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Timestamp: 2019-06-16 08:43:22+00:00

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1. Vi sono due sorte d'amor proprio, ma uno è buono, l'altro è vizioso. L'amor buono è quello col quale noi ci procuriamo la vita eterna per cui ci ha creati Iddio. L'amor vizioso è quello con cui ci procuriamo i beni di questa terra, con danno dell'anima e con disgusto di Dio. Dice S. Agostino: Caelestem (civitatem) aedificat amor Dei, usque ad contemptum sui; terrestrem aedificat amor sui, usque ad contemptum Dei
(S. Aug., l. XIV, De civ. c. 28):1 La città celeste vien formata dall'amore di Dio sino al disprezzo di noi stessi; la terrestre vien formata dal nostro amor proprio sino al disprezzo di Dio. Perciò disse Gesù Cristo: Qui vult venire post me, abneget semet ipsum (Matth. XVI, 24).2 Ecco dove consiste una perfezione d'un'anima, in quella parola, Abneget semet ipsum, in negare se stessa. Chi dunque non lascia se stesso, non può andare appresso a Gesù Cristo. Augmentum caritatis, scrisse S. Agostino, diminutio cupiditatis; perfectio, nulla cupiditas (Lib. 83, qu. 36).3 Viene a dire che quanto meno una persona desidera di contentar le sue passioni, tanto più ama Dio, se poi niente desidera fuori di Dio, allora ama Dio perfettamente. Ma non è possibile a noi, secondo lo stato presente della natura deformata dal peccato, l'esser esenti affatto dalle molestie dell'amor proprio. Solo tra gli uomini Gesù Cristo, e tra le donne Maria nostra Signora ne sono stati liberi; del resto tutti i santi hanno avuto da combattere colle passioni sregolate. Tutta la cura pertanto d'una religiosa dee essere in frenare i moti disordinati del nostro amor proprio; questo è già l'officio della mortificazione interna, come dice il medesimo S. Agostino: Regere motus animi.4
2. Povera quell'anima che si lascia regolare dalle proprie inclinazioni! Magis nocet domesticus hostis, scrisse S. Bernardo (De anim. cap. 15).5 Son nostri nemici il demonio e 'l mondo,
ma il peggior nemico che noi abbiamo è il nostro amor proprio. Dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi: L'amor proprio fa nell'anima come il verme che rode le radici della pianta, si che la priva non solo de' frutti, ma anche della vita (Vit., part. III, nott. pr.).6 Ed in altro luogo dice: Il maggior traditore che abbiamo è l'amor proprio, il quale fa come Giuda, in baciarci ci tradisce. Chi vince lui, vince tutto. Chi non può ucciderlo in un colpo, gli dia il veleno.7 Bisogna dunque pregar sempre il Signore come lo pregava Salomone: Animae irreverenti et infrunitae ne tradas me (Eccli. XXIII, 6): Mio Dio, deh non mi abbandonate in mano delle mie pazze passioni che mi vogliono far perdere il santo vostro timore ed anche la ragione.
3. Tutta la nostra vita ha da essere una continua guerra: Militia est vita hominis super terram (Iob VII, 1). Ma chi sta a fronte de' nemici, bisogna che stia sempre coll'armi alla mano a difendersi, perché se in un giorno lascerà di difendersi, in quello sarà vinto. E bisogna di più avvertire che per quante vittorie riporti un'anima delle sue passioni, non dee cessar mai di combattere contro di quelle, poiché le passioni umane,
quantunque vinte più volte, non muoiono mai. Credite mihi, scrive S. Bernardo, et putata repullulant, et effugata redeunt (In Cant., serm. LVIII):8 Queste piante malvage delle nostre passioni, per quanto sieno recise, sempre di nuovo germogliano, e discacciate ritornano. Onde col combatterle altro non possiamo ottenere, che si muovano più di rado e con minor violenza, in modo che più facilmente possiamo superarle. - Un monaco andò a trovare l'abbate Teodoro, lagnandosi che da otto anni avea guerra contro le sue passioni, e non ancora avea potuto estinguerle. Rispose Teodoro: «Oh fratello mio, tu ti lamenti per questa guerra di otto anni, ed io ne ho passati sessanta nella vita solitaria, ed in tanto tempo non ho avuto un giorno senza il disturbo di qualche passione.»9 Seguiranno le passioni a molestarci, ma, dice S. Gregorio: Aliud est has bestias aspicere, aliud intra cordis caveam tenere (Mor., lib. VI, cap. 16):10 Altro è mirar queste fiere fuori dí noi e sentir che ruggiscono, altro è tenerle entro di noi e patir che ci divorino.
4. Il nostro cuore è un orto in cui sempre nascono erbe selvagge e nocive; bisogna pertanto tener continuamente la
zappetta alla mano, della santa mortificazione, per troncarle e cacciarle fuori; altrimenti l'anima tra poco diventerà una boscaglia di sterpi e spine. - Vince te ipsum. Questo era il documento che S. Ignazio di Loyola sempre replicava, ed era il soggetto usuale de' sermoni familiari a' suoi religiosi: Vincete l'amor proprio, rompete le vostre volontà. Mentre egli diceva all'incontro che delle persone d'orazione poche si fanno sante, perché poche son quelle che attendono a vincere se stesse: Di cento persone d'orazione, erano le sue parole, più di novanta riescono di propria testa. Onde poi il santo faceva più conto d'un atto di mortificazione della volontà propria che di più ore di orazione piene di consolazioni spirituali.11 Scrive Giliberto: Quid proficit clausos esse aditus, si intus hostis fames cuncta contristat? (Serm. 26, in Cant.):12 Che giova ad una piazza tener le porte chiuse, se 'l nemico che sta dentro, cioè la fame, affligge tutti? E vuol dire: A che serve
mortificare i sensi esterni e fare altre divozioni, e poi ritenere nel cuore quella passione, quell'affetto alla propria volontà, quell'attacco alla stima propria, quell'ambizione, quel o altro simile nemico che mette il tutto a ruina?
5. Dicea S. Francesco Borgia che l'orazione è quella che introduce nel cuore il divino amore, ma la mortificazione poi è quella che all'amore apparecchia il luogo con toglierne la terra, la quale restando l'impedirebbe d'entrare.13 Bisogna che dal vaso tolga la terra chi va a prender acqua alla fonte; altrimenti non ne riporterà già acqua, ma fango. Il P. Baldassarre Alvarez scrisse su questo proposito una gran sentenza, dicendo: L'orazione senza mortificazione o e illusione o poco dura.14 E S. Ignazio dicea che più s'unisce con Dio un'anima mortificata in un quarto d'ora d'orazione, che un'altra immortificata in più ore. Quindi era che il santo, udendo lodare qualche persona che facesse molta orazione, diceva: È segno dunque che sarà di molta mortificazione.15
6. Vi sono alcune religiose che fanno molte divozioni, molte comunioni, molte orazioni, digiuni e altre penitenze corporali; ma poi trascurano di vincere certe loro passioncelle, per esempio certi risentimenti di sdegno, certe avversioni, certe curiosità, certe affezioni pericolose: non sanno vincersi in soffrire qualche contrarietà, in distaccarsi da certe persone, in soggettare il proprio volere all'ubbidienza ed alla divina volontà. Queste tali che avanzo mai posson fare nella perfezione? Si troveranno le misere sempre le stesse difettose che sono, e sempre fuori di via. Bene currunt sed extra viam, dice S. Agostino:16 correranno bene, cioè, a dir meglio, si lusingheranno di correre bene, seguitando a praticare quei loro esercizi divoti, ma sempre si troveranno fuori della strada della perfezione, la quale consiste in vincere noi stessi. Tantum proficies, quantum tibi vim intuleris, scrisse Tommaso da Kempis:17 tanto sarà il tuo profitto, quanta la violenza che ti farai. Io non già biasimo qui le orazioni vocali né le penitenze né gli altri esercizi di spirito; ma questi debbon dall'anima tutti indrizzarsi per ottenere la vittoria delle passioni, giacché tutti gli esercizi divoti non sono altro che mezzi per praticar le virtù; ond'è che nelle comunioni, meditazioni, visite al Sagramento e simili dobbiamo sempre pregare il Signore a darci forza per essere umili, mortificati, obbedienti ed uniformati al suo santo volere. Ad ogni cristiano è difetto l'operare non per altro motivo che della propria soddisfazione; ma ciò è molto maggior
difetto ad una religiosa che fa profession particolare di perfezione e mortificazione. Deus, dice Lattanzio, vocat ad vitam per laborem, daemon ad mortem per delicias (Lib. VI, de Prov. cap. 18):18 Iddio chiama alla vita eterna per mezzo della mortificazione, il demonio all'incontro chiama alla morte eterna per mezzo delle proprie soddisfazioni.
7. Anche le cose sante bisogna che l'intraprendiamo sempre collo spirito distaccato, sicché non riuscendo le nostre intraprese o venendoci vietate dall'ubbidienza, le lasciamo volentieri e senza inquietudine. Ogni attacco a noi stessi impedisce
l'unione perfetta con Dio. Quest'affare dunque di contraddire alle nostre passioni e di non farci da loro strascinare, abbiamo da pigliarlo a petto e con volontà risoluta. Così la mortificazione esterna come l'interna sono necessarie alla perfezione; ma con questa differenza, che l'esterna dobbiamo esercitarla con discrezione, ma l'interna senza discrezione e con fervore. Ed a che mai serve il mortificare il corpo, se non mortifichiamo le passioni interne? Quid prodest, dice S. Girolamo, tenuari abstinentia, si animus superbia intumescit? quid vinum non bibere, et odio inebriari? (Epist. ad Celantiam).19 A che serve l'estenuarci co' digiuni, e poi esser gonfi di superbia, non potendo soffrire una parola di disprezzo o una dimanda che ci vien negata? A che serve l'astenerci dal vino, e poi ubbriacarci di sdegno contro chi ci fa qualche incontro o contraddice a' nostri sentimenti? Giustamente S. Bernardo compatisce il cattivo stato di quei religiosi che vestono umilmente da fuori, ma poi nutriscono di dentro le loro passioni. Questi, dicea, non si spogliano de' loro vizi, ma li ricoprono con quei segni esterni di penitenza.20
8. All'incontro coll'attendere a mortificare il nostro amor proprio, in breve tempo possiamo farci santi, senza pericolo di guastarci la sanità o d'insuperbircene, poiché degli atti interni solo Dio n'è testimonio. Lo strozzare nella loro nascita
quelle vogliette, quelle affezioni, contese, curiosità, detti lepidi e simili, oh che bella messe compongono di atti di virtù e di meriti! Quando vi è contraddetta qualche cosa, cedete volentieri, sempreché non vi sia discapito della gloria di Dio. Di quel punto di stima propria fatene un bel sacrificio a Gesù Cristo. Ricevete quella lettera? frenate l'ansia di aprirla, e non l'aprite se non dopo qualche tempo. Desiderate di leggere in qualche libro il termine di quel fatto curioso? riserbatevelo per un'altra volta. Vi vien voglia di dir quella facezia, di coglier quel fiore, di guardar quell'oggetto? privatevene per amor di Gesù Cristo. Di questi atti se ne possono far mille alla giornata. Riferisce il P. Leonardo da Porto Maurizio che una serva di Dio in cibarsi d'un uovo fece otto atti di mortificazione, e che indi le fu rivelato che per quelli le erano stati concessi otto gradi di grazia e otto di gloria.21 Narrasi anche di S. Dositeo che con tali mortificazioni interne tra poco tempo giunse ad un'alta perfezione. Questo giovine, essendo infermo, non potea digiunare né praticare gli altri esercizi della comunità; onde gli altri monaci, vedendolo così avanzato nell'unione con Dio, meravigliati l'interrogarono un giorno, qual esercizio di virtù egli facesse. Rispose che l'esercizio al quale principalmente egli attendeva, era il mortificare tutt'i suoi propri voleri.22
9. Dicea il B. Giuseppe Calasanzio: La giornata che passa senza mortificazione è perduta.23 A questo fine di farci intendere quanto a noi la mortificazione fosse necessaria, volle Gesù Cristo assumere una vita tutta mortificata, priva d'ogni sollievo sensibile, e piena di pene e d'ignominie; onde Isaia lo chiamò l'uomo de' dolori, Virum dolorum.24 Poteva il nostro Salvatore redimere il mondo tra gli onori e delizie; ma no, volle redimerlo
tra i dolori e disprezzi. Proposito sibi gaudio, sustinuit crucem (Hebr. XII, 2): Essendogli stato proposto il gaudio, per dare a noi esempio, lo rinunziò e si abbracciò colla croce. Volve et revolve vitam Iesu, dice S. Bernardo, semper eum invenies in cruce:25 Volta e rivolta tutta la vita di Gesù, lo troverai sempre a patire in croce. Rivelò egli stesso a S. Caterina di Bologna che sin dall'utero di Maria cominciò a soffrire i dolori della Passione.26 Indi nella nascita si elesse uno stato di vita tutto povero, sconosciuto e disprezzato. E morendo si elesse la morte più penosa, ignominiosa e desolata che potea patire. Dicea S. Caterina da Siena che siccome la madre prende la medicina amara per guarire il suo bambino infermo che allatta, così Gesù Cristo assunse tutte le pene della sua vita, per sanare noi poveri infermi.27
10. Quindi egli ci fa sapere che se ne va al monte della mirra, cioè delle amarezze e de' dolori: Vadam ad montem myrrhae (Cant. IV, 6). E colà c'invita a seguirlo, se vogliamo la sua compagnia. Venis ad Crucifixum? dice S. Pier Damiani, crucifixus venies aut crucifigendus (Serm. 1 de Exalt. S. Cruc.):28 Tu vieni, o religiosa, ad abbracciarti col Crocifisso? bisogna dunque che vieni o già crocifissa o per esser crocifissa. E Gesù stesso, parlando specialmente delle vergini sue spose, disse alla B. Battista Varani: Sposo crocifisso vuol la sua sposa crocifissa.29 Bisogna dunque che le monache, per essere sue vere spose, vivano sempre mortificate e crocifisse: Semper mortificationem Iesu in corpore nostro circumferentes (II Cor. IV, 10). Cioè che in tutte le loro azioni e desideri non cerchino mai le proprie soddisfazioni, ma il solo gusto di Gesù Cristo, mortificando per suo amore tutte le loro voglie: Qui... sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis suis (Gal. V, 24). Le spose del Redentore bisogna che tengano confitte tutte le loro passioni, altrimenti egli non mai le riconoscerà per sue spose.
11. Veniamo ora alla pratica, e vediamo quali sono le regole per conseguire la vera mortificazione interna.
La prima regola è di conoscere in noi qual sia la passione
che più ci domina e più spesso ci fa cadere in difetti, ed indi procurare di superarla. Dice S. Gregorio che di quella medesima arte di cui si vale il demonio per vincere noi, dobbiamo valerci noi per vincere lui.30 Egli si affatica ad accendere sempre più in noi quella passione alla quale ciascuno è più inclinato; e noi principalmente dobbiamo attendere questa passione ad abbattere. Chi vince la passion predominante, facilmente vincerà tutte l'altre; altrimenti, facendosi dominare da quella, primieramente non potrà mai avanzarsi nella perfezione. Quid prosunt aquilae alae, capto pede? dice S. Efrem.31 A che giovano ad un'aquila regale le grandi ale che tiene, se
sta col piede ligato da una corda, e non può volare? Oh quante religiose vi sono ne' monasteri, che potrebbero, quali aquile regali, fare gran voli nella via di Dio, ma perché stanno ligate da qualche attacco terreno, non volano e non mai si avanzano nella perfezione! E dice S. Giovanni della Croce che ogni filo basta a rattenere un'anima che non voli a Dio.32 Inoltre, quel ch'è peggio, chi si fa dominare da qualche passione, non solo non si avanza nello spirito, ma si mette in gran pericolo di perdersi. È necessario dunque che la religiosa procuri di abbattere quella passione a cui si sente più inclinata; altrimenti poco le gioverà il mortificarsi in altre cose. Taluna, per esempio, non sarà avida di danari, ma sarà gelosa della stima propria; se questa non attende a vincersi ne' vilipendi che riceve, poco le gioverà il disprezzo de' danari. Per contrario, un'altra non sarà gelosa della stima, ma desidera danari; se ella non attende a mortificar questo suo desiderio, poco le gioverà il soffrire i disprezzi.
12. Risolvetevi pertanto, sorella benedetta, a superare con volontà risoluta quella mala inclinazione che più vi predomina. Volontà risoluta, col divino aiuto, il quale non manca mai, vince tutto. S. Francesco di Sales era molto inclinato all'ira, ma, colla violenza che si fece, diventò l'esempio della mansuetudine e della dolcezza, siccome leggesi già nella sua Vita, in tanti casi che gli avvennero, ne' quali permise il Signore che fosse caricato d'ingiurie e d'infamie.33 Superata poi che sarà una passione, bisogna che la persona passi a vincere l'altra; altrimenti una che ne resta nell'anima, basterà a rovinarla. Dicea il B. Giuseppe Calasanzio: Benché superi tutte l'altre passioni, se una in te ne regna, sempre viverai
inquieto.34 E S. Cirillo scrisse: Navis, quantumcumque integra, nihil prodest, si parvum fundo foramen relinquat (Apud S. Aug. ep. 206):35 Se in una nave si lascia d'otturare un picciol buco che sta nel fondo, quantunque ella sia intiera e forte, anche si perderà. Quindi dice S. Agostino: Calca iacentem, conflige cum resistente (In cap. VIII Rom.):36 Hai gittata a terra una passione, calpestala, e passa a combattere coll'altra che resiste. Se dunque voi avete desiderio di farvi santa, vi consiglio a pregar la superiora e 'l direttore che vi guidino per quella via che meglio lor parerà. Dite loro che in niente vi risparmino, anzi che in tutto contraddicano a' vostri voleri, sempre che lo stimeranno utile per voi. Volontà rotta, volontà perfetta, scrisse il gran servo di Dio il cardinal Petrucci.37 S. Teresa riferisce che un suo confessore sopra tutto attendeva a contraddirle i suoi desideri; e poi dice che questo fu il direttore che più le giovò all'anima. Soggiunge che 'l demonio più volte la tentò a lasciarlo, ma sempre ch'ella aderiva alla suggestione, Iddio fortemente la riprendeva: Ogni volta che mi risolveva a lasciarlo, così ella scrive, sentiva dentro di me una riprensione, la quale mi struggeva più di quel che mi faceva il confessore.38
13. La seconda regola si è che la persona procuri di resistere alle passioni, e d'abbatterle prima che prendano forza; altrimenti se alcuna di loro s'invigorisce col mal abito, appresso molto difficile sarà il superarla. Ne cupiditas robur accipiat, cum parvula est, allide illam, parla S. Agostino (In Psal. 136).39 Quella religiosa, per esempio, in qualche incontro che riceve si sentirà inclinata a rispondere una parola di risentimento, o pure in qualche occorrenza a rimirare una persona geniale; bisogna che a principio resista, altrimenti, dice S. Efrem, quella picciola piaga, se comincia ad aprirsi e non si cura, appresso diventerà un ulcere incurabile: Nisi citius passiones sustuleris, ulcus efficiunt (S. Ephr., De Perfect.).40 Ciò insegnò ingegnosamente col fatto un monaco antico, come riferisce S. Doroteo (Serm. 11). Comandò egli ad un suo discepolo di svellere da terra un picciol cipresso, e quegli subito lo svelse. Ordinò poi che ne svellesse un altro più grandetto, ed allora bisognò che 'l discepolo vi mettesse tutta la forza per istrapparlo. Finalmente gli ordinò di svellerne un altro che avea profonde radici, ma quegli, per quanto si affaticasse non poté sradicarlo. Dopo ciò disse il monaco: «Or sappiate che così sono le nostre passioni: quanto è facile lo sradicarle sul principio, tanto è difficile dopo che han presa forza col mal abito.»41 Ed in fatti ciò si vede coll'esperienza.
Per esempio una religiosa, ricevendo un affronto, subito sentirà in se un moto di sdegno; se ella a principio smorza quella scintilla e tacendo ne fa un sagrificio a Dio, finirà il fuoco e ne resterà illesa e con merito; ma se aderisce a quel moto e si ferma a riflettervi e comincia a risentirsene anche esternamente, ecco che quella scintilla non ismorzata diventerà col tempo un incendio d'odio. Nasce in cuore ad un'altra una certa picciola affezione verso qualche persona; se a principio se ne allontana, svanirà quell'affetto; ma se siegue a secondare il suo genio, diventerà tra non molto tempo l'affetto peccaminoso e mortale. Perciò bisogna che con tutta la cura ci guardiamo di non nutrire le fiere che ci divorino.
14. La terza regola è, come dice Cassiano, di procurare che le nostre passioni mutino oggetto e così elle da nocive e viziose diventino giovevoli e sante;42 v. gr. quella religiosa è inclinata all'amore verso le persone che la favoriscono: muti oggetto, e rivolga questa sua passione ad amare Iddio, ch'è infinitamente amabile e che più di tutti l'ha favorita. Quell'altra è inclinata a sdegnarsi contro coloro che le son contrari: rivolga questo suo sdegno in odiare i suoi peccati, che sono quei nemici che le han fatto più danno di quel che poteano farle tutti i demoni dell'inferno. Quell'altra è inclinata a procacciarsi onori o beni temporali: si rivolga a desiderare i beni e gli onori eterni. Ma a far ciò bisogna spesso meditare
le verità della fede, spesso leggere libri spirituali, spesso ragionare delle massime eterne; specialmente bisogna imprimersi nella mente certe massime fondamentali di spirito, per esempio: Niente merita amore, se non Dio. Solo il peccato è quel male che dee odiarsi. Tutto è buono ciò che Dio vuole. Ogni cosa di questo mondo finisce. Vale più alzare una paglia per volontà di Dio, che convertire tutto il mondo senza la volontà di Dio. Bisogna far quello che vorressimo aver fatto in morte. Bisogna vivere in questa terra, come non vi fosse altro che noi e Dio. Chi tiene la mente ripiena di cose e massime sante, poco è molestato dagli oggetti terreni, e sempre ritrovasi più forte per resistere alle inclinazioni malvage. Così han fatto i santi, e con ciò si sono ritrovati poi nelle occasioni divenuti quasi insensibili ai beni e mali della terra. Sopra tutto, per vincere se stesso e non farsi dominare dalle proprie passioni, bisogna sempre pregare e chiedere a Dio l'aiuto della sua grazia. Chi prega ottiene tutto: Omnis... qui petit, accipit (Luc. XI, 10). Preghiamo specialmente il Signore che ci doni il suo santo amore; a chi ama Dio, niente è difficile. Giovano sì bene le considerazioni e le ragioni per praticare le virtù, ma vale più una scintilla di amore verso Dio a far le cose di suo gusto, che non vagliono mille ragioni e considerazioni. Ad operar per forza di ragioni, vi vuol fatica e violenza; ma chi ama non fatica nel fare quel che piace all'amato: Qui amat non laborat.43
Mio Dio, con tanti aiuti che ho avuti dalla vostra grazia, tante comunioni, tante prediche, tanti buoni esempi delle sorelle, tanti lumi interni, tante vostre chiamate, avrei dovuto a quest'ora diventare tutta fuoco d'amore verso di voi. Ma ciò non ostante, mi vedo sempre imperfetta e miserabile, qual era. Per voi non è mancato, tutto è mancato per colpa mia, e
per gl'impedimenti che ho posti alla vostra grazia col volere aderire alle mie passioni. Vedo che la mia vita, Gesù mio, non già v'ha onorato, ma disonorato più presto, vedendo gli altri una sposa vostra così attaccata al mondo ed a se stessa. Voi mi avete cacciata dal mondo, ed io ho amato il mondo più che le secolari. Signore, abbiate pietà di me, non mi abbandonate, perché io voglio emendarmi.
Mi pento con tutto il cuore di tutte le volte che per soddisfare a me ho dato disgusto a voi, mio sommo bene. Io voglio cominciare ad amarvi da vero, e voglio cominciare da questo giorno. Basta per quanto tempo ho strapazzata la vostra pazienza; ora v'amo con tutta l'anima mia.
Da ogg'innanzi voi siete e sarete sempre l'unico oggetto degli affetti miei. Io voglio lasciar tutto e far tutto per darvi gusto. Ditemi ciò che da me volete, e datemi l'aiuto per eseguirlo, ch'io son pronta a compiacervi. Non permettete ch'io sia più sconoscente a tante finezze d'amore, colle quali mi avete incatenata ed obbligata ad amarvi.
Io mi offerisco ad esser priva d'ogni consolazione terrena ed a patire ogni croce che vi piacerà di mandarmi: disponete di me come vi piace. Io voglio essere e spero di esser tutta vostra e sempre vostra. Gesù mio, voi solo voglio e niente più.
O Maria, madre mia, pregate il vostro Figlio che mi esaudisca, giacché il vostro Figlio niente vi nega.
1 Fecerunt itaque civitates duas amores duo: terrenam scilicet amor sui usque ad contemptum Dei, caelestem vero amor Dei usque ad contemptum sui.» S. AUGUSTINUS, De civitate Dei, lib. 14, cap. 28. ML 41-436.
2 Si quis vult post me venire, abneget semetipsum, et tollat crucem suam, et sequatur me. Matth. XVI, 24.
3 «Caritatis autem venenum est, spes adipiscendorum aut retinendorum temporalium. Nutrimentum eius est, imminutio cupiditatis; perfectio, nulla cupiditas.» S. AUGUSTINUS, Liber de diversis quaestionibus LXXXIII, qu. 36, n. 1. ML 40-25.
4 «Duo autem sunt abstinentiae et crucis genera, unum corporale, aliud spirituale. Unum.... ab his quae per tactum et gustum visumque decipiunt.... sensum viriliter revocare.... Alterum pretiosius atque sublimius, motus animi regere.» Sermo (inter supposititios) 196, n. 7. Opera S. Augustini. ML 39-2112.- Questa parte del Sermone è di EUSEBIO EMISSENO, Hom. 2 ad Monachos. Opera, Parisiis, 1575, fol. 301, a tergo. Ivi, invece di «pretiosius, sublimius», leggerai «pretiosum, sublime.»
5 «Isti tres inimici (caro, mundus et diabolus) me impugnant et persequuntur, nunc quidem aperte, nunc vero occulte, semper autem malitiose. Diabolus namque plus confidit in adiutorio carnis, quoniam magis nocet domesticus hostis.» Meditationes piissimae de cognitione humanae conditionis, cap. 13, n. 35. ML 184-504.- Quantunque al Mabillon non «sembrino» queste Meditazioni esser di S. Bernardo, confessa però che in quasi tutti i manoscritti vengono attribuite a questo santo Dottore e che non sono indegne di lui. Per altro S. BERNARDO esprime altrove- In Cantica, sermo 85, n. 3 et 4: ML 183-1189- il medesimo pensiero: «Impulsus eversus sum ut caderem.... (Ps. CXVII, 13). Quaeris quis ille impulsor? Non est unus. Impulsor diabolus est, impulsor mundus, impulsor homo. Quis iste homo sit quaeris? Quisque sui. Noli mirari. Usque adeo homo impulsor sibi est et suimet praecipitator, ut non sit quod ab altero impulsore formides, si ipse a te proprias contineas manus.... Manus tua, consensus tuus.... Satis claret quam sit homo praecipuus impulsor sui, qui suo sine alieno impulsu cadere potest, alieno absque suo cedere non potest. Cuinam horum praecipue resistendum? Nempe huic, qui eo molestior quo interior, solus deiicere sufficit, cum sine ipso alii possint facere nihil.»
6 «Fa quest' amor proprio nell' anima come quel vermicello, che col suo sottile e continuo rodere va consumando le barbe della pianta, in guisa che non solo la priva de' frutti, ma della vita, perchè la fa seccare.» PUCCINI, Vita, parte 3, Prima notte (Vol. II, Aggiunta alla Vita, Firenze, 1611, pag. 12).
7 «Non ci manca il nostro Giuda, il maggior traditore che abbia l' anima nostra, ch' è il pestifero amor proprio, il quale fa appunto come Giuda: ci bacia e ci tradisce; e chi vince lui, vince 'l tutto; buon sarebbe a combattere con lui in isteccato; e chi non può ammazzarlo in un colpo, saria buono dargli il veleno.... Molti e molti altri sono i nostri nemici, prima i molti appetiti sensuali e vari movimenti della natura; il mondo ancora ci è nemico; ma 'l più pestifero di tutti è questo Giuda, questo traditore ascoso, questo amor proprio. O mio Cristo, fammi 'l conoscere, come tu conoscesti il tuo.» PUCCINI, Vita, parte 6, cap. 1 (vol. II, Aggiunta alla Vita, Firenze, 1611, pag. 499).
8 In Cantica, sermo 58, n. 10. ML 183-1060.- Vedi sopra, capo VI, num. 14, nota 35, pag. 136.
9 «Frater quidam sedens singularis turbabatur, et pergens ad abbatem Theodorum de Pherme, dixit ei quia conturbaretur. Senex autem dixit ei: «Vade, humilia mentem tuam, et subde te, et habita cum aliis.» Abiit autem in montem, et mansit cum aliis. Et reversus est postea ad senem, et dixit ei: «Nec cum aliis hominibus habitans, quietem invenio.» Et dixit ei senex: «Si solitarius non quiescis, neque cum aliis, cur voluisti monachum facere? nonne ut sustineas tribulationes? Dic autem mihi, quot annos habes in habitu isto?» Et dicit ei: «Octo.» Et dicit ei senex: «Crede mihi, habeo in habitu isto septuaginta annos, et nex una die potui requiem invenire; et tu in octo annis requiem vis habere?» VITAE PATRUM, lib. 5, auctore graeco incerto, interprete Pelagio, libell. 7, n. 5. ML 73-893.
10 «Possunt etiam per terrae bestias motus carnis intelligi, qui dum mentem nostram irrationabilia suadendo lacessunt, contra nos bestialiter insurgunt. Sed cum cor sub divina lege deprimitur, etiam carnis incentiva detumescunt; ut etsi tentando submurmurant, nequaquam tamen usque ad effectum operum, quasi ad aperti morsus rabiem, exsurgant. Quis enim in hac adhuc corruptibili carne subsistens, has terrae bestias plene edomat....? Sed aliud est has bestias in campo operis saevientes aspicere, aliud intra cordis caveam frementes tenere. Redactae namque intra claustra continentiae, etsi adhuc tentando rugiunt, usque ad morsum tamen, ut diximus, actionis illicitae non excedunt.» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob, lib. 6, cap. 33 (al. 22), n. 52. ML 75-757. Le fiere imprigionate di S. Gregorio, e quelle di cui S. Alfonso ci fa sentire il lontano ruggito, rappresentano, sotto figure diverse, le passioni ridotte a tale stato da non poter nuocere.
11 «L' ordinario argomento dell' esortazioni domestiche era sopra il diventare uomo interiore, sopra il rompere a piè della croce di Cristo la propria volontà, e 'l domare le passioni e gli affetti, fino a ridurli ad ubbidire a cenno. Anzi nel domestico suo favellare, che sempre era o per Dio o di Dio, null' altro avea più spesso in bocca che vince te ipsum.... Aveva Ignazio l' orazione in gran pregio.... ma non misurava con essa la santità di veruno, nè stimava più perfetto chi più ci durava, ma chi più generosamente si vinceva.... Anzi soleva dire che la pratica di gran tempo gli aveva insegnato, che de' cento che mettono il midollo della perfezione in ispender molte ore in orazione, più di novanta riescono di propria testa, difficili a maneggiarsi, ostinati ne' loro pareri, e mal suggetti a governo di regola; per lo concetto che di sè hanno, di poter essere regolatori d' altrui. Al contrario, pregiava assai più un atto risoluto ed eroico di mortificazione, massimamente della propria stima, che non molte ore d' un dolce piangere e d' un soavissimo sospirare.» BARTOLI, Vita, lib. 4, n. 12.
12 «Sicut turris David collum tuum, quae aedificata est cum propugnaculis... (Cant. IV, 4).... Et abundantia in turribus tuis (Ps. CXX, 7). Omnino convenit ut in turre non desit ubertas. Dura quia duplicata mecessitas, ubi foris obsidio, fames intrinsecus. Quid proficit clausos et munitos esse aditus omnes, si nitus saevus hostis fames cuncta contristat? Mala fames, fastidium. Clausae sunt ianuae et exteriores muniti aditus, si per sensuum tuorum fenestras mors non ingreditur, nec experientia indisciplinatorum sunsuum de exteriori materia mali incentiva admittit.... Iam clausus es, iam habitas in ecxelsis, et munimenta saxorum sublimitias tua. Numquid satis est? quid prodest tam munita sublimitas, si quae intus sunt, fames et fastidii vastat crudelis egestas?... Et quidem ipsa observantiarum duritia et petra disciplinae, frequenter largos effundit rivos olei, et mentis faucibus dulcedinem devotionis ministrat Ordinis quidam lapideus rigor... Abundantia diligentibus te, (o Ierusalem) (Ps. CXXI, 6). Alioquin, qui non amat, etsi intus sit, esurit tamen.» GILLEBERTUS DE HOILANDIA, Abbas Ord. Cist., In Cantica, sermo 26, n. 5. ML 184-136, 137.
13 «Teneva gran conto della purità e mondizia del suo cuore, per essere un mezzo assai proporzionato per ottenere il commercio e familiare comunicazione con Dio, che più perfettamente si dà alle anime pure, per esser più disposte a ricevere il raggio della divina luce.» RIBADENEIRA, Vita, Roma, 1616, lib. 4, cap. 4.- (Lodandosi in sua presenza qualcuno come uomo di spirito o come santo e perfetto, rispondeva subito): «Serà asi, si es mortificado, y lo serà mucho, si es muy mortificado.» Alvaro CIENFUEGOS, Vida, Madrid, 1726, lib, 6, cap. 7, § 1.- Cf. RIBADENEIRA, op. cit., lib. 4, cap. 5.
14 «Con questo vien altresì soddisfatto alla quinta difficoltà, cioè, che vi son molti, i quali s' immergono tanto in questo modo d' orazione, che se ne vanno come estatici, dimentichi delle obbligazioni della carità, della obbedienza e della solida mortificazione, e dell' acquisto delle massicce virtù, sol contenti di starsene come in continue nozze nella soavità e dolcezza della loro orazione... Ma si risponde che tutti questi mancamenti e difetti non nascano veramente da questa maniera di orazione, ma dalla indiscretezza di coloro che l' usano; e questi tali debbono esser corretti e avvertiti, che se si contentino d' andar solamente raccolti senza esercizio di mortificazione, e di altre virtù, vanno ingannati, e se non si emendino, possono ragionevolmente aversi a sospetti nel loro raccoglimento, nè in esso persevereranno gran tempo; quantunque non sia da maravigliare che abbiano alcuni difetti, giacchè tutti ne hanno, comechè procedano prosperamente.» Ven. P. Lodovico DA PONTE, Vita, cap. 41, Roma, 1692, pag. 409, 410.
15 «Al P. Natale, quando si spesse istanze gli fece di stendere a più d' un' ora il tempo dell' orazione, disse: «Che le lunghe meditazioni erano ben necessarie per acquistare il dominio delle passioni, pregando, e divisandone seco medesimo i modi; ma che giunto che altri vi sia, con un quarto d' ora di raccoglimento, e più tosto e più strettamente si unirà con Dio, che non un mal mortificato con ben due e più ore che vi consumi intorno: conciosiachè l' impedimento maggiore di portarsi e mettersi in Dio, sia l' essere attaccato a sè medesimo.... Con tal regola corresse la lode che il P. Luigi Gonzalez diede a un gran servo di Dio, dicendo: «Egli è un uomo di grande orazione.» Ripigliò subito il santo: «Egli è uomo di gran mortificazione.» BARTOLI, Vita, lib. 4, n. 12.- «Non voglio lasciar di dire, che quantunque Ignazio fosse dotato di così mirabil dono e spirito d' orazione, con tutto ciò maggiore stima faceva dello spirito della mortificazione che di quello dell' orazione, sebben conosceva che ambedue questi spiriti sono tra di loro così uniti e affratellati, che non se ne ritrova uno che sia veramente disgiunto e separato dall' altro. Quindi avvenne, che uno de' nostri lodando un giorno un religioso in presenza d' Ignazio, dicendo che era persona di grande orazione, Ignazio, mutando le parole: «Sarà, disse, uomo di gran mortificazione.» RIBADENEIRA, Vita, lib. 5, cap. 1.
16 «Bene currunt: sed in via non currunt.» S. AUGUSTINUS, Sermo 141, cap. 4, n. 4: ML 38-777.- Parla S. Agostino di coloro i quali menano vita buona, ma non sono cristiani. Quindi soggiunge: «Melius est in via claudicare, quam praeter viam fortiter ambulare.»- Però, è giusta l' applicazione che fa qui S. Alfonso del suo detto.
17 «Tantum proficies, quantum tibi ipsi vim intuleris.» De Imit. Christi, lib. 1, cap. 25, n. 11.
18 «Duae sunt viae... per quas humanam vitam progredi necesse est.... Duas istas vias caeli et inferorum esse dicimus, quia iustis immortalitas, iniustis poena aeterna proposita est... Utrique praepositum esse dicimus ducem, utrumque immortalem... (Via iniquorum) est... criminatoris illius qui, pravis religionibus institutis, avertit homines ab itinere caelesti et in viam perditionis inducit. Cuius viae species et figura sic est composita in aspectu, ut plana et patens, omni genere florum atque fructuum delectabilis esse videatur. In ea enim posita sunt omnia quae pro bonis habentur in terra: opulentiam dico, honorem, quietem, voluptatem, illecebras omnes; sed cum his pariter iniustitiam, crudelitatem, superbiam, perfidiam, libidinem, cupiditatem, discordiam, ignorantiam, mendacium, stultitiam,ceteraque vitia. Exitus autem huius viae talis est. Cum ventum guerit ad extremum, unde iam regredi non licet, cum omni sua pulchritudine tam subito praeciditur, ut non ante quis fraudem prospicere possit, quam praecipitatus in altitudinem profundam cadat. Quisquis enim praesentium bonorum specie captus, et in his consequendis ac fruendis occupatus, non praeviderit ea quae post mortem secutura sunt, seque a Deo averterit: is vero ad inferos deiectus, in aeternam damnabitur poenam.- Via vero illa caelestis, difficilis et clivosa proposita est, vel spinis horrentibus aspera, vel saxis exstantibus impedita; ut cum summo labore ac pedum tritu, cumque magna cadendi sollicitudine sit cuique gradiendum. In hac posuit iustitiam, temperantiam, patientiam, fidem, castitatem, abstinentiam, concordiam, scientiam, veritatem, sapientiam, ceterasque virtutes; sed simul cum his paupertatem, ignominiam, laborem, dolorem, amaritudines omnes... Iustus ergo, quoniam durum asperumque iter ingressus est, contemptui, derisui, odio sit necesse est... Erit itaque pauper, humilis, ignobilis, subiectus iniuriae; et tamen omnia, quae amara sunt, perferens. Et si patientiam iugem ad summum illum gradum finemque perduxerit, dabitur ei corona virtutis; et a Deo pro laboribus, quos in vita propter iustitiam pertulit, immortalitate donabitur.... In omni hac vita, quia nobis adversarium Deus reservavit ut possemus capere virtutem, omittenda est praesens voluptas, ne hostis opprimat: vigilandum, stationes agendae, militares expeditiones obeundae, fundendus ad ultimum cruor, omnia denique amara et gravia patienter ferenda: eo quidem promptius, quo nobis imperator noster Deus praemia pro laboribus aeterna constituit.» Lucius Caecilius Firmianus LACTANTIUS, Divinarum Institutionum lib. 6, cap. 3 et 4. ML 6-641, 643, 644, 645, 646, 647. Sarebbero da leggersi integralmente i capitoli 3 e 4, col. 641-649, e il cap. 7, col. 657-659, nei quali Lattanzio svolge il suo pensiero, ristretto da S. Alfonso, secondo il suo metodo, in poche parole.
19 «Quidquid supra iustitiam offertur Deo, non debet impedire iustitiam, sed adiuvare. Quid autem prodest temuari abstinentia corpus, si animus intumescat superbia? Quam laudem merebimur de pallore ieiunii, si invidia lividi sumus? Quid virtutis habet vinum non bibere, et ira atque odio inebriari?» Epistola 148, ad Celantiam matronam, n. 22: inter Opera S. Hieronymi. ML 22-1214.- Questa lettera non è di S. Girolamo, ma forse di Sulpizio Severo (ib., col. 1204, not. c.).
20 «Siccine ergo non inveniabatur nobis via, ut ita dicam, utcumque tolerabilior ad infernum? Si ita necesse erat ut illo descenderemus, cur saltem illam, qua multi incedunt, viam scilicet latam, quae ducit ad mortem, non elegimus, quatenus vel de gaudio, et non de luctu, ad luctum transiremus?... Vaesemel, et vae iterum, pauperibus superbit. Vae, inquam, semel, et vae iterum, portantibus crucem Christi, et non sequentibus Christum.... Duplici quippe contritione conteruntur qui huiusmodi sunt, quando et hic pro temporali gloria temporaliter se affligunt, et in futuro pro interna superbia ad aeterna supplicia pertrahuntur... Et merito: quid enim facit superbia sub pannis humilitatis Iesu? numquid non habet quo se palliet humana malitia, nisi unde involuta est infantia Salvatoris? Et quomodo intra praesepium Domini simulatrix arrogantia se coaretat, ac pro vagitibus innocentiae, malum inibi detractionis immurmurat?» S. BERNARDUS, Apologia ad Guillelmum, cap. 1, n. 2 et 3. ML 182-899, 900.
21 «Credetemi che basta un tantino d' amor di Dio per farne migliaia il giorno di questi begli atti di mortificazione. Una serva di Dio ne fece otto di simili atti nel mangiare solamente un uovo, a' quali poi corrisposero otto gradi di grazia in questa vita e otto gradi di gloria nell' altra.» S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO, Manuale Sacro, ovvero Raccolta di varie divozioni proprie d' una religiosa che aspira alla perfezione, parte 1, n. 11. Opere, I, Venezia, 1868, pag. 245.
22 Vedi Appendice, 6.
23 Questa sentenza non è di San Giuseppe Culasanzio, ma di S. MARIA MADDALENA DE' PAZZI. «La giornata che è passata senza qualche mortificazione, è giornata persa.» Detti e sentenze, § 5 n. 45. PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, in fine.- «Doletevi, soggiungeva poi (alle sue «giovani»), d' avere indarno speso quel giorno, nel quale non avete mortificate voi medesime.» PUCCINI, Vita, 1611, parte prima, cap. 54.
24 Is. LIII, 3.
25 Anche altri autori attribuiscono questa sentenza a S. Bernardo. Tra altri, riferendosi ad un qualche Serm. de Pass., Angelus Giardina, Sacrum stagnum sententiarum, Messanae, 1645, pag. 119, n. 260: «Volve et revolve totam vitam boni Iesu, et non invenies eum nisi in cruce: ex quo enim carnem assumpsit, semper in poena fuit, in amaritudine et in angustia.» - Però, nel cap. 35, n. 126, del Trattato sulla Passione, detto Vitis mystica, inter Opera S. Bernardi, ML 184-711, si legge: «Tantum enim dilexit nos dilector noster, ut, caritatis ardore cogente.... traderet in mortem animam suam, mortem autem crucis, non breviter transueuntis, sed a principio ortus sui usque in finem mortis durissimae perdurantis.... Crux optimi Iesu Christi non tantum fuit unius diei: sed tota vita illius crux fuit et martyrium.» L' ultimo periodo è dell' interpolatore di quell' opera. Tutto quello che precede viene riprodotto nei medesimi termini dagli editori di S. Bonaventura, Vitis mystica, cap. 17, Opera VIII, ad Claras Aquas, 1898, p. 182-183. Quale poi sia l' autore del trattato, S. Bernardo, o, a quanto pare, più probabilmente S. Bonaventura, vedi Appendice, 3, verso la fine.
26 (Narra la stessa Santa, come se si trattasse di altra persona): «....Avvenne che trovandosi ella una notte nel Venerdi Santo nella sua cella.... fu fatta degna che l' amorosissimo Amatore delle anime ferventi, dalla croce dove era confitto, le parlasse familiarmente e le dicesse: «....Sappi dunque che non sì tosto io ebbi pigliato carne umana nel ventre vergineo della mia immacolata Madre, che fu circondato da innumerabili dolori il cuore e l' anima mia, perchè subito mi si rappresentarono tutte le pene e passioni interne ed esterne, che io dovevo sopportare nel lungo corso di trentatre anni, e poi avevo a terminare nella mia crudelissima ed acerbissima Passione. E perchè vedevo ancora quanto affanno ed angoscia per mia cagione doveva averne la più cara persona che io avessi in questo mondo, ch' era la mia innocente Madre, fu incredibile il dispiacere che cominciai a sentirne.» Giacomo GRASSETTI, S. I., Vita, lib. 1, cap. 16. Vita, auctore Grassetti, inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 9 martii, n. 44, 45.
27 (Parla il Padre Eterno): «Egli (l' Unigenito mio Figliuolo) fece come la balia, che piglia la medicina in persona del figliuolo, perchè ella è grande e forte, e il fanciullo non è forte a potere portare l' amaritudine. Sì che egli fu balia, portando con la grandezza e fortezza della Deità unita colla natura vostra, l' amara medicina della penosa morte della croce, per sanare e dar vita a voi fanciulli indeboliti per la colpa.» S. CATERINA DA SIENA, Il Dialogo, Trattato della discrezione, cap. 14. Opere, IV, Siena, 1707, pag. 26.
28 «Ne forte occurreret ut, ubique terrarum currens, Redemptorem tuum invenire non posses, a quaqua mundi parte procedas, sive ab oriente, sive ab occidente, seu a meridie, vel a septemtrione, paratus est ipse suscipere venientem, et blanda confovere dulcedine. Sed attende quid tibi exprimitur de corde Altissimi. Venis ad hominem crucifixum? crucifixus venias, aut crucifigendus.» S. PETRUS DAMIANUS, Sermo 47, de Ezaltatione Sanctae Crucis. ML 144-762.
29 (Parla N. S. Gesù Cristo alla Beata): «Conosci e ringrazia Dio che non meriti ti faccia tanto bene di farti conforme a me.... per via di passione, perchè questa è la veste nuziale, della quale io tuo vero Sposo fui sempre vestito... Ricordati che Dio ti vuol sola sola, ignuda, ignuda, nel letto della croce, nel qual sacratissimo letto si contentò consumare questo santo e spirituale matrimonio e sposalizio, per via d' amore e pena.»- «Queste cose (scrisse la Beata) contenute in questo divino ragionamento, le seppi quando era secolare, dopo il fermo ed irrevocabile proponimento di servire a Dio in perpetua clausura nell' Ordine della gloriosa Vergine Santa Chiara, e le scrissi quando era in Urbino, cinque mesi prima ch' io facessi la mia professione.» Croniche degli Ordini instituiti dal P. S. Francesco, parte 4, III, lib. 4, cap. 24.- Cf. Acta Sanctorum Bollandiama, die 31 maii: Vita B. Baptistae de Varanis, n. 56, 64, 65.
30 Quest' arte diabolica così la descrive S. GREGORIO MAGNO (Moralia in Iob, lib. 14, cap. 13, n. 15: ML 75-1047, 1048): «Saepe ergo proponuntur animo cum culpa honores, divitiae, salus, et vita temporalis; quae mens infirma dum quasi escam videt, et decipulam non videt, per escam quam videns appetit, in culpa constringitur quae non videtur. Exsistunt enim qualitates morum, quae certis vitiis sunt vicinae. Nam mores asperi, aut crudelitati aut superbiae solent esse coniuncti; mores autem blandi, et quam decet paulo amplius laetiores, nonnumquam luxuriae et dissolutioni. Intuetur ergo inimicus generis humani uniuscuiusque mores cui vitio sint propinqui, et illa opponit ante faciem ad quae cognoscit facilius inclinari mentem, ut blandis ac laetis moribus saepe luxuriam, nonnumquam vanam gloriam; asperis vero mentibus iram, superbiam, vel crudelitatem proponat. Ibi ergo decipulam ponit, ubi esse semitam mentis conspicit.» - A quest' arte con qual arte si debba rispondere, lo insegna S. GREGORIO nella Regula Pastoralis, la cui parte terza (ML 77, col. 49-126) ha per argomento il modo che deve tenere chi regge nell' istruire e nell' ammonire i sudditi, secondo la diversità dei caratteri, delle passioni, e, per conseguenza, delle tentazioni: uomini o donne; giovani o vecchi; poveri o ricchi; gente d' indole allegra o malinconica; e così di seguito.
31 «Da autem... operam ut perfectam virtutem consequaris, quae omnibus adormata sit quae diligit Deus.... Similis illa est aquilae ingenti in altum volitanti: quae escam in laqueo alligatam cernens, tota se alarunm vehementia e sublimi in eam dimittit, volensque praedam inde abripere, comprehensa repente ungulae summitate, laqueo detinetur: atque ex hoc parvo licet impedimento, omnis vis ac fortitudo eius devincta imminuitur, totum quamvis corpus liberum et extra laqueum habere videatur. Eumdem sane in modum et haec virtus, si vel in uno aliquo negotiorum terrenorum vincta haereat, tota mox mortificatur, debilitatur et exstinguitur, nec in altum ferri potest, nisi a terrenis negotiis liberetur.» S. EPHRAEM, Sermo asceticus (Incipit: Labor et dolor me ad loquendum). Opera quae exstant graece et latine, Romae, 1732, pag. 61.- «Ex volucrum aucupio disce, haudquaquam spernenda esse quae videntur parva. Accidit enim ut avis in laqueum incidens, parvula haereat ungue quin aliquid illi prosit alarum remigium. Summa unguicula, quae nullius momenti est, capulo comprehensa, etsi reliquae corporis partes liberae sint, totum tamen corpus impeditur.» IDEM, Sermones de diversis, Sermo 18 (qui incipit: Quisquis aliorum corruptelam reprehendendam). Opera quae exstant syriace et latine, III, Romae, 1743, pag. 682.
32 «En tanto que le tuviere (asimiento en alguna cosa), excusado es que pueda ir el alma adelante en perfecciòn, aunque la imperfecciòn sea muy minima. Porque eso me da que una ave estè asida a un hilo delgado que a un grueso; porque aunque sea delgado, tan asida se estarà a èl como al grueso, en tanto que no le quebrare para volar. Verdad es que el delgado es màs fàcil de quebrar; pero por fàcil que es, si no le quiebra, no volarà. Y asì es el alma que tiene asimiento en alguna cosa, que aunque màs virtud tenga, no llegarà a la libertad de la divina uniòn». S. JUAN DE LA CRUZ, Subida del Monte Carmelo, lib. 1, cap. 11, n. 4. Ediciòn y notas del P. Silverio de Santa Teresa.
33 GALLIZIA, Vita, lib. 3, cap. 34, 35, 36: lib. 6, cap. 2, § 5.
34 «Inquiete vives si una in te regnet passio, etsi reliquae mortificatae sint.» Vinc. TALENTI, delle Scuole Pie, Vita, lib. 7, cap. 9, III, n. 45.
35 «Navis, quantumcumque sana sit et integra, modicum, imo nil prodest, si alta volens secare maria, parvum quod fundo inest foramen relinquat, ut dira naufragia non admittat.» Epistola 19, cap. 8, in Appendice ad Epistolas S. Augustini: ML 33-1139; inter Opera S. Hieronymi: ML 22-306.- Non è di S. Cirillo, ma di un indotto impostore.
36 «Hoc est opus nostrum in hac vita, actiones carnis spiritu mortificare; quotidie affligere, minuere, frenare, interimere. Quam multa enim proficientes non iam delectant, quae antea delectabant? Quando ergo delectabat, et non ei consentiebatur, mortificabatur: quia iam non delectat, mortificatum est. Calea mortuum, transi ad vivum: calca iacentem, conflige cum resistente. Mortua est enim delectatio una, sed vivit altera: et illam, dum non consentis, mortificas; cum coeperit omnino non delectare, mortificasti. Haec est actio nostra, haec est militia nostra.» S. AUGUSTINUS, Sermo 156, cap. 9, n. 9. ML 38-854, 855.
37 «Volontà rotta è volontà perfetta.» PETRUCCI, Poesie sacre e spirituali, parte 4, Alfabeto di cristiana perfezione, Venezia, 1680, pag. 175.
Le ediz. nap. del 1764, '68 e '81, come anche Pezzana (Venezia) 1771 hanno: Volontà retta: crediamo che sia un puro errore di stampa.
38 «Tenia yo un confesor que me mortificaba mucho, y algunas veces me affigia y daba gran trabajo, porque me inquietaba mucho, y era el que màs me aprovechò, a lo que me parece. Y aunque le tenia mucho amor, tenia algunas tentaciones por dejarle, y pareciame me estorbaban aquellas penas que me daba de la oraciòn. Cada vez que estaba determinada a esto, entendia luego que no lo hiciese, y una reprehensiòn qe me deshacia màs que cuanto el confesor hacia. Algunas veces me fatigaba: cuestiòn por un cabo y reprehensiòn por otro; y todo lo habia menester, sigùn tenia poco doblada la voluntad.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 26. Obras, I, 204, 205.
39 «Qui sunt parvuli Babyloniae? Nascentes malae cupiditates. Sunt enim qui cum vetere cupiditate rixantur. Quando nascitur cupiditas, antequam robur faciat adversum te mala consuetudo, cum parvula est cupiditas, nequaquam pravae consuetudinis robur accipiat; cum parvula est, elide illam. Sed times ne elisa non moriatur; ad petram elide: Petra autem erat Christus (I Cor. X, 4).» S. AUGUSTINUS, Enarratio in Psalmum CXXXVI, in v. 9, n. 21. ML 37. 1773, 1774.
40 «Nisi citius passiones quae in te cernuntur sustuleris, ulcus efficiunt; nisique parvam putredinem curaveris, in infinitum excrescet, omnemque substantiam tuam corrumptet.» S. EPHRAEM, De perfectione monachi, Opera graece et latine, II, Romae, 1743, pag. 416.
41 «Otiosus erat quandoque senex magnus cum discipulis suis in hortis, in quibus cupressi variae, magnae scilicet ac parvae, creverant. Imperavit igitur uni ex fratribus senex cupressum evellere: quae, cum parva esset et tenera, una manu exstirpata est: postquam iussit aliam maiusculam evellim quae non una, sed ambadus manibus tandem evulsa est. Tertio maiorem adhuc prioribus videns senex, et illam imperavit velli, quae non sine magno labore extracta est. Quartam quoque ceteris altiorem exstirpari iussit, quae summo conatu, labore et sudore vix extrahi potuit. Quintam adiecit maximam, quam cum ille conaretur evellere, numquam valuit, sed incassum circa eam elaborabat desudabatque. Quod ut vidit senex, solum videlicet opus perficere minime posse, iussit coadiutorem accedere, sicque ambo illam tandem extraxere. Tunc ad omnes conversus senex ait: «Huiuscemodi sunt passiones nostrae, fratres. Cum tenerae sunt et parvae, si volumus, facile illas possumus a nobis exstirpare. Quod si eas neglexerimus, obdurescent illico, quoque magis obduruerint, eo maiore vi et labore opus erit. Quinimo irriti erunt conatus nostri omnes in illas, nisi alicuius viri sancti orationes ad auxilium nobis post Deum accesserint.» Tantam vim habent auxilia quae a viris iustis et sanctis expetuntur.» S. DOROTHEUS, Doctrina XI, n. 3. MG 88-1738.
42 «Non poterunt desideria praesentium rerum vel deprimi vel avelli, nisi pro istis affectibus noxiis quos cupimus amputari, alii salutares fuerint intromissi. Nullatenus enim valet vivacitas mentis absque alicuius desiderii vel timoris, gaudii vel maeroris affectione subsistere, nisi haec eadem in bonam partem fuerint immutata. Et idcirco si carnales concupiscentias de cordibus nostris desideramus extrudere, spiritales in earum locis plantemus protinus voluntates, ut his animus noster semper innexus, et habeat quibus iugiter immoretur, et illecebras praesentium ac temporalium respuat gaudiorum.» IO. CASSIANUS, Collatio 12, secunda abbatis Chaeremonis, cap. 5. ML 49-875, 876.
43 «Considerate... quantum laborent omnes amatores, nec sentiunt quod laborant; et tunc ab eis plus laboratur, quando a labore quisque prohibetur.» S. AUGUSTINUS, Sermo 96, cap. 1, n. 1. ML 38-585.- «Nullo modo... sunt onerosi labores amantium, sed etiam ipsi delectant.... Nam in eo quod amatur, aut non laboratur, aut et labor amatur.» IDEM, Liber de bono viduitatis, cap. 21, n. 26. ML 40-448.

References: § 1
 sentenza 
 § 5
in fine
 sentenza 
in fine
 § 5