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domenica 27 ottobre 2013 21:38
E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 247 del 21.10.2013 il l'Avviso del Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare relativo al bando pubblico per l'attribuzione di contributi economici a comuni per la selezione di progetti di riduzione e prevenzione della produzione dei rifiuti, di raccolta differenziata e riciclaggio. Sul sito del ministero, www.minambiente.it, è disponibile tutta la documentazione: il testo integrale del bando ("Bando pubblico per l’attribuzione di contributi economici a Comuni per la selezione di progetti di riduzione e prevenzione della produzione dei rifiuti, di raccolta differenziata e riciclaggio"), il modulo di richiesta del contributo e il decreto del ministro dell’Ambiente che definisce i criteri di ripartizione del Fondo per la promozione degli interventi di riduzione e prevenzione della produzione dei rifiuti e per lo sviluppo di nuove tecnologie di riciclaggio. Il ministero rende noto che le risorse finanziarie disponibili ammontano a quasi 7 milioni di euro. Al bando sono ammessi a partecipare i Comuni italiani delle Regioni al centro di procedure di infrazione o di condanna da parte della Corte di giustizia europea per aver violato la normativa comunitaria sui rifiuti i cui Consigli comunali, alla data di scadenza della presentazione della domanda, risultino sciolti con decreto del Presidente della Repubblica a causa di collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o simile. Ogni Comune può presentare soltanto una richiesta di contributo, che deve essere fatta compilando esclusivamente il modulo scaricabile dal sito del ministero dell’Ambiente, al quale deve essere allegata la documentazione indicata. Le domande devono essere inviate al ministero entro 30 giorni dalla data di pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Una Commissione creata ad hoc dal Direttore generale per la tutela del territorio e delle risorse idriche valuterà le richieste pervenute e stilerà una graduatoria, che sarà poi pubblicata sul sito del ministero. Per accedere al testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale cliccare su "Accedi al Provvedimento".
La Cassa Depositi e Prestiti con apposito avviso del 22.10.2013 rammenta agli Enti Locali che l’Atto modificativo del Contratto di Anticipazione di cui all’articolo 13, comma 2 del D.L. 31 agosto 2013, sottoscritto da CDP per accettazione, deve essere successivamente acquisito da CDP in originale e in duplice esemplare.
domenica 20 ottobre 2013 21:22
L'Agenzia per l'Italia Digitale rende noto che la Regione Lombardia e la Regione Veneto hanno avviato la sperimentazione delle procedure di riscossione offerte dal Nodo dei Pagamenti SPC previste dall’articolo 5 del Codice dell'amministrazione digitale. Quanto avviato in via sperimentale dalle due Regioni dovrà essere realizzato obbligatoriamente da tutte le altre amministrazioni a seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale delle Linee guida sui pagamenti elettronici. Lombardia e Veneto hanno, quindi, anticipano i tempi confermando il loro impegno nell’introduzione di servizi innovativi per cittadini e imprese.
Ai sensi dell’art. 91 c.p.c., il giudice quando emette la sentenza nel processo civile condanna la parte soccombente a rimborsare le spese processuali assieme agli onorari per la difesa liquidati nella stessa sentenza, in base al principio della soccombenza. Al momento della liquidazione il giudice può escludere dal rimborso le spese ritenute eccessive o superflue come prevede l’art. 92 del c.p.c. Si possono intendere eccessive quelle sostenute per due o più avvocati quando la causa non presenta particolari difficoltà, e superflue quelle che riguardano un numero elevato di consultazioni del cliente con il difensore. L’art. 92 citato conferisce al giudice un ampio potere dispositivo per le spese processuali, tanto che può compensarle tra le parti fermo restando che il suo esercizio deve essere necessariamente motivato in maniera esplicita ovvero sulla scorta di quanto emerge dall’intera pronuncia (Cass. civ., n. 23993/2007). Per quanto riguarda i giudizi contabili, il regolamento delle spese trova disciplina nell’art. 3, comma 2-bis del D.L. n. 543/1996 per il quale "in caso di definitivo proscioglimento ai sensi di quanto previsto dal comma 1 dell’art. 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, come modificato dal comma 1 del presente articolo, le spese legali sostenute dai soggetti sottoposti al giudizio della Corte dei conti sono rimborsate dall’amministrazione di appartenenza". Il proscioglimento ai sensi di quanto previsto dall’art. 1, della legge n. 20 del 1994 comporta l’esclusione a carico del convenuto dell’elemento del dolo o della colpa grave in relazione ai fatti oggetto del giudizio. La norma fissando il principio generale del rimborso in caso di proscioglimento definitivo non ne aveva però previsto le modalità di attuazione che sono state successivamente oggetto di disciplina da parte dell’art. 10-bis, comma 10 del D.L. n. 203 del 2005, a sua volta integrato dall’art. 17, comma 30-quinquies del D.L. n. 78 del 2009 che ha escluso la compensazione delle spese di giudizio in caso di proscioglimento nel merito. Pertanto, sulla base della norma interpretativa, in caso di proscioglimento definitivo - che quindi accerti la mancanza di dolo o colpa grave - il giudice contabile, esclusa ogni compensazione delle spese di giudizio, liquida l’ammontare degli onorari e dei diritti spettanti alla difesa del prosciolto. Nello specifico, nel momento in cui l’interpretazione della norma del 1996 esclude dalla compensazione le spese di giudizio, queste vanno addebitate alla parte soccombente. Va comunque escluso che dette spese possano gravare in qualche modo sulla procura della Corte (nel caso di soccombenza di quest’ultima) in quanto essa agisce non in rappresentanza dell’amministrazione ma nell’adempimento di un suo dovere impostogli dalla legge (Corte conti, III appello, n. 205/2010). Il giudice contabile procede, quindi, alla liquidazione delle spese legali anche in assenza del deposito di cui all’art. 75 delle disposizioni di attuazione del c.p.c., fermo restando il parere di congruità dell’Avvocatura dello Stato da esprimere sulla richiesta di rimborso avanzata all’amministrazione di appartenenza. Le spese legali sostenute dalla parte convenuta e poi prosciolta, per l’attività difensiva svolta dai patrocinanti nei giudizi di responsabilità avanti la Corte dei conti, non sono liquidabili dal giudice "a piè di lista" sulla base della nota spese, ma soggiacciono ad un giudizio di congruità ed adeguatezza ai fini della loro concreta determinazione (I appello, n. 428/2008). Sempre la citata sentenza rileva che nel conseguente rapporto tra amministrazione e prosciolto ai fini del rimborso, ferma restando la liquidazione giudiziale, il parere dell’Avvocatura erariale si concreta in una mera verifica di rispondenza della richiesta di rimborso alla liquidazione del Giudice, nonché di congruità di eventuali spese legali aggiuntive correlate all’attuazione della pronuncia. Negli stessi termini si è espressa la Cassazione - ss.uu., sent. n. 6996 del 2010 – secondo la quale la sentenza di proscioglimento nel merito costituisce il presupposto di un credito attribuito dalla legge e che il giudice contabile è chiamato a quantificare, salva la definitiva determinazione del suo ammontare da compiersi, su parere dell’Avvocatura dello Stato, con provvedimento dell’amministrazione di appartenenza. Sulla base della suddetta ricostruzione del quadro normativo e giurisprudenziale, la Corte dei Conti nel giudizio in esame, fa discendere che incontestabilmente compete al solo giudice contabile disporre in tema di liquidazione delle spese in favore del dipendente assolto nel merito innanzi alla Corte dei conti. La norma di cui al citato art. 10, comma 10 bis, e la giurisprudenza sul tema non lasciano spazio ad altra interpretazione. Nella fattispecie in esame, quindi, l’amministrazione sanitaria – e, per essa, i convenuti - avrebbe dovuto liquidare solo il quantum determinato dal giudice contabile senza in alcun modo dare seguito a rimborsi ulteriori, risultanti dalle parcelle dell’avvocato dei dipendenti assolti. In altri termini, tutto ciò che risulta essere stato erogato ai dipendenti assolti oltre all’importo liquidato in sentenza, in quanto esborso non giustificato, costituisce danno erariale perché somma illegittimamente erogata dai convenuti con grave colpa. Concordando con la Procura, ritiene il collegio che e, di fronte alla presentazione all'amministrazione di una parcella difforme rispetto a quanto stabilito in sentenza, il dipendente non può ottenere l'integrale rimborso della stessa, restando a suo carico la parte di spese che, eventualmente, il suo difensore abbia a pretendere. D'altra parte, il giudice contabile ha tutti gli strumenti per valutare la congruità della parcella richiesta dall'avvocato in quanto, ai sensi dell'art. 75 c.p.c., il difensore, al momento del passaggio in decisione della causa, deve presentare la nota della spese, e può quindi stabilire con ragione l'importo delle spese che saranno a carico dell'amministrazione, eventualmente anche disponendo il rimborso integrale delle stesse, qualora ne ricorrano i presupposti. Ne deriva, altresì, che l’amministrazione di appartenenza dell’assolto dovrà eseguire la sentenza e liquidare tali spese cosi come sono state liquidate dalla Corte, senza poter entrare nel merito e senza rimborsare anche eventuali altre spese fatturate dal legale di parte.
La Sesta Sezione del Consiglio di Stato ha accolto l'appello proposto dall'Autorità Portuale di Genova rilevando che la legge 28 gennaio 1994, n. 84 (Riordino della legislazione in materia portuale), prevede, all’art. 5, comma 8, le modalità di finanziamento delle opere portuali, stabilendo che: i) spetta allo Stato l’onere «per la realizzazione delle opere» nei porti finalizzati alla difesa e alla sicurezza dello Stato (categoria I) nonché «per la realizzazione delle opere di grande infrastrutturazione» nei porti di rilevanza economica internazionale (categoria II, classi I e II); ii) le Regioni, il Comune interessato o l’Autorità portuale possono comunque intervenire con proprie risorse, in concorso o in sostituzione dello Stato, per la realizzazione delle opere di grande infrastrutturazione nei porti da ultimo indicati; iii) spetta alla Regione o alle Regioni interessate l'onere per la realizzazione delle opere di grande infrastrutturazione nei porti di rilevanza economica nazionale (categoria II, classe III); iv) «le autorità portuali, a copertura dei costi sostenuti per le opere da esse stesse realizzate, possono imporre soprattasse a carico delle merci imbarcate o sbarcate, oppure aumentare l’entità dei canoni di concessione» (corsivi aggiunti).I successivi commi 8 e 9 dell’art. 5 prevedono, rispettivamente, che:- «sono considerate opere di grande infrastrutturazione le costruzioni di canali marittimi, di dighe foranee di difesa, di darsene, di bacini e di banchine attrezzate, nonché l'escavazione e l’approfondimento dei fondali (…)»;- «il Ministro dei trasporti e della navigazione, sulla base delle proposte contenute nei piani operativi triennali predisposti dalle autorità portuali (…) individua annualmente le opere di cui al comma 9 del presente articolo, da realizzare nei porti di cui alla categoria II, classi I e II».Le norme sopra riportate devono essere così interpretate:- l’Autorità portuale, nell’ambito delle proprie competenze, per "tutte" le opere «realizzate» può ricorrere alle modalità di finanziamento sopra indicate;- l’espressione «realizzate» deve essere intesa, in linea con la ratio della norma che è quella di consentire il reperimento di risorse finanziarie per attuare gli interventi dalla stessa previsti, nel senso che deve trattarsi di opere che l’Autorità ha intenzione di realizzare mediante l’adozione dello specifico atto programmatorio rappresentato dai piani operativi triennali;- le specifiche modalità procedimentali previsti dal comma 10, che contemplano un atto del Ministero, operano soltanto in presenza di «opere di grande infrastrutturazione» da realizzare nei porti di rilevanza economica internazionale.Nella fattispecie in esame risulta che l’Autorità ha osservato le regole poste dalla norma riportata. Infatti, la delibera impugnata:- ha indicato le opere da realizzare (interventi infrastrutturali sulle aree comuni; dragaggio dei fondali del bacino di Sampierdarena; interventi di security e informatizzazione varchi portuali; collegamenti fognari; interventi di apertura a ponente del bacino di Sampierdarena);- ha richiamato, per le ulteriori specificazioni, i «contenuti del piano operativo triennale 2003-2005 approvato dal comitato portuale nella seduta del 13 dicembre 2002».Da quanto esposto risulta chiaramente come sia stato rispettato quanto previsto dalla legge di disciplina della materia. Né varrebbe obiettare, come fa la società, nei propri scritti difensivi, che le opere non sono state realizzate, che le stesse non sarebbero poste a servizio dell’attività della società stessa e che non sarebbero stati previsti i costi delle opere e la misura concreta della tassa. Sul punto, infatti, è sufficiente rilevare che la norma, come già sottolineato, impone soltanto la programmazione degli interventi. Le questioni poste dalla società attengono alla diversa fase di attuazione degli interventi stessi che esula da questo giudizio e, più, in generale, dalla giurisdizione del giudice amministrativo. Con un secondo motivo, l’appellante assume l’erroneità della sentenza nella parte in cui ha ritenuto che l’Autorità non avrebbe indicato le ragioni della preferenza della soprattassa rispetto all’aumento dei canoni concessori, rinviando l’approfondimento di questo aspetto a successivi atto istruttori non adottati. Sul punto, l’appellante deduce che la delibera impugnata conterrebbe una espressa motivazione sul punto e che il rinvio operato riguarderebbe esclusivamente la scelta relativa al mezzo di finanziamento più idoneo da utilizzare per due categorie, individuate nei «passeggeri» e nella «nautica da diporto».Anche tale motivo è stato ritenuto fondato dal Collegio. L’art. 5, comma 8, sopra riportato, dispone che «le autorità portuali, a copertura dei costi sostenuti per le opere da esse stesse realizzate, possono imporre soprattasse a carico delle merci imbarcate o sbarcate, oppure aumentare l’entità dei canoni di concessione».La norma attribuisce un potere di scelta all’Autorità, nell’esercizio dei propri poteri discrezionali e senza predeterminazione di criteri legali. Non è, pertanto, sindacabile sul punto la scelta effettuata in quanto tale.In ogni caso, anche a volere prescindere da questo aspetto, la delibera impugnata contiene una motivazione espressa in ordine all’opzione fatta. In essa, infatti, si legge che «le opere previste si caratterizzano per un’utilità comune che se da un lato rende inefficiente un criterio ispirato all’individuazione di specifici utenti su cui rivalersi in ragione del principio, sancito a livello comunitario, del "chi usa paga", dall’altro lato non può gravare in termini di costi direttamente e totalmente a bilancio dell’Autorità portuale».Si aggiunge che «gli interventi proposti possono essere assimilati alla realizzazione di beni rientranti nella categoria dei beni pubblici, poste le caratteristiche di non rivalità del consumo e di non escludibilità (…) dei benefici in capo ai diversi utenti, fattori che oltre a demandare al settore pubblico la produzione dei beni in questione inducono una copertura dei costi attraverso meccanismi diversi dai prezzi e riferibili principalmente ai prelievi di tipo obbligatorio» (pag. 3).Nel prosieguo della motivazione della delibera si legge, infatti, che: «se gli investimenti in banchine, piazzali e più in generale in strutture produttive gestite dalle imprese concessionarie, hanno un ritorno, seppure lento e nel lungo periodo, rappresentate tanto dal pagamento dei canoni demaniali, il costo dei "progetti comuni" deve trovare un adeguato supporto finanziario in una fonte alternativa», quale è la soprattassa (pag. 5).Il riferimento, invece, all’esigenza di effettuare ulteriori approfondimenti istruttori mirati alla scelta tra le due modalità di finanziamento attiene esclusivamente, come si desume sempre dalla lettura della delibera impugnata, alle misure da applicare ai «passeggeri» e alla «nautica da diporto».
domenica 13 ottobre 2013 23:01
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della delibera della Corte dei Conti Sez. delle Autonomie n. 22/2013
martedì 8 ottobre 2013 16:43
Nella sentenza in esame il Consiglio di Stato, in ordine alla richiesta di accesso proposta da un contribuente ai sensi dell'art. 26, d.P.R. n. 602 del 1973, ha ritenuto fondata l'istanza spiegata nei confronti del concessionario della riscossione (nella specie, a fronte del timore dell'esposizione ad una azione di pignoramento presso terzi), finalizzata ad accedere alle cartelle esattoriali ed alle relative intimazioni, assumendo di non avere mai ricevuto le corrispondenti notifiche. L’avvenuto deposito degli estratti di ruolo non sarebbe sufficiente a considerare assolti gli obblighi di accesso richiedendosi la integrale produzione di ciascuna cartella esattoriale con relative notifiche per consentire all’interessato odierno appellante di avere certezza in ordine al complessivo ammontare ed alle relative causali delle pretese fiscali o tributarie a suo nome. Non costituisce giusta ragione del diniego il fatto che si tratti di procedimenti tributari, al fine di escludere il diritto all’accesso, né che la richiesta del contribuente riguardi ben 55 cartelle di pagamento. Sebbene l'art. 24, l. n. 241 del 1990 escluda il diritto d' accesso, tra l'altro, nei procedimenti tributari, per i quali restano ferme le particolari norme che li regolano, è da ritenere che la detta norma debba essere intesa, secondo una lettura della disposizione costituzionalmente orientata, nel senso che la inaccessibilità agli atti di cui trattasi sia temporalmente limitata alla fase di pendenza del procedimento tributario, non rilevandosi esigenze di segretezza nella fase che segue la conclusione del procedimento con l'adozione del procedimento definitivo di accertamento dell'imposta dovuta sulla base degli elementi reddituali che conducono alla quantificazione del tributo. In ragione di ciò deve riconoscersi il diritto di accesso qualora l'Amministrazione abbia concluso il procedimento, con l'emanazione del provvedimento finale e quindi, in via generale, deve ritenersi sussistente il diritto di accedere agli atti di un procedimento tributario ormai concluso. D’altra parte, l’interesse del contribuente alla ostensione degli atti che sono posti a presupposto o propedeutici a procedure di riscossione è riconosciuto anche in via legislativa, ponendo precisi obblighi in capo al concessionario alla riscossione. Ai sensi dell'art. 26 del DPR 29 settembre 1973, n. 602, recante disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito, "il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso del ricevimento ed ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell'amministrazione". L'art. 26 comma 4, d.P.R. 29 settembre 1973 n. 602, nel disporre che il concessionario di esattoria deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso di ricevimento ed ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell'amministrazione, introduce due obblighi per la Società concessionaria: la conservazione per cinque anni; l'obbligo di esibizione a richiesta del contribuente; conseguentemente, dal momento che la cartella esattoriale costituisce presupposto della iscrizione di ipoteca immobiliare, la richiesta di accesso, ai sensi degli artt. 22 ss., l. n. 241 del 1990, alla cartella è strumentale alla tutela dei diritti del contribuente in tutte le forme consentite dall'ordinamento giuridico ritenute più rispondenti ed opportune; la cartella esattoriale deve essere rilasciata, in copia, dalla società concessionaria al contribuente che abbia proposto, o voglia proporre ricorso avverso atti esecutivi iniziati nei suoi confronti. La norma introduce due obblighi per la Società concessionaria: la conservazione per cinque anni; l'obbligo di esibizione – quale forma di accesso speciale - a richiesta del contribuente. Dal momento che la cartella esattoriale costituisce presupposto di procedure esecutive la richiesta di accesso alla cartella è strumentale alla tutela dei diritti del contribuente in tutte le forme consentite dall'ordinamento giuridico ritenute più rispondenti ed opportune essa deve essere rilasciata, in copia, dalla società concessionaria al contribuente che abbia proposto, o voglia proporre ricorso, avverso atti esecutivi iniziati nei suoi confronti. Ritenere (come vorrebbe la società resistente) diversamente implicherebbe, sostanzialmente, introdurre una limitazione all'esercizio della difesa in giudizio del contribuente, o, in ogni caso, rendere estremamente difficoltosa la tutela giurisdizionale del contribuente che dovrebbe impegnarsi in una defatigante ricerca delle copie delle cartelle. La detta limitazione colliderebbe con i principi costituzionale che garantiscono la tutela giurisdizionale, e con il principio, di rango costituzionale, di razionalità. Ciò è sufficiente a sostenere l'azione dell’appellante, il quale, temendo di trovarsi esposto ad una azione di pignoramento da parte del concessionario per la riscossione, ha chiesto di poter accedere alle cartelle esattoriali ed alle relative intimazioni proprio in quanto assume di non avere mai ricevuto le corrispondenti notifiche, aspetto questo che evidenzia in punto di interesse, quale sia la posizione di diritto che il ricorrente possiede in ordine all'accesso medesimo.

References: sentenza 
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 art. 10
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