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Timestamp: 2017-12-11 00:30:00+00:00

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Si estende al socio che non si oppone il decreto ingiuntivo contro la Snc | Avv. Paolo Alfano
Si estende al socio che non si oppone il decreto ingiuntivo contro la Snc
da Paolo Alfano | Mar 30, 2011 | Giurisprudenza civile, Procedura civile | 0 commenti
Cass. civ. Sez. III, Sent., 24-03-2011, n. 6734
1. Z.O.G. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano n. 233/06, pubbl. il 10.2.06 e notif. il 16.6.06, con la quale è stato rigettato il suo appello ed accolto quello delle controparti INPS ed INAIL avverso la sentenza resa in primo grado dal Tribunale di Varese sull’opposizione da lui proposta, quale debitore esecutato, nei confronti degli altri, creditori intervenuti e soli rimasti in procedura esecutiva immobiliare n. 230/98 r.g.e. Trib. Varese, contestando a vario titolo i crediti azionati. In punto di fatto, va osservato che:
1.1. nel detto processo esecutivo sono intervenuti, il 15.9.99 l’INAIL (per L. 142.124.170 per d.i. n. 1250 del 1997, del Pretore di Varese e per L. 8.796.400 per altre evasioni contributive) ed il 27.7.00 l’INPS (per i decreti ingiuntivi nn. 1680/88 – di L. 84.879.669 – e 1260/89 – per L. 7.869.994 – del Pretore di Varese ottenuti contro Holz Bois Legno snc, di cui lo Z. era socio, nonchè n. 966/84 – per L. 55.486.975 – del Pretore di Varese ottenuto contro la ditta individuale Z.); in precedenza lo Z. era stato dichiarato – in estensione del fallimento di una diversa società di persone – fallito il (OMISSIS) dal Tribunale di Varese, ma in data 26.10.94 la Corte di Appello di Milano aveva revocato tale declaratoria (con pronuncia passata in giudicato);
1.2. a seguito della rinuncia di tutti gli altri creditori nella procedura esecutiva immobiliare contro di lui intentata, il debitore ha proposto opposizione ad esecuzione in data 1.6.01, al cui esito, espletata C.T.U., il Tribunale di Varese ha ritenuto prescritto il credito INPS derivante dai dd.ii. 966/84 e 1680/88 (in mancanza di documentazione di atti interruttivi nel decennio), affermato la sussistenza del credito INPS derivante dal d.i. 1260/89, ritenuto prescritti i crediti INAIL per gli anni 1985-91 per L. 124.440.970 ed infine affermato l’esistenza del credito INAIL per L. 8.723.700;
1.3. tutte le parti hanno proposto appello: l’INPS – che pure non ha contestato l’affermata prescrizione del credito recato dal d.i.
1680/88 – ha chiesto il riconoscimento anche dei crediti recati dal d.i. 966/84; l’INAIL ha domandato il riconoscimento del maggior credito per L. 142.079.170; lo Z. ha invocato dichiararsi inesistenti tutti i crediti e pure il decreto ingiuntivo 966/84, perchè emesso contro soggetto inesistente;
1.4.2. accoglie l’appello dell’INPS, in quanto la prescrizione è restata sospesa dalla data dell’insinuazione al passivo fino alla revoca della sentenza, sicchè riconosce l’ulteriore credito recato dal d.i. n. 966/84 per L. 55.468.977 oltre accessori;
1.4.3. accoglie l’appello dell’INAIL, in quanto lo Z. era socio della s.n.c. al momento della notifica del d.i. e quindi questo gli era direttamente opponibile quale condebitore solidale; riconosce all’Istituto il credito di L. 133.282.770 oltre accessori; ma valuta in parte prescritto il credito e determina il credito finale in Euro 86.900,94;
1.4.4. per la soccombenza pressochè totale condanna lo Z. alle spese del doppio grado.
3.1. con un primo motivo, ex art. 360, comma 1, n. 3, in relazione all’art. 2288 c.c., e L. Fall., art. 21, egli sostiene: che il socio di società di persone, dichiarato fallito in base a fallimento poi revocato, non può qualificarsi come non mai cessato dalla qualità di socio, anzichè immediatamente ed irrevocabilmente escluso di diritto, perchè l’effetto derivante dalla sentenza dichiarativa di fallimento si è inserito in un’autonoma situazione divenuta definitiva prima della revoca, per cui essa non dipende più dalla sentenza; che gli sono così inopponibili i decreti ingiuntivi nn. 1260/89 e 1250/97, relativi a debiti contratti dalla società nel periodo in cui lo Z. non era (più) socio;
3.2. con un secondo motivo, ex art. 360, comma 1, n. 3, in relazione all’art. 647 c.p.c., comma 1, art. 2909 c.c., e L. Fall., art. 43, egli sostiene non essergli opponibile un decreto ingiuntivo pronunciato quando era fallito, perchè egli era privo della capacità processuale per dispiegare la relativa opposizione;
3.3. con un terzo motivo, ex art. 360, comma 1, n. 3, in relazione all’art. 647 c.p.c., comma 1, art. 2909 c.c., e L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 9, egli esclude una valida interruzione della prescrizione per il d.i. 1250/97 a seguito della sua notifica, oltretutto rifiutata, alla legale rappresentante della s.n.c., perchè esso era pronunciato soltanto contro la società; ed adduce che comunque non può il socio di società di persone opporsi a decreto ingiuntivo che non lo menzioni espressamente come debitore;
3.4. con un quarto motivo, ex art. 360, comma 1, n. 3, in relazione all’art. 647 c.p.c., comma 1, artt. 2909 e 2697 c.c., e art. 161 c.p.c., egli ritiene che un decreto ingiuntivo emesso contro un titolare di ditta la quale non esista va inteso come emesso contro soggetto inesistente e quindi non si estende contro il primo quale persona fisica;
3.5. con un quinto motivo, ex art. 360, comma 1, n. 5, in relazione all’interruzione della prescrizione del credito recato dal d.i.
966/84 del 28.8.84, egli stigmatizza la carenza di supporto probatorio per il fatto decisivo consistente nell’avvenuta ammissione del credito, di cui pure era stata chiesta l’insinuazione, al passivo;
3.6. con un sesto motivo, ex art. 360, comma 1, n. 4, in relazione all’art. 112 c.p.c., si duole dell’avvenuto riconoscimento, in favore di INAIL, di un credito in misura maggiore di quella richiesta, avendo tale controparte chiesto accertarsi il diritto di procedere per la somma di Euro 73.377,77 o per minor somma risultante di giustizia, mentre la gravata sentenza lo accoglie per la maggiore somma di Euro 8 6.900,94;
4.1.2. che il fallito può opporsi di persona al d.i. che in qualsiasi modo gli risultasse opponibile;
4.2.1. non rilevano le problematiche sull’intercorso intervallo di fallimento dello Z., visto che il credito è stato azionato successivamente;
4.2.2. al momento dell’emanazione del d.i. lo Z. era comunque di nuovo socio;
4.2.3. benchè prodottasi di diritto, l’esclusione del socio fallito non ha avuto concreto effetto nè è divenuta opponibile ai terzi e comunque avrebbe comportato la liquidazione della quota o lo scioglimento della società, che invece non si sono avute nel caso di specie;
4.2.5. è pienamente eseguibile contro il socio di società di persone il d.i. emesso e notificato a questa e del resto ogni socio può opporlo;
5. Benchè siano stati formulati quesiti, alla fattispecie non può applicarsi l’art. 366 bis c.p.c., essendo la sentenza qui impugnata stata pubblicata anteriormente al 2.3.06: sicchè la novella del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, non può trovare applicazione, stando alla normativa transitoria di cui all’art. 27, comma 2, di detto decreto; i quesiti stessi restano quindi in sè considerati irrilevanti e vanno solo interpretati complessivamente con i motivi di ricorso cui si riferiscono.
5. Ciò posto, i motivi proposti vanno separatamente considerati; e, a cominciare dal primo (di cui supra, sub 3.1.);
5.2. orbene, i rapporti giuridici pendenti al momento della dichiarazione sono assoggettati alla particolare disciplina della L. Fall., art. 72 e ss., e delle eventuali ulteriori norme dei singoli istituti: quanto alla società di persone, l’art. 2288 c.c., prevede l’esclusione di diritto del socio che sia stato dichiarato fallito e tale previsione, benchè dettata espressamente per la società semplice e ritenuta da parte della dottrina inapplicabile alle altre tipologie di società personali, si estende invece a queste ultime in virtù dell’univoco richiamo normativo contenuto negli artt. 2293 e 2315 c.c. (in tema di società in accomandita semplice, espressamente in tal senso si esprime Cass. 22 maggio 2003 n. 8091) ed in difetto di valide ragioni di differenziazione della disciplina;
5.3. al contempo, la L. Fall., art. 21 – nel testo originario e comunque in quello anteriore alla riforma del 2005/07, applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame – è correntemente interpretato nel senso di una generalizzata efficacia retroattiva della revoca della dichiarazione di fallimento, nonostante il tenore testuale più limitato: ma effettivamente si rileva che, quanto ai rapporti giuridici pendenti al momento della dichiarazione di fallimento, l’eventuale definitività o irreversibilità della situazione scaturita da tale ultima dichiarazione integrerebbe un limite alla reviviscenza di quei rapporti;
5.5. tuttavia, benchè l’operatività di diritto dello scioglimento del rapporto sociale possa riferirlo temporalmente al momento stesso della dichiarazione di fallimento, eppure i suoi effetti definitivi non si verificano – e non possono considerarsi cristallizzati – fino a quando la quota del fallito non è liquidata ad istanza di qualunque interessato e verosimilmente dei competenti organi fallimentari: atteso che quanto meno la partecipazione del socio, benchè escluso di diritto, al patrimonio sociale comporta, fino appunto all’atto conclusivo e finale della liquidazione della sua quota, la persistenza di rapporti di debito e credito verso la società (o, se non si voglia a questa riconoscere una soggettività giuridica piena, verso gli altri soci) ed impone di ritenere pendente e non ancora esaurito, sia pure a questi più limitati fini, il rapporto giuridico preesistente;
5.6. una tale conclusione vale a maggior ragione poi nel caso – che qui ricorre – della società di i persone costituita da due soci, l’esclusione di diritto di uno dei soci comporta pure lo scioglimento della società, in applicazione dell’art. 2272 c.c., n. 4, essendo venuta meno la pluralità di soci: anche in questa ipotesi gli effetti di tale esclusione non saranno compiutamente esauriti fino alla liquidazione della società, da attivarsi nelle forme previste dal codice stesso;
7.3. un tale approdo esegetico può confermarsi, del resto, alla stregua della considerazione della imperfetta soggettività giuridica delle società di persone, che si risolve e sostanzialmente si identifica e si risolve in quella dei soci, i cui patrimoni sono protetti dalle iniziative dei terzi e dei creditori soltanto dal fragile diaframma della sussidiarietà della loro responsabilità rispetto a quella del patrimonio sociale: sicchè, in considerazione della normale coincidenza della pienezza del potere di gestione e della responsabilità illimitata in capo a ciascuno dei soci di società di persone, i debiti della prima finiscono col risolversi in quelli dei secondi; ne consegue ulteriormente che, per l’interesse e la legittimazione da riconoscersi a questi ultimi, avverso ed in vista del loro riconoscimento giudiziale essi hanno uno specifico onere appunto personale di preventiva reazione;
7.9. il socio illimitatamente responsabile deve quindi opporre la prescrizione del credito verso la società dispiegando opposizione avverso il decreto ingiuntivo che lo riconosce, anche, beninteso ove ne ricorrano i presupposti, con il rimedio dell’opposizione tardiva:
in mancanza, gli è preclusa l’eccezione di prescrizione in sede meramente esecutiva;
8. Va ora esaminato il quarto motivo di ricorso (di cui supra, sub 3.4.) ed al riguardo basti osservare che non vi è diversità tra colui che viene indicato come titolare di una “ditta” (o, rectius, “impresa”) individuale ed il medesimo come persona fisica, visto che, per scolastica nozione, quella non ha alcuna autonomia patrimoniale ed il primo si risolve nel secondo, senza possibilità di tenere distinti, in capo al medesimo soggetti, i rapporti a lui facenti capo quale imprenditore e quelli estranei all’impresa; pertanto, quand’anche fosse stata inesistente la “ditta individuale” in capo allo Z., un decreto o un qualunque titolo esecutivo giudiziale pronunciato contro tale ditta estende comunque i suoi effetti contro la persona fisica in cui egli, come qualunque altro imprenditore individuale, si identifica; ed il titolo è quindi formato correttamente e direttamente nei suoi confronti, e non già contro un soggetto da qualificarsi inesistente. Deve quindi concludersi nel senso che, per la piena coincidenza tra il titolare della ditta individuale e la sua persona fisica, il decreto ingiuntivo emesso nei confronti del primo si intende senz’altro pronunciato nei confronti della seconda.
9.1. il motivo di censura si appunta non già sull’omissione di motivazione sul punto decisivo della ammissione al passivo, ma, a ben guardare, sul prospettato errore di diritto di riferire l’effetto interruttivo (e sospensivo) alla presentazione della domanda di insinuazione al passivo, anzichè alla sua ammissione;
9.5. deve quindi concludersi, interpretandosi il motivo di censura come doglianza di violazione di legge anzichè di vizio di motivazione, nel senso che per l’interruzione della prescrizione, la quale resta sospesa per tutta la durata della procedura fallimentare anche se revocata, rileva la domanda di insinuazione al passivo fallimentare e non. anche il successivo eventuale provvedimento di ammissione al medesimo.
10.1. le richieste conclusive formulate nell’atto di appello dall’INAIL, quali si ricavano dalla sentenza impugnata (pag. 10, primo periodo), si articolano nel riconoscimento del diritto di “procedere esecutivamente nei confronti dello Z., in qualità di socio illimitatamente responsabile di snc Holz Boys ma, rectius, Bois Legno, per il credito di L. 142.079.170, pari ad Euro 73.377,77”:
10.2. in particolare, manca qualsiasi – eppure consueta, benchè talvolta di stile – clausola del tipo “o di quella diversa somma ritenuta di giustizia”, avendo anzi l’INAIL specificato che, in subordine, esso chiedeva la minore somma (e non anche quella eventualmente maggiore) reputata giusta;
10.3. ancora, manca – stando al tenore degli atti come riprodotti in quelli suscettibili di diretto scrutinio da parte di questa Corte – la richiesta espressa degli accessori, i quali, costituendo autonoma componente del credito di valuta, vanno normalmente fatti oggetto di separata e specifica richiesta; ed è appena il caso di notare che non constano atti, direttamente valutabili da questa Corte in sede di legittimità e non avendo idoneamente specificato al riguardo alcunchè il creditore, sulla cui base desumere aliunde la spettanza ex lege di accessori di qualsiasi fatta;
10.6. del resto, la Corte di Appello non da conto in modo perspicuo di come giunge alla somma finale riconosciuta, rispetto a quella oggetto dell’appello incidentale; nè sopperisce, con adeguati atti o argomentazioni, il creditore, in quella sede appellante incidentale:
e non può questa Corte in sede di legittimità colmare la relativa lacuna;
11. E’ necessario quindi cassare in parte qua relativamente all’accoglimento del solo sesto motivo – la gravata sentenza;
tuttavia è possibile ed opportuno – per l’esiguità dell’attività processuale richiesta dalla parziale cassazione e non essendovi la necessità di alcun ulteriore accertamento in fatto – decidere nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., la controversia tra il debitore e l’interventore INAIL, atteso il tenore della domanda formulata in secondo grado, con il riconoscimento della somma ivi richiesta e senza alcun altro accessorio, così sostituendo la statuizione contenuta nella sentenza della Corte di Appello e definitivamente riformando la pronuncia di primo grado.
11.3. con contestuale decisione nel merito va pronunciata declaratoria del diritto di INAIL di procedere esecutivamente nei confronti di Z.O.G. per l’importo di L. 142.079.170, pari oggi ad Euro 13.311,11, senza altri accessori;
La Corte, rigettati gli altri, accoglie l’ultimo motivo di ricorso principale; decidendo nel merito, in corrispondente riforma della gravata sentenza della Corte di Appello di Milano n. 233/06, che peraltro conferma nel resto, dichiara il diritto di INAIL di procedere esecutivamente nei confronti di Z.O.G. per l’importo di L. 142.079.170, pari oggi ad Euro 73.377,77;
condanna Z.O.G. al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore dell’INPS, in persona del leg. rappr.nte p.t., liquidate in Euro 5.200, di cui Euro 200 per esborsi;
dichiara compensate le spese di lite nei rapporti tra lo Z. e l’INAIL. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 3 febbraio 2011.
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 art. 43
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 art. 3
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 art. 161
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