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⭐La participation exemption all interno dell ordinamento giuridico italiano
La participation exemption all interno dell ordinamento giuridico italiano
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1 Corso di Laurea magistrale (ordinamento ex D.M. 270/2004) in Amministrazione, finanza e controllo Tesi di Laurea La participation exemption all interno dell ordinamento giuridico italiano Relatore Ch. Prof. Antonio Viotto Laureando Marco Cerutti Matricola Anno Accademico 2012 / 20132 3 Ai miei genitori4 5 INDICE INTRODUZIONE PARTICIPATION EXEMPTION E RIFORMA DELLE IMPOSTE SUL REDDITO... 1 CAPITOLO PRIMO DAL CREDITO D IMPOSTA ALLA NON IMPOSIZIONE CREDITO D IMPOSTA: CONSIDERAZIONI SUL MECCANISMO PREVIGENTE PER L ELIMINAZIONE DELLA DOPPIA IMPOSIZIONE E RATIO DELLA SUA ELIMINAZIONE LA STRUTTURALITÀ DELLA NON IMPOSIZIONE: DIVIDENDI E PLUSVALENZE, DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA CAPITOLO SECONDO LA STRUTTURA DELLA PARTICIPATION EXEMPTION BREVE DISAMINA SULL INTRODUZIONE E SULL EVOLUZIONE DEL REGIME PEX PROFILO SOGGETTIVO DI APPLICAZIONE PROFILO OGGETTIVO DELL APPLICAZIONE Operazioni sulle azioni proprie Usufrutto, diritto d opzione e obbligazioni convertibili Operazioni di pronti contro termine, riporto, prestito titoli e pegno Partecipazioni in Fondi Comuni di Investimento, SICAV e SIIQ Cessione di strumenti finanziari emessi da soggetti non residenti Trasferimento all estero della sede sociale ed Exit tax Conferimento di partecipazioni sociali Ripartizione di riserve di capitale, recesso ed esclusione del socio, riscatto della quota partecipativa, riduzione del capitale esuberante, liquidazione della società I6 2.4. I REQUISITI PER POTER USUFRUIRE DEL REGIME DELLA PARTICIPATION EXEMPTION Minimum holding period Iscrizione in bilancio tra le immobilizzazioni finanziarie Residenza fiscale della società partecipata Esercizio di una attività commerciale CAPITOLO TERZO I COROLLARI DELLA PARTICIPATION EXEMPTION OPERAZIONI FISCALMENTE NEUTRALI E PARTICIPATION EXEMPTION MINUSVALENZE AZIONARIE E PREVISIONI ANTI-DIVIDEND WASHING DISCIPLINA DEI COSTI CONNESSI ALLA GESTIONE ED ALLA CESSIONE DELLE PARTECIPAZIONI PARTICIPATION EXEMPTION E TRATTAMENTO RISERVATO AI SOGGETTI PASSIVI IRPEF CONCLUSIONI POSSIBILI MODIFICAZIONI AL REGIME DI PARTICIPATION EXEMPTION INDICE BIBLIOGRAFICO PER AUTORE INDICE SITOGRAFICO II7 INTRODUZIONE PARTICIPATION EXEMPTION E RIFORMA DELLE IMPOSTE SUL REDDITO La Riforma del sistema fiscale statale avviata dalla legge delega n. 80 del 7 aprile 2003 ed attuata dal decreto legislativo n. 344 del 4 agosto 2004 (cd. Riforma Tremonti ) ha apportato notevoli modifiche nel nostro sistema di imposizione. Ciò che verrà esaminato in questo lavoro sarà la nuova imposizione sulle plusvalenze da partecipazioni ( participation exemption o pex ), completamente modificata rispetto a quanto previsto ante riforma. La ratio di tale cambiamento è stata sostanzialmente individuata nell armonizzazione del sistema fiscale italiano con quello degli altri Stati membri dell Unione Europea, in un ottica di maggiore competitività del nostro sistema; ciò ha portato al passaggio dal metodo di imputazione ( imputation system ) al metodo di esenzione ( exemption system ) sia con riferimento all imposizione dei dividendi sia con riferimento all imposizione delle plusvalenze azionarie, con conseguenti eliminazione del credito d imposta ed introduzione della non imposizione su dividendi e plusvalenze derivanti da cessione di partecipazioni ( participation exemption ) 1. Con riferimento a tali aspetti, la Relazione al testo approvato dalla Camera della legge delega aveva posto l accento sul fatto che la necessità di una riforma fiscale improntata ad una maggiore omogeneità dei 1 Per un analisi più approfondita sulla ratio dell introduzione di tale sistema, si rimanda a quanto esposto nel Capitolo 1. 18 sistemi fiscali europei fosse determinata dal fatto che gli attori economici si trovavano ad agire in un mercato sempre più globalizzato, in cui il particularisme fiscale non fosse solo impossibile, ma anche dannoso 2 : come già anticipato, il nostro previgente sistema fiscale era incentrato sul metodo dell imputazione e sulla conseguente attribuzione di un credito d imposta al contribuente al fine di eliminare la cd. doppia imposizione economica 3 sui dividendi. Tale sistema, se confrontato con quello dei Paesi europei più industrializzati, cominciava a presentare alcuni caratteri di obsolescenza 4 : l imputation system infatti poteva essere ritenuto valido ed efficiente in un economia localizzata in cui i soci avevano la residenza nel medesimo Stato della società partecipata, ma non in un economia che stava andando sempre più globalizzandosi e ove spesso il socio risiedeva in uno Stato diverso da quello di residenza della società produttrice del reddito. Per tale ragione la Camera, nella relazione al testo della legge delega, aveva previsto che la determinazione del prelievo avrebbe dovuto essere «baricentrata sulla situazione oggettiva dell impresa e non su quella soggettiva del socio» 5. Tenuto conto poi che 2 Così recita la Relazione: «in un mondo globalizzato, il sistema fiscale di un Paese deve infatti essere, quanto più possibile, omogeneo ai sistemi fiscali degli altri Paesi. E questo non è un giudizio di valore. È un dato di fatto». 3 Il fenomeno della doppia imposizione è il risultato della sovrapposizione delle pretese impositive di due differenti Stati. Essa costituisce un ostacolo all investimento di capitali in quanto provoca un prelievo globale che è superiore a quello effettuato in capo a soggetti che versano in analoga situazione. La doppia imposizione si distingue in doppia imposizione economica e doppia imposizione giuridica: la prima consiste nell imposizione sul medesimo presupposto posta a capo di due soggetti differenti, mentre la seconda consiste nell applicazione di due tributi sul medesimo presupposto posto in essere dal medesimo soggetto. In questo lavoro si farà rifermento alla sola doppia imposizione economica. 4 Infatti, dopo la riforma introdotta dalla Germania nel 2000, l Italia era ancora uno dei pochi Paesi a riconoscere il credito d imposta sui dividendi distribuiti ai soci, derivando ciò dal fatto che il nostro sistema fiscale basava il prelievo definitivo sulla situazione soggettiva del socio e non su quella della società, che invece avrebbe dovuto essere vista come unico centro di produzione ed imputazione del reddito. 5 In tal senso vedi anche GARBARINO C., Le plusvalenze esenti, in Tesauro F. (opera diretta da), Imposta sul reddito delle società (IRES), Bologna, 2007, p , secondo il quale «il plusvalore realizzato in occasione della cessione di una partecipazione rifletterebbe gli utili già conseguiti o conseguibili in futuro dalla 29 la normativa italiana, così come quella relativa ad altri Stati, non prevedeva il credito d imposta per i dividendi erogati da società non residenti a soci residenti all interno del territorio dello Stato o per i dividendi erogati da società residenti nel territorio dello Stato a soci residenti all estero 6, tale meccanismo dava chiaramente luogo a discriminazioni fondate sulla residenza creando ostacoli alla libera circolazione dei capitali e alla libertà di stabilimento 7. Nei rapporti internazionali infatti il credito d imposta comportava, per i dividendi in uscita, il rischio di una sostanziale assenza di imposizione sui redditi della società nello Stato in cui questa fosse residente (per effetto dei meccanismi di rimborso al socio non residente del credito d imposta) e, per i dividendi in entrata, un aggravio del prelievo non potendo essere utilizzato il credito d imposta in detrazione delle imposte dovute dal socio se non attraverso procedure assai complicate, e ciò si traduceva in un chiaro disincentivo all investimento 8. L abolizione del credito d imposta doveva quindi essere inquadrata in un nuovo sistema di regole partecipata, i quali hanno già scontato o sconteranno in via definitiva le imposte presso il soggetto che li ha prodotti, cosicché il plusvalore dovrebbe essere esente». 6 Salvo nel caso in cui il non residente (socio) mantenesse una stabile organizzazione in Italia od il credito d imposta sia corrisposto su base pattizia. 7 Così sostenuto nella sua relazione dalla Commissione di Studio sulla imposizione fiscale sulle società (cd. Commissione Biasco). Secondo tale Commissione infatti «per quanto riguarda la struttura della tassazione [ ] un primo elemento comune che ha caratterizzato l evoluzione degli ordinamenti europei è la progressiva abolizione del sistema di credito di imposta sui dividendi, che per lungo tempo era stato elemento distintivo di questi paesi, soprattutto per quanto riguarda l imposizione dei dividendi in capo a un socio persona fisica e il suo grado di integrazione con l imposta societaria, limitatamente però a soci e società residenti. La decisione di abbandonare il credito e le soluzioni adottate dai paesi della UE, in alternativa ad esso, sono state influenzate dagli orientamenti della giurisprudenza della Corte, che ha ritenuto incompatibili con le libertà fondamentali del Trattato (libertà di stabilimento e di circolazione dei capitali) il trattamento discriminatorio sia dei dividendi di fonte interna rispetto a quelli provenienti da un altro Stato membro, sia dei soggetti residenti rispetto ai non residenti». 8 PADOVANI F., Commento all art. 87, in Fantozzi A. (a cura di), Commentario breve alle leggi tributarie, Padova, 2010, p. 435, secondo cui tale istituto è volto ad incentivare lo scambio di partecipazioni tra le imprese. In tal senso, vd. anche TESAURO F., Imposta sul reddito delle società, Bologna, 2007, p.11 e RASI F., La tassazione dei redditi societari in ambito U.E.: il nuovo modello italiano a confronto con i sistemi degli altri paesi, in Rassegna tributaria, 2004, II,, p10 volte a sterilizzare e a rendere fiscalmente neutri i passaggi di ricchezza dalla sfera delle cose alla sfera delle persone 9. Autorevole dottrina 10 tuttavia affermava che attraverso il credito d imposta sarebbe stato comunque possibile ottenere gli stessi effetti della non imposizione in quanto il legislatore, con tale meccanismo, aveva configurato l imposta pagata sui dividendi imponibili in capo al socio da parte della società distributrice degli utili come un acconto dell imposta dovuta dai soci. A sostegno di ciò la Commissione di Studio sulla imposizione fiscale sulle società (cd. Commissione Biasco), all interno della propria relazione finale, aveva sostenuto che il sistema della participation exemption sulle plusvalenze non trovasse giustificazioni specifiche che lo potessero radicare all interno delle esigenze e delle caratteristiche dell economia italiana, in modo da poter essere privilegiato rispetto ad assetti impositivi alternativi 11. L estensione del regime di non imposizione all Italia risponde piuttosto all esigenza sia di evitare, per ciò che concerne i dividendi, i problemi comunitari connessi al precedente sistema del credito d imposta (numerose sono infatti le pronunce della Corte di Giustizia Europea che censurano l applicazione di tale sistema in quanto portatore di discriminazioni dal punto di vista della residenza fiscale della società erogante i dividendi e del socio percipiente 12 ), sia di impedire, per ciò che concerne le 9 In tal senso, vedi TOGNONI M., Commento all art. 87, in Tinelli G. (a cura di), Commentario al testo unico delle imposte sui redditi, Padova, 2009, p. 711 e FANTOZZI A., Il regime di trasparenza per le società di capitali, in Paparella F. (a cura di), La riforma del regime fiscale delle imprese: lo stato di attuazione e le prime esperienze concrete, Milano, 2006, pag Su tutti, vd. LEO M., MONACCHI F., SCHIAVO M., Commento all art. 14, Le imposte sui redditi nel testo unico, Milano, 1999, p Così la Commissione: «Il sistema Pex sulle plusvalenze non trova giustificazioni analoghe o altri motivi specifici che lo radichino all interno delle esigenze e delle caratteristiche dell economia italiana, tali da imporlo gerarchicamente rispetto a assetti alternativi della tassazione. La circolazione di partecipazioni non si pone in posizione gerarchica rispetto a altre operazioni societarie». 12 Tra le più note, vd, Corte di Giustizia, causa C-35/98, Verkooijen; Corte di Giustizia, causa C-319/02, Manninen; Corte di Giustizia, causa C-315/02, Lenz; Corte di Giustizia, causa C-265/04, Bouanich. 411 plusvalenze, che un più favorevole regime fiscale all estero consigli le imprese a portare (o tenere) fuori dall Italia la sede delle holding (società finanziarie che detengono il controllo di un gruppo di aziende, attraverso il possesso diretto o indiretto di una rilevante quota del pacchetto azionario di ciascuna) e usufruire altrove del regime delle partecipazioni esenti, tenendo in Italia il più favorevole trattamento delle minusvalenze 13. Il legislatore quindi decise di abbandonare il sistema dell imputazione per passare ad un sistema di non imposizione sulle plusvalenze da cessione di partecipazioni (che dovranno tuttavia rispettare i requisiti previsti all interno dell art. 87, co. 1, TUIR) e sui dividendi erogati dalla società partecipata, in quanto ciò avrebbe permesso di trattare in maniera uniforme sia i redditi provenienti da soggetti residenti all estero sia i redditi provenienti da soggetti residenti nel territorio dello Stato, applicando l imposta direttamente in capo al produttore del reddito, e capovolgendo così il sistema di imputazione previgente. In tal modo infatti si afferma il principio per il quale «l utile viene tassato solo al momento della produzione, in capo alla società che lo produce, e non anche in sede di distribuzione ai soci» 14 (anche se, come avremo poi modo di vedere, tale assenza di imposizione prevede delle differenze sulla base della natura giuridica del soggetto percipiente). Questa modalità di imposizione infatti ha il pregio di enfatizzare quella che è la vera realtà economica sottostante alle fattispecie in questione, in linea con le tendenze ravvisabili nel contesto internazionale 15, e di armonizzare il nostro sistema fiscale con quello in 13 Così la già menzionata Commissione Biasco: «Le principali motivazioni per l estensione di regimi di esenzione sono di tipo concorrenziale (per attrarre o evitare la delocalizzazione di società holding)[ ]». 14 In tal senso, vd. la Relazione allo schema di decreto legislativo recante riforma dell'imposizione sul reddito delle società in attuazione dell articolo 4, comma 1, lettere da a) ad o), della legge 7 aprile 2003, n PADOVANI F., Commento all art. 87, in Fantozzi A. (a cura di), Commentario breve alle leggi tributarie, Padova, 2010, p12 essere in altri Stati membri rendendolo più competitivo ed attrattivo; non a caso un obiettivo dichiarato dal legislatore nazionale, come già affermato, è quello di rendere di fatto non necessario il ricorso alla localizzazione delle holding in paesi in cui era già vigente o di prossima costituzione al momento della Riforma, il regime della participation exemption (Austria, Belgio, Danimarca, Lussemburgo, Germania, Olanda, Spagna e Regno Unito). Un ulteriore modifica introdotta dalla Riforma di notevole portata innovativa è stata quella relativa alla assimilazione concettuale tra dividendi e plusvalenze azionarie: era stato ampiamente affermato da prassi 16 e dottrina 17 che il sistema di non imposizione dei dividendi dovesse essere applicato anche alle plusvalenze da cessione di partecipazioni (sempre nel rispetto dei requisiti previsti dall art. 87, co. 1, TUIR) in quanto il maggior valore delle stesse deriverebbe da utili non distribuiti e quindi accantonati, e come tali già sottoposti a tassazione in capo alla società che li ha realizzati; ovvero da utili attesi, e come tali sottoposti ad imposizione, prima o poi, in capo alla società 18. Di qui veniva concepita l idea della convertibilità tout court dei dividendi in plusvalenze azionarie. Tali ragionamenti hanno portato a ritenere che i plusvalori azionari fossero rappresentativi di utili prodotti dalla partecipata o che potessero essere prodotti dalla stessa in un momento successivo, e di conseguenza l imposizione in capo all azionista a seguito di dismissione da parte dello stesso della partecipazione avrebbe 16 Su tutti, vedi la circolare dell Agenzia delle Entrate n. 36/E/2004 e la Relazione al testo approvato dalla Camera della legge delega. 17 Senza pretesa di esaustività, vedi ZIZZO G., Participation exemption e riorganizzazioni societarie, in Il fisco, 2002, I, p. 430; INGRAO G., In tema di tassazione dei gruppi di imprese ex D.Lgs. 12 dicembre 2003, n.344, istitutivo dell Ires, Rassegna tributaria, 2004, I, p ; FICARI V., La cessione delle partecipazioni e l imposizione delle plusvalenze, in Bollettino tributario, 2005, III, p. 1769; TESAURO F., La participation exemption ed i suoi corollari, in Tributimpresa, 2003, p. 12 e ss.; MURARO D., I problemi irrisolti della participation exemption tra preoccupazioni della Commissione Biasco ed indifferenza del legislatore, in Beghin M. (a cura di), Saggi sulla riforma dell Ires dalla Commissione Biasco alla finanziaria del 2008, Milano, 2008, p Vd. TESAURO F., Istituzioni di diritto tributario, 2008, Torino, p13 costituito una duplicazione dell imposizione 19. Tale tesi non è stata esente da critiche, fondate sul fatto che sarebbe difficile la dimostrazione che la plusvalenza sia sempre riconducibile a utili prodotti o che saranno prodotti dalla società partecipata: numerose infatti possono essere le cause di un aumento del valore della partecipazione, indipendenti dall aumento dello stesso dovuto al binomio utili-plusvelenze 20. Tale ragione ha portato il legislatore a prevedere una serie di requisiti d accesso al regime della participation exemption che permettono di separare le plusvalenze generate dai fattori summenzionati e le plusvalenze che più realisticamente rappresentano un trasferimento in capo al socio della ricchezza prodotta, e già sottoposta ad imposizione, dalla società. I requisiti in questione infatti sono stati strutturati al fine di garantire che le partecipazioni dimostrino una certa stabilità e durata nel tempo del rapporto tra partecipata e partecipante, in modo da evitare comportamenti potenzialmente elusivi. In particolare, i presupposti relativi alla partecipazione ossia il possesso ininterrotto da oltre un anno e la sua iscrizione tra le immobilizzazioni finanziarie sin dal primo esercizio di possesso sembrano essere stati modellati in maniera tale da delimitare il regime di neutralità alle sole plusvalenze realizzate con riferimento ad acquisti di partecipazioni costituenti un investimento stabile e duraturo, nonché non speculativo, mentre i requisiti relativi alla società partecipata ossia la residenza in un territorio in un Paese non a fiscalità privilegiata e l esercizio di un attività commerciale dovrebbero garantire la non elusività dell allocazione dei redditi in un paradiso 19 Vd. TESAURO F., La participation exemption ed i suoi corollari, in Tributimpresa, 2003, p. 14; STEVANATO D, Il doppio regime di circolazione delle quote societarie: riflessioni sugli aspetti strutturali della participation exemption, in Dialoghi di diritto tributario, 2003, p Come ad esempio le speculazioni, le capacità contrattuali dei contraenti, il carattere strategico della partecipazione per l acquirente, l entità di maggioranza della partecipazione venduta, l andamento di mercato della valutazione delle azioni, ecc. In tale senso, vd. PADOVANI, Investimenti in società di capitali e imposizione sul reddito, 2009, Milano, p. 239 e ss; GARBARINO C., Le plusvalenze esenti, in Tesauro F. (opera diretta da), Imposta sul reddito delle società (IRES), Bologna, 2007, p14 fiscale ed evitare che la non imposizione venga accordata anche a plusvalori aventi natura diversa da quelli derivanti da un attività d impresa, produttiva quindi di utili. 815 CAPITOLO PRIMO DAL CREDITO D IMPOSTA ALLA NON IMPOSIZIONE 1.1. CREDITO D IMPOSTA: CONSIDERAZIONI SUL MECCANISMO PREVIGENTE PER L ELIMINAZIONE DELLA DOPPIA IMPOSIZIONE E RATIO DELLA SUA ELIMINAZIONE Il sistema d imposizione previgente, come accennato, era incentrato sul binomio imputazione-credito d imposta in modo tale da definire l imposta pagata dalla società come un semplice acconto, un anticipazione dell imposizione definitiva posta a capo del socio 21. Tale impostazione si fondava sul fatto di privilegiare la natura personale dell imposta sulle persone fisiche e sul fatto che la società di capitali veniva vista come un entità che si poneva in via intermedia 22 tra 21 Così sostenuto anche da FANTOZZI A, Il regime di trasparenza per le società di capitali, in Paparella F. (a cura di), La riforma del regime fiscale delle imprese: lo stato di attuazione e le prime esperienze concrete, Milano, 2006, pag. 19, secondo cui il credito d imposta rappresenta «una sorta di acconto rispetto alla tassazione definitiva in capo al socio». In tal senso vedi anche POTITO E., Credito d imposta per gli utili distribuiti da società ed enti (art. 14), in Il sistema delle imposte dirette, Milano, 1989, p. 71 e ss. 22 Così ZIZZO G., Reddito delle persone giuridiche (imposta sul), in Rivista di diritto tributario, 1994, I, p. 620, secondo cui le società «sono istituzionalmente dei veicoli per produrre ricchezza da riversare su coloro che ne integrano il sostrato personale». In tal senso, vedi anche VIOTTO A., Il regime tributario delle plusvalenze da partecipazioni, in corso di pubblicazione. 916 l esercizio dell attività economica in via collettiva da parte dei soci e i soci stessi, come strumento attraverso il quale produrre ricchezza da attribuire poi a coloro che avevano partecipato alla creazione della stessa. Secondo tale impostazione infatti, seppure l utilizzo del mezzo intermedio rappresentato dalla società avrebbe attribuito alla stessa un autonoma capacità contributiva, la ricchezza prodotta attraverso essa doveva essere attribuita direttamente in capo al socio, che veniva visto come soggetto produttore della ricchezza stessa; come conseguenza, si riteneva necessario scomputare dall imposta pagata dalla società stessa l imposta dovuta dal socio, al fine di evitare, come abbiamo già sottolineato, fenomeni di doppia imposizione economica. L istituto del credito d imposta venne introdotto nel nostro ordinamento attraverso la legge n. 904 del 16 dicembre 1977 al fine di eliminare la doppia imposizione economica sugli utili distribuiti da società di capitali o enti commerciali residenti nel territorio dello Stato a persone fisiche o società o enti per i quali tali utili concorressero alla determinazione del reddito complessivo imponibile. A questi ultimi soggetti il legislatore attribuì, conformemente a quanto già avveniva nella maggioranza dei Paesi della Comunità Europea, un credito d imposta pari all imposta pagata dalla società sugli utili distribuiti in modo da eliminare l onere fiscale già assolto sugli stessi utili dalla società distributrice ed eliminare la situazione di svantaggio che la mancanza di tale istituto creava per le imprese italiane 23. Il credito d imposta veniva determinato attraverso il rapporto tra l imposta pagata dalla società e il reddito (al netto dell imposta stessa) prodotto dalla società stessa; la percentuale che veniva utilizzata per il calcolo del credito d imposta, 23 Così FILIPPI P., Il credito d imposta sui dividendi. Disciplina e natura, in Diritto e pratica tributaria, 1979, I, p , secondo cui, conformemente a quanto avveniva nella generalità degli altri Paesi della Comunità europea, «con l art. 1 della l. 16 dicembre 1977, n. 904 viene attribuito ai soci di società di capitali che percepiscono utili da queste distribuiti un credito d imposta tale da eliminare l onere fiscale assolto su tali utili dalla società distributrice». 1017 modificata negli anni in funzione della variazione dell aliquota IRPEG, era determinata dal rapporto tra l imposta pagata dalla società e il reddito netto d imposta distribuibile: ad esempio, nel caso in cui il reddito della società fosse uguale a 100 e considerando la stessa soggetta ad imposta con aliquota pari al 37%, l utile distribuibile risultava pari a 63 e quindi, riconoscendo un credito d imposta pari al 58,73% (= x 100) degli utili distribuiti, questo risultava esattamente uguale all imposizione subita dalla società 24. Il credito poi doveva essere dapprima computato in aumento della base imponibile del percettore per la determinazione dell imposta da questo dovuta e, successivamente, computato in diminuzione dell imposta calcolata in tale maniera, conseguendo con tale meccanismo lo stesso effetto che si sarebbe ottenuto se lo stesso utile fosse stato attribuito direttamente al socio, senza essere precedentemente sottoposto ad imposizione in capo alla società. Presentato sotto questo punto di vista il credito d imposta permetteva di ottenere l effetto di sterilizzare la doppia imposizione economica; tuttavia all interno della normativa italiana e di numerosi Paesi appartenenti alla Comunità Europea erano ancora previste delle asimmetrie impositive che prevedevano un trattamento differente qualora vi fosse stata una differenza tra Stato di residenza fiscale della società partecipata e Stato di residenza fiscale del socio partecipante: in tal caso infatti non veniva previsto alcun credito d imposta per il socio residente nello Stato italiano sui dividendi da lui percepiti e provenienti da una società residente in uno Stato estero, e medesimo trattamento era previsto nel caso di socio residente in uno Stato estero e società partecipata residente all interno dello Stato italiano. In entrambe le circostanze vi era una disparità di trattamento che non trovava giustificazione alcuna se non 24 Vedi, in tal senso, FILIPPI P., Il credito d imposta sui dividendi. Disciplina e natura, in Diritto e pratica tributaria, 1979, I, p Con un semplice calcolo è possibile verificare la realtà di tale affermazione: infatti, determinando il 58,73% dell utile distribuibile (63), si ottiene l entità del credito d imposta ottenuto dal socio, vale a dire18 nel fatto che lo Stato di residenza del socio tendeva massimizzare il proprio gettito fiscale non concedendo alcun credito d imposta per le imposte pagate dalla società estera sugli utili distribuiti: ciò tuttavia veniva espressamente vietato dalla Corte di Giustizia Europea (CGE) la quale, nella causa C-35/98 Verkooijen, aveva sostenuto che la riduzione del gettito fiscale in entrata non poteva essere assunta a giustificazione di un trattamento differenziato tra i contribuenti. In tale sentenza, che nel suo genere non è rimasta isolata 25, veniva sancito poi un ulteriore principio di non inferiore importanza, quello per il quale l assenza di una disposizione di legge che conceda il credito d imposta per i dividendi percepiti da un soggetto residente in uno Stato membro ed erogati da una società residente in un altro Stato membro costituisce una restrizione alla libertà di circolazione dei capitali, in quanto alla sua base si può ravvisare una natura discriminatoria fondata sulla semplice residenza della società partecipata. Uniche restrizioni che possono essere applicate alla libertà di circolazione dei capitali sono quelle previste dall art. 65 del Trattato sul Funzionamento dell Unione Europea (TFUE), il quale stabilisce che gli Stati membri possono operare nella legislazione interna una distinzione tra i contribuenti che non si trovino nella medesima situazione in ragione della propria residenza o del luogo di allocazione dei capitali esclusivamente al fine di «prendere tutte le misure necessarie per impedire le violazioni della legislazione e delle regolamentazioni nazionali, in particolare nel settore fiscale e in quello della vigilanza prudenziale sulle istituzioni finanziarie, o di stabilire procedure per la dichiarazione dei movimenti di capitali a scopo di informazione amministrativa o statistica, o di adottare misure giustificate da motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza»; in ogni caso tali misure non possono «costituire un mezzo di discriminazione arbitraria, né una restrizione dissimulata al libero movimento dei capitali 25 Tra le altre, vedi CGE, causa C-265/04 Bouanich, causa C-81/87, Daily mail e C-319/02 Manninen. 1219 e dei pagamenti» 26. Libertà di movimento dei capitali e dei pagamenti che non è stata ancora definita in maniera univoca dalla legislazione internazionale, ma il cui significato può desumersi dal Trattato, in cui non mancano elementi utili per la sua ricostruzione. L idea che se ne ricava è che tale nozione «vada definita in rapporto a due aspetti, uno intrinseco e l altro di carattere funzionale. Sotto il primo profilo sono capitali, e non merci, i valori finanziari tradizionalmente trattati nei mercati dei capitali, e quindi gli strumenti di pagamento in genere, i titoli di credito e altri valori mobiliari, quali azioni e obbligazioni. Ma questi beni rientrano sotto l apposita disciplina dei capitali solo in quanto formino oggetto di operazioni a fini di investimento, operazioni cioè che configurano trasferimenti di mezzi finanziari senza corrispettivo immediato 27. Inoltre, la giurisprudenza comunitaria (tra le altre, cfr. CGE, causa C-513/ van Hilten-van der Heiden) fa costante riferimento alla Direttiva n. 88/361 per un elenco esemplificativo ma non esaustivo delle fattispecie che possono qualificarsi come investimenti diretti di capitali Inoltre, «la libertà di circolazione dei capitali costituisce l unica delle libertà comunitarie per la quale è ammessa una restrizione in base ad una causa di giustificazione prevista direttamente in una norma del Trattato. Per le altre libertà comunitarie le cause di giustificazione trovano invece origine nell apprezzamento giudiziale effettuato dalla Corte di Giustizia.»; BORIA P., Diritto tributario europeo, Milano, 2010, p Tra le altre cose, si ritiene utile ricordare che «la libera circolazione dei capitali è l unica tra le libertà fondamentali ad applicarsi non solo ai movimenti di capitale tra gli Stati membri, ma anche a quelli tra Stati membri e terzi»; perciò, seppure il diritto di stabilimento copra la costituzione di società in Stati membri diversi da quello di origine del soggetto che lo esercita (chiaramente attraverso l utilizzo di capitali), la libera circolazione di capitali sembra avere un ambito di applicazione più vasto. In tal senso, vedi LAROMA JEZZI P., Integrazione negativa e fiscalità diretta. L impatto delle libertà fondamentali sui sistemi tributari dell unione europea, Pisa, 2012, p e GARBARINO C., Manuale di tassazione internazionale, Milano, 2008, p TOSATO G.L., Capitali nel diritto comunitario, in Digesto delle discipline pubblicistiche, II, Torino, 1987, p «- l'insieme delle operazioni necessarie alla realizzazione dei movimenti di capitali: conclusione ed esecuzione della transazione e trasferimenti relativi. La transazione avviene di solito fra residenti di Stati membri diversi; può succedere tuttavia che taluni movimenti di capitali vengono effettuati da una sola persona per 1320 proprio conto (come nel caso, ad esempio, di trasferimenti di capitali da parte di emigranti); - le operazioni effettuate da qualsiasi persona fisica o giuridica (;), comprese le operazioni concernenti le attività o le passività degli Stati membri e delle altre amministrazioni e organismi pubblici, fatte salve le disposizioni dell'articolo 68, paragrafo 3 del trattato; - l'accesso dell'operatore a tutte le tecniche finanziarie disponibili sul mercato sul quale l'operazione viene effettuata. Ad esempio, la nozione di acquisto di titoli e di altri strumenti finanziari copre oltre che le operazioni a pronti anche tutte le tecniche di negoziazione disponibili: operazioni a termine, operazioni di opzione o con warrant, operazioni di scambio contro altre attività, ecc. Analogamente, la nozione di operazioni in conto corrente e deposito presso enti finanziari comprende, oltre alla costituzione e all'alimentazione di conti,anche le operazioni a termine in valuta estera si tratti sia di operazioni dirette a coprire i rischi di cambio sia ad assumere una posizione aperta su una valuta; - le operazioni di liquidazione o di cessione di attività costituite, il rimpatrio del prodotto di tale linquidazione (;) o l'utilizzo in loco di tale prodotto nei limiti degli obblighi comunitari; - Le operazioni di rimborso di crediti o prestiti. I. INVESTIMENTI DIRETTI (;) 1) Costituzione ed estensione di succursali o di imprese nuove appartenenti esclusivamente al finanziatore e acquisto integrale di imprese già esistenti 2) Partecipazione a imprese nuove o esistenti al fine di stabilire o mantenere legami economici durevoli 3) Prestiti a lungo termine al fine di stabilire o mantenere legami economici durevoli 4) Reinvestimenti di utili al fine di mantenere legami economici durevoli A. Investimenti diretti effettuati sul territorio nazionale da non residenti (;) B. Investimenti diretti effettuati all'estero da residenti II. INVESTIMENTI IMMOBILIARI (non compresi nella categoria I) (;) A. Investimenti immobiliari effettuati sul territorio nazionale da non residenti B. Investimenti immobiliari effettuati all'estero da residenti III. OPERAZIONI IN TITOLI NORMALMENTE TRATTATI SUL MERCATO DEI CAPITALI (non compresi nelle categorie I, IV e V) a) Azioni e altri titoli aventi carattere di partecipazione (;) b) Obbligazioni (;) A. Transazioni su titoli del mercato dei capitali 1) Acquisto da parte di non residenti di titoli nazionali trattati in borsa (;) 2) Acquisto da parte di residenti di titoli esteri trattati in borsa 3) Acquisto da parte di non residenti di titoli nazionali non trattati in borsa (;) 4) Acquisto da parte di residenti di titoli esteri non trattati in borsa B. Ammissione di titoli sul mercato dei capitali (;) ii) Introduzione in borsa (;) ii) Emissione e collocamento su un mercato dei capitali (;) 1) Ammissione dei titoli nazionali su un mercato estero dei capitali 2) Ammissione di titoli esteri sul mercato nazionale dei capitali 14 Vedere altro
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References: art. 87
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 art. 14
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 articolo 4
 art. 87
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 art. 1
 art. 65
 Art. 40
 Articolo 82
 Articolo 11
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 art. 44
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 Articolo 81
 articolo 8
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 Articolo 1
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 Art. 10
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 Art. 9
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 articolo 109
 Articolo 11
 Articolo 3