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Timestamp: 2020-06-05 07:18:32+00:00

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Studio Legale Locatelli - Newsletter - 10.2019
Nell’ assicurazione per la responsabilità civile il massimale non è elemento essenziale del contratto: si tratta di un’eccezione in senso stretto rilevabile tempestivamente in sede di costituzione.
Con la pronuncia in commento, la Corte di Cassazione, in continuazione dell’orientamento intrapreso con la Sentenza n. 17459 del 31 luglio 2006 e proseguito poi con la pronuncia n. 3173 del 18 febbraio 2016, ha ribadito che il massimale non è elemento essenziale del contratto di assicurazione, che può essere validamente stipulato senza la relativa pattuizione, e neppure costituisce fatto generatore del credito assicurato, configurandosi piuttosto come elemento limitativo dell'obbligo dell'assicuratore, sicché grava su quest'ultimo l'onere di provare l'esistenza e la misura del massimale, dovendosi altrimenti accogliere la domanda di garanzia proposta dall'assicurato a prescindere da qualsiasi limite di massimale.
La vicenda processuale, all’esame della Corte, traeva origine dalla domanda di risarcimento dei danni patiti in conseguenza di un’errata e tardiva diagnosi che aveva cagionato il decesso del paziente, proposta dai congiunti nei confronti dell’Azienda ospedaliera, la quale, costituitasi in giudizio, aveva proposto domanda di manleva nei confronti del proprio assicuratore per la responsabilità civile.
A seguito di condanna dell’Ente e di accoglimento della domanda di manleva, nel corso del giudizio di secondo grado, l’Assicuratore versava l’indennizzo contrattualmente dovuto direttamente nelle mani dei terzi danneggiati, esaurendo il massimale ed in comparsa di conclusionale ne eccepiva l’ esaurimento.
Il Giudice d’appello, ritenuta tardiva l’eccezione, non esaminava la domanda dell’Assicuratore, ritenendola inammissibile.
La sentenza veniva, quindi, impugnata per cassazione dall’Assicuratore, sul presupposto della rilevabilità anche d’ufficio del limite del massimale, trattandosi di mera allegazione difensiva e non di un’eccezione in senso proprio.
La difesa del ricorrente, aggiungeva poi che la relativa deduzione non avrebbe potuto essere svolta in primo grado, in quanto l’esaurimento del massimale si era verificato solo nel grado d’Appello.
La tesi dell’Assicuratore, però, non trovava accoglimento nel giudizio di legittimità.
La Corte di Cassazione ha, infatti, colto l’occasione per ribadire che deve intendersi abbandonato l’orientamento adottato con la pronuncia n. 10811 del 17 maggio 2011, basato sull’assunto che nell’assicurazione della responsabilità civile la misura del massimale sia “elemento essenziale” del contratto, e di conseguenza rappresenti un “fatto costituivo” della pretesa dell’assicurato, il cui onere ricade su quest’ultimo.
L’erroneità di tale affermazione, spiega la Suprema Corte, sta innanzitutto nel considerare la pattuizione di un massimale elemento essenziale del contratto. Nell’assicurazione di responsabilità il massimale, continua la Corte, esprime il limite dell’obbligazione indennitaria dell’assicuratore, ed assolve sotto questo aspetto la medesima funzione del valore della cosa assicurata nelle assicurazioni di cose. Tuttavia, mentre in queste ultime il valore della cosa assicurata è elemento essenziale del contratto, perché in assenza di essa verrebbe snaturata la causa del contratto, nelle assicurazioni di responsabilità la misura del massimale è elemento accessorio, in quanto rimesso alla libera pattuizione delle parti che addirittura potrebbero prevedere l’inserimento di un massimale illimitato o la mancata pattuizione di esso.
Secondo i giudici di legittimità, la seconda ragione per la quale non può essere condiviso il decisum della sentenza n. 10811/11 è che il “fatto costitutivo” della pretesa dell’assicurato ad essere tenuto indenne dal proprio assicuratore della responsabilità civile è l’avverarsi d’un sinistro che abbia le caratteristiche descritte nel contratto. L’esistenza del massimale e la sua misura costituiscono dunque non già i fatti generatori del credito dell’assicurato, ma piuttosto i fatti limitativi del debito dell’assicuratore. In quanto tali, essi debbono essere allegati e provati da quest’ultimo, secondo la regola di cui all’art. 2697 c.c
In definitiva, dunque, l’Assicuratore che intendesse far valere in giudizio i limiti quantitativi, contrattualmente fissati alla propria obbligazione, ha l’onere di allegare prima, e provare poi, l’esistenza del patto di massimale e la misura di questo, a nulla rilevando che al momento dell’introduzione del giudizio quel massimale non fosse esaurito, nel rispetto delle preclusioni assertive ed istruttorie stabilite dagli articoli 167 e 183 c.p.c.
L’importanza dei criteri medico-legali per l’accertamento dei danni di carattere micropermanente riportati a seguito di incidente stradale
La Corte di Cassazione è stata chiamata nuovamente a pronunciarsi sui criteri di accertamento di natura medico-legale del danno permanente alla salute di lieve entità, conseguente a incidente stradale.
Dopo le numerose pronunce sul tema (Sentenza n. 18773 del 26/09/2016; Sez. 3, Sentenza n. 1272 del 19/01/2018; Sez. 3, ordinanza n. 5820 del 28/02/2019), la Suprema Corte ha innanzitutto ribadito che l'art. 32, comma 3 ter, d.l. 1/12 (così come l'ormai abrogato comma 3 quater della medesima norma) non presenta profili di illegittimità costituzionale; e quand'anche li presentasse, ne sarebbe comunque possibile una interpretazione coerente col dettato costituzionale, senza forzarne la lettera.
Secondo la Suprema Corte, infatti, l’art. 32, comma 3 ter e (finché sia stato applicabile) comma 3 quater, d.l. 1 /12, non è né una norma che pone limiti ai mezzi di prova (essa non impedisce, dunque, di dimostrare l’esistenza d’un danno alla salute con fonti di prova diversi dai referti di esami strumentali); né una norma che pone limiti alla risarcibilità del danno (essa non impone, dunque, di lasciare senza ristoro i danni che non attingessero una soglia minima di gravità).
La corretta criteriologia accertativa, spiega la Corte, ricorre all’analisi della storia clinica documentata della vittima, alla vis lesiva, all’analisi della sintomatologia, all’esame obiettivo, alla statistica clinica.
Un corretto accertamento medico legale, pertanto, potrebbe condurre a negare l’esistenza di un danno permanente alla salute (o della sua derivazione causale dal fatto illecito) anche in presenza di esami strumentali dall’esito positivo; così come, al contrario, ben potrebbe portare ad ammettere l’esistenza di un danno permanente alla salute anche in assenza di esami strumentali, quando ricorrano indizi gravi, precisi e concordanti dell’esistenza del danno e della sua genesi causale.
Dando, quindi, continuità all’indirizzo giurisprudenziale in questi anni formatosi, la Corte ha ribadito che:
(a) l’art. 32 dl. Cit. non è una norma di tipo precettivo, ma una di quelle norme che la dottrina definisce “norme in senso lato” (cioè prive di comandi o divieti, ma funzionalmente connesse a comandi o divieti contenuti in altre norme);
(b) tale norma va intesa nel senso che l'accertamento del danno alla persona non può che avvenire coi criteri medico-legali fissati da una secolare tradizione: e dunque l'esame obiettivo (criterio visivo); l’esame clinico; gli esami strumentali;
(c)tali criteri sono fungibili ed alternativi tra loro, e non già cumulativi.
In definitiva, chiarisce, la Suprema Corte che l’art. 32, commi 3 ter e 3 quater d.l. 1/12, non fa altro che ribadire un principio immanente nell’ordinamento: quello secondo cui l’accertamento dei microdanni alla salute causati da sinistri stradali debba avvenire con l’applicazione rigorosa dei criteri insegnati dalla medicina legale, rifuggendo tanto dalle appercezioni intuitive del medico-legale, quanto dalle mere dichiarazioni soggettive della vittima.
Il litisconsorzio necessario nel procedimento di appello
Cass. civ. Ordinanza n. 25951 del 15 ottobre 2019
Con la sentenza in esame avente ad oggetto una tematica di natura squisitamente processuale, la Corte di Cassazione ha affermato che nel caso di litisconsorzio cosiddetto "processuale", qualora l'impugnazione non risulti proposta nei confronti di tutti i partecipanti al giudizio di primo grado, la mancata integrazione del contraddittorio nel giudizio di appello determina la nullità dell'intero procedimento di secondo grado, rilevabile (anche d'ufficio) in sede di legittimità, con la conseguenza che la Corte di cassazione è tenuta a rimettere, ai sensi del combinato disposto degli artt. 331 e 383 cod. proc. civ., le parti dinanzi al giudice d'appello per un nuovo esame della controversia, previa integrazione del contraddittorio nei confronti della parte pretermessa. (così anche Cass. civ. 17497/2015). Nel caso di specie il giudizio risulta essere stato incardinato in primo grado a seguito dell’opposizione ad un decreto ingiuntivo da parte di più soggetti. Tra questi, dunque, la Corte ha ritenuto essersi instaurato un litisconsorzio processuale, che determina l’inscindibilità della causa anche ove non sussisterebbe il litisconsorzio necessario di natura sostanziale con la conseguenza che, a pena di nullità, il giudizio di secondo grado avrebbe dovuto essere instaurato nei confronti di tutte le parti del giudizio di prime cure.
Difetto di custodia dell’immobile locato: il conduttore risponde nei confronti del locatore per l’incendio cagionato dall’occupante dell’immobile ai sensi dell’art. 1588 c.c.
Cassazione civile, ordinanza n. 25779 del 14 ottobre 2019
Con la pronuncia in commento, la Corte di Cassazione chiarisce che l'occupante dell'immobile cui il conduttore abbia concesso l'uso momentaneo o anche continuativo della cosa locata non può rispondere nei confronti del locatore, se la cosa subisce un incendio, ai sensi dell'art. 2051 c.c., posto che tale norma attiene esclusivamente ai danni causati dalla cosa ai terzi, e non già a quelli che il conduttore causa alla cosa stessa.
La pronuncia prende le mosse da una vicenda che aveva coinvolto l’occupante di un immobile locato, nel quale era divampato un incendio durante la sua presenza.
Nel corso del giudizio di primo grado, il Tribunale aveva ritenuto sussistente la responsabilità del conduttore ai sensi dell’art. 1588 c.c. e dell’occupante ai sensi dell’art. 2051 c.c., riconoscendo il risarcimento per i danni subiti al locatore. L’occupante aveva impugnato la pronuncia dinanzi alla Corte d’appello, che aveva confermato integralmente la decisione del giudice di prime cure, ritenendo che il danno da incendio della cosa locata andasse attribuito all’occupante ai sensi dell’art. 2051 c.c.
I Giudici di legittimità, in riforma della Sentenza d’Appello, hanno ritenuto che la norma richiamata attiene ai danni che la cosa provoca ai terzi per difetto di custodia, ritenendo, invece, applicabile la disciplina dell'art. 1588 c.c. quando i danni sono provocati alla cosa ad opera di chi la detiene.
Richiamando i precedenti giurisprudenziali, la Suprema Corte ha, dunque, ribadito il principio, secondo cui “La responsabilità ricade sul conduttore, essendo imputabile a lui la scelta di consentire l'uso della cosa a terzi, ed ovviamente nella misura in cui egli vi abbia, per l'appunto, acconsentito, ed il godimento da parte di terzi non sia avvenuto senza il suo consenso o contro la sua volontà” (Cass. 12706/2015; Cass. 19185/2003).
Su tali presupposti, quindi, la Corte ha statuito che è da escludersi che l'occupante dell'immobile cui il conduttore abbia concesso l'uso momentaneo o anche continuativo della cosa locata possa rispondere nei confronti del locatore, se la cosa subisce un incendio, ai sensi dell'art. 2051 c.c., posto che tale norma attiene esclusivamente ai danni causati dalla cosa ai terzi, e non già a quelli che il conduttore causa alla cosa stessa. Ciò detto, e posto che alla fattispecie è riferibile, per contro, l'art. 1588 c.c. si applica chiaramente il comma 2 di tale norma, che rende il conduttore responsabile (nei riguardi del locatore) dell'incendio della cosa locata, anche se causato da persone che egli abbia ammesso, anche temporaneamente, all'uso o al godimento della cosa.
Responsabilità del pedone per attraversamento azzardato ed esclusione della colpa dell’automobilista
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 25027 del 08/10/2019
La Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sulla tematica concernente la responsabilità civile dell’automobilista nel caso di investimento di un pedone in presenza di una condotta anomala ed imprevedibile di quest’ultimo che, nel caso di specie, aveva attraversato una strada extraurbana in un tratto vietato dalla presenza al centro della carreggiata di uno spartitraffico.
Richiamando un principio ormai consolidato (v. Cassazione 3 maggio 2011, n. 9683; Cassazione 29 settembre 2006, n. 21249; Cassazione 16 giugno 2003, n. 9620) la Suprema Corte ha escluso la responsabilità dell’automobilista ribadendo come in caso di investimento di pedone, il conducente sia esonerato da responsabilità quando provi che non vi era, da parte sua, alcuna possibilità di prevenire l’evento; tale situazione ricorre allorché il pedone abbia tenuto una condotta imprevedibile e anormale, sicché l’automobilista, pur rispettando tutte le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza e diligenza, si sia trovato nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e, comunque, di osservarne tempestivamente i movimenti.
Confermando dunque la correttezza della decisione di rigetto della domanda di risarcimento dei danni proposta dagli eredi della vittima investita, emessa prima dal Tribunale e poi dalla Corte d’Appello, è stato sottolineato come nel caso di danni prodotti a persone o cose dalla circolazione di un veicolo la prova liberatoria di cui all'art. 2054 cod. civ. non deve essere necessariamente data in modo diretto, cioè dimostrando di avere tenuto un comportamento esente da colpa e perfettamente conforme alle regole del codice della strada, ma può risultare anche dall'accertamento che il comportamento della vittima sia stato il fattore causale esclusivo dell'evento dannoso, comunque non evitabile da parte del conducente, attese le concrete circostanze della circolazione e la conseguente impossibilità di attuare una qualche idonea manovra di emergenza. Pertanto il pedone, il quale attraversi la strada di corsa sia pure sulle apposite strisce pedonali immettendosi nel flusso dei veicoli marcianti alla velocità imposta dalla legge, pone in essere un comportamento colposo che può costituire causa esclusiva del suo investimento da parte di un veicolo, ove il conducente, sul quale grava la presunzione di responsabilità di cui alla prima parte dell'art. 2054 cod. civ., dimostri che l'improvvisa ed imprevedibile comparsa del pedone sulla propria traiettoria di marcia ha reso inevitabile l'evento dannoso, tenuto conto della breve distanza di avvistamento, insufficiente per operare un'idonea manovra di emergenza" (Cass. 14064/2010; v. anche Cass. 4551/2017).
In applicazione ai principi sopra esposti, la Corte ha evidenziato come la presenza di uno spartitraffico con siepe antiabbagliante a dividere le due carreggiate escludesse, per il conducente dell’autovettura, la possibilità di aspettarsi l’attraversamento di pedoni, non potendo prevedere l’intenzione dei pedoni di superare la detta invalicabile barriera. La condotta del pedone, imprevedibile e pericolosa, è stata dunque considerata costituire colpa unica e sufficiente a causare l’evento.
La comunicazione tardiva del sinistro all’assicurazione non comporta la perdita automatica dell'indennizzo
Cassazione civile, n. 24210 del 30 settembre 2019
Con la pronuncia in commento, la Corte di Cassazione ha affermato che la mancata tempestiva comunicazione dei danni all'assicurazione non può comportare la perdita della garanzia; se l'omissione è colposa il quantum va solo ridimensionato in proporzione del pregiudizio subito dall'assicuratore.
La vertenza traeva origine dal ricorso di una carrozzeria, cessionaria del credito, che aveva chiesto all’Assicuratore un indennizzo pari alla fattura emessa per le riparazioni. La Corte territoriale, nella specie, aveva ritenuto che l'assicurata, non avendo rispettato il termine decadenziale stabilito dalle condizioni generali di assicurazione che avevano, di fatto, recepito il termine previsto dall'art. 1913 c.c., aveva affermato che il lasso di tempo di più di due mesi intercorso fra il sinistro e la denuncia fosse eccessivo ed andasse oltre una ammissibile tolleranza della tardività nell'ottica degli interessi tutelati.
Tuttavia, secondo la Corte, la formulazione delle disposizioni richiamate impone di stabilire cosa debba intendersi per "inadempimento doloso" dell'obbligo di avviso. In particolare, deve essere chiarito se "doloso" possa essere qualificato l'inadempimento volontario ovvero se per "doloso" debba essere inteso l'inadempimento dettato dal fine di recare pregiudizio all'assicuratore o di procurarsi un vantaggio in danno di questi.
Sul punto, la Corte richiamando la propria giurisprudenza ha ribadito che “il problema non incide sulla questione relativa all'individuazione del soggetto tenuto all'onere della prova, perché quale delle due tesi si segua, è indubbio, in base ai principi generali, che l'onere di provare che l'inadempimento è doloso spetta all'assicuratore. Nel primo caso l'assicuratore dovrà provare che l'assicurato volontariamente non ha adempiuto all'obbligo di dare l'avviso, mentre nel secondo caso dovrà anche provare il fine fraudolento dell'assicurato" (cfr. Cass. 5435/2005).
E' stato, inoltre, affermato il principio, condiviso da questo Collegio, secondo il quale "in tema di assicurazione contro i danni, l'inosservanza, da parte dell'assicurato, dell'obbligo di dare avviso del sinistro, secondo le specifiche modalità previste da clausola di polizza, non può implicare, di per sé, la perdita della garanzia assicurativa, occorrendo a tal fine accertare se detta inosservanza abbia carattere doloso o colposo, dato che, nella seconda ipotesi, il diritto all'indennità non viene meno, ma si riduce in ragione del pregiudizio sofferto dall'assicuratore, ai sensi dell'art. 1915 c.c., comma 2. Occorre, inoltre, riscontrare se, alla stregua del principio di buona fede, che presiede all'interpretazione ed all'esecuzione del contratto, le diverse modalità di avviso, in concreto adottate dall'assicurato, possano o meno considerarsi equipollenti di quelle fissate dal contratto, in relazione alla loro attitudine a realizzare lo scopo della norma" (cfr. Cass. 24733/2007).
Nel caso posto al vaglio della Suprema Corte, invece, il giudice del merito, omettendo di verificare se ricorresse il dolo necessario per la perdita totale dell'indennità, anche alla luce della ripartizione degli oneri probatori sopra descritti, ha applicato erroneamente le norme richiamate: la sentenza è stata dunque cassata con rinvio alla luce dei seguenti principi di diritto:
in tema di assicurazione contro i danni, l'inosservanza, da parte dell'assicurato, dell'obbligo di dare avviso del sinistro, secondo le specifiche modalità ed i tempi previsti dall'art. 1913 c.c. ed, eventualmente, dalla polizza, non può implicare, di per sè, la perdita della garanzia assicurativa, occorrendo a tal fine accertare se detta inosservanza abbia carattere doloso o colposo, dato che, nella seconda ipotesi, il diritto all'indennità non viene meno, ma si riduce in ragione del pregiudizio sofferto e provato dall'assicuratore, ai sensi dell'art. 1915 c.c., comma 2";
l'onere di provare la natura, dolosa o colposa dell'inadempimento spetta all'assicuratore. Nel caso previsto dall'art. 1915 c.c., comma 1 dovrà provare il fine fraudolento dell'assicurato; in quello regolato dall'art. 1915, comma 2 dovrà invece dimostrare che l'assicurato volontariamente non ha adempiuto all'obbligo di dare l'avviso, nonché la misura del pregiudizio sofferto".
CTU percipiente: accertamento del fatto e onere di allegazione dei fatti oggetto di indagine.
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 3717 del 08 febbraio 2019
Con la pronuncia in esame, la Suprema Corte ha statuito che la consulenza tecnica di ufficio, non essendo qualificabile come mezzo di prova in senso proprio, perché volta ad aiutare il giudice nella valutazione degli elementi acquisiti o nella soluzione di questioni necessitanti specifiche conoscenze, è sottratta alla disponibilità delle parti ed affidata al prudente apprezzamento del giudice di merito. Questi può affidare al consulente non solo l'incarico di valutare i fatti accertati o dati per esistenti (consulente deducente), ma anche quello di accertare i fatti stessi (consulente percipiente), ed in tal caso è necessario e sufficiente che la parte deduca il fatto che pone a fondamento del suo diritto e che il giudice ritenga che l'accertamento richieda specifiche cognizioni tecniche.
La vertenza traeva origine da un caso di contagio da HCV contratto a seguito di trasfusione di angue infetto in occasione di un intervento chirurgico. In primo grado, la causa era stata istruita a mezzo di c.t.u. medico- legale, e il Giudice nell’affidare al Consulente nominato l’incarico di redigere la relazione peritale, lo aveva espressamente autorizzato “ad esaminare tutta la documentazione medica, ad accedere agli archivi delle strutture sanitarie, a svolgere tutte le ricerche ritenute necessarie ed opportune”. Il perito, dunque, ottemperando all’incarico ricevuto e previa comunicazione alle parti, aveva effettuato controlli ematologici, con l’ausilio degli strumenti offerti dal SSN, secondo quanto autorizzato dal Giudice, su un donatore non più reperibile che aveva dato esito negativo.
Il Tribunale, dunque, conformandosi alle risultanze della c.t.u. espletata respingeva le domande attoree, evidenziando che il Consulente tecnico incaricato aveva accertato quali soggetti avessero donato il sangue trasfuso alla paziente in occasione dell’intervento chirurgico e che, in base agli esami compiuti su tali soggetti, tutti con esito negativo, si poteva escludere con certezza che l’infezione da HCV fosse riconducibile alle trasfusioni effettuate presso il nosocomio.
La decisione, confermata in appello, è stata poi posta al vaglio della Suprema Corte, che ha ritenuto non fondate le doglianze del ricorrente, ribadendo il principio secondo cui quando l'accertamento di determinate situazioni di fatto possa effettuarsi soltanto con il ricorso a specifiche cognizioni tecniche, "al CTU è consentito anche acquisire ogni elemento utile a rispondere ai quesiti, sebbene risultante da documenti non prodotti dalle parti, sempre peraltro che si tratti di fatti accessori rientranti nell'ambito strettamente tecnico della consulenza e non di fatti e situazioni che, essendo posti direttamente a fondamento della domanda o delle eccezioni delle parti, debbano essere dalle medesime necessariamente provati" (ex plurimis: Cass. 15 aprile 2002 n. 5422).
Secondo la Corte, nel caso di specie, i documenti, non prodotti in giudizio, esaminati dal consulente tecnico attenevano ad un fatto (l'identità dei donatori delle sacche di sangue trasfuse alla signora Ve. in occasione dell'intervento del 1991) accessorio, non posto direttamente a fondamento della domanda, il cui accertamento era necessario ed opportuno al fine dell’espletamento dell’incarico.
Su tali presupposti la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la Sentenza della Corte d’Appello.
Responsabilità medica: Il giudicato penale non è vincolante per il giudice civile chiamato a valutare lo stesso fatto in sede penale.
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 22520 del 10 settembre 2019
Con la Sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha affermato che il giudizio in sede civile conseguente alla cassazione della sentenza penale è legato ad esso solo dal punto di vista formale, rimanendo autonomo, sostanzialmente e funzionalmente, dal giudizio penale.
La pronuncia trae origine dalla vicenda clinica di un paziente che, recatosi al pronto soccorso per problemi respiratori, veniva dimesso con una diagnosi errata e senza svolgere ulteriori accertamenti di natura cardiologica.
Il paziente, rientrato a casa, decedeva per insufficienza cardio-respiratoria nonostante un nuovo accesso al pronto soccorso, in ragione di una cardiopatia non diagnosticata tempestivamente.
Nel procedimento penale, l’operatore sanitario era stato condannato in primo grado per omicidio colposo, per poi essere assolto in appello per assenza di prova del nesso causale tra la sua condotta omissiva e l'evento, con la formula “perché il fatto non sussiste”. La parte civile promuoveva ricorso per cassazione, ottenendo l’annullamento della sentenza d’appello con conseguente rinvio al giudice civile. La Corte d’appello in sede di rinvio dichiarava la responsabilità professionale del medico e ne confermava la condanna al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio con conseguente condanna ad una provvisionale immediatamente esecutiva. Avverso tale decisione il medico proponeva ricorso per cassazione avente ad oggetto l’autonomia o meno dell’accertamento dei fatti materiali come operato dal Giudice penale ai fini di un risarcimento del danno in sede civile.
In particolare, la Corte è stata chiamata a decidere sulle seguenti questioni:
se ai fini dell'accertamento del nesso causale tra condotta omissiva ed evento nel giudizio di rinvio davanti alla Corte d'Appello, ai sensi dell'art. 622 c.p.p., in seguito all'annullamento della sentenza penale limitatamente ai capi della sentenza di condanna che riguardano l'azione civile, il giudice del rinvio debba essere vincolato alle statuizioni circa l'accertamento dei fatti materiali svolto dal giudice penale, ovvero se il giudice del rinvio possa rivalutarli in via autonoma qualora da essi dipenda il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno;
se il giudice civile sia tenuto ad applicare le regole di giudizio del diritto penale e non le distinte regole di giudizio consolidatesi nella giurisprudenza civile;
se, ai fini dell'accertamento del nesso di causa, il giudice del rinvio debba avvalersi della regola propria del processo penale — basato sul giudizio di alta probabilità logica, per cui un evento deve considerarsi causato da un comportamento omissivo, solo ove si accerti, con un giudizio controfattuale che, considerata realizzata la condotta doverosa omessa ed esclusa l'interferenza di decorsi causali alternativi, l'evento, con elevato grado di credibilità razionale, non avrebbe avuto luogo oppure si sarebbe verificato in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva — o di quella adottata nel processo civile — della preponderanza dell'evidenza, per cui un evento è da ritenere causato da un dato comportamento quando il suo verificarsi per effetto di quel comportamento sia più probabile che non il suo contrario .
La Suprema Corte, al fine di dare risposta ai su esposti quesiti ha richiamato le diverse tesi formatesi sul punto e dunque, ricordando la tesi secondo cui nel giudizio civile devono utilizzarsi le stesse regole applicate nel processo penale ed il principio di diritto enunciato dalla sentenza penale di annullamento è vincolante per il giudice civile del rinvio; la Corte ha poi riportato la tesi dell’autonomia funzionale del giudizio di rinvio ex art. 622 c.p.p. rispetto al giudizio penale; ed, infine, ha esposto una terza tesi, di carattere intermedio e compromissorio, secondo la quale il giudizio di rinvio sarebbe "vicenda autonoma rispetto al processo penale, non rappresentandone - sia pure ai fini della sola statuizione sugli effetti civili - la prosecuzione avanti alla giurisdizione ordinaria civile, successivamente alla intervenuta fase di cassazione in sede penale”. Tale autonomia non sarebbe piena né effettiva, però, perché vi si sostiene che "il giudice civile dovrebbe uniformarsi al principio di diritto contenuto nella pronuncia penale di legittimità. La sentenza della Cassazione penale "vincolerebbe, pertanto, il giudice di rinvio non solo in ordine al principio di diritto affermato, ma anche quanto alle questioni di fatto costituenti il presupposto necessario ed inderogabile della pronuncia”.
All’esito di tale excursus, la Corte ha ritenuto di accogliere la tesi dell’autonomia dei giudizi affermando che “il giudizio in sede civile conseguente alla cassazione della sentenza penale sia autonomo sostanzialmente e funzionalmente da quello penale e legato ad esso solo dal punto di vista formale, rappresentando il giudizio di rinvio, ex art. 622 c.p.p., la via fisiologica per transitare dal processo penale a quello civile quando parte impugnante sia la parte civile: non essendo più in discussione i temi centrali del giudizio penale, quali la sussistenza del fatto, la sua illiceità e l’attribuibilità all’imputato, l’ulteriore svolgimento del giudizio davanti al giudice civile si configura come prosecuzione solo formale del processo penale, giacché presenta quell’autonomia strutturale e funzionale che concretizza la scissione tra le materie oggetto del giudizio, con la restituzione dell’azione civile alla giurisdizione cui essa naturalmente compete”.
In Conclusione, afferma la Corte, il giudizio di rinvio ex art. 622 c.p.p. è un giudizio trasmigrato dalla sede penale a quella civile, in quanto più consona ad accertare, senza deroghe e limitazioni alle regole processuali civilistiche ed a quelle sostanziali, una situazione soggettiva ed oggettiva del tutto autonoma (il fatto illecito) rispetto a quella posta a fondamento della doverosa comminatoria della sanzione penale (il reato), attesa la limitata condivisione, tra l'interesse civilistico e quello penalistico, del solo punto in comune del “fatto” (e non della sua qualificazione), quale presupposto del diritto al risarcimento, da un lato, e del dovere di punire, dall’altro.
Nel caso di specie, i Giudici di legittimità, rigettando il ricorso, hanno confermato la decisione con la quale la Corte d’Appello aveva accertato la responsabilità in capo al medico e conseguente condannato lo stesso al risarcimento del danno adottando, dunque, correttamente “la regola del più probabile che non, propria del giudizio civile”.
La riforma della prescrizione, Legge “spazza-corrotti”.
Dal 1° gennaio 2020 entrerà in vigore la riforma della disciplina della prescrizione del reato contenuta nell’art. 1, lett. d), e), f) della L. n. 3/2019, cosiddetta Legge “spazza-corrotti”, recante Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione, nonché in materia di prescrizione del reato e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici.
La novella legislativa presenta una parziale riforma dell'istituto della prescrizione del reato, attraverso la modifica degli articoli 158, 159 e 160 del codice penale, interessando in particolare il decorso del termine di prescrizione del reato, tanto sul lato del dies a quo quanto, e soprattutto, su quello del dies ad quem, con la conseguenza che «Il termine della prescrizione decorre, per il reato consumato, dal giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l'attività del colpevole; per il reato permanente o continuato, dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione».
Inoltre «il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell'irrevocabilità del decreto di condanna».
In sintesi, la legge approvata:
reintroduce, nell’art. 158, co. 1 c.p. la regola, soppressa dalla legge ex Cirielli nel 2005, che considerava unitariamente il reato continuato, facendo decorrere il termine di prescrizione dal momento in cui è cessata la continuazione e non più, pertanto, dal momento in cui è stato commesso ciascuno dei reati avvinti dalla continuazione, con l’immediata conseguenza di uno spostamento in avanti del momento in cui il reato si prescrive; trattandosi di una modifica normativa, più sfavorevole, non troverà applicazione retroattiva nel momento in cui entrerà in vigore;
individua il dies ad quem del decorso del termine di prescrizione del reato in quello in cui diventa esecutiva la sentenza di primo grado ovvero diventa irrevocabile il decreto di condanna. Questa modifica normativa è intervenuta sul testo dell’art. 159 c.p., a norma del quale Il corso della prescrizione rimane, altresì, sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell'irrevocabilità del decreto di condanna.
È chiaro, tuttavia, che fino alla data di entrata in vigore della riforma, rimarrà in vigore l’attuale disciplina introdotta dalla Legge 23 giugno 2017, n. 103, cosiddetta Legge Orlando, che aveva già modificato l’art 159 c.p., introducendo due nuove cause di sospensione della prescrizione con l’introduzione dei commi 2 e 3 all’articolo 159.
In particolare il comma 2 dell’art. 159 Legge Orlando prevede che Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso nei seguenti casi:
Il comma 3 dell’art. 159 c.p. prevede che 3) I periodi di sospensione di cui al secondo comma sono computati ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere dopo che la sentenza del grado successivo ha prosciolto l’imputato ovvero ha annullato la sentenza di condanna nella parte relativa all’accertamento della responsabilità o ne ha dichiarato la nullità ai sensi dell’articolo 604, commi 1, 4 e 5-bis, del codice di procedura penale.
A decorrere dal 1° gennaio 2020, quindi, la novella legislativa, abrogando la disciplina introdotta dalla legge Orlando, modifica nuovamente l’art. 159, comma 2, c.p. con l’introduzione della sospensione del corso della prescrizione dalla pronuncia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o della irrevocabilità del decreto.
E dunque, dal 1° gennaio 2020 il corso della prescrizione rimarrà sospeso (rectius bloccato) dopo la sentenza di primo grado indipendentemente dall’esito della sentenza, se di condanna o assoluzione. Si avrà, in sostanza, una prescrizione del reato che non potrà più maturare in appello o in cassazione.
Dichiarata infondata la questione di legittimità costituzionale del decreto legislativo 10 aprile 2018, n. 36, nella parte in cui non prevede la procedibilità a querela anche per i delitti previsti dall’art. 590-bis, comma 1, c.p.
Corte costituzionale, sentenza 24 ottobre 2019, n. 223
Con la decisione in esame, la Corte Costituzionale è stata investita della questione di legittimità costituzionale del decreto legislativo 10 aprile 2018, n. 36, recante «Disposizioni di modifica della disciplina del regime di procedibilità per taluni reati in attuazione della delega di cui all'articolo 1, commi 16, lettere a) e b), e 17, della legge 23 giugno 2017, n. 103», nella parte in cui non prevede la procedibilità a querela anche per i delitti previsti dall’art. 590-bis, primo comma, del codice penale, in contrasto con quanto stabilito dall’art. 1, comma 16, lettera a), della legge 23 giugno 2017, n. 103 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all'ordinamento penitenziario).
Sappiamo, infatti, che con l’art. 1, comma 16, lettera a), della legge n. 103 del 2017 il Governo era stato delegato a «prevedere la procedibilità a querela per i reati contro la persona puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, fatta eccezione per il delitto di cui all’articolo 610 del codice penale, e per i reati contro il patrimonio previsti dal codice penale, salva in ogni caso la procedibilità d’ufficio qualora ricorra una delle seguenti condizioni: 1) la persona offesa sia incapace per età o per infermità; 2) ricorrano circostanze aggravanti ad effetto speciale ovvero le circostanze indicate nell’articolo 339 del codice penale; 3) nei reati contro il patrimonio, il danno arrecato alla persona offesa sia di rilevante gravità».
Nell’esercitare tale delega, è noto che il Governo abbia omesso di annoverare l’art. 590-bis, primo comma, c. p. tra le fattispecie oggetto della modifica del regime di procedibilità, con la conseguenza che il reato in questione è tuttora procedibile d’ufficio e non a querela, benché punito con una pena (reclusione da tra mesi a un anno per le lesioni gravi e da uno a tre anni per le lesioni gravissime) compresa nella forbice edittale per la quale il legislatore delegante aveva previsto l’introduzione della condizione di procedibilità della querela.
Il Giudice rimettente, dunque, sostiene che la mancata previsione della procedibilità a querela per il reato di cui all’art. 590-bis, primo comma, cod. pen. sarebbe frutto di una specifica scelta del legislatore delegato che, nella relazione illustrativa al d.lgs. n. 36 del 2018, sosteneva che il delitto in questione rientrasse nelle ipotesi eccettuate dalla punibilità a querela in forza dell’art. 1, comma 16, lettera a), numero 1), della legge n. 103 del 2017, essendo la malattia derivante da lesioni gravi e gravissime commesse in violazione delle norme di disciplina della circolazione stradale equiparabile all’infermità che cagioni incapacità della vittima.
La Corte Costituzionale ha dichiarato infondata la questione evidenziando, tramite il richiamo alla relazione illustrativa al primo schema di decreto legislativo, come la mancata inclusione tra i delitti procedibili a querela tanto della fattispecie di lesioni personali dolose di cui all’art. 582 c.p., nell’ipotesi in cui consegua una malattia di durata superiore a venti giorni, quanto delle fattispecie di lesioni stradali gravi e gravissime di cui all’art. 590-bis, comma 1, c.p., fosse stata giustificata dal Governo in ragione della considerazione che il legislatore ha già equiparato, ai fini della descrizione della fattispecie, la malattia allo stato di incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni, come si ricava agevolmente dalla disposizione in punto di aggravante di cui all’articolo 583, comma 1, n. 1, c.p. Il delitto di lesioni si connota, quindi, per l’evento, che ben può consistere in uno stato di incapacità, e la previsione di delega non qualifica ulteriormente la condizione di incapacità, non specifica se essa debba essere intesa come temporanea o permanente, piena o anche solo parziale, sicché il legislatore delegato non può che accoglierne la nozione più ampia […]. Il criterio di delega di cui all’articolo 1, comma 16, lettera a), numero 1), legge n. 103/2017 impone dunque di preservare la procedibilità d’ufficio quando ricorre la condizione di incapacità della persona offesa per (età o per) infermità.
E’ stato, poi, evidenziato dalla Consulta che il Governo aveva la facoltà di ritenere che il delitto di lesioni stradali gravi o gravissime previsto dall’art. 590-bis, comma 1, c.p. necessitasse di una protezione maggiore trattandosi di un reato astrattamente produttivo di notevoli conseguenze pregiudizievoli per la salute della vittima, che possono determinare una situazione di incapacità, transitoria o permanente, così da rendere più difficoltosa un’eventuale iniziativa giudiziaria volta a sollecitare la persecuzione penale del responsabile delle lesioni.
Infine, quale ulteriore argomentazione a sostegno dell’infondatezza della questione, la Corte ha rilevato il fatto che aprire la strada alla procedibilità a querela delle ipotesi delittuose contemplate dall’art. 590-bis, comma 1, c.p. avrebbe creato una contraddizione con la scelta compiuta appena due anni prima con la legge 23 marzo 2016, n. 41 (Introduzione del reato di omicidio stradale e del reato di lesioni personali stradali, nonché disposizioni di coordinamento al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e al decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274), che, appunto, prevedeva la procedibilità d’ufficio di tutte le fattispecie di lesioni stradali di cui all’art. 590-bis c.p., trattandosi di fatti che generano un forte allarme sociale.
Su queste basi, la Consulta ha ritenuto che il Governo non abbia travalicato i fisiologici margini di discrezionalità impliciti in qualsiasi legge delega, nell’adottare una interpretazione non implausibile – e non distonica rispetto alla ratio di tutela sottesa alle indicazioni del legislatore delegante – del criterio dettato dall’art. 1, comma 16, lettera a), numero 1), della legge n. 103 del 2017”, senza travalicare “il legittimo esercizio della discrezionalità spettante al Governo nella fase di attuazione della delega, nel rispetto della ratio di quest’ultima e in coerenza con esigenze sistematiche proprie della materia penale” (sentenza n. 127 del 2017). E tanto più nel caso di specie, al cospetto di una delega “ampia” o “vaga”, che interviene per “blocchi” di materie, riferendosi genericamente a due Titoli del codice penale.

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Cass. 
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 art. 622
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