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Timestamp: 2019-02-23 21:25:59+00:00

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Recensioni false su Tripadvisor: è sostituzione di persona
20/09/2018 /in Newsletter
Scrivere recensioni false ha sempre rappresentato una violazione di legge –comunitaria (Direttiva 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese) e nazionale- ma questa è la prima volta che si configura il reato di sostituzione di persona.
Nel caso di specie, il proprietario di un’azienda salentina che vendeva pacchetti di recensioni online false su TripAdvisor è stato condannato dal Tribunale di Lecce a 9 mesi di reclusione e al pagamento di circa 8.000 euro (il lucro illecitamente accumulato).
Per potersi configurare il reato di sostituzione di persona sul web si deve necessariamente realizzare un vantaggio per colui che la mette in atto: nel caso di specie è stato infatti accertato che la creazione di false recensioni positive dietro corrispettivo consentisse alla struttura di posizionarsi nei primi risultati di ricerca, realizzando così un ritorno di immagine non indifferente in termini di pubblicità.
Non v’è dubbio che la sentenza pronunciata dal Tribunale di Lecce costituisca un punto di svolta nel fenomeno delle false recensioni online, mettendo fine a una pratica commerciale pregiudizievole per i diritti degli utenti e dei consumatori.
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Facebook: può esserci diffamazione anche con un messaggio postato in bacheca
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 40083 depositata lo scorso 6 settembre, ha ribadito che costituisce condotta diffamatoria – nello specifico, nei confronti dell’ex compagna e madre della figlia – la pubblicazione da parte del ricorrente di contenuti offensivi tramite la bacheca di Facebook, in quanto anche in tal caso sussiste il requisito della comunicazione con più persone, per l’accessibilità dei suddetti contenuti a tutti quelli che possono vedere il profilo. Tanto che la diffamazione, in simili ipotesi, deve altresì ritenersi aggravata, proprio perché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone. Peraltro, precisa la Cassazione, non vi è dubbio che la funzione principale della pubblicazione di un messaggio in una bacheca o anche in un profilo Facebook sia la condivisione di esso con gruppi più o meno ampi di persone, le quali hanno accesso a detto profilo, che altrimenti non avrebbe ragione di definirsi social.
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Verità presunta o fake news? Conta la verifica delle fonti
Che il termine fake news sia già entrato anche all’interno delle aule giudiziarie e di alcune sentenze che hanno deciso cause civili per diffamazione non sorprende. D’altronde, al centro del problema fake news vi è un tema classico che i Tribunali si trovano ad affrontare nell’esame delle possibili cause di esclusione della responsabilità da diffamazione, ossia quello della verità dei fatti riferiti e delle varie sfumature che la stessa può assumere. Così, se sono tollerati errori marginali, non possono di certo essere accettate inesattezze determinanti sulla realtà fattuale, in grado di ledere la reputazione dei soggetti interessati. Via libera allora alla verità putativa, se il giornalista ha fatto tutto il possibile per verificare le fonti e ciononostante sia caduto in errore, mentre viene punita la verità soggettiva, dietro la quale si cela sempre l’insidia delle fake news, ovvero quelle «notizie false, altrimenti dette bufale». Il Tribunale di Torino, ad esempio, con la sentenza n. 2861 dello scorso 9 giugno, si è espresso circa un articolo in cui il giornalista aveva definito un «gigantesco malinteso» e poi un «errore giudiziario» il sequestro disposto da un magistrato sull’abitazione di due neo sposi. Il giudice cita in giudizio per diffamazione il giornale, colpevole di «inaudita superficialità e negligenza». All’esito del giudizio, emerge che se di clamoroso errore doveva parlarsi, questo era da ricercare nelle modalità con cui venne data la notizia, «frutto quantomeno di superficialità». La sentenza dà modo al giudice di affrontare il tema delle fake news e del vaglio sulla verità delle fonti, ritenuto esigibile quando si diffonde una notizia su qualsiasi mezzo, anche nel web. Si tratta di un giudizio di bilanciamento tra diritto di cronaca e quello alla reputazione dei soggetti coinvolti, che passa attraverso la misura della verità che il lettore deve pretendere da chi divulga i fatti. Lo aveva già precisato il Tribunale di Catania con la sentenza n. 3475 del 19 luglio 2017, decidendo il caso di un marito che aveva chiesto ad una emittente televisiva il risarcimento dei danni subiti a causa delle offese diffuse dalla sua ex moglie. Per il giudice non ci sono dubbi, «le fake news possono rendere irrespirabile l’aria di una comunità di poche migliaia di anime» in cui le notizie che «attribuiscono la patente di orco al danneggiato corrono di bocca in bocca a soddisfare l’insana sete di quanti si beano a vedere il mostro di turno sbattuto in prima pagina». La sentenza non fa sconti e condanna l’emittente a risarcire il danno da diffamazione, quantificato in 40mila euro. Anche in questo caso, il Tribunale punisce la mancata verifica delle fonti, che fa di una notizia non accuratamente vagliata una vera e propria fake news. Le varie forme della verità sono state spesso al centro della giurisprudenza degli ultimi anni, dando luogo a una vera e propria classificazione delle falsità tollerabili. Il giornalismo non ammette mezze verità, eppure delle sue sfumature sono pieni i Tribunali. Se la verità oggettiva è quella alla quale ogni giornalista dovrebbe tendere, esiste poi la verità putativa che scrimina solo se frutto di un attento lavoro di verifica delle fonti che però non sono tutte uguali. Affidabili quelle ufficiali, come i ministeri, da verificare le interviste o gli esposti anonimi. Non basta poi che una notizia circoli nel web e che non sia mai stata smentita per abbassare la soglia di guardia. Debole anche la verità soggettiva che si nutre delle convinzioni personali del giornalista, così come non salva la verità dubitativa, fatta di allusioni e omesse narrazione di parte dei fatti in realtà conosciuti. Ma se è semplice applicare il criterio minimo della verità putativa ai giornalisti, lo stesso non vale quando le false notizie vengono diffuse da privati e, soprattutto, da soggetti non identificabili. Le vittime, in tal caso, hanno la possibilità di aggredire direttamente i provider, Facebook e Google tra tutti, debitamente informati dell’illecito commesso tramite le loro piattaforme.
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È diffamazione dare del “bandito” al datore di lavoro durante l’assemblea sindacale
14/06/2018 /in Newsletter
Con la sentenza 11 maggio 2018, n. 21133, la Corte di Cassazione ha avuto modo di riaffermare un principio ormai consolidato in tema di diffamazione. In particolare, pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui il giudice di merito aveva confermato la condanna per il reato di diffamazione nei confronti del dipendente di una residenza sanitaria, che aveva offeso i titolari-datori di lavoro, definendoli “banditi”, la Suprema Corte – nel disattendere la tesi difensiva secondo cui erroneamente i giudici avrebbero desunto il dolo del reato di cui all’art. 595 c.p., solo dal termine “banditi” adoperato, senza tuttavia rendersi conto della non ricorrenza dell’intento diffamatorio, anche per la genericità dello stesso – ha diversamente argomentato che, ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del delitto di diffamazione, non si richiede che sussista l”animus iniurandi vel diffamandi”, essendo sufficiente il dolo generico, che può anche assumere la forma del dolo eventuale, in quanto è sufficiente che l’agente, consapevolmente, faccia uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili come offensive, ossia adoperate in base al significato che esse vengono oggettivamente ad assumere, senza un diretto riferimento alle intenzioni dell’agente.
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Il danno da lesione della reputazione va allegato e provato
La Corte di Cassazione, con ordinanza 16 aprile 2018, n. 9385, è tornata a ribadire come il danno non patrimoniale da lesione della reputazione, alla stregua degli altri danni da lesione di diritti fondamentali, sia un tipico danno-conseguenza e, perciò, non coincide con la lesione dell’interesse (ovvero, non sussiste in re ipsa); deve, pertanto, essere allegato e provato da chi chiede il relativo risarcimento.
Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, inoltre, ove si tratti di un pregiudizio proiettato nel futuro, la prova può essere fornita con il ricorso a valutazioni prognostiche ed a presunzioni sulla base di elementi obiettivi, che è però onere del danneggiato fornire.
Questo indirizzo giurisprudenziale, del resto, segue l’autorevole orientamento proposto dalle stesse Sezioni Unite della Suprema Corte, le quali hanno da tempo chiarito come sia da respingere l’affermazione che nel caso di lesione di valori della persona il danno sarebbe in re ipsa, perché la tesi snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo.
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Diffamazione: legittimo il sequestro della pagina Facebook
E’ legittimo il sequestro preventivo, nel rispetto del principio di proporzionalità e ricorrendo i requisiti del fumus e del periculum, di un sito web o di una pagina telematica (nella specie, di una pagina Facebook), per mezzo dei quali è stata commessa diffamazione,
Sequestro che avviene tramite l’imposizione al fornitore dei servizi internet, anche in via d’urgenza, dell’oscuramento di una risorsa elettronica o l’impedimento dell’accesso agli utenti ai sensi degli artt. 14, 15 e 16 D.Lgs. n. 70/2003.
La equiparazione dei dati informatici alle cose in senso giuridico, in particolare, consente di inibire la disponibilità delle informazioni in rete e di impedire la protrazione delle conseguenze dannose del reato.
Sulla scorta di questa motivazione, la Corte di Cassazione, quinta sezione penale, con la recentissima sentenza n. 21521 del 15 maggio 2018, ha respinto il ricorso di alcuni indagati per il delitto di diffamazione, ed ha confermato il provvedimento di sequestro preventivo tramite oscuramento delle pagine Facebook attribuite agli indagati medesimi (mediante la quali gli stessi avevano pubblicato video e commenti offensivi della reputazione altrui).
La Suprema Corte ha chiarito, in proposito, che le forme di comunicazione telematica come blog o social network (tra cui rientra Facebook), le mailing list, le newsletter, sono espressione del diritto di manifestare liberamente il pensiero, garantito dall’art. 21 Cost., ma non possono godere delle garanzie costituzionali in tema di sequestro della stampa, anche nella forma online, poiché rientrano nei generici siti internet, non sono oggetti agli obblighi ed alle garanzie previste dalla normativa sulla stampa.
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No all’algoritmo della reputazione, viola la dignità della persona
No del Garante privacy alla piattaforma web per l’elaborazione di profili reputazionali. Con provvedimento del 24.11.2016, l’Autorità ha dichiarato che il trattamento di dati personali connesso ai servizi offerti tramite la banca dati informatica “Mevaluate” non risulta conforme al Codice Privacy ed è potenzialmente lesivo della dignità delle persone e, pertanto, ha vietato qualunque operazione di trattamento (presente o futura), ove effettuata sulla base dei presupposti e delle modalità indicate dalla società proprietaria della piattaforma, in riferimento ai dati personali degli interessati.
In particolare, l’infrastruttura, costituita da un portale web e un archivio informatico, dovrebbe raccogliere ed elaborare una mole rilevante di dati personali contenuti in documenti caricati volontariamente sulla piattaforma dagli stessi utenti o ricavati dal web. Attraverso un algoritmo, il sistema costruirebbe poi una sorta di rating reputazionale, assegnando ai soggetti censiti degli indicatori alfanumerici in grado di misurare in modo oggettivo l’affidabilità delle persone in campo economico e professionale.
Il Garante ha però ritenuto che il sistema comporti rilevanti problematiche per la privacy a causa della delicatezza delle informazioni che si vorrebbero utilizzare, del pervasivo impatto sugli interessati e delle modalità di trattamento che la società titolare intende mettere in atto. Pur essendo infatti legittima, in linea di principio, l’erogazione di servizi che possano contribuire a rendere maggiormente efficienti, trasparenti e sicuri i rapporti socioeconomici, il sistema in esame presuppone una raccolta massiva, anche on line, di informazioni suscettibili di incidere significativamente sulla rappresentazione economica e sociale di un’ampia platea di individui (clienti, candidati, imprenditori, liberi professionisti, cittadini), influenzando le scelte altrui e condizionando l’ammissione degli interessati a prestazioni, servizi o benefici.
Per quanto riguarda, poi, l’asserita oggettività delle valutazioni, la società proprietaria non è stata in grado di dimostrare l’efficacia dell’algoritmo che regolerebbe la determinazione del rating. L’Autorità ha avanzato perplessità sull’opportunità di rimettere ad un sistema automatizzato ogni decisione su aspetti così delicati e complessi come quelli connessi alla reputazione. Oltre alla difficoltà di misurare situazioni e variabili non facilmente classificabili, non vi sarebbero garanzie nemmeno sulla veridicità e completezza della documentazione su cui fondare la valutazione, con il rischio di creare profili inesatti e non rispondenti alla identità sociale delle persone censite.
Infine, il Garante ha manifestato dubbi sulle misure di sicurezza del sistema, basate, prevalentemente, su procedure di autenticazione “debole” (user id e password) e su meccanismi di cifratura dei soli dati giudiziari. Si tratta, secondo l’Autorità, di misure inadeguate, specialmente se rapportate all’elevato numero di soggetti che potrebbero essere coinvolti e all’ingente quantitativo di informazioni, anche molto delicate, che verrebbero registrate all’interno della piattaforma.
Ulteriori criticità sono state ravvisate, inoltre, nei tempi di conservazione dei dati e nell’informativa da rendere agli interessati.
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