Source: https://leggesemplice.com/appello-penale-cassazione-penale-12-09-2017-pp-1/
Timestamp: 2020-07-12 02:56:26+00:00

Document:
Appello Penale - Cassazione Penale 12/09/2017 N° 41571 - Legge semplice
Home Sentenze Appello Penale – Cassazione Penale 12/09/2017 N° 41571
Appello Penale – Cassazione Penale 12/09/2017 N° 41571
Appello penale – Cassazione penale 12/09/2017 n° 41571 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com
Numero: 41571
Testo completo della Sentenza Appello penale – Cassazione penale 12/09/2017 n° 41571:
Sentenza 12 settembre 2017, n. 41571
Dott. FIANDANESE Franc – rel. Presidente
(OMISSIS) IN PERSONA DEL LEGALE RAPPRESENTANTE;
avverso la sentenza del 11/03/2016 della CORTE APPELLO di MESSINA;
udita la relazione svolta dal Presidente Dr. FRANCO FIANDANESE;
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. MAZZOTTA GABRIELE, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi;
– avvocato (OMISSIS) per le parti civili ricorrenti (OMISSIS) e (OMISSIS) che ha insistito per l’accoglimento dei motivi di ricorso e ha depositato le conclusioni.
– avvocato (OMISSIS) per la responsabile civile (OMISSIS) che ha chiesto la conferma della sentenza di 2 grado;
– avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS) per l’imputato (OMISSIS), che ha chiesto il rigetto dei ricorsi del Procuratore generale e delle parti civili.
Il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, con sentenza in data 27 marzo 2014, dichiarava (OMISSIS) colpevole del delitto di estorsione, commesso in concorso con (OMISSIS) e (OMISSIS), separatamente giudicati con rito abbreviato, e lo condannava alla pena di anni cinque di reclusione ed Euro 600 di multa, nonche’, in solido con la (OMISSIS), al risarcimento dei danni subiti dalle parti civili (OMISSIS) e (OMISSIS), da liquidarsi in separata sede, con il pagamento di una provvisionale, per ciascuna delle parti civili, di Euro 20.000,00.
Secondo l’accusa, il (OMISSIS), operando in concorso con i suddetti coimputati, aveva costretto (OMISSIS) e (OMISSIS), ai quali un’anziana signora, (OMISSIS), aveva in precedenza donato un immobile, a risolvere questa donazione per donare nello stesso contesto l’immobile medesimo alla (OMISSIS) di cui il (OMISSIS) era ministro del culto.
Il giudice di primo grado chiarisce che la vicenda processuale traeva origine dalle sommarie informazioni testimoniali rese, in data 27 febbraio 2008, da (OMISSIS), figlia delle persone offese, davanti al sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, la quale aveva narrato di aver subito, nel (OMISSIS), atti di violenza sessuale da parte del (OMISSIS). In tale circostanza, riferiva, tra l’altro, la vicenda di cui al presente procedimento. Il tribunale esponeva il contenuto delle dichiarazioni testimoniali assunte in dibattimento, non solo delle persone offese, ma anche di altri testi, sulla cui credibilita’ esprimeva motivata valutazione positiva; concludeva nel senso che il (OMISSIS) era ben consapevole delle minacce che (OMISSIS) e (OMISSIS), parenti di (OMISSIS), rivolgevano alle persone offese e si era inserito nella vicenda estorsiva come “autore non di una singola ed esplicita minaccia, ma di una serie di pressioni velate, di intensita’ progressivamente crescente, tali da determinare la coartazione della volonta’ delle persone offese, anche avvalendosi, in modo incisivo, della forza intimidatrice e di persuasione derivante dal ruolo apicale da egli ricoperto nell’ambito dell’organizzazione religiosa della quale l’ (OMISSIS) e la sua famiglia erano adepti”, ricevendo, infine, il profitto della contestata estorsione, alla quale contribuiva in modo decisivo.
In esito ad impugnazione dell’imputato, la Corte di Appello di Messina, con sentenza in data 11 marzo 2016, assolveva il (OMISSIS) dal delitto ascritto con la formula “perche’ il fatto non costituisce reato”, ritenendo contraddittoria la prova in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo. La Corte territoriale rilevava che le parti offese avevano descritto la vicenda soltanto sette anni dopo e che sia la moglie di (OMISSIS), (OMISSIS), sia la figlia (OMISSIS), avevano continuato a praticare il culto presso la chiesa di cui il (OMISSIS) era il pastore fino al (OMISSIS), quando (OMISSIS) avrebbe subito gli atti di violenza sessuale da parte del (OMISSIS), deducendone che “la condotta tenuta dal (OMISSIS) in occasione della vicenda della donazione sia stata letta dagli (OMISSIS) in quegli anni (fino alle rivelazioni di (OMISSIS)) in modo diverso da come poi dichiarato da loro nel 2008, altrimenti non si spiegherebbe come possano aver tollerato la sua presenza accanto a loro nella chiesa da loro frequentata”. La Corte, pertanto, ritenendo le dichiarazioni della costituite parti civili prive di specifici riscontri, affermava che non esisteva prova certa che il (OMISSIS) intendesse coartare la volonta’ degli (OMISSIS), che “e’ possibile” che l’imputato fosse semplicemente intervenuto in una questione che aveva interessato i membri della comunita’ religiosa e che “nulla esclude” che l’imputato stesso si fosse convinto che gli (OMISSIS) stessero veramente approfittandosi dell’anziana signora. Il giudice di appello sottolineava, in particolare, l’irrilevanza della anomalia individuata dal Tribunale nella risoluzione della prima donazione modale sostituita con una seconda donazione meno conveniente per la donante, perche’ il notaio rogante aveva confermato che gli atti corrispondevano alla reale volonta’ delle parti.
Propongono ricorso per cassazione il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Messina e il difensore delle parti civili (OMISSIS) e (OMISSIS).
Il procuratore generale deduce i seguenti motivi:
1) violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera b) e c) in relazione all’articolo 192 c.p.p. e articolo 6 della Convenzione EDU, nonche’ violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera e) per motivazione inesistente o manifestamente illogica.
Il P.G. ricorrente censura il giudizio di inaffidabilita’ pronunciato dalla Corte territoriale delle dichiarazioni delle parti civili e della figlia di costoro solo perche’ la frequentazione con il (OMISSIS) era continuata negli anni, osservando che
OMISSIS), fin dalla patita estorsione, si era allontanato dall’imputato e dalla Chiesa e che, in ogni caso, essendo stata l’estorsione commessa dall’imputato con una costante azione di violenza morale, ben puo’ comprendersi che, solo con il trascorrere del tempo e con il verificarsi di atti di violenza sessuale in danno di (OMISSIS) (fatti definiti per intempestivita’ della querela), si sia verificata l’emancipazione di madre e figlia dalla condizione di sottomissione nei confronti del (OMISSIS).
Comunque, la Corte di appello, avendo espresso un giudizio di inattendibilita’ delle prove dichiarative diverso rispetto a quanto ritenuto in primo grado, aveva l’obbligo di rinnovare l’istruzione ed escutere nuovamente i dichiaranti.
2) violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera b) e c) in relazione agli articoli 110 e 629 c.p. e all’articolo 192 c.p.p. per erronea applicazione della legge penale in relazione al delitto di estorsione ed al concorso nello stesso, per erronea applicazione delle regole in materia di valutazione della prova e travisamento del fatto, nonche’ violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera e) per motivazione inesistente o manifestamente illogica e per omessa motivazione rafforzata.
Il P.G. ricorrente osserva che le dichiarazioni di (OMISSIS) sono riscontrate da quelle della figlia e da quelle degli altri testimoni e che particolarmente significativa e’ proprio la testimonianza del notaio (OMISSIS), travisata dal giudice di appello, avendo costui ammesso l’assoluta anomalia di quanto accaduto.
Propone ricorso per cassazione il difensore delle parti civili, deducendo i seguenti motivi:
Il difensore ricorrente osserva come la sentenza di primo grado aveva ripercorso dettagliatamente il contenuto di tutte le dichiarazioni testimoniali, non solo di quelle delle persone offese, mentre la sentenza di appello si limita a censurare come lacunose alcune prove dichiarative, senza doverosamente farne oggetto di approfondimento in sede di rinnovazione istruttoria.
Il difensore ricorrente, premesso che i concorrenti nel reato contestato all’imputato, giudicati separatamente con le forme del rito abbreviato, sono gia’ stati condannati in primo e in secondo grado, afferma che la sentenza impugnata e’ viziata in punto di valutazione del ruolo dell’imputato come concorrente nell’estorsione in danno delle parti civili, avendo trascurato di valutare i molteplici elementi – specificamente elencati nel ricorso – posti dal giudice di primo grado a base dell’affermazione di responsabilita’.
Inoltre, la stessa sentenza erroneamente afferma che le dichiarazioni di (OMISSIS) non siano riscontrate, mentre esse trovano conferma in altre dichiarazioni testimoniali anche di testi imparentati con i correi dell’imputato e quindi non sospetti di favoritismo per le parti civili. La testimonianza del notaio (OMISSIS), poi, sarebbe stata travisata dal giudice di appello, avendo costui dovuto ammettere l’anomalia inspiegabile della vicenda.
La sentenza impugnata, in definitiva, sarebbe meramente apparente e totalmente priva di quella motivazione “rafforzata” richiesta dalla giurisprudenza della Corte di cassazione per ribaltare il giudizio espresso dal primo giudice.
2. Occorre preliminarmente ribadire il principio enunciato da lungo tempo dalla giurisprudenza della Corte di cassazione secondo il quale la decisione del giudice di appello, che comporti totale riforma della sentenza di primo grado, impone la dimostrazione dell’incompletezza o della non correttezza ovvero dell’incoerenza delle relative argomentazioni con rigorosa e penetrante analisi critica seguita da completa e convincente dimostrazione che, sovrapponendosi in toto a quella del primo giudice, dia ragione delle scelte operate e del privilegio accordato ad elementi di prova diversi o diversamente valutati. Inoltre, il giudice di appello, allorche’ prospetti ipotesi ricostruttive del fatto alternative a quelle ritenute dal giudice di prima istanza, non puo’ limitarsi a formulare una mera possibilita’, come esercitazione astratta del ragionamento disancorata dalla realta’ processuale, ma deve riferirsi a concreti elementi processualmente acquisiti, posti a fondamento di un iter logico che conduca, senza affermazioni apodittiche, a soluzioni divergenti da quelle prospettate da altro giudice di merito.
Quando la sentenza appellata e quella di appello, non divergono sui punti denunciati, si integrano vicendevolmente, formando un tutto organico ed inscindibile, una sola entita’ logico-giuridica, alla quale occorre fare riferimento per giudicare della congruita’ della motivazione, integrando e completando con quella adottata dal primo giudice le eventuali carenze di quella di appello (da ultimo: Sez. 5, n. 14022 del 12/01/2016, Genitore e altro, Rv. 26661701), dovendo il giudice di appello soltanto rispondere in modo congruo alle singole doglianze prospettate dall’appellante (da ultimo: Sez. 6, n. 28411 del 13/11/2012 – dep. 01/07/2013, Santapaola e altri, Rv. 25643501).
In questo caso, dunque, il controllo del giudice di legittimita’ si limitera’ alla verifica della congruita’ e logicita’ delle risposte fornite alle predette doglianze.
Per converso, la totale riforma della sentenza di primo grado impone al giudice di appello di raffrontare il proprio decisum, non solo con le censure dell’appellante, ma anche con il giudizio espresso dal primo giudice, che si compone sia della ricostruzione del fatto che della valutazione complessiva degli elementi probatori, nel loro valore intrinseco e nelle connessioni tra essi esistenti.
In molte pronunce in argomento, e’ ricorrente la locuzione “motivazione rafforzata” per esprimere, con la forza semantica del lemma, il piu’ intenso obbligo di diligenza richiesto al giudice di secondo grado.
Occorre tenere presente che la motivazione rafforzata da parte del giudice di appello e’ richiesta non solo in caso di pronuncia di condanna in seguito ad assoluzione pronunciata dal primo giudice, ma anche nel caso di pronuncia di assoluzione a seguito di precedente sentenza di condanna. Deve, infatti, rilevarsi che la prima compiuta enunciazione del principio della motivazione rafforzata (ma, prima ancora, si veda Sez. U, n. 6682 del 04/02/1992, P.M., p.c., Musumeci ed altri, Rv. 19122901, sempre in fattispecie di assoluzione in secondo grado, che ha censurato la sentenza del giudice di appello che “non ha sostituito una sua analisi, pago della enunciazione del suo dissenso”) e’ contenuta in una pronuncia di annullamento con rinvio di una sentenza di assoluzione del giudice di appello in riforma della condanna pronunciata dal primo giudice (Sez. 1, n. 1381 del 16/12/1994 – dep. 10/02/1995, Felice ed altro, Rv. 20148701: la decisione del giudice di appello, che comporti totale riforma della sentenza di primo grado, impone la dimostrazione dell’incompletezza o della non correttezza ovvero dell’incoerenza delle relative argomentazioni con rigorosa e penetrante analisi critica seguita da corretta, completa e convincente motivazione che, sovrapponendosi a tutto campo a quella del primo giudice, senza lasciare spazio alcuno, dia ragione delle scelte operate e del privilegio accordato ad elementi di prova diversi o diversamente valutati. L’alternativita’ della spiegazione di un fatto non attiene al mero possibilismo, come tale esercitazione astratta del ragionamento disancorata dalla realta’ processuale, ma a specifici dati fattuali che rendano verosimile la conclusione di un “iter” logico cui si perviene senza affermazioni apodittiche. Il supporto motivazionale di una decisione giurisdizionale per essere logico deve essere conforme ai canoni che presiedono alle forme corrette del ragionamento in direzione della dimostrazione della verita’); lo stesso principio e’ stato successivamente ripreso e ulteriormente argomentato sempre in un caso di annullamento con rinvio di sentenza di appello di totale riforma in senso assolutorio (Sez. 2, n. 15756 del 12/12/2002 – dep. 03/04/2003, PG in proc. Contrada, Rv. 22556401) e, infine, definitivamente consacrato in una pronuncia delle Sezioni Unite, che quel principio applica in un caso di pronuncia di secondo grado di condanna in riforma di quella di assoluzione del primo giudice, ma senza porre alcuna distinzione con riferimento agli esiti decisori della sentenza del secondo giudice (Sez. U, n. 33748 del 12/07/2005 – dep. 20/09/2005, Mannino, Rv. 23167901: il giudice di appello che riformi totalmente la decisione di primo grado ha l’obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare specificamente i piu’ rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato).
Questa giurisprudenza e’ andata successivamente sviluppandosi alla luce della lettura della innovazione introdotta nel 2006 (L. 20 febbraio 2006, n. 46, articolo 5) con la modifica dell’articolo 533 c.p.p. e l’introduzione del canone dell’”al di la’ di ogni ragionevole dubbio”. E’ affermazione diffusa nella giurisprudenza che esso implichi che, in mancanza di elementi sopravvenuti, la valutazione peggiorativa compiuta nel processo d’appello sullo stesso materiale probatorio acquisito in primo grado, debba essere sorretta da argomenti dirimenti, tali da rendere evidente l’errore della sentenza assolutoria, la quale deve rivelarsi, rispetto a quella d’appello, non piu’ razionalmente sostenibile, per essere stato del tutto fugato ogni ragionevole dubbio sull’affermazione di colpevolezza. Perche’ possa dirsi rispettato il canone dell’oltre ogni ragionevole dubbio non e’, dunque, piu’ sufficiente una mera diversa valutazione caratterizzata da pari o addirittura minore plausibilita’ rispetto a quella operata dal primo giudice, occorrendo invece una forza persuasiva superiore, tale da far cadere “ogni ragionevole dubbio”, in qualche modo intrinseco alla stessa situazione di contrasto.
In verita’, se puo’ accettarsi il principio secondo cui la condanna presuppone la certezza della colpevolezza, mentre l’assoluzione non presuppone la certezza dell’innocenza, ma la mera non certezza della colpevolezza (Sez. 6, n. 40159 del 03/11/2011), deve essere evidenziato che il “dubbio” posto a fondamento di una sentenza di assoluzione non e’ una situazione psicologica del giudice, ma l’esito di un percorso argomentativo che rispetti rigorosamente le regole della logica e si basi su elementi processualmente emersi e correttamente valutati singolarmente e nella loro connessione. Non potrebbe, percio’, accettarsi che una sentenza di’ appello di riforma in senso assolutorio sfugga ai rigori della motivazione rafforzata, alla quale rimarrebbe soggetta solo la sentenza di condanna.
E’ evidente, in altri termini, che il ragionevole dubbio non assorbe il principio della motivazione rafforzata, ma di esso entra a far parte, costituendo specificazione del gia’ consolidato principio che la sentenza di secondo grado di totale riforma di quella del primo giudice deve caratterizzarsi per una nuova e compiuta struttura motivazionale, che, non solo sia autosufficiente, ma contenga anche la specifica confutazione degli argomenti posti dal primo giudice a fondamento della diversa decisione. E’ stato, percio’, condivisibilmente affermato che il principio della motivazione rafforzata “ha carattere generale e, mutatis mutandis, non puo’ non trovare applicazione anche nella ipotesi in cui, in secondo grado, intervenga assoluzione, in radicale riforma della sentenza di condanna pronunziata dal primo giudice. Invero, non e’ certo l’epilogo decisorio in malam partem cio’ che obbliga il secondo giudicante a una motivazione “rafforzata”, ma il fatto che appare necessario scardinare l’impianto argomentativo-dimostrativo di una decisione assunta da chi ha avuto contatto diretto con le fonti di prova” (Sez. 5, n. 21008 del 06/05/2014, P.G. e P.C. in proc. Barzaghi e altri, Rv. 26058201. Per le molteplici applicazioni del principio in caso di integrale riforma in senso assolutorio della sentenza di primo grado v. Sez. 6, n. 46742 del 08/10/2013 – dep. 22/11/2013, P.G. in proc. Hamdi Ridha, Rv. 25733201; Sez. 6, n. 1253 del 28/11/2013 – dep. 14/01/2014, Pg in proc. Ricotta, Rv. 25800501; Sez. 2, n. 50643 del 18/11/2014 – dep. 03/12/2014, P.C. in proc. Fu e altri, Rv. 26132701; Sez. 3, n. 6880 del 26/10/2016 – dep. 14/02/2017, P.G. in proc. D L, Rv. 26952301; Sez. 4, n. 4222 del 20/12/2016 -dep. 30/01/2017, P.C. in proc. Mangano e altro, Rv. 26894801).
3. Alla luce dei suddetti principi deve rilevarsi, in generale, che la sentenza impugnata formula una ipotesi alternativa a quella accusatoria, affermando che il fatto che la frequentazione, tra una parte della famiglia (OMISSIS) e il pastore sia continuata negli anni seguenti la pretesa vicenda estorsiva “fa ritenere che la condotta tenuta dal (OMISSIS) in occasione della vicenda della donazione sia stata letta dagli (OMISSIS) in quegli anni (fino alle rivelazioni di (OMISSIS)) in modo diverso da come poi dichiarato da loro nel 2008, altrimenti non si spiegherebbe come possano aver tollerato la sua presenza accanto a loro nella chiesa da loro frequentata”, con la conseguenza di ritenere “possibile” che gli (OMISSIS) “si siano persuasi a risolvere la donazione perche’ si sentivano additati come approfittatori della comunita’ religiosa cui appartenevano” e che “nulla esclude” che il (OMISSIS) si fosse convinto che gli (OMISSIS) stessero veramente approfittandosi dell’anziana signora.
La corte territoriale aggiunge, poi, che le “ricostruzioni alternative possibili” contenute nella sentenza del primo giudice non consentono di giungere ad una sentenza di condanna, poiche’ le dichiarazioni delle costituite parti civili “non hanno trovato specifici riscontri, almeno con riferimento al dolo richiesto per il reato contestato”.
Tale sviluppo motivazionale incorre proprio in quei molteplici vizi che la giurisprudenza in tema di motivazione rafforzata ha piu’ volte denunciato.
Innanzitutto, l’affermazione che gli (OMISSIS) avessero letto all’epoca la vicenda della donazione in modo diverso da come poi dichiarato nel 2008 rimane a livello di pura astrazione svincolata dalla indicazione specifica di concreti elementi probatori che la avvalorino e che nel successivo sviluppo motivazionale non emergono; in secondo luogo, la mancanza di riscontri alle dichiarazioni della costituite parti civili e’ affermazione apodittica, che non si confronta con le specifiche risultanze processuali evidenziate dal primo giudice. Deve, inoltre, rilevarsi che la convinzione del giudice di appello che ritiene “possibile” che gli (OMISSIS) “si siano persuasi a risolvere la donazione perche’ si sentivano additati come approfittatori della comunita’ religiosa cui appartenevano”, da un lato, e’ esplicitamente formulata come mera possibilita’ in violazione dei principi in materia che impongono la formulazione di ipotesi alternative basate su una rigorosa e completa valutazione del compendio probatorio, da un altro lato, non si confronta con il fatto accertato con sentenza successivamente passata in giudicato (cfr. Cass. Sez. 2, n. 1885 del 15/12/2016, dep. 16/01/2017) della effettiva configurabilita’ di una vicenda estorsiva in relazione alla quale sono stati condannati in separato giudizio (OMISSIS) e (OMISSIS), concorrenti con il (OMISSIS) nel reato di estorsione in danno di (OMISSIS) e (OMISSIS). Del resto, la stessa sentenza impugnata nel successivo sviluppo motivazionale riconosce – in evidente contraddizione logica con la precedente affermazione secondo la quale gli (OMISSIS) si sarebbero “persuasi” a risolvere la donazione – “l’intento predatorio dei coniugi (OMISSIS)”, ma esclude che il (OMISSIS) si fosse reso conto di tale intento poiche’ di cio’ “non esiste prova certa”; ancora una volta, in tal modo, evitando di confrontarsi con gli elementi probatori valutati dal primo giudice e limitandosi a svilire il significato della “anomalia” individuata dal Tribunale nella risoluzione della prima donazione modale e nella stipula di una seconda donazione, senza, peraltro, tenere conto del complesso delle dichiarazioni testimoniali del notaio rogante, come evidenziate nei motivi di ricorso, e, soprattutto, operando una valutazione atomistica del singolo elemento probatorio in violazione del principio della valutazione unitaria della prova, che e’ principio cardine del processo penale, sintesi di tutti i canoni interpretativi dettati dalla norma dell’articolo 192 c.p.p., perche’ nella valutazione complessiva ciascun indizio si somma e si integra con gli altri, di tal che l’insieme puo’ assumere quel pregnante ed univoco significato dimostrativo che consente di ritenere conseguita la prova logica del fatto (Sez. U, n. 6682 del 04/02/1992, P.M., p.c., Musumeci ed altri, Rv. 19123001; da ultimo Sez. 2, n. 33578 del 20/05/2010, Isoa, Rv. 24812801: la valutazione della prova impone di considerare ogni singolo fatto e il loro insieme non in modo parcellizzato e avulso dal generale contesto probatorio, e di verificare se essi, ricostruiti in se’ e posti vicendevolmente in rapporto, possano essere ordinati in una costruzione logica, armonica e consonante che consenta, attraverso la valutazione unitaria del contesto, di attingere la verita’ processuale).
4. Molteplici sono gli elementi probatori evidenziati dal primo giudice e neppure esaminati nel loro contenuto e nelle loro connessioni dal giudice di appello.
Il Tribunale, infatti, evidenziava: 1) che le dichiarazioni di (OMISSIS), “nelle tre distinte occasioni in cui e’ stato compiuto il suo esame”, si sono caratterizzate per una “apprezzabile precisione e coerenza del narrato”; 2) che tali dichiarazioni trovano riscontro non solo in quelle dei suoi prossimi congiunti, la moglie (OMISSIS) e la figlia (OMISSIS) (OMISSIS), ma anche in quanto dichiarato da (OMISSIS) e da (OMISSIS), parenti di (OMISSIS) e (OMISSIS); 3) che, al fine di valutare la credibilita’ delle suddette dichiarazioni, e’ rilevante il particolare modo nel quale e’ venuta fuori la vicenda, dopo molti anni dall’accaduto ed in occasione di una denuncia per un distinto episodio di violenza sessuale “senza potersi ravvisare una pregiudiziale strumentalizzazione finalizzata a pregiudicare la posizione dell’odierno imputato”; 4) che da tali dichiarazioni emergeva che il (OMISSIS) era a conoscenza dei comportamenti invasivi posti in essere dai suoi originari coimputati ed aventi la specifica finalita’ di togliere l’immobile dalla disponibilita’ del soggetto minacciato; 5) che il profitto del reato e’ stato conseguito dall’organizzazione religiosa rappresentata dal (OMISSIS); 6) che la seconda donazione, alla quale era presente anche il (OMISSIS), era all’evidenza “anomala”, come ammesso dallo stesso notaio nella sua testimonianza, in quanto veniva revocata un’originaria donazione modale per sostituirla con una donazione “pura” certamente meno conveniente per la posizione di (OMISSIS). In definitiva, dal complesso convergente delle risultanza probatorie emergeva, a giudizio del Tribunale, che il (OMISSIS) era “autore non di una singola ed esplicita minaccia, ma di una serie di pressioni velate, di intensita’ progressivamente crescente, tali da determinare la coartazione della volonta’ delle persone offese, anche avvalendosi, in modo incisivo, della forza intimidatrice e di persuasione derivante dal ruolo apicale da egli ricoperto nell’ambito dell’organizzazione religiosa della quale l’ (OMISSIS) e la sua famiglia erano adepti”.
Ebbene, il semplice confronto testuale delle motivazioni dei due giudici evidenzia non solo la assoluta mancanza da parte del secondo giudice di autonoma rivalutazione del compendio probatorio nei suoi singoli elementi e nel complesso, ma anche la totale assenza di specifico confronto con le argomentazioni sviluppate dal primo giudice e cio’ e’ quanto basta per condurre all’annullamento con rinvio della sentenza impugnata, in applicazione dei principi sopra esplicitati.
5. A questo punto, pero’, occorre esaminare lo specifico motivo di ricorso con il quale i ricorrenti deducono la violazione dell’articolo 6 CEDU, perche’ il secondo giudice, avendo espresso un giudizio di attendibilita’ delle prove dichiarative diverso rispetto a quanto ritenuto in primo grado, avrebbe avuto l’obbligo di rinnovare l’istruzione ed escutere nuovamente i dichiaranti.
6. L’obbligo di rinnovare l’istruzione e di escutere nuovamente i dichiaranti, gravante sul giudice dell’impugnazione qualora valuti diversamente la loro attendibilita’ rispetto a quanto ritenuto in primo grado e’ sancito dall’articolo 6 CEDU, come interpretato dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, che con sentenza del 5 luglio 2011 nel caso Dan c/Moldavia, intervenuta in un caso in cui il giudice di primo grado non aveva ritenuto intrinsecamente attendibile il testimone principale, che riferiva su tutte le circostanze fondanti l’accusa, mentre il giudice di secondo grado, senza una nuova raccolta delle prove ma sulla sola base della lettura delle dichiarazioni rese in primo grado, ne aveva affermato la piena attendibilita’, ha ritenuto un tale sistema non conforme alla Convenzione EDU perche’ un equo processo comporta che il giudice che deve utilizzare la dichiarazione di un testimone (in modo difforme da altro giudice) deve poterlo ascoltare personalmente e cosi’ valutarne la attendibilita’ intrinseca; la pronuncia e’ espressione del principio di immediatezza, che si ritiene attuato quando vi e’ un rapporto privo di intermediazioni tra l’assunzione della prova e la decisione: al fine di permettere una valutazione sull’attendibilita’ delle dichiarazioni si vuole che il giudice prenda direttamente contatto con la fonte di prova (nello stesso senso: Manolachi c. Romania, 5 marzo 2013; Flueras c. Romania, 9 aprile 2013; Hanu c. Romania, 4 giugno 2013; Moinescu c. Romania, 15 settembre 2015; Nitulescu c. Romania, 22 settembre 2015; da ultimo: Lorefice c. Italia, 29 giugno 2017).
La giurisprudenza della Corte di cassazione ha avviato un immediato processo conformativo dello statuto della prova dichiarativa nel giudizio di secondo grado alla ratio decidendi emergente dalla giurisprudenza della Corte Edu sopra richiamata, ritenendo che l’articolo 603 c.p.p. debba essere interpretato in modo convenzionalmente orientato, nel senso di prevedere la preventiva necessaria obbligatorieta’ della rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale per una nuova audizione dei testimoni gia’ escussi in primo grado, nel caso in cui la Corte di Appello intenda riformare in peius una sentenza di assoluzione dell’imputato.
Il tema ha costituito oggetto di una complessiva rivisitazione da parte delle Sezioni Unite, dapprima chiamate a pronunciarsi sulla rilevabilita’ d’ufficio della violazione dell’articolo 6 della CEDU (Sez. U, n. 27620 del 28/04/2016, Dasgupta) e, successivamente, sulla applicabilita’ del principio della necessaria rinnovazione in appello delle prove dichiarative, in caso di reformatio in peius, anche con riferimento al giudizio abbreviato (Sez. U, n. 18620 del 19/01/2017, Patalano). In tali pronunce si rileva che “la percezione diretta e’ il presupposto tendenzialmente indefettibile di una valutazione logica, razionale e completa. L’apporto informativo che deriva dalla diretta percezione della prova orale e’ condizione essenziale della correttezza e completezza del ragionamento sull’apprezzamento degli elementi di prova, tanto piu’ in relazione all’accresciuto standard argomentativo imposto per la riforma di una sentenza assolutoria dalla regola del “ragionevole dubbio”, che, come gia’ osservato, si collega direttamente al principio della presunzione di innocenza”, con la conseguenza che “dovere di motivazione rafforzata da parte del giudice della impugnazione in caso di dissenso rispetto alla decisione di primo grado, canone “al di la’ di ogni ragionevole dubbio”, dovere di rinnovazione della istruzione dibattimentale e limiti alla reformatio in pejus si saldano sul medesimo asse cognitivo e decisionale”, di modo che il giudice di appello “non puo’ riformare la sentenza impugnata nel senso dell’affermazione della responsabilita’ penale dell’imputato senza avere proceduto, anche d’ufficio, a norma dell’articolo 603 c.p.p., comma 3, a rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni sui fatti del processo, ritenute decisive ai fini del giudizio assolutorio di primo grado”. Tale ricostruzione sistematica e’ portata alle ulteriori conseguenze con l’applicazione del medesimo principio di obbligatorieta’ di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale da parte del giudice di appello che, su impugnazione del pubblico ministero, affermi la responsabilita’ dell’imputato, in riforma di una sentenza assolutoria emessa all’esito di un giudizio abbreviato non condizionato, operando una diversa valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, poiche’, argomentano le Sezioni Unite Patalano, il canone “oltre ogni ragionevole dubbio” assume veste di “criterio generalissimo” nel processo penale, direttamente collegato al principio costituzionale della presunzione di innocenza” e “pretende che, in mancanza di elementi sopravvenuti, l’eventuale rivisitazione in senso peggiorativo compiuta in appello sia sorretta da argomenti dirimenti e tali da evidenziare oggettive carenze od insufficienze della decisione assolutoria” e “pretende dunque (ben al di la’ della stereotipa affermazione dei principio del libero convincimento del giudice) percorsi epistemologicamente corretti, argomentazioni motivate circa le opzioni valutative della prova, giustificazione razionale della decisione, standards conclusivi di alta probabilita’ logica” e che, dunque, “si faccia ricorso al metodo di assunzione della prova epistemologicamente piu’ affidabile”, “perche’, insomma, l’overturning si concretizzi davvero in una motivazione rafforzata, che raggiunga lo scopo del convincimento “oltre ogni ragionevole dubbio”, non si puo’ fare a meno dell’oralita’ nella riassunzione delle prove rivelatesi decisive”.
7. In tal modo riassunti gli orientamenti della piu’ recente giurisprudenza sul contenuto e sui limiti della rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in caso di overturning in appello, deve rilevarsi che la soluzione in merito alla fondatezza o meno del motivo di ricorso di cui al punto 5 deve affrontare il peso della affermazione contenuta nella sentenza Dasgupta secondo cui “e’ il caso di notare che, proprio in quanto non viene in questione il principio del ragionevole dubbio, non puo’ condividersi l’orientamento secondo cui anche in caso di riforma della sentenza di condanna in senso assolutorio il giudice di appello, al di la’ di un dovere di motivazione rafforzata, deve previamente procedere a una rinnovazione della prova dichiarativa (in questo senso, ma isolatamente, Sez. 2, n. 32619 del 24/04/2014, Pipino, Rv. 260071)”.
Sebbene tale affermazione assuma il carattere della enunciazione e non si sia tradotta in un principio di diritto oggetto di massimazione ufficiale, di essa deve tenersi conto in ragione proporzionata al prestigio della Corte che la esprime. La successiva giurisprudenza, infatti, senza specifiche motivazioni, ha ritenuto di conformarsi alla suddetta enunciazione, evidentemente ritenendo che fosse conseguenza logico – sistematica della ratio decidendi della pronuncia delle Sezioni Unite affermare che l’obbligo di rinnovare l’istruzione e di escutere nuovamente i dichiaranti, gravante sul giudice di appello qualora apprezzi diversamente la loro attendibilita’ rispetto a quanto ritenuto in primo grado (obbligo sancito dall’articolo 6 CEDU, come interpretato dalla sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo), non trovi applicazione nell’ipotesi di riforma, in senso assolutorio, di sentenza di condanna, non venendo in rilievo – in tal caso – il principio del superamento del “ragionevole dubbio”, pur essendo il giudice di appello tenuto a strutturare la motivazione della propria decisione in maniera rafforzata, dando puntuale ragione delle difformi conclusioni assunte (Sez. 4, n. 4222 del 20/12/2016 – dep. 30/01/2017, P.C. in proc. Mangano e altro, Rv. 26894801; Sez. 3, n. 42443 del 07/06/2016, P.G. e altri in proc. G, Rv. 26793101).
Si tratta, peraltro, di affermazioni che non tengono conto, in primo luogo, del nostro complessivo sistema ordinamentale, e, in secondo luogo, dell’effettivo contenuto della giurisprudenza della CEDU, anche alla luce dei piu’ recenti interventi legislativi in materia di vittime del reato.
8. Deve preliminarmente osservarsi che la sentenza Sez. 2, n. 32619 del 24/04/2014, Pipino, Rv. 260071, citata dalle Sezioni Unite Dasgupta come “isolata”, non puo’ dirsi tale, in quanto essa risulta richiamata e ulteriormente argomentata, da molteplici sentenze non massimate, tra le quali: Sez. 2, n. 50643 del 18/11/2014, P.C. in proc. Fu e altri, Sez. 3, n. 42982 del 26/10/2015, Sez. 2, n. 36434 del 21/07/2015, Sez. 5, n. 36208 del 13/02/2015, Sez. 5, n. 42389 dell’11/05/2015. La tesi di fondo di tale orientamento giurisprudenziale e’ stata cosi’ espressa: “Se e’ vero che il principio tratto dalla richiamata sentenza Cedu e’ quello che laddove la prova essenziale consista in una o piu’ prove orali che il primo giudice abbia ritenuto, dopo averle personalmente raccolte, non attendibili, il giudice di appello per disporre condanna non puo’ procedere ad un diverso apprezzamento della medesima prova sulla sola base della lettura dei verbali ma e’ tenuto, salvo possibili casi particolari, a raccogliere nuovamente la prova innanzi a se’ per poter operare una adeguata valutazione di attendibilita’, e’ pur vero che tale principio, espressione dell’immediatezza del processo, deve trovare applicazione anche in casi in cui il diverso giudizio di attendibilita’ ha portato ad un giudizio di assoluzione in secondo grado, a maggior ragione a fronte della presenza di una parte privata, costituita parte civile, rispetto alla quale si assiste ad una sempre maggior tutela nell’ambito delle decisioni della Corte Europea”.
9. Se si esamina il nostro complessivo sistema ordinamentale, vengono in rilievo alcuni fondamentali principi.
In primo luogo deve osservarsi che mentre la Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo all’articolo 6, con riferimento all’”equo processo” afferma un “diritto” che ogni persona ha “a che la sua causa sia esaminata, equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente ed imparziale” (§ 1) in particolare specificando questo diritto in quello di “esaminare o far esaminare i testimoni a carico e ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico nelle stesse condizioni dei testimoni a carico” (§ 3 lettera d) e fissando, altresi’, il canone della presunzione di innocenza fino a quando la colpevolezza non sia stata legalmente accertata (§ 2), la nostra Costituzione, a seguito delle modifiche apportate dalla L. Cost. 23 novembre 1999, n. 2, all’articolo 111 Cost. stabilisce che “la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge” (comma 1) e che “il processo penale e’ regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova” (comma 4).
Gia’ la Corte costituzionale aveva osservato che il “giusto processo” e’ una “formula in cui si compendiano i principi che la Costituzione detta in ordine tanto ai caratteri della giurisdizione, sotto il profilo soggettivo e oggettivo, quanto ai diritti di azione e difesa in giudizio” (Corte cost. n. 131 del 1996). Ebbene, l’intervento legislativo di modifica costituzionale ha certamente privilegiato l’aspetto oggettivo del giusto processo, poiche’ la collocazione nella Sezione 2 relativa alle “Norme sulla giurisdizione” del Titolo 4 della Parte 2 “Ordinamento della Repubblica” e non nella Parte 1 “Diritti e doveri dei cittadini” individua il principio stesso, prima ancora che come una pretesa di parte, come un’esigenza obiettiva ed irrinunciabile dell’ordinamento costituzionale.
Al fine di ricostruire il nostro sistema costituzionale in materia di giurisdizione e’ poi importante ricordare quanto detto dalla Corte costituzionale successivamente all’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale: “il principio di legalita’ (articolo 25, comma 2), che rende doverosa la repressione delle condotte violatrici della legge penale, abbisogna, per la sua concretizzazione, della legalita’ nel procedere; e questa, in un sistema come il nostro, fondato sul principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge (in particolare, alla legge penale), non puo’ essere salvaguardata che attraverso l’obbligatorieta’ dell’azione penale. Realizzare la legalita’ nell’eguaglianza non e’, pero’, concretamente possibile se l’organo cui l’azione e’ demandata dipende da altri poteri: sicche’ di tali principi e’ imprescindibile requisito l’indipendenza del pubblico ministero. Questi e’ infatti, al pari del giudice, soggetto soltanto alla legge (articolo 101 Cost., comma 2) e si qualifica come un magistrato appartenente all’ordine giudiziario collocato come tale in posizione di istituzionale indipendenza rispetto ad ogni altro potere, che non fa valere interessi particolari ma agisce esclusivamente a tutela dell’interesse generale all’osservanza della legge (sentenze nn. 190 del 1970 e 96 del 1975). Il principio di obbligatorieta’ e’, dunque, punto di convergenza di un complesso di principi basilari del sistema costituzionale, talche’ il suo venir meno ne altererebbe l’assetto complessivo. Di conseguenza, l’introduzione del nuovo modello processuale non lo ha scalfito, ne’ avrebbe potuto scalfirlo. Qui, anzi, l’esigenza di garantire l’indipendenza del P.M. e’ accentuata dalla concentrazione in capo a lui della potesta’ investigativa, radicalmente sottratta al giudice.
Per altro verso, l’eliminazione di ogni contaminazione funzionale tra giudice e organo dell’accusa – specie in tema di formazione della prova e di liberta personale – non comporta che, sul piano strutturale ed organico, il P.M. sia separato dalla Magistratura costituita in ordine autonomo ed indipendente. Nell’architettura della delega, infatti, il ruolo del P.M. non e’ quello di mero accusatore, ma pur sempre di organo di giustizia obbligato a ricercare tutti gli elementi di prova rilevanti per una giusta decisione, ivi compresi gli elementi favorevoli all’imputato” (Corte cost. n. 88 del 1991). In un ordinamento basato sul principio di legalita’ e su quello dell’obbligatorieta’ dell’azione penale “il fine primario e ineludibile del processo penale rimane la ricerca della verita’” (Corte cost. n. 111 del 1993).
Il potere di impugnazione del pubblico ministero, anche se non puo’ essere configurato come proiezione necessaria del principio di obbligatorieta’ dell’azione penale (Corte cost. sent. n. 280 del 1995 e ord. n. 165 del 2003), ha “come scopo istituzionale quello di assicurare la corretta applicazione della legge penale nel caso concreto e – tramite quest’ultima – l’effettiva attuazione dei principi di legalita’ e di eguaglianza, nella prospettiva della tutela dei molteplici interessi, connessi anche a diritti fondamentali, a cui presidio sono poste le norme incriminatrici” (Corte cost. n. 26 del 2007).
Del resto, il principio costituzionale secondo il quale “i magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversita’ di funzioni” (articolo 107 Cost., comma 3) postula una differenziazione che si riconnette ai tre gradi della giurisdizione previsti dall’ordinamento processuale, preordinata ai fini di giustizia ed alla esigenza di esattezza delle decisioni (Corte cost. n. 168 del 1963). In tale ottica, deve ritenersi che “la sussistenza o meno della colpevolezza dell’imputato “al di la’ di ogni ragionevole dubbio” rappresenti la risultante di una valutazione: e la previsione di un secondo grado di giurisdizione di merito trova la sua giustificazione proprio nell’opportunita’ di una verifica piena della correttezza delle valutazioni del giudice di primo grado, che non avrebbe senso dunque presupporre esatte, equivalendo cio’ a negare la ragione stessa dell’istituto dell’appello”; pertanto, il canone “al di la’ di ogni ragionevole dubbio”, rappresentando la risultante di una valutazione, non incide sul giudizio di “certezza” che i diversi gradi di giurisdizione mirano a rafforzare, indipendentemente dai diversi approdi decisori, di colpevolezza o di innocenza, dei distinti giudizi (cosi’ Corte cost. n. 26 del 2007).
Se, dunque, questi sono i principi fondamentali di rilievo costituzionale che caratterizzano il nostro sistema processuale, cioe’ il pubblico ministero quale portatore di una prospettiva di legalita’ (anche in favore dello stesso imputato) e la pluralita’ dei gradi di giurisdizione quale esigenza di giustizia che tende alla “certezza” della decisione in vista del raggiungimento della verita’ processuale e per l’attuazione del principio di legalita’, non si vede perche’ la regola di rinnovazione delle prove dichiarative debba applicarsi nell’ipotesi di ribaltamento in appello della assoluzione in primo grado e non nel caso inverso, visto che le esigenze di “percezione” del giudice di appello dovrebbero valere non a senso unico, ma anche nell’ipotesi in cui non condivida la decisione del giudice di primo grado di avere ritenuto attendibile il teste utilizzato in chiave di accusa; in altre parole, affermare che il giudice di appello, riformando la decisione di primo grado, puo’ assolvere ex actis, ma non puo’ condannare ex actis, significherebbe adottare uno statuto probatorio del tutto privo di base logico – sistematica. Del resto, se si ritiene che il “metodo di assunzione della prova epistemologicamente piu’ affidabile” sia quello dell’oralita’, come afferma la sentenza Patalano, non si vede perche’ questo metodo non debba essere adottato sempre dal giudice dell’impugnazione a fini di giustizia e di certezza della decisione e a presidio delle esigenze di “legalita’” a prescindere dagli esiti decisori. Se, poi, si ritiene, come affermato dalla dottrina che si e’ espressa in senso adesivo alla pronuncia delle Sezioni Unite, che soltanto “il ribaltamento della pronuncia assolutoria operata sulla scorta una identica valutazione cartolare del costrutto probatorio gia’ a disposizione del giudice di prime cure rischia di contenere in se’ un implicito dubbio ragionevole: quello determinato dalla avvenuta adozione di decisioni contrastanti a geometria probatoria invariata”, rimane inspiegato perche’ se il ragionevole dubbio non e’, come non puo’ essere, uno stato psicologico del giudice, ma il risultato di una valutazione (come anche evidenziato dalla Corte costituzionale), che si fonda sul ragionamento critico e non su sensazioni o intuizioni o congetture del giudice e che impone l’adozione del metodo dell’oralita’/immediatezza, tale metodo non debba essere utilizzato in qualsiasi ipotesi di decisioni contrastanti nei due gradi di giudizio; per ritenere diversamente occorrerebbe dimostrare che l’assoluzione in primo grado rappresenti di per se’ una decisione di forza superiore rispetto all’esito opposto e che solo essa, per questo esclusivo motivo, meriti un piu’ affidabile standard probatorio in caso di integrale riforma in appello; ne’ vale a spiegare una diversita’ di metodo in relazione all’esito decisorio del primo giudice la riconduzione del canone del ragionevole dubbio alla presunzione di innocenza, perche’ questa vale “sino alla condanna definitiva”, cioe’ fino a quando non e’ completato il percorso che consente di raggiungere la verita’ processuale e fino a quando il sistema processuale non ha esaurito tutti i sistemi di controllo della legalita’ della decisione.
10. Se si esamina il tema sotto il profilo dei principi desumibili dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo come interpretata dalla giurisprudenza della Corte EDU le conclusioni a cui si giunge non sono diverse.
prova-testimoniale

References: sentenza 
 Sentenza 

Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 6
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 5
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. Sez. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza