Source: http://www.migreurop.org/article1496.html
Timestamp: 2018-10-22 06:24:31+00:00

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Processo ai pescatori tunisini. Una sentenza contraddittoria - MIGREUROP
Processo ai pescatori tunisini. Una sentenza contraddittoria
l’articolo é stato ripreso dal sito MeltingPot http://www.meltingpot.org/articolo15002.html
Le assoluzioni dei cinque marinai non chiudono affatto questa vicenda. Chi risarcirà quei pescatori che dopo tre anni sono stati assolti ? Quando saranno risarciti i danni morali e patrimoniali derivanti dal sequestro delle imbarcazioni, bloccate per anni a Lampedusa e in condizioni ormai tali da renderle inutilizzabili per la pesca ? Chi restituirà ai comandanti l’onore macchiato da una sentenza che assolve per l’accusa più grave di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma li condanna ad una grave pena detentiva per il reato di resistenza a pubblico ufficiale ? Quali conseguenze potrebbe avere una loro condanna definitiva in Tunisia ? Come si comporterà la Tunisia nei confronti del governo “amico” italiano, dopo una condanna che lascia aperti tutti i dubbi nella ricostruzione dei fatti, dubbi già emersi nel corso del dibattimento ?
La sentenza pronunciata dal Tribunale di Agrigento, malgrado smentisca la tesi, inizialmente adottata dalla Procura, tendente a dimostrare la responsabilità di tutti e sette pescatori tunisini per il reato di agevolazione dell’ingresso di clandestini, perviene ad una condanna per resistenza a pubblico ufficiale che si basa su considerazioni che già nel dispositivo appaiono gravemente contraddittorie, anche alla luce di quanto emerso nella istruttoria dibattimentale. Non si comprende come possa essere caduta l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e poi si sia giunti alla condanna per “resistenza” di chi stava conducendo a terra i naufraghi che aveva salvato da morte certa. Resistenza a quali ordini ? Forse l’ordine di attendere al confine delle acque territoriali una decisione politica da parte del ministero dell’interno, o la disposizione immediata di fare rotta verso la Tunisia ? E in quali atti si sarebbe concretizzata questa asserita “resistenza”, forse nella rotta seguita dalle imbarcazioni tunisine stracariche di migranti mentre i mezzi delle forze armate militari incrociavano pericolosamente la loro rotta per bloccarle ? Perché su questo punto cruciale si è ritenuto sufficiente ascoltare solo due dei numerosi testimoni della difesa, persone che adesso probabilmente si troveranno in un altra parte del mondo, e dunque non potranno più deporre in questo giudizio ? 3. La tesi accusatoria che è ieri è stata accolta dal Tribunale di Agrigento va letta anche alla luce di quanto riferito dalla stampa nei giorni successivi al salvataggio ed all’arresto dei pescatori tunisini. In un articolo de "Il Giornale" dell’8 settembre 2007 i pescatori tunisini, che nelle acque del Canale di Sicilia avevano salvato 44 migranti, tra i quali donne in stato di gravidanza, minori e richiedenti asilo, venivano definiti come "mercanti di uomini".
4. La sentenza emessa ieri dal Tribunale di Agrigento accoglie la terza ipotesi accusatoria formulata nel tempo dalla procura di Agrigento. Occorre infatti ricordare che il Pubblico Ministero, di fronte allo sgretolamento del castello accusatorio impiantato nelle prime fasi del processo,che si basava sulla contestazione del reato di agevolazione dell’immigrazione clandestina, aveva richiesto successivamente una “contestazione suppletiva” a carico degli imputati, richiamando, in particolare l’art. 1100, comma 2, cod. nav., e l’art. 337 c.p. (resistenza a pubblico ufficiale). Eppure il Tribunale di Agrigento - con una decisione a maggioranza- aveva rigettato in un primo momento questa ulteriore richiestadell’accusa, accogliendo le tesi difensive. E infatti si può procedere alla “contestazione suppletiva” solo quando la sussistenza dei reati concorrenti emerga nel corso dell’istruzione dibattimentale e non quando essi siano già noti (come nel caso in esame), ma non se sia fatto menzione alcuna nel capo di imputazione. Altrimenti una contestazione suppletiva di fatti già noti all’accusa potrebbe violare i diritti di difesa, sotto il profilo che si tratta di una modifica del capo di imputazione che potrebbe ledere le garanzie degli imputati compromettendo l’attività difensiva già spiegata nelle prime fasi del procedimento. Ed è proprio sulla base di questa “contestazione suppletiva” che ieri il tribunale di Agrigento, pur escludendo la commissione del rato di immigrazione clandestina, ed assolvendo i marinai, ha condannato i comandanti delle due imbarcazioni tunisine per resistenza agli ordini impartiti dalle autorità militari durante l’intervento di salvataggio che pure allo stesso Tribunale è apparso legittimo e doveroso. Una lesione evidente dei diritti di difesa della quale si discuterà certamente in sede di appello ed una contraddizione che non sarà facile risolvere quando si dovranno stendere le motivazioni della sentenza di primo grado.
Qualcuno all’interno della marina militare ricorda bene questa vicenda, al punto da farne oggetto di una battuta, secondo l’articolo apparso su Il Giornale nel 2007, nel quale si afferma tra l’altro che si sarebbe trattato di “una sorta di match race con affiancamenti e cambi di rotta improvvisi respinti da tentativi di speronamento e andature sottobordo a zig - zag”. La cronaca del Giornale è molto precisa e sicuramente ispirata da qualcuno che aveva partecipato all’operazione di blocco e di respingimento in mare.
Secondo quanto dichiarato da questo alto ufficiale “dopo che la nave militare Vega avverte il comando dell’assenza di emergenza sanitaria a bordo dei motopescherecci e si allontana dalla zona per intervenire in altri soccorsi, il teste trasmette l’ordine di non ingresso nelle acque territoriali, da impartire ai motopescherecci tunisini, alle due motovedette della Guardia Costiera presenti sul luogo. Le due motovedette, riferisce il teste, comunicano che i motopescherecci tunisini non osservano l’ordine di allontanarsi, impartito con ausilio di megafono in italiano, inglese, francese e si dirigono verso Lampedusa. I comandanti delle motovedette riferiscono via radio cambi repentini di rotta dei pescherecci tunisini con pericolo per le motovedette accanto. Le modalità di allontanamento, poste in essere dalla Guardia Costiera, riferite sono : tentativi di affiancamento dei due motopescherecci per scoraggiarne la corsa (le imbarcazioni tunisine, di contro, pongono in essere un movimento a zig zag sul mare), comunicazione via radio (i motopescherecci tunisini non rispondono più, cercano collegamento radio con altri interlocutori), uso del megafono. A questo punto il teste paventa la possibilità che se l’atteggiamento dei due motopescherecci non fosse stato così ostile, la vicenda si sarebbe potuta chiudere in altro modo”.
La ricostruzione dei fatti emersa nel corso del dibattimento, appare in netto contrasto sia con il contenuto delle convenzioni di diritto internazionale del mare (che obbligano l’Italia a garantire il soccorso e l’assistenza a persone che, salvate in mare da navi private, devono considerarsi naufraghi a tutti gli effetti), che con lo specifico ordine che risulta essere stato impartito da M.R.C.C. Roma alle ore 16.29 dell’8.8.2007 (con il quale disponeva nei confronti degli anelli inferiori della catena di comando di provvedere all’assistenza e soccorso di tutti i migranti che si trovavano sul natante alla deriva).Gli emendamenti alle Convenzioni SOLAS e SAR (in particolare, l’emendamento dell’articolo 33 della convenzione SOLAS e l’emendamento del capitolo 3.1.9. della Convenzione SAR) mirano a garantire che le persone in pericolo in mare vengano assistite e, allo stesso tempo, vengano ridotti al minimo gli inconvenienti per la nave che presta assistenza (nella specie, i pescherecci tunisini). Tutte queste disposizioni impongono agli Stati contraenti di coordinarsi e cooperare per far sì che i comandanti delle navi che prestano assistenza imbarcando persone in difficoltà in mare siano sollevati dai propri obblighi con una minima ulteriore deviazione rispetto alla rotta prevista dalla nave. Inoltre, le linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare(1) contenute nella risoluzione MSC.167 (78) adottata nel maggio 2004 dal Comitato Marittimo per la Sicurezza insieme agli emendamenti SAR e Solas, stabiliscono :
1) che il governo responsabile per la regione SAR in cui sono stati recuperati i sopravissuti è responsabile di fornire un luogo sicuro o di assicurare che tale luogo venga fornito (paragrafo 2.5) ;
2) che un luogo sicuro è una località dove le operazioni di soccorso si considerano concluse, e dove :
la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non è più minacciata ;
le necessità umane primarie (come cibo, alloggio e cure mediche) possono essere soddisfatte ;
può essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale (paragrafo 6.12) ;
3) che, sebbene una nave (privata) che presta assistenza possa costituire temporaneamente un luogo sicuro, essa dovrebbe essere sollevata da tale responsabilità non appena possano essere intraprese soluzione alternative (paragrafo 6.13) ;
4) che lo sbarco di richiedenti asilo e rifugiati recuperati in mare, in territori nei quali la loro vita e la loro libertà sarebbero minacciate, dovrebbe essere evitato (paragrafo 6.17) ;
10. In conclusione, i pescatori tunisini avevano informato immediatamente le autorità italiane della condizione di naufraghi in capo ai 44 cittadini extracomunitari che erano appena stati tratti in salvo : sicché, al di là delle loro condizioni di salute, le autorità militari italiane avevano l’obbligo di prendersi cura dei naufraghi, effettuando il loro trasbordo sui mezzi della marina italiana ed esonerando da tale compito gli stessi pescatori tunisini.
E ciò ai sensi della Convenzione internazionale sulla ricerca e il soccorso in mare del 1979 (Convenzione SAR) che obbliga (non ci stancheremo di dirlo !) gli Stati parte a “...garantire che sia prestata assistenza ad ogni persona in pericolo in mare ... senza distinzioni relative alla nazionalità o allo status di tale persona o alle circostanze nelle quali viene trovata” (capitolo 2.1.10) ed a “... fornirle le prime cure mediche o di altro genere ed a trasferirla in un luogo sicuro” (capitolo 1.3.2.) ; ed ai sensi inoltre degli emendamenti alle Convenzioni SOLAS e SAR.
Questi obblighi di salvataggio, del resto, sono stati riconosciuti da testi appartenenti alla marina militare, che hanno testualmente dichiarato che “nelle acque internazionali se noi trovassimo un naufrago, ovvero una persona in acqua, noi abbiamo l’obbligo di prenderla che stia bene o che sia male” E allora perché a un certo punto si è ritenuta cessata l’emergenza sanitaria, senza che il medico militare avesse accertato direttamente le condizioni dei naufraghi ? Perché si sono messe in atto operazioni di blocco e di respingimento verso il mare aperto pure quando queste potevano sortire l’effetto di fare capovolgere le imbarcazioni con il probabile annegamento di parte consistente dei naufraghi ?
Note : (1) Cfr. Soccorso in mare, Guida ai principi da applicarsi a migranti e rifugiati, UNHCR (scaricabile dal sito www.unhcr.it) ; Tullio Scovazzi, Tutela della vita in mare con particolare riferimento agli immigrati clandestini, in Riv. Dir. Int. 2005, fasc. 1, pag. 106 e seg.
[ mercoledì 18 novembre 2009 ]
Processo ai pescatori tunisini. Una sentenza (...)

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