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Timestamp: 2020-06-01 05:14:13+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 27026 del 27/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27026 del 27/12/2016
Cassazione civile, sez. III, 27/12/2016, (ud. 21/10/2016, dep.27/12/2016), n. 27026
CARTIERA CADIDAVID SRL IN LIQUIDAZIONE E IN CONCORDATO PREVENTIVO,
(OMISSIS) in persona del Liquidatore e legale rappresentante pro
tempore G.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
la rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIORGIO BARBIERI,
CURATELA EREDITA’ B.P.P., M.C.M.,
MO.MA.AN., BA.PR.PI., RAVI SRL;
MO.MA.AN., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
FLAMINIA 354, presso lo STUDIO DE PORTU, rappresentata e difesa
dall’avvocato CARLO MARIA MUSCOLO giusta procura speciale in calce
CARTIERA DI CADIDAVID S.R.L. IN LIQUIDAZIONE E IN CONCORDATO
PREVENTIVO, CURATELA DELL’EREDITA’ B.P.P.,
BA.PR.PI. quale erede di B.P.P.,
M.C.M., RA.VI S.R.L.;
avverso la sentenza n. 3942/2012 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
21/10/2016 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI;
udito l’Avvocato BRUNELLA BERTANI per delega;
udito l’Avvocato CARLO MARIA MUSCOLO;
SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per l’accoglimento del
principale, rigetto incidentale.
2. Nel 2004 la società “Cartiera di Cadidavid s.r.l.” (d’ora innanzi, per brevità, “la Cadidavid”), convenne dinanzi al Tribunale di Milano vari soggetti, tra cui Mo.Ma.An., lamentando che:
(-) aveva conferito a M.C.M. ed a B.P.P. un mandato senza rappresentanza, finalizzato all’acquisto di azioni della società Cartiera di Giorgione s.p.a., in numero sufficiente a garantirne il controllo;
(-) i mandatari, in concorso con Mo.Ma.An., non solo non avevano dato alcun seguito al mandato, ma con artifici e raggiri per quasi tre anni si erano appropriati di cospicue somme di denaro versate loro dalla Cadidavid a titolo di provvista per l’esecuzione del mandato.
Chiese perciò la condanna dei convenuti al risarcimento del danno, o in subordine alla restituzione delle somme loro inutilmente versate.
(-) accolse la domanda attorea integralmente nei confronti di M.C.M., che venne condannato al pagamento in favore della Cadidavid di Euro 8.503.572,07;
(-) accolse la domanda attorea sino alla concorrenza di 5.295.692,23 Euro, nei confronti di B.P.P.;
(-) accolse la domanda attorea sino alla concorrenza di Euro 268.299,36 nei confronti di Mo.Ma.An..
Quest’ultima statuizione venne fondata sul presupposto che Mo.Ma.An. non avesse preso parte ad alcuna truffa nei confronti della Cadidavid, ma fosse nondimeno corresponsabile di un illecito aquiliano colposo perchè, avendo la disponibilità del conto corrente sul quale la Cadidavid aveva fatto affluire le somme destinate a M.C.M. e B.P.P., le aveva indebitamente prelevate.
4. La sentenza di primo grado venne appellata da B.P.P. in via principale, dalla Cadidavid e da Mo.Ma.An. in via incidentale. La prima si dolse del limitato accoglimento della domanda nei confronti di B.P.P. e di Mo.Ma.An.; quest’ultima si dolse della propria condanna.
(a) dichiarò inammissibile ex art. 342 c.p.c., l’appello proposto dalla Cadidavid;
(b) rigettò nel merito l’appello proposto da Mo.Ma.An..
5. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione in via principale dalla Cadidavid, con ricorso fondato su un solo motivo; ed in via incidentale da Mo.Ma.An., con ricorso fondato su tre motivi.
Nel giudizio dinanzi a questa Corte non si sono difese le altre parti cui il ricorso per cassazione è stato notificato: ovvero M.C.M., la società RAVI s.r.l., Ba.Pr.Pi. (erede di B.P.P.) e il curatore dell’eredità di B.P.P..
1.1. La difesa di Mo.Ma.An., nel corso della discussione orale, ha eccepito l’inammissibilità del ricorso, per essere stato proposto da società ammessa al concordato preventivo, ma senza l’autorizzazione del giudice delegato.
Tale eccezione va esaminata per prima, ai sensi dell’art. 276 c.p.c., comma 2. Essa è manifestamente infondata.
L’imprenditore ammesso alla procedura di concordato preventivo, contrariamente a quanto di regola avviene per l’imprenditore dichiarato fallito, non perde la capacità processuale attiva e passiva, e può stare in giudizio personalmente, senza autorizzazione del giudice delegato, a meno che non intenda rinunciare alle liti o porre in essere alcuno degli atti indicati nel R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 167, comma 2 (Sez. 2, Sentenza n. 1098 del 21/03/1977, Rv. 384741).
La domanda proposta dalla Cadidavid non rientra, tuttavia, in nessuno degli atti previsti dall’art. 167 cit., e tanto meno nella generica categoria degli “atti di straordinaria amministrazione”: la domanda di risarcimento del danno infatti, in quanto volta a ricostituire il patrimonio che si assume impoverito dal fatto illecito, non espone il richiedente al rischio di impoverimento, e non costituisce un atto di straordinaria amministrazione.
2.1. Con l’unico motivo del proprio ricorso la società Cadidavid lamenta il vizio di nullità processuale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4.
Deduce, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere generiche ex art. 342 c.p.c., le censure da essa mosse, con l’appello incidentale, avverso il capo di sentenza che aveva limitato a 268.000 Euro la condanna di Mo.Ma.An..
Espone di avere, invece, indicato analiticamente nella comparsa di costituzione e risposta con appello incidentale per quali ragioni Mo.Ma.An. doveva ritenersi partecipe della truffa ai propri danni. Soggiunge che la circostanza che tali ragioni coincidessero con quelle già dedotte in primo grado a fondamento della domanda di condanna non rendeva inammissibile l’appello, come ritenuto dalla Corte milanese. Il Tribunale, infatti, non aveva in alcun modo motivato la decisione di escludere la sussistenza del dolo in capo a Mo.Ma.An., con la conseguenza che non poteva esigersi dall’appellante Cadidavid l’onere di motivare un gravame avverso una statuizione immotivata.
La Corte d’appello di Milano ha ritenuto il quarto ed il quinto motivo dell’appello incidentale proposto dalla Cadidavid (coi quali era stato impugnato il limitato accoglimento della domanda di condanna nei confronti di Mo.Ma.An.) “palesemente generici e quindi inammissibili”.
Il giudice di secondo grado ha così motivato la decisione:
(a) il Tribunale aveva analiticamente argomentato le ragioni per le quali la responsabilità di Mo.Ma.An. doveva ritenersi colposa, e limitata ad una frazione soltanto del danno patito dalla società attrice;
(b) la Cadidavid non aveva indicato perchè tali statuizioni fossero erronee, ma si era limitata a lamentarne l’erroneità ed a riproporre gli argomenti già sviluppati in primo grado a fondamento della propria domanda.
2.3. Dall’esame diretto degli atti, consentito a questa Corte dal tipo di vizio denunciato dalla società ricorrente, si rileva la seguente dinamica processuale.
La Cadidavid allegò in facto, nell’atto di citazione, che Mo.Ma.An. aveva partecipato ad una frode ai propri danni. Un illecito, dunque, doloso.
Il Tribunale di Milano, chiamato a pronunciarsi su questa domanda, ritenne che nessuna “truffa in concorso” fosse stata commessa ai danni della Cadidavid; e che Mo.Ma.An. fosse responsabile solo in parte dei danni patiti dalla società attrice.
Il Tribunale rilevò in fatto che Mo.Ma.An. aveva effettuato tra il 3.2.2000 e il 7.12.2000 quattro prelievi di somme accreditate per ordine della Cadidavid su un conto corrente ad essa intestato; e ritenne in diritto che “le caratteristiche obiettive della situazione” non autorizzavano Mo.Ma.An. a prelevare quel denaro come se fosse proprio. Da ciò, il Tribunale desunse la responsabilità di Mo.Ma.An. nei confronti della Cadidavid per i soli ammanchi corrispondenti alle somme da essa prelevate.
La motivazione della sentenza di primo grado lascia chiaramente intendere che la responsabilità ascritta a Mo.Ma.An. fu ritenuta colposa e non dolosa: il Tribunale, infatti, stabilì che Mo.Ma.An. dovesse rispondere “a prescindere” dalla conoscenza che essa poteva avere dei rapporti tra la Cadidavid ed i suoi mandatari infedeli M. e B.P..
La sentenza di primo grado, però, non spiegò le ragioni per le quali doveva escludersi una compartecipazione dolosa di Mo.Ma.An. alla truffa.
2.3.1. La Cadidavid impugnò tale statuizione con un atto nel quale:
(a) ha descritto le condotte materiali ascritti a Mo.Ma.An.;
(b) ha elencato le fonti di prova (sia prodotte in primo grado, sia offerte per la prima volta in appello) dalle quali doveva desumersi l’esistenza del concorso doloso dei tre convenuti B.P., M. e Mo. ai suoi danni;
(c) ha concluso che il Tribunale, non valutando adeguatamente quelle fonti di prova, aveva erroneamente escluso l’esistenza di una truffa in concorso, che vedeva partecipe anche Mo.Ma.An..
2.4. Le censure mosse dalla Cadidavid con l’appello incidentale non erano, quindi, per nulla generiche, e ciò per due ragioni.
La prima ragione è che con quelle censure si deduceva in sostanza che, avendo il Tribunale ritenuto B.P.P. responsabile del danno per l’importo di oltre cinque milioni di Euro, per le stesse ragioni avrebbe dovuto ritenere partecipe della truffa anche Mo.Ma.An., che col primo aveva collaborato in vari modi: in particolare, utilizzando le somme accreditate dalla Cadidavid per emettere assegni circolari a favore di B.P.P. (così la comparsa di costituzione e risposta con appello incidentale, p. 31 ss.).
Il senso della censura era quindi chiaro e logico: si assumeva che, in presenza d’una condotta collaborativa di due persone, che aveva provocato un danno unitario, il Tribunale aveva erroneamente differenziato le responsabilità dei due coobbligati, trascurando di dare il giusto peso alle prove raccolte.
Al cospetto d’una impugnazione siffatta, il giudizio di genericità espresso dalla Corte d’appello ha dunque violato il principio, già affermato da questa Corte, secondo cui il principio della specificità dei motivi di gravame va inteso senza rigori formalistici. Esso deve dirsi rispettato, in particolare, in tutti i casi in cui l’appellante, vistasi rigettare in primo grado la sua domanda di risarcimento del danno per difetto di prova, chieda al giudice d’appello di valutare nuovamente le prove, sostenendo che esse erano sufficienti a dimostrare i fatti ritenuti indimostrati dal primo giudice (come già ritenuto da questa Corte: in tal senso Sez. 3, Sentenza n. 12694 del 16/11/1999, Rv. 531173).
2.5. La seconda ragione per la quale il ricorso deve ritenersi fondato è che in ogni caso il Tribunale aveva spiegato perchè la Mo. dovesse ritenersi (almeno) in colpa, ma non aveva affatto spiegato perchè non vi fosse la prova del dolo: su questo “punto di sentenza”, pertanto, la Cadidavid non poteva fare altro che reiterare in appello gli argomenti già addotti in primo grado (come già ritenuto da Sez. 3, Sentenza n. 4388 del 07/03/2016, Rv. 639203).
2.6. V’è ancora da aggiungere come i tre precedenti di questa Corte, invocati dalla Corte d’appello di Milano a fondamento della propria decisione di inammissibilità per genericità del gravame proposto dalla Cadidavid, non sembrano pertinenti rispetto al caso concreto.
Si trattava dunque d’un appello motivato per relationem ed oggettivamente ermetico: ben diverso da quello proposto dalla Cadidavid, nel quale era invece con chiarezza individuato l’errore che si assumeva essere stato commesso dal Tribunale: ovvero avere valutato male le prove, ed avere attribuito ad uno dei convenuti una responsabilità per colpa, invece che per dolo.
2.6.2. Il secondo dei precedenti invocati dalla Corte d’appello (Sez. 2, Sentenza n. 6231 del 15/05/2000, Rv. 536514), dopo avere affermato che la specificità dell’appello va valutata non in astratto, ma con riferimento al contenuto della motivazione della sentenza impugnata, ha ritenuto “specifico” l’appello col quale l’appellante – reiterando gli argomenti spesi in primo grado – aveva invocato la nullità d’un contratto, ritenuta insussistente dal giudice di primo grado.
Un precedente, dunque, non solo non pertinente, ma addirittura contrario rispetto alla decisione della Corte d’appello di Milano. Ed infatti anche nel caso ad essa sottoposto, come in quello deciso da questa Corte nel 2000, l’appellante aveva sollecitato dalla Corte d’appello una nuova valutazione delle prove e degli argomenti che si assumevano malamente valutati dal Tribunale, per di più espressamente reiterandoli, e non già limitandosi a rinviare agli atti del primo grado.
2.6.3. Il terzo dei precedenti richiamati dalla Corte d’appello (Sez. 1, Sentenza n. 1599 del 21/02/1997, Rv. 502591) aveva ad oggetto un caso in cui l’appellante, richiamando anche in questo caso le conclusioni del primo grado, si era doluto della qualificazione data dal giudice di primo grado ad un atto negoziale: e questa Corte ritenne sufficientemente specifico quel gravame, sul presupposto che il relativo giudizio dovesse essere compiuto “tenendo conto sia della formulazione letterale, sia del contenuto sostanziale dell’atto, in relazione alle finalità che la parte intende perseguire”.
Anche in questo caso, dunque, l’applicazione al caso di specie dei principi effettivamente affermati da questa Corte nella sentenza richiamata dalla Corte d’appello avrebbe dovuto condurre all’affermazione della sufficiente specificità del gravame proposto dalla Cadidavid, non potendo esservi dubbio alcuno sul fatto che questa lamentasse una incompleta valutazione delle prove, e sollecitasse dalla Corte d’appello l’affermazione della piena responsabilità di Mo.Ma.An..
“l’obbligo di redazione dell’atto d’appello in modo specifico, imposto dall’art. 342 c.p.c., è adempiuto quando l’appellante, lamentando che la sua domanda sia stata in primo grado rigettata per difetto di prova, descriva il fatto che assume erroneamente ricostruito in primo grado, indichi le prove che assume malamente valutate, e ne chieda al giudice d’appello una nuova e diversa valutazione”.
3.1. Con i tre motivi del ricorso incidentale Mo.Ma.An. censura la sentenza d’appello nella parte in cui ha ritenuto sussistere la sua responsabilità. Lamenta che la Corte d’appello non avrebbe considerato che la Cadidavid le aveva rimesso l’obbligazione; che aveva invertito l’onere della prova; e che le era stata attribuita una responsabilità indimostrata, con una motivazione illogica.
La Corte d’appello di Milano, infatti, in sede di rinvio dovrà esaminare nel merito l’appello incidentale proposto dalla Cadidavid, e quindi stabilire se correttamente o meno il Tribunale abbia escluso la prova del dolo di Mo.Ma.An..
Ora, se l’appello incidentale fosse in ipotesi rigettato, si formerebbe il giudicato sulla statuizione di merito con la quale è stata ritenuta sussistente la colpa di Mo.Ma.An.: statuizione logicamente incompatibile con la necessità di provvedere all’esame nel merito dell’appello della Cadidavid.
Se, invece, il ricorso di Mo.Ma.An. fosse in ipotesi accolto, il giudice di merito dovrebbe tornare ad esaminare se la condotta di quest’ultima potesse dirsi (almeno colposa): ed anche tale indagine presuppone che sia preliminarmente risolto il problema della configurabilità o meno d’una responsabilità dolosa, problema posto dall’appello della Cadidavid.
Il giudice del rinvio pertanto, dopo avere esaminato nel merito l’appello della Cadidavid, e nell’ipotesi in cui lo ritenesse infondato, passerà ad esaminare le questioni poste dall’appello proposto da Mo.Ma.An..
(-) dichiara assorbito il ricorso incidentale.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 21 ottobre 2016.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 342
 sentenza 
 art. 167
 Sentenza 
 art. 342
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