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Timestamp: 2020-05-31 07:29:46+00:00

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La rinegoziazione volontaria del mutuo - Movimento Difesa del Cittadino - Roma Ovest
di wp_9480555 · Pubblicato 27 Gennaio 2019 · Aggiornato 9 Gennaio 2019
Tale sarebbe l’obbligo rinegoziativo di fonte legale, capace di schiudere la via ad una forma di revisione giudiziale del contratto: quale conseguenza dell’inadempimento a tale obbligo si privilegia l’ipotesi di applicare l’art. 2932 c.c. e, cioè, il potere di ottenere dal giudice una sentenza costitutivo – determinativa. Di tale potere si gioverebbe così anche la parte onerata dalla sopravvenienza.
L’espressione atecnica di portabilità esprime il concetto secondo il quale chi ha contratto un mutuo con una banca può trasferire il suo debito ad un’altra banca, presumibilmente perché gli concede condizioni migliori.
Più correttamente si dovrebbe parlare di portabilità dell’ipoteca, come conseguenza della sostituzione di un rapporto di mutuo, nel senso che, in caso di stipula di un nuovo contratto di finanziamento, l’operazione porta con sè la precedente ipoteca.
Sotto altro profilo, peraltro, si richiama l’attenzione degli uffici sull’esigenza di curare la tempestiva esecuzione delle formalità in esame, atteso il valore costitutivo che l’art. 2843 c.c., secondo comma, attribuisce all’annotazione del trasferimento dell’ipoteca, che in tal senso configura un elemento integrativo indispensabile della fattispecie del trasferimento medesimo.
L’atto di surrogazione deve essere stipulato per atto pubblico o per scrittura privata autenticata; la surrogazione deve poi essere annotata nei registri immobiliari a cura del conservatore, senza formalità, ma occorre allegare copia autentica dell’atto di surrogazione (art. 2843 del c.c.)[59].
L’espressione “senza formalità” utilizzata dal legislatore in senso atecnico, sta a significare che verrà eseguita d’ufficio dal conservatore, senza che il contraente-consumatore debba farsi carico di presentare (compilare) una nota (domanda di annotazione), ma semplicemente sulla scorta del titolo[60].
Per effetto della surrogazione per volontà del debitore dunque la nuova banca subentra nella garanzia ipotecaria già iscritta dal creditore originario e ciò dovrà risultare nei Registri Immobiliari da un’annotazione a margine dell’ipoteca stessa.
Chiariamo subito che per “sostituzione” si intende l’estinzione del vecchio debito mediante l’erogazione di un nuovo finanziamento: si chiude un contratto e se ne stipula un altro.
Con “rinegoziazione” del mutuo invece ci si riferisce solo alla modifica di alcune clausole contrattuali, per esempio la durata residuale del rimborso o il tipo di tasso applicato.
Le due soluzioni differiscono soprattutto in flessibilità, ma anche in termini di costo. L’operazione può infatti essere condotta con un semplice scambio di corrispondenza tra banca e cliente, e non richiede la presenza del notaio.
Se il contratto originario prevedeva la corresponsione di una penale di estinzione anticipata, questa andrà comunque riconosciuta al vecchio creditore, a compensazione della perdita dell’operazione, ma potrà essere ridotta sussistendo le condizioni previste sempre dal decreto Bersani bis[65].
[18] È ciò che afferma Rescigno, L’adeguamento del contratto nel diritto italiano, in Aa.Vv., Inadempimento, adattamento e arbitrato. Patologie dei contratti e rimedi. Diritto e prassi degli scambi internazionali, Milano, 1992, p. 305, il quale, pronunciandosi a favo­re delle clausole di adeguamento automatico, sottolinea che il nostro sistema, con riguardo alla prestazione, consente che la stessa all’atto della stipulazione sia non ancora determina­ta ma determinabile, ed “è questa la via più agevole per spiegare come i contraenti possa­no legittimamente avvalersi, nell’esercizio della loro autonomia, di sistemi di determinazio­ne concreta della prestazione attraverso il rinvio a elementi estranei quali indici, prezzi, va­lori, e altri parametri attraverso i quali la prestazione in concreto verrà a determinarsi”.
[26] cfr. Carnelutti, Sulla validità della clausola oro, in Foro it., 1949, c. 158; Mazza, Clausola oro e nulli­tà parziale del contratto, in Giur. compi. Cass. civ., 1948, II, p. 667; Andrioli, L’ineffica­cia della clausola oro valore e il principio di conservazione dei contratti, in Riv. it. dir. fin., 1940, II, l, p. 90.
[31] Si veda Roppo, Il contratto, in Trattato di diritto privato (a cura di Iudica e Zat­ti), Milano, 2001, p. 866. L’autore afferma che l’art. 1419, 1° comma, c.c., trova fondamen­to nel principio della causa e della buona fede contrattuale. La nullità di una clausola con­trattuale, facendo venir meno una parte del contratto, ne altera l’equilibrio, lasciando in vi­ta un contratto diverso da quello concluso dalle parti (si tratta di un contratto che ha perso la sua originaria ragione giustificativa, la sua causa, in quanto i sacrifici e i vantaggi non so­no più distribuiti nei termini che le parti avevano programmato). Ove il contratto residuo dia luogo ad uno squilibrio contrario a buona fede, la soluzione dovrebbe essere quella del­la cancellazione dell’intero contratto.
[32] È la conclusione a cui giunge Cesaro, Clausola di rinegoziazione e conservazio­ne dell’equilibrio contrattuale, Napoli, 2000, p. 118, il quale aggiunge che il giudizio di es­senzialità della clausola di rinegoziazione nel contesto negoziale. in cui viene ad inserirsi presenta difficoltà soprattutto nelle ipotesi in cui le parti abbiano indicato in aspetti e profi­li accessori del regolamento contrattuale l’oggetto dell’obbligo rinegoziativo. In questi casi al giudice spetterà il compito di verificare con attenzione, alla luce dell’assetto di interessi delineato dalle parti e dell’insieme di circostanze relative al caso concreto, la possibilità di disporre la caducazione del regolamento contrattuale. “La sua indagine dovrà risolversi, in particolare, in un accertamento oggettivo sulla compatibilità del regolamento residuo con quello originariamente concordato e sulla tollerabilità, nei limiti della buona fede, degli svantaggi che una delle parti è presumibilmente tenuta a sopportare. Minori aspetti proble­matici presenta il giudizio di essenzialità ogni qualvolta l’attività di rinegoziazione sia stata prevista in relazione ad un elemento essenziale del contratto, quale ad esempio l’oggetto del­la prestazione, assumendo in linea di massima la clausola di rinegoziazione una posizione di • essenzialità nell’ economia contrattuale e condizionandone di conseguenza la validità”.
[36] Per Macario, Adeguamento e rinegoziazione nei contratti a lungo termine, Napoli, 1996, p. 315 s. “l’interazione tra equità integrativa e buona fede come clausola gene­rale del contratto, cui può aggiungersi il crisma derivante dalla ricerca della volontà comu­ne (ancorché presunta) ex art. 1366 c.c., non supera il confronto con la disciplina legale del­la risoluzione del contratto per eccessiva onerosità. Ci si deve domandare, perciò, se il principio di buona fede (ma il discorso si pone in termini analoghi per l’equità integrativa) possa funzionare, oltre che come clausola genera­le, nel senso in cui ormai da tempo è intesa dall’ordinamento, anche come fonte di diritti ed obblighi che finiscono per assorbire l’operatività di una precisa norma giuridica, l’art. 1467, disposta dal legislatore con lo scopo di disciplinare il rapporto contrattuale nel caso in cui i contraenti non siano stati (né al momento della conclusione del contratto, né successiva­mente al verificarsi delle sopravvenienze) in grado di risolvere convenzionalmente il con­flitto economico derivante dal maggior costo dell’adempimento”. Come rileva Barcellona, Appunti a proposito di rinegoziazione e gestione delle so­pravvenienze, relazione presentata al Convegno svoltosi a Catania il 13-14 settembre 2002 “quello della configurabilità di un obbligo di rinegoziazione anche in presenza di un disci­plina delle sopravvenienze direttamente centrata sulla risoluzione costituisce, peraltro, un punto di vista dal quale si può verificare in generale la reale portata di tale rimedio e la mi­sura della sua implicazione nel principio di buona fede”.
[37] Così Macario, Adeguamento e rinegoziazione nei contratti a lungo termine, Napoli, 1996, p. 296, ove si aggiunge che “l’obbligo legale di rinegoziare può così essere ri­costruito nell’ambito della disciplina delle sopravvenienze, senza tuttavia perdere di vista la visione sistematica più ampia, che fa capo al rispetto del principio di autonomia privata. Nella prospettata interpretazione della disposizione normativa, si riflette la convinzione del favor legis verso il salvataggio del contratto eccessivamente oneroso rispetto all’accogli­mento della domanda di risoluzione”.
[38] Le affermazioni sono di Macario, Adeguamento e rinegoziazione nei contratti a lungo termine, Napoli, 1996, p. 293 ss., il quale, ammettendo che una siffatta ricostruzione possa apparire confliggente con l’inquadramento dell’offerta di cui all’art. 1467, 3° comma, c.c. fra i diritti potestativi, giustamente sottolinea che la scelta dell’offerente di subordina­re la realizzazione del diritto di evitare la risoluzione mediante la sentenza modificativa dal­la richiesta rivolta alla controparte di modificare consensualmente il contratto non costitui­sce affatto un’ anomalia. “Pur prescindendo dalla considerazione della netta propensione della giurisprudenza a inviare la decisione riformatrice del contratto all’esito infruttuoso delle trattative, quante volte la realtà dei contratti a lungo termine suggerisca l’opportunità di tale rimedio ( … ) la legittimità di tale interpretazione della norma può essere supportata dalla presenza di altre disposizioni regolanti ipotesi tradizionalmente ricomprese nell’ambi­to dei diritti potestativi” (Macario, Adeguamento e rinegoziazione nei contratti a lungo termine, Napoli, 1996, p. 293 ss., il quale prendendo in prestito le affermazioni di Puleo, I diritti potestativi (individuazione delle fattispecie), Milano, 1959, p. 67, aggiunge che il ca­rattere potestativo di un diritto è compatibile con una sua attuazione stragiudiziale e nego­ziale su cui la natura potestativa manifesta la sua influenza, “rispetto al compimento dell’at­to, soltanto in ciò che l’atto stesso non è libero, per il soggetto passivo, ma necessario o ne­cessitato”. In altri termini, rispetto alla fatti specie dell’art. 1467, 3° comma, c.c., “il riferi­mento al diritto potestativo consente di individuare il contraente titolare del diritto di pro­pone la modificazione del contratto e il carattere discrezionale della sua scelta”, ciò in quanto l’interesse alla prosecuzione del rapporto è stato già accreditato dal legislatore che lo ha preferito all’altro della risoluzione.
[40] Simile ricostruzione, a dire dell’autore troverebbe un ostacolo già nella differen­za di fondo che corre tra il dispositivo dell’art. 1467 c.c. e quello di cui all’art. 1375 c.c., il primo dotato di una struttura unilaterale (richiesta di risoluzione e offerta di riconduzione ad equità sono entrambi rimedi unilaterali), il secondo, invece di una struttura, almeno so­stanzialmente, bilaterale. Alla differenza strutturale del rimedio corrisponderebbe una pre­cisa differenza funzionale, sicché, mentre la struttura unilaterale del rimedio è improntato su di una logica astensionistica, che rimetta al consenso, almeno virtuale, di entrambe le parti la prosecuzione del rapporto, la struttura bilaterale del rimedio rispecchia una logiCa conservativa intesa ad incentivare l’esecuzione del contratto. “Per l’art. 1467, infatti, legit­timato ad attivare la rinegoziazione è soltanto il contraente avvantaggiato che subisce la ri­chiesta di risoluzione; l’art. 1375, invece, formalmente legittima entrambi i contraenti a sol­lecitare le rinegoziazione e, di fatto, ne rimette l’iniziativa a quella delle parti che risulta svantaggiata dalle mutate circostanze” (Barcellona, Appunti a proposito di rinegoziazio­ne e gestione delle sopravvenienze, relazione presentata al Convegno svoltosi a Catania il 13-14 settembre 2002). È però il caso di sottolineare che, riconosciuta all’offerta natura sostanziale di propo­sta modificativa del contratto e considerata la realtà contrattuale in cui 1’adeguamento ope­ra, risulta evidente che l’esercizio del diritto di proporre l’equa modificazione delle condi­zioni può dare avvio, in pendenza del processo iniziato per la risoluzione del contratto, ad una vicenda puramente negoziale: quella della modificazione concordata delle condizioni.
[41] Barcellona, Appunti a proposito di rinegoziazione e gestione delle sopravve­nienze, relazione presentata al Convegno svoltosi a Catania il 13-14 settembre 2002, per il quale la distribuzione dei poteri (di cui all’art. 1467 c.c.) “è intesa ad attuare un dispositivo non altrimenti fungibile che si propone di tutelare il debitore svantaggiato senza, però, co­stringere il creditore ad un sacrificio non preventivato”. Aggiunge l’autore che ”la deduzio­ne dell’obbligo di trattare per l’adeguamento dal potere di mantenere in essere il contratto modificato non fa altro che trasformare un dato al più funzionale in una struttura normati­va, ossia trasformare un’intenzione solo metagiuridica (= incentivare di fatto la rinegozia­zione) in un autonomo obbligo giuridico”.
[42] Così, sempre, M. Barcellona, Appunti a proposito di rinegoziazione e gestione delle sopravvenienze, relazione presentata al Convegno svoltosi a Catania il 13-14 settem­bre 2002, secondo il quale l’effetto giuridico dell’art. 1375 c.c. sarebbe di obbligare il de­bitore, non a trattare, ma ad eseguire la prestazione tenendo in considerazione, secondo buo­na fede, le circostanze sopravvenute. “Il debitore, cioè, non è obbligato ad adeguare la sua prestazione. Sicché la trattativa non è un dovere primario ma, al più, una semplice modali­tà di adempimento dell’obbligazione”.
[44] Cfr. Terranova, L’eccessiva onerosità nei contratti, Il codice civile – Commenta­rio, diretto da Schlesinger, Milano, 1995, p. 244: “L’opzione dell’ordinamento per un ade­guamento del contratto in luogo dello scioglimento del rapporto trova normativo avallo nell’”antirimedio” previsto dal comma 3° dell’art. 1467 c.c., in virtù del quale il benefici a­rio della sopravvenienza, purché disposto ad una modificazione del contratto può sempre e comunque impedire la risoluzione, assicurandosi così la conservazione del rapporto. Il ri­medio risolutorio può cioè operare solo a condizione dell’inoperatività dell’antirImedio”.
[46] In tal senso Cesaro, Clausola di rinegoziazione e conservazione dell’equilibrio contrattuale, Napoli, 2000, p. 113. Attraverso simile verifica si deve accertare se la clauso­la rientri nel contenuto essenziale del contratto o assuma, semplicemente, carattere sussidia­rio.
[48] Quadri, Le clausole monetarie. Autonomia e controllo n’ella disciplina dei rapporti monetari, Milano, 1983, p. 112 ss.
[52] Cfr. Terranova, L’eccessiva onerosità nei contratti, Il codice civile – Commenta­rio, diretto da Schlesinger, Milano, 1995, p. 244
[54] La funzione tipica dell’istituto, secondo la giurisprudenza, è quella di riequilibrare la situazione che si è venuta a creare a seguito del depauperamento del solvens e del conseguente arricchimento dell’accipiens, assicurando al soggetto che ha reso possibile l’adempimento al debitore – nell’ipotesi di cui all’articolo 1202 c.c. – il recupero della prestazione erogata (cfr., in tal senso, Cass. civ., 23 novembre 2004, n. 22057).
[57] La giurisprudenza applica l’art. 1419 c.c. anche in materia di annullabilità del contratto. Cfr. Cass., 4 settembre 1980, n. 5100, in Giur. Agr. it., 1981, p. 479; Cass., 4 di­cembre 1982, n. 6609, in Mass. Foro it., 1982; Cass., 16 dicembre 1982, n. 6935, in Giur. it., 1983, I, C. 1530; cfr. anche Trib. Roma, 9 marzo 1999, in Giur. merito, 2000, p. 325, con nota di Cimatti. In dottrina cfr., per tutti, Criscuoli, La nullità parziale del negozio giuridico, Mila­no, 1959, p. 269.
[58] Circolare 95/E del 12.05.2000 secondo la quale nel caso in cui venga estinto un vecchio mutuo e ne venga acceso uno nuovo di importo non superiore alla quota capitale residua, maggiorata delle spese e degli oneri correlati, si continua a beneficiare della detrazione prevista dalla lett. b) del comma 1 dell’art. 13 bis del TUIR, come modificato dalla Legge 23.12.1988 n. 448, anche se il soggetto mutuante è diverso da quello originario.
[61] In tal senso Cesaro, Clausola di rinegoziazione e conservazione dell’equilibrio contrattuale, Napoli, 2000, p. 113.
[77] Meritano di essere richiamate, sotto questo profilo, le problematiche emerse in­torno alle clausole di indicizzazione e alle ripercussioni che la loro invalidità può produrre rispetto ai contratti in cui sono inserite. Si tratta di una questione dibattuta che vede con­trapposte l’idea di chi ritiene che il mantenimento del contratto, pur senza la clausola di in­dicizzazione invalida, sia la scelta più adeguata alle esigenze dell’ordinamento di manteni­mento della stabilità monetaria e della ripartizione delle conseguenze economiche dei feno­meni monetari (Quadri, Le clausole monetarie. Autonomia e controllo n’ella disciplina dei rapporti monetari, Milano, 1983, p. 112 ss.), e l’idea di chi, invece, è del parere che la nul­lità di una clausola di indicizzazione si estenda all’intero contratto, in quanto, in presenza di una simile clausola, la prestazione oggetto del contratto non può essere determinata in modo autonomo, ma dipende sempre ed imprescindibilmente dal meccanismo parametrico, che si pone quale unico criterio di determinazione dell’oggetto negoziale (sicché, venendo meno siffatto parametro, l’oggetto diviene indeterminabile); ciò è di «intuitiva evidenza nei contratti in cui al momento della stipulazione la somma di denaro oggetto della prestazione non venga indicata in termini pecuniari ma solo attraverso il meccanismo contenuto nella clausola monetaria. Pur, tuttavia, questo rilievo non è men vero in tutti i casi in cui al mo­mento della conclusione del contratto viene indicato l’ammontare della somma rispetto al­la quale la clausola monetaria funzionerà quale criterio di revisione» (Silvestri, Clausole di indicizzazione convenzionale. Diritto monetario, in Dizionario di diritto privato, p. 114). Sul dibattito sorto intorno alla clausola oro, in passato ritenuta illecita, cfr. Carnelutti, Sulla validità della clausola oro, in Foro it., 1949, c. 158; Mazza, Clausola oro e nulli­tà parziale del contratto, in Giur. compi. Cass. civ., 1948, II, p. 667; Andrioli, L’ineffica­cia della clausola oro valore e il principio di conservazione dei contratti, in Riv. it. dir. fin., 1940, II, l, p. 90.
[84] Rescigno, L’adeguamento del contratto nel diritto italiano, in Aa.Vv., Inadempimento, adattamento e arbitrato. Patologie dei contratti e rimedi. Diritto e prassi degli scambi internazionali, Milano, 1992, p. 305.
[85] cfr. Carnelutti, Sulla validità della clausola oro, in Foro it., 1949, c. 158; Mazza, Clausola oro e nulli­tà parziale del contratto, in Giur. compi. Cass. civ., 1948, II, p. 667; Andrioli, L’ineffica­cia della clausola oro valore e il principio di conservazione dei contratti, in Riv. it. dir. fin., 1940, II, l, p. 90.
[100] Cfr. R. Sacco-G. De Nova, Il contratto, t. I, in Trattato di diritto civile, diretto da R. Sacco, Torino, 2004, p. 22, “Il giurista desidera – ha sempre desiderato – che il contratto, previsto e regolato dal diritto, sia giusto. Egli respinge istintivamente l’idea di un contratto ad un tempo ingiusto ed efficace”.
[111] M. Bessone, op. ult. cit., p. 399 ss.: “Il giudizio di buona fede consente di accertare se – date le circostanze – la prestazione delle parti può ancora essere richiesta o se costituisce piuttosto abuso del diritto la pretesa di ottenerla fatta valere dall’altra. … In conclusione, il controllo sulla compatibilità tra evenienze (pure diverse dall’imprevedibile) ed adempimento invariabilmente si concreta nel giudizio di buona fede inteso ad accertare se lo stato di cose creatosi non richieda un sacrificio che sta al di là del limite implicito nella stessa economia dell’affare”, limite oltre il quale, secondo l’A., la prestazione non è più dovuta e il contratto si risolve senza alcuna responsabilità in capo al debitore. In tale prospettiva, “la legge fa della buona fede in senso oggettivo (e distinta da diligenza e da equità) la fonte di un precetto diretto ai singoli, in quanto regola di comportamento, e al giudice, in quanto modello di decisione che è compito del giudice puntualizzare”.
[120] Il giudizio sulla meritevolezza degli interessi che la clausola di rinegoziazione sottende opera sul piano esclusivo della “causa”, della individuazione-valutazione della funzione economico-sociale del patto, e non copre di certo quegli altri profili (quali la sus­sistenza degli altri elementi essenziali) in relazione ai quali l’ordinamento in generale fa de­rivare la validità o l’invalidità del contratto.
[129] Macario, Adeguamento e rinegoziazione nei contratti a lungo termine, Napoli. 1996, p. 340, secondo cui “non può essere nulla per indeterminabilità dell’oggetto una pat­tuizione che, proprio per l’impossibilità di prevedere e quindi definire a priori i termini del rapporto (ovvero per la rinuncia delle parti a definirli), intende rinviare al futuro accordo la determinazione delle condizioni”, soluzione che, per l’autore, “non muta qualora l’intesa su presupposti e termini, in base ai quali dovrà avvenire la modificazione del contratto origi­nario, appaia, prima facie, generica, per non avere le parti l’interesse a definire compiuta­mente i termini della rinegoziazione”.
[144] Rileva Costanza, Clausole di rinegoziazione e determinazione unilaterale del prezzo, in Aa.Vv., Inadempimento, adattamento e arbitrato. Patologie dei contratti e rime­di. Diritto e prassi degli scambi internazionali, Milano, 1992, p. 314, che le clausole di ri­negoziazione, sotto il profilo dei presupposti operativi, non si distaccano dal sistema della reductio ad aequitatem (salvo che per il fatto che, a differenza della reductio la quale para­lizza la domanda di risoluzione, la previsione di una clausola di rinegoziazione vale ad im­pedire che la risoluzione venga chiesta). L’autrice aggiunge, ancora, che mediante previsio­ne di specifiche clausole rinegoziative, l’adeguamento del contratto alle sopravvenute cir­costanze potrebbe essere richiesto anche in assenza dei presupposti richiesti dall’artt. 1467 ss. c.c., “e ciò non per semplice e necessaria conseguenza del principio di autonomia priva­ta, ma in ragione del principio che collega la rottura del rapporto contrattuale soltanto alle ipotesi in cui il mutamento delle circostanze contrattuali sarebbe tale da rendere inattuabili gli interessi delle parti”. A questo proposito viene richiamato il principio generale, recepito anche dalla Convenzione di Vienna sulla vendita internazionale di cose mobili (art. 25), in virtù del quale lo scioglimento del contratto rappresenta un rimedio estremo e, dunque, im­piegabile solo nel caso in cui venga meno la possibilità di attuare il rapporto in ragione de­gli interessi da soddisfare.
[146] V. Gazzoni F., Manuale di diritto privato, Napoli, 2003, pag. 915. A proposito di questa disposizione, si è affermato che il principio di conservazio­ne del contratto si combina con il principio dell’integrazione del contratto sancito dall’art. 1374 c.c., per cui, oltre alla volontà delle parti, alla determinazione del regolamento con­trattuale concorrono anche le disposizioni normative (Galgano, Diritto civile e commercia­le. Le obbligazioni e i contratti, II, 1, Padova, 2004, p. 420; cfr. anche Bianca, Diritto civi­le, Il contratto, 2000, p. 641). Partendo da una simile affermazione si potrebbe giungere al­la seguente conclusione: tra le fonti di integrazione del contratto rientra anche la regola del­la buona fede nell’esecuzione del contratto (art. 1375 c.c. espressione delle norme di legge richiamate dall’art. 1374 c.c.); tra i diversi obblighi che sorgono ex bona fide, con riferimen­to ai contratti destinati a vivere per un lungo periodo, vi è anche quello di rinegoziare; in caso di nullità della sola clausola di rinegoziazione, il contratto potrebbe ugualmente resta­re in vita in quanto la clausola nulla verrebbe sostituita dall’obbligo legale di rinegoziazio­ne (come rilevato dalla Cass., 18 ottobre 1980 n. 5610, in Mass. Foro it., 1980, la regola della correttezza e della buona fede, espressa tanto nell’art. 1337 c.c., quanto negli artt. 1175-1375 c.c., è norma imperativa “precettiva” o “positiva”, dettata a tutela ed a limitazio­ne degli interessi privatistici nella formazione ed esecuzione dei contratti). Una simile so­luzione, però, comporterebbe una notevole forzatura del dettato normativo (artt. 1419-1374 c.c.): non va dimenticato, però, che la soluzione apprestata dall’art. 1419, 2° comma, c.c. (finalizzato alla conservazione del contratto legalmente integrato da norme imperative), presuppone l’esistenza di una disciplina positiva del rapporto: si tratta di ipotesi in cui la legge determina imperativamente il contenuto del rapporto in modo tale che le disposizio­ni convenzionali eventualmente contrarie sono invalide ed inidonee a precluderne l’appli­cazione (Bianca, Diritto civile. Il contratto, Milano, 2000, p. 641; cfr. Cass., 11 giugno 1981, n. 3783, in Mass. Foro it., 1981: “L’art. 1419 comma 2 c.c., per il quale la nullità del­le singole non importa la nullità del contratto, quando le clausole nulle sono sostituite di di­ritto da norme imperative, si riferisce all’ipotesi in cui specifiche disposizioni, oltre a com­minare la nullità di determinate clausole contrattuali, ne impongano anche la sostituzione con una normativa legale, mentre tale disposizione non si applica qualora il legislatore, nel­lo statuire la nullità di una clausola o di una pattuizione, non ne abbia espressamente previ­sta la sostituzione con una specifica norma imperativa”.
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 Cass. 
 art. 1366
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass.