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Timestamp: 2020-03-28 09:33:12+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 13199 del 25/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13199 del 25/05/2017
Cassazione civile, sez. lav., 25/05/2017, (ud. 01/03/2017, dep.25/05/2017), n. 13199
sul ricorso 12468/2015 proposto da:
G.M.M. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in
ROMA, VIALE G. CESARE 21, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO
MALATESTA, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato
GIANLUCA SOLE, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 7444/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 13/01/2015 R.G.N. 2789/2011;
1. La Corte di Appello di Roma, in riforma della sentenza resa dal locale Tribunale, che aveva convertito in licenziamento per giustificato motivo soggettivo il recesso per giusta causa intimato dalla Fastweb s.p.a. a G.M.M. il 19 dicembre 2008, ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento e condannato la società a reintegrare l’appellante nel posto di lavoro in precedenza occupato e a corrispondere allo stesso, a titolo di risarcimento del danno, le retribuzioni maturate dalla data del recesso sino a quella della effettiva riammissione in servizio, detratto l’aliunde perceptum.
2. La Corte territoriale ha premesso che al G., impiegato di VII livello con mansioni di Area Manager, erano stati contestati, oltre a un calo di produttività, fatti di rilievo disciplinare consistiti: nell’avere portato sul luogo di lavoro per commercializzarli capi di biancheria intima; nell’essersi recato in due occasioni durante l’orario di lavoro presso l’esercizio commerciale gestito dalla s.r.l. Majas, della quale era socio; nell’avere timbrato in entrata il cartellino marcatempo oltre le ore 9:30 in 13 giorni, compresi tra l'(OMISSIS).
3. Il giudice di appello ha ritenuto non condivisibile la valutazione espressa dal Tribunale perchè: il problema gestionale derivante dalla vendita di biancheria intima sul luogo di lavoro era rimasto sfornito di prova certa, in quanto collegato unicamente a testimonianze de relato; l’avere costituito una società commerciale per la gestione di un punto vendita di capi di abbigliamento di per sè non costituiva illecito disciplinare, in quanto doveva essere esclusa ogni potenziale interferenza di detta attività con quella svolta dal datore di lavoro; l’avere raggiunto in due occasioni l’esercizio commerciale utilizzando in orario di lavoro l’autovettura aziendale non giustificava il licenziamento ma solo una sanzione conservativa, in considerazione della episodicità del fatto, dal quale non erano derivati effetti negativi sull’attività lavorativa giornaliera del dipendente; la natura flessibile dell’orario richiesto al G., connessa alle mansioni direttive affidategli da svolgersi anche presso le agenzie e le sedi dislocate sul territorio, rendeva priva di rilievo la timbratura effettuata oltre le ore 9:30.
4. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la Fastweb s.p.a. sulla base di due motivi. G.M.M. ha resistito con tempestivo controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..
1. Con il primo motivo la società ricorrente denuncia, ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., e artt. 2697, 2727 e 2729 c.p.c.; omesso esame di fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione tra le parti”. Rileva che la testimonianza resa dal teste P. non poteva essere ritenuta de relato, perchè quest’ultimo aveva riferito fatti dei quali era a conoscenza diretta, ossia che nel luogo di lavoro circolavano voci sull’esercizio di una seconda attività, svolta anche in ufficio, ove i capi di biancheria intima erano stati venduti ad alcune dipendenti. Aggiunge che la testimonianza indiretta può assumere rilievo ai fini del convincimento del giudice, in concorso con altri elementi oggettivi che ne suffragano la credibilità, elementi sicuramente sussistenti nella fattispecie, perchè il G. non aveva neppure contestato di essere socio della Majas s.r.l. che gestiva, appunto, un negozio di biancheria intima. Rileva, inoltre, che la società aveva chiesto, anche in appello, la escussione del teste di riferimento, il quale avrebbe potuto confermare le circostanze riferite dal P.. La Corte territoriale, infine, nel valutare la rilevanza e la gravità dei ritardi nella timbratura, non aveva considerato le ragioni per le quali la flessibilità dell’orario era stata concessa, per cui il mancato rispetto delle previsioni contrattuali non poteva ritenersi giustificato ogniqualvolta il dipendente, prima di recarsi in ufficio, aveva svolto attività di carattere personale, senza recarsi nelle sedi e nelle agenzie dislocate sul territorio.
2. Il secondo motivo censura la sentenza impugnata per “violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2119 c.c., anche in relazione agli artt. 2104 e 2105 c.c., in rapporto all’art. 2106 c.c., e agli artt. 45, 47 e 48 del C.C.N.L. Telecomunicazioni nonchè agli artt. 1362, 1363, 1365 e 1366 c.c.; omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ovvero la sussistenza di un giustificato motivo soggettivo”. Assume la ricorrente che l’accertata attività svolta presso l’esercizio commerciale durante l’orario di lavoro, quanto meno in due occasioni, non poteva essere ritenuta non grave per la breve durata e per la mancanza di danno nè, tanto meno, poteva essere valorizzata quale esimente la mansione direttiva che, invece, costituiva un’aggravante nella valutazione della condotta del lavoratore. Al G., infatti, erano affidati lo sviluppo della rete commerciale e la gestione dei rapporti con i partners commerciali che, comportando una notevole autonomia nella gestione della attività, presupponevano l’esistenza di uno stringente vincolo fiduciario fra le parti. Doveva essere considerato anche l’uso dell’autovettura aziendale, consentito a fini privati solo al di fuori dell’orario di lavoro, mentre nella specie era stato incontestabilmente accertato che il G. si era recato presso l’esercizio commerciale in un arco temporale nel quale avrebbe dovuto spendere le proprie energie lavorative nell’interesse della società. Rileva la ricorrente che la violazione dell’obbligo di fedeltà sussiste ogniqualvolta il dipendente tenga una condotta contrastante con i doveri connessi all’inserimento nella struttura e nella organizzazione aziendale nonchè con le regole di correttezza e buona fede. La Corte territoriale, inoltre, nell’esprimere il giudizio di proporzionalità, avrebbe dovuto considerare quanto previsto dal C.C.N.L. applicabile al rapporto che, all’art. 45, prevede il divieto del dipendente di attendere a occupazioni estranee al servizio durante l’orario di lavoro.
Nel caso di specie il ricorrente, pur denunciando nella rubrica l’omesso esame di fatti decisivi ai fini del giudizio, in realtà si duole della omessa o errata valutazione di risultanze istruttorie (testimonianza resa dal P., incontestato acquisto della qualità di socio della s.r.l. Majas, deposizioni rese dai testi sulle ragioni per le quali la flessibilità dell’orario era stata concordata fra le parti) che avrebbero dovuto indurre la Corte territoriale a ritenere provati tutti gli addebiti contestati, addebiti che non sono stati ignorati dal giudice di appello, bensì ritenuti in alcuni casi insussistenti all’esito dell’esame della prova testimoniale e documentale offerta dalle parti.
Esula, pertanto, dal vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, e ricade nella diversa ipotesi della falsa applicazione di norme di diritto la censura con la quale, in tema di licenziamento per giusta causa, si assuma che la condotta, ricostruita negli esatti termini indicati dal giudice del merito, è idonea a giustificare il recesso dal rapporto, perchè riconducibile alla nozione legale di giusta causa o di giustificato motivo soggettivo, come enunciata dalla Corte di legittimità.
5.1. Nel caso di specie la Corte territoriale, mentre ha escluso che fosse stata data la prova della vendita di capi di abbigliamento sul luogo di lavoro, ha accertato che il G., socio della s.r.l. Majas, società che gestiva un esercizio commerciale di vendita al minuto di biancheria intima, durante l’orario di lavoro, utilizzando l’autovettura aziendale, aveva raggiunto per due volte detto esercizio commerciale, dove si era trattenuto per circa 40 minuti. Ha, quindi, ritenuto provato lo svolgimento di attività extralavorativa durante l’orario di lavoro, come tale integrante illecito disciplinare, ma ha escluso che la condotta fosse di gravità tale da giustificare il recesso perchè occorreva tener conto della “ridotta portata temporale della violazione accertata, da rapportarsi all’orario flessibile e alle mansioni mobili di impiegato direttivo”, in relazione alle quali la Corte ha accertato che le stesse richiedevano la “regolare presenza presso agenzie e sedi della società dislocate sul territorio, con conseguente frequente e necessitata mobilità”.
5.5. Infine va rilevato che la ritenuta insussistenza di alcuni degli addebiti contestati non esclude, di per sè, la giusta causa o il giustificato motivo soggettivo di recesso in quanto la giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell’affermare che “quando vengano contestati al dipendente diversi episodi rilevanti sul piano disciplinare, non occorre che l’esistenza della “causa” idonea a non consentire la prosecuzione del rapporto sia ravvisabile esclusivamente nel complesso dei fatti ascritti, ben potendo il giudice – nell’ambito degli addebiti posti a fondamento del licenziamento dal datore di lavoro – individuare anche solo in alcuni o in uno di essi il comportamento che giustifica la sanzione espulsiva, se lo stesso presenti il carattere di grave inadempimento richiesto dall’art. 2119 c.c.” (Cass. 31.10.2013 n. 24574; Cass. 30.5.2014 n. 12195; Cass. 2.2.2009 n. 2579; Cass. 14.1.2003 n. 454).

References: Sentenza 
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 art. 378
 art. 360
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 Cass. 
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