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Timestamp: 2018-07-16 17:57:11+00:00

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CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 11630 del 7 giugno 2016 - Il datore di lavoro non può irrogare un licenziamento per giusta causa quando questo costituisca una sanzione più grave di quella prevista dal contratto collettivo in relazione ad una determinata infrazione - Studio Cerbone
CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 11630 del 7 giugno 2016 – Il datore di lavoro non può irrogare un licenziamento per giusta causa quando questo costituisca una sanzione più grave di quella prevista dal contratto collettivo in relazione ad una determinata infrazione
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CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 11630 del 7 giugno 2016
LAVORO – LICENZIAMENTO DISCIPLINARE – PROPORZIONALITA’ TRA LA SANZIONE ESPULSIVA E L’ADDEBITO – VALUTAZIONE – ILLEGITTIMITA’
2. Con la sentenza in data 27.2.2014, la Corte di Appello di Torino, adita dall’E., in riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento ed ha condannato il Comune alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, al risarcimento del danno, liquidandolo nella misura corrispondente alle retribuzioni non percepite nel periodo non lavorato, al versamento dei contributi previdenziali ed ha dichiarato l’integrale compensazione delle spese del giudizio.
6. L’art. 55 quater del D.Lgs 165/2001, non poteva essere assunto come riferimento per la valutazione della proporzionalità della sanzione, in quanto inapplicabile “ratione temporis”.
7. L’E., pur tenuto al rispetto dell’orario di servizio fissato in 36 ore settimanali, a fronte di poco più di 18 ore di lavoro irregolarmente attestate, aveva prestato circa trecento ore di lavoro in più non retribuito.
8. La discrasia tra l’orario di lavoro risultante dalla timbratura e quello di effettivo ingresso, limitato a pochi minuti, costituiva sintomo di una condotta improntata a leggerezza e non ad intenti elusivi dei sistemi di controllo delle presenze.
La prova aveva evidenziato che il lavoratore, nella qualità di titolare di una posizione organizzativa, aveva conseguito valutazioni positive per il raggiungimento degli obiettivi assegnati, che era frequentemente in ufficio in orari ulteriori rispetto all’orario di servizio e che i fatti contestati non avevano avuto alcuna negativa incidenza sui suoi doveri.
13. Il ricorso principale
14. Con il primo motivo il Comune censura la sentenza per violazione degli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c., lamentando che la Corte territoriale avrebbe operato, al fine di attenuare la gravità della condotta dell’E., una imprecisata ed erronea compensazione tra le ore lavorate oltre l’orario di lavoro di 36 ore settimanali e quelle irregolarmente registrate.
17. Con il secondo motivo il Comune denuncia, ai sensi dell’art. 360 c. 1 n. 5 c.p.c., omesso esame circa l’elemento psicologico della condotta dell’E.
23. Con il quarto motivo il Comune denuncia, ai sensi dell’art. 360 c. 1 n. 3 c.p.c., violazione dell’art. 1363 c.c., relativamente agli artt. 23 del CCNL 1995 e 25 commi 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, e 9 del CCNL del 2004, in relazione all’art. 3 della legge n. 604 del 1966 rispetto all’art. 25 c. 7 lett. i).
24. Sostiene che la condotta addebitata sarebbe, comunque, riconducibile all’art. 3 della legge 604/1966 e all’art. 2119 c.c., che la fonte convenzionale in materia di infrazioni e sanzioni, ex art. 55 D.Lgs 165/2001 applicabile “ratione temporis”, non sarebbe esclusiva e che il divieto di condotte Integranti gli estremi della giusta causa e del giustificato motivo risiederebbe nella legge.
30. Il terzo motivo, al di là della titolazione della rubrica, che richiama l’art. 360 c, 1 n. 3 c.p.c. e denuncia la violazione delle regole di ermeneutica negoziale, reputa non corretta la sussunzione del fatto nell’archetipo negoziale collettivo secondo prospettazioni che sono estranee al perimetro del vizio denunziabile ai sensi dell’art. 360 c. 1 n. 3 c.p.c.
31. Va in proposito ribadito che, in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del giudice del merito, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e di contratto o accordo collettivo nazionale, e, quindi, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è estranea all’esatta interpretazione della norma di legge (o di contratto o di accordo collettivo nazionale) e inerisce alla tipica valutazione dei giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione.
32. Va precisato che il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, e dei contratti e degli accordi collettivi nazionali di lavoro, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c., ricorre o non ricorre a prescindere dalla motivazione (che può concernere soltanto una questione di fatto e mai di diritto) posta dal giudice a fondamento della decisione (id est: del processo di sussunzione), per l’esclusivo rilievo che, in relazione al fatto accertato, la norma, della cui esatta interpretazione non si controverte (in caso positivo vertendosi in controversia sulla “lettura” della norma stessa), non sia stata applicata quando doveva esserlo, ovvero che lo sia stata quando non si doveva applicarla, ovvero che sia stata “male” applicata, e cioè applicata a fattispecie non esattamente comprensibile nella norma (Cass. 7568/2016, 4505/2016, 26307/2014, 22348/2007).
33. A quanto osservato consegue che il processo di sussunzione, nell’ambito del sindacato sulla violazione o falsa applicazione di una norma di diritto e dei contratti e degli accordi collettivi nazionali di lavoro, presuppone la mediazione di una ricostruzione del fatto incontestata, al contrario del sindacato ai sensi dell’art. 360, primo comma n. 5 c.p.c. (oggetto della recente riformulazione interpretata quale riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione, Cass. SSUU 8053/2014), che postula un fatto ancora oggetto di contestazione tra le parti.
34. Nella fattispecie in esame si prentende che ricorre l’ipotesi dell’erronea applicazione della norma del contratto collettivo nazionale di lavoro perché il motivo, nei termini in cui è prospettato nella parte argomentativa, non pone problemi di interpretazione delle clausole negoziali pattizie, ma di erronea applicazione ovvero di mancata loro applicazione a fattispecie che invece ne avrebbe imposto l’applicazione.
35. Tanto precisato, il motivo, che, per un verso contesta la ricostruzione della condotta posta a base del licenziamento, e, per altro verso, il giudizio valoriale della sua gravità, non scalfisce la decisione impugnata, restando estraneo alla sua tenuta, in quanto la valutazione delle risultanze di causa, è ammissibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione, nei limiti sopra individuati (cfr. punto 33 di questa sentenza), che nel motivo in esame non viene denunciato.
38. Con riguardo alle tipizzazioni degli illeciti disciplinari contenute nei contratti collettivi, questa Corte ha ripetutamente affermato che in tema di licenziamento dette previsioni non possono essere disattese dal giudice, perché rappresentano le valutazioni che le parti sociali hanno fatto in ordine alla valutazione della gravità di determinati comportamenti rispondenti, in linea di principio, a canoni di normalità (Cass. 2906/2005) e che il datore di lavoro non può irrogare la sanzione risolutiva quando questa costituisca una sanzione più grave di quella prevista dal contratto collettivo, in relazione ad una determinata infrazione (Cass. 6165/2016, 2692/2015, 19053/2005, 16260/2004).
41. Ha correttamente escluso “ratione temporis” l’applicabilità alla fattispecie dedotta in giudizio dell’art. 59 quater del D.Lgs. 165/2001 introdotto dall’art. 69 c. 1 del D. Lgs 150/2009.
42. Il ricorso incidentale
44. L’ infondatezza attiene alla censura di violazione di legge e discende dal fatto che, trattandosi di giudizio instaurato nel marzo 2009 (cfr. pag. 2 del ricorso), non si applica il testo dell’art. 92 c.p.c., come modificato a decorrere dal 4 luglio 2009 dalla L. n. 69 del 2009, art. 45, comma 11, per i procedimenti instaurati successivamente all’entrata in vigore della legge (cfr. art. 58 stessa legge), in ragione del quale per la compensazione si richiedono soccombenza reciproca o altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicati nella motivazione.
45. Nei giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore dell’ art. 2 c. 1 lett. a) della legge n. 263 del 2005, come modificato dall’art. 39-quater c. 4 del D.L. n. 273 del 2005, convertito con modificazioni nella legge n. 51 del 2006, e prima del 4 luglio 2009, come quello in esame, il giudice può, invece, procedere alla compensazione parziale o totale tra le parti in mancanza di soccombenza reciproca solo se ricorrono giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione, atteso il tenore dell’art. 92 c.p.c., comma 2, come modificato dall’art. 2, comma 1, lett. a), della legge citata (cfr. Cass. 11130/2015; Ord. 2033/2014).
47. L’inammissibilità si riferisce alla censura motivazionale e discende dal rilievo che la censura risulta formulata secondo gli schemi del “vecchio” art. 360 c. 1 n. 5 c.p.c.
Rigetta il ricorso incidentale,
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e di quello incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 55
 Cass. 
 art. 45
 art. 58
 art. 2
 Cass. 
 art. 360
 art. 13