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Timestamp: 2017-09-22 13:37:20+00:00

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Studio Legale Tidona - La sottoscrizione del "documento sui rischi generali" non è sufficiente ad integrare la forma scritta imposta a pena di nullità per il contratto di gestione di portafoglio di investimento
La sottoscrizione del "documento sui rischi generali" non è sufficiente ad integrare la forma scritta imposta a pena di nullità per il contratto di gestione di portafoglio di investimento
Cassazione Civile, sez. I, sent. n. 3889 19-02-2014
Il contratto di gestione di portafoglio di investimento stipulato con un intermediario finanziario deve essere redatto per iscritto a pena di nullità ai sensi dell'art. 23, comma 1, del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 e dell'art. 30, comma 1, del Regolamento Consob 1° luglio 1998, n. 11522; tale forma scritta, prevista dalla legge a protezione dell'investitore, non ammette equipollenti o ratifiche, cosicché non è idonea ad integrare il requisito formale la sottoscrizione del documento sui rischi generali di cui all'art. 28 del citato Regolamento Consob, che assolve unicamente ad una funzione strumentale e propedeutica alla stipulazione del contratto di gestione e serve a rendere l'investitore più consapevole rispetto ai rischi dell'investimento e del mandato gestorio conferito all'intermediario.
La società *** convenne in giudizio la Banca ***, con la quale aveva stipulato un contratto di apertura di credito in conto corrente, deducendo che, per alcuni mesi e sino al mese di dicembre 2001, la predetta Banca aveva arbitrariamente prelevato dal conto ingenti somme di denaro utilizzate per investimenti mobiliari ad alto rischio con risultati negativi, e chiedendone la condanna al pagamento di Euro 3.826.232,27, oltre interessi, previo accertamento della nullità del contratto di gestione di portafoglio di investimento che la banca riteneva stipulato, ma che in realtà era inesistente e carente del requisito della forma scritta.
La Banca *** si costituì deducendo tra l'altro che, sebbene la sua proposta contrattuale non fosse stata restituita firmata dalla società ***, l'eventuale nullità era stata sanata perchè il contratto era stato eseguito per circa due anni e le operazioni contestate erano state compiute in base alle intese e alle istruzioni del cliente. La sentenza del Tribunale di Milano, che dichiarò la nullità del contratto per difetto di forma scritta e condannò la Banca *** a corrispondere l'importo richiesto, è stata impugnata da quest'ultima e riformata dalla Corte di appello di Milano, con sentenza 28 gennaio 2006, limitatamente alla quantificazione della somma dovuta alla società ***, che è stata ridotta a Euro 2.440.742,40.
La corte ha ritenuto che non vi fosse prova del quantum debeatur determinato dal tribunale in un importo contestato dalla banca e che la somma dovesse essere ridotta; per il resto la corte ha confermato la nullità del contratto di gestione di portafogli di investimento per mancanza della necessaria forma scritta ad substantiam.
Avverso questa sentenza ricorre per cassazione la società *** a mezzo di quattro motivi, cui resiste la Banca *** che formula un ricorso incidentale articolato in due motivi, cui resiste la società.
Entrambe le parti hanno presentato memorie a norma dell'art. 378 c.p.c..
1.- Il ricorso incidentale va esaminato con precedenza rispetto al ricorso principale perchè logicamente pregiudiziale.
Nel primo motivo (per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 24, comma 1, lett. a, in relazione all'art. 28 Reg.
Consob n. 11522 del 1998) la Banca *** deduce che erroneamente la corte del merito aveva giudicato nullo il contratto di gestione di portafoglio per mancanza della forma scritta, che invece dovrebbe riconoscersi esistente, avendo la società *** sottoscritto il "documento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari", avente valore di adesione al contratto, e ricevuto gli estratti conto periodici.
La sentenza impugnata, nell'escludere la stipulazione di un contratto formale di gestione di portafoglio, ha osservato che vi erano state trattative tra le parti che però non si erano concluse positivamente; che la Banca *** aveva consegnato a un socio della società *** un modulo contrattuale di gestione del patrimonio mobiliare affinchè fosse sottoscritto e restituito, ma ciò non era avvenuto, nonostante i solleciti della banca; inoltre ha escluso che la forma scritta potesse essere desunta da documenti negoziali (quali la raccolta di ordini di investimenti e l'amministrazione titoli) aventi un diverso contenuto e non rilevando l'eventuale collegamento di taluni di essi alla gestione patrimoniale.
La sottoscrizione del "documento sui rischi generali" è una circostanza di fatto che non risulta nella sentenza impugnata e che è stata contestata dalla società *** nel controricorso (a pag. 5). Il motivo si basa quindi su un presupposto insussistente ed è, comunque, infondato con riguardo alle conseguenze invocate dalla Banca ***.
Il D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 23, comma 1, prevede che i contratti relativi alla prestazione dei servizi di investimento "sono redatti per iscritto e un esemplare è consegnato al cliente" e che "nei casi di inosservanza della forma scritta, il contratto è nullo"; l'art. 30, comma 1, del Reg. Consob n. 11522 del 1998 prevede che gli intermediari "non possono fornire i propri servizi se non sulla base di un apposito contratto scritto" la cui copia "è consegnata all'investitore" (la predetta disposizione sulla forma del contratto è applicabile anche ai servizi di gestione resi agli operatori qualificati, a norma dell'art. 31, comma 1, del medesimo Regolamento); inoltre l'art. 1, comma 5, lett. d), ricomprende nella nozione di "servizi di investimento" l'attività di "gestione su base individuale del portafoglio di investimento per conto terzi".
La tesi secondo cui la sottoscrizione del "documento sui rischi generali" sarebbe sufficiente ad integrare la forma scritta del contratto non è condivisibile. Il predetto documento (previsto dall'art. 28 del Reg. Consob del 1998) deve essere consegnato agli investitori "prima della stipulazione del contratto di gestione" rispetto al quale assolve una funzione strumentale e propedeutica.
Esso consiste in una informativa doverosa ma preliminare e sommaria che serve a rendere il cliente più consapevole rispetto ai rischi dell'investimento e del mandato gestorio conferito alla banca (senza assolvere quest'ultima dalle conseguenze del compimento di operazioni inadeguate: v. art. 29 del medesimo Regolamento). La forma scritta in cui il contratto deve essere, pur sempre, stipulato costituisce un indispensabile requisito prescritto dalla legge a protezione dell'investitore che non ammette equipollenti o ratifiche. I giudici di merito, quindi, correttamente non hanno tenuto conto, ai fini della stipulazione del contratto, nè del predetto "documento sui rischi generali", nè degli estratti conto periodici inviati alla società (v., in tal senso, Cass. n. 7283/2013 con riferimento ad un contratto di negoziazione di titoli mobiliari).
2.- Nel secondo motivo (per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 23, commi 1 e 3 e art. 24, e vizio di omessa motivazione) la Banca *** deduce l'erroneità della decisione impugnata per avere rilevato d'ufficio una nullità per difetto di forma che solo il cliente potrebbe fare valere e per non avere considerato che, in concreto, la società *** aveva implicitamente rinunciato a farla valere, come poteva desumersi dalla mancata contestazione dei rendiconti trimestrali da essa ricevuti.
2.1.- Il motivo è infondato.
E' sufficiente considerare che la nullità del contratto per difetto di forma scritta è stata fondatamente dedotta dalla società società *** nel giudizio di merito e che, come si è già detto, la mancanza della forma prevista dalla legge per la stipulazione è un vizio non surrogabile da comportamenti concludenti delle parti.
3.- Venendo ad esaminare il ricorso principale della società ***, il primo motivo deduce l'omessa pronuncia sulla propria tempestiva eccezione di inammissibilità della domanda nuova tardivamente introdotta dalla Banca *** in via subordinata nel giudizio di appello (anzichè nella comparsa di costituzione in primo grado) al fine di ottenere la restituzione dell'importo di Euro 1.323.513,57, oltre interessi, che risultava indebitamente corrisposto alla stessa società *** per effetto della sentenza di appello che aveva ridotto il quantum determinato dal primo giudice.
Esso si basa sul presupposto che la corte territoriale, riducendo a Euro 2.440.742,40 l'importo che la Banca *** era tenuta a corrispondere per il proprio illecito operato, abbia anche condannato la società *** a restituire l'importo aggiuntivo che essa aveva indebitamente ricevuto per effetto della riformata sentenza di primo grado.
Tale presupposto è tuttavia insussistente, atteso che la sentenza impugnata non contiene un capo condannatorio al riguardo. Esso è anche infondato, alla luce del principio secondo cui non soltanto la richiesta di restituzione delle somme pagate alla controparte in esecuzione della sentenza di primo grado non configura una domanda nuova - essendo conseguente alla richiesta di modifica della decisione impugnata -, ma detta restituzione può essere chiesta in fase di gravame e anche disposta d'ufficio dal giudice, atteso che l'art. 336 c.p.c. (nel testo novellato dalla L. n. 353 del 1990, art. 38, secondo cui la riforma o la cassazione estende i suoi effetti ai provvedimenti e agli atti dipendenti dalla sentenza riformata o cassata) comporta che, a seguito della sentenza di riforma, vengono meno immediatamente sia l'efficacia esecutiva della sentenza di primo grado, sia l'efficacia degli atti o provvedimenti di esecuzione spontanea o coattiva della stessa, conseguentemente rimasti privi di qualsiasi giustificazione, con la ulteriore conseguenza che il giudice di appello ha il potere di adottare direttamente i provvedimenti capaci di ripristinare la situazione precedente (Cass. n. 16170/2001, n. 12905/2004, 15220/2005).
4.- Il secondo motivo (per violazione degli artt. 112, 190 e 345 c.p.c.) deduce l'erroneità della ridotta (rispetto alla riformata sentenza di primo grado) quantificazione della somma dovuta in favore della società ***. L'imputazione mossa alla corte del merito è di avere erroneamente supposto che la Banca *** avesse tempestivamente contestato l'importo richiesto dalla società *** nel giudizio di primo grado, nel corso del quale invece la banca si era limitata a dedurre la legittimità dell'attività di gestione svolta e solo nella memoria di replica e poi in appello, cioè tardivamente, aveva contestato anche il quantum. Il suddetto motivo va esaminato congiuntamente al terzo e al quarto motivo (per violazione degli artt. 115, 116 e 117 c.p.c.): nel terzo la società *** imputa alla corte del merito di avere erroneamente ritenuto non provati i conteggi da essa prodotti in quanto "non suffragati da idonea pertinente documentazione", senza considerare che vi era stata implicita adesione della Banca *** all'importo richiesto dalla controparte e che la contestazione era avvenuta solo nella memoria di replica e quindi tardivamente; il quarto riguarda il valore probatorio della documentazione prodotta dalla società *** a sostegno del quantum debeatur che la corte avrebbe immotivatamente escluso.
4.1.- Essi sono rigettati.
La corte territoriale, premesso che la società ***, sulla quale gravava la prova del danno, non lo aveva dimostrato nell'importo corrispondente alla sua domanda e che non vi era stata un'adesione, esplicita o implicita, da parte della Banca ***, lo ha ridotto in misura corrispondente a quella riconosciuta da quest'ultima. La Banca ***, deducendo in primo grado l'infondatezza della domanda risarcitoria della società *** e chiedendone l'integrale rigetto, aveva evidentemente contestato anche il quantum, la cui determinazione rientrava a pieno titolo nella materia del contendere e nell'autonomo apprezzamento del giudice.
La doglianza implica, pertanto, una censura di fatto che investe l'esercizio di un potere valutativo nella quantificazione del danno che spetta al giudice del merito, sollecitandone una rivisitazione che è inammissibile in questa sede.
5.- In conclusione, entrambi i ricorsi sono rigettati. In considerazione della soccombenza reciproca le spese sono compensate.
La Corte, riuniti i ricorsi, li rigetta; spese compensate.
Così deciso in Roma, il 17 dicembre 2013.
Depositato in Cancelleria il 19 febbraio 2014

References: sentenza 
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 art. 24
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 art. 23
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 Cass. 
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 art. 38
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