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⭐VITE DI SCARTO Marginalità sociale e marginalità abitativa dei migranti a Pisa
VITE DI SCARTO Marginalità sociale e marginalità abitativa dei migranti a Pisa
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1 VITE DI SCARTO Marginalità sociale e marginalità abitativa dei migranti a Pisa A cura di Africa Insieme Bozza, 4 Giugno 20062 2 Indice INTRODUZIONE... 6 LA CITTÀ DEGLI ESCLUSI. BARACCOPOLI, CAMPI NOMADI, CASE OCCUPATE A PISA ABITAZIONE: UN FATTO DI DIGNITÀ DELLA PERSONA LA CITTÀ DEGLI ESCLUSI LA CASA E IL PERMESSO DI SOGGIORNO: QUANDO I DIRITTI DIVENTANO DOVERI BARACCOPOLI E CASE OCCUPATE I CAMPI NOMADI: TRA PREGIUDIZI E LUOGHI COMUNI GLI INVISIBILI INTORNO A NOI MARGINALITÀ SOCIALE E MARGINALITÀ ABITATIVA DEGLI STRANIERI. UNO SGUARDO ALLE RILEVAZIONI UFFICIALI LA PRESENZA STRANIERA NELLA ZONA PISANA GLI IRREGOLARI LA RICERCA DELLA PROVINCIA CONCLUSIONI LA PRESENZA STRANIERA IN CIFRE LA CITTÀ DEI CAMPI. STORIA DELLA PRESENZA ROM A PISA ALLE ORIGINI DELLA PRESENZA ROM A PISA (ANNI 80) IL PROGETTO DEL CAMPO NOMADI ( ) LA DISPERSIONE ( ) GLI ATTENTANTI DEL 1995 E LE DICHIARAZIONI DEL SINDACO FLORIANI L APERTURA DEL CAMPO NOMADI DI COLTANO (1996) I PROFUGHI DELLA EX-JUGOSLAVIA ( ) LA POLITICA DEL NUMERO CHIUSO ( ) DAGLI SGOMBERI AL PROGRAMMA LE CITTÀ SOTTILI ( ) L IMMIGRAZIONE RUMENA E LA POLITICA DEL NUMERO CHIUSO ( ) LA POLITICA LOCALE AL BIVIO ( ) I ROM DELLA EX-JUGOSLAVIA. DOPO LE CITTÀ SOTTILI LA PRESENZA ROM A PISA: I SUCCESSI DEL PROGRAMMA LE CITTÀ SOTTILI I PUNTI CRITICI: CHE COSA NON HA FUNZIONATO NEL PROGRAMMA LE CITTÀ SOTTILI I CAMPI NOMADI E IL DRAMMA DI COLTANO LA PRESENZA ROM IN CIFRE RUMENI NEI CAMPI UNA PREMESSA: RUMENI O ZINGARI? L ORIGINE DEI FLUSSI MIGRATORI PISA META PRIVILEGIATA INSEDIAMENTI E CATENE MIGRATORIE SITUAZIONE GENERALE DEI CAMPI IL COMPORTAMENTO DEGLI ENTI PUBBLICI LA PRESENZA RUMENA IN CIFRE VITA DI SEMAFORO. INCHIESTA SU UN LAVORO DIMENTICATO... 353 3 1. INTRODUZIONE: IL SEMAFORO COME LUOGO DI CONTATTO TRA MONDI I PREGIUDIZI DEGLI AUTOCTONI PERCHÉ IL SEMAFORO IL LAVORO DIFFERENZE DI GENERE CONCLUSIONI: APERTURE E PAROLE IN LIBERTÀ IL LAVORO DI SEMAFORO IN CIFRE...39 NON SOLO ZINGARI. I MAGHREBINI NEI CAMPI NOMADI INTRODUZIONE: I CAMPI NOMADI DEI MAGHREBINI UNA PRIMA RICOGNIZIONE UNA INCHIESTA QUALITATIVA IL RUOLO DELLE LEGGI CONTRO L IMMIGRAZIONE L IMPRATICABILITÀ DI ALLONTANAMENTI ED ESPULSIONI CHE FARE?...43 ALLE RADICI DELL ESCLUSIONE: IL MERCATO DELLA CASA A PISA...44 ALLE RADICI DELL ESCLUSIONE: IL MERCATO DELLA CASA A PISA A PISA NON MANCANO LE CASE IL RUOLO DEL MERCATO E GLI ALLOGGI SFITTI LA SPECULAZIONE IMMOBILIARE GLI STRANIERI E IL MERCATO ABITATIVO LA DISCRIMINAZIONE L INACCESSIBILITÀ DELLE CASE POPOLARI CONCLUSIONI: DAL DISAGIO ABITATIVO ALLA MARGINALITÀ SOCIALE IL MERCATO ABITATIVO A PISA IN CIFRE...49 REGOLARI E CLANDESTINI: I LIMITI IMPOSTI DALLA LEGGE BOSSI-FINI IL QUADRO COSTITUZIONALE LA LEGGE BOSSI-FINI E IL DIVIETO DI REGOLARIZZAZIONE L INGRESSO PER LAVORO E LE QUOTE ANNUALI LA LEGGE BOSSI-FINI: UNA FABBRICA DI CLANDESTINITÀ L IMPOSSIBILITÀ DI CONTRIBUIRE ALLA SPESA PUBBLICA...54 LE STRUTTURE DI ACCOGLIENZA NELLA CITTÀ DI PISA. IL SISTEMA DEI SERVIZI...55 LE STRUTTURE DI ACCOGLIENZA NELLA CITTÀ DI PISA. IL SISTEMA DEI SERVIZI ACCOGLIENZA PER DONNE E NUCLEI FAMILIARI EMERGENZE PARTICOLARI: FREDDO, POST-OSPITALIZZAZIONE, USCITA DAL CARCERE ACCOGLIENZA DEI CLANDESTINI IL FUNZIONAMENTO DELLE STRUTTURE CONSIDERAZIONI E PROPOSTE...57 ADVOCACY COALITION: IL VOLONTARIATO TRA OFFERTA DI SERVIZI E POLITICA L OFFERTA DI SERVIZI IL RUOLO DEI SERVIZI OFFERTI DAL VOLONTARIATO NEI PROCESSI DI INTEGRAZIONE SOCIALE IL VOLONTARIATO E LA POLITICA SOCIALE VOLONTARIATO E POLITICA: UN «MODELLO PISANO» DI ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI.594 4 5. QUADRO RIASSUNTIVO DEI PRINCIPALI SERVIZI EROGATI DAL VOLONTARIATO APPENDICE. TABELLE LA PRESENZA STRANIERA IN CIFRE I ROM LA PRESENZA RUMENA MAGHREBINI NEI CAMPI IL MERCATO ABITATIVO NELLA CITTÀ DI PISA ARTICOLO PER LA RIVISTA «LA NUOVA CITTÀ»...I 1. UNA RICERCA SULLA MARGINALITÀ ABITATIVA A PISA... I 2. LA MARGINALITÀ ABITATIVA A PISA: ROM, RUMENI E MAGHREBINI... I 3. ALLE ORIGINI DEL FENOMENO: DISCRIMINAZIONE, ESCLUSIONE ABITATIVA, CLANDESTINIZZAZIONE... IV 4. LE POLITICHE LOCALI: OLTRE LA LOGICA DEL NUMERO CHIUSO... VI MAPPA DEGLI INSEDIAMENTI... IX5 56 6 Introduzione a cura del gruppo di lavoro Case sovraffollate, affitti al nero, alloggi impropri e fatiscienti, ospitalità precaria presso datori di lavoro e amici, campi nomadi, baraccopoli, case occupate: il campionario delle tipologie di disagio abitativo dei migranti è assai complesso e diversificato. Secondo una ricerca del Censis [Censis-Confcooperative Federabitazione, La domanda abitativa degli anni 2000, Roma 2004], il disagio abitativo coinvolgerebbe migranti in tutta Italia, pari al 61,9% dei regolari presenti sul territorio nazionale. In questa situazione, una ricerca sul problema casa dei migranti avrebbe richiesto mezzi e competenze al di fuori della nostra portata: sarebbe stato necessario infatti intervistare un numero consistente di cittadini stranieri, magari costruendo un campione rappresentativo e scandagliando le tante situazioni di precarietà che caratterizzano l accesso dei migranti al mercato abitativo locale. Converrà dunque chiarire subito che questa non è una ricerca sul problema abitativo dei migranti a Pisa: non è e non potrebbe esserlo, data la scarsità dei mezzi a nostra disposizione. La nostra inchiesta riguarda invece le situazioni di disagio abitativo estremo: quelle che comportano non soltanto una privazione materiale, ma anche una diminuzione di status, una perdita di cittadinanza, una degradazione simbolica. Dunque, non un generico disagio, ma una vera e propria condizione di marginalità abitativa, che finisce inevitabilmente per trasformarsi in emarginazione sociale. Da questo punto di vista, si sono presi in considerazione unicamente quei gruppi di migranti che non hanno casa, che vivono in campi nomadi, in baracche di fortuna, sotto i ponti o in accampamenti improvvisati. Uno degli aspetti forse più drammatici della condizione in cui vivono queste comunità è proprio la perdita di voce pubblica, l impossibilità di parlare di se stesse. Fateci caso: nel senso comune, ma anche e forse soprattutto nel discorso dei mass-media e dei giornali, tutti credono di sapere per esempio chi sono i Rom, cosa fanno nella vita, perché abitano nei campi piuttosto che in case simili alle nostre. Nessuno ha mai pensato di chiederlo direttamente a loro, sospendendo giudizi affrettati o veri e propri pregiudizi. Il presente lavoro vuol essere un piccolo contributo alla conoscenza puntuale, non viziata da stereotipi, di queste realtà drammatiche che vivono alle porte della nostra città. Per svolgere la nostra ricerca, non ci siamo fermati all analisi dei dati ufficiali (che pure vengono ampiamente citati e commentati nel corso del lavoro), né delle testimonianze degli operatori che lavorano su questi temi, ma siamo andati di persona a verificare le tante situazioni di marginalità abitativa degli stranieri. La nostra ricerca è dunque il frutto di numerose visite, effettuate tra Marzo e Aprile 2006, nei campi nomadi, nelle baraccopoli abusive, nei capanni di lamiera costruiti in modo artigianale sugli argini del fiume, nelle case occupate. Ci è sembrato importante fornire al lettore anche dati numerici e quantitativi, spesso oggetto di opinini frettolose e disinformate («sono troppi», «continuano ad arrivare» ecc.). L obiettivo, che speriamo di avere almeno in parte realizzato, voleva essere quello di restituire una fotografia attendibile, che potesse rappresentare un punto di riferimento conoscitivo per amministratori, giornalisti, operatori sociali e cittadini. Nessuno di noi è sociologo di professione, e forse alcune delle nostre elaborazioni quantitative possono peccare di ingenuità: ce ne scusiamo in anticipo con il lettore, e accoglieremo volentieri critiche e suggerimenti, di cui cercheremo di fare tesoro nei prossimi lavori di ricerca. Segnaliamo però che il valore di questa piccola inchiesta deve essere ricercato altrove. Da sempre siamo impegnati, come associazione, nel sostegno e nella tutela delle fasce più deboli ed emarginate dell immigrazione: in questi anni, abbiamo avuto modo di7 7 conoscere e seguire le vite di gran parte delle persone che compaiono in questa ricerca. Sicuramente molti altri sarebbero in grado, più e meglio di noi, di elaborare statistiche e dati numerici, ma pochi possono vantare una familiarità e una conoscenza di questi mondi paragonabile alla nostra. Visitando i campi nomadi e le baraccopoli più o meno abusive, siamo stati accolti non come sconosciuti ricercatori, ma come vecchi amici, persone che meritano fiducia e rispetto, con cui si può parlare liberamente e sinceramente. Le informazioni che abbiamo ottenuto sono anche il frutto di questo capitale simbolico e forse, almeno da questo punto di vista, possono essere considerate più affidabili e complete. Infine, vorremmo chiarire che questo lavoro ha anzitutto una finalità conoscitiva. Come il lettore potrà constatare, non abbiamo rinunciato ad esprimere le nostre opinioni sulle politiche locali, sulle scelte di amministratori e Sindaci, sulle leggi nazionali che regolano l immigrazione e su tante altre cose: abbiamo però cercato di restituire un quadro quanto più possibile esatto ed attendibile della situazione. L ambizione di questa ricerca è infatti quella di contribuire alla conoscenza di questi fenomeni. Ci piacerebbe che i dati da noi forniti fossero utilizzati, per così dire, anche contro di noi: per dimostrare le tesi opposte a quelle che andiamo sostenendo, per contestare le proposte che avanziamo o per leggere i nostri dati attraverso chiavi di lettura differenti. Un dibattito è ricco e costruttivo non quando tutti la pensano allo stesso modo, ma quando le opinioni diverse sono sorrette da dati puntuali, obiettivi, non faziosi. E proprio dati di questo tipo sono l oggetto di questa ricerca. Il gruppo di lavoro: Arianna Becherini, Laura Begnini, Sergio Bontempelli, Antonia Doveri, Lisa Scarpellini, Said Talbi8 8 La città degli esclusi. Baraccopoli, campi nomadi, case occupate a Pisa Antonia Doveri 1. Abitazione: un fatto di dignità della persona. L art.25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell Uomo 1 cita al comma 1 le seguenti parole: «Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all alimentazione al vestiario, all abitazione e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia e in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà». Il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, ratificato da ben 133 stati, richiama ulteriormente l attenzione sul rapporto sostanziale che esiste tra dignità della persona e abitazione rafforzando giuridicamente il concetto di diritto all alloggio all art La Carta Sociale Europea, ratificata da tutti gli Stati che compongono il Consiglio d Europa, specifica all art. 31 che «[gli Stati membri] si impegnano [ ] a favorire l accesso ad una abitazione di livello sufficiente; a prevenire e a ridurre lo status di senza tetto in vista di eliminarlo gradualmente; a rendere il costo dell abitazione accessibile alle persone che non dispongono di risorse sufficienti». Fa riflettere il fatto che la Carta dei diritti fondamentali e alcuni dei principali trattati del diritto internazionale considerino l abitazione quale elemento fondante una condizione di vita dignitosa per sé e per i propri congiunti. La nostra Costituzione non menziona esplicitamente il diritto soggettivo allo spazio abitativo, ma la Corte Costituzionale si è pronunciata a riguardo definendo che l abitazione deve essere considerata un bene sociale primario. Se ne deduce che nel nostro ordinamento la casa non è un diritto essenziale, ma è comunque considerata un bene sociale di primaria importanza, un bene atto a soddisfare un bisogno primario. Ma che cosa intendiamo per abitazione? Non dobbiamo confondere il concetto di abitazione con la mera definizione di casa in quanto spazio concreto costituito da quattro mura ed un tetto. Nell accezione di abitazione si racchiude il significato ben più ampio ed articolato di habitat, ambiente personale e privato scelto da ciascuno di noi, per sé e per la propria famiglia, entro il quale costruiamo la nostra vita privata e proteggiamo i nostri affetti. Questo ambiente, perché lo possiamo eleggere, dovrà possedere dei requisiti di base ben definiti che permettano effettivamente di soddisfare i bisogni primari della persona, tra i quali: condizioni igienico-sanitario soddisfacenti, uno spazio sufficiente al fine di permettere lo svolgimento di attività fisiche ed intellettive senza impedimenti e privazioni, un ambiente circostante che permetta di accedere ai servizi locali disponibili senza alcuna difficoltà. Abbandonando le alte sfere del diritto e le sue complesse argomentazioni, non possiamo che convenire sul fatto che la situazione abitativa può essere considerata un aspetto centrale della vita quotidiana di ciascun individuo; dopotutto una parte considerevole del nostro vivere si svolge proprio a contatto col nostro alloggio e con l ambiente immediatamente circostante. La qualità più o meno favorevole della condizione abitativa può influire, inoltre, nei rapporti con i vicini e nella capacità di accesso ai servizi collettivi. Insomma, la condizione abitativa è il termometro che misura il grado di integrazione della persona nella collettività. 1 La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'uomo è stata adottata dall'assemblea delle Nazioni Unite il 10 dicembre Si tratta forse della più forte affermazione legale internazionale per il diritto all alloggio: «Gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la propria famiglia, che includa un'alimentazione, un vestiario ed un alloggio adeguati, nonché al miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita. Gli Stati parti prenderanno misure idonee ad assicurare l'attuazione di questo diritto, e riconoscono a tal fine l'importanza essenziale della cooperazione internazionale, basata sul libero consenso» (Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali del 1966, articolo 11.1).9 9 L abitazione, quello spazio privato riservato in cui racchiudiamo e conserviamo la nostra vita e i nostri affetti, ha un importanza fondamentale per la dignità e l integrità psico-fisica della persona, andando ad incidere inevitabilmente sulla qualità dei rapporti sociali. Quando questo ambiente si riduce ai minimi termini o è persino inesistente, come ad esempio per coloro che vivono sotto i ponti o trovano da dormire dentro un cassonetto, tutto il resto si scardina, salta, non ha più alcun significato. Quando l ambiente abitativo si riduce ad una baracca fatta di lamine di metallo e plastica messe su con tutto l ingegno possibile, senza acqua o elettricità e senza servizi igenici minimi, l unica preoccupazione è che sia ben nascosta agli occhi della gente per non disturbare il senso estetico degli abitanti e per evitare di essere cacciato in men che non si dica. Quando si vive questa realtà abitativa, viene spontaneo chiedersi come si possano costruire dei rapporti sociali e attingere ai servizi offerti alla collettività. La privazione di una condizione abitativa soddisfacente toglie dignità alla persona, la spoglia dei suoi connotati fondamentali di essere sociale, appanna ogni possibilità di rivendicare diritti, portando soltanto all emarginazione. 2. La città degli esclusi Pisa. città medio-piccola, tranquilla, città di università e servizi. L allarme stranieri qui non sembra ancora essere percepito in modo grave; la paura per l extracomunitario sembra non essersi ancora radicata nelle menti della gente creando psicosi collettive. Sì certo, è da un po di tempo che i semafori della città segnalano che a Pisa sono arrivati i Rom con tutti quei figli a carico ; per non dire che è ormai da svariati anni che i pisani a Tirrenia hanno imparato a gestire la presenza dei vucumprà sulla spiaggia e le loro esortazioni all acquisto in modo impeccabile: talvolta eludendo l offerta con fare tra il sufficiente e l assonnato, altre volte instaurando un vero rapporto commerciale con tanto di trattativa. Chissà se qualcuno di questi villeggianti sotto l ombrellone o di quegli automobilisti in fila al semaforo si è mai chiesto quante di queste persone hanno una casa a cui far ritorno dopo la loro giornata lavorativa. Quanti di noi sanno o si possono immaginare in quali condizioni vivono queste persone: baraccopoli di lamiera e stracci, vecchie case diroccate e fatiscenti, campi nomadi emarginati dal pregiudizio? Molti degli stranieri che abitano a Pisa e zone limitrofe versano in situazioni di degrado estremo che ricordano a pieno titolo le favelas di Rio de Janeiro e gli slums che gravitano intorno ai grossi centri urbani del continente africano. Non c è da andare tanto lontano per esprimere al meglio la nostra indignazione alla vista di bambini vestiti di cenci e a piedi scalzi che vivono in baracche fatiscenti. Basta semplicemente guardarsi attorno o ancor meglio essere ospitato a casa loro per capire che le favelas e gli slums sono proprio dietro casa nostra, subito a ridosso delle aree residenziali della città. Senza servizi igienici, senza fornitura di acqua o gas, in zone umide e spesso insalubri. Queste persone sono gli abitanti della nostra città che vivono nell ombra, all interno di spazi abbandonati, nelle aree più degradate ed emarginate, tentando di riprodurre, con mezzi pressoché nulli, uno spazio che possa permettere loro di ripararsi almeno dalle intemperie e tenere al caldo i propri figli. 3. La casa e il permesso di soggiorno: quando i diritti diventano doveri Alla materia alloggio e dedicato il Capo III, Titolo V del d. lgs. N. 286/98, rubricato Disposizioni in materia di alloggio e assistenza sociale; di particolare rilievo è l art. 40 il quale prevede tra le possibili forme di sistemazione sia quella temporanea dei cosiddetti centri di accoglienza, gli alloggi sociali, sia quella del risanamento di alloggi da destinare ad abitazione per gli stranieri; l art. 40 prevede inoltre misure specifiche per combattere le discriminazioni che possono verificarsi proprio in ambito di diritto all alloggio in modo da permettere allo straniero anche parità di accesso ai servizi di intermediazione e al credito agevolato. Tanto per fare un po di chiarezza per chi non fosse propriamente del settore, l alloggio sociale, collettivo o individuale, ex art.40 co.4, costituisce una forma di sistemazione tipo10 10 pensionato a pagamento sempre e comunque di natura temporanea ma che permette allo straniero, in attesa di una sistemazione vera e propria, di alloggiare per un certo periodo in condizioni dignitose. Unico requisito per accedere a tutto questo: essere regolarmente soggiornanti, che tradotto in termini pratici significa essere in possesso di permesso di soggiorno (o di carta di soggiorno, che è uno speciale permesso valido a tempo indeterminato). Che si parli di centri di prima accoglienza o che si parli di alloggi sociali, dobbiamo sempre tenere presente che tutti questi interventi vengono finanziati dal cosiddetto Fondo nazionale per le politiche migratorie, previsto dal Testo Unico ex art.45 d.lgs. 286/98, da cui attingono per ogni programma di intervento in materia Stato, Regioni, Provincie e Comuni. Nel regolamento di attuazione del T.U. (d.p.r. 394/99 successivamente modificato dal d.p.r. 334/04) all art.58 comma 8 è previsto che tutti i programmi in materia devono essere finalizzati, tra l altro, a promuovere l integrazione degli stranieri favorendone l accesso (...) all abitazione. Ci preme nuovamente ricordare che tutto questo è predisposto solo per lo straniero regolarmente soggiornante. Andiamo adesso ad analizzare cosa ci indica il T.U. così come modificato dalla L.189/02, cosiddetta Bossi-Fini, e dal suo regolamento attuativo 334/04, laddove si va a regolamentare la stipula del contratto di lavoro 3, requisito essenziale per ottenere il rilascio del permesso di soggiorno. In parole semplici, si dice che il contratto di lavoro non può essere stipulato, e dunque il permesso di soggiorno non può essere rilasciato, se lo straniero non prova con una certificazione l idoneità del suo alloggio. L alloggio è idoneo quando, in base a speciali tabelle definite dalle Regioni, è sufficientemente grande per ospitare tutti coloro che vi abitano. Non bisogna confondere l idoneità in questo senso con la più generica abitabilità: un appartamento può essere abitabile e dunque possedere tutti i requisiti necessari per essere adibito ad alloggio ma non essere idoneo, cioè abbastanza grande per ospitare tutti i membri di un nucleo familiare. Facendo un esempio: se in casa sono in sette ma dal contratto d affitto risulta che l idoneità è per 5, allora per lo straniero che chiede il rinnovo del permesso son guai. Ed è bene precisare, senza dilungarsi troppo su dettagli tecnici, che i requisiti di idoneità sono spesso molto restrittivi: tanto per intenderci, molti di noi italiani abitano in case più che dignitose e comode, che però non sarebbero idonee per il rinnovo del permesso di soggiorno se fossimo stranieri. La cosa più grave è che la disponibilità di un alloggio idoneo è il requisito fondamentale per avere un permesso di soggiorno: insomma, semplificando al massimo le cose, se lo straniero non ha un alloggio super-lusso finisce per diventare clandestino. Ma non si parlava di promuovere l integrazione degli stranieri favorendone l accesso (...) all abitazione? Qui, più che favorire l accesso all abitazione si è finito per trasformare un sacrosanto diritto (quello alla casa, ad un ambiente dignitoso e comodo) in un dovere da onorare pena il rientro nella clandestinità. 4. Baraccopoli e case occupate Si può sostenere che vi sia uno stretto collegamento tra quanto detto sopra e la presenza delle baraccopoli nella nostra città? Se si guarda attentamente la questione senza dubbio esiste uno stretto legame tra quell obbligo di idoneità dell alloggio richiesto dalla normativa vigente e le condizioni abitative di degrado denunciate in queste pagine. Quelle baraccopoli e l occupazione di immobili diroccati sono la diretta conseguenza di una legge che sembra ideata per emarginare lo straniero e relegarlo alla clandestinità. Nell area pisana la presenza degli stranieri, regolari e irregolari, e stimata a circa unità 4. Ovviamente questi dati sono difficili da confermare laddove il numero degli irregolari è per presupposto impossibile da censire. 3 Parliamo, per semplicità di esposizione, di «contratto di lavoro», ma per gli stranieri la Bossi-Fini ha previsto uno speciale contratto, detto «contratto di soggiorno». Il quale, oltre alle normali clausole contenute in ogni altro documento di assunzione, contiene anche le cosiddette «garanzie»: il datore di lavoro si impegna cioè a garantire un idonea sistemazione alloggiativa al lavoratore, e le spese di rientro nel paese di provenienza. Di tutto questo parleremo meglio tra poco. 4 Nostre stime su dati Questura di Pisa, aggiornate al Novembre 2005 (vedi, in questa stessa pubblicazione, BONTEMPELLI, Sergio, Marginalità sociale e marginalità abitativa degli stranieri. Uno sguardo alle rilevazioni ufficiali).11 11 Secondo un campione estratto da una ricerca promossa dalla Provincia di Pisa del 2005 tra gli stranieri regolari, l 11,9% ha un guadagno mensile al di sotto dei 500 euro. Questi dati sembrano essere in piena dissonanza con quanto disposto per legge in materia di alloggi e promozione per gli stranieri ad un abitazione sicura. Gli intervistati erano tutti in regola con il permesso di soggiorno; ma molto probabilmente la loro condizione abitativa non ce la fa a soddisfare i rigidi parametri che determinano l idoneità di un abitazione. Alla luce dei prezzi dopati del mercato immobiliare degli ultimi anni, con meno di 500 euro al mese e praticamente impossibile potersi permettere un alloggio che possa essere definito idoneo secondo i parametri imposti dalla Bossi-Fini. Inoltre, il 10,1% degli intervistati vive in condizioni abitative che possiamo definire non precisate, ossia non ha né una casa, né una stanza, né un luogo stabile dove dormire (vedi, in questa stessa pubblicazione, Sergio Bontempelli, Marginalità sociale e marginalità abitativa degli stranieri. Uno sguardo alle rilevazioni ufficiali). Questo 10% in parte è distribuito in immobili abbandonati e diroccati, dove dieci-quindici persone possono vivere e dormire insieme in assenza delle minime condizioni igieniche di base. In parte lo ritroviamo in piccoli agglomerati di baracche, dove un intero nucleo familiare dorme e vive in uno spazio di 2-3 metri quadrati e dove per avere un po d acqua per lavarsi o fare un caffè bisogna prendere la bicicletta e pedalare per svariati metri. Concludendo, questa prima parte non prevede un approccio tecnico della normativa sull immigrazione, che per altro viene trattata qui di seguito in maniera esauriente. Con questa breve panoramica sulla situazione abitativa degli immigrati c è solo l intento di sollevare una questione che appare totalmente irrisolta: parlare di solidarietà, di lotta alle discriminazioni, di diritto di pari trattamento non ha alcun significato se prima non si permette allo straniero di vivere nel nostro paese e nelle nostre città da persona e non da clandestino. Può essere considerato un crimine lasciare il proprio paese per ricercare un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della propria famiglia.(...) 5? 5. I campi nomadi: tra pregiudizi e luoghi comuni Sulla realtà dei campi nomadi e sulle politiche di accoglienza in ambito locale si rimanda per ogni dettaglio ai capitoli specifici di questa ricerca. In questo paragrafo sembra opportuno fare solo una breve riflessione: quando si parla di campi nomadi in area pisana, la mente va senza indugio al campo di Coltano (predisposto e autorizzato dal Comune) e all immagine di forte degrado che caratterizza la zona. È luogo comune pensare che la gente che vive in questi campi abbia una predisposizione quasi congenita a non cercare stabilità, a non volere un lavoro, a non interessarsi dell educazione dei propri figli. L esperienza di chi lavora quotidianamente con queste persone dimostra tutt altro. Per quanto detto si rimanda il lettore alla parte Vita di semaforo. Inchiesta su un lavoro dimenticato di Laura Begnini. 6. Gli invisibili intorno a noi Il giornalista e scrittore polacco Ryszard Kapuscinski 6 sostiene che è sbagliato scrivere di qualcuno senza averne condiviso un po la vita. Niente di più vero. Parlare di emarginazione senza aver prima incontrato e ascoltato le persone che la vivono ogni giorno non ha un grande valore. Non è semplice descrivere la sensazione di estraneità che si prova nel riemergere violentemente in superficie, dopo avere passato un pomeriggio alla baracca di una famiglia rom, e nel ritrovarsi nuovamente, fatti pochi passi, in mezzo alla gente che passeggia con i figli che giocano. In quel momento esatto in cui si ritorna a contatto con il mondo civilizzato, si visualizza in pieno la distanza incommensurabile che separa le due realtà coesistenti. Quasi storditi dal clamore delle 5 Ex art. 25, comma 1, Dichiarazione Universale dei Diritti dell'uomo. 6 Ryszard Kapuscinski è nato in Polonia nel 1932 e dopo essersi occupato della politica interna del suo paese, ha iniziato a viaggiare diventando un profondo conoscitore dei processi di decolonizzazione che hanno interessato l Asia e l Africa negli ultimi 40 anni.12 strade frequentate dalle folle domenicali, viene spontaneo chiedersi: Ma i loro figli ci saranno mai stati a giocare con gli altri qui al parco giochi?. La risposta ce la dà il piccolo rom che ci accompagna in braccio alla nonna. Il bambino non pone la minima attenzione al vociare dei suoi coetanei che giocano davanti a lui. È come se non li vedesse, come se fossero invisibili l uno agli occhi dell altro. Purtroppo questo sembra essere il destino comune di tanti stranieri nelle nostre città: la loro esistenza non è assolutamente rilevata, tranne quando i mass-media si ricordano saltuariamente della loro presenza invocando con i soliti toni apocalittici all emergenza nazionale o al rischio di ordine pubblico. Di solito la stampa e l opinione pubblica si animano proprio quando lo straniero si rende troppo visibile nel tentativo legittimo di rivendicare alcuni diritti sacrosanti: il lavoro, l alloggio, condizioni di vita dignitose, un pari trattamento occupazionale e retributivo. Ma per lui e per i suoi familiari non sembra avanzare molto di quella torta di welfare. In questo paese, dove gli avevano detto che c è democrazia e tutti hanno pari diritti, le scelte politiche vanno in tutt altro senso e il messaggio che deve passare è: ci dispiace, ma per loro non c è spazio. Ma loro continuano ad aprirti le porte di casa con sincera generosità, mettendoti a disposizione quello che hanno: un caffè caldo è d obbligo e se ci sono delle sedie a disposizione, quelle vengono concesse esclusivamente agli invitati ; non si capisce cosa li spinga a dare ospitalità ad estranei da cui sono solo abituati a sentirsi dire che sono di troppo, che se ne devono andare; forse sono grati solo del fatto che hanno trovato finalmente qualcuno che li vede quali essi sono: donne, uomini e bambini. Tutti con uguali impulsi e desideri, gli stessi poi che muovono ciascuno di noi: il desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita, il bisogno di costruire rapporti sociali e stringere relazioni affettive. Ma in questo paese tutti sembrano molto abili soprattutto a costruire barriere insormontabili che si ergono sempre più alte quanto più è il tempo che vivi in condizioni di disagio e marginalità. E quanto più è il tempo che vivi emarginato e tanto più rischi di diventare debole e vulnerabile, fino a che quelle barriere ti sembreranno impossibili da abbattere. Si parla tanto di accoglienza, di permettere l integrazione e di eliminare i pregiudizi, ma alla fine chi crede concretamente alla realizzazione di tutti questi principi? Abbattere quelle barriere di indifferenza è indispensabile affinché chi già soffre di disagio ed emarginazione non si aggravi in modo irreversibile. Ma come? Forse una soluzione al problema c è ed è più semplice di quel che si pensi: far sì che quel bambino rom riesca a vedere i suoi coetanei che giocano vicino a lui. 1213 13 Marginalità sociale e marginalità abitativa degli stranieri. Uno sguardo alle rilevazioni ufficiali Sergio Bontempelli Quanti sono gli stranieri che, nel territorio pisano e nelle aree limitrofe, versano in condizioni di grave marginalità abitativa e sociale? Non esistono rilevazioni ufficiali, e la presente pubblicazione vorrebbe appunto colmare questo vuoto informativo. Vi sono però alcune ricerche degli enti pubblici, riguardanti la presenza extracomunitaria nelle nostre zone, che forniscono dati preziosi anche su questo segmento particolarmente fragile dell immigrazione. Qui di seguito vorremmo fornire alcune brevi indicazioni sullo «stato dell arte» degli studi commissionati dagli enti locali: i dati che ne emergono, infatti, possono essere utilmente confrontati e incrociati con quelli della nostra ricerca. 1. La presenza straniera nella zona pisana Cominciamo dai dati riguardanti la presenza straniera in generale. In tutta la provincia di Pisa sono stati rilasciati, alla data dell 8 Novembre 2005, permessi di soggiorno 7 : non si conosce la ripartizione di questi permessi per zona di residenza, e dunque non è possibile sapere quante persone abitano in particolare nella città di Pisa e nei paesi immediatamente limitrofi. Ci soccorrono in questo senso le Anagrafi dei Comuni, che registrano annualmente gli stranieri regolarmente residenti: secondo l ultima rilevazione disponibile, aggiornata al , gli immigrati residenti nella cosiddetta zona pisana sarebbero il 49,9% del totale provinciale 8. Applicando questa stessa percentuale al totale provinciale dei soggiornanti, si ricava che gli stranieri regolari nella zona sarebbero Questi dati, naturalmente, vanno presi con una certa cautela: non solo perché sono ricavati applicando al 2005 percentuali aggiornate al 2003, ma anche perché le Anagrafi dei Comuni non registrano le stesse persone prese in considerazione dalla Questura 9. Essi forniscono però un ordine di grandezza ragionevolmente attendibile. 2. Gli irregolari Più difficile appare la quantificazione della presenza irregolare: qui, come è facile intuire, non si dispone di dati ufficiali, e si possono formulare soltanto alcune supposizioni. Un utile indicatore della presenza clandestina proviene dalle domande presentate nell anno 2006 per il decreto flussi : si ricorderà infatti che nel Marzo di quest anno centinaia di migranti in tutta Italia avevano affollato gli Uffici Postali per accedere alla cosiddetta regolarizzazione. Si trattava, in realtà, non di una vera e propria sanatoria come impropriamente l hanno definita i giornali ma di un decreto che consentiva 7 cfr. ROGNINI, Claudio, L immigrazione nella provincia di Pisa. Report sintetico, pubblicazione dell Osservatorio Politiche Sociali della Provincia di Pisa, Pacini Editore, Pisa 2006, pag Ibid., pag In particolare, i Comuni registrano gli stranieri regolarmente iscritti all Anagrafe: in questo modo si trascurano, per esempio, gli stranieri che hanno un permesso di soggiorno turistico, molti dei quali sono a tutti gli effetti immigrati. Dal canto loro, invece, le Questure prendono in considerazione i permessi di soggiorno: contrariamente a quanto si pensa comunemente, ad ogni permesso di soggiorno non corrisponde necessariamente una sola persona, perché i minori di 14 anni vengono inseriti all interno del permesso dei genitori. Infine, come vedremo tra poco, né la Questura né i Comuni rilevano la presenza di immigrati clandestini. L impossibilità di avere dati certi sulla presenza straniera è ben nota agli studiosi di immigrazione, e non è un fatto che riguardi solo Pisa.14 14 l ingresso in Italia agli stranieri ancora residenti all estero: tuttavia, per un meccanismo che spieghiamo meglio in un altro capitolo di questa stessa ricerca 10, nei fatti a presentare le domande non sono stati gli stranieri dai loro paesi di origine, ma i lavoratori immigrati clandestini già presenti in Italia. Perciò, pur con tutte le cautele del caso 11, possiamo considerare il numero delle domande presentate per il decreto flussi come uno degli indizi della presenza clandestina: ebbene, secondo i dati della Prefettura, aggiornati al 15 Marzo scorso 12, le domande inviate dagli Uffici Postali di Pisa e provincia erano Naturalmente, anche nell ipotesi che questo dato corrisponda effettivamente al numero di irregolari presenti, esso sarebbe riferito alla scala provinciale, e ancora una volta non disporremmo di un numero attendibile relativo alla sola zona pisana. Si potrebbe di nuovo e qui, come si vede, i dati si fanno via via più aleatori, da prendere dunque con estrema cautela applicare a questa cifra le percentuali (datate 2003) sui residenti nella zona in rapporto al totale provinciale: otterremmo una presenza clandestina indicativa di circa unità. Recentemente, anche il Piano Integrato di Salute varato dalla Società della Salute ha proposto una stima della presenza irregolare nel territorio: correttamente, gli estensori del piano precisano che «la possibilità di verificare l attendibilità [di queste cifre] è molto contenuta». Tuttavia, la percentuale di immigrati clandestini potrebbe aggirarsi attorno al 12% della presenza complessiva 13 : in questo caso, dunque, il numero complessivo di stranieri clandestini verrebbe stimato intorno alle unità. Concludendo, da quel che si può evincere facendo riferimento a dati indiretti e ad approssimazioni più o meno vicine alla realtà, gli immigrati irregolari nella zona pisana sarebbero tra e persone: la presenza totale di stranieri, sia regolari che clandestini, si aggirerebbe dunque tra le e le unità. Pur essendo frutto di stime e di approssimazioni, questo dato ci consente almeno di dare un idea della consistenza del disagio abitativo degli stranieri nelle nostre zone. La nostra ricerca, come mostreremo nelle prossime pagine, ha censito circa migranti tra campi nomadi, baraccopoli di rumeni e maghrebini, senza fissa dimora: si tratta di una percentuale, calcolata sul totale degli stranieri presenti sul nostro territorio, che si aggira tra il 5 e il 7%. 3. La ricerca della Provincia Recentemente la Provincia di Pisa ha commissionato una indagine a campione sugli immigrati regolari residenti nel territorio. La ricerca si è svolta nel corso del 2005, ma i dati sono stati pubblicati in volume all inizio del Dallo studio emerge che l 11,9% degli intervistati guadagna meno di 500 euro al mese 15, e che il 10,1% abita in condizioni abitative non precisate (non ha né una casa, 10 Vedi oltre, BECHERINI, Arianna, Regolari e clandestini: i limiti imposti dalla legge Bossi-Fini. 11 Segnaliamo qui, in particolare, che non tutti gli stranieri che inoltrano la domanda sono clandestini presenti in Italia: per quanto l elusione della legge in questo campo sia molto diffusa, vi è senza alcun dubbio una quota difficilmente quantificabile di persone effettivamente residenti nei loro paesi di origine. C è poi da considerare che non tutti i clandestini riescono a presentare la domanda per il decreto flussi: per farlo, infatti, essi debbono avere un datore di lavoro, e debbono soddisfare alcuni specifici requisiti. Infine, è difficile sapere quante persone hanno presentato la domanda nella provincia di Pisa: al momento in cui scriviamo, disponiamo soltanto delle richieste inoltrate dagli Uffici Postali della provincia, e non di quelle effettivamente pervenute alla nostra Prefettura. A termini di legge, le richieste di ingresso in Italia potevano essere inoltrate da qualsiasi ufficio postale: in altre parole, è possibile che molti abbiano inviato le loro domande dagli Uffici Postali di Pisa, indirizzandole però alla Prefettura di Lucca, di Firenze o di qualunque altra città. Come si vede, questi dati debbono essere presi con cautela estrema: possono costituire degli indicatori indiretti, ma non possono valere come cifre attendibili. 12 I dati sono stati pubblicati online dal sito 13 SOCIETÀ DELLA SALUTE, Piano integrato di salute Anno 2005, cap , «Profilo di salute del Settore Immigrazione», Pisa 2006, pag CASAROSA, Michela (a cura di), Gli immigrati in provincia di Pisa. Lavoro, qualità della vita, cittadinanza, pubblicazione dell Osservatorio per le Politiche Sociali della Provincia di Pisa, Pacini Editore, Pisa Ibid., pag. 32.15 15 né una stanza né un luogo stabile dove dormire) 16. Almeno il 10% del campione potrebbe dunque essere definito in condizioni di marginalità sociale e/o abitativa: applicando questa stessa percentuale al totale dei soggiornanti, si ricava che esisterebbero nell area pisana circa stranieri regolari in questa situazione. Un dato, come si vede, superiore a quello indicato nella nostra ricerca. 4. Conclusioni Tornando alla domanda che abbiamo posto inizialmente - quanti sono gli stranieri che versano in condizioni di grave marginalità abitativa? dobbiamo ripetere ancora una volta che non è possibile ricavare dati esatti ed incontrovertibili. Resta il fatto che, qualunque sia la cifra il 10% sul totale dei regolari o il 5% sul totale dei presenti, 600 persone o 900 -, resta il fatto che si tratta di una quota comunque rilevante della presenza migrante nella nostra città e nelle nostre zone. Cifre del genere meritano un attenzione maggiore ad un fenomeno che non può e non deve essere ignorato: anche per questo, abbiamo voluto condurre una ricerca su questa realtà, per fornire ad operatori, giornalisti e cittadini una materia su cui riflettere e discutere. 5. La presenza straniera in cifre Immigrati nella zona pisana. Nostre stime su dati Questura di Pisa (Novembre 2005) Dato minimo Dato massimo Immigrati regolari Immigrati irregolari Totale presenti Immigrati nella provincia di Pisa Dati ufficiali Permessi di soggiorno rilasciati (Novembre 2005) Immigrati residenti nella Provincia di Pisa (Dicembre ) Immigrati residenti nella zona pisana (Dicembre 2003) Immigrati residenti nel Comune di Pisa (Dicembre ) Condizione abitativa dei migranti nella zona pisana. Ricerca della Provincia, 2006 In appartamento/casa 64% In una stanza 12,4% In albergo 0,6% In centro di accoglienza 3,9% In dormitorio 2,2% Presso il datore di lavoro 6,7% Altro 10,1% 16 Ibid., pag. 40.16 16 La città dei campi. Storia della presenza Rom a Pisa Sergio Bontempelli 1. Alle origini della presenza Rom a Pisa (anni 80) Le prime rilevazioni sulla presenza Rom a Pisa risalgono a metà degli anni 80. In questo periodo nasce spontaneamente un insediamento nella frazione di Coltano, a Sud della città, in un area nota come I Mortellini : questo primo campo nomadi arriva ad ospitare, secondo le rilevazioni della Fondazione Michelucci, circa 600 persone 17. Il campo, completamente abusivo, è abitato da cittadini provenienti dalla Jugoslavia serbi, croati, macedoni e bosniaci - e rimane per anni privo dei più elementari servizi: mancano l acqua, la luce, la corrente elettrica, i servizi igienici. Nel 1988, il Comune istituisce nell insediamento dei Mortellini un campo sosta provvisorio : assieme all allaccio dell acqua e a due bagni, viene così avviato il servizio di trasporto a scuola dei bambini. Intanto, il 22 Marzo 1988, la Regione Toscana vara una legge per la tutela dell etnia Rom 18 : molto simile ad altre già approvate in diverse Regioni italiane 19, la norma prevede, per la prima volta, un riconoscimento dei diritti delle popolazioni zingare. I Rom, si dice, sono nomadi, e questa loro caratteristica è stata finora condannata dalle società sedentarie: essa, invece, merita accettazione e rispetto, in quanto rappresenta l espressione legittima di una diversità culturale. La legge si propone così l obiettivo di tutelare il diritto al nomadismo: i Comuni non dovranno più proibire l accesso nei propri territori alle carovane zingare, ma dovranno anzi accoglierle, provvedere alla loro sistemazione, scolarizzare i bambini ed erogare i servizi essenziali (sanità, raccolta dei rifiuti, erogazione di acqua potabile, riscaldamento ecc.). A questo scopo si prevede l istituzione di campi-sosta, per i quali vengono stanziati appositi fondi da destinare ai Comuni. Si tratta di una legge profondamente innovativa: i Rom, infatti, sono da sempre oggetto di continue persecuzioni, costretti a vagare da un Comune all altro, inseguiti da ordinanze di allontamento e da sgomberi delle forze dell ordine. Ora, invece, la loro presenza viene istituzionalmente riconosciuta e accettata. Questo riconoscimento, però, passa dalla cosiddetta teoria del nomadismo: dalla convizione, cioè, che queste popolazioni siano culturalmente restie ad adattarsi alla vita sedentaria moderna. I Rom, però, sono tutt altro che nomadi. In epoche passate, è vero, molti gruppi zingari hanno svolto attività lavorative caratterizzate da una elevata mobilità sul territorio: commercio ambulante, attività circensi, giostre e spettacoli per bambini ecc. Ma, anche ammesso che una simile mobilità possa essere definita come nomadismo 20, resta il fatto che nella Jugoslavia paese di origine di molti Rom - il regime socialista ha espressamente condannato lo stile di vita nomade, prevedendo sanzioni molto severe per 17 Cfr. FONDAZIONE MICHELUCCI, Zingari in Toscana, a cura di Corrado Marcetti, Tiziana Mori, Nicola Solimano, ed. Angelo Pontecorboli, Firenze 1992, pagg. 133 e ss. 18 REGIONE TOSCANA, Legge Regionale n.17 del , Norme per la tutela dell etnia Rom. 19 Leggi analoghe sono approvate, nello stesso periodo, anche in altre Regioni italiane. Cfr. ERRC (EUROPEAN ROMA RIGHTS CENTER), Il paese dei campi. La segregazione razziale dei Rom in Italia, Roma, supplemento a «Carta», (II), 12, 2000, p. 13; SIGONA, Nando, I confini del problema zingari. Le politiche dei campi nomadi in Italia. In CAPONIO, Tiziana; COLOMBO, Asher (a cura di), Stranieri in Italia. Migrazioni globali, integrazioni locali, Bologna, Il Mulino, 2005, pp ; SIGONA, Nando, Figli del ghetto. Gli italiani, i campi nomadi e l invenzione degli zingari, Civezzano, Nonluoghi Libere Edizioni, 2002, soprattutto pp «La distinzione tra sedentarietà e nomadismo», spiega l antropologo Leonardo Piasere, «è importante soprattutto per un osservatore esterno; sono diversi gli studi che mostrano come sedentarietà e nomadismo possano essere strategie messe in campo in modo alternativo a seconda delle contingenze storiche. Per molte comunità [ ] la distinzione non ha un senso sociale. Momenti di mobilità sul territorio possono essere accompagnati da momenti di stabilità, con una turnazione stagionale, annuale o pluriennale a seconda della congiuntura economica» (PIASERE, Leonardo, I Rom d Europa. Una storia moderna, Laterza, Bari-Roma 2004, pag. 13)17 17 tutte le forme di vagabondaggio. Così, i Rom della Jugoslavia sono stati sedentarizzati da alcuni decenni, e coloro che sono giunti in Italia non sono più nomadi da generazioni (se mai lo sono stati): al loro paese, anzi, avevano case e molto spesso svolgevano lavori dipendenti. Parzialmente diverso è il caso dei Sinti, l altro gruppo zingaro presente in città alla fine degli anni 80, costituito per la quasi totalità da cittadini italiani. Si tratta di gruppi che praticano, per tradizione, giostre e spettacoli per bambini, e che per questo si spostano da una città all altra. Anche in questo caso, però, è improprio parlare di nomadismo: come scrive la Fondazione Michelucci, «si tratta di una forma di mobilità periodica che [ ] consente durante il periodo delle attività di sostare nelle aree destinate dai Comuni agli spettacoli viaggianti» 21. Secondo le rilevazioni di Opera Nomadi (datate 1993), in città vi sono circa 360 zingari (110 slavi e 250 sinti italiani) Il progetto del campo nomadi ( ) L approvazione della nuova legge cambia profondamente il quadro delle politiche locali: i diritti delle comunità ormai stabilmente presenti sul territorio vengono pienamente riconosciuti, e ci si avvia verso la costruzione dei campi sosta previsti dalla normativa. Il 26 Settembre 1989, in particolare, la Giunta chiede alla Regione un finanziamento per la costruzione di due campi: uno, nella zona di Ospedaletto, per nomadi italiani (cioè per i Sinti), l altro nella frazione de La Vettola alla periferia Sud della città - per nomadi slavi 23. Poco più di un anno dopo, la Regione risponde erogando un contributo di 208 milioni di lire 24. Dall altra parte, però, la politica degli allontanamenti dal territorio non si arresta del tutto: nel Maggio 1990, in particolare, il Sindaco ordina lo sgombero di tutti gli insediamenti, eccetto quello de I Mortellini La dispersione ( ) Dopo gli sgomberi di numerosi insediamenti Rom, il Comune decide di smantellare, nel 1991, anche lo storico campo de I Mortellini 26. Gli zingari presenti in città finiscono così per disperdersi in una miriade di piccoli campi, tutti abusivi, in condizioni igieniche ancor più precarie di prima. Si segnalano in questo periodo piccoli insediamenti in località Biscottino (alle porte di Stagno, estrema periferia di Livorno), nella zona di Ospedaletto, sul Viale del Tirreno e in altre zone periferiche e marginali, distanti dalla città e dai servizi. Prosegue intanto il dibattito cittadino sulla costruzione di campi sosta autorizzati, in attuazione della legge regionale. La politica di accoglienza prospettata dal Comune suscita vivaci resistenze di una parte dell opinione pubblica: in particolare, nella zona Sud della città, dove vi sono la maggior parte degli insediamenti Rom, si costituisce l Associazione per la difesa del territorio di Coltano e Tombolo, fortemente contraria alla costruzione dei campi. L Associazione svolge un ruolo determinante nell orientare le politiche locali: sarà proprio a seguito delle sue pressioni, infatti, che il Comune rinuncerà alla costruzione del campo per nomadi italiani a Ospedaletto. Nel 1991, viene presentato alla Regione un nuovo progetto, che prevede stavolta la costruzione di un unico campo sosta in località Paduletto, sempre nella frazione di Coltano 27 : il progetto riceve dalla Regione un contributo di quasi 600 milioni di lire 28, ma 21 FONDAZIONE MICHELUCCI, Zingari in Toscana, cit., pag Ibid, p COMUNE DI PISA, Giunta Municipale, Delibera n 5557, 26 Settembre REGIONE TOSCANA, Consiglio Regionale, Delibera n 382, 28 Dicembre COMUNE DI PISA, Ordinanza del Sindaco n. 123, 23 Maggio COMUNE DI PISA, Giunta Municipale, delibera n 523, 6 Aprile Lo sgombero avviene a seguito di numerose segnalazioni della USL sulle condizioni igienico-sanitarie dell insedimento. Iniziate effettivamente nel Settembre 1991, le operazioni di sgombero si protrarranno per alcuni mesi. 27 COMUNE DI PISA, Giunta Municipale, delibera n 4272, 24 Settembre 1991.18 18 viene duramente osteggiato dall Associazione per la difesa del territorio di Coltano e Tombolo. Ancora una volta, il Comune cede alle pressioni, e decide di ridurre il campo da 10 piazzole a Gli attentanti del 1995 e le dichiarazioni del Sindaco Floriani Il 1995 è un anno cruciale per i Rom di Pisa. Il 24 Gennaio, a Cascina, un bambino Rom viene gravemente ferito da un potente ordigno esplosivo nascosto in un libro di fiabe. Il 3 Marzo il Sindaco di Cascina riceve una lettera minatoria firmata Fratellanza Bianca, che preannuncia attentati contro i nomadi 30. Il 14 Marzo, due bambini zingari vengono gravemente feriti, mentre chiedono l elemosina ad un semaforo, da un ordigno lasciato da un passante assieme ad un regalo. Questo secondo attentato avrà grande risonanza nazionale, attirando l attenzione di quotidiani e televisioni di tutta Italia (Michele Santoro gli dedicherà un intera puntata della trasmissione Tempo Reale, il 16 Marzo). La città reagisce con indignazione pressochè unanime. Il Sindaco, Piero Floriani, lancia un drammatico appello agli industriali, alla proprietà edilizia, alle chiese pisane: «chiedo», scrive sulla stampa locale del 16 Marzo «di finanziare [...] 50 appartamenti per la prima accoglienza, senza distinzione di provenienza, di persone senza casa [...]. Senza efficienza la solidarietà resta un esigenza morale, disarmata di fronte alla forza delle grandi spinte sociali. Senza solidarietà, anche l efficienza sarebbe cieca» 31. Si tratta di un appello dai toni decisamente innovativi: per la prima volta nella città di Pisa, esso propone un modello di accoglienza diverso da quello dei campi nomadi. Per la prima volta, non si parla di campi-sosta o di diritto al nomadismo, ma di vere e proprie case. Questo appello resta senza seguito: le politiche locali seguiranno con una certa inerzia i sentieri già avviati da decenni. Eppure, esso segnala un significativo cambiamento di rotta, ben visibile a livello regionale. In Toscana, infatti, alcune associazioni e centri studi cominciano a proporre pubblicamente il superamento dei campi nomadi, in direzione di un accoglienza più stabile e meno segregante. Decisivo, in questo senso, è il ruolo svolto dalla Fondazione Giovanni Michelucci, prestigioso centro studi di architettura e urbanistica con sede a Firenze - che contribuirà a questi nuovi orientamenti con pubblicazioni, convegni, proposte operative. Nel 1995, in un clima che sta già profondamente mutando, la Regione Toscana vara una nuova legge sui Rom 32. Scompare dalla normativa lo stesso termine campo nomadi, e l attenzione si sposta verso un accoglienza diversificata, che non esclude vere e proprie soluzioni residenziali 33. Alla fine del decennio, altri eventi contribuiscono a rafforzare le critiche ai campi nomadi : la pubblicazione presso la ManifestoLibri, nel 1996, di un importante volume curato dalla Fondazione Michelucci 34 ; le iniziative dell ANCI Toscana (Associazione Nazionale Comuni Italiani), che attraverso la propria consulta per l immigrazione contribuisce a diffondere tra gli amministratori le critiche all ideologia dei campi nomadi 35 ; le denunce dello scrittore Antonio Tabucchi sulla condizione dei Rom in Toscana (confluite in un libro-inchiesta pubblicato da Feltrinelli nel 28 REGIONE TOSCANA, Consiglio Regionale, delibera n 381, 27 Dicembre 1991: contributo di lire ; REGIONE TOSCANA, Consiglio Regionale, delibera n. 488, 15 Dicembre 1992: contributo di lire Totale contributi regionali per il campo di Coltano: lire COMUNE DI PISA, Giunta Comunale, determinazione n. 656, 12 Ottobre cfr. DI MAURO, Maurizio, Bomba regalo, è un gruppo razzista, «Il Messaggero», ; VITTORINI, Ettore, Pisa, una bomba annunciata, «Il Corriere della Sera», Il testo integrale della lettera minatoria, in un primo momento tenuto riservato, viene pubblicato interamente su «Il Tirreno» del FLORIANI, Piero, Appello del Sindaco agli industriali pisani, «Il Tirreno», cronaca di Pisa, REGIONE TOSCANA, Legge Regionale n. 73 del , Interventi per i popoli Rom e sinti. 33 Per queste informazioni cfr. il sito della Fondazione Michelucci: 34 BRUNELLO, Pietro (a cura di), L urbanistica del disprezzo, Roma, ManifestoLibri, La Consulta ANCI Toscana sull immigrazione, attiva da anni, organizza tra l altro un convegno regionale a Firenze, il 22 Gennaio 2000, a cui partecipano le numerose associazioni di tutela dei diritti diffuse nelle diverse città toscane, e le nascenti rappresentanze dei Rom dei campi (cfr. ANCI TOSCANA, CONSULTA REGIONALE TOSCANA PER L IMMIGRAZIONE, Rom e Sinti. Quale futuro in Italia?, atti del convegno di Firenze, «quaderni di Percorsi di Cittadinanza», (VI), 3, 2000, pp. 1-48).19 ). Questi avvenimenti contribuiscono a rafforzare, in settori qualificati dell opinione pubblica toscana (intellettuali, decisori politici, ecc.), la critica alle pratiche di ghettizzazione dei Rom. 5. L apertura del campo nomadi di Coltano (1996) Gli attentati producono intanto due effetti significativi. Da una parte i Rom, timorosi del clima di violenza e di intimidazione creatosi a Pisa, tendono a concentrarsi in un unica località: si ricostituisce così, nella zona Coltano- Tombolo, un nuovo campo nomadi. Dall altra parte, l Amministrazione Comunale procede a ritmo più spedito alla costruzione del campo sosta da lungo tempo progettato. Così, il 9 Febbraio 1996 viene ufficialmente aperto quello che ancora oggi è il campo di Coltano, finanziato con i fondi di una legge ormai già superata. La normativa regionale del 1988, che prevedeva i campi come principale strumento di accoglienza, invitava i Comuni ad individuare aree con specifiche caratteristiche, che non configurassero nuovi ghetti: tali aree, si diceva testualmente, non devono essere situate a diretto contatto con arterie di grande traffico, ma in zone salutari e ben esposte rispetto ai venti dominanti ed all insolazione 37. In realtà, il campo aperto a Pisa è molto distante dal centro urbano, dai servizi pubblici e dai centri commerciali, e si trova al crocevia di strade di grande comunicazione. Le famiglie che non saranno accolte nella struttura troveranno sistemazione in insediamenti ancor più precari, senza acqua potabile né servizi igienici: si segnalano così, in questo periodo, nuovi campi abusivi in località La Tabaccaia, a Ospedaletto, nell area ex Genovali di Porta a Mare, in Via Emilia e in Via Maggiore. L insediamento più grande è quello di Pian degli Ontani, a poche centinaia di metri dal campo regolare. 6. I profughi della ex-jugoslavia ( ) Il moltiplicarsi degli insediamenti in questo periodo è anche il frutto dell arrivo di nuovi gruppi Rom da quella che ormai è la ex-jugoslavia. Dai paesi balcanici sconvolti dalla guerra provengono infatti numerosi profughi di origine Rom, perseguitati da tutte le fazioni in lotta perché non appartenenenti a gruppi etnici definiti e riconoscibili (serbi, croati, musulmani, albanesi). I dati disponibili su questa nuova immigrazione sono pochi, ed è difficile ricavare numeri precisi: i criteri di rilevazione cambiano da una ricerca all altra, anche per l evidente difficoltà di definire che cosa siano i Rom. Spesso, inoltre, le fonti utilizzate sono diverse: in alcuni casi si fa riferimento ai censimenti del Comune (che non sempre sono in grado di rilevare i Rom privi di permesso di soggiorno), in altri si interpellano testimoni privilegiati (rappresentanti dei campi, volontari di associazioni ecc.) che forniscono però cifre approssimative. Pur tenendo conto di queste difficoltà, è interessante osservare come molte ricerche attestino, intorno alla metà degli anni 90, l aumento delle presenze Rom in città, che compensa almeno parzialmente la forte diminuzione verificatasi all inizio del decennio (vedi tabella qui sotto). 36 TABUCCHI, Antonio, Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze, Milano, Feltrinelli, Lo scrittore aveva aperto una polemica pubblica sulle condizioni dei Rom nella città di Pisa: cfr. LANCISI, Mario, Lo schiaffo di Tabucchi, «Il Tirreno», cronaca di Pisa, REGIONE TOSCANA, Legge Regionale n.17 del , Norme per la tutela dell etnia Rom, allegato A.20 20 Tabella. Rilevazioni sulle presenze Rom a Pisa Anno Fonte Presenze 1988 Fondazione Michelucci Fondazione Michelucci Opera Nomadi Pisa Comune di Pisa CERFE-SIMURG Fondazione Cassa di 378 Risparmio di Pisa 2002 Zona sociosanitaria La politica del numero chiuso ( ) L apertura del campo di Coltano non ferma del tutto la politica degli sgomberi. Gli amministratori comunali sostengono di aver fatto la loro parte: Pisa, città accogliente e democratica, ha costruito un campo nomadi, inserendovi le famiglie che da lungo tempo abitano a Pisa. Ora, però, accogliere altre persone significherebbe saturare il territorio: tutti coloro che non hanno trovato posto nel campo di Coltano, dunque, debbono lasciare la città. Viene così formalizzata la scelta del numero chiuso, che stabilisce un numero massimo di presenze sostenibili per il territorio. Il 20 Febbraio 1997 l Assessore Comunale alle Politiche Sociali chiede alla Questura di allontanare tutti i Rom non censiti alla data dell apertura del campo. Il 27 Febbraio viene convocato il Comitato Provinciale per l Ordine e la Sicurezza Pubblica (un organo della Prefettura a cui partecipano i Sindaci), che autorizza gli sgomberi degli insediamenti abusivi. Questa politica non produce però gli effetti sperati: nonostante le ripetute incursioni della polizia, infatti, i Rom non si allontanano dalla città. Lo sgombero del campo di Pian degli Ontani, anzi, produce un effetto inatteso: tutte le famiglie allontanate non escono dalla città, ma si rifugiano nel campo regolare, dove hanno parenti ed amici disposti ad accoglierle. Si crea così una grave situazione di sovraffollamento del campo di Coltano, che spingerà il Comune a disporre lo sgombero anche di quest ultimo. 8. Dagli sgomberi al programma Le Città Sottili ( ) Alla fine del 1999, il Sindaco emette un ordinanza di sgombero parziale del campo nomadi, ormai sovraffolato e in condizioni igienico-sanitarie disastrose: tutte le presenze abusive dovranno essere allontanate dal campo, mentre solo gli autorizzati potranno rimanervi. Alle famiglie non viene garantita una sistemazione alternativa, ed anche l iniziale progetto di trasferimento in tende militari viene presto abbandonato 38. Il 13 Dicembre, i Rom organizzano una conferenza stampa per opporsi allo sgombero. È forse, dopo lunghi anni, il primo esempio di mobilitazione autonoma delle comunità zingare di Pisa. Con notevole abilità comunicativa, i Rom fanno leva sul clima natalizio per sensibilizzare l opinione pubblica: «Tempo di presepi anche al campo nomadi di Coltano» scrive Il Tirreno del giorno successivo «con un presepe tutto speciale dove accanto alle tradizionali statuette di pastori e di re magi ci sono i modellini delle roulottes e dove, su uno striscione, si legge Non c era posto per loro. Chiediamo di iniziare il nuovo millennio in pace [ ] e di poter rimanere in questo campo almeno fino alla primavera estate, quando il clima sarà più mite» 39. La protesta riesce a sospendere l ordinanza di sgombero, che però non viene formalmente revocata. Intanto, però, le cose stanno nuovamente cambiando: la Regione, infatti, vara nel 2000 una nuova legge regionale sui Rom 40 è la terza nel giro di poco più di un decennio -, che stavolta recepisce pienamente le critiche ai campi nomadi, e prevede un piano di inserimento abitativo per tutti i Rom ancora costretti ad abitare in baracche e roulotte. 38 CHIARI, Riccardo, Pisa, uno sgombero in regalo, «Il Manifesto», cronaca regionale toscana, ALBERTI, Paola, Non sappiamo dove andare. I nomadi di Coltano contestano lo sgombero del campo, «Il Tirreno», cronaca di Pisa, REGIONE TOSCANA, Legge Regionale n. 2 del , Interventi per i popoli Rom e sinti.21 21 Nell Estate 2000, il Vice Presidente della Regione Toscana, Angelo Passaleva, si reca in visita alla città di Pisa per annunciare le nuove politiche in materia di accoglienza. Incontra i rappresentanti dei Rom, e promette lo stanziamento di 240 milioni di lire per l allestimento di soluzioni abitative, in modo da superare la fallimentare esperienza dei campi 41. Il Sindaco, dal canto suo, si impegna a sospendere il previsto sgombero, annunciando anche un intervento di bonifica dell area di Coltano. Così, grazie ai finanziamenti regionali, parte a Pisa un nuovo, ambizioso progetto di inserimento abitativo dei Rom. Il progetto che prende il nome di Città Sottili - parte dalla considerazione per cui «praticamente tutti i Rom che vivono sul territorio pisano appartengono a gruppi che ormai da decenni non praticano più il nomadismo» 42. Sulla base di questa considerazione, ormai largamente condivisa a livello regionale, il Comune e la zona sociosanitaria prevedono lo smantellamento dei campi nomadi, e l inserimento delle famiglie in alloggi. 9. L immigrazione rumena e la politica del numero chiuso ( ) Anche in questo caso, però, l accoglienza predisposta dal Comune si coniuga con la politica del numero chiuso : il Comune, dunque, decide di sgomberare tutti i Rom non registrati nel censimento, cioè nella rilevazione effettuata dal Comune nei campi nomadi all indomani dell approvazione del progetto Città Sottili. La scelta di procedere a sgomberi, allontanamenti ed espulsioni, ratificata anche stavolta dal Comitato Provinciale per l Ordine e la Sicurezza Pubblica, è motivata dalla preoccupazione per l arrivo in città di un nuovo flusso migratorio di Rom provenienti dalla Romania. Già dal 2002, infatti, le forze dell ordine cominciano a segnalare alcuni insediamenti abusivi abitati da famiglie rumene: sulle motivazioni e le dinamiche di questo flusso migratorio si sa poco, ma la crescita delle presenze nel giro di pochi mesi preoccupa le autorità cittadine, spingendole ad intensificare le azioni repressive. Così, nel Maggio 2004 il gruppo più consistente quello accampato sotto il Ponte delle Bocchette viene letteralmente travolto da raid notturni della Polizia e da ripetute minacce delle forze dell ordine, e decide di occupare una palazzina a Riglione. Il Sindaco ribadisce la politica del numero chiuso, e la conseguente impossibilità di inserire nei programmi di accoglienza anche le comunità rumene: «sono in 500 nel nostro territorio», scrive il Primo Cittadino su Il Tirreno del 12 Maggio 2004, «e il Comune, da tempo, va dicendo che non è più possibile accogliere altri nomadi. Siamo ad un livello di saturazione. Il bicchiere è colmo: un altra goccia potrebbe essere di troppo. [ ]. Abbiamo ripetuto che altre presenze non sono più sopportabili, ma se continuano ad arrivare altre persone il nostro impegno per sistemare gli attuali 500 diventa vano. Il Comune aveva chiesto a prefettura e forze dell ordine di intervenire affinché fossero allontanati i cinquanta nomadi accampati sotto al ponte delle Bocchette». Poco meno di un anno dopo, le proteste di un altro gruppo di Rom rumeni suscitano di nuovo le preoccupazioni dell amministrazione. Nella seduta del Consiglio Comunale del 23 Marzo 2005 il Sindaco fa approvare una mozione nella quale si legge: «[Il Consiglio Comunale] ricorda che i suddetti [i rom rumeni ndr] erano stati già più volte segnalati alle Forze dell Ordine perchè non rientranti nella possibilità di accoglienza del progetto Le città sottili [ ] Il Consiglio condivide la posizione assunta dal Sindaco e dalla Giunta sulla esigenza tesa a coinvolgere il Ministero degli Interni e ovviamente la Prefettura e la Questura, in una azione più efficace per evitare l aumento delle presenze Rom nel nostro territorio». Questa politica di fatto una riedizione del numero chiuso degli anni precedenti si rivela però impraticabile. Essa si scontra con i limitati poteri di un ente locale: i Comuni, per legge, non possono regolare i flussi migratori sul proprio territorio. Le espulsioni, più volte richieste dal Sindaco alla Questura, non sono sempre possibili: molti Rom esclusi 41 cfr. REDAZIONALE, Africa Insieme: Rom, finalmente una politica di accoglienza, «Il Tirreno», SEGRETERIA TECNICA CONFERENZA DEI SINDACI ARTICOLAZIONE ZONALE PISANA, Le Città Sottili: programma della città di Pisa con la comunità Rom del territorio. Verso la conferenza dei servizi, Pisa, ciclostilato, 2002, citato in BONTEMPELLI, Sergio; CAMPIONI, Giuliano; CIANI, Isa; FRUGONI, Chiara; MEI, Maurizio, Immigrazione a Pisa. Enti pubblici e politiche di accoglienza, ETS, Pisa 2003, p. 5922 22 dal programma Le Città Sottili sono regolari dal punto di vista del permesso di soggiorno, e non possono essere allontanati dalla città. 10. La politica locale al bivio ( ) L impraticabilità della politica del numero chiuso si rende evidente nella Primavera 2005, durante la vertenza dei Rom rumeni provenienti da Timisoara: a seguito di un incendio nella loro abitazione un casolare di periferia affittato al nero -, essi decidono di protestare davanti al Comune per chiedere una sistemazione abitativa provvisoria. Il Sindaco ribadisce la linea dura, e fa approvare al Consiglio Comunale una mozione che chiede alla Questura l allontanamento di tutti i Rom rumeni. Così, le forze dell ordine procedono all espulsione dei nuclei familiari: ma il Giudice di Pace, che deve convalidare gli allontanamenti, ritiene illegittime le espulsioni, perché i Rom rumeni hanno presentato domanda di soggiorno al Tribunale per i Minorenni e sono ancora in attesa di risposta. In questo modo, indirettamente, il magistrato ribadisce che la scelta di allontanare gli stranieri irregolari non è competenza del Comune. La politica del numero chiuso si rivela così impraticabile. Nella polemica interviene allora il Comune di San Giuliano Terme: il 21 Aprile 2005, il Consiglio Comunale della cittadina termale vota all unanimità un ordine del giorno, che impegna il Sindaco e la Giunta ad adoperarsi attivando enti, istituzioni, associazioni e privati perché venga risolto il problema sociale di tali famiglie garantendo loro condizioni igienico-sanitarie, la dovuta sicurezza e un adeguata collocazione. In base a questo ordine del giorno, il Sindaco di San Giuliano Paolo Panattoni, e l Assessore alle Politiche Sociali Luca Barbuti, si impegnano a trovare una sistemazione abitativa provvisoria alle famiglie. Questa vicenda spinge anche il Comune di Pisa, e la zona sociosanitaria, ad un ripensamento delle politiche più restrittive: vengono così varati alcuni programmi di accoglienza simili a Le Città Sottili per i Rom di origine rumena. La stessa politica del numero chiuso è oggetto di discussione e di ripensamento, ed oggi appare superata nei fatti. Oggi, grazie al programma Le Città Sottili e a progetti analoghi, molti Rom vivono in alloggi procurati dagli enti locali, dove pagano un regolare affitto. Altri nuclei familiari, arrivati dopo il varo dei programmi di accoglienza, continuano ad abitare in campi nomadi più o meno abusivi: forse, con i cambiamenti più recenti delle politiche locali, qualcosa cambierà in meglio anche per loro.23 23 Scheda Gli zingari e l «identità etnica» I Rom sono un popolo di origini antichissime, proveniente dall India e arrivato in Europa già in epoca medievale. La discendenza asiatica è oggi riconoscibile quasi soltanto nella lingua: molte comunità Rom parlano infatti varianti dialettali del romanés, lingua di ceppo indiano appartenente alla famiglia indoeuropea. In molti paesi i Rom vivono in condizioni drammatiche di emarginazione, confinati in ghetti urbani o campi nomadi : questa separazione dal resto della società impedisce una reale conoscenza, e alimenta miti e pregiudizi. Uno degli stereotipi più diffusi è quello di una identità etnica comune a tutti i Rom, e diversa dal resto della società. Nella sua versione positiva, questo stereotipo alimenta un immagine folkoristica fatta di riti più o meno tribali, credenze superstiziose, danze e costumi tradizionali, culto dei morti e cucine tipiche: gli zingari diventano uomini primitivi, da studiare con l occhio rispettoso ma distaccato dell antropologo. Nella versione negativa, invece, il medesimo stereotipo produce mitologie razziste: i Rom diventano allora nomadi incapaci di vivere nel mondo moderno, oppure pericolosi disadattati dediti a furti e azioni criminali. Nella realtà dei fatti, i Rom sono una realtà molto differenziata al loro interno, difficilmente riducibile ad un denominatore comune. Usi, costumi, mentalità e atteggiamenti variano molto da gruppo a gruppo, da comunità a comunità, da paese a paese. Spesso i Rom si sono inseriti nelle società di accoglienza fin quasi a scomparire come entità autonoma: matrimoni misti, convivenze e fusioni con gli autoctoni sono molto diffusi, più di quanto non si creda. In molti casi gli zingari non parlano più la lingua romanés, di cui rimane qualche traccia in espressioni idiomatiche o nella pronuncia. Mestieri e attività tradizionali (lavorazione del ferro, commercio ambulante, giostre e spettacoli per bambini) sono stati mantenuti solo da alcuni gruppi, che non di rado li hanno reinventati adattandoli ai mutamenti della società contemporanea. Per questo, l approccio etnico non è sempre il più adatto per comprendere queste comunità: la strada maestra, in questo caso come in altri, resta quella della conoscenza diretta delle persone.24 24 Scheda Zingari, nomadi, Rom. Un chiarimento terminologico Le diverse comunità che abitano nei campi, e che a torto o a ragione sono identificate come gruppo etnico definito, vengono chiamate, a seconda delle circostanze e del contesto, zingare, nomadi o Rom. La parola Rom è forse quella astrattamente più corretta. Anzitutto, perché si tratta di un autonimo, cioè del termine che i diretti interessati utilizzano più frequentemente per definire se stessi. In secondo luogo, perché la parola allude ad un insieme di popolazioni effettivamente accomunate da un medesimo ceppo linguistico il romanés, insieme di lingue e di dialetti variamente intercomprensibili - e da una sia pur remota origine indiana. Il termine zingaro è invece un eteronimo: è cioè usato dalle popolazioni cosiddette sedentarie dalle nostre culture per designare, spesso con una punta di malcelato disprezzo, gli altri, quelli che abitano nei campi e che parlano un altra lingua. Zingari deriva dal greco athinganoi, che significa intoccabili : in età moderna, infatti, si credeva che queste popolazioni appartenessero ad una setta eretica orientale chiamata con questo nome. A differenza del termine Rom, però, la parola zingari serve per identificare un insieme di popolazioni e gruppi etnici assai diversi tra loro, che spesso non parlano o non hanno mai parlato lingue di derivazione indiana, e che vengono accomunate solo per il disprezzo con cui sono guardate dalle società maggioritarie [cfr. L. Piasere, I Rom d Europa. Una storia moderna, Laterza, Bari-Roma 2004, pag. 3]. Pur consapevoli di questo uso dispregiativo del termine, abbiamo deciso di utilizzarlo ugualmente, proprio per sottolineare che la presunta identità etnica degli abitanti dei campi nomadi è frutto di una costruzione esterna: spesso, infatti, i diretti interessati non si definiscono Rom, o dichiarano di non appartenere a gruppi etnici definiti ed omogenei. Il termine più inesatto è invece quello di nomadi : esso nasce dalla convinzione che queste popolazioni siano restie ad adattarsi alla vita sedentaria moderna, cosa che non ha nessun fondamento empirico né scientifico. Nel nostro studio, non parliamo mai di nomadi se non per designare i campi che queste persone sono state costrette ad abitare: campi che, nella volontà degli amministratori, sono stati pensati per i nomadi, e che quindi meritano a giusta ragione quel nome. Vedere altro
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