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marzo | 2013 | SinistraSenago
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Bologna e il partito poco democratico
Pubblicato il marzo 25, 2013di valcornale | Lascia un commento
di Wu Ming –
Questa è la storia di Davide contro Golia, Ulisse contro Polifemo, Beowulf contro Grendel. Solo che il finale è ancora da scrivere. È la storia di un gruppo di cittadini bolognesi, di varia provenienza ed età anagrafica, che di fronte al dissesto della scuola pubblica ha deciso di dare un segnale al manovratore. Prima che sia troppo tardi.
Questa è la storia di un comitato che si richiama all’articolo 33 della costituzione, che ha radunato intorno a sé alcune forze politiche minori, pezzi di sindacato, movimenti, associazioni, e ha sfidato l’intero apparato burocratico e politico dell’amministrazione locale, dei grandi partiti, della chiesa.
Un’impresa apparentemente folle, degna di un poema antico, che, comunque andrà a finire, merita di essere cantata.
Il Comitato articolo 33 è nato nel 2011, per promuovere la raccolta delle firme necessarie a indire un referendum consultivo sui finanziamenti comunali alle scuole materne paritarie private.
Sarebbero bastate novemila firme. Il Comitato articolo 33 ne ha raccolte tredicimila, consegnate in comune alla fine dell’anno scorso. Il referendum dunque si farà: il 26 maggio.
Questo ha aperto una faglia in città, che attraversa le forze politiche, i sindacati, le associazioni, la maggioranza consiliare.
Contro il referendum si sono schierati da subito la giunta comunale, il Pd, i partiti di centrodestra, la curia, Cl e altre associazioni cattoliche, la Fism.
Favorevoli al referendum, da subito: i consiglieri dei partiti minori di maggioranza (Sel e Idv) e tutti i partiti della sinistra radicale; il Movimento 5 stelle; i sindacati di base e alcune categorie della Cgil (Fiom e Flc); le chiese protestanti; diverse associazioni di genitori, insegnanti, precari della scuola.
I vertici sindacali hanno oscillato tra l’avversità manifesta per il referendum (Cisl) e lo scetticismo sulla sua opportunità (Cgil).
I contrari al referendum si appellano alla sorte dei 1.736 scolari delle paritarie private, sostenendo che sarebbero a rischio, qualora si dovessero togliere alle scuole parificate i fondi comunali. Queste infatti si vedrebbero costrette ad aumentare le rette e tutti coloro che non potessero permettersele dovrebbero essere riassorbiti nel sistema scolastico pubblico, con ulteriore aggravio per le casse comunali. Insomma se il referendum fosse vinto da chi vuole reindirizzare tutti i fondi comunali sulla scuola pubblica, il problema sarebbe aggravato anziché risolto.
Questa argomentazione è il cardine del fronte del no, ed è molto interessante, perché si basa su due false premesse e mette in luce un paradosso cruciale.
Tuttavia pare che l’unica cosa che conti per gli amministratori sia risparmiare denaro. E finché la barca va, lasciala andare… Ma capita che ogni tanto la storia presenti il conto. Proprio non se l’aspettavano che tra la cosiddetta base, tra i bolognesi, il referendum trovasse tanto consenso, come non si aspettavano l’esito elettorale del 24 e 25 febbraio. Lo shock di non ritrovarsi primo partito del paese ha d’un tratto fatto evaporare tutta la spocchia e l’arroganza con cui i notabili cittadini avevano appellato il Comitato referendario fino a quel momento.
Il giorno dopo, i toni erano molto diversi.
The day after… Qualche consigliere e neoeletto deputato del Pd, e perfino il segretario locale, hanno iniziato a suggerire una linea più dialogante sul referendum. Devono essersi accorti che quella che avevano considerato una fastidiosa perdita di tempo e denaro – la cittadinanza che si esprime su una scelta d’indirizzo – potrebbe anche diventare una rogna seria.
Come se non fosse bastata la sorpresa delle urne, il Comitato articolo 33 ha incassato l’adesione di Stefano Rodotà, il quale ha ricordato che “quando ci sono difficoltà economiche bisogna prima di tutto garantire le risorse per le scuole statali”.
Intanto tra una consigliera comunale del Pd, già presidente provinciale dell’Aimc (Associazione italiana maestri cattolici), e la responsabile nazionale scuola dello stesso partito, accusata di avere propugnato una linea più morbida sul referendum, volano gli stracci, e le frecciate su Facebook si trasformano in querele.
Per citare ancora l’Associazione genitori e insegnanti: “Pare che il Partito democratico, malauguratamente, abbia perso la bussola e non da oggi”. Questo risulta evidente, almeno quanto la conclusione a cui giunge l’associazione: “La scuola pubblica è un bene troppo prezioso per essere lasciato nelle mani di politiche che hanno dimenticato perfino le prescrizioni della nostra carta costituzionale”.
Infine, papà, mamme, maestre e maestri si chiedono con sarcasmo: “Chissà perché il centrosinistra ha perso le elezioni imperdibili?”.
La risposta soffia nel vento. E il vento sta facendo il suo giro.
Il finale è aperto, dicevamo. La forza del risultato referendario dipenderà probabilmente da quanta gente andrà a votare. Ci auguriamo sia tanta. Vada come vada, questo piccolo grande “caso” merita di essere seguito con attenzione, perché potrebbe rappresentare un precedente nazionale interessante.
Se questo fosse davvero un poema ispirato a un’antica leggenda, allora si potrebbe sperare che l’eroe non muoia mentre compie l’impresa e riesca davvero a salvare la comunità dalla rovina. Che il piccolo Davide – pastore, musicista e poeta – possa atterrare il grande guerriero Golia. Staremo a vedere.
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Pubblicato in politica, Scuola e Cultura	Contrassegnato da tag cultura, politica, scuola	Petizione sul censimento del cemento: parte la raccolta firme
Pubblicato il marzo 24, 2013di sed | Lascia un commento
Parte la raccolta firme per la petizione popolare sul CENSIMENTO DEGLI IMMOBILI SFITTI O NON UTILIZZATI sul territorio del Comune di Senago.
La petizione segue le molteplici richieste inviate direttamente dal forum di Salviamo il Paesaggio, promotore dell’iniziativa a livello nazionale, ed a cui il Sindaco non ha MAI risposto.
Richieste sollecitate anche nella forma di ISTANZA presentata a settembre da Federazione della Sinistra, SinistraSenago e Senago Bene Comune con lo stesso esito di noncuranza da parte del Sindaco che non ci ha mai risposto.
Anche il Movimento cinque stelle si è mosso su questo stesso percorso, in quanto anche loro aderenti al forum di salviamo il paesaggio, inviando prima istanze rimaste senza risposta e partendo quindi con la raccolta firme per una petizione, che stanno portando avanti già da alcune settimane.
Il censimento degli immobili sfitti e non utilizzati, è uno dei punti importanti del nostro programma con cui ci eravamo presentati alle elezioni amministrative dello scorso anno e crediamo che sia uno dei principali punti da attuare prima di stilare ed adottare il Piano di Governo del Territorio per Senago.
Si parte domani mattina, lunedì 25 marzo, presso il mercato di Senago.
Leggi il volantino della petizione del censimento del cemento
Pubblicato in INFORMA SENAGO, Territorio e PGT, Trasparenza	Contrassegnato da tag censimento degli immobili sfitti, petizione popolare, salviamo il paesaggio, stop al consumo di territorio	Di corsa verso … le VASCHE
Pubblicato il marzo 20, 2013di sed | Lascia un commento
Ieri (19 marzo n.d.r.) c’è stata un’altra incursione di AIPO nei campi di proprietà della società ALPINA Costruzioni S.p.A. (già concessionaria del permesso per sondare i propri terreni che sorgono dentro al Parco delle Groane – area di bene comune –), dove dovrebbero sorgere le vasche di laminazione. Jeep, trivelle e paletti.
E’ più di due settimane che AIPO scorazza per i nostri campi trivellando campioni di terreno qua e là. Ed il tutto accade nel totale silenzio.
Il Sindaco tace, la Giunta si preoccupa della propria crisi che pare oramai ufficiale, il fantomatico gruppo di lavoro langue nel più totale immobilismo.
Chi potrà liberarci dalla vorace morsa dei costruttori di cemento?
Ci auguriamo che i letargici, con l’arrivo della primavera, si sveglino per provare davvero a bloccare lo scempio.
Pubblicato in INFORMA SENAGO, vasche di laminazione	Contrassegnato da tag aipo, alpina, vasche di laminazione	Il primo papa dell’era BRICS (di Alfredo Somoza)
Pubblicato il marzo 18, 2013di sed | Lascia un commento
Etichette: caracazo, cittadini, mercosur, morte di Hugo Chavez, muerte de Hugo Chavez, Unasur, unità latinoamericana, Venezuela 3
Pubblicato: 6 marzo 2013 in America Latina
Etichette: che guevara, Hugo Chavez, morte Hugo Chavez, muerte Hugo Chavez, rivoluzione bolivariana, salvador allende, Venezuela 1
Con la morte del colonnello Chavez si chiude una tappa significativa della storia dell’America Latina degli ultimi anni. Chavez è stato un primo attore tra le personalità emergenti della politica del subcontinente del dopo guerra fredda. Un personaggio che è riuscito paradossalmente a cambiare il suo paese attraverso le urne, dopo avere fallito con un colpo di stato. Un istrione in grado di parlare e di intrattenere per ore il popolo con il suo programma televisivo Alò Presidente.
Le radici culturali e politiche di Chavez, primo mulatto a presiedere il Venezuela, sono variegate e contraddittorie: da Salvador Allende a Madre Teresa di Calcutta, da Che Guevara a Simòn Bolivar senza dimenticare neppure Garibaldi. La furbizia politica del personaggio non dovrà però fare dimenticare alcuni capisaldi della sua gestione. Per la prima volta con Chavez i venezuelani hanno usufruito del ricavato della ricchezza petrolifera del paese. Con Chavez sono migliorate la sanità e l’educazione, per la prima volta erogate nei quartieri poveri. Il Venezuela di Chavez, da paese fallito è diventato protagonista sulla scena internazionale. Con Chavez Caracas è diventata una potenza regionale in grado di influenzare diversi paesi latinoamericani e l’OPEC, il cartello dei produttori di petrolio. Molto si potrà discutere sul colonnello, ma nessuno potrà mai mettere in discussione la sua correttezza democratica al momento del voto anche se lo stesso non si possa dire rispetto al trattamento riservato alla stampa a lui ostile. Ma soprattutto, nessuno potrà mai cancellarlo dalla storica foto insieme al brasiliano Lula e al argentino Kirchner quando decisero di andare avanti, uniti per la prima volta, per dire no agli Stati Uniti che volevano imporre l’accordo economico ALCA a tutta l’America Latina. Il non allineamento con le potenze occidentali, la ricerca di nuove sponde commerciali nei paesi arabi e africani, la costruzione di solidi legami con la Cina e le diverse intese regionali, hanno visto sempre tra i protagonisti Hugo Chavez, un personaggio amato e odiato, ma mai ignorato.
Sta per finire la festa?
Pubblicato: 1 marzo 2013 in Mondo
Etichette: amazon, erosione base imponibile, evasione, globalizzazione, google, guardia di finanza, microsoft, multinazionali. starbucks, orlo, ryanair, truffa 0
Il G20, il nuovo club delle potenze mondiali allargato ai Paesi emergenti, non ha nei confronti dei beneficiari della globalizzazione lo stesso atteggiamento passivo che caratterizzava il suo predecessore, il G8. Una delle ragioni di questa discontinuità è l’origine delle compagnie transnazionali che in questi anni hanno sbaragliato la concorrenza locale nei principali mercati mondiali: tutte sono espressione dei Paesi di “vecchia industrializzazione”. Ma c’è anche un’altra motivazione, da rintracciare nel declino di quell’ideologia che ieri lasciava le mani libere agli attori del mercato globale.
Il G20 ha recentemente posto l’attenzione sulla cosiddetta “erosione della base imponibile”. In termini intelligibili, si sta parlando della possibilità di evadere legalmente le tasse di cui godono le imprese multinazionali. Il gioco è molto semplice, addirittura banale. Si è creato in questi anni un particolare “reddito senza Stato”, cioè un’imponibile prodotto in Paesi a fiscalità normale, come l’Italia, ma sul quale si pagano le tasse nei paradisi offshore in cui risultano registrate le aziende multinazionali. Non solo. Si tende anche a spostare parte del guadagno ottenuto in un Paese ad alta tassazione verso altri a bassa o nulla tassazione con operazioni interaziendali sull’orlo della truffa. Con uno slogan: “guadagno i soldi qui, ma pago le tasse dove voglio”. Un giochino che per la sola Italia vale, secondo le stime della Guardia di Finanza, oltre tre miliardi di imposte non versate, una cifra molta vicina – per esempio – a quanto costerebbe risolvere la vicenda degli esodati.
Le aziende più lungimiranti, come Google, Amazon o Apple, stanno cercando di raggiungere concordati fiscali nei vari Paesi prima che cali la mannaia dell’imposizione. Ma la situazione creata da questa fiscalità virtuale non riguarda solo il mancato versamento delle tasse, si configura anche come concorrenza sleale: mentre una software house italiana o francese paga in media il 30% di tasse, la Microsoft sui prodotti venduti in Francia o Italia se la cava con il 5%. Questo spiega anche la politica di prezzi di alcune di queste multinazionali, che possono offrire ai consumatori proposte economicamente imbattibili sì per i quantitativi che raggiungono, ma anche per i vantaggi fiscali di cui godono.
I colossi dell’economia globale diventano oggi appetibili per gli Stati in affanno perché le loro potenzialità in materia fiscale sono enormi. C’è da capire se il loro modello di impresa reggerà a un cambiamento in questo senso, ma al di là delle singole valutazioni, si tratta innanzitutto di sanare un’ingiustizia nei confronti delle imprese di dimensioni nazionali che non possono eludere i loro obblighi fiscali nei confronti del Paese nel quale operano. Ora sarà l’OCSE, con l’avallo del G20, a stilare entro luglio un piano d’azione che consenta di agire tutti insieme e contemporaneamente, così da evitare fughe verso i paradisi fiscali.
In sintesi, i Paesi del G20, quasi tutti alle prese con le difficoltà di risanamento dei conti pubblici, potrebbero ottenere una boccata di ossigeno da una riforma della fiscalità delle multinazionali. Per scelta o per disperazione, si sta per compiere un altro passo verso la fine della globalizzazione senza regole, fino a ieri intesa come mito, come toccasana per il progresso dell’Umanità. Si apre un nuovo capitolo nella conflittualità crescente tra l’economia che vuole continuare a operare senza regole e la politica, che deve rendere conto e fornire servizi a cittadini-elettori sempre più indignati.
I pirati, i due marò e i Brics
Pubblicato: 17 gennaio 2013 in Italia, Mondo
Etichette: BRICS, capitalismo italiano, dollari usa, Ferrero, fiat, golfo di guinea, marò India, maro san marco, oceano indiano, pirati, san marco 1
La complicata vicenda dei due marò del reggimento San Marco detenuti in India per l’uccisione di due pescatori scambiati per pirati ci parla dello stato dei rapporti tra i Paesi occidentali e le nuove potenze emergenti mondiali. Senza entrare nel merito del processo che si celebra nel Kerala, la situazione è di grande novità: per la prima volta in situazioni simili, è stato rispettato il diritto internazionale non a favore del Paese europeo, ma in base alla posizione assunta dalla nazione dei due pescatori uccisi.
Lo scenario è quello delle acque dell’Oceano Indiano infestate da pirati, uno dei tanti punti del pianeta dove la navigazione si fa solo sotto scorta, come nel Mar Rosso, lungo le coste del Corno d’Africa, del Golfo di Guinea o dell’Indonesia. I tempi della filibusta in realtà non sono mai finiti. I nuovi galeoni con l’oro della globalizzazione, e cioè petrolio e apparecchi elettronici, sono sotto tiro non solo per le merci trasportate, ma soprattutto per il riscatto che i pirati riescono a farsi pagare per liberare navi ed equipaggi. Questo grazie ai Paesi non-luogo, Stati che fanno comodo a tutti per i più diversi traffici, dalla Somalia alla Liberia: le basi ideali per i pirati con il satellitare.
Ma i nostri due marò, sui quali si pronuncerà appunto la giustizia indiana, sono rimasti coinvolti in una vicenda che, per la prima volta, si concluderà secondo tutti i crismi della legge. Una merce rara di questi tempi. Non solo si sono consegnati alla polizia indiana, ma hanno usufruito di un permesso per tornare in Italia dalle famiglie durante il Natale. E, cosa più incredibile, sono rientrati in India per sottoporsi al verdetto della giustizia locale. La spiegazione di tanto rispetto manifestato nei confronti delle procedure di un Paese lontano, considerato inaffidabile dal punto di vista della macchina statale e con alti livelli di corruzione, va cercata nella tabella degli scambi commerciali tra Italia e India. Dai discreti 2 miliardi di dollari USA del 2000 si è passati ai 9 miliardi del 2011 e si calcola che entro il 2015 si raggiungeranno i 15 miliardi.
Sono oltre 400 le imprese italiane che negli ultimi anni hanno investito in India. Ci sono tutti (o quasi) i nomi chiave del capitalismo italiano: Fiat, Pirelli, Piaggio, Ferrero, De Longhi, Saipem. L’India insomma è una delle due porte per l’ingresso ai grandi mercati asiatici, insieme alla Cina. L’Italia si gioca le sue carte forte anche del ruolo di facilitatrice svolto dal più importante politico indiano, l’italiana Sonia Gandhi. A questo punto il diritto internazionale va rispettato. I due marò si sottopongono alla giustizia locale e, dopo il permesso natalizio, mantengono la parola data. Parrebbe un mondo ideale se non ci fosse il dato economico a farla da padrone. Quello che si può concludere è che la crescita economica dei Paesi Brics (e associati) renderà sicuramente più rispettato il diritto internazionale: se non altro per non perdere buone opportunità di business.
Pubblicato: 14 gennaio 2013 in Mondo
Etichette: 2013, BRICS, China, crisis, economic crisis, EU, leadership, sostenibilità, USA 0
Il 2013 sarà il quinto anno segnato dalla crisi economica esplosa prima negli Stati Uniti e successivamente anche in Europa. Leggendo i pronostici dei più autorevoli studiosi di politica internazionale, si ha l’idea che ormai sia diventata cronica l’impotenza di chi dovrebbe prendere decisioni, giuste o sbagliate, per provare a riattivare un ciclo economico positivo.
Ogni mattina si attende il responso dei mercati incrociando le dita, con lo stesso atteggiamento con il quale gli antichi greci si rivolgevano all’oracolo di Delfi. La passività non si limita all’aspetto economico e finanziario: la politica boccheggia anche su altri fronti. Il massacro in Siria, la deriva nordafricana, l’infinito conflitto afgano e quello israelo-palestinese, i covi dei pirati offshore, le mafie che insanguinano interi Paesi sono tutti problemi da risolvere. Però si rimandano decisioni e azioni a un tempo sempre di là da venire.
Il mondo del 2013 paga le conseguenze di due giganteschi vuoti, l’uno conseguenza dell’altro. Il primo è la mancanza di leadership globale. Gli Stati Uniti rimangono una potenza globale ormai solo in virtù della loro forza militare, ma al loro interno sono dissanguati dal conflitto tra democratici e repubblicani sulla riforma del fisco e più in generale sul modello di società. L’Europa è invece zavorrata dalla crisi dei Paesi più deboli, non risolta in tempo, e dalle politiche imposte da quelli più forti, che dalle difficoltà degli altri Stati cercano di trarre guadagno. La Cina, l’India e il Brasile sono ancora potenze regionali, prive di peso reale negli equilibri “che contano”. Il resto del mondo è semplicemente ininfluente.
Il secondo vuoto, legato al primo, è quello delle idee. Il mondo ha bisogno di una rivoluzione culturale, politica ed economica che parta dal basso. La riflessione sul modello di sviluppo va tradotta in politiche possibili: occorre immaginare meccanismi istituzionali internazionali che stimolino azioni collettive così che si possano produrre beni pubblici globali. E occorre distinguere una volta per tutte ciò che è giusto sia affidato al mercato e ciò che invece deve rimanere di pertinenza della sfera pubblica, perché sia garantita l’universalità dell’accesso ai beni fondamentali.
La qualità dell’ambiente, la redistribuzione di redditi e ricchezze, la promozione di politiche fiscali giuste e sostenibili, il controllo dei mercati, la diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione, la riconversione delle fonti energetiche, la lotta senza tregua alle mafie e alla corruzione: tutti questi temi dovrebbero far parte della nuova agenda del mondo.
Davanti alla crisi degli Stati, una simile rivoluzione può nascere soltanto dalla forza di cittadini organizzati e partecipi. Per questo, in testa all’agenda del 2013, va collocata la tutela del primo bene comune: la democrazia, quella vecchia modalità di convivenza civile senza la quale l’orizzonte diventa buio. È proprio lei, la democrazia, che rischia di pagare il prezzo più salato della crisi economica e di credibilità di una politica miope.
La festa globale
Pubblicato: 21 dicembre 2012 in Mondo
Etichette: babbo natale, colonialismo, consumismo, europa nel mondo, festa globale, festa laica, Gesucristo, monoteista, mosaica, natale, senso religioso 1
Anno dopo anno il Natale si allontana sempre di più dal suo significato originario, cioè ricordare la nascita in Medio Oriente di quel bambino ebreo che sarebbe diventato “figlio di Dio”, aggiungendo un nuovo capitolo alla tradizione monoteista mosaica. Una religione, quella cristiana, che si sarebbe sviluppata soprattutto in Europa e poi dall’Europa nel mondo, grazie al colonialismo. Il Natale, nel senso religioso della ricorrenza, è una festa di preghiera e di speranza: in questi termini coinvolge però solo i cristiani, e cioè una minoranza dell’umanità. Invece la festa del Natale, intesa in senso laico, coinvolge miliardi di persone in più.
Per diventare veramente globale, una ricorrenza religiosa come il Natale doveva essere depotenziata dal punto di vista della fede e caricata di nuovi significati e di nuovi simboli. I significati acquisiti sono quelli del buonismo classico: il giorno di Natale “si torna tutti buoni”, e la speranza di un futuro migliore è permessa per 24 ore. Il simbolo laico è ormai planetario: Babbo Natale, ovvero Santa Claus trasformato in un omone vestito di rosso che abita nel Circolo polare artico, nella patria dei lapponi, circondato da renne e da un esercito fantastico che costruisce giocattoli. È la libera reinterpretazione di un’altra figura religiosa, san Nicola di Mira, il vescovo turco che, secondo i resoconti disponibili, nella sua vita fu protettore dei bambini e diede esempio di grande generosità, donando ai più poveri nei momenti del loro massimo bisogno. Dal santo caritatevole all’icona della Coca Cola il passo è stato relativamente breve, e il giorno di Natale diventiamo tutti buoni come san Nicola. Ecco il nuovo significato della festa, ormai depotenziata dal suo aspetto religioso.
Il Natale della bontà e del dono, e soprattutto di quest’ultimo, è quindi il migliore volano per le vendite di fine anno, periodo nel quale si registrano per esempio i picchi di acquisti di prodotti di elettronica. Arriviamo infine così alla festa globale dei buoni sentimenti per la gioia dei fabbricanti di gadget (e di cibi pregiati). Una festa che non discrimina per appartenenza etnica o religiosa, ma solo per possibilità economica. Una festa laica che va bene in Italia e Germania, ma anche in India, Cina o Nigeria. Una festa non più comandata dal vescovo, ma dai media.
Il Natale, nella sua versione contemporanea, ha anticipato di decenni la globalizzazione e il suo valore fondante, quello dell’uguaglianza universale a partire dell’omologazione nei consumi. Un mondo forgiato dalle multinazionali che offrono gli stessi prodotti ovunque, fabbricandoli dove è più conveniente. È una festa antica e insieme del futuro, che domani potrebbe vedere insidiato il suo primato da Halloween o dal capodanno cinese, ma che oggi gode di una popolarità difficile da scalfire. E se la profezia dei maya si dimostrerà errata, buon Natale anche quest’anno!
Pubblicato in Cultura, religione	Contrassegnato da tag argentina, Bergoglio, gesuiti, Papa	Conoscenza e cultura: “Ateismo e agnosticismo”
Pubblicato il marzo 16, 2013di sed | Lascia un commento
L’UAAR, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, è l’unica associazione nazionale che rappresenti le ragioni dei cittadini atei e agnostici.
Tra i valori a cui si ispira l’UAAR ci sono: la razionalità; il laicismo; il rispetto dei diritti umani; la libertà di coscienza; il principio di pari opportunità nelle istituzioni per tutti i cittadini, senza distinzioni basate sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulle concezioni filosofiche o religiose.
L’associazione persegue tre scopi:
tutelare i diritti civili dei milioni di cittadini (in aumento) che non appartengono a una religione: la loro è senza dubbio la visione del mondo più diffusa dopo quella cattolica, ma godono di pochissima visibilità e subiscono concrete discriminazioni
difendere e affermare la laicità dello Stato: un principio costituzionale messo seriamente a rischio dall’ingerenza ecclesiastica, che non trova più alcuna opposizione da parte del mondo politico
Visita il sito ufficiale dove si possono trovare notizie, articoli, recensioni, documenti, informazioni e dossier su tutto quanto riguarda la laicità e la non credenza. È anche un grande spazio di incontro e confronto: community, commenti, forum, mailing list.
Pubblicato in Cultura	Contrassegnato da tag agnostici, atei, uaar	E’ confermato: non esistono diritti edificatori su suoli non ancora edificati.
Pubblicato il marzo 14, 2013di sed | Lascia un commento
di Edoardo Salzano. (dal sito Stop al Consumo di Territorio)
Una recente sentenza del Consiglio di Stato (6656/2012) – che riprendiamo dalla rivista online Lexambiente – ribadisce interpretazioni delle leggi vigenti, ignorando le quali tecnici e amministratori incompetenti hanno contribuito al pesante e ingiustificato consumo di suolo. E’ confermato: non esistono “diritti edificatori” né “vocazioni edificatorie” di suoli non ancora edificati; dunque un Piano urbanistico può essere riformulato stralciando previste aree di espansione edilizia nel tempo resesi non necessarie … In un comune salentino, Monteroni di Lecce, il comune aveva approvato un nuovo Prg che destinava a verde privato un’area destinata dai precedenti strumenti di pianificazione a zona di completamento. Il proprietario ha ricorso al Tar chiedendo l’annullamento degli atti e il ripristino della precedente destinazione. Il Tar ha rigettato il ricorso e il proprietario si è appellato allora al Consiglio di Stato. Quest’ultimo ha confermato la sentenza del Tar con motivazioni interessanti per il loro carattere generale. Abbiamo notizia della sentenza dalla bella rivista online di Luca Ramacci, Lex ambiente, dalla quale riprendiamo di seguito sia il commento (firmato F. Albanese) che il testo integrale della sentenza.
Agli argomenti di valutazione positiva della sentenza espressi da Albanese vogliamo aggiungerne due.
1 – Il Consiglio di stato afferma ( paragrafo 5.1) che la nozione di naturale vocazione edificatoria postula la preesistenza di una edificabilità di fatto, cioè può essere attribuita solo a un terreno già edificato. ed è quindi concetto impiegato propriamente nelle sole vicende espropriative, stante la sottoposizione di ogni attività edilizia alle scelte pianificatorie dell’amministrazione Non ha quindi alcun senso parlare di “vocazione edificatoria” di un suolo riferendosi a precedenti previsioni urbanistiche legittimamente modificate, e nemmeno a situazioni di fatto diverse dalla già avvenuta edificazione.
Possiamo dunque ritenere ulteriormente confermate le conclusioni alle quali eravamo da tempo arrivati sulla base dell’analisi della giurisprudenza: non esiste alcun fondamento giuridico sulla cui base il proprietario di un terreno possa rivendicare un “diritto edificatorio”, o un malaccorto urbanista o amministratore possa motivare la decisione di rendere edificabili aree che attualmente non lo sono.
2 – La sentenza afferma ( paragrafo 2.1) che « l’urbanistica e il correlativo esercizio del potere di pianificazione, non possono essere intesi, sul piano giuridico, solo come un coordinamento delle potenzialità edificatorie connesse al diritto di proprietà, ma devono essere ricostruiti come intervento degli enti esponenziali sul proprio territorio, in funzione dello sviluppo complessivo e armonico del medesimo; uno sviluppo che tenga conto sia delle potenzialità edificatorie dei suoli, non in astratto, ma in relazione alle effettive esigenze di abitazione della comunità ed alle concrete vocazioni dei luoghi, sia dei valori ambientali e paesaggistici, delle esigenze di tutela della salute e quindi della vita salubre degli abitanti, delle esigenze economico-sociali della comunità radicata sul territorio, sia, in definitiva, del modello di sviluppo che s’intende imprimere ai luoghi stessi, in considerazione della loro storia, tradizione, ubicazione e di una riflessione de futuro sulla propria stessa essenza, svolta per autorappresentazione ed autodeterminazione dalla comunità medesima». E’ esattamente il modo di vedere la pianificazione urbanistica che eddyburg sostiene e promuove.
… continua qui per leggere il testo completo della sentenza.
Forse ora Senago dovrebbe fermare il suo PGT e rivalutare le reali esigenze e fabbisogni abitativi come non ha mai voluto fare, ed attivare quindi il CENSIMENTO DEL CEMENTO come proposto dal forum di Salviamo il Paesaggio, diventato oramai campagna nazionale permanente. Noi siamo sempre in attesa di una risposta dal Sindaco di Senago all’istanza presentata e proprio riferita a questo censimento.
Pubblicato in Ambiente, INFORMA SENAGO, PGT, territorio	Contrassegnato da tag ambiente, censimento del cemento, salviamo il paesaggio, territorio	Francesco I, il gesuita temuto dai desaparecidos
Pubblicato il marzo 14, 2013di valcornale | Lascia un commento
Un libro di Verbitsky inchioda il futuro pontefice. Spediva all’Esma i preti antifascisti
di Checchino Antonini (da http://popoff.globalist.it/)
Già all’indomani del conclave che elesse Ratzinger, Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, tra i più votati anche allora, venne accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, Fandango edizioni. Stella Spinelli, su Peacereporter, ne scrisse già all’epoca.
Nei primi anni 70, Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati: li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera per la strage. Per i due si spalancò per sei mesi l’orrore della Scuola di meccanica della marina (Esma), poi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano. In quella scuola, in quei giorni, il Nunzio apostolico Pio Laghi giocava a tennis con i capi dei torturatori come hanno più volte denunciato le Madres de la plaza de Mayo (nella foto l’allora parroco Bergoglio impartisce la comunione al dittatore Videla).
Bergoglio si difese spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia ma, dagli archivi del ministero degli Esteri, sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti. Nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. La fonte di queste informazioni su Jalics era proprio il Superiore provinciale, Bergoglio. In un altro documento si dice che: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase” (Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9).
“Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – dichiarò il futuro papa a Verbitsky – tra l’altro perché non ho mai creduto che lo fossero”, peccato che padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi dalle torture nell’Esma, raccontò il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi. Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”. Bergoglio, durante la dittatura militare, era nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena nazistoide, quelli di Codreanu. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio – scrisse Verbitsky – Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo».
Da presidente dei vescovi argentini, molti anni dopo, Bergoglio ha spinto la Chiesa argentina a pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30° anniversario del colpo di Stato, nel 2006. “Ricordare il passato per costruire saggiamente il presente” era il titolo della missiva apostolica».
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