Source: http://www.camera.it/leg17/410?idSeduta=0655&tipo=atti_indirizzo_controllo&pag=allegato_b
Timestamp: 2017-10-19 14:43:48+00:00

Document:
Seduta di Venerdì 15 luglio 2016
la tutela dei diritti umani fondamentali rappresenta una delle principali innovazioni normative della cultura giuridica occidentale. Dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani sono valori conclamati e sanciti con forza nella nostra Carta costituzionale, nella Carta dei diritti fondamentali e nei Trattati dell'Unione europea, nella Convenzione europea dei diritti dell'uomo, nonché nella Dichiarazione universale dei diritti umani;
come riportato da numerose organizzazioni non governative, in ogni parte del mondo esistono ancora violazioni dei diritti fondamentali; secondo l'ultimo rapporto di Amnesty International sono almeno 113 i Paesi nei quali la libertà di espressione e di stampa viene limitata, mentre in almeno 36 Paesi del mondo si sono registrate violazioni dovute alla presenza di gruppi o milizie armate e in 122 Paesi ci sono stati episodi di tortura documentati;
anche in alcuni Paesi membri dell'Unione europea, vanno diffondendosi politiche e azioni tese a violare i diritti umani e le libertà fondamentali;
la drammatica e grave vicenda che ha portato all'assassinio del ricercatore italiano Giulio Regeni non è ancora stata chiarita, ma ha avuto l'effetto di richiamare l'attenzione internazionale sulla grave situazione dei diritti umani in Egitto, peggiorata dal 2013 ad oggi, in particolare per quanto riguarda quelli civili e politici;
secondo «Human Rights Watch», ad oggi sono più di 40 mila i prigionieri politici attualmente rinchiusi nelle carceri egiziane;
le organizzazioni italiane di cooperazione, solidarietà e volontariato internazionale hanno lanciato iniziative di sostegno alla campagna già in corso a favore delle libertà civili in Egitto (in particolare «Human Rights Behind the Bars» della rete Euro-Mediterranea per i diritti umani e «Verità per Giulio Regeni» promossa da Amnesty International Italia), volte in particolare a proporre azioni mirate alla difesa di attiviste e attivisti dei diritti umani e al sostegno alle associazioni civili e sindacali democratiche del Paese;
i difensori dei diritti umani sono persone, gruppi di persone od organizzazioni che promuovono e proteggono i diritti umani attraverso mezzi pacifici e non violenti;
il riconoscimento giuridico dei difensori dei diritti umani è avvenuto con la «Dichiarazione sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di promuovere e proteggere le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti», più nota come «Dichiarazione sui difensori dei diritti umani». Questo atto, dall'indiscutibile autorevolezza morale, ha il pregio di riconoscere formalmente la «difesa» dei diritti umani come un diritto in sé e di riconoscere gli individui che agiscono in difesa dei diritti umani come « Human Rights Defenders». A seguito di questo notevole riconoscimento giuridico, nel 2000, è stato compiuto un altro importante passo in avanti quando la Commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite ha chiesto al segretario generale di nominare uno «Special Rapporteur on human rights defenders» con il compito di monitorare e di concretizzare l'attuazione della Dichiarazione;
la suddetta Dichiarazione, adottata per consensus dall'Assemblea generale, pur non avendo valore vincolante, gode di un'indiscutibile autorevolezza morale sul piano internazionale e nazionale, costituendo, al tempo stesso, un impegno da parte degli Stati membri a mettere in atto le sue disposizioni;
non soltanto a livello internazionale, ma anche a livello europeo, l'azione a tutela dei diritti umani riveste un'importanza centrale. L'Unione europea, sin dalla sua nascita, è annoverabile fra i soggetti internazionali maggiormente impegnati nella protezione dei diritti fondamentali, accanto alle Nazioni Unite. Invero, il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, oltre al consolidamento della democrazia e dello Stato di diritto, costituiscono alcune tra le finalità dell'azione esterna dell'Unione europea (articoli 3 e 21 Trattato sull'Unione europea). In tale quadro si ricollega l'azione europea di sostegno ai Difensori dei diritti umani, che è dal 2004 un elemento stabile dell'azione esterna dell'Unione europea per quanto concerne le politiche di sostegno ai diritti umani;
la cornice giuridica onusiana e relativa alla tutela e alla protezione dei difensori dei diritti umani è stata accolta favorevolmente anche a livello europeo. In tal senso gli «Orientamenti dell'Unione europea sui difensori dei diritti umani» costituiscono un solido quadro per i lavori comunitari volti alla promozione e alla tutela dei diritti umani nell'azione pratica della politica estera. Tali «Orientamenti» permettono di avere una visione completa del ruolo e delle aspirazioni dell'Unione europea in tale ambito e ne costituiscono uno strumento pratico di attuazione, elaborato per produrre un concreto impatto sulla protezione dei diritti umani nei Paesi terzi;
un contributo fondamentale alla protezione delle tematiche legate alla salvaguardia dei diritti umani viene fornito dal gruppo di lavoro «Diritti umani» (COHOM) creato nell'ambito del Consiglio dell'Unione europea, nel 1987. Tale gruppo è deputato alla individuazione delle situazioni nelle quali l'Unione europea è chiamata a intervenire;
l'attenzione verso i difensori dei diritti umani si è manifestata anche a livello di singoli Paesi. Normative innovative e buone pratiche nazionali rappresentano importanti presidi volti alla protezione e difesa dei difensori e degli attivisti in pericolo nei loro Paesi d'origine;
Paesi come la Finlandia, la Norvegia, la Svizzera, gli Stati Uniti, l'Irlanda, la Spagna, i Paesi Bassi, la Gran Bretagna e la Repubblica Ceca hanno tutti adottato strategie efficaci per la tutela dei difensori dei diritti umani;
esistono interessanti esempi, come:
a) i «visti umanitari» proposti dal Governo irlandese. Dal 2006 l'Irlanda ha un processo accelerato per le procedure di ingresso degli Human Rights Defenders in pericolo, attraverso il rilascio facilitato di un visto Schengen di tre mesi su basi umanitarie, con lo scopo di fornire un approccio rapido al processo di richiesta di un visto, in modo da permettere ai difensori, in momentaneo pericolo, di viaggiare in Irlanda per brevi periodi di tempo;
b) le « Shelter Cities» (città rifugio) olandesi. Il Governo olandese prevede in alcune città la disponibilità di offrire rifugio temporaneo, dai tre ai sei mesi, ai difensori dei diritti umani quando questi sono seriamente minacciati a causa del loro operato da attivisti. Il programma fornisce per ogni difensore: alloggio, una persona di riferimento locale in ogni città aderente, la copertura totale delle spese di viaggio e vitto, l'assicurazione sanitaria, l'opportunità di forse dei training per incrementare il livello di preparazione del suddetto;
c) la normativa nazionale della Spagna. Il programma spagnolo per la tutela e la salvaguardia dei difensori dei diritti umani, inizialmente indirizzato ai Paesi dell'America latina, attualmente aperto a tutte le nazionalità, anche se tuttora rimane utilizzato principalmente per gli Human Rights Defenders provenienti dall'America Latina. In concreto, l'identificazione degli Human Rights Defenders in pericolo è effettuata dalle organizzazioni non governative sul campo, dagli attori statali oppure dagli stessi Human Rights Defenders che si rivolgono ad un'ambasciata. Conseguentemente, l'ambasciata provvede a verificare i casi prima di riferirli, attraverso un canale sicuro, all'Ufficio per i diritti umani del Ministero degli affari esteri spagnolo. La Spagna è organizzata anche a livello regionale, attraverso la creazione di « Shelter Cities Programme»;
d) il programma europeo denominato ProtectDefenders.eu. Esso consiste in un meccanismo di protezione per gli Human Rights Defenders, ed è stato creato affinché l'Unione europea provveda a fornire un supporto stabile, omnicomprensivo e gender-sensitive agli individui e/o agli attori locali che combattono per promuovere e per difendere i diritti umani nel mondo. Tale meccanismo si prefissa di raggiungere tutti gli Human Rights Defenders, anche quelli che lavorano nelle aree più remote e in Paesi nei quali è particolarmente pericoloso lavorare in difesa dei diritti umani. Ha un particolare focus sui difensori maggiormente vulnerabili, vale a dire: donne protettrici dei diritti umani, difensori dei diritti dei LGBT, ambientalisti, difensori per i diritti sociali ed economici, difensori delle minoranze, avvocati e tutti quelli che combattano per la libertà di espressione e di associazione;
ci sono molte organizzazioni non governative che offrono un sostegno straordinario ai Governi nella protezione degli attivisti che operano in scenari complessi, di guerra e non solo;
anche nel corso della presente legislatura sono state depositate in ambi i rami del Parlamento alcune proposte di legge volte all'istituzione della Commissione nazionale per la promozione e la tutela dei diritti umani, il cui percorso d'esame e d'approvazione deve essere sostenuto e accelerato,
a dare attuazione, in linea con quanto già fatto da altri Stati membri, agli orientamenti dell'Unione europea in materia di salvaguardia dei difensori dei diritti umani;
a valutare l'opportunità di istituire, presso il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, un ufficio delegato alla tutela dei difensori dei diritti umani dotato delle risorse finanziarie necessarie per facilitare anche il rilascio dei visti per il ricollocamento temporaneo, nonché per l'attivazione delle opportune misure di protezione di coloro che promuovono i diritti umani;
a prevedere la costituzione e l'organizzazione, sul modello di quanto avvenuto in sede di Unione europea, di un gruppo di lavoro finalizzato allo studio e alla predisposizione di interventi nelle tematiche inerenti alla protezione e alla tutela dei diritti umani;
ad assumere iniziative volte alla promozione e all'organizzazione di un coordinamento con organizzazioni non governative ed enti religiosi disposti a creare sia una rete di protezione nei Paesi di provenienza degli attivisti, che includa attività di accompagnamento disarmato da parte di corpi civili di pace;
ad assumere ogni iniziativa finalizzata al coordinamento delle iniziative del MAECI con quelle simili adottate dagli altri Stati membri e a livello europeo.
(7-01051) «Tidei, Quartapelle Procopio, Nicoletti, Fedi, Monaco, Chaouki, Garavini, Censore».
La Commissione IX,
nella mattina di martedì 12 luglio 2016 un terribile incidente, verificatosi in Puglia, lungo la linea ferroviaria regionale Bari — Barletta, nella tratta Corato — Andria, ha causato, sulla base di un bilancio delle vittime ancora provvisorio, la morte di 23 persone, passeggeri e macchinisti, e il ferimento di oltre 50 passeggeri, di cui 11 in condizioni gravi;
le vittime dell'incidente erano in gran parte lavoratori, studenti, pensionati, i quali si spostavano su una linea del trasporto regionale ferroviario che è utilizzata in netta prevalenza da pendolari e che riveste un'importanza fondamentale per la mobilità della popolazione dei territori da essa attraversati;
la linea ferroviaria Bari — Barletta è una linea ferroviaria di proprietà della regione Puglia, affidata alla società Ferrotramviaria, che vi opera in qualità sia di gestore dell'infrastruttura sia di impresa ferroviaria e che si è distinta per l'efficienza e la qualità dei servizi resi;
l'incidente è stato determinato dallo scontro frontale di due treni su una tratta, quella Corato — Andria, a binario unico; sulla base della stessa dinamica dell'incidente, è apparso evidente da subito che esso è dipeso da carenze nel sistema di sicurezza della circolazione ferroviaria, che su quella tratta è regolata tramite il meccanismo del consenso telefonico, che il capostazione della stazione da cui muove il treno deve chiedere e ottenere dal capostazione della stazione successiva prima di permettere al treno di partire;
il meccanismo del consenso telefonico, pur operando da decine di anni sulla tratta in cui è avvenuto l'incidente e su molte altre tratte della rete delle cosiddette ferrovie secondarie, è un meccanismo sicuramente poco evoluto e maggiormente esposto a rischi derivanti da errore umano, mentre sono oggi disponibili e ordinariamente impiegati sulla rete ferroviaria nazionale sistemi automatici di controllo, quali il sistema di controllo marcia treno (SCMT), il sistema di supporto alla condotta (SSC) o il sistema ERTMS/ETCS (European Rail Traffic Management System/European Train Control System), di cui è dotata l'alta velocità, che abbassano enormemente la probabilità di incidente, proprio in quanto riducono il rischio dovuto ad errori umani;
l'incidente del 12 luglio, con le sue conseguenze così gravi in termini di vittime e di feriti, ha reso drammaticamente evidente la disparità nella dotazione di tecnologie per la sicurezza della circolazione ferroviaria tra la rete ferroviaria nazionale, che ha standard di eccellenza a livello mondiale, anche in virtù dei notevoli investimenti che negli anni recenti sono stati e continuano a essere dedicati all'installazione di tali strumentazioni tecnologiche, e la cosiddetta rete secondaria o almeno una parte di essa;
occorre tuttavia considerare che la rete secondaria ha un'estensione totale di oltre 3 mila chilometri (a fronte dei circa 16.700 della rete ferroviaria nazionale gestita da RFI) e comprende linee che, come nel caso della linea Bari — Barletta, sono essenziali per il sistema di trasporto ferroviario regionale e per l'utenza pendolare che ne è il principale fruitore;
la disparità nelle dotazioni di tecnologie di sicurezza trova riscontro nel fatto che anche il sistema di vigilanza sulla sicurezza del trasporto ferroviario è diverso: la rete ferroviaria nazionale è di competenza dell'Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie, che impone il rispetto degli standard di sicurezza richiesti dal quadro normativo europeo; per le linee ferroviarie in concessione l'attività di vigilanza sulla sicurezza è svolta dagli USTIF (Uffici speciali trasporti a impianti fissi), organi periferici del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti;
il decreto legislativo n. 162 del 2007, con cui è stato recepito il «secondo pacchetto ferroviario» per quanto attiene ai profili della sicurezza ed è stata istituita l'Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie, ha infatti stabilito che sulle reti regionali non isolate l'Agenzia eserciterà le proprie competenze soltanto a decorrere da quando «risultino completati sistemi di attrezzaggio idonei a rendere compatibili i livelli tecnologici delle medesime reti regionali a quelli della rete nazionale per permettere l'unificazione degli standard di sicurezza, dei regolamenti e delle procedure per il rilascio del certificato di sicurezza» (articolo 27, comma 4). Fino a quel momento sulle reti regionali, per le quali non risultano completati gli adeguamenti tecnologici, «possono continuare ad operare senza certificato di sicurezza le imprese ferroviarie controllate dal gestore dell'infrastruttura, o facenti parte della società che gestisce l'infrastruttura; in tale caso il direttore di esercizio è responsabile di tutti gli obblighi di legge», come determinati dal decreto del Presidente della Repubblica n. 753 del 1980, che ha definito la disciplina nazionale della sicurezza dell'esercizio delle ferrovie;
ciò significa che proprio l'inadeguatezza dei livelli tecnologici di sicurezza delle reti regionali non ha reso possibile prevedere che tali reti fossero sottoposte alla vigilanza dell'Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie;
da ultimo, il decreto legislativo n. 112 del 2015, con cui è stata recepita la direttiva di rifusione 2012/34/UE, che istituisce uno spazio ferroviario europeo unico (cosiddetta «direttiva Recast»), ha demandato ad un decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, previa intesa con la Conferenza Stato-regioni, l'individuazione delle reti ferroviarie regionali non isolate alle quali si applica la disciplina sull'utilizzo e la gestione dell'infrastruttura, oltre che sull'attività ferroviaria, dettata dall'Unione europea;
la politica dei trasporti si è caratterizzata di recente per una chiara volontà di sostegno al trasporto ferroviario e, nell'ambito di questo indirizzo, per il riconoscimento della priorità e dell'urgenza degli interventi di riqualificazione e rilancio del trasporto pubblico locale e regionale, anche attraverso i finanziamenti destinati al rinnovo del parco rotabile; la sicurezza del trasporto ferroviario regionale deve rappresentare un elemento fondamentale di questa politica;
a tal fine, occorre che il Governo, in parallelo alle rilevanti risorse finanziarie che, nel contratto di programma con Rete ferroviaria italiana, sono destinate alle tecnologie per la sicurezza, individui, in accordo con le regioni interessate, gli interventi necessari per pervenire entro tempi certi e predeterminati ad adeguare le reti ferroviarie regionali ai livelli tecnologici di sicurezza propri della rete ferroviaria nazionale, mediante l'installazione di sistemi automatici di controllo;
a tal fine, è necessario che il Governo, in uno spirito di piena collaborazione con le regioni al servizio dei cittadini, esplichi un'azione di stimolo, di supporto, anche finanziario, e di assistenza, anche con il coinvolgimento delle competenze di cui dispone Rete ferroviaria italiana, sia in fase di definizione di un vero e proprio piano di adeguamento delle ferrovie regionali agli standard di sicurezza della rete ferroviaria nazionale, sia in fase di realizzazione degli interventi in esso previsti;
occorre altresì pervenire quanto prima possibile a unificare in capo all'Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie la vigilanza sulla sicurezza riguardo a tutte le reti ferroviarie presenti sul territorio italiano, ad eccezione di quelle espressamente escluse ai sensi del comma 4 dell'articolo 1 del citato decreto legislativo n. 162 del 2007 (sistemi di trasporto leggero; reti ferroviarie isolate; reti private utilizzate esclusivamente dal proprietario per il trasporto di merci; ferrovie storiche, museali e turistiche), e, in particolare, ad estendere le competenze dell'Agenzia alle reti ferroviarie regionali non isolate, anche in considerazione dell'apporto che l'Agenzia stessa potrà fornire con riferimento alla programmazione e attuazione degli interventi di adeguamento delle dotazioni tecnologiche di sicurezza delle suddette reti,
a considerare la questione della sicurezza delle reti ferroviarie regionali, utilizzate prevalentemente dai pendolari, un elemento fondamentale e prioritario di una politica dei trasporti finalizzata alla riqualificazione e rilancio del trasporto pubblico locale e regionale e rivolta a sostenere e promuovere il trasporto ferroviario;
ad assumere pertanto tutte le iniziative utili per individuare, in accordo e in piena collaborazione con le regioni, gli interventi necessari per adeguare le reti ferroviarie regionali ai livelli tecnologici di sicurezza propri della rete ferroviaria nazionale, mediante l'installazione di sistemi automatici di controllo, e per definire, anche attraverso un vero e proprio piano di adeguamento dei livelli tecnologici di sicurezza delle reti ferroviarie regionali, tempi certi e prestabiliti di effettuazione dei suddetti interventi;
a fornire il supporto finanziario e l'assistenza, anche con il coinvolgimento delle competenze di cui dispone Rete ferroviaria italiana, per assicurare che gli interventi di adeguamento dei livelli tecnologici di sicurezza delle reti ferroviarie regionali siano portati a compimento nei tempi previsti;
ad adottare le iniziative necessarie per pervenire quanto prima possibile a estendere le competenze relative alla vigilanza sulla sicurezza dell'Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie alle reti ferroviarie regionali non isolate, anche in considerazione dell'apporto che l'Agenzia stessa potrà fornire con riferimento alla programmazione e attuazione degli interventi di adeguamento delle dotazioni tecnologiche di sicurezza delle suddette reti.
(7-01052) «Meta, Tullo, Anzaldi, Brandolin, Bruno Bossio, Cardinale, Carloni, Castricone, Coppola, Crivellari, Culotta, Marco Di Stefano, Ferro, Gandolfi, Pierdomenico Martino, Mauri, Minnucci, Mognato, Mura, Pagani, Simoni».
PALMIERI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
il tema della cyber security sta assumendo sempre maggiore rilievo nell'ambito della digitalizzazione del Paese, del terrorismo informatico e delle nuove tecniche di spionaggio tra Paesi. Il 24 novembre 2015, premier Matteo Renzi aveva annunciato, testuali parole, «un investimento di 150 milioni di euro sulla Cyber Security, perché nel rispetto della privacy possiamo e dobbiamo fare di più per integrare le banche dati, per valorizzare gli strumenti innovativi e controllare i potenziali sospetti». Quattro giorni dopo, presenziando ad un evento, il Presidente del Consiglio dei ministri ribadiva l'urgenza di investire su un settore fondamentale per le nostre vite. «I terroristi — diceva — vogliono disintegrare il nostro modo di vivere. Ecco perché stiamo cercando di insistere con la cyber security, ecco perché stiamo cercando di valorizzare di più e meglio le nostro contributo militare, il nostro contributo alla sicurezza»;
la cifra annunciata è stata effettivamente inserita nella legge 28 dicembre 2015, n. 208. Nel mese di gennaio 2016, rispondendo a un'interrogazione parlamentare, il Ministro Maria Elena Boschi aveva anch'essa confermato lo stanziamento di «risorse aggiuntive con un fondo di ulteriori 150 milioni di euro, per rafforzare la prevenzione nel campo della sicurezza informatica e cibernetica. Ma la legge non prevede alcuna modifica del quadro normativo di riferimento che disciplina la gestione di queste risorse e tantomeno il quadro normativo di riferimento per i servizi di sicurezza o legati eventualmente anche alla prevenzione informatica». E ancora: «Rassicuro sul fatto che non è prevista alcuna forma di partecipazione di strutture private. L'unica autorità politica preposta alla gestione dei servizi di sicurezza è e sarà il senatore Marco Minniti. Il governo ha facoltà di avvalersi di consulenze di carattere tecnico. Se decidesse di avvalersi di altre figure di consulenza tecnica gli interroganti hanno tutti gli strumenti per chiedere ulteriori informazioni e il governo risponderà celermente»;
ad oggi ancora non si conosce la destinazione di questi 150 milioni di euro, ad eccezione dei 15 milioni di euro per la polizia postale, per effetto di un emendamento alla legge di stabilità; vista la rilevanza del tema, già sottolineata, appare piuttosto urgente una spiegazione da parte del Governo su che fine abbiano fatto queste risorse –:
a chi verranno indirizzate queste risorse, in quali forme e a che scopo. (3-02396)
AMODDIO, IACONO e SCHIRÒ. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
dalle notizie riportate da diversi mesi e soprattutto negli ultimi giorni da tutti i quotidiani e dallo stato di fatto delle città siciliane, la gestione dei rifiuti solidi urbani in Sicilia sta mettendo a dura prova tutta l'isola;
a Palermo vi è stata una protesta dei sindaci che hanno trovato sbarrati i cancelli delle due più grandi discariche siciliane al momento attive (Palermo, discarica di Bellolampo e Lentini, impianto Sicula Trasporti), costretti al dietrofront per raggiunti limiti di abbancamento. I primi cittadini ha o dirottato i camion davanti alla sede della regione, protestando con tre autocompattatori pieni di spazzatura davanti al Palazzo d'Orleans a Palermo;
oltre a costituire un serio pericolo igienico e sanitario, aggravato dalle alte temperature estive, questa situazione pesa ulteriormente sui territori e sul sistema economico in quanto non si può certamente sperare in una buona gestione dei flussi turistici. Non è certamente colpa dei sindaci non potere conferire i rifiuti in discarica;
si fa rilevare che già in data 24 marzo 2015 in sede di audizione del dirigente generale del dipartimento acque e rifiuti della regione siciliana, Domenico Armenio presso la commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, veniva chiesto di ricostruire le ragioni e le modalità per cui si era arrivati a situazioni emergenziali in tema rifiuti. I commissari chiesero di comprendere le intenzioni e le modalità e con le quali la regione siciliana intendesse risolvere la grave crisi delle discariche per le quali si ponevano diversi problemi di autorizzazioni. Il dirigente – insediatosi già nel mese di ottobre 2014 – mostrava la piena consapevolezza della «situazione assolutamente disastrosa» anche a causa delle grosse carenze organizzative, dovute agli ex commissariamenti dell'acqua e dei rifiuti, poi sfociati nella creazione del dipartimento – oramai istituito da circa 5 anni. Il dirigente Armenio specificava che, per quanto riguarda il compostaggio, era previsto il finanziamento di cinque impianti con appalto avviato nell'anno 2014, ma le gare erano andate deserte, a Casteltermini, Ravanusa, Augusta, ed in provincia di Messina, ed in provincia di Siracusa. Specificava che il piano rifiuti predisposto dal commissario durante il periodo di emergenza rifiuti del 2012/2013 non era stato ancora approvato, in quanto «mancante del parere del Ministero per i beni culturali, che avrebbe permesso al Ministero dell'ambiente di emettere congiuntamente, se non sbaglio, il decreto di approvazione della...»;
negli ultimi giorni l'emergenza rifiuti ha raggiunto il suo picco anche nella Sicilia orientale, in quanto la Sicula trasporti, gestore della discarica sita nel territorio di Lentini (SR) non ha consentito di conferire tutti i rifiuti trasportati dai gestori dei servizi di rifiuti solidi urbani dei comuni siciliani; si sono formate lunghe file di centinaia di autocompattatori provenienti anche da Palermo e Trapani ed il gestore della discarica ha dato priorità ai mezzi provenienti dal comune di Catania, dalle società in ambito e dalla città metropolitana;
questa situazione ha determinato che per alcuni giorni alcuni comuni (Buscemi, Buccheri, Cassaro, Ferla, Canicattini, Floridia e Portopalo) della provincia di Siracusa non ha o potuto conferire i rifiuti Siracusa ed altri ha o potuto conferirli solo in parte. Ciò ha provocato che le città sono rimaste con i cumuli di immondizia;
solo a seguito dell'intervento del prefetto di Siracusa la situazione è migliorata;
l'11 luglio 2016 il presidente Crocetta ha disposto, con decorrenza dal 15 luglio 2016, un piano di razionalizzazione per il conferimento dei rifiuti solidi urbani di tutti i comuni della Sicilia che comunque lascia irrisolto il problema;
l'attuale stato di fatto è il risultato di una lunga agonia di una gestione dei rifiuti in Sicilia conseguente allo sfruttamento dello stato di emergenza permanente;
già a marzo del 2016 si era svolto un vertice in prefettura a Siracusa sulla situazione della discarica di Lentini, e l'assessore regionale ai Rifiuti Vania Contraffatto aveva dichiarato alla stampa che le discariche presenti in Sicilia avevano autonomia fino all'estate;
la regione siciliana con lettera firmata dal governatore Rosario Crocetta e dall'assessore Vania Contrafatto, trasmessa alla Presidenza del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ed al Dipartimento della protezione civile, avevano chiesto al Governo nazionale di proclamare lo stato di emergenza in materia di rifiuti. Nella sua relazione il capo del dipartimento rifiuti della regione scriveva che la produzione dei rifiuti in Sicilia è di circa 6.200 tonnellate al giorno, mentre, in regime ordinario, la capacità degli impianti è di 4.500 tonnellate al giorno; che il deficit si era sempre colmato attraverso provvedimenti «contingibili e urgenti» che ha fatto sì che, nelle stesse discariche, si conferisse una quantità maggiore di rifiuti;
il presidente della regione, nel luglio 2015, aveva firmato un'ordinanza che aveva ampliato – almeno sulla carta – la capienza delle strutture, oltre ad estendere la «biostabilizzazione» a quasi tutti i rifiuti prodotti nell'isola;
un ulteriore atto «contingibile e urgente» è stato firmato da Crocetta il 14 gennaio 2016, ma scriveva il dirigente generale del dipartimento acque e rifiuti dottor Armenio, che questi provvedimenti di emergenza «non sono più reiterabili poiché in qualche caso sono stati superati i termini previsti dalla legge»;
già a marzo 2016 il responsabile del settore dei rifiuti in Sicilia annunciava che la gestione in forma straordinaria delle due più grandi discariche, quelle di Bellolampo e Lentini (Sicula Trasporti), che smaltiscono il 60 per cento dell'immondizia prodotta nell'isola, non poteva proseguire era evidenziato che, «a causa di alcuni dubbi interpretativi circa la reitera del regime contingibile e urgente la capacità di conferimento di questi due siti potrebbe essere limitate o, nel caso di Bellolampo, interrotta»;
per ultimo il presidente Crocetta ha adottato una nuova ordinanza contingibile e urgente in data 7 giugno 2016;
quanto sopra esposto ha riflessi ambientali e igienico sanitari e altresì comporterà un problema di carattere economico finanziario derivanti da specifiche procedure d'infrazione da parte dell'Unione europea;
oggi la gestione dei rifiuti è divisa fra 19 società e 27 sono gli ato in liquidazione che hanno creato, a quanto risulta agli interroganti, un buco da 2 miliardi di euro di debiti;
a giugno 2016 il al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare invitava il Governo regionale a una serie di adempimenti obbligo di aumentare la raccolta differenziata, di recuperare l'evasione della tari e di varare una riforma che abolisse gli ato;
il cronoprogramma imposto alla regione che a sua volta lo ha ingiustificatamente ribaltato ai comuni siciliani non è attuabile;
in Sicilia rischia di materializzarsi una situazione che annichilirà, per gravità e conseguenze l'attività amministrativa dei comuni e la vita dei cittadini;
i dati di fatto sono: la capacità delle discariche private di ricevere i rifiuti provenienti dai comuni è insufficiente; le discariche sono gestite da privati e in un regime di oligopolio;
l'Anci Sicilia, già da tempo, ha denunciato lo stato di calamità istituzionale in cui versa la regione siciliana, stigmatizzando la difficile condizione con la quale si trovano costretti a confrontarsi gli amministratori siciliani;
è necessario un intervento urgente che ponga fine alle eterne liquidazioni degli ato e che nel più breve tempo possibile, la riforma del sistema integrato dei rifiuti;
i sindaci, inoltre, ha o manifestato, unanimemente il proprio disappunto per una politica regionale che non ha pianificato negli anni un adeguato sistema del ciclo dei rifiuti, in particolare non prevedendo una impiantistica idonea a consentire sistemi locali efficienti di raccolta differenziata e scaricando, pertanto, la responsabilità sulle amministrazioni comunali –:
se il Governo non intenda assumere iniziative per dichiarare lo stato di emergenza nel settore dei rifiuti in Sicilia, al contempo nominando dei commissari ad acta per gli interventi necessari;
in caso affermativo, se il Governo non intenda nominare commissari estranei a tutti i soggetti che, fino ad oggi, a diverso titolo si sono occupati in Sicilia dell'emergenza rifiuti. (5-09182)
BRAMBILLA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
come già ricordato nell'atto di sindacato ispettivo 3/02297, prevalentemente dedicato al «Festival della carne di cane» di Yulin (Repubblica popolare cinese), in molti Paesi dell'Estremo Oriente sono legali commercio e il consumo di carne di cane: in Corea del Sud si stima che ogni anno siano destinati all'alimentazione alcuni milioni di animali, generalmente dopo aver subito terribili abusi;
il consumo di carne canina è massimo durante i « bok nal», «giorni del cane», espressione con cui i coreani designano le giornate più calde dell'anno secondo il calendario lunare. Quest'anno il primo giorno cade il 17 luglio, l'ultimo il 16 agosto. In tale periodo è usanza, diffusa soprattutto tra gli anziani, consumare il « boshitang», la zuppa di carne di cane che si ritiene rinfreschi e rinvigorisca il corpo. L'ossequio alla tradizione costa la vita ad almeno un milione di cani l'anno;
la Corea del Sud è uno dei pochi Paesi al mondo, se non l'unico, dove si allevano cani a scopo alimentare, specialmente della razza «da carne» Nureongi. Non sono però fissati standard di benessere negli allevamenti: gli animali, fino a quando saranno macellati, vegetano in gabbie piccolissime e sporche, nutriti con gli scarti dei ristoranti o i rifiuti delle case. Altri sono sottratti alle famiglie, catturati per strada, trasportati dai villaggi in condizioni spaventose, spesso torturati (alcuni pensano che la carne così diventi più tenera), uccisi a colpi di mazza o con scariche elettriche;
l'usanza di consumare carne canina, considerata con disgusto in Occidente, è talora fonte di imbarazzo per le autorità coreane: durante le Olimpiadi di Seul, nel 1988, il Governo sudcoreano tentò di nascondere alla vista degli ospiti stranieri tutti i ristoranti che servivano carne di cane;
a quasi trent'anni di distanza, poco è cambiato. Senza approfondire adeguatamente la questione, il Comitato internazionale olimpico ha assegnato alla Corea del Sud l'organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2018 a Pyeongcheang;
in vista dell'importante appuntamento sportivo, si è intensificata, soprattutto su internet, la mobilitazione internazionale contro il consumo di carne di cane in Corea, che raggiunge il culmine durante i bok nal. In prima linea è schierata la World Dog Alliance, di cui la Lega italiana per la difesa degli animali e dell'ambiente è portavoce per l'Italia. Proprio al presidente di WDA, l'imprenditore e regista Genlin, si deve lo sconvolgente documentario di 90 minuti sul fenomeno del traffico e del consumo di carne di cane in Asia: « Eating happiness», del 2015. Secondo la WDA, 30 milioni di cani all'anno sono macellati, cotti e mangiati in Asia. Circa 70 su cento sono animali da compagnia rapiti –:
se il Governo eventualmente coinvolgendo i partner europei, l'Alto commissario per la politica estera e la sicurezza dell'Unione europea il Comitato internazionale olimpico, intenda prendere posizione sulla questione e chiedere alle autorità coreane a vietare il consumo e il commercio di carne di cane;
in caso di risposte insoddisfacenti o evasive da parte delle autorità coreane, se il Governo intenda valutare l'ipotesi di proporre, nelle appropriate sedi internazionali, un'azione di boicottaggio delle olimpiadi invernali del 2018.
(4-13823)
NESCI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della salute, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
dal 2010 la regione Calabria è commissariata per l'attuazione del piano rientro dal disavanzo sanitario regionale;
per legge, detto commissariamento doveva cessare il 31 dicembre 2012;
secondo l'interrogante, come evidenziato nell'interpellanza urgente n. 2-01172, la proroga del commissariamento è avvenuta senza alcun atto giustificativo e non conformandosi alle norme vigenti;
il 12 marzo 2015 il Consiglio dei ministri ha nominato l'ingegner Massimo Scura e il dottor Andrea Urbani, rispettivamente, commissario e sub-commissario per l'attuazione del piano di rientro dal disavanzo sanitario della Calabria;
i dati sul fabbisogno di personale sanitario nella regione Calabria sono stati trasmessi con nota del commissario e del sub-commissario ad acta avente protocollo n. 199396, del 21 giugno 2016, inviata alla direzione generale della programmazione sanitaria dei livelli di assistenza e dei princìpi etici di sistema, all'ufficio X della medesima direzione e alla ragioneria dello Stato presso il Ministero dell'economia e delle finanze;
nella riferita nota è scritto che «il gruppo di lavoro individuato dalla struttura commissariale con DCA 20 del 10 febbraio 2016, dopo un lungo confronto con le direzioni aziendali, ha registrato un fabbisogno di 3.017 addetti dei vari profili per poter attivare i posti letto della rete ospedaliera di cui al DCA 30/2016»;
nella medesima nota è scritto, ancora, che, «per poter ottemperare alla legge n. 161 del 2014», è «necessario inserire nel ciclo produttivo 1.298 addetti, dei vari profili»;
nella nota in parola è precisato che «pur in presenza di oggettive difficoltà si sta consolidando un processo virtuoso, sia sotto il profilo dell'efficientamento dell'organizzazione, sia sotto quello del contenimento della spesa»;
la suddetta ricostruzione è, a parere dell'interrogante, platealmente smentita da un'affermazione precedente, contenuta nella nota che in questione, laddove si precisa che la sanità calabrese «nel corso del piano di rientro ha perso oltre 4.000 unità»;
tale ultimo dato, certificato della struttura commissariale in predicato, conferma, a giudizio dell'interrogante, che la riduzione del disavanzo sanitario della Calabria è in larga misura imputabile alla mancata sostituzione del personale andato in quiescenza, forzatamente imposta per rispettare gli obiettivi di finanza pubblica correlati al sistema dell'euro, piuttosto che all'adozione di misure strutturali;
ancora, nella nota menzionata, a fronte della ricognizione sul fabbisogno di personale sanitario il commissario e il sub-commissario ad acta hanno precisato che «la soluzione di assumere in modo flessibile 589 persone ci creerà non pochi problemi di reclutamento e di fatto nuovi precari», di cui una riprova è costituita dal DCA n. 55 del 20 giugno 2016, che, considerati i naturali tempi burocratici per l'espletamento delle relative procedure, autorizza una serie di assunzioni fino al 31 ottobre, cioè realisticamente per appena due mesi;
la riferita situazione è insostenibile e non consente affatto, come appare ovvio, di tutelare il diritto alla salute nella regione Calabria, che, come dimostrato nell'interpellanza dell'interrogante n. 2-01258, ha sostenuto una maggiore spesa annua per la cura dell'ipertensione arteriosa, del diabete mellito, della broncopneumopatia cronica ostruttiva e dello scompenso cardiaco, stimata in 108 milioni 826 mila e 600 euro, dal vigore dell'attuale criterio di ripartizione del fondo sanitario regionale, per un totale di oltre 1,6 miliardi di euro –:
quali iniziative urgenti intendano assumere, per quanto di competenza, per consentire nell'immediato, in Calabria, data la gravissima carenza certificata di personale, le 1.298 assunzioni necessarie a rispettare le prescrizioni vincolanti e tassative sui turni e i riposi obbligatori di cui alle legge n. 161 del 2014, che costituiscono meno della metà del fabbisogno complessivo certificato;
se, in difetto, non intendano assumere le iniziative di competenza volte all'uscita immediata della regione Calabria dal commissariamento, a giudizio dell'interrogante nei fatti completamente inutile;
quali urgenti iniziative di competenza intendano assumere per l'immediata revisione del criterio di ripartizione del fondo sanitario e se non ritengano di dover assumere iniziative per l'erogazione, in favore della regione Calabria e delle altre regioni con analoghi dati sui malati cronici, delle risorse negli anni non elargite a causa del criterio vigente di ripartizione del predetto fondo. (4-13825)
DAGA, TERZONI, BUSTO, DE ROSA, MANNINO, MICILLO e ZOLEZZI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
la legge n. 221 approvata in via definitiva dalla Camera il 22 dicembre 2015 (provvedimento meglio noto come collegato ambientale), contiene norme che riguardano l'organizzazione e la governance della prevenzione del rischio idrogeologico. Nello specifico, l'articolo 51 prevede la riorganizzazione dei distretti idrografici in materia di difesa del suolo, modificando diversi articoli del codice dell'ambiente (decreto legislativo n. 152 del 2006): si predispone il passaggio dall'attuale situazione, caratterizzata dalla presenza di 39-41 autorità di bacino nazionali, interregionali e regionali, all'assetto distrettuale, programmando l'istituzione di autorità di bacino distrettuale per gli otto distretti idrografici, responsabili della redazione dei piani di gestione;
il piano di gestione (articolo 117 del decreto legislativo n. 152 del 2006) affronta le questioni specifiche attinenti al proprio distretto (definisce e stabilisce aspetti qualitativi e quantitativi, come la continuità fluviale, l'eutrofizzazione, il rilascio di sostanze pericolose da specifici settori) e costituisce stralcio del piano di bacino distrettuale. Mentre è in capo alle regioni (i presidenti delle regioni assumono il ruolo di commissari contro il dissesto idrogeologico grazie al decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91) l'obbligo di redigere un piano di tutela per il proprio territorio, che costituisce uno specifico piano di settore (articolo 121 del decreto legislativo n. 152 del 2006), nel quale si definiscono aspetti tecnici, quali lo stato dei corpi idrici e le misure per la tutela quali-quantitativa delle acque rientrano tra gli elementi del piano di tutela;
il collegato ambientale stabilisce anche che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare assuma le funzioni di indirizzo e coordinamento con le altre autorità, avvalendosi dell'ISPRA e prevede la possibilità di una articolazione territoriale a livello regionale (sub-distretti) impiegando le strutture delle soppresse autorità di bacino regionali e interregionali. Infatti, risulta fondamentale evitare il dissolvimento del sistema tecnico e del patrimonio di conoscenze e competenze che si è creato nei venticinque anni di attività successivi all'approvazione della legge n. 183 del 1989;
l'articolo 63, comma 3, del decreto legislativo n. 152 del 2006 rimanda l'attivazione dell'autorità di bacino distrettuale per gli otto distretti idrografici all'emanazione di un apposito decreto che definisce i criteri e le modalità per l'attribuzione o il trasferimento del personale e delle risorse patrimoniali e finanziarie dalle autorità istituite ai sensi della previgente normativa nazionale (la legge n. 183 del 1989) ai nuovi soggetti distrettuali. Il successivo comma 4 dispone che «Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto di cui al comma 3, con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, d'intesa con le regioni e le province autonome il cui territorio è interessato dal distretto idrografico, sono individuate le unità di personale trasferite alle Autorità di bacino e sono determinate le dotazioni organiche delle medesime Autorità». Inoltre, in base al comma 7 del medesimo articolo: «Il segretario generale è nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare». La carica del segretario generale è quinquennale e tra i suoi compiti ha quello di provvedere agli adempimenti necessari al funzionamento dell'autorità di bacino –:
quale sia la situazione attuale del riordino della governance relativa alla prevenzione del rischio idrogeologico introdotta dal collegato ambientale;
se i decreti che definiscono i criteri e le modalità per l'attuazione delle autorità di bacino siano stati emanati, quali e quanti segretari generali siano stati nominati, se tutte le autorità di bacino abbiano provveduto a redigere i piani di gestione e i piani di bacino distrettuale, se tutte le regioni abbiano redatto i piani di tutela per il proprio territorio. (4-13826)
TRIPIEDI, CRIPPA, COMINARDI, CIPRINI, DALL'OSSO, CHIMIENTI, PESCO, ALBERTI, VILLAROSA, DI VITA, LOMBARDI, BUSTO, DE ROSA e FERRARESI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
in data 6 luglio 2016, appariva sul sito online « change.org», l'aggiornamento ad una raccolta firme lanciata nel mese di gennaio 2016, riguardante la questione della sospensione del provvedimento sperimentale di regolazione del lago Maggiore a +1,50 metri sopra lo zero idrometrico;
nell'aggiornamento si faceva riferimento all'interrogazione a risposta in Commissione n. 5-07918 depositata, in data 25 febbraio 2016, dal primo firmatario del presente atto alla quale il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare non ha ancora dato risposta;
l'aggiornamento proseguiva rendendo noto che, nell'attualità, la regolazione del lago a +1.25 metri sopra lo zero idrometrico di Sesto Calende (VA) ha peggiorato anche il deflusso delle acque, provocando pesanti e visibili danni al fiume Ticino. Ciò è dovuto alle aperture improvvise delle dighe in Svizzera e anche a quella della Miorina, sita a Golasecca(VA), e alle successive e rapide chiusure delle stesse che, una volta riottenuto il livello desiderato nel lago, stanno portando alla pesante erosione delle rive e dell'alveo fluviale. Più nello specifico, le onde di piena improvvise, in alcuni casi della durata di poche ore, trascinano la flora e la fauna a valle, sradicano alberi, causano erosioni e cedimenti delle rive oltre che a danneggiare i manufatti di protezione;
tale situazione ha portato danni per tutti coloro i quali abitano ai margini del fiume. Nella città di Pavia si è resa necessaria una manutenzione, straordinaria della riva e, sempre nel tratto cittadino, si stanno verificando depositi sempre più accentuati della ghiaia erosa a monte, impedendo la navigazione e l'utilizzo sportivo e sociale del fiume;
il timore di chi sta seguendo la questione dell'abbassamento del livello delle acque, è che l'obbiettivo degli enti locali sia quello di chiedere un ulteriore abbassamento del lago per scopi turistici, peggiorando ulteriormente la situazione;
nel documento sopraindicato, si faceva riferimento anche ad un articolo del Corriere della Sera apparso online in data 2 luglio 2016;
nell'articolo veniva spiegato che il fiume Ticino, inserito in un parco che è la più grande realtà ecologica territoriale della regione Lombardia, sta aspettando da anni gli interventi già decisi e finanziati di tutela e manutenzione, mentre il Ministero dell'ambiente non mantiene l'impegno a ridiscutere con la Svizzera il rilascio d'acqua dal lago Maggiore;
Luigi Duse, vicepresidente del parco del Ticino, nell'articolo commenta che «c’è un fiume da tutelare, come scrigno di biodiversità e ricchezza per l'agricoltura anche di qualità. Ma è trascurato, maltrattato. Il tratto a monte del ponte di barche di Bereguardo deve essere sistemato a causa di un progetto sbagliato. Tre anni fa erano stati decisi i primi lavori. Il finanziamento della regione Lombardia doveva partire dal giugno 2016. Adesso si scopre che per il progetto servirà aspettare ancora 18 o magari 20 mesi. E in questo modo si passa al 2018...»;
nell'articolo veniva ricordata la sofferenza del Ticino e delle 7 mila aziende, agricole, per l'industria elettrica, per il turismo ecologico ed altro, distribuite ai margini di esso;
veniva sottolineata la decisione dell'apertura e chiusura improvvisa e non concordata con le autorità italiane delle dighe in Svizzera, la conseguente decisione delle autorità del lago Maggiore di non mantenere l'innalzamento dei livelli dell'acqua troppo a lungo e la conseguente apertura anche della diga della Miorina a valle che ha portato alle nefaste conseguenze per l'erosione delle sponde, per l'instabilità dell'alveo e per l'ecosistema, con Borgoticino (PV) tra i principali paesi colpiti;
il parco del Ticino è area protetta dall'Unesco e fa parte della rete mondiale delle riserve della biosfera e a quarantadue anni dalla sua istituzione, come scrive il suo primo presidente, Achille Cutrera, «è un patrimonio culturale di ricerche, dati, rilevazioni fotografiche da primato per l'Italia»;
a fronte del fatto che a metà giugno 2016 dovevano arrivare i primi 400 mila euro di finanziamento promessi, la presidente onoraria del Fai, Giulia Maria Crespi, ha accusato che «la realtà è che c’è disinteresse e ci sono due persone importanti, il governatore Maroni e il Ministro dell'Ambiente, Galletti, che non comprendono l'urgenza dei lavori» e che «Governatore e Ministro si mostrano distaccati, lontani dai problemi di migliaia di agricoltori i che nel Ticino e nella tutela del suo Parco vedono una ricchezza. Maroni aveva garantito i primi fondi, ma davanti al cronoprogramma è sparito. Galletti non fa quello che un anno fa, con una lettera, aveva annunciato di voler fare: un tavolo con la Svizzera per regolare il livello delle acque»;
gli interroganti sposano in toto le dichiarazioni sopraindicate del vicepresidente del parco del Ticino, Luigi Duse, dell'ex presidente del parco del Ticino, Achille Cutrera, e della presidente onoraria del Fai, Giulia Maria Crespi, e aggiungono che continuano a non comprendere la completa assenza delle istituzioni e in particolare del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare che, come sopraindicato, aveva annunciato un anno fa, di voler fare un tavolo mai tenutosi con le autorità svizzere per regolare il livello delle acque del lago Maggiore;
si ribadisce che l'interrogazione sopra richiamata risulta attualmente ancora senza risposta –:
quali siano le motivazioni che hanno spinto il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare a sospendere il sopraindicato provvedimento di regolazione idrica del lago Maggiore;
quali siano i motivi dei ritardi che hanno portato il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare a non concordare l'istituzione di un tavolo di confronto con le autorità competenti svizzere per regolare il livello delle acque del lago Maggiore, annunciato dallo stesso Ministro circa un anno fa;
se il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare non ritenga di ripristinare, nell'immediato, l'efficacia del provvedimento in questione, al fine di ristabilire il corretto e necessario livello idrometrico del lago Maggiore, atto a garantire la sopravvivenza del fiume Ticino e di tutti i fiumi e corsi d'acqua ad esso collegati, oltre che a garantire una sufficiente riserva idrica con finalità irrigue ed industriali. (5-09190)
MELILLA. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
in una nota a mezzo stampa alcune associazioni ambientaliste denunciano come una delle zone più belle del parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise stia per essere gravemente deturpata. L'allarme ha raggiunto anche il Corpo forestale dello Stato e i carabinieri del Noe;
si tratta della strada che si inoltra nei piani d'Angro, nel comune di Villavallelonga (L'Aquila), dall'altezza del Vallone Giafassa fino al fontanile e al rifugio dell'Aceretta;
è bene precisare che attualmente la strada è sterrata, ma che diversi anni fa fu asfaltata. Oggi essa è, per alcuni tratti, intransitabile poiché le piogge l'hanno erosa e resa scoscesa, tanto che molti mezzi meccanici preferiscono percorrere il manto erboso vicino piuttosto che l'arteria;
secondo il parere degli ambientalisti riportare l'asfalto sulla strada metterà in serio pericolo la vita dei molti orsi che vivono nella zona, soprattutto femmine con prole: la strada avrebbe dovuto fermarsi in corrispondenza di valle Cervara (dove si trova una delle faggete più antiche d'Europa);
stando alla denuncia, invece, la strada dovrebbe proseguire verso il rifugio, prolungandosi per oltre un chilometro –:
se il Ministro interrogato non intenda verificare se il progetto di asfaltare questa strada non sia dannoso per l'habitat degli orsi, mettendone a repentaglio la sopravvivenza. (4-13818)
FRACCARO. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
il Ministero della difesa ha avviato un processo di razionalizzazione dello strumento militare e di riorganizzazione degli enti e del personale di tutte le Forze armate a seguito dell'adozione dei seguenti provvedimenti normativi: legge 31 dicembre 2012, n. 44 «Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale e norme sulla medesima materia»; decreto legislativo 28 gennaio 2014, n. 7 «Disposizioni in materia di revisione in senso riduttivo dell'assetto strutturale e organizzativo delle Forze armate (...)»; decreto legislativo 28 gennaio 2014, n. 8 «Disposizioni in materia di personale militare e civile del Ministero della difesa, nonché misure per la funzionalità della medesima amministrazione (...); decreto legislativo 26 aprile 2016, n. 91 «Disposizioni integrative e correttive ai decreti legislativi 28 gennaio 2014, n. 7 e 8»;
lo scopo dei succitati provvedimenti legislativi è di ridurre le spese a carico dello stesso Ministero, procedendo alla chiusura di reparti operativi e non sul territorio nazionale, con conseguente trasferimento di personale – militare e civile – presso altre sedi, e senza oneri a carico della pubblica amministrazione;
in data 30 giugno 2015 si è provveduto alla chiusura del 2o reggimento artiglieria terrestre alpino «Vicenza», stanziato in Trento, con reimpiego del personale a costo zero sui due reparti esistenti nella stessa sede;
in data 5 luglio 2016 è stata disposta la soppressione del Comando militare dell'Esercito «Trentino Alto Adige», con reimpiego di parte del personale presso la sede di Bolzano. Tale operazione comporterà esborsi addizionali che sommati nel tempo potrebbero raggiungere un importo prossimo a euro 500.000,00, relativamente all'indennità di trasferimento da corrispondere al personale reimpiegato. L'operazione risulta peraltro essere l'unico caso in Italia in cui sia stato soppresso un Comando militare dell'Esercito presso un capoluogo di regione;
buona parte del personale interessato al provvedimento di reimpiego su Bolzano e Trento è, per motivi di età, prossimo alla maturazione dei requisiti richiesti per la cessazione dal servizio e/o il collocamento in ausiliaria;
senza tenere in considerazione i disagi causati al personale reimpiegato e senza entrare nel merito delle motivazioni che hanno originato la predetta decisione, l'interrogante ritiene che il provvedimento del 5 luglio 2016, oltre a determinare un dispendio addizionale di risorse pubbliche per corrispondere le indennità di trasferimento e una dispersione di capacità professionali per destinarle, in apparenza, allo svolgimento delle medesime funzioni presso altra sede, possa determinare una carenza di competenze presso gli uffici distaccati del Comando truppe alpine di stanza a Trento. Tra le altre conseguenze, ciò comporterebbe un critico rallentamento delle attività della componente territoriale, la quale, come noto, svolge la delicata funzione di collegamento fra l'organizzazione militare e le istituzioni civili –:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti menzionati in premessa e se, in considerazione dei motivi di riduzione dei costi che hanno ispirato la riorganizzazione, intenda valutare iniziative per verificare la disponibilità degli interessati al reimpiego presso la sede di Trento, al fine di assicurare le competenze necessarie al buon funzionamento degli uffici e di raggiungere contestualmente i target individuati dalla spending review. (4-13827)
RICCIATTI, SANNICANDRO, QUARANTA, MELILLA, PIRAS e NICCHI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
come spesso accade da anni a questa parte, anche questa estate si registrano disservizi all'impianto di condizionamento del tribunale di Ancona;
nella XV legislatura il deputato Andrea Ricci con l'atto di sindacato ispettivo 4-02496 ottenne dal Ministero della giustizia una risposta affinché si cercasse di risolvere il problema;
in data 7 ottobre 2015, l'USB Unione sindacale di base – scriveva presidente ed ai dirigenti del tribunale di Ancona in merito al disservizio dei gruppi frigoriferi del palazzo di giustizia riportando anche interrogazioni comunali anch'esse riconducibili alla scorsa legislatura del comune di Ancona;
da ultimo si rileva una lettera inviata al presidente del tribunale, al rappresentante, dei lavoratori presso il tribunale e per conoscenza anche al procuratore della Repubblica in cui, in relazione alla richiesta di riparazione del terzo gruppo frigorifero, si assicura che, all'esito del sopralluogo dell'ingegner Ronconi, l'apparecchiatura è stata ripristinata e appare funzionante;
in occasione del predetto sopralluogo si è rilevato il mancato funzionamento dei due compressori relativi al secondo gruppo frigorifero, a causa di un guasto elettrico. La lettera si conclude ribadendo la necessità di richiedere un ulteriore intervento –:
se il Ministro interrogato non intenda valutare l'opportunità di assumere ogni iniziativa di competenza volta a favorire una radicale soluzione della problematica di cui in premessa. (5-09188)
GINATO. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
la crisi che ha colpito la banca Popolare di Vicenza ha seriamente minato il tessuto sociale e imprenditoriale della provincia vicentina, con migliaia di risparmiatori, parte di questi anche dipendenti della banca stessa, che hanno visto le proprie azioni diminuire drasticamente di valore, da 62,50 euro fino al 2014 a 0,10 euro, prezzo stimato con un'eventuale entrata in borsa;
dopo la scoperta dei problemi finanziari della Popolare di Vicenza e dopo la diminuzione del valore delle azioni, si stima che circa 1.500 azionisti abbiano deciso di intentare una causa nei confronti degli ex vertici della banca e nei confronti di chi aveva la funzione di vigilante;
qualche giorno fa, il tribunale delle imprese di Venezia, nella persona del giudice Anna Maria Marra, ha accolto il ricorso d'urgenza di un imprenditore che ha chiesto di dichiarare nullo il contratto di fido in relazione alla sottoscrizione dell'aumento di capitale correlato, che in gergo viene chiamato «finanziamento baciato puro»;
di conseguenza, il giudice Marra ha ordinato di congelare il rimborso delle rate del prestito di 9,3 milioni di euro a fronte dell'acquisto di azioni il cui valore è stato praticamente azzerato;
tale ordinanza potrebbe avere ricadute anche su quanti hanno sottoscritto «finanziamenti baciati parziali», ovvero ditte o persone fisiche che hanno ricevuto azioni all'interno di un finanziamento per una quota stimata del 20-30 per cento sul valore del finanziamento;
come riportato dal « Giornale di Vicenza», la Consob ha rilevato nei confronti della banca Popolare di Vicenza delle violazioni della normativa europea «Mifid» in circa 58.000 casi, soprattutto con l'aumento di capitale avvenuto nel biennio 2013-2014;
come ha affermato il procuratore capo della Repubblica presso il tribunale Vicenza, dottor Antonio Cappelleri, le denunce dovranno essere esaminate singolarmente, creando così uno straordinario carico di lavoro per il tribunale di Vicenza;
al 30 giugno 2015, la procura di Vicenza aveva 14.929 fascicoli pendenti, circa 1.650 per ciascuno degli 11 magistrati presenti, con la conseguenza di rendere impossibile una ragionevole durata nei processi;
nella procura di Vicenza, rispetto alla pianta organica, si stima che manchi il 25 per cento dei pubblici ministeri e oltre il 20 per cento del personale amministrativo. Le difficoltà nella trattazione delle inchieste è causa anche dei ritardi, tanto che 1.055 delle 8.666 definizioni consistono in prescrizioni, pari al 12 per cento –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza della situazione generale della giustizia penale in Veneto e degli effetti sul sistema giustizia della crisi della banca Popolare di Vicenza;
se non ritenga opportuno attivarsi, per quanto di competenza, al fine di incrementare l'organico del personale del tribunale di Vicenza, la carenza del quale risulta essere uno dei maggiori e più urgenti problemi in provincia. (4-13820)
SGAMBATO, TARTAGLIONE, MANFREDI, MANZI e LACQUANITI. — Al Ministro della giustizia, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
con decreto legislativo n. 146 del 2000, veniva finalmente istituito il ruolo direttivo, ordinario e speciale, del Corpo di polizia penitenziaria, prevedendone l'articolazione in qualifiche e gradi con ordini gerarchici e livelli corrispondenti ai rispettivi ruoli della polizia di Stato;
l'intento normativo perseguito era quello di dotare il corpo di polizia penitenziaria di una propria classe dirigente, con attribuzioni funzionali e carriera analoga a quella riservata al personale direttivo e dirigenziale delle altre forze di polizia ad ordinamento civile, polizia di Stato e Corpo forestale dello Stato;
tuttavia, va rilevato che l'articolo 1, comma 973, della legge n. 208 del 2015, (legge di stabilità 2016), finalmente pareva porre termine alla sperequazione e al disallineamento di tali ruoli del corpo di polizia penitenziaria rispetto alle altre forze di polizia, durata per ben 16 anni, prevedendo autorizzazioni di opera per il riallineamento dei suddetti ruoli, con decorrenza giuridica a far data dal 1° gennaio 2016 ed attuazione dei relativi decreti;
in realtà, però, fino ad oggi, nonostante siano trascorsi diversi mesi, una così palese mortificazione di un intero corpo di polizia continua a persistere;
nessun riallineamento dei ruoli direttivi della polizia penitenziaria, nonostante precisi termini e fondi previsti nella citata legge è stato conseguito, con la rovinosa conseguenza di alimentare sentimenti di abbandono e di delusione di un corpo di polizia chiamato troppe volte e troppo spesso ad adempiere ai propri difficili compiti istituzionali in condizioni ben al limite di quelle consentite;
la mancata attuazione, oltre a lasciar persistere una disparità nel trattamento giuridico ed economico per i funzionari della polizia penitenziaria rispetto agli omologhi ruoli della polizia di Stato e del Corpo forestale – in quanto la qualifica iniziale nel ruolo direttivo per i primi al termine del corso di formazione è di «vice commissario» (parametro stipendiale 133,25), mentre per le altre forze di polizia è di «commissario capo» (parametro stipendiale pari a 144,50), prevedendo inoltre degli sviluppi di carriera notevolmente più lenti per i funzionari della polizia penitenziaria (9 anni e mezzo per raggiungere il grado di vice questore aggiunto rispetto ai 5 anni e sei mesi per le altre forze di polizia) – lascia sfuggire un'occasione oramai rincorsa e auspicata da ben 16 anni, cui è doveroso aggiungere la seria preoccupazione che gli stanziamenti finanziari previsti risultino poi infruttuosamente distolti per altre evenienze;
inoltre, preso atto che la delicata condizione delle carceri italiane, dove permane la carenza di organici, non può non risultare ulteriormente compromessa dal rischio di vedere demotivati proprio i ruoli apicali del corpo, molto e troppo spesso chiamati ad assumere comandi di reparti costituiti mediamente da 500/1000 poliziotti, cui si aggiunge la gestione della sicurezza di una popolazione di detenuti, che in alcune realtà arriva alle 2000 presenze, per uno stipendio medio di 1.800,00 euro mensili, pari a quello di un operaio specializzato di una qualsiasi fabbrica sul territorio nazionale, ma in condizioni di ulteriore stress psicofisico e di notevoli responsabilità;
stante l'auspicato riallineamento annunciato dal Governo e, formalmente regolarizzato nella legge sopra indicata, ma di fatto non attuato e rallentato senza alcuna plausibile motivazione da parte del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che non ha rispettato i termini del 31 marzo 2016, nella parte consistente nell'uniformare la normativa dei ruoli direttivi della polizia penitenziaria agli omologhi della polizia di Stato, disciplinati con normativa esistente e specifica in materia –:
quali iniziative intenda intraprendere il Ministro interrogato affinché sia quanto prima attuato l'articolo 1, comma 973 della legge n. 208 del 2015. (4-13828)
VILLAROSA. — Al Ministro della giustizia, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
l’iter e la valutazione del progetto di elettrodotto Terna Sorgente-Rizziconi sono caratterizzati da numerose «anomalie» nell'applicazione delle norme vigenti sia regionali sia nazionali che comunitarie. Anomalie già segnalate tramite diversi atti di sindacato ispettivo;
anche la fase di realizzazione dell'opera risulta contraddistinta da gravi irregolarità. Nel 2015 è stato posto sotto sequestro il sostegno n. 40 nel comune di Saponara, con provvedimento del giudice per indagini preliminari del tribunale di Messina. Il successivo provvedimento di dissequestro della procura della Repubblica è stato seguito dalla citazione in giudizio di Roberto Cirrincione della società Terna e degli architetti Salvatore Scuto e Anna Piccione della Soprintendenza di Messina. Per questo motivo è in corso un procedimento penale del quale si sono già celebrate due udienze e la terza è prevista per il giorno 27 settembre 2016. Il procedimento potrebbe concludersi con una sentenza di demolizione, per il conflitto con il piano paesaggistico dell'ambito 9. Sarebbe così necessario lo spostamento del tracciato verso valle di almeno 800 metri accompagnato con una nuova collocazione anche per i 2 + 2 sostegni antecedenti e seguenti;
nel corso del 2016, sempre per intervento del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Messina, è stato posto sotto sequestro il sostegno n. 45 nel comune di Villafranca Tirrena, nell'ambito del procedimento penale avviato a seguito di segnalazione dell'ispettorato ripartimentale delle foreste di Messina. Il sostegno è ancora sotto sequestro, ma alla data attuale, su disposizione del pubblico ministero, sono stati rimossi provvisoriamente i sigilli, come si evince dalla nota Terna del 22 aprile 2016 allo scopo di rendere possibile la esecuzione dei lavori disposti dal pubblico ministero in data 23 marzo 2016. Tali lavori sono inseriti nel progetto inviato da Terna al genio civile di Messina e al Ministero dello sviluppo economico con nota del 21 aprile 2016 e riguardano la sistemazione idraulica dei siti relativi ai sostegni 45 e 46 dell'elettrodotto. Per tali lavori il cartello di cantiere indica una previsione di 158 giorni;
in tale situazione non risulta alcun collaudo, né tecnico né amministrativo, e si ritiene impossibile che possa effettuarsi se non in presenza di nuovi fatti. Analogamente, dal sito web del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare non risultano ancora effettuate molte delle verifiche di ottemperanza alle prescrizioni impartite con l'autorizzazione unica dell'8 luglio 2010 del Ministero dello sviluppo economico;
in data 24 giugno 2016,2 l'Autorità per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico ha adottato una delibera avente per oggetto «Accertamento dello stato di raggiungimento delle milestone degli interventi strategici di sviluppo della rete di trasmissione nazionale, relativi all'anno 2015». Nelle premesse della deliberazione identificata in oggetto, così come al punto 5 del provvedimento, per quanto riguarda l'elettrodotto Sorgente-Rizziconi sussistono informazioni parziali per quanto riguarda il sostegno n. 40 e nessuna informazione per quanto riguarda il sostegno n. 45, entrambi facenti parte del tratto siciliano dell'opera;
appare poi alquanto bizzarra, se non inquietante, la comunicazione che l'elettrodotto sarebbe entrato in esercizio commerciale il 28 maggio 2016. Comunicazione che potrebbe assumere ulteriore rilevanza se posta in relazione diretta alla procedura di erogazione di incentivi economici di natura pubblica per l'anno 2015 –:
in base a quale normativa sia stata effettuata la messa in esercizio commerciale in assenza di collaudo dell'opera;
se i Ministri interrogati non ritengano opportuno valutare la possibilità di revocare l'autorizzazione per la realizzazione dell'intera opera e non accogliere la nuova proposta di elettrodotto tra Villafranca Tirrena e Sorgente, considerando anche il ricorso presentato al Consiglio di Stato che avrebbe fissato l'udienza per il prossimo mese di febbraio e il contrasto, a giudizio dell'interrogante, insanabile con il piano paesaggistico dell'ambito 9, il piano di gestione della ZPS ITA30042 e della ZSC Monti Peloritani e con l'area ad elevato rischio di crisi ambientale, già segnalato in sede di valutazione ambientale strategica. (4-13830)
ZANIN. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
il sistema viario italiano, oggi sempre più congestionato, anche a motivo di una ripresa economica lenta ma inesorabile, si trova in grosse difficoltà nel rispondere alle esigenze sia del sistema economico globale, sia alle necessità di spostamento delle popolazioni per motivi lavorativi e di svago;
la crescente domanda di mobilità mette sempre più spesso in crisi il sistema viario, sia quello autostradale che di indotto, soprattutto in termini di sicurezza. La situazione è ben rappresentata dallo stato della rete autostradale, che rappresenta appena il 2 per cento del totale del sistema viario nazionale, sulla quale viceversa si concentra attualmente il 25 per cento dei flussi. In pratica al consistente incremento di domanda non è corrisposto un adeguato aumento della rete in termini di estensione e capacità. Anche per questo motivo, negli ultimi anni tratti sempre più ampi della rete entrano in congestione apportando notevoli disagi agli utenti, con una diminuzione dell'efficienza del sistema produttivo (maggiori costi di trasporto) e un notevole aumento dei costi esterni (incremento dell'inquinamento acustico ed atmosferico derivati dalla congestione oltre all'esponenziale aumento degli eventi emergenziali);
la gestione della rete autostradale italiana è in mano a molteplici protagonisti, con inevitabili possibili diverse interpretazioni sul versante della sicurezza, pur in presenza di un'unica normativa. Normativa che oggi, più che mai, risulta capace di dare delle risposte contingenti nonché congrue alle necessità della viabilità. Ma proprio la viabilità e il traffico, nonché la conseguente sicurezza sono, insieme all'informazione all'utenza, alla base delle concessioni rilasciate. Per rispondere alle necessità di sicurezza lungo le autostrade italiane, le concessionarie, attraverso i comparti che si occupano di viabilità e traffico, gestiscono questo annoso problema, il cui valore in termini di prevenzione, tenendo presente che per quanti sforzi si facciano è praticamente impossibile calcolare l'esatto costo complessivo dei danni provocati dagli incidenti, sia in termini di vite umane (costo inestimabile) sia in costi di sanità pubblica oltre ai costi per i danni al patrimonio;
le autostrade tutte, attraverso i centri radio/sale radio e i loro operatori altamente professionalizzati, gestiscono eventi emergenziali, oltre al lavoro ordinario. Gestione fatta attraverso il sistema capillare di telecamere, ponti radio, telefonia diretta e pubblica con collegamenti al 118 (ambulanze, automediche, elisoccorso), 115, 113, centro operativo autostrade (polizia stradale), soccorsi stradali (ACI, IMA, VAI), autorizzazioni ai trasporti eccezionali, autorizzazioni di inizio e fine cantieri autostradali, gestione dei pannelli a messaggio variabile in itinere, utilizzo del sistema informatico come scambio di informazioni tra vari soggetti (compresi i partner internazionali) sulla condizione della viabilità, condizioni meteo, situazione del manto stradale. Tutto questo in stretta collaborazione con l'altra figura professionale autostradale: l'ausiliario alla viabilità. Mansione quest'ultima fondamentale lungo le autostrade italiane, data la necessità di prontezza nell'intervento necessario ad eliminare ostacoli in carreggiata, presegnalare eventi emergenziali (incidenti, ostacoli, mezzi in panne), assistere l'utenza, fornire assistenza tecnica ai trasporti eccezionali;
a questo si aggiunge l'indispensabile attitudine all'informazione all'utenza come previsto dalla direttiva europea ITS 2013 nonché dai successivi regolamenti specifici. Le linee guida europee adottate anche dallo Stato italiano indicano chiaramente gli strumenti e le soluzioni tecnologiche e di sistema da adottare. In particolare, dovrebbero essere rafforzati i protocolli di intesa anche con i Paesi confinanti come fatto da tempo in Friuli Venezia Giulia con l'Austria, Slovenia, Croazia e Ungheria, al fine di garantire quei servizi pan-europei previsti nel libro bianco dei trasporti del 2010. Il sistema di pedaggiamento europeo dovrà assumere un ruolo importante, pertanto dovranno essere rivisti il ruolo e l'organizzazione dei reparti coinvolti in tale processo;
con l'abolizione delle province si presenta anche la questione della gestione della viabilità ordinaria che in molti casi, soprattutto nel Nord est del Paese, potrebbe essere data alle concessionarie autostradali. Queste ultime darebbero risposta immediata ad una soluzione tecnica e gestionale della viabilità ordinaria a bassissimi costi (per le professionalità e mezzi insiti) –:
ai fini di assicurare un'adeguata implementazione della sicurezza e dell'informazione all'utenza, quali siano le iniziative che il Ministro intenda mettere in campo per far si che le concessionarie autostradali rivalutino le professionalità suddette, oltre a potenziare questi comparti autostradali vitali per una viabilità sicura con la diminuzione dei costi assoluti per la comunità. (5-09183)
PRODANI, RIZZETTO e MUCCI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
la linea ferroviaria transalpina comprende le linee costruite all'inizio del XX secolo dall'Impero austro-ungarico allo scopo di migliorare i collegamenti fra l'interno e il porto di Trieste, unendo le città di Člaeské Budějovice e Trieste, al tempo entrambe appartenenti all'Impero;
il sito online trasportiambiente.it, nella pagina «Comitato per il rilancio della Ferrovia Trieste Campo Marzio – Opicina», in una scheda tecnica illustra come: «la linea Campo Marzio — Villa Opicina è tratto iniziale (terminale secondo tutti i prospetti ferroviari) della linea “Transalpina”, che collegava Trieste a Salisburgo. La linea fu costruita nel 1906, e completata con il tratto Villach-Salisburgo (Tauernbahn) nel 1909; il tratto Campo Marzio —Villa Opicina misura 15 km di lunghezza a scartamento normale ed è completamente elettrificato». La linea, in forte pendenza in alcuni tratti (fino al 27 per mille) «presenta tre tratti in galleria, il più lungo è la “galleria Revoltella”, di 1460 metri, tra le stazioni di Guardiella e Rozzol, all'interno della quale la linea descrive una curva verso destra (scendendo da Opicina) di 400 metri di raggio»;
«l'interesse ad uso traffico urbano e suburbano di questa linea è dovuto al fatto che essa attraversa zone fortemente abitate e consente delle stazioni di salita e discesa (due, Guardiella e Rozzol, già esistenti, oltre ovviamente alle stazioni ai due capolinea) in punti nevralgici del traffico cittadino, consentendo tempi di percorrenza inimmaginabili nella situazione attuale di traffico. (...) La notevole panoramicità di questa linea (soprattutto nel tratto tra Opicina e Guardiella) e la presenza di siti turistici sul Carso, fanno inoltre ovviamente pensare ad un utilizzo anche turistico; l'attivazione inoltre della linea diretta con treni veloci tra Venezia e Lubiana-Zagabria con sosta alla stazione di Opicina, rende ancor più interessante questa linea in chiave di collegamento passeggeri»;
un'articolo de Il Piccolo di Trieste del 1o aprile 2014 ha evidenziato che la linea che dalla stazione di Campo Marzio raggiunge Opicina via Rozzol e Guardiella – la cosiddetta linea «Transalpina» – sia stata chiusa a causa di «un cedimento strutturale nella galleria Revoltella e di alcuni guasti sui binari»; l'ufficio stampa regionale di Ferrovie dello Stato ha fatto sapere che «la tratta della Transalpina che collega la stazione di Campo Marzio con quella di Opicina resterà inagibile almeno fino al 2016.»; a distanza di due anni dalla chiusura, non è dato sapere all'interrogante se e quali interventi siano stati realizzati, o siano in corso, per la riattivazione della linea;
l'articolo citato evidenzia, inoltre, come: «(...) Trieste rischia anche il completo isolamento passeggeri e merci. “La linea Transalpina, secondo l'ingegner Roberto Carollo, capo dei volontari del Museo Ferroviario di Campo Marzio, è un by-pass del nodo della città e un qualsiasi guasto lungo i 13 chilometri di ferrovia che separano la stazione centrale dal Bivio d'Aurisina, sarebbe fatale a tutti i collegamenti da e per Trieste”. Non solo. Se i lavori dovessero iniziare nel 2016, oltre al problema dei tempi biblici di ripristino, le Ferrovie dello Stato dovrebbero sborsare più soldi di quanti ne servano oggi per ridare lustro alla linea, perché è ovvio che due anni di incuria comporterebbero spese pesantissime’, afferma l'ingegnere.»;
il sito internet trasporti-italia.com, in data 26 giugno 2014, nell'articolo «l'Authority di Trieste chiede a FS di ripristinare la transalpina» riporta la notizia di una missiva inviata da Marina Monassi, all'epoca, presidente dell'autorità portuale di Trieste, al vertice del Gruppo Ferrovie dello Stato e, per conoscenza, alla presidente della regione Friuli Venezia Giulia e alla direzione generale per i porti del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Monassi, in conseguenza della chiusura della tratta, ha ricordato che: «tale provvedimento interno di Rete Ferroviaria Italiana (RFI) costituisce una rilevante limitazione all'accesso via ferro alle infrastrutture del Porto di Trieste, in palese contrasto con le obbligazioni assunte dal nostro Paese in sede internazionale a seguito dei trattati e dei relativi dispositivi a suo tempo sottoscritti circa l'impegno a mantenere la più ampia accessibilità al porto stesso». E ha ribadito che questa linea ferroviaria «pur non venendo regolarmente utilizzata per il traffico merci a causa della rilevante pendenza, rappresenta un'eventuale via di emergenza comunque fruibile in caso di eventi straordinari che possano incidentalmente interrompere collegamento ferroviario costiero»;
l'articolo «La ghigliottina: le vie d'ingresso e di uscita da Trieste: ferrovia Campo Marzio — Opicina», pubblicato sul blog FAQ Trieste (faqts.blogspot.it) il 4 marzo 2016, illustrando la linea ferroviaria attualmente non operativa, commenta come: «prima delle chiusure e dei tagli dovrebbe esserci un confronto tra i soggetti direttamente impegnati a decidere. Quindi un confronto necessario tra Regione e RFI. (...)Sarebbe importante per l'attività del porto non lasciare perdere una possibilità di questo tipo»;
in data 3 giugno 2016, il sito online TriestePrima al riguardo ribadisce come la tratta citata in premessa sia stata «recentemente messa fuori uso dalle ferrovie italiane malgrado sia importante per le criticità del porto, malgrado sia un veicolo di turismo che collega rapidamente il centro città con Opicina e le linee internazionali; malgrado abbia pendenze analoghe alla Capodistria-Divaccia, unica linea che serve il Porto di Koper (...); malgrado la sua riapertura sia richiesta sia dagli operatori del porto, sia dall'Autorità Portuale, sia dagli operatori turistici (...) per il collegamento con una stazione irraggiungibile dal Centro città e priva di servizi, come quella di Opicina, ma in posizione strategica sulle linee internazionali; malgrado sia un simbolo concreto di unità; pace e amicizia tra popoli e nazionalità (...).»;
a parere dell'interrogante va ulteriormente osservato che, alla luce dello sviluppo portuale previsto dal piano regolatore portuale e dal decreto del commissario di Governo nella regione FVG (Prot 19/8-5/2016) relativo al trasferimento del regime giuridico internazionale di porto franco dal Porto Vecchio a 5 nuove aree individuate sul territorio, mantenere un'unica direttrice di collegamento ferroviario da e per la città risulta molto limitante e potenzialmente rischioso: una prolungata interruzione della linea Trieste Centrale – Aurisina comporterebbe il totale isolamento di Trieste e del suo porto. Il ripristino della linea Transalpina, dunque, sia dal punto di vista strategico che da quello logistico, rappresenta una necessità inderogabile –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti riportati in premessa;
quali iniziative urgenti intenda adottare, di concerto con Ferrovie dello Stato, Rete Ferroviaria Italiana, Autorità Portuale di Trieste e Regione FVG per consentire la riattivazione della linea «Transalpina» nel tratto Campo Marzio-Opicina, chiarendo le tempistiche e le modalità d'intervento. (5-09186)
CARRA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
in data 24 novembre 1988 è stata approvata la convenzione generale tra Ferrovie dello Stato (ora Rete ferroviaria italiana, Anas spa, Provincia di Mantova e comune di Villa Poma (Mantova) relativa al «Progetto 069/Raddoppio Ferroviario Bologna – Verona, Appalto 6.0 lotto 4.0 tratta Poggio Rusco – Nogara»;
durante la progettazione dell'opera, per esigenze tecniche dovute alla necessità di modificare il tracciato della linea Ferrara Suzzara, è stata proposta al comune di Villa Poma la realizzazione di un passaggio a livello a raso in confine con il centro abitato;
dopo l'opposizione dell'amministrazione comunale, è stato predisposto un nuovo progetto che prevedeva, oltre al sovrappasso ferroviario, anche la realizzazione di un percorso ciclabile in fregio al lato est della strada statale 12 dall'incrocio con via Pomponazza fino al vecchio passaggio a livello e da qui, sul vecchio tracciato della Ferrara – Suzzara, fino a via Borgo in comune di Poggio Rusco;
questa soluzione è stata approvata dal consiglio comunale di Villa Poma con deliberazione numero 46/2002;
dopo l'approvazione dell'appendice alla convenzione approvata con deliberazione C.C. numero 16 del 28 febbraio 2005, in data 21 ottobre 2005 è stata autorizzata l'esecuzione dei lavori che, nel territorio di Villa Poma, sono iniziati nell'autunno 2006;
a tutt'oggi, i lavori di realizzazione del percorso ciclabile sono stati eseguiti solo in parte e presentano, nel tratto realizzato, gravi criticità;
in particolare, preme evidenziare che il tratto di percorso realizzato è ricompreso dal chilometro 229+650 al chilometro 230+375 della strada statale 12;
rimangono, conseguentemente, da realizzare il tratto iniziale nel centro abitato di Villa Poma (dal chilometro 230+375 al chilometro 230+450 della strada statale 12) ed il tratto finale che giunge fino in via Borgo, in territorio del comune di Poggio Rusco;
va, inoltre, segnalato che il tratto realizzato risulta per ragioni di sicurezza inidoneo allo scopo, tanto da costringere il sindaco di Villa Poma ad emettere ordinanza n. 6/2010 per la limitazione della velocità a 50 chilometri orari nel tratto compreso tra il chilometro 229+700 ed il chilometro 230+330 della strada statale 12 e ad indurre Anas, in esito a sopralluogo tenutosi in data 26 ottobre 2010, a prescrivere, al fine di migliorare la visibilità e le condizioni di sicurezza per l'immissione dai vari accessi carrai sulla strada statale 12, l'innalzamento di alcuni tratti della pista ciclabile e la rimozione e successiva sostituzione di alcuni elementi del new jersey;
in ragione dell'obbligo convenzionale i lavori eseguiti e quelli da realizzare sono in capo a Rete ferroviaria italiana –:
quali iniziative il Ministro interrogato intenda assumere affinché RFI provveda ai lavori di completamento del percorso ciclabile, nonché ponga in essere i correttivi indicati dall'Anas al fine di migliorare la visibilità e le condizioni di sicurezza lungo il tratto di percorso ciclabile già realizzato. (5-09187)
GIGLI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
in data 18 maggio 2016 l'interrogante presentava un question time in commissione affari costituzionali (n. 5-08712) nella quale si ricordava che l'articolo 4 del decreto legislativo n. 149 del 6 settembre 2011, recante «Meccanismi sanzionatori e premiali relativi a regioni, province e comuni, a norma degli articoli 2, 17 e 26 della legge 5 maggio 2009, n. 42», prevede che «Al fine di garantire il coordinamento della finanza pubblica, il rispetto dell'unità economica e giuridica della Repubblica, il principio di trasparenza delle decisioni di entrata e di spesa, le province e i comuni sono tenuti a redigere una relazione di fine mandato»; la relazione di fine mandato descrive le principali attività normative ed amministrative svolte durante il mandato;
nella citata interrogazione si ricordava, inoltre che il comma 3 del citato articolo 4 del decreto legislativo 149 del 2011, afferma che «In caso di scioglimento anticipato del Consiglio comunale o provinciale, la sottoscrizione della relazione e la certificazione da parte degli organi di controllo interno avvengono entro venti giorni dal provvedimento di indizione delle elezioni e, nei tre giorni successivi, la relazione e la certificazione sono trasmesse dal presidente della provincia o dal sindaco alla sezione regionale di controllo della Corte dei conti. La relazione di fine mandato è pubblicata sul sito istituzionale della provincia o del comune, entro e non oltre i sette giorni successivi alla data di certificazione effettuata dall'organo di revisione dell'ente locale, con l'indicazione della data di trasmissione alla sezione regionale di controllo della Corte dei conti»;
si osservava che il decreto legislativo ricordato non citava espressamente la figura del commissario straordinario come autore della relazione, ma si osservava che sarebbe comunque stato necessario conoscere la relazione di fine mandato prevista dalla legge e si domandava quali iniziative di propria competenza avrebbe intrapreso il Ministro interrogato per consentire la pubblicazione della suddetta relazione;
nella sua risposta in Commissione, il 19 maggio 2016 il sottosegretario Bocci ricordava che, come detto, la legge non citava il Commissario straordinario come sottoposto a quanto previsto dal citato decreto legislativo 149 del 2011, aggiungendo che «Tale assunto trova supporto nella finalità perseguita dall'articolo 4 del citato decreto legislativo n. 139 del 2011 che mira a rendere trasparente l'attività degli amministratori pubblici nei confronti degli elettori, in attuazione di un principio generale di responsabilità amministrativo-contabile a cui sono tenuti i soggetti investiti di cariche istituzionali nei confronti della comunità rappresentata», ma assicurava, comunque, che il prefetto Tronca avrebbe provveduto a far pubblicare sul sito istituzionale del comune di Roma la relazione di fine mandato predisposta dall’ex sindaco Marino e trasmessa alla Corte dei conti;
lo stesso aveva assicurato il commissario Tronca il 18 maggio 2016, come confermato da numerosi organi di stampa sia cartacei sia on line;
si veda, ad esempio, quanto riportato da repubblica.it il 18 maggio 2016, dove si legge che «Intanto, in questi 30 giorni che ancora restano, promette alla città un ultimo regalo legato alla cultura. Nel frattempo, continuerà a lavorare ad una relazione di fine mandato «che conterrà quello che ha trovato a palazzo senatorio». Sarà una sorta di testamento, un bilancio con i risultati raggiunti, i percorsi intrapresi. Sarà insomma il primo libro che il nuovo sindaco si troverà sulla scrivania entrando vittorioso nella stanza con vista sui Fori»;
in realtà, a due mesi dalla presentazione dell'atto di sindacato ispettivo sopra richiamato, ed ormai avvenuto l'insediamento del nuovo sindaco, della giunta e del consiglio comunale di Roma, nel sito del comune di Roma non risulta esservi traccia della suddetta relazione;
si tratta di uno strumento importante per il sindaco e per la sua maggioranza, per poter decidere quali interventi effettuare prioritariamente e che politiche intraprendere, ma anche per le minoranze per svolgere una costruttiva opposizione;
si ricorda che la legge prevede che questa relazione sia resa pubblica, mentre ad oggi non risulta essere stata ancora predisposta –:
di quali elementi disponga circa i motivi che hanno portato alla mancata pubblicazione, sul sito del comune di Roma, della relazione di fine mandato del sindaco Marino, annunciata dal commissario Tronca nel maggio 2016 e quali iniziative di competenza intenda intraprendere affinché la relazione venga quanto prima pubblicata. (5-09191)
NACCARATO, CAMANI, MIOTTO, NARDUOLO, ROSTELLATO e ZAN. — Al Ministro dell'interno, al Ministro della salute, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza disciplina l'esercizio delle sale giochi autorizzate e degli orari di funzionamento degli apparecchi con vincita in denaro installati negli stessi esercizi autorizzati ex articoli 86 e 88 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, regio decreto 773 del 1931 e negli altri esercizi commerciali ove è consentita la loro installazione;
l'articolo 50, comma 7, del decreto legislativo n. 267 del 2000 conferisce ai sindaci una generale potestà di regolamentare gli orari degli esercizi;
la circolare n. 557/PAS.7801.1200 del Ministero dell'interno, dipartimento della pubblica sicurezza del 23 giugno 2010, nonché la nota del 19 marzo 2013 del Ministero dell'interno del dipartimento della pubblica sicurezza precisano che gli orari di apertura e chiusura delle attività autorizzate dalla questura ai sensi dell'articolo 88 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza sono regolamentate dal sindaco, sulla base dei poteri descritti con l'articolo 50, comma 7, del Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali e ciò in ragione del fatto che tutti gli esercizi dediti al gioco rientrano nella categoria degli «esercizi pubblici»;
il potere del sindaco di limitare gli orari degli esercizi pubblici è oggetto di diverse sentenze che sono intervenute in materia definendo una vera e propria giurisprudenza prevalente;
in particolare, appare utile citare le sentenze del Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (sezione quinta) n. 3271 del 30 giugno 2014 e n. 3845 del 27 agosto 2014, con le quali i magistrati hanno: «avuto già modo di osservare come la circostanza, per la quale il regime di liberalizzazione degli orari sia applicabile indistintamente agli esercizi commerciali e a quelli di somministrazione, non precluda all'Amministrazione Comunale la possibilità di esercitare, a termini dell'articolo 50, comma 7, del decreto legislativo n. 267/2000, il proprio potere di inibizione delle attività per comprovate esigenze di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, oltre che del diritto dei terzi al rispetto della quiete pubblica, in caso di accertata lesione di interessi pubblici quali quelli in tema di sicurezza, libertà, dignità umana, utilità sociale, salute»;
la sentenza della Corte costituzionale n. 220 del 2014 del 18 luglio 2014, specifica che: «è stato riconosciuto che, in forza della generale previsione dell'articolo 50, comma 7, del decreto legislativo n. 267/2000, il Sindaco può disciplinare gli orari delle sale giochi e degli esercizi nei quali siano installate apparecchiature per il gioco e che ciò può fare per esigenze di tutela della salute, della quiete pubblica, ovvero della circolazione stradale»;
il consiglio comunale di Piove di Sacco, in più occasioni, si è espresso sulla materia ed ha chiesto al sindaco di emettere provvedimenti per tutelare la popolazione contro i rischi conseguenti alla diffusione del gioco d'azzardo lecito;
il comune di Piove di Sacco è intervenuto per disciplinare con ordinanza del sindaco n. 7 del 26 aprile 2016, gli orari di esercizio dell'attività di sala gioco e di utilizzo degli apparecchi di intrattenimento e svago con vincite in denaro, collocati in altre tipologie di esercizi (commerciali, locali o punti di offerta del gioco – decreto di direttore generale dei monopoli di Stato, prot. n. 2011/30011/Giochi/UD del 27 luglio 2011) ex articolo 86 e 88 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza;)
l'ordinanza stabilisce che gli esercizi che offrono tale intrattenimento tengano in funzione gli apparecchi a ciò destinati dalle ore 10 alle 13 e dalle ore 17 alle ore 22, specificando che negli orari esclusi gli apparecchi devono rimanere spenti ed essere mantenuti non accessibili;
inoltre, l'ordinanza dispone l'obbligo di esposizione di un apposito cartello (di dimensioni minime cm 20 x 30), in luogo ben visibile al pubblico, contenente in caratteri evidenti formule di avvertimento sul rischio di dipendenza dalla pratica di giochi con vincita in denaro, nonché le altre prescrizioni previste dalla legge e l'obbligo di esposizione all'esterno del locale di un cartello indicante l'orario di apertura delle sale giochi e di funzionamento degli apparecchi;
tale provvedimento si inserisce in una serie di ordinanze analoghe che i sindaci di diversi, comuni italiani hanno emesso per contrastare e prevenire la patologia di dipendenza dal gioco che è sensibilmente cresciuta nella popolazione a seguito della diffusione nel territorio di innumerevoli luoghi destinati al gioco con vincite in denaro;
la patologia derivante dai giochi d'azzardo, ovvero l'incapacità di resistere all'impulso di giocare d'azzardo o di fare scommesse, comunemente denominata «ludopatia», rappresenta un problema di salute pubblica che colpisce indistintamente tutte le fasce sociali, e può portare al deterioramento di rapporti familiari e sociali ed alla compromissione della posizione sociale e, nei casi più estremi, generare fenomeni criminosi e alimentare il fenomeno dell'usura, con pregiudizio della libertà e della dignità umana;
la sindrome da gioco d'azzardo è qualificata dall'Organizzazione mondiale della sanità come una malattia sociale ed una vera e propria dipendenza, caratterizzata da sintomi clinicamente rilevabili, quali la perdita del controllo sul proprio comportamento e la coazione a ripetere;
in conseguenza dell'aumento di tale patologia tra la popolazione, già nel 2012, con il decreto legge n. 158 del 13 settembre, «Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute», convertito con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, il legislatore ha previsto di aggiornare i livelli essenziali di assistenza (LEA) «con riferimento alle prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette da ludopatia, intesa come patologia che caratterizza i soggetti affetti da sindrome da gioco con vincita in denaro, così come definita dall'organizzazione mondiale della sanità;
dalle indagini statistiche in possesso del dipartimento delle dipendenze relative alla sola Asl 16 di Padova risultano dati preoccupanti sul fenomeno del gioco d'azzardo;
nell'anno 2015 sono risultate circa 336 le persone in terapia per GAP (gioco d'azzardo patologico) e che tali utenti sono nella maggior parte soggetti deboli;
pur non essendo noto il dato ufficiale sul numero delle persone affette da tale patologia, che non si sono ancora sottoposte a trattamenti di cura, diverse analisi presumono che il numero delle persone coinvolte nel meccanismo del gioco compulsivo sia aumentato in maniera consistente;
si stima, infatti, che i dati indicati rappresentino solo una porzione del fenomeno di cui nell'immediato non si percepisce la portata e che il numero delle persone coinvolte nel gioco compulsivo sia destinato ad aumentare, con intuibile rilievo sui costi pubblici e sociali;
la società DP Service Srl, con sede legale in Roma, in via Cornelia 498, a quanto risulta agli interroganti, avrebbe proposto un ricorso avanti il tribunale amministrativo regionale per l'annullamento, previa sospensione, della citata ordinanza del comune di Piove di Sacco;
a parere degli interroganti, nel caso dei giochi d'azzardo, i motivi di salute pubblica sono prevalenti rispetto al diritto di libera iniziativa invocato dai ricorrenti a tutela delle loro ragioni, soprattutto perché i dati offerti dal sistema sanitario nazionale indicano che le patologie da gioco d'azzardo compulsivo sono in aumento e comportano elevati costi sociali;
gli interroganti esprimono forte preoccupazione per i numerosi ricorsi amministrativi dei gestori delle sale da gioco e degli esercizi con apparecchi con vincite in denaro;
tali ricorsi, infatti, rischiano di depotenziare la tutela della salute delle persone e i poteri degli enti locali –:
se i Ministri interrogati siano al corrente dei fatti sopra esposti;
quali iniziative anche normative, intendano adottare per chiarire la permanenza in capo ai sindaci della potestà di regolamentare gli orari di esercizio degli esercizi pubblici e, più in generale per tutelare la salute pubblica;
quali iniziative Ministri intendano intraprendere, per quanto di competenza, per prevenire e contrastare il diffondersi del gioco d'azzardo compulsivo e i fenomeni sociali ad esso collegati. (4-13824)
RAMPELLI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
nonostante la richiesta effettuata con ben tre anni di anticipo il questore di Genova ha vietato al sindacato di polizia COISP di svolgere una manifestazione indetta per ricordare il quindicesimo anniversario dei drammatici fatti avvenuti in piazza Alimonda in occasione del G8 di Genova nel luglio del 2001;
quanto al diniego, nel comunicato si legge «il signor Giuliano Giuliani, con rituale preavviso in data 8 giugno 2015 ha comunicato l'intenzione di organizzare, per il 15o anno consecutivo, nella giornata del 20 luglio 2016, dalle ore 14 alle 21, in piazza Alimonda, un'iniziativa pubblica di commemorazione della morte del figlio»;
secondo il questore si ravviserebbe quindi «il rischio della presenza di un assembramento di persone di ideologie contrapposte»;
oltre al divieto di manifestare in piazza Alimonda, nella giornata del 20 luglio, il questore ha diffidato il COISP dall'organizzare qualsiasi iniziativa mediatica, e quindi anche la prevista conferenza stampa di presentazione dell'evento, nella medesima piazza nell'intero periodo di tempo compreso tra l'8 e il 21 luglio 2016;
già nel 2015, la questura aveva negato al sindacato l'autorizzazione a svolgere una manifestazione in detta piazza, affermando che «l'iniziativa in oggetto viene ritenuta incompatibile sotto il profilo dell'ordine e della sicurezza pubblica sia per la contestualità sia per l'oggetto», autorizzando, invece, per la medesima data e il medesimo luogo la celebrazione organizzata dal Comitato piazza Carlo Giuliani con la presenza degli attivisti no global;
la libertà di manifestazione del pensiero è uno dei principi basilari del nostro ordinamento ancorato nella Costituzione e il reiterato divieto opposto ai poliziotti di esercitarla non trova, a giudizio dell'interrogante, adeguata motivazione tra quelle addotte –:
quali siano nel dettaglio i presupposti di fatto e di diritto alla base dei provvedimenti di cui in premessa e quali iniziative di competenza intenda assumere per assicurare la libera manifestazione del pensiero. (4-13829)
CAPARINI e MOLTENI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
la decisione assunta dai Governi di Austria e Francia di ripristinare stringenti controlli alle frontiere con l'Italia, allo scopo di impedire l'entrata nei loro territori dei migranti irregolari sbarcati nel nostro Paese, ha comportato una notevole crescita della pressione dei clandestini sulle Province confinanti con la Confederazione Elvetica, apparsa per qualche tempo a molti una sorta di ultima porta aperta;
ad aggravare la situazione è quindi sopraggiunta la deliberazione del Governo svizzero, che non solo ha ripristinato a sua volta i controlli ai propri confini ma ha iniziato ad effettuare un numero significativo di respingimenti verso il nostro Paese;
la circostanza sta determinando una situazione emergenziale nella provincia di Como, che è stata prima prevista e poi denunciata da numerose organizzazioni, e particolarmente dall'Ugl, che ha sottolineato come il suo protrarsi rischi di ripercuotersi molto negativamente sulla capacità delle forze dell'ordine di esercitare un efficace controllo del territorio;
nel capoluogo lariano, in effetti, si osservano ormai situazioni di particolare disagio specialmente nei pressi della stazione ferroviaria, che riceve il flusso dei migranti in arrivo dal resto d'Italia, e soprattutto da Milano, alla ricerca del varco aperto per spingersi verso l'Europa centro-settentrionale;
stando a quanto sempre l'Ugl rileva, intorno alla zona della stazione ferroviaria si aggirerebbero anche numerosi «passatori», a caccia di migranti da guidare illegalmente oltrefrontiera;
in seguito all'afflusso eccezionale di migranti verificatosi nell'area di Como, le forze dell'ordine sono state costrette ad intensificare oltremisura la propria attività, in condizioni climatiche difficili e contando su pasti ritenuti da molti ipocalorici ed inadeguati;
carabinieri e polizia hanno altresì dovuto sottrarre numerosi uomini e mezzi al presidio del territorio per adibirli ai servizi d'identificazione, accompagnamento, sistemazione e vigilanza dei migranti respinti dalla Svizzera e di quelli in arrivo a Como da altre province del nostro Paese;
è divenuto conseguentemente indispensabile un potenziamento delle risorse a disposizione delle forze dell'ordine nell'area comasca;
è inoltre di importanza strategica fermare il ridimensionamento prematuro della polizia di frontiera;
è opinione dell'Ugl che, dopo Como, l'ondata in atto possa interessare anche le province di Sondrio e Varese, nei confronti delle quali occorrerebbe quindi assumere delle misure preventive;
le già provate questure lombarde stanno provvedendo quotidianamente ad accompagnare, ricevere, foto-segnalare, smistare, confortare e assistere decine e decine di immigrati con il rischio di trascurare i servizi di competenza, peraltro già gravosi –:
quali iniziative intenda assumere il Governo, ed in che tempi, per ridurre la pressione migratoria su Como e la sua provincia, che risentono attualmente dell'arrivo di chi, dal resto d'Italia, spera di trovare la frontiera svizzera aperta e pure di coloro che proprio dalle guardie di confine svizzere sono stati respinti verso il nostro Paese;
quali iniziative il Governo intenda assumere per alleggerire il carico di lavoro gravante sul personale delle forze dell'ordine che a Como e nelle altre questure lombarde si sta occupando dei migranti oltre che dell'attività ordinaria;
quali iniziative il Governo intenda adottare per rafforzare preventivamente le capacità dei presidi delle forze dell'ordine anche nelle province di Sondrio e Varese, considerato che, secondo l'Ugl i cui territori potrebbero presto divenire altri luoghi di concentramento di migranti irregolari. (4-13832)
PALMIERI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
in data 24 giugno 2016 sono apparsi su alcuni quotidiani notizie circa la condanna di una scuola paritaria cattolica, da parte del giudice del lavoro di Rovereto, con l'accusa di aver discriminato un'insegnante in base al suo (presunto) orientamento sessuale, licenziandola per questo motivo. La sentenza stabilisce che l'Istituto Figlie del Sacro Cuore di Gesù Trento dovrà risarcire con 25 mila euro per danni patrimoniali e non patrimoniali la docente e con 1.500 euro ciascuna la Cgil del Trentino e l'Associazione radicale Certi diritti;
il tribunale del lavoro di Rovereto ha stabilito che «la presunta omosessualità dell'insegnante nulla aveva a che vedere con la sua adesione o meno al progetto educativo della scuola» e che la docente «ha subito una condotta discriminatoria tanto nella valutazione della professionalità, quanto nella lesione dell'onore». Il giudice inoltre ha rilevato una «discriminazione collettiva» perché la condotta della scuola «ha colpito non solo la ricorrente, ma ogni lavoratore potenzialmente interessato all'assunzione presso l'Istituto»;
la vicenda processuale è complessa e presenta alcuni punti che sollevano dubbi e perplessità:
1) la responsabile dell'Istituto, suor Eugenia Liberatore, accusata dall'insegnante di discriminazione è scomparsa nel settembre 2015, nel bel mezzo della fase dibattimentale, e dunque non si è potuta difendere nè ha potuto tantomeno difendere l'istituto con la propria testimonianza diretta;
2) durante il colloquio incriminato con suor Eugenia Liberatore la vittima non ha mai chiarito la sua identità sessuale. Anche la stampa la definisce «presunta omosessuale», dunque risulta difficile capire se il giudice abbia accertato o meno la sua inclinazione, cosa che però sarebbe decisiva;
3) non e avvenuto alcun licenziamento, dato che il contratto dell'insegnante era scaduto. Al massimo si può dire che lo stesso non è stato rinnovato;
4) la provincia di Trento aveva avviato e concluso un'indagine scagionando l'Istituto e affermando che non vi erano «elementi per mettere in discussione la parità scolastica dell'istituto religioso Sacro Cuore di Trento»;
5) anche il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca aveva annunciato un'indagine in materia, ma non se n’è saputo più nulla;
con la suddetta sentenza la giustizia, ad avviso dell'interrogante, si frappone de facto fra l'autonomia di un istituto privato paritario e le rivendicazioni di gruppi organizzati e politicamente esposti, come l'associazione beneficiaria del risarcimento e la Cgil regionale del Trentino –:
quali iniziative, per quanto di competenza, intenda assumere il Ministro interrogato per garantire agli istituti scolastici, specialmente se religiosi, la piena libertà d'educazione secondo i principi della propria dottrina. (5-09185)
NESCI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
in un articolo giornalistico pubblicato il 14 luglio 2016 sulla testata «La Voce di Fiore» e rinvenibile al link abbreviato http://billy/29IDkAx, si racconta una pesante vicenda di bullismo a danno di un minore, avvenuta in orario scolastico all'interno dell'Istituto professionale per l'industria e l'artigianato di San Giovanni in Fiore (Cs);
nel definirne il contesto socio culturale, l'articolista precisa che la storia in questione è «chiusa, oscurata dal tempo, dal silenzio di periferia e dall'ignavia che al Sud convive con la generosità di radice contadina e magnogreca»;
in sostanza, nell'anno 1996, precisamente il 31 ottobre, «il ragazzo – si legge nell'articolo in parola – venne picchiato a scuola» «verso le ore 11,30»;
«le cause della violenza non emergono, giacciono – prosegue il racconto giornalistico – nella coscienza dell'aggressore, che dal Tribunale per i minorenni di Catanzaro ottiene, il 6 luglio 1998, l'archiviazione del procedimento penale» per «un ritardo nella denuncia che i genitori della vittima sporgono nel maggio del ’97»;
il giornalista commenta che «questo è un punto a sfavore della macchina della giustizia, che non di rado, pur nella legittimità di forme e procedure, sembra proprio “l'utile del più forte”»;
«il caso ricade – continua l'articolo – sotto la specie del bullismo feroce e incontrollato», ma «i responsabili (...) la passano bell'e liscia: i minori coinvolti e il personale scolastico, di cui è certificata in giudizio l'omessa vigilanza, con “responsabilità solidale del Ministero” della pubblica istruzione»;
la vittima riportò danni, «le carte – riferisce l'articolo summenzionato – documentano una sofferenza fisica e interiore del giovane, un percorso faticoso di cura e riabilitazione»;
paradossalmente, specifica l'articolo, «la sentenza civile di primo grado è depositata il 7 giugno del 2007, a quasi dieci anni dalla richiesta di risarcimento»;
il processo, si legge nell'articolo, è «senza meta come il cammino dell'Agrimensore di Kafka e l'aggressore viene sospeso per tre soli giorni (...) dalle lezioni»;
«vi sono, poi, testimonianze riviste nel tempo, difformi: una nel maggio ’97, altre a seguire, lungo un decennio», narra l'articolo, e «il Ctu è invitato a fornire chiarimenti, convinto che le conseguenze lamentate dal giovane siano malformazioni congenite»;
«nella relazione (del 2001) di un medico che assiste la vittima, il professor Pierantonio Ricci, ordinario di Medicina legale nell'Università di Catanzaro, si rammenta – riporta l'articolo – che l'episodio di violenza “si è svolto contro un giovane segnato dalla patologia di cui risulta essere affetto”», cioè una forma di epilessia, «“che già lo poneva in una situazione di svantaggio nei confronti delle persone e dei giovani della sua stessa età”»;
dunque – aggiunge l'articolo – l'abuso è «doppio, vile, esterno allo sguardo morale dei vari tecnici dello Stato»;
secondo il professor Ricci, nel giovane residuò – si legge nell'articolo – «una sorta di sindrome ansioso-depressiva reattiva all'evento del 31 ottobre 1996, con notevole autoriduzione delle attività della vita quotidiana e con notevoli disturbi della vita di relazione»;
lo stesso professor Ricci, come riporta l'articolo, scrisse che il ragazzo non aveva «mai sofferto di disturbi di natura psichiatrica (...), (...) comparsi dopo l'evento del 31 ottobre 1996»;
«le lungaggini del primo grado — racconta l'articolo in predicato – non aiutano la ricostruzione della verità» e «quella che viene dal verdetto del giudice resta la sommatoria di una ricognizione umana, parziale, incompleta, figlia delle circostanze»;
«lo scherzo bullo – evidenzia la ricostruzione giornalistica — di questa vicenda, che ha il sapore dell'arroganza mafiosa e spavalda, vale, infine, 3.901,52 euro», «tanto dice la sentenza di condanna al risarcimento, confermata pari pari in secondo grado e ormai definitiva»;
a «Pierluigi, racconta suo padre con gli occhi semichiusi e lucidi, è rimasta conclude l'articolo — una ferita indelebile», mentre gli altri «l'hanno scampata a basso costo», anche, denuncia la testata giornalistica, «la scuola, “aperta a tutti” come detta la Costituzione» –:
se siano a conoscenza dei fatti esposti;
quali specifici percorsi pedagogico-formativi contro il bullismo risultino essere stati attivati nell'istituto scolastico di cui in premessa, in seguito al grave episodio riassunto;
quali iniziative disciplinari, risultino essere state avviate nei confronti del personale scolastico di cui fu certificata in giudizio l'omessa vigilanza, con responsabilità solidale del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca;
quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda assumere per favorire nelle scuole una cultura dei rapporti sociali in grado di prevenire manifestazioni di bullismo;
quali iniziative di competenza il Ministro della giustizia intenda assumere in casi analoghi, per favorire la speditezza della giustizia a vantaggio della tutela dei diritti dei minori. (4-13831)
RIZZETTO. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
si è appreso del caso di C. P. una ventinovenne affetta da osteogenesi imperfetta, ossia una rara patologia che causa problemi allo scheletro e alle articolazioni, che costringe la stessa a condurre la propria vita su una sedia rotelle; la giovane, residente a Trieste, ha pertanto avuto il riconoscimento dell'assegno di invalidità da parte dell'Inps pari a 800 euro mensili;
l'Inps ha deciso di sospenderle l'assegno e chiederle indietro ben 72.185 euro versati per l'invalidità civile, poiché, a quanto sembra, dal 2008 C.P. è in Francia per ragioni di studio e di cure mediche;
è stato concesso un mese di tempo per la restituzione della somma richiesta, che doveva essere corrisposta entro lo scorso 16 aprile. C. P. ha così presentato ricorso per l'annullamento della revoca del trattamento pensionistico di cui ha beneficiato;
si ritiene che tale caso necessiti di approfondimenti, posto che non sono chiari i motivi alla base della pretesa dell'Inps nei confronti della giovane invalida. Sembra che l'istituto rivendichi le somme per questioni procedurali e burocratiche, sul presupposto che C.P. non possa risiedere in due luoghi differenti nel medesimo periodo. Tuttavia, la residenza triestina della ragazza non è mai stata modificata poiché la dimora in Francia della stessa, come predetto, dipende da ragioni di studio e di cura. La richiesta di chiarimenti all'Inps e al Ministero del lavoro è d'obbligo per chiarire il caso affinché non vengano meno, ingiustamente, tutele alla giovane disabile. Inoltre, si ritiene di dover verificare se la normativa di riferimento necessiti di modifiche per garantire un'idonea tutela agli aventi diritto all'assegno d'invalidità, ciò anche rispetto a possibili iniziative sulla gestione di contributi pubblici per l'invalidità –:
quali siano gli orientamenti del Ministro sui fatti esposti in premessa, anche sulla base dei necessari approfondimenti del caso presso l'Inps;
se e quali iniziative intenda adottare il Ministro affinché episodi del genere non si ripetano, considerando che si tratta di tutelare una giovane invalida che, a quanto risulta, ha avuto legittimamente il riconoscimento dell'assegno di invalidità, percepito regolarmente in buona fede, sino alla gravosa richiesta di restituzione di ben 72.185 euro da parte dell'Inps. (5-09189)
PAGLIA e COSTANTINO. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
il decreto-legge n. 81 del 2015, all'articolo 35, relativo alla tutela dei lavoratori in contratto di somministrazione, stabilisce che:
«1. per tutta la durata della missione presso l'utilizzatore, i lavoratori del somministratore hanno diritto, a parità di mansioni svolte, a condizioni economiche e normative complessivamente non inferiori a quelle dei dipendenti di pari livello dell'utilizzatore;
2. l'utilizzatore è obbligato in solido con il somministratore a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi e a versare i relativi contributi previdenziali, salvo il diritto di rivalsa verso il somministratore;
3. i contratti collettivi applicati dall'utilizzatore stabiliscono modalità e criteri per la determinazione e corresponsione delle erogazioni economiche correlate ai risultati conseguiti nella realizzazione di programmi concordati tra le parti o collegati all'andamento economico dell'impresa. I lavoratori somministrati hanno altresì diritto a fruire dei servizi sociali e assistenziali di cui godono i dipendenti dell'utilizzatore addetti alla stessa unità produttiva, esclusi quelli il cui godimento sia condizionato alla iscrizione ad associazioni o società cooperative o al conseguimento di una determinata anzianità di servizio»;
non sembra pertanto poter sussistere alcun dubbio in merito all'obbligo di corrispondere ai suddetti lavoratori il medesimo salario dei dipendenti diretti che ricoprano le stesse mansioni, comprensivo di eventuali premi di risultato;
analoghe previsioni sono contenute nel contratto collettivo nazionale del lavoro delle agenzie per il lavoro, che, all'articolo 30, relativo al trattamento retributivo, stabilisce che:
«Al lavoratore/trice è corrisposto un trattamento non inferiore a quello cui hanno diritto i dipendenti dell'impresa utilizzatrice inquadrati al corrispondente livello, secondo la contrattazione collettiva applicata alla stessa»;
da considerare anche la direttiva 2008/104/CE relativa al lavoro tramite agenzia interinale, che al capo II, articolo 5, riconosce il principio della parità di trattamento, prevedendo che:
«Per tutta la durata della missione presso un'impresa utilizzatrice, le condizioni di base di lavoro e d'occupazione dei lavoratori tramite agenzia interinale sono almeno identiche a quelle che si applicherebbero loro se fossero direttamente impiegati dalla stessa impresa per svolgervi il medesimo lavoro»;
nonostante un corpus normativo italiano e comunitario univoco, si ha notizia che all'interno del gruppo FCA e in Magneti Marelli si verifichino casi in cui attualmente sia riconosciuta a lavoratori e lavoratrici in somministrazione una retribuzione inferiore a quella dei lavoratori diretti;
i comportamenti aziendali in essere, che riguardano diversi istituti retributivi, derogherebbero ai principi non solo previsti dalla normativa vigente e sopra richiamata, ma anche al dettato Costituzionale (articolo 36). Questo riguarda quindi la politica, oltre che le parti sociali –:
se e quali iniziative di competenza intenda assumere affinché il gruppo FCA e Magneti Marelli garantisca il rispetto della normativa e quindi del diritto dei lavoratori alla parità di trattamento;
se sia a conoscenza di analoghe problematiche in situazioni aziendali diverse. (4-13822)
MARTI, CIRACÌ e CHIARELLI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
l'articolo 31 della legge 7 luglio 2016, n. 122, «legge europea 2015-2016» approvata definitivamente il 30 giugno 2016, dispone l'obbligo per ciascun cacciatore di annotare sul proprio tesserino venatorio, subito dopo l'abbattimento, la fauna selvatica stanziale e migratoria abbattuta, modificando, a tal fine, l'articolo 12 della legge 11 febbraio 1992, n. 157, recante «Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio»;
secondo la relazione illustrativa allegata al disegno di legge, la disposizione in commento è finalizzata alla chiusura di una parte del caso EU Pilot 6955/14/ENVI, avviato dalla Commissione europea nell'ottobre del 2014, con una richiesta di informazioni sull'attività di monitoraggio del prelievo venatorio in Italia e sull'impatto che tale prelievo esercita, in particolare con riferimento alle specie in cattivo stato di conservazione;
al riguardo, gli interroganti evidenziano come, il caso EU PILOT 6955/14/ENVI della Commissione europea rappresenta una semplice richiesta di info azioni sui calendari venatori italiani (su cui la Commissione dovrà esprimersi successivamente) e contiene al n. 1, comma b), soltanto una domanda su come vengano annotati in Italia i capi di selvaggina migratoria (ad esempio, se subito dopo l'abbattimento oppure a fine giornata);
gli interroganti segnalano inoltre come, lo stesso ufficio legislativo del Ministero interrogato (con propria nota prot. n. 1347/GAB del 23 gennaio 2015) ha inviato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, una relazione di risposta alla Commissione ambiente dell'Unione europea riguardante la procedura EU PILOT 6955/14/ENVI nella quale, conferma che la segnatura sui tesserini venatori dei capi di fauna stanziale abbattuti, avviene per gran parte delle regioni, non appena abbattuto o recuperato il capo, mentre per la fauna migratoria invece, l'annotazione avviene a fine giornata o quando viene lasciato l'appostamento, ad esclusione della beccaccia, per la quale deve essere adottata subito dopo l'abbattimento; nessun articolo della direttiva uccelli 2009/1 47/CE, pertanto impone agli Stati membri che sia fatto obbligo ai cacciatori di annotare i capi di fauna selvatica stanziale e migratoria subito dopo l'abbattimento;
a giudizio degli interroganti, la norma di cui all'articolo 31 della legge europea 2015-2016, in realtà, produce, ad avviso degli interroganti, un effetto vessatorio e penalizzante nei confronti dei cacciatori italiani, considerato che annotare la selvaggina migratoria non appena abbattuta (invece che a fine giornata come avviene attualmente in Italia, per chi pratica l'attività venatoria), rappresenta un'ulteriore penalizzazione;
gli interroganti al riguardo, evidenziano fra l'altro, come tale decisione normativa, nella sostanza, si configura in direzione opposta al buonsenso, se si valuta che, di fatto, aumenteranno le difficoltà burocratiche nei riguardi dei cacciatori, e rappresenta inoltre una esagerata forma di controllo, che rischia di scoraggiare ulteriormente le attività venatorie praticate nelle diverse regioni italiane;
ulteriori profili di criticità che, a giudizio dell'interrogante, caratterizzano la norma di cui all'articolo 31 della legge n. 122 del 2016 in precedenza richiamato, derivano dalle possibili elusioni (peraltro già avvenute in alcuni Paesi europei ed alcune regioni italiane) da parte di alcuni praticanti dell'attività venatoria, i quali annotando in anticipo la selvaggina abbattuta, di fatto, aggirano la finalità della norma stessa, nonché gli stessi controlli da parte delle autorità di vigilanza preposte, la cui attività di sorveglianza e di monitoraggio risulta peraltro, a parere degli interroganti, attualmente estremamente insufficiente;
introdurre modifiche alla disposizione in precedenza richiamata, che portino a una rivisitazione della norma che, a parere degli interroganti, risulta strumentale e persecutoria nei confronti di coloro che svolgono l'attività venatoria, e che consentono peraltro il differimento dei tempi dell'efficacia (considerato che molte regioni, attualmente hanno in dotazione tesserini venatori che materialmente non consentono di rispettare la nuova norma, essendo già stati stampati e in parte già distribuiti) risulta a giudizio degli interroganti urgente e necessario, considerato che la formulazione attuale della norme appare un sopruso, rischiano di accrescere oltremodo le complicazioni per coloro che esercitano l'attività venatorie –:
quali orientamenti il Governo intenda esprimere con riferimento a quanto esposto in premessa;
se possano chiarire, nel dettaglio, quali siano i motivi che hanno indotto il Governo ad assumere un'iniziativa normativa volta a modificare l'articolo 12 della legge n. 157 del 1992 introducendo l'obbligo di annotare i capi di fauna selvatica stanziale e migratoria subito dopo l'abbattimento;
se il Governo non ritenga che tale disposizione, prevista all'interno della legge europea 2015- 2016, rischi di determinare effetti vessatori e penalizzanti, per l'esercizio dell'attività venatoria, fermo restando che il tesserino venatorio rappresenta uno degli strumenti importanti per la raccolta di informazioni;
se il Governo non intendano assumere iniziative, anche in sede europea, affinché si possa rivedere il contenuto della norma indicata di cui all'articolo 31 della legge n. 122 del 2016, che, come esposto in premessa, rischia di causare evidenti difficoltà interpretative sull'utilizzo del tesserino venatorio;
quali iniziative il Governo intenda intraprendere, al fine di valorizzare la gestione faunistica, incrementando i livelli di conoscenza attraverso la raccolta e la elaborazione di dati certi e superare alcune argomentazioni ad avviso degli interroganti spesso pretestuose, che hanno determinato nei fatti un inutile aggravio burocratico e confusione normativa sull'attività venatoria, che non produrrà alcun beneficio. (4-13821)
PALMIERI. — Al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
risulta all'interrogante che alcuni dipendenti pubblici stiano incontrando difficoltà in merito alla richiesta di due giorni di congedo di paternità obbligatorio, così come stabilito dalle nuove norme introdotte dalla legge 28 dicembre 2015, n. 208, che consente ai neo-papà di assistere la propria partner nel giorno del parto e in quello successivo. Il permesso viene negato nell'entità richiesta, con la motivazione che le modifiche previste dalla legge di stabilità non sono estendibili ai dipendenti pubblici;
sia il dipartimento della funzione pubblica (nota n. 8629 del 20 febbraio 2013), sia l'INPS (circolare n. 40 del 14 marzo 2013), hanno chiarito che la normativa in questione non è direttamente applicabile ai rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165;
tuttavia, l'INPS ha precisato che tale disciplina non può essere estesa ai dipendenti della pubblica amministrazione in quanto la sua applicazione è subordinata all'approvazione di un apposito provvedimento di definizione da parte del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. «La normativa in questione – si può leggere sui sito internet dell'istituto nazionale di Previdenza sociale – non è direttamente applicabile ai rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sino all'approvazione di apposita normativa che, su iniziativa del Ministro per la pubblica amministrazione, individui e definisca gli ambiti, le modalità ed i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche»;
si è di fronte, dunque, ad una discriminazione che rischia di creare padri di «serie A» e padri di «serie B» nonché ad una cattiva applicazione della legge, essendo stata la volontà del Parlamento e del Governo esplicita ed univoca, nella direzione di sostenere con i fatti i bisogni dei padri e delle madri –:
quali iniziative il Governo intenda intraprendere al fine di garantire una corretta applicazione della legge ed evitare discriminazioni. (5-09184)
RICCIATTI, FERRARA, FOLINO, FRANCO BORDO, SCOTTO, MELILLA, DURANTI, PIRAS, QUARANTA, NICCHI e SANNICANDRO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
industria 4.0 è la sfida che oggi l'Italia deve saper cogliere per diventare competitiva sul piano internazionale ed ottenere un aumento di produttività grazie all'uso delle nuove tecnologie. Fra queste – nel contesto di Industria 4.0 – si annovera anche la banda ultra larga;
molte regioni italiane – fra cui le Marche – su questo tema sono in netto ritardo, ponendo l'Italia nell'indice di digitalizzazione dell'economia e della società al 25o posto tra i 28 Paesi della Unione europea e le Marche sono addirittura al di sotto della media nazionale;
nel 2015 i marchigiani che viaggiavano in banda larga (30 mega al secondo) erano il 16,3 per cento contro il 35,4 per cento del resto d'Italia;
secondo il Centro studi della Confederazione nazionale dell'artigianato e delle piccole e medie imprese (CNA), le famiglie italiane raggiunte dalla banda larga dovrebbero raddoppiare (67 per cento) ma si rimarrà bloccati sul 16,3 per cento e bisognerà aspettare fino al 2018 per arrivare al 62,1 per cento di copertura del territorio, mentre l'Italia arriverà all'88,4 per cento. Solo nel 2020 si centrerà il 100 per cento;
da larga ad ultra larga la questione si complica: è sempre la CNA a monitorare in rete la velocità di crociera: solo l'1 per cento del territorio marchigiano è tarato per procedere a 100 mega al secondo, rispetto ad una media nazionale che si assesta sul 10,1 per cento;
nella regione, secondo l'stat, le imprese che dispongono di un sito o di una pagina web sono il 78,4 per cento ma solo il 10,4 per cento di queste imprese nel 2015 ha fatto vendite on line, il 28,8 per cento ha acquistato on line e solo l'11,6 per cento in rete coi fornitori;
il Ministro allo sviluppo economico, Carlo Calenda, ha descritto Industria 4.0 come un obiettivo ed una cultura industriale cui l'Italia dovrà uniformarsi in segno di sfida –:
come il Ministro interrogato intenda agevolare e sostenere le regioni italiane nello sviluppare gli obiettivi di Industria 4.0;
se il Ministro interrogato non intenda sviluppare politiche dedicate alla digitalizzazione. (4-13819)
Apposizione di firme ad una risoluzione.
La risoluzione in Commissione Zanin n. 7-01026, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 21 giugno 2016, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Salvatore Piccolo, Lodolini, Galperti, Paola Boldrini, Scanu, Paolo Rossi, Bolognesi, Marantelli.
Apposizione di una firma ad una interpellanza.
La interpellanza Brescia e altri n. 2-01425, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 12 luglio 2016, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato D'Uva.

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