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Timestamp: 2017-10-20 17:55:03+00:00

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Serbia condannata: nessuno sforzo per l'esecuzione di una sentenzaDiritti Europa
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Posted by: Aurora Licci in Categorie Violazioni CEDU, Diritto ad un equo processo, I diritti in Europa, In evidenza 4 maggio 2012
Giusto Processo – Sentenza Bobic’ v. Bosnia and Herzegovina, 3 maggio 2012
Ancora oggi in Serbia si accusano i contraccolpi della guerra etnica che sul finire del XX secolo ha devastato tragicamente le vite di milioni di persone. Non a caso ci troviamo ad esaminare la vicenda di Amira Bobić , cittadina della Bosnia Erzegovina nata a Bijeljina nel 1957, che dal 1979 sino al 1992 lavora come ragioniere in una ditta di catering presso la sua città natale, oggi appartenente alla Repubblica Serba.
IL CASO – Dal 1992 al 1995 l’azienda catering respinge tutti i suoi dipendenti di origine bosniaca o croata, tra cui la ricorrente Bobic, con la seguente motivzione:
“Data la particolare natura dei servizi prestati dalla società, tutti i dipendenti di origine bosniaca e croata non dovrebbero più venire a lavorare dal 22 luglio 1992″
A seguito dell’infelice notizia Amira Bobić ricorre per vie legali ma senza successo; decide allora di fare appello nel maggio 2000 alla Camera dei diritti Umani – organismo istituito ai sensi dell’allegato 6 dell’accordo del 1995 che si inserisce nel General Framework Agreement for Peace, con il quale si pose fine alla guerra jugoslava-.
Dal giugno 2007 avendo la Corte costituzionale erediatato i casi della Camera dei Diritti Umani, giudicando nel merito, riguardo la questione della Sig.ra Bobic, ordina alla repubblica Serba:
di garantire la reintegrazione sul posto di lavoro entro tre mesi;
di pagare lo stipendio per il periodo che va dal 13 dicembre 1996, momento in cui la ricorrente ha avviato un procedimento civile contro l’azienda fino al 27 giugno 2007. Stabilisce anche che vengano corrisposti gli interessi di mora al tasso legale, e tutti i benefici legati al lavoro fino alla sua reintegrazione;
da ultimo, il pagamento di 20 marchi bosniaci (MBA) per ogni giorno lavorativo a partire dalla data della sentenza sino al giorno di reintegro.
Il problema si presenta nel momento in cui la risposta della società di catering in sostanza si può tradurre come un palese rifiuto all’esecuzione della sentenza.
Le motivazioni addotte riguardano l’inesistenza concreta del posto di lavoro, e la totale irresponsabilità di rispettare la decisione, poichè l’azienda, a suo tempo, non era stata parte del procedimento dinnanzi alla Corte costituzionale.
Inutile lo sprone che il 23 ottobre 2007 arriva dalla Repubblica Serba ai sensi dell’art.56 del Regolamento della Corte costituzionale.
Nonostante l’atteggiamento ostile dell’azienda ad adempire gli obblighi di legge, la Repubblica Serba versa alla ricorrente 16,807.47 BAM, ed in più l’importo di 20 BAM per ogni giorno lavorativo.
La Corte Costituzionale accoglie il motivo avanzato dalla ditta presso cui prestava lavoro la Bobic.
CORTE EDU – non potendo in alcun modo usufruire di vie alternative, la Bobic, per far valere i propri diritti si rivolge in Corte EDU.
Lamentando la mancata esecuzione di una decisione definitiva ed esecutiva della Corte Costituzionale a suo favore, invoca l’art.6 della Convenzione e l’art.1 del Protocollo n.1 alla Convenzione.
La Repubblica Serba, ha adempiuto per il terzo ordine, mentre ha mancato per quanto riguarda il primo ovvero la reintegrazione, ed il secondo nonché il pagamento dello stipendio dal13 dicembre 1996 al 27 giugno 2007 con annessi interessi di mora al tassolegale, i vantaggi professionali.
Nel momento il cui uno stato non riesce a far rispettare una sentenza, può andare incontro a a sanzioni ex art.6.1, nel caso di specie la Repubblica Serba, a tal proposito non ha offerto alla corte alcuna giustificazione. C’è dunque per la Corte violazione dell’ art 6 CEDU e del Protocollo n.1 alla Convenzione.
Ora, andando al punto della questione, i licenziamenti di massa vengono effettuati dalla ditta per un solo ed unico motivo, ossia per ragioni etniche, difatti la ricorrente Bobic sostiene la violazione anche dell’art.14 in combinato disposto con l’art.1 del Protocollo n.12 della Convenzione. La Bobic lamenta il fatto di esser stata discriminata in base alla sua origine etnica.
La Corte tuttavia rigetta la domanda perchè la ricorrente non è riuscita a produrre in giudizio elementi di prova sufficienti, in pratica non ha dimostrato che una persona nella sua simile situazione abbia subito un trattamento diverso.
In conclusione la Corte condanna il Governo Serbo al pagamento del debito nei confronto dellla Bobic stabilito dalla Corte costituzionale nella sentenza del 27 giugno 2007, le accorda anche 6000 euro a titolo di risarcimento e 1700 euro per le spese sostenute dinnanzi alla Corte.
Nonostante l’mpossibilità per la Boibic di provare il motivo reale del suo licenziamento, a causa dell’ostativo onere della prova, la ricorrente riesce ad ottenere giustizia, ma sicuramente per coloro che avrebbero dovuto vigilare, si tratta di un surrogato.
La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Bobic’ v. Bosnia and Herzegovina del 3 maggio 2012.
Art 1 Protocollo 1 Art 1 Protocollo 12 Art 6 CEDU Lech Garlicki Quarta Sezione Serbia	2012-05-04
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