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4) “Signori, entra il Lavoro!” Compendio storico per lavora tori curiosi. – FIOM NOTIZIE
Pubblicato da fiomnotizie il 15 giugno 2018 24 luglio 2018
Alle ore 9,30 del 16 giugno 1901, a Livorno, nasceva la FIOM, ovvero la Federazione Italiana Operai Metallurgici. Così scriveva la Gazzetta livornese annunciandone la nascita: “Alle ore 9 e mezzo di stamani, dalla sede della Camera del lavoro, preceduti dalla bandiera sociale, si partirono i delegati delle varie sedi venuti a Livorno per prender parte al primo Congresso nazionale degli operai metallurgici.” Questo capitolo parla quindi di noi, delle nostre origini, della Fiom e della Cgil. Parla delle ragioni profonde che stanno alla base della nostra organizzazione; ragioni che, oggi come allora, nascono dalla necessità di combattere disomogeneità e frammentazione del mercato del lavoro. Nasciamo per unire ciò che gli altri tentano di dividere. Nasciamo per dare forza ai più deboli.
Il 16 giugno 2016, presso il Parco delle Caserme Rosse a Bologna, si sono celebrati i 115 anni della Fiom. La Fiom di Bologna ha donato alla cittadinanza una quercia, ovvero un “Albero dei diritti” simbolo delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori per la dignità del lavoro.
L’Italia ai tempi di Giolitti
Dopo la grave depressione economica e sociale che colpì l’Europa negli ultimi decenni del XIX secolo, l’Italia conobbe una congiuntura industriale assai favorevole. I settori tessile, chimico, meccanico e siderurgico furono quelli che ne trassero i maggiori benefici. Contestualmente sorsero molte fabbriche che nei decenni successivi avrebbero fatto la storia industriale del paese. Oltre alle già menzionate Acciaierie di Terni ricordiamo: la Pirelli, la Fiat, la Breda, l’ Ansaldo (che produceva motori navali e locomotive) la prestigiosa ditta di auto di lusso Isotta Fraschini, l’ Alfa (che in seguito avrebbe cambiato il suo nome in Alfa Romeo); e ancora e le acciaierie Falck, l’Edison, i lanifici Marzotto, le industrie di trasformazione alimentare Cirio, Galbani, Buitoni, Barilla.
In quel periodo si registrò un tasso di crescita notevole, anche se in parte amplificato dal fatto che l’Italia partiva da livelli molto bassi. In ogni caso, tra il 1896 e il 1907, il prodotto interno lordo del paese crebbe con una media ben superiore al 6%. Anche i redditi aumentarono, così come la qualità e l’aspettativa di vita, che raggiunse i 42 anni.
L’uso dell’elettricità consentì l’illuminazione delle strade cittadine, ma anche la realizzazione di mezzi pubblici come i tram. Gli stabilimenti industriali, potendo organizzare la produzione su cicli continui e persino di notte, incrementarono la produttività. Anche in questo caso il settentrione risultò avvantaggiato rispetto all’Italia meridionale per via dei numerosi corsi d’acqua alpini che resero conveniente la realizzazione di centrali idroelettriche. Grazie all’acciaio si diffuse la produzione del cemento armato che, tra l’altro, permise la costruzione di edifici prefabbricati a costi notevolmente minori. Non è quindi un caso se proprio quegli anni si caratterizzarono per una grande quanto sregolata speculazione edilizia. L’utilizzo del gas nelle case e la diffusione dell’acqua corrente rappresentarono un indubbio progresso, sebbene moltissime persone continuassero a vivere ancora in uno stato di completa indigenza, beneficiando solo marginalmente dei progressi fin qui menzionati. Il divario con Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti rimase comunque molto elevato, anzi, paradossalmente si acuì, perciò il fenomeno dell’emigrazione invece che diminuire aumentò sensibilmente: nel 1913 più di 800 mila italiani lasciarono il paese per cercar fortuna all’estero.
Il piroscafo Sirio affondato nel 1906 al largo delle coste di Cartagena. Trasportava emigranti italiani diretti verso Argentina e Brasile. Il conto dei morti fu impressionante: oltre 500.
Il protagonista principale della vita politica dell’ epoca fu Giovanni Giolitti (1848-1928) che presiedette numerosi governi dal 1903 al 1921.
Così Francesco Papafava, un contemporaneo di Giolitti, commentava nelle sue cronache: “Ora abbiamo l’On. Giolitti, l’uomo indispensabile, inevitabile, fatale, unico. L’Italia è il paese dell’uomo unico. Unico Depretis, unico Crispi, ora unico Giolitti.” Giolitti, il cui operato non fu comunque esente da feroci critiche, incentivò la modernizzazione del paese sia dal punto di vista economico-produttivo, che da quello democratico.
Infatti, pur non disdegnando il ricorso a spregiudicati equilibrismi politici e a metodi di governo alquanto disinvolti (addirittura “il ministro della malavita”, lo definì l’intellettuale Gaetano Salvemini) egli si proponeva di coinvolgere i socialisti e i lavoratori nell’esperienza di governo, comprendendo molto meglio di altri i profondi mutamenti sociali legati al diffondersi del lavoro operaio e della grande industria. Il progetto di Giolitti, vista anche l’altissima conflittualità sociale dell’epoca, era quello di integrare il movimento operaio nelle istituzioni democratiche per impedirne derive rivoltose e frenarne lo slancio rivoluzionario (in tal senso debbono essere letti i suoi tentativi di dialogo con i riformisti presenti sia nel Partito Socialista sia nel sindacato), tuttavia lo statista piemontese era mosso anche da reali intenti riformatori, nella convinzione che il paese necessitasse di un profondo rinnovamento istituzionale.
Un discorso di Giolitti sulle lotte dei lavoratori; 1901
Nel 1900 i portuali di Genova rivendicarono condizioni di lavoro migliori, ma trovandosi di fronte all’indisponibilità del padronato a ogni forma di trattativa, la Camera del Lavoro proclamò lo sciopero generale cittadino. Il Prefetto allora intervenne imponendo la chiusura della Camera del Lavoro con la motivazione che la richiesta economica si era trasformata in rivendicazione politica diventando perciò eversiva ed illegale. Giolitti espresse con questo discorso tenuto in parlamento la sua vicinanza alle ragioni della classe lavoratrice.
“Io poi non temo mai le forze organizzate (le Camere del Lavoro), temo assai più le forze inorganiche…perché su di quelle l’azione del Governo si può esercitare legittimamente ed utilmente, contro i moti inorganici non vi può essere che l’uso della forza. La ragione principale per cui osteggiano (gli industriali) le Camere del lavoro è questa: che l’opera loro tende a far crescere i salari. Il tenere i salari bassi comprendo che sia un interesse degli industriali, ma che interesse ha lo Stato di fare che il salario del lavoratore sia tenuto basso? E’ un errore, un vero pregiudizio credere che il basso salario giovi al progresso (…) i paesi di alti salari sono alla testa del progresso industriale. (…) La classe operaia sa perfettamente che da un governo reazionario non ha da aspettarsi altro che persecuzioni sia nelle lotte per la difesa dei sui interessi di fronte al capitale, sia per tutto ciò che riguarda il sistema tributario. Nessun governo reazionario adotterà mai il concetto di una riforma tributaria a favore delle classi meno abbienti; e se la finanza si troverà in bisogno aumenterà il prezzo del sale, il dazio sui cereali, o qualche altro sui consumi, ma una imposta speciale sulle classi più ricche non la proporrà mai. (Bravo! – Approvazione a sinistra – commenti)(…) L’ Italia è uno dei paesi la cui media dei salari è più bassa, ma è il primo paese del mondo per le imposte che colpiscono i generi di prima necessità. (…) Il complesso delle nostre imposte, ormai più nessuno lo nega, è progressivo a rovescio. (…) Ma che ne è della Cassa pensioni per gli operai, una delle nostre migliori istituzioni?(…) A mio avviso tanto il Governo che la Camera hanno il torto di guardare questa questione (i gravi problemi di bilancio) solo dal lato finanziario e di trascurare del tutto il lato morale. Poiché io vi prego di considerare quale effetto morale ottimo produrrebbe il fatto di vedere le classi dirigenti assumere sopra di sé qualche parte, fosse pur piccola, del peso enorme che schiaccia le classi povere. L’effetto morale di un simile atto eccederebbe di molto l’effetto materiale del disgravio. Noi andiamo predicando da anni che il sistema tributario non va, non è equo (…) Noi sentiamo in questi giorni, giungere a noi delle voci di sofferenza gravissime da molte parti d’Italia (…) Sono avvisi che sarebbe follia trascurare. (…) Eppure, per quanto le condizioni interne nostre siano difficili, io credo che un indirizzo sapiente di Governo potrebbe rapidamente migliorarle, e potrebbe togliere quel pericolo che ora sarebbe follia non vedere. (…) Il popolo italiano non ha tendenze rivoluzionarie: il popolo italiano tende, per lunga tradizione, a confidare nel Governo; e nessun popolo forse ha sofferto per secoli con tanta rassegnazione mali così gravi come il popolo italiano. Un periodo di seria giustizia sociale che venisse dal Governo e dalle classi dirigenti richiamerebbe queste popolazioni all’ amore verso le istituzioni nostre. (…) Di grave ostacolo a immediati e seri provvedimenti sono le condizioni della finanza, e quindi, non potendo immediatamente attuare provvedimenti che cambino un po’ sostanzialmente lo stato delle cose, siamo costretti ad invocare la pazienza delle classi sofferenti. Ma questa pazienza non si deve invocare a parole, bisogna invocarla coi fatti, dimostrando loro che tutto ciò che è possibile, il Governo lo fa.”
Tra i più importanti progetti economici elaborati dall’uomo di Mondovì ricordiamo la nazionalizzazione delle ferrovie, fino a quel momento in mano ai privati, la creazione del centro siderurgico di Bagnoli presso Napoli, l’istituzione di Uffici del Lavoro, alcune leggi speciali per modernizzare l’agricoltura meridionale e a tutela del mondo cooperativo. Vi furono poi importanti provvedimenti per regolamentare il lavoro minorile che fu vietato ai fanciulli di età inferiore ai 12 anni. Per quanto riguarda l’orario, sia per le donne che per i bambini furono fissati dei limiti massimi, rispettivamente di 12 e 11 ore. Giolitti introdusse anche il riposo domenicale obbligatorio e il divieto di lavoro notturno per le donne; inoltre, con la creazione di un fondo nazionale per le pensioni di invalidità e vecchiaia si cercò di attuare, per la prima volta, una politica organica di assistenza e tutela delle classi lavoratrici. Infine, le città governate da amministrazioni di sinistra cominciarono ad approvare delibere per la municipalizzazione di pubblici servizi e la gestione di trasporti, illuminazione e sistema idrico.
Di certo il nome di Giolitti è legato all’istituzione, nel 1912, del suffragio universale maschile che concedeva il diritto di voto anche ai non alfabetizzati purchè avessero compiuto almeno 30 anni. Quest’ultimo provvedimento fu accolto con perplessità anche da un certo numero di socialisti i quali, pur proclamando da sempre la necessità del suffragio universale maschile, covavano il profondo timore che le grandi masse contadine – specie quelle meridionali – una volta ottenuto il diritto di voto sarebbero state facilmente manovrabili dai grandi potentati di turno contrari al movimento operaio: clericali, latifondisti, malavitosi.
Ad ogni modo, proprio il movimento operaio si apprestava a diventare uno degli attori principali di questa società in rapida evoluzione, ma per farlo i lavoratori dovevano necessariamente dotarsi di nuove e più efficienti strutture organizzative. Come abbiamo visto, oltre alle sezioni del neonato Partito Socialista, si stavano diffondendo repentinamente sul territorio le Camere del lavoro cittadine e le federazioni di mestiere.
Tra i primi a darsi un’organizzazione solida vi furono i braccianti della terra. Nel 1901, Argentina Altobelli fu tra le fondatrici di un’importante organizzazione bracciantile, la Federterra e nel 1906 ne divenne la segretaria generale. La Federterra svolse un ruolo decisivo nell’organizzazione delle rivendicazioni dei braccianti e ne coordinò le lotte. A inizio secolo il fenomeno bracciantile era particolarmente diffuso in zonde quali il Polesine, il Ferrarese e il Ravennate. Esso coinvolgeva centinaia di migliaia di uomini che non avevano un datore di lavoro unico e perciò si muovevano da un podere all’altro alla continua ricerca di occupazione. I braccianti, come dei veri e propri proletari della terra, conducevano un’esistenza spesso miserevole fatta di lavori precari, salari bassissimi e nessuna tutela; tuttavia il continuo spostarsi da un podere all’altro, il non sentirsi legati ad alcun padrone particolare, consentiva loro di entrare in contatto con realtà sempre diverse, a volte addirittura moderne e stimolanti. Come ha rilevato lo storico Giuliano Procacci con acutezza: “Essi erano una classe sociale di nuova formazione e, per certi aspetti più vicina alla mentalità dell’operaio e del salariato che a quella del contadino. Il paesaggio stesso in cui vivevano e lavoravano, in continua trasformazione, li aiutava a comprendere meglio l’inutilità di ogni sforzo teso a ricomporre l’unità del vecchio equilibrio contadino. La speranza non stava nel ritorno al passato, ma al contrario nell’avvenire, nel progresso, nel socialismo.” Questa mobilità coatta li rendeva in qualche modo sensibili e aperti nei confronti di ideologie progressiste (anarchia e socialismo); ideologie che invece penetravano con grandi difficoltà nei poderi condotti ancora in modo tradizionale e in cui, tra l’altro, la sensibilità religiosa era più radicata.
La Federterra assunse una linea programmatica che poneva con forza il tema della “socializzazione” della terra. Negli anni successivi, però, l’organizzazione guidata dalla Altobelli si sarebbe allontanata dalle posizioni più radicali per concentrarsi su obiettivi più strettamente legati a problematiche contingenti quali orario e salario. La Federterra promosse importanti lotte per il cosiddetto imponibile di manodopera. I proprietari dei terreni, infatti, godevano di ampia discrezionalità nell’assunzione del personale e in tal modo boicottavano sistematicamente gli attivisti sindacali, gli elementi più politicizzati, ma anche gli anziani, i più deboli, o chiunque non fosse in grado di garantire le prestazioni richieste. Sottrarre alla discrezionalità degli agrari la possibilità di scegliere chi assumere era quindi una rivendicazione vitale per “eliminare la concorrenza fra lavoratori, distribuire equamente il lavoro, porre fine al mercato pubblico delle braccia, tutelare i lavoratori più deboli e anziani nei confronti dei più giovani e forti, obbligare i datori di lavoro al rispetto delle tariffe concordate. Com’ è facile immaginare, gli agrari si opposero con tenacia alle rivendicazioni dei braccianti, cercando in tutti i modi di impedire la creazione degli uffici sindacali di collocamento.
La Federterra, specie negli anni precedenti il primo conflitto mondiale, ottenne importanti risultati proprio in questi ambiti. Sciolta dal fascismo, nel secondo dopoguerra risorse col nome di Confederterra e successivamente confluì nella CGIL.
Nasce la FIOM
Il 16 giugno 1901 nasce a Livorno la Fiom, Federazione Italiana Operai Metallurgici
Il quarto stato è un’opera di Giuseppe Pellizza da Volpedo realizzata nel 1901. Rappresenta un gruppo di lavoratori in marcia. Come si può facilmente notare il corteo procede simbolicamente dall’oscurità verso la luce. Non c’è nè violenza, nè disordine. Sono lavoratori che dicutono tra loro e quindi consapevoli della loro forza e del loro futuro.
Così scriveva la Gazzetta livornese tra il 16 e il 17 giugno 1901, annunciando la nascita della FIOM: “Alle ore 9 e mezzo di stamani, dalla sede della Camera del lavoro, preceduti dalla bandiera sociale, si partirono i delegati delle varie sedi venuti a Livorno per prender parte al primo Congresso nazionale degli operai metallurgici.” La FIOM nacque come sindacato esclusivamente operaio, infatti, solo con il IX Congresso che si svolse a Torino nel 1946, la parola “italiana” fu sostituita con la parola “impiegati”. Il primo Segretario nazionale della FIOM fu Ernesto Verzi, un operaio trentenne di Firenze. Come hanno osservato gli storici Antonioli e Bezza, fin dalla sua costituzione la FIOM aspirò ad essere una federazione con forti caratteri generali il cui scopo dichiarato era quello di dare il massimo della rappresentanza a tutto il proletariato metallurgico poiché solo in tal modo si sarebbe potuta affrontare con maggiore efficacia la grande disomogeneità e frammentazione del mercato del lavoro.
La FIOM nacque quindi da un esperimento verticistico molto originale, in quanto in nessun paese d’Europa esisteva un’associazione che tenesse insieme tutti i settori della metallurgia. Il progetto della FIOM aveva due caratteristiche peculiari: 1) era piuttosto avanzato anche rispetto alla struttura produttiva nazionale; 2) non nasceva dal basso, fu piuttosto il frutto di un vero e proprio progetto di ingegneria sindacale che aveva come punto di riferimento preciso un determinato tipo di operaio: l’ operaio specializzato della grande industria meccanica.
Un giornale dell’epoca, il Metallurgico, scriveva significativamente: “L’operaio della grande industria è quello che meglio deve comprendere l’importanza dell’unione delle forze e della solidarietà morale (…) i grandi centri di popolazione rappresentano sempre un progresso di fronte alle comunità rurali (…) il lavoro della grande industria rappresenta sempre un progresso rispetto al lavoro della piccola industria ed a quella dell’ artigianato associato.” Bisogna sottolineare come, all’epoca, il problema maggiormente sentito dalla classe operaia fosse quello delle differenze salariali tra città e città, tra fabbrica e fabbrica; differenze che spingevano i lavoratori a muoversi incessantemente alla costante ricerca di condizioni di vita migliori e di salari più elevati. Forse qualche esempio può aiutarci a comprendere meglio questo stato di cose.
Stabilito che mediamente la giornata lavorativa era di dieci ore (compreso il sabato), un tornitore della Isotta Fraschini (settore auto) guadagnava circa 3.8 lire, contro le 2.9 della Miani e Silvestri (settore materiale ferroviario). A tal proposito i giornali vicini al movimento operaio spesso pubblicavano veri e propri paragoni tra le diverse aziende. E così veniamo a sapere che alla Brioschi Finzi e C. si contrapponeva la Gadda e C: della prima si sottolineava il rispetto delle norme igieniche, una mutua interna, e il riconoscimento delle Commissioni interne, della seconda invece si evidenziava la tendenza ad assumere crumiri e a non riconoscere alcun organo di rappresentanza degli operai.
Ciò che caratterizzava la FIOM delle origini era l’ attenzione quasi maniacale del suo gruppo dirigente al tema dell’ organizzazione; organizzazione intesa come diffusione capillare delle strutture sindacali sul territorio e nelle fabbriche, ma anche come disciplina ferrea e freno allo spontaneismo operaio; ovvero come disciplina e freno ai cosiddetti scioperi impulsivi. Per Ernesto Verzi lo sciopero doveva essere considerato lo strumento eccezionale che “formalizzava la lotta operaia in quanto l’ unico mezzo di cui si servivano i lavoratori per le loro affermazioni.” Non a caso il passaggio dalle società di mutuo soccorso alle leghe di resistenza è avvenuto proprio sulla base dell’adozione dello sciopero come principale mezzo di lotta. Secondo Verzi, tra il gennaio 1901 e il giugno 1903 “su 106 scioperi circa i 2/3 ebbero esito vittorioso, 8 si risolsero con una transizione amichevole, mentre le sconfitte furono 14. Agli scioperi parteciparono 10600 operai. Senza sembrare soverchiamente ottimisti noi possiamo affermare che i più lusinghieri successi arrisero al proletariato metallurgico.”
Il Metallurgico, nel 1902, scriveva: “Quello che i lavoratori impulsivi, poco coscienti, non ottengono oggi con lo sciopero, verrà ottenuto domani senza sforzo, quando un periodo laborioso di organizzazione avrà rinsaldato le coscienze, temprato gli ardori, rinfrancato debolezze.” Risultava comunque molto problematica l’organizzazione di un’azione coordinata e collettiva quando si trattava di dover difendere dei posti di lavoro. La competizione fra lavoratori si rivelava aspra e la FIOM doveva mediare tra esigenze spesso in conflitto.
Con il rischio della frammentazione sempre dietro l’angolo a minacciare il buon esito delle mobilitazioni, educare i lavoratori, organizzare gli scioperi, regolamentare le lotte, tenere insieme istanze diverse, erano compiti difficilissimi che richiedevano sforzi organizzativi notevoli. Tali difficoltà si manifestarono clamorosamente nel settembre del 1904 quando i lavoratori protestarono per l’ ennesimo episodio di violenza perpetrato ai loro danni dalle forze dell’ ordine. Come abbiamo detto, Giolitti per riuscire a governare era stato spesso costretto ad attuare una politica assai ambigua. Se da un lato aveva cercato il dialogo con l’ala riformista e moderata del movimento operaio, dall’altro si appoggiava, specie nel meridione, ai grandi latifondisti che, non di rado, assoldando malavitosi e delinquenti, esercitavano violenze brutali contro braccianti e operai sindacalizzati: da qui l’appellativo di “ministro della malavita” affibbiatogli da Salvemini.
Ad ogni modo il malessere deflagrò in tutto il paese quando a Buggerru, in Sardegna, i minatori in lotta per un aumento salariale subirono cariche violente dai carabinieri che lasciarono sulla strada i cadaveri di tre persone. La risposta del movimento operaio a livello nazionale – non solo i metallurgici, quindi – non si fece attendere e il 16 settembre 1904 molte federazioni sindacali proclamarono il primo sciopero generale nazionale. A Milano, in particolare, si scatenò il putiferio. Gli operai bloccarono i tram e venne interrotta la fornitura di gas; i quotidiani non uscirono, le fabbriche si fermarono, così come i servizi pubblici. Lo stesso accadde in altre città, soprattutto del nord. Lo sciopero si svolse quasi sempre pacificamente ma destò comunque un’enorme impressione nell’opinione pubblica moderata che invocò l’utilizzo dell’esercito. Giolitti, dimostrando ancora una volta sangue freddo e un notevole fiuto politico, non ricorse alla forza pubblica, ma lasciò che le manifestazioni si esaurissero spontaneamente. Il movimento sindacale italiano, infatti, pur dando una considerevole prova di forza mise in luce anche preoccupanti limiti: poco coordinamento delle lotte, manifestazioni distribuite a macchia di leopardo sul territorio, mancanza di una direzione centrale.
Emerse perciò la necessità di irrobustire ulteriormente l’organizzazione. In particolar modo la FIOM pensava (e di ciò si fece promotrice) a una confederazione del lavoro che fosse “il massimo istituto che studi la vita economica, vi ricerchi gli interessi dei proletari, e decida dell’atteggiamento che le nostre organizzazioni devono privilegiare per difenderli o affermarli.” Del resto anche a livello delle singole città i problemi non mancavano. Le lotte per le rivendicazioni salariali, i cottimi o i carichi di lavoro si avvalevano raramente di una guida comune, soprattutto a causa delle forti divisioni politiche fra federazioni di mestiere come la FIOM, guidate il più delle volte da socialisti riformisti, e Camere del Lavoro cittadine guidate invece da socialisti rivoluzionari.
Di solito erano le stesse Camere del Lavoro che assumevano la guida delle lotte e degli scioperi generali cittadini. Ad ogni buon conto, per provare a colmare tutte queste carenze, con il congresso che si svolse a Milano dal 29 settembre al primo ottobre 1906, si diede vita alla CGdL (Confederazione Generale del Lavoro). In quell’ occasione le Camere del lavoro e le Federazioni decisero di confluire in una unica organizzazione, la Confederazione Generale del Lavoro. All’atto di nascita furono presenti i delegati di quasi 700 sindacati locali, in rappresentanza di oltre 250.000 iscritti. Quale primo Segretario generale della CGdL venne eletto Rinaldo Rigola. Figlio di un tintore tessile e di una stiratrice, Rigola a sedici anni aveva iniziato a lavorare come operaio in un’industria tessile e fin da giovanissimo si era iscritto al Partito Socialista italiano.
Aderirono alla CGdL socialisti appartenenti a varie correnti di pensiero come ad esempio i sindacalisti rivoluzionari che si ispiravano a Georges Sorel, un pensatore e filosofo francese propugnatore dello sciopero generale non per scopi rivendicativi o riformatori (salario, orario, ecc.), bensì eminentemente rivoluzionari. Sorel era fautore inoltre del cosiddetto spontaneismo (proprio quello spontaneismo così tanto disprezzato da Verzi) che egli considerava lo strumento principe dell’azione rivoluzionaria, perché solo così le masse, a suo dire, si sarebbero autoeducate contribuendo alla formazione di una vera coscienza di classe.
Nel 1911 sindacalisti rivoluzionari provocarono la prima scissione all’interno della CGdL fondando l’USI (Unione Sindacale Italiana) che, sebbene di piccole dimensioni, esiste tutt’oggi.
Nasce la Fiom: i primi grattacapi
Nel 1907 Ernesto Verzi scrisse in un libro intitoltato I metallurgici nel loro sindacato. Il documento è particolaremente interessante perché ci fornisce un quadro molto acuto – a volte persino spietato – delle problematiche incontrate dalla federazione di metallurgici in quegli anni turbolenti. Verzi, che si dimostra osservatore attento, ne prende in esame numerose: dall’indisciplina dei giovani (la lotta per il gusto di lottare), alla passività mista a opportunismo delle masse rurarli che per la prima volta entrano in fabbrica; fino ad arrivare al rapporto con le Camere del Lavoro e alle questioni organizzative della federazione stessa.
Problema dei giovani indisciplinati – Riferendosi ai giovani, o a chi per la prima volta sperimenta la vita di fabbrica, egli afferma:
“I neofiti (…) organizzatisi per uno scopo immediato, debbono raggiungerlo, vanno e vengono, illusi e disillusi, esagerati nel chiedere come rinunziare. Queste in parte le cause che rendono indisciplinato il movimento operaio e che non potranno ovviarsi che con la forza del numero e la maturità dell’organizzazione.”
Problema dei migranti – Tema scottante è la questione delle masse di contadini migranti che dalle campagne si riversano in città e quindi nelle fabbriche.
“Aggiungiamo a ciò l’invadenza del proletariato rurale riversatosi per molte e svariate ragioni (…) sul mercato del lavoro industriale, ed avremo un’altra causa di indisciplina. Gli operai rurali entrando nella fabbrica subiscono inevitabilmente un peggioramento come dipendenti, non come salariati. Nei campi i rapporti che passano fra operai e padroni per l’esecuzione di determinati lavori, permettono maggiori libertà. La ferrea disciplina della fabbrica non esiste. Schiavi economicamente, gli operai rurali rimangono liberi moralmente. Entrando quindi nella fabbrica essi sentono tutto il peso della disciplina e mal sopportano la nuova schiavitù morale che nel campo industriale regola il rapporto fra salariati e padroni. Tale fatto li farebbe certamente ribellare e li spingerebbe a contatto con dei compagni nella lotta se le mutate e migliorate condizioni economiche non soffocassero in essi ogni sentimento della propria dignità. Anzi, un solo criterio anima questi lavoratori che la libera concorrenza chiama nel campo industriale con la più completa e sconfinata libertà di lavoro: la devozione al padrone onde non perdere la migliorata condizione economica. Il maggior guadagno – a volte duplicato e triplicato (…) mantiene l’operaio rurale attaccato alla posizione conquistata; ei non pensa affatto a mitigare lo sfruttamento personale che subisce: individualista per eccellenza (…) Simili operai, per la loro stessa origine, rappresentano l’elemento più malsicuro per l’organizzazione economica-industriale. Essi, diffidenti per natura, col senno proverbiale di Sancio Pancia, hanno l’abitudine di guadare dalla finestra chi per essi lavora e con l’indifferenza dei soddisfatti attendono ed osservano con molta circospezione se il tempo tende a cambiarsi (…) ma non divengono consapevoli del loro stato e non divengono combattivi, finchè non si sono resi conto della impossibilità di raggiungere la loro emencipazione mercè le privazioni e gli sforzi individuali. La città molte volte, opera il miracolo.
Problema del sovversivismo – Verzi prende in esame anche il rapporto tra movimento operaio e politica.
“Abbiamo accennato al benefizio che la città con il complesso dei suoi fattori d’educazione, reca alla maturazione del sentimento di classe. Eppure (…) chi partecipandovi (alla vita politica/sindacale) non ha coscienza esatta del movimento operaio (…) finisce per accettare di preferenza nei partiti politici tutte quelle forme esteriori di sovversivismo anticapitalistico che molte volte – sarebbe ipocrita negarlo – fanno a pugni con la necessità ferrea dell’emancipazione proletaria. (…)”
Problema del rapporto eletti/elettori – Vi è inoltre la diffidenza e l’invidia da parte degli operai nei confronti chi è eletto a rappresentare gli interessi della classe lavoratrice.
“Così, l’operaio che per degnamente presiedere gli interessi di una organizzazione, è spinto a vivere in una nuovissima cerchia intellettuale (…) deve tendere quindi verso un’abitudine di vita molto diversa da quella del proletariato. Ciò che per lui è un’esigenza ed una necessità del mestiere finisce però per procurargli, da parte della classe lavoratrice, uno stato d’animo ostile e diffidente. Il commento lascia il passo all’osservazione maligna, spuntano gli aspiranti, i concorrenti che madonna invidia ha voluto colmare di sue grazie. Sorgono i maldicenti di professione e la malinconica tela di diffidenze è irrimediabilmente tesa.
Problema del localismo delle singole federazioni – C’è poi l’esigenza di disciplinare le numerose sezioni sparse sul territorio. Il localismo non agevola infatti la costruzione di un organismo federale su base nazionale.
“La solidarietà finanziaria – che è la base su cui tutto posa il nostro movimento – vista attraverso i piccoli egoismi locali, conduce a delle svariate e sintomatiche sorprese. Un articolo del nostro regolamento dice precisamente così: “Art.26 – Il Comitato Centrale per esplicazione del suo mandato, attinge ad una quota di adesione di cent.15 per ogni socio federato, da inviarsi mensilmente dalle singole sezioni.” Non è raro il caso in cui si comunica al Comitato Centrale dalle sezioni un numero di soci inferiore alla realtà per l’esenzione di una parte della tassa federale.”
Nasce la Confederazione Generale del Lavoro (CGdL); 1906
Nel 1906, su proposta di Ernesto Verzi Segretario della FIOM, nasce la CGdL. Il congresso fondativo si svolse a Milano tra il 29 settembre e il 1° ottobre e si concluse con la vittoria dei socialisti riformisti – favorevoli a una collaborazione con le forze parlamentari vicine al movimento operaio – e la sconfitta dei rivoluzionari, indisponibili a qualsiasi compromesso con le forze borghesi. Primo Segretario della CGdL fu eletto il socialista riformista Rinaldo Rigola che avrebbe guidato la confederazione fino al 1918.
Art.1. E’ costituita in Italia la Confederazione Generale del Lavoro per ottenere e disciplinare la lotta della classe lavoratrice contro il regime capitalistico della produzione e del lavoro.
Art.3. La Confederazione curerà: la direzione generale del movimento proletario, industriale e contadino, al di sopra di qualsiasi distinzione politica, coordinando l’azione che devono svolgere le Federazioni di mestiere e le Camere del Lavoro (…) di secondare, disciplinare e coordinare ogni iniziativa dei lavoratori in materia legislativa e condurre vigorosamente le agitazioni intese a rafforzare l’azione dei delegati del proletariato nei pubblici poteri, per strappare allo Stato, alle Province, e ai Comuni, quelle leggi e quei provvedimenti richiesti e chiaramente voluti dalla classe lavoratrice.
(…) di integrare il movimento di resistenza con lo stringere i rapporti e prendere iniziative d’accordo con le Federazioni delle Cooperative e delle Mutue, favorendo lo sviluppo autonomo d’aggruppamenti cooperativi locali e le loro Federazioni nazionali e internazionali.
di prendere le necessarie ed opportune intese coi Partiti che nel campo politico accettarono la difesa degli interessi dei lavoratori, perché ogni attrito parziale fra capitale e lavoro venga risolto nel senso più favorevole alla classe lavoratrice (…)
di risolvere i conflitti che eventualmente avessero a sorgere fra vari enti nelle organizzazioni di mestiere (…)
di rendere intensa e permanente la propaganda in mezzo alle classi lavoratrici per sospingerle verso il loro miglioramento economico, morale e intellettuale;
di stabilire e disciplinare i rapporti di solidarietà (…) sviluppando maggiormente il concetto della solidarietà nazionale e internazionale nella classe operaia.
di compilare statistiche sule forze e sulle attività delle organizzazioni, sugli scioperi, sul numero dei disorganizzati, rilevando cause e ragioni della disorganizzazione, sulla eventuale approssimativa percentuale di crumiraggio locale, regionale e nazionale in occasione dei conflitti.
Art.4. La Confederazione Generale del Lavoro è diretta e amministrata da un Comitato confederale composto da 9 membri fra i quali saranno designati 2 a formare il segretariato esecutivo; da un Consiglio Confederale composto da 30 membri.
Art. 5. Oltre all’osservanza del presente Statuto il Segretariato e il Comitato Direttivo hanno i seguenti doveri: tenere al corrente il proletariato per mezzo del giornale confederale di tutto il movimento operaio
Art.8. La Cassa confederale viene alimentata:
da un contributo annuo per ogni confederato di cent.5 per gli appartenenti al proletariato della terra e di cent.10 per ogni confederato appartenente al proletariato dell’ industria
dalle sovvenzioni volontarie che le Cooperative confederate verseranno sui dividendi dei loro soci (…) Art.14. Il segretariato curerà altresì la pubblicazione di opuscoli di propaganda e la popolarizzazione per mezzo stampa delle leggi sociali esistenti.
La CGdL si pose da subito l’obiettivo di centralizzare le lotte, esautorando di fatto le Camere del Lavoro e le Federazioni, ma ovviamente ciò suscitò le proteste dei rivoluzionari; allo stesso tempo impostò rigidamente tutte le fasi dello sciopero, uno strumento che doveva essere considerato assolutamente eccezionale; infine, decise che il Partito Socialista non poteva in alcun modo farsi promotore di lotte e rivendicazioni contrastanti con la linea sindacale.
Lo scontro tra rivoluzionari e riformisti comunque non si placò. Gli anni che seguirono la nascita della confederazione furono infatti densi di vivaci mobilitazioni sociali tanto che, nel 1908, in occasione della festa del Primo maggio, i sindacalisti rivoluzionari proclamarono lo sciopero generale rivoluzionario che coinvolse decine di migliaia di lavoratori in scontri molto duri con le forze dell’ ordine. Lo sciopero si concluse dopo diversi giorni con una netta vittoria dei padroni. Questi ultimi, oltre a costringere con la forza gli operai a riprendere il lavoro, ricorsero anche un sistematico crumiraggio.
Il 1906 rappresentò comunque una svolta nelle relazioni sindacali non solo perchè vide la luce la CGdL, ma anche perchè la FIOM firmò per la prima volta un contratto collettivo con la ditta Itala di Torino. E’ interessante constatare come il contratto con l’Itala regolasse questioni essenziali quali: la nomina della commissione interna, la fornitura della manodopera da parte del sindacato stesso (closed shop), l’orario di lavoro, la struttura della paga, le casse mutua, nonchè la creazione di abitazioni per i lavoratori e le modalità per un eventuale rinnovo contrattuale. Agli occhi del lettore contemporaneo non sfuggirà una singolare coincidenza inerente la norma sui “licenziati non per loro colpa”.
Art. 18. – I licenziati – non per loro colpa – saranno indennizzati coll’importo delle ultime 70 giornate di lavoro.
Per quanto concerne l’esercizio del diritto di sciopero, la federazione ne accettava la limitazione, pena il pagamento di una penale. Per l’epoca, nonostante le vive proteste dell’ala più estrema del sindacato su quest’ultimo punto, si trattò certamente di un contratto innovativo che cercava di dare risposte concrete ai problemi che gravavano sul proletariato e le classi lavoratrici.
Il primo contratto collettivo della FIOM; 1906
Tra la Spettabile Ditta Itala e per essa i suoi legali rappresentanti signori Leone Fubini e Guido Bigio e la Federazione nazionale fra gli operai metallurgici e per essa i signori Ernesto Verzi e Giuseppe Scotti, essi pure debitamente autorizzati, si convengono, per la durata di un triennio, a partire dalla firma del presente concordato, le norme seguenti:
Art. 1. – Tutto il personale necessario alla Società Italia per tutte le diverse prestazioni di mano d’opera nelle sue officine – esclusi i chauffeurs e gli aiuti-chauffeurs e compresi i capi-squadra, sarà fornito dalla Federazione Nazionale Metallurgici, la quale si impegna di fornire il detto personale a richiesta della Ditta nella quantità occorrente per i varii riparti di metallurgia come da classificazione contenuta nell’articolo 1° del Regolamento sui salari.
(…) Gli operai forniti dalla Federazione Nazionale fra gli operai Metallurgici e per essa dall’Ufficio di Collocamento, dovranno, per venire assunti, essere di gradimento della Ditta. (…)
Art. 3. – L’orario di lavoro normale è mantenuto sulla base attuale di dieci ore giornaliere.
Qualora la maggior parte degli operai dipendenti dall’industria automobilistica ottenesse una riduzione di orario dalle proprie Ditte, la Ditta contraente già sin d’ora si dichiara disposta a concedere una uguale riduzione, fermo restando il contratto con tutte le altre condizioni in esso contenute.
Art. 4. – Il salario dell’operaio è costituito di tre elementi: paga oraria, cottimo e percentuale sulle ore straordinarie.
In caso di abolizione stabile del cottimo, la Ditta si impegna – ben s’intende per quelle categorie per quegli operai che lavoravano a cottimo – di aumentare la paga oraria con un supplemento del 25%. (…)
Art. 5. – Gli apprendisti non potranno essere assunti in proporzione superiore al 3% del numero degli operai. (…)
Art. 6. – In nessun caso verrà diminuito il salario dell’operaio che, per necessità tecniche, sia dalla Ditta passato da un riparto all’altro.
Art. 7. – La Ditta si obbliga di ritenere sul salario degli operai le quote da essi dovute alla Federazione Nazionale fra gli operai Metallurgici, nella misura e colle modalità stabilite.
La Ditta farà conoscere alla Federazione quegli tra gli operai che eventualmente si rifiutassero di rilasciare tali quote e per queste mancate esazioni non assume alcuna responsabilità.
Art. 8. – Apposito regolamento, allegato al presente contratto, stabilisce le norme disciplinari, gli orari, i riposi e quanto concerne il funzionamento interno della fabbrica.
Detto regolamento non potrà venire modificato che con il consenso delle parti.
Art. 9. – L’Itala si impegna a favorire la costruzione di abitazioni popolari a favore dei propri operai da parte di una Cooperativa di lavoratori, con le modalità che verranno in apposito contratto stabilite.
Art. 10. – La Federazione Nazionale fra gli operai Metallurgici, si impegna alla esecuzione scrupolosa del presente contratto, fornendo operai scelti, sia come moralità, sia come abilità tecnica. Si impegna inoltre che per nessuna ragione avverrà mai alcuno sciopero, né alcuna sospensione di lavori, parziale o totale, né un intralcio all’andamento normale della fabbrica, sotto pena di risarcire i danni materiali e morali che alla Ditta derivassero, con facoltà in questa di rivalersi sulla cauzione.
Non sarà però causa di conflitto, né di risoluzione del contratto presente, la astensione dal lavoro, causata in uno sciopero generale della classe lavoratrice in Torino. (…)
Art. 12. – Tutti gli operai della Ditta che non abbiano oltrepassato i 10 anni di età saranno nel momento della loro conferma, iscritti per una quota ciascuna, e nel terzo anno della loro assunzione, per due quote a cura e a carico della Ditta, alla Cassa Mutua Cooperativa Italiana per le Pensioni con sede in Torino. (…)
Art. 13. – A garanzia della esatta osservanza del presente concordato, la Federazione Nazionale fra gli operai Metallurgici, entro un mese dalla sottoscrizione del medesimo, farà un versamento di L. 60.000 che verrà depositato, con le modalità da determinare, alla Sede della Banca d’Italia. (…)
Art. 14. – Alla Commissione arbitrale, di cui più oltre, sarà domandata la risoluzione di tutte le controversie (…)
Art. 17. – All’operaio licenziato per cause disciplinari a nessuna delle quali siano applicabili le sanzioni del codice penale per reato di azione pubblica ed esclusi sempre i reati politici, verrà corrisposta l’indennità stabilita dal regolamento di fabbrica.
Art. 18. – I licenziati – non per loro colpa – saranno indennizzati coll’importo delle ultime 70 giornate di lavoro – esclusi soltanto i casi di trasformazione radicale e generale dell’industria, e di chiusura dell’officina
Sono compresi nei casi con indennizzo, i licenziamenti per esigenza di trasformazione di lavorazione dei singoli reparti.
Art. 19. – Tutte le controversie e tutti i conflitti di qualsiasi natura, nascenti dalla interpretazione e dalla applicazione del presente contratto come dai regolamenti allegati, sia fra operai e Ditta, nonché le possibili divergenze riguardanti gli eventuali aumenti di salario ai singoli operai, saranno risoluti d’accordo fra la Commissione interna e la Direzione.
La Commissione interna sarà nominata di cinque operai della fabbrica. Essa delega a rappresentarla uno dei suoi membri per le piccole divergenze. (…)
Tale Commissione durerà in carica fino alla scadenza del presente contratto.
Il Collegio arbitrale giudicherà senza spese né formalità di sorta, con lodo inappellabile.
In nessun caso durante le trattative per dirimere le controversie si potrà addivenire ad una sospensione totale o parziale di lavoro.
Art. 20. – Il presente contratto dovrà essere denunciato per iscritto da una delle parti o da entrambe almeno sei mesi prima della scadenza.
In caso di mancata denuncia si intenderà rinnovato alle stesse condizioni di tre in tre anni.
Per rispondere all’evidente protagonismo delle classi lavoratrici gli industriali italiani diedero vita a un proprio “sindacato”: Confindustria. Tra il 1902 e il 1906 già si contavano alcune organizzazioni cittadine, da Monza a Torino e così via, accanto ad associazioni di categoria strutturate per settori merceologici. Da questi nuclei sorti in ordine sparso, il 5 maggio 1910 nacque la “Confederazione italiana dell’industria”, con il fine di coordinare a livello nazionale le iniziative del padronato sia nei rapporti con il governo e le amministrazioni locali, sia nei riguardi delle organizzazioni sindacali. Il primo presidente della Confederazione fu Luigi Bonnefon, un industriale della seta originario di Lione.
Pur scosso da mille sollecitazioni sociali, Giolitti riuscì comunque a garantire una guida politica al paese. Il suo declino cominciò però a manifestarsi quando, tra il 1911 e il 1912, decise di imbarcare la nazione nell’ennesima avventura coloniale: una guerra contro la Libia che, nonostante il successo formale, non conseguì alcun profitto concreto. Essa si rivelò, infatti, molto più dura, costosa e difficile del previsto lasciando per altro velenosissime code polemiche in quanto i nazionalisti (che da sempre avevano sostenuto l’impresa coloniale) trassero uno slancio insperato e buona parte della borghesia e dell’opinione pubblica, abbagliata dal successo militare, si spostò su posizioni filo-conservatrici, se non, addirittura, militaristiche. I socialisti, che fin dai primi anni dell’esperienza giolittiana non seppero darsi una linea comune (eternamente divisi tra massimalisti, che conquistarono il partito nel 1904 col Congresso di Bologna, e riformisti, che tornarono a guidarlo tra il 1908 e il 1912), con l’uscita di Bissolati e Bonomi, favorevoli alla guerra, si spostarono di nuovo su posizioni massimaliste, limitando notevolmente la loro collaborazione col governo.
Agli inizi del secolo, l’industrialesimo – da intendersi come un orientamento politico e culturale favorevole al potenziamento dell’ industria – era un sentimento diffuso non solo tra la borghesia, ma anche tra autorevoli esponenti del movimento operaio. E se è certamente vero che il sistema capitalistico veniva da questi ultimi aspramente criticato, è altrettanto vero che gli stessi socialisti vedevano nel diffondersi dell’industria un importantissimo fattore di sviluppo della società, non solo di sfruttamento brutale. Anzi, alcuni loro, come Rinaldo Rigola, erano convinti che il progresso economico e produttivo legato all’industria, traducendosi in progresso sociale, avrebbe radicalmente modificato anche le relazioni fra sindacati e mondo delle imprese. Un nuovo ordine e una nuova razionalità sarebbe emersa all’emergere delle parti più dinamiche e moderne della borghesia imprenditrice, trasformando alla radice persino il “mestiere” del sindacalista e l’organizzazione sindacale. Come ha osservato Giuseppe Berta: “ Il mestiere sindacale diviene materia di una superiore cultura tecnica, un fatto di expertise e non una dote legata a un istinto politico naif, la sua si configura come una professionalità elevata e come tale attende di essere remunerata. All’epoca vi era chi (Pagliari) arrivava a formulare l’ipotesi di “una specie di carriera (destinata) agli impiegati del sindacato, cioè un sistema di incentivi che premi il merito dei singoli. A questo punto davvero le federazioni di mestiere si disputerebbero concorrenzialmente i servizi degli organizzatori più abili.”
Inoltre, non tutti i padroni erano uguali. Il padrone di una industria meccanica del nord svolgeva infatti una funzione infinitamente più progressiva rispetto a quella, ad esempio, di un latifondista meridionale. E se il sindacato guardava alle imprese con un sentimento conflittuale fatto di critica e ammirazione, tanto da teorizzare incentivi meritocratici per sindacalisti bravi, non meraviglia riscontrare tra gli industriali sentimenti analoghi.
Boneffon-Craponne, che per anni fu controparte della CGdL, nelle sue memorie ricordava infatti che: “Le commissioni mandate dagli scioperanti per trattare coi padroni erano naturalmente formate dai migliori elementi. Esse permettevano, ciononostante di giudicare la massa. Posso confessare ora tutta l’ammirazione che ho provata davanti a questi uomini, che, dopo una giornata di duro lavoro, sapevano non soltanto difendere con una tenacia e una vivacità instancabili gli interessi dei loro compagni, ma erano in grado di dissertare sugli argomenti più ardui che opponevano gli industriali. Non si trattava sempre di questioni tecniche, di semplici richieste di aumento salariale. Si trattavano problemi di distribuzione, di organizzazione scientifica del lavoro. Non era raro sentire gli operai sviluppare con logica, con eloquenza persino, teorie di una precisione netta, di una forza di argomentazioni difficili da controbattere. Se capitava ai padroni di citare una tesi nuova, un articolo, un saggio di economia sociale, apparsi di fresco, tra i membri della commissione operaia se ne trovava sempre almeno uno che, avendoli letti, era in grado di rispondere.”
Nel solco di una tradizione: dall’albero delle Libertà e all’albero dei Diritti
L’albero delle Libertà fu un simbolo fondamentale degli anni della Rivoluzione francese. Nel 1796, il Senato di Bologna promulgò una legge per impedirne la profanazione e si attivò per difenderlo. L’albero doveva essere inviolabile così come le nuove libertà conquistate nella lotta contro i regimi assolutistici.
Questo simbolo di fraternità, uguaglianza e libertà venne riscoperto e riproposto durante le rivoluzioni del 1848-49.
Il dipinto illustra i festeggiamenti che ebbero luogo a Bologna nel febbraio 1849 intorno all’albero delle libertà collocato in via Lame, in seguito alla proclamazione della Repubblica Romana: il popolo festante balla e canta al suono di strumentisti popolari, in una notte illuminata a festa da lampioncini di carta e fiaccole.
Nel solco di questa tradizione la Fiom-Cgil di Bologna, il 16 giugno 2016, ha voluto donare alla cittadinanza un albero dei diritti: i diritti delle Lavoratrici e dei Lavoratori. Quei diritti che tanti oggi cercano di sradicare noi vogliamo ancorarli al suolo, renderli forti e robusti, soprattutto per le generazioni future. Gli alberi e i diritti hanno molte cose in comune: necessitano di cure e di attenzioni continue perché sono patrimonio di tutti. Non si possono trascurare, non si possono dare per scontati.
Gaetano Belvederi, Ballo attorno all’albero delle libertà, 1850 ca.
16 giugno 2016; da sx verso dx Primo Sacchetti (Segreteria Fiom Bologna), Maurizio Lunghi (Segretario Generale Camera del Lavoro Bologna), Alberto Monti (Segretario Generale Fiom Bologna)
cgilfiomgiolittiLavoro
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