Source: http://www.responsabilecivile.it/tag/tribunale-di-milano/
Timestamp: 2019-04-22 10:00:24+00:00

Document:
tribunale di milano Archivi - Responsabile Civile
Home Tags Posts tagged with "tribunale di milano"
Presunto errore in sala operatoria, a giudizio due chirurghi
I medici avrebbero commesso un presunto errore in sala operatoria nel posizionamento di alcune viti mentre svolgevano un intervento di discectomia
Due medici, un neurochirurgo e il suo primo assistente, sono stati rinviati a giudizio dal Pm di Milano per un presunto errore in sala operatoria. Il processo si aprirà davanti al giudice monocratico della V sezione penale del Tribunale meneghino il prossimo 20 novembre.
Il fatto risale al giugno 2018 quando una donna di 45 anni, originaria di Sassari, si era recata nel capoluogo lombardo per sottoporsi a un intervento presso la ex clinica Santa Rita. La paziente ora è sulla sedia a rotelle e rischia di non poter tornare a camminare. Per allievare i forti dolori è costretta a ricorrere a massicce dosi di farmaci a base di oppiacei.
I medici sono accusati di lesioni colpose per il cattivo posizionamento di alcune viti nel corso dell’operazione.
Nello specifico, come si legge nel capo di imputazione, i professionisti avrebbero effettuato un intervento chirurgico di discectomia con l’utilizzo di uno speciale spaziatore. Tuttavia, le viti di destra sarebbero state “collocate all’esterno del corpo vertebrale”. In tal modo sarebbero andate a toccare le radici nervose.
Secondo quanto ricostruito dal Pubblico Ministero, la signora ha dovuto ricorrere a diverse visite specialistiche per i continui dolori che “le impedivano (…) la deambulazione”. In alcuni casi, la 45enne riusciva a camminare, ma solo con un busto di sostegno. Dopo una serie di consulenze, è stata sottoposta a un nuovo intervento per la rimozione delle viti. Tuttavia, secondo quanto riferisce il suo avvocato, non si sa ancora se potrà camminare di nuovo.
Il legale, inoltre, ha annunciato che nei prossimi giorni depositerà ai magistrati milanesi le denunce per conto di altri due uomini. Si tratterebbe di un 34enne e un 50enne entrambi provenienti dalla Sardegna e giunti a Milano per essere operati dal neurochirurgo: il primo un anno fa e l’altro un anno e mezzo fa. Anche loro ora non riuscirebbero più a camminare per i forti dolori.
Ricettazione di farmaci: scoperte due organizzazioni criminali
Tra i reati contestati, il furto e la ricettazione di farmaci attraverso la contraffazione dei bollini farmaceutici. Eseguite 11 misure di custodia cautelare
Associazione per delinquere finalizzata al furto e alla ricettazione di farmaci, alla truffa ai danni di privati e Enti pubblici, falsificazione, riciclaggio di specialità medicinali e autoriciclaggio. Sono i reati contestati, a vario titolo, a undici soggetti destinatari di altrettante misure cautelari. I provvedimenti, emessi dal Tribunale di Milano, sono stati eseguiti dai carabinieri del Nas.
Le indagini sono tate avviate nell’autunno 2017. L’operazione, denominata convenzionalmente “Partenope”, ha consentito di effettuare già 10 sequestri di farmaci e dispositivi medici presso depositi all’ingrosso e Farmacie nelle province di Milano, Genova, Padova, Matera, Napoli. Ma soprattutto ha permesso di individuare e neutralizzare due distinte organizzazioni criminali.
La prima, operante a Milano e nell’hinterland, ma anche in Emilia Romagna, era dedita al furto di farmaci. I medicinali venivano poi ricettati e riciclati nel circuito commerciale lecito, utilizzando società di comodo e la collusione di altro distributore. Quest’ultimo provvedeva alla consegna ad altri grossisti farmaceutici o farmacie per la successiva dispensazione al pubblico, su tutto il territorio della Regione Lombardia.
La seconda, invece, molto più strutturata e articolata in 10 diverse province, poteva contare sulla complicità di alcune case farmaceutiche o distributori all’ingrosso di specialità medicinali.
Il modus operandi prevedeva l’acquisto di grossi quantitativi di specialità medicinali destinate a strutture ospedaliere che poi venivano rivendute al pubblico a prezzi maggiorati. Il tutto, falsificando i relativi bollini farmaceutici al fine di dissimularne l’originaria destinazione esclusiva.
Questo sistema gli consentiva di intascare indebitamente ingenti somme di denaro lucrando sulla differenza tra il prezzo di acquisto dei farmaci in confezione ospedaliera ex factori e il prezzo di vendita effettuato dopo la contraffazione del bollino farmaceutico, come farmaco destinato al pubblico. Uno stratagemma gli avrebbe consentito di percepire un ingiusto profitto valutato in circa € 5.000.000 all’anno.
RICETTAZIONE, ARRESTATO AUSILIARIO DELL’OSPEDALE DI BRINDISI
Archiviazione definitiva delle denunce per lesioni e abuso di ufficio presentate dai genitori di una bambina con autismo infantile
Non sono “sindacabili in sede penale” le “direttive ministeriali fondate sulle risultanze dei più recenti studi epidemiologici” che hanno escluso il nesso vaccino-autismo. Così la Corte di Cassazione in una recente sentenza con la quale è stata confermata l’archiviazione, pronunciata dal Gip di Milano lo scorso settembre, delle denunce per lesioni e abuso d’ufficio presentate dai genitori di una bimba con autismo infantile. Una condizione che, secondo il padre e la madre, si sarebbe sviluppata a causa delle vaccinazioni obbligatorie.
La Commissione medico ospedaliera di Milano, come riporta l’Ansa, aveva inizialmente accolto la richiesta di indennizzo per danni alla salute avanzata dalla famiglia. Era il febbraio del 2016. Nell’ottobre dello stesso anno, però, il provvedimento era stato revocato, dopo che l’organo si era adeguato “alle indicazioni provenienti dal Ministero della Salute”. Queste, sulla base dei più recenti studi escludevano il nesso tra vaccini e autismo. Da qui il ricorso dei genitori al Tribunale di Milano.
Secondo i Giudici Ermellini, tuttavia, il Giudice per le indagini preliminari ha correttamente archiviato le denunce.
Peraltro, quella per lesioni era anche tardiva “in quanto l’annullamento in autotutela del primo provvedimento era stato adottato in conformità alle direttive ministeriali, fondate sulle risultanze dei più recenti studi epidemiologici, quindi, nell’ambito di una valutazione discrezionale, di natura tecnica, non sindacabile in sede penale”.
Per la Cassazione altrettanto “correttamente” il magistrato “ha ritenuto che la base valutativa, costituita da dati scientifici, e l’allineamento agli stessi in sede di revisione del precedente giudizio espresso escludevano l’ingiustizia del danno”. Inoltre, “anche a voler ritenere sussistente una violazione di legge, mancava un qualsiasi indizio che potesse far prospettare che la pretesa condotta irregolare si inserisse in un contesto di obiettiva volontà di ‘abuso’, consistente nel voler intenzionalmente provocare un danno ingiusto”.
La Suprema Corte, con il verdetto n. 2983/2018, ha quindi dichiarato “inammissibili per manifesta infondatezza” i ricorsi presentati dai genitori. I Giudici del Palazzaccio, hanno inoltre ricordato che “in assenza di un reato è inutile parlare di pertinenza e rilevanza delle prove integrative a fronte di un decreto di archiviazione emesso ‘de plano’ dopo la presentazione di un’opposizione”.
DANNI CAGIONATI DAI VACCINI? NON C’È ALCUNA RESPONSABILITÀ MEDICA
Ristrutturazione aziendale: i criteri per licenziamenti legittimi
Qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo ad un’unità produttiva o ad uno specifico settore dell’azienda (…) non può essere ritenuta legittima la scelta di licenziare quei lavoratori solo perché impiegati nel reparto operativo soppresso o ridotto, trascurando il possesso di professionalità equivalente a quella di addetti ad altre realtà organizzative
Il Tribunale di Milano (sent. n. 2005/2018) ha dichiarato l’illegittimità dei licenziamenti intimati ad alcuni dipendenti da parte di una società operante nel settore delle costruzioni stradali ed autostradali, all’esito della procedura di licenziamento collettivo avviata in data 21 luglio 2016 in virtù di una ristrutturazione aziendale.
Con verbale di intesa stipulato tra la società e le organizzazioni sindacali, si era dato atto di avere esperito positivamente la procedura di licenziamento ex artt. 4 e 24 della L. n. 223/91, nella quale, era stato, peraltro, precisato che la scelta dei lavoratori da collocare in mobilità non fosse limitata ai dipendenti operanti nel reparto aziendale soppresso, ma andava effettuata sulla base di una comparazione tra i lavoratori dell’intero complesso aziendale, al fine di verificare l’eventuale idoneità dei dipendenti ad una loro ricollocazione presso altre unità produttive ovvero di Gruppo.
Ebbene, la predetta comparazione fu proprio condotta valutando le professionalità dei lavoratori e l’eventuale pregresso svolgimento di attività in altre articolazioni aziendali, con l’obiettivo di individuare l’esistenza di lavoratori in possesso di professionalità equivalenti a quelle degli addetti in servizio presso altre realtà produttive.
All’esito della comparazione condotta secondo i criteri indicati ed esaminate le posizioni lavorative presso tutte le unità produttive dell’azienda, le parti avevano convenuto di licenziare i lavoratori occupati nel reparto/settore oggetto di ristrutturazione/soppressione aziendale.
Ma ben presto ci si rese conto che l’applicazione del criterio di una rotazione del personale tra le diverse unità produttive aziendali avrebbe creato un grave sconvolgimento delle attività e dell’organizzazione delle singole unità produttive. Sarebbe stata perciò, impraticabile.
Cosicché si decise che i criteri da seguire per l’individuazione dei lavoratori da licenziare, in relazione alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative del complesso aziendale e, nel rispetto dei criteri previsti da contratti collettivi stipulati con i sindacati sarebbero stati i seguenti:
A seguito della protesta dei lavoratori licenziati, la decisione circa la legittimità dei criteri enunciati, venne rimessa al vaglio del giudice milanese.
Viene immediatamente invocato il consolidato insegnamento giurisprudenziale secondo il quale “qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo ad un’unità produttiva o ad uno specifico settore dell’azienda, la platea dei lavoratori interessati può essere limitata agli addetti ad un determinato reparto o settore solo sulla base di oggettive esigenze aziendali, in relazione al progetto di ristrutturazione aziendale. Tuttavia poiché ai fini della corretta applicazione del criterio delle esigenze tecnico- produttive dell’azienda, previsto dalla L. n. 223 del 1991, art. 5, per l’individuazione dei lavoratori da licenziare, la comparazione delle diverse posizioni dei lavoratori deve essere effettuata nel rispetto del principio di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c., il datore di lavoro non può limitare la scelta dei lavoratori da porre in mobilità ai soli dipendenti addetti a tale reparto se detti lavoratori sono idonei – per pregresso svolgimento della propria attività in altri reparti dell’azienda – ad occupare le posizioni lavorative di colleghi addetti ad altri reparti con la conseguenza che non può essere ritenuta legittima la scelta di lavoratori solo perché impiegati nel reparto operativo soppresso o ridotto, trascurando il possesso di professionalità equivalente a quella di addetti ad altre realtà organizzative (V. sostanzialmente in tal senso per tutte Cass. 13783/2006, 22824/2009, 22825/2009, 9711/2011) (così Cass. 12 gennaio 2015 n. 2013; in termini cfr. Cass. 6 ottobre 2016 n. 20062; Cass. 1 agosto 2017 n. 19105; Cass. 18 luglio 2017 n. 17724).
Alla luce dei principi enunciati dalla Suprema Corte, il Tribunale ha ritenuto che, tramite accordo sindacale, possano essere legittimamente determinati criteri di scelta dei lavoratori diversi da quelli stabiliti per legge, e, in particolare, possa anche darsi rilievo esclusivo alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative, senza considerare i criteri del carico di famiglia e dell’anzianità di servizio.
All’accordo sindacale, in altri termini, è rimessa piena facoltà di individuare criteri di selezione dei lavoratori da licenziare diversi da quelli legali (sempre che, come ovvio, si tratti di criteri non discriminatori e non confliggenti con norme e principi dell’ordinamento).
Ma deve aggiungersi che, in ogni caso, l’accordo sindacale non può delimitare arbitrariamente il perimetro entro il quale applicare i criteri anzidetti, dovendo comunque sussistere, anche in presenza di un accordo sindacale in ordine ai criteri di scelta, esigenze oggettive che giustifichino, a monte, l’eventuale limitazione – rispetto all’intero complesso aziendale – della platea dei lavoratori tra cui operare la selezione.
LAVORO DOMESTICO: LE PRESTAZIONI LAVORATIVE DEVONO INTENDERSI GRATUITE
L’ospedale risponde anche se si avvale di medici esterni
In materia di responsabilità medica, non ha alcun rilievo il fatto che l’ospedale, per adempiere le sue prestazioni, si avvalga dell’opera di suoi dipendenti o di suoi collaboratori esterni e che la condotta dannosa sia materialmente posta in essere dagli ausiliari, poiché, a norma dell’art. 1228 c.c., il debitore che per adempiere si avvale dell’opera di terzi risponde anche dei fatti dolosi o colposi di questi
Il principio è estratto dalla motivazione contenuta in una recente sentenza nella quale il Tribunale di Milano (Sez. I, n. 10798/2018) si è pronunciato ancora su un caso di responsabilità medica per i danni cagionati ad un paziente a seguito di un intervento chirurgico eseguito in ospedale.
A causa di una caduta accidentale avvenuta in casa, il ricorrente, un promotore commerciale, riportava un trauma al ginocchio sinistro, nello specifico si trattava di una frattura.
Veniva pertanto, visitato presso la struttura ospedaliera convenuta in giudizio e successivamente presso lo studio privato di un medico specialista che gli suggeriva l’esecuzione di un intervento in artroscopia con anestesia spinale.
L’intervento veniva eseguito e il giorno successivo all’operazione l’attore veniva dimesso, nonostante lamentasse la mancata sensibilità a tutta la gamba e l’impossibilità di muovere il piede.
A distanza di una settimana, visto il permanere delle problematiche al piede e la sostanziale permanenza dell’anestesia laterale alla tibia anteriore, l’uomo si rivolgeva nuovamente presso la struttura, sottoponendosi anche a molteplici visite di controllo presso lo studio medico dello specialista, senza che tuttavia, nessuna problematica fosse rilavata.
La vicenda non si concluse. Perché a distanza di due anni dall’intervento eseguito, il ricorrente continuava a lamentare “disturbi trofici sensitivi e motori al piede sinistro che ne limitavano fortemente le normali attività non solo della vita quotidiana ma anche di quella lavorativa”.
Il deficit motorio dovuto alla condotta imperita del medico che aveva eseguito l’operazione, gli aveva impedito peraltro, di ottenere la corresponsione di un bonus lavorativo che gli sarebbe stato liquidato in caso di raggiungimento di particolari obiettivi professionali, preclusi, per l’appunto, dall’impossibilità di adoperare l’autovettura per eseguire gli spostamenti necessari allo svolgimento della propria attività.
Dopo un tentativo di mediazione, la vicenda finiva dinanzi al giudice ordinario.
Si costituiva il medico, autore dell’intervento, il quale eccepiva che nessun errore tecnico fosse a lui imputabile e che dunque, nessuna responsabilità fosse al lui ascrivibile.
Compariva in giudizio anche la struttura sanitaria, associandosi alle difese del medico. E aggiungeva, altresì che il paziente non aveva in alcun modo individuato i profili di inadempimento imputabili ad essa senza perciò assolvere all’onere probatorio di cui era gravato.
Dall’esame della CTU espletata nel corso del giudizio di primo grado, era emerso (e pertanto, poteva dirsi provato) che il danno patito dal ricorrente, nei termini di compromissione della integrità psicofisica, fosse riconducibile materialmente ed eziologicamente alla attività sanitaria posta in essere all’interno della struttura sanitaria convenuta.
Ebbene, pur non essendo stata individuata la condotta specifica, il rapporto di assistenza e cura che si instaura tra paziente e struttura sanitaria consente di far operare il meccanismo di riparto dell’onere probatorio della responsabilità contrattuale che porta, come conseguenza, che spetta alla struttura sanitaria convenuta dimostrare che il danno, avvenuto all’interno della struttura, è stato provocato da fatto imprevedibile e da causa a sé non imputabile, prova che nella specie non è stata raggiunta.
Secondo l’insegnamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, la responsabilità risarcitoria della struttura sanitaria, per l’inadempimento e/o per l’inesatto adempimento delle prestazioni dovute in base al contratto di spedalità, va infatti inquadrata nella responsabilità da inadempimento ex art. 1218 c.c. (cfr. Cass. n. 9556/2002, n. 577/2008 e più recentemente Sez. 3 sentenza n. 18392 del 26/07/2017).
I suddetti principi sono stati da ultimo recepiti dalla Legge 24/2017 (entrata in vigore in data 1 aprile 2017), il cui art. 7, primo comma, recita testualmente: “La struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata che, nell’adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria, anche se scelti dal paziente e ancorché non dipendenti della struttura stessa, risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del codice civile, delle loro condotte dolose o colpose.”
Fra la struttura sanitaria ed il paziente, per effetto della mera accettazione del paziente, sorge infatti un rapporto di natura contrattuale atipico denominato di “spedalità” o di “assistenza sanitaria”, per effetto del quale la struttura assume l’obbligo di adempiere sia prestazioni principali di carattere strettamente sanitario sia prestazioni secondarie ed accessorie – fra cui prestare assistenza al malato, fornire vitto e alloggio in caso di ricovero – (cfr. Cass. n. 8826/2007).
Ai fini della diretta riferibilità ex artt. 1218-1228 c.c. delle conseguenze risarcitorie dell’illecito non assume particolare rilevo che il contraente/debitore nell’adempimento delle sue obbligazioni si avvalga – per l’esecuzione delle prestazioni strettamente sanitarie di particolari figure professionali abilitate – necessariamente di propri dipendenti o di collaboratori esterni. Ne deriva che la struttura sanitaria per essere esonerata dalla responsabilità risarcitoria verso il paziente è tenuta a fornire la prova positiva che le conseguenze dannose di tale condotta non le sono imputabili a titolo di inadempimento delle obbligazioni oggetto del contratto di spedalità. Nel caso di specie la consulenza d’ufficio ha fornito la prova dell’inesatto adempimento della prestazione principale (la prestazione sanitaria) da parte dell’Ospedale, che è quindi tenuto ex artt. 1218-1228 c.c. a risarcire integralmente i danni (non patrimoniali e patrimoniali emergenti) derivati dalla condotta colposa dei propri dipendenti e collaboratori.
Detto in altri termini, non ha alcun rilievo il fatto che la struttura per adempiere le sue prestazioni si avvalga dell’opera di suoi dipendenti o di suoi collaboratori esterni e che la condotta dannosa sia materialmente posta in essere dagli ausiliari, poiché, a norma dell’art. 1228 c.c., il debitore che per adempiere si avvale dell’opera di terzi risponde anche dei fatti dolosi o colposi di questi.
Il terzo comma del medesimo art. 7, legge n. 24/2017, statuisce infatti che l’esercente la professione sanitaria presso la struttura – ancorché non dipendente della medesima- “risponde del proprio operato ai sensi dell’art. 2043 del codice civile, salvo che abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente.” Tale ultima disposizione comporta il definitivo superamento dell’orientamento giurisprudenziale secondo cui la responsabilità del medico nei confronti del paziente che accede ad una struttura ospedaliera è di tipo contrattuale e conferma l’orientamento giurisprudenziale espresso dal Tribunale di Milano a seguito della legge Balduzzi con riguardo alla natura extra contrattuale della responsabilità del medico operante all’interno della struttura ospedaliera.
In ogni caso, è pacifico che quando nello stesso giudizio sono convenuti sia la struttura sanitaria che il medico operante, la sussistenza di un unico fatto dannoso, seppur imputabile a titolo diverso all’ospedale ed al sanitario, comporterà sempre la condanna in solido dei convenuti al risarcimento del danno causato, ai sensi dell’art. 2055 c.c.(cfr. Cass. n. 27713/2005).
È per tali ragioni che il Tribunale meneghino ha condannato la struttura sanitaria convenuta in giudizio al risarcimento del danno patito in occasione dell’intervento oggetto di causa.
Fondo cassa per le morosità dei condomini: si può istituire?
Il Tribunale di Milano ha fornito chiarimenti sulla possibilità di istituire un fondo cassa per le morosità dei condomini
Il Tribunale di Milano, con la sentenza del 18 settembre 2017, ha affrontato il tema relativo all’istituzione di un fondo cassa per le morosità dei condomini, fornendo alcuni interessanti chiarimenti a riguardo.
Secondo i giudici meneghini, infatti, l’assemblea di condominio ha la facoltà di istituire un fondo cassa per le morosità di alcuni condomini. Tuttavia, precisano, la relativa delibera deve essere adottata all’unanimità.
Nel caso di specie, un condomino aveva impugnato una delibera dell’assemblea di condominio, relativamente alla parte in cui era stata approvata la ripartizione delle spese condominiali.
Tali spese, in particolare, erano comprensive di un fondo cassa per le morosità istituito proprio allo scopo di suddividere tra i condomini le morosità di alcuni di loro.
Ebbene, il Tribunale, nel decidere sulla controversia, ha specificato quanto segue.
L’assemblea può legittimamente istituire un “fondo cassa per le spese di ordinaria manutenzione e conservazione dei beni comuni”.
Tuttavia, vanno ritenuti vietati “comportamenti vessatori” da parte dell’assemblea.
Essa infatti non può, attraverso questo strumento, aumentare le spese da richiedersi ai condomini. Magari anche allo scopo di “creare intenzionalmente difficoltà a questo o quel condomino, a corto di liquidità”.
Questo tipo di comportamenti, infatti, possono configurare un’ipotesi di “eccesso di potere”.
L’assemblea, secondo i giudici di Milano, laddove deliberi l’istituzione di tale “fondo cassa”, deve, ai sensi dell’art. 1135 c.c., “deciderne la destinazione”.
Ne consegue pertanto che la stessa non può “semplicemente decidere di tenere queste somme senza destinazione, a titolo di previdenza su future esigenze di spesa”.
Infine, il Tribunale ha specificato che, in mancanza di una decisione unanime dell’assemblea, la ripartizione delle spese deve avvenire solo “secondo i criteri di proporzionalità fissati nell’art. 1123 c.c.”.
Pertanto, dunque, “non è consentito all’assemblea condominiale, deliberando a maggioranza, di ripartire tra i condomini non morosi il debito delle quote condominiali dei condomini morosi”.
Nel caso in esame, i giudici hanno ricordato che il fondo cassa per le morosità e i servizi comuni, oggetto della controversia, era stato proprio “istituito per far fronte al debito delle quote condominiali dei condomini morosi ripartendo lo stesso tra tutti gli altri condomini”.
Per tale ragione, il condominio aveva determinato “una ripartizione di fatto tra i condomini non morosi del debito determinato dalle morosità, senza il consenso unanime di tutti i condomini”.
Dunque, secondo il Tribunale, la relativa delibera assembleare doveva essere annullata, in quanto illegittima.
Alla luce di tali considerazioni, il Tribunale di Milano ha accolto l’impugnazione della delibera assembleare proposta dal condomino, accertandone la illegittimità.
Nel 2015 il Tribunale di Milano aveva dato torto alla famiglia, accogliendo le ragioni dell’ospedale. Una contro-perizia riconduceva infatti la complicanza della bolla d’aria alla base del danno a una fatalità.
La drammatica vicenda di A.M. inizia nel 2013, quando dopo un intervento alla valvola mitralica, resta paralizzata.
Dopo l’operazione, infatti, va in coma per 17 giorni: al risveglio non riesce più a sostenere il peso del proprio busto, né a muovere gli arti.
La drammatica vicenda, raccontata dalle pagine del Fatto Quotidiano, sembra essere ora giunta al suo capitolo conclusivo.
L’ultima speranza di ottenere giustizia, per la donna rimasta paralizzata dopo l’operazione, è la Cassazione.
Infatti, secondo il Tribunale di Milano, l’anossia cerebrale diffusa che l’ha colpita è stata una fatalità.
Ma non è tutto. In Cassazione la famiglia della donna chiederà conto di omissioni ed errori, come quei cinque elettrodi lasciati nel cuore dopo l’intervento e scoperti 4 anni dopo per un principio di infezione.
A maggio scorso, la signora M. era in aula per la causa intentata contro l’ospedale San Raffaele di Milano. L’obiettivo era vedere riconosciuta la responsabilità della struttura, anche per colpa professionale dei chirurghi che nel 2003 eseguirono l’intervento di routine cui si era sottoposta.
Non le fu, infatti, prospettato alcun rischio di complicanze all’epoca. Invece, purtroppo, le cose andarono molto diversamente, lasciandola paralizzata dopo giorni di coma. Eppure, per questo danno biologico permanente, nessuno finora ha pagato perché per i giudici di primo grado nessuno ha colpa.
Già nel 2015, infatti, i giudici del Tribunale di Milano avevano dato torto alla famiglia, grazie anche a una controperizia dell’ospedale.
Questa attribuiva la complicanza della bolla d’aria alla base del danno a un’occorrenza statistica dall’1,5% al 5,2% dei pazienti sottoposti a intervento a cuore aperto.
Nessuna imperizia, dunque, ma solo una fatalità.
Adesso la famiglia fa ricorso in Corte di Cassazione assistita dall’avvocato Ugo Ruffolo e non si arrende.
Ruffolo ha valutato come giuridicamente e logicamente erronee le pronunce di merito impugnate. Anche perché definivano quanto accaduto alla donna come un evento “prevedibile ma non prevenibile”. Una complicanza “nota alla paziente, e per la quale aveva prestato consenso”.
Ma, specifica il legale, così non è.
Perché era mancata sia quella consapevolezza che solo una adeguata informazione avrebbe permesso, sia la prova della corretta esecuzione dell’intervento. Due circostanze soltanto in presenza delle quali soltanto si sarebbe potuto parlare di una “complicanza non prevenibile”.
A mettere poi in discussione la buona riuscita dell’intervento e l’assenza di imperizia, ci sono poi quei 5 elettrodi “dimenticati” nell’addome della paziente. Scoperti quattro anni dopo, solo 4 sono potuti essere asportati.
Sarà adesso la Cassazione a fare chiarezza su una vicenda in cui, finora, non ci sono colpevoli.
MORTO PER UNA POLMONITE: PEDIATRA CONDANNATO A UN ANNO

References: sentenza 
 art. 5
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 1218
 Cass. 
 sentenza 
 art. 7
 Cass. 
 art. 7
 Cass. 
 sentenza