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Sinistro mortale e polizza infortuni: la somma versata agli eredi non deve essere detratta dall’ammontare complessivo del danno (Trib. di Padova, Giudice Bordon, sent. 3003/15)
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In avvocato calvello, Cassazione n. 1361/2014, claudio calvello, danno alla vita, danno da morte, danno iure successionis, danno morale, danno psichico, perdita del congiunto, prossimi congiunti, risarcimento danno prossimi congiunti, sentenza
Tribunale di Padova, Dott. Gianluca Bordon, sent. n. 3003 del 04/11/2015
(Su cortese segnalazione del Collega Luca Marchetto del foro di Padova)
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Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In anagrafe tributaria, art. 492 bis c.c., avvocato claudio calvello ,, calvello, giudice Maiolino, ricerca telematica dei beni, ricerca telematica dei beni da pignorare, ricerca telematica dei beni del debitore
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Appello Tribunale di Padova, Giudice Marani: ordinanza di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In art. 283 c.p.c., ordinanza di sospensione della provvisoria esecuzione
Tribunale di Padova, Giudice Dott. Marani, Ordinanza del 18 giugno 2015
Appello – Sentenza di primo grado di condanna al pagamento di somma di denaro di entità ridotta – Istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado ex articolo 283 c.p.c. – Accoglimento – Motivi
NR. 1246/2015 R.G.
A scioglimento della riserva formulata all’udienza del 16.6.2015
Ferma restando ogni più compiuta valutazione in sentenza, si ritiene che possa essere superata l’eccezione di inammissibilità dell’appello proposta da Agenzia B. T. Invero, pur nella consapevolezza della maggiore specificità nell’esposizione dei dati della controversia e delle ragioni di critica, anche in ottica di ipotesi alternative, che l’atto d’appello deve avere alla luce della riforma attuata con la legge n. 132 del 2012, si ritiene che l’interpretazione fornita dall’appellata, soprattutto in assenza di pronunce del giudice di legittimità, sia eccessivamente restrittiva, finendo per equiparare l’appello al ricorso per cassazione. D’altro canto la specificità dei motivi d’appello va sempre valutata in relazione al concreto contenuto della sentenza impugnata, osservandosi che nel caso di specie la motivazione è costituita da un paio di pagine nelle quali vengono sinteticamente affrontate le diverse questioni poste dalle parti in primo grado.
Ancora, la nozione di gravi e fondati motivi non preclude di per sé la tutela sospensiva a fronte di sentenza di condanna ad una somma di denaro, mentre la circostanza che l’appellante non abbia notificato il decreto di fissazione dell’udienza prevista specificamente per la trattazione dell’istanza ex art. 283 c.p.c. non è di ostacolo alla sua trattazione in questa fase. Invero, l’appellante, non avendo notificato il decreto di fissazione d’udienza, non poteva più riproporre l’istanza di anticipata trattazione, ma nulla toglie che la stessa parte abbia, con l’atto di citazione d’appello, formulato istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza impugnata che va pur sempre decisa nel merito. Va, inoltre, evidenziata la possibilità, nel caso di appello assistito dal fumus boni iuris, di sospendere l’efficacia esecutiva o la esecuzione di una sentenza di condanna a somma pecuniaria, con l’unica specificità che l’entità ridotta della somma oggetto della condanna richiede una evidente fondatezza, totale o parziale, del gravame.
Quanto al merito dell’istanza ex art. 283 c.p.c., una lettura della motivazione del GDP, raffrontata con l’esposizione contenuta nell’atto di citazione, rende giustificata la tesi di una violazione dell’art. 112 c.p.c. da parte del GDP. Non sembra, infatti, porsi nel caso di specie solo un problema di qualificazione giuridica della fattispecie, ma di diversità di causa petendi. L’odierna appellata nel suo libello introduttivo di primo grado (v. pagg. 6 e ss.) ha fatto espresso riferimento alla conclusione di un contratto mediante lo schema di cui all’art. 1326 cod. civ., inquadrando la fattispecie come vendita di pacchetto turistico e pretendendo la somma di € 2.936,00 (quale penale ai sensi del combinato disposto degli artt. 6 e 8 del contratto. Il GDP, dopo avere escluso la conclusione di un contratto, ha condannato la F. per responsabilità extracontrattuale), facendo riferimento alla violazione del canone di buona fede ed alla perdita di tempo derivata dall’essere stata l’agenzia B. T. coinvolta in una trattativa inutile e così riconducendo la fattispecie alla violazione dell’art. 1337 cod. civ. (non citato nella sentenza impugnata, la quale tuttavia, mediante le sopradette espressioni vi ha fatto sostanziale quanto evidente riferimento). La stessa somma liquidata è indicativa del modo di procedere del giudice di prime cure, posto che questi ha riconosciuto € 1.500,00 in favore dell’agenzia di viaggio a titolo di risarcimento del danno (probabilmente di tipo patrimoniale ed evidentemente determinato in misura – è il caso di dire ampiamente – equitativa).
L’istanza dell’appellante va accolta, rimanendo assorbita ogni ulteriore contestazione per il cui eventuale esame si rimanda alla fase decisoria.
Va, infine, fissata l’udienza di precisazione delle conclusioni.
1) Sospende l’efficacia esecutiva della sentenza n. 1687/14 emessa in data 19.12.2014 dal Giudice di Pace di Padova
2) Rinvia per la precisazione delle conclusioni all’udienza del 30.05.2017 ore 11.00
Dott. Luca Marani
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In applicabilità, applicabilità tabella 139, art. 139 c.d.a., art. 139 cda applicabilità, art. 139 codice delle assicurazioni, art. 2051 c.c., danno da cose in custodia, responsabilità oggettiva, tabella, tabella micropermanenti, tabelle di Milano
Tribunale di Padova, Giudice Dott. Bordon, Sentenza del 13 maggio 2015
Il Giudice patavino al punto 6 della sentenza svolge un’incisiva e precisa analisi dell’art. 2051 c.c.: “La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass., sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il dominante orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (v. Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427).”
Molto interessante anche lo spunto che questa sentenza ci offre in ordine al giudizio di attendibilità dei testi escussi nel corso del processo e su cui il Giudice ha ritenuto di esprimersi. L’esito positivo di questa valutazione non è ancora un giudizio sulla verità del fatto posto ad oggetto della testimonianza, ma un giudizio circa la possibilità di usare la testimonianza come strumento per accertare quel fatto. Se l’esito della valutazione di credibilità è negativo, l’ovvia conseguenza è che la prova viene considerata inutilizzabile ai fini dell’accertamento dei fatti
In ordine alla quantificazione del danno non patrimoniale, il Dott. Bordon precisa che “devono applicarsi le Tabelle del Tribunale di Milano 2014, a cui è stata riconosciuta una vocazione nazionale da un’importante pronuncia di legittimità (Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408, Amatucci), utilizzate dall’ufficio giudiziario di Padova fin dal novembre 2009. Nessuna (altra) tabella legislativa è prevista per illeciti del genere di quello di cui di discute e la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti.“
TRIBUNALE DÌ PADOVA
Il Tribunale, nella persona del Giudice Unico Dott. Gianluca Bordon ha pronunciato la seguente
nella causa civile di I° Grado iscritta al ruolo al n. 7442/2011 R.G., promossa da R. G. (c.f.: ***), difesa dall’avvocato domiciliatario CLAUDIO CALVELLO con studio in VIA PREVITALI, 30, ABANO TERME
CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. (c.f.: ***), difesa dall’avvocato domiciliatario ***, con studio in VIA *** PADOVA
CONCLUSIONI DELL’ATTORE: voglia l’Ecc.mo Tribunale adito, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione respinta: – accogliere la domanda attorea e, per l’effetto, nel merito: visto l’esito della prova testimoniale, nonché dell’espletata ctu, in ordine alla quale si aderisce, dichiarare la responsabilità della Casa di Cura di Abano Terme S.p.A., ex art. 2051 c.c. o, in subordine ex art. 2043 c.c. e conseguentemente condannare la stessa – in persona del legale rappresentante pro tempore – al pagamento a favore della Sig.ra G. R. della somma complessiva di € 19.832,25= (di cui € 16.970,25 a titolo di danno biologico permanente e temporaneo, € 566,00 per spese mediche, € 2.296,00 per spese peritali di Ctu e Ctp) o in quella diversa maggiore o minore somma che dovesse venire accertata in corso di causa e da determinarsi, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c., oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi. – con vittoria di spese e competenze di lite da distrarsi a norma dell’art. 93 c.p.c. a favore dell’Avv. Claudio Calvello quale procuratore antistatario nonché con sentenza munita della clausola di provvisoria esecuzione.
CONCLUSIONI DEL CONVENUTO: nel merito: rigettarsi le domande attrici siccome infondate in fatto ed in diritto e comunque perché non provate. In subordine: accertarsi e dichiararsi il prevalente concorso dell’attrice nella causazione dell’evento dannoso e liquidarsi i danni subiti dalla stessa secondo giustizia e in base alle effettive risultanze di causa. In via subordinata istruttoria: come da memorie ex art. 183 VI comma n. 2 e 3 c.p.c per quanto non già ammesso e/o espletato. In ogni caso: spese ed onorari di causa rifusi, compresi Iva, Cpa e rimborso forfettario spese generali.
MOTIVI DELLA DECISIONI
1. R. G. ha convenuto in giudizio Casa di Cura Abano Terme Polispecialistica e Termale s.p.a. per ottenere ex art. 2051 c.c. il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti in conseguenza di una caduta nel cortile della clinica, avvenuta alle ore 11,00 circa del 13 gennaio 2010. L’attrice ha allegato di essere inciampata all’interno del cortile “a causa di un insidioso dislivello presente sulla pavimentazione di mattonelle di porfido”. La casa di cura aveva omesso di provvedere ai lavori di manutenzione della pavimentazione, effettuati solo nelle immediate vicinanze del luogo della caduta. La documentazione fotografica a disposizione non rappresentava lo stato dei luoghi al momento del sinistro, risalendo al mese di luglio del 2011. All’epoca della caduta, sulla pavimentazione del cortile erano presenti profondi solchi di 2-3 centimetri tra una mattonella e l’altra.
2. Nel costituirsi in giudizio Casa di Cura Abano Terme Polispecialistica e Termale s.p.a., oltre a contestare la quantificazione dei danni, ha eccepito che la pavimentazione non presentava alterazioni tali da determinare un’insidia imprevedibile e invisibile. Non sussisteva la benché minima situazione di pericolo e la documentazione fotografica depositata dalla controparte non evidenziava dislivelli. I lavori di manutenzione della pavimentazione erano stati completati nel mese di novembre 2009, mentre una distinta area nelle vicinanze dell’ingresso, ove erano ancora in corso dei lavori, era adeguatamente transennata. In ogni caso, nella valutazione dei danni avrebbe dovuto tenersi conto del comportamento colposo della danneggiata.
3. Nel corso dell’istruttoria è stato escusso il teste oculare S. T., il responsabile dell’ufficio tecnico della Casa di Cura, N. C., e il responsabile della manutenzione e coordinamento del cantiere, M. C. È stato anche disposto un accertamento tecnico medico – legale affidato c.t.u. al dott. Stefano Faiferri (v. relazione 2 maggio 2013).
4. Il teste S. T. ha riferito che non conosceva l’attrice. Vedendola cadere, la soccorse, aiutandola a sedersi su una panchina. Nel cortile vi erano dei lavori che interessavano la pavimentazione: “la superficie del suolo era irregolare perché mancavano le fughe tra una mattonella e l’altra”. Non vide operai o materiale accatastato. La documentazione fotografica depositata dall’attrice non rappresenta lo stato dei luoghi al momento del fatto: “dalle fotografie risulta che le fughe sono state coperte nel punto in cui ho visto cadere l’attrice. Sono stata l’unica persona a intervenire per aiutare l’attrice. Il personale della causa di cura non ha visto la caduta. Non ricordo di aver visto transenne, cartelli o nastri di colore rosso e bianco. Non vi era proprio nulla” (v. verbale ud. 22 dicembre 2015). Gli ulteriori due testi escussi non assistettero alla caduta. N. C. ha riferito che i lavori di ripavimentazione del piazzale erano stati completati nel novembre 2009 e di non ricordare la presenza di dislivelli. M. C. ha sostenuto che sempre in quel periodo furono sistemate le “fughe”, con getti di cemento liquido tra le lastre di porfido. Nel gennaio 2010 vi erano ancora dei lavori in corso, ma non nelle immediate vicinanze della rampa.
5. Dall’accertamento medico-legale risulta che R. G. riportò la frattura del polso destro, con sofferenza del nervo mediano, produttiva di limitazioni funzionali e di sintomatologia parestesica sostenuta da un quadro di sindrome del tunnel carpale. La lesività è di origine traumatica e compatibile con la dinamica di accadimento dei fatti, documentata nell’immediatezza del fatto e appaiono rispettati tutti i criteri medico-legali per l’identificazione del nesso causale. Il quadro menomante concretizza un danno permanente, limitato al biologico, pari al 7%. Sulla scorta dei dati anamnestici e documentali, risulta esservi stato un periodo di danno biologico temporaneo parziale di 60 giorni al 75%, 30 giorni al 50%, 30 giorni al 25%. Il grado di sofferenza è da definirsi di media entità per i primi 60 giorni e di entità medio-lieve per i successivi 60 giorni, lieve nel cronico. Delle spese mediche documentate sono pertinenti e congrue le spese per accertamenti e trattamenti riabilitativi per la somma complessiva di euro 556,00.
6. L’art. 2051 c.c. prevede che ciascuno sia responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito. La norma non esige che la cosa in custodia sia suscettibile di produrre danni per sua natura, cioè per un suo intrinseco potere, in quanto, anche in relazione alle cose prive di un proprio “dinamismo”, sussiste il dovere di custodia e controllo. La Corte di Cassazione ha evidenziato che non ha rilievo agli effetti dell’art. 2051 c.c. la distinzione tra cose pericolose ed inerti, ben potendo anche queste ultime inserirsi in un complesso causale, produttivo di danno, in ordine al quale il legislatore ha inteso apprestare a favore del danneggiato una tutela rafforzata (cfr. Cass., sez. III, 5.12.08, n. 28811; Cass., sez. III 4.8.2005 n. 16373). Secondo il dominante orientamento giurisprudenziale la responsabilità per il danno cagionato da cose in custodia si fonda non su un comportamento o un’attività del custode, ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa. Ciò significa che solo il “fatto della cosa” è rilevante (e non il fatto dell’uomo) e che la responsabilità discende dal mero rapporto di custodia. L’unico limite è costituito dall’esistenza del caso fortuito, con la precisazione che detto limite non si identifica con l’assenza di colpa. Si tratta, quindi, di una responsabilità oggettiva. La diligenza del custode, se non è provato il fortuito, non è sufficiente per escludere la sua responsabilità (v. Cass., sez. III, 25.7.08, n. 20427). La responsabilità deriva non da un comportamento del responsabile, ma dalle modalità di causazione del danno. La rilevanza del fortuito attiene al profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre all’elemento esterno, anziché alla cosa che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi. Al danneggiato compete provare l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento lesivo, mentre il custode, per liberarsi dalla responsabilità, dovrà provare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale (v. Cass., sez. III, 30.10.08, n. 26051; Cass., sez. III, 11.1.05 n. 376), quale anche la condotta imprevista e imprevedibile della vittima (v. Cass., sez. III, 28.10.09, n. 22807) o di un terzo (v. Cass., sez. III, 7.10.08, n. 24755). Il fattore accertato potrebbe anche non essere sufficiente a interrompere il nesso di causalità, ma essere idoneo a giustificare un concorso di colpa ex art. 1227, I co. c.c. (v. Cass., sez. III, 8.5.08, n. 11227).
7. Il fatto storico è ricostruibile sulla base di un testimone della cui attendibilità non vi è motivo di dubitare, per l’assenza di legami con le parti in causa. Non altrettanto può affermarsi con riferimento ai testi introdotti dalla convenuta, per i ruoli ricoperti di responsabile dell’ufficio tecnico della clinica e di responsabile dei lavori di manutenzione. M. C. ha espressamente riconosciuto di aver controllato unitamente al D.L. nel novembre 2009 che i lavori fossero stati eseguiti a regola d’arte. Sarebbe stato suo compito rilevare eventuali irregolarità della pavimentazione e ha quindi tutto l’interesse a negare di non aver svolto diligentemente il proprio incarico. Non solo S. T. si presenta come persona più credibile per l’assenza d’interessi che potrebbero condizionare le sue risposte. Una delle fotografie depositate come documento 7 dall’attrice, rende abbastanza evidente che una particolare area del cortile sia stata interessata da quello che M. C. ha definito un getto di cemento liquido. Sembra esservi stato un intervento posticcio e temporalmente vicino allo scatto fotografico del luglio 2011, piuttosto che una rifinitura a regola d’arte risalente al novembre 2009. Alla domanda se lo stato dei luoghi sia stato modificato dopo il gennaio 2010, a dispetto delle dichiarazioni di N. C. e M. C., deve pertanto darsi risposta positiva. Lo afferma un teste soggettivamente credibile e la documentazione fotografica costituisce un valido riscontro alla sua deposizione.
8. È ravvisabile la responsabilità ex art. 2051 c.c. della struttura ospedaliera quale custode del bene perché la caduta appare ricollegabile a fessure o fughe fra i blocchi di porfido costituenti la pavimentazione del cortile. Che apprezzabili dislivelli dovessero essere livellati è facilmente comprensibile, considerando la specifica destinazione dell’immobile e l’utenza – anche non più giovane – che poteva frequentarlo. È vero che la documentazione depositata non evidenzia particolari fessure, ma a) due delle fotografie depositate come doc. 7 consentano di notare del materiale di colore chiaro – cemento liquido secondo M. C. – collocato fra i diversi blocchi di porfido; b) S. T. ha collocato la caduta in corrispondenza proprio di quel materiale; c) il teste ha precisato che lo stato dei luoghi è stato modificato rispetto al giorno dell’infortunio. L’art. 1227, I co. c.c. stabilisce che se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate. L’onere della prova è però a carico del debitore – danneggiante (cfr. Cass., sez. III, 31.10.14, n. 23148) e sul punto (v. comparsa di costituzione e risposta, fg. 4-6) nulla è stato tempestivamente allegato.
9. Le conclusioni dell’accertamento medico legale, congruamente motivate e immuni da vizi logici, non sono state poste in discussione da osservazioni dei consulenti nominati dalla parti (v. relazione 2.5.13, fg. 8) Ai fini della quantificazione del danno non patrimoniale, si applicano le Tabelle del Tribunale di Milano 2014, a cui è stata riconosciuta una vocazione nazionale da un’importante pronuncia di legittimità (Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408, Amatucci), utilizzate dall’ufficio giudiziario di Padova fin dal novembre 2009. Nessuna tabella legislativa è prevista per illeciti del genere di quello di cui di discute e la tabella dell’art. 139 C.d.A. non è applicabile al di fuori dei casi espressamente previsti. È noto che le Tabelle del Tribunale di Milano sono state elaborate proprio in considerazione dei principi espressi dalle sentenze delle sezioni unite del novembre 2008 (Cass., s.u., 11.11.08, 26972, 26973, 26974 e 26975). Esprimono valori medi standardizzati, e non minimi, rapportati alla gravità delle conseguenze dannose. Nessuna personalizzazione viene attuata per le considerazioni svolte dal consulente dott. Stefano Faiferri sul grado di sofferenza medio, medio-lieve e lieve nel cronico derivante dalle lesioni e per l’assenza di altre particolari allegazioni meritevoli di valorizzazione. Sulla base della consulenza tecnica d’ufficio, considerando che Rosanna Garofolin aveva all’epoca del sinistro 71 anni, il danno da invalidità permanente è stimabile in euro 9.968,00 e quello da invalidità temporanea in euro 6.480,00 (euro 4.320,00 + euro 1.440,00 + euro 720,00), per complessivi euro 16.448,00.
10. A titolo di danno patrimoniale sono valorizzabili le spese considerate necessarie o utili dal consulente medico legale, inerendo ad “accertamenti e trattamenti riabilitativi” e valutazioni medico legali antecedenti alla presente causa, pari complessivamente a euro 516,00. Prese in esame le osservazioni della difesa di parte convenuta, si esclude unicamente il rimborso del “certificato per assicurazione”, non essendo stata spiegata la pertinenza e utilità di tale esborso. Tra le spese rimborsabili, viene invece ricompresa anche quella relativa all’accertamento medico, costituendo tale accertamento una conseguenza normale e regolare del fatto illecito. Le spese sono rivalutabili secondo l’indice FOI dell’istat in euro 540,00.
11. il danno patrimoniale e non patrimoniale complessivo è quantificabile in moneta attuale in euro 16.998,00. Al creditore di un’obbligazione di valore spetta poi il risarcimento del danno ulteriore causato dal ritardato adempimento. Il principio per cui gli interessi possono essere attribuiti solo su domanda vale per le obbligazioni pecuniarie in senso stretto (Cass., sez. I, 17.5.05, n. 10354). La base del calcolo è costituita non dal credito in moneta attuale (v. Cass., s.u., 17.12.95, n. 1712), ma dal “coacervo” del credito originario via via rivalutato con periodicità annuale (alla data convenzionale del 31 dicembre di ciascun anno). Non è infatti consentito calcolare gli interessi sulle somme integralmente rivalutate dalla data del fatto illecito perché ciò comporterebbe una duplicazione delle voci risarcitorie. Al momento del deposito della sentenza l’obbligazione di valore si trasforma in obbligazione di valuta e produce altresì interessi legali fino al pagamento. L’indice da prendere in considerazione ai fini della rivalutazione è quello del costo della vita utilizzato dall’istat (indice FOI).
12. Le spese di c.t.u. e legali seguono la soccombenza di parte convenuta. Le spese legali vengono calcolate sulla base del D.M. 55/14. Si applicano i valori medi dello scaglione di riferimento. Non vi sono i presupposti per l’aumento del compenso ex art. 4, V co. D.M. 55/14, attesa la discrasia esistente fra le diverse deposizioni acquisite. L’avvocato Claudio Calvello ha chiesto in sede di precisazione delle conclusioni la distrazione delle spese in proprio favore. Alle spese legali vanno aggiunte quelle della difesa tecnica all’interno del processo, documentate dalla fattura 93/13 (doc. 11 att.) del dott. Francesco Munari.
Il Tribunale, definitivamente pronunziando, rigettata ogni diversa domanda, istanza ed eccezione, così provvede:
a) condanna CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. al pagamento in favore di R. G. della somma di euro 16.998,00, oltre agli interessi al tasso legale dalla sentenza al saldo e agli interessi sulla predetta somma come devalutata al 13 gennaio 2010 e poi rivalutata di anno in anno sino alla sentenza;
b) pone le spese della c.t.u. medico-legale in via definitiva a carico di CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A.;
c) condanna CASA DI CURA ABANO TERME POLISPECIALISTICA E TERMALE S.P.A. alla rifusione all’attrice delle spese di lite, liquidate nella somma di euro 5.049,00, di cui euro 214,00 per esborsi e il resto per compenso, oltre spese generali (15%), i.v.a., c.p.a. nonché euro 726,00 per rimborso spese del c.t.p.. Dispone la distrazione delle spese legali in favore dell’avvocato Claudio Calvello.
dott. Gianluca Bordon
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In art. 2051 c.c., avv. Claudio Calvello, avvocato calvello, claudio calvello,, danno da cose in custodia
Molto interessante anche il giudizio di attendibilità dei testi escussi nel corso del processo e su cui il Giudice ha ritenuto di esprimersi. L’esito positivo di questa valutazione non è ancora un giudizio sulla verità del fatto posto ad oggetto della testimonianza, ma un giudizio circa la possibilità di usare la testimonianza come strumento per accertare quel fatto. Se l’esito della valutazione di credibilità è negativo, l’ovvia conseguenza è che la prova viene considerata inutilizzabile ai fini dell’accertamento dei fatti
Tribunale di Padova, Giudice Bertola: sanzione esemplare per lite temeraria (quintuplo delle spese di lite)
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In art. 96 c.p.c., claudio calvello,, lite temeraria, lite temeraria art. 96 c.p.c., responsabilità processuale aggravata, soglia di usura, soglia usura, tassi usurari, tasso soglia
Tribunale di Padova, Giudice Dott. Bertola, Sentenza del 10 marzo 2015
Agire in giudizio deducendo l’usurarietà dei tassi applicati dalla banca sul presupposto della sommatoria tra interessi convenzionale ed interesse moratorio è giusto motivo per ritenere il dolo o la colpa grave ex art. 96, comma 3, c.p.c.
L’art. 96, comma 3, c.p.c.
Il Tribunale di Padova, in persona del Giudice Dott. Giorgioo bertola ha pronunciato, ex art. 281 sexies c.p.c., la seguente
nella causa civile dì primo grado iscritta al n. r.g. omissis/2014 promossa da:
viste le conclusioni delle parti, come precisate a verbale all’odierna udienza da aversi qui per integralmente riportate;
Gli attori hanno citato in giudizio la convenuta deducendo di aver stipulato un mutuo a tasso variabile per l’importo di euro 170.000,00 che prevedeva un tasso convenzionale del 3,50 mentre un tasso di mora pari al 5,50%.
Evidenziavano gli attori che al momento della stipula il tasso soglia usura fosse pari al 6,24%.
Deducevano gli attori che già dalle esposizioni di questi pochi valori si potesse evincere che il tasso pattuito fosse usurario fin dalla sua pattuizione e per corroborare questa fantasiosa deduzione affermavano che con la sentenza n. 350 del 2013 la Corte di Cassazione avesse affermato che, ai fini della verifica della usurari età dei tassi di interesse pattuiti, il tasso convenzionale ed il tasso di mora andassero sommati così che, se fosse vera questa deduzione, effettivamente il tasso da confrontare sarebbe pari al 9% (3,50 + 5,50) ovvero di molto superiore al tasso del 6,24 che rappresenta il tasso soglia.
Deduceva ancora che in seguito quel mutuo venne rinegoziato e trasformato da tasso variabile a tasso fisso con un tasso convenzionale pari al 5% ed uno di mora di 5 punti superiori al tasso nominale (tasso nominale che nel contratto viene quantificato nel 4,25%) “e quindi al 10%” (questo forse è un refuso dell’atto di citazione perché 5 + 4,25 fa ,25 e non 10) laddove il tasso soglia pro tempore vigente era pari al 9,45%. Nel corso delle memorie, ed invero in parte anche nell’atto di citazione, gli attori hanno fatto anche un generico riferimento anche alle ulteriori voci di spesa che, insieme ai tassi base, concorrerebbero a portare i tassi pattuiti oltre la soglia.
Sul punto visto che tale seconda deduzione è stata anche oggetto di specifica censura della convenuta, va osservato che in realtà gli attori non hanno particolarmente coltivato la doglianza che anche le spese collegate all’erogazione del credito concorressero a far superare il tasso convenzionale e moratorio il tasso soglia anche perché, vista l’impostazione data dagli attori alla causa, non era necessario spendere considerazioni sulle spese connesse all’erogazione del credito visto che la parte ha dedotto che i tassi di interessi da soli erano sufficienti a superare il tasso soglia.
Sul comportamento processuale degli attori valgano le seguenti considerazioni: essi hanno agito in giudizio pur consapevoli di essere privi di qualsiasi prova delle loro asserzioni, ed un tanto si evince proprio dal fatto che le uniche doglianze che la parte ritiene di introdurre nel procedimento con il suo atto, sono relative a doglianze che non hanno trovato alcun riscontro probatorio poiché l’unica o comunque la principale doglianza era affidata al fatto che il tasso di interesse pattuito fin dal sorgere del rapporto fosse usurario ed un tanto la parte ha dedotto riferendo che la sentenza Cass. n. 350/2013 abbia detto che, ai fini della verifica se il tasso pattuito sia o meno usurario, gli interessi corrispettivi vadano sommati agli interessi moratori.
Tale deduzione è falsa, nel senso che la sentenza richiamata dalla parte non ha mai detto una simile assurdità, poiché, poiché quella decisione ha detto, al contrario, che gli interessi di mora vanno “tenuti in conto” ovvero che per valutare se le pattuizioni siano o meno legittime si debba verificare che sia gli interessi convenzionali che quelli di mora debbano essere al di sotto della soglia usura.
Che le due voci debbano essere sommate è invece fantasiosa deduzione della parte che non trova alcun riscontro nel testo della decisione e sostenere il contrario, ostinandosi a sostenerlo nonostante la precisa e puntuale presa di posizione della banca che ha fatto proprio tale deduzione nel costituirsi, è sintomo di ignoranza inescusabile del dettato normativo e dell’evoluzione della giurisprudenza in subiecta materia che viene citata a sproposito o di dolo processuale nel tentativo di indurre in errore il giudicante sul fatto che una certa sentenza della Suprema Corte abbia detto una cosa che in realtà non ha mai detto.
In entrambi i casi l’intera impostazione che la parte ha dato alla presente causa è sintomo di grave negligenza a fronte della totale vaghezza delle deduzioni dimesse, peraltro introdotte con atto fatto sostanzialmente in serie rispetto a tanti procedimenti similari, all’unico scopo di ottenere una CTU che sopperisca al vuoto argomentativo dell’atto di citazione.
Tale condotta processuale merita di essere opportunamente sanzionata ex art. 96 c.p.c. anche in considerazione del fatto che, tale modo di affrontare la materia bancaria, denota la volontà di creare un contenzioso seriale in questa materia che invece è estremamente tecnica e complessa e che, colpa anche la gravissima congiuntura economica che ha colpito famiglie e imprese, meriterebbe di essere trattata con diverso approccio processuale.
In punto di applicabilità della sanzione processuale per responsabilità aggravata va osservato che, tale comportamento, può essere sanzionato non solo su richiesta di parte, ma anche d’ufficio ex art. 986 c. 3 c.p.c., così come modificato dalla L. 69/09, in considerazione del fatto che con tale riforma il legislatore ha introdotto una forma di “punitive damages” in considerazione del danno arrecato al sistema giudiziario che, inteso nella sua complessità, è già gravato da milioni di procedimenti pendenti per cui, l’aggravamento del carico complessivo con procedimenti introdotti per finalità strumentali e dilatorie, è un comportamento abusivo che merita di essere adeguatamente sanzionato con il pagamento di una somma equitativamente individuata.
Tutto ciò considerato sanzione equa, anche alla luce del principio di diritto espresso dalla Cass. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 21570 del 30/11/2012, appare essere quella pari al quintuplo delle spese di lite liquidate ai sensi del DM 55/2014.
Le spese del presente procedimento seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo ai sensi del D.M. 55/2014 pubblicato nella G.U. del 02/04/2014 applicabile a questo procedimento giusto il disposto della norma transitoria contenuta nell’art. 28 del suddetto regolamento, così come stabilito anche da Cass. SSUU n. 17406/2012 del 25/09/2012, evidenziando in particolare che nella presente causa non si rinvengono specifici elementi di personalizzazione che giustifichino il discostarsi dai valori medi, ad eccezione che per una riduzione del 50% dei compensi per la fase istruttoria nella quale non sono state espletate prove orali, ma solo dimesse le memorie istruttorie e della fase decisoria a fronte dell’assenza del deposito delle comparse conclusionali.
2) Condanna CLIENTI a rifondere a BANCA in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese legali del presente procedimento che si liquidano in € 8.705,00 per compenso, oltre ad I.V.A., C.N.P.A. e al rimborso delle spese forfettarie sul compenso pari al 15% ex DM 55/2014;
3) Condanna CLIENTI, a corrispondere a BANCA, in persona del legale rappresentante pro tempore, la capital somma di € 43,525,00 ex art. 96 comma 3 c.p.c.;
4) Visto l’art. 52 D.Lgs. 196/2003, dispone che, in caso di diffusione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione giuridica su riviste, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessati; Sentenza provvisoriamente esecutiva ex lege.
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In 139, accertamento del danno alla salute, accertamento strumentale, art. 139 c.d.a., art. 139 codice delle assicurazioni, art. 32 comma terzo ter e quater L. 27/2012, calvello, claudio calvello,, consulenza tecnica, esami strumentali, lesioni micropermanenti, micropermanenti, sentenza, spese di lite, tribunale di padova
Trib. Padova Sez. II, Giudice Dott. Gianluca Bordon, Sentenza del 6 novembre 2014
Si segnala questa importante pronuncia per le osservazioni che il Giudice Gianluca Bordon svolge in accoglimento di una impugnazione avverso una sentenza emessa dal Giudice di Pace di Padova, Dr.ssa Venera Russo, la quale non aveva risarcito al danneggiato il danno da invalidità permanente ancorché fosse stato quantificato dal c.t.u. (e concordato con i rispettivi ccttpp) a seguito di un “accertamento clinico obiettivo”, nell’ordine del 2%. In particolare il Tribunale di Padova, dopo essersi preliminarmente soffermato sulla disposizione di cui all’art. 139 C.d.A. come novellato dalla L. n. 27 del 2012, ha espressamente statuito che il Giudice di Pace non avrebbe dovuto ritenere l’accertamento strumentale condicio sine qua non della risarcibilità del danno. Inoltre il Tribunale di Padova svolge ulteriori considerazioni in ordine alle spese di c.t.u. ed alle spese del giudizio: il G.d.P. aveva suddiviso tra le parti le prime mentre aveva compensato le seconde. Altrettanto interessante, infine, il “passaggio” del Giudice patavino sulla risarcibilità del danno morale alla luce della sentenza n. 235 del 2014 della Corte Costituzionale.
I PUNTI SALIENTI DELLA SENTENZA:
“A dispetto del diverso tenore letterale, le due norme sono sostanzialmente sovrapponibili, perché usano perifrasi per esprimere gli stessi concetti, e hanno la finalità d’individuare un criterio ermeneutico da utilizzarsi ai fini del riscontro dell’esistenza delle lesioni. […] Il legislatore richiama il medico e il giudice alla necessità di un accertamento rigoroso delle lesioni, ricordando che possono valorizzarsi ai fini risarcitori solo lesioni suscettibili di accertamento medico legale. Non è affatto necessario interpretare la novella nel senso di aver posto la legge contro la scienza medica e nemmeno nel senso che il legislatore abbia voluto determinare una modalità esclusiva nell’accertamento della lesione del danno alla salute. Un’interpretazione letterale delle diposizioni porterebbe a risultati non accettabili, perché escluderebbe, senza alcuna giustificazione, la risarcibilità di un danno alla persona effettivamente sussistente secondo la scienza medica. […] Per il risarcimento del danno biologico permanente la nuova disposizione richiede un “accertamento clinico strumentale obiettivo” […] Richiedere nell’accertamento di un danno la presenza di tutti e tre le caratteristiche contemporaneamente comporterebbe un risultato incongruo […] Un’interpretazione letterale della norma porterebbe dunque ad escludere il risarcimento di alcuni danni biologici, nonostante la scienza medica e la corretta applicazione metodologica valutativa medico legale non abbiano dubbi circa la loro effettiva esistenza. […] Del tutto analoghe sono le considerazioni che possono svilupparsi con riferimento a una lesione “visivamente o strumentalmente accertata” […] È sicuramente preferibile interpretare il termine, come accertamento a seguito di visita medica. La visita medica prevede l’ispezione, la palpazione, la percussione, l’auscultazione ed ogni altra attività che costituisce il bagaglio della semeiotica. Anche in questo caso un’interpretazione letterale del termine “visivamente”, rapportato esclusivamente al mero apprezzamento visivo, escluderebbe tutte le lesioni che di fatto sono comunque idoneamente accertabili. […] il Giudice di primo grado, non avendo ritenuto necessario disporre un nuovo accertamento con un nuovo consulente, avrebbe dovuto riconoscere l’esistenza di un danno da invalidità permanente. Non avrebbe dovuto ritenere l’ “accertamento strumentale” condicio sine qua non della risarcibilità del danno. Non solo. Anche ritenendo interpretare la disposizione – diversamente da quanto si sostiene – nel senso dell’indispensabilità di tale accertamento, avrebbe dovuto quantomeno chiedere chiarimenti al c.t.u. circa la possibilità di eseguire tale indagine prima di negare ogni tutela risarcitoria.”
“[…] la Corte Costituzionale, con sentenza 6-16 ottobre 2014, n. 235, nel richiamare i principi espressi dalle Sezioni Unite, ha ritenuto che l’art. 139 è aperto alla risarcibilità del danno morale, perché, ricorrendone i presupposti, è consentito avvalersi della possibilità d’incremento dell’ammontare del danno biologico “secondo la previsione e nei limiti” del terzo comma […]”
“[…] Il costo della consulenza indispensabile per riconoscere all’attore il danno biologico deve ricadere sulla parte che ha reso necessario l’accertamento.
Quanto alle spese di lite, esse avrebbero dovuto non essere compensate, ma calcolate sulla base del decisum. Solo se la compagnia avesse offerto un importo prossimo al danno effettivo, sarebbero stati ravvisabili, in una prospettiva deflattiva, i presupposti per una compensazione delle spese. […]”
nella causa civile di appello iscritta al ruolo al n. 4707/2014 R.G., promossa con atto di citazione notificato da
….., rappresentato e difeso dall’avvocato domiciliatario ……, con studio in ….
…, rappresentato dall’avvocato domiciliatario …, con studio in …
OGGETTO: appello avverso la sentenza del Giudice di Pace di Padova del 3 aprile 2014, n. 396/14
CONCLUSIONI DELL’APPELLANTE: NEL MERITO: contrariis reiectis, riformarsi la sentenza di primo grado nel senso di condannare l’appellata a risarcire l’appellante di tutti i danni patiti e patiendi, nessuno escluso, che risulteranno di giustizia, compreso il danno biologico permanente, le spese mediche tutte e con le spese processuali (comprensive di ctu) di entrambi i gradi di giudizio rifusi; oltre a interessi legali dal di del dovuto al saldo. Spese e onorari rifusi.
CONCLUSIONI DELL’APPELLATO: rigettarsi l’appello proposto per tutti i motivi esposti e per l’effetto confermarsi la sentenza di primo grado
1. Con sentenza del Giudice di Pace di Padova 3 aprile 2014, n. 396/14 … Assicurazioni s.p.a. – assicurazione del vettore – è stata condannata al pagamento in favore del trasportato …, a titolo di risarcimento del danno, della somma 669,35, già detratto l’acconto ricevuto. Le spese di c.t.u. sono state suddivise fra le parti e le spese del giudizio compensate.
2. Con l’atto di appello … ha chiesto che la sentenza sia riformata con riferimento a) al danno biologico permanente; b) le spese mediche e c) le spese processuali. Dopo aver premesso che oggetto del contenzioso era unicamente il quantum spettante al danneggiato a seguito del sinistro stradale dell’8 luglio 2012, l’appellante ha lamentato:
2.1 il mancato riconoscimento del danno da invalidità permanente perché non risultante da un esame strumentale, nonostante il c.t.u. avesse confermato l’esistenza di un danno biologico permanente del 2% sulla base dell’accertamento obiettivo compiuto;
2.2 il mancato riconoscimento – non motivato nella sentenza – delle spese mediche per visite ortopediche e fisioterapiche oggetto dei preavvisi di fattura …, per complessivi Euro 1.588,96;
2.3 di essere risultato totalmente vincitore. L’esigua differenza fra la somma spettante e quella già liquidata, oltre a essere errata, non giustificava la suddivisione delle spese dell’accertamento medico legale e la compensazione delle spese di c.t.u..
3. … Assicurazioni s.p.a. ha resistito all’ appello deducendo:
3.1 che il Giudice di Pace aveva correttamente interpretato e applicato l’art. 139 C.d.A. come novellato dalla L. n. 27 del 2012, ritenendo che non debbano più essere riconosciute quelle lesioni, per lo più frutto di allegazioni di sintomatologia dolorosa da ritenersi plausibili in fase iniziale, non aventi alla loro origine un vero e proprio rilievo clinico strumentale obiettivo che possa giustificare la permanenza nel tempo di una sintomatologia algico- disfunzionale;
3.2 che il mancato riconoscimento delle spese mediche trovava giustificazione nelle considerazioni del c.t.u. secondo cui a) erano stati presentati dei meri preavvisi di pagamento emessi da … s.a.s.; b) si trattava di prestazioni mediche attuabili in regime di convenzione. Secondo l’appellato non era stata presentata adeguata documentazione a sostegno degli esborsi sostenuti dal danneggiato;
3.3 che, nella sostanza, all’esito del giudizio era stato riconosciuta la somma di Euro 184,35 a ristoro dei danni fisici subiti, oltre alle spese di c.t.p. maturate in corso di causa. Giustamente il Giudice aveva operato una compensazione delle spese stante l’esigua differenza tra la somma spettante e quella liquidata, anche perché si trattava di un importo che ben avrebbe potuto essere quantificato e versato se la controparte avesse prestato la sua collaborazione.
4. Il motivo di appello relativo al danno da invalidità permanente è fondato. Appare necessario soffermarsi preliminarmente, tenuto conto delle argomentazioni sviluppate dalla compagnia di assicurazione, sulle due nuove disposizioni legislative introdotte in tema di lesioni di lieve entità.
4.1 La L. 24 marzo 2012, n. 27 sulla limitazione alla risarcibilità delle micro permanenti contiene disposizioni di carattere prettamente interpretativo riferibili rispettivamente al danno biologico permanente (art. 139, II co. C.d.A.: “… In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”) e al danno alla persona in genere (art. 32 co. III quater L. n. 27 del 2012:”‘Il danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui all’articolo 139 del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, è risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”) e quindi, di fatto, al danno biologico temporaneo. A dispetto del diverso tenore letterale, le due norme sono sostanzialmente sovrapponibili, perché usano perifrasi per esprimere gli stessi concetti, e hanno la finalità d’individuare un criterio ermeneutico da utilizzarsi ai fini del riscontro dell’esistenza delle lesioni. L’intento del legislatore, quale risulta anche dalla relazione illustrativa della novella, è evitare risarcimenti in caso di effetti lesivi “meramente soggettivi” e cioè solo riferiti dal paziente e non obiettivamente constatabili, per scongiurare eventuali speculazioni del danneggiato. Il legislatore richiama il medico e il giudice alla necessità di un accertamento rigoroso delle lesioni, ricordando che possono valorizzarsi ai fini risarcitori solo lesioni suscettibili di accertamento medico legale. Non è affatto necessario interpretare la novella nel senso di aver posto la legge contro la scienza medica e nemmeno nel senso che il legislatore abbia voluto determinare una modalità esclusiva nell’accertamento della lesione del danno alla salute. Un’interpretazione letterale delle diposizioni porterebbe a risultati non accettabili, perché escluderebbe, senza alcuna giustificazione, la risarcibilità di un danno alla persona effettivamente sussistente secondo la scienza medica. Legiferare intorno alle regole risarcitorie da utilizzare ai fini della quantificazione del danno è ben diverso dall’escludere tout court la risarcibilità di taluni danni alla persona, anche se di modesta entità. Una lesione che determina postumi permanenti – appare necessario rimarcare – costituisce un pregiudizio sufficientemente serio da essere meritevole di tutela, anche in un sistema che impone alla vittima un grado minimo di tolleranza. Il diritto alla salute è sicuramente inciso oltre la soglia minima: non si discute del graffio superficiale dell’epidermide, del mal di testa di una sola mattina o altri danni così poco offensivi da non rendere necessario un risarcimento. Nella sentenza della Corte di Giustizia dell’U.E. 23 gennaio 2014, nella causa C371/12, si afferma che, allorché una normativa nazionale non ha l’effetto di escludere d’ufficio o di limitare in maniera sproporzionata il diritto della vittima a beneficiare di un risarcimento, le direttive volte al riavvicinamento delle legislazioni nazionali in materia di assicurazione della R.C. non ostano né ad una legislazione che impone ai giudici nazionali criteri vincolanti per la determinazione dei danni morali né a sistemi specifici, adeguati alle particolarità dei sinistri stradali ancorché tali sistemi comportino, per alcuni danni morali causati da sinistri stradali, un metodo di determinazione della portata del diritto al risarcimento meno favorevole rispetto agli altri incidenti. Il presupposto è dunque che la legislazione nazionale non escluda il diritto al risarcimento per talune tipologie di danno e quindi non lasci la vittima priva di tutela. L’eventuale introduzione di un vuoto di tutela nel risarcimento del danno alla salute comporterebbe seri problemi di compatibilità con il diritto fondamentale tutelato dall’art. 32 Cost. Rispettato il principio dell’integralità del risarcimento, va invece riconosciuto al legislatore il potere di fissare limiti indennitari in settori, come in materia assicurativa o di responsabilità sanitaria, aventi particolare rilievo sociale per i costi collettivi che determinano.
4.2 Per il risarcimento del danno biologico permanente la nuova disposizione richiede un “accertamento clinico strumentale obiettivo”. Per “clinico” s’intende qualcosa relativo alla clinica medica. La clinica è la parte della medicina che studia le manifestazioni morbose delle malattie mediante l’osservazione diretta dei singoli pazienti. Clinico sarebbe ciò che è affermabile secondo conoscenze scientifiche ed esperienza medica. “Strumentale” significa che si esegue mediante strumenti. Il termine “obiettivo” si riferisce a un’osservazione diretta del malato tramite palpazione, auscultazione o altre attività del medico. Richiedere nell’accertamento di un danno la presenza di tutti e tre le caratteristiche contemporaneamente comporterebbe un risultato incongruo. Un trauma cervicale può esprimersi dal punto di vista obiettivo con una contrattura muscolare, che è certamente evidenziabile clinicamente, ma non necessita di accertamento strumentale perché, dal punto di vista terapeutico non vi è nessuna utilità a dimostrare, strumentalmente, ciò che è clinicamente evidente. Talune malattie si estrinsecano con delle alterazioni strumentali, ma non sono rilevabili clinicamente o obiettivamente: un trauma cranico con microlesione encefalica che dà luogo ad un focolaio epilettogeno, produce sintomatologia di tipo temporale, non crisi generalizzate, che nessuno vede e solo il paziente riferisce. In questo caso la patologia non è dimostrabile né clinicamente, né all’esame obiettivo: è solo dimostrabile strumentalmente attraverso un’alterazione dell’EEG. I disturbi psico-reattivi non sono dimostrabili strumentalmente, ma solo ricorrendo alla clinica. Analogamente le lesioni sensoriali trovano di regola esclusivo riscontro clinico e, ben difficilmente, tranne indagini estremamente complesse, possono avere un riscontro strumentale. Un’interpretazione letterale della norma porterebbe dunque ad escludere il risarcimento di alcuni danni biologici, nonostante la scienza medica e la corretta applicazione metodologica valutativa medico legale non abbiano dubbi circa la loro effettiva esistenza.
4.3 Del tutto analoghe sono le considerazioni che possono svilupparsi con riferimento a una lesione “visivamente o strumentalmente accertata”. Il termine “visivamente” significa percepibile per mezzo della vista. “Strumentalmente” allude a uno strumento o dispositivo atto al compimento di determinate operazioni. “Visita medica” deriva dalla stessa radice semantica dell’avverbio “visivamente”. È sicuramente preferibile interpretare il termine, come accertamento a seguito di visita medica. La visita medica prevede l’ispezione, la palpazione, la percussione, l’auscultazione ed ogni altra attività che costituisce il bagaglio della semeiotica. Anche in questo caso un’interpretazione letterale del termine “visivamente”, rapportato esclusivamente al mero apprezzamento visivo, escluderebbe tutte le lesioni che di fatto sono comunque idoneamente accertabili. Non sarebbe visivamente accertabile una lussazione di spalla autoridotta e non lo sarebbe nemmeno strumentalmente. Un trauma cranico commotivo, se non è stato visto in condizioni di perdita di conoscenza nell’immediatezza dell’evento, non è diagnosticabile né visivamente, né strumentalmente. L’accertamento strumentale può essere utilizzato nei casi di dubbia interpretazione ai fini del riconoscimento della lesione biologica. Deve poter comunque essere sufficiente anche un dato clinico obiettivo purché scientificamente compatibile e adeguatamente connesso all’evento lesivo.
5. Nel caso in esame il c.t.u. dr.ssa C. F. si era confrontata con le esigenze sottese alla novella del 2012 e aveva concluso nel senso che il danno biologico permanente riferibile “alla distorsione del rachide cervicale e alla concussione del passaggio cervico-dorsale”, attestabile nell’ordine del 2%, risultasse da un “accertamento clinico obiettivo” (v. relazione 23.12.13, ultimo foglio). Richiesta di chiarimenti (v. nota integrativa 20 gennaio 2014), il consulente nominato dall’ufficio aveva evidenziato:
– che in sede di operazioni peritali il c.t.p. della compagnia di assicurazione dr.ssa M.L. aveva in realtà concordato per una quantificazione nel 2% dell’invalidità permanente (fg. 3);
– di essere giunta alla conclusione di un trama distorsivo del rachide cervicale dopo un ragionamento clinico e una diagnosi differenziale. Stessa valutazione avevano espresso il medico del pronto soccorso, che aveva avuto la possibilità di visitare il paziente un’ora dopo il sinistro stradale, il medico curante e l’ortopedico all’esito della visita del 26 luglio 2012. Anche nelle relazioni entrambi i c.t.p. avevano fatto menzione della diagnosi di distorsione del rachide cervicale;
– che “la menomazione, riduzione della funzionalità del rachide cervicale, algia cervicale e segni muscoloscheletrici, presenza di punti di dolorabilità e riduzione dell’articolarità ai massimi gradi di estensione, rotazione, inclinazione e flessione del capo evocati sia con movimenti passivi che con movimenti attivi, depone per esito di distorsione del rachide cervicale, quindi se c’è una menomazione è presente anche una lesione, mentre se è presente una lesione non è detto che ci sia una menomazione … . Il danno biologico permanente risulta da accertamento clinico obiettivo con diagnosi differenziale grazie alla radiografia del tratto cervicale e del tratto dorsale effettuata in PS a poche ore dall’incidente occorso” (fg. 5)
Alla luce di tali considerazioni medico legali, prive di contraddizioni e immuni da vizi logici, il Giudice di primo grado, non avendo ritenuto necessario disporre un nuovo accertamento con un nuovo consulente, avrebbe dovuto riconoscere l’esistenza di un danno da invalidità permanente. Non avrebbe dovuto ritenere l’ “accertamento strumentale” condicio sine qua non della risarcibilità del danno. Non solo. Anche ritenendo interpretare la disposizione – diversamente da quanto si sostiene – nel senso dell’indispensabilità di tale accertamento, avrebbe dovuto quantomeno chiedere chiarimenti al c.t.u. circa la possibilità di eseguire tale indagine prima di negare ogni tutela risarcitoria.
6. L’art. 139 C.d.A. disciplina la liquidazione dei danni alla salute che hanno prodotto postumi, come nel caso in esame, in misura non superiore al 9% d’invalidità permanente (c.d. micro permanenti). Deve tenersi presente che a decorrere dal mese di aprile del 2014, ai sensi dell’art. 1 del D.M. 20 giugno 2014, il valore del primo punto di invalidità è pari ad Euro 795,91 e ogni giorno di invalidità assoluta corrisponde ad Euro 46,43. Il valore del punto da porre a base della liquidazione è il valore vigente al momento della liquidazione e non all’epoca del sinistro, giacché il risarcimento deve avvenire secondo le regole attuali. Considerando che … aveva 41 anni all’epoca del sinistro e che ha patito un’invalidità del 2 %, il risarcimento da liquidare a titolo di danno biologico da invalidità permanente, una volta applicati i coefficienti dell’art. 139 cit., è pari a Euro 1.456,21. Per l’art. 139, III co. C.d.A. l’ammontare del danno biologico risultante dall’applicazione automatica dei criteri legali “può essere aumentato dal giudice in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato”. Appare opportuno evidenziare che l’art. 139 è entrato in vigore in un momento storico in cui la giurisprudenza consolidata teneva ben distinti il danno biologico e il danno morale e quindi veniva dato per scontato che i limiti risarcitori normativamente previsti si riferissero al solo danno biologico in senso stretto (o danno alla salute) e non anche al danno morale. La giurisprudenza maggioritaria afferma che l’art. 139 C.d.A. deve essere applicato in linea con i principi riconosciuti dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel novembre 2008 (Cass., s.u., 11.11.08, 26972, 26973, 26974 e 26975), con un aumento dell’importo tabellarmente individuabile non superiore al quinto: il tetto normativo del III comma dell’art. 139 non riguarda la sola componente biologica, ma l’insieme delle conseguenze non patrimoniali (cfr. Cass., sez. III, 7.6.11, n. 12408). Da ultimo, la Corte Costituzionale, con sentenza 6-16 ottobre 2014, n. 235, nel richiamare i principi espressi dalle Sezioni Unite, ha ritenuto che l’art. 139 è aperto alla risarcibilità del danno morale, perché, ricorrendone i presupposti, è consentito avvalersi della possibilità d’incremento dell’ammontare del danno biologico “secondo la previsione e nei limiti” del terzo comma. Il Giudice delle Leggi, a fronte di una lamentata violazione dell’art. 3 Cost., ha riconosciuto la legittimità costituzionale del meccanismo standard di quantificazione del danno previsto per le lesioni di lieve entità e ha evidenziato che la tutela risarcitoria dei danneggiati da sinistro stradale è in realtà – grazie alla copertura assicurativa obbligatoria – più incisiva e sicura rispetto a quella prevista per i danneggiati in conseguenza di eventi diversi. Non s’ignora che secondo un diverso orientamento giurisprudenziale le norme di cui agli artt. 138 e 139 C.d.A. non consentono una lettura diversa da quella che predica la separazione tra i criteri di liquidazione del danno biologico in esse codificati e quelli funzionali al riconoscimento del danno morale: in altri termini, le due norme muoverebbero dal presupposto della “non continenza”, non soltanto ontologica, nel sintagma “danno biologico” anche del danno morale (Cass., sez. III, 3.10.13, n. 25585). Entrambi gli orientamenti richiamati concordano in ogni caso sulla necessità che il danno non patrimoniale sia da considerare un danno-conseguenza che debba essere adeguatamente allegato e provato. Se la personalizzazione del danno non può mai avvenire in via automatica, deve prendersi atto che l’attore non aveva affatto indicato le ragioni per cui nel caso in esame avrebbe dovuto procedersi a una personalizzazione del valore standard tabellare.
7. La richiesta della riforma della sentenza in punto spese mediche deve essere rigettata. Dalla lettura dello scarno atto di citazione 17.5.13 poteva desumersi esclusivamente l’esistenza di un danno non patrimoniale conseguente alle lesioni fisiche sofferte (v. atto di citazione, fg. 1: “il deducente riportava lesioni fisiche …”). Nessun riferimento all’esistenza di un danno patrimoniale per spese mediche compare né nell’atto introduttivo né nella memoria autorizzata 11.10.13. Nel caso di specie mancava, pertanto, l’indispensabile allegazione di un danno patrimoniale. Si aggiunga che l’attore non aveva fornito alcuna giustificazione per non essere ricorso alle prestazioni del servizio sanitario nazionale e che la scelta di avvalersi di una struttura privata non convenzionata non appare di per sé comprensibile alla luce delle lievi e comuni lesioni conseguite al modesto sinistro stradale.
8. Il danno complessivo, tenuto conto di quanto statuito con la pronuncia di primo grado, viene pertanto rideterminato nella som ma di Euro 2.125,56 (Euro 669,35 + Euro 1.456,21), già detratto l’importo corrisposto di Euro 1.051,65 iva compresa e a presentazione di regolare fattura del CTP (cfr. dispositivo della sentenza appellata). Rispetto alle statuizioni del Giudice di Pace, l’importo della condanna è aumentato alla luce del riconoscimento del danno da invalidità permanente.
9. Con il riconoscimento di un danno da invalidità permanente viene meno la ragione che aveva giustificato, nella logica della decisione del giudice di prima cure, una suddivisione fra le parti delle spese della consulenza tecnica d’ufficio e una compensazione delle spese di lite. Il costo della consulenza indispensabile per riconoscere all’attore il danno biologico deve ricadere sulla parte che ha reso necessario l’accertamento. Quanto alle spese di lite, esse avrebbero dovuto non essere compensate, ma calcolate sulla base del decisum. Solo se la compagnia avesse offerto un importo prossimo al danno effettivo, sarebbero stati ravvisabili, in una prospettiva deflattiva, i presupposti per una compensazione delle spese. Le spese processuali, liquidate come da dispositivo sulla base del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, seguono pertanto la soccombenza della compagnia di assicurazione in entrambi i gradi di giudizio. Tanto per il giudizio di primo grado, che per quello di appello il contenuto degli atti difensivi – per il giudizio di secondo grado anche la discussione meramente orale della causa – giustificano dei compensi inferiori a valori medi dello scaglione di riferimento.
Il Tribunale di Padova, definitivamente decidendo sull’appello proposto da … contro … ASSICURAZIONI S.P.A. avverso la sentenza del Giudice di Pace di Padova 3 aprile 2014, n. 396/14, accoglie il gravame nei limiti indicati in motivazione e per l’effetto, in parziale riforma della sentenza impugnata:
a) accerta che il credito risarcitorio di … a titolo di danno da invalidità permanente è pari alla somma di Euro 1.456,21 e per l’effetto condanna … ASSICURAZIONI S.P.A. al pagamento in favore dell’appellante della somma complessiva di Euro 2.125,56 (già detratto l’importo corrisposto di Euro 1.051,65) iva compresa e a presentazione di regolare fattura del C.T.P.;
b) pone le spese della consulenza tecnica d’ufficio medico-legale svolta nel giudizio di primo grado interamente a carico di … ASSICURAZIONI S.P.A.;
c) condanna … ASSICURAZIONI S.P.A. alla rifusione in favore dell’appellante … delle spese processuali, liquidate per il giudizio di primo grado in complessivi Euro 1.072,00, di cui Euro 100,00 per esborsi e il resto per compensi, oltre spese generali (15%), iva e cpa e per il giudizio di secondo grado in complessivi Euro 1.748,00, di cui Euro 128,00 per esborsi e il resto per compensi, oltre spese generali (15%), iva e cpa.
È verbale, ore 17,15
Così deciso in Padova, il 6 novembre 2014.
Depositata in Cancelleria il 6 novembre 2014.
Tribunale di Padova, comportamento processuale manifestamente scorretto: è lite temeraria
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In art. 96 c.p.c., lite temeraria, lite temeraria art. 96 c.p.c., lite temeraria e risarcimento danni, lite temeraria presupposti, repsonsabilità aggravata
Tribunale di Padova, Sezione Reclami – Dott.ssa Lanteri (Presidente), Dott. Bertola (Giudice Relatore), Dott.ssa Rigon (Giudice) – Ordinanza del 10.01.2014
Si segnala la presente ordinanza per le considerazioni che il Tribunale svolge in ordine:
1) al comportamento processuale tenuto dalla parte,
2) ai presupposti sottesi all’applicazione della sanzione processuale per responsabilità aggravata,
3) alla quantificazione della sanzione stessa.
IL CASO: Il Tribunale di Padova ha sanzionato pesantemente (col triplo delle spese di lite liquidate ai sensi del DM 140/2012) il comportamento dell’avvocato che violando manifestamente il canone deontologico che impone l’obbligo di verità, aveva omesso di riferire che in passato aveva già chiesto ulteriori provvedimenti di urgenza, (compreso questo sei), aventi ad oggetto le medesime problematiche (problematiche relative alle insegne di un centro commerciale) e che tutte le precedenti istanze erano state oggetto di rigetto tanto in sede di primo grado che di gravame.
n. 12381/2013 R.G.A.C.
Sezione Reclami Civile
dott. Enza Lanteri Presidente
dott. Giorgio Bertola Giudice Relatore
dott. Silvia Rigon Giudice
all’esito dell’udienza del 10/01/2014 nel procedimento per reclamo iscritto al n. R.G. 12381/2013 promosso da:
…S.r.l. …… con il patrocinio dell’Avv. ……..
…..S.p.A. con il patrocinio dell’Avv. ….., dell’Avv. ….., dell’Avv. …., dell’Avv. …, elettivamente domiciliata in via ……, presso il difensore Avv. ….
Sul reclamo presentato in data 04/12/2013 da … S.r.l. avverso l’ordinanza di rigetto di provvedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c. del 15/11/2013 e comunicata in data 19/11/2013;
A scioglimento della riserva assunta all’udienza del 10/01/2014, il Collegio osserva:
…..S.r.l. ha reclamato il provvedimento di rigetto del richiesto provvedimento di sequestro conservativo emesso dal Tribunale di Padova in data 21/09/2013 deducendo, in ordine al disconosciuto periculum in mora del provvedimento di prime cure, che il periculum è sussistente a fronte dell’aggravamento delle condizioni di ammaloramento dei luoghi con evidente rischio di crollo delle insegne abusive sul fumus ha ribadito di essere proprietaria esclusiva del lastrico solare contrariamente da quanto argomentato dal Giudice di primo grado e come riprovato dai docc. 4 e 5 allegati al doc. 3.
Si è costituita la reclamata chiedendo il rigetto del reclamo.
Il reclamo è manifestamente infondato e va rigettato.
Va ribadito, così come già osservato dal Giudice di primo grado, che dai docc. 4 e 5 non emerge alcun elemento da cui possa desumersi la prova della proprietà esclusiva del lastrico solare e soprattutto va evidenziato, come correttamente evidenziato dalla reclamata, che il doc. 4 è in realtà composto da due documenti differenti e distinti e formati in epoche differenti come rileva la semplice lettura del documento in questione.
In relazione al supposto pericolo va rilevato che la realizzazione delle insegne di cui si chiede la rimozione si protrae in realtà da oltre 6 anni e soprattutto le foto prodotte evidenziano ictu oculi come gli aggravati ammaloramenti siano in realtà insussistenti o perlomeno non si pongano in alcun rapporto di causalità con la presenza delle insegne visto che le fessurazioni sono collocate su di un pavimento, e non su di un soffitto, e sulla facciata esterna.
Nessuna fessurazione viene evidenziata sul lastrico solare dove sono installate le insegne oggetto di controversia.
Manca pertanto alcuna anche ipotetica sussistenza di fumus e periculum.
In ordine al comportamento processuale della parte va peraltro evidenziato che, violando manifestamente il canone deontologico che impone l’obbligo di verità all’avvocato, il patrocinio di parte reclamante ha omesso di riferire che in passato ha chiesto ulteriori provvedimenti di urgenza, compreso questo sei, avente ad oggetto la problematica relativa alle insegne del centro commerciale ed ha omesso di fare alcun riferimento al fatto che, ad oggi, tutte le precedenti istanze sono state oggetto di rigetto tanto in sede di primo grado che di gravame.
In particolare va rilevato che uno di tali provvedimenti di rigetto è stato adottato anche dalla dott.ssa Rigon, componente del Collegio, allorquando era in servizio presso la sezione distaccata di Este.
Tale condotta è intollerabile e merita di essere opportunamente sanzionata ex art. 96 c.p.c..
In punto di applicabilità della sanzione processuale per responsabilità aggravata va osservato che, tale comportamento, può essere sanzionato non solo su richiesta di parte, ma anche d’ufficio ex art. 96 c. 3 c.p.c., così come modificato dalla L. 69/09, in considerazione del fatto che con tale riforma il legislatore ha introdotto una forma di “punitive damages” in considerazione del danno, arrecato al sistema giudiziario che, inteso nella sua complessità, è già gravato da milioni di procedimenti pendenti per cui, l’aggravamento del carico complessivo con procedimenti introdotti per finalità strumentali e dilatorie, è un comportamento abusivo che merita di essere adeguatamente sanzionato con il pagamento di una somma equitativamente individuata.
Tale risarcimento tende a ristorare, sia il danno arrecato alla parte ingiustamente e reiteratamente coinvolta nel presente procedimento, sia il danno arrecato al sistema giudiziario nel suo complesso per l’aggravio di cause che, tutte insieme, concorrono a formare un numero di procedimenti che ormai da tempo superano quanto si possa esigere in termini di produttività da un singolo Giudice così che normalmente lo stesso sia impossibilitato a definire la totalità dei procedimenti gravanti sul suo ruolo entro i termini che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ritiene equi, ovvero tre anni dalla data di iscrizione a ruolo per un procedimento di primo grado così come recepito dal nostro ordinamento con la legge 89/2001 cd. Legge Pinto in applicazione dell’art. 6 C.E.D.U., così da esporre, in ultima istanza, lo Stato Italiano a continue sanzioni pecuniarie per la durata irragionevole dei suoi procedimenti giudiziari.
Tutto ciò considerato sanzione equa, anche alla luce del principio di diritto espresso dal Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 21570 del 30/11/2012, appare essere quella pari al triplo delle spese di lite liquidate ai sensi del DM 140/2012 per lo scaglione di valore tra euro 25.001 ed euro 50.000.
Le spese della presente fase seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo ai sensi del D.M. 140/2012 pubblicato nella G.U. del 22/08/2012 applicabile a questo procedimento giusto il disposto della norma transitoria contenuta nell’art. 41 del suddetto regolamento, così come di recente stabilito anche da Cass. SSUU n. 17406/2012 del 25/09/2012, evidenziando in particolare che nella presente causa non si rinvengono specifici elementi di personalizzazione che giustifichino il discostarsi dai valori medi relativamente alle fasi introduttiva e decisoria nello scaglione di valore da 25.001 a 50.000 senza l’aumento del 20% per il procedimento di secondo grado a fronte della speditezza e semplicità delle questioni giuridiche sottese al reclamo.
1) Rigetta il reclamo perché infondato e per l’effetto conferma integralmente il provvedimento impugnato;
2) Condanna … S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, rifondere a … S.p.A.,in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese legali del presente procedimento che si liquidano in € 3.300,00 per compenso, oltre I.V.A. e C.N.P.A.;
3) Condanna … S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, a corrispondere a ..S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, la capital somma di € 9.900,00 ex art. 96 comma 3 c.p.c.;
4) Letto l’art. 13 comma 1 quater DPR 115/2002, così come modificato dall’art. 1 comma 17 L. n. 228/2012, il Collegio dà atto che, a fronte del rigetto integrale dell’impugnazione, sussistono le condizioni perché …S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, sia tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione a norma del comma 1- bis dell’art. 13 D.P.R. 115/2002;
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di competenza e per la comunicazione della presente ordinanza alle parti.
Padova li10 gennaio 2014
dott. Giorgio Bertola dott.ssa Vincenza Lanteri
Tribunale di Padova, opposizione manifestamente infondata: è lite temeraria
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In comportamento processuale, lite temeraria, opposizione infondata, responsabilità processuale aggravata, sanzione processuale
Tribunale di Padova, Sezione II, Giudice Dott. Giorgio Bertola, Sentenza del 09.05.2014
Si segnala la presente sentenza per le considerazioni che il Giudice Bertola svolge in ordine:
2) alla ratio sottesa all’applicabilità della sanzione processuale per responsabilità aggravata,
IL PUNTO SALIENTE DELLA SENTENZA:
“Sul comportamento processuale dell’attrice valgano le seguenti considerazioni: essa hanno agito in giudizio pur consapevole di essere priva di qualsiasi prova delle sue asserzioni, ed un tanto si evince proprio dal fatto che le uniche doglianze che la parte ritiene di introdurre nel procedimento con il suo atto di opposizione, sono relative ad eccezioni processuali manifestamente infondate. Nessuna istanza di prova introduce a sostegno delle sue asserzioni ed arriva addirittura a spiegare domanda ri convenzionale per presunti danni che non si perita neppure di allegare. […] Tale condotta processuale merita di essere opportunamente sanzionata ex art. 96 c.p.c. così come ritualmente richiesto dalla convenuta/opposta in sede di precisazione delle conclusioni. […] Tale condanna serve anche a sanzionare il comportamento abusivo della parte in considerazione del danno, arrecato al sistema giudiziario che, inteso nella sua complessità, è già gravato da milioni di procedimenti pendenti per cui, l’aggravamento del carico complessivo con procedimenti introdotti per finalità strumentali e dilatorie, è un comportamento abusivo che merita di essere adeguatamente sanzionato con il pagamento di una somma equitativamente individuata. […] Tutto ciò considerato sanzione equa, anche alla luce del principio di diritto espresso dal Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 21570 del 30/11/2012, appare essere quella pari al triplo delle spese di lite liquidate ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 per lo scaglione di valore tra Euro 5.200,01 ed Euro 26.000,00.”
Il Giudice del Tribunale di Padova, Seconda Sezione civile, dott. Giorgio Bertola, ha pronunciato la seguente
nella causa civile di primo grado iscritta al n. 80080458/2008 del R.A.C.C. in data 15/07/2008, iniziata con atto di citazione notificato in data 07/07/2008
– CANTIERE NAUTICO ********* (P.I. (…)), in persona del legale rappresentante pro tempore, con il patrocinio degli avv. P. A. e M. E., elettivamente domiciliato in VIA ***********, presso il difensore avv. P. A.,
attrice / opponente
– ***** S.R.L. (P.I. (…)), in persona del legale rappresentante pro tempore, con il patrocinio dell’avv. L. M. e B. C. M. elettivamente domiciliato in *********** presso lo studio dell’avv. L. M.,
convenuta / opposta
avente per oggetto: Altri contratti d’opera,
Si dà atto che la presente sentenza viene redatta in forma abbreviata a norma dell’art. 132, n. 4 c.p.c., come sostituito dall’art. 45 c. 17 della L. n. 69 del 2009 e 118 disp. att. c.p.c..
Il Cantiere **** si è opposta al decreto ingiuntivo ottenuto da **** a fronte del mancato pagamento della fattura dimessa nella fase monitoria.
Eccepiva in via preliminare l’incompetenza territoriale del Giudice adito per essere competente il Giudice del Foro di Padova e comunque per essere applicabile il D.Lgs. n. 206 del 2005, nel merito contestava che la convenuta non avesse adempiuto alla propria obbligazione per aver omesso di trasmettere il Manuale del proprietario dell’imbarcazione così come commissionato sicché il mancato pagamento del saldo sarebbe stato giustificato.
Si è costituita la convenuta chiedendo il rigetto dell’opposizione.
La causa è stata istruita mediante prova orale.
Va preliminarmente rilevato un evidente ed innocuo lapsus calami laddove l’attrice/opponente, nelle sue conclusioni, ha chiesto la condanna dell’opponente alla sanzione ex art. 96 c.p.c. perché evidentemente la richiesta era rivolta nei confronti dell’opposta e non all’opponente cioè a sé stessa.
In merito all’eccezione di incompetenza territoriale essa è manifestamente infondata, da un lato perché l’attrice non è “consumatore” visto che agisce per un rapporto obbligatorio finalizzato alla propria attività professionale sicché appare improprio il richiamo al D.Lgs. n. 206 del 2005, dall’altro perché il combinato di sposto dell’art. 20 c.p.c. e 1182 c.c. consentono il radicamento del ricorso monitorio avanti alla sezione distaccata di Cittadella visto che entrambe le parti concordano sulla non applicabilità della clausola che individua un foro esclusivo per mancata esplicita sottoscrizione della relativa clausola.
Nel merito l’opposizione è manifestamente infondata e va rigettata.
In relazione alla eccepita tardività nell’esecuzione della prestazione da parte della società convenuta che avrebbe sforato il termine di giorni 60 contrattualmente concordato, va osservato che la clausola individuava espressamente come non essenziale il termine pattuito visto che il rispetto di quel termine era legato alla compatibilità con l’avanzamento dei lavori dell’unità (punto “6. Tempi di esecuzione” dell’offerta 33/2005 doc. 2 monitorio) sicché non può intendersi che le parti abbiano inteso attribuire a quel termine alcuna rilevanza di essenzialità, in caso contrario il contratto avrebbe potuto essere risolto ben prima del deposito del ricorso monitorio laddove invece l’attrice/opponente ha manifestato l’interesse all’adempimento ben oltre il termine contrattualmente pattuito così dimostrando che ella stessa non considerava quel termine essenziale.
Nel merito l’istruttoria, sui soli capitoli di prova dimessi da parte convenuta/opposta visto che l’attrice non ha dimesso alcuna istanza istruttoria orale, ha confermato, come già dedotto in comparsa di costituzione dalla convenuta/opposta, che per poter redigere il manuale richiesto dall’attrice fosse necessaria la trasmissione dello schema elettrico e che tale trasmissione fosse stata sollecitata più volte e che la consegna dello schema elettrico sia avvenuta solamente a settembre 2006 mentre il sollecito dell’invio del manuale sia avvenuto solo a gennaio 2008 per il tramite del procuratore di parte attrice (teste C. escusso all’udienza del 25/01/2011).
Che il manuale sia stato inviato è provato documentalmente con il doc. 4 anche se si deve dedurre che tale documento non fosse essenziale, oppure fosse sufficiente la bozza a cui ha fatto riferimento la convenuta/opposta nei suoi scritti difensivi al fine di ottenere il certificato CE visto che quel certificato porta la data del 8/8/06 mentre il teste ed i documenti provano che lo schema elettrico non sia stato inviato prima del settembre 2006 ed il manuale fosse pronto per novembre 2006.
Delle due l’una quindi o nel certificato sono sbagliate le date o il manuale non era necessariamente prodromico alla certificazione ed era sufficiente l’invio di una bozza parziale.
Sul punto peraltro l’attrice è “mancata” sia durante la fase istruttoria che nella fase delle memorie istruttorie dove non ha minimamente affrontato tale problematica, per esempio contestando che il sig. M. avesse ricevuto quella mail e che è stata prodotta in atti e così non contestandone l’invio e la ricezione, evento che prova l’esatto adempimento delle obbligazioni di parte convenuta, riproponendola tardivamente solo nelle conclusionali.
La deposizione del teste di parte convenuta, pienamente credibile e attendibile avendo direttamente partecipato alle operazioni, peraltro unica istanza istruttoria orale dimessa nel presente procedimento, conferma la finalità esclusivamente dilatoria dell’opposizione, visto che l’attrice non ha nemmeno tentato di provare il danno di cui ha chiesto il ristoro in via riconvenzionale.
In relazione al ristoro delle spese di trasferimento che parte convenuta ha addebitato all’attrice, va osservato che da una semplice lettura dell’offerta 33/2005 se ne ricava che le stesse non erano comprese nel prezzo dell’offerta e che il rimborso fosse concordato in ragione di Euro 0,45 al chilometro calcolato da Cittadella oltre ai pedaggi e alle spese di segreteria.
La convenuta ha documentato tali spese con le produzioni documentali sicché il loro ristoro appare pienamente legittimo.
Sul comportamento processuale dell’attrice valgano le seguenti considerazioni: essa hanno agito in giudizio pur consapevole di essere priva di qualsiasi prova delle sue asserzioni, ed un tanto si evince proprio dal fatto che le uniche doglianze che la parte ritiene di introdurre nel procedimento con il suo atto di opposizione, sono relative ad eccezioni processuali manifestamente infondate.
Nessuna istanza di prova introduce a sostegno delle sue asserzioni ed arriva addirittura a spiegare domanda ri convenzionale per presunti danni che non si perita neppure di allegare.
In punto processuale va censurato pure lo scorretto tentativo di procrastinare l’assunzione del teste regolarmente citato da contro parte, unica parte che abbia formulato istanze istruttorie orali, mediante il deposito di un atto di rinuncia al mandato solo all’udienza fissata per l’assunzione delle prove orali, mandato poi prontamente riassunto al termine della fase istruttoria così evidenziando che la rinuncia al mandato fosse solo un tentativo di differire l’udienza di assunzione testi.
Tale condotta processuale merita di essere opportunamente sanzionata ex art. 96 c.p.c. così come ritualmente richiesto dalla convenuta/opposta in sede di precisazione delle conclusioni.
In punto di applicabilità della sanzione processuale per responsabilità aggravata va osservato che, tale comportamento, può essere sanzionato anche qualora tale domanda venga spiegata per la prima volta in sede di precisazione delle conclusioni come statuito anche da Cass. Sez. 1 n. 22957/12 del 13/12/2012 secondo cui “La domanda di risarcimento dei danni per responsabilità aggravata per lite temeraria ex art. 96 c.p.c., comma 1, non attenendo al merito della controversia i cui termini restano immutati secondo la fissazione che deriva dagli atti iniziali) può essere formulata per la prima volta anche all’udienza di precisazione delle conclusioni, in quanto la parte istante sovente solo al termine dell’istruttoria è in grado di valutarne la fondatezza e di offrire al giudice gli elementi per la quantificazione del danno subito”.
Tale condanna serve anche a sanzionare il comportamento abusivo della parte in considerazione del danno, arrecato al sistema giudiziario che, inteso nella sua complessità, è già gravato da milioni di procedimenti pendenti per cui, l’aggravamento del carico complessivo con procedimenti introdotti per finalità strumentali e dilatorie, è un comportamento abusivo che merita di essere adeguatamente sanzionato con il pagamento di una somma equitativamente individuata.
Tale risarcimento tende a ristorare, sia il danno arrecato alla parte ingiustamente coinvolta nel presente procedimento protrattosi ben sei anni, sia il danno arrecato al sistema giudiziario nel suo complesso per l’aggravio di cause che, tutte insieme, concorrono a formare un numero di procedimenti che ormai da tempo superano quanto si possa esigere in termini di produttività da un singolo Giudice così che normalmente lo stesso sia impossibilitato a definire la totalità dei procedimenti gravanti sul suo ruolo entro i termini che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ritiene equi, ovvero tre anni dalla data di iscrizione a ruolo per un procedimento di primo grado così come recepito dal nostro ordinamento con la L. n. 89 del 2001 cd. Legge Pinto in applicazione dell’art. 6 C.E.D.U., così da esporre, in ultima istanza, lo Stato Italiano a continue sanzioni pecuniarie per la durata irragionevole dei suoi procedimenti giudiziari.
Tutto ciò considerato sanzione equa, anche alla luce del principio di diritto espresso dal Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 21570 del 30/11/2012, appare essere quella pari al triplo delle spese di lite liquidate ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 per lo scaglione di valore tra Euro 5.200,01 ed Euro 26.000,00.
Le spese del presente procedimento seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 pubblicato nella G.U. del 02/04/2014 applicabile a questo procedimento giusto il disposto della norma transitoria contenuta nell’art. 28 del suddetto regolamento, così come stabilito anche da Cass. SSUU n. 17406/2012 del 25/09/2012, evidenziando in particolare che nella presente causa non si rinvengono specifici elementi di personalizzazione che giustifichino il discostarsi dai valori medi.
1) Rigetta l’opposizione poiché manifestamente infondata e dilatoria e per l’effetto;
2) Dichiara definitivamente esecutivo il decreto ingiuntivo opposto;
3) Condanna Cantiere *********, in persona del legale rappresentante pro tempore, a rifondere a ******, in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese legali del presente procedimento che si liquidano in Euro 3,90 per esborsi ed Euro 4.835,00 per compenso, oltre ad I.V.A., C.N.P.A. e rimborso delle spese forfettarie pari al 15% sul compenso ex D.M. n. 55 del 2014;
4) Condanna **********, in persona del legale rappresentante pro tempore, a corrispondere a *******, in persona del legale rappresentante pro tempore, la capital somma pari ad Euro 14.505,00 ex art. 96 comma 1 c.p.c.;
5) Visto l’art. 52 D.Lgs. n. 196 del 2003, dispone che, in caso di diffusione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione giuridica, su riviste, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessati; Sentenza provvisoriamente esecutiva ex lege.
Così deciso in Padova, il 8 maggio 2014.
Depositata in Cancelleria il 9 maggio 2014.

References: sentenza

 art. 492
 sentenza 
 art. 283
 Sentenza 
 sentenza 
 articolo 283
 sentenza 
 sentenza 
 art. 283
 sentenza 
 sentenza 
 art. 283
 sentenza 
 sentenza 
 art. 139
 art. 139
 art. 139
 art. 2051
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2051
 art. 2043
 art. 1226
 sentenza 
 art. 183
 art. 2051
 art. 1227
 art. 2051
 sentenza 
 art. 4
 sentenza 
 art. 2051
 art. 96
 art. 96
 Sentenza 
 art. 96
 art. 281
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 96
 art. 986
 Cass. Sez. 
 Cass. 
 art. 96
 sentenza 
 Sentenza 
 art. 139
 art. 139
 art. 32
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 96
 art. 96
 art. 700
 art. 96
 art. 96
 Cass. Sez. 
 Cass. 
 art. 96
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 96
 Cass. Sez. 
 sentenza 
 art. 96
 art. 96
 Cass. Sez. 
 art. 96
 Cass. Sez. 
 Cass. 
 art. 96
 sentenza 
 Sentenza