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320 al 1/1/2001 [ISTAT 2001], 320 al 21/10/2001 [A.S.R. 2003]
Ha 535 [dati comunali, A.S.R. 2003
Rocchetta Tanaro, Vinchio, Mombercelli, Cortiglione
Bricco di Belveglio, Cornalea. Vedi mappa.
Malamorte dai primi riscontri nel sec. XI; insieme a Belvedere nel ‘400 (“belvedere seu malamortis”, 1430), e ancora presente nel 1532. La trascrizione dal dialetto Belveglio, che compare nel tardo ‘700, è quella adottata con la Restaurazione e poi con l’Unità d’Italia [Freilino 2001, p. I].
Nel Registrum artigiano del 1345 è elencata una chiesa “de Malamorte” nella circoscrizione plebana di Montaldo [Bosio 1894, p. 526]. Nella visita apostolica del 1585 compare una chiesa parrocchiale di Santa Maria, fuori del nucleo abitato (“campestris”), di cui è rettore un prete della diocesi di Casale (“de loco Grazzani, Casalensis diocesis”) sprovvista di casa canonica [A.C.V.A., Visitatio apostolica episcopi Sarsinatensis 1585, ms., ff. 301r., 302v.]. La giurisdizione sulle chiese di Belveglio, verso la fine del secolo XVI, apparteneva al vicariato foraneo di Masio, trasferito a Redabue nel 1805 e durante la Restaurazione proprio a Belveglio [Bosio 1894, p. 133-139].
Villaggio sorto attorno ad un castello altomediovale, oggetto di furiose lotte per il suo possesso data la sua posizione di controllo della valle del Tiglione, ai margini del territorio astese. La fondazione astese della villanova non pare abbia comportato uno spostamento dell’insediamento primitivo [Bordone 2001].
La presenza di una comunità di Belvedere (“communis et homines malle mortis seu belveder"), come interfaccia di un potere feudale frammentato ma spesso ad essa solidale, compare documentariamente nel ‘400, in occasione delle liti territoriali con Corticelle [A.S.C.B., sez. prima, m. 17, n. 1, Copia della sentenza relativa agli atti di lite tra la Comunità di Belveglio e quella di Corticelle per la chiusa del mulino, 1481 (copia del sec. XVII); A.S.T. camerale, art. 771, vol. 1, n.3, 1489, 2 luglio, Copia di sentenza arbitramentale o sia laudo per la Divisione o sia separazione de finaggi di Belvedere, e Corticelle rog. al s.r. Nicolino de Carentibus] (si veda la seconda parte della scheda).
In Archivio comunale sono conservati i libri di trasporto del catasto ottocentesco [A.S.C.B., sez. prima, mm. 66-67, Libri dei trasporti, 1819-1847], e alcune carte esterne riguardanti un catasto (assente) del tardo ‘700 [A.S.C.B., sez. prima, m. 69, nn. 3-4-5, 1777-1785].
Sono conservati in 3 volumi, dal 1695 al 1717, e dal 1787 al 1814 [A.S.C.B., sez. prima, m. 1, Registri degli Ordinati Comunali, 1695-171; 1787-1814]; Atti consolari del periodo francese in 10 volumi [mm 2-3, Registri degli Atti Consolari, 1814-1838]; tre volumi di ordinati comunali dal 1838 al 1844 [m. 4, Registri degli Ordinati Comunali, 1838-1844].
Villanova del Comune di Asti, anche se con un controllo astese soltanto su una parte degli abitanti; occupato dai marchesi di Incisa e nuovamente ceduto ad Asti nel 1183 [Bordone 2001; Freilino 2001, p. I]. Nella signoria dei Mombercelli, e venduto in parte ai Monferrato, è diviso tra i fratelli Incisa, marchesi di Monferrato, nel dicembre 1203, che riconoscono la dipendenza astese di parte degli abitanti [A.S.T. di corte, Paesi di nuovo acquisto, Langhe feudi, inv. 55.2, Rocchetta del Tanaro, m. 1, 1203, dicembre, Divisione tra marchesi Guglielmo, Manfredo, Raimondo, Pagano, e Giacomo d'Incisa de' castelli, e luoghi d’Incisa, Castelnuovo, Bergamasco, Carentino, Cerretto, Malamorte, la Rocchetta, Montalto ed altri effetti in comunione]. La parte di cittadini astesi di Malamorte presta nuovamente sottomissione al comune di Asti il 25 novembre 1211 [Guasco, vol. I, pp. 204-205]. Nella dote di Valentina Visconti e dunque nel gruppo di terre che passano agli Orléans, dal momento che Valentina e Ludovico d’Orléans infeudano di Belveglio gli Abellone il 21 giugno 1387 [Guasco, vol. I, pp. 204-205; Gnetti 1992-1993, pp. 71-80], anche se lo status indiscusso di feudo imperiale, con i privilegi e le esenzioni concesse, rende sostanzialmente solo formale l’aderenza orléanese. Nel 1430 i Guttuari, già in possesso di Corticelle, terra monferrina [A.S.T. camerale, art. 283, vol. 310, Corticelle, cc. 262- 275, 1425, 28 giugno, Gabriele, Percivalle, Galvagnino, Amedeo e Guidotto fu Ubertino Guttuarii, investitura per il feudo, castello redditi e ragioni feudali], la perdono, e prestano fedeltà ai duchi di Milano per Belveglio, e tale infeudazione appare in funzione strategica ostile al Monferrato [A.S.T. camerale, art. 771, vol. 1, n.1, 7 novembre 1430, Adherenza].
La vicenda feudale è assai intricata, per la divisione dei diritti in porzioni, senza sostanziali differenze qualitative tra una porzione e l’altra, e della distribuzione delle porzioni tra famiglie diverse. La trasmissibilità per linee femminili, prerogativa del feudo imperiale, complica ulteriormente le linee dinastiche.
Valentina Visconti e Ludovico d’Orléans infeudano di Belveglio gli Abellone (21 giugno 1387). Da costoro passa ai Guttuari de Castello e, un secolo dopo, per un dodicesimo, agli Scarampi (8 agosto 1550) [vol. 2, n. 27, 1564, 26 gennaio, Instromento d'aderenza]. Dagli Scarampi, ancora per linee femminili, ai Maggiolini [n. 30, 1570, 13 giugno, Instromento di vendita]. Nel ‘600 i Maggiolini risultano all’interno del ceppo famigliare degli Scarampi di Mombercelli [art. 754, m. 2, Belvedere Mombercello, 1664, 22 settembre, Copia di testamento; 1680, 13 maggio Copia di testamento; 1680, 25 novembre, Copia d'instromento di renonzia con cessione, e donazione].
La parte dei Guttuari de’ Castello è incamerata nel patrimonio marchionale nel 1697 [art. 283, Indice “Be in Bi-Bo”, Belvedere, Feudo imperiale, prov. d'Asti, c. 6, 1697, 26 giugno, Il sovrano investito per vendita fattagli dal conte Galvagno Guttuaro de Castello di mesi 16 delli 48 della giurisdizione e feudo di detto luogo , beni, redditi, ragioni e pertinenze mediante la somma di l. 200 mila ].
In occasione dell’investitura di Carlo VI ai Savoia del 1736, Belveglio è diviso in quarti, di cui tre vengono assegnati in feudo rispettivamente ai Patigno, agli Scarampi del Cairo, agli Arborio di Sartirana e ai Perboni (18 agosto 1736). La divisione genera liti tra consignori [art. 771, m. 3, n. 39, 28 dicembre 1741, Lettera di mediazione del vescovo d'Allessandria per le vertenze tra il conte di Sartirana, ed il marchese Patigno per il feudo di Belvedere]. La parte degli Scarampi è ridotta a mano regia nel 1747 [art. 749, m. 13, 1747, Atti s.r Procuratore generale di S.M.], mentre quella dei Perboni nel 1775 [1775, Atti di riduzione della quarta parte del Feudo di Belvedere, o sii Malamorte per il decesso del sig. vassallo Pio Filippo M.a Sforza Perboni].
Nel 1782 i Solaro-Perboni, per la loro parte, ottengono il titolo comitale. Da costoro ai Cavoretto (13 settembre 1757) [Guasco, vol. I, pp. 204-205].
Non compreso tra le terre astigiane che nel 1529 con il trattato di Cambrai passano a Carlo V, poiché ovviamente lo era già come terra imperiale; così non passa con le stesse terre ex-orléanesi a Beatrice del Portogallo, moglie del duca sabaudo Carlo III [Nebbia 1995, p. 79]. Solo per diploma imperiale del 1690 vengono ceduti ai Savoia tutti i diritti dello stato di Milano sulle terre imperiali.
Una prima investitura imperiale sabauda, causa la guerra, non ha effetto [A.S.T. camerale, art. 771, vol. 1, n. 62, 1700, 3 giugno, Investitura concessa dall'imperatore Leopoldo a SA il Duca Vittorio Amedeo della parte del feudo di Belvedere]. I diritti sabaudi vengono ribaditi nel trattato di Torino tra Leopoldo d’Austria e Vittorio Amedeo II (1703). Nel luglio 1708 il duca sabaudo viene investito del Monferrato e dei feudi imperiali delle Langhe ed impone un giuramento di fedeltà che però è giudicato illegittimo dall’Austria e revocato. [n. 6, Editto delll'Imperadore Giuseppe, per cui si assolvono tutti i vassalli delle Langhe dell'impero dal giuramento prestato al Duca di Savoia. Intimato alla contessa Sartirana feudataria di Mombercelli, o Belvedere; Symcox 1983, pp. 189, 211]. Dal trattato di Utrecht (1713) la Camera dei conti dello stato sabaudo affitta all'incanto i beni e redditi di Belvedere ad essa spettanti di triennio in triennio, ed esercita le prerogative feudali, in particolare la nomina del podestà del luogo (per manifesto camerale del 5 dicembre 1714) [A.S.T. camerale, art. 771, vol. 1, n. 62, 1700, 3 giugno, Investitura concessa dall'imperatore Leopoldo a S.A. il Duca Vittorio Amedeo della parte del feudo di Belvedere]. Nel 1736 l’imperatore Carlo VI investe nuovamente il Re di Sardegna dei feudi delle Langhe, compreso Belveglio [n. 4, Investitura di Carlo sesto imperatore, 16 agosto 1736].
Sotto il dominio francese napoleonico è all’interno della prefettura di Marengo; nella Restaurazione sotto l’Intendenza e provincia di Asti, mandamento di Mombercelli [Casalis, v. II, p. 218].
Nel corso delle liti con Corticelle, a partire dal ‘400, consolida il proprio territorio estendendolo lungo il confine orientale (si veda la scheda “Cortiglione”, alla voce “Liti territoriali”).
Vertenze territoriali di rilievo si registrano con Corticelle (Cortiglione) fin dal ‘400 e fino al ‘600 (si veda la seconda parte della scheda). Di minore entità e durata, le liti tardo settecentesche tra Belveglio e Vinchio per possesso di terreni lungo il confine e per la strada detta del Boglietto [A.S.C.B., sez. prima, m. 17, n. 7, Copia d’ordinato riguardante un contraddittorio con la Comunità di Vinchio per la strada del Boglietto, 1777; n. 8, Atti di lite tra Comunità di Vinchio e quella di Belveglio, 1778; Contraddittorio tra la Comunità di Vinchio e Belvedere circa un pezzo di campo gerbido, 1781; m. 69, n. 2, Continuazione della linea divisionale tra la Comunità di Vinchio e quella di Belvedere, 1777].
A.C.B. (Archivio Storico del Comune di Belveglio). Vedi inventario 1. Vedi inventario 2.
A.C.B., Sezione prima, mm. 1, 4, 7-8, 17, 26, 46, 66-67, 69
A.S.T. camerale, Atti per Feudi, Giurisdizioni, Beni, e ragioni feudali, e per debiture del Regio Patrimonio
e feudatari, e comunità (art. 749), m. 13 (1747-1775)
A.S.T. camerale, Titoli e scritture per Feudi, Redditi, dritti feudali, e per ragioni d'acque (art. 754), m. 2 ,
Belvedere Mombercello, 1664-1680
A.S.T. camerale, Indice di titoli, atti e scritture concernenti il feudo di Belvedere 1430 in 1719 (art. 771),
vol. 1, (“Varii documenti attinenti al feudo di Belvedere con ordini cesarei per tutti li feudi delle Langhe”);
vol. 2 (“Instromenti e scritture appartenenti al feudo, e fondi di Belvedere”); vol. 3 (“Scritture e lettere, con
precetti, e notizie appartenenti al Feudo di Belvedere comprovanti la proprietà porzionaria dell'Ecc.ma casa
Patigno in esso feudo colle scritture appartenenti alla Messa Ghilina da che si deduce che il Feudo di
Belvedere per via di una donna passò in Casa Patigno”)
A.S.T. camerale, Indice dei feudi (art. 283), Indice “Be in Bi-Bo”, Belvedere, Feudo imperiale, prov. d'Asti c. 6
Bordone R., “Loci novi” e “villenove” nella politica territoriale del comune di Asti, paper del convegno “Borghi nuovi e borghi franchi nel processo di costruzione dei distretti comunali nell’Italia centro- settentrionale (secoli XII-XIV)”, Cherasco 8-10 giugno 2001.
ISTAT, Censimento della popolazione 2001, Roma 2003.
Sergi G. (a cura di), Andar per castelli da Alessandria da Casale tutto intorno, Torino 1986.
Symcox G., Vittorio Amedeo II. L’assolutismo sabaudo 1675-1730, Torino 1983.
Malamorte/Belveglio/Belvedere è nel Medioevo e nell’Età moderna un feudo imperiale immediato ampiamente riconosciuto, alla stregua della vicina Rocchetta. Eppure, lo status privilegiato ed autoreferente della gestione politica dei feudi imperiali non pare avere avuto gli stessi esiti nelle due comunità per quanto riguarda l’equilibrio dei soggetti politici locali, segnatamente la feudalità e la comunità organizzata. Là (si veda la scheda “Rocchetta Tanaro”) una presenza feudale compatta e a sua volta organizzata in un Consortile schiaccia la comunità in una funzione subordinata e la priva delle caratteristiche di controparte per farle acquisire, in virtù della sua struttura istituzionale (la nomina dei consiglieri e dei sindaci per mano feudale, e soprattutto il reclutamento del consiglio secondo la proporzionalità dei beni enfiteutici) un carattere addirittura di strumento di estensione al terreno sociale locale della feudalità e dei suoi tipici rapporti, secondo un modello onnipervasivo raro nell’Italia centrosettentrionale. Qui, invece, la frammentazione feudale, non organizzata in alcun consortile, e la mancanza di una dinastia signorile compatta e costante, lasciano spazio già nel tardo Medioevo alla presenza di una comunità molto attiva ed efficace. La natura di feudo imperiale immediato di Belveglio riceve la sua attestazione negli accordi di infeudazione dei Guttuari con il duca di Milano. Innanzitutto non si tratta di infeudazione vera e propria ma di aderenza: libero atto di sottomissione convenzionata tra soggetti formalmente paritetici, e non sottomissione verticale ("puram, pepetuam, et liberam adherentiam et raccomandationem de locis et castris belvedere seu malmortis"). I signori di Belvedere si impegnano a fare guerra per conto del duca, ed anche con il marchesato di Monferrato; di dare alloggio ai suoi soldati e di non offrire rifugio ai suoi nemici. Il segno ostile al Monferrato è certo enfatizzato dai Guttuari: costoro ancora nel 1425 prestavano omaggio al Monferrato per il castello di Corticelle, poi perso; con tale aderenza cercano una legittimazione per una sua rioccupazione anche forzosa, promettendone una sottomissione al duca, se recuperato (“quod predictus Ill:D.nem eisdem Percivalle et fratribus dabis consilium, auxilium, et favorem, ad recuperandum et rehabendum castrum, et locum Curtexellarum, et ipso recuperato, quod illud, et illum libere dabi ipsis fratribus, cum toto mobil, quod esset in ipso castro"). In realtà nello stesso atto si trova un elemento che relativizza assai la portata di tanta aggressività. Il duca infatti promette appoggio anche militare soltanto se non dovesse trovarsi a muovere guerra contro il Monferrato. I Guttuari quindi dovrebbero, per Corticelle, muovere da soli la guerra al marchesato, circostanza assai improbabile. Al di là della questione di Corticelle, i Guttuari ottengono significative garanzie di autonomia: i duchi si impegnano a non intromettersi in alcun modo nell’amministrazione del feudo con i propri ufficiali; questo rimane pertanto di completa giurisdizione dei suoi signori [A.S.T. camerale, art. 771, vol 1, n.1, 1430, 7 novembre, Adherenza fatta al duca di Milano da Percivalle Gabriel Galvagnino Guietto et Amadeo fratelli Guttuarii per il feudo di Belvedere ossia Malamorte Cassinasco e Mezzadro]. La successione avviene secondo i meccanismi tipicamente atipici del feudo imperiale. Sono ammesse le donne, senza bisogno di richiedere una nuova investitura, se non vi sono eredi maschi. Nella prima metà del ‘600 la non adesione alla legge salica porta al passaggio dalla secolare signoria dei Guttuari a quella dei Ghilini. Si era verificata addirittura una doppia trasmissione per linee femminili. Era accaduto che la figlia Susanna di Giovanni Francesco Guttuario, morto senza eredi maschi, aveva sposato il cofeudatario di Oviglio, Gerolamo Perbono. Questi, all’arrivo della peste del 1631 aveva in fretta e furia lasciato Oviglio per trasferirsi nel castello di Belvedere, giudicato più sicuro, portando con sé mobilio e masserizie. Infatti i suoi feudatari, per tradizione, rivendicavano il diritto a non offrire alloggiamento alle truppe imperiali al loro passaggio. Truppe spagnole erano già state lasciate fuori, soltanto alcuni soldati alemanni erano stato ospitati. Nonostante la sua fuga e il maggiore isolamento di Belvedere, nel 1632 il Perbono era morto di peste. Passato il contagio, la moglie si era rimaritata con il Maestro di campo Lodovico Ghilino, prima di morire a sua volta lasciando figli e figlie, ed un’intricata vertenza con gli altri consignori, che cercarono di mettere in forse la successione per linee femminili per appropriarsi delle porzioni di feudo vacanti. [n. 8, 1653, 12 marzo, Esame ad istanza del sig. Mastro di Campo Ludovico Ghilino, nella lite contro li sig. fratelli Perboni per il feudo di Belvedere]. Schede storiche-territoriali dei comuni del Piemo Nel ‘600, per ovviare agli inconvenienti pratici della frammentazione in porzioni di feudo per l’amministrazione economica e il mantenimento dei rapporti con la Comunità, i vari consignori affidano la reggenza ad un Rettore del Feudo, che infatti stila le convenzioni con la Comunità nel 1637 [vol. 2, n. 19, Convenzioni della Communità di Belvedere]. La sua funzione appare squisitamente amministrativa: il feudo infatti gode di ampie rendite enfiteutiche per beni livellari affittati a particolari – è un carattere comune di altri feudi imperiali, come, ancora una volta, Rocchetta. Di particolare importanza, anche per le liti confinarie connesse, la masseria di valle Tione, affittata dal 1507, e quella di Montisello [n. 37, Conto de' redditi, e spese di Belvedere, 1735]. La frammentazione dei diritti feudali raggiunge probabilmente il suo culmine proprio nel ‘600. La ripartizione della giurisdizione vera e propria segue uno schema molto complesso. A metà del secolo spetta "ogni quattro anni al fu sig. Gio Francesco Guttuario (...); tocca al Maestro di Campo Ludovico Ghilini, portata in dote dalla sig.ra Sosanna figlia di d.o fu Gio Francesco Guttuario un anno entrando per doi anni seguenti li primi sei mesi ciascuno anno (...) item doi mesi il fu sig. Matteo Scarampi et altri doi mesi il sig. conte Crivelli et altri doi mesi il sig. conte Antonio d' Incisa ogn'anno entrando (... ) puoi ne ha un anno il sig. Giulio Cesare Guttuaro, et un altro anno li eredi del fu sig. Gerolamo Guttuaro di Campo". [n. 5, 1651, Repartizione della giurisdizione di Belvedere]. Lo stesso avviene per i redditi, come il pedaggio. Alcuni feudatari hanno comprato i diritti spettanti alla comunità sulle tasse per il forno, ed anche quei proventi vengono ripartiti. La comunità compare documentariamente nel ‘400, nella composita lite territoriale con Corticelle. In tale vertenza è affiancata e sorretta dal feudatario, che ha verso il luogo confinante delle rivendicazioni addirittura di possesso in toto. Trattandosi però di territorio monferrino, da poco infeudato, non ha mano libera di agire, in virtù degli accordi connessi alla propria fedeltà milanese: in tal modo, probabilmente, investe la comunità del compito di tutelare, nella lite con Corticelle, anche i propri interessi. Così per la separazione dei finaggi reciproci, data anche la differenza di appartenenza statuale, si adotta la via arbitramentale; nel Lodo del 1489 le controparti sono, da un lato, "communis et homines cortesalar" (Corticelle), dall’altra la comunità e uomini di "malle mortis seu belveder", unite ai feudatari Guttuari. [A.S.C.B., sez. prima, m. 17, n. 1, Copia della sentenza relativa agli atti di lite tra la Comunità di Belveglio e quella di Corticelle per la chiusa del mulino, 1481; A.S.T. camerale, art. 771, vol. 1, n.3, 1489, 2 luglio, Copia di sentenza arbitramentale o sia laudo per la Divisione o sia separazione de finaggi di Belvedere, e Corticelle rog. al s.r. Nicolino de Carentibus]. Forte comunità e natura feudale imperiale fanno pendere a proprio vantaggio le vertenze territoriali con i feudi normali (come Corticelle), mentre richiedono l’appello delle autorità alessandrine quelle con Rocchetta, terra imperiale di pari grado (si veda la scheda “Cortiglione”, alla voce “Liti territoriali”). La comunità è attiva soprattutto nella difesa della propria base collettabile dalle usurpazioni dei particolari. Anche in questo gode dell’appoggio della feudalità, in via mediata. Essendo il feudo imperiale una sorta di microstato chiuso in sé, e possedendo il feudatario la prerogativa di nominare il pretore, che dirime le cause di sua spettanza, può avvenire che sotto il controllo feudale cadano le liti tra la comunità e i particolari. In tal modo il feudatario assume un ruolo di mediazione, che potrebbe senza alcuna resistenza sfociare in un vero e proprio arbitrio [n. 5, 1524, 24 settembre, Sentenza proferta dal pretore di Belvedere nella causa avanti il med. vertente tra la communità di d. luogo da una parte, et li particolari ivi abitanti dall'altra per fatto dell'alibramento del registro de beni]. Probabilmente è la frammentazione delle porzioni feudali a neutralizzare un simile esito. Il podestà o pretore, che aveva il compito di amministrare la giustizia a Belvedere, era nominato grosso modo di sei mesi in sei mesi da ciascuna parte signorile avente una porzione di diritti feudali: il breve tempo del mandato ed il succedersi dei pretori non agiva sicuramente nel senso di una stabilità dell’applicazione delle norme. Per questa ragione, addirittura, poteva avvenire che la comunità riuscisse a intentare lite per la registrazione dei beni terrieri anche gli stessi consignori di Belveglio, e citarli in giudizio avanti lo stesso podestà di nomina signorile; anche se nel caso in questione questa facoltà era apparsa più formale che efficace, dal momento che la chiamata in giudizio era stata semplicemente rifiutata dai feudatari, resisi contumaci almeno fino al proprio turno di nomina del pretore [n. 13, 1549, Atti avanti il Podestà di Belvedere. Della communità et uomini di Belvedere contro il s.Thomaso Scarampo Consignore di Vinchio, per fatto del Consignamento e registrazione de beni posseduti nel Territorio di Belvedere; n. 19, 1691, 31 dicembre, Formola di patente per nomina di podestà in belvedere per l'alternativa spettante al sig. marchese d. Antonio Patigno]. In secondo luogo, la frammentazione in porzioni feudali agiva anche neutralizzando l’oggettivo potere signorile sul consiglio della Comunità. Questo, infatti, era per tradizione nominato interamente dai consignori, e allo stesso modo i sindaci. La proporzionalità, però, anche del numero di consiglieri eletti, Schede storiche-territoriali dei comuni del Piemonte unita al numero esiguo dei capi di casa, faceva sì che il consiglio intero cadesse semplicemente nelle mani di consorterie parentali locali non univocamente legate a questo o a quel consignore. Avviene nel primo ‘700, probabilmente sotto la spinta rigoristica della nuova amministrazione sabauda, che i sindaci riescano a far dimettere una serie di consiglieri per la sola ragione che nell’assemblea costoro formavano una smaccata lobby famigliare, essendo tutti imparentati strettamente tra di loro [n. 17, 1736, 2 gennaio, Copia di ordinato della comunità di Belvedere]. Le prerogative di nomina dei consiglieri, la spinta al rispetto delle norme sabaude nelle amministrazioni locali e in generale le regole del funzionamento della comunità all’interno del nuovo stato e dunque in relazione a nuove funzioni, saranno oggetto per tutto il ‘700 di molte controversie [A.S.C.B., sez. prima, m. 46, Copie di ordinati riguardanti le nomine del Consiglio, del Sindaco e dei consiglieri, 1771, 1776-1778, 1782, 1800; m. 26, n. 2, Esposti riguardanti il Consiglio della Comunità, 1718, 1725; n. 3, Supplica dei Sindaci della comunità di Belvedere circa il raddoppiamento del Consiglio, 1727]. Il fatto che non sia stata percorsa per Belvedere la via dell’assoggettamento della comunità all’elemento feudale – come invece avviene nella sostanza per l’altro feudo imperiale di Rocchetta - e la natura invece di piena controparte della comunità, che interfaccia la feudalità nel suo esercizio dei diritti sugli uomini, sono testimoniati dalla natura contrattuale dei rapporti reciproci. I bandi campestri cinquecenteschi vengono stilati ma non approvati unanimemente dalle parti [A.S.T. camerale, art. 771, vol. 1, n. 21, 1575, Bandi campestri non autentici nè compiti e in molti luoghi corosi del luogo di Belvedere]. Come sappiamo, solo nel ‘600 si arriva a stendere un documento di convenzioni del feudatario con la comunità. I rappresentanti delle controparti sono il Rettore del feudo, delegato dai signori, e il sindaco della comunità. E’ un anno di debolezza finanziaria, che chiude un decennio di pestilenze e guerre, e la comunità è morosa nei confronti dei feudatari. Si stabilisce un pagamento di venti ducatoni annui, la taglia per i signori, nonché dieci sacchi di grano e una botte di vino da elargire al feudatario, ad agosto, per un campo e un bosco il cui reddito è goduto dalla comunità, ma che è contestata dal Rettore. Si noti, in questo, il potere raggiunto dalla Comunità, se non addirittura la debolezza di questo feudo retto da un delegato: la comunità è riuscita persino nell’intento di usurpare ai signori una masseria di buon reddito, e di continuare a goderne anche dopo la stipula dei patti, soltanto dietro una compartecipazione in natura agli utili [vol. 2, n. 19 Convenzioni della Communità di Belvedere]. Nel corso del ‘700 continuano le liti tra comunità e feudatario, nel contesto della parallela riduzione delle rispettive prerogative in seno allo stato sabaudo [A.S.C.B., sez. prima, m. 17, n. 3 Causa di lite tra il conte di Belvedere e la Comunità, 1712; n. 6, Copia d’ordinato del consiglio della Comunità contro i consignori di Belveglio, 1775; A.S.T. camerale, art. 771, vol 1, n. 11, 19 marzo 1719, Sequestro ordinato dal Cancelliere Bernareggio di Commissione del Plenipotenziario imperiale in Italia conte Aresio, d'ogni qualunque provento feudale di Belvedere, a mani della communità, spettanti a fratelli Marchesi Patigno].

References: sentenza 
 art. 771
 sentenza 
 art. 283
 art. 771
 art. 771
 art. 771
 art. 771
 sentenza 
 art. 771
 sentenza 
 Sentenza 
 art. 771
 art. 771