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La mamma non può abbandonare i figli, neppure quando il marito è violento |
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Non passa gli alimenti al figlio minorenne: è reato anche se lo stesso figlio viene mantenuto dall’altro genitore
24 Maggio 2012 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
Un caso come tanti.
Due coniugi si separano consensualmente. Il figlio minorenne viene affidato alla madre con facoltà per il padre di vederlo e tenerlo con sé nei giorni stabiliti. Viene imposto al padre l’obbligo di corrispondere alla ex coniuge, a titolo di contributo per il mantenimento del minore, la somma di euro 450,00 mensili oltre al 50% delle spese scolastiche, sanitarie, ecc..
Il padre, però, provvede al versamento dell’assegno per sole cinque mensilità per poi giungere ad omettere o ritardare i versamenti prescritti sino infine a cessare qualsiasi forma di contribuzione nei riguardi del minore interrompendo con il figlio anche i contatti personali.
Il Tribunale di Terni, chiamato a pronunciarsi con sentenza n. 48 del 24.1.2012, ha ritenuto il padre responsabile del reato di cui all’art. 570 cod. pen. (violazione degli obblighi di assistenza familiare), condannandolo a 6 mesi di reclusione e a 600 euro di multa.
Il Tribunale ha invero ritenuto che “il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare nei confronti dei figli minori è integrato dall’omissione del mantenimento di uno dei due genitori, anche se l’altro genitore vi provveda in via sussidiaria”
Ecco il testo integrale della sentenza:
“Il presente procedimento è nato dalla presentazione di una denuncia-querela da parte di D. S. nei confronti di D. R. A. a seguito della quale, concluse le indagini preliminari, il P.M. emetteva, in data 7.3.2011, decreto di citazione nei confronti dell’imputato per il reato di cui all’art. 570 comma 2 n 2 c.p..
Al dibattimento, previa dichiarazione di contumacia dell’imputato, venivano ammesse le prove documentali e testimoniali richieste dalle parti; si procedeva all’escussione della denunciante; all’esito, esaurita la discussione finale, le parti concludevano come sopra riportato e il giudice decideva la causa come da separato dispositivo letto in udienza ed allegato agli atti processuali.
Sulla base delle risultanze istruttorie, il giudicante ritiene che l’imputato abbia commesso il reato a lui contestato.
Dalla deposizione resa da D. S. si evince come la predetta abbia contratto matrimonio con l’odierno imputato in data 5 marzo 2000 e che il 5 gennaio 2002 nasceva un bambino di nome N..
La stessa ha precisato come l’unione cessava nel 2004 tanto che, il 2 marzo 2005, veniva omologata la separazione consensuale dei coniugi.
In tale occasione il bambino veniva affidato alla madre con facoltà per il padre di vederlo e tenerlo con sé nei giorni stabiliti e gli veniva imposto l’obbligo di corrispondere alla ex coniuge, a titolo di contributo per il mantenimento del minore, la somma di euro 450,00 mensili oltre al 50% delle spese scolastiche, sanitarie, ecc..
La D. ha riferito come il D. R. abbia provveduto al versamento dell’assegno per sole cinque mensilità per poi giungere ad omettere o ritardare i versamenti prescritti; tale condotta perdurava sino all’anno 2008 da quando egli cessava qualsiasi forma di contribuzione nei riguardi del minore interrompendo con il figlio anche i contatti personali.
La denunciante ha riferito di avere fatto ricorso al Giudice civile per ottenere il pagamento forzato delle somme che le erano dovute, attesa la perdurante inadempienza dell’odierno imputato.
La denunciante specificava di essersi trovata, a causa della condotta posta in essere dall’odierno imputato, in gravi difficoltà economiche atteso che il proprio stipendio, pari a circa 900 euro mensili, era totalmente insufficiente per provvedere alle esigenze quotidiane del figlio, così da essere costretta a ricorrere all’ausilio del propri genitori; viceversa il D. R. ha sempre prestato attività lavorativa come dipendente di talune ditte e percepiva uno stipendio mensile di 1500 euro.
Orbene l’istruttoria dibattimentale espletata consente di ritenere il D, R. responsabile della violazione di cui all’art. 570 II comma c.p., avendo egli fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore.
Infatti è pacifico che l’imputato si sia completamente disinteressato del mantenimento del bambino a partire, con certezza, dall’anno 2008 ma anche prima, sin dal 2005, egli risultava inadempiente ai propri obblighi genitoriali.
Tale circostanza è da ritenersi provata sia perché riferita dalla D. (e non contraddetta da altri, neppure dalla stesso imputato che neppure è comparso) sia perché confermata dalla documentazione versata in atti e, soprattutto, dal provvedimento del Tribunale di Terni che ha ordinato al datore di lavoro dello stesso imputato di pagare direttamente in favore di D. S. l’importo di euro 450,00 mensile (cfr. provvedimento del 6 ottobre 2008).
Né, ai fini della esclusione della sussistenza del reato, può ritenersi rilevante la circostanza che la D. fosse titolare di un piccolo reddito autonomo o sia stata economicamente aiutata da altri, ovverosia dai propri genitori, atteso che “in tema di obblighi familiari, entrambi i genitori sono tenuti a ovviare allo stato di bisogno del figlio che non sia in grado di procurarsi un proprio reddito. Commette, pertanto, il reato di cui all’art. 570 c.p. il genitore che non adempia a tale obbligo; né lo stato di bisogno può ritenersi soddisfatto se al mantenimento provveda in via sussidiaria l’altro genitore, specialmente se quest’ultimo non abbia risorse ordinarie e per tale motivo non possa compiutamente provvedervi, incontrando delle difficoltà nel mantenimento del minore” (cfr. Cass. Pen. Sez. 6 sent. del 23.4.1998 n. 10216).
Peraltro è ragionevole ipotizzare che la D., grazie al suo modesto stipendio, abbia incontrato notevoli difficoltà economiche tanto da essere costretta a ricorrere all’aiuto di terzi per il sostentamento del minore.
Né può sostenersi l’impossibilità dell’imputato di far fronte alle esigenze del minore atteso che l’asserita incapacità economica dell’obbligato può assumere valore di esimente, in virtù del principio ad impossibilia meno tenetur, solo allorché sia assoluta e, soprattutto, non sia ascrivibile a colpa dell’indagato (cfr Cass. Sez. pen. Sez. VI 17.10.2001 n. 37419).
Possono concedersi all’imputato le circostanze attenuanti generiche, tenuto conto del modesto precedente penale riportato.
Valutati tutti gli elementi di cui all’art. 133 c.p. si stima equo comminare all’imputato una pena pari a mesi sei di reclusione ed euro 600,00 di multa ( pena base mesi nove di reclusione ed euro 900,00 di multa; ridotta ex art.62 bis c.p. alla pena di mesi sei di reclusione ed euro 300,00 di multa)
Deve condannarsi l’imputato al pagamento delle spese processuali.
L’imputato è meritevole della concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena non avendone egli mai goduto in precedenza.
Visti gli artt. 533-535 c.p.p.
Dichiara D. R. A. colpevole del reato a lui ascritto e, concesse le circostanze attenuanti generiche, lo condanna alla pena di mesi sei di reclusione ed euro 600,00 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali.
Pena sospesa.”
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Mamma iperprotettiva? Scatta il reato di maltrattamenti in famiglia
11 Novembre 2011 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
La sentenza che pubblico di seguito può sembrare sconvolgente, ma in realtà – se si legge con attenzione – si comprende che i Giudici della Suprema Corte si sono trovati a decidere su di un caso al limite dell’inverosimile.
Il caso riguardava appunto un mamma che (con l’ausilio del proprio padre) aveva cresciuto il figlio in una campana di vetro.
Nella sentenza de qua, si legge infatti che al bambino in questione non era stato permesso di frequentare con regolarità la scuola; era stata impedita la socializzazione (il minore aveva infatti conosciuto suoi coetanei solo in prima elementare)»; erano state impartite regole di vita tali da incidere sullo sviluppo psichico del minore con conseguenti disturbi deambulatori ed era stata prospettata la figura paterna come negativa e violenta, tanto da imporgli di farsi chiamare con il cognome materno.
Ebbene, nel caso de quo la Cassazione (Cass. Pen. n. 36503/2011) ha ritenuto sussistente il reato di maltrattamenti in famiglia previsto e punito dall’art. 572 cod. pen.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 23 settembre – 10 ottobre 2011, n. 36503
Presidente Milo – Relatore Lanza
C. E., e G. G., rispettivamente madre e nonno materno del minore C. R. (nato il omissis) ricorrono, a mezzo del loro comune difensore, avverso la sentenza 19 ottobre della corte d’appello di Bologna (che li ha condannati per il delitto di cui all’art. 572 c.p., confermando la decisione di condanna 17 maggio 2007 del G.U.P. del Tribunale di Ferrara), deducendo vizi e violazioni nella motivazione nella decisione impugnata, nei termini critici che verranno ora riassunti e valutati.
1) l’accusa e le conformi decisioni dei giudici di merito.
I G. (nonno materno e madre del minore C. R.), sono imputati: 1) del delitto p. e p. dall’art. 572 c.p. per aver, in concorso tra loro, quali conviventi con il minore C. R., nato il (omissis), mediante atteggiamenti iperprotettivi nei confronti del minore medesimo, consistiti fra gli altri nel non far frequentare con regolarità la scuola allo stesso, nell’impedire la sua socializzazione (il minore ha conosciuto suoi coetanei solo in prima elementare), nell’impartire regole di vita tali da incidere sullo sviluppo psichico del minore con conseguenti disturbi deambulatori, prospettandogli, inoltre, la figura paterna come negativa e violenta tanto da imporgli di farsi chiamare con il cognome materno, sottoponendolo a tutte dette vessazioni, maltrattato il minore C. R.. Reato commesso in Ferrara tino al mese di ottobre 2004.
Con sentenza 17 maggio 2007 del G.U.P. di Ferrara, all’esito di giudizio abbreviato, gli odierni ricorrenti sono stati dichiarati responsabili del reato ascritto e condannati alla pena di anni uno e mesi quattro di reclusione ciascuno (pena base anni 3, in ragione della speciale gravità delle condotte e della loro prosecuzione per anni, ridotta ad anni 2 per le generiche ed ulteriormente come a dispositivo per la scelta del rito). Il G.U.P. ha negato la chiesta sospensione condizionale della pena, che è stata peraltro interamente condonata.
Con sentenza 19 ottobre 2010 la Corte di appello di Bologna su gravame degli imputati ha confermato le statuizioni del G.U.P. di Ferrara in data 17 maggio 2007.
Per i giudici di merito gli atti di maltrattamento, nei confronti del minore, convivente con la madre ed il nonno nella casa di questi, si sono materializzati:
a) in atteggiamenti iperprotettivi qualificati come “eccesso dì accudienza”, mantenuto e proseguito in età preadolescenziale, con imposizione di atti riservati all’età infantile, nonché nell’esclusione del minore da attività anche didattiche istituzionali, inerenti la motricità;
b) in deprivazioni sociali (impedimento di rapporti con coetanei) e psicologiche (rimozione della figura paterna); condotte tutte contestate come commesse fino all’ottobre 2004.
Tali condotte, una volta accertate, sono state nel loro complesso valutate come concretamente idonee a ritardare gravemente nel minore sia !o sviluppo psicologico relazionale (con i coetanei e la figura paterna), sia l’acquisizione di abilità in attività materiali e fisiche, anche elementari (come la corretta deambulazione).
2.) i motivi di impugnazione.
Il ricorso è articolato in quattro diffusi motivi di doglianza, i primi dei quali attengono all’azione esecutiva e ai profili soggettivi del delitto di maltrattamenti, mentre l’ultimo riguarda l’entità della sanzione irrogata.
Con un primo motivo di impugnazione i ricorrenti deducono inosservanza ed erronea applicazione della legge, nonché vizio di motivazione in punto di affermazione della penale responsabilità, erronea applicazione della legge penale sostanziale, errata qualificazione giuridica del fatto, sotto il profilo dell’elemento oggettivo del reato di cui all’art. 572 c.p..
Con un secondo motivo si lamenta vizio di motivazione e violazione di legge in punto di penale responsabilità, erronea applicazione della legge penale sostanziale, errata qualificazione giuridica del fatto sotto il profilo dell’elemento soggettivo del reato di cui all’art. 572 c.p..
Con un terzo motivo si prospetta manifesta illogicità della motivazione in punto di responsabilità ex art. 572 c.p. per difetto del dolo.
Con un quarto motivo si evidenzia l’illogicità della motivazione posta a fondamento del trattamento sanzionatorio, con il riconoscimento di una condizione di supremazia del padre ricorrente sulla figlia, cui non è corrisposta una equa riduzione della sanzione, e a cui si è accompagnata una motivazione sulle condotte successive dei condannati desunta da una pronuncia di colpevolezza per fatti successivi e non coperta da giudicato.
3.) Le ragioni della decisione di rigetto della Corte di legittimità.
Prima di esaminare analiticamente il tenore del gravame va precisato che nella verifica della consistenza dei rilievi mossi alla sentenza della Corte di secondo grado, tale decisione non può essere valutata isolatamente, ma deve essere esaminata in stretta ed essenziale correlazione con la sentenza del primo giudice, dal momento che entrambe risultano sviluppate e condotte secondo linee logiche e giuridiche pienamente concordanti.
La difesa degli imputati sostiene che la Corte d’Appello di Bologna ha confermato la sentenza di prime cure, maturando un giudizio di diritto che non può essere condiviso, in quanto, per confermare la decisione del Giudice di primo grado, essa ha finito per rimodellare la struttura del reato di maltrattamenti, stravolgendone la natura e gli elementi costitutivi, al fine di rendere applicabile la predetta norma sostanziale a condotte che non possono rientrare, invece, nell’ambito dell’elemento oggettivo richiesto dalla norma in esame.
2.1) l’elemento oggettivo del reato e la conforme azione esecutiva nella condotta dei ricorrenti.
Il ricorrente, premesso l’assunto (pacifico) che maltrattamenti di cui si sarebbero resi responsabili G. consisterebbero sostanzialmente in atteggiamenti di iperprotezione e di ipercura, prospetta con il primo motivo che tali condotte andrebbero considerate espressione di fenomeni patologici che non possono rientrare nel concetto di ‘maltrattamenti’, così come inteso dalla norma in esame, in quanto prive di una chiara connotazione negativa.
Quali esempi tipici della materialità dei maltrattamenti, il ricorso indica: il consentire al minore di vivere in stato di abbandono in strada per chiedere l’elemosina; la ripetuta esposizione del minore a contesti erotici; l’utilizzo di mezzi e metodi trascendenti qualsiasi aspetto di liceità correttiva ed estranei a ogni plausibile scopo pedagogico formativo, sostanziati in percosse e punizioni umilianti e gratuite.
Si tratta ad avviso del difensore di condotte tutte che si qualificano per una chiara “connotazione negativa”, talora violenta, talora subdolamente mortificante o ingiustificatamente punitiva, ma sempre e comunque negativa, come peraltro indica, inequivocabilmente, la stessa rubrica dell’art. 572 c.p..
La conclusione dell’argomentare difensivo è quindi nel senso che – al contrario – gli atteggiamenti di iperprotezione o di ipercura, lungi dal costituire i maltrattamenti sanzionati dalla nonna, integrano la ripetizione di condotte che nascono come positive e certo ispirate da intenzioni lodevoli, salvo poi riverberare effetti negativi su chi tali condotte subisce a causa della loro eccessiva e patologica esasperazione.
Da ciò deriverebbe che l’ipercura e l’iperprotezione, addebitate ai G., non possano costituire l’elemento oggettivo dei reato di maltrattamenti, atteso che tra le due condotte, quella di chi maltratta e quella di chi ipercura o iperprotegge, esiste, con tutta evidenza, un’incompatibilità strutturale insanabile.
Ritiene il Collegio che lo sforzo del difensore, pur apprezzabile per il suo sviluppo dialettico, parta da una “posizione riduttiva” nella lettura del dettato normativa, dimenticando che nel reato di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p. l’oggetto giuridico non è costituito solo dall’interesse dello Stato alla salvaguardia della famiglia da comportamenti vessatori e violenti, connotati secondo il lessico del ricorrente da una “chiara connotazione negativa”, ma anche dalla tutela dell’incolumità fisica e psichica delle persone indicate nella norma (Cass. pen. sez. 6, 37019/2003 Rv. 226794), interessate al rispetto integrale della loro personalità e delle loro potenzialità nello svolgimento di un rapporto, fondato su costruttivi e socializzanti vincoli familiari aperti alle risorse del mondo esterno, a prescindere da condotte pacificamente vessatorie e violente.
In tale quadro, poco conta la “soglia di sensibilità del minore vittima”, la quale, non solo per il grado di sviluppo psico-fisico della persona offesa, ma, soprattutto, perché essa, oggettivamente disafferenziata dai contesti di riferimento (“gruppo dei pari di età”), di necessità, non può disporre di standard di peso della negativa e deteriore realtà in cui è costretta a vivere.
In tale quadro si appalesa quindi irrilevante il riferito “stato di benessere del bambino”, tenuto conto che, non a caso, in tutti i sistemi di civiltà evoluta, lo Stato può verificare in modo intrusivo le “realtà di disagio anomalo” nella famiglia e le loro cause umane, imponendo prescrizioni ai familiari, sino alla decadenza dalla potestà, all’allontanamento, e allo stato di adattabilità del minore stesso.
Né miglior sorte va riservata al secondo profilo critico del ricorso, prospettato per negare la materialità dei maltrattamenti, sulla base del rilevo che il reato esige – come risultato – che gli atti di maltrattamento (lesivi dell’integrità fisica o morale, della libertà o del decoro della vittima) siano tali da rendere abitualmente dolorose e mortificanti le relazioni tra il soggetto attivo e la persona offesa, con conseguente necessità, ad avviso del ricorrente, di un rapporto diretto tra colui che pone in essere le condotte di maltrattamento ed il soggetto che, in ragione di tali condotte, trova sofferenza e disagio ed, ancora, che vi sia un rapporto causale diretto tra maltrattamento da un lato ed il dolore ed il disagio dall’altro, realtà che nella vicenda sarebbero escluse dal manifestato benessere del minore di vivere iperaccudito nella realtà familiare.
La conclusione della difesa soffre dello stesso vizio di lettura della precedente doglianza in quanto pone, come crinale e “discrimen” del maltrattamento, lesivo dei processi di crescita psicologica e fisica del minore, il grado di percezione del maltrattamento stesso ad opera della vittima minorenne.
Non è chi non veda l’insostenibilità dell’assunto che fa dipendere l’oggettiva sussistenza della condotta illecita dalla “variabile soglia di sensibilità della vittima”, che, in quanto minore esige efficace tutela, anche contro la sua stessa infantile limitata percezione soggettiva.
La critica va quindi rigettata, senza dimenticare la regola che in ogni caso, a prescindere dalla minore età della vittima, il reato de quo mai può essere scriminato dal consenso dell’avente diritto, sia pure affermato sulla base di opzioni sub-culturali o, come nella specie, scelte e stili pedagogici obsoleti, od in assoluto contrasto con principi che stanno alla base dell’ordinamento giuridico italiano, in particolare con la garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo sanciti dall’art. 2 Cost., i quali trovano specifica considerazione in materia di diritto di famiglia negli articoli 29 – 31 Cost. (cfr. Cass. pen. sezione.6, 46300/08, Fhami; Cass. Penale sez. VI, 3398/1999 1 Rv. 215158, Bajarami).
Quanto al tema della “deprivazione psicologica” e quindi della “rimozione della figura paterna”, sostiene il difensore che non sarebbe emersa alcuna prova certa in ordine all’asserito condizionamento psicologico, tanto più che l’avversione del minore nei confronti del padre, ad esito del giudizio di primo grado, era già stata temporalmente e c:ausalmente collocata con riguardo al fortissimo trauma subito in occasione dei tentativi di allontanamento ed, in generale, all’iter doloroso cui il minore sì sentiva sottoposto a causa dei pur nobili intenti del padre.
Il motivo, per come profilato, non supera la soglia dell’ammissibilità.
Nella specie, ci si trova di fronte a due sentenze, di primo e secondo grado, che concordano nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, con una struttura motivazionale della sentenza di appello che si salda perfettamente con quella precedente sì da costituire un unico complessivo corpo argomentativo, privo di lacune, sul punto della “rimozione della figura paterna” considerato che la sentenza impugnata, ha dato comunque congrua e ragionevole giustificazione del finale giudizio di colpevolezza.
In conclusione l’esito del giudizio di responsabilità non può essere invalidato dalle prospettazioni alternative del ricorrente le quali si risolvono nel delineare una “mirata rilettura” di quegli elementi di fatto che sono stati posti a fondamento della decisione, nonché nella autonoma assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferirsi a quelli adottati dal giudice del merito, perché illustrati come maggiormente plausibili, oppure perché assertivamente dotati di una migliore capacità esplicativa, nel contesto in cui la condotta si è in concreto esplicata.
Il motivo va quindi respinto in tutte le sue articolazioni.
2.2) la sussistenza dei profili soggettivi del contestato delitto.
Con il secondo motivo si lamenta vizio di motivazione e violazione di legge in punto di penale responsabilità, erronea applicazione della legge penale sostanziale, errata qualificazione giuridica del fatto sotto il profilo dell’elemento soggettivo del reato di cui all’art. 572 c.p.
Con ili terzo motivo si prospetta manifesta illogicità della motivazione in punto di responsabilità ex art. 572 c.p. per difetto del dolo.
I due motivi tra loro correlati vanno congiuntamente esaminati e valutati.
Il difensore, nel prendere atto che se può essere fonte di censura, o di rammarico, il modo in cui i G. recepiscono gli accadimenti, nonché “la rigidità e la chiusura mentale che mostrano”, sostiene che “non si può esigere che tale dato, ineliminabile e per così dire strutturale, cambi nel momento in cui tutta la famiglia si sente sotto attacco”, circostanza peraltro che a suo avviso non varrebbe ad integrare il dolo richiesto dalla norma.
In buona sostanza ed in altre parole: l’assunto difensivo è che difetterebbe la seppur minima consapevolezza di creare disagio in R., in persone adulte e mature per le quali, osserva peraltro il Collegio, non è stata prospettata avanti ai giudici di merito alcuna questione di non-integrità dei processi di intelligenza e volontà.
L’argomento non regge.
Invero, se è ragionevole ritenere che, inizialmente, la diade “madre-nonno” possa aver agito in buona fede, sia pur secondo una falsa coscienza, nella scelta delle metodiche educative e nell’accurata attenzione nell’impedire contatti di ogni tipo al bambino, isolandolo nelle sicure “mura domestiche”, tale profilo soggettivo non aveva più motivo di sussistere dopo i ripetuti sinergici interventi correttivi di una pluralità di esperti e tecnici dell’età evolutiva e del disagio psichico ed i conformi interventi dell’autorità giudiziaria.
La persistenza, ciò nonostante, delle metodiche di iperaccudienza e di isolamento, in palese violazione delle indicazioni e delle prescrizioni, talora imposte e talora pure concordate, segnala, al di là di ogni ragionevole dubbio e secondo massime di comune esperienza, la pacifica ricorrenza in capo agli accusati della intenzionalità che connota il delitto ritenuto nei termini correttamente ribaditi dai giudici di merito.
2.3) Il trattamento sanzionatorio.
Con un quarto motivo i ricorrenti evidenziano l’illogicità della motivazione, posta a fondamento del trattamento sanzionatorio, con il riconoscimento di una condizione di supremazia del padre ricorrente sulla figlia, cui non è corrisposta una equa riduzione della sanzione per la donna, ed aòòa quale si è comunque accompagnata una motivazione sulle condotte successive dei condannati, desunta da una pronuncia di colpevolezza per fatti successivi e non coperta da giudicato.
Anche questo motivo non ha fondamento.
Il trattamento sanzionatorio paritario risulta efficacemente argomentato, già in primo grado, con riferimento al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, attribuite al nonno per la sua incensuratezza ed alla E. G. (con precedenti) per il ruolo in sottordine rispetto al padre.
Quanto al richiamo alla prosecuzione della condotta illecita, utilizzato dalla corte distrettuale per ribadire “ad abundantiam” le formulate argomentazioni, in punto di conferma della sanzione, valorizzando in proposito anche il dispositivo di una sentenza di condanna per lo stesso illecito (decisione non definitiva ed acquisita agli atti in appello dalla parte civile), va rammentato che il principio di non colpevolezza di cui all’art. 27, comma secondo, Cost., vieta di assumere appunto la “colpevolezza” a base di qualsivoglia provvedimento, fino a quando essa non sia stata definitivamente accertata, ma non vieta affatto di trarre elementi di valutazione sulla personalità dell’accusato dal fatto obiettivo della pendenza, a suo carico, di altri procedimenti penali. (Cass. pen. sez. 1, 4878/1997 Rv. 208342).
Bene pertanto di tale circostanza è stato fatto uso per valutare la personalità dei rei nell’esercizio del potere discrezionale nella determinazione della pena.
Il ricorso pertanto risulta infondato, valutata la conformità del provvedimento alle norme stabilite, nonché apprezzata la tenuta logica e coerenza strutturale della giustificazione che è stata formulata nelle conformi decisioni dei giudici di merito.
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Stalking su Facebook: è reato!
16 Giugno 2011 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
di Eleonora Bonaccorsi (Praticante Avvocato – Foro di Catania)
L’art. 612 bis c.p. disciplina il reato di stalking, la cui condotta tipica si concreta in comportamenti reiterati che, identificandosi in veri e propri atti persecutori tali da minare gravemente psicologicamente e fisicamente la vittima, ingenerano in essa la paura e il fondato timore di un pericolo concreto nei confronti propri e/o dei propri familiari, minacciandone dunque anche la sfera affettiva.
Quando la condotta descritta dalla norma è realizzata attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie, quali internet, posta elettronica, chat, sms e/o messaggistica istantanea, si parla di cyberstalking.
Il panorama legislativo in materia appare abbastanza scarno, complice in primo luogo il fatto che ciò che la normativa di riferimento prende in considerazione non è tanto la condotta in quanto tale, quindi il comportamento oggettivo, quanto piuttosto il danno psicologico causato nella vittima, dunque un elemento puramente soggettivo. Lo stato d’ansia permanente e il fondato timore cui la norma in questione fa riferimento perché si possa contestare il reato di stalking sono infatti situazioni prettamente psicologiche, difficili da accertare data l’essenza puramente soggettiva.
Se però la legge pecca nell’indicazione di criteri oggettivi, ai fini di una corretta analisi, la giurisprudenza non ignora la problematica. Meritevole di considerazione in tal senso è la recente decisione della Cassazione (Sent. 32404/2010) che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall’indagato, al quale il Tribunale di Potenza aveva contestato il reato di stalking ai danni dell’ex fidanzata, con la quale la relazione era da tempo conclusa e la cui fine non era stata accettata dal ricorrente. Il tribunale aveva correttamente individuato, secondo la Cassazione, la condotta integrante la fattispecie prevista dall’art. 612 bis, rilevando come le molestie reiterate, realizzate soprattutto attraverso l’uso di Internet e dei social network, Facebook nel caso di specie, arrivando persino all’utilizzo di filmati che ritraevano la vittima in intimità con l’indagato, inviati anche presso il luogo di lavoro della vittima, avessero provocato un senso di vergogna e ansia tali da costringere la donna a dimettersi.
Il giudice di legittimità, confermando la decisione del Tribunale circa la sussistenza dei presupposti che integrano il reato nel caso concreto, si presta dunque ad accogliere una visione estensiva dei comportamenti attraverso i quali la condotta criminosa si realizza e che si concretano in tutti quegli atti persecutori e ossessionanti, comunque posti in essere, dunque anche attraverso l’uso di strumenti telematici, che inducano la persona offesa a sentirsi tanto minacciata da dover modificare le proprie abitudini di vita, o che comunque provochino in essa gravi stati di ansia e paura.
La decisione della Cassazione conferma così la morfologia del reato tipizzato dalla norma come reato a forma libera, per cui la condotta non rileva in quanto tale, potendosi essa realizzare con qualsiasi modalità, ma perché idonea a realizzare almeno uno dei tre eventi contemplati dall’art. 612 bis c.p.. Sia tale, cioè, da “cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.
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La mamma ti assilla? Non è stalking!
27 Maggio 2011 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
Interessante e, per certi versi, divertente il caso di recente affrontato dal T.A.R. Lombardia davanti al quale la mamma di uno studente universitario aveva presentato ricorso.
La donna, preoccupata per il figlio, faceva appostamenti presso l’Università frequentata dal ragazzo, inviava posta indesiderata, faceva telefonate e tentava di aver un qualsiasi contatto con lui.
Lo studente, infastidito, denunciava pertanto la madre ed otteneva dal Questore un decreto di ammonimento per il reato di stalking.
La mamma denunciata proponeva quindi ricorso al T.A.R. della Lombardia per richiedere l’annullamento del provvedimento del Questore perché viziato da eccesso di potere e violazione di legge.
Il T.A.R., accogliendo il ricorso della donna, ha innanzitutto spiegato che lo stalking si configura allorquando un comportamento oggettivamente “minaccioso” o “molesto” venga posto in essere con condotte reiterate, tale da porre il contendente in una posizione di ingiustificata predominanza, da cui consegua uno specifico evento di danno (un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero, in alternativa, il fondato timore per la propria incolumità ovvero, sempre in alternativa, l’alterazione delle proprie abitudini di vita).
Successivamente il T.A.R. ha quindi affermato quanto segue:
“(…) Non si vede come possa integrare il presupposto appena descritto il tentativo di una madre di venire a conoscenza del luogo in cui abbia la residenza il figlio (chiedendo informazioni presso conoscenti); l’invio di due e-mail e due sms (tra l’altro, pare, non direttamente ma tramite l’intermediazione di un rappresentante della Curia); due colloqui svolti presso la Curia in presenza di terze persone; il carattere patrimoniale delle richieste (fondate o infondate che siano) avanzate da un genitore nei confronti del figlio, per quanto possano apparire bizzarre agli occhi di un estraneo; circa l’invio di numerosa corrispondenza indesiderata e l’inoltro di numerose chiamate all’utenza telefonica, poi, non vi è alcun riscontro probatorio in atti. Si tratta, peraltro, di condotte che, per numero e modalità, sono verosimilmente insuscettibili di comportare un “perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero il fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva”.
Oltre a fare difetto il profilo della reiterazione ossessiva di condotte vessatorie, sia l’idoneità a ingenerare il fondato timore per l’incolumità propria e del prossimo congiunto, il provvedimento di ammonimento è anche incongruo rispetto alle risultanze della istruttoria svolta (…)
In definitiva, il comportamento dell’amministrazione tradisce uno sviamento di potere. Il decreto di ammonimento non può essere utilizzato né quale strumento per ingerirsi in situazioni di pura conflittualità familiare, per quanto esasperata (sempreché, beninteso, non superi la soglia della persecutorietà); meno che meno tale strumento può essere utilizzato con funzione cautelare rispetto alla “pericolosità sociale” degli individui (che come la ricorrente abbiano compiuto un delitto assai grave), situazione quest’ultima rispetto alla quale l’ordinamento contempla altri strumenti e ben altre garanzie (…)”.
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Se sei agli arresti domiciliari non puoi comunicare tramite Facebook: così tuona la Cassazione
23 Aprile 2011 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
L’art. 284 del codice di procedura penale prevede che l’imputato sottoposto agli arresti domiciliari non possa allontanarsi dalla propria abitazione. Se necessario il Giudice può altresì vietare all’imputato agli arresti domiciliari di comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono.
La Cassazione (v. sentenza n. 37151/2010) ha di recente affermato che la generica prescrizione di “non comunicare con persone diverse dai familiari conviventi” va intesa nella accezione di divieto non solo di parlare con persone non della famiglia e non conviventi, ma anche di entrare in contatto con altri soggetti, dovendosi ritenere estesa, pur in assenza di prescrizioni dettagliate e specifiche, anche alle comunicazioni, sia vocali che scritte attraverso Internet.
La Cassazione ha altresì chiarito che “L’uso di Internet non può essere vietato tout court ove non si risolva in una comunicazione con terzi, comunque, attuata, ma abbia solamente funzione conoscitiva o di ricerca, senza di entrare in contatto, tramite il web, con altre persone.
La moderna tecnologia consente oggi un agevole scambio di informazioni anche con mezzi diversi dalla parola, tramite Web, e anche tale trasmissione di informazioni deve ritenersi ricompresa nel concetto di “comunicazione”, pur se non espressamente vietata dal giudice, dovendo ritenersi previsto nel generico “divieto di comunicare”, il divieto non solo di parlare direttamente, ma anche di comunicare, attraverso altri strumenti, compresi quelli informatici, sia in forma verbale che scritta o con qualsiasi altra modalità che ponga in contatto l’indagato con terzi (“pizzini”, gesti, comunicazioni televisive anche mediate, etc.)”
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Stalking: arresti domiciliatari per la moglie molestatrice
20 Aprile 2011 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
Lo scorso anno, una donna, accusata di comportamenti persecutori ex art. 612 bis c.p. nei confronti del marito, veniva sottoposta al divieto di avvicinamento a quest’ultimo.
Tuttavia la donna indagata, assolutamente incurante di tale provvedimento di divieto, aveva continuato a compiere atti vessatori nei confronti del marito mandandogli messaggi offensivi col telefono cellulare di un collega e diffondendo documenti contenenti accuse calunniose che riguardavano il presunto traffico di sostanze stupefacenti ad opera della intera famiglia.
A quel punto il Giudice per le Indagini Preliminari, su richiesta del Pubblico Ministero, disponeva la sostituzione della misura con quella degli arresti domiciliari, essendosi evidenziate più gravi esigenze cautelari.
Tale provvedimento veniva successivamente confermato con ordinanza sia dal Tribunale del Riesame, sia dalla Corte di Cassazione Penale con sentenza n. 15230 del 4 aprile 2011 nelle cui motivazioni si legge quanto segue:
“Il Tribunale ha invero convalidato l’assunto del Gip secondo cui le esigenze cautelari, già apprezzate in sede di applicazione della misura coercitiva ex art. 282 ter c.p.p., dovevano reputarsi aggravate essendo emerso, dopo la esecuzione della misura stessa, che l’indagata continuava a tenere comportamenti minacciosi e molesti in danno della persona offesa e dei familiari, tali da costituire ulteriori reiterazioni del reato in contestazione (…).
I giudici hanno infatti preso in considerazione in primo luogo i comportamenti della prevenuta, oggetto di denunzie a suo carico, e li hanno valutati nell’esercizio del potere proprio del giudice del merito, la cui decisione, come è noto, se plausibile, logica e non riscontrata affetta da palesi aporie o mancanze, si sottrae al sindacato di questa Corte.
Risponde d’altro canto a logica il ragionamento esposto dal Tribunale secondo cui materia di valutazione non può che essere il comportamento che positivamente si accerta a carico della indagata e non anche il fatto che, a seguito dei detti comportamenti in violazione di legge, non risultino denunzie ulteriori.
In altri termini è razionale e logico sostenere che il giudice valuta il comportamento dell’agente in ragione delle sue manifestazioni apprezzabili oggettivamente e non in ragione di quanto, non risultando positivamente accertato, non potrebbe che costruire oggetto di una presunzione arbitraria. In secondo luogo non può dirsi carente il giudizio del Tribunale sol perché non ha espressamente considerato tutti gli altri elementi – fatta eccezione per il certificato della ASL del quale si dirà – sottolineati dalla difesa a favore della ricorrente.
Si trattava infatti di elementi tutti preesistenti alla adozione della misura originaria e pertanto già considerati necessariamente all’atto della applicazione del primo divieto ex art. 282 ter c.p.p., sicché non può dirsi carente la motivazione per effetto della quale le nuove manifestazioni aggressive della L. siano state considerate sul presupposto implicito della esistenza di tutti i connotati soggettivi che la riguardavano (incensuratezza, pregressa attività lavorativa etc.) e che necessariamente sono stati reputati non influenti o comunque non decisivi. In terzo luogo il Tribunale risulta avere preso in considerazione anche la certificazione sanitaria rilasciata dal Centro di salute mentale ed ha reso, sul tema, una motivazione che presenta una evidente plausibilità e che pertanto si sottrae all’ulteriore sindacato della Cassazione.
Il Tribunale ha infatti dato atto che la indagata è risultata affetta da una patologia di tipo paranoideo che, da un lato, rappresenta una probabile chiave di lettura degli eventi al vaglio della accusa e, dall’altro, non è ritenuta del tutto risolta a causa della recente instaurazione della terapia: questa, essendo in corso, non ha prodotto effetti stabilizzati e non da garanzia della cessazione delle condotte aggressive e persecutorie ai danni della persona offesa.
Sul punto la difesa lamenta una illogicità della motivazione ma, sostanzialmente, propone una alternativa lettura della certificazione medica, non consentita dinanzi al giudice della legittimità.
Invero è da escludere che la certificazione sia stata oggetto di un travisamento, peraltro neppure denunciato dai ricorrenti, essendo evidente che il sanitario del centro di salute mentale ha espresso un giudizio di valore (sulla capacità contenitiva dei comportamenti impulsivi ad opera del trattamento farmacologico), in termini probabilistici e tali da essere devoluti al prudente apprezzamento del giudice. E il Tribunale a tale apprezzamento non si è sottratto, rendendo una valutazione del tutto razionale e plausibile allorché ha argomentato sulla permanenza della possibilità che la prevenuta, essendo in corso la terapia che oltretutto è su base volontaria, non sia del tutto al riparo dalle intemperanze già dimostrate.
Tali considerazioni rendono evidente anche la infondatezza della doglianza sulla asserita mancanza di motivazione riguardo alla possibilità di conseguire il beneficio della sospensione condizionale della pena.
Il giudizio del Tribunale sul punto non difetta di alcuno dei necessari presupposti di fatto ed è del tutto plausibile e coerente con le premesse, laddove si esprime per la non prevedibilità che alla prevenuta sia concesso il detto beneficio, a causa della propensione, già dimostrata, a reiterare condotte della stessa specie di quella per la quale si procede”.
Oppure compilate questo form.
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La mamma non può abbandonare i figli, neppure quando il marito è violento
15 Aprile 2011 | Autore: Patrizia D'Arcangelo
La Suprema Corte ha di recente affermato che l’indole violenta del marito non può giustificare l’abbandono dei figli da parte della mamma.
La donna è stata quindi condannata ai sensi dell’art. 570, primo comma cod. pen. per aver abbandonato il domicilio domestico sottraendosi agli obblighi di assistenza nei confronti dei quattro figli minorenni.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 21 dicembre 2010 – 16 marzo 2011, n. 10745
Presidente Mannino– Relatore Conti
1. Con la sentenza in epigrafe, la Corte di appello di Campobasso confermava la sentenza in data 1 febbraio 2008 del Tribunale di Larino, sezione distaccata di Termoli, con la quale L.A.M. veniva condannata alla pena di mesi due di reclusione ed Euro 200 di multa in quanto responsabile del reato di cui all’art. 570 (comma primo) cod. pen., per avere abbandonato il domicilio domestico sottraendosi agli obblighi di assistenza nei confronti dei quattro figli minori (in … ).
2. Osservava la Corte di appello che, seppure l’allontanamento dal domicilio domestico poteva ritenersi dovuto al timore della L. di un pregiudizio alla incolumità fisica in relazione alla condotta violenta del marito, da lei denunciato in precedenza per lesioni personali, non poteva invece essere giustificato il completo disinteresse della imputata nei confronti dei figli minori, durato per circa quattro anni, nel corso della quale la stessa non aveva mantenuto alcun contatto con i figli, neppure mediante telefonate. Tale condotta integrava appieno la fattispecie di cui al primo comma dell’art. 570 cod. pen..
3. Ricorre per cassazione l’imputata, a mezzo del difensore avv. Carmine Verde, che, con un unico motivo, denuncia la violazione dell’art. 570 cod. pen, e il vizio di motivazione in punto di configurabilità del reato contestato, osservando che, pacifico essendo che la L. era stata costretta a lasciare il domicilio domestico per la condotta violenta del marito, doveva ritenersi per la medesima ragione scriminato il suo mancato rientro in famiglia, e che, d’altra parte, la stessa non aveva mai cessato di informarsi sulle condizioni di vita dei figli.
1. Il motivo di ricorso appare inammissibile, in quanto la ricorrente si limita genericamente a criticare la sentenza impugnata, senza tenere conto delle pertinenti considerazioni in essa svolte, in particolare con riferimento alla assenza di giustificazione di una condotta di totale disinteresse verso i figli mostrata dall’imputata per circa quattro anni, che non poteva essere scusata facendosi esclusivamente leva sul timore in cui essa versava per l’indole violenta del marito.
2. Tuttavia, a norma dell’art. 609, comma 2, cod. proc. pen., la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla Corte di appello di Salerno in punto di determinazione della pena, illegalmente stabilita dai giudici di merito in quella detentiva congiuntamente a quella pecuniaria, pur essendosi ritenuta sussistente nella specie l’ipotesi di cui al primo comma dell’art. 570 cod. pen., che prevede in via alternativa la pena della reclusione e quella della multa.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla pena e rinvia alla Corte di appello di Salerno per la determinazione della stessa.
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References: sentenza 
 Cass. 
 Cass. Sez. 
 art.62
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 572
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 572
 sentenza 
 sentenza 
 art. 612
 sentenza 
 art. 282
 art. 282
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza