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Timestamp: 2019-08-18 14:52:19+00:00

Document:
SEZIONE GIURISDIZIONALE D'APPELLO PER LA REGIONE SICILIANA
Dott. Antonino Sancetta Presidente
Dott. Salvatore Cilia Consigliere
Dott. Giuseppe Cozzo Consigliere
Dott. Mariano Grillo Consigliere
SENTENZA N.234/A/2007
Sul ricorso in appello in materia di pensioni regionali, iscritto al n. 1774AC del registro di segreteria, presentato dalla signora G. V. G., elettivamente domiciliata in Palermo, via Notarbartolo n. 5, presso lo studio del suo procuratore avvocato Giuseppe Palmeri, per la riforma della sentenza n. 1802/2005 del 18 luglio 2005, emessa dalla Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione Siciliana, e nei confronti della Presidenza della Regione Siciliana , dipartimento del personale e dei servizi generali di quiescenza e previdenza del personale regionale, per legge domiciliato presso gli uffici dell'Avvocatura distrettuale dello Stato in Palermo, via A De Gasperi n. 81.
Uditi all'udienza del 17 luglio 2007 il relatore, consigliere Mariano Grillo, l'avvocato Palmeri per la parte appellante, e l'avvocato dello Stato per l'Amministrazione regionale siciliana.
La signora G. V. G. Grazia Verdiglione ricorreva avverso il provvedimento n. 6589/II del 9 giugno 1997 con il quale il Direttore regionale dei servizi di quiescenza, procedendo all'applicazione degli aumenti di pensione disposti dall'art. 84 della legge regionale 29 novembre 1985, n. 41, in relazione agli incrementi attribuiti al personale in servizio dagli articoli, 34, 53 e 54 della stessa legge, disponeva la diminuzione della pensione con decorrenza dall' 1.12.1985 con un recupero di lire 6.301.285. La ricorrente lamentava la falsa applicazione delle norme suddette e sosteneva che a decorrere da quella data spettava un aumento della pensione di lire 883.986 annue lorde, pari al 75% dell'incremento fisso di lire 1.178.541 ottenuto dal dipendente in servizio di corrispondente anzianità e qualifica, e non invece la determinata diminuzione. Lamentava poi la violazione degli artt. 204,205, e 206 del t.u. n. 1092/1973 e del principio del divieto della “reformatio in pejus” della pensione, perché il provvedimento intervenendo mediante riliquidazione sul trattamento pensionistico già legittimamente acquisito, sostanzialmente aveva operato una modifica del trattamento definitivo di pensione, in mancanza dei requisiti temporali (art. 204 e 205 . t.u.) che legittimassero la modifica. Affermava inoltre la violazione del principio della irripetibilità delle somme corrisposte a titolo di pensione nell'assenza di fatto doloso dell'interessato (art. 206 T.U.).
Con sentenza n. 1802 del 2005, il Giudice unico ha premesso che la controversia verte in ordine alla legittimità o meno della rideterminazione “in pejus” del trattamento di quiescenza e del recupero delle somme indebitamente corrisposte per le pensioni ed ha respinto il ricorso, affermando che la pensione era stata riliquidata correttamente, con attribuzione di un trattamento annuo complessivo superiore a quello goduto con pari decorrenza. Ha, quindi, ritenuto che il debito della ricorrente veniva ad essere compensato con il maggiore credito derivante dalla riliquidazione successivamente effettuata con altro provvedimento con attribuzione dei benefici di cui all'art. 5, comma 4 e 6 della l.r. n. 5/1991. Il primo Giudice ha ancora affermato che, malgrado nella fattispecie l'operazione di modifica del provvedimento definitivo di pensione andava ritenuto illegittimo, il principio di immodificabilità dei provvedimenti definitivi è da ritenersi relativo perché le norme che lo prevedono non escludono che l'Amministrazione stessa debba, invece, modificarli quando sia necessario per applicare disposizioni più favorevoli al pensionato erronemanente pretermesse, nè negano all'amministrazione anche il potere di correggere i propri errori quando la legge stabilisce la riliquidazione delle pensioni, purchè venga mantenuto il trattamento in godimento, escludendo in ogni caso la ripetizione delle maggiori somme percepite dal pensionato. In conclusione ha ritenuto che la pensione è stata riliquidata con attribuzione di un trattamento annuo superiore a quello in precedenza goduto con pari decorrenza e correttamente esercitato il potere di autotutela dell'amministrazione.
Con l'assistenza degli avvocati Giuseppe e Paolo Palmeri la signora G. V. G. Grazia interpone appello ed eccepisce la incongruenza nella sentenza tra petitum e devolutum. In proposito eccepisce erroneità della sentenza perché priva di fondamento l'affermazione che la corresponsione delle somme ritenute maggiori rispetto a quelle dovute in esecuzione del decreto di riliquidazione impugnato sia addebitale alla errata applicazione del beneficio di cui all'art. 3 della l.r. n. 11/1988, mentre la causa della riduzione della pensione è data dal diverso criterio adoperato per la riliquidazione rispetto a quanto disposto dall'art. 84 della legge regionale 41/85 e dall'art. 9 della l.r. 21/86, e contesta che l'amministrazione avesse il potere-dovere di correggere in sede di successiva riliquidazione l'eventuale errore che aveva determinato un maggiore importo erogato in precedenza. Afferma al riguardo che l'amministrazione aveva correttamente disposto la riliquidazione con effetti dal 1° gennaio 1983 e dal 1° gennaio 1984 con il DDR n. 343 del 2.2.1987 in base all'art.84 della l.r.41/85. Infine, ritiene errata la sentenza quando considera compensato il debito in base all'applicazione dell'art.5 della l.r.91/91 che ha comportato un aumento da una decorrenza diversa da quella del decreto impugnato e che, comunque non può avere alcun effetto compensativo di una illegittima riduzione della pensione operata in precedenza.
L'appellante ritiene che, nei sopraddetti termini, la sentenza è stata determinata dalla presupposizione di una non reale situazione dei fatti e da un macroscopico errore nella considerazione del diritto applicabile e deve essere cassata, ed insiste nel chiedere la corretta applicazione dell'art. 84 della l.r. 41/85 ed in subordine, ove si dovesse ritenere l'esistenza di una norma che impone la riliquidazione della pensione in base alle tabelle nuove, con l'effetto di una diminuzione della pensione in godimento, andrebbe garantita la conservazione delle differenze passive come assegno personale non riassorbibile con nessun altro aumento previsto da norme successive,e ciò in forza degli artt. 204,205 e 206 del d.p.r. 1092/73, e per l'assenza nello stesso art. 84 l.r. 41/1985 di una precisa disposizione che lo preveda.
In conclusione viene chiesto l'accoglimento dell'appello e per l'effetto l'annullamento o la riforma della sentenza appellata con riconoscimento del diritto della ricorrente ad avere estesi, in applicazione dell'art. 84 della l.r. 29 novembre 1985, n. 41, gli aumenti disposti dagli artt. 34,53 e 54 della medesima legge per il personale in servizio di pari qualifica ed anzianità, aumentando la sua pensione a decorrere dal 1.12.1985 di lire 883.896. In subordine dichiarare che spetta l'aumento disposto dall'art. 14 della l.r. n. 11 del 1988 a decorrere dalla medesima data con conservazione di quanto dovesse risultare in diminuzione a titolo di assegno personale non riassorbibile e, conseguentemente, che nessun recupero di somme pretesamente erogate in più debba gravare sulla ricorrente.
Infine chiede la condanna dell' Amministrazione regionale al pagamento delle somme derivanti dalla corretta applicazione dell'art. 84 della l.r.41/85, non corrisposte e recuperate, oltre agli interessi legali, rivalutazione e le spese legali quantificabili in un minimo di euro 700,00.
Con ordinanza in data 11.9.2006 è stato disposto un adempimento istruttorio a carico dell'Amministrazione regionale che vi ha dato riscontro con deposito di atti in data 17.1.2007. l'Amministrazione regionale ha in particolare precisato che l'applicazione in particolare dell'art. 54 della l.r. 41/85 anche al personale regionale posto in quiescenza ha determinato, essendo i due aumenti alternativi, l'esclusione dei benefici di cui all'art. 14 della l.r. 11/88. Allorquando, per effetto di estensione di giudicati, è stata stabilita la spettanza del secondo beneficio è discesa la differenza dovuto/pagato che ha determinato il procedimento di recupero. L'Amministrazione regionale precisa poi che l'effetto distorto della rideterminazione in pejus del trattamento pensionistico è stato sanato dal legislatore regionale con l'art. 5, commi 4 e 6 della l.r. 19/91 la cui applicazione con DDS 394 del 7.2.2002 ha determinato l'aumento della pensione spettante alla signora G. V. G. Grazia.
Memoria ha prodotto l'appellante in replica a quanto esposto dall'amministrazione e ribadisce che è stata errata l'interpretazione e l'applicazione dell'art.84 della l.r.41/85; che la pensione già in godimento alla data di entrata in vigore della predetta legge era pienamente legittima ed immodificabile in pejus; che gli aumenti disposti da leggi successive alla 41/85 non possono essere portati in compensazione della eventuale riduzione di una pensione se ciò non è espressamente previsto dalla legge, nel qual caso la differenza va conservata a titolo di assegno personale riassorbibile.
Insiste nell'accoglimento dell'appello.
L' Avvocatura dello Stato per l'Amministrazione regionale produce memoria con la quale afferma che il principio della immodificabilità del trattamento di quiescenza ha carattere relativo e non può trovare applicazione quando il provvedimento di rideterminazione sia necessario per attribuire benefici al pensionato, come nella specie.
Replica l'appellante che sostiene che, al contrario di quanto afferma l'Avvocatura dello Stato, nella specie il provvedimento con cui si dispone l'estensione ai pensionati di aumenti previsti per il personale in servizio in applicazione dlel'art. 84 della l.r. 29 novembre 1985, n. 41, in concreto non ha attribuito benefici alla ricorrente ma ha determinato la riduzione della pensione. Infine l' appellante dichiara incongruo con la fattispecie in ricorso il riferimento ad un ipotetico provvedimento di rideterminazione della pensione mentre, nella specie, si è trattato soltanto dell'attribuzione di un aumento della pensione quale già determinata alla data del 30 novembre 1985, trattandosi in sostanza soltanto della semplice riliquidazione della pensione mediante l'aggiunzione di una somma di danaro.
All'udienza le parti hanno confermato le rispettive ragioni e domande.
Con la domanda introduttiva la ricorrente chiedeva che fosse dichiarato il suo diritto all'attribuzione degli aumenti di pensione, in applicazione dell'art. 84 della l.r. n. 41/1985, conseguenti all'estensione alla stessa degli aumenti ottenuti dal personale in servizio di pari qualifica ed anzianità per effetto degli artt. 34,53,54 della stessa legge, nella misura proporzionale alla percentuale che ha determinato il trattamento di quiescenza e, cioè, aumentando la sua pensione annua di lire 883.986 dal 1° dicembre 1985.
Chiedeva inoltre che nessuna variazione fosse apportata alla pensione in godimento e che comunque ne fosse garantita la conservazione, in forza delle disposizioni contenute negli artt. 204,205 e 206 del D.P.R. 1092/1973, coma assegno personale non riassorbibile, in mancanza nell' art. 84 della l.r.r 41/85 di disposizione che lo preveda.
Che fosse dichiarata l'illegittimità del recupero delle somme già percepite dalla ricorrente.
Che fosse ordinato alla direzione regionale di restituire le somme già trattenute, con gli interessi legali a decorrere dalla data dell'illegittimo trattenimento.
Il Giudice di primo grado ha circoscritto il “thema decidendum” alla legittimità o meno della rideterminazione “in pejus” del trattamento di quiescenza e del recupero delle somme indebitamente corrisposte per le pensioni ed ha respinto il ricorso, affermando che la pensione era stata riliquidata correttamente, con attribuzione di un trattamento annuo complessivo superiore a quello goduto con pari decorrenza. Ha, quindi, ritenuto che il debito della ricorrente veniva ad essere compensato con il maggiore credito derivante dalla riliquidazione successivamente effettuata con altro provvedimento con attribuzione dei benefici di cui all'art. 5, comma 4 e 6 della l.r. n. 5/1991 ed ha affermato che, malgrado nella fattispecie l'operazione di modifica del provvedimento definitivo di pensione andava ritenuto illegittimo, il principio di immodificabilità dei provvedimenti definitivi è da ritenersi relativo e che l'amministrazione ha il potere di correggere i propri errori quando la legge stabilisce la riliquidazione delle pensioni, purchè venga mantenuto il trattamento in godimento, escludendo in ogni caso la ripetizione delle maggiori somme percepite dal pensionato. In relazione alle suddette affermazioni ha considerato che la riliquidazione della pensione era avvenuta correttamente con attribuzione di un trattamento annuo complessivo superiore a quello in precedenza goduto con pari decorrenza ed ha quindi dichiarato infondato il ricorso.
A seguito di supplemento istruttorio disposto con ordinanza n. 50 dell' 11.9.2006, l' Amministrazione regionale ha precisato che l'applicazione in particolare dell'art. 54 della l.r. 41/85 al personale regionale posto in quiescenza ha determinato l'esclusione dei benefici di cui all'art. 14 della l.r. 11/88, essendo i due aumenti alternativi, e che per effetto di estensione di giudicati quando è stata stabilita la spettanza del secondo beneficio è discesa la differenza dovuto/pagato che ha determinato il procedimento di recupero. L'Amministrazione regionale precisa poi che l'effetto distorto della rideterminazione “in pejus” del trattamento pensionistico è stato sanato dal legislatore regionale con l'art. 5, commi 4 e 6 della l.r. 19/91 la cui applicazione con DDS 394 del 7.2.2002 ha determinato l'aumento della pensione spettante alla signora G. V. G. Grazia.
Quanto alla domanda introdotta in via principale, la stessa non può ritenersi fondata.
Dal contesto degli atti, che non ha trovato un più preciso chiarimento dal riscontro al supplemento istruttorio, risulta che in effetti è stata fatta applicazione dell'art. 84 della l.r. 41/85, come da scheda di riliquidazione della pensione già determinata con il DDR 343 del 2.2.1987, allegata al proprio appello anche dalla ricorrente, che, tuttavia non dà migliore precisazione delle ragioni delle sue doglianze sul punto. Di contro, può ritenersi corretta la determinazione dell'amministrazione che a mezzo del provvedimento n. 6589 del 1997, riesaminando la posizione pensionistica dell'appellante dimostra, attraverso la scheda allegata, di avere tenuto conto proprio del beneficio che alla ricorrente era derivato dall'applicazione dell'art. 84 della l.r. 41/85 in base al quale era stata fatta applicazione degli artt. 34,53 e 54 della medesima legge estendendo ai pensionati i benefici derivanti al personale in attività.
Peraltro alla rideterminazione del trattamento di pensione l'Amministrazione ha dovuto provvedere in esecuzione della delibera della Giunta di Governo n. 327 del 20 ottobre 1992 che disponeva proprio in ordine ai benefici riferibili Agli articoli 53 e 54 della l.r. n. 41/85, generalizzandone l'applicazione a tutti i dipendenti collocati a riposo anteriormente al 1° dicembre 1985.
Dall'esame dei provvedimenti acquisiti al fascicolo della causa risulta che con DDR 343/1987, in applicazione dell'art. 83 della l.r. 41/85 e dell'art. 9 della l.r. 21/1986, era stato attribuito alla ricorrente un ammontare annuo lordo di pensione di lire 9.500.678 decorrente dall' 1.1.1984. Detto importo con il successivo DDR 6589 del 1997 veniva preso a base della rideterminazione della pensione al 31.12.1984 ed attribuito a decorrere dall' 1.1.1985 il primo aumento tabellare come previsto all'art. 3 della l.r. 11/88, determinandosi con quella decorrenza in lire 9.695.678 la pensione annua lorda dovuta.
Con lo stesso decreto veniva fatta applicazione del disposto dell'art. 54 della l.r. 41/85 con attribuzione a decorrere dall'1.12.1985 di una pensione pari a lire 11.296.400. La dedotta “reformatio in pejus”, pertanto, non trova alcun riscontro in atti, mentre certamente fondata appare la domanda relativa all'illegittimità del disposto recupero di somme ed alla pretesa di restituzione di quanto già rimborsato.
L' Amministrazione regionale sostiene che nel fare applicazione degli artt. 34, 53, 54 della l.r. 41/85 e dell'art. 3 della l.r. 11/88, in ossequio ad alcuni giudicati in materia, ed in applicazione in particolare dell'art. 54 della l.r. 41/85 anche al personale posto in quiescenza, avrebbe determinato di fatto l'esclusione dei benefici di cui all'art. 14 della l.r. 11/88, essendo alternativi i due aumenti per espressa disposizione di legge, ed afferma che prima l'art. 14 è stato introdotto in sostituzione dell'art. 54 e poi, in forza dei giudicati suddetti, escluso dal computo delle pensioni e stabilita la spettanza del secondo beneficio. Donde, secondo l'Amministrazione narrante, la differenza dovuto/pagato che ha generato il provvedimento di recupero, cui il legislatore regionale avrebbe posto rimedio con l'art. 5, commi 4 e 6 della l.r. 19/1991.
Le ragioni addotte dall'amministrazione e fatte proprie dall'Avvocatura dello Stato non sono convincenti sul piano logico né su quello giuridico.
L'art. 54 della l.r. 41/85 dettava disposizioni transitorie e finali sulle modalità di inquadramento nei casi passaggio di livello del personale in servizio, prevedendo incrementi retributivi nel caso di passaggio da un livello retributivo ad un altro o nel caso di passaggio o nomina alla qualifica immediatamente superiore. Incrementi che in base all' art. 84 della medesima l.r. 41/85 si estendevano automaticamente al personale regionale in quiescenza. L'art. 84 prescriveva in maniera specifica che “tutti gli aumenti fissi e continuativi che saranno attribuiti ai dipendenti in servizio saranno estesi automaticamente ai titolari di pensioni ed assegni vitalizi, di corrispondente qualifica ed anzianità, in misura proporzionale alla percentuale che ha determinato il trattamento di quiescenza”.
L'art. 14 della l.r. 11/88 successivamente disponeva che ai titolari di pensioni o di assegni vitalizi alla data del 1° novembre 1985, in sostituzione degli aumenti previsti dall'art. 54 della legge regionale 29 ottobre 1985 n. 41, e successive modifiche ed integrazioni, e dall'art. 6 della legge regionale 9 maggio 1986, n. 21, erano attribuiti a decorrere dal 1° dicembre 1985 i “seguenti” aumenti avendo riguardo alla percentuale che ha determinato il trattamento di quiescenza e cioè, con riferimento al soggetto con qualifica di pensionamento inferiore a quello di direttore regionale, l'ammontare di un aumento periodico calcolato sull'ottava classe del livello più alto previsto per il personale in servizio di corrispondente qualifica.
Alla luce delle suddette disposizioni normative ed alle risultanze del decreto di rideterminazione del trattamento pensionistico dell'interessata, in realtà, non è dato comprendere né le ragioni di fatto né quelle giuridiche che hanno indotto l'Amministrazione a disporre il suddetto recupero che appare, pertanto, del tutto ingiustificato a fronte del fatto che con lo stesso provvedimento l' Amministrazione ha provveduto all'adeguamento della pensione con le decorrenze di legge ex articoli 53 e 54 della l.r. n. 41/85, incrementandola dei benefici scaturenti dall'applicazione degli articoli 12 e 13 della l.r. 11/88 ed adeguandola ai benefici derivanti dall'art. 5,c.3 della l.r. n. 19/1991, senza alcun riferimento al disposto dell'art. 14 della medesima legge regionale 11/88, non riscontrandosi l' asserita e non dimostrata differenza dovuto/pagato che avrebbe giustificato il recupero delle somme che allo stato, dunque, è privo di supporto giuridico.
L' appello per questa parte della domanda deve, pertanto, essere accolto e riconosciuto il diritto della ricorrente alla restituzione delle somme già rimborsate con interessi e rivalutazione monetaria, da calcolarsi dalla data dell'effettivo rimborso sino a soddisfazione, nella misura più favorevole all'interessato con esclusione del loro cumulo.
L'accoglimento in parte dell'appello consente di ritenere giusta la compensazione delle spese del giudizio.
La Corte dei conti, sezione giurisdizionale d'appello per la Regione Siciliana,
definitivamente pronunciando, in parziale accoglimento della domanda ed in riforma della sentenza appellata, dichiara il diritto della ricorrente alla restituzione delle somme rimborsate con interessi e rivalutazione da calcolarsi come in motivazione.
Così deciso in Palermo il 17 luglio 2007.
f.to (Mariano Grillo) f.to (Antonino Sancetta)
Palermo,09/10/2007
f.to ( Dott. Nicola Daidone)

References: SENTENZA 
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 provvedimento n. 
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 sentenza 
 art. 84
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