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Timestamp: 2019-01-24 01:07:56+00:00

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Per valutare la condotta del medico è imprescindibile fare riferimento alle pertinenti linee guida e alle buone pratiche clinico-assistenziali / C.G. Edizioni Medico Scientifiche / Torino
Per valutare la condotta del medico è imprescindibile fare riferimento alle pertinenti linee guida e alle buone pratiche clinico-assistenziali
(nota a Corte di Cassazione, quarta sezione penale, sentenza n. 24384/2018, dep. 30/05/2018)
In data 18/11/2010 una donna viene sottoposta presso una Casa di cura ad un intervento di plastica di laparocele e revisione della cicatrice ombelico-pubica in seguito a pregressa isterectomia.
La paziente viene dimessa il 19/11/2010; essendo comparsi dolori addominali seguiti da vomito, meteorismo intestinale e difficoltà all’evacuazione e all’espulsione dell’aria, si rivolge ad un chirurgo plastico che la visita a domicilio il 22/11/2010 e poi informa della sintomatologia il collega chirurgo addominale (dr. XY) che aveva partecipato all’intervento.
Quest’ultimo, effettuata una visita necessariamente non approfondita perché condizionata dalla presenza della medicazione, in data 23/11/2010 prescrive clisteri evacuativi, ritenendo che i problemi fossero riconducibili al decorso post-operatorio.
La situazione però non migliora; pertanto la paziente, dopo essersi rivolta in data 26/11/2010 al chirurgo plastico, viene ricoverata nuovamente nella Casa di cura ove le viene diagnosticata a seguito dell’esito degli accertamenti disposti (radiografia dell’addome e TC pelvica) un’occlusione intestinale.
La donna viene accompagnata in un ospedale dal chirurgo addominale ove viene diagnosticata una perforazione intestinale ed eseguito un intervento chirurgico urgente, al quale partecipa il predetto chirurgo addominale (dr. XY). L’iniziale decorso post-operatorio sembra non allarmante, ma il 29/11/2010 la situazione si aggrava in quanto subentra uno stato febbrile, accompagnato da esiti alterati negli esami di laboratorio, con una sepsi che diviene sempre più severa (coinvolgendo progressivamente organi vitali) tanto che il 02/12/2010 avviene il decesso della paziente, poche decine di minuti dopo l’indicazione da parte del chirurgo di effettuare una laparatomia d’urgenza.
Il dr. XY viene tratto a giudizio per rispondere di omicidio colposo avendo, secondo l’accusa, procurato alla paziente una perforazione intestinale e per avere tenuto un condotta definita “attendista”, avendo omesso di approfondire la natura della malattia attraverso gli opportuni approfondimenti diagnostici, con conseguente omissione di una tempestiva corretta diagnosi dell’occlusione intestinale intervenuta nella fase post-operatoria, così cagionando con il suo comportamento, definito imprudente, il decesso della paziente.
Il Tribunale, ritenuta fondata solo la contestazione relativa al mancato necessario approfondimento diagnostico, giudica il medico colpevole del delitto di omicidio colposo e lo condanna alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, con sentenza poi confermata in grado d’appello.
Il medico ricorre, quindi, in cassazione contestando sia l’esistenza della ritenuta colpa per imprudenza, sia comunque la sussistenza, al di là di ogni ragionevole dubbio, del nesso di causalità tra la sua condotta e l’evento letale.
La difesa dell’imputato, inoltre, sottolinea che il comportamento del chirurgo è stato conforme alle regole dell’arte (circostanza ingiustamente non presa in esame dai giudici di merito) e che l’eventuale colpa per imperizia, qualora effettivamente sussistente, avrebbe dovuto essere qualificata di natura lieve con conseguente inesistenza del reato contestato ex art. 3 della legge n. 189/2012 (legge Balduzzi).
L’esito del giudizio in cassazione e i principi di diritto affermati dalla Suprema Corte
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24384/2018, depositata il 30/05/2018, oggetto di questo commento, annulla la condanna inflitta al chirurgo in quanto ritiene che la motivazione della sentenza d’appello (che ricalca quella di primo grado) sia carente sotto vari profili e, quindi, rinvia le parti davanti al competente giudice penale per un riesame della vicenda alla luce delle lacune motivazionali rilevate e dei principi di diritto affermati.
La Suprema Corte, in particolare, evidenzia che i giudici di merito non hanno indicato in base a quali oggettivi elementi, conosciuti o conoscibili dall’imputato, era possibile pervenire al sospetto e poi alla tempestiva diagnosi dell’occlusione intestinale per la quale non era stato neppure accertato con sicurezza il momento di insorgenza.
Il chirurgo, d’altra parte, come riportato anche nella decisione di primo grado, aveva dichiarato che la paziente lamentava una sintomatologia dolorosa che si collocava a livello della colonna vertebrale e dei reni, che l’addome era trattabile e che la donna aveva dichiarato che aveva espulso un poco di aria e scarse feci.
La Suprema Corte, inoltre, afferma che erroneamente i giudici di merito hanno omesso di verificare se la condotta del chirurgo era o meno riconducibile alle linee guida e alle buone pratiche e hanno in modo apodittico definito colposo per imprudenza l’atteggiamento di vigile attesa tenuto dall’imputato.
Le suddette regole della medicina, infatti, sono richiamate e ritenute rilevanti ai fine del giudizio sulla colpa sia dalla citata legge Balduzzi sia dalla sopravvenuta legge Gelli (n. 24/2017) e, quindi, i giudici avrebbero dovuto verificare se erano stati rispettati dal chirurgo i protocolli prescritti per gli accertamenti diagnostici relativi alle condizioni cliniche della paziente emergenti durante la visita del 23/11/2010.
La Corte di Cassazione, ancora, sembra non condividere il giudizio emesso nei confronti del chirurgo di avere tenuto una condotta imprudente perché in realtà gli è stata contestata una omissione di approfondimenti diagnostici riferibile più a una negligenza o a una imperizia che ad una imprudenza, se è vero che è imprudente colui che compie un’azione che non doveva essere realizzata ovvero poteva essere realizzata ma solo con le cautele prescritte al riguardo.
In termini generali e necessariamente imprecisi può, invece, essere definito imperito il comportamento di chi non osserva le regole cautelari della medicina perché inesperto o ritenuta negligente la condotta di chi non ha fatto ciò che era doveroso fare in quel momento.
Osserva, inoltre, la Suprema Corte che nella motivazione della sentenza impugnata è stata del tutto trascurata la questione della configurabilità o meno della colpa grave, questione rilevante perché il grado della colpa ha assunto nella sopravvenuta legge Balduzzi del 2012 (più favorevole sul punto della successiva legge Gelli del 2017 e, quindi, applicabile alla fattispecie) un notevole livello di importanza in quanto è stata depenalizzata la colpa lieve (per imprudenza, negligenza o imperizia) per il medico che si sia attenuto alle linee guida e alle buone pratiche ivi richiamate.
La Corte di Cassazione, infine, rileva che i giudici di merito non hanno affrontato in modo corretto l’indagine sul rilievo causale da attribuire alla condotta dell’imputato rispetto all’evento verificatosi, lasciando zone d’ombra anche sull’accertamento della portata salvifica del comportamento che egli avrebbe dovuto tenere secondo l’accusa, tenuto anche conto del fatto che è rimasto incerto il momento di insorgenza dell’occlusione fatale e che le condizioni patologiche della paziente si sono evolute in senso negativo per l’insorgere della fatale sepsi dopo l’ultimo intervento effettuato.
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References: sentenza 
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 art. 3
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