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Posted on 19 febbraio 2013 by Avv. Giuseppe Tripodi
Cassazione, sproporzionato il licenziamento del barista che non emette gli scontrini
Corte di Cassazione Sezione Lavoro – Sentenza 4 febbraio 2013, n. 2510
La Suprema Corte id Cassazione, in materia di lavoro, ha chiarito alcune situazioni collegate al possibile licenziamento come conseguenza degli atteggiamenti del dipendente.
In particolare, la Corte ha trattato la questione della legittimità del licenziamento del barista che non emette gli scontrini fiscali. Sanzione disciplinare corretta o eccessiva?
Già in passato i Giudici di Piazza Cavour avevano esaminato vicende simili e, proprio di recente si erano espressi con la sentenza n. n. 7965 del 18 maggio 2012, dove giustificavano il licenziamento del dipendente che non emetteva le ricevute fiscali sulla base del fatto che ciò rappresentava “un comportamento tale da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro” in quanto fa “venir meno la possibilità di ipotizzare un comportamento improntato a regole di correttezza nel prosieguo del rapporto” tra dipendente e datore di lavoro.
Con la sentenza odierna la Corte corregge il tiro in quanto ha deciso che, nel caso in cui non vi sia la prova di una appropriazione indebita delle somme non scontrinate, è sproporzionato il licenziamento irrogato per non aver emesso la ricevuta fiscale, specie nel caso in cui vi siano delle circostanze impeditive come ad esempio una considerevole affluenza di clienti o un elevato numero di scontrini emessi ogni giorno.
Il caso trattato dalla Sezione Lavoro delle Suprema Corte riguardava un barista, licenziato per giusta causa, per non aver emesso degli scontrini.
Già il Tribunale in cui veniva impugnato il licenziamento aveva ritenuto sproporzionata la sanzione rispetto alla contestazione fatta al dipendente e, per questo, ne disponeva la reintegra dello stesso condannando il datore di lavoro a corrispondere tutte le retribuzioni dal licenziamento all’effettiva reintegra.
La sentenza veniva confermata anche nel grado successivo e, infine, dai giudici del Palazzaccio.
Sia nella fase di merito dunque che in quella di legittimità è stata riconosciuta la sproporzione tra la sanzione contestata e il comportamento tenuto dal barista che non ha mai negato il fatto di non aver emesso gli scontrini ma ha giustificato tutto dimostrando che nella giornata in cui non aveva emesso tutte le ricevute fiscali vi era stata una considerevole affluenza di clienti, emetteva ogni giorno un elevato numero di scontrini (circa 5.000), e nel bar vi era un sistema di vendita che consentiva ai clienti di prelevare la merce dal frigo bar e presentarsi alla cassa per il pagamento (condizioni lavorative non smentite dalla Società).
In poche parole, per i giudici il comportamento dell’uomo è comprensibile tenuto conto di questi fattori che “giustificano” la condotta del barista che non ha scelto di non emettere lo scontrino per appropriarsi della somma (visto che la Società non lo ha contestato) ma lo ha fatto solo perchè impedito dal grande carico di lavoro.
La Cassazione, con la sentenza n. 2510 del 4 febbraio 2013 ha precisato che il giudice di merito ha correttamente valutato la questione di relativa alla proporzionalità tra licenziamento disciplinare e l’addebito contestato e, pertanto, tale valutazione non è censurabile in sede di legittimità ove sorretta da motivazione sufficiente e non contraddittoria.
Sentenza 13 novembre 2012 – 4 febbraio 2013, n. 2510
Presidente De Renzis – Relatore Marotta

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