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Timestamp: 2019-05-23 17:25:17+00:00

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Giudizio d’appello: il divieto dello jus novorum. • Lex & Formazione
di Mirco Minardi - 21 gennaio 2010
In appello non si possono proporre domande nuove, mentre è consentita l’emendatio. Per la distinzione tra mutatio libelli e emendatio libelli rimando al mio Manuale sulle insidie e i trabocchetti del processo civile. Qualora proposte, le domande nuove debbono essere dichiarate inammissibili.
[I]. Nel giudizio d’appello non possono proporsi domande nuove e, se proposte, debbono essere dichiarate inammissibili d’ufficio. Possono tuttavia domandarsi gli interessi, i frutti e gli accessori maturati dopo la sentenza impugnata, nonché il risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza stessa.
Il divieto de quo mira ad assicurare il rispetto del principio del doppio grado di giurisdizione, con la conseguenza che la violazione può essere dichiarata d’ufficio con conseguente pronuncia di inammissibilità, non rilevando in contrario che l’appellato abbia su di essa accettato il contraddittorio (v. Cassazione civile , sez. II, 26 maggio 2004, n. 10146).
In appello sono anche inammissibili:
le domande di primo grado abbandonate (Cass. 3104/87);
le domande proposte in primo grado nei confronti di soggetti diversi dall’appellato (Cass. 5234/2000);
le domande proposte tardivamente (Cass. 2155/98).
Per la verità non tutte le domande ricevono lo stesso trattamento. Così, mentre per i diritti autodeterminati non costituisce domanda nuova l’allegazione di un nuovo fatto, per i diritti eterodeterminati ad ogni fatto costitutivo corrisponde una nuova domanda con conseguente divieto di proposizione in appello.
“La domanda con la quale la vittima di un sinistro stradale chiede la condanna dell’assicuratore al risarcimento del danno anche oltre il massimale per colposo ritardo nella liquidazione dell’indennizzo (c.d. “mala gestio” impropria) non può essere formulata per la prima volta in appello, a pena di inammissibilità rilevabile anche d’ufficio; detta domanda, infatti, riguarda un oggetto ed una “causa petendi” del tutto diversi dalla mera domanda risarcitoria e non può ritenersi implicitamente formulata nell’ambito di quest’ultima”, Cass. 19089/2009
“Nelle azioni a difesa del diritto di proprietà e degli altri diritti reali di godimento, che sono individuati solo in base al loro contenuto (con riferimento al bene che ne costituisce lloggetto), la causa petendii si identifica con il diritto stesso e non, come nei diritti di credito, con il titolo che ne costituisce la fonte, la cui deduzione, necessaria ai fini della prova del diritto, non ha alcuna funzione di specificazione della domanda; ne consegue che l’allegazione in appello dell’acquisto per usucapione abbreviata non costituisce domanda nuova rispetto a quella di usucapione ordinaria inizialmente proposta con riferimento allo stesso bene, poiché, indipendentemente dalla necessità di provare ulteriori elementi costitutivi della fattispecie acquisitiva, viene rivendicato il medesimo diritto”, Cass. 19544/2009
Non rientra invece nel divieto:
la diversa qualificazione giuridica della domanda (Cass. 10038/2009);
la richiesta applicazione di altre norme;
la semplice modifica della causa petendi e del petitum;
la proposizione di una domanda per lite temeraria ex art. 96 c.p.c.;
la richiesta di interessi, frutti, accessori, danni maturati dopo la sentenza di primo grado.
Per quanto concerne le domande di restituzione delle somme pagate in forza della sentenza di primo grado occorre distinguere:
se il pagamento è avvenuto prima della notifica dell’atto di appello, le somme vanno necessariamente richieste con questo;
se il pagamento avviene dopo, la domanda può essere formulata sino all’udienza di pc.
E’ onere dell’appellante allegare e dimostrare quando è avvenuto il pagamento. La sentenza è immediatamente esecutiva, senza che occorra attendere il passaggio in giudicato.
L’art. 336 c.p.c. (nel testo novellato dell’art. 48 l. 26 novembre 1990 n. 353), deponendo che la riforma o la cassazione estende i suoi effetti ai provvedimenti e agli atti dipendenti dalla sentenza riformata o cassata, comporta che, con la pubblicazione della sentenza di riforma, vengano meno immediatamente sia l’efficacia degli atti o provvedimenti di esecuzione spontanea o coattiva della stessa, rimasti privi di qualsiasi giustificazione, con conseguente obbligo di restituzione della somma pagata e di ripristino della situazione precedente. Ne consegue che la richiesta di restituzione delle somme corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado non costituisce domanda nuova ed è perciò ammissibile in appello; la stessa deve, peraltro, essere formulata, a pena di decadenza, con l’atto di appello, se proposto successivamente all’esecuzione della sentenza, essendo invece ammissibile la proposizione nel corso del giudizio soltanto qualora l’esecuzione della sentenza sia avvenuta successivamente alla proposizione dell’impugnazione” , Cassazione civile, sez. III, 30 aprile 2009, n. 10124
Allorché venga riformata in appello una sentenza già posta in esecuzione forzata, il debitore esecutato ha diritto alla restituzione non solo del capitale pagato sulla base del titolo successivamente riformato, ma anche delle somme corrisposte a titolo di rifusione delle spese del giudizio di esecuzione sostenute dal creditore esecutante, e ciò a prescindere dallo stato soggettivo di buona o mala fede di quest’ultimo (v. Cassazione civile , sez. III, 14 ottobre 2008, n. 25143).
Qualora la sentenza di II grado riformi il regime delle spese, gli interessi sulle stesse decorreranno dalla sentenza di appello e non da quella di primo grado:
“A norma dell’art. 336 c.p.c., la sentenza di riforma resa in grado d’appello pone nel nulla la sentenza di primo grado, che perde efficacia in quanto caducata e sostituita immediatamente – in tutto o nei limiti dei capi riformati – dalla pronuncia di secondo grado; ne consegue che, ove la sentenza di primo grado sia stata riformata in punto di regolazione delle spese processuali, la data della pronuncia di appello – determinando il nuovo assetto degli interessi – segna il momento della nascita del relativo credito in favore della parte vittoriosa, ed è da quel momento (e non dalla data della pronuncia di primo grado) che decorrono gli interessi legali sulla somma liquidata”, Cassazione civile , sez. II, 08 ottobre 2008, n. 24821.
Per quanto riguarda lo jus superveniens occorre distinguere: legittimano la proposizione di una nuova domanda una legge o una sentenza della Corte Costituzionale, ma non un semplice decreto (Cass. 3984/1997).
Emanuela ottobre 22nd, 2018
Salve, avrei una domanda. Mio cognato, docente, anni fa ha vinto in primo grado una causa di lavoro ottenendo il risarcimento x mancata stabilizzazione. Essendo nel frattempo entrato di ruolo e avendo proposto appello il Miur, mio cognato ha deciso di non costituirsi in giudizio, stante anche gli orientamenti a lui sfavorevoli della Cassazione. Il giudice di appello stavolta ha accolto il ricorso del MIUR sia basandosi appunto sulle recenti sentenze della Cassazione che considerano il passaggio di ruolo come una forma diversa di ristoro sia adducendo che nel ricorso mancano “le prove” dell’abuso reiterato da parte del MIUR, non essendo stati allegati al ricorso i documenti che provano il susseguirsi del rapporto di lavoro presso lo stesso istituto e con riguardo alla stessa cattedra. Ora io mi chiedo: il giudice d’appello non avrebbe dovuto avere contezza di questi documenti rinvenendoli nel fascicolo d’ufficio di primo grado? Perché è chiaro che il MIUR non li ha allegati al suo ricorso, né mio cognato avrebbe potuto non n essendosi costituito in appello. Inoltre, posto che mio cognato ha difatti prestato servizio in modo reiterato presso la stessa cattedra può ricorrere in Cassazione facendo valere questi documenti che lo attestano o non si può far nulla? E se non si può ricorrere in Cassazione si può rifare un’altra causa facendo valere questi documenti che in appello forse intenzionalmente non sono stati esibiti da parte del MIUR? Grazie della risposta
Carlo marzo 10th, 2019
Gentile Collega, approfitto della tua esperienza per chiederti un parere su una questione capitatami di recente. Uno dei convenuti (già contumace), muore durante il processo e il fatto è documentato da relata dell’ufficiale giudiziario relativa alla notifica dell’ordinanza che ammette interrogatorio. Il giudice “dimentica” nella confusione dell’udienza di dichiarare l’interruzione e rinvia per proseguire interrogatorio formale Delle altre parti (nessun collega si accorge dell’anomalia, eravamo 10 convenuti). A distanza di più di 3 mesi, prima di procedere all’interrogatorio, eccepisco l’estinzione per mancata riassunzione…il collega dell’attore sostiene che ha tempo un anno per riassumere al domicilio del defunto presso gli eredi…il giudice si è riservato…che ne pensi?

References: sentenza 
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 Cass. 
 Cass. 
 art. 96
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