Source: https://www.laleggepertutti.it/246785_dopo-quanto-tempo-il-divorzio-e-effettivo
Timestamp: 2019-01-21 04:32:03+00:00

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Dopo quanto tempo il divorzio è effettivo?
Gli effetti del divorzio: hai affrontato la separazione, ora devi iniziare il divorzio, hai tante domande, tante curiosità ma il dubbio amletico che ti pervade è uno: da quando decorrono gli effetti del divorzio? Fra scadenze e adempimenti vari di cui ti ha parlato l’avvocato, alla fine ciò che conta è sapere da quando potrai considerarti libero. Ed è giusto così.
È assolutamente normale che, affrontando un procedimento di separazione prima e di divorzio poi, ti stia domandando: dopo quanto tempo il divorzio è effettivo? Sì perché in effetti, se ti trovi in questa situazione sarai certamente poco interessato a conoscere i tempi dei singoli adempimenti di avvocati, giudici, cancellieri e burocrati, perché il tuo interesse principale è capire entro quanto tempo finirà ufficialmente il tuo matrimonio, quando cioè potrai dire di essere effettivamente libero e magari convolare di nuovo a nozze. A volte, le cause di divorzio vanno per le lunghe, passano anni e se dapprima il tuo interesse è principalmente focalizzato sulle condizioni del divorzio successivamente è più che normale concentrarsi sull’unico obiettivo di tutto questo procedimento: mettere fine al matrimonio. E allora, quando è possibile affermare con certezza che il divorzio è effettivo, senza sentirsi dire “si, ma ora dobbiamo aspettare che…” ? Vediamolo insieme.
1 Dalla separazione al divorzio
1.1 Dopo la separazione, quando posso chiedere il divorzio?
2 Divorzio congiunto: dopo quanto tempo è effettivo?
2.1 Dopo l’annotazione, posso contrarre nuove nozze?
2.2 Se il coniuge muore prima del passaggio in giudicato della sentenza?
3 Divorzio giudiziale: dopo quanto tempo è effettivo?
3.1 Gli effetti della sentenza non definitiva
4 Divorzio con la procedura di negoziazione assistita
5 Divorzio davanti all’ufficiale di stato civile
Nel nostro ordinamento, per mettere fine al matrimonio è necessario affrontare due procedimenti: quello di separazione prima e quello di divorzio poi. Il divorzio non è automatico, è bene precisarlo, ma è un nuovo procedimento che si instaura con una nuova domanda, distinta da quella di separazione, nonostante possa contenere le stesse condizioni.
Per fare un esempio e chiarire meglio: tu e il tuo ex vi state separando ma, nonostante vari dissapori e incomprensioni, cercate di collaborare per concordare le condizioni di separazioni; così presentate un ricorso per separazione consensuale al tribunale competente (quello del luogo dell’ultima residenza dei coniugi); comparite dinanzi al Presidente del Tribunale all’udienza appositamente fissata, confermate di volervi separare e il Tribunale vi autorizza a vivere separatamente. Questo è anche il momento esatto in cui si scioglie la comunione legale tra i coniugi (da quel momento i beni acquistati non saranno più automaticamente proprietà di entrambi).
A quel punto sottoscrivete il verbale d’udienza e dopo qualche giorno il tribunale omologa la separazione. Occorre precisare che se si tratta di separazione giudiziale, invece, all’udienza di comparizione dei coniugi il Presidente prenderà anche i provvedimenti provvisori in ordine al mantenimento e all’affidamento dei figli, ad esempio disponendo l’affidamento condiviso con collocamento prevalente presso la madre e obbligando il padre a corrispondere un assegno mensile di 300 euro a titolo di mantenimento, in attesa della sentenza definitiva.
Con il decreto di omologazione, il tribunale conferisce efficacia alle condizioni di separazione da voi concordate: ad esempio, sull’assegnazione della casa familiare, sull’assegno di mantenimento, sull’affidamento e mantenimento dei figli, e così via.
L’omologa, a sua volta, viene trasmessa, a cura della cancelleria del tribunale, all’Ufficio di Stato Civile del comune in cui il matrimonio è stato celebrato per la dovuta annotazione. Dopo qualche tempo, infatti (potrebbero passare anche pochi giorni dall’omologa), sul certificato di matrimonio troverai scritto “Annotazione separazione” e i riferimenti del decreto di omologazione.
Dopo la separazione, quando posso chiedere il divorzio?
Quando non c’è particolare conflittualità tra i coniugi capita che qualcuno pensi che il successivo divorzio avvenga in maniera automatica, ma non è assolutamente così. Il divorzio, infatti, è un giudizio autonomo che può avere inizio solo dopo il decorso di termini precisi dalla separazione ma, si ribadisce, assolutamente nuovo e autonomo. Non c’è nessun automatismo e solo il divorzio fa cessare tutti gli effetti del matrimonio, non la separazione.
Decorsi 6 mesi o 12 mesi dalla comparizione dei coniugi innanzi il Presidente del Tribunale, rispettivamente in caso di separazione consensuale o di separazione giudiziale, è possibile chiedere il divorzio. Non c’è un termine massimo entro cui chiederlo. È certo, però, che per ottenere il divorzio bisogna chiederlo con un apposito ricorso.
Vediamo, quindi, entro quanto tempo il divorzio potrà dirsi effettivo a seconda del tipo di procedimento che seguirai per ottenerlo.
Divorzio congiunto: dopo quanto tempo è effettivo?
Uno dei modi per chiedere il divorzio è presentare un ricorso congiunto per la cessazione degli effetti civili o lo scioglimento del matrimonio. Decorsi 6 mesi dalla udienza di comparizione innanzi il Presidente del Tribunale nei casi di separazione consensuale oppure 12 mesi dalla comparizione nei casi di separazione giudiziale, i coniugi possono presentare un ricorso congiunto al tribunale competente, cioè un ricorso unico contenente le condizioni di divorzio concordemente pattuite dai coniugi anche in ordine all’affidamento e al mantenimento dei figli.
Predisposto il ricorso da parte di un solo avvocato per entrambe le parti o di due avvocati, uno per ciascuna, viene iscritto nella cancelleria del tribunale competente ed entro 90 giorni è fissata l’udienza di comparizione davanti il Presidente del Tribunale, che sarà anche l’unica udienza di questo procedimento come nel caso della separazione consensuale. Se all’udienza i coniugi confermano la volontà di divorziare alle condizioni concordemente pattuite, il tribunale emetterà la sentenza che dichiara la cessazione degli effetti civili del matrimonio o lo scioglimento, a seconda che il matrimonio sia stato celebrato con il rito religioso e opportunamente trascritto ovvero sia stato celebrato con il rito civile. Difficile prevedere entro quanto tempo sarà emessa la sentenza perché non ci sono termini perentori, ma solitamente non trascorrono più di tre mesi.
Una volta pubblicata la sentenza, il divorzio è effettivo? Ci siamo quasi, ma ancora no. Dovranno decorrere, infatti, i tempi per il passaggio in giudicato prima di poter essere annotata dall’Ufficio di Stato Civile sull’atto di matrimonio. Il passaggio in giudicato indica il momento dal quale non è più possibile impugnare la sentenza cioè, banalmente, “lamentarsi” di fronte ad un altro giudice della decisione presa dal giudice che ha emesso la sentenza di divorzio e chiederne la modifica perché ha sbagliato a darti torto. Il termine ordinario per impugnare è di 6 mesi dalla pubblicazione della sentenza.
Se la sentenza viene notificata alla controparte, invece, il termine per impugnarla è di 30 giorni. Il termine di 30 giorni per impugnare è anche detto “termine breve”, proprio perché si tratta di un periodo di tempo inferiore rispetto al termine ordinario di 6 mesi, cosiddetto “termine lungo”. Ebbene, per accelerare i tempi del passaggio in giudicato e giovare del termine breve, nel caso di divorzio congiunto a chi bisogna notificare la sentenza.
Partiamo da un presupposto: il tribunale pronuncerà il divorzio alle condizioni concordemente pattuite dai coniugi senza nessuna modifica. Quindi non c’è soccombenza, cioè nessuno dei due coniugi perde la causa e dunque nessuno dei due ha interesse ad impugnarla. Potrebbe, però, accadere che, rispetto alle condizioni previste dai coniugi per il mantenimento dei figli, il Pubblico Ministero rilevi che gli interessi patrimoniali dei figli non siano pienamente tutelati e di conseguenza potrebbe impugnare la sentenza.
Pertanto, in presenza di figli la sentenza di divorzio congiunto deve essere notificata al PM, così che decorra il termine breve per l’impugnazione e cioè 30 giorni dalla notifica. Se il PM non la impugna, la sentenza passa in giudicato.
Quindi è sufficiente notificare la sentenza al PM? Al fine di fugare ogni dubbio sul passaggio in giudicato, c’è un altro adempimento in capo ai coniugi: rilasciare una dichiarazione, presso la cancelleria competente, di acquiescenza e rinuncia all’impugnazione. Con questa dichiarazione i coniugi confermano di approvare tutte le parti della sentenza e di rinunciare ad impugnarla. Non tutti concordano su questo iter aderendo ad un’altra interpretazione, cioè che la sentenza di divorzio congiunto nasce già passata in giudicato.
La legge [1] prescrive che i coniugi possano impugnare la sentenza di divorzio, ma visto che l’impugnazione di una sentenza implica che debba esserci un interesse derivante dalla soccombenza nel giudizio, è chiaro che nel giudizio di divorzio congiunto nessuno soccombe perché sono le parti a proporre le condizioni e il giudice emette la sentenza sulla base di queste. È ragionevole ritenere, quindi, che questa sentenza non sia impugnabile e che passi in giudicato appena pubblicata.
Purtroppo, però, non essendovi nessuna esplicita previsione normativa in tal senso è preferibile seguire l’iter detto prima: notifica al PM e dichiarazione di rinuncia all’impugnazione, anche per non complicare la vita agli uffici che materialmente dovranno procedere all’annotazione della sentenza.
Ultimo passaggio: la sentenza è notificata al Pm (se ci sono figli) e le parti hanno dichiarato di volerla impugnare, a questo punto la sentenza passa in giudicato e la cancelleria del tribunale la trasmette all’Ufficio di Stato civile che l’annoterà sull’atto di matrimonio; verrà, altresì, annotata sugli atti di nascita dei coniugi e lo stesso Ufficio di Stato civile la manderà all’Ufficio anagrafe per la modifica dello stato da “coniugato” a “libero”. L’annotazione serve a dare pubblicità ai terzi dell’avvenuto divorzio. Da questo momento il divorzio è effettivo.
Dopo l’annotazione, posso contrarre nuove nozze?
Se ti stai chiedendo se puoi già contrarre nuove nozze, devi sapere che un uomo può risposarsi subito dopo l’annotazione mentre una donna può farlo se sono trascorsi almeno 300 giorni dal momento in cui è cessato l’obbligo di coabitare, cioè dal momento in cui il Presidente del Tribunale, all’udienza di comparizione dei coniugi nella causa di separazione, ha autorizzato la coppia a vivere separatamente. Se la separazione è stata ininterrotta per almeno 300 giorni, dopo l’annotazione della sentenza di divorzio, anche la donna può risposarsi subito.
Perché 300 giorni di attesa? Perché per la legge italiana se hai concepito un figlio in costanza di matrimonio si presume che sia figlio di entrambi i coniugi. Per superare questa presunzione bisogna avere certezza che i coniugi non abbiano potuto concepire il figlio in costanza di matrimonio, quindi devono essere trascorsi almeno 10 mesi dalla cessazione dell’obbligo di vivere sotto lo stesso tetto.
Se un figlio nascesse 11 mesi dopo l’udienza che autorizza i coniugi a vivere separati, non ci sarebbe la presunzione di paternità in capo all’ex marito della donna.
Se il coniuge muore prima del passaggio in giudicato della sentenza?
In questo caso, il coniuge superstite può chiedere alla Corte d’Appello di dichiarare la nullità e/o inefficacia della sentenza di divorzio per cessata materia del contendere. A cosa serve? Può essere utile al coniuge che abbia interesse a risultare coniuge superstite e non divorziato, interesse che potrebbe essere fondato sulla eredità lasciata dal coniuge defunto.
A seguito della effettività del divorzio, infatti, i coniugi perdono i diritti successori nei confronti dell’altro e quindi i diritti sull’eredità, circostanza che non si verifica se, come nell’esempio anzidetto, la sentenza di divorzio viene dichiarata nulla e/o inefficace per cessata materia del contendere.
Divorzio giudiziale: dopo quanto tempo è effettivo?
Il divorzio giudiziale, a differenza del congiunto, consiste in una vera e propria causa. Il procedimento inizia con un ricorso per divorzio iscritto in tribunale; ricevuta la fissazione dell’udienza di comparizione dei coniugi, il ricorso viene notificato alla controparte (cioè tuo marito o tua moglie). Il coniuge che riceve il ricorso, a sua volta, si costituisce in giudizio attraverso una memoria difensiva.
All’udienza di comparizione il Presidente del Tribunale tenta la conciliazione e prova anche a capire se c’è la possibilità di trasformare il divorzio giudiziale in un divorzio congiunto. Se questo tentativo ha esito negativo può prendere provvedimenti provvisori e urgenti, ad esempio i ordine all’affidamento e al mantenimento dei figli. A quel punto, la causa viene assegnata ad un giudice istruttore e seguirà il corso di una normale causa (seppur con un rito speciale), di durata indeterminabile ovviamente.
Una volta che il giudice avrà tutti gli elementi per decidere tratterrà la causa in decisione, ciò significa che non ci saranno più altre udienze e che manca solo la sentenza. In questo procedimento, sebbene si tratti di un rito speciale, all’ultima udienza e prima che il giudice trattenga la causa a sentenza alle parti può essere concesso un termine di 60 giorni per depositare le comparse conclusionali e un ulteriore termine di 20 giorni per depositare le memorie di replica.
Decorsi questi termini, il giudice studia il fascicolo di causa, valuta le richieste delle parti anche in ordine ai figli e poi decide. La decisione potrebbe arrivare anche dopo 60 giorni, come previsto dal codice di procedura civile, ma se questo termine venisse superato non succederebbe praticamente nulla perché non si tratta di un termine perentorio. E’ perentorio il termine superato il quale non è più possibile compiere un determinato atto.
Ad esempio, la sentenza notificata alla controparte deve essere impugnata da questa entro 30 giorni. Al trentunesimo giorno la controparte che non l’ha impugnata è decaduta dalla possibilità di farlo. Per il giudice non è così: se deve depositare la sentenza entro 60 giorni e non lo fa, egli non incorre in alcuna decadenza. Ecco perché difficilmente si potrà prevedere quando verrà emessa la sentenza. La sentenza pronunciata a seguito di divorzio giudiziale, a differenza del procedimento su domanda congiunta, potrebbe vedere uno dei coniugi soccombente e interessato ad impugnarla.
Il termine per impugnare è di 6 mesi quando la sentenza non viene notificata alla controparte e di 30 giorni quando viene notificata. Anche in questo caso, qualora le parti accettassero pacificamente l’esito del giudizio potrebbero dichiarare di rinunciare all’impugnazione e ottenere immediatamente il passaggio in giudicato della sentenza, per avere in tempi brevi la successiva annotazione per la pubblicità del divorzio.
Gli effetti della sentenza non definitiva
Su questo aspetto, però, occorre fare una precisazione. La legge [2] prevede la possibilità per il Tribunale di emettere una sentenza non definitiva che comunque dichiari il divorzio. Cosa significa? Vuol dire che se ci sono i presupposti di legge per pronunciare il divorzio, quindi sono decorsi i termini di legge dalla separazione, la separazione è stata omologata, i coniugi non si sono riconciliati e la separazione è stata ininterrotta, il Tribunale può sicuramente far cessare gli effetti civili o sciogliere il matrimonio mentre il giudice istruttore si occuperà di valutare gli aspetti patrimoniali, ad esempio in ordine alla eventuale domanda di assegno divorzile.
Una volta passata in giudicato, la sentenza non definitiva viene annotata sull’atto di matrimonio esattamente come la sentenza definitiva; quindi, in base a quello che si diceva prima, dato che l’annotazione conferisce pubblicità all’avvenuto divorzio, i coniugi potranno, ad esempio, già modificare il proprio status da coniugato a libero. Questo è molto importante e dimostra come il legislatore abbia voluto favorire la libertà personale dei coniugi, i quali prima dovevano aspettare che il tribunale si pronunciasse su ogni aspetto della vicenda prima di dichiarare il divorzio.
In questo modo, invece, è come se il legislatore avesse detto al giudice: se è certo che esistono i presupposti – separazione omologata ininterrotta da 6 o 12 mesi – dichiara il divorzio perché di tutto il resto si occuperà il giudice istruttore, ma non facciamo aspettare chi vuol tornare ad essere libero. Più o meno così.
Divorzio con la procedura di negoziazione assistita
La legge [3] prevede la possibilità che i coniugi possano, con l’assistenza di un difensore ciascuno, scegliere di separarsi o divorziare attraverso una procedura sufficientemente snella che inizia con un invito all’altra parte a sottoscrivere una convenzione di negoziazione assistita.
Cosa avviene in pratica? Una parte invita l’altra a sottoscrivere una convenzione di negoziazione assistita, se l’altra accetta si stabiliscono insieme i tempi della durata del procedimento, che non può essere inferiore a un mese e non superiore a tre mesi (prorogabile di 30 giorni se le parti sono d’accordo); con la convenzione le parti si impegnano a collaborare amichevolmente per trovare un accordo sulle condizioni di separazione, anche in ordine all’affidamento e al mantenimento dei figli.
Raggiunto l’accordo, le parti vi appongono le proprie firme, davanti agli avvocati che le autenticano; l’accordo viene poi trasmesso al Procuratore della Repubblica il quale, se non ci sono figli, rilascia il nulla osta; se ci sono figli, invece, valuta se le condizioni stabilite nell’accordo siano conformi ai loro interessi e, in questo caso, autorizza l’accordo; diversamente, quando le condizioni riguardanti i figli sono contrarie ai loro interessi il Procuratore trasmette entro 5 giorni l’accordo dei coniugi al Presidente del Tribunale, il quale fissa un’udienza di comparizione dei coniugi entro i successivi 30 giorni.
L’accordo raggiunto bonariamente tra le parti, ottenuto il nullaosta, viene trasmesso a cura degli avvocati, entro 10 giorni, all’ufficio di stato civile per la dovuta annotazione e produce gli stessi effetti delle sentenze di divorzio. È evidente che si tratta di un procedimento assolutamente snello e celere che, però, comporta sicuramente oneri e responsabilità maggiori per gli avvocati. Si pensi che, nel caso in cui l’accordo munito di nullaosta non venisse trasmesso al Comune nei tempi prescritti dalla legge, l’avvocato è sanzionato con una multa da 2.000 a 10.000 euro. Se questo doveva servire a ridurre il numero dei ricorsi in Tribunale, tale previsione non sembra proprio un incentivo, in tutta sincerità.
Oltre che alla negoziazione assistita, sia per la separazione che per il divorzio, i coniugi possono rivolgersi all’ufficiale di stato civile [4], quindi al Sindaco del luogo di residenza di uno dei due o del luogo in cui si è celebrato il matrimonio. È un procedimento velocissimo in cui la presenza dell’avvocato è assolutamente facoltativa, ma vi si può ricorrere solo in assenza di figli, o meglio, quando non sia necessario prevedere alcuna condizione in merito alla prole perché ad esempio i figli sono grandi e autosufficienti. Si badi bene, in questo caso non è possibile inserire nell’accordo patti di trasferimento patrimoniale.
Ad esempio: se con il divorzio il marito vuole impegnarsi a trasferire la proprietà di una casa alla ex moglie o ai figli, questo impegno non potrà essere inserito nell’accordo formulato dinanzi il Sindaco, a differenza del procedimento di negoziazione assistita. È una procedura che sicuramente conviene alle coppie senza figli o con figli grandi e indipendenti, che non debbano impegnarsi a trasferire beni immobili in occasione della separazione o del divorzio. Anche in questo caso l’accordo sottoscritto viene annotato e il divorzio produce i suoi effetti.
[1] Art. 5 co. 5 L. 898/1970.
[2] Art. 4 co. 12 L. 898/1970.
[3] Art. 6 D.L. 132/2014 convertito in L. 162/2014.
[4] Art. 12 D.L. 132/2014 convertito in L. 162/2014.

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