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Timestamp: 2018-08-21 06:29:02+00:00

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28 giugno 2013 | Autore: Angelo Greco
Il Decreto del Fare ha introdotto, nel codice di procedura civile, il nuovo art. 185 bis c.p.c., che ricalca il tentativo di conciliazione previsto nel rito del lavoro dall’art. 420 c.p.c.: sembra così ripristinata quella proposta di conciliazione in prima udienza che era stata cancellata nel 2006.
Il decreto del Fare [1] ha introdotto, nel codice di procedura civile, il nuovo articolo 185bis che incide sulla struttura della prima udienza di comparizione e trattazione. Ecco il testo della nuova norma.
185-bis. (Proposta di conciliazione del giudice) – Il giudice, alla prima udienza, ovvero sino a quando è esaurita l’istruzione, deve formulare alle parti una proposta transattiva o conciliativa. Il rifiuto della proposta transattiva o conciliativa del giudice, senza giustificato motivo, costituisce comportamento valutabile dal giudice ai fini del giudizio.
La disposizione ha reintrodotto un obbligo, per il giudice, già previsto dalla precedente formulazione dell’art. 183 c.p.c., prima della riforma del 2005 (entrata in vigore a marzo 2006). La vecchia norma, infatti, disponeva che, in prima udienza di trattazione, il giudice istruttore, interrogate le parti, quando la natura della controversia lo consentiva, tentasse la conciliazione.
Successivamente, l’attuale art. 185 c.p.c. ha relegato la conciliazione giudiziale ad una apposita ed eventuale udienza, solo se richiesta da entrambe le parti.
Ed ecco il terzo capitolo della saga. Il legislatore, schizofrenicamente, dopo aver introdotto per ben due volte la mediazione civile e cancellato il tentativo di conciliazione obbligatorio presso le DPL, si è accorto dell’importante funzione del giudice in sede transattiva. E così gli ha riattribuito quei vecchi poteri/doveri che aveva prima del 2006. Il nuovo art. 185bis prevede, infatti, l’obbligo per il giudice di formulare alle parti una proposta transattiva o conciliativa alla prima udienza o, comunque sino alla conclusione della fase istruttoria. L’eventuale rifiuto senza giustificato motivo di una delle parti costituisce un comportamento valutabile ai fini del giudizio.
Sembra di rivedere le vesti della conciliazione tutt’ora operante nel processo del lavoro. Ma con queste differenze:
a. Con il nuovo art. 185bis, la proposta del giudice può essere fatta in qualsiasi momento del giudizio, purché non sia ultimata l’istruttoria. Nel 420 c.p.c., invece, il tentativo di conciliazione viene eseguito solo in prima udienza.
b. Con il nuovo art. 185bis, la proposta del giudice viene formulata agli avvocati difensori, mentre, nel rito del lavoro, viene rivolta alle parti, comparse personalmente in udienza.
I motivi di critica alla riforma possono essere due.
1. Il primo è di tipo formale. Infelice sembra l’idea di creare un nuovo art. 185bis quando invece si poteva modificare il già presente art. 185 o, diversamente, ritornare al vecchio art. 183. Si poteva, cioè, prevedere che la proposta seguisse, in ogni caso, l’interrogatorio libero delle parti disposto dal giudice.
2. La proposta, se formulata ai difensori, rischia di essere poco incisiva per come, invece, potrebbe esserlo se rivolta direttamente alle parti. Infatti, è proprio l’autorità e la posizione del giudice a influire maggiormente su queste ultime, nel trovare una via mediana. Il che avvalora lo scetticismo di chi scrive nei confronti della mediazione obbligatoria: quel che non può il giudice (comunque delegato a dire l’ultima parola sulla controversia), di certo non riuscirà a farlo un mediatore esterno, non dotato degli stessi poteri “definitivi” del primo.
28/06/2013 alle 16:21
Mediazione Operante nel rito del lavoro? Ancora? Ma se è stata cestinata dopo anni di flop
28/06/2013 alle 23:30
Bhè un conto è l’influenza dell’autorità del Giudice che propone una ipotesi di accordo, un altro è l’attività del mediatore che aiuta le parti a trovare un accordo che sia per loro satisfattiva. Le due figure sono ontologicamente diverse
30/06/2013 alle 18:55
Invece, secondo me prevedere che la proposta sia diretta alle parti può essere oneroso per queste ultime, specie se residenti all’estero. Dunque aderisco all’impostazione adottata dal legislatore.
11/07/2013 alle 10:28
non condivido la conclusioni perché il mediatore esterno, se preparato e competente, non agisce certo in forza del “poteri definitivi” del Giudice ma di competenze di tutt’altro genere e che potrebbero durare nel tempo molto più di un provvedimenti imposto con l’autorità
17/08/2013 alle 21:17
La legge é carente nel senso che se una delle parti rifiuta o addirittura non compare il procedimento rimane privo d’efficacia.
Sembra che ora almeno il giudice esprima un giudizio, nel corso del procedimento, mentre prima il conciliatore si limitava a chiedere se entrambe le parti erano d’accordo: ma ho i miei dubbi anche ora: l’inconveniente consiste principalmente nella domanda congiunta che una delle due parti non ha alcuna intenzione di fare..
Possibile che non si riesca ad ottenere giustizia senza una “normale” causa civile?
30/10/2014 alle 09:15
Se non si rende perentorio il tentativo di conciliazione il giudice non farà nulla perché per fare una qualunque proposta bisogna aver letto il fascicolo e nessun giudice legge i fascicoli alla prima udienza. Succede così anche nel lavoro dove non sempre viene effettuato il tentativo di accordo, anche perché molte volte la parte convenuta si presenta con il solo avvocato.

References: art. 185
 articolo 185
 art. 185
 art. 185
 art. 185
 art. 185
 art. 185
 art. 185
 art. 183