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Timestamp: 2020-07-05 13:40:17+00:00

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Qui ed ora: Il caso Blue Whale e la sentenza sui divorzi
Una fra le diverse sfide del giornalismo, nel nuovo millennio, consiste nel fare informazione focalizzando argomenti di pubblico interesse, uscendo da logiche di autoreferenzialità e cogliendo il più possibile lo spirito del tempo: in questo senso nasce la rubrica “Qui ed ora”, dedicata all’approfondimento di argomenti legati alla stretta attualità (“ora”) o al nostro territorio (“qui”).
In questa prima puntata, illustriamo due argomenti attualissimi: il caso “Blue Whale”, riguardante i numerosi suicidi collegabili alla spaventosa “lista della morte” e simboleggiato dalla ormai famosa balena blu, sarà trattato dalla nostra Marika Pucci.
La sentenza della cassazione sui divorzi, che ristabilisce i criteri quantitativi dell’assegno di mantenimento, sarà invece esaminata dal nostro Marco D’Alonzo.
La definizione di “gioco” mal si applica ad un fenomeno come il Blue Whale che dell’aspetto ludico ha poco e niente: mortale e pericoloso è diventato un vero trend fra i giovanissimi.
Se all’inizio sembrava una bufala ben architettata ben presto è apparso chiaro, grazie anche al servizio fatto dalle Iene, come non sia uno scherzo ma un’atroce verità.
Una lista di cinquanta punti deve essere completata in un crescendo di angoscia e pericolosità fino al macabro finale che prevede il suicidio, gettandosi dal palazzo più alto della propria città.
Il nome ha un’etimologia affascinante e conturbante: si riferisce alle sfortunate balene che si arenano per lasciarsi lentamente morire.
Philipp Budeikin, il presunto inventore del “Blue Whale”. Fonte “Blasting news”
Secondo quanto riportano alcuni tabloid, sarebbe nota l’identità dell’ideatore del Blue Whale: si tratterebbe del russo Philipp Budeikin e solo in un secondo momento sarebbe diventata una moda virale su internetRisulta evidente che la moda abbia trovato campo fertile fra i giovani adolescenti, tanto che numerosi casi di suicidio sono stati ricondotti alle dinamiche del Blue Whale, alimentatesi attraverso l’uso sconsiderato dei social network.
Assistiamo pertanto inermi al dilagare di un pericoloso e letale gioco, così come abbiamo assistito inermi quando il trend del momento era scattarsi selfie in luoghi ad alto rischio (sui cordoli dei grattacieli o appena prima della arrivo di un treno).
La tecnologia è sempre più presente nelle nostre vite e le idee su internet circolano sempre più velocemente, ma forse fenomeni come questo ci mostrano il pericolo a cui ci sottoponiamo durante la libera navigazione sui siti internet; è vero che il sistema è controllato, ma troppo spesso ormai alle maglie del controllo sfuggono alcune dinamiche problematiche che possono diffondersi rapidamente e che, altrettanto rapidamente, possono influenzare una quota di pubblico impreparata ad esse.
Un uso più consapevole di internet è sicuramente la base per fermare fenomeni come il Blue Whale e creare una piattaforma più sicura, anche se, forse, tali mode fanno parte dell’essenza stessa del web. Se l’avvento della tecnologia ha migliorato le nostre vite e internet ci ha concesso di dire la nostra su qualsiasi argomento, l’altra faccia della medaglia è il dilagare di false notizie, di giochi pericolosi, di idee morbose.
DIVORZI: SENTENZA STORICA DELLA CASSAZIONE
Con una sentenza che chi scrive non esita a definire rivoluzionaria, alla luce del neofemminismo dilagante che impazza in tutti i gangli della nostra società, a partire dai media per arrivare fino alle austere stanze della politica, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha stabilito, nel rigettare il ricorso che una donna aveva esperito avverso una pronuncia della Corte d’Appello di Milano, che l’ammontare dell’assegno di divorzio non debba più essere determinato in base al tenore di vita matrimoniale, bensì all’indipendenza o all’autosufficienza del coniuge.
In seguito al divorzio, infatti, si legge in una nota, “il rapporto matrimoniale si estingue non solo sul piano personale, ma anche economico-patrimoniale, sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo […] in una indebita prospettiva di ultrattività del vincolo matrimoniale”.
Pertanto, “se è accertato che l’ex coniuge è economicamente indipendente o effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto tale diritto [di vedersi assegnato l’assegno, n.d.r.]”.
La Corte non si è limitata soltanto a ribaltare l’impostazione giurisprudenziale precedentemente in vigore, ma ha anche tracciato, quantomeno genericamente, i criteri da seguire per stabilire se l’autosufficienza di cui sopra sussista o meno, individuandoli nel possesso di redditi o di patrimonio mobiliare e immobiliare, nelle possibilità e capacità effettive di lavoro personale e nella stabile disponibilità di un’abitazione.
Fonte “Francesco di Silvestre”
Con rara chiarezza espressiva, i giudici della Corte hanno tentato di porre un freno al fenomeno, purtroppo assai frequente, dei divorzi che si risolvono, da un lato, nell’arricchimento del coniuge richiedente l’assegno, quasi sempre l’ex moglie, e, dall’altro, nell’impoverimento e nella “contrazione reddituale”, per citare la motivazione della sentenza d’Appello, della controparte.
L’errore concettuale commesso da molti consiste, infatti, nel considerare il matrimonio una “sistemazione definitiva”, come si legge nella pronuncia della Cassazione, laddove, al contrario, esso è “un atto di libertà e di autoresponsabilità” non indissolubile.
In altri termini, vi è un’incoerenza di fondo nel pretendere un assegno commisurato al tenore di vita mantenuto nella vigenza di un vincolo, quello matrimoniale, sorto sulla base del libero consenso dei coniugi, nel momento in cui quest’ultimo cessa di esistere non per cause eteroimposte, bensì per la stessa volontà delle medesime parti.
Scendendo dallo scranno della dissertazione giuridica e concentrando l’attenzione sull’ambito, meno nobile e, al tempo stesso, più concreto, della vita di tutti i giorni, questa sentenza contribuirà a dare respiro ai milioni di mariti che, in seguito ad un divorzio che spesso non hanno neppure voluto, si vedono costretti a corrispondere all’ex coniuge un assegno pari alla maggior parte del proprio reddito, dovendo scontare l’unica colpa, se così la si può definire, di aver assicurato alla donna che avevano sposato uno stile di vita agiato, costruito e mantenuto con il sudore della propria attività lavorativa.
Il tutto senza contare i dolorosi temi, non trattati dalla sentenza in questione, dell’affidamento dei figli e dell’assegnazione della casa familiare, in relazione ai quali si continua a registrare un orientamento giurisprudenziale a senso unico.
Nell’attesa che anche in quel campo sia fatta finalmente giustizia, per quanto l’uso di un simile termine possa suonare pretenzioso o fuori luogo, non si può non apprezzare il coraggio della Corte di Cassazione, capace di sancire un principio di tale portata in un mondo in cui il concetto di parità di genere fa sempre più spesso rima con quello, ben più antico, di privilegio, insieme al quale entra a braccetto nel salotto, odoroso d’incenso, del buonismo.
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