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Timestamp: 2019-09-17 08:31:08+00:00

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Le proposte di regolamentazione finanziaria | noiseFromAmeriKa
Le proposte di regolamentazione finanziaria
8 maggio 2010	• alberto bisin
Qualcosa di nuovo? Qualcosa di buono? Qualcosa di sinistra?
Il Senato degli Stati Uniti sta dibattendo in questi giorni la proposta di riforma del sistema di regolamentazione finanziaria che ha il supporto dei Democratici e della Casa Bianca. La proposta porta il nome del presidente della Commissione sulle Banche (Senate Banking Committee), Christopher J. Dodd, Democratico del Connecticut.
Vorrei provare qui a delineare il più chiaramente possibile gli elementi essenziali della riforma e a discuterli alla luce della teoria economica e dei fatti, lasciando a lato gli aspetti politici della questione, i compromessi pur necessari alla sua approvazione. A questo proposito volerò un po' alto, senza soffermarmi sui dettagli. Questo non perché i dettagli non siano importanti, spesso sono cruciali, ma perché in questo caso i dettagli sono ancora da definirsi: una battaglia di emendamenti è in corso al Senato che potrebbe snaturare parti della legge così come essa oggi appare. Poi magari a bocce ferme ci torneremo.
Il lettore con un bel po' di tempo libero può leggere il testo completo della proposta Dodd: sono 1300 pagine. Io, mi scuso, ma non l'ho fatto. Mi sono studiato invece il riassunto ufficiale e vari altri riassunti apparsi sulla stampa. Poiché sto cercando di capire le linee generali della riforma, spero sarà sufficiente.
La creazione di una autorità (Financial Protection Bureau) predisposta alla protezione dei consumatori di prodotti finanziari (leggi debitori) in vari mercati: mutui, carte di credito, credito al consumo. Questa autorità avrebbe il potere di imporre regolamentazioni applicabili a tutti gli attori in questi mercati.
La creazione di un Consiglio (Financial Stability Oversight Council) che raccolga i presidenti di tutte le varie agenzie di regolamentazione finanziaria e che serva come meccanismo di coordinamento degli interventi di regolamentazione. I vari compiti di regolamentazione saranno re-distribuiti tra le varie autorità oggi esistenti - danno maggiori reponsabilità alla Fed.
La definizione di un nuovo meccanismo di liquidazione di banche e altre società finanziarie, su decisione di Tesoro, Fed, e FDIC (Federal Deposit Insurance Corp.), l'autorità che assicura i depositi bancari. Per agevolare il meccanismo di liquidazione, il Tesoro disporrà di 50 miliardi di dollari da raccogliere dai mercati finanziari.
La definizione di una regolamentazione più stringente delle agenzie di rating, che saranno sottomesse all'autorità della SEC (Securities and Exchange Commission) e saranno soggette ad azioni legali civili.
Altri interventi sono ancora vaghi nella forma e nei contenuti. Ma sembra probabile che
i mercati dei derivati saranno soggetti a maggior trasparenza. Stessa sorte per gli hedge fund di dimensione rilevante.
Gli azionisti avranno maggio potere nella determinazione della compensazione degli amministratori societari.
Le banche saranno soggette a restrizioni sul proprio portafoglio, ad esempio riguardo a investimenti in hedge fund o in fondi di private-equity.
Innanzitutto una premessa generale, forse ovvia ma pur sempre importante. Non potrei esprimermi meglio di quanto non abbia fatto David Brooks sul NYTimes (che pur facendo il sociologo, dimostra ogni giorno di più di essere la migliore testa pensante di economia del nostro benamato giornalaccio):
The premise of the current financial regulatory reform is that the establishment missed the last bubble and, therefore, more power should be vested in the establishment to foresee and prevent the next one. The Goldman Drama, 27 Aprile, 2010
Poco, troppo poco, nella riforma, affronta le ragioni del fallimento della regolamentazione finanziaria prima, dopo, e durante la crisi. Pur non volendo passare da ultra-liberista più del dovuto (che è già molto), a me pare che il contributo che la cattiva regolamentazione dei mercati, dovuta in parte anche alla "cattura" del regolatore da parte dei mercati finanziari, ha imposto alla crisi dell'anno scorso sia assolutamente notevole. Una riforma che non affronti questo punto è quantomeno monca.
Vado punto per punto (sennò che ho messo i punti a fare).
1. Il Financial Protection Bureau. L'ideologia paternalista che supporta e giustifica la creazione di un Financial Protection Bureau più o meno indipendente mi fa ribollire il sangue nelle vene. Ho parlato di questo in tempi non sospetti - criticando la teoria economica comportamentale che fa da supporto teorico al paternalismo. La realtà però è che in effetti il Financial Protection Bureau sarà probabilmente irrilevante e potenzialmente anche positivo. Non vi è dubbio che regolamentazioni generali, ad esempio di chiarezza e trasparenza nei contratti di credito tipo mutui e carte di credito, sarebbero cosa buona. Non vi è dubbio che una larga parte della popolazione sia "finanziariamente analfabeta", come si ama dire di recente (permettetemi una divagazione coi miei complimenti ad Annamaria Lusardi, mia compagna di corso in Bocconi, che su questi temi ha lavorato da tempo e recentemente ha cominciato a collaborare con l'amministrazione). Un esempio piccolo piccolo e banale: una bella tabella chiara come quella che è obbligatorio mettere sui prodotti alimentari con le calorie e i grassi, che riassuma i termini finanziari dei contratti, sarebbe utilissima. Certo, se il Financial Protection Bureau si mettesse invece a regolamentare la forma e il contenuto dei contratti allora sarebbe un'altra cosa. Ma non mi pare si vada in quella direzione (ebbene sì sono un inveterato ottimista).
2. Il Financial Stability Oversight Council. Solo questione di re-distribuzione di potere. Niente di drammatico, né nel bene né nel male.
3. La liquidazione delle banche. Ecco questò sì che è importante. Su questo punto si attanaglia anche molta della discussione al Senato e sui media. Andiamo per ordine.
i) Un meccanismo di liquidazione ordinata di banche e istituzioni finanziarie da parte dei regolatori è necessario. Affrontare una crisi finanziaria senza dare adito al panico è difficile di per sé, senza bisogno di doversi inventare strumenti legali per intervenire, come hanno dovuto fare Fed e Tesoro l'anno scorso.
ii) Il meccanismo in questione deve lasciare notevole flessibilità di intervento al regolatore, ma deve anche predisporre un vincolo il più stringente possibile al salvataggio (al bailout) che il regolamentatore e la politica sono sempre proni a garantire ai ricchi mercati finanziari.
Sul punto ii) casca l'asino della proposta Dodd. I 50 miliardi (e nessuno garantisce che ex-post non se ne raccolgano di più come molti propongono) servono a questo, a finanziare un eventuale bailout. I Democratici argomentano che non è così, perché i 50 miliardi non vengono dai contribuenti ma da Wall Street. Questo è già qualcosa, in principio l'eventuale bailout non costerebbe ai contribuenti. Ma il problema del bailout è il moral hazard: una volta pagata la quota al Tesoro, ogni singola banca avrà interesse a investire in attività rischiose, contando su un bailout in caso le cose vadano per il peggio. In altre parole, la quota che ogni banca paga al Tesoro, con cui il fondo di 50 miliardi è costituito, non ha nessun potere di incentivo rispetto alle decisioni di investimento della banca stessa. Il moral hazard rimane tutto quanto lì, intonso.
Varie proposte girano per la blogosfera e per i media su come lasciare flessibilità di intervento al regolatore, pur impedendo i bailout. Un esempio è l'idea di Greg Mankiw di richiedere da parte delle banche l'emissione di bond convertibili in azioni - la cui convertibilità sia in parte determinata dai regolatori.
4. Le agenzie di rating. Verranno regolamentate. Sappiamo tutti quanto le agenzie di rating abbiano essenzialmente venduto rating favorevoli a chi li richiedesse, e pagasse. Non credo nessuno pianga se il Tesoro gli pianta la SEC e un esercito di avvocati assatanati alle spalle. [Agli avvocati bisogna stare attenti, però, che poi finisce tutto in casino tra cause frivole e inutili, come avviene in parte nei confronti dei medici.] Ma la questione delle agenzie di rating per un economista è un problema ostico. Mi spiego. Un bravo economista semi-ultra-liberista si sarebbe aspettato che le agenzie competessero sulla base della propria reputazione e che quindi non si lasciassero "comprare" dalle banche di investimento - indipendentemente da chi paga il loro conto alla fine. E poi, anche se il mercato della reputazione non avesse funzionato, il nostro bravo economista semi-ultra-liberista si sarebbe dovuto aspettare che i rating diventassero inutili, che nessuno li seguisse più.
Per capire cosa richieda una sana regolamentazione delle agenzie di rating è necessario capire com'è che i meccanismi di mercato cui il nostro bravo economista crede religiosamente non hanno funzionato. Beh, il primo punto è facile: il mercato non ha funzionato perché le agenzie operano in un sistema di oligopolio. Sono essenzialmente 3, e tre sono. Non solo, ma la SEC (sì, la stessa istituzione che dovrà controllarle) nel 1975 ha designato quali tra loro siano Nationally Recognized Statistical Rating Organization (NRSRO). Un bello stampino burocratico che sancisce legalmente l'oligopolio di fatto. Ma perché il mercato non le ha quindi trattate da irrilevanti passacarte quali sono? Beh, il mercato lo ha fatto, fino agli anni 70, ma la creazione delle NRSRO ha portato con sé un'altra bella pensata (a cosa serve un'oligopolio senza una rendita da strizzare?): il sistema di regolamentazione finanziaria, è basato, almeno in parte, formalmente sui rating delle NSRO. I vincoli di capitale, le restrizioni di portafoglio, essenzialmente ogni strumento regolativo è basato sui rating. Ed ecco fatta la frittata. La domanda per i rating favorevoli è creata appositamente dalla regolamentazione - le agenzie di rating hanno una enorme rendita da strizzare - tutti gli operatori sanno cosa valgono i rating - e la barca va. Se poi qualcuno ci crede, ai rating, meglio ancora. Si veda qui per una analisi dettagliata del mercato delle agenzie di rating.
Non è possibile riformare efficacemente il sistema finanziario senza lasciare le agenzie di rating al proprio destino, quello di vendere rating, cioé senza eliminare ogni riferimento ai rating nella regolamentazione. Come dice David Brooks, non si ovvia al fallimento del regolatore buttando soldi e potere al regolatore stesso. P.S. Il bravo economista semi-ultra-liberista ha ragione, in via di principio, ma farebbe bene a pagare più attenzione ai dettagli istituzionali dei mercati.
Poi leggo dal Corriere online che
Michel Barnier, il Commissario [europeo] alle finanze, [...] ha ammonito che [...] dovrebbe esserci almeno anche una grande agenzia di rating europea, forse pubblica anziché privata.
e penso che forse Moody's ed amici non sono poi così male: al male non c'è mai peggio.
Ed eccoci agli interventi che ho definito vaghi. L'unico su cui valga la pena dire qualche parola è il primo.
La questione della trasparenza. Questo è un punto difficile e sottile. Da un certo punto di vista, richiedere drastiche misure di trasparenza nelle posizioni di trading pare necessario. Il lettore ricorderà che una delle ragioni dell'implosione dei mercati finanziari l'anno scorso era che nessuno sapesse nei bilanci di chi risiedessero le attività tossiche. Nessuno lo sapeva. Non lo sapevano le banche e nemmeno le autorità monetarie e finanziarie. Questo è inaccettabile perché riempie il sistema finanziario di quantità enormi di "rischio di controparte" (counterparty risk) con conseguenze gravissime per il sistema stesso. In questo senso proposte anche radicali come quella del senatore Blanche Lincoln, dell'Arkansas, a capo del commitato del Senato sull'Agricoltura, che vuole costringere tutte le transazioni ad avvenire in una borsa, hanno il loro senso. L'argomento opposto è che transazioni anonime garantiscono più liquidità ai mercati: operatori di relativamente grandi dimensioni o specialisti con vantaggi informativi possono operare senza che il mercato riaggiusti le condizioni istantaneamente. (È importante che gli operatori possano speculare sui vantaggi informativi, perché altrimenti nessuno investirebbe in raccogliere informazioni.)
Non è facile pesare queste due opposte argomentazioni con serietà, sulla base dei dati. Io però azzardo un'opinione: molti mercati finanziari sono organizzati e relativamente trasparenti - attraverso borse di scambi - dai mercati azionari a quelli delle commodities. Perché non i derivati? O almeno la maggior parte dei derivati? Non è necessaria nemmeno una borsa, basterebbe un sistema di market-making appropriato, magari associato a una legislazione sulla bancarotta che privilegi gli scambi attraverso il market-maker. Senza annoiare il lettore con proposte specifiche - e senza voler dare l'impressione che sia cosa facile riorganizzare un sistema di scambi per i derivati ordinato e trasparente - ci si potrebbe pensare per bene, ed alcuni già lo fanno. Evitando di citare me stesso, rimando al lavoro dei miei colleghi a NYU-Stern: http://govtpolicyrecs.stern.nyu.edu/home.html e in particolare ai post di Viral Acharya e Rob Engle. Proposte simili vengono anche da Luigi Zingales e Oliver Hart.
Insomma, io credo che chi rifiuta di considerare la trasparenza degli scambi stia in effetti difendendo le rendite di coloro che nei mercati finanziari si avvantaggiano a causa della loro posizione, dimensione, informazione.
Finisco con la più grossa critica alla proposta Dodd, critica non a un aspetto specifico della proposta ma piuttosto ad un grave peccato di omissione.
Fannie Mae and Freddie Mac. Queste società possiedono o garantiscono quasi metà del mercato dei mutui negli Stati Uniti. Pur essendo private, esse hanno operato fino alla crisi in considioni di implicita garanzia pubblica. Subissate dai debiti, durante la crisi sono state poste in conservatorato, cioé sono passate alla esplicita gestite pubblica. Fannie e Freddie hanno avuto un ruolo assolutamente fondamentale nel gonfiare irresponsabilmente la bolla immobiliare e nel facilitare lo sviluppo dei mutui subprime. Ebbene, nulla è cambiato. Fannie e Freddie continuano la loro infausta attività succhiando risorse ai contribuenti (126 miliardi di dollari ad oggi), garantite da un Congresso che gode della loro attività di principesse dei lobbisti. E la proposta di riforma Dodd si guarda bene dal toccarle. Vergogna.
Qualcosa di nuovo sì. Troppo poco di buono, però. Qualcosa di sinistra? Con buona pace di Nanni Moretti, non ce ne frega niente che sia di sinistra o di destra.
finanza, obama, regulation
Cigni neri, code grasse e orecchie da mercante: come misurare il rischio nei mercati finanziari (28 ottobre 2007)
• alberto •8/5/2010 - 10:36
Salve a tutti! Innanzitutto complimenti per il bellissimo blog: è un sollievo avere un punto di vista diverso (e qualificato) oltre al ciarpame rifilato dalla stampa nostrana.
Avevo una domanda: dato che il problema delle agenzie di rating è che danno un giudizio migliore a chi paga di più, cambierebbe qualcosa se invece di essere al servizio di coloro devono essere valutati venissero assunte (e pagate) e da un organo terzo, magari governativo, per dare esprimere un giudizio sul merito creditizio?
Inoltre la loro situazione non è simile a quella dei revisori contabili? Perchè di loro non si parla mai? Non soffrono di questi problemi o non sono così importanti?
• ed.perez •8/5/2010 - 15:27
Potresti spiegare meglio la tua posizione in proposito?
Quali sarebbero gli aspetti positivi e quelli negativi di una società di rating pubblica, o quanto meno controllata, per esempio dalla BCE?
Come propone Alberto sopra, non sarebbe meglio che queste valutazione siano commissionate da soggetti terzi? In questo modo i rating sarebbero al servizio dei mercati e non delle singole istituzioni che ne fanno richiesta.
Re: Le proposte di regolamentazione finanziaria
• enzo michelangeli •8/5/2010 - 15:52
Be', una societa' del genere opererebbe in regime di monopolio, che e' ovviamente peggio dell'oligopolio di Moody's, S&P e Fitch nell'evitare a chi emette i rating la disciplina del mercato.
Re(1): Le proposte di regolamentazione finanziaria
• nr •8/5/2010 - 16:11
e un tema interessante e forse sottovalutato. ci sono agenzie di notazione private, che si fanno pagare dall investitore,e quindi non hanno conflitti idi interesse con chi emette debiti. per esempio Egan Jones, che sembrerebbe abbia "indovinato" ben prima di altri la vera situazione di AIG. pero visto che si fanno pagare a servizio, i loro pareri ovviamente non sono pubblicati. non so se a parte cio ci siano altre vie da percorrere per avere notazioni indipendenti.
• dragonfly •9/5/2010 - 23:25
ma l'inefficenza dell'oligopolio non riguarda prevalentemente la tariffa che il cliente paga per avere il rating? a me sembra che il problema del conflitto di interessi che può inficiare l'imparzialità del giudizio sia molto più importante. in altre parole , un maggior numero di agenzie autorizzate produrrà tariffe più basse ma perchè dovrebbe implicare giudizi equi e non uno shopping alla ricerca dell'agenzia compiacente? il danno reputazionale di un comportamento non corretto è più grande e temuto quando pochi concorrenti possono essere tenuti sotto l'occhio di tutti, clienti, regolatori, operatori di mercato. l'oligopolio sarebbe allora il male minore? del monopolio pubblico non vale la pena di parlare.
(sono nuovo del blog, però ho imparato che qua non è mai una scusante!)
• michele boldrin •8/5/2010 - 19:15
Come Alberto e gli altri sanno, io sono da tempo a favore della seguente riforma (che non verrà mai accettata: l'ho suggerita in svariati ambienti e, fatte eccezioni per due Fed "amiche", sono stato spernacchiato allegramente).
The FRBoard, in cooperation with the regional FRBanks, rate all securities kept in the portfolios of supervised banks. In fact, in order for a supervised bank to hold a security in its portfolio the security has to be first rated and then approved by the FRB Rating Unit. Such rating unit could be a division of the FRBoard or an independent agency managed jointly by the FRBoard, the FDIC and the Comptroller of the Currency.
La logica è banale. Queste entità forniscono insurance alle banche the same way private insurance companies insure, say, private houses against the risk of fire. Hence, they have the right/duty to inspect the conditions of the houses (banks) they insure to assess risk of fire (default).
Scusate l'inglese, m'è venuta più rapida.
P.S. Non c'è alcuna ragione per cui questa agenzia debba diventare il monopolista del rating. Le altre possono continuare a competere, decideranno le performances chi fa bene e chi fa male. Ovviamente, se una banca non vuole usare il rating della Fed e non pagare il fee/premium che questo richiede, basta che scelga di starsene fuori dal sistema regolato/assicurato da FRB e FDIC. In my scheme that option is always available. In other words: do you want me to insure you? You better let me inspect your house and check your sprinklers!
• giovanni federico •8/5/2010 - 19:22
Too little competition Michele. This is public monopoly of rating. You surprises me, Michele
Re(2): Le proposte di regolamentazione finanziaria
• marcio •8/5/2010 - 19:56
Io sono d'accordo con Michele. Mi sembra questo un settore (quello della valutazione dei prodotti finanziari) in cui ci sono rendimenti di scala crescenti, che favoriscono la concentrazione delle imprese del settore. Per avere una concorrenza seria si dovrebbero creare molte piu' societa' di rating di quante ce ne sono oggi, ma temo che non avrebbero la dimensione sufficiente per generare profitti o per remunerare i propri fattori. Uno dei problemi di Moody's, S&P oggi e' gia' che non riescono ad attrarre le persone piu' smart sul mercato, perche' non offrono compensi comparabili a Goldman, per esempio. Con tante piccole agenzie di rating questo problema sarebbe esacerbato.
In aggiunta con molti raters, bisogna definire degli standard di valutazione? ci sarebbe sempre bisogno di capire cosa significa AAA per un'agenzia di rating rispetto ad un'altra, e non sono sicuro che il mercato funzioni bene per questo.
• michele boldrin •8/5/2010 - 20:30
Beh, meglio che annoiarti Giovanni, no?
Ad ogni buon conto, non sto suggerendo alcun monopolio. Sto solo richiedendo che chi vuole l'assicurazione sulla vita si faccia visitare ANCHE da chi l'assicura.
• andrea moro •9/5/2010 - 01:58
non e' una novita' in altri campi, per medicine il rating lo fa lo stato
Agenzie di valutazioni: una proposta
• giovanni federico •9/5/2010 - 09:52
Appunto non i medici o i malati.
Invece, ripeto la mia idea (forse assurda?)
a) si istituisce un enete internazionale che gestisce un albo di agenzie di valutazione, con accesso subordinato a requisiti minimi (p.es. capitale, numero di analisti), diviso per categorie di titoli e/o aree. Ciascuna agenzia può specializzarsi in una o più categorie/aree
b) l'emittente del titolo indica due agenzie, l'ente la terza
c) ciascuna agenzia è pagata inizialmente 1/6 del compenso totale. Il resto va all'agenzia che propone il rating più corretto secondo una serie di parametri pre-definiti per categorie (p.es. livello dello spread X mesi dopo)
d) I risultati sono pubblicati sul web
In questo modo: i) si elimina l'oligopolio, permettendo l'accesso ad altre agenzie (magari inizialmente specializzate); ii) si crea un controllo pubblico ex-ante (la terza agenzia); iii) si crea un controllo pubblico ex-post (il web); iv) si crea un forte incentivo a previsioni esatte, che garantiscono un compenso 4 volte superiore
• Diego d'Andria •9/5/2010 - 13:01
A me pare un buona soluzione.
Tempo fa (2008, ne inviai una bozza al concorso "Un'idea per l'economia", ma evidentemente non piacque...) proponevo una cosa simile ma limitatamente ai fondi pensione, sulla base del fatto che gli impieghi in tali forme di previdenza sono fiscalmente agevolate rispetto ad altre forme di risparmio. Quindi l'idea era: il fondo d'investimento è valutato da un'agenzia pubblica di rating (meglio se un'unica grande agenzia europea, piuttosto che N agenzie nazionali, per garantire uniformità dei criteri e sfruttare le economie di scala), e mantiene la facoltà di farsi valutare da una o più agenzie di rating private. In questo modo l'investitore, che si suppone essere un lavoratore finanziariamente analfabeta ed incapace di valutare correttamente il rischio di un portafoglio formato da una miriade di titoli diversi, può disporre di una valutazione sintetica (il rating, appunto) da comparare agli analoghi di Moody's, S&P e Fitch. Alternativamente l'emittente rifiuta di farsi valutare e perde i benefici fiscali.
Al di fuori degli investimenti "privilegiati" (fondi pensione ed impieghi del TFR), sarebbe comunque consentito a qualsiasi emittente di titoli di richiedere i servizi di rating di tale agenzia pubblica. Se l'agenzia pubblica lavora bene, nel tempo godrà di buona reputazione e gli emittenti vorranno il suo "avallo" per meglio piazzare i propri prodotti sui mercati. È certo ancora possibile che un emittente corrompa i raters pubblici e paghi quelli privati per ottenere una valutazione più favorevole, ma le difficoltà, i costi, e la probabilità d'essere beccati, saranno più alti.
Certo all'epoca non era ancora evidente cosa bolliva in pentola a Wall Street, quindi la mia proposta oggi appare limitata... ma in linea di principio, mi pare coincidere con l'idea di Michele esposta qui sopra, dove al beneficio fiscale si sostituisce il beneficio di un possibile bailout.
• enzo michelangeli •8/5/2010 - 16:17
Non è facile pesare queste due opposte argomentazioni con serietà, sulla base dei dati. Io però azzardo un'opinione: molti mercati finanziari sono organizzati e relativamente trasparenti - attraverso borse di scambi - dai mercati azionari a quelli delle commodities. Perché non i derivati? O almeno la maggior parte dei derivati? Non è necessaria nemmeno una borsa, basterebbe un sistema di market-making appropriato, magari associato a una legislazione sulla bancarotta che privilegi gli scambi attraverso il market-maker.
Alberto, leggevo tempo fa su una lettera a FT che gia' esiste almeno un database (Trade Information Warehouse, operato congiuntamente da Markit e dalla Depository Trust & Clearing Corporation) che fornisce un discreto ammontare di trasparenza sui derivati OTC: loro sostengono di tracciare il 95% di tutte le transazioni su Credit Default Swaps.
• ed.perez •8/5/2010 - 16:23
Come far coincidere, allora, la necessità di libertà di mercato da una parte, e l'efficacia delle valutazioni dall'altra?
Possiamo tornare alla proposta di Alberto Zanco, valutazioni commissionate a società in regime di concorrenza da parte di Istituzioni terze. L'esempio di Nr potrebbe calzare a pennello. Anzichè essere l'investitore individuale a commissionare potrebbe essere un organismo diverso, al servizio dell'intero mercato. Un qualcosa che potrebbe assomigliare al Financial Protection Bureau, proposto nella riforma negli Usa.
• giovanni federico •8/5/2010 - 19:15
L'idea potrebbe essere perfezionata. Suggerirei
a) si istituire un albo di agenzie di valutazione, con accesso subordinato a requisiti minimi (p.es. capitale, numero di analisti), diviso per categorie di titoli e/o aree. Ciascuna agenzia può specializzarsi in una o più categorie/aree
c) ciascuna agenzia è pagata inizialmente 1/6 del compenso totale. Il resto va all'agenzia che propone il rating più corretto secondo una serie di parametri pre-definiti per categorie (p.es. spread etc.).
In questo modo:i) si elimina l'oligopolio, permettendo l'accesso ad altre agenzie (magari inizialmente specializzate); ii) si crea un controllo pubblico ex-ante (la terza agenzia); iii) si crea un controllo pubblico ex-post (il web); iv) si crea un forte incentivo a previsioni esatte, che garantiscono un compenso 4 volte superiore
• Renzino l'Europeo •8/5/2010 - 22:26
Circa le agenzie di rating, mi permetto di suggerire di dare un occhio al Regolamento che è stato adottato dall'Unione Europea già un anno fa, e che ora è in fase di implementazione. Per quello che posso capire io, un Regolamento come questo non risolve, nè può risolvere, i problemi causati dalle scelte specifiche e dagli standard di valutazione che sono associati ai comportamenti "cattivi"/criticati di questi giorni - per questo (interpreto io) Barnier preferirebbe avere anche una "concorrenza Europea" - cioè una agenzia con una filosofia, degli standard di valutazione, dei proprietari diversi.
In qualche modo mi pare di vedere un film che stiamo proiettando anche su un altro schermo - quello della valutazione delle Università, e dei rispettivi ranking. Profondamente incazzati dall'impatto e dalla "over-semplificazione" che il proliferare di questi ranking ha portato nel dibattito e nelle prassi politiche e istituzionali da qualche anno a questa parte, noi Europei ci siamo mossi nella stessa direzione di Barnier, cioè stiamo cercando di mettere in piedi un sistema concorrente e alternativo a quello dei più noti "produttori" cinesi e anglosassoni. In un certo senso, cerchiamo di marcare una "diversità", un approccio Europeo che - nelle migliori intenzioni - possa distogliere l'attenzione verso i suddetti metodi grezzi e sparagnini impiegati dalle classifiche esistenti. Significativamente, la decisione venne presa durante il semestre di Presidenza francese dell'UE (secondo 2008), e si è dato incarico ad un consorzio di studiare la fattibilità di questo "multiranking" alternativo (la filosofia comunque sarebbe abbastanza simile a quella del tedesco CHE).
In questo settore, i ricercatori che si impegnano nella formulazione e pubblicazione di ranking si sono da qualche tempo accordati su un codice di autoregolamentazione, detto i "Principi di Berlino". Tuttavia a noi non interessa regolare (nè sarebbe possibile o sensato) l'emissione di questi ranking, visto non è di queste valutazioni che si fa uso ai fini del riconoscimento giuridico delle istituzioni universitarie o dei titoli di studio nei vari Stati, bensì dei più tradizionali sistemi di accreditamento/autorizzazione/riconoscimento, fondati su concetti e metodi ben diversi. A gran dispetto degli economisti di lingua italiana, che invece pensano - ma solo loro! - che ci si dovrebbe basare su qualche tipo di ranking.
Va detto che la discussione sul lancio di questo progetto di fattibilità non è stata indolore, perchè una parte importante dell'establishment accademico ritiene (con qualche motivazione) che produrre una qualche forma di "multiranking" alternativo significhi "legittimare" eccessivamente l'"approccio classificatorio" alle istituzioni universitarie. Sulle interferenze del "cancro" dei ranking con le tradizione procedure di garanzia della qualità accademica si terrà nei prossimi giorni un importante convegno Europeo di studio e riflessione a Bologna.
• giorgio gilestro •8/5/2010 - 16:49
Grazie Alberto per la spiegazione, molto chiaro e utile. Permettimi solo di essere scettico sulle etichette di composizione dei titoli: se sono utili come quelle dei cibi a combattere l'obesita', it's a waste of time..
Una nota un po' esterna al discorso. Ma perche' per questi argomenti non esiste una voce economica unica che possa indirizzare i politici? Perche' i suggerimenti arrivano sempre sparsi dai vari blog o pagine di giornale? Perche' gli economisti non riescono a trovare una struttura coesiva che li rappresenti non dico su tutto ma almeno su alcune questioni che, estarnemente, mi sembrano condivise: tipo la pericolosita' di oligopoli o monopoli come nel caso della agenzie di rating.
Non credi che parlando con una voce ufficiale e unisona avreste piu' potere nel limitare gli errori, almeno quelli ovvi, di alcune decisioni politiche?
• enzo michelangeli •9/5/2010 - 03:28
Oh no per favore: ci mancherebbe anche l'ordine professionale (o sindacato) degli Economisti... Che cento fiori fioriscano.
Re(1): cento fiori? no, grazie
• ne'elam •9/5/2010 - 13:22
Magari senza avere le stesse conseguenze, come ad esempio
the result of the Hundred Flowers Campaign was the persecution of intellectuals, officials, students, artists and dissidents labeled "rightists" during the Anti-Rightist Movement that followed. During this time, over 550,000 people identified as "rightists" were humiliated, imprisoned, demoted or fired from their positions, sent to labor and re-education camps, tortured, or killed.
Re(2): cento fiori? no, grazie
• enzo michelangeli •9/5/2010 - 15:52
Certo, il riferimento e' ironico (come quando si cita Lenin quando ci si chiede "Che Fare?", o ci si riferisce ad Andrea come al "Grande Timoniere")...
Perchè timoniere?
• Massimo Famularo •9/5/2010 - 23:16
Ecco a me la qualifica "timoniere" è oscura. Ho sentito più volte varie persone riferirsi così ad Andrea Moro, ma non ho capito perchè.
Too big to fail/regulate
• Luca Ravagnani •8/5/2010 - 17:40
Volevo chiedere, se in tutta questa proposta, o in altre in discussione nelle camere degli USA, non ci sono accenni di nessun tipo al problema (presunto??) della dimensione delle banche ed altre società finanziarie? Al fatto che queste operano anch'esse, ora più di prima dopo le varie fusioni/acquisizioni dovute alla crisi, in un regime di monopolio e che la loro dimensione e il loro potere facilità la "cattura" del regolatore??
Re: Too big to fail/regulate
• bebop •8/5/2010 - 18:02
I senatori Brown e Kaufman avevano proposto un emendamento alla riforma finanziaria che prevedeva un limite alla dimensione ed alla leva degli istituti di credito.
L'emendamento è stato subissato da una valanga di Nay (61).
i compagni vietnamiti mostrano la strada...
• ne'elam •8/5/2010 - 17:49
qui la storia. Un agenzia privata, la VietnamCredit fa delle valutazioni che non piacciono alle banche, il governo la blocca. E prepara una regolazione che renderà possibile solo il monopolio.
• luca rigotti •8/5/2010 - 21:52
Alberto, per quel che riguarda il punto 3 non si potrebbe pensare ad un istituto che funzioni in modo analogo a FDIC per le banche? Mi pare sia un'idea di Michele, tra l'atro. Questo sistema garantisce i depositi fino ad una certa cifra, ma la liquidazione implica che agli azionisti non rimane nulla (FDIC vende perfino le piante, come si puo' ascoltre qui) e quindi riduce il moral hazard. Il meccanismo e' finanziato dal sistema bancario e la differenza sostanziale con il bailout e che gli azionisti perdono tutto e i manager vengono licenziati.
• marco esposito •8/5/2010 - 22:23
C'è una cosa che non capisco: vedo che il focus si sta molto puntando sulle agenzie di rating (pare che siano 4: c'è anche A.M. Best con una quota non significativa), e il fatto che ci sia un oligopolio/duopolio è un dato di fatto, ma perchè non obbligare ad una doppia valutazione ?
L'emittente un debito si fa dare il giudizio di affidabilità (rating) da A, ma l'acquirente deve anche acquisire il giudizio di B, perchè altrimenti è come comprare Arrigoni. A questo punto B non deve essere necessariamente un colosso costoso, ma può essere anche una piccola società che deve solo verificare se l'"affare" è buono.
Cioè, da quel che vedo è accaduto/sta accadendo quel fenomeno che in Terronia chiamiamo dell'acquaiolo: si domanda "acquaiò, l'acqua è frisc?" che è una domanda priva di senso perchè l'acquaiolo mai dirà che la sua acqua è calda, qui però si tratta di strumenti finanziari "certificati" da chi vende: a me sembra una follia.
Che poi il rating sia affidato ad una agenzia intergorvernativa, come vorrebbe la UE, o ai mercati, poco cala: è chi compra che si deve far certificare l'acquisto, non chi vende. Ai tempi della crisi finanziaria io e Doktor Franz parlavamo dei problemi delle PMI con rating C e B, ma questi rating li valutava la banca, mica la PMI che poi andava in banca con una bella tripla A per farsi dare credito, anche perchè con il piffero te lo davano, le banche volevano sempre vedere. Alle PMI no e poi si comprano i CDS da Goldman Sachs ? ma fallissero..
• enzo michelangeli •9/5/2010 - 03:41
Mica solo a te. Edmund Vogelius scrisse nel 1957:
"Ovviamente non possiamo chiedere di essere pagati per dare un rating a un'obbligazione. Fare cio' attribuirebbe un prezzo al processo, e non non potremmo sfuggire all'accusa, che senza dubbio arriverebbe, che i nostri ratings sono in vendita."
Edmund Vogelius era un vicepresidente di Moody's...
• Francesco Forti •9/5/2010 - 10:41
Complimenti, come sempre, per l'ottima esposizione. Ormai qui su NFA ci siamo abituati ma non per questo bisogna dimenticare di premiare lo sforzo che si fa per essere chiari pur nella complessità dei temi.
Probabilmente agli USA interessa poco (?) ma il tema che va per la maggiore in Europa è la regolazione dei problemi finanziari degli stati (fallimento o salvataggio). Qui è chiaro che un'unica agenzia di rating statale che dovesse valutare .... gli stati non sarebbe credibile. Ed anche nel caso di valutazione statale di attività private, credo che vedremmo le stesse cose qui descritte con le agenzie che operano ora. Anzi la corruzione sarebbe assolutamente piu' probabile.
Tornando al tema, la liquidazione delle banche è importante, perché alcune di loro sono veramente molto grandi (prendiamo UBS, piu' grande in termini economici della stessa Svizzera in cui risiede) ma anche il default di nazioni piccole e medie è cruciale. Queste nazioni fanno cio' che non è permesso ai privati. Un'aziende non puo' avere debiti che superino la metà del capitale sociale, altrimenti si portano i libri in tribunale. Questo per evitare l'effetto domino dei fallimenti a catena. Perché invece Grecia ed Italia viaggiano liberamente tra il 120 ed il 130 di debito in proprzione al PIL? Perché è stato consentito un qualcosa che se provoca il fallimento di uno rischia di far fallire gli altri (ora si parla di effetto contagio)? Quali regole prevedere per gli stati, che siano simili ed efficaci a quanto oggi è previsto per le aziende nei paesi seri? Comprendo che il capitale sociale di un'impresa non è direttamente paragonabile al PIL ma in fondo quel limite del 60% imposto da Maastricht aveva quel significato. Solo che una norma senza sanzioni concrete, senza un'autorità che renda operative quelle sanzioni, non serve a nulla.
• Mario Mantovani •9/5/2010 - 12:58
Un'aziende non puo' avere debiti che superino la metà del capitale sociale, altrimenti si portano i libri in tribunale.
• Francesco Forti •9/5/2010 - 16:42
Mi riferisco alle regole che a quanto mi è dato sapere si ritengono standard nei paesi civili, occidentali, capitalisti. Non comunisti, per chiarirci.
Non mi è chiaro invece a cosa ti riferisca tu, con il "???".
1) una regola assurda e comunista, pensata per far fallire Berlusconi negli anni scorsi e molte aziende italiane in bilico (forse anche greche?);
2) non la conosco ma sarebbe una buona cosa;
3) non la conosco e mi pare una pessima idea;
In attesa di capire, una lettura anche sommaria all'art 725 dal codice civile (parte delle "obbligazioni") svizzero (noto paese Komunista) potrebbe illuminare.
Vediamolo allora questo articolo 725 del codice civile elvetico
• Alex Castaldo [AlexCT] •9/5/2010 - 17:38
Il tedesco non lo capisco, ma in francese recita cosi:
Art. 725[426]
2 S’il existe des raisons sérieuses d’admettre que la société est surendettée, un bilan intermédiaire est dressé et soumis à la vérification d’un réviseur agréé.[427] S’il résulte de ce bilan que les dettes sociales ne sont couvertes ni lorsque les biens sont estimés à leur valeur d’exploitation, ni lorsqu’ils le sont à leur valeur de liquidation, le conseil d’administration en avise le juge, à moins que des créanciers
de la société n’acceptent que leur créance soit placée à un rang inférieur à celui de toutes les autres créances de la société dans la mesure de cette insuffisance de l’actif.
3 Si la société ne dispose pas d’un organe de révision, il appartient au réviseur agréé de procéder aux avis obligatoires qui incombent à l’organe de révision chargé du contrôle restreint.[428]
A parte il fatto che regole cosi dettagliate esistono solo nei sistemi giuridici continentali e non nei sistemi anglosassoni, mi spieghi che cosa centra con quello di cui stiamo discutendo qui? [La sostenibilita del debito dello Stato]
Dice soltanto che quando una societa per azioni ha perso la meta del capitale (di libbro) deve fare una assemblea generale dei soci e se ha troppi debiti e ha perso tutto il capitale il cda deve informare il giudice.
Non dice assolutamente quale e' il livello sostenibile del debito (o come si misura il surrendettement), la perdita di meta del capitale e' solo un segnale che si deve chiamare un assemblea, e in alcuni casi avvisare il giudice.
Re: Vediamolo allora questo articolo 725 del codice civile elvet
• •9/5/2010 - 18:08
Novità relative al limite di emissione delle obbligazioni sono: doppio del capitale versato ed esistente secondo l’ultimo bilancio approvato, integrato delle riserve legale e delle riserve disponibili -->> si è preferito riferirsi all’effettiva consistenza patrimoniale; tale limite può essere superato se l’emissione dei titoli eccedenti è destinata a investitori professionali, soggetti a vigilanza mirata; tali previsioni non si applicano per le società quotate.
Faccio pero' notare che si tratta di disciplina riguardante le obbligazioni, nulla vieta ad una società di indebitarsi in altro modo violando i limiti imposti per il finanziamento obbligazionario.
Re(1): Vediamolo allora questo articolo 725 del codice civile el
• Francesco Forti •9/5/2010 - 18:17
Faccio pero' notare che si tratta di disciplina riguardante le obbligazioni, nulla vieta ad una società di indebitarsi in altro modo violando i limiti imposti per il finanziamento obbligazionario
È un problema solo di terminologia, che va conosciuto prima di emettere giudizi. Mi scuso per non averlo chiarito prima ma per "codice delle obbligazioni" in svizzera si intendono in senso lato tutti gli obblighi commerciali, non solo le "obbligazioni" come le conosciamo noi. In buona sintensi il libro quarto del nostro CC ("LIBRO QUARTO - Delle obbligazioni") che riguarda gli obblighi da contratto.
Re(2): Vediamolo allora questo articolo 725 del codice civile el
• •9/5/2010 - 18:49
Si si Francesco chiaro ma io ho parlavo di diritto italiano, per far vedere che cmq un limite esplicito esiste anche nel codice italiano (ma riguarda i soli titoli AFAIK).
• Francesco Forti •9/5/2010 - 18:11
lassia perdere il tedesco ed il francese. Il bello del dritto svizzero è di essere in quattro lingue e dato per assodato che il retroromancio non ci interessa penso che l'Italiano possa essere una buon base comune di intendimento.
1 Se risulta dall’ultimo bilancio annuale che la metà del capitale azionario
e delle riserve legali non è più coperta, il consiglio d’amministrazione
convoca immediatamente l’assemblea generale e le propone
2 Se esiste fondato timore che la società abbia un’eccedenza di debiti,
deve essere allestito un bilancio intermedio soggetto alla verifica di un
revisore abilitato. Ove risulti da tale bilancio che i debiti sociali non
sono coperti né stimando i beni secondo il valore d’esercizio, né stimandoli
secondo il valore di alienazione, il consiglio d’amministrazionene avvisa il giudice,
salvo che creditori della società accettino,per questa insufficienza d’attivo,
di essere relegati a un grado inferiorea quello di tutti gli altri creditori della società.
3 Se una società non dispone di un ufficio di revisione, gli avvisi
obbligatori relativi alla verifica limitata incombono al revisore abilitato
Art. 725a
1 Ricevuto l’avviso, il giudice dichiara il fallimento. Egli può tuttavia
differirlo, ad istanza del consiglio d’amministrazione o di un creditore,
quando il risanamento appaia probabile; in tal caso prende le misure
appropriate per la conservazione del patrimonio sociale.
2 Il giudice può designare un commissario, e privare il consiglio d’amministrazione
del suo potere di disposizione o subordinare le sue decisioni
all’approvazione del commissario. Egli delimita in modo dettagliato
le attribuzioni del commissario.
3 Il differimento del fallimento è pubblicato solo se la tutela dei terzi lo
Ora tu ti chiedi cosa c'entri. Bene: la sostenibilità di un debito non è in relazione a se stesso, per considerazioni poliiche addotte dalla maggioranza che si autosistiene per giustificare il propro operato (anche deficitario) ma è il relazione al rischio che crea ad altri, che questo rischio prendono in carico (con un compenso). Quindi c'entra. Eccome. Un sistema di regole (e non mi interessa se sia anglosassone o no) che mi assicura che ogni debitore è in grado di sostemnere i suoi debiti, c'entra con quello che stiamo discutendo. Se esistesse questo sistema, allora la Grecia (ed anche altri PIGS) non sarebbero dove sono.
• marco esposito •9/5/2010 - 19:04
In Italia non esiste niente del genere. State confondendo debiti con l'azzeramento del capitale dovuto alle perdite pregresse: i libri si portano in Tribunale se le perdite (correnti e pregresse) hanno azzerato il capitale.
Puoi avere anche debiti pari a tre volte il capitale (è normalissimo) e non andare in Tribunale, perchè fai utili.
• Francesco Forti •9/5/2010 - 19:25
Male, che non esista nulla del genere. È una ottima indicazione (cartina al tornasole) delle regole che le cicale possono darsi. Gli utili oggi ci sono, domani no. Il capitale, se non ci sono trucchi contabili, è quello che è. Se i debiti sono pari al capitae è ormai tardi. Bisogna intervenire prima. Molto prima.
Ok, lo so, con regole simili il nostro capitalismo straccione (fiat, mediaset) sarebbe già fallito anni fa ma .... inter nos, forse questo sarebbe (oggi) un vantaggio.
Re(3): D/E
• francesco russo •9/5/2010 - 19:56
A causa di un così convinto e cieco sostegno a fissare irragionevoli, alla meglio inutili e probabilmente dannose "soglie" nelle decisioni di struttura finanziaria delle imprese, sono portato a scommettere 20 euro che sei un giurista.
• Massimo Famularo •10/5/2010 - 10:47
Il fallimento non avviene quando “le perdite azzerano il capitale” (volendo gli azionisti potrebbero ad es ricapitalizzare). Fallisci quando i tuoi creditori ti chiedono indietro più soldi di quanti tu ne possa restituire subito, ANCHE SE SEI IN UTILE, tant’è che talvolta anche imprese economicamente “sane” possono fallire a causa di repentine richieste di rientro o di errori nella gestione finanziaria.
I due presupposti per fallire sono essere imprenditore e essere insolvente.
• Mario Mantovani •10/5/2010 - 00:33
??? si riferiva allo stupore di leggere che in qualche codice esista una regola del genere. Dai successivi commenti mi pare che emerga che non esiste nulla di simile.
Tornando però agli stati, vedo anch'io il problema di una carenza di strumenti per gestire il default. Esiste qualche rimedio per il debito (svalutazione, pagamento differito / ridotto o garanzie di stati esteri, che è una variante del differimento), ma non esiste un sistema organizzato per disporre dell'attivo, che si può leggere anche come "sovranità"
In un parallelo giuridico dovrebbe esistere una sorta di amministrazione straordinaria ed in casi limite anche un meccanismo liquidatorio
• Antonio Borghesi •9/5/2010 - 14:35
Mi riferisco al Financial Protection Bureau. Può darsi che non sia utile o addirittura "faccia ribollire il sangue nelle vene" ad Alberto Bisin. Tuttavia io creedo che ci sia bisogno di tanta "trasparenza" nel mercato e non c'è alcna volontà di realizzarla.
E' sicuramente poca cosa nel contesto complessivo del problema, ma ho presentato una proposta di legge che affrontava il problema di un indicatore sintetico del costo dei prestiti. Lo avevo anche trasformato in un emendamento ai vari decreti legge dello scorso anno. Per una notte il governo lo aveva anche accolto. Ma pare che poi Tremonti in persona lo abbia bocciato. Vi trascrivo una parte della relazione:
"Si ritiene che a tale scopo sia utile l’introduzione del saggio di interesse annuo effettivo globale (SIAEG), così come previsto dalla presente proposta di legge. La norma proposta garantisce maggiore
trasparenza introducendo il SIAEG sui contratti di credito non regolati in conto corrente: un modo per assicurare ai clienti un’informazione precisa sul costo totale del credito. Tale strumento innovativo permetterebbe al cittadino o al piccolo imprenditore di conoscere il costo annuo, in percentuale,
di una specifica operazione, al fine di ridurre l’evidente asimmetria informativa tra banca e cliente e di creare una reale competizione tra le banche. L’articolo unico che si propone introduce per i contratti di credito non regolati in conto corrente l’indicazione nel contratto del SIAEG, comprensivo cioè di tutte le spese, le commissioni e gli oneri accessori a carico del cliente in maniera tale da garantire allo stesso l’immediata percezione del costo del finanziamento, offrendogli quindi un ulteriore elemento di scelta tra i diversi intermediari. Si tratta di una norma a garanzia soprattutto dei piccoli imprenditori e dei
professionisti che sono meritevoli di una tutela di legge. Il compito di individuare le modalità di calcolo è attribuito al CICR. Per quanto riguarda, invece, i contratti regolati in conto corrente, ovvero che
consentono un uso discrezionale delle risorse messe a disposizione, data la pratica impossibilità di definire a priori il SIAEG, si propone che nell’estratto conto o nel documento attestante l’utilizzo del fido
venga indicato il tasso passivo effettivo su base annua applicato alla clientela comprensivo cioè di tutti gli oneri a carico della controparte. Un calcolo analogo deve essere effettuato anche per il tasso attivo
effettivo del conto corrente, che va determinato su base annua. Per tali contratti, inoltre, si prevede che
la capitalizzazione degli interessi avvenga con riferimento alla medesima scansione temporale, per cui a fronte di una capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, come accade attualmente, anche gli
interessi attivi devono essere capitalizzati trimestralmente. Anche in questo caso il compito di individuare le modalità di calcolo è attribuito al CICR."
• luciano pontiroli (già luponti) •13/5/2010 - 16:05
Si tratta di una proposta sostanzialmente inutile, dato che regole analoghe sono già contenute nelle istruzioni diramate dalla Banca d'Italia sulla base del testo unico bancario e delle indicazioni del CICR.
In ogni caso, la presentazione della proposta manifesta una preoccupante ispirazione paternalista: dopo quasi venti anni dalla legge sulla trasparenza nelle operazioni bancarie e dalla prima legge sui servizi d'investimento si continua ad invocare esigenze di protezione dei clienti, che dovrebbero essere già state soddisfatte dai precedenti interventi del legislatore e dell'autorità di vigilanza.
• Francesco Forti •9/5/2010 - 20:08
Mi pare che sia una replica ad un mio intervento per cui mi sento coinvolto e devo risponderti che sono un informatico e quindi se tu avessi scommesso avresti perso. Le mie cognizioni di italiano bastano per capire che il fatto di "essere portato a scommettere" non significa avere scommesso. Questo poco mi basta pero' a capire che indipendentente dal mestiere che fai sei (amichevolmente) un bel "paraculo" :-)
Se non lo sei, versa pure i 20 euro a NFA, per le spese generali del prossimo meeting (Firenze, Luglio)
• francesco russo •9/5/2010 - 21:21
<<Questo poco mi basta pero' a capire che indipendentente dal mestiere che fai sei (amichevolmente) un bel "paraculo" :-)
Se non lo sei, versa pure i 20 euro a NFA,>>
eheheh! Mi spiace per nFA, ma credo mi convenga confermare di essere un paraculo! XD
• Mario Mantovani •10/5/2010 - 00:41
Non è possibile riformare efficacemente il sistema finanziario senza lasciare le agenzie di rating al proprio destino, quello di vendere rating, cioé senza eliminare ogni riferimento ai rating nella regolamentazione.
Perfetto. Ma come è successo con le società di revisione contabile pare che a questo destino di indipendenza non creda più nessuno.
In un paese come l'Italia molti faticano anche a comprendere il concetto
• marco esposito •10/5/2010 - 09:58
Commento rimosso e copiato nel post di Boldrin sui 750 miliardi di "nuovo" debito.
Qualche considerazione (e un pò di pedanteria)
• Massimo Famularo •10/5/2010 - 10:39
Mi piace la proposta di Michele Boldrin perché propone una risposta specifica ad un esigenza specifica: vuoi l’assicurazione? Ti becchi l’ispezione. Peraltro se l’assicuratore è abbastanza furbo, assume un quant e un analista per coordinare il processo e appalta a fornitori esterni il servizio creando mercato per agenzie specifiche.
Mi piace meno la proposta di Giovanni Federico perché mi pare un po’ dirigista da un lato e anche un po’ troppo teorica. In dettaglio mi pare dirigista il punto b) dove l’ente indica la terza agenzia1 e il punto c) dove si vuole imporre dall’alto la modalità di remunerazione2 Oltre che dirigista, mi pare un po’ teorico il profilo c)3 non dico che non sia sensato, ma, chi li sceglie i parametri? Sempre l’ente regolatore? Ma una proposta del genere (magari capisco male io) non stai dicendo che il burocrate di turno dovrebbe riuscire dove ha fallito il mercato? Non sono veneto ma su questo sito ho imparato l’espressione “xe pezo el tacon del buso.”
1come la sceglie, a caso? Quella del cugino? Non si ripropone simmetricamente il problema dell’emittente? Perché i burocrati dovrebbero essere più capaci del mercato?
2Perché 1/6 e non 1/12? Veramente vogliamo dire ad adulti consenzienti che prezzo attribuire alle prestazioni che si scambiano?
3Mi rendo conto che i parametri proposti potrebbero essere i più oggettivi possibili, però ad es se le tre agenzie danno lo stesso rating alla stessa emissione (visto come sono poco granulari le scale è facile) come faccio a decidere a chi dare il premio? L’esito più probabile è che si finisca sempre per dividerlo in parti uguali in una finta gara dove (chissà perché) arrivano tutti insieme.
Ps nell'articolo Bisin scrive
farebbe bene a pagare più attenzione ai dettagli
non per essere pignolo, ma credo che in italiano l’attenzione sia più corretto prestarla che pagarla. Sarà per questo che siamo più superficiali degli anglosassoni?
• phileas •13/5/2010 - 21:10
Se davvero pensi che sia un vergogna l'operato di Dodd ti segnalo Peter Schiff che competerà a breve per il seggio oggi occupato da Dood.
Leggi il suo programma e il suo sito istituzionale www.europac.net

References: articolo 725

Art. 725
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