Source: http://autodichia.blogspot.com/2016/04/docenti-universitari-rispondono-al.html
Timestamp: 2017-04-26 00:16:29+00:00

Document:
Autodichia. Parlamento Zona Franca : Docenti universitari rispondono al questionario della campagna "NOAUTODICHIA" Proprio nel luogo in cui nasce la legge del nostro Paese, quella stessa legge non ha diritto di entrare. E' questo il risultato dell'autodichia, una prerogativa del parlamento italiano che affida ad appena una ventina di persone (i componenti dell'ufficio di presidenza di ciascuna camera) la più totale autonomia decisionale in numerosi ambiti, sfuggendo al controllo, tra gli altri, della legge ordinaria, della Guardia di Finanza, della Corte dei Conti e degli ispettori del lavoro.
Docenti universitari rispondono al questionario della campagna "NOAUTODICHIA" RISPOSTE AL QUESTIONARIO DELLA CAMPAGNA "NOAUTODICHIA"
INTERPELLATI 13 aprile 2016
Da: Augusto Cerri Date: 7 aprile 2016 16:20
Da: Fulvio Pastore Data:10/04/2016 12:14 (GMT+01:00) A: testa.irene@gmail.com Cc: Questionario
La Camera dei deputati avrebbe potuto decidere di non costituirsi e di non difendersi. Tuttavia, rientra nella prassi dell’organo costituzionale difendere la legittimità degli atti regolamentari impugnati. ---------------------------------------------------------------------------------------
3) La Cassazione ha, nel suo fascicolo, il disegno di legge Maritati di abolizione dell'autodichìa (A.S. n. 1560/XVI) e quello Bernardini (A.C. n. 5472/XVI), di abolizione dell'autocrinìa: può ritenersi che, nel sollevare il conflitto, abbia fatto confluire i due filoni? In altri termini, se la "violazione di legge" farà annullare le sentenze sugli atti amministrativi delle Camere, significherà che lo Stato di diritto entrerà finalmente a Palazzo, senza ulteriori filtri, barriere o necessità di "recepimento della legge esterna"? Risposta al quesito n. 3
4) Quanto la decisione - che la Corte costituzionale è chiamata ad assumere, il 19 aprile 2016 - influirà su tutti gli altri atti amministrativi che assumono le Camere? Quando esse agiscono come mere pubbliche amministrazioni, l'autodichia sarà spontaneamente abbandonata? Oppure occorreranno nuovi conflitti tra poteri sugli appalti, sugli affitti d'oro e sui vitalizi? Risposta al quesito n. 4
A maggior ragione, una decisione del tenore indicato scoraggerebbe le proposte di ulteriore estensione degli ambiti di autodichìa. --------------------------------------------------------------------------------------------
dal professor Salvatore Curreri associato in Istituzioni di diritto pubblico all'Università degli studi della Sicilia centrale "Kore" di Enna Da: Salvatore Curreri Data:10/04/2016 15:36 (GMT+01:00) A: testa.irene@gmail.com Cc: Oggetto: R: Invito/Questionario Autodichia Questionario con risposte prof. Curreri
Prima ancora che sul caso personale o sugli atti interni del Senato, la Corte costituzionale sarà chiamata a pronunciarsi sulla richiesta della Corte di Cassazione di rivendicare come propria l’attribuzione a giudicare sulle controversie dei dipendenti del Senato. Tale autodichia solleva diversi dubbi di costituzionalità tra i quali sia i tempi della giustizia (tre anni perché la Commissione contenziosa si pronunci sono francamente troppi, tanto più ove si consideri la scarsa mole di lavoro e il fatto che si trattava di un giudizio di ottemperanza) sia, per l’appunto, l’efficacia delle sentenze, visto che tale giudizio d’ottemperanza è stato promosso poiché l’Amministrazione della Camera non si è prontamente conformata al giudicato. Non disponendo di dati statistici circa la frequenza di tali patologie, sono portato a ritenere che esse potrebbero essere risolte con una maggiore solerzia o, al limite, con la previsione di tempi di decisione e di esecuzione più certi e vincolanti, senza per ciò comportare, almeno sotto questo profilo, la drastica conclusione di una congenita inefficienza dell’autodichia e, quindi, di una sua necessaria sostituzione con la giustizia ordinaria. 2) La Camera dei deputati s'è costituita a fianco del Senato, pur avendo a sua volta promosso un giudizio della Corte costituzionale (con ordinanza 3 marzo 2015 n. 129): come va considerata questa posizione? Autodichia non significa forse che non c'è altro giudice al di sopra della Camera? Come si spiega che, per applicare la legge che tassa le pensioni d'oro, la Camera investe la Corte ed invece, quando si tratta di porre termine ad un demansionamento accertato, rivendica la sua assoluta ed insindacabile superiorità a qualsiasi giudice esterno?
Mi sembra che le due ipotesi non possono essere assimilate. Un conto è la giurisdizione domestica sui propri dipendenti. Altro è contestare la legittimità costituzionale di una disposizione legislativa che incide sui dipendenti. La soluzione sottesa alla domanda – e cioè che la Commissione giurisdizionale per il personale della Camera dei deputati, in forza dell’autodichia di quest’ultima, avrebbe dovuto non applicare tale disposizione anziché sollevare questione di legittimità costituzionale – avrebbe di fatto comportato l’esercizio da parte della Commissione di una funzione – quella del giudizio di costituzionalità – che ovviamente è prerogativa esclusiva della Corte costituzionale. 3) La Cassazione ha, nel suo fascicolo, il disegno di legge Maritati di abolizione dell'autodichìa (A.S. n. 1560/XVI) e quello Bernardini (A.C. n. 5472/XVI), di abolizione dell'autocrinìa: può ritenersi che, nel sollevare il conflitto, abbia fatto confluire i due filoni? In altri termini, se la "violazione di legge" farà annullare le sentenze sugli atti amministrativi delle Camere, significherà che lo Stato di diritto entrerà finalmente a Palazzo, senza ulteriori filtri, barriere o necessità di "recepimento della legge esterna"? Non credo. La questione sollevata riguarda l’autodichia e non l’autocrinìa, se con essa s’intende la sottoposizione delle amministrazioni degli organi costituzionali alla legge ordinaria. Mi pare, infatti, che, in conformità alla natura costituzionali delle funzioni svolte, è necessario che tali amministrazioni siano sottoposte ad una normativa specifica, fermo restando, ovviamente, che ciò non significhi che esse possano sottrarsi o infrangere i principi costituzionali sanciti nell’art. 97 o, nel caso dell’autodichia, quelli relativi all’esercizio delle funzioni giurisdizionali. 4) Quanto la decisione - che la Corte costituzionale è chiamata ad assumere, il 19 aprile 2016 - influirà su tutti gli altri atti amministrativi che assumono le Camere? Quando esse agiscono come mere pubbliche amministrazioni, l'autodichia sarà spontaneamente abbandonata? Oppure occorreranno nuovi conflitti tra poteri sugli appalti, sugli affitti d'oro e sui vitalizi? Ritengo che il conflitto sollevato sia circoscritto alla compatibilità dell’autodichia finora esercitata dalle Camere con i principi costituzionali di terzietà ed indipendenza che devono caratterizzare l’esercizio della funzione giurisdizionale e, in subordine, alla possibilità di impugnare le decisioni pronunciate dagli organi di giustizia interna delle camere dinanzi alla Cassazione per violazione di legge (art. 111.7 Cost.). Come detto, ritengo che rimarrà ferma l’autonomia normativa interna delle amministrazioni delle camere, fermo restando che, in caso di controversie che la dovessero riguardare (riguardo non solo, quindi, ai dipendenti, ma, per l’appunto, appalti, vitalizi, gestioni degli immobili di proprietà), esse dovrebbero essere decise in conformità a quanto deciderà la Corte. In tal senso, mi paiono due le soluzioni possibili: una, per così dire massimale, per cui tali tipi di controversie devono essere attribuite alla giurisdizione ordinaria o amministrativa; l’altra, per così dire minimale, per cui, fermo restando l’autodichia, si ammetta, come garanzia ultima del sistema, la ricorribilità in Cassazione delle sentenze rese per violazione di legge. In entrambe le ipotesi, la Corte darebbe seguito all’assunto, enunciato nella sentenza n. 120/2014, secondo cui “l’indipendenza delle Camere non può compromettere diritti fondamentali, né pregiudicare l’attuazione di principi inderogabili” (4.4 cons. dir.)
Da: Renato Clarizia Data:11/04/2016 07:27 (GMT+01:00) A: Irene Testa <testa.irene@gmail.com> Cc: Oggetto: Questionario Gentile dottoressa,
rispondo al questionario che mi ha sottoposto, richiamando sostanzialmente il contenuto delle difese svolte a favore di alcuni dipendenti della Camera innanzi al Giudice del lavoro con riguardo al profilo dell'autodichia, difese che il Giudice ha ritenuto di condividere tant'è che ha adito la Corte costituzionale, sollevando, con l'ordinanza anche da Lei richiamata, la questione di costituzionalità per conflitto di attribuzioni. La questione è semplice. Il Collegio di difesa era costituito dagli avv.ti Paolo Teodoli, Vincenzo Ribet e da me, tutti del Foro di Roma.
A nostro parere la Costituzione riserva alla Camera una autonomia ed indipendenza operativa ma sempre che non vengano lesi diritti altrettanto costituzionalmente garantiti quali quello alla difesa in giudizio e soprattutto ad avere un giudice terzo ed imparziale. Ebbene il rapporto di lavoro dei dipendenti delle Camere non si vede perchè dovrebbe essere sottratto alla giurisdizione del giudice del lavoro, così come ogni altro lavoratore subordinato. L'organismo giurisdizionale interno composto da parlamentari, dei quali non si pone in dubbio sia la preparazione professionale sia (in astratto) l'equilibrio, non offrono e non manifestano quella terzietà ed indipendenza che sono propri dell'amministrazione giudiziaria. Come suol dirsi, il giudice non soltanto deve essere terzo, ma deve anche apparire terzo. E' noto che l'istituto dell'autodichia nasce per garantire l'autonomia delle Camere da altri poteri dello Stato, per garantire un'espressione libera e non soggetta a condizionamenti delle funzioni e delle prerogative che la Costituzione assegna loro: tra esse non rientra certo quella di decidere sui ricorsi promossi dai propri lavoratori dipendenti per questioni attinenti al contratto di lavoro stipulato con le stesse Camere! La stessa autocrinia, da Lei citata, non deroga sicuramente dalle Leggi dello Stato in tema di diritti dei lavoratori; tant’è che la Camera tratta con in Sindacati la normativa contrattuale, al pari di altri enti pubblici o privati. Per non dilungarmi ulteriormente Le allego la memoria a suo tempo depositata.
Distinti saluti R. C. avv. prof. Renato Clarizia
Da: Brunetti Leonardo Data:11/04/2016 13:27 (GMT+01:00) A: testa.irene@gmail.com Cc: Oggetto: RE: Invito/Questionario su Autodichia Milano, 11 aprile 2016
La Camera dei Deputati interviene quindi ad adiuvandum, perché alla decisione della questione non può a priori dirsi estraneo l'interesse della Camera dei Deputati. 3) La Cassazione ha, nel suo fascicolo, il disegno di legge Maritati di abolizione dell'autodichìa (A.S. n. 1560/XVI) e quello Bernardini (A.C. n. 5472/XVI), di abolizione dell'autocrinìa: può ritenersi che, nel sollevare il conflitto, abbia fatto confluire i due filoni? In altri termini, se la "violazione di legge" farà annullare le sentenze sugli atti amministrativi delle Camere, significherà che lo Stato di diritto entrerà finalmente a Palazzo, senza ulteriori filtri, barriere o necessità di "recepimento della legge esterna"?
Ciò che, infatti, appare contestabile è il fatto che siano le camere stesse a farsi arbitri, con lo strumento regolamentare, delle cause che intendono sottoporre alla propria giurisdizione. Ed infatti, i regolamenti di Camera e Senato estendono la competenza degli organi contenziosi delle rispettive camere anche agli atti amministrativi concernenti i terzi: ad esempio, una ditta che partecipando ad procedimento ad evidenza pubblica (es. una gara di appalto) non risulti vincitrice, o venga addirittura esclusa, dovrà ricorrere agli organi contenzioni delle camere, e così anche un terzo che partecipi ad un concorso per l'assunzione al Senato o alla Camera, e risulti non idoneo o venga escluso. 4) Quanto la decisione - che la Corte costituzionale è chiamata ad assumere, il 19 aprile 2016 - influirà su tutti gli altri atti amministrativi che assumono le Camere? Quando esse agiscono come mere pubbliche amministrazioni, l'autodichia sarà spontaneamente abbandonata? Oppure occorreranno nuovi conflitti tra poteri sugli appalti, sugli affitti d'oro e sui vitalizi?
Il caso che diede allora la stura ad un intenso dibattito dottrinale fu precisamente quello di un architetto che era stato escluso da una procedura di gara per un progetto di ampliamento del Palazzo di Montecitorio. Ma ciò che più colpisce – ad esempio nelle parole di Santi Romano – e che era allora sostanzialmente indiscusso che le posizioni di diritto soggettivo trovassero tutela, anche nei confronti delle camere, innanzi il giudice ordinario. 5) Come accoglieranno la decisione della Corte costituzionale gli altri organi costituzionali? Si uniformeranno o invocheranno la prosecuzione della loro autodichia? E quanto influirà la decisione su pretese di autodichia avanzate da altri organi, di mera rilevanza costituzionale, come quelle - di tipo contabile - recentemente sostenute dal C.S.M. contro la Corte dei conti?
Da: Vincenzo Baldini Data:11/04/2016 17:47 (GMT+01:00) A: testa.irene@gmail.com Cc: Oggetto: RE: Invito/Questionario su Autodichia Gentile Sig.ra/dott.ssa,
2. E’ ormai pacifico che l’ autodichia implichi una deroga ad alcuni diritti e principi di natura costituzionale e considerati essenziali del modello di stato di diritto, a partire dal generale principio dell’ eguaglianza, in quanto concerne la sottoposizione di tutti (indistintamente) i cittadini dinanzi alla legge (art. 3 Cost.) per continuare poi con alcuni diritti e prerogative di ordine sempre costituzionale (diritto al giudice: artt. 101/113 Cost.; diritto al giusto processo: art. 111 Cost.), che verrebbero così a menomare la posizione di alcuni cittadini (per intenderci, nel caso di specie: i lavoratori della Camera parlamentare) all’ interno dello Stato. 3. Con la recente ordinanza (26943 del 2014) la Cassazione ha inteso precisare che l’ esercizio dell’ autodichia del Senato non possa essere scollegato dalla funzione costituzionale propriamente spettante a questo organo. Si tratta di un’ affermazione, per quanto suggestiva, già richiamata in passato dalla dottrina e basata, appunto, sulla portata derogatoria dell’ autodichia, di cui si è detto. Del resto, la stessa Corte di Cassazione aveva già in passato (ord. n. 10400 del 2013) delineato una distinzione, nell’ ambito delle competenze spettanti alle Camere parlamentari, tra funzioni politico-legislative, risvolto sul piano positivo della natura rappresentativa di tali Assemblee e funzione di auto-organizzazione, precisando come soltanto per le prime l’ autodichia si mostrava come “una prerogativa necessaria a garantire l’indipendenza delle Camere affinché non siano condizionate da altri poteri nell’esercizio delle loro funzioni”.
4. I più recenti indirizzi anche della giurisprudenza costituzionale (sent. n. 120/2014) sono andati nella direzione, tracciata dalla Cassazione, di rilevare l’ esistenza di funzioni primarie, ricadenti nella competenza dei Regolamenti parlamentari e rispetto alle quali nessuna interferenza di altri poteri dello Stato si rende ammissibile, mentre lascia prefigurare (non citandola testualmente) l’ esistenza di funzioni organizzative “non primarie”. La Corte si limita solo a sollevare dubbi (ha parlato di “questione controversa”) sul fatto che all’ autodichia possano senz’ altro ricondursi anche le controversie relative al rapporto di lavoro dei dipendenti ed i rapporti con i terzi delle Camere, nella misura in cui tali rapporti non sembrano integrare il nucleo duro delle funzioni delle Camere. Intesa lato sensu, l’ argomentazione del giudice costituisce la premessa di un discorso mirato a limitare la sfera applicativa dell’istituto dell’ autodichia non oltre l’ esigenza di una tutela delle essenziali prerogative costituzionali dell’ organo. In quest’ ordine di idee, è stato affermato, in via di principio, che “L’ indipendenza delle Camere non può …compromettere i diritti fondamentali, né pregiudicare l’ attuazione dei principi inderogabili”. In tal modo, la Corte costituzionale è parsa ribadire che nel caso di tutela di un diritto fondamentale tale indipendenza, se non indefettibilmente connessa allo svolgimento delle funzioni costituzionali dell’ organo parlamentare, non vale a giustificarne il sacrificio del diritto in questione.
5. Le due decisioni appena menzionate - l’ordinanza delle SS.UU. della Cassazione e la decisione della Corte costituzionale - sembrano convergere nel sostenere l’ esigenza di uno scrutinio di stretta proporzionalità nell’ apprezzamento dell’ esercizio dell’ autodichia, escludendone la legittimità quando essa non inerisca ad attività che gravitano nella sfera delle cd. funzioni primarie della Camera rappresentativa. 6. Peraltro, anche il riferimento all’ esperienza comparata (Spagna, Germania) di ordinamenti omogenei, nei quali dunque l’ istituto dell’ autodichia opera entro un ambito più contenuto, di competenza esclusiva dei regolamenti parlamentari e sottratte, dunque, ad ogni controllo da parte di organi esterni, sembra costituire un indizio significativo ai fini del metodo di apprezzamento relativo all’ estensione del suddetto istituto. 7. In base a quanto finora descritto, la fattispecie concreta del demansionamento del dipendente del Senato può rappresentare un “caso-pilota” di definitiva regolamentazione del legittimo ricorso all’ autodichia delle Camere parlamentari, in relazione al quale non è peregrino prevedere che il giudice costituzionale, seguendo la linea intrapresa, mirata a ribadire l’ ambito di operatività dell’ istituto alle sole funzioni strettamente correlate con l’ esercizio delle funzioni costituzionali del Senato, provveda a ripristinare la piena efficacia delle garanzie costituzionali –soprattutto di quelle legate alla difesa processuale davanti al giudice- previste a vantaggio di ogni dipendente, pubblico o privato. L’ imminente sentenza dovrebbe segnare, in definitiva, una tappa essenziale nel processo di destrutturazione di una serie di “privilegi” (prerogative non essenziali) dell’ istituzione parlamentare e, più in generale, degli organi costituzionali a favore della garanzia di tutela dei diritti fondamentali. Prof. Vincenzo Baldini
Università di Cassino e del Lazio Meridionale Direttore scientifico della Rivista telematica “diritti fondamentali” Dal professor Nicola Cesare Occhiocupo emerito di diritto costituzionale all'Università di Parma
Da: Nicola Cesare Occhiocupo Date: 13 aprile 2016 10:41
incostituzionalità dell'autodichia, sviluppati ed analizzati compiutamente nei miei scritti che Lei conosce.
Nel 1973, nel mio volume Il Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, pubblicato dalla casa editrice Giuffrè, riproposi l’ampia e complessa problematica, ferma a fine Ottocento, e la relativa analisi storico-giuridica di questioni vecchie e nuove, di uno degli elementi costitutivi, con l’autonomia e l’autarchia, della cosiddetta tricotomia degli organi costituzionali: l’autodichia, o autocrinia o autodicastia, ovvero la potestà di autogiurisdizione, esercitata dai predetti organi, per risolvere le controversie insorgenti tra essi medesimi e il personale dipendente. Alla base dell’autodichia, come del resto dell’autonomia e dell’autarchia, si trova la rivendicazione, dall’epoca della Rivoluzione francese, delle Camere elettive del potere di disciplinare tutta l’attività svolgentesi nella loro sfera interna, dall’organizzazione dei lavori, alla scelta dei servizi e alla nomina dei dipendenti, alla determinazione e alla gestione della dotazione, e della conseguente esclusione di qualsiasi forma di controllo, anche di tipo giurisdizionale, su tutto quel complesso di atti e procedimenti, noto con la locuzione di interna corporis acta. Una teorica che vedeva nel Parlamento “vere e proprie corporazioni poste fuori e accanto allo Stato”, un organo sovrano “nell’antico senso di un organo cioè che non ha nessun altro sopra o accanto a sé, onnipotente”, sciolto da limiti e vincoli giuridici. Teorica che culmina, come ho avuto occasione di scrivere, in una vera e propria “teologia dei corpi separati”.
Nel tentativo, pienamente riuscito, di “parificare” la sua posizione a quella riconosciuta, nell’ordinamento statutario, alle Camere, la Corte ha finito così per legittimare al vertice dell’ordinamento non un organo “onnipotente” e “sovrano”, ma tanti organi “onnipotenti” e “sovrani”, intangibili, sotto taluni profili da chicchessia, novelli re “sacri ed inviolabili”, ciascuno “rex superiorem non recognoscens in regno suo est imperator”. Insomma, una specie di “Stato di Stati” ciascuno con “propri funzionari, casse, ambasciatori e giudici”. Già Santi Romano, alla fine dell’Ottocento, ebbe a sottolineare la “erroneità” e la “pericolosità” della teorica concernente il Parlamento “sovrano”: “Il falso dogma dell’onnipotenza parlamentare, congiunto a quello della divisione dei poteri, ha contribuito a fare del Parlamento diremmo uno Stato entro lo Stato, un corpo chiuso e indipendente, cui si è persino negata la qualità di organo statale, facendone invece un organo di una democrazia giuridicamente immaginaria e un rappresentante, specie per il mezzo della camera elettiva, della volontà sovrana del popolo, non immedesimata con quella dello Stato, ma concepita in antitesi, talvolta in vera lotta con questa. Erronea e pericolosa concezione che un più attento esame delle varie funzioni cui tale istituto attende, smentisce completamente, dimostrando che esso non può avere la prerogativa di essere, come il principe di una volta, legibus solutus”.
“Falso”, “erroneo” e “pericoloso”, ieri, il dogma dell’“onnipotenza”, della “sovranità” parlamentare, sembra del tutto infondato, oggi, nell’ordinamento repubblicano, in presenza di una Costituzione che attribuisce anche formalmente la sovranità al popolo, in titolarità ed esercizio, e che “non riconosce ad alcun organo costituzionale (nemmeno al Parlamento) il monopolio della sovranità”; tutti gli organi sono livellati davanti alla sovranità del popolo per cui essi debbono soltanto “applicare, osservare e rispettare la Costituzione, al pari di qualunque altro potere ed organo dello Stato”. E’ di elementare evidenza che gli organi costituzionali, al pari di ogni altro organo o ente, debbano disporre di una struttura organizzativa, di apparati che permettano ad essi di esercitare le funzioni non solo in piena indipendenza ed autonomia, ma in modo efficiente, trasparente, efficace, realmente conforme agli interessi di cui sono portatori. Gli organi supremi, come già ho avuto occasione di sostenere, presentano una duplice natura: accanto alle funzioni che imprimono ad essi il crisma della costituzionalità, facendone elementi necessari e indefettibili dell’ordinamento, essi ne posseggono un’altra, quella amministrativa da essi disciplinata sotto il profilo dell’organizzazione. E organi dello Stato sono da ritenere gli apparati degli organi supremi, che debbono la loro esistenza proprio alla esistenza di tali organi, di cui sono organi serventi, da cui dipendono e ai quali rispondono, nello svolgimento della loro attività. Ho sostenuto più volte, in diverse pubblicazioni, l’incompatibilità della predetta teorica, e quindi dell’autodichia, con la Costituzione, ed ho evidenziato, tra l’altro, che, se è da condividere l’opinione che gli organi costituzionali debbono godere, nell’esercizio delle loro funzioni, di indipendenza e di autonomia, nei limiti però sanciti e ricavabili dalla Costituzione, è da respingere invece la tesi secondo cui ad essi spetta l’autodichia. Questa, infatti, oltre a non essere formalmente prevista dalla Costituzione, non è coessenziale alla natura costituzionale degli organi supremi, non è espressione di potestà giurisdizionale, dal momento che elemento connaturale al retto esercizio della funzione giurisdizionale è che l’organo preposto a tale funzione si trovi in posizione di “terzietà”, di “indipendenza”, di “imparzialità”, di “neutralità”, rispetto al rapporto litigioso.
L’autodichia determina la nascita di una giurisdizione “domestica”, che, proprio in quanto “domestica”, si pone in irrimediabile contrasto con i requisiti propri della funzione giurisdizionale. E’ appena il caso di ricordare che la natura giurisdizionale deriva da un elemento indefettibile, costituito dalla terzietà del giudice, inesistente per definizione in ogni caso di giurisdizione domestica in cui, come proprio nel caso in esame, esiste la commistione tra il giudice e la parte e quindi vanifica proprio quei principi sanciti nella Costituzione. Questa infatti ha stabilito il riconoscimento, la promozione, la garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, tra cui: il diritto di agire e di difendersi in giudizio a tutela dei propri diritti ed interessi, che trova concretizzazione piena allorquando può esse fatta valere in un “giudizio”, ovvero davanti ad un organo preposto a esercitare la funzione giurisdizionale, così come regolata dagli articoli 101 e seguenti della Costituzione e con “il debito procedimento legale”;
Dal professor Ciro Sbailò docente di Diritto pubblico comparato all'Università degli studi della Sicilia centrale "Kore" di Enna Da: Ciro Sbailo Date: 13 aprile 2016 15:28
Del resto, la Corte costituzionale ha già indicato, con estrema chiarezza, la direzione nella quale il Parlamento dovrebbe muoversi per superare questa anomalia. Con la sentenza n. 120 del 5 maggio 2014, la Corte, conferma il proprio orientamento in merito all’insindacabilità dei Regolamenti parlamentari, che «costituisce la premessa della valutazione dell’ammissibilità della questione» (p.to 4.1).
Ma fa una precisazione importante: secondo la Corte, l’insindacabilità dei Regolamenti «non comporta che essi siano, come nel lontano passato, fonti puramente interne» (p.to 4.2), e con ciò si intende chiarire che essi, pur sottratti dall’area degli atti della cui legittimità costituzionale è “custode” la Consulta ex art. 134, prima alinea, Cost., non possono risolversi in una lesione, diretta o indiretta, del «rispetto dei diritti fondamentali, tra i quali il diritto di accesso alla giustizia (art. 24 Cost.), così come l’attuazione di principi inderogabili (art. 108 Cost.)» (p.to 4.4). «L’indipendenza delle Camere – osserva la Corte – non può infatti compromettere diritti fondamentali, né pregiudicare l’attuazione di principi inderogabili». In merito, la Corte rileva come «negli ordinamenti costituzionali a noi più vicini, come Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, l’autodichia sui rapporti di lavoro con i dipendenti e sui rapporti con i terzi non è più prevista» (p.to 4.4).
Del resto, nel Parlamento già da tempo si osservano operazioni di autoinibizione da parte del giudice interno, quando siano in gioco diritti di particolare rilievo. Certo, l’autoinibizione presuppone l’autodichia. Ma in ogni caso è il segno di una certa consapevolezza e di un orientamento volto a instaurare almeno una co-dichia, fin quando non si troverà il modo di “chiudere” il sistema delle fonti su questo punto – sistema che adesso risulta, secondo me, aperto, e, dunque, irrazionale. Una via potrebbe essere quella di formalizzare, su questi problemi, il ruolo della Suprema Corte.
Quest’ultima viene spesso presentata come una corte collocata in una posizione di vertice nel sistema delle impugnazioni, insomma come una Corte di terzo grado. Nei fatti, è anche così. Ma il disegno costituzionale, a tale riguardo, è ben diverso. La funzione nomofilattica della Suprema Corte risponde alla volontà del legislatore costituzionale di garantire la “chiusura” del sistema, ovvero la sua razionalità e la sua circolarità, a garanzia dei valori fondamentali dell’ordinamento, attraverso la tutela del principio di ragionevolezza e del diritto di accesso alla giustizia. Vediamo se qualche indicazione utile verrà, magari in qualche inciso, da parte della Corte, nella sentenza che stiamo tutti attendendo. Pubblicato da

References: sentenza 
 art. 111
 sentenza 
 sentenza 
 art. 134
 sentenza