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Timestamp: 2020-05-31 17:28:52+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 11755 del 08/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11755 del 08/06/2016
Cassazione civile sez. VI, 08/06/2016, (ud. 20/04/2016, dep. 08/06/2016), n.11755
S.F., elettivamente domiciliata ROMA, VIA COSTANTINO
53/A, presso lo studio dell’avvocato VIRBANI GIUSEPPE,
rappresentata e difesa dall’avvocato MAGANUCO EMANUELE, giusta
AZIENDA (OMISSIS), in persona del Direttore Generale,
studio dell’avvocato IELO ANTONIO, rappresentata e difesa
dall’avvocato MAURELLI FERDINANDO, giusta procura speciale in calce
avverso la sentenza n. 425/2014 della CORTE D’APPELLO di
20/04/2016 dal Consigliere Relatore Dott. GARRI FABRIZIA.
S.F., infermiere in servizio presso l’Ospedale (OMISSIS), conveniva in giudizio la Azienda ASP di (OMISSIS) chiedendone la condanna, per quanto qui interessa, al pagamento della somma di Euro 6.895,00 a titolo di retribuzione aggiuntiva spettante in relazione al tempo impiegato – venti minuti giornalieri – per indossare e dismettere la divisa di lavoro all’inizio ed al termine di ciascun turno per gli anni dal 2007 al 2011.
Per la cassazione della sentenza ricorre S.F. che articola cinque motivi.
Entrambe le parti hanno depositato memoria insistendo nelle rispettive conclusioni.
Con il primo, il secondo ed il terzo motivo di ricorso è denunciata la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., comma 1 e degli artt. 112 e 115 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Lamenta il ricorrente che la Corte di appello avrebbe erroneamente ritenuto che non fosse stata offerta la prova dell’esistenza di un obbligo per il dipendente di indossare e dismettere la divisa al di fuori dell’orario di lavoro effettivamente retribuito, anticipando l’ingresso e posticipando l’uscita.
Sotto altro aspetto poi sarebbe errata la sentenza nella parte in cui afferma che la lavoratrice non avrebbe contestato di essere stata regolarmente retribuita anche per il tempo dedicato alla vestizione/svestizione.
Al contrario, sostiene parte ricorrente, era stato puntualmente evidenziato, nelle note conclusive di primo grado e poi nel ricorso in appello, che dalla documentazione versata in atti si evinceva che l’uscita era timbrata mediamente quindici minuti dopo la fine del turno e l’entrata cinque/dieci minuti in anticipo e che i minuti in eccesso non erano mai stati conteggiati nel saldo orario mensile a favore della ricorrente. Le somme effettivamente corrisposte erano relative al lavoro straordinario debitamente autorizzato e, conseguentemente, retribuito.
Occorre in primo luogo rammentare che, è configurabile la violazione dell’art. 2697 c.c. soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne risulta gravata secondo le regole dettate da quella norma (cfr. tra le tante Cass. 17.6.2013 n. 15107 e recentemente anche Cass. 16.9.
2015 n. 18165). Ove la censura investa la valutazione della prova (attività regolata, invece, dagli artt. 115 e 116 c.p.c.) essa deve essere fatta valere ai sensi del cit. art. 360 c.p.c., n. 5.
Per tale aspetto, allora, sono inammissibili le censure formulate nel primo e nel secondo motivo di ricorso con riguardo alla violazione dell’art. 2697 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 posto che esse investono direttamente la valutazione della prova e non la corretta distribuzione dei relativi oneri.
Come è stato di recente ricordato da questa Corte nella sentenza n. 692 del 15.1.2014, “La giurisprudenza di questa Corte ha più volte affermato, in relazione alla regola fissata dal R.D.L. 5 marzo 1923, n. 692, art. 3 – secondo cui “è considerato lavoro effettivo ogni lavoro che richieda un’occupazione assidua e continuativa” – il principio secondo cui tale disposizione non preclude che il tempo impiegato per indossare la divisa sia da considerarsi lavoro effettivo, e debba essere pertanto retribuito, ove tale operazione sia diretta dal datore di lavoro, il quale ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, ovvero si tratti di operazioni di carattere strettamente necessario ed obbligatorio per lo svolgimento dell’attività lavorativa: così, Cass. 14 aprile 1998 n. 3763, Cass. 21 ottobre 2003 n. 15734, Cass. 8 settembre 2006 n. 19273, Cass. 10 settembre 2010 n. 19358, Cass. 7 giugno 2012 n. 9215. E’ stato anche precisato (v. Cass. 25 giugno 2009 nn. 14919 e 15492) che i principi così enunciati non possono ritenersi superati dalla disciplina introdotta dal D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66 (di attuazione delle direttive 93/104/CE e 2000/34/CE), il quale all’art. 1, comma 2, definisce “orario di lavoro” “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”; e nel sottolineare la necessità dell’attualità dell’esercizio dell’attività o della finzione lascia in buona sostanza invariati – come osservato in dottrina – i criteri ermeneutici in precedenza adottati per l’integrazione di quei principi al fine di stabilire se si sia o meno in presenza di un lavoro effettivo, come tale retribuibile, stante il carattere generico della definizione testè riportata. Criteri che riecheggiano, invero, nella stessa giurisprudenza comunitaria quando in essa si afferma che, per valutare se un ceno periodo di servizio rientri o meno nella nozione di orario di lavoro, occorre stabilire se il lavoratore sia o meno obbligato ad essere fisicamente presente sul luogo di lavoro e ad essere a disposizione di quest’ultimo per poter fornire immediatamente la propria opera (Corte Giust. Com.
Tale orientamento (come osserva la citata Cass. n. 19358/2010) consente di distinguere nel rapporto di lavoro una fase finale, che soddisfa direttamente l’interesse del datore di lavoro, ed una fase preparatoria, relativa a prestazioni od attività accessorie e strumentali, da eseguire nell’ambito della disciplina d’impresa (art. 2104 c.c., comma 2) ed autonomamente esigibili dal datore di lavoro, il quale ad esempio può rifiutare la prestazione forale in difetto di quella preparatoria.” In definitiva il tempo necessario a indossare l’abbigliamento di servizio costituisce tempo di lavoro soltanto ove qualificato da una clero direzione. In difetto di direttive specifiche in tal senso l’attività di vestizione rientra nella diligenza preparatoria inclusa nell’obbligazione principale del lavoratore e non dà titolo ad autonomo corrispettivo. (cfr. Cass. 7.6.2012 n. 9215).
1.- la dipendente, infermiere professionale, prima di accedere al turno di servizio era tenuta ad indossare la divisa (nei locali a ciò destinati in prossimità dell’unità operativa di assegnazione all’interno dell’area ospedaliera) che poi doveva dismettere a fine turno lasciandola per il lavaggio nei cesti allo scopo collocati in azienda;
Tale ricostruzione non incorre nella violazione dell’art. 2697 c.c. denunciata con il terzo motivo di ricorso nè tanto meno nella violazione dell’art. 115 c.p.c.. La Corte di appello ha, infatti, dato compiutamente conto delle ragioni per cui ha ritenuto che non fosse provata l’esistenza di una disposizione aziendale che imponesse una entrata anticipata ed una uscita ritardata rispetto al turno di servizio e ciò ha fatto prendendo in considerazione tutto il materiale probatorio offertole (prove testimoniali, documentazione aziendale e cartellini marcatempo) di cui ha dato adeguata giustificazione con accertamento di merito in questa sede non censurabile.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma del D.P.R., art. 13, comma 1 bis.

References: Sentenza 
 sentenza 
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 Cass. 
 Cass. 
 art. 360
 sentenza 
 art. 3
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 13
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