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Timestamp: 2017-11-18 04:16:30+00:00

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T.A.R. Puglia Lecce, Sezione III, 1 luglio 2010
SENTENZA N. 1634
Il Collegio, ribadendo un orientamento già espresso che “anche nel caso di abuso risalente nel tempo (sempre che il lasso di tempo trascorso non sia tanto ampio da aver determinato un assetto territoriale-urbanistico tanto consolidato da escludere ogni profilo dell’interesse pubblico all’osservanza dell’assetto normativamente delineato), l’ordine di demolizione di opere edilizie abusive costituisce atto dovuto non potendo il semplice trascorrere del tempo giustificare il legittimo affidamento del contravventore. Il potere di ripristino dello status quo non è soggetto ad alcun termine di prescrizione né è tacitamente rinunciabile, poiché il semplice trascorrere del tempo non può legittimare una situazione di illegalità, né imporre all’Amministrazione la necessità di una comparazione dell’interesse del privato alla conservazione dell’abuso con l’interesse pubblico alla repressione dell’illecito. Pertanto l’ordinanza è correttamente motivata in quanto, considerata la mancanza del titolo abilitativo e individuate le opere abusive, dispone il consequenziale ripristino della legalità violata” (T.A.R. Puglia, sez. Lecce, sez. III, n. 335/2010).
In occasione del sopralluogo effettuato in data 10.09.2009 dal Nucleo di Vigilanza Edilizia e dal Corpo di Polizia Municipale del Comune di Lecce veniva accertato che presso l’immobile di proprietà del ricorrente erano state eseguite opere edilizie abusive consistenti nella “chiusura di due balconi dell’unità immobiliare a mezzo di infissi in alluminio e vetro, di cui il primo della superficie di circa mq. 6,37 ubicato in adiacenza al vano cucina ed utilizzato come vano cottura, ed il secondo della superficie di mq. 17,86 ubicato in adiacenza del vano letto matrimoniale utilizzato come vano ripostiglio”.
Il dirigente U.T.C. del Settore Urbanistica del Comune di Lecce - Settore Pianificazione e Sviluppo del Territorio - Nucleo di Vigilanza Edilizia, prima, con nota prot. n. 126913 del 20.10.2009, comunicava ai sig.ri Dimitri l’avvio del procedimento amministrativo e, successivamente, con ordinanza n. 36 del 12.01.2010, ingiungeva loro, in qualità di proprietari e di responsabili dell’abuso, la demolizione, a loro cura e spese, entro il termine di giorni 90 dalla data di notifica, delle opere edilizie abusivamente realizzate presso l''immobile di loro abitazione con contestuale ripristino dello lo stato dei luoghi.
Ritenendo i suddetti provvedimenti illegittimamente lesivi dei propri interessi, il ricorrente li ha impugnati chiedendone l’annullamento.
All’udienza del 8.04.2010 la causa è stata chiamata e trattenuta in decisione.
Con i motivi di ricorso la parte deduce la nullità, la violazione e falsa applicazione degli artt. 7, 8 e 10 della l. n. 241/1990 e degli art. 10 e 31 del d.P.R. n. 380/2001 nonché l’eccesso di potere per difetto di motivazione e per sviamento, per travisamento dei fatti, per carenza di presupposti, per violazione dei principi di ragionevolezza e proporzionalità e per intervenuta prescrizione.
I motivi, che per connessione logico-giuridica possono essere trattati congiuntamente, sono infondati.
Sostiene, in primo luogo, parte ricorrente che le opere, realizzate in struttura di alluminio e vetro, assolverebbero a finalità conservative, di riparo e di protezione dell’immobile di proprietà, e, dunque, proprio perché elementi accessori, sarebbero assoggettabili al diverso regime previsto per la denuncia di inizio attività, ex art. 22 del d.P.R. n. 380/01. In particolare, in assenza di tale ultimo titolo abilitativo, l’Amministrazione sarebbe legittimata all’emanazione di sanzioni esclusivamente di natura pecuniaria, ex art. 37 del medesimo decreto, e non anche all’irrogazione di quelle tipo repressivo-ripristinatorie (come l’ingiunzione impugnata), volte a reprimere, invece, le sole opere eseguite in assenza o in difformità del permesso di costruire di cui all’art. 10 del medesimo decreto.
Il Collegio non condivide la tesi prospettata: la chiusura dei balconi che comporti una modifica alla volumetria e alla sagoma della costruzione cui inerisce è configurabile come intervento di ristrutturazione edilizia ed è quindi subordinata al regime del permesso di costruire, ai sensi dell''articolo 10, comma primo, lettera c), dello stesso d.P.R. (T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 17 febbraio 2010, n. 968; T.A.R. Lombardia Milano, sez. II, 06 settembre 2007, n. 5768);se è vero che tali interventi possono essere realizzati,alternativamente,sulla base del permesso di costruire o della d.i.a. in applicazione dell’art. 22,terzo comma,è altrettanto vero che l’art. 37 sottrae tali interventi al regime sanzionatorio di cui allo stesso art. 37 e per questo li assoggetta al regime sanzionatorio di cui al precedente art. 31.
Attesa la destinazione, volta a recare una utilità prolungata e perdurante nel tempo, si da caratterizzare l’abuso per una stabilità di tipo funzionale (vano cottura e sgabuzzino), è irrilevante la natura precaria dei materiali impiegati.
Ne consegue che, correttamente, l’Amministrazione comunale, nell’esercizio del suo potere vincolato di vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia, una volta accertata la violazione alle norme di legge, di regolamento, alle prescrizioni degli strumenti urbanistici ed in assenza di titolo abilitativo, abbia ordinato la demolizione delle opere abusive ed il ripristino dello stato dei luoghi, secondo il disposto dell’art. 31 del decreto citato.
In secondo luogo, la parte sostiene che il lungo lasso di tempo dal verificarsi dell’abuso, perpetrato negli anni 1985-1986 ,unito all’inerzia dell’Amministrazione avrebbero ingenerato l’affidamento in capo al privato in ordine al consolidarsi della posizione soggettiva, sicché il provvedimento ripristinatorio avrebbe dovuto essere supportato da una specifica esternazione degli interessi urbanistici che ne rendono imprescindibile la rimozione.
Ritiene il Collegio, ribadendo un orientamento già espresso che “anche nel caso di abuso risalente nel tempo (sempre che il lasso di tempo trascorso non sia tanto ampio da aver determinato un assetto territoriale-urbanistico tanto consolidato da escludere ogni profilo dell’interesse pubblico all’osservanza dell’assetto normativamente delineato), l’ordine di demolizione di opere edilizie abusive costituisce atto dovuto non potendo il semplice trascorrere del tempo giustificare il legittimo affidamento del contravventore. Il potere di ripristino dello status quo non è soggetto ad alcun termine di prescrizione né è tacitamente rinunciabile, poiché il semplice trascorrere del tempo non può legittimare una situazione di illegalità, né imporre all’Amministrazione la necessità di una comparazione dell’interesse del privato alla conservazione dell’abuso con l’interesse pubblico alla repressione dell’illecito. Pertanto l’ordinanza è correttamente motivata in quanto, considerata la mancanza del titolo abilitativo e individuate le opere abusive, dispone il consequenziale ripristino della legalità violata” (T.A.R. Puglia, sez. Lecce, sez. III, n. 335/2010).
Ciò posto, infondata è altresì la censura relativa all’irregolarità formale della comunicazione di avvio del procedimento finalizzato alla demolizione delle opere abusive, per mancata indicazione di taluni degli elementi previsti dall’art. 8, comma 2, della l.n. 241/1990.
A prescindere dalla circostanza di fatto che gli elementi essenziali sono espressamente indicati nella comunicazione di avvio personale contestata ad eccezione di quanto previsto dalla lett. d) “l’ufficio in cui si può prendere visione degli atti”, ritiene il Collegio che trovi comunque applicazione il disposto dell’art. 21 octies, comma 2, della medesima l. n. 241/1990, a norma della quale: “Non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Il provvedimento amministrativo non è comunque annullabile per mancata comunicazione dell''avvio del procedimento qualora l''amministrazione dimostri in giudizio che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato”.
Con riferimento alla autonoma censura dell’assenza di legittimazione passiva, quale codestinataria della ordinanza di demolizione, in capo alla sig.ra Luchena che alcun titolo vanterebbe sull’immobile, ferma restando la validità ed efficacia dell’ingiunzione nei confronti dell’attuale proprietario ricorrente, il Collegio osserva quanto segue.
Contrariamente all’assunto difensivo, la qualità di proprietaria dell’immobile oggetto delle opere abusive accertate, sito in Lecce, in via Giammatteo n. 24, oltre ad essere presupposta nell’ordinanza impugnata, che a tale titolo le ingiunge la demolizione, è dalla medesima dichiarata in data 9.11.2009 in occasione della presentazione delle osservazioni, dalla medesima sottoscritte, conseguenti alla comunicazione di avvio del procedimento finalizzato all’emissione dell’ordinanza medesima. Il Collegio non ritiene che decisivi elementi probatori possano desumersi dalle risultanze della copia della nota di trascrizione dell’acquisto dell’immobile, datata in epoca anteriore, il 7.05.1992 e prodotta in atti: se è vero che la trascrizione è stata effettuata a favore della sola parte ricorrente essa non contiene alcun riferimento al regime patrimoniale dei beni prescelto. Né è data prova della perdita del titolo di proprietà in capo alla sig.ra Luchena, per la quale si afferma semplicemente l’attuale carenza di legittimazione; sicché anche tale motivo è privo di pregio, non essendo stato adeguatamente assolto l’onere probatorio di cui all’art. 2697 c.c..
Sulla base di quanto sopra esposto, il ricorso non è meritevole di accoglimento.
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Puglia -Lecce- sezione terza respinge il ricorso in epigrafe.
Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 08/04/2010 con l''intervento dei Magistrati:

References: SENTENZA 
 art. 10
 art. 22
 art. 37
 art. 37
 art. 31