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Timestamp: 2019-10-21 03:10:56+00:00

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Lavoratori autonomi e imprese familiari nei cantieri edili 8/9 - dimensionegeometra.it
Lavoratori autonomi e imprese familiari nei cantieri edili 8/9
Parte 8^
- L’impresa familiare: orientamenti giurisprudenziali
La posizione prevalente di una impresa familiare, assimilabile per alcuni aspetti ad un insieme di lavoratori autonomi, sta lasciando campo in giurisprudenza a una idea diversa: quella che comunque il titolare è assimilabile ad un datore di lavoro e che in quanto tale è tenuto alla tutela piena dei suoi collaboratori familiari. Vediamo come e perché.
Impresa familiare e giurisprudenza: fra chiarezza e …. nuovi dubbi
1° quesito: in caso di infortunio sul lavoro o di malattia professionale del collaboratore familiare quali sono le responsabilità del titolare?
La lettura del d.lgs 81/2008 rimanda ad una risposta che la dottrina ha spesso condiviso: “l’impresa familiare è caratterizzata dall’assenza di subordinazione tra i componenti e di una posizione di garanzia di uno di essi nei confronti degli altri”. Non è perciò possibile individuare in essa un datore di lavoro. Tesi confermata dal Ministero del Lavoro nella faq del 29.11.2010, ove si afferma che “…. nel caso di impresa familiare il titolare della stessa non verrà ad assumere la veste di datore di lavoro e, pertanto, non soggiacerà a tutti gli obblighi previsti dal T.U. in materia”.
Ma cosa può intendere il Ministero quando ci comunica che il titolare “… non soggiacerà a tutti gli obblighi previsti dal T.U. in materia”? Quali sono gli obblighi residui?
La risposta più autorevole è maturata nella giurisprudenza. Utili allo scopo le pronunce della Cassazione Penale n° 38346/2015 (peraltro riguardante un caso accaduto in provincia di Udine) e Cassazione Civile n° 20406/2017; dispositivi che si consiglia leggere per intero poiché in esse viene svolta una ricognizione normativa, esaminato l’istituto dell’impresa familiare, fornita una definitiva(?) chiave di lettura sui componenti e sul titolare che sicuramente influenzerà il proseguo del dibattito sul tema.
Per dovere di sintesi mi limiterò a esporre i contenuti della sentenza della Suprema Corte – Sezione Civile del Lavoro – del 2017, riguardante la morte di un collaboratore familiare avvenuta nel 2005 a seguito di caduta in un magazzino da una altezza di circa 6 metri.
Riguardo al fatto il titolare della impresa familiare, coniuge del deceduto, aveva richiesto a proprio favore la corresponsione della “rendita ai superstiti per infortunio sul lavoro”; di converso l’INAIL, imputandogli la responsabilità dell’infortunio, ha agito nei suoi confronti in via di rivalsa ex artt. 10 e 11 del dpr 1124/1965 per un esborso corrispondente all’importo della rendita.
La Corte d’Appello di Venezia con sentenza n° 417/2011 aveva condannato reciprocamente le due parti.
Il titolare dell’impresa familiare ha quindi proposto ricorso per Cassazione, motivando le sue ragioni principalmente sull’insussistenza, per il caso in specie, di un rapporto di lavoro subordinato, che è presupposto della responsabilità civile richiesta dall’azione di rivalsa, rapporto da intendersi per contro come collaborazione interna ad impresa familiare.
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, riconoscendogli il diritto alla rendita ma obbligandolo contestualmente alla compensazione con quanto richiesto dall’INAIL a titolo di rivalsa.
L’impresa familiare, introdotta nel Codice Civile all’art. 230-bis, appartiene solo al suo titolare che assume la qualifica di imprenditore e con essa i poteri di gestione e di organizzazione del lavoro (vedi Cassazione Civile 7223/2004 e 9897/2003).
I familiari che partecipano all’impresa prestando la propria opera manuale (o assimilabile) anche al di fuori di un reale rapporto di lavoro subordinato o societario, sono assicurati obbligatoriamente (vedi Corte Costituzionale 476/1987).
Per l’individuazione di un datore di lavoro sotto il profilo degli obblighi di sicurezza, va posto accento sulla responsabilità dell’impresa e sull’esistenza di poteri decisionali (e con essi di spesa), e non tanto sulla titolarità del rapporto di lavoro (vedi Cassazione 34995/2007) che nella fattispecie, abbiamo visto, non ha i caratteri della subordinazione.
I poteri di organizzazione e gestione impongono simmetricamente il dovere di predisporre le necessarie misure di tutela a favore dei collaboratori che prestano attività soggetta a rischio assicurabile, determinando dirette responsabilità in caso di infortunio, ove si provi che il titolare sia venuto meno agli obblighi di sicurezza previsti dalla normativa.
Quanto esposto determina quindi la responsabilità del titolare sull’applicazione nei confronti dei collaboratori familiari di quanto introdotto dall’art. 3, comma 12, del T.U., di cui si è già parlato nella prima parte del paragrafo.
Comma ove si prevede che le misure di tutela per i collaboratori ex art. 230-bis del C.C. siano quelle dell’articolo 21 del d.lgs 81/2008, finalizzate in primis all’impiego in sicurezza delle attrezzature di lavoro e al corretto uso dei dispositivi di protezione individuale.
L’orientamento è chiaro, ma è orientamento che prospetta comunque a noi, comuni applicatori di misure e normative, nuove domande, e fra queste una omnicomprensiva, forse giuridicamente ingenua ma forse non banale:
se il titolare dell’impresa familiare che esercita i poteri decisionali è per tale motivo un datore di lavoro, perché le misure a favore dei collaboratori vanno individuate nel solo articolo 21 e non in modo “integrale” nell’intero corpo normativo della tutela della salute e sicurezza sul lavoro ?
2° quesito: l’impresa familiare che opera nel cantiere edile deve redigere il Piano Operativo di Sicurezza - POS. Trattasi di una responsabilità d’insieme?
In questo caso è la pronuncia della Cassazione Penale n° 38346/2015 a fornire un quadro chiarificatore.
Come per il primo quesito la pronuncia ribalta la dottrina fino ad allora dominante, con la quale si riteneva la redazione del POS come un obbligo d’insieme dell’impresa.
La sentenza soprarichiamata anticipa diverse considerazioni sull’istituto dell’impresa familiare, riprese poi dalla sentenza di cui si è parlato nel quesito precedente, dedicando però un ampio spazio agli obblighi di redazione del POS.
Anche in questo caso, legato ad un grave infortunio, la disputa di fondo è legata all’individuazione del soggetto obbligato alla tutela dei componenti dell’impresa familiare e nella fattispecie all’obbligo di redazione del documento cardine della sicurezza nel cantiere previsto dall’art. 96, c. 1, lett. g) del d.lgs 81/2008.
Ebbene, le conclusioni della sentenza della Corte si fondano su un principio basilare, cioè sulla “ ….. relazione di fatto che si instaura tra chi gestisce il rischio derivante dal lavoro e chi ad esso vi è esposto.”
Principio che non permette di sfumare la responsabilità della redazione del POS su un piano “collettivo”, distribuendola indistintamente su tutti i componenti dell’impresa familiare.
Spiega infatti la sentenza come sia lo stesso d.lgs 81/2008 a chiarirci il quadro, ricordandoci che a redigere il POS sono tenuti i datori di lavoro delle imprese affidatarie ed esecutrici (rif. art. 96), e come sia pertanto necessario ricondursi nell’esame alla definizione di datore.
Preso atto quindi che l’art. 2, lett. b) parla del datore di lavoro come del “… soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa.” è possibile individuare simile figura nel componente dell’impresa familiare che detiene il potere di decidere e di spendere: è a lui, perciò, che farà capo l’obbligo di redigere il POS e l’assunzione delle conseguenti responsabilità.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 230
 articolo 21
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 96