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Timestamp: 2020-08-11 10:01:54+00:00

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Locazione commerciale e pagamento del canone d'affitto ai tempi dell'emergenza sanitaria del coronavirus.
Al fine di contenere il contagio del coronavirus tra la popolazione il governo ha emesso numerosi provvedimenti restrittivi che hanno riguardato anche le attività commerciali con immediatto impatto negativo sul tessuto economico. Con i DPCM dell'11 marzo 2020 e del 22 marzo 2020 sono state, tra l'altro, individuate le attività economiche e commerciali da sospendere con effetti negativi sui rapporti di locazione in essere. In primo luogo, è necessario sottolineare che la responsabilità di tale situazione non può essere ricondotta a nessuna delle parti contrattuali in quanto la sospensione delle attività commerciali è stata disposta con provvedimento dall'autorità governativa. Di fatto, però, l'equilibrio sinallagmatico del contratto risulta alterato seppur temporaneamente e saranno necessari sforzi per cercare nuovi equilibri sino alla cessata emergenza che possano soddisfare le parti coinvolte. Il locatore non essendo in grado di garantire il godimento dei locali oggetto del contratto potrebbe trovare il rifiuto del conduttore, ex art. 1460 c.c., di pagare il canone di locazione fintantoché i locali non saranno nuovamente disponibili per l'esercizio della propria attività. Detta ipotesi, però, deve essere contemperata con la misura adottata dal governo ex art. 65, comma 1, del decreto-legge 18/2020 che consente al conduttore un credito d'imposta pari al 60% del canone di locazione per il mese di marzo 2020 ed è prevedibile che a breve la stessa misura venga adottata anche per il mese di aprile. Tale assetto normativo fa propendere verso una soluzione che dovrà essere condivisa tra il locatore e il conduttore e diretta ad una riduzione del canone di locazione per il periodo dell'emergenza e fino a che non sarà consentita la ripresa delle singole attività commerciali.
L’art. 907 c.c. recita “Quando si è acquistato il diritto di avere vedute dirette verso il fondo vicino, il proprietario di questo non può fabbricare a distanza minore di tre metri, misurata a norma dell'articolo 905.
Se la veduta diretta forma anche veduta obliqua, la distanza di tre metri deve pure osservarsi dai lati della finestra da cui la veduta obliqua si esercita. Se si vuole appoggiare la nuova costruzione al muro in cui sono le dette vedute dirette od oblique, essa deve arrestarsi almeno a tre metri sotto la loro soglia”.
Diritto di veduta distanze
Impugnazione delibera assembleare. Legittimazione. Cass. civ. n. 2411/2018.
Il caso: Tizio e Caio rispettivamente proprietario e conduttore di locali commerciali adibiti a farmacia proponevano azione possessoria (cessazione spoglio e molestie) nei confronti del Condominio Sempronio che previa approvazione di delibera condominiale aveva posto nella zona comune, antistante la farmacia, dei colonnotti in luogo di preesistenti fioriere e una sbarra elettrica, dotando di chiavi i condomini ed impedendo di fatto l'accesso nell'area condominiale ai clienti della farmacia. Il Condominio resisteva in giudizio eccependo tra l'altro che i lavori erano stati eseguiti in adempimento di delibera condominiale del marzo 2003, delibera alla quale l'allora prioprietaria aveva prestato il proprio assenso, firmando il progetto poi realizzato dal Condominio. Il Tribunale di Parma accoglieva la domanda dei ricorrenti. Due condòmini dello stabile impugnavano la sentenza e il Condominio rimaneva contumace in appello. La Corte di appello di Bologna in riforma della sentenza impugnata rigettava ogni domanda possessoria.
Danni del costruttore. Poteri dell'Amministratore di Condominio. Cass. civ. n. 2436 del 31.1.2018
Con la sentenza in commento la Corte di Cassazione ha dato continuità a quella giurisprudenza che afferma il principio secondo cui il potere dell'amministratore di condominio di compiere atti conservativi dei diritti inerenti alle parti comuni dell'edificio deve interpretarsi estensivamente nel senso che oltre agli atti conservativi necessari ad evitare pregiudizi a questa o a quella parte comune, l'amministratore ha il potere - dovere di compiere analoghi atti per la salvaguardia dei diritti concernenti l'edificio condominiale unitariamente considerato. Pertanto rientra nel novero degli atti conservativi di cui al citato art. 1130 n. 4 cod. civ. l'azione di cui all'art. 1669 cod. civ. intesa a rimuovere i gravi difetti di costruzione, nel caso in cui questi riguardino l'intero edificio condominiale ed i singoli appartamenti, vertendosi in una ipotesi di causa comune di danno che abilita alternativamente
Beni Culturali. Con la collaborazione della Dott.ssa Monica Sebastianelli Storica dell'Arte.
Il prestito dei beni culturali appartenenti ai Musei.
Le raccolte museali devono considerarsi a tutti gli effetti parte del patrimonio culturale della nazione secondo il disposto dell’art. 10, co, 1 e 2, d.lgs. n. 42/2004.
L’art. 10 comma 1, definisce beni culturali nel seguente modo: le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico. L’art. 10 comma 2 del aggiunge tra i beni culturali: a) le raccolte di musei, pinacoteche, gallerie e altri luoghi espositivi dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico; b) gli archivi e i singoli documenti dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico; c) le raccolte librarie delle biblioteche dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente e istituto pubblico, ad eccezione delle raccolte che assolvono alle funzioni delle biblioteche indicate all'articolo 47, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n. 616.

References: art. 1460
 art. 65
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 1130