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Timestamp: 2019-04-21 03:10:16+00:00

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I licenziamenti collettivi secondo la Corte di Giustizia Europea
In LavoroTag corte di giustizia europea,licenziamento collettivo,stabilimento 8 Giugno 2015 164 Visualizzazioni Gargano
Le tutele previste in caso di licenziamenti collettivi trovano applicazione solo quando la soglia dimensionale è superata nello “stabilimento” al quale i lavoratori licenziati sono addetti. Non rileva il numero di licenziamenti effettuati in altri “stabilimenti“, ma il Legislatore nazionale è libero di adottare criteri più favoreli per i lavoratori. Sono queste le conclusioni di una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea (causa C-80/14 del 30/04/2015), chiamata ad esprimersi sull’esatta portata della nozione di “stabilimento” al fine di stabilire se abbiano avuto luogo licenziamenti collettivi.
Il rinvio pregiudiziale è stato effettuato dalla Corte d’Appello inglese, chiamata a giudicare la condotta di due catene di negozi che, a causa della difficile congiuntura economica, avevano effettuato migliaia di licenziamenti in tutto il Regno Unito. Una delle dipendenti licenziate, assistita dal sindacato cui aveva affidato mandato, ha presentato ricorso, chiedendo la condanna dei datori di lavoro al versamento dell’indennità di tutela ai dipendenti licenziati, non essendo stata seguita la procedura di consultazione preventiva all’adozione dei piani sociali prevista dal diritto britannico. I datori di lavoro si sono difesi sostenendo che i licenziamenti effettuati erano inferiori alle 20 unità in ciascun stabilimento.
Per meglio comprendere le motivazioni della Corte è opportuno sintetizzare il contesto normativo di riferimento. Il Legislatore europeo, con l’intento di armonizzare la legislazione degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi, ha emanato – da ultimo – la direttiva comunitaria 98/59/CE che, all’art. 1, lettera a), ha definito collettivo “ogni licenziamento effettuato da un datore di lavoro per uno o più motivi non inerenti alla persona del lavoratore se il numero dei licenziamenti effettuati è, a scelta degli Stati membri:
i. per un periodo di 30 giorni:
ii. oppure, per un periodo di 90 giorni, almeno pari a 20, indipendentemente dal numero di lavoratori abitualmente occupati negli stabilimenti interessati;
Sono assimilate ai licenziamenti le cessazioni del contratto di lavoro verificatesi per iniziativa del datore di lavoro per una o più ragioni non inerenti alla persona del lavoratore, purché i licenziamenti siano almeno cinque. (…)”
Nel motivare la propria sentenza, il Giudice ricorda che la direttiva 98/59 è finalizzata ad istituire una tutela minima in riferimento all’informazione e alla consultazione dei lavoratori in caso di licenziamenti collettivi, ma gli Stati membri restano liberi di adottare misure più favorevoli per i lavoratori. Richiamando due precedenti sentenze (Rockfon [C-449/93] e Athinaïki Chartopoïïa [C-270/05]) – argomenta il Giudice – appare evidente l’orientamento della Corte di fornire una definizione di “stabilimento” molto “ampia” – o, detto in altro modo, molto mirata – al fine di limitare per quanto possibile i casi di licenziamenti collettivi che non sarebbero soggetti alla direttiva 98/59 a seguito della qualificazione giuridica di tale nozione a livello nazionale. Per “stabilimento” deve intendersi l’unità locale di occupazione, in quanto la Corte non ha ritenuto opportuno equiparare la nozione controversa a quella di impresa. Cambiare orientamento, in ragione del fatto che un datore di lavoro dispone di varie unità locali di occupazione con meno di 20 dipendenti, aprirebbe la strada ad un’interpretazione mutevole di detta nozione a seconda dell’organizzazione interna del datore di lavoro, il che a suo volta sarebbe in contrasto con i principi della direttiva, vale a dire assicurare una tutela dei diritti analoga nei vari Stati membri e ravvicinare gli oneri che dette norme di tutela comportano per le imprese dell’Unione. Se il Legislatore comunitario avesse voluto intendere che tutti i lavoratori di un’impresa, indipendentemente dalla sede di lavoro, dovevano venir conteggiati per calcolare il totale dei dipendenti in base al quale commisurare la legittimità o meno del licenziamento, avrebbe utilizzato un termine più consono. È evidente che conferire il grado massimo di tutela minimizzando il metodo di attuazione andrebbe a vantaggio dei lavoratori. Tuttavia, la direttiva 98/59 non prevede quale punto di partenza una tutela piena per tutti, nemmeno quando il numero di licenziamenti sia superiore alle soglie previste, dovendo sussistere anche il requisito temporale.
I licenziamenti collettivi generano effetti socioeconomici nelle comunità locali. Ed è proprio la comunità locale quella che rischierebbe di soffocare e di scomparire in mancanza di una tutela contro i licenziamenti collettivi, mentre i licenziamenti che rimangono al di sotto delle soglie previste non rappresentano la stessa minaccia per la sopravvivenza delle comunità locali. Anche quando il numero totale di licenziamenti implicati nel processo di ristrutturazione fosse elevato su scala nazionale, ciò non direbbe nulla su come tali effetti vengono percepiti a livello locale. Le persone in cerca di occupazione a livello locale, laddove in numero ridotto, potrebbero essere riassorbite più rapidamente nel mercato del lavoro.
Spetta al giudice del rinvio determinare come sia costituita esattamente l’unità locale di occupazione, essendo questa una questione di fatto. Ad esempio, se il datore di lavoro è titolare di vari negozi in un centro commerciale, non si può escludere che tutti i negozi debbano essere considerati come un’unica unità locale di occupazione. La suddetta entità non deve essere necessariamente dotata di un’autonomia giuridica, economica, finanziaria, amministrativa o tecnologica per potere esser qualificata come stabilimento. La nozione di “stabilimento“, che non è precisata dalla direttiva stessa, costituisce una nozione di diritto dell’Unione e non può definirsi mediante richiamo alle normative degli Stati membri. Tale nozione deve quindi ricevere un’interpretazione autonoma ed uniforme nell’ordinamento giuridico dell’Unione. Fin qui, le conclusioni del Giudice europeo.
L’Italia ha dato attuazione alla direttiva comunitaria 98/59 attaverso il D.Lgs 8 aprile 2004, n. 110. La disciplina dei licenziamenti collettivi è contenuta nella legge n. 223/1991. Il Legislatore nazionale ha ritenuto opportuno aumentare il livello di protezione in forza dell’art. 5 della direttiva 98/59, adottando disposizioni tese a rafforzare la tutela dei lavoratori in caso di licenziamenti collettivi. Emerge un quadro normativo ispirato al massimo garantismo. Tre le ipotesi previste: la prima (art 24), relativa alle imprese che, indipendentemente dal settore di appartenenza, hanno alle proprie dipendenze più di 15 lavoratori (intesi come media dell’ultimo semestre) e intendono effettuare, nell’arco di 120 giorni, almeno cinque licenziamenti nell’unità produttiva oppure in più unità produttive nell’ambito della stessa provincia; la seconda (art. 4) riservata alle sole imprese ammesse al trattamento straordinario di integrazione salariale, qualora nel corso di attuazione del programma di ristrutturazione, riorganizzazione o conversione l’impresa non ritenga di essere in grado di garantire il reimpiego di tutti i lavoratori sospesi (in questo caso non trova applicazione il requisito dei 5 licenziamenti nei 120 giorni); la terza, quando nell’ambito delle procedure concorsuali non sia possibile la continuazione dell’attività o quando i livelli occupazionali possono essere solo parzialmente salvaguardati.
La sentenza in commento non pregiudica il nostro impianto normativo, ma potrebbe avere ripercussioni in sede giudiziale per dirimire le controversie relative alla nozione di “unità produttiva“, specie se il riferimento è il punto 28 della richiamata sentenza Chartopoïïa: “In considerazione del fatto che lo scopo perseguito dalla direttiva 98/59 riguarda segnatamente gli effetti socioeconomici che i licenziamenti collettivi potrebbero provocare in un contesto locale e in un determinato contesto sociale, l’entità in questione non dovrebbe necessariamente essere dotata di una qualsivoglia autonomia giuridica e neppure di un’autonomia economica, finanziaria, amministrativa o tecnologica per poter essere qualificata come «stabilimento».”
Sentenza della Corte di Giustizia Europea C-80/14 ;
Sentenza della Corte di Giustizia Europea C-270/05 ;
Sentenza della Corte di Giustizia Europea C-449/93 ;
Direttiva 98/59/CE .
Questo articolo è stato pubblicato anche sul bimestrale 03/2015 del Centro Studi ANCL SU Campania “on. V. Mancini” .

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