Source: https://massimedalpassato.it/27-sulla-difesa-della-razza-1939/
Timestamp: 2020-06-01 01:18:43+00:00

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Dato che purtroppo il tema è ancora all’ordine del giorno, mi sono rinfrescato la memoria su quanto accaduto in Italia verso la fine degli anni ’30, e cioè 80 anni fa (ottanta, non ottocento).
Solitamente, si rievoca l’obbrobrio delle leggi razziali soprattutto per quanto riguarda i provvedimenti adottati dal legislatore italiano nel 1938 che avevano pesantemente limitato i diritti civili dei cittadini di religione ebraica.
Molti ricorderanno l’annuncio dell’allora Presidente del Consiglio alla strabordante piazza di Trieste il 18 settembre 1938 (L’ebraismo mondiale è stato, durante sedici anni, malgrado la nostra politica, un nemico irreconciliabile del Fascismo”, qui video), o il Manifesto sulla Difesa della Razza sottoscritto da certi scienziati e pubblicato il 5 agosto 1938 (“È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti“, qui il testo completo).
In realtà però, il Governo aveva già adottato nell’aprile del 1937 un decreto legge , strumento nemmeno previsto dallo Statuto Albertino e che in teoria sarebbe dovuto comunque essere emanato solo in situazione di particolare necessità ed urgenza, contenente un’unica norma, del seguente tenore:
Il cittadino italiano che nel territorio del regno o delle colonie tiene relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’africa orientale italiana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi e concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’africa orientale italiana, è punito con la reclusione da uno a cinque anni
Il decreto sarebbe poi stato convertito in legge con una sbrigativa seduta di fine anno (314 sì su 314 presenti).
La legge era rivolta in particolare agli italiani che vivevano nelle colonie, cui era proibito contrarre matrimonio con africani, e vietava il madamismo, cioè il concubinaggio con africani. La pena non era nemmeno di poco conto, da 1 a 5 anni. Il bene pubblico tutelato dalla norma era la purezza della razza italiana, a rischio inquinamento dalla possibile nascita di “meticci”.
Quella legge, a differenza di molte altre, non rimase lettera morta. A essa scampò Indro Montanelli che appena un anno prima dell’emanazione della legge aveva sposato per madamato una donna eritrea, ma dopo la sua entrata in vigore fu applicata in particolare dai tribunali italiani nelle colonie.
Tra i vari, un caso mi ha particolarmente interessato. Quello deciso dalla Corte d’Appello di Addis Abeba il 3 gennaio 1939, sul processo a tal Manca che intratteneva rapporti con la sua domestica eritrea (per un’altra Massima dal Passato da Addis Abeba leggi qui. La Corte, analizzando il caso, ritenne che quel tipo di rapporto, saltuario e non more uxorio non costituisse violazione della legge, nè attentato alla purezza della razza italiana e quindi non condannò il “malcapitato” (anche i Tribunali fascisti avevano un cuore?).
Quello che sconcerta invece, al di là della norma, al di là dell’assurdo processo, è il commento aspro e critico nei confronti di quella sentenza di assoluzione, pubblicato sulle riviste giuridiche dell’epoca. Ed è proprio questo il brano che vi propongo. Si parla di “Ricostruzione dell’Impero”, “civiltà romana”, “compito di illuminare gli altri popoli affidato dalla storia all’Italia”, “purezza della razza“.
Si tratta di un testo intriso di espressioni grottesche, che discendono dall’assurdo storico secondo cui il nostro paese sarebbe abitato da cittadini di pura razza italiana, discendenti dalla stirpe romana. Dimenticando ad esempio, che la maggior parte degli Imperatori romani erano stranieri, e molti erano neri (come per esempio il libico Settimio Severo che aveva preso in moglie – quindi imperatrice – Giulia Domna, una donna siriana), e che l’Italia unita era stata fatta da nemmeno settant’anni, e che nel corso dei millenni decine di popoli, venuti da ogni dove avevano portato nel sacro suolo italico le proprie tradizioni e i propri diversissimi geni, mescolandoli a tanti altri.
Varrebbe la pena leggerlo tutto questo assurdo commento, per comprendere fin dove si può spingere l’umana follia.
E a chi credesse che si tratti di un tema senza senso, superato, o a chi pensi che sia esagerato riesumare questo passato, o a chi addirittura lo condividesse ancora, dico:
Il diritto di madamato nella giurisprudenza delle magistrature dell’impero
Con la ricostituzione dell’Impero, ancora una volta, la civiltà romana si è trovata a dover assolvere la sua secolare missione di illuminare gli altri popoli per innalzarli socialmente sino a quanto loro è consentito dalla struttura fìsio-psichica della propria razza. Questo compito, affidato dalla storia all’Italia, trae con sè responsabilità e doveri di eccezionale gravità: precipuo quello di serbare attraverso la purezza e la dignità della razza quella forza e quel prestigio, che furono cause prime del successo e che saranno sempre indispensabili al conquistatore per mantenersi all’altezza della sua missione
La civilizzazione però, importando la coesistenza nello stesso territorio di razze diverse, favorisce la confusione sessuale voluta da imprescindibili esigenze di natura fisiologica e d’altra parte è facile intuire a quali inconvenienti può dar luogo questa promiscuità sessuale. Anzitutto — a parte le tare causate dalle malattie veneree molto diffuse fra gli indigeni — la procreazione di meticci è un elemento dannosissimo anche per le ulteriori in filtrazioni di sangue estraneo nella nostra razza.
In secondo luogo è evidente quanto possa soffrire il prestigio della razza dominante dalla confidenza sessuale di un cittadino con una determinata indigena
Non per questo bisogna tenere in senso dispregiativo o comunque offensivo le genti africane, ma solamente è necessario rammentare sempre che tra i dominatori e i soggetti devono sussistere rapporti intonati a quella netta superiorità del cittadino, la quale, pur unita a cordiale opera di aiuto morale e materiale per l’indigeno, faccia comprendere a questi che è necessario progredire e migliorare moltissimo per accostarsi, sia pur di lontano, a quella che egli deve ritenere, come in effetti è, la miglior razza del mondo. Il cittadino, che non si comporti così verso gli indigeni, non si dimostra degno dell’onore che gli ha fatto la Patria, inviandolo tra le genti soggette a rappresentarla, nella sua dignità e nella sua grandezza.
Il legislatore non poteva non rendersi conto di queste necessità e invero, con provvedimento che ha dimostrato l’altezza degli intendimenti della conquistatrice civiltà fascista, con il regio decreto-legge 19 aprile 1937, n. 880, convertito nella legge 30 dicembre 1937, n. 2590, colpendo con grave sanzione le relazioni d’indole coniugale tra cittadini e sudditi, volendo proteggere la purezza della razza ed il suo prestigio, ha tracciato la condotta da seguire nella colonizzazione, precedendo così, anche in questo campo, gli altri paesi civili. Nè si può dire che la norma in esame, posta in relazione con le esigenze fisiologiche del cittadino, risulti eccessiva nel suo portato.
Per relazione d’indole coniugale, infatti, è da intendersi quella specie di rapporti sessuali, che è tra il matrimonio e la venere vaga, cioè, precisamente, quei rapporti che dimostrino nel cittadino un interessamento sessuale per una determinata indigena, tale che, oltre a turbare la dignità del bianco, importano circostanze favorevoli alla formazione della sotto razza dei meticci. Tale interpretazione diviene più convincente se esaminata al lume d’una considerazione d’indole storica.
L’art. 89 del nuovo codice civile e le relative norme speciali cui esso rinvia sanciscono l’impossibilità del matrimonio tra il cittadino e una suddita: ma quando fu creato il delitto di madamato (nomen juris comunemente attribuito al reato in esame), nessuna norma statuiva la detta impossibilità, per quanto in pratica non risulta che siano stati celebrati tali matrimoni a causa dei gravissimi impedimenti di ordine meramente etico-sociologico riferentesi a concezioni insite nell’animo di ciascun cittadino.
Il legislatore quindi, nel 1937, non volendo condannare i rapporti matrimoniali, nè essendo opportuno impedire gli accoppiamenti scevri di stabilità a causa della scarsità di donne della nostra razza nel territorio dell’Impero, con locuzione limpidissima ha incriminato il madamato inteso come relazione d’indole coniugale: non matrimoniale, cioè, nè improntata a volubilità. Abbiamo detto che sarebbe stato non opportuno impedire gli accoppiamenti scevri di stabilità, infatti, come giustamente osserva il Forlivesi , « il meretricio … può essere disciplinato con misure giuridiche oltre che profilattiche intese a ridurre al minimo, non soltanto le possibilità di contagio, ma anche quella della procreazione. Senza contare poi che il meretricio è per sua natura infecondo o quasi».
Il madamato, quindi, è un reato di mero pericolo in cui lo Stato è il solo soggetto passivo minacciato nella sua integrità etnico-politica dalla formazione della sotto-razza dei meticci e nel suo stesso prestigio di fronte ai popoli soggetti, a causa dell’innegabile sminuirsi della dignità del cittadino sceso in relazione d’indole coniugale con un’indigena
Non ostante la facile intuitività degli intenti del legislatore, dell’oggettività giuridica del delitto, nonché dei giusti limiti di imputabilità del reato stesso, la giurisprudenza si è dimostrata incerta e contradittoria nell’identificare gli elementi necessari per la detta imputabilità.
Il Tribunale di Addis Abeba, con sentenza 13 gennaio 1938, imp. Piccinelli e Ascalè (in Foro it., 1938, II, 278), ritenne indispensabile per integrare il delitto di madamato la comunanza di vita intesa come coabitazione e reciproca assistenza, corroborate da affectio maritalis. Il Tribunale di Gondar, con sentenza 19 novembre 1938, imp. Spano (in Foro it., 1939, II, 12), considerando necessaria la «comunanza di vita protrattasi per un congruo periodo di tempo e caratterizzata da rapporti sessuali continuativi» e solo eventuale l’affectio maritalis, già aumentò grandemente la punibilità del madamato, accostandosi sensibilmente a quelli che sono stati i fini propostisi dal legislatore nella creazione del nuovo reato.
Dopo una decisione eccessivamente restrittiva della punibilità del reato in esame, emessa dal Tribunale di Harar, la Corte di appello di Addis Abeba con la sentenza 13 dicembre 1938 si è dimostrata propensa ad ampliare ulteriormente la detta punibilità. Infatti dichiara che l’affectio maritalis non occorre per integrare il concetto del delitto di madamato e ritiene a ciò indispensabile e sufficiente il rapporto sessuale fisso che dimostri come il cittadino ha eletto una determinata indigena a sua stabile concubina.
Nè devono ritenersi definitivamente accertati i limiti di imputabilità per madamato, perchè la sentenza, che annotiamo, ha sottoposto all’esame giurisprudenziale un altro elemento sino ad ora ignorato : cioè la lesione del prestigio della razza. Oltre a questo, la sentenza riportata, toglie ogni dubbio circa l’indispensabilità o meno dell’affectio maritalis per integrare il delitto di madamato. Invero riferendosi questo elemento subbiettivo ad un altissimo concetto etico tutto soffuso di spiritualità particolare del matrimonio, il fatto di pensarlo eventualmente sussistente tra un bianco ed una indigena è semplicemente immorale.
Nei riguardi della ripetuta sentenza, è però da osservare anzitutto che l’indagine subbiettiva non può esaurirsi con l’esclusione dell’affectio maritalis come requisito indispensabile ad integrare il reato, non essendo giusto ritenersi «certi della nessuna necessità di una indagine subbiettiva», perchè l’elemento soggettivo è proprio insito nel fatto materiale ed obbiettivo della relazione, ed è quello che la produce.
Infatti, in tanto è da incriminarsi la relazione d’indole coniugale, in quanto la sua stessa esistenza dimostra come un cittadino preferisca al rapporto vago la confidenza sessuale. Questo elemento psichico, semplicissimo per sè stesso e comprensibile senza bisogno di commento perchè essenzialmente umano, posto in relazione con il lato materiale dell’oggetto della tutela penale, cioè con il fine di protezione della razza dall’inquinamento che può essere prodotto dalla procreazione dei meticci, illuminato dalla considerazione che è molto più facile che avvenga procreazione in condizioni di confidenza sessuale che non in quella di rapporti sporadici improntati al meretricio, non può non comprendersi fra le cause di imputabilità di madamato.
Quindi, ritenendo come sopra si è esposto la relazione di indole coniugale tra un cittadino e una suddita, e l’oggettività giuridica del delitto in esame, il fatto che la Corte non abbia preso in considerazione questo elemento psichico e che nella sentenza riportata non ritenga sussistente nella fattispecie una relazione del tipo suddetto, ci convince che non si sia interpretata come si doveva la norma di legge, dando così luogo ad errore circa gli intendimenti legislativi e gli elementi atti ad integrare la ripetuta relazione, cioè il delitto di madamato.
Quanto alla tutela giuridica del prestigio della razza, si osserva che la riportata sentenza giunge a renderla del tutto vana a causa della sua… larghezza di vedute
La Corte, pur avendo accertato in fatto l’esistenza di rapporti sessuali caratterizzati da costanza tra l’imputato e l’indigena sua domestica, in diritto non crede di dover «ritenere una responsabilità ed irrogare una condanna», adducendo che non sussiste la lesione della dignità della razza, perchè «non si hanno prove sufficienti che la donna sia uscita dal rango di domestica, che pur saltuariamente si congiunge col proprio padrone».
Ora, prescindendo dall’errore già constatato circa la sussistenza nella fattispecie di una relazione d’indole coniugale, che già di per sè stessa avrebbe reso imputabile il Manca a causa del pericolo delle conseguenze materiali che abbiamo veduto possono sortire dalla detta relazione, cosa si doveva attendere per ritenere lesa questa dignità: forse che il cittadino rendesse la sua tresca di dominio pubblico? Invero nel caso in esame, se pure non si avevano prove sufficienti che la donna fosse uscita dal rango di domestica, il fatto stesso dell’esistenza del processo dimostra che si avevano prove più che sufficienti per denunziare la lesione arrecata al prestigio della razza dal padrone cittadino, che non si fece scrupoli di congiungersi costantemente, per quanto saltuariamente, con la domestica indigena.
(Il Foro Italiano, 64, 1939, 139)
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29 marzo 1934 – Muore Francesco Ruffini

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