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Timestamp: 2019-02-15 18:54:07+00:00

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“Questionari fiscali" | ProntoProfessionista.it
2. L’applicazione meccanica della preclusione dell’art. 32 del D.P.R. n.600/1973 provoca la distorsione del sistema tributario (Cass. n. 14164/2012; Cass. n. 13944/08; Cass. n. 11981/03).
3. I dati e i documenti non forniti in risposta al questionario sono inutilizzabili in giudizio purché ci sia un invito specifico e puntuale da parte dell’Amministrazione e l’avvertimento circa le conseguenze della sua mancata ottemperanza (Cass. n. 21271/2016).
4. La dichiarazione del contribuente di non possedere libri, registri, scritture e documenti richiestigli dall’A.F. nel corso di un accesso preclude la valutazione degli stessi in suo favore in sede amministrativa e contenziosa (Cass. n. 10527/2017).
5. Abuso da parte del Fisco dell’eccezione di inopponibilità.
6. La mancata indicazione di un documento nell’indice del fascicolo di parte comporta l’inutilizzabilità dello stesso da parte del giudice (Cass. 10 febbraio 2017, n.3593).
Le indagini finanziarie rappresentano, tra i molteplici strumenti di cui dispone l'amministrazione finanziaria, quello che potenzialmente permette la maggior efficacia investigativa nella lotta all'evasione fiscale. È evidente, infatti, come il Fisco possegga un'arma dal carattere altamente invasivo della sfera patrimoniale del contribuente, tanto invasivo da costringere il legislatore a occuparsi con grande attenzione di come regolamentarne le procedure .
La normativa sulle indagini finanziarie cerca di realizzare un equo contemperamento tra l'interesse privato alla riservatezza e l'interesse pubblico al conseguimento del gettito erariale e alla repressione dell'evasione.
Di fatto, però, l'ingresso di un organo verificatore in azienda è un evento che di solito suscita una forte apprensione nei responsabili degli adempimenti fiscali e amministrativi: nella molteplicità degli obblighi formali e sostanziali (pagamento delle imposte) stabiliti dalla normativa in materia tributaria, è molto frequente trovarsi esposti al rischio che organi verificatori, Guardia di Finanza o Ispettori dell'Agenzia delle Entrate, possano evidenziare inadempienze o errori di applicazione delle norme fiscali. La possibilità di commettere tali errori è ulteriormente elevata per le frequenti modifiche legislative e difficoltà di interpretazione delle norme, relative agli adempimenti sia formali che sostanziali. È, quindi, di grande rilievo evidenziare la puntuale normativa che il legislatore ha stabilito relativamente all'attività di verifica da parte dell'Amministrazione Finanziaria.
2. L’applicazione meccanica della preclusione dell’art. 32 del D.P.R. n.600/1973 provoca la distorsione del sistema tributario (Cass. n. 14164/2012; Cass. n. 13944/08;Cass.n.11981/03).
3. I dati e i documenti non forniti in risposta al questionario sono inutilizzabili in giudizio purchè ci sia un invito specifico e puntuale da parte dell’Amministrazione e l’avvertimento circa le conseguenze della sua mancata ottemperanza( Cass.n.21271/2016).
Tale preclusione opera solo in presenza di un invito specifico e puntuale (Questionario Agenzia Entrate) da parte dell’Amministrazione, purché accompagnato dall’avvertimento circa le conseguenze della sua mancata ottemperanza, che si giustifica -in deroga ai principi di cui agli artt. 24 Cost (diritto di difesa) e 53 Cost. (capacità contributiva) - per la violazione dell’obbligo di leale collaborazione con il Fisco (Cass. n. 11765/2014).
trasmissione dell’invito a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento;assegnazione di un termine non inferiore a 15 giorni;avviso al contribuente delle conseguenze processuali determinate dalla mancata esibizione dei documenti;facoltà del contribuente di evitare tali conseguenze depositando i documenti in allegato al ricorso introduttivo dimostrando che la impossibilità di ottemperanza era dipesa da causa non imputabile.
L’Amministrazione deve, cioè, allegare i fatti sui quali l’eccezione si fonda, tra cui l’esistenza -nell’invito di esibizione trasmesso al contribuente - dei requisiti formali prescritti dalle predette norme tributarie e, in particolare, dell’avvertimento prescritto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 3, cui rinvia il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, comma 4.
- la non veridicità della dichiarazione, che si concretizza in un sostanziale rifiuto di esibizione, accertabile con qualunque mezzo di prova e anche attraverso presunzioni;
- la coscienza e la volontà della dichiarazione stessa;
- il dolo, costituito dalla volontà del contribuente di impedire che nel corso dell’accesso possa essere effettuata l’ispezione del documento.
- le dichiarazioni dell’indisponibilità del documento, non solo quando ciò sia riconducibile a caso fortuito o a forza maggiore, ma anche imputabile a colpa, quale ad esempio la negligenza e l’imperizia nella custodia e conservazione.
In conclusione, il D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 52, comma 5, a cui rinvia il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 33, secondo il Supremo Consesso " ha carattere eccezionale e deve essere interpretato alla luce degli artt. 24 e 53 Cost, in modo da non comprimere il diritto alla difesa e da non obbligare il contribuente a pagamenti non dovuti, sicché non può reputarsi sufficiente, ai fini della suddetta preclusione, il mancato possesso imputabile a negligenza, imperizia nella custodia e conservazione della documentazione contabile" (Cass. Sez. Trib. 28/04/2017, n. 10527).
La dottrina ha analizzato tre casi in cui, nel corso del procedimento di accertamento o nel processo tributario, accade molto spesso che l’Amministrazione Finanziaria invochi la qualità di terzo, per far valere iure privatorum la "inopponibilità" di atti, fatti o documenti allegati dal contribuente per contrastare la pretesa impositiva.
L’Amministrazione Finanziaria afferma che le allegazione di scritti provenienti da terzi, se privi di data certa, sono "inopponibili"al Fisco.
Tale argomentazione è sorretta dall’orientamento della Suprema Corte (Cass. n. 2402/2000), secondo il quale il legislatore ha inteso ampliare il concetto di "terzo" a cui fa riferimento l’art. 2704 c.c., comprendendovi l’Amministrazione Finanziaria, titolare di un diritto d’imposizione collegato al negozio documentato.
Predetto orientamento della giurisprudenza di legittimità ha disatteso il precedente orientamento che aveva concluso che "il Fisco non può essere considerato terzo perché trae l’atto, da cui è estraneo,soltanto un proprio diritto autonomo di natura pubblica all’imposizione tributaria; pertanto le scritture private non debbono essere munite della data certa, quando vengono sottoposte alla registrazione nei termini di legge" (Cass., Sez. I, 8 maggio 1953, n.1280).
Il Fisco non prende per niente in considerazione l’importante pronuncia n. 5991 del 2006 della Suprema Corte, la quale ha chiarito che il contribuente "non ha esercitato con il ricorso alla Commissione tributaria un’azione diretta a ottenere una dichiarazione di nullità del contratto simulato oppure a far valere gli effetti di un contratto dissimulato.."; dall’altra parte il Fisco "non può essere considerato un terzo danneggiato della simulazione di una finta vendita da cui sia scaturito un accertamento sintetico, in quanto il contribuente che invoca la simulazione del pagamento del prezzo esercita un suo preciso diritto di provare che l’effettuata acquisizione dei beni non denota una reale disponibilità economica, suscettibile di valutazione ai fini fiscali".
Tale principio è orientamento costante della Corte di Cassazione da quattro decenni e, invero, con la sentenza n. 973 del 1971, il Supremo Consesso ha, altresì, precisato che "la simulazione è inopponibile ai terzi come negozio giuridico produttivo di conseguenze sostanziali tra i contraenti, ma non anche la simulazione come semplice fatto o mezzo di prova di un altro fatto non costituente un effetto negoziale".
In un'altra pronuncia , infatti, la Suprema Corte ha sottolineato che il contribuente, sottoposto ad accertamento sintetico, ha sempre la facoltà di fornire, investendo il presupposto di fatto legittimante, l’accertamento stesso.
6. La mancata indicazione di un documento nell’indice del fascicolo di parte comporta l’inutilizzabilità dello stesso da parte del giudice(Cass. 10 febbraio 2017, n.3593).
Precisamente, in base all’art. 24 del Dlgs n. 546/1992, "I documenti devono essere elencati negli atti di parte cui sono allegati ovvero, se prodotti separatamente, in apposita nota sottoscritta da depositare in originale ed in numero di copie in carta semplice pari a quello delle altre parti"
Tale conclusione della Commissione Tributaria Regionale, secondo la Suprema Corte, è dipesa da una valutazione di natura prettamente giuridica; infatti, si verte "... non già di errore di fatto revocatorio su un evento di natura processuale, astrattamente ricorribile per revocazione ex art. 395 n.4 c.p.c., bensì di violazione e falsa applicazione delle norme di riferimento(errore di diritto)"(Cass. 10 febbraio 2017 n. 3593).
Una volta chiarita la natura del vizio, la giurisprudenza di legittimità sostiene che "non è infatti in discussione che la mancata elencazione dei documenti nel fascicolo di parte che li contenga, determini per sé, perché proprio contrastante con il disposto di legge,l’irritualità della produzione la conseguente inutilizzabilità, da parte del giudice, dei documenti non elencati".
Il Supremo Consesso continua, rafforzando predetto principio, affermando che "sul piano della logica ispiratrice della disciplina legale non vi sono pertanto ragioni per non ritenere valido,anche nel processo tributario, ex art. 24 Dlgs n. 546/1992, quanto già osservato con riferimento al processo civile ordinario. Secondo cui l’inosservanza degli adempimenti di produzione e di deposito dei documenti preclude alla parte la possibilità di utilizzarli come fonte di prova, e al giudice di merito di esaminarli e porli a fondamento del proprio convincimento".
Infatti, la Suprema Corte, dopo aver enunciato l’assenza di dubbi in ordine alla necessaria indicazione del documento probatorio nell’elenco contenuto nel fascicolo di parte, pena l’inammissibilità- inutilizzabilità del documento, i giudici di legittimità affermano che l’effetto preclusorio appena enunciato "non ha modo di verificarsi quando vi siano elementi per ritenere che nel documento , ancorchè irritualmente prodotto [...]" , la parte contro la quale la produzione è posta in essere, "...abbia comunque avuto diretta e piena contezza, accettando di svolgere su di esso il contraddittorio"; ovvero, potrà aversi l’effetto preclusivo, "sempre che, tuttavia,la controparte legittimata a far valere l’irregolarità, non abbia accettato, anche implicitamente, il deposito così come eseguito, prendendo contezza della documentazione in tal modo prodotta".
Lecce, 13 febbraio 2018

References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 32
 art. 51
 art. 52
 art. 33
 sentenza 
 art. 395
 art. 24