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Sentenza n. 5361 del 4 aprile 2012 Corte di Cassazione | Tutto Stranieri
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I contributi versati all’estero sono determinati ai fini dell’accredito figurativo della maternità relativi alle tre gravidanze avute, così da raggiungere i requisiti minimi per la pensione
Lavoro – Contributi versati all’estero – Accredito figurativo della maternità
1.- La sentenza attualmente impugnata – in riforma della sentenza del Tribunale di Bergamo n. 922/2008 del 20 ottobre 2008 – accerta il diritto di ***** alla pensione di vecchiaia, con decorrenza dall’ottobre 2005, e condanna l’INPS sia alla corresponsione dei relativi ratei arretrati con interessi di legge sia ai pagamento delle spese processuali dei due gradi di merito.
a) oggetto della controversia è la computabilità dei contributi versati all’estero per l’integrazione del requisito dei cinque anni di contribuzione antecedenti la domanda diretta ad ottenere l’accreditamento della contribuzione figurativa per i periodi corrispondenti a quelli di astensione obbligatoria per maternità, verificatisi al di fuori del rapporto di lavoro, ai sensi dell’art. 25, comma 2, del d.lgs. n. 151 del 2001;
b) l’interesse della ***** al richiesto accreditamento della contribuzione figurativa presso la gestione AGO dell’ENPS nasce dal fatto che soltanto con il riconoscimento del relativo diritto, in riferimento ai periodi di astensione obbligatoria per tutte e tre le gravidanze avute, l’assicurata può raggiungere il requisito di 780 contributi, con decorrenza dal 30 settembre 2005;
c) in particolare, non essendo più contestati i conteggi effettuati dalla ***** è invece tuttora controversa la riconoscibilità, ai suddetti fini, dei contributi versati per il lavoro prestato in Svizzera, salvo restando che il riferimento ai contributi esteri non viene effettuato per ottenere una riliquidazione in aumento della prestazione, ma soltanto per integrare il requisito contributivo, come accade normalmente nelle ipotesi di totalizzazione, nelle quali la contribuzione versata all’estero viene in considerazione esclusivamente per integrare il requisito contributivo;
d) va, però, osservato che, mentre la normativa generale sul trattamento pensionistico prevede un’apposita disciplina per la totalizzazione, il t.u. n. 151 del 2001 non contempla alcuna disposizione al riguardo;
e) in tale situazione appare preferibile risolvere la questione in base ad una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 25 del t.u. n. 151 del 2001 cit, nel senso di consentire la totalizzazione dei contributi di cui si tratta;
f) infatti, tale soluzione, da un lato, garantisce una maggiore tutela al valore sociale della maternità, che rappresenta la ratio dell’art. 25 del t.u. cit. il quale – in armonia con gli artt. 30, 31 e 37 Cost. – attribuisce alle lavoratrici madri una copertura previdenziale più ampia rispetto a quella connessa all’attualità del rapporto di lavoro in caso di gravidanza ai sensi dell’art. 38, secondo comma, Cost;
g) d’altra parte, la soluzione adottata si pone altresì in linea con quanto previsto dalla normativa generale in materia di totalizzazione, visto che anche nell’attuale ipotesi il suddetto meccanismo svolge solo la funzione di integrare il requisito contributivo, come accade normalmente in caso di totalizzazione, essendo tale istituto ispirato al principio secondo cui i contributi versati all’estero sono utilizzabili in Italia quando con la sola contribuzione nazionale non sarebbe possibile acquisire il diritto alla prestazione, con conseguente equiparazione di contribuzione e lavoro estero con contribuzione e lavoro nazionale, onde assicurare una più efficace garanzia del conseguimento del trattamento previdenziale ai sensi dell’art. 38 Cost.
2.- Il ricorso dell’INPS domanda la cassazione della sentenza per un motivo; resiste, con controricorso.
1 – Sintesi delle censure
1.- Con unico motivo di ricorso – illustrato da quesito di diritto – si denuncia, in relazione all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., violazione dell’art. 25 del d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151, con riferimento agli artt. 1, 18, 44 e ss. del Regolamento CEE n. 1408/71, relativo all’applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati e ai loro familiari che si spostano all’interno dell’Unione Europea.
Si contesta la sentenza impugnata nella parte in cui la Corte bresciana ha ritenuto possibile applicare la totalizzazione della contribuzione versata in Svizzera e di quella versata in Italia per il perfezionamento del requisito di cinque anni di contribuzione versata in costanza di rapporto di lavoro, ai fini dell’accesso alla contribuzione figurativa relativa a periodi di congedo di maternità verificatisi al di fuori del rapporto di lavoro (art. 25, comma 2, del d.lgs. n. 151 del 2001 cit).
II ricorrente, pur conoscendo la sentenza di questa Corte 2 marzo 2004, n. 4248, auspica che, nel presente giudizio, si pervenga ad una diversa soluzione in considerazione della “non perfetta coincidenza” tra l’attuale fattispecie e quella esaminata nella suddetta sentenza, sia per il petitum (non venendo in considerazione, all’epoca, la normativa sulla tutela della maternità, ma quella della ricongiunzione dei lavoratori autonomi), sia perché in quel caso si faceva riferimento a contributi esteri versati in Francia, mentre nell’attuale giudizio i contributi esteri sono stati versati in Svizzera e quest’ultimo Paese non è uno Stato membro dell’Unione europea.
L’INPS sottolinea, in particolare, che pure in difetto di un’apposita disciplina anche la presente situazione deve essere risolta in applicazione del principio secondo cui l’avviamento nel sistema previdenziale italiano di contribuzioni maturate all’estero rappresenta un’ipotesi di carattere eccezionale, la quale trova fondamento e disciplina nelle convenzioni internazionali che, di volta in volta, prevedono il suindicato avvalimento.
Nel caso di specie la normativa di riferimento è rappresentata dal Regolamento CEE n. 1408/71 (in materia di sicurezza sociale dei lavoratori subordinati e dei loro familiari che si spostano all’interno dell’Unione europea) in quanto, a decorrere dal 1° giugno 2002, è in vigore l’Accordo tra la UE e la Confederazione svizzera sulla libera circolazione delle persone, nel quale gli Stati contraenti hanno convenuto di realizzare il coordinamento dei rispettivi sistemi di sicurezza sociale attraverso l’applicazione della vigente disciplina UE in materia di sicurezza sociale.
Dagli art. 1, lettera t), 4, paragrafo 1, e dagli artt. 18 e ss. del menzionato Regolamento si desume che la normativa della UE in materia di totalizzazione si collega al sistema del pro rata e, quindi, fa esclusivo riferimento a prestazioni in denaro o in natura. L’accredito contributivo in oggetto non sarebbe, invece, suscettibile di essere disciplinato dal suddetto sistema perché sarebbe da considerare meramente strumentale alla costituzione della provvista contributiva, che rappresenta una fase antecedente rispetto a quella in cui opera la totalizzazione e che è regolata – sia per il versamento effettivo dei contributi, sia per il riconoscimento figurativo – dalle norme dello Stato cui competono i contributi stessi. La totalizzazione può operare, in base alla normativa UE, solo in un momento logicamente e cronologicamente successivo alla regolare costituzione delle singole provviste nazionali.
Conseguentemente, per stabilire quanti sono i contributi da computare nell’AGO si deve fare riferimento alla sola disciplina emanata dallo Stato italiano: il quinquennio cui fa riferimento l’art. 25 del d.lgs. n. 151 del 2001 è un quinquennio di contribuzione effettiva, correlato ad un minimo di controvalore economico versato nel regime generale, secondo una valutazione di sostenibilità spettante al legislatore italiano.
Di ciò si avrebbe conferma indiretta anche nell’art. 9 del citato Regolamento CEE, che espressamente prende in considerazione la rilevanza della contribuzione ai fini dell’assicurazione volontaria e facoltativa. Tale disposizione risulterebbe, ad avviso del ricorrente, priva di utilità se si accedesse alla tesi secondo cui si può fare ricorso alla totalizzazione una prima volta per perfezionare i requisiti contributivi minimi necessari ad ottenere un incremento della provvista e una seconda volta per conseguire il trattamento pensionistico.
2.- Il motivo di ricorso è infondato.
2.1.- Secondo l’orientamento espresso da questa Corte nella sentenza 23 agosto 2011, n. 17557, riguardante una fattispecie analoga alla presente – cui il Collegio intende dare continuità -l’art. 25 del d.lgs. n. 151 del 2001 prevede come presupposto per il riconoscimento della contribuzione figurativa relativamente a periodi di maternità fuori dal rapporto di lavoro un’anzianità contributiva di almeno cinque anni. Questo requisito minimo risulta, nella specie, integrato dalla ricorrente solo totalizzando la contribuzione versata in Italia e quella versata in Svizzera.
Può aggiungersi che non è in contestazione che alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 151 del 2001 la lavoratrice era iscritta all’assicurazione generale obbligatoria e non era invece titolare di trattamento pensionistico. Pertanto, nella specie non rileva la norma sopravvenuta – ossia l’art. 2, comma 504, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (legge finanziaria per il 2008) – che ha stabilito che il beneficio della contribuzione figurativa di cui all’art. 25 citato può trovare applicazione solo in favore delle lavoratrici in servizio alla data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo, salvi i trattamenti pensionistici più favorevoli già liquidati alla data di entrata in vigore della medesima legge n. 244 del 2007 (1° gennaio 2008).
Rileva invece la disciplina eurounitaria e segnatamente, in generale, l’art. 48 del Trattato CEE – poi divenuto art. 39 del Trattato CE e attualmente corrispondente all’art. 45 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) – nonché l’art. 51 del Trattato CEE, poi divenuto art. 42 del Trattato CE e attualmente corrispondente all’art. 48 del TFUE. In base alla prima delle suddette disposizioni viene assicurato ai lavoratori migranti, dipendenti o autonomi, la libera circolazione all’interno della UE. In base alla seconda disposizione del Trattato citata ai lavoratori migranti è assicurato, in materia di sicurezza sociale nell’ambito della UE, «il cumulo di tutti i periodi presi in considerazione dalle varie legislazioni nazionali per il sorgere e la conservazione del diritto alle prestazioni sia per il calcolo di queste». Ciò comporta il diritto al riconoscimento di tutti periodi contributivi presi in considerazione dalle varie legislazioni nazionali ai suddetti fini, in base al sistema del cumulo o della totalizzazione dei periodi contributivi e delle contribuzioni, secondo quanto stabilito dall’art. 45 della Regolamento CEE n. 1408 del 1971 del 14 giugno 1971, il quale, nella versione applicabile ratione temporis, appunto prescrive che si tiene conto di detti periodi di contribuzione come se si trattasse di periodi compiuti sotto la legislazione del Paese membro la cui normativa trovi applicazione in ragione della prestazione richiesta dal lavoratore migrante.
L’art. 1 del medesimo Regolamento precisa, poi, che i termini di prestazioni, pensioni e, rendite designano indistintamente tutti tali trattamenti di carattere previdenziale. Quindi il benefica della totalizzazione è diretto – come previsto dall’art. 45 cit. – al mantenimento o al recupero del diritto alle “prestazioni”, intendendo per prestazioni un trattamento di tipo previdenziale e tale è certamente nella specie il diritto alla pensione di vecchiaia da riconoscere alla (…) in ragione dei contributi effettivi – versati in maggior parte in Italia e in parte minore in Svizzera – ai quali la Corte d’appello ha esattamente ritenuto possano aggiungersi i contributi figurativi per i periodi di astensione obbligatoria per maternità in riferimento alle tre gravidanze avute, onde consentire all’interessata di superare la soglia minima di 780 contributi settimanali per avere diritto alla pensione di vecchiaia.
Argomento confermativo dell’esattezza di tale soluzione può desumersi proprio dall’art. 9 del menzionato Regolamento UE che – assicurando l’applicabilità del principio della totalizzazione dei periodi di contribuzione ai fini della assicurazione volontaria o facoltativa – è espressione di un principio più ampio di rilevanza dei periodi contributivi maturati nei vari Paesi della Unione europea.
Del resto, come già rilevato nella sentenza di questa Corte 2 marzo 2004, n. 4248, la stessa Corte di giustizia UE, riferendosi espressamente al citato art. 51 del Trattato CEE (poi divenuto art. 42 del Trattato CE e attualmente corrispondente all’art. 48 del TFUE), sin dalle prime sue pronunzie, ebbe ad affermare che l’incompatibilità con la suddetta norma del Trattato della «limitazione del cumulo di prestazioni che implichi la decurtazione dei diritti che agii interessati spettano già in uno Stato membro in forza dell’applicazione pura e semplice delle leggi nazionali» (sent. 21.10.1975, n. 24/75, Petroni).
Ne risulta ulteriormente confermata l’inconsistenza dell’ulteriore obiezione – qui formulata dall’Istituto ricorrente – secondo la quale la suddetta normativa UE in materia di riconoscimento di tutti i periodi contributivi maturati dai lavoratori migranti nell’ambito della UE andrebbe riferita soltanto alla possibilità di usufruire di “prestazioni” in denaro o in natura e quindi non sarebbe applicabile all’accredito contributivo in oggetto perché esso è meramente strumentale alla costituzione della provvista contributiva, la quale rappresenta una fase antecedente rispetto al momento in cui opera la totalizzazione, che interviene solo dopo la regolare costituzione delle varie provviste nazionali. Infatti, l’accreditamento della contribuzione figurativa richiesto dalla ***** è finalizzato ad integrare il requisito contributivo necessario per ottenere la prestazione previdenziale, analogamente a quel che accade di solito nei casi di riconoscimento della facoltà di ricongiunzione, che sottende proprio la totalizzazione dei contributi, a sua volta finalizzata alle conseguenti prestazioni in favore del lavoratore beneficiario, da correlare quantitativamente all’intero complesso contributivo in tal modo cumulato.
Deve poi aggiungersi – anche se ciò è pacifico tra le parti – che la contribuzione maturata dalla lavoratrice in Svizzera è equiparata alla contribuzione maturata in un Paese della UE in ragione dell’Accordo intervenuto (il 21 giugno 1999) tra la Confederazione elvetica e la Unione europea per effetto del quale ha trovato applicazione il Regolamento CEE suddetto a partire dal 1 ° giugno 2002.
2.2.- Va, inoltre, ricordato che, nella già richiamata sentenza di questa Corte 2 marzo 2004, n. 4248, proprio in tema di cumulo dei periodi contributivi maturati dai lavoratori nei Paesi della Unione europea, è stato affermato che, dal momento che la legge nazionale 7 febbraio 1979 n. 29 subordina la facoltà della ricongiunzione per i lavoratori autonomi all’esistenza, all’atto della domanda, di un periodo contributivo almeno quinquennale immediatamente precedente nell’assicurazione generale obbligatoria IVS dei lavoratori dipendenti, resta escluso, in forza delle fonti eurounitarie (art. 10 del Regolamento CEE 1408/71 del 14 giugno 1971 conformemente al principio fissato dall’art. 51 del Trattato di Roma, ribadito dall’art. 42 del Trattato CE e oggi consacrato dall’art. 48 del TFUE) che tale periodo debba esser stato effettuato o debba comunque valere nell’ambito dell’assicurazione nazionale, essendo possibile la ricongiunzione in presenza di contributi versati in un’assicurazione estera.
Infatti, gli elementi che, secondo l’istituto ricorrente diversificherebbero la fattispecie esaminata nella predetta sentenza rispetto a quella oggetto del presente giudizio – petitum e Paese ove è stata versata la contribuzione estera – non appaiono in realtà significativi ai fini che qui interessano in quanto:
1) in entrambi i casi messi a confronto il meccanismo attraverso il quale si ottiene il risultato di tenere conto – al fine della integrazione del requisito minimo contributivo necessario per l’attribuzione della pensione in Italia – dei contributi versati dall’interessato in un Paese straniero esula dall’applicazione del sistema del pro rata;
2) in seguito al menzionato Accordo intervenuto (il 21 giugno 1999) tra la Confederazione elvetica e la Unione europea è del tutto irrilevante, come si è detto, che la Svizzera non sia compresa tra gli Stati membri della UE.
A ciò è da aggiungere che, come sottolineato anche dalla Corte d’appello di Brescia, nell’attuale fattispecie viene anche in rilievo la tutela del valore sociale della maternità, che l’art. 25 del d.lgs. n. 151 del 2001 è finalizzato a garantire, in armonia con gli artt. 30, 31 e 37 Cost.
Ciò risulta conforme anche agli indirizzi e alla legislazione della UE (a partire, in particolare, dalle direttive n. 86/613/CEE, n. 92/85/CE e n. 96/34/CE) ove da tempo, sia a livello dell’Unione nel suo complesso sia da parte dei singoli Stati, si riconosce che la tutela della maternità può favorire l’aumento dell’occupazione femminile che, a sua volta, può avere ricadute positive sulla sostenibilità del modello sociale, sul miglioramento del tasso di crescita del sistema economico e alla riduzione del rischio di povertà delle famiglie in generale.
D’altra parte, non va dimenticato che anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (cui, com’è noto, l’art. 6 del Trattato di Lisbona ha attribuito lo stesso valore giuridico dei trattati) all’art. 23 – dopo aver stabilito che «la parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione» – aggiunge che «il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato (per l’uso della Carta vedi: sent. cost. n. 80 del 2011).
La Corte d’appello di Brescia ha fatto corretta applicazione dei suddetti principi e ne ha dato conto con motivazione coerente e corretta dal punto di vista logico-giuridico, sicché la sentenza impugnata è del tutto esente dai vizi prospettati dal ricorrente.
3.- Per tutte le suesposte considerazioni, il ricorso va rigettato.
Rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di cassazione liquidate in euro 50,00 per esborsi, euro 3.000,00 (tremila/00) per onorari d’avvocato ed oltre IVA, CPA e spese generali.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Lavoro, 24 gennaio 2012.
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