Source: http://www.studiograziotto.com/gp/ShowNews.aspx?id=186
Timestamp: 2019-09-16 10:18:51+00:00

Document:
Nei rapporti bancari prova delle operazioni errate a carico del creditore
Relativamente alla illegittima contabilizzazione, da parte della banca, di importi non dovuti, l'onere della prova incombe sul soggetto che intende far valere il credito, cioè sul cliente, il quale deve fornire gli estratti conto bancari posti a fondamento della sua domanda.
Decisione: Sentenza n. 1955/2016 Cassazione Civile - Sezione I
Classificazione: Bancario, Civile, Contrattuale
Parole chiave: anatocismo - commissioni di massimo scoperto - estratti conto - importi on dovuti - onere della prova
Una SRL conveniva in giudizio la banca chiedendo la declaratoria di illegittimità del recesso operato dalla banca dai contratti accesi con la società, e la revisione del saldo a debito verso la banca, con condanna al risarcimento del danno quantificato in un miliardo delle vecchie lire.
Inoltre veniva chiesta la restituzione degli interessi anatocistici non dovuti e delle commissioni di massimo scoperto, fino al limite della prescrizione decennale.
A questo procedimento, veniva riunito quello di opposizione a decreto ingiuntivo emesso in favore della banca.
In primo grado il giudice emetteva ordinanza ex art. 186-quater codice di procedura civile con la quale condannava la banca al pagamento di circa 950 mila euro.
La banca proponeva appello ma il giudice del secondo grado lo rigettava, portando la banca a ricorrere per cassazione su sei motivi, dei quali due vengono accolti portando al Cassazione a cassare la sentenza impugnata, e a rinviare alla Corte di Appello per una nuova pronuncia.
Dopo aver affrontato i primi due motivi di ricorso, ritenuti inammissibili, la Suprema Corte esamina congiuntamente il terzo e quarto motivo, accogliendoli.
Anzitutto, la Cassazione richiama la propria giurisprudenza consolidata: «La giurisprudenza di questa Corte è del tutto consolidata nel ritenere che l'omessa puntuale contestazione degli estratti conto periodici non sani le appostazioni passive derivanti dall'applicazione di clausole invalide contenute nei rapporti negoziali sottostanti e, conseguentemente, non escluda la proposizione di domande aventi ad oggetto la ripetizione degli importi indebitamente trattenuti in quanto non dovuti ex lege (Cass.11626 del 2011)».
E precisa che, tuttavia, i due giudizi riuniti nella fase di merito conservano la propria autonomia: «ferma l'applicazione del predetto principio deve rilevarsi che i due giudizi riuniti conservano la propria autonomia di regolazione dell'onus probandi, così come del regime processuale. Ne consegue che nel giudizio nel quale agisce come attore la società C.A. (oggi L.) al fine di far valere un proprio credito dovuto ad illegittima contabilizzazione di importi non dovuti alla banca, deve essere posto a suo carico l'onere di provarne l'esistenza e l'entità».
In sostanza, i giudizi, seppur riuniti, rimangono autonomi e l'onere della prova segue le ordinarie regole in ciascuno di essi.
Proprio per questo motivo, l'affidamento di un'unica CTU (consulenza tecnica d'ufficio) costituisce un "error in iudicando" non rilevato dal giudice di appello: «La riunione dei due giudizi ha determinato l'affidamento di un unico incarico peritale rivolto a " qualsiasi aspetto del rapporto in contestazione" ovvero "tutti i rapporti di conto corrente e di finanziamento intercorsi tra le parti".
L'omnicomprensività del quesito così come riportata nella sentenza impugnata evidenzia l'error in iudicando rilevabile fin dal primo grado e che il giudice d'appello non ha emendato».
Infatti, «secondo il fermo orientamento di questa Corte il provvedimento discrezionale di riunione di più cause lascia immutata l'autonomia dei singoli giudizi e non pregiudica la sorte delle singole azioni. Ne consegue che la congiunta trattazione lascia integra la loro identità, tanto che la sentenza che decide simultaneamente le cause riunite, pur essendo formalmente unica, si risolve in altrettante pronunce quante sono le cause decise, mentre la liquidazione delle spese giudiziali va operata in relazione a ciascun giudizio, atteso che solo in riferimento alle singole domande è possibile accertare la soccombenza, non potendo essere coinvolti in quest'ultima soggetti che non sono parti in causa.(ex multis Cass.15860 del 2014)».
La Corte di legittimità ha quindi sottolineato l'esigenza di autonoma applicazione anche del principio dell'onere della prova nei due giudizi: «risulta evidente come anche l'onus probandi ha un'autonoma applicazione nei due giudizi. In quello introdotto dalla società C.A. l'onere di provare l'esistenza e l'entità dell'indebita appostazione di passività, peraltro nell'ampia configurazione della domanda insindacabilmente accertata dalla Corte d'Appello è a carico della parte attrice. Deve ritenersi, conseguentemente suo onere la produzione degli estratti conto, relativi a tutta la durata del rapporto dai quali dovrebbe emergere l'indebito lamentato, non essendo sufficiente a fronte dell'opposizione e la netta contestazione della banca e dell'allegazione di un saldo (mediante produzione documentale di saldaconto certificato e della documentazione ancora in suo possesso) a suo credito richiesto in riconvenzionale, la mera allegazione e prova dei versamenti e delle poste attive.».
Ben diversa è la posizione della banca nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, nel quale la stessa riveste il ruolo di "attore" in senso sostanziale: «Il deficit documentale ascritto alla banca incide invece sul procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, nel quale l'onere di provare il credito azionato al netto dell'illegittima capitalizzazione degli interessi passivi ed entro il limite della prescrizione è a carico della creditrice».
Ne consegue che incombe a carico della parte creditrice (che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo è la banca) l'onere probatorio a dimostrazione del credito.
E, infatti, così afferma la Suprema Corte: «Pertanto al fine di verificare il saldo finale è necessario ricostruire il rapporto di conto corrente entro i limiti della prescrizione decennale decorrente dalla operatività del recesso. Esclusivamente per questo giudizio operano i principi affermati in modo costante da questa Corte così, di recente massimati: "L'accertata nullità delle clausole che prevedono, relativamente agli interessi dovuti dal correntista, tassi superiori a quelli legali e la capitalizzazione trimestrale impone la rideterminazione del saldo finale mediante la ricostruzione dell'intero andamento del rapporto, sulla base degli estratti conto a partire dall'apertura del medesimo, che la banca, quale attore in senso sostanziale nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, ha l'onere di produrre, non potendo ritenersi provato il credito in conseguenza della mera circostanza che il correntista non abbia formulato rilievi in ordine alla documentazione prodotta nel procedimento monitorio". (Cass.21466 del 2013)».
La sentenza affronta diversi aspetti, che meritano qualche attenzione.
Il primo: le poste di debito derivanti dalle clausole invalide contenute nei rapporti negoziali sottostanti, non sono sanate dall'omessa contestazione degli estratti conto periodioci.
Il secondo: anche se i procedimenti vengono riuniti, mantengono la propria autonomia, che si riflette sulle relative azioni e anche sulle fasi istruttorie.
Il terzo: incombe sul cliente della banca, che contesta gli addebiti sugli estratti conto, l'onere di produrre gli estratti conto relativi a tutta la durata del rapporto.
Quarto: in caso di opposizione a decreto ingiuntivo richiesto dalla banca, spetta a quest'ultima produrre gli estratti conto a prova del credito.
Vigente al: 3-5-2016

References: Sentenza 
 art. 186
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