Source: https://www.laleggepertutti.it/174883_soggetto-incapace-il-testamento-e-valido
Timestamp: 2018-07-23 17:47:38+00:00

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Soggetto incapace: il testamento è valido?
Lo sai che? Soggetto incapace: il testamento è valido?
Che per disporre dei propri beni sia necessario comprendere il senso delle proprie azioni e gli effetti che da queste discendono è un concetto intuibile anche ai non esperti di legge. La conseguenza è che non è valida una donazione o una vendita di un soggetto incapace. Questo principio si estende anche al testamento: l’incapace non può fare testamento. O meglio, il testamento dell’incapace può essere annullato. Ma attenzione: quando si parla di «incapace» non ci si riferisce solo al soggetto interdetto. Ben potrebbe trattarsi anche di una persona che ha perso la capacità di intendere e volere senza però il formale riconoscimento di una sentenza del giudice di interdizione (si pensi al caso di una persona che scriva le proprie ultime volontà in un momento di ubriachezza o sotto cure farmacologiche con conseguenze psichiche). Viceversa, è valido il testamento di un soggetto normalmente incapace, ma redatto in un momento di lucidità (esistono infatti delle patologie che lasciano spazio a intervalli di capacità d’intendere e volere come, ad esempio, il soggetto tossicodipendente). Sono dunque legittime, le ultime volontà del soggetto che non sia stato interdetto e le cui facoltà psichiche e intellettive siano risultate alterate, ma non in misura tale da escluderne in modo assoluto la capacità di autodeterminarsi. È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Palermo con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di spiegare se, in caso di soggetto incapace, il testamento è valido.
1 Testamento dell’incapace: quali conseguenze?
2 Testamento dell’interdetto
3 Testamento dell’inabilitato
4 Testamento di chi ha l’amministratore di sostegno
5 Testamento dell’incapace naturale
6 A chi spetta la prova dell’incapacità naturale?
Testamento dell’incapace: quali conseguenze?
Per prima cosa ti consiglio di leggere Quando e come impugnare un testamento: la guida ti servirà per capire entro quali termini agire e quali sono le prove da affrontare in un processo per annullamento del testamento.
Nel dettaglio, per quanto riguarda l’incapace, questi non può validamente disporre per testamento nemmeno con l’ausilio di un legale rappresentante, essendo il testamento un atto personale.
Il testamento redatto dall’incapace può essere annullato entro cinque anni dagli eredi e da chiunque vi abbia interesse.
Per annullare il testamento a causa dell’incapacità del defunto non è sufficiente che questi presenti una semplice alterazione delle proprie facoltà psichiche ed intellettive, né è necessario, dall’altro lato, che tale infermità sia per forza permanente (potendo anche essere transitoria). Tutto ciò che richiede la legge è che, a causa di detta incapacità, il soggetto sia privo, in modo assoluto, al momento della redazione delle ultime volontà, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi.
Secondo i chiarimenti forniti in passato dalla Cassazione [2], l’annullamento per incapacità presuppone l’esistenza non di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del testatore, bensì la prova che, a causa di una infermità transitoria o permanente, o di altra causa perturbatrice, il soggetto fosse privo in modo assoluto, al momento della redazione del testamento, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi.
Testamento dell’interdetto
Non ci sono problemi per capire quando impugnare il testamento dell’interdetto e dell’inabilitato. In tal caso è valido il testamento redatto prima della sentenza di interdizione (ma può essere annullato se si dimostra che il soggetto era già incapace di intendere e di volere), mentre non lo è quello successivo.
Testamento dell’inabilitato
Secondo alcuni, l’inabilitato può fare testamento visto che il codice civile indica, tra i casi di incapacità di testare, solo l’interdizione e non l’inabilitazione. L’inabilitato quindi può fare testamento senza alcuna assistenza e senza alcuna preventiva autorizzazione.
Testamento di chi ha l’amministratore di sostegno
Come per l’inabilitato, il beneficiario dell’amministrazione di sostegno può fare testamento: egli è infatti pienamente capace di compiere tutti gli atti che non siano subordinati nel decreto di apertura dell’amministrazione all’assistenza o alla rappresentanza dell’amministratore. Eccezionalmente il giudice tutelare può privare il beneficiario della capacità di fare testamento. Tuttavia, il giudice non può prevedere nel decreto che il testamento possa essere redatto con l’assistenza/rappresentanza dell’amministratore visto che il testamento è un atto personale che può essere compiuto solo dall’interessato e non tollera l’intermediazione di una volontà estranea.
Testamento dell’incapace naturale
Il testamento è altresì nullo se la persona, pur non essendo interdetta, nel momento in cui ha scritto il testamento non era capace di intendere e volere per infermità o altra causa che turbi il normale processo intellettivo o volitivo. Il soggetto è cioè incapace di intendere e di volere.
L’incapacità naturale deve sussistere al momento della redazione del testamento: per cui, se pur normalmente sussistente, viene meno proprio al momento della redazione del testamento, l’atto è valido.
A chi spetta la prova dell’incapacità naturale?
Peraltro, essendo lo stato di capacità la regola e quello d’incapacità l’eccezione, spetta a chi impugna dimostrare che il testamento è stato redatto in condizioni di incapacità. Salvo che il testatore non sia affetto da incapacità totale e permanente: in questo caso, chi voglia difendere la validità dell’atto dovrebbe provare che sia stato redatto in momento di lucido intervallo.
Ancora, è stato ribadito che ai fini dell’impugnazione delle successioni l’incapacità naturale che causi invalidità del testamento, «non consiste in una generica alterazione del normale processo di formazione ed estrinsecazione della volontà, bensì nell’incapacità del testatore, a causa dell’infermità, al momento della redazione del testamento, di comprendere appieno il valore dei propri atti. Lo stato di incapacità naturale del testatore, peraltro, è tale da identificarsi con lo stato di incapacità che, in concorso con l’abitualità, legittima la pronuncia di interdizione» [3].
[1] C. App. Palermo, sent. n. 738 del 18.04.2017.
[2] Cass. sent. n. 2239/2016: «In tema di annullamento del testamento, l’incapacità naturale del testatore postula l’esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi». Cass. sent. n. 27351/2014: «In tema di annullamento del testamento, l’incapacità naturale del testatore postula la esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del “de cuius”, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi; peraltro, poiché lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l’eccezione, spetta a chi impugni il testamento dimostrare la dedotta incapacità, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso grava, invece, su chi voglia avvalersene provarne la corrispondente redazione in un momento di lucido intervallo.». Cfr. anche Trib. Milano 21 maggio 2015
[3] Trib. Milano, sent. n. 11509/2016.
App. Palermo sent. n. 738/2017
1) Dott. FILIPPO PICONE – Presidente
2) Dott. DANIELA PELLINGRA – Consigliere
3) Dott. VIRGINIA MARLETTA Consigliere
nelle cause civili riunite e iscritte ai nn. 1036/2011 e 1047/2011 del R.G. Cont. Civ. di questa Corte di Appello, poste in decisione nell’udienza collegiale del 09.12.2016 e promosse in questo grado
(…) nato (…) n. q. di procuratore speciale di (…) nata (…) contro
Gi.Gu. citava le proprie sorelle Lu. e Ma. avanti al Tribunale di Termini Imerese, esponendo: che il 14 luglio 1999 era morta la madre Be.Sa.; che costei, in data 5 dicembre 1994, aveva formato un testamento pubblico, rogato dal notaio Ga.Lu. di Palermo, che veniva pubblicato in data 27 luglio 1999; che il patrimonio della defunta era costituito da due immobili siti in Santa Flavia, in via (…), da un locale di piano terreno nella stessa via, nonché vari beni mobili conservati nella sua residenza (costituita da uno dei due immobili di via (…)); che nel testamento la defunta lasciava a lei l’appartamento al primo piano, in catasto la partita (…) e il vano terrario, mentre disponeva dell’altro appartamento, sito in Via (…) primo piano a destra salendo le scale, in favore di tutte e tre le figlie in parti uguali; chiedeva, pertanto, lo scioglimento della comunione su quest’ultimo immobile, mediante la vendita all’incanto dello stesso, e la condanna delle convenute al rimborso pro quota in suo favore di tutte le spese da lei sostenute per la pubblicazione del testamento, la dichiarazione di successione, la corresponsione dell’imposta di successione, nonché le spese di assistenza legale; nei confronti della sola Gu.Ma., chiedeva la condanna al pagamento delle spese relative al procedimento per la rimozione dei sigilli apposti all’appartamento oggetto del lascito in proprio favore, nonché la condanna di Gu.Lu. alla corresponsione di indennità di occupazione per la quota dell’immobile di via (…), oggetto di divisione, da lei occupato sine titulo dal 14 luglio 1999.
Si costituiva Gu.Lu., che proponeva, in via riconvenzionale, la domanda di annullamento del testamento per incapacità naturale della testatrice e, in subordine, in caso di rigetto di questa domanda, l’azione di riduzione per lesione di legittima.
Si costituiva altresì Gu.Ma.Ro. che, del pari, proponeva la domanda riconvenzionale di annullamento del testamento per incapacità della testatrice, nonché per vizio della volontà ex art. 624 c.p.c., nonché, in subordine, l’azione di riduzione per lesione di legittima.
Con sentenza n. 45/11 del 26 gennaio 2011, il Tribunale rigettava la domanda le domande riconvenzionali di annullamento del testamento per incapacità della testatrice, esaminate in via preliminare per ragioni di ordine logico, rilevando che mancava la prova che lo stato psicofisico della testatrice, al momento della formazione della scheda testamentaria, fosse tale da eliminare la capacità di autodeterminazione libera e cosciente della stessa de cuius. Del pari, respingeva la domanda di nullità del testamento per vizio della volontà della testatrice ex art. 624 c.c., mancando sempre la prova, da parte della convenuta Gu.Ma., che la disposizione testamentaria impugnata fosse stata determinata da dolo, errore o violenza. Il Tribunale, poi, accoglieva la domanda di riduzione proposta in via subordinata dalle convenute e, per l’effetto, condannava Gu.Gi. a pagare a ciascuna delle convenute, in reintegra della quota di riserva loro spettante, la somma di Euro 16.099,76, oltre interessi nella misura legale rivalutazione della stessa somma. Per quanto riguardava la domanda di scioglimento della comunione, il Tribunale, accertata la non comoda divisibilità dell’immobile, disponeva, ai fini della chiesta divisione, la vendita all’incanto dell’immobile con base d’asta pari a Euro 125.000, da effettuare dopo il passaggio in giudicato della stessa sentenza a seguito di presentazione d’istanza ad opera delle parti interessate. Accoglieva, poi, la domanda dell’attrice nei confronti di Gu.Lu., diretta alla condanna di quest’ultima a corrispondere in suo favore un’indennità per occupazione sine titulo dell’immobile in comunione indivisa tra le eredi, e condannava quest’ultima a corrispondere all’attrice la somma di Euro 1669,50 a decorrere dal 12 dicembre 2004. Infine riconosceva il diritto dell’attrice al rimborso delle spese affrontate a causa della successione, in quanto spese anticipate dalla comunista nell’interesse di tutti i coeredi comproprietari, condannando le convenute a corrisponderle ciascuna la somma di Euro 1.751,70, e, nei confronti della sola Gu.Ma., le spese per la rimozione dei sigilli per Euro 306,70, comunque anche questa pro quota, mattandosi sempre di spese anticipate nell’interesse dell’eredità.
Avverso la suddetta sentenza proponeva appello Gu.Ma., al quale resisteva Gu.Gi.
Con separata e posteriore citazione, Gu.Lu. proponeva appello nei confronti della stessa sentenza, al quale resisteva ugualmente Gu.Gi. Con ordinanza del 2 dicembre 2011, la Corte disponeva la riunione del secondo giudizio al primo.
All’udienza del 9 dicembre 2016, la causa veniva posta in decisione.
Con il primo motivo, Gu.Ma. impugna la sentenza censurandone l’errore in cui sarebbe incorso il Giudice che non ha riconosciuto la incapacità naturale della testatrice e non avrebbe adeguatamente valutato la condizione della testatrice Sa.Be., la quale, come emerge dai documenti e dalle prove testimoniali acquisite, al tempo del testamento era evidentemente ed irreversibilmente incapace di intendere e volere, quindi di testare. Questo motivo è proposto altresì dall’altra appellante ed entrambe, quindi, nei rispettivi atti, evidenziano la inconsistenza, se non addirittura l’inattendibilità, della testimonianza resa dal notaio che ha rogato l’atto, d.ssa Lu., non solo sotto il profilo; dell’esistenza di un motivo di carattere personale (il rapporto di coniugio con il difensore dell’attrice) che renderebbe scarsamente attendibile la teste, ma anche del fatto che la stessa ha rogato l’atto e sarebbe, così, incorsa in una sorta di incompatibilità, sicché non avrebbe dovuto dichiarare che la testatrice era capace di intendere e volere al momento delle dichiarazioni di ultima volontà da lei raccolte.
Secondo il costante insegnamento della Cassazione, “In tema di annullamento del testamento, l’incapacità naturale del testatore postula la esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del “de cuius”, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti o delta capacità di autodeterminarsi; peraltro, poiché lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l’eccezione, spetta a chi impugni il testamento dimostrare la dedotta incapacità, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso grava, invece, su chi voglia avvalersene provarne la corrispondente redazione in un momento di lucido intervallo. (Cass. 23.12.2014 n. 27351; conformi Cass. 6.5.2005 n. 9508, Cass. 21.5.2010 n. 12525).
Orbene, il primo Giudice ha accertato e dichiarato la capacità di intendere e di volere della testatrice alla luce della documentazione prodotta dalle parti e delle testimonianze assunte nel corso della istruzione, rilevando che, da un lato, le convenute non hanno fornito la prova rigorosa, richiesta dalla costante giurisprudenza, in ordine alla mancanza di capacità di intendere di volere della testatrice al momento della formazione della scheda testamentaria (5 dicembre 1994), poiché, dalle prove acquisite, risulta che, che seppure la signora Sa. aveva dei momenti in cui non era vigile, teneva dai comportamenti abnormi e indicativi di una alterazione delle sue facoltà mentali, pur tuttavia non vi era la prova che al momento della formazione della scheda testamentaria la stessa fosse incapace di intendere di volere ovvero avesse del tutto perso la capacità di autodeterminazione libera e cosciente; dall’altro lato, nota il primo Giudice, fattrice ha fornito prova della sussistenza di questa capacità di autodeterminazione libera e cosciente della testatrice al tempo della redazione del testamento, attraverso la testimonianza del notaio rogante e di una testimone presente al compimento dell’atto, Ma.Ma. La valutazione delle prove compiuta dal Tribunale, alla quale si rinvia per brevità, appare condivisibile in quanto logica e coerente. I rilievi che le appellanti hanno addotto a queste valutazioni non appaiono condivisibili, perché si limitano a reiterare le allegazioni in ordine all’esistenza di una riconoscimento della indennità di accompagnamento in relazione alla invalidità al 100% riconosciuta alla Sa., né colgono ne) segno, del resto, le censure contro la testimonianza del notaio Lu. che, come correttamente rilevato dal primo Giudice, va certamente considerata teste attendibile; le contestazioni delle appellanti riguardanti la sua vita personale, infatti, oltre che infondate – alla luce della dichiarata condizioni di separazione personale della stessa col proprio coniuge – appaiono inondanti, mentre le sue dichiarazioni, confermate dalla Ma., appaiono coerenti e assolutamente credibili. In particolare, mette conto evidenziare che la professionista ha confermato di avere riportato nel testamento le dichiarazioni della testatrice esattamente come da lei espresse e formulate. Questa testimonianza, quindi, fornisce una prova diretta e decisiva che la testatrice al momento di redigere il testamento era campos sui.
Posto che l’articolo 591 c.c. ai fini della invalidità del testamento esige che la persona ancorché non interdetta, sia stata per qualsiasi causa anche transitorie incapace di intendere di volere nel momento in cui fece testamento, va ribadito che le circostanze riferite dagli altri testi, non sono assolutamente sufficienti per ipotizzare l’esistenza della richiesta incapacità; la documentazione prodotta, invero non evoca né demenza né altro tipo di psicosi, menzionando di volta in volta la vasculopatia cerebrale, stati di agitazione, anche temporanee od occasionali (come quello documentato dalla cartella clinica prodotta riguardante il ricovero del 9 novembre 1992 per una frattura al femore), disorientamenti nel tempo e nello spazio; le condotte descritte dei testimoni, poi, evidenziano certamente un disorientamento e significative criticità della personalità e dell’assetto psichico della persona, ma certo non una patologia ben definita, permanente e costante, tanto un medico che aveva visitato a domicilio la de cuius della defunta nel 1992, sentito come teste (Dott. Vi.) ha escluso patologie di tipo psicotico o stati di totale incapacità.
A sostegno, poi, della capacità di intendere e di volere, appare significativo l’inciso contenuto nel testamento con il quale sostanzialmente la defunta giustifica in maniera ragionevole, il lascito di un appartamento in esclusivo favore della figlia Gi., evocando l’assistenza materiale e morale che dalla stessa ha ricevuto e continuerà a ricevere per tutta la durata della sua vita.
Va, pertanto, confermato il rigetto di questa domanda così come della domanda di annullamento ex art. 624 c.c. poiché, del pari, alcun vizio della volontà è stato provato, né peraltro adeguatamente allegato negli atti introduttivi (ed è bene ricordare che secondo quanto costantemente insegna la Suprema Corte, per potere configurante la sussistenza del dolo in danno del testatore idoneo a provocare l’annullamento del testamento, non è sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti, i quali – avuto riguardo all’età, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso – siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata. La relativa prova, pur potendo essere presuntiva, deve fondarsi su fatti certi che consentano, di identificare e ricostruire la attività captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore; da ultimo Cass. 28.5.2008 n. 14011).
Con altro motivo, Gu.Ma. si duole che nel calcolo dell’asse relitto ai fini della valutazione della lesione della quota di legittima, non è stato incluso né calcolato quanto donato dalla de cuius alla figlia Gi., dolendosi, in particolare, che il Giudice non abbia adeguatamente istruito questa specifica domanda ai fini di accertare le somme così disposte, non avendo il Giudice accolto le istanze di esibizione dei documenti, nelle quali l’appellante insiste.
Ora, con la memoria istruttoria depositata il 10 dicembre 2001, Gu.Ma. aveva chiesto l’esibizione (ovvero l’autorizzazione ad acquisire); A) presso l’I.N.P.S. di Palermo, o della sezione di Bagheria, della documentazione sanitaria a corredo della domanda di erogazione della pensione di vecchiaia e di reversibilità, nonché l’estratto conto delle somme erogate sin dal 1 giugno 1987 a San Filippo Benedetto o al suo delegato; B) presso la prefettura di Palermo 1) della documentazione sanitaria a corredo della domanda di erogazione della pensione di invalidità e di accompagnamento e2) l’estratto conto delle somme erogate dal 1 giugno 1987 a San Filippo Benedetta o al suo delegato.
Con il terzo motivo, strettamente connesso, l’appellante chiarisce che la documentazione richiesta all’Inps, che la stessa aveva già chiesto ma il cui rilascio è stato negato, mira ad acquisire informazioni sulla condizione di salute, in particolare neurologica, della signora San Filippo, poiché, a suo dire, potrebbe desumersi l’incapacità naturale della de cuius dallo stesso la circostanza che le è stata riconosciuta l’indennità di accompagnamento, poiché il titolare dell’indennità oltre a essere invalido al 100% deve anche essere incapace di attendere agli atti della vita quotidiana come detta la normativa in subiecta materia.
Presumibilmente, la richiesta diretta alla acquisizione degli estratti conto delle pensioni e delle somme erogate alla Sa., ovvero al suo delegato, mira ad accertare se tali somme sono state incamerate dal delegato, poiché sostanzialmente la donazione, la cui riunione fittizia all’asse ereditario si invoca da parte delle appellanti, si identifica con le somme che la Gu.Gi. avrebbe riscosso delle pensioni fruite dalla madre al suo posto e incamerate direttamente.
Orbene, va detto che gli atti introduttivi del giudizio di primo grado non articolano correttamente tale domanda di riunione del donatimi alla figlia Gi. all’asse relitto dalla sig.ra Sa. In tutti i casi, a tale scopo andava richiesta non la mera esibizione (comunque generica e non circostanziata) dei documenti, ma piuttosto un rendiconto delle somme incassate dalla beneficiaria quale delegata della madre.
Anche l’esibizione della documentazione relativa alla domanda di indennità per l’invalidità. è ininfluente, poiché, essendo stata definita la pratica nel 1987, non darebbe conto comunque dello stato mentale della de cuius all’epoca in cui ha fatto testamento.
Per conseguenza, l’appello va rigettato.
Vanno disattese, poi, le censure avanzate da Gu.Gi. alla sentenza; i rilievi riguardanti la stima dei beni facenti parte dell’asse sono generici, in quanto non mirati alla precisa confutazione dei motivi esposti dal Tribunale; quanto al criterio adottato per la reintegrazione delle quote delle legittimarie lese, criticato poiché, a detta della stessa appellata, il Tribunale avrebbe dovuto, piuttosto che determinare un conguaglio a favore delle condividenti e a suo carico, eventualmente ridurre la sua quota sull’immobile in comunione, è appena il caso di osservare che, contrariamente all’assunto di Gu.Gi., non ricorre alcun dettato normativo in questo senso.
Va confermato, infine, il regime delle spese disposte dal primo Giudice, dovendosi tenere conto della soccombenza dell’appellata rispetto alla domanda di riduzione.
Le spese del presente grado di giudizio seguono la soccombenza e si liquidano, a carico dei entrambe le appellanti in solido, in complessivi Euro 3.700,00, di cui Euro 3.500,00 per compensi ed Euro 200,00 per spese, oltre oneri forfetari, CPA e IVA.
La Corte d’Appello, definitivamente pronunziando, sentiti i Procuratori delle parti:
pronunziata in data 26 gennaio 2011 dal Tribunale di Termini Imerese;
2) condanna le appellanti in solido al pagamento, in favore dell’appellata, delle spese del presente grado del giudizio, che liquida in complessivi Euro 3.700,00, oltre accessori;
Cosi deciso in Palermo il 10 marzo 2017. Depositata in Cancelleria il 18 aprile 2017.
Cass. sent. n. 2239/2016
C.L. conveniva lavanti al Tribunale di Firenze B.C. e M.M., quest’ultima quale esercente la potestà sul figlio minore B.S., per sentire dichiarare la nullità del testamento olografo redatto il 26 febbraio 2004 di B.P., che aveva istituito eredi le controparti revocando il precedente testamento olografo del 3 aprile 2002 a favore di essa attrice. A sostegno dell’azione, questa deduceva la nullità della seconda scheda testamentaria, per mancanza di data e di autografia e comunque per incapacità naturale del testatore.
Le convenute si costituivano separatamente in giudizio contestando la fondatezza della domanda avversa e chiedendo in via riconvenzionale l’accertamento della qualità di eredi di B.P..
Con sentenza del 5 dicembre 2007, il tribunale dichiarava nullo ex art. 591 c.c., comma 3, il testamento olografo del 26 febbraio 2004 e la C. erede universale in virtù del precedente del 3 aprile 2002, ritenendo in via preliminare e assorbente l’incapacità naturale del testatore, affetto da una grave malattia che lo aveva portato alla morte compromettendo la facoltà l’intendere e di volere.
I Giudici ritenevano provato lo stato di incapacità naturale del testatore al momento della redazione del successivo testamento del 26 febbraio 2004, alla stregua del progressivo e irreversibile decadimento delle condizioni psico-fisiche del medesimo, quali erano risultate dal diario clinico nei giorni immediatamente successivi alle dimissioni dell’ospedale del (OMISSIS) nonchè dalle dichiarazioni rese dalla infermiera P.E. la quale aveva fra l’altro riferito che dal 23 il B. non era in grado di scrivere: il che aveva trovato conferma nella documentazione medica. D’altra parte, i Giudici evidenziavano come sarebbe stato poco verosimile che proprio in quel frangente il testatore avesse deciso di revocare le disposizioni testamentarie redatte molti anni addietro in favore dell’attrice, nei confronti della quale, ancora accanto al B. il 26 febbraio, non erano intervenuti fatti tali da mutare quel sentimento di riconoscenza che aveva ispirato il primo testamento. Sarebbe stato inspiegabile e rocambolesco d’altro lato – osservavano ancora i Giudici – che il testatore avesse riacquistato un solo ed unico momento di lucidità per spenderlo prontamente al fine di redigere l’atto di ultima volontà a favore del nipote e della sorella, la quale era presente insieme ai cugini M. i quali senza indugi si sarebbero prestati a reperire l’agenda e a sorreggere il moribondo mentre scriveva, a strappare e conservare i fogli dell’agenda.
Di fronte al delineato quadro probatorio, comprovante lo stato di incapacità, le locuzioni “ritorni tutto ai B.”, “domani lo scrivo meglio”, starebbero piuttosto a dimostrare che tale frasi fossero state scritte sotto dettatura da parte della sorella che, erede legittima, aveva interesse a provocare dichiarazioni idonee a revocare le precedente disposizioni testamentarie con esse divergenti.
Per quel che riguardava la denunciata nullità del testamento del 23 aprile 2002 a favore della C., formulata dai convenuti, la sentenza rilevava che i medesimi si erano limitati ad effettuare il disconoscimento mentre avrebbero dovuto formulare azione diretta a fare valere la invalidità del testamento, azione che non era stata mai introdotta.
Avverso tale decisione propongono distinti ricorsi per cassazione, la B. e la M., la prima in base a tre motivi e la seconda a sette; entrambe hanno depositato memoria illustrativa.
Va innazitutto rilevato che il ricorso proposto dalla B., essendo stato notificato prima (il 28 marzo 2011) ha natura di ricorso principale rispetto a quello proposto dalla M. che, notificato successivamente (il 4 aprile 2001), va considerato incidentale.
RICORSO B..
Il primo motivo, lamentando insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della controversia, denuncia la contraddittorietà nelle quali sarebbe incorsa la sentenza impugnata nel pervenire alla declaratoria di nullità del testamento, osservando che: a) i Giudici, dopo avere ritenuto che il testatore non era in grado di scrivere, aveva poi affermato che il testamento sarebbe stato dal medesimo redatto sotto dettatura: tale contraddizione era ancora più grave, tenuto conto della mancata ammissione della consulenza grafologica, senza spiegarne le ragioni;
b) la sentenza aveva posto a fondamento della decisione elementi probatori fondati su circostanze prive del minimo riscontro o contraddittorie, come l’affermazione circa l’intento e l’interesse di fare revocare le precedenti dichiarazioni da parte della B., alla quale era stata attribuita con il testamento impugnato una quota inferiore a quella riservata all’altro coerede B.S. e che alla C. era attributo una somma di lire 50.000.00 mentre i rapporti fra questa e il de cuius erano del tutto estranei al thema decidendum.
Il secondo motivo denuncia la violazione dell’art. 591 c.c., posto che la norma richiede, in tema di annullamento del testamento, la rigorosa prova dell’incapacità di intendere e di volere tanto più nel caso de quo in cui il testatore non era stato mai dichiarato formalmente incapace, prova che nella specie l’attrice non aveva fornito.
Il terzo motivo denuncia che erroneamente la sentenza non aveva ritenuto di applicare le norme di cui agli artt. 214 e 216 c.p.c., al testamento olografo, nonostante il diverso orientamento della giurisprudenza di legittimità : in tal modo la sentenza era incorsa in un duplice errore, ritenendo che non era stata proposta l’azione diretta a fare valere la non autenticità del testamento ma soltanto l’eccezione di disconoscimento; aveva considerato valido un testamento disconosciuto.
RICORSO M..
Il primo motivo denuncia, oltre alle censure formulate con il primo motivo del ricorso B.: a) che la dichiarata incapacità di scrivere del testatore era in contrasto con la declaratoria di nullità del testamento per incapacità naturale, che postula comunque la redazione da parte del testatore, ed avrebbe semmai dovuto portare a una declaratoria di nullità per mancanza di autografia; b) la contraddittorietà delle indicazioni contenute nel diario infermieristico, da cui piuttosto avrebbe dovuto dedursi il miglioramento delle condizioni del testatore nei giorni immediatamente precedenti quello in cui ebbe a redigere il testamento.
Il secondo motivo, lamentando insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della controversia, denuncia il mancato accoglimento della richiesta di sentire in controprova ai capitoli dell’attrice i testi dr. F. e B.V. che era stata chiesta con la memoria di replica del 10-11-2005 : tale richiesta era stata ribadita nelle conclusioni di primo grado, con l’appello e la comparsa conclusionale, essendo stata evidenziata la necessità di tale deposizione su circostanze determinanti in considerazione della competenza specifica del dr. F., medico curante del de cuius, tanto più che la sentenza del tribunale aveva dato rilievo alla testimonianza della infermiera P. E.; la Corte di appello non aveva in alcun modo motivato la decisione di non accogliere tale richiesta.
Il terzo motivo, lamentando insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della controversia, denuncia la mancata ammissione della consulenza grafologica, che assumeva rilevanza anche per confermare o meno le dichiarazioni resa dalla P., che aveva compiuto delle valutazioni sullo stato mentale senza dare specifiche indicazioni.
Il quarto motivo censura la sentenza che, in violazione dell’art. 591 c.c., aveva accolto la domanda di nullità del testamento del 2004 senza che la attrice avesse assolto l’onere probatorio, particolarmente rigoroso, ad essa incombente di dimostrare che il testatore fosse stato nel pomeriggio del 26-2-2004 incapace e costantemente disorientato, tanto più che nella specie il testatore non era stato mai dichiarato formalmente incapace di intendere e di volere.
Il quinto motivo denuncia il duplice errore della sentenza impugnata laddove aveva ritenuto non proposta l’azione diretta a fare valere la nullità del testamento e aveva posto a base della decisione un testamento – quello del 2002 – che era stato disconosciuto senza che si fosse proceduto alla verificazione, tenuto conto dell’applicabilità al testamento olografo delle norme di cui all’art. 214 e ss..
Il sesto motivo denuncia che, in violazione dell’art. 184 c.p.c., (nel testo anteriore alla novella del 1990) e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, illegittimamente la Corte non aveva sentito i testi indicati a controprova di quella articolata dall’attrice non avendo il giudice il potere di escludere un teste, atteso che il diritto alla controprova costituisce espressione del diritto di difesa, tanto più nella specie in cui uni dei testi era particolarmente qualificato per essere sentito sulle circostanze capitolate.
Ne consegue che, se da un lato non è necessaria la proposizione della querela di cui all’art. 221 c.p.c. e ss., con i gravosi oneri per la parte che invochi la non autenticità del documento, neppure può trovare applicazione il procedimento di verificazione della scrittura disconosciuta ad istanza della parte che in tal caso sarebbe onerata di provare la genuinità del documento posto a fondamento del diritto che intenda fare valere.
Vanno esaminati congiuntamente il primo motivo del ricorso B. e il primo di quello M..
Nel confermare la decisione del tribunale che aveva dichiarato la nullità del testamento per incapacità naturale, i Giudici di appello hanno accolto la domanda che assumeva, sul piano logico giuridico, carattere prioritario rispetto alle altre domande (di nullità per mancanza della olografia) r avendo in ogni caso escluso – in base a quelle che erano state le risultanze istruttorie sul progressivo e irreversibile decadimento delle condizioni mentali – la riferibilità dell’atto alla consapevole volontà del testatore, al quale era attribuito. Di fronte a tale quadro probatorio era evidentemente del tutto irrilevante l’indagine grafologica richiesta, mentre l’affermazione circa la dettatura delle espressioni, invocate dagli appellanti per sostenere la genuinità del testamento, la stessa è stata compiuta per sottolinearne la ininfluenza di quelle locuzioni tenuto conto dell’accertato stato di incapacità naturale che impedivano al testatore di rendersi conto di quanto scriveva. La sentenza ha in proposito compiuto una dettagliata analisi delle condizioni psicofisiche del B., procedendo a una valutazione immune da vizi logici o giuridici. In effetti, le critiche formulate dalla ricorrente non sono Idonee a scalfire la correttezza e la congruità dell’iter logico giuridico seguito dalla sentenza: le censure lamentate, in realtà, non denunciano un vizio logico della motivazione ma si concretano in argomentazioni volte a sostenere – l’erroneo apprezzamento delle risultanze processuali compiuto dai giudici. Al riguardo, va sottolineato che il vizio deducibile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, deve consistere in un errore intrinseco al ragionamento del giudice che deve essere verificato in base al solo esame del contenuto del provvedimento impugnato ovvero alla sua incoerenza logica, quale risulti dalle stesse argomentazioni del giudice, e non può risolversi nella denuncia della difformità della valutazione delle risultanze processuali compiuta dal giudice di merito rispetto a quella a cui, secondo il ricorrente, si sarebbe dovuti pervenire: in sostanza, ai sensi dell’art. 360, n. 5, citato, la (dedotta) erroneità della decisione non può basarsi su una ricostruzione soggettiva del fatto che il ricorrente formuli procedendo a una diversa lettura del materiale probatorio, atteso che tale indagine rientra nell’ambito degli accertamenti riservati al giudice di merito ed è sottratta al controllo di legittimità della Cassazione.
Esame del secondo motivo del ricorso B. e quarto motivo di quello M.
Occorre ricordare che in tema di annullamento del testamento, l’incapacità naturale del testatore postula la esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del “de cuius”, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi; peraltro, poichè lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l’eccezione, spetta a chi impugni il testamento dimostrare la dedotta incapacità, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso grava, invece, su chi voglia avvalersene provarne la corrispondente redazione in un momento di lucido intervallo.
Nella specie, come si è visto la sentenza ha ritenuto, con accertamento di fatto, la esistenza di un incapacità totale al momento di redazione del testamento per cui è del tutto insussistente la violazione di cui all’art. 591 cit., che evidentemente prevede proprio l’ipotesi che l’autore dell’atto non versi in uno stato di incapacità legale: in effetti, pur denunciando la violazione di legge, la ricorrente formula una ricostruzione in fatto difforme da quella accertata in sentenza.Il secondo motivo del ricorso M. è infondato.
La sentenza ha ritenuto la irrilevanza della indagine grafologica, all’esito degli accertamenti compiuti sullo stato di incapacità:
vanno qui soltanto ribadite le considerazioni formulate in occasione dell’esame del primo motivo a proposito della correttezza dell’iter logico giuridico della sentenza impugnata relativamente ad accertamenti di fatto riservati all’apprezzamento del giudice di merito.
Il giudice di merito non è tenuto ad ammettere i mezzi di prova dedotti dalle parti ove ritenga sufficientemente istruito il processo e ben può, nell’esercizio dei suoi poteri discrezionali, non ammettere la dedotta prova testimoniale quando, alla stregua di tutte le altre risultanze di causa, ritenga – con giudizio che, se congruamente motivato, si sottrae al sindacato di legittimità.
TRIB. MILANO sent. del 21.05.2015
Con citazione ritualmente notificata G.C. ha convenuto in giudizio avanti questo Tribunale A.O., L.C., B.C., M.C. nonché il Notaio M.L. , assumendo che :
– Il 19.7.2000 era deceduta a Milano, ove era nata il 16.10.1919, L.M. -madre del padre premorto R.C. ,e di G.C., M.C. e L.C.
– la de cuius ,con testamento olografo pubblicato con atto in notaio B. del 25.9.2000, aveva lasciato il proprio patrimonio in parti uguali ai figli, e all’attore quale erede del padre premorto, ed al figlio G.C. , in prelegato anche un appartamento in via S. n 48 a Milano ;
– il testamento era da ritenersi nullo, in quanto privo di data, sottoscritto con sigla scarabocchiata, e sottoposto alla condizione di non impugnabilità , sotto pena di devoluzione della disponibile a “cani e gatti poveri”, cosicché avrebbe dovuto aprirsi la successione legittima della de cuius, non essendo ancora data esecuzione alle disposizioni testamentarie, e comunque annullabile;
– in ogni caso G.C. aveva proceduto a dividere solo il conto titoli e il ricavato della vendita della villa di Varese via G. n 19 , trattenendo i beni mobili, arredi, quadri , orologi , tappeti gioielli di grande pregio e ricordi di famiglia- indicati in atto di citazione e meglio indicati in un taccuino dalla de cuius poi ricevuto da G.C.- per valore di Euro 300.000,00 , oltre al saldo del conto corrente;
– a ciascun erede spettava la somma di Euro 500.000,00, a fronte di quella , invece percepita, di Euro 238.449,5;
– in data 19.12.2007 era deceduto a Milano, ove era nato il 18.1.1956, G.C. il quale con testamento pubblico del 27 maggio 2004 in Notaio L. aveva nominato erede universale il convenuto A.O., legando al fratello M.C. la nuda proprietà della casa di C. ed ai nipoti A. e S.C. altri beni, alla nipote B.C. ( figlia del fratello L.) la proprietà della casa sita a San Michele di Pagana; a suo favore la nuda proprietà della casa di Milano via Duccio da Boninsegna n. 25 e la somma di Euro 50.000,00;
– la lucidità mentale di G.C. nel 2004 era compromessa e coartata dalle pressione psicologiche subite dal convivente A.O.;
– detto testamento era assistito da numerosi codicilli che assegnavano in legato ai fratelli del testatore i beni ;
– il convenuto ,erede testamentario, doveva ritenersi indegno a succedere ai sensi degli artt. 463 nn4,5 e 6 c.c. ;
– con ultimo codicillo del 25.7.2007, modificando il testamento del 27.5.2004, il de cuius lasciava all’attore la proprietà dell’appartamento di Milano via S.S. n 2 , ferme ed inalterate rimanendo tutte le altre disposizioni contenute nel testamento;
Ha chiesto che sia dichiarata la incapacità di intendere e di volere del de cuius G.C. al momento della redazione de testamento ,e al momento della redazione del codicillo del 25.7.2007, che sia dichiarato nullo sia il testamento del 27.5.2004 che il codicillo del 25.7.2005; che sia dichiarata la indegnità a succedere del convenuto M.O. con condanna al risarcimento dei danni; sia condannato il Notaio L. al risarcimento dei danni, da determinarsi in via equitativa, in quanto aveva prestato la propria opera a soggetto chiaramente non pienamente capace di intendere e di volere con riguardo al testamento del 27.5.2004 ,e falsamente dichiarato che il codicillo del 25.7.2007 gli sarebbe stato consegnato dal de cuius.
Ha chiesto ,quindi ,che sia dichiarata aperta la successione legittima di G.C. ;in via subordinata che sia dichiarata la indegnità a succedere del convenuto A.O. ai sensi degli artt. 463 nn4.5. e 6 c.c.
Con riguardo alla successione di L.M. ha chiesto che :
– sia dichiarata la nullità del testamento per mancanza di data, per firma illeggibile, nonché sottoposizione della scheda alla condizione di non impugnabilità, e devoluzione della disponibile a “cani e gatti poveri”;
– sia disposta la riduzione del testamento perché lesivo della propria quota di legittima;
– il convenuto sia condannato alla restituzione dei beni di proprietà del padre- premorto – e dei coniugi genitori dell’ attore, e divisione con i coeredi dei beni mobili della de cuius di cui il convenuto si sarebbe poi impossessato dopo la morte di G.C., con inventario che sarebbe stato redatto.
Mentre L.C. e M.C. sono rimasti contumaci , A.O. e il Notaio M.L., con separate comparse di riposta, si sono costituiti in giudizio, contestando, entrambi, la fondatezza della domanda, chiedendone il rigetto, e chiedendo la condanna dell’attore al risarcimento dei, danni, con condanna per responsabilità processuale aggravata ai sensi dell’art. 96 cp.c. ed inoltre il primo anche la condanna dell’attore al pagamento della somma di Euro 761,25 ( di cui Euro 507,50 per imposta ipotecaria ed Euro 253,75 per imposta catastale ) .
Si sono costituiti in giudizio anche B.C. e L.C., non opponendosi all’accoglimento della domanda attrice .
Quindi la causa – istruita mediante ctu grafologica e prove testimoniali – rimessa avanti il Collegio per la decisione, sulle conclusioni delle parti come precisate nei fogli allegati ai verbali di udienza – previa concessione dei termini ex art 190 c.p.c. per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica ,e rimessa sul ruolo istruttorio per la integrazione del contraddittorio nei confronti dei legatari S.C. e A.C.- i quali sono rimasti contumaci- ,è stata rimessa definitivamente avanti il Collegio per la decisione, senza concessione dei termini per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.
Ciò posto ritiene il Collegio che nessuna nullità né annullamento del testamento olografo redatto da L.M. sia configurabile, atteso che le parti presenti alla pubblicazione del testamento, tra cui l’attore, hanno dato acquiescenza allo stesso .
Infatti dal verbale di pubblicazione del testamento olografo con atto del 25.9.2000 in Notaio G.B. di Miano ( documento n 2 parte convenuta O.) l’attore G.C. nonché M., G. e L.C. ” preso atto dell’assenza della data nel testamento, della firma apposta solo con la sigla e della conseguente possibilità di impugnazione da parte di chiunque vi abbia interesse ai sensi dell’art 606 c.c. convengono di dare comunque esecuzione alle volontà testamentarie della de cuius, dichiarano di prestare, come prestano, piena adesione ed acquiescenza a detto testamento con dichiarazione di volerlo convalidare, rinunciando ad ogni eccezione o riserva, espressamente rinunciando ad ogni azione di riduzione o di annullamento e riconoscono che le eredità di cui sopra è devoluta come specificato nel predetto testamento accettando la predetta eredità ed il legato.
E’ evidente che ,ai sensi della disciplina di cui all’art 590 c.c., l’attore non può fare valere la nullità ovvero l’annullamento della scheda atteso che la nullità della disposizione testamentaria . art 606 c.c- non può essere fatta valere da chi- conoscendo la causa della nullità ha , dopo la morte del testatore confermato la disposizione testamentaria o dato ad essa volontaria esecuzione.
Nella fattispecie in esame dal verbale di pubblicazione della scheda risulta esplicitata la volontà dell’attore di confermare la volontà della de cuius , dandovi attuazione ,rinunciando a qualsivoglia azione di nullità e di annullamento della scheda testamentaria .
Ugualmente deve essere respinta la domanda di riduzione della disposizione testamentaria , avendo l’attore espressamente rinunciato anche alla domanda di riduzione .
Osserva il Collegio che l’attore che ha negato di essere stato presente alla pubblicazione della scheda testamentaria ,non ha poi proposto querela di falso avverso il verbale redatto dal notaio in cui, invece, è dato atto della sua presenza.
Resta dunque da accertare la fondatezza della domanda attrice di condanna del convenuto A.O. – quale erede di G.C.,- alla restituzione dei beni mobili facenti parte della eredità di L.M. e non divisi tra gli eredi di quest’ultima, tra cui il proprio padre cui è succeduto per rappresentazione , e cioè i beni gioielli, quadri, mobili , francobolli , indicati in citazione , nonché denaro contante.
Detta domanda non è fondata, non avendo l’attore fornito la prova della esistenza di detti beni, né del luogo in cui gli stessi sarebbe attualmente custoditi.
Né detta prova può ritenersi fornita all’esito della prove testimoniali articolate.
Il teste A.M., indicato dall’attore, ha dichiarato di non avere mai visto i gioielli e gli altri beni mobili ; il teste A.V., anche egli indicato dall’attore ha riconosciuto solo alcuni orologi e mobili. – tra quelli riprodotti fotograficamente- ; infine non risulta attendibile la deposizione della teste M.P.- moglie separata dell’attore- la quale ha confermato la domanda prima ancora che le venisse rivolta( verbale di udienza del 19.12.2011)
Inoltre ,a prescindere da quanto hanno dichiarato i testi, difetta comunque la prova che i beni indicati, dopo il decesso di G.C., siano transitati nella disponibilità del convenuto A.O..
La domanda è, pertanto, da respingere.
Occorre, quindi ,esaminare le domande spiegate dall’attore con riferimento alla successione di G.C..
L’attore, in primo luogo, ha chiesto che sia dichiarata la incapacità di intendere e di volere del de cuius al momento della redazione del testamento e della redazione del codicillo del 25.7.2007 .
Detta domanda non è fondata non avendo l’attore fornito alcuna prova a riguardo.
Osserva il Collegio che principio fondamentale è che il testamento redatto dal de cuius può essere impugnato se si dimostra che al momento della sua redazione, quest’ultimo era affetto da una infermità psichica di natura permanente, tale da determinare la sua incapacità di intendere e di volere (Cass. civ., Sez. II, 11/07/2011, n. 15187). Tuttavia, l’annullamento di un testamento per incapacità naturale del testatore postula l’esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi; con la conseguenza che è onere di chi quello stato di incapacità assume, di provare che il testamento fu redatto in un momento di incapacità di intendere e di volere (ex plurimis Cass. civ., Sez. II, 12/08/2010, n. 18540; Cass. civ., Sez. II, 15/04/2010, n. 9081; Cass. civ., Sez. II, 27/10/2008, n. 25845; Cass. civ., Sez. II, 11/04/2007, n. 8728; Cass. civ., Sez. II, 06/05/2005, n. 9508; Cass. civ., Sez. II, 30/01/2003, n. 1444; Cass. civ., Sez. II, 06/12/2001, n. 15480).
Ciò posto ,non risulta indicato alcun elemento da cui desumere la dedotta incapacità a carico del de cuius.
Né detta prova poteva ritenersi altrimenti fornita attraverso l’ingresso nel giudizio delle prove testimoniali articolate dall’attore, atteso che le stesse hanno ad oggetto valutazioni ,cosicché la richiesta istruttoria sul punto è stata respinta .
Né può ritenersi fondata la domanda di indegnità a succedere del convenuto A.O. , ai sensi degli artt. 463 nn4,5 e 6 c.c. in quanto avrebbe : a) impedito al de cuius di mutare il testamento , b) coartato la volontà del testatore; c) soppresso documenti testamentari .
Infatti anche in questo caso, l’attore non ha fornito prova di quanto dedotto .
Né ha provato che il convenuto abbia ” sottratto la carta di credito ” del de cuius ” e ne abbia falsificato firma , come ha, invece, ha chiesto che sia accertato.
E anche in questo caso osserva il Collegio che le prove testimoniali articolate, in quanto valutative ed irrilevanti, non avrebbero potuto provare l’assunto attoreo.
Ugualmente deve essere respinta perché del tutto sfornita di prova la domanda proposta nei confronti del Notaio M.L. che ha redatto il testamento pubblico del 27 maggio 2004(documento n 5 parte attrice) e che avrebbe prestato la propria opera in soggetto chiaramente non pienamente capace di intendere e di volere fornendo così un documento nullo e per avere falsamente dichiarato per iscritto che il codicillo datato 25 luglio 2007 allegato a quel testamento gli fu consegnato da G.C. lo stesso giorno 25 luglio 2007.
La perizia calligrafica redatta dalla Dottoressa A.B.- le cui conclusioni il Collegio ritiene di condividere in quanto suffragate da rigorosi criteri scientifici e da argomentazioni convincenti – ha infatti accertato che” il testamento olografo del 25/7/2007 a firma G.C…. si riferisce in ogni sua parte: data, testo e firma al grafismo autografo del sig G.C. e pertanto deve ritenersi autografo ”
Né l’attore ha provato – come evidenziato- la incapacità di intendere e di volere del de cuius alla data di redazione del testamento .
Ciò posto occorre esaminare le domande riconvenzionali svolte dai convenuti A.O. e Notaio M.L. di risarcimento dei danni che gli stessi assumono avere subito a causa della domanda svolta nei propri confronti.
Il convenuto A.O. assume che l’attore gli avrebbe rivolto affermazioni lesive, accusandolo di aver commesso reati ( falsificazione della firma, sottrazione carta credito, soppressione di testamento).
Sul punto il Collegio ritiene che nella proposizione della domanda attrice non sia ravvisabile alcuna affermazione lesiva nei confronti del convenuto, in quanto trattasi, comunque ,di deduzioni volte ad ottenere l’annullamento del testamento redatto dal de cuius, senza che nella citazione e nei successivi atti dell’attore siano contenute frasi o dichiarazioni offensive.
Ugualmente ritiene il Collegio che non sia ravvisabile alcun danno non patrimoniale arrecato al convenuto Notaio M.L. ,
Né è ravvisabile nella deduzioni dell’attore un’ipotesi di reato quale presupposto logico e giuridicio per la configurabilità di diritti di natura non patrimoniale ,come assume il convenuto medesimo .
Deve ricordarsi che un danno non patrimoniale “è risarcibile nei soli casi “previsti dalla legge”, e cioè, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ.: (a) quando il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di qualsiasi interesse della persona tutelato dall’ordinamento, ancorché privo di rilevanza costituzionale; (b) quando ricorra una delle fattispecie in cui la legge espressamente consente il ristoro del danno non patrimoniale anche al di fuori di una ipotesi di reato (ad es., nel caso di illecito trattamento dei dati personali o di violazione delle norme che vietano la discriminazione razziale); in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione dei soli interessi della persona che il legislatore ha inteso tutelare attraverso la norma attributiva del diritto al risarcimento (quali, rispettivamente, quello alla riservatezza od a non subire discriminazioni); (c) quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di tali interessi, che, al contrario delle prime due ipotesi, non sono individuati “ex ante” dalla legge, ma dovranno essere selezionati caso per caso dal giudice.
Il danno non patrimoniale derivante dalla lesione di diritti inviolabili della persona, come tali costituzionalmente garantiti, “è risarcibile a tre condizioni: (a) che l’interesse leso – e non il pregiudizio sofferto – abbia rilevanza costituzionale (altrimenti si perverrebbe ad una abrogazione per via interpretativa dell’art. 2059 cod. civ., giacché qualsiasi danno non patrimoniale, per il fatto stesso di essere tale, e cioè di toccare interessi della persona, sarebbe sempre risarcibile); (b) che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità (in quanto il dovere di solidarietà, di cui all’art. 2 Cost., impone a ciascuno di tollerare le minime intrusioni nella propria sfera personale inevitabilmente scaturenti dalla convivenza); (c) che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita od alla felicità”( Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008 (Rv. 605493).
Ritiene il Collegio che nella fattispecie in esame il convenuto non abbia fornito la prova delle ” ingiustificate e illegittime lesioni di diritti costituzionalmente garantiti” quali il danno all’immagine quello alla reputazione , atteso che le deduzioni attoree sono rimaste comunque circoscritte della odierna controversia senza alcuna esternazione o propagazione mediatica.
Deve essere ugualmente respinta la domanda del convenuto A.O. al pagamento della somma di Euro 761,25 di cui Euro 507,50 relativa alla imposta ipotecaria ed Euro 253,75 a quella catastale; infatti il convenuto si è limitato a produrre un mero prospetto ( che afferma essere stato redatto dal Notaio L.), senza alcun riferimento ai criteri in base ai quali l’attore dovrebbe pagare detto importo – non ritenendosi a tal fine sufficiente il riferimento al documento n 11 ; né risulta comunque provato che il convenuto abbia pagato anche la quota che graverebbe sul attore, a tal fine non essendo sufficiente l’ordine di bonifico bancario avente la causale ” eredità G.C. “( documento n 9 parte convenuta O.).
Infine ritiene il Collegio che non sussistano neppure i presupposti per affermare la responsabilità processuale aggravata dell’attore , e per condannarlo ai sensi dell’art 96 c.p.c. in assenza di prova da parte dei convenuti in ordine all’ an ed al quantum del danno subito.
Le spese di lite nei confronti di A.O. e del Notaio M.L. seguono il regime della soccombenza ,e vanno liquidate come in dispositivo .
Le spese di lite tra l’attore e i convenuti B.C. e L.C. debbono essere compensate.
Devono , infine, essere dichiarate non ripetibili le spese di lite nei confronti dei convenuti contumaci.
Le spese di ctu -liquidate con decreto in corso di causa -devono essere poste in via definitiva a carico dell’attore.
Respinge la domanda attrice;
Respinge le domande riconvenzionali dei convenuti A.O. e Notaio M.L.;
Condanna G.C. al pagamento delle spese di lite a favore dei convenuti A.O. e Notaio M.L. ,che liquida a favore di A.O. nella somma di Euro 25.000,00 per compenso , Euro 3.065,00 per spese, oltre IVA e cpa e al rimborso del 15% per spese generali , e a favore del Notaio M.L. nella somma di Euro 25.000,00 per compenso oltre IVA e cpa e al rimborso del 15% per spese generali ;
Dichiara compensate le spese di lite tra l’attore ed i convenuti L.C. e B.C.;
Dichiara non ripetibili le spese di lite nei confronti dei convenuti contumaci;
Pone le spese di ctu, liquidate con decreto in corso di causa, in via definitiva a carico dell’attore
12 Apr 2017 | di Redazione

References: sentenza 
 sentenza 
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 Cass. 
 Cass. 
 art. 624
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Cass. 
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 art. 591
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 sentenza 
 art. 360
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