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⭐Lezione IIII. Indice. 2.2 Gli. 2 di 16
Lezione IIII. Indice. 2.2 Gli. 2 di 16
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Isidoro Mauro
1 INSEGNAMENTO DI DIRITTO COMMERCIALE I LEZIONE III L AZIENDA E LA SUA CIRCOLAZIONE. PROF. RENATO SANTAGATA2 Indice 1 La nozione di azienda La circolazione dell azienda La forma Gli effetti del trasferimento Usufrutto e affitto dell azienda I segni distintivii La ditta Il marchio L insegna di 163 1 La nozione di azienda L articolo 2555 c.c. definisce l azienda come il complesso dei beni organizzatii dall imprenditore per l esercizio dell impresa». L azienda costituisce, quindi, sottoo il profiloo giuridico, l apparato strumentalee (locali, macchinari, attrezzature, materie prime, merci) di cui l imprenditore si avvale per lo svolgimento, e nello svolgimento della propria attività. Essa si configura, pertanto, come strumento per lo svolgimento di quell attività economica organizzata a rivolta allaa produzione e allo scambio di beni e servizi cui l articolo 2082 c.c connette la qualifica di imprenditore. L azienda costituisce quindi il risvolto oggettivo di uno dei requisiti dell acquisto della qualità di imprenditore, ed, in quanto tale, può essere concepito come distinto dallaa persona di quest ultimo ed oggetto di autonoma circolazione. Questo rapporto di strumentalità, non devee essere necessariamente attuale, ma anche semplicemente prospettico, nel senso che si ha aziendaa anche quando il complesso organizzato non è ancora in esercizio, ossia non si sonoo instauratii rapporti con la clientela. A tale conclusione nel concreto rilevante laddove il titolare nonn intraprendaa l attività produttiva di scambio, ma alieni a terzi l azienda, o ne conceda ad altri l utilizzo - si giunge considerando come gli interessi tutelati dallaa disciplina specifica, che attienee soprattuttoo al momento circolatorio, sono presenti già per la sola formazione del complessoo aziendale. In linea generale, l articolo 810 del codice civile qualifica come bene le cose che possonoo formare oggetto di diritti. Per qualificare un dato bene, come bene aziendale, rilevante è la sola destinazione impressagli dall imprenditore. Irrilevantee è invece il titolo giuridico che legittima l imprenditore ad utilizzare, un dato bene, nel processo produttivo. Non possono essere perciò consideratii beni aziendali i beni di proprietà dell imprenditore che non siano da questi effettivamente destinati allo svolgimento dell attività di impresa (ad esempio, l abitazione di proprietà dell imprenditore). Viceversa, la qualifica di bene aziendale compete anche ai beni di proprietà di terzi di cui l imprenditore può disporre in base ad un valido titolo giuridico, purché attualmente impiegatii nell attività di impresa (ad esempio, i locali dell impresa presi in affitto o il macchinario in leasing). Nella nozione di azienda, l accento va quindi postoo sul dato dell organizzazione, in quanto l azienda è un insieme di beni eterogenei (mobili e immobili, materiali e immateriali, fungibilii e infungibili). Un complesso di beni caratterizzato dalla c.d. unità 3 di 164 funzionale per il coordinamentoo fra i diversi elementi costitutivi realizzato dall imprenditore e soprattuttoo per l unitaria destinazione ad uno specifico fine produttivo. Il rapporto di strumentalità e di complementarietà fra i singoli elementi costitutivii dell azienda fa sì che il complesso unitario acquisti di regola un valore di scambio maggiore della somma dei valori dei singoli beni che in un dato momento lo costituiscono. Tale maggior valore si definisce avviamento, rappresentato, in sostanza, dalla attitudine dell azienda a consentire la realizzazione di un profitto (ricavi eccedenti i costi) e di regola dipende sia da fattori oggettivi sia da fattori soggettivi. Si è soliti distinguere, un avviamento oggettivo, ricollegabile a fattori che permangono anche se muta il titolare dell azienda, in quanto ricollegabile a fattori che permangono o anche se muta il titolare dell azienda, in quanto insiti nel coordinamento esistente fra i diversi beni, ed un avviamento soggettivo dovuto all abilità operativa dell imprenditore sul mercato, ed in particolare alla sua abilità nel formarsi, conservare ed accrescere la clientela. L unità economica dell azienda, e gli interessi, sia individuali sia generali, al mantenimento di tale unità trovano un importante riconoscimento nella disciplina dettata dal codice civile per il trasferimento dell azienda (artt ). Il trasferimento, infatti, come si vedrà, comporta peculiari effetti (divieto di concorrenza del cedente, successione nei contratti aziendali) che sonoo proprio ispirati dalla necessità e dalla finalità di favorire la conservazione dell unità economica e del valore dell avviamento. Così, come, poiché tale disciplina introduce significativi ostacoli allaa disgregazione dell azienda da parte dell autonomia privata, è tutelato anche l interesse generale al mantenimento, efficienza e funzionalità dei complessi produttivi. 4 di 165 2 La circolazione dell azienda L azienda può formare oggetto di atti di disposizione di diversa natura. Può essere venduta, donata, possono essere, sulla stessa, costituiti diritti reali (usufrutto) o personali( affitto) di godimentoo a favore di terzi. L imprenditore può però compieree anche atti di disposizione che riguardano singoli beni. Di qui, l importanza di stabilire in concreto se un determinato atto di disposizione dell imprenditore sia da qualificare come trasferimento di singoli beni aziendali, ovvero come trasferimento di azienda, dal momento che solo in questo secondo caso potrà trovare applicazione la particolare disciplina dettata per la circolazione di una complesso aziendale. La distinzione non sempre è agevole, anche se è pacifico che, per aversi trasferimento di azienda, non è necessario che l atto di disposizione comprenda l intero complesso aziendale, poiché la disciplina del trasferimento è applicabile anche quando l imprenditore trasferisca un ramo dell azienda. Necessario, ma al tempo stesso sufficiente, è che sia trasferito un insieme di beni potenzialmentee idoneo ad essere utilizzato per l esercizio di una determinata attività di impresa (ma nonn necessariamente la stessa svolta dal trasferente), e ciò anche se il nuovo titolare dovrà integrare il complesso con ulteriori fattori produttivi (ad es. materiee prime) per farlo funzionare. 2.1 La forma Le forme da osservare nel trasferimento dell azienda sono fissate dall art È al riguardo operata una netta distinzione fra forma necessaria per la validità del trasferimento (art. 2556, 1 comma) e forma richiesta ai fini probatori, e per l opponibilità ai terzi. In relazione al primo punto si statuisce che, per le imprese soggette a registrazione i contratti che hanno per oggetto il trasferimento della proprietà o la concessionee in godimento dell azienda sonoo validi soloo se stipulatii con l osservanza dellee forme stabilite dalla legge per il trasferimento dei singoli beni che compongono l azienda o per la particolare natura del contratto. Manca quindi un autonoma ed unitaria legge di circolazione dell azienda, ed il trasferimento di ciascun bene aziendale segue il regime dettato in via generale (ad es. per il trasferimento in proprietà all acquirente di beni immobili aziendali sarà necessaria la forma scritta ex art. 1350, n. 1, così come il conferimentoo dell azienda in una società di capitali dovrà sempre avvenire per atto pubblico). Per le impresee soggette a registrazione con effetti di pubblicità legale è previsto che ogni atto di disposizione 5 di 166 dell azienda deve essere provato per iscritto. Inoltre, per tutte le imprese soggette a registrazione è prescritto che i contratti di trasferimento devono essere iscritti nel registro delle imprese nel terminee di trenta giorni, a cura del notaio rogante o autenticante (art. 2556, 2 comma). Per otteneree l iscrizione occorrerà comunque che il contratto sia redatto per atto pubblico o per scrittura privataa autenticata Gli effetti del trasferimento Oltre agli effetti espressamente dedotti in contratto, l alienazione dell azienda produce degli effetti ex lege, ulteriori che riguardano il divieto di concorrenza dell alienantee (art. 2557) ), i contratti (art. 2558) i crediti (art. 2559) e i debiti aziendali (art. 2560). Chi aliena un azienda commerciale deve astenersi, per un periodo massimo di cinque anni dal trasferimento, dall iniziare una nuova impresa che possa comunque «per l oggetto, l ubicazione o altre circostanze» sviare la clientela dall azienda ceduta. La norma contempera due opposte esigenze. Quella dell acquirente dell azienda di trattenere la clientela dell impresa, e quindi di godere dell avviamento (soggettivo), del quale di regola si è tenuto conto nella pattuizione del prezzo di vendita. Quella dell alienante a non vedere compromessa la propria libertà di iniziativa economica oltre un determinato arco di tempo (legislativamente ritenuto) sufficiente per consentire all acquirente di consolidare la propria clientela. Il divieto di concorrenza in quanto disposto a tutela dell interesse dell acquirente ad evitare un indebito sviamento di clientela è derogabilee ed ha carattere relativo sussiste nei limiti in cui la nuova attività di impresa dell alienante sia potenzialmentee idonea a sottrarre clientela all azienda ceduta. Le parti possonoo anche ampliare la portata dell obbligo di astensione (che di norma riguarda settori merceologici i omogenei) (ad es ad attività non direttamente concorrenziali), purché non sia impedita ogni attività professionale all alienante. In ogni caso, è vietato prolungare, oltre i cinque anni, la durata del divieto. Incertezze solleva invece l applicazione del divieto di concorrenza in altre ipotesi nonn espressamente regolate:divisionee ereditaria con assegnazione dell azienda caduta in successione ad uno degli eredi; - scioglimento di una società con assegnazione dell azienda sociale ad uno dei soci quale quota di liquidazione; - vendita dell intera partecipazione sociale o di una partecipazionee sociale di controllo in una società di persone o di capitali. Mentree nei primi due casi non vi è stato trasferimento di azienda da un erede all altro o da un socio all altro, nel terzo caso un negozioo 6 di 167 traslativo c è, ma ha per oggettoo le quote o le azioni e non l azienda che formalmentee resta della società. Poiché però è indubbio che, in sede di divisione ereditaria, o nello stabilire la quota di liquidazione a ciascun socio si tiene di regola conto anche del valore di avviamento dovuto allaa clientela, si suggeriscee di applicare, per analogia, il divieto di concorrenza a favore dell erede o del socio che subentra nell azienda. Nel terzo caso, invece, è indubbio altresì che la vendita dell intero pacchetto azionario o di una partecipazione di controllo permettono di raggiungere un risultato, sostanzialmente coincidente con la vendita dell azienda, con la conseguenza che dovrà imporsi il divieto concorrenza al socio alienante. Come si è già accennato, la disciplina del trasferimento dell azienda cerca di favorire il mantenimento dell unità economica della stessa. In tale prospettiva è agevolato il subingresso dell acquirente nei rapporti contrattuali in corso di esecuzione che l alienante ha stipulato con i fornitori, finanziatori, clienti, lavoratori, per assicurarsi i fattori produttivi necessari allo svolgimento dell attività d impresa. La disciplina legislativa muove dalla premessa che chi acquistaa ha interesse a subentrare in tali contratti, e tale interesse viene tutelato introducendo importantii deroghe alla disciplina generale della cessione dei contratti, prevista dagli artt ss. del codice civile, che riguardano sia il rapporto alienante /acquirente, sia il terzo contraente. L articolo 2558, 1 comma, dispone che se nonn è pattuito diversamente, l acquirente dell azienda subentra nei contratti stipulati per l esercizio dell azienda stessa che non abbiano carattere personale. Al terzo contraente è riconosciuto il diritto, entro tre mesi dalla notizia del trasferimento, di recedere dal contratto se sussiste giusta causa, salvo in questo caso la responsabilità dell alienante. Il subingresso dell acquirente nei contratti in corso di esecuzione, e in tutti i contratti inerenti all organizzazione e all esercizio dell impresa, non aventee carattere personale, prescinde da un esplicita manifestazione di volontà nell atto di alienazione. E però possibile, con espressa pattuizione, escluderee dalla successione uno o più contratti in corso di esecuzione. La deroga ai principi di diritto comune è più vistosa per quanto concerne la posizione del terzo contraente. Ed, infatti, per il diritto comune, la cessione del contratto non può avvenire senza il consenso del contraente ceduto (art. 1406). La situazione muta invecee radicalmente quando il contrattoo è stipulato con un imprenditoree ed ha per oggetto prestazioni (non personali) inerenti all esercizio dell impresa. Il consenso del terzo contraente non è più necessario per il trasferimento del contrattoo e l effetto successorioo si produce ex lege con il trasferimento dell azienda. Nell articolo 2558, 1 comma, è quindi stabilita una deroga all art nella parte in cui si afferma che, salva diversa pattuizione, l acquirente dell azienda subentra nei contratti stipulati per l esercizio dell azienda a 7 di 168 stessa che non abbiano carattere personale»». Dal momento del trasferimento, quindi, il terzo dovrà adempiere le proprie prestazionii nei confronti del nuovo titolare dell azienda. La tutela offerta al terzo è molto limitata, in quanto gli si riconosce il diritto di recedere dal contratto solo se sussiste una giusta causa, e spetterà, pertanto al terzo contraente provare che l acquirente non è in grado di assicurare una regolare esecuzione del contratto. A ciò si aggiunga, che il recesso non determina il ritorno del contratto in testa all alienante, bensì la definitiva estinzione dello stesso. Resta al terzo contraente, quindi, solo la possibilità di chiedere il risarcimento dei danni all alienante dando la prova (nonn facile) che questi non ha osservato la normale cautela nella scelta dell acquirentee dell azienda. La disciplina innanzi esaminata, non si applica ai contratti, aventi caratteree personale, in cui le qualità personali dell alienante, sono state determinanti nella formazione del consenso del terzo contraente. Per il trasferimento di tali contratti saranno necessari un espressa pattuizione fra alienante e acquirente, sia il consenso del contraente ceduto. Si è detto che la disciplina della successione nei contratti si applica ai contratti nonn integralmente eseguitii da entrambe le parti (imprenditore alienante e terzo contraente). Ed invero, nel caso in cui l imprenditore abbia già eseguito la propria prestazione, l acquirente troverà un credito da vantare nei confronti del terzo, viceversa residuerà un debito, allorquando sia stato il terzo ad eseguire integralmente le proprie prestazionii nei confronti dell imprenditore. Di qui la disciplina dettata dagli articolo 2559 e 2560 per i crediti e debiti aziendali. Limitata è la deroga al diritto comune introdotta per i crediti aziendali. La notifica al debitore ceduto o l accettazione da parte di questi richiesta dalla disciplina di diritto comune è sostituita da una sorta di notifica collettiva: l iscrizione del trasferimento dell azienda nel registro delle imprese. Più vistosa è invecee la deviazione dai principi di diritto comune per quanto riguarda i debiti inerenti all azienda ceduta, sorti prima del trasferimento. È mantenuto fermo il principio generale per cui non è ammesso il mutamento del debitore senza il consenso del creditore. Ed, infatti l alienantee non è liberato da tali debiti se non risulta che i creditori vi hanno acconsentito (art. 2560, 1 comma). È invece derogato, per le sole aziende commerciali il principio secondo cui ciascuno risponde solo delle obbligazioni i da lui assunte. È infatti previsto che «nel trasferimento di un azienda commerciale risponde dei debiti suddetti anche l acquirente dell azienda, se essi risultano dai libri contabili obbligatori». Disciplina diversa e più favorevole per i lavoratori è invece prevista, per i debiti di lavoro. Di questi l acquirente dell azienda risponde, in solidoo con l alienante, anche se non risultano dalle scritture contabili; ed oggi anche se l acquirente nonn ne ha avuto conoscenza all atto del trasferimento (art. 2112, 2 comma nuovo testo). Gli articolo 2559 e 2560, regolano le conseguenze del trasferimento 8 di 169 dell azienda per i creditori e i debitori aziendali, e cioè per i rapporti esterni. Nulla, invece, dispongonoo quanto ai rapporti tra alienante ed acquirente. Se nulla è previsto dal contratto è controverso se l acquirente diventi titolare dei crediti e se all accollo esterno ex lege, corrisponda anche un accollo interno dei debiti da parte dell acquirente. Prevale negli orientamenti più recenti, e soprattuttoo per i debiti, la tesi che entrambi non passino automaticamente in testa all acquirente ma sia, a tal fine necessaria un espressa previsione. 2.3 Usufrutto e affitto dell aziendaa L azienda può essere costituita in usufrutto (art. 2561). L usufruttuario devee esercitaree l azienda sotto la ditta che la contraddistingue, deve condurre l azienda senza modificarne la destinazione ed in modo da conservare l efficienza dell organizzazione e degli impianti e le normali dotazioni di scorte. La violazione di tali obblighi o la cessazione arbitraria della gestionee dell azienda determinano le cessazione dell usufrutto per abuso dell usufruttuario. L usufruttuario può goderee dei beni aziendali, ed ha anche il potere di disporne nei limiti segnati dalle esigenzee della gestione. Potrà acquistare ed immetteree nell azienda nuovi beni, che diventano di proprietà del nudo proprietario e sui quali l usufruttuario avrà diritto di godimento e potere di disposizione. È, pertanto, previsto che venga redatto un inventario all inizio ed alla fine dell usufrutto, e che la differenza fra le due consistenzee venga regolata in danaro sulla base dei valori correnti al terminee dell usufrutto. L azienda può anche essere concessa in affitto. La disciplina prevista per l usufrutto si applicaa anche all affitto di azienda per l espresso rinvio operato dall art Usufrutto ed affitto di azienda sono poi parzialmente regolati dalle norme in tema di vendita. Si applicano ad entrambi il divieto di concorrenza previsto dall art. 2557, e la disciplina della successione nei contratti aziendali (art. 2558). Si applica invece soloo all usufrutto la disciplina dei crediti aziendali. Non si applica, infine, né all usufrutto né all affitto di azienda la disciplina dettata per i debiti aziendali dall art. 2560, mancando un espresso richiamo. Perciò, dei debiti aziendali, anteriori alla costituzione dell usufrutto o dell affitto risponderannoo esclusivamente il nudo proprietario o il locatore, salvo che per i debiti di lavoro espressamentee accollati anche al titolare del diritto di godimento (art. 2112, 4 comma). 9 di 1610 3 I segni distintivii Ciascun imprenditore utilizza uno o più segni distintivi che consentono di individuarlo sul mercato e distinguerlo dagli altri imprenditori concorrenti La ditta, l insegna ed il marchio sono i tre principali segni distintivi tipici dell imprenditore. Ditta, insegna e marchio assolvono una funzione comune nell economia di mercato: favoriscono la formazione ed il mantenimento della clientela in quanto consentono al pubblico, ed in particolare ai consumatori, di distinguere fra i vari operatori economici e di operare scelte consapevoli. Dalle rispettive discipline dei tre segni distintivi, è possibile ricavare taluni principi comuni applicabili per analogia agli altri simboli di identificazione sul mercato utilizzati dall imprenditore, c.d. segni distintivi atipici, (slogan pubblicitario, o i nomi di dominio che corrispondono ai sitii sulla rete Internet. In sintesi tali principi sono: a) l imprenditore gode di ampia libertà nella formazione dei propri segni distintivi. E tenuto però a rispettare alcune regole volte a non crearee inganno e confusione sul mercato: verità, novità e capacità distintiva; b) l imprenditore ha diritto all uso esclusivo dei propri segni distintivi. Diritto che, però, è non assoluto, ma relativo e strumentale alla realizzazione della funzione distintiva rispetto agli imprenditori concorrenti. Il titolare di un segno distintivo non può perciò impediree che altri adotti il medesimo segno, quando per la diversità delle attività di impresa o per la diversità dei mercati, in cui si opera, non vi è pericolo di confusione o di sviamento; c) l imprenditore può trasferire ad altri i propri segni distintivi, pur con i limiti volti ad evitare che la circolazione degli stessi possa trarre in inganno il pubblico. 3.1 La ditta La ditta è il nome commerciale dell imprenditore, ed è segno distintivo necessario, nel senso che, in mancanza di diversa scelta, coincide col nome civile dell imprenditore. Nella scelta della propria ditta l imprenditore incontra due limiti rappresentati dal rispetto dei principi dellee verità e della novità. Il principio di verità della ditta ha un contenuto assai limitato e soprattuttoo contenuto diverso a seconda che si tratti di ditta originaria o di ditta derivata. (art. 2563) 10 di 1611 La ditta originaria è quella formata dall imprenditore che la utilizza. Essa «devee conteneree almeno il cognome o la sigla dell imprenditore». La ditta derivata, è quella formata da un dato imprenditore e successivamentee trasferita ad altro imprenditor re insieme all azienda. Nessuna disposizione, impone a chi utilizzi una ditta derivata, di integrarla col proprio cognome o con la propria sigla. La verità in tal caso si riduce ad una pura «verità storica». Più consistente è la portataa del principio della novità (art. 2564) La ditta non deve essere «uguale o simile a quella usata da altro imprenditore» e tale da «creare confusione per l oggetto dell impresa o per il luogo in cui questa è esercitata». Chi ha adottatoo per primo una data ditta, ha perciò diritto all uso esclusivo della stessa. Chi successivamente adotti ditta uguale o simile, può essere perciò costretto ad integrarla o modificarla a con indicazioni idonee a differenziarla, e ciò, anche quando la ditta usataa per la seconda volta corrisponda al nome civile dell imprenditore (ditta patronimica). Per le imprese commerciali, trova però, applicazione il criterio della priorità dell iscrizione nel registro delle imprese. L obbligo di integrare o di modificare la ditta, spetta, infatti, a chi ha iscritto la propria ditta nel registro dellee imprese in epoca posteriore (art. 2564, 2 comma) Il diritto all uso esclusivo della ditta, ed il corrispondente obbligo di differenziazionee sussistono però solo se i due imprenditori sono in rapporto concorrenziale fra loro e quindi possa determinarsi confusione per l oggetto dell impresa e/o per il luogoo in cui questa è esercitata. Perciò è possibile l omonimia fra ditte che non creano confusione sul mercato, ed in tal senso si dice che il diritto all uso esclusivo è quindii relativo. La ditta è trasferibile, ma solo insieme all azienda. (art. 2565). Se il trasferimento avviene per atto fra vivi, è necessario il consenso espresso dell alienante. Se l azienda è acquistata per successione a causa di morte, la ditta si trasmette al successore, salvo diversa disposizione testamentaria. 3.2 Il marchio Il marchio è il segno distintivo dei prodotti o dei servizi dell impresa. Dello stesso può servirsi innanzitutto il fabbricante del prodotto, il commerciante, sia esso un distributore intermedio (grossista) o il rivenditore finale, sia le imprese che producono servizi( ad. es. imprese di trasporto, di pubblicità, bancarie, assicurative, di spettacolo). La forma tipica di 11 di 1612 tali tipi di marchio è quella pubblicitaria essendo apposti sui materialii che servono per la produzione del servizio o sulle divise del personale. Il marchio è disciplinato sia dall ordinamento nazionale (artt ) e dal codice della proprietà industriale, (d.lgs , n. 30 che ha sostituito la vecchia disciplina della leggee marchi del r.d , n. 929, di seguito, individuato con c.p.i.). Al marchio nazionale si è di recente affiancato il marchio comunitario, istituito con il regolamento CE n. 40/94 del Disciplina che, seppur sostanzialmente coincidente con quella della nostra legge, che a sua volta ha recepito nel 1992 la normativa comunitaria di armonizzazione, consente di ottenere un marchio che produce gli stessi effetti in tutta l unione europea. La tutela internazionalee del marchio è infine disciplinataa da due Convenzioni (Convenzione d Unione di Parigii del 1883 per la protezione della proprietà industriale e l accordo di Madrid del 1891 sulla registrazione internazionale dei marchi) che consentono di semplificare le procedure per accedere alla tutela del marchio nei singoli stati aderenti, secondo le rispettive discipline nazionali. Tali discipline caratterizzate dall istituto della registrazione (nazionale, comunitaria o internazionale) del marchio riconoscono al titolare del marchio, che possiedee i requisiti di validità, il diritto all uso esclusivo dello stesso. Il marchio non è un segno distintivo essenziale, ma è il più importante per il ruolo che assolve nella moderna economia industriale, caratterizzata dall offerta concorrente di prodotti similari tra più imprenditori. Al marchio, infatti, è affidata la funzione di differenziare i prodotti rispetto a quelli dei concorrenti. Di qui l interesse dei titolari dei marchi celebri a contrastare l uso degli stessi da parte di altri produttori, anche per prodotti del tutto diversi da quelli da loro immessi sul mercato. Tale esigenza, è stata recepita dal legislatore, che ha esteso la tutela dei marchi celebri oltre i limiti segnati dallaa necessità di evitare confusione con prodotti affini. L imprenditoree può utilizzare un soloo marchio per tutti i propri prodotti (marchio generale), ma può anche servirsi di più marchi, quando vuole differenziar re i diversi prodotti della propria impresa o anche tipi diversi dello stesso prodotto per sottolineare ai consumatori le relative diversità qualitative (marchi speciali). È altresì possibile l uso contemporaneo di un marchio generale e di più marchi speciali, quando si vuole evidenziare al tempo stesso l unità della fonte di produzione e la diversità dei prodotti (ad esempio, «Fiat-Uno»). con la stessa ditta o con il nome civile dell imprenditore. Inoltre, può essere costituito, anche o esclusivamente, da figura lettere, cifre, disegni o colori (marchio figurativo) ed anche da suoni (ad esempio, un breve motivo musicale) Può ancora esseree costituito dalla forma del prodotto o, dalla confezione dello stesso (marchio di forma o Il marchio può essere costituito solo da parole (marchio denominativo) e può coincidere 12 di 1613 tridimensionale). Un tipo particolare di marchio è infine il marchio collettivo. Titolare del marchio collettivo è un soggetto (ad esempio, un consorzio fra imprenditori o un associazione) che svolge «la funzione di garantire l origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi. Tale marchio, non viene utilizzato dall ente che ne ha ottenuto la registrazione, ma concesso in uso a produttori o commercianti consociati. Questi, a loro volta, si impegnano a rispettare, nella loroo attività, le norme statutarie fissate dall ente e a consentire i relativii controlli (per esempio il marchio pura lana vergine). Per essere tutelato giuridicamente, il marchio deve rispondere a determinati requisiti di validità: liceità,verità originalità e novità. Secondo il requisito della liceità, non possono costituire oggetto di registrazione come marchio d impresa: a) i segni contrari alla legge, all ordine pubblico o al buon costume, (art. 14, lettt a) c.p.i., a stemmi o altri segni protetti da convenzioni internazionali (art. 10 c.p.i), è altresì vietato di utilizzare come marchio l altrui ritratto senza il consenso dell interessato (art. 8, 1 comma, c.p.i.), consenso dell interessato che è necessario anche per poter usare come marchio il nome o pseudonimo di persona cha ha acquistato notorietà (calciatore, attrice) b) i segni il cui uso costituirebbe violazione di un altrui diritto di autore, di proprietà industriale o altro diritto esclusivo di terzi. Il requisito della verità vieta di inserire nel marchio «segni idonei ad ingannare il pubblico, in particolare sulla provenienza geografica, sulla naturaa o sulla qualità dei prodotti o servizi» Per originalità si intende che il marchio deve essere composto in modo da consentiree l individuazione dei prodotti contrassegnati fra tutti i prodotti dello stesso genere immessi sul mercato. Non possonoo essere perciò utilizzati come marchi, in quanto privi di capacità distintiva: a) le denominazioni generiche del prodotto, o del servizio o la loro figura generica, ma se si utilizza un nome straniero che identifica il prodotto può esseree utilizzato come marchio b) le indicazionii descrittive dei caratteri essenziali e (salvo che per i marchi collettivi) della provenienza geograficaa del prodotto ; c) i segni divenuti di uso comune nel linguaggio corrente, come le parole «super», «extra», «lusso». Si precisa, però, che il requisito dell originalità è rispettato quando si utilizzano denominazioni o figure generiche che non hanno alcuna relazione con il prodotto contraddistinto, così come si ritengonoo idonee, le parole straniere descrittive o generiche dotate di capacità distintiva quando nonn sono note nel loro significato al consumatore medio italiano (per esempio cinar ). La novità, è da intenderee come complementare alla originalità (art. 12 c.p.i.).. Non sonoo nuovi i segni che alla data del deposito della domanda:a) consistano esclusivamente in segni 13 di 1614 divenuti di uso comune nel linguaggio corrente o negli usi costanti del commercio;b) siano identicii o simili ad un segno già noto come marchio o segno distintivo di prodotti o servizi fabbricati, messi in commercio o prestati da altri. Si prevede che se il marchio registrato è diventato un marchio celebre, sarà ex lege nonn nuovo anche il marchio confondibile, da altri successivamente utilizzato, seppur per prodotti o servizi anche non affini, se chi lo usa può trarre indebito vantaggio da carattere distintivo o dallaa rinomanza del segno anteriore, o può recare pregiudizio agli stessi (art. 12, lett., f e g, c.p.i). E questa la più ampia tutela del c.d. marchio celebre (Coca cola, Cartier, Marlboro) Il difetto dei requisiti fin qui esposti comporta la nullità del marchio che può riguardare anche solo parte dei prodotti o servizi per i quali il marchio è stato registrato. Il titolare di un marchio, rispondente ai requisitii di validità innanzi indicati, ha diritto all uso esclusivo del marchio prescelto. Il contenuto del diritto sul marchio e la relativa tutela sono però profondamente diversi a seconda che il marchio sia stato o meno registrato presso l Ufficio italiano brevetti e marchi. La registrazione attribuisce al titolare del marchio il diritto all uso esclusivo dello stesso su tutto il territorio nazionale, quale che sia l effettiva diffusione territoriale dei suoi prodotti. Il diritto di esclusiva sul marchio registrato copre poi nonn solo i prodotti identici, ma anche quelli affini qualora possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico. La tutela del marchio registrato non impedisce però che altro imprenditore registri o usi lo stesso marchio per prodotti del tutto diversi. Quando si tratti di marchi celebri, l uso di tali marchi da parte di altri imprenditori, anche per merci del tutto diverse oltre a costituire «usurpazione» dell altrui fama, può facilmente determinare equivoci sulla reale fonte di produzione. Con la riforma del 1992 la tutela dei marchi celebri è stata infatti svincolata dal criterio dell affinità merceologica, nel senso che il titolare di un marchio celebre può vietare a terzi di usare un marchio identico o simile al proprio anche per prodotti o servizi non affini, quando tale uso, come già detto, consente indebitii vantaggi o può recaree pregiudizio agli stessi. Il diritto di esclusiva sul marchio registrato decorre dalla data di presentazione della relativaa domanda all Ufficio brevetti. La registrazione nazionale è poi presupposto per poter estendere la tutela del marchio in ambito internazionale, attraverso la successiva registrazione presso l Organizzazione mondiale per la Proprietà Industriale di Ginevra (OMPI). Per il marchio comunitario la registrazione, indipendente da quella nazionale, è invece effettuata presso l Ufficio per l armonizzazione Mercato interna (UAMI) di Alicante (Spagna). 14 di 1615 La registrazione nazionale dura dieci anni e non più venti come in precedenza. È però rinnovabile per un numero illimitato di volte, sempre con efficacia decennale. La tutela è perciò pressoché perpetua, salvo che non sia successivamentee dichiarata la nullità del marchio, per difetto di uno dei requisiti essenziali, ovvero che non sopravvenga una causa di decadenza, per esempio mancato utilizzo del marchio per cinque anni (art. 26 c.p.i.). Costituisce causa di decadenza: anche la volgarizzazione del marchio, e cioè, la circostanzaa che lo stesso sia divenuto nel commercioo denominazione generica di quel dato prodotto, così perdendo la propria capacità distintiva (per esempio penna biro, nylon, cellophane). Il titolare del marchio il cui diritto di esclusiva sia stato leso da un concorrente, può promuovere contro questi l azione di contraffazione volta ad otteneree l inibitoria alla continuazione degli atti lesivi del proprio diritto e la rimozione degli effetti degli stessi, attraverso la distruzione delle cose materiali. Resta fermo il diritto del titolare del marchio al risarcimento dei danni se sussiste dolo o colpa del contraffattore. L ordinamentoo tutela anche chi usi un marchio senza registrarlo. Dispone infatti l art che «chi ha fatto uso di un marchio non registrato ha la facoltà di continuare ad usarne, nonostante la registrazione da altri ottenuta, nei limiti in cui anteriormente se ne è avvalso». La tutela del diritto di esclusiva sul marchio non registrato si fonda sull uso di fatto dello stesso e sull effettivo grado di notorietà raggiunta (c.d. tutela del pre-uso) Il marchio è trasferibile e può essere trasferito (senza trasferire l azienda) sia a titoloo definitivo sia a titolo temporaneoo (c.d. licenza di marchio). Significativa novità è il riconoscimento dell ammissibilità della licenza di marchio nonn esclusiva. E cioè consentito che il marchio venga utilizzato contemporaneamente dal titolare originario e da uno o più concessionari, sia per la totalità sia per una parte dei prodotti per i quali il marchio è stato registrato. Il legislatore si preoccupa però di prevenire e reprimere i pericoli di inganno per il pubblico cui può dar luogo la libera circolazione del marchio, e soprattuttoo la licenza non esclusiva utilizzata in particolare per lo sfruttamento economico dei marchi attraverso i contratti di franchising e merchandising. È al riguardo fissato il principio cardine che dal trasferimento o dalle licenza del marchio non deve derivare inganno nei caratteri dei prodotti o servizi che sono essenziali nell apprezzamento del pubblico. La licenza non esclusiva, inoltre, è subordinata all ulteriore condizione che il licenziatario si obblighi ad utilizzare il marchio per prodotti con caratteristiche qualitative uguali a quelle dei corrispondenti prodotti messi in commercioo dal concedente o dagli altri licenziatari (art. 23 c.p.i) La violazione di tali regole esponee alla sanzione della decadenza, eventualmente parziale, del marchio. 15 di 1616 3.33 L insegna L insegna contraddistingue i locali dell impresa (stabilimento industriale, negozio di vendita) o, secondo una più ampia concezione, l intero complesso aziendale. L insegna, disciplinata a dall art. 2568, non può esseree uguale o simile a quella già utilizzata da altro imprenditoree concorrente, con conseguente obbligo di differenziazione qualoraa possa ingenerare confusione nel pubblico. Pur nel silenzio del legislatoree saranno applicabili i principi base ricavabili dallaa disciplina della ditta e del marchio. Anche l insegna dovrà essere lecita, non dovrà contenere indicazioni idonee a trarre in inganno il pubblico circa l attività o i prodotti, dovrà avere sufficiente capacità distintiva. Non è quindi tutelato controo l altrui imitazione chi adotti come insegna indicazioni generiche. Nulla è disposto circa il trasferimento dell insegna. È tuttavia pacifico che il diritto sull insegna può esseree trasferito. Deve ritenersi senz altro lecita anche la licenza non esclusiva ed il conseguente cousoo della stessa insegna da parte di più imprenditori collegati, come tipicamente avviene negli accordi di franchising di distribuzione (ad esempio, catene di negozi Benetton o Cartier). 16 di 16 Vedere altro
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 art. 1350
 articolo 2558
 articolo 2558
 articolo 2559
 articolo 2559
 art. 2557
 art. 2560
 art. 2568
 art. 2562
 Art. 2555
 Art. 2555
 Art. 2555
 Art. 1
 Art. 2
 articolo 14
 articolo 14
 Art. 1372
 sentenza 
 art. 101
 Articolo 1
 articolo 8
 articolo 8
 art. 2703
 art. 2598