una distinzione tra azioni reali e azioni per la rimozione di semplici manufatti.
Si premette che l’amministratore, a norma dell’art. 1130 cod. civ., tra l’altro, si occupa di:
compiere gli atti conservativi relativi alle parti comuni dell’edificio
L’art. 1131 cod. civ., invece, stabilisce che
Nei limiti delle attribuzioni stabilite dall’articolo 1130 o dei maggiori poteri conferitigli dal regolamento di condominio o dall’assemblea, l’amministratore ha la rappresentanza [c.c. 1132, 1133] dei partecipanti e può agire in giudizio sia contro i condomini sia contro i terzi
Ora, è chiaro che mettendo insieme le due norme, l’amministratore ha la rappresentanza del condominio e può stare in giudizio quando si tratti di difendere le parti comuni, compiendo atti conservativi della cosa comune e se esorbita dal mandato ha bisogno dell’incarico assembleare per nominare un legale. D’altronde (art. 1131 cod. civ., III comma)
Qualora la citazione o il provvedimento abbia un contenuto che esorbita dalle attribuzioni dell’amministratore [c.c. 1136], questi è tenuto a darne senza indugio notizia all’assemblea dei condomini.
In un caso avvenuto a Gorizia la Corte di Cassazione ha smentito la Corte d’Appello di Trieste. Quest’ultima, infatti, credendo si trattasse di un manufatto che occupava il cavedio di un condominio e che quindi l’azione a difesa della parte comune fosse “reale”, improntata cioè alla difesa della proprietà, aveva ritenuto di adeguarsi all’orientamento della Cassazione espresso dalle sentenze n. n.ri 3044/2009, 24764/2005 e 12557/1992. Come azione “reale”, il giudizio non avrebbe, secondo la Corte triestina, potuto essere proposto direttamente dall’amministratore senza un mandato dell’assemblea.
Invece, la Cassazione ribalta la decisione, considerando il suo precedente più tipico, le sentenze n. Cass. 1 ottobre 2008; n. 24391 e 17 giugno 2010, n. 14626, cioè considerando in sostanza l’azione non come azione reale, ma semplicemente come azione di conservazione della cosa comune che rientra pienamente negli incombenti dell’amministratore e che quindi non richiede uno specifico mandato dell’assemblea.
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Condominio: sistemi di ripartizione senza omologa?
Lo studio dell’ENEA (Analisi e caratterizzazione metrologica dei sistemi di misurazione delle reti termiche distribuite), che si è occupato delle cosiddette termovalvole e dei sistemi di ripartizione, ha prodotto conclusioni interessanti: i sistemi di misurazione indiretta possono essere influenzati notevolmente da vari fattori, non posseggono i requisiti metrologici richiesti sostanzialmente dalla legge.
In concreto, si parla delle famose termovalvole applicate ai termosifoni negli edifici, e contemporaneamente dei ripartitori: questi sono formati da un misuratore di temperatura sulla superficie radiante del termosifone (l’applicazione dovrebbe essere “mediata” da un gel conduttore) e poi misurano, verso l’esterno, la temperatura ambientale della stanza.
Questa applicazione, però, può manomettere la certezza metrologica della misurazione, in quanto il modo e luogo di installazione rispetto al termosifone, l’intervento umano e tanti altri fattori portano a concludere che non siano strumenti di misurazione legalmente omologabili.
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References: Sentenza 
 Cass. 
 art. 4
 Cass. 
 art. 4
 art. 4
 sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 art. 2598
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 547
 art. 2471
 Cass. 
 art. 1130