Source: http://it.kancelariacartoni.pl/
Timestamp: 2017-07-25 18:39:46+00:00

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La Kancelaria Prawnicza Bernardo Cartoni i Wspólnicy Sp. K. nasce dall’incontro di diverse esperienze pluriennali, in Polonia ed in Italia, nel campo della consulenza ed assistenza legale a privati e società che operano sul mercato interno ed internazionale.
I soci sono tutti di madrelingua italiana o polacca ed in grado di parlare e comprendere altre lingue, quali inglese, francese e russo, nonché il cinese a livello elementare.
Sotto la coordinazione dell’Avvocato Bernardo Cartoni del Foro di Roma (n. A30908), iscritto alla lista dei giuristi stranieri (Prawnicy zagraniczni) dell’Okręgowa Rada Adwokacka di Varsavia (n. A-0037) e membro del Chartered Institute of Arbitrators di Londra, la Kancelaria Prawnicza Bernardo Cartoni i Wspólnicy Sp. K. opera nei seguenti campi:
diritto commerciale polacco, italiano ed internazionale (compresi la redazione dei contratti ed il recupero dei crediti interni ed internazionali), compreso l’arbitrato internazionale
diritto societario polacco, italiano ed internazionale (inclusa la due diligence legale in caso di acquisizioni di società o di aziende)
diritto tributario polacco, italiano ed internazionale (incluse le consulenze in materia di tax planing e di transfer pricing)
diritto penale finanziario italiano e polacco
diritto penale con particolare riguardo al diritto penale europeo (MAE, ecc.)
diritto immobiliare italiano e polacco
diritto degli investimenti internazionali diritto internazionale privato
diritto del lavoro polacco
La finalità della Kancelaria Prawnicza Bernardo Cartoni i Wspólnicy Sp. K. è offrire al cliente un ampio supporto per le proprie attività d’impresa nel territorio della Repubblica Polacca e negli interscambi con l’Italia, principalmente, ma anche con altri Paesi terzi.
La Kancelaria Prawnicza Bernardo Cartoni i Wspòlnicy Sp.K., avendo la conoscenza di entrambe i sistemi giuridici e delle norme di diritto internazionale privato, si propone anche di essere un aiuto per i soggetti polacchi che intendono investire in Italia, nonché per le persone di origine polacca che risiedono in Italia e devono affrontare un sistema giuridico diverso dal proprio.
I servizi della Kancelaria Prawnicza Bernardo Cartoni i Wspólnicy Sp. K. si caratterizzano per l’accuratezza negli studi preparatori, per l’elaborazione teorica unita all’esperienza pratica e per l’attenzione con cui il cliente viene seguito nel corso del rapporto, offrendo anche la possibilità di una consulenza ed assistenza stragiudiziale continuativa a costo predeterminato.
La Kancelaria Prawnicza Bernardo Cartoni i Wspólnicy Sp. K. si propone di gettare un ponte tra il sistema giuridico polacco ed il sistema giuridico italiano, guidando il cliente oltre le diversità linguistiche, normative e giurisprudenziali. A tal fine, la Kancelaria Prawnicza Bernardo Cartoni i Wspólnicy Sp. K. sta avviando un programma pluriennale di traduzione dei testi normativi polacchi in lingua italiana, a cominciare dal Codice delle Società Commerciali (Kodeks Spółek Handlowych) e del Codice Penale Finanziario (Kodeks Karny Skarbowy), per continuare con il Codice Penale (Kodeks Karny) ed il Codice di Procedura Penale (Kodeks Postępowania Karnego). CURRICULUM VITAE
NOME E COGNOME: Bernardo Cartoni
LUOGO E DATA DI NASCITA: ROMA, 13.7.1969
LAUREA IN GIURISPRUDENZA CONSEGUITA IL 25.6.1992 PRESSO L’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI ROMA “LA SAPIENZA”.
TESI IN CRIMINOLOGIA DAL TITOLO “LE PROSPETTIVE CRIMINOLOGICHE DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA”
SVOLGIMENTO DELLA PRATICA NOTARILE DAL 25.6.1992 AL 24.6.1994 PRESSO IL NOTAIO PAOLO ARMATI, CON STUDIO IN ROMA, PIAZZA D’ARACOELI N. 12
SVOLGIMENTO DELLA PRATICA FORENSE DAL 30.10.1992 AL 29.10.1994 PRESSO L’AVV. ROBERTO FERRAZZANI, CON STUDIO IN VITERBO, VIA MARCONI N. 17
AVVOCATO DAL 19.1.1998
AVVOCATO CASSAZIONISTA DAL 16.7.2010
DAL 30 SETTEMBRE 2009 ABILITATO ALL’ESERCIZIO STABILE DELLA PROFESSIONE DI AVVOCATO NELLA REPUBBLICA POLACCA (N. A-0037 DEL FORO DI VARSAVIA)
DIPLOMA IN ARBITRATO INTERNAZIONALE (INTERNATIONAL ARBITRATION) RILASCIATO DA THE CHARTERED INSTITUTE OF ARBITRATORS DI LONDRA CONSEGUITO IL 4.8.2015
ESPERIENZE LAVORATIVE: DAL FEBBRAIO 1991 AL NOVEMBRE 1993 COLLABORAZIONE CON L’AVV. LUCIO GHIA, CON STUDIO IN ROMA, VIA DELLA SCROFA N. 117 NEL CAMPO DEL FACTORING, DEL DIRITTO FALLIMENTARE CON AUSILIO NELLA STESURA DI ARTICOLI E LEZIONI IN MATERIA DI DIRITTO SPORTIVO E DIRITTO FALLIMENTARE
DALL’OTTOBRE 1992 AL MARZO 2002 COLLABORAZIONE CON L’AVV. ROBERTO FERRAZZANI, CON STUDIO IN VITERBO, VIA MARCONI N. 17, NEL CAMPO DEL DIRITTO CIVILE, COMMERCIALE, TRIBUTARIO E PENALE TRIBUTARIO
DAL NOVEMBRE 1993 AL 2007 COLLABORAZIONE SALTUARIA CON L’AVV. FILIPPO ANDREOLI, CON STUDIO IN ROMA, VIA RUGGERO FAURO N. 59, NEL CAMPO DEL DIRITTO CIVILE, PENALE ED AMMINISTRATIVO
DAL MAGGIO 1995 AD OGGI COLLABORAZIONE SALTUARIA CON L’AVV. ANGELO ANGELONI, CON STUDIO IN MONTEFIASCONE (VT), VIA DANTE ALIGHIERI N. 96/A, NEL CAMPO DEL DIRITTO AMMINISTRATIVO, BANCARIO, COMMERCIALE, CIVILE E PENALE
DAL 1998 TITOLARE DI UN PROPRIO STUDIO IN ROMA E MONTEFIASCONE, CHE SI OCCUPA PREVALENTEMENTE DI DIRITTO COMMERCIALE, DIRITTO COMMERCIALE INTERNAZIONALE, DIRITTO TRIBUTARIO, DIRITTO TRIBUTARIO INTERNAZIONALE, DIRITTO PENALE TRIBUTARIO, DIRITTO PENALE D’IMPRESA, DIRITTO PENALE EUROPEO, DIRITTO CIVILE.
DAL 2010 MANAGING PARTNER DELLO STUDIO LEGALE “KANCELARIA PRAWNICZA BERNARDO CARTONI I WSPÓLNICY Sp.K.”, IN VARSAVIA CHE SI OCCUPA PREVALENTEMENTE DI DIRITTO COMMERCIALE INTERNAZIONALE (ANCHE ARBITRATO INTERNAZIONALE), DIRITTO TRIBUTARIO INTERNO ED INTERNAZIONALE, AUSILIO AGLI INVESTIMENTI ITALIANI ALL’ESTERO, DIRITTO IMMOBILIARE, DIRITTO PENALE, DIRITTO PENALE DELL’IMPRESA
POLITICA E MAGISTRATURA NELL’ANTICA ROMA. DIZIONARIO DELLE ISTITUZIONI ROMANE, BERGAMO, OBERON EDITORE, 1995
COMMENTO AD ORDINANZA TRIB. VITERBO 13.11.1998 IN TEMA DI APPLICAZIONE DIRETTA DEL PRINCIPIO DI SPECIALITA’ IN FORZA DELLA PREVISIONE INSERITA NELL’ART.3, COMMA 133, L. 662/96, IN “IL FISCO”, N. 13/99, P. 4512 (CON R. FERRAZZANI)
COMMENTO AD ORDINANZA GUP TRIB. VITERBO 31.3.1999 IN TEMA DI RIMESSIONE ALLA CORTE COSTITUZIONALE DELL‘OMESSA PREVISIONE DEL PRINCIPIO DI SPECIALITA‘ NEL D.LGS. 472/97 PER CONTRASTO CON L‘ART. 76 COST., IN “IL FISCO”, N. 21/1999, P. 7061 (CON R. FERRAZZANI)
“IL PRINCIPIO DI SPECIALITA’ NEL NUOVO DIRITTO PENALE TRIBUTARIO. UNA RIFORMA A META’”, IN “IL FISCO”, N. 10/2000, P. 2835
“L’ERRORE INTERPRETATIVO NEL NUOVO DIRITTO PENALE TRIBUTARIO”, IN “IL FISCO”, N. 19/2000, P. 6465
COMMENTO A SENTENZA CASS. SEZ. I CIVILE 5.7.2000 N. 8965 IN TEMA DI AMMISSIONE AL PASSIVO DEL CREDITO ERARIALE, IN “GUIDA NORMATIVA”, N. 134/2000, P. 16 (CON E. D’INNELLA)
“IL REATO DI OMESSA DICHIARAZIONE TRA VECCHIO E NUOVO DIRITTO PENALE TRIBUTARIO”, IN “IMPRESA C.I.”, N. 9/2000, P. 1378
“LA SCRIMINANTE DEL RULING”, IN “IL FISCO” N. 42/2000, P. 12537
“CARENZE REPRESSIVE CONSEGUENTI ALLA SENTENZA DELLE SEZIONI UNITE SULL’ART. 4 LETT. D) DELLA L. N. 516/1982”, IN “IL FISCO”, N. 10/2001, P. 3894
COMMENTO AD ORDINANZA COMM. TRIB. PROVINCIALE DI VITERBO SEZ. I 2.4.2001 N. 31 IN TEMA DI UTILIZZABILITA’ DEI C/C BANCARI DEI SOCI IN CASO DI VERIFICA ALLA SOCIETA’, IN “IL FISCO”, N. 39/2001, P. 12887
“NATURA GIURIDICA DELLA SOGLIA DI PUNIBILITA’ E SUE CONSEGUENZE PRATICHE”, IN “IL FISCO”, N. 1/2002, P. 1-130
COMMENTO A SENTENZA COMM. TRIB. REGIONALE DI ROMA SEZ. XLIII 19.5.2001 N. 58 IN TEMA DI VALENZA PROBATORIA DEL GIUDICATO PENALE NEL PROCESSO TRIBUTARIO, IN “IL FISCO”, N. 25/2002, P. 1-9680
“PROCEDIMENTO PENALE PENDENTE ED ACCESSO ALLE PROCEDURE DI CONDONO: UN RAPPORTO PROBLEMATICO”, IN “IL FISCO”, N. 12/2003, P. 1-1856
“GLI EFFETTI PENALI DELLE SANATORIE FISCALI”, IN “IL FISCO”, N. 17/2003, P. 1-2622
“LE VALUTAZIONI ESTIMATIVE ‘SINGOLARMENTE CONSIDERATE’”, IN “IL FISCO”, N. 35/2003, P. 1-5511
“I REATI TRIBUTARI: DEFINIZIONI E DELITTI IN MATERIA DI DICHIARAZIONE”, IN “IL FISCO”, N. 45/2003, P. 1-7074
“PROFILI PENALI DEL RULING INTERNAZIONALE”, IN “IL FISCO”, N. 2/2004, P. 1-250
“CONDONO DELLA SOCIETA’ UTILIZZATRICE DI FATTURE PER OPERAZIONI INESISTENTI E CONSEGUENZE PENALI PER GLI AMMINISTRATORI E L’EMITTENTE”, IN “IL FISCO”, N. 4/2004, P. 1-567
COMMENTO A SENTENZA GUP TRIB. VITERBO 23.2.2004 IN TEMA DI ESTENSIONE ALL’EMITTENTE FATTURE PER OPERAZIONI INESISTENTI DEL CONDONO RICHIESTO DALLA SOCIETA’ UTILIZZATRICE, IN “IL FISCO”, N. 11/2004, P. 1-1687
“FATTURAZIONE ELETTRONICA E REATI TRIBUTARI”, IN “IL FISCO”, N. 22/2004, P. 1-3417
“LA RILEVANZA PENALE DEL CONCORDATO PREVENTIVO TRA DUBBI (TANTI) E CERTEZZE (POCHE)”, IN “IL FISCO”, N. 24/2004, P. 1-3724
“’LEGGE FINANZIARIA 2005’ E DIRITTO PENALE TRIBUTARIO”, IN “IL FISCO”, N. 38/2004, P. 1-6566
“NOTE MINIME SUGLI EFFETTI PENALI DELLA ‘PIANIFICAZIONE FISCALE CONCORDATA’”, IN “IL FISCO”, N. 44/2004, P. 1-7488
“L’INCIDENZA DELLA LEGGE FINANZIARIA 2005 SUL DIRITTO PENALE TRIBUTARIO”, IN “IL FISCO”, N. 7/2005, P. 1-1038
“AZIONE PENALE NEI CONFRONTI DELL’AMMINISTRATORE ED INIBIZIONE DEL CONDONO PER LA SOCIETA’”, IN “IL FISCO”, N. 29/2005, P. 1-4595
“TIPOLOGIE DI REDDITO AI FINI DEL RILASCIO DELLA CARTA DI SOGGIORNO”, IN WWW.IMMIGRAZIONE.IT, N. 12/2005
“PROCEDIMENTO PENALE PENDENTE E PRECLUSIONE AL CONDONO: QUANDO LA CORTE COSTITUZIONALE (APPARENTEMENTE) CONTRADDICE SE STESSA”, IN “IL FISCO”, N. 45/2005, P. 1-6991
“REATI TRIBUTARI E COMPETENZA TERRITORIALE: IL DOMICILIO FISCALE PREVALE SULLA (PRESUNTA) SEDE EFFETTIVA”, COMMENTO ALLA SENTENZA GUP TRIB. VITERBO 5.10.2006 N. 228, IN “RIVISTA DI DIRITTO TRIBUTARIO”, N. 1/2007, IV. P. 10
“IL REATO DI OMESSA DICHIARAZIONE, ART. 5 D.Lgs. 10.3.2000 N. 74” (IN “COMMENTARIO BREVE ALLE LEGGI TRIBUTARIE”, TOMO II – ACCERTAMENTO E SANZIONI, OPERA COLLETTANEA DIRETTA DA FALSITTA FANTOZZI MARONGIU MOSCHETTI, CEDAM, 2011, P. 569)
“ADMISSIBILITY AND VALUE OF OLAF PRODUCED EVIDENCE: THE ITALIAN EXPERIENCE”, (IN “EVIDENCE IN EU FRAUD CASES”, OPERA COLLETTANEA CURATA DA NOWAK, LEX, 2013, P. 91)
“INTERIM MEASURES ABROAD AND INTERNATIONAL COMMERCIAL ARBITRATION: BRIEF REMARKS ON A RECENT CASE”, IN “ASIAN LAW eJOURNAL", Vol. 13, Issue 87, disponibile su www.ssrn.com/abstract=2676155
“A RISING STAR: THE EMERGENCY ARBITRATOR” (di prossima pubblicazione su “JOURNAL OF INTERNATIONAL ARBITRATION”)
“SMALL CLAIMS AND INSTITUTIONAL ARBITRATION: AN OVERVIEW”, IN “COMPARATIVE LAW eJOURNAL”, Vol. 15, Issue 90, disponibile su www.ssrn.com/abstract=2641318
“IS THE CISG APPLICABLE TO HONG KONG-RELATED DISPUTES?”, IN “ASIAN LAW eJOURNAL", Vol. 13, Issue 68, disponibile su www.ssrn.com/abstract=2648323
“A RISING STAR: THE EMERGENCY ARBITRATOR” IN “TRANSNATIONAL LITIGATION/ARBITRATION, PRIVATE INTERNATIONAL LAW & CONFLICT OF LAWS eJOURNAL”, Vol. 3, Issue 3, disponibile su www.ssrn.com/abstract=2710552
“THE EMERGENCY ARBITRATOR UNDER CIETAC RULES 2015”, IN “IBA ARBITRATION NEWSLETTER”, Vol. 21, n. 1, February 2016
“OSSERVAZIONI GENERALI SULLA RIFORMA DEL DIRITTO PENALE TRIBUTARIO” (IN “I NUOVI REATI TRIBUTARI. Commento al d.lgs. 24 settembre 2015, n. 158”, OPERA COLLETTANEA A CURA DI IVO CARACCIOLI, GIUFFRE’, 2016, P. 6)
“THE EXPEDITED PROCEDURE IN MARITIME ARBITRATION: AN OVERVIEW”, IN “ASIAN LAW eJOURNAL", Vol. 15, Issue 43, disponibile su www.ssrn.com/abstract=2970025
11.4.2003 VITERBO: “GLI EFFETTI PENALI DELLE SANATORIE FISCALI”, ALL’INTERNO DEL CONVENGNO “IL CONDONO FISCALE: OPPORTUNITA’ PER I CONTRIBUENTI E RUOLO DEI PROFESSIONISTI E DELLE BANCHE”, ORGANIZZATO DAL “CENTRO DI DIRITTO PENALE TRIBUTARIO” ASSIEME ALL’ORDINE DEI DOTTORI COMMERCIALISTI ED AL COLLEGIO DEI RAGIONIERI COMMERCIALISTI DI VITERBO
14.10.2003 ROMA: “DEFINIZIONI E DELITTI IN MATERIA DI DICHIARAZIONE”, ALL’INTERNO DEL SEMINARIO DI AGGIORNAMENTO E FORMAZIONE “PERITO E CONSULENTE NEL PROCEDIMENTO PENALE” ORGANIZZATO DALL’ORDINE DEI DOTTORI COMMERCIALISTI DI ROMA
7.4.2006 TORINO: “GLI EFFETTI DELLE RIFORME DEL PROCESSO PENALE NEL DIRITTO PENALE TRIBUTARIO”, ALL’INTERNO DELL’INCONTRO DI AGGIORNAMENTO CON I SOCI DEL “CENTRO DI DIRITTO PENALE TRIBUTARIO”
29/30.3.2007 ROMA: “LE SANZIONI PENALI TRIBUTARIE”, DOCENZA IN SEMINARIO SPECIALISTICO PER N. 14 ORE DI LEZIONE ORGANIZZATO DALLA SCUOLA SUPERIORE DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE
9.5.2013 ROMA: “L’AZIONE ANTIECONOMICA. ASPETTI FISCALI E PENALI NEL CONSOLIDATO INTERNO E NEI RAPPORTI INFRAGRUPPO”, CONCLUSIONI DEL CONVEGNO ORGANIZZATO DAL “CENTRO DI DIRITTO PENALE TRIBUTARIO” ASSIEME ALL’”UNIONE DELLE CAMERE DEGLI AVVOCATI TRIBUTARISTI”
29.6.2013 MILANO: “ASPETTI PROCESSUALI DEI REATI DI CUI AGLI ARTT. 10-BIS E 10-TER D.LGS. 74/00. IL REATO DI INDEBITA COMPENSAZIONE.”, DOCENZA DI 2 ORE NEL CORSO DI SPECIALIZZAZIONE IN DIRITTO PENALE TRIBUTARIO ORGANIZZATO DA JUST LEGAL SERVICES
25.3.2014 VILLANOVA DI GUIDONIA: “IL CONCORSO DEL COMMERCIALISTA”, ALL’INTERNO DELLA GIORNATA DI APPROFONDIMENTO “LA RESPONSABILITA’ DEL COMMERCIALISTA NELLE CONDOTTE PENALMENTE RILEVANTI DEL CLIENTE IN AMBITO TRIBUTARIO” ORGANIZZATO DALL’ORDINE DEI DOTTORI COMMERCIALISTI ED ESPERTI CONTABILI DI TIVOLI
5.5.2014 ROMA: “ASPETTI PENALI DELL’ANTIECONOMICITA’”, ALL’INTERNO DEL CONVEGNO “ANTIECONOMICITA’. CRITERI DI VALUTAZIONE DELL’ATTIVITA’ DEL CONTRIBUENTE. PROFILI TRIBUTARI DI DIRITTO INTERNO E COMPARATO” ORGANIZZATO DAL “CENTRO DI DIRITTO PENALE TRIBUTARIO” E DALL’”UNIONE DEGLI AVVOCATI EUROPEI”
26.9.2014 VITERBO: “POLONIA: OPPORTUNITA’ D’INVESTIMENTO” ALL’INTERNO DEL CONVEGNO PERIODICO “PARLIAMONE INSIEME” ORGANIZZATO DAL COLLEGIO DEI CONSULENTI DEL LAVORO DI VITERBO
15.12.2014 BERGAMO: “I REATI DICHIARATIVI” ALL’INTERNO DEL CONVEGNO “PROCEDIMENTO E PROCESSO TRIBUTARIO – LA DIFESA DEL CONTRIBUENTE” ORGANIZZATO DAL CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI BERGAMO
11.3.2015 BERGAMO: “NUOVE OPPORTUNITA’ DI BUSINESS: LA POLONIA” ROADSHOW ORGANIZZATO DALLA COMPAGNIA DELLE OPERE DI BERGAMO
20.11.2015 TORINO: “APPUNTI SPARSI SULLA RIFORMA DEL DIRITTO PENALE TRIBUTARIO” ALL’INTERNO DEL CONVEGNO “LA RIFORMA DEI REATI TRIBUTARI (D.LGS. 158/2015)” ORGANIZZATO DA ANTI E CENTRO DI DIRITTO PENALE TRIBUTARIO
21.6.2016 ROMA: “LE SANZIONI PENALI” ALL’INTERNO DEL CONVEGNO “NUOVE SANZIONI AMMINISTRATIVE E PENALI IVA” ORGANIZZATO DA ODCEC ROMA
CINESE (SCOLASTICO)
ASSOCIAZIONI PROFESSIONALI, ARBITRALI E SCIENTIFICHE:
ORDINE DEGLI AVVOCATI DI VARSAVIA (OKRĘGOWA RADA ADWOKACKA W WARSZAWIE)
SOCIO DEL “CENTRO DI DIRITTO PENALE TRIBUTARIO” E COORDINATORE DEL “GRUPPO DI STUDIO ROMANO” COSTITUITO NELL’AMBITO DEL PREDETTO CENTRO
FELLOW DEL “THE CHARTERED INSTITUTE OF ARBITRATORS” DI LONDRA
MEMBER DEL ECLS “EUROPEAN CHINA LAW STUDIES ASSOCIATION” DI AMBURGO
FULL MEMBER DELL’INTERNATIONAL BAR ASSOCIATION
MEMBER DELLA LONDON COURT OF INTERNATIONAL ARBITRATION
MEMBER DELL’ASSOCIATION SUISSE DE L’ARBITRAGE
MEMBRO DELL’AIA – Associazione Italiana per l’Arbitrato
MEMBER DELL’AtlAS – Atlanta International Arbitration Society
La Kancelaria Prawnicza Bernardo Cartoni i Wspólnicy Sp. K. si trova nella Babka Tower, un elegante e moderno centro direzionale, nel quartiere di Muranów e proprio di fronte al CH Arkadia,
sul rondò intitolato al comandante Radosław dell’Armija Krajowa (letteralmente, Esercito Nazionale) che fu un importante personaggio nell’eroica insurrezione di Varsavia.
La collocazione permette un ottimo collegamento con i mezzi pubblici che la connettono direttamente alla Stazione Centrale tramite i tram che transitano su Aleja Jana Pawła II, ma è vicina anche la Stazione ferroviaria Gdańsk ove arriva anche la metropolitana. Nel parcheggio del CH Arkadia stazionano sempre numerosi taxi.
L’accesso agli uffici avviene dall’angolo con Ulica Dzika, entrata C.
A Roma, si può contattare lo studio dell’Avvocato Bernardo Cartoni al numero telefonico 06/44238146. Diritto Immobiliare
Diritto delle Societa`
Bambino cittadinanza
DIRITTIO CIVILE
dichiarazioni dei redditi - http://www.finanse.mf.gov.pl/systemy-informatyczne/e-deklaracje
Al. Jana Pawła II 80 lok C-32. Ingresso dalla strada Dzika.
Telefono: 48 22 2549840
Fax: 48 22 4702301
L’ESCLUSIONE DEL DIRITTO DI PRELAZIONE IN CASO DI AUMENTO DEL CAPITALE SOCIALE DI UNA SOCIETA’ PER AZIONI
Si può prendere spunto da una sentenza del Tribunale di Appello di Katowice (28.10.2009 n. 358/09) per trattare brevemente il tema dell’esclusione del diritto di prelazione, in caso di aumento del capitale sociale da parte di una società per azioni.
La fattispecie è la seguente: la società per azioni X con una decisione dell’assemblea generale dei soci decideva di aumentare il proprio capitale sociale e con successiva deliberazione dell’assemblea prevedeva che tale aumento di capitale fosse riservato non ai soci, ma a soggetti terzi. Il Tribunale distrettuale (okręgowy) in prima istanza dichiarava la nullità delle due delibere. La sentenza veniva impugnata sostenendo la violazione degli artt. 425 § 1 e 433 del Codice delle Società Commerciale (d’ora in poi, anche K.S.H.), ma il Tribunale di Appello slesiano lo riteneva infondato e confermava la nullità di tali delibere, in quanto ha correttamente ritenuto che l’esclusione del diritto di prelazione degli azionisti debba necessariamente essere contenuta nella delibera di aumento del capitale sociale e non in una decisione successiva dell’assemblea.
La disciplina dell’aumento del capitale sociale è contenuta nel Titolo III, Sezione II, Capitolo 4, Parte 1, articoli 431-433 e Parte 2, articoli 434-441 del Codice delle Società Commerciali; secondo l’art. 431 § 2 K.S.H., esistono tre modalità di aumento del capitale sociale della società per azioni: 1) la sottoscrizione privata, mediante offerta da parte della società ed accettazione di tale offerta da parte di un destinatario determinato (da esprimere per iscritto, a pena di nullità); 2) la sottoscrizione chiusa, destinata unicamente agli azionisti; 3) la sottoscrizione aperta, destinata a persone diverse dagli azionisti, tramite il procedimento pubblico indicato nell’art. 440 § 1 K.S.H. Da quanto emerge, il caso trattato nella sentenza in esame doveva essere una sottoscrizione privata, in quanto vi è il concetto di destinatario determinato (“określony adresat”).
Il caso normale di aumento di capitale è la sottoscrizione chiusa, la quale non altera i rapporti di forza interni tra i vari azionisti, a meno che alcuni di essi non rinuncino all’esercizio della prelazione (ed allora le azioni inoptate vengono assegnate in base alle prenotazioni aggiuntive, ai sensi dell’art. 436 §§ 2-3 K.S.H., o in mancanza, vengono assegnate a discrezione del Consiglio d’Amministrazione, come previsto dal successivo § 4).
Tuttavia, il diritto di prelazione degli azionisti può essere escluso, qualora ciò sia nell’interesse della società (art. 433 § 2 K.S.H.). Tale interesse deve essere motivato per iscritto dagli amministratori, i quali devono anche indicare il prezzo di emissione ed il modo di versamento di tale prezzo; la questione dell’esclusione del diritto di prelazione deve essere posta all’ordine del giorno dell’assemblea generale ed approvata con la maggioranza dei quattro quinti dei voti.
Solitamente, tale procedimento viene utilizzato per far entrare un socio “forte” nella compagine degli azionisti ovvero per acquisire degli apporti non monetari di valore strategico (quali brevetti, marchi, immobili, ecc.).
Questo è il punto chiave della sentenza: la decisione sull’esclusione del diritto di prelazione deve essere contemporanea a quella dell’aumento di capitale, diversamente, la delibera di aumento del capitale sociale attribuisce agli azionisti il diritto alla prelazione e tali norme hanno carattere imperativo e non possono essere derogate da una successiva volontà dell’assemblea, in quanto – con la prima deliberazione – ogni azionista acquisisce un diritto soggettivo alla sottoscrizione delle nuove azioni (fermo restando il diritto del singolo azionista di non esercitare il proprio diritto di prelazione) e la modifica della tipologia di aumento del capitale sociale (da sottoscrizione chiusa a sottoscrizione privata), costituisce una violazione di tale diritto soggettivo dell’azionista, che può essere tutelato in giudizio, ai sensi del combinato disposto degli artt. 422 § 2 n. 2 e 425 § 1 K.S.H., entro sei mesi dalla comunicazione della delibera ovvero entro due anni dal momento della deliberazione (art. 425 § 2 K.S.H.).
La regola prevista dall’art. 433 § 2 K.S.H. ha la sua eccezione: il successivo § 3 esclude l’applicabilità della norma se le azioni vengono sottoscritte da un’istituzione finanziaria (detta “subemittente”), la quale si impegna a trasferirle agli azionisti ed a rimanere titolare delle azioni non sottoscritte dagli azionisti, tale modalità può avvenire solo dietro apporti monetari da parte del subemittente, richiede la decisione dell’assemblea generale sulla proposta degli amministratori corredata dal parere del collegio sindacale; in questo caso, il diritto di prelazione degli azionisti è mediato dalla presenza del subemittente.
Il procedimento di aumento del capitale sociale trova la sua conclusione giuridica solo con la sua iscrizione nel KRS (art. 441 § 4 K.S.H.), dopo che gli amministratori hanno comunicato al Tribunale del Registro (Sąd Rejestrowy) l’aumento del capitale sociale, allegando a tale comunicazione i documenti indicati nell’art. 441 § 2 nn. 1-7 K.S.H.
NON ANDARE A DORMIRE… PRENDITI IL TEMPO NECESSARIO PER REDIGERE ACCURATAMENTE LE “CLAUSOLE DI MEZZANOTTE”
Spesso, nelle trattative internazionali, le parti si concentrano sul contenuto economico del contratto e su alcune clausole (specialmente quelle relative alla responsabilità reciproca, al momento di esigibilità della prestazione, alla qualità dei beni e dei servizi, ecc.), mentre solo un piccolo spazio è dato ad altre clausole, anche se tali clausole sono molto importanti in caso di controversia.
Una di queste è la scelta della legge applicabile al contratto.
Questa scelta deve essere meditata con attenzione, perché è la legge regolatrice del rapporto che riempie eventuali lacune contrattuali (vale a dire che è la legge che disciplina ogni questione non contemplata nel testo del contratto), ma la legge regolatrice può anche travolgere l’accordo delle parti, se ha natura inderogabile in alcuni punti.
Quale è la migliore legge? Non esiste la risposta giusta, dipende dalle circostanze.
Spesso, la parte contraente più forte spinge per la legge del proprio Paese, ma questo può non essere saggio in alcune circostanze.
In un recente caso, in un contratto tra una società italiana ed una società polacca, la parte più forte ha imposto la legge italiana, quale legge regolatrice del contratto.
Ma le parti si dimenticarono di concordare la clausola per la scelta del Foro (altra tipica “clausola di mezzanotte”).
Così, si deve applicare il Regolamento UE Bruxelles I.
Quando la società italiana iniziò un procedimento dinnanzi ad un Giudice italiano, la società polacca eccepì la carenza di giurisdizione del Giudice italiano, poiché – secondo gli artt. 2 e 5 n. 1 lett. b) del Regolamento Bruxelles I – solo un Giudice polacco ha la giurisdizione su tale controversia.
Ma il Giudice polacco sarà obbligato ad applicare la legge sostanziale italiana, secondo l’art. 3 del Regolamento Roma I. E’stata saggia la scelta della legge italiana?
Quando le parti redigono un contratto, devono essere molto attente affinché le clausole siano tra di loro coerenti e devono cercare di evitare ogni complicazione non necessaria.
Le parti possono scegliere un diritto “transnazionale” come i Principi UNIDROIT, ma si devono ricordare che i Principi UNIDROIT non coprono ogni possibile questione, per cui devono scegliere una legge nazionale per riempire eventuali lacune.
Anche la scelta della giurisdizione è rilevante e non facile.
E’meglio litigare davanti al “mio” Giudice o è meglio andare davanti al Giudice della controparte dove i beni sono situati?
Non esiste “la” risposta giusta, dipende da molti fattori, come la lunghezza dei procedimenti, i costi, la possibilità di esecuzione di una decisione straniera e così via.
Vale la pena ricordare che molte controversie commerciali internazionali sono risolte tramite arbitrato.
Ma, anche in questo caso, è saggio decidere attentamente quale tipo di arbitrato sia preferibile.
E’difficile fare ciò prima che sorga una controversia, ma una clausola arbitrale ben redatta permette di risparmiare tempo e soldi.
Prima di tutto, si dovrà scegliere tra un arbitrato istituzionale od un arbitrato ad hoc. Il secondo può essere meglio modellato sulle circostanze del caso, il primo offre un collaudato set di regole ed una predeterminata tabella di costi.
Ma ci sono molte differenze tra gli arbitrati istituzionali, così è necessario scegliere quello che il più vicino alle nostre aspettative.
Per esempio, solo recentemente l’istituto dell’Arbitro d’Emergenza ha preso piede in vari set di regole (esempio: ICC, Swiss Chamber, LCIA ed ora CIETAC).
Vale la pena controllare se il Collegio arbitrale abbia il potere di concedere misure cautelare od imporre garanzie per i costi.
Per queste ragioni, quando si sta stipulando un contratto internazionale, è molto importante anche su tali aspetti avere una consulenza legale, fornita da giuristi esperti in commercio internazionale ed arbitrato.
Possiamo concludere che è meglio perdere un paio d’ore di sonno ma che il contratto sia ben redatto: è un comportamento che porta risparmio di costi e si eviteranno problemi nel futuro o li si minimizzeranno.
Diritto Immobiliare”
Una recente sentenza del Tribunale di Appello di Katowice (n. 692/09) affronta il tema del rapporto tra la buona fede e l’errore del soggetto che la invoca.
La buona fede è uno stato psicologico di un soggetto che ritiene di trovarsi in una data relazione giuridica con un bene, mobile od immobile, ovvero con un rapporto giuridico.
La sentenza del Tribunale di Appello di Katowice, esaminando un caso in materia di “rękojmia” (istituto del diritto polacco che non ha corrispondenti diretti ed immediati nel diritto italiano, in quanto si tratta di una sorta di garanzia e che, nel caso di immobili, tutela la pubblica fede delle risultanze dei libri catastali, in modo più diretto ed esplicito dell’art. 2644 del codice civile italiano), ha deciso che l’errore scusabile non esclude la sussistenza della buona fede.
Per la sussistenza della buona fede – secondo la corte territoriale - sono necessari tre elementi: a) la convinzione dell’esistenza del diritto o del rapporto giuridico, b) l’erroneità di tale convinzione e c) la scusabilità dell’errore sulla base dei dati disponibili.
Naturalmente, la questione non è senza problemi: di regola, la negligenza annulla la buona fede; difatti, non è in buona fede chi conosce l’effettivo stato giuridico o lo potrebbe conoscere se avesse impiegato la giusta diligenza. Ai sensi dell’art. 6 § 2 della legge sui libri fondiari e l’ipoteca, non è in buona fede chi sa che il contenuto dei registri immobiliari non è conforme all’effettivo stato giuridico ovvero chi facilmente potrebbe sapere ciò. Nel caso della rękojmia relativa ad un bene immobile, la fede pubblica dei libri fondiari esclude la negligenza grave; quindi, è in buona fede chi acquisisce un bene (e lo considera libero da ogni vincolo), se dall’esame dei libri fondiari risulta che lo ha acquisito dal titolare apparente, difatti, l’art. 5 della legge citata testualmente dispone che: “In caso di divergenza tra la situazione giuridica dell’immobile mostrata nei libri catastali e l’effettiva situazione giuridica, il contenuto dei libri catastali va a vantaggio di colui che attraverso l’attività giuridica con la persona legittimata secondo il contenuto dei libri ha acquistato la proprietà od altro diritto reale”.
Per la sussistenza della buona fede è rilevante anche la conoscenza (da parte di terzi) della persona che rivendica per sé la buona fede. Questo stato soggettivo deve essere verificato in giudizio sulla base delle dichiarazioni delle parti, nonché sulla base delle circostanze aggiuntive, che permettono di decidere se la parte sapeva o doveva sapere dell’esistenza di situazioni giuridiche non annotate sui registri fondiari ed incompatibili con quanto risulta dagli stessi. Da notare che, in caso di incertezza, la parte sarà ritenuta in buona fede, poiché la buona fede si presume, come disposto dall’art. 7 del Codice civile. Il soggetto che si ritenga leso dalle risultanze dei libri catastali non conformi all’effettiva situazione giuridica di un dato bene può presentare un’istanza al referendario del Tribunale, ai sensi degli artt. 8 e 10 della legge sui libri fondiari e l’ipoteca, il quale può concedere in via cautelare la trascrizione della domanda giudiziale, al fine di escludere la buona fede nei futuri acquirenti del bene conteso. Da notare che la rękojmia si applica solo agli atti a titolo oneroso e non a quelli a titolo gratuito, come disposto espressamente dall’art. 6 § 1 della legge citata, mentre le disposizioni della legge italiana sulle trascrizioni non distinguono tra le due tipologie di atto.
CITTADINANZA DEL MINORE NATO DA COPPIA MISTA OVVERO DA CITTADINI POLACCHI RESIDENTI IN ITALIA Quale cittadinanza avrà il minore nato in Italia da una coppia mista (un cittadino polacco ed un cittadino italiano) oppure da due cittadini polacchi residenti in Italia?
In linea generale, per l’attribuzione della cittadinanza gli Stati seguono due differenti principi: lo ius sanguinis (diritto del sangue), per cui è cittadino il figlio di cittadini oppure lo ius soli (diritto del suolo), per cui è cittadino chi nasce nel territorio dello Stato. Storicamente, gli Stati sviluppati seguivano lo ius sanguinis, mentre i Paesi in via di sviluppo o di nuova colonizzazione (come erano, nel XIX secolo, gli Stati Uniti d’America, i Paesi dell’America Latina, l’Australia, ecc.) applicavano lo ius soli, per avere un maggior numero di cittadini. Al giorno d’oggi, vi sono Stati che applicano un insieme dei due criteri e, proprio per la diversità dei criteri, può accadere che una persona abbia più di una cittadinanza oppure che non ne abbia nessuna (apolidìa).
Veniamo al primo esempio: immaginiamo che Beata (cittadina polacca) abbia sposato Giorgio (cittadino italiano), che siano residenti in Italia e che in Italia nasca Robert. Di che nazionalità è il piccolo Robert?
Secondo l’art. 1 I comma lett. a) della Legge 5.2.1992 n. 91 (“Nuove norme sulla cittadinanza”) è cittadino italiano per nascita “il figlio di padre o di madre cittadini”; nel caso di Robert, il padre è cittadino italiano e, quindi, Robert è cittadino italiano.
Ma Robert sarà anche cittadino polacco, poiché – secondo l’art. 34 § 1 della Costituzione della Repubblica Polacca – “La cittadinanza polacca si acquista per nascita da genitori che siano cittadini polacchi”.
Pertanto, Robert avrà diritto alla doppia cittadinanza, italiana e polacca.
Ad eguale soluzione si arriva se Robert dovesse nascere in Polonia, perché sarebbe egualmente applicabile il disposto dell’art. 1 I comma lett. a L. 5.2.1992 n. 91.
Prendiamo ora il caso di Ewa, nata in Italia da Stanisław ed Anna, entrambi cittadini polacchi.
Ewa sarà sicuramente cittadina polacca, per effetto dell’art. 34 § 1 della Costituzione della Repubblica Polacca sopra richiamato, ma sarà anche cittadina italiana?
A questa domanda si deve dare una risposta complessa.
Ewa non sarà cittadina italiana per nascita, perché i genitori non sono cittadini italiani (caso previsto dall’art. 1 I comma lett. a L. 5.2.1992 n. 91), né è nata nel territorio della Repubblica italiana da genitori ignoti o apolidi (art. 1 I comma lett. b L. 5.2.1992 n. 91), ma da genitori il cui ordinamento di origine prevede la trasmissione della cittadinanza anche ai nati all’estero (art. 2 DPR 12.10.1993 n. 572 “Regolamento di esecuzione della L. 5.2.1992 n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza”), però potrà divenire cittadina italiana successivamente.
Difatti, l’art. 4 II comma L. 5.2.1992 n. 91 prevede che “lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente sino alla maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”; per cui Ewa, se avrà vissuto in Italia sino ai 18 anni, potrà chiedere (prima del compimento del diciannovesimo anno) la cittadinanza italiana.
Ewa potrà acquistare la cittadinanza italiana anche per matrimonio (nel caso decidesse di sposarsi con un cittadino italiano), poiché l’art. 5 L. 5.2.1992 n. 91 prevede che “il coniuge, straniero o apolide, di cittadino italiano acquista la cittadinanza italiana quando risiede legalmente da almeno sei mesi nel territorio della Repubblica, ovvero dopo tre anni dalla data del matrimonio, se non vi è stato scioglimento, annullamento o cessazione degli effetti civili e se non sussiste separazione legale.
Vi è un’eccezione alla regola dell’acquisto della cittadinanza per matrimonio: se lo straniero (Ewa, nel nostro caso) è stato condannato per un delitto contro la personalità dello Stato italiano o per un reato volontario grave (con pena non inferiore a tre anni di reclusione) o se vi sono ragioni di minaccia alla sicurezza della Repubblica.
Vi è un altro caso di acquisto della cittadinanza: è facoltà del Presidente della Repubblica (su proposta del Ministro degli Affari Interni e sentito il parere del Consiglio di Stato) concedere la cittadinanza italiana al cittadino di un altro Stato dell’Unione Europea che risieda in Italia da almeno quattro anni (art. 9 I comma lett. d L. 5.2.1992 n. 91); in questo caso, l’interessato – entro sei mesi dal decreto del Presidente della Repubblica – deve prestare giuramento “di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato” (art. 10 L. 5.2.1992 n. 91), altrimenti il decreto diviene inefficace.
Infine, si deve notare una differenza tra i due ordinamenti: il cittadino italiano può perdere la cittadinanza italiana se accetta un incarico pubblico da uno Stato estero o da un ente internazionale cui l’Italia non partecipa o se acquista la cittadinanza di uno Stato estero in guerra con l’Italia (art. 12 L. 5.2.1992 n. 91), mentre non gli può essere tolta la cittadinanza per motivi politici (art. 22 della Costituzione della Repubblica italiana); il cittadino polacco, invece, non può mai essere privato della cittadinanza polacca, per espresso disposto dell’art. 34 § 2 della Costituzione della Repubblica Polacca.
IL GIUDIZIO SULLA VALIDITA’ DEL CONTRATTO E’ DI COMPETENZA DEL COLLEGIO ARBITRALE
La Corte di Cassazione polacca (Sąd Najwyższy) è recentemente intervenuta (23.9.2010 sygn. Akt III CZP 57/10) sul tema della competenza del collegio arbitrale di conoscere anche il giudizio sulla validità del contratto.
Questi i fatti. Una società di capitali aveva convenuto in giudizio una banca per sentir dichiarare la nullità di un contratto intercorrente tra loro. La difesa della Banca aveva eccepito il difetto di giurisdizione per effetto di una clausola compromissoria che deferiva la controversia ad un collegio arbitrale. Il Tribunale di prima istanza ha rigettato l’eccezione ed ha stabilito che vi è la competenza del Giudice ordinario a conoscere di questa causa (applicando il principio detto Kompetenz – kompetenz, cioè che ogni Giudice è giudice della propria competenza), in particolare, il Tribunale di prima istanza ha interpretato l’art. 1157 del Codice di procedura civile nel senso che sono deferibili agli arbitri solo le materie nella disponibilità delle parti, invece la disciplina della nullità del contratto è inderogabile ed al di fuori della disponibilità delle parti e, quindi, non è deferibile agli arbitri, ma deve essere di competenza del Giudice ordinario. La difesa della Banca ha impugnato la decisione, il Tribunale d’appello ha ritenuto di sottoporre alla Corte di Cassazione il quesito se sia deferibile agli arbitri la questione della nullità di un atto giuridico, in quanto l’interpretazione letterale ritiene che la sfera di competenza del collegio arbitrale derivi dalla capacità di disporre del diritto e vi sono interpretazioni divergenti per la soluzione del caso concreto in esame. La Corte di Cassazione ha ritenuto che – dall’interpretazione complessiva del sistema – deriva il principio che ritenere incompetente il collegio arbitrale sul punto della validità del contratto sarebbe incoerente con il sistema di regolamentazione dell’istituzione arbitrale. La Corte precisa che la disponibilità del diritto è l’unico criterio per verificare la possibilità di deferire la questione al giudizio degli arbitri.
La decisione della Corte di Cassazione è corretta, in quanto il giudizio sulla disponibilità o meno del diritto deve vertere sul diritto sostanziale considerato nel momento “statico” (quindi, un’obbligazione contrattuale, un risarcimento del danno, il legame matrimoniale) e non nel momento “dinamico” (chiedo una restituzione dell’acconto dato perché il contratto è nullo, chiedo il risarcimento del danno arrecatomi per colpa, chiedo il divorzio per incompatibilità di carattere). Usando le categorie del diritto processuale civile, l’esame della disponibilità della materia deve essere operata più sul petitum (ciò che è oggetto della mia richiesta) che sulla causa petendi (la ragione per cui chiedo). Facendo un esempio: un diritto patrimoniale è quasi sempre rinunciabile (e, quindi, deferibile agli arbitri), mentre lo scioglimento del matrimonio è una materia indisponibile e non può essere sottratta alla giurisdizione del Giudice ordinario, il quale avrà giurisdizione anche sulla divisione dei beni comuni. La decisione di primo grado era errata, poiché confondeva tra diritto disponibile e norma inderogabile, ma tali concetti agiscono su piani diversi: le parti non possono mutare la disciplina della nullità di un contratto, ma la parte può validamente rinunciare – per esempio – alla restituzione delle somme date in adempimento di un contratto nullo.
Non si notano particolari differenze con la disciplina vigente in Italia.
RITENUTA ALLA FONTE SUI DIVIDENDI E PRINCIPIO DELLA LIBERA CIRCOLAZIONE DEI CAPITALI
L’importante sentenza del 19.11.2009 della Corte di Giustizia CE (Sez. II) nella causa C-540/07 ci offre lo spunto per trattare il tema della ritenuta alla fonte sui dividendi erogati a soggetti non residenti.
Nella sentenza in commento, i Giudici comunitari hanno sancito due principi: 1) l’art. 27 III comma del DPR 600/73 (che prevede una ritenuta alla fonte del 27% sui dividendi erogati a società residenti in Paesi UE) è illegittimo ed in contrasto con l’art. 56 del Trattato UE, poiché un identico obbligo non è previsto per i dividendi erogati a società residenti in Italia e, quindi, realizza un trattamento discriminatorio a danno dei soggetti residenti negli Paesi dell’Unione europea;
2) la medesima norma non vìola gli articoli 40 e 31 dell’Accordo sullo Spazio Economico Europeo, pur integrando un comportamento discriminatorio, poiché la differenza di trattamento – nei confronti dei soggetti societari residenti in Paesi non UE, ma aderenti all’Accordo SEE – è giustificata da esigenze di lotta alla frode fiscale, in quanto non tutti i Paesi aderenti all’Accordo SEE praticano la reciproca assistenza finalizzata allo scambio di informazioni.
Esaminiamo le due questioni.
Un principio cardine del Trattato dell’Unione Europea è la non discriminazione, diretta od indiretta, dei cittadini dell’Unione Europea sulla base della nazionalità e tale principio si lega anche all’altro principio della libera circolazione dei capitali all’interno dell’Unione. E’evidente che la normativa italiana prevedeva un trattamento ingiustamente discriminatorio a danno delle società residenti negli altri Paesi UE, poiché i dividendi distribuiti da una società italiana venivano gravati da una ritenuta alla fonte del 27% (con possibilità di richiedere il rimborso fino ai 4/9 dell’imposta pagata, se i dividendi percepiti sono stati assoggettati a tassazione nel Paese di residenza), ritenuta che non veniva applicata se a percepire lo stesso dividendo fosse stata una società italiana (mentre il socio, persona fisica, detentore di una partecipazione non qualificata subìva una ritenuta del 12,5% a titolo definitivo). E’altrettanto evidente che ciò ostacola anche la libera circolazione dei capitali, poiché l’investitore residente in altro Paese dell’UE sarà restìo ad investire i propri capitali in un Paese dove viene trattato in modo sfavorevole rispetto ai soggetti residenti.
Attualmente, a seguito della modifiche introdotte con la legge n. 244 del 2007, l’Italia applica una ritenuta dell’1,375% sui dividendi percepiti da soggetti residenti negli altri Paesi dell’UE o in un Paese dello SEE che non sia qualificabile come “paradiso fiscale” e se il soggetto residente nell’UE possiede i requisiti previsti dalla Direttiva UE madre-figlia può chiedere il rimborso della ritenuta o la non applicazione della ritenuta stessa. Ciò ha attenuato, ma non ha eliminato, il trattamento discriminatorio a danno dei soggetti UE non residenti in Italia e, probabilmente, sarà oggetto di un futuro intervento della Corte.
Questa discriminazione non si trova nella normativa tributaria polacca, poiché l’art. 22 della legge 15.2.1992 sull’Imposta delle Persone Giuridiche prevede l’applicazione – sic et simpliciter – della Direttiva UE madre-figlia ed il successivo art. 25, in tema di ritenute, non menziona i dividendi corrisposti a soggetti residenti nell’Unione Europea.
Per quanto riguarda la seconda questione, la Corte si colloca nel solco di sue precedenti sentenze, come la sentenza 18.12.2007 (A.) e la sentenza 11.6.2009 (C-521/07). Sostanzialmente, la Corte ritiene che le normative nazionali di favore siano applicabili solo in presenza di un effettivo od adeguato scambio di informazioni tra il Paese UE ed il Paese SEE non UE; difatti, l’applicabilità della ritenuta ridotta del 1,375% sopra menzionata è subordinata alla condizione che lo Stato SEE di residenza del soggetto percettore di dividendi sia incluso nella white list dei Paesi che praticano un reale scambio di informazioni. La disposizione, apparentemente logica, crea dei risultati paradossali: la Norvegia è inserita nella white list, mentre Islanda e Liechtenstein non beneficiano della ritenuta ridotta, poiché non forniscono adeguate informazioni (ma in data 14.10.2008 è stato stipulato una convenzione bilaterale con l’Islanda tendente allo scambio d’informazioni), ma lo scambio effettivo d’informazioni non è praticato neppure da Cipro, Estonia e Lettonia che – però – beneficiano della ritenuta ridotta in quanto Paesi membri dell’UE. Ne consegue che il soggetto societario fiscalmente residente in Cipro, Estonia o Lettonia gode della ritenuta ridotta (a differenza del soggetto residente nel Liechtenstein), pur garantendo l’anonimato alle persone fisiche che lo possiedono. BRIEF REMARKS ON THE CONTRACT OF TOWAGE
Lineamenti di responsabilità da fatto illecito nel diritto polacco.
In particolare l’ipotesi di responsabilità assoluta.
Profilo storico- sistematico.
Il codice civile polacco del 23 aprile 1964 (Kodeks cywilny), entrato in vigore il 1° gennaio 1965, disciplina i fatti illeciti[1] quali fonte di obbligazioni nel Titolo VI del Libro III (Obbligazioni).
L’emanazione del codice civile segnò il culmine di un lungo iter legislativo volto a sostituire le varie leggi che costituivano il corpus del diritto civile polacco[2]. La Polonia, infatti, terra precedentemente dilaniata da spartizioni a vantaggio degli Stati confinanti, aveva recepito il Code civil dal tempo dell’ occupazione napoleonica e l’aveva conservato nella parte orientale del proprio territorio durante il periodo di dominazione russa, mentre nella parte occidentale aveva subito l’influenza dell’ALR prussiano e in seguito del diritto tedesco; nella parte meridionale, invece, era penetrato con la dominazione austriaca l’ABGB. Dopo la fine della Prima guerra mondiale e della Guerra polacco-sovietica del 1919-1920, la Polonia ritorna indipendente e realizza la riunificazione nazionale. Il conseguente lavoro di unificazione giuridica comporta la promulgazione di leggi di diritto internazionale ed interregionale, di un Codice delle obbligazioni (che, frutto di un ampio lavoro di comparazione, risente dell’influenza delle codificazioni tedesca, francese, svizzera e del Progetto italo-francese di codice delle obbligazioni e dei contratti del 1927) e di un Codice di commercio (sul modello tedesco), mentre i regimi delle persone e della famiglia, delle successioni e dei beni non vengono rimaneggiati. Dopo la Seconda guerra mondiale e con l’inserimento della Polonia nell’alveo dei Paesi Socialisti si pone la necessità di adeguare il sistema giuridico al modello socialista sovietico di riferimento. Da un lato, il diritto previgente non è formalmente abrogato e si riconosce alle Corti il potere di interpretarlo alla luce dei nuovi principi o di disapplicarlo se incompatibile; dall’altro, nel 1947, si iniziano i lavori preparatori per la codificazione del diritto civile. La codificazione è concepita come strumento per realizzare la base tecnica del socialismo, ma anche per armonizzare e razionalizzare il sistema di diritto civile e per recepire in un testo scritto le norme consuetudinarie in vigore. Il codice civile del 1964 si compone di quattro libri (Parte generale, Proprietà e diritti reali, Obbligazioni, Eredità)[3] e considera il fatto illecito quale fonte di obbligazioni distinta dal contratto e dall’arricchimento senza causa.
Nel corso del tempo, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, esso subirà vari emendamenti per essere adattato all’attenuazione del “socialismo reale” e alla progressiva liberalizzazione dei rapporti economici: si cerca, soprattutto, di conciliare il principio della proprietà collettiva con la partecipazione degli operai ai risultati della produzione.
Il contesto di riferimento cambia radicalmente nel 1989, quando, a seguito delle prime elezioni semilibere, si realizza il distacco dall’ideologia sovietica e si opta per un nuovo sistema di governo democratico e per l’economia di mercato. Il nuovo assetto socio- politico incide, naturalmente, anche nell’ambito dei rapporti giuridici civili. Il codice civile del 1964 non viene abrogato, ma è oggetto di una serie di novellazioni[4] e di pronunce del Tribunale Costituzionale (Trybunał Konstytucyjny) volte ad adeguarlo ai principi fondamentali del nuovo ordinamento giuridico[5]. Ulteriori emendamenti si sono successivamente resi necessari per favorire l’adesione della Polonia all’Unione Europea[6]. Nozione di fatto illecito. Caratteristiche della responsabilità da fatto illecito.
Nel Titolo VI del Libro III del codice civile, il legislatore disciplina una specie di fatti rilevanti nell’ambito civilistico che determinano l’insorgere di un rapporto obbligatorio. Per riferirsi alla responsabilità che scaturisce da essi, la dottrina polacca usa indifferentemente le espressioni di “responsabilità da fatto illecito” e di “responsabilità ex delicto”, precisando che nel contesto del Titolo VI sono presi in considerazione non solo fatti o atti riconducibili ad una condotta colpevole dell’individuo[7], ma in generale ogni fatto che determini un danno anche se non causato da un comportamento umano.
La regola fondamentale della responsabilità ex delicto è fissata dall’art. 415 KC, che stabilisce che “chi, con propria colpa, abbia arrecato un danno ad altri, è obbligato al suo risarcimento”. Si tratta, quindi, di un sistema improntato all’atipicità dell’illecito civile perché non individua in modo tassativo le situazioni giuridiche la cui lesione determina il sorgere della responsabilità (così come avviene in Germania ex § 823 BGB), ma si basa sulla formulazione di una ampia clausola generale sul modello dell’art. 1382 del Code Napoléon.
Elementi strutturali dell’illecito sono la condotta, il danno conseguente e il nesso di causalità.
Il danno (nel senso di danno evento) è costituito dalla lesione di tutti i diritti ed interessi giuridicamente rilevanti che il danneggiato ha subìto contro la propria volontà. Dottrina e giurisprudenza assumono un’ampia nozione di fatti lesivi vietati dal diritto: qualsiasi fatto vietato da qualsiasi fonte giuridica che vada a ledere qualsiasi interesse o diritto protetto dall’ordinamento giuridico[8]. I criteri generali del risarcimento del danno (nel senso di danno conseguenza), come anche il nesso di causalità, sono disciplinati nel Titolo I del Libro III relativo alle disposizioni generali in materia di obbligazioni. L’art. 363 §1 KC prevede, infatti, che il danneggiato possa scegliere tra il ripristino dello status quo ante e il pagamento di un’adeguata somma di denaro; tuttavia se il ripristino è impossibile o eccessivamente gravoso per l’obbligato, il danneggiato può richiedere solo il risarcimento pecuniario. Il §2 precisa che se il risarcimento avviene in denaro la quantificazione del danno viene fatta ai valori attuali, a meno che particolari circostanze non rendano preferibile la quantificazione del danno in altro momento. L’art. 361 §2 dispone che, in mancanza di diversa disposizione di legge o di contratto, il risarcimento del danno debba ricomprendere damnum emergens e lucrum cessans.
Nel Titolo VI del Libro III relativo ai fatti illeciti ci sono norme speciali relative alla quantificazione del danno ex delicto. Si tratta di una disciplina da cui traspare l’evidente finalità reintegrativa della responsabilità in questione, cui si aggiungono anche profili repressivi e preventivo- educativi, nonché esigenze di giustizia sociale[9].
Il giudice, quando il rapporto obbligatorio intercorre tra persone fisiche, tenuto conto delle circostanze e dello stato patrimoniale di danneggiante e danneggiato, può limitare il risarcimento del danno se ciò è richiesto dai principi della convivenza civile (art. 440 KC). Nel caso di lesioni alla persona, il danneggiato ha diritto al rimborso dei costi sostenuti, nonché ad adeguata riparazione pecuniaria; in caso di lesione della capacità lavorativa al danneggiato può essere attribuita una rendita (artt. 444- 445 KC). In caso di morte, l’art. 446 KC prevede il diritto al rimborso alle spese sanitarie e funerarie; inoltre, i prossimi congiunti possono ottenere un adeguato risarcimento in caso di “notevole peggioramento della loro situazione di vita”; il tribunale può liquidare un’ulteriore somma per il danno non patrimoniale da morte[10]. Se il de cuius era tenuto a prestazioni alimentari l’alimentando può chiedere l’attribuzione di una rendita.
In caso di violazione di diritti della personalità al danneggiato può essere attribuito un risarcimento in denaro o, su sua richiesta, tale somma può essere destinata per fini sociali da lui indicati (art. 448 KC).
L’art. 447 KC prevede che, per gravi motivi, il danneggiato possa chiedere la capitalizzazione della rendita o di parte di essa; in particolare se “il danneggiato è rimasto invalido e l’assegnazione di un risarcimento unitario può agevolarlo nell’esercizio di un nuovo mestiere”.
L’art. 4461 KC stabilisce che, a partire dalla nascita, il bambino può chiedere il risarcimento dei danni anteriori a tale momento. In tale contesto, si inserisce la questione dell’eventuale responsabilità per i casi di wrongful conception, wrongful birth e wrongful life; questione al centro di acceso dibattito dottrinario e giurisprudenziale, che viene sviluppata sotto il profilo della soggettività giuridica e della legittimazione ad agire.
Sotto il profilo del rapporto di causalità, l’agente è obbligato a risarcire il danno che sia “conseguenza normale della sua azione od omissione” (art. 361 §1 KC)[11].
I criteri di responsabilità.
Il criterio fondamentale della responsabilità ex delicto è costituito dal principio della colpa. Il legislatore esplica tale regola in apertura del Titolo VI disponendo, nell’art. 415 KC, che chi con propria colpa arrechi un danno ad altri è obbligato al risarcimento e, nell’art. 416 KC, che la persona giuridica è chiamata a risarcire il danno arrecato con colpa dal proprio organo.
Il legislatore non dà una definizione di colpa. In dottrina e in giurisprudenza si è andata affermando la tesi secondo cui la colpa si compone di due elementi: l’elemento oggettivo della condotta non conforme a diritto o a determinate regole etiche e l’elemento soggettivo della condotta deliberatamente colpevole o della negligenza[12].
Applicazioni specifiche della regola della colpa sono le ipotesi di culpa in vigilando (art. 427 KC), culpa in eligendo (art. 429 KC), culpa in custodiendo (art. 431 KC)[13].
La responsabilità è comunque esclusa in caso di legittima difesa (art. 423 KC), stato di grande necessità (art. 424 KC) e di età minore di anni tredici (art. 426 KC). Logicamente, il soggetto è responsabile solo se capace di intendere e di volere, a meno che lo stato di incapacità derivi da propria colpa (art. 425 KC).
Di responsabilità secondo il criterio della colpa, si tratta anche nelle ipotesi in cui il legislatore usa espressioni quali “risarcimento dei danni sulla base dei principi generali” oppure “responsabilità sulla base dei principi generali”. Così avviene nel caso di scontro tra mezzi meccanici di trasporto di cui all’art. 436 §2 KC: i soggetti coinvolti nello scontro possono chiedere reciprocamente il risarcimento dei danni solo sulla base dei principi generali.
La responsabilità senza colpa: gli altri criteri di responsabilità.
Al di fuori dell’ambito di applicazione del principio della colpa, operano altri criteri in base ai quali il legislatore individua il soggetto chiamato a rispondere e su cui grava l’obbligo del risarcimento del danno.
Il criterio dell’illegittimità.
Gli artt. 417 e 4171 KC prevedono la responsabilità del Tesoro dello Stato (Skarb Państwa) o dell’unità autonoma territoriale nel caso in cui i poteri pubblici siano stati esercitati in maniera non conforme alla legge e, per tale ragione, abbiano arrecato un danno. Tale responsabilità sussiste anche in caso di mancato esercizio di un doveroso potere pubblico. L’art. 417 §2 KC afferma la responsabilità solidale di delegante e delegato nel caso in cui l’esercizio del potere pubblico sia stato delegato.
Nei quattro paragrafi dell’art. 4171 KC si specificano le condizioni per la richiesta di risarcimento, distinguendo le ipotesi di emissione od omissione di un atto normativo e di emissione od omissione di un provvedimento giurisdizionale o amministrativo[14].
Il Tribunale Costituzionale con la sentenza del 4 dicembre 2001 ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 418 KC che richiedeva la colpa del funzionario affinché vi fosse responsabilità da parte dello Stato. La sentenza in questione, rilevando il contrasto dell’art. 418 KC con l’ art. 77 della Costituzione della Repubblica di Polonia[15], ricollega direttamente il sorgere della responsabilità alla condotta illegittima del funzionario pubblico.
Il criterio della ragionevolezza.
Quando comunque si è prodotto un danno e non è possibile individuare il responsabile secondo gli altri criteri, il legislatore individua un soggetto chiamato a risarcire il danno secondo il c.d. criterio della ragionevolezza. E’ il caso di cui all’art. 4172 KC, secondo il quale, se tramite l’esercizio legittimo di un potere pubblico, comunque “è stato arrecato danno ad una persona , il danneggiato può chiedere il suo risarcimento intero o parziale, nonché una compensazione pecuniaria per il torto subito, se le circostanze, e soprattutto l’incapacità del danneggiato al lavoro o la sua difficile situazione economica, indicano che ciò è ragionevole”.
Al principio di responsabilità per motivi di ragionevolezza si richiamano dottrina e giurisprudenza anche per le ipotesi di cui agli artt. 428 e 431 §2 KC[16].
L’art. 428 KC, infatti, precisa che, se non c’è una persona obbligata alla vigilanza o se costui non può risarcire il danno arrecato dall’individuo soggetto alla sua vigilanza, “il danneggiato può chiedere, in tutto o in parte, il risarcimento del danno allo stesso autore, se per le circostanze, in particolare dal confronto dello stato patrimoniale del danneggiato e dell’ autore, ciò risponda ai principi della convivenza sociale”.
L’ipotesi di culpa in custodiendo di cui all’art. 431 §1 KC addirittura si trasforma in ipotesi di responsabilità senza colpa nel §2, dove si stabilisce che se il custode degli animali non è responsabile secondo il §1 (e, dunque, secondo la regola della colpa), “ il danneggiato può chiedergli in tutto o in parte, il risarcimento del danno, se per le circostanze, in particolare dal confronto dello stato patrimoniale del danneggiato e di tale persona, ciò risponda ai principi della convivenza sociale”.
Il criterio del rischio.
Gli artt. 433- 436 §1 KC disciplinano la responsabilità in una serie di attività considerate legislativamente rischiose o pericolose. Il livello di attenzione richiesto nel loro esercizio è perciò elevato e le condizioni di responsabilità sono più rigorose rispetto a quelle richieste sulla base della regola della colpa. Tuttavia sono previste delle circostanze di esonero della responsabilità[17].
L’art. 433 KC, riprendendo l’actio de effusis et deiectis e l’actio de positis et suspensis, prevede la responsabilità dell’occupante dell’immobile per i danni provocati da getto, effusione o caduta di oggetti, salvo il caso della forza maggiore o della colpa esclusiva del danneggiato o di terzi sui quali il possessore dell’immobile non aveva obblighi di vigilanza.
Per l’art. 434 KC, il proprietario è responsabile per i danni provocati dal crollo dell’edificio o di parti di esso, a meno ché l’evento dannoso non derivi, né da carenze di manutenzione, né da difetti costruttivi.
L’art. 435 KC prevede che l’imprenditore che eserciti un’impresa le cui attrezzature sono mosse da fonti di energia (quali vapore, gas, elettricità, combustibili liquidi et cetera) è responsabile per i danni determinati dall’esercizio di tale impresa, salvo il caso di forza maggiore o di responsabilità esclusiva del danneggiato o di terzi non sottoposti alla vigilanza dell’imprenditore. Detto principio si applica anche alle imprese che fabbricano o utilizzano esplosivi (art. 435 §2 KC), nonché ai possessori di mezzi di trasporto a trazione meccanica (art.436 §1 KC)[18].
L’art. 437 KC vieta espressamente di escludere o limitare la responsabilità di cui agli artt. 435 e 436 KC.
Nella legislazione speciale, si ritrovano ipotesi di responsabilità da rischio nelle disposizioni che disciplinano l’attività nucleare, per le quali sono previste delle clausole di esonero, anche se di ristrettissima portata.
La responsabilità da prodotto difettoso.
Con legge del 2 marzo 2000, entrata in vigore il 1° luglio 2000, la Polonia, anche in previsione dell’entrata nell’Unione Europea, ha adeguato la propria legislazione alla Direttiva 85/374 in materia di responsabilità da prodotto difettoso, inserendo il Titolo VI1 nel Libro III del codice civile. Attualmente, consta di dieci articoli da 4491 a 44910. L’art. 4491 §2 KC definisce come prodotto ogni cosa mobile (ivi compresi animali ed energia elettrica), anche se unita ad altra cosa.
Il successivo paragrafo definisce difettoso quel prodotto che non garantisca la sicurezza prevedibile in un uso normale dello stesso; tale valutazione va compiuta in riferimento al momento in cui il prodotto è stato introdotto sul mercato, considerando anche le modalità di presentazione e le informazioni date ai consumatori.
I soggetti responsabili sono: chi produce tale bene (art. 4491 §1 KC), il produttore della materia prima o di un componente del prodotto (art. 4495 §1 KC), chi appone il proprio nome, marchio o segno distintivo e l’importatore (art. 4495 §2 KC).
Se non sono noti i soggetti sopra indicati, risponde il venditore (art. 4495 §4 KC), il quale si libera se, entro un mese dalla comunicazione del danno indica al danneggiato i dati identificativi di uno dei soggetti sopra menzionati o della persona dalla quale ha acquistato il prodotto (art. 4495 §4-5 KC).
Il produttore non risponde per i danni arrecati dal prodotto prima della sua immissione in commercio o se l’immissione in commercio è avvenuta al di fuori della propria attività economica (art. 4493 §1 KC)[19].
Il produttore non risponde per i danni sorti dopo l’immissione in commercio se, in tale momento, il difetto non poteva essere previsto con riguardo allo stato della scienza e della tecnica o se il difetto derivi dall’applicazione di una norma di legge (art. 4493 §2 KC).
Il produttore risponde per i danni ai beni normalmente destinati all’uso personale (art. 4492 KC) superiori ad un valore di € 500 (art. 4497§2 KC), mentre non risponde per i danni al prodotto medesimo, incluso il lucro cessante (art. 4497 §1 KC).
L’azione di risarcimento non può essere né esclusa, né limitata (art. 4499 KC) e si prescrive in tre anni dal momento in cui il danneggiato ha avuto conoscenza, o avrebbe dovuto avere conoscenza, del danno e della persona obbligata al risarcimento; in ogni caso l’azione si prescrive in dieci anni dalla data di immissione in commercio del prodotto (art.4498 KC).
Si tratta di un’ipotesi di responsabilità senza colpa, basata sul criterio del rischio[20], ma il legislatore prevede una norma di chiusura (art. 44910 KC), definita norma di conflitto, con la quale stabilisce che le disposizioni sulla responsabilità da prodotto difettoso, comunque, non escludono la “responsabilità sulla base dei principi generali (id est per colpa), la responsabilità per i danni conseguenti all’inadempimento o all’inesatto adempimento di un obbligo, nonché la responsabilità a titolo di garanzia per i difetti e di garanzia di qualità[21]”.
La c.d. responsabilità assoluta.
Il criterio della c.d. responsabilità assoluta (o anche inesorabile, senza riguardo) sarebbe alla base dell’ipotesi di cui all’art. 430 KC, che stabilisce che “chi, per proprio conto, affida l’esercizio di un’attività ad una persona, la quale nell’esercizio di tale attività è sottoposta alla sua direzione ed ha l’obbligo di attenersi alle sue indicazioni, è responsabile per i danni causati colposamente da tale persona nell’esercizio dell’attività delegatale”[22].
Si tratta di un’ ipotesi di responsabilità per fatto altrui, che però non è riconducibile alla fattispecie della culpa in eligendo, né alle ipotesi di responsabilità per rischio. Il legislatore non prevede alcuna clausola particolare di esonero della responsabilità, essa è perciò “inesorabile”, “senza riguardo”, “senza scampo”; in sostanza, si risponde perché si risponde[23]. La dottrina più rigorosa considera che il discrimen tra responsabilità da attività rischiosa e responsabilità assoluta sia costituito proprio dalla mancata previsione per quest’ultima di qualsivoglia clausola di esonero. Non manca tuttavia chi considera la responsabilità assoluta come una sottocategoria della responsabilità da rischio o come un criterio ibrido, definendolo come rischio assoluto[24]. Tra coloro che accettano il discrimen dell’assenza di clausole di esonero, c’è anche chi sostiene che si tratti di responsabilità assoluta anche quando sono previste delle condizioni per liberarsi dalla responsabilità, ma esse sono concepite in termini così rigorosi che di fatto si tratterebbe di responsabilità assoluta; è il caso delle ipotesi di responsabilità da prodotto difettoso e di responsabilità per danno da attività nucleare[25].
La responsabilità assoluta in una sentenza della Corte Suprema (Sąd Najwyższy).
In giurisprudenza l’art. 430 KC è utilizzato soprattutto in ambito di malpractice sanitaria sotto un particolare profilo per poter garantire in pratica maggiori possibilità di risarcimento al danneggiato. Quest’orientamento si rinviene, ad esempio, nella sentenza della Corte Suprema del 26 gennaio 2011 (IV CSK 308/10).
La Corte riconosce la responsabilità della società che gestisce una clinica privata, nell’ambito della quale una dottoressa è stata condannata in sede penale per aver colposamente somministrato una cura inadeguata[26], in conseguenza della quale una bambina di due anni, ricoverata per polmonite, ha avuto un arresto cardiaco ed ha riportato una tetraparesi spastica, con conseguente gravissima compromissione della qualità della propria vita.
In sede civile, la dottoressa viene condannata secondo i principi generali di responsabilità da fatto illecito e quindi ex art. 415 KC; ricorre alla Corte Suprema lamentando la non corretta applicazione da parte della Corte d’Appello (Sąd Apelacyjny) dell’art. 440 KC in tema di limitazione della quantificazione del risarcimento sulla base delle circostanze concrete, delle condizioni patrimoniali di danneggiato e danneggiante e sulla base dei principi di convivenza sociale . La Corte Suprema, a tal riguardo, conferma la correttezza della mancata applicazione da parte della Corte di Appello di Białystok del temperamento del risarcimento del danno ex art. 440 KC, sottolineando che non vi sono ragioni di convivenza sociali tali da dover limitare il risarcimento del danno, considerando l’intensità del grado della colpa e la gravità degli effetti della condotta. La società che gestisce la clinica privata, invece, lamenta la falsa applicazione dell’art. 430 KC, in luogo dell’art. 429 KC; così cercando di liberarsi dalla propria responsabilità richiamandosi all’ipotesi di culpa in eligendo di cui al suddetto art. 429 KC, sostenendo di non versare in colpa per aver affidato l’esercizio dell’attività sanitaria alla dottoressa, in quanto scelta perché in possesso di tutti i requisiti richiesti per l’esercizio dell’attività professionale medica.
Di diverso avviso è la Corte Suprema, la quale considera la responsabilità della società non come un’ipotesi di culpa in eligendo, ma di responsabilità assoluta ex art. 430 KC. La Corte, infatti, riconosce che nella clinica privata si è affidato l’esercizio dell’attività sanitaria ad un soggetto qualificato, ma ciò che rileva ai fini della responsabilità in questione è che tale soggetto, nell’esercizio dell’attività affidatagli, è comunque sottoposto ad un potere di direzione nell’ambito della struttura organizzativa ed ha l’obbligo di attenersi alle indicazioni ricevute.
Sottolineando, quindi, come in dottrina e in giurisprudenza si intenda il concetto di direzione nel modo più ampio possibile, la Corte Suprema afferma la responsabilità assoluta della società e la condanna al risarcimento del danno arrecato colposamente dalla dottoressa, in solido con quest’ultima ex art. 441 §1 KC, rigettando entrambi i ricorsi.
- Alpa G., La responsabilità civile. Parte generale, Torino, 2010
- Gawrysiak- Zabłocka A., Zabłocki J., Appunti sul codice civile polacco, in Diritto@Storia, n. 8/ 2009
- Kuźmicka- Sulikowska J., Czyny niedozwolone [ Fatti illeciti], in Gniewek E. ( ed.), Machnikowski P. (ed.), Zarys prawa cywilnego [Compendio di diritto civile], Warszawa, 2014
- Lewandowski R., Polish Commercial Law: An Introducion, Warsaw, 2007
- Mazza M., Negri A., Paesi dell’Est europeo, in Sistemi giuridici nel mondo, Torino, 2010
- Olejniczak A., Komentarz do kodeksu cywilnego [ Commento al codice civile], Legalis on line, 2014
Lavoro eseguito da Giovanna Proia per la Cattedra di Diritto Privato Comparato dell’Università di Roma “La Sapienza” nell’anno accademico 2014/2015.
[1]Il termine usato dal legislatore è czyn e può essere tradotto indifferentemente sia con “atto” che con “fatto”. Da un’analisi etimologica risulta che esso implica l’idea di agere. In questo testo si è preferito tradurlo con “fatto” sia per assonanza con il linguaggio utilizzato nel codice civile italiano sia in virtù di considerazioni sistematiche in seguito specificate.
[2]Si tratta del Codice delle obbligazioni del 1933, del Codice di commercio del 1934, della Legge sulla proprietà del 1946, della Legge sulle eredità del 1946, dei Principi generali del diritto civile del 1950.
[3]Il diritto di famiglia era ed è tuttora regolato in un separato codice ad hoc. Il diritto commerciale cade in disuso, il codice di commercio del 1934 sarà aggiornato con una legge del 1988 e in seguito sostituito dal Codice delle società commerciali del 2000.
[4]Le più importanti novellazioni sono state operate con le leggi del 28 luglio del 1990, del 23 agosto del 1996 e del 14 febbraio del 2003, attraverso le quali si è inciso profondamente sul regime della proprietà, sulla tipologia dei contratti e si è introdotta la disciplina dell’imprenditore e dell’impresa.
[5]La Costituzione della Repubblica di Polonia (Konstytucja Rzeczypospolitej Polskiej) del 2 aprile 1997, entrata in vigore il 17 ottobre 1997, statuisce all’ art. 2 che “ la Repubblica polacca è uno stato di diritto democratico, che realizza i principi della giustizia sociale”.
[6]Il Trattato di associazione della Repubblica di Polonia alla Comunità Europea è stato sottoscritto a Bruxelles il 16 dicembre del 1991, mentre il Trattato di adesione è stato sottoscritto ad Atene il 16 aprile del 2003. La Polonia è diventata membro effettivo dell’Unione Europea il 1° maggio 2004. Per facilitare tale processo sono state recepite ed inserite nel codice civile regole conformi alla normativa europea: è quanto avvenuto in materia di tutela del consumatore, di contratto di agenzia, di commercio elettronico e di responsabilità per danni arrecati da prodotto difettoso.
[7]La dottrina più rigorosa sottolinea, infatti, che “delitto” stricto sensu sia da considerare solo l’atto colpevole dell’individuo che determina l’insorgere del danno. Così Kuźmicka- Sulikowska J., Czyny niedozwolone, in Gniewek E. (ed.)- Machnikowski P., Zarys prawa cywilnego, Warszawa, 2014.
[8]Così Olejniczak A., Komentarz do kodeksu cywilnego, 2015.
[9]Così Kuźmicka- Sulikowska J., op. cit., p.317.
[10]Per un applicazione di tale principio, vedi Sąd Najwyżyszy 12.9.2013 IV CSK 87/13.
[11]E’ciò che dottrina e giurisprudenza definiscono “adeguato nesso causa- effetto”. In tal senso Kuźmicka- Sulikowska J., op. cit., p. 284.
[12]Così in Olejniczak A., op. cit.
[13]In caso di culpa in vigilando e di culpa in custodiendo è evidente la preoccupazione del legislatore a che il danno venga comunque risarcito nel rispetto dei principi di convivenza e di giustizia sociale. L’art. 428 KC, infatti, precisa che, se non c’è una persona obbligata alla vigilanza o se costui non può risarcire il danno arrecato dall’individuo soggetto alla sua vigilanza, “il danneggiato può chiedere, in tutto o in parte, il risarcimento del danno allo stesso autore, se per le circostanze, in particolare dal confronto dello stato patrimoniale del danneggiato e dell’ autore, ciò risponda ai principi della convivenza sociale”.
[14]Si deve trattare di provvedimenti definitivi e non più impugnabili.
[15]L’art. 77 KRP, nella sezione relativa agli “Strumenti di tutela della libertà e dei diritti”, statuisce che “ciascuno ha diritto al risarcimento del danno causatogli da attività contrarie al diritto da parte dell’ organo del potere pubblico”. Gli artt. 417- 4172 KC sono entrati in vigore, nell’attuale formulazione, il 1° settembre 2004.
[16]Così unanimemente Kuźmicka- Sulikowska J., op. cit., p. 288 e Olejniczak A., op. cit.
[17]Secondo la dottrina più attenta è proprio la previsione di clausole di esclusione della responsabilità che distingue le ipotesi di responsabilità da rischio dalla c.d. responsabilità assoluta (di cui oltre nel testo), per la quale manca. Così Kuźmicka- Sulikowska J., op. cit., p. 290.
[18]Tuttavia, se il possessore ha dato il mezzo di trasporto in subpossesso , la responsabilità grava sul subpossessore (art. 436 §1 KC in fine).
[19]L’art. 4494 KC introduce la presunzione dell’immissione in commercio nell’ambito dell’attività economica dell’imprenditore.
[20]Questa la posizione della dottrina maggioritaria, anche se non manca chi consideri questa ipotesi un caso di c.d. responsabilità assoluta, poiché le condizioni di esclusione di questa responsabilità sono molto rigorose. Così Lewandowski R., Polish Commercial Law: An Introduction, Warsaw, 2007.
[21]Si fa riferimento a due diversi istituti che assolvono la funzione di garanzia nel diritto polacco: rękojma e gwarancja.
[22]Nella legislazione speciale è prevista un’ipotesi di responsabilità assoluta nella legge che regola l’attività venatoria.
[23]In questi termini Kuźmicka- Sulikowska J., op. cit., p.290.
[24]Per i termini del dibattito dogmatico cfr. Kuźmicka- Sulikowska J., op. cit., p. 290 e Olejniczak A., op. cit.
[25]Così in Lewandowski R., op. cit., p. 169 e in Kuźmicka- Sulikowska J., op. cit., p. 291.
[26]Il relativo reato è previsto dal codice penale (Kodeks karny) agli artt. 160 §2- 3 e 156 §1 pkt 2 e § 1 quale fattispecie di “lesioni colpose gravissime nei confronti di persona sottoposta a cura”.
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