Source: http://www.guidoscorza.it/?p=1715
Timestamp: 2013-12-06 07:43:02+00:00

Document:
Una Sentenza piccola piccola… | Guido Scorza | Internet, diritto e politica dell'innovazione
Una Sentenza piccola piccola…
Pubblico, qui di seguito, un primo commento “a caldo” sulle motivazioni della Sentenza Google – Vividown. Si tratta di un’anteprima del pezzo, on line domani sulle pagine di Punto Informatico.
Il magistrato lo dice ritenendo che con la propria decisione non abbia “alterato in modo sensibile i parametri valutativi e giurisdizionali che presiedono alla decisione di casi quali quello trattato”.
Condivido il richiamo a Shakespeare con il quale il Giudice ha scelto di concludere la propria “fatica” ma in un senso sensibilmente diverso: la Sentenza, infatti, minaccia di produrre uno “scontro tra culture” e rimette in discussione principi di diritto sui quali riposano gran parte delle dinamiche della comunicazione online sulla base di poco più che considerazioni di – peraltro dubbio – buon senso e, in ogni caso, più da buon padre di famiglia e/o da dispensatore di precetti morali che da interprete del diritto.
E’ difficile rintracciare nella decisione l’enucleazione chiara, puntuale e rigorosa di un solo principio idoneo a sorreggere l’impianto accusatorio ed a motivare la “pesante” decisione adottata dal Tribunale di Milano.
E sarebbe bastato così poco – secondo la rigorosa morale del Tribunale di Milano – per risparmiare l’onta di una condanna tanto pesante a quattro tre superdirigenti di un colosso dell’informazione globale come Google?
E’ curioso – e questo è uno dei tanti profili che mi impongono di definire “piccola, piccola” la Sentenza – che, peraltro, sia lo stesso magistrato, qualche pagina più avanti, nel rigettare la tesi accusatoria che avrebbe voluto Google Italy responsabile anche di concorso in diffamazione, a scrivere testualmente “pur ammettendo per ipotesi che esista un potere giuridico derivante dalla normativa sulla privacy che costituisca l’obbligo giuridico fondante la posizione di garanzia, non vi è chi non veda che tale potere, anche se correttamente utilizzato, certamente non avrebbe potuto ‘impedire l’evento’ diffamatorio. In altre parole anche se l’informativa sulla privacy fosse stata data in modo chiaro e comprensibile all’utente, non può certamente escludersi che l’utente medesimo non avrebbe caricato il file video incriminato, commettendo il reato di diffamazione”.
Difficile seguire la coerenza logica prima ancora che giuridica che lega i due passaggi appena richiamati della Sentenza: mi sfugge probabilmente qualcosa ma, l’impressione, è che a pag. 96 il Giudice abbia ritenuto che se Google avesse dato correttamente l’informativa la ragazzina non avrebbe caricato il video incriminato mentre a pag. 104 si mostri convinto del contrario ovvero che lo avrebbe comunque caricato.
La Sentenza – quella che per settimane ha tenuto banco sui giornali e le televisioni nel mondo intero e che, con ogni probabilità farà altrettanto nei giorni che verranno – è, sostanzialmente, tutta qui.
Inutile cercarvi le risposte ai numerosi e complessi quesiti giuridici che, all’indomani del deposito del dispositivo, avevano appassionato e diviso gli interpreti: è applicabile la legge italiana in materia di Privacy ad un trattamento di dati personali che appare interamente svolto all’estero da un soggetto straniero? Google, in relazione al servizio google-video può essere considerato un intermediario della comunicazione con conseguente applicabilità della disciplina sul commercio elettronico?
Le risposte che il Tribunale di Milano propone – peraltro in modo implicito ed involuto – a tali quesiti appaiono, francamente, deboli, semplicistiche ed approssimative.
Nelle proprie motivazioni il Giudice, infatti, non fa alcun riferimento alla disciplina sul commercio elettronico neppure per escluderne l’applicabilità come, almeno, fatto dall’accusa.
Quanto alla circostanza che Google Italy e non già solo Google Inc. avrebbe trattato in Italia e non negli USA i dati personali oggetto del procedimento, il ragionamento svolto nella Sentenza è, a dir poco, disarmante.
Secondo il Giudice, infatti, la prova che Google Italy sarebbe stata titolare di un trattamento svolto in Italia andrebbe individuata nella circostanza che “attraverso il sistema AdWords ed il riconoscimento di parole chiave” la società “aveva sicuramente la possibilità di collegare, attraverso la creazione di link pubblicitari, le informazioni riguardanti i clienti paganti alle schermate riguardanti Google Video e quindi in qualche modo, gestire, indicizzare, organizzare anche i dati contenuti in quest’ultimo sito” e quindi di trattare “i dati contenuti nel video caricati sulla piattaforma di Google Video” dei quali era “quindi responsabile, perlomeno ai fini del DL sulla privacy”.
Sin qui il vero contenuto della Sentenza racchiuso nelle sue ultime trenta pagine.
Le sue prime 84 pagine, costituiscono, invece, la testimonianza di un impianto accusatorio che, per fortuna, ha avuto un contributo modesto – se non insussistente – nella decisione assunta dal Tribunale.
La tesi che, infatti, l’accusa sembra essersi sforzata di provare è ancor più dirompente di quanto non sia stata la decisione del Tribunale: Google Italy avrebbe dovuto essere condannata – per diffamazione e violazione della privacy – in quanto costituente una particolare figura di host provider – definito host attivo – fedele alle sole regole del profitto e pronto in nome del perseguimento di tale ignobile (n.d.r. l’aggettivazione è mia ma credo rifletta lo spirito di taluni passaggi delle argomentazioni dell’accusa) obiettivo a non adottare procedure e sistemi informatici di filtraggio pur disponibili al solo scopo di massimizzare la quantità di contenuti – leciti ed illeciti online – e, per questa via, le opportunità di guadagno.
In conclusione, che si fosse innocentisti o colpevolisti, credo che tutti gli addetti ai lavori, da un processo come quello appena conclusosi – almeno in primo grado – si aspettassero qualcosa di più da un punto di vista tecnico giuridico.
Era già difficile accettare che quattro tre top manager di Big G fossero stati condannati – per un servizio diffuso in 160 Paesi – solo in Italia ma è, oggi, ancor più difficile accettare che ciò è avvenuto in un processo – lo scrivo sotto un profilo tecnico e, lo riconosco, dalla mia facile posizione di osservatore terzo – “povero” di contenuti giuridici e ricco di teoremi, ideologie, senso pratico – peraltro discutibile – e principi da buon padre di famiglia.
Qui la divertente ed illuminata “telecronaca” della Sentenza di Vittorio (Zambardino).
Tags: Category: Main themes	Comments (7) Add yours ↓
Luhhao
Che ci dovevamo aspettare da un giudice che non è nemmeno in grado di citare correttamente un’opera di Shakespeare?
A parte questo, anche se Google avesse inserito un “disclaimer” lungo un km, il giudice avrebbe emesso sentenza di condanna. Lo si capisce poiché per ben due volte il giudice auspica una nuova legge per spedire in galera chi ospita a fini di lucro contenuti illeciti per colpa, non per dolo.
Dopo le lesioni colpose, avremo pure le diffamazioni colpose, i trattamenti illeciti di dati personali colposi, etc
13 aprile 2010 Fare il login per rispondere	fabrizio
A questo punto non mi stupirei che Google chiudesse la sede italiana. OK, non siamo la Cina, ma sentenze di questo genere non ci portano certo nella lista dei paesi più progrediti nel Diritto.
Secondo me questa sentenza non fa altro che riportare in primo piano l’inadeguatezza del diritto, soprattutto italiano, in materie così moderne. Ancora: è fatto risaputo che molte aziende estere non aprono in Italia per la mancanza di certezza nei tempi e nella sostanza della giustizia in Italia. Come possiamo, come Italia, modificare questo andazzo? Non voglio fare polemica. Vorrei trovare, come cittadino di questo stato, un modo migliore di far funzionare l’Italia.
13 aprile 2010 Fare il login per rispondere	evilripper
Era già difficile accettare che quattro top manager di Big G fossero stati condannati – per un servizio diffuso in 160 Paesi – solo in Italia ma è, oggi, ancor più difficile accettare che ciò è avvenuto in un processo – lo scrivo sotto un profilo tecnico e, lo riconosco, dalla mia facile posizione di osservatore terzo – “povero” di contenuti giuridici e ricco di teoremi, ideologie, senso pratico – peraltro discutibile – e principi da buon padre di famiglia.
Parole sante… hanno fatto leva sul buonismo e sulla multinazionale grossa e cattiva(oddio non che google sia un azienda santarellina)…
Tuttavia da questa sentenza si nota bene chi ci guadagna davvero: la fama e la gloria del giudice di aver fatto di far valere la legge sul web -_- e la visibilità massima per una microassociazione senza scopo di lucro… chi ne esce sconfitto non è tanto google, ma l’italia! Speriamo che google vinca in appello!
13 aprile 2010 Fare il login per rispondere	Martino
Quando ho letto la sentenza ho pensato: tutto qui? Mi è parsa una motivazione proprio stupidina. Non sono un esperto di legge, ma ho come l\’impressione ci vorrà poco a ribaltarla in appello…
13 aprile 2010 Fare il login per rispondere	Luca
13 aprile 2010 Fare il login per rispondere	Luca sip
il codice della privacy obbliga chi tratta i dati personali e sensibili ad informare chi li fornisce, non c’è alcun riferimento ad eventuali parti terze coinvolte
quindi il ragionamento del giudice è privo di senso
13 aprile 2010 Fare il login per rispondere	yuri
Guido Scorza ha scritto «“povero” di contenuti giuridici e ricco di teoremi, ideologie,».
Vorrei fare presente che «teorema» significa «affermazione dimostrabile».
Ricordate che a scuola, con la dimostrazione di un teorema, si mostrava la veridicità dell’affermazione?
La stragrande maggioranza di chi si è dedicato alla giurisprudenza a scuola probabilmente non aveva un buon rapporto con la matematica, anzi oserei dire che la odiava… Tutto ciò però non giustifica continuare a perpetrare questo vilipendio, perché appunto, citando Piergiorgio Odifreddi, questo «è puro vilipendio alle istituzioni matematiche».
Guido Scorza, lei andrebbe denunciato! 14 aprile 2010 Fare il login per rispondere	Your Comment Cancel

References: Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza