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Timestamp: 2018-02-22 20:39:58+00:00

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Serbia | Aurora
La storia della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti è piena di numerosi esempi di omicidi politici, non solo negli Stati Uniti, ma anche nei Paesi con cui Washington non è d’accordo. Così oggi,la CIA ha attivamente iniziato a sviluppare vari metodi per l’eliminazione deliberata del nuovo avversario politico degli Stati Uniti, il leader nordcoreano Kim Jong-un, coinvolgendo non solo le forze speciali, ma anche i servizi speciali dei Paesi che cooperano strettamente con la CIA. La prova di ciò, in particolare, si trova nei 310000 dollari nel bilancio della difesa per il 2018, ufficialmente decisi dal governo sudcoreano; il costo dell’eliminazione del leader della Corea democratica Kim Jong-un. Questi fondi saranno spesi per la formazione e l’equipaggiamento di una speciale “unità di decapitazione” dedicata alla leadership nordcoreana, la cui creazione fu resa nota il 1° dicembre. La squadra comprenderà circa mille commando, il cui compito in caso di guerra sarà trovare e uccidere Kim Jong-un e gli alti dirigenti dello Stato vicino. Come una fonte del ministero della Difesa della Repubblica di Corea ha riferito al quotidiano Korea Herald, l’equipaggiamento speciale della squadra includerà droni-kamikaze, droni da ricognizione e persino lanciarazzi pesanti. La struttura e i piani di addestramento della squadra sono classificati, ma secondo le informazioni dei media sudcoreani, i soldati della nuova squadra si addestreranno secondo la metodologia utilizzata dal Team 6 dei SEAL che assassinò Usama bin Ladin. Allo stesso tempo, va ricordato che il tentativo di creare una squadra speciale nella Corea del Sud, nel 1968, con obiettivi simili finì in tragedia. All’epoca, a 31 criminali sudcoreani fu promesso il perdono se la squadra che avevano formato avesse ucciso Kim Il-sung. Il gruppo ebbe un addestramento intensivo, durante il quale tre persone furono uccise, e alla fine fu inviato su gommoni nella Corea democratica, ma furono richiamati a metà strada. I prigionieri non furono rilasciati, l’estenuante addestramento continuò e fu decisa la data della nuova operazione. Nel 1971, i membri della squadra si ribellarono, uccisero gli istruttori e cercarono di raggiungere Seoul e, quando furono bloccati dall’esercito, si fecero saltare in aria con le granate. I quattro sopravvissuti furono successivamente giustiziati. Nel 2003 fu realizzato il film sudcoreano “Silmido” su questo tragico episodio.
Non è neppure irragionevole citare le rivelazioni di WikiLeaks che nel 2008 la CIA chiese all’ambasciata in Paraguay di raccogliere dati biometrici, incluso il DNA, dei quattro candidati presidenziali. Conoscendo il codice del DNA di una persona, è facile sviluppare un oncogene per ogni individuo. E se ipotizziamo che tali dati siano stati ottenuti alla vigilia delle elezioni in Brasile, allora il cancro di Dilma Roussef, contratto nel 2009, s’inserisce perfettamente in questa teoria. Quindi, oltre alle forti opzioni per l’eliminazione degli oppositori politici (come, in particolare, accaduto al leader iracheno Sadam Husayn o al leader libico Muammar Gheddafi), è improbabile che la CIA sia esclusa dall’averli infettati con virus del cancro. Inoltre, esperimenti simili furono condotti a lungo nei laboratori segreti della CIA, “trofeo militare dei servizi speciali statunitensi” basato sui brutali esperimenti umani di Josef Mengele, e prima ancora “sull’esperienza” dello statunitense Cornelius “Doctor Death” Rhoads, patologo del Rockefeller Institute of Medical Research che iniziò a lavorare a Porto Rico e divenne un “pioniere” nel campo della creazione di nuove tecniche per uccidere con metodi chimici, biologici e radioattivi. Coi finanziamenti del Rockefeller Institute, condusse esperimenti a Puerto Rico nei primi anni ’30 infettando persone con cellule cancerose, lavorando in segreto nell'”Edificio n. 439″. Il cancro è l’effetto di una nuova arma delle agenzie d’intelligence statunitensi, in sintonia col “modus vivendi” dell’imponente impero nordamericano? Notiamo solo che la malattia ha colpito solo quei politici la cui politica era contraria al dominio degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti sono sull’orlo del collasso economico e rimangono a galla solo perché possono stampare per riaccreditare la propria economia e aumentare costantemente il budget militare e le operazioni segrete della CIA. Pertanto, è del tutto logico presumere che “gli artigiani di Langley” abbiano trovato nuovi metodi rapidi ed economici per eliminare efficacemente gli avversari. Il vantaggio più importante di tali metodi è che non lasciano tracce, sono camuffati da cancro o infarto ed eliminano la possibilità di denuncia e responsabilità diretta. Vladimir Platov, esperto in Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.
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Christopher Black New Eastern Outlook 28.11.2017 “Tutto ciò è una bugia. Questo è un processo della NATO“. Le parole provocatorie del Generale Mladic ai giudici del tribunale per crimini di guerra ad hoc per la Jugoslavia, controllato dalla NATO, risuonavano forte e chiaro il giorno in cui finsero di condannarlo. Avrebbe potuto aggiungere “ma la storia mi assolverà” e molto di più, ma fu cacciato dalla stanza dal giudice Orie, dallo stile accondiscendente, come se avesse a che fare con uno scolaretto, invece di un uomo falsamente accusato di crimini che non ha commesso. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Marija Zakharova, riprendeva il generale il 23 novembre, “Va ancora affermato che il verdetto di colpevolezza, pronunciato dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia contro Mladic, è la continuazione della linea politicizzata e prevenuta che da sempre domina l’ICTY”. Il Generale Mladic e il governo russo hanno ragione. Il documento chiamato “sentenza” lo dimostra perché appare un trattato di propaganda invece che una sentenza giudiziaria. In poco più di 2500 pagine il trio di “giudici” recita la versione dell’accusa senza sosta, dall’inizio alla fine. La difesa è menzionata solo di passaggio. L’ICTY respinge le affermazioni secondo cui sia parziale, un tribunale della NATO, ma l’ha dimostrato coi primi testimoni che chiamò preparando il terreno per ciò che doveva seguire. Un tale Richard Butler fu chiamato a testimoniare su questioni militari generali e sulla struttura politica in Bosnia e Repubblica Srpksa. Fu presentato come “analista militare”, ma non indipendente. No, al momento della testimonianza era membro della National Security Agency degli Stati Uniti, distaccato presso l’ICTY come membro dell’accusa. Quindi, la prima testimonianza contro il Generale Mladic fu due volte parziale. Lavorava per l’intelligence statunitense che sosteneva i nemici del Generale Mladic e della Jugoslavia, e faceva parte dello staff dell’accusa. È come se la NSA e il pubblico ministero avessero, allo stesso tempo, messo piede nel tribunale per testimoniare contro l’imputato. La testimonianza di Butler ha un ruolo importante nel processo; lo stesso interpretato nel processo del Generale Krstic. Poi appare un altro analista militare, Reynaud Theunens, che lavora anche per lo staff dell’accusa. Gli esperti in processi criminali dovrebbero essere completamente neutrali. Ma non solo agiva per conto del pubblico ministero, era anche un ufficiale dell’intelligence dell’esercito belga. Quindi è così dall’inizio del processo. Il palcoscenico è pronto; la NATO è responsabile del processo. Gli ufficiali della NATO lavorano nel tribunale, un tribunale della NATO sotto mentite spoglie delle Nazioni Unite. Di conseguenza, nei processi, i crimini della NATO e delle forze bosniache non vengono mai menzionati. Il contesto è deliberatamente ristretto per dare un quadro distorto degli eventi. Il giudizio continua con dettagliate recitazioni delle testimonianze dell’accusa. I testimoni della difesa, nelle poche occasioni in cui vengono citati, non hanno mai la possibilità di esporre similmente la propria testimonianza. Una riga è dedicata a ogni testimone e tutti sono dichiarati di parte se la loro testimonianza è in contrasto con quella dell’accusa. E in cosa consistono le prove dell’accusa? In alcune testimonianze orali di ufficiali della NATO coinvolti negli eventi lavorando nelle forze dell’ONU contro il Generale Mladic e le sue forze, testimonianze di soldati dell’esercito bosniaco e loro famiglie, dichiarazioni di testimoni e “fatti giudicati”, cioè “fatti” ritenuti tali da un altro gruppo di giudici su un altro caso, non importa se veri o falsi. Numerose volte, i giudici affermano che “la difesa dice che X non è accaduto e si basa su alcune prove a sostegno di tale affermazione. Dove tale prova è in conflitto coi fatti giudicati, la respingiamo”. In molti casi ci si affida alle dicerie. Di volta in volta, un paragrafo nella sentenza inizia con le parole: “Il testimone avrebbe detto…” Grazie a giuristi corrotti come l’ex-procuratrice canadese Louise Arbor, le dicerie, anche di seconda mano, sono ammesse come prova quando è vietato nel resto del mondo, perché la testimonianza per sentito dire non può essere verificata.
Non ho potuto seguire gran parte del processo e solo di tanto in tanto per video, quindi non posso commentare le constatazioni fattuali dei giudici del processo nella loro lunga sentenza di condanna del Generale Mladic e del suo governo, pagine dopo pagine noiose. Chi conosce la vera storia degli eventi capirà che ogni paragrafo della condanna non è che propaganda della NATO spacciata durante il conflitto, ma fatta apparire come sentenza. Perché non lo è. Una vera sentenza in un processo dovrebbe contenere le prove presentate dall’accusa e dalla difesa e gli argomenti di entrambe le parti circa le prove. Deve contenere riferimenti a testimonianze di testimoni certificati e anche del controinterrogatorio. Poi ci dev’essere la decisione motivata dei giudici sul merito del caso di ciascuna parte e loro conclusioni motivate. Ma difficilmente si trova traccia delle prove della difesa in tale documento. Non ho trovato che alcuni riferimenti in una manciata di paragrafi e alcune note a piè di pagina, sempre brevemente citando la testimonianza di un testimone della difesa per respingerle perché non supportava la versione dell’accusa. Ancora più scioccante è il fatto che ci sia un minimo riferimento alla testimonianza verbale, cioè ai testimoni. Invece ci sono riferimenti ad “esperti” della CIA, del dipartimento di Stato, o ad altre agenzie d’intelligence della NATO che esponevano la loro versione, che i giudici accettavano senza domande. Non c’è riferimento ad alcun esperto della difesa. Di conseguenza, non ci sono conclusioni ragionate da parte dei giudici sul motivo per cui hanno deciso di accettare le prove dell’accusa ma non della difesa. Dalla lettura di ciò, si penserebbe che non ci sia stata alcuna difesa, se non quella di facciata. Questo non è un processo. Ma c’è qualcosa di ancor più preoccupante in ciò. Non è possibile capire se molti dei testimoni citati hanno testimoniato di persona perché ci sono pochi riferimenti alla testimonianza reale. Invece ci sono innumerevoli riferimenti a documenti di vario tipo e a “dichiarazioni di testimoni”. Questo è un fattore importante in tali processi perché le dichiarazioni dei testimoni a cui si fa riferimento sono dichiarazioni fatte, o si presume siano state fatte, da presunti testimoni ad investigatori e avvocati che lavoravano per l’accusa. Sappiamo da altri studi che in realtà tali affermazioni sono spesso redatte da avvocati ed investigatori dell’accusa, e poi presentate ai “testimoni” per impararle a memoria. Sappiamo anche che i “testimoni” spesso venivano portati all’attenzione del pubblico ministero con modalità che indicavano la presentazione di testimonianze inventate per cui venivano reclutati i testimoni stessi.
Al tribunale del Ruanda, facemmo il punto nel processo con un aggressivo esame incrociato di tali “testimoni” che invariabilmente cadevano in contraddizione, dato che non ricordavano le sceneggiature assegnategli. Ci siamo inoltre impegnati a chiedere ai “testimoni” come conobbero il personale del pubblico ministero e come furono condotte le interviste e create tali dichiarazioni. I risultati imbarazzarono l’accusa, poiché fu chiaro che erano collusi con gli investigatori nel manipolare, minacciare e influenzare i “testimoni” e complici nell’inventarsi le testimonianze. Inoltre, è importante che chiunque legga questa “sentenza” possa far rifermento alle pagine delle trascrizioni dei testimoni, su cosa hanno testimoniato e ciò che hanno detto nel controinterrogatorio, perché una dichiarazione non è una testimonianza, ma solo una dichiarazione che non può essere utilizzata come prova. Ciò richiede che il testimone vada alla sbarra e dichiari sotto giuramento ciò che ha visto. Quindi si può interrogare sull’affidabilità degli osservatori, i loro pregiudizi, se ne hanno, la credibilità e così via. Ma in questo caso vediamo centinaia di riferimenti a “dichiarazioni di testimoni”, indicando che i giudici basavano la loro “sentenza” non sulle testimonianze dei testimoni (se chiamati a testimoniare) ma sulle dichiarazioni scritte, preparate dall’accusa e senza affrontare alcun controinterrogatorio da parte della difesa. In tale sentenza non è affatto chiaro che i testimoni citati nelle dichiarazioni abbiano effettivamente testimoniato o meno. Se fosse così la testimonianza dovrebbe essere citata, non le dichiarazioni. L’unico scopo valido delle dichiarazioni è notificare agli avvocati ciò che un testimone probabilmente dirà nel processo, e divulgare i capi d’accusa alla difesa in modo che possa prepararsi e usare le dichiarazioni nel processo per esaminare il testimone confrontando la dichiarazione precedente con la testimonianza sotto giuramento in tribunale. La formula è semplice. Il testimone dell’accusa va alla sbarra, gli viene chiesto di dichiarare ciò che ha visto e quindi la difesa mette in dubbio il testimone, “Signor Testimone, nella vostra dichiarazione datata x ha detto questo, ma oggi dice… Esploriamo la discrepanza”. È così che dovrebbe andare. Ma in questo caso? Non c’è niente. Ci vorrebbe un libro per indicare i problemi del “processo” svelati da tale sentenza. Ma c’è un esempio che mette in risalto quello su Srebrenica e riguarda il famoso incontro al Fontana Hotel la sera dell’11 luglio 1995 durante cui il Generale Mladic incontrò un colonnello olandese della forza di pace per organizzare l’evacuazione dei civili da Srebrenica e l’eventuale resa della 28.ma divisione dell’esercito bosniaco. C’è un video della riunione disponibile su YouTube. Parafrasando, mostra il Generale Mladic chiedere perché gli aerei della NATO bombardarono le sue posizioni e ucciso i suoi uomini. Chiede perché le forze dell’ONU contrabbandassero armi per le forze bosniache. Chiese perché le forze dell’ONU cercavano di ucciderlo. A ciascuna domanda riceve le scuse dall’ufficiale olandese. Poi chiese all’ufficiale olandese se volesse morire e lui dice di no. Mladic rispose, né i miei uomini vogliono morire, quindi perché ci sparate? Nessuna risposta. Il resto del video riguarda la discussione del piano per evacuare la città durante cui Mladic offriva sigarette agli uomini delle Nazioni Unite e del vino per alleviare la tensione. Per me, da avvocato difensore, è un elemento cruciale della difesa dalle accuse riguardanti Srebrenica. Ma alcun riferimento a questo video c’é nella sentenza. Invece i giudici fanno riferimento alla testimonianza di diversi ufficiali della NATO presso le Nazioni Unite presenti all’incontro in cui distorcono completamente ciò che fu detto. Non c’è alcun indizio che la difesa stanato i bugiardi ricorrendo al video; “Signore, lei afferma che questo è stato detto, ma qui nel video mostra che si sbaglia. Che cosa dice?” Non avviene da alcuna parte. È stato visto ed ignorato dai giudici o non usato? Non ne ho idea. Ma è chiaro che l’accusa ha scelto di non usarlo perché significava il crollo dell’accusa. Anche per le prove dell’accusa è chiaro che gli uomini della 28.ma divisione rifiutarono di deporre le armi e combatterono fino a Tuzla. La maggior parte fu uccisa nei combattimenti lungo la strada. Molti furono fatti prigionieri. Una manciata di testimoni bosniaci afferma che questi prigionieri furono massacrati. Ma la loro testimonianza è della serie “Io sono il solitario miracolato sopravvissuto al massacro”, che tendono a usare con tali prove. Non intendo usare pesantemente il falso concetto giuridico di atto criminoso congiunto per attribuire responsabilità penale al generale, la colpevolezza per associazione e senza intenzione. Che l’usino dimostra che sanno di non avere nulla contro di lui.
In sintesi, tale documento ha poco riguardo per la difesa e i fatti che presenta, e le argomentazioni della difesa sui fatti, né le argomentazioni legali complete. Ma, soprattutto, non si ha idea di quale fosse la testimonianza della maggioranza dei testimoni dell’accusa e della difesa. È come se non ci fosse stato un processo, e i giudici si erano semplicemente seduti in una stanza a setacciare i documenti dell’accusa scrivendo la sentenza andandosene. Dobbiamo supporre che ciò non sia lontano dalla verità. Tale “sentenza” e il processo sono un’altra umiliazione della Jugoslavia e della Serbia da parte della NATO poiché è chiaro da sua creazione, finanziamento, personale e metodi, che l’ICTY è un tribunale controllato dalla NATO. Ciò è confermato dalla dichiarazione del segretario generale della NATO, che disse: “Saluto la sentenza.. i Balcani occidentali sono d’importanza strategica per la nostra Alleanza…” In altre parole, questa condanna aiuta la NATO a consolidare la presa sui Balcani minacciando i serbi. Il Generale Mladic è un capro espiatorio per i crimini di guerra della NATO commessi in Jugoslavia, che l’ICTY copre, aiutando la NATO a commetterne altri, come vediamo da allora. L’ICTY ha dimostrato di essere ciò che ci aspettavamo fosse, un tribunale-farsa dai metodi fascisti impegnandosi in azioni mirate per far avanzare l’agenda della NATO nella conquista dei Balcani come preludio all’aggressione contro la Russia. La NATO usa il tribunale come arma di propaganda per diffondere falsità sulla Jugoslavia, per coprire i propri crimini, per controllare le ex-repubbliche della Jugoslavia e giustificare l’aggressione e l’occupazione della NATO del territorio jugoslavo. È una macchia sulla civiltà. Christopher Black è un avvocato penalista internazionale di Toronto. È noto per una serie di casi di crimini di guerra di alto profilo e ha recentemente pubblicato il romanzo “Beneath the Clouds”. Scrive saggi su diritto internazionale, politica ed eventi mondiali, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.
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