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Timestamp: 2020-05-31 03:32:37+00:00

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Il Commercialista in Rete: Sanzioni
Il giudice tributario non può, d’ufficio, dichiarare inapplicabili le sanzioni non penali in assenza di un’espressa richiesta in tal senso a...
L’ufficio dell’Agenzia delle Entrate emetteva, a carico del curatore del fallimento di una società a responsabilità limitata, una serie di a...
Cessionario responsabile solidale per le violazioni dell’ultimo triennio.
La pronuncia 5979/2014 della Corte di cassazione detta un (lungo) principio di diritto in ordine alla differenza della disciplina prevista dall’articolo 14 del Dlgs 472/1997 in tema di responsabilità per la comminazione delle sanzioni tributarie non penali a seguito di cessione d’azienda (o di un ramo della stessa) a seconda che il trasferimento risulti conforme alla legge ovvero sia posto in essere in frode alle ragioni dell’Erario.
Infatti, per il primo caso si applica il primo comma dell’articolo 14, ove è previsto che il cessionario è responsabile in solido, fatto salvo il beneficio della preventiva escussione del cedente ed entro i limiti del valore dell'azienda o del ramo d'azienda, per il pagamento dell'imposta e delle sanzioni riferibili alle violazioni commesse nell'anno in cui è avvenuta la cessione e nei due precedenti, nonché per quelle già irrogate e contestate nel medesimo periodo, anche se riferite a violazioni commesse in epoca anteriore.
La cessione in frode alle ragioni erariali, invece, è regolamenta nei commi 4 e 5, i quali prevedono, rispettivamente, che la responsabilità del cessionario non è soggetta alle limitazioni previste nel presente articolo qualora la cessione sia stata attuata in frode dei crediti tributari, ancorché essa sia avvenuta con trasferimento frazionato di singoli beni e che la frode si presume, salvo prova contraria, quando il trasferimento sia effettuato entro sei mesi dalla constatazione di una violazione penalmente rilevante.
La sentenza della Corte di legittimità in commento si segnala, in primo luogo, perché qualifica tale complesso normativo in termini di misure antielusive a tutela dei crediti tributari, di natura speciale rispetto alla ordinaria disciplina del secondo comma dell'articolo 2560 cc, il quale limita la responsabilità del cessionario - nel trasferimento di un'azienda commerciale - ai debiti che risultino dai libri contabili obbligatori.
In secondo luogo, i Supremi giudici hanno ritenuto che la disciplina fiscale si applica anche se la cessione dell'azienda o di un suo ramo sia avvenuto anche mediante il trasferimento frazionato di singoli beni appartenenti al complesso aziendale, in quanto si è inteso evitare che l'originaria generale garanzia patrimoniale del debitore possa essere dispersa in pregiudizio dell'interesse pubblico alla riscossione delle entrate finanziare.
Infatti, il Supremo collegio afferma che la disciplina dettata dal secondo comma dell’articolo 14 (secondo cui l'obbligazione del cessionario è limitata al debito risultante, alla data del trasferimento, dagli atti degli uffici dell'amministrazione finanziaria e degli enti preposti all'accertamento dei tributi di loro competenza, i quali - pel comma terzo - sono obbligati a rilasciare, su richiesta dell'interessato, un certificato sull'esistenza di contestazioni in corso e di quelle già definite per le quali i debiti non sono stati soddisfatti e tale “certificato, se negativo, ha pieno effetto liberatorio del cessionario, del pari liberato ove il certificato non sia rilasciato entro quaranta giorni dalla richiesta”) individua un criterio incentivante volto a premiare la diligenza del soggetto cessionario nell'acquisire dagli uffici finanziari, prima della conclusione del negozio traslativo, le informazioni sulla posizione fiscale.
Tale conclusione comporta, per la sentenza della Corte di cassazione in rassegna, che la disposizione dell'articolo 14, comma 1, che ha inteso estendere, invece, la responsabilità solidale del cessionario a qualsiasi debito per imposte e sanzioni relativo a "violazioni commesse" dal soggetto cedente nel triennio precedente al trasferimento d'azienda, anche se al tempo della cessione d'azienda non ancora constatate, contestate o accertate.
La soluzione ermeneutica risulta fondata, in quanto il secondo comma limita la responsabilità solidale del cessionario “al debito risultante, alla data del trasferimento, dagli atti degli uffici dell'Amministrazione finanziaria”, in base all’attestazione della posizione debitoria del cedente, con l’effetto che, pur quando il cedente avesse commesso delle violazioni finanziarie nel cennato triennio, ma queste non fossero ancora emerse all'atto del trasferimento di azienda, alcun debito fiscale sussisterebbe a carico del cedente.
Diversamente, nel caso che il cessionario non abbia verificato previamente presso gli uffici finanziari la posizione debitoria del soggetto cedente, la responsabilità è estesa, in ipotesi di cessione vuoi conforme alla legge vuoi in frode all’Erario, alle sanzioni conseguenti alle violazioni non soltanto già irrogate e contestate nell'anno in cui è avvenuta la cessione e nei due precedenti, ma anche a quelle commesse nel medesimo periodo, anche se riferite a violazioni commesse in epoca anteriore.
Non si riscontrano precedenti negli esatti termini ma, sul tema, la Corte regolatrice del diritto, nella decisione 14169/2013, ha ritenuto che il trasferimento di ramo d’azienda, anche mediante conferimento, configura una successione a titolo particolare, riconducibile al genus della cessione d’azienda, regolato in tema di responsabilità tributaria dall’articolo 14 del Dlgs 472/1997 e dalla concorrente disciplina privatistica dettata dall’articolo 2560 cc, comma 2.
Conseguentemente, a seguito dell’accertamento giudiziale negativo dell’inclusione, tra le preesistenti obbligazioni del ramo d’azienda ceduto del debito tributario – quale la Tosap – diviene irrilevante discorrere degli specifici presupposti di soggettività d’imposta di cui agli articoli 39, comma 1, e 50 del Dlgs 507/1993, in capo alla società conferente il ramo d’azienda.
La previsione dell’articolo 14, comma 6, del Dlgs 546/1992 che possono intervenire volontariamente o essere chiamati in giudizio i soggetti che, insieme al ricorrente, sono destinatari dell'atto impugnato o parti del rapporto tributario controverso, è stata interpretata dalla Suprema corte nella sentenza 255/2012 nell’ammettere - anche in appello - l’intervento del cessionario dell’azienda responsabile per il pagamento dell'imposta e delle sanzioni riferibili alle violazioni commesse dal cedente nei limiti temporali ivi indicati.
La pronuncia 5979/2014 della Corte di cassazione detta un (lungo) principio di diritto in ordine alla differenza della disciplina prevista d...
alle lunedì, giugno 09, 2014
Atto di irrogazione delle sanzioni: la notifica prima dei 60 giorni è ok.
La sentenza della Cassazione n. 25515/2013 ha esteso la recente giurisprudenza della Corte suprema in tema di specialità del procedimento irrogativo delle sanzioni amministrative comminate in sede di riscontro di infrazioni in materia doganale rispetto alle garanzie previste dallo Statuto dei diritti del contribuente anche al procedimento per la contestazioni delle violazioni commesse nell’ambito di altri tributi (nel caso di specie, dell’imposta sul valore aggiunto).
La questione attiene alla portata del principio dettato dall’articolo 12 della legge 212/2000 (“Statuto del contribuente”), il cui settimo comma dispone - al primo periodo – che, nel rispetto del principio di cooperazione tra amministrazione e contribuente, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente può comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori.
A sua volta, il secondo periodo del settimo comma statuisce che l’avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza, sulla cui portata rinviamo alla sentenza delle sezioni unite del Supremo collegio 29 luglio 2013, n. 18184, ove si affermò che il vizio invalidante non consiste nella mera omessa enunciazione nell’atto dei motivi di urgenza che ne hanno determinato l’emissione anticipata, bensì nell’effettiva assenza di detto requisito (esonerativo dell’osservanza del termine), la cui ricorrenza deve essere provata dall’ufficio finanziario.
La fruibilità di tale disciplina di garanzia del contribuente sottoposto a accessi, ispezioni e verifiche è stata negata in riferimento al procedimento di comminazione delle pene amministrative tributarie in quanto - e correttamente - viene rilevato come il procedimento speciale di contestazione dettato dall’articolo 16 del Dlgs 472/1997 esuli totalmente dai criteri guida sanciti dallo “Statuto dei diritti del contribuente” nel citato settimo comma dell’articolo 12.
A tal proposito, viene rilevata - in primo luogo - la diversità di oggetto tra la suddetta disciplina dello Statuto e quella del procedimento sanzionatorio, in quanto il primo si riferisce esplicitamente all’avviso di accertamento (ampliato dalla sentenza in nota anche agli altri atti che individuano l’infrazione), mentre il secondo regola, all’articolo 16, espressamente gli atti di comminazione delle sanzioni amministrative, risultando indifferente, aggiungiamo noi, che questi siano notificati o meno insieme con l’atto di accertamento.
In secondo luogo, viene ben rilevato come il procedimento irrogativo delle pene amministrative preveda quelle stesse garanzie previste dallo Statuto, in quanto si dispone che se non addivengono a definizione agevolata, il trasgressore e i soggetti obbligati ai sensi dell’articolo 11, comma 1, possono, entro sessanta giorni dalla notificazione, produrre deduzioni difensive e che, in mancanza, l’atto di contestazione si considera provvedimento di irrogazione, impugnabile ai sensi dell’articolo 18 sempre entro il termine di sessanta giorni dalla sua notificazione.
La conferma a tale ultima interpretazione si rinviene nella sentenza di legittimità - citata da questa in commento - 25 settembre 2013, n. 22000, che aveva affermato - in materia di violazione doganale - come il termine ex articolo 12 non si applichi ai provvedimenti d’irrogazione di sanzioni, proprio perché, a seguito di consegna dell’atto di contestazione, l’articolo 16 del Dlgs 472/1997 consente un contraddittorio pre-contenzioso con la produzione di deduzioni difensive, da parte dell’interessato, nel termine previsto per la proposizione del ricorso.
Ne consegue, a parere della Suprema corte, che, decorrendo dalla presentazione delle relative deduzioni per l’ufficio finanziario il termine di un anno per l’irrogazione delle sanzioni con atto motivato a pena di nullità anche in ordine alle deduzioni medesime, “il sistema complessivo previsto dal d.Lgs. n.472 del 1997, è pienamente rispettoso dei principi generali di leale collaborazione tra Amministrazione e contribuente, ai quali s'ispira lo Statuto dei diritti del contribuenti”.
A tal proposito, la cennata decisione di legittimità rinvia a un proprio precedente (sempre in tema di dazi doganali), 2 maggio 2008, n. 13890, secondo cui, in ipotesi diverse da accessi, ispezioni e verifiche, il sistema doganale dettato dal Dlgs 374/1990 - prevedendo la contestazione amministrativa e la redazione del verbale ove vengono recepiti i motivi di reclamo del contribuente e la possibilità di presentare osservazioni - è pienamente rispettoso dei criteri dettati dallo Statuto del contribuente in base al principio di leale collaborazione tra Amministrazione finanziaria e contribuente.
Da parte nostra, possiamo osservare che la Corte regolatrice del diritto, con la pronuncia 13 ottobre 2011, n. 21103, aveva anche statuito che il principio di tassatività delle nullità dell’atto di pretesa tributaria è immanente al sistema dello Statuto del contribuente, dovendosi escludere che, ove la legge 212/2000 non precisi gli effetti della violazione dell’obbligo indicato, la nullità possa poi dedursi dai principi di cui all’articolo 97 della Costituzione, da quelli del diritto tributario o, in generale, dell’azione amministrativa.
Da ciò l’effetto desunto dalla cennata pronuncia che la notifica dell’avviso di accertamento (e dell’eventuale consequenziale avviso di irrogazione di sanzioni) prima dello scadere del termine di 60 giorni previsto dall’articolo 12, comma 7, della legge 212/2000, non ne determina in assoluto la nullità, attesa la natura vincolata dell’atto rispetto al verbale di constatazione sul quale si fonda.
La sentenza della Cassazione n. 25515/2013 ha esteso la recente giurisprudenza della Corte suprema in tema di specialità del procedimento ir...
Violazioni di intermediari e CAF, estensione delle sanzioni.
La Legge di Stabilità 2014, introducendo il nuovo comma 1-bis all’art. 7-bis del D.Lgs. n. 241/1997, prevede che la sanzione da € 516 a € 5.164, prevista per intermediari e CAF in caso di tardiva o omessa trasmissione telematica delle dichiarazioni, è estesa a tutte le dichiarazioni e gli altri atti per i quali gli intermediari hanno assunto l’impegno di invio telematico (ad esempio, anche l'invio telematico dei contratti di locazione). Viene poi modificato l’art. 39 del D.Lgs. n. 241/1997, prevedendo la sospensione, per un periodo da 3 a 12 mesi, dell’autorizzazione dell’attività di assistenza fiscale nei confronti dei CAF nel caso di gravi e ripetute violazioni di norme tributarie e contributive o nel caso in cui vengano forniti all’Amministrazione finanziaria documenti falsi o incompleti rispetto a quelli forniti dal contribuente. Se le violazioni sono particolarmente gravi, l’attività di assistenza è revocata e, nei casi di particolare gravità, è disposta la sospensione cautelare. Viene poi prevista una sanzione da € 516 a € 5.165 se l’attività non è svolta nel rispetto di adeguati livelli di servizio, che saranno definiti dall’Agenzia delle Entrate con un apposito Provvedimento.
La Legge di Stabilità 2014, introducendo il nuovo comma 1-bis all’art. 7-bis del D.Lgs. n. 241/1997, prevede che la sanzione da € 516 a € 5....
Etichette: Caf, Sanzioni
alle venerdì, gennaio 10, 2014
Tre infrazioni: due prima, una dopo, a legge operativa. Ok alla chiusura.
I giudici di legittimità considerano tutti i motivi di ricorso infondati.
Quanto al primo, la Cassazione enuncia il seguente e chiaro principio: “la sanzione della chiusura dell'esercizio commerciale … si applica in tutti i casi in cui la terza delle suddette infrazioni sia stata commessa dopo l'entrata in vigore del … D.Lgs. 471/97 ed entro cinque anni dalla prima, a nulla rilevando che le due infrazioni precedenti siano state commesse prima dell'entrata in vigore della norma sanzionatoria”.
In sostanza, l’illecito è consumato al momento della commissione della terza violazione, “… sicché non si verte in un'ipotesi di successione di norme sanzionatorie o di applicazione di quella più favorevole” (cfr Cassazione, pronuncia 29388/2008).
In ordine alla seconda doglianza, prosegue la Corte, la sanzione è prevista “qualora siano state definitivamente accertate, in tempi diversi, tre distinte violazioni dell'obbligo di emettere la ricevuta fiscale o lo scontrino fiscale compiute in giorni diversi nel corso di un quinquennio”. Dunque, elemento sufficiente è che le violazioni si verifichino in tre momenti distinti, in mancanza dei presupposti per l’applicazione degli istituti del concorso ovvero della continuazione.
In ultimo, conferma il principio secondo cui l’articolo 12 del Dlgs 471/1997 è norma speciale: di conseguenza, l'irrogazione della sanzione in esame non è osteggiata dalla definizione agevolata prevista dall'articolo 16, comma 3, Dlgs 472/1997 (cfr Cassazione, n. 2439/2007 e successive conformi).
Anzitutto, premettiamo che la sanzione in argomento è stata modificata dal legislatore della Finanziaria 2008 (legge 244/2007) che, in un’ottica di contenimento del rigorismo sanzionatorio, richiede oggi quattro, e non più tre, distinte violazioni dell’obbligo di emettere scontrino o ricevuta fiscale per irrogare le sanzioni accessorie.
Tra i principi di diritto espressi dalla Cassazione, focalizziamo ora la nostra attenzione sul rapporto tra la sanzione di cui abbiamo finora parlato (articolo 12 del Dlgs 471/1997) e la previsione di cui all'articolo 16, comma 3, Dlgs 472/1997, la quale dispone che “la definizione agevolata” – ossia il “pagamento di un importo pari ad un terzo della sanzione indicata”, “comunque non inferiore ad un terzo dei minimi edittali”, entro il termine per proporre ricorso – “impedisce l'irrogazione delle sanzioni accessorie”.
Ebbene, il ricorrente riteneva che la definizione agevolata impedisse l’irrogabilità della sanzione accessoria della chiusura dell'attività.
Tuttavia, proprio in base all’orientamento consolidato della Cassazione, prevale la norma sanzionatoria speciale.
In caso contrario, il principio “lex specialis derogat generali”, fondante il nostro ordinamento giuridico, sarebbe inopinatamente trasgredito, per far prevalere una sorta di “favor rei” non prevista dalla normativa di riferimento.
In materia di sanzioni amministrative tributarie, l’articolo 12, comma 2, Dlgs 471/1997, trova applicazione anche qualora le prime due infra...
Il legale rappresentante non sfugge alla sanzione del rappresentato.
A partire dall’entrata in vigore del D.Lgs. n. 472 del 1997 (art. 11) vale il c.d. principio di personalizzazione della sanzione, in virtù del quale le persone fisiche che hanno la rappresentanza di un soggetto passivo d'imposta o di un inadempiente all'obbligo tributario sono da considerare direttamente responsabili delle sanzioni associate alle violazioni delle norme (formali e sostanziali) tributarie, commesse a opera o nell'interesse della parte rappresentata (legalmente o negozialmente) o amministrata. In ordine alla fattispecie di infedele dichiarazione (art. 1, comma 2, del D.Lgs. n. 471 del 1997) è irrilevante l’epoca di insorgenza delle attività materiali prodromiche al nascondimento del reddito dal momento che, invece, la violazione si perfeziona all’atto in cui è presentata la dichiarazione annuale nella quale è indicato, ai fini delle singole imposte, un reddito imponibile inferiore a quello effettivo, ovvero un’imposta inferiore a quella dovuta, ovvero un credito superiore a quello spettante.
Sentenza n. 5861 dell’8 marzo 2013 (udienza 9 gennaio 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Terrusi Francesco
Violazioni tributarie – Infedele dichiarazione – Responsabilità del rappresentante legale – Poteri assunti alla data di presentazione della dichiarazione
A partire dall’entrata in vigore del D.Lgs. n. 472 del 1997 (art. 11) vale il c.d. principio di personalizzazione della sanzione, in virtù ...
Senza prova della massima diligenza, irrogazione della sanzione inevitabile.
Con la decisione in commento, la Corte di cassazione è intervenuta in merito all’individuazione dell’errore sul fatto previsto dal primo comma dell’articolo 6 del Dlgs n. 472/1997 quale esimente dalla comminazione delle sanzioni amministrative tributarie previste dai decreti legislativi n. 471 e n. 473 del 1997, operante sempreché tale errore non dipenda da colpa dell’agente.
A tal fine, la sentenza del Supremo collegio si rifà alla giurisprudenza di legittimità formatasi sulla disciplina prevista dal secondo comma dell’articolo 3 della legge n. 689/1981 (in tema di irrogazione delle pene amministrative), secondo il quale, “nel caso in cui la violazione è commessa per errore sul fatto, l'agente non è responsabile quando l'errore non è determinato da sua colpa”, attesa l'identità della ratio legis delle due normative.
Infatti, i giudici di legittimità principiano l’indagine rilevando come la citata normativa punitiva costituisca complemento della regola generale posta dall'articolo 5, comma 1, del Dlgs n. 472, secondo il quale, nelle violazioni punite con sanzioni amministrative, ciascuno risponde della propria azione od omissione, cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa, e, perciò, riproduce testualmente il precetto dettato in tema di “elemento soggettivo” dalla citata legge del 1981 sulla depenalizzazione.
La giurisprudenza della Suprema corte – e considerata oramai consolidata dalla pronuncia in commento – ritiene che l'errore sulla liceità della condotta dell’agente può rilevare, in termini di esclusione della responsabilità amministrativa, al pari di quanto avviene per la responsabilità penale in materia di contravvenzioni, soltanto quando esso risulti inevitabile.
A tal fine, il Supremo collegio reputa necessario “un elemento positivo, estraneo all'autore dell'infrazione, idoneo a ingenerare in lui la convinzione riferita liceità, senza che il medesimo autore sia stato negligente o imprudente ovvero che quest'ultimo abbia fatto tutto il possibile per osservare la legge e che nessun rimprovero gli possa essere mosso”, con l’effetto che l'errore deve essere incolpevole, ossia non suscettibile di essere impedito dall'interessato con l'ordinaria diligenza.
In questi termini si esprime la sentenza della sezione lavoro n. 16320/2010, citata da questa in rassegna unitamente a quelle della seconda sezione civile n. 19879/2009 e n. 228/2008, per le quali l'errore sulla liceità della condotta dell’agente è correntemente indicato come “buona fede”, la quale - a sua volta - non è per nulla presunta dall’ordinamento, ma dev’essere dimostrata dal trasgressore.
La buona fede dell’erede, quale soggetto obbligato alla presentazione della dichiarazione di successione, non è stata rinvenuta dalla decisione in rassegna quando il trasgressore non si sia attivato per conoscere l’esistenza del credito del defunto che, nel caso di specie si concretava, nella provvista di danaro esistente su di un conto corrente attivato con lo stesso istituto di credito presso il quale altri rapporti del de cuius erano ben conosciuti dagli eredi.
In tema, si ricorda che nella sentenza n. 11593/2007 si è statuito che, allorché il debitore alleghi che l'impossibilità della prestazione è causata da fatto del terzo (nella specie, mancato pagamento di somme dovute alla contribuente dal servizio sanitario nazionale), egli è tenuto a dimostrare la propria assenza di colpa, ossia di aver fatto uso dell'ordinaria diligenza per rimuovere l'ostacolo frapposto all'esatto adempimento dell'obbligazione, anche mediante l'eventuale reperimento di altre fonti finanziarie.
Con la decisione in commento, la Corte di cassazione è intervenuta in merito all’individuazione dell’errore sul fatto previsto dal primo co...
Con la Sentenza n. 19702/2011 la Corte di Cassazione ha stabilito che le penalità contrattuali costituiscono un patto accessorio al contratt...
Etichette: Deduzione, Sanzioni
alle martedì, ottobre 25, 2011
Indeducibilità delle somme versate a seguito di sanzione.
Le somme pagate a seguito dell’irrogazione di una sanzione per violazione amministrativa possono essere dedotte dal reddito d’impresa prodotto?
Le somme versate all’erario a fronte di sanzioni pecuniarie irrogate per violazioni amministrative non sono deducibili dalla determinazione del reddito d’impresa, in quanto non possono essere considerate inerenti all'attività.
L’irrogazione della sanzione costituisce, infatti, una mera conseguenza del comportamento illecito tenuto dal contribuente.
Le somme pagate a seguito dell’irrogazione di una sanzione per violazione amministrativa possono essere dedotte dal reddito d’impresa prodot...
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