Source: http://www.ristretti.it/areestudio/droghe/norme/zaina4.htm
Timestamp: 2018-01-17 11:13:22+00:00

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Articolo C.A. Zaina
Stupefacenti: inammissibilità del ricorso in cassazione e nuova disciplina
Cassazione, sez. VI penale, sentenza 03.04.2006 n° 14057 (di Carlo Alberto Zaina)
La sentenza del Supremo Collegio che si annota appare particolarmente rilevante per tre ordini di motivi di natura processuale.
1. l’erronea applicazione degli articoli 73 e 75 Dpr 309/90 e relativo vizio di motivazione in relazione alla non esclusione – da parte dei giudici di merito - della destinazione allo spaccio della cocaina detenuta dal ricorrente;
A. L’ERRONEA APPLICAZIONE DI NORME PENALI ED IL DIFETTO DI MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA DI MERITO.
In proposito si ricorda che le Sezioni Unite con la pronuncia 24 Novembre 1999 n. 24[2] hanno sciolto ogni dubbio, sostenendo che “L'indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione essere limitato - per espressa volontà del legislatore - a riscontrare l'esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l'adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. L'illogicità della motivazione, come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile "ictu oculi", dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purchè siano spiegate in modo logico e adeguato le ragioni del convincimento”. (conf. Cass. pen., sez. IV, 04/10/2004, n.4655, in Guida al Diritto, 2005, 5, 59; Cass. pen., sez. V, 04/10/2004, n.45420, Debbiati, Guida al Diritto, 200 4, 50, 74).
B. L’APPLICAZIONE (IN FORZA DEL DISPOSTO DELL’ART. 2 COMMA 3 C .P.) DELLE NUOVE SANZIONI PREVISTE DALL’ART. 73 DPR 309/90, COME MODIFICATO DALLA L. 49/2006 ED L’EFFETTO PRECLUSIVO DATO DALL’INAMMISSIBILITA’ DEL RICORSO PER CASSAZIONE.
In buona sostanza, la difesa, preso atto – nelle more della discussione del giudizio di legittimità - dell’entrata in vigore della L. 49 del 2006, che modifica radicalmente il T.U. 309/90 (e su cui lo scrivente si è diffusamente e criticamente già intrattenuto[3]), ha richiesto, ai sensi dell’art. 2 co. 3 c.p., che si desse ingresso all’applicazione del legge più favorevole all’imputato, che – nella fattispecie – è proprio quella di recente promulgata, con correlativa diminuzione di pena.
Essa assume la forma dell'ordinanza anche in caso di trasferimento della cognizione e decisione del ricorso dall'apposita sezione istituita dal comma 1 dell'art. 610 (modificato dall'art. 6 della legge 26 marzo 2001 n. 128 alle Sezioni unite, a nulla rilevando la circostanza che tale ordinanza, in quanto definisce il giudizio, abbia nella sostanza natura di sentenza (Cass. pen., sez. unite, 28/01/2004, n.5466, Gallo)[4].
In dottrina si segnala VALENTINI[5], che ha rilevato la natura - sempre e comunque - meramente dichiarativa e non costitutiva della decisione sul vizio d'inammissibilità.
La pronuncia de qua si risolve, pertanto, con l’uso della forma dell'ordinanza, in una absolutio ab instantia, posto che essa certifica la non conformità del ricorso allo schema processuale e l'inidoneità ab origine del medesimo ad instaurare un valido rapporto d'impugnazione davanti alla Corte di Cassazione.
1. in senso positivo, dall'elencazione prevista negli artt. 606, 1° co., e 609, 2° co., dei casi e motivi che fondano la cognizione della corte,
2. in senso negativo, conseguendo all'individuazione, sia delle cause d'inammissibilità dell'impugnazione ex art. 591, 1° co., sia di quelle "speciali" ipotesi d'inammissibilità del ricorso per cassazione previste dagli artt. 606, 3° co., e 613, 1° co.
Sicchè l’accentuazione delle pronunce di inammissibilità (che sfiorano il 50% dell’insieme delle decisioni della Suprema Corte), ha determinato un progressivo approfondimento ed assestamento della giurisprudenza della Corte, relativamente alla distinzione fra cause d'inammissibilità "originarie" e "sopravvenute" del ricorso, da un lato[6].
Come ha autorevolmente affermato TRANCHINA[7], non vi è stata affatto soluzione di continuità fra la giurisprudenza formatasi nella vigenza del precedente codice e quella attuale, in quanto si “continua a distinguere a seconda che le cause suscettibili di determinare un'eventuale pronuncia che neghi l'ammissibilità dell'atto d'impugnazione siano originarie, cioè avveratesi anteriormente alla proposizione dell'atto stesso, o sopravvenute”.
Le cause cd. originarie provocano in capo all’atto di impugnazione (id est ricorso per cassazione) una condizione di inidoneità “ad introdurre il nuovo grado di giudizio e a produrre, quindi, quegli effetti cui si ricollega la possibilità di emettere una pronuncia diversa dalla dichiarazione d'inammissibilità” (Cfr. Cass. 8 novembre 1994, in Archivio della nuova procedura penale, 1995, 494; Cass., sez. un., 11 novembre 1994, in Cass. pen., 1995, 1165).
Tale forma d’inammissibilità del ricorso, pertanto, non consente neppure l'esercizio del potere-dovere di decidere la questione, rilevabile d'ufficio, concernente la violazione del principio di legalità della pena. (Cass. pen., sez. V, 09/07/2004, n.36293).
Nel caso di cui alla massima che precede, la Corte , pur rilevando in via teorica l'illegittimità della pena applicata dal Giudice di appello per il reato di lesioni lievissime - che rientra nella competenza del Giudice di pace ed è punito con la multa e non con la reclusione, anche nel caso in cui il processo sia celebrato davanti a giudice diverso - e pur ritenendo, in assenza di specifiche doglianze al riguardo da parte del ricorrente, che si tratti di questione rilevabile d'ufficio, ha affermato la prevalenza della declaratoria di inammissibilità sulla declaratoria d'ufficio.
Il principio sopra esposto è stato, altresì, confermato anche recentemente dalle SS. UU., con la pronuncia 22 Marzo 2005, n.23428[8] che ha affermato testualmente “L'inammissibilità del ricorso per Cassazione (nella specie, per assoluta genericità delle doglianze) preclude ogni possibilità sia di far valere sia di rilevare di ufficio, ai sensi dell'art. 129 c.p.p., l'estinzione del reato per prescrizione, pur maturata in data anteriore alla pronunzia della sentenza di appello, ma non dedotta né rilevata da quel giudice”.
Parimenti, nel novero descritto dell’inammissibilità di natura originaria rientra, secondo Cassazione, Sez. I, 30 Settembre 2004, n.39598,[9] l’impugnazione che difetti “dell'indicazione della correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell'atto di impugnazione, che non può ignorare le affermazioni del provvedimento censurato, senza cadere nel vizio di aspecificità, che conduce, "ex" art. 591 c.p.p., comma primo, lett. c), all'inammissibilità del ricorso”.
Ed ulteriore esempio di deficit originario del ricorso è quello del ricorso presentato da un difensore non iscritto nell'Albo speciale della Corte di Cassazione.
Tale situazione non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell'art. 129 c.p.p. (Cassazione, Sez. IV, 21 Gennaio 2004, n.18641)[11].
La Sez. VII , con la decisione 17 Ottobre 2001, n. 40767, Pugliese[12], ha, però, posto una perimetrazione al citato principio, che, come si è visto, è ormai pacificamente ed unanimemente accolto in sede giurisprudenziale.
Afferma il Collegio, infatti, che “All'inammissibilità del ricorso, anche quando derivi dalla sua riconosciuta, manifesta infondatezza, esclude "ab origine" l'instaurarsi di un valido rapporto processuale di impugnazione ed impedisce, quindi, l'operatività di qualsivoglia causa di non punibilità, affermando, infatti, fanno eccezione solo i casi dell'"abolitio criminis" o della riconosciuta illegittimità costituzionale della norma incriminatrice”.
La prima pronuncia ha, infatti, sostenuto come la preclusione derivante dall’inammissibilità investa non solo le questioni concernenti le cause estintive, ma anche quelle derivanti dall'eventuale abrogazione della norma incriminatrice, atteso che anche nel giudizio di cassazione (art. 614, comma 3, c.p.p.), il rapporto processuale si instaura con la costituzione delle parti e che "l'abolitio criminis", facendo venir meno la "causa petendi", costituisce solo una (benchè la più importante) delle questioni oggetto di trattazione nel processo, la cui constatazione è logicamente successiva alla verifica preliminare dell'ammissibilità dell'impugnazione.
La seconda decisione, ha concluso nel senso che “la manifesta infondatezza dei motivi di ricorso per cassazione si risolve in una causa d'inammissibilità originaria dell'impugnazione, sicchè, formatosi il giudicato, alla Corte è impedito di prendere cognizione sulla fattispecie in imputazione anche nell'ipotesi di successiva depenalizzazione”.
In tale occasione, infatti affermando che la detta inammissibilità del ricorso per cassazione non impedisce che vengano rilevate e dichiarate, ai sensi dell'art. 129 c.p.p., le cause di non punibilità, la Corte ha, altresì, precisato che la dichiarazione di dette cause è preclusa, viceversa, dall'inammissibilità derivante dall'enunciazione, nell'atto di gravame, di motivi non consentiti e nella denuncia di violazioni di legge non dedotte con i motivi di appello, trattandosi di ipotesi di inammissibilità originarie le quali non consentono quella delibazione sulla fondatezza della censura che costituisce peculiarità singolare della dichiarazione di inammissibilità per infondatezza dei motivi di impugnazione.
Per quanto concerne, invece, le cause cd. derivate o sopravvenute, si deve affermare che esse incidono in maniera più limitata e, di conseguenza, possono provocare l'impulso necessario per originare il giudizio d'impugnazione.
La sentenza della Sezione sesta, n. 14057, appare, pertanto, assolutamente condivisibile proprio perché evidenzia come la rilevata inammissibilità originaria del ricorso per cassazione, retroagisca alla data di verificazione della causa che l'ha determinata.
Il sopravvenire – pendente il ricorso - di un rilevante mutamento normativo che attiene al quantum di pena, che viene ridotto sensibilmente nel minimo edittale dell’art. 73 dpr 309/90 è circostanza assolutamente ininfluente, atteso che, a seguito della conclamata vis retroattiva dell’isituto dell’inammissibilità dell’impugnazione di legittimità – che nel caso in questione appare configurabile come originaria -, la sentenza emessa dalla corte territoriale (nella specie la Corte d’Appello di Roma) deve intendersi passata in giudicato, nonostante la proposzione del gravame, con la conseguente occlusione di ogni possibile intervento delibativo del giudice di legittimità (Conf. Sez. V, 29 Novembre 2000, n.4867, Maglieri).[16]
(Altalex, 29 aprile 2006. Nota di Carlo Alberto Zaina)
7.04.2006 Le nuove tabelle relative alle sostanze stupefacenti: una ulteriore fonte di dubbio
11.03.2006 Ulteriori perplessità sul nuovo regime di cui all'art. 89 DPR 309/90
[6] Cfr , CP , 1995, 3296, con nota di Marandola, Sul rapporto tra l'inammissibilità dell'impugnazione e l'immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità ; GI , 1996, II, 481, con nota di Atzei, Il problema dei rapporti tra cause di inammissibilità dell'impugnazione e cause di non punibilità al vaglio delle sezioni unite ; C., S.U., 30.6.1999, Piepoli, CP , 2000, 843, con nota di Presutti, Ancora un intervento delle sezioni unite in tema di inammissibilità dell'impugnazione e declaratoria ex art. 129 c.p.p. ed ivi , 1534, con nota di Marandola, Inammissibilità del ricorso per cassazione e declaratoria di determinate cause di non punibilità nella giurisprudenza delle Sezioni unite
[8] CED Cassazione, 2005
[9] CED Cassazione, 2004
[13] Arch. Nuova Proc. Pen., 2001, 618
Sentenza 3-20 aprile 2006, n. 14057
Pm Fraticelli – Ricorrente I.
2. Avverso la citata sentenza del 20 aprile 2004 ha proposto personalmente ricorso per cassazione I. C., chiedendone l’annullamento per “erronea applicazione degli articoli 73 e 75 Dpr 309/90 e relativo vizio di motivazione”.
- “l’elevato quantitativo di droga complessivamente detenuto (pari a circa 1200 dosi medie giornaliere)”;
- “il rinvenimento, unitamente alla sostanza stupefacente, all’interno di una cassetta di sicurezza, di un bilancino di precisione, di sostanza da taglio (mannite), di attrezzatura varia per il confezionamento delle dosi (forbici,
- cucchiaino, rotolo di nastro metallico, carta plastificata tipo bancomat per il mescolamento, ben 48 ritagli di buste di cellophane);
- “l’occultamento della sostanza e della attrezzatura indicate presso la abitazione della sorella, luogo evidentemente ritenuto più sicuro”;
- “l’aver portato fuori dell’abitazione, con i rischi conseguenti, un quantitativo di cocaina pari ad oltre dieci grammi, e quindi a circa sessanta dosi, certamente superiore e di molto alla quantità che l’imputato avrebbe potuto assumere nella giornata”.
che, alla stregua dei principi affermati da questa Corte, può indurre a ritenere sussistente il vizio di cui all’articolo 606, lettera e), Cpp, nel quale pure si risolvono le censure. Come si è visto, l’argomentare della Corte di merito é logico ed adeguato e, a fronte di esso, il ricorrente si é limitato sostanzialmente a controbattere generici e indimostrati argomenti di segno contrario. Ma non può certo costituire vizio deducibile in sede dì legittimità la mera prospettazione di una diversa (e, per il ricorrente, più adeguata) valutazione delle risultanze processuali. Non rientra, infatti, nei poteri di questa Corte quello di compiere, come sostanzialmente si chiede, una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, essendo il sindacato in questa sede circoscritto alla verifica dell’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione.

References: sentenza 
 sentenza 
 SENTENZA 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 591
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 591
 sentenza 
 sentenza 
 art. 129

Sentenza 
 sentenza