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Timestamp: 2017-10-19 03:32:10+00:00

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Superbeton, le sentenze non fermano il comitato Ambiente Montorio
Odori a montorio: la battaglia continua
Non si ferma la battaglia giudiziaria tra il comitato Ambiente Montorio e la società Superbeton Spa. Il comitato si sente in parte rincuorato da alcune recenti sentenze di Tar e Cassazione in favore di cittadini che denunciano "molestie olfattive" causate da impianti industriali. Casi che potrebbero combaciare con quello della Superbeton, con ripetute denunce da parte dei residenti di Montorio.
Sentenza del TAR Veneto in cui viene respinto il ricorso presentato dal Comune di Verona che ha impugnato la determinazione della Provincia di Verona n.5268 del 31/12/2014 con la quale è stato approvato il progetto presentato dalla società Brunelli Placido Franco s.r.l. (già Cava Lessinia s.r.l.), esercente l’attività di recupero di rifiuti non pericolosi, volto ad ottenere l’autorizzazione unica per un aumento del quantitativo di rifiuti in entrata nell’impianto, nonché l’inserimento di ulteriori tipologie di rifiuti da trattare.
L’autorizzazione in parola è stata successivamente oggetto di volturazione in favore della Superbeton s.p.a. a seguito di acquisto di ramo d’azienda dalla Brunelli Placido Franco s.r.l..
N. 00146/2017 REG.PROV.COLL.
N. 00770/2015 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 770 del 2015, proposto da:
Comune di Verona, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Giovanni R. Caineri, Giovanni Michelon e Fulvia Squadroni, con domicilio eletto presso la Segreteria del T.A.R. Veneto in Venezia, Cannaregio 2277/2278;
Provincia di Verona, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Isabella Sorio, Giancarlo Biancardi e Antonio Sartori, con domicilio eletto presso lo studio di quest’ultimo in Venezia, S.Polo 2988;
Brunelli Placido Franco s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Franco Zambelli, Annamaria Tassetto e Matteo Zambelli, con domicilio eletto presso il loro studio in Venezia-Mestre, via Cavallotti, 22;
Superbeton s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Annamaria Tassetto, Franco Zambelli e Matteo Zambelli, con domicilio eletto presso il loro studio in Venezia-Mestre, via Cavallotti, 22;
della determinazione della Provincia di Verona n.5268/2014 del 31/12/2014 recante in oggetto: "Approvazione del progetto ed autorizzazione alla realizzazione di un impianto di recupero rifiuti inerti non pericolosi, con produzione di conglomerati bituminosi , da ubicarsi in via del Vegron, 3 – loc. Montorio- nel Comune di Verona e di proprietà della ditta Brunelli Placido Franco s.r.l. ".
Visti gli atti di costituzione in giudizio della Provincia di Verona, di Brunelli Placido Franco s.r.l. e di Superbeton s.p.a.;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 26 gennaio 2017 il dott. Michele Pizzi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Con ricorso notificato in data 29 maggio 2015, a seguito di trasposizione del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, il Comune di Verona ha impugnato la determinazione della Provincia di Verona meglio indicata in epigrafe, con la quale, ai sensi dell’art. 208 D.Lgs n.152/2006 e della Legge regionale n.3/2000, è stato approvato il progetto presentato dalla società Brunelli Placido Franco s.r.l. (già Cava Lessinia s.r.l.), esercente l’attività di recupero di rifiuti non pericolosi, volto ad ottenere l’autorizzazione unica per un aumento del quantitativo di rifiuti in entrata nell’impianto, nonché l’inserimento di ulteriori tipologie di rifiuti da trattare.
L’autorizzazione in parola è stata successivamente oggetto di volturazione in favore della Superbeton s.p.a. (All. 7 del fascicolo della Superbeton) a seguito di acquisto di ramo d’azienda dalla Brunelli Placido Franco s.r.l.
Il ricorso è articolato in un unico motivo con il quale è stata lamentata violazione del D.Lgs n.152/2006, violazione della Legge regionale n.3/2000 e del D.M. 05.02.1998, nonché eccesso di potere per difetto di istruttoria.
Si sono costituiti in giudizio la Provincia di Verona, la società Brunelli Placido Franco s.r.l. e la Superbeton s.p.a. chiedendo tutte il rigetto del ricorso, eccependo inoltre la Superbeton s.p.a. l’inammissibilità del ricorso per carenza di interesse e genericità della censura.
All’udienza del 26 gennaio 2017 la causa è stata trattenuta in decisione.
Per ragioni di economia processuale si omette l’esame dell’eccezione preliminare sollevata dalla Superbeton s.p.a. stante la manifesta infondatezza del ricorso.
Secondo la tesi sostenuta dal Comune di Verona l’autorizzazione impugnata sarebbe illegittima in quanto “Le autorizzazioni agli impianti rilasciate dalla Provincia di Verona ai sensi dell’art. 208 del D.lgs. n.152/2006 (in procedura ordinaria come nel caso della cava Lessinia), che prevedono la cessazione della qualifica di rifiuto, possono solo rispettare i criteri degli attuali regolamenti vigenti, in particolare il DM 05/02/98 e ss.mm.ii., mentre l’ente che rilascia l’autorizzazione non può più, come invece previsto dalla c.d. “Legge Campania”, decidere con ampia discrezionalità sulla scorta anche di altre valutazioni o di diversi regolamenti.
Attualmente, con particolare riferimento al codice CER 170504, tale discrezionalità non può più sussistere, con la necessità di attenersi strettamente a quanto disposto dal DM 05/02/98 e ss.mm.ii che al paragrafo 7.31-bis consente all’interno del sito produttivo e al termine del ciclo di recupero dei rifiuti di produrre soltanto MPS identificate come “prodotti ceramici nelle forme usualmente commercializzate” attraverso l’attività di recupero del codice CER 170504. Tutto quanto prodotto dalla lavorazione del codice CER 170504 (facendo riferimento al paragrafo 7.31-bis del DM 05/02/98), che non abbia le caratteristiche sopra richiamate di MPS presenterebbe, quindi, ancora le caratteristiche di rifiuto e dovrebbe uscire dall’impianto con il Formulario Identificazione Rifiuto (FIR)” (pagg. 6 e 7 del ricorso).
Al riguardo, come già il Collegio ha avuto modo di rilevare con la sentenza n.1224/2016, occorre valorizzare, a differenza di quanto affermato dal Comune di Verona, il disposto di cui all’art. 6, par. 4, della Direttiva 2008/98/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 19.11.2008, a mente del quale, in via transitoria e nelle more dell’adozione di appositi regolamenti comunitari che stabiliscano i “criteri specifici” (di cui al par. 1 del medesimo art.6) mediante i quali, nel rispetto delle quattro condizioni normativamente indicate nello stesso art. 6, si ottiene la cessazione della qualifica di rifiuto, gli Stati membri “possono decidere, caso per caso, se un determinato rifiuto abbia cessato di essere tale tenendo conto della giurisprudenza applicabile”.
Il Legislatore comunitario, pertanto, lungi dal vietare nelle more la possibilità di riconoscere nuove operazioni di recupero dei rifiuti (rivolte ad ottenere la cessazione della qualifica di rifiuto – procedura di End of Waste), ha espressamente consentito agli Stati membri, anche in assenza di regolamenti comunitari che definiscano a monte i criteri specifici di operatività di tali procedure di recupero per determinate categorie di rifiuti, di operare comunque una decisione “caso per caso”, all’evidente fine di incentivare comunque la piena attuazione della “società del riciclaggio”, obiettivo cui la Direttiva in parola chiaramente tende ai sensi del Considerando n.28.
Pertanto, con riguardo all’ambito nazionale, non è possibile accedere all’interpretazione della normativa ambientale fornita dal Comune di Verona, dato che si andrebbe a creare, in palese contrasto con la disciplina comunitaria, un “blocco” a tempo indeterminato per le autorizzazioni delle procedure di recupero dei rifiuti, qualora tali procedure non siano previamente contemplate da appositi regolamenti comunitari (ai sensi del citato art. 6 della Direttiva 2008/98/CE) o nazionali (ai sensi dell’art. 184-ter, comma 2, D.Lgs. n.152/2006) che ne disciplinino i criteri specifici di operatività.
Volendo, quindi, applicare tali coordinate ermeneutiche al caso oggetto del presente giudizio, il Collegio evidenzia come la mancanza di regolamenti comunitari o di decreti ministeriali relativi a tutte le procedure di recupero dei rifiuti contrassegnati dal codice CER 170504, lungi dal precludere sic et simpliciter il potere dell’Amministrazione provinciale di valutare comunque, caso per caso, l’eventuale rilascio (nel rispetto delle quattro condizioni previste dall’art. 184-ter, comma 1, D.Lgs n.152/2006) delle relative autorizzazioni (come erroneamente argomentato dal Comune di Verona), comporta al contrario il potere ed il dovere appunto di procedere ad una analisi, ad una valutazione e ad una decisione casistica, rilasciando la autorizzazione unica ai sensi dell’art. 208 D.Lgs n.152/2006 qualora la sostanza che si ottiene dal trattamento e dal recupero del rifiuto soddisfi le quattro condizioni previste dall’art. 184-ter, comma 1, D.Lgs n.152/2006, in conformità all’art. 6, par. 1, della Direttiva 2008/98/CE.
Infondate sono, altresì, le doglianze dedotte dal Comune ricorrente in merito ad una asserita carenza di istruttoria da parte della Provincia di Verona laddove, nell’autorizzare il progetto e con particolare riguardo al trattamento del rifiuto con codice CER 170504, non avrebbe determinato specificamente le modalità per evitare che nell’impianto vi siano conferimenti da siti potenzialmente inquinati.
Al riguardo, premesso che il sindacato del Giudice amministrativo non può estendersi fino al punto di verificare la congruità di ogni singola prescrizione contenuta nell’autorizzazione ambientale, venendo altrimenti leso il principio di separazione dei poteri, ed essendo quindi lo scrutinio del Giudice limitato ad un’analisi necessariamente estrinseca e rivolta a verificare, nel complesso, la non irragionevolezza e la non palese incongruità o insufficienza delle prescrizioni a tutela dell’ambiente e della salute pubblica contenute nel provvedimento impugnato, si rileva che, nel presente caso, come correttamente rilevato dalla Provincia di Verona, il provvedimento oggetto del presente giudizio si sottrae alle censure mosse nel ricorso, alla luce del fatto che l’Amministrazione provinciale ha imposto misure (come ad esempio le analitiche prescrizioni contenute nei punti 9, 11, 16 – specificamente dedicato ai rifiuti con codice CER 170504 – e 22 del provvedimento de quo) che evidenziano l’attenzione posta dalla Provincia di Verona, dopo prolungata istruttoria di cui si fa menzione nel provvedimento in epigrafe, per evitare rischi di contaminazione (si veda, ad esempio, per i rifiuti con codice CER 170504, l’obbligo di stoccaggio separato, l’obbligo di sottoposizione al test di cessione per la verifica della presenza nell’eluato degli inquinanti definiti nella tabella riportata nell’allegato 3 del D.M. 05.02.1008, l’obbligo di verifica del rispetto dei valori di concentrazione stabiliti per i terreni di cui alla tabella 1, colonna A/B dell’allegato 5 alla parte quarta del D.Lgs n.152/2006).
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite liquidate in € 2.500,00 oltre spese generali, IVA e CPA in favore di ciascuna parte resistente.
Così deciso in Venezia nella camera di consiglio del giorno 26 gennaio 2017 con l'intervento dei magistrati:
L'analisi del Corriere del Veneto
Superbeton, il Tar dà ragione alla Provincia.
Sconfitto il Comune che si era opposto all‘autorizzazione dei Palazzi Scaligeri. Il comitato spera nel ricorso.
VERONA Odori a Montorio: il primo round se lo aggiudica la Superbeton, la ditta di lavorazione bitumi che da circa un anno è accusata da un comitato di cittadini di rendere l’aria maleodorante, e con lei la Provincia, che ha autorizzato la sua attività nel sito di via del Vegron. Perde il Comune, che aveva presentato il ricorso anche al fine di sostenere le regioni del comitato «Ambiente Montorio». Palazzo Barbieri aveva contestato la natura delle autorizzazioni, soprattutto per quanto riguarda le operazioni di smaltimento rifiuti, sostenendo che erano state concesse con discrezionalità.
Tesi rigettata dal Tar: secondo i giudici in mancanza di precise norme comunitarie, come in questa materia, è possibile decidere «caso per caso», altrimenti – si legge nella sentenza «si andrebbe a creare, in palese contrasto con la disciplina comunitaria, un “blocco” a tempo indeterminato per le autorizzazioni delle procedure di recupero dei rifiuti». Il tribunale amministrativo, inoltre, ha ritenuto infondati anche i rilievi del Comune sulla presunta carenza di istruttoria da parte della Provincia: da un punto di vista amministrativo risulta essere tutto in regola. Il ricorso, insomma, riguardava alcuni aspetti tecnici e burocratici e non si è entrati, almeno per il momento, nel merito di quello che i cittadini considerano prioritario: le esalazioni. Il comitato Ambiente Montorio ripone le speranze su questo: «A gennaio – dice Alberto Speciale, portavoce del Comitato – c’è stata nelle Marche una sentenza sfavorevole a una ditta che produceva odori in aria urbana. Va sottolineato il fatto che il danno c’è anche in assenza di inquinamento evidente».Precisazione importante, perché da quanto risulta l’Usl non avrebbe riscontrato forme di inquinamento e non procederà al controllo – chiesto sempre dai cittadini – sulle eventuali contaminazioni ai prodotti ortofrutticoli. Il tutto in attesa dei dati definitivi di Arpav, che ha fatto dei campionamenti a fine novembre. Speciale fa sapere che, in ogni caso «il comitato chiederà al Comune di procedere ad un’impugnazione al Consiglio di Stato», anche per quanto riguarda la parte amministrativa. Ma c’è anche il piano B, quello che prevede la procedura di delocalizzazione: secondo fonti del Comune si sarebbe già ad un punto avanzato, con tanto di location alternativa individuata. Maggiori dettagli arriveranno, è lecito supporre, nel prossimo incontro tra il comitato e l’assessore all’Urbanistica Gian Arnaldo Caleffi. – Davide Orsato
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