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Corte di Cassazione, sezione VI civile, ordinanza 27 luglio 2016, n. 15530 - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione VI civile, ordinanza 27 luglio 2016, n. 15530
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I principi in tema di c.d. prospective overruling attengono unicamente alle regole processuali e non si applicano, pertanto, all’ipotesi di mutamento giurisprudenziale relativo all’esistenza dei presupposti applicativi dell’IRAP
ordinanza 27 luglio 2016, n. 15530
sul ricorso 7615/2015 proposto da:
AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende ope legis;
(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta mandato a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 1507/02/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE di BOLOGNA, depositata il 25/06/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 15/06/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ROBERTO GIOVANNI CONTI.
(OMISSIS) presentava istanza di rimborso relativa all’IRAP versata per gli anni dal 1999 al 2005 in data 19.5.2004. Il successivo silenzio rifiuto veniva impugnato dalla parte contribuente innanzi alla CTP di Forli’ che accoglieva il ricorso. L’Agenzia delle entrate impugnava la sentenza di primo grado con specifico riguardo all’annualita’ versata dal contribuente nel 1999 e la CTR dell’Emilia Romagna, con la sentenza n. 1507/02/14, depositata il 9 giugno 2014, rigettava il ricorso ritenendo che, per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 156/2001- dalla quale era emersa la circostanza che il contribuente non era soggetto ad IRAP – doveva ritenersi la tempestivita’ della domanda di rimborso, decorrendo la stessa dalla data della sentenza del giudice costituzionale – 21 maggio 2001 – in forza dei principi in tema di overrulling. L’istanza di rimborso doveva pertanto ritenersi tempestiva all’epoca in cui la stessa era stata presentata.
L’Agenzia ricorrente deduce la violazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973, articolo 38, e del Decreto Legislativo n. 546 del 1972, articolo 21. Premesso che erano pacifici il versamento delle somme relative ad IRAP nell’anno 1999 e la presentazione dell’istanza di rimborso del contribuente in data 19 maggio 2004, la ricorrente evidenzia l’erroneita’ della decisione impugnata, che aveva applicato i principi in tema di c.d. overrulling all’ipotesi di mutamento giurisprudenziale relativo all’esistenza dei presupposti per l’assoggettabilita’ al tributo IRAP nei confronti degli esercenti l’attivita’ di libero professionista, tralasciando cosi’ di considerare che la possibilita’ di non subire gli effetti del mutamento di interpretazione da parte del soggetto che aveva fatto affidamento sulla precedente consolidata giurisprudenza atteneva unicamente alle norme processuali.
Il ricorso e’ manifestamente fondato.
Questa Corte ha avuto modo di chiarire che affinche’ si possa parlare di “prospective overrulling”, devono ricorrere cumulativamente i seguenti presupposti: a)che si verta in materia di mutamento della giurisprudenza su di una regola del processo; che tale mutamento sia stato imprevedibile in ragione del carattere lungamente consolidato nel tempo del pregresso indirizzo, tale, cioe’, da indurre la parte a un ragionevole affidamento su di esso; b)che il suddetto “overruling” comporti un effetto preclusivo del diritto di azione o di difesa della parte – cfr. Cass. n. 16132/2015 -.
Orbene, del tutto errato e’ risultato il richiamo operato dalla CTR all’applicazione del c.d. overrulling in ragione dell’affidamento che il contribuente avrebbe goduto in epoca anteriore alla pronunzia della Corte costituzionale n.156/2001 in ordine alla debenza del tributo, si’ da poter fruire del termine di decadenza decorrente da tale decisione con la quale sarebbe stata chiarita, con efficacia interpretativa vincolante, l’insussistenza del tributo in assenza del presupposto dell’esercizio di un’attivita’ autonomamente organizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servizi. E cio’ per due ragioni parimenti essenziali.
Per l’un verso, come gia’ chiarito da questa Corte – v. Cass. n.174/2015 – i principi espressi da Cass. S.U. n. 15144/2011 in tema di c.d. overrulling hanno riguardato, esclusivamente, gli effetti processuali di un mutamento giurisprudenziale e non quelli di natura sostanziale che qui vengono semmai in discussione – in termini v. Cass. a 13087/12 – introducendo, dunque, un principio innovatore a tutela dell’affidamento delle parti nella stabilita’ delle regole del processo. In questa direzione si e’ espressa, molto di recente, Cass. S.U. n. 13676/14, affermando che “…affinche’ si possa parlare di prospective overruling, devono ricorrere cumulativamente i seguenti presupposti: che si verta in materia di mutamento della giurisprudenza su di una regola del processo; che tale mutamento sia stato imprevedibile in ragione del carattere lungamente consolidato nel tempo del pregresso indirizzo, tale, cioe’, da indurre la parte a un ragionevole affidamento su di esso; che il suddetto overruling comporti un effetto preclusivo del diritto di azione o di difesa della parte”.
Un’altra ragione non meno decisiva per ritenere l’erroneita’ della decisione e’ poi data dalla circostanza che le sentenze interpretative di rigetto della Corte costituzionale, a differenza di quanto prospettato dalla difesa della parte controricorrente, non hanno generale efficacia erga omnes nei confronti dei giudici diversi da quello a quo che ha sollevato la questione di legittimita’ costituzionale oggetto di tali sentenze.
Queste ultime, secondo la giurisprudenza a Sezioni Unite di questa Corte, a differenza di quelle dichiarative dell’illegittimita’ costituzionale di norme, determinano solo un vincolo negativo per il giudice del procedimento in cui e’ stata sollevata la relativa questione, mentre in tutti gli altri casi il giudice conserva il potere-dovere di interpretare in piena autonomia le disposizioni di legge, a norma dell’articolo 101 Cost., comma 2, purche’ ne dia una lettura costituzionalmente orientata, ancorche’ differente da quella indicata nella decisione interpretativa di rigetto. In definitiva, come affermato dalle Sezioni Unite penali di questa Corte, non basta che il Giudice delle leggi definisca una certa interpretazione come costituzionalmente obbligata e la sola compatibile con le norme della Costituzione perche’ questa possa imporsi all’osservanza dei giudici, essendo questi ultimi tenuti autonomamente a verificare, con l’uso di tutti gli strumenti ermeneutici dei quali dispongono, se la norma possa realmente assumere quel significato e quella portata; e, qualora le premesse ermeneutiche della soluzione proclamata costituzionalmente obbligata travalichino i limiti dell’interpretazione letterale – logico – sistematica, i giudici hanno il dovere di non attenersi a quella soluzione, per la decisiva ragione che, in caso contrario, disapplicherebbero una norma vigente e arrecherebbero un vulnus ai principi di legalita’ e di soggezione alla legge – cfr. Cass. S.U. pen., 17 maggio 2004 n. 23016, Pezzella, alla quale e’ seguita la presa d’atto dei superiori principi da parte di Corte cost. n. 299/2005 -.
Tali principi sono stati ribaditi da Cass. S.U. n. 22601/2004 e ancora piu’ di recente, Cass. S.U. n. 27986/2013.
Pertanto, resta esclusa la possibilita’ di attribuire alla sentenza interpretativa di rigetto quell’effetto retroattivo che si riconosce ordinariamente alle sentenze che dichiarano l’incostituzionalita’ di una legge ed al quale ha fatto riferimento la difesa del controricorrente proprio per il margine di apprezzamento comunque riservato al giudice comune nell’applicazione e interpretazione del dato normativo. Margine che non consente, per l’effetto, al soggetto destinatario di “fare affidamento” sulla sentenza interpretativa di rigetto della Corte costituzionale. E cio’ senza nemmeno considerare che secondo un indirizzo di questa Corte, proprio la sentenza della Corte cost. n. 156/2001, ha si’ respinto tutte le numerose censure di incostituzionalita’ sollevate dai giudici rimettenti ma non ha adottato “… neppure una sentenza interpretativa di rigetto, poiche’ non ha condizionato la legittimita’ del provvedimento legislativo alla circostanza che lo stesso venga interpretato nei sensi resi palesi dalle motivazioni. Quanto detto e’ avvalorato dal fatto che la stessa Corte Costituzionale, con le ordinanze n. 286/2001 e n. 103/2002, ha riconfermato la piena legittimita’ degli articoli 2 e 3 su richiamati, pur avendo potuto, in tali successivi giudizi di legittimita’ costituzionale, alla luce del dibattito giurisprudenziale originato dalla citata sentenza n. 156, intervenire con pronunce di tipo additivo o interpretativo, ovvero per specificare gli effetti che aveva inteso apportare sulla disciplina IRAP con la predetta sentenza, cosa che non e’ avvenuta. Non possono, quindi, individuarsi nuovi criteri interpretativi di applicazione dell’imposta in base alle motivazioni adottate dalla Corte” – cfr. Cass. n. 3672/2007 -.
Sulla base di tali considerazioni, idonee a superare i rilievi difensivi esposti dalla parte controricorrente, la CTR ha errato nel far decorrere il termine di decadenza per il rimborso reclamato dal contribuente dall’epoca della sentenza della Corte costituzionale che aveva tratteggiato i presupposti per l’assoggettabilita’ ad IRAP dell’attivita’ libero professionale e non da quella del versamento del tributo.
Il ricorso va pertanto accolto e non ricorrendo ulteriori accertamenti in punto di fatto la causa puo’ essere decisa nel merito con il rigetto del ricorso introduttivo, compensando le spese dell’intero giudizio in relazione al recente formarsi della giurisprudenza di questa Corte sui punti controversi.
la Corte, visti gli articoli 375 e 380 bis c.p.c..
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2016-08-29T18:54:58+00:00	29 agosto 2016|Cassazione civile 2016, Corte di Cassazione, Diritto Tributario, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti

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