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Timestamp: 2018-08-16 11:55:26+00:00

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Lavoro subordinato, estinzione del rapporto, licenziamento individuale per giusta causa Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 05/09/2016 n° 17589 | Sindacato FSI
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Lavoro subordinato, estinzione del rapporto, licenziamento individuale per giusta causa Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 05/09/2016 n° 17589
Sentenza 5 settembre 2016, n. 17589
PG S.R.L., c.f. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MARIO BORSA 159, presso lo studio dell’avvocato TEODOLINDA ANIELLO, rappresentata, e difesa dall’avvocato GIUSEPPE CAPOGRECO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 1376/2014 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO, depositata il 27/10/2014 R.G.N. 929/2014;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/05/2016 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI;
udito l’Avvocato AMORUSO GENNARO MARIA per delega Avvocato CAPOGRECO GIUSEPPE;
Con il primo motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 2, comma 2 e art. 156 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 3, per indicazione dei motivi del licenziamento, ancorchè non nella lettera di sua comunicazione del 21 gennaio 2013, nella scheda di lavoro poi trasmessa al centro per l’impiego, di cui il lavoratore aveva avuto conoscenza: con sanatoria dell’eventuale nullità per il raggiungimento dello scopo di comunicazione al destinatario dei motivi del licenziamento.
Con il secondo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. , in relazione all’art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 4, per omessa pronuncia sulla doglianza di vizio di ultrapetizione del Tribunale con l’ordine di riassunzione del lavoratore, nonostante la sua rinuncia ad essa, desumibile dal verbale del suo libero interrogatorio e comunque neppure richiesta, avendo egli piuttosto domandato la reintegrazione nel posto di lavoro (peraltro inaccoglibile in difetto del requisito dimensionale della società datrice).
Con il terzo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 1226 c.c. , artt. 112, 278, 414 e 432 c.p.c. , in relazione all’art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 4 o in subordine in relazione all’art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 3 e n. 5, per omessa pronuncia sulla doglianza di erronea pronuncia del primo giudice, a fronte di una domanda del lavoratore di condanna risarcitoria della propria datrice, di sua condanna in via generica (tale qualificata dal Tribunale e quindi dalla Corte d’appello) in misura di 3,5 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto: non potendo il giudice d’ufficio emettere una condanna in via generica in luogo di una in misura determinata o determinabile, ma piuttosto rigettare la domanda in difetto di prova dalla parte dell’ammontare del danno.
Sicchè, il mezzo contravviene al requisito di specificità prescritto dall’art. 366 c.p.c. , comma 1, n. 4, che esige l’illustrazione del motivo, con esposizione degli argomenti invocati a sostegno della decisione assunta con la sentenza impugnata e l’analitica precisazione delle considerazioni che, in relazione al motivo come espressamente indicato nella rubrica, giustificano la cassazione della sentenza (Cass. 22 settembre 2014, n. 19959; Cass. 19 agosto 2009, n. 18421; Cass. 3 luglio 2008, n. 18202).
Ma esso viola pure il principio di autosufficienza del ricorso, stabilito dall’art. 366 c.p.c. , comma 1, n. 6, in difetto di specifica indicazione, nè tanto meno trascrizione, della scheda di lavoro suddetta, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare, così da essere in grado di compierlo sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (Cass. 3 gennaio 2014, n. 48; Cass. 31 luglio 2012, n. 13677; Cass. 30 luglio 2010, n. 17915; Cass. 3 marzo 2009, n. 5043; Cass. 18 novembre 2005, n. 24461; Cass 26 settembre 2002, n. 13953).
Nè, infine, può essere applicato al licenziamento, siccome negozio unilaterale recettizio e pertanto atto di natura sostanziale soggetto nella comunicazione ai requisiti di forma illustrati, il principio di sanatoria delle nullità, per il raggiungimento dello scopo ( art. 156 c.p.c. , comma 3), in quanto esclusivamente proprio agli atti di natura processuale, per il suo radicamento nel principio di libertà di forme di tali atti ( art. 121 c.p.c.).
Il secondo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. , per omessa pronuncia sulla doglianza di vizio di ultrapetizione del Tribunale per il suo ordine di riassunzione del lavoratore, benchè rinunciata, come desumibile dal verbale del suo libero interrogatorio e comunque neppure richiesta, avendo egli piuttosto domandato la reintegrazione nel posto di lavoro, è infondato.
Sicchè, se l’ipotesi di nullità del licenziamento orale o di inefficacia per intimazione in mancanza di forma scritta trova paritaria garanzia in entrambi i regimi di tutela sopra illustrati (posta la radicale inefficacia del secondo, inidonea alla risoluzione del rapporto di lavoro, indipendentemente, a fini di esclusione della continuità del rapporto stesso, dalla qualità di imprenditore del datore di lavoro, dal tipo di regime causale – reale ovvero obbligatorio – applicabile, con eccezione dei soli lavoratori domestici e di quelli ultrasessantenni che non abbiano optato per la prosecuzione del rapporto; con la conseguenza dell’applicazione dell’ordinario regime risarcitorio, comportante l’obbligo di corresponsione, per l’attualità di decorso del rapporto di lavoro, delle retribuzioni non percepite a causa dell’inadempimento datoriale: Cass. 10 settembre 2012, n. 15106; Cass. 1 agosto 2007, n. 16955; da ultimo richiamate da: Cass 21 ottobre 2015, n. 21425), altrettanto non si verificherebbe nell’ipotesi di inefficacia del licenziamento per violazione del requisito di motivazione, qualora le norme sopra citate fossero applicate nel senso del rispetto del loro stretto tenore letterale, ai sensi dell’art. 12 preleggi , comma 1, prima parte), senza alcun opportuno filtro interpretativo sistematico.
E ciò produrrebbe un evidente effetto distonico rispetto all’intenzione del legislatore ( art. 12 preleggi , comma 1, ultima parte di chiaro depotenziamento della tutela reintegratoria rispetto a quella indennitaria risarcitoria, veicolato da una riforma in tale senso del mercato del lavoro e delle conseguenze del licenziamento, proprio nell’area delle imprese di maggiori dimensioni ( L. n. 300 del 1970, art. 35), fino ad oggi assistite da un regime di tutela reale (e quindi più forte) rispetto a quello di tutela obbligatoria delle Imprese di minori dimensioni; con una differente intensità delle tutele ritenuta adeguatamente giustificata dall’elemento fiduciario permeante il rapporto datore di lavoro – lavoratore, dalla necessità di non gravare di costi eccessivi le imprese minori e di evitare tensioni nel luogo di prestazione dell’attività lavorativa, senza alcuna irrazionalità delle relative norme, dettate dal legislatore nell’esercizio della sua discrezionalità e della politica economico-sociale perseguita, tenuto anche conto della necessità di svolgimento dell’attività sindacale nelle imprese di maggiori dimensioni, introdotta dallo Statuto dei lavoratori e della mancanza di omogeneità tra la situazione dei lavoratori occupati in esse e quella dei lavoratori delle altre imprese (Corte cost. 8 gennaio 1986, n. 2).
Sicchè, l’argomento di interpretazione sistematica di corretta contestualizzazione della norma da interpretare, all’interno della stessa L. n. 92 del 2012 , con sua collocazione coerente (e quindi priva di antinomie) e congruente, per assenza di disarmonie assiologiche, suggerisce il ricorso, una volta operato (in una prima fase necessaria di qualificazione della fattispecie) l’accertamento di illegittimità del licenziamento nella categoria dell’inefficacia per difetto di specifica motivazione contestuale alla sua comunicazione ( L. n. 604 del 1966, art. 2, comma 2), all’art. 8 (e non già all’art. 2, comma 3) della stessa legge, per la disciplina (in una seconda fase decisoria eventuale) delle conseguenze sanzionatorie, sul piano degli effetti.
Una tale interpretazione si rivela, infine, anche costituzionalmente adeguata sotto il profilo della ragionevolezza, siccome assicurante un trattamento non ingiustificatamente disparitario (Corte cost. 27 marzo 1987, n. 116) e pertanto non in contrasto con l’art. 3 Cost. e rispettoso del paradigma attuativo della tutela del diritto al lavoro previsto dagli artt. 4 e 35 Cost. , essenzialmente riducibile all’osservanza dei principi costituzionali e della Carta sociale Europea di necessaria giustificazione del licenziamento (Corte cost. 7 febbraio 2000, n. 46).
Il terzo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 1226 c.c. , artt. 112, 278, 414 e 432 c.p.c. , per omessa pronuncia sulla doglianza di erronea pronuncia del primo giudice, a fronte di una domanda del lavoratore di condanna risarcitoria della propria datrice, di sua condanna in via generica (in misura di 3,5 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto percepita), non potendo il giudice d’ufficio emettere una condanna in via generica in luogo di una in misura determinata o determinabile, ma piuttosto rigettare la domanda in difetto di prova, è pure infondato.
Depositato in Cancelleria il 5 settembre 201601

References: sentenza 
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Sentenza 
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 art. 2
 art. 156
 sentenza 
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 Cass. 
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 Cass. 
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 art. 156
 art. 121
 Cass. 
 Cass. 
 art. 12
 art. 35
 art. 2