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Timestamp: 2017-10-21 03:04:34+00:00

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Capitolo 3.3 La propagazione “primigenia” (a’/a = 0). – Renato Palmieri
La gravitazione ondulatoria:
A) La propagazione gravitazionale.
Fig.1 Tabella degli Input
Fig.2 Tabella degli Input
La sola definizione possibile del fotone è – come si è detto – di carattere geometrico e cineto-dinamico, e non sostanziale, poiché esso è la soglia ultima dell’universo fisico e quindi non ulteriormente analizzabile. Lo stesso si dica dell’etere, mezzo “intermateriale”, non definibile in termini chimici, ma solo nel suo aspetto funzionale, che è fisicamente necessario e sicuramente reale. Le domande circa la sostanza del fotone e dell’etere sono, quindi, semplicemente insensate e vanno respinte senza inutili discussioni, come di pertinenza di un discorso esclusivamente metafisico.
§ 2. Il centro dell’ “organismo fotonico”, rappresentato nelle figure 1 e 2 dal centro dell’orizzonte fotonico non perturba, dunque, l’etere in modo simmetricamente concentrico, secondo la maniera istintiva di concepire un fenomeno ondulatorio, ma con un impulso insufflante. L’onda – di forma sferica – viene, cioè, “soffiata”, a somiglianza di una bolla di sapone che si gonfia dal foro di una cannuccia. Immaginiamo, appunto, una cannuccia ideale con un foro laterale dal quale si accresce progressivamente la bolla, insufflata da un estremo della stessa cannuccia. Immaginiamo nel contempo di far ruotare la cannuccia perpendicolarmente a un piano passante per il foro (qui il piano dello schermo): avremo la fig.1, nella quale la cannuccia è un asse polare ideale, perpendicolare al piano dello schermo nel centro del fotone; l’onda è una sfera, tangente interna all’orizzonte fotonico (posizione iniziale), vista in proiezione circolare sul piano dello schermo, con due fronti di compressione – esterno e interno – rappresentati da due sfere non concentriche (viste sempre in proiezione circolare). Queste limitano tra loro una intercapedine sferica, avente uno spessore radiale decrescente dal punto di insufflazione fino a un minimo nel suo antipodo, segnato dall’estremo del diametro dell’onda.
Convenzionalmente chiamiamo polo Nord l’estremo della cannuccia ideale che “vede” il senso antiorario della rotazione; polo Sud è quello opposto, che ne vede il senso orario. Il piano passante per il foro (il piano dello schermo) è il piano equatoriale dell’onda, che viene da esso divisa in due emisferi.
§ 3. La posizione iniziale dell’onda – di tangenza interna – corrisponde all’istante di emissione. Il fotone, supposto in rotazione visualmente antioraria intorno al proprio asse (la “cannuccia”), ha insufflato fino a quel momento al proprio interno l’onda lungo un raggio, trascinandola solidalmente alla propria rotazione con la stessa velocità angolare. Il momento della massima espansione dell’onda entro l’orizzonte fotonico è quello dell’emissione: l’onda diviene autonoma dal centro fotonico (che continua il suo moto traslatorio nello spazio), conservandone il doppio impulso espansivo e rotante, ma non la velocità angolare costante. Questa si modifica in una velocità spirale costante – lungo una spirale logaritmica – dell’antipodo del centro di insufflazione, il quale non è più il centro fotonico ma un punto geometrico assoluto dello spazio, intorno al quale l’onda ruota indefinitamente, mentre continua ad espandersi, sempre analogamente all’espansione unidirezionale di una bolla di sapone dal foro della cannuccia.
§ 4. La fig.1 mostra, dopo l’istante dell’emissione due successive posizioni della stessa onda separate da tempuscoli eguali, con la spirale logaritmica tracciata dall’equazione cosmologica come percorso seguito dall’estremo del diametro dell’onda a velocità spirale costante: i due archi di spirale, rettificati, sono linearmente eguali.
Si deve intendere che, mentre l’onda ruota dalla posizione di emissione alle successive, il centro fotonico si va spostando nello spazio, e pertanto la circonferenza rossa del suo orizzonte dovrebbe seguirlo: cosa che, ovviamente, non appare nella figura. Ma avremo modo di mostrare in appresso anche graficamente la realtà del fenomeno.
§ 5. Il programma calcola il volume iniziale dell’intercapedine sferica per determinati parametri esemplificativi e lo mantiene costante durante la propagazione dell’onda. Ciò significa, come appare evidente dalla figura, che diminuisce continuamente, a misura che l’onda si propaga, lo spessore radiale dell’intercapedine per corrispondenti punti dell’onda.
Il volume dell’intercapedine corrisponde all’ intensità gravitazionale globale dell’onda, che è dunque costante nel corso della propagazione (salvo che dopo ogni evento di “pulsazione”). Lo spessore radiale della stessa intercapedine corrisponde, invece, all’intensità gravitazionale puntuale, che diminuisce progressivamente per punti corrispondenti della superficie dell’onda durante la propagazione. Su ogni onda lo spessore radiale, e quindi l’intensità puntuale, ha un massimo nel punto di insufflazione e decresce fino a un minimo nel suo antipodo.
§ 6. Il significato fisico di quanto detto finora è chiarissimo e in perfetta rispondenza ai dati dell’esperienza più comune. Spieghiamo ora funzionalmente il fenomeno della gravitazione, che per la fisica ufficiale è quanto di più misterioso e inconcludente si possa almanaccare. Il colmo del ridicolo si è raggiunto con quella vera insulsaggine che è lo “spazio curvo” einsteiniano, che tutti fingono di capire, ma nessuno sa cosa voglia dire. Si capirà finalmente il significato propriamente fisico del concetto di “forza” che la fisica tradizionale è nella dichiarata impossibilità di definire. L’intercapedine sferica è fisicamente una zona di rarefazione dell’etere, la quale si estende tra due fronti compressi, come prima si è detto: essa determina un “pendio gravitazionale” col proprio allargarsi verso il punto di insufflazione a procedere dal suo antipodo – con effetto, quindi, attrattivo centripeto – ed è la sola strada percorribile dai centri fotonici esterni nei loro moti spaziali. Le onde gravitazionali sono una “rete viaria” che i fotoni si lanciano reciprocamente, percorrendola esclusivamente lungo archi e intersezioni di onde prodotte dagli altri fotoni.
§ 7. La fig.2, in apparenza poco diversa dalla fig.1, mostra un aspetto distinto del fenomeno: quello della frequenza, ovvero del ritmo di emissione delle onde da parte del fotone, Si rappresentano, cioè, non tre posizioni di una stessa onda successive nel tempo, ma tre onde emesse successivamente, distanti di un eguale tempuscolo l’una dall’altra.
Bisogna però avvertire che, in questo caso, il disegno è solo esemplificativo e non corrisponde proporzionalmente al ritmo effettivo dell’emissione fotonica, che verrà precisato solo nella sez.6. Inoltre viene ipotizzata nella figura una situazione ideale, cioè quella di un centro fotonico fermo nello spazio, con onde che, una volta emesse, si propagano ruotando intorno a uno stesso punto di insufflazione, e quindi con un piano equatoriale comune (il piano dello schermo). Si tratta di un caso limite, che tuttavia torna utile considerare per le sue conseguenze nelle complicazioni naturali del fenomeno, come si vedrà in seguito.
§ 8. Nella figura 2 non si disegnano più i diametri ideali delle onde o delle loro posizioni, come in fig.1, ma le loro intersezioni reali. Queste sono, nello spazio tridimensionale, delle circonferenze, le quali, proiettate sul piano equatoriale della propagazione (qui, il piano dello schermo), appaiono come segmenti che uniscono i punti di intersezione tra le circonferenze equatoriali di onde successive. Tali segmenti sono, in realtà, identificabili con i diametri delle circonferenze di intersezione tra onde sferiche successive: in fig.2 essi sono due, tra prima e seconda onda e tra seconda e terza. (Si faccia attenzione, peraltro, all’ordine temporale: l’onda più antica è la più grande; l’ultima in senso cronologico è quella in emissione, interna all’orizzonte fotonico).
Si tratta di un elemento importantissimo, perché le circonferenze di intersezione tra onde sono il luogo geometrico di passaggio da onda a onda della materia attratta verso quella attraente. Senza di esse sarebbe impossibile il transito gravitazionale dei centri fotonici nella rete viaria di cui al § 6, poiché i moti gravitazionali si svolgono solo entro le intercapedini sferiche delle onde e le loro intersecazioni spaziali. Per questo abbiamo definito l’etere un “mezzo intermateriale”: la materia, costituita solo da centri fotonici, scorre esclusivamente all’interno delle zone di rarefazione dell’etere, tra i due fronti compressi delle onde.
§ 9. La finestra Visualizza Valori fornisce momento per momento i dati matematici del procedimento geometrico in corso. Tralasciamo per ora la loro illustrazione, che effettueremo appena ciò sarà opportuno.
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References: § 2

§ 3

§ 4

§ 5

§ 6

§ 7

§ 8
 § 6

§ 9