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Timestamp: 2020-05-26 20:03:59+00:00

Document:
l'Unità - 24 Aprile 2006
È stato l’esito del processo al senatore a vita. Ha «commesso» il reato di associazione per delinquere fino al 1980...
Il giovin virgulto individuato dalla Casa delle Libertà per la presidenza del Senato, in nome del rinnovamento della politica, si chiama Giulio Andreotti. Molti eccepiscono che l’ex (sette volte) presidente del Consiglio ha pochi tratti in comune con Silvio Berlusconi. Ma almeno uno ce l’ha: una prescrizione. Nella sentenza più agghiacciante (e dunque più sconosciuta) pronunciata nella storia della giustizia occidentale, è scritto che Andreotti ha “commesso” il reato di associazione per delinquere (Cosa Nostra, per la precisione) fino al 1980, e se l’è cavata solo grazie al fattore-tempo. E’ la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Palermo nel 2003 e resa definitiva dalla Cassazione nel 2004. I giudici di appello parlano di “una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi” fino alla “primavera del 1980”. Nel dettaglio, ritengono provate le “amichevoli e anche dirette relazioni del sen. Andreotti con gli esponenti di spicco della cosiddetta ala moderata di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, propiziate dal legame del predetto con l’on. Salvo Lima, ma anche con i cugini Salvo, essi pure organicamente inseriti in Cosa Nostra”; i “rapporti di scambio che dette amichevoli relazioni hanno determinato: il generico appoggio elettorale alla corrente andreottiana; il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze - di per sé, non sempre di contenuto illecito – dell’imputato o di amici del medesimo; la palesata disponibilità e il manifestato buon apprezzamento del ruolo dei mafiosi da parte dell’imputato”; ”la travagliata, ma non per questo meno sintomatica ai fini che qui interessano, interazione dell’imputato con i mafiosi nella vicenda Mattarella, risoltasi, peraltro, nel drammatico fallimento del disegno del predetto di mettere sotto il suo autorevole controllo la azione dei suoi interlocutori ovvero, dopo la scelta sanguinaria di costoro, di tentare di recuperarne il controllo, promuovendo un definitivo, duro chiarimento, rimasto infruttuoso per l’atteggiamento arrogante assunto dal Bontate”. Insomma “il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del Presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza”. Conclusione: “La Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all’ambiente siciliano, il quale, nell’arco di un congruo lasso di tempo, ... incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione; intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza; appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso; indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati; … dia a detti esponenti mafiosi segni autentici - e non meramente fittizi - di amichevole disponibilità, idonei... a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale”. Quanto basta per affermare che “il reato è concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti”, anche se “estinto per prescrizione”.
l'Unità - 27 Aprile 2006
Andreotti. L'uomo sbagliato al Senato
Lo so, lo so. Sarebbe tanto più facile dire di no perché - per ragioni opposte a quelle di Gigliola Cinquetti - "non ha l'età". Sarebbe bello potersi rifugiare dietro le motivazioni anagrafiche per dire di no alla candidatura di Giulio Andreotti alla presidenza del Senato. Più comodo. Più elegante. Ma le grandi nazioni si reggono sui grandi principi prima ancora che sulle ragioni anagrafiche. E a volte i grandi principi sono scomodi da maneggiare. Pungono. Urticano. Fanno litigare. Ma esistono. E vanno difesi. Soprattutto quando e dove esiste anche la loro negazione organizzata.
Si può parlare dei rapporti di un politico con la mafia in un paese in cui la mafia ha ammazzato decine dei migliori funzionari dello Stato di due generazioni? In un paese in cui, nella giornata dedicata alle vittime della mafia, occorre quasi mezz'ora per recitare e ricordare in pubblico il loro interminabile elenco? In un paese che a molte di quelle vittime ha dedicato centinaia di strade, di scuole, di biblioteche, di centri sociali, di caserme, di aule di palazzi di giustizia? Non sarà elegante. Ma si deve parlarne. E il parlarne non è - vedi la maledizione delle parole che confiscano l'intelligenza - "giustizialismo". Al contrario è un fatto altissimamente politico. E' politica che si carica delle sue responsabilità sgradevoli e a volte immani, invece di presentarsi sul palcoscenico di Sanremo a cantare la sua canzoncina acqua e sapone. No, non è solo una questione di età. E' questione di senso delle istituzioni. E' questione di messaggi civili, culturali. Di fare intendere ai cittadini che cosa è normale e che cosa è grave, nei comportamenti di un politico. Di spiegare che chi rappresenta le istituzioni non è un Arlecchino che può servire due padroni. O, passando da Goldoni ai testi sacri, che nessun uomo può servire insieme Dio e Mammona (Matteo, cap.VI).
Lo so, lo so. Si è formata nel mondo politico e dell'informazione un esercito (con tanto di artiglieria pesante) di sostenitori della piena e assoluta illibatezza morale di Andreotti. Per paradosso è composto proprio dai teorici intransigenti della necessità di non confondere politica e giustizia, di non fare coincidere il giudizio politico con quello penale. Per paradosso, dico, perché poi in realtà sono proprio costoro che sull'onda di una assoluzione o prescrizione penale vorrebbero automaticamente decretare una assoluzione (anzi una beatificazione) politica. Sono costoro che fanno coincidere perfettamente i due giudizi. Che amano -come disciplinate scimmiette- non vedere i fatti accaduti nella loro gravità morale e politica. Sono costoro che, nel loro "giustizialismo" estremo (la condanna penale come unica forma del giudizio umano), vorrebbero far derivare da una mancata condanna per prescrizione l'innocenza politica.
Eppure non è difficile capirlo. Se un eminente uomo politico avesse frequentato i futuri assassini di Marco Biagi, avesse conosciuto le loro intenzioni e con loro ne avesse garbatamente discusso, e poi, a omicidio realizzato, fosse tornato da loro e di nuovo ne avesse discusso (magari anche criticandolo) e poi per anni e anni avesse di tutto questo rigorosamente taciuto a magistrati e forze dell'ordine, anche di fronte a una sfilza senza fine di nuovi omicidi terroristici, voi che giudizio ne dareste, voi non giustizialisti intendo? Ecco, questo ha fatto, secondo una sentenza della Cassazione, Giulio Andreotti con i mandanti dell'assassinio di Piersanti Mattarella, presidente democristiano della Regione Sicilia e avversario del potere mafioso. Si è incontrato con i capi di Cosa Nostra prima e dopo il delitto, sapendo che loro ne erano gli autori. E le sue relazioni con l'universo mafioso non si sono fermate "nemmeno" a questo. Basti la vicenda (sanguinaria anche quella) Sindona-Ambrosoli.Vero: Francesco Cossiga ritenne di fare di Andreotti un senatore a vita, carica onorifica che secondo la Costituzione può essere conferita a chi ha "illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario" (art. 59 della Costituzione). Ma già quello fu scandalo, benché inghiottito dall'atmosfera di complicità felpata che nasce in queste particolarissime occasioni dentro le istituzioni politiche. Fu scandalo perché semmai a illustrare la Patria per altissimi meriti sono stati esattamente gli uomini che hanno dato la loro vita per difendere noi e la democrazia dalla violenza della mafia. Ecco, il nostro Stato ha viaggiato sempre come una salamandra dentro questa "felice" ambiguità. Altissimi meriti verso la Patria (e medaglie d'oro alla memoria) per gli avversari della mafia. E altissimi meriti verso la Patria (e cariche onorifiche a vita) per chi con la mafia ha a lungo politicamente trescato. La proposta di portare alla seconda carica dello Stato Giulio Andreotti è, letta in questa prospettiva, un pezzo dell'autobiografia della nazione. Una nazione che ha visto il suo ceto politico gioire alla notizia dell'assoluzione o della prescrizione. Felice, contento, esagerato, scamiciato, come per ricacciare indietro ogni senso di colpa. Psicanaliticamente sbracato nell'orda di manifesti affissi in tutta Italia per annunciare la lieta novella dell'innocenza del senatore a vita. Per dire a se stessi, con la faccia appiccicata allo specchio, di essere innocenti. Di non avere applaudito, di non avere ubbidito, di non essersi inchinati o alleati a un leader che intratteneva rapporti con i vertici di Cosa Nostra. Un grandioso processo di rimozione collettiva. Un'autoassoluzione di fronte alle tragedie di mafia. L'illusione di potersi pensare mondi da colpe. Come sistema politico. Come comunità di uomini e donne che fanno politica. Con le loro regole complici. Perché, come mi disse una futura vittima, "la mafia è così forte perché in questo paese una tessera di partito conta più dello Stato". O perché, come mi spiegò un collega di Rosario Livatino, il giudice ragazzino, "il fatto è che non siamo noi a esporci, non siamo noi a fare un passo avanti; il fatto è che nel momento decisivo sono tutti gli altri a fare un passo indietro".
Questo c'è dietro la reciproca opera di persuasione svolta in tante stanze e piazze e tivù sulla innocenza politica del sette volte presidente del Consiglio. E questo c'è dietro la proposta di mandarlo alla guida del Senato. Dietro l'imbarazzo di chi ascolta la proposta o l'aggrapparsi malinconicamente alla questione anagrafica. Dietro l'oblio incombente su quel che successe tra gli anni settanta e gli anni ottanta. Dietro l'idea pazzesca che possa essere lui il nume tutelare di questa "Italia divisa". E che, lui regnante, si divise nel nome dei giusti assassinati. Ma la memoria non si placa e non si strozza, anche quando scorre quieta e amara nelle vite quotidiane. Non basta avere i Vespa e le tivù e i giornali schierati sulla trincea innocentista perché innocenza sia. Non basta gridare forte, affiggere manifesti, perché la realtà, la storia, venga cancellata. Non basta la vergognosa relazione della Commissione Antimafia (che ora si capisce ancora di più....) a purificare una delle storie politiche più controverse e torbide della nostra Repubblica.
Vorremmo vivere in uno Stato che ha un solo biglietto da visita. Che non reca su un lato la gioia per la cattura di Provenzano e sull'altro lato la beatificazione del senatore che fece conclave con i capimafia. E' così assurdo chiederlo? E' così insensato, inopportuno, sollevare la questione della natura, dei simboli, e dell'identità del nostro Stato, a ridosso del 25 aprile?
da “Toccata e Fuga”
di Marco Travaglio – www.marcotravaglio.it
Secondo Anna Finocchiaro, senatrice Ds, è "sbagliato politicamente e anche strategicamente ricordare le vicissitudini processuali" di Andreotti "come invece fa Marco Travaglio sull'Unità". Ci sono infatti "ben altri argomenti a suo sfavore: per esempio l'età". Dunque non è il caso di "perdere tempo a discutere delle sue vicissitudini giudiziarie". La nota stratega dev'essere molto distratta, dunque mi permetto di ricordarle che quelle di Andreotti non sono "vicissitudini processuali" o "giudiziarie": c'è una sentenza definitiva della Cassazione che lo dichiara mafioso fino al 1980 (prescrizione del reato "commesso"). Ora, visto che l'ex mafioso, peraltro non pentito, rischia di diventare presidente del Senato, non mi pare che ricordare quella sentenza sia una "perdita di tempo". Liberissima la Finocchiaro di pensare il contrario. E di ritenere Andreotti inidoneo a Palazzo Madama non perchè era mafioso, ma perchè è anziano. La regola di una certa Dc era "meglio mafiosi che rossi". La regola della Finocchiaro è "meglio mafiosi che vecchi". Spiace per Bernardo Provenzano, fuori concorso per raggiunti limiti di età. Ma c'è speranza per il più giovane Matteo Messina Denaro: inutile perder tempo a ricordare le sue vicissitudini giudiziarie, quel che conta è l'età. Ecco: se qualche inguaribile giustizialista s'indigna per la candidatura di Andreotti a Palazzo Madama, conservi un po' di sdegno per la candidatura della Finocchiaro a ministro della Giustizia.
Oggi, 27 aprile 2006, alle 18:40, abbiamo trasmesso l'appello con le adesioni giunte a Romano Prodi ed all'Unione, presso le sedi dei gruppi parlamentari, alle sedi delle direzioni dei partiti, alla sede dell'ufficio di Prodi ed al suo sito. Auspichiamo che la pensino diversamente da Anna Finocchiaro, ovvero che, una volta per tutte, la "politica" condanni moralmente Giulio Andreotti, già riconosciuto colpevole in via definitiva -tanto da dover pagare le spese processuali- e salvato dalla "prescirizione". Ad oggi i giornali, tutti i giornali anche quelli che fanno riferimento ai partiti dell'Unione, continuano a tacere questo "piccolo" particolare (il testo dell'appello con tutte le adesioni l'abbiamo spedito anche a loro, come facciamo dal 24 aprile, ma forse non l'hanno notato, o come ci hanno risposto alcuni "è solo una questione etica"). Nessuno ha dato cenno all'indignazione che questo appello afferma con misura e chiarezza, e soprattutto nessuno ha posto la domanda agli interlocutori dell'Unione: "Ma come: un ex mafioso -come da sentenza passata in giudicato- come seconda carica dello Stato?". Ancora più preoccupante il fatto che nessuno dei leader dell'Unione -e sono tanti- abbia pensato di dichiararlo autonomamente: "Andreotti alla Presidenza del Senato, come per qualsiasi altra carica istituzionale, è inacettabile: è stato condannato per mafia e salvato solo dalla prescirizione. Penalmente è salvo, moralmente e polticamente è indegno. Il giudizio dell'Unione su questo è inamovibile." e, magari, aggiungendo "Naturalmente questo vale anche per gli altri prescritti, condannati o indagati per reati infamanti. Questi sono già impresentabili come parlamentari figuriamoci con cariche istituzionali o di governo". Non abbiamo perso la speranza, speriamo che dichiarazioni in questa direzione giungano e ci avvicinino alle altre democrazie europee. Non resta che aspettare e ringraziare quanti hanno aderito all'appello, quanti come Elio Veltri, Marco Travaglio e Nando Dalla Chiesa continuano a ricordare i fatti e tenere ben distinte le figure "del ladro e della guardia". Grazie anche a quanti con associazioni e comitati, coordinamenti e gruppi operano quotidianamente per l'affermazione della cultura della legalità nel nostro Paese. Aspettiamo, insistiamo e speriamo.
PS - Il Presidete Ciampi ha recentemente richiamato al dovere di non delegittimare la magistratura. Quale migliore risposta a questo richiamo? Ovvio: la sentenza definitiva che riconosce la colpevolezza di associazione mafiosa di Giulio Andreotti è carta straccia... Nessuno si oppone (se non per questioni di "età"), la chiarezza continua a mancare e qualche franco tiratore potrebbe sparare le ultime cartucce.

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