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Timestamp: 2018-02-24 02:34:28+00:00

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L'ammissione di un debito senza l'importo non ha valore
Lo sai che? L’ammissione di un debito senza l’importo non ha valore
Lo sai che? Pubblicato il 1 maggio 2016
> Lo sai che? Pubblicato il 1 maggio 2016
Recupero crediti: il creditore, per ottenere la condanna del debitore, deve provare non solo l’esistenza del proprio credito, ma anche l’ammontare.
L’ammissione di un proprio debito, da parte di un soggetto, non ha alcun valore se non indica anche l’importo e la ragione per cui esso è dovuto: non è quindi utilizzabile come prova, dal parte del creditore, la lettera firmata dal debitore con cui questi dichiara che ancora non ha pagato la somma. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1].
La Corte ha ricordato un principio piuttosto pacifico in giurisprudenza in materia di recupero crediti: il creditore che voglia ottenere una condanna, nei confronti del debitore, al pagamento di una determinata somma di denaro (ad esempio, nel caso di una prestazione professionale da questi eseguita), non deve limitarsi a dimostrare il proprio diritto credito, ma anche l’esatto importo che gli deve essere versato. Il che implica, di conseguenza, anche dare contezza delle ragioni per cui tale credito è sorto.
Tutto ciò è conseguenza di un principio tipico del nostro processo civile: quello dell’onere della prova. In buona sostanza, chi inizia una causa rivendicando la lesione di un diritto, deve anche dimostrare tutti i fatti a fondamento di tale diritto e l’estensione del diritto stesso (l’importo dovuto). Alla controparte che voglia resistere a tale richiesta, spetta la cosiddetta prova contraria, ossia la dimostrazione dei fatti che provano l’inesistenza del diritto rivendicato dall’attore (ad esempio: il non aver mai conferito alcun incarico con un contratto) o l’avvenuta estinzione del diritto di credito (ad esempio: l’aver già pagato la fattura).
L’ammissione di debito
Chi rilascia un foglio di carta (a cui è assimilabile anche una posta elettronica certificata, un fax o un telegramma) con un’ammissione di debito (anche detto “riconoscimento del credito”) dà al creditore un’arma piuttosto forte: quest’ultimo, infatti, presentando tale documento al giudice, può ottenere un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo. In termini pratici, il creditore non dovrà agire con una regolare causa, ma può ottenere, nel giro di pochi mesi, un ordine del giudice rivolto al debitore con cui gli intima il pagamento della somma. Il debitore ha 40 giorni di tempo dalla notifica per fare opposizione al decreto ingiuntivo, ma nel frattempo il creditore può già avviare il pignoramento nei suoi confronti (è questa la conseguenza della suddetta “provvisoria esecutività” del decreto).
Nella sentenza in commento, la Cassazione ha chiarito l’inutilizzabilità dell’ammissione di debito se essa non è completa e, quindi, non indica l’importo dovuto al creditore.
[1] Cass. sent. n. 8463/16 del 28.04.2016.
Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 16 marzo – 28 aprile 2016, n. 8463
C.A.M., A.F.M. ed A.C., tutti quali eredi dell’Avv. G.A.G. adivano nel 1999 il Tribunale di Palermo citando la Società Cooperativa Stella Polare per ottenerne la condanna al pagamento della somma di £. 180milioni quale saldo per l’attività professionale svolta dal defunto legale.
L’intimata cooperativa resisteva all’avversa pretesa, deducendone l’assoluta infondatezza.
Con sentenza n. 2759/2005 l’adito Tribunale di prima istanza rigettava la proposta domanda e compensava per intero le spese di lite.
Avverso la suddetta decisione, di cui chiedevano la riforma, interponevano appello le originarie parti attrici. Resisteva al gravame, di cui chiedeva il rigetto, la parte appellata. Con sentenza n. 1352/2010 la Corte di Appello di Palermo confermava la decisione di primo grado, rigettando l’impugnazione, e compensava integralmente le spese del giudizio.
Per la cassazione della suddetta decisione della Corte distrettuale ricorrono le medesime parti già appellanti con atto affidato a due Reste con controricorso la cooperativa intimata. Nell’approssimarsi dell’udienza hanno depositato memorie, ai sensi dell’art. 378 c.p.c., la C. e gli altri ricorrenti, nonché la parte contro ricorrente.
1.- Con il primo motivo del ricorso si censura il vizio di carenza di motivazione e violazione degli artt. 1362 ss. e 2730 c.c. per aver la Corte distrettuale omesso di ritenere il valore ricognitivo del debito insito in scritto proveniente dalla controparte. [l. motivo non può essere accolto.
Innanzitutto va evidenziato che la decisione (confermativa della appellata sentenza di primo grado) ed innanzi a questa Corte gravata si fonda su una duplice ratio decidendi. La Corte territoriale ha effettivamente negato il preteso valore ricognitivo del debito per cui è causa asseritamente insito in uno scritto, ma ha anche fondalo il proprio decisum sulla mancanza di prova dell’entità della pretesa attività svolta. Tale ultimo e pur rilevante profilo non è stato affatto (come doveva) oggetto di censura con il ricorso qui scrutinato.
La mancanza della prova della detta attività e, quindi, del quantum non può non comportare, in ogni caso, l’infondatezza della domanda fondata e, quindi, anche dei motivo in esame.
Ciò a maggior ragione i n dipendenza del fatto che anche il preteso riconoscimento risulta del tutto infondato in quanto la (datata) dichiarazione cui si fa cenno è, nella sostanza, quella (insufficiente ed irrilevante) del legale rappresentante legale della Cooperativa, con la quale -preso atto delle richieste di pagamento del professionista- si annunciava (meramente) la prossima comunicazione delle determinazioni adottate in proposito dell’assemblea della stessa cooperativa : poco, troppo
poco –evidentemente- rispetto al noto e qui ribadito ed applicabile principio, secondo il quale, “per ottenere la condanna al pagamento di una somma determinata, l’attore deve provare non solo l’esistenza ma anche l’ammontare del credito” ( Cass. civ., Sez. Seconda, Sent. 2:i maggio 1993, n. 5884). Il motivo, in quanto infondato, va -pertanto- respinto. 2.- Con il secondo e subordinato motivo del ricorso si deduce il vizio di carenza motivazionale e violazione dell’art. 2727 c.c. in relazione all’omessa considerazione di elementi indiziari “in tale senso”.
Il motivo tende ad una rivalutazione, in queste sede non più possibile, delle risultanze istruttorie, sostanziandosi in una istanza di rivalutazione dei fatti già correttamente esaminati nella
competente sede del Giudice del merito.
ll motivo è, quindi,. inammissibile.
3.- il ricorso va, quindi, ricettato.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido, al pagamento in favore della parte conto ricorrente delle spese del giudizio, determinate in E 5.200,00, di cui E 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

References: sentenza 
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 Cass. 
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