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Ricorso Per Cassazione - Cassazione Penale 19/06/2017 N° 30627 - Legge semplice
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Ricorso Per Cassazione – Cassazione Penale 19/06/2017 N° 30627
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Numero: 30627
Testo completo della Sentenza Ricorso per Cassazione – Cassazione penale 19/06/2017 n° 30627:
Sentenza 3 marzo – 19 giugno 2017, n. 30627
Dott. PACILLI Giuseppina A.R. – Consigliere –
avverso la sentenza n. 172/2015 CORTE APPELLO di TRENTO, del 13/01/2016;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 03/03/2017 la relazione fatta dal Consigliere Dott. BELTRANI SERGIO;
Udito il Procuratore Generale in persona della Dott. FODARONI Maria Giuseppina, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente agli effetti penali, per intervenuta prescrizione, con rigetto nel resto;
– Gannella Giulio, sostituto processuale dell’Avv. De Finis Luigi, per la parte civile C.D., che ha depositato conclusioni scritte e nota spese alle quali si è riportato;
– Gaentano Tenzi per l’imputato M., che si è riportato alle conclusioni del PG relativamente alla prescrizione, ed ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
– Aricò Giovanni per l’imputato A., che si è riportato ai motivi di ricorso e si è associato alle conclusioni del PG per quanto riguarda la prescrizione;
rilevate le regolarità degli avvisi di rito.
Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Trento ha confermato – per quanto in questa sede rileva – la sentenza con la quale il Tribunale della stessa città, in data 13 gennaio 2016, aveva dichiarato gli imputati P.G., A.G. e M.M., in atti generalizzati, colpevoli di concorso in truffa aggravata ex art. 61 c.p., n. 7, e art. 61 c.p., n. 11, condannandoli alle pene per ciascuno ritenute di giustizia, oltre alle statuizioni accessorie, anche in favore delle pp.cc. L.G. e C.D., in atti generalizzate.
Contro tale provvedimento gli imputati hanno proposto separati ricorsi per cassazione, deducendo più motivi che saranno enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.
All’odierna udienza pubblica, è stata verificata la regolarità degli avvisi di rito; all’esito, le parti presenti hanno concluso come riportato in epigrafe, ed il collegio, riunito in camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti, pubblicato mediante lettura in udienza.
I ricorsi degli imputati A. e M. sono in parte fondati; quello dell’imputato P. è, nel complesso, infondato.
Ne consegue che la sentenza impugnata va annullata senza rinvio, agli effetti penali, perchè il reato è estinto per prescrizione; vanno, peraltro, confermate le statuizioni civili.
1.1. Con il primo motivo, il ricorrente denuncia violazione dell’art. 521 c.p.p., per violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza (lamentando che il capo d’imputazione faccia espresso riferimento ad un profitto consistente nella percezione della somma di un milione di euro, in realtà mai chiesta nè ottenuta, ma bonificata quale deposito a fronte del quale la FLORIS BANK avrebbe dovuto emettere una garanzia per tre milioni di euro in favore di L.G.).
1.1.1 n motivo reitera, più o meno pedissequamente, censure già dedotte in appello e già non accolte, difettando, quindi, della necessaria specificità (Sez. 4^, sentenza n. 15497 del 22 febbraio – 24 aprile 2002, CED Cass. n. 221693; Sez. 6^, sentenza n. 34521 del 27 giugno 8 agosto 2013, CED Cass. n. 256133), ed è, comunque, manifestamente infondato.
La Corte di appello – con argomentazioni giuridicamente corrette, nonchè esaurienti, logiche e non contraddittorie, e, pertanto, esenti da vizi rilevabili in questa sede – ha motivatamente disatteso la doglianza difensiva, incensurabilmente valorizzando (f. 17 s.) la circostanza che “la ricostruzione operata in sentenza – di primo grado – secondo cui il milione di euro sarebbe stato versato non a titolo di provvigione, come si legge in imputazione, ma di contropartita/investimento al fine di ottenere entro l’anno una garanzia bancaria dell’importo di 3 milioni di euro, non immuta nella sostanza i termini dell’addebito sui quali tutte le parti in causa hanno avuto modo in giudizio di ampiamente dibattere, porre domande o chiedere chiarimenti, e proprio nel corso dell’esame dell’imputato A. si è appreso, e il dato è stato acquisito da tutte le Difese senza alcuna obiezione o contestazione, che la somma versata dai (coniugi) L. sarebbe stata utilizzata dalla FLORIS BANK per fare delle operazioni “a leva”, ossia per investimenti produttivi di interessi esponenziali”.
1.2. Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia motivazione apparente/assente quanto all’affermazione di responsabilità, in più punti viziata (cfr. rilievi a ff. 5/8 del ricorso).
1.2.1. Il motivo non è consentito, è assolutamente privo di specificità in tutte le sue articolazioni (in quanto reiterativo di doglianze già esaminate e non accolte dalla Corte di appello) e comunque del tutto assertivo: il ricorrente in concreto non si confronta adeguatamente con la motivazione della Corte di appello (che ripropone legittimamente le considerazioni del primo giudice, condivise perchè suffragate dagli elementi acquisiti, valorizzando a fondamento dell’affermazione di responsabilità, sia agli effetti penale che agli effetti civili, gli elementi riepilogati a f. 18 s. ed a f. 20 ss. della sentenza impugnata, ed in particolare l’incontestato accertamento della truffa contestata nella sua materialità, ed una serie di univoci elementi – dettagliatamente riepilogati – indicativi della consapevolezza del P. in ordine alla fittizietà dell’operazione finanziaria de qua, puntualmente esaminando e rigettando le censure difensive), limitandosi inammissibilmente a sollecitare una rivalutazione del materiale probatorio acquisito e valutato conformemente dai due giudici del merito.
Questa Corte, con orientamento (Sez. 4, n. 19710 del 3.2.2009, Rv. 243636; Sez. 2, n. 7986 del 18/11/2016, dep. 2017, Rv. 269218), che il collegio condivide e ribadisce, ha osservato che, in presenza di una c.d. “doppia conforme”, ovvero di una doppia pronuncia di eguale segno (nel caso di specie, riguardante l’affermazione di responsabilità), il vizio di travisamento della prova può essere rilevato in sede di legittimità solo nel caso in cui il ricorrente rappresenti (con specifica deduzione) che l’argomento probatorio asseritamente travisato è stato per la prima volta introdotto come oggetto di valutazione nella motivazione del provvedimento di secondo grado (“Invero, sebbene in tema di giudizio di Cassazione, in forza della novella dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), introdotta dalla L. n. 46 del 2006, è ora sindacabile il vizio di travisamento della prova, che si ha quando nella motivazione si fa uso di un’informazione rilevante che non esiste nel processo, o quando si omette la valutazione di una prova decisiva, esso può essere fatto valere nell’ipotesi in cui l’impugnata decisione abbia riformato quella di primo grado, non potendo, nel caso di c.d. doppia conforme, superarsi il limite del “devolutum” con recuperi in sede di legittimità, salvo il caso in cui il giudice d’appello, per rispondere alla critiche dei motivi di gravame, abbia richiamato atti a contenuto probatorio non esaminati dal primo giudice”).
1.2.2. Il motivo non sarebbe, comunque, accoglibile nella parte in cui deduce, agli effetti penali, vizi di motivazione con riguardo a reati contestualmente dichiarati prescritti da questa Corte.
Le Sezioni Unite di questa Corte (sentenza n. 35490 del 28 maggio 2009, Tettamanti, Rv. 244273 s.) hanno già esaminato il problema dell’ambito del sindacato, in sede di legittimità, sui vizi della motivazione, in presenza di cause di estinzione del reato, del quale le stesse Sezioni Unite avevano già avuto modo di occuparsi in passato (avevano, infatti, già affermato che, in presenza di una causa di estinzione del reato, non sono rilevabili in sede di legittimità i vizi di motivazione della sentenza impugnata, in quanto l’inevitabile rinvio della causa al giudice di merito dopo la pronunzia di annullamento risulterebbe comunque incompatibile con l’obbligo della immediata declaratoria di proscioglimento per intervenuta estinzione del reato: Sez. un., sentenza n. 1653 del 21 ottobre 1992, dep. 1993, Marino ed altri, Rv. 192471).
In linea con l’orientamento assolutamente prevalente nella giurisprudenza intervenuta successivamente sulla questione (Sez. 5, sentenza n. 7718 del 24 giugno 1996, Rv. 205548; Sez. 2, sentenza n. 15470 del 6 marzo 2003, Rv. 224290; Sez. 1, sentenza n. 4177 del 27 ottobre 2003, dep. 2004, Rv. 227098; Sez. 3, sentenza n. 24327 del 4 maggio 2004, Rv. 228973; Sez. 6, sentenza n. 40570 del 29 maggio 2008, Rv. 241317; Sez. 4, sentenza n. 14450 del 19 marzo 2009, Rv. 244001), il principio è stato ribadito (sostanzialmente nei medesimi termini, come è confermato dalle quasi speculari massime estratte dalle due citate decisioni delle Sezioni Unite) anche dalla sentenza Tettamanti, a parere della quale la Corte di cassazione, ove rilevi la sussistenza di una causa di estinzione del reato, non può rilevare eventuali vizi di legittimità della motivazione della decisione impugnata, poichè nel corso del successivo giudizio di rinvio il giudice sarebbe comunque obbligato a dichiarare immediatamente la sussistenza della predetta cause di estinzione del reato.
Il principio opera anche in presenza di mere cause di nullità di ordine generale, assolute ed insanabili, identica essendo la ratio, fondata sull’incompatibilità del rinvio per nuovo giudizio di merito con il principio dell’immediata applicabilità della causa estintiva.
A conclusioni diverse dovrebbe giungersi nel solo caso in cui l’operatività della causa di estinzione del reato presupponga specifici accertamenti e valutazioni riservati al giudice di merito, nei qual caso assumerebbe rilievo pregiudiziale la nullità, in quanto funzionale alla necessaria rinnovazione del relativo giudizio.
Il principio è stato successivamente ribadito, più o meno nei medesimi termini, tra le altre, da Sez. 6, sentenza n. 23594 del 19 marzo 2013, Rv. 256625, secondo la quale “Nel giudizio di cassazione, relativo a sentenza che ha dichiarato la prescrizione del reato, non sono rilevabili nè nullità di ordine generale, nè vizi di motivazione della decisione impugnata, anche se questa abbia pronunciato condanna agli effetti civili, qualora il ricorso non contenga alcun riferimento ai capi concernenti gli interessi civili”, e merita senz’altro di essere condiviso.
Vanno, pertanto, ribaditi i seguenti principi di diritto:
“In presenza di una causa di estinzione del reato il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129, comma 2, c.p.p. soltanto nei casi in cui le circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la commissione del medesimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, così che la valutazione che il giudice deve compiere al riguardo appartenga più al concetto di “constatazione”, ossia di percezione ictu oculi, che a quello di “apprezzamento”, e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento”.
“Nel giudizio di cassazione, relativo a sentenza che ha dichiarato la prescrizione del reato, non sono rilevabili nè nullità di ordine generale, nè vizi di motivazione della decisione impugnata”.
I principi di diritto appena enunciati comportano – in considerazione della conclusiva declaratoria di estinzione per prescrizione del reato ascritto all’imputato – la non rilevabilità in questa sede, agli effetti penali, di eventuali vizi di motivazione della decisione impugnata, evidente apparendo che la motivazione della sentenza impugnata non risulta del tutto carente nè meramente apparente, e non essendo stata proposta dall’imputato valida e tempestiva rinunzia alla prescrizione.
1.3. Con il terzo motivo, il ricorrente denuncia nullità della sentenza per violazione delle regole sulla prescrizione del reato (lamenta che, dopo aver sospeso la prescrizione del reato dal 6.11.2012 al 23.3.2013, il Tribunale di Varese si è dichiarato incompetente per territorio, il che farebbe venir meno gli effetti della disposta sospensione: di conseguenza, la prescrizione massima sarebbe maturata nell’ottobre del 2015, ovvero prima della sentenza d’appello; cita a sostegno della propria affermazione Sez. 6, n. 7681 del 14/01/2004, Rv. 229830, così massimata: “Dopo la sentenza dichiarativa di incompetenza da parte del giudice dell’udienza preliminare, e la conseguente trasmissione degli atti al P.M. presso il giudice ritenuto competente, lo stesso P.M. può liberamente determinarsi in ordine all’esercizio dell’azione penale, e può dunque formulare anche una richiesta di archiviazione del procedimento. (In motivazione la Corte ha affermato che il comma terzo dell’art. 22 c.p.p., con l’espressa ed originaria previsione della trasmissione degli atti al P.M. e non direttamente al giudice cui viene attribuita la competenza, esprime la volontà legislativa di una deroga al principio di irretrattabilità dell’azione penale)”.
1.3.1. Il motivo è infondato.
Deve premettersi che il principio affermato dalla decisione giurisprudenziale citata dal ricorrente, pur senz’altro condivisibile, appare all’evidenza non attinente alla dedotta questione, non comportando in alcun modo la caducazione delle sospensioni della prescrizione in ipotesi intervenute e dichiarate prima della declaratoria di incompetenza per territorio.
Una pur risalente, ma tuttora valida decisione (Sez. 3, n. 934 del 17/04/1970, Rv. 115464) ha già affermato che “Il decreto di citazione a giudizio non inficiato di nullità, in quanto rappresenta il concreto esercizio dell’azione penale ed ha l’attitudine di esprimere la persistente volontà di perseguire l’illecito, costituisce valido atto interruttivo della prescrizione ancorchè sia seguito da declaratoria di incompetenza per territorio da parte della stessa Autorità che lo ha emesso”.
Se ne desume, per trasparente identità di ratio, che la declaratoria di incompetenza per territorio non priva di rilievo gli eventi interruttivi e/o sospensivi della prescrizione già intervenuti.
Peraltro, in difetto di una espressa previsione di legge ad hoc, sarebbe all’evidenza irragionevole computare – ai fini della decorrenza del termine di prescrizione – il tempo trascorso prima della declaratoria di incompetenza per territorio, ma non anche i periodi di sospensione in quella medesima fase intervenuti.
1.3.2. La giurisprudenza di questa Corte ha più volte chiarito che non può porsi la questione della declaratoria della prescrizione eventualmente maturata dopo la sentenza d’appello, nei casi in cui il ricorso risulti in toto inammissibile, perchè l’inammissibilità del ricorso per cassazione “non consente il formarsi di un valido rapporto dì impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell’art. 129 c.p.p.” (Sez. un., sentenza n. 32 del 22 novembre 2000, Rv. 217266: nella specie, l’inammissibilità del ricorso era dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi, e la prescrizione del reato era maturata successivamente alla data della sentenza impugnata con il ricorso; conformi, Sez. un., sentenza n. 23428 del 2 marzo 2005, Rv. 231164, e Sez. un., sentenza n. 19601 del 28 febbraio 2008, Rv. 239400).
1.3.2.1. In considerazione della rilevanza che conseguentemente può assumere la declaratoria di infondatezza o manifesta infondatezza dei motivi (quest’ultima costituente causa speciale d’inammissibilità del ricorso per cassazione ex art. 606 c.p.p., comma 3), vanno compiutamente illustrati i parametri ai quali il giudice di legittimità deve attenersi ai fini della relativa valutazione.
Invero, come la giurisprudenza di questa Corte (Sez. un., sentenza n. 21 dell’11 novembre 1994, dep. 1995, Cresci, in motivazione) ha già avuto modo di osservare, “il discrimine tra manifesta infondatezza e (semplice) infondatezza dei motivi è incerto e pone il giudice di fronte a una scelta talvolta opinabile”, che diventa assai impegnativa, proprio perchè l’inammissibilità per manifesta infondatezza, secondo l’orientamento in atto dominante, risulta preclusiva del proscioglimento dell’imputato a norma dell’art. 129 c.p.p..
1.3.2.2. Il riferimento all’infondatezza (non mera, bensì) “manifesta” di una qualsivoglia prospettazione non può ritenersi nel vigente ordinamento occasionale: basti pensare alla disciplina prevista per le eccezioni d’incostituzionalità dalla L. 11 marzo 1953, n. 87, artt. 26 e 29 e dall’art. 9 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, approvate il 7 ottobre 2008.
In questo ambito, si ritiene, con orientamento ormai tradizionalmente consolidato (cfr., fra le tante, Corte cost. n. 32 del 1963, n. 37 del 1970 e n. 8 del 1971), che sia manifestamente infondata la questione che si riveli “ictu oculi priva di ogni consistenza”, ovvero che riproponga pedissequamente una questione già dichiarata non fondata in difetto “di nuovi motivi che possano indurre a modificare la precedente decisione”.
1.3.2.3. Analogo riferimento, e sempre come causa d’inammissibilità del ricorso, figurava nell’art. 524 c.p.p., comma 3 abr.
E la giurisprudenza dell’epoca era ferma nel ritenere che il motivo di ricorso è manifestamente infondato, comportando l’inammissibilità del gravame, ex art. 524, u.c., cit., “non solo quando sia palesemente erroneo in diritto, ma anche quando affermi, sul fatto, sullo svolgimento del processo, sulla sentenza impugnata, censure o critiche sostanzialmente vuote di significato in quanto manifestamente contrastate dagli atti processuali. Tale è il caso, in particolare, del motivo di ricorso che attribuisca alla motivazione della decisione impugnata un contenuto letterale, logico e critico radicalmente diverso dal contenuto reale” (Sez. 2, n. 1828 del 21/03/1973, dep. 1974, Rv. 126313), o, comunque, che è inammissibile, perchè manifestamente infondato, “il motivo di ricorso per cassazione con cui si propone ancora una volta una questione già costantemente decisa dal Supremo collegio in senso opposto a quello sostenuto dal ricorrente” (Sez. 2, n. 10871 del 04/07/1975, Rv. 131225).
1.3.2.4. Nella vigenza del codice di rito del 1988, il tema risulta compiutamente esaminato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 32 del 22/11/2000, D.L., in motivazione.
In quella occasione si chiarì che l’attributo “manifesta” evoca “la significazione di palese inconsistenza delle censure”; e che la “manifesta infondatezza” “si traduce nella proposizione di censure caratterizzate da evidenti errori di diritto nell’interpretazione della norma posta a sostegno del ricorso, il più delle volte contrastata da una giurisprudenza costante e senza addurre motivi nuovi o diversi per sostenere l’opposta tesi, ovvero invocando una norma inesistente nell’ordinamento, solo per indicare le più frequenti ipotesi di applicazione dell’art. 606, comma 3, secondo periodo. Fino a profilare – sul piano funzionale come costante la pretestuosità del gravame, non importa se conosciuta o no dallo stesso ricorrente”.
1.3.2.5. D’altro canto, la Relazione al Progetto preliminare del c.p.p. (n. 171) aveva, in proposito, evocato la nozione di “motivi che, pur essendo esposti in forma specifica, sono nondimeno manifestamente privi di qualsiasi base giuridica, come quando, ad esempio, si pretendesse di disconoscere l’esistenza o il senso assolutamente univoco di una determinata disposizione di legge”.
1.3.2.6. La stessa Corte costituzionale (sentenza n. 186 del 7 – 13 giugno 2000), nel dichiarare costituzionalmente illegittimo l’art. 616 c.p.p., nella parte in cui non prevede che la Corte di cassazione, in caso di inammissibilità del ricorso, possa non pronunciare la condanna in favore della Cassa delle ammende, a carico della parte privata che abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, ha in buona sostanza ammesso che la manifesta infondatezza del motivo di ricorso “possa essere contrassegnata, sempre sul piano funzionale, da una pretestuosità oggettiva, prescindente dalla deliberata volontà dell’interessato di ritardare la formazione del titolo esecutivo” (Sez. un., sentenza n. 32 del 22/11/2000, cit., in motivazione).
1.3.2.7. Da queste condivise considerazioni, la giurisprudenza di questa Corte ha già correttamente desunto che il ricorso per cassazione la cui definizione presupponga la risoluzione di problema oggetto di contrasto nella giurisprudenza di legittimità non può considerarsi proposto per motivi manifestamente infondati e, come tale, non è inammissibile, sicchè non preclude la rilevazione della prescrizione del reato maturata nelle more della sua discussione (Sez. 6^, n. 35391 dell’11/07/2003, Rv. 226332).
1.3.2.8. Traendo le conclusioni di questa esposizione senz’altro doverosa (in considerazione della delicatezza della questione esaminata, e delle sue possibili implicazioni, anche quanto al rispetto dei principi del processo equo, della presunzione d’innocenza ed, in definitiva, della certezza del diritto, garantiti dall’art. 6, p.p. 1 e 2, della Convenzione EDU, ma anche dagli artt. 25, 27 e 111 Cost., che sarebbe possibile ritenere violati da un sistema nel quale l’estinzione di un reato per prescrizione dipenda non soltanto dal decorso del tempo e dal susseguirsi degli eventi che possono sospenderla od interromperla, ma anche da una valutazione del giudice sulla fondatezza dei mezzi di ricorso, in ipotesi arbitraria, se non ancorata a parametri certi e predefiniti), deve ritenersi che il giudice di legittimità, ai fini della declaratoria di inammissibilità del ricorso, non sia chiamato ad una arbitraria delibazione quanto alla infondatezza (mera o manifesta) dei motivi, ma sia tenuto a valutare:
A) con riferimento ai motivi che deducano inosservanza od erronea applicazione di leggi, se essi risultino caratterizzati da evidenti errori di diritto nell’interpretazione della norma posta a sostegno del ricorso, come accade nei casi in cui:
– si invochi una norma inesistente nell’ordinamento;
– si pretenda di disconoscere l’esistenza o il senso assolutamente univoco di una determinata disposizione di legge;
– si riproponga una questione già costantemente decisa dal Supremo collegio in senso opposto a quello sostenuto dal ricorrente, senza addurre motivi nuovi o diversi per sostenere l’opposta tesi;
B) con riferimento ai motivi che deducano vizi di motivazione (se consentiti e dotati della specificità necessaria ex art. 581 c.p.p., comma 1, lett. C): in difetto, opererebbe una diversa e tassativa causa d’inammissibilità del ricorso), se essi muovano, sul fatto, sullo svolgimento del processo, sulla sentenza impugnata, censure o critiche sostanzialmente vuote di significato in quanto manifestamente contrastate dagli atti processuali, come accade, ad esempio, nel caso in cui il motivo di ricorso attribuisca alla motivazione della decisione impugnata un contenuto letterale, logico e critico radicalmente diverso da quello reale.
1.3.2.9. In applicazione di questi principi, il terzo motivo del ricorso P. risulta – in difetto di una espressa previsione di legge contraria e di una compiuta elaborazione giurisprudenziale in senso difforme rispetto a quanto argomentato dal ricorrente meramente infondato.
Ne consegue la dichiarazione di estinzione del reato agli effetti penali (essendo nelle more decorso, pur tenendo contro delle sospensioni intervenute, a partire dal 7.3.2016 il previsto termine di prescrizione, e non apparendo consentita – in considerazione degli elementi valorizzati dai giudici del merito a fondamento dell’affermazione di responsabilità – una più favorevole assoluzione per ragioni di merito ex art. 129 c.p.p.).
Vanno, peraltro, confermate le statuizioni civili.
1.4. Con il quarto motivo il ricorrente, premesso di essere stato dichiarato contumace dal Tribunale di Varese, lamenta di non aver ricevuto la prescritta notificazione dell’estratto contumaciale della sentenza di primo grado.
1.4.1. Il motivo non è consentito, perchè dedotto per la prima volta in sede di legittimità (in difetto di appello sul punto, risultando privo della specificità necessaria ex art. 581 c.p.p., comma 1, lett. C), l’appello per relationem che richiami “i motivi d’appello dei difensori dei coimputati in quanto estensibili” – f. 8 appello P. – senza compiuta autonoma indicazione degli elementi indicati dall’art. 581 c.p.p.), e comunque manifestamente infondato, poichè il Tribunale di Trento, che ha emesso la sentenza di condanna di primo grado, aveva dichiarato l’imputato “assente” in applicazione della sopravvenuta ed applicata L. n. 67 del 2014.
2. Ricorso A..
2.1. Con il primo motivo, l’imputato denuncia violazione dell’art. 640 c.p., e vizi di motivazione quanto all’affermazione di responsabilità (in particolare lamentando, con riguardo al ritenuto elemento psicologico, che mancherebbe la prova di un suo fattivo e consapevole contributo alla condotta concorsuale contestata, che la sentenza impugnata non indicherebbe: l’imputato si sarebbe limitato in una sola occasione a fungere da nuncius; inoltre, non sarebbero state esaminate le plurime deduzioni difensive riversate in atti nel corso del giudizio di appello.
2.1.1. Il motivo non è consentito, è assolutamente privo di specificità in tutte le sue articolazioni (in quanto reiterativo di doglianze già esaminate e non accolte dalla Corte di appello) e comunque del tutto assertivo.
2.1.2. Vanno in proposito richiamati i principi già affermati nei p.p. 1.2.1. ed 1.2.2. di queste Considerazioni in diritto.
2.1.3. Ciò premesso, il ricorrente in concreto non si confronta adeguatamente con la motivazione della Corte di appello (che ripropone legittimamente le considerazioni del primo giudice, condivise perchè suffragate dagli elementi acquisiti, valorizzando a fondamento dell’affermazione di responsabilità, sia agli effetti penale che agli effetti civili, gli elementi riepilogati a f. 18 s. ed a f. 25 s. della sentenza impugnata, ed in particolare l’incontestato accertamento della truffa contestata nella sua materialità, ed una serie di univoci elementi dettagliatamente riepilogati – indicativi della consapevolezza dell’ A. in ordine alla fittizietà dell’operazione finanziaria de qua, puntualmente esaminando e rigettando le censure difensive), limitandosi inammissibilmente a sollecitare una rivalutazione del materiale probatorio acquisito e valutato conformemente dai due giudici del merito.
2.1.4. I richiamati principi di diritto comportano peraltro – tenuto conto della conclusiva declaratoria di estinzione per prescrizione del reato ascritto all’imputato – la non rilevabilità in questa sede, agli effetti penali, di eventuali vizi di motivazione della decisione impugnata, evidente apparendo che la motivazione della sentenza impugnata non risulta del tutto carente nè meramente apparente, e non essendo stata proposta dall’imputato valida e tempestiva rinunzia alla prescrizione.
2.2. Con il secondo motivo, l’imputato lamenta violazione dell’art. 61 c.p., comma 1, n. 11, e vizio di motivazione, nonchè erronea interpretazione dell’art. 59 c.p., comma 2, artt. 70 e 118 c.p., (lamentando che la circostanza aggravante di cui all’art. 61 c.p., comma 1, n. 11, fosse stata contestata in riferimento ai rapporti intercorrenti tra l’imputato A. e le vittime della truffa, delle quale l’ A. era consulente finanziario, e solo conseguentemente estesa ai concorrenti nel reato: ma la Corte di appello avrebbe omesso di prendere atto della contestualmente pronunciata assoluzione dell’ A. dal reato ascrittogli, perchè il fatto non costituisce reato, e, conseguentemente, dell’impossibilità di ritenere l’aggravante in danno dei concorrenti).
2.2.1. Il motivo è all’evidenza fondato, per le ragioni indicate dal ricorrente: venuto meno il contributo concorsuale dell’imputato A. alla truffa commessa dagli altri imputati, risulta indebitamente ritenuta la configurabilità (e quindi l’estensione ai concorrenti ritenuti responsabili del reato) di una circostanza aggravante fondata unicamente sullo status soggettivo dell’ A., conclusivamente ritenuto estraneo al reato.
2.2.2. Ne consegue la dichiarazione di estinzione del reato agli effetti penali (essendo nelle more decorso, pur tenendo contro delle sospensioni intervenute, a partire dal 7.3.2016 il previsto termine di prescrizione, e non apparendo consentita – in considerazione degli elementi valorizzati dai giudici del merito a fondamento dell’affermazione di responsabilità una più favorevole assoluzione per ragioni di merito ex art. 129 c.p.p.).
Vanno, peraltro, confermate le statuizioni civili, non inficiate dalla statuizione che precede, essendo rimasto immutato, nelle sue connotazioni essenziali, il fatto-reato contestato, accertato e produttivo del danno liquidato.
2.3. Con il terzo motivo l’imputato denuncia violazione degli artt. 133 e 62 – bis c.p., con vizio di motivazione (lamentando che la Corte di appello abbia sul punto rinviato alla parte della sentenza impugnata dedicata alle questioni comuni, dove i corrispondenti motivi di (appello non sarebbero in realtà esaminati, il che renderebbe non motivate le statuizioni riguardanti il diniego delle attenuanti generiche e la determinazione della pena).
2.3.1. Il motivo è assorbito dalla declaratoria di estinzione del reato per prescrizione, ed era comunque manifestamente infondato, poichè la motivazione della quale si lamenta la mancanza è, in realtà, presente a f. 24 s. della sentenza impugnata (la Corte di appello ha solo indicato erroneamente la parte della motivazione cui rinviava).
3. Ricorso M..
3.1. Con il primo motivo l’imputato denuncia violazione dell’art. 21 c.p.p., comma 2, art. 10 c.p., comma 2, e art. 9 c.p., comma 3, (lamentando l’incompetenza per territorio del Tribunale di Trento, per essere competente il Tribunale di Varese).
3.1.1. Il motivo è dedotto in carenza d’interesse, e non è comunque consentito.
La Corte d’appello (f. 15) ha espressamente evidenziato che la difesa del M., unitamente alle altre difese, aveva dinanzi al Tribunale di Varese eccepito l’incompetenza per territorio, per essere competente il Tribunale di Trento, dinanzi al quale era stata successivamente eccepita ancora una volta l’incompetenza per territorio, per essere questa volta competente il Tribunale di Varese.
Sul punto l’odierno ricorso nulla osserva, e quindi non contesta quanto affermato dalla Corte d’appello.
D’altro canto, la sentenza con la quale il Tribunale di Varese in data 22.3.2013 ha dichiarato la propria incompetenza per territorio, per essere competente il Tribunale di Trento, reca in epigrafe l’indicazione che, per la difesa degli imputati, era stata chiesta (deve ritenersi concordemente e congiuntamente, in difetto dell’indicazione di richieste diversificate) “sentenza di incompetenza per territorio dell’adito giudice con conseguente trasmissione degli atti al Pubblico Ministero presso il Tribunale di Trento”.
3.1.2. Ciò premesso, appare evidente, da un lato, che l’imputato non abbia interesse a dolersi di una statuizione alla quale non si è in precedenza limitato a prestare acquiescenza, ma che risulta avere addirittura – come nel caso di specie – sollecitato -, dall’altro che egli, avendo concorso a dar luogo al vizio eccepito, non possa dolersene.
3.1.3. D’altro canto, per il principio della “perpetuatio jurisdictionis” la questione relativa alla competenza per territorio non può essere proposta oltre i limiti temporali costituiti dalla conclusione dell’udienza preliminare o, se questa manchi, dal compimento per la prima volta dell’accertamento della costituzione delle parti nel corso degli atti introduttivi al giudizio, sicchè resterebbero comunque privi di rilievo eventuali, successivi, eventi istruttori o decisori, di significato diverso rispetto ai dati prima valutati ai fini della fissazione della competenza per territorio (Sez. 6, n. 33435 del 04/05/2006, Rv. 234347).
3.2. Con il secondo motivo, l’imputato denuncia violazione degli artt. 191, 234 e 526 c.p.p., mancata assunzione di prove decisive e vizi di motivazione quanto alla valutazione delle prove che ha portato alla conclusiva affermazione di responsabilità, lamentando altresì travisamento dei fatti e delle risultanze processuali.
3.2.1. Il motivo non è consentito, è assolutamente privo di specificità in tutte le sue articolazioni (in quanto reiterativo di doglianze già esaminate e non accolte dalla Corte di appello) e comunque del tutto assertivo.
3.2.2. Vanno in proposito richiamati i principi già affermati nei p.p. 1.2.1. ed 1.2.2. di queste Considerazioni in diritto.
3.2.3. Deve aggiungersi che il giudice della legittimità deve limitarsi a verificare l’adeguatezza delle considerazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per giustificare il suo convincimento. La mancata rispondenza di queste ultime alle acquisizioni processuali può, soltanto ora, essere dedotta quale motivo di ricorso qualora comporti il c.d. “travisamento della prova” (consistente nell’utilizzazione di un’informazione inesistente o nell’omissione della valutazione di una prova, accomunate dalla necessità che il dato probatorio, travisato od omesso, abbia il carattere della decisività nell’ambito dell’apparato motivazionale sottoposto a critica), purchè siano indicate in maniera specifica ed inequivoca le prove che si pretende essere state travisate, nelle forme di volta in volta adeguate alla natura degli atti in considerazione, in modo da rendere possibile la loro lettura senza alcuna necessità di ricerca da parte della Corte, e non ne sia effettuata una monca individuazione od un esame parcellizzato.
Permane, al contrario, la non deducibilità, nel giudizio di legittimità, del travisamento del fatto, stante la preclusione per la Corte di cassazione di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di merito (Sez. 6, sentenza n. 25255 del 14 febbraio 2012, Rv. 253099).
3.2.4. Ciò premesso, il ricorrente in concreto non si confronta adeguatamente con la motivazione della Corte di appello (che ripropone legittimamente le considerazioni del primo giudice, condivise perchè suffragate dagli elementi acquisiti, valorizzando a fondamento dell’affermazione di responsabilità, sia agli effetti penale che agli effetti civili, gli elementi riepilogati a f. 18 s. ed a f. 21 della sentenza impugnata, ed in particolare le dichiarazioni del teste MA. e del coimputato A., desumendone l’incontestato accertamento della truffa contestata nella sua materialità, ed una serie di univoci elementi – dettagliatamente riepilogati – indicativi del coinvolgimento del M. nell’operazione finanziaria truffaldina de qua, puntualmente esaminando e rigettando le censure difensive), limitandosi inammissibilmente a sollecitare una rivalutazione del materiale probatorio acquisito e valutato conformemente dai due giudici del merito.
3.2.5. I richiamati principi di diritto comportano – in considerazione della conclusiva declaratoria di estinzione per prescrizione del reato ascritto all’imputato – la non rilevabilità in questa sede, agli effetti penali, di eventuali vizi di motivazione della decisione impugnata, evidente apparendo che la motivazione della sentenza impugnata non risulta del tutto carente nè meramente apparente, e non essendo stata proposta dall’imputato valida e tempestiva rinunzia alla prescrizione.
3.3. Con il terzo motivo, l’imputato denuncia violazione degli artt. 178 e 585 c.p.p., nonchè L. n. 67 del 2014, art. 15 – bis, lamentando l’omessa notifica dell’estratto contumaciale.
3.3.1. Il motivo è manifestamente infondato, in quanto il Tribunale di Trento, che ha emesso la sentenza di condanna di primo grado, aveva dichiarato l’imputato “assente” in applicazione della sopravvenuta ed applicata L. n. 67 del 2014 (cfr. p. 1.4.1. di queste Considerazioni in diritto); d’altro canto, la doglianza è già stata disattesa dalla Corte d’appello (f. 16 s.) con argomentazioni assolutamente corrette, e quindi incensurabili in questa sede.
3.4. Con il quarto motivo, l’imputato lamenta violazione dell’art. 61 c.p., comma 1, n. 11 e vizio di motivazione (lamentando che la circostanza aggravante di cui all’art. 61 c.p., comma 1, n. 11 – insussistente e non conosciuta – fosse stata contestata in riferimento ai rapporti intercorrenti tra l’imputato A. e le vittime della truffa, delle quale l’ A. era consulente finanziario, e solo conseguentemente estesa ai concorrenti nel reato: ma la Corte di appello avrebbe omesso di prendere atto della contestualmente pronunciata assoluzione dell’ A. dal reato ascrittogli, perchè il fatto non costituisce reato, e, conseguentemente, dell’impossibilità di ritenere l’aggravante in danno dei concorrenti).
3.4.1. Il motivo è all’evidenza fondato, per le medesime ragioni indicate nel p. 2.2.1. di queste Considerazioni in diritto.
3.4.2. Ne consegue la dichiarazione di estinzione del reato agli effetti penali (essendo nelle more decorso, pur tenendo contro delle sospensioni intervenute, a partire dal 7.3.2016 il previsto termine di prescrizione, e non apparendo consentita – in considerazione degli elementi valorizzati dai giudici del merito a fondamento dell’affermazione di responsabilità una più favorevole assoluzione per ragioni di merito ex art. 129 c.p.p.).
4. In considerazione dell’intervenuta conferma delle statuizioni civili, i ricorrenti vanno condannati in solido alla rifusione delle spese sostenute in questo grado dalla parte civile C.D., che, tenuto conto del numero e della non elevata complessità delle attività svolte, vanno liquidate in euro tremilacento, oltre spese generali nella misura del 15%, C.P.A. ed I.V.A..
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il reato è estinto per prescrizione. Conferma le statuizioni civili, e condanna i ricorrenti in solido alla rifusione delle spese sostenute in questo grado dalla parte civile C.D., che liquida in Euro tremilacento, oltre spese generali nella misura del 15%, C.P.A. ed I.V.A..
Così deciso in Roma, il 3 marzo 2017.Depositato in Cancelleria il 19 giugno 2017.

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 art. 61
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 Cass. 
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 art. 606
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 art. 524
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 art. 581
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 art. 129
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 art. 129
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 art. 10
 art. 9
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 art. 15
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 art. 129
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