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Timestamp: 2019-01-22 15:13:03+00:00

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Danno tanatologico, danno terminale, danno catastrofale, Cassazione sez. III 27 settembre 2017 n. 22451, Chiara Biscella
Persona, diritti personalità - Persona, diritti personalità - Redazione P&D - 08/11/2017
Danno tanatologico, danno terminale e danno catastrofale: il punto della situazione alla luce della sentenza della Corte di Cassazione, Sezione III civile, 12 gennaio – 27 settembre 2017, n. 22451.
“(omissis) la questione della risarcibilità agli eredi del danno (biologico, morale-catastrofale, tanatologico) patito dalla vittima deceduta in conseguenza della condotta illecita, che aveva dato luogo a contrasto tra le sezioni semplici, è stata definitivamente ricomposta dalle Sezioni Unite di questa Corte (Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 15350 del 22/07/2015) secondo le seguenti linee guida:
a) nel "danno biologico" (cd. "danno terminale") determinato dalla lesione al bene salute quale danno-conseguenza consistente nei postumi invalidanti che hanno caratterizzato la durata concreta del periodo di vita del danneggiato dal momento della lesione fino all'exitus: l'accertamento del danno-conseguenza è questione di fatto e presuppone che le conseguenze pregiudizievoli si siano effettivamente prodotte, necessitando a tal fine che tra l'evento lesivo e il momento del decesso sia intercorso un "apprezzabile lasso temporale” (omissis);
b) nel "danno morale cd. soggettivo" (cd. "danno catastrofale"), consistente nello stato di sofferenza spirituale od intima (paura o paterna d'animo) sopportato dalla vittima nell'assistere al progressivo svolgimento della propria condizione esistenziale verso l'ineluttabile fine-vita: anche in questo caso, trattandosi di danno-conseguenza, l'accertamento dell'"an" presuppone la prova della "cosciente e lucida percezione" dell'ineluttabilità della propria fine (omissis);
c) rimane invece esclusa la risarcibilità del danno consistente nella "perdita del bene-vita" (cd. "danno tanatologico"), autonomo e diverso rispetto al bene-salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicchè, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità "iure hereditatis" di tale pregiudizio, in ragione - nel primo caso - dell'assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero - nel secondo - della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo.”.
La Corte di Cassazione con la sentenza in epigrafe prende spunto dal caso concreto per ripercorrere i punti cardine della giurisprudenza di legittimita’ in riferimento alla questione relativa alla risarcibilita’ agli eredi del danno biologico, morale-catastrofale, tanatologico, patito dalla vittima che sia deceduta a seguito di condotta illecita altrui.
La Corte d’Appello barese con sentenza 212 dell’anno 2013, in riforma della decisione adottata dal giudice di prime cure, riteneva che il breve lasso di tempo, pari a circa quattro ore, intercorso tra il sinistro stradale in conseguenza del quale il protagonista della vicenda riportava delle lesioni e il momento in cui, condotto in ospedale, questi decedeva, non consentiva, in ragione anche del difetto della prova dello stato di coscienza del danneggiato, di accertare il diritto di quest’ultimo al risarcimento del danno biologico.
La Corte di Cassazione e’ intervenuta molteplici volte in passato su questioni inerenti alla risarcibilita’ del danno non patrimoniale, sub specie, in particolare, di danno biologico, danno terminale e danno catastrofale.
Prima di esaminare gli esiti di tale evoluzione giurisprudenziale e’ d’uopo fare una breve premessa di carattere definitorio.
Il danno “biologico” (c.d. danno terminale) e’ identificato con la lesione al bene supremo salute quale danno-conseguenza consistente nelle conseguenze invalidanti che hanno caratterizzato la durata della vita del soggetto danneggiato dal momento del fatto lesivo a quello dell’esito fatale.
Il danno “morale soggettivo” (altresi’ chiamato “danno catastrofale”) si sostanzia nello stato di sofferenza spirituale o, comunque, intima, quale la paura o il patema d’animo che il soggetto danneggiato abbia dovuto soffrire nell’affrontare il progressivo sviluppo della propria condizione personale ed esistenziale verso l’ineluttabile epilogo nefasto.
Il danno tanatologico, infine, si configura come il danno da perdita del bene vita, in se’ considerato, autonomo e distinto dal bene salute.
Cio’ premesso, si osserva che l’evoluzione giurisprudenziale in materia e’ culminata, a seguito di taluni contrasti insorti nella giurisprudenza di merito, nella pronuncia a Sezioni Unite della Corte di Cassazione di meta’ 2015[1], che pone i capisaldi in materia.
Le statuizioni della pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite n. 15350/2015.
La Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite e’ giunta a ritenere che presupposto per il riconoscimento del diritto a vedersi risarcire un bene giuridico avente natura non patrimoniale e’ costituito dal fatto che il soggetto sia ancora in vita.
La Corte, d’altronde, ha fatto propri i principio generali del diritto, andando a rammentare ch,e ai sensi e per gli effetti di quanto disposto dall’articolo 2 comma primo del codice civile, ogni vicenda acquisitiva di un diritto alla reintegrazione dei una perdita subita presuppone sempre la capacita’ giuridica riconoscibile solamente ad un soggetto esistente.[2]
Cio’ assodato, quanto alla risarcibilita’ del danno biologico-terminale, l’approdo ermeneutico ha opinato nel senso di valutare l’accertamento del danno-conseguenza in materia sia da ritenere questione di fatto e presuppone che si siano in concreto effettivamente prodotte le conseguenze dannose. In proposito, d’altronde, e’ necessario che tra l’evento lesivo e la conseguenza della morte sia intercorso un lasso temporale apprezzabile, tale per cui si possa affermare che sia stato possibile al soggetto danneggiato percepire coscientemente l’avvicinarsi della sua fine.[3]
Anche nel caso del danno morale soggettivo o danno catastrofale, trattandosi parimenti di danno-conseguenza, l’accertamento dell’“an” presuppone la prova di una cosciente e lucida percezione da parte del soggetto danneggiato circa l’ineluttabilita’ della propria fine.[4]
La Corte di Cassazione ritiene, invece, doversi considerare esclusa la risarcibilita’ di quella voce di danno consistente nel danno tanatologico (o danno da perdita del bene vita), il quale e’, in verita’, fruibile solo dal soggetto che ne sia titolare ed e’ insuscettibile di essere liquidato e reintegrato per equivalente. Da cio’ consegue che nell’ipotesi in cui il decesso del soggetto si verifichi nel momento dell’evento lesivo o in uno immediatamente successivo deve escludersi in radice la possibilita’ di una risarcibilita’ di tale pregiudizio “iure hereditatis”. In tali eventualita’, infatti, manca, in un caso, un soggetto cui sia ricollegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa dirsi acquisibile il diritto risarcitorio di credito relativo e, nell’altro caso, l’utilita’ di uno spazio di vita residuo considerato troppo breve per potersi dire che sia stato possibile al soggetto danneggiato percepire la gravita’ della propria condizione.
Le conclusioni della pronuncia n. 22451 del 2017.
La sentenza in epigrafe, pertanto, si inserisce nel solco interpretativo tracciato dalle Sezioni Unite, dovendosi ritenere superate, invece, le conclusioni fatte proprie dall’orientamento contrario[5], il quale aveva riconosciuto il diritto al risarcimento del danno alla vita in quanto tale e, pertanto, trasmissibile anche in via ereditaria agli eredi, ai quali tale voce, secondo tale indirizzo, avrebbe dovuto essere liquidata per equivalente.
[1] Cfr. Corte di Cassazione Sez. Unite, 22 luglio 2015, n. 15350
[2] Si rammenta, infatti, che il diritto del nascituro e’ tutelato solamente alla condizione che effettivamente egli venga ad esistenza.
[3] Cfr. conformi: Corte di Cassazione, Sezione III, 30 gennaio 2006, n. 1877; Corte di Cassazione, Sez. III, 8 luglio 2014, n. 15491; Corte di Cassazione, Sezione III, 20 ottobre 2014, n. 22228; Corte di Cassazione, Sezione III, 31 ottobre 2014, n. 23183.
[4] Cfr. in tal senso, altresi’: Corte di Cassazione, Sezione III, 24 marzo 2011, n. 6754; Corte di Cassazione, Sezione III, 21 marzo 2013, n. 7126; Corte di Cassazione, Sezione III; 13 giugno 2014, n. 13537.
[5] Cfr. Corte di Cassazione, Sezione III, 23 gennaio 2014, n. 1361.

References: sentenza 
 cass. Sez. 
 Sentenza 
 sentenza 
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