Source: https://www.riccardobonato.com/definizione-di-mobbing-sentenza-n-22393-del-10-dicembre-2012/
Timestamp: 2020-04-04 02:45:56+00:00

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Con il quarto e quinto motivo, si deduce la nullità della sentenza e del procedimento per violazione e falsa applicazione dell’art. 246 c.p.c circa l’ammissibilità della parte resistente a rendere testimonianza sui fatti di causa, per violazione e falsa applicazione dell’art. 421 e 4 del c.p.c per avere elevato al rango di prova le dichiarazioni rese dalle parti resistenti- mobbers, ai sensi dell’art. 360, n. 4, c.p.c. Si assume che sia stato violato l’art. 246 c.p.c e che sia pertanto nulla la decisione che ha ammesso ad essere escusse come testimoni le parti in causa mobbers, le quali sono state evocate in giudizio per rispondere dei danni da mobbing, realizzatosi da ultimo, nel quadro di un unitario disegno vessatorio, con il licenziamento, che è stato ritenuto legittimo proprio sulla base delle dichiarazioni testimoniali rese dalle parti stesse a comprova degli addebiti contestati e delle sanzioni conservative, considerate peraltro indebitamente quali precedenti disciplinari ai fini della legittimità del licenziamento. Si rileva, altresì, che l’interrogatorio non può assumere valore dì prova.
Con il sesto motivo, il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 7 della I. 300/70 anche in relazione agli artt. 1175 e 1375 c.c., per genericità della contestazione da cui è conseguito l’impugnato licenziamento, osservando che non sono state nominate nella contestazione, indicandone le generalità, le altre persone presenti ai fatti (ad es. dott.sa F., unico soggetto estraneo alla denunciata dinamica del mobbing, che avrebbe potuto spiegare obiettivamente i fatti).
Con il settimo e l’ottavo motivo, vengono denunciate rispettivamente violazione e falsa applicazione degli art. 115 e 116 c.p.c., ai sensi dell’ art.360, n. 4, c.p.c.) ed. omessa insufficiente o contraddittoria motivazione, ex art. 360, n. 5, c.p.c, dolendosi il ricorrente della mancata ammissione di alcuni mezzi di prova proposti (a pag. 30-32 ricorso introduttivo, nella memoria autorizzata del 26.4.2004 e riproposti in appello pag. 32 e nelle conclusioni). Assume dì avere dedotto prova per testi, disattesa dal giudice del merito, relativamente alle discriminazioni subite ed a fatti controversi e decisivi, quali le azioni ostili (mobbing) a cui era stato sottoposto ed ai riflessi che le stesse avevano avuto sulla ritenuta illegittimità del licenziamento e delle sanzioni disciplinari conservative.
Omessa insufficiente o contraddittoria motivazione in ordine a fatti controversi e decisivi, con riguardo sia al licenziamento che alle sanzioni conservative, viene dedotta nel nono e decimo motivo di ricorso, in relazione all’assunta violazione del principio di proporzionalità, con ogni conseguente riflesso anche in punto di illegittimità del licenziamento e del mobbing, ai sensi dell’ art. 360 n. 5 c.p.c., denunciandosi l’erronea e carente ricognizione della fattispecie considerata.
Le censure sub 1) e 2) e 3) vanno trattate congiuntamente per la connessione delle questioni affrontate, sia pure nella differente articolazione di denunzie attinenti a violazione di norme ed a vizio di motivazione. Preliminarmente, si rileva che in merito alla dedotta violazione e falsa applicazione degli articoli della contrattazione collettiva nazionale di riferimento, il ricorrente, tra i documenti indicati come allegati al ricorso per cassazione menziona estratto degli arti 17 e 18 c.c.n.l. e non riporta, nel corpo del motivo di ricorso, neanche il contenuto di tali articoli che sarebbe stato suo onere produrre con il testo dell’intero c.c.n.l. secondo le norme che regolano il procedimento in cassazione. Ciò contrasta con il principio affermato da questa Corte, secondo cui l’art. 369, secondo comma, n. 4, c.p.c., nella parte in cui onera il ricorrente (principale od incidentale), a pena di improcedibilità del ricorso, dì depositare i contratti od accordi collettivi di diritto privato sui quali il ricorso si fonda, va interpretato nel senso che, ove il ricorrente denunci, con ricorso ordinario, la violazione o falsa applicazione di norme dei contratti ed accordi collettivi nazionali di lavoro ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c. (nel testo sostituito dall’art. 2 del D.Lgs. n. 40 del 2006), il deposito suddetto deve avere ad oggetto non solo l’estratto recante le singole disposizioni collettive invocate nel ricorso, ma l’integrale testo del contratto od accordo collettivo di livello nazionale contenente tali disposizioni, rispondendo tale adempimento alla funzione nomofilattica assegnata alla Corte di cassazione nell’esercizio del sindacato di legittimità sull’interpretazione della contrattazione collettiva di livello nazionale (cfr. Cass., s. u. 23 settembre 2010 n. 20075; conf. v. Cass. 15 ottobre 2010 n. 21358). Più di recente, è stato, poi, osservato che, in tema di giudizio per cassazione, l’onere del ricorrente, di cui all’art. 369, secondo comma, n. 4, c.p.c., così come modificato dall’art. 7 del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, di produrre, a pena di improcedibilità del ricorso, “gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda” è soddisfatto, sulla base del principio di strumentalità delle forme processuali, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo di parte, anche mediante la produzione del fascicolo nel quale essi siano contenuti e, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo d’ufficio, mediante il deposito della richiesta di trasmissione di detto fascicolo presentata alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata e restituita al richiedente munita di visto ai sensi dell’art. 369, terzo comma, c.p.c., ferma, in ogni caso, l’esigenza di specifica indicazione, a pena di inammissibilità ex art. 366, n. 6, c.p.c., degli atti, dei documenti e dei dati necessari al reperimento degli stessi, (cfr. Cass.,S.U. 3.11.2011 n. 22726).
Quanto al quarto ed al quinto motivo, attinenti alla questione dell’incapacità dei testimoni escussi, ai sensi dell’art. 246, c.p.c., il giudice del gravame ha ampiamente motivato sulla posizione di alcuni dei convenuti come testi (C., G., B. e R.), osservando che gli stessi erano convenuti con riguardo soltanto ad alcune delle domande del C., nelle quali si assumeva il loro ruolo di persecutori, senza che tale posizione sussistesse anche in ordine alle vicende del licenziamento e delle sanzioni disciplinari, rilevando, altresì, che “nel caso in oggetto e per la più parte delle domande non vi era poi un interesse concreto ed attuale da parte di tali persone al corso del procedimento tale da coinvolgerle nel rapporto controverso e da giustificare l’assunzione da parte delle stesse della veste di parti vere e proprie”. Orbene, risulta bene evidenziato che non poteva essere invocato il divieto sancito dall’art. 246 c.p.c. con riguardo alla domanda riguardante il licenziamento, rispetto alla quale le indicate persone erano estranee, non potendo intervenire nel relativo giudizio, perché non titolari di nessun interesse, neppure ad adiuvandum, che potesse legittimare una loro partecipazione. Il giudizio, infatti, limitatamente al recesso, ha un solo oggetto, riguardante la sua impugnazione e diretto ad ottenere la pronunce reintegratone e risarcitone nei confronti dell’azienda (v., sia pure in relazione ad ipotesi non del tutto sovrapponibile, Cass. 28.7.2010 n. 17630). Rispetto ad esso, l’accertamento da compiere – proprio perché funzionale alla verifica della legittimità del licenziamento del C. – ben poteva richiedere l’approfondimento dei fatti posti a suo fondamento attraverso il ricorso alla testimonianza di colleghi, presenti al verificarsi dei fatti stessi. Potevano sussistere, semmai, motivi per mettere in dubbio l’attendibilità di tali colleghi come testi, in ragione del loro diretto coinvolgimento in posizione di parti in relazione al procedimento conseguente alla domanda di risarcimento dei danni da mobbing, ma non per escludere a priori l’assunzione della loro deposizione. Al riguardo la Corte di Trieste si è pronunciata ritenendo che le perplessità del ricorrente sull’obiettività dei testi trovava smentita indiretta nell’esito del dei procedimenti penali radicati a carico del S. e del G. su querela del C., definiti con sentenza di assoluzione per insussistenza del fatto. Tale argomentazione non è stata fatta oggetto di specifica censura, sicché il rilievo per come prospettato deve essere disatteso alla luce di quanto sopra detto con riguardo alla capacità a testimoniare. Per quel che riguarda quest’ultima rileva per di più il Collegio che la valutazione del giudice di merito in ordine all’inesistenza, da parte del testimone, dell’interesse che potrebbe legittimare la partecipazione dello stesso al giudizio involge apprezzamenti di fatto, ed è conseguentemente rimesso al giudice di merito, essendo pertanto insindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivato (Cass. 3.10.2007 n. 20731, Cass. 19.1.2007 n. 1188; Cass. 20.1.2006 n. 1101; Cass. 18.3.1989 n. 1369).
Anche in relazione alla dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 421 , ult. comma, c.p.c, deve pervenirsi ad analoghe conclusioni sfavorevoli al ricorrente, tenuto conto della circostanza che la motivazione in ordine alla legittimità del ricorso a tale incombente istruttorio ha assunto una valenza meramente residuale e sicuramente non riferibile all’accertamento dei fatti posti a fondamento della domanda di illegittimità del licenziamento, anche perché deve ritenersi principio condivisibile quello già affermato al riguardo dalla giurisprudenza di questa Corte (v. Cass. 8.4.1994 n. 3302), secondo cui la facoltà del giudice di ordinare la comparizione di persone incapaci di testimoniare a norma dell’art. 246 c.p.c., può essere esercitata, secondo le previsioni dell’ultimo comma dell’art. 421 dello stesso codice, solo quando sia incontestato o sia rimasto accertato l’interesse del terzo alla causa che potrebbe legittimare la sua partecipazione al giudizio e sempreché il provvedimento del giudice sia giustificato da una motivata situazione di necessità che renda indispensabile il libero interrogatorio sui fatti di causa.
Il sesto motivo va disatteso in forza della considerazione che il pregiudizio al diritto di difesa non può collegarsi alla mancata menzione della contestazione dell’addebito delle generalità delle altre persone presenti ai fatti, oltre quelle dì coloro che si assume essere stati protagonisti dei fatti e che con il loro comportamento mobbizzante avrebbero determinato i comportamenti oggetto di contestazione e di successive sanzioni da cui sarebbe scaturito il successivo licenziamento. Al riguardo deve rilevarsi la genericità della prospettazione del motivo che, come riassunto nel quesito di diritto, non è idoneo ad evidenziare la lamentata violazione della norma dello statuto invocata e delle regole di correttezza e buona fede, atteso che, se è vero che la previa contestazione dell’addebito, necessaria in funzione di tutte le sanzioni disciplinari, avendo lo scopo di consentire al lavoratore l’immediata difesa, deve conseguentemente rivestire il carattere della specificità, è pur vero che tale carattere è integrato quando sono fornite le indicazioni necessarie ed essenziali per individuare, nella sua materialità, il fatto o i fatti nei quali il datore di lavoro abbia ravvisato infrazioni disciplinari o comunque comportamenti in violazione dei doveri di cui agli arti 2104 e 2105 c.c. (cfr. Cass. 30.3.2006 n. 2546). L’accertamento relativo al requisito della specificità della contestazione costituisce, inoltre, oggetto di un’indagine di fatto, incensurabile in sede di legittimità, salva la verifica di logicità e congruità delle ragioni esposte dal giudice di merito (cfr. Cass. 2546/2006 cit.).
Con il settimo e con l’ottavo motivo, si mira, nella sostanza, a valorizzare una situazione precedente ai fatti contestati che avrebbe giustificato il comportamento del dipendente sanzionato con il licenziamento. Ma l’esclusione da parte della Corte del merito di alcuni dei fatti, a prescindere dalla veridicità della mancata considerazione di altri, incide sulla complessiva configurabilità del mobbing, che deve essere caratterizzato dalla molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio, dall’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente, dal nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore e dalla prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio (cfr. Cass. 17.2.2009 n. 3785), elementi che, nella specie, secondo la articolata motivazione resa in proposito dal giudice del merito, non erano tutti ravvisabili. Peraltro, in relazione alla censurata mancata ammissione di prove relative a circostanze quali i reiterati trasferimenti, l’isolamento e l’inattività che avrebbero caratterizzato la vicenda lavorativa del C., il diniego alla ripresa del lavoro nel gennaio 2000, vale osservare che le censure mirano a sollecitare una rivisitazione del merito, non consentita nella presente sede di legittimità, posto che il ricorso per cassazione, con il quale si facciano valere vizi di motivazione della sentenza, impugnata a norma dell’art. 360 n. 5 c.p.c., deve contenere – in ossequio al disposto dell’art. 366 n. 4 c.p.c., che per ogni tipo di motivo pone il requisito della specificità sanzionandone il difetto – la precisa indicazione di carenze o lacune nelle argomentazioni sulle quali si basano la decisione o il capo di essa censurato, ovvero la specificazione d’illogicità, consistenti nell’attribuire agli elementi di giudizio considerati un significato fuori dal senso comune, od ancora la mancanza di coerenza fra le varie ragioni esposte, quindi l’assoluta incompatibilità razionale degli argomenti e l’insanabile contrasto degli stessi. Onde che risulta inidoneo allo scopo il far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice del merito all’opinione che di essi abbia la parte ed, in particolare, il prospettare un soggettivo preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi deH”‘iter” formativo dì tale convincimento rilevanti ai sensi della norma in esame. Diversamente, si risolverebbe il motivo di ricorso per cassazione ex art. 360 n.5 c.p.c. in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni effettuate ed, in base ad esse, delle conclusioni raggiunte dal giudice del merito; cui, per le medesime considerazioni, neppure può imputarsi d’aver omesso l’esplicita confutazione delle tesi non accolte e/o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio ritenuti non significativi, giacché ne l’una ne l’altra gli sono richieste, mentre soddisfa l’esigenza di adeguata motivazione che il raggiunto convincimento risulti da un esame logico e coerente di quelle, tra le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie, che siano state ritenute di per sé sole idonee e sufficienti a giustificarlo (in tali termini, cfr. Cass. 23 maggio 2007 n. 120520). Nella specie non risulta che la doglianza abbia evidenziato i profili di omissione, insufficienza o contradittorietà della motivazione nei termini consentiti in sede di legittimità, indicati dalla pronunzia di legittimità richiamata.
Anche i vizi della motivazione denunziati nei motivi nono, decimo ed undicesimo del ricorso si risolvono in critiche alla ricostruzione della fattispecie in fatto ed in diritto operata dal giudice del gravame, confermativa di quella del giudice di primo grado, senza che vengano evidenziati specifici vizi di illogicità e lacune motivazionali che inficino l’impianto complessivo della decisione.

References: sentenza 
 art. 115
 art.360
 art. 360
 art. 360
 Cass. 
 sentenza 
 art. 366
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 360
 Cass.