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Timestamp: 2019-01-19 23:50:46+00:00

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Properzio e la lex Iulia sui matrimoni
Properzio e la lex Iulia sui matrimoni (2, 7)
1. L’elegia 2, 7 di Properzio presenta due ordini di difficoltà: una soggetta a un’annosa questione, l’altra sinora – per quanto mi risulta – non presa in considerazione, o comunque a malapena sfiorata.
La prima questione riguarda la legge adombrata nei primi versi della poesia:
Gavisa es[t][1] certe sublatam Cynthia legem,
“At magnus Caesar”. sed magnus Caesar in armis: 5
quam possem nuptae perdere †more† faces,
respiciens udis prodita luminibus. 10
«Certamente ti sei rallegrata, Cinzia, dell’abrogazione della legge,
per la cui promulgazione un giorno piangemmo a lungo entrambi,
temendo che ci dividesse; sebbene separare due amanti
contro la loro volontà non lo potrebbe lo stesso Giove.
“Ma Cesare è grande”. Cesare è sì grande, ma nelle armi: 5
nulla vale in amore la vittoria su tanti popoli.
Infatti sopporterei che mi staccassero il capo dal busto,
piuttosto che perdere la mia fiamma per... (?) di una legittima sposa,
o passare, marito di un’altra, davanti alla tua porta chiusa,
guardandola con occhi umidi dopo averla tradita»[2]. 10
2. Si è a lungo dibattuto – e si continua a dibattere[3] – circa l’esatto riferimento della legge cui allude il poeta: la communis opinio tra gli studiosi è che si tratti della lex Iulia de maritandis ordinibus del 18 a. C.[4]; ma l’elegia di cui si tratta è certamente anteriore, del 25 circa. Si è dunque tentato di superare questa incongruenza congetturando che qui Properzio alluda «al lungo dibattito che dovette ostacolare per vari anni la promulgazione (o addirittura farne per qualche tempo accantonare il progetto), piuttosto che a vicende legislative vere e proprie»[5]. Riferimenti a questa lex Iulia si trovano in alcuni passi di autori greci e latini: Hor. saec. 17-20; Suet. Aug. 34 (cf. infra, n. 14); Aug. r. gest. 8, 5[6]; D. Cass. 54, 16[7]; Liv. epit. 59, 8-9[8]; etc. Ricordiamo anche, per completezza di trattazione, che questa legge fu più tardi integrata dalla lex Papia Poppaea nuptialis (9 d. C.)[9], insieme alla quale è costantemente citata nelle trattazioni di carattere giuridico.
Tra i vari tentativi di risolvere questa aporia[10], ricordiamo l’ipotesi che si sia trattato di una norma promulgata dai triumviri e successivamente abrogata[11]; oppure di un progetto di legge presentato ma subito ritirato[12]; o, infine, di una vera legge, del 28 a. C.[13].
Questa proposta di legge incontrò comunque forti resistenze da parte dei comizi, e fu approvata soltanto in seguito ad alcune correzioni e alla concessione di una vacatio triennale, seguita da un’altra biennale[14]. Tuttavia, considerato che questa legge era già in vigore nel 17 a. C. – come risulta inequivocabilmente dal SC. de ludis saecularibus di quell’anno[15] –, le notizie riferite da Svetonio (Aug. 34, cit. alla n. 14), che ne abbassano la datazione verso il 4 d. C., sembrano doversi riferire o a un successivo tentativo di modificarla in senso restrittivo (cum aliquanto severius quam ceteras emendasset, Suet., ibid.), o a una nuova lex Iulia contenente disposizioni di contenuto ignoto, come ipotizza qualche studioso[16].
In ogni caso, non essendo tuttora possibile – nonostante gli sporadici accenni di autori antichi (p. es. Ulp. 14) e le acute indagini dello Jörs[17] – una netta demarcazione tra la lex Iulia e la Papia Poppaea, che integra la precedente e che con essa è sistematicamente citata (lex Iulia et P. P.), ci limitiamo a ricordare le prescrizioni della seconda:
(a) incoraggiare i matrimoni e la procreazione – per incrementare la popolazione dell’impero, diminuita a causa delle recenti guerre, esterne e civili – attraverso le seguenti disposizioni:
(1) la limitazione degli impedimenti derivanti dalla patria potestà o dal patronato, vale a dire che se il padre o il tutore rifiuta il consenso alle nozze, è ammesso ricorso al magistrato, che nomina un tutore speciale;
(2) l’obbligo di matrimonio imposto agli uomini di età compresa tra i 25 e i 60 anni, e alle donne tra i 20 e i 50;
(3) i privilegi accordati ai coniugi con prole, e viceversa le sanzioni ai caelibes e agli orbi (coppie prive di figli);
(b) mantenere pura la razza, e in particolare la classe senatoria, col divieto ai senatori e ai loro discendenti, sino al 3° grado, di sposare liberte; agli ingenui, di sposare donne prive di onore (colpevoli di adulterio o di lenocinio, o esercitanti l’ars ludicra ‘arte drammatica’)[18]; la legge regola altresì la condizione dei figli nati da matrimoni misti, tra patrizi e plebei.
3. Veniamo alla seconda questione, strettamente collegata con la prima.
Innanzitutto è necessario porre un’alternativa: la legge che minacciava di impedire o almeno ostacolare l’amore tra il poeta e la sua donna è quella, riconosciuta da tutti gli studiosi – grazie al SC. del 17 a. C. (cf. supra, § 1 e n. 15) –, del 18 a. C., o si tratta di una sua precedente versione, o progetto, del 28 circa? Perché, se fosse vera la prima alternativa, non avrebbe senso l’elegia in esame – con il lamento e il successivo sospiro di sollievo dei due amanti –, che sarebbe anteriore alla legge stessa, dato che la storia d’amore tra il poeta e la sua puella si sviluppò certamente prima dell’emanazione di queste disposizioni, se è vero che “Cinzia” morì tra il 20 e il 19 a. C.[19]. È dunque inevitabile supporre che la legge in questione sia una prima stesura (del 28 a. C.: cf. Jörs, cit. alla n. 13), che tuttavia, ancorché affine, sembra non essere la stessa che fu definitivamente convertita in legge nel 18 a. C., perché Suetonio (cf. n. 14) parla di vacatione trienni, mentre tra il 28 e il 18 – data della definitiva lex Iulia de maritandis ordinibus – intercorre addirittura un decennio.
Nel caso che, come sostengono alcuni studiosi, la puella amata dal poeta, Cynthia – il cui vero nome sembra che fosse Hostia[20], forse figlia di Hostius, autore del bellum Histricum –, fosse una “poule-de-luxe”, una «cortigiana di alto bordo, colta e amante della poesia e della musica»[21] (all’incirca come – forse – due delle donne di Tibullo, “Glycera” [secondo Hor. carm. 1, 33, 2] e “Nemesis”[22]), Properzio, il cui «rango sociale era verisimilmente quello di “cavaliere”»[23], non avrebbe potuto sposarla (cf. il punto (b) della succitata legge, dando per scontato che quella del 18 a. C. corrispondesse in ciò a quella del 28); ma il matrimonio tra il poeta e la donna sarebbe stato vietato anche qualora “Cinzia” fosse stata una liberta o comunque «una donna di rango sociale inferiore», come suggerisce la Garbarino (cf. n. 21).
D’altra parte, supponendo che le disposizioni del progetto di legge del 28 fossero simili a quelle della legge definitiva del 18, nel momento della composizione dell’elegia, presumibilmente intorno al 25 a. C. (cf. supra, § 1), Properzio – data la sua età, allora di circa 25 anni, e dunque compresa nella fascia prevista dal punto (a2) della normativa – sarebbe stato obbligato a prender moglie secondo lo stesso “articolo” di legge, per evitare le sanzioni previste dal punto (a3).
Ma se la data di nascita di Properzio è quella suggerita dagli studiosi (50 a. C. circa), nei 3 anni intercorrenti tra la prima proposta della lex Iulia matrimoniale – secondo lo Jörs (cf. supra, § 1 e n. 13) – e l’anno di composizione dell’elegia, il poeta, non avendo ancora raggiunto i 25 anni previsti da tale legge per l’obbligo nuziale, non era tenuto a contrarre matrimonio, e dunque gli era lecito continuare a coltivare la relazione d’amore con “Cinzia”, a condizione che essa fosse a sua volta nubile. Ma dato che la donna, maggiore d’età rispetto al suo amante, rientrava nei termini anagrafici imposti dalla bozza di legge – a meno che fosse inclusa tra le categorie di donne menzionate alla n. 18 –, sarebbe stata lei ad avere l’obbligo giuridico di prendere marito. Ebbene, “Cinzia” era una donna honesta o no? La questione si basa proprio su questo discrimine, perché, se la puella di Properzio era una cortigiana – come sostiene il Perelli (cf. supra e n. 21) –, o una liberta – come suppone la Garbarino (cf. n. 21) –, essa non era inclusa tra gli obbligati per legge a sposarsi, né d’altra parte lo era ancora il poeta, per le ragioni d’età cui si è poc’anzi accennato.
Eppure, tra i due, la persona obbligata per legge a sposarsi sembra che fosse soltanto il poeta, considerato che nell’elegia Properzio allude a se stesso come potenziale maritus di un’altra donna, destinato a transire limina clausa di “Cinzia” (v. 9), e non a quest’ultima come paventata moglie di un altro. Ma perché mai il poeta non avrebbe potuto sposare la sua puella, rispettando la legge ed evitando di dover diventare marito di un’altra? Evidentemente “Cinzia”, pur essendo più anziana dell’innamorato, e dunque soggetta all’obbligo di legge, non era in condizione di contrarre matrimonio con Properzio, e la sola giustificazione di ciò è che essa – escludendo che avesse già marito, e che quella con il poeta fosse una relazione adulterina (ma cfr. il prossimo capoverso) – rientrasse tra le donne ricordate alla n. 18.
Sembrerebbe che la prima versione o bozza della lex Iulia de maritandis ordinibus ricordata dovesse non solo impedire le iustae nuptiae di Properzio e “Cinzia”, ma anche rendere difficoltosa la prosecuzione del rapporto d’amore tra i due: infatti il poeta avrebbe dovuto, per le ragioni anagrafiche suesposte (vale a dire solo dopo il 25 a. C.), prendere moglie, che non avrebbe potuto essere la puella amata, o a causa delle inconciliabili condizioni sociali, o forse perché la donna era già maritata, e dunque la sua relazione con il poeta era adulterina, non diversamente da quella tra “Lesbia” e Catullo.
Non sarebbe stato peraltro impossibile trovare qualche scappatoia per aggirare queste norme legislative. Properzio avrebbe potuto unirsi in matrimonio con un’altra donna, di ceto sociale adeguato, una sorta di “donna dello schermo”, e in tal modo rispettare i punti (a2) e (b) della lex Iulia de maritandis ordinibus, pur continuando la sua liaison amorosa con “Cinzia”; ma in tal caso si sarebbe reso colpevole di adulterio – sempre che la sua relazione con “Cinzia” non fosse già adulterina perché la donna era a sua volta sposata: cf. supra –, comportamento peraltro piuttosto diffuso ai suoi tempi, tanto che subito dopo la succitata legge definitiva, e nello stesso anno di essa (18 a. C.), Augusto, proprio per reprimere la diffusione di questo malcostume, dovette promulgare la lex Iulia de adulteriis coercendis[24].
Comunque, questo scrupolo etico non si pose per Properzio, dato che la presunta lex Iulia matrimoniale del 28 a. C. fu – pare – revocata ancor prima di entrare in vigore (cfr. Namia, cit. alla n. 4), e dunque egli non ne fu danneggiato, se non in termini di timore che tale proposta di legge fosse approvata e diventasse così esecutiva.
Insomma, da qualunque lato si affronti la questione, il sollievo che Properzio attribuisce alla sua puella (e, di conseguenza, ovviamente anche a se stesso) sembra inspiegabile, così come sembra esserlo la precedente preoccupazione. Resta dunque soltanto una possibile spiegazione che potrebbe risolvere questa aporia: se si accetta l’esistenza, prima del 25 a. C., di una proposta di legge ben presto ritirata, o di una legge senz’altro emanata ma subito abrogata (cf. supra, § 1 e nn. 11-12), che avrebbe in qualche modo minacciato di interrompere o di ostacolare il rapporto tra Properzio e “Cinzia”, si deve supporre che la data di nascita di Properzio debba essere anticipata di qualche anno, perché, accettando la data in genere suggerita dagli studiosi (50 a. C. circa), almeno sino al 25 – anno della presunta composizione dell’elegia in esame –, a termini di legge (sempre che, ripeto, la stesura del 28 includesse già la norma, relativa all’età nuziale, contenuta poi nel punto (a2) della citata lex Iulia de maritandis ordinibus del 18) il poeta non sarebbe stato obbligato a sposarsi.
4. Riepilogando, si potrebbe addivenire a proporre il seguente complesso di ipotesi:
(a) intorno al 28 a. C. sarebbe stata varata una proposta di legge, con la quale si obbligavano a contrarre matrimonio gli uomini oltre i 25 anni e le donne oltre i 20;
(b) Properzio sarebbe nato qualche anno – almeno tre o quattro – prima del tradizionale 50 a. C.[25], e dunque sarebbe rientrato tra gli obbligati da tale bozza di legge a prender moglie;
(g) “Cinzia”, più anziana del poeta, o era già coniugata, oppure non era tenuta a unirsi in matrimonio – né poteva comunque farlo con Properzio, eques o, in ogni caso, ingenuus –, perché era una cortigiana o una liberta (cf. supra, § 2 e n. 21);
(d) la situazione sentimentale dei due innamorati sarebbe stata in tal modo compromessa, perché il poeta sarebbe dovuto diventare maritus (v. 9) di un’altra e interrompere il rapporto amoroso con la sua puella, a meno di continuare la relazione con “Cinzia” in forma adulterina, o, addirittura, doppiamente adulterina se la donna era a sua volta maritata;
(e) la soluzione di questa complicazione fu fornita dal ritiro della proposta di legge (cf. vv. 1-2 sublatam... legem, / ... quondam edicta) (cfr. supra, § 1 e nn.11-12), sostituita da nuove norme – raccolte nella lex Iulia de maritandis ordinibus – soltanto qualche anno più tardi, nel 18 a. C., quando comunque la puella di Properzio era già morta (cf. supra, § 2 e n. 19).
[1] est: Properce, Élégies, texte établi et traduit par D. PAGANELLI, Paris, “Les B. L.”, 1929 (3° rist. 1964), p. 44; Sexti Properti Carmina, recognovit E. A. BARBER, Oxford 19602 (9° rist. 1990), p. 40; Sex. Properti Elegiarum liber II, ed. G. GIARDINA, Torino, Paravia, 1977, p. 19; Opere di Albio Tibullo e Sesto Properzio, a cura di G. NAMIA, Torino, UTET, 1977, p. 292; Sesto Properzio, Elegie, a cura di E. ODDONE, Milano, Bompiani, 1990, p. 80; Sesto Properzio, Elegiae, a cura di E. PICCOLO, Napoli, Loffredo, 2009, p. 30; es[t]: Sexti Properti Elegiarum libri IV, edidit P. FEDELI, Stuttgart, Teubner, 1984, p. 63; Properzio, Elegie, introduzione [e testo = 1984] di P. FEDELI, traduzione di L. CANALI, commento di R. SCARCIA, Milano, Rizzoli, 1987, p. 154; gauisa’s: Propertius, Elegies, ed. and transl. by G. P. GOOLD, Cambridge Mass.-London, Harv. Univ. Press, 1990, p. 138; es: Opere di Albio Tibullo e Sesto Properzio, a cura di G. NAMIA, Torino, UTET, 1977, p. 292; G. GIARDINA, Properzio, Elegie, Roma, Ediz. dell’Ateneo, 2005, p. 120; etc.
[2] Traduzione di CANALI, op. cit. alla n. 1, ad loc.
[3] Tra gli studi più recenti, cf., p. es., F. CAIRNS, Propertius on Augustus’ Marriage Law (II, 7), “Grazer Beiträge” 8, 1979, pp. 185-204; F. DELLA CORTE, Le ‘leggi Iuliae’ e l’elegia romana, “Aufst. Nied. Röm. Welt” II 30.1 (1982), pp. 539-558; E. BADIAN, A Phantom Marriage Law, “Philologus” 129, 1985, pp. 82-98; T. SPAGNUOLO VIGORITA, Casta domus, Napoli 20022, specialmente pp. 12-15. Ultimamente sono stati pubblicati altri pregevoli lavori su Properzio, e in particolare sul libro II (Properzio, P. FEDELI, Elegie, Libro II, introd., testo e commento di P. F., Chester, Francis Cairns Publications, 2005; H. C. GÜNTHER, Brill’s Companion to Propertius, Leiden-Boston, Brill, 2006; S. J. HEYWORTH, Sexti Properti Elegos, Oxford University Press, Usa, 2008; ID, Cynthia: a companion to the text of Propertius, Oxford University Press, Usa, 2008), che peraltro non portano alcun nuovo contributo significativo a risolvere la questione.
[4] Cfr. PAGANELLI, loc. cit. alla n. 1, nota 1: «La loi Julie (18 av. J.-C.) interdisait tout mariage entre courtisanes et “ingenus”. Mais s’agit-il de cette loi? Il semble, au contraire, que Properce fasse allusion à quelque texte visant le célibat (cf. VIIa)»; vd. anche l’opinione di NAMIA, op. cit. alla n. 1, p. 293, n. 1: «Non si sa a quale legge Properzio alluda. Si è pensato ad una legge sul celibato abrogata nel 28 a. C. (cfr. Tacito, Annales, III, 28; Svetonio, Augustus, 34)».
[5] R. SCARCIA, op. cit. alla n. 1, p. 155, n. 1.
[6] Cf. C. Suetoni Tranquilli, Divus Augustus, a cura di M. A. LEVI, Firenze 1951 (3° rist. 1970), Appendice, pp. 133-136, e 156-7.; Cesare Ottaviano Augusto, Res gestae divi Augusti, a cura di L. CANALI, Roma 1982, p. 45 e n. al § 5.
[7] D. Cass. 54, 16, 1: toi'ı te ajgavmoiı kai; tai'ı ajnavndroiı baruvtera ta; ejpitivmia ejpevtaxe, kai; e[mpalin tou' te gavmou kai th'ı paidopoiivaı a\qla e[qhken, ktl.
[8] Liv. epit. 59, 8-9: [130 a. C.] Q. Metellus censor censuit ut cogerentur omnes ducere uxores liberorum creandorum causa. Exstat oratio eius, quam Augustus Caesar, cum de maritandis ordinibus ageret, velut in haec tempora scriptam in senatu recitavit [16 a. C.] (cf. Suet. Aug. 89, 5).
[9] Cf. D. Cass. 56, 10, 3: kajk touvtou o{ te Pavpioı kai; oJ Poppai'oı novmoı uJpov te Mavrkou Papivou Moutivlou kai; uJpo; Kuivntou Poppaivou Sekouvndou, tw'n tovte ejn mevrei tou' e[touı uJpateuovntwn, ejtevqhsan. kai; sunevbh ga;r ajmfotevrouı sfa'ı mh; o{ti pai'daı, ajlla; mhde; gunai'kaı e[cein: kai; ajp jaujtou' touvtou hJ ajnavgkh tou' novmou katefwravqh.
[10] Sull’argomento si veda l’opera – datata ma tuttora di indubbia validità – di G. ROTONDI, Leges publicae populi Romani (estratto dalla Enciclopedia Giuridica italiana), nuova ediz. Hildesheim 1966 (Milano 19121), pp. 443-445; 457-462; A. A. SCHILLER, Lex Papia Poppaea, “RE”, suppl. VI, 1935 (rist. 1990), coll. 227-232; V. ARANGIO RUIZ, Augustus, Roma 1938, p. 101 ss.; più recentemente, E. VOLTERRA, voce Matrimonio (dir. rom.): § 8: Le leggi matrimoniali di Augusto, in Enciclopedia del diritto, Varese, Giuffrè editore, vol. XXV, 1975, pp. 768-773, con ricca dossografia e bibliografia; R. ASTOLFI, La Lex Iulia et Papia, Padova 19964; cf. anche E. WEISS, Leges Iuliae, “RE” XII, 2, 1994, coll. 2363-4; etc.
[11] G. FERRERO, La Repubblica di Augusto, Milano, Garzanti, 1946, p. 25.
[12] TH. MOMMSEN, Römisches Strafrecht, Leipzig 1899, p. 691 n. 1, trad. franc. Le droit pénal romain, Paris 1907, II, p. 417, n. 1; cf. anche G. GARBARINO, Letteratura latina, Torino, Paravia, 19972, II, p. 558.
[13] P. JÖRS, Die Ehegesetze des Augustus, in Festschrift Mommsen, Berlin 1893, p. 49; V. GARDTHAUSEN, Augustus und seine Zeit, Leipzig 1891 (rist. 1963), I, p. 902.
[14] Cf. Suet. Aug. 34: Leges retractavit et quasdam ex integro sanxit, ut sumptuariam et de adulteriis et de pudicitia, de ambitu, de maritandis ordinibus [il carattere tondo è mio]. Hanc cum aliquanto severius quam ceteras emendasset, prae tumultu recusantium perferre non potuit nisi adempta demum lenitave parte poenarum et vacatione trienni data auctisque praemiis. Sic quoque abolitionem eius publico spectaculo pertinaciter postulante equite, accitos Germanici liberos receptosque partim ad se partim in patris gremium ostentavit, manu vultuque significans ne gravarentur imitare iuvenis exemplum. Cumque etiam immaturitate sponsarum et matrimoniorum crebra mutatione vim legis eludi sentiret, tempus sponsas habendi coartavit, divortiis modum imposuit: cf. LEVI, Suetoni, Divus Augustus, cit. alla n. 6, p. 48, n. al § 34; anche p. 7, n. al § 5.
[15] Questo SC. – scoperto nel 1890, e pubblicato da TH. MOMMSEN, “Ephem. Epigr.” 8, 1892, p. 248 – ammetteva alle feste (dispensandoli dunque dal relativo divieto) coloro qui tenentur lege de maritandis ordinibus; cf. anche C. G. BRUNS, Fontes iuris Romani antiqui, Tubingen 19097, p. 191, n. 46.
[16] P. es. G. PACCHIONI, Corso di diritto romano, Torino 1918, I, pp. 219 e 264; JÖRS, loc. cit. alla n. 13; GARDTHAUSEN, loc. cit. alla n. 13; etc.
[17] P. JÖRS, Über das Verhältnis der Lex Iulia de maritandis ordinibus zur Lex Papia Poppaea, Bonn 1882.
[18] Cf. VOLTERRA, op. cit. alla n. 10, p. 770, n. 100: «Dalle fonti viene ricostruito il seguente elenco, che però appare dubbio e incompleto: 1) schiave; 2) mezzane; 3) meretrici; 4) esercenti l’arte ludicra; 5) adultere condannate in giudizio pubblico; 6) liberte; 7) obscuro loco natae. È dubbio se l’esenzione, certamente comminata nella lex Iulia de adulteriis, fosse ripetuta e forse estesa ad altre categorie di donne o anche limitata dalla lex Papia Poppaea».
[19] Cf. B. RIPOSATI, Storia della letteratura latina, Città di Castello, Ed. Dante Alighieri, 19696, p. 415.
[20] Secondo Apul. apol. 10.
[21] L. PERELLI, Storia della letteratura latina, Torino, Paravia, 19842, p. 193; o, per dirla in termini più sfumati, «una signora del gran mondo romano, probabilmente più anziana di lui, di rara bellezza, colta e fascinosa, amante di poesia, di musica, di danza e di avventure galanti» (RIPOSATI, loc. cit. alla n. 19); o ancora «una affascinante “Cinzia” (1, 1, 1) dai caratteri della dama di mondo frequentatrice e animatrice di salotti letterari e non» (FEDELI 1987, op. cit. alla n. 1, p. 50). Anche A. ROSTAGNI, Letteratura latina, Milano, Mondadori, 197130, p. 184, parla di una «donna di buona condizione e di fine cultura, sebbene di liberi costumi», e così I. LANA, Letteratura latina, Messina-Firenze, D’Anna, 1963, p. 248: «una donna, dottissima e dalla vita assai libera»; invece la GARBARINO, loc. cit. alla n. 12, la qualifica come «una donna di rango sociale inferiore, probabilmente una liberta».
[22] Cf. RIPOSATI, op. cit. alla n. 19, p. 403.
[23] FEDELI 1987, op. cit. alla n. 1, p. 49.
[24] Cf. VOLTERRA, op. cit. alla n. 10, p. 768 e n. 94; ROTONDI, op. cit. alla n. 10, pp. 445-447.
[25] Questa retrodatazione risulta ancora più convincente se si pensa che il I libro delle sue Elegie (monobiblos) sembra sia stato pubblicato tra il 29 e il 28 (GARBARINO, op. cit. alla n. 12, II, p. 555), o nel 28 (RIPOSATI, op. cit. alla n. 19, p. 416), o attorno al 28 (FEDELI 1987, op. cit. alla n. 1, p. 50), o verso il 27 (PERELLI, op. cit. alla n. 21, p. 194), quando il poeta, se fosse nato nel 50, avrebbe avuto tra i 21 e i 23 anni: qualche perplessità desta in tal caso una creatività indubbiamente precoce, specialmente se consideriamo che p. es. Virgilio scrisse le Bucoliche tra il 42/41 e il 39/38 (ossia tra i 28 e i 32 anni), e Tibullo – nato nel 54 circa – pubblicò il I libro delle Elegie tra il 26 e il 25 (a 28-29 anni). È pur vero che p. es. Lucano, ancorché morto non ancora ventiseienne, scrisse una quantità di opere (tra le quali il Bellum civile, di oltre 8.000 versi), e Ovidio esordì ventenne come poeta, ma questi sono probabilmente casi eccezionali, come risulta in particolare da ciò che lo stesso Ovidio scrisse di sé (tr. 4, 10, 25-6): sponte sua numeros carmen veniebat ad aptos / et, quod temptabam scribere, versus erat.

References: Cass. 
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 § 2
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 § 5
 Cass. 
 Cass. 
 § 8
 § 34
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