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Timestamp: 2019-08-20 06:08:23+00:00

Document:
Cass. Civ. Sez II n. 7966/2003 in possesso e buona fede
Dal 12/06/09 13128389
Dott. Mario SPADONE - Presidente -
Dott. Giovanni SETTIMJ - Consigliere -
Dott. Umberto GOLDONI - Rel. Consigliere -
Dott. Giovanna SCHERILLO - Consigliere -
Dott. Vincenzo MAZZACANE - Consigliere -
RUOTOLO CARMELA, ESPOSITO ROSA, ESPOSITO ELISA, ESPOSITO LUIGI, quali eredi di ESPOSITO GIUSEPPE, elettivamente domiciliati in ROMA P.ZZA CAVOUR, presso la CORTE di CASSAZIONE, difesi dall'avvocato FRANCESCO MAGLIONE, giusta delega in atti;
PAPACCIO ANTONIO, elettivamente domiciliato in ROMA P.ZZA MANCINI 4-H, presso lo studio dell'avvocato GIOVANNANTONIO FASANO, difeso dall'avvocato ANTONIO AIEVOLA, giusta delega in atti;
PAPACCIO CARMELA, PAPACCIO MARIA ANTONIETTA, PAPACCIO FRANCESCO, PALMA ANTONIO, PICCOLO VINCENZO, PAPACCIO GIOVANNA, tutti in proprio e nella qualità di eredi del genitore PAPACCIO PIETRANGELO, SPOSITO O SAPORITO LUCIA, nella qualità di coniuge di PAPACCIO PIETRANGELO, elettivamente domiciliati in ROMA P.ZZA CAVOUR, presso la CORTE di CASSAZIONE, difesi dall'avvocato GENNARO IOVINO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 1900-99 della Corte d'Appello di NAPOLI, depositata il 29-07-99;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 24-01-03 dal Consigliere Dott. Umberto GOLDONI;
udito l'Avvocato IOVINO Gennaro, difensore dei resistente PAPACCIO Carmela, difensore del resistente che ha chiesto rigetto;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Fulvio UCCELLA che ha concluso per rigetto del ricorso.
Con citazione notificata il 2-9.12.1983, Giuseppe Esposito esponeva che con rogito notar Siciliano del 4.12.1907 i germani Francesco, Alessio e Carmine Antonio Porcaro si erano divisi il fondo sito in Brusciano alla Loc. Guarnieri in tre quote, attribuendo a Francesco la prima quota, confinante con altro terreno di proprietà del predetto, con beni De Ruggiero, restante fondo e via pubblica; ad Alessio la II quota, confinante con la I, con beni De Ruggiero, con restante fondo e via pubblica; a Carmine Antonio la III quota, confinante con la II, con beni De Ruggiero, con beni della Parrocchia e con via pubblica. Precisava l'attore che successivamente i beni delle tre quote erano stati così identificati: Prima quota, identificata in catasto originariamente come part. 174, quindi come part. 414. Seconda quota, identificata in catasto originariamente come part. 152, quindi come part. 415. Alla morte di Maria Porcaro, il fondo era passato a Erminia Porcaro, che, con rogito Terracciano del 20.12.1972, aveva venduto il bene a Antonio e Pietrangelo Papaccio, individuandolo come part. 414, invece che part. 415, e con la stessa erronea confinazione del rogito Erbani.
Con rogito per notar Coppola del 13.7.1979 Antonio e Pietrangelo Papaccio, previo frazionamento, avevano proceduto alla divisione del fondo acquistato da Erminia Porcaro, identificandolo nella particella 414 di proprietà di esso attore Giuseppe Esposito. A Papaccio Antonio erano state attribuite le part. 414, 903 e 905; a Papaccio Pietrangelo le part. 901, 902 e 904. Pietrangelo Papaccio con successivo atto 12.12.1980 per notar Coppola aveva donato la part. 901 alla figlia Maria Antonietta e la part. 902 alla figlia Carmela.
Tutti detti ultimi atti - assumeva l'attore - avevano avuto ad oggetto pertanto i beni della prima quota, di sua proprietà, pur essendo evidente che i beni venduti da Erminia Porcaro con il rogito Terracciano 20.12.1972 ad Antonio e Pietrangelo Papaccio costituivano non la prima quota, bensì la seconda, originariamente attribuita a Alessio Porcaro.
Tutto ciò premesso Giuseppe Esposito conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Napoli Antonio Papaccio, Pietrangelo Papaccio, Antonietta Papaccio, Carmela Papaccio, Vincenzo Piccolo ed Antonio Palma e chiedeva che: fossero dichiarati inefficaci, nei confronti di essi istanti, i rogiti Terracciano del 20.12.1972, notar Coppola del 13.7.1979 e 2.12.1980 e l'atto di donazione 12.12.1980; fosse dichiarato che il fondo indicato in detti atti era di sua proprietà; in accoglimento della revindica, i convenuti fossero condannati al rilascio della porzione di terreno da ciascuno acquistata e posseduta, nonché al risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede.
Si costituiva Antonio Papaccio che chiedeva il rigetto della domanda; avendo egli acquistato con l'atto Terracciano la part. 174; chiedeva che fosse dichiarata l'usucapione breve, ovvero ordinaria, e in subordine che l'attore fosse condannato al trasferimento dei beni di cui sarebbe risultato proprietario. In via gradata chiedeva di essere autorizzato a chiamare in causa, a garanzia, Erminia Porcaro.
Si costituivano altresì Pietrangelo, Maria Antonietta e Carmela Papaccio i quali si opponevano alla domanda, deducendo che il fondo da essi acquistato corrispondeva a quello riportato in catasto alla part. 414, con i confini già indicati nel rogito Erbani.
Chiedevano che fosse dichiarato l'acquisto per intervenuta usucapione ex artt. 1158 e 1159 c.c., e in via subordinata il rimborso delle opere realizzate sul fondo, nonché l'autorizzazione a chiamare in causa Erminia Porcaro.
Rimanevano contumaci Vincenzo Piccolo e Antonio Palma.
Con sentenza in data 26.6-17.9.1996, il Tribunale riteneva in primo luogo che il fondo rivendicato era di proprietà dell'attore.
Ricorrevano comunque i presupposti per dichiarare l'avvenuto acquisto, da parte dei convenuti, in forza dell'usucapione abbreviata ex artt. 1159 c.c..
L'adito Tribunale accoglieva quindi la domanda riconvenzionale, dichiarando la avvenuta usucapione nei confronti di Antonio, Pietrangelo, Maria Antonietta e Carmela Papaccio sulle zone di fondo risultanti dai rispettivi atti di acquisto; accoglieva invece la domanda nei confronti di Antonio Palma e Vincenzo Piccolo, convenuti contumaci, e, dichiarata la proprietà in favore di Giuseppe Esposito, e per esso in favore degli eredi di questi, Carmela Ruotolo e Luigi - Rosa ed Elisa Esposito, condannava i predetti Palma e Piccolo a rilasciare le particelle 904 e 1010; dichiarava interamente compensate tra le parti le spese di lite, ponendo quelle della CTU a carico di entrambe le parti in ugual misura.
Avverso la sentenza interponevano appello Carmela Ruotolo ed Esposito Luigi, Esposito Rosa ed Esposito Elisa con atto notificato l'8, il 15 e il 23 gennaio 1997.
Si costituivano, e proponevano appello incidentale, con separati atti, Carmela, Maria Antonietta, Francesco e Giovanna Papaccio e Lucia Sposito (o Lucia Saporito), nonché Antonio Papaccio e Vincenzo Piccolo e Antonio Palma.
Con sentenza in data 23.6-29.7.1999, la Corte di appello di Napoli rigettava l'appello principale, accoglieva in parte l'appello incidentale di Piccolo e Palma e non accoglieva gli appelli incidentali dei Papaccio e della Sposito, regolando le spese.
Osservava la Corte che la Erminia Porcaro intendesse vendere il fondo come proveniente dalla originaria successione del padre Alessia risultava da elementi testuali.
Quanto all'ipotesi che si sarebbe trattato di vendita di cosa altrui si rilevava che ai fini dell'usucapione abbreviata doveva sussistere la perfetta identità tra il bene alienato e quello posseduto ma ciò non significa che l'alienante debba essere possessore del bene.
Quanto all'acquisto del possesso uti dominus i Papaccio erano conduttori della prima quota, come anche della seconda. La detenzione si era trasformata in possesso in forza dell'acquisto da un terzo e il rapporto precario si trasforma automaticamente quando il corpus si trovi già presso l'acquirente.
Nel decorso decennio i Papaccio avevano reiteratamente posto in essere comportamenti denotanti il diritto di proprietà.
Non rilevava che tali comportamenti fossero stati effettuati a distanza di tempo dal rogito Terracciano in quanto soccorreva la presunzione di cui all'art. 1142 c.c., non essendo stata fornita la prova contraria.
La buona fede poi si presume e tale presunzione non è vinta dal mero sospetto di una situazione illegittima. Occorre provare la eventuale mala fede e a tal fine, occorrono circostanze certe e concrete.
Ai fini dell'usucapione decennale la buona fede doveva essere valutata in relazione al titolo, che non poteva ingenerare alcun dubbio circa l'individuazione dell'oggetto del contratto, come appartenente alla Porcaro.
Entrambi i fondi erano detenuti in effetti dai Papaccio e pertanto il fatto che essi pagassero un affitto alla Porcaro come all'Esposito non consentiva di stabilire con certezza per quale fondo pagassero.
Gli appellanti incidentali Palma e Piccolo dovevano vedersi accogliere la eccezione di usucapione per le stesse ragioni.
Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione Carmela Ruotolo, Elisa Rosa e Luigi Esposito sulla base di quattro motivi; resistono con distinti controricorsi Carmela, Maria Antonietta, Francesco e Giovanna Papaccio, Lucia Sposito, Vincenzo Piccolo e Antonio Palma ed altresì Antonio Papaccio. I contro ricorrenti hanno altresì presentato memoria.
Venendo all'esame dei singoli motivi in cui il ricorso si articola, appare opportuno trattare congiuntamente il primo (violazione degli artt. 2909 c.c.; 112 e 324 cpc, in relazione all'art. 360, n. 5 cpc) ed il secondo (violazione e falsa applicazione degli artt. 1159, 1325, 1362, 1363, 1366 e 1369 c.c., in relazione all'art. 360, nn. 3 e 5 cpc) mezzo, in quanto intimamente connessi.
Infatti, si lamenta che la sentenza impugnata non avrebbe tenuto conto del giudicato interno formatosi con la sentenza di primo grado n. 581 del 17.9.1996, in ordine alla proprietà di Erminia Porcaro della seconda quota, quella centrale, e non della prima, con la conseguenza che quando con il rogito Terracciano 20.12.1972 Pietrangelo e Antonio Papaccio avevano acquistato il bene intestato alla Porcaro, questa era in realtà proprietaria della seconda quota.
Si assume che, sul punto, nessuna impugnazione avevano proposto le controparti, mentre la relativa questione era stata prospettata nella comparsa conclusionale del 30.10.1998.
Tanto avrebbe significato e comportato che la Porcaro, con il rogito Terracciano aveva inteso vendere la prima quota non di sua proprietà oppure che si era trattato di vendita di cosa altrui.
La sentenza aveva erroneamente interpretato dunque il rogito Terracciano; il richiamo nello stesso all'atto Erbani del 1938 ed alla particella 174 doveva indurre la Corte partenopea a ritenere che la vendita riguardava la seconda quota. Del resto la stessa CTU dell'Aimis, espletata nel giugno 1992, nell'individuazione dei terreni oggetto degli atti che si erano succeduti nel tempo era pervenuta alla conclusione che la particella 174 assegnata a Maria Porcaro si identificava nella quota del fu Alessio Porcaro, che era non la prima, ma la seconda, e tanto risultava anche dalle tabelle planimetriche allegate alla relazione, in cui la prima quota costituiva la particella 152.
La sentenza si era limitata ad affermare al riguardo che vi era stato un errore nell'individuazione della particella catastale n. 174 anziché 152.
Il primo motivo è infondato: infatti il Tribunale avevano accertato che con l'atto Terracciano del 1972, ai Papaccio era stata trasferita la particella 174, menzionata nel rogito Erbani del 1938; essa corrispondeva alla prima quota e non alla seconda, pur indicando un confine errato; peraltro si è rilevato in sede di appello conseguentemente che nel rogito Terracciano, che nell'atto predetto non compariva alcun riferimento testuale al fondo, come proveniente dalla originaria successione al padre Alessio Porcaro.
L'oggetto dell'atto era specificamente individuato e il riferimento, quanto alla provenienza, era testualmente il rogito Erbani 2.1.1938 e non l'atto Siciliano del 4.12.1907.
Orbene il rogito Erbani attribuiva a Maria Porcaro un terreno la cui descrizione era del tutto precisa. Sostenere che con tale descrizione ci si riferisca alla II quota comporterebbe, oltre che un errore nella confinazione, Papaccio invece che Esposito, anche un errore nella indicazione della particella catastale stessa (174 invece che 152). Tale tesi è pertanto insostenibile. Ermina Porcaro, con l'atto Terracciano, intendeva vendere questo stesso fondo. Non fece riferimento, lo si ripete, all'atto Siciliano bensì all'atto Erbani, del quale furono ripetute le stesse confinazioni, riportando la indicazione catastale "part. 414", che aveva sostituito la part. 174, corrispondente alla prima quota. Alcun rilievo poteva avere il fatto che soltanto la seconda quota confinava con eredi Porcaro, in quanto, se vero, era altrettanto vero che soltanto la prima quota confinava con beni Papaccio, confine pure riportato sia nell'atto Erbani che nell'atto Terracciano.
Tanto risponde in modo del tutto completo ed adeguato alla doglianza come espletata e, per contro esclude che nella sentenza di primo grado si fosse accertata la proprietà di Erminia Porcaro sulla seconda quota.
Per ciò che attiene al secondo mezzo, palesemente connesso al precedente, si cerca di accreditare un diverso contenuto dell'atto Terracciano che viene invece inequivocabilmente riportato integralmente per quanto oggetto della rivendica della prima quota. I primi due motivi non hanno pertanto pregio.
Il terzo motivo (violazione degli artt. 1159, 1478 e 1479 c.c. in relazione all'art. 360, nn. 3 e 5 cpc) si basa sul fatto che la sentenza impugnata, escludendo come dedotto in via subordinata con il secondo motivo di appello che l'atto Terracciano se relativo alla prima quota costituiva una vendita di cosa altrui perché era mancato l'accordo delle parti sul punto, non avrebbe considerato che tale fattispecie si realizza anche quando l'acquirente ignora che la cosa non appartiene all'alienante e, trattandosi di vendita obbligatoria della prima quota essa non costituiva titolo astrattamente idoneo al trasferimento della proprietà come richiesto dall'art. 1159 c.c..
Al riguardo devesi sottolineare che il ragionamento svolto nella sentenza impugnata è condivisibile e puntuale; si è osservato che l'usucapione abbreviata esige la concorrenza di due fonti autonome: il titolo ed il possesso. L'oggetto dell'uno e dell'altro, considerato separatamente, deve essere identico, senza che il titolo possa integrare il possesso, e viceversa. Ciò che deve sussistere è la perfetta identità tra il bene alienato e quello posseduto. E ciò perché attraverso la necessaria trascrizione, i terzi interessati siano posti in grado di conoscere, in maniera autentica, l'acquisto per usucapione che dell'immobile, o di altro diritto reale, venga facendo il possessore.
Ma ciò non significa - contrariamente a quanto sostenuto dagli appellanti - che l'alienante debba essere possessore del bene, e tale possesso debba trasmettere all'acquirente. Tale presupposto è del tutto estraneo alla fattispecie in oggetto, che anzi, nella normalità dei casi, attesa l'alienità della cosa, si presenta una situazione esattamente contraria.
Ne consegue che con considerazioni atte a dimostrare l'assunto, la Corte partenopea ha ritenuto che con l'atto Terracciano Erminia Porcaro aveva venduto una cosa indicata come propria, mentre non lo era; l'ipotesi da considerare non era dunque quella dell'art. 1478 c.c., ma piuttosto quella dell'art. 1479 c.c., con la conseguenza che risultava applicabile l'art. 1159 c.c..
Il motivo non ha quindi fondamento.
Con il quarto motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 1140 - 1141, 2 , 1159 c.c.; 112 - 115 - 132 cpc in relazione all'art. 360, nn. 3 e 5 stesso codice) si adduce che non sarebbe sussistente la buona fede in capo alle controparti, anche in relazione all'avvenuta reiezione delle prove come richieste e si ritorna sulla questione della astratta idoneità del titolo.
La sentenza impugnata si è fatta compiutamente carico di tali profili ed ha minuziosamente osservato al riguardo che l'art. 1141 c.c. stabilisce che se alcuno ha cominciato ad avere la detenzione, non può acquistare il possesso finché il titolo non venga ad essere mutato per causa proveniente da un terzo o in forza di opposizione da lui fatta contro il possessore. Era comunque da considerare principio acquisito che l'acquisto dal terzo configura il mutamento in parola, e che per effetto di tale acquisto il rapporto precario si trasforma automaticamente in possesso uti dominus, quando il corpus si trovi già presso l'acquirente. Non occorre, nell'ipotesi di cui all'art. 1141 c.c., che siano compiuti atti di opposizione contro il possessore, ovvero che la "causa proveniente dal terzo" sia portata a conoscenza della persona contro cui si inizia il possesso, in quanto, nella fattispecie, l'atto è trascritto e reso pubblico erga omnes, e dà quindi luogo ad un possesso "pubblico", quale presupposto dell'usucapione, e non clandestino.
Dagli atti di causa si evinceva la prova che, nel decorso decennio dell'atto Terracciano, i Papaccio, e successivamente i loro aventi causa, ebbero a porre in essere, reiteratamente, comportamenti aventi il contenuto del diritto di proprietà, e quindi tali da integrare un valido possesso ad usucapionem.
In primo luogo risulta pacifico in causa - in quanto esplicitamente ammesso dalle controparti - che già verso la fine del 1972 - gennaio 1973, e quindi immediatamente dopo l'atto Terracciano, i Papaccio concordarono tra loro come dividersi il fondo e incaricarono un tecnico di apporre i termini al fondo acquistato.
Al riguardo è da rilevare che essi non accettarono le conclusioni a cui pervenne inizialmente il tecnico incaricato, il quale intendeva confinare la seconda quota, e che pertanto fu proceduto ad analoga operazione sulla prima quota, che era poi, come già dimostrato, quella effettivamente compravenduta.
Orbene non può revocarsi in dubbio che costituisca atto di esercizio dei poteri del proprietario il far eseguire la confinazione del fondo con i termini.
In sede di interrogatorio formale i Papaccio ebbero concordamente a dichiarare di avere rispettivamente, ciascuno per una porzione del fondo, fatto estirpare varie piante di noci, per ricavarne denaro.
L'articolazione della prova testimoniale dedotta dagli appellanti principali, anche all'esito del giudizio di appello, non risultava contrastare tali affermazioni.
Nè tale impugnativa è dato ravvisare nella articolazione di prova, dedotta con il foglio di deduzioni del 14.6.1984 e reiterata in appello, trattandosi di fatti e circostanze antecedenti l'atto Terracciano, e che pertanto, anche se provati, non avrebbero smentito le affermazioni del Papaccio, relative a epoca successiva, e a fatti posteriori all'atto di acquisto Terracciano.
Ciò posto, è evidente che le affermazioni fatte in sede di interrogatorio formale ben possono essere prese in considerazione, come elementi indiziari, ai fini della decisione: e in quanto tali militavano indubbiamente a favore della tesi dei Papaccio, evidenziando comunque una ulteriore condotta posta in essere dal Papaccio avente il contenuto del diritto di proprietÈ. È pacifico parimenti in causa che, nel corso del decennio, i Papaccio procedettero a lottizzazioni di fatto del fondo, previo frazionamenti, con godimento separato delle particelle realizzate; all'ampliamento della strada a confine tra i fondi, con conferimento, specifico, anche da parte dei predetti; all'insediamento edilizio, per svariate villette, da parte degli appellati Piccolo e Palma e Pietrangelo Papaccio, e un grosso centro industriale - commerciale avicolo da parte di Antonio Papaccio; all'elettrificazione domestica e industriale necessaria. Il tutto con la costante e diuturna presenza di Giuseppe Esposito che, in undici anni, ebbe ad assistere alla completa trasformazione del fondo, senza nulla opporre, e collaborando anzi in alcuni casi (vedi l'ampliamento della strada a confine) con gli atti di signoria della controparte.
A nulla vale obiettare che alcuni di tali atti si sarebbero verificati a distanza di tempo dall'atto Terracciano. Soccorre in proposito la presunzione di cui all'art. 1142 c.c., applicabile pacificamente in tema di usucapione. Invero il possessore attuale, che ha posseduto in tempo più remoto, si presume che abbia posseduto anche nel tempo intermedio.
Orbene gli atti di signoria sopra indicati coprono l'intero arco del decennio, dalla data della trascrizione. Gli eventuali intervalli sono coperti dalla presunzione di cui all'art. 1142 c.c., non avendo gli appellanti fornito - nemmeno con la capitolazione della prova testimoniale - la dovuta prova contraria.
È sintomatico osservare che, eseguite le prime costruzioni ai primi del 1980 (come affermato dagli stessi appellanti principali nella comparsa conclusionale a pag. 12), l'Esposito ebbe a insorgere contro questo, che è indubbiamente l'atto più eclatante di signoria sulla cosa, a distanza di ben tre anni con l'atto di citazione notificato nel dicembre 1983.
Sussisteva pertanto la prova di un possesso continuo e non interrotto, pacifico e pubblico, esercitato per il prescritto decennio dalla data di trascrizione del rogito Terracciano (19.1.1973), che dimostra inequivocamente l'intenzione di esercitare un potere di signoria sulla cosa, corrispondente a quello del proprietario.
Quanto al requisito della buona fede è giurisprudenza pacifica che la buona fede si presume e che chi allega la mala fede deve darne la prova.
La presunzione, peraltro, non è vinta dalla allegazione del mero sospetto di una situazione illegittima, essendo invece necessario che l'esistenza del dubbio promani da circostanze serie e concrete, e non meramente ipotetiche, la cui prova deve essere fornita da colui che intende contrastare la detta presunzione legale (cfr. Cass. 24.12.1991, n. 13920).
Non ogni ragione di dubbio può escludere la buona fede giacché il dubbio riflette una vasta gamma di stati d'animo che vanno dal mero sospetto, alla quasi certezza, donde la necessità di un'opportuna discriminazione per stabilire, in relazione a ogni singolo caso concreto, il preciso grado della conoscenza dubitativa, non potendo un qualsiasi dubbio identificarsi senz'altro con la mala fede. Ai fini della usucapione decennale, la buona fede deve essere valutata in relazione al titolo. In proposito andava precisato che le indicazioni contenute nell'atto Terracciano, e quelle, a verifica, dell'atto Erbani non potevano ingenerare negli acquirenti, innanzitutto, alcun dubbio in ordine alla individuazione dell'oggetto del contratto, quale appartenentesi alla Porcaro.
In base a tale principi non poteva revocarsi indubbio che i Papaccio intendevano acquistare, come in effetti acquistarono, con l'atto Terracciano, il bene in contestazione.
L'esame del rogito di acquisto - determinante ai fini della buona fede, come si è detto - non evidenzia di per sè alcun elemento di dubbio o sospetto che potessero eventualmente nutrire gli acquirenti in ordine al buon diritto della venditrice.
Per altro verso andava rilevato che il fatto che entrambi i fondi fossero detenuti in fitto dal Papaccio, e che pertanto questi pagassero un estaglio sia a Erminia Porcaro che all'Esposito, non consentiva di stabilire con certezza se i predetti, allorché pagavano, erano certi di versare quanto dovuto per la part. 174 ovvero per la part. 152 nulla è stato comunque provato circa il pagamento degli estagli a seguito dell'atto Terracciano.
Inammissibile e irrilevante era pertanto la prova testimoniale dedotta dagli appellanti al foglio di deduzioni 14.6.1984, richiamata in grado di appello, in ordine ai rapporti di fitto intercorsi con l'Esposito.
La buona fede deve ravvisarsi soltanto nel momento iniziale, coincidente con la conclusione del contratto, ovvero con il momento dell'acquisto del possesso, quando questo sia successivo. Gli effetti della buona fede iniziale non sono esclusi dalla conoscenza successiva della difformità del possesso dal diritto. Irrilevante pertanto era ogni considerazione in ordine ai fatti successivi al rogito Terracciano. Le affermazioni fatte dagli acquirenti Papaccio in sede di interrogatorio formale (incarico dato ai tecnici) sono pertanto ininfluenti.
In conclusione doveva confermarsi la pronunzia di intervenuta usucapione decennale, precisandosi, quanto agli aventi causa dei Papaccio già vittoriosi in prime cure, che costoro, ai fini del tempus ad usucapionem, si giovano dell'accessio possessionis, unendo quindi al proprio il possesso dei danti causa, essendo l'istituto di cui all'art. 1146 c.c. pacificamente applicabile anche all'usucapione decennale (cfr. Cass. 13.5.1977, n. 1906).
Quanto alle pretese contenute negli appelli incidentali spiegati con la comparsa di costituzione in appello di Vincenzo Piccolo e Antonio Palma, pienamente ammissibile è l'eccezione di usucapione ex art. 1159 c.c., spiegata in subordine dagli appellanti incidentali al punto 2 della comparsa di costituzione 27.3.1997.
Il Palma e il Piccolo avevano fatte proprie tutte le difese svolte in primo grado dai convenuti allora costituiti. Operavano quindi per essi tutte le argomentazioni già svolte in precedenza. I predetti potevano giovarsi puramente dell'accessio possessionis, unendo il possesso esercitato dal proprio dante causa a quello proprio, esercitato nel 1980 per espressa ammissione delle controparti.
In accoglimento dell'eccezione di usucapione, e in riforma della impugnata sentenza, andava pertanto rigettata la domanda di rivendica relativa alle particelle 904 e 1010.
Le suesposte considerazioni sono del tutto esaustive e, pertanto, anche tale motivo appare privo di pregio.
Il ricorso va pertanto respinto; le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese che liquida in euro 361,50 oltre a 3.000,00 euro per onorari a favore di Antonio Papaccio e a 5.000,00 euro per onorari + euro 515,00 per spese, per gli altri controricorrenti.
Così deciso in Roma, il 24.1.2003

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 Cass. 
 art. 1159