Source: https://www.laleggepertutti.it/190247_conto-cointestato-di-chi-sono-i-soldi
Timestamp: 2018-09-20 21:20:51+00:00

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La divisione del conto è a metà tra i due contitolari se non c’è dimostrazione che la donazione è solo fittizia e strumentale a eseguire le operazioni bancarie.
Se dovessi decidere di cointestare il tuo conto corrente – quello su cui viene depositato lo stipendio o la pensione – a tua moglie o a tuo marito, a tuo figlio o a tuo nipote, quali sarebbero le conseguenze? Se la scelta dovesse essere dettata solo dalla necessità di consentire al contitolare di operare allo sportello e di prelevare, così come di versare contanti, di effettuare pagamenti e bonifici, di saldare le bollette, le tasse o il mutuo con la banca, sarebbe poi quest’ultimo anche proprietario della metà dei soldi depositati in banca o alla posta? La cointestazione – in altre parole – si può considerare una donazione del 50% dei soldi? Il problema è tutt’altro che isolato. Si pensi al caso in cui una persona, in età avanzata, cointesta il conto a uno dei figli e poi questi, alla morte del genitore, pretende di avere la metà per sé, senza cioè dividerla con gli altri eredi. Su questi aspetti si è di recente espressa la Cassazione [1] che ha chiarito di chi sono i soldi sul conto cointestato. In verità, il principio non è nuovo ed è stato più volte ribadito dalla giurisprudenza; ciò nonostante sono ancora in molti a cadere nell’equivoco, per cui è bene chiarire – in modo semplice e lineare – cosa prevede la legge in questi casi. Per farlo dobbiamo distinguere cosa succede nei rapporti interni tra i cointestatari e in quelli esterni tra questi e la banca. Difatti, la disciplina è completamente diversa.
1 I rapporti interni tra i contitolari del conto
2 I rapporti esterni con la banca
3 Cointestazione di cassette di sicurezza
I rapporti interni tra i contitolari del conto
Nel momento in cui una persona cointesta il conto corrente a un’altra, si presume che le abbia voluto donare la metà dei soldi presenti o che vi saranno in seguito depositati. Questo significa che se uno dei due muore, l’altro resta proprietario del proprio 50% (che non dovrà dividere con nessuno) e, se riveste anche la qualifica di erede, potrà succedere con gli altri familiari nel residuo 50% del conto.
In presenza quindi di un conto cointestato, in mancanza di prova contraria, ciascun cointestatario è titolare della metà dei soldi e ne può fare quello che vuole, quindi anche spenderli. Non può però utilizzare più del 50% del deposito bancario senza il consenso espresso o tacito dell’altro titolare; se lo fa, è tenuto a restituire quanto illegittimamente prelevato [2].
Tuttavia, è sempre ammesso dimostrare il contrario; è possibile cioè provare che la cointestazione era solo formale ed era rivolta solo a una migliore gestione del denaro (come agevolare l’effettivo titolare nelle operazioni di routine). In questo caso, non si può più parlare di donazione e, pertanto, il conto si presume essere di proprietà di una sola persona nonostante la cointestazione o la delega alla firma.
In cosa consiste la «prova contraria»? Si può dimostrare, ad esempio, che il conto è alimentato solo dai redditi di uno dei due contitolari e che l’altro ne ha sempre disposto per gli interessi del primo, ad esempio riscuotendo la pensione o pagando le utenze e le imposte.
I rapporti esterni con la banca
Completamente diversa è la disciplina nei rapporti con la banca. Qui regna il principio della solidarietà, attiva e passiva. Significa che la banca non può opporre alcun rifiuto se uno dei contitolari preleva più della sua quota o addirittura svuota il conto e, se glielo lascia fare, non è responsabile nei confronti dell’altro cointestatario. Allo stesso modo, però, se sul conto c’è un debito, la banca può chiedere l’integrale rientro sia all’uno che all’altro contitolare.
Cointestazione di cassette di sicurezza
Funziona allo stesso modo la cointestazione di una cassetta di sicurezza. Questa, così come nel caso di cointestazione del conto corrente bancario, autorizza ciascuno degli intestatari, rispettivamente, all’apertura della cassetta e al relativo prelievo, oppure al compimento di tutte le operazioni consentite sul conto, ma non attribuisce al medesimo cointestatario, che sia consapevole dell’appartenenza ad altri degli oggetti custoditi o delle somme risultanti a credito, il potere di disporne come proprietario.
[1] Cass. sent. n. 77/18 del 4.01.2018.
[2] Nel conto corrente (bancario e di deposito titoli) intestato a due (o più) persone, i rapporti interni tra correntisti sono regolati non dall’art. 1854 cod. civ., riguardante i rapporti con la banca, bensì dal secondo comma dell’art. 1298 cod. civ., in base al quale, in mancanza di prova contraria, le parti di ciascuno si presumono uguali, sicché ciascun cointestatario, anche se avente facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, nei rapporti interni non può disporre in proprio favore, senza il consenso espresso o tacito dell’altro, della somma depositata in misura eccedente la quota parte di sua spettanza, e ciò in relazione sia al saldo finale del conto, sia all’intero svolgimento del rapporto.
Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 16 novembre 2017 – 4 gennaio 2018, n. 77
K.K.D.L.G.N. resiste con controricorso. K.K.D.L.G.T. , con citazione dell’8 giugno 1999, convenne il fratello N. davanti al Tribunale di Roma, chiedendo che quest’ultimo fosse dichiarato debitore della cifra di Lire 557.245.071, pari alla metà della somma depositata sul conto corrente Cornelio, aperto in cointestazione da K.K.D.L.G.N. e dalla madre C.E. il 26 maggio 1994 presso la banca Merril Lynch S.A., somma abusivamente prelevata dal convenuto. Assunse l’attore che l’iniziale provvista di oltre 900.000.000 di lire versata sul conto cointestato alla sua apertura fosse di esclusiva proprietà della signora C. , la quale aveva comunque poi appreso nell’aprile del 1997 che era stata disposta la chiusura del medesimo conto con autorizzazione recante la propria firma contraffatta, oltre che la firma di N. , e che era stato trasferito il saldo esistente su altro conto corrente denominato (…). L’attore aggiunse che la Banca aveva anche trattenuto in pegno alcuni titoli gestiti sul conto cointestato per la mancata restituzione di un mutuo rilasciato al fratello N. ; di tal che affermò che il debito gravante su N. fosse pari a titoli e contanti disponibili al momento della chiusura, oltre a quelli incamerati dall’istituto per il mutuo rimasto inadempiuto. Il Tribunale accolse la domanda di K.K.D.L.G.T. e condannò il fratello N. a pagare la somma di Euro 155.944,02 (pari alla metà del saldo esistente in base all’estratto al 31 marzo 1995), oltre accessori, ritenendo apocrifa la sottoscrizione di Erminia C. , nonché superata la presunzione di comproprietà delle somme versate sul conto(…). La Corte d’Appello di Roma ha poi respinto l’impugnazione principale di K.K.D.L.G.T. , affermando che “non può essere condivisa la tesi dell’appellante che sostiene che il fratello dovrebbe restituire anche i soldi presi a mutuo, sia perché non è chiaro chi effettivamente fosse la parte mutuataria (considerato sia il tenore della denuncia-querela che il testamento), sia perché in ogni caso non risulta che alla data di chiusura del conto la banca fosse obbligata per ulteriori somme”. La sentenza impugnata ha invece parzialmente accolto l’appello incidentale di K.K.D.L.G.N. , sostenendo che non potesse dirsi superata la presunzione di proprietà comune delle somme cointestate sul conto depositato, non avendo la signora C. provato “la fonte delle ingenti somme depositate sul conto”, e negando rilevanza alle circostanze, al contrario, valorizzate dal Tribunale, quali la vendita di immobili da parte di N. , o la notevole esposizione debitoria di N. verso la madre (Lire 385.000.000), come da assegno emesso da questo in favore della C. , assegno del quale, però, la Corte d’Appello ha detto non esser chiara la causale, aggiungendo che era comunque intenzione della madre rimettere tale debito, stando al testamento del 3 ottobre 1996, poi revocato.
Il primo motivo di ricorso di K.K.D.L.G.T. deduce la violazione degli artt. 112 e 115 c.p.c. (e 111, comma 2, Cost.,) indicando le deduzioni istruttorie avanzate dal ricorrente per superare la presunzione di comproprietà delle somme esistenti sul conto corrente cointestato (trascritte nella parte espositiva del ricorso) e rimaste senza risposta nella sentenza impugnata.
Il quarto motivo di ricorso denuncia l’omesso esame di fatti anche in relazione agli artt. 2727 e ss. c.c. ed all’art. 115 c.p.c., quanto alle “vendite” di proprietà immobiliari compiute da N. , che avrebbero potuto alimentare la provvista sul conto cointestato.
Il quinto motivo di ricorso allega la violazione degli artt. 2727 2729 c.c., circa l’uso delle presunzioni fatto dalla Corte d’Appello.
Il sesto motivo di ricorso censura l’omesso esame quanto alla documentazione allegata alla lettera della Merryl Linch del 22 aprile 1997, che negava qualsiasi versamento di somme sul conto (…) dopo quello iniziale.
Va premesso come l’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., riformulato dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, applicabile nella specie ratione temporis, abbia introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366, comma 1, n. 6, e 369, comma 2, n. 4, c.p.c., il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. Non di meno, pur dopo tale riformulazione dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., rimane denunciabile in cassazione l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass. Sez. U, 07/04/2014, n. 8053).
La sentenza della Corte d’Appello di Roma risulta allora strutturata su una motivazione apparente, o comunque obiettivamente incomprensibile, in quanto essa ha respinto l’impugnazione principale di K.K.D.L.G.T. e parzialmente accolto l’appello incidentale di K.K.D.L.G.N. , senza rendere percepibile il fondamento della decisione, precludendo all’attuale ricorrente la possibilità di assolvere l’onere probatorio su di esso gravante e ricorrendo ad argomentazioni inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento.
Riformando sul punto la decisione del Tribunale, la Corte d’Appello ha ritenuto non superata la presunzione di proprietà comune delle somme cointestate sul conto depositato, non avendo la signora C. provato “la fonte delle ingenti somme depositate sul conto”; la Corte di Roma ha poi negato rilevanza alle circostanze dell’avvenuta vendita di immobili da parte di K.K.D.L.G.N. , della notevole esposizione debitoria del medesimo N. verso la madre (documentata da assegno di Lire 385.000.000), e della soggezione di N. a numerose procedure esecutive, anche da parte della stessa C. . Di conseguenza, la Corte d’Appello ha diviso tra i due correntisti cointestatari il saldo attivo esistente sul conto al 31 marzo 1995.
La causa va sottoposta a nuovo esame, dovendo la Corte d’Appello uniformarsi ai principi più volte ribaditi da questa Corte, secondo cui nel conto corrente bancario intestato a più persone, i rapporti interni tra correntisti, anche aventi facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, sono regolati non dall’art. 1854 c.c., riguardante i rapporti con la banca, bensì dal secondo comma dell’art. 1298 c.c., in virtù del quale debito e credito solidale si dividono in quote uguali solo se non risulti diversamente; ne consegue che, ove il saldo attivo risulti discendere dal versamento di somme di pertinenza di uno solo dei correntisti, si deve escludere che l’altro possa, nel rapporto interno, avanzare diritti sul saldo medesimo. Peraltro, pur ove si dica insuperata la presunzione di parità delle parti, ciascun cointestatario, anche se avente facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, nei rapporti interni non può disporre in proprio favore, senza il consenso espresso o tacito dell’altro, della somma depositata in misura eccedente la quota parte di sua spettanza, e ciò in relazione sia al saldo finale del conto, sia all’intero svolgimento del rapporto (cfr. Cass. Sez. 2, 02/12/2013, n. 26991; Cass. Sez. 2, 19/02/2009, n. 4066; Cass. Sez. 1, 01/02/2000, n. 1087; Cass., Sez. 1, 09/07/1989, n. 3241). Al fine, allora, di ritenere non superata la presunzione di comproprietà in relazione al conto corrente (…), cointestato a K.K.D.L.G.N. ed alla madre C.E. , occorrerà spiegare perché, a fronte delle deduzioni istruttorie di K.K.D.L.G.T. , risulti non provato che i versamenti fossero stati compiuti con denaro appartenente soltanto alla C. .
D’altro canto, deve essere accertato e spiegato se sussista, o meno, pur a fronte della presunzione derivante dalla cointestazione del conto, la dedotta (da K.K.D.L.G.T. ) assoluta estraneità di C.E. all’operazione di costituzione in pegno di titoli, gestiti sul conto, in favore della banca mutuante Merryl Linch a garanzia del rimborso di un finanziamento erogato a K.K.D.L.G.N. , in quanto tale prospettazione renderebbe non riferibile solidalmente la movimentazione, e la relativa esposizione debitoria, al saldo del conto corrente.
02/02/2018 alle 12:07
05/03/2018 alle 07:55
in caso di successione di un libretto postale tra la moglie del de cuius e nr 11 eredi tra nipoti, fratelli ect che non si riesce a sbloccare come deve fare la moglie (titolare dell’83%) come richiedere la sua quota parte del libretto?

References: Cass. 
 sentenza 
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 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
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