Source: http://www.difesa.it/Giustizia_Militare/Rassegna/Bimestrale/2000/Pagine/Vol13CCass39.aspx
Timestamp: 2019-11-21 05:22:58+00:00

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(C.p.m.p., artt. 6, 7, 8, 263; L. 1383/1941, art. 3)
Cass. Sez. 6, ud. pubbl. 17 dicembre 1997, Pres. Pisanti, Rel. Assennato, p.m. diff
Il reato di collusione previsto dall'art. 3 legge 1383/1941 è reato militare.
La qualificazione soggettiva di ufficiale in congedo in ausiliaria non rientra tra quelle di ufficiale in servizio o considerato tale a fini penali militari.
Il reato di collusione previsto dall'art. 3 legge 1383/1941 non rientra tra le fattispecie penali militari per le quali la legge penale militare è applicabile anche ai militari in congedo.
Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, in esito a giudizio abbreviato dichiarava (omissis) di altrettanti delitti di collusione, previsti dall'art. 3 legge 1383/1941 (omissis).
Entrambe le sentenze venivano impugnate dagli imputati e dal Procuratore della repubblica presso quel Tribunale.
Il (omissis) in particolare chiedeva escludersi i delitti di collusione contestatigli e, in via gradata, l'assorbimento negli stessi dei delitti di corruzione, da qualificarsi come impropria non risultando che egli avesse compiuto atti contrari al suo dovere d'ufficio. Ancor più subordinatamente instava per la concessione dell'attenuante del risarcimento del danno, denegatagli in primo grado e prevalente, in uno con le attenuanti generiche già concessegli, sulla contestata aggravante.
La pubblica accusa con appello incidentale lamentava l'esiguità della pena inflitta al (omissis) e proponeva ricorso per cassazione, di poi convertito in appello, avverso la seconda sentenza chiedendo l'eliminazione delle attenuanti generiche concesse agli altri imputati e l'adeguamento in aumento delle pene loro inflitte.
La Corte d'appello di Milano, riuniti i due procedimenti, (omissis) rideterminava la pena loro inflitta, confermando del resto le sentenze impugnate.
Per il tramite dei rispettivi difensori ricorrono per cassazione tutti gli imputati.
Il (omissis) e il (omissis) in particolare e con ricorsi a firma dell'avvocato Enzo Lo Giudice, premesso che, "sostanzialmente non posti in dubbio i fatti nella loro materialità", è però "necessario riproporre in questa sede ... fondamentali questioni di diritto" in ordine alla loro configurabilità quali delitti di collusione e di corruzione, denunciano:
"... con riferimento agli artt. 15, 81, 319 c.p., 3 l. 1383/1941 - Mancanza di motivazione relativamente all'esclusione del concorso apparente di norme tra corruzione propria e collusione. Errata applicazione dei principi relativi al concorso di norme"
perché la Corte di merito ha fondato il proprio convincimento in ordine al ritenuto concorso formale tra i reati predetti "unicamente sulla costante giurisprudenza in tal senso e sulla diversità degli interessi tutelati dalla norma", nonché con "esplicito richiamo alle decisioni di primo grado" senza "esame delle specifiche argomentazioni di senso contrario e critiche mosse dalla difesa nei motivi d'appello" e perché, comprendendo "l'interesse protetto dal reato militare" compendiato "nel buon andamento di un particolare settore amministrativo ... l'interesse protetto dall'incriminazione della corruzione" compendiato "nel buon andamento e imparzialità dell'amministrazione nel suo insieme", il "disvalore proprio della corruzione" deve "ritenersi assorbito in quello della collusione";
errata applicazione di legge penale e vizio di motivazione in ordine all'applicabilità della legge penale militare ai militari in congedo
- perché in base al combinato disposto degli artt. 1, 7, 8, e 13 c.p.m.p., dovendo essere letta e interpretata in tale contesto la disposizione del citato art. 8, in base al quale la qualifica di appartenente alle forze armate "cessa per gli ufficiali solo con la notifica del provvedimento di congedo assoluto", tale qualifica in relazione ai reati militari compete all'ufficiale in congedo solo nei casi previsti al citato art. 7, tra i quali non rientra il delitto di collusione;
- perché la "pretesa specialità derogatoria delle legge introduttiva della collusione, successiva al codice penale militare di pace" ai sensi dell'art. "10 c.p.m.p. avrebbe dovuto contenere una deroga esplicita, di cui non v'è traccia ... in grado di modificare l'elencazione tassativa contenuta nell'art. 7";
- perché, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di merito, non si può attribuire al predetto art. 7 la "funzione di delimitare l'ambito di operatività della giurisdizione militare", esplicata invece dall'art. 263 dello stesso codice, come rilevato dalla Corte costituzionale, che con sentenza n. 429/1992 ha dichiarato illegittima detta norma nella parte in cui assoggetta alla giurisdizione militare le persone alle quali è applicabile la legge penale militare anziché i soli militari in servizio alle armi o considerati tali:
- perché la nozione di appartenente alle forze armate enucleabile dall'art. 103 Cost., riguardante soltanto i militari in servizio alle armi - e non anche quelli in congedo illimitato come l'imputato - impone che solo il legislatore con esplicita previsione possa estendere a soggetti non ricompresi in tale definizione la punibilità per reati speciali e perché, di conseguenza, non è fondata l'ipotesi interpretativa sostenuta in sentenza a pagina 27, che ravvisa la giustificazione della punibilità dell'imputato nella natura plurioffensiva "della collusione, che rientrerebbe, per questo motivo, nella categoria dei reati non esclusivamente militari"
Passando infine all'esame delle numerose censure levate dal (omissis), la Corte osserva che quella relativa all'applicabilità dell'art. 3 legge 1383/1941 agli ufficiali in ausiliaria della Guardia di Finanza ha natura preliminare e assorbente, dato che il riconoscimento della sua fondatezza renderebbe vano e superfluo nell'economia della decisione l'esame delle molte altre censure da lui levate in tema di configurabilità del delitto di collusione e di concorso formale di esso col delitto di corruzione.
Al riguardo, anche in ragione del ripetuto richiamo contenuto nella sentenza d'appello, è necessario evidenziare che i giudici di primo grado motivarono il rigetto delle istanze difensive del (omissis) essenzialmente sul duplice rilievo che questi alla data di commesso reato era collocato in ausiliaria quale ufficiale della Guardia di Finanza in congedo illimitato e che la norma introduttiva del delitto di collusione non distingueva tra militare in servizio e militare in congedo.
Nella seconda sentenza si rilevava inoltre che secondo il deliberato di questa Corte - più avanti estesamente riportato - lo stato giuridico di ufficiale in congedo illimitato comportava la sua persistente appartenenza al Corpo.
Analoghe considerazioni supportano in punto la decisione di secondo grado.
Il primo argomento, del quale il giudice dell'appello si è avvalso per risolvere la questione nel senso che tale norma va applicata anche all'ufficiale in ausiliaria, con laconicità qui da integrare, è infatti espresso sul rilievo che "le norme di cui all'art. 3 L. 1383/1941 non distinguono tra militari in servizio e militari in congedo".
Il secondo argomento fonda nella sentenza esaminata sulla considerazione che quello di collusione, sebbene sia "certamente un reato militare perché può essere commesso solo da un soggetto appartenente alla guardia di Finanza", come si rileverebbe anche dalla precisazione posta a chiusura dall'art. 3 predetto, laddove si stabilisce che la "cognizione di tali reati appartiene ai Tribunali militari", è posto dall'ordinamento a tutela di un bene giuridico, che "non è di natura squisitamente militare, avendo il legislatore, con l'introduzione di tale speciale delitto, inteso tutelare anche il regolare flusso delle entrate tributarie", ragione questa asseritamente sufficiente a spiegare perché il legislatore abbia voluto perseguire anche il militare in congedo.
Tratto quindi argomento da tre arresti giurisprudenziali, il giudice d'appello ha da ultimo fatto esaustivo riferimento alla sentenza di questa stessa Corte (Sez. I, 10.5.1995, n. 2863), che, affrontando la questione nel procedimento incidentale di libertà promosso dallo stesso ricorrente, l'ha risolto in applicazione della normativa speciale di cui alla legge 10.4.1954 n. 113 sullo "Stato degli Ufficiali dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica" ed essenzialmente sul rilievo che "ai sensi del terzo comma dell'art. 3 della legge 113/1954, gli ufficiali collocati in <> sono considerati in congedo, e non in congedo assoluto, con permanere degli obblighi e doveri previsti da detta legge per tutto il periodo in cui possono rimanere in tale <> (art. 56 citata legge: anni otto ovvero prima ... su specifico parere della competente autorità)".
Da tale constatazione derivava secondo la sentenza in parte qui riportata "che il (omissis), al momento della commissione del reato di collusione contestatogli - fatti commessi tra il 1989 ed il 1991 - rivestiva a tutti gli effetti, per essere stato collocato nella <> l'11 gennaio 1998 e per non essergli stato ancora notificato il provvedimento di cessazione definitiva degli obblighi di servizio militare (c.d. congedo assoluto), che ai sensi dell'art. 8 n. 1 c.p.m.p. determina la cessazione dell'appartenenza degli ufficiali alle forze armate dello Stato ai fini della legge penale militare", la "qualità per commettere il reato proprio".
Le conclusioni cui i giudici di merito sono in punto pervenuti sono malfondate in diritto.
Di vero la circostanza che la norma speciale, come si dice nella sentenza impugnata, "non distingue tra militari in servizio e militari in congedo", valutata nel contesto temporale e normativo suo proprio, assume portata e significato diversi da quelli attribuitile dai giudici di merito.
Al di là del referente formale specifico, di cui si dirà, criteri d'ermeneusi legale, radicati - ben oltre il diritto, che ne è il prodotto - nella razionalità stessa dell'umano pensare e perciò d'inveterata e costante applicazione, impongono infatti d'interpretare la legge speciale nel contesto ordinamentale suo proprio in modo che, laddove essa non disponga, il vuoto legislativo, che ne deriverebbe, venga colmato mediante applicazione delle norme di carattere generale.
Nel caso di specie peraltro tale principio trova espressa codificazione in un referente formale inoppugnabile, vale a dire nell'art. 19 c.p.m.p. .
Come correttamente e coerentemente sostenuto dal ricorrente, la "legislazione penale militare" dà luogo alla formazione "di un unitario ordinamento, quello militare, "perché organizzata in un corpus completo e sistematico", essendo la "unità del sistema ... espressamente sancita dall'art. 19 c.p.m.p., laddove si attribuisce al codice medesimo "la natura di legge penale militare fondamentale, stabilendo che le disposizioni in esso contenute si applicano anche alle altre leggi penali militari".
E' detto codice che, come correttamente evidenziato dal ricorrente, tra i soggetti, tutti ugualmente qualificati dalla comune appartenenza alle forze armate dello Stato nei limiti temporali segnati dall'art. 8, distingue i militari in servizio dai militari in congedo - illimitato o definitivo - e ne divide e gradua gli obblighi in relazione allo status rispettivo.
Peraltro nel caso di specie va per inciso rilevato che a spiegare il silenzio del legislatore sull'ambito di applicazione proprio della norma sarebbe già sufficiente considerare che la legge fu emanata a oltre un anno dall'inizio di un asperrimo conflitto, che - come pacifico sul piano storico - aveva già visto moltiplicarsi a dismisura le frodi nelle forniture del materiale di guerra, con effetti disastrosi sulla condotta delle operazioni belliche e sul morale delle truppe impegnate in un insostenibile confronto e nel contesto segnato dalla militarizzazione del personale civile in servizio presso il Comando generale del Corpo e presso le officine adibite alla manutenzione dei natanti in uso allo stesso, militarizzazione in primo luogo e in vista dei medesimi interessi disposta all'art. 1 "durante lo stato di guerra", cioè per tutta la durata del conflitto.
E' fin troppo chiaro che nel tempo e nel contesto predetti non era nemmeno ipotizzabile che un militare della Guardia di Finanza, abile al servizio, al servizio non fosse, di guisa che, mentre non era necessaria la distinzione - la cui mancanza è stata rilevata dai giudici di merito - tra militari in servizio e militari in congedo, è altrettanto chiaro che, finito lo stato di guerra, la normativa introdotta con la legge speciale doveva e alla stregua dei criteri ermeneutici sopra cennati deve essere interpretata e applicata nel contesto disegnato dalla normativa generale, vale a dire per il personale civile militarizzato dalle leggi amministrative regolanti il rapporto di impiego e per i militari dal codice penale militare e dalle leggi speciali.
Né alla circostanza che la cognizione dei suddetti reati sia stata dalla legge istitutiva espressamente riservata ai Tribunali militari si può attribuire il significato improprio attribuitole dai giudici di merito.
Tale attribuzione trova infatti giustificazione da una parte nelle esigenze, proprie dello stato di guerra, di un più spedito ed efficace intervento correttivo della giurisdizione e dall'altra nella considerazione che la precisazione appariva necessaria in ragione della configurazione plurisoggettiva di tutte le varie ipotesi di reato introdotte dalla norma, tranne l'ipotesi di peculato militare.
La circostanza che tali figure di reato postulano siccome necessario il concorso del militare con terzi estranei all'amministrazione militare avrebbe infatti potuto fare insorgere questioni circa la competenza a decidere di esse e vanificare per tale via la celerità di definizione, che si intendeva perseguire con la suddetta attribuzione di competenza al giudice militare, alla cui giurisdizione secondo la formula allora vigente dell'art. 263 c.p.m.p. potevano andar soggetti anche militari in congedo illimitato.
La normativa penale militare vigente e in specie la legge n. 1383/41 va però interpretata alla stregua della riforma del predetto art. 263 c.p.m.p. introdotta con sentenza n. 429/1992 dalla Corte Costituzione, che, dichiaratane l'illegittimità costituzionale nella parte in cui stabiliva l'applicabilità della legge penale militare anche a militari non in servizio alle armi, pur sottolineando che esistono due diversi modi di appartenere alle forze armate, l'uno per così dire potenziale riferibile ai militari in congedo, e l'altro attuale riferibile ai militari in servizio alle armi o considerati tali, ha statuito che, anche in materia militare, vertendosi in tema di delitti commessi da militari in congedo, di regola e salvo diversa disposizione di legge competente a giudicare è il giudice ordinario.
Su diverso versante va rilevato che, coerentemente muovendosi nell'ambito di applicazione delle leggi penali ed eccezionali segnato dall'art. 14 delle preleggi al codice - si legge nella sentenza - il legislatore, quando ha voluto estendere l'ambito di applicazione di una norma penale militare ai militari in congedo, lo ha fatto espressamente, come, per fermare la disamina ai casi segnalati dal ricorrente e per tacer d'altri, ha fatto sancendo all'art. 160 c.p.m.p. l'applicabilità ai militari in congedo degli artt. 157, 158 e 159 stesso codice nonché sancendo all'art. 214 l'applicabilità ai predetti dell'art. 212 stesso c.p.m.p. . Il fatto che nella previsione delle predette norme incriminatrici il soggetto agente è genericamente indicato nel <>, cioè con definizione identica a quella della norma speciale in esame, dimostra a chiare lettere che il legislatore ha precisato di volta in volta quando ha voluto che una norma penale militare sia applicata anche ai militari in congedo: ubi voluit, dixit.
Rilevato quindi che dei fermi giurisprudenziali citati nella sentenza impugnata, il primo è risalente a data anteriore alla modificazione normativa introdotta con la citata sentenza della Corte Costituzionale, il secondo è relativo ad un caso di sospensione temporanea dal servizio, che proprio in ragione della sua limitazione e della sua provvisorietà è inidonea a rescindere il rapporto di servizio e ad eliminare la posizione di militare alle armi del sospeso, e il terzo è irrilevante nel caso di specie, il Collegio ritiene malfondata in diritto la contrapposizione tra ufficiali in ausiliaria e militari in congedo argomentata nel quarto e più recente fermo giurisprudenziale citato nella sentenza d'appello e dalla quale deriverebbe una posizione dell'ufficiale giuridicamente diversa da quelle ipotizzate nel codice penale militare di pace.
Per vero, disciplinando - solo a fini amministrativi e non anche a fini penali - lo stato degli ufficiali dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica, la legge 10.4.1954 n. 113 non è stata volta dal legislatore ad innovare - se non del tutto indirettamente e accidentalmente - la normativa penale militare vigente ed essa quindi non dovrebbe fornire spunti di interpretazione della stessa se non nei limiti e a condizione dell'evidenza - ovvero di un'adeguata dimostrazione - di un'inferenza o di un riflesso innovatore da detta legge refluente sulla disciplina penale applicabile agli ufficiali predetti.
E infatti nel pieno rispetto della classificazione propria del codice penale militare di pace la legge predetta all'art. 3 stabilisce nel primo comma che gli ufficiali si distinguono in ufficiali in servizio permanente, ufficiali in congedo e ufficiali in congedo assoluto, e chiarisce nel terzo che gli ufficiali in congedo "non sono vincolati da rapporto di impiego ... hanno gli obblighi di servizio previsti dalla presente legge" e " sono ripartiti in quattro categorie: ufficiali dell'ausiliaria ...". Detta quindi, agli artt. 47-54 le disposizioni concernenti in generale gli ufficiali in congedo e, successivamente, in capi separati, quelle concernenti gli ufficiali in ausiliaria, gli ufficiali di complemento, quelli della riserva e quelli della riserva di complemento.
L'ufficiale in ausiliaria è dunque a tutti gli effetti un ufficiale in congedo illimitato.
In tale posizione alle date di commesso reato si trovava dunque incontestatamente il ricorrente, cui, per le ragioni anzidette in tema di rapporti tra legge speciale e legge generale, non risultando che egli versasse in alcuna delle posizioni eccezionali e temporanee previste gli artt. 5 e 6 c.p.m.p., torna dunque applicazione l'art. 7 stesso codice, laddove sono tassativamente calendati i reati per i quali la legge penale militare si applica anche ai militari in congedo illimitato (conf. S.U. 7.3.53, Ranalli, in Giust. Pen. 1953, II, 1064).
Tra detti reati non risulta elencato quello previsto all'art. 3, legge 1383/1941, e tanto sebbene il predetto art. 7, in epoca ampiamente successiva, sia stato modificato con l'art. 1 della legge 23.3.1956, . 167.
Il che sta inequivocabilmente a significate che, se l'addestramento specifico, l'elevata qualificazione, l'alta professionalità, lo spirito di corpo e il culto dell'onore, del dovere e della fedeltà allo Stato propri del militare giustificano agli occhi del legislatore e legittimano la natura militare della legge che sanziona penalmente la deviazione dai doveri propri di tale stato, il venir meno dell'appartenenza al Corpo allo stesso modo giustifica il venir meno della sanzione penale.
Per tali ragioni dunque l'ufficiale in congedo illimitato, ancorché in ausiliaria, quale ufficiale escluso dal servizio alle armi, non risponde più del delitto di collusione.
Ne consegue l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata nei capi relativi alla condanna del (omissis) per collusione, in mancanza della qualifica personale presupposta dalla norma incriminatrice non sussistendo i fatti a tal titolo addebitatigli.

References: art. 3

Cass. Sez. 
 sentenza 
 art. 8
 art. 7
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 sentenza 
 art. 263
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 art. 7
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