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Lea Garofalo e i giovani, la mobilitazione che ha cambiato l'antimafia milanese - Stampo Antimafioso
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Articolo di: Martina Mazzeo il 22 novembre 2016 in Milano/Lombardia 1 Commento
A distanza di cinque anni dall’inizio del processo Lea Garofalo e alla vigilia della quarta fiaccolata commemorativa che partirà domani sera dall’Arco della Pace, abbiamo deciso di ridare spazio alla narrazione di un caso di mobilitazione di grande valore. Un lavoro collettivo, reso più forte da un’autentica sinergia tra attori diversi, che ha saputo fare vera innovazione sociale puntando sui concetti di partecipazione, territorio, bene pubblico, giustizia. Vogliamo che questa storia venga per sempre ricordata per ciò che è stata veramente e i suoi protagonisti possano avere la netta consapevolezza di aver scritto una pagina di importanza storica per il movimento antimafia, non solo milanese. Ripercorreremo quella stagione attraverso i ricordi di alcuni dei suoi principali animatori, riunitisi di recente per una sessione di studi dal titolo “Mobilitarsi contro la mafia: l’invenzione del presente – Il processo Lea Garofalo: un caso di mobilitazione” nell’ambito della quinta edizione della Summer School in Organized Crime “Antimafia perché, Antimafia come”.
Il 24 novembre è diventata per Milano una data simbolo, un rito che si aspetta e si prepara, financo un progetto educativo per le scuole. Da questo punto di vista, è anche una conquista, il risultato di una battaglia bella, spontanea, faticosa e mai stanca. È stata la battaglia della città per Lea Garofalo e Denise Cosco, ma soprattutto la lotta vera di un gruppo di giovani ragazze e ragazzi milanesi.
6 Luglio 2011, Milano. Presso la Corte d’Assise del Tribunale dove attualmente si sta celebrando il processo per l’omicidio del magistrato Bruno Caccia, ha luogo la prima udienza del procedimento a carico degli assassini della testimone di giustizia calabrese Lea Garofalo. Com’è noto, i cinque imputati – condannati in via definitiva nel 2014 – fanno parte della famiglia della donna; quel giorno, dietro le sbarre delle gabbie collocate in aula, si distingueva in prima linea il volto di Carlo Cosco, narcotrafficante, uomo contiguo ad ambienti ‘ndranghetistici, compagno di Lea Garofalo, padre di Denise Cosco.
Luglio 2011, Scandicci (Firenze). Un grande campo costellato di tende ospita il secondo raduno dei giovani di Libera. Lucia Rho, le sorelle Marilena e Paola Teri e Costanza Bonoldi arrivano da Milano. “Noi conoscevamo Libera ma non avevamo mai fatto parte di qualche gruppo. Quell’estate decidiamo di partecipare al raduno e così abbiamo avuto modo di entrare in contatto con tantissimi coetanei provenienti da diversi luoghi d’Italia. La gran parte di loro era già impegnata, nel loro piccolo, nella lotta alla mafia, infatti il tema del raduno era “Che cosa possiamo fare noi?”. È lì che noi abbiamo iniziato a interrogarci”. Paola ci affida i suoi ricordi: “Una frase di Danilo Dolci mi ha colpito particolarmente: Fare presto e bene perché si muore”. Ragionando sul senso di questo monito, le ragazze incontrano la storia di Lea Garofalo: “Un numero del giornale siciliano Casablanca ripercorreva tutta la vicenda e riportava una lettera scritta, ma mai inviata, da Lea al Presidente della Repubblica. Questa lettera ci aveva molto colpito perché era una lettera disperata, in cui diceva di essere sola, e soprattutto di sapere quale sarebbe stato il suo destino, che sarebbe stata uccisa, ma avrebbe voluto che qualcuno cambiasse la sua storia e cambiasse la sua fine”. Ecco la risposta che cercano: “La storia di Lea ormai era scritta ma potevamo sostenere la figlia Denise che avrebbe testimoniato in aula contro il padre. Potevamo darle la nostra solidarietà”.
Così nasce spontanea la mobilitazione. Tornano da Milano, telefono alla mano, chiamano gli amici: “All’inizio eravamo circa una quindicina, Marilena, Paola, Giulio, Giacomo, io… Abbiamo iniziato a incontrarci per leggere la storia di Lea Garofalo e poi ci siamo organizzati per partecipare alle udienze del processo. Eravamo tutti liceali, 17-18 anni, o ai primi anni di università. Venivamo da scuole differenti, ma una buona parte di amici arrivava dal Virgilio”. E qui occorre aprire una parentesi. Quando si parla di educazione alla legalità, il liceo statale Virgilio di Milano è una delle scuole pioniere, insieme per esempio al Volta, il liceo scientifico di via Benedetto Marcello davanti al quale nel 1993 alcuni cittadini di Milano che si riconoscevano nel progetto politico della Rete o nel “Coordinamento degli insegnanti e presidi contro la mafia”, guidati da Giuseppe Teri, hanno piantato un albero in memoria dei giudici Falcone e Borsellino e delle loro scorte. Un filo collega l’esperienza dell’albero alla mobilitazione per Lea Garofalo. Ci sono persone attraverso le cui biografie prende forma unitaria la storia del movimento antimafia a Milano. Gli insegnanti di quel Coordinamento lavorano oggi nelle scuole frequentate da quei giovani che stiamo raccontando qui: “gli amici del Virgilio avevano già intrapreso da qualche tempo percorsi sulla legalità e alcuni insegnanti avevano cominciato in luglio ad assistere alle udienze”. In un secondo momento, quando la partecipazione spontanea dei ragazzi al processo si è fatta via via costante (“un giorno bigiavamo in due, l’altro in tre, così saltavamo scuola a turno”), i presidi di diversi istituti (tra i quali il Volta, il Virgilio, il Marignoni Polo e il Severi) sono arrivati persino ad autorizzare gli studenti ad andare al processo durante l’orario scolastico. Una cosa mai vista.
È all’interno di un simile contesto che matura e si rafforza la motivazione ad agire delle ragazze e dei ragazzi di quello che ora è il presidio Lea Garofalo. Perché vi siete affezionati tanto a questa storia? “Per un desiderio interiore di giustizia”. “Avevamo begli ideali in testa ma veramente poca consapevolezza di cosa significasse un’udienza, un processo. Era sicuramente una storia molto più grande di noi, ma allo stesso tempo l’abbiamo sempre vista come una storia nostra perché in fondo si parlava di una madre e di una figlia”. “Potevo essere io”, dice Paola; e conferma Lucia, “perciò abbiamo voluto stare vicini a Denise. Dalla sua c’era lo Stato, c’erano gli avvocati, ma noi… noi a un certo punto abbiamo sentito di essere diventati un po’ come la sua famiglia”. Da qui la corrispondenza che il gruppo ha iniziato a intrattenere con Denise: bigliettini con messaggi di incoraggiamento fatti recapitare alla ragazza per il tramite delle sue legali, Vincenza Rando e Ilaria Ramoni. Come ha notato di recente Sabrina Garofalo, ricercatrice calabrese, docente di sociologia all’Università di Catanzaro, questo scambio epistolare rappresenta “una piccola rivoluzione. Quando si racconta questa mobilitazione ai giovani calabresi l’episodio dei bigliettini è quello che fa più effetto, si sentono in dovere di ringraziare, alcune classi hanno poi deciso di seguire alcuni processi importanti in Calabria. Sono piccoli segni ma non è soltanto un’esperienza biografica, c’è anche il collegamento forte con la lotta alla ‘ndrangheta”. Memoria, partecipazione e innovazione, dunque. Marika Demaria, che è anche referente di Libera per la Valle d’Aosta e visita spesso le scuole valdostane e piemontesi, ha recentemente raccontato che sull’esempio dei giovani di Milano alcune scuole e realtà territoriali della provincia torinese hanno deciso di improntare il loro impegno sulla conoscenza della storia di Lea Garofalo. Ciò porta a sottolineare un dato assolutamente rilevante: l’intuizione del gruppo milanese di assistere alle udienze ha contribuito a promuovere l’adozione da parte di Libera di una nuova pratica, ovverosia quella di organizzare la partecipazione volontaria dei membri ai processi di mafia, compresi quelli in cui ne viene respinta la richiesta di costituzione a parte civile, come il processo Caccia. Contestualmente, ha favorito l’affermazione di un messaggio civico molto importante e cioè che si può essere impegnati a qualunque età.
In questo senso quindi c’è pure una dimensione pubblica che si mescola a quella privata, individuale, intima, della mobilitazione. “Sì, non si trattava solo di dare solidarietà a Denise. Ma ci siamo anche detti che questa è una storia di Milano, la storia di una donna morta a Milano perché aveva raccontato fatti successi a Milano: le cose che erano successe nella palazzina di viale Montello 6, in centro città, dietro l’Arco della Pace”; “una vera e propria enclave nel cuore della città in cui il clan spadroneggia con esibita arroganza”, è la definizione che ne ha dato Giuseppe Gennari, il gip firmatario delle sei ordinanze di custodia cautelare emesse per l’omicidio Lea Garofalo. Un fatto, questo, che ha colpito particolarmente Paola: “Questo edificio occupato dai Cosco sta in una zona (il quartiere Paolo Sarpi, la cosiddetta chinatown milanese, ndr) che io, Lucia, Marilena, per esempio, conoscevamo molto bene. Ci passavamo ogni settimana per andare a fare sport alla Scuola del Piccolo Circo (che si trovava proprio dove ora ci sono i Giardini “Lea Garofalo”), e non ci siamo mai accorte di nulla”. Nel frattempo la scuola è stata chiusa, al suo posto avrebbe dovuto sorgere un parcheggio – come da progetto approvato dalla giunta Moratti –, invece, e fortunatamente, il cantiere non è mai partito, mentre, il 21 giugno 2012, l’amministrazione Pisapia ha proceduto allo sgombero di Montello. Contemporaneamente, i giardini antistanti, grazie al lavoro di Milly Moratti e dell’associazione di quartiere “Giardini in Transito” (GiT), sono stati riqualificati e successivamente trasformati in luogo di memoria quando, il 19 ottobre 2013, il presidio insieme a GiT e al consiglio di zona 1 li ha inaugurati e intitolati alla memoria di Lea “testimone di giustizia, vittima della ‘ndrangheta”.
Il Giardino comunitario Lea Garofalo di viale Montello 6
Vediamo così, da un lato, come sia cambiato, attraverso il loro impegno, il rapporto dei giovani con la propria città, e simultaneamente, come, da attori protagonisti del proprio tempo, abbiano cambiato la loro città dando vita a nuovi riti, nuovi spazi urbani di aggregazione e, in un certo senso, una nuova toponomastica. Rientrano in questa classificazione, oltre ai giardini, le targhe che hanno affisso: una in viale Montello e una al Parco Sempione, di fronte alla biblioteca civica, riportante la scritta “Lea Garofalo, vittima di cultura mafiosa” (poi sostituita con “vittima di ‘ndrangheta”) e collocata ai piedi di un albero piantato apposta “perché chi passasse di lì potesse capire che questa persona ha un’importanza nella nostra città”, per dirlo con le parole di Lucia; da qualche tempo, si è persino scoperto che una misteriosa frequentatrice della biblioteca (sappiamo che è donna ma non il suo nome), con dedizione e in totale anonimato, sin dai primi giorni di presenza dell’alberose ne prende cura tenendolo controllato e portando spesso fiori. È così che l’antimafia si salda con la vita dei cittadini, nella dimensione della loro quotidianità. A questo scopo, domani mattina il presidio e alcuni insegnanti del Coordinamento accompagneranno circa 140 studenti di scuola superiore, media ed elementare in visita nel Parco; di fronte all’albero, naturale ed intuitiva metafora di qualcosa che vive, cresce e si radica, avranno modo di riflettere sulla storia di Lea e Denise attraverso alcune significative testimonianze. In quella classificazione vi rientrano poi anche le fiaccolate, quattro finora (la prima nel 2012, la seconda nel 2014, la terza nel 2015 e la quarta, appunto, domani) che attraversano i principali luoghi simbolo e riescono ogni volta a coinvolgere centinaia di persone, nonostante il tempo avverso di novembre. A quella del 2014 ha preso parte persino l’on. Rosy Bindi, presidentessa della Commissione Parlamentare Antimafia. Domani – un fatto straordinario e di grande potenza simbolica – entreremo per l’ultima volta in viale Montello dove, nel mezzo del cantiere che porterà alla costruzione di una corte residenziale moderna, ricorderemo ciò che è accaduto.
L’Albero e la targa posti di fronte alla biblioteca civica di Parco Sempione
Ma la cifra autentica di questa mobilitazione ci viene restituita dalla prima azione compiuta: lo striscione e il presidio davanti al tribunale. Antefatto: il 23 novembre 2011 viene annunciato che il presidente della Corte Filippo Grisolia è stato nominato capo di gabinetto dalla neo ministra della giustizia Paola Severino. Come spiega bene Marika Demaria (La scelta di Lea, 2015): “il processo subì quindi una battuta d’arresto in attesa della nomina del nuovo presidente. Gli scenari che si profilavano non erano per nulla rassicuranti: se le parti non avessero acconsentito all’acquisizione delle deposizioni già rese, si sarebbe dovuto riavvolgere il nastro e ricominciare da zero, con ovvi allungamenti. Una lotta contro il tempo, considerando che pendeva un’ulteriore spada di Damocle sulla fine a breve del processo: la scadenza dei termini di custodia cautelare degli imputati, fissata al 28 luglio 2012. Se entro quella data la sentenza non fosse stata pronunciata, gli imputati sarebbero dovuti essere rilasciati”. Per il gruppo la preoccupazione è soprattutto una ed è rivolta a Denise: il rischio che la ragazza debba essere chiamata di nuovo a deporre in aula, figlia contro padre. “A me questa cosa faceva stare male – esclama Lucia, gesticolando – e subito ho detto: facciamo qualcosa! Non possiamo far sì che nessuno dica niente. Quindi comincio a chiamare un po’ di persone: ho chiamato Giuseppe Teri, ho chiamato Ilaria Ramoni, che ai tempi era la referente di Libera Milano. Anche per avere un parere. Noi volevamo fare questa azione, ma chissà se poi invece va a danno del processo, di Denise, ci domandavamo. E se protestando provochiamo l’effetto opposto? All’interno del coordinamento di Libera, ognuno aveva il suo parere, non eravamo tutti d’accordo. Sta di fatto che noi alla fine lo abbiamo fatto. Il giorno dopo abbiamo preso uno striscione bianco, siamo andati davanti al tribunale e con una bomboletta abbiamo iniziato a scrivere: “Processo Lea Garofalo. 28-7-2012 è troppo vicino, la sentenza troppo lontana. Denise siamo con te”. Mai avremmo creduto che questo striscione, una cosa così semplice, avrebbe potuto portare ad un cambiamento nell’andamento del processo. Invece è stato proprio così. Io ancora non ci credo fino in fondo”. In questo punto della storia si incrociano molti elementi interessanti: abbiamo il manifestarsi di una forma di mobilitazione civile giovanile totalmente orientata all’affermazione di un valore, di un principio e, dunque per definizione sociologica, incurante, ignara delle conseguenze; abbiamo poi le resistenze di una certa parte di mondo adulto che però non riescono infine ad arginare l’esuberanza militante di un gruppo di giovani motivato; abbiamo anche delle istituzioni aperte, sensibili, non burocratiche e abbiamo infine l’apparire di quello che Nando dalla Chiesa ha definito “il volto materno dello Stato” (La scelta di Lea, 2015). Sì perché i fatti, dopo lo striscione, si svolgono in questo modo: interviene l’allora presidentessa del Tribunale Livia Pomodoro, la quale, forte della sua lunga esperienza come presidentessa del Tribunale dei Minori di Milano, coglie immediatamente il clima e i pericoli che vanno profilandosi e mentre sostituisce prontamente Grisolia con Anna Introini garantisce pubblicamente per la conclusione tempestiva del procedimento. Entro una settimana Anna Introini fa così il suo ingresso in aula e gioca la sua parte decisiva: fissa tutte le udienze di un calendario serrato (“una media di due udienze a settimana”, ricorda Marika) e pronuncia la data della sentenza: 30 marzo 2012 (scadenza che è stata rispettata). A ben guardare – basta porsi alla giusta distanza – si delinea assai chiaramente la rappresentazione di un grande movimento femminile, composto da donne che le loro funzioni hanno avvicinato e reso alleate in una lotta comune contro la mafia ma anche contro il dominio maschile dei Cosco su altre due donne, Lea e Denise.
Foto del sit-in con lo striscione, novembre 2011
Le difficoltà che il gruppo ha affrontato sono molte. A partire proprio dal processo: si trattava di capirlo, di saperne gestire le implicazioni, e di far comprendere ai più il suo significato. Ci racconta Paola: “La prima volta che sono andata in un’aula di tribunale è stato il 20 settembre, giorno della deposizione di Denise. Mi ricordo quanto fosse faticoso stare lì un’intera giornata e soprattutto capire. Io capivo poco, davvero poco, e quindi ci si confrontava molto tra di noi. Quello che capivamo invece era la testimonianza di Denise, lei nascosta dietro un paravento che parlava con il suo accento un po’ calabrese, la sua forza e la sua determinazione”. “Sì – conferma Lucia – il fatto è che c’eravamo noi e i famigliari degli imputati. Se non ci fossimo stati noi ci sarebbero stati solo loro. Mi ricordo benissimo di Marika Demaria e di Stampo Antimafioso. Penso che tutti noi insieme formassimo veramente una buona famiglia per Denise”.
Infatti, “per capire meglio, dopo ogni udienza leggevamo gli articoli di Stampo”, dicono. Gli articoli di una redazione appena nata composta da studenti universitari, età media 23 anni. Per Stampo, questo processo è stata una delle prime grandi sfide. Ricordiamo bene il senso di spaesamento dato dal trovarsi per la prima volta in un’aula di tribunale, e ancora prima la difficoltà di trovarla, l’aula, perché non sai muoverti tra i corridoi del palazzo di giustizia. Poi è diventata routine per due anni. E ricordiamo più che bene il tentativo degli imputati di farti sentire un intruso con lo sguardo, come se non fosse tuo diritto di cittadina e cittadino assistere alle udienze (naturalmente erano a porte aperte). La vicinanza con i famigliari e gli imputati, la condivisione di uno spazio concepito come privato da una parte e pubblico da un’altra, rappresenta sicuramente una difficoltà di cui tutti abbiamo memoria. “Loro si domandavano perché fossimo lì. Secondo loro non ci riguardava. Una volta hanno addirittura chiesto agli agenti di polizia giudiziaria di venircelo a domandare. Un’altra, invece, i famigliari ci dissero che non potevamo entrare perché eravamo estranei”. Il giorno della sentenza di primo grado, per esempio, Paola ricorda che per sconfiggere la resistenza delle guardie il gruppo si è spinto sino ad urlare: “Dobbiamo entrare anche noi! È come se fossimo la famiglia di Denise!”. La tensione era così alta quel 30 marzo che quando la presidentessa Introini diede lettura del dispositivo (condanne per tutti) esplose incontrollabile: i famigliari degli imputati iniziarono a piangere e una donna in lacrime – all’indirizzo del gruppo – li accusò: “Sarete contenti adesso!”.
In verità, nessuno ha gioito in quell’aula di giustizia. Per spirito di umanità, certamente. Ma anche perché la sentenza amareggiò quegli osservatori, studiosi, giornalisti, associazioni, che riconoscevano in quel processo i tratti di un processo di mafia. Lea Garofalo, secondo la verità giudiziaria, non è vittima di ‘ndrangheta: la Corte infatti non ha contestato agli imputati né il reato di associazione mafiosa (come da articolo 416 bis del codice penale) né l’aggravante del metodo mafioso (articolo 7, legge 203/91). Siccome la sentenza della magistratura non aiutava a modificare l’idea, diffusa nel senso comune, che quel processo, la morte di Lea Garofalo, il lutto di Denise (19 anni lei…) fossero una cosa privata (“una storia come tante se ne sentono di mariti che ammazzano le mogli”), affermare la verità storica è rimasto uno degli obiettivi primari della battaglia, un aspetto su cui continuare a insistere.
Il presidio con l’Ambrogino d’Oro, 7 dicembre 2012
Durante la fase di Appello, il gruppo ha ormai una struttura stabile come presidio Lea Garofalo (la fondazione è del 2 marzo 2012). Entrano nuove persone, si inseguono nuovi traguardi. Intanto il clima in città è cambiato, la mobilitazione ormai è conosciuta e le istituzioni milanesi compiono alcuni importanti gesti che vanno proprio nella direzione di cui sopra. Innanzitutto un prestigioso riconoscimento: l’Ambrogino d’Oro, premio dedicato a quei cittadini che danno lustro alla città, conferito al presidio il 7 dicembre 2012 con questa motivazione: “Il presidio rappresenta un magnifico esempio di una Milano onesta e coraggiosa, capace di sconfiggere omertà e violenza con la forza della solidarietà e l’integrità del proprio impegno civico. Loro il sostegno e il conforto morale a Denise, figlia di Lea Garofalo, testimone di giustizia sequestrata e uccisa dalla ‘ndrangheta”. Il gesto, la motivazione: sono simboli importanti, segno evidente di un’amministrazione fatta di persone che hanno interpretato il loro ruolo con alto senso dello Stato e profonda consapevolezza dello scontro con il potere mafioso. E così Milano ha compreso che Lea Garofalo è vittima di ‘ndrangheta, che è testimone, e non collaboratrice (quindi non colpevole di reati…). Lea, allora, merita un funerale. Denise lo desidera, lo ha affermato dopo il primo grado, e Libera sulla spinta del presidio se ne fa carico. E questo è il secondo gesto. Il Comune, già espostosi chiaramente con la costituzione a parte civile nel processo, l’esecuzione dello sgombero di Montello e l’assegnazione del Premio (anche a Denise Cosco nel 2013), concede gratuitamente l’uso della centralissima piazza Beccaria e sostiene le spese per la tumulazione di Lea tra i cittadini illustri al Cimitero Monumentale di Milano. Le esequie civili si svolgono il 19 ottobre 2013, lo stesso giorno in cui vengono inaugurati i giardini di viale Montello e a Sedriano – primo comune sciolto per mafia in Lombardia – si svolge una grande manifestazione contro il sindaco Alfredo Celeste, accusato di corruzione. Tutto si tiene e richiama all’impegno. “È stato un momento importantissimo – ricorda Paola – la piazza era piena. Duemila persone sventolavano la bandiera che avevamo creato noi: il volto di Lea incorniciato dalla scritta VEDO SENTO PARLO”. Don Luigi Ciotti, i sindaci della provincia, anche il sindaco di Petilia Policastro (comune di Lea), il primo cittadino di Milano Giuliano Pisapia, Nando dalla Chiesa, tanti famigliari delle vittime, i volontari, le forze dell’ordine, le ragazze che trasportavano il feretro: tutti lì, tutti stretti intorno a Denise, che da una località segreta annunciava alla piazza, in collegamento telefonico, il suo potente grazie.
Piazza Beccaria il giorno dei funerali civili (foto Ansa)
Per mezzo di questa parola è stato riscritto il finale della storia di Lea Garofalo e Denise Cosco. La loro storia è stata trasformata in cosa pubblica e a tutti gli effetti è patrimonio della città di Milano. Da qui allora il dovere di studiare e ricordare integralmente e ovunque le fatiche di un gruppo di giovani che – senza saperlo – ha cambiato l’antimafia milanese. Ci si rammarica spesso che la Storia la scrivono i vincitori; sarebbe bello, perché vero e giusto, che accadesse così ancora una volta, questa volta.
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