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Timestamp: 2016-12-08 18:05:35+00:00

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Genova, la giustizia che non c’è - Altreconomia
di Pietro Raitano — 3 settembre 2012
Alla condanna in Cassazione per i vertici della Polizia si accompagna quella di dieci manifestanti, scelti quasi a caso come “capri espiatori”. A poche ore dalla pubblicazione delle motivazioni della sentenza, riproponiamo la nostra intervista uscita sul numero di settembre.
Tratto da Altreconomia 141 — Settembre 2012 In tempo per l’undicesimo anniversario, il 5 luglio 2012 la Cassazione ha posto una parola definitiva sull’assalto della polizia nella scuola Pertini/Diaz a Genova. Era la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, durante il G8. Confermate le condanne per falso aggravato del giudizio di Appello del maggio 2010: 4 anni per Francesco Gratteri, attuale capo del Dipartimento centrale anticrimine della Polizia; 4 anni per Giovanni Luperi, vicedirettore Ucigos ai tempi del G8, oggi capo del reparto analisi dell’Aisi; 3 anni e 8 mesi a Gilberto Caldarozzi, attuale capo servizio centrale operativo; 3 anni e 8 mesi per il capo della squadra mobile di Firenze Filippo Ferri; 3 anni e 6 mesi per Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto mobile di Roma. Sono i vertici della Polizia di Stato. O meglio, lo erano: per tutti è scattata l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. È un fatto che non ha precedenti nella storia di un Paese democratico. Eppure -dopo il clamore iniziale- i riflettori si sono spenti, e del significato mastodontico di quella sentenza non se ne parla quasi più. Noi, a settembre, riapriamo il dibattito con Lorenzo Guadagnucci, il giornalista che era nella scuola, ed Enrico Zucca, il pm del processo ai dirigenti delle forze dell’ordine. Zucca, Lorenzo: che cosa ha stabilito la Corte di Cassazione?
Z. La Corte d’appello aveva ribaltato la decisione di primo grado, che assolveva il livello apicale dei reparti di polizia impiegati nell’operazione della scuola Diaz. Il giudice di primo grado aveva ritenuto non pienamente consapevole questo “vertice” di quello che era successo. Le imputazioni in relazione ai comandanti dei reparti impiegati era un’imputazione di falso. Nessuno aveva opposto resistenza, nessuno aveva detenuto bottiglie molotov, nessuno aveva accolto i poliziotti con lancio di pietre. Le violenze all’interno della scuola sono invece state attribuite al reparto comandato da Vincenzo Canterini e Michelangelo Fournier. Non perché fosse il solo ad aver perpetrato violenze -tutti i reparti indistintamente lo avevano fatto- ma perché era stato possibile individuarlo con certezza essendo il reparto più inquadrato nella formazione.
Tuttavia sono reati di lesione, che sono giunti prescritti. Lo erano in gran parte già nel giudizio di appello.
L. È utile far notare che nessuno farà un giorno di carcere, grazie ai tre anni di indulto e all’affidamento ai servizi sociali per la pena residua. E va rimarcato che i funzionari hanno perso il posto per la pena accessoria dei 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. È una decisione della magistratura, non un atto cautelativo o disciplinare del capo della Polizia o del governo, che in questi anni si sono guardati bene dal prendere provvedimenti, nonostante fatti storici accertati, un rinvio a giudizio prima (nel 2004) e una condanna in appello poi (2010). La sentenza ha causato un terremoto ai vertici di polizia per un unico motivo: i dirigenti sono stati inopinatamente mantenuti al loro posto, in vari casi promossi, ignorando un principio di buon senso, che è anche un’indicazione della Corte europea per i diritti dell’uomo, ossia la sospensione dei funzionari sotto processo. Nel palazzo si è agito con arroganza e disprezzo per l’etica pubblica, finché la Cassazione non ha detto una parola definitiva, assumendosi la responsabilità di rimuovere –di fatto– i vertici investigativi della polizia italiana. Z. I condannati hanno firmato i verbali d’arresto degli occupanti della Diaz. La difesa ha sostenuto che quelle erano firme “per prassi”. Ma dire di aver firmato per prassi è come dire che in maniera spensierata si è fatto fuoco con un arma. Quei verbali firmati “per prassi” hanno avuto l’effetto di mandare in galera 93 persone. Questo eufemismo è stato usato per dire che, in fondo, i condannati avevano commesso solo un peccato veniale. Ma se c’è una cosa che consacra il potere del poliziotto, è proprio il verbale. I verbali sono gli atti sul cui valore si fonda il sistema processuale. Sostenere che qualcuno può permettersi di firmarli anche senza sapere che cosa attestano è inaccettabile. Eppure, questo si è detto per esaltare la professionalità e l’indispensabilità dei condannati. Si è parlato di loro utilizzando la retorica dei capri espiatori. Per i giudici di Cassazione, invece, ci sono le prove che dimostrano che quei verbali sono stati sottoscritti o fatti sottoscrivere da chi era perfettamente consapevole delle menzogne in essi contenute. È caduta la tesi della manovalanza che ha ingannato i capi in buona fede…
L. Dopo la sentenza definitiva c’è stato un coro unanime dei superiori e dei successori degli imputati, con l’aggiunta di ministri e commentatori, che si sono impegnati a dire che se ne andavano dei grandissimi investigatori. Sono state spese molte parole di stima. Non discuto delle carriere di questi funzionari, ma vorrei far notare quanto siano stati gravi le violenze e i falsi nel blitz alla Diaz, un episodio destinato a fare epoca nella storia della polizia italiana, e quanto questa retorica strida con le tesi difensive e i comportamenti processuali di questi “grandi investigatori”. Perché se lo sei davvero, non ti puoi difendere dicendo che non ti sei accorto di nulla di quel che stava accadendo alla scuola Diaz, e che i verbali sono stati firmati per prassi, e che tutto è stato architettato da un autista (l’agente Michele Burgio, che ha portato le molotov nella scuola, ndr). Se il grande investigatore si difende in questo modo, e poi tiene un comportamento processuale inaccettabile, ovvero si avvale della facoltà di non rispondere, come un comune imputato, dimenticando le proprie responsabilità istituzionali, allora io dico che la retorica sulla grande professionalità del grande investigatore a me suona falsa. E questa è stata la scelta di 25 imputati su 27, inclusi tutti quelli di grado più alto. A me sembra uno spirito di corpo veramente deteriore.
Dal processo è escluso l’ex capo della Polizia De Gennaro. Dopo la condanna dei “suoi” uomini, ha detto di provare dolore per le vittime. L. La reazione del sottosegretario Gianni De Gennaro è stata assolutamente indecente. La condivisione del dolore la rifiuto: a undici anni di distanza, e dopo una sentenza di condanna definitiva, è solo una presa in giro. Poi si è detto solidale con i condannati. Mi pare che tanta vicinanza con i condannati, espressa pubblicamente e con tanta evidenza, si commenti da sola. E poi il dottor De Gennaro, come capo della Polizia, era il responsabile dell’ordine pubblico nel 2001 a Genova: le sentenze sono certificazioni clamorose del fallimento della gestione dell’ordine pubblico e del tentativo della polizia di Stato di ostacolare il corso della giustizia e di sottrarsi alle responsabilità. Mi domando come sia stato possibile, per un funzionario che porta un simile fardello di responsabilità morali e professionali, mantenere il ruolo di capo della Polizia fino al 2007, passare poi a coordinare i servizi segreti e infine arrivare al governo come sottosegretario, grazie al premier Mario Monti e alla maggioranza bipartisan che lo sostiene. È grave che il sottosegretario De Gennaro abbia potuto commentare la sentenza in quel modo senza che nessuno avesse qualcosa da obiettare. Mi chiedo come i parlamentari possano tacere. Z. La delicatezza del giudizio ci fa solo intuire le pressioni che i giudici di Cassazionie devono aver subito. Quale fosse il contesto lo possiamo anche desumere dall’appello che i principali organi di stampa italiani hanno rivolto a quei giudici: coralmente hanno invocato ai giudici la “ragion di Stato”, non l’appello al diritto o alla coscienza. Si è invocata una decisione “non giusta ma saggia”. Questo è per un giudice quasi un insulto. Non si riflette abbastanza sulla gravità di questo appello lanciato coralmente da la Repubblica, Corriere della Sera e la Stampa. È significativo che si ricordi a un giudice quel che qualcuno può sperare, ma che non dovrebbe mai osare dire. È come dirgli di non fare il proprio mestiere. Ma mentre la magistratura ha saputo essere all’altezza del proprio ruolo, il servilismo della stampa a una potente lobby politico istituzionale non può che inquietare, e dimostra che le libertà non sono mai conquistate per sempre. Invece che aver di mira il fine della “miglior versione possibile della verità” (come dicevano i giornalisti del Watergate), qui le penne d’oro di quei quotidiani fino all’ultimo hanno distorto le posizioni della procura genovese, supportando le tesi degli imputati e le teorie del complotto politico ai danni della polizia. Le parole della procura facevano evidentemente paura. Invece che chiedere trasparenza ai poteri li hanno coperti. Non a caso nessuna domanda è mai stata rivolta sui molti punti oscuri ai responsabili. E silenzio ancora dopo le promesse di chiarimento “nelle competenti sedi”, mai mantenute.
Guadagnucci aspetta ancora adesso le scuse. Il “dolore” che qualcuno dice ora di provare per le vittime non sono esattamente scuse. È chiaro -e lo è da anni- che Lorenzo e gli altri non si sono procurati le lesioni aggredendo dei poliziotti che volevano perquisire l’edificio. E poi ci sono cose ancora non chiare, su cui la polizia può fare luce. Chi ha tentato di uccidere Mark Covell fuori dalla Diaz è ancora sconosciuto. Ancora aspettiamo di sapere il nome di quel poliziotto soprannominato “Coda di cavallo”, o del 14esimo firmatario dei verbali. Il caso Diaz è un caso di continue negazioni, fino all’accertamento dei fatti. Cominciamo ad esempio a revocare quel comunicato stampa della Questura (che parlava di “ferite pregresse”, ndr), che ancora adesso è l’unica parola ufficiale della polizia su quella notte. Pochi giorni dopo la sentenza Diaz, la Cassazione ha confermato le condanne a 10 manifestanti per devastazione e saccheggio, sempre per i fatti del G8 genovese. Condanne pesantissime: fino a 14 anni, per aver rotto vetrine.
Z. La condanna si è basata su una norma redatta in epoca fascista, e tuttavia in vigore, che prevede un limite di pena minimo di otto anni. Anche se riteniamo questa norma non in conflitto con la Costituzione (e così infatti è stato), possiamo e dobbiamo porci il problema della proporzionalità della sanzione rispetto ai fatti. Attenzione però: in Cassazione non potevano cambiare la pena. Non era la sede per rimediare a una pena eccessivamente severa. Ma non si può non riconoscere che nessuno degli imputati ha posto in essere fatti di sangue,o messo in pericolo la vita di persone. Non si può non riflettere sul fatto che la pena erogata per alcuni è pari a quella di un omicidio. L. Questo ci fa capire quel che si intende per capro espiatorio. Si è trattato di un’inchiesta forzata. Durante il G8 nessuno dei “vandali” era stato arrestato e nemmeno identificato. Mi fa star male il pensiero che ci siano persone in galera per tanti anni per episodi che sono stati atti di teppismo, di violenza contro le cose, senza che sia stata messa in pericolo l’incolumità di qualcuno. Sono pene troppo alte. Queste dieci condanne, insieme con il mancato processo per l’omicidio di Carlo Giuliani, a mio avviso impediscono, nonostante l’enorme rilievo della sentenza Diaz, di parlare di giustizia rispetto all’esito dei processi del G8. —

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