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DIFFAMAZIONE A MEZZO INTERNET REATO CASSAZIONE-avvocato difensore bologna
da Sergio Armaroli | Mar 13, 2015 | avvocato difesa penale, AVVOCATO PENALISTA AVVOCATO PENALE, Consulenza Legale, News | 0 commenti
OCCORRE PRESTARE ATTENZIONE ALLE RECENSIONI FATTE PERCHE’ POSSONO COSTITUIRE REATO!!!
Anche la diffamazione telematica è, naturalmente, reato di evento.
Essa si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono l’espressione ingiuriosa, che, nel caso in cui le frasi offensive siano state immesse sul web, sono quelli in cui il collegamento viene attivato (cfr. Cass. 5^, 21 giugno 2006, Cicino, RV 234528; Cass. 5^, 17 novembre 2000, p.m. in proc. Ignoti, cit.).
Orbene, non risultando, nel caso in esame, il luogo in cui il reato è stato consumato (non potendo, in altre parole, applicarsi la regola di cui all’art. 8 c.p.p., comma 1), deve farsi ricorso ai criteri suppletivi di cui all’art. 9 c.p.p..
Ed in tal senso, a norma del comma 2 di detto articolo, la competenza va attribuito al giudice della residenza dell’imputato, non essendo noto il luogo indicato nel comma 1, vale a dire “l’ultimo luogo in cui è avvenuta una parte dell’azione o dell’omissione”.
Dott. CHIEFFI Severo – Presidente
Dott. CANZIO Giovanni – Consigliere
Dott. DI TOMASSI Maria Stefania – Consigliere
Dott. BRICCHETTI Renato – Consigliere
FLAGRANZA REATO CONVALIDA ARRESTO , FLAGRANZA REATO, QUASI FLAGRANZA,CONSULENZA DIRITTO PENALE BOLOGNA
sul conflitto di competenza tra:
TRIBUNALE DI ISERNIA E IL TRIBUNALE DI CAMPOBASSO;
denunciato in data 10 novembre 2008 dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Isernia;
nel procedimento contro:
B.P., nato a ;
udita la relazione del Consigliere Dott. Renato BRICCHETTI;
sentite le conclusioni del pubblico ministero, in persona del S. Procuratore Generale Dott. MONTAGNA Alfredo, che ha chiesto dichiararsi la competenza del Tribunale di Campobasso.
1. Con sentenza in data 25 giugno 2007, il Tribunale di Campobasso dichiarava la propria incompetenza per territorio nel procedimento contro B.P., imputato di avere diffamato P. A. a mezzo del giornale telematico “(XXXXX)” (art. 595 c.p., comma 3).
Rilevava che “l’officina grafica” che aveva stampato lo scritto era situata in ……. , sicché competente era il Tribunale di Isernia.
2. Il 13 giugno 2008 il Procuratore della Repubblica di Isernia presentava richiesta di rinvio a giudizio al Giudice per le indagini preliminari della stessa città. 3. Il 10 novembre 2008 il Procuratore della Repubblica di Isernia ha denunciato, ai sensi dell’art. 30 c.p.p., comma 2, conflitto di competenza tra il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Isernia ed il Tribunale di Campobasso, osservando:
che l’articolo diffamatorio era stato pubblicato su un giornale telematico;
che non esisteva, pertanto, alcuna “officina grafica”, né uno stampato o, comunque, un prodotto riferibile ad attività di stampa;
che il reato di diffamazione doveva ritenersi consumato nel luogo in cui i terzi avevano percepito il messaggio offensivo dell’altrui reputazione;
che, peraltro, non essendo noto detto luogo, né quello in cui l’imputato aveva immesso le frasi offensive nel sito web, la competenza territoriale andava determinata sulla base del criterio suppletivo di cui all’art. 9 c.p.p., comma 2, della residenza dell’imputato (……..).
4. All’udienza del 13 novembre 2008, il Giudice dell’udienza preliminare di Isernia, dopo avere trasmesso a questa Corte la denuncia, ha disposto il rinvio a giudizio dell’imputato dinanzi al Tribunale di Isernia.
5. Come questa Corte ha già avuto modo di affermare (Cass. 5^, 17 novembre 2000, p.m. in proc. Ignoti, RV 217745), l’immissione di scritti lesivi dell’altrui reputazione nel sistema “internet” integra il reato di diffamazione aggravata (art. 595 c.p., comma 3).
dichiara la competenza del Tribunale di Campobasso cui dispone trasmettersi gli atti.
Così deciso in Roma, il 5 febbraio 2009.
Depositato in Cancelleria il 25 febbraio 2009
Corte di Cassazione – Sentenza n. 36374/2012
Reato di diffamazione – Il Gup emette sentenza di non luogo a procedere
Corte di Cassazione Sez. Qunta Pen. Sent. del 21.09.2012, n.
Presidente Oldi – Relatore Settembre
1. Ricorre C.V. avverso la sentenza del Giudice dell’udienza
preliminare di Tribunale di Savona, che ha prosciolto R.D. dal
reato di diffamazione a mezzo stampa e via Internet con la
formula più ampia.
2. Il Pubblico ministero, su ordine del Giudice delle indagini
preliminari, aveva formulato l’imputazione perché R.D. , legale
rappresentante della cooperativa “C. 1″ presso cui la C.
lavorava come dipendente, aveva pubblicato sul proprio
account Internet ed aveva diffuso presso giornalisti (La
Repubblica, IVG) del materiale fotografico che ritraeva la C.
alla guida di un’ambulanza della Croce Rossa mentre era
assente dal lavoro per malattia, accompagnandolo con
espressioni del tipo: “in urgenza col certificato di malattia” e
“che bello avere dei dipendenti”.
3. Il Giudice dell’udienza preliminare ha motivato la propria
decisione sul rilievo che la C. era effettivamente dipendente
della società rappresentata dal R. e corrispondeva a verità che,
sebbene assente per malattia, s’era posta alla guida di
un’ambulanza appartenente ad un ente che era in concorrenza
con quello da cui dipendeva. La successiva condotta
dell’imputato, che aveva reso pubblica la vicenda nella
maniera sopra descritta, pur se intaccava la reputazione della
C. non poteva dirsi diffamatoria, in quanto espressione di una
critica legittima, anche in considerazione del “rilevante
interesse pubblico” connesso alla conoscenza del fatto. Inoltre,
aggiungeva il giudice, la condotta doveva ritenersi scriminata
ai sensi dell’art. 599 cod. pen., in quanto il R. aveva agito in
stato d’ira, essendosi attivato, nel modo sopra detto, subito
dopo la conoscenza del fatto.
4. La ricorrente deduce la violazione degli artt. 425 cod. proc.
pen., 51 e 599 cod. pen. e 167 Dlgs 196 del 2003, in quanto
sarebbe stata distorta la natura dell’udienza preliminare, che
ha lo scopo di evitare dibattimenti inutili e non di accertare
l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato, che sono rimesse
alla valutazione del giudice del dibattimento. Contesta, poi,
che la notizia avesse un rilievo pubblico, data la natura
privatistica del rapporto intercorrente tra i due, e che fosse
stato rispettato il limite della continenza, anche in
considerazione della pubblicazione on-line dei dati medici
relativi al suo stato di salute.
5. Contesta l’applicabilità al caso di specie della scriminante
prevista dall’art. 599 cod. pen., per mancanza di prova sullo
stato d’ira e per l’inapplicabilità al caso di specie della
scriminante in parola. In ogni caso, ove questa fosse ritenuta
esistente, la formula di proscioglimento non poteva essere
quella dell’insussistenza del fatto, ma della mancanza
dell’elemento soggettivo.
Rileva giustamente la persona offesa che il Giudice dell’udienza
preliminare ha adottato la decisione impugnata rifacendosi ad una
regola di giudizio tipica della fase dibattimentale, e dunque non
utilizzabile dal giudice dell’udienza preliminare.
Come più volte affermato da questa Corte, la sentenza di non
luogo a procedere, ex art. 425 c.p.p., ha natura prevalentemente
processuale, e non di merito; essa non è diretta ad accertare la
colpevolezza o l’innocenza dell’imputato, ma ha essenzialmente
lo scopo di evitare che giungano alla fase del giudizio vicende in
relazione alle quali emerga l’evidente infondatezza dell’accusa,
allorché vi sia in atti la prova dell’innocenza dell’imputato
(comma 1), ovvero l’insufficienza o la contraddittorietà degli
elementi probatori acquisiti depongano per un giudizio
prognostico negativo circa la loro idoneità a sostenere l’accusa in
giudizio (comma 3).
Il giudice dell’udienza preliminare è, in altri termini, chiamato,
non ad accertare la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato,
bensì a formulare una diagnosi di sostenibilità dell’accusa, alla
stregua del materiale probatorio raccolto in istruttoria. Solo ove
detta tesi si presenti insostenibile ed insuperabile in dibattimento
– in ragione dell’evidente infondatezza della stessa, ovvero per
l’insufficienza o contraddittorietà delle fonti di prova e per la loro
inidoneità a subire concreti sviluppi nella sede dibattimentale,
attraverso l’acquisizione di nuovi elementi probatori ovvero una
possibile diversa valutazione dei compendio probatorio già
acquisito – legittimamente il giudice può emettere sentenza di
proscioglimento dell’imputato.
Orbene, a tali principi non si è attenuto, nel caso di specie, il
giudice del merito. Egli, invero, non ha limitato il proprio
intervento alla verifica della tenuta dell’accusa in dibattimento,
ma è andato oltre il compito al quale avrebbe dovuto attendere,
essendosi dilungato nell’esame di questioni e tematiche la cui
risoluzione è affidata al giudice del dibattimento. Peraltro,
attraverso un percorso argomentativo che non si qualifica per
completezza delle argomentazioni elaborate e che, anche sotto
tale profilo, presta il fianco alle critiche mosse nell’atto
d’impugnazione.
Le valutazioni effettuate dal Giudice dell’udienza preliminare –
che lo hanno portato ad emettere la sentenza di proscioglimento –
la verità del fatto addebitato alla C. e l’esercizio del diritto di
critica riconosciuto in capo al R. Come motivo ulteriore il Giudice
dell’udienza preliminare ha individuato la causa di non punibilità
prevista dall’art. 599 cod. pen.
Ebbene, posto che la materialità del fatto non è contestata
nemmeno dalla ricorrente e non è discutibile l’esistenza del
diritto di critica – in capo a R. come a qualsiasi altra persona –
l’indagine giudiziale doveva riguardare le modalità della critica
effettuata nel caso concreto, posto che, per costante
giurisprudenza, il diritto di critica, espressione del più generale
diritto di manifestazione del pensiero, soggiace, quando si
scontra con altri diritti costituzionalmente rilevanti, a precisi
limiti, costituiti – oltre che dalla verità del fatto – dalla continenza
delle espressioni usate. Allorché, poi, la critica viene
accompagnata dalla diffusione pubblica della notizia
potenzialmente lesiva dell’onore, un ulteriore limite è costituito
dall’interesse pubblico alla conoscenza della stessa, posto che
non può essere consentita la lesione di un interesse
costituzionalmente rilevante se non per assicurare tutela ad un
interesse di grado pari o superiore.
Nel caso di specie, per i mezzi usati, è stato dato grande rilievo
mediatico ad un fatto essenzialmente privato, senza che venga
spiegato quale sia l’interesse pubblico sotteso alla conoscenza
dello stesso, in tutti i suoi aspetti oggettivi e soggettivi.
Dall’esposizione del giudice a quo sembra di comprendere, infatti,
che la vicenda è maturata nell’ambito di un rapporto di lavoro di
natura privatistica, che ha riguardato soggetti altrimenti
sconosciuti alle cronache, privi di notorietà e di rilievo pubblico,
le cui relazioni personali non hanno connotazioni che possano
interessare i lettori di giornali o i fruitori dei servizi di rete. Per
contro, di sicuro interesse pubblico è la notizia di un dipendente
che, mentre si dichiara impossibilitato a effettuare la prestazione
cui è tenuto a favore del proprio datore di lavoro, mette le proprie
energie lavorative a disposizione di un’altra impresa, peraltro in
concorrenza con quella da cui dipende.
Pertanto, due sono gli aspetti che andavano approfonditi;
l’interesse pubblico alla conoscenza del fatto e l’interesse
pubblico alla conoscenza dei protagonisti. E se il primo può dirsi
correttamente esaminato nella sentenza impugnata, lo stesso non
può dirsi per il secondo, mancando ogni riferimento, nella
sentenza, ai motivi per cui è stato reso di pubblico dominio – nel
modo sopra detto e con effetti certamente lesivi dell’integrità
morale – l’identità di un soggetto che non viene in considerazione
per il ruolo o la funzione pubblica esercitata, ma solo come
privato autore di un illecito. Questo in un caso in cui la
divulgazione del fatto non necessitava, apparentemente, per la
sua comprensione ed il suo apprezzamento, della divulgazione
del nome del protagonista.
In ordine alla causa di non punibilità prevista dall’art. 599 cod.
pen., poi, il Giudice dell’udienza preliminare ha ritenuto
“ragionevole” che il R. versasse in stato d’ira sulla base del dato
temporale rappresentato dalla divulgazione della notizia a poche
ore dalla sua apprensione. Non è dato però comprendere dalla
sentenza se questa causa sia stata invocata dall’interessato e
quale indagine sia stata fatta intorno alla sua concreta
sussistenza. Anche per questo si rendeva necessaria la verifica
dibattimentale.
Per questi motivi si impone l’annullamento della sentenza e il
rinvio per nuovo esame al Tribunale di Savona.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Savona
per nuovo esame.
Depositata in Cancelleria il 21.09.2012
FILE PEDOPORNOGRAFICI SCARICARE DA EMULE, REATO ,ELEMENTO SOGGETTIVO SUSSISTENZA
FACEBOOK REATO DIFFAMAZIONE
ART 415 BIS CONCLUSIONI INDAGINI IMPORTANTE DIFENDERSI !!!OMESSA NOTIFICA AL DIFENSORE, AVVOCATO PENALISTA CONSULENZA LEGALE
Emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti DIRITTO PENALE BOLOGNA MILANO
(violazione artt. 81 cpv. e 660 cod. pen. avere arrecato ad A. A. molestie e disturbo, avendo inserito il numero del suo telefono cellulare in un sito internet di annunci a sfondo sessuale
DIFFAMAZIONE SU FACEBOOK E’ DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA E DI COMPETENZA TRIBUNALE MONOCRATICO

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