Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-25974-del-31-10-2017
Timestamp: 2020-06-01 13:46:51+00:00

Document:
Sentenza Cassazione Civile n. 25974 del 31/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25974 del 31/10/2017
Cassazione civile, sez. lav., 31/10/2017, (ud. 12/09/2017, dep.31/10/2017), n. 25974
sul ricorso 16753-2016 proposto da:
V.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SISTINA 121,
presso lo studio dell’avvocato MARCELLO BONOTTO, rappresentato e
difeso dall’avvocato ANDREA NOBILI giusta delega in atti;
COMUNE DI TORRE BERETTI E CASTELLARO, in persona del Sindaco pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GUGLIELMO CALDERINI
68, presso lo studio dell’avvocato ILARIA MAZZONE, rappresentato e
difeso dall’avvocato GABRIELE TROTTI, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 320/2016 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
depositata il 28/04/2016 R.G.N. 986/2013 + altre;
12/09/2017 dal Consigliere Dott. LUCIA TRIA;
FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per per l’inammissibilità,
udito l’Avvocato GABRIELE TROTTI.
1. La sentenza attualmente impugnata (depositata il 28 aprile 2016) si è pronunciata su tre appelli riuniti proposti da V.M. avverso le seguenti sentenze: 1) sentenza del Tribunale di Pavia (ex Tribunale di Vigevano) n. 27/2013 di rigetto dell’impugnativa del V. avverso il licenziamento per giusta causa intimatogli il 25 ottobre 2011 dal Comune di Torre Beretti e Castellaro, ove prestava servizio come vigile urbano; 2) sentenza del Tribunale di Pavia (ex Tribunale di Vigevano) n. 12/2014 di rigetto dell’impugnativa di altro licenziamento senza preavviso intimato all’appellante dal Comune di Torre Beretti e Castellaro in data 3 dicembre 2011; 3) sentenza del Tribunale di Pavia (ex Tribunale di Vigevano) n. 31/2014 di rigetto dell’impugnativa di un terzo licenziamento senza preavviso intimato il 18 gennaio 2012 dal Comune di Torre Beretti e Castellaro.
La Corte d’appello di Milano ha respinto gli appelli considerando l’impugnazione del primo licenziamento infondata, con conseguente legittimità della cessazione del rapporto di lavoro e quindi con l’assorbimento di ogni questione relativa ai due successivi licenziamenti.
A tale conclusione la Corte è pervenuta rilevando, per quel che qui interessa:
a) l’infondatezza della censura di tardività dell’attivazione del procedimento disciplinare in quanto, diversamente da quanto sostenuto dall’appellante, è da escludere che il Comune di Torre Beretti e Castellaro abbia avuto piena conoscenza della complessiva condotta che ha dato luogo al licenziamento nella riunione del 23 luglio 2005, essendosi ciò verificato solo a seguito del procedimento penale conclusosi con sentenza definitiva di condanna per il reato di cui all’art. 323 c.p.emessa dalla Corte di cassazione in data 5 luglio 2011;
b) infatti, la suddetta riunione era stata convocata dal Sindaco solo per chiarire la vicenda dell’ammanco di cassa riscontrato dal Comune per due raccomandate anomale, senza che neppure fosse chiaro che la relativa spedizione riguardava delle raccomandate personali del V.;
c) sicchè in quella riunione certamente non era stata ancora individuata la condotta più grave contestata e cioè quella di aver cercato di porre rimedio al precedente illecito comportamento attivandosi per cercare di convincere la direttrice dell’Ufficio postale a firmare dichiarazioni precompilate dall’interessato da cui avrebbe dovuto falsamente risultare che la spedizione delle suindicate raccomandate era avvenuto a spese del V. stesso e che per un errore dell’impiegato dello sportello era risultata addebitata al Comune;
d) tale condotta più grave è pacificamente emersa solo nel procedimento penale, a seguito delle dichiarazioni della direttrice dell’Ufficio postale, e da sola, per le modalità con le quali è stata commessa, è sufficiente ad integrare la giusta causa di recesso e a ledere gravemente la fiducia e la credibilità che sono alla base del rapporto lavorativo, senza che possano nutrirsi dubbi sulla proporzionalità della sanzione espulsiva rispetto alla condotta posta in essere, così come sulla sufficienza della motivazione dell’atto di recesso.
2. Il ricorso di V.M. domanda la cassazione della sentenza per quattro motivi; resiste, con controricorso, il Comune di Torre Beretti e Castellaro.
1.1. Con il primo motivo si denunciano: a) erroneità e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 5 e dell’art. 651 c.p.p.; b) omessa motivazione in punto di prova del fatto posto a fondamento del recesso esaminato dalla Corte d’appello.
Si sostiene la tardività della contestazione disciplinare del 25 luglio 2006, visto che il Comune avrebbe informalmente contestato al ricorrente il fatto della spedizione a spese del Comune di due raccomandate personali già nella riunione convocata dal Sindaco il 23 maggio 2005, aggiungendosi che, peraltro, in quella riunione non era provato che la spedizione fosse avvenuta con fondi del Comune.
Si aggiunge che la seconda condotta – cui fa riferimento la sentenza impugnata – non è stata provata dal datore di lavoro ed in sede penale è stata considerata semplicemente come elemento confermativo della sussistenza del dolo, sicchè la Corte d’appello avrebbe dovuto chiarire da quali elementi ha tratto la prova della sussistenza di tale condotta.
1.2. Con il secondo motivo si denunciano: a) erroneità e falsa applicazione degli artt. 2106 e 2119 c.c.; b) manifesta sproporzione della sanzione applicata; c) insufficiente e contraddittoria motivazione sul punto.
Ad avviso del ricorrente la Corte territoriale avrebbe fondato la decisione soltanto sulla commissione di un reato da parte del dipendente senza neppure tenere conto dell’art. 25 del CCNL di settore nonchè della speciale normativa sui procedimenti disciplinari dei pubblici dipendenti e senza neanche considerare la sproporzione della sanzione espulsiva rispetto alla condotta addebitata, data la speciale tenuità del fatto.
1.3. Con il terzo motivo si denuncia erroneità e falsa applicazione degli artt. 2106 e 2119 c.c. in relazione all’omessa e contraddittoria motivazione dell’atto di recesso da parte del datore di lavoro, esclusa dalla Corte territoriale senza adeguata giustificazione e senza considerare che il Comune non ha fornito alcuna prova sul punto, fin dal giudizio di primo grado.
1.4. Con il quarto motivo si denuncia erroneità e falsa applicazione dell’art. 277 c.p.c. in relazione alla mancata decisione degli appelli riguardanti i due licenziamenti successivi a quello esaminato dalla Corte territoriale.
Si sostiene che non vi erano gli estremi per disporre l’assorbimento di ogni questione relativa ai suddetti due ulteriori licenziamenti.
3.- Tutte le censure proposte con i primi tre motivi di ricorso – da esaminare insieme, data la loro intima connessione – al di là della formulazione della rubriche, contenenti il formale richiamo alla violazione di norme di legge – si risolvono in denunce di vizi di motivazione della sentenza impugnata che risultano prospettate in modo non conforme all’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo successivo alla modifica ad opera del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 convertito dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile ratione temporis – in base al quale la ricostruzione del fatto operata dai giudici di merito è sindacabile in sede di legittimità soltanto quando la motivazione manchi del tutto, ovvero sia affetta da vizi giuridici consistenti nell’essere stata essa articolata su espressioni od argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, oppure perplessi od obiettivamente incomprensibili (Cass. SU 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 9 giugno 2014, n. 12928).
Evenienze che, nella specie, non si riscontrano.
Come precisato dalle Sezioni unite di questa Corte (vedi: sentenze 7 aprile 2014, n. 8053 e n. 8054) nei giudizi per cassazione assoggettati ratione temporis alla nuova normativa, la formulazione di una censura riferita all’art. 360 cit., n. 5 che replica sostanzialmente il previgente testo di tale ultima disposizione – come accade nella specie – si palesa inammissibile alla luce del nuovo testo della richiamata disposizione, che ha limitato il controllo di legittimità all'”omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, “omesso esame” che non costituisce nella specie oggetto di censura.
4.- La suddetta osservazione – secondo cui, in sintesi, le censure di cui ai primi tre motivi si risolvono in una richiesta di revisione del “ragionamento decisorio” ed in sostanza di riesame del merito, già inammissibile in passato, ma ora espressamente esclusa dal vigente testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, – è di per sè sufficiente a portare all’inammissibilità dei suddetti motivi, assorbendo ogni altra considerazione quale la riscontrata prospettazione delle censure senza il dovuto rispetto del principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione, in base al quale il ricorrente qualora proponga delle censure attinenti all’esame o alla valutazione di documenti o atti processuali è tenuto ad assolvere il duplice onere di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, e all’art. 369 c.p.c., n. 4, (vedi, per tutte: Cass. SU 11 aprile 2012, n. 5698; Cass. SU 3 novembre 2011, n. 22726).
5.- Con il quarto motivo, come si è detto, si contesta la statuizione della Corte d’appello secondo cui la disposta infondatezza dell’impugnazione del primo licenziamento irrogato al V., con conseguente legittimità della cessazione del rapporto di lavoro, è stata considerata assorbente rispetto ad ogni questione relativa ai due successivi licenziamenti.
Tale motivo è inammissibile perchè – a fronte di una decisione del tutto conforme alla giurisprudenza di legittimità – con esso non si dimostra la sussistenza dell’interesse del ricorrente a proporre la censura.
6.- E’ jus receptum che l’interesse all’impugnazione, che costituisce manifestazione del generale principio dell’interesse ad agire – sancito, quanto alla proposizione della domanda ed alla contraddizione alla stessa, dall’art. 100 c.p.c. – debba essere apprezzato in relazione all’utilità concreta derivabile, alla parte, dall’eventuale accoglimento del gravame e non può consistere in un mero interesse astratto ad una più corretta soluzione di una questione giuridica, non avente riflessi sulla decisione adottata, sicchè è inammissibile, per difetto d’interesse, un’impugnazione con la quale si deduca la violazione di norme giuridiche, sostanziali o processuali, che non spieghi alcuna influenza in relazione alle domande o eccezioni proposte e che sia diretta, quindi, all’emanazione di una pronuncia priva di rilievo pratico (vedi, ex plurimis: Cass. 11 luglio 2014, n. 16016; Cass. 16 marzo 2011, n. 6150; Cass. 25 giugno 2010, n. 15353; Cass. 23 maggio 2008, n. 13373; Cass. 28 aprile 2006, n. 9887; Cass. 26 luglio 2005, n. 15623; Cass. 27 gennaio 2006, n. 1755).
7.- In sintesi, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo seguono la soccombenza, dandosi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.
La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate in Euro 200,00 (duecento/00) per esborsi, Euro 4000,00 (quattromila/00) per compensi professionali, oltre spese forfetarie nella misura del 15% e accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sezione lavoro, il 12 settembre 2017.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 5
 sentenza 
 sentenza 
 art. 54
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 13
 art. 1