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Timestamp: 2020-07-08 02:23:27+00:00

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24 Maggio 2020 | Autore: Mariano Acquaviva
Ritorsioni contro l’ex coniuge: allontanamento dei figli, appropriazione indebita dei beni, danneggiamento di cose altrui, molestie telefoniche.
La fine di un’unione è sempre un evento difficile da gestire, soprattutto se la coppia che decide di lasciarsi aveva contratto matrimonio. In casi del genere, non è sufficiente dirsi addio per telefono: occorre portare a termine una procedura legale che, quando coinvolge il patrimonio e l’eventuale prole, può divenire lunga, complessa e faticosa. Grazie ai nuovi strumenti messi a disposizione dalla legge, non occorre per forza rivolgersi agli avvocati per separarsi: è sufficiente recarsi presso l’ufficiale dello stato civile del proprio comune. Il punto è che, nelle more della separazione, oppure anche dopo, i coniugi spesso si lasciano andare a ripicche dettate dalla frustrazione del periodo oppure dall’astio che provano nei confronti dell’ex partner. Con questo articolo ci soffermeremo sull’analisi dei principali dispetti che i coniugi si scambiano durante la separazione.
Attenzione: quello che stai per leggere non è un articolo di costume, che intende farsi beffe di amanti inconsolabili e sentimenti feriti. I dispetti della separazione di cui ci occuperemo hanno dei precisi risvolti giuridici, a volte anche gravi e inaspettati: si va dal negare il diritto di visita alla prole fino all’appropriazione di somme di danaro o di beni che non spetterebbero. Insomma: quello che si combina quando si è in preda ai sentimenti tipici dei coniugi che si separano trascende il mero folklore. Se l’argomento ti incuriosisce, ti invito a proseguire nella lettura: vedremo insieme quali sono le conseguenze giuridiche dei dispetti durante la separazione.
1 Impedire al coniuge di vedere i propri figli
2 Mancata restituzione dei beni dell’altro coniuge
3 Danneggiamento dei beni dell’altro coniuge
4 Molestie telefoniche tra coniugi separati
5 Ricatti dell’ex coniuge
6 Mancato pagamento del mantenimento
Impedire al coniuge di vedere i propri figli
È cosa oltremodo nota che i provvedimenti del giudice in sede di separazione devono essere adottati avendo innanzitutto cura di tutelare gli interessi superiori della prole. Ciò significa che decisioni come l’assegnazione della casa familiare e l’onere di versare il mantenimento dovranno essere assunte tenendo conto delle esigenze concrete dei figli minori.
Uno dei principali dispetti durante la separazione è quello di impedire od ostacolare la visita ai figli al coniuge non affidatario.
Tizia ha ricevuto l’affidamento esclusivo dei due figli minori; secondo il provvedimento del giudice, il padre Caio potrà trascorrere con loro solo il fine settimana. Puntualmente, ogni week end, Tizia inventa qualche pretesto per non far vedere i figli al padre.
Mevia e Sempronio hanno ottenuto l’affido condiviso, con collocazione prevalente presso la madre. Nei giorni stabiliti dal giudice, Sempronio si reca presso l’abitazione di Mevia per prelevare i figli: tuttavia, ogni volta la madre si oppone, non aprendo la porta al marito.
Ebbene, devi sapere che la madre che non fa vedere il figlio al padre rischia di commettere un vero e proprio reato (lo stesso dicasi se il medesimo comportamento è assunto dal padre): secondo la Corte di Cassazione [1], il genitore che ostacola il diritto dell’ex coniuge a veder il proprio figlio come stabilito in sentenza si macchia del reato di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, crimine punito con la reclusione fino a tre anni o con la multa da 103 a 1032 euro [2].
Il reato ovviamente si integra solo se il coniuge separato impedisce volontariamente all’altro coniuge di vedere i propri figli: se l’impedimento dovesse essere reale, allora non si potrebbe assolutamente parlare di delitto.
Peraltro, è appena il caso di ricordare che, secondo i giudici, il coniuge che non fa vedere il figlio commette reato non soltanto quando impedisce all’altro genitore qualsiasi tipo di contatto con la prole, ma anche quando ne ostacola il legittimo diritto di visita.
Questo significa che integra reato tanto la condotta volta ad escludere del tutto il genitore dalla vita della prole, tanto quella volta solamente a limitarne la presenza.
Il reato prescinde dalla tipologia di affidamento prescelto dal giudice: sia esso condiviso oppure esclusivo, il coniuge che si oppone all’altro nel suo diritto di stare con il figlio commetterà sempre reato, perché verrà meno alla statuizione del giudice; né potrà giustificare la sua scelta sulla base delle (presunte) esigenze del figlio: l’unico modo per rivedere modalità e tempi dell’affidamento è quello di fare ricorso al giudice, domandando la revisione del provvedimento.
Mancata restituzione dei beni dell’altro coniuge
Un altro dispetto molto frequente tra coniugi in via di separazione consiste nell’impedire all’ex di recuperare i propri beni. Quando marito e moglie si separano è inevitabile che la casa in cui hanno abitato debba essere assegnata solamente a uno di loro (salvo diversi accordi che prevedano, ad esempio, la vendita della stessa).
Nel momento in cui il giudice assegna il diritto di abitazione a uno dei coniugi, l’altro ha diritto a recuperare i propri beni per trasferirsi. Quando ciò sia impedito può integrarsi il reato di appropriazione indebita, punito con la reclusione da due a cinque anni e con la multa da mille a tremila euro [3].
Secondo la Suprema Corte [4], il coniuge che, a seguito della separazione, non restituisce i beni del partner, ovvero gli impedisce di riprenderseli (magari non facendolo entrare in casa oppure nascondendogli le sue cose) commette il reato di appropriazione indebita.
Se, invece, la separazione è ancora in corso, allora non potrà integrarsi il reato di cui sopra: secondo il codice penale, infatti, l’appropriazione indebita (così come la gran parte dei reati contro il patrimonio, come il furto, ad esempio) non è punibile se commessa contro il coniuge non ancora formalmente separato [5].
Danneggiamento dei beni dell’altro coniuge
Fino a qualche anno fa (per la precisione, fino al 2016), colui che danneggiava i beni di un’altra persona incorreva in reato. Oggi non è più così: chi danneggia o distrugge le cose altrui non commette più reato, ma incorre in una semplice responsabilità civile.
Dunque, se, durante o dopo la separazione, per dispetto, un coniuge distrugge, danneggia o deteriora le cose del partner, dovrà risarcirgli il danno, ma non potrà essere denunciato, a meno che la propria condotta distruttiva non si accompagni a violenze o minacce: in tal caso, si integra il reato di danneggiamento, punito con la reclusione sino a tre anni [6].
Tizia, per vendicarsi del marito fedifrago dal quale si sta separando, con un grosso paio di forbici gli fa a brandelli gli indumenti.
Caio, per fare un dispetto alla moglie, le riga la fiancata dell’autovettura.
Mevio, per farla pagare alla moglie che ha chiesto la separazione, decide di distruggere tutti i beni che ci sono ancora nella casa coniugale. Non contento, con la forza le sottrae il cellulare e altri beni personali, minacciandola con un coltello nel caso si rifiutasse.
Solamente nell’ultimo caso esemplificato è possibile rinvenire il reato di danneggiamento, in quanto la condotta violenta contro le cose si accompagna alla violenza o minaccia esercitata nei riguardi del partner.
Molestie telefoniche tra coniugi separati
Tra i dispetti della separazione possiamo annoverare senza ombra di dubbio le ripetute chiamate fatte all’altro coniuge solamente per creare disagio o disturbo.
Anche questa condotta può integrare gli estremi del reato: secondo il codice penale [7], chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro.
Secondo la giurisprudenza [7], per integrare il reato di molestie telefoniche è sufficiente anche poche telefonate, anche mute, purché idonee a creare un oggettivo disturbo o fastidio alla persona che le riceve: dunque, integrerà il reato di molestie telefoniche le chiamate fatte in orari notturni, oppure durante periodi in cui si è certi di creare disagio.
Ricatti dell’ex coniuge
I dispetti dell’ex coniuge possono spingersi sino a ricattare il vecchio partner: il ricatto può avere ad oggetto la consegna di beni, di danaro o perfino la concessione di condizioni più favorevoli in vista della separazione o del divorzio.
Nei casi più estremi di ricatto può configurarsi il reato di estorsione [8]: chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da mille a quattromila euro.
Perché il ricatto dell’ex coniuge integri l’estorsione occorre che l’ingiusto profitto sia carpito con la violenza o con la minaccia. Per minaccia si intende la prospettazione di un male ingiusto e notevole: pertanto, non potrà dare luogo a estorsione la “minaccia” di far valere un proprio diritto, quale ad esempio quello di chiedere il mantenimento o l’affido esclusivo dei figli.
Mancato pagamento del mantenimento
Infine, possiamo concludere col più classico dei dispetti tra coniugi separati: il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento.
Questa condotta, però, è foriera di conseguenze molto gravi per il coniuge che, volontariamente, si sottrae al proprio obbligo di versare il mantenimento: non solo si potrà ricorrere in sede civile per ottenere coattivamente il pagamento di quanto dovuto (magari, attraverso pignoramento ed esecuzione forzata), ma si potrà perfino sporgere denuncia contro l’inadempiente.
Secondo il codice penale, costituisce violazione degli obblighi di assistenza la condotta del coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli [9].
Trattandosi di un delitto in piena regola, però, affinché si possa denunciare il coniuge che non versa il mantenimento occorre che la condotta inadempiente sia necessariamente dolosa. Dunque, si può denunciare colui che non versa il mantenimento solamente se questi abbia consapevolezza della propria condotta e, nello specifico che:
sappia di essere obbligato a mantenere il coniuge e/o la prole per via di una sentenza del giudice;
sappia di non essere in regola con quanto stabilito dal magistrato.
Non potrà essere denunciato, e dunque non potrà rispondere del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio, colui che, essendo rimasto contumace per tutta la durata del procedimento civile, non è consapevole della sentenza che gli ha imposto di versare il mantenimento a moglie e figli.
[1] Cass., sent. n. 38608/2018.
[2] Art. 388 cod. pen.
[3] Art. 646 cod. pen.
[4] Cass., sent. n. 37498/2009.
[6] Art. 635 cod. pen.
[7] Cass., sent. n. 6064 dell’08/02/2018.
[8] Art. 629 cod. pen.
[9] Art. 570-bis cod. pen.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Art. 388
 Art. 646
 Art. 635
 Art. 629
 Art. 570