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Timestamp: 2019-04-26 14:31:30+00:00

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﻿ Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|25 novembre 2015| n. 46653Integrale Principio di legalità della pena - Giudizio abbreviato - Traffico illecito di stupefacenti - Giudizio di rinvio - Trattamento sanzionatorio - Definitività delle statuizioni sulla responsabilità - Ricorso manifestamente infondato - Mancanza di censure sul trattamento sanzionatorio - Modifiche normative di attenuazione della pena sopravvenute - Pena contenuta entro i nuovi limiti edittali - Rilevabilità di ufficio in sede di legittimità - Questione - Rimessione alle sezioni unite . La Terza Sezione, nell'ordinanza ricordata, indica poi gli orientamenti giurisprudenziali di legittimita' che si sono formati a seguito di questa evoluzione normativa e ricorda come sia stata data risposta positiva al quesito della rilevabilita' d'ufficio "della nullita' sopravvenuta della sentenza impugnata in conseguenza della dichiarazione di illegittimita' costituzionale di una norma attinente alla determinazione della pena anche in caso di inammissibilita' del ricorso per manifesta infondatezza ed in assenza di specifica doglianza"; analoga risposta e' stata data nel caso di "nullita' sopravvenuta della sentenza impugnata in conseguenza di una modifica normativa incidente in misura rilevante sui limiti sanzionatori sia minimi che massimi" e, nel caso di applicazione della disciplina prevista dell'articolo 73, comma 5, ricordato, "laddove la pena-base sia stata determinata nel provvedimento impugnato in termini sensibilmente distanti dai limiti minimi edittali si' da comportare una rivoluzione globale del fatto". - Avvocato Penalista Bologna Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|25 novembre 2015| n. 46653IntegralePrincipio di legalità della pena - Giudizio abbreviato - Traffico illecito di stupefacenti - Giudizio di rinvio - Trattamento sanzionatorio - Definitività delle statuizioni sulla responsabilità - Ricorso manifestamente infondato - Mancanza di censure sul trattamento sanzionatorio - Modifiche normative di attenuazione della pena sopravvenute - Pena contenuta entro i nuovi limiti edittali - Rilevabilità di ufficio in sede di legittimità - Questione - Rimessione alle sezioni unite. La Terza Sezione, nell'ordinanza ricordata, indica poi gli orientamenti giurisprudenziali di legittimita' che si sono formati a seguito di questa evoluzione normativa e ricorda come sia stata data risposta positiva al quesito della rilevabilita' d'ufficio "della nullita' sopravvenuta della sentenza impugnata in conseguenza della dichiarazione di illegittimita' costituzionale di una norma attinente alla determinazione della pena anche in caso di inammissibilita' del ricorso per manifesta infondatezza ed in assenza di specifica doglianza"; analoga risposta e' stata data nel caso di "nullita' sopravvenuta della sentenza impugnata in conseguenza di una modifica normativa incidente in misura rilevante sui limiti sanzionatori sia minimi che massimi" e, nel caso di applicazione della disciplina prevista dell'articolo 73, comma 5, ricordato, "laddove la pena-base sia stata determinata nel provvedimento impugnato in termini sensibilmente distanti dai limiti minimi edittali si' da comportare una rivoluzione globale del fatto".
da Armaroli | Gen 30, 2019 | avvocato difesa penale, AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA FORLI RAVENNA CESENA, News | 0 commenti
Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|25 novembre 2015| n. 46653Integrale
Principio di legalità della pena – Giudizio abbreviato – Traffico illecito di stupefacenti – Giudizio di rinvio – Trattamento sanzionatorio – Definitività delle statuizioni sulla responsabilità – Ricorso manifestamente infondato – Mancanza di censure sul trattamento sanzionatorio – Modifiche normative di attenuazione della pena sopravvenute – Pena contenuta entro i nuovi limiti edittali – Rilevabilità di ufficio in sede di legittimità – Questione – Rimessione alle sezioni unite
. La Terza Sezione, nell’ordinanza ricordata, indica poi gli orientamenti giurisprudenziali di legittimita’ che si sono formati a seguito di questa evoluzione normativa e ricorda come sia stata data risposta positiva al quesito della rilevabilita’ d’ufficio “della nullita’ sopravvenuta della sentenza impugnata in conseguenza della dichiarazione di illegittimita’ costituzionale di una norma attinente alla determinazione della pena anche in caso di inammissibilita’ del ricorso per manifesta infondatezza ed in assenza di specifica doglianza”; analoga risposta e’ stata data nel caso di “nullita’ sopravvenuta della sentenza impugnata in conseguenza di una modifica normativa incidente in misura rilevante sui limiti sanzionatori sia minimi che massimi” e, nel caso di applicazione della disciplina prevista dell’articolo 73, comma 5, ricordato, “laddove la pena-base sia stata determinata nel provvedimento impugnato in termini sensibilmente distanti dai limiti minimi edittali si’ da comportare una rivoluzione globale del fatto”.
3.3. Con riferimento alla sentenza di applicazione della pena ai sensi dell’articolo 444 c.p.p., l’ordinanza ricorda poi l’orientamento secondo cui non e’ illegale la pena applicata nel previgente assetto normativo “qualora questa sia stata commisurata in misura prossima al minimo edittale rimasto normativamente immutato” e rileva che sono state pronunziate sentenze di annullamento senza rinvio in casi in cui la sentenza di merito “abbia applicato una pena utilizzando quale riferimento i parametri edittali previsti dalla disciplina poi dichiarata incostituzionale”. Ed e’ oggi incontroverso che il principio di legalita’ della pena riguarda non solo la pena principale ma tutte le ulteriori misure che, in qualche modo, incidono sulla liberta’ personale e sulla dignita’ della persona (per es. le pene accessorie: si veda in questo senso la recente sentenza Sez. U, n. 6240 del 27/11/2014, dep. 2015, Basile, Rv. 262327, che ha ritenuto rilevabile dal giudice dell’esecuzione l’applicazione di una pena accessoria illegale).
Il principio nulla poena sine lege e’ poi previsto dall’articolo 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle liberta’ fondamentali ed e’ scolpito nella rubrica della norma che presenta un titolo inequivoco “Nessuna pena senza legge.”
E veniamo dunque al tema che piu’ direttamente riguarda la soluzione del primo quesito a cui le Sezioni Unite sono chiamate a dare una risposta: quale sia il contenuto concreto del principio di legalita’ della pena e se possa ritenersi illegale una pena inflitta in base ad un quadro normativo sanzionatorio, successivamente mutato in senso favorevole all’imputato, se la pena risulti comunque formalmente compatibile anche con la nuova forbice edittale prevista per il reato.
Con sentenza del 19 settembre 2008 il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Bari, all’esito del giudizio abbreviato (oltre ad altre pronunzie che piu’ non rilevano nel presente giudizio) condannava (OMISSIS) – per vari episodi concernenti il traffico illecito di sostanze stupefacenti (capi 91, 107 e 144 dell’imputazione) commessi in (OMISSIS) fino all'(OMISSIS) – alla pena di anni quattro, mesi otto di reclusione ed euro 20.000,00 di multa.
Contro la sentenza da ultimo indicata ha proposto ricorso personalmente (OMISSIS) che ha dedotto due motivi di censura: con il primo deduce il vizio di motivazione per non avere, il giudice del rinvio, motivato sulla responsabilita’ del ricorrente; con il secondo motivo il ricorrente si duole della mancanza di motivazione in relazione “al rigetto del riconoscimento delle attenuanti generiche”.
La Terza Sezione penale, cui il ricorso era stato assegnato, con ordinanza del 17 marzo 2015, lo ha rimesso alle Sezioni Unite.
Nella medesima ordinanza si afferma poi testualmente che “nessuna posizione risulta invece essere stata assunta con riferimento ad una pena legale – in quanto ricompresa nella forbice edittale applicabile – inflitta in riferimento a fattispecie attenuata dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, articolo 73, ex comma 5, in riferimento alle modifiche normative piu’ favorevoli intervenute medio tempore anche laddove il ricorso sia inammissibile per manifesta infondatezza o genericita’ dei motivi”.
Si rileva infine nell’ordinanza, che “la reviviscenza della Legge n. 309 del 1990 nel suo testo originario precedente alla Legge n. 49 del 2006” comporta per l’ipotesi in esame la necessita’ di applicazione del piu’ favorevole regime previsto dalla nuova disciplina per le “droghe pesanti” e pone quindi il problema della possibilita’ di applicare d’ufficio la disciplina prevista dell’articolo 2 c.p., comma 4, anche nel caso di ricorso inammissibile e – indipendentemente dalla circostanza che la pena inflitta possa essere considerata illegale – anche nell’ipotesi in cui tale pena si collochi all’interno della forbice attuale e piu’ favorevole.
La questione rimessa alle Sezioni Unite puo’ essere cosi’ formulata:
Prima di affrontare i problemi indicati e’ opportuno procedere ad una sintetica ricostruzione preliminare dell’evoluzione storica che ha condotto alle odierne concezioni che riguardano l’ambito di applicazione del principio di legalita’ della pena oggi ritenuto ricompreso in un piu’ ampio principio di legalita’ (nullum crimen sine lege).
I principi in esame non furono del tutto ignorati dalle legislazioni piu’ antiche (dal diritto romano in poi) in alcuna delle quali pero’ li si affermo’ mai in modo organico ed anzi – con l’ammissione costante dell’uso dell’analogia e del diritto consuetudinario nel diritto penale (che peraltro, ancor oggi, e’ posto a fondamento degli ordinamenti processuali di common law pur con forme diverse di garanzia per i diritti della persona) – formarono oggetto di costante disapplicazione.
Cosi’ stando le cose sarebbe apparso naturale che l’assemblea costituente dovesse riconoscere senza discussione l’introduzione nella Costituzione dei principi nullum crimen sine lege e nulla poena sine lege.
Si tratta peraltro di lacune che la dottrina ha presto contribuito a colmare pur in presenza di significative resistenze. In particolare, per il principio che interessa (ma per il divieto di analogia si e’ verificato un processo analogo), si e’ da subito rilevato che l’uso della locuzione “nessuno puo’ essere punito” usata nell’articolo 25, comma 2 – ed in particolare l’uso del verbo “punire” che contiene un duplice riferimento all’affermazione di responsabilita’ e alla individuazione delle conseguenze che ne derivano – non puo’ riferirsi esclusivamente al reato ma debba estendersi anche alla pena.
Accertato dunque che il principio di legalita’ della pena ha acquisito valore costituzionale si tratta adesso di verificare quale sia il contenuto del medesimo principio al fine di accertare se, nel nostro caso, si sia verificata una sua violazione.
Questa costruzione potrebbe essere seriamente messa in dubbio (quanto meno sotto il profilo della legittimita’ costituzionale) se il giudice della cognizione – e quindi anche quello di legittimita’ – non disponesse di alcuno strumento normativo per ricondurre a giustizia una pena irrogata con riferimento ad un quadro normativo mutato in favore dell’imputato perche’ cio’ porrebbe in discussione la compatibilita’ di questo sistema, oltre che col diritto convenzionale della CEDU, anche con il nostro sistema costituzionale sotto ulteriori e diversi principi rispetto a quello previsto dall’articolo 25 Cost., comma 2, (uguaglianza, ragionevolezza, proporzionalita’, principio di rieducazione).
Nel nostro caso ci troviamo in presenza di una successione di norme che hanno modificato, in senso favorevole all’imputato, il trattamento sanzionatorio (sicuramente nel determinare la pena ma anche, nella quasi totalita’ dei casi ipotizzabili, nel rendere autonoma la fattispecie riguardante il caso di lieve entita’).
Il problema che si pone all’esame delle Sezioni Unite e’ invece quello di verificare se questo sindacato sia ancora possibile quando il ricorso e’ inammissibile ovvero se, a questa soluzione, osti la formazione del giudicato che, si afferma, dovrebbe conseguire all’inammissibilita’ dell’impugnazione.
Le tappe di questo percorso erosivo dell’intangibilita’ del giudicato sono molteplici e ad esse e’ sufficiente accennare. Gia’ l’entrata in vigore della Costituzione del 1948 ha mutato le coordinate per la soluzione del problema. La tutela dei diritti inviolabili dell’uomo (articolo 2) e le previsioni contenute negli articoli da 24 e 27 non potevano che rendere piu’ flessibile il giudicato ogni volta che la sua intangibilita’ avesse provocato una lesione dei principi affermati in queste norme costituzionali.
Numerose e rilevanti sono anche le innovazioni normative di natura processuale che si sono susseguite nel tempo, anche successivamente all’entrata in vigore del codice di rito vigente, erodendo ulteriormente i vincoli derivanti dall’intangibilita’ del giudicato: esemplificativamente possono ricordarsi la possibilita’ di applicare, nella fase dell’esecuzione, la disciplina del concorso formale e della continuazione (articolo 671 c.p.p.); il ricorso straordinario per cassazione per errore materiale o di fatto (articolo 625 bis c.p.p.); l’ampliamento dei casi di restituzione nel termine previsti dall’articolo 175 c.p.p.; la rescissione del giudicato (articolo 625 ter c.p.p.) di recente introduzione ad opera della Legge n. 67 del 2014.
Quali conclusioni possono trarsi da questa evoluzione normativa e giurisprudenziale?
E’ necessario adesso soffermarsi su un altro aspetto, rilevante e decisivo, che costituisce il passaggio successivo ai fini della soluzione della questione proposta.
Di ben maggiore peso e’ l’argomentazione che si ricava dall’inquadramento della violazione sopravvenuta in esame tra le violazioni dei diritti fondamentali della persona che impongono anche al giudice, in base alla giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte Europea dei diritti dell’uomo, di eliminare le conseguenze di tali violazioni; e tra queste violazioni non puo’ non essere inclusa, per le ragioni gia’ indicate, quella di vedersi applicato un trattamento sanzionatorio sfavorevole in presenza di innovazioni normative che l’hanno mitigato.
Si e’ gia’ ricordato, pur dovendosi dare atto della diversita’ delle ipotesi specifiche esaminate, il caso, recentemente deciso dalle Sezioni Unite, nel quale e’ stata ritenuta rilevabile d’ufficio l’illegalita’ della pena applicata con la sentenza di patteggiamento per il reato di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, articolo 73riferito alle droghe “leggere” (v. la gia’ citata sentenza Jazouli) anche se, in questo caso, la decisione si ricollega all’intervenuta dichiarazione di incostituzionalita’ di cui si e’ in precedenza parlato.
Del resto, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale (v. la sentenza, gia’ citata, n. 393 del 2006), anche la possibilita’ di escludere per legge la retroattivita’ della norma penale piu’ favorevole incontra limiti assai rigorosi e puo’ essere consentita solo in ipotesi estreme o comunque assai limitate.
In conseguenza delle considerazioni svolte va dunque enunciato il seguente principio di diritto:
Non puo’ invece essere dichiarata l’estinzione dei reati per i quali e’ intervenuta condanna malgrado sia ormai decorso il termine di prescrizione previsto dalla legge.
La sentenza impugnata deve quindi essere annullata con rinvio, per una nuova determinazione della pena in base ai criteri indicati, ad altra sezione della Corte di appello di Bari.
346 cod. pen. e 346 bis cod. pen.

References: sentenza 
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 articolo 73
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