Source: http://07europia.blogspot.com/2013/04/
Timestamp: 2017-08-23 00:41:54+00:00

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07 - Europia: aprile 2013
Islanda, vince l'opposizione anti-Ue. Crollo del centrosinistra, sotto il 25%
Il centrodestra islandese vince le elezioni e torna al governo dopo cinque anni di guida socialdemocratica. Il partito dell'Indipendenza (destra) e quello del Progresso (centro) otterrebbero 37 dei 63 seggi
David Gunnlaugsson e Bjarni Benediktsson (ap)
islanda, elezioni, partiti pro-euro, David Gunnlaugsson, Bjarni Benediktsson
REYKJAVIK - L'opposizione di centrodestra, contraria all'adesione all'Ue, ha vinto le elezioni in Islanda: lo spoglio conferma sostanzialmente i dati delle prime proiezioni che vedono i Verdi e i Socialdemocratici nettamente sconfitti dopo 5 anni di governo.
Secondo uno spoglio parziale, il Partito dell'Indipendenza (destra) di Bjarni Benediktsson, 43 anni, è al 25%, ottenendo 19 seggi. Il Partito del Progresso (centrista e agrario) di David Gunnlaugsson, 38 anni, si attesterebbe al 22% dei voti, con 18 seggi. I due partiti avrebbero quindi la netta maggioranza nel parlamento islandese, che ha 63 seggi.
Lontanissimi al momento i due partiti del governo uscente, quello che ha gestito la fase seguita alla svolta e alle nazionalizzazione delle banche con cui l'isola fece fronte al tracollo finanziario del 2008: vale a dire l'Alleanza (socialdemocratica), indicata al 13% (nove seggi), e il Movimento verdi-sinistra, con una percentuale simile e sempre nove seggi. Otterrebbe 6 seggi anche il partito Futuro luminoso, fondato nel 2012, centrista e pro euro.
A succedere alla prima ministra socialdemocratica Johanna Sigurdardottir, 70 anni, sarà probabilmente uno dei due leader vincitori nelle urne.
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Riga alla Ue: noi diversi da Cipro
Michele PignatelliCronologia articolo27 aprile 2013
Forse non tutti ricordano che nel 2008, agli albori della crisi, la Lettonia fu tra i primi Paesi europei a dover ricorrere a un salvataggio: 7 miliardi e mezzo di prestiti internazionali, per far fronte a un tracollo poi certificato da un calo del Pil del 17,7% nel 2009. Neanche allora il Paese abbandonò il sogno di entrare nell'euro nel 2014. E ora, dopo un percorso di rigida austerity che ha risanato i conti ma non ha impedito alla "tigre baltica" di tornare a crescere (+5,3% l'anno scorso), quel sogno potrebbe avverarsi: tra fine maggio e inizio giugno Commissione Ue e Bce si pronunceranno sulla richiesta di Riga di aderire all'euro dal 1° gennaio, seconda repubblica baltica dopo l'Estonia, e le premesse per un giudizio favorevole ci sono tutte. A turbare il conto alla rovescia resta qualche perplessità sulla vulnerabilità del settore bancario, ricco di depositi provenienti dall'ex Urss; perplessità accentuate dalla crisi di Cipro, con cui è scattata un'associazione immediata. Da Riga però escludono qualsiasi parallelismo.
All'esame coi parametri di Maastricht la Lettonia si presenta con ottime credenziali: deficit all'1,2% del Pil, debito al 40,7%, inflazione all'1,6%, tassi di interesse a lungo termine al 4% e una moneta, il lats, ancorata all'euro sin dal 2005, con un'oscillazione appena dell'1% rispetto alla parità centrale di 0,70 euro, difesa anche negli anni bui della crisi. La moneta unica, poi, è già ampiamente utilizzata: il 90% dei prestiti bancari e il 50% dei depositi è in euro, stando a Fitch. «Di fatto stiamo già usando l'euro - spiega Roberts Zile, europarlamentare conservatore ed ex ministro delle Finanze della Lettonia - ma l'appartenenza all'eurozona garantirebbe per esempio lo scudo eventuale dell'eurosistema alle nostre banche, tramite il fondo salva-Stati Esm; un sostegno che ci mancò nel 2008, quando chiedemmo un intervento della Bce che altri, anche fuori dall'euro, ottennero». Zile ammette che politicamente «non è facile convincere i lettoni che dovranno contribuire all'Esm per finanziare Paesi con un salario minimo superiore al loro - e infatti la maggioranza rimane contraria all'ingresso - ma i favorevoli all'euro stanno aumentando».
Sul via libera all'ingresso l'ambasciatore italiano a Riga, Giovanni Polizzi, è ottimista. «Non ricordo che sia mai stato negato l'ingresso a un Paese che rispettasse i parametri di Maastricht - spiega -. Anche sul piano politico vedo un consenso generalizzato, le uniche riserve che alcuni partner avevano espresso pubblicamente (soprattutto la Francia, dove non a caso il premier Valdis Dombrovskis è stato in visita la settimana scorsa, ndr) erano al massimo sui tempi di ingresso. Del resto - conclude l'ambasciatore - alle autorità lettoni non sfugge l'importanza della tempistica: un rinvio ora sarebbe un segnale di sfiducia, sia sulla sostenibilità della ritrovata crescita dell'economia nazionale che sulla stessa tenuta dell'eurozona; un via libera dimostrerebbe invece che il Paese è ormai certamente in grado di rispettare i parametri di Maastricht anche in futuro e che l'euro e l'eurozona mantengono la loro vitalità e il loro appeal».
Le perplessità sull'ammissione di Riga, evidenziate da un recente rapporto dell'Fmi, sono appunto la sostenibilità delle finanze publiche - cioè i dubbi che il percorso virtuoso seguito ai prestiti internazionali non duri, anche per gli alti costi sociali che ha comportato (alta disoccupazione, tagli al Welfare) - e, soprattutto, i timori legati al settore bancario. Circa il 50% dei depositi appartiene a non residenti, per l'80-90% provenienti dall'ex Unione sovietica. Un dato che ha fatto scattare immediatamente l'associazione con Cipro, paradiso dei russi, nonostante a Riga abbia più evidenti motivazioni geografiche e linguistiche. Le analogie comunque si fermano qui: la dimensione del settore bancario lettone è nettamente inferiore a quella di Cipro (130% del Pil contro l'800% di Nicosia) e i player principali sono le banche estere (soprattutto scandinave), che detengono il 75% di tutti gli asset e non sono particolarmente esposte nei confronti di correntisti stranieri. «Quando ci preoccupiamo di quel 50% di depositi di non residenti - spiega una fonte bancaria europea a Riga - parliamo di quel che rimane delle banche locali: tre istituti lettoni, non in grado di provocare una crisi sistemica».
Dopo la crisi del 2008, in gran parte bancaria (che travolse la Parex Bank, con molti correntisti stranieri), le autorità lettoni sono inoltre corse ai ripari, innalzando i requisiti di liquidità soprattutto per gli istituti con più depositi dall'estero. È stato inasprito anche il sistema anti-corruzione e anti-riciclaggio, altro nodo quando entrano in gioco capitali russi. Ma i depositi dei non residenti continuano a salire (+17% nel 2012) e Bce ed Fmi invitano il Governo alla cautela. «Ho messo in guardia su questo trend - conferma Zile - le autorità possono fare di più per scoraggiare il flusso di denaro dall'estero, per esempio innalzando ulteriormente i requisiti di capitale».
Anche perché le banche lettoni, a loro volta, non prendono proprio alla lettera gli inviti delle istituzioni internazionali, se è vero che offrono ai clienti stranieri allettanti incentivi, come quello che campeggia sul sito della Rietumu Bank: concessione della residenza per chi apra depositi vincolati o acquisti obbligazioni subordinate per almeno 200mila lati, poco meno di 300mila euro.
Il Paese intanto aspetta la decisione europea con umori diversi: «C'è un 30-33% di cittadini favorevoli all'ingresso immediato - racconta ancora da Riga Giovanni Polizzi - un terzo che nutre perplessità sui tempi di ingresso per l'attuale crisi che travaglia molti Paesi dell'Eurozona, un'ultima parte di contrari, principalmente per due motivi: i timori di un aumento dell'inflazione e l'abbandono del lats, la moneta riconquistata appena 20 anni fa dopo anni di utilizzo del rublo e dunque divenuta simbolo dell'indipendenza». In tema di simboli, però, non può sfuggire il vantaggio geopolitico maggiore che alla Lettonia, da sempre sospesa tra Est e Ovest, deriverà da un ingresso nell'euro: «Sarà percepito dai lettoni - le parole sono ancora dell'ambasciatore - come conferma definitiva dell'appartenenza a un'Europa occidentale sempre più integrata».
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La Bundesbank attacca il piano Draghi per salvare l'Euro
dal corrispondente Alessandro MerliCronologia articolo26 aprile 2013Commenta
FRANCOFORTE – La Bundesbank attacca il piano della Banca centrale europea per salvare l'euro, il cosiddetto programma OMT di acquisto di titoli dei Paesi in difficoltà-
In un parere legale per la Corte costituzionale tedesca, che ne discuterà a giugno, la Bundesbank sostiene che ci sono dei dubbi se il piano sia effettivamente necessario e che la sua attuazione metterebbe a rischio i soldi dei contribuenti tedeschi e potrebbe violare i Trattati europei che vietano il finanziamento monetario dei deficit pubblici. Il presidente della Banca centrale tedesca, Jens Weidmann, era stato il solo membro del consiglio direttivo della Bce a votare contro il lancio dell'Omt l'estate scorsa, ma successivamente la Bundesbank aeva ammesso che, pur non essendo mai stato utilizzato, il piano era servito a calmare i mercati finanziari.
Il documento, molto dettagliato, non è pubblico, ma è stato fatto filtrare al quotidiano economico Handelsblatt, che loha pubblicato sul suo sito. La Bundesbank si è servita in più occasioni negli ultimi mesi di fughe di notizie per contrastare le scelte della Bce che non condivide. In questo modo ha tenuto vivo il dibattito nella opinione pubblica tedesca, dove l'atteggiamento di contrarietà alla politica della Bce e ai salvataggi europei è crescente. Giovedì, il cancelliere Angela Merkel, che solitamente è attenta a non interferire con le decisioni della Bce, ha affermato, a una settimana dalla riunione di consiglio che si prevede possa abbassare i tassi d'interesse, che per la Germania i tassi dovrebbero anzi essere più alti.
Weidmann (Bundesbank): se l'Italia blocca le riforme niente aiuti Bce
Ecco chi sono i falchi tedeschi che sognano di tornare al deutsche mark
Nel parere legale, che è stato richiesto dalla Corte costituzionale, davanti alla quale Weidmann sarà chiamato a deporre, la Bundesbank afferma che la necessità del piano Omt è stata giustificata dalla Bce con «elementi fortemente soggettivi». Se poi l'Eurotower arrivasse ad acquistare titoli, questi sarebbero di bassa qualità e quindi metterebbero a rischio il bilancio della stessa Bce, e, in ultima analisi, le perdite dovranno essere sopportate dai contribuenti. La Bundesbank sostiene anche che non è fra i compiti della Bce sostenere che l'euro è irreversibile, come ha fatto in più occasioni il suo presidente Mario Draghi.
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Elezione del Presidente della Repubblica. Napolitano viene rieletto, Grillo: "E' un golpe" Rodotà: "Critiche solo nella legalità"
Il presidente della Repubblica è nuovamente in carica con 738 voti. In tarda mattinata ha detto sì al reincarico, dopo le pressanti richieste ricevute dalle forze politiche. Vendola: "L'8 maggio apriamo il cantiere per un nuovo partito". Grillo chiama a raccolta gli italiani in piazza a Roma: "Venite a milioni, qui si fa la democrazia o si muore". Rodotà: "Sempre stato contrario alle marce su Roma"
Presidente Repubblica, niente quorum per Prodi.
Bersani si dimette: "Uno su quattro ha tradito"
ROMA - Giorgio Napolitano è il "vecchio-nuovo" capo dello Stato. Eletto con 738 voti, 48 voti in meno dei 786 su cui poteva contare. Ma ben 196 in più dei 543 voti dell'elezione del 2006. Un plebiscito. A quota 504 voti, il quorum necessario per l'elezione, è scattato l'applauso fragoroso dell'Aula. Napolitano è il primo presidente rieletto per la seconda volta della storia della Repubblica. Il dettato costituzionale lo prevede, anche se nella prassi un settennato bis non si era mai verificato. E mentre procedeva lo spoglio delle schede, fuori, in piazza Montecitorio, montava la protesta dei sostenitori di Rodotà: qualche centinaio di persone con cartelli e striscioni inneggianti all'ex garante della Privacy in attesa dell'arrivo di Beppe Grillo, che ha lanciato in Rete l'appello "Tutti a Roma". Ma Stefano Rodotà, che ha ricevuto 217 voti, da Bari ha risposto: "Sono stato sempre contrario alle marce su Roma".
La cronaca di una ricandidatura. Napolitano accetta la candidatura dopo ore di pressing serrato da parte delle forze politiche. Le cose si son messe a correre veloci e, bruciati i nomi di Marini e Prodi, una lunga processione si è messa in fila fin da questa notte per chiedere a Napolitano di accettare un secondo mandato, perchè un'altra soluzione non c'è e la casa brucia. L'anziano Capo dello Stato si è riservato una brevissima pausa di riflessione, e prima del sesto voto, cominciato alle 15, ha detto sì. Pier Luigi Bersani, provato dall'avvitamento del Pd, è salito per primo stamattina al Colle per chiedere al Capo dello Stato di ricandidarsi. E di fronte alle garanzie forti chieste da Napolitano, per la prima volta ha dovuto ammettere la possibilità di un esecutivo di larghe intese (tra i nomi che circolano nel Palazzo per la premiership quelli di Giuliano Amato ed Enrico Letta).
Anche Silvio Berlusconi è andato al Quirinale insieme a Gianni Letta ed Angelino Alfano, per ribadire ciò che già il Cavaliere aveva fatto sapere in nottata: il modo migliore per uscire dalla grave crisi in atto sarebbe stato una riconferma.In rapida sequenza è poi arrivato sul Colle anche il leader di Scelta Civica Mario Monti, che ha insistito fino all'ultimo sulla candidatura di Anna Maria Cancellieri, tanto da far pensare ad una sua freddezza sul Napolitano bis, smentita dallo stesso Monti con una nota di Palazzo Chigi: "Monti si è recato questa mattina al Quirinale per pregare vivamente il Presidente Napolitano, a nome di Scelta Civica e suo personale, di accettare la ricandidatura, nel superiore interesse del Paese".
Poi sono stati i governatori delle Regioni (tra loro il leghista Roberto Maroni) ad implorare il Capo dello Stato.Intanto arrivavano sul Colle più alto calde sollecitazioni dalle forze sociali e dalla società civile. "Se il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, accettasse sarebbe un fatto molto, molto positivo", ha fatto arrivare la sua benedizione da Firenze il convitato di pietra di queste elezioni, Matteo Renzi.
La protesta di Grillo. Mentre a Montecitorio la quinta fumata nera garantiva una 'pausa di riflessione, un no secco è stato invece scaraventato sull'ipotesi dai grillini e da Sel. Nichi Vendola ha spostato il voto dei suoi su Rodotà. E parallelamente ha annunciato che l'8 maggio si aprirà un cantiere per fondare un nuovo partito della sinistra. Nella nuova sinistra potrebbe avere un ruolo di primo piano anche Fabrizio Barca, ex ministro della Coesione Sociale che si smarca dal partito al quale si è iscritto appena una settimana fa: "Incomprensibile che il Pd non appoggi Stefano Rodotà o non proponga Emma Bonino".
Il Movimento 5 Stelle è rimasto fermo su Stefano Rodotà, Beppe Grillo ha gridato al colpo di stato e ha chiamato a raccolta gli italiani: "Vi aspetto a milioni a piazza Montecitorio, non mi lasciate solo, qui si fa la democrazia o si muore". E ha lanciato l'hashtag #tuttiaroma per diffondere il passa parola in rete. Rodotà gli ha risposto da Bari, dove ha partecipato a un dibattito organizzato da Repubblica: "Le decisioni parlamentari possono essere criticate" ma rimanendo "nel solco della legalità e nelle sedi istituzionali".
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Serbia-Kosovo, raggiunto l'accordo. Ashton: "Passo che allontana dal passato"
Si è conclusa la trattativa per la normalizzazione dei rapporti nell'area balcanica. L'intesa è arrivata dopo mesi e dieci round di negoziazioni. Belgrado darà una risposta definitiva lunedì mattina, direttamente a Catherine Ashton. Il premier kosovaro: "Garantita sovranità e integrità territoriale"
Il primo ministro della Serbia Ivica Dacic dopo la fine delle negoziazioni e l'intesa raggiunta (ansa)
BRUXELLES - L'annuncio dell'accordo storico è stato affidato a Twitter. "Intesa raggiunta" sulla trattativa Serbia Kosovo per la normalizzazione dei rapporti nell'area balcanica, si legge in meno di 140 caratteri postati da un ministro che partecipa ai negoziati. "Fumata bianca. Habemus Pactum. Siamo felici", ha scritto Vlora Citaku, ministro kosovaro per l'integrazione europea.
Le delegazioni della Serbia e del Kosovo si erano riunite oggi a Bruxelles per una nuova riunione negoziale sotto l'egida dell'Unione europea. Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri dell'Unione europea, ha confermato subito dopo.
"I negoziati si sono conclusi, il testo è stato siglato da entrambe le parti", ha annunciato la Ashton uscendo dalla sede dell'Eeas, dove si erano tenuti i negoziati, prima di recarsi alla Nato insieme alle delegazioni kosovara e serba. "Voglio congratularmi con entrambe le parti per la determinazione dimostrata in questi mesi e per il coraggio che hanno avuto" i leader di Serbia e Kosovo, ha aggiunto, sottolineando che "quel che vediamo ora è un passo che allontana dal passato e che avvicina all'Europa".
L'accordo tra Serbia e Kosovo era considerato una precondizione per l'avvio di negoziati di adesione di Belgrado all'Ue e di un accordo di associazione tra Pristina e Bruxelles. L'intesa è arrivata dopo mesi di difficili discussioni e dieci round di negoziazioni. Tra le questioni più difficili al vaglio, lo status del Kosovo settentrionale, abitato principalmente da persone di etnia serba che non riconoscono il governo di etnia albanese.
"Sono state accolte le richieste della Serbia, e ho parafato l'accordo", ha detto il premier Ivica Dacic. Sull'accettazione o sul rifiuto le parti si pronunceranno lunedì prossimo, ha aggiunto. Dacic e il suo vice, Aleksandar Vucic, hanno precisato che non è stato toccato il punto 9 del documento di intesa, sulla presenza della polizia serba nel nord del Kosovo, mentre è stato modificato, secondo la volontà di Belgrado, il punto 14 relativo all'inclusione del Kosovo negli organismi internazionali, Onu compresa. Nel fine settimana a Belgrado ci saranno consultazioni con il presidente e tutte le forze politiche, e lunedì mattina, con un messaggio scritto, la Ashton verrà informata sulla definitiva accettazione o meno del testo di accordo.
Per il premier kosovaro, Hashim Thaci, "l'accordo che è stato parafato oggi tra due stati rappresenta de jure il riconoscimento del Kosovo da parte della Serbia". Thaci - citato dai media serbi - ha aggiunto che l'intesa con Belgrado "garantisce la sovranità e l'integrità territoriale del Kosovo". Il premier ha detto di attendersi che i Paesi che non hanno ancora riconosciuto il Kosovo lo facciano al più presto, aggiungendo di sperare che presto il Kosovo entrerà a far parte delle Nazioni Unite.
"Un accordo storico, che ora deve essere attuato rapidamente", ha detto il presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso. "Mi congratulo con i leader di entrambe le parti - ha sottolineato in una nota - per il loro impegno, il loro coraggio e la loro visione". Elogiati anche "gli sforzi instancabili" dell'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea Catherine Ashton, il presidente della Commissione Ue si è poi detto "fiducioso che l'accordo raggiunto aprirà la strada perché il Consiglio (europeo) prenda delle decisioni sui prossimi passi del percorso europeo di Serbia e Kosovo". "I popoli di Serbia e Kosovo - ha concluso - vogliono andare avanti e rendere una realtà la prospettiva europea: questo è cruciale per la stabilità, la sicurezza e la prosperità dell'Europa sudorientale e dell'Ue nel suo insieme".
"Felice" si è detto anche il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen. "Mi congratulo con tutte le parti per il loro approccio costruttivo al fine di trovare una soluzione duratura", ha detto Rasmussen in una nota, assicurando che "la Nato ed in particolare la Kfor (la forza di peacekeeping dispiegata nell'ex provincia serba, ndr) è pronta a sostenere l'attuazione di questo accordo al meglio delle nostre capacità nell'ambito del nostro attuale mandato".
Infine, il numero uno dell'Alleanza si è detto "fiducioso che questo accordo rappresenterà un grande passo in avanti per la pace e la sicurezza regionali e darò un nuovo slancio all'integrazione euroatlantica dei Balcani occidentali", secondo "la nostra visione condivisa".
L'appello a che ci siano risultati concreti "nell'attuazione dell'intesa" è arrivato anche dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, che, nel congratularsi con i premier di Belgrado e Pristina, "per il loro personale e coraggioso contributo", ha incoraggiato le parti a "continuare con lo stesso approccio costruttivo nell'attuazione dell'accordo". Infine, Van Rompuy ha "riconfermato le prospettive europee per Serbia e Kosovo".
La Francia, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri, Philippe Lalliot. ha salutato con favore l'"accordo storico" e si congratulata con i due governi per la "scelta coraggiosa" presa dopo mesi di trattative. "Si tratta di una svolta e di un passo senza precedenti nel miglioramento duraturo dei rapporti tra i due Paesi", ha detto, "questo accordo pone i fondamenti di una relazione normalizzata, che contribuirà alla stabilità e permetterà alle popolazioni di avanzare verso il futuro, lo sviluppo dei loro Paesi e la loro prospettiva europea".
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Serbia-Kosovo, accordo storico per normalizzare le relazioni. Strada aperta per Belgrado nella Ue
di Luca VeroneseCronologia articolo19 aprile 2013
Serbia e Kosovo hanno raggiunto l'accordo sulla normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. A 14 anni dalla guerra - l'ultima nella violenta dissoluzione dell'ex Jugoslavia - e dall'intervento della Nato contro il regime serbo di Slobodan Milosevic, le delegazioni di Belgrado e Pristina hanno chiuso con una firma a Bruxelles il decimo round di negoziati. L'accordo apre la strada alla Serbia per l'ingresso nell'Unione europea.
La conclusione positiva dei negoziati è stata confermata dall'alto rappresentante della politica estera dell'Unione europea Catherine Ashton.«I negoziati si sono conclusi, il testo è stato siglato da entrambe le parti», ha annunciato la Ashton uscendo dalla sede dell'Eeas, il servizio diplomatico comunitario, dove si sono tenuti i negoziati. E prima di spostarsi alla Nato insieme alle due delegazioni ha aggiunto: «Voglio congratularmi con entrambe le parti per la determinazione dimostrata in questi mesi e per il coraggio che hanno avuto i leader di Serbia e Kosovo. Quel che vediamo ora è un passo che allontana dal passato e che avvicina all'Europa». Le delegazioni della Serbia guidata dal premier Ivica Dacic e quella del Kosovo con il premier Hashim Taci hanno risolto anche gli ultimi contrasti sotto la mediazione dell'Europa. Ora i due leader dovranno sottoporre il testo dell'intesa ai loro parlamenti nazionali.
La guerra e lo status del Kosovo
Dopo la guerra del 1999 il Kosovo, una delle componenti della dissolta Jugoslavia, è diventato un territorio amministrato dall'Onu e si è dichiarato indipendente nel 2008. Ha ricevuto il riconoscimento da 99 dei 193 Paesi che fanno parte dell'Onu e di 22 dei 27 Paesi membri dell'Unione europea. La Serbia ha sempre dichiarato che «mai riconoscerà il Kosovo come Stato autonomo e indipendente».
«Questa è una bozza di accordo che dovrà essere approvata o respinta nei prossimi giorni. Certo è un testo molto più positivo per la nostra parte di quelli che abbiamo visto finora», ha commentato Dacic. Mentre Taci ha sottolineato che si tratta della «migliore soluzione possibile, anche se purtroppo non potrà rendere felici tutte le persone nei nostri Paesi».
Prima dell'inizio del decimo round di negoziati con Pristina oggi a Bruxelles, la delegazione serba aveva incontrato il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen chiedendo garanzie perché nel Nord del Kosovo - a maggioranza di popolazione serba - non vengano in alcun modo dislocati reparti di un futuro esercito kosovaro. I serbi del Nord del Kosovo avevano messo in guardia la delegazione serba dal firmare un accordo contro i loro interessi e contro gli interessi dello Stato serbo. E ora chiedono un referendum per decidere se stare con la Serbia o il Kosovo. Dei circa due milioni di abitanti del Kosovo, a stragrande maggioranza di origine albanese, i serbi sono circa 120mila, 50mila dei quali residenti vicini al confine con la Serbia.
La soddisfazione di Unione europea e Nato
«Sono fiducioso, l'accordo è un grande passo avanti per la sicurezza e la pace nella regione», ha detto Rasmussen dopo la firma dell'intesa a Bruxelles, soddisfatto per l'obiettivo raggiunto anche con il «contributo» dell'Alleanza atlantica. Rasmussen ha assicurato che la Nato «continuerà a garantire la sicurezza in Kosovo» con la «Kfor pronta a supportare l'applicazione dell'accordo».
L'accordo con il kosovo apre alla Serbia - da un anno Paese candidato all'ingresso nella Ue - la possibilità di dare inizio alla trattativa con Bruxelles per arrivare all'ingresso nell'Unione. Come aveva ricordato il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, la normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Pristina era per l'Europa una condizione necessaria a qualsiasi ulteriore passo: «L'apertura dei negoziati di adesione alla Ue che la Serbia spera per questa estate verrebbe ritardata in mancanza di un accordo con il Kosovo», aveva chiarito Westerwelle al termine di un colloquio a Berlino con alcuni ministri kosovari. «Sono certo - aveva aggiunto - che le divergenze che ancora restano potranno essere superate dando prova di coraggio e determinazione».
L'intesa tra Serbia e Kosovo «segna un momento importante nelle relazioni tra la Serbia e il Kosovo così come in quelle con l'Unione europea», ha affermato il presidente Ue Herman Van Rompuy. «L'Europa vuole il successo di Serbia e Kosovo, sono riconfermate le prospettive europee per entrambi», ha detto ancora Van Rompuy invitando i due Paesi ad «attuare l'accordo senza scorciatoie» per arrivare a «risultati concreti».
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Fitch taglia la tripla A della Gran Bretagna
L'outlook è stabile. Riviste le stime di crescita di Londra nel 2013-14.
(© Ansa) La sede dell'agenzia di rating Fitch.
Fitch ha tagliato la tripla A alla Gran Bretagna portandola ad AA+, con outlook stabile.
L'unica agenzia a mantenere la tripla A sulla Gran Bretagna è a questo punto solo Standard & Poor's. Nei mesi scorsi infatti Moody's aveva già declassato Londra ad Aa1.
Oltre a strapparle il top rating, Fitch ha anche rivisto in peggio le stime di crescita del Regno Unito: a +0,8% nel 2013 e +1,8% nel 2014.
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Libero scambio tra Islanda e Cina. E Pechino fa shopping in Europa
di Gianluca Di DonfrancescoCronologia articolo16 aprile 2013Commenti (1)
La Cina continua il pressing economico sull'Europa, al centro della sua diplomazia commerciale e della sua sempre più intraprendente campagna di acquisizioni.
Lunedì è arrivato il primo trattato di libero scambio con un Paese europeo: l'Islanda. L'accordo è stato firmato lunedì a Pechino. Al centro dell'intesa c'è la cooperazione nel settore energetico, in particolare l'esplorazione delle risorse petrolifere al largo della costa nordorientale dell'isola, nell'area Dreki, dove già compagnie norvegesi e britanniche hanno ottenuto il permesso di scandagliare le risorse potenziali.
Pechino, però, puntava ad altro: la libertà di movimento per i i propri lavoratori, apertura che l'Islanda non ha voluto concedere, ottenendo comunque l'eliminazione delle tariffe sulla pesca, la principale industria dell'isola e che già oggi rappresenta il 90% delle esportazioni verso la Cina.
Sarà anche rafforzata la cooperazione nello sfruttamento dell'energia geotermica, campo nel quale le compagnie islandesi hanno grande competenza da mettere al servizio delle interessanti potenzialità cinesi.
L'accordo chiude un negoziato durato sei anni, avviato dal Governo islandese per ridare spinta alla propria economia dopo il crollo del 2008, quando le tre maggiori banche del Paese collassarono. L'Islanda ha già un trattato di libero scambio con l'Unione europea e l'83% delle sue esportazioni finiscono nello Spazio economico europeo, che oltre ai Ventisette include Norvegia, Liechtenstein e la stessa Reykjavik.
La Cina, dal canto suo, è sempre pronta a cogliere le opportunità che la crisi economica del Vecchio continente le offre. Nel 2012, il valore delle attività di merger and acquisitions è salito del 21%, raggiungendo quota 12,6 miliardi di dollari, secondo un report del fondo A Capital. L'Europa è la prima destinazione dei capitali cinesi, assorbendo il 33% dei circa 37,8 miliardi di dollari di investimenti complessivi.
Lo shopping cinese ha fatto tappa un po' ovunque: tra le "prede", per esempio, il produttore tedesco di carrelli elevatori Kion e la cementiera Putzmeister, ma anche la britannica Weetabix, che produce cornflakes. Senza tralasciare obiettivi strategici, come la partecipazione di minoranza acquisita dal fondo sovrano China investment corp nell'aeroporto di Heathrow.
Come dimostrano le cronache di questi giorni, gli operatori cinesi si fanno sempre più intraprendenti, tanto che gli investimenti diretti in uscita dalla Cina sono ormai pari al 69% di quelli in entrata, in aumento dal 59% del 2011. A Capital stima che nel giro di tre anni i volumi nelle due direzioni saranno equivalenti.
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Banche, raggiunto un accordo politico sulla supervisione unica della Bce
Superate le resistenze della Germania che chiedeva una modifica dei Trattati prima di dare il via libera
Accordo politico all'Ecofin sul meccanismo di supervisione unica delle banche: superate quindi le resistenze della Germania che chiedeva una modifica dei Trattati prima di dare il via libera. La supervisione unica «si fa coi Trattati attuali, abbiamo l'accordo definitivo unanime dei ministri», ha detto il commissario Michel Barnier. Sul tavolo c'era la proposta tedesca di rafforzare la separazione tra attività di politica monetaria e di vigilanza della Bce e di garantire con maggiore certezza poteri equivalenti ai membri della struttura di vigilanza bancaria non appartenenti all'Eurozona. Dopo un lungo negoziato l'Ecofin ha deciso di accettare il principio sulla possibilità di cambiare il Trattato lasciando aperto il contenuto di questa eventuale scelta. Molti governi temono una riapertura di un negoziato sul Trattato Ue. Redazione Online 12 aprile 2013 | 21:53
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Montenegro:Vujanovic vince presidenziali
Lo ha annunciato la commissione elettorale
08 aprile, 19:47
(ANSA) - PODGORICA, 8 APR - Il capo di stato uscente, Filip Vujanovic, ha vinto le elezioni presidenziali di ieri in Montenegro con il 51,2%, rispetto al 48,8% andato allo sfidante Miodrag Lekic. Lo ha annunciato la commissione elettorale a Podgorica, precisando che l'affluenza alle urne e' stata del 63,9%. Ieri sera alla chiusura dei seggi entrambi i candidati si erano dichiarati vincitori.
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Portogallo, l'Alta Corte boccia l'austerity Governo costretto a rifare il budget
di Luca VeroneseCronologia articolo06 aprile 2013
Portogallo, Corte Costituzionale - Afp
La Corte costituzionale portoghese ha bocciato quattro misure di austerity introdotte dal governo conservatore con la legge finanziaria per il 2013. Questa decisione aggrava le difficoltà di Lisbona nel rispettare il percorso di risanamento dei conti pubblici così come è stato concordato con l'Unione europea e con il Fondo monetario nel 2011 in cambio dei 78 miliardi di euro del salvataggio internazionale .
Il Portogallo deve riuscire a tagliare il deficit pubblico al 5,5% del pil dal 6,4% con il quale ha chiuso il 2012, quando pur mancando gli obiettivi dichiarati venne elogiato da Bruxelles e dall'Fmi per gli sforzi compiuti in una fase economica di piena recessione. Secondo le prime stime trapelate dagli ambienti del governo, confermate dalle analisi di alcuni economisti, la decisione dell'Alta Corte portoghese toglierebbe al budget per quest'anno non meno di un miliardo di euro, tra minori entrate e mancate riduzioni della spesa. L'intera manovra di austerity messa in campo - la più dura nella storia del Paese per stessa ammissione del premier Pedro Passos Coelho - dovrà essere rivista. Valeva circa cinque miliardi di euro: circa il 3% del Pil del Paese che supera di poco i 170 miliardi di euro.
In gennaio era stato lo stesso presidente portoghese, Anibal Cavaco Silva, anch'egli conservatore, a sottoporre la legge di bilancio alla valutazione della Corte Costituzionale per verificare se le misure anticrisi contenute nel testo fossero conformi alla Costituzione, soprattutto sull'equità nella distribuzione dei sacrifici: «Ci sono perplessità sulle misure di austerity per il 2013, alcune persone saranno colpite più di altre», aveva spiegato Silva, firmando comunque la legge finanziaria.
La Corte costituzionale ha respinto quattro delle nove misure che avevano suscitato i dubbi del presidente portoghese: bocciato il taglio della quattordicesima mensilità per i dipendenti pubblici; la riduzione delle pensioni sempre nel pubblico impiego; i tagli ai sussidi di disoccupazione; la riduzione dei congedi per malattia.
Il governo portoghese è stato convocato oggi per una riunione straordinaria. Dalla maggioranza in Parlamento si sottolinea che comunque «non c'e' spazio di manovra sul memorandum» fissato con la troika Ue-Fmi-Bce che prevede per l'anno in corso una riduzione del deficit significativa con risparmi per circa cinque miliardi di euro.
Secondo molti osservatori la manovra finanziaria potrà essere modificata senza troppe difficoltà dal punto di vista tecnico. Ma il Portogallo rischia la crisi politica che potrebbe vanificare gli sforzi fatti dal Paese per riconquistare credibilità sui mercati e allontanare la ripresa economica.
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Etichette: Alta Corte, Anibal Cavaco Silva, Corte Costituzionale, Fmi, Governo, Pedro Passos Coelho, Portogallo, Ue-Fmi-Bce
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