Source: http://partitodemocraticonarnisud.ilcannocchiale.it/?r=199551
Timestamp: 2020-02-27 05:53:10+00:00

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FESTA DE L’UNITA’ - FESTA DEMOCRATICA
eccoci qui pronti a ripartire tuttiassieme anche quest’anno.
Un anno ricco di cambiamenti nel segnodella tradizione.
Una scommessa azzardata ma che vedefinalmente i suoi frutti con l’apertura della seconda festa democratica a Taizzano questa volta organizzata dalcircolo del Partito Democratico Narni Sud che rappresenta gli iscritti esimpatizzanti del Partito Democratico nelle frazioni di San Vito, Guadamello, Gualdo, Vigne, Schifanoia, Itieli, Borgaria eTaizzano.
Abbiamo accolto con piacere l'invito a(ri)chiamare la nostra festa de l'Unità rafforzato anche nello slogan cheabbiamo scelto tutti insieme Festa de L’Unità una Festa Democratica.Un mix di riflessione politica,occasioni di confronto, ma anche un modo piacevole per godersi le caldenotti d'estate all'insegna del divertimentoe della voglia di stare insieme.
Una festa che vuole essere social, ci saràun'area wifi, ma anche popolare e "di piazza".
Non mancheranno poi le delizie culinarie del ristorante (con alcunenovità), così come non mancherà l'intrattenimento musicale con l'immancabile ballo liscio, qui ci siamo affidati alla“tradizione” stilando un programma all’altezza della richiesta con gruppi dirichiamo.
Numerosi i big del partito presenti, apartire dal Presidente del Partito Democratico nazionale Matteo ORFINI intervistato da RobertoVicaretti di RaiNews24 venerdì 8agosto alle ore 18:30, al sindaco di Narni Francesco De Rebotti, al segretario provinciale Carlo Emanuele Trappolino e quello comunale Claudio Proietti.
Tre dibatti intitolati:
“La Festa come momento di aggregazione, confronto, crescita e divertimento”, l’importanza di creare uno spazio ed un momento durante l’anno, perapprofondire e discutere, sul territorio, di Politica nazionale e locale conmomenti in cui è possibile socializzare e divertirsi, parteciperanno ilsegretario dei giovani democratici umbri GiovanniRubini e con quello del circolo Narni Sud Silvia Tiberti;
altro incontro è quello dedicato al futuroe ha il titolo: “Un salto nel passatoper progettare il Futuro, il PD nell'Italia che cambia” con on. Matteo ORFINI Presidente del PD per delineare le sfide del PD nell’Italia checambia;
dedicheremo inoltre un’intera iniziativaalle “Frazioni centri di periferia”,la centralità delle frazioni in un Comune vasto e ricco di piccoli borghi comequello di Narni insieme al SindacoFrancesco De Rebotti, agli assessori GianniGiombolini e Marco De Arcangelis,Lorenzo Lucarelli capo gruppo PD, Fabio Svizzeretto consigliere comunale.
Non ci resta che augurarvi… Buona FestaDemocratica a TUTTI!!!
Silvia Tiberti - Segretario Circolo PD Narni Sud
Fabio Svizzeretto - Consigliere Comunale PD
Festa del PD a Taizzano
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LaVOrizzonte
La coalizione che sostiene Francesco DE REBOTTI a candidato a Sindaco della città di Narni è ha lavoro per la costruzione del programma attraverso cinque gruppi di lavoro:
1) "Servizi alla persona esanità", coordinato da Roberto Scorzoni;
2) "Attività produttive esviluppo economico" coordinato da Marco De Arcangelis;
3) "politiche giovanili,conoscere- crescere -governare" coordinato da Alfonso Morelli;
4) "Servizi al territorio eriforme", coordinato da Mauro Leonardi;
5) "Turismo Ambiente ecultura", cordinato da Giovanni De Stilo.
Questi cinque gruppi dielaborazione politica costituiscono nel loro insieme il fondamentodel Progetto “LaVOrizzonte”.
Confrontare idee e sensibilità diverse all'interno dei gruppi di lavoro innovativi e aperti al contributo di chiunque abbia voglia e competenza per costruire un base di lavoro solida dove costruire la Narni di domani.
I gruppi di lavoro, si ritrovano fisicamente e periodicamente in vari luoghi aperti al pubblico, vieni adire la tua, segui i gruppi anche su Facebook ... ti aspettiamo
GdL Attività produttive esviluppo economico
Lotteria PD in FESTA 19-28 agosto
BIGLIETTI DELLA LOTTERIA ESTRATTI (28.8.11)
1° PREMIO - Scooter Typhoon
N. 3765
2° PREMIO - Fotocamera digitale/Casio 14,1 MPX
3° PREMIO - Telefonino Samsung
N. 1765
4° PREMIO - Bicicletta MTB
N. 3414
5° PREMIO - Buono acquisto €100,00 c/o Conad
SUPERTORE Narni Scalo
I premi vanno ritirati entro 60 giorni dall'estrazione
40° FESTA de L'UNITA a San Liberato di NARNI dal 29/7 al 7/8 2011
ore 18,00 Apertura angolo ricreativo “QUELLI CHE LA FESTA....”
ore 18,30 La Festa può cominciare! A Tu per Tu con le Istituzioni
Intervista a CATIUSCIA MARINI (Presidente Regione Umbria)
ore 21,30 Tributo a FABRIZIO DE ANDRE’
“AMICO FRAGILE” in Concerto
ore 21,00 Saluto alla Festa dell’On. Massimo D’Alema
“FEDERICO BAND”
ore 10,30 BIMBI IN FESTA
ore 21,30 Serata Danzante e Show musicale
“GENIO e PIERROTS”
ore 21,00 INIZIATIVA POLITICA
COSTRUIAMO INSIEME IL FUTURO DI NARNI (2012-2020)
Il Partito Democratico ne discute con la cittadinanza
STEFANO BIGARONI (Sindaco di Narni)
CLAUDIO PROIETTI (Segretario Comunale)
GABRIELLA TASSI - MARA GILIONI - MAURO FORTUNATI
(Coordinatori gruppi di lavoro sul documento programmatico)
ore 18,00 DIFFERENZIA GAME
IMPARIAMO A DIFFERENZIARE GIOCANDO
Giochi a squadre a tema per bambini
ore 19,00 DI LA TUA SULLA DIFFERENZIATA
ore 21,15 2º EDIZIONE DI “VACCI LISCIO”
GRANDE TORNEO DI BRISCOLA a coppie
presso l’Angolo “Quelli che la festa...”
ore 21,30 Serata Danzante con il DUO
“CORRADO BY MARRONS GLACES”
ore 19,00 Saluto dell’On. Marina Sereni (Vice Pres. del P.D.), del Sindaco di Narni
(Stefano Bigaroni), di Amelia (Riccardo Maraga), dell‘On. C.E. Trappolino
e dei Presidenti delle Associazioni (ARCI/LIBERA - LAVORO NON SOLO -
UNICOOP TIRRENO)
ore 20,00 CENA SOCIALE DELLA LEGALITÀ
con prodotti provenienti dalle terre confiscate alla mafia
ore 21,30 Foto, Video ed esperienze dei protagonisti
ore 21,30 40 ANNI INSIEME A VOI.....
LA FESTA SI RACCONTA
Documenti, immagini e testimonianze dal 1971 ad oggi
ore 18,00 BIMBI IN FESTA
ore 21,30 TRIBUTO A RINO GAETANO
a 30 anni dalla sua morte la festa lo ricorda con:
“RINO GERARD BAND” in concerto
ore 16,00 Qualificazione GARA PROVINCIALE DI AUTOMODELLISMO
“LUCA CARDINALI Band”
ore 9,00 PASSEGGIATA IN BICICLETTA
Pedalando tra fiumi e colline
ore 12,30 Pranziamo insieme dopo la passeggiata
ore 18,00 INIZIATIVA POLITICA
DIFENDIAMO LA SCUOLA, SALVIAMO LA CULTURA
Sono i nostri tesori, il nostro futuro.
FRANCESCO DEREBOTTI (Ass. Cultura Comune di Narni)
RITA NANNI (Ass. Cultura Comune di Narni)
ANNA LORETONI (Docente normale di Pisa)
ALESSANDRO CARLACCINI (Ass. Demetra)
ore 21,00 Serata Danzante con l’Orchestra
“MASSIMO E PATRIZIA”
funzionerà un fornitissimo
? con specialità
LEPRE e TRIPPA
Per prenotazioni: 347.1869833 - 333.3177836
Venerdì 10 giugno a Palazzo Eroli l'incontro "Energie rinnovabili"
Il Circolo di Narni Centro storico-Santa Lucia-Testaccio, in collaborazione con la Segreteria Comunale, organizza per venerdì 10 giugno alle 17,30 alla sala del Camino di Palazzo Eroli l'incontro "Energie rinnovabili" per discutere sulle fonti alternative per la produzione energetica in vista del referendum di sabato e domenica prossimi. Si tratta di un'iniziativa che vuole conoscere meglio cosa sono le energie rinnovabili e quali possono essere le loro potenzialità ed opportunità, attraverso gli interventi del prof. Luigi Torre della Facoltà di Ingegneria dei Materiali di Terni e di Alessandro Ronca che ci porterà la sua esperienza tangibile PeR (Parco energie rinnovabili). Ad arricchire il dibattito interverrà l'On. Carlo Emanuele Trappolino che avrà modo di tracciare le proposte del PD in ambito parlamentare sul tema della green economy, e quindi Stefano Bigaroni illustrerà le strategie attuali e future per il nostro territorio. Prima del dibattito, che speriamo possa essere ricco ed intressante, l'intervento di Gianni Giombolini potrà sfruttare quanto precedentemente illustrato per sostenere il SI del Partito Democratico al referendum sul nucleare.
Referendum 2011, cosa votare
Il 12 e 13 giu­gno 2011 i cit­ta­dini ita­liani che hanno compiuto i 18 anni di età e dispongono dei diritti politici sono chia­mati ad espri­mere il pro­prio voto su 4 que­siti referendari.
Referendum popolare n. 1 – Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione
Referendum popolare n. 2 – Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma
Referendum 12-13 giugno 2011 - LEGITTIMO IMPEDIMENTO
Il quarto quesito è quello relativo al legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale»."
Il quesito referendario sul legittimo impedimento si riferisce alla legge n. 51 del 7 aprile 2010, la cui portata normativa è stata notevolmente ridimensionata dalla Corte Costituzionale che con la sentenza n. 23/2011 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di diverse e determinanti parti della legge.
L'istituto del legittimo impedimento, previsto dall'articolo 420-ter del codice di procedura penale, prevede che l'impedimento dell'imputato a comparire dinanzi al giudice, per essere rilevante, deve essere "assoluto" e presuppone uno specifico accertamento di fatto da parte del giudice.
La legge n. 51 del 7 aprile 2010, sottoposta a referendum, ha, invece, previsto una sorta di presunzione di "legittimo impedimento" per il Presidente del Consiglio e i Ministri, con riferimento non già a talune specifiche situazioni, bensì con un rinvio a tutte le disposizioni che descrivono le attribuzioni del Presidente del Consiglio. Tale previsione risulta del tutto generica e generale perché definisce legittimo impedimento per il Presidente del consiglio "il concomitante esercizio di una o più delle attribuzioni previste dalle leggi o dai regolamenti", "nonché di ogni attività comunque coessenziale alle funzioni di governo".
Di conseguenza, il Presidente del Consiglio (comma 1) e i Ministri (comma 2), imputati per reati commessi al di fuori dell'esercizio delle loro funzioni, possono invocare in modo del tutto indiscriminato un legittimo impedimento a comparire nelle udienze dei procedimenti penali ai quali sono sottoposti, e ottenere di conseguenza il rinvio delle udienze dei processi a loro carico. In queste ipotesi, infatti, il giudice veniva costretto a rinviare il processo ad un'altra udienza su richiesta delle parti (comma 3).
Non solo, il comma 4 prevedeva il "legittimo impedimento continuativo" che poteva essere attestato dalla Presidenza del Consiglio per un periodo fino a sei mesi, sacrificando del tutto le esigenze del processo ed obbligando il giudice a rinviarlo ad un'udienza successiva al periodo indicato. In questo modo l'applicazione dell'istituto del legittimo impedimento diveniva praticamente automatico per i membri del Governo che, grazie ad esso, avrebbero così potuto bloccare per tutta la durata della loro carica i processi che li vedevano imputati.
La Corte Costituzionale ha operato un triplice intervento:
a) ha affermato che quando il comma 1 dell'articolo 1 della legge fa un elenco delle attività che portano al legittimo impedimento in realtà non può aggiungere nulla di sostanziale che non sia in qualche modo già ricavabile dall'articolo del codice, del quale può contribuire a chiarirne la portata rispetto ad una particolare fattispecie ma non allargarne indebitamente il contenuto;
b) ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del comma 4 dell'articolo 1 che disponeva che «ove la Presidenza del Consiglio dei Ministri attesti che l'impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni di cui alla presente legge, il giudice rinvia il processo a udienza successiva al periodo indicato, che non può essere superiore a sei mesi» Una norma questa che consentiva di fatto alla presidenza del Consiglio di autocertificare senza limite l'impedimento;
c) ha tolto qualsiasi automatismo al comma 3 dell'articolo 1 della legge, dichiarando l’illegittimità del comma, nella parte in cui non prevede che il giudice valuti in concreto, a norma dell'art. 420-ter, comma 1, del codice di procedura penale, l'impedimento addotto. In questo modo il giudice può decidere di non riconoscere il legittimo impedimento.
La Sentenza della Corte costituzionale ha ridotto il possibile impatto del referendum sulla legge. Resta attuale il significato politico di disapprovazione della scelta ripetuta di scrivere o modificare le leggi a favore delle esigenze particolari di una persona.
Occorre, inoltre, ricordare che Governo e maggioranza stanno cercando di introdurre un'ulteriore riduzione dei termini di prescrizione per i reati commessi dagli incensurati, mediante una disposizione già approvata dalla Camera dei deputati che modifica la cd. Legge Cirielli del 2005.
Referendum 12-13 giugno 2011 - NUCLEARE
«Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, limitatamente alle seguenti parti: art. 7, comma 1, lettera d: realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare? ».
Il terzo quesito riguarda il ritorno al nucleare in Italia. Viene infatti richiesta l'abrogazione delle norme, contenute in testi diversi: nel decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133; nella legge 23 luglio 2009, n. 99 (Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia); nel decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104 (Attuazione dell’articolo 44 della legge 18 giugno 2009, n. 69, recante delega al governo per il riordino del processo amministrativo); nel decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31 (Disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché misure compensative e campagne informative al pubblico, a norma dell’articolo 25 della legge 23 luglio 2009, n. 99).
In particolare, il quesito investe:
· La lettera d) del comma 1 dell’articolo 7, relativo alla “Strategia energetica nazionale”, del decreto-legge n. 112 del 2008 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria). La norma prevede, tra le opzioni per la programmazione della politica energetica nazionale, la possibilità di ricorrere alla realizzazione, sul territorio nazionale, di impianti di produzione di energia nucleare.
· gli articoli 25 (contenente la delega al Governo in materia nucleare), 26 e 29 della legge n. 99 del 2009, sopprimendo tutti i riferimenti alla individuazione, realizzazione ed esercizio degli impianti e attività nucleari e norme connesse. Si confermano in capo all’Agenzia per la sicurezza nucleare i compiti relativi alla gestione e sistemazione dei rifiuti radioattivi, dei materiali nucleari provenienti da attività mediche ed industriali, nonché alla protezione dalle radiazioni e alla vigilanza sugli impianti e sui materiali nucleari, comprese le loro infrastrutture e la logistica.
· l’articolo 133, comma 1, lett. o), del decreto legislativo n. 104 del 2010 sul processo amministrativo (giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di energia), espungendo i riferimenti alla tematica nucleare.
· il decreto legislativo n. 31 del 2010 (Disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell'esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi), abrogando, a partire dal Titolo del decreto, i riferimenti relativi alla disciplina della localizzazione, realizzazione ed esercizio di impianti nucleari. Più dettagliatamente, vengono espunti:
- dall’articolo 1, i riferimenti alle attività di costruzione, di esercizio e di disattivazione degli impianti nucleari;
- dall’art. 2, recante le definizioni delle formule usate nel decreto, le definizioni specificamente attinenti agli impianti e ai siti nucleari;
-dall’articolo 3, ogni riferimento alla materia nucleare contenuto nel documento programmatico che dovrebbe recare la "Strategia del Governo in materia nucleare". A seguito delle abrogazioni, il documento dovrebbe recare esclusivamente i progettati interventi in materia di ricerca e formazione e per la riduzione delle emissioni inquinanti e di gas a effetto serra, nonché gli indirizzi in materia di gestione dei rifiuti radioattivi e di disattivazione degli impianti dismessi;
- gli articoli dal 4 al 24, contenuti nel Titolo II del decreto dedicato al "Procedimento unico per la localizzazione, la costruzione e l'esercizio degli impianti nucleari; disposizioni sui benefici economici per le persone residenti, gli enti locali e le imprese; disposizioni sulla disattivazione (decommissioning) degli impianti", nonché l'articolo 29, concernente il corrispettivo per il conferimento dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare irraggiato;
- dall'articolo 26, le disposizioni relative al corrispettivo dato alla Sogin S.p.A. per i compiti connessi alla gestione di nuovi impianti, dall'art. 27 il riferimento alla valutazione ambientale strategica della strategia nucleare nella predisposizione di una proposta di Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee alla localizzazione del Parco Tecnologico, dagli articoli 28 e 30 ogni riferimento ai rifiuti radioattivi provenienti dai nuovi impianti per la corresponsione del contributo “compensativo” ai territori limitrofi al Parco Tecnologico;
- gli articoli da 31 a 34, relativi alla realizzazione di una campagna di informazione nazionale in materia di produzione di energia elettrica da fonte nucleare (articoli 31 e 32), alle sanzioni penali per chiunque costruisca o ponga in esercizio un impianto di produzione di energia elettrica di origine nucleare o di fabbricazione del combustibile nucleare senza avere ottenuto l'autorizzazione unica (articolo 33), alle sanzioni amministrative per violazioni alla normativa autorizzatoria (articolo 34);
- dall’articolo 35, contenente le abrogazioni, i riferimenti ad alcuni articoli della legge n. 393 del 1975 (“Norme sulla localizzazione delle centrali elettronucleari e sulla produzione e sull'impiego di energia elettrica”), e all'articolo 10 della legge 31 dicembre 1962, n. 1860 ("Impiego pacifico dell'energia nucleare").
La Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibile la richiesta di referendum popolare avente ad oggetto “Nuove centrali per la produzione di energia nucleare. Abrogazione parziale di norme” con la sentenza n. 28 del 12 gennaio 2011.
La Corte ha rilevato (considerato in diritto 3.1.) che la richiesta referendaria non viola i limiti desumibili dall’interpretazione logico-sistematica della Costituzione, poiché le leggi delle quali si chiede l’abrogazione non rientrano fra quelle per le quali detta norma esclude il ricorso all’istituto referendario, né si pone in contrasto con obblighi internazionali e, in particolare, con il Trattato istitutivo della Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Rimane infatti di competenza nazionale lo “stabilire il proprio mix energetico in base alle politiche nazionali in materia”, laddove la normativa Euratom impone solo, una volta che il legislatore nazionale abbia optato per l’energia atomica, misure e standard di garanzia per la protezione della popolazione e dell’ambiente. Al riguardo, assume anche rilievo la Comunicazione della Commissione al Consiglio europeo e al Parlamento europeo, avente ad oggetto «Una politica energetica per l’Europa», del 10 gennaio 2007, la quale, al punto 3.8, indica espressamente che «spetta ad ogni Stato membro decidere se ricorrere all’energia nucleare», pur precisando che, «qualora il livello di energia nucleare diminuisse nell’UE, questa riduzione deve assolutamente essere sincronizzata con l’introduzione di altre fonti energetiche a basse emissioni di carbonio per la produzione di elettricità». Inoltre, il Trattato di Lisbona ha inserito nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), il Titolo XXI, dedicato alla «Energia», il cui art. 194, paragrafo 2, attribuisce al Parlamento europeo ed al Consiglio l’adozione delle misure necessarie per conseguire gli obiettivi di cui al paragrafo 1, ma stabilisce che «esse non incidono sul diritto di uno Stato membro di determinare le condizioni di utilizzo delle sue fonti energetiche, la scelta tra varie fonti energetiche e la struttura generale del suo approvvigionamento energetico». In definitiva, secondo la Corte, l’inesistenza di un preciso obbligo di realizzare o mantenere in esercizio impianti per la produzione di energia nucleare conduce ad escludere che la richiesta referendaria si ponga in posizione di contrasto con uno specifico obbligo derivante da convenzioni internazionali o da norme comunitarie.
Relativamente ai requisiti di omogeneità, chiarezza ed univocità del quesito (considerato in diritto 3.2.), la Corte ha sottolineato che le disposizioni di cui si propone l’abrogazione, benché contenute in molteplici atti legislativi, sono tra loro strettamente connesse, in quanto sono tutte strumentali a permettere la costruzione o l’esercizio di nuove centrali nucleari. Il fine intrinseco del referendum consiste dunque nell’intento di impedire la realizzazione e la gestione di tali centrali, mediante l’abrogazione di tutte le norme che rendono possibile questo effetto, con l'effetto che l’elettore possa esprimersi su di una questione ben determinata nel contenuto e nelle finalità.
Secondo la Corte, il quesito, pur caratterizzato dalla tecnica del ritaglio, mira a realizzare un effetto di ablazione puro e semplice della disciplina concernente la realizzazione e gestione di nuove centrali nucleari e, perciò, non ha il carattere della manipolatività.
Allo scopo dichiarato di evitare lo svolgimento del referendum, il Governo ha previsto, all'art.5 del decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34 (Disposizioni urgenti in favore della cultura, in materia di incroci tra settori della stampa e della televisione, di razionalizzazione dello spettro radioelettrico, di moratoria nucleare, di partecipazioni della Cassa depositi e prestiti, nonché per gli enti del Servizio sanitario nazionale della regione Abruzzo), la "sospensione dell'efficacia di disposizioni del decreto legislativo n. 31 del 2010".
Nel corso dell'esame al Senato, lo stesso Governo ha presentato un emendamento interamente sostitutivo dell'articolo 5, riproponendo di fatto il quesito referendario con modifiche che non precludessero, in futuro, la possibilità di un ritorno all'energia nucleare. In particolare, il primo comma dell’art. 5 precisa che, al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche relativamente alla sicurezza nucleare (con il supporto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare e tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle decisioni che saranno prese dalla UE), non si procede più alla definizione e attuazione del programma sugli impianti nucleari previsto dagli articoli 25 e 26 della legge n. 99 del 2009 (Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia). Il comma 2, invece, abroga per intero l’articolo 7 del decreto-legge n. 112 del 2008, relativo alla “Strategia energetica nazionale”, che prevedeva anche il ricorso all'energia nucleare, pur reintroducendo, al successivo comma 8, una specifica disciplina sulla stessa materia che :
-non fa menzione della Conferenza nazionale dell'energia e dell'ambiente che, ai sensi della norma del 2008, doveva essere convocata ai fini della definizione della Strategia energetica;
-affida la proposta della Strategia al Ministro dello sviluppo economico congiuntamente con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, acquisiti i pareri delle competenti Commissioni parlamentari.
-modifica gli obiettivi della Strategia, eliminando i riferimenti al nucleare e alla promozione delle fonti rinnovabili di energia e dell’efficienza energetica; inserendo la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali nonchè un riferimento alla sicurezza nella produzione di energia sulla base delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea ed internazionale.
Proprio queste ultime previsioni darebbero l'opportunità al Governo- una volta effettuati gli stress test sulle centrali esistenti (che dovrebbero concludersi entro la fine del 2011) e fissati a livello europeo e sulla base delle valutazioni delle agenzie per la sicurezza nucleare standard stringenti in materia di sicurezza - di riproporre anche in Italia l'opzione nucleare. Tanto emerge sia dalle dichiarazioni rilasciate dal Presidente del Consiglio poco dopo il passaggio del decreto-legge al Senato, sia da quanto affermato dal Ministro dello Sviluppo economico Romani in sede di discussione in Aula, ovvero la volontà di procedere ad una semplice "revisione del programma nucleare", e non ad un suo abbandono. Pertanto, l'intenzione del Governo è di procedere ad una semplice moratoria, rimandando la decisione ma mantenendo inalterata la possibilità di riproporre il nucleare a distanza di tempo.
Lo scopo del Governo, dunque, sembra essere duplice: negare ai cittadini italiani la possibilità di esprimersi in materia di politica nucleare, senza escludere che questa possa essere, nonostante tutto, portata avanti; evitare che la maggioranza degli elettori vada a votare su quel referendum che, proprio perché particolarmente sentito dai cittadini, permetterebbe di raggiungere il quorum necessario alla validità di tutti e quattro i quesiti referendari, e dunque anche a quello relativo al legittimo impedimento.
Si vorrebbe, quindi, che in caso di definitiva approvazione del decreto alla Camera, il referendum sul nucleare non avesse luogo, in forza dell'articolo 39 della legge 352/1970 sui referendum, che dispone che 'se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l'atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l'Ufficio centrale per il referendum dichiara che le operazioni relative non hanno più corso".
Referendum 12-13 giugno 2011 - ACQUA PUBBLICA
Sono due i referendum relativi all'acqua pubblica. In entrambi i casi, la finalità dichiarata dei promotori del referendum è quella di bloccare il processo di privatizzazione della gestione del servizio idrico, di cui non si condividono finalità e motivazioni.
Il primo quesito riguarda la normativa relativa alle modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica.
Si chiede l'abrogazione dell'art. 23- bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112 ("Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria"), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall'art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99 recante "Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia", e dall'art. 15 del decreto legge 25 settembre 2009, n. 135, ("Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea"), convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale.
La norma di cui si chiede l'abrogazione stabilisce che la modalità ordinaria di gestione del servizio idrico è l'affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40% del capitale.
L'articolo 23-bis del decreto-legge n. 112 del 2008, modificato più volte, ha fissato, dunque, la disciplina dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, che prevale sulle discipline di settore con essa incompatibili, salvo quelle relative ai quattro cosiddetti “settori esclusi” (distribuzione di gas naturale; distribuzione di energia elettrica; gestione delle farmacie comunali; trasporto ferroviario regionale).
La ratio è di favorire la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica da parte di soggetti privati scelti con gara ad evidenza pubblica. A tal fine, sono limitati i casi di affidamento diretto della gestione, consentendo la gestione in house (cioè la forma di gestione diretta del servizio da parte dell’ente pubblico, affidata senza gara pubblica) solo ove ricorrano situazioni del tutto eccezionali, che «non permettono un efficace ed utile ricorso al mercato».
Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria, a favore di imprenditori o società, individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, o a società a partecipazione mista pubblica-privata, purché il socio privato sia selezionato attraverso gare cosiddette “a doppio oggetto” (sulla persona e sull’attività) e partecipi in misura non inferiore al 40 per cento.
Soltanto in "situazioni eccezionali che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace ed utile ricorso al mercato", l'affidamento può avvenire a favore di società a capitale interamente pubblico, partecipate dall'ente locale (c.d. società “in house”). Su tali affidamenti è richiesto il parere dell'Antitrust.
La proprietà delle reti resta pubblica, ma la loro gestione può essere affidata a soggetti privati.
I bacini di gara per i diversi servizi sono definiti, nel rispetto delle normative settoriali, dalle Regioni e dagli enti locali nell’ambito delle rispettive competenze, d’intesa con la Conferenza unificata, secondo specifiche finalità (economie di scala e di scopo, efficienza ed efficacia; integrazione dei servizi a domanda debole nel quadro dei servizi più redditizi; dimensione minima efficiente a livello di impianto per più soggetti gestori; copertura degli obblighi di servizio universale).
L'articolo 23-bis detta anche il regime transitorio, prevedendo tre diverse scadenze per gli affidamenti “difformi” (gli affidamenti “in house” cessano il 31 dicembre 2011 ovvero alla scadenza del contratto se, a quella data, gli enti affidanti cedono ai privati il 40% della proprietà; gli affidamenti a società quotate cessano alla scadenza del contratto se la quota pubblica scende, anche progressivamente, sotto il 40% entro il 30 giugno 2013 e sotto il 30% entro il 31 dicembre 2015, altrimenti cessano il 30 giugno 2013 o il 31 dicembre 2015; in tutti gli altri casi la scadenza è al 31 dicembre 2010) mentre per gli affidamenti già conformi la scadenza rimane quella prevista nel contratto di servizio. Le gestioni affidate che non rientrano nei precedenti casi cessano comunque entro il 31 dicembre 2010 (termine poi prorogato).
L'articolo 23-bis stabilisce inoltre che i titolari di servizi pubblici locali affidati senza gara hanno il divieto di acquisire la gestione di servizi ulteriori ovvero in ambiti territoriali diversi e non possono svolgere servizi o attività per altri enti pubblici o privati, né direttamente, né tramite loro controllanti o altre società che siano da essi controllate o partecipate, né partecipando a gare. Il divieto non si applica alle società quotate in mercati regolamentati e al socio privato selezionato con gara pubblica.
Al Governo è attribuito il potere di emettere regolamenti di delegificazione, relativi a: l’assoggettamento dei soggetti affidatari " in house" di servizi pubblici locali al patto di stabilità interno; la possibilità per i comuni con un limitato numero di residenti di svolgere le funzioni relative alla gestione dei servizi pubblici locali in forma associata; la distinzione tra le funzioni di regolazione e le funzioni di gestione dei servizi pubblici locali; l'armonizzazione della nuova disciplina e quella di settore applicabile ai diversi servizi pubblici locali, individuando le norme applicabili in via generale per l’affidamento di tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica in materia di rifiuti, trasporti, energia elettrica e gas, nonché in materia di acqua; la limitazione dei casi di gestione in regime d’esclusiva dei servizi pubblici locali; la previsione di forme di ammortamento degli investimenti e una durata degli affidamenti strettamente proporzionale e mai superiore ai tempi di recupero degli investimenti; la disciplina, in ogni caso di subentro, relativa alla cessione dei beni, di proprietà del precedente gestore, necessari per la prosecuzione del servizio; la previsione di adeguati strumenti di tutela non giurisdizionale anche con riguardo agli utenti dei servizi; l'individuazione delle norme abrogate ai sensi del medesimo art. 23-bis. Infine, è abrogato, nelle parti che contrastano con la nuova disciplina, l’articolo 113 del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, relativo alla gestione delle reti e all'erogazione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica.
La richiesta di referendum popolare è stata ammessa dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 24 del 12 gennaio del 2011.
I proponenti, nelle memorie presentate alla Corte, hanno dedotto che il referendum persegue l'intento di limitare gli eccessi delle cosiddette “privatizzazioni” della gestione dei servizi pubblici locali. In particolare, essi osservano che, quanto alla "normativa di risulta", l’abrogazione dell'art. 23-bis del decreto-legge n. 112 del 2008 comporterebbe: 1) il venir meno del fondamento legislativo del regolamento delegificante di cui al d.P.R. 7 settembre 2010, n. 168 (Regolamento in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica, a norma dell'articolo 23-bis, comma 10, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133), adottato in forza proprio del suddetto art. 23-bis, con conseguente perdita di efficacia di tale regolamento, in analogia all’ipotesi – esaminata dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 241 del 2003 – di abrogazione di una legge di delegazione; [...] 3) l’attribuzione agli enti locali del potere di optare per l’affidamento della gestione in house dei servizi pubblici locali, anche in assenza delle condizioni straordinarie oggi richieste dal comma 3 dell’art. 23-bis, tutte le volte in cui tale gestione risulterà corrispondente al pubblico interesse, pur nel rispetto delle esigenze concorrenziali sottolineate dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 325 del 2010.
La Corte Costituzionale ha osservato che il quesito è ammissibile sotto il profilo della sua formulazione, in quanto esso rispetta tutti i richiesti requisiti di omogeneità, chiarezza e semplicità, univocità, completezza, coerenza, rispetto della natura essenzialmente ablativa dell’operazione referendaria. In particolare, la Corte ha affermato (considerato in diritto 5.1.) che l’abrogazione richiesta riguarda una normativa generale, con evidente unitarietà della disciplina, che è diretta sostanzialmente a restringere, rispetto alle regole concorrenziali minime comunitarie, le ipotesi di affidamento diretto e, in particolare, di gestione in house dei servizi pubblici locali di rilevanza economica.
In tal senso, dunque, ha aggiunto la Corte (considerato in diritto 4), il quesito non viola i limiti di cui all’art. 75 Cost. nemmeno con riferimento al diritto comunitario, perché non ha ad oggetto una legge a contenuto comunitariamente vincolato (e, quindi, costituzionalmente vincolato, in applicazione degli articoli 11 e 117, primo comma, della Costituzione), e l’eventuale abrogazione referendaria non comporterebbe alcun inadempimento degli obblighi comunitari. Infatti, come già osservato in precedente sentenza (n. 325 del 2010) l’art. 23-bis non costituisce applicazione necessitata del diritto dell’Unione europea. L’introduzione, attraverso l'art. 23-bis, di regole concorrenziali - come quelle in tema di gara ad evidenza pubblica per l’affidamento della gestione di servizi pubblici - più rigorose di quelle minime richieste dal diritto dell’Unione europea non è imposta dall’ordinamento comunitario «e, dunque, non è costituzionalmente obbligata, ai sensi del primo comma dell’art. 117 Cost. […], ma neppure si pone in contrasto […] con la […] normativa comunitaria, che, in quanto diretta a favorire l’assetto concorrenziale del mercato, costituisce solo un minimo inderogabile per gli Stati membri». Inoltre, dall’abrogazione referendaria non deriva, in tema di regole concorrenziali relative ai servizi pubblici locali di rilevanza economica, né una lacuna normativa incompatibile con gli obblighi comunitari né l’applicazione di una normativa contrastante con il suddetto assetto concorrenziale minimo inderogabilmente richiesto dall’ordinamento comunitario. La Corte ha affermato che, all’abrogazione dell’art. 23-bis, non conseguirebbe alcuna reviviscenza delle norme abrogate da tale articolo (reviviscenza, del resto, costantemente esclusa in simili ipotesi sia dalla giurisprudenza della medesima Corte Costituzionale, sia da quella della Corte di cassazione e del Consiglio di Stato) e conseguirebbe l’applicazione immediata nell’ordinamento italiano della normativa comunitaria (meno restrittiva rispetto a quella oggetto di referendum) relativa alle regole concorrenziali minime in tema di gara ad evidenza pubblica per l’affidamento della gestione di servizi pubblici di rilevanza economica.
Secondo i promotori del referendum, con l'articolo 23-bis del decreto legge 112 del 2008 il Governo ha voluto "mettere sul mercato" le numerose gestioni che o non hanno ancora proceduto ad affidamento, o hanno affidato la gestione del servizio idrico a società a totale capitale pubblico. Queste ultime infatti cesseranno entro il dicembre 2011, o potranno continuare alla sola condizione di trasformarsi in società miste, con capitale privato al 40%. La norma inoltre disciplina le società miste collocate in Borsa, le quali, per poter mantenere l’affidamento del servizio, dovranno diminuire la quota di capitale pubblico al 40% entro giugno 2013 e al 30% entro il dicembre 2015. Conseguentemente, per i promotori, abrogare la norma significa contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni imposta dal Governo, e in particolare la "consegna dei servizi idrici" al mercato.
Il secondo quesito riguarda la determinazione della tariffa del servizio idrico integrato, come stabilita nell'articolo 154, comma 1 (Tariffa del servizio idrico integrato) del c.d. Codice ambientale, di cui al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.
Secondo l'articolo 154, comma 1, la tariffa del servizio idrico integrato è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell'entità dei costi di gestione delle opere, dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell'autorità d'ambito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio "chi inquina paga". Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo. In base al comma 2 dell'articolo 154, il Ministero dell'Ambiente definisce con decreto le componenti di costo per la determinazione della tariffa.
Il referendum chiede l'abrogazione puntuale di alcune parole ("dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito"), che, secondo i promotori del referendum, consentono al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun vincolo di reinvestimento che migliori la qualità del servizio. Si assicura, così, il profitto per invogliare i privati a gestire i servizi idrici.
La Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibile la richiesta di referendum popolare con la sentenza n. 26 del 12 gennaio del 2011. Nelle memorie presentate dai promotori alla Corte, sono indicate anche le finalità del referendum. In particolare, ad avviso dei promotori, richiedendo l'abrogazione della sola previsione della “remuneratività” della tariffa, il fine perseguito è quello di escludere il profitto tra le motivazioni accettabili di chi gestisce il servizio idrico integrato, nell'ottica di fondare "un sistema coerente con il riconoscimento dell’acqua come bene comune".
Le motivazioni del referendum seguono tre direttrici: a) far sì che il servizio idrico non sia gestito con la logica del profitto, eliminando il parametro di determinazione della tariffa costituito dalla remunerazione dell’investimento, che presenterebbe elementi di “disarmonia” rispetto alle altre voci, dirette ad assicurare la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio; b) evitare all’utenza un eccessivo incremento della tariffa; c) mantenere in ogni caso la capacità operativa della norma relativa alla determinazione delle tariffe, che verrebbe in ogni caso determinata con parametri in grado di consentire la copertura dei costi. Sarebbe così garantito il rispetto della normativa europea, in quanto, mentre la copertura dei costi è coessenziale alla natura “economica” del servizio, non lo è la remunerazione del capitale investito.
La Corte, a quest'ultimo riguardo, ha valutato che (considerato in diritto 5.1.) l’inciso oggetto della richiesta referendaria non risulta a contenuto imposto dalla normativa europea, essendo coessenziale alla nozione di “rilevanza” economica del servizio idrico integrato l’esercizio dell’attività con metodo economico, «nel senso che essa, considerata nella sua globalità, deve essere svolta in vista quantomeno della copertura, in un determinato periodo di tempo, dei costi mediante i ricavi (di qualsiasi natura questi siano, ivi compresi gli eventuali finanziamenti pubblici)» , come già affermato dalla stessa Corte nella sentenza n. 325 del 2010. Pertanto, a giudizio della Corte, il carattere rimunerativo della tariffa non può essere definito elemento caratterizzante la nozione di «rilevanza» economica del servizio idrico integrato.
Per quanto riguarda i necessari caratteri della chiarezza, coerenza ed omogeneità, la Corte (considerato in diritto 5.2.) ha affermato che, attraverso l’abrogazione parziale del comma 1 dell’art. 154, e, in particolare, mediante l’eliminazione del riferimento al criterio della «adeguatezza della remunerazione del capitale investito», si persegue, chiaramente, la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua. Dunque il quesito "incorpora l’evidenza del fine intrinseco all’atto abrogativo, cioè la puntuale ratio che lo ispira (sentenza n. 29 del 1987)". La Corte ritiene inoltre che non possa essere condiviso il rilievo circa la presunta inidoneità del quesito a perseguire il fine di eliminare la remunerazione del capitale investito, non potendosi non tenere conto anche di quest’ultimo nella determinazione della tariffa di un servizio qualificato di rilevanza economica, in quanto "il quesito in questione risulta idoneo al fine perseguito, perché, come sopra si è notato, coessenziale alla nozione di “rilevanza” economica del servizio è la copertura dei costi, non già la remunerazione del capitale."
Nel corso degli ultimi anni quello della gestione integrata del ciclo dei rifiuti è divenuto tema di forte rilevanza pubblica e di forte impatto ambientale non più contenibile in un’ottica emergenziale o delegabile alla tragica soluzione dei commissariamenti governativi che mai hanno risolto le situazioni ma spesso le hanno aggravate. La situazione italiana è del tutto particolare e si dipana da un lato a contrastare il diffuso traffico illecito dei rifiuti dall’altro a costruire un moderno sistema di gestione dei rifiuti in linea con la Direttiva europea 98/2008 .
Superare l’emergenza e sconfiggere le ecomafie
Il 31 Dicembre 2009 è terminata ufficialmente l’emergenza campana, anche se l’emergenza non è risolta. Rimangono molteplici questioni aperte: dalle 7 milioni circa di ecoballe che rimangono dove sono, alla mancata costruzione degli impianti di incenerimento previsti dai decreti e non realizzati alla assenza di impianti per trattare l’organico (digestori anaerobici e compostaggio), da una raccolta differenziata che non decolla (nonostante esperienze avanzate di alcuni comuni). I vari interventi dei Commissariati più che a risolvere problemi rischiano di perpetuare il malaffare creando condizioni favorevoli allo sviluppo delle ecomafie. Numerose ormai sono le inchieste che riguardano materiale differenziato che non ha le necessarie caratteristiche di qualità e che viene esportato illegalmente all’estero. Un sistema di gestione delegato alle province non realizzabile e che ora tutti vorrebbero rivedere. Una proposta governativa mostratasi insufficiente, demagogica e che non ha risolto al di là della propaganda i nodi strutturali che possano consentire il rientro nella gestione ordinaria.
Cosa dire poi dei Consorzi misti o pubblici per la raccolta dei rifiuti che nel casertano e nel napoletano sono infarciti di personale inadeguato e in numero assolutamente sproporzionato alle esigenze territoriali. Società che hanno bilanci improbabili che hanno fatto della provvisorietà un elemento di certezza, quella di depauperare il bene e le risorse pubbliche.
A questo si aggiunga la situazione calabrese che di fatto è ben lungi dall’essere risolta. Impianti non a norma, società miste di gestione fallite, assenza di raccolta differenziata. Inceneritori costruiti a metà e lasciati a marcire, depuratori insufficienti o più spesso installati e non collegati, aree da bonificare come la Pertusola di Crotone che costituiscono una seria minaccia ambientale e per la salute. Infiltrazioni della malavita più o meno organizzata a tutti i livelli e amministratori locali spesso collusi se non protagonisti di tale sfacelo ambientale e gestionale.
Per finire la situazione siciliana. La grave situazione di carattere ambientale e sanitario che si è determinata a Palermo e Catania, ma anche nelle altre Province siciliane ha creato una situazione drammatica che deriva da un piano dei rifiuti regionale precedente e un assetto organizzativo per la gestione completamente sbagliato. Un progetto che ha visto nella costituzione dei 27 ato (ambiti territoriali ottimali) in forma di s.p.a. il fulcro del dissesto finanziario condito da un fallimento totale nella costruzione dei 4 inceneritori e della raccolta differenziata. In questa situazione di sfascio, in numerosi casi si è inserita la mafia determinando situazioni di palese illegalità che hanno visto l’arresto di numerosi attori pubblici e privati collegati con importanti famiglie mafiose In realtà l’emergenza rifiuti invece che risolversi in Campania si sta allargando ad altre importanti regioni, soprattutto del Nord: si pensi ai traffici in Lombardia e ciò che succede in Liguria.
A fronte di tutti questi problemi ci si domanda se sono stati messi in campo tutti gli strumenti legislativi e gestionali per cercare di risolvere un problema che caratterizza fortemente in negativo il nostro Paese. Sicuramente il recepimento della Direttiva europea 99/2008 che prevede l’introduzione nell’ambito penale dei delitti ambientali estendendo la responsabilità dei reati ambientali anche alle società , l’introduzione della tracciabilità dei rifiuti (sistema SISTRI, per quanto tutto da sperimentare e che ad oggi non decolla) possono aiutare ad affrontare meglio gli aspetti illegali connessi alla gestione integrata dei rifiuti ma purtroppo sono poca cosa rispetto a ciò che sarebbe necessario. Tante proposte sono state fatte anche dal nostro Partito ma purtroppo rimaste inascoltate: dalla necessità di un maggior coordinamento fra le procure ordinarie e la procura distrettuale antimafia, ad un maggior coordinamento tra le forze di polizia giudiziaria, ad un potenziamento dei controlli preventivi attraverso un rafforzamento delle Agenzie ambientali regionali1 e di quella nazionale per citarne alcune, ad un ruolo più forte di coordinamento del Governo centrale evitando il ricorso sistematico al commissariamento.
Non si tratta certo di scaricare sulla criminalità organizzata la responsabilità dei ritardi e delle inefficienze. Ci sono responsabilità politiche e quindi anche nostre. E’ indispensabile affrontare con consapevolezza una situazione complessa che necessiterebbe di risorse e strumenti del tutto straordinari attraverso un coinvolgimento delle tante realtà sane e importanti presenti nel nostro Paese che potrebbero dare un contributo determinante per risolvere una volta per tutte l’”emergenza dei rifiuti in Italia”. Non mancano gli esempi virtuosi nel nostro Paese così come ci sono ampie possibilità di costruire attorno al tema dei rifiuti un vero sistema industriale moderno. Considerare separate tra loro le azioni per la gestione dei rifiuti e per la sicurezza e la legalità significa ripercorrere errori del passato che hanno portato allo stato di emergenza e al monopolio criminale. Più volte abbiamo chiesto un grande progetto straordinario per l’Italia che riportasse a condizioni di normalità la gestione dei rifiuti . Bisogna accelerare la redazione e l'approvazione del Piano nazionale per la riduzione dei rifiuti previsto dalle norme di recepimento della direttiva CE/2008/98, anticipandone da subito, in accordo con le Regioni, gli obiettivi e le azioni nel Mezzogiorno. .Da subito bisogna quindi attivare un tavolo nazionale teso a scongiurare l'esplosione di nuove crisi, rilanciare le buone pratiche del riciclaggio di rifiuti raccolti in modo differenziato, realizzare la riduzione della produzione di rifiuti e favorire la costruzione degli impianti e delle infrastrutture industriali per il recupero d'energia dai rifiuti.
Per una gestione innovativa del ciclo dei rifiuti
La recente crisi economica per quanto devastante in termini sociali, non ha prodotto a livello mondiale la riduzione di richiesta di materie prime, specie da parte delle economie emergenti. Per questo la riduzione dei rifiuti alla fonte, il recupero di materia e di energia può essere una risposta importante che può contribuire a diminuire l'impatto del consumo di materie prime sull'ambiente e al rallentamento dei cambiamenti climatici.
C'è un dato che più di tutti rappresenta in maniera lampante il ritardo che il nostro paese registra nel settore dei rifiuti: la gran parte dei rifiuti urbani prodotti in Italia (circa 12 milioni di tonnellate nel 2008, il 45% del totale) finisce in discarica senza aver subito alcun processo di recupero e di minimizzazione del rischio di inquinamento. I maggiori paesi europei consegnano alle discariche meno del 8% dei loro rifiuti urbani e soltanto dopo che questi hanno subito un trattamento per ridurne la pericolosità.
Inoltre su 134 milioni di tonnellate all'anno stimati complessivamente da ISPRA (2009) come produzione annua di Rifiuti Speciali in Italia, più di 4 volte gli urbani, di circa 26 milioni ad oggi è ignota la destinazione, come più volte denunciato dalle Autorità; spesso vengono alla luce,come ricordato sopra, insistiti comportamenti illegali. E' evidente come sia necessario un cambio di passo. I progressi riscontrati nel corso di questi ultimi anni, specialmente in diverse regioni del centro nord , e in diverse realtà del Cento Nord sono significativi e dimostrano la concreta possibilità di gestire i rifiuti secondo pratiche intelligenti, orientate alla sostenibilità ambientale, all’equilibrio economico ed allo sviluppo sociale.
In Italia si intercettano ed avviano al recupero oltre il 70% degli imballaggi immessi al consumo con punte di eccellenza per alcuni materiali. Di questo circuito virtuoso sono stati attori protagonisti i comuni e le regioni, le aziende pubbliche e private della raccolta, l’industria degli imballaggi e quella del riciclaggio, le associazioni ambientaliste e le organizzazioni sindacali che hanno contribuito a sostenere una elevata tensione civile sul tema del corretto uso delle risorse territoriali.
Obiettivo del PD è quello di stimolare il ciclo virtuoso dei rifiuti, anche come opportunità per creare sviluppo: riduzione, riuso, riciclaggio e recupero dei materiali ed energia con il completamento di un ciclo che veda la nascita, ove possibile, di Distretti Industriali del Riciclo. Il Paese deve fare questa scelta e gli amministratori del PD devono allineare i loro comportamenti concreti alle posizioni politiche dei piani di azione.
Partire dalla Direttiva Europea 2008/98CE, che all'articolo 4 detta la gerarchia dei rifiuti
a – ridurre,
b – preparazione per il riutilizzo,
c – riciclaggio,
d – recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia,
e – smaltimento.
significa chiudere con la stagione delle discariche di rifiuto non trattato, cioè con la modalità che maggiormente produce inquinamento dei suoli e dell'acqua, creando rischi per la salute dei cittadini e peggiorando la qualità della vita sul territorio.
Ridurre la produzione dei rifiuti, riutilizzare i beni che possono avere ancora una funzione, riciclare i materiali e infine recuperare energia da ciò che resta da questo processo virtuoso, permetterà davvero di far diventare residuale il problema dello smaltimento degli scarti delle varie lavorazioni.
Uscire dalla contrapposizione fra raccolta differenziate e incenerimento con produzione energetica è possibile se si crea una gerarchia negli obiettivi, che devono essere integrati in un piano in cui la prevenzione e il riciclaggio hanno la priorità rispetto al recupero di energia.
D’altra parte sono già avviati su questo percorso i paesi più avanzati in Europa, così come alcune regioni del Nord Italia, nei quali è stato affermato con evidenza che riciclaggio e recupero energetico non sono tra loro concorrenti, quanto invece complementari, nello svolgimento di una corretta gestione dei rifiuti, orientata al superamento dello smaltimento in discarica.
In questo quadro una riflessione sul rapporto tra gestione dei servizi di raccolta e di gestione degli impianti di smaltimento è opportuna. Gli interessi e gli obiettivi delle due attività possono essere potenzialmente conflittuali e soprattutto molto diversi dal punto di vista costi-ricavi delle due attività. Il sistema pianificatorio e di regolazione deve creare le condizioni di coerenza complessiva del sistema dove, rispettando le gerarchie comunitarie per la gestione dei rifiuti, ad un fabbisogno deve corrispondere a scala territoriale adeguata una disponibilità impiantistica. Per questo, con un parallelismo un po’ forzato, come avviene in altri servizi a rete, chi gestisce impianti di smaltimento (discariche o inceneritori) non necessariamente deve gestire servizi di raccolta. Inoltre i compiti che devono svolgere queste aziende comportano una conoscenza e un’organizzazione nonché una tipologia di lavoratori estremamente differente e specialistica.
Discorso diverso va fatto per gli impianti di selezione, recupero o compostaggio, che sono maggiormente correlati ed integrabili al servizio di raccolta. La raccolta differenziata non può essere pianificata e modellata senza avere un riferimento certo sulla destinazione (almeno come primo punto di conferimento) per l’avvio della filiera del recupero a condizioni economiche adeguate.
a) La partecipazione alle scelte
Ma c'è un elemento che deve ispirare le scelte degli amministratori del PD per la realizzazione dei progetti di innovazione della modalità di raccolta come per la scelta della localizzazione di tutti gli impianti dedicati al trattamento dei rifiuti: la partecipazione attiva dei cittadini in tutte le fasi. Dobbiamo avere la capacità di discutere con tutti le nostre proposte renderle condivise, verificare le obiezioni, spiegare i vantaggi e i rischi e poi decidere. Sapendo che non finisce qui, che la verifica ed il controllo ad esempio delle emissioni, devono essere in mano pubblica e indirizzate verso la massima chiarezza e comunicabilità.
Realizzare processi di Agenda 21 locale, di partecipazione, coinvolgendo tutti nelle formazione delle decisioni, non può naturalmente portare all'impossibilità di procedere nelle scelte. E' noto come per la sfiducia nelle Istituzioni, che nel nostro paese ha purtroppo delle motivazioni che derivano anche da nostre responsabilità, oggi sia difficile perfino realizzare un ecocentro per la raccolta dei rifiuti ingombranti, e quindi la politica deve alla fine assumersi la responsabilità di fare sintesi, ma senza scorciatoie.
b) I rifiuti: un opportunità di sviluppo nella logica della green economy
Stimare il valore del mercato verde nel nostro Paese non è facile, dato che i business sono dispersi in diversi segmenti.
Solo i servizi ambientali delle aziende relativi ai rifiuti urbani fatturano circa 7,2 Mld e occupano 83 mila addetti. Nell’ambito del riciclo di materia provenienti dai rifiuti l’industria ha mostrato nell’ultimo decennio un forte dinamismo . Per acciaio, alluminio, carta e vetro, oltre il 50% degli input alla produzione è costituito da materie prime secondarie. Con la crisi economica si è registrata una contrazione della produzione delle materie riciclate. Di conseguenza mentre carta e cartone insieme al vetro continuano ad essere conferiti sul mercato plastica, metalli e legno hanno subito una diminuzione di cui pure bisogna tener conto nel disegno di un ciclo industriale che tenga conto della relazione con il mercato.
b.1 Prevenire la produzione dei rifiuti: la vera risposta
Il Piano Nazionale per la prevenzione dei rifiuti (che dovrà essere redatto ai sensi della direttiva UE 2008/98/CE entro il 12/12/2013) sarà l'occasione per un forte impegno politico del PD. La responsabilità estesa del produttore è un concetto rivoluzionario Si tratta di una norma che troviamo nella Direttiva importantissima, che rimanda al principio della responsabilità del produttore del prodotto “dalla culla alla tomba”. In sostanza, come il produttore è responsabile direttamente verso il consumatore e la collettività per il danno da prodotto (e ciò da oltre un secolo: il primo caso avvenne in Scozia, quando una giovane si ammalò dopo aver consumato al bar una “ginger beer” in cui si trovavano tracce di una lumaca…), si vorrebbe rendere lo stesso produttore analogamente responsabile anche per i “danni da rifiuti”. L’introduzione di questo principio è da un lato molto impegnativo per le imprese ma dall’altro può essere da stimolo per iniziare a ragionare su come si produce anche in funzione di quello che viene “scartato” .
Il Piano nazionale per la prevenzione è una formidabile opportunità per l’apparato industriale italiano, per il circuito della commercializzazione come per la comunità scientifica; anche per questo dovrà essere sostenuto da una Conferenza Istituzionale Nazionale (forse biennale e promossa dal Governo) utile a sostenerne l’iniziativa.
Dovremo essere protagonisti di un'iniziativa capace di realizzare, d’intesa con tutti i soggetti aventi causa (imprese, enti di ricerca, università), un primo programma finalizzato alla individuazione ed introduzione di tecniche (eco design, biomateriali ecc.) di produzione di beni e servizi e di processi industriali che riducano la produzione di rifiuti (da consumo di beni e servizi e dai processi industriali). Dovremo inserire fra le proposte quelle che maggiormente potranno produrre innovazione come quella di far sì che le risorse economiche investite dalle imprese nella ricerca scientifica ed applicata ai fini della riduzione dei rifiuti siano fiscalmente ed interamente deducibili. Ed, ad esempio, gli Enti che partecipino attivamente ai progetti dovranno ricevere una “success fee” allorchè la ricerca dia luogo a brevetti commercializzabili. Dare incentivi alla ricerca, non a fondo perduto, ma per incoraggiare innovazione deve essere un modello d’iniziativa concreta del modo di governare del PD.
Un secondo programma dovrà essere dedicato alla riduzione dei rifiuti generati dall’imballaggio e confezionamento delle merci. La Grande Distribuzione Organizzata e l’industria del packaging devono raccordarsi con la finalità di individuare ed introdurre tecniche per ridurre i rifiuti procurati dalle loro attività.
Un terzo programma deve essere dedicato all’analisi ed alla valutazione degli interventi della pubblica amministrazione orientati al risparmio di materia ed alla riduzione dei rifiuti (sostegno all’uso delle acque pubbliche, contrasto dell’uso delle plastiche da trasporto, deterrenza per la pubblicità cartacea ecc).
Un quarto programma dovrà occuparsi della disciplina LCA (life cycle analysis, analisi del ciclo di vita della materia) con l’intento di ricercare tutte le ottimizzazioni possibili in tema di ciclo di vita della materia e risparmio di energia affinchè possano individuarsi e promuovere le BAT (best available tecniques) applicabili al trattamento dei rifiuti. Anche in questo caso una politica attiva è quella capace di promuovere le eccellenze, di favorirne la diffusione e la promozione. Indispensabile poi diventa addivenire ad un’unica metodologia di calcolo del LCA.
Il quinto programma, che ha però un ruolo decisivo sull’efficacia reale di quanto vogliamo realizzare, dovrà essere dedicato alle politiche degli acquisti “verdi” sia da parte della pubblica amministrazione che da parte, almeno, delle imprese esecutrici di appalti pubblici con il fine di favorire l’impiego di tutti quei prodotti ottenuti dal riciclo di materia che non possono avere un utile mercato. Occorre, fin da subito avviare una ricognizione tra le amministrazioni locali (regioni, province e comuni) rette da giunte di centro-sinistra sullo stato di attuazione delle politiche di GPP. È necessario infatti considerare che il GPP è un elemento prioritario per l’avvio di processi virtuosi in grado di utilizzare e trasformare le materie prime seconde, derivanti dal recupero, in fattori di crescita per attività imprenditoriali innovative. Il PD dovrà sostenere l’adozione di Piani di azione per gli acquisti verdi, coerenti con le linee guida proposte dall’Unione europea, promuovendo il ricorso al mercato elettronico della Pubblica Amministrazione e l’inserimento di criteri ecologici e di efficienza negli acquisti della PA.
b.2 Riciclare materia
L’estensione a tutto il Mezzogiorno delle buone pratiche della raccolta differenziata può consentire l’intercettamento ed il convogliamento a riciclo di circa l’80% degli imballaggi. Delle 14 milioni di tonnellate immesse al consumo, ora se ne raccolgono 8 milioni. La crescita dei servizi nelle regioni centro-meridionali può portare, nel tempo, a raccoglierne complessivamente almeno 11 milioni (il 32% del totale dei rifiuti urbani annui). Non si tratterà certo di un risultato da raggiungere in pochi mesi, data anche la strutturale mancanza di impiantistica dedicata alla raccolta differenziata e l'azione dovrà essere accompagnata da una adeguata strategia rivolta a gestire le situazioni del presente. Per raggiungere questo obiettivo è necessario incentivare i gestori che dimostrino di raggiungere risultati misurabili e certi, anche penalizzando economicamente il ricorso alle discariche e premiando, invece, le buone pratiche.
E in ogni caso sarebbe opportuno ragionare sul ruolo che in un sistema di gestione integrata potrebbero svolgere le discariche controllate. Esistono alcune esperienze che, hanno pensato alle discariche come veri e propri carbon sink. In questo caso appare evidente come una corretta gestione dei rifiuti solidi, possa portare a massimizzare il ruolo di serbatoio di carbonio connesso alla umificazione della sostanza organica (compostaggio) e alla stabilizzazione ed immobilizzazione di sostanza organica che avviene all’interno della stessa discarica.
Sul piano nazionale dobbiamo spingere per sviluppare il mercato delle materie provenienti da raccolte differenziate, sviluppare la domanda e permettere l’azione di più operatori in concorrenza. Il ricorso al mercato delle materie riciclabili comporta il riposizionamento dei comuni nella condizione di enti regolatori, singoli o associati, del sistema di gestione del ciclo integrato abbandonando il ruolo di contraenti degli accordi commerciali con il monopolio privato del riciclo. Bisogna però ricordare che per quanto il sistema CONAI sia una sovrastruttura che genera costi, all’interno del quale andrebbe prevista la presenza di una rappresentanza delle Istituzioni locali e dei gestori, resta il fatto che ha due importanti vantaggi:
1) Per ogni unità di imballaggio prodotto deve essere versato un contributo proporzionale al peso. Il sistema incentiva un percorso virtuoso di riduzione dei pesi e degli imballaggi.
2) Per i gestori è importante avere la garanzia che il materiale raccolto differenziato sia ritirato da piattaforme obbligate a riconoscere un prezzo garantito e utilizzabile nei piani finanziari e nei bilanci di previsione, senza risentire delle oscillazioni del mercato. L’incertezza potrebbe invece diventare un deterrente ai processi di cambiamento.
Su questo punto servirebbe anche al nostro interno e attraverso un confronto con gli attuali protagonisti del sistema un maggiore approfondimento con una descrizione più dettagliata delle motivazioni e del nuovo scenario, in modo da poter capire bene cosa si propone e le motivazioni di un cambiamento che è molto radicale di un sistema oggi comunque funzionante.
Per ottenere la massima efficienza del riciclaggio e raggiungere gli obiettivi europei (50% di riciclo entro il 2020) è necessario trattare la frazione organica che rappresenta circa il 40% del totale dei rifiuti urbani e costituisce il principale problema ambientale dato dai rifiuti urbani. Per questa ragione, almeno tutti i plessi grandi produttori di tali rifiuti (mense, ospedali, caserme, scuole, ristoranti ecc) devono poter ricevere il servizio dedicato all’asporto di questi rifiuti che saranno poi consegnati al recupero.
Le modalità di svolgimento delle raccolte differenziate devono premiare, quindi, la miglior capacità di intercettare i rifiuti per tipologia pur tenendosi conto dell’equilibrio economico e dell’efficienza di sistema. Anche sul sistema di raccolta è necessaria una riflessione. Oltre alla efficienza del sistema che deve garantire il miglior livello di intercettazione di materiali puliti a costi equi, si è già detto della necessità di correlare in modo stringente la scelta dei modelli e dei flussi di raccolta differenziata rispetto all’impiantistica di recupero effettivamente disponibile in condizioni logistiche accettabili. Altrimenti la raccolta differenziata resta fine a se stessa anche se garantisce livelli percentuali elevati di intercettazione, ma poi la percentuale di recupero o i costi da sostenere non sono coerenti.
Il sistema di raccolta sia esso stradale o porta a porta, per semplificare, non è neutro rispetto agli obiettivi finali di minimizzazione della quota smaltita, incremento della quota recuperata e sostegno di cicli virtuosi di riutilizzo. Non si tratta di fare una scelta ideologica, ma di guardare la realtà dei numeri nelle diverse regioni italiane dove, in ragione delle condizioni territoriali e socio-economiche occorre proporre sistemi misti che certamente possono comprendere anche sistemi fortemente domiciliarizzati all’interno di un equilibrato compendio che porti a raggiungere gli obiettivi posti dalla normativa a costi sostenibili.
I sistemi stradali se da un lato garantiscono maggiore flessibilità di servizio e sono stati oggetto di evoluzioni tecniche e tecnologiche finalizzate alla riduzione dei costi, dall’altro rendono meno stringenti le responsabilità del produttore di rifiuti, anche in ordine al dovere civico di partecipare alla raccolta differenziata.
I sistemi porta a porta, fortemente personalizzati nei diversi territori, pur estremamente flessibili e variabili sulla base dei contesti urbanistici differenti, anche sulla stessa via, hanno sicuramente una maggiore capacità di responsabilizzare il produttore, separare i flussi e ottenere più alte percentuali di materiali da conferire gli impianti di recupero. Ogni sistema ha quindi punti di forza e debolezza. In ogni caso molta attenzione va posta sul tema de-assimilazione dei rifiuti speciali che rischia di portare più svantaggi che vantaggi ai cittadini in termini di costi ed al controllo del territorio in termini di impatto ambientale.
Rispetto a questa prospettiva, fondamentale diventa il ruolo che le Regioni devono svolgere attraverso il Piano dei rifiuti. Infatti se è evidente che le istituzioni locali devono poter controllare l’intera filiera, è naturalmente a livello regionale che bisogna impostare le scelte della dotazione impiantistica e della definizione dei bacini per una gestione efficace. Questi piani devono necessariamente tenere insieme la programmazione sia dei flussi degli urbani che dei rifiuti speciali e pericolosi.
Gli impianti per la produzione di energia e compost dai rifiuti devono aver riconosciuto il loro ruolo primario nella tutela ambientale (il compost sequestra CO2 dall’atmosfera), perciò è necessario che lo Stato ne incentivi il funzionamento anche attraverso i meccanismi dei certificati verdi per la quota biodegradabile dei rifiuti (sia urbani che speciali), sia favorendo l’uso del prodotto nelle coltivazioni agricolo-forestali del demanio.
Lo sviluppo del riciclaggio deve rappresentare il sistema cui informare tutti i servizi di collettamento dei rifiuti urbani e industriali, poiché il recupero di materia, associato al risparmio di energia, è la frontiera di civiltà per un paese che vuole guardare al futuro. Ma deve coinvolgere anche chi disegna i quartieri e i palazzi, chi progetta la città deve tenere conto della gestione dei rifiuti nei regolamenti edilizi. E naturalmente è necessario imprimere una sollecitazione affinchè le amministrazioni locali adottino e realizzino la raccolta differenziata dei rifiuti nei propri uffici, adottando procedure di dematerializzazione e di semplificazione (e-governement) oltre a promuovere buone pratiche di prevenzione e riduzione dei rifiuti (es. mense, eventi, …). Pensiamo al recente progetto “last minute market” che consente di prevenire la produzione di tonnellate di rifiuti organici e nel contempo utilizzare prodotti alimentari ancora di buona qualità. Non si tratta di un problema di cultura ma di comportamenti per i quali è fondamentale il contesto che si riesce a creare. Ogni volta che si parla di cultura implicitamente parliamo di decenni, i comportamenti invece possono cambiare da un giorno all’altro. Il problema è quindi quello di creare il contesto che favorisce i comportamenti voluti.
b.3 Recuperare energia
Oggi i rifiuti urbani residui e i rifiuti che residuano dal recupero di materia dei rifiuti urbani, cioè quelli che non possono essere riciclati a valle delle raccolte differenziate ovvero esitano dalle lavorazioni del riciclo e non acquisibili da altre forme di recupero, devono essere trattati termicamente al fine di minimizzarne la pericolosità ed estrarre energia. La moderna tecnologia dell’incenerimento è consolidata e concorre, insieme al riciclaggio, a diminuire in modo rilevante il ricorso alle discariche. La dotazione impiantistica del paese è obsoleta e insufficiente: tutti i paesi del nord europeo (comprese Francia e Germania) trattano termicamente il 35% dei loro rifiuti contro il 12% dell’Italia mentre la taglia media degli impianti italiani è piccola (60 mila ton/anno) rispetto a quella francese (100 mila) e tedesca (240 mila).
E’ auspicabile puntare su pochi impianti di grande taglia, più sicuri ambientalmente, più efficienti e superando l’idea che ogni ambito ottimale debba per forza avere un grande impianto di smaltimento e guardando in prospettiva, impegnarsi anche per il superamento in futuro di questa tecnologia per realizzare quella società del riciclaggio auspicata dalla Direttiva Europea. E’ di grande importanza il contributo che i rifiuti soprattutto nella loro parte organica possono dare al fabbisogno energetico. Questo grazie allo sfruttamento delle biomasse, sia come produzione di biometano , combustibile che può essere usato sia per trazione, sia essere immesso in rete che utilizzato direttamente per produrre energia.
La produzione legislativa in materia di rifiuti è ridondante, aggrovigliata e spesso inapplicabile. La semplificazione è amica delle buone pratiche, perciò si deve rapidamente revisionare il complesso delle norme ed estrarne un compendio finalmente efficace, chiaro e gestibile. Non sprecare risorse, energie e tempo nel rispetto spesso solo formale di una miriade di cavilli è una buona pratica ambientale.
Per raggiungere questi obiettivi è però necessaria anche una scelta sui modelli organizzativi del servizio su larga scala. Le Agenzie di Ambito non sono decollate se non in poche regioni. Anche in questo campo come in altri per le nomine negli organismi tecnici si è spesso ricorso a personale politico la cui preparazione e competenza era tutta da dimostrare, creando ulteriori difficoltà alla affermarsi di una buona amministrazione. Va inoltre affrontato il tema dell’efficienza delle aziende ex municipalizzate e la necessità di selezionare i dirigenti sulla base del merito, avere aziende dove la politica decide cosa fare e i manager decidono come farlo. Dirigenti competenti non sono però sufficienti se le aziende continuano a muoversi in un contesto frammentario non economicamente competitivo: occorre assumere un modello di riferimento che riduca per ogni Regione il più possibile le aziende di gestione, favorendo l’integrazione e assicurando loro un bacino di utenza adeguato ad ammortare i costi di investimento e di gestione.
Naturalmente le scelte politiche dovranno essere coerenti con il progetto, con dei piani di azione concreti. Potremmo fare di questo tema un’area di eccellenza, decidere di mettere in piedi una task force con capacità progettuali e operative elevate da mettere a disposizione dei vari presidenti di regione, sindaci e assessori. Realizzare un programma strutturato di benchmarking e diffusione operative delle best practice adattate alle differenze locali per sostenere i nostri amministratori.
Certo in ogni caso va superata la frammentazione che vede oggi ancora gli ottomila comuni italiani come stazioni appaltanti, con una presenza ancora notevole della gestione in economia, che rendono difficilissimo l'affermarsi di un moderno ciclo industriale. La recente norma che abolisce gli AATO non dà indicazioni e rimanda la scelta alle regioni. Il PD ritiene che a questo punto sia necessaria una proposta celere che permetta di affrontare in maniera organica questo aspetto.
Infine una valutazione di prospettiva. Questo ambizioso programma per essere realizzato ha bisogno di capacità progettuale: per fare la raccolta differenziata non basta il porta a porta, se non c'è una programmazione impiantistica adeguata. Non si può raccogliere l'umido e portarlo a trattamento a cento, duecento, e in alcuni casi, quattrocento km di distanza. Come non si può raccogliere la plastica, selezionarla, e poi mandarla ad incenerimento (tanto vale utilizzarla a questo scopo direttamente). E' necessario che ogni realtà territoriale omogenea, veda al proprio interno dove è possibile la realizzazione di tutta la filiera, e che le scelte delle Amministrazioni favoriscano l'impiego di prodotti provenienti dall'utilizzo di materie prime seconde: gli acquisti verdi o GPP (Green Public Procurement) devono diventare una prassi per tutte le amministrazioni dove il PD governa, sarà quindi compito degli amministratori produrre un proprio piano degli acquisti verdi.
Le sollecitazioni presentate sono volte non solo ad avere una gestione sostenibile dei rifiuti ma anche un incremento di occupazione. Sia a livello di manodopera, che sul fronte della ricerca, dell'innovazione. Per altro attraverso una buona gestione ed efficienza della raccolta si possono produrre risparmi e ricavi dalla vendite dei materiali, evitando così di far crescere i costi.
La proposta del PD è quindi quella di superare l'approccio volto esclusivamente alla gestione dei rifiuti, ma inserire questo tema all’interno di una logica di sviluppo economico, di opportunità per le imprese italiane. Partendo innanzitutto nel produrre meno rifiuti sia attraverso un approccio di “Hardware” costruendo prodotti diversi , con meno imballaggi e con design adeguati per essere recuperati o riciclati e uno “software” e cioè cambiando le abitudini al consumo. E’ poi necessario sul versante del riciclo e del recupero di materia incoraggiare non solo l’insediamento di impianti per il trattamento e la separazione dei rifiuti, ma anche la ricerca sui materiali e soprattutto il loro utilizzo in una filiera corta che ne consenta l'economicità e l'efficacia. Si tratta quindi di promuovere tramite le Regioni, piani che con il coinvolgimento degli Enti Locali, dei soggetti pubblici e privati, diano luogo alla nascita di distretti operativi sul fronte del riuso e del riciclo dei materiali, sostenuti anche da una forte azione di acquisti verdi delle amministrazioni pubbliche.
E' su questi temi che dovremo sviluppare l'iniziativa dei nostri amministratori, ma sarà fondamentale anche dimostrare l'impegno di tutto il partito con delle iniziative capillari sul territorio che facciano coincidere la proposta con la pratica dell'obiettivo coinvolgendo tutti i cittadini.
Dipartimento Ambiente Nazionale del PD
Superare la soglia del 38% e puntare dritti verso percentuali che siano in linea con le medie indicate dai parametri europei. Il Partito Democratico di Narni affronta il problema della gestione del ciclo dei rifiuti ed ha organizzato un incontro presso la propria sede di Narni Scalo. All'incontro hanno partecipato il sindaco di Narni Stefano Bigaroni, l’assessore all’Ambiente Roberta Isidori, il presidente dell’Asit Sergio Saleppico, il presidente dell’Asm Stefano Tirinzi, il consigliere delegato di TerniGreen Stefano Viali, il coordinatore del Circolo Pd Narni-Sud Fabio Svizzeretto ed il segretario comunale del partito Claudio Proietti che ha coordinato l’incontro; erano presenti anche molti cittadini.
Da questo confronto è emersa la necessità di fare ulteriori sforzi per superare la barriera del 38% di raccolta differenziata su cui si assesta Narni dopo quasi un decennio di raccolta porta a porta. Per quanto ci riguarda proseguiremo nell’azione per migliorare il nostro ambiente e contenere i costi di smaltimento che vanno a gravare sulle tariffe.
L’altra questione affrontata è stata quella riguardante il progetto per la realizzazione del biodigestore all’interno dell’area industriale di Nera Montoro, che si va caratterizzando come un polo di attività imprenditoriali nel settore dell’economia verde. Stefano Viali ha illustrato la natura e il funzionamento di questo sistema industriale che dalla lavorazione naturale e a freddo frazione umida dei rifiuti ricava gas metano e compost.
Il trattamento dei rifiuti urbani per funzionare deve essere completo, ossia si deve comprendere la raccolta differenziata spinta, il riciclaggio di vetro, plastica e carta, la lavorazione della frazione organica e l’incenerimento della frazione secca in modo da ridurre al minimo il deposto in discarica con grandi benefici ambientali ed economici.
In questo trattamento integrato del ciclo dei rifiuti nell’Ato della provincia di Terni, Narni intende svolgere un ruolo da protagonista. La realizzazione del biodigestore porterà nel territorio un pezzo importante del ciclo dei rifiuti con benefici economici ed occupazionali.
Il Pd sostiene con convinzione le politiche nei settori delle energie rinnovabili e, più in generale della green economy, che rappresentano un settore strategico per lo sviluppo, e su questo l’amministrazione comunale di Narni è da anni una delle più attive in Umbria. Allo stesso modo rinnoveremo il nostro impegno politico per affrontare e approfondire le questioni nevralgiche che attengono il nostro territorio per fornire un contributo di idee, di proposte costruttive per il progresso di Narni.

References: sentenza 
 Sentenza 
 art. 7
 sentenza 
 art. 194
 sentenza 
 art. 23
 sentenza 
 art. 23
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza