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Timestamp: 2019-01-20 00:32:59+00:00

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IL CROCIFISSO NELLE AULE SCOLASTICHE E DI GIUSTIZIA
E perché non anche nelle Aule Parlamentari?...
(Rieti, 27/03/2011) Il mese di marzo ha riportato alla ribalta una questione spinosa, trattata in vario modo dagli organi di stampa, che investe due aspetti sensibili del vivere civile: la laicità dello Stato democratico e il rispetto del comune sentire della popolazione, non disgiunto dalla salvaguardia delle tradizioni.
La prima, la laicità dello Stato democratico, è espressione massima della libertà di un popolo, dopo secoli di esercizio esasperato del potere temporale da parte della Chiesa. La seconda, il rispetto del comune sentire della popolazione, non disgiunto dalla salvaguardia delle tradizioni popolari, che caratterizza la comunità, costituisce la base imprescindibile di ogni cultura, di ogni popolo e di ogni nazione e rappresenta un legame insopprimibile tra le generazioni passate, quelle contemporanee e quelle future.
La prima notizia è del 14 marzo 2011 e riguarda la Sentenza N°5924/2011 con la quale le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno respinto le tesi del GDP di Camerino dott. Luigi Tosti, contrario alla esposizione del crocifisso nelle aule di giustizia in nome della laicità dello Stato. Il Giudice Tosti è stato finalmente radiato dall’ordine giudiziario. Ufficialmente, per alcune estemporaneità quali l’astensione dalle udienze, il rifiuto di tenere le udienze in un’aula appositamente allestita (senza crocifisso) e infine l’esposizione sulle pareti della stella di David e della mezzaluna. Una battaglia quella del GDP Tosti, non supportata, a giudicare dalla sentenza, da adeguate motivazioni, per cui la Suprema Corte ha definitivamente confermato la rimozione dall'ordine giudiziario del dott. Tosti, decisa dal CSM in seguito al suo rifiuto di tenere udienza fino a che non fossero rimossi i crocifissi dalle aule di udienza, o fino a che non fosse autorizzata la concomitante esposizione di altri simboli religiosi quali ad esempio la menorah ebraica, ecc..
Secondo la Suprema Corte il verdetto disciplinare emesso dal CSM il 25 maggio 2010, con cui era stato destituito il giudice onorario, è corretto poiché, per esporre negli uffici pubblici, tra i quali rientrano le aule di giustizia, simboli religiosi diversi dal crocefisso «è necessaria una scelta discrezionale del legislatore, che allo stato non esiste».
L’altra notizia è del 18 marzo 2011 e riguarda un’altra sentenza, stavolta della Corte Europea, che dà ragione al governo circa la presenza del crocefisso nelle aule delle scuole pubbliche italiane, così assolvendo l’Italia dall’accusa di venire meno al principio di laicità degli Stati democratici.
I Giudici di Strasburgo, definitivamente pronunciando su una questione sollevata in più occasione, hanno stabilito infatti che il crocifisso non è un elemento di “indottrinamento” religioso, ma è l’espressione dell'identità culturale e religiosa dei Paesi di tradizione cristiana e la sua presenza non costringe alla professione della fede cristiana, né offende chi ne professi una diversa da quella cristiana, ma semplicemente si colloca in un ambito che investe la tradizione, quasi ad affermare un diritto usucapito la cui soppressione lederebbe la sensibilità di uno stragrande numero di persone, mentre la sua conservazione non può ledere alcuno visto che l’esposizione di quel simbolo non solo risale a tempi remoti, ma anche perché è stata a suo tempo legalizzata con un apposito provvedimento dell’autorità legislativa.
La sentenza conclude il Ricorso LAUTSI c/ITALIA n. 30814/06 presentato da una signora di nazionalità finlandese che ha sostenuto dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo che il simbolo del crocifisso è un affronto alle sue convinzioni e viola il diritto dei suoi figli che non professano la religione cattolica.
La Corte non vede come l'esposizione nelle aule delle scuole pubbliche di un simbolo - che è ragionevole associare con il cattolicesimo (la religione di maggioranza in Italia) - potrebbe servire al pluralismo educativo, essenziale per la conservazione di una società democratica, come concepito dalla Convenzione europea per i diritti dell'uomo. La sentenza della Corte europea si basa sull’interpretazione dell’art.9 della Convenzione (libertà di religione) con l’art. 2 del Protocollo 1 (diritto all’istruzione).
Secondo la Corte è sul diritto fondamentale all'istruzione, che si innesta il diritto dei genitori nel veder rispettate le proprie credenze religiose e filosofiche.
L’articolo 2 del Protocollo n.1 secondo la Corte mira a salvaguardare la possibilità di pluralismo in materia di istruzione ed è essenziale per la conservazione della società democratica, così com’è intesa dalla Convenzione.
A causa del potere dello Stato moderno, è soprattutto l'educazione pubblica che ha bisogno di raggiungere questo obiettivo. Nell'ordinamento italiano l'esposizione del crocifisso, seppur non espressamente menzionata, è regolamentata dal decreto legislativo 297/1994 (Testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado). In particolare, in base all'art. 676 intitolato norme di abrogazione nel quale si legge “le disposizioni inserite nel presente testo unico vigono nella formulazione da esso risultante; quelle non inserite restano ferme ad eccezione delle disposizioni contrarie od incompatibili con il testo unico stesso, che sono abrogate”, gli articoli 159 e 190 includono il crocifisso tra gli arredi delle aule.
Queste norme scorrono nell’alveo della tradizione del nostro Paese e sono retaggio di altre più antiche norme quali il R.D. 26-4-1928 n. 1297 “Approvazione del regolamento generale sui servizi dell'istruzione elementare” e il R.D. 30-4-1924 n. 965 “Ordinamento interno delle Giunte e dei Regi istituti di istruzione media”.
Con la sentenza d'appello definitiva, i giudici dell'organismo del Consiglio d'Europa hanno sottolineato che le autorità hanno agito nei limiti della discrezionalità di cui dispone l'Italia nel quadro dei suoi obblighi di rispettare, nell'esercizio delle funzioni che assume nell'ambito dell'educazione e dell'insegnamento, il diritto dei genitori di garantire l'istruzione conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche.
La Grande Chambre ha capovolto sotto tutti i profili una sentenza di primo grado, adottata all'unanimità da una Camera della Corte, che aveva suscitato non solo il ricorso dello Stato italiano convenuto, ma anche l'appoggio ad esso di numerosi altri Stati europei, in misura finora mai avvenuta, e l'adesione di non poche organizzazioni non governative, espressione di un vasto sentire delle popolazioni. Si riconosce dunque, ad un livello giuridico autorevolissimo ed internazionale, che la cultura dei diritti dell'uomo non deve essere posta in contraddizione con i fondamenti religiosi della civiltà europea, a cui il cristianesimo ha dato un contributo essenziale.
Si riconosce inoltre che, secondo il principio di sussidiarietà, è doveroso garantire ad ogni Paese un margine di apprezzamento quanto al valore dei simboli religiosi nella propria storia culturale e identità nazionale e quanto al luogo della loro esposizione (come è stato del resto ribadito in questi giorni anche da sentenze di Corti supreme di alcuni Paesi europei). In caso contrario, in nome della libertà religiosa si tenderebbe paradossalmente a limitare o addirittura a negare questa libertà, finendo per escluderne dallo spazio pubblico ogni espressione. Così operando si finirebbe col violare proprio la libertà e si costringerebbero masse di popolazioni a rinunciare alla propria identità.
Una nazione esprime le sue radici principalmente nelle tradizioni popolari e queste vengono tramandate ed alimentate dal comune sentire della gente che le coltiva nelle famiglie e nei luoghi e nelle occasioni di aggregazione. Le tradizioni sono l’espressione della storia di un paese e si concretizzano innanzitutto nella famiglia, vengono sostenute all’occorrenza dalle associazioni di promozione sociale e si fronteggiano con le istituzioni pubbliche in quanto entrambe sono manifestazione delle abitudini, delle tendenze e del pensiero dei cittadini.
Grande soddisfazione è stata espressa da diversi esponenti del governo e anche dal Vaticano. Si tratta infatti, ha dichiarato il portavoce della Santa Sede Federico Lombardi, di una sentenza assai impegnativa che, come dimostra il risultato a cui è pervenuta la Grande Chambre al termine di un esame approfondito della questione, è destinata a fare storia.
Nel settembre del 2001 un certo Adel Smith sale alla ribalta delle cronache allorché chiede la rimozione del crocifisso da un’aula scolastica di Ofena (L’Aquila) ove il figlio frequenta la scuola materna. Il Tribunale di L’Aquila accoglie inopinatamente il ricorso di Smith e ordina la rimozione dei crocifissi dalle aule. E’ probabile che il magistrato abbia accolto il ricorso di Smith sull’onda delle pressioni mediatiche, forse senza rendersi conto della necessità di valutare a fondo le implicazioni di incostituzionalità delle sue decisioni e, con queste, le ragioni traversali di gran parte della popolazione italiana. Occorreranno due anni circa prima che il Tribunale di L’Aquila venga sconfessato dal TAR del Veneto che il 14 marzo 2005 si pronuncia in modo del tutto contrario alla rimozione dei crocefissi dalle aule scolastiche.
Di tanto in tanto sale alla ribalta un caso anomalo che violenta il quadro rassicurante che governa il vivere civile con estemporanee ingerenze frutto di ideologie minoritarie, i cui paladini sfruttano le regole della convivenza civile per portare a segno delle sortite illiberali e provocatorie che non rappresentano la maggior parte dei cittadini. E’ allora che scatta il senso dell’orgoglio, della cittadinanza, dei legami con gli avi e con la tradizione; i cittadini si sentono assaliti dalla violenza di quei soggetti e sono costretti a confrontare i parametri solidi del loro modo di sentire, con i parametri labili di questi novelli Savonarola, che pure condizionano cittadini, mezzi d’informazione, insegnanti e istituzioni. In un quadro di incontrollata attività locale, senza direttive ministeriali, abbiamo osservato in molte scuole episodi di abolizione del Presepe e dell’albero di Natale e di soppressione della recita di Natale, giustificando le iniziative con la frase: “Perché offendono i bambini islamici”. Chi difenderà da ora in avanti i nostri bambini dalle offese dei bambini islamici e di questi cattivi maestri?
Comunque le ingerenze sulla questione crocifisso non sempre provengono da Islamici o da soggetti provenienti dal protestante e laico Nord Europa; talvolta si manifestano direttamente al nostro interno. Basti pensare all’inaspettato caso innescato dal GDP di Camerino dott. Tosti di cui si è detto sopra. Per quanto la società sia solidamente governata dai principi etici tramandati dalle famiglie e coltivati nelle realtà che presiedono alla educazione e alla formazione dei cittadini, sempre più spesso si manifestano intolleranze che nessuno, prima, avrebbe pensato potessero turbare la serena convivenza e le ataviche abitudini.
Questo è però un segno evidente di decadimento. La famiglia non è più il luogo privilegiato per la formazione dei giovani; gli anziani vengono abbandonati negli ospizi; il matrimonio è diventato un ostacolo alla convivenza; divorzi e separazioni sono aumentati in misura esponenziale; i figli si formano davanti al teleschermo, sono violenti, non sanno cosa sia il rispetto per gli altri, sono egoisti e crescono senza acquisire la lealtà, il senso del sacrificio, la forza e il coraggio necessari ad ogni cittadino; la chiesa ha perso quasi tutti i suoi quadri, gli oratori sono deserti e le nuove leve in abito talare non danno di sé un bello spettacolo, specie con le continue rivelazioni sulla pedofilia che riporta la stampa; la scuola è stata snaturata e più che essere un luogo di formazione asettica e globale è divenuta un posto di lavoro per insegnanti a cultura incompleta, mal pagati, altamente politicizzati e privi dei tratti comportamentali di riferimento dei giovani; il servizio militare di leva che rappresentava ancora un riferimento formativo fondamentale, ove si apprendevano il sacrificio, il dovere, la solidarietà, l’abitudine all’ordine e alla disciplina, è stato inopinatamente abolito, mentre avrebbe potuto essere dimezzato ed esteso alle donne; il luogo di lavoro non sublima più l’aspirazione del popolo al progresso che aveva ispirato le generazioni del dopoguerra; tra precariato, concorrenza degli immigrati, de-localizzazione, incapacità dello Stato di creare lavoro e rivalutare i redditi colpiti dalla crisi e dall’introduzione prematura dell’Euro, evasione fiscale eccessiva, nepotismo e assunzioni privilegiate, esasperata mancanza di riconoscimento reciproco tra governo e opposizione, l’egoismo dei governanti, la spesa pubblica incontrollata, il debito pubblico sempre in aumento, hanno reso questo paese invivibile, ne impediscono il progresso, ne stanno accelerando la recessione e il probabile fallimento.
Una prima avvisaglia la si è registrata, in sede di formazione della Costituzione europea, allorché si sono manifestate resistenze da parte dei rappresentanti di alcuni Paesi europei allorchè Papa Woitila caldeggiò l'inserimento nel preambolo del riferimento alle “radici cristiano-giudaiche” che accomunano tutti i cittadini europei, compresa l’area fino agli Urali, forzatamente tenuta isolata dal resto del continente dalla cosiddetta “cortina” per oltre ottanta anni. In quella sede sono prevalsi rigurgiti storici dell'opposizione alla Chiesa di Roma sia da parte laica che confessionale di natura “protestante”, ma anche, e forse soprattutto, sono prevalse ragioni squisitamente politiche, tese a sottrarre il testo costituzionale da qualsiasi ingerenza religiosa. Sappiamo però quale sia stato il destino di quella Costituzione: l’aborto.
L’Italia, per il solo fatto di ospitare al suo interno la Santa Sede, è spesso presa di mira più di altre nazioni, da personaggi che si ergono a tutori di una malintesa laicità e che si impegnano in battaglie giudiziarie all’ultimo comma, nel tentativo di piegare lo Stato ai loro voleri personali che si fondano forse sui principi di liberté, ma che sicuramente ignorano volutamente quelli di egalité e fraternité, che tuttavia hanno informato gli ultimi due secoli di storia del vecchio e del nuovo continente.
Ad essere prese di mira da questi “irredentisti” all’amatriciana (mi perdoni il Sindaco di Amatrice, che so impegnato a difendere il noto piatto tipico dalla tracimazione linguistica), sono principalmente “le aule”, ossia i luoghi in cui il “popolo”, fin dagli albori della civiltà, ha esercitato e, per fortuna, ancora esercita, i più alti poteri democratici e costituzionali teorizzati dagli antesignani della filosofia ed a fatica adottati nelle nazioni progredite.
Le “aule” non sono luoghi di lavoro per le persone, ma rappresentano la sede privilegiata ove si esercitano i poteri democratici e liberali e dove il popolo ottiene il rispetto dei diritti fondamentali di ogni cittadino; poteri che sono amministrati in nome del popolo, attraverso soggetti cui le leggi hanno delegato le relative funzioni. Il popolo non ha colore, non è religioso, né laico, non è di destra né di sinistra, non è Governo né opposizione. Il popolo è la massima espressione dell’unità nazionale. E per quanto facciano i partiti, la stampa, le televisioni, per dividerlo in gruppi, per disarticolarlo e quindi sottometterlo, il popolo ogni tanto ruggisce. Lo si è visto nell’esito di certi referendum. Lo si percepisce nella stanchezza morale e psichica dei cittadini che disertano le urne. La Giustizia, ad esempio, viene amministrata “in nome del popolo” e nelle nazioni più progredite, le cui leggi sono il risultato di valutazioni svincolate da condizionamenti, i Giudici vengono addirittura eletti dal popolo. In Italia invece si viene immessi nell’ordinamento giudiziario a tempo indeterminato, a seguito di un concorso che non si propone tanto di accertare le capacità personali o l’idoneità psico-fisico-attitudinale, quanto di completare i quadri con quello che offre la piazza. Abbiamo visto annullare esami ove i candidati avevano in tasca gli elaborati già svolti, o escludere talmente tanti candidati, già alle prove scritte, per manifesta ignoranza, così da non riuscire a coprire i posti messi a concorso. I risultati di questo genere di reclutamento li osserviamo poi ogni giorno nel modo di condurre le indagini, nella fuga di notizie dalle Cancellerie, nel protagonismo e dalla politicizzazione delle toghe.
Le “aule” sono cosa estremamente diversa dagli uffici e dalle stanze ove lavorano i dipendenti pubblici. Sulle pareti degli uffici si vede di tutto: poster, calendari, squadre di calcio, foto di donne seminude, vignette su Berlusconi e Brunetta, rivendicazioni sindacali. Il fatto di attaccarvi o meno un crocifisso, riguarda il singolo occupante, perché quello è il luogo che lo Stato gli ha messo a disposizione per svolgervi le ordinarie incombenze. In ogni ufficio c’è infatti il telefono, ci sono le sedie per ricevere gli interlocutori, c’è un personal computer, un attaccapanni, un portaombrelli, C’è insomma tutto quanto possa consentire all'operatore di lavorare in un quadro di decorosa permanenza.
Nessuna “aula è stata mai attrezzata come se fosse un ufficio: non ci sono infatti telefoni o altri supporti e alle pareti nessuno è autorizzato ad attaccare a suo piacimento poster, quadri o altri oggetti. Le aule sono del popolo, non sono del singolo giudice o del singolo docente, tanto meno possono esser governate dal singolo genitore, dal singolo giudice, dal singolo studente. Nelle aule si formano, si esercitano e si amministrano poteri e diritti propri del popolo, quali l’istruzione, la giustizia e le leggi, sono quindi un luogo pubblico per eccellenza, un’agorà, dove la cosa pubblica assume dignità suprema e dove gli operatori della materia svolgono il servizio loro assegnato, amministrare la giustizia o impartire l'istruzione, che sono ruoli di alta garanzia costituzionale.
Nessuno può arrogarsi il diritto di soppromire il crocifisso nelle aule scolastiche o di giustizia, perchè sono luoghi del popolo e per il popolo, ove il singolo non è padrone ma semplicemente cittadino utilizzatore o cittadino servitore dello Stato. Bisogna insegnare questi principi a tutti i cittadini e fare in modo che entrino nel sentimento comune, affinchè tutti i soggetti che vi operano si sentano parte di una moltidudine depositaria di tradizioni oltre che di diritti e di doveri, e dove le funzioni istituzionali debbono essere esercitate senza spocchia, senza arroganza, senza sufficienza né supponenza e senza abusare del potere conferito dalle leggi, che è un potere sui generis che non prevede la vessazione del cittadino, ma è preordinato soltanto a garantire il rispetto delle leggi.
Ove un P.M. contrario al crocifisso, fosse obbligato a compiere un sopralluogo all'interno di una chiesa o di un luogo ove è esposto il crocifisso, è mai possibile ipotizzare che questi possa chiederne la rimozione durante il sopralluogo? Credo che nessuno possa pensare ad una simile soluzione. Penso sia chiaro ormai: chi non vuole il crocifisso, si cerchi un altro lavoro. Anzi, sarebbe ora che qualcuno provvedesse ad esporre il crocifisso anche nelle aule del Senato e della Camera che sono luoghi ove il Popolo Sovrano esercita il potere legislativo attraverso i suoi rappresentanti. Rappresentanti che, al pari dei giudici, dei docenti e dei genitori e al di fuori da qualsiasi ideologia, non hanno il mandato a decidere se il crocifisso debba essere esposto o meno in luoghi come la Camera e il Senato che appartengono per antonomasia al Popolo.

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