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Timestamp: 2017-11-18 23:17:43+00:00

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La Chiesa e noi | IN RICERCA
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Auguri: verso Betlem »
23 dicembre, 2010 di Savino Pezzotta
Oggi 23 dicembre il quotidiano Liberal pubblica un interessante inserto da titolo ” IL CENTRO DEL FUTURO”, tra cui una mia riflessione sul rapporto tra ispirazione cristiana e laicità della politica, che rimetto alla vostra riflessione
Cattolici e politica: le questioni dell’oggi
La nostra riflessione sull’attuale crisi politica deve farsi sempre più attenta e rigorosa per sfuggire alle tante interessate analisi che in queste ore circolano e fanno crescere la confusione e il discredito verso la politica ponendo anche la questione del rapporto tra cattolici e politica. Avverto con disagio la presenza di un eccesso di “furbizie”, di interessi e tatticismi che non aiutano a dipanare la situazione e a rendere trasparenti comportamenti tra loro diversi.
Le situazioni di crisi portano normalmente con sé cumuli d’incertezze, di timori, di dubbi e sospetti. Tuttavia a volte emergono aspetti interessanti della realtà che vanno analizzati con molta attenzione.
Chi è interessato a uno spirito missionario e all’estensione del cattolicesimo in Italia, dovrebbe augurarsi il moltiplicarsi delle crisi politiche e del ricorso alle urne, poiché è in queste contingenze che, in ambito politico, emergono tutti quelli che si affannano a dichiarasi cattolici e ad indossare le vesti dei “ defensor fidei”. Mi scuso per l’ironia ma in questi mesi di crisi del Governo Berlusconi, del Pdl e di incremento delle difficoltà nel Pd, ho sentito e letto tante e tante dichiarazioni di fede cattolica da restare stupito e – come si dice oggi – basito. Per riprendermi dallo choc ho richiamato alla mente quanto diceva il mio vecchio parroco : “ I convertitori veri sono quelli che come S. Paolo cadono da cavallo e non quelli che si accontentano di cambiare la cavalcatura”.
Forse andrebbe praticata più ritrosia nel proclamarsi cattolici, perché chi crede non ha bisogno di dichiarare sempre la propria fede, ma di renderla evidente nella costante tensione verso di essa. “Meglio essere cristiani senza dirlo che dirlo senza esserlo”, ha più volte detto l’Arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, citando Ignazio di Antiochia. Non è un invito a non dichiarare la propria fede – considerato che viene dalla bocca di un martire – ma a non sbrodolarsi troppo, cercando di essere cristiani mettendo in pratica e testimoniando ciò che Gesù raccomanda nel Vangelo senza suoni di tromba.
Queste puntualizzazioni valgono in modo particolare per il cattolico impegnato in politica che dovrebbe caratterizzare il suo impegno, le sue azioni, il suo linguaggio, senza cercare in ogni cosa l’interesse personale o di gruppo ma operando per il bene comune che si sostanzia nella salvaguardia e nella promozione della dignità della persona, dalla nascita fino alla morte. Purtroppo capita che, quando si tratta della vita e della dignità dell’altro, molti difensori della vita preferiscono il silenzio. Difendere la vita significa anche essere contro la guerra, l’uso delle armi, lo spreco di danaro per l’acquisto di aerei come gli F33 che non servono e che non si inseriscono nella logica difensiva dell’art. 11 della Costituzione. Significa preferire l’accoglienza ai respingimenti, la stabilità del lavoro alla precarietà. Significa privilegiare la non violenza come stile e comportamento di vita. Essere non violenti in politica vuol dire scegliere la mitezza nell’agire, nel linguaggio, nei comportamenti e pertanto cercare sempre il dialogo e l’ascolto rispetto allo scontro.
In pratica deve esserci uno sforzo verso una visione globale di valori, che è, a parer mio, la conditio sine qua non per orientare il proprio impegno. Non è facile e capita che si possa anche scivolare, ma è questa possibilità d’inciampare che segna ogni uomo e ogni azione umana e che ci dovrebbe rendere un poco più misericordiosi. Gli interventi del Papa e della Cei ci dicono che i valori fondamentali abbracciano non solo l’inizio e la fine della vita ma tutta l’esistenza nelle sue dimensioni individuali e collettive.
Questa iniziale introduzione metodologica era necessaria per fissare alcuni criteri che ci consentano di definire la questione dell’essere cattolici in politica e per valutare come non possa essere semplificata ma debba essere collocata nella complessità dei nostri tempi.
Brandire i temi della bioetica e trasformare una questione delicata e complessa in un’arma dialettica per stanare l’avversario politico è tradire i valori che si vogliono affrontare. Sarebbe invece necessario argomentare e dialogare per far comprendere la giustezza delle posizioni che proponiamo. Questioni che riguardano la dignità dell’umano e su cui insiste l’antropologia cristiana, non possono essere ideologizzate ma fatte penetrare nel cuore e nella mente delle persone che s’incontrano o nei competitori politici. Non dimentichiamo mai che la carota è efficace quanto e più del bastone. Non possiamo proporre in nostri principi se costringiamo l’altro a mettersi in difesa perché ci sente aggressivi.
La prima questione dei cristiani laici impegnati nell’agire politico è la ricerca della coerenza senza la pretesa di essere perfetti e i migliori cristiani del mondo (Rosmini ha pagine meravigliose contro la pretesa inumana del perfezionismo). Ricordiamoci sempre che nel giorno del compimento finale saremo tutti giudicati e già sappiamo che ci passeranno davanti gli storpi, i cechi, i ladri e le prostitute.
In questi giorni da più parti mi sento interpellato da quanto ho letto sui giornali circa la pressione che esponenti importanti della gerarchia cattolica avrebbero esercitato sul piano politico per evitare la crisi di Governo, su un presunto appoggio al governo Berlusconi, su consigli all’Unione di centro perché non facesse mancare il suo appoggio. Si è molto enfatizzato su tutto questo e non nascondo di essere stato attraversato da un profondo disagio.
In tutti i tempi il tema del rapporto tra gerarchie ecclesiastiche e potere politico è sempre stato molto complesso e non privo di tensioni e ambiguità. Lo è stato nei confronti del movimento politico dei cattolici italiani e ha coinvolto personaggi come Murri, Sturzo, De Gasperi. A suo tempo un cristiano di grande caratura come Tommaso Gallarati Scotti aveva evidenziato i tratti di questa complessità.
Dell’articolato rapporto tra la Chiesa come istituzione e il potere politico dobbiamo tenere conto e iniziare a ragionare se in un Paese come l’Italia non sia opportuno che ogni forza, movimento o aggregazione politica, espliciti con chiarezza la propria politica ecclesiastica, ossia come intende vivere il regime concordatario.
Ciò che va evitato è confondere i diversi piani e mescolare tutto. Non ha molto significato rimproverare agli ecclesiastici che ricoprono rilevanti cariche istituzionali nell’ordinamento della Chiesa di voler influenzare la vita e gli orientamenti della società civili e del potere politico. In democrazia questo è un diritto e dovere di ogni cittadino, delle comunità e di tutti i corpi associativi che vi agiscono e non comprendo perché alcuni dovrebbero esserne esclusi.
I problemi pertanto non si pongono sul terreno delle relazioni istituzionali, ma nel corpo vivo della Chiesa. Gli uomini e le donne credenti si riuniscono (fanno Chiesa), non tanto per conquistare voti o per decidere verso chi orientare il proprio consenso, ma per rendere testimonianza del Cristo Risorto, dell’amore verso il prossimo e il rispetto verso ogni persona. E’ chiaro e consequenziale che questo impegno si direziona necessariamente verso la ricerca del bene comune, ma il compito fondamentale resta quello di comunicare al mondo la fede. Alcuni hanno sostenuto – e forse ancora si muovono in questa direzione – che la trasmissione della fede ha bisogno di una cristianizzazione dell’ordine sociale e politico. Pur non disprezzando questa posizione resto convinto del contrario: è la comunicazione della fede che può contribuire all’umanizzazione del sociale, dell’economico e del politico.
L’agire dei cristiani in politica dovrebbe sempre tenere conto della distinzione tra la dimensione istituzionale e quella sacramentale della Chiesa. Confondere i due piani crea solo confusione. Nell’esercizio delle loro funzioni politiche gli ecclesiastici dovrebbero considerare l’incidenza che possono avere sul popolo dei fedeli. Si tratta per tutti coloro che amano la Chiesa di far sempre valere la virtù della prudenza.
Il politico che si dichiara cattolico deve inoltre lasciarsi guidare da un profondo senso di misericordia e tenere presente i limiti che stanno in capo ad ogni persona. La logica del limite dovrebbe sempre guidare le sue azioni e proposizioni anche sui temi più delicati e ricordare che l’esercizio del potere dovrebbe essere sempre servente. Se si vuole rispondere all’altissima considerazione che Gesù e la Chiesa hanno della dignità e libertà dell’uomo, dobbiamo sapere che le battaglie che conduciamo sui temi dell’aborto, dell’eutanasia, delle cellule staminali, della famiglia, della disoccupazione, dell’accoglienza degli immigrati e la cura emancipativa dei deboli e dei poveri non sono mai conclusive. In ogni questione c’è sempre un cammino da iniziare, un sentiero da percorrere ed è proprio in virtù di questo che i cristiani non possono che vivere il loro impegno politico con tensione e inquietudine permanente. La vera condizione esistenziale del cristiano che fa politica è quella dell’inappagamento.
I veri nemici del cristianesimo non sono gli atei convinti, gli agnostici e nemmeno i laicisti cui so bene come rispondere, ma quella schiera di politici, intellettuali non credenti che pretendono di essere i sostenitori delle ragioni “politiche” e del messaggio evangelico della Chiesa per volgerli verso i loro obiettivi politici.
Con il loro “dire” non fanno altro che svuotare il cristianesimo e ridurlo ad una religione civile senza trascendenza. Quando li sento parlare mi viene in mente il personaggio centrale del romanzo di Flannery O’ Condor “ La saggezza nel sangue”. Hazel si è messo in testa e vuole dimostrare agli uomini che c’è bisogno di “ un nuovo Gesù che sia tutto uomo, senza sangue da buttare via” e fondare una Chiesa senza Cristo.
Anche quando si schierano per le mie ragioni resto guardingo verso questi nuovi proclamatori.
I laici cristiani impegnati in politica devono porsi altre domande e non continuare a verificare se gli ecclesiastici stanno con loro, se li appoggiano o no, se c’è o meno l’ingerenza dei Vescovi. Oggi in Italia anche nella realtà cattolica e tra l’episcopato c’è una situazione di pluralismo di cui tener conto. Occorre distinguere tra i pronunciamenti politici che sono criticabili e i pronunciamenti magisteriali che vanno ascoltati. Non mi turba se il Card. Ruini afferma che il maggioritario va bene. E’ una posizione politica sulla quale posso dire con serenità di non essere d’accordo. I laici cristiani – soprattutto quelli che esercitano la difficile arte della politica – non devono avere timore di entrare in dialettica su certe posizioni politiche espresse dai Vescovi da cui deriverebbe un bene anche per la Chiesa. Il tutto deve svolgersi in un clima di unità e di comunione. La liberà dei figli di Dio e dei credenti va sempre esercitata. Altro è l’atteggiamento da tenere sulle questioni di natura dottrinale e morale. Sui valori cattolici non si tratta ma ci si confronta in termini unitivi.
Il pluralismo delle opzioni politiche da parte dei cattolici è stato un fatto necessario e di libertà. Va superata invece la diaspora cattolica che ha reso la presenza veramente debole sul piano normativo. Sono convinto che in Italia una formazione politica laica e aconfessionale ma di chiara ispirazione cristiana, possa contribuire a far crescere un’ampia tensione unitiva dei laici credenti su temi che la coscienza cattolica ritiene irrinunciabili. Ma perché ciò possa avvenire occorre uscire da questo bipolarismo che imbriglia anche le coscienze, per progettare una nuova forma di alternanza che sia in primo luogo rispettosa delle coscienze individuali. Anche se in forme diverse dal passato, occorre ricostruire una centralità del Parlamento e delle Assemblee elettive.
Un problema nuovo si pone oggi ai cattolici e alla stessa Chiesa: la trasformazione della società italiana e il crescere di diverse espressioni religiose. Un tempo si poteva con tranquillità parlare di Italia cattolica – anche quando c’era il più grande partito comunista dell’Occidente -, di cristianità del mondo cattolico. Ora queste definizioni devono essere declinate al plurale e, inoltre, occorre tenere conto del fenomeno della multireligiosità. Un tempo si poteva – anche se in forma ridotta – parlare di multiconfessionalità ma ci si riferiva esclusivamente alle confessioni cristiane europee. La multireligiosità è qualcosa di molto diverso e si riferisce alla presenza di religioni che appartengono ad altre civiltà, che hanno tradizioni diverse dalla nostre e che non si riconoscono nelle nostre simbologie.
La strada dei cattolici impegnati in politica è quella della laicità positiva. Servirebbe per contenere le fibrillazioni laiciste e l’islam politico, per riconoscere il ruolo sociale e di coesione che le religioni esercitano. Per laicità positiva intendo quell’ambito del dibattito pubblico, politico, culturale e sociale in cui predomina il confronto, il dialogo e la soluzione dei conflitti, senza che nessuno rinunci al rispetto della storia e della tradizione dell’altro.
su 8 gennaio, 2011 a 21:43 Savino Pezzotta
Lei mi può critare, anzi fa bene mi aiuta a precisare le mie posizioni. Ma lei tenga conto delle mie. cordiali saluti
su 28 dicembre, 2010 a 18:36 Savino Pezzotta
Sono un cattolico che fa politica e che la fa laicamente.Bisogna rispettare le leggi quando sono in vigore ma nessuno proibisce di mutarle e cambiarle attraverso il metodo democratico. Nella libertà di coscienza ci sta anche l’obiezione . Le sue sono domande retoriche e pertanto non vengono fatte per cogliere la differenza di pensiero, ma per affermarne una. Mi sono presentato alle elezioni presentadomi come cattolico e non certo per catturare il consenso , ma perchè si potesse valutare chi ero. Devo far rispettare le leggi, ma lavoro per cambiare quelle che non mi piacciono. Le facci il contrario. Cordiali saluti e buon anno
su 28 dicembre, 2010 a 15:15 Diomede Catroux
On. Pezzotta mi sono probabilmente male espresso. A parere mio, il principale problema della politica attuale è l’assenza di etica non nel senso della chiesa ma nel senso dello stato. Mi spiègo con vari esempi.
A parere mio, il dibatto che pone è molto importante ma andrebbe posto in modo più semplice :
Si è prima cattolico e poi uomo politico oppure prima uomo politico e poi cattolico ?
Prima di porsi il problema del bipolarismo, non si dovrebbe porre il problema del rispetto dello Stato da parte del mondo della politica ? Questa domanda va legata a quello che chiamerei il dilemma di Scorate :
Socrate aveva ragione di sottoporsi ad una legge e una condanna iniqua oppure doveva fuggire ?
Userò il caso Englaro per spiegarmi meglio.
Se un uomo è prima cattolico e dopo politico, allora il tentativo di Berlusconi di ribaltare la sentenza della Cassazione era giusto e andava sostenuto. Il che significa che la Cassazione non è l’ultimo grado di giudizio, e lecito da parte del Governo o del Parlamento di ribaltare una sentenza. Dunque, se un uomo politico viene condannato in Cassazione, e lecito da parte sua di tentare di ribaltare la sentenza di condanna. Tutti i cittadini sono uguali dunque tutti i cittadini possono chiedere al Governo e al Parlamento di ribaltare una sentenza.
Si dichiara chiaramente che Scorate avrebbe dovuto fuggire dunque, qualsiasi cittadino che ritiene una sentenza ingiusta può legittimamente non rispettarla.
Se un uomo politico è prima politico e dopo cattolico, allora doveva opporsi al tentativo di ribaltare la sentenza della Cassazione perché essa pur scomoda o considerata ingiusta, andava rispettata.
Scorate aveva ragione di sottoporsi alla condanna anche se dal punto di vista dell’etica era ingiusta.
– Quando nel Governo Prodi alcuni membri del Governo votavano una legge la mattina e sfilavano contro il pomeriggio, essi non mostravano nessun senso dello Stato e della loro funzione. Un ministro è opposto ad una legge, non la firma. Se la firma non sfila contro, se vuole sfilare rassegna prima la dimissione. Anche qui Scorate è fuggito.
– Quando Bossi, Vice Presidente del Consiglio, dichiara che i Romani sono dei porci aveva il senso dello Stato ? Il governo ha smentito e sconfessato Bossi. Bossi ha presentato delle scuse ufficiale ? E un altro caso dove Scorate fugge.
– Un giudice, non fa recapitare un avviso di garanzia al Capo del Governo nel pieno di una conferenza internazionale. Lo fa prima, lo fa dopo ma non in quel momento perché danneggia l’immagine del Governo. Il giudice rappresenta anche lo Stato. Il capo del Governo piazzato in quella situazione o rassegna la dimissione o chiede la dimissione del giudice. La sanzione doveva essere ufficiale. Ancora una volta Scorate fugge.
– Quando Berlusconi, capo del Governo dichiara che ci sono dei giudici golpisti, parla come capo del Governo ? Se non lo è, si è Capo del Governo a ore ? Se lo è, tutti dovrebbero prende le armi per difendere la costituzione, individuare e fare processare i golpisti, oppure si ritiene lecito fare un golpe ? Scorate fugge sempre.
– Nei fatti di Pompei, il ministro Bondi anche se non ha nessuna colpa avrebbe dovuto rassegnare la dimissione a Berlusconi il quale poteva rifiutarla. Lo doveva fare per rispetto verso la sua funzione perché il capo è responsabile delle persone sotto i suoi ordini. Non può appellarsi al fatto che altri non hanno avuto quel rispetto. In quel caso, un omicida può appellarsi al fatto che altri assassini non sono stati presi, un Governo può incarcerare innocenti perché lo sono stati… Scorate ignora il suo dovere.
– Quando si è capo del Governo, non si fanno battute. Reagan per una battuta sull’Unione Sovietica (Ho dichiarato l’URSS illegale, il bombardamento comincia entro 5 minuti) dovete fare le scuse ufficiale. La Norvegia perse la causa contro il Danimarca riguardo la Groenlandia perché il ministro della cultura norvegese, dichiarò in una cena privata che la Norvegia non aveva nessun interesse riguardo il Groenlandia.
Questa lista troppo lunga e noiosa non è esaustiva…
Consideriamo l’aborto. Non voglio di parlare del fatto che sia una giusto o no dal punto di visto dell’etica ma dal punto di vista istituzionale. Voglio porre il punto sul vero male della politica italiana. L’aborto, in certi paletti, è legale in Italia, è una diritto della donna. Ripeto che sia giusto o no, non è la questione.
E accettabile che, nella fatti specie, Formigoni, come cattolico, neghi questo diritto facendo si che in tutte le strutture pubbliche i dottori siano obbiettori ? Oppure, come difensore dei diritti dei cittadini, benché cattolico,Formigoni dovrebbe garantire la presenza in tutte le strutture pubbliche di un medico che pratichi l’aborto ?
I cattolici, sostengono l’operato di Formigoni per impedire gli aborti, bloccare la distribuzione della Ru486, la pillola del giorno dopo, ma come difensore della legge, Formigoni andrebbe condannato.
Perciò, l’uomo cattolico e politico si trova di fronte ad un conflitto d’interesse. Quale deve prevalere ?
Il problema è il cattolico Socrate deve obbedire alla legge dando l’esempio anche se essa disturba la sua etica cattolica oppure deve fare prevalere la sua fede e considerare lecito la disobbedienza ?
Par parafrasare De Gaulle : “Vaste Programme”!
su 27 dicembre, 2010 a 20:24 Savino Pezzotta
Non ho mai voluto imporre le mie convinzioni, ma solo proporle e non solo in nome della fede ma della dignità dell’uomo. Se io vedo una persona che si vuole buttare da un ponte o che vuole uccidere un’altro, che sfrutta, perseguita o fa altre cose che offendono la dignità e la vita che faccio , passo via dicendo che rispetto la sua libertà o intervengo. Non voglio imporre nulla agli stati ma in democrazia mi batto per le cose che credo giuste. Le ricordo che i primi cristiani pur di non buttare un pizzico di incenzo alla statua dell’imperatore , preferivano il martirio. Non sono teocratico, ma democratico e non nego che la si possa pensare diversamente me, ma chiedo solo il diritto di difendere e proporre quello che io credo sia giusto, pronto a pagare per questo. savino pezzotta
su 24 dicembre, 2010 a 10:52 Mario Meloni
On.le, mi compiacio per questo articolo e porgo i più vivi ringraziamenti per questo articolato ed importante pensiero. Condivido integralmente il discorso. Discorso che si muove nel solco di quella laicità positiva insegnataci da Don Sturzo e De Gasperi che cosi bene rappresentarono il mondo cattolico in politica senza mai cedere nel clericalismo o in quello che oggi potremo definire “cattolicesimo adulto”. Laicità positiva che deve diventare faro e strumento dell’impegno dei cattolici in politica, “anima” del futuro partito della nazione e del nuovo polo. Nel rinnovarle i miei complimenti, Le porgo i più sinceri auguri di buona Natale e di un felice e fecondo 2011. Invito che rivolgo anche a tutti coloro che frequentano il blog.
su 24 dicembre, 2010 a 10:33 Diomede Catroux
On. Pezzotta, mi spiace di farle una critica. Un candidato può rappresentare un gruppo di persone, una minoranza, una fede. Un statista No. Chi governa, deve rappresentare tutti. Ivi compreso quelli che non la pensano come lui, quelli che lo insultano, ecc.
Voltaire scriveva : “Non sono d’accordo con la sua opinione, ma lotterò fino alla morte per che Lei la possa esprimere”.
La domanda fondamentale per qualsiasi politico che le indirizzo personalmente :
Se Lei venisse, in un prossimo futuro, a fare parte di un governo, difenderà esclusivamente i valori cattolici anche a scapito di chi non la pensa come Lei, oppure difenderà la libertà di tutti anche di quelli che non la pensano come Lei su certi punti fondamentali ?
Berlusconi ha chiaramente risposto a questa domanda. Lui rappresenta e difende esclusivamente chi la pensa come Lui. Non ha nessun problema a calpestare i diritti degli altri come quelli degli omosessuali o dei genitori di Eluana Englaro.
Il caso Englaro è vergognoso dal punto di vista dello stato. Il capo del governo non può andare contro una sentenza quanto sgradevole sia e tentare di fare una legge ad hoc. Se si accetta questo principio per il caso Englaro, si deve accettare che Berlusconi faccia legge ad personam per ribaltare le sentenze che non condivide.
Il caso Englaro poteva servire di spicco per un dibattito, per rivedere le leggi, ecc. ma non si doveva cercare di ribaltare una sentenza anche se la si trova sgradevole. Socrate non ha certamente apprezzato sua ingiusta condanna a morte ma come statista si è sottomesso.
Quando Lei scrive : “Se si vuole rispondere all’altissima considerazione che Gesù e la Chiesa hanno della dignità e libertà dell’uomo, dobbiamo sapere che le battaglie che conduciamo sui temi dell’aborto, dell’eutanasia, delle cellule staminali, della famiglia, della disoccupazione, dell’accoglienza degli immigrati e la cura emancipativa dei deboli e dei poveri non sono mai conclusive”. Parla al nome dei credenti, ingiuria e lede i credenti perché subdolamente dichiara che i non credenti non hanno un altissima considerazione della dignità e libertà dell’uomo.
Perciò come può aprire un dibattito con i non credenti ponendo come base che loro non hanno etica. Il solo diritto che li concede è di tacere. Dov’è la differenza con Berlusconi ?
Consideriamo il tema dell’eutanasia. La vera domanda è a chi appartiene la vita ? A Dio o all’individuo ? Il credente è libero di pensare che sua vita appartiene a Dio e tocca a Lui decidere quanto essa si deve concludere. Perciò la legge deve garantirli che nessuno potrà mai costringerlo a morire anticipatamente anche in caso di coma irreversibile, di sofferenze atroce che lui accetta di sopportare.
Però, può la legge obbligare un uomo a sopportare condizione che considera incompatibile con la sua dignità di essere umano ? L’individuo può decidere di anticipare la sua morte in certi casi che vanno definiti ?
Lei, ha il diritto, al nome della sua fede di decidere per me quello che è buono o no ? Se Lei risponde di si, allora deve dichiarare che l’Apostasia è un crimine che va severamente punito come tutti i paesi musulmani. Lei deve dichiarare che i non credenti non hanno diritti.
Se Lei considera che l’ateo l’agnostico ha gli stessi diritti che il cattolico, allora, come statista deve accettare che i non credenti possano avere gli stessi diritti dei credenti e dunque decidere, in casi definiti, di porre fini alla loro vita anche se questo urta la sua fede perché il non credente è libero di pensare che la vita è sua e che spetta a lui decidere quando essa debba concludersi anticipatamente in caso di sofferenze vissute da lui.
E per questo che la pena di morte è inacetibile perché essa va a ledere il principio fondamentale che la vita e di ogni individuo, non è alienabile, pignorabile, non la si può vendere, nessuna legge umana può decidere quando è come va tolta ad un individuo.
Il problema dell’aborto è uguale. Quando c’è un conflitto d’interesse entro l’essere concreto (la madre) e l’essere potenziale (il feto). Quale diritto deve prevalere ?
Il cattolico risponde automaticamente che il diritto dell’essere potenziale prevale su quello della madre. Il che significa che la legge deve imporre alla madre di morire.
Non so come Lei possa guardare in faccia una donna e dirLe che deve morire, che, se ha altri figli, essi devono diventare orfani di madre, di guardarli negli occhi e sostenere questa posizione anche quando non sono credenti. Come un politico qualsiasi può dire ad una persona che egli deve morire per soddisfare la coscienza dei cattolici ?
E ovvio che ci sono delle scelte che non riguardano la politica ma l’individuo. Perciò la legge deve garantire la libertà di scelta dell’individuo e lo stato la deve proteggere anche se urta la morale di chi governa.
Se, in certi parametri, la legge consente ad una donna di abortire, anche se Lei è contro, Lei, come statista, deve difendere il diritto di quella donna. Il medico che lavora in un ospedale pubblico non può nascondersi dietro la sua libertà di coscienza (per di più quando accetta poi di praticare l’aborto nel suo studio privato). Il medico che ha stati d’animo non può lavorare in un istituto pubblico. Accettando questo stato di fatto, si accetta che il medico curi i pazienti in funzione della sua etica e delle sue simpatie/antipatie.
Quando Lei scrive : “(…) su temi che la coscienza cattolica ritiene irrinunciabili” sbaglia. Perché Lei dichiara che la coscienza cattolica deve prevalere sulle altre coscienze oppure gli altri vengono considerati privi di coscienza o di etica. Lei si scorda che la coscienza e l’etica dello stato prevalgono su quella solo cattolica. Nel passato, quando prevaleva solo la coscienza cattolica, la nazione non esisteva, il popolo era composto da sudditi non da uomini liberi e uguali.
Sua posizione fa terribilmente pensare alla teocrazia…
Prendo un esempio :
Il primo comandamento scrive : “Tu non ucciderai.” Ora, l’uomo non deve uccidere il prossimo perché lo ha scritto Dio (ma se Dio non lo avesse scritto allora sarebbe lecito ammazzare il prossimo) o perché è un valore universale inerente all’uomo indipendentemente della sua fede ?
Riconosco che è un modo scomodo di porre la questione perché esso implica che esiste un etica più universale e dunque più forte di quella divina, ma la fede è una scelta degli uomini non degli stati.
su 23 dicembre, 2010 a 18:57 Pier Paolo Pedriali
E come non essere d’accordo con una impostazione in linea con la migliore tradizione del cattolicesimo democratico? I più cordiali auguri di Buon Natale a Lei, on. Pezzotta, e agli amici che hanno codiviso due anni di cammino piuttosto accidentato lungo i sentieri del candido roseto.
su 23 dicembre, 2010 a 17:40 Giuseppe Sbardella
ho appena finito di (ri)leggere il testo di Giuseppe Lazzati del 1984 (ma ancora tanto attuale) “La città dell’uomo – costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura dell’uomo”, e non posso non condividere la massima parte delle tue affermazioni sopratutto sul significato e sulle modalità concrete del fare politica da cristiani.
Anche io ho provato disagio nel leggere di pesanti forzature su personaggi e partiti politici da parte di esponenti ecclesiastici, soprattutto della Curia Vaticana.
Proprio per questo ho particolarmente a cura l’elemento che la formazione politica, laica e aconfessionale, di chiara ispirazione cristiana, di cui scrivi, trovi il modo di aprire l’accesso anche a chi cristiano non è ma accetti di condividere, da un punto di vista di retta ragionevolezza, i principi dell’insegnamento sociale cristiano.
Detto fuori dai denti (ma il nostro parlare non è forse “si, si, no, no”) l’ultima cosa che desidererei è trovarmi in un partito politico, seppure non “dei” cristiani, ma “di” cristiani”, il cui vero Segretario politico sedesse nella Curia Vaticana (magari nella Segreteria di Stato) e non nella sede del partito.
Per questo guardo con grande interesse al Polo della Nazione e mi auguro che possa essere la prima tappa di un grande Partito, a vocazione maggioritaria, certo ad ispirazione cristiana, ma anche capace di aggregare, sul programma politico, a pieno titolo, laici di buona volontà come Massimo Cacciari e lo stesso Luca di Montezemolo.
Di nuovo tanti cari auguri per un sereno S. Natale a te ed a tutti gli amici che scrivono su questo sito.

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