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1 Senato della Repubblica Camera dei deputati vita ad una nuova stagione di sequestri di persone nell'entro terra bresciano. Le due cosche calabresi avevano le loro basi operative a Romano di Lombardia e in Val Calepio ed erano attive in diversi ambiti: traffico di droga e d'armi, usura, estorsione, caporalato, frode fiscale, rapine e furti. «Blitz contro i clan sbarcati nella Bergamasca» il titolo allarmato de «L'Eco di Bergamo» che ha registrato con dovizia di particolari l'ingente operazione delle Forze dell'ordine che ha visto impegnati ben circa 400 carabinieri. Al termine di un'indagine avviata nel 2001 dal ROS, la Direzione distrettuale antimafia di Brescia è riuscita a recidere i legami che i calabresi stavano stringendo sul territorio, per investire i ricchi proventi del traffico di droga: 200 le persone coinvolte nell'inchiesta a vario titolo, 42 le ordinanze di custodia cautelare emesse dal giudice per le indagini preliminari i capi d'imputazione - da eseguire in Calabria e nelle province di Bergamo e Brescia. Il boss della cosca dei Romano è Giuseppe, detto «Pino», Romano, un calabrese da anni residente a Romano di Lombardia (BG). Numerosi i capi d'imputazione a carico suo e dei familiari, alcuni dei quali residenti in provincia di Vibo Valentia e altri nella provincia bergamasca. Moltissimi gli episodi documentati di estorsione ai danni di locali notturni della zona e di piccole imprese edili. Una sorella del Romano era impiegata all'ispettorato del lavoro di Brescia e dovrà rispondere all'accusa di avere esercitato pressioni su alcuni colleghi per falsificare o evitare controlli a imprese edili indicate dal fratello. La cosca guidata da Romano aveva affiliati residenti a Pontoglio, Chiari, Orzinuovi, tutti comuni in provincia di Brescia, oltre che altri pericolosi elementi inseriti con professioni di copertura nell'area bergamasca. Oltre a rapine e furti, alcuni membri della cosca Romano stavano progettando di allargare i propri orizzonti criminali, inaugurando una nuova fase di sequestri di persona, il cui target principale sembra fosse costituito dagli imprenditori edili della provincia bresciana. L'altra cosca, quella dei Bellocco, era direttamente collegata al potente e omonimo clan di Gioia Tauro (RC). Anche in questo caso i reati contestati sono stati molti, dalle estorsioni al traffico di cocaina. Da segnalare anche l'infiltrazione operata ai danni di una rete di piccole imprese edili, successivamente gestite da prestanome della cosca che servivano, sempre stando alle accuse mosse dalla DDA di Brescia, da un lato a riciclare il denaro provento dei traffici illeciti, dall'altro a piazzare manodopera in nero nei molti cantieri della Lombardia. È quest'ultima un'autorevole ed ulteriore convalida del ruolo strategico delle organizzazioni mafiose nella costruzione di un moderno sistema di caporalato, operativo nella ricca Lombardia.
2 Senato della Repubblica Camera dei deputati USURA ED ESTORSIONI La recrudescenza in altri tenitori e province lombarde di episodi, apparentemente scollegati tra loro, ripropongono la questione dell'infiltrazione della criminalità organizzata nel tessuto sociale ed economico della regione: rapidi turn aver di licenze commerciali; fallimenti repentini di aziende a conduzione familiare; episodi di danneggiamento mirati a negozi; denuncia di casi sempre più frequenti di usura e di esercizio abusivo del credito. Eppure fenomeni come l'estorsione e l'usura non sembrano essere allarmanti, se dobbiamo dare credito alla lettura che alcune ricerche hanno fatto del contesto milanese e lombardo. La Camera di Commercio di Milano nel presentare il rapporto 2005 sul mercato dell'usura nella metropoli, ha sottolineato come ad essere colpiti sono soprattutto piccoli imprenditori, commercianti e artigiani, a differenza del sud dove sono le famiglie le vere vittime. Tra il 1999 ed il 2002, sono stati 40 i procedimenti conclusi a Milano, con 24 sentenze di condanna (il 60% dei casi). Quattro le tipologie di usurai individuate: individui autonomi (51,4%), piccoli gruppi (22,9%), società finanziarie di facciata (11,4%) e criminalità organizzata (14,3%). Nel rapporto 2005 di SOS Impresa di Confesercenti si circoscrive la presenza del fenomeno estorsivo nella periferia e nelle zone sud-ovest della provincia di Milano, nella Brianza, nel lecchese ad opera, per lo più, di affiliati alla 'ndrangheta. Si ipotizza che siano circa gli operatori commerciali vittime del racket delle estorsioni e cioè il 5% del totale dei commercianti. Il numero raddoppia quando si analizzano le vittime di usura: , pari al 7,6% del totale per un volume di affari stimato in 0,9 milioni di euro. L'epicentro del fenomeno usuraio sarebbe compreso tra le province di Varese, Como e Lecco. A conferma dei dati della Confesercenti, i quattro arresti che il 13 gennaio 2006 hanno segnato la chiusura dell'operazione «Cappio», condotta da Polizia e Guardia di finanza di Lecco. Ventisette le iscrizioni nel registro degli indagati per una serie di accuse che vanno dall'usura e l'estorsione allo sfruttamento della prostituzione, esercitate nelle province di Lecco e Como, compreso il comune di Campione, dove a finire nella mani degli strozzini erano i giocatori del casinò A finire sotto inchiesta insospettabili professionisti e imprenditori, ad eccezione di Antonio Schettini, «braccio destro» del boss Franco Coco Trovato. Una presenza che testimonia la continuità con il recente passato di predominio della 'ndrangheta su questi tenitori. Anche da altre fonti, si evince che racket dell'estorsione e usura sono fenomeni che si intrecciano in Lombardia e, pur essendo fenomeni molto sommersi e ancora non del tutto esplorati, sono diffusi a macchia d'olio soprattutto a Milano, Como e Varese. A rilanciare l'allarme in questa direzione è stato un recente reportage televisivo, intitolato «L'Italia del pizzo», realizzato dall'inviata del TG
3 Senato della Repubblica Camera dei deputati UNO Maria Grazia Mazzola e trasmesso lo scorso 16 dicembre 2005 nell'ambito della rubrica «TV 7», dove vengono avanzati seri dubbi sulla loro reale consistenza nella regione, considerata da sempre il motore economico del paese. Sempre nello stesso reportage, a conferma dell'interesse della mafia per la regione, si riprende un passaggio dell'intervista rilasciata qualche mese prima dal nuovo Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso alla stessa giornalista e per la stessa rubrica televisiva «TV 7». In quella circostanza, il magistrato aveva evidenziato i rinnovati collegamenti di «Cosa Nostra» con regioni quali la Lombardia, il Veneto e la Toscana, in termini di investimenti e riciclaggio, sottolineando inoltre i sospetti scambi di imprese del sud chiamate ad operare al nord e viceversa, fenomeno questo giudicato «abbastanza strano». GLI APPALTI DELL'OSPEDALE DI VARESE Una ditta del sud in trasferta al nord: il quadro delineato dal Procuratore Grasso ha trovato una straordinaria conferma nell'inchiesta sugli appalti di ristrutturazione dell'ospedale di Varese, i cui atti dal settembre 2005 sono finiti sul tavolo della Direzione distrettuale antimafia di Milano. I reati ipotizzati in un primo momento dalla Procura della Repubblica di Varese, sulla scorta delle indagini della Guardia di finanza, sono stati abuso d'ufficio e truffa. Ora si cerca di capire la consistenza reale dei presunti favori concessi ad un'impresa di Gela. I fatti contestati risalgono all'estate 2001 e riguardano la ristrutturazione del reparto infettivi. I vertici dell'azienda ospedaliera di allora, tra cui 1''ex direttore generale Carlo Lucchina, oggi alla guida del servizio sanitario della regione Lombardia, decisero di far subentrare alla ditta Scurto di Catania, che all'epoca non versava in buone condizioni economiche, un'impresa di Gela, la Russello. La formula prevista in quella circostanza fu quella del contratto d'affitto di ramo di azienda: un'operazione contestata dagli inquirenti perché conclusa senza «indagare sulle capacità operative e sull'onorabilità dei subentranti». Se fosse stata portata a termine tale indagine sulla ditta gèlese, si sarebbe potuto appurare che «nella compagine subentrante militavano azionisti di riferimento sottoposti a procedimenti penali per il reato di associazione ma/iosa» (Corriere della Sera, 18 settembre 2005). Ad accrescere i sospetti anche una seconda delibera, incriminata per i suoi contenuti e intervenuta in data 31 dicembre 2002: fu deciso di aumentare il valore complessivo dell'appalto per la ristrutturazione del padiglione infettivi, passando da quattro a sei milioni di euro, ma contemporaneamente si stabilì di diminuire la volumetria richiesta. Anche in questo caso una variazione che, secondo gli inquirenti, non sarebbe stata accompagnata da opportune verifiche. Siamo solo nella fase delle indagini, ovviamente, ed è ancora presto per trarre ulteriori valutazioni. Può però destare una qualche preoccupa-
4 Senato della Repubblica Camera dei deputati zione la sconcertante identità riscontrata nella realtà varesina con le parole del Procuratore nazionale antimafia, che acquistano ulteriore rilievo, visti anche i recenti sviluppi delle indagini sulla malasanità in terra di Sicilia, dalle quali emergono le ramificate infiltrazioni delle cosche mafiose all'interno del sistema sanitario, anche e soprattutto a partire dal sistema degli appalti e della restauro delle fatiscenti strutture sanitarie. SANITÀ A MANTOVA: L'AMICO DI PIPPO CALÒ A questo punto occorre dar conto di una vicenda che rischia di passare sotto silenzio e sembra invece confermare il pericoloso interesse delle cosche mafiose per la sanità in Lombardia. Il 6 marzo 2004 due quotidiani pubblicati in città molto lontane geograficamente - Palermo e Mantova - riportano la stessa notizia: la confisca ad opera della DIA di beni per un valore di venticinque milioni di euro. Destinatario del provvedimento, disposto dai giudici della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, è l'imprenditore Luigi Faldella, indicato da diversi collaboratori di giustizia come uno dei prestanome di Pippo Calò, già boss di Porta Nuova e considerato il cassiere di «Cosa Nostra». La notizia rimbalza da un capo all'altro del Paese, perché tra gli immobili confiscati c'è anche un edificio che ospita la casa di riposo per anziani «Villa Azzurra» di Borgoforte, in provincia proprio di Mantova e alcune quote di partecipazione della Techne costruzioni con sede sempre a Mantova. Già coinvolto vent'anni fa nel primo maxi processo alla mafia siciliana e condannato a sei anni di reclusione, Faldella, attualmente in liberlà, sembra abbia continualo ad essere un «riferimento sicuro e affidabile per diversi affari illeciti orditi da Calò che lo riteneva ancora utilizzabile quale riciclatore di denaro sporco. Compito assolto grazie alla collaborazione di persone a lui vicine». Oggi «Villa Azzurra» è convenzionala con la regione Lombardia per 146 posti letto ed è geslila dalla cooperativa sociale «Solidarietà». Sul finire degli anni Novanla, ad indagini già in corso, la slrullura, allora in fase di realizzazione, fu sottoposte a sequeslro cautelativo e affidala ad un amminislralore giudiziario. Le polemiche continuarono anche in occasione dell'inaugurazione, avvenula nel dicembre 1998, presente lo slesso Luigi Faldella e i figli, che sarebbero risullali inleslalari di alcuni beni confiscali, Ira cui la slessa casa di riposo. Quando nel maggio 1997, l'inchiesla della DIA fu aperta e «Villa Azzurra» sequestrala, la cooperativa «Orizzonti», che doveva gestire la slrullura, venne sospesa dall'albo prefettizio. In seguilo a lale provvedimento - definito «immotivato» dal suo vicepresidente di allora, il dollor Guerrino Nicchio - la slessa cooperativa fu sciolla, in modo del lutto rapido ma non senza alimenlare qualche dubbio. Il suo posto, infalli, venne preso da un'altra cooperativa, la «Solidarietà», presidente lo slesso Nicchio,
5 Senato della Repubblica Camera dei deputati che iniziò fin da subito a pagare il canone pattuito al custode giudiziario nominato dal Tribunale di Palermo. L'interrogativo più pressante è quindi capire se «Villa Azzurra» sia un caso isolato nel panorama sanitario lombardo o se vi siano altre strutture e/o servizi dove le cosche, così come è stato documentato essere già avvenuto in Sicilia, abbiano deciso di investire i loro denari, vista l'alta redditività del capitale investito e le connesse possibilità di stringere legami e clientele con esponenti della politica, delle pubbliche amministrazioni, delle imprese private operanti nel settore. CAMPIONE E L'INCHIESTA SUL RICICLAGGIO Passando ad affrontare la questione del riciclaggio del denaro sporco, non si può certo dimenticare che a Campione d'italia, un'enclave italiana in terra svizzera, la Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria ha disposto delle perquisizione nel casinò e nella sede dell'amministrazione comunale, nell'ambito di un filone dell'inchiesta denominata «Gioco d'azzardo» avviata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Nel frattempo il sindaco di Campione è stato raggiunto da un avviso di garanzia, in relazione al periodo in cui ricopriva la carica di amministratore delegato del casinò, in rappresentanza del comune, dal dicembre 2001 al giugno L'ipotesi di reato per cui si sta indagando è molto grave: concorso esterno in associazione mafiosa finalizzata al riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti. E il secondo avviso di garanzia che raggiunge un amministratore comunale di Campione: il precedente era indirizzato al consigliere di minoranza Alfio Balsamo per favoreggiamento. La stampa elvetica, a differenza di quella italiana, è tornata più volte sulla vicenda, denunciando il coinvolgimento degli uomini delle cosche per riciclare il denaro sporco tramite il casinò di Campione. Nel mirino sono finiti anche alcuni piani di lottizzazione realizzati negli anni in Sicilia, ma anche Campione e in Polonia. La presente inchiesta si inserisce in un contesto ambientale a dir poco esplosivo: senza entrare nel merito delle forti polemiche tra maggioranza e opposizione, che pur hanno superato il limite fisiologico, si deve dar conto delle preoccupazioni legate al grave indebitamento raggiunto dal comune. 32 «Nel maggio scorso l'autorità giudiziaria di Reggio Calabria ha emesso, sulla base di complesse e prolungate indagini svolte dalla DIA, sedici provvedimenti cautelari in carcere nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti, a vario titolo, responsabili di associazione di tipo mafioso, corruzione, concussione, peculato, favoreggiamento personale e rivelazione di segreti d'ufficio. Tra i destinatari figurano anche esponenti delle istituzioni pubbliche e dell'imprenditoria messinese. Particolare rilievo assume la figura dell'imprenditore Rosario Spadaro, ritenuto responsabile di riciclaggio, compiuto mediante l'apertura in vari Paesi esteri di case da gioco e la gestione di complessi turistico-alberghieri, dei beni della famiglia Santapaola» (DIA, 2005).
6 Senato della Repubblica Camera dei deputati A fronte di una riduzione degli introiti delle giocate al casinò - la cui gestione è stata assicurata negli ultimi anni da ben quattro consigli di amministrazione succedutisi in rapida successione - si attende, quasi come se fosse l'ultima spiaggia, la prossima apertura della nuova casa da gioco che, fino ad oggi, ha soltanto assorbito sempre più risorse. A riprova dei pesanti condizionamenti ambientali presenti nel territorio comunale, nel 2005 le associazioni Libera e ARCI hanno dovuto rinunciare alla tappa, in origine prevista, della «Carovana internazionale antimafie» non trovando alcun partner locale disposto a promuovere l'iniziativa. È stato spiegato che la ragione è data dal fatto che la gran parte dei cittadini ha legami di reddito diretti e indiretti con la casa da gioco e, pertanto, difficilmente si trovano singoli e/o associazioni disposti a correr rischi di censure o penalizzazioni, o a essere vittime di mobbing, come è già capitato. TERRA DI RIFIUTI, TERRA DI ECOMAFIE Un altro business redditizio per le cosche presenti in Lombardia sarebbe stato in questi ultimi anni lo sfruttamento dei cosiddetti cicli del cemento e dello smaltimento dei rifiuti, così come certificato dalla nona posizione nella speciale classifica delle regioni in materia di illegalità ambientale occupato dalla Lombardia, nel tradizionale «Rapporto Ecomafia» redatto da Legambiente. Per quanto concerne le attività illegali connesse al settore edilizio e urbanistico, hanno valore innanzitutto le considerazioni svolte in precedenza su Buccinasco, ma non vanno trascurate due ulteriori indicazioni. La prima la ricaviamo dall'analisi della relazione sull'ordine e la sicurezza pubblica, presentata in Parlamento nel dicembre 2005 dal Ministro dell'interno: nel testo si parla di possibili pressioni criminali dovute all'incremento degli investimenti nelle zone turistiche in provincia di Brescia. Le aree lungo i laghi, considerate ad alta redditività per gli investimenti in atto nel settore turistico ed edilizio, sarebbero perciò stesso «particolarmente esposte all'infiltrazione dei sodalizi criminali». In secondo luogo, dall'operazione coordinata dalla DDA di Brescia esce confermato l'interesse per il settore degli appalti pubblici da parte di esponenti della famiglia Bellocco di Rosario (RC), attivi nelle province di Bergamo e Brescia. Nell'edizione 2005 del Rapporto, Legambiente torna a lanciare l'allarme sul livello di organizzazione raggiunto dal traffico illegale di rifiuti, ipotizzando una sorta di «devolution» criminale: a partire dalle regioni a tradizionale presenza mafiosa, oggi le cosche starebbero utilizzando l'intero territorio nazionale per il traffico e lo smaltimento dei rifiuti, molti 33 Camera Deputati, 2005.
7 Senato della Repubblica Camera dei deputati dei quali speciali e perciò stesso altamente nocivi per la salute dell'uomo 34. Il rischio che corre la Lombardia è senz'altro sottostimato dalla classifica regionale delle infrazioni nel ciclo dei rifiuti: il sedicesimo posto non rende giustizia alle molte inchieste aperte soprattutto nel bresciano e nella bergamasca dal Corpo forestale dello Stato, dal Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri e dalla Finanza. Alcune di queste sono già state chiuse con successo, mentre altre sono tuttora in corso e inaugurano nuovi filoni di indagini. La Commissione parlamentare d'inchiesta sulle ecomafie ha sottolineato il rischio che la Lombardia possa già essere oggi una delle stazioni di partenza e di transito delle scorie provenienti dalle produzioni delle regioni a vocazione industriale; tali scorie finirebbero in alcune regioni del sud, sotto il controllo dei clan, come la Murgia barese o l'entroterra casertano. Ulteriore elemento di preoccupazione deriverebbe dall'andamento dei sequestri operati dalle Forze dell'ordine, a partire dal 2004 che certificherebbero un'inversione di tendenza, consistente nel realizzare lo smaltimento dei rifiuti speciali in siti collocati nei pressi dei luoghi di produzione, per abbattere i costi connessi «La "rete" degli ecocriminali infatti è ormai attiva su tutto il territorio nazionale: le 37 inchieste per traffico illecito di rifiuti infatti sono state condotte da ben 25 procure in tutta Italia. A cominciare da quelle in prima linea da anni contro l'ecomafia nel meridione, come quelle di Napoli e di Bari. Altre che nel sud Italia erano state attive contro altri settori d'attività del crimine organizzato ma mai contro il traffico di rifiuti, come quella di Palermo, Trapani, Tarante, Paola (CS), Siracusa e Trani (BA). Che il problema non sia più un'esclusiva del Sud Italia lo dimostrano anche i numeri. Le 10 procure del meridione attive contro gli ecocriminali sono state "messe in minoranza" dalle 15 del centro nord, a testimonianza che la criminalità ambientale italiana agisce al di là dei confini ritenuti storici, dando corpo ad una devolution sui generis. E allora basta ricordare le procure del centro Italia come quelle di Spoleto, Larino (CB), Rieti, Viterbo, Firenze e Livorno. Ma anche quelle del nord ovest, come Milano, Busto Arsizio, Bergamo, Alessandria e Mondovì (CN), e quelle del nord est, come Forlì, Venezia, Vicenza e Udine» (Legambiente, 2005). 35 «In Lombardia sono oltre mille i siti inquinati da rifiuti tossici e chimici: la stima proviene da un censimento effettuato dalla stessa Regione, che per il risanamento prevede un costo complessivo di 274 milioni di euro. «Dal punto di vista del business criminale i rifiuti oggi sono più redditizi della droga - ha commentato il capitano del Noe di Milano, Stefano Bosi - Se la droga economicamente rende di più, il rapporto tra rischi e ricavi è tutto a favore del trafficante di rifiuti» (Legambiente, 2005).
8 Senato della Repubblica Camera dei deputati IL CICLO DEI RIFIUTI - LE PRINCIPALI OPERAZIONI DI POLIZIA AMBIENTALE Fonte: elaborazione Legambiente su dati Ansa (2004) LOCALITÀ PROV. DATA TIPOLOGIA FORZA DI POLIZIA Sondrio SO Arma dei Carabinieri Oriolo a Vogherà.. PV Rifiuti speciali Arma dei Carabinieri Trezzo D'Adda... MI Rifiuti speciali Arma dei Carabinieri Vogherà PV Rifiuti speciali Arma dei Carabinieri Settimo Milanese.. MI Rifiuti speciali Enpa di Milano Cremona CR Ponte San Pietro.. BG Arma dei Carabinieri Baranzate di Bollate MI Trenzano Desio Loreo Roncadelle Verolanuova Curnasco di Treviolo BS MI RO SO BS BG Guardia di finanza Guardia di finanza Corpo forestale Stato Arma dei Carabinieri Guardia di finanza Arma dei Carabinieri CONCLUSIONI A distanza di un decennio da quella positiva fase in cui lo Stato sembrava aver ridotto ai minimi termini la presenza delle cosche in Lombardia, oggi la situazione si è evoluta, anche se non è ancora del tutto chiarito il quadro di riferimento, vista anche la drastica riduzione del numero dei collaboratori di giustizia. La fase di stallo, che ancora oggi interessa le inchieste della DDA milanese, fu del resto già annunciata all'inizio del 2003 dall'allora Procuratore della Repubblica Gerardo D'Ambrosio. «Va evidenziata la notevole contrazione delle indagini per il reato di cui all'articolo 476-bis del codice penale (associazione di tipo mafioso NdR) risultando iscritti solo 3 nuovi procedimenti per detto reato. Questo dato potrebbe anche essere attribuito all'intensa attività posta in essere da questa DDA negli anni pregressi, che ha consentito sicuramente di sgominare gran parte delle associazioni mafiose già operanti sul territorio; si impone peraltro particolare cautela nella sua interpretazione, non potendosi certamente affermare la avvenuta totale eliminazione di siffatto fenomeno criminale, di cui si appalesano invece inquietanti segnali nel campo del cosiddetto «narcotraffico» Va allora evidenziato che tale contrazione appare contestuale a quella dei nuovi collaboratori di giustizia, secondo un fenomeno che appare ormai inarrestabile; il dato statistico appare infatti di palese evidenza in quanto, a fronte di 214 complessive proposte di ammissione a programma di protezione avanzate da questa
9 Senato della Repubblica Camera dei deputati DDA dalla sua costituzione, solo 1 risulta presentata nel periodo » (D'Ambrosio in Corte d'appello di Milano, 2003). La situazione non è da allora cambiata in meglio, visto che nella sua relazione presentata durante l'inaugurazione dell'ultimo anno giudiziario (2005), il nuovo Procuratore Manlio Minale ha riferito dell'iscrizione di dieci provvedimenti per il reato di cui all'articolo 416-bis del codice penale. Ad integrazione dei dati forniti nel 2003 da D'Ambrosio, il suo successore ha ricordato che le domande di ammissione al programma di protezione (a fronte delle 223 complessive richieste dalla DDA milanese dalla sua costituzione) sono state 4 nel periodo e 5 in quello Un dato numerico su cui è necessario riflettere sicuramente, poiché, come abbiamo cercato di documentare, la pressione delle organizzazioni mafiose nel territorio lombardo e nel distretto milanese non è affatto diminuita. Recentemente Alberto Nobili, magistrato tornato in forza alla Direzione distrettuale antimafia di Milano dopo l'allontanamento previsto dalla circolare del Consiglio superiore della magistratura, una delle «memorie storiche» della lotta dello Stato contro le cosche in Lombardia, ha dichiarato ai microfoni della RAI che c'è il rischio che al silenzio della mafia corrisponda la normalizzazione dell'attività investigativa. Sembrerebbe quasi una dichiarazione di capitolazione, se non si conoscesse il valore e l'impegno di chi l'ha resa, ma è un segnale che allarma ancora di più alla luce dell'enorme dispendio di energie profuso dallo Stato in un passato recente e oggi vanificato dall'azzeramento del patrimonio conoscitivo accumulato, vuoi per la «rotazione» dei magistrati in DDA imposta dal Consiglio superiore della magistratura, vuoi per la destinazione degli investigatori più competenti nel contrasto alle mafie alla repressione dei fenomeni di microcriminalità urbana. La Lombardia non può certo vincere da sola il silenzio che sembra incombere sul fenomeno mafioso in questo decennio. Cittadini, associazioni, istituzioni, Forze dell'ordine sono chiamate a compiere un salto in avanti nell'analisi e nel contrasto alle mafie. Possibilmente non in ordine sparso... // Veneto Al Veneto, diversamente dalla Lombardia, la Commissione ha dedicato una impegnativa missione. L'occasione è stata utile per acquisire informazioni e spunti sulla presenza di organizzazioni di tipo mafioso, la cui consistenza è stata dimostrata dalla recentissima operazione «Ghost dog». Essa ha svelato il preoccupante tentativo di ricostruire la cosiddetta «mala del Brenta»: sono state arrestate 33 persone ritenute responsabili di 8 omicidi, 24 tentati omicidi, 16 assalti a furgoni portavalori e 60 rapine alle banche. Le indagini hanno permesso di scoprire che la banda aveva progettato, tra l'altro, tre attentati: uno contro l'attuale capo della squadra
10 Senato della Repubblica Camera dei deputati mobile di Venezia Alessandro Giuliano, figlio del capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, assassinato dalla mafia 25 anni fa; uno contro il dirigente della Digos di Venezia, Diego Parente; ed uno contro l'ex capo della banda, Felice Maniero. In dieci anni l'organizzazione criminale aveva accumulato una ventina di milioni di euro, denaro utilizzato per acquistare beni di lusso, pagare gli avvocati per i componenti della banda arrestati, e proprio per finanziare la ricostituzione della mala del Brenta. La prima organica analisi della Commissione sulle manifestazioni della criminalità organizzata in Veneto risale agli inizi del passato decennio («relazione Smuraglia» del relativa alla missione a Venezia del giugno 1993). All'epoca, il fenomeno era alimentato dall'intreccio delle attività svolte da aggregazioni, non sempre omogenee, di esponenti dei vecchi sodalizi autoctoni, delle tradizionali organizzazioni di tipo mafioso meridionali e dei primi gruppi di matrice straniera. Successivamente, un concorso di cause contingenti ha fatto registrare nuovi sviluppi che hanno costituito fondato motivo di allarme sociale. L'ulteriore miglioramento della situazione economica e del benessere della popolazione da un canto e dall'altro l'arrivo di massicci flussi migratori - provenienti da Paesi afflitti da povertà, conflitti etnici e crisi politica ed istituzionale - hanno infatti influito notevolmente sulla realtà della regione facendo registrare la comparsa e/o la crescita di tipologie di reato proprie delle aree più progredite e degli ambienti di frontiera. In questo contesto, le progressive infiltrazioni nel territorio delle varie province di formazioni malavitose di matrice eurasiatica ed africana sono state facilitate: - dall'obiettiva impossibilità di un'adeguata azione di contrasto dovuta all'annosa insufficienza di uomini e mezzi, denunciata con insistenza da Magistratura e Forze dell'ordine anche in relazione alle esigenze operative di normale amministrazione e dalla mancanza di condizioni analoghe a quelle delle regioni del Meridione, dove le consolidate forme della criminalità organizzata, mantenendo il controllo del territorio, impediscono la penetrazione di gruppi criminali esterni di qualsiasi tipo. In verità, in Veneto, una situazione analoga esisteva quando nello scenario della malavita si muoveva da protagonista assoluta la Mafia del Brenta, che si era rivelata, di fatto, in grado di limitare le attività svolte da soggetti o gruppi criminali provenienti da altre aree geografiche (relazione del Prefetto di Venezia, 31 marzo Doc. 533). Dopo la sua disgregazione, verificatasi attorno alla metà degli anni Novanta, la regione è invece diventata «terra di conquista» da parte di altri gruppi ed organizzazioni: le opportunità offerte dal «vuoto» venutosi a creare nella gestione dei traffici illeciti, sono state infatti sfruttate dalla criminalità di matrice extracomunitaria, divenuta prevalente rispetto alle altre.
11 Senato della Repubblica Camera dei deputati Stando così le cose, anche per la particolare posizione geografica, la regione è risultata fra le più colpite del Centronord dalla criminalità straniera - proveniente dall'europa balcanica ed orientale, ma anche dal Sudamerica, dall'africa e dall'asia - che hanno alimentato o accentuato la sviluppo e la diffusione della criminalità predatoria, del traffico e dello spaccio di stupefacenti, dello sfruttamento della prostituzione e di lavoratori immigrati clandestinamente e del commercio di armi favorito principalmente dagli accadimenti politici e militari verificatisi nei Paesi dell'est. Attività più sofisticate hanno dato luogo anche ad episodi di riciclaggio e reinvestimento di capitali di origine illecita nell'economia legale. Ovviamente non mancano casi di collaborazione con esponenti della criminalità proveniente dal Meridione ed autoctona che sia nella parte orientale (Veneziano e Padovano) che in quella occidentale (Vicentino e Veronese) della regione tendono ad adattarsi alle mutevoli situazioni. Nel territorio della regione il fenomeno della criminalità si presenta piuttosto uniforme, anche se nelle sette province le sue manifestazioni assumono connotazioni particolari a seconda delle diverse posizioni geografiche, delle tipiche attività economiche che in esse si svolgono e delle tendenze della tradizionale malavita locale. Posizione geografica: Venezia e Verona come aree di grandi transiti; Venezia e Rovigo per la frontiera costiera; Belluno per la frontiera austriaca. Attività economiche: particolarmente ricche le province di Venezia, Vicenza, Padova e Verona. Settori tipici: Venezia: turismo, vetrerie e casinò; Vicenza: aziende di lavorazione di metalli e pietre preziose; Verona: turismo nel capoluogo e nella Riviera del Garda; Belluno: turismo ed occhialerie; Rovigo: discariche. Malavita tradizionale locale: Venezia e Padova per la parte orientale della regione; Vicenza e Verona per la parte occidentale. LA MAFIA DEL BRENTA La mafia del Brenta, intesa come organizzazione unitaria, piramidale e verticistica capace di esercitare il controllo del territorio nelle aree di maggiore influenza, situate tra le province di Venezia e di Padova, e dei traffici illeciti in buona parte dell'intera regione, è stata in un primo tempo disarticolata grazie alle efficaci operazioni svolte dalle Forze dell'ordine a partire, soprattutto, dalla primavera del 1987 ed al conseguente processo - conclusosi con sentenza di condanna di capi, gregari e collaboratori per associazione per delinquere di tipo mafioso - e successivamente neutralizzata verso la metà degli anni Novanta a seguito della collaborazione con l'autorità giudiziaria dello stesso capo Felice Maniero e di altri componenti del sodalizio criminale che hanno dato luogo ad ulteriori processi, alcuni celebrati e definiti con sentenza irrevocabile, altri ancora in corso.
12 Senato della Repubblica Camera dei deputati In proposito va però sottolineato che la disarticolazione e la neutralizzazione dell'organizzazione non devono lasciar pensare a un tramonto definitivo dell'attività dei suoi componenti e che la malavita della Riviera del Brenta e del Piovese - come quella operante in altre province - sia scomparsa del tutto. Anche durante l'azione collaborativa, la disgregazione dell'organigramma della banda non ha infatti impedito a quanti si erano sottratti al rigore della legge di commettere gravi delitti. Lo dimostra il fatto che proprio in quel periodo sono stati registrati persino omicidi scaturiti da regolamenti di conti interni e punizioni di «traditori». Fra gli ultimi, il caso più importante per i riflessi negativi che ha avuto nelle indagini per l'accertamento di tante verità, è stato rappresentato dall'uccisione di Giancarlo Ortes, il quale, dopo aver contribuito alla liberazione di Felice Maniero dal carcere di massima sicurezza di Padova nel giugno del 1994, aveva iniziato di fatto a collaborare con gli inquirenti lasciando capire di essere disposto a fornire nuovi interessanti elementi di conoscenza idonei a far luce su alcuni misteri di certe vicende che non sembra siano poi stati chiariti. L'omicidio troncò il filone investigativo basato sulle rivelazioni dei «pentiti». Frange residue della banda Maniero Negli ultimi anni, le frange superstiti dell'organizzazione, formate da latitanti e da soggetti tornati in libertà - dopo avere scontato la pena inflitta e soprattutto per essere stati scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare a causa, spesso, della lentezza dei tempi di gestione dei procedimenti giudiziari dovuta alla scarsezza numerica di magistrati e di personale amministrativo degli uffici giudiziari - hanno ricominciato a collaborare tra loro per riprendere alcune delle tradizionali attività (rapine a mano armata e traffico di droga) ed a manifestare disponibilità ad allacciare rapporti con i nuovi protagonisti stranieri e con «vecchie conoscenze»: esponenti di bande emergenti della malavita comune che in passato erano stati tenuti a bada, gruppi di giostrai nomadi esperti in sequestri di persona, «pendolari del crimine» e latitanti provenienti dal Sud. I legami con la criminalità extracomunitaria, da tempo accertati, sono stati imposti dalla necessità di poter contare su fonti di approvvigionamento di droga di prima mano, rappresentate da trafficanti originari di Paesi di produzione e di distribuzione di stupefacenti. // primo processo e la collaborazione di Felice Maniero All'epoca del citato sopralluogo del Comitato della Commissione dell'undicesima legislatura (giugno 1993) era ancora in corso l'istruttoria sfociata nel processo denominato «Riviera del Brenta 1», iniziato nel novembre del La relativa sentenza di condanna per associazione di tipo mafioso della maggior parte dei principali imputati, emessa il primo luglio
13 Senato della Repubblica Camera dei deputati del 1994, è stata confermata in appello (9 dicembre 1996) e in Cassazione (29 aprile 1998). Felice Maniero fu condannato in contumacia a causa dell'evasione dal carcere di massima sicurezza di Padova avvenuta nel giugno del Dopo la cattura, la scelta di collaborare con gli inquirenti - condivisa da altri esponenti del sodalizio - ha arricchito le conoscenze sulla struttura organizzativa e sull'attività delinquenziale della Mafia del Brenta consentendo una ricostruzione più esauriente del quadro complessivo anche sotto il profilo storico: le rivelazioni, che costituiscono la base del processo «Riviera del Brenta 2» in corso di svolgimento a Venezia, hanno infatti fornito una valida chiave di interpretazione dell'origine e dello sviluppo del fenomeno nella regione, che si rivela utile anche per una migliore comprensione della sua configurazione attuale. In tal senso, di fondamentale importanza rimane però - come ha rilevato il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Venezia (Procedimento 216/95 R DDA - 680/95 R GIP) - l'affermazione, da parte della Corte d'assise con la sentenza del 1994 confermata dalla Cassazione, dell'«avvenuta integrazione di tutte le caratteristiche necessarie a definire la società criminale facente capo a Felice Maniero una associazione a delinquere di stampo mafioso» che «non ha rilievo soltanto nominalistico o sociologico». Tale affermazione, infatti, «implica il riconoscimento di quelle caratteristiche strutturali e funzionali che l'articolo 416-bis del codice penale pretende perché si possa individuare il requisito della mafiosità, di quel connotato, comunque localmente denominato, che modifica in profondità l'essenza di una qualsivoglia associazione per delinquere e la rende corpo sociale altro e diverso, dotato di peculiarità interne ed esterne che valgono a definirne in maniera autonoma la logica strutturale, l'atteggiamento psicologico adesivo da parte dei suoi membri e la condizione di omertà ed intimidazione dell'ambiente esterno». Le successive indagini Le successive indagini, oltre a «definire la carica ed il potenziale criminale che è espresso dai reati di volta in volta consumati dagli associati o comunque da soggetti ruotanti attorno all'associazione criminale», sono state rivolte soprattutto a «comprendere e valutare il comportamento di quanti (professionisti, appartenenti alle Forze di polizia, funzionari di banca, imprenditori, commercianti e semplici incensurati cittadini) si sono fatti attrarre dalle logiche di guadagno e di potere» perché proprio grazie ad esso «l'organizzazione si è sviluppata e si è sempre più radicata nel territorio, forte, ormai, di una estesissima ragnatela di rapporti di connivenza, complicità e collusione in ogni settore della società, che per anni non ha nemmeno consentito di comprendere appieno la gravita e l'estensione del fenomeno». Gravita, pericolosità ed estensione che sono emerse chiaramente «anche grazie all'opera disvelatrice che deriva dalla collaborazione di quel
14 Senato della Repubblica Camera dei deputati Felice Maniero, capo riconosciuto ed indiscusso della banda, e da molti altri suoi accoliti che, anche in questa occasione, hanno voluto seguire il «capo» in una scelta processuale ed esistenziale di totale ribaltamento delle prospettive sino ad allora coltivate». «Quando si afferma che la scaltrezza del Maniero è stata uno dei cardini per l'organizzazione ed il consolidamento dell'associazione, si intende riferirsi anche alla drammatica intuizione che il crescere e l'espandersi del sodalizio avrebbe comportato fatalmente maggiori rischi di penetrazione investigativa stante la costante pressione delle Forze di polizia giudiziaria». «Di qui la scelta «politica» di catturare alla causa alcuni pubblici ufficiali i quali, non tanto per il grado delle funzioni svolte quanto per la strategica posizione occupata, erano in condizioni di garantire una informazione tempestiva sulle iniziative delle forze istituzionali e di neutralizzare il pericolo». «D'altra parte questa corruzione tipica non costituiva che il completamento di un sistema variegato e compiuto di collusioni intessute con istituzioni economiche, bancarie, mediche, eccetera». (Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Venezia - Procedimento 216/95 R ODA - 680/95 R GIP - Pagine e ). Origine e sviluppo del fenomeno In Veneto, le prime forme di quella delinquenza comune piuttosto diffusa che con l'andar del tempo si trasformerà in una criminalità sempre più organizzata raggiungendo alla fine connotazioni di tipo mafioso risalgono agli anni Sessanta epoca in cui nella regione, tradizionalmente agricola, si assiste alla nascita ed al progressivo sviluppo di numerosi laboratori artigianali e di consistenti insediamenti commerciali ed industriali: si tratta di una miriade di bande giovanili che, intravedendo nella crescente ricchezza l'opportunità di dare sfogo all'ansia di ricerca delle vie più sbrigative per conseguire facili ed immediati guadagni, si dedicano prevalentemente a delitti contro il patrimonio. Il problema si manifesta con maggiore intensità soprattutto nella Riviera del Brenta e nelle aree geografiche vicine, caratterizzate all'inizio dalla presenza di una malavita endemica tipica delle zone economicamente meno fortunate e successivamente dalla permanenza di soggiornanti obbligati di un certo livello, appartenenti ad organizzazioni mafiose del Meridione. Le cause del fenomeno sono pertanto più antiche di quanto si vorrebbe far credere perché vanno ricercate nell'influenza esercitata sulle «giovani leve» non soltanto dai soggiornanti obbligati, sicuramente responsabili del «contagio» del metodo mafioso, ma anche da quei vecchi malavitosi locali che, offrendo modelli di comportamento non sempre adeguatamente censurati e contrastati attraverso incisive iniziative di carattere sia repressivo che culturale ed educativo, avevano creato nella zona una
15 Senato della Repubblica Camera dei deputati certa predisposizione ambientale. Sia pure in tempi diversi il ruolo di «maestri del crimine», è stato quindi svolto sia dagli uni che dagli altri. A un certo punto soggiornanti obbligati - inizialmente a causa della disattenzione generale e successivamente per la sottovalutazione dei primi allarmi da parte dell'opinione pubblica e dei pubblici poteri - sono stati le «persone giuste» che nel «momento giusto» del decollo del traffico e dello spaccio di stupefacenti e nella «zona giusta», toccata dalla prosperità, sono stati determinanti per l'avvio delle attività delittuose che hanno fatto compiere ad altre «persone giuste» della delinquenza locale un vero e proprio «salto di qualità». Molto indicativo in tal senso uno studio realizzato per confrontare lo sviluppo della criminalità organizzata in alcune zone del Veneto, della Lombardia e dell'emilia Romagna - condotto da una équipe di specialisti del settore su incarico dell'amministrazione provinciale di Venezia - i cui risultati furono resi di pubblico dominio nel maggio del 1987, proprio nei giorni successivi all'emissione dei primi mandati di cattura, quaranta in tutto, per associazione di stampo mafioso nei confronti di Felice Maniero e degli esponenti della sua banda. «Abbiamo raccolto - spiegò all'epoca il presidente della provincia Orlando Minchio che aveva partecipato personalmente alla realizzazione della ricerca - dati sufficienti per cercare di capire perché la mafia si è installata in Riviera. Questa è un'area fertile per la criminalità organizzata» per la presenza di «tutte le condizioni necessarie per svilupparsi fino al punto di cambiare il modo di vivere della gente della zona»: «se un mafioso o un camorrista viene inviato al soggiorno obbligato a Cavarzere o a Portogruaro non succede nulla. Quelli spediti qui, invece, hanno fatto attecchire il seme mafioso». L'allusione, ovviamente, si riferisce alla presenza dell'antica e diffusa malavita locale. L'influenza reale dei soggiornanti obbligati Una «dimostrazione matematica» di quanto rilevato in quel rapporto del 1987, d'altra parte, esisteva già da una quindicina di anni. I dati sulla distribuzione territoriale dei soggiornanti obbligati nel periodo , riportati negli atti della Commissione Carraro della sesta legislatura, indicavano infatti 17 soggetti nel Veneziano; 17 nel Trevigiano, 25 nel Padovano; e 27 nel Vicentino. Se nelle quattro province lo sviluppo della criminalità organizzata avesse avuto come unica causale la «densità» di malavitosi del Sud, avrebbe dovuto essere massimo nel Vicentino e minimo proprio nel Veneziano: 27 contro 17. In provincia di Treviso avrebbe dovuto essere uguale a quello registrato in provincia di Venezia: 17 e 17. Allargando le aree di riferimento, nel Trevigiano (17) e nel Vicentino (27) avrebbe dovuto essere superiore o pressoché uguale a quello manifestatosi nel Veneziano (17) e nel Padovano (25): 44 contro 42.
16 Senato della Repubblica Camera dei deputati Invece il fenomeno si è sviluppato soltanto nell'area della Riviera del Brenta (Venezia), anche se ha avuto inevitabili diramazioni nelle zone limitrofe. Altra considerazione: non è mancato chi ha sostenuto che nelle zone maggiormente interessate furono mandati mafiosi di «grosso calibro», capaci di «pesare» di più di semplici gregari. Obiezione: anche nelle migliori scuole, i più qualificati insegnanti non riescono a fare un gran che se non si trovano alle prese con bravi allievi. Quale la soluzione emersa dalla ricerca? «Una società civile unita - spiegò il Presidente della provincia - respinge da sé la criminalità». Positiva in tal senso la costituzione di parte civile di tutti i comuni della Riviera nel processo svoltosi tra il 1993 e il A distanza di meno di un anno, però, la presa di posizione unitaria sul fronte giudiziario non corrisponde altrettanta compattezza quando arrivò il momento di parlare pubblicamente della vicenda Maniero inserita all'interno dello scenario sociale ed economico e nel contesto culturale che l'avevano resa possibile. La contraddizione esplode nel marzo del 1995, in occasione della pubblicazione del libro «II bandito Felice Maniero» di Maurizio Dianese, giornalista de «II Gazzettino», con una introduzione del sostituto Procuratore della Repubblica, dottor Francesco Saverio Pavone, che aveva curato l'istruttoria del processo alla Mafia del Brenta. Alla proposta di presentarlo a Campolongo Maggiore, paese natio del «bandito», l'amministrazione comunale oppone un netto rifiuto. LE ALTRE FORME DI CRIMINALITÀ AUTOCTONA Nell'ambito della regione, le altre forme di criminalità autoctona sono rappresentate dalle frange residue degli noti sodalizi storici - i cosiddetti «intromettitori» turistici irregolari di Venezia, raggruppamenti di giostrai nomadi e cambisti del Casinò di Venezia - e da nuovi gruppi costituiti da pescatori abusivi della costa lagunare che negli ultimi tempi hanno assunto comportamenti tali da indurre ad ipotizzare nei loro confronti il reato di associazione di tipo mafioso. «Intromettitori» abusivi Gli intromettitori abusivi, assoggettati in passato alla banda Maniero, sono attivi a Venezia nella zona dei parcheggi situata tra l'isola Nuova del Tronchetto e Piazzale Roma e spesso anche nei pressi delle rotonde stradali di Mestre che rappresentano passaggi d'obbligo dei flussi turistici. Gli intromettitori regolari, presenti anche in Piazza San Marco, sono motoscafisti, gondolieri, incaricati di agenzie di viaggio e portieri d'albergo, figure tipiche di operatori della città lagunare che agiscono quali intermediari tra i turisti ed il mondo economico veneziano nel senso che agevolano i visitatori nella ricerca di alberghi, ristoranti e negozi
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