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Delitto di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope
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Il primo passaggio è dunque quello della verifica della venuta in essere di un sodalizio rilevante a termini dell’art. 74 DPR 309/90
APPUNTI PER UNA LEZIONE SUL REATO ASSOCIATIVO DI CUI ALL’ART. 74 DPR 309/90
(Reggio Calabria, 25 marzo 2011)
L’articolo 74 del D.P.R. n. 309/90 prevede e punisce il delitto di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope.
Esso statuisce al primo comma: “Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti tra quelli previsti dall’art. 73, chi promuove, costituisce, dirige, organizza o finanzia l'associazione è punito per ciò solo con la reclusione non inferiore a venti anni ”. Con riferimento poi alla condotta di mera adesione all’associazione il secondo comma precisa che “chi partecipa all'associazione è punito con la reclusione non inferiore a dieci anni”.
In ordine ai connotati del delitto in esame ha sottolineato la S.C. che “Il delitto previsto dall'art. 74, D.P.R. n. 309/90 costituisce norma speciale rispetto all'art. 416 c.p., perché a tutti gli elementi costitutivi della associazione per delinquere [che vedremo tra poco] aggiunge quello specializzante della natura dei reati fine programmati, che devono essere quelli previsti dall'art. 73 d.P.R. cit. (…)” (Cass. Pen., Sez. VI, 14 giugno 1995, n. 11413 Montani).
In altre parole, tra la fattispecie di cui all’art. 416 c.p. e quella di cui all’art. 74 DPR 309/90, sussiste un rapporto assimilabile a quello tra genus e species; viene in altri termini punito con il più grave trattamento sanzionatorio sancito dalla norma in esame (tra i più elevati previsti dall’ordinamento penale) l’associazione a delinquere che venga in essere con lo specifico scopo di realizzare, in ciò impegnando evidentemente le risorse proprie del gruppo, i delitti in materia di stupefacenti.
Proprio la diretta derivazione del delitto in esame dal paradigma del reato associativo p. e p. dall’art. 416 c.p. sancita dalla S.C. (essendo l’unico elemento specializzante costituito proprio – come s’è visto – dalla particolare tipologia dei reati-fine del sodalizio, che devono appunto essere quelli puniti dall’art. 73 del medesimo D.P.R.) consente, non solo, di estendere al delitto di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope i tratti distintivi notoriamente propri del reato associativo di cui all’art. 416 c.p. [e dunque di concludere che anche il reato di cui all’art. 74 è un reato comune, di mera condotta, a forma libera, di pericolo c.d. presunto e permanente (giacché la consumazione di esso si protrae finché l’associazione criminale resta in vita)], ma soprattutto di svolgere alcune precisazioni in ordine alla condotta incriminata.
In realtà dico subito che l’articolo in esame (peraltro secondo uno schema ancora una volta tipico dei reati associativi) incrimina in realtà diverse condotte.
Ci sono le condotte di promozione, costituzione, direzione, organizzazione e/o finanziamento dell'associazione punite dal comma I dell’art. 74.
V’è poi (ma dovremo dire prima) la, più generica, condotta di partecipazione all’associazione di cui al comma secondo.
Dico subito che la giurisprudenza di legittimità s’è più volte pronunciata sul fatto che le condotte specificate al primo comma sostanzino autonome fattispecie di reato e non mere circostanze aggravanti della condotta associativa base di cui al comma 2.
[Il fatto del promotore dell'associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti costituisce figura autonoma di reato e non circostanza aggravante della partecipazione all'associazione medesima. Cassazione penale , sez. I, 27 gennaio 2010, n. 6312]
Si tratta peraltro di indicazione dagli effetti pratici notevoli [si pensi alla sottrazione al regime di bilanciamento con eventuali attenuanti].
In ogni caso, se risulta di immediata percezione proprio dall’inciso iniziale del primo comma “Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti tra quelli previsti dall’art. 73, chi promuove… etc.” che anche le specifiche condotte colà previste assumono rilievo in quanto riferite all’associazione, il punto nodale per la messa a fuoco anche di tale fattispecie associativa è sempre costituito dalla condotta associativa per così dire [impropriamente in realtà essendo quelle di cui al primo comma- come detto - autonome fattispecie di reato e non aggravanti] “base” della “partecipazione” al sodalizio criminale.
Ora, in merito ai contenuti specifici di tale condotta, proprio l’evidenziata discendenza della fattispecie in esame dal reato associativo fondamentale, primigenio, di cui all’art. 416 c.p. impone, a parere di chi scrive, di considerare erronea la prospettiva di chi ritenesse che la condotta punita sia quella, eminentemente individuale, di partecipazione ad un associazione finalizzata al narcotraffico, quasi che ai fini della rilevanza penale fosse sufficiente l’opzione, appunto del singolo agente, di aderire al programma ed all’attività di un simile sodalizio.
Corrisponde, invece, alla generale sociologia dell’associazionismo, anche quello lecito (incentivato od anche solo garantito dall’ordinamento giuridico) la sua configurazione come fenomeno umano collettivo e non meramente individuale, ovvero come l’incontro di più soggetti che decidono di mettere insieme le proprie energie volitive e materiali per realizzare uno scopo comune che altrimenti, da soli non potrebbero realizzare o comunque realizzerebbero con maggior sforzo e difficoltà.
Anche nel delitto di cui all’art. 74 (come in quello di cui all’art. 416 c.p.) dunque la condotta incriminata, non è un comportamento individuale, ma appunto il fatto, eminentemente collettivo, dello “associarsi” fra tre o più persone.
In altri termini, ciò che la fattispecie incrimina è l’associazione e non la partecipazione all’associazione, quindi da questo punto di vista, più il primo comma, con l’inciso iniziale di cui s’è detto, che il secondo comma (che punisce “chi partecipa all’associazione”) specifica, nella sua prima parte, più propriamente la condotta associativa di che trattasi.
Facendo un passo indietro, peraltro, ciò non significa affatto che il reato si realizzi esclusivamente nel momento in cui più persone, mettendo insieme stabilmente volontà ed azioni positive e, in molti casi, anche beni e risorse (danaro, mezzi, armi, etc.), danno vita, costituiscono la struttura organizzata e permanentemente orientata alla realizzazione del programma criminoso.
La condotta associativa, infatti, si realizza anche quando, già sussistendo la struttura permanente ed organizzata, ad essa un determinato soggetto decida di aderire.
Ed infatti, anche in questo momento successivo, la condotta non perde la sua dimensione collettiva, essendo sempre necessario che l’adesione del nuovo membro venga accettata dagli altri associati, e dunque si realizzi l’incontro – appunto collettivo – delle volontà dei membri in cui risiede l’essenza del fenomeno associativo: la condotta punita rimane sempre quella associativa, l’essere divenuti “parte” dell’associazione.
La precisazione è importante perché, a parere di chi scrive, consente di sottolineare come l’accertamento dell’effettivo contributo causale alla realizzazione del programma del sodalizio da parte del singolo soggetto cui si imputi il delitto in esame, non costituisce presupposto indefettibile della consumazione del reato associativo (mentre evidentemente risulterà rilevante ai fini della consumazione del singolo reato fine), essendo piuttosto una tale verifica al più rilevante in prospettiva dimostrativa dell’addebito associativo.
In altre parole, ritengo che l’accertamento di un effettivo contributo causale portato dal soggetto alla realizzazione del programma associativo sostanzi un mero elemento sintomatico, significativo, dell’intervenuta associazione ma non elemento costitutivo della condotta incriminata.
Per rendere ragione ulteriore dell’affermazione, è del resto sufficiente considerare:
da un canto, che non pare possa revocarsi in dubbio che il reato associativo - ed anche quello in esame - venga a consumazione [soprattutto sub specie di accordo costitutivo, ma anche come ipotesi di adesione successiva a sodalizio già venuto in essere] ben prima ed indipendentemente dalla concreta realizzazione del programma criminoso (già ontologicamente un posterius rispetto alla nascita dell’associazione) alla cui attuazione si rivolge e tanto per le ragioni di anticipazione della tutela delle oggettività giuridiche protette (in primo luogo, l’ordine pubblico, gravemente minacciato dalla venuta in essere di gruppi associati che perseguano finalità criminali, ma anche le ulteriori oggettività giuridiche la cui esposizione a pericolo è direttamente discendente dai particolari delitti fine dell’associazione in esame) [davvero illuminante risulta al riguardo la massima seguente: “Per la sussistenza del reato associativo, l'accordo (coessenzialmente aperto) è destinato a costituire una struttura permanente ove i singoli associati divengono - ciascuno dell'ambito dei compiti assunti o affidati - parti di un tutto finalizzato a commettere una serie indeterminata di delitti, che, relativamente alla figura di reato contemplata dall'art. 74 del d.P.R. n. 309 del 1990, sono della stessa specie, preordinati, cioè, alla cessione o al traffico di sostanze stupefacenti. È la struttura, anche rudimentale, del sodalizio che designa la figura associativa così da caratterizzarla, per la necessaria predisposizione del programma criminoso, di dati di assoluta singolarità e da rendere, in fondo, ininfluente l'inserimento del reato di associazione per delinquere nella categoria dei reati a concorso necessario, altri risultando gli elementi decisivi ai fini della identificazione dell'essenza stessa di tale reato. Diviene, allora, predominante il profilo teleologico: il particolare allarme sociale derivante dalla struttura giustifica, infatti, la previsione di un'autonoma figura di reato contrassegnata, sul piano delle finalità repressive perseguite dall'ordinamento, dal pericolo per l'ordine pubblico per il cui concretizzarsi la legge non richiede, a differenza di quanto accade per l'accordo che si inserisca quale momento cruciale del reato meramente plurioggettivo, che i delitti per la commissione dei quali la societas sceleris è stata costituita vengano effettivamente realizzati” (Cass. Pen., Sez. VI, 12 maggio 1995, n. 9320, Mauriello)]
dall’altro, che viene ordinariamente ripetuto dalla giurisprudenza di legittimità che il contributo soggettivamente portato alla consumazione di uno od anche più dei reati-fine della associazione o più genericamente alla realizzazione del programma criminoso, non importa automaticamente la prova dell’associazione dell’agente ove il contributo al sodalizio sia solo occasionale o episodico (cfr. ex plurimis, Cass. Pen., sez. V, 24 settembre 1997, n. 9457, Caceres e altro; Sez. VI, 12 maggio 1995, cit.); il che per converso, ancora a parere dello scrivente, importa la degradazione dell’accertamento del contributo causale alla realizzazione del programma criminoso a mero indizio dell’associazione al sodalizio criminoso, con esclusione di ogni rilievo in punto di specificazione della condotta incriminata.
Dal punto di vista della condotta tipica, si reputa allora lecito affermare che la condotta di associazione sia, al tempo stesso qualcosa di meno e qualcosa di più rispetto alla realizzazione concreta di un contributo fattivo alla realizzazione del programma associativo.
Come detto, infatti all’integrazione del delitto sarà sufficiente che il singolo, abbia aderito all’associazione divenendo parte di essa, che si sia realizzato il suo inserimento nell’organigramma del sodalizio e così la stabile e permanente messa a disposizione del gruppo della propria capacità di contribuire alle finalità sociali.
In questo senso, ritengo, vada inteso il riferimento ordinariamente rinvenibile nella giurisprudenza al “contributo” e/o al “ruolo” dell’associato, quale espressione dell’ “essere associato all’attuazione del programma” (Tribunale Catanzaro, Sez. II 24 marzo 2009), quale contributo e ruolo “…apportato dal singolo nella prospettiva del perseguimento dello scopo comune” (così, Tribunale Bari, sez. III, 14 luglio 2008; in senso analogo alla massima in rassegna, cfr., ex multis, Cass., sez. IV, 18 giugno 2008 n. 25702; Sez. IV, 21.4.2006, n. 22824).
Naturalmente potrà pure continuare a definirsi la specifica condotta associativa (c.d. “base”), considerata dal punto di vista del singolo associato come “partecipazione” (del resto la responsabilità penale rimane pur sempre una declinazione singolare), purché si abbia sempre chiara la dimensione collettiva e non individuale della condotta, e tanto per evitare di sovrapporre elementi fattuali ulteriori e soprattutto estranei rispetto alla condotta incriminata.
A questo punto, si crede, si sono poste le basi per rimuovere quello che, a parere del giudicante, costituisce uno degli equivoci più ricorrenti nella lettura delle fattispecie associative e dunque anche del reato che ci occupa, equivoco facente leva su un malinteso concetto di “partecipazione”.
Invero, si sente spesso – per vero soprattutto in relazione ai delitti di cui all’art. 416 bis c.p. - ripetere (ed argomentare con richiami, tutt’altro che esenti da equivoci, e spesso strumentali, a massime della Suprema Corte) che, ai fini dell’affermazione della penale responsabilità per il delitto associativo sia assolutamente necessario l’accertamento dello specifico ruolo attribuito al singolo in seno al sodalizio criminoso, dello specifico e fattuale contributo portato dal medesimo alla realizzazione del programma criminoso.
Invero, tale affermazione è a parere dello scrivente il frutto della sovrapposizione di piani di indagine assolutamente distinti (e che tali dovrebbero invece rimanere), ovvero della confusione tra la condotta incriminata ed il percorso dimostrativo della effettiva realizzazione della condotta da parte dell’imputato; in ultima analisi, si confonde il fatto punito con la prova che quel fatto sia stato commesso dall’imputato.
Tale confusione è indotta dalle ordinarie difficoltà di acquisire, in seno al giudizio penale, la diretta dimostrazione dell’effettiva associazione del singolo al sodalizio mafioso, difficoltà evidentemente connesse al pressoché impenetrabile tegumento di segretezza (spesso di autentica omertà) posto a protezione dei sodalizi criminali e che impone, tanto nella dimostrazione della loro esistenza che nell’individuazione dei partecipi, il ricorso alle prove indirette ed ai percorsi cognitivi inferenziali.
Accade di sovente, infatti, nei processi di criminalità organizzata che per offrire ragione in fatto della ritenuta associazione, della partecipazione del singolo, al gruppo criminale, si argomenti da elementi fattuali reputati significativi (secondo ordinarie regole di esperienze e di conoscenza pregressa delle dinamiche di tali associazioni) dell’adesione all’associazione, elementi di fatto quali la partecipazione del soggetto alla commissione di delitti fine o comunque il compimento da parte dello stesso di attività sostanzianti contributo fattivo o comunque di attività genericamente ausiliatrici della realizzazione degli scopi dell’associazione.
Ma tanto - a parere di chi scrive - non deve trarre in inganno.
Occorre infatti aver presente che la condotta punita rimane sempre quella associativa, l’essere divenuti “parte” dell’associazione, mentre l’accertamento del contributo causale alla realizzazione del programma del sodalizio, lungi dall’essere elemento costitutivo della condotta incriminata, sostanzia piuttosto la cifra probatoria necessaria secondo la giurisprudenza (anche di legittimità) per ritenere dimostrata l’ “associazione” del membro al sodalizio.
A seguire l’opinione che qui si contrasta, del resto, si potrebbe (si ritiene, assurdamente) pervenire alla conclusione della non commissione del fatto da parte dell’imputato per difetto di accertamento in ordine al ruolo attribuito al medesimo in seno all’organigramma del sodalizio e pure in presenza della piena e diretta dimostrazione della sua (consapevole e volontaria) associazione al gruppo (con riconoscimento ed accettazione da parte degli altri associati).
Proprio questo continuo muovere dall’associazione quale entità collettiva, all’ “associazione” quale condotta del singolo membro, rappresenta il tratto di maggiore peculiarità e difficoltà dei reati associativi.
Per questa ragione anche (ovvero analogamente a quanto accade in relazione alle altre fattispecie associative) l’accertamento del reato associativo che ci occupa, risolvendosi la condotta tipica nell’associarsi in un, o ad un, sodalizio (che conti almeno tre persone) finalisticamente orientata alla commissione di più delitti tra quelli previsti dall’art. 73, si sviluppa attraverso i seguenti passaggi fondamentali.
l’accertamento della venuta in essere, quando non dell’attuale sussistenza, di un’associazione finalizzata al narcotraffico; ovvero di un gruppo organizzato che composto da tre o più persone abbia quale “scopo sociale” la realizzazione dei delitti in materia di stupefacenti previsti dall’art. 73 DPR 309/90;
dal punto di vista del soggetto imputato, la dimostrazione dell’intervenuta sua “associazione” (naturalmente consapevole e volontaria, trattandosi di delitto doloso), ovvero il suo stabile inserimento nel gruppo; inserimento che – a parere dello scrivente – implica già ex lege un contributo causalmente efficiente rispetto alla realizzazione del pericolo per le oggettività giuridiche tutelate che rappresenta la ratio dell’incriminazione (aspetto su cui si tornerà tra poco).
Solo nell’ipotesi in cui al soggetto sia pure contestata la fattispecie associativa aggravata di aver esercitato in seno al gruppo uno dei particolari ruoli (di promozione, costituzione, direzione, organizzazione e/o finanziamento) delineati dal comma I, l’accertamento dovrà pure necessariamente orientarsi verso la concreta verifica del ruolo o dei compiti concretamente svolti in seno all’organizzazione.
Il primo passaggio è dunque quello della verifica della venuta in essere di un sodalizio rilevante a termini dell’art. 74 DPR 309/90.
S’è già evidenziato sopra, anche alla luce della massima di Cass. Pen., Sez. VI, 12 maggio 1995, n. 9320, Mauriello, che la ratio dell’incriminazione nel reato in argomento è quella tipica dei reati associativi, con i quali l’ordinamento tende a prevenire la lesione di oggettività giuridiche, anticipando la soglia di loro tutela e punendo anche le condotte che realizzano la loro esposizione a pericolo.
Lo schema è quello tipico dei reati a pericolo c.d. presunto, ovvero che non hanno il pericolo tra gli elementi costituivi della fattispecie.
Le associazioni di cui all’art. 74 vengono punite in quanto la loro stessa venuta in essere risulta pericolosa per il bene giuridico dell’ordine pubblico (detto pericolo infatti si concretizza anche prima che, ed a prescindere del se, i delitti per la commissione dei quali la societas sceleris è stata costituita vengano effettivamente realizzati – Cass. cit.); d’altro canto, la venuta in essere di organizzazioni criminali specificamente create per commettere i delitti di cui all’art. 73, determina una esposizione a pericolo delle stesse oggettività tutelate da quei delitti, ovvero la salute e la sicurezza pubbliche, minacciate dalla diffusione di sostanze che oltre a nuocere alle persone, si osserva generalmente abbia portata criminogena.
Le conseguenze di questa ricostruzione della fattispecie (come di reato a pericolo c.d. presunto o astratto) sono quelle tipiche di tali tipologie di reati.
Conoscete il dibattito in materia circa la necessità da più parti sollecitata di introdurre anche in tali delitti dei correttivi [certo in primo luogo in punto di normazione e strutturazione delle fattispecie incriminatrici e, quindi, anche de iure condendo, ma anche dal punto di vista dell’interpretazione/applicazione delle fattispecie esistenti appartenenti a tale categoria] che li rendano più compatibili con il principio di necessaria offensività, giacché è noto che quanto più si anticipa la soglia di tutela di determinate oggettività giuridiche, tanto più si corre il rischio di punire mere “disobbedienze” e non condotte realmente esponenti a pericolo le oggettività tutelate (v. Fiandaca – Musco, Diritto Penale – Parte Generale).
Naturalmente mi limito al mero sorvolo di queste problematiche che sono certo conoscete; mi preme infatti solo evidenziare come proprio i reati associativi costituiscano uno dei banchi di prova più delicati di tali questioni, giacché in questi delitti il nucleo essenziale della condotta incriminata è pur sempre costituita dall’associarsi, ovvero un comportamento collettivo che non è solo lecito, ma anche esercizio di una fondamentale libertà costituzionale (art. 18 Cost.).
Di tali esigenze s’è fatta costantemente interprete la giurisprudenza di legittimità, giacché proprio per arginare il rischio che si attribuisca rilievo penale anche a condotte associative a ben guardare ancora del tutto inoffensive ha, in primo luogo, fissato il momento di consumazione del reato ad una fase successiva alla conclusione del “contratto di società” (per usare la terminologia del diritto commerciale)
La costituzione di una associazione per delinquere non si verifica nel momento in cui interviene l'accordo tra i compartecipi, ma in quello della costituzione di una organizzazione permanente, frutto del concerto, anche esso a carattere permanente, di intenti e di azione tra gli originari associati, solo in tale momento, infatti (divenendo operante la struttura permanente e presentandosi quel pericolo della commissione dell'attività indicata dalla legge, che giustifica le singole incriminazioni) si realizza quel minimum di mantenimento della situazione antigiuridica necessaria per la sussistenza dei delitti di costituzione di associazione per delinquere che segna il momento di perfezione degli stessi ed al contempo il luogo di inizio della consumazione degli stessi, rilevante ai fini della determinazione della competenza per territorio, il quale deve necessariamente identificarsi con quello del luogo dove deve essere commesso il primo dei delitti programmati. Cassazione penale , sez. I, 22 aprile 1985 Aslan
[CON PARTICOLARE RIGUARDO ALL’ASSOCIAZIONE DI CUI ALL’ART: 74] Ai fini della determinazione del giudice territorialmente competente, essendo il reato associativo (nella specie, ex art. 74 d.P.R. 9 ottobre n. 990 n. 309) reato permanente, il criterio principale cui occorre avere riguardo è quello dell’art. 8 comma 3, c.p.p., secondo cui è competente il giudice del luogo in cui ha avuto inizio la consumazione. A tale riguardo, ai fini cioè dell’individuazione del luogo in cui ha avuto inizio la consumazione del reato associativo, questo va individuato non in quello della stipula dell’accordo, perché non è con questo che il delitto si consuma, ma in quello in cui è concretamente iniziata la vita e la permanenza dell’associazione, ossia il luogo in cui il sodalizio criminoso si è manifestato per la prima volta all’esterno con la concretizzazione dei primi segni della sua operatività. Cassazione penale , sez. I, 17 novembre 2009, n. 49627
ma anche la messa a fuoco dei tratti distintivi della fattispecie risente di tale esigenza
Al fine della configurabilità di un'associazione per delinquere finalizzata al narcotraffico è necessaria la presenza di tre elementi fondamentali: a) l'esistenza di un gruppo, i membri del quale siano aggregati consapevolmente per il compimento di una serie indeterminata di reati in materia di stupefacenti; b) l'organizzazione di attività personali e di beni economici per il perseguimento del fine illecito comune, con l'assunzione dell'impegno di apportarli anche in futuro per attuare il piano permanente criminoso; c) sotto il profilo soggettivo, l'apporto individuale apprezzabile e non episodico di almeno tre associati, che integri un contributo alla stabilità dell'unione illecita. Cassazione penale , sez. I, 18 febbraio 2009, n. 10758 U. CED Cass. pen. 2009, 242897
È evidente lo sforzo normofilattico di tratteggiare i requisiti sostanziali dell’associazione penalmente rilevante indicando all’operatore del diritto, ed in primo luogo ai giudici di merito, cosa si deve andare a trovare nella fattispecie concreta per poter concludere che ci si trovi al cospetto di un sodalizio punibile a termini dell’art. 74; conclusa positivamente tale ricerca, ci si troverà dunque al cospetto di un’associazione criminale certamente pericolosa per le oggettività giuridiche tutelate.
a) vincolo tendenzialmente permanente o comunque stabile tra almeno tre persone;
b) indeterminatezza del programma criminoso che nella specie deve essere la commissione dei delitti in materia di stupefacenti puniti dall’art. 73; che impone di dire che un’eventuale sodalizio finalizzato alla commissione degli ulteriori reati previsti dalla legge stupefacenti [artt. 79, 82, 83 (che contiene un richiamo solo quoad poenam all’art. 73) ed 84 DPR 309/90] dovrebbe essere perseguita a termini dell’art. 416 c.p..
c) esistenza di una struttura organizzativa adeguata allo scopo (corollario del principio di necessaria offensività).
Per la configurabilità dell'associazione dedita al narcotraffico non è richiesta la presenza di una complessa e articolata organizzazione dotata di notevoli disponibilità economiche, ma è sufficiente l'esistenza di strutture, sia pure rudimentali, deducibili dalla predisposizione di mezzi, per il perseguimento del fine comune, create in modo da concretare un supporto stabile e duraturo alle singole deliberazioni criminose, con il contributo dei singoli associati. Rigetta, Trib. lib. Cagliari, 14/08/2009 Cassazione penale , sez. I, 22 dicembre 2009, n. 4967 G.
Ma v’è anche un altro aspetto che voglio sottolineare, perché mi consente di chiudere il cerchio rispetto al discorso sopra fatto circa la condotta incriminata ed i rischi di sovrapposizione tra dimensione collettiva della condotta e responsabilità personale.
Le problematiche afferenti il rigoroso rispetto del principio di offensività riguardano l’accertamento della sussistenza del sodalizio criminoso, e non la condotta del singolo. In altre parole, ciò che deve risultare “offensivo” è il sodalizio, non la partecipazione del singolo membro al sodalizio; sicché una volta verificata la venuta in essere di un sodalizio che abbia quelle caratteristiche che abbiamo detto (e pertanto “pericoloso” per le oggettività tutelate dall’art. 74), per punire il singolo imputato sarà sufficiente (ma anche necessario) verificare che lo stesso si sia “associato” a quel gruppo, intenzionalmente (il reato è infatti doloso) non solo condividendone le finalità (ovvero la commissione in forma aggregata di una serie indeterminata di violazioni ex art. 73) ma anche sapendo e volendo contribuire con attività personali e/o mezzi a quella realizzazione.
Non è invece necessario – è opinione di chi scrive - ai fini dell’integrazione della fattispecie verificare che il singolo membro abbia dato un effettivo e concreto apporto alla realizzazione degli scopi sociali essendo sufficiente la sua messa a disposizione del gruppo medesimo per il raggiungimento di quelle finalità.
Accade tuttavia di norma che la prova dell’associazione del singolo membro si evinca (doverosamente secondo gli insegnamenti della S.C.) indirettamente proprio dalla dimostrazione di un simile apporto.
La fatta considerazione ci introduce peraltro al secondo momento della nostra verifica, che pertiene il singolo associato.
Ribadito quanto - più volte ed anche da ultimo - ripetuto circa la dimensione individuale della fattispecie associativa e circa la prova della “partecipazione” è forse utile richiamare gli approdi della giurisprudenza con particolare riguardo alla partecipazione a sodalizio finalizzato a narcotraffico.
Prima però voglio segnalarvi quella che è la chiave di lettura della maggior parte di tali pronunce, che evoca la prima difficoltà della verifica della condotta associativa nell’ambito dei sodalizi di droga: poiché detti sodalizi hanno nella loro stessa ragione d’essere l’intrattenimento di relazioni commerciali illecite, la loro concreta attività determina necessariamente l’incontro con soggetti con posizioni negoziali diverse. La difficoltà diventa allora proprio quella di selezionare tra queste relazioni commerciali quelle che assurgono a rango di relazioni associative e dunque dimostrative dell’associazione al sodalizio dei personaggi coinvolti.
La cassazione ha fissato delle linee guida al riguardo. Ha infatti in primo luogo stabilito un principio.
In materia di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, la partecipazione dell'imputato al sodalizio criminoso può essere desunta anche dalla commissione di singoli episodi criminosi, purché siffatte condotte, per le loro connotazioni, siano in grado di attestare, al di là di ogni ragionevole dubbio e secondo massime di comune esperienza, un ruolo specifico della persona, funzionale all'associazione e alle sue dinamiche operative e di crescita criminale, e le stesse siano espressione non occasionale della adesione al sodalizio criminoso e alle sue sorti, con l'immanente coscienza e volontà dell'autore di farne parte e di contribuire al suo illecito sviluppo. Cassazione penale, sez. VI, 21 ottobre 2008, n. 44102
La partecipazione all'associazione criminosa non richiede la precisa conoscenza e, tanto meno, la deliberazione di tutte le attività che rientrano nel suo programma, [del resto ci si unisce nell’associazione proprio per gestire in forma organizzata e quindi con distinzione dei vari ruoli e specializzazione nei vari settori] amplificare le di per sé indeterminato, essendo sufficiente la consapevolezza del partecipe della natura illecita di tali attività; egli infatti è responsabile dell'attività associativa che svolge e dei reati-fine alla cui deliberazione concorre, per cui, allorché l'associazione sia dedita al traffico di stupefacenti, il partecipe-acquirente stabile risponde del contributo dato in tale qualità alla vita e all'azione dell'associazione criminale, non occorrendo che egli concorra anche all'attività di importazione delle sostanze stupefacenti acquistate. Cassazione penale , sez. VI, 25 novembre 2009, n. 5405
Ed infatti ha chiarito la stessa pronuncia che risponde di associazione ex art. 74 anche l’acquirente della droga che non abbia contribuito all’importazione, purché sia un acquirente stabile
Il reato di partecipazione a un'associazione criminosa dedita al traffico di sostanze stupefacenti può ravvisarsi anche relativamente alla posizione dello stabile acquirente della sostanza stupefacente dall'associazione. In tal caso, infatti, la contrapposizione tra i soggetti tipica dello schema contrattuale sinallagmatico resta superata e assorbita nel rapporto associativo, per l'interesse preminente dei protagonisti dello scambio alla stabilità del rapporto, che assicura la certezza del contraente sia all’associazione, che trova la garanzia della disponibilità dell’acquirente della sostanza stupefacente commerciata, sia all'acquirente, che deriva dal rapporto associativo la certezza della fornitura. In conseguenza dell'accordo, quindi, i singoli atti di acquisto divengono altrettanti reati-fine dell'associazione, laddove, in assenza dell'accordo, essi rimangono singole illecite operazioni di natura sinallagmatica. Cassazione penale , sez. VI, 25 novembre 2009, n. 5405
Quindi, dall’altro lato delle possibili relazioni commerciali, è stato chiarito che
In tema di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, anche l'attività di vendita ai consumatori, quando sia effettuata avvalendosi consapevolmente e continuativamente delle risorse dell'organizzazione e con la coscienza di farne, perciò, parte, costituisce un volontario apporto causale al raggiungimento del fine di profitto perseguito dall'organizzazione stessa. Cassazione penale , sez. I, 09 dicembre 2008, n. 1849
"in materia di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, il vincolo associativo può essere ravvisato anche tra il fornitore e il venditore al minuto, qualora l'attività di quest'ultimo sia realizzata avvalendosi consapevolmente delle risorse dell'organizzazione con la coscienza di farne parte, ma deve escludersi che possa essere desunto automaticamente da una serie di operazioni, anche se frequenti, di compravendita di sostanze illecite concluse tra le stesse persone, in quanto è necessario che gli acquirenti agiscano con la volontà e consapevolezza di operare in qualità di aderenti ad una organizzazione criminale e nell'interesse della stessa", v. Sez. VI, 7 aprile 2003, n. 23798, Marrone,
In tema di associazione per delinquere finalizzata a narcotraffici, il vincolo associativo può essere ravvisato anche tra soggetti che si pongono in posizioni contrattuali contrapposte nella catena del traffico di stupefacenti (come i fornitori all’ingrosso e i compratori dediti alla distribuzione), ed anche tra soggetti che agiscono in gruppi separati, eventualmente in concorrenza tra loro, a condizione che i fatti costituiscano espressione di un progetto indeterminato volto al fine comune del conseguimento del lucro da essi derivante, e che gli interessati siano consapevoli del ruolo svolto nell’economia del fenomeno associativo”. (Cassazione penale, sezione VI, sentenza 27 gennaio 2004, n. 2851)
Il problema è però quello di rinvenire, nel concreto, la dimostrazione di queste stabilità del vincolo e continuità dell’apporto; si tratta naturalmente di una quaestio facti e la SC s’è limitata a dire
In tema di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, la prova del vincolo permanente, nascente dall'accordo associativo, può essere data anche per mezzo dell'accertamento di "facta concludentia", quali i contatti continui tra gli spacciatori, i frequenti viaggi per il rifornimento della droga, le basi logistiche, le forme di copertura e i beni necessari per le operazioni delittuose, le forme organizzative, sia di tipo gerarchico che mediante divisione dei compiti tra gli associati, la commissione di reati rientranti nel programma criminoso e le loro specifiche modalità esecutive. Cassazione penale , sez. IV, 21 aprile 2006, n. 22824 Q. e altro
In ogni caso la SC ha chiarito permanenza del vincolo non significa affatto che l’apporto del singolo alla consorteria debba essere permanente
(…) L'apporto del singolo, comunque, (…) può essere anche non permanente e limitato nel tempo e può addirittura implicare il coinvolgimento in uno solo dei reati-fine organizzati e realizzati, purché risulti, pur sempre, l'inserimento del soggetto nell'apparato strutturale criminoso, attraverso l'assunzione di un ruolo specifico il cui assolvimento è funzionale alla realizzazione degli scopi criminosi della consorteria. Cassazione penale , sez. fer., 22 agosto 2006, n. 29450
Quanto all’elemento soggettivo del reato la Suprema Corte ha precisato che:
Il dolo del delitto di associazione a delinquere è dato dalla coscienza e volontà di partecipare attivamente alla realizzazione dell’accordo e quindi del programma delinquenziale in modo stabile e permanente. Quando la condotta si esaurisca nella partecipazione ad un solo episodio criminoso, non è esclusa la responsabilità per il reato associativo, ma la prova della volontà di partecipare alla associazione deve essere particolarmente puntuale e rigorosa. (Cassazione penale, sezione VI, sentenza 19 giugno 1997, n. 5970)
Si tratta dunque di un dolo “generico” che certamente richiede la consapevolezza di appartenersi ad un gruppo, ma non implica anche in punto di rappresentazione la necessità che i singoli associati si conoscano tra di loro.
Altra questione interessante è quella del se lo stesso soggetto possa essere contemporaneamente associato a più sodalizi criminali finalizzati al narcotraffico; nessun dubbio infatti che si possa essere contemporaneamente associati ad una cosca mafiosa e/o ad altro sodalizio di cui all’art. 416 e ad una associazione rilevante ai sensi dell’art. 74. La risposta è senz’altro positiva (v. ex plurimis, Cass. Pen., Sez. II, 30 gennaio 2008, n. 17746). Soprattutto però è interessante ricordare che le Sezioni Unite hanno evidenziato che
I reati di associazione per delinquere, generica o di stampo mafioso, concorrono con il delitto di associazione per delinquere dedita al traffico di sostanze stupefacenti, anche quando la medesima associazione sia finalizzata alla commissione di reati concernenti il traffico degli stupefacenti e di reati diversi. Cassazione penale , sez. un., 25 settembre 2008, n. 1149 (conf. Cassazione penale, sezione I, sentenza 16 giugno 1992, n. 6992)
[Ciò perché i due reati tutelano beni giuridici in parte diversi: il primo l'ordine pubblico, l'altro, oltre alla tutela dell'ordine pubblico mira alla difesa della salute individuale e collettiva contro l'aggressione della droga e della sua diffusione. In effetti il delitto di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74 presenta degli elementi specializzanti rispetto a quello di cui all'art. 416 c.p., perché a tutti gli elementi costitutivi della associazione per delinquere aggiunge quello specializzante della natura dei reati fine programmati che devono essere quelli previsti dal D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73. Cosicché se una associazione venga costituita al solo scopo di operare nel settore del traffico degli stupefacenti gli agenti non potranno essere puniti a doppio titolo, ovvero per la violazione dell'art. 416 c.p. e del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74, mentre se l'associazione ha lo scopo di commettere traffico di stupefacenti ed anche altri reati, è ben possibile che gli agenti vengano puniti per entrambi i reati].
La possibilità che lo stesso soggetto venga contemporaneamente incriminato per associazione a delinquere di stampo mafioso e associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico (perché magari fa parte del gruppo di associati mafiosi che, sempre in forma organizzata, trafficano in droga per conto della cosca di appartenenza, fa sì che possa essere contestata anche l’aggravante di agevolazione mafiosa di cui all’art. 7 L. 203/91).
Sempre in tema di aggravanti un cenno merita la speciale aggravante della transnazionalità di cui agli artt. 3 e 4 della L. 146/2006.
Il citato articolo 3, chiarisce che “Ai fini della presente legge si considera reato transnazionale il reato punito con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, qualora sia coinvolto un gruppo criminale organizzato, nonché:
d) ovvero sia commesso in uno Stato ma abbia effetti sostanziali in un altro Stato”.
Il successivo articolo 4, specifica poi che “1. Per i reati puniti con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni nella commissione dei quali abbia dato il suo contributo un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato la pena è aumentata da un terzo alla metà. 2. Si applica altresì il comma 2 dell'articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni”.
Per come è strutturata la fattispecie aggravatrice in esame, non tanto l’esistenza del gruppo associato di respiro transnazionale costituisce il presupposto, la ratio dell’aggravamento, quanto piuttosto la circostanza che un dato reato (non associativo) sia stato consumato con il diretto contributo di “…un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato”.
In altri termini, la fattispecie è volta a punire più gravemente i reati (fine) commessi all’estero dal gruppo organizzato più che la stessa creazione di succursali del gruppo in altri stati cui non faccia seguito l’accertamento di reati commessi dal gruppo medesimo; la ratio sarebbe la più grave punizione di reati commessi dai sodalizi criminosi che, proprio perché travalicanti i confini nazionali, si reputano più pericolosi, e non già la più grave punizione del gruppo che si espande all’estero.
Il tema del tentativo.
Occorre muovere dalla considerazione della natura di reato di pericolo della fattispecie in esame che ha fatto appunto dire alla S.C., con riguardo all’ipotesi di cui all’art. 416
L'associazione per delinquere è un reato di pericolo, che è già perfetto non appena si è creato il vincolo associativo e si è concordato il piano organizzativo per l'attuazione del programma delinquenziale, del tutto indipendentemente dalla concreta esecuzione dei singoli delitti. Come tale, detta figura criminosa non consente - come, d'altronde, tutti i reati di pericolo - l'ipotizzabilità del tentativo. Invero, gli eventuali atti, diretti alla formazione di una associazione per delinquere, o sono meramente preparatori e non interessano la sfera giuridico-penale, ovvero hanno il carattere della idoneità ed inequivocità e determinano la consumazione del delitto, perché, dal loro venire ad esistenza, è già compromesso l'ordinato svolgimento della vita sociale e si è, quindi, attuata la minaccia all'ordine pubblico. (Nella specie erano stati dedotti violazione di legge e vizio di motivazione circa il diniego di ritenere l'ipotesi del tentativo, essendo mancata qualsiasi prova in ordine alla consumazione dei reati). Cassazione penale , sez. I, 07 aprile 1989, Romano
Ancora una volta, però, occorre tenere in considerazione la duplice modalità della condotta associativa, giacché – come detto - ci si può associare ad un sodalizio criminoso che si concorre a costituire, e non v’è dubbio che la risposta debba essere quella fornita dalla massima precedente; ci si può tuttavia associare, successivamente, ad un sodalizio già esistente, ed al riguardo la SC (ancora una volta rispetto all’ipotesi di cui all’art. 416 c.p.) è parsa più possibilista.
Il tentativo di partecipazione ad un'associazione per delinquere è ipotizzabile solo in relazione ad una struttura associativa già esistente perché, essendo il requisito centrale della condotta punibile ancorato all'attualità del contributo alla vita dell'associazione, partecipante a questa può considerarsi solo chi si attivi materialmente e consapevolmente per perpetuare l'esistenza di una struttura già costituita in precedenza e per favorirne il conseguimento dei fini. Cassazione penale , sez. I, 19 novembre 1987, Montenegro
Qui si aprono scenari particolari più teorici che pratici. Esempio (il carcerato che invia al capo del sodalizio una lettera di adesione).
Si potrebbe anche dire che non avrebbe senso punire gli atti idonei e diretti in modo inequivoco ad aderire ad un’associazione. Interferenze con il concorso esterno, senz’altro ammissibile in astratto, anche se non mi risultano casistiche giudiziarie.
LE CONDOTTE DI CUI AL PRIMO COMMA.
S’è già detto che non si tratta di aggravanti ma di autonomi titoli di reato risolventisi in una partecipazione all’associazione qualificata dall’assolvimento di ruoli particolari reputati più gravi, e dunque più gravemente puniti, non solo perché di vertice, ma anche perché particolarmente efficienti rispetto alla messa in pericolo delle oggettività tutelate, prima nella fase costitutiva del sodalizio (di promozione ed organizzazione, ma anche finanziamento), poi nella sua concreta operatività (ancora di promozione ed organizzazione, ma anche di finanziamento e direzione dell’attività sociale).
Nessun particolare problema interpretativo pongono le figure del finanziatore e del capo/dirigente del gruppo.
Quanto alla funzione di promozione ed organizzazione è interessante la pronuncia seguente opportunamente massimata in relazione alle due diverse figure soggettive.
Nell'ambito delle condotte punibili ex art. 74, comma 1, d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309, quella di promotore costituisce una condotta alternativa a quella di organizzatore, rientrando nella relativa nozione non solo, come è ovvio, l'attività di iniziazione "stricto sensu" dell'associazione criminosa, ma anche quella diretta all'"estensione" del campo di operatività dell'apparato strutturale-strumentale tipico già costituito: onde, deve ritenersi promotore anche chi "sviluppa" nel tempo l'apparato organizzativo (con successivi "innesti" di persone e di mezzi), così contribuendo ad accrescerne la potenzialità pericolosa. (Nella specie, secondo la Corte, rientrava a pieno titolo nella nozione di promotore la condotta ascritta all'imputato, che risultava avere mantenuto e promosso contatti illeciti vuoi all'estero vuoi in Italia, sinergici allo svolgimento dell'attività criminosa). Cassazione penale , sez. IV, 23 ottobre 2008, n. 45018
“(..) deve definirsi "organizzatore" anche colui che, rispetto al gruppo già costituito, non si limiti ad attività intercambiabili e meramente esecutive del progetto criminoso comune, bensì assuma una funzione di fulcro nonché poteri gestionali, quand'anche non pienamente autonomi, in uno specifico e rilevante settore operativo: in tali termini, infatti, apporta all'associazione un contributo primario e non già semplicemente paritetico a quello di ogni altro associato, e la condotta si connota di quella maggiore pericolosità che la norma intende più pesantemente sanzionare per il superiore apporto alla vita associativa. (Nella specie, secondo la Corte, correttamente era stato ravvisato il ruolo di organizzatore dell'imputata, apprezzando, tra l'altro, che questi era colui il quale, nell'ambito dell'organizzazione criminosa, manteneva i contatti con le persone che dall'estero erano in grado di fornire la droga, era colui il quale manteneva i contatti con il maggior numero di connazionali presenti in Italia e coinvolti nei traffici illeciti, ed era sempre colui il quale svolgeva il compito di "trattare" il prezzo della droga, in definitiva svolgendo un ruolo affatto fungibile nell'economia complessiva dell'attività criminosa). Cassazione penale , sez. IV, 23 ottobre 2008, n. 45018
LE AGGRAVANTI COMUNI DEI COMMI TERZO E QUINTO
Il comma III stabilisce che la pena è aumentata se gli associati sono dieci o più o se tra i partecipanti vi sono persone dedite all’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope. Il comma V contempla un aumento di pena qualora ricorre la circostanza di cui all’art. 80, I comma, lett. e), del medesimo D.P.R. ovvero “se le sostanze stupefacenti o psicotrope sono adulterate o commiste ad altre in modo che ne risulti accentuata la potenzialità lesiva”.
Nessun problema applicativo evidenzia l’aggravante del numero superiore a nove di associati né quella di cui al comma V. Quanto invece alla seconda aggravante è importante la massima seguente:
In materia di associazione finalizzata al traffico di droga, va esclusa la configurabilità dell'aggravante di cui al comma 3 dell'art. 74 d. P. R. 309 del 1990 (partecipazione di persone dedite all'uso di stupefacenti) anche nei confronti dell'associato tossicodipendente. Cassazione penale , sez. VI, 09 gennaio 2007, n. 12845
È stato infatti evidenziato che se la ratio della aggravante è certamente quella di tutelare la collettività da parte di organizzazioni particolarmente pericolose per la maggior spinta propulsiva nella attività di ricerca e distribuzione della droga svolta dai tossicodipendenti, non è men vero che il tossicodipendente, il quale svolga la sua attività criminosa, è persona sicuramente assoggettata ai componenti della associazione non tossicodipendenti. Egli è a sua volta vittima della organizzazione che utilizza il suo stato per trarre un più consistente vantaggio economico. Pare quindi a questa Corte di poter affermare che la ratio legis dell'aggravante sia da ricercare anche nella necessità di imporre un più grave trattamento sanzionatorio per una ulteriore caratteristica negativa degli associati non tossicodipendenti dei quali si vuole accentuare il disvalore del comportamento per il maggior vantaggio che vengono a trarre dallo stato di tossicodipendenza dell'associato che ne è portatore. Tali considerazioni inducono a ritenere che la aggravante non sia da estendere al tossicodipendente vittima della altrui personalità denotante una più spiccata capacità criminale.
L’AGGRAVANTE AD EFFETTO SPECIALE DI CUI AL COMMA QUARTO
Il comma IV prevede uno specifico aumento di pena se l’associazione è armata ossia se i partecipanti hanno la disponibilità di armi o esplosivi, anche se occultate o tenute in luoghi di deposito seppur non utilizzate ai fini dell’attività criminale.
In tema di stupefacenti, l'aggravante dell'associazione armata, prevista dall'art. 74, comma 4, d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309, diversamente da quella analoga, ipotizzata dall'art. 416 bis, comma 5 c.p. quanto all'associazione per delinquere di stampo mafioso, richiede unicamente la disponibilità di armi, non esigendo anche la correlazione tra queste ultime e gli scopi perseguiti dall'associazione criminosa. Cassazione penale , sez. II, 08 gennaio 2009, n. 13682
L’ATTENUANTE AD EFFETTO SPECIALE DI CUI AL COMMA SESTO
Se l'associazione è costituita per commettere i fatti descritti dal comma 5 dell'articolo 73, si applicano il primo e il secondo comma dell'articolo 416 del codice penale.
Lo svolgimento di attività di spaccio di stupefacenti non occasionale ma continuativo non è incompatibile con l'attenuante della lieve entità del fatto, come si desume dall'art. 74, comma 6, d.P.R. n. 309 del 1990, che, con il riferimento ad un'associazione costituita per commettere fatti descritti dal comma 5 dell'art. 73, rende evidente che, a più forte ragione, è ammissibile configurare come lievi gli episodi che costituiscono attuazione del programma criminoso associativo. Cassazione penale , sez. IV, 27 novembre 1997, n. 1736
L’ATTENUANTE AD EFFETTO SPECIALE DI CUI AL COMMA SETTIMO
“Le pene previste dai commi I e VI sono diminuite dalla metà a due terzi per chi si sia efficacemente adoperato per assicurare le prove del reato o per sottrarre all’associazione risorse decisive per la commissione dei delitti (circostanza attenuante).
Sul punto, di recente, la Suprema Corte ha stabilito:
“In tema di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, al fine del riconoscimento della circostanza attenuante prevista a favore di chi si adopera per assicurare la prova del reato e per sottrarre all’associazione risorse decisive per la commissione dei delitti, non basta la mera indicazione del nominativo di qualche complice, ma occorre che l’aiuto si concreti nell’effettivo raggiungimento dello scopo perseguito dalla norma; che consiste nella reale sottrazione di risorse rilevanti, cioè cospicue, suscettibili di essere utilizzate mediante perpetrazione di ulteriori attività delinquenziali. (Cassazione penale, sezione VI, sentenza 7 giugno 2007, n. 22196).
La circostanza attenuante ad effetto speciale prevista dall'art. 8 d.l. 13 maggio 1991 n. 152, conv. in l. 12 luglio 1991, n. 203 può concorrere con quella di cui all'art. 74, comma 7, d.P.R. n. 309 del 1990. Cassazione penale , sez. V, 29 gennaio 2007, n. 9180
CENNI AGLI ASPETTI PROCEDURALI.
Si tratta di una fattispecie penale incriminatrice di competenza del Tribunale in composizione collegiale (art. 33 bis).
Nella fase delle indagini preliminari le funzioni di P.M. riguardo a tale delitto sono esercitate (a termini dell’art. 51 co. 3 bis) dall’Ufficio del Procuratore presso il Tribunale del capoluogo del distretto nella cui sede si trova il giudice competente; e per l’effetto, le funzioni di GIP e GUP sono esercitate dai magistrati della Sezione GIP-GUP del Tribunale distrettuale (art. 328 co. 1 bis c.p.p.).
Le misure precautelari del fermo e dell’arresto sono consentite al pari delle misure cautelari personali.
A tale ultimo riguardo occorre ricordare che con la novella dell’art. 275 co. 3 c.p.p. (ad opera del D.L. 11/2009) è stato esteso anche alla fattispecie associativa in esame il particolare regime già previsto per le associazioni di stampo mafioso, per cui verificata la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per tale delitto, si presumono le esigenze cautelari al massimo grado, sicché il giudice (salva l’ipotesi in cui reputi insussistenti le esigenze cautelari, e quindi non applichi alcuna misura) è privato della potestà discrezionale (ordinariamente riconosciutagli) di modulare la scelta della misura cautelare più confacente alle esigenze cautelari riconosciute e deve applicare la custodia in carcere.
È ammissibile l’applicazione della pena su richiesta della parti (cd. patteggiamento) per le ipotesi di associazioni finalizzate alla commissione di fatti di spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. (Cassazione penale, sezione VI, sentenza 19 novembre 2007, n. 42639).

References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 74
 Cass. 
 art. 73
 art. 74
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 74
 art. 73
 art. 74
 articolo 3
 articolo 4
 art. 74
 sentenza 
 sentenza