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Timestamp: 2019-12-12 16:37:03+00:00

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09 Giugno 2019 – Prof. Luigi Masini – COMMENTO FORMALE A LIVIO 30, 31 – Rubiconia Accademia dei Filopatridi
PROF. LUIGI MASINI
COMMENTO FORMALE A LIVIO 30, 31
PREMIAZIONE XVI EDIZIONE CONCORSO DI LINGUA LATINA
1b. «Non me fallebat, Hannibal, adventus tui spe Carthaginienses et praesentem indutiarum fidem et spem pacis turbasse1; 2. neque tu id sane dissimulas qui de condicionibus superioribus pacis omnia subtrahas2 praeter ea quae iam pridem in nostra potestate sunt. 3. Ceterum ut tibi curae est sentire cives tuos quanto per te onere leventur, sic mihi laborandum est ne quae tum pepigerunt hodie subtracta ex condicionibus pacis praemia perfidiae habeant. 4. Indigni quibus eadem pateat condicio, etiam ut prosit vobis fraus petitis. Neque patres nostri priores de Sicilia neque nos de Hispania fecimus bellum; et tunc Mamertinorum sociorum periculum et nunc Sagunti excidium nobis pia ac iusta induerunt arma. 5. Vos lacessisse et tu ipse fateris et di testes sunt qui et illius belli exitum secundum ius fasque dederunt et huius dant et dabunt. 6. ‘Quod ad me attinet, et humanae infirmitatis memini et vim fortunae reputo et omnia quaecumque agimus subiecta esse mille casibus scio; 7. ceterum quemadmodum superbe et violenter me faterer facere si priusquam in Africam traiecissem te tua voluntate cedentem Italia et imposito in naves exercitu ipsum venientem ad pacem petendam aspernarer, 8. sic nunc cum prope manu conserta restitantem ac tergiversantem in Africam attraxerim nulla sum tibi verecundia obstrictus. 9. Proinde si quid ad ea in quae tum pax conventura videbatur, quasi multa navium cum commeatu per indutias expugnatarum legatorumque violatorum, adicitur, est quod referam ad consilium: sin illa quoque gravia videntur, bellum parate quoniam pacem pati non potuistis.» (Liv. 30, 31)
1b. «Non mi sfuggiva affatto che i Cartaginesi per l’attesa del tuo arrivo hanno rotto sia l’attuale impegno di tregua sia la speranza di pace; 2. e certo non lo dissimuli tu che dalle precedenti condizioni di pace sottrai tutto tranne ciò che da tempo è in nostro pieno possesso.
3. Ma come tu ti preoccupi che i tuoi concittadini capiscano da quanto peso siano da te sollevati, così io devo impegnarmi a che essi non abbiano oggi come premio la sottrazione dalle condizioni di pace di quelle clausole che allora sottoscrissero.
4. Sebbene non meritevoli di vedervi riconoscere le stesse condizioni, chiedete anche che la frode vi giovi. Né i nostri padri hanno dato inizio alla guerra per la Sicilia, né noi per la Spagna. Allora il pericolo corso dagli nostri alleati Mamertini e ora la distruzione di Sagunto ci hanno fatto intraprendere una guerra santa e giusta.
5. Che siete stati voi i provocatori lo ammetti tu stesso e ne sono testimoni gli dei che di quella guerra assegnarono un esito secondo la legge umana e divina e lo danno e daranno di questa.
6. Per quanto mi riguarda, ricordo la debolezza umana, considero la potenza della fortuna e so che tutto ciò che facciamo è soggetto ai mille casi fortuiti.
7. Ma, come dovrei ammettere di comportarmi con arroganza e violenza se, prima di passare in Africa, ti avessi respinto nel caso di un tuo ritiro volontario dall’Italia e, imbarcato il tuo esercito, di una tua personale richiesta di pace, 8. così ora, dopo averti trascinato in Africa, quasi afferrandoti per mano, nonostante le tue resistenze ed esitazioni, non mi sento vincolato nei tuoi confronti da nessun riguardo.
9. Perciò, se a quelle condizioni in base alle quali sembrava che allora si sarebbe conclusa la pace, si aggiunge qualcosa, quasi un’indennità per l’assalto alle navi con le vettovaglie e l’oltraggio agli ambasciatori, può esservi ragione di riferirne al consiglio. Se poi anche quelle vi sembrano gravose, preparate la guerra, dato che non avete saputo accettare la pace».
Commento formale
Il brano proposto alla II sezione è tratto dall’Ab urbe condita libri di Tito Livio. Il patavino fa parte, insieme a Sallustio e Tacito, della triade dei grandi storici latini. Di essi Sallustio e Tacito. il cui modello è Tucidide, rappresentano il filone caratterizzato dallo stile grave e solenne, tendente a colpire il lettore, a stupirlo, a turbarlo e la cui cifra è la obscura brevitas3 coi suoi peculiari stilemi: parallelismi in asindeto, chiasmi, antitesi, infiniti storico-narrativi, sententiae epigrammatiche … ; Livio è il più cospicuo rappresentante del filone erodoteo-isocrateo che si caratterizza per la lactea ubertas (Quint. 10, 1, 32), cioè per ricchezza, fluidità, scorrevolezza, limpidezza, eleganza.
È lo stile discusso e proposto da Cicerone. L’arpinate fin dall’adolescenza non cessò mai di occuparsi per tutta la vita di indagini stilistiche e di teoria oratoria. Proprio in margine a questa, traccia le linee essenziali di una teoria della storiografia (historiae leges) che sintetizziamo con Anton Leeman (1974: 226): prima lex è la veritas, poi la cura della cronologia e della topografia, consilia-acta-eventus, i quomodo e le causae, e i caratteri dei personaggi.
Ciò che è mancato agli annalisti latini, osserva Cicerone, è l’eloquenza, l’arte della parola: sono stati non exornatores rerum, sed tantummodo narratores (Cic. de orat. 2, 54, essi “non hanno pensato ad abbellire i fatti, li hanno solo narrati”). Qualche anno più tardi, nel 51 a. C., darà della storia la famosa definizione opus oratorium maxime (Cic. Leg. 1, 5), scrivere la storia è “un compito quanto mai adatto ad un oratore”.
La narrazione, per quanto riguarda la forma, aggiunge Cicerone, “deve ricercare uno stile facile e sciolto, che scorra con una certa dolcezza e uniformità, senza quell’asprezza propria dello stile giudiziario e i motti pungenti dei discorsi forensi” (de orat. 2, 64: Verborum autem ratio et genus orationis fusum atque tractum et cum lenitate quadam aequabiliter profluens, sine hac iudiciali asperitate et sine sententiarum forensium aculeis persequendum est).
«Questi due tipi di storiografia», il sallustiano-tacitiano e il liviano, scrive Elio Pasoli (1974: XV), «non nascono a caso: il primo, quello sallustiano, è frutto delle teorizzazioni dell’atticismo tucidideo, mentre il secondo esce dalla matrice dell’ideale ciceroniano di storia. Quindi, anche i due fondamentali stili della storiografia romana si lasciano ricondurre a origine connessa con le teorizzazioni e le polemiche nell’ambito della retorica»..
In comune hanno l’impostazione moralistica che li porta a teorizzare un progressivo declino e scadimento polico-morale di Roma da un glorioso passato ad un oscuro presente fatto di corruzione e degenerazione,
Il metodo storiografico di Livio
Le fonti della storia romana antica, nella ricerca moderna, vengono divise in fonti principali o documenti e in opere letterarie nel senso più vasto della parola (S. I. Kovaliov). Tra le prime vengono annoverate le iscrizioni, i documenti ufficiali, le monete, i monumenti, la lingua, il folclore; tra le seconde le fonti narrative, soprattutto le produzioni storiografiche: gli annalisti, Nevio, Ennio, Catone, Livio, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco, Diodoro; gli “antiquari”: Varrone, Verrio Flacco; i giuristi e i pubblicisti (Cicerone).
Le prime sono fonti preterintenzionali (dette anche avanzi), le altre sono fonti intenzionali o testimonianze.
Dallo storico odierno si pretende un metodo critico rigoroso che può essere sintetizzato nei seguenti momenti:
1. rigorosa indagine delle fonti;
2. esame della loro attendibilità;
3. conoscenza analitica dei costumi, degli usi, dei testi letterari;
4. facoltà di sintesi e acutezza d’ingenio nella critica, libera da pregiudizi;
5. imparzialità ed obiettività.
Le fonti di Livio sono gli annalisti latini in lingua greca e latina e gli storici precedenti sia greci che latini. Non, perciò, fonti documentarie, ma storiografiche, opere scritte per dar notizia di certi avvenimenti.
Livio non fa ricerche d’archivio né si cura di prendere visione diretta neppure dei documenti di più facile accesso, non si interessa delle iscrizioni o dei testi di trattati esistenti in Roma; le sue citazioni di formule o di documenti sono sempre di seconda mano.
Segue di volta in volta un’unica fonte fondamentale, che egli ritocca e rielabora secondo i suoi fini patriottico-moralistici e secondo i suoi criteri artistici e drammatici.
Il passaggio da fonte a fonte comporta talora discordanze cronologiche, versioni differenti o duplicazioni di uno stesso fatto, ma le esigenze narrative stanno in primo piano, e sulle discordanze lo storico sorvola, anche se talora se ne rende conto.
Anton Leeman, per rendere evidente come Livio rielabora il dettato della fonte abbellendolo, propone il racconto della singolare tenzone tra Manlio Torquato e un guerriero gallico, che conserviamo sia nella versione di Quinto Claudio Quadrigario sia in quella del patavino.
La tradizione popolare fece di Manlio Torquato una vigorosa personificazione della virtù romana. Si vuole che uccidesse in duello un Gallo gigantesco, spogliandolo della collana (torques) e guadagnandosi così il cognomen di Torquato.
Si tratta probabilmente di una leggenda eziologica intesa a spiegare il soprannome di Torquato portato da un ramo dei Manlii.
A Livio interessa più il valore di exemplum del fatto che l’accertamento del fatto stesso.
Quadrigario (Gell. 9, 13, 10-14)
Livio 7, 9, 8 e 10, 1-4
Extemplo silentio facto cum voce maxima conclamat, si quis secum depugnare vellet uti prodiret.
Tum eximia corporis magnitudine in vacuum pontem Gallus processit et quantum maxima voce potuit “quem nunc” inquit “Roma virum fortissimum habet, procedat agedum ad pugnam, ut noster duorum eventus ostendat utra gens bello sit melior.”
Nemo audebat propter magnitudinem atque immanitatem facies. Deinde Gallus inridere coepit atque linguam exsertare.
Diu inter primores iuvenum Romanorum silentium fuit, cum et abnuere certamen vererentur et praecipuam sortem periculi petere nollent.
Id subito perdolitum est cuidam T. Manlio, summo genere gnato, tantum flagitium civitati accidere, e tanto exercitu neminem prodire. Is, ut dico, processit neque passus est virtutem Romanam ab Gallis spoliari.
Tum T. Manlius L. Filius, qui patrem a vexatione tribunicia vindicaverat, ex statione ad dictatorem pergit; “iniussu tuo” inquit, “imperator, extra ordinem nunquam pugnaverim, non si certam victoriam videam: si tu permittis, volo ego illi belvae ostendere, quando adeo ferox praesultat hostium signis, me ex ea familia ortum quae Gallorum agmen ex rupe Tarpeia deiecit.” Tum dictator “macte virtute” inquit “ac pietate in patrem patriamque, T. Manli, esto. Perge et nomen Romanum invictum iuvantibus dis praesta.”
Scuto pedestri et gladio Hispanico cinctus contra Gallum consistit.
Recipiunt inde se ad stationem, et duo in medio armati spectaculi magis more quam lege belli destituuntur, nequaquam visu ac specie aestimantibus pares.
Metu magno ea congressio in ipso ponti utroque exercitu inspectante facta est.
Ita ut ante dixi constiterunt; Gallus sua disciplina scuto proiecto cunctabundus, – Manlius animo magis quam arte confisus scuto scutum percussit atque statum Galli conturbavit. Dum se Gallus iterum eodem pacto constituere studet, Manlius iterum scuto scutum percutit atque de loco hominem iterum deiecit. Eo pacto ei sub gladium Gallicum successit atque Hispanico pectus hausit. Deinde continuo humerum dextrum eodem concessu incidit neque recessit usquam, donec subvertit ne Gallus impetum in ictu haberet.
Corpus alteri…; in altero … non cantus, non exsultatio, armorumque agitatio vana sed pectus animorum iraeque tacitae plenum …
Ubi constituere inter duas acies tot circa mortalium animis spe metuque pendentibus, Gallus velut moles superne imminens proiecto laeva scuto in advenientis arma hostis vanun caesim cum ingenti sonitu emsem deiecit. Romanus mucrone subrecto, cum scuto scutum imum perculisset totoque corpore interior periculo vulneris factus insinuasset se inter corpus armaque, uno alteroque subinde ictu ventrem atque inguina hausit et in spatium ingens ruentem porrexit hostem.
Ubi eum evertit, caput praecidit, torquem detraxit eamque sanguinulentam sibi in collum imponit.
Iacentis inde corpus ab omni alia vexatione intactum uno torque spoliavit, quem respersum cruore collo circumdedit suo.
Quo ex facto ipse posterique eius “Torquati” sunt cognominati.
Defixerat pavor cum admiratione Gallos; Romani alacres ab statione obviam militi suo progressi gratulantes laudantesque ad dictatorem perducunt. Inter carminum prope modum incondita quaedam militariter iaculantes “Torquati” cognomen auditum.Celebratum deinde posteris etiam familiaeque honori fuit.
Appena fu fatto silenzio, gridò ad altissima voce che, se qualcuno voleva combattere con lui, si facesse avanti.
Allora un Gallo di straordinaria mole avanzò sul ponte vuoto e con la voce più alta che poté disse: “L’uomo più forte che Roma possiede ora, orsù, si faccia avanti e combatta, in modo che noi due, con l’esito del combattimento, possiamo dimo-strare quale popolo sia più forte in guerra”.
Ma nessuno osava per la sua gran mole e il suo aspetto feroce. Allora il Gallo cominciò a deriderli e a tirar fuori la lingua.
Tra i giovani nobili romani vi fu un lungo attimo di silenzio, perché temevano di rifiutare il com-battimento e non volevano andare incontro ad una sorte particolarmente pericolosa.
Questo suscitò repentinamente la grande indignazione di un certo Tito Manlio, di nobilissima origine, che alla sua città fosse recata una tale ingiuria e che da un sì grande esercito nessuno si facesse avanti. Allora egli, come dico, avanzò e non sopportò che il valore romano fosse oltraggiato dai Galli
Allora Tito Manlio, figlio di Lucio, che aveva liberato il padre dalla persecuzione del tribuno, si diresse dal suo posto verso il dittatore, e disse: “Senza il tuo comando, generale, non lascerei mai il mio posto per combattere, neppure se vedessi la vittoria assicurata; ma se tu me lo permetti, voglio far vedere a quell’animale, dal momento che fa lo spavaldo con tanta arroganza davanti alle insegne dei nemici che io sono nato da quella famiglia che gettò giù la schiera dei Galli dalla rupe Tarpea”. Allora il generale rispose: Gloria a te, Tito Manlio, e al tuo amore verso il padre e la patria. Va’, e con l’aiuto degli dei, dimostra che il nome romano è invincibile.
Armato di scudo da fante e di una spada ispanica, affrontò il Gallo.
Allora il giovane viene armato dai suoi compagni. Prende uno scudo da fante e si cinge di una spada ispanica, atta ad un combattimento molto da vicino. Così armato e bardato, lo accompagnano di fronte al Gallo che, stoltamente allegro, tira anche fuori la lingua in segno di derisione – pure questo particolare sembrò agli antichi degno di essere ricordato-.
Il loro scontro ebbe luogo proprio sul ponte, alla presenza di ambedue gli eserciti, tra una grande paura.
Poi essi si ritirano al loro posto e i due guerrieri, armati, vengono lasciati nel mezzo, più come gladiatori che come soldati, per niente pari a chi li avesse giudicati dall’aspetto esteriore.
Così, come ho detto prima, si affrontarono: il Gallo, secondo il suo modo di combattere, con lo scudo proteso, esitante; Manlio, fidando più nel coraggio che nell’abi­lità, colpì con lo scudo lo scudo del Gallo e lo sbilanciò. Mentre il Gallo cercava di riprendere la stessa posizione di prima, Manlio gli colpì di nuovo lo scudo con il suo, e di nuovo buttò giù l’uomo dalla sua posizione. Mentre il Gallo cercava di riprendere la stessa posizione di prima, Manlio gli colpì di nuovo lo scudo con il suo, e di nuovo buttò giù l’uomo dalla sua posizione. Così scivolò sotto la spada del Gallo, e gli in­filò nel petto la spada ispanica.
Poi, immediatamente, con lo stesso modo d’attacco, colpì la spalla destra dell’avversa­rio, e non si ritirò finché non l’ebbe abbattuto, in modo che il Gallo non avesse forza di col­pire.
Il corpo dell’uno…; l’altro … non cantava, né esultava o agitava vanamente le armi, ma il suo cuore era pieno di coraggio e di silenziosa ira … Come ebbero preso posto tra i due eserciti in ordine di battaglia, mentre il cuore di tutta la folla intorno era sospeso fra la speranza e la paura, il Gallo, incombendo dall’alto con la sua gran mole, prfotendendo con la sinistra lo scudo, calò giù la spada, con grande fragore, di taglio, contro il nemico che avanzava all’attacco, ma senza colpirlo. Il Romano, con la punta della spada alzata, colpì con lo scudo la parte più bassa dello scudo dell’avversario, e, scivolando tra la spada del nemico e il suo corpo, così vicino che nessuna parte di lui era esposta, con un colpo, seguito da un altro, gli colpì il ventre e l’inguine, e atterrò il nemico, che crollò, occupando uno spazio di terreno assai grande.
Dopo averlo atterrato, gli tagliò via il capo, gli tolse la collana e se la mise, sangui­nante, al collo.
Poi, senza recare altra violenza al corpo del nemio che giaceva a terra, lo spogliò di una sola cosa, una collana, che, macchiata di sangue, si mise al collo.
Per questo egli stesso e i suoi posteri furono soprannominati “Torquati”.
Il timore insieme all’ammirazione aveva reso i Galli attoniti, mentre i Romani si fecero avanti pieni di gioia dai loro posti incontro al loro sol­dato, congratulandosi con lui, e, ricoprendolo di lodi, lo condussero dal generale. Fra un zozzo canto, fatto dai soldati in una specie di versi, si udì il sprannome di Torquato, e di qui fu dato comunemente come onorato soprannome usato anche dai discendenti della famiglia.
Anton Leeman fa seguire al confronto dei due passi una puntuale analisi formale che così riassumiamo.
La scrittura di Quinto Claudio Quadrigario, che si caratterizza per l’immediatezza priva di sofisti-cazione e per la primitiva semplicità4, viene rielaborata da Livio che innalza il tono del racconto conferendo al duello un colorito epico. In particolare notiamo i seguenti interventi:
1. drammatizzazione in modo uniforme di tutta la narrazione;
2. approfondimento dell’analisi dei caratteri e delle emozioni dei due guerrieri e della reazione dei due eserciti, i cui sentimenti sono presentati con immagini antitetiche; quasi totalmente limitata all’aspetto esteriore la descrizione dell’annalista, che è precisa e realistica, secondo la buona tradizione romana;
3. maggior varietà stilistica: le frasi in Livio variano tra 4 e 34 parole, in Quadrigario tra 7 e 19 (la metà delle frasi ha una lunghezza standard di 11-13 parole); in più nell’annalista moltissime goffe ripetizioni verbali, specie nella descrizione della lotta (3 volte iterum, 3 volte scuto scutum percutit);
accelerazione del ritmo: il racconto di Livio è pieno di movimento, anche se non si tratta di quel movimento che scorre con facilità, che è il più caratteristico del suo stile; la pagina di Quadrigario invece è tutta sobbalzi e sussulti e quasi statica.
Lo stretto rapporto tra retorica e storiografia antiche
Il brano proposto alla II sezione è il discorso messo in bocca da Livio a Scipione alla vigilia della battaglia di Zama. Si tratta di un’oratio che rientra nel genere deliberativo: si deve decidere tra la pace e la prosecuzione della guerra.
La tradizione di inserire discorsi nelle opere storiche risale quasi ininterrottamente ad Erodoto, il padre della storia.
Di regola non sono documenti storici autentici, né resoconti di discorsi realmente pronunciati, ma libere composizioni, create dallo storico e inserite là dove egli trova l’occasione favorevole per caratterizzare, con un tale discorso. un personaggio eminente o una situazione importante. Quale momento storico più importante della vigilia della battaglia di Zama, il cui esito avrebbe segnato l’avvenire della nostra civiltà occidentale?
L’esigenza della drammatizzazione comporta l’uso di discorsi contrapposti, procedimento praticato da Sallustio (e. g. i discorsi di Cesare e Catone, Cat. 51 e 52), da Tacito (e. g. i discorsi di Calgaco e di Agricola, Agr. 30-32 e 33-34) e a cui ricorre spesso Livio, come in quest’ora conclusiva della campagna d’Africa.
Il discorso di Scipione in risposta a quello di Annibale è in forma diretta, ma non può essere classificato come una forma di riproduzione più vicina alla mimèsi (Genette 1972: 24ss). Lo dichiara espressamente la cornice citante aduersus haec imperator Romanus in hanc fere sententiam respondit (Scipione “rispose pressappoco con parole di questo tipo”). Questa formula introduttiva modalizzante5, come altre dello stesso tenore, indica chiaramente che lo storico non ha riportato il discorso tale quale è stato pronunciato, ma lo ha rielaborato secondo la propria arte e stile .
La scelta della forma diretta da parte di Livio contrasta con un requisito fondamentale professato dai teorici antichi che è quello dell’unità richiesta da una forma d’arte perfetta. Scrive Nipperdey commentando il pensiero degli antichi6: «La prosa deve avere un carattere costante, un tono uniforme, senza presentare nulla di eterogeneo. … Per questo essi (sc. gli storici latini) non hanno riprodotto in tante opere i discorsi o le lettere di altri, nonostante li avessero a disposizione, ma, conservandone il contenuto, ne hanno cambiato la lingua in armonia con tutta l’opera»7.
La lingua latina, scrive Mariano Bassols de Climent (1967:360), nell’intendo di rispettare l’unità stilistica della prosa d’arte, ha saputo creare l’oratio obliqua (discorso indiretto)8, cioè un sistema di equivalenze che le permettono di esprimere le molteplici sfumature che ricorrono nell’oratio recta (discorso diretto).
Gli antichi ritenevano l’arte della storiografia come una branca della retorica. Si ricordi la definizione già citata di Cicerone: opus oratorium maxime (Cic. Leg. 1, 5), “un compito quanto mai adatto ad un oratore”.
È ovvio quindi ricercare nei discorsi inseriti le tendenze oratorie della storia. Essi non sono altro che una cristalizzazione della struttura del discorso fissato dalla retorica.
(h9 r9htorikh/, sc. te/xnh da ei1rw, dico, “l’arte del dire” )
La retorica nasce a Siracusa nei primi decenni del V secolo a.C. I tiranni Gelone e il suo successore Gerone avevano proceduto a prolungate espropriazioni di terreni da distribuire ai propri mercenari. Nel 467 a.C., quando le insurrezioni popolari riuscirono ad abbattere la tirannide, si aprì una serie di processi sulle legittime proprietà dei terreni confiscati. I dibattiti pubblici necessitavano di metodi e di tecniche migliori per convalidare accuse e difese.
La codificazione di questi metodi inizia appunto da Coràce e dal suo allievo Tisia, per giungere, passando per Gorgia, Isocrate, Aristotele, Cicerone, Quintiliano, fino ed oltre la fine il mondo antico. La codificazione poggiava su un principio di base: la differenza tra l’esser vero e il sembrar vero, a vantaggio della verosimiglianza.
La teoria retorica distingue tre generi di discorso, ognuno dei quali si rivolge ad un suo uditorio, ha una sua finalità, un suo oggetto, un suo tempo, un suo ragionamento, suoi luoghi comuni.
Il genere deliberativo è indirizzato ai membri di un’assemblea, ha per obiettivo consigliare e dissuadere, per oggetto l’utile e il nocivo, come tempo l’avvenire, il suo ragionamento è basato sugli exempla, ha come luoghi comuni il possibile e l’impossibile, il degno, il giusto, l’utile…
Il genere giudiziario, che è quello che, per ovvie ragioni, è il più codificato, si rivolge ai giudici, assume come finalità la difesa o l’accusa, ha per oggetto il giusto e l’ingiusto, riguarda il passato, fonda il suo ragionamento sugli entimèmi (il sillogismo fondato su premesse soltanto probabili), i suoi luoghi comuni sono il reale e il non reale.
Infine il genere epidittico si rivolge al pubblico, loda o biasima, ha per oggetto il bello e il brutto, è ancorato al presente, procede attraverso comparazioni amplificatorie, i suoi to/poi sono il più e il meno.
La te/xnh r9htorikh/ comprende cinque operazioni principali, che sono gli atti di una strutturazione progressiva del discorso:
inventio (eu1resij): invenire quid dicas, “trovare cosa dire”;
dispositio (ta/cij): inventa disponere, “mettere in ordine quel che si è trovato”;
elocutiio (le/cij): ornare verbis, “aggiungere l’ornamento delle figure”:
actio (u9po/krisij): agere et pronuntiare, “recitare il discorso come un attore: gesti e dizione”;
memoria (mnh/mh): memoriae mandare, “l’uso delle tecniche o artifici mnemonici”.
Le più importanti di queste cinque operazioni sono le prime tre: inventio, dispositio ed elocutio. L‘actio e la memoria sono state presto sacrificate fino ad essere completamente dimenticate quando dai discorsi declamati si passò alle opere scritte.
La dispositio (ta/cij), cioè la “composizione”, costituisce la struttura del discorso che prevede quattro parti fondamentale: l’esordio, la narratio, la confirmatio e l’epilogo.
Le parti estreme (l’esordio e l’epilogo) hanno la funzione di animos impellere, “commuovere”, le parti interne (narratio e confirmatio) quella di rem docere, “informare, convincere”. Si ha così una struttura a chiasmo.
La condanna della retorica nell’età del Romanticismo
La concezione corrente della retorica, che risale al Romanticismo, propugnatore della libertà assoluta dell’artista, l’ associa all’idea di discorsi ampollosi e stantii. Per questa ragione, la retorica è stata spesso confusa con l’insieme delle mosse linguistiche artefatte per persuadere il pubblico.
Questa idea non tiene conto della sua articolazione che comprende gran parte dei temi dibattuti dalle discipline logiche, filosofiche e linguistiche, né della sua millenaria storia, nella quale essa coinvolge ambiti di sapere oggi distinti e specifici, come la dialettica, la letteratura, la semiotica, la pragmatica, e perfino quelle discipline che riguardano le odierne tecniche dell’informazione e delle comunicazioni di massa.
Nell’Ottocento e nel Novecento, scrive Bice Mortara Garavelli, sono state comminate sentenze capitali contro questa disciplina antica, ma, aggiunge, non furono mai eseguite. Ad essere sotto accusa era «una precettistica di cui sfuggivano le ragioni, un coacervo di incrostazioni su un monumento reso irriconoscibile».
La retorica antica è, assieme alla grammatica, la più longeva disciplina che studi il linguaggio ed è più di tutte le discipline antiche quella che merita il nome di scienza (Guiraud 1967: 24 e 29).
La conoscenza della retorica antica è indispensabile, afferma Elio Pasoli (1974: IX), non solo per comprendere il più esattamente possibile il rapporto tra l’opera antica e il suo pubblico, ma anche per noi per penetrare, a nostra volta, con la mente di lettori di oggi, il vero significato dell’opera classica che stiamo leggendo.
Essa «ha regnato in Occidente dal V secolo prima di Cristo al XIX dopo Cristo» (Barthes 1972: 7).
L’Ottocento, è il secolo della sua crisi e del suo discredito. Francesco De Sanctis rifiuta in blocco la precettistica retorica: ai valori dell’artigiano contrappone quelli dell’artista.
La condanna del Croce è perentoria, anche perché la disciplina non poteva in alcun modo accordarsi con la sua teoria estetica: l’affermazione dell’identità tra l’intuizione e l’espressione non era affatto in sintonia con una disciplina che alla fine del XIX secolo continuava ad essere rigidamente classificatoria.
La sua rinascita nella seconda metà del Novecento
La riabilitazione della retorica anche in Italia si ha negli anni Sessanta del Novecento, quando il nostro orizzonte culturale si apre ai contenuti provenienti dall’estero concernenti la linguistica, la semeiotica e la teoria della letteratura.
Di portata epocale fu la pubblicazione nel 1958 di un testo fondamentale, il Traité de l’argumentation. La nouvelle rhétorique (il Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica) di ispirazione neo-aristotelica di Ch. Perelman – L. Olbrechts Tyteca, che riabilita la retorica e l’antico accordo aristotelico tra dialettica e retorica. La neo-retorica si risolve non in teoria della dimostrazione, ma in quella dell’argomentazione9. Siamo appunto nell’epoca delle comunicazioni di massa dove domina la funzione conativa del linguaggio. Nell’anno precedente, il 1957, era uscito il volume Syntactic Structures (Le strutture della sintassi) di Noam Chomsky, che ha rinnovato profondamente gli studi grammaticali.
Il confronto tra Polibio 15. 8. 1–14 e Livio 30, 31, 1 – 9
Ragnar Ullmann mette a confronto il discorso di Scipione nella versione di Polibio (ca. 200- 120 a. C.) e nella rielaborazione di Livio (ca. 59 a. C – ca. 14 d.C.). Premettiamo che l’Ullmann sostituisce alle tradizionali denominazioni delle quattro parti fondamentali della dispositio (ta/cij), e cioè l’esordio, la narratio, la confirmatio e l’epilogo, una nomenclatura leggermente diversa: esordio, narratio, tractatio e conclusio.
POLIBIO 15. 8. 1–14
LIVIO 30, 31, 1 – 9
Tractatio: dignum (§§ 1b – 2)
1b. «Responsabili della guerra per la Sicilia e di quella per l’Iberia non sono stati i Romani, ma chiaramente i Cartaginesi, e tu, Annibale, lo sai benissimo. 2. Ed anche gli dei l’hanno testimoniato, visto che hanno concesso la vittoria non a quanti hanno iniziato le ingiuste ostilità, bensì a coloro che da queste si sono difesi.
Proemium (§§ 1 – 2)
1b. Non mi sfuggiva affatto che i Cartaginesi per l’attesa del tuo arrivo hanno rotto sia l’attuale impegno di tregua sia la speranza di pace; 2. e certo non lo dissimuli tu che dalle precedenti condizioni di pace sottrai tutto tranne ciò che da tempo è in nostro pieno possesso.
Iustum (§§ 3 – 5)
3. Nessuno più di me tiene presente il carattere mutevole della Fortuna e fa tutto il possibile per capire le situazioni umane. 4. Tuttavia, se prima che i Romani passassero in Libia tu ti fossi spontaneamente ritirato dall’Italia ed avessi poi avanzato loro queste proposte di pace, ritengo che la tua speranza non sarebbe rimasta delusa; 5. senonché, dato che tu sei stato mandato via dall’Italia tuo malgrado, mentre noi, una volta passati in Libia, siamo diventati padroni del campo, la situazione, evidentemente, risulta mutata in modo notevole.
Ma come tu ti preoccupi che i tuoi concit-tadini capiscano da quanto peso siano da te sollevati, così io devo impegnarmi a che essi non abbiano oggi come premio la sottrazione dalle condizioni di pace di quelle clausole che allora sottoscrissero.
Tractatio (§§ 4b – 5): dignum
4. Sebbene non meritevoli di vedervi riconoscere le stesse condizioni, chiedete anche che la frode vi giovi.
6. Ma c’è molto di più: a che punto siamo arrivati? Eccolo! 7. Allorché i tuoi concittadini, battuti, ci supplicarono di venire a patti, noi mettemmo per iscritto le condizioni, tra le quali, oltre a quelle, che tu hai avanzato adesso, figuravano pure le seguenti: che i Cartaginesi avrebbero restituito i prigionieri senza esigere riscatto, che avrebbero consegnato le navi coperte, che avrebbero pagato cinquemila talenti e infine che avrebbero consegnato degli ostaggi a garanzia dell’adempimento di tali condizioni. 8. Queste sono state le clausole che reciprocamente abbiamo sottoscritto. Quindi abbiamo inviato entrambi degli ambasciatori per sottoporle al nostro senato e al popolo, noi Romani, dichiarando che eravamo d’accordo con esse, voi Cartaginesi, invece, addirittura pregando di ottenerne la ratifica. 9. Il senato acconsentì ed il popolo le approvò. Ottenuto quanto chiedevamo, i Cartaginesi non vi sono rimasti fedeli e ci hanno traditi.
Né i nostri padri hanno dato inizio alla guerra per la Sicilia, né noi per la Spagna. Allora il pericolo corso dagli nostri alleati Mamertini e ora la distruzione di Sagunto ci hanno fatto intraprendere una guerra santa e giusta.
10. Che resta ancora da fare? Mettiti tu al mio posto e rispondi. 11. Dovremmo cancellare le imposizioni più gravose? Immagino perché i tuoi concittadini, una volta vista premiata la loro slealtà, imparino a continuare anche in futuro a tradire i loro benefattori! 12. Oppure perché, una volta ottenuto quanto chiedono, si sentano obbligati ad esserci riconoscenti? Proprio ora che, dopo molte suppliche, avevano ottenuto quanto chiedevamo, essi, non appena hanno potuto attaccarsi a quel briciolo di speranza che tu offrivi loro, subito ci hanno trattati come avversari e nemici.
Che siete stati voi i provocatori lo ammetti tu stesso e ne sono testimoni gli dei che di quella guerra assegnarono un esito secondo la legge umana e divina e lo danno e daranno di questa.
Iustum (§§ 6-8)
13. In una situazione del genere, si potrebbe certamente riproporre alla nostra assemblea popolare la questione della pace, se, però, venisse aggiunta una qualche clausola più gravosa; ma se ne dobbiamo cancellare qualcuna delle già esistenti, la discussione assembleare non ha alcun senso.
14. Dove voglio ancora arrivare? O voi e la vostra patria vi arrendete, oppure vinceteci in combattimento». (A. Vimercati)
Conclusio (§ 9)
9. Perciò, se a quelle condizioni in base alle quali sembrava che allora si sarebbe conclusa la pace, si aggiunge qualcosa, quasi un’indennità per l’assalto alle navi con le vettovaglie e l’oltraggio agli ambasciatori, può esservi ragione di riferirne al consiglio. Se poi anche quelle vi sembrano gravose, preparate la guerra, dato che non avete saputo accettare la pace.
Dal confronto tra il discorso di Scipione in Polibio e quello in Tito Livio l’Ullmann rileva:
la corrispondenza della tractatio tra le due versioni, svolta con i luoghi comuni del dignum e dell’ iustum, è così grande che spesso ritornano le stesse espressioni:
Polibio: § 1 b: Responsabile della guerra per la Sicilia e di quella per l’Iberia non sono stati i Romani, ma chiaramente i Cartaginesi, e tu, Annibale, lo sai benissimo. § 2: Ed anche gli dei l’hanno testimoniato, visto che hanno concesso la vittoria non a quanti hanno iniziato le ingiuste ostilità, bensì a coloro che da queste si sono difesi.
Livio: § 4b: Né i nostri padri hanno dato inizio alla guerra per la Sicilia, né noi per la Spagna. Allora il pericolo corso dagli nostri alleati Mamertini e ora la distruzione di Sagunto ci hanno fatto intraprendere una guerra santa e giusta. § 5: Che siete stati voi i provocatori lo ammetti tu stesso e ne sono testimoni gli dei che di quella guerra assegnarono un esito secondo la legge umana e divina e lo danno e daranno di questa. Perciò la dignità del popolo romano impone di rispondere all’attacco.
Polibio: § 3: Nessuno più di me tiene presente il carattere mutevole della Fortuna e fa tutto il possibile per capire le situazioni umane. § 4: Tuttavia, se prima che i Romani passassero in Libia tu ti fossi spontaneamente ritirato dall’Italia ed avessi poi avanzato loro queste proposte di pace, ritengo che la tua speranza non sarebbe rimasta delusa; § 5: senonché, dato che tu sei stato mandato via dall’Italia tuo malgrado, mentre noi, una volta passati in Libia, siamo diventati padroni del campo, la situazione, evidentemente, risulta mutata in modo notevole.
Livio: § 6: Per quanto mi riguarda, ricordo la debolezza umana, considero la potenza della fortuna e so che tutto ciò che facciamo è soggetto ai mille casi fortuiti. § 7: Ma, come dovrei ammettere di agire con arroganza e violenza se, prima di passare in Africa, ti avessi respinto mentre ti ritiravi volontariamente dall’Italia e, imbarcato il tuo esercito, venivi personalmente a chiedere la pace, § 8: così ora, dopo averti trascinato in Africa, quasi afferrandoti per mano, nonostante le tue resistenze ed esitazioni, non mi sento vincolato nei tuoi confronti da nessun riguardo. Perciò la condotta romana è conforme al diritto.
Livio aggiunge un proemium (con la propositio) e una conclusio con considerazioni oratorie.
Contrariamente alla sua abitudine ad allargare i periodi, Livio non solo ha alterato ma ha anche abbreviato la fine del discorso di Polibio: ai §§ 6-14 dello storico greco corrisponde in Livio solo il § 9. La ragione potrebbe essere il fatto che Livio anticipa le clausole della pace al capitolo XVI, §§ 10-12 del libro XXX in un passo di origine certamente polibiana che tuttavia non abbiamo conservato. Le decisioni più pesanti per la rottura dell’armistizio da parte dei Cartaginesi che Polibio attribuisce al popolo, Livio le assegna al consiglio di guerra. Può dipendere dal fatto che Livio segue una fonte diversa o da una sua mancanza di competenza in proposito?
Nella caratterizzazione dei due oratori, è evidente la tendenza patriottica in Livio, che mira ad abbassare il capo cartaginese e a mettere Scipione e i Romani nella migliore luce possibile. Il patavino cerca sempre nella sua rappresentazione della personalità di Annibale di dipingerlo come grande capo militare e uomo politico eminente, ma senza scrupoli e senza considerazioni morali.
Inoltre con la scelta e l’elaborazione dei due to/poi del dignum e iustum Livio fa valere la superiorità morale della causa romana.
Insomma Polibio descrive i due oratori in modo più reale e sobrio, ma più secco e conciso di Livio, che gli è superiore per la continuità della descrizione che mette in luce le qualità degli oratori e per la varietà dei dettagli.
La dispositio (ta/cij, la composizione) del discorso liviano di Scipione
Cornice citante
1. «Adversus haec imperator Romanus in hanc fere sententiam respondit10:
1-2: Esordio (proemium): Principium ab adversariis: i Cartaginesi hanno tradito la convenzione sperando nell’arrivo di Annibale, il quale conferma questo sospetto eliminando tutte le condizioni precedenti ad eccezione di ciò che non è più in potere dei Cartaginesi.
‘Non me fallebat,
adventus tui spe Carthaginienses et praesentem indutiarum fidem et spem pacīs tūrbāssĕ ;
neque tu id sane dissimulas
qui de condicionibus superioribus pacis omnia subtrahas praeter ea
quae iam pridem in nostrā pŏtēstātĕ sūnt..
3-4a: Propositio (esposizione del tema): come il compito di Annibale è quello di poter mostrare ai suoi concittadini degli alleggerimenti delle condizioni, il suo sarà quello di non farli gioire per la rottura di queste condizioni rifiutando loro gli alleggerimenti come premio della loro frode.
ut tibi curae est
sentire cives tuos
quanto per te onere leventur,
sic mihi laborandum est
quae tum pepigerunt
hodie subtracta ex condicionibus pacis praemia pērfĭdĭāe hăbĕānt.
quibus eadem pateat condicio,
ut prosit vōbīs frāus
pĕtĭtĭs.
Tractatio11:
4b-5: a) dignum: i Cartaginesi hanno cominciato la guerra precedente e la presente, come Annibale stesso ammette e gli dei l’hanno confermato col risultato. Perciò la dignità del popolo romano impone di rispondere all’attacco.
6-8: b) iustum: Scipione conosce bene la debolezza umana e la volubilità della fortuna. Agirebbe orgogliosamente se rifiutasse la pace in caso di una richiesta a questo riguardo da parte di Annibale prima della sua partenza dall’Italia, mentre ora, quando egli l’ha attirato in Africa, non è legato da alcun obbligo verso di lui. Perciò la condotta romana è conforme al diritto.
Neque patres nostri priores de Sicilia
neque nos de Hispania fēcĭmūs bēllŭm;
et tunc Mamertinorum sociorum periculum
et nunc Sagunti excidium nobis pia ac iusta induērūnt ārmă..
et di testes sunt
qui et illius belli exitum secundum ius āsquĕ dĕdērūnt
et hūiūs dānt
ēt dăbūnt.
‘Quod ad me attinet,
et humanae infirmitatis memini
et vim fortunae reputo
subiecta esse mille casibus
superbe et violenter me
priusquam in Africam traiecissem
tua voluntate cedentem Italia
imposito in naves exercitu
ipsum venientem ad pacem petendam
aspernarer,
prope manu conserta
restitantem
ac tergiversantem in Africam attraxerim
nulla sum tibi verecūndĭa-ōbstrīctŭs.
Epilogo ( fine del discorso)
Se i Cartaginesi hanno qualche cosa da aggiungere alle condizioni, e.g., il risarcimento per il sequestro delle navi durante la tregua o per la violazione dei diritti degli inviati, egli sottopone la cosa al consiglio, ma, anche se questo sembra troppo pesante, bisogna che si preparino alla guerra.
si quid ad ea
in quae tum pax conventura videbatur,
quasi multa navium cum commeatu per indutias expugnatarum legatorumque violatorum,
adicitur,
quod referam ad consilium:
sin illa quoque gravia videntur,
bellūm părātĕ
quoniam pacem pati nōn pŏtŭīstĭs».
Analisi dell’elocutio (le/cij, l’espressione )
Cicerone, sulla scia di Teofrasto, enumera le quattro virtutes elocutionis (a0retai/ th~j le/cewj):
la puritas (Latinitas, e9llhnismo/j), cioè correttezza lessicale e grammaticale;
la perspicuitas, cioè chiarezza necessaria perché il discorso sia comprensibile;
l’ornatus ( ko/smoj, kataskeuh/), che mira alla bellezza dell’espressione linguistica;
e l’aptum (pre/pon, conveniente), che è la disposizione ordinata della materia che ha come finalità il successo del discorso che consiste nella persuasione.
Noi ci limitiamo a qualche osservazione sull’ornatus, seguendo lo svolgersi del discorso. La “Nouvelle Rhétorique” non considera più le figure come gemme della veste esteriore, ma come procedimenti espressivi connotativi.
L‘incipit è tutto giocato su una figura di pensiero, la litote: non me fallebat, neque tu id sane dissimulas. Lausberg la definisce un’ironia di dissimulazione finalizzata ad ottenere un grado superlativo con la negazione del contrario: “non piccolo” significa “molto grande”. Il nostro linguaggio quotidiano è ricco di litoti, che devono la loro forza anche al tono e alle circostanze del discorso: non è mica stupido, non è uno stinco di santo, non è un genio…
Nel primo periodo notiamo ancora tre figure di costruzione: l’iperbato praesentem indutiarum fidem che separa l’attributo dal sostantivo marcandolo; il chiasmo indutiarum fidem et spem pacis, che dispone specularmente costituenti con le stesse funzioni sintattiche e rompe così l’attesa simmetria (indutiarum fidem et pacis spem) e il polisindeto (et praesentem indutiarum fidem et spem pacis).
Quest’ultima figura del genus copiosum si presenta qui nella forma commatica (Lausberg 1969: 145), cioè la congiunzione collega non parole singole, ma gruppi di parole. È una forma particolarmente sofisticata di anafora con un valore marcatamente espressivo ed è un fenomeno particolarmente poetico. (Hofmann-A. Szantyr II 1972: 695).
Il polisindeto allitterante viene riproposto per tutto il passo sempre nel tipo composto di gruppi di parole: cinque volte con l’et, una volta con la negazione neque:
§ 1. et praesentem indutiarum fidem et spem pacis turbasse
§ 4. Neque patres nostri / neque nos de Hispania fecimus bellum
§ 4. et tunc Mamertinorum sociorum periculum et nunc Sagunti excidium
§ 5. et tu ipse fateris et di testes sunt
§ 5. et illius belli exitum secundum ius fasque dederunt et huius dant et dabunt
§ 6. et humanae infirmitatis memini et vim fortunae reputo et omnia … subiecta esse mille casibus scio.
In questi cola, disiecta dal loro cotesto12, notiamo altre due figure che, col polisindeto, sono finalizzate soprattutto a creare nel discorso effetti sonori e ritmici: l’omeoteleuto e il polittòto. La prima consiste nell’uguaglianza fonica delle terminazioni: si ha in tunc … nunc e in excidium… Mamertinorum sociorum periculum… Sagunti excidium; la seconda indica la ripetizione ravvicinata di una parola in funzioni sintattiche diverse (dederunt… dant … dabunt). È frequente anche nel nostro linguaggio comune (stare con le mani in mano, gli occhi negli occhi… ) e soprattutto in quello pubblicitario in funzione enfatica.
Segue una figura di pensiero, la similitudo (ut … sic), formulata in maniera lunga, cioè con frasi, nella forma di contrasto con evidente forza argomentativa. Scipione contrappone il desiderio di Annibale che i Cartaginesi riconoscano che la sua presenza con un esercito ancora efficiente possa ottenere condizioni di pace più vantaggiose e la sua volontà che essi non vedano premiata la loro perfidia. La contrapposizione è marcata dai dativi tibi e mihi collocati simmetricamente subito dopo i connettivi sintattici (ut… sic).
La struttura di questa frase complessa è redatta in stile periodico: al centro laprincipale mihi laborandum est, la comunicazione-base, attorno cui si dispongono le frasi dipendenti.
Ai §§ 7 e 8 ritorna, collegata alla prima dalla ripetizione di ceterum, la similitudo in una formulazione più lunga: quemadmodum… sic. Si presenta ancora nel tipo per contrarium o per negationem (Rhet. Her. 4,59). La negazione non è espressa formalmente, ma è implicita nell’affermazione di Scipione che la sua ipotetica reazione sarebbe stata ingiusta (superbe et violenter me … facere), cioè non si sarebbe comportato così.
Nel secondo periodo del § 4 Livio abbandona la struttura ipotattica per la coordinazione sindetica. Ma ciò che per noi è una frase complessa composta di quattro frasi coordinate, per gli antichi, che la analizzavano in base al ritmo, è precisamente un tetracolon, cioè un periodo formato da quattro membri. Per essi esistevano nel discorso solo parti lunghe (kw~la, membra) e parti corte (ko/mmata, incisa). Il colon (kw~lon, membrum) è una sequenza costituita da più di tre parole, che può assumere, all’interno di un periodo, le funzioni di protasi (cioè di una costruzione sintattica “sospesa”, pendens oratio) o di apodosi (che risolve la tensione); mentre il comma (ko/mma, incisum, particula, articolus) è una sequenza di parole inferiore e sintatticamente non autonoma del colo. (Lausberg 1969: 248)
Gli antichi non conoscevano la distinzione tra proposizioni principali e subordinate. (Schenkeveld 2002: 32)
La nostra analisi sintattica delle varie frasi del periodo è il risultato della speculazione linguistica occidentale che iniziò nella seconda metà del V secolo a. C. e si svolse dapprima nell’ambito degli studi retorici e filosofici e, in particolare, tra questi, in quello delle ricerche logiche e dialettiche13.
La riflessione linguistica occidentale
Le tappe importanti della riflessione sul linguaggio che videro impegnati grammatici e filosofi si possono descrivere schematizzando così le chiare ed efficaci pagine di G. Graffi (2010: 17 ss):
A Protagora (ca.480-ca.410) si attribuisc la distinzione, basata sulla modalità, di quattro tipi di proposizione: affermative, interrogative, desiderate e imperative14.
Platone (427-347 a.C.) ed Aristotele (384-322 a.C.) identificano quella che per noi è la frase affermativa costituita dal nome (o1noma) e dal verbo (r9h~ma), che può essere vera: Qeai/thtov ka/qhtai (Teeteto è seduto) o falsa: Qeai/thtov pe/tetai (Teeteto vola)).
a Prisciano (sec. V-VI) appartiene la più antica definizione della frase, risalente ai grammatici greci: (oratio) est ordinatio dictionum congrua, sententiam perfectam demostrans. “combinazione coerente di parole che esprime un senso compiuto”15.
Severino Boezio (480-524 d. C.) dà il nome di soggetto (u9pokeime/non) e predicato (kathgorou/menon) ai due elementi essenziali della frase semplice, con calchi lessicali di termini aristotelici.
Tommaso di Erfurt (sec. XIV) intuisce la frase dipendente (se Socrate corre) che chiama “costruzione imperfetta”.
la Grammaire générale et raisonnée (1660/1676) di Port-Royal propone una definizione che risale ad intuizioni delle riflessioni logiche di Platone e di Aristotele: la frase è espressione di un giudizio ed è composta da tre elementi: soggetto, copula e predicato.
Karl Ferdinand Becker (1775-1849) scopre che, oltre al rapporto predicativo che lega il verbo al soggetto, esistono altri rapporti: il rapporto attributivo tra nome e aggettivo e il rapporto oggettivo tra verbo e oggetto diretto o indiretto.
Adolf Herling (1780 – 1849) affronta il problema della classificazione delle frasi subordinate e propone una classificazione basata sull’identità di funzione tra tre parti del discorso e tre tipi di frase: sostantive, aggettive e avverbiali. Che è sostanzialmente quella che propone con termini nuovi la teoria della valenza proposta nel 1959 da L. Tesnière col saggio postumo Eléments de syntaxe structurale.
La svolta fondamentale si ebbe, come si evince dallo schema, all’inizio dell’Ottocento quando nasce la linguistica come scienza autonoma. Ed è allora che comincia lo studio scientifico del linguaggio basato non più su una concezione normativa, ma su un’analisi descrittiva, che parte da ipotesi che devono poi essere verificate per giungere poi alla formulazione di leggi.
Nella seconda metà del Novecento c’è stato un rifiorire di studi grammaticali e sono stati proposti vari modelli interpretativi, tra cui il più potente sembra essere quello, già ricordato, della grammatica generativa di Noam Chomsky, che ha avuto diversi seguaci e collaboratori anche in Italia.
È accaduto alla grammatica la stessa cosa che è capitata alla retorica: la prima ha conservato i nomi delle tradizionali “parti del discorso” (o per esprimersi più correttamente “delle parti della frase”): nome, verbo, aggettivo, preposizione, avverbio … e delle categorie del genere, numero, caso, tempo, aspetto, modo, persona, la seconda ha mantento la tradizionale nomenclatura delle figure, ma le definizioni dell’una e dell’altra sono state quasi sempre profondamente modificate.
Ripresa dell’analisi formale
Mentre nella parte centrale del discorso di Scipione prevale la struttura coordinativa, nella parte finale ritorna quella subordinativa con ampie frasi complesse in stile periodico.
Alcune notazioni sulla compositio, cioè sulla collocazione delle parole all’interno della frase. L’anteposizione di un termine contro la norma gli conferisce rilievo, lo marca: ci riferiamo all’infinitiva uos lacessisse oggetto di fateris e al tempo stesso dipendente argomentale di testes, a tua attributo di voluntate, a omnia … subiecta esse mille casibus completiva di scio.
Notiamo anche l’iperbato nulla sum tibi verecundia, che enfatizza ancor di più la negazione, già forte di per se stessa e per la posizione iniziale di frase.
Passando dall’analisi dell’ornatus delle formulazioni linguistiche (verba) all’ornatus delle idee (sententiarum exornatio), notiamo le sententiae espresse con i to/poi della fragilità umana e dello strapotere della fortuna nelle vicende umane: humanae infirmitatis memini e omnia quaecumque agimus subiecta esse mille casibus scio,
Due sole osservazioni grammaticali.
La prima riguarda le occorrenze in questa pagina del participio presente e perfetto. Se ne contano nove: subtracta, imposito, conserta, expugnatarum, violatorum / cedentem, venientem, restitantem, tergiversantem. Il participio presente, di origine indoeuropea, svolgeva, nel latino arcaico, solo funzioni aggettivali. È con Cicerone, grazie al suo virtuosimo, che il participio fu usato in tutti i casi possibili. Grazie a questa forma nominale del verbo, era possibile costruire periodi complessi, ma al tempo stesso lucidi e coerenti. Il participio “passato” era in origine un aggettivo in -to- e solo in seguito acquisì significato verbale e, con diverse eccezioni, valore passivo e di anteriorità. (Palmer 1977). Ricordiamo inoltre l’uso latino del participio incasi in cui le lingue moderne ricorrono al sostantivo astratto verbale: subtracta può essere reso con sottrazione, restitantem con resistenze, tergiversantem con esitazioni…
La seconda concerne il passo Indigni quibus eadem pateat condicio16. Le più importanti sintesi grammaticali di impostazione tradizionale classificano la frase quibus eadem pateat condicio come una relativa col congiuntivo consecutivo. In questa interpretazione due problemi rimangono irrisolti: 1. l’assenza regolare in questa costruzione della testa o antecedente della relativa; 2. la resa nelle lingue moderne con un sintagma preposizionale o con un’infinitiva.
Le soluzioni che vengono avanzate oggi, a quel che mi risulta, sono due: quella di G. Calboli (1968: 496ss), che privilegia l’esame della struttura sintattica. Si parte dalla contrapposizione aristotelica tra il r9h~ma (il verbo) e l’o1noma (il nome): il r9h~ma rispetto all’ o1noma ha “in più“ il significato di tempo. L’affermazione di Aristotele, fatta nei trattati di logica, è finalizzata alla definizione dei canoni del pensiero corretto, e precisamente di quello enunciativo (apofantico), che è l’unico che può essere vero o falso. Ora il verbo a cui Aristotele riconosce l’indicazione della categoria del tempo è appunto all’indicativo.
Gli altri modi, caricati di un valore semantico di incertezza sul tempo della realizzazione del fatto, sono forme a espressione temporale ridotta rispetto all’indicativo, cioè subiscono una riduzione del componente temporale. La frase al congiuntivo in dipendenza da indigni subisce una sorta di nominalizzazione, diventa un’unità sintagmatica inferiore alla proposizione, svolge la funzione dell’aggettivo.
L’altra è sostenuta da Marius Lavency (1998: 78ss). Lo studioso francese parte da un’analisi semantica e classifica la frase come “PR complément d’adjectif”. Quindi, secondo questa prospettiva, almeno in latino, la relativa non svolge solo la funzioneattributiva e circostanziale riconosciutele dalla grammatica tradizionale, ma anche quella completiva in dipendenza di aggettivi a struttura argomentale17.
Come giganteschi sono stati i progressi nella conoscenza dell’universo dall’epoca antica fino ai nostri giorni, in un succedersi continuo di promulgazioni e di revisioni di leggi, ma ancora sono molto più numerose le cose che ignoriamo, così enormi sono stati i risultati conseguiti nello stesso lasso di tempo nell’analisi del linguaggio, in un’altalena di definizioni e di ridefinizioni, ma ancora rimangono molte zone mal illuminate nella comprensione di questa capacità propria della stirpe umana, espressione della razionalità e irrazionalità, delle passioni e della volontà.
Il gioco delle figure di suono e il ritmo
In qualsiasi espressione linguistica sono compresenti due elementi arbitrariamente18 congiunti: un elemento fonetico ed un elemento concettuale, definiti dal De Saussure significante e significato, la parte fisica e la parte contenutistica. Ovviamentene nella narrativa e nella saggistica, oltre che nel linguaggio quotidiano, di regola, i suddetti elementi non hanno alcun rapporto tra loro. Lo dimostra anche la pratica della traduzione che può rendere il contenuto, ma non riesce ovviamente a ricreare i valori fonici del testo di partenza.
In poesia, invece, e nella prosa d’arte, che fin da Gorgia applica i procedimenti stilistici della poesia, i due elemeti possono collaborare concordemente in vista di un fine comune.
Era compito della compositio, cioè della collocazione delle parole nella frase, curare l’armonia dei suoni e del ritmo.
La frequenza delle figure di suono: l’allitterazione, l’omeoteleuto, l’omeottoto, il poliptoto esaltano l’area semantica cui si sovrappongono e creano un commento sonoro nel solco dell’antica tradizione latina. Il polisindedo allitterante, in particolare, è volto a sottolineare i momenti argomentativi del discorso.
Per quanto riguarda il ritmo, Livio, come Cesare e Sallustio, cura la fine delle frasi creando una sequenza di sillabe lunghe e brevi disposte in modo da ottenere un effetto d’arte. Si tratta di una forma di prosa denominata dai filologi moderni prosa metrica il cui scopo è l’armonia.
Nel nostro passo leggiamo le seguenti clausole: pa/cīs tūrbāssĕ (dispondeo), nos/trā pŏtēstātĕ sūnt (dicretico), pērfĭdĭ(ae) hăbĕānt (trocheo+cretico19) vōbīs frāus pĕtĭtĭs, (spondeo+ peone 1°), fēcĭmūs bēllŭm (cretico + spondeo), indu/ērūnt ārmă (dicoreo), fāsquĕ dĕdērūnt (clausola dattilica), hūiūs dānt ēt dăbūnt20 (dicretico), vere/cūndĭa-ōbstrīctŭs ( cretico+spondeo), bel/lūm părātĕ (dicoreo), nōn pŏtŭīstĭs. (clausola dattilica)21.
Purtroppo noi non riusciamo più a cogliere quella musicalità prodotta dal ritmo delle clausole, che agli antichi, grazie al loro orecchio esercitato, strappava scroscianti applausi d’ammirazione. Cicerone racconta nell‘Orator (§ 214 s) di aver assistito alle mirabili acclamazioni dell’assemblea quando il tribuno della plebe Gaio Papirio Carbone nel 90 o 89 a.C. pronunciò la frase “Patris dictum sapiens temeritas fili cōmprŏbāvĭt”. La causola cōmprŏbāvĭt è cadenzata secondo lo schema del dicoreo.
Questo il commento dell’arpinate: hoc dichoreo tantus clamor contionis excitatus est, ut admirabile esset. Quaero nonne id numerus effecerit? Verborum ordinem immuta, fac sic: “Comprobavit fili těměrĭtās”: iam nihil erit, etsi temeritas ex tribus brevibus et longa est, quem Aristoteles ut optimum probat, a quo dissentio. – At eadem verba, eadem sententia. Animo istuc satis est, auribus non satis. Traduzione: «questo dicoreo sollevò mirabili acclamazioni nell’assemblea. Domando se non sia stato il ritmo a produrre un tale effetto. Muta l’ordine delle parole, ordinale così: “Comprobavit fili těměrĭtās” e non otterrai niente, sebbene těměrĭtās22 sia costituito da tre brevi e una lunga, piede che Aristotele considera ottimo, ma io non convengo. “Ma sono le stesse parole e lo stesso pensiero”. Ciò basta all’intelletto, ma non all’orecchio».
Noi dobbiamo accontentarci del nudo testo.
Anche se siamo riusciti a ricostruire «la pronuncia classica con sufficiente approssimazione (qualche punto resta sub iudice23)» (A. Traina), tuttavia ci sfugge l’intonazione che differenzia i diversi tipi di proposizione e le molte sfumature affettive.
Riuscimo a cogliere solo la diversa durata dei suoni consonantici, che ci permette di distinguere fata da fatta, papa da pappa, pala da palla; nella scrittura raddoppiamo la consonante lunga, ma non l’articoliamo due volte, semplicemente ne allunghiamo la durata; mentre ci sfugge completamente la quantità dei suoni vocalici, perchè in italiano non hanno valore contrastivo.
Tuttavia mi sembra di poter affermare, col sostegno di autorevoli studiosi, che Livio, lasciatosi trasportare dall’entusiasmo epico e lirico, ci abbia lasciato non certo un documento storico, ma una bella pagina di prosa d’arte, in grado di gareggiare con la poesia nell’armoniosa disposizione delle parti, nei ritmi e nelle sonorità.
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