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Timestamp: 2019-10-17 21:44:48+00:00

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Necessita' di nomina dell' interprete nel procedimento penale - Corte di cassazione penale - sentenza n. 40807/05 del 06/10/2005
Necessita' di nomina dell' interprete nel procedimento penale
sentenza 40807/05 del 06/10/2005
Non necessità della nomina di un interprete in un procedimento penale se l’imputato mostra di comprendere il significato degli atti a suo carico
In tema di necessità della traduzione degli atti di un procedimento giudiziario, nel caso di un imputato che non conosca la lingua italiana, la sentenza in oggetto opta per valutare la concreta comprensione che lo stesso imputato abbia degli atti che lo riguardano.
Sulla problematica in oggetto e sulla necessità della nomina di un interprete il nostro codice di procedura penale all’articolo 143 statuisce a riguardo che “l’imputato che non conosce la lingua italiana ha diritto di farsi assistere gratuitamente da un interprete al fine di potere comprendere l’accusa contro di lui formulata e di seguire il compimento degli atti cui partecipa. La conoscenza della lingua italiana è presunta fino a prova contraria per chi sia cittadino italiano.
Oltre che nel caso previsto dal comma 1 e dall’art. 119, l’autorità procedente nomina un interprete quando occorre tradurre uno scritto in lingua straniera o in un dialetto non facilmente intelligibile ovvero quando la persona che vuole o deve fare una dichiarazione non conosce la lingua italiana. La dichiarazione può anche essere fatta per iscritto e in tale caso è inserita nel verbale con la traduzione eseguita dall’interprete.
L’interprete è nominato anche quando il giudice, il pubblico ministero o l’ufficiale di polizia giudiziaria ha personale conoscenza della lingua o del dialetto da interpretare.
La prestazione dell’ufficio di interprete è obbligatoria”.
È chiaro che l’applicazione di tale disposizione ha quale presupposto l’indagine sulla conoscenza della lingua da parte dell’accusato, indagine che non può essere oggetto di discussione nel giudizio di legittimità innanzi la Suprema Corte, poiché riguarda essenzialmente il merito della questione.
Nel caso specifico, essendo stato provato “con argomentazioni esaustive e concludenti” dal giudice di grado precedente la conoscenza del significato degli atti compiuti da parte dell’imputato, esula nei suoi confronti l’applicazione dell’articolo 143 c.p.p.
Per tale ragione la Corte di Cassazione non ravvisa la necessità della nomina di un interprete nel caso de quo, in quanto nel procedimento penale assunto l’imputato aveva dato prova di riconoscere concretamente il significato degli atti a lui indirizzati e da lui compiuti; argomentazione suffragata dalla circostanza che lo stesso aveva effettuato interrogatori e colloqui in precedenza.
Dovendosi configurare, in ossequio ai principi del “giusto processo” (vedasi anche per la lingua degli atti le garanzie accordate dall’articolo 109 c.p.p. ), quale presupposto indefettibile per la nomina di un interprete, l’accertamento dell’ignoranza della lingua italiana, quando quest’ultimo accertamento abbia esito negativo ovvero quando sia negata anche la difficoltà di comprensione della lingua italiana da parte dell’imputato, non vi è necessità di applicare l’articolo 143 del codice di procedura penale.
Cassazione – Sezione seconda penale – sentenza n. 40807 del 9 novembre 2005
Presidente Rizzo – Relatore Monastero Ricorrente S.
Con sentenza pronunciata in data 12 marzo 2004, il Tribunale di Roma dichiarava S. T. colpevole dei delitti di sequestro di persona e lesioni personali, e lo condannava, ritenute le attenuanti generiche e la continuazione, applicata la diminuente per il rito abbreviato, alla pena di undici anni e due mesi di reclusione, con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e l'interdizione legale per la durata della pena. Il difensore dell'imputato proponeva appello avverso tale decisione deducendo: - la nullità dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari, ex articolo 415 bis Cpp, dell'avviso di fissazione dell'udienza preliminare, ex articolo 419, stesso codice, nonché del decreto di rinvio a giudizio e di tutti gli atti successivi, in relazione all'articolo 143 Cpp; - la nullità della sentenza, per violazione dell'articolo 525, comma 2, Cpp; - la nullità dei provvedimenti adottati nell'udienza del 19 novembre2003, per violazione dell'articolo 143, Cpp; - l'inutilizzabilità delle conversazioni telefoniche intercettate e trascritte, con incarico in data 20 novembre 2003, per mancanza del decreto autorizzativo; - la mancata derubricazione del delitto di cui all'articolo 630 Cp, in quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni o, al più, in quello di cui all'articolo 605 Cp.
La Corte territoriale dichiarava infondate tutte le censure proposte con i motivi di appello, sia processuali che di merito, confermando integralmente la sentenza impugnata. In particolare la Corte di appello, dopo aver rigettato le eccezioni in rito, prendeva in considerazione la diversa ricostruzione dei fatti operata dal difensore dell'imputato che aveva sostenuto che la condotta del S. poteva integrare, al più, il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni o quello di sequestro di persona previsto dall'articolo 605 Cp, senza alcuna finalità estortiva non potendo considerarsi "ingiusto" il profitto perché la somma di denaro richiesta per la liberazione della parte lesa non rappresentava altro che il "rimborso" delle spese che la madre della donna sequestrata aveva sostenuto in Ucraina per mantenere e curare il figlio della stessa parte lesa. La Corte territoriale, ricostruita l'intera vicenda processuale con l'analisi degli esami dei testi, dell'imputato, della parte lesa e considerati gli altri elementi offerti dall'istruzione dibattimentale, riteneva che la tesi prospettata dall'imputato, peraltro considerata poco verosimile, non fosse in alcun modo provata e, per l'effetto, confermava integralmente, la sentenza di primo grado.
Ricorre per cassazione il difensore dell'imputato deducendo: - inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità (articoli 178, lettera c), e articolo 143), in relazione all'articolo 606, comma 1, lettera c), Cpp, con riferimento: 1) alla disciplina prevista dagli articoli 415 bis, 419 e 429 Cpp, 2) al mancato intervento dell'interprete all'udienza del 19 novembre 2003, con relativa nullità di tutti gli atti conseguenti; - inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità (articoli 179 e 525, comma 2, Cpp, con riferimento al mutamento del collegio giudicante, alla mancata rinnovazione degli atti, con conseguente nullità di tutti gli atti successivi e conseguenti), in relazione all'articolo 606, comma l, lettera c), Cpp; - inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità (articoli 267, 268 e 271, Cpp, con riferimento alle conversazioni telefoniche intercettate e trascritte in data 20 novembre 2003), in relazione all'articolo 606, comma 1, lettera c), Cpp; - inosservanza e erronea applicazione della legge penale e conseguente carenza e illogicità della motivazione risultante dal testo del provvedimento (articoli 521 Cpp, nonché 630, 393 e 605, e 43 Cp), in relazione all'articolo 606, comma l, lettera b) ed e), Cpp.
Quanto al primo motivo il ricorrente ritiene erronea la lettura operata dalla Corte territoriale, con riferimento all'articolo 143 Cpp; la garanzia dell'assistenza dell'interprete deve, infatti, ad avviso del ricorrente, necessariamente ricomprendere non solo gli atti orali, come affermato nella sentenza impugnata, ma anche tutti gli altri atti del procedimento qualora si accerti la mancata conoscenza della lingua italiana da parte dell'imputato. Sul punto, da un lato, viene richiamata la sentenza della Corte costituzionale 10/1993, dalla quale si coglierebbe il citato principio e, dall'altro, si sottolinea che la giurisprudenza di legittimità, della quale vengono riportate alcune decisioni, dopo iniziali oscillazioni, si sarebbe ormai stabilizzata nel senso suggerito dalla Corte regolatrice (viene richiamata, tra le altre, Cassazione, Su, 5052/03, Z.), affermando, altresì, che anche l'ordinanza di custodia cautelare nei confronti dello straniero che non conosce la lingua italiana deve essere tradotta nella lingua dallo stesso conosciuta.
Quanto al secondo motivo di ricorso, il ricorrente deduce la nullità per la mancata nomina di un interprete, degli atti compiuti nell'udienza del 19 novembre 2003, durante la quale era stata ascoltata una microcassetta contenente colloqui tra l'imputato e la parte lesa, era stato letto il capo d'imputazione ed erano state ammesse le prove: l'accordo delle parti, richiamato in motivazione dalla Corte territoriale come fonte di legittimazione dei predetti provvedimenti, si riferiva infatti, assume la difesa, solo all'audizione della microcassetta e non anche alle altre attività compiute nella stessa udienza.
Quanto al terzo motivo il ricorrente deduce la nullità degli atti posti in essere all'udienza del 24 ottobre 2003, essendo stati adottati da un collegio diversamente composto rispetto a quello che ha poi deliberato la sentenza.
Quanto al quarto motivo di ricorso il ricorrente deduce la nullità delle conversazioni telefoniche intercettate e trascritte in data 20 novembre 2003, trattandosi di registrazioni effettuate all'insaputa dell'interlocutore e contestualmente «captate alla presenza e con l'intervento di organi di polizia»: le registrazioni de quibus avrebbero natura di vere e proprie intercettazioni che, diversamente dall'ipotesi di conversazioni tra presenti, captate da uno degli interlocutori, esigerebbero il rispetto della disciplina di cui agli articoli 266 e segg., Cpp.
Quanto al quinto motivo di gravame, il ricorrente ripropone la tesi, già sostenuta davanti la Corte territoriale, che la condotta degli imputati integrerebbe la fattispecie di cui all'articolo 393 Cp, o, al più, quella di cui all'articolo 605 Cp e non già quella più grave contestata in rubrica. Soggiunge il ricorrente che la motivazione della sentenza della Corte di appello, sul punto della qualificazione giuridica dei fatti, sarebbe carente e del tutto illogica perché, da un lato, avrebbe richiamato integralmente e fatto proprie, ai fini della decisione, le dichiarazioni delle parti offese e, dall'altro, avrebbe invece riportato solo parzialmente la dichiarazioni dell'imputato e dei testi della difesa, alle quali non sarebbe stato dato il giusto credito: in particolare la sentenza non avrebbe approfondito congruamente, come sarebbe stato necessario, le motivazioni offerte dall'imputato, fin dall'udienza di convalida, a giustificazione della propria condotta, approfondimento che avrebbe comportato una ben diversa valutazione dei fatti e una loro diversa qualificazione giuridica. Infine, il ricorrente sostiene che il dolo specifico richiesto per integrare il reato di sequestro di persona sarebbe, nella specie, del tutto assente: il comportamento del soggetto attivo del reato sarebbe contrassegnato dalla volontà di realizzare un profitto "giusto", consistente, infatti, nella volontà di rimborsare la madre della parte lesa, per le spese sostenute per la cura e il mantenimento del di lei figlio.
Alla pubblica udienza del 6 ottobre 2005, il Pg concludeva per il rigetto del ricorso mentre il difensore dell'imputato ne chiedeva raccoglimento sviluppando le argomentazioni già illustrate con i motivi del ricorso.
Quanto al primo motivo (nullità dell'avviso ex articolo 415bis e di tutti gli atti conseguenti, ivi comprese le sentenze di primo e di secondo grado, per mancata traduzione degli atti nella lingua dell'imputato), il ricorrente richiama i principi affermati dalla Corte costituzionale con la sentenza interpretativa di rigetto n. IO del 1993, principi che sarebbero stati recepiti dalla successiva giurisprudenza di legittimità. Questo collegio condivide pienamente il principio fondamentale affermato dalla Corte costituzionale nella richiamata sentenza e cioè che «il diritto dell'imputato ad essere immediatamente informato, nella lingua da lui conosciuta, della natura e dei motivi dell'imputazione contestatagli, deve essere considerato un diritto soggettivo perfetto, direttamente azionabile» e che, di conseguenza, non può essere condiviso l'assunto che l'articolo 143 Cpp vada configurato come norma di stretta interpretazione che tollera come uniche eccezioni alla regola dell'utilizzazione dell'interprete per gli atti orali, solo quelle espressamente previste dallo stesso codice di rito (articoli 109, comma 2, e 169, comma 3, Cpp).
L'articolo 143 Cpp va infatti interpretato, conformemente al dictum della citata sentenza, come una clausola generale «destinata a espandersi e a specificarsi, nell'ambito dei fini normativamente riconosciuti, di fronte al verificarsi delle varie esigenze concrete che lo richiedano, quali il tipo di atto cui la persona sottoposta al procedimento deve partecipare ovvero il genere di ausilio di cui la stessa abbisogna»; essendo peraltro finalizzato a garantire all'imputato che non parla la lingua italiana di "comprendere l'accusa contro di lui formulata e di seguire il compimento degli atti cui partecipa" «è suscettibile di un'applicazione estensibile a tutte le ipotesi in cui l'imputato, ove non potesse giovarsi dell'ausilio di un interprete, sarebbe pregiudicato nel suo diritto di partecipare effettivamente allo svolgimento del processo penale» (ancora: Corte costituzionale, sentenza 10/1993).
Ciò posto, va però altresì affermato che l'efficacia operativa dell'articolo 143 Cpp, è ovviamente subordinata al verificarsi di una condizione essenziale e cioè l'accertamento dell'ignoranza della lingua italiana da parte dell'imputato. Ne consegue che ai fini dell'applicazione dell'articolo 143, Cpp, deve risultare in modo inequivocabile che lo straniero ignori la lingua italiana (Cassazione, Su, 12/2000, J.; Cassazione, Su, 5052/03, Z.): la disposizione de qua va pertanto interpretata nel senso che presupposto indefettibile per la sua applicazione è che risulti dagli atti la non conoscenza o la difficoltà di comprensione della lingua italiana da parte dell'imputato.
Nel caso di specie, nessuna violazione del diritto di difesa si è determinata in quanto, come peraltro sottolineato dallo stesso ricorrente, il Tribunale di Roma aveva accertato la conoscenza della lingua italiana da parte dell'imputato e, per l'effetto, l'insussistenza dell'obbligo di traduzione degli atti.
Il giudice di merito aveva certamente tratto argomenti di valutazione dagli atti espletati nella fase delle indagini preliminari (interrogatorio dell'imputato in sede di udienza di convalida, ordinanza di custodia cautelare, la cui traduzione non risulta sia stata richiesta dalla difesa), atti avverso i quali nessun rilievo, a quanto è dato conoscere, era stato sollevato. Inoltre, il Tribunale, nel rigettare l'eccezione di nullità dell'avviso ex articolo 415 bis per mancata traduzione dell'atto nella lingua nota all'imputato, aveva affermato, sulla base degli atti esibiti dal Pm ed esaminati ai soli fini di valutare la fondatezza dell'eccezione, che l'imputato aveva conversato telefonicamente con un cittadino italiano (Z.), che si era espresso in lingua italiana con il suo datore di lavoro (D. C.) e che dimorava stabilmente in Italia da circa due anni (cfr. verbale di udienza in data 24 ottobre 2003).
Tali considerazioni, unitamente al fatto che l'imputato aveva «dimostrato di conoscere anche il russo essendo si avvalso della prestazione di un interprete di lingua russa alle udienze preliminari del 20 marzo 2003, del 17 aprile 2003 e del 12 giugno 2003, senza nulla eccepire ed avendo anche in data odierna partecipato all ‘udienza con l'assistenza di un interprete che ha espressamente dichiarato di comprendere ma di non parlare l'ucraino e di aver conferito in lingua russa e polacca con l'imputato venendo da questi compreso», determinavano il Tribunale a ritenere positivamente accertata la conoscenza della lingua italiana da parte dell'imputato: trattandosi di argomentazioni corrette, del tutto prive di vizi logici, l'accertamento dell'ignoranza della lingua italiana non può essere richiesto in sede di legittimità.
Questa Corte ha infatti affermato che «l'accertamento della conoscenza della lingua italiana da parte dello straniero costituisce un'indagine di mero fatto il cui esito, se riferito dal giudice di merito con argomentazioni esaustive e concludenti, sfugge al sindacato di legittimità» (Cassazione, Su, 12/2000, J.).
Le censure indicate nel secondo e nel terzo motivo di ricorso, tra loro collegate, possono essere congiuntamente decise. Quanto alla eccezione di nullità della sentenza per violazione del principio di immutabilità del giudice ex articolo 525, comma 2, Cpp, è sufficiente rilevare che, all'udienza del 24 ottobre 2003, l'unica attività processuale compiuta dal collegio diversamente composto, è stata quella di rigettare un'eccezione di nullità dell'avviso ex articolo 415 bis: la decisione sulla richiesta di giudizio abbreviato, presentata nella stessa udienza, è stata infatti adottata, contrariamente a quanto affermato nel ricorso, nella successiva udienza del 19 novembre 2003, dal collegio che ha poi provveduto a deliberare la sentenza. Orbene, è principio costantemente affermato da questa Corte che la regola dell'immutabilità del giudice riguarda solo l'effettivo svolgimento dell'attività dibattimentale, con particolare riferimento alle acquisizioni probatorie, restandone esclusa l'attività relativa a procedimenti ordinatori mirati solo all'ordinato svolgimento del processo senza alcuna valenza sul giudizio (Cassazione, Sezione prima, 35669/03, P.): in altre parole, il principio di cui all'articolo 525, comma 2, Cpp, trova applicazione solo con riferimento «all'esame delle acquisizioni probatorie funzionali alla decisione, a ogni attività istruttoria destinata allo stesso scopo e all'assunzione delle richieste e delle conclusioni delle parti» (cfr, sul punto, anche Corte così., sentenza 484/95).
Nessuna nullità si è, pertanto, nella specie, verificata.
Quanto all'eccezione di nullità degli atti compiuti all'udienza del 19 novembre 2003 per mancata nomina dell'interprete va rilevato che l'ascolto della cassetta registrata è stato effettuato con "l'accordo delle parti" e, quanto al resto (lettura del capo d'imputazione, indicazione e ammissione delle prove), la relativa nullità (a regime intermedio) risulta sanata ai sensi dell'articolo 182, comma 2, Cpp, non risultando che la parte presente - che peraltro aveva prestato espressamente il consenso all'ascolto della cassetta registrata - abbia rilevato o eccepito alcunché.
Quanto al quarto motivo in rito - dedotta nullità delle conversazioni telefoniche intercettate e trascritte in data 20 novembre 2003, in quanto, effettuate all'insaputa dell'interlocutore e «captate alla presenza e con l'intervento di organi di polizia», avrebbero richiesto il rispetto della procedura prevista dagli articoli 266 e segg., Cpp - questo collegio ritiene condivisibili tal une recenti pronunce di questa Corte (Cassazione, sez. seconda, 42486/02, M.; Cassazione, sez. prima, 30082/02, A.) nelle quali si è affermata la legittimità e, quindi, la piena utilizzabilità, anche in assenza di un provvedimento dell'autorità giudiziaria, dei colloqui registrati su nastro magnetico da uno degli interlocutori, a nulla rilevando né che la registrazione sia stata da lui effettuata su richiesta della polizia giudiziaria né che egli stesso agisca utilizzando materiale da questa fornito. Poiché, nella specie, uno degli interlocutori non solo aveva consentito, ma addirittura richiesto la captazione, non si ravvisa quella occulta presa di conoscenza di conversazioni che intercorrono tra soggetti individuati ma del tutto inconsapevoli che impone la rigorosa regolamentazione del codice di rito a garanzia della segretezza delle conversazioni.
Infine, quanto al merito (quinto motivo di gravame), il ricorrente ripropone la tesi, già sostenuta davanti la Corte territoriale, che la condotta degli imputati avrebbe potuto integrare, a tutto concedere, la fattispecie di cui all'articolo 393 Cp, o, al più, quella di cui all'articolo 605 Cp: in altre parole, il ricorrente propone un'altra interpretazione dei fatti rispetto a quella operata dai primi giudici, prospettando una diversa, e per esso ricorrente ritenuta più adeguata, valutazione delle risultanze processuali e affermando che quella operata dalla Corte territoriale sarebbe palesemente erronea perché avrebbe valorizzato solo gli elementi a carico dell'imputato, senza tener conto di quelli a favore. Ritiene, viceversa, questo collegio che la motivazione della sentenza della Corte di appello, sia in punto di qualificazione giuridica che di ricostruzione dei fatti, sia del tutto coerente e priva dei connotati di illogicità manifesta attribuitile nel ricorso. L'illogicità o la carenza della motivazione come vizio denunciabile, deve peraltro essere evidente e cioè di spessore tale da risultare immediatamente percepibile esulando dai poteri di questa Corte, quello di una "rilettura", come richiesto dal ricorrente, degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione. Tale valutazione è, in via esclusiva, affidata al giudice di merito e non spetta certo al giudice di legittimità sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di secondo grado quando, come nella specie, tale valutazione sia stata operata dalla Corte territoriale con completa indicazione degli elementi di prova dai quali ha tratto il proprio convincimento, con scelte coerenti sul piano logico e prendendo in considerazione tutte le risultanze probatorie acquisite agli atti del processo. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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