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Timestamp: 2019-08-18 17:52:07+00:00

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CGUE: è obbligatorio misurare la durata dell’orario di lavoro giornaliero di ciascun dipendente.
Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori – Organizzazione dell’orario di lavoro – Articolo 31, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Direttiva 2003/88/CE – Articoli 3 e 5 – Riposo giornaliero e settimanale – Articolo 6 – Durata massima dell’orario settimanale di lavoro – Direttiva 89/391/CEE – Sicurezza e salute dei lavoratori sul lavoro – Obbligo di istituire un sistema che consenta la misurazione della durata dell’orario di lavoro giornaliero svolto da ciascun lavoratore
Corte di Giustizia, Grande Sezione, sentenza 14 maggio 2019, causa C-55/18 (*)
«Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori – Organizzazione dell’orario di lavoro – Articolo 31, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Direttiva 2003/88/CE – Articoli 3 e 5 – Riposo giornaliero e settimanale – Articolo 6 – Durata massima dell’orario settimanale di lavoro – Direttiva 89/391/CEE – Sicurezza e salute dei lavoratori sul lavoro – Obbligo di istituire un sistema che consenta la misurazione della durata dell’orario di lavoro giornaliero svolto da ciascun lavoratore»
1 La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 31, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (in prosieguo: la «Carta»), degli articoli 3, 5, 6, 16 e 22 della direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro (GU 2003, L 299, pag. 9), dell’articolo 4, paragrafo 1, dell’articolo 11, paragrafo 3, e dell’articolo 16, paragrafo 3, della direttiva 89/391/CEE del Consiglio, del 12 giugno 1989, concernente l’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro (GU 1989, L 183, pag. 1).
4. Le disposizioni della direttiva [89/391] si applicano pienamente alle materie contemplate al paragrafo 2, fatte salve le disposizioni più vincolanti e/o specifiche contenute nella presente direttiva».
3. Devono trascorrere almeno dodici ore tra la fine di un periodo di lavoro e l’inizio del periodo seguente.
«1. Costituiscono ore di lavoro straordinario le ore di lavoro prestate oltre la durata massima dell’orario di lavoro ordinario stabilita in conformità all’articolo che precede. (...)
2. Il numero di ore di lavoro straordinario non può eccedere le 80 ore all’anno (...)
4. La prestazione di ore di lavoro straordinario è volontaria, salvo che la loro effettuazione sia stata stabilita in un contratto collettivo o in un contratto individuale di lavoro, nei limiti previsti nel paragrafo 2.
5. Ai fini del calcolo delle ore di lavoro straordinario, l’orario di lavoro di ciascun lavoratore è registrato di giorno in giorno e totalizzato al momento fissato per il pagamento della retribuzione, consegnando al lavoratore una copia del consuntivo nel giustificativo del versamento corrispondente».
23 L’Audiencia Nacional (Corte centrale) rileva anche che la Deutsche Bank non si è conformata alla domanda dell’Inspección de Trabajo y Seguridad Social de las provincias de Madrid y Navarra (Ispettorato del lavoro e della previdenza sociale delle province di Madrid e di Navarra, Spagna) (in prosieguo: l’ «Ispettorato del lavoro») di istituire un sistema di registrazione dell’orario di lavoro giornaliero svolto e che quest’ultimo ha successivamente redatto un verbale di accertamento con proposta di sanzione. Tale proposta di sanzione è stata tuttavia esclusa a seguito della sentenza del Tribunal Supremo (Corte suprema) del 23 marzo 2017, citata al punto 21 della presente sentenza.
29 Con le sue questioni, che occorre esaminare congiuntamente, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se gli articoli 3, 5, 6, 16 e 22 della direttiva 2003/88, in combinato disposto con l’articolo 4, paragrafo 1, l’articolo 11, paragrafo 3, e l’articolo 16, paragrafo 3, della direttiva 89/391, e con l’articolo 31, paragrafo 2, della Carta, debbano essere interpretati nel senso che ostano ad una normativa di uno Stato membro che, secondo l’interpretazione che ne è data dalla giurisprudenza nazionale, non impone ai datori di lavoro l’obbligo di istituire un sistema che consenta la misurazione della durata dell’orario di lavoro giornaliero svolto da ciascun lavoratore.
30 In via preliminare, occorre ricordare che il diritto di ciascun lavoratore a una limitazione della durata massima del lavoro e a periodi di riposo giornaliero e settimanale non solo costituisce una norma del diritto sociale dell’Unione che riveste una particolare importanza, ma è anche espressamente sancito all’articolo 31, paragrafo 2, della Carta, cui l’articolo 6, paragrafo 1, TUE riconosce il medesimo valore giuridico dei Trattati (v., in tal senso, sentenze del 5 ottobre 2004, Pfeiffer e a., da C 397/01 a C 403/01, EU:C:2004:584, punto 100, e del 6 novembre 2018, Max-Planck-Gesellschaft zur Förderung der Wissenschaften, C 684/16, EU:C:2018:874, punto 20).
31 Le disposizioni della direttiva 2003/88, in particolare gli articoli 3, 5 e 6, precisano tale diritto fondamentale e devono pertanto essere interpretate alla luce di quest’ultimo (v., in tal senso, sentenze dell’11 settembre 2014, A, C 112/13, EU:C:2014:2195, punto 51 e giurisprudenza citata, e del 6 novembre 2018, Bauer e Willmeroth, C 569/16 e C 570/16, EU:C:2018:871, punto 85).
32 In particolare, con l’intento di garantire l’osservanza di tale diritto fondamentale, le disposizioni della direttiva 2003/88 non possono essere oggetto di interpretazione restrittiva a scapito dei diritti che il lavoratore trae da quest’ultima (v., per analogia, sentenza del 6 novembre 2018, Bauer e Willmeroth, C 569/16 e C 570/16, EU:C:2018:871, punto 38 e giurisprudenza citata).
36 Fatta questa precisazione, occorre ricordare che l’obiettivo della direttiva 2003/88 è fissare prescrizioni minime destinate a migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori mediante un ravvicinamento delle disposizioni nazionali riguardanti, in particolare, la durata dell’orario di lavoro (v., segnatamente, sentenze del 26 giugno 2001, BECTU, C 173/99, EU:C:2001:356, punto 37; del 10 settembre 2015, Federación de Servicios Privados del sindicato Comisiones obreras, C 266/14, EU:C:2015:578, punto 23, e del 20 novembre 2018, Sindicatul Familia Constanţa e a., C 147/17, EU:C:2018:926, punto 39).
37 Tale armonizzazione a livello dell’Unione europea in materia di organizzazione dell’orario di lavoro è intesa a garantire una migliore protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori, facendo godere a questi ultimi periodi minimi di riposo – in particolare giornaliero e settimanale – e periodi di pausa adeguati, e prevedendo un limite massimo per la durata settimanale del lavoro (v., in particolare, sentenze del 5 ottobre 2004, Pfeiffer e a., da C 397/01 a C 403/01, EU:C:2004:584, punto 76; del 25 novembre 2010, Fuß, C 429/09, EU:C:2010:717, punto 43, e del 10 settembre 2015, Federación de Servicios Privados del sindicato Comisiones obreras, C 266/14, EU:C:2015:578, punto 23).
38 In conformità alle disposizioni degli articoli 3 e 5 della direttiva 2003/88, gli Stati membri sono pertanto tenuti a prendere le misure necessarie affinché ogni lavoratore benefici, rispettivamente, nel corso di ogni periodo di ventiquattro ore, di un periodo minimo di riposo di undici ore consecutive e, per ogni periodo di sette giorni, di un periodo minimo di riposo ininterrotto di ventiquattro ore cui si sommano le undici ore di riposo giornaliero previste al citato articolo 3 (sentenza del 7 settembre 2006, Commissione/Regno Unito, C 484/04, EU:C:2006:526, punto 37).
39 Inoltre, l’articolo 6, lettera b), della direttiva 2003/88 impone agli Stati membri l’obbligo di prevedere un limite di 48 ore alla durata media settimanale di lavoro, limite massimo che, come espressamente precisato, include le ore di straordinario, e che, al di fuori dell’ipotesi, non pertinente nel caso di specie, prevista all’articolo 22, paragrafo 1, di tale direttiva, non può in alcun caso essere derogato, neppure con il consenso del lavoratore interessato (v., in tal senso, sentenza del 25 novembre 2010, Fuß, C 429/09, EU:C:2010:717, punto 33 e giurisprudenza citata).
40 Al fine di garantire la piena efficacia della direttiva 2003/88, è pertanto necessario che gli Stati membri garantiscano il rispetto di tali periodi minimi di riposo e impediscano ogni superamento della durata massima settimanale del lavoro (sentenza del 14 ottobre 2010, Fuß, C 243/09, EU:C:2010:609, punto 51 e giurisprudenza citata).
41 È senz’altro vero che gli articoli 3 e 5 e l’articolo 6, lettera b), della direttiva 2003/88 non determinano le modalità concrete con le quali gli Stati membri devono garantire l’attuazione dei diritti da essi previsti. Come emerge dalla loro stessa formulazione, le succitate disposizioni affidano agli Stati membri il compito di adottare dette modalità, adottando le «misure necessarie» a tale scopo (v., in tal senso, sentenza del 26 giugno 2001, BECTU, C 173/99, EU:C:2001:356, punto 55).
42 Sebbene gli Stati membri dispongano quindi di un potere discrezionale a tal fine, ciò non toglie che, tenuto conto dell’obiettivo essenziale perseguito dalla direttiva 2003/88, consistente nel garantire una protezione efficace delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, e una migliore tutela della loro sicurezza e della loro salute, essi sono tenuti a garantire che l’effetto utile di tali diritti sia integralmente assicurato, facendoli beneficiare effettivamente dei periodi minimi di riposo giornaliero e settimanale e del limite massimo della durata media settimanale di lavoro previsti da tale direttiva (v., in tal senso, sentenze del 1º dicembre 2005, Dellas e a., C 14/04, EU:C:2005:728, punto 53; del 7 settembre 2006, Commissione/Regno Unito, C 484/04, EU:C:2006:526, punti 39 e 40, e del 14 ottobre 2010, Fuß, C 243/09, EU:C:2010:609, punto 64).
43 Ne consegue che le modalità definite dagli Stati membri per garantire l’attuazione delle prescrizioni della direttiva 2003/88 non devono essere tali da svuotare di contenuto i diritti sanciti all’articolo 31, paragrafo 2, della Carta, agli articoli 3 e 5 e all’articolo 6, lettera b), della direttiva in parola (v., in tal senso, sentenza del 7 settembre 2006, Commissione/Regno Unito, C 484/04, EU:C:2006:526, punto 44).
44 A detto proposito, occorre ricordare che il lavoratore dev’essere considerato la parte debole nel rapporto di lavoro, cosicché è necessario impedire al datore di lavoro di disporre della facoltà di imporgli una restrizione dei suoi diritti (sentenze del 5 ottobre 2004, Pfeiffer e a., da C 397/01 a C 403/01, EU:C:2004:584, punto 82; del 25 novembre 2010, Fuß, C 429/09, EU:C:2010:717, punto 80, e del 6 novembre 2018, Max-Planck-Gesellschaft zur Förderung der Wissenschaften, C 684/16, EU:C:2018:874, punto 41).
45 Parimenti, si deve rilevare che, tenuto conto di tale situazione di debolezza, un lavoratore può essere dissuaso dal far valere espressamente i suoi diritti nei confronti del suo datore di lavoro, dal momento che, in particolare, la loro rivendicazione potrebbe esporlo a misure adottate da quest’ultimo in grado di incidere sul rapporto di lavoro in danno di detto lavoratore (v., in tal senso, sentenze del 25 novembre 2010, Fuß, C 429/09, EU:C:2010:717, punto 81, e del 6 novembre 2018, Max-Planck-Gesellschaft zur Förderung der Wissenschaften, C 684/16, EU:C:2018:874, punto 41).
57 Non si può neppure ritenere che le difficoltà derivanti dall’assenza di un sistema che consenta la misurazione della durata dell’orario di lavoro giornaliero svolto da ciascun lavoratore possano essere superate dai poteri di indagine e sanzionatori conferiti dalla normativa nazionale agli organi di controllo, quali l’Ispettorato del lavoro. Infatti, in assenza di un sistema di tal genere, le suddette autorità sono esse stesse private di un mezzo efficace per ottenere l’accesso a dati oggettivi e affidabili riguardanti la durata dell’orario di lavoro svolto dai lavoratori in ciascuna impresa, che risulterebbe necessario per esercitare la loro missione di controllo e, eventualmente, per infliggere una sanzione (v., in tal senso, sentenza del 30 maggio 2013, Worten, C 342/12, EU:C:2013:355, punto 37 e giurisprudenza citata).
59 Se è vero che la responsabilità del datore di lavoro relativa al rispetto dei diritti conferiti dalla direttiva 2003/88 non può essere illimitata, ciò non toglie che una normativa di uno Stato membro la quale, secondo l’interpretazione che ne viene data dalla giurisprudenza nazionale, non impone al datore di lavoro di misurare la durata dell’orario di lavoro svolto, può privare di sostanza i diritti sanciti agli articoli 3 e 5 e all’articolo 6, lettera b), di tale direttiva, non assicurando ai lavoratori il rispetto effettivo del diritto ad una limitazione della durata massima del lavoro e a periodi minimi di riposo, e non è quindi conforme allo scopo perseguito da detta direttiva, che considera siffatte prescrizioni minime indispensabili alla tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori (v., per analogia, sentenza del 7 settembre 2006, Commissione/Regno Unito, C 484/04, EU:C:2006:526, punti 43 e 44).
61 Tale conclusione è avvalorata dalle disposizioni della direttiva 89/391. Come risulta dall’articolo 1, paragrafi 2 e 4, della direttiva 2003/88, dal suo considerando 3 e dall’articolo 16, paragrafo 3, della direttiva 89/391, quest’ultima è pienamente applicabile in materia di periodi minimi di riposo giornaliero, di riposo settimanale e di durata massima settimanale del lavoro, fatte salve le disposizioni più vincolanti e/o specifiche contenute nella direttiva 2003/88.
64 Le considerazioni che precedono non possono essere inficiate dal fatto che talune disposizioni particolari del diritto dell’Unione relative al settore dei trasporti quali, segnatamente, l’articolo 9, lettera b), della direttiva 2002/15/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 marzo 2002, concernente l’organizzazione dell’orario di lavoro delle persone che effettuano operazioni mobili di autotrasporto (GU 2002, L 80, pag. 35), e la clausola 12 dell’allegato della direttiva 2014/112/UE del Consiglio, del 19 dicembre 2014, che attua l’accordo europeo concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro nel trasporto per vie navigabili interne, concluso tra la European Barge Union (EBU), l’Organizzazione europea dei capitani (ESO) e la Federazione europea dei lavoratori dei trasporti (ETF) (GU 2014, L 367, pag. 86) – prevedono espressamente l’obbligo di registrare l’orario di lavoro dei lavoratori interessati dalle menzionate disposizioni.
66 Peraltro, per quanto riguarda i costi, posti in risalto dal governo spagnolo e dal governo del Regno Unito, che l’attuazione di un tale sistema potrebbe comportare per i datori di lavoro, bisogna ricordare che, come risulta dal considerando 4 della direttiva 2003/88, la protezione efficace della sicurezza e della salute dei lavoratori non può dipendere da considerazioni di carattere puramente economico (v., in tal senso, sentenze del 26 giugno 2001, BECTU, C 173/99, EU:C:2001:356, punto 59, e del 9 settembre 2003, Jaeger, C 151/02, EU:C:2003:437, punti 66 e 67).
68 Infine, si deve ricordare che, secondo costante giurisprudenza, l’obbligo per gli Stati membri, derivante da una direttiva, di conseguire il risultato previsto da quest’ultima, così come il loro dovere, ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 3, TUE, di adottare tutti i provvedimenti generali o particolari atti a garantire l’adempimento di tale obbligo, si impongono a tutte le autorità degli Stati membri, comprese, nell’ambito della loro competenza, quelle giurisdizionali (v., in particolare, sentenze del 19 aprile 2016, DI, C 441/14, EU:C:2016:278, punto 30, e del 13 dicembre 2018, Hein, C 385/17, EU:C:2018:1018, punto 49).
69 Ne consegue che, nell’applicare il diritto interno, i giudici nazionali chiamati a interpretarlo sono tenuti a prendere in considerazione l’insieme delle norme di tale diritto e ad applicare i criteri ermeneutici riconosciuti dallo stesso al fine di interpretarlo, per quanto più possibile, alla luce della lettera e dello scopo della direttiva di cui trattasi, onde conseguire il risultato fissato da quest’ultima e conformarsi pertanto all’articolo 288, terzo comma, TFUE (sentenza del 19 aprile 2016, DI, C 441/14, EU:C:2016:278, punto 31 e giurisprudenza citata).
70 L’esigenza di un’interpretazione conforme include l’obbligo, per i giudici nazionali, di modificare, se del caso, una giurisprudenza consolidata se questa si basa su un’interpretazione del diritto nazionale incompatibile con gli scopi di una direttiva (sentenze del 19 aprile 2016, DI, C 441/14, EU:C:2016:278, punto 33, del 17 aprile 2018, Egenberger, C 414/16, EU:C:2018:257, punto 72, e dell’11 settembre 2018, IR, C 68/17, EU:C:2018:696, punto 64).
71 Alla luce delle suesposte considerazioni, si deve rispondere alle questioni poste dichiarando che gli articoli 3, 5 e 6 della direttiva 2003/88, letti alla luce dell’articolo 31, paragrafo 2, della Carta, e dell’articolo 4, paragrafo 1, dell’articolo 11, paragrafo 3, e dell’articolo 16, paragrafo 3, della direttiva 89/391, devono essere interpretati nel senso che ostano ad una normativa di uno Stato membro che, secondo l’interpretazione che ne è data dalla giurisprudenza nazionale, non impone ai datori di lavoro l’obbligo di istituire un sistema che consenta la misurazione della durata dell’orario di lavoro giornaliero svolto da ciascun lavoratore.
Gli articoli 3, 5 e 6 della direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, letti alla luce dell’articolo 31, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e dell’articolo 4, paragrafo 1, dell’articolo 11, paragrafo 3, e dell’articolo 16, paragrafo 3, della direttiva 89/391/CEE del Consiglio, del 12 giugno 1989, concernente l’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro, devono essere interpretati nel senso che ostano ad una normativa di uno Stato membro che, secondo l’interpretazione che ne è data dalla giurisprudenza nazionale, non impone ai datori di lavoro l’obbligo di istituire un sistema che consenta la misurazione della durata dell’orario di lavoro giornaliero svolto da ciascun lavoratore.
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