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Timestamp: 2018-04-23 15:42:58+00:00

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Nozione di titolo esecutivo: esistono esecuzioni senza titolo?
Professionisti Nozione di titolo esecutivo: esistono esecuzioni senza titolo?
Esecuzione forzata: l’individuazione del titolo esecutivo.
L’art. 474 c.p.c., rubricato Titolo esecutivo, scolpisce, nel primo comma, un concetto fondamentale, dal quale è utile principiare per la nostra indagine: «L’esecuzione forzata non può avere luogo che in virtù di un titolo esecutivo per un diritto certo, liquido ed esigibile».
Sintetizzata nel brocardo «nulla exsecutio sine titulo», la regola non offre, comunque, una definizione di titolo esecutivo; per questa si deve far riferimento alla dottrina.
È necessario premettere, però, che, come ha osservato parte della dottrina, «del titolo esecutivo – così come, e certamente non a caso, dell’azione − sono state proposte tante costruzioni quanti sono gli autori che se ne sono occupati»; è altresì utile ricordare che, nelle varie definizioni, anche le più attuali, è impossibile non risentire l’eco delle dispute di un tempo, in ordine a limiti e portata della definizione: in questo senso, ad esempio, si ricorda la polemica «atto – documento» tra Liebman e Carnelutti.
Dunque, la definizione di titolo esecutivo che riportiamo è dovuta ad altra parte della dottrina, secondo la quale il titolo esecutivo è «un atto di accertamento contenuto in un documento che, nel suo complesso, costituisce la condizione necessaria e sufficiente per procedere all’esecuzione forzata». Tale teoria ha il pregio di tentare una sintesi tra titolo-atto (accertamento) e titolo-documento (prova legale del credito).
Tuttavia, un secondo orientamento ha ritenuto che «per titolo esecutivo si intende tanto l’accertamento (ad es. sentenza di condanna) o il negozio o atto giuridico (ad es. atto contrattuale), da cui risulta “il diritto” (art. 474 c.p.c.), ossia, più concretamente, il credito da realizzarsi esecutivamente, quanto il documento, in cui, “ad solemnitatem”, l’accertamento o il negozio o l’atto deve essere consacrato. L’azione esecutiva presuppone l’esistenza sia dell’accertamento, negozio o atto, sia del documento».
Alla luce delle riportate precisazioni, si può ritenere che il contrasto tra titolo – atto e titolo – documento sia stato superato o, per dir meglio, composto.
In verità, si deve convenire sul fatto che una definizione di titolo esecutivo, sotto il profilo strettamente ontologico, è resa impossibile, dall’eterogeneità delle figure che il legislatore ha elencato nell’art. 474 c.p.c., segnatamente nei numeri 1) e 2) del secondo comma.
Dunque, non ravvisiamo minimamente, nell’art. 474 c.p.c., un principio di tassatività del titolo esecutivo. Non può poi essere sottovalutata la porta aperta che il primo comma dell’art. 474 c.p.c. lascia ai provvedimenti e agli altri atti ai quali la legge attribuisce efficacia esecutiva. Anche nel testo previgente, peraltro, sia pure limitatamente ai «provvedimenti», vi era l’apertura di cui è cenno.
A tal proposito, deve essere richiamata l’attenzione sulle modifiche che furono apportate all’art. 474 c.p.c. dall’art. 2, co. 3, lett. e), n. 1), del D.L. 14-3-2005, n. 35, conv., con modif., dalla L. 14-5-2005, n. 80, come modif. dall’art. 1, co. 3, lett. a), della L. 28-12-2005, n. 263.
In particolare, il secondo comma dell’art. 474 cit. prevede oggi come titoli esecutivi:
– nel numero 1): le sentenze, i provvedimenti e gli altri atti ai quali la legge attribuisce espressamente efficacia esecutiva; dunque, in confronto al testo ante riforma, si può notare che, alle sentenze e ai provvedimenti, sono state aggiunte le parole «e gli altri atti»;
– nel numero 2): le scritture private autenticate, relativamente alle obbligazioni di somme di denaro in esse contenute, le cambiali, nonché gli altri titoli di credito ai quali la legge attribuisce espressamente la stessa efficacia; dunque, in confronto al testo precedente alla riforma, si rileva che vi sono state incluse le scritture private autenticate;
– nel numero 3): gli atti ricevuti da notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato dalla legge a riceverli che non sono, peraltro, più soggetti alla limitazione delle «obbligazioni di somme di danaro in esse contenute». Se ne deve dedurre che l’atto pubblico assume valore di titolo esecutivo anche per gli obblighi di consegna o rilascio di beni mobili e immobili, come, del resto, è disposto espressamente dal terzo comma, introdotto appunto dalla riforma del 2005 che, tra l’altro, mise ordine nelle esecuzioni, distinguendo tra quelle alle quali si può procedere in forza dei titoli di cui ai numeri 1) e 3) del secondo comma dell’art. 474 c.p.c. in esame e tutte le altre, disponendo espressamente un’innovazione che si riflette anche sulla disciplina di cui al successivo art. 480 c.p.c. Si tratta, più specificamente, dell’obbligo, ora disposto, di trascrivere, nell’atto di precetto, le scritture private autenticate di cui al numero due del secondo comma dell’art. 474 c.p.c.
Non si dimentichi, peraltro, che di poco precedente alla novella del 2005 fu l’introduzione, nell’ordinamento, di un altro «atto» con efficacia di titolo esecutivo (art. 12 D.Lgs. 23-4-2004, n.124): la diffida accertativa per crediti patrimoniali.
La Cassazione, con sent. 20983/2014 ha ritenuto che, in caso di violazione del codice della strada, in caso di rigetto dell’opposizione a verbale di accertamento della violazione «la sentenza di condanna dell’opponente al pagamento di una somma superiore a quella prestata, quale cauzione, all’atto del deposito del ricorso costituisce, ai sensi dell’art. 204 bis, 6º comma, cod. strada, il titolo esecutivo in base al quale procedere alla riscossione coattiva, sicché la p.a. non può procedere esecutivamente in forza dell’originario verbale di accertamento» (tratta da Il Foro Italiano, ed. 2015).
Ancora, con la L. 18-6-2009, n. 69 (art. 49, co. 1), nel codice di rito, fu introdotto un nuovo articolo (614bis), relativo all’«attuazione degli obblighi di fare infungibile e di non fare» da ultimo modificato dalla L. 132/2015, di conversione del D.L. 83/2015, che, al primo comma, prevede che: «Con il provvedimento di condanna all’adempimento di obblighi diversi dal pagamento di somme di denaro il giudice, salvo che ciò sia manifestamente iniquo, fissa, su richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dall’obbligato per ogni violazione o inosservanza successiva ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento (…)». È prevista l’applicazione di una misura coercitiva indiretta, tesa a coartare la volontà del debitore e indurlo ad adempiere al provvedimento di condanna, al fine di evitare il pagamento di una somma di denaro per ogni giorno di ritardo nell’adempimento, oppure di versare una somma fissa per ogni violazione. Il provvedimento di condanna costituisce titolo esecutivo per il pagamento delle somme dovute per ogni violazione o inosservanza.
Si ricordi, poi, il D.L. 31-5-2010, n. 78, conv., con modif, dalla L. 30-7-2010, n. 122, che ha fissato, all’art. 28, il concetto di concentrazione della riscossione nell’accertamento, attribuendo efficacia di titolo esecutivo all’avviso di accertamento. In pratica, l’avviso di accertamento relativo alle imposte sui redditi e all’IVA è titolo per la riscossione del tributo e per l’esecuzione forzata.
Dunque, si deve prendere atto che non esiste, sotto il profilo concettuale, un solo tipo di titolo esecutivo.
Pertanto, a livello di definizione, la ricerca di un quid che possa soddisfare le esigenze di inquadramento, vivamente sentite dagli studiosi, appare destinata a naufragare nel variegato mare della realtà.
È bene ancora una precisazione: di regola, il titolo è costituito da un unico documento, quale la sentenza (o, comunque, il provvedimento giurisdizionale avente efficacia esecutiva), il titolo di credito o l’atto pubblico. Ci sono, però, dei casi nei quali l’atto menzionato nell’art. 474 c.p.c. non ha, di per sé, efficacia esecutiva ma l’acquista mediante un atto o un documento distinto e, normalmente, successivo: è questa, ad esempio, l’ipotesi in cui una sentenza di primo grado, priva di clausola di provvisoria esecuzione (fattispecie non più attuale, stante il vigente testo dell’art. 282 c.p.c.), ne sia munita dal giudice di appello, con ordinanza ex art. 351 c.p.c.
In tali casi, si parla di titolo complesso, avvertendosi che titolo é, e rimane, la sentenza che, peraltro, ha acquistato efficacia esecutiva solo mediante la concessione della provvisoria esecuzione.
Individuazione del titolo esecutivo
Senza anticipare quanto andremo ad esaminare nella sede propria, possiamo intanto dare uno sguardo a problemi che riguardano l’individuazione del titolo esecutivo.
Una problematica frequente è relativa ai rapporti tra sentenza di primo grado e sentenza d’appello.
In proposito, la giurisprudenza di legittimità, nel 1998, affermò in modo esplicito che: «La sentenza d’appello si sostituisce alla sentenza impugnata nei casi di conferma o di riforma in cui ha per oggetto il contenuto della pretesa e non l’operato del primo giudice, onde il titolo esecutivo da notificare per promuovere l’esecuzione forzata è costituito dalla sentenza d’appello».
In particolare, è bene richiamare l’attenzione sul riferimento «al contenuto della pretesa e non all’operato del primo giudice».
Non molto tempo dopo, nel 1999, la Corte di Cassazione tornò sull’argomento, affermando, invece, che: «In tema di processo di esecuzione, qualora l’espropriazione forzata trovi fondamento in una condanna pronunciata con sentenza di primo grado, ed il precetto sia notificato dopo che l’appello proposto avverso detta sentenza è stato dichiarato inammissibile, il titolo da notificarsi al debitore in forma esecutiva prima che l’esecuzione abbia inizio è rappresentato dalla sentenza di primo grado, e non da quella di appello».
Sempre in tema, la S.C. poi ha operato una precisazione importantissima; la massima, anche questa come le altre non recente, è però molto interessante ancora oggi, per l’importanza a livello operativo, anche se, si ripete, una sentenza di primo grado, non munita di formula esecutiva, non esiste: «Nel giudizio di opposizione al precetto il diritto di procedere all’esecuzione deve risultare dallo stesso titolo esecutivo in forza del quale è stato intimato il precetto e non può essere ricavato da elementi estranei al titolo e tantomeno da fatti estranei all’azione esecutiva e ciò neppure al fine limitato di interpretare estensivamente il titolo in base al quale si procede, quando una tale interpretazione è esclusa dalla lettera e dalla portata delle disposizioni contenute nel titolo medesimo. Pertanto, il giudice dell’opposizione all’esecuzione non ha il potere di accertare se la sentenza di primo grado non munita di clausola di provvisoria esecuzione e posta a fondamento dell’esecuzione forzata sia divenuta esecutiva per la inammissibilità dell’appello a seguito della sua proposizione dopo la scadenza del termine per l’impugnazione, trattandosi di un potere riservato al giudice di appello».
Nella parte motiva, la S.C. ha affrontato, inoltre, espressamente il problema della definizione concettuale di titolo esecutivo, ritenendo opportuno partire dalla «nozione documentale» dello stesso, confermando, implicitamente, l’avvenuta composizione del contrasto tra titolo — atto e titolo — documento.
Più di recente, la Cassazione, a Sezioni Unite (Sent. n. 11066/2012, conf. poi anche da Cass. 23159/2014), come vedremo con più attenzione in seguito, ha risolto diversamente la questione, affermando l’integrabilità extratestuale del titolo esecutivo giudiziale.
La Corte di Cassazione, con sent. 23159/2014, ha ritenuto che: «Il titolo esecutivo giudiziale, ai sensi dell’art. 474, 2º comma, n. 1, c.p.c., non si esaurisce nel documento giudiziario in cui è consacrato l’obbligo da eseguire, in quanto è consentita l’interpretazione extratestuale del provvedimento sulla base degli elementi ritualmente acquisiti nel processo in cui esso si è formato, purché le relative questioni siano state trattate nel corso dello stesso e possano intendersi come ivi univocamente definite, essendo mancata, piuttosto, la concreta estrinsecazione della soluzione come operata nel dispositivo o perfino nel tenore stesso del titolo» (tratta da Il Foro Italiano, ed. 2015).
Tuttavia, nel 2013, c’è stato un successivo intervento della S.C. (sent. n. 9161) che ha messo ordine in merito in particolare ai rapporti tra sentenza di primo grado e sentenza d’appello, ai fini dell’individuazione del titolo esecutivo.
In primo luogo, la Cassazione ha affermato che se la sentenza di appello ha confermato integralmente o riformato parzialmente la decisione di primo grado e l’esecuzione non sia ancora iniziata, questa dovrà intraprendersi sulla base della sentenza di appello medesima; se, invece, l’esecuzione sia già stata promossa sulla base della sentenza di primo grado, questa proseguirà in base alle statuizioni in essa contenute che abbiano trovato conferma in sede di appello.
In secondo luogo, nella stessa decisione, la S.C. ha dato per scontata l’integrabilità del titolo esecutivo giudiziale, con elementi extratestuali, purché idoneamente richiamati. Da qui, dunque, l’ammissibilità dell’integrazione della sentenza di appello mediante rinvio alla sentenza di primo grado, benché contenuta in pronuncia dichiarata nulla in sede di impugnazione.
Il titolo esecutivo di cui all’art. 282 c.p.c.
Relativamente alla possibilità di individuare, nei singoli casi, il titolo esecutivo, si può segnalare una problematica che si è posta, agli operatori del diritto, dopo la modifica apportata all’art. 282 c.p.c., dall’art. 33 della lontana L. 26-11-1990, n. 353.
Come già accennato, l’art. 282 cit. prevede che la sentenza di primo grado sia provvisoriamente esecutiva tra le parti e ci si è chiesti se questa provvisoria esecuzione sia da intendersi riferita o meno a qualsivoglia «capo» della sentenza, anche nel caso in cui quest’ultima accolga azioni non di condanna oppure rigetti qualsiasi tipo di domanda.
Non v’è dubbio che l’argomento sia attinente alla nozione di titolo esecutivo; infatti, il quesito poc’anzi cennato equivale a chiedersi se la sentenza – o quel capo della sentenza − possa costituire, in un certo momento, titolo esecutivo.
A tale quesito, la S.C. ha dato, fino a questo momento, soluzioni contrastanti, ma l’argomento sarà trattato in sede propria (Cfr. nei capitoli seguenti).
Non è dubbio, comunque, che anche la sola individuazione, nel singolo caso, del titolo esecutivo è compito improbo; talvolta, infatti, anzi spesso, il legislatore crea un titolo esecutivo, senza peraltro appellarlo così expressis verbis.
Esistono esecuzioni senza titolo?
Secondo alcuni Autori, non tutte le esecuzioni hanno a fondamento un titolo esecutivo: si tratterebbe di eccezioni al principio nulla executio sine titulo.
Si tratta, però, di argomento controverso. Sono richiamate, come esempio di esecuzioni senza titolo, le c.d. esecuzioni speciali, come ad esempio:
− l’espropriazione dell’autoveicolo (in forza del «privilegio» spettante al venditore, ai sensi dell’art. 7 del R.D.L. 15-3-1927, n. 436 e del regolamento 29-7-1927, n. 1814);
− l’espropriazione di beni soggetti a privilegio agrario (artt. 43-46 D.Lgs. 1-9-1993 n. 385, vigenti in materia, dopo l’abrogazione della L. 5-71928, n. 1760, in virtù dell’art. 161 D.Lgs. 1-9-1993, n. 385);
− la procedura di riscossione coattiva delle entrate patrimoniali dello Stato e degli Enti Pubblici, ai sensi del T.U. 14-4-1910, n. 639: si tenga presente però che il T.U. 639/1910 è rimasto in vigore per casi marginali, in quanto la riscossione dei tributi è stata ampiamente e ripetutamente riformata; lo stesso testo di legge è stato, poi, espressamente abrogato dall’art. 130 D.P.R. 28-1-1988, n. 43;
− l’esecuzione c.d. «per autorità del creditore» (art. 2797 c.c. – Forme della vendita dei beni mobili dati in pegno) e la vendita in danno (artt. 1515 e 1516 c.c.).
Dunque, a prescindere dai dettagli dei singoli casi tipici, si deve chiarire che l’assunto di fondo della teoria in esame è, secondo parte della dottrina [15], che: «il diritto positivo mostra chiaramente la possibilità di esecuzioni forzate svincolate dall’esistenza di un titolo esecutivo e mostra altresì come a quell’inesistenza corrisponda l’inserimento di una fase cognitiva all’interno di quella esecutiva, lo svolgersi dell’esecuzione attraverso la cognizione».
Peraltro, limiti e portata della nostra ricerca ci ricordano che siamo intenti all’individuazione del titolo esecutivo. Se poi ci sono (ma ne dubitiamo fortemente), esecuzioni senza titolo, non è proprio un buon segno.
Considerando fondamentale il disposto dell’art. 474, co. 1, c.p.c., siamo indotti a pensare che i casi appena citati rappresenterebbero, se proprio non fosse possibile diversamente argomentare al riguardo, una falla nel sistema.
Secondo parte della dottrina, esisterebbero ipotesi nelle quali la legge non richiede un titolo esecutivo per procedere ad esecuzione forzata: queste ipotesi costituiscono, naturalmente, eccezioni al principio generale sancito dal primo comma dell’art. 474 c.p.c.
Per quanto riguarda il sequestro di autoveicoli, in forza del privilegio appena richiamato, la S.C., con sentenza 3137/1976, precisò che: «Il procedimento esecutivo speciale, di cui al r.d.l. n. 436 del 1927, istitutivo del privilegio speciale automobilistico e disciplinante la sua tutela, presuppone un titolo esecutivo legittimante il privilegio e la relativa procedura, consistente in un contratto di compravendita di autoveicolo ovvero di mutuo a favore del compratore dell’autoveicolo stesso».
Sempre in tema, una manualistica autorevole sostiene che «il titolo esecutivo esiste e si forma nel corso del procedimento speciale, essendo esso rappresentato dal decreto del presidente del Tribunale o del giudice da lui delegato. Il quale decreto, da un punto di vista esplicito è provvedimento di autorizzazione al sequestro e provvedimento di autorizzazione alla vendita, mentre da un punto di vista implicito è provvedimento di accertamento giurisdizionale o di ingiunzione, avente una efficacia preclusiva analoga a quella della sentenza, ma tuttavia operante soltanto nel processo e per il processo al quale si coordina».
A non diversa conclusione, si perviene con riguardo al privilegio agrario attesa, anche in questo caso, la specificità delle prescrizioni di legge (artt. 43-46 D.Lgs. 1-9-1993 n. 385), con riguardo sia al privilegio legale sia a quello convenzionale.
Si consideri, poi, che l’art. 44 del D.Lgs. 385 cit., al quarto comma, ricalca il disposto del previgente art. 11 della L. n. 1760 del 1928, prevedendo che: «In caso di inadempimento, il giudice del luogo in cui si trovano i beni sottoposti ai privilegi di cui ai commi 1 e 2 può, su istanza della banca creditrice, assunte sommarie informazioni, disporne l’apprensione e la vendita. Quest’ultima è effettuata ai sensi dell’articolo 1515 del codice civile».
Appare dunque arduo, in questo contesto, ritenere che si sia in presenza di esecuzione che si svolge senza un titolo esecutivo; c’è un giudice che dispone, con decreto, l’apprensione e la vendita. In proposito merita, peraltro, di essere ricordata l’osservazione critica di autorevole dottrina in ordine ad una «tendenza a considerare i problemi dell’esecuzione forzata soltanto attraverso l’ottica del titolo esecutivo», tendenza che si manifesterebbe tra l’altro «nel tentativo di rinvenire a tutti i costi un titolo esecutivo laddove c’è nient’altro che un’autorizzazione giudiziale all’esecuzione».
Analoghe considerazioni possono valere, riguardo al caso del visto di esecutorietà di cui all’art. 2 del T.U. 639/1910. In verità, con l’emanazione del D.Lgs. 51/1998, il «visto» è stato soppresso, riconoscendosi (art. 229) l’esecutività di diritto; il che conferma che siamo in presenza di un titolo esecutivo.
Per quanto riguarda la procedura di riscossione coattiva delle entrate patrimoniali dello Stato e degli Enti Pubblici ai sensi del T.U. 639/1910, si tenga presente che quest’ultimo (abrogato dall’art. 130 D.P.R. 28-1-1988, n. 43) è rimasto in vigore solo per casi marginali, in quanto la riscossione dei tributi è stata più volte riformata negli anni.
Ricordiamo, peraltro, che, come già accennato poco fa, il T.U. 639/1910 è rimasto in vigore per casi marginali e il testo di legge cit. è stato espressamente abrogato dall’art. 130 D.P.R. 28-1-1988, n. 43.
Passando, ora, alle vendite «per autorità» del creditore (della prestazione dedotta in obbligazione) che può essere, talvolta, il venditore (art. 1515 c.c.), talvolta il compratore (art. 1516 c.c.), notiamo che la rubrica dei cennati articoli parla di «esecuzione coattiva»; si sa pure che rubrica non est lex.
In verità, questi casi, così come quello di cui all’art. 2797 c.c., rappresentano ipotesi eccezionali nelle quali la legge consente un’immediata soddisfazione del diritto di un soggetto (sia compratore, sia venditore, sia creditore pignoratizio), non a mezzo di esecuzione.
Il fatto che un diritto possa essere rapidamente soddisfatto, però, non equivale a dire che vi sia un’esecuzione, nel senso tecnico giuridico del termine.
Del resto, il primo comma dell’art. 474 c.p.c., riassunto nel ricordato brocardo nulla executio sine titulo, non equivale ad un divieto di soddisfazione di qualche diritto attraverso un meccanismo, previsto dal legislatore, estraneo alle previsioni di cui al Libro terzo del c.p.c. Quindi, nei casi appena indicati, non mancherebbe il titolo esecutivo, ma mancherebbe l’esecuzione, così come prevista e regolata nel cennato Libro terzo.
Ma, ai fini della nostra indagine, è necessario individuare il titolo esecutivo, quando esiste. D’altra parte, sarebbe inutile un tentativo di mutare la realtà dei fatti; altro è l’interpretazione. A tal fine, per quanto può interessare, abbiamo accennato alla polemica in ordine all’effettiva vigenza del principio nulla executio sine titulo.
Ricordiamo che il legislatore ha rispettato una sostanziale differenza tra l’essere titolo esecutivo ed avere l’efficacia esecutiva: i provvedimenti e gli altri atti ai quali la legge attribuisce espressamente efficacia esecutiva fanno parte della seconda categoria e sono innumerevoli, sparsi qua e là nelle più svariate leggi; una famiglia molto allargata, meglio una gens, tenuta insieme, sia geneticamente sia funzionalmente, dalla volontà di assicurare, per quanto possibile, la rapida soddisfazione del creditore. Che poi detto obiettivo non si realizzi, per altri motivi, che raramente hanno a che vedere con la congruità delle norme del codice di rito (sottoposte ormai ad un continuo, non sempre coerente, maquillage) è un diverso discorso che, comunque, esula dal nostro argomento di studio.

References: sentenza 
 art. 480
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 art. 351
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 Cass. 
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 art. 11