Source: http://www.manuelebertoli.ch/?go=home
Timestamp: 2018-03-20 15:56:19+00:00

Document:
Manuele Bertoli - Un modo si trova
Le borse di studio e il ceto medio
­ 12 febbraio 2018
Alcuni movimenti giovanili si stanno organizzando per chiedere uno sforzo maggiore nel settore delle borse di studio, a partire dalla constatazione secondo cui la situazione finanziaria del Cantone è migliorata, per cui lo spazio per borse più generose ci sarebbe. Il ragionamento ha una sua fondatezza, considerato che anche in questo ambito in passato sono stati chiesti alcuni sacrifici, segnatamente permettendo al Consiglio di Stato di decidere se trasformare o meno 1/3 della borsa di studio per gli studenti di master in prestito. Dal 2015, su mia insistenza, il Ticino ha un’apposita legge inerente a queste prestazioni, che precedentemente erano decise in maniera quasi unilaterale dal Consiglio di Stato. I margini per migliorarla ci sono ed il mio Dipartimento sta studiando le misure possibili, di cui il governo discuterà tra qualche settimana in vista del prossimo anno scolastico. Va comunque detto che nel confronto intercantonale il sistema ticinese risulta tra quelli virtuosi, erogando prestazioni sopra la media nazionale. Su un punto la contestazione dei giovani risulta invece poco fondata, quando “rimpiange” il metodo di calcolo precedente, basato sul reddito imponibile, invece di quello attuale basato sul reddito disponibile. Il metodo del reddito imponibile è stato abbandonato da tempo quale parametro di riferimento per le prestazioni a carattere sociale, perché le diverse deduzioni fiscali introdotte a partire dai pacchetti di Marina Masoni hanno reso questo dato poco significativo quale misuratore della capacità finanziaria dei contribuenti. L’esempio che illustra bene questo fenomeno è quello della persona che dispone di fr. 150’000.– annui, investe fr. 120’000.– per una ristrutturazione energetica di casa propria deducendoli totalmente dalle imposte e si ritrova con un imponibile di fr. 30’000.–; un importo che non rappresenta la sua vera capacità finanziaria, ma che ai tempi in cui si usava il parametro del reddito imponibile gli permetteva di accedere alla borsa di studio. Furono proprio casi come questi ad indurre il parlamento, tutti d’accordo, a passare dal concetto di reddito imponibile a quello di reddito disponibile per l’erogazione delle prestazioni sociali e poi, più tardi, per quella degli aiuti allo studio. La critica secondo cui il nuovo sistema di calcolo non considera il ceto medio è anch’essa poco fondata, anche se andrebbe prima definito il concetto piuttosto “ballerino” di ceto medio. Facciamo tre esempi di applicazione del sistema oggi vigente per capirci. Con il sistema attuale una famiglia di 4 persone (coppia con due figli di cui uno all’università fuori Cantone) con entrate lorde annue per fr. 130’000.– e una sostanza netta di fr. 50’000.– potrebbe avere un reddito disponibile di ca. fr. 65’000.–; per questa famiglia la quota legale da destinare alla formazione del figlio ammonta a fr. 26’500.-, importo superiori ai costi di formazione di ca. fr. 22’000.-. In questo caso il Cantone non riconosce alcuna borsa di studio. Nel medesimo caso familiare ma con entrate lorde annue per fr. 100’000.–, il reddito disponibile diminuisce a ca. fr. 35’000.–; in questo caso la quota legale da destinare alla formazione del figlio è di fr. 11’500.–, per cui mancano fr. 10’500.– per coprire i costi di formazione di ca. fr. 22’000.–. Questa lacuna di reddito viene colmata dalla borsa di studio, che sarà di fr. 10’500.–. Infine, sempre prendendo la stessa famiglia ma stavolta con entrate lorde annue per fr. 70’000.–, il reddito disponibile diminuisce a ca. fr. 10’000.–; in questo caso la quota legale da destinare alla formazione del figlio è di fr. 3’000.–, per cui mancano ben fr. 19’000.– per coprire i costi di formazione di ca. fr. 22’000.–. In questo caso la borsa riconosciuta dal Cantone sarà quella massima di fr. 16’000.–, alla quale potranno aggiungersi fr. 3’000.– di prestito. Aggiungo che, grazie alle generose deduzioni fiscali ticinesi per figli agli studi, la prima famiglia, quella che non prende alcuna borsa, avrà un beneficio in termini di minori imposte più elevato di quello della seconda e decisamente più elevato di quello della terza. La combinazione di borse di studio e di deduzioni fiscali per figli agli studi allarga quindi gli aiuti statali in questo ambito. Gli aiuti allo studio vanno sempre adattati alla situazione e possono essere potenziati, ma questo processo va fatto sulla base di calcoli ben calibrati, per evitare che il risultato finale sia diverso da quello desiderato. Per lavorare in questa direzione io ci sono.
Chi vuole distruggere la Svizzera?
­ 4 gennaio 2018
È piuttosto sorprendente osservare come alcune cerchie che si definiscono particolarmente vicine ai valori del nostro Paese abbiano deciso di attaccare frontalmente il modello di coesione e di multilinguismo che esso rappresenta. Lo hanno fatto iniziando la cosiddetta “guerra delle lingue” oltralpe, con l’intenzione di cancellare l’insegnamento del francese dalle scuole a favore dell’inglese, una “guerra” che stanno perdendo, e ora lo stanno facendo con l’iniziativa No Billag, che punta né più né meno a far scomparire la Ssr e le sue filiali regionali, Rsi compresa, dal panorama dei media elvetici. Quasi che la Svizzera festeggiata il 1° agosto con falò e bandiere o con il recupero di alcuni sport ancestrali possa poi essere dimenticata gli altri giorni dell’anno, costringendo gli svizzeri a parlarsi tra loro in inglese o a guardare le televisioni estere o quel che resterà di quelle locali per essere informati, malamente, sul loro Paese. Non moltissimi anni fa la Svizzera era orgogliosa di essere Paese multilingue, di avere avuto radio storiche importanti come Radio Monte Ceneri, Radio Beromüster, Radio Sottens, di aver saputo costruire un Paese su alcuni servizi importanti, le Ptt, le Sbb/ Cff/Ffs, simboli di efficienza e puntualità, di raccontare la nostra storia e il nostro presente agli svizzeri e a chi ci vedeva e ci guarda dall’estero in quattro o cinque lingue, schwiitzerdütsch compreso, attraverso le reti televisive e radiofoniche della Ssr. Un fiore all’occhiello la Ssr, un’azienda pubblica che ha saputo costruire e gestire al contempo tre network radiotelevisivi (uno in tedesco, uno in francese e uno in italiano, con una finestra in romancio) in un Paese di 8 milioni di abitanti, quando all’estero (Italia, Francia, Germania, Austria, Inghilterra) si trattava di crearne e gestirne uno solo, in una sola lingua e potendo contare su un numero di utenti molto superiore. Un’impresa che attraverso la radio e la televisione ha accompagnato le nostre comunità per decenni attraverso la storia e i tanti cambiamenti, grandi e piccoli. Un patrimonio prezioso, fatto di cronaca, notizie, intrattenimento, sport, cultura, giochi, personaggi, documentari, film, radiodrammi, una presenza forte e professionale, pur in un contesto così piccolo e plurilingue come il nostro. Malgrado questo pilastro della Svizzera moderna, c’è chi vuole gettare tutto alle ortiche, facendo tabula rasa. La Ssr non sopravvivrà in caso di cancellazione del canone, inutile speculare o far finta di nulla. Nessuna impresa o azienda può sopravvivere se perde di colpo tre quarti dei suoi introiti senza alcuna possibilità legale di compensarli. Una verità drammatica, ancor più vera per il servizio nelle lingue minoritarie (francese, italiano e romancio). Se passasse l’iniziativa, il servizio radiotelevisivo che conosciamo al di qua delle Alpi e che diffonde l’italiano anche oltre Gottardo semplicemente scomparirebbe. Noi svizzero italiani ci ritroveremmo in una condizione che non abbiamo mai conosciuto, paragonabile, per fare un esempio, a quella dei valtellinesi, con al massimo delle reti radiofoniche o televisive locali piuttosto minimali, costretti per il resto a dipendere da quanto arriva da Milano e da Roma, che per loro sono ancora punti di riferimento nazionali, ma non lo sono per noi. E allora diciamo di no. No a questo colpo di spugna su un pezzo importante della Svizzera, no a questa operazione profondamente offensiva del nostro presente e della nostra storia nazionale, no a questo modo di bistrattare quelle istituzioni che hanno fatto del nostro Paese quel luogo particolare che ci piace, no alla consegna del nostro futuro alle radio e televisioni estere, no alla trappola No Billag.
(pubblicato da LaRegione del 3.1.2018)
Un sano confronto democratico
­ 15 dicembre 2017
Domenica la Conferenza cantonale del Partito socialista sarà chiamata a decidere se aderire al comitato promotore del Referendum sulla Riforma fiscale e sociale o se lasciare ai suoi membri libertà di referendum e di voto.
All’interno del Partito vi sono diverse visioni sulla direzione da intraprendere in questa circostanza, che sarà un momento di dibattito e non una singolar tenzone. Questa divergenza di vedute non è affatto sorprendente, considerata la naturale sensibilità di tutta la sinistra alle tematiche poste sui due piatti della bilancia della riforma proposta e ritenuto che, comunque la si veda, ci si trova di fronte a un dilemma. Da una parte degli sgravi fiscali, che nessuno a sinistra auspica, me compreso. Dall’altra parte delle misure sociali che tutti vorremmo. Ciò che si dovrà decidere è se la maggioranza del Partito preferisce dire di no a qualsiasi tipo di accordo che coinvolge la fiscalità, anche a costo di rinunciare a considerevoli misure sociali previste in contropartita, oppure se si è legittimati a trovare degli accordi con altri al fine di ottenere un miglioramento concreto sul piano sociale.
Non voglio qui entrare nuovamente nel merito delle varie argomentazioni espresse all’interno del Partito pro e contro il Referendum. Tutto è stato apertamente pubblicato, come trasparenza vuole, sul sito ufficiale (http://www.ps-ticino.ch/conferenza-cantonale-del-ps-riforma-fiscale-sociale/). Nemmeno intendo rispondere a qualche esagerazione di troppo contro chi vede questo accordo di buon occhio. Saranno i partecipanti al dibattito democratico interno al Partito a determinare quale sarà la linea da adottare.
Voglio piuttosto sottolineare come, nonostante le parole anche forti e ingenerose che in questi giorni sono state sollevate da alcuni anche nei miei confronti, io viva quest’attesa con serenità. Perché, vada come vada, sarà la democrazia a parlare. Anche se a volte fuori ci guardano con sospetto, io credo sia una fortuna che all’interno del nostro Partito ci siano ancora – come ci sono sempre stati – dei dibattiti effettivi. Significa che non si guarda in faccia a nessuno e ognuno dà il massimo per difendere ciò che a mente propria crede sinceramente essere la miglior soluzione in difesa di quei valori che tutti condividiamo. La presenza di dibattiti accesi sui temi è segno di un Partito vivo, ribollente, forte e con voglia di combattere. E questa vitalità che contraddistingue tutta la sinistra è una cosa buona, molto meglio che la monotona apatia che regna altrove. La vera democrazia, quella che mi piace, è quella che porta a scaldarsi durante il dibattito, anche tra amici, per poi lasciar spazio alla distensione al termine dei lavori, quando – andata come è andata – si sa che tutti hanno dato tutto e che la decisione – anche se magari non pienamente condivisa – è frutto di una reale e approfondita riflessione.
Il progetto di legge sul salario minimo fissa in una forchetta tra 18.75 franchi e 19.25 franchi all’ora i salari minimi in Ticino. Il calcolo fatto per arrivare a queste cifre considera quanto una persona sola potrebbe aver diritto in base ai vari sistemi di prestazioni sociali in vigore, segnatamente quello retto dalla Legge sull’armonizzazione delle prestazioni sociali e quello retto dalla Legge federale sulle prestazioni complementari AVS/AI.
Dal mio punto di vista questo calcolo è errato, perché si tiene conto del fabbisogno del solo lavoratore e non della sua famiglia.
Se è chiaro che il salario remunera una prestazione lavorativa indipendentemente dal carico familiare del lavoratore, è altrettanto chiaro che il sistema sociale conta le bocche da sfamare ed eroga importi diversi a dipendenza del numero delle persone che compongono l’economia domestica. Una modalità per trovare un punto di convergenza tra questi due sistemi diversi tra loro potrebbe essere un ragionamento sul fabbisogno dell’economia domestica media (oggi ca. 2.2 persone) da soddisfare mediante un salario a tempo pieno.
Con un simile parametro i dati della forchetta si alzano ed arrivano al minimo a poco meno di 21 franchi all’ora.
La distanza tra quanto proposto e quanto da me auspicato era troppa per poter condividere la nuova legge così come presentata. Il salario minimo è una necessità, ma deve essere dignitoso e permettere ad una famiglia di vivere con qualcosa in più di quanto non eroghi il sistema sociale.
La prima ridistribuzione della ricchezza avviene pagando correttamente il lavoro prestato; il sistema sociale interviene dopo in caso di difficoltà, disoccupazione, anzianità, invalidità ecc., non a sostegno di un’economia che non riesce a pagare salari adeguati per poter vivere.
Se 21 franchi all’ora sono troppi, alternativamente si abbassino i costi, per esempio quelli degli affitti, scandalosamente alti in periodi di tassi bassissimi, o quelli della cassa malati, divenuti insostenibili perché ostaggio di un “mercato” al rialzo dove nessuno pilota il sistema: due battaglie sacrosante da continuare a condurre accanto a quella del salario dignitoso.
Il popolo ha accettato l’idea del salario minimo per un motivo semplice. Senza questa misura possono venir proposti posti di lavoro a condizioni salariali troppo basse e dunque di fatto inaccettabili per un lavoratore residente in Ticino, ma al contempo sufficienti e dunque accettabili (o persino vantaggiose) per un lavoratore frontaliere che può beneficiare di un costo della vita marcatamente più basso rispetto al nostro. Con l’introduzione di un salario minimo tarato sul Ticino e uguale per tutti, invece, un datore di lavoro non potrebbe più ingaggiare un lavoratore frontaliere offrendogli un salario inferiore al minimo necessario per vivere in Ticino. Sparirebbero dunque quei posti di lavoro che di fatto possono ora essere accettati solo dai frontalieri, che in Italia possono vivere dignitosamente anche con un salario inferiore al minimo necessario per vivere dignitosamente in Ticino. Inoltre, con l’introduzione di un salario minimo generalizzato, il datore di lavoro non avrebbe più alcun incentivo di tipo economico per preferire un lavoratore frontaliere a un lavoratore residente per lo stesso posto: entrambi gli costerebbero lo stesso.
Se come dice Pamini si decidesse di applicare il salario minimo solo per chi vive in Ticino, è evidente che il fenomeno sopra evidenziato non sparirebbe e che la misura del salario minimo per residenti non servirebbe a nulla. Anzi, probabilmente risulterebbe addirittura controproducente. Perché controproducente? Perché i lavoratori residenti non potrebbero più nemmeno volendo accedere a tutta una serie di posti di lavoro offerti a condizioni salariali inferiori a quelle sancite dal salario minimo per i residenti, posti che quindi finirebbero inesorabilmente in mano ai lavoratori frontalieri. Paradossalmente, se proprio si volessero fare distinzioni che è meglio evitare, affinché il sistema sia efficace, si dovrebbe allora piuttosto applicare un salario minimo tarato sul Ticino ai soli lavoratori frontalieri.
E’ probabile che con un salario minimo generalizzato i frontalieri avrebbero paghe più alte rispetto ad ora. Forse, ma se l’obiettivo è di permettere ai residenti di accettare lavori che, se pagati troppo poco, sono di fatto inaccettabili, questo effetto è inevitabile.
La battaglia per un salario minimo giusto è prima di tutto una battaglia di civiltà, sulla quale non va fatta confusione.
«Questa pesante opposizione di una sorta di establishment scolastico mi lascia perplesso e mi infastidisce. Sembra quasi proibito proporre un metodo d’insegnamento diverso. E forse una parte dell’opposizione va ricondotta proprio alla difficoltà nell’insegnare la civica. Anche per questa ragione ritengo necessari degli specifici corsi per i docenti». Queste le parole di Fulvio Pelli a proposito del clima che si sta creando attorno alla votazione popolare del 24 settembre su civica e educazione alla cittadinanza.
Siccome ancora una volta si parla degli insegnanti e di tutte le figure professionali che ruotano attorno alla scuola, mi corre l’obbligo di precisare che la modifica di legge su cui voteranno i cittadini non propone, per fortuna, alcuna modifica metodologica inerente all’insegnamento della civica, metodologia dell’insegnamento comunemente chiamata didattica, oggetto di numerosi corsi nel quadro delle abilitazioni e della formazione continua degli insegnanti di cui purtroppo Pelli non sembra essere al corrente. La modifica è di carattere organizzativo, che è ben altra cosa, elemento che può facilitare o complicare la vita ai professionisti dell’educazione esattamente come una certa organizzazione di un ospedale può rendere la vita più facile o difficile a medici e infermieri.
Quello che Pelli ha chiamato in tono negativo “establishment scolastico” sta dicendo chiaramente che questa modifica organizzativa non aiuta, anzi rende le cose più difficili. Curioso che ciò venga vissuto come un fastidio.
Infastidirebbe davvero sentire i medici e gli infermieri dire la loro sull’organizzazione dei reparti di cura? Infastidirebbe sentire gli avvocati sull’organizzazione dei tribunali? Infastidirebbe sentire i contadini su una diversa organizzazione della politica agricola? Infastidirebbe sentire i dirigenti di banca pronunciarsi su delle modifiche di legge inerenti l’operato degli istituti di credito? Infastidirebbe sentire i municipali dire la loro su modifiche di legge inerenti ai Comuni? A me non pare. Per questo il fastidio di Fulvio Pelli mi pare poco appropriato, a meno di voler considerare gli insegnanti e i direttori scolastici dei semplici esecutori, magari poi raccontando al contempo che una volta sì che i maestri erano dei punti di riferimento, quindi l’esatto contrario di chi esegue e sta zitto.
Il mondo della scuola ha il diritto di dire sulla scuola stessa quel che pensa, democraticamente e naturalmente in maniera adeguata; a decidere saranno comunque poi i cittadini. Se democrazia e dibattito infastidiscono, beh il problema allora mi pare sia altrove.
Giorgio Giudici, in seguito a un’opinione pubblicata sul Corriere del Ticino sul tema della civica, il 31.8.2017 al portale Ticinonews.ch ha detto dei docenti: “sono un corpo privilegiato, una casta che si sta opponendo su un tema fondamentale per la maturazione e la formazione dei giovani studenti. Quando io ero ragazzo che andava a scuola non avevamo tutori o assistenti, ma dei docenti che si preoccupavano davvero della nostra crescita. […] Oggi si sta perdendo tutto…”
Quale responsabile del Dipartimento dell’educazione mi sento in dovere di intervenire su due punti.
Innanzitutto ritengo non solo lecito, ma anche positivo che dei docenti si esprimano pubblicamente – con senso civico – su una questione che li tocca da vicino e su un contesto che conoscono bene, portando elementi di riflessione e difendendo una posizione che, condivisibile o meno, va comunque rispettata. Accade anche su altri temi scolastici, non di rado in dibattito con le scelte del mio Dipartimento. Mi pare poi ovvio che, a differenza di quanto ha capito Giudici, questi docenti non combattono contro una sufficiente conoscenza civica per i futuri cittadini, ma unicamente perché – per tutta una serie di motivi – ritengono il sistema proposto meno efficiente e appropriato rispetto a quello attuale, che pur è naturalmente sempre perfettibile.
C’è poi un secondo punto, più importante, su cui non posso soprassedere. I giudizi squalificanti e generalizzati dell’ex sindaco, che parla delle docenti e dei docenti come “casta” o “corpo privilegiato” che non si preoccupa davvero della crescita dei nostri ragazzi e che li categorizza come “tutori o assistenti” sono del tutto fuori luogo. Che i docenti siano indifferenti alla crescita dei nostri ragazzi è una grossolaneria gratuita che semplicemente non trova fondamento nei fatti e che va rigettata con forza, figlia di una superficialità disarmante. Che gli insegnanti abbiano delle buone condizioni di lavoro, segnatamente per quanto riguarda le vacanze, è un dato di fatto, ma è pure indubbio che durante tutto l’anno scolastico i docenti portano sulle loro spalle una grande responsabilità e un carico di lavoro tutt’altro che indifferente, trovandosi quotidianamente di fronte a classi intere di ragazzi a cui insegnare e dovendo svolgere buona parte del loro lavoro di preparazione e correzione nel tempo che altri dedicano a sé stessi. È ora di finirla con questa favola secondo cui i docenti appartengono a una casta privilegiata: se lo status del docente ha perso viepiù lustro negli ultimi anni è a seguito di queste facilonerie espresse senza rendersi veramente conto di cosa significhi e cosa implichi veramente svolgere questa professione fondamentale per la nostra società. Dobbiamo essere grati agli insegnanti, come a tanti altri professionisti, per quel che fanno, e smetterla di straparlare con leggerezza di chi fa il proprio lavoro. Contrariamente a quanto dice Giudici nella scuola non si sta perdendo un bel niente, solo la scuola è cambiata perché la società è cambiata e non è più quella di quando Giudici era ragazzo.
Il documentario radiofonico che potete ascoltare a questo link (Laser 1 maggio, Caccia ai migranti) parla di frontiere, di violenza, di inumanità e di fascismo. Soprattutto ci racconta una storia già sentita più e più volte in modi diversi ma sempre uguali, la storia della sopraffazione bestiale dell’uomo sull’uomo senza motivo. Migranti bastonati, cacciati dai cani, lasciati a congelare nell’inverno rigido, senza possibilità di andare né avanti né indietro, una vergogna indicibile.
Questa tragedia, non nascosta, conosciuta ormai da tutti, incredibilmente non smuove a sufficienza le coscienze del nostro mondo. Per questo va tematizzata e ritematizzata, affinché l’indignazione cresca, perché è solo attraverso la continua denuncia di quello che è inaccettabile che qualcosa potrà muoversi.
L’Europa, grande colpevole assente da questa scena aperta dell’inumanità, rimane comunque l’unica speranza. La frontiera ungherese e croata sarebbe cosa solo degli ungheresi e dei croati se questi due Paesi non fossero in Europa, dalla quale ricevono tra l’altro molti soldi. Ma siccome quel confine è anche europeo, Bruxelles può intervenire. Affinché lo faccia, soccorrendo i migranti, organizzando corridoi umanitari, la pressione dell’indignazione deve salire. Per questo documentari come questi sono importanti, per questo l’azione concreta di chi sta sul posto e racconta questa terribile storia è importante.
Nel documentario si sente un annuncio fatto in inglese dai doganieri ungheresi ai migranti, che spiega loro dov’è il limite tra il lecito e il crimine. Un annuncio che ricorda cose terribili accadute in Europa non moltissimi anni fa. Quello che fa restare di gelo è che si tratta di qualcosa che sta accadendo oggi, adesso e a qualche centinaio di chilometri da noi. In un mondo che dalla storia sembra non aver imparato nulla, o comunque troppo poco.
La presa di posizione del Collegio dei direttori della scuola media sul progetto “La scuola che verrà”, al centro di un’edizione recente del Caffè (23.4.2017), è uno dei documenti che il mio Dipartimento sta attualmente valutando. Un contributo che sarà senz’altro utile per lo sviluppo della riforma.
È un testo che certamente non fa sconti, anche se si focalizza più sugli elementi da approfondire che su quelli innovativi, ma d’altra parte è questo l’atteggiamento che mi aspetto dai quadri scolastici quando sono chiamati a valutare ipotesi di cambiamento importanti. Sarei francamente rimasto deluso di fronte a giudizi acritici o inutilmente distruttivi, mentre credo che interrogarsi sulla sostenibilità e la ragionevolezza delle proposte con spirito costruttivo, formulando ipotesi per superare quelli che, a torto o a ragione, vengono individuati come ostacoli, sia parte del necessario dibattito. Un atteggiamento che sono del resto gli stessi direttori, nella premessa al loro documento, a indicare come la modalità di lavoro che ha inteso guidare la loro analisi.
Il risultato è interessante e ben più sfumato di quanto presentato su quel giornale. Se è vero, ad esempio, che essi si interrogano sulla coesistenza di laboratori e atelier, due forme didattiche proposte dalla riforma, è altrettanto vero che non hanno dubbi sulla necessità di promuovere nuove forme di insegnamento che permettano ai docenti di lavorare con effettivi ridotti, uno dei pilastri del progetto, o che danno sostanzialmente per acquisito il superamento del sistema dei livelli, altro elemento centrale della riforma.
Questa posizione, che dal Dipartimento è conosciuta da un paio di mesi, viene ampiamente considerata nella definizione del modello concreto su cui stiamo lavorando in queste settimane. Le preoccupazioni sulla salvaguardia del rapporto docente-allievo e della continuità didattica, ad esempio, questione al centro anche di altre prese di posizione, nel modello vengono tenute in considerazione mantenendo per i laboratori la forma che caratterizza i pochi laboratori presenti attualmente alle medie e rivedendo la formula dell’atelier. In sostanza, per l’allievo il docente di lezione, di laboratorio e di atelier sarà sempre lo stesso.
Oltre alle preoccupazioni inerenti al rapporto docente-allievo, le tematiche da approfondire, che ritroviamo anche nelle conclusioni dei direttori, ovvero una più esplicita sinergia con la messa in atto del Piano di studio, una struttura/griglia oraria non troppo complessa e sostenibile, la collaborazione tra docenti favorita ma non imposta, un’adeguata allocazione di risorse per i nuovi compiti di istituti e docenti, costituiscono certamente indicazioni utili, da considerare. Questo è il lavoro che sta facendo attualmente il mio Dipartimento e il risultato lo si vedrà tra qualche settimana. Tener conto delle critiche pertinenti (quelle che si basano sulla corretta comprensione del progetto) è interesse di tutti. Le premesse per una buona sintesi ci sono, sempre che la riforma non cada ostaggio di posizioni preconcette, che non servono a nessuno, soprattutto agli allievi.
È di ieri la notizia secondo cui l’ordine per la fornitura alla California di elettrotreni della ditta del signor Spühler, industriale e politico UDC, potrebbe essere bloccata dal neoprotezionismo di Trump. Se la comanda (si parla di centinaia di milioni) andasse in fumo, certo il primo a perderci sarà Spühler, ma anche i lavoratori della sua fabbrica non ne saranno sicuramente contenti. Non so quale sia la qualità dei contratti di lavoro vigenti nel settore, ma senza ordini diventa grama per tutti.
Questo è il prodotto del protezionismo sui Paesi che vivono di esportazione, o che in gran parte basano l’economia sull’esportazione. E la Svizzera è uno di essi. Lo stesso effetto lo avremmo se uscissimo dal mercato europeo, come sembra volerci portare una prossima iniziativa popolare dell’UDC.
I mercati aperti non hanno certamente solo effetti benefici, vi sono un sacco di storture che la politica può e deve correggere, ma la chiusura economica non è una soluzione.
Abbiamo bisogno di maggiori tutele sul mercato del lavoro, a livello svizzero e internazionale, di maggior ridistribuzione della ricchezza, di fiscalità più giusta, non di barriere di varia natura. Il muro che oggi sembra proteggerci domani ci chiuderà fuori, accentuando i conflitti e lasciando più vinti che vincitori sul campo. Per questo dobbiamo resistere alla tendenza al ripiegamento che sembra volersi imporre di questi tempi.
E questo naturalmente non vale solo per l’economia.
“Quando la morte verrà
con il suo odore di strame
e io mi volgerò a lei come alla luce (…)
seppellitemi sotto il ceppo
a metà strada fra orto e pollaio
dove da undicimila anni le galline
frugano nel letame“.
(Giovanni Orelli, Concertino per rane)
Con la morte di Giovanni Orelli il Canton Ticino perde una figura importante di intellettuale di primo rango, dal forte impegno civile. Un docente che ha saputo dare così tanto alla nostra scuola e a legioni di studenti. Ma soprattutto ha perso un uomo di coraggio, di passione, di dedizione. Una luce forte in un cielo in cui sempre più si addensano nubi oscure e tristi.
Non sono bleniese, benché abbia un legame particolare con la Valle di Blenio iniziato molti anni fa, ma se lo fossi sosterrei il progetto di Parc Adula con convinzione. Perché gli argomenti finora sentiti e letti contro di esso sono poco consistenti e sembrano dettati più dallo scetticismo a priori che da altre ragioni.
Il parco nazionale è un marchio importante, che permette di far conoscere un territorio ad una larga fascia di turisti connotandolo al contempo come di gran pregio per la natura e il paesaggio. Porterà qualche risorsa in valle, permetterà di riorientare l’offerta turistica e, comunque la si veda, aggiungerà un riconoscimento positivo a questa magnifica regione. Certo, si può affrontare questa scelta anche con qualche reticenza, perché qualche piccola rinuncia il progetto la prevede, ma un’analisi anche sommaria dei pro e dei contro non giustifica un mancato sostegno allo stesso.
La montagna evoca grande libertà e grande bellezza, ma chi l’ama e chi la vive sa bene che merita soprattutto grande rispetto. Ed è proprio nel segno di questo concetto che si inseriscono le piccole limitazioni previste dal progetto se confrontate con la situazione attuale. Il progetto di parco nazionale infatti combina bene il consolidamento del rispetto per il territorio con la sua valorizzazione anche in chiave turistica, un’operazione intelligente sulla quale bisognerà ancora lavorare molto ma vantaggiosa per tutti. Per i vallerani, che avranno a disposizione un marchio sul quale costruire nei prossimi anni una parte della loro economia, per chi andrà a visitare il parco, che potrà continuare ad ammirarne la bellezza, e per il territorio, che tramite questo riconoscimento sarà adeguatamente preservato.
La scelta è di quelle che vanno valutate sul medio e lungo termine, non sui dettagli del presente. I bleniesi, che per decenni hanno sofferto della mancanza di grandi infrastrutture che altrove portavano un po’ di benessere, ora si ritrovano un patrimonio paesaggistico da poter valorizzare proprio per l’assenza di grandi strade e ferrovie. Spero tanto che alla fine a prevalere sia lo spirito positivo di chi intende orgogliosamente mettere in valore quello che ha piuttosto che il facile disfattismo.
Alberto Siccardi resiste raramente all’impulso di tirarmi in ballo anche quando c’entro poco e stavolta lo ha fatto citando i salari minimi previsti dai contratti normali di lavoro decisi dal Governo (cfr. Ticinonews dell’altro ieri ).
Concordo con lui, se ho compreso bene il suo dire, nel ritenere tali minimi troppo bassi e lo faccio con qualche cifra di confronto.
L’economia media ticinese è composta da 2,26 persone (dati Ufficio di statistica) e se una simile famiglia fosse a carico dell’assistenza pubblica avrebbe diritto a prestazioni finanziarie per fr. 3’749.- al mese, con oltre il 55% di quanto guadagnato destinati a pagare affitto e cassa malati. I parametri sono quelli della Conferenza svizzera delle istituzioni dell’azione sociale, non quelli della Laps, per la quale il limite sarebbe di fr. 4’482.- mensili, e nemmeno quelli delle prestazioni complementari AVS/AI, per le quali il limite sarebbe di fr. 4’733.- mensili. Al di sotto di questa soglia siamo di fronte ad un caso di working poor secondo le definizioni ufficiali.
Ora, calcolando prudenzialmente una settimana di 42 ore (quella degli impiegati cantonali), il salario minimo per giungere a uno stipendio mensile (su 12 mesi, quindi senza tredicesima) pari alle prestazioni assistenziali è di fr. 20.60 all’ora.
Questa è invece la situazione dei salari minimi attualmente previsti dai contratti normali di lavoro vigenti in Ticino:
SETTORE – FR. ORA
Fabbricazione di computer e prodotti di elettronica e ottica (orologi esclusi) – 17.30
Settore orologiero (aziende non firmatarie della Convenzione) – 18.75
Gommisti non qualificati – 16.30
Gommisti qualificati – 19.45
Vendita al dettaglio (negozi con meno di 10 dipendenti) – 17.30
Vendita al dettaglio (negozi con meno di 10 dipendenti) ass. di vendita – 18.55
Vendita al dettaglio (negozi con meno di 10 dipendenti) imp. di vendita – 19.70
Informatici dipl cant. O CFP – 18.00
Informatici AFC – 20.00
Informatici terziario B – 22.50
Informatici terziario A – 23.00
Impiegati di commercio – settore Consulenza aziendale – 19.65
Impiegati di commercio – società fiduciarie – 19.65
Impiegati di commercio – studi legali – 19.65
Commercio all’ingrosso add. Non qualificati – 17.30
Commercio all’ingrosso add. Qualificati e imp. di commercio – 19.65
Agenzie di viaggio – 19.65
Agenzie di prestito di personale (per settori esclusi da CCL) add. Non qualificati – 17.83
Agenzie di prestito di personale (per settori esclusi da CCL) add. Qualificati – 23.78
Call center – 19.50
Centri fitness ass. sala attrezzi – 17.30
Centri fitness istruttore fitness – 18.45
Centri fitness personal trainer – 22.45
Centri fitness club manager – 25.95
Centri fitness insegnante corsi – 31.25
Istituti di bellezza – 17.23
Come si può ben vedere, in diversi casi siamo sotto i fr. 20.60 orari, già calcolati secondo parametri molto prudenziali.
Ricordo che le proposte di salari minimi da definire nei contratti normali di lavoro devono essere avanzate dalla Commissione tripartita (cfr. art. 360a Codice delle obbligazioni), la quale è composta da membri in rappresentanza di Stato, aziende e sindacati, e che il Consiglio di Stato, a sua volta composto da persone con diversi orientamenti politici, è chiamato a decidere sulla base di queste proposte.
Personalmente sono ben d’accordo di sostenere una revisione dei minimi attuali, considerando che secondo i parametri prudenziali presentati sopra l’economia domestica media ticinese non riesce a vivere con un salario al di sotto di fr. 20.60 all’ora, ma per arrivarci bisogna trovare una maggioranza nella Commissione tripartita prima e in Consiglio di Stato poi.
Non sarò certo io a essere contrario a un simile adattamento di questi minimi e se Siccardi si facesse parte attiva verso le organizzazioni imprenditoriali per allargare il consenso in questa direzione, una volta tanto potremmo trovarci alleati.
Gli strumenti per ridurre il dumping in parte ci sono, anche se sono stati combattuti a Berna in primis proprio dall’area politica di Siccardi e se meriterebbero di essere ancora significativamente rafforzati. Funzionano e non necessitano di scardinare i nostri rapporti con l’Europa.
Ma bisogna che ci sia la volontà politica maggioritaria di farli funzionare.
L’iniziativa popolare sull’economia verde in votazione il prossimo 25 settembre chiede che la Confederazione, i Cantoni e i Comuni adottino misure affinché l’economia impieghi le risorse in modo efficiente e preservi il più possibile l’ambiente. Entro il 2050 secondo l’iniziativa la Svizzera dovrà ridurre il suo consumo di risorse in modo tale che, rapportato alla popolazione mondiale, non superi le capacità della Terra.
Alla radio il presidente della Confederazione Schneider Amman ammetteva che se tutti i Paesi consumassero come la Svizzera avremmo bisogno oggi di 3 pianeti, non di uno, ma invitava a votare NO perché l’iniziativa chiederebbe troppo in troppo poco tempo.
Ma pretendere che non si consumi più di quel che il pianeta può dare è davvero chiedere troppo? Abbiamo forse risorse extraterrestri cui far capo?
Ancora: pretendere che non si consumi in eccesso rispetto alla capacità terrestre entro il 2050, cioè tra 33 anni, è davvero esagerato? Stiamo inanellando temperature record anno dopo anno, la popolazione sta crescendo, ci sono problemi immensi come la deforestazione, la riduzione delle risorse marine, lo scioglimento dei ghiacciai e noi pensiamo ancora di attendere?
Nel 2050 avrò 87 anni e se ci arriverò lo stato del pianeta non sarà certo più un problema mio, ma non cogliere l’occasione di fissare oggi qualche obiettivo più che necessario nella nostra Costituzione mi pare un inutile gesto di disprezzo verso le nuove generazioni che i giovani e i bambini non si meritano. Per questo voterò SI.
Venerdì scorso la commissione competente del Consiglio nazionale ha proposto una modalità per dare seguito alla modifica della Costituzione federale votata il 9 febbraio 2014 (iniziativa sulla cosiddetta immigrazione di massa) che mi ha lasciato l’amaro in bocca per due motivi.
Da un lato la proposta di fatto non rispetta il testo votato da popolo e cantoni. Chi da destra si lamenta dell’aggiramento del mandato costituzionale ha certamente delle ragioni da far valere, perché effettivamente l’art. 121a dice altro rispetto alla “soluzione” commissionale. Va detto che il problema del mancato rispetto della Costituzione non è purtroppo nuovo. Citerò solo due esempi, ma se ne potrebbero fare molti altri: l’art. 116 sull’assicurazione maternità ci ha messo 65 anni, non 3, dal momento dell’iscrizione del principio nella Costituzione al momento della sua effettiva realizzazione. Anche il principio dell’art. 112, che garantisce rendite AVS/AI che coprano adeguatamente il fabbisogno vitale, è iscritto nella nostra carta fondamentale da molti anni, ma di fatto ancora oggi non è rispettato, tanto da dover far intervenire le prestazioni complementari, che sono altra cosa rispetto alle assicurazioni sociali. Su queste questioni nessuno di quelli che si scandalizzano oggi per una potenziale mancata applicazione dell’art. 121a si è però mai inalberato, né tanto meno sostiene l’iniziativa AVS plus che aiuterebbe ad applicare l’art. 112. Resta comunque il fatto che la proposta di venerdì della commissione del Nazionale non rispetta il mandato costituzionale votato nel febbraio 2014. Più corretto e trasparente, e lo sostengo da sempre, sarebbe rivedere quel mandato costituzionale (che nel concreto, come si vede, appare inapplicabile), proponendo una nuova regola da sottoporre a popolo e cantoni.
D’altro canto mi ha deluso pure il sostegno della sinistra alla soluzione commissionale, concesso senza pretendere in cambio un corretto rafforzamento delle misure di accompagnamento alla libera circolazione delle persone di cui avremmo bisogno. Misure che, guarda caso, la destra economica e quella nazionalista osteggiano da sempre. L’occasione invece è di quelle importanti, che devono essere colte per dotarci di strumenti validi contro il dumping salariale: salari minimi, contratti collettivi di obbligatorietà generale ecc. Le uniche armi che davvero potrebbero regolare l’eccedenza di afflussi di manodopera straniera.
Il dibattito entrerà presto nella fase più calda. Spero che non se ne esca con un brutto compromesso al ribasso, non risolutivo e poco trasparente. Il peggio che la politica potrebbe esprimere.
Da qualche mese querelo sistematicamente gli insulti (non le critiche ovviamente) che mi vengono dispensati via social media. Querelati sono gli autori degli insulti e i responsabili dei siti in questione. È diritto di chiunque farlo, quindi anche mio.
Il Mattino di ieri sembra se ne sia stupito, ma è strano, visto che diversi insulti sono apparsi proprio sul sito mattinonline. Le querele mi portano via pochissimo tempo, ma farei volentieri a meno di inoltrarle al Ministero pubblico qualora gli insulti cessassero. Riprendendo un noto slogan pubblicitario “No insulti, no querele”. È tanto semplice.
Per quanto concerne le critiche rimango ovviamente sempre aperto al confronto.
Risposta pubblica al deputato Schnellmann
­ 8 agosto 2016
Il deputato Schnellmann cala lezioni di coerenza al sottoscritto perché nei ragionamenti sulle ristrutturazioni scolastiche nel comparto del liceo di Lugano 1 rientra anche quello sul mantenimento o meno della piscina.
Vorrei semplicemente ricordargli che quando i soldi a disposizione sono pochi le opzioni sono due: o si cercano nuove entrate o si risparmia. Io sono piuttosto per la prima soluzione, rimanendo spesso in minoranza, mentre il deputato si schiera in genere per la seconda, salvo poi reclamare quando i risparmi hanno degli effetti. Aggiungo che risparmiare non significa farlo dappertutto e non avere progetti, come mi insegna il partito al quale appartiene, ma essere costretti a fare delle scelte ben precise. Per esempio a favore di classi più piccole e quindi di una scuola migliore piuttosto che del rinnovamento delle vecchie piscine scolastiche, anche se io, come detto sopra, preferirei poter trovare le risorse per far l’una e l’altra cosa.
­ 20 luglio 2016
Dimitri se ne è andato. In punta di piedi ma deciso. Come era nel suo carattere. È una grave perdita per tutti coloro che credono nelle cose belle della vita: nell’intelligenza, nell’arte, nella bontà, nella gentilezza e nell’attenzione agli altri.
Con lui se ne va un grande protagonista della vita. E il Ticino perde una luce intelligente, sincera e rassicurante.
Brexit: le incognite di una risposta nazionalista
­ 24 giugno 2016
Gli inglesi hanno ridato fiato ai nazionalismi europei. Dubito molto che questo possa tradursi in maggior benessere per chi non è benestante, in Inghilterra e in Europa, ma lo vedremo nei prossimi mesi e anni. Certamente il peso politico dell’Europa nei confronti di USA, Cina, Russia, India s’indebolisce e questa non è una bella prospettiva.
Il voto inglese è comprensibilmente in parte anche un voto contro un mercato unico europeo che ha favorito alcuni e non ha saputo ridistribuire benessere in maniera più larga, ma non credo che la risposta nazionalista porterà a migliorare le cose da questo punto di vista.
­ 27 aprile 2016
In un suo articolo pubblicato il 20 aprile scorso, Giancarlo Dillena ricordava un suo incontro d’altri tempi nel quale un interlocutore sudafricano, raccontandogli del suo Paese che stava per smantellare l’apartheid, pronosticava che l’Europa avrebbe finito per introdurla.
Tristemente mi pare di dover constatare che l’interlocutore di Dillena abbia avuto purtroppo ragione. La negazione della tradizione umanitaria europea non è solo quella che possiamo vedere ogni sera al Telegiornale inerente a quel che succede nel Mediterraneo, quella che fa a pugni con i vari sbarramenti antimigranti e relativo corollario di eserciti schierati contro i disperati. È ormai entrata nella nostra quotidianità, come fino agli anni ’80 nelle città sudafricane lo era la segregazione formale.
Io la vedo dal mio osservatorio, quando passano sul tavolo del Governo cantonale i progetti di sentenza sui ricorsi contro i ricongiungimenti familiari, in specie quando si rimandano al loro Paese i genitori stranieri di figli svizzeri per il solo motivo che non hanno abbastanza soldi per vivere qui autonomamente.
In base all’art. 42 cpv.1 della Legge sugli stranieri, legge votata ed approvata dal popolo qualche anno fa, il coniuge straniero di un/a cittadino/a svizzero/a ha diritto al rilascio o alla proroga del permesso di dimora se coabita con esso/essa, a meno che il coniuge straniero o una persona a suo carico dipendano dall’aiuto sociale in maniera durevole e considerevole (art. 63 combinato con l’art. 51 cpv. 1 lett. b.). Traduzione per i non addetti ai lavori: se una svizzera si sposa con uno straniero e ha un figlio, caso tra l’altro molto frequente, qualora la famiglia non riesca a stare a galla finanziariamente e abbia bisogno dell’aiuto sociale, accade che il padre venga separato da questo figlio e rimandato al suo Paese.
Per chi ha a cuore il concetto di nazionalità, si noti che il figlio, che ha la madre svizzera, è a sua volta svizzero, ha il passaporto con la croce bianca in campo rosso, ma, pur essendo figlio d’Elvezia a pieno titolo, ha un diritto dimezzato ad avere attorno a sé i propri genitori.
Dettaglio raggelante, usualmente queste decisioni sono accompagnate da considerazioni del tipo: “Qualora il coniuge del ricorrente (ndr: nel nostro esempio la moglie svizzera) non volesse seguirlo all’estero, vi sono comunque molteplici possibilità, riconosciute da dottrina e giurisprudenza, per continuare a mantenere regolari contatti con la famiglia (visite regolari, internet, telefono, ecc.)”. Ma certo, la famiglia “Skype”, che “dottrina e giurisprudenza” approvano e che naturalmente tutti gli approfondimenti sociologici consigliano vivamente come modello ideale per accompagnare al meglio i propri figli verso la vita adulta.
Decisioni come queste vengono prese regolarmente qui da noi, adesso, giorno dopo giorno, in applicazione di una legge che discrimina in maniera molto severa chi ha soldi da chi non ne ha, chi ha qualche competenza da far valere sul mercato del lavoro da chi ne ha poche. Sono provvedimenti che colpiscono sia gli stranieri che gli svizzeri e le svizzere che li hanno sposati, ma soprattutto i loro figli, trattati così da cittadini di serie B.
Come diceva il conoscente di Dillena, l’apartheid è già qui. Viene esercitata in modo discreto, ha il vestito della festa dell’imprimatur legale, ma la sua natura è quella. Finché non ci sarà consapevolezza su quel che sta succedendo, finché non ci sarà resistenza, come quella che personalmente faccio contro questo genere di decisioni, diverrà la nostra triste realtà quotidiana.
Nel 1989 in tanti festeggiarono giustamente la caduta del muro di Berlino, l’emblema di una segregazione politica che finalmente veniva superata. Dopo 25 anni purtroppo, anche nella quieta Svizzera, pur sapendo bene quel che stiamo facendo, pezzo per pezzo, ne stiamo costruendo copie non di certo migliori. Non di cemento, ma muri di carta, timbri e protocolli, non per questo meno solidi e più facili da sopportare per chi sente dentro di sé il senso della giustizia come elemento che dovrebbe contraddistinguerci come comunità civile.
Ah, la comunicazione
­ 17 marzo 2016
In un’intervista pubblicata oggi sul Corriere del Ticino dico testualmente in un passaggio: “Quello che un poco mi delude è sentire risuonare il ritornello secondo cui i docenti non sarebbero sufficientemente ascoltati e coinvolti”. Da questa frase il giornale, in modo tendenzioso e poco professionale, lancia l’intervento in prima pagina con il titolo “Bertoli deluso risponde agli insegnanti” e titola l’intervista “Sono deluso dal ritornello dei docenti”.
Detto che il ritornello di cui sono un poco deluso è quello sul presunto mancato coinvolgimento, non su altre questioni, e detto che questo stereotipo viene espresso da alcuni rappresentanti dei docenti e molto poco dai docenti stessi, ancora una volta un media, attraverso una titolazione eccessiva e imprecisa, veicola messaggi sbagliati. Per chiarezza voglio quindi ribadire che non sono deluso dai docenti in termini generali, ho sempre detto e ribadito che sono la colonna portante della scuola e che il loro lavoro è prezioso e va rispettato.
Per fortuna un NO al testo indegno
­ 28 febbraio 2016
Meno male che gli svizzeri hanno capito il grande pericolo dell’iniziativa UDC cosiddetta di attuazione e non hanno voluto sfregiare la Costituzione federale con un testo indegno. Purtroppo questo è accaduto senza il supporto della maggioranza dei votanti ticinesi, ma rimane un dato positivo.
Sul doppio tunnel del Gottardo e sulla nuova legge sui negozi bisognerà mantenere alta la sorveglianza, affinché il doppio tunnel non si trasformi in un raddoppio vero e proprio e affinché la legge negozi non entri in vigore senza una convenzione collettiva dignitosa.
La retorica stracca di Quadri
­ 27 gennaio 2016
In un contributo apparso oggi sul Corriere del Ticino il deputato Lorenzo Quadri si arrampica sui vetri in due occasioni a proposito di raddoppio del Gottardo.
Si meraviglia, e la cosa è direttamente riferita a me, del fatto che chi non ha una posizione isolazionista nei rapporti con l’Europa manifesti il timore che domani l’Unione europea, in caso di raddoppio, possa far pressione per aprire le 4 corsie. Ma come, dico io, questa Europa tanto negativa e tanto inaffidabile per chi la pensa come Quadri ora diventa improvvisamente degna di fiducia se dice che questo non accadrà?
Io ho grande rispetto per le autorità svizzere e credo che il nostro Paese debba avere rapporti saldi con l’Europa. Su queste due cose ho un atteggiamento profondamente diverso da quello del deputato al Nazionale, ma non sono ingenuo al punto di credere che entro i 10 anni che ci separano dall’apertura di un’eventuale seconda galleria sia a Berna che a Bruxelles le opinioni non cambieranno, andando chiaramente verso l’uso pieno del doppio tunnel. Sorprende semmai qui la grande fiducia leghista, ovviamente selettiva, sulla parola dei “balivi” bernesi e dei tanto vituperati organismi europei.
Sul fatto che l’Europa non insista ora per far saltare il sistema di regolamentazione degli autocarri detto del contagocce, beh la questione è semplice. Il tunnel unico è un impedimento fisico invalicabile e non permette di insistere in questa direzione. Qualora tale impedimento fisico saltasse, rimarrebbe solo quello politico. E in politica le cose possono cambiare velocemente.
Per questo oggi non è il momento per prendere questa decisione. Meglio attendere come andranno le cose con il nuovo tunnel di base ferroviario prima di decidere un eventuale raddoppio autostradale.
­ 24 dicembre 2015
“Il mondo è un gomitolo di strade e seguendole trovi tutto: vita e morte, miseria e felicità, lacrime e consolazione, avventure e amore. Tornò giu in strada; si rimise in cammino” (Sebastiano Vassali, La chimera)
Torniamo giù in strada. E insieme continuiamo il cammino. È il mio augurio sincero e profondo. Buone feste!
Prima i nostri? Risanare le finanze?
­ 19 dicembre 2015
Ieri a Berna la maggioranza PLR, UDC-Lega ha inferto un duro colpo ai costi sanitari ticinesi. In nome del tabù ideologico del non interventismo statale non ci saranno dal 2016 barriere all’apertura di nuovi studi medici specialistici, che naturalmente fattureranno allegramente a carico delle casse malati (qui il denaro anche se pubblico non fa schifo), le quali aumenteranno i premi. Risultato: avremo più medici esteri e dovremo erogare più sussidi alle persone che faticano a pagare tali premi.
Poi naturalmente a Bellinzona, con grande coerenza, gli stessi faranno battaglie fondamentali nel segno del “prima i nostri” e si chiederà di stringere la cinghia sui sussidi ai premi di cassa malati, magari contando sul fatto che i cittadini non si ricordino o non capiscano.
Tristi storie di ordinaria incoerenza.
­ 11 dicembre 2015
Ho letto con interesse il documento del PLRT a proposito della situazione finanziaria del Cantone, ma non ho potuto che saltare sulla sedia quando ho trovato la seguente affermazione: “Il Ticino vive una situazione anomala in quanto scolarità obbligatoria, infatti prevede un anno supplementare di scolarizzazione rispetto al resto del paese, si potrebbe valutare se questa differenza è ancora giustificata, rispettivamente a cosa è dovuta e poi decidere se intervenire in qualche modo”.
Nella realtà il Ticino non prevede alcun anno supplementare di scolarità obbligatoria, 11 sono gli anni dell’obbligo secondo il concordato HarmoS, 11 sono gli anni in Ticino. L’unica differenza con gli altri Cantoni, allora strappata alla CDPE dal mio predecessore Gabriele Gendotti, consiste nella modulazione dei vari ordini scolastici, 2 di scuola dell’infanzia 5 di elementari e 4 di medie in Ticino, 2 di scuola dell’infanzia 6 di elementari e 3 di medie altrove.
I suggerimenti sono sempre benvenuti, ma le argomentazioni nel dibattito politico dovrebbero sempre partire da dati di fatto verificati. Conoscere per deliberare diceva il presidente della Repubblica italiana e liberale Luigi Einaudi, come dargli torto?
­ 10 dicembre 2015
È un’ottima notizia quella del contratto collettivo dell’edilizia rinnovato per tre anni. Il principale contratto collettivo di lavoro della Svizzera continua quindi a produrre i suoi frutti, grazie alla determinazione dei lavoratori e all’intelligenza della parte padronale che ne ha compreso il valore. Si tratta di un contratto che fissa salari minimi, una certa progressione delle retribuzioni, il pensionamento anticipato, insomma contenuti di peso che altri rami economici farebbero bene a imitare. Ma soprattutto è la Confederazione che farebbe bene ad agevolare e sostenere attivamente questo strumento, invece di stare a guardare con la scusa che sono i partner sociali a doversi mettere d’accordo tra loro.
Giornalisti… distratti
­ 25 novembre 2015
È possibile che, siccome in Gran Consiglio non leggo interventi scritti preparati dai miei servizi, possa verificarsi di tanto in tanto qualche fraintendimento da parte della stampa nel capire quel che dico. Ma ieri la RSI (Il quotidiano) e oggi il Corriere del Ticino riportano la notizia, falsa, secondo cui avrei chiesto ai promotori dell’iniziativa popolare sulla scuola media di ritirarla.
Non ho mai chiesto una cosa del genere, né mi permetterei di farlo per qualsiasi atto popolare. Ho detto che avrei preferito trattarla più in là, una volta disponibile il rapporto finale sul progetto “La scuola che verrà”, non di ritirarla.
Mi sembrava un messaggio semplice e chiaro. E infatti alcuni giornalisti di altre testate, forse più attenti, l’hanno riportato correttamente.
­ 14 novembre 2015
La follia omicida, il fanatismo, l’odio sono mostri che aprono ferite giganti, strappando vite con una furia che non ha nulla di umano. Il mio pensiero e il mio dolore per le vittime degli attentati di Parigi e per i loro cari sono profondi, come lo sono quelli di milioni di persone in tutto il mondo. Il mio appello, disperato, è “restiamo umani”. Sempre. Nonostante tutto. La ragione alla fine saprà avere ragione della barbarie
Uno sciopero, i contratti e la giungla
­ 9 novembre 2015
Oggi gli edili sono in sciopero e rivendicano trattative sui contenuti del contratto nazionale mantello di lavoro del settore in scadenza per fine anno. Un contratto importante per la storia dell’arretrato diritto del lavoro svizzero; un contratto che tutte le parti avrebbero grande interesse a mantenere e adeguare, perché strumento e simbolo di una collettività nella quale gli interessi dei lavoratori e dell’economia sanno riconoscersi e rispettarsi.
La Svizzera ha grande bisogno di questo contratto e di molti altri contratti come questo, unico strumento civile per evitare la legge della giungla, una prospettiva nella quale il numero dei perdenti (lavoratori e imprese) è elevato, ripercuotendosi poi sul benessere generale del Paese.
Quelle risposte che infastidiscono
­ 2 novembre 2015
Da quando dirigo il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport, e rispondo pubblicamente alle critiche più o meno fondate sui temi di mia competenza che leggo dai media, osservo che curiosamente spesso le mie risposte danno fastidio. La cosa è bizzarra, poiché mi pare naturale che rispondere faccia parte del mio mandato. Lo è ancor di più se il fastidio verso la risposta si fonda sulla rapidità di reazione, quasi come se rispondere subito sia sintomo di qualche problematicità.
Porre delle questioni pubblicamente è più che legittimo e rispondere mi pare il minimo, almeno per chi è interessato a un vero dibattito. Se poi le mie risposte infastidiscono, basta non leggerle.
­ 24 settembre 2015
Sono rimasto stupito, anche se non più di quel tanto, dalle accuse che don Rolando Leo ha lanciato contro il mio dipartimento dalle colonne del Giornale del Popolo di mercoledì 23 settembre in merito al libro di educazione sessuale per il secondo ciclo di scuola media, allievi adolescenti di 14/16 anni. In estrema sintesi don Leo, che faceva parte del gruppo di consulenza che ha collaborato all’allestimento del testo in rappresentanza della Chiesa cattolica, accusa il DECS di essere stato sordo ad ogni sua proposta. Va detto che la Chiesa cattolica è l’unica componente del gruppo di consulenza che non ha accettato il nuovo testo (lo ha invece fatto quella evangelica), posizione ribadita pubblicamente tramite il proprio quotidiano. Detto questo, ho raccolto informazioni in proposito presso i miei servizi e chi ha seguito l’allestimento del libro e posso rispondere a don Leo come segue, riprendendo passo passo le sue affermazioni.
Don Leo: “Anzitutto preciso che noi eravamo stati chiamati a dire la nostra come consulenti, ma il testo è stato scritto da altri”.
Risposta: vero, ci mancherebbe altro che una quindicina di persone scrivessero assieme un testo. Il ruolo del gruppo di consulenza, come stabilito nella risoluzione governativa di pertinenza, era quello di fungere da supporto: il parere dei consulenti è sempre stato considerato anche se non sempre accolto pedissequamente in fase di redazione.
Don Leo: “Ricordo al Consigliere di Stato che, nel corso di questi due anni di lavoro, sono giunte sul tavolo della commissione diverse proposte puntuali, alcune aggiunte e molti arricchimenti al testo. E non solo da parte mia, ma suggerimenti sono arrivati anche da un altro consulente e cioè da uno specialista: un medico. In particolare questi ha proposto degli arricchimenti precisi su diversi punti delicati come la scoperta del corpo, la masturbazione, gli anticoncezionali o l’aborto. E cioè sui temi molto sensibili che toccano i nostri valori. Ma queste osservazioni alternative non sono state integrate nel testo finale da parte della commissione”.
Risposta: la quasi totalità delle proposte di modifica di stampo medico scientifico avanzate dal pediatra sono state accettate e integrate nel testo. Altre, per esempio sul tema della polluzione, sono state riprese ma in forma rielaborata. Altre ancora (mutilazioni genitali femminili, circoncisione) non sono state integrate, poiché non si è inteso allestire un trattato; sono state ritenute non prioritarie, ma potrebbero comunque venir elaborate dai docenti come pista di lavoro. Sul capitolo contenente temi come omosessualità e masturbazione, inviato al gruppo di consulenza il 18 luglio e discusso il 16 settembre 2014, Don Leo il 1. agosto ha scritto “ho apprezzato lo sforzo d’aver adottato un linguaggio neutrale, rispettoso e delicato. Ho notato pure come gli autori non abbiano dimenticato di citare almeno le varie posizioni e le convinzioni religiose da rispettare nel cammino di crescita dei giovani”. Ciononostante ha proposto di aggiungere un elenco di punti tratti dal Catechismo della Chiesa cattolica (CCC), in ciò appoggiato successivamente dal pediatra con un testo ricco anch’esso di riferimenti al CCC. Dopo lunga discussione il 16 settembre 2014 il gruppo di consulenza, tranne don Leo e il pediatra, ha convenuto che non era possibile inserire ogni volta la posizione della Chiesa cattolica (ciò avrebbe implicato l’aggiunta di quella di altre religioni e correnti di pensiero). Si è comunque cercato un compromesso per così dire laico, integrando alcune delle loro proposte, come il tema del pudore/tabù e cercando di formulare le questioni in modo che, pur non rappresentando il pensiero della Chiesa Cattolica, per lo meno non lo sconfessassero. Tutto sembrava risolto quando è spuntata, nel marzo scorso, l’accusa di voler far propria la cosiddetta “teoria del gender”, per cui si è dovuta convocare una nuova riunione per maggio sul tema dell’omosessualità. Quattro giorni prima della riunione, don Leo, richiesto di proporre modifiche al testo, ha invitato a eliminare tout court il paragrafo su questo tema, richiesta ovviamente respinta.
Don Leo: “Non siamo andati a picchiare i pugni sul tavolo per far passare le nostre idee. Infatti, per quasi un anno, non ci sono stati elementi sui quali mi sono trovato in disaccordo. L’opuscolo toccava aspetti fisiologici e anatomici e mi sembrava che su questi aspetti ci fosse uno sforzo da parte del DECS di trovare delle formule condivise. Ma in quest’ultimo anno di lavoro su alcuni temi, come la concezione dell’affettività o come la visione di genere noi abbiamo preso delle posizioni precise e le abbiamo esplicitate anche in commissione senza nessun successo”.
Risposta: sulle discussioni interne al gruppo abbiamo già detto nella risposta precedente. Il gruppo redazionale si è incaricato di inserire alcune modifiche concordate nella riunione di maggio, di concludere gli ultimi capitoli e di inviare il la bozza di testo definitivo al gruppo di consulenza per un avallo finale. Il testo definitivo è stato spedito il 20 agosto, dando tempo fino al 22 settembre per inviare proposte di modifica o di aggiunta. I membri del gruppo di consulenza hanno comunque avuto tempo da maggio a settembre per fare eventuali proposte alternative alle modifiche concordate. È in questo periodo che vengono pubblicati gli editoriali e gli articoli critici del Giornale del popolo e che arrivano le interrogazioni sul tema, atti del tutto legittimi, ci mancherebbe, ma volti ad accreditare l’idea che il DECS non voglia dialogare.
Don Leo: “Per chiudere la discussione su temi come il gender si è arrivati a negare che esista una teoria in proposito, quando ne sono pieni i trattati scientifici, che la promuovano o che la critichino”.
Risposta: la cosiddetta “teoria del gender” è assimilabile ormai a una leggenda metropolitana. A nostra conoscenza non esiste infatti un solo trattato scientifico che attesti una simile teoria. E comunque, qualora mai ne esistessero, nessuno di questi è mai stato consultato. Si è voluto artificialmente costruire un mostro per poterlo additare appunto come mostruoso e giustificare una battaglia ideologica. Il medesimo dibattito che stiamo avendo qui è in corso anche in Italia con analoghe modalità.
Don Leo: ”In definitiva credo sia mancato il dialogo con chi voleva andare un po’ più a fondo su alcune questioni. Traspare un’idea centrale e cioè che basta che ci sia l’amore e tutto va bene. Ma manca una cura nel proporre un cammino di verifica. È deficitario l’aspetto formativo. Si sarebbe potuto andare nella direzione di una materia facoltativa, oppure proporre visioni e testi alternativi da distribuire nella scuola. In definitiva il consigliere di Stato ha fatto lavorare una decina di persone per due anni senza poi recepire nulla delle proposte elaborate. Pensando soprattutto che tutte le famiglie del Cantone fossero d’accordo con questa impostazione. Mi dispiace, ma non è così”.
Risposta: chi ha lavorato a questo libro assicura che non è vero. Il gruppo ha discusso molto con i consulenti e ha accolto molte delle proposte elaborate. Ha inoltre discusso e anche parecchio con don Leo, per il quale era problematico in particolare il tema dell’omosessualità, e si è cercato di andargli incontro con delle modifiche. Ma a questo punto è lui ad aver chiuso il dialogo con una posizione del tutto nuova uscita all’ultimo minuto (settembre 2015). Citiamo: “Se la scuola eroga corsi di educazione sessuale, questi devono essere facoltativi o, nel caso in cui se ne stabilisse l’obbligatorietà, lo Stato dovrebbe mettere le famiglie e gli allievi nelle condizioni di poter scegliere il tipo di corso: a lato di uno facoltativo proposto dalla scuola, dovrebbero perciò essere parificati corsi offerti da enti pubblici o privati con esperti riconosciuti”.
La questione dell’inclusione o meno dell’educazione sessuale nei piani di studio della scuola media non è mai stata oggetto dei lavori del gruppo di consulenza ed è già stata decisa nel luglio di quest’anno dal Consiglio di Stato, non dal solo DECS, con l’approvazione del piano di studio della scuola dell’obbligo ticinese. Don Leo è quindi qui fuori tema.
In definitiva, come si evince dalle risposte preparate dopo aver consultato chi ha lavorato al testo, molte concessioni sono state fatte al rappresentante della Chiesa cattolica e ad altre posizioni, com’è normale in un dibattito nel quale si cerca il consenso più allargato possibile, ma ovviamente i veti non sono stati accolti. Il libro non può essere un trattato catechistico sulla sessualità. A elaborarlo hanno concorso molte componenti della nostra società: oltre all’esponente della Chiesa cattolica erano presenti nel gruppo di consulenza la Comunità evangelica, la Conferenza cantonale dei genitori, l’Ufficio del Medico cantonale, il Centro di salute sessuale e pianificazione familiare dell’Ente ospedaliero, l’Ufficio insegnamento medio, un pediatra ed una sessuologa. Tutti sono stati ascoltati, ma non è stato accettato da parte di nessuno di opporre degli aut aut.
Concludo dicendo che io ho ricevuto il testo il 10 giugno 2015, prima non avevo dato alcuna indicazione ai suoi autori, e che mi sono permesso solo di fare un’osservazione di dettaglio su un aggettivo a mio parere non opportuno.
Questo è quanto. Poi ognuno si faccia una propria idea delle cose.
Voglio qui cogliere l’occasione per ringraziare chi ha collaborato alla stesura del libro, per averci messo tempo, competenza e tanta… santa pazienza.
Allocuzione del Primo agosto a Chiasso
Chi fu davvero Guglielmo Canevascini
Un’intesa positiva anche per noi
­ 11 luglio 2015
Alla fine Grecia e Unione europea sembrano aver trovato l’intesa.
I greci con il loro NO e la volontà di trovare un compromesso hanno indicato all’Europa che se i conti devono tornare, questo non può essere fatto a tutti i costi. Il segnale è di quelli importanti. L’Europa dal canto suo salva la sua unità e le sue prospettive future, se saprà comprendere a fondo il segnale venuto da Atene.
L’accordo è positivo per la Grecia, per l’Unione e anche per noi. Permette di andare avanti nella difficile costruzione di un continente più unito, quel continente che solo 20 anni fa assisteva al dramma di Serebrenica, ultimo episodio della violenza che per secoli lo ha pervaso, di quel passato che non deve tornare.
Il NO greco non può non essere compreso
­ 5 luglio 2015
Il NO uscito dalle urne greche non può non essere compreso, venendo da un popolo alle prese con una difficile situazione economica. Non è un voto contro l’Europa, semmai per un’altra Europa, che sappia far coincidere le necessità finanziarie con quelle sociali e di prospettiva di benessere.
I greci non possono permettersi di uscire dall’euro, già solo perché il loro pesante debito è in euro e quindi con una moneta più debole esploderebbe, ma nemmeno l’Unione europea ha interesse a fare dei passi indietro. Dopo il voto di oggi, che ha spostato la discussione dal campo tecnocratico a quello democratico, è interesse di tutti trovare una soluzione praticabile ed equa. Speriamo che la classe politica sia all’altezza di questa scelta difficile ma necessaria.
In risposta alla presidente Mantegazza
­ 1 luglio 2015
La presidente dell’HCL si è lamentata oggi della mancata accettazione del progetto pilota di classi di scuola media sportiva/artistica a Lugano. Il progetto è stato approfondito dal DECS sulla base di alcune ipotesi, ma alla fine la decisione è stata purtroppo negativa.
Va detto innanzitutto che sul piano dei principi la creazione di classi speciali, composte unicamente da sportivi e in questo caso praticamente solo da maschi, è contraria agli scopi e alle finalità della scuola dell’obbligo. Ma soprattutto un progetto pilota ha senso se potenzialmente generalizzabile ad altre realtà simili, che in Ticino non mancano. In questo caso liberare gli allievi in alcune fasce orarie durante i giorni della settimana recuperando il mercoledì pomeriggio potrebbe funzionare per gli allievi nel primo biennio delle medie, ma diventa di difficile organizzazione nel secondo biennio (livelli, opzioni, laboratori, gruppi a effettivi ridotti ecc.), che necessitano di un rimescolamento delle classi che in questo caso non sarebbero rimescolabili. Diviene molto difficile per i docenti, che usano il mercoledì pomeriggio per la formazione continua, i gruppi di lavoro sui progetti scolastici ecc. Anche il costo del progetto pilota, valutato in 1 milione di franchi all’anno per 4 anni, non è poca cosa in periodi di vacche magre e praticamente impossibile da finanziare nell’ipotesi di una generalizzazione.
Per queste ragioni qui sommariamente riassunte il preavviso della Divisione della scuola e dei direttori di scuola media è stato negativo, quindi alla fine anche quello del DECS.
Naturalmente per chi vuol vedere solo gli interessi sportivi è facile dire che si poteva fare, che volere è potere ecc., ma non è così. Poi se si vuole polemizzare per forza, senza considerare i punti critici delle proprie idee lo si può sempre fare. Il Ticino è sempre terra fertile per le polemiche a buon mercato.
­ 14 giugno 2015
Il SI’ al principio del salario minimo è un bel segnale per la lotta al dumping, anche se il lavoro più difficile inizia adesso, con la sua traduzione in pratica, considerati anche i punti deboli del nuovo testo costituzionale. Invece di immaginare salari differenziati, come accaduto in altri Cantoni vale la pena di ragionare attorno ad un limite salariale unico, vicino a quello riconosciuto dalla politica sociale.
Siccome i parametri dell’aiuto sociale dipendono dal concetto di fabbisogno, quindi dal numero dei membri della famiglia, concetto diverso da quello di salario, che retribuisce una prestazione data indipendentemente dal fabbisogno dell’economia domestica, è bene sapere che i parametri dell’assistenza applicati alla famiglia media ticinese, formata da 2,2 persone, danno un limite mensile di fr. 3’740.25. L’assistenza pubblica riconosce infatti ad una simile famiglia fr. 19’920.- per fabbisogno generale annuo, fr. 15’000.- per costi d’alloggio annui e fr. 9’963.- per costi di cassa malati annui. La somma di questi importi divisa per 12 porta a fr. 3’740.25 mensili.
E’ attorno a questo concetto che io credo si debba lavorare per una vera implementazione della volontà popolare espressa oggi, affinché giocare sul differenziale salariale per scegliere lavoratori d’oltre confine non sia più possibile o sia un fenomeno ridotto ai minimi termini.
Meno caro e sempre solidale
­ 8 giugno 2015
Il nuovo canone previsto dalla legge radiotelevisiva sulla quale voteremo il prossimo 14 giugno sarà innanzitutto meno caro e più semplice. Meno caro perché permetterà di far pagare anche i furbi che oggi non lo pagano, meno burocratico perché sparirà la Billag che oggi ci costa una cinquantina di milioni all’anno, più semplice perché non più legato al possesso di un apparecchio radio o TV, considerato come i programmi radiotelevisivi siano oggi facilmente fruibili tramite telefonino, tablet, computer ecc. Restano ed anzi migliorano le esenzioni (persone al beneficio delle prestazioni complementari AVS/AI, case per anziani, case per studenti ecc.) e saranno chiamate a pagarlo anche circa un quarto delle aziende, solo le più grosse, sulla base di un criterio proporzionale alla loro dimensione.
Già solo per questi motivi la riforma va sostenuta.
Non farlo da parte della Svizzera italiana sarebbe poi molto pericoloso, perché un simile risultato porterebbe acqua al mulino di chi, dall’altra parte del Gottardo, vuole rimettere in discussione la ridistribuzione tra le regioni linguistiche del suo provento. Oggi circa un quinto di quanto raccolto in Svizzera annualmente dal canone arriva da noi, alla RSI, in nome di un concetto solidale e rispettoso delle minoranze linguistiche tipicamente svizzero. Sono parecchi soldi, che hanno ricadute importanti anche dal profilo economico, che permettono all’unico media nazionale di lingua italiana di vivere e di mantenere una presenza italofona di tutto rispetto nell’intera Svizzera. La strumentalizzazione di un eventuale voto negativo della Svizzera italiana sarebbe cosa semplice da parte delle maggioranze d’Oltralpe, che se già hanno la quantità dalla loro, non hanno però attualmente argomenti da far valere. Tocca a noi non dargliene di nuovi, arrischiando quindi di farci del male da soli, oltretutto per mantenere un sistema più caro e più burocratico.
Il canone è oggi e sarà anche in futuro una tariffa per un servizio pubblico che va mantenuto di buona qualità, solidale tra le regioni linguistiche, moderno. Approviamo questa revisione anche per ribadire il nostro sostegno alla ripartizione attuale del suo provento e non facciamo passi falsi di cui dovremmo pentirci in futuro.
­ 5 giugno 2015
Dieci mesi fa, in occasione della Festa nazionale, dissi che il voto del 9 febbraio 2014 andava applicato onestamente oppure superato da una nuova chiamata alle urne trasparente e democratica. Ora che l’ipotesi di una nuova votazione, allora secondo alcuni in Ticino impronunciabile, è divenuta la strada ormai accettata da quasi tutti (diversi Consiglieri federali, tutti i partiti svizzeri a eccezione dell’UDC), ora che comincia a far capolino anche la beffa per i ticinesi in caso di applicazione incompleta dei nuovi articoli costituzionali (l’USAM vorrebbe lasciar fuori dai contingenti i frontalieri perché l’economia ne ha bisogno), diventa ancor più d’attualità la necessità di costruire un patto tra centro e sinistra che permetta di affrontare il nuovo voto. Da un lato si manterrebbero le relazioni economiche con l’Unione europea, ma dall’altro dovranno essere concesse garanzie più importanti ai lavoratori residenti affinché gli effetti controproducenti della libera circolazione delle persone possano essere gestiti.
Ha ragione Giovanni Galli quando scrive oggi sul Corriere del Ticino che “se PS, PLR e PPD continueranno ad andare per conto proprio e non si metteranno d’accordo su che cosa votare per salvare i Bilaterali e dimostrare a loro volta di voler intervenire sull’immigrazione non si andrà molto lontano. Per i socialisti si tratta di un’occasione importante per chiedere le giuste concessioni a favore di chi vive e lavora in Svizzera e non può accettare salari troppo bassi per vivere in questo Paese. Un passaggio cruciale anche per l’economia, che senza concessioni arrischia di veder riconfermato il voto del 9 febbraio e assistere alla caduta dei bilaterali. Senza dimenticare che se i bilaterali dovessero cadere sarà per sempre e le uniche due opzioni che rimarranno aperte per un riavvicinamento all’Europa saranno l’adesione allo Spazio economico europeo o quella alla stessa Unione Europea”.
Settant’anni fa la Germania nazista si arrendeva e la guerra in Europa finiva. Da allora il nostro continente non ha più conosciuto confronti armati generalizzati, anche se purtroppo in Jugoslavia, oggi in Ucraina, oltre che in parte dell’ex blocco sovuietico, in Irlanda del Nord e nei Paesi baschi, la violenza è stata purtroppo ancora dolorosamente presente.
Non dimentichiamo quel che è successo, mai, perché la mancata consapevolezza di quel che è stato è una delle cose che permette che quel che non deve tornare ritorni.
Il nuovo Governo si è insediato, i Dipartimenti sono stati attribuiti nel segno della continuità, cosa che è positiva per l’efficacia del lavoro, e ora non resta che ripartire. Con le tante cose da fare, con i progetti già messi in cantiere, per il bene di questo nostro Cantone. Dopo questa lunga maratona mi prenderò un paio di giorni di vacanza e approfitterò dell’occasione per leggere (o meglio ascoltare) dei libri. Oggi è la giornata che festeggia proprio questo straordinario mezzo di conoscenza, niente di meglio che onorarla proprio attingendo alla sapienza infinita e alle tantissime emozioni che da secoli proprio i libri sanno trasmetterci. Il libro rimane per l’uomo un vero spazio di libertà, necessario e insostituibile: e allora buona lettura a chi, come me, ne apprezza la straordinaria compagnia.
Tra le cose che il Ticino uscito dalle urne potrebbe fare per mettere in valore una delle sue risorse più preziose c’è la costituzione di un polo cantonale dell’energia elettrica, visto che oggi Cantone e Comuni sono proprietari delle 11 aziende che si occupano di questo bene, escluse le PartnerWerke. Senza aver la pretesa di avere per forza ragione (di questi tempi è meglio sottolinearlo anche se dovrebbe essere scontato), a me la soluzione più pulita appare quella della costituzione di un ente cantonale della distribuzione di elettricità (ente pubblico ex art. 763 del Codice delle obbligazioni), ente partecipato dai Comuni, i quali farebbero confluire in questa nuova organizzazione le 10 aziende distributrici attuali, avendone in cambio una quota di partecipazione alla nuova azienda pari al valore apportato. Il nuovo ente si occuperebbe solo di distribuzione e dovrebbe essere collegato con l’AET, che potrebbe detenerne una quota minoritaria (20-30%). All’AET andrebbero trasferite tutte le concessioni inerenti alla produzione di elettricità e queste due aziende, due elementi di uno stesso polo, potrebbero meglio rappresentare il Ticino dell’elettricità e i suoi interessi.
Dopo le elezioni, che sono un momento durante il quale è naturale mettere in evidenza le differenze, tutti hanno espresso la volontà di trovare soluzioni condivise. E allora, in questo nuovo clima auspico che un ragionamento attorno a questa ipotesi come mezzo per valorizzare un bene prezioso dei ticinesi si possa fare seriamente. Nel futuro di medio e lungo termine avere a disposizione in casa energia rinnovabile in grande quantità sarà un fattore importante, anche se nella contingenza attuale l’idroelettrico soffre un poco. Ma per valorizzare questa risorsa è necessario sedersi ad un tavolo e superare le attuali divisioni, che sono quasi solo politiche o legate al piccolo potere.
Lo sapremo fare?
C’è un’alternativa a una Svizzera che tende a spostarsi verso destra, come abbiamo visto oggi con le elezioni di Zurigo? Sì che c’è! E in Ticino si chiama Partito Socialista. Nessuna conquista sociale arriva da sola, nessun miglioramento viene ottenuto senza una lotta insistente.
L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni popolari e alle elezioni.
Ripubblico e rilancio con piacere e gratitudine la lucida e appassionata presa di posizione di Pietro Martinelli sulle recenti dichiarazioni di Sergio Morisoli – M.B.
Il nostro debito pubblico è tra i più bassi al mondo, ma favorire un deficit annuo strutturale della spesa corrente è pericoloso. Restano allora due possibilità: ridurre la spesa, modificando soprattutto (da lì non si scappa) le leggi dello stato sociale, o aumentare le entrate. Come molti altri penso che il secondo obiettivo non debba necessariamente passare per un aumento generale della pressione fiscale, ma che possa essere raggiunto aumentando il substrato fiscale, per esempio facendo emergere capitali di residenti nascosti e/o trasferiti all’estero in (ex) paradisi fiscali. Un obiettivo che potrebbe essere raggiunto con un’amnistia fiscale federale equilibrata preceduta dall’abolizione del segreto bancario anche per i residenti.
Ma chi è stato privilegiato dal sistema economico oggi in crisi cercherà di opporsi con tutti i mezzi a una nuova equità fiscale e a una più equa ripartizione della ricchezza. Cercherà, ad esempio, di aumentare l’età di pensionamento per rispondere all’invecchiamento della popolazione come lascia intendere un recente studio di «Avenir Suisse». Cercherà di scaricare sui più deboli e indifesi le proprie contraddizioni e i propri problemi. Cercherà di impedire un mondo più trasparente e più solidale. Per tutti costoro la presenza dei socialisti nei Governi cantonali e nel Governo federale è un intralcio per cui, malgrado gli incontestabili meriti dei socialisti, malgrado il pragmatismo con il quale da quasi un secolo sappiamo lottare per realizzare i nostri ideali, cercano di escluderci, di marginalizzarci. Questo è il progetto, questi sono gli obiettivi da combattere in questi giorni anche con la scheda.
(sottolineature nostre)
Guarda l’Incontro al Tra con Pietro Martinelli
C’è un’alternativa al considerare il nostro sistema ospedaliero periferico rispetto a quelli di Zurigo, Berna, Losanna ecc.? Sì che c’è!
È il progetto di nuova Facoltà di scienze biomediche dell’Università della Svizzera italiana, del quale sono convinto sostenitore e che ho portato con successo in Gran Consiglio l’anno scorso. La nuova facoltà saprà collegare il nostro sistema ospedaliero alla formazione universitaria, uno degli elementi fondamentali per una piazza sanitaria di qualità e con un bel futuro davanti.
C’è un’alternativa allo spreco di terreno industriale a favore di aziende non sempre interessanti per il nostro Cantone? Sì che c’è! Se lo Stato si proponesse attivamente per l’acquisto di queste superfici, da solo o in collaborazione con i privati, l’investimento potrebbe anche non costare (i canoni di occupazione pagati dalle aziende interessanti potrebbero almeno equivalere al costo del debito per l’acquisto) ma soprattutto potrebbe essere fatta una vera scelta a favore dell’installazione nel nostro Cantone di aziende che al Ticino apportano effettivo valore aggiunto (posti di lavoro con buoni salari, solida prospettiva di sviluppo ecc.). L’idea di attendere che sia il mercato ad autoregolarsi ha già mostrato i suoi grandi limiti ed è tempo di agire attivamente.
Uomo di terra. Uomo della terra. Uomo semplice ma che sapeva volare alto. Questo e tanto di più è stato Angelo Frigerio, a tutti noi noto come ul sciur maestru, spentosi ieri a pochi giorni dal suo 95esimo compleanno. La sua bontà, la sua umanità, la sua intelligenza però resteranno a lungo tra di noi. Non solo nelle sue parole, ma anche nel ricordo forte di un uomo che ha saputo stare tra le gente senza mai perdersi né perdere il bene che sapeva dispensare. Amava tanto, e sapeva a memoria, le poesie di Trilussa. In un bell’incontro con Giuseppe Zois su “il Caffè” l’anno scorso si congedò con questi versi, che oggi suonano come saluto giusto per un uomo giusto, per una vera colomba: “Incuriosita de sapé che c’era/ una Colomba scese in un pantano/ s’inzaccherò le penne e bonasera/. Un Rospo disse: – Commarella mia,/ vedo che, pure te, caschi ner fango…/ – Però nun ce rimango… -/ rispose la Colomba. E volò via”.
­ 7 aprile 2015
La sentenza del Tribunale federale che seppellisce l’amnistia cantonale, oltre che impeccabile dal profilo del rispetto dei principi fondamentali sanciti dalla Costituzione, darà presto degli importanti frutti per le casse pubbliche. Lo scrive il Consiglio di Stato nel messaggio sul Consuntivo dell’anno scorso, ammettendo che le entrate inerenti all’autodenuncia del 2014 sono state calcolate in 81 milioni senza amnistia e 33 milioni con l’amnistia. I giudici di Losanna hanno quindi aggiunto 48 milioni di introiti nelle casse pubbliche con la loro decisione e non fatto il contrario, come qualche incauto si è affrettato a dire a caldo. Ampiamente superati i 20 milioni del fondo per il lavoro, messi lì a mo’ di contentino.
Ma vi è di più. Chiarito finalmente il fatto che non ci sono sconti, se non la rinuncia alle multe in caso di autodenuncia, diversi evasori rimasti ad attendere l’esito della vicenda si faranno avanti per regolarizzare la loro posizione, che diventa sempre più pericolosa. Dal 2010 sono già oltre 1’000 i contribuenti che l’hanno fatto, facendo riemergere 1,7 miliardi di franchi (cfr. sempre messaggio sul Consuntivo 2014).
L’amnistia era ingiusta, calpestava la Costituzione e quindi la volontà popolare, e nemmeno era interessante dal profilo finanziario per le casse della collettività. Chi l’ha proposta, invece di prendersela con i ricorrenti, dovrebbe solo scusarsi di aver fatto perdere tempo, soldi ed energie preziose a molti per questo progetto, figlio di una visione ideologica e piuttosto servile della politica.
Nessuna violenza mai in nome di una fede
C’è un’alternativa al cosiddetto “confronto tra culture” di cui si parla oggi, mentre in molti assistiamo sgomenti alle diverse barbarie perpetrate per sedicenti obiettivi religiosi in Medio Oriente e in Africa? Sì che c’è! Abbiamo urgente necessità di unire le forze di tutti, indipendentemente dal credo religioso o dalla lontananza da qualsiasi fede, attorno ai concetti di libertà, pace e reciproco rispetto. Cristiani, islamici, buddisti, induisti, atei, agnostici devono rimanere assieme per dire forte e chiaro che nessuna religione e nessun credo possono ammettere la violenza nel nome di una fede. E la politica deve lavorare attivamente per questa unione di intenti e per l’integrazione delle persone straniere nella nostra società.
C’è un’alternativa al raddoppio catastrofico
­ 6 aprile 2015
C’è un’alternativa al raddoppio del tunnel autostradale del Gottardo? Sì che c’è! Si chiama Alptransit, è la ferrovia di pianura che attraverserà le Alpi dal 2016 e il perno di un vero trasferimento delle merci dalla strada alla rotaia. Quello su cui andremo a votare l’anno prossimo è un vero e proprio tunnel stradale a 4 corsie, altrimenti le due canne non sarebbero attivabili in breve tempo alternativamente come sostengono i favorevoli. Con un simile tunnel nei periodi caldi le colonne si trasferirebbero tra Chiasso e Lugano o tra Chiasso e Bellinzona, con i problemi che possiamo solo immaginare. Ci sarà un periodo non facile da gestire per il risanamento della galleria stradale attuale, ma il raddoppio per il traffico sarebbe catastrofico.
Amnistia serva dei poteri forti. Giustizia è fatta!
­ 2 aprile 2015
C’è un’alternativa a immaginare una politica serva di interessi forti e pronta a concedere a essi privilegi insostenibili? Sì che c’è!
Ho sempre sostenuto che l’amnistia fiscale era ingiusta e improponibile, da presidente del PS, da deputato in Gran Consiglio e da consigliere di Stato. Con il Partito Socialista, contro tutti e contro tutto. Oggi, finalmente, il Tribunale federale chiarisce con una sentenza limpida, senza se e senza ma, che quel progetto non avrebbe mai dovuto nemmeno essere immaginato. Mi spiace che sia dovuta intervenire la giustizia laddove avrebbe dovuto essere la politica a capire che oltre certi limiti non si può e non si deve andare.
Questa decisione farà guadagnare molti soldi al Cantone e ai Comuni, perché tutte le autodenunce degli evasori pentiti in attesa di sapere se pagare il 30% o il 100% saranno risolte con il pagamento del 100% di quanto evaso.
L’alternativa c’è, ma va sostenuta nelle votazioni e alle elezioni.

References: art. 360
e contrario
 sentenza 
 art. 763
 sentenza 
 sentenza