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Timestamp: 2019-09-22 10:28:17+00:00

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così crinimale,così vicino a Dio:Adolf Hitler
LA VERGINE COSMICA INVITA ALLA PREGHIERA
UN ASTEROIDE E’ IN ROTTA DI COLLISIONE
vincenzo oliveri giudice
VINCENZO OLIVERI:IL RE DEGLI IGNORANTI
alberto magno su VINCENZO OLIVERI:IL RE DEGLI IGNORANTI
II particolarissimo fenomeno storico del Nazional¬socialismo s’identificò in Adolf Hitler, Fuhrer e Cancelliere del Terzo Reich. Allorquando Hitler venne nominato Cancelliere del Reich nel 1933, il complesso programma nazionalsocialista era gia com¬pletato, dopo un periodo di elaborazione durato molti anni.
A tale programma (reso noto tramite il volume “Mein Kampf” del 1925) Hitler si attenne nel suo operato.
“Lo Stato deve considerare sua missione suprema la conservazione e l’elevazione della Razza, condizione preliminare d’ogni sviluppo della Civilta umana”.
“Dobbiamo distinguere con la massima chiarezza fra lo Stato, che è un recipiente, e la Razza che è il contenuto. Questo recipiente ha un senso soltanto se è capace di contenere e salvaguardare il contenuto: in caso diverse non ha valore”.
Un forte Stato nazionale ha minor bisogno di leggi – a1 suo interno – perchè i suoi cittadini g1i portano affetto ed attaccamento maggiori; lo Stato schiavo dell’estero può costringere i cittadini a prestare i servizi comandati soltanto con la violenza”.
“Lo Stato nazionale, nel suo lavoro di educazione, deve attribuire grandissimo valore, accanto alla educa¬zione del corpo, a quella del carattere. Numerosi danni morali che oggi i1 corpo delle Nazione porta in sè possono essere eliminati o molto mitigati da una educazione così orientata”.
Il Cittadino è il padrone del Reich. Ma quest’alta dignità comporta doveri. Chi non ha onore nè carattere, il volgare malfattore, il traditore delIa Patria, può sempre esser privato di tale onore e così ridiventa un semplice appartenente allo Stato”.
“Lo Stato nazionale ripartisce i suoi abitanti in tre c1assi: Cittadini, appartenenti allo Stato, stranieri. La nascita conferisce soltanto l’appartenenza a1lo Stato. Questa – di per sè – non rende capaci di coprire cariche politiche nè di esercitare un’attività politica partecipando a11e elezioni. In ogni appartenente allo Stato si deve, in linea di principio, stabilire la Razza e la Nazionalità. L’appartenente allo Stato può sempre rinunciare a questa appartenenza e diventare cittadino delIa Stato la cui nazionalità corrisponde alla sua. Lo straniero si distin¬gue dall’appartenente allo Stato solo in questo, che appartiene anche ad uno Stato estero”. E’ nel carattere del nostro tempo materialistico questo, che l’istruzione scientifica si rivo1ge sempre più alle discipline reali ossia alla matematica, alla fisica, alla chimica, eccetera e soltanto a queste. Esse sono, certo, necessarie in un. tempo in cui la tecnica e la chimica regnano e sono rappresentate nella vita quotidia¬na dai loro segni visibili: ma è pericoloso fondare unicamente su queste la cultura generale di una Nazione. Questa cultura, all’opposto, deve sempre essere ideale.
Deve fondarsi più sulle discipline umanistiche e offrire solamente le basi per un’ulteriore istruzione scientifica speciale.
Altrimenti si rinunzia a forze più importanti d’ogni sapere tecni-co per la conservazione della Nazione”.
“Lo Stato nazionale dovrà ridurre a forma più breve – ma comprendente tutto l’essenziale – l’istruzione scientifica generale. E dovrà., inoltre, offrire la possibili¬tà di un perfezionamento specialistico. E’ sufficiente che l’individuo riceva, come base, una cultura generica, a grandi linee, e venga istruito a fondo e in modo detta¬gliato, specializzato solo in quella materia che formerà l’occupazione della sua vita. Quindi l’istruzione generale dovrebbe essere obbligatoria in tutte le sue materie; l’istruzione specialistica dovrebbe essere lasciata alla scelta dei singoli”. “Non è compito dello Stato generare capacità, suo compito è quello di aprire la strada alle forze già esistenti.
“Lo 8tato nazionale deve recuperare ciò che oggi è trascurato da tutte le parti. Deve mettere la Razza al centro della vita generale. Deve darsi pensiero di conservarla pura.
Deve dichiarare che il bambino è il bene più prezioso di un popolo. Deve fare in modo che solo chi è sano generi figli, che sia scandaloso il mettere al mondo bambini quando si è ma1ati o difetto¬si e che nel rinunciare a ciò consista il supremo onore. Ma, viceversa, deve essere ritenuto riprovevole il sottrar¬re alla Nazione bambini sani”.
“Lo Stato deve – con l’educazione – insegnare agli individui che l’essere malati e deboli non è una vergogna ma una disgrazia meritevole di compassione e che è delitto e vergogna il disonorarsi e dar prova di egoismo imponendo 1a malattia e la debolezza a creature innocen¬ti. E che quindi è prova di nobiltà, di mentalità elevata e di umanitarismo degno di ammirazione il fatto che chi senza sua colpa è malato, rinunziando ad avere figli propri, doni il suo affetto a un piccolo, povero sconosciuto rampollo della sua Nazione, sano e promettente d’essere un giorno un robusto membro di una forte comunità”.
“Fate in modo che la forza del nostro popolo abbia la sua base non in colonie ma nel territorio della nostra Patria in Europa. Non considerate mai sicuro il Reich se non è in grado di dare ad ogni rampollo del nostro popolo un pezzo di terra suo. Non dimenticate mai che il più sacro di tutti i diritti è il diritto alla terra che un uomo vuol coltivare da sè e che il sacrificio più sacro è il sangue che si versa per l’acquisto e la difesa della terra”.
“Di estrema importanza è l’educazione della forza di volontà e di decisione e la coltivazione della gioia della responsabilità “.
“Gia nel cuore dei giovani bisogna radicare la nozione dell’intimo nesso del Nazionalsocialismo con il senso della giustizia sociale. Così sorgerà un giorno un Popolo di cittadini uniti fra loro e temprati da un amore e un orgoglio comuni, incrollabile e invincibile in eterno”. “E’ nell’interesse della Nazione anche questo: che i corpi più belli, sani si trovino e collaborino per donare nuova bellezza alla Nazione”
“Non la massa inventa, non la maggioranza organizza o pensa, ma sempre e unicamente l’uomo singolo, la persona”.
“Massimo impegno della Comunità nazionale dev’essere elevare i geni dalla massa e sottomettere la massa ai geni”.
“Non e compito dello Stato l’assicurare un’influenza decisiva ad una data classe sociale, ma estrarre dalla totalità dei membri delIa Nazione le personalità più capaci e portarle agli impieghi e alle cariche.”.
“Soltanto un sufficiente spazio su questa terra assicura ad un
Popolo una libera esistenza “. .
“11 diritto ad un nuovo territorio può diventare un dovere se un gran Popolo, in mancanza delI’allargamento del suo
territorio, appare destinato al tramonto”. “C’e solo un sacrosanto diritto nell’uomo che è nella stesso tempo un sacrosanto dovere: quello di provvedere affinchè il Sangue resti puro, affinchè la conservazione della migliore Umanità renda possibile un più nobile sviluppo delI’Umanità stessa.
Quindi uno Stato nazionale dovrà in prima linea elevare il matrimonio (…)e dargli la consacrazione d’un istituto chiamato a generare creature fatte ad immagine del Signore e non aborti fra l’uomo e la scimmia”.
“La premessa dell’esistenza d’una Umanità superiore non è lo Stato ma la Nazione,sola capace di addurla”.(dal “Mein Kampf”)
Questi concetti,elementari quasi,sintetizzano in modo assai semplice,le basilari concezioni di Adolf Hitler riguardo lo Stato Nazionale razzista.Oggi ,sono motivo di scandalo,
soprattutto per chi persegue il livellamento umano ad una subumanità,dove a prevalere saranno così il potere del denaro,della prepotenza,dell’arroganza,della setta.
Uno Stato nazionale razzista,che deve,appunto,fungere essenzialmente quale “contenitore”della Razza e che quindi
consideri la procreazione d’individui sani dovere sacro,mentre viene considerato criminale il trasmettere alterazioni patologiche a creature innocenti.
Uno Stato Nazionale dove lo scopo supremo consiste quindi nell’elevazione fisica,sociale e spirituale dei propri cittadini.
Che concetti crinimali,folli,per i quali non si cessare dal
gridare continuamente:è il deserto,la miseria,che tormento,che indegnità!
(a cura di Augusto De’ Simoni,riveduto da Vincenzo Ruffino)
“Lo 8tato nazionale dovrà ridurre a forma più breve – ma comprendente tutto l’essenziale – l’istruzione scientifica generale. E dovrà., inoltre, offrire la possibili¬tà di un perfezionamento specialistico. E’ sufficiente che l’individuo riceva, come base, una cultura generica, a grandi linee, e venga istruito a fondo e in modo detta¬gliato, specializzato solo in quella materia che formerà l’occupazione della sua vita. Quindi l’istruzione generale dovrebbe essere obbligatoria in tutte le sue materie; l’istruzione specialistica dovrebbe essere lasciata alla scelta dei singoli”. “Non è compito dello Stato generare capacità, suo compito è quello di aprire la strada alle forze già esist “Lo 8tato nazionale deve recuperare ciò che oggi è trascurato da tutte le parti. Deve mettere la Razza al centro della vita generale. Deve darsi pensiero di conservarla pura.”Lo Stato nazionale dovrà ridurre a forma più breve – ma comprendente tutto l’essenziale – l’istruzione scientifica generale. E dovrà., inoltre, offrire la possibili¬tà di un perfezionamento specialistico. E’ sufficiente che l’individuo riceva, come base, una cultura generica, a grandi linee, e venga istruito a fondo e in modo detta¬gliato, specializzato solo in quella materia che formerà l’occupazione della sua vita. Quindi l’istruzione generale dovrebbe essere obbligatoria in tutte le sue materie; l’istruzione specialistica dovrebbe essere lasciata alla scelta dei singoli”. “Non è compito dello Stato generare capacità, suo compito è quello di aprire la strada alle forze già esistenti.
IMMINENTE IMPATTO DELLA TERRA CON UN ASTEROIDE
La SIGNORA DI TUTTI I POPOLI ha dettato una breve e potente
preghiera per preservarci dalla
corruzione, dalle calamità che ci minacciano e dalla guerra: “Popoli di questa tempo sappiate che
siete sotto la protezione delIa Signora di tutti i Popoli! Invocatela quale Avvocata e pregatela
di allontanare tutte Ie calamità! Pregatela di bandire la corruzione da questa mondo.
Dalla corruzione sorgono calamità, dalla corruzione sorgono guerre. Tramite la mia preghiera
chiedete di bandire tutto ciò dal mondo! Non conoscete la potenza e l’importanza di questa preghiera
presso Dio “. Chiede che ciascuno preghi questa preghiera almeno una volta al giorno:
“Ti assicuro che il mondo cambiera” E’ mandata dal Padre e dal Figlio quale MADRE Dl TUTTI
I POPOLI! per portare al mondo l’unita e la pace e
“per liberare il mondo
con questa titolo e per mezzo di questa preghiera,
da una grande catastrofe planetaria “.
Per questo LA SIGNORA DI TUTTI I POPOLI! chiede con insistenza una grande opera mondiale per
la divulgazione delIa preghiera e delI’immagine.
“Aiutate con tutti i vostri mezzi e provvedete alIa divulgazione, ognuno a modo suo !”
NOTA E COMMENTO :TIPOLOGIA DELLA CATASTROFE E MODO DELLA PREGHIERA
Perché le preghiere possano avere effetto,occorre che siano preghiere “virili”,cioè “magiche”,formando
quindi,un’unica catena mondiale e ad una stessa ora,contemporaneamente nel mondo;le preghiere lamentose,
pietistiche,non avranno alcun effetto.Ma non solo:poiché la catastrofe riguarderà l’intero pianeta è l’intero
pianeta che dovrà mettersi in preghiera:tutti gli aberi,le piante,gli animali,ogni filo d’erba,ogni respiro
vivente,dovrà e potrà dare il proprio contributo al formarsi di un unico,solo e potente raggio di energia
cosmica,in grado di avere effetto sulla traiettoria del corpo celeste in avvicinamento!Il digiuno potenzierà
l’energia,come il mantra di un rosario. Quando l’energia caricata sarà così sufficiente,come un fulmine tra
terra e nube o tra nube e nube,allora saetterà un solo potentissimo impulso,simile ad un raggio laser,che andrà
ad intercettare l’asteroide in rotta di collisione con la Terra.
L’impulso,rimbalzando su di esso,si raggomitolerà nelle sue vicinanze ,stringendosi in un solo punto che
costituirà un “quanto” di energia gravitazionale,tale da poter farne deviare – sia pure di un infinitesimo – la rotta.
Come un sasso è in grado di deviare il corso di un fiume se posto vicino alla sua sorgente,così sarà per la preghiera,se non si aspetterà soltanto l’ultimo momento;come il sasso alla foce del fiume verrebbe semplicemte trascinato o ignorato dalla corrente,così sarà per la preghiera dell’ultimo istante!
L’impatto con la Terra avverrà ugualmente,tuttavia diversi ne saranno gli effetti:potrebbe soltanto sfiorarla, non
sviluppare(a seguito della sua esplosione)la spaventosa onda d’urto sprigionata dall’energia cinetica accumulata,
non colpire la Terra nella direzione contraria alla sua rotazione,eccetera.Perchè tutta la natura possa aver modo di
partecipare coralmente a quest’unica,grande,decisiva preghiera occorrerà metterla in condizione di poterlo
fare:devono essere sospesi tutti gli atti di aggressione,tutti i bombardamenti,tutte le esecuzioni;devono
essere pure sospese tutte le forme di uccisioni,le macellazioni,la caccia,la pesca,il taglio degli alberi
così come pure dei fiori;deve essere fermata ogni ricerca che comporti il sacrificio di animali o soltanto
la loro sofferenza;infine,deve essere pure evitata ogni foma di inquinamento,ogni sfruttamento,ogni rumore
molesto,ogni prevaricazione a danno degli innocenti di tutte le specie.
Bisogna fermarsi,raccogliersi nella comunione con l’unica divinità che,forse allora,potrebbe avere
finalmente autentica compassione verso il genere umano.
Chi è Vincenzo Oliveri? Già presidente della Corte di Appello di Palermo,è stato pure presidente del Tribunale Fallimentare,pur sconoscendone sia la legge che la procedura.Ed esaminiamo ora il caso delle sentenze: fall. 4/1994,contenzioso civile 3769/2002 e corte d’appello 194/2011 .
1.DALL’IGNORANZA DI VINCENZO OLIVERI ALLA VIOLAZIONE DEI
DIRITTI COSTITUZIONALI DEGLI ALTRI GIUDICI.
Con i provvedimenti del 3 aprile,del 13 maggio e del 4 luglio 2002 la Sez. IV Civile e Fallimentare così rileva,in risposta alle istanze presentate dal sig.Ruf-
fino: “ai sensi degli artt.18 e segg. L.F. qualunque interessato può proporre opposizione avverso la sentenza di fallimento nel termine di 15 giorni dall’affissione.”In codesti provvedimenti,sia ignorando la possibilità del termine “lungo”(nel dettato dell’art.327 cpc),sia la decorrenza non già dall’affissione bensì dalla notificazione,tuttavia viene sottolineata la possibilità che “le contestazioni in ordine al merito della sentenza medesima,non possono che essere fatte valere nell’ambito di un giudizio contenzioso che abbia ad oggetto detta sentenza.”
Ebbene,cogliendo il suggerimento della Sez.Fall.,a questo punto,il sig.Ruffino propone l’opposizione in parola,con atto di citazione del 10,11-7-2002.
Con provvedimento del 15 ottobre 2002,infine, è ancora lo stesso Presidente
della Sezione,dott.Ivan Marino che, avallando quanto già rilevato precedente-mente,precisa pure che “il giudice delegato si è già pronunciato ampia-
mente con i provvedimenti emessi.”,evidentemente ignorando egli stesso le già citate particolarità dell’art.327 c.p.c.! Dunque,è certo e dimostrato che fino al 15 ottobre 2002,la Sezione Fallimentare del Tribunale di Palermo,da un lato dichiarava che il termine per potersi opporre ad una sentenza di fallimento era di 15 giorni dall’affissione,dall’altro prospettava al sig.Ruffino la possibilità di un giudizio contenzioso.Fino a questa data il giudice della Sezione non prendeva in considerazione la possibilità di un altro termine,pure previsto dalla Legge,cioè quello cosiddetto“lungo”(un anno)indicato dall’art.327 cpc..
E’ solamente DOPO che il sig.Ruffino propone opposizione,in quegli stessi giorni del 2002,che il giudice di 1° grado si accorge dell’esistenza di detto termine “lungo”,affermando quanto ripreso poi in 2°grado:”l’odierno opponente,ove l’avesse ritenuto,avrebbe potuto sin dal ’95,personalmente o a mezzo di difensore,ottenere presso il competente Ufficio giudiziario la copia della sentenza in questione,al fine dell’eventuale impugnazione della stessa”. Insomma,non è più vero che il termine è di 15 giorni dall’affissione,ma è invece un anno dalla conoscenza della sentenza!…Quindi è colpevole il sig.
Ruffino che “ebbe piena contezza dell’avvenuta dichiarazione del proprio fallimento,sin da epoca di poco successiva a quella sentenza,avendo inviato(v.lettere datate 8 e 11.5.1995,da lui sottoscritte)delle missive all’indirizzo del Tribunale Fallimentare e del Curatore nominato per la procedura in questione,contenenti l’espresso riferimento alla sentenza in esame”. Così si attribuisce al sig.Ruffino una responsabilità che è invece pale-semente dello stesso Tribunale,che CONTEMPORANEAMENTE all’opposizione proposta dal sig.Ruffino continua ad affermare che il termine utile sia,UNICA-
MENTE, quello perentorio di 15 giorni! Il sig.Ruffino,invece,raccogliendo il sug-
gerimento anzidetto ed invocando i diritti costituzionali più appresso indicati,in quei giorni propone l’opposizione alla sentenza.Ed il Tribunale che fa?
Evidentemente ed implicitamente riferendosi all’art.327 cpc,gli dice che avrebbe
potuto farlo fin dal 1995,avendo già avuto conoscenza della sentenza dall’8 maggio 1995.Adesso è troppo tardi!Tuttavia,come più avanti meglio specificato,
utilizzando codesto ragionamento,anche per quella data il sig.Ruffino era già in
ritardo:la sentenza,infatti,è stata emessa il 12.13 gennaio 1994 e quindi il
termine “lungo” era già trascorso prima dell’inoltro delle missive testè ricordate!
Anche se per quella data il sig.Ruffino avesse proposto l’opposizione alla sen-
tenza il giudice gli avrebbe detto ancora : “E’ TROPPO TARDI”! infatti,per tutti gli anni dal 1995 e fino al 2002,come si è visto e dimostrato,al sig.Ruffino è
stata negata dal Tribunale Fallimentare la possibilità di potersi opporre e adesso
che i giudici scoprono l’esistenza dell’art.327 cpc,la colpa è ancora del sig.
Ruffino che non ha corretto per tempo l’ignorantia juris dei giudici! Mentre si
ignora e soprassiede all’ignoranza del giudice,non si tiene in considerazione
invece la ovvia buonafede del sig.Ruffino nel prestare ascolto ai provve-dimenti,orali e scritti,del Tribunale Fallimentare in merito ai termini utili!Il giudice,
così,poteva frettolosamente scordarsi dell’art.327 cpc; il sig.Ruffino -invece-
doveva conoscerlo e pertanto pensarci in tempo per proporre l’opposizione entro il termine lungo(un anno),od in epoca di poco successiva(quanto?),stante
il ragionamento del giudice.Il sig.Ruffino,”ove l’avesse ritenuto, avrebbe potuto sin dal ‘95”…e perché non nel ‘96,97,98,99,2000,2001 o,come è stato,nel 2002?
Sulla base di quale Legge,nel 1995 al sig.Ruffino sarebbe stato possibile presentare l’opposizione in questione e non lo è piu’ invece- in dispregio dei più elementari diritti costituzionali – nel 2002,essendo che(come già detto)anche nel 1995 era già trascorso il termine lungo(un anno cioè dalla data della sentenza)!?
Insomma,non PRIMA (fra il 1995 ed il 2002)al sig.Ruffino è stata prospettata la
possibilità di potersi ancora opporre alla sentenza dichiarativa di fallimento,an-
che tardiva e fuori dai termini,PURCHE’ TEMPESTIVA(ma che vuol dire?),ma
solamente DOPO che egli non vi ha provveduto,perché sviato da essi stessi
giudici!…Con le missive inviate nel 1995,il sig.Ruffino,infatti,GIA’ chiedeva che gli fosse notificata ad-personam la sentenza dichiarativa di fallimento(già notifi-cata col 143 cpc);non si trattava,quindi,diversamente da come afferma il giudice di 1° grado(poi riconfermato da quello di 2° grado),di “ottenere presso il compe-
tente Ufficio giudiziario la copia della sentenza in questione,al fine dell’eventuale
impugnazione della stessa”,bensì di poter rientrare nel termine perentorio per
potersi opporre,perché è così ed in maniera esclusiva,che in quello stesso Ufficio giudiziario veniva sentenziato al sig.Ruffino,come sola ed unica possi-
bilità di opposizione!…
Rinnegare quanto prima affermato e confermato ininterrottamente fino al 2002,
con i provvedimenti già visti,EMESSI DALLA MEDESIMA AUTORITA’ GIUDI-
ZIARIA che avrebbe dovuto permettere al sig.Ruffino di potersi opporre,secondo
quanto invece sostenuto dal giudice di 1° e 2° grado,è apertamente illegittimo e
palesemente in violazione dei più elementari diritti costituzionali.giacchè al sig.
Ruffino non è stato assicurato – di fatto – un giusto processo,in assenza di contraddittorio,fin dal sorgere della procedura(Art.111 Cost.).
Anzi quello stesso Ufficio giudiziario,da cui il sig.Ruffino avrebbe dovuto ottenere la necessaria assistenza,invece,gliela negava.
Il sig.Ruffino,se avesse voluto avrebbe potuto,sin dal ’95;ma se lo avesse voluto,di fatto non avrebbe potuto,in quanto gli veniva SEMPRE negata
la possibilità di poterlo fare(trascorsi i 15 giorni perentorii)!…
Tanto,dunque,basterebbe per dimostrare l’inconsistenza delle argomentazioni
sia del giudice di 1° grado che della Corte di Appello,che giungono fino al punto da utilizzare VERGOGNOSAMENTE una lettera del sig.Ruffino volta ad ottenere la notificazione della sentenza dichiarativa(NON LA SENTENZA STESSA,IN COPIA!),al fine di poter rientrare nei termini che gli venivano indicati per potere proporre opposizione alla sentenza,per sentenziare che egli ne era a conoscenza,quindi avrebbe potuto opporsi già allora,quando – è quindi dimostrato – allora non gli veniva permesso! Detta missiva,fornita dallo stesso sig.Ruffino come prova dell’impedimento perpetrato in suo danno fino al 2002,con IGNOMINIA viene invece utilizzata per dimostrarne il contrario,cioè la conoscenza della sentenza e quindi prova della possibilità di opporsi.
2.IL GIUDICE VINCENZO OLIVERI FALSAMENTE APPLICA NORME DI
Ha errato il Tribunale Fallimentare nel ritenere adempiuto l’obbligo di effettuare ogni ricerca,atta ad assicurare l’esercizio del diritto di difesa del supposto”im-prenditore” PRIMA della dichiarazione di fallimento(come previsto dall’art.15 L.F.,nel testo fissato dalla sentenza della Corte Costituzionale n.141 del 1970).
Il sig.Ruffino,infatti,come affermato nella sentenza di 1° grado,”non fu reperito,
per l’esecuzione delle notifiche di rito funzionali alla di lui audizione,presso la di
lui residenza anagrafica,in Palermo,Corso Calatafimi n.621;né migliore esito eb-bero le indagini(omissis) svolte dalla P.G.”.
Orbene,precisato che tali indagini furono svolte sempre presso il medesimo indi-
rizzo di c.so Calatafimi n.621,”dall’esame degli atti della procedura concorsuale
(fascicolo procedura e fascicolo relazioni)”emerge CHIARAMENTE che il sig.
Ruffino fu dichiarato fallito nel 1994 non già per le ditte “Trinacria Brokers” ed
“Editrice Trinacria”(cessate nel 1991),ma per via di una iscrizione che risultava
esistere ancora in quella data all’Albo dei Mediatori e che aveva quale indirizzo in Palermo la via Emanuele Armaforte n.5.
A tale indirizzo,depositato da anni presso tutti gli uffici pubblici competenti,era pure intestato il conto corrente tenuto dal sig.Ruffino presso la banca istante.
Pertanto,mancando qualsivoglia riscontro di reali indagini svolte al fine di repe-rire il sig.Ruffino presso tale indirizzo(domicilio della “ditta” poi dichiarata fallita),
PRIMA della dichiarazione di fallimento,la sentenza di 1° grado fa semplicemen-te delle asserzioni apodittiche.
Codeste indagini,in realtà,furono svolte DOPO l’avvenuta dichiarazione di falli-mento e non già durante la fase prefallimentare.
Più precisamente,furono condotte dalla P.G.,presso il domicilio del sig.Ruffino,
in via Armaforte n.5,tra il mese di marzo del 1995 ed il mese di maggio dello stesso anno,con l’intimazione a depositare le scritture contabili ed a comparire in udienza. Si dà dunque per avvenuto un fatto(le indagini della P.G.)che invece riguarda un periodo successivo alla dichiarazione di fallimento,falsamente attri-buite al periodo prefallimentare.
Oltretutto,non era presso il suo domicilio(via Armaforte n.5)che il sig.Ruffino poteva essere reperito (anche durante le ore notturne),quanto piuttosto presso la sua abitazione(via A.Telesino n.10).
D’altra parte,avendo l’abitazione in via Telesino n.10,anche presso il domicilio,
ove regolarmente riceveva la corrispondenza o le diverse notifiche,il sig.Ruffino
non era obbligato a permanere ininterrottamente(meno che mai durante le ore notturne)-è sufficiente il buon senso per comprenderlo-oltretutto non svolgendo
più alcuna attività,restando in attesa di corrispondenza o imprevedibili notifiche che,comunque,regolarmente e sempre poteva ricevere col mezzo postale,
potendo pur trovarsi partito.Senza,per questo,venir meno a qualche dovere,
poiché infatti ”una più o meno prolungata assenza dal luogo fissato
come dimora non fa venir meno la residenza o il domicilio a tale dimora
collegati,specie quando detta assenza sia occasionata da motivi
contingenti”(Cass.16 gennaio 1962,n.70).
Sbagliava già VINCENZO OLIVERI che,nelle motivazioni della sentenza dichiarativa,mentre che dichiara il fallimento del sig.Ruffino “esercente l’attività di mediazione”,afferma essere questi “titolare dela ditta individuale omonima,
già corrente in Palermo nel medesimo Corso Calatafimi n°621″: tale pretesa
“ditta”,infatti(in realtà,semplice “iscrizione all’Albo”),aveva(e fin dal 1987)quale
indirizzo la via Emanuele Armaforte n° 5.
Il Tribunale,invece,ha sfacciatamente glissato sull’irregolarità delle notificazioni,
sulle quali pure ampiamente era soffermato a dolersi il sig.Ruffino.
Infatti,esistendo una “divaricazione fra sede effettiva e sede legale” ai fini della notificazione nulla importa la mera risultanza anagrafica “puramente for-male e nominalistica”,risultando diverso il luogo “valorizzato come recapito
per ragioni organizzative”(Cass.25.5.982,n.3175;17.1.983,n.366).
Ed invero il sig.Ruffino,a norma dell’art.2196 C.C.,c.4,chiedendo l’iscrizione all’Albo,ne indicò – fra l’altro – la sede nella via Armaforte n.5,perchè è questo
il luogo ove si prefiggeva di svolgere in futuro la sua attività di mediazione
(Cass.10 aprile 1979,n.1017),di fatto però mai iniziata.
Il domicilio,infatti,non deve necessariamente coincidere con la residenza
anagrafica e neanche con la dimora abituale,che perciò possono aversi
in luogo diverso da quello indicato nei registri anagrafici(dpr 445 del 28
dicembre 2000). Il domicilio di una persona,invece,”è nel luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari ed interessi” (art.43 C.C.)e “prescinde dalla presenza effettiva in un dato luogo”(Cass.29 dicembre 1960,n.3222).
Il sig.Ruffino,infatti,non era irreperibile nè presso il suo domicilio di via Armaforte n.5 nè presso la sua abitazione di via Telesino n.10: entrambi gli indirizzi erano
infatti in possesso della banca istante,come già detto,come dei pubblici uffici,
ove sarebbe stato facile trovarli,se soltanto si fossero cercati.Cosa che – sbriga-tivamente – non è stata fatta.Infatti,”le risultanze anagrafiche offrono in proposito una mera presenzione,superabile alla stregua di altri elementi,
ivi inclusi quelli forniti da atti e dichiarazioni della stessa parte”(Cass.8 novembre 1989,n.4705).
In sostanza,la dichiarazione di irreperibilità pronunciata nei confronti del sig.
Ruffino onde poter successivamente dichiararne il fallimento sarebbe stata
legittima soltanto nel caso di ricerca del fallendo anche presso il suo domicilio oltre che presso l’indirizzo anagrafico,durante la fase pre-fallimentare,come
giustamente fa notare la suprema Corte ,cioè qualora le formalità previste
dall’art.140 c.p.c. risultino inibite per l’irreperibilità del destinatario “sia presso
il domicilio anagrafico” che anche “presso il domicilio … dichiarato alla
cancelleria delle società commerciali”(Cass.23 ottobre ‘96,n.9218).
Pertanto,non di doverose indagini prefallimentari si può parlare,ma solamente
della falsa applicazione di norme di diritto(artt.383,384 cpc),che ha fatto sì che si
cercasse il Ruffino al solo indirizzo anagrafico,ritenendo con ciò di avere adem-
piuto ad ogni obbligo e dimostrando invece la violazione dell’art.2082 cc ed una
finzione di legalità da parte di VINCENZO OLIVERI.
3.INOSSERVANZA DELLA LEGGE DA PARTE DI VINCENZO OLIVERI.
Vista la confusione che regna tra gli operatori,notificatori,inquirenti,giudici,avvo-
cati e quanti altri “addetti ai lavori”,bisognerebbe chiarire cosa intende il legisla-
tore quando parla di “residenza” e di “domicilio”,soprattutto ai fini della notifica-
zione di atti giudiziari.
Indipendentemente dal fatto che la notificazione “può essere fatta nel luogo indicato nell’elezione di domicilio”(art.141c.p.c.) e non nel luogo di residenza
anagrafica(nel caso del sig.Ruffino,cioè,via Armaforte n.5,domicilio risultante nel
documento Camerale dell’iscrizione all’Albo ed al Ministero delle Finanze);cosa recita dunque l’art.139 c.p.c.a proposito della notificazione?
Ed in quali termini indica e distingue tra domicilio e residenza? Ebbene,la notificazione va eseguita “nel comune di residenza del destinatario,ricercan-dolo nella casa di abitazione o dove ha l’ufficio o esercita l’industria o il commercio “(art.140 cpc),cioè al domicilio indicato che,quindi,sol per il fatto
che va cercato,individuato, può risultare “anche in contrasto con le risultanze dei registri anagrafici,alle quali non può riconoscersi che il valore di un semplice indizio”(Cass. 17.7.’67 n.1812; 20.9.’79 n.4829; 24.3.’83 n.2070).
E’ corretto,quindi,affermare che la notificazione va effettuata NON ALL’INDIRIZ-ZO ANAGRAFICO ma ove il destinatario ha il proprio domicilio o la propria abi-
tazione NEL COMUNE DI RESIDENZA.
Il sig.Ruffino,dunque,nel corso della fase prefallimentare,non fu reperito, per
l’esecuzione delle notifiche di rito funzionali alla di lui audizione,proprio perché
ricercato presso la di lui residenza anagrafica,in Palermo,Corso Calatafimi n.621 e non presso il di lui domicilio,in Palermo,via Emanuele Armaforte n.5 !
Si può dunque affermare che tale inescusabile negligenza tragga verosimilmen-te origine dalla ignorantia juris riguardo la doverosa distinzione che va fatta tra residenza,domicilio,abitazione e dimora di una persona e che deve essere tenu-
ta presente ai fini della notificazione degli atti.
Residenza e domicilio,in particolare,sono due cose distinte e distinguibili ed apparendo chiara in tale opera di distinzione la volontà del legislatore “non è
consentito al giudice,nell’interpretare la norma,sostituire a quella volontà
altra contraria o diversa”(Cass.11.1.1983,n.190),non potendosi ad essa
“attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole”, in quanto che “il criterio del significato letterale(…)postula l’asso-
luta univocità delle parole adoperate dal legislatore”(Cass.31.3.87,n.3097).
Né presso la residenza anagrafica,né presso il domicilio,d’altronde,”l’esecuzio- ne delle notifiche di rito” è stata eseguita a norma degli artt.138,139 e 141
cpc, consegnando copia dell’atto a persona di famiglia o ad un vicino,poiché
dagli atti non risulta il rifiuto del vicino a riceversi il piego. E non è stata
eseguita a mezzo posta,come pure previsto dagli artt.174 e 175 cpc..
Pertanto,”la notificazione è nulla se la relazione dell’ufficiale giudiziario
non contenga l’attestazione del mancato rinvenimento di tali persone
abilitate a ricevere l’atto”(Cass.1982,n.5086;1998,n.4739;2005,n.10924;
Cons.di Stato 1996,n.1009).
La nullità della notificazione deriva pure dal fatto che,non essendo stato repe-
rito il sig.Ruffino,nel corso della fase prefallimentare,presso la di lui residen-
za anagrafica,in Palermo,Corso Calatafimi n.621,il giudice VINCENZO OLIVERI non ha provveduto immediatamente ad interrompere la
procedura(provvedendo ad effettuare poi nuove e più accurate
ricerche),in violazione dell.art.15 L.F.,come sancito dalla Corte di
Cassazione: “LA OMESSA NOTIFICA DELL’AVVISO DI CONVOCAZIONE IN CAMERA DI CONSIGLIO RENDE NULLA LA SENTENZA DICHIARATIVA
DI FALLIMENTO”(21 novembre 1996,n.10281).
E non è tanto importante l’audizione del debitore in camera di consiglio,quanto
il fatto che egli sia comunque informato,avendo in tal modo la “facoltà di presen-
tare memorie ed allegare documenti”,invece che essere direttamente ascoltato;
ma se il debitore non è a conoscenza delle iniziative intraprese,non può
in alcun modo né essere ascoltato,né tantomeno presentare memorie ed
Infatti,l’esigenza di speditezza “cui deve essere improntato il procedimento
concorsuale,non può prescindere dall’effettuare ogni ricerca”(cioè,non soltanto
al mero indirizzo anagrafico),al fine di “ASSICURARE ALL’IMPRENDITORE
INSOLVENTE IL DIRITTO DI DIFESA NEL PROCEDIMENTO CAMERALE
E SOMMARIO che p r ec e d e la dichiarazione di fallimento” e tale diritto
deve ritenersi soddisfatto “TUTTE LE VOLTE IN CUI EGLI SIA STATO INFOR-
MATO DELL’INIZIATIVA ASSUNTA NEI SUOI CONFRONTI”(Cass.Civ.12 gennaio 1999,n.225). In conclusione,essendo dimostrato che NESSUN’ALTRA INDAGINE E’ STATA COMPIUTA DURANTE LA FASE PREFALLIMENTARE PROPRIO COLL’ AVER RICERCATO IL SIG. RUFFINO AL MERO RECAPITO
ANAGRAFICO,poiché tutte le condizioni devono ricorrere al momento della decisione, pure è automaticamente acquisita la prova che nel periodo utile a poterne valutare la fallibilità (tra il 23 novembre 1993,data dell’istanza
ed il 12 gennaio 1994,data della sentenza dichiarativa),”non sussistevano i presupposti,soggettivo ed oggettivo,per l’apertura della procedura”
(Giust.civ.Mass.2002,2048).
Esistendo un domicilio per la “ditta” fallenda(via Armaforte),essendo il domicilio
tale fin dal 1987 e quindi non essendovi stato nè alcun trasferimento nè il
tentativo di rendersi irreperibile,non è sostenibile che la chiusura delle altre
ditte(avvenuta nel ‘91)abbia potuto rendere impossibile – per un fatto a lui
imputabile – la convocazione del sig.Ruffino(notificata prima in corso Calata-
fimi e poi applicando l’art.143 c.p.c.)con l’iter iniziato nel 1993 e culminato con la dichiarazione di fallimento del gennaio 1994;le altre diite,con domicilio in corso
Calatafimi,sono state semplicemente “chiuse”-e non “t r a s f e r i t e”- nel 1991,
restando “aperta” e con domicilio in via Armaforte la sola iscrizione all’Albo. Più precisamente(come del resto nel testo fissato dalla Corte Costituzionale nella sentenza n.141 del 1970)il tribunale resta esonerato dall’adempimento di ulteriori formalità soltanto nel caso che “la situazione di irreperibiltà dell’im-prenditore debba imputarsi a sua stessa negligenza”.Nella specie,le forma-lità dell’art.140 cpc non erano inibite per il sig.Ruffino,che aveva il suo domicilio in Palermo nella via E.Armaforte n.5, indirizzo dell’iscrizione
all’Albo ,in forza della cui iscrizione è stato possibile(nel 1994) al giudice
VINCENZO OLIVERI emettere la sentenza dichiarativa di fallimento. La residenza anagrafica di corso Calatafimi n.621 risultava,invece,indirizzo della ditta individuale per la quale non è stato possibile avviare la procedura,perché cessata (nel 1991).
Il sig.Ruffino,pertanto,non aveva alcun motivo per trasferire da Corso Calatafi-mi n.621 una ditta che era cessata(nel 1991),né tantomeno rendersi Irrepe-
ribile(nel 1994) nel proprio stesso domicilio di via Armaforte n.5!!!
“Dall’esame degli atti della procedura concorsuale(fascicolo procedura e fasci-colo relazioni)” emerge infatti chiaramente e senza possibilità di equivoci che il Ruffino fu dichiarato nel 1994 fallito non già per le ditte Trinacria Brokers ed Editrice Trinacria(con indirizzo in corso Calatafimi),cessate nel 1991,ma piuttosto avendo mantenuto una iscrizione quale mediatore in un Albo profes-sionale(con indirizzo in via Armaforte).E tale indirizzo,domicilio del sig.Ruffino,
era rimasto tale fin dal 1987,con ciò escludendo in maniera categorica e defini-tiva che potesse esservi l’intenzione di “non adempiere alle obbligazioni con-
tratte nei confronti dei suoi creditori”.
Al medesimo indirizzo,del resto,risultava essere intestato il conto acceso dal sig.Ruffino presso la banca istante!…
Apoditticamente,il Tribunale che dichiara il fallimento del sig. Ruffino,
”esercente l’attività di mediazione”,afferma essere questi “titolare della ditta individuale omonima,già corrente in Palermo nel medesimo Corso Calatafimi n°621”;mentre è vero invece,come detto,che l’indirizzo di tale attività era in via Armaforte n.5. Appare evidente e chiarissimo,a questo punto, che l’avere applicato nel caso del sig.Ruffino l’art.143 c.p.c. è stato un abuso,pure avallato con la sentenza di 1° grado,in quanto tale notificazione si riferisce “a persona di residenza,dimora e domicilio sconosciuti”!
L’evidente irregolarità della notificazione ai sensi dell’art.143 cpc,avendo di fatto
bloccato la ricerca pure al domicilio del sig.Ruffino,gli ha impedito di venire a conoscenza del procedimento fallimentare.
Perchè la legittimità dell’applicazione sia verificata,devono cioè venire ad essere -e contemporaneamente- sconosciuti sia il luogo di residenza(città
o comune),sia la dimora abituale(altra o stessa città e comune),sia il domi-cilio(cioè l’ufficio od indirizzo in cui si svolge l’attività).
Ebbene, il sig.Ruffino aveva dimora e residenza nel comune di Palermo,cono-
sciuti attraverso i dati anagrafici;aveva altresì abitazione a Palermo,nella via A.Telesino n.10,come attestato dalla Conservatoria del registro immobiliare ,dai certificati catastali,dalle indagini della P.G.,nonché dall’anagrafe interbancaria;
infine,aveva il proprio domicilio sempre a Palermo,nella via E.Armaforte n.5,
attestasto dai certificati camerali,dall’Ufficio delle Entrate e della Guardia di Finanza,dai certificati catastali,dalle indagini della P.G. e dai riscontri bancari.
Appare,dunque,evidente che l’essere stato cercato unicamente al mero indi-
rizzo anagrafico di corso Calatafimi n.621,costituisce una palese violazione
dei diritti costituzionali ed una sommaria e superficiale applicazione della L.F..
Devono infatti verificarsi le condizioni di applicabilità del detto art.143,perché non si traduca,invece,in un abuso inescusabile.
Non essendosi verificate contemporaneamente le circostanze di irreperibi-
lità nella residenza,nella dimora e nel domicilio,la notificazione (effettuata ai
sensi dell’art.143 )si ha per non eseguita(art.294 cpc). Sarebbe dunque iniquo ascrivere al sig.Ruffino una negligenza(grave già allora ed ora spacciata per legittimo adempimento),che è stata ,invece – u n i c a m e n t e -,del Tribunale fallimentare!
Al sig.Ruffino ,dunque,“non è stato assicurato l’esercizio di difesa”: senza per questo da reputarsi “d o r m i e n s”,potendo essere ignorate dal debitore sia la procedura che la notifica della sentenza,infatti,la difficoltà della conoscenza causata dall’avere applicato l’art.143 cpc “contrasta con il diritto di difesa del fattito(…),non valendo invocare al riguardo il principio vigilantibus non dormientibus iura succurrunt”(Cass.23 ottobre 1996,n.9218).
Non sapendo distinguere tra residenza della persona fisica e domicilio della
pretesa “ditta”,l’art.143 cpc è stato dunque applicato ignorantemente dal giudice VINCENZO OLIVERI in luogo del 139 e segg..
Se soltanto dunque avesse osservato la Legge,l’esame del fascicolo fallimen-
tare avrebbe potuto consentire al Tribunale di 1° grado di acquisire tutti quegli altri elementi utili,tali da non potere non fare accogliere la sia pur tardiva oppo-sizione del sig.Ruffino.Il Tribunale,infatti,anzicchè approfittare dell’opposizione presentata dal sig.Ruffino per riparare ai danni causatigli con l’avventata dichia-razione di fallimento del giudice VINCENZO OLIVERI,ha preferito tenere un basso profilo,affermando l’impossibilità di una pur legittima revocazione del fallimento.
4.MANIFESTA ILLOGICITA’ DELLE MOTIVAZIONI CON CUI E’ STATA
RIGETTATA L’OPPOSIZIONE ALLA DICHIARAZIONE DI FALLIMENTO
Scrive, dunque,il giudice (nella sentenza di 1° grado)che copia per estratto
della sentenza venne notificata al Ruffino ai sensi dell’art.143 cpc,col perfezio-
namento di detta notifica il 27.2.1994. L’art.17 L.F.,infatti,dichiara che non è necessaria la notificazione del testo integrale della sentenza,in quanto è suffi-ciente la comunicazione per estratto,perché egli ne venga a conoscenza.
L’estratto va pure bene,cioè,purchè ugualmente il debitore “abbia conoscen-
za della accertata insolvenza e della apertura del fallimento e sia così in
grado di acquisire presso la cancelleria ogni altro elemento utile per
l’esercizio del diritto di difesa”(Dir.e prat.soc.2002, f.11,84).
La qual cosa è contraddetta dall’uso dell’art,143 cpc,che inibisce tale possibilità
e ne nega il diritto! SAREBBE ASSOLUTAMENTE IMPOSSIBILE CHE IL FAL-LENDO POSSA AVERE CONOSCENZA DELL’APERTURA DEL FALLIMEN-TO,ANCHE SOLTANTO ATTRAVERSO L’ESTRATTO DELLA SENTENZA,
QUANDO SBRIGATIVAMENTE VENGA APPLICATO L’ART.143 CPC: E’ INCONCILIABILE IN TERMINI DI LOGICA E DI INTELLIGENZA!
“ Il termine perentorio,quindicinale,prescritto dall’art.18 L.F.”?
Ebbene,la Corte Cost.,in data 27 novembre 1980, ne ha dichiarato “l’illegittimità
costituzionale,nella parte(primo comma),in cui prevede che il termine di quindici giorni per fare opposizione decorra per il debitore dalla a f f i s s i o n e della sentenza che ne dichiara il fallimento”;con ciò,volendo sottolineare che,invece,
tale termine decorra dalla n o t i f i c a z i o n e al debitore e non dalla semplice
affissione,nel rispetto dell’art.111 Cost.! Viene così ribadito IL DIRITTO DEL DEBITORE DI ESSERE A CONOSCENZA DELLA PROCEDURA,OLTRE CHE DELLA STESSA SENTENZA! Altro che art.143 cpc!…Infatti,allorché il debitore viene a conoscenza della sentenza(e col 143 ciò non può avvenire!),”elimi-
nando l’ostacolo della decadenza dall’opposizione,consentirà all’imprenditore
che non è stato posto in grado di difendersi,di far valere le sue ragioni”(Corte Cost.151,fasc.12).
“ Il termine,cosiddetto lungo,dettato dall’art.327 cpc”?
Ebbene,il 2° comma del citato art.327 cpc, già chiaramente esprime il medesimo concetto:”LA DECORRENZA DI UN ANNO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA SENTENZA NON SI APPLICA QUANDO LA PARTE CONTUMACE DIMO-
STRA DI NON AVER AVUTO CONOSCENZA DEL PROCESSO”, cioè,quando il debitore non era a conoscenza non già della sentenza,quanto piuttosto dell’essersi instaurato il procedimento prefallimentare!
Glissando,dunque, le medesime leggi di cui tuttavia cita gli articoli,il
giudice di 1° grado così prosegue: ”è emerso che il Ruffino ebbe piena
e concreta contezza dell’avvenuta dichiarazione del proprio fallimento”,
ovviamente ignorando che PER LEGGE il Ruffino non doveva avere “piena
quanto piuttosto,della procedura PRE-fallimentare!…
A dimostrazione dell’avvenuta conoscenza da parte del sig.Ruffino dell’avvenu-
ta dichiarazione del proprio fallimento,il sig.giudice indica le date dell’8 e 11.5
1995,in cui sono state inviate “delle missive,all’indirizzo del Tribunale Fallimen-
tare e del Curatore nominato per la procedura in questione, contenenti l’espres-so riferimento alla sentenza in parola”: ed anche in quest’ultimo caso il sig. giudice ha errato! Infatti,anche a volere considerare la conoscenza della sen-tenza e non l’iter prefallimentare,a che serve che il Ruffino possa averne avuto conoscenza perlomeno già dall’8.5.1995,se poco prima ha egli stesso affermato che “a far tempo da tale ultima data, era ampiamente decorso” anche il termine c.d.lungo per poter fare opposizione? Il termine cosiddetto “lungo”,a far tempo dal 27.2.1994 (l’ultima data in questione,in cui è stata perfezionata la notifica del 7.2.1994),era già decorso,infatti, sia all’epoca“dell’introduzione del presente giudizio”,che però anche il giorno 8.5.1995!(Essendo,infatti,la sentenza dichia-
rativa del 12.1.1994).
Chiaramente errando,dunque,il sig.giudice dichiara l’inammissibilità delle eccezioni rilevate dal sig.Ruffino;anzi,afferma,non c’è più nulla da discutere,
questo rilievo(errato,come appena visto,sia per essere il contendere la conoscenza non della sentenza ma dell’iter prefallimentare,sia riguardo al conteggio del termine di un anno – t.lungo – per l’applicabilità dell’art.327 cpc),questo rilievo,dunque,afferma il giudice, “appare troncante sul punto in discussione”.
Tuttavia,quando “vi sia effettiva incertezza sulla reale intenzione del legislatore e non anche quando la m e n s l e g i s traspaia chiaramente dalla formula-
zione letterale della norma,in correlazione logica con il complesso normativo nel quale è ,sistematicamente,inserita”,se una norma di legge appare suscettibile di più interpretazioni “il dubbio è soltanto apparente e deve essere superato e risolto interpretando la norma in senso conforme alla costituzione e alle leggi costituzionali”(C.C. art.12,,Cons.St.13 maggio 1985,n.163; Cass.10 marzo 1971,n.674; 24 maggio 1988,n.3610).
“A tanto consegue che l’odierno opponente,ove l’avesse ritenuto,avrebbe potu-
to,sin dal ’95,personalmente o a mezzo di difensore,ottenere presso il compe-tente Ufficio giudiziario la copia della sentenza in questione,al fine dell’eventuale impugnazione della stessa”
In pratica,il giudice di 1° grado afferma che,ammesso che il Tribunale possa
avere errato ad emettere la sentenza,tuttavia il sig.Ruffino avrebbe potuto opporvisi…,ma nel contempo ,ora che l’opposizione è già stata proposta, gliene
nega la possibilità!…A tutto ciò consegue,stando allo stupefacente ragionamen-to di codesto spettabile Tribunale,che non deve essere il giudice che ha errato a riparare l’errore commesso,ma la vittima di codesto pronunciamento a far valere le sue ragioni;non tocca al giudice che ha prima erroneamente pronunciato la sentenza rivederla,correggerla ed annullarla,proprio perchè il debitore non è stato in grado di opporvisi,ma allo stesso debitore ignaro trovare il modo e le prove per dimostrare le sue ragioni.Non è il Tribunale in obbligo di conoscere le leggi che applica,ma è al semplice cittadino che – in definitiva – resta il compito di conoscere le medesime Leggi che il Tribunale invece travisa!…
Ora,mentre invece è vero che egli stesso avrebbe potuto correggerla ed annul-
larla(art.287 cpc),neanche si può pretendere dal debitore alcuna inversione dell’onere della prova,che in subjecta materia non può trovare applica-zione! Il sig.Ruffino,d’altra parte,a mezzo delle già citate missive dell’8 ed 11
maggio 1995,aveva cercato già di raggiungere proprio lo scopo ora suggeri-
to dal giudice:avere notificata personalmente la sentenza fallimentare,onde
potere rientrare nei termini utili a proporre opposizione alla stessa!
Il giudice di 1° grado,dunque,contravvenendo ai dettati dell’art.115 cpc,a
motivazione della sentenza con la quale rigetta l’opposizione in questione,
non tiene in considerazioni le prove di parte fornite,ponendo invece a fonda-
mento della sua decisione il solo motivo della “intempestività”.
Mentre è vero invece che anche se il sig.Ruffino non si è opposto che adesso e non ha potuto opporsi prima(a causa delle erronee interpretazioni della Legge fornitegli da giudici ed avvocati),ugualmente la sentenza dichiarativa di falli-
mento avrebbe potuto essere rivista,corretta ed annullata,proprio in forza dell’abnormità di tale pronuncia e non già sentenziando l’inammissibilità del
ricorso,con il pretesto dell’intempestività dell’azione.
Come se potesse derivare da un’arbitraria valutazione la misurazione del tempo del Diritto,di cui la Legge – invece – non configura i limiti;dimenticando che
“l’interpretazione autentica di una legge diviene obbligatoria come qualsiasi altra legge ordinaria,non soltanto nei confronti di tutti i cittadini,ma anche nei riguardi della magistratura,la quale non può fare altro che prenderne atto ed applicarla”
(Cass.22 gennaio 1957).
Che fosse invece ancora possibile al sig.Ruffino ricorrere contro la dichiarazione di fallimento lo affermano,del resto,gli stessi giudici della sez.fall. con i provve-
dimenti del 13 maggio e del 4 luglio 2002,sottoscritti dallo stesso Presidente,
dott.Ivan Marino il 15 ottobre dello stesso anno,che anzi suggerisce al sig.
Ruffino l’instaurazione di un giudizio contenzioso che abbia ad oggetto detta
sentenza;mentre il giudice di 1° grado aggettiva come “inammissibile” quello stesso procedimento instaurato dal sig.Ruffino nel medesimo 2002,consigliato
dal presidente della stessa sezione !!!…
Come già si è visto,”non è necessario procedere all’effettiva audizione del fal-lendo,unicamente nel caso che egli sia comunque informato (C.Cost.16 luglio 1970,n.141).Ma nel caso non sia ricercato anche al suo domicilio,e quindi non venga rintracciato,oltre che interrompere la procedura(anzicchè proseguirla,dichiarandone l’irreperibilità),sarebbe d’obbligo per il Tribunale esaminare se ricorrono al momento della dichiarazione stessa “le altre condizioni necessarie per la dichiarazione di fallimento”(Cass.13 maggio 1968,n.1502; 12 gennaio 1972,n.91).
Le altre condizioni,per accertare le quali si può e si doveva far ricorso all’inda-
gine,durante l’iter prefallimentare:-
- il sig.Ruffino era forse un imprenditore o non era stato invece un
piccolo imprenditore?
- il sig.Ruffino esercitava l’attività per cui era iscritto all’Albo,ma
non al registro delle ditte camerali?
- il sig.Ruffino era insolvente o più semplicemente debitore nei
confronti della banca istante? Ed era stato informato dalla stessa
banca istante,PRIMA della istanza medesima?
Ebbene, a determinare l’iniziativa della banca non è stata una supposta insol-
venza,bensì uno scriteriato accertamento compiuto dalla P.G.,nel corso di inda-gini (per ipotetici reati) collegate ad altro procedimento.
In realtà,il sig.Ruffino non era insolvente,ma più semplicemte debitore,avendo
una scopertura su un conto corrente,in cui ogni anno il saldo veniva normal-
mente rimesso in un nuovo conto ed il contratto rinnovato a tempo indeter-
minato,trattandosi di un conto con affidamento a “revoca”(art.1823 c.c.).
Pertanto,non potendo esistere – contemporaneamente – nel medesimo conto un “termine”,neppure poteva determinarsi una insolvenza,a meno che il conto fosse stato prima chiuso,come in effetti è stato,ma del tutto ad insaputa del sig.Ruffino ed in conseguenza delle indagini di cui già detto,per via di altro procedimento,nelle ipotesi di altro reato!
Fra l’altro,la banca istante,pur essendo in possesso sia dell’indirizzo dell’abita-
zione del sig.Ruffino(via Telesino n.10),sia dell’indirizzo del suo domicilio(via Armaforte n.5),indirizzava probabilmente le missive al mero indirizzo anagrafico
(corso Calatafimi n.621).Di fatto,dunque,non esiste un solo documento contrario che possa dimostrare che il sig.Ruffino sia stato informato dalla banca della
decisione di recedere unilateralmente dal contratto di conto corrente con affida-mento a “revoca “già concesso e senza darne preavviso(a norma dell’art.1855 c.c.).Posto,quindi,che fino a quel momento,il sig.Ruffino non era “insolvente” ma soltanto “debitore”,la decisione della banca di recedere dal contratto da essa liberamente assunto,senza darne prima preavviso,rende IMPROPONIBILE il ricorso per la dichiarazione di fallimento fin dalla sua origine!…Non esistendo in un conto corrente delle “rate impagate”,infatti,l’affidamento non poteva costituire
insolvenza che nell’ipotesi di una rescissione del contratto(se,attuata però con
le modalità previste dal C.C..
Il giudice VINCENZO OLVERI,irresponsabilmente, non ha compiuto,in realtà,alcun accertamento durante l’iter PRE-fallimentare! Non ha,per esempio,
accertato quale fosse il reddito del sig.Ruffino,o meglio quale potesse essere stato PRIMA della cessazione dell’attività,cosa che costituisce l’elemento deciso per stabilire se ricorra o meno la figura dell’imprenditore(Cass.22 maggio 1969,n.1799).
E poiché è necessario che tutte le condizioni ricorrano al momento
della dichiarazione,ammesso il reddito idoneo,ammesso l’essere un
imprenditore,ammessa una ditta iscritta alla camera di commercio (in realtà,
soltanto una iscrizione in un Albo professionale!),il giudice avrebbe pure dovuto accertarsi che il sig.Ruffino operasse,o soltanto se avesse operato nei due anni
antecedenti la dichiarazione di fallimento, NON AVENDO RILEVANZA ANCHE L’ESISTENZA DELLA DITTA(Cass.6 dicembre 1968,n.3898).
Ora,poiché l’assenza di spesa dimostra l’inattività della “ditta”,il Giudice
aveva l’obbligo di indagare se il presunto imprenditore avesse o meno svolto
nuovi affari,intanto entro un anno dalla cessazione delle ditte iscritte
(art.10 L.F.),poi anche in seguito,a volere pur considerare “ditta” la semplice
“iscrizione” in un Albo(Cass.2 dic. 1960,n.3170: conf. 28 marzo 1960,n.641).
Il criterio,dunque,per valutare se esistano o meno i presupposti per
potere dichiarare il fallimento dell’ipotetico “imprenditore” è che il
ritiro dall’attività sia completo(Cass. 6 dicembre 1968,n.3898; 21
ottobre 1967,n.2570; 11 giugno 1964,n.1455; 14 marzo 1968,n.646).
Infatti,anche a voler considerare “ditta” quella che invece era a tutti
gli effetti soltanto una “iscrizione” in un Albo professionale,tuttavia
“la qualifica di imprenditore commerciale si acquista in conseguenza
del fatto obiettivo e concreto dell’attività”(Cass.nn.2410 e 4577).
Nel dispositivo della sentenza dichiarativa il sig.Ruffino,tuttavia,viene
senz’altro e senza alcun’altra indagine –ipso facto– dichiarato da VINCENZO OLIVERI imprenditore perché risultava ancora iscritto all’Albo dei mediatori.
“Una tale attività,quando venga svolta professionalmente,determina
comunque l’appartenenza dell’esercente all’ampia categoria degli
imprenditori ausiliari”,recita l’art.2196 del C.C.,giustissimo”!…
Tuttavia,tale attività medesima(leggesi in calce all’art.cc 1754) “è
disciplinata dalla l.3 febbraio 1989 n.39 ,la quale ha istituito il
ruolo degli agenti di affari in mediazione(art.2). L’ISCRIZIONE
IN ESSO E’ OBBLIGATORIA E COSTITUISCE REQUISITO
PER LA PRETESA ALLA PROVVIGIONE”.Traducendo:costitui-
sce requisito per poter svolgere l’attività. Cioè:essere iscritti è una cosa
ed altra è poi svolgere l’attività;per svolgere l’attività occorre prima essere
iscritti,ma non necessariamente essere iscritti obbliga a svolgere l’attività,
cioè ad avere a tal uopo una ditta!
Infatti,l’art.2231 c.c.,così precisa:”Quando l’esercizio di un’attività
professionale è condizionata all’iscrizione in un albo o elenco…”,
con ciò significando che dapprima ci si iscrive in un albo professionale
e poi si può esercitare l’attività specifica in esso indicata.
Tanto è vero che si può anche non esercitarla affatto,quindi senza necessità
di una ditta,in quanto “l’iscrizione nel ruolo è a titolo personale,per cui il
mediatore resta comunque obbligato all’iscrizione anche NON OPE-
RANDO,non operando in proprio,non costituendo una propria ditta,ma
OPERANDO(ANCHE OCCASIONALMENTE)PER CONTO TERZI,QUALE
COLLABORATORE O DIPENDENTE,OPPURE POTENDO ANCHE
OPERARE NELLA QUALITA’ DI CONSULENTE,PERITO OD ESPERTO”
(art.3,RDL 1924,n.750; T.U. 1934,n.2011 art.47; RD 1925,n.29).
Il giudice VINCENZO OLIVERI,pertanto,ignorantemernte sconosceva i dettati della legge sulla mediazione, pur invocata per potere dichiarare la fallibilità del sig.Ruffino!
Ora,se è pur vero che il giudice può “non adeguarsi all’opinione
espressa da altri giudici e può anche non seguire l’interpretazione
proposta dalla Corte di Cassazione”(art.12,interpretazione della Leg-
ge),tuttavia occorre per poterlo fare che vi siano delle ragioni congrue,
circostanza del tutto esclusa nel caso del sig.Ruffino,che non operava,
che aveva chiuso la sua partita IVA,che non aveva svolto anche occa-
sionalmente alcuna mediazione,che aveva operato-di-fatto(fino alla
cessazione della ditta,avvenuta nel 1991)come consulente e non già
Ma al sig.Ruffino,che dunque aveva svolto la sola attività di consulen-
za finanziaria (fino al 1991),tuttavia neanche poteva attribuirsi la qua-
lifica di imprenditore,non maneggiando denaro(Cass.22 ,maggio 1969,
n.1799).Infatti,la pretesa intermediazione non consisteva nella circolazione
del denaro mediante sconto di cambiali,bensì nella semplice presenta-
zione del cliente alla banca(Cass.1 luglio 1969,n.2410).
Pertanto,quest’ultima figura giuridica deve includersi nella categoria
dei professionisti,che non comprende solo i prestatori d’opera in-
tellettuale”(Cass.19 maggio 1954,n.1599).
E lo studio di un professionista non può essere normalmente equi-
parato ad un’azienda,perché in esso “è l’elemento di gran lunga
preponderante l’attività del professionista,senza la cui capacità,atti-
vità e buona considerazione professionale,sarebbe destinato a rima-
nere inefficiente e privo di attitudine produttiva”(Cass.9 febbraio
1979,n.899; 9 ottobre 1954,n.3495).
In conclusione,”l’agenzia che si incarica di procurarci o semplice-
mente raccogliere la documentazione necessaria all’ottenimento
del prestito,NON EFFETTUA UN ATTO DI MEDIAZIONE,ma
esegue un compito preciso per nostro conto o per l’incarico
ricevuto da parte della banca”(TUPE art.115,Reg. P.S. art.205;
Circ.M.I.C.A.,n.1205/C, 13 febbraio 1959).
Ed infatti,il tipo di attività cui veniva assoggettato il sig.Ruffino(per
l’attività svolta fino al 1991) era quello classificato come “agenti di
Borsa”,ai quali non può attribuirsi la qualifica di imprenditore(Cass.
19 maggio 1954,n.1599.
Il giudice VINCENZO OLIVERI ,dunque,ignorando la possibilità di un domicilio oltre che di un indirizzo anagrafico,ha applicato un primo arteficio con la dichiarazione di irreperibilità del sig.Ruffino;poi,con un secondo arteficio,ha creato dal nulla per il sig.Ruffino una vera e propria “ditta” da quella che invece era una semplice “iscrizione all’Albo” !…
5.NEGATA GIUSTIZIA
Risulta dunque,come documentato e facilmente verificato,che:
1.Il sig.Ruffino non era insolvente;
2.Il sig.Ruffino non è stato avvisato dalla banca istante;
3.L’istanza della banca non era proponibile;
4.Il sig.Ruffino non era irreperibile;
5.Il sig.Ruffino non era imprenditore;
6.Il sig.Ruffino aveva cessato l’attività nel 1991,cioè due anni prima
la dichiarazione di fallimento;
7.Il sig.Ruffino non è stato ascoltato in Camera di Consiglio;
8.Il sig.Ruffino non ha avuto conoscenza della procedura
prefallimentare;
9.Il sig.Ruffino ha avuto conoscenza della sentenza dichiarativa di
fallimento quando anche il termine “lungo”,un anno,era ormai tra-
scorso per potersi oppore alla stessa;
10.Al sig.Ruffino non è stata fatta mai alcuna notifica,all’infuori di
una diffida della polizia di stato del 25.3.1995 recapitata al domi-
cilio di via Armaforte;
Ed ammesso che il sig.Ruffino fosse stato realmente irreperibile,allora
la procedura doveva essere interrotta;ammesso che non poteva essere
ascoltato in Camera di Consiglio,ugualmente il giudice VINCENZO OLIVERI
poteva e doveva accertarne la reale fallibilità;ammesso che fosse stato
imprenditore bisognava accertarne il reddito,la spesa,l’attività;ammes-
so che fosse stato inadempiente nei confronti di eventuali impegni
contratti con la banca istante,bisognava verificarne la liquidità.
In definitiva,con tutto quanto premesso ed esaminato,risulta verificato
che la sentenza dichiarativa di fallimento è l’effetto di errori,risultanti
dagli atti(art.395,c.4 cpc),in quanto la decisione si è fondata sulla sup-
posizione di fatti “la cui verità è incontrastabilmente esclusa” :
– il domicilio del sig.Ruffino non era in corso Calatafimi n.621,bensì in via
E.Armaforte n.5;
– l’indirizzo anagrafico di c.so Calatafimi riguardava la ditta cessata nel 1991;
– il sig.Ruffino non aveva una ditta iscritta al registro delle Camere di
Commercio,bensì l’iscrizione in un Albo;
– essere iscritto come mediatore non necessariamente obbligava ad opera-
re e ad iscrivere una ditta.
Un’ulteriore conferma che non è stata compiuta alcun’altra indagine prefallimen-
tare si ricava dagli atti medesimi ed in particolare dall’esame dei documenti utilizzati per dichiarare il fallimento: tali documenti il tribunale fallimentare
non li ha prodotti ma ,pedissequamente,li ha acquisiti dalla banca istante,senza
neppure lontanamente porsi il problema se potessero essere validi o meno. Tutto ciò è dimostrato dal “certificato” camerale (semplice iscrizione),dove risulta
alla banca la dicitura “per il ramo: FINANZIARIO, IMMOBILIARE,SERVIZI
SOCIALI”,da essa posseduto ma risalente al 1987,poi cambiato con “per il ramo: SETTORE IMMOBILIARE”,introdotto con la nuova legge del1989;
è anche confermato dalle stesse affermazioni al riguardo contenute nel dispo-sitivo della sentenza(“V. la misura camerale prodotta dalla debitrice”…e qui,
ovviamente,neanche si distingue fra debitore e creditore,figuriamoci il resto!).
La decisione del giudice VINCENZO OLVERI ,quindi,si è fondata su PROVE FALSE:
1)in particolare,sul fatto che avere mantenuto l’iscrizione in un Albo
professionale costi tuisse pure ed automaticamente iscrizione al Registro Ditte(per la qualcosa,cioè,assoggettabile a procedimento concorsuale);
2)con l’avere acquisito quale prova dell’irreperibilità del sig.Ruffino le
risultanze di indagini di un precedente procedimento,in assenza della
controparte, dunque contravvenendo ai dettami dell’art.238 cpp,applicato alla prova civile(ex art.500 e 503,511 bis,324 cpc).
6.CONTRADDITTORIE MOTIVAZIONI E CRIMINALITA’ DEI GIIUDICI.
Il giudice di 1° grado sentenzia che “ era ampiamente decorso,all’epoca
dell’introduzione del presente giudizio(luglio 2002),sia il termine peren-
torio,quindicinale,prescritto dall’art.18 L.F.,sia quello,c.d.lungo,dettato
dall’art.327 cpc”;IN BASE A QUESTO ASSUNTO DICHIARA INAMMIS-
SIBILE L’OPPOSIZIONE PROPOSTA.
Ora,a parte il fatto che,nel rispetto dei diritti costituzionali già visti,un termine può decorrere soltanto nel caso che la data della notifica non venga occultata
con l’uso illegittimo dell’art.143 cpc, la Corte di Appello CONFERMA LA SENTENZA DI 1° GRADO,QUINDI CONFERMA PURE CHE I TERMINI
PERENTORIO E LUNGO ERANO AMPIAMENTE DECORSI PERCHE’ IL
SIG.RUFFINO POTESSE PROPORRE L’OPPOSIZIONE.
Ed invece,MENTRE CONFERMA,PURE CONTRADDICE E NEGA LA SENTE-
ZA DI 1° GRADO:IL TERMINE NON ERA IN REALTA’ DECORSO ED IL SIG.
RUFFINO AVREBBE ANCORA POTUTO OPPORSI!!!
Delle due,una: o il termine non era decorso ed allora è la sentenza di 1° grado
che deve essere cassata;oppure era già decorso effettivamente “all’epoca della
introduzione del presente giudizio(luglio 2002)”ed allora legittimamente il sig.
Ruffino ha proposto l’opposizione nel luglio 2002,non avendo avuto conoscenza
per tempo della sentenza fallimentare,onde poter rientrare nei termini o perento-
rio o lungo.In questo caso a sbagliare è dunque il giudice di 2° grado ed è quindi
la criminale sentenza della Corte di Appello che va cassata!…
Va considerato,infatti,che la Corte di Appello ha confermato la sentenza di 1° grado sostanzialmente basandosi sul fatto che il sig.Ruffino ha proposto l’oppo-sizione in questione nel 2002 e non nel 1995: ciò appare,a questo punto,assolu-
tamente immorale e scorretto,perché un tale criterio di calcolo(NO nel 2002,a termine lungo scaduto,SI nel 1995 a termine lungo ugualmente scaduto) non è
stabilito in alcun codice,sommandosi codesta immoralità all’enormità dell’abba-
glio già preso con la sentenza dichiarativa di fallimento dall’ignorante giudice VINCENZO OLIVERI.
In conclusione,appare ignobile (al pari del famoso caso dello stupro che era
meno grave se subìto da chi precedentemente ne aveva patito altri),negare
l’unica possibilità di difesa a chi,fin dall’inizio,non ha avuto alcuna informazione
del processo,iniziato in suo danno coll’inganno,perpetrato utilizzando artefici
e manipolazioni tali da poter far raggiungere lo scopo di emettere la sentenza
dichiarativa di fallimento,con l’inganno(sia pure per ignoranza)di chi ha confuso i termini utili all’opposizione e con l’inganno,ancora,di usare in maniera strumen-
tale una sentenza(8210 Cass.civ.27.7.1995)che non riguarda la delicata materia
fallimentare,bensì una banale ingiunzione di pagamento e dove,per altro,si sottolinea che il medesimo fatto sarebbe stato rilevante qualora fosse stato in grado di attivare il termine breve di impugnazione(Cass.24.5.1986,n.3510).
Il quale termine,per l’appunto,è stato quello sempre indicato al sig.Ruffino!
Per altro,il giudice non spiega perché,in deroga al dettato dell’art.327 cpc,
il termine sia decorso non già dalla data di pubblicazione della sentenza,
bensì dal giorno della detta presa di conoscenza e soprattutto perché,
INGANNANDO IL SIG.RUFFINO,ciò non gli sia stato subito comunicato,
imponendogli invece,fino allo stesso momento dell’opposizione proposta nel 2002,di rispettare il termine perentorio,quale sola ed unica possibilità.
Non spiega perché,ancora,il sig.Ruffino avrebbe potuto nel 1995,visto che
anche dalla data della conoscenza e non della pubblicazione,detto termine era pure decorso!!! Dunque,invocare la sentenza n.8210 è solo una farsa di giustizia,in quanto codesta sentenza non può applicarsi al caso del sig.Ruffino.
Ed a cosa,comunque,cioè a quale sentenza avrebbe potuto opporsi ancora il
sig.Ruffino,se non che ad sentenza già resa nulla dalla mancata comparizione in Camera di Consiglio dello stesso sig.Ruffino?!
Ed invocando la sentenza 8210 restano forse salvi i diritti costituzionali del sig.Ruffino che non ha avuto conoscenza del procedimento prefallimentare,
ma soltanto conoscenza della sentenza quando anche il termine lungo era decorso? Con l’inganno,in verità,si è perciò emessa la sentenza dichiarativa
di fallimento; con l’inganno,ancora,si tenta di travisare fatti e diritti,invocando
una sentenza dell’alta Corte che non può trovare applicazione nel procedimen-
to fallimentare,ma – a quanto sembra – adatta nel processo di esecuzione.
Il giudice che ha redatto la sentenza n.8210,insomma,nel caso del sig. Ruffino non avrebbe potuto stabilire un termine a decorrere,in quanto nel caso contem-
plato si era di fronte ad una notifica dell’ingiunzione provatamente effettuata (sia pure contestata) e da questo momento decorreva la data della presa di cono-scenza;nel caso del sig.Ruffino,invece,l’opposizione veniva rigettata non essen-doci già a monte una data certa se non quella lontana della notifica della sen-tenza col 143 cpc:la data delle missive inviate dal sig.Ruffino,infatti,veniva acquisita soltanto a processo iniziato e non autonomamente raccolta ma perché comunicata dallo stesso sig.Ruffino(con memorie).
D’altra parte,” il termine annuale per proporre opposizione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento in tanto decorre in quanto il debitore abbia avuto conoscenza d e l p r o c e d i m e n t o p r e f a l l i m e n t a r e”
(Cass.20 giugno 1991,n.6979),a nulla valendo,dunque,la mera conoscenza
della sentenza,con qualunque termine calcolata,risultandone l’ovvia NULLITA’ indipendentemente che sia stata impugnata o meno !
In considerazione,quindi,degli enormi danni, materiali e morali,ingiustamente arrecati ,ciò che solo va ascritto quale elemento troncante di ogni ulteriore diatri-
ba è l’inutile “decadenza della facoltà di opposizione da parte del debitore nei cui confronti non sia stato instaurato,nel procedimento per la dichia-razione di fallimento,un effettivo contraddittorio” risultando inutile anche il “decorso dell’anno dalla pubblicazione di detta sentenza”(Cass.civ.
20.6.1991,n.6979),o – per estensione – qualunque altro termine,quindi ivi com-
preso quella della data della presa di conoscenza della sentenza.
Quella che s’attende il 21 dicembre 2012,secondo il calendario Maya – dicono -,in realtà avverrà tra il 25 dicembre 2012 ed il 7 gennaio 2014:infatti,sarà nel giorno di Natale(cattolico, oppure ortodosso)del 2012 oppure del 2013 che una fine ci sarà e sarà un nuovo inizio.Sarà la fine dell’attuale Epoca(Kali-yuga)e contemporaneamente l’inizio di una nuova Età dell’Oro(o Eldorado).Perchè un Ciclo si chiude e la Ruota del Tempo gira ,riprendendo ,nel medesimo punto ,un nuovo cammino.Ma cosa,in realtà, avverrà?Non una fine catastrofica del pianeta,che pure, negli anni a venire,subirà apocalittici cambiamenti(caduta di un asteroide,
inversione dei poli,ecc.),ma una guerra – spaventosa e di breve durata -,già iniziata nel 1979 con l’invasione sovietica dell’Afganistan.Si tratterà di un conflitto atomico,a cui seguirà l’inverno nucleare.Questa fase del III° conflitto mondiale inizierà nell’Israele e coinvolgerà quasi tutti i paesi islamici,che proclameranno la Guerra
Santa contro l’Occidente.Gli ebrei sopravvissuti dovranno abbandonare la Palestina e si rifugeranno nel Madagascar.Nello stesso tempo,nell’estendersi delle rivolte della cosiddetta” primavera araba” agli Stati islamici dell’ex-Unione Sovietica,il comunismo ritornerà,sia pure sott’altra forma e la Russia,nel tentativo di fronteggiarle, invaderà tutta l’Europa.La Germania combatterà fieramente,ma sarà la prima ad essere attaccata e la prima a capitolare;tuttavia,non subirà bombardamenti atomici,che invece distruggeranno
Londra,Parigi e NewYork.Sarà poi distrutta pure Mosca dal contrattacco occidentale,ma ormai la guerra,
dopo cinque mesi,volgerà al termine,mentre il Giappone sprofonderà nel Pacifico e l’Italia nel fango d’alluvioni,terremoti e vulcani. Una cometa annuncerà la discesa dell’Invasore Rosso e- tragicamente-
scomparirà la Chiesa di Roma,mentre il Colosseo tornerà ad essere acqua e polvere.Sempre tra il 25 dicembre 2012 ed il 7gennaio 2014 la guerra civile scoppierà in Grecia,Spagna,Francia,Italia.Quando quest’umanità
materialista sarà distrutta,allora soltanto potranno discendere grandi spiriti e pure i progenitori extraterrestri,
per salutare i nuovi nazisti in Germania ed i nuovi fascisti in Italia.
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 art.143
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 art.143
 art.327
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 art.12
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 art.115
 art.205
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 art.500
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