Source: https://www.ordinefuturo.it/2017/11/20/la-pena-di-morte-e-contraria-al-vangelo/
Timestamp: 2020-05-29 19:10:47+00:00

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La pena di morte è contraria al Vangelo? - Ordine Futuro.net
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don Jean Michel Gleize
«Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. E’ in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante. » (1). Così si è espresso ultimamente Papa Francesco, in occasione del 25esimo anniversario della pubblicazione del nuovo Catechismo. Questa riflessione non è nuova. Questo discorso del mese di ottobre 2017 non fa che riprendere, riassumendole, le idee già largamente sviluppate dal Sommo Pontefice in una lettera del 2015 (2), la quale rinvia a due altri documenti del 2014 (3).
Francesco ritiene che il suo predecessore Giovanni Paolo II abbia già condannato la pena di morte nella Lettera Enciclica Evangelium vitae (al n° 56), così come nel Catechismo della Chiesa cattolica (al n° 2267) (4). Egli ingloba in questa condanna della pena di morte, quella dell’ergastolo, che secondo lui è «una pena di morte mascherata» (5). Ecco perché il recente discorso dell’ottobre 2017 non intende promuovere una revisione del nuovo Catechismo del 1992. Egli sottolinea solo che questa riprovazione della pena di morte dovrebbe trovare nel Catechismo di Giovanni Paolo II «uno spazio più adeguato e coerente» con la finalità della dottrina, che deve essere posto ne «l’amore che non finisce». Se revisione dev’esserci, essa deve consistere nel fare avanzare la dottrina per poterla conservare e nel «tralasciare prese di posizione in difesa di argomenti che appaiono ormai decisamente contrari ad una nuova comprensione della verità cristiana». Questa posizione e questi argomenti conobbero il loro momento di gloria durante il periodo anteriore al concilio Vaticano II, ma essi ormai sono contrari alla «mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità umana».
E’ un fatto del tutto evidente che è sempre stato ritenuto giusto, anche nelle società più cristiane, salvo che per un certo numero di teorici in generale moderni, che l’autorità politica punisse con la morte certi crimini. E i dati della Rivelazione confermano su questo punto i dati naturali del senso comune.
Quando il Decalogo vieta di uccidere (11), sottintende: ingiustamente. Poiché vediamo che il Vecchio Testamento prescrive a più riprese la pena di morte (12). Su questo punto, il Nuovo Testamento non ha abolito il Vecchio. San Paolo, parlando dell’autorità politica evoca la spada, strumento della pena di morte: «poiché essa[l’autorità] è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male» (13).
San Tommaso (19) ha pensato che si possa perfettamente legittimare la pena di morte, anche nel diritto naturale, senza fare appello ai dati della Rivelazione soprannaturale. Questa legittimazione deriva da due princípi, assolutamente necessari l’uno all’altro. Il primo (20) è la necessità del bene comune. Come è possibile, per salvare il corpo, amputare un membro in cancrena che minaccia l’insieme, così si potrà, per il bene di tutti, amputare dal corpo sociale uno dei suoi membri particolari quando questi è un pericolo per tutti, se non altro in ragione del genere di crimini che il suo esempio autorizza, se non sono sufficientemente puniti. Ma questo primo principio, sufficiente per l’amputazione di un membro del corpo fisico, incontra nella sua applicazione al corpo sociale una difficoltà che lo porrebbe in difetto, se non si facesse intervenire un altro principio che lo completa. Nel corpo fisico, infatti, solo la persona è soggetto di diritto, mentre le diverse membra del suo corpo gli appartengono, senza che abbiano il minimo diritto particolare. Se si considera che la persona non possa farne assolutamente quello che vuole, questo è perché qui il suo diritto è partecipato da quello di Dio e concerne l’utilizzazione delle sue membra in rispondenza con le loro finalità naturali. Ma ciò non toglie che, nel quadro di questa limitazione essenziale, tale persona è padrona di tutto mentre le membra non lo sono di niente. Di contro, nel corpo sociale, quelli che si designano analogicamente come «membri» della società, sono delle persone che hanno su se stesse e sulla loro vita corporale un diritto anteriore a quello che ha anche la società. Esse non fanno parte della società, che è un tutto ordinato, allo stesso modo che le membra fanno parte del corpo, che è un tutto fisico, poiché «l’uomo fa parte della comunità politica secondo tutto quello che egli è» (21). Questo bene, che è la loro vita, appartiene, dopo di Dio, innanzi tutto ad esse e non innanzi tutto allo Stato. Ne deriva che il diritto dello Stato non può prevalere sul loro diritto personale. Bisogna dunque fare intervenire un altro principio (22), secondo il quale, con il crimine l’uomo decade dalla sua dignità personale: «Con il peccato l’uomo si allontana dall’ordine prescritto dalla ragione; è per questo che egli decade dalla dignità umana che consiste nel nascere libero e nell’esistere per sé; in questo modo egli cade nella servitù che è quella delle bestie, di modo che si può disporre di lui secondo quanto è utile agli altri». Facendo uso della sua libertà contro la natura e contro Dio, egli in effetti esce dal quadro entro il quale il suo diritto si esercita autenticamente. Merita quindi un castigo dell’ordine stesso dei beni di cui usa malamente. Da quel momento, compete non solo a Dio, ma all’autorità umana privarlo non tanto del diritto alla vita – poiché questo diritto non dipende dall’autorità e il criminale l’ha già perso in ragione del suo crimine – ma del bene della vita corporale, sulla quale egli non può più rivendicare il suo diritto personale. Questo è ciò che dice esattamente Pio XII, riprendendo la riflessione di San Tommaso: «è riservato al potere pubblico privare il condannato del bene della vita, in espiazione della sua colpa, dopo che col suo crimine egli si è spossessato del suo diritto alla vita».
Tuttavia, quelli che fanno valere i loro argomenti in favore della soppressione della pena di morte, abitualmente hanno il torto di voler provare che essa sarebbe contraria al diritto naturale, o quanto meno, quando non hanno un’idea molto chiara di questo diritto (cosa che è frequente), contraria a quello che essi chiamano dignità della persona umana o valore incondizionato della vita.
(1) Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, mercoledì, 11 ottobre 2017.
(2)Francesco, Lettera al Presidente della Commissione Internazionale contro la pena di morte, del 20 marzo 2015.
(3) Francesco, Lettera ai partecipanti al XIX Congresso dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale e del III Congresso dell’Associazione Latinoamericana di Diritto Penale e Criminologia, del 30 maggio 2014
(4) Lettera del 23 ottobre 2014.
(5) Lettera del 23 ottobre 2014 e Lettera del 20 marzo 2015.
(6) Sono specificati nella Lettera del 20 marzo 2015.
(7) Discorso del 23 ottobre 2014.
(8) Lettera del 20 marzo 2015.
(8a) Lettera del 20 marzo 2015.
(9) Discorso del 23 ottobre 2014.
(10) Michel-Marie Labourdette, Cours de théologie morale, « La justice », pp. 100-105 (su 2a2ae, questione 64, articolo 2), Toulouse, 1960-1961; Charles Journet, L’Eglise du Verbe Incarné, t. I « La Hiérarchie apostolique», Desclée, 1955 (2a edizione rivista e aumentata), pp. 356-358.
(11) Esodo, XX, 13.
Levitico, XX, 2; XX, 9-10; XX, 27; XXIV, 16-17.
(13) Romani, XIII, 4.
(14)Sant’Agostino, La Città di Dio, libro I, capitolo 21, Migne, t. XLI, col. 35.
(15) Innocenzo III (1198-1215), Lettera Ejus exemplo, indirizzata all’arcivescovo di Tarragona, del 18 dicembre 1208, DS 795.
(16) Leone X (1510-1522), Bolla Exsurge Domine, del 15 giugno 1520, DS 1483.
(17) Leone XIII (1878-1903), Lettera Pastoralis officii, ai vescovi di Germania e di Austria, del 12 settembre 1891, DS 3272. Il Papa dice in effetti che «le due leggi divine, quella che è stata proclamata alla luce della ragione naturale e quella che lo è stata dalle Scritture composte sotto l’ispirazione divina, vietano formalmente che qualcuno, al di fuori di una causa pubblica, ferisca o uccida un uomo».
(18) Pio XII (1939-1958), Discorso ai partecipanti al I Congresso Internazionale di Istopatologia del Sistema Nervoso, 13 settembre 1952.
(19) Summa Theologiae, 1a2ae, questione 94, articolo 5, ad 2; questione 100, articolo 8, ad 3; 2a2ae, questione 64, articolo 2.
(20) 2a2ae, questione 64, articolo 2, corpus.
(21) Summa Theologiae, 1a2ae, questione 21, articolo 4, ad 3.
(22) 2a2ae, questione 64, articolo 2, ad 3.
(23) 2a2ae, questione 64, articolo 2, ad 3.
(24) 2a2ae, questione 108, articolo 4, corpus.

References: articolo 2
 articolo 5
 articolo 8
 articolo 2
 articolo 2
 articolo 4
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