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Timestamp: 2020-08-03 17:34:12+00:00

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La Corte di Cassazione in tema di responsabilità per danni al dipendente. La Sentenza 7.10/ 20.11.2015 n. 23793 della Sezione Lavoro. – a.r.p.a. srl
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La Corte di Cassazione in tema di responsabilità per danni al dipendente. La Sentenza 7.10/ 20.11.2015 n. 23793 della Sezione Lavoro.
Come è, generalmente, noto, l’art. 2087 del codice civile prevede che “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.
La sig.ra B.C., dipendente delle Poste Italiane, nel corso di una rapina presso l’ufficio postale di Cerreto di Spoleto (PG), ove svolgeva la propria attività, veniva rinchiusa in un bagno per una ventina di minuti, sotto minaccia di una pistola. Ricorreva quindi al Tribunale di Perugia per ottenere il risarcimento dei danni patiti in occasione della predetta rapina, ottenendo il risarcimento per il lamentato danno biologico
e per quello morale. La Corte di Appello di Perugia, in parziale riforma della sentenza di primo grado, escludeva la sussistenza del danno morale e riduceva conseguentemente gli importi, ritenendo che il risarcimento per danno biologico fosse da ritenersi comprensivo degli altri danni non patrimoniali, quali, per l’appunto, i danni morali.
La lavoratrice ricorreva quindi in Cassazione, lamentando la violazione degli artt. 2087, 2043 (Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno) e 2059 (Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge) del codice civile ed un vizio di motivazione, nella parte in cui la sentenza di appello aveva escluso la risarcibilità del danno morale sul presupposto della configurabilità dello stesso solo in via extracontrattuale ed in presenza di reato.
Per contro, Poste Italiane resisteva, proponendo altresì ricorso incidentale volto ad escludere la violazione dell’art. 2087 del codice civile, e quindi la responsabilità datoriale, nonché lamentando un vizio di motivazione per non avere i Giudici di merito individuato quale misura di sicurezza dovesse in concreto esigersi dalla società, a tal fine non bastando un generico rinvio ad ogni cautela possibile e innominata diretta a prevenire l’evento dannoso (la rapina, nel caso di specie).
Deduceva altresì, Poste Italiane, la violazione dell’art. 2697 c.c. (Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Chi eccepisce l’inefficacia di tali fatti ovvero eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda) e il vizio di motivazione per non essere stata raggiunta la prova che l’infortunio di cui era rimasta vittima la lavoratrice fosse dipeso proprio dalla mancata osservanza di norme di sicurezza da parte del datore di lavoro. Ed ancora, per avere la sentenza impugnata basato il riconoscimento del danno biologico patito dalla B. C. su una CTU che non aveva fornito alcuna prova rigorosa, in termini di nesso causale, tra la rapina e l’asserita omissione di misure di sicurezza da parte della società, da un lato, e – dall’altro – i disturbi di carattere psichico lamentati dalla lavoratrice.
La Corte ritiene opportuno dare avvio all’esame dei ricorsi prendendo le mosse da quello proposto da Poste Italiane, in ragione del fatto che i motivi da questa dedotti “investono l’esistenza stessa d’una responsabilità risarcitoria” e li ritiene tutti infondati, rigettando il ricorso.
In particolare, la Corte rileva che: “Come anche di recente questa Corte Suprema ha avuto modo di statuire proprio in riferimento ad una rapina ad un ufficio postale (cfr., da ultimo, Cass. n. 7405/15), l’art. 2087 c.c. rende necessario l’apprestamento di adeguati mezzi di tutela dell’integrità fisiopsichica dei lavoratori nei confronti dell’attività criminosa di terzi nei casi in cui la prevedibilità del verificarsi di episodi di aggressione a scopo di lucro sia insita nella tipologia di attività esercitata, in ragione della movimentazione, anche contenuta, di somme di denaro, nonché delle plurime reiterazioni di rapine in un determinato arco temporale. Nello specifico, questa Corte ha cassato la sentenza che aveva negato il nesso causale tra la verificazione degli eventi criminosi e la mancata adozione di qualsivoglia misura specificamente diretta ad impedire, prevenire o comunque rendere più difficoltoso il realizzarsi di rapine ai danni di un ufficio postale di ridotte dimensioni, presso il quale non vi era alcun sistema di allarme rivolto all’esterno, ma solo una protezione del banco cassa con vetro antisfondamento.
Ancora infondati sono il secondo e il terzo motivo del ricorso incidentale, da esaminarsi congiuntamente perché entrambi aventi ad oggetto la prova del nesso causale tra la patologia sviluppata dalla lavoratrice e la rapina di cui è stata vittima.
Quanto all’asserita mancanza di allegazione – a monte – del nesso eziologico da parte della ricorrente, si tratta di censura comunque non autosufficiente perché non trascrive né allega l’atto introduttivo di lite che, secondo Poste Italiane S.p.A., sarebbe risultato carente”.
Per la cronaca, anche il ricorso della lavoratrice volto al riconoscimento del danno morale veniva rigettato sostanzialmente sull’assunto che: “(…) il danno morale non costituisce un’autonoma posta di danno diversa da quella relativa al c.d. danno biologico, entrambi essendo riconducibili al più ampio concetto di danno non patrimoniale (…)”.
Cerchiamo di esserlo un poco di più.
La sentenza in oggetto riguarda il caso di una dipendente di Poste Italiane. Ma la sostanza non cambia allorché si considera che l’illecito commesso (la rapina) non riguarda solo banche, istituti di credito vari, o uffici postali. Come emerge dai dati relativi ai reati ai danni delle imprese della Distribuzione Moderna Organizzata, quelli subiti dalle imprese della Distribuzione Moderna Organizzata (DMO) (indagine della Federdistribuzione effettuata su un campione di 13 imprese, pari a 2.971 punti vendita, e ad un fatturato di 32.775 milioni di euro. Fonte: Rapporto Intersettoriale sulla criminalità predatoria – OSSIF – Divisione Progetti Speciali di ABIServizi SpA, novembre 2015), indicano che nel 2012 vi sono state 539 rapine, 243 intrusioni notturne, 179 aggressioni alle casse continue e agli ATM. L’indice di rischio indicato, con riferimento alle rapine, è stato pari a 13,6 attacchi ogni 100 punti vendita. E per quanto riguarda l’utilizzo di armi da fuoco sono state adoperate nel 17,7% delle rapine in banca e nell’80% delle rapine ai danni delle imprese della DMO.
In questo quadro, la Distribuzione Moderna Organizzata ha operato investimenti in controllo e sicurezza. Ma, come è ovvio, il controllo delle strutture si diversifica a seconda della tipologia di esercizio ed è anche in relazione al giro d’affari di ogni singolo esercizio. E se in ogni struttura distributiva esistono diversi punti sensibili di potenziale rischio sui quali è necessario intervenire, sussistono, poi, a seconda dell’esercizio commerciale, specifiche situazioni di rischio. Di tal che, gli investimenti in sicurezza e prevenzione per un ipermercato o per un supermercato di minori dimensioni sono ovviamente diversi.
Riprendendo, quindi, il filo della sentenza della Corte va evidenziato che il datore di lavoro deve adottare tutte le misure idonee a prevenire i rischi insiti all’ambiente di lavoro, tra i quali anche quelli derivanti da fattori esterni ma inerenti al luogo in cui tale ambiente si trova, atteso che la sicurezza del lavoratore è un bene di rilevanza costituzionale che impone al datore la sicurezza di chi esegue la prestazione.
Nella specie – e sempre tenendo a mente che ogni caso è un caso a sé – la sentenza ribadisce che “è dovere del datore di lavoro apprestare tutte le misure di sicurezza previste dalla normativa di riferimento o comunque esigibili secondo la tecnologia del momento”, anche se ciò “non significa che tali mezzi debbano essere certamente in grado di impedire il verificarsi di episodi criminosi a danno del dipendente,” posto che ciò che importa è “che gli stessi siano idonei, secondo criteri di comune esperienza, a svolgere una funzione almeno dissuasiva e, quindi, preventiva e protettiva”.
In sostanza, ogni azienda deve, da un lato, provvedere a formare i propri dipendenti in considerazione del rischio cui sono esposti e, dall’altro, predisporre tutto quanto necessario a proteggere gli stessi anche e soprattutto sulla base della tecnologia del momento.
Anche in questo caso è di tutta evidenza che il problema della responsabilità per i danni al dipendente è un tema complesso, che deve essere sempre tenuto in attenta considerazione nella gestione di strutture commerciali e non può prescindere né dai rischi insiti nell’attività stessa, né da quelli derivanti da un fatto esterno, posto che l’ipotesi del danno causato ad un dipendente a seguito di un fatto illecito (rapina) e della conseguente responsabilità civile del commerciante per danni allo stesso è, da tempo, sempre più frequente.
Ed anche in questa ipotesi la valutazione dei rischi necessita di una attenzione specifica, che va sempre attualizzata e contestualizzata, posto che I rischi che le aziende devono individuare vanno posti in relazione allo specifico contesto in cui si possono verificare.
Il rischio del danno cagionato al dipendente a causa di fattori esterni all’attività aziendale è uno di questi. Per quelli insiti nell’attività, vedremo in un’altra occasione.
Danno al dipendente, Danno morale, Misure di sicurezza, Rapina
L’ennesima decisione della Corte di Cassazione in tema di responsabilità ex art. 2051 codice civile. L’Ordinanza n. 6407 del 1° aprile 2016.
La polizza di responsabilità civile di amministratori, sindaci e direttori generali e l’obbligo di tenere indenne l’assicurato delle spese sostenute per resistere all’azione del danneggiato. La Sentenza n.667/2016 del 18.1.2016 Sezione Terza Civile.
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