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Timestamp: 2020-08-15 02:53:30+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 25941 del 15/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25941 del 15/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 15/12/2016, (ud. 05/10/2016, dep.15/12/2016), n. 25941
sul ricorso iscritto al n. 3522 – 2015 R.G. proposto da:
M.M. – c.f. (OMISSIS) – rappresentata e difesa in virtù
di procura speciale in calce al ricorso dall’avvocato Michele
Magaddino ed elettivamente domiciliata in Roma, alla via
Tagliamento, n. 55, presso lo studio dell’avvocato Nicola Di Pierro;
Avverso il Decreto dei 29.5/18.6.2014 della corte d’appello di
Caltanissetta, assunto nel procedimento iscritto al n. 746/2012
Con ricorso ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 3, alla corte d’appello di Caltanissetta depositato in data 29.5.2012 M.M., in proprio e quale erede del coniuge, C.C.F., si doleva (unitamente a S. e C.G.) per l’irragionevole durata dell’espropriazione forzata immobiliare nei confronti suoi e del coniuge iniziata con pignoramento notificato il 17.6.1980 ed ancora pendente innanzi al Tribunale di Marsala alla data di proposizione del ricorso alla corte di Caltanissetta.
Chiedeva che il Ministero della Giustizia fosse condannato a corrisponderle a ristoro dei danni subiti per l’irragionevole durata dell’esecuzione un equo indennizzo indicato in misura pari ad Euro 30.000,00 ovvero pari alla diversa maggior somma ritenuta di giustizia, oltre interessi e spese.
Con Decreto dei 23.5/18.6.2014 la corte d’appello di Caltanissetta rigettava il ricorso e compensava integralmente le spese di lite.
Evidenziava la corte che il creditore pignorante, i creditori intervenuti e i debitori – rimasti, questi ultimi, nel possesso dei beni – per lungo tempo erano rimasti inerti e non avevano dato corso agli adempimenti a loro carico; che segnatamente non avevano provveduto al deposito della documentazione ex art. 567 c.p.c., nè avevano, antecedentemente al 2007, atteso alla notificazione dell’avviso ex art. 498 c.p.c., ai creditori iscritti e dell’avviso ex art. 599 c.p.c., ai comproprietari; che al contempo era stato necessario attendere l’esito del giudizio di divisione introdotto nel 2008 e definito nel 2011.
Evidenziava altresì che C.C.F. era stato dichiarato fallito, sicchè priva di valenza era la costituzione dei suoi eredi nella procedura esecutiva.
Evidenziava dunque che la durata della procedura, fino al 2008, non era “addebitabile all’apparato giustizia, ma esclusivamente alle parti, ivi compresi i debitori esecutati” (così decreto impugnato, pag. 4); che il successivo periodo di protrazione dell’esecuzione pari a quattro armi e rilevante unicamente per M.M., non poteva reputarsi irragionevole, “tenuto conto del fatto che una procedura esecutiva immobiliare di media complessità, quale quella in esame (…), richiede per la definizione almeno cinque anni e che in seno ad essa, dal 2008 al 2011, si è inserito un giudizio di divisione” (così decreto impugnato, pag. 4).
Avverso tale decreto ha proposto ricorso sulla scorta di un unico motivo M.M.; ha chiesto che questa Corte ne disponga la cassazione con ogni susseguente statuizione in ordine alle spese di lite.
Con l’unico motivo la ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, della C.E.D.U. art. 6, e dell’art. 12 delle preleggi nonchè l’erronea motivazione.
Deduce che la corte di merito ha vanificato il diritto all’equa riparazione operante pur con riferimento alle procedure esecutive immobiliari, “a nulla rilevando (…) che la lungaggine deriverebbe dalle eccessive inerzie dei creditori e dalla inerzia dei debitori” (così ricorso, pag. 5).
Deduce altresì che del tutto erronea è la motivazione addotta dalla corte a sostegno del disposto rigetto.
Precipuamente nel solco del primo insegnamento che è stata la stessa ricorrente a dar ragione in certa qual misura della sua “inattività”, allorchè ha assunto che le lungaggini derivanti dalle sue “eccessive inerzie” sarebbero comunque irrilevanti (cfr. ricorso, pag. 5).
In dipendenza del rigetto del ricorso M.M. va condannata a rimborsare al Ministero della Giustizia le spese del presente giudizio di legittimità.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 10, non è soggetto a contributo unificato il giudizio di equa riparazione ex L. n. 89 del 2001. Il che rende inapplicabile il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (cfr. Cass. sez. un. 28.5.2014, n. 11915).
La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente, M.M., a rimborsare al Ministero della Giustizia le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 800,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

References: Sentenza 
 art. 3
 art. 567
 art. 498
 art. 599
 art. 2
 art. 6
 art. 10
 art. 13
 Cass. sez.