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Timestamp: 2020-04-06 21:40:29+00:00

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CORTE di CASSAZIONE Sezioni Unite sentenza n. 2889 del 13 febbraio 2015 - Sanzione disciplinare per il magistrato che viola il dovere fondamentale di diligenza - Studio Cerbone
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CORTE di CASSAZIONE Sezioni Unite sentenza n. 2889 del 13 febbraio 2015
LAVORO – LAVORO SUBORDINATO – MAGISTRATI – SANZIONE DISCIPLINARE – VIOLAZIONE DEL DOVERE FONDAMENTALE DI DILIGENZA DEL MAGISTRATO
Il dottor M.C., giudice del Tribunale di Sulmona, veniva sottoposto a procedimento disciplinare ai sensi del d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 1, comma 1, e art. 2, comma 2, lett. q, per avere ritardato in modo reiterato, grave ed ingiustificato il compimento di atti relativi all’esercizio delle proprie funzioni di giudice del lavoro del Tribunale di Chieti; in particolare veniva contestato al menzionato magistrato di aver depositato nel periodo compreso tra l’11-1-2006 ed il 30-12-2010 con ritardi superiori al triplo del termine concesso dalla legge la motivazione di 530 sentenze e 132 ordinanze riservate, con la specificazione che in 3 casi il ritardo nel deposito delle sentenze aveva superato tre anni, in 83 casi due anni, in 137 l’anno, in 132 casi 120 giorni; in 19 casi la riserva era stata sciolta dopo sei mesi, in 42 casi dopo 90 giorni.
La sentenza impugnata ha inoltre ritenuto che al di là degli attestati rilasciati dal locale Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, i ritardi contestati avevano pregiudicato, sia sotto il profilo della loro gravità che sotto quello della reiterazione, il prestigio del magistrato e dell’intero ordine giudiziario, e fossero quindi preclusivi dell’applicazione dell’esimente di cui al d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 3bis; pertanto doveva essere affermata la responsabilità dell’incolpato con la condanna, motivata dalla laboriosità e dalle imperfette condizioni di salute, alla sanzione minima della censura.
Per la cassazione di tale sentenza il dottor M. ha proposto un ricorso articolato in tre motivi; il Ministero della Giustizia non ha svolto attività difensiva in questa sede.
Con il primo motivo il ricorrente, denunciando mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione alla mancata o pretermessa valutazione della perizia del dottor P. versata in atti, rileva che la sentenza impugnata, nell’escludere rilievo giustificativo alle condizioni di salute dell’esponente “quali documentate dagli organismi pubblici a ciò deputati”, ha svolto un ragionamento manifestamente tautologico e privo delle ragioni che dovrebbero supportare tale convincimento; inoltre assume che è stato omesso l’esame della menzionata perizia di parte, in relazione alla quale era stata formulata in data 25-3- 2014 istanza di ammissione di prova testimoniale del dotto P. quale estensore della stessa, rigettata con decreto del 27-3-2014 del Presidente della Sezione Disciplinare, che aveva ritenuto che non si ravvisava “la rilevanza delle escussioni testimoniali richieste stante la natura documentale sia delle contestazioni che delle circostanze di prova”; orbene alla luce di tale provvedimento contraddittoriamente la Sezione Disciplinare ha omesso ogni valutazione su tale perizia di parte e sulle conclusioni del perito in ordine alla sicura eziologia esistente tra la grave patologia certificata e riconosciuta a carico del dottor M. (stato ansioso con somatizzazioni viscerali cardiache ed intestinali, ipertensione arteriosa non controllata dalla terapia farmacologica, aritmie ipercinetiche ventricolari e sopraventricolari”) ed i ritardi contestati.
Con il secondo motivo il ricorrente, deducendo violazione dell’art. 6060 v.p.p. comma 1 lett. d, assume che, nell’ipotesi che non si ritenesse dovuta la valutazione della sopra richiamata perizia di parte, viene censurata la mancata ammissione della prova testimoniale riguardante l’escussione del dottor P., che avrebbe condotto logicamente ad escludere la responsabilità disciplinare del dottor M., stante l’idoneità del suo stato patologico a giustificare tutti i ritardi contestatigli; infatti nella suddetta perizia il dottor P. aveva concluso che “il complesso patologico” da cui era affetto l’esponente “per la natura ed entità delle affezioni, ha inciso pesantemente e negativamente sulla capacità lavorativa del Dott. M.C., determinando di fatto una rilevante riduzione delle performances lavorative dello stesso, con incidenza non sotto il profilo qualitativo bensì sotto quello quantitativo e della tempistica richiesta”.
Con il terzo motivo il ricorrente, denunciando inosservanza o erronea applicazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1 lett. b, in relazione al d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 2, comma 1, lett. q), premesso che uno stato di salute del magistrato compromesso in rapporto di causalità specifica con i ritardi nel deposito dei provvedimenti oggetto di contestazione indubbiamente costituisce una causa giustificativa degli stessi, evidenzia che l’esponente soffriva nel periodo oggetto di contestazione di uno “Stato ansioso con somatizzazioni viscerali cardiache e intestinali”, infermità qualificata espressamente con D. M. 13 luglio 2006, n. 5182 ter, quale aggravamento della “Sindrome ansiosa reattiva” già riconosciuta come dipendente da causa di servizio ed indennizzata con D. M. n. 5182 del 1996, e D.M. n. 5182 bis del 1996; inoltre la sopra richiamata perizia di parte del dottor P. attestava chiaramente la stretta correlazione tra le condizioni di salute dell’incolpato e le sue capacità lavorative, cosicchè tali condizioni di salute assumevano rilievo giustificativo anche per il ritardo nel deposito di provvedimenti superiori ad un anno, per la giustificabilità dei quali è richiesto il concorso di fattori eccezionali e proporzionati alla particolare gravità dei ritardi stessi, come appunto nella specie, avuto riguardo anche alle oggettive difficoltà dell’ufficio in cui lavorava il M. ed all’immane carico di lavoro; il ricorrente ritiene poi infondato il rilievo della sentenza impugnata secondo cui eventualmente l’esponente, qualora le sue condizioni di salute avessero effettivamente pregiudicato l’esercizio delle sue funzioni, avrebbe dovuto ricorrere agli istituti della sospensione o della cessazione dal rapporto di pubblico impiego; invero tale fatto era diverso da quello oggetto di contestazione e sfornito della necessaria consequenzialità logica con la circostanza giustificativa del ritardo; e d’altra parte, se da un lato si accredita il convincimento che il dedotto stato di salute avrebbe potuto o dovuto indurre l’esponente ad una richiesta come quella prospettata dalla sentenza impugnata, confermando pertanto che detto stato era incidente sui ritardi e dunque causa giustificativa degli stessi, dall’altro è singolare che potesse pretendersi da un soggetto che giustificava una propria incapacità temporanea con una sofferta contingente patologia un comportamento verosimilmente anch’esso compromesso dalla medesima patologia.
Orbene tali argomentazioni sono immuni dalle censure al riguardo sollevate dal ricorrente, considerato anzitutto che in tema di ritardi del giudice nel deposito di provvedimenti giudiziari, l’allegazione di cause di giustificazione può escludere la punibilità se esse siano pregnanti, oggettive ed idonee a contrastare la contestazione e sempre che i ritardi non siano talmente prolungati, reiterati e sistematici da superare la soglia della ragionevolezza e della giustificabilità e da concretare un diniego di giustizia con conseguente lesione del prestigio dell’ordine giudiziario (Cass. s.u. 17-1-2012, n. 528); tanto premesso, deve poi richiamarsi l’orientamento già espresso da questa Corte secondo cui i ritardi nel deposito dei provvedimenti, quando per la reiterazione e l’entità superino ogni limite di tollerabilità e ragionevolezza (come appunto nella fattispecie), integrano gli estremi dell’illecito disciplinare di cui al D.Lgs. 24 febbraio 2006, n. 109, art. 2, comma 1, lett. q), costituendo palese violazione del dovere fondamentale di diligenza del magistrato, e ciò anche nei casi di accertata laboriosità dello stesso e di sussistenza di ragioni personali estranee all’ambiente di lavoro che abbiano influito sulla sua attività, le quali non possono risolversi in un ostacolo al buon funzionamento del servizio giustizia e lasciano aperte, ove il magistrato non sia in grado di svolgere il proprio lavoro in condizioni di apprezzabile serenità ed efficienza, le vie consentite dall’ordinamento giudiziario per potersi assentare temporaneamente dal servizio, quali congedi straordinari e aspettative per motivi familiari (Cass. S.U. 17-5-2013 n. 12108); correttamente quindi la sentenza impugnata ha affermato che, qualora le condizioni di salute del dottor M. fossero state tali di pregiudicare il regolare svolgimento delle sue funzioni giurisdizionali, egli avrebbe potuto usufruire degli istituti che regolano la sospensione e/o la cessazione del rapporto di pubblico impiego, e quindi eventualmente chiedere un periodo di congedo straordinario, evitando così di incorrere nei sopra evidenziati ritardi nel deposito dei provvedimenti; nè è comprensibile come le condizioni di salute del dottor M. evidenziate nel ricorso avrebbero impedito allo stesso di rendersi conto della opportunità di ricorrere a detti istituti; è quindi evidente che la richiamata statuizione della sentenza impugnata è assorbente di tutti i profili di censura attinenti alla asserita mancata valutazione delle condizioni di salute dell’incolpato come emergenti dalla sopra richiamata perizia di parte.
Infine, premesso che, come sopra già esposto, i ritardi contestati al dottor M. sono sicuramente molto gravi e reiterati, avendo superato in 3 casi addirittura i tre anni, deve ritenersi che la durata di un anno nel ritardo nel deposito dei provvedimenti giurisdizionali rende ingiustificabile la condotta dell’incolpato, se non siano allegate da quest’ultimo ed accertate dalla Sezione Disciplinare circostanze assolutamente eccezionali che giustifichino l’inottemperanza del precetto sui termini di deposito (Cass. s.u., 13-9-2011, n. 18697); tra le eccezionali circostanze che possono giustificare il ritardo di un anno non rientra la buona laboriosità del magistrato, che è doveroso in ogni caso per il magistrato assicurare (Cass. s.u., 26-04-2012, n. 6490), venendo in rilievo il dato oggettivo della lesione del diritto delle parti alla durata ragionevole del processo di cui all’art. 111 Cost., e art. 6, paragrafo 1 CEDU, in quanto tale lesione evidenzia, in concreto, il superamento della soglia di giustificazione della condotta ed è idonea, di per sè, ad incidere sul prestigio della funzione giurisdizionale (Cass. s.u. 25-01-2013, n. 1768); pertanto deve escludersi che le ragioni giustificative di tali ritardi addotte dal ricorrente siano fondate, avuto altresì riguardo agli accertamenti in fatto compiuti dalla sentenza impugnata in ordine alla ritenuta insussistenza di situazioni di eccezionale carico di lavoro presso l’ufficio giudiziario dove il dottor M. svolgeva le funzioni giurisdizionali, caratterizzato da carenze di organico comuni alla gran parte degli uffici giudiziari italiani.
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