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Timestamp: 2016-12-02 22:25:49+00:00

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Circolare mensile maggio 2014
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“C’&egrave; sempre qualcuno che &egrave; pagato troppo e tassato troppo poco – ed &egrave; sempre qualcun altro”.
Prassi e Giurisprudenza: Quesiti posti dalla stampa specializzata
1. Aiuto alla crescita economica “ACE” - chiarimenti applicativi
2. Omesso versamento di ritenute certificate
3. Domicilio fiscale nei delitti in materia di dichiarazione
4. Attivit&agrave; di riscossione e pagamento di imposte
5. Riduzione della base imponibile in caso di mancato pagamento
6. Quesiti posti dalla stampa specializzata
7. Indicazione del prezzo nelle cessioni immobiliari con pagamento differito
8. Nuovo GBER, framework R&amp;S&amp;I e nuovi obblighi di trasparenza
9. EU – Taxation of the Digital Economy: High level expert group final report
10.EU – Ecofin Meeting
11.EU – United Kingdom appeal on FTT
12.OECD - Automatic exchange of information in tax matters
13.G20 – Tokyo Tax Symposium
AREA POLITICHE FISCALI - Circolare Mensile Maggio 2014
Con la circolare n. 12/E del 23 maggio u.s., l’Agenzia delle entrate ha dettato
una serie di chiarimenti interpretativi concernenti l’agevolazione fiscale per
gli incrementi di capitale proprio (c.d. ACE), disciplinata dall’art. 1 DL n.
201/2011 (convertito con modificazioni dalla legge n. 214/2011) e dal
Decreto del Ministero dell’economia e delle finanze 14 marzo 2012.
La circolare rappresenta il primo commento organico dell’Agenzia
sull’argomento e in considerazione dell’importanza per la generalit&agrave; delle
imprese della disicplina agevolativa ad essa intendiamo dedicare un
separato approfondimento in corso di preparazione.
entrate, 23 maggio
2014, n. 12/E
In questa sede preme per&ograve; ricordare che la Legge n. 147/2013 ha
recentemento modificato, incrementandoli, i rendimenti nozionali dell’ACE
con riferimento ai periodi d’imposta 2014, 2015 e 2016. In particolare, l’art. 1,
commi 137-138 della citata legge, ha disposto che l’aliquota di riferimento
per il calcolo del rendimento nozionale degli aumenti di capitale proprio nei
tre periodi d’imposta sopracitati sia pari, rispettivamente, al 4% per il 2014, al
4,5% per il 2015 e al 4,75% per il 2016.
La terza sezione penale della Corte di Cassazione, ha ribadito con sentenza
n. 20778 del 22 maggio u.s., il principio secondo cui nel reato di omesso
versamento di ritenute certificate (ex art. 10-bis del D.Lgs. n. 74/2000) la prova
del rilascio da parte del sostituto d’imposta delle certificazioni attestanti le
ritenute subite dai sostituiti pu&ograve; essere fornita dal Pubblico Ministero anche
mediante prove documentali, testimoniali o indiziarie.
Nel caso esaminato, il ricorrente contestava la decisione della Corte
territoriale d’appello di ritenere integrato il reato di cui all’art. 10-bis del D.Lgs.
n. 74/2000 sulla scorta del solo controllo del modello 770, ignorando che il
rilascio ai dipendenti della documentazione di cui al DPR n. 322/1998 (CUD)
costiuisse requisito soggettivo del reato.
Richiamando la pronuncia delle Sezioni Unite n. 37425/2013 la Cassazione ha
precisato che la fattispecie penalmente rilevante si considera integrata dalla
condotta omissiva, realizzata con il mancato versamento, entro il termine
previsto per la presentazione della dichiarazione del sostituto, delle ritenute
risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti. Quest’ultima – ha
puntualizzato la Corte - non &egrave; tuttavia elemento costitutivo del reato, quanto
piuttosto un mero presupposto della condotta omissiva.
La Corte ha poi proseguito affermando che, nel caso di specie, una volta
comprovata la partenit&agrave; del modello 770 in forza delle dichiarazioni rese
dall’Amministrazione finanziaria, assumesse rilievo la ripartizione dell’onere
probatorio. Al riguardo, ha concluso la Corte, diviene compito dell’imputato
provare i fatti che inibiscono la pretesa punitiva, posto che la mera
affermazione di non aver rilasciato i CUD, di non aver retribuito i dipendenti e
quindi di non aver operato le ritenute, non lo esonera dalla respondabilit&agrave; in
presenza di prove documentali, da lui stesso provenienti o testimonali a
queste ultime riferite, che provino l’esatto contrario.
n. 20778/2014
Nella sentenza n. 20504 del 19 maggio 2014 la Corte di Cassazione ha
affermato che per la determinazione della competenza territoriale in caso di
reati tributari in materia di dichiarazione, commessi da persone giuridiche
(nella fattispecie dichiarazione infedele ex art. 4 D.Lgs. n. 74/2000), assume
rilievo il domicilio fiscale, che di regola coincide con la sede legale delle
societ&agrave;. Qualora la sede legale abbia per&ograve; carattere fittizio, il domicilio
fiscale rilevante per la competenza territoriale &egrave; determinato con riferimento
alla sede effettiva della persona giuridica.
La fattispecie oggetto di pronuncia riguardava una societ&agrave; di
intermediazione immobiliare i cui amministratori venivano accusati di aver
sistematicamente sottofatturato cessioni immobiliari, percependo parte dei
compensi “in nero”, evadendo cosi le imposte sui redditi e l’IVA mediante
dichiarazioni infedeli presentate in tre diversi periodi d’imposta.
Nel ricorrere in Cassazione gli imputati eccepivano, tra le altre,
l’incompetenza territoriale del Tribunale che aveva disposto il sequestro
preventivo dei loro beni per un importo equivalente al profitto del reato,
sostenendo che dalla sede legale della societ&agrave; scaturisse una diversa
competenza giurisdizionale.
Respingendo il ricorso, la Corte ha affermato che in materia di delitti
dichiarativi, nei casi in cui sia stabilita una sede fittizia, ai fini
dell’individuazione del domicilio fiscale occorre tener conto del luogo di
consumazione del reato ex art. 18 D.Lgs. n. 74/2000 che come evidenziato
dalla relazione governativa alla norma, corrisponde al luogo in cui il
contribuente ha il domicilio fiscale.
La Cassazione ha quindi aggiunto che non rilevandosi particolari diversit&agrave; tra
le esigenze dell’ordinamento tributario e quelle dell’ordinamento penale in
relazione al concetto di domicilio fiscale, per quest’ultimo assume rilevanza
quanto disposto dall’art. 58 del DPR n. 600/1973.
&Egrave; stato sottolineato che il ricorso al principio di effettivit&agrave; della sede sociale
non deve svuotare il criterio secondo cui il domicilio fiscale delle persone
giuridiche &egrave; stabilito nel luogo della sede legale, n&eacute; consente di affermare
che la sede legale sia mancante qualora risulti fittizia. Tuttavia, ha ricordato
la Corte, ai fini tributari &egrave; pratica corrente che l’Amministrazione finanziaria
attribuisca un diverso domicilio fiscale rispetto alla sede legale qualora la
sede effettiva si trovi in un altro comune e pertanto, nel caso in specie,
accertata la falsificazione dei verbali delle assemblee societarie al solo fine di
far risultare una sede legale fittizia, il Tribunale ha correttamente
rideterminato il domicilio fiscale utilizzando il criterio dell’effettivit&agrave;.
Con risoluzione n. 56/E del 30 maggio 2014, l’Agenzia delle entrate ha fornito
indicazioni in ordine al trattamento IVA delle attivit&agrave; di riscossione e di pagamento di imposte.
Nella risoluzione viene anzitutto specificato che le societ&agrave; che effettuano riscossione dei tributi, ancorch&eacute; interamente partecipate da enti pubblici (c.d.
societ&agrave; in house), in quanto costituite nella forma giuridica di societ&agrave; di capitali, rappresentano soggetti distinti dagli enti che le controllano. Ad esse,
quindi, non pu&ograve; essere applicata la disposizione di cui all’art. 4, comma 5 del
DPR n. 633/1972, che stabilisce la natura non commerciale delle operazioni
effettuate dagli enti pubblici (Stato, Regioni, Province, Comuni e altri enti di
diritto pubblico) in qualit&agrave; di pubbliche autorit&agrave;, anche quando in relazione a
tali attivit&agrave; percepiscono diritti, canoni, contributi o retribuzioni. Ne consegue
che i servizi resi dalle societ&agrave; affidatarie della riscossione (in house o meno)
devono ritenersi rientranti nel campo di applicazione dell’imposta sul valore
aggiunto e, pertanto, l’aggio dell’agente della riscossione &egrave; soggetto ad imposta con aliquota ordinaria.
n. 56/E
La risoluzione, inoltre, chiarisce quali attivit&agrave; sono da considerarsi “riscossione
di tributi”, precisando che il Legislatore, attraverso la modifica all’art. 10,
comma 1, n. 5) del DPR n. 633/1972 - operata con l’art. 38, comma 2, lett. b)
del DL n. 179/2012 (convertito con modificazioni dalla legge n. 221/2012) - ha
inteso assoggettare al tributo tutte le fasi costituenti la complessa catena della riscossione: dalla notifica delle cartelle e degli avvisi di pagamento,
all’eventuale rateazione, fino all’attivit&agrave; di esecuzione forzata (volontaria o
coattiva) della pretesa.
Il richiamato art. 10, comma 1, n. 5) esenta ora dall’IVA le sole “operazioni relative ai versamenti di imposta effettuati per conto dei contribuenti, a norma
di specifiche disposizioni di legge, da aziende ed istituti di credito”. Sul punto
l’Agenzia ha affermato che l’esenzione opera, in via generale, a prescindere
dal soggetto che effettua i servizi finanziari o di pagamento (banche, uffici
postali o altri soggetti autorizzati). Rientrano nel regime di esenzione IVA tutti i
corrispettivi percepiti per le operazioni anzidette, caratterizzati dal mero transito dei mezzi finanziari destinati al pagamento delle imposte o di altri tipi di
entrate da parte del contribuente.
Resta fermo che nell’ipotesi in cui l’affidatario del servizio di pagamento percepisca un compenso unico, pattuito preliminarmente, che comprende anche attivit&agrave; soggette ad IVA (ad esempio riscossione, accertamento, liquidazione di tributi, ecc) lo stesso dovr&agrave; essere assoggettato per intero all’imposta
(si veda al riguardo la risoluzione n. 25/E del 2003).
5. Riduzione della base imponibile in caso di
Il 15 maggio nella causa C-337/13 la Corte di giustizia europea &egrave; tornata ad
occuparsi del tema della riduzione della base imponibile IVA nei casi in cui il
committente/compratore non effettua totalmente o parzialmente il
pagamento del corrispettivo (art. 90 par. 1 e 2 della Direttiva 2006/112/CE).
La controversia esaminata dalla Corte sorgeva in relazione ad una cessione
di beni tra due societ&agrave; ungheresi non ultimata a causa del mancato
pagamento del corrispettivo. Nonostante le due societ&agrave; avessero
successivamente concordato la restituzione dei beni ad una determinata
data, quest’ultima era divenuta impossibile a causa di un sequestro sui
medesimi disposto nel frattempo. La societ&agrave; cedente aveva comunque
provveduto a rettificare nella propria dichiarazione IVA i valori relativi alla
vendita, recuperando parte dell’imposta ma l’Amministrazione finanziaria
nazionale disconosceva tale rettifica precisando che la normativa ungherese
in materia di IVA (vigente al 31 dicembre 2010) non prevedeva alcuna
disposizione che consentisse una riduzione della base imponibile sul solo
presupposto del mancato pagamento, totale o parziale del corrispettivo.
Il giudice nazionale, investito della controversia, rimetteva alla Corte di
giustizia cinque questioni: la compatibilit&agrave; con il diritto comunitario di una
normativa nazionale che non contempli la riduzione della base imponibile in
caso di mancato pagamento (come invece disposto dal richiamato art. 90
par. 1 della Direttiva); la possibilit&agrave; per il contribuente di esigere ugualmente
la riduzione applicando direttamente le disposizioni della direttiva e se si con
quali modalit&agrave;; l’eventuale necessit&agrave; per lo Stato di risarcire il danno
rinveniente dalla mancata armonizzazione alla disciplina IVA e infine, se l’art.
90, par. 2 della direttiva, lasciando agli Stati membri la facolt&agrave; di disciplinare
la riduzione della base imponibile in caso di mancato pagamento, potesse
essere inteso come atto a qualificare l’assenza di una diposizione nazionale
sul punto come un silenzio-diniego alla riduzione della base imponibile.
La corte, ha innanzitutto specificato che il richiamato par. 2 dell’art. 90
consente agli Stati membri di non disciplinare la riduzione della base
imponibile IVA in caso di mancato pagamento del prezzo di un’operazione.
In tal caso, tuttavia, gli Stati devono riportare nella normativa interna tutte le
fattispecie di riduzione della base imponibile elencate al paragrafo 1 dell’art.
90. Queste ultime, tra l’altro, possono considerarsi anche direttamente
applicabili. Gli Stati membri possono condizionare le sopracitate riduzioni al
rispetto di alcune formalit&agrave; che provino il mancanto pagamento in tutto o in
parte del corrispettivo, formilit&agrave; che – precisa la Corte – non devono per&ograve;
eccedere la loro funzione. La valutazione dell’eventuale “sproporzione” delle
formalit&agrave; rispetto al loro scopo deve essere effettuata dal giudice nazionale.
La circolare n. 10/E (c.d. multiquesiti) pubblicata dall’Agenzia delle entrate in
data 14 maggio 2014, reca diversi chiarimenti interpretativi sollecitati dalla
Il documento di prassi &egrave; suddiviso in 13 capitoli che toccano una molteplicit&agrave;
di discipline. Di seguito, ci soffermiamo su alcune risposte di particolare interesse in materia di reddito d’impresa e di compensazione di crediti fiscali.
entrate, 14 maggio
2014, n. 10/E
In materia di deduzione delle perdite su crediti, si segnala, anzitutto, la risposta relativa all’individuazione del periodo d’imposta di imputazione delle
perdite su crediti prescritti (cfr la risposta n. 4.1). In proposito, si ricorder&agrave; che
con la circolare n. 26/E del 2013 l’Agenzia delle entrate aveva riconosciuto
carattere non innovativo alla modifica apportata dal DL n. 83/2012 (convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 134) all’art. 101 co. 5 del
TUIR, secondo la quale, ai fini della deduzione delle perdite su crediti, gli elementi certi e precisi si considerano sempre presenti “quando il diritto alla riscossione del credito &egrave; prescritto”.
E’ stato tuttavia chiesto all’Agenzia delle entrate di confermare la correttezza
del comportamento delle imprese che gi&agrave; in precedenza avevano dato rilevanza anche in sede fiscale alla perdita su crediti da prescrizione.
L’Agenzia, nel dare conferma del carattere non innovativo della disposizione
aggiunta dal citato DL n. 83/2012 e, dunque, della correttezza del comportamento adottato “ante litteram” da dette imprese, ha peraltro ribadito che
resta tuttavia nel potere dell’Amministrazione finanziaria contestare che
“l’inattivit&agrave; del creditore abbia corrisposto ad una effettiva volont&agrave; liberale”.
La risposta in commento appare conseguenza inevitabile dell’asserita natura
meramente interpretativa della modifica suddetta. Tuttavia, crediamo non
possa escludersi che in passato, proprio nell’incertezza e nel silenzio del dettato normativo, talune imprese, in via prudenziale, abbiano ritenuto opportuno non dare immediata rilevanza alle perdite su crediti derivanti da prescrizione.
Sarebbe pertanto opportuno che l’Agenzia delle entrate consentisse a tali
imprese di poter fruire della deduzione nel primo periodo d’imposta utile, da
identificarsi, a nostro avviso, non con il 2012 (periodo di entrata in vigore della
modifica normativa) ma con il 2013, periodo di pubblicazione del chiarimento dell’Agenzia delle entrate, senza quindi che si renda necessaria la rettifica
delle dichiarazione annuali delle imprese coinvolte.
Sempre in tema di reddito d’impresa, segnaliamo la risposta con la quale
l’Agenzia delle entrate &egrave; tornata ad occuparsi del trattamento fiscale dei
beni di magazzino valutati a costo specifico (par. 6.2 della Circolare).
Sul punto, si ricorder&agrave; che con risoluzione n. 78/E del 2013 la stessa Agenzia
delle entrate aveva affermato l’irrilevanza fiscale di eventuali svalutazioni
operate in bilancio sugli immobili di magazzino valutati a costo specifico; soluzione che, per la verit&agrave;, non appare tuttora del tutto convincente.
Neutralit&agrave; dei valori
iscritti per beni di
magazzino valutati a
A prescindere comunque dalle perplessit&agrave; che gi&agrave; la precedente risoluzione
presentava, &egrave; stato chiesto all’Agenzia se, in coerenza con tale precedente,
siano da considerarsi fiscalmente neutrali anche gli eventuali maggiori valori
che, per qualunque motivo, siano imputati in aumento del costo (specifico)
dei beni in questione. E l’Agenzia, nella richiamata risposta, ha confermato
tale irrilevanza anche per i maggiori valori.
Al riguardo, osserviamo come non sembri del tutto chiaro il presupposto contabile del quesito posto, dato che la domanda opera riferimento alla iscrizione di maggiori valori “per qualunque motivo”. E’ chiaro, infatti, che qualora il
motivo dell’eventuale “rivalutazione” sia la ripresa di una svalutazione precedente non pu&ograve; sorgere alcun dubbio sull’irrilevanza dei maggiori valori iscritti
per riassorbire in tutto o in parte la precedente rettifica di valore, per simmetria con l’irrilevanza di essa. Allo stesso tempo e per converso, non dovrebbe
esserci dubbio alcuno sulla piena rilevanza dei maggiori valori legati al sostenimento di costi incrementativi. Infine, sempre ipotizzando che il quesito riguardasse un soggetto tenuto alla redazione del bilancio codicistico, non
appare neanche chiara quale sarebbe la situazione in cui un tale soggetto
possa evidenziare valori riferiti a beni di magazzino superiori al costo storico.
Un ulteriore punto che riteniamo opportuno evidenziare &egrave; il chiarimento fornito al paragrafo 6.3 riguardo la deducibilit&agrave; dei canoni di leasing dei veicoli
concessi in uso promiscuo ai dipendenti per oltre la met&agrave; del periodo
d’imposta (art. 164, comma 1, lett. b-bis) TUIR).
&Egrave; stato chiesto all’Agenzia delle entrate se il “periodo di deduzione minimo”
per i citati veicoli fosse quello ordinariamente previsto per i beni mobili - cio&egrave;
la met&agrave; del periodo corrispondente all’applicazione dei coefficienti tabellari
di cui al DM 31 dicembre 1988 (di regola 24 mesi) - ovvero se dovesse applicarsi anche a tale fattispecie l’art. 102, comma 7, del TUIR, che dispone una
specifica limitazione alla deducibilit&agrave; per i veicoli non utilizzati per la maggior
parte del periodo d’imposta dai dipendenti (art. 164, comma 1, lett. b) del
L’Agenzia ha confermato che ai veicoli concessi in uso promiscuo ai dipen-
Periodo minimo di
deducibilit&agrave; degli
concessi in uso promiscuo ai dipendenti
denti per la maggior parte del periodo d’imposta si applica il nuovo regime
di deducibilit&agrave; ordinaria dei beni mobili acquisiti in leasing che, per i contratti
stipulati dal 1 gennaio 2014, prevede una durata della deducibilit&agrave; non inferiore alla met&agrave; del periodo di ammortamento derivante dall’applicazione dei
coefficienti tabellari di cui al DM 31 dicembre 1988.
Non trova quindi applicazione in questo caso l’art. 102, comma 7, del TUIR
che, invece, penalizza le sole auto aziendali di cui all’art. 164, comma 1, lett.
b) del TUIR) per le quali la deducibilit&agrave; dei canoni di leasing deve avvenire
dall’applicazione dei coefficienti ministeriali anzidetti.
Il distinto trattamento fiscale delle due categorie di veicoli appare coerente
con l’evoluzione della normativa sulla deducibilit&agrave; degli acquisiti in leasing.
Prima che l’art. 4-bis del DL n. 16/2012 (convertito con modificazione dalla L.
n. 44/2012) provvedesse a svincolare la deducibilit&agrave; dei canoni di leasing dalla durata minima dei contratti era infatti impossibile modulare un diverso regime per i veicoli concessi in uso promiscuo ai dipendenti, posto che all’atto
della stipula del contratto di leasing il contribuente non poteva preventivamente comprovare la destinazione dell’autovettura al dipendente per la
&Egrave; opportuno segnalare, inoltre, la risposta resa dall’Agenzia riguardo alla richiesta di chiarimenti sulla deducibilit&agrave; per cassa dal reddito d’impresa e di
lavoro autonomo dell’IMU sui fabbricati strumentali (par. 8.2).
Come noto, con l’art. 1, comma 716, della L. n. 147/2013, &egrave; stata resa parzialmente deducibile dal reddito d’impresa, a decorrere dal periodo
d’imposta in corso al 31 dicembre 2013, l’IMU dovuta sugli immobili strumentali. Tale deducibilit&agrave;, tuttavia, trattandosi di un’imposta, &egrave; regolata
nell’ambito del reddito d’impresa dall’art. 99, comma 1, TUIR e soggetta al
principio di cassa ivi indicato.
Era stato quindi chiesto all’Agenzia delle entrate se potessero beneficiare
della deducibilit&agrave; in questione anche i contribuenti che abbiano effettuato o
che effettuino in futuro versamenti tardivi dell’imposta e cio&egrave; che provvedano al pagamento in annualit&agrave; diverse da quella di riferimento del tributo,
mediante ravvedimento operoso o a seguito di accertamenti.
Rispondendo al quesito l’Agenzia ha precisato che la scelta del Legislatore di
concedere la deducibilit&agrave; dell’IMU a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2013 implica che devono considerarsi deducibili i soli versamenti dovuti dall’annualit&agrave; 2013 in poi, posto che l’imposta in questione
deve essere corrisposta per anni solari.
L’Agenzia, inoltre, richiamando l’art. 99, comma 1 TUIR, ha affermato che tale
norma non introduce un criterio di cassa in deroga a quello generale di
competenza delle componenti negative del reddito d’impresa, trattandosi,
al contrario, di una principio di tutela dell’interesse erariale, che si realizza
nell’aggiunta di un’ulteriore condizione per la deducibilit&agrave; delle imposte: il
In sintesi, in base all’interpretazione sopra illustrata un eventuale versamento
IMU 2012 effettuato tardivamente nel 2013 risulter&agrave; comunque indeducibile.
Al contrario, un versamento IMU 2013 effettuato tardivamente nel 2014 rappresenterebbe un costo indeducibile nel periodo d’imposta 2013, ma diverrebbe deducibile nel 2014 – una volta effettuato - con relativa variazione in
diminuzione in sede di dichiarazione dei redditi.
Deducibilit&agrave; (parziale) dal reddito
d’impresa dell’IMU
sugli immobili strumentali
Tra le numerose risposte fornite dall’Agenzia delle entrate nella circolare in
commento &egrave; opportuno segnalare anche quelle rese riguardo le nuove limitazioni introdotte dalla legge di stabilit&agrave; 2014 per la compensazione tra crediti
e debiti di natura fiscale.
Come si ricorder&agrave;, l’articolo 1, comma 574, della L. n. 147/2013 (legge di stabilit&agrave; 2014), ha previsto, in analogia con quanto gi&agrave; disposto in ambito IVA
(articolo 10 del DL n. 78/2009 convertito con modificazioni dalla legge n.
102/2009), l’obbligo di apporre un visto di conformit&agrave; in dichiarazione per poter procedere alla compensazione, ai sensi dell’art. 17 del D.Lgs. n. 241/1997,
di crediti fiscali con importi superiori a 15.000 euro relativi ad imposte dirette
(Ires, Irpef e relative addizionali, ritenute alla fonte, imposte sostitutive delle
imposte sui redditi e IRAP).
Al riguardo, l’Agenzia ha fornito importanti delucidazioni rispondendo a tre
diversi quesiti. Con il primo &egrave; stato chiesto di specificare se il visto di conformit&agrave; sia richiesto per le sole compensazioni “orizzontali” o se si renda necessario
anche per le compensazioni “verticali” e inoltre, se la soglia di 15.000 euro sia
riferibile ad un singolo tributo o valga invece in relazione all’eventuale valore
cumulato di crediti derivanti da diverse imposte. Con il secondo quesito sono
state chieste delucidazioni circa l’obbligo di presentare la dichiarazione munita di visto di conformit&agrave; prima di operare la compensazione. Infine, con la
terza domanda, l’Agenzia &egrave; stata interrogata sulla possibilit&agrave; di compensare
senza i nuovi vincoli i crediti sorti in periodi d’imposta precedenti a quello di
entrata in vigore delle nuove limitazioni.
Nelle risposte &egrave; stato innanzitutto precisato che le nuove limitazioni attengono
la sola “compensazione orizzontale” e che la soglia di 15.000 euro, al superamento della quale scatta l’obbligo del visto di conformit&agrave;, &egrave; riferita
all’importo di crediti derivanti da singoli tributi e non al valore di un eventuale
cumulo di crediti di diversa natura. Inoltre, l’Agenzia ha chiarito che a differenza di quanto accade per la compensazione dei crediti IVA superiori a
5.000 euro, nel silenzio della norma non &egrave; possibile derivare alcun obbligo di
presentazione preventiva della dichiarazione certificata per poter utilizzare i
Infine, con riferimento ai crediti maturati in annualit&agrave; precedenti &egrave; stata ribadita l’interpretazione gi&agrave; fornita riguardo il controllo preventivo delle compensazioni di crediti IVA con circolare 1/E del 15 gennaio 2010, secondo cui
le nuove limitazioni divengono operative solo quando i crediti vengono “rigenerati” nella dichiarazione relativa all’anno di imposta in cui la modifica
normativa &egrave; entrata in vigore. Di conseguenza un credito maturato nel 2011
e risultante nella dichiarazione 2012 pu&ograve; essere compensato senza i nuovi
vincoli, ci&ograve; non &egrave; invece possibile qualora il credito stesso venga riportato nella dichiarazione 2014 (relativa al 2013).
Si segnala, da ultimo, la precisazione inerente le penalizzazioni nell’utilizzo dei
crediti IVA previste per le societ&agrave; e gli enti c.d. “di comodo” (par. 3.1), categoria che ricomprende, come chiarito dalla circolare dell’Agenzia delle entrate n. 23/E del 2012, sia i soggetti non operativi ai sensi dell’art. 30 della L. n.
724/1994, sia i soggetti in perdita sistematica ai sensi dell’art. 2, commi 36decies e 36 duodecies, del DL. n. 138/2011.
Si ricorda che il mancato superamento del test di operativit&agrave; previsto dal richiamato articolo 30, determina l’impossibilit&agrave; di richiedere a rimborso ovvero
di utilizzare in compensazione o cedere, eventuali eccedenze di credito IVA
risultanti dalla dichiarazione annuale.
Per l’applicazione delle richiamate limitazioni – puntualizza l’Agenzia - &egrave; irrile-
vante l’adeguamento al c.d. “reddito minimo” previsto per l’anno in cui il
soggetto non risulta operativo, anche quando avviene per evitare la perdita
dell’eccedenza di credito IVA dato che quest’ultima deriva dal raffronto tra
le operazioni imponibili IVA e l’ammontare dei ricavi presunti determinati ai
sensi del citato art. 30, comma 1.
Con risoluzione n. 53/E del 20 maggio 2014, l’Agenzia delle entrate &egrave;
intervenuta a chiarire un particolare aspetto riguardante l’applicazione ai fini
delle imposte di registro, ipotecarie e catastali del criterio del prezzo-valore
(introdotto dall’art. 1, comma 497-498, della legge 23 dicembre 2005, n. 266)
in caso di pagamenti differiti.
Il criterio in questione prevede la possibilit&agrave;, per le sole cessioni di immobili ad
uso abitativo effettuate a favore di persone fisiche che non esercitano
attivit&agrave; commerciali, artistiche o professionali, di assumere come base
imponibile ai fini delle imposte di registro, ipotecarie e catastali il valore
catastale dell’immobile (determinato ai sensi dell’art. 52, commi 4 e 5 del DPR
n. 131/1986 - TUR) in luogo del corrispettivo pattuito dalle parti, che,
comunque, deve essere indicato nell’atto. Qualora venga adottato il criterio
del prezzo-valore, la norma (comma 498) pone inoltre un limite al potere
dell’Amministrazione finanziaria di accertare il valore del trasferimento ai sensi
dell’art. 52, comma 1, TUR.
Dubbi riguardo l’applicazione della disciplina sopra descritta erano sorti a
causa dell’art. 35, comma 22, del DL n. 223/2006 che, invece, impone alle
parti coinvolte nei trasferimenti immobiliari (anche se soggetti ad IVA) di
fornire, all’atto della cessione, una dichiarazione sostitutiva di notoriet&agrave;
recante, tra l’altro, indicazione analitica delle modalit&agrave; di pagamento del
corrispettivo pattuito. Il mancato rispetto di tale obbligo comporta una
sanzione amministrativa (da 500 a 10.000 euro) e ai fini dell’imposta di
registro, l’assoggettamento dell’atto alla procedura di accertamento ex art,
52, comma 1, TUR.
Al riguardo l’Agenzia delle entrate, nell’affermare che l’obbligo di
dichiarazione sostitutiva deve ritenersi applicabile anche per i trasferimenti
effettuati con il criterio del prezzo valore, ha altres&igrave; osservato che in caso di
pagamenti differiti le parti non sono in grado di fornire alla stipula dell’atto
l’indicazione analitica delle modalit&agrave; di pagamento cui ricorreranno in futuro.
Pertanto, nell’esigenza di far coesistere la tracciabilit&agrave; dei pagamenti con la
ragionevolezza della disciplina, l’Agenzia ha precisato che, in relazione ai
compensi rinviati ad un momento successivo, l’obbligo di indicare
analiticamente le modalit&agrave; possa essere assolto fornendo in atto gli elementi
utili ad identificare quanto dovuto in saldo, in termini di tempi, importi ed
eventualmente di modalit&agrave; di pagamento.
Resta ferma per giunta la facolt&agrave; dell’Amministrazione finanziaria verificare, a
posteriori, la corrispondenza tra le movimentazioni finanziarie effettuate ed i
patti conclusi tra acquirente e venditore.
L’indicazione nell’atto degli elementi richiesti relativamente ai pagamenti
futuri esclude quindi l’applicabilit&agrave; della sanzione amministrativa e
analogamente impedisce il venir meno delle tutela accordate ai
trasferimenti soggetti al criterio del prezzo valore.
entrate, 20 maggio
2014, n. 53/E
Il 21 maggio la Commissione europea (CE) ha adottato il nuovo Regolamento generale di esenzione per categoria (GBER) che sostituir&agrave; il Regolamento
800/2008, la cui validit&agrave; era gi&agrave; stata prorogata al 30 giugno 2014 (con possibilit&agrave; di concedere agevolazioni fino al 31 dicembre prossimo, su regimi esistenti al 30 giugno).
Il GBER definisce i criteri in base ai quali un aiuto pu&ograve; essere dichiarato compatibile con il mercato interno e per questo non deve essere notificato preventivamente alla CE.
Con l’adozione del nuovo testo la CE ha inteso estendere in modo significativo la possibilit&agrave; per gli Stati membri di concedere “aiuti buoni” senza il controllo preliminare, semplificando la concessione degli aiuti e riducendo la durata dei processi per i beneficiari.
Tuttavia, in cambio di una maggiore elasticit&agrave; nell’utilizzo delle risorse pubbliche e per garantire la tutela della trasparenza e l’uso corretto dei fondi pubblici, la CE introduce nuovi obblighi di trasparenza. Gli Stati membri infatti dovranno pubblicare, su un sito web dedicato, tutti gli aiuti superiori a 500.000
euro. Le informazioni saranno pubblicate sui siti web nazionali o regionali entro 6 mesi dalla concessione dell’aiuto. La completezza e tempestivit&agrave; delle
informazioni sar&agrave; condizione di validit&agrave; degli aiuti concessi.
Inoltre, al fine di garantire la riservatezza fiscale e la tutela dei segreti commerciali, non &egrave; richiesto di divulgare informazioni sulle base imponibile delle
imprese o l'importo esatto degli sgravi fiscali ricevuti.
Altra novit&agrave; rilevante introdotta dal nuovo GBER &egrave; rappresentata dal meccanismo di valutazione previsto per alcune misure d’aiuto di valore annuale superiore ai 150 milioni di euro. Gli Stati membri che intendono adottare una
delle misure sottoposte a valutazione devono notificare alla Commissione un
piano di valutazione entro i 20 giorni successivi all’entrata in vigore dell’aiuto
stesso, e nei primi sei mesi successivi all’entrata in vigore la misura sar&agrave; coperta dall’esenzione.
Contestualmente al nuovo GBER, la Commissione ha adottato le nuove linee
guida per aiuti di Stato concessi in favore di attivit&agrave; di ricerca, sviluppo e innovazione. Le linee guida stabiliscono i criteri per definire misure agevolative
compatibili con il mercato interno ma che non sono comprese tra quelle che
sono esenti dall’obbligo di notifica preventiva alla CE (gi&agrave; disciplinate
all’interno del Regolamento Generale di Esenzione per categoria).
L’obiettivo della riforma delle Linee Guida &egrave; contribuire al raggiungimento
entro il 2020 di destinare il 3% del Pil dell’Ue per la R&amp;S limitando le distorsioni
Le nuove Linee guida saranno in vigore a partire dal primo luglio 2014. Tuttavia, con riguardo specifico agli schemi di aiuto gi&agrave; in corso di esecuzione gli
Stati membri avranno tempo fino al primo gennaio 2015 per rivederli al fine di
renderli coerenti con le nuove regole.
9. EU – Taxation of the Digital Economy: High
level expert group final report
Il 28 maggio 2014 il gruppo di esperti indipendenti incaricato ad ottobre
2013 dalla Commissione europea di esaminare le questioni chiave relative
alla tassazione dell’economia digitale ha presentato il suo rapporto finale.
Il documento &egrave; consultabile nella sezione taxation and customs del sito
web della Commissione.
Tra le conclusioni cui il gruppo &egrave; giunto si segnala la precisazione che
l’economia digitale non richiederebbe un regime fiscale specifico quanto
un adattamento delle regole fiscali gi&agrave; esistenti.
In ragione del ruolo svolto dalla digitalizzazione nello sviluppo del mercato
unico &egrave; stata ritenuto molto importante pervenire a regole fiscali semplici e
coordinate tra i Paesi UE. I prossimi sviluppi in campo IVA, relativi al regime
dei servizi digitali cosi come le semplificazioni del mini-One Stop Shop, sono
stati indicati come primi passi nella giusta direzione.
Il gruppo ha poi riconosciuto l’importante ruolo del piano d’azione BEPS in
materia di contrasto all’evasione e alla pianificazione fiscale aggressiva.
Pertanto &egrave; stato consigliato agli Stati UE di assumere una posizione comune
nei negoziati in sede OCSE al fine di giungere ad un risultato favorevole e
condivisibile per l’intera Unione.
Tra i temi del BEPS il gruppo ha invitato a dare priorit&agrave; a quelli inerenti la
competizione fiscale dannosa, la revisione delle regole sul transfer pricing e
sulla stabile organizzazione. Infine, i Paesi membri sono stati invitati a cogliere l’opportunit&agrave; fornita dai lavori in corso sulla CCCTB (Base imponibile consolidata comune).
10. EU – Ecofin Meeting
Durante l’Ecofin del 6 maggio 2014 i Ministri delle finanze dei 28 Stati membri
hanno discusso, tra le altre cose, alcuni temi di rilevanza fiscale tra i quali si
segnala l’approvazione delle modifiche proposte dalla Commissione alla
Direttiva “madre-figlia” (Direttiva 2011/96/EU) e l’evoluzione del processo di
implementazione, attraverso il meccanismo di cooperazione rafforzata, della
tassa sulle transazioni finanziarie (FTT).
Riguardo il primo punto, si ricorda che la Commissione Europea ha proposto il
25 novembre 2013 (COM(2013)814 final) alcune modifiche al testo della
direttiva “madre-figlia” volte a prevenire il verificarsi di casi di doppia non
imposizione in presenza di c.d. “hybrid loans” tra societ&agrave; localizzate in Stati
membri diversi. Dato che le normative fiscali di alcuni Paesi dell’UE
accordano ai finanziamenti ibridi regimi di esenzione o deducibilit&agrave;, le
modifiche proposte stabiliscono che lo Stato di residenza della societ&agrave;
“madre” possa astenersi dal tassare i profitti provenienti dall’impresa “figlia”,
solo nella misura in cui questi non siano gi&agrave; deducibili.
Il Consiglio Ecofin ha invitato gli esperti nazionali ad esaminare la proposta
pi&ugrave; a fondo e a renderme maggiormente chiaro il contenuto laddove necessario. A conclusione del dibattito, &egrave; comunque emersa la volont&agrave; di procedere con l’approvazione delle modifiche alla direttiva durante la prossima
riunione del Consiglio che si terr&agrave; il 20 giugno 2014.
Riguardo la proposta di implementazione della FTT, gli undici Stati membri
che fanno parte della cooperazione rafforzata – Austria, Belgio, Estonia,
Francia, Germania, Grecia, Italia, Portogallo, Slovacchia e Spagna (la Slovenia non ha firmato la dichiarazione a causa di una crisi politica interna) hanno presentato al Consiglio ECOFIN una dichiarazione congiunta attraverso la quale si impegnano a proseguire il cammino verso l’approvazione
dell’imposta con un approccio graduale. La presidenza di turno (Grecia) ha
preso nota della dichiarazione e ha confermato che tutti gli aspetti rilevanti
saranno presi in considerazione dagli esperti nazionali. Il primo passo, per
l’implementazione della tassa, dovr&agrave; comunque essere compiuto al pi&ugrave; tardi
il 1&deg; gennaio 2016 ed &egrave; quindi presumibile che i lavori subiscano un accelerazione durante il periodo di presidenza italiana dell’UE (1 luglio – 31 dicembre
11. EU – United Kingdom appeal on FTT
Con sentenza nella causa C-209/2013 la Corte di giustizia europea ha rigettato il 30 aprile 2014 il ricorso presentato dal Regno Unito contro la decisione dal
Consiglio (adottata il 22 gennaio 2013 ) di autorizzare la cooperazione rafforzata di 11 Stati membri per l’istituzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie (Financial Transaction Tax – FTT).
Il Regno Unito portava all’attenzione della Corte il fatto che l’istituzione
dell’imposta sulla base delle proposte avanzate della Commissione il 28 settembre 2011 (COM(2011) 594) e il 14 febbraio 2013 (COM(2013) 71), che prevedono un connubio del principio di residenza e del principio di emissione
per la determinazione delle operazioni da tassare avrebbe sicuramente provocato effetti extraterritoriali, violando il diritto internazionale consuetudinario
e l’art. 327 del TFUE laddove stabilisce che le cooperazioni rafforzate devono
rispettare le competenze, i diritti e gli obblighi degli Stati membri che non vi
partecipano. Dall’attuazione della FTT – sosteneva il Regno Unito - sarebbero
scaturiti costi di gestione a carico degli Stati non partecipanti alla cooperazione rafforzata legati agli obblighi che gravano sugli Stati UE in materia di reciproca assistenza e cooperazione amministrativa.
Nel respingere il ricorso, la Corte ha precisato come la decisione impugnata
dal Regno Unito mirasse esclusivamente ad autorizzare undici Stati membri
ad agire nel rispetto dei trattati e che quindi non &egrave; possibile desumere da un
simile atto il verificarsi di effetti extraterritoriali o l’insorgere di costi gestionali
inerenti la cooperazione amministrativa intracomunitaria.
La Corte ha quindi ha affermato che le questioni sollevate dal Regno Unito
non possono essere esaminate nel merito fintanto che i principi d’imposizione
relativi all’imposta sulle transazioni finanziarie non saranno definitivamente
12. OECD - Automatic exchange of information
In occasione della riunione annuale del Consiglio OCSE a livello ministeriale,
tenutasi a Parigi il 6-7 maggio 2014, i 34 Stati membri dell’organizzazione ed
altri 13 Paesi (Argentina, Brasile, Cina, Colombia, Costa Rica, India, Indonesia,
Lettonia, Lituania, Malesia, Arabia Saudita, Singapore e Sud Africa) hanno
firmato una dichiarazione congiunta a favore dello scambio automatico di
informazioni bancarie in materia fiscale.
C-209/13
La dichiarazione esprime la volont&agrave; dei Paesi firmatari di implementare lo
standard unico per lo scambio di informazioni elaborato dall’OCSE e
pubblicato il 13 febbraio u.s. il modello disciplina nel dettaglio gli aspetti
procedurali che le Amministrazioni fiscali competenti dei Paesi coinvolti
devono adottare per ottenere tutte le informazioni rilevanti dalle proprie
istituzioni finanziarie imponendo inoltre lo scambio automatico delle stesse
con cadenza annuale.
&Egrave; opportuno notare che tra i paesi firmatari compaiono Svizzera e Singapore,
in precedenza non coinvolti in simili accordi per lo scambio automatico di
L’OCSE ha comunicato la prossima presentazione di un commentario al
modello che dovrebbe essere esaminato dai Ministri delle finanze riuniti nel
G20 del 20-21 settembre p.v.
Al Global Forum sulla trasparenza e lo scambio di informazioni in materia
fiscale &egrave; stato affidato il compito di monitorare ed eventualmente
13. G20 – Tokyo Tax Symposium
Il 9 e 10 maggio 2014 si &egrave; tenuto a Tokyo l’International Tax Symposium
promosso dalla presidenza di turno australiana del G20, con la
collaborazione del Ministero delle Finanze giapponese.
All’incontro hanno partecipato oltre 200 delegati provenienti da 40 diversi
Paesi in rappresentanza del mondo politico, delle amministrazioni finanziarie e
del business. Confindustria ha preso parte attraverso un proprio delegato:
l’avv. Andrea Manzitti.
L’incontro &egrave; stato dedicato ai temi della riforma del sistema fiscale
internazionale, con particolare attenzione per l’attuazione del piano d’azione
BEPS (tassazione dell’economia digitale, country-by-country reporting, hybrid
mismatches, treaty abuse, ecc) e per la promozione dello scambio di
informazioni tra amministrazioni finanziarie, tenendo in considerazione, su
entrambi i punti, la necessit&agrave; di una collaborazione efficace con i Paesi in via
I risultati emersi dal dibattito saranno esaminati dai ministri delle finanze e dai
delegati delle banche centrali del G20 che si riuniranno il 22 e 23 giugno a
Melbourne e alla riunione dei Governatori delle banche centrali prevista per il
20 e 21 settembre a Cairns.
Per ogni ulteriore informazione &egrave; possibile consultare l’area dedicata
all’evento sul sito web del G20.

References: sentenza

 art. 10
 sentenza 
 art. 4
 art. 18
 art. 10
 art. 90
 articolo 30
 art. 30
 sentenza