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Timestamp: 2019-09-16 06:42:42+00:00

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Legge e giustizia - L'OBBLIGO DEL DATORE DI LAVORO DI CORRISPONDERE LA RETRIBUZIONE IN CASO DI MANCATA REINTEGRAZIONE DOPO L'ANNULLAMENTO DEL LICENZIAMENTO PERMANE ANCHE SE LA SENTENZA DI PRIMO GRADO VIENE RIFORMATA
L'OBBLIGO DEL DATORE DI LAVORO DI CORRISPONDERE LA RETRIBUZIONE IN CASO DI MANCATA REINTEGRAZIONE DOPO L'ANNULLAMENTO DEL LICENZIAMENTO PERMANE ANCHE SE LA SENTENZA DI PRIMO GRADO VIENE RIFORMATA	- In base all'art. 18 St. Lav. (Cassazione Sezione Lavoro n. 11091 del 26 maggio 2005, Pres. Mattone, Rel. Picone).
L'art. 18, L. 20 maggio 1970, n. 300, nel prevedere l'obbligo del datore di lavoro (inottemperante all'ordine di reintegrazione contenuto nella sentenza pretorile dichiarativa della illegittimità del licenziamento) di corrispondere al lavoratore le retribuzioni dovutegli in virtù del rapporto di lavoro, equiparava alla effettiva utilizzazione delle energie lavorative del dipendente la mera utilizzabilità di esse, stante la situazione di fatto caratterizzata dalla disponibilità del lavoratore, se richiesto in dipendenza di quell'ordine a riprendere servizio. Da ciò la conseguenza che, una volta rimosso quell'ordine con sentenza di riforma in appello, dichiarativa della legittimità del licenziamento, le retribuzioni relative a frazioni di tempo anteriori alla rimozione possono essere richieste, anche in distinto giudizio, in forza del principio di cui all'art. 2116 c.c., restando totalmente insensibili alla vicenda del venir meno del titolo giudiziale (Cass. Sez. Un. 13 aprile 1988, n. 2925).
Questo principio è stato confermato anche nella vigenza della nuova disciplina introdotta dalla legge n. 108 del 1990, sebbene rechi la qualificazione di tali attribuzioni come risarcimento e non più come retribuzione, atteso che il diritto all'indennità risarcitoria, corrisposta a norma del nuovo testo dell'art. 18 L. n. 300 del 1970 per il caso di inottemperanza all'ordine di reintegrazione, non sorge comunque dall'illegittimità del licenziamento (esclusa dalla sentenza di riforma), ma dall'inottemperanza all'ordine di reintegrazione, che, non essendo coercibile, implica la scelta datoriale di non utilizzare le prestazioni del lavoratore nonostante l'avvenuta ricostituzione del rapporto, ricostituzione da considerarsi definitiva nel detto periodo ai sensi e per gli effetti dell'art. 2126 c.c. (Cass. 14 maggio 1998, n. 4881).
Sono questi principi dei quali hanno fatto applicazione le sentenze che, in caso di transazioni intervenute dopo la sentenza di primo grado, hanno escluso che la rinuncia del lavoratore alle retribuzioni dovute nel periodo tra ordine di reintegrazione e conferma degli effetti del licenziamento implicasse anche l'estinzione dell'obbligazione contributiva, siccome era definitivamente nata per effetto dell'art. 2126 c.c., essendo dovuta la retribuzione del periodo e restando sottratta ai poteri dispositivi delle parti l'obbligazione contributiva, ormai nata per effetto dell'indicata norma (Cass. 27 ottobre 1997, n. 10573; 17 aprile 2001, n. 5369; 7 marzo 2003 n. 3487).
Nella fattispecie, invece, la sentenza impugnata ha affermato sussistere l'obbligo contributivo in relazione a retribuzioni che non spettavano al lavoratore, in quanto afferenti a periodo precedente la sentenza di reintegrazione; obbligo che, al contrario, doveva ritenersi escluso dall'estinzione del rapporto di lavoro determinato dal licenziamento, la cui efficacia è stata confermata con la rinuncia all'impugnazione.

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