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Timestamp: 2020-03-28 11:22:39+00:00

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NOVITÀ PENALE - Aniello Nappi
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 34/2020, ha dichiarato «non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 593 del codice di procedura penale, come sostituito dall’art. 2, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 6 febbraio 2018, n. 11, recante “Disposizioni di modifica della disciplina in materia di giudizi di impugnazione in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 82, 83 e 84, lettere f), g), h), i), l) e m), della legge 23 giugno 2017, n. 103”, sollevate, in riferimento agli artt. 3, 27, 97 e 111 della Costituzione».
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Con sentenza n. 5788 del 18 aprile 2019, depositata il 13 febbraio 2020, le Sezioni unite della Corte di cassazione hanno enunciato il seguente principio di diritto: «nel corso del giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria a norma dell’art. 438 comma 5 c.p.p., o nel quale l’integrazione sia stata disposta a norma dell’art. 441, comma 5, dello stesso codice, è possibile la modifica dell’imputazione solo per i fatti emergenti dagli esiti istruttori ed entro i limiti previsti dall’art. 423 c.p.p.».
La legge 28 febbraio 2020, n. 7, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n. 50 del 28 febbraio 2020, ha convertito in legge con modificazioni il decreto legge 30 dicembre 2019, n. 161, in materia di intercettazioni, prevedendo tra l’altro il differimento della sua applicabilità ai procedimenti iscritti dopo il 30 aprile 2020.
C. cost., n. 19/2020 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 456, comma 2, c.p.p., «nella parte in cui non prevede che il decreto che dispone il giudizio immediato contenga l’avviso della facoltà dell’imputato di chiedere la sospensione del procedimento con messa alla prova».
C. cost., n. 14/2020 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 516 c.p.p., «nella parte in cui, in seguito alla modifica dell’originaria imputazione, non prevede la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento la sospensione del procedi-mento con messa alla prova».
Con la sentenza n. 5464 del 26 settembre 2019, depositata il 12 febbraio 2020, le Sezioni unite penali della Corte di cassazione hanno affermato che «nel giudizio di legittimità spetta alla Corte di cassazione provvedere, ai sensi dell’art. 541 c.p.p., alla condanna generica dell’imputato ricorrente al pagamento delle spese processuali sostenute dalla parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato; spetta al giudice del rinvio o a quello che ha pronunciato la sentenza passata in giudicato la liquidazione di tali spese mediante l’emissione del decreto di pagamento ai sensi degli artt. 82 e 83 d.P.R. n. 115/2002».
Con la sentenza n. 4535 del 18 aprile 2019, depositata il 3 febbraio 2020, le Sezioni Unite penali della Corte di cassazione hanno enunciato il seguente principio di diritto: «la competenza a provvedere, ai sensi dell’art. 168 d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, sulla istanza di liquidazione delle spese di custodia dei beni sequestrati presentata dopo l’archiviazione del procedimento spetta al giudice per le indagini preliminari in qualità di giudice dell’esecuzione».
In precedenza Cass., sez. un., 24 aprile 2002, Fabrizi, aveva affermato che «la competenza a deliberare sulla richiesta di anticipazione o liquidazione finale del compenso presentata dal custode di cose sequestrate nell’ambito di procedimento penale appartiene nella fase successiva alla sentenza irrevocabile al giudice dell’esecuzione, nella fase delle indagini preliminari al P.M. il quale provvede con decreto motivato, nel corso del giudizio di cognizione al giudice che ha la disponibilità del procedimento il quale provvede “de plano”, osservandosi, in tutti i casi, le forme stabilite per il procedimento di esecuzione a norma dell’art. 666 c.p.p.».
Con la sentenza n. 698 del 24 ottobre 2019, depositata il 13 gennaio 2020, le Sezioni unite della Corte di cassazione hanno affermato che all’mputato assente non va notificata la sentenza conclusiva del giudizio abbreviato, perché l’abolizione della contumacia, e segnatamente la modifica dell’art. 548 comma 3 c.p.p. applicabile anche al giudizio abbreviato, ha comportato l’abrogazione implicita dell’art. 442 comma 3 c.p.p. e dell’art. 134 disp. att.
Con d.l. 30 dicembre 2019, n. 161, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 305 del 31 dicembre 2019, sono state modificate le disposizioni del codice di procedura penale sulle intercettazioni, differendone ulteriormente la applicabilità ai procedimenti iscritti dopo il 29 febbraio 2020.
Sulla disciplina delle intercettazioni sono intervenute anche le Sezioni unite della Corte di cassazione, con la sentenza 28 novembre 2019, n. 51, depositata il 2 gennaio 2020, che che ha enunciato il seguente principio di diritto: «Il divieto di cui all’art. 270 di utilizzazione dei risultati di intercettazioni di conversazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali siano state autorizzate le intercettazioni – salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza – non opera con riferimento ai risultati relativi a reati che risultino connessi ex art. 12 cod. proc. pen. a quelli in relazione ai quali l’autorizzazione era stata ab origine disposta, sempreché rientrino nei limiti di ammissibilità previsti dalla legge».
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Con la sentenza n. 45936 del 26 settembre 2019, depositata il 13 novembre 2019, le Sezioni unite della Corte di cassazione, superando il precedente orientamento di Cass., sez. un., 25 settembre 2014, Uniland Spa, hanno affermato che il curatore fallimentare, in quanto soggetto avente diritto alla restituzione dei beni sequestrati, «è legittimato a chiedere la revoca del sequestro preventivo a fini di confisca e ad impugnare i provvedimenti in materia cautelare reale», sia quando il sequestro sia antecedente sia quando sia successivo alla dichiarazione del fallimento.
Con la sentenza n. 41736 del 30 maggio 2019, depositata il 10 ottobre 2019, le Sezioni unite penali della Corte di cassazione hanno enunciato i seguenti principi di diritto:
Con la sentenza n. 40847 del 2019, depositata il 4 ottobre 2019, le Sezioni unite penali della Corte di cassazione hanno enunciato il seguente principio di diritto:
«Il divieto di restituzione di cui all’art. 324, comma 7, cod. proc. pen. opera anche in caso di annullamento del decreto di sequestro probatorio; tale divieto riguarda le cose soggette a confisca obbli-gatoria ex art. 240, secondo comma, cod. pen., ma non anche le cose soggette a confisca obbligatoria contemplata da previsioni speciali, con l’eccezione del caso in cui tali previsioni richiamino l’art. 240, secondo comma, cod. pen. o, comunque, si riferiscano al prezzo del reato o a cose la fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione delle quali costituisce reato».
Con la sentenza n. 28908 del 27 settembre 2018, depositata il 3 luglio 2019, le Sezioni unite penali della Corte di cassazione hanno enunciato il seguente principio: «l’incompetenza a conoscere dei reati appartenenti alla cognizione del giudice di pace deve essere dichiarata dal giudice togato in ogni stato e grado del processo, ai sensi dell’art. 48 d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, disposizione che deroga al regime previsto dall’art. 23 comma 2 c.p.p. sulla rilevabilità dell’incompetenza per materia c.d. in eccesso entro precisi termini di decadenza; tuttavia nel caso in cui il giudice togato riqualifichi il fatto in un reato di competenza del giudice di pace, resta ferma la sua competenza per effetto del principio della perpetuatio iurisdictionis, purché l’originario reato gli sia stato attribuito nel rispetto delle norme sulla competenza per materia e la riqualificazione sia un effetto determinato da acquisizioni probatorie sopravvenute nel corso del processo». Inoltre con la coeva sentenza n. 28909 le Sezioni unite hanno aggiunto che analogamente, «nel caso in cui il giudice togato conosca del reato del giudice di pace per essere venuto meno il vincolo di connessione, resta ferma, per effetto del principio della “perpetuatio iurisdictionis”, la sua competenza, purché in origine correttamente individuata». Rimane così superata la giurisprudenza che tendeva a proporre un’interpretazione restrittiva dell’art. 48 d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, escludendo che avesse portata derogatoria dell’art. 23 comma 2 c.p.p.
Sulla Gazzetta ufficiale del 14 giugno 2019 è stato pubblicato il d.l. 14 giugno 2019, n. 53, recante «Disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica». Si tratta di un provvedimento destinato a ulteriori restrizioni in materia di immigrazione, oltre che a contrastare attività violente in occasione di manifestazioni pubbliche e sportive. L’art. 7 del decreto ha apportato in questa prospettiva modifiche agli art. 339, 340, 419, 635 del codice penale; e l’art. 3 del decreto ha apportato l’ennesima modifica al comma 3 bis dell’art. 51 codice di procedura penale, integrandone i riferimenti alla disciplina dell’immigrazione. L’art. 9 del decreto ha poi ulteriormente differito al 31 dicembre 2019 l’entrata in vigore di talune disposizioni del d.lgs. 29 dicembre 2017, n. 216, in particolare in tema di intercettazioni.
Prevede l’art. 597 comma 5 c.p.p. che, in deroga a quanto previsto dall’art. 597 comma 1 c.p.p., il giudice d’appello può applicare d’ufficio, anche oltre i limiti della devoluzione, la sospensione condizionale della pena, la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale e una o più circostanze attenuanti. Secondo la giurisprudenza prevalente, tuttavia, se non v’è specifica richiesta, il giudice non deve motivare sul mancato esercizio di tale potere discrezionale (Cass., sez. VI, 26 gennaio 2004, Calluso, m. 228468, Cass., sez. VI, 27 gennaio 2010, Mezini, m. 246139, Cass., sez. 7,, 13 gennaio 2015, Ciaccia, m. 263361, Cass., sez. V, 8 luglio 2015, Tota, m. 264552, Cass., sez. III, 29 settembre 2017, B, m. 271869). Secondo un orientamento minoritario della giurisprudenza, invece, «il giudice d’appello deve, seppur sinteticamente, rendere ragione del concreto esercizio, positivo o negativo, del potere – dovere attribuitogli dall’art. 597 comma 5, di applicare una o più circostanze attenuanti, con la conseguenza che sussiste la legittimazione dell’imputato a ricorrere per cassazione, pur in assenza di specifica richiesta nel giudizio d’appello, nel caso in cui il giudice dell’impugnazione, nell’espletare l’intervento officioso, sia incorso in violazione di legge, ovvero nell’ipotesi di mancato esercizio di tale potere – dovere, a condizione, tuttavia, che dal ricorrente siano indicati gli elementi di fatto in base ai quali il giudice avrebbe potuto ragionevolmente esercitarlo» (Cass., sez. III, 4 novembre 2015, G, m. 266138, Cass., sez. III, 12 luglio 2017, E, m. 271815).
Con la sentenza n. 22533 del 25 ottobre 2018, depositata il 22 maggio 2019, le Sezioni unite penali della Corte di cassazione hanno ora enunciato il seguente principio di diritto: «Fermo il dovere del giudice di appello di motivare il mancato esercizio del suo potere di ufficio di applicare il beneficio della sospensione condizionale della pena, in presenza delle condizioni che ne consentono il riconoscimento, specialmente se sopravvenute al giudizio di primo grado, l’imputato non può dolersi, con ricorso per cassazione, della mancata applicazione del medesimo beneficio se non lo ha richiesto nel corso del giudizio di appello».
Sulla Gazzetta ufficiale n. 93 del 19 aprile 2019 è stata pubblicata la legge 12 aprile 2019 n. 33, che ripristina la preclusione del giudizio abbreviato per i reati punibili con la pena dell’ergastolo.
Nel testo originario del codice il giudizio abbreviato era ammissibile per qualsiasi tipo di reato, anche se punibile con l’ergastolo. La Corte costituzionale, però, aveva ritenuto che questa estensione del rito anche ai reati più gravi contrastasse con la direttiva n. 53 legge delega, che si riferiva esplicitamente ai soli reati punibili con pena quantitativamente determinata (C. cost. n. 176/1991). L’art. 30 l. 16 dicembre 1999, n. 479, ha poi ripristinato la disciplina originaria, rendendo il rito di nuovo ammissibile anche per i reati puniti con la pena dell’ergastolo, da sostituire con la pena di trent’anni di reclusione.
Successivamente l’art. 7 comma 1 d.l. 24 novembre 2000, n. 341, convertito nella l. 19 gennaio 2001, n. 4, interpretò autenticamente il secondo comma, nel senso che l’espressione «pena dell’ergastolo» dovesse intendersi riferita «all’ergastolo senza isolamento diurno»; e l’art. 7 comma 2 dello stesso decreto vi aggiunse la previsione della riduzione all’ergastolo della pena dell’ergastolo con isolamento diurno.
C. cost. n. 210/2013 ha però dichiarato illegittimo l’art. 7 comma 1 d.l. 24 novembre 2000, n. 341, per violazione dell’art. 117 comma 1, Cost., in relazione all’articolo 7 della CEDU, come riscontrata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza della Grande Camera del 17 settembre 2009, Scoppola contro Italia, che ha enunciato il principio della retroattività della legge penale meno severa, che si traduce «nella norma secondo cui, se la legge penale in vigore al momento della commissione del reato e le leggi penali posteriori adottate prima della pronuncia di una sentenza definitiva sono diverse, il giudice deve applicare quella le cui disposizioni sono più favorevoli all’imputato». Sicché si sono esclusi gli effetti retroattivi in malam partem dell’art. 7 comma 1 d.l. 24 novembre 2000, n. 341. Ma si è precisato che, «in caso di condanna all’esito del giudizio abbreviato, la pena da infliggere per i reati astrattamente punibili con l’ergastolo è quella prevista dalla legge vigente nel momento della richiesta di accesso al rito: ne consegue che, ove quest’ultima sia intervenuta nel vigore dell’art. 7 D.L. n. 341 del 2000, va applicata (ed eseguita) la sanzione prevista da tale norma», perché «tra le diverse leggi succedutesi nel tempo, che prevedono la specie e l’entità della pena da infliggere all’imputato in caso di condanna all’esito del giudizio abbreviato per i reati astrattamente punibili con l’ergastolo, la legge intermedia più favorevole non trova applicazione quando la richiesta di accesso al rito speciale non sia avvenuta durante la vigenza di quest’ultima, ma soltanto successivamente, nel vigore della legge posteriore che modifica quella precedente» (Cass., sez. un., 19 aprile 2012, Giannone, m. 252932).
Infine la disciplina del giudizio abbreviato, già modificata dall’art. 1 comma 44, l. 23 giugno 2017, n. 103, con decorrenza dal 3 agosto 2017 secondo quanto disposto dall’art. 1 comma 95, è stata ulteriormente modificata dalla l. 12 aprile 2019, n. 33, che ha ripristinato l’inammissibilità del giudizio abbreviato per i reati puniti con la pena dell’ergastolo commessi dopo il 20 aprile 2019.
Con la sentenza n. 12541 del 14 marzo 2019, depositata il 20 marzo 2019, la Sesta sezione penale della Corte di cassazione ha affermato che la sanzione civile accessoria prevista dall’art. 322-quater c.p. (riparazione pecuniaria in favore dell’amministrazione lesa dalla condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio), non è irrogabile con la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti, perché, contrariamente a quanto avviene in altre disposizioni (ad esempio art. 322-ter c.p.), l’art. 322-quater c.p. la prevede come irrogabile solo con la sentenza di condanna.
Con la sentenza n. 7915 del 3 dicembre 2018, depositata il 21 febbraio 2019, la Quinta sezione penale della Corte di cassazione ha affermato che, «nei reati abituali, all’arresto in flagranza è possibile procedere anche quando il bagaglio conoscitivo del soggetto che procede all’arresto derivi da pregresse denunce della vittima, relative a fatti a cui egli non abbia assistito personalmente, purché … tale soggetto assista ad una frazione dell’attività delittuosa che, sommata a quella oggetto di denuncia, integri l’abitualità richiesta dalla norma; ovvero, purché – già forte del suo bagaglio conoscitivo – il soggetto in questione sorprenda il reo con cose o tracce dalle quali appaia che questi ha commesso il reato immediatamente prima».
La decisione, priva di precedenti specifici, si riferisce a un caso di arresto in flagranza per il delitto di atti persecutori (art. 612 bis c.p.).
A lungo controversa, l’ammissibilità della continuazione tra reati puniti con pene detentive e reati puniti con pene pecuniarie, ancorché diverse per specie (reclusione e arresto, multa e ammenda), è stata ribadita dalle Sezioni unite penali della Corte di cassazione, con la sentenza n. 40983 del 21 giugno 2018, depositata il 24 settembre 2018. La Corte ha affrontato anche il connesso problema delle modalità di determinazione della pena, affermando che nei casi di continuazione tra reati puniti con pene eterogenee, l’aumento di pena per il reato satellite non va effettuato mediante l’addizione alla pena base di un’altra pena eventualmente diversa per genere o per specie, bensì sempre secondo il criterio della moltiplicazione della pena base, ma rispettando il genere della pena prevista per il reato satellite. Sicché l’aumento della pena detentiva del reato più grave deve essere ragguagliato alla corrispondente pena pecuniaria (multa o ammenda) in applicazione dell’art. 135 c.p. E’ stata così superata anche la giurisprudenza, per cui l’aumento ex art. 81 c.p. possa essere operato mediante una maggiorazione quantitativa della pena base irrogata per il reato più grave.
Sulla Gazzetta Ufficiale n. 171 del 25 luglio 2018 è stato pubblicato il decreto legge 25 luglio 2018, n. 91, recante proroga di termini previsti da disposizioni legislative.
L’art. 2 del decreto prevede in particolare «proroga di termini in materia di giustizia», disponendo il differimento al 31 marzo 2019 dell’entrata in vigore della riforma delle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, di cui al decreto legislativo 29 dicembre 2017, n. 216, e la sospensione fino al 15 febbraio 2019 delle norme sulla partecipazione a distanza al processo penale introdotte dalla legge 23 giugno 2017, n. 103.
Inoltre è stata differita al 1° gennaio 2022 la soppressione della sezione distaccata di Ischia del Tribunale di Napoli.
Con la sentenza n. 29847/2018 del 31 maggio 2018, depositata il 3 luglio 2018, le Sezioni unite penali della Corte di cassazione hanno enunciato il seguente principio di diritto: «nel caso in cui la cessione di un credito ipotecario precedentemente insorto avvenga successivamente alla trascrizione del provvedimento di sequestro o di confisca di prevenzione del bene sottoposto a garanzia, tale circostanza non è in quanto tale preclusiva dell’ammissibilità della ragione creditoria, né determina di per sé uno stato di mala fede in capo al terzo cessionario del credito, potendo quest’ultimo dimostrare la buona fede». Hanno così risolto il contrasto tra due orientamenti giurisprudenziali: «l’uno per il quale il terzo cessionario di un credito garantito da ipoteca su beni sottoposti a sequestro e a confisca di prevenzione gode della medesima tutela attribuita al creditore originario a condizione che risulti anche nei suoi confronti l’esistenza del dato temporale, individuabile nell’anteriorità della cessione rispetto al sequestro, quale presupposto necessario per la verifica della buona fede del cessionario; e l’altro per cui invece il riconoscimento di una situazione di affidamento incolpevole del cessionario non è precluso dal fatto che la cessione del credito sia avvenuta successivamente al sequestro».
Sulla Gazzetta ufficiale n. 130 del 7 giugno 2018 è stato pubblicato il decreto legislativo 11 maggio 2018, n. 63, che, nel dare attuazione alla «direttiva (UE) 2016/943 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2016, sulla protezione del know-how riservato e delle informazioni commerciali riservate (segreti commerciali) contro l’acquisizione, l’utilizzo e la divulgazione illeciti», ha tra l’altro apportato significative modifiche anche al codice penale. In particolare, oltre a integrare l’art. 388 c.p. in tema di elusione dei provvedimenti del giudice, relativi a «misure inibitorie o correttive a tutela dei diritti di proprietà industriale», ha integralmente sostituito l’art. 623 c.p. con il testo seguente:
«Art. 623 (Rivelazione di segreti scientifici o commerciali). – Chiunque, venuto a cognizione per ragioni del suo stato o ufficio, o della sua professione o arte, di segreti commerciali o di notizie destinate a rimanere segrete, sopra scoperte o invenzioni scientifiche, li rivela o li impiega a proprio o altrui profitto, è punito con la reclusione fino a due anni.
Il 9 maggio 2018 è entrato in vigore il d.lgs. 10 aprile 2018, n. 36, recante «Disposizioni di modifica della disciplina del regime di procedibilità per taluni reati in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 16, lettere a) e b), e 17, della legge 23 giugno 2017, n. 103». L’art. 12, comma 2, del decreto prevede che per i reati in precedenza perseguibili d’ufficio, ove commessi prima della data di entrata in vigore dello stesso decreto, il pubblico ministero, o il giudice dopo l’esercizio dell’azione penale, è tenuto a informare la persona offesa dal reato della facoltà di esercitare il diritto di querela. Tuttavia la Seconda Sezione penale della Corte di cassazione, con sentenza n. 23077 del 9 maggio 2018 (depositata il 23 maggio 2018), ha stabilito che «relativamente al reato di cui al novellato art. 646 c.p., già perseguibile d’ufficio ove fosse contestata l’aggravante di cui all’art. 61 n. 11 c.p., non va attivata la procedura di cui all’art. 12/2 d.lgs. citato, ove la persona offesa si sia costituita parte civile – restando irrilevante che la parte civile abbia successivamente abbandonato il processo – ed il reato sia stato comunque già dichiarato prescritto nel giudizio di merito». Si è ritenuto infatti che la costituzione di parte civile possa essere interpretata come manifestazione ante litteram della volontà di ottenere la punizione del colpevole.
Con la sentenza 18 gennaio 2018, Ksouri, depositata il 9 maggio 2018, le Sezioni unite della Corte di cassazione hanno affermato che «non è abnorme, e quindi non ricorribile per cassazione, il provvedimento con cui il giudice per le indagini preliminari, investito della richiesta di emissione di decreto penale di condanna, restituisca gli atti al pubblico ministero perché valuti la possibilità di chiedere l’archiviazione del procedimento per particolare tenuità del fatto ai sensi dell’art. 131 bis c.p.». In realtà, ove ritenga che la richiesta del pubblico ministero sia inaccoglibile per erronea qualificazione giuridica del fatto, benché non infondata, il giudice, secondo la giurisprudenza prevalente, non deve pronunciare sentenza di proscioglimento, ma deve limitarsi alla restituzione degli atti al richiedente, onde evitare preclusioni a un corretto esercizio dell’azione penale. Analogamente deve ritenersi che il giudice debba provvedere nel caso in cui intenda qualificare il fatto come di particolare tenuità, e dunque non punibile a norma dell’art. 131 bis c.p., perché anche quella di tenuità dell’offesa è una qualificazione giuridica (Cass., sez. V, 2 luglio 2015, Markikou).
Sulla Gazzetta ufficiale n. 95 del 24 aprile 2018 è stato pubblicato il d.lgs. 10 aprile 2018, n. 36, recante «Disposizioni di modifica della disciplina del regime di procedibilità per taluni reati in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 16, lettere a) e b), e 17, della legge 23 giugno 2017, n. 103». Sono stati modificati gli art. 612, 615, 617 ter, 617 sexies, 619, 620, 640, 640 ter e 646 del codice penale, estendendo l’ambito della procedibilità a querela, sebbene con la previsione della procedibilità di ufficio in caso di concorso di circostanze aggravanti ad effetto speciale. Si è inoltre dettata una disciplina transitoria della decorrenza dei termini per la proposizione della querela relativa a fatti commessi prima della data di entrata in vigore del decreto (9 maggio 2018) .
Secondo la giurisprudenza prevalente, «la parte civile non è legittimata a ricorrere per cassazione contro il provvedimento che, in sede di riesame, abbia annullato o revocato l’ordinanza di sequestro conservativo disposto a favore della stessa parte civile» (Cass., sez. un., 25 settembre 2014, Gulletta, m. 260895). Questa discutibile giurisprudenza è stata rimessa in discussione da un’ordinanza che ne ha investito nuovamente le Sezioni unite(Cass., sez. V, 5 aprile 2017, n. 33282), che hanno in effetti riconosciuto la legittimazione della parte civile a ricorrere per cassazione, ma limitatamente al caso di violazione del contraddittorio determinata dal mancato avviso dell’udienza di riesame (Cass., sez. un., 28 settembre 2017, Fallimento Della Domal di De Lorenzis e C. s.a.s., depositata il 5 aprile 2018). Secondo questa recente decisione, dunque, «non avendo la parte civile – al pari del P.M. – la legittimazione a impugnare le ordinanze con le quali è stato disposto il sequestro conservativo (in assenza di un suo interesse), né quelle che lo hanno negato, anche solo parzialmente (mancando la previsione normativa), consegue che la medesima parte civile non è abilitata a proporre ricorso per cassazione ex art. 325 c.p.p. per ragioni diverse dalla violazione delle regole sul contraddittorio».
I criteri dettati dall’art. 603 comma 3 bis c.p.p., per la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale «nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa», non sono invece applicabili quando sia appellata dall’imputato una sentenza di condanna, perché «nell’ipotesi di riforma in senso assolutorio di una sentenza di condanna, il giudice di appello non ha l’obbligo di rinnovare l’istruzione dibattimentale mediante l’esame dei soggetti che hanno reso dichiarazioni ritenute decisive ai fini della condanna di primo grado», sebbene sia «tenuto a offrire una motivazione puntuale e adeguata della sentenza assolutoria, dando una razionale giustificazione della difforme conclusione adottata rispetto a quella del giudice di primo grado», «previa, ove occorra, rinnovazione della prova dichiarativa ritenuta decisiva ai sensi dell’art. 603». Questo è il principio di diritto enunciato dalle Sezioni unite penali della Corte di cassazione con una sentenza depositata in data odierna (Cass., sez. un., 21 dicembre 2017, Troise).
Sulla Gazzetta ufficiale n. 68 del 22 marzo 2018 è stato pubblicato il d.lgs. 1 marzo 2018, n. 21, recante «Disposizioni di attuazione del principio di delega della riserva di codice nella materia penale a norma dell’articolo 1, comma 85, lettera q), della legge 23 giugno 2017, n. 103». Oltre a trasferire nel codice penale talune fattispecie di reato sinora previste da leggi speciali, con i conseguenti adattamenti anche del codice di procedura penale, viene inserita una dettagliata disciplina anche processuale della confisca in casi particolari.
Sulla Gazzetta ufficiale n. 61 del 14 marzo 2018 è stato pubblicato il d. P.R. 15 gennaio 2018, n. 15, recante Regolamento di attuazione dei principi dettati dal d.lgs. 30 giugno 2003, n.196, codice in materia di protezione dei dati personali (privacy), con riferimento ai dati trattati per finalità di polizia. Il regolamento di attuazione era previsto dall’art. 57 d.lgs. 30 giugno 2003, n.196.
In precedenza la questione era già stata affrontata in giurisprudenza. In particolare, secondo Cass., sez. V, 5 dicembre 2006, Vulicevic, m. 235969, «non è inutilizzabile, in mancanza della violazione di un divieto di legge, l’accertamento sulla identità dell’indagato compiuto mediante ricorso ai dati relativi al DNA contenuti in un archivio informatico che la Polizia giudiziaria abbia istituito prescindendo dalle cautele previste dal codice sulla “privacy”».

References: sentenza 
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 art. 12
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 sentenza 
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 art. 612
 art. 325
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