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Timestamp: 2020-07-08 00:51:33+00:00

Document:
Cosa si intende per persona danneggiata in un sinistro stradale (Cassazione 16455/09)
Materia: Sentenze - Fonte: Cassazione - 30.10.2009
Abstract: Non la sola vittima diretta dell'incidente, bensì...
A distanza di pochi mesi dall'intervento delle Sezioni Unite (n.15376/09), la Corte di Cassazione questa volta a sezione semplice torna ad affrontare, e ribadire, la definizione di "persona danneggiata".
Vale la pena rileggerlo:
per persona danneggiata" deve intendersi non già la sola vittima diretta dell'incidente, ma ogni soggetto che, come ciascuno degli stretti congiunti, abbia direttamente subito un danno, patrimoniale o non patrimoniale, in conseguenza della morte o dell'invalidità che abbia colpito il soggetto immediatamente pregiudicato.
Cass. civ. Sez. III, 15-07-2009, n. 16455
sul ricorso 8724/2005 proposto da:
***** SPA, in persona del rappresentante legale pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, *****, presso lo studio dell'avvocato ******, che la rappresenta e difende giusta delega a margine del ricorso; - ricorrente -
*****, *****, *****, elettivamente domiciliati in ROMA, *****, presso lo studio dell'avvocato *****, che li rappresenta e difende giusta delega a margine del controricorso; - controricorrenti -
***** SPA IN LCA, *****; - intimati -
avverso la sentenza n. 1869/2004 della CORTE D'APPELLO di ROMA, Sezione Terza Civile, emessa il 26/02/2004, depositata il 20/04/2004; R.G.N. 3323/1996.
udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del 25/05/2009 dal Consigliere Dott. ALFONSO AMATUCCI;
che nel 1984 *****, ***** e ***** agirono giudizialmente nei confronti di ***** e dell'assicuratore per la r.c.a. Compagnia ***** s.p.a. per il risarcimento dei danni conseguiti alla morte di *****, investito nel ***** dall'autovettura del primo, di cui era stata accertato in sede penale l'apporto eziologico colposo per l'80%;
che identica domanda fu proposta da ***** con atto di citazione notificato il 13.3.1993 e che nelle more dei giudizi riuniti l'assicuratore fu posto in liquidazione coatta amministrativa (con D.M. 31 maggio 1993), sicchè il giudizio proseguì nei confronti del commissario liquidatore e di *****, erede del *****;
che con sentenza n. 4763/96 l'adito tribunale di Roma condannò la ***** al risarcimento nei confronti degli attori ed accertò il credito dei medesimi nei confronti della Tirrena in liquidazione;
che la sentenza fu appellata in via principale dagli attori (che lamentarono errori di calcolo nella liquidazione) e in via incidentale dalla ***** in liquidazione e dall'impresa designata ***** s.p.a., la quale tra l'altro domandò che la sentenza fosse "dichiarata opponibile all'impresa designata fino alla somma di L. 75.000.000" (così, testualmente, in sede di precisazione delle conclusioni);
che con sentenza n. 1839/04 la corte d'appello di Roma, corretto l'errore in accoglimento dell'appello principale, ha - per quanto in questa sede interessa - respinto l'appello incidentale dell'***** nell'assunto che la stessa, "per effetto della successione ope legis quale impresa designata" (penultima pagina della sentenza impugnata) dovesse rispondere anche del colpevole ritardo della Compagnia ***** s.p.a. nel versamento del massimale convenzionale di L. 200.000.000 (dunque rivalutato in L. 439.120.000, oltre interessi e spese);
che avverso detta sentenza ricorre per cassazione *****, affidandosi a due motivi illustrati anche da memoria, cui resistono con controricorso *****, ***** e *****.
che con i due motivi di ricorso la sentenza è censurata per violazione della L. n. 990 del 1969, artt. 20, 21 e 25, di altre norme di diritto sostanziale, degli artt. 112 e 113 c.p.c., e per vizio di motivazione per avere la corte d'appello, condannando la ricorrente impresa designata non entro il limite del massimale di legge rivalutato (L. 75.000.000 x 2.20) ma in relazione a quello convenzionale di polizza rivalutato (L. 200.000.000 x 2.20):
a) ritenuto che il limite massimo di responsabilità del Fondo di garanzia, e dunque dell'impresa designata, non fosse quello minimo obbligatoriamente stabilito per legge, ma quello contrattualmente determinato in misura superiore dalle parti;
b) erroneamente affermato che l'appello della ***** in liquidazione e quello della designata ***** fossero entrambi volti a contenere il risarcimento entro i limiti del massimale di polizza (mentre l'***** mirava a contenerlo in quelli di legge):
c) errato anche nell'affermare (v. ultima parte dell'illustrazione del primo motivo) che dagli atti non risultava il pagamento del residuo massimale di L. 63.106.796;
che la terza censura (sub e) è inammissibile perchè prospettata come violazione di legge (nella sentenza impugnata comunque non si rinviene la relativa affermazione);
che le prime due sono invece fondate: la seconda poichè risulta inequivocamente che l'appello incidentale dell'***** era volto al contenimento della propria responsabilità nei limiti del massimale di legge indicato in L. 75.000.000; la prima poichè "il principio secondo il quale l'impresa designata risponde dell'obbligazione da ritardo dell'impresa posta in liquidazione anche oltre il limite del massimale (ex plurimis: Cass., nn. 23870/06, 21744/06, 6283/03, 6366/90, 135/89) va inteso nel senso che il massimale cui occorre fare riferimento quanto al diritto dei danneggiati nei confronti del fondo di Garanzia, e dunque dell'impresa designata, è pur sempre quello di legge; è infatti perfettamente in linea coi principi dettati dalla L. n. 990 del 1969, che la società assicuratrice posta in liquidazione rimanga obbligata nei limiti dell'importo del massimale convenzionale maggiorato per rivalutazione e interessi, e che l'impresa designata alla liquidazione dei danni per conto del Fondo di garanzia per le vittime della strada sia invece condannata nei minori limiti del massimale di legge, salva anche qui la maggiorazione di cui s'è detto, ma da commisurarsi appunto al massimale di legge e non a quello convenzionale (cfr., sul punto, Cass., n. 23870 del 2006, nella parte finale della motivazione)";
che le osservazioni dei controricorrenti circa la mancanza di prova dei limiti dei massimali di legge all'epoca vigenti (in base al decreto ministeriale che viene periodicamente emesso e che sarebbe privo di valenza normativa, con conseguente onere probatorio a carico di chi lo invochi) sono superate dal rilievo che quel limite era stato indicato in appello incidentale dall'***** (solo in quella sede intervenuta, come era consentito dalla disciplina speciale dettata dalla L. n. 990 del 1969) e che non si afferma essere stato contestato dalla controparte; dunque, la prova che quello e non altro era il limite applicabile era del tutto superflua in relazione al principio, ormai consolidato dopo Cass., sez. un., n. 761 del 2002, secondo il quale non v'è bisogno di offrire la prova dei fatti non specificamente contestati (cfr., ex plurimis, Cass., nn. 10031/04, 5191/08, 13079/08, 5356/09);
che, tuttavia, la fondatezza dei primi due motivi non può condurre all'accoglimento del ricorso, in quanto non si afferma che l'impresa designata sia stata condannata a pagare o comunque abbia versato una somma superiore al massimale di legge, rivalutato e maggiorato dei possibili interessi compensativi, per ogni persona danneggiata (L. 75.000.000, da rivalutarsi mediante moltiplicazione per 2,20, secondo quanto riconosciuto dalla stessa ricorrente in ricorso, a pagina 7, terzultima riga);
che, secondo il nuovo orientamento espresso da questa sezione (Cass., 9.2.2005, n. 2653), confermato dalle sezioni unite con la recentissima sentenza 1.7.2009, n. 15376, per "persona danneggiata" deve intendersi non già la sola vittima diretta dell'incidente, ma ogni soggetto che, come ciascuno degli stretti congiunti, abbia direttamente subito un danno, patrimoniale o non patrimoniale, in conseguenza della morte o dell'invalidità che abbia colpito il soggetto immediatamente pregiudicato;
che neppure è dedotto il superamento del cosiddetto limite catastrofale di legge, collegato al sinistro inteso come evento;
che il ricorso va dunque respinto con la condanna della ricorrente alle spese.
LA CORTE DI CASSAZIONE rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 5.200,00 i cui Euro 5.000,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.
Così deciso in Roma, il 25 maggio 2009.
30.10.2009 - Renato Savoia - Fonte: Cassazione
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