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Reati Tributari - Cassazione Penale 25/01/2016 N° 3098 - Legge semplice
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Reati Tributari – Cassazione Penale 25/01/2016 N° 3098
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Testo completo della Sentenza Reati tributari – Cassazione penale 25/01/2016 n° 3098:
1. V.P. ricorre per cassazione impugnando per saltum la sentenza indicata in epigrafe con la quale il tribunale di Grosseto ha assolto l’imputata con la formula il fatto non è previsto dalla legge come reato.
Alla ricorrente era stato addebitato il delitto previsto dall’articolo 10-ter decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 perché, in qualità di socio amministratore della Autoricambi V. di V. P. s.n.c., avente sede legale in Grosseto, ometteva di versare l’imposta sul valore aggiunto per l’ammontare complessivo di 51.229,00 Euro, dovuta in base alla dichiarazione annuale modello Iva 2010, società di capitali, relativa all’anno di imposta 2009, ovvero non versava detta imposta entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo. In (omissis) e con la recidiva infraquinquennale.
2. Per la cassazione dell’impugnata sentenza la ricorrente, tramite il difensore denuncia la violazione dell’articolo 606, comma 1, lettera b), codice di procedura penale per erronea applicazione della legge penale con particolare riferimento all’articolo 10-ter decreto legislativo n. 74 del 2000 e dell’articolo 530 codice di procedura penale.
Sostiene che il tribunale di Grosseto l’ha assolta dal reato ascritto “in quanto il fatto non è più previsto dalla legge come reato” motivando tale decisione con riferimento all’intervento della Corte costituzionale che, con sentenza 7-8 aprile 2014 n. 80, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 10-ter decreto legislativo n. 74 del 2000 nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per importi non superiori, per ciascun periodo di imposta, ad Euro 103.291,38.
Ciò posto, nel ricordare che la contestazione riguarda l’omesso versamento dell’Iva per la somma di 51.229,00 Euro per il periodo di imposta dell’anno 2009, la ricorrente si duole del fatto che il tribunale ha correttamente pronunciato sentenza di assoluzione con formula tuttavia errata “in quanto il fatto non è previsto dalla legge come reato”, rilevando che, con la pronuncia di parziale incostituzionalità della predetta disposizione normativa, la condotta posta in essere dalla ricorrente ed oggetto di contestazione deve essere considerata tamquam non esset per essere venuto meno un elemento costitutivo del fatto di reato (l’originaria soglia di punibilità) che esclude ogni rilevanza, così come peraltro descritto dal primo giudice nella motivazione della sentenza, il quale avrebbe tuttavia dovuto assolvere la ricorrente “perché il fatto non sussiste”, formula che pertanto la ricorrente invoca.
Si tratta di un principio che è stato convalidato dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione (Sez. U, n. 25457 del 29/03/2012, Campagne Rudie, Rv. 252693, e in motivazione) che, attraverso una completa ricognizione della nozione dell’interesse ad impugnare definita dagli interventi nomofilattici prodotti nel tempo da parte delle stesse Sezioni Unite penali (Sez. U, n. 7931 del 16/12/2010, dep. 2011, Testini; Sez. U, n. 29529 del 25/06/2009, De Marino; Sez. U, n. 40049 del 29/05/2008, Guerra; Sez. U, n. 42 del 13/12/1995, Timpani; Sez. U, n.10372 del 27/09/1995, Serafino; Sez. U, n. 6563 del 16/03/1994, Rusconi; Sez. U, n. 12234 del 23/11/1985, Di Trapani), ha chiarito che se una sentenza penale, come quella pronunciata “perché il fatto non è preveduto dalla legge come reato”, produce effetti giuridicamente rilevanti in altri campi dell’ordinamento, con pregiudizio delle situazioni giuridiche soggettive facenti capo all’imputato, questi ha interesse ad impugnare la sentenza penale qualora dalla revisione di essa possa derivare in suo favore, in modo diretto e concreto, l’eliminazione di qualsiasi effetto giuridico extrapenale per lui sfavorevole.
In altri termini – mentre resta salva la facoltà da parte delle competenti autorità extrapenali di procedere alla verifica circa la possibilità di applicare, attraverso un autonomo potere di accertamento e con l’attribuzione di tutte le garanzie procedimentali del caso, le relative sanzioni se per il fatto, estromesso dall’area della illiceità penale, esse siano applicabili – la pronuncia penale non può recare ex se un pregiudizio scaturente dalla pretesa efficacia, radicalmente esclusa, come si è detto, soltanto dalle formule “il fatto non sussiste” o “l’imputato non lo ha commesso”, della sentenza di assoluzione nei giudizi extrapenali, nei quali quindi l’accertamento può tradursi, con riferimento alle altre formule assolutorie, nell’applicazione automatica delle sanzioni, una volta che il giudice penale – quando in sede extrapenale si controverte intorno ad un diritto o ad un interesse legittimo il cui riconoscimento è dipeso dall’accertamento degli stessi fatti materiali che furono oggetto del giudizio penale – abbia espresso un giudizio di applicabilità delle medesime, producendosi perciò un pregiudizio delle posizioni giuridiche soggettive, che è nell’interesse dell’imputato rimuovere, rivendicando la formula di maggiore favore.
3. La questione che il Collegio è chiamato a risolvere e se, nei reati nei quali sia prevista una soglia di punibilità per l’integrazione della fattispecie incriminatrice, debba essere pronunciata, qualora detta soglia non risulti integrata, sentenza con la formula assolutoria “il fatto non sussiste” ovvero “il fatto non è preveduto dalla legge come reato”.
L’attività di accertamento circa il superamento o meno della soglia quantitativa – che il legislatore indica per l’integrazione di un fatto penalmente rilevante (cioè del fatto di reato) – costituisce un posterius rispetto alla consumazione dell’illecito e svolge lo stesso ruolo che in altre fattispecie è spiegato dalle tecniche di accertamento processuale per provare che è stato realizzato un elemento del fatto tipico che costituisce il reato.
Nella stessa relazione è poi significativamente affermato che le soglie di punibilità sono “da considerarsi alla stregua di altrettanti elementi costitutivi del reato e che in quanto tali debbono essere investiti dal dolo”.
6. Resta soltanto da chiarire – per una ragione che è, per un verso, speculare rispetto a quella per la quale è stata ritenuta la presenza dell’interesse ad impugnare – che l’insussistenza del fatto dichiarata, come nel caso in esame, per la mancata integrazione della soglia di punibilità, attiene all’inconfigurabilità della fattispecie incriminatrice quanto all’accertamento che non sussiste il fatto che sia stata raggiunta una soglia pari o superiore a quella prevista per la realizzazione del reato, con la conseguenza che è esclusivamente rispetto a tale fatto che, ai sensi dell’art. 652 cod. proc. pen., la sentenza penale irrevocabile di assoluzione pronunciata a seguito di dibattimento ha efficacia di giudicato, restando impregiudicata, come in precedenza anticipato, l’eventuale mancato versamento dell’Iva in misura inferiore alla soglia di punibilità (che integra un fatto diverso, penalmente irrilevante e sanzionabile in via amministrativa) e potendo l’amministrazione finanziaria quindi procedere in via amministrativa all’accertamento della violazione e all’irrogazione delle relative sanzioni in relazione all’imposta dovuta e non versata, purché sotto soglia.
7. Ne deriva l’accoglimento del ricorso e l’annullamento senza rinvio dell’impugnata sentenza perché il fatto non sussiste.
non-raggiungimento
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