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Timestamp: 2020-06-06 16:10:28+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 20156 del 25/07/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20156 del 25/07/2019
Cassazione civile sez. VI, 25/07/2019, (ud. 17/04/2019, dep. 25/07/2019), n.20156
sul ricorso 17206-2018 proposto da:
MONCLICK SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliata in ROMA, LUNGOTEVERE DEI MELLINI 10,
presso lo studio dell’avvocato FILIPPO CASTELLANI, rappresentata e
difesa dall’avvocato VINCENZO SALERNO;
DRACO SRL;
avverso la sentenza n. 5841/2018 del TRIBUNALE di ROMA, depositata il
partecipata del 17/04/2019 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPE
che la vicenda processuale qui in rilievo può riassumersi nei termini seguenti:
– la s.r.l. Drago convenne in giudizio davanti al Giudice di pace la s.r.l. Monclick chiedendo che fosse dichiarato risolto il contratto di compravendita di due dei sei p.c. che la convenuta le aveva venduto, dei quali, uno era stato ritirato dalla venditrice, che aveva riconosciuto il vizio, mentre l’altro, pur non funzionante del pari, non era stato richiamato, con condanna della convenuta alla restituzione del prezzo (Euro 488,600 per ognuno degli apparati), oltre al risarcimento del danno;
– il Giudice di primo grado, parzialmente accogliendo la domanda, aveva condannato la Monclick a rimborsare l’importo di Euro 488,00, oltre interessi al tasso legale, epperò, la Drago a rifondere le spese di causa;
– il Tribunale, decidendo sull’appello della Drago, condannò la Monclick a rimborsare il prezzo anche del p.c. che la venditrice non aveva provveduto a ritirare, oltre interessi al tasso legale, nonchè a corrispondere le spese legali del doppio grado;
considerato che essendo stata aggiunta alla domanda di restituzione del prezzo pagato, ammontante, in totale, a meno di 900 Euro, quella di risarcimento del danno, in misura non quantificata, la decisione non rientra fra quelle soggette alla cd. equità necessaria (art. 113 c.p.c., comma 2) e soggette alle limitazioni impugnatorie di cui all’art. 339 c.p.c., comma 3;
ritenuto che la Monclick ricorre avverso la sentenza d’appello sulla base di tre motivi e che la controparte è rimasta intimata;
ritenuto che con il primo motivo la ricorrente denunzia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, assumendo che l’appellante non aveva individuato i capi impugnati, limitandosi a trascrivere il contenuto della sentenza di primo grado e a riproporre quanto prospettato con la domanda introduttiva, oltre ad aggiungere, per la prima volta, “nuovi argomenti di diritto”, sicchè il Tribunale aveva errato nel non dichiarare l’appello inammissibile per difetto di specificità.
che la doglianza è manifestamente infondata, in quanto:
a) il Tribunale mostra di essere stato posto nella condizione di cogliere il senso della doglianza mossa con l’appello (cfr., foglio secondo della decisione), attinente all’inquadramento giuridico della vicenda; compito, questo, di esclusiva spettanza del giudice d’appello, tosto che l’impugnante lamenti l’erronea sussunzione di primo grado;
b) questa Corte ha avuto modo di precisare che gli artt. 342 e 434 c.p.c., nel testo formulato dal D.L. n. 83 del 2012, conv. con modif. dalla L. n. 134 del 2012, vanno interpretati nel senso che l’impugnazione deve contenere, a pena di inammissibilità, una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice, senza che occorra l’utilizzo di particolari forme sacramentali o la redazione di un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado, ovvero la trascrizione totale o parziale della sentenza appellata, tenuto conto della permanente natura di “revisio prioris instantiae” del giudizio di appello, il quale mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata (ex multis, da ultimo, Sez. 6, n. 13535, 30/5/2018, Rv. 648722);
c) ciò in perfetta continuità con il principio di diritto declinato dalle S.U. (cent. n. 27199, 16/11/2017, Rv. 645991), secondo il quale gli artt. 342 e 434 c.p.c., nel testo formulato dal D.L. n. 83 del 2012, cono. con modif. dalla L. n. 134 del 2012, vanno interpretati nel senso che l’impugnazione deve contenere, a pena di inammissibilità, una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice, senza che occorra l’utilizzo di particolari forme sacramentali o la redazione di un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado, tenuto conto della permanente natura di “revisio prioris instantiae” del giudizio di appello, il quale mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata;
d) dall’esposto principio di diritto, assai di recente, si è ulteriormente chiarito che non può considerarsi aspecifico e deve, quindi, essere dichiarato ammissibile, il motivo d’appello che esponga il punto sottoposto a riesame, in fatto ed in diritto, in modo tale che il giudice sia messo in condizione (senza necessità di esplorare, in assenza di parametri di riferimento, le vicende processuali) di cogliere natura, portata e senso della critica, non occorrendo, tuttavia, che l’appellante alleghi e, tantomeno, riporti analiticamente le emergenze di causa rilevanti, le quali risultino investite ed evocate non equivocamente dalla censura, diversamente da quel che è previsto per l’impugnazione a critica vincolata (Sez. 2, n. 7675, 19/03/2019, Rv. 653027);
considerato che il secondo motivo, con il quale la ricorrente lamenta violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1453-1458-1493 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per non avere “disposto in ordine alla restituzione della merce” da parte della Drago, è manifestamente destituito di giuridico fondamento per le ragioni che seguono:
a) non è dubbio che nei contratti a prestazioni corrispettive, la pronuncia costitutiva di risoluzione per inadempimento, facendo venir meno la causa giustificatrice delle attribuzioni patrimoniali già eseguite, comporta l’insorgenza, a carico di ciascun contraente, dell’obbligo di restituzione della prestazione ricevuta, indipendentemente dall’imputabilità dell’inadempimento; ne consegue che la risoluzione di un contratto preliminare di vendita per inadempimento del promittente venditore determina l’obbligo del promissario acquirente di corrispondere l’equivalente pecuniario dell’uso e del godimento del bene negoziato, che gli sia stato consegnato anticipatamente, per il tempo compreso tra la consegna e la restituzione del medesimo (ex multis, Sez. 2, n. 28381, 28/11/2017, Rv. 646528);
b) tuttavia, non è parimenti dubbio che la risoluzione del contratto pur comportando, per l’effetto retroattivo sancito dall’art. 1458 c.c., l’obbligo del contraente di restituire la prestazione ricevuta, non autorizza il giudice ad emettere il provvedimento restitutorio in assenza di domanda dell’altro contraente, atteso che rientra nell’autonomia delle parti disporre degli effetti della risoluzione, chiedendo, o meno, la restituzione della prestazione rimasta senza causa (Sez. 3, n. 2075, 29/01/2013, Rv. 624949; conf. n. 2075/2013), or poichè la ricorrente non allega di aver proposto una tal domanda è di tutta evidenza che giammai il giudice avrebbe potuto disporre l’invocata restituzione;
considerato che il terzo motivo con il quale la Monclick si duole dell’omesso esame di un fatto controverso e decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, per non avere la sentenza d’appello tenuto conto del fatto che la compratrice non aveva provveduto a restituire il computer, nonostante la venditrice “avesse attivato la procedura per la restituzione ed il conseguente rimborso del prezzo corrisposto”, è palesemente inammissibile, in quanto:
– in evidente contrasto con l’art. 360 c.p.c., n. 5, siccome novellato nel 2012, lungi dall’evidenziare un fatto storico primario o secondario, la censura è palesemente diretta ad un improprio riesame di merito (cfr., S.U. n. 8053, 7/4/2014), in presenza di motivazione niente affatto apparente, avendo il punto costituito oggetto di specifica valutazione da parte del Giudice d’appello, il quale, ha accolto l’impugnazione della Drago proprio perchè ha ritenuto che la compratrice non fosse tenuta al rispetto della procedura informatica della venditrice;
considerato che non deve statuirsi sul capo delle spese non avendo l’intimata svolto in questa sede difese;
considerato che ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1,comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), ricorrono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato da parte della ricorrente principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis;
considerato che, di conseguenza, siccome affermato dalle S.U. (sent. n. 7155, 21/3/2017, Rv. 643549), lo scrutinio ex art. 360 – bis c.p.c., n. 1, da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348 – bis c.p.c. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti”.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis.

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