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Timestamp: 2018-01-21 00:19:34+00:00

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Una strategia di contrasto ai continui attacchi alle pensioni - Pensioni - Dirigenti Senior
Una strategia di contrasto ai continui attacchi alle pensioni
Il 15 Dicembre Federmanager ha organizzato per gli associati un incontro a Milano per condividere un serio impegno per contrastare lo stravolgimento dei principi costituzionali in materia previdenziale e per sostenere alle prossime elezioni politiche i programmi che garantiscano la certezza del diritto e il riconoscimento del merito.
Presidente Comitato Nazionale di Coordinamento dei Gruppi Pensionati e Consigliere ALDAI-Federmanager
Con la Sentenza annunciata nel Comunicato stampa del 25 ottobre e il comunicato stampa del 1° dicembre la Corte Costituzionale ha ritenuto che «la nuova e temporanea disciplina prevista dal decreto-legge n. 65 del 2015 realizzi un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica».
La disciplina prevista dal decreto-legge n. 65 del 2015 non è nuova, in quanto ripete i criteri peggiorativi della legge n.147/2013.
Non è temporanea, in quanto gli effetti di questo blocco continueranno per tutta la vita residua dei pensionati colpiti e dei loro eventuali superstiti.
È irragionevole in quanto non tiene in nessun conto la riduzione del potere d’acquisto delle pensioni subita negli anni per gli effetti sottrattivi delle precedenti sospensioni.
Appare paradossale che siano state legittimate norme che hanno disatteso la precedente Sentenza n.70/2015.
In questa sentenza i magistrati hanno subordinato la giustizia ai vincoli di bilancio. Cioè ai vincoli previsti dall'art.81 della Costituzione che introduce l’obiettivo del pareggio tra entrate ed uscite.
I diritti fondamentali dei cittadini hanno ceduto il passo alla ragion di Stato. La Corte Costituzionale ha ritenuto legittimo che “il legislatore abbia destinato le limitate risorse finanziarie disponibili, in via prioritaria, ai pensionati con i trattamenti pensionistici più bassi, limitando il blocco a quelli medio-alti (che hanno margini di resistenza maggiori contro gli effetti dell’inflazione)”.
Questa decisione ha penalizzato i lavoratori che, impegnandosi, hanno avuto successo ed hanno pagato ingenti somme di imposte e contributi; è una decisione ancora più iniqua se si considera che tra i pensionati poveri, che incassano la rivalutazione dell'assegno, ci sono anche quelli che hanno lavorato poco, magari in nero, o che hanno evaso le tasse e i contributi.
I pensionati penalizzati dal decreto 65/2015, sono in gran parte gli stessi già colpiti nel 2008, e poi nel 2012 e 2013 (con indicizzazione azzerata), e nuovamente dalla indicizzazione in misura solo del 40-45% nel 2014, 2015, 2016, 2017, 2018 (8 anni nell’arco di 11 anni).
La perdita dovuta alla mancata perequazione 2012-2013 a fine 2016 aveva già raggiunto:
per pensione di 2500 euro lordi 7.389 euro
per pensione di 6800 euro lordi 19.064 euro
La perequazione costituisce una componente importante del trattamento pensionistico. Il blocco totale o parziale dell’adeguamento Istat per le pensioni medio-alte è un rilevante fattore di impoverimento nel tempo dei pensionati interessati. Se continuasse l’attuale meccanismo una pensione di € 4.800 lorde mensili, in presenza di una inflazione annua del 2,5% e con una perequazione dello 0,45%, nell’arco di 15 anni avrebbe una perdita cumulata di € 117.400
Così facendo, la Corte Costituzionale perde credibilità nei confronti dei cittadini:
perché insegue l’input politico, sconfessando sé stessa;
perché rinuncia al suo ruolo istituzionale di controllo sulla correttezza e coerenza del divenire legislativo in rapporto ai principi costituzionali;
perché interviene ex post a “coprire e giustificare” ogni disinvoltura dei legislatori;
perché potrebbe far presumere che i giudici “leggano” la Costituzione con gli occhiali della loro “parte” politica o convenienza partitica.
L’Inps aveva calcolato che una bocciatura del bonus Poletti sarebbe costata 25-30 miliardi. Questa cifra è stata brandita come un’arma di ricatto nei confronti di chi doveva decidere.
Il fatto che i 25-30 miliardi siano stati prelevati a 6 milioni di pensionati non ha sollevato scandalo né problemi di coscienza da parte della pubblica opinione.
Questa insensibilità desta inquietudine perché crea le condizioni per misure sempre più penalizzanti a danno di un numero sia pur minoritario di cittadini.
Assistiamo allo scandalo di una legislazione previdenziale che è diventata strumento improprio della politica dei redditi, della ridistribuzione delle risorse, quindi dello stesso assetto socio-economico del Paese.
Interventi recenti in materia previdenziale al di là del nome loro attribuito (de-indicizzazioni, contributi di solidarietà, ecc.), in quanto coercitivi e collegati esclusivamente alla pubblica spesa (vincoli di bilancio, riduzione della spesa previdenziale, ecc.); avrebbero dovuto rispettare il principio dell’universalità del prelievo, non limitarlo ai soli pensionati.
Non è tollerabile che lo Stato, per tentare di correggere i propri “errori” di bilancio, si rivalga sui redditi dei pensionati, anche a costo di stravolgere i principi fondanti della nostra civiltà giuridica: la certezza del diritto e il legittimo affidamento nelle leggi dello Stato.
È ben vero che i Governi nel tutelare i diritti sociali non possono prescindere dalle particolari condizioni economiche in cui vive il Paese in un determinato momento storico, ma non si può accettare che alle sottrazioni di reddito siano assoggettati sempre gli stessi cittadini, i più tartassati anche fiscalmente.
Nel 2015 i pensionati hanno pagato 58,581 miliardi di Irpef (il 35% del totale Italia) e il 10,2% di questi pensionati (sono quelli che percepiscono da 2700 euro lordi mensili in su) hanno pagato il 46,8% di tutta l'Irpef sulle pensioni.
Noi non possiamo continuare ad essere considerati il capro espiatorio delle tante insufficienze e difficoltà della gestione della cosa pubblica.
Per coprire i buchi di bilancio lo Stato dovrebbe invece evitare gli sprechi e le regalie e combattere la corruzione politica, l’evasione, le ruberie, le tangenti, i privilegi ingiustificati, gli illeciti arricchimenti, la illegalità diffusa, ecc.
Abbiamo il diritto e il dovere di reagire alla sconfitta. Molti colleghi pensionati sono sfiduciati e delusi dalle continue battaglie giudiziarie perdute nonostante il notevole sforzo sostenuto dalle nostre Organizzazioni per difenderci sia nelle sedi delle decisioni politiche che dinanzi alle magistrature. Le nostre Organizzazioni hanno patrocinato decine di ricorsi, ma purtroppo abbiamo perduto. E non perché le nostre ragioni non erano valide, ma perché il contesto ambientale influenza fortemente le scelte politiche e, per molti versi, anche le decisioni dei giudici.
Dobbiamo partire dal convincimento che la vera battaglia non può essere condotta a valle, nelle aule giudiziarie, dove si è visto, siamo perdenti.
Oramai i Governi fanno leva sul nuovo restrittivo Art.81 della Costituzione relativo ai vincoli di bilancio.
Dopo avere esaminato le motivazioni di questa sentenza spetterà alle nostre Rappresentanze valutare l’opportunità di dare seguito ad ulteriori azioni, se utili e possibili.
Guardiamo al futuro. Non dobbiamo illuderci che dopo la sentenza del 25 ottobre scorso diminuisca il furore di quanti, tra mezzi di comunicazione, accademici e politici, hanno scelto le pensioni come terreno di scontro sociale.
Le pensioni medio-alte, anche quelle appena dignitose, continuano a rappresentare l’obiettivo di attacchi più o meno concertati di forze politiche, movimenti antisistema, gruppi sociali, media, tutti ben individuati, nelle loro logiche e strategie.
Per ottenere il consenso delle categorie sociali più numerose, i programmi elettorali sono infarciti dalla promessa di nuovi attacchi alle pensioni medio-alte, senza nessuna distinzione fra chi il suo assegno se lo è conquistato legittimamente con contributi e imposte pagate e chi, invece, se l’è costruito con furbizie e raggiri.
E’ evidente che, in vista delle elezioni, la questione “pensioni d’oro” sarà uno dei cavalli di battaglia di diversi schieramenti per raccogliere i voti delle fazioni sociali più demagogiche e dei pensionati con redditi al di sotto di 1.000 euro lordi. I pensionati sotto questa soglia sono 6.274.853, le pensioni inferiori a 1000 euro sono 14.753.432.
In questi continui attacchi, che i media poi amplificano:
-viene enfatizzato e strumentalizzato il conflitto intergenerazionale,
-viene messa in dubbio la sostenibilità del sistema previdenziale, evidenziando scenari apocalittici delle pensioni nel 2050.
-vengono prospettate nuove forme assistenziali le cui risorse si vorrebbero trovare non nella fiscalità generale ma nelle pensioni in erogazione.
La sostenibilità del sistema pensionistico non si risolve spostando risorse da pensioni medio-alte a pensioni assistenziali.
Sono strumentalizzazioni utilizzate anche per riformare le pensioni non più come diritto legato a lavoro, merito e contribuzioni, ma come semplice assistenza, nel quadro della cosiddetta equità fra generazioni. Un vero inganno.
Noi non dobbiamo permettere che la questione previdenziale tracci un solco tra le generazioni.
Da molti nostri associati ci viene richiesto di fare chiarezza sulla marea dilagante di bugie che vengono diffuse sui pensionati e sui loro trattamenti. È innegabile lo sforzo che le nostre Rappresentanze hanno compiuto e compiono per arginarla. Ma occorre fare di più.
A fronte di questa deriva demagogica, credo ci spetti difendere la nostra dignità di uomini e di lavoratori in pensione.
Le nostre pensioni non sono solo un calcolo attuariale, non sono solo la storia di tanti contributi versati e di ingenti imposte pagate, ma sono anche storia delle Aziende per le quali abbiamo lavorato, producendo onestamente beni e servizi a vantaggio dello sviluppo economico del Paese.
In questo rinnovato sforzo di chiarificazione e di trasparenza noi pensionati dobbiamo sentirci tutti impegnati a sostenere le iniziative di contrasto che le nostre organizzazioni vorranno programmare.
Non possiamo giocare solo in difesa
E’ giunto il momento di mettere in campo attività e azioni in grado di smontare le disinformazioni e i dati ingannevoli.
Perché è su di essi che poi, con il tacito sostegno di una pubblica opinione male informata e male orientata, vengono costruiti i provvedimenti e le proposte con cui sono continuamente colpite le nostre pensioni
Pensiamo al modo in cui viene presentata la spesa pensionistica rispetto al PIL.
Pensiamo a tutte le costruzioni di calcoli elaborati per dimostrare che prendiamo pensioni il cui ammontare, in tutto o in parte, non ci spetterebbe.
Il vero problema del nostro Paese è l’evasione fiscale e contributiva: il 50% dei pensionati ha meno di 15 anni di contributi. Sono gli effetti dell’evasione.
Su 16 milioni di pensionati 4 sono assistiti totalmente dalla fiscalità generale e altri 4 in gran parte.
Il nostro Paese si fa male da solo perché mette tutta l’assistenza all’interno della previdenza e poi l’ISTAT comunica che la nostra spesa per le pensioni è pari al 18,5% del PIL contro il 14,7% della media UE.
Sono i conti dell’assistenza ad essere fuori controllo non quelli della previdenza.
Se in questo Paese si separassero l’assistenza dalla previdenza sarebbe più difficile affermare l’insostenibilità del sistema previdenziale perché i nostri conti pensionistici risulterebbero in linea con quelli degli altri Paesi europei.
Questo non toglie che la dinamica del rapporto attivi-pensionati rimanga un dato preoccupante per la sostenibilità futura del sistema previdenziale.
L’unica soluzione, per la salvaguardia del nostro welfare è che si crei nuova occupazione, che il rapporto occupati-pensionati aumenti, che i contributi pensionistici vengano regolarmente pagati e non evasi, che le carriere lavorative possano iniziare prima e, seppure con mobilità, possano essere continue, aumentando la competitività e la fiducia per favorire il lavoro.
Questo non significa che la materia previdenziale non meriti molti interventi correttivi, non meriti di essere ripensata e messa in sicurezza.
Le priorità di questi interventi dovrebbero essere:
separare l'assistenza dalla previdenza;
varare la riforma fiscale;
valorizzare la previdenza complementare;
rafforzare nel nostro sistema previdenziale la struttura dei tre pilastri, utilizzata dagli altri Paesi europei;
utilizzare un nuovo paniere Istat ai fini della indicizzazione delle pensioni, viste le particolari, più elevate, esigenza di spesa delle persone anziane.
I pensionati con redditi pensionistici superiori a € 3.000 lordi mensili sono una forza consistente, sono 1.104.624.
Occorre organizzare un vero e proprio fronte comune di opposizione agli attacchi rivolti contro i titolari di pensioni medio-alte.
Occorre dare continuità ad interventi di peso, a livello politico e sindacale. Occorre trovare alleanze e far valere la forza dei numeri, oltre quella delle buone ragioni e delle idee.
È necessario un serio impegno da parte di tutti noi per contrastare le derive politiche e sociali e porre un freno allo stravolgimento dei principi costituzionali in materia di previdenza.
È l’unione che fa la forza!
Presentazione quale futuro per le pensioni dei dirigenti 2017 12 15 schianchi
presentazione-quale-futuro-per-le-pensioni-dei-dirigenti-2017-12-15-schianchi.pdf
La leggerezza dello scrivere è testimoniata dai recenti articoli ideologici di Corriere, Fatto Quotidiano e L’espresso; un’autentica persecuzione mediatica riservata agli onesti che pagano tasse e contributi.
Il 15 Dicembre Federmanager ha organizzato per gli associati un incontro a Milano per condividere un serio impegno per contrastare lo stravolgimento dei principi costituzionali in materia previdenziale e condividere i programmi che garantiscano la certezza del diritto e il riconoscimento del merito.
“Quale futuro per le pensioni dei dirigenti?“ È l’interrogativo cui ha inteso dare risposta, almeno per l’immediato, l’Assemblea nazionale dei pensionati, iscritti a Federmanager, riunita a Milano il 15 dicembre 2017.

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