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Modelli locali di sviluppo e Distretti Industriali Corso di Politica Economica Corso di laurea in Scienze Statistiche Prof. Cristina Brasili Anno Accademico. - ppt scaricare
Modelli locali di sviluppo e Distretti Industriali Corso di Politica Economica Corso di laurea in Scienze Statistiche Prof. Cristina Brasili Anno Accademico.
PubblicatoAlfieri Simoni
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Modelli locali di sviluppo e Distretti Industriali Corso di Politica Economica Corso di laurea in Scienze Statistiche Prof. Cristina Brasili Anno Accademico Corso di Politica Economica Corso di laurea in Scienze Statistiche Prof. Cristina Brasili Anno Accademico 2
Lezione di Giacomo Becattini… 14. Ho fatto un sogno Nel 1790, Pietro Leopoldo di Asburgo Lorena lascia la Toscana, che ha governato per un quarto di secolo, per Vienna, lasciandosi dietro un immenso patrimonio di coraggiose riforme (es. abolizione della pena di morte) e un documento veramente straordinario: le Relazioni sul governo di Toscana, in cui descrive minuziosamente con la maggior sincerità, verità e ingenuità – così dice – tutte le parti del governo, sue aziende e amministrazioni e tutte le province di Toscana. Ebbene, io sogno una relazione annuale sulla situazione del Paese di tipo leopaldesco, in cui, oltre ai valori del PIL, che consentono – ma più in apparenza che in realtà – confronti nel tempo e nello spazio, ci si fornisca, con tutta una batteria di indicatori, unidea di come si vive nei luoghi, nonché sul morale delle popolazioni ed in cui si descriva minuziosamente, magari modellizzandola, per ogni luogo del Paese, la struttura del processo produttivo del benessere. Il progresso vero non sta, per me, ripeto, nellincremento medio (una media trilussiana) di un punto percentuale del PIL, ma nella bonifica dei luoghi inquinati, nel salvataggio di Venezia dalle maree, nella costruzione dei cittadini della fiducia nellazione pubblica, nella possibilità di passeggiare nelle città senza avvelenarsi con lo smog o il timore di scippi, e via continuando. Il progresso di un Paese io lo vedo insomma, nel miglioramento dei luoghi e nella prograssiva trasformazione dei non luoghi in luoghi……….. Giacomo Becattini, Sergio Vaccà Sistemi locali, trans-locali e transnazionali Lectiones Magistrales per il conferimento della Laurea Honoris Causa Facoltà di Economia, Università di Urbino Carlo Bo 3
Modelli locali di sviluppo Come avviene lo sviluppo locale quali sono I fattori che lo promuovono? Modelli interpretativi dello sviluppo economico regionale e territoriale Modello Neoclassico (dualismo) Modello di sviluppo circolare e cumulativo Modello del filtro Modello della valorizzazione periferica (Crivellini e Pettenati, Modelli locali di sviluppo in Becattini 1989) 4
Modelli locali di sviluppo Modello di sviluppo endogeno I modelli di sviluppo endogeno nascono dalla constatazione del fallimento dei modelli di sviluppo esogeno (Modello neoclassico di Solow) nello spiegare il persistere delle differenze tra i sentieri di sviluppo delle diverse economie 5
Modelli locali di sviluppo Diffusione maggiore nei primi anni Ottanta e negli anni Novanta; si rimuove lipotesi dei rendimenti di scala costanti. Romer (1986) propone lutilizzo dei rendimenti di scala crescenti. Un aumento della conoscenza provoca un aumento del prodotto complessivo Lucas (1988) introduce un modello di learning by doing per due beni riprendendo il celebre lavoro di Arrow (1962) per spiegare il permanere di prolungate differenze nei tassi di crescita. Modello di sviluppo endogeno 6
Modelli locali di sviluppo In Italia gli studiosi dello sviluppo endogeno privilegiano lo studio dei sistemi locali di piccola e media impresa e cioè dei Distretti industriali Perchè? Paradosso strutturale dellItalia (Signorini, in Lo sviluppo locale, 2000) Piccole e piccolissime imprese nei settori tradizionali Pronunciato dualismo Nord-Sud Produzioni a bassa intensità di capitale e a basso contenuto tecnologico Modello di sviluppo endogeno 7
I Distretti Industriali Nel 1919 nei Principles of Economics, Marshall afferma che unarea ad alta concentrazione di piccole imprese si può definire distretto quando sussistono le caratteristiche: La produzione è flessibile e cerca di venire incontro alle diverse necessità dei clienti e, se il cliente è un grossista, è in grado di realizzare lintera gamma della serie produttiva richiesta dal grossista; ci sono molte imprese piccole e molto piccole in un dato territorio, tutte con lo stesso tipo di produzione flessibile; fra queste imprese piccole, molto piccole o medie, alcune vendono i loro prodotti direttamente sul mercato, mentre altre eseguono processi particolari o producono componenti di un prodotto; la separazione delle imprese che vendono i loro prodotti e quelle che operano come sub fornitrici daltre imprese non è rigida; una piccola impresa può, in un dato momento, essere sub fornitrice e, in un altro un venditore; le relazioni tra imprese che vendono sul mercato assumono la forma di un intreccio fra competizione e cooperazione; ciò significa che le imprese non combattono tra loro, ma cercano di trovare spazi nel mercato per nuove produzioni senza creare effetti distruttivi allinterno del distretto industriale; il luogo è così definito perché si riferisce ad unarea geografica molto limitata che è specificatamente caratterizzata da una data produzione dominante; cè una forte interconnessione fra il distretto come realtà produttiva e come ambiente di vita familiare, politica e sociale. 8
I Distretti Industriali Dal distretto marshalliano come categoria di analisi ……... alla sintetica definizione di distretto di Becattini (1979), unentità socio-territoriale caratterizzata dalla presenza attiva di una comunità di persone e da una popolazione di imprese in uno spazio geografico e storico determinato …….. 9
I Distretti Industriali Ciclo di vita di un distretto (Carminucci, Casucci, Censis 1997) Un distretto industriale si può trovare in varie fasi della sua vita: 1) LA SPECIALIZZAZIONE DI FASE: elevata parcellizzazione del processo produttivo 2) LAREA SISTEMA INTEGRATA: caratteristiche di tipo endogeno, utilizzo quasi esclusivo di risorse locali 3) DELOCALIZZAZIONE: fase di maturità delocalizzazione degli impianti in areee a più basso costo 10
(continua) Ciclo di vita di un distretto ( Censis 1997) 4) LA GERARCHIZZAZIONE CON CRESCITA PER LINEE INTERNE: per rispondere alla turbolenza dei mercati reinternalizzano alcune fasi e funzioni, emergono alcune imprese leader 5) LA CONCENTRAZIONE DIREZIONALE: le imprese leader dellarea finiscono sotto la proprietà di pochi soggetti interni 6) LA GERARCHIZZAZIONE CON CRESCITA PER LINEE ESTERNE: le imprese pur rimanendo indipendenti definiscono un sistema di accordi strutturati come se si trattasse di ununica grande azienda 7) IL RIPOSIZIONAMENTO: spostamento su nuove nicchie di mercato I Distretti Industriali 11
La struttura produttiva dei paesi europei (distribuzione percentuale degli addetti per classe) Paesi Classi di addetti >250 Belgio Danimarca Germania Grecia Spagna Francia Italia Lussemburgo Olanda Austria Portogallo Finlandia Svezia Regno Unito Islanda Unione Europea Fonte: Eurostat. Viaggio nelleconomia italiana, Saggine, Donzelli Ed di Pierluigi Bersani e Enrico Letta 12
Spesa totale in Ricerca & Sviluppo 2001 (in % sul Pil) Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat 13
Il declino della grande impresa in Italia (quota percentuale occupati nelle grandi imprese) Fonte: Censimenti Istat 14
I Distretti Industriali I Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano (Giacomo Becattini ) Prima peculiarità del sistema economico italiano Il modello di specializzazione industriale italiano NON è dominato da settori industriali tecnologicamente impegnativi e/o intensivi di capitale ma predominano settori ad alta intensità di know-how, di design, di fantasia e poco qualificati tecnologicamente. Ad esempio: mobili, calzature, pelli, cuoio, gioielli, articoli da regalo. LItalia si trova in questo modo a competere negli stessi mercati dei paesi in via di sviluppo piuttosto che con i principali paesi industrializzati. 15
I Distretti Industriali I Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano (Il Sole 24 ore, 1992 ) Propone una mappa dei distretti: maggior numero al Nord, in embrione al Sud, pochi al Centro Non sono rilevanti le analisi settoriali. Esistono tre gruppi di prodotti: Beni durevoli per le persone le relative materie prime e i macchinari per produrli Beni durevoli per la casa e le macchine per produrli Prodotti alimentari e dei macchinari annessi 16
I Distretti Industriali Made in Italy e distretti industriali (Becattini, 1998 ) E una risposta a bisogni specializzati Il Made in Italy distrettuale è composto da un Made in Italy diretto di beni di consumo e da un made in Italy indiretto dei beni strumentali complementari ai primi 17
I Distretti Industriali I Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano (Giacomo Becattini ) Seconda peculiarità del sistema economico italiano Come si è re-dislocata lindustria manifatturiera nel secondo dopoguerra: il miracolo economico: il motore dello sviluppo industriale trainato dai settori classici (metalmeccanico e chimico) sembra il Nord-Ovest del paese e conferma il ruolo dominante del triangolo industriale ; la svolta si avverte tra il 1961 e il 1971, ma si afferma solo tra il 1971 e il 1981: Occupazione +18%, da 4.5 milioni a 5.3 milioni Nord Ovest +10% Nord Est e Centro +20% Sud +20% addetti, Le imprese tra addetti +31% Occupazione +15%, Nord Ovest rimane stabile, Nord Est e Centro +35% ( mila) Sud addetti; La grande industria perde addetti Le imprese piccolissime addetti Le imprese tra addetti 18
I Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano Giacomo Becattini Terza peculiarità del sistema economico italiano La presenza alla fine del 1991 di circa 200 sistemi locali manifatturieri di piccola e/o medio-piccola imprese, che copre quasi metà delloccupazione manifatturiera totale (valori percentuali). Sistemi locali di piccola e media impresa Sistemi locali di grande impresa Altri sistemi locali Italia I Distretti Industriali 19
I Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano Giacomo Becattini Nel decennio questi sistemi non solo non hanno perduto occupazione nellindustria manifatturiera ma lhanno acquistata. Nel quarantennio ha avuto luogo un mutamento radicale della nostra economia industriale. LItalia ha scelto un metodo che valorizza la personalità del produttore contro un metodo che la comprime. I Distretti Industriali 20
Local Production Systems in Europe: Rise or Demise? Luigi Burroni Carlo Trigilia Oxford University Press,2001 Ristrutturazione economica e distretti negli anni Ottanta Crisi del fordismo negli anni 70: Saturazione del mercato finale, crescente instabilita e segmentazione Fine del sistema di Bretton Woods (liberalizzazione degli scambi dal 1944) Crisi petrolifera Si creano rigidità, limitata flessibilità e alti volumi produttivi grazie a tecnologie e basso costo, labor saving Si afferma un modello con sistemi di piccola e media impresa con forti legami con le istituzioni locali e specializzazione flessibile NEC (Nord Est – Centro) I Distretti Industriali 21
Local Production Systems in Europe: Rise or Demise? Luigi Burroni Carlo Trigilia Oxford University Press,2001 Ristrutturazione economica e distretti negli anni Ottanta LISTAT identifica 199 distretti industriali con più di 2 milioni di occupati nelle attività manifatturiere Sistemi locali di produzione Addetti ai SLPDistretti industriali Addetti ai DI Nord Ovest961,937, ,140 Nord Est801,017, ,521 Centro73544, ,613 Sud30157, ,970 Italia2793,656, ,222,244 I Distretti Industriali 22
Local Production Systems in Europe: Rise or Demise? Luigi Burroni Carlo Trigilia Oxford University Press,2001 Organizzazione territoriale e cambiamenti negli anni Novanta Ci si chiede come reti locali si rapportano alla globalizzazione, come reagiscono La globalizzazione porta ad una de-regionalizzazione delle attività produttive? Ci sono tre possibili risposte: 1.De-localizzazione in Paesi a più bassi costi 2.De-localizzazione di solo alcuni fasi produttive 3.Alcuni distretti maturi diventano distretti terziari e la fase produttiva viene de-localizzata Non necessariamente la globalizzazione aumenta lindeterminatezza dei sistemi locali La concentrazione territoriale della produzione continua ad essere importante anche negli anni 90 con la globalizzazione I Distretti Industriali 23
Local Production Systems in Europe: Rise or Demise? Luigi Burroni Carlo Trigilia Oxford University Press,2001 Organizzazione territoriale e cambiamenti negli anni Novanta AnnoSistemi locali di produzione % di addetti al manifatturiero negli SLP sul totale nazionale Quoziente locale per gli SLP , , Lanalisi si basa sugli SLL Censimento Intermedio dell'Industria e dei Servizi Quoziente di Localizzazione I Distretti Industriali 24
Local Production Systems in Europe: Rise or Demise? Luigi Burroni Carlo Trigilia Oxford University Press,2001 Sistemi locali di produzione per tipo di impresa SLP di piccole imprese SLP PMISLP di grandi imprese Nord Ovest Nord Est Centro Sud I Distretti Industriali 25
Local Production Systems in Europe: Rise or Demise? Luigi Burroni Carlo Trigilia Oxford University Press,2001 % di SLP Italiani che registrano un aumento delloccupazione tra il 1991 e il 1996 SLP di piccole imprese SLP PMISLP di grandi imprese Nord Ovest Nord Est Centro Sud Italia I Distretti Industriali 26
Sistemi Locali del Lavoro. Censimento LIstat diffonde oggi le informazioni sui Sistemi Locali del Lavoro individuati in base ai dati relativi agli spostamenti quotidiani per motivi di lavoro, rilevati in occasione del 14° Censimento generale della popolazione. I Sistemi Locali del Lavoro (SLL) rappresentano i luoghi della vita quotidiana della popolazione che vi risiede e lavora. I Distretti Industriali 27
Allimportanza delle analisi territoriali in Italia non ha fatto riscontro per più di venti anni una politica volta ad un più esatto riconoscimento delle peculiarità positive dei sistemi locali di piccole e medie imprese ed in particolare dei distretti industriali. Solo nel 1991 si è avuto il riconoscimento nominalistico con larticolo 36 della legge n E del 21 Aprile 1993 il Decreto attuativo della legge 317, che detta i parametri per lidentificazione dei distretti. Entrambi i provvedimenti legislativi sono stati indirizzati verso una definizione schematicamente marshalliana del distretto. Lindividuazione del distretto non è però un processo meccanico e coinvolge specifici interessi locali come è stato sottolineato nel 3° Rapporto CNEL/Ceris-Cnr, Lapplicazione dei criteri per lindividuazione dei distretti implica una approfondita analisi del territorio e non tutte le Regioni hanno messo in atto analisi in grado di sviluppare tali competenze. Inoltre, i criteri per la definizione dei distretti, individuati nel decreto del 1993, sono cinque e devono essere rispettati tutti congiuntamente. I distretti nella legislazione italiana I Distretti Industriali 29
Nel 1991 si è avuto il riconoscimento nominalistico dellesistenza dei distretti industriali con larticolo 36 della legge n Il 21 Aprile 1993 il Decreto attuativo della legge 317, che detta i parametri per lidentificazione dei distretti. Determinazione degli indirizzi e dei parametri di riferimento per lindividuazione, da parte delle regioni, dei distretti industriali: Le zone da prendere a riferimento per la definizione sono una o più aree territoriali contigue caratterizzate come sistemi locali del lavoro così come individuati dallISTAT. In tali zone devono essere verificate contestualmente le seguenti condizioni: Un indice dindustrializzazione manifatturiera calcolato in termini di addetti, come quota percentuale di occupazione nellindustria manifatturiera locale, che sia superiore del 30% dellanalogo dato nazionale. Le regioni nelle quali lindice di industrializzazione manifatturiera risulta inferiore a quello nazionale possono assumere come valore di riferimento il dato regionale; Un indice di densità imprenditoriale dellindustria manifatturiera, calcolato in termini di unità locali in rapporto alla popolazione residente superiore alla media nazionale; Un indice di specializzazione produttiva calcolato in termini di addetti come quota percentuale di occupazione in una determinata attività manifatturiera rispetto al totale degli addetti al settore manifatturiero, superiore del 30% dellanalogo dato nazionale. Lattività manifatturiera posta a riferimento deve essere riferita alla classificazione delle attività economiche dellISTAT e corrispondere alla realtà produttiva della zona considerata nelle sue interdipendenze settoriali; Un livello di occupazione nellattività manifatturiera di specializzazione che sia superiore al 30% degli occupati manifatturieri dellarea; Una quota di occupazione nelle piccole imprese operanti nellattività manifatturiera di specializzazione che sia superiore al 50% degli occupati in tutte le imprese operanti nellattività di specializzazione dellarea. I distretti nella legislazione italiana 30
Larticolo 317 e il Decreto ministeriale accolgono e ripropongono in pieno la metodologia didentificazione dei distretti proposta da Sforzi (1987), che già sulla base dei dati del 12° Censimento della Popolazione (ISTAT) del 1981 e del 6° Censimento generale dellIndustria, del Commercio, dei Servizi e dellArtigianato (ISTAT) del 1981 aveva proposto una mappa di 61 distretti industriali marshalliani sulla base dei sistemi locali del lavoro. Sforzi definisce il distretto industriale una categoria di analisi economica alternativa al settore industriale e allimpresa, inoltre esso possiede una sua scala territoriale definita e delimitata con riferimento al sistema di interdipendenze fra imprese congregate, e fra queste e la comunità locale, che coinvolgono un'industria localizzata e una popolazione insediata. I distretti nella legislazione italiana 31
La legge Norme in materia di attività produttive (Articolo 6.8) dell11 maggio 1999 supera supera le difficoltà legate ai 5 criteri del Decreto del 1993 nellidentificare i distretti industriali, e toglie il potere agli indici statistici nellindividuazione delle aree produttive locali. Tale legge libera le Regioni dai rigidi vincoli statistici, nella speranza che concedendo maggiore libertà nellindividuazione delle aree produttive le regioni dimostrino effettiva volontà politica di sostenere le economie locali. Inoltre la legge definisce i sistemi produttivi locali come contesti produttivi omogenei caratterizzati da unelevata concentrazione di imprese. Mentre definisce distretti industriali quei sistemi che hanno anche unelevata specializzazione produttiva. I distretti nella legislazione italiana 32
Recentemente il tema dei distretti torna alla ribalta Sylos Labini: riformiamo le norme sui distretti industriali La riforma delle norme sui distretti industriali, in modo da creare un ambiente più favorevole alle imprese e contribuire alla rifondazione della base industriale italiana. E' questo il nucleo della proposta avanzata attraverso un disegno di legge dall'economista Paolo Sylos Labini e sviluppata nell'articolo pubblicato sul Sole 24 Ore del 15 luglio Labini.htm Labini.htm I distretti nella legislazione italiana 33
Articolo 1 Riorganizzazione del sistema dei distretti Il sistema dei distretti, disciplinato dalla legge del 1991, viene riorganizzato nei modi e nei termini stabiliti nella presente legge. Le norme si applicano alle imprese che operano nei distretti esistenti. Possono essere applicate, previo parere favorevole dellorgano di cui allarticolo 2, alle imprese che si costituiscono presso i distretti nuovi e delle imprese che operano fuori dai distretti, con particolare riguardo alle imprese inserite in filiere produttive. Per la riforma dei distretti e della base industriale Bozza di un disegno di legge fondato sulle proposte emerse nel gruppo di lavoro costituito nellottobre 2004 dal Cnel e che lo stesso Cnel potrebbe presentare in Parlamento. 34
Articolo 2 Organo distrettuale di coordinamento e dindirizzo In seno a ogni distretto viene istituito un organo distrettuale di coordinamento e di indirizzo, dora in poi definito organo distrettuale. Le modalità del funzionamento di tale organo verranno definite per mezzo di un protocollo dintesa fra le parti sociali – associazioni di industriali, artigiani e commercianti e sindacati – e le Regioni, cui spetta un ruolo di grande rilievo. Il criterio fondamentale, non derogabile, è di utilizzare lavoratori o tecnici già operanti in ciascun distretto o comandati da enti di ricerca e da Università, sulla base di rapporti indicati nellarticolo 6. Lorgano distrettuale promuove i rapporti diretti fra le imprese del distretto al livello orizzontale nelle filiere produttive e i rapporti verticali, fra le imprese e gli enti che si occupano di ricerca e di formazione e promuove, in ciascun distretto, la creazione di scuole e istituti professionali e, dintesa con le università, corsi di laurea e master post-laurea. 35
Articolo 3 Fondo di dotazione dellorgano distrettuale Per svolgere le sue mansioni istituzionali ogni organo distrettuale disporrà di un fondo di dotazione che si avvarrà dei contributi non solo del governo, ma anche delle parti sociali e delle Regioni, secondo quote stabilite nel protocollo dintesa di cui allarticolo 2 e che in parte potrà reintegrarsi con le entrate derivanti dai contributi e dagli anticipi compiuti per conto delle imprese. Lorgano distrettuale è autorizzato a prendere accordi con le banche e con le imprese sia per il credito normale che per quello agevolato e collabora con le imprese per la gestione degli incentivi fiscali e creditizi e per limpiego di fondi destinati alle innovazioni. 36
Articolo 4 Mansioni dellorgano distrettuale Allorgano distrettuale sono attribuite cinque mansioni fondamentali. Esecuzione per conto delle imprese di tutti gli adempimenti amministrativi necessari per lavvio e lattività delle imprese, fornendo servizi dinformazione e di consulenza legale, amministrativa, tecnica, finanziaria e fiscale. Servizi di consulenza e di promozione delle innovazioni provenienti dal sistema della ricerca pubblica. Promozione dei rapporti con lUnione europea. Sostegno organizzativo, anche dintesa con gli organi di altri distretti o con organismi europei, per progetti innovativi di speciale rilevanza. Infine, dovrà collaborare con le imprese e gli organi del governo centrale per favorire gli sbocchi dei prodotti locali sia nel mercato interno ed in quelli esteri. 37
Articolo 5 Modalità per lunificazione degli adempimenti Lunificazione riguarda gli adempimenti pubblici locali e centrali e i servizi di carattere pubblico. Fra quelli pubblici rientrano gli adempimenti fiscali, i permessi di edificare, gli infortuni sul lavoro; fra i servizi di carattere pubblico rientrano gli allacciamenti per lacqua, lenergia elettrica, il gas e per il telefono. Per attuare gli adempimenti lorgano distrettuale si doterà di un sistema telema-tico attraverso il quale trasmettere le richieste alle amministrazioni competenti, sulla base delle dichiarazioni che rilasceranno le imprese sotto la loro responsabilità. Lorgano distrettuale richiederà le autorizzazioni anche prima della effettiva utilizzazione, sotto la sua responsabilità. Le amministrazioni competenti non potranno opporre impedimenti alle richieste degli organi distrettuali compiute secondo le regole qui determinate. 38
Continua -Articolo 5 Modalità per lunificazione degli adempimenti Il ministero dellindustria stabilirà i criteri che i distretti dovranno seguire per assicurare la compatibilità dei loro sistemi telematici, anche trasformando quelli già esistenti. Lo stesso ministero assicurerà che gli stessi criteri vengano via via adottati da le amministrazioni locali e da quella centrale. Nel frattempo gli organi distrettuali useranno i mezzi di cui dispongono nei rapporti reciproci e nei rapporti con le autorità centrali e locali e i soggetti che amministrano servizi di carattere pubblico. Articolo 6 Riorganizzazione della ricerca applicata Lorgano distrettuale promuoverà la riorganizzazione e lo sviluppo della ricerca applicata, tenendo conto della vocazione dominante in ciascun distretto e promuovendo un centro di ricerca per la gestione dei laboratori e per regolare i rapporti fra il Centro, di cui al primo comma, gli altri organi distrettuali, gli enti di ricerca, come lENEA e il CNR, le Università e i centri di ricerca e gli organi europei. Lorgano distrettuale favorirà la collaborazione con gli organi professionali, a cominciare con quello degli ingegneri. 39
Articolo 7 Rapporti coi centri di ricerca e gli organi europei Lorgano distrettuale curerà rapporti sistematici coi centri di ricerca europei, anche attraverso accordi, e con organi dellUnione europea per promuovere sostegni organizzativi e finanziari e contribuire alle linee di una politica industriale europea. Articolo 8 Sostegno organizzativo per progetti di innovazioni di particolare rilevanza Progetti di innovazioni di particolare rilevanza, approvati dai governi dei singoli Paesi e dagli organi tecnici dellUe e finanziati almeno in parte con prestiti della Banca europea degli investimenti possono godere dincentivi e di particolare sostegno a livello nazionale e/o a livello europeo. Le modalità del finanziamento verranno stabilite con la collaborazione dellorgano distrettuale, che potrà ricevere la delega anche da imprese operanti fuori dal distretto. 40
Articolo 9 Formazione dei lavoratori Lorgano distrettuale è autorizzato a promuovere, dintesa coi sindacati, con gli industriali e con le Regioni, il rafforzamento e lo sviluppo della formazione di lavoratori, anche specializzati, e di amministratori. Può inoltre sostenere i sindacati qualora intendessero rafforzare ed integrare, sulla base delle leggi esistenti, il sistema della protezione dei lavoratori contro gli infortuni. Articolo 10 Norme volte a favorire il rafforzamento delle infrastrutture specifiche Lorgano distrettuale, dintesa con le Regioni e coi ministeri competenti, prenderà le misure utili a facilitare la costruzione o lampliamento delle infrastrutture utili per i distretti. 41
Articolo 11 Norme relative agli appalti Lorgano distrettuale studierà, insieme con le imprese, le modalità adatte a evitare catene eccessivamente lunghe e complicate di appalti e subappalti, che aggravano i costi e favoriscono il lavoro nero. Articolo 12 Il problema dellenergia al livello distrettuale Lorgano distrettuale individuerà le forme più adatte per rendere efficiente ed economico lapprovvigionamento dellenergia per le imprese. 42
E possibile mettere in atto politiche per estendere un simile modello ad altre aree? La performance superiore nei distretti non significa che siano miracolosi. Non sembra che si sia finora trovato un meccanismo, singolo, ben definito e riproducibile capace di generare distretti. La legge 317/91 prevedeva varie forme di sostegno, per i distretti, prevalentemente affidate alle regioni.In Italia esiste unampia gamma di strumenti e sovvenzioni che privilegiano le piccole imprese in quanto tali. Tale sistema di sovvenzioni ha contribuito a rendere la struttura produttiva italiana polverizzata. Fondamentale il ruolo degli enti locali Un quadro normativo correttamente orientato non basta L.F. Signorini in Lo sviluppo locale, 2000 Una politica per i distretti? 43
I Patti Territoriali Introdotti in Italia nel 1995, legge n agosta 1995, su proposta del CNEL (1991) diventano effettivi con una normativa del CIPE del Con un atto del ministero del tesoro del 2001 si trasferisce la competenza dei Patti Territoriali alle Regioni Una politica per i distretti? 44
I Patti Territoriali Definizione - Espressione del partenariato sociale….. Deve essere caratterizzato da obiettivi di promozione dello sviluppo locale in ambito subregionale compatibili con uno sviluppo ecosostenibile -Un Patto Territoriale può essere attivato in tutto il territorio nazionale ma sono finanziabili solo i patti che rientrano nelle aree obiettivo 1,2 e 5b dei Fondi strutturali - la strategia di sviluppo locale definito dal partenariato sociale trova espressione in un protocollo dintesa, sottoscritto da tutti gli attori che danno vita al Patto - il Patto può avere un finanziamento del CIPE fino a 100 miliardi di lire e max il 30% destinato ad infrastrutture -il Patto viene approvato dal CIPE -La partecipazione finanziaria dei proponenti deve essere almeno del 30% - Si può dar luogo ad una società mista a prevalente capitale pubblico Una politica per i distretti? 45
I Patti Territoriali Ne sono stati approvati 180 Patti territoriali Una politica per i distretti? 46
Le sfide del futuro La globalizzazione Piccolo rimarrà bello? Levoluzione tecnologica ha effetti ambigui sulla funzione di scala può accrescere o diminuire la scala minima efficiente L.F. Signorini in Lo sviluppo locale, 2000 Una politica per i distretti? 47
Sistemi produttivi locali e commercio estero: unanalisi territoriale delle esportazioni italiane (R. Bronzini, 2000 in Signorini Lo sviluppo locale) Modello econometrico: variabile dipendente esportazioni per addetto della provincia in rapporto alle esportazioni per addetto nazionali Tra le variabili indipendenti: grado di distrettualità di una provincia, rapporto tra addetti dei comuni distrettuali e il totale degli addetti della provincia Emerge: Esistenza di un effetto distretto sulla propensione alle esportazioni Sono statisticamente significative sia le economie di agglomerazione che le economie di scala Importante anche la dotazione infrastrutturale nel favorire le capacità esportative I Distretti Industriali 48
Proponiamo una metodologia di analisi che consenta una localizzazione sufficientemente precisa e convincente dei principali sistemi locali di produzione alimentare. A tal fine sono stati definiti ed utilizzati sei indici specifici per lindustria di trasformazione alimentare, calcolati a livello comunale. Gli indici si riferiscono sostanzialmente alle caratteristiche delle unità locali e degli addetti delle industrie alimentari nel complesso, e agli otto comparti di cui è costituita. Una prima analisi a livello disaggregato molto dettagliato può essere fatta utilizzando gli indici di localizzazione, specializzazione e concentrazione riportati di seguito. Si tratta di indici strutturale di carattere generale che dovrebbero essere integrati con informazione di carattere socio- economico sulle relazioni distrettuali. Una metodologia per lindividuazione dei sistemi locali di produzione alimentare di Cristina Brasili I Distretti Industriali 49
I sei indicatori proposti sono i seguenti: Una metodologia per lindividuazione dei sistemi locali di produzione alimentare di Cristina Brasili I UL P UL P hi i h o indice di localizzazione imprenditoriale I AddUL P UL P hi i h o indice di localizzazione occupazionale I UL UL hi h indice di concentrazione imprenditoriale I AddUL UL hi h indice di concentrazione occupazionale I Distretti Industriali 50
Una metodologia per lindividuazione dei sistemi locali di produzione alimentare di Cristina Brasili I UL UL UL UL hi aai h indice di specializzazione imprenditoriale I AddUL UL UL UL hi aai h indice di specializzazione occupazionale dove U.L. = numero di Unità Locali diproduzione Add.U.L. = numero di addetti alle Unità Locali di produzione P = popolazione residente nel comune h = comparto del settore alimentare i = comune aa = settore alimentare 0 = totali nazionali indice di specializzazione imprenditoriale indice di specializzazione occupazionale doveU.L. =numero di Unità Locali diproduzione Add.U.L. = P = indice di specializzazione imprenditoriale indice di specializzazione occupazionale doveU.L. =numero di Unità Locali diproduzione Add.U.L. = P = numero di addetti alle Unità Locali di produzione indice di specializzazione imprenditoriale indice di specializzazione occupazionale doveU.L. =numero di Unità Locali diproduzione Add.U.L. = P = I Distretti Industriali 51
Il criterio operativo adottato per caratterizzare i singoli comuni è basato sulla regola: i is = 1 se I is >= is is ; 0 altrimenti per s = 1, 2,..., 6. La scelta di is is come soglia di decisione è scaturita dalla necessità di utilizzare un metodo omogeneo e uniforme, si è inoltre scelto di attribuire la medesima importanza, mediante lo stesso peso s, a tutti gli indicatori, infatti s = 1 s Ogni indicatore è stato quindi trasformato in una variabile dicotomica e per ogni comune si dispone ora di sei variabili dummy (i i1,..., i i6 ) provenienti dalla trasformazione dei sei indicatori utilizzati (I i1,...,I i6 ). I Distretti Industriali 52
1)IL DISTRETTO INDUSTRIALE MARSHALLIANO COME CONCETTO SOCIO- ECONOMICO, Giacomo Becattini, in Stati & Informazioni, Rivista Trimestrale sul Governo dellEconomia, )LEFFETTO DISTRETTO: MOTIVAZIONI E RISULTATI DI UN PROGETTO DI RICERCA, Introduzione di L. Federico Signorini, in Lo Sviluppo Locale a cura di L. Federico Signorini, Meridiana Libri, )POLITICHE ECONOMICHE E SVILUPPO LOCALE: ALCUNE RIFLESSIONI, Gianfranco Viesti, Sviluppo Locale, VII, 14, 2000 pp ) Sylos Labini Riformiamo le norme sui distretti industriali, Il Sole 24 Ore, 15 Luglio ) I distretti industriali del terzo millennio a cura di Fabrizio Guelpa e Stefano Micelli, il Mulino, 2007, Cap. 1 pp e Cap. 7 pp Bibliografia sullo Sviluppo Locale e i Distretti Industriali corso Politica Economica da studiare e disponibile in Biblioteca tra il materiale del corso Scaricare ppt "Modelli locali di sviluppo e Distretti Industriali Corso di Politica Economica Corso di laurea in Scienze Statistiche Prof. Cristina Brasili Anno Accademico."
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