Source: http://www.canestrinilex.it/articoli/presunzione_innocenza_cronaca_giudiziaria.html
Timestamp: 2013-06-20 13:33:32+00:00

Document:
Conferenze stampa, diritto di cronaca, presunzione di innocenza e condanna preventiva
L'obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale prevista dagli artt. 112 della Costituzione, l'indipendenza della magistratura, ed il dirito di cronaca sancito dall'art. 21 della medesima Carta costituzionale ("pietra angolare del sistema democratico") sono principi connaturati allo stato di diritto, caratterizzato dalla separazione tra poteri, con controllo dell'opinione pubblica sull'esercizio del potere per l'insostituibile tramite dei mezzi di informazione.
Detti principi vanno peraltro coordinati con altri beni giuridici tutelati dalla nostra Costituzione come dalle primarie convenzioni internazionali che sanciscono diritti fondamentali; nella pratica, si pone il problema del conflitto fra il diritto di cronaca ed il principio di presunzione di innocenza. Si pensi alla pratica delle forze di polizia di fare conferenze stampa, presentando ipotesi investigative come se fossero sentenze definitive, fornendo particolari e foto degli arrestati, senza alcun contraddittorio con le difese, che nella migliore delle ipotesi vengono interpellate nei giorni successivi, dovendo affrontare una opinione pubblica prevenuta, e senza aver nemmeno visto tutti gli atti.
Dette notizie sono purtroppo troppo spesso recepite acriticamente da parte degli operatori dell'informazione, ridotti a megafoni della ipotesi investigativa, senza che i giornalisti esercitino alcun controllo critico delle affermazioni. Detta pratica, spesso giustificata in nome del diritto di cronaca (che notoriamente discende dall'articolo 21 Grundnorm) non trova, a ben vedere, "automatica" copertura costituzionale né da parte della convenzioni internazionali.
In conformità a una giurisprudenza più che consolidata della Suprema Corte, a partire dal noto arresto del 18 ottobre 1984, n. 5259, per considerare la divulgazione di notizie lesive dell'onore lecita espressione del diritto di cronaca ed escludere la responsabilità civile per diffamazione, devono ricorrere tre condizioni consistenti: a) nella verità oggettiva (o anche soltanto putativa, purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca) che non sussiste quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano, dolosamente o anche soltanto colposamente taciuti altri fatti, tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato; ovvero quando i fatti riferiti siano accompagnati da sollecitazioni emotive ovvero da sottintesi, accostamenti, insinuazioni, allusioni o sofismi obiettivamente idonei a creare nella mente del lettore (o ascoltatore) rappresentazioni della realtà oggettiva false: principi sintetizzati nella formula secondo cui "il testo va letto nel contesto", il quale può determinare un mutamento del significato apparente della frase altrimenti non diffamatoria, dandole un contenuto allusivo, percepibile dall'uomo medio (Cass. sez. III, 14-10-2008, n. 25157); b) nella sussistenza di un interesse pubblico all'informazione, vale a dire nella c.d. pertinenza (ex multis: Cass. n. 5146/2001; Cass. 18.10.1984, n. 5259; Cass. n. 15999/2001; Cass. 15.12.2004, n. 23366); c) nella forma "civile" dell'esposizione dei fatti e della loro valutazione, e cioè nella c.d. continenza, posto che lo scritto non deve mai eccedere lo scopo informativo da conseguire; deve essere improntato a serena obiettività, con esclusione di ogni preconcetto intento denigratorio; deve essere redatto nel rispetto di quel minimo di dignità cui ha pur sempre diritto anche la più riprovevole delle persone (Cass. 18 ottobre 1984 n. 5259). In sostanza soltanto la correlazione rigorosa tra fatto e notizia dello stesso soddisfa l'interesse pubblico all'informazione, che è la ratio dell'art. 21 della Cost., di cui il diritto di cronaca è estrinsecazione, riportando l'azione nell'ambito dell'operatività dell'art. 51 cod. pen. e rendendo la condotta non punibile nel concorso degli altri due requisiti della continenza e pertinenza.
In tale ordine concettuale la giurisprudenza anche penale della Corte di Cassazione è costante nel sottolineare il particolare rigore con cui deve essere valutata la prima delle condizioni sopra indicate, precisando che la verità di una notizia mutuata da un provvedimento giudiziario sussiste ogniqualvolta essa sia fedele al contenuto del provvedimento stesso, senza alterazioni o travisamenti di sorta, dovendo il limite della verità essere restrittivamente inteso (v. Cass. pen sez. V, 3.6.98, Pendinelli; sez. V, 21.6.97, Montanelli, n. 6018). L'esimente, anche putativa, del diritto di cronaca giudiziaria di cui all'art. 51 cod. pen., va, dunque, esclusa allorché manchi la necessaria correlazione tra fatto narrato e fatto accaduto, il che implica l'assolvimento dell'obbligo di verifica della notizia e, quindi, l'assoluto rispetto del limite interno della verità oggettiva di quanto esposto, nonché il rigoroso obbligo di rappresentare gli avvenimenti quali sono, senza alterazioni o travisamenti di sorta, risultando inaccettabili i valori sostitutivi, quale quello della verosimiglianza, in quanto il sacrificio della presunzione di innocenza richiede che non si esorbiti da ciò che è strettamente necessario ai fini informativi (Cass. pen., Sez. V, 14/02/2005, n. 12859; cfr. anche Cass. civ., Sez. III, 17/07/2007, n. 15887).
Il punto è che i rapporti fra giustizia ed informazione necessitano di un ragionevole bilanciamento di valori. Il processo è infatti un insieme molto complesso e molto sofisticato, caratterizzato da precise regole che l'azione indiscriminata dei mezzi di informazione sovente fa andare in frantumi. La fase investigativa, quella che culmina nelle conferenze stampa "spettacolo", è appunto solo una fase del processo, che solo cronologicamente precede le altre fasi: non è affatto la più importante delle fasi processuali. E' infatti il dibattimento il luogo della formazione della prova, il momento del convincimento del giudice, è il dibattimento il luogo del contraddittorio, delle deposizioni dei testi che dovranno rispondere ad entrambe le parti processuali, è il dibattimento che con la sua pubblicità garantisce un processo equo. La fase investigativa deve poter ipotizzare, supporre, insinuare: ma solo se tali sospetti, illazioni, supposizioni reggeranno il vaglio del processo si formerà la verità processuale. Ma i tempi della giustizia sono lunghi, e dunque la resa giornalistica dell'arresto è maggiore di quella della sentenza, che interviene a distanza di tempo rispetto al fatto reato.
E' stato efficacemente scritto che più il processo si dilata cronologicamente e più il principio della presunzione di innocenza, che trova altissimo fondamento nell'articolo 27/2 della Costituzione, tende fatalmente a sbiadire nella coscienza collettiva, influenzata da "sentenze di colpevolezza giornalistiche", alimentate da ipotesi investigative presentate come accertamento definitivo, con linguaggio poco sorvegliato e dunque percepite dalla collettività in chiave negativa, di stigmatizzazione sociale, lasciando spazio ad anticipati giudizi di reità, i quali si ripercuotono a loro volta sulla vicenda giudiziaria. Nel processo virtuale condotto sui mezzi di informazione, l'accusato è costretto a discolparsi se vuole contrastare la deriva giustizialista. In dubio contra reum, dunque. A nulla sono valse le normative costituzionali o internazionali: si pensi all'articolo 111 della Costituzione che sancisce il diritto ad essere informati "riservatamente" dei motivi dell'accusa, ma anche alle pronunce della Corte europea dei diritti dell'uomo.
quot;(..) public figures are entitled to the enjoyment of the guarantees of a fair trial set out in Article 6, which in criminal proceedings include the right to an impartial tribunal, on the same basis as every other person. This must be borne in mind by journalists when commenting on pending criminal proceedings since the limits of permissible comment may not extend to statements which are likely to prejudice, whether intentionally or not, the chances of a person receiving a fair trial or to undermine the confidence of the public in the role of the courts in the administration of criminal justice".
Il diritto - dovere di giudicare è dei giudici, non degli operatori di polizia giudiziaria, non dei giornalisti: se tutti gli attori di questo complesso meccanismo chiamato giustizia, in cui certamente anche l'opinione pubblica ha una sua importanza correlata all'interesse pubblico della notizia, si attenessero ai loro compiti, il risultato sarebbe un processo più giusto. *** Nota di aggiornamento
*** ALLEGATO 1
in relation to criminal proceedings (Adopted by the Committee of Ministers on 10 July 2003
CASE OF DAKTARAS v. LITHUANIA (Application no. 42095/98)
5. The application was allocated to the Third Section of the Court (Rule 52 § 1 of the Rules of Court). Within that Section, the Chamber that would consider the case (Article 27 § 1 of the Convention) was constituted as provided in Rule 26 § 1. Mr P. K?ris, the judge elected in respect of Lithuania, withdrew from sitting in the case (Rule 28). The Government accordingly appointed Sir Nicolas Bratza, the judge elected in respect of the United Kingdom, to sit in his stead (Article 27 § 2 of the Convention and Rule 29 § 1).
(a) for the Government Mr G. SVEDAS, Deputy Minister of Justice, Agent;
12. After having access to the case file, the applicant and his counsel requested the prosecution to discontinue the case, arguing that the charges against the applicant were ill-founded and that the case file "contained no evidence [of his] guilt". 13. On 1 October 1996 a prosecutor of the Organised Crime Division dismissed the applicant's requests. In his decision the prosecutor stated, inter alia:
Although Henrikas Daktaras has not admitted having committed the alleged offences, his guilt has been proved by the witnesses' evidence, ... video and audio records ... and other material collected in the course of the pre-trial investigation. The fact that H. Daktaras concealed an offence ... is proved by the evidence [given by witnesses S.?., V.V. and A.L.] ... The fact that H. Daktaras threatened [the victim J.M.] by force to obtain property ... is proved by the evidence [given by S.?. and the material evidence] ... The fact that H. Daktarasconspired with persons who had committed the theft [of the car] ... is proved by [his own statements] ... The fact that H. Daktaras ... intimidated the victim is fully proved by the evidence [given by J.M., S.?. and material evidence] ... [The above evidence] is assessed by the prosecution as an incitement to make [J.M.] give false statements ...
25. On the above date the Supreme Court quashed the judgment of the Court of Appeal and upheld the judgment of the Vilnius Regional Court, rejecting the applicant's appeal and upholding the petition. The Supreme Court found that the applicant had been the principal offender on the blackmail charge. II. RELEVANT DOMESTIC LAW AND PRACTICE
Article 118 of the Constitution provides that prosecutors conduct, inter alia, criminal prosecutions and supervise those responsible for the pre-trial investigation. Under Articles 45 and 46 of the CCP the prosecutor's role is to ensure that the criminal case is instituted lawfully and that the domestic law is complied with during the pre-trial investigation, to press charges at trial, to appeal against any procedural act and to supervise the execution of judgments.
After the bill of indictment is confirmed, the case must be transmitted to a court (Article 241 of the CCP). From that stage on "any requests or complaints about the case shall be submitted directly to the court" (Article 241 § 2).
The petition to quash the Court of Appeal's judgment was subject to the same review procedure as the applicant's appeal, so the former could have no more influence on the court's decision than the latter. By reference to the Lithgow and Others v. the United Kingdom judgment (8 July 1986, Series A no. 102), the Government contended that the President's opinion in the petition had not been binding on the Supreme Court judges and therefore did not justify doubts as to the court's impartiality. Nor did the fact that the members of the appeal Chamber had been appointed by the President make any difference. In this regard the Government presented copies of eleven decisions by the Supreme Court where various petitions by the President of the Supreme Court or the President of the Criminal Division had been wholly or partially rejected, regardless of the fact that in some of those cases the same senior judicial officer had both appointed and petitioned the appeal judges.
33. Turning to the facts of the present case, the Court notes that the President of the Criminal Division of the Supreme Court lodged a petition with the judges of that division to quash the Court of Appeal's judgment following the request by the first-instance judge, who was dissatisfied with that judgment. The President proposed the quashing of the Court of Appeal's decision and the reinstatement of the first-instance judgment. The same President then appointed the judge rapporteur and constituted the Chamber which was to examine the case. The President's petition was endorsed by the prosecution at the hearing and eventually upheld by the Supreme Court. 34. The Government stressed that the President's role in submitting a petition to quash or amend a lower court's judgment is in no way that of a party to the proceedings before the Supreme Court; his role is confined to giving the court hearing the petition an impartial and independent opinion on the factual and legal issues raised, drawing attention to any point on which the contested decision should be quashed.
35. However, the Court considers that such an opinion cannot be regarded as neutral from the parties' point of view. By recommending that a particular decision be adopted or quashed, the President necessarily becomes the defendant's ally or opponent (see, mutatis mutandis, the Borgers v. Belgium judgment of 30 October 1991, Series A no. 214-B, pp. 31-32, § 26).
In this regard the Court emphasises the importance of the choice of words by public officials in their statements before a person has been tried and found guilty of an offence. 42. Moreover, the principle of the presumption of innocence may be infringed not only by a judge or court but also by other public authorities (ibid., § 36), including prosecutors. This is particularly so where a prosecutor, as in the present case, performs a quasi-judicial function when ruling on the applicant's request to dismiss the charges at the stage of the pre-trial investigation, over which he has full procedural control (see paragraph 26 above).
The Court further notes that, in asserting in his decision that the applicant's guilt had been "proved" by the evidence in the case file, the prosecutor used the same term as had been used by the applicant, who in his request to discontinue the case had contended that his guilt had not been "proved" by the evidence in the file. While the use of the term "proved" is unfortunate, the Court considers that, having regard to the context in which the word was used, both the applicant and the prosecutor were referring not to the question whether the applicant's guilt had been established by the evidence - which was clearly not one for the determination of the prosecutor - but to the question whether the case file disclosed sufficient evidence of the applicant's guilt to justify proceeding to trial. 45. In these circumstances the Court concludes that the statements used by the prosecutor in his decision of 1 October 1996 did not breach the principle of the presumption of innocence.
S. DOLLÉ J.-P. COSTA ***

References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
In dubio
 § 1
 § 1
 § 1
 § 2
 § 1
 § 2
 § 26
 § 36