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Timestamp: 2020-08-05 08:53:39+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 26973 del 23/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26973 del 23/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 23/12/2016, (ud. 01/12/2016, dep.23/12/2016), n. 26973
sul ricorso 22376/2015 proposto da:
I.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIEMONTE 32,
difeso dall’avvocato ANTONIO GIANNONE, giusta procura in calce al
MEDITERRANEA DELLA REGIONE SICILIANA;
avverso la sentenza n. 828/2014 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,
“La Corte di appello di Catania, con sentenza del 10 ottobre 2014 in parziale riforma della decisione del Tribunale di Ragusa respingeva la domanda di I.C., lavoratore a tempo determinato alle dipendenze dell’Azienda Regionale Foreste Demaniali di Ragusa, intesa ad ottenere il pagamento di differenze retributive asseritamente dovute in forza del c.c.n.l. di categoria (addetti ai lavori idraulico-forestali) per gli anni dal 2001 al 2008. Riteneva la Corte territoriale che, quanto alla richiesta riferita al 2001, non risultasse documento lo svolgimento di attività lavorativa e che, quanto agli anni dal 2002 al 2008, non fosse possibile un recepimento automatico del c.c.n.l. privato da parte della Regione e ciò per la necessità di rispettare vincoli di bilancio risultanti dagli strumenti di programmazione annuale e pluriennale e che, pertanto, la normativa di cui alla L.R. 14 aprile 2006, n. 14, dovesse essere interpretata nel senso che il recepimento della parte economica del contratto nazionale è subordinato ad una delibera della Giunta che deve verificare la sussistenza della copertura economica finanziaria.
I.C. propone ricorso per cassazione affidato ad un unico articolato motivo.
L’Assessorato Regionale e rimasto intimato (in realtà la notifica del ricorso è stata effettuata presso l’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Catania che ope legis difendeva l’Assessorato anzichè presso l’Avvocatura Generale dello Stato).
Va preliminarmente rilevato che l’appellante incentra i propri rilievi solo sul rigetto della domanda relativa alle differenze retributive per gli anni dal 2002 al 2008.
Ciò precisato, si osserva che con la denunciata violazione e falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali il ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto decisivo che, con riferimento alle annualità (ancora) in contestazione, non vi fosse stato un recepimento da parte della Regione Sicilia della contrattazione collettiva nazionale (a mezzo di appositi decreto assessoriale e Delib. di Giunta). Rileva, in sintesi, che in forza del TU del pubblico impiego (D.Lgs. n. 165 del 2001) si è passati da un sistema regolato dalla legge a un sistema affidato al metodo della contrattazione, alla quale era stato conferito il potere di determinare i diritti e gli obblighi direttamente pertinenti al rapporto di lavoro (D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 40). Da ciò discende, secondo un’interpretazione confermata dalle decisioni del giudice delle leggi (e così in particolare da C. Cost. n. 189/2007), che il trattamento economico dei pubblici dipendenti deve ritenersi devoluto alla contrattazione collettiva. Pertanto, secondo una lettura costituzionalmente orientata della L.R. 14 aprile 2006, n. 14, art. 49 (norma di interpretazione autentica nella parte in cui chiarisce che il contratto collettivo di cui tratta la L.R. Sic. 6 aprile 1996, n. 16, art. 45 ter, comma 5, è quella nazionale), laddove essa appare subordinare a un atto discrezionale delle autorità regionali l’applicabilità dei contratti collettivi di lavoro, deve ritenersi che, limitatamente alle materie attribuite all’autonomia contrattuale, questa s’imponga con forza imperativa. Ne consegue che il decreto assessoriale e la Delib. di Giunta cui la legge demanda il recepimento della parte normativa ed economica dei contratti collettivi assumono la funzione di meri strumenti esecutivi, funzionali a regolare l’ingresso della disciplina collettiva nell’ordinamento regionale, con la conseguenza che l’emanazione dei medesimi non può essere procrastinata sine die con pregiudizio dei diritti costituzionali protetti del lavoratore. Inoltre non si configura alcuna invasione da parte della contrattazione nazionale in ambiti riservati alla competenza della contrattazione integrativa regionale in forza del disposto di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 40, comma 3, che delinea un rapporto di subordinazione tra le due fonti contrattuali.
Il suddetto enunciato costituisce applicazione, nel contesto dell’impiego pubblico privatizzato, del principio, consolidato nella giurisprudenza di legittimità, in materia di regolamentazione del contrasto tra contrattazione collettiva relativa a rapporti di lavoro privatistici, risolto, in conformità alla valorizzazione dell’autonomia negoziale, “non in base a principi di gerarchia e di specialità proprie delle fonti legislative, ma sulla base della effettiva volontà delle parti sociali, da desumersi attraverso il coordinamento delle varie disposizioni della contrattazione collettiva, aventi tutte pari dignità e forza vincolante, sicchè anche i contratti territoriali possono, in virtù dei principio dell’autonomia negoziale di cui all’art. 1322 c.c., prorogare l’efficacia dei contratti nazionali e derogarli, anche in pejus senza che osti il disposto di cui all’art. 2077 c.c., fatta salva solamente la salvaguardia dei diritti già definitivamente acquisiti nel patrimonio dei lavoratori, che non possono ricevere un trattamento deteriore in ragione della posteriore normativa di eguale o diverso livello” (Cass. 18 maggio 2010, n. 12098).1,a sentenza del Corte territoriale appare, dunque, rispettosa dei principi affermati, nel momento in cui ha ritenuto che l’applicazione del contratto collettivo di lavoro nazionale non possa imporsi in ambito regionale con forza imperativa ed in ragione di una sorta di prevalenza gerarchica, senza necessità di recepimento ad hoc mediante delibera di giunta e decreto assessoriale.
In conclusione, si propone il rigetto del ricorso, con ordinanza ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5. Valuterà il collegio se debba essere fatta applicazione, ai fini della eventuale rinnovazione della notifica, del principio espresso da Cass., Sez. Un., 15 gennaio 2015, n. 608: “In materia di ricorso per cassazione proposto nei confronti della P.A. è nulla la notifica effettuata presso l’Avvocatura distrettuale anzichè presso l’Avvocatura generale dello Stato, sicchè ne è ammissibile la rinnovazione presso quest’ultima, ponendosi una diversa soluzione in contrasto con il principio di ragionevole durata del processo”.
3 – Questa Corte ritiene che le osservazioni in fatto e le considerazioni e conclusioni in diritto svolte dal relatore siano del tutto condivisibili, siccome coerenti alla giurisprudenza di legittimità in materia e che ricorra con ogni evidenza il presupposto dell’art. 375 c.p.c., n. 5, per la definizione camerale del processo, superflua essendo la fissazione di un termine per la rinnovazione della notifica nulla atteso che la concessione di esso si tradurrebbe, oltre che in un aggravio di spese, in un allungamento dei termini per la definizione del giudizio di cassazione senza comportare alcun beneficio per la garanzia dell’effettività dei diritti processuali delle parti (cfr. Cass. 17 giugno 2013, n. 15106; Cass., Sez. Un., 23 settembre 2014, n. 21670).
6 – La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (cosi Cass., Sez. Un., n. 22035/2014).
Depositato in Cancelleria il 23 dicembre

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 40
 art. 49
 art. 45
 art. 40
 sentenza 
 Cass. 
 art. 13
 art. 1