Source: http://www.ratiolegisweb.it/2018/01/17/lunicita-del-disegno-criminoso-nel-reato-continuato-commento-a-cass-pen-sez-i-sent-n-543172017/
Timestamp: 2020-07-07 14:33:08+00:00

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L’unicità del disegno criminoso nel reato continuato (Commento a Cass. Pen., Sez. I, Sent. N. 54317/2017) – Ratio Legis
HomeGiurisprudenzaL’unicità del disegno criminoso nel reato continuato (Commento a Cass. Pen., Sez. I, Sent. N. 54317/2017)
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di dott. Procolo Ascolese – Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione è intervenuta su un terreno – quello della individuazione del medesimo disegno criminoso nell’applicazione della disciplina del reato continuato – in cui l’interprete non può operare con la sola bussola del suo intuito e fondere, se non confondere, una determinata abitudine di vita con la programmazione unitaria dei reati prevista dall’articolo 81, comma 2°, del codice penale.
Incerta è la genesi della figura del reato continuato, che non risultava contemplato né dal diritto romano, né da quello barbarico, né da quello canonico.
Nel diritto italiano, invero, tale istituto apparve piuttosto tardi, quale conseguenza della progressiva moderazione del costume e in risposta all’esigenza di trovare qualche espediente idoneo a mitigare l’esorbitanza del trattamento sanzionatorio.
Né, in genere, le legislazioni straniere offrivano una nozione di reato continuato: basti pensare che nel diritto tedesco tale nozione si rinviene, per la prima volta, nel codice penale bavarese del 1813.
Analogamente può affermarsi in merito al maggior numero delle legislazioni in vigore in Italia prima dell’unificazione nazionale; solo l’articolo 80 del codice toscano prevedeva l’istituto del reato continuato (“più violazioni della stessa legge penale, commesse in uno stesso contesto d’azione o anche in tempi diversi, con atti esecutivi della medesima risoluzione criminosa, si considerano per un solo delitto continuato, ma la continuazione del delitto accresce la pena entro i suoi limiti legali”), laddove nel codice sardo-italiano del 1859 l’unificazione fra reati era presa in esame solo ai fini della dichiarazione della loro prescrizione, il cui decorso (ai sensi dell’articolo 144) si computava a partire dal momento in cui era cessata la continuazione.
La figura giuridica del reato continuato, accolta nel codice penale del 1889, fu abolita nel progetto preliminare del codice del 1930, giacché si riteneva che, trattandosi di più reati distinti, non andassero derogate le norme generali previste in tema di concorso di reati e di pene, pur essendo riconosciuta al giudice la possibilità di mitigare discrezionalmente la pena.
Il reato continuato riapparve, tuttavia, nel progetto definitivo e nel codice penale, attese le preoccupazioni per l’eccessivo rigore che avrebbe prodotto, pur con le possibili mitigazioni, il sistema del concorso materiale tra i vari fatti – reato.
Svolta questa doverosa premessa e passando alla disamina della sentenza in commento, si rileva che quest’ultima ha visto il Supremo Collegio sottolineare la necessità di disattendere la richiesta di applicazione della continuazione in fase esecutiva qualora non risultino forniti, a sostegno della stessa, elementi specifici tali da consentire l’individuazione, in base a dati di comune esperienza, di un unico progetto criminoso fra i reati oggetto delle diverse sentenze di condanna.
È appena il caso di rilevare, infatti, che l’applicazione della disciplina prevista dall’articolo 81, comma 2°, del codice penale passa attraverso la riconducibilità delle pur diverse determinazioni a un determinato, concreto e identico piano d’azione od omissione, delineatosi – almeno a grandi linee – nella sfera intellettiva e volitiva dell’agente già all’atto dell’ideazione del primo reato.
Sul punto, la giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di precisare che l’identità del disegno criminoso consiste in un’unità di ordine, non tanto volitivo, quanto intellettivo e che è sufficiente l’individuazione dei reati nelle loro linee essenziali e il loro concepimento anche in termini di mera eventualità. (1)
Tale indirizzo sembra, ad attenta analisi, riflettere i contenuti della relazione ministeriale sul progetto del codice penale, secondo cui: “l’articolo 79 del codice del 1889, accennando ad atti esecutivi della medesima risoluzione, aveva dato luogo a non poche controversie nell’interpretazione di tale particolare elemento psicologico. Il progetto ha perciò preferito la formula disegno criminoso, ritenendo che nel reato continuato quella che veramente rimane persistente è la ideazione e non già la risoluzione con cui questa si traduce in atto; è l’elemento intellettivo, e non già l’elemento deliberativo e volitivo, che sorregge l’attività criminosa”. (2)
La necessità che i reati siano “ideati” sin dall’inizio per la configurazione del medesimo disegno criminoso così come previsto dall’articolo 81, comma 2°, del codice penale, inoltre, ha indotto la Corte di Cassazione ad affermare che perfino tra reato associativo e reati – fine programmati ed effettivamente commessi deve ritenersi ipotizzabile il nesso della continuazione, a condizione però che i reati – fine siano stati previsti e deliberati fin dalla costituzione del vincolo associativo: si tratta, più precisamente, di “quaestio facti” la cui soluzione è rimessa, di volta in volta, all’apprezzamento del giudice di merito. (3)
La programmazione criminosa in parola generalmente investe la scelta dei mezzi per conseguire un determinato scopo ed implica la conoscenza delle condizioni in cui dovrà svolgersi l’attività delittuosa, senza doversi necessariamente tradurre in una vera e propria premeditazione, giacché tale progetto può formarsi anche istantaneamente, purché le singole determinazioni non necessitino di essere, di volta in volta, riesaminate rispetto al fine, ai mezzi e alle condizioni complessive dell’attività delittuosa.
Ne deriva l’insussistenza dell’unicità del disegno che caratterizza il reato continuato nei seguenti casi:
qualora si tratti di condotta illecita presidiata dal c.d. dolo d’impeto, rispetto ad altri episodi delittuosi (4);
qualora si tratti di concorso anomalo nel reato, dovendosi ritenere che la diminuente prevista dall’articolo 116 del codice penale, in caso di maggiore gravità del reato diverso da quello voluto da uno dei concorrenti, escluda il riconoscimento della continuazione tra i vari reati commessi, giacché si tratta di categorie concettualmente incompatibili, implicando, l’una, la mera prevedibilità dell’evento ulteriore, l’altra, invece, la piena volizione anche di quest’ultimo nell’ambito di un medesimo disegno criminoso (5);
nell’ipotesi di recidiva, nel senso che, unico dovendo ritenersi il programma criminoso di cui i reati ritenuti in continuazione costituiscono i diversi momenti attuativi, i due istituti (recidiva e continuazione) si pongono in stridente antitesi, giacché la recidiva valorizza la speciale propensione a delinquere che emerge dalla reiterazione di reati consumati in piena autonomia, mentre la continuazione elide proprio tale autonomia, collegando e unificando i diversi episodi criminosi (6);
in ipotesi di reato colposo, in cui l’evento, esulando dalla volontà dell’agente, non può in alcun modo considerarsi quale obiettivo verso la cui realizzazione la condotta possa essere diretta (7). Su quest’ultimo punto, tuttavia, una parte della dottrina ha acutamente osservato come l’articolo 81, comma 2°, del codice penale faccia genericamente riferimento ad azioni od omissioni esecutive di un medesimo programma criminoso, senza richiedere che lo stesso si estenda anche alla volizione dell’evento: basti considerare, a titolo esemplificativo, l’ipotesi di un imprenditore che, pur di vedere ridotti i costi da sostenere nell’esercizio dell’attività d’impresa, decida di astenersi dall’osservanza di una serie di norme antinfortunistiche, provocando, “senza volerlo”, la morte o le lesioni di alcuni operai. (8)
In linea di massima, invece, non può escludersi la configurabilità di un medesimo disegno criminoso nel senso indicato nell’articolo 81, comma 2°, del codice penale in caso di pluralità di delitti tentati, tutti finalizzati alla realizzazione del medesimo evento, purché il giudice accerti che, a prescindere dalla circostanza che i singoli episodi siano o meno caratterizzati dalla presenza di dolo diretto o di dolo eventuale, il reo si sia rappresentato, nel porre in essere il primo tentativo, la possibilità di un suo fallimento, in modo da programmare, nell’eventualità di tale fallimento, anche i tentativi successivi. (9)
Il regime sanzionatorio che caratterizza il reato continuato è costituito, come è noto, dal cumulo giuridico, dovendosi irrogare la pena che dovrebbe infliggersi per il reato più grave, aumentata fino al triplo.
Non può tuttavia escludersi che la pena irrogata in concreto possa “coincidere” con quella che risulterebbe dall’applicazione del cumulo materiale, quando si consideri che, a norma del terzo comma dell’articolo 81 del codice penale, deve essere escluso proprio che la pena possa risultare “superiore” a quella applicabile a norma delle disposizioni sul cumulo materiale.
È appena il caso di osservare che, in tema di applicazione della disciplina del reato continuato in sede esecutiva, la determinazione della sanzione penale va operata tenendo conto del solo limite di cui all’articolo 671, comma 2°, del codice di procedura penale (consistente nella somma delle pene inflitte con i provvedimenti presi in considerazione) e non anche del limite del triplo della pena stabilita per il reato più grave ex art. 81, comma 2°, del codice penale, imponendo il principio di specialità di cui all’articolo 15 del codice penale solo l’applicazione della prima delle due suindicate disposizioni e dovendosi scongiurare il rischio che il raggiungimento del limite del triplo per una determinata fattispecie concreta si risolva nell’impunità del reo rispetto agli ulteriori reati riconducibili, in fase esecutiva, al medesimo disegno criminoso. (10)
Già in altre occasioni, invero, il Supremo Collegio ha avuto modo di sottolineare che, in tema di reato continuato, la mera inclinazione a commettere reati della stessa specie, pur essendo riconducibile a determinate scelte di vita o a un generico progetto criminoso da realizzare di volta in volta, non può assurgere alla dignità di elemento sufficientemente idoneo a rivelare quella unitaria e anticipata ideazione di più reati nella quale si sostanzia il medesimo disegno criminoso richiesto dall’articolo 81, comma 2°, del codice penale. (11)
Diverso è invece il caso in cui più reati siano stati commessi dal minore, in adozione di scelte di vita condizionate dall’ambiente, dal carattere e dall’immaturità del soggetto, dovendosi, in tal caso, considerare che l’articolo 1, comma primo, del D.P.R. 22/09/1988 n. 448 prevede l’adeguamento degli istituti processuali alla personalità e alle esigenze educative del minorenne, con la conseguenza che le sue scelte di vita ben potrebbero assumere rilevo sul piano dimostrativo della programmazione anticipata delle singole violazioni. (12)
Così come diverso è il caso di reati commessi in ragione dello stato di tossicodipendenza dell’agente: infatti, con la modifica, ex legge 21/02/2006 n. 49, dell’articolo 671, comma 1°, del codice di procedura penale, il giudice chiamato a decidere su un’istanza volta a ottenere il riconoscimento, in fase esecutiva, del vincolo della continuazione fra reati commessi da soggetto tossicodipendente, può ravvisare fra le varie violazioni sottoposte al suo esame il medesimo disegno criminoso previsto dall’articolo 81, comma 2°, del codice penale, purché accerti che i reati siano frutto della medesima e preventiva risoluzione criminosa, mediante la verifica dello stato di tossicodipendenza dell’imputato in concomitanza con la commissione dei reati e dell’incidenza dello stesso su tale commissione, alla luce di specifici elementi sintomatici, quali la distanza cronologica tra i fatti delittuosi, le modalità e la sistematicità delle condotte, la tipologia dei reati e il bene giuridico aggredito attraverso la loro realizzazione. (13)
Giova rilevare che, come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, dovendo i singoli reati rappresentare parte integrante di un unico programma criminoso ab origine concepito e voluto, nelle sue linee essenziali, in vista del conseguimento di un determinato scopo legato alla realizzazione di una sequela ben individuata di illeciti penali, deve escludersi che un tale programma possa presumersi in base a generici elementi quali, per esempio, un peculiare rapporto di frizione tra persone offese ed autore delle violazioni, o l’identità dei singoli reati, o l’unicità del fine ultimo perseguito. (14)
Né il medesimo disegno criminoso richiesto dall’articolo 81, comma 2°, del codice penale potrebbe ravvisarsi in un generico proposito di commettere altri reati non appena se ne presenti l’occasione, potendo le condizioni dell’attività delittuosa variare, di volta in volta, in modo tale da minare, alla radice, la possibilità di eseguire un progetto che si presenti idoneo, sia pure a grandi linee, ad unificare le diverse condotte attive od omissive.
Il vincolo della continuazione, in altri termini, può ritenersi sussistente solo se risulti o possa presumersi, in termini di probabilità, che le varie violazioni siano state, almeno nelle loro linee essenziali, mentalmente inquadrate, prima della loro esecuzione, nell’alveo di un medesimo piano d’azione, che non può ritenersi sussistente in base alla sola contiguità cronologica degli addebiti, la quale potrebbe rivelarsi come sintomatica di mera abitualità a delinquere.
L’intervallo tra le diverse violazioni costituisce, ad attenta analisi, un elemento “neutro”, giacché non può escludersi che una persona decida di commettere due o più delitti anche a distanza di tempo (15).
Non può sfuggire, del resto, come l’esperienza insegni che la condotta umana è generalmente improntata all’azione o all’omissione quali conseguenze dell’immediatezza dell’ideazione e della volizione e che la commissione, dopo il primo reato e a notevole distanza dallo stesso, di altri delitti anche analoghi, quanto a modalità e nomen iuris, non sempre è il frutto di una specifica programmazione avvenuta all’atto della commissione del fatto originario.
Per converso, la contiguità cronologica dei reati potrebbe portare il segno dell’identità del disegno criminoso in presenza di altri elementi, quali le modalità della condotta, la tipologia delle violazioni, il bene protetto dalle norme incriminatrici violate, la causale e le condizioni di tempo e di luogo, da cui sia possibile desumere l’esistenza di una previa determinazione volitiva a commettere illeciti penali riconducibili a un unico programma criminoso.
È appena il caso di rilevare che il tema della distanza temporale tra vari fatti – reato, da considerare ai fini del riconoscimento del vincolo della continuazione, ha visto la giurisprudenza valutare l’ipotesi di più reati fallimentari, rispetto ai quali non possono evidentemente assumere alcun rilievo le date in cui risultino dichiarati i diversi fallimenti, dovendosi invece far riferimento alle epoche di commissione delle condotte produttive dei fallimenti medesimi.
Allo stesso modo, deve osservarsi che, nell’ipotesi di più reati di ricettazione, ai fini dell’applicazione della disciplina del reato continuato, non può attribuirsi alcuna rilevanza al momento di consumazione dei rispettivi reati presupposti.
Nella loro originaria formulazione, invero, i capoversi dell’articolo 81 del codice penale imponevano di escludere l’applicazione delle disposizioni sul concorso materiale di reati e di pene solo ai casi in cui, con più azioni od omissioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, fossero state commesse, anche in tempi diversi, più violazioni “della stessa disposizione di legge, anche se di diversa gravità”. (16)
Per il modo in cui era stato delineato originariamente, in altri termini, il concetto giuridico di reato continuato implicava l’identità dei reati posti in essere (nei loro elementi obiettivi e soggettivi) e la violazione del medesimo di interesse tutelato dalla legge.
Così, in un vecchio caso giudiziario, che vedeva l’imputato (tale Nicola Maggitelli) accusato di triplice omicidio, il suo difensore, il Prof. Enrico Altavilla, insigne giurista e avvocato italiano, proprio perché si trattava del medesimo reato in danno di più persone, poté sostenere la sussistenza del medesimo disegno criminoso: “Innanzitutto voi dovete risolvere un quesito giuridico. Io vi chiedo che trasformiate il concorso materiale di reati in un reato continuato […]. Dice esattamente il Carnelutti, definendo il delitto continuato: “Ciò che tiene insieme i diversi atti è la unità della causa, cioè l’identità dell’interesse, il quale cerca nel reato la sua soddisfazione”. Ora qui il movimento emotivo propulsore dell’azione sorge nell’istesso attimo, si irradia su tutti e due gli adulteri. Qui vi è più dell’identità del disegno, qui vi è la unicità della volizione. Nello scoprire i due colpevoli, il movimento volitivo, nell’istesso istante, tese al duplice obiettivo unificato nella vampata di uno sdegno disperato. Onde esattamente il Marciano vede nell’uccisione dei due adulteri sorpresi il caso tipico del delitto continuato. Pensate che, se un marito scoprisse una corrispondenza rivelatrice del suo disonore e decidesse la duplice strage, attuandola in due momenti diversi, egli commetterebbe un delitto continuato e non avreste esitazioni nell’accogliere la mia richiesta, per quanto contrastata dall’autorità del P.M.”.
Come si può agevolmente immaginare, però, la limitazione dell’applicabilità della figura del reato continuato ai soli casi di concorso tra fatti omogenei rischiava di tradursi in rilevanti disparità di trattamento, non potendo la continuazione estendersi a quelle condotte che, pur richiedendo, globalmente considerate, una loro reductio ad unum, configurassero diverse fattispecie di reato.
A questo punto, l’importanza della riforma del 1974 (legge n. 220 del 1974 di conversione del decreto legge n. 99 del 1974) non tarda a manifestarsi, avendo essa assicurato l’eliminazione del requisito dell’omogeneità delle violazioni e ammesso la continuazione dei reati anche in presenza di violazione di norme incriminatrici eterogenee (“diverse disposizioni di legge”).
Detta riforma, però, ha risolto una questione e ne ha sollevate altre.
Può accadere, infatti, che i vari reati, rispetto ai quali si invochi l’applicazione della disciplina del reato continuato, siano sanzionati con pene di specie o di genere diverso (per esempio: reato punito con pena detentiva e l’altro con pena pecuniaria) e, in tali casi, è di tutta evidenza come l’applicazione del cumulo giuridico possa sollevare qualche problema di calcolo.
Al riguardo, si rileva che, con qualche pronuncia, la giurisprudenza di legittimità ha escluso la possibilità di applicare il cumulo giuridico nei casi in cui la continuazione riguardi reati puniti con sanzioni penali eterogenee, in base al rilievo secondo cui l’unificazione delle pene diverse, con relativo aumento di quella prevista per il reato più grave, determini la conversione delle sanzioni per i reati meno gravi in pene più gravi per genere o specie e, con essa, la violazione del principio del “favor rei” che presidia la disciplina del reato continuato. (17)
La questione potrebbe risolversi applicando la pena detentiva prevista per il reato più grave e, poi, operato l’aumento – ex art. 81, comma 2°, del codice penale – di un certo numero di giorni di detenzione in ragione del reato satellite punito con pena pecuniaria, trasformando detto incremento nella corrispondente pena pecuniaria, secondo i criteri previsti dall’articolo 135 del codice penale.
Ad attenta analsi, l’esistenza di un medesimo disegno criminoso rappresenta il cuore, l’essenza stessa del reato continuato, il pilastro su cui si fonda l’applicazione di tale istituto e in base al quale quest’ultimo si differenzia dal concorso materiale di reati.
È proprio l’elemento del medesimo disegno criminoso, infatti, a conferire ai vari reati commessi una luce particolare, di modo che essi perdano la loro individualità, per formare parte integrale di un insieme organico.
Il medesimo disegno criminoso va, tuttavia, ritenuto sussistente con particolare rigore e non può certo essere riconosciuto in modo approssimativo sotto la spinta del timore per il peculiare rigore punitivo derivante dall’applicazione del cumulo materiale. (18)
La giurisprudenza di legittimità, invero, ha sempre sottolineato la possibilità di individuare la sussitenza di un medesimo disegno criminoso, nel senso richiesto dalla legge per la configurabilità del reato continuato, nel concepimento e nella decisione delle diverse azioni od omissioni in modo che la commissione del primo reato non appaia come fine a se stessa, ma includa, nella volontà dell’agente, gli altri reati come rientranti in un programma unitario di attività delinquenziale. (19)
E proprio in considerazione della necessità che le singole violazioni siano, sin dall’inizio, previste quali episodi da realizzare in attuazione di un unico disegno criminoso, la Corte di Cassazione ha escluso la rilevanza, sul piano dimostrativo dell’identità di tale disegno, della presenza di un generico programma di attività criminose espressivo di un costume di vita legato al bisogno economico. (20)
Per aversi unicità del disegno criminoso, in altri termini, occorre che, nel momento immediatamente successivo all’adozione della prima violazione, tutti gli altri reati che seguiranno siano stati già concepiti come facenti parte di un tutto unico; e la realizzazione di tali reati, successivi al primo, risentirà di una sorta di automatismo, non presupponendo quel conflitto, tipico dei momenti immediatamente anteriori all’attuazione della prima violazione, fra volontà di delinquere e i motivi di carattere etico – sociale che tendono a inibirne la manifestazione, con conseguente minore intensità, nei successivi reati, dell’elemento psicologico tipico del delitto.
Quanto tutto ciò possa incidere sull’individuazione della violazione più grave, ai fini del cumulo giuridico e del computo della pena da irrogare in concreto, si può facilmente immaginare non appena si consideri che la gravità del reato può essere anche desunta, a norma dell’articolo 133, n. 3), del codice penale, “dalla intensità del dolo o dal grado della colpa”: ciò non significa che l’individuazione del reato più grave debba avvenire sulla base del solo parametro soggettivo, dovendosi guardare anche, se non soprattuto, alla natura e ad ogni altra modalità dell’azione, tanto più nel caso in cui il reato di maggiore gravità sia tale, nella sua materialità, che appaia verosimile la, ancorché inutile, ricomparsa, per commetterlo, di quei motivi che si frappongono alla volontà dell’agente di delinquere, già apparsi e soffocati nei momenti immediatamente precedenti alla prima violazione.
L’esame della maggiore o minore gravità delle singole violazioni, pertanto, risulterebbe incompleta se non si considerassero innanzitutto gli elementi “materiali” di maggiore gravità che caratterizzano una delle violazioni rispetto alle altre della serie.
Invero, con la riforma del 1974, che ha reso – ripetesi – ammissibile la continuazione tra fatti eterogenei, la determinazione del reato più grave va operata tenendo conto, innanzitutto, della “astratta” previsione legislativa (qualità o quantità della pena edittale, delitto consumato o tentato, e via discorrendo) e, poi, considerando la gravità della violazione “in concreto” (con riferimento ai parametri di commisurazione della pena di cui all’articolo 133 del codice penale rispetto ai singoli episodi in continuazione).
Quale la rilevanza da attribuire, a questo punto, al paramentro dell’elemento soggettivo nell’individuazione della violazione più grave?
Non può sfuggire che, in presenza di reati obiettivamente caratterizzati dalla medesima gravità, vada considerato maggiormente grave quello che, sotto il profilo soggettivo, sia sintomatico di una maggiore capacità criminogena dell’agente, con la conseguenza di dover ritenere più grave la prima violazione, per realizzare la quale il reo ha dovuto agire sull’onda di una volontà criminosa così intensa, da travolgere i motivi di carattere etico – morale che, nella sua coscienza, facevano da diga alla realizzazione di azioni disoneste e illegali.
Passando alla disamina di determinate categorie di reato e alla possibilità di individuare, fra le stesse, il medesimo disegno criminoso, si rileva che l’unicità di tale programma mal si concilia, in linea di massima, col reato di evasione dal carcere, laddove, invece, può ricorrere in relazione a una pluralità di evasioni dagli arresti domiciliari, ex art. 385, comma 3°, del codice penale, giacché trattasi di ipotesi in cui si manifesta evidentemente il disegno criminoso di disattendere più volte alla prescrizione di non allontanarsi dal luogo stabilito per gli arresti domiciliari, specie quando difettino, tra un allontanamento e l’altro, eventi potenzialmente interruttivi di tale programa, quali la denunzia e l’arresto. (21)
Così come deve senz’altro ritenersi configurabile la continuazione tra il reato di costruzione abusiva e quello di violazione dei sigilli, giacché, verificandosi la violazione dei sigilli anche mediante la prosecuzione dei lavori di costruzione, colui che decide di realizzare una costruzione edilizia abusiva ben potrebbe aver programmato, oltre che di violare le norme urbanistiche la cui osservanza si frapponga al conseguimento dello scopo finale della realizzazione di tale costruzione, anche di non tener conto affatto di eventuali sequestri cui la stessa sia sottoposta e delle relative apposizioni di sigilli. (22)
Perfino il nesso di abitualità, che caratterizza il reato di maltrattamenti in famiglia previsto e punito dall’articolo 572 del codice penale, può ritenersi incompatibile con la continuazione di cui all’articolo 81, comma 2°, del codice penale, nel caso in cui la serie reiterata di fatti che costituiscono il suindicato delitto (e che, isolatamente considerati, potrebbero anche essere non punibili o non perseguibili) sia interrotta da una sentenza di condanna ovvero da un notevole intervallo di tempo fra una serie di episodi e l’altra. (23)
Si rileva, poi, che in ipotesi di arresto del soggetto agente dopo la commissione di un reato, la sussistenza del medesimo disegno criminoso, fra ques’ultimo e le violazioni successivamente commesse, non può dirsi automaticamente esclusa, competendo al giudice di merito la verifica, in concreto, dell’idoneità di detto arresto a costituire un momento di frattura nell’unicità dell’originario programma criminoso. (24)
Nell’applicazione della disciplina del reato continuato, in particolare, la valutazione dell’interprete deve canalizzarsi su alcune basilari direttrici:
la credibilità intrinseca, sul piano della logica, dell’esistenza di un unico e originario disegno criminoso;
le peculiari finalità apparentemente perseguite dal soggetto agente nella commissione dei vari reati;
le modalità dei diversi comportamenti criminosi;
le circostanze in cui essi si sono manifestati, lo spirito che li ha animati e le finalità che li hanno caratterizzati;
la natura dei beni aggrediti.
Giova rilevare come particolarmente complessa possa risultare l’applicazione, in tema di reato continuato, del principio di diritto secondo cui l’individuazione del reato in concreto più grave incontra un limite invalicabile nell’impossibilità che la pena prescelta sia inferiore a quella irrogabile per un reato concorrente sanzionato con pena edittale maggiore nel minimo.
Basti considerare, a titolo esemplificativo, il caso in cui sia ravvisato il medesimo disegno criminoso (e conseguentemente applicata la disciplina della continuazione) fra il reato di cui all’art. 171 ter, comma 1°, lett. c), della legge n. 633/1941 e quello di ricettazione previsto e punito dall’articolo 648, comma 2°, del codice penale; in tal caso, infatti, considerato più grave il delitto di ricettazione, il giudice potrebbe irrogare la pena prevista per lo stesso, aumentandola, per esempio, in applicazione della continuazione con il reato suindicato (art. 171 ter, comma 1°, lett. c], della legge n. 633/1941), alla pena finale di mesi nove di reclusione ed euro 350,00 di multa: orbene, in tal caso, secondo la Corte di Cassazione (25), si tratterebbe di sanzione illegale quanto alla misura della pena pecuniaria, risultando la stessa (pari- ripetesi – ad euro 350,00 di multa) evidentemente inferiore al minimo edittale previsto per il reato meno grave di cui all’articolo art. 171 ter, comma 1°, lett. c], della legge n. 633/1941, punito con la pena (della reclusione da sei mesi a tre anni e) della multa da euro 2.582,00 ad euro 15.493,00.
Una volta individuato il reato più grave, quindi, dovrà per lo stesso irrogarsi una pena non inferiore a quella che sarebbe stata inflitta per l’altro reato punito con pena edittale maggiore nel minimo.
Sul punto, tuttavia, si registrano orientamenti di segno opposto (26), secondo cui, dovendo il suindicato principio applicarsi in considerazione del trattamento sanzionatorio visto nella sua globalità, in ipotesi di reati puniti con pena congiunta, dovrebbe ritenersi legittima l’irrogazione, per il reato principale, di sanzione pecuniaria inferiore al minimo di pena pecuniaria previsto per il reato satellite: ciò che rileva, infatti, è il trattamento sanzionatorio congiunto e, con esso, la pena detentiva inflitta in misura superiore al minimo edittale previsto per il reato concorrente.
Per quanto riguarda, infine, la possibilità di riconoscere il vincolo della continuazione fra più reati e quella di ravvisare, nel contempo, la circostanza aggravante del nesso teleologico prevista dall’articolo 61, n. 2, del codice penale, sebbene la loro compresenza possa sembrare addirittura contraddittoria (rivolvendosi in un aggravamento della pena per la commissione di un reato allo scopo di eseguirne od occultarne un altro e, nel contempo, in un trattamento sanzionatorio favorevole al reo per la dimensione unitaria della serie criminosa proprio in ragione del fine perseguito), la Suprema Corte ha chiarito che non sussiste incompatibilità logico-giuridica tra continuazione e la suindicata aggravante, dovendosi distinguere il piano della riconducibilità di più reati a un comune disegno criminoso dal diverso profilo della strumentalità di una violazione rispetto all’altra. (27)
CENNI BIBLIOGRAFICI E GIURISPRUDENZA
pen., Sez. VI, 02-12-1993, n. 3353 (rv. 198976) – Piacentini – Fonti: CED Cassazione, 1994; Cass. Pen., 1996, 112;
Manzini, Trattato di diritto penale italiano, 1952, Utet, II, Torino (unione tipografico – editrice torinese [Già Ditta Pomba]), pag. 648);
pen., Sez. I, Sent., [ud. 14-06-2017] 21-07-2017, n. 36226 – Fonti: utet giuridica; Cass. pen., Sez. I, 04/07/2013, n. 40318 (rv. 257253) – Fonti: CED Cassazione, 2013;
pen., Sez. I, 02/07/2013, n. 35639 (rv. 256308) – Fonti: CED Cassazione, 2013;
pen., Sez. I, 15/12/2015, n. 11595 (rv. 266648) – Fonti: CED Cassazione, 2016;
pen., Sez. V, 11/11/2010, n. 5761 (rv. 249255) – Fonti: CED Cassazione, 2011;
pen., Sez. IV, 29/11/2006, n. 3579 (rv. 236018) – Fonti: CED Cassazione, 2007;
Fiore, Diritto penale, 1995, Utet, II, Torino (Unione Tipografico – Editrice Torinese), pag. 147);
pen., Sez. I, 11-11-1996, n. 6329 (rv. 206157) – Fonti: Cass. Pen., 1997, 3034;
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References: Cass. 
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