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Timestamp: 2018-04-21 11:34:14+00:00

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Palazzi di (ex) via Missaglia: ecco perché il giudice civile condannò Franco Abruzzo a risarcire i danni all’Inpgi | Sindacati Regionali di Stampa
Palazzi di (ex) via Missaglia: ecco perché il giudice civile condannò Franco Abruzzo a risarcire i danni all’Inpgi
Inpgi, polemica sulle case di via Missaglia
La storia si ripete, ad ogni passo, ad ogni passaggio. Ignorando, spesso, anche i punti fermi messi in passato. Che sono sentenze di un giudice terzo, non di amici o nemici, e che raccontano e continuano a raccontare di prospettazioni di fatti non veritiere. E’ il caso delle ormai famose palazzine della ex via Missaglia, di proprietà dell’Inpgi, sulle quali infuria di nuovo la polemica. Pezzi, servizi e articoli tutti tesi ad ottenere un abbassamento del prezzo degli appartamenti nell’ambito del processo di dismissione. La polemica riparte dalle radici della vicenda, ma su tutto grava una sentenza del Tribunale civile di Milano che, il 18 luglio del 2005, condannò Franco Abruzzo a risarcire all’Istituto di Previdenza dei Giornalisti, che lo aveva citato in giudizio per diffamazione, quarantamila euro.
E qui ci si incrocia con un altro scontro: quello sui malumori espressi per gli articoli che lo stesso Abruzzo scrive oggi sul destino dell’Inpgi, istituto in cui oggi ricopre l’incarico di sindaco, con tutto ciò che in termini di riservatezza e immagini ne consegue. Malumori che sono arrivati sul tavolo del Collegio dei sindaci e dei quali tre consiglieri generali si dolgono: non possono i controllati pretendere di controllare i controllori.
Ma se il controllore è stato già condannato in sede civile (sottolineiamo non penale) a risarcire l’ente che oggi controlla?
Vale allora la pena leggere le motivazioni con cui il giudice Claudio Marangoni accompagnò il dispositivo. Servirà solo investire un po’ di pazienza per chiarirsi le idee, visto che il testo è integralmente riprodotto.
“In via preliminare deve essere confermata la sussistenza del potere di promuovere azioni giudiziarie in nome e per conto dell´I.N.P.G.I. in capo al suo presidente, senza la necessità alcuna di delibera del consiglio di amministrazione che abbia a tal fine preventivamente autorizzato il predetto organo.
Invero l´I.N.P.G.I. ha assunto, a seguito del Decreto legislativo 30 giugno 1994 n. 509, la personalità giuridica di diritto privato ai sensi degli articoli 14 e seguenti c.c. (v. art. 1 Statuto I.N.P.G.I., in doc. A fasc. attr.).
Ai sensi dell´art. 6, comma 1, lett. a) dello Statuto il presidente ha la rappresentanza legale dell´Istituto, mentre nessuna specifica attribuzione relativa al potere di agire o di resistere in via giudiziale appare conferita dallo Statuto stesso ad altro organo dell´ente.
Da ciò consegue che il presidente ha il potere di agire in giudizio a nome dell´istituto, conferendo ai difensori le procure alle liti, senza necessità di una delibera in tal senso del consiglio di amministrazione, in mancanza di una specifica previsione normativa o statutaria, in quanto un´autorizzazione dell´organo collegiale è prescritta in via generale soltanto per gli enti pubblici.
Non può pertanto trovare applicazione, nel caso di specie, il principio generale – valido per i soli enti pubblici – secondo il quale il legale rappresentante può agire o resistere in giudizio soltanto se espressamente autorizzato dall´organo collegiale competente (v. da ultimo Cass. 9254/04, Cass. 2859/02; in precedenza Cass. 8211/95).
La giurisprudenza ora richiamata ha sempre confermato l´autonomia della disciplina propria di ciascun ente pubblico non territoriale in ordine alla legittimazione dei propri organi rappresentativi a stare in giudizio, perchè non esiste nei confronti di tali enti, come avviene invece per gli enti pubblici territoriali, una norma di carattere generale, che stabilisca la necessità che il singolo organo rappresentativo sia a tale scopo autorizzato dal proprio organo deliberativo (consiglio di amministrazione o altro organo simile).
Deve dunque di volta in volta verificarsi se nella legge istitutiva o nello statuto del singolo ente sia prevista la necessità di tale autorizzazione.
Nel caso di specie il presidente dell´I.N.P.G.I. – che è anche presidente del consiglio di amministrazione – ha in base allo statuto la rappresentanza dell´ente, mentre fra le attribuzioni del consiglio di amministrazione, come stabilite dall´art. 13 comma 3 Statuto, non ve n´è alcuna che preveda una decisione di tale organo rispetto all´autorizzazione ad agire o resistere in giudizio.
La questione relativa agli impegni di spesa coinvolti nella proposizione dell´azione giudiziaria a difesa dell´immagine dell´ente – relativi sostanzialmente alla spesa inerente al relativo incarico professionale conferito al difensore – attiene in via esclusiva ad un profilo puramente interno all´ordinamento dell´ente e non può avere influenza alcuna sulla regolare costituzione del rapporto processuale.
Quanto al merito della controversia, appare opportuno prendere le mosse dalle contestazioni sollevate dall´istituto attore nei confronti di quanto pubblicato sul numero 2 del febbraio 2002 del mensile Tabloid.
In esso veniva pubblicata per intero la sentenza della Corte dei conti del Lazio che in primo grado di giudizio aveva condannato gli amministratori dell´I.N.P.G.I. in carica tra il 1989 ed il 1991 a risarcire, insieme ad altri pubblici funzionari, la somma di circa quindici miliardi e mezzo di lire costituente la differenza ritenuta esistente tra il prezzo pagato dall´ente alla Premafin del Gruppo Ligresti per l´acquisto di due immobili in Milano, via dei Missaglia, ed il prezzo ritenuto invece congruo così come emerso dalla stima eseguita in corso di causa.
Nelle pagine interne dedicate a tale pubblicazione il testo della sentenza era sormontato da alcuni titoli (“Sentenza della Corte dei conti del Lazio “bacchetta” il Pm che aveva chiesto l´assoluzione dei 31 giornalisti-amministratori 1989 -1991″; “Case di via Missaglia: l´Inpgi “recupera” 15 miliardi (al Psi tangente di 7 miliardi)”) ed era accompagnato da brevi note senza firma che ripercorrevano la vicenda, anche mediante la citazione dei provvedimenti adottati in sede penale (“La vicenda”; “L´inchiesta penale”; “Il decreto di archiviazione del Gip Giovanna Ichino alla base dell´azione della Procura della Corte dei conti”; “Conclusioni”).
Contesta sostanzialmente parte attrice che la notizia della sentenza della Corte dei conti del Lazio riguardante la vicenda relativa l´acquisto degli immobili di via Missaglia – che aveva solo accertato il danno erariale conseguente alla ritenuta esorbitanza di quanto versato a Premafin rispetto al prezzo accertato come congruo – sia stata indebitamente associata dalle parti convenute a procedimenti penali riguardanti tangenti a suo tempo versate al Psi, nonostante gli accertamenti della magistratura in sede penale si fossero sempre conclusi sul punto con provvedimenti di archiviazione.
In particolare – oltre al collegamento diretto tra tali vicende stabilito dalla titolazione generale degli articoli – nelle “Conclusioni” tratte dall´estensore delle note dalla ricostruzione dei fatti si leggeva: “Concludendo, rimane da sciogliere un mistero: l´Inpgi… ha pagato troppo le case di via Missaglia, ma un altro soggetto (il Psi) ha intascato una tangente di 7 miliardi in relazione a quel prezzo elevato. C´è un legame tra le due circostanze? Qualcuno (e chi) ha favorito il regalo dell´Inpgi (di almeno 15 miliardi) alla Premafin tanto da spingere la Premafin a sdebitarsi con il Psi?”
Non sembra inutile premettere alle specifiche valutazioni sul contenuto dell´articolo in questione un richiamo ai principi da ritenersi consolidati in materia di diffamazione, rilevando che in via generale il diritto riconosciuto dall´ordinamento dall´art. 21 Cost. costituisce ed integra una causa di giustificazione che scrimina il comportamento del soggetto cui le dichiarazioni lesive sono attribuite in quanto sussista l´oggettivo interesse che i fatti narrati rivestono per l´opinione pubblica (principio della pertinenza), la correttezza con cui essi vengono esposti (principio della continenza) e la corrispondenza tra i fatti accaduti e quelli narrati (principio della verità) (in tal senso tra le più recenti v. Cass. 6877/00; Cass. 5947/97), con la precisazione che – rispetto al principio della verità oggettiva – può ritenersi sufficiente anche la sola verità putativa, purchè frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca (v. da ultimo Cass. pen. 2518/99; Cass. pen. 11578/97).
Deve tuttavia precisarsi che il richiamo alla scriminante dell´esercizio del diritto di critica implica per se stesso l´esame e la valutazione dell´esposizione di fatti non già a fini informativi – rispetto ai quali assumono rilievo gli ordinari criteri dell´interesse pubblico o sociale della notizia, della verità oggettiva o putativa dei fatti riportati e della continenza formale dell´esposizione – quanto piuttosto una interpretazione di fatti e comportamenti necessariamente frutto di una visione soggettiva, difficilmente riconducibile al criterio della necessità della verità del fatto in quanto l´esercizio del diritto di critica – nel suo aspetto puro, cioè disgiunto da ogni finalità informativa – comporta una valutazione da parte dell´interprete che può esprimersi in termini di condivisibilità o meno delle tesi affermate, non già sotto il profilo della verità delle medesime (v. da ultimo Cass. n. 370/02 nonchè Cass. pen. n. 38448/01).
Tuttavia non può negarsi – ad avviso di questo giudice – che l´espressione di un´opinione critica in merito a determinati fatti non possa prescindere dal riferimento ai medesimi quali effettivamente accaduti e storicamente reali.
Invero l´opinione dissenziente – ove difettasse tale condizione – risulterebbe obbiettivamente non motivata e priva della effettiva riferibilità ad un legittimo esercizio critico, rispetto al quale pertanto del tutto infondato sarebbe il richiamo alla capacità scriminante dell´art. 21 Cost. (v. da ultimo Cass. pen. 13264/05).
In via generale deve dunque rilevarsi che nel caso di specie indubbio era l´interesse per i lettori di Tabloid – periodico dell´Ordine dei Giornalisti della Lombardia – alla conoscenza del testo della sentenza che aveva deciso sulla responsabilità degli amministratori dell´ente di previdenza della categoria in ordine alla correttezza dell´acquisto degli immobili in questione e della relativa spesa, così come la ricostruzione storica della vicenda anche nei suoi risvolti sul piano penale ed il richiamo al contesto in cui detti accertamenti si erano svolti.
Va anche affermato – in coerenza con i principi innanzi sommariamente richiamati in ordine alla capacità scriminante del diritto di critica – che incensurabile in questa sede sarebbe stata anche l´espressione di un motivato dissenso rispetto alle decisioni assunte dai giudici penali in ordine alle indagini svolte su dette vicende, ove correttamente inserite nell´ambito di una ricostruzione storica della vicenda conforme alla realtà dei fatti e della documentazione ad essa attinente.
Ritiene tuttavia il giudicante che nel caso di specie la stessa ricostruzione storica delle vicende esposte negli articoli in questione non possa ritenersi conforme alla realtà degli elementi emersi in sede penale e che tale carenza renda pertanto indebito l´accostamento della vicenda a presunte tangenti che sarebbero state a suo tempo versate ad un partito politico, con conseguente impossibilità di riconoscere la sussistenza di un´effettiva efficacia scriminante ad un presunto diritto di critica che non può trovare legittimità nella presentazione di dati di fatto privi di reale riscontro.
Nel parte dell´articolo dedicata a “L´inchiesta penale” con evidenza di neretto si riportavano brani dell´interrogatorio reso da Luciano Betti, all´epoca amministratore delegato della Premafin, dinanzi al Pubblico Ministero in data 23.11.1992 (“<<… Come ho già dichiarato in precedenza ho avuto modo di versare del denaro direttamente a mani di legali rappresentati dei seguenti enti pubblici: … Immobili venduti all´Inadel … Immobili venduti all´Enasarco … Immobili venduti all´Inpgi … Immobili venduti al Fondo Pensioni del Banco di Roma >>”), quindi si riportavano le dichiarazioni che il Betti aveva aggiunto specificamente riguardo l´Inpgi (“Trattasi di tre immobili siti a Milano via dei Missaglia 63 venduti dalla Premafin negli anni 1990-1991 a fronte dei quali mi riservo di esaminare la documentazione e di dare esaurienti risposte”) e poi – anch´esso in carattere neretto – un brano della domanda di autorizzazione a procedere del 20.5.1993 da parte della Procura della Repubblica di Roma nei confronti di Bettino Craxi (“Craxi ha costretto, onde non frapporre ostacoli alla vendita di immobili, … 5. Betti Luciano a versare la somma di circa lire 7 miliardi in relazione all´acquisto di immobili da parte di … INPGI (società: Premafin Finanziaria s.p.a., contratto del 17 novembre 1990 e del 20 luglio 1990 )… “).
Il richiamo dei brani sopra menzionati appare obbiettivamente fuorviante e tendenzioso, posto che dalla lettura del complesso di essi il lettore non può che trarre la convinzione che il Betti abbia ammesso – oltre a dazioni di denaro in generale – di aver versato delle somme di denaro in relazione diretta e specifica con la vendita all´Inpgi degli immobili di via dei Missaglia.
Ciò non corrisponde però all´effettivo tenore dei documenti menzionati dallo stesso articolo in caratteri tipografici più evidenti, posto che dalla lettura integrale della parte dell´interrogatorio del Betti del 23.11.1992 si rileva che il predetto non ha mai dichiarato di aver versato del denaro per gli immobili venduti all´Inpgi (v. doc. 33 fasc. conv. Abruzzo, pagg. da 7 a 11, in cui il Betti ammette in via generale il versamento di denaro a rappresentanti di enti pubblici ma, evidentemente interrogato su ciascuna delle vendite eseguite da Premafin nell´arco di tempo considerato, ha poi precisato per ciascun ente menzionato e per le vendite ad esso relative se egli avesse effettivamente o meno eseguito tali versamenti) così come per acquisti di altri enti pubblici (Fondo Pensioni del Banco di Roma, Inail, Enpas, Inps, Inpdai).
Successivamente il Betti ha negato che per tale compravendita fossero stati pagati indebiti compensi ad alcuno (v. doc. 14 fasc. Inpgi).
Dal tenore del provvedimento di archiviazione del Gip dott.ssa Ichino può peraltro rilevarsi che nessun ulteriore elemento in proposito sia poi emerso nel corso degli accertamenti successivi, pur dandosi atto del prezzo elevato di tale compravendita e del contesto che ne rendeva in ipotesi “verosimile”- ma non provato – il suo inserimento nella accertata “consuetudine di versare tangenti” da parte del Betti per conto di Premafin (v. decreto di archiviazione del 10.3.1993, in doc. 9 fasc. conv. Abruzzo).
Anche la menzione di una parte dell´autorizzazione a procedere richiesta nei confronti dell´on. Craxi appare indebitamente riportata e fuorviante, in quanto pone in (esclusivo) riferimento l´importo di 7 miliardi di lire versato al Psi con le vendite degli immobili in questione da parte dell´Inpgi.
La lettura integrale del documento permette invece di verificare che tale ingente importo risultava in effetti collegato a numerose vendite di immobili ad enti pubblici intercorse tra il 1986 ed il 1991 (v. doc. 16 fasc. Inpgi, pag. 4).
Da quanto precede deve dunque rilevarsi che sono state riportate in maniera incompleta e distorta le risultanze documentali innanzi menzionate, al fine evidente di sostenere in maniera artificiosa la riproposizione dei “sospetti” che avevano a suo tempo portato la magistratura inquirente all´apertura di indagini poi oggetto di archiviazione, proponendo al lettore spezzoni di documenti opportunamente scelti e “ritagliati” dal loro effettivo contesto.
Ciò appare del tutto evidente rispetto alle dichiarazioni del Betti riportate in neretto nonchè per il brano ripreso dalla richiesta di autorizzazione a procedere, che doveva evidentemente sorreggere il collegamento poi eseguito nelle “Conclusioni” dell´articolo tra il maggior prezzo accertato dalla Corte dei conti del Lazio e il fatto che “un altro soggetto (il Psi) ha intascato una tangente da 7 miliardi in relazione a quel prezzo elevato”.
In effetti – come si è già osservato – l´ipotesi formulata dalla magistratura inquirente non contemplava affatto un collegamento diretto tra il pagamento di tale ingente somma con il maggior prezzo che sarebbe stato pagato dall´Inpgi a Premafin ma riconnetteva tali pagamenti a molti affari conclusi in un ampio arco di tempo precedente alla compravendita in questione.
Tale relazione – enfatizzata dallo stesso titolo dell´articolo (“Case di via Missaglia: l´Inpgi “recupera” 15 miliardi (al Psi tangente di 7 miliardi)”) – non trovava dunque alcun effettivo fondamento negli atti e documenti delle indagini a suo tempo svolte, nè la pronuncia della Corte dei conti – che sostanzialmente aveva all´epoca solo accertato il pagamento di un prezzo ritenuto incongruo per l´acquisto degli immobili – forniva elementi nuovi od ulteriori atti a sostenere tale ipotesi.
Deve dunque essere confermata la natura diffamatoria dell´articolo in questione e del suo titolo nelle parti innanzi menzionate.
Parte attrice ha altresì censurato il contenuto delle lettere inviate da Franco Abruzzo in data 25.2.2002 (doc. 18 fasc. Inpgi) e in data 19.3.2002 (doc. 19 fasc. Inpgi), riguardanti i medesimi fatti.
La lettura di tali lettere permette di verificare che esse risultano la trasposizione letterale – quanto ai fatti ricostruiti e al richiamo della documentazione di riferimento – dell´articolo pubblicato su Tabloid innanzi descritto in cui sono stati riprodotti i brani sopra menzionati individuati quali illeciti diffamatori.
Tale valutazione deve dunque essere confermata anche per tali scritti, sulla base delle medesime considerazioni già svolte.
Analoga valutazione – in quanto risultano ancora riportate le parti di documenti nelle forme innanzi ritenute colpevolmente incomplete e pertanto integranti illecito diffamatorio – deve essere svolta per quanto pubblicato sul sito dell´Ordine dei Giornalisti della Lombardia, limitatamente ai doc. 20, 21, 22 e 26 del fasc. di parte attrice, e sul sito http://www.ilbarbieredellasera.com – limitatamente al doc. 28 fasc. attr. – in relazione all´articolo “Ma il Psi incassò le tangenti” a firma Franco Abruzzo.
Da quanto precede deve dunque concludersi per la sussistenza degli illeciti diffamatori rispettivamente dedotti dalla parte attrice nei loro presupposti oggettivi e soggettivi.
Nè può essere invero contestata nella specie la sussistenza dell´elemento psicologico della fattispecie di cui all´art. 595 c.p. – rispetto alla quale i fatti sopra esposti risultano idonei ad integrarne l´elemento oggettivo – posto che risulta pacifico in giurisprudenza che la mera consapevolezza di diffondere delle espressioni lesive dell´altrui reputazione appare del tutto sufficiente ad integrare il dolo generico richiesto per la compiuta integrazione del reato.
In tema di delitti contro l´onore, non è invero richiesta la presenza di un animus iniurandi vel diffamandi, ma appare sufficiente il dolo generico, che può anche assumere la forma del dolo eventuale, in quanto basta che l´agente, consapevolmente, faccia uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili come offensive, cioè adoperate in base al significato che esse vengono oggettivamente ad assumere, senza un diretto riferimento alle intenzioni dell´agente (Cass. pen. 13263/05).
In particolare deve ritenersi accertata e dichiarata la lesività dell´articolo “Case di via Missaglia: l´Inpgi “recupera” 15 miliardi (al Psi tangente di 7 miliardi)” per l´onore e la reputazione dell´Inpgi, delle lettere a firma Franco Abruzzo quale presidente dell´Ordine dei Giornalisti della Lombardia del 25.2.2002 e del 19.3.2002 nonchè di quanto pubblicato su il sito dell´Ordine dei Giornalisti della Lombardia di cui ai docc. 20, 21, 22 e 26 del fasc. di parte attrice nonchè dell´articolo “Ma il Psi incassò le tangenti” a firma Franco Abruzzo pubblicato sul sito http://www.ilbarbieredellasera.com (doc. 28 fasc. attr. Inpgi) e deve essere conseguentemente dichiarato ex art. 2043 c.c. il diritto di parte attrice al risarcimento del danno conseguente nei confronti dei convenuti.
Alla luce di quanto sopra osservato, il convenuto Abruzzo deve essere ritenuto responsabile in via esclusiva per quanto pubblicato su http://www.ilbarbieredellasera.com, nonchè in via solidale con l´Ordine dei Giornalisti della Lombardia per tutti gli altri scritti, sia in quanto da esso formalmente sottoscritti, sia in quanto direttore di Tabloid.
Risulta invero accertata anche la responsabilità civile dell´Abruzzo, nella qualità di direttore del quotidiano, per tutti gli articoli – comparsi su Tabloid – per l´omissione colposa del dovuto controllo al fine di prevenire simili reati ex art. 57 c.p., sia dell´editore ai sensi dell´art. 11 L. 47/48.
Per ciò che riguarda la responsabilità del direttore del periodico l´ipotesi colposa di cui all´art. 57 c.p.c. comprende la condotta omissiva di tale soggetto consistente specificamente nel non aver attivato i dovuti controlli per evitare che – col mezzo della stampa e sul periodico da lui diretto – si ledesse dolosamente la reputazione di terze persone (v. da ultimo Cass. pen. 19827/03).
La responsabilità dell´Ordine dei Giornalisti della Lombardia risulta accertata in relazione alla sua posizione di editore di Tabloid ai sensi dell´art.11 L. 47/48, che del sito web ad esso riconducibile nonchè per le lettere 25.2.2002 e 19.3.2002 in quanto redatte dall´Abruzzo nella sua qualità di presidente dello stesso Ordine.
All´accertamento della responsabilità dei convenuti nei limiti innanzi indicati, segue la loro condanna in via solidale al risarcimento del danno morale, in base al combinato disposto degli artt.185 c.p. e 2059 c.c. non risultando provato alcun danno patrimoniale dalle parti attrici.
Ai fini della quantificazione del danno rilevano la posizione pubblica della parte attrice in ragione del rilievo della sua funzione istituzionale, la gravità e gratuità delle affermazioni ad essa riferite e l´obbiettivo ambito di diffusione del quotidiano, dei siti web e delle lettere.
Tale voce di danno deve essere liquidata in via equitativa per ciò che riguarda la responsabilità solidale delle parti convenute in € 30.000,00 nonchè in € 5.000,00 ex art. 12 L. 47/48, intendendosi tali somme già rivalutate e comprensive degli interessi dalla domanda alla sentenza..
Il solo convenuto Abruzzo deve essere altresì condannato al pagamento della somma di € 5.000,00, anch´essa già rivalutata e con interessi fino alla data della presente sentenza, in relazione all´articolo pubblicato su http://www.ilbarbieredellasera.com.
Va quindi accolta l´istanza di pubblicazione del dispositivo della presente sentenza secondo le modalità indicate in dispositivo.
Alla soccombenza dei convenuti segue la loro condanna in via solidale alla refusione delle spese di lite in favore degli attori, che si liquidano in complessivi € 8.900,00 (di cui € 400,00 per esborsi, € 1.500,00 per diritti ed € 7.000,00 per onorari), oltre alle spese generali ex art. 14 T.F. ed agli accessori, come per legge.
Ai fini di cui agli artt. 59, lett. d) e 60, ultimo comma, D.P.R. 131/86, si indicano nei convenuti, – in quanto condannati in via solidale tra loro al risarcimento del danno prodotto da fatto costituente reato – le parti nei cui confronti deve essere recuperata l´imposta di registro prenotata a debito.
Questa voce è stata pubblicata il 14 febbraio 2017 da redazione2 in Assostampa Regionali, Fnsi, Giornalisti, Inpgi, Sentenze, sindacato con tag case via missaglia, condanna, diffamazione, Franco Abruzzo, inpgi, risarcimento danni.
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References: sentenza 
 art. 1
 Cass. 
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 art. 2043
 art. 57
 Cass. 
 art. 12
 sentenza 
 art. 14