Source: http://avvemilianomancino.blogspot.com/2015/11/
Timestamp: 2017-08-19 18:32:08+00:00

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Studio Legale Mancino: novembre 2015
Per capire cosa sia il canone Rai, bisogna fare un balzo indietro fino al 1938, anno in cui risale il R.D.L. n. 246/1938, convertito dalla legge 4 giugno 1938, n. 880. “Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento”, recitava l’incipit dell’art. 1. Insomma, già al tempo di Vittorio Emanuele III re d’Italia e imperatore d’Etiopia si parlava di canone televisivo. La tassa forse più odiata – ed evasa – dagli italiani è stata più volte messa in discussione dai Governi, senza per altro essere cancellata.
Fino ad oggi. Perché, come è noto, la Stabilità per il 2016 introdurrà una vera e rivoluzione in materia. Il canone “sparirà” e “ricomparirà” in bolletta nella misura di 100 euro, contro i 113 attuali. La proposta non è stata bocciata da palazzo Madama, e veleggia verso l’approvazione del Parlamento. La grande novità introdotta dalla Stabilità 2016 è dunque l’introduzione del vincolo tra il canone e la fornitura di energia elettrica: “La detenzione o l’utilizzo di un apparecchio si presumono altresì nel caso in cui esista una utenza per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui un soggetto ha la sua residenza anagrafica”. E, prosegue il DdL: “Il canone di abbonamento è, in ogni caso, dovuto una sola volta in relazione agli apparecchi di cui al primo comma detenuti o utilizzati, nei luoghi adibiti a propria residenza o dimora, dallo stesso soggetto e dai soggetti appartenenti alla stessa famiglia anagrafica, come individuata dall’art. 4 del regolamento di cui al D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223”.
Ciò detto, il Senato ha aggiunto la rateizzazione del pagamento: saranno dieci rate mensili, addebitate sulle fatture emesse dall’impresa elettrica. “Le rate, ai fini dell’inserimento in fattura, s’intendono scadute il primo giorno di ciascuno dei mesi da gennaio ad ottobre. L’importo delle rate è oggetto di distinta indicazione nel contesto della fattura emessa dall’impresa elettrica e non è imponibile ai fini fiscali”. La parte più controversa di tutta questa norma, che “nasconderà” il canone nella bolletta, è certamente la presunzione di possesso; presunzione che potrà essere superata con una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, da parte di coloro che affermeranno di non possedere alcun apparecchio televisivo; tenendo presente, però, che una falsa dichiarazione sfocerà nel penale: “Allo scopo di superare le presunzioni di cui ai precedenti periodi, a decorrere dall’anno 2016, non è ammessa alcuna dichiarazione diversa da quelle rilasciate ai sensi del testo unico di cui al D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, la cui mendacia comporta gli effetti, anche penali, di cui all’art. 76 del medesimo decreto, da presentare all’Agenzia delle entrate competente per territorio”.
Fonte: www.fiscopiu.it/Canone RAI in bolletta, si paga in dieci rate - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 27, 2015
La Corte costituzionale esclude l’applicazione della messa alla prova nei dibattimenti già aperti all’epoca della sua introduzione
Per leggere la sentenza clicca qui:Consulta OnLine - Sentenza n. 240 del 2015
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Messaggio chiuso con una ‘b’ e puntini sospensivi. Lei si sente additata come donna di malaffare. Marito condannato - La Stampa
L’estratto conto prova le ragioni del contribuente
Gli estratti dei conti correnti possono essere prova idonea a sostegno dell’impugnazione di un avviso di accertamento. Lo hanno ribadito i Giudici della Cassazione con l’ordinanza del 20 novembre 2015, n. 23826.
Il contribuente aveva impugnato l’avviso di accertamento con il quale era stato rettificato in aumento il reddito di imposta relativo al 2001; tanto la Commissione tributaria provinciale che quella regionale avevano rigettato il suo ricorso, affermando come il contribuente non avesse dimostrato che dai conti correnti vi fossero state uscite finanziarie corrispondenti agli incrementi patrimoniali. “A norma dell’art. 38, comma sesto, del D.P.R. n. 600/1973 – hanno affermato i Giudici di Piazza Cavour – l’accertamento del reddito con metodo sintetico non impedisce al contribuente di dimostrare, attraverso idonea documentazione, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo di imposta”.
Ora, la disposizione prevede anche che tali redditi debbano risultare da una idonea documentazione. Cosa si intende per documentazione idonea? Per la Corte, essa è qualcosa di più della mera affermazione della disponibilità di ulteriori redditi: deve essere una prova documentale, basata “su circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto”. E, per i Giudici, la prova richiesta può essere semplicemente quella degli estratti dei conti correnti bancari facenti capo al contribuente, “idonei a dimostrare la durata del possesso dei redditi in esame; quindi non il loro semplice transito nella disponibilità del contribuente”. Essendosi la sentenza di appello discostata da tali enunciati, è stata cassata.
Fonte: www.fiscopiu.it/L’estratto conto prova le ragioni del contribuente - La Stampa
#Giustizia, magistrati e giudici onorari pronti allo sciopero
L'Unione Nazionale Italiana Magistrati Onorari ha annunciato lo stato di agitazione in vista dei possibili tagli al fondo indennità di tutti i magistrati onorari e di pace, previsto dalla Riforma della giustizia, per l'anno 2016. «La giustizia - si spiega in una nota - è amministrata, in grande misura, da magistrati che non sono regolarmente retribuiti né godono di garanzie previdenziali ed assistenziali, eppure esercita le medesime funzioni di un magistrato professionale».
Malgrado un impegno rilevante sia in termini di quantita' che di qualità - spiega l'Unimo - «sembra che solo per la magistratura onoraria non ci siano risorse economiche sufficienti per valorizzarne la professionalità» e la riduzione del fondo per le indennità potrebbe «costringere i magistrati onorari a ridurre il proprio apporto alla amministrazione di giustizia».
Pm e giudici onorari dei tribunali civili e penali sono insomma pronti a incrociare le braccia dal 7 all'11 dicembre. Lo annuncia Paolo Valerio, presidente della Federmot - Federazione magistrati onorari di tribunale, in una lettera, indirizzata al presidente del Consiglio e al ministro della Giustizia. Nel comunicato si denuncia tra l'altro il mancato aggiornamento delle indennita' spettanti ai magistrati onorari: giudici e pm non togati che esercitano funzioni giurisdizionali eccetto quelle legate ai reati più gravi.
Fonte;www.diritto24.ilsole24ore.com/art/guidaAlDiritto/dirittoCivile/2015-11-23/giustizia-magistrati-e-giudici-onorari-pronti-sciopero--180728.php
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 23, 2015
Sconfitta per una donna: niente assegno di mantenimento a suo favore. Non contestabile il maggior reddito del marito, ma quest’ultimo deve anche far fronte ogni mese a un mutuo, con una rata di quasi mille euro. Ciò riporta in equilibrio, in sostanza, le forze economiche dei due coniugi (Cassazione, ordinanza 22603/15).
Decisivo il passaggio in Appello: lì, a corredo della «separazione» di una coppia, viene revocato « l’assegno di mantenimento» riconosciuto in primo grado a favore della donna e fissato in «200 euro» mensili. Soddisfazione per l’uomo. Rabbia per la moglie, che propone ricorso in Cassazione, contestando la decisione messa ‘nero su bianco’ in secondo grado. Secondo il legale della donna, in sostanza, i giudici hanno trascurato la «stridente» differenza nella «capacità reddituale» dei due coniugi. E in questa ottica vengono messi a confronto i «redditi mensili netti» della oramai ex coppia: lui guadagna «2mila e 600 euro», lei solo «mille e 400 euro».
Evidente la sproporzione, ma, aggiungono i giudici, a riportare in equilibrio la situazione è un «mutuo» a carico dell’uomo. Più precisamente, egli «è obbligato al pagamento di una rata mensile pari a 990 euro», relativa a «un mutuo che gli ha consentito di acquistare» dalla moglie «la metà della casa coniugale» e che, di conseguenza, ha permesso alla donna «di acquistare una casa di proprietà in cui abitare dopo la separazione». Corretta, quindi, la valutazione compiuta in Appello, concludono i giudici di Cassazione. Detto in maniera chiara, «i redditi spendibili dai due ex coniugi sostanzialmente si equivalgono e consentono ad entrambi una vita dignitosa e non sostanzialmente dissimile da quella condotta in costanza di matrimonio». Di conseguenza, è giusto escludere il presunto «diritto» della donna a «un assegno di mantenimento».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Lui guadagna quasi il doppio di lei, ma con un mutuo da mille euro al mese: niente mantenimento alla moglie - La Stampa
In base all’art. 42 dpr 600/1973, l’avviso di accertamento è nullo se non reca la sottoscrizione del capo dell’ufficio o di altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato. A seguito della evoluzione legislativa ed ordinamentale sono oggi "impiegati della carriera direttiva" ai sensi dell’art. 42 dpr 600/1973, art. 42, i "funzionari della terza area" di cui al contratto del comparto agenzie fiscali per il quadriennio 2002-2005 (art. 17). E - in base al principio della tassatività delle cause di nullità degli atti tributari - non occorre, ai meri fini della validità dell’atto, che i funzionari deleganti e delegati possiedano la qualifica di dirigente, ancorché essa sia eventualmente richiesta da altre disposizioni. Ove il contribuente contesti - anche in forma generica - la legittimazione del funzionario che ha sottoscritto l’avviso di accertamento ad emanare l’atto (art. 42 dpr 600/1972), è onere della Amministrazione che ha immediato e facile accesso ai propri dati fornire la prova del possesso dei requisiti soggettivi indicati dalla legge, sia del delegante che del delegato, nonché della esistenza della delega in capo al delegato.
Per leggere la sentenza clicca qui:www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/13704.pdf
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 22, 2015
Guida in stato di ebbrezza: revoca della patente al massimo per tre anni dalla commissione del reato
Nel caso più grave di guida in stato di ebbrezza la revoca della patente, di durata triennale, decorre dal giorno di commissione del reato e non dalla sentenza di patteggiamento. E' quanto emerge dalla sentenza della Seconda Sezione del T.A.R. Piemonte, del 14 ottobre 2015, n. 1415.
Il caso vedeva una donna, alla guida del proprio veicolo, in stato di ebbrezza, causare un incidente stradale, in violazione dell'art. 186, comma 2, lett. c), cod. strad., con conseguente sospensione cautelare della patente di guida.
A seguito di patteggiamento alla donna veniva applicata la pena di mesi quattro di arresto ed euro 1000 di ammenda, con beneficio della sospensione condizionale della pena, nonché le sanzioni amministrative della confisca della vettura e della revoca della patente di guida, secondo quanto disposto dall'art. 186, comma 2, lett. c), e comma 2-bis, cod. strad.
Secondo quanto disposto dall'art. 219, comma 3-ter, cod. strad., non è possibile conseguire una nuova patente prima di tre anni a decorrere dalla data di accertamento del reato, nel caso di guida in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di stupefacenti.
In proposito, l'Ufficio del Massimario e del Ruolo della Cassazione, con Relazione del 3 agosto 2010, ha affermato che “se a seguito della condanna per una delle contravvenzioni di cui agli artt. 186, 186-bis e 187 sia stata disposta la revoca della patente, il condannato non possa conseguirne una nuova prima di tre anni dalla data di accertamento del reato e non da quella del passaggio in giudicato della sentenza o del decreto di condanna”.
Il legislatore, secondo i giudici, considerando molto grave il fatto di chi causi un incidente in quanto gravemente ebbro, ha previsto che la patente debba essere immediatamente revocata dal Prefetto, nona vendo senso dover attendere molto tempo, ovvero sino alla fine del processo, per poter applicare la sanzione della revoca.
fonte: www.altalex.com//Guida in stato di ebbrezza: revoca della patente al massimo per tre anni dalla commissione del reato | Altalex
Uccidere il ladro che fugge è reato? Le sentenze di merito nel caso Monella
Data la rilevanza - anche mediatica - della vicenda, si pubblicano di seguito le sentenze di merito del 'caso Monella'. La vicenda, come noto, ha ad oggetto l'uccisione, con un colpo di fucile sparato dalla propria abitazione, di un ladro che tentava di rubare una macchina. Al condannato il Presidente della Repubblica ha di recente concesso provvedimento di grazia con condono 'parziale' della pena inflitta.
Si ricorda inoltre che, essendo stato dichiarato inammissibile il ricorso per Cassazione contro la sentenza d'appello, quest'ultima ha trovato definitiva conferma.
Si può peraltro prevedere che tale vicenda costituisca uno spunto per futuri dibattiti - anche in ottica de iure condendo - sul tema dell'eccesso doloso nella legittima difesa e, in particolare, sul relativo trattamento sanzionatorio.
per leggere la sentenza di primo grado clicca qui:www.penalecontemporaneo.it/upload/1447861549Primo Grado Monella.pdf
per leggere la sentenza di appello clicca qui:www.penalecontemporaneo.it/upload/1447861445Corte Appello Monella.pdf
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 18, 2015
Come noto, il medico che tramite il suo operato ha cagionato ad un paziente un danno ingiusto può essere sanzionato ex art. 1218 c.c. nonché ex art. 2043 c.c. Non sono solo queste, però, le uniche ipotesi in cui un medico può essere chiamato a rispondere del suo operato.
A tale proposito si cita una recente pronuncia della Corte di Cassazione, datata 20-08-2015, n. 16993. Nel caso di specie si erano infatti rivolti alla Suprema Corte gli eredi di una donna deceduta a causa di una grave forma di carcinoma all'utero, i quali agivano in giudizio richiedendo il risarcimento dei danni subiti in seguito alla tardiva diagnosi della malattia.
Il ginecologo della donna, non aveva infatti agito con la diligenza richiesta, operando un insufficiente approccio diagnostico: a causa della sua negligenza il medico non era infatti stato in grado di diagnosticare il carcinoma, sebbene fosse già presente al tempo delle visite operate dal professionista.
Nonostante la riconosciuta assenza di diligenza, la Corte di Appello aveva precedentemente respinto la richiesta avanzata dagli eredi sostenendo che anche se la malattia fosse stata correttamente diagnosticata, poco o nulla sarebbe cambiato circa il decorso clinico della paziente, essendo essa affetta da una forma tumorale particolarmente maligna e aggressiva, che l'avrebbe comunque condotta alla morte. Per tale ragione l'adita Corte era giunta ad escludere la sussistenza del nesso causale tra l'aggravamento della malattia e il comportamento omissivo del sanitario, negando ogni pretesa risarcitoria.
Tale assunto è stato invece in toto respinto dalla Suprema Corte la quale è giunta a ravvisare più di una voce di danno risarcibile in capo agli eredi.
Secondo la Corte di Cassazione, infatti, la tardiva diagnosi del processo morboso terminale, aveva prima di tutto determinato l'impossibilità di attuare tempestivamente un intervento c.d. palliativo, il quale avrebbe permesso alla paziente di alleviare il dolore. Una prima voce di danno doveva quindi essere ravvisata nella sofferenza patita dalla donna e che avrebbe potuto essere alleviata o comunque ridotta tramite una puntuale diagnosi.
Ulteriore danno risarcibile era individuabile nella perdita per la paziente "della chance di vivere per un (anche breve) periodo di tempo in più rispetto a quello poi effettivamente vissuto, ovvero anche solo la chance di conservare, durante quel decorso, una "migliore qualità della vita"(Cass. Civ.,sez. III, sent., 20-08-2015, n. 16993).
La Corte ha inoltre in conclusione precisato che in tale specifica ipotesi il danno per la paziente sarebbe consistito anche nella mera impossibilità di scegliere "cosa fare" " per fruire della salute residua fino all'esito infausto, anche rinunziando all'intervento o alle cure per limitarsi a consapevolmente esplicare le proprie attitudini psico-fisiche in vista e fino all'exitus"(Cass. Civ.,sez. III, sent., 20-08-2015, n. 16993).
Innegabile quindi la sussistenza di un nesso causale tra la con condotta colpevole del medico e i plurimi pregiudizi sofferti dalla paziente, tutti meritevoli di congruo risarcimento.
fonte: www.ilsole24ore.com//La mancata tempestiva diagnosi di malattia incurabile e le voci di danno risarcibili
E' lecito attribuire al lavoratore mansioni inferiori se l’unica alternativa è il licenziamento
Deve ritenersi valido il patto di demansionamento che, ai soli fini di evitare un licenziamento, attribuisca al lavoratore mansioni, e, conseguentemente, retribuzione, inferiori a quelle per le quali era stato assunto o che aveva successivamente acquisito: in tal caso, infatti, prevale l’interesse del lavoratore a mantenere il posto di lavoro su quello tutelato dall’art. 2103 del codice civile. Lo ha ribadito la Cassazione con la sentenza 22029/15.
Due dipendenti di Poste Italiane convenivano in giudizio la società datrice di lavoro per vederla condannata a reintegrarli nelle precedenti mansioni tecniche o ad assegnare loro altre mansioni tecniche di contenuto equivalente, e a risarcire il danno derivante dal demansionamento consistito nell’essere stati adibiti a mansioni di sportello o comunque ad altre gestionali dell’area operativa in cui erano inquadrati. Di segno diametralmente opposto le decisioni dei giudici di merito: nonostante la richiesta avesse trovato accoglimento in primo grado, infatti, la decisione veniva completamente riformata in appello. Tale ultima pronuncia viene quindi impugnata davanti al Supremo Collegio dai due dipendenti.
È valido il demansionamento finalizzato ad evitare il licenziamento. Gli Ermellini hanno preliminarmente ribadito che, secondo la costante giurisprudenza di legittimità,è valido il patto di demansionamento che ai soli fini di evitare un licenziamento, attribuisca al lavoratore mansioni, e, conseguentemente, retribuzione inferiori a quelle per le quali era stato assunto o che aveva successivamente acquisito, prevalendo in tal caso l’interesse del lavoratore a mantenere il posto di lavoro su quello tutelato dall’art. 2103 c.c.. Il patto di demansionamento, in tal caso, è valido non solo laddove sia promosso dalla richiesta del lavoratore – che deve manifestare il suo consenso non affetto da vizi della volontà –, ma anche quando l’iniziativa venga presa dal datore di lavoro, purché vi sia il consenso del lavoratore e sussistano le condizioni che avrebbero legittimato il licenziamento in mancanza dell’accordo.
Nel caso di specie, la Corte di merito, secondo i Giudici di Piazza Cavour, ha positivamente accertato, con motivazione congrua e logica, che il demansionamento rappresentava l’unica alternativa praticabile ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, con la conseguenza che nessuna censura può essere mossa alla pronuncia impugnata.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /E' lecito attribuire al lavoratore mansioni inferiori se l’unica alternativa è il licenziamento - La Stampa
Omessi versamenti, è evasione anche se le rate sono parzialmente pagate
Non importa che il debito verso l’Erario sia stato parzialmente saldato: ciò non basta per estinguere il reato di evasione dell’IVA, che costituisce dolo generico e non specifico. Insomma, la buona volontà dimostrata con il pagamento di alcune rate non conta.
È questa la posizione della Corte di Cassazione nella sentenza depositata il 10 novembre 2015, n. 45033: i Giudici del Palazzaccio hanno accolto il ricorso contro un contribuente; l’accusa si era opposta al dissequestro dei beni dell’indagato, accusato di sottrazione fraudolenta e di evasione IVA, come decretato dal Tribunale di appello. Hanno osservato a tal proposito gli Ermellini che il reato di cui all’art. 10-ter del D.Lgs. 74/2000 (per l’omesso versamento di IVA, punito con la reclusione da sei mesi a due anni) è una fattispecie a “dolo generico”, e non “specifico”: l’elemento soggettivo, in sostanza, è “la coscienza e volontà di presentare una dichiarazione IVA ed omettere il versamento entro il termine stabilito delle somme in essa indicate, nella consapevolezza che il tributo evaso supera la soglia di punibilità individuata dalla disposizione incriminatrice, a nulla rilevando eventuali ulteriori motivi della scelta dell’agente di non versare il tributo”.
Il Tribunale di appello aveva però precedentemente basato il suo giudizio osservando come il contribuente avesse comunque pagato l’IVA per il 2010, e avesse versato ratealmente il debito per gli anni successivi; ciò però deve essere rivisto: l’ordinanza impugnata è stata annullata e rimandata al Tribunale di appello.
Fonte: www.fiscopiu.it/Omessi versamenti, è evasione anche se le rate sono parzialmente pagate - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 16, 2015
Salvo il posto di lavoro per il dipendente che ha approfittato degli strumenti messigli a disposizione dall’azienda. Evidente l’abuso compiuto dall’uomo, che ha utilizzato in modo improprio computer e posta elettronica, ma è eccessivo il licenziamento deciso dalla società (Cassazione, sentenza 22353/15).
Visione opposta, quella dei giudici di merito, rispetto all’ottica adottata dall’azienda italiana. Di conseguenza, viene annullato il licenziamento del lavoratore. Sia chiaro, nessun dubbio sulla condotta dell’uomo, il quale ha utilizzato «in modo improprio» gli «strumenti di lavoro aziendali», ossia «personal computer in dotazione, reti informatiche aziendali e casella di posta elettronica». Tali «addebiti», però, secondo i giudici, andavano puniti con una «sanzione conservativa», come da contratto. Anche perché, viene aggiunto, non è emerso che «l’utilizzo personale della posta elettronica e della navigazione in internet» abbiano determinato «una significativa sottrazione di tempo all’attività di lavoro, né il blocco del lavoro, con grave danno per l’attività produttiva».
Ora, nonostante le obiezioni mosse dai legali della società, viene ribadita l’eccessiva durezza della misura adottata nei confronti del lavoro. Irrilevante anche il richiamo fatto dall’azienda alle «informative» e ai «molteplici preavvisi» con cui veniva chiesto ai dipendenti «un uso più attento della strumentazione aziendale». Ciò perché «il riferimento alle disposizioni del datore di lavoro» non prospetta «una violazione di obblighi contrattuali, rilevando solo ai fini della valutazione della gravità dell’inadempimento». Complessivamente, anche per i Giudici della Cassazione è da escludere «la particolare gravità del comportamento addebitato» al lavoratore. E va confermato, di conseguenza, l’annullamento del licenziamento.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Pc, email e rete informatica aziendali per uso personale: eccessivo il licenziamento - La Stampa
Ritenute omesse, fino a 10mila euro il mancato versamento all’Inps non è più reato
L’omesso versamento di ritenute previdenziali fino a 10.000 euro non costituirà più reato ma sarà punito con una sanzione da 10mila e 50mila euro. A prevederlo è il decreto legislativo attuativo della legge delega sulla depenalizzazione approvato dal Consiglio dei ministri di venerdì scorso.
L’articolo 2, comma 1, del Dl 462/1983 prevede che le ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti debbono essere versate e non possono essere portate a conguaglio con le somme anticipate dal datore di lavoro ai lavoratori per conto delle gestioni previdenziali ed assistenziali, e regolarmente denunciate alle gestioni stesse, tranne che a seguito di conguaglio tra gli importi contributivi a carico del datore di lavoro e le somme anticipate risulti un saldo attivo a favore del datore di lavoro.
L’omesso versamento di tali ritenute è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a euro 1.032. Il datore di lavoro non é punibile se provvede al versamento entro il termine di tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione.
La denuncia di reato é presentata o trasmessa senza ritardo dopo il versamento ovvero decorso inutilmente il termine in questione.
Con la legge 67/2014 il Parlamento ha conferito delega al Governo per la riforma della disciplina sanzionatoria di taluni reati e per la contestuale introduzione di sanzioni amministrative e civili. Tra le fattispecie da depenalizzare la delega ha previsto la trasformazione in illecito amministrativo del reato di omesso versamento in questione a condizione che non ecceda il limite complessivo di 10mila euro annui e preservando comunque la possibilità per il datore di lavoro di non rispondere neanche amministrativamente, se provvede al versamento entro il predetto termine di tre mesi.
Nell’attesa dell’emanazione dei decreti delegati (entro 18 mesi dall’entrata in vigore della legge) alcuni Tribunali avevano ritenuto già di fatto depenalizzata la violazione penale in questione se di importo non superiore ai 10mila euro, sul presupposto, in estrema sintesi, che già una legge dello Stato ha manifestato la volontà di non perseguire più penalmente tali illeciti. Tuttavia la Corte di Cassazione (tra tutte la sentenza 38080/2014) ha ritenuto che la fattispecie è tuttora prevista come reato, in quanto la legge delega 67/2014 si è limitata a stabilire una delega al Governo in materia di pene detentive non carcerarie, non apportando in nessun modo modifiche alla figura del reato in questione, atteso che tale funzione è affidata alla futura decretazione delegata. Ora la questione viene definitivamente risolta.
Secondo la nuova norma se l’importo omesso non è superiore a 10mila euro annui, si applica la sanzione amministrativa da 10mila a 50mila euro. Il datore di lavoro non è punibile, né assoggettabile alla sanzione amministrativa, quando provvede al versamento delle ritenute entro tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione.
Per espressa previsione le disposizioni che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto, sempre che il procedimento penale non sia stato definito con sentenza o decreto divenuti irrevocabili.
Nel caso in cui i procedimenti siano stati definiti con sentenza di condanna o decreto irrevocabili, il giudice dell’esecuzione revoca la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti. Ai fatti commessi in passato non può essere applicata una sanzione amministrativa per un importo superiore al massimo della pena originariamente inflitta per il reato, tenuto conto del criterio di ragguaglio di cui all’articolo 135 del codice penale, pari a 250 euro o frazione di pena pecuniaria per ogni giorno di pena detentiva.
fonte: www.ilsole24ore.com//Ritenute omesse, fino a 10mila euro il mancato versamento all’Inps non è più reato - Il Sole 24 ORE
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 15, 2015
La soluzione non giudiziale delle controversie nelle comunicazioni: l’evoluzione della disciplina
Il crescente ruolo che la soluzione stragiudiziale delle controversie sta riscuotendo all’interno del nostro ordinamento potrebbe far emergere come l’ordinamento giuridico italiano «si è spinto più lontano rispetto al tradizionale modo d’intendere la separazione delle funzioni, che si fa risalire a Montesquieu». Questa solo una delle riflessioni svolte da Beatrice Bertarini - assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’economia dell’Università di Bologna - che, con il suo lavoro, ha voluto porre l’attenzione sulle procedure per la soluzione non giudiziale delle controversie nel settore delle comunicazioni che il legislatore nazionale ha disciplinato attraverso l’emanazione di leggi ad hoc.
Lo studio a firma della dottoressa Beatrice Bertarini, qui allegato, si propone di analizzare come la soluzione non giudiziale delle controversie nel settore delle comunicazioni sia progressivamente mutata sia attraverso previsioni del legislatore nazionale sia attraverso specifici provvedimenti dell’Autorità di settore. «Ciò che però appare di estremo interesse per la nostra ricerca sono le previsioni normative inerenti i soggetti incaricati della soluzione non giudiziale delle controversie e l’importanza che la soluzione non giudiziale delle controversie assume attraverso le modifiche che la normativa nazionale più recente ha apportato al Codice del consumo».
Nel settore delle comunicazioni, sottolinea nella sua premessa l’autrice, anche le norme comunitarie «hanno ribadito la scelta di arricchire l’offerta di giustizia. Esse disgiungono la funzione di risoluzione delle controversie dalla giurisdizione. Impongono agli Stati membri di rendere esperibili rimedi d’altro tipo, come la conciliazione e un arbitrato sui generis (non alternativo alla giurisdizione)». Da ciò discende che «rientra a pieno diritto tra gli strumenti di risoluzione delle controversie alternativi sia al giudice che all’arbitrato che si basano sull’idea comune di sostituire la pronuncia di un organo giurisdizionale con accordi tra le parti in conflitto in ordine a soluzioni che possono risultare soddisfacenti per entrambi i litiganti».
Qui l’approfondimento della dott.ssa Beatrice Bertarini:www.dirittoegiustizia.it/allegati/PP_CIV_comunicazioni_bertarini_s.pdf
Stop a 60 reati e migliaia di processi #depenalizzazione
Alla fine la depenalizzazione è cosa fatta. Il Consiglio dei ministri ha approvato, in via preliminare, i testi dei due decreti legislativi che, sul filo di lana (la scadenza era fissata per martedì), danno corso alla delega contenuta nella legge n. 67/14. In base alle stime fatte dal ministero della Giustizia sono una sessantina le fattispecie che escono dall’area della rilevanza penale per essere sanzionate solo in via amministrativa.
Quanto all’impatto sui fascicoli, è difficile quantificarlo adesso, però da via Arenula, solo per il reato di omesse ritenute al di sotto della soglia di 10.000 euro si parla di migliaia e migliaia di fascicoli che non verrebbero più trattati sul piano penale e di 30.000 procedimenti al Gip per alcuni reati di competenza del giudice di pace (ingiurie, soprattutto, e poi sottrazione di cose comuni e appropriazione di cose smarrite) .
Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, al termine del Consiglio dei ministri, ha fatto riferimento non solo all’alleggerimento dei carichi di lavoro per gli uffici, in particolare per le Procure alle prese comunque con un obbligo, sia pure temperato di esercizio dell’azione penale, ma anche alla riduzione del numero delle prescrizioni e al maggiore gettito per lo Stato. Su quest’ultimo fronte, in realtà, il mix è tra maggiori entrate che arriveranno dalla previsione dell’applicazione di una sanzione pecuniaria civile da affiancare in alcuni casi al risarcimento del danno e risparmi che arriveranno da un minore numero di procedimenti soggetti al patrocinio a spese dello Stato.
Ma sulle questioni aperte il Consiglio dei ministri ha deciso di non decidere, rinviando per il momento alla discussione parlamentare l’approfondimento. Alla fine della quale, però, prima di licenziare definitivamente i testi, una scelta andrà fatta e sciolto in un senso o nell’altro il nodo della rilevanza penale da lasciare o cancellare agli attuali reati di clandestinità, mancato rispetto dell’autorizzazione alla coltivazione di piante da cui derivare stupefacenti e disturbo del riposo delle persone.
Con il primo decreto legislativo si provvede a depenalizzare i reati sanzionati con la sola pena pecuniaria contenuti in leggi speciali e di alcuni previsti dal Codice penale (per esempio gli atti osceni, che verranno puniti con un massimo di 30mila euro invece dei tre anni di carcere, e quelli contrari alla pubblica decenza, le pubblicazioni e gli spettacoli osceni, l’abuso della credulità popolare, le rappresentazioni teatrali o cinematografiche abusive).
Prevista la sanzione amministrativa da 5.000 a 15.000 euro per le contravvenzioni punite con l’arresto fino a sei mesi, da 5.000 a 30.000 euro per le contravvenzioni punite con l’arresto fino a un anno, da 10.000 a 50.000 per i delitti e le contravvenzioni puniti con un pena detentiva superiore ad un anno.
Nel secondo decreto trova spazio l’abbinamento della misura pecuniaria civile al risarcimento del danno per una serie di reati. La persona offesa potrà così ricorrere al giudice civile per il risanamento del danno. Il magistrato, accordato l’indennizzo, per alcuni illeciti stabilirà anche una sanzione pecuniaria che sarà incassata dall'erario dello Stato. Il catalogo degli illeciti civili comprende l’ingiuria, il furto del bene da parte di chi ne è comproprietario e quindi in danno degli altri comproprietari, l’appropriazione di cose smarrite: per questo gruppo di illeciti la sanzione va da cento a ottomila euro.
Raddoppia, invece, la sanzione civile prevista per gli illeciti relativi all’uso di scritture private falsificate o la distruzione di scritture private.
fonte: www.ilsole24ore.com//Stop a 60 reati e migliaia di processi - Il Sole 24 Ore
Ferrara: acquisti non registrati, il questore chiude un ‘compro oro’
Licenza sospesa per una settimana ai titolari del negozio ‘compro oro’ Blue Gold, in corso Porta Po 161/b, che secondo gli agenti della polizia di Stato avrebbero comprato diversi gioielli e oggetti preziosi, rilasciando regolari fatture, ma senza trascrivere le operazioni nei registri dell’attività.
L’irregolarità relativa a sole cinque operazioni è emersa il 28 ottobre durante un controllo del personale della divisione amministrativa della questura, che ha effettuato alcune verifiche sui registri delle operazioni giornaliere. L’attività, che riaprirà il 20 novembre, oltre alla sospensione della licenza dovrà anche pagare una sanzione di 308 euro.
La titolare dell’esercizio, tramite il suo legale, l’avvocato Emiliano Mancino, fa sapere che, pur nella correttezza dell’operato della questura, per un’infrazione lieve come quella rilevata ritiene eccessivo il provvedimento della sospensione, soprattutto in un periodo di crisi come quello che sta attraversando l’intera economia.
fonte: www.estense.com//Acquisti non registrati, il questore chiude un ‘compro oro’ | estense.com Ferrara
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 13, 2015
Via libera alla banca dati delle morosità telefoniche intenzionali
Il Garante privacy ha dato l’ok alla creazione di una banca dati delle morosità telefoniche intenzionali. La banca dati si chiamerà S.I.Mo.I.Tel. - acronimo di Sistema Informativo sulle morosità intenzionali nel settore della telefonia -, e censirà persone fisiche e giuridiche, enti, associazioni, titolari di ditte individuali e liberi professionisti non in regola con i pagamenti delle bollette telefoniche relative ai pacchetti comprensivi di abbonamento e fornitura di smartphone o tablet, mentre non potranno esservi inseriti gli utenti con morosità dovute a ritardi occasionali.
I dati sulla morosità potranno essere inseriti nel sistema solo al contemporaneo verificarsi delle seguenti condizioni: risoluzione del contratto da non meno di tre mesi; morosità superiore a 150 euro per singolo operatore; fatture non pagate nei primi sei mesi successivi alla stipula del contratto; assenza di altri contratti in regola con lo stesso operatore.
Prima di essere inserito nel sistema, inoltre, il cliente dovrà essere avvertito dall’operatore telefonico dell’imminente iscrizione. La banca dati sarà aperta alla consultazione per gli operatori, che potranno accedervi prima dell’attivazione di un nuovo contratto, al fine di contrastare il fenomeno del c.d. “turismo telefonico”, per cui gli utenti passano da un operatore all’altro lasciando dietro di sé bollette insolute, nonostante l’acquisto di dispositivi di significativo valore economico. Nel sistema potranno essere trattate solo informazioni riguardanti i mancati pagamenti del cliente, ma non saranno disponibili dati sensibili o giudiziari. Le informazioni sui pagamenti non regolarizzati saranno conservate per 36 mesi e poi verranno cancellate automaticamente, e i dati raccolti non potranno essere usati per altre finalità. Il trattamento dei dati contenuti nel S.I.Mo.I.Tel. potrà essere effettuato dal gestore del Sistema e dagli operatori telefonici anche senza il consenso degli interessati.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Via libera alla banca dati delle morosità telefoniche intenzionali - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 12, 2015
Minacce e molestie sono atti persecutori anche se avvengono in occasione di incontri casuali
In tema di atti persecutori, è irrilevante che l’occasione per la consumazione di qualcuno, o anche di tutti, gli atti della serie persecutoria sia stata meramente casuale: ciò che conta, infatti, è solo la consapevolezza da parte dell'agente dell'abitualità della condotta. Lo ha deciso la Cassazione con la sentenza 43085/15.
Il Tribunale del riesame annullava il provvedimento con cui era stata applicata ad un uomo la misura cautelare della custodia in carcere per il reato di atti persecutori. Contro l'ordinanza ricorre il Procuratore della Repubblica, lamentando che il provvedimento impugnato, pur ritenendo sussistenti le ripetute minacce e molestie ai danni della persona offesa, aveva escluso che fosse integrato il requisito della reiterazione della condotta necessario per la sussistenza del delitto di atti persecutori.
Sul punto, gli Ermellini hanno precisato per escludere che le condotte poste in essere dall’imputato possano integrare il requisito di reiterazione che caratterizza la condotta tipica del reato in contestazione – realizzabile, per costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, anche attraverso la consumazione di due soli atti di molestia o minaccia -, i giudici del riesame avrebbero dovuto spiegare, senza limitarsi all’affermazione apodittica, per quali ragioni il tempo trascorso tra i singoli atti debba ritenersi di per sé indicativo della loro autonomia e non sintomo dell’abitualità del comportamento dell’indagato, soprattutto in forza della constatazione che la norma incriminatrice a tal fine non richieda in alcun modo che lo stillicidio di intrusioni nella vita della vittima del reato abbia particolari cadenze.
Inoltre, continuano i Giudici di Piazza Cavour, il Tribunale ha sostenuto il difetto di tipicità della condotta sul presupposto dell’asserita casualità di alcuni degli incontri tra il ricorrente e la persona offesa, che hanno costituito l’occasione per realizzare alcuni degli atti persecutori. I giudici del riesame, dunque, hanno sostanzialmente affermato che minacce e molestie, per essere tipiche, devono essere in qualche modo preordinate. In realtà tale requisito di tipicità non è in alcun modo previsto dalla norma incriminatrice, né può ritenersi riflesso dell’elemento soggettivo richiesto per la sussistenza del reato.
La giurisprudenza del Supremo Collegio, ricordano infatti dal Palazzaccio, ha chiarito che «l’elemento soggettivo degli atti persecutori è integrato dal dolo generico, che consiste nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza dell’idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice»; l’elemento soggettivo, inoltre, avendo ad oggetto un reato abituale di evento, deve essere unitario, esprimendo «un’intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica», anche se può realizzarsi in modo graduale, non essendo necessario che l’agente si rappresenti e voglia fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi. È pertanto irrilevante che l’occasione per la consumazione di qualcuno, o anche di tutti, gli atti della serie persecutoria sia stata meramente casuale: ciò che conta, infatti, è solo la consapevolezza da parte dell'agente dell'abitualità della condotta. Per tutte le ragioni sopra esposte, la Corte ha annullato con rinvio l’ordinanza impugnata.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Minacce e molestie sono atti persecutori anche se avvengono in occasione di incontri casuali - La Stampa
Non è più reato trasferire nell’utero della donna i soli embrioni sani
Sulla scia della sentenza n. 96 del 2015, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 229/2015 ha bocciato la punibilità della condotta di selezione degli embrioni nei casi in cui sia esclusivamente finalizzata ad evitare l’impianto nell’utero della donna di embrioni affetti da malattie genetiche trasmissibili. Permane invece il divieto di soppressione degli embrioni soprannumerari affetti da malattie genetiche a seguito di selezione finalizzata ad evitarne l’impianto nell’utero della donna.
Il Tribunale di Napoli sollevava una duplice questione di legittimità costituzionale – in riferimento agli artt. 2, 3 e 32 Cost., nonché per contrasto con l’art. 117, comma 1, Cost., in relazione all’art. 8 CEDU – ad oggetto l’art. 13, commi 3, lett. b), e 4, e l’art. 14, commi 1 e 6, l. 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), nella parte in cui contemplano, quali ipotesi di reato rispettivamente, la selezione eugenetica e la soppressione degli embrioni soprannumerari, «senza alcuna eccezione», non facendo, quindi, salva l’ipotesi in cui una tale condotta «sia finalizzata all’impianto nell’utero della donna dei soli embrioni non affetti da malattie genetiche o portatori sani di malattie genetiche» e la soppressione concerna, conseguentemente, gli embrioni soprannumerari affetti, invece, da siffatte malattie.
Ad avviso del remittente, sanzionando penalmente anche la condotta dell’operatore medico volta a consentire il trasferimento nell’utero della donna dei soli embrioni sani o portatori sani di malattie genetiche, l’art. 13, commi 3, lettera b), e 4, l. n. 40 del 2004, si porrebbe in contrasto, in primo luogo, con il principio di ragionevolezza e con il diritto alla salute, per contraddizione rispetto alla finalità di tutela della salute dell’embrione di cui all’art. 1 della medesima legge n. 40.
La norma violerebbe altresì l’art. 117, comma 1, Cost., in relazione all’art. 8 della CEDU, come interpretato nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo la quale il diritto al rispetto della vita privata e familiare include il desiderio della coppia di generare un figlio non affetto da malattia genetica (in tal senso, Corte EDU, Costa e Pavan contro Italia, sentenza del 28 agosto 2012, § 57).
Ad analoghe censure si esporrebbe l’art. 14, commi 1 e 6, l. n. 40 del 2004, nella parte in cui parallelamente vieta e penalmente sanziona la condotta di soppressione degli embrioni, anche ove trattasi di embrioni soprannumerari risultati affetti da malattie genetiche a seguito di selezione finalizzata ad evitarne appunto l’impianto nell’utero della donna.
Secondo il remittente, la norma censurata violerebbe il diritto di autodeterminazione, garantito dall’art. 2 Cost., e il principio di ragionevolezza, rispetto al disposto dell’art. 6 l. 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), che consente agli operatori sanitari di praticare l’aborto terapeutico – anche oltre il termine di 90 giorni dall’inizio della gravidanza – in presenza di “processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro.
Inoltre, la disposizione in esame si porrebbe parimenti si porrebbe in contrasto con il richiamato art. 8 della CEDU, con conseguente violazione dell’art. 117, comma 1, Cost.: assoggettare a sanzione penale l’operatore medico che proceda alla soppressione degli embrioni soprannumerari affetti da malattie genetiche, costringerebbe le coppie che fanno ricorso alle tecniche di PMA, e che volessero evitare il procreare un figlio affetto da malattia genetica, a subire in ogni caso l’impianto degli embrioni affetti da malattie genetiche – con evidente pregiudizio della salute dalla donna se non sotto il profilo fisico, quantomeno da un punto di vista psicologico – nonché a seguire necessariamente la strada dell’interruzione volontaria della gravidanza.
La Corte ha ritenuto fondata – non poteva non farlo - la prima delle questioni sollevate.
La Corte non ha potuto che trarre le conseguenze dalla situazione normativa venutasi a creare con la recente sentenza n. 96 del 2015; con quella decisione, infatti, è stato dichiarata l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, commi 1 e 2, e 4, comma 1, l. n. 40 del 2004, «nella parte in cui non consentono il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili, rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 […], accertate da apposite strutture pubbliche».
Se, quindi, per effetto dell’intervento additivo della Corte, è divenuto lecito il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili, esso, di conseguenza, per il principio di non contraddizione, non può «essere più attratto nella sfera del penalmente rilevante».
La norma, pertanto, è stata dichiarata illegittima «nella parte in cui contempla come ipotesi di reato la condotta di selezione degli embrioni anche nei casi in cui questa sia esclusivamente finalizzata ad evitare l’impianto nell’utero della donna di embrioni affetti da malattie genetiche trasmissibili rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela della maternità e sulla interruzione della gravidanza) e accertate da apposite strutture pubbliche».
La Corte ha invece dichiarato non fondata la seconda questione sollevata dal tribunale campano.
La Corte ha preso le mosse dal proprio costante indirizzo in relazione al sindacato delle scelte circa l’individuazione delle condotte penalmente punibili: la discrezionalità del legislatore può essere censurata solo ove il suo esercizio ne rappresenti un uso distorto od arbitrario, così da confliggere in modo manifesto con il canone della ragionevolezza (tra le più recenti, cfr. sentenze n. 81 del 2014, n. 273 del 2010, n. 364 del 2004, ordinanze n. 249 del 2007, n. 110 del 2003, n. 144 del 2001).
Ad avviso dalla Corte, un vizio del genere non è ravvisabile nella scelta del legislatore di vietare e sanzionare penalmente la condotta di «soppressione di embrioni», ove pur riferita – ciò che propriamente il rimettente denuncia – agli embrioni che, in esito a diagnosi preimpianto, risultino affetti da grave malattia genetica.
Netto il giudizio della Corte: la norma è posta alla tutela voglia tutelare la dignità dell’embrione, «la cui malformazione non ne giustifica, sol per questo, un trattamento deteriore rispetto a quello degli embrioni sani creati in «numero […] superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto»
L’embrione – sano o malato - «non è certamente riducibile a mero materiale biologico» e la sua tutela, come già affermato nella sentenza n. 151 del 2009, trova copertura costituzionale nel precetto generale di cui all’art. 2 Cost.; si tratta di una tutela che non è assoluta, potendo cedere in passo «solo in caso di conflitto con altri interessi di pari rilievo costituzionale (come il diritto alla salute della donna) che, in temine di bilanciamento, risultino, in date situazioni, prevalenti».
Una situazione che la Corte non ha ravvisato nel caso di specie: «il vulnus alla tutela della dignità dell’embrione (ancorché) malato, quale deriverebbe dalla sua soppressione tamquam res, non trova però giustificazione, in termini di contrappeso, nella tutela di altro interesse antagonista».
Infine, la Corte ha rigettato la questione anche in relazione agli altri parametri evocati «per l’assorbente ragione che il divieto di soppressione dell’embrione malformato non ne comporta, per quanto detto, l’impianto coattivo nell’utero della gestante».
fonte: www.quotidianogiuridico.it//Non è più reato trasferire nell’utero della donna i soli embrioni sani | Quotidiano Giuridico
Hamburger comprati freschi e surgelati, ma senza "abbattitore termico": sanzionata la titolare del bar
Operazione raffazzonata, quella realizzata dalla proprietaria di un bar, la quale ha pensato bene di surgelare ben 50 chilogrammi di hamburger, acquistati freschi, però non ricorrendo allo strumento necessario, cioè l’abbattitore termico. Ciò non garantisce al consumatore prodotti alimentari in condizioni adeguate. E' perciò logica e legittima, l’ammenda decisa nei confronti della titolare dell’esercizio commerciale (Cassazione, sentenza 40772/15).
La titolare del bar sostiene non vi siano stati «rischi concreti per la salute pubblica», ossia dei clienti dell’esercizio commerciale. Ma l'obiezione è ritenuta non plausibile dai giudici della Cassazione, i quali ricordano che «non vi è la necessità di un cattivo stato di conservazione, riferito alle caratteristiche intrinseche delle sostanze alimentari», essendo sufficiente, invece, il riferimento al mancato rispetto delle «prescrizioni normative» o delle «regole di comune esperienza».
In questa vicenda è stata verificata la «mancanza di un piano di controllo, di un abbattitore di temperatura e di un termometro esterno»: ciò è sufficiente per ritenere che «gli alimenti sono stati ritenuti in cattivo stato di conservazione», proprio perché «detenuti in violazione delle norme tecniche di buona conservazione». Di conseguenza, è lapalissiana, concludono i giudici, la «violazione del cosiddetto ‘ordine alimentare’, volto ad assicurare al consumatore che la sostanza alimentare giunga al consumo con le garanzie igieniche imposte per la sua natura», e tale «violazione» è sufficiente per sanzionare, in questo caso, la titolare dell’esercizio commerciale, non essendo necessario un concreto «danno alla salute».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Hamburger comprati freschi e surgelati, ma senza "abbattitore termico": sanzionata la titolare del bar - La Stampa
Addio alla TASI per le abitazioni principali
Via la TASI per le abitazioni principali, con l’eccezione delle abitazioni “di lusso”: è questa una delle grandi novità introdotte dalla Legge di Stabilità per il 2016, che è passata alle Commissioni di palazzo Madama. Per il periodo di imposta 2015, gli immobili utilizzati come abitazioni principali hanno goduto dell’esenzione dall’IMU, essendo soggetti alla sola TASI. Diverso il discorso per quegli immobili di lusso, sottoposti a due tributi: tanto l’IMU quanto la TASI, anche se usati come abitazioni principali.
Osserviamo in tal senso come si prospetta la Stabilità 2016. Laddove il comma 639 (art. 1, Legge n. 147/2013) disponeva che la TASI fosse indistintamente “a carico sia del possessore che dell'utilizzatore dell'immobile”, il DdL al vaglio delle Commissioni del Senato intende disporre che essa sia “a carico sia del possessore che dell’utilizzatore dell’immobile, escluse le unità immobiliari destinate ad abitazione principale dal possessore nonché dall’utilizzatore e dal suo nucleo familiare, ad eccezione di quelle classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9”.
Tali categorie comprendono, rispettivamente, le abitazioni di tipo signorile o ubicate in zone di pregio, ville con parco e giardino ubicate in zone destinate a tali costruzioni e ancora castelli o palazzi con particolari pregi storico-artistici. In tal senso, intervenendo sul comma 669 della Stabilità 2014,(art. 1, Legge n. 147/2013) il nuovo DdL va affermando: “il presupposto impositivo della TASI è il possesso o la detenzione, a qualsiasi titolo, di fabbricati e di aree edificabili, ad eccezione, in ogni caso, dei terreni agricoli e dell’abitazione principale, come definiti ai sensi dell’imposta municipale propria, escluse quelle classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9”.
Altre novità riguardano i fabbricati rurali ad uso strumentale destinati alla conservazione di piante, di macchinari agricoli, al ricovero di animali di allevamento, all’agriturismo e all’abitazione dei dipendenti esercenti attività agricola, per i quali l’aliquota massima della TASI, attualmente, non può eccedere il limite dell’1 per mille (art. 1, comma 678 della Stabilità 2014): a tale comma viene aggiunta la riduzione dell’aliquota allo 0,1% per quei fabbricati costruiti e destinati alla vendita dall’impresa costruttrice; viene però specificato che i comuni potranno aumentare l’aliquota entro il massimo dello 0,25 per cento, oppure diminuirla fino al suo azzeramento.
Ancora, la Stabilità va ad intervenire sul comma 681 (art. 1, Legge n. 147/2013), che normalizza il caso in cui l’unità immobiliare sia occupata da un soggetto diverso dal titolare del diritto reale su tale unità: “quest'ultimo e l'occupante – afferma la Stabilità 2014 – sono titolari di un'autonoma obbligazione tributaria. L'occupante versa la TASI nella misura, stabilita dal comune nel regolamento, compresa fra il 10 e il 30 per cento dell'ammontare complessivo della TASI, calcolato applicando l'aliquota di cui ai commi 676 e 677 (art. 1, Legge n. 147/2013). La restante parte e' corrisposta dal titolare del diritto reale sull'unita' immobiliare”.
Il DdL in studio alle Commissioni del Senato aggiunge però una casistica: “Nel caso in cui l’unità immobiliare sia detenuta da un soggetto che la destina ad abitazione principale […] il possessore versa la TASI nella percentuale stabilita dal comune nel regolamento relativo all’anno 2015”; come è facile prevedere, anche in questo caso sarà in vigore l’esclusione delle categorie catastali A/1, A/8 ed A/9.
Fonte: www.fiscopiu.it/Addio alla TASI per le abitazioni principali - La Stampa

References: sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 42
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 sentenza 
 art. 1218
 art. 2043
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 sentenza 
sui generis
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 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 § 57
 art. 8
 sentenza 
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 sentenza