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Timestamp: 2018-03-17 22:23:35+00:00

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Martedì 31 Maggio 2016 19:48
Oggetto: Sentenza epocale della Corte di Cassazione : il medico indica ad un’infermiera di somministrare un farmaco senza indicare l' esigenza di diluirlo , il paziente muore, l’infermiera che ha somministrato il prodotto viene condannata come responsabile, in solido con il medico, per la somministrazione avvenuta e per la morte del paziente causata dal dosaggio sbagliato.
Il caso e’ complicato e va ricostruito , ma solo per quanto possibile, con una modalità chiara e completa in modo che si possa comprendere bene perche’ questa sentenza sia cosi importante per tutti gli infermieri italiani , e quindi per il Nursing Up, dal momento che con tale decisione il sistema giudiziario conferma una realtà dei fatti che il mondo medico e sanitario italiano ancora non hanno ben chiari.
Il 30 Agosto del 1998 in un ospedale di Carrara muore il paziente C.P. che era stato ricoverato per un ictus celebrale. I congiunti del paziente deceduto denunciano il medico e la ASL ritenendoli responsabili della morte del loro parente. Ebbene durante il processo il medico legale appura che il paziente e’ morto a causa di un’iniezione di cloruro di potassio senza fisiologica che risulta essere stata prescritta dal medico D.G. e praticata dall’infermiera F.A.
Si badi bene, all’epoca dei fatti (1998) era vigente il mansionario dell’infermiere professionale ( dpr 225/1974) ed il D.M. 739 del 14/9/1994, questo ci serve come premessa per collocare i fatti nel giusto quadro normativo da applicare, siamo infatti ancora in una situazione in cui non era entrata in vigore la Legge 42 del 1999 ed e’ proprio questo aspetto che rende ancora piu’ epocale la sentenza che stiamo, qui, analizzando.
Concentriamoci sui fatti:
In occasione della causa di primo grado il medico ,durante il procedimento , chiama in causa l’infermiera F.A. per difendersi dalle accuse ricevute, e lo fa sostenendo che ella aveva praticato materialmente l’iniezione letale; l’infermiera si difese adducendo che ella aveva semplicemente eseguito la prescrizione del medico e dichiarando che tale medico addirittura, aveva corretto l’annotazione nella cartella clinica inserendo la soluzione fisiologica solo dopo la morte del paziente.
Il tribunale di primo grado , con propria sentenza del 2008, sancì che il medico D. era da considerarsi responsabile per avere prescritto l’iniezione endovenosa di cloruro di potassio “erroneamente….senza alcuna diluizione” , così confermando quanto sostenuto dall’ infermiera e cioè che la correzione sulla cartella clinica della necessità della diluizione era stata apposta solo dopo la morte del paziente .
Orbene, in virtù di quanto sopra riportato è evidente che in occasione della prima causa il tribunale:
1) condanna il medico (D.) e la ASL ( ndr entrambi ) quali responsabili della morte del paziente (C.P.) ed al risarcimento dei danni (in solido tra loro) ai congiunti ( per oltre 400.000,00 euro)
2) rigetta la domanda avanzata dal medico, di riconoscere la responsabilità dell’infermiera (escludendo quindi la colpa della collega) e cio’ perche’ ella doveva essere considerata solo come un mera esecutrice della prestazione medica.
Ciò nonostante, a seguito di questa prima sentenza, il medico fece ricorso in corte di appello , così accadde che la corte di appello di Genova con propria sentenza del 2013 ripresa in esame la posizione dell’infermiera e, contrariamente a quanto aveva fatto il primo giudizio, la dichiaro,' corresponsabile, unitamente al medico, della morte del paziente e la condanno', in solido con il medico, al risarcimento del danno gia’ stabilito, nella sua entità, con la sentenza del primo grado.
Ciò si è verificato perché per la Corte di Appello, a mente del DPR 225 del 1974 art.2 (recante il mansionario generale dell’infermiere) e del D.M. 739 del 1994 art. 1 comma 3 lett. D (recante il regolamento sull’individuazione della figura del relativo professionale dell’infermiere) l’infermiera “garantisce la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico terapeutiche”.
Per il giudice di appello infatti, ed è proprio questo l’elemento innovativo e dirompente della sentenza (perchè confuta tutto ciò che i medici ogni giorno sostengono sulla assoluta assenza di discrezionalità infermieristica nella esecuzione delle prestazioni) , l’infermiere ha una vera e propria “possibilità di deliberazione” rispetto ad una eventuale prescrizione medica “di per se stessa erronea o incompleta”, con “l’onere di adeguarne l’esecuzione ai protocolli medici vigenti che egli abbia la possibilità di conoscere”.
Ma la corte di appello fa di piu’, infatti sancisce il principio in base al quale l’infermiere non può essere considerato un mero esecutore materiale delle prescrizioni impartite dal personale medico , possedendo la professionalità e la competenza che gli consentono , se del caso, di chiedere quantomeno, conferma della esattezza di una determinata procedura terapeutica.
Ad ulteriore precisazione di quanto sopra interviene la Corte di Cassazione ( con sentenza 7106 del 12/04/2016) , con la quale si pone la parola fine a questo intricato iter giudiziario .
La cassazione infatti ha rigettato i ricorsi , sia quello del medico, che per difendersi aveva chiesto la condanna unica ed esclusiva dell'infermiera, sia quello dell’infermiera, per la condanna a lei imposta dalla Corte d’Appello , e ne conferma le condanne gia’ disposte , compreso il pagamento in solido di circa Euro 400.000,00.
Ora, di tutta la questione ciò che a noi piu’ interessa, perché conferma l’interpretazione data dal Sindacato della normativa professionale di riferimento infermieristico, è proprio l’innovativa posizione delle Corti giudicanti , posizioni secondo le quali l’infermiere , nel provvedere alla somministrazione farmacologica, ben lungi dall’esaurire il proprio apporto nella mera esecuzione materiale della terapia prescritta (proprio perche’ in possesso di professionalità e competenze specifiche) , non puo’ esimersi, ove il caso lo richieda , dalla opportuna interlocuzione con lo stesso medico, al fine di ricevere conferma della correttezza della prescrizione.
Tutti i lettori comprenderanno che si tratta di una sentenza epocale, perche’ sancisce che ormai e’ un preciso dovere dell’infermiere che ha ricevuto l’ ordine per la somministrazione da parte di un medico, di intervenire in modo interlocutorio ed addirittura integrare la prescrizione medica ricevuta (ove ritenuto necessario), ma conferma anche il principio in base al quale esiste una competenza non squisitamente esecutiva dell’infermiere, come taluni medici si ostinano spesso a ribadire, e quindi una correlata e più ampia responsabilità infermieristica nella somministrazione .
In questo caso infatti , non vi e’stato un errore materiale dell’infermiere nella somministrazione ( la collega ha somministrato correttamente il farmaco nella modalità indicata dal medico), ma bensì una sua responsabilità nel non aver evitato una somministrazione che gia’ sotto il profilo medico era errata.
Questo caso incorpora in se due grandi temi per i quali, fin dalla sua costituzione il Nursing Up si batte e che oggi sono ancora più concreti in quanto previsti dalla vigente normativa :
1. L’infermiere non e’ un puro esecutore della volontà medica ma ha una sua ben autonoma e definita competenza professionale.
2. L’infermiere deve tutelarsi contro il rischio di colpa grave con una propria assicurazione dal momento che nessuno lo aiuterà al verificarsi di eventuali circostanze come quelle sopra indicate.
Proprio per tutto ciò' , ora più che mai , è comprensibile la rabbia del Nursing Up che assiste quotidianamente da un lato alla levata di scudi dei medici a qualsiasi tentativo di implementazione delle competenze infermieristiche e dall’altro ai provvedimenti di Tribunali come quello di cui oggi raccontiamo, che condannano gli infermieri per responsabilità per le quali , secondo i medici e paradossalmente , non avrebbero nemmeno le competenze.
Ma la questione si fa grottesca se si pensa che, nel caso specifico della sentenza di condanna dell’infermiera della quale stiamo scrivendo, il medico ha tentato di difendersi ( riuscendoci dal momento che in primo grado l’infermiera era stata assolta), proprio sottolineando la competenza dell’infermiere e quindi la sua correlata responsabilità , cosa che invece, nella prassi quotidiana, viene negata da buona parte della classe medica.
Con specifico riferimento ai fatti oggetto delle sentenze di cui stiamo scrivendo, come sindacato non possiamo non sottolineare una importante evidenza e cioè che gli infermieri vengono riconosciuti “come responsabili “ da parte della Magistratura proprio quando, contestualmente, essi sono riconosciuti come “ soggetti competenti” . Al contrario , sarebbe illogico ed irresponsabile pensare di poter condannare gli infermieri come corresponsabili di fatti del genere senza riconoscere loro, nell’ambito del ruolo e delle attività che svolgono, l’esistenza di competenze di elevato profilo e responsabilità .
Per tutto questo non è più il momento di attendere, il sistema è tenuto a riconoscere e remunerare gli infermieri come professionisti !
Da ultimo, e solo per chiosare pare appena il caso di sottolineare che , con questa sentenza, il sistema giudiziario italiano sostiene un assunto fondamentale, che il Nursing Up da tempo propone e che è ancora più valido oggi, dopo la promulga delle leggi n 42/1999, n 251/2000 e n 43/2006 che hanno reso ancora più ampio e complesso l’alveo della responsabilità infermieristica: all’infermiere vanno riconosciute senza ulteriore indugio le più delicate e complesse competenze attuali .
Tale assunto è ancora più evidente ed attuale dal momento che , in sede di giudizio , per tali competenze l'infermiere viene individuato, riconosciuto e sanzionato come responsabile, anche penalmente.
Il delicato iter giudiziario del quale qui scriviamo, che ha portato alla condanna della collega rappresenta per tutti gli infermieri italiani un importante riferimento di diritto, un precedente fondamentale, perche’ da oggi in avanti se un infermiere non vuole rischiare di incorrere in una corresponsabilità penale ( e civile attesa la condanna al pagamento di 400.000,00 euro) come è accaduto alla collega condannata assieme al medico, dovrà discutere, ove necessario, la prescrizione con il medico ed addirittura correggerla se indispensabile.
E' evidente che questa sentenza si presta a svariate riflessioni per sul rapporto medico – infermiere e si propone anche a diventare una pietra miliare che certo non eviteremo di portare nelle sedi Ministeriali dove si discute sull’implementazione delle competenze infermieristiche .
Ma faremo anche di più , perchè ho deciso di effettuare studi personali ed approfondimenti sui "fatti giudiziari " dei quali parliamo ed ho dato indicazioni al fine di organizzare un Convegno Nazionale dove condividerò personalmente con i colleghi interessati all'argomento , gli svariati risvolti giuridico professionali e l'impatto di queste sentenze sulla vita professionale degli infermieri.
Si tratta di un evento ECM che si terrà in una giornata del mese di settembre p.v., la data precisa sara’ resa nota durante i prossimi giorni.
L’evento ovviamente sarà riservato a tutti gli associati Nursing Up e sarà preceduto , prima possibile, da una circolare esplicativa con relativo regolamento.

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