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Timestamp: 2017-06-27 19:04:06+00:00

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L'audizione del dott. Genchi al processo BORSELLINO BIS
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Rubriche	- I Mandanti Occulti	Scritto da Marco Bertelli	Domenica 10 Agosto 2008 17:06	"Era doveroso riportare il contenuto di questa importante e inquietante testimonianza (del dr. Gioacchino Genchi, ndr), tenuto conto dell’impostazione di alcuni motivi d’appello e delle correlate richieste istruttorie. Attraverso essa abbiamo appreso che i vuoti di conoscenza che tuttora permangono nella ricostruzione dell’intera operazione che portò alla strage di via D’Amelio, possono essere imputati anche a carenze investigative non casuali. Addirittura questo limite sembra possa avere condizionato l’intera investigazione sui grandi delitti del 1992, come è spesso capitato per i grandi delitti del dopoguerra in Italia, quasi esista un limite insormontabile nella comprensione di questi fatti che nessun inquirente indipendente debba superare. Tutto ciò ripropone con attualità la necessità di riprendere nelle sedi opportune le indagini sulle questioni alle quali manca tuttora risposta".
(Sentenza d´appello BORSELLINO BIS, capitolo terzo, Le risultanze dell´istruttoria, pag. 694)
Il cammino dell´accertamento delle responsabilitá dei mandanti ed esecutori della strage di via D´Amelio a Palermo nella quale il 19 luglio 1992 furono uccisi il dott. Paolo Borsellino ed i cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi ed Eddie Walter Cosina é stato lungo ed accidentato. Si tratta peraltro di un percorso sul quale non é stata ancora scritta la parola fine. Nel corso di questi sedici anni la magistratura e le forze dell´ordine hanno accertato e perseguito penalmente le responsabilitá dell´organizzazione Cosa Nostra nell´ideazione ed esecuzione della strage, ma resta aperto il capitolo sull´identificazione dei soggetti esterni all´organizzazione che con questa hanno interagito nella dinamica che ha portato alla brusca accelerazione della fase esecutiva della strage stessa a distanza di soli 57 giorni dall´eccidio di Capaci in cui furono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo.
Il primo dato di fatto da cui partire é che questi "soggetti esterni" a Cosa Nostra esistono come stabilito nella sentenza definitiva BORSELLINO BIS: "nei piani e nelle considerazioni dell’organizzazione criminale influivano alternativamente i “suggerimenti”, le “notizie”, i contatti che la stessa manteneva con elementi del mondo esterno, in qualche modo interessati a condizionare i moventi e i ragionamenti dei malavitosi e\o in certe circostanze a svolgere una vera e propria opera di induzione al delitto. Gli esponenti dell’organizzazione dal loro canto non erano certamente alieni dal compiere valutazioni di natura “politica” e dal calibrare le proprie mosse sugli interessi, le reazioni, gli effetti che esse potevano avere rispetto alle complesse strategie che il nucleo dirigente elaborava, avvalendosi di contatti e collegamenti riservati, mediati da un’ampio gruppo di soggetti operanti in un’area grigia tra mondo legale e mondo criminale." (Cap. quinto, pag. 778).
Non si tratta dunque di fantasmi o gruppi di individui la cui esistenza é tutta da provare, ma di soggetti in carne ed ossa la cui operativitá é stata rintracciata all´interno di uno scambio di contatti con l´organizzazione Cosa Nostra finalizzato al condizionamento se non all´induzione di alcune condotte criminose dell´associazione, in particolar modo all´esecuzione della strage.
Il volto di questi "soggetti esterni" a Cosa Nostra é a tutt´oggi coperto o meglio sui nomi di questi individui o gruppi di persone o entitá che hanno condiviso e verosimilmente contribuito materialmente alla pianificazione della strage di via D´Amelio non c´é una pronuncia definitiva di condanna della magistratura. Ma leggendo con attenzione le sentenze e le testimonianze di chi in prima persona ha condotto quelle indagini si trovano indizi e tracce molto chiare di quel "contesto esterno" che ha affiancato e supervisionato la mano di Cosa Nostra. I "soggetti esterni" che hanno interagito con l´associazione mafiosa negli anni del tritolo 1991-92-93 hanno nomi e volti ai quali le indagini si sono avvicinate in modo concreto e tangibile, ma non appena i contorni di questi "contatti esterni" hanno preso forma abbiamo visto investigatori ostacolati nelle proprie indagini e trasferiti di punto in bianco, magistrati costretti a chiedere il trasferimento per "la mancanza delle condizioni per andare avanti", giornalisti accusati di "manipolare i documenti". Chi ha toccato quei fili é certamente "morto", perlomeno da un punto di vista professionale, nel senso che la sua attivitá lavorativa é stata profondamente segnata dalla scelta di fare fino in fondo il proprio dovere.
Uno degli investigatori che ha dato un contributo fondamentale all´accertamento delle responsabilitá degli autori della strage ed alla ricostruzione del contesto in cui é maturato il propostito stragista é il vice-questore di polizia dott. Gioacchino Genchi il cui lavoro in qualitá di consulente della procura di Caltanissetta ha permesso di aprire degli squarci su possibili e concrete piste investigative che puntano ai "mandanti ed esecutori" della strage esterni a Cosa Nostra. L´importanza del lavoro del dott. Genchi é stata riconosciuta dalla sentenza di appello BORSELLINO BIS emessa dalla corte di Caltanissetta presieduta dal dott. Francesco Caruso il 18 marzo 2002 e confermata integralmente in via definitiva dalla Corte di Cassazione il 3 luglio 2003 (vedi link in basso).
Al fine di spiegare in cosa é consistito il contributo dato dal dott. Genchi alle indagini relative alla strage di via D´Amelio vogliamo segnalare ai lettori i seguenti documenti:
1) L´audizione del dott. Genchi durante il processo di appello BORSELLINO BIS (23 maggio 2001).
2) Le parti della motivazioni della sentenza di appello BORSELLINO BIS dove si analizzano espressamente i risultati della consulenza del dott. Genchi.
3) La consulenza tecnica redatta dal dott. Genchi in merito al procedimento penale N. 160/B/92 contro ignoti della Procura Distrettuale della Repubblica di Caltanissetta. Si tratta della consulenza affidata dal pubblico ministero dott. Carmelo Petralia in data 29 luglio 1992 al dott. Genchi nell´ambito delle indagini sulla strage di via D´Amelio relativamente all´accertamento ed alla verifica di congegni e/o dispositivi atti alla rilevazione del traffico telefonico della utenza di pertinenza della famiglia Fiore-Borsellino in Via D´Amelio n°19 a Palermo. La consulenza tecnica é stata depositata dal dott. Genchi alla fine del mese di novembre 1992. Ringraziamo di cuore il dott. Genchi per averci messo a disposizione questo prezioso documento.
4) Le dichiarazioni rilasciate dal dott. Genchi durante due recenti trasmissioni televisive: la puntata speciale della trasmissione TOP SECRET di Retequattro dedicata a Paolo Borsellino (17 marzo 2008) e l´inchiesta intitolata "Diario di una magistrato e della scomparsa della sua agenda rossa" a cura della redazione di RAINEWS24 (28 marzo 2008).
Mettendo a confronto le parole del dott. Genchi, le motivazioni della sentenza della corte di appello di Caltanissetta e gli elementi emersi nella consulenza tecnica si puó capire in modo piú completo l´importanza del contributo dato dal consulente alle inchieste sulla strage di via D´Amelio ed intuire in quale direzione ulteriori indagini dovrebbero essere sviluppate per raccogliere elementi sufficienti per sostenere una richiesta di rinvio a giudizio dei cosiddetti "soggetti esterni" a Cosa Nostra che hanno svolto un ruolo nella preparazione ed esecuzione dell´eccidio. 1) L´audizione del dott. Gioacchino Genchi Premessa
Nell´estate del 1992 il dott. Genchi lavora in qualitá di dirigente della Polizia di Stato a Palermo dove ricopre due ruoli molto delicati ai quali viene assegnato per volontá dell´allora capo della polizia Vincenzo Parisi: direttore della zona telecomunicazioni del ministero dell´interno per la Sicilia occidentale (a partire dall´anno 1988) e dirigente del nucleo anticrimine sempre per la Sicilia occidentale (a partire dallo stesso 1992). Il 23 maggio 1992 ha luogo la strage di Capaci in cui sono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo. La procura di Caltanissetta, titolare delle indagini sull´eccidio, appare da subito in difficoltá per seguire un´inchiesta cosí difficile in quanto solo due magistrati possono occuparsi delle indagini per fatti di mafia: il procuratore reggente Salvatore Celesti, in attesa di trasferimento alla procura circondariale di Palermo, ed il sostituto Francesco Polino. La carica di procuratore capo di Caltanissetta é vacante e per essa un solo magistrato ha presentato domanda, Giovanni Tinebra, procuratore capo presso il tribunale di Nicosia.
Il CSM si attiva ed il 28 maggio 1992 nomina Giovanni Tinebra procuratore capo di Caltanissetta, ma allo stesso tempo decide di chiedere al ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli di ritardare l´insediamento di Tinebra almeno fino al mese di settembre in modo da dare continuitá alle indagini sulla strage di Capaci.
Il 3 giugno 1992 il Csm applica Francesco Paolo Giordano e Carmelo Petralia, sostituti procuratori distrettuali a Catania, e Pietro Vaccara, sostituto a Messina, alla procura di Caltanissetta per affiancare il procuratore Celesti nelle indagini su Capaci e pochi giorni dopo, l´8 giugno 1992, i nuovi magistrati si insediano nel capoluogo nisseno.
Il 25 giugno 1992 si apprende (fonte ANSA) che il nuovo procuratore capo Giovanni Tinebra si insedierá a Caltanissetta in meno di un mese, il 15 luglio 1992, con un´accelerazione inattesa sui tempi previsti per il cambio della guida dell´ufficio giudiziario nisseno. Il 14 luglio 1992 il procuratore reggente Salvatore Celesti lascia l´incarico scrivendo una lettera al ministro di giustizia Martelli in cui esprime il ''piu' vivo apprezzamento per l'azione di contrasto tenace e determinata'' contro la criminalita' mafiosa da parte del ministro di grazia e giustizia. ''Particolare senso di gratitudine'' Celesti esprime a Martelli nella lettera per la ''disponibilita' dimostrata rivolta ad agevolare il regolare avvio del procedimento penale'' relativo alla strage di Capaci. Celesti sottolinea infatti che le strutture del suo ufficio giudiziario ''non erano certo adeguate a sostenere l'impatto iniziale di un tale eccezionale evento''. Quanto al lavoro investigativo, diretto e coordinato da Celesti, il magistrato dice di ritenere che ''e' stato serio ed impegnato al massimo'' e che ''autorizza la concreta speranza che nel tempo non manchera' di dare i suoi frutti'' (fonte ANSA).
Al momento del passaggio di consegne fra Celesti e Tinebra sono passati 53 giorni dalla strage di Capaci ed il Procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino non é stato ancora convocato dalla procura di Caltanissetta per riferire su elementi a sua conoscenza che potrebbero aiutare a chiarire i moventi della strage.
La parte operativa delle indagini sulla strage di Capaci viene affidata al capo della squadra mobile di Palermo dott. Arnaldo La Barbera, inviato nel capoluogo siciliano nell´agosto 1988 dal capo della polizia Vincenzo Parisi. Il dott. La Barbera andava a sostituire Antonio Nicchi che aveva presentato richiesta di trasferimento dopo numerose polemiche sulla gestione della questura palermitana, polemiche divampate in seguito ad un´intervista in cui l´allora Procuratore Capo di Marsala Paolo Borsellino aveva denunciato lo stallo della lotta alla mafia negli uffici giudiziari di Palermo.
Il dott. La Barbera avvia immediatamente le indagini sulla strage e si circonda degli uomini piú fidati che ha a disposizione e tra questi il dott. Genchi. É proprio uno degli uomini del dott. Genchi a rinvenire il 23 maggio 1992 sul luogo della strage di Capaci un bigliettino con scritto "NEC P300", un numero di cellulare e "portare in assistenza". Il bigliettino viene consegnato al dott. Genchi e da questi messo agli atti. Le indagini su questo documento porteranno il dott. Genchi ad aprire scenari molto inquietanti sugli autori della strage.
Al dott. Genchi viene affidata dai magistrati di Caltanissetta una perizia sui supporti informatici del dott. Falcone con lo scopo di accertarne lo stato e recuperare eventuali dati utili alle indagini. Il dott. Genchi accetta l´incarico nonostante sia fortemente sconsigliato a farlo da parte di membri dell´amministrazione del ministero dell´interno e prosegue nel suo lavoro nonostante l´aperto ostruzionismo che da questi soggetti viene in seguito esercitato.
Il 19 luglio 1992 ha luogo la strage di via D´Amelio in cui vengono uccisi il dott. Paolo Borsellino ed i cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Claudio Traina, Eddie Walter Cosina e Vincenzo Li Muli. Il dott. Genchi si reca sul luogo della strage insieme al capo della mobile dott. La Barbera e quella sera stessa compie un sopralluogo sul monte Pellegrino presso il castello Utveggio, una costruzione che domina Palermo e che offre un´ottima visuale anche su via Mariano D´Amelio. Il dott. Genchi giunge a castello Utveggio guidato dal buon senso, dall´osservazione del teatro in cui ha avuto luogo la strage e dalla considerazione delle modalitá con cui la strage é stata attuata. Solo nei mesi successivi si rendera´conto di conto di quanto quell´intuizione investigativa potesse essere giusta.
Sempre la sera del 19 luglio 1992 il capo della Polizia Vincenzo Parisi ed il ministro di giustizia Claudio Martelli incaricano il dott. Genchi di organizzare e dirigere l’immediata evacuazione dei più pericolosi boss mafiosi, comodamente reclusi nelle carceri palermitane, al penitenziario dell´isola di Pianosa nell´arcipelago toscano.
Alle ore 05:00 della mattina del 20 luglio 1992 i detenuti vengono imbarcati sugli aeroplani dell'aeronautica all'aeroporto di "Punta Raisi" di Palermo. Poco più di un'ora dopo, oltre 150 capimafia palermitani ed i loro sanguinari gregari atterrano all'aeroporto di Pisa, dove trovano ad attenderli gli elicotteri "Mangusta" dell'Aeronautica, per l'ultima tappa della trasferta verso il carcere di Pianosa.
Il dott. Genchi rientra a Palermo in serata ed immediatamente riprende le indagini sulle stragi al fianco del dott. La Barbera.
Le indagini sulla strage di via D´Amelio cercano subito di far luce sulle modalitá con cui il commando stragista ha potuto prevedere e controllare i movimenti del Procuratore Aggiunto Paolo Borsellino e l´ipotesi di un´intercettazione telefonica sull´utenza telefonica della sorella del Magistrato residente in via D´Amelio diventa una delle principali piste investigative. Il 29 luglio 1992 il pubblico ministero nisseno Carmelo Petralia affida al dott. Genchi la consulenza relativa all´accertamento ed alla verifica di congegni e/o dispositivi atti alla rilevazione del traffico telefonico della utenza di pertinenza della famiglia Fiore-Borsellino in Via D´Amelio n°19 a Palermo.
I contenuti dell´audizione del dott. Genchi
Durante le indagini inerenti la consulenza sulla possibile intecettazione telefonica ai danni del dott. Borsellino, il dott. Genchi identifica nel personale della ditta di servizi telefonici ELTE un individuo, Pietro Scotto, che potrebbe aver preso parte alla predisposizione dell´intercettazione. Pietro risulta essere fratello di Gaetano Scotto, sospetto mafioso appartenente alla famiglia di Cosa Nostra operante al rione Acquasanta di Palermo. Il dott. Genchi avvia allora un´indagine ad ampio raggio sul contesto familiare dello Scotto e dallo studio dei tabulati telefonici recupera una telefonata effettuata dal cellulare di Gaetano Scotto alcuni mesi prima della strage di via D´Amelio ad un´utenza del Centro Ricerche e Studi Direzionali (CERISDI) situato presso il castello Utveggio di Palermo. Ufficialmente il CERISDI si presenta come un centro per la formazione professionale dei manager della pubblica amministrazione e del settore privato, ma indagando sulle persone che ruotano attorno a questo sito il dott. Genchi identifica alcuni personaggi appartenenti ad apparati dello stato alle dirette dipendenze della presidenza del Consiglio. Si tratta di individui giá membri dell´alto commissariato per la lotta alla mafia e che, forse, sono successivamente transitati nel personale del servizio segreto civile (SISDE), allorquando l´alto commissariato é stato sciolto. Tra questi individui identificati dal dott. Genchi figurano un ex ufficiale dei carabinieri, Coppolino, successivamente trasferito prima all´amministrazione dell´interno e poi, forse, alla questura di Caltanissetta, ed il figlio di un ufficiale dell'esercito, Marchese, con un ruolo molto vicino all'onorevole Sergio Mattarella. L´attenzione investigativa del dott. Genchi e del dott. La Barbera si appunta anche su altri soggetti operanti presso il CERISDI ed appartenenti all´ambito para-istituzionale della Regione Siciliana, in particolare il professore Alessandro Musco, che era stato un'eminenza grigia della Regione Siciliana, il consigliere personale del presidente Nicolosi, per conto del quale aveva curato tutti i rapporti con i piu' grossi gruppi imprenditoriali italiani.
Il cellulare di Gaetano Scotto evidenziava anche numerosi spostamenti fuori dalla Sicilia ed in particolare in Emilia dove erano operativi altri soggetti mafiosi ed individui che avevano avuto un ruolo assai strano, come Paolo Bellini, criminale con trascorsi nella destra eversiva operante nella zona di Reggio Emilia e giá collaboratore del servizio segreto militare (SISMI) nei primi anni ottanta.
Sará in seguito accertato che il Bellini nei mesi a cavallo fra il 1991 ed il 1992 fu al centro di una serie di contatti fra membri di Cosa Nostra e rappresentanti delle Istituzioni al fine di recuperare alcune opere d´arte trafugate dalla Pinacoteca di Modena. Questa "trattativa" oltre al Bellini coinvolse il mafioso di Altofonte Antonino Gioé ed il maresciallo dei carabinieri del nucleo tutela del patrimonio artistico Roberto Tempesta. Contemporaneamente il dott. Genchi si occupa delle indagini sull´omicidio di Ignazio Salvo. In fase di incrocio di alcuni dati di traffico telefonico il dott. Genchi rileva che anche il cellulare di Giovanni Scaduto, un boss di Bagheria poi condannato all´ergastolo per l´omicidio di Salvo ed in comunicazione con i mafiosi della cosca di Altofonte a loro volta in contatto con esponenti dei servizi segreti, aveva avuto dei contatti con il CERISDI.
Il dott. Genchi accerta anche che presso il CERISDI erano situati degli insediamenti e delle apparecchiature ELTE, la stessa azienda presso cui lavorava Pietro Scotto.
Ma non appena il dott. Genchi imbocca questa pista investigativa, nell´ottobre 1992 viene improvvisamente trasferito al reparto mobile della Polizia di Stato ed il cambio di funzioni e collaboratori ostacola il proseguio delle indagini sulle stragi.
A partire dall´inizio del mese di novembre 1992 al pool di magistrati di Caltanissetta titolari delle indagini si uniscono altri due pubblici ministeri, Ilda Boccassini, proveniente dalla procura di Milano e Fausto Cardella, distaccato dalla procura di Perugia.
A questo punto il pool di magistrati responsabili delle indagini sulle stragi di Capaci e via D´Amelio comprende Giovanni Tinebra, Francesco Paolo Giordano, Carmelo Petralia, Pietro Vaccara (distaccato a Palermo), Ilda Boccassini e Fausto Cardella.
Nonostante le difficoltá, nel giro di pochi mesi il dott. Genchi deposita la perizia sui supporti informatici del dott. Falcone ed alla fine del mese di novembre 1992 la consulenza sulla possibile intercettazione telefonica ai danni della famiglia Fiore-Borsellino residente in via D´Amelio a Palermo. Dalla perizia sui supporti informatici del dott. Falcone emergono fatti importantissimi che non erano ancora stati accertati. Tra questi un´incontro avvenuto il 16 dicembre 1991 presso il carcere di Spoleto tra l´allora direttore degli affari penali presso il ministero di giustizia Giovanni Falcone, il magistrato Giannicola Sinisi ed il detenuto Gaspare Mutolo ed un viaggio del dott. Falcone negli Stati Uniti tra il 27 ed il 29 aprile 1992. Dalla consulenza del dott. Genchi nel procedimento per la strage di via D´Amelio emerge l´elevata probabilitá di un´intercettazione telefonica ai danni dell´utenza intestata alla famiglia Fiore-Borsellino residente in via Mariano D´Amelio a Palermo. In particolare il consulente cita tutta una serie di anomalie avvertite dai familiari di Paolo Borsellino con particolare frequenza nelle ultime due settimane precedenti la strage e dá una probabile e plausibile spiegazione di tali anomalie sulla scorta degli accertamenti svolti.
Negli ultimi mesi del 1992 il dibattito all´interno del pool di magistrati ed investigatori che si occupano delle indagini sulle stragi é molto acceso e viene anche valutata l´ipotesi di indagare formalmente alte cariche dello Stato per quelle che erano le informazioni fornite sulla ricostruzione delle vicende degli ultimi giorni della vita del dott. Borsellino. Lo scenario si apre su ipotesi investigative che vanno oltre l´organizzazione criminale Cosa Nostra anche in seguito a valutazioni connesse alla sparizione dell´agenda del dott. Borsellino ed alla ricostruzione di contatti telefonici eseguita dal dott. Genchi su altri soggetti ed altre utenze in corrispondenza degli orari della strage. Attraverso questa indagine il dott. Genchi ed i suoi uomini pervengono infatti all´individuazione di un´utenza clonata in uso fin dal 1991 a pericolosissimi e sanguinari boss mafiosi che esegue proprio in prossimitá del giorno 19 luglio 1992 delle chiamate a dei villini lungo il percorso di transito del dott. Borsellino e contatta ripetutamente e solo fino al 19 luglio un´utenza dell´albergo VILLA IGEA sul quale gli investigatori avevano giá certezza della presenza di latitanti mafiosi. La stessa utenza telefonica evidenzia chiamate ad uffici ed utenze del SISDE che non erano state prima declinate al dott. Genchi e agli altri investigatori, utenze intestate ad una societá del SISDE, la GATTEL, che si incrociano con utenze cellulari che il giorno di domenica (19 luglio 1992 ndr) avevano chiamato dei villini posti in prossimitá della zona da cui il dott. Borsellino era partito. Gli accertamenti e le indagini svolte portano gli inquirenti a valutare ipotesi molto concrete relative ad un possibile coinvolgimento del dott. Bruno Contrada, alto funzionario del SISDE, che contatta nell´arco di un minuto e 40 secondi dopo l´esplosione dell´autobomba in via D´Amelio la sede SISDE di Palermo dove il 19 luglio 1992 esisteva un presidio mentre normalmente la domenica non era presente personale, come fu accertato dai tabulati telefonici. Di fronte a questo scenario che va delineandosi il dott. Genchi ed il dott. La Barbera si trovano di fronte ad un certo punto ad una "chiusura a riccio" degli organi investigativi perché ci si accorge che non c´é una perfetta adesione da parte degli uffici centrali del dipartimento della pubblica sicurezza al programma ed alle metodologie investigative ed alle prospettazioni che vengono fatte. Nei primi giorni di dicembre 1992 i soggetti individuati da dott. Genchi operanti al CERISDI e giá appartenenti all´alto commissariato per la lotta alla mafia smobilitano rapidamente dal castello Utveggio.
Il 7 dicembre 1992 il dott. Genchi invia al questore di Palermo Matteo Cinque "una lettera nella quale il valente funzionario esprime tutto il suo rammarico per l’isolamento nel quale é venuto a trovarsi all’interno della sua amministrazione dopo avere accettato l’incarico di consulenza sui c.d. “diari di Falcone”, per le fughe di notizie deformate, provenienti dall’interno dell’amministrazione, per le censure che dalla stessa amministrazione gli sono pervenute per il modo di indagare prima e per avere accettato poi di collaborare lealmente e senza restrizioni con l’autorità giudiziaria, appunto in veste di consulente indipendente. La lettera, in risposta ad un sollecitazione del questore a predisporre misure di “autotutela personale”, si chiude con l’inquietante comunicazione essere la miglior misura di autotutela l’accurata conservazione di appunti, scritti, risultati di indagini (Sentenza BORSELLINO BIS, pag. 782)". La "non perfetta adesione" degli uffici centrali del ministero dell´interno, come la definisce il dott. Genchi, si materializza per l´ennesima volta pochi giorni prima del Natale 1992 allorquando il dott. La Barbera viene inaspettatamente richiamato al ministero e messo a disposizione. Contemporanemente tutte le indagini sulle stragi di Capaci e via D´Amelio gli vengono tolte dalle mani.
A quel punto s´instaura un braccio di ferro tra il ministero dell´interno ed i magistrati titolari delle inchieste, in particolare i pubblici ministeri Cardella e Boccassini, che "impongono" che ad occuparsi delle indagini siano ancora il dott. La Barbera ed il dott. Genchi, i quali con grossi stenti riescono a trovare il personale rimendiandolo tra le persone piu´ fidate che avevano nei rispettivi uffici, a mettere assieme dei computer e a partire. Nasce allora il gruppo di indagine chiamato "Falcone-Borsellino".
I giorni alla fine del 1992 sono particolarmente delicati anche per altre ragioni. Il 1 dicembre 1992 appaiono alcuni articoli di stampa che riferiscono delle dichiarazioni del collaboratore di Giustizia Gaspare Mutolo rispetto al magistrato Domenico Signorino che il collaboratore avrebbe indicato come colluso con Cosa Nostra. Il 3 dicembre 1992, alla vigilia di un interrogatorio da parte dei magistrati di Caltanissetta, Domenico Signorino si suicida. Il 24 dicembre 1992 viene arrestato il funzionario del SISDE Bruno Contrada con l´accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Il dott. Genchi prosegue nel suo lavoro ma nella primavera del 1993 si scontra con i magistrati titolari delle inchieste perché c´é una grossa divergenza sui metodi e sulla conduzione delle indagini. In particolare viene fatto maturare il fermo dell´indagato Pietro Scotto, scelta che il dott. Genchi non condivide assolutamente perché ritiene che un´indagine mirata sullo Scotto possa portare ad aquisire maggiori elementi sul luogo, sulle modalitá e sui complici eventuali dell´ipotesi di intercettazione telefonica ai danni della famiglia Fiore-Borsellino. Ad avviso del dott. Genchi il fermo dello Scotto avrebbe la conseguenza di bloccare ogni tipo di attivitá di indagine su un´ipotesi investigativa che ha una sua validitá sul piano logico ma che necessita di molti piú approfondimenti sia a livello d´indagine che sul piano della soluzione tecnico-processuale di determinati interrogativi che si sono venuti a porre.
A causa di questi divergenze sul come condurre le indagini ai primi di maggio 1993 il dott. Genchi lascia il gruppo investigativo "Falcone-Borsellino" e cambia completamente ufficio, portando comunque a termine le consulenze che gli erano state affidate. Il 28 maggio 1993 Pietro Scotto viene arrestato con l´accusa di concorso in strage.
Successivamente ci sono varie riunioni tra i magistrati titolari delle inchieste su Capaci e via D´Amelio ed il dott. Genchi per tentare un "recupero", ma il consulente non condivide anche altre scelte investigative, tra le quali la gestione del collaboratore Vincenzo Scarantino, e le strade del dott. Genchi e del gruppo "Falcone-Borsellino" si dividono definitivamente. Con i magistrati titolari delle indagini rimane comunque un cordialissimo rapporto. Il dott. Genchi ricorda in particolare una telefonata del dott. Cardella che lasciando Caltanissetta gli disse: “Senta, sentivo il bisogno di telefonarle e vorrei stringerle la mano prima di lasciare la Sicilia dove non penso di ritornare nei prossimi anni".
Nota: L´audizione integrale del dott. Genchi al processo d´appello BORSELLINO BIS (23 maggio 2001) é disponibile presso il sito di Radio Radicale (vedi link in basso).
Quanto sopra scritto rappresenta la scansione cronologica di alcuni fatti attinenti alle attivitá d´indagine del dott. Gioacchino Genchi e del dott. Arnaldo La Barbera in merito alle inchieste sulle stragi di Capaci e via D´Amelio. Una nota deve essere fatta su chi allora occupava i vertici delle Istituzioni ed aveva la piena responsabilitá politica di talune scelte. Dal 28 giugno 1992 al 28 aprile 1994 fu in carica il primo governo Amato del quale facevano parte:
- Giuliano Amato, presidente del Consiglio
- Nicola Mancino, ministro degli Interni
- Claudio Martelli, ministro di Grazia e Giustizia
- Salvo Andó, ministro della Difesa
La scelta di trasferire il dott. Genchi ed il dott. La Barbera ad altri incarichi durante lo svolgimento di indagini cosí complesse e delicate rimanda quantomeno ad una chiara responsabilitá politica di chi all´epoca ricopriva gli incarichi ai vertici delle Istituzioni. É infatti fuori discussione che la scelta di trasferire il responsabile della zona telecomunicazioni della Sicilia occidentale e sostituire il capo della squadra mobile (soprattutto di una cittá come Palermo) passi dal tavolo del ministro dell´interno, all´epoca Nicola Mancino. Come é certo che i ministri dei dicasteri competenti fossero pienamente consapevoli dell´importanza, della delicatezza e del rischio che i ruoli svolti dal dott. Genchi e dal dott. La Barbera comportavano.
La decisione di trasferire il dott. Genchi ed il dott. La Barbera e di consentire il loro impiego nel gruppo di indagine "Falcone-Borsellino" solo in seguito alle forti pressioni dei magistrati applicati alla procura di Caltanissetta ebbe quantomeno due conseguenze.
In primo luogo il lavoro di indagine fu fortemente ostacolato e rallentato. Allo stesso tempo i soggetti dipendenti dalla presidenza del Consiglio ed operanti al CERISDI sui quali si era accentrata l´attenzione investigativa smobilitavano rapidamente. In secondo luogo si lasciavano di fatto i due investigatori con le spalle scoperte, isolandoli ed esponendoli al rischio di una possibile vendetta mafiosa nel momento di massima esposizione a causa delle indagini svolte. Si tratta di una dinamica giá vissuta da molti altri esponenti delle Istituzioni e che spesso ha avuto conseguenze pesantissime: lo stesso Paolo Borsellino venne ucciso dopo una scellerata uscita del ministro degli interni Vincenzo Scotti che in un primo momento lo candidó alla guida della Direzione Nazionale Antimafia in un pubblico incontro senza averne chiesto preventivamente l´opinione, salvo poi lanciarsi in una serie di precisazioni e silenzi alla fine dei quali l´unico a rimanere pubblicamente sovraesposto alla vendetta mafiosa fu proprio il Magistrato palermitano. Un´altra dinamica riguarda come Cosa Nostra avrebbe potuto valutare la "tenacia" e l´impegno con i quali il dott. Genchi ed il dott. La Barbera lottavano per far luce sulle responsabilitá esterne all´organizzazione Cosa Nostra nelle stragi di Capaci e via D´Amelio. Infatti i due investigatori avevano avuto con l´imprevisto trasferimento una strada per uscire dalle indagini tutto sommato "con le carte a posto", potendo attribuire la fine della loro collaborazione alle indagini a "cause di forza maggiore indipendenti dalla loro volontá". Ma tanto il dott. Genchi quanto il dott. La Barbera avevano rifiutato questa comoda "via di fuga" per onestá nel loro lavoro e convinzione personale. Il rischio era che Cosa Nostra potesse interpretare questa scelta come "fatto personale" o "eccesso di zelo" dei due rappresentanti delle Istituzioni reagendo di conseguenza con i suoi metodi. Questa é una dinamica nota in molti omicidi di mafia. Ad esempio nel caso del Procuratore di Palermo Gaetano Costa che nel 1980 firmó da solo, dopo che altri sostituti pubblici ministeri si rifiutarono, cinquantadue mandati di cattura nei confronti di mafiosi appartenenti ai clan Spatola, Inzerillo e Gambino. Il 6 agosto dello stesso anno il Procuratore Costa fu ucciso per le strade di Palermo anche per quella firma sui mandati di arresto.
Riteniamo che le responsabilitá politiche di chi dispose il trasferimento del dott. Genchi e del dott. La Barbera siano pertanto gravissime, sia per il conseguente impatto negativo sullo sviluppo delle indagini sugli autori delle stragi del 1992 che per il pesante rischio al quale i due investigatori furono esposti. 2) La sentenza BORSELLINO BIS
Nel capitolo terzo della sentenza d´appello BORSELLINO BIS viene sottolineato come le testimonianze del dott. Gioacchino Genchi e della dott.ssa Rita Borsellino abbiano dato un notevole contributo nell´individuazione di quale potrebbe essere stato l´intervento di soggetti esterni a Cosa Nostra nella pianificazione ed ideazione della strage di via D´Amelio:
"Le testimonianze del dr. Gioacchino Genchi e della dr.ssa Rita Borsellino hanno offerto non soltanto contributi determinanti per la ricostruzione della fase dell’intercettazione abusiva ma anche indicazioni di notevole rilevanza su ciò che potrebbe essere stato realisticamente l’intervento di soggetti esterni su Cosa nostra. Due contributi che insieme a quello di Pulci e degli altri collaboratori che su questi temi hanno riferito, pongono in termini realistici e costruttivi una possibile linea di indagine sulle questioni tuttora insolute nella ricostruzione giudiziaria ma anche ormai storica della strage di via D’Amelio: le ragioni dell’improvvisa accelerazione nella esecuzione dell’attentato; le finalità cui mirava l’organizzazione con la realizzazione in quel tempo in quel luogo e in quel modo della strage; se quali e da chi fossero state offerte garanzie ai vertici dell’organizzazione in relazione alla prosecuzione della strategia stragista; se e quali apparati dello Stato sapevano dell’imminente nuova strage ed omisero di intervenire per impedirla o addirittura assecondarono gli esecutori mafiosi nel perseguimento di proprie finalità deviate." (Capitolo terzo, Le risultanze dell’istruttoria, Le nuove prove in relazione alle questioni dedotte con i motivi di appello, pag. 391)
La sentenza approfondisce poi il contributo fornito dal dott. Genchi riguardo all´identificazione del luogo da cui era stato possibile eseguire la probabile intercettazione telefonica sull´utenza della famiglia Fiore-Borsellino residente in via D´Amelio, intercettazione che aveva permesso al commando stragista di prevedere gli spostamenti del Dott. Paolo Borsellino. Il dott. Genchi aveva individuato questo luogo nel castello Utveggio situato sul Monte Pellegrino dal quale si dominava perfettamente la vista sull’ingresso dell’abitazione di via D’Amelio. In particolare il dott. Genchi aveva scoperto che presso il Centro Ricerche e Studi Direzionali (CERISDI) situato all´interno del Castello Utveggio era operativa una postazione appartenente ad organi dei servizi di sicurezza interna. Il dott. Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utevggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi; essa tuttavia era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini al tempo. Il dott. Genchi elenca poi gli elementi alla base di questa pista investigativa relativa ad istanze esterne a Cosa nostra nell´organizzazione della strage, pista che, secondo il giudizio della corte, rappresenta un’ipotesi ammissibile e inquietante che non contraddice il quadro di riferimento di fondo. Tale impostazione presuppone da un lato la piena operatività delle squadre di Cosa nostra e dall’altro l’esistenza di soggetti interni a Cosa nostra che costituiscono i referenti delle predette istanze. Tali referenti non hanno alcuna corrispondenza con i ruoli e i gradi ufficiali dell’organizzazione, e costituirebbero quasi una sorta di servizio segreto interno collegato con quello esterno; ciò che giustifica il fatto che uomini come Brusca vedono operare (e operano essi stessi) in prima persona uomini di Cosa nostra ed ignorano e anzi tendono ad escludere l’operatività di questa rete “esterna” che invece plausibilmente, alla luce delle indicazioni di Genchi, incombeva sui “manovali” di Cosa nostra che dal loro canto operavano secondo la propria logica. Una razionalità che potrebbe però essere stata funzionale ad un altro ben più complesso disegno.
Il dott. Genchi cita poi i cognomi di due degli individui da lui identificati come operanti all´interno del CERISDI ed appartenenti ad organi di sicurezza interna dello stato: Coppolino, un ex ufficiale dei carabinieri successivamente trasferito prima all´amministrazione dell´interno e poi, forse, alla questura di Caltanissetta, e Marchese, figlio di un ufficiale dell'esercito e con un ruolo molto vicino all'onorevole Sergio Mattarella. A parte questi due individui, il dott. Genchi ricorda poi che il prefetto Pietro Verga, giá alto commissario per la lotta alla mafia nel 1987 e nella prima metá del 1988, fu successivamente nominato direttore del CERISDI. Il dott. Genchi sottolinea poi che presso il CERISDI operavano anche soggetti dell'ambito paraistituzionale della Regione Siciliana, sul conto dei quali si era pure appuntata l'attenzione investigativa, e cita in particolare un soggetto, il professore Alessandro Musco, che era stato un'eminenza grigia della Regione Siciliana ed il consigliere personale del presidente Nicolosi. Il prof. Musco aveva curato tutti i rapporti con le imprese ed i piu' grossi gruppi imprenditoriali italiani. "La Corte ha ammesso queste due testimonianze e quelle di altri componenti della famiglia Fiore-Borsellino per acquisire elementi di conoscenza sulla questione dell’avvenuta esecuzione di un’intercettazione telefonica abusiva dell’utenza telefonica della famiglia Fiore-Borsellino presso cui soggiornava in modo non fisso e costante la signora Lepanto, madre del magistrato assassinato.
La sentenza impugnata ha ritenuto di potere provare l’abusiva intercettazione, ricorrendo ad un quadro indiziario convergente e di rilevante spessore a riscontro di una univoca indicazione in questo senso di Vincenzo Scarantino. A riscontro delle affermazioni di Scarantino gravi elementi indizianti erano offerti dalla consulenza tecnica del dr. Gioacchino Genchi sull’impianto telefonico della famiglia e dalle dichiarazioni dei cinque componenti della famiglia Fiore che avevano ricordato di avere rilevato più volte, nei giorni immediatamente precedenti la strage, significativi disturbi alla linea e all’apparecchio ricevente.
La difesa aveva invocato un nuovo esame del dr. Genchi, esperto della polizia di Stato e consulente tecnico del pubblico ministero - autore di una analitica indagine sulla struttura dell’impianto telefonico condominiale che sorreggeva l’argomentata tesi che i disturbi all’impianto telefonico lamentati dai familiari del dr. Borsellino erano compatibili con un’intercettazione telefonica illecita e, per la loro congiunta ricorrenza, non altrimenti spiegabili che con l’azione dell’intercettatore abusivo – per dimostrare come nel tempo il parere del consulente fosse mutato sulla base di elementi non risultanti dal materiale processuale.
La testimonianza della dr.ssa Borsellino era stata ammessa ai sensi dell’art 195 c.p.p. a riscontro delle dichiarazioni della figlia Cecilia Fiore che, esaminata da questa Corte, aveva fornito nuovi decisivi elementi a sostegno del riconoscimento di Pietro Scotto, intento ad eseguire lavori sulla cassetta di derivazione della linea telefonica dell’appartamento della famiglia Fiore, posta sullo stesso piano.
Al tema dell’intercettazione telefonica abusiva e ai risultati di queste prove (a conferma di quanto propugnato dai giudici di primo grado) viene dedicata un’apposita parte di questo documento. Va solo ricordato che il dr. Genchi ha recisamente smentito la tesi che i disturbi dell’utenza Fiore-Borsellino fossero proseguiti anche dopo la strage. Contrariamente all’assunto difensivo, ha osservato che la conclusione favorevole all’ipotesi dell’intercettazione si fonda sul caposaldo della comprovata cessazione dei disturbi “dopo”. Le due testimonianze vengono qui esaminate per quanto concerne l’individuazione della provenienza dell’attentato, a conferma della tesi che la riconducibilità ai componenti della commissione provinciale di Cosa nostra della decisione, organizzazione ed esecuzione della strage, secondo le modalità descritte nella sentenza impugnata, non impedisce di sostenere un concorso esterno di ignoti con funzione di istigazione e\o rafforzamento della volontà degli esponenti dell’organizzazione mafiosa e addirittura con funzioni di ausilio logistico del commando incaricato di premere il telecomando.
Sul punto tanto il dr. Genchi che la dr.ssa Borsellino hanno fornito utili e inquietanti indicazioni convergenti con le affermazioni dei più importanti collaboratori di giustizia (Cancemi, Brusca, Siino, Pulci ).
Il dr. Genchi ha riferito che a partire dall’ipotesi dell’intercettazione telefonica e quindi dalla necessità di individuare il luogo in cui veniva dirottata la telefonata intercettata, certamente nell’area servita dall’armadio di zona Falde, e dal rilievo che il gruppo criminale operante avrebbe potuto operare in modo più efficiente se avesse potuto disporre nello stesso punto del ricevitore nel quale venivano deviate le telefonate intercettate e del punto di osservazione per cogliere il momento in cui dare l’impulso all’esplosivo, aveva individuato questo luogo nel castello Utveggio situato sul Monte Pellegrino, alle spalle della via D’Amelio, dal quale si dominava perfettamente la vista sull’ingresso dell’abitazione di via D’Amelio.
Il momento più inquietante di questa testimonianza consisteva nel resoconto sull’identificazione di chi avesse la disponibilità di questo luogo: organi dei servizi di sicurezza interna.
Il dr. Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utevggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi; essa tuttavia era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini al tempo. Il dr. Genchi esponeva tutti gli elementi sulla cui base quella pista era stata considerata tutt’altro che irrealistica: a) La testimonianza di un agente DIA che si era trovato a fare da autista a Borsellino subito dopo l’interrogatorio di Mutolo, lo aveva trovato sconvolto e gli aveva sentito pronunciare nel corso di una conversazione telefonica la frase “ Adesso noi abbiamo finito. Adesso la palla passa a voi “. Le telefonate erano dirette verosimilmente al Procuratore Vigna e al procuratore Tinebra che aveva appena iniziato a indagare su Capaci.
b) Essendo stato, nel frattempo, individuato Scotto Pietro come autore di lavori non autorizzati sulla linea telefonica del palazzo di via D’Amelio, si era accertata la sua collocazione nell’ambito della rete mafiosa della città di Palermo. Era quindi emerso il nome del fratello, Gaetano Scotto, importante boss appartenente al mandamento nel territorio del quale era avvenuta la strage. c) L’analisi del tabulato delle telefonate di Gaetano Scotto aveva evedenziato un contatto di qualche mese prima proprio con l’utenza del Castello Utveggio.
d) Nel castello aveva sede un ente regionale il C.E.R.I.S.D.I., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del SISDE. La circostanza era stata negata dal SISDE che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sulla strage. Ma Genchi è stato molto risoluto nell’affermare che la struttura SISDE aveva abbandonato il castello Utveggio proprio nei giorni in cui su quel luogo si era appuntata l’attenzione degli investigatori.[1]
e) La scomparsa dell’agenda del dr. Borsellino.
f) La prova che un’utenza telefonica clonata, in possesso di sanguinari boss mafiosi, avesse in prossimità del 19 luglio chiamato dei villini che si trovavano lungo il percorso che l’auto di Borsellino aveva percorso quella domenica nonché il numero dell’Hotel Villa Igea, che si trovava in prossimità di via D’Amelio, nel quale soggiornavano latitanti mafiosi.
g) Ancora chiamate dal medesimo telefono ad utenze del SISDE, non declinate in precedenza, che si incrociavano con utenze cellulari che la domenica avevano chiamato ancora una volta le utenze di villini ubicati in prossimità della zona dalla quale Borsellino era partito.
h) Per giungere, infine, alla indicazione più significativa e rilevante che conviene riportare per esteso: Per arrivare ad ipotesi molto concrete riguardo un possibile coinvolgimento del dottore Contrada, che riceve pochi minuti dopo, mi pare un minuto e dieci secondi dopo, una chiamata sul proprio cellulare dalla sede SISDE, dove sicuramente esisteva un presidio il giorno di domenica e dove fu accertato negli altri giorni di domenica non esisteva traffico telefonico, perche' acquisimmo i tabulati.
Ecco, questo insieme di cose che sto sintetizzando, ma che hanno formato oggetto di lunghi approfondimenti e acquisizioni investigative, era per me un... il punto, diciamo, di interesse investigativo, era l'ambito del quale io mi occupavo in prima persona insieme con il dottore Arnaldo La Barbera.
Questi piste investigative verso una possibile regia esterna alla manovalanza mafiosa furono bruciate dalla decisione di procedere al fermo di Pietro Scotto che il dr. Genchi ha giudicato intempestiva. D’altra parte questo “soccorso” esterno che si sospettava potesse essere stato offerto ai manovali del crimine non implicava che l’intercettazione dovesse essere eseguita con metodi più professionali di quelli ipotizzati nella consulenza tecnica. L’intercettazione doveva essere necessariamente rudimentale; proprio questo carattere metteva in evidenza che non era stata affidata a professionisti raffinati. Ciò confermava la rigida divisione dei ruoli tra la squadra mafiosa e l’ipotizzato supporto esterno.
Ha dichiarato, infatti, il dr. Genchi:
TESTE GENCHI: - Queste interce... questa ipotesi non aveva nessuna necessita' di una intercettazione di tipo professionale. PRESIDENTE: - Ecco, me lo chiarisca questo, e' importante.
TESTE GENCHI: - Perche' l'intercettazione classica, con cui anche la Polizia Giudiziaria se volesse ascoltare clandestinamente un'utenza, senza pensare ad organismi esterni, procede a farlo e' sicuramente non usando i dispositivi professionali. Perche? Perche' usando il traslatore, che e' quello che compensa e che quindi evita tutti quei tipi di disturbo, e' necessaria una coppia fisica, quindi e' necessario un impegno di centrale, e' necessario un coinvolgimento della struttura Telecom nella sua interezza, dal punto di arrivo al punto di ascolto. Quindi e' assolutamente da escludere l'utilizzazione di congegni professionali; saranno professionali i congegni a fronte del dispositivo, che e' comunque empirico e rudimentale, ecco, saranno un po' piu' attenti, meno agricoli di quello che forse... AVV. SCOZZOLA: - Meno...? TESTE GENCHI: - Agricoli, per usare un termine generico, per dire proprio... PRESIDENTE: - Va bene. AVV. SCOZZOLA: - Si'. TESTE GENCHI: - Ecco, rustici. PRESIDENTE: - Abbiamo capito. TESTE GENCHI: - Di come siano stati le ipotesi registrate nella vicenda di via D'Amelio, ma comunque non di tipo professionale. Quindi, di tipo professionale io intendo con l'utilizzazione di un traslatore e con l'utilizzazione di... PRESIDENTE: - Certo. Va bene, e' chiaro. TESTE GENCHI: - ... un circuito dedicato per dirottare... PRESIDENTE: - Chiarissimo.
L’apporto di Genchi è di notevole significatività perché l’autorevole testimone introduce la presenza di possibili registi esterni che si sarebbero innestati sull’operatività della squadra mafiosa incaricata di portare materialmente a termine l’attentato. E questi apporti avrebbero coperto proprio quelle fasi e quei buchi neri nella ricostruzione della dinamica dell’attentato che tuttora permangono, a partire dalla mancata individuazione del punto in cui erano appostati coloro che hanno schiacciato il pulsante del telecomando, per finire alla capacità della cosca di tenere sotto controllo i movimenti del dr. Borsellino anche dopo che lo stesso non si era recato al mattino a casa della madre, secondo quanto il gruppo degli attentatori si aspettava e secondo quanto emerge dalle ricostruzioni di Cancemi e Ferrante.
E’ tuttavia necessario ribadire che la pista investigativa abortita di cui ha parlato il dr. Genchi è perfettamente compatibile con la pista Pietro Scotto[2]
e quindi con gli elementi ricostruttivi acquisiti fino alla confessione di Scarantino, che alla pista Scotto ha finito con il mettere, in modo del tutto autonomo, il suggello. Scarantino infatti non era assolutamente in condizione di conoscere a quale grado di approfondimento erano giunte le indagini su Scotto e soprattutto ha introdotto il nome di Gaetano Scotto, che non era affatto emerso in precedenza, e che invece si legava in modo strettissimo con le tracce dell’intercettazione abusiva, in modo ben più profondo del mero rapporto di parentela, di sangue e mafiosa, con Pietro Scotto.
L’assoluta rilevanza del contributo del dr. Genchi è quindi evidente perché esso arricchisce il quadro, sebbene a livello di ipotesi investigativa fondata su elementi indiziari oggettivi; dà un senso ai persistenti vuoti di conoscenza, senza intaccare in alcun modo la tenuta della ricostruzione dell’attentato nelle fasi che è stato possibile far emergere con l’aggancio dell’anello debole Scarantino, il contributo del quale, pur avendo permesso di penetrare in profondità nella trama connettiva del delitto, ha pur sempre i limiti della marginalità del suo ruolo e della sua personalità.
Anzi, in base alla ricostruzione del dr. Genchi (v. nota 109), si deve escludere che la plausibile ipotesi del sostegno esterno si sia potuta estrinsecare in un apporto diverso da quello logistico-informativo. L’ intervento materiale di supporto di questi elementi esterni, in base a tale interpretazione, non sarebbe stato affatto autonomo ma si sarebbe inserito in un’azione materiale, condotta in prima battuta e sul piano dell’esposizone materiale, dagli uomini dell’organizzazione mafiosa. In questo senso sembra alla Corte doversi univocamente intendere il contributo del dr. Genchi e il suo riferimento al rinvenimento sulla montagna di Capaci di un bigliettino con un numero telefonico che riconduceva al SISDE e tutte le sue ulteriori successive indicazioni sull’esigenza di approfondire le indagini sul c.d. terzo livello, esigenza ostacolata dai vertici dell’amministrazione e che portò all’estromissione del dr. Genchi dalle indagini sulle stragi e all’inatteso trasferimento del dr. La Barbera al ministero nell’ottobre del 1992.[3]
Da quella data la partecipazione del dr. Genchi alle indagini era potuta proseguire solo nella veste di consulente dei pubblici ministeri e poi, di nuovo, con la costituzione del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, nel quale si erano peraltro verificate divergenze di opinioni e contrasti di valutazione al suo interno e con i magistrati, in seguito ai quali il dr. Genchi aveva abbandonato definitivamente le indagini.
Il discorso del dr. Genchi, rileva ai fini della dimostrazione che l’intervento di istanze esterne a Cosa nostra rappresenta un’ ipotesi ammissibile e inquietante che non contraddice il quadro di riferimento di fondo. Tale impostazione presuppone da un lato la piena operatività delle squadre di Cosa nostra, secondo quanto fin qui emerso, e dall’altro l’esistenza di soggetti interni a Cosa nostra che costituiscono i referenti delle predette istanze. Tali referenti non hanno alcuna corrispondenza con i ruoli e i gradi ufficiali dell’organizzazione, e costituirebbero quasi una sorta di servizio segreto interno collegato con quello esterno; ciò che giustifica il fatto che uomini come Brusca vedono operare (e operano essi stessi) in prima persona uomini di Cosa nostra e ignorano e anzi tendendo ad escludere l’operatività di questa rete “esterna” che invece plausibilmente, alla luce delle indicazioni di Genchi, incombeva sui “manovali” di Cosa nostra che dal loro canto operavano secondo la propria logica. Una razionalità che potrebbe però essere stata funzionale ad un altro ben più complesso disegno. Questa situazione implica una triangolazione che il dr. Genchi ha così raccontato con riferimento a tutte le possibili inesplorate ipotesi investigative:
Quindi, partendo da questo presupposto di analisi e mettendo appunto dei software molto potenti di analisi di grossi volumi di dati, che poi e' stato patrimonio che ho lasciato al gruppo di indagine Falcone - Borsellino, che ha continuato in questo senso le sue attivita', utilizzando appunto questi dati, io rilevo che il cellulare di Scaduto - condannato all'ergastolo, un boss di Bagheria condannato all'ergastolo fra l'altro per l'omicidio di Ignazio Salvo - che aveva tutta una serie di strani contatti con una serie di utenze del gruppo La Barbera, Gioe', del gruppo degli altofontesi, di cui parlavo anche in relazione a quei contatti con esponenti dei servizi segreti, rilevo che questa utenza aveva pure contatti con il C.E.R.I.S.D.I. Quindi, questo C.E.R.I.S.D.I. mi ritorna un po' come punto di triangolazione di questi contatti telefonici di vari soggetti che erano stati sottoposti in indagini su procedimenti diversi per fatti diversi, ma ai quali bisognava dare una chiave di lettura unitaria nel momento in cui, dal contesto strettamente ristretto di questo gruppo di commando stragista di assassini di Cosa nostra noti e arcinoti alle cronache, si usciva fuori e si lambivano ambiti diversi, ambiti soggettivi, interpersonali e istituzionali di tipo diversi dal nucleo ristretto di Cosa nostra.
Quindi, a questo punto l'utenza del C.E.R.I.S.D.I. diventa punto di maggiore attenzione e in questo senso...
AVV. SCOZZOLA: - Ecco.
TESTE GENCHI: - ... c'e' pure una telefonata, se ricordo bene, mi pare...
AVV. SCOZZOLA: - Si', si', una.
TESTE GENCHI: - ... di Scotto al C.E.R.I.S.D.I. Ovviamente, non so, avra' fatto un corso di eccellenza, perche' la' preparano manager, non so, avra' avuto le sue ragioni per telefonare.
AVV. SCOZZOLA: - No, va be'...
TESTE GENCHI: - Tutto questo, a mio avviso molto modestissimo, si sarebbe potuto accertare se fossero state fatte all'uopo le indagini e in maniera molto efficace...
TESTE GENCHI: - ... lasciando liberi e in circolazione le persone che continuavano a circolare tranquillamente, senza manifestare ne' propositi di fuga ne' rischi di reiterazione delle stesse condotte, posto che avevamo dei canali diosservazione... gli strumenti di osservazione e di controllo altamente professionali ed adeguati per prevenire qualunque ipotesi di reiterazione. Questo non e' stato e purtroppo...
Chi operava dietro la sigla del CERISDI?
Il dr. Genchi lo spiega così:
AVV. SCOZZOLA: - Quindi, l'affermazione sua che all'interno ci fosse un nucleo SISDE, del SISDE o dell'Alto Commissariato, etc., etc. da che cosa deriva, considerato che lei si e' fermato alle prime, da quello che ho capito, indagini?
AVV. SCOZZOLA: - E ce li puo' dire?
AVV. SCOZZOLA: - Si'.
TESTE GENCHI: - ... poi, non si capisce come, recuperato nell'amministrazione civile dell'Interno e addirittura trasferito alla Questura di Caltanissetta se non ricordo male, non so per intervento di chi. E ricordo un tale Marchese, era figlio...
AVV. SCOZZOLA: - Ed e' sempre ufficiale di...
TESTE GENCHI: - Era figlio di un ufficiale dell'esercito, che aveva un ruolo o qualcosa molto vicino all'onorevole Mattarella, cioe' Mattarella mi pare che allora era ministro della Difesa o qualcosa... o aveva comunque una carica di Governo e altre persone, che adesso non ricordo i nomi, comunque furono individuate, a parte il prefetto Verga, che era l'Alto Commissario che, cessato dalla carica di Alto Commissario, fu nominato direttore del C.E.R.I.S.D.I. Pero' non mi risulta che ci fosse un passaggio ufficiale di queste... perche' poi tra l'altro li' l'amministrazione regionale o provinciale addirittura, ora c'e' Padre Pintacuda nominato dall'amministrazione Musotto, per esempio, nel C.E.R.I.S.D.I. Pero' questi soggetti non si capisce cosa facessero, non si... perche', ripeto, quando noi abbiamo iniziato l'indagine...
TESTE GENCHI: - ... il SISDE nega che esiste un'appartenenza di questo tipo, pero' queste persone da la' spariscono e smontano tutto. Questo e' il dato. A giorni La Barbera viene trasferito con un telex che gli piove proprio inaspettatamente e viene messo a disposizione.
AVV. SCOZZOLA: - Oh. Lei ha accertato se all'interno del C.E.R.I.S.D.I., oltre questo nucleo, ci fossero anche altre persone, operai, impiegati in genere e cose varie che lavoravano li'?
TESTE GENCHI: - Si', c'erano, c'erano...
AVV. SCOZZOLA: - Perfetto. La quantita' l'ha accertata all'incirca?
TESTE GENCHI: - No, c'erano vari soggetti e nell'organico del C.E.R.I.S.D.I. e poi c'erano soggetti dell'ambito paraistituzionale della Regione Siciliana, sul conto dei quali si era pure appuntata l'attenzione investigativa. Mi riferisco in particolare ad un soggetto, il professore Alessandro Musco, che era stato un'eminenza grigia della Regione Siciliana, il consigliere personale del presidente Nicolosi, che aveva curato tutti i rapporti con le imprese, con i gruppi imprenditoriali, con i piu' grossi gruppi imprenditoriali italiani. Il professore Alessandro Musco che aveva dato luogo alla creazione di una serie di circoli non saprei come definire, che avevano nomi e simbologie, diciamo, paramassoniche e un dato particolare in questi vari circoli, in queste varie... vari luoghi che io ho perfettamente individuato uno per uno e dei quali ho individuato anche le utenze telefoniche e dei quali ho anche acquisito i dati di traffico telefonico e ho analizzato e sviluppato, che sono di grosso interesse investigativo. E i numeri telefonici di questi circoli, che il professore Musco andava creando nei vari posti, che erano poi dei luoghi di riunione e di incontro di vari associati devo ritenere, erano tutti dei numeri che il professore Musco si faceva dare appositamente, insistendo presso la Telecom col 333, erano tutti numeri che iniziavano o finivano, erano una sequenza di 333, che appunto nella simbologia massonica rappresenta o vuole rappresentare il piu' alto grado della gerarchia. Quindi, c'e' questa sequenza di numeri telefonici di Musco anche insomma tutta...
PRESIDENTE: - Cosa faceva Musco li'? TESTE GENCHI: - Musco e' un docente universitario. Cosa facesse al C.E.R.I.S.D.I. non lo so, pero' so solo che era la' e la' dentro operava e aveva una sua base operativa. Questo e' un dato certo, che insomma e' emerso da piu' parti. Contemporaneamente questo professore Musco operava alla Regione Siciliana, operava in questi suoi circoli, in questi contesti penso culturali, insomma, questo centro di studi medievali, poi ce n'era un altro, non mi ricordo come si chiama. Sto dando le intestazioni delle utenze telefoniche, il centro... nomi strani, ecco, nomi particolari. Strani nel senso che erano quelli scelti da chi aveva creato quelle associazioni. Pero', vedi caso, i numeri telefonici erano sempre col 333 o iniziale o finale o comunque erano scelti appositamente con questa sequenza di numeri. Ma non e' il dato del 333. E' il dato di questa lettura che noi diamo anche nel momento in cui si presentano possibili concause nella determinazione del progetto stragista, che vedono interessati i gruppi imprenditoriali e che possono portare, diciamo, un punto di convergenza nella medesima azione del proposito stragista anche in direzione di altri interessi di cui Musco era sicuramente autorevole portatore, essendo in rapporti strettissimi con questi soggetti, come ho avuto modo di accertare dalle nutrite elaborazioni dei dati di traffico da me sviluppati e che porta sempre a questo capolinea del Castello, che non va visto come una entita', cioe' come una forma quasi maniacale. Pero' c'e' un dato: il Castello ha ancheun punto di osservazione ben preciso - io invito anche, se la Corte volesse, a verificarlo - dal quale era possibile, con un binocolo anche di modeste dimensioni o addirittura ad occhio nudo, potere premere tranquillamente il comando, determinare l'esplosione, senza subire nessuna conseguenza, per la posizione orografica e planoaltimetrica nel quale questo punto e' posizionato.
Era doveroso riportare il contenuto di questa importante e inquietante testimonianza, tenuto conto dell’impostazione di alcuni motivi d’appello e delle correlate richieste istruttorie.
Attraverso essa abbiamo appreso che i vuoti di conoscenza che tuttora permangono nella ricostruzione dell’intera operazione che portò alla strage di via D’Amelio, possono essere imputati anche a carenze investigative non casuali. Addirittura questo limite sembra possa avere condizionato l’intera investigazione sui grandi delitti del 1992, come è spesso capitato per i grandi delitti del dopoguerra in Italia, quasi esista un limite insormontabile nella comprensione di questi fatti che nessun inquirente indipendente debba superare. Tutto ciò ripropone con attualità la necessità di riprendere nelle sedi opportune le indagini sulle questioni alle quali manca tuttora risposta.
E tuttavia non si tratta di riprendere dall’inizio, perché il dato certo che emerge anche da una deposizione, dall’unica deposizione che in questo processo ha posto con estrema forza il tema delle connessioni fra le iniziative mafiose e “suggeritori” “mandanti” “coordinatori” “ istigatori” “supporti” esterni, è che Cosa nostra è stata comunque il braccio esecutivo di un progetto, eventualmente più ampio, se a questo si vuole credere. Chi aveva interesse alla consumazione delle stragi fuori da Cosa nostra non aveva certamente da faticare molto per “indurre” “agevolare” “sollecitare” l’organizzazione a realizzare in fretta ciò che essa aveva già comunque deciso di realizzare o era propensa a realizzare, seguendo la propria perversa logica che la portava a commettere le stragi per potere trattare da posizioni di forza e comunque per mantenere inalterato il proprio potere contrattuale nei confronti dello Stato.
L’ipotesi che Cosa nostra possa essere estranea alla strage è oltre che assolutamente smentita da una infinita massa di dati conoscitivi, assolutamente incompatibile con la logica, le attese, gli interessi e le ragioni dell’organizzazione criminale che, per garantirsi la “convivenza” di cui cui ha parlato Cancemi, deve anzitutto esistere come potere criminale in grado di mettere in crisi lo Stato ( v. ancora Cancemi ). E proprio la testimonianza di Cancemi mette in luce come Cosa nostra viva in un rapporto di scambio e di reciprocità di favori con istanze esterne che comportano una reciproca strumentalizzazione, nella quale l’iniziativa e il ruolo esecutivo nella strategia del “fare la guerra per fare la pace” spettano inevitabilmente all’organizzazione criminale.
In questo senso depone univocamente la deposizione del dr. Genchi. Egli ha riaffermato, pur introducendo il tema delle inquietanti ipotesi investigative abortite di cui è stato protagonista, che la strage venne compiuta con l’ausilio di un’intercettazione telefonica rudimentale, eseguita da Pietro Scotto per conto di Gaetano Scotto, cessata “o poco prima o poco dopo il collocamento” davanti al 19 di via D’Amelio dell’autobomba rubata da Scarantino, seguita da un pedinamento a vista, supportato da una rete di telefonate informative che produsse, lungo la strada da Carini a Palermo, nella giornata del 19 luglio, un intensissimo traffico telefonico, cessato del tutto nelle giornate e nelle domeniche successive, avviata quando si venne a scoprire che il dr. Borsellino non sarebbe andato in via D’Amelio la mattina del 19 luglio ma che vi si sarebbe dovuto comunque recare entro quel giorno perché così indicavano con certezza le telefonate intercettate fino alla sera precedente.
Dalla testimonianza di Rita Borsellino abbiamo invece acquisito un aggiuntivo prezioso contributo per comprendere le ragioni dell’accelerazione della strage, legata all’impulso inatteso che Paolo Borsellino aveva impresso alla sua attività istituzionale dopo la strage di Capaci.
Contro la sua volontà tale attivismo l’aveva proiettato alla ribalta massmediatica e della scena politica nazionale. Ma tale sovraesposizione, in parte inevitabile dopo Capaci, essendo storicamente il suo ruolo e la sua personalità associati a quella di Giovanni Falcone del quale aveva condiviso la storia professionale e le scelte più significative nell’azione di contrasto a Cosa nostra, si accrebbe, in modo a dir poco imprudente, per tutta una serie di iniziative assunte senza l’assenso del dr. Borsellino, la più clamorosa delle quali la sua candidatura alla direzione della nascente Procura nazionale antimafia da parte dei ministri Martelli e Scotti.
Il dr. Borsellino visse drammaticamente il periodo tra Capaci e la sua morte, stretto tra l’ovvia esigenza di reagire alla strage con un supplemento di impegno personale, la conoscenza di fatti ed il maturare di eventi che lo inducevano a pensare che la morte di Falcone fosse stata l’esito di spinte eterogenee, non tutte interne all’organizzazione mafiosa, e quindi la consapevolezza che il gioco fosse assai più complesso e pericoloso per essere giocato e vinto dalla semplice posizione di procuratore aggiunto di Palermo e che qualcuno stesse veramente giocando con la sua vita, secondo quando ha rivelato il tenente Canale: Borsellino, saputo della sua candidatura alla Procura antimafia da parte dei ministri, commentò che quel gesto equivaleva a “mettere gli ossi davanti ai cani”.
Da qui l’impegno investigativo a tutto campo, soprattutto nel settore “sensibile” della connessione mafia-politica, costituito dagli appalti pubblici che dal tempo di Siino Cosa nostra aveva utilizzato non solo per ricavare proventi ma soprattutto per sedere al tavolo per trattative di ben più ampio respiro.
Se, come aveva preconizzato lo stesso Paolo Borsellino, egli sarebbe stato davvero in pericolo solo se fosse morto Giovanni Falcone, dopo quest’evento egli si sentì veramente esposto all’attacco mafioso; il magistrato sentiva il precipitare degli eventi e cercò di reagire a suo modo.
Di questa reazione ha dato conto la dr.ssa Rita Borsellino che ha descritto la convulsa solitudine in cui visse Paolo Borsellino in quelle sue ultime settimane di vita, le trappole che gli vennero più o meno consapevolmente tese e la consapevolezza degli stessi familiari degli enormi pericoli che si stavano addensando sul suo capo, senza che nessuno si preoccupasse di coglierli e prevenirli, secondo una storia che si ripete.
Dopo il 23 maggio, ha detto, Paolo Borsellino era stato travolto da una valanga di impegni di lavoro e straordinari. La sua vita non era mai stata abitudinaria e lo fu ancor meno dopo quella data.
La preoccupazione dei familiari per l’incolumità di Paolo non era insorta quel 23 maggio; era risalente ed in un certo senso immanente nell’esistenza di queste persone. Paolo ne parlava sin dai tempi del maxiprocesso, quasi per esorcizzare il pericolo; ma ne parlava con una sorta di fatale rassegnazione. Piuttosto estendeva le sue preoccupazioni anche ai suoi familiari.
Paolo Borsellino aveva più volte comunicato alla sorella la sua opinione che in molti omicidi eccellenti vi fosse assai più della sola mafia." (Capitolo Terzo, Le risultanze dell´istruttoria, Le testimonianze del dr. Genchi e della dr.ssa Rita Fiore Borsellino come riscontro alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e contributo al chiarimento della causale plurima. L’apporto alla prova dell’intercettazione telefonica sull’utenza della famiglia Fiore-Borsellino in via D’Amelio 19: rinvio, pag. 683).
Nel capitolo quinto della sentenza la corte da un alto parla espressamente di complicità e connivenze nei grandi delitti di mafia che il sistema non riesce ad individuare e a portare alla luce per tutta una serie di ragioni a causa del livello complessivo strutturalmente basso di legalitá nel nostro paese e dall´altro ribadisce il ruolo centrale di Cosa Nostra nell´organizzazione della strage di via D´Amelio
"In conclusione, non vi è ragione di ricorrere a mandanti occulti o ad un terzo livello per ammettere che nei grandi delitti di mafia esistono complicità e connivenze che il sistema non riesce ad individuare e a portare alla luce per tutta una serie di ragioni che qui non è necessario affrontare ma che sono peraltro note e fanno parte del problema più ampio delle ragioni e condizioni, studiate da altre discipline, che rendono strutturalmente basso il livello di legalità complessivo del nostro Paese.
Ma detto questo, e richiamando quanto in questo processo ha avuto modo di dire il dr. Genchi sui condizionamenti e i veri e propri divieti opposti a quanti all’interno degli apparati pubblici agivano con l’esclusivo intento di ricerca della verità, e nel caso di specie all’indagine su tracce e dati che riconducevano ad un sostegno logistico ed informativo al commando mafioso di non identificati soggetti appartenenti ad apparati pubblici, non sussiste il minimo dubbio che il delitto di via D’Amelio sia stato deliberato dal gruppo dirigente del tempo di Cosa Nostra ed eseguito dai capi mandamento incaricati che si sono avvalsi degli elementi migliori e di maggior fiducia di cui disponevano al tempo".
(Capitolo quinto, Storia giudiziaria di Cosa Nostra: SS.UU. 30 gennaio 1992. L’interesse di Cosa Nostra alla consumazione della strage. La complessità della causale. L’accelerazione e la possibile convergenza di interessi palesi e occulti, pag. 782)
Nel capitolo sesto si sottolinea il contributo dato dal dott. Genchi in merito alle indagini sulla possibile intercettazione telefonica ai danni dell´utenza della famiglia Fiore-Borsellino residente in via D´Amelio n°19, intercettazione ritenuta altamente probabile dal consulente sulla base degli accertamenti svolti.
"In base all'iter argomentativo della sentenza di prime cure, l'effettiva adozione dello strumento della intercettazione telefonica sull'utenza della famiglia Fiore-Borsellino era emerso in ragione di una serie di elementi valutativi, di varia natura, al riguardo convergenti...
... Tale quadro d'obiettiva consistenza della tesi dell'avvenuta manipolazione del sistema di comunicazione telefonica fisso della famiglia Fiore-Borsellino si ancorava fra l'altro al giudizio espresso dal consulente tecnico Genchi in ordine alla effettiva messa in atto di siffatto stratagemma: le riferite anomalie dell'impianto telefonico da un lato, e la verifica sull'impianto eseguita dal medesimo consulente, inducevano quest'ultimo a propendere per un apprezzamento in termini d’elevatissima probabilità in ordine ad un'attuata intercettazione telefonica abusiva.
Operazione, questa, la cui materiale realizzazione doveva considerarsi senza dubbio alla portata delle competenze tecniche facenti capo a Scotto Pietro, il quale, del resto, era stato fatto oggetto, ad opera dei testi oculari, di un inequivoco, duplice, riconoscimento come la persona notata armeggiare sulla scatola di derivazione al quarto piano del palazzo in epoca compatibile con la funzionalità di detta presenza e attività con la strage successiva".
(Capitolo Sesto, Ricostruzione dell´evento, La prova dell’intercettazione telefonica e la sua necessità per il compimento della strage, pag. 930). Infine nel capitolo nono della sentenza si evidenzia come le dichiarazioni del dott. Genchi, che per primo identificó Pietro Scotto come possibile autore dell´intercettazione telefonica, costituiscano un robusto riscontro esterno ad alcune dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Vincenzo Scarantino e Francesco Andriotta. Lo Scarantino era stato l´autore materiale del furto della FIAT126 usata come autobomba in via D´Amelio ed Andriotta un compagno di detenzione dello Scarantino del quale aveva riferito all´autoritá giudiziaria alcune confidenze ricevute in carcere.
"Scarantino aveva pure parlato di una intercettazione telefonica da parte di un telefonista che aveva un parente o fratello uomo d’onore “appartenente ai Madonia”; anche del telefonista Scarantino non aveva fatto il nome mentre il nome di Scotto era stato riferito dalla Scarantino allorché aveva parlato di quest’uomo di fiducia dei Madonia. Puntuale e straordinariamente riscontrato dal teste dr. Genchi il riferimento che Scarantino gli aveva fatto all’intercettazione eseguita “tramite le cabine telefoniche poste sulla strada” e all’abitualità con la quale Scotto eseguiva quei servigi per conto di Cosa nostra...
... Alla luce di quanto dichiarato dal dr. Genchi e di quanto riferito dagli altri collaboratori di giustizia delle cui dichiarazioni si è detto appare del tutto chiaro come queste ultime indicazioni di Andriotta finiscano con il fornire una robusta conferma di attendibilità per Scarantino, con il rafforzare per la reciproca convergenza l’attendibilità intrinseca di entrambi e quindi anche con il provare l’effettività dell’intercettazione".
(Capitolo nono, L’attendibilità intrinseca di Vincenzo Scarantino. Il riscontro all’attendibilità intrinseca di Scarantino costituito dalla testimonianza di Francesco Andriotta. Integrale valorizzabilità delle dichiarazioni di Andriotta con riferimento a tutti i segmenti del racconto di Scarantino (furto dell’autovettura, riunione, caricamento e trasporto dell’autobomba) pag. 1440)
3) La relazione tecnica
Alleghiamo il testo della consulenza tecnica redatta dal dott. Genchi in merito al procedimento penale N. 160/B/92 contro ignoti della Procura Distrettuale della Repubblica di Caltanissetta. Si tratta della consulenza affidata dal pubblico ministero dott. Carmelo Petralia in data 29 luglio 1992 al dott. Genchi nell´ambito delle indagini sulla strage di via D´Amelio relativamente all´accertamento ed alla verifica di congegni e/o dispositivi atti alla rilevazione del traffico telefonico della utenza di pertinenza della famiglia Fiore-Borsellino in Via D´Amelio n°19 a Palermo. La consulenza tecnica é stata depositata dal dott. Genchi alla fine del mese di novembre 1992 (vedi allegati). 4) Le recenti interviste al dott. Gioacchino Genchi
Il 17 marzo 2008 é andata in onda su RETEQUATTRO una puntata speciale della trasmissione LE STORIE DI TOP SECRET dedicata a Paolo Borsellino. In studio erano presenti Salvatore Borsellino, il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia, il giornalista del Giornale di Sicilia Umberto Lucentini ed il conduttore Claudio Brachino. In collegamento il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara. Durante la trasmissione é stata presentata un´intervista di Sandra Magliani al dott. Genchi nella quale il vice-questore ha rilasciato dichiarazioni molto interessanti riguardo ai soggetti esterni a Cosa Nostra che dalle indagini del dott. Paolo Borsellino avevano probabilmente molto di che temere:
G. Genchi: "Quello che stava portando avanti Paolo Borsellino avrebbe avuto effetti rivoluzionari. Se Paolo Borsellino avesse avuto il tempo e la possibilitá di concludere quello che stava facendo non erano solo dei mafiosi ad andare in carcere. Chi rischiava il carcere da un momento all´altro erano personaggi delle istituzioni e della magistratura".
Il dott. Genchi ribadisce la rilevanza della pista investigativa del castello Utveggio sul monte Pellegrino per rispondere alla seguente domanda: chi ha premuto il telecomano e da dove nella strage di via D´Amelio?
G. Genchi: "Quando in maniera empirica con Arnaldo La Barbera ci siamo trovati in via D´Amelio e ci siamo guardati intorno per capire dove si erano potuti posizionare questi attentatori, abbiamo guardato verso monte Pellegrino. Siccome l´intercettazione telefonica nell´abitazione della famiglia Borsellino doveva necessariamente essere eseguita in un circuito limitato in prossimitá della stessa centrale (non poteva essere ascoltato a Verona o Milano o New York), noi abbiamo ipotizzato che la postazione di ascolto clandestino dovesse essere la stessa da cui é stato premuto il telecomando.",,,"(Sul monte Pellegrino, ndr) troviamo delle entitá, anche tecniche, di aziende che lavorano per i servizi di sicurezza, per il ministero dell´interno ed il ministero della difesa, che avevano eseguito delle attivitá tecnico manutentive".
Infine il dott. Genchi sottolinea l´importanza della reazione di alcuni magistrati palermitani all´indomani della strage. Ricordiamo che mercoledí 22 luglio 1992 otto sostituti procuratori di Palermo affermarono di voler rassegnare le dimissioni nel caso in cui non venisse assegnata alla procura palermitana una guida autorevole ed indiscussa che i vertici di allora non garantivano. Questa reazione fu probabilmente sottovalutata o non calcolata dagli autori esterni a Cosa Nostra della strage di via D´Amelio nel momento in cui dovettero imprimere una brusca accelerazione alla fase esecutiva della strage stessa.
G. Genchi: "L´unica cosa che non ha messo nel conto chi ha fatto la strage é stata la rivolta dei magistrati di Palermo".
Il 28 marzo 2008 RAINEWS24 trasmette l´inchiesta realizzata da Flaviano Masella e da Maurizio Torrealta dal titolo Diario di un Magistrato e della scomparsa della sua agenda. L´inchiesta prende spunto dalla vicenda processuale in corso sulla scomparsa dell´agenda rossa di Paolo Borsellino dal luogo della strage e presenta anche un´intevista al dott. Genchi dove il vice-questore di polizia torna sui possibili moventi dell´accelerazione impressa all´esecuzione del delitto:
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G. Genchi: "Le tappe che accompagnanano la preparazione dell´attentato, dal furto della FIAT 126 alla predisposizione dell´attentato, all´organizzazione dell´intercettazione telefonica presso l´abitazione della madre di Paolo Borsellino, sono perfettamente convergenti e coincidono cronologicamente con le fasi in cui Borsellino stava assumendo le dichiarazioni di Gaspare Mutolo. Mutolo ha dato in piú fasi delle dichiarazioni a Borsellino che questi ha progressivamente verbalizzato. In un´occasione, mi ricordo quello che mi fu detto dai familiari, Borsellino, tornando da un interrogatorio di Mutolo pochi giorni prima di essere ucciso, aveva pure vomitato tanto era sconvolto delle cose che Mutolo gli aveva detto. Io ritengo che proprio in questa fase si siano innescati il pericolo e la preoccupazione di qualcuno che il lavoro di Borsellino portasse a risultati che potevano essere micidiali non solo per Cosa Nostra, ma anche per chi con Cosa Nostra a Palermo aveva convissuto per tanti anni. Ed é lí che si innesta il progetto stragista".
Il dott. Genchi ricostruisce alcuni fatti immediatamente successivi all´esplosione ed in particolare i contatti telefonici intercorsi tra alcuni soggetti che molto probabilmente si sono scambiati informazioni nel giro di pochi minuti informazioni su quanto avvenuto in via D´Amelio.
G. Genchi: "L´esplosione e´ avvenuta alle 16.58 e 20 secondi. Noi rinveniamo dei contatti telefonici nei secondi e nei minuti immediatamente successivi fra cellulari che eseguono delle chiamate e ne ricevono delle altre: probabilmente qualcuno é informato di quello che é avvenuto in via D´Amelio molto prima di quanto non lo fossero state le forze di polizia che a distanza di 10-15 minuti dopo l´esplosione ancora continuavano a dare comunicazioni varie nelle diverse centrali operative di un incendio e di un´esplosione in zona fiera. Chi invece ha avuto comunicazione prima di quanto non l´abbiano avuta le forze di polizia non poteva che averla avuta da coloro che avevano eseguito l´attentato".
In merito al luogo da dove é stato azionato il telecomando che ha innescato l´esplosione il dott. Genchi afferma: "Chi ha premuto il telecomando lo ha fatto non solo sapendo che il giudice stava andando a casa dalla madre ma anche che doveva necessariamente avere la visuale diretta del luogo dell´attentato. In ogni punto nell´area di via D´Amelio o delle vie limitrofe o delle vie da cui si aveva la visuale diretta (su via D´Amelio, ndr) noi abbiamo trovato, anche nel palazzo piú distante, le finestre e gli infissi sventrati all´interno. Quindi chiunque si fosse posto in uno di questi luoghi ad avere la visuale diretta e premere il telecomando, sarebbe stato travolto dall´onda d´urto che ha devastato tutto. Ecco quindi che noi abbiamo guardato al crinale di monte Pellegrino perché il crinale con i suoi percorsi ed i suoi punti di vedetta era il luogo ideale perché ad occhio nudo o con un binocolo di modeste dimensioni si poteva avere in copertura totale da parte di chi andava ad eseguire l´attentato la visuale diretta del luogo della strage. Della strage di via D´Amelio si sa molto poco perché probabilmente non é solo Cosa Nostra che deve spiegare come questa strage é avvenuta ma probabilmente ci sono soggetti non facenti parte direttamente a Cosa Nostra che ancora non sono venuti fuori a spiegarci e dirci non solo come e perché é stato ammazzato Paolo Borsellino (posto che questo possiamo capirlo benissimo) ma come e chi e da dove é stato fatto l´attentato".
Infine in merito alla sparizione dell´agenda rossa di Paolo Borsellino il dott. Genchi afferma: "Puó darsi che qualcuno con quell´agenda si sia fatta la polizza assicurativa per sé ed oggi continui a vendere polizze assicurative ad altri che, probabilmente, trovandosi scritti in quell´agenda rossa, hanno fatto chissa´ quali grandi carriere e quali grandi fortune".
"Della strage di via D´Amelio si sa molto poco" afferma il dott. Genchi. Permangono infatti forti zone d´ombra sia sulla fase esecutiva dell´attentato che sugli avvenimenti inerenti le ultime settimane di vita del dott. Paolo Borsellino. Ciononostante nelle sentenze definitive della Magistratura ed in particolare nella sentenza BORSELLINO BIS e nel lavoro svolto da magistrati ed investigatori sono giá raccolti numerosi e concreti elementi che indicano con chiarezza in quale direzione le indagini devono puntare per fare piena luce sulla strage. Sulla base della sentenza definitiva BORSELLINO BIS la procura di Caltanissetta ha ripreso nel 2003 le indagini su mandanti ed esecutori della strage esterni a Cosa Nostra, partendo proprio dalle dichiarazioni del dott. Genchi. "Rispondendo ad apposita delega la DIA di Caltanissetta procedeva a escutere nuovamente il Genchi, ed individuava un cospicuo raggio di attività investigative aventi ad oggetto organismi e persone che potevano contare sulla disponibilità dei locali di Castello Utveggio" (13 anni da via D´Amelio - Le nuove piste, Andrea Cinquegrani, LA VOCE DELLA CAMPANIA, luglio 2005). L´inchiesta veniva archiviata il 14 maggio 2005 dal GIP di Caltanissetta Giovanbattista Tona perché gli elementi raccolti dagli inquirenti a carico degli indagati (tra cul il dott. Bruno Contrada) non venivano ritenuti sufficienti per sostenere una richiesta di rinvio a giudizio.
É altamente probabile che gli ostacoli frapposti nel 1992 da alcuni membri e dai vertici dell´amministrazione del ministero dell´interno al lavoro del dott. Genchi e del dott. La Barbera insieme ad alcune infelici scelte investigative del pool di magistrati applicati alla strage di Via D´Amelio abbiano determinato forti carenze investigative che hanno pesantemente influito sugli sviluppi della vicenda processuale.
Il sostituto procuratore di Caltanissetta Luca Tescaroli, titolare dal luglio 1998 alla fine del 2001 delle indagini sui mandanti ed esecutori della strage di via D´Amelio, incontró analoghe difficoltá e resistenze nel condurre le indagini. Tescaroli chiese ed ottenne nel 2001 il trasferimento presso la procura di Roma affermando come a Caltanissetta "non vi fossero piú le condizioni per continuare a lavorare" (Tescaroli: "Ma Brusca e Cancemi non si contraddicevano", Giovanni Bianconi, CORRIERE DELLA SERA, 27 marzo 2001). Nell´inchiesta condotta da Tescaroli figuravano indagati gli on. Silvio Berlusconi e Marcello Dell´Utri la cui posizione fu archiviata il 3 maggio 2002 dal GIP Giovanbattista Tona.
Gli investigatori indipendenti che hanno provato ad andare oltre il livello degli esecutori della strage di via D´Amelio affiliati a Cosa Nostra si sono trovati di fronte ad "un limite insormontabile" nella comprensione dei fatti. Ma questo limite non deriva da mancanza di elementi d´indagine, quanto piuttosto da un´azione di contrasto allo sviluppo delle inchieste condotta da soggetti appartenenti alle Istituzioni che evidentemente agiscono per confinare le responsabilitá degli autori della strage all´orbita della sola Cosa Nostra. Il dott. Gioacchino Genchi ha dimostrato per tabulas come gli uomini di Cosa Nostra non abbiano agito da soli nella pianificazione ed esecuzione della strage ed i risultati investigativi del suo lavoro indicano con chiarezza in quale direzione nuove ed ulteriori indagini devono essere sviluppate per fare piena chiarezza su quanto accaduto in via D´Amelio a Palermo il 19 luglio 1992. Fino a quando i responsabili politici e materiali di questa strategia del tritolo non verranno messi di fronte alle loro responsabilitá, i pilastri della cosiddetta "seconda repubblica" rimarranno affondati del sangue e le Istituzioni saranno occupate da individui che hanno costruito le loro fortune sul ricatto. Le conseguenze le tocchiamo con mano nella nostra vita di tutti i giorni.
Veduta area di Castelbuono (Palermo), il paese natale di Gioacchino Genchi (Fonte immagine: lorca56)
(vedi anche: http://www.comune.castelbuono.pa.it/ e http://castelbuono.org/)
a) L´audizione integrale del dott. Genchi al processo d´appello BORSELLINO BIS (23 maggio 2001): parte prima (Radio Radicale, 3 giugno 2001) e parte seconda (Radio Radicale, 5 giugno 2001).
b) Sentenza d´appello BORSELLINO BIS emessa dalla Corte di Assise di Appello di Caltanissetta presieduta dal dott. Francesco Caruso il 18 marzo 2002.
c) Sentenza di Cassazione BORSELLINO BIS emessa dalla Quinta Sezione della Corte di Cassazione presieduta dal dott. Bruno Foscarini il 3 luglio 2003.
La pista del Castello Utveggio
Castello con vista su strage, Enrico Deaglio, DIARIO, 15 dicembre 2000:
"Ma fin dall’inizio si installò (presso il castello Utveggio, ndr) anche qualcun altro. Un piccolo nucleo del Sisde, il servizio segreto civile, assolutamente riservato e dotato delle migliori attrezzature per osservare e ascoltare, dall’alto del monte, la città che sotto, intanto, si stava scannando. Erano uomini di fiducia degli ex Alti Commissari, un misto di civili, carabinieri e poliziotti. Avevano ponti radio, apparecchiature molto sofisticate di controllo delle comunicazioni e un sistema telefonico predisposto per centinaia di circuiti fissi, una specie di mega centralino in grado di smistare le chiamate di una piccola città"... Informazioni sul dott. Gioacchino Genchi
a) Il sito del dott. Genchi
b) L´uomo dei telefoni, Gianni Barbacetto, Il Venerdí de La Repubblica, 2 novembre 2007:
Gioacchino Genchi, il consulente delle procure che lavora sui tabulati telefonici. L'uomo che Mastella ha chiamato "Licio Genchi". L'ultima consulenza gliel'hanno strappata: quella sull'inchiesta tolta al pm di Catanzaro Luigi De Magistris...
c) Intervista di Silvia Terribili (RADIO ONDA ITALIANA) al dott. Genchi (13 gennaio 2008):
"Oggi non c´é stato bisogno di piazzare una macchina con l´esplosivo davanti a casa del dott. De Magistris per farlo saltare in aria: é bastato un colpo di penna e gli hanno avocato le indagini piú importanti che stava facendo".
[1] §TESTE GENCHI§: - "Il SISDE. Ha chiaramente smentito all'inizio questa ipotesi che quei soggetti fossero ancora appartenenti, diciamo, ufficialmente alla struttura. Sta di fatto che nel giro di pochi giorni da che si avviano le indagini, siamo nel dicembre del '92, questi da li' smontano, proprio mentre noi stavamo facendo l'indagine, e se ne vanno. E li' c'erano degli insediamenti e delle apparecchiature SIELTE, della stessa azienda presso cui lavorava lo Scotto, che comunque era un semplice operaio, insomma..."
[2] §TESTE GENCHI: "Una piena e completa compatibilita' in quanto nella previsione, ripeto, previsione e prospettazione investigativa che io e gli altri ci eravamo fatti, era quella di un operatore che a semplice richiesta di qualcuno esegue un servizio, un'attivita' sicuramente illecita, senza sapere il per chi, il per come e il per dove questa attivita' potesse e dovesse servire. Perche', veda, realizzato il circuito, e questo e' un dato oggettivo che fino ad ora non e' emerso, perche' questa domanda non mi e' stata fatta e io colgo l'occasione della sua per rispondere, la predisposizione del circuito e il collegamento, la predisposizione del collegamento o l'attuazione modale di questa tecnica illecita, non necessita assolutamente di interventi preventivi, successivi; non e' che si guasta o non funziona piu' o occorre sapere per come si usa, per come serve, quando serve. Anzi, aggiungo che talune anomalie, per quelle che sono state rilevate e considerate dalla acquisizione investigativa fatta in fase di consulenza, mi portano a ritenere improbabile che la generazione di queste anomalie fosse opera di un tecnico, sia pure non professionista e non qualificato quale poteva essere lo Scotto, perche' anche lo Scotto, per quello che era il suo (renge), diciamo, di professionalita' che ha manifestato nei lunghi anni di servizio presso la SIELTE, certamente sapeva a quali inconvenienti si sarebbe dato luogo chiamando o non chiamando, alzando o abbassando. Cioe', questa e' opinione comune e, diciamo, nozione comune di qualunque tecnico, anche il piu' mediocre, nel realizzare l'impianto quali sono le anomalie; persino la mamma che sta ascoltando la figlia che parla col fidanzato dalla camera da letto, alza e riposa il telefono con molta attenzione per evitare di fargli sentire il colpo del gancio e dello sgancio, che allarmerebbe la figliola che sta parlando col fidanzatino. Quindi, l'esempio non so se puo', diciamo, servire per dimostrare come nella previsione, ripeto, solo a livello di prospettazione investigativa che io mi ero fatto, ritenevo assolutamente isolato e circoscritto l'operato e l'intervento dello Scotto a quel... a quell'attivazione... PRESIDENTE: - A quell'attivazione.
TESTE GENCHI: - ... fatta e richiesta non so da chi e per quali fini.
PRESIDENTE: - L'ascolto sarebbe stato fatto da altri quindi.
TESTE GENCHI: - Sicuramente, secondo me, da altri. Perche', veda, un tecnico avrebbe certamente fatto il modo di ovviare, avrebbe installato, ad esempio, una scatoletta con un registratore che si attiva automaticamente al rialzo del telefono senza determinare tutti questi problemi sulla linea, del costo di quaranta mila lire, che vendono su tutte le riviste, che si puo' ordinare da qualunque Postal Market, (Dimail), etc. E' una specie di bipresa, che si collega ad un registratore, del costo di quaranta - quarantacinque mila lire. PRESIDENTE: - Quindi, l'ascolto e' fatto da non specialisti, da non esperti.
TESTE GENCHI: - Si sono verificate delle attivita' e delle operazioni nel corso dell'ascolto che hanno dimostrato una eventuale, ove vi fosse stata una intercettazione, non qualificata professionalita', ecco, da parte degli ascoltatori. Non c'e' un momento... secondo me, il livello di tecnicismo, di professionalita' di chi ha potuto realizzare il circuito clandestino e' sicuramente superiore di chi poi ha utilizzato materialmente il circuito telefonico.
E questo mi pare che emerga, io l'ho sottolineato nelle... non so in che termini e in che modo, ma questa e' una condizione...
PRESIDENTE: - Senta, allora...
TESTE GENCHI: - ... di cui ero gia' certo sin dal 1992.
[3] A titolo esemplificativo il dr. Genchi ha ricordato gli ostacoli che gli furono frapposti per non compiere o per non depositare la consulenza sulla decodifica dell’agenda informatica di Giovanni Falcone che era stata cancellata e dalla quale emergeva ad esempio l’incontro segreto che Falcone aveva avuto con Mutolo nel carcere di Spoleto nell’inverno del 1991, incontro di cui Cosa nostra era stata messa al corrente da non identificate gole profonde, se è vero che una delle ragioni che Riina portava contro Falcone era che lo stesso continuava ad indagare pure stando al ministero a Roma. Informazione tecnicamente falsa ma che era stata evidentemente “tradotta” per Salvatore Riina da qualcuno che sapeva quali corde sensibili toccare nella sua mente. Attachments:
Consulenza tecnica - dott Genchi 160-B-92 prima parte.pdf[ ]24/09/2008 09:34
Consulenza tecnica - dott Genchi 160-B-92 seconda parte.pdf[ ]06/09/2008 16:09
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