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Timestamp: 2019-06-18 15:18:55+00:00

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In tema di incapacità del coniuge in regime di comunione legale a testimoniare nelle controversie in cui sia parte l'altro coniuge
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In tema di incapacità del coniuge in regime di comunione legale a testimoniare nelle controversie in cui sia parte l’altro coniuge
Corte di Cassazione, sezione seconda civile, Ordinanza 4 aprile 2019, n. 9399.
Ordinanza 4 aprile 2019, n. 9399
In tema di incapacità del coniuge in regime di comunione legale a testimoniare nelle controversie in cui sia parte l’altro coniuge, non è configurabile, nell’ordinamento vigente, un generale divieto di testimonianza, dovendosi invece verificare di volta in volta la natura del diritto oggetto della controversia, avuto anche riguardo al carattere di norme di stretta interpretazione sull’incapacità a testimoniare, che introducono una deroga al generale dovere di testimonianza.
(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura in calce al ricorso;
(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), in proprio e quali eredi di (OMISSIS), domiciliati in ROMA presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, e rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 4357/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 30/10/2014;
1. Con atto di citazione del 3 ottobre 2005, (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), quali eredi della madre (OMISSIS), convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Napoli (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) al fine di accertare la proprieta’ degli attori sul locale posto al primo piano del fabbricato in (OMISSIS), riportato in NCEU alla partita (OMISSIS), ancora intestato ai convenuti ed a (OMISSIS) deceduta il (OMISSIS).
Deducevano che (OMISSIS) aveva acquistato per effetto di un accordo non trasfuso in forma scritta il vano oggetto di causa dal fratello (OMISSIS), dante causa dei convenuti, al quale era pervenuto a seguito della divisione per notar (OMISSIS) del 5 settembre 1954; inoltre il locale era stato sin dal dicembre del 1955 accorpato alla proprieta’ di (OMISSIS), e sino alla morte di quest’ultima avvenuta nel (OMISSIS), avendo gli attori continuato a possedere il bene anche in seguito, avendo quindi maturato l’usucapione della proprieta’.
Si costituivano i convenuti i quali deducevano che il vano era stato in realta’ locato alla dante causa degli attori e chiedevano il rigetto della domanda, proponendo in via riconvenzionale domanda di risoluzione del contratto per morosita’ risalente al 1992.
La Corte d’Appello di Napoli con la sentenza n. 4357 del 30 ottobre 2014 ha rigettato entrambi i gravami, compensando per la meta’ le spese del grado, ponendo la residua parte a carico degli appellanti principali.
Quanto alla deduzione secondo cui la tardiva proposizione della domanda riconvenzionale determinava anche l’inammissibilita’ dell’eccezione sollevata dai convenuti e delle relative richieste istruttorie, la Corte di merito osservava che la contestazione mossa dai convenuti circa la ricorrenza dei presupposti per l’usucapione non poteva esser qualificata in termini di eccezione in senso stretto, con la conseguenza che la verifica circa la ricorrenza di un contratto di locazione ben poteva essere esaminata dal giudice adito, ancorche’ al fine di rigettare la domanda attorea.
La Corte d’Appello osservava che la valutazione delle prove rientra nell’attivita’ decisoria espressamente riservata al giudice di merito, essendo condivisibile sul punto quanto opinato dal Tribunale che aveva escluso che fosse emersa in maniera univoca la prova che il godimento del locale da parte degli attori fosse connotato dalla presenza di una situazione di possesso.
D’altronde anche i lavori eseguiti da parte degli attori non erano di per se’ incompatibili con la presenza di una detenzione riconducibile ad un contratto di locazione, cui avevano fatto cenno i testi addotti da parte convenuta.
Doveva pertanto reputarsi escluso il raggiungimento della prova dell’avvenuta usucapione, prova che deve presentare i caratteri della certezza, senza che possano residuare spazi e perplessita’ sulla veridicita’ ed attendibilita’ delle circostanze asserite.
Del pari motivata in maniera corretta era la decisione del Tribunale di escludere la sostituzione di un teste indicato da parte attrice e deceduto, posto che il decesso risaliva ad una data anteriore alla stessa indicazione del suo nominativo nelle memorie istruttorie di cui all’articolo 184 c.p.c.
Disatteso anche il motivo di appello principale, concernente la liquidazione delle spese di lite, era rigettato anche l’appello incidentale con il quale si contestava la conclusione circa l’inammissibilita’ della domanda riconvenzionale, per la tardiva costituzione dei convenuti.
Infatti, la deduzione secondo cui (OMISSIS) si era gia’ costituito alla data del 9 marzo 2006, e quindi tempestivamente rispetto alla data indicata in citazione per la prima udienza, si fondava sul fatto che una copia di tale comparsa recava il timbro della cancelleria con tale data.
Tuttavia era emerso che il convenuto non si era regolarmente costituito con il deposito di fascicolo di parte, essendo altresi’ emerso che la comparsa di costituzione non recava la sottoscrizione autentica della parte.
Solo a seguito del rilievo del Tribunale, il (OMISSIS) aveva regolarizzato la sua costituzione, con la produzione del fascicolo di parte contenente la comparsa in originale con regolare procura, sicche’ a tale data poteva farsi risalire la costituzione, data che pero’ era successiva alla maturazione della preclusione alla proposizione della domanda riconvenzionale.
Per la cassazione di tale sentenza hanno proposto ricorso (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) articolato in quattro motivi.
2. Il primo motivo di ricorso principale denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 167 c.p.c., comma 2 e articolo 184 c.p.c., nella formulazione anteriore alla riforma di cui alla L. n. 80 del 2005, con la conseguente inammissibilita’ della prova testimoniale richiesta dai convenuti, in quanto correlata alla domanda riconvenzionale inammissibile.
Si deduce che le deduzioni difensive svolte dai convenuti, e volte a supportare la domanda riconvenzionale, mirata a conseguire la risoluzione del contratto di locazione asseritamente esistente tra le parti, in relazione al bene oggetto di causa, non potevano essere esaminate dal giudice di merito, in quanto travolte dalla declaratoria di inammissibilita’ della domanda riconvenzionale.
Ne derivava che anche la prova testimoniale funzionale alla dimostrazione della conclusione di un contratto di locazione non poteva essere ammessa, sicche’ la decisione della causa sarebbe dovuta avvenire prescindendo dal contenuto delle deposizioni rese dai testi addotti dalla controparte, le quali avevano invece fondato la valutazione di incertezza circa gli esiti della avversa prova richiesta da parte ricorrente.
Il secondo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione degli articoli 112 e 166 c.p.c. e articolo 167 c.p.c., comma 2 nonche’ l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti con il travisamento della tipicita’ della domanda riconvenzionale.
Si ritiene erronea la valutazione dei giudici di merito che hanno ritenuto che i convenuti si fossero limitati a proporre delle mere allegazioni difensive volte a negare l’esistenza dei presupposti dell’azione di usucapione, trascurando che tali deduzioni erano pero’ destinate a supportare una domanda riconvenzionale della quale e’ stata rilevata l’inammissibilita’.
Ed, invero, parte ricorrente non contesta che la deduzione circa la intervenuta conclusione di un contratto di locazione, quale titolo idoneo a giustificare la mera detenzione del bene da parte degli attori, ove riguardata di per se sola, costituirebbe un’eccezione o, ancor meglio, una mera contestazione dei fatti costitutivi della domanda di usucapione (come dovrebbe ricavarsi dalla previsione di cui all’articolo 1141 c.c., comma 2), ma sostiene che avendo i convenuti legato tale affermazione anche alla proposizione di una domanda riconvenzionale, che pero’ e’ stata ritenuta oggetto di tardiva formulazione, sarebbe stata preclusa ogni possibilita’ di tenere conto di tale allegazione, anche ai fini dell’ammissione delle richieste istruttorie delle controparti, che erano appunto finalizzate a dimostrare come sin ab initio il godimento del bene della dante causa dei ricorrenti avesse titolo in una detenzione derivante da un contratto di locazione.
Va quindi evidenziato che non appare in alcun modo contestata la conclusione secondo cui l’allegazione dell’esistenza del contratto di locazione, in quanto finalizzata esclusivamente ad ottenere il rigetto della avversa domanda di usucapione, sia un’eccezione che esula dalla previsione di cui all’articolo 167 c.p.c., comma 2 (e cio’ ancorche’ nel caso di specie, anche a voler accedere alla diversa tesi che si tratti di eccezione in senso stretto, la soluzione non muterebbe, posto che, risalendo la citazione alla data del 3/10/2005, come confermato dagli stessi ricorrenti, operano le previsioni di rito nella formulazione anteriore alla novella di cui alla L. n. 80 del 2005, entrata in vigore solo il 1 marzo del 2006, cosi’ che la preclusione alla proposizione delle eccezioni in senso stretto era differita alla successiva scadenza del termine concesso ai sensi del previgente articolo 180 c.p.c., comma 2; ne deriva che essendosi i convenuti costituiti, tardivamente per la proposizione della domanda riconvenzionale, ma comunque alla prima udienza indicata in citazione del 15/12/2005, le deduzioni contenute nella loro comparsa di risposta circa l’esistenza del contratto di locazione, come si ricava dalla lettura anche del controricorso, sarebbero in ogni caso tempestive anche ove qualificate come eccezioni in senso stretto), ma si pretende piuttosto di far discendere dall’inammissibilita’ della domanda riconvenzionale, la stessa inammissibilita’ dell’eccezione.
La doglianza non puo’ pero’ avere seguito.
Va in primo luogo richiamato lo stesso contenuto dell’articolo 36 c.p.c. il quale nel fornire la definizione delle domande riconvenzionali, fa riferimento a quelle domande che dipendono dal titolo dedotto in giudizio dall’attore o da quello che gia’ appartiene alla causa come mezzo di eccezione, confermando quindi l’autonomia che esiste concettualmente tra l’eccezione e la domanda riconvenzionale, sebbene entrambe possano avere ad oggetto i medesimi fatti, rappresentando la seconda l’opportunita’ per la parte, a fronte della formulazione di un’eccezione, di un ampliamento del novero delle domande proposte nel corso del giudizio, a fine di conseguire, perlomeno per l’eccipiente, un’utilita’ ulteriore rispetto a quella rappresentata dal mero rigetto della domanda avversa.
Ne consegue che l’eventuale inammissibilita’ della domanda riconvenzionale, ancorche’ per ragioni di rito legate alla sua tardiva proposizione, come avvenuto nella fattispecie, non pone nel nulla anche l’eccezione alla quale la domanda stessa si agganciava, imponendo quindi al giudice di dover in ogni caso valutare i fatti posti a fondamento dell’eccezione, sebbene al piu’ limitato fine di pervenire al rigetto della domanda.
La correttezza della soluzione alla quale e’ pervenuta la Corte distrettuale, trova conforto anche nella giurisprudenza di questa Corte, la quale ha appunto affermato che (cfr. Cass. n. 4233/2012), mentre con la domanda riconvenzionale il convenuto, traendo occasione dalla domanda contro di lui proposta, oppone una controdomanda e chiede un provvedimento positivo, sfavorevole all’attore, che va oltre il mero rigetto della domanda attrice, mediante l’eccezione riconvenzionale egli, pur deducendo fatti modificativi, estintivi o impeditivi, che potrebbero costituire oggetto di un’autonoma domanda in un giudizio separato, si limita a chiedere la reiezione della pretesa avversaria, totalmente o anche solo parzialmente, al fine di beneficiare di una condanna piu’ ridotta. Ne consegue che la mancata impugnazione della decisione di rigetto della domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni per i vizi dell’opera appaltata, resa dal giudice di primo grado in considerazione della mancata prova dei fatti posti a fondamento di essa, comporta la sola preclusione di riproporre nel giudizio di appello l’esame di detta domanda, ma non determina l’abbandono dell’eccezione riconvenzionale, riproposta in sede di gravame, parimenti fondata su tali vizi e volta a confutare la pretesa attorea sotto il profilo del “quantum” (conf. Cass. n. 16314/2007).
Ne discende quindi che (cfr. Cass. n. 21472/2016) anche quando il convenuto chieda, in via riconvenzionale, accertarsi l’esistenza di un rapporto contrattuale diverso da quello prospettato dall’attore, sull’assunto che da cio’ ne deriverebbe la nullita’ o l’inefficacia, totale o parziale, o comunque un effetto estintivo, impeditivo o modificativo dei diritti fatti valere dall’attore medesimo, domandando anche l’eventuale condanna di quest’ultimo al pagamento di quanto dovuto in base a tale differente prospettazione, qualora una siffatta domanda riconvenzionale risulti inammissibile per motivi processuali, la stessa puo’ e deve comunque essere presa in considerazione come eccezione, con il solo e piu’ limitato possibile esito del rigetto delle richieste di parte attrice (conf. Cass. n. 11679/2014, in relazione all’inammissibilita’ della domanda riconvenzionale formulata con la memoria ex articolo 416 c.p.c. senza richiesta, ex articolo 418 c.p.c., di spostamento dell’udienza, essendosi ritenuta non preclusa la valutazione, da parte del giudice, del fatto integratore della stessa che assuma valore di eccezione, quale fatto impeditivo, estintivo o modificativo del fatto costitutivo della pretesa dell’attore, ai fini della decisione sulla domanda principale; Cass. n. 10206/2015; Cass. n. 22552/2009).
Correttamente quindi la sentenza gravata, pur confermando la valutazione di inammissibilita’ per ragioni processuali della domanda riconvenzionale, con l’impossibilita’ di potersi pronunciare sulla richiesta risoluzione del contrato di locazione intercorrente tra le parti, ha pero’ valutato la ricorrenza del dedotto rapporto locatizio, sebbene al limitato fine di respingere la domanda avversa di usucapione.
3. Il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione dell’articolo 115 c.p.c., comma 1, articoli 116, 244 e 246 c.p.c. con la conseguente inammissibilita’ della prova richiesta dalla controparte, stante la nullita’ delle deposizioni dei testi incapaci e l’irrilevanza delle deposizioni comunque inattendibili. Si denuncia altresi’ la violazione dell’articolo 104 disp. att. c.p.c. e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio quanto al diniego della richiesta di provvedere alla sostituzione di un teste indicato da parte attrice ma defunto.
Si osserva, quanto alla prima parte della censura, che due dei testi escussi erano coniugi, in regime di comunione legale, con due delle convenute, e che era stata tempestivamente sollevata eccezione di incapacita’ a testimoniare ex articolo 246 c.p.c., essendo stata tale eccezione poi reiterata nei motivi di appello.
Si osserva poi che e’ stata trascurata la ben maggiore specificita’ delle deposizioni dei testi indicati da parte ricorrente e si lamenta che era del tutto ingiustificato il diniego opposto alla richiesta di sostituzione del teste (OMISSIS), deceduta in data successiva alla notifica dell’atto di citazione, motivata solo in ragione del fatto che tale sostituzione non era stata gia’ effettuata in occasione della redazione delle memorie istruttorie ex articolo 184 c.p.c.
Ed, invero va rilevata l’inammissibilita’ della censura nella parte in cui in maniera del tutto generica, ed in violazione anche della previsione di cui all’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, lamenta una valutazione inattendibile delle prove testimoniali operata dal giudice di merito, mirando con tale doglianza a contestare l’insindacabile esercizio del potere di apprezzamento delle risultanze istruttorie, riservato dalla legge al giudice di merito, senza nemmeno peritarsi di riportare in maniera compiuta il tenore delle varie deposizioni testimoniali rese sul punto dai testi escussi.
Quanto, invece alla diversa deduzione circa l’eccezione di incapacita’ di alcuni dei testi addotti dai controricorrenti, si rileva che in ricorso la parte ha riferito che l’eccezione de qua era stata tempestivamente formulata nel corso ed all’esito dell’assunzione della prova testimoniale stessa, costituendo poi specifico oggetto di gravame.
Al riguardo va richiamato il costante orientamento di questa Corte secondo cui (cfr. Cass. n. 23896/2016) qualora, in sede di ricorso per cassazione, venga dedotta l’omessa motivazione del giudice d’appello sull’eccezione di nullita’ della prova testimoniale (nella specie, per incapacita’ ex articolo 246 c.p.c.), il ricorrente ha l’onere, anche in virtu’ dell’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, di indicare che detta eccezione e’ stata sollevata tempestivamente ai sensi dell’articolo 157 c.p.c., comma 2, subito dopo l’assunzione della prova e, se disattesa, riproposta in sede di precisazione delle conclusioni ed in appello ex articolo 346 c.p.c., dovendo, in mancanza, ritenersi irrituale la relativa eccezione e pertanto sanata la nullita’, avendo la stessa carattere relativo (conf. Cass. n. 6555/2005; Cass. S.U. n. 21670/2013).
La mancata specificazione circa la reiterazione dell’eccezione de qua, non solo sub specie di motivo di appello, ma anche in occasione della precisazione delle conclusioni in primo grado, rende evidente quindi l’inammissibilita’ della doglianza ai sensi della norma ora menzionata.
L’eccezione di incapacita’ sarebbe comunque infondata nel merito.
Ed, infatti, questa Corte ha precisato che (Cass. n. 2621/2005) in tema di incapacita’ del coniuge in regime di comunione legale a testimoniare nelle controversie in cui sia parte l’altro coniuge, non e’ configurabile, nell’ordinamento vigente, un generale divieto di testimonianza, dovendosi invece verificare di volta in volta la natura del diritto oggetto della controversia, avuto anche riguardo al carattere di norme di stretta interpretazione delle disposizioni sulla incapacita’ a testimoniare, che introducono una deroga al generale dovere di testimonianza.
In tal senso si e’ affermato che (cfr. Cass. n. 988/2010) in caso di regime di comunione di beni fra i coniugi, qualora sia promossa una controversia da parte di uno di essi per l’attribuzione di un bene destinato ad incrementare il patrimonio comune, l’altro coniuge, pur non avendo la qualita’ di litisconsorte necessario, si trova in una condizione di incapacita’ a testimoniare, ai sensi dell’articolo 246 c.p.c., stante la sua facolta’ di intervenire nel processo.
Nella specie, pero’, attesa anche l’inammissibilita’ della domanda riconvenzionale proposta, l’oggetto del processo era limitato solamente, avuto riguardo alla posizione dei convenuti, ad ottenere il rigetto dell’altrui domanda di usucapione (o di accertamento della proprieta’) ma in relazione a beni che erano di originaria proprieta’ degli stessi convenuti per provenienza ereditaria, e quindi sottoposti al regime dei beni personali.
In merito invece alla doglianza che investe la mancata sostituzione del teste deceduto, va in primo luogo ribadito che la prova testimoniale, a pena d’inammissibilita’, va dedotta entro il termine perentorio di cui all’articolo 184 c.p.c., con specifica indicazione non solo dei fatti sui quali deve vertere l’escussione ma anche dei nominativi delle persone da interrogare (cfr. Cass. n. 27007/2005), sicche’ stante l’inderogabilita’ del regime delle preclusioni anche istruttorie, che prescinde per il rilievo della sua violazione dell’eventuale eccezione della parte, non puo’ trovare fondamento l’argomento di parte ricorrente secondo cui l’erronea indicazione di un teste deceduto con le memorie di cui all’articolo 184 c.p.c., non era stata eccepita dalla controparte, rilevando piuttosto la considerazione secondo cui l’errore commesso si riverberava unicamente in danno dei ricorrenti che avevano indicato come teste un soggetto del quale non poteva poi avvenire l’escussione nel corso dell’istruttoria.
Quanto alle vicende che possano colpire il testimone, e con specifico riferimento all’ipotesi di decesso, non ignora il Collegio come questa Corte abbia in passato affermato che (cfr. Cass. n. 13187/2013) qualora, una volta ammessa la prova testimoniale con l’indicazione delle persone da assumere e fissata l’udienza per la loro escussione, sopravvenga il decesso di uno dei testi ammessi e la parte deducente non abbia provveduto alla sua intimazione per l’udienza di assunzione, tale parte non incorre nella decadenza prevista dall’articolo 104 disp. att. c.p.c., comma 1 dovendo piuttosto trovare applicazione analogica – rispetto a questa ipotesi non disciplinata dal codice di rito – la norma contemplata nel comma 2 di detta disposizione che consente di ritenere giustificata l’omissione e legittima il giudice a fissare, con successiva ordinanza, una nuova udienza per l’assunzione degli ulteriori testi ammessi, siccome, anche in tal caso, si impone l’esigenza di evitare la decadenza determinata da un impedimento incolpevole (conf. Cass. 16764/2006), ma trattasi di precedenti che non appaiono attagliarsi al caso in esame.
Ed, invero il richiamo alla presenza di un impedimento incolpevole, induce a ritenere che la possibilita’ di sostituzione del teste defunto possa essere invocata nel caso in cui il teste sia deceduto nelle more tra il provvedimento di ammissione della prova (o al piu’ tra la data di deposito delle memorie istruttorie) e quella fissata per l’escussione del teste, poiche’ in tal caso il decesso del teste si pone come evento imprevisto che non puo’ riverberarsi in danno della parte che lo aveva indicato.
A diversa conclusione deve invece addivenirsi nella diversa ipotesi in cui il decesso del teste sia anteriore alla data di redazione delle memorie istruttorie di cui all’articolo 184 c.p.c. essendo onere della parte interessata verificare che i testi, eventualmente gia’ indicati in occasione della redazione dell’atto introduttivo del giudizio, siano ancora in vita.
L’omissione di tale verifica rende non piu’ incolpevole l’impedimento generato dalla dipartita del teste, e quindi impedisce di accedere alla eventuale richiesta di sostituzione, fatta salva l’ipotesi, che necessita di adeguata prova, che la mancata conoscenza del precedente decesso sia imputabile a cause oggettivamente non riconducibili a negligenza della parte (fattispecie questa nemmeno dedotta dai ricorrenti).
4. Il quarto motivo denuncia la violazione e falsa applicazione degli articoli 1376, 1158, 1164 e 1141 c.c. nonche’ l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti.
Assumono i ricorrenti che sin dall’introduzione del giudizio avevano allegato che in realta’ tra la propria dante causa ed il dante causa dei convenuti era intercorsa una compravendita del bene, sebbene affetta da nullita’ per vizio di forma.
Il motivo e’ evidentemente inammissibile.
In disparte la violazione dell’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6 nella parte in cui si contesta l’apprezzamento delle prove testimoniali operato in sede di merito senza nemmeno riprodurre il tenore delle varie deposizioni rese dai testi escussi (limitandosi solo a richiamare, e peraltro in maniera parziale, le deposizioni rese da alcuni dei testi indicati dai ricorrenti), la censura si risolve nella sollecitazione alla Corte di pervenire ad un diverso apprezzamento delle risultanze istruttorie, pretendendosi che si acceda alla tesi dell’esistenza di un contratto di compravendita concluso in forma orale, quale titolo idoneo a giustificare il permanere nel godimento del bene da parte dei ricorrenti e della loro dante causa, a fronte invece di una ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito che ha ritenuto che tale assunto difensivo non emergesse con carattere di univocita’ dal complessivo materiale istruttorio, non essendo stata quindi fornita quella prova dotata di specificita’ e precisione che e’ invece necessaria per l’accoglimento della domanda di usucapione (cfr. da ultimo Cass. n. 20539/2017, secondo cui in tema di usucapione, l’esigenza di un attento bilanciamento dei valori in conflitto, tutelati dall’articolo 1 del Protocollo Addizionale n. 1 alla CEDU, come interpretato dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, impone al giudice nazionale l’impiego di un particolare rigore nell’apprezzamento – anche sul piano probatorio – della sussistenza dei presupposti per l’acquisto a titolo originario della proprieta’, prevalente sul precedente titolo dominicale).
5. Stante il rigetto del ricorso principale, deve ritenersi assorbito il ricorso incidentale, in quanto espressamente condizionato, con il quale i controricorrenti, in relazione alla declaratoria di inammissibilita’ della domanda riconvenzionale, hanno dedotto la violazione e falsa applicazione degli articoli 171, 291, 112 e 113 c.p.c. e del Regio Decreto n. 2071 del 1925.
6. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo con attribuzione all’avv. (OMISSIS), dichiaratasene anticipataria.
5. Poiche’ il ricorso principale e’ stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed e’ rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilita’ 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater del testo unico di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione. Non ricorrono invece le condizioni per l’applicazione di tale norma per i ricorrenti incidentali, atteso l’assorbimento del gravame incidentale.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al rimborso delle spese del presente giudizio in favore dei controricorrenti, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori di legge, con attribuzione all’avv. (OMISSIS) dichiaratasi antistataria;
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti principali, del contributo unificato dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.
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References: sentenza 
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 sentenza 
 articolo 184
 articolo 167
 articolo 180
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 articolo 416
 articolo 418
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 articolo 246
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 articolo 246
 articolo 346
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 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
 articolo 1
 articolo 13
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