Source: http://www.avvocatoveronatosi.com/2018/07/02/la-quietanza-rilasciata-dal-fallito-in-bonis-non-vale-come-confessione-stragiudiziale/
Timestamp: 2019-06-18 14:45:55+00:00

Document:
Staff Studio Tosi Notizie, Pignoramento
Recente sentenza della Cassazione che affronta la questione della valenza probatoria da attribuire alla dichiarazione di quietanza. Nel caso specifico, bisognava stabilire se la quietanza rilasciata dal creditore, poi fallito, al debitore all’atto del pagamento avesse, o meno, l’efficacia vincolante della confessione stragiudiziale, ex art. 2375 c.c.
Secondo la Cassazione, la quietanza rilasciata dal creditore al debitore nei confronti del curatore del fallimento all’atto del pagamento non ha l’efficacia vincolante della confessione stragiudiziale, ex art. 2735 c.c., ma unicamente il valore di documento probatorio dell’avvenuto pagamento, apprezzabile dal giudice al pari di qualsiasi altra prova desumibile dal processo, atteso che il curatore, anche laddove si ponga nell’esercizio del diritto del fallito, nella stessa posizione di quest’ultimo, è una parte processuale diversa dal fallito medesimo.
Una persona conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale la curatela del fallimento di una società, affinchè fosse accertato e dichiarato il suo diritto di proprietà su una determinata unità immobiliare, accertando altresì che il fallimento non vantava alcun diritto sul bene.
In tal senso deduceva che il bene era stato oggetto di un preliminare di compravendita con la società ancora in bonis, e che pur avendo versato parte del prezzo la promittente venditrice non era addivenuta alla stipula del definitivo, costringendo l’attore a promuovere un giudizio ex art. 2932 c.c.,. Rilevava altresì che il bene era stato anche oggetto di pignoramento da parte della creditrice della società, con atto trascritto in data successiva alla domanda di giudizio.
Il Tribunale aveva disposto il trasferimento della proprietà del bene all’attore, subordinando l’effetto traslativo al versamento del residuo prezzo.
Successivamente, era intervenuta la sentenza di fallimento della società venditrice e la curatela si era avvalsa dalla facoltà di cui alla L. Fall., art. 107, sostituendosi ai creditori pignoranti ed a quelli intervenuti nella procedura esecutiva pendente, sostenendo che, non essendo intervenuto il versamento del saldo, il bene era ancora di proprietà della società fallita, pretendendo quindi di includere l’appartamento dell’attore tra i beni della massa fallimentare.
Nella resistenza della curatela il Tribunale dichiarava che l’immobile oggetto di causa era di sua esclusiva proprietà.
La Corte d’Appello ha rigettato l’appello della curatela fallimentare, condannando l’appellante anche al rimborso delle spese del grado. In via preliminare riteneva fondata l’eccezione di inammissibilità delle nuove domande ed eccezioni proposte dalla curatela, ed in particolare di quella concernente l’inopponibilità alla stessa curatela della quietanza di pagamento del saldo del prezzo, rilasciata con scrittura privata autenticata avente data certa, dal legale rappresentante della società ancora in bonis.
A tal fine rilevava che a fronte della produzione di tale documento già in primo grado, l’appellante non aveva proposto alcuna domanda o eccezione che involgesse la questione della opponibilità della quietanza, che invece risultava sollevata per la prima volta solo in grado di appello. Per l’effetto andava dichiarata l’inammissibilità della deduzione ex art. 345 c.p.c., poichè occorreva avanzare apposita domanda di simulazione.
La questione risultava comunque infondata anche nel merito atteso che, stante il principio dell’opponibilità della quietanza alla curatela fallimentare, quale ipotesi di confessione stragiudiziale, era il curatore a dover richiedere già nel corso del giudizio di primo grado che il giudice adito pronunciasse la simulazione della quietanza, fornendo la relativa prova, prova che però non era stata in alcun modo offerta.
Ne scaturiva quindi che la quietanza aveva piena valenza probatoria anche nei confronti della curatela, sicchè doveva reputarsi che si fosse ormai verificato l’effetto traslativo della proprietà del bene, effetto condizionato dalla sentenza ex art. 2932 c.c., all’effettivo pagamento del saldo prezzo.
La sentenza poi disattendeva il terzo motivo di appello con il quale si sottolineava la contraddittorietà della condotta dell’attore che, in relazione alla somma asseritamente versata a saldo prezzo, aveva presentato domanda di insinuazione al passivo, e ciò sul presupposto che il curatore avesse legittimamente esercitato la facoltà di sciogliersi dal preliminare L. Fall., ex art. 72.
La Curatela del fallimento della società ha proposto ricorso avverso tale sentenza sulla base di quattro motivi.
I motivi di ricorso denotano che non è contestata la prevalenza degli effetti di tale sentenza rispetto sia alla sentenza di fallimento che alla trascrizione del pignoramento, posto che la domanda giudiziale di esecuzione in forma specifica dell’obbligo a contrarre è stata pacificamente trascritta prima sia della sentenza di fallimento che del pignoramento del bene oggetto di causa, ma la difesa della curatela si incentra sul mancato verificarsi dell’effetto traslativo, in quanto non risulterebbe effettivamente adempiuta l’obbligazione gravante sul promissario acquirente, evento che la sentenza del Tribunale aveva posto come condizione sospensiva dell’efficacia traslativa della proprietà del bene.
Posta tale premessa, a fronte della produzione da parte dell’attore della quietanza, avente data certa in quanto rilasciata con scrittura con firma autenticata, emessa dal legale rappresentante della società ancora in bonis, e relativa appunto al pagamento del saldo prezzo in epoca anteriore alla dichiarazione di fallimento, i giudici di appello hanno ritenuto che la contestazione circa l’opponibilità di tale quietanza alla curatela costituisse oggetto di una domanda ovvero di un’eccezione in senso stretto, insuscettibile di poter essere proposta per la prima volta in grado di appello, dichiarando quindi inammissibili le deduzioni dell’appellante ai sensi dell’art. 345 c.p.c..
Orbene, rileva la Corte che, secondo la propria giurisprudenza (cfr. Cass. n. 24690/2017), nei confronti del curatore del fallimento (che nel caso di specie resisteva alla domanda attorea ponendosi anche a tutela degli interessi del ceto creditorio, ed al fine appunto di recuperare il bene alla massa fallimentare) la quietanza rilasciata dal creditore (poi fallito) al debitore all’atto del pagamento non ha l’efficacia vincolante della confessione stragiudiziale ex art. 2375 c.c., ma unicamente il valore di documento probatorio dell’avvenuto pagamento, apprezzabile dal giudice al pari di qualsiasi altra prova desumibile dal processo, atteso che il curatore, anche laddove si ponga nell’esercizio del diritto del fallito, nella stessa posizione di quest’ultimo, è una parte processuale diversa dal fallito medesimo (conf. Cass. n. 21258/2014; Cass. n. 4288/2005).
Ne deriva pertanto che, stante l’individuata e limitata valenza probatoria della quietanza, il motivo di appello con il quale si intendeva contestare l’opponibilità della stessa alla curatela, con la necessità di dover adeguatamente apprezzare la sua portata, lungi dal porre in essere la proposizione di una domanda o di un’eccezione nuova, si limita a sollecitare il potere del giudice di appello alla corretta valutazione delle risultanze istruttorie, essendo pertanto evidente la non riconducibilità della tesi difensiva dell’appellante nell’ambito di applicazione dell’art. 345 c.p.c., e ciò soprattutto in vista della verifica della ricorrenza di uno degli elementi costitutivi della domanda attorea, il cui accoglimento presupponeva la prova dell’effettivo versamento del corrispettivo della vendita, in data anteriore alla dichiarazione di fallimento.
Peraltro, ed essendo evidente che non risulta proposta una domanda nuova, anche a voler qualificare la deduzione di cui al motivo di appello della curatela come contenente la proposizione di un’eccezione, è erronea l’affermazione secondo cui si tratterebbe di un’eccezione in senso stretto.
In tal senso occorre fare richiamo alla costante giurisprudenza di questa Corte per la quale (cfr. Cass. S.U. n. 10531/2013; Cass. n. 15661/2005) nel nostro ordinamento le eccezioni in senso stretto, cioè quelle rilevabili soltanto ad istanza di parte, si identificano o in quelle per le quali la legge espressamente riservi il potere di rilevazione alla parte o in quelle in cui il fatto integratore dell’eccezione corrisponde all’esercizio di un diritto potestativo azionabile in giudizio da parte del titolare e, quindi, per svolgere l’efficacia modificativa, impeditiva od estintiva di un rapporto giuridico suppone il tramite di una manifestazione di volontà della parte (da sola o realizzabile attraverso un accertamento giudiziale), anche a voler qualificare come eccezione la contestazione circa l’opponibilità della quietanza alla curatela, si tratterebbe, in assenza di una diversa previsione del legislatore, di un’eccezione in senso lato, liberamente suscettibile di deduzione anche in grado di appello, con la conseguente inapplicabilità della previsione di cui all’art. 345 c.p.c..
La sentenza impugnata non si è pertanto attenuta ai suddetti principi e deve essere cassata con rinvio per nuovo esame ad altra Sezione della Corte d’Appello.
Cassazione civile, sez. VI, 14/06/2018, n. 15591

References: sentenza 
 art. 2375
 art. 2735
 art. 2932
 sentenza 
 art. 107
 art. 345
 sentenza 
 art. 2932
 sentenza 
 art. 72
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 Cass. 
 art. 2375
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