Source: http://www.marketview.it/la-favola-dei-diritti-acquisiti/
Timestamp: 2019-06-17 15:21:47+00:00

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La favola dei diritti acquisiti | Marketview | di Alessandro Penati
Da più di vent’anni gli interessi dei giovani, di chi lavora, degli imprenditori, sono sacrificati sull’altare dei Diritti Acquisiti. E ogni volta che un Governo cerca di contenere la spesa pensionistica, basta invocare i Diritti Acquisiti e si blocca tutto. Così ha fatto la recente sentenza della Corte Costituzionale, dichiarando illegittimo il blocco temporaneo dell’indicizzazione. «È un discorso di Diritti Acquisiti che vengono violentati» ha dichiarato il signor Cardinale, il cui ricorso è alla base della sentenza della Corte. La pensione è diventata un diritto economico garantito per sempre dalla Costituzione: neppure lo Stato, una volta che l’abbia concesso, lo può più toccare. Sembra ineccepibile. Invece è incoerente.
Ma se questi sono i Diritti Acquisiti costituzionalmente garantiti, allora lo Stato ne viola altri in continuazione. Viola i Diritti Acquisiti dei risparmiatori che investono in Btp, se c’è poi un aumento imprevisto dell’inflazione che riduce il potere di acquisto del risparmio. Li viola anche quando aumenta le tasse sulla casa acquistata con i risparmi di una vita, riducendo il tenore di vita del proprietario. Oppure quando aumenta le imposte su un’attività, rendendo l’investimento non più economico rispetto al momento in cui l’attività era stata intrapresa. O quando impone contributi a chi aveva scelto liberamente di lavorare come autonomo, preferendo i rischi e le incertezze di questa attività all’onere della contribuzione previdenziale. In tutte queste circostanze, gli individui coinvolti si sarebbero potuti comportare diversamente se avessero saputo che lo Stato avrebbe violato diritti che, erroneamente, ritenevano acquisiti.
Leggendo la sentenza mi è sembrato di capire – condizionale obbligatorio – che l’intangibilità dei Diritti Acquisiti sia sancita da due articoli della Costituzione. Articolo 36: «Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e […] sufficiente ad assicurare […] un’esistenza libera e dignitosa», ovvero niente sfruttamento o abuso della necessità di lavorare per vivere; e articolo 38: «I lavoratori hanno diritto che siano […] assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di […] vecchiaia», ovvero lo Stato deve prevedere una pensione, che non sia da fame, per chi lavora (anche se molti autonomi e partite IVA, lavoratori anche loro, non avranno una pensione; e la gestione separata INPS per le collaborazioni coordinate e continuative garantirà pensioni da fame).
Cosa c’entrano l’articolo 36 e 38 con i Diritti Acquisiti del signor Cardinale? Per trovare un legame ci vuole un triplo salto mortale logico e una valutazione su come lo Stato debba ridistribuire il reddito: decisione che appartiene alla politica, non al diritto.
Il salto mortale: le pensioni sarebbero una forma di “salario differito”, e quindi, quando concesse, (art. 36) sono proporzionate alla quantità e qualità del lavoro svolto in età lavorativa; se lo Stato successivamente ne riduce il valore, viola il principio di proporzionalità.
L’articolo 38 è utilizzato dalla Corte per stabilire, di fatto, che per evitare il rischio di default e garantire la propria solvibilità di debitore, lo Stato può ridurre il reddito di tutti gli altri cittadini, a propria totale discrezione e con qualsiasi strumento (maggiori imposte, meno copertura dall’inflazione, minore spesa), ma non dei pensionati, che altrimenti non avrebbero più «mezzi adeguati al loro tenore di vita». Così si crea una categoria privilegiata di cittadini, dai Diritti Acquisiti intangibili. Ma non è in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione?
L’incoerenza, la disparità del criterio di valutazione di rapporti Stato-cittadini economicamente analoghi, e l’interpretazione della Costituzione così sbilanciata a favore dei pensionati, che incidentalmente rappresentano la maggioranza degli iscritti al sindacato, fanno apparire la sentenza della Corte come una decisione squisitamente politica che entra nel merito della distribuzione del reddito, prerogativa di Governo e Parlamento. Poco importa quali fossero le vere motivazioni dei giudici costituzionali: l’impressione di una Suprema Corte che scende nell’agone politico non fa bene né alla sua immagine presso i cittadini, né alla politica. E neppure all’economia del Paese.

References: sentenza 
 sentenza 
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 Articolo 36
 articolo 38
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