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Timestamp: 2020-01-24 17:51:04+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 16655 del 06/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16655 del 06/07/2017
Cassazione civile, sez. III, 06/07/2017, (ud. 16/05/2017, dep.06/07/2017), n. 16655
sul ricorso 28952/2014 proposto da:
S.F., V.C., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA
rappresentati e difesi dall’avvocato FRANCESCO LAROCCA giusta
FCA ITALY SPA (già denominata FIAT GROUP AUTOMOBILES SPA o
brevemente FIAT AUTO SPA), in persona del suo procuratore speciale
B.M., elettivamente domiciliata in ROMA, P.ZZA DELLA LIBERTA’
20/13, presso lo studio dell’avvocato PIERLUIGI MANFREDONIA, che la
rappresenta e difende unitamente all’avvocato CATALDO MOTTA giusta
avverso la sentenza n. 736/2013 della CORTE D’APPELLO di LECCE,
16/05/2017 dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA CIRILLO;
udito l’Avvocato STEFANO PALMA per delega.
1. I coniugi V.C. e S.F. convennero in giudizio, davanti al Tribunale di Brindisi, Sezione distaccata di Francavilla Fontana, la s.p.a. Fiat Auto, chiedendo il risarcimento dei danni subiti a seguito della distruzione di una FIAT 600, da loro acquistata pochi giorni prima, a causa di un incendio sviluppatosi all’interno della stessa per un cortocircuito, mentre la vettura si trovava a motore spento nel garage di proprietà degli attori; chiesero inoltre anche il risarcimento dei danni riportati dall’immobile e dalle attrezzature di lavoro site all’interno.
La Corte territoriale ha rilevato che, in base alla stessa descrizione dei fatti compiuta dagli attori, l’origine dell’incendio che aveva causato la distruzione della macchina era da individuare in un corto circuito dell’impianto elettrico posteriore ovvero nell’errata installazione dei cavi dell’impianto di antifurto da parte della concessionaria società Eurocar. Tale incertezza, risultante già dalla relazione del perito di parte ing. N., era stata ribadita poi anche dal c.t.u., il quale aveva dichiarato che l’incendio si era sviluppato nella parte posteriore della vettura, ma che sulla base della sola documentazione fotografica a disposizione non era possibile individuare con certezza le cause dell’incendio stesso. In presenza di più possibili cause alternative, il Tribunale non aveva valutato se la causa fosse o meno l’impianto di antifurto; d’altra parte, la vettura era stata rottamata da parte della società concessionaria (e depositaria) prima che fosse nominato il consulente d’ufficio.
3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Lecce propongono ricorso V.C. e S.F., con unico atto affidato ad un solo articolato motivo.
Il ricorso, avviato alla trattazione camerale davanti alla Sesta Sezione Civile di questa Corte, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., è stato da questa rimesso alla pubblica udienza presso questa Terza Sezione Civile.
1. Con il primo ed unico motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., oltre ad omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia ed erronea valutazione delle risultanze probatorie.
Osservano i ricorrenti, dopo aver ribadito il contenuto della relazione del proprio c.t. di parte, che la Corte d’appello avrebbe fatto un’errata applicazione delle regole sull’onere della prova. Fermo restando, infatti, che essi ricorrenti avevano fornito prova certa ed indiscutibile che la causa dell’incendio era da ricondurre ad un vizio o difetto dell’impianto elettrico, doveva essere la società Fiat Auto a provare la propria eccezione, secondo cui l’incendio era da ricondurre alla scorretta installazione dell’antifurto da parte della concessionaria. Rilevano i ricorrenti, inoltre, che la Fiat dovrebbe ritenersi responsabile anche dell’impianto di antifurto, posto che il concessionario è obbligato ad installare impianti originari. Il ricorso aggiunge, inoltre, che la vettura fu indebitamente rottamata senza il permesso dei danneggiati e che questo non consentì al c.t.u. nominato dal Tribunale di svolgere il compito a lui assegnato.
1.1. Rileva innanzitutto il Collegio che la censura proposta è inammissibile nella parte in cui lamenta “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia”; trattandosi, infatti, di una causa alla quale si applica il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), la censura è formulata secondo una versione della disposizione che non è più vigente nel caso in esame.
Oltre a ciò, è pure inammissibile il punto prospettato nell’ultima pagina del ricorso – secondo cui la società Fiat risponderebbe anche per l’installazione dell’antifurto, pacificamente compiuta dalla concessionaria e ciò per la sua evidente novità; oltre tutto la società concessionaria, alla quale i ricorrenti sembrano imputare anche l’indebito avvio alla rottamazione dell’auto senza il loro consenso, non è stata neppure chiamata in causa, per cui ogni questione che potrebbe interessare tale soggetto è evidentemente inammissibile.
La censura in diritto riguarda la prospettata violazione delle regole in punto di onere della prova; in particolare, i ricorrenti lamentano che la Corte di merito avrebbe dovuto accogliere la loro domanda perchè nella specie si era determinata un’inversione dell’onere della prova, dovendo la società produttrice dimostrare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere il nesso di causalità.
Osserva la Corte che il ragionamento proposto dai ricorrenti non è condivisibile. Nella specie la sentenza in esame, con un accertamento di merito che è insindacabile in questa sede, ha spiegato che le possibili cause dell’incendio erano due, costituite l’una dal difetto di costruzione del veicolo e l’altra dall’errata installazione dell’impianto di antifurto. Una sola delle due cause era riconducibile alla società convenuta (Fiat Auto) e nessuna delle due, a quanto ha affermato la Corte d’appello, poteva avere, in termini di probabilità, una maggiore attendibilità rispetto all’altra. Ciò comporta che, anche richiamando la nota giurisprudenza di questa Corte in ordine ai criteri che regolano la causalità in sede civile (c.d. píù probabile che non), la situazione che si è verificata nel giudizio in esame non poteva essere risolta in base alla regola ora indicata, perchè si era di fronte a due diverse ipotesi, entrambe dotate del medesimo grado di probabilità. Non può, quindi, essere utilmente richiamato il precedente di cui alla sentenza 26 luglio 2012, n. 13214, di questa Corte, perchè in quel caso vi erano quattro ipotesi possibili e una di questa era stata ritenuta la più probabile, per cui il criterio suindicato doveva trovare obbligatoria applicazione.
E’ questa la singolare peculiarità della fattispecie in esame, per la quale, infatti, la Sesta Sezione Civile ha ritenuto di dover rimettere la trattazione alla pubblica udienza presso questa Terza Sezione Civile.
La soluzione, però, non può che essere quella del rigetto del ricorso. L’onere della prova del nesso di causalità tra il fatto generatore del danno e l’evento dannoso è a carico di chi agisce; ed è evidente che, in presenza di due cause alternative dotate entrambe del medesimo grado di probabilità, la permanenza dell’insuperabile incertezza non può che ricadere su chi tale prova era tenuto a fornire. Non è esatto, quindi, come vorrebbero i ricorrenti, che si era determinata un’inversione dell’onere della prova, perchè la Corte d’appello ha rigettato la domanda fermandosi ad un momento precedente, cioè quello della mancanza della dimostrazione del collegamento tra il vizio di costruzione e l’evento dannoso (incendio).
Sussistono tuttavia le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

References: Sentenza 
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 art. 13