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Timestamp: 2020-04-04 18:02:50+00:00

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Vendita con patto di riscatto: Natura del contratto
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La vendita con patto di riscatto. Premessa.
La teoria tradizionale: il patto di riscatto come condizione risolutiva.
La tesi del riscatto come potere risolutivo della vendita.
La teoria della proprietà temporanea.
La tesi dell’opzione di ricompera.
Il riscatto come vicenda riappropriativa del diritto venduto.
Diritto di riscatto e retratti legali: analogie e differenze.
Se per quanto concerne la funzione economica e l’evoluzione storica l’istituto appare sufficientemente definito almeno nelle sue linee guida, lo stesso non si può dire per quanto concerne la configurazione dogmatica.
Le opinioni della dottrina e della giurisprudenza sulla natura e i caratteri del riscatto convenzionale sono numerose e le differenze tra le soluzioni teoriche elaborate sono di non poco conto; non manca inoltre chi ritiene irrilevante la ricostruzione teorica (1).
L’impegno della dottrina nella ricostruzione teorica dell’istituto, e quindi l’inquadramento della fattispecie in una categoria giuridica piuttosto che in un’altra, non ha ovviamente un significato esclusivamente descrittivo; piuttosto, l’inquadramento dogmatico ha una funzione di tipo scientifico, determinante cioè per l’interpretazione della disciplina positiva e per l’eventuale integrazione delle parti in cui essa appare lacunosa.
A ciò si deve aggiungere che l’utilità della ricostruzione dogmatica rileva, oltre che sotto il profilo tecnico-formale, anche sotto il profilo socio-economico; infatti l’operazione economica posta in essere dalle parti si presta ad essere ricostruita in modo diverso , a seconda che si acceda all’una piuttosto che all’altra elaborazione teorica.
(1) MIRABELLI, Dei singoli contratti 2° , nel Comm. del cod. civ., Libro IV, Tomo 3°, Torino, 1968, p. 126.
La tesi tradizionale, condivisa dalla dottrina maggioritaria (1) già sotto la vigenza del codice civile del 1865 e accolta da tutta la giurisprudenza (2), è quella che ravvisa nel riscatto convenzionale una condizione risolutiva potestativa semplice.
La teoria in esame giunge a questa costruzione nel tentativo di dare una spiegazione alla caducazione, con efficacia erga omnes, dei diritti reali e di godimento costituiti dall’acquirente in favore di terzi, per effetto della dichiarazione di riscatto.
La spiegazione più semplice ed immediata al problema venne individuata, già nei primi tempi di applicazione del Code Napoléon , nel ricondurre la vicenda del riscatto convenzionale ad un istituto che presentava, almeno prima facie, grosse analogie, ossia il negozio condizionato.
Più esattamente, si considera il compratore, a seguito dell’esercizio del riscatto, come non dominus sin dal momento della stipulazione della vendita; da ciò deriva che le alienazioni a favore di terzi, operate medio tempore dal compratore, sono da considerare ex post non idonee a trasferire la titolarità del diritto (3).
In questa prospettiva, il patto di riscatto è considerato come una clausola risolutiva del negozio condizionato, con la conseguenza che al momento dell’esercizio la compravendita viene a perdere efficacia ( retroattivamente, come è normale per i negozi condizionati ), ponendo nel nulla i diritti costituiti dal riscattato medio tempore.
In ordine alla natura di tale condizione, non è mancato, tra i suoi sostenitori, il dibattito volto a stabilire se si trattasse di condizione potestativa semplice o meramente potestativa; come detto, l’opinione prevalente è quella che considera la condizione come potestativa semplice, in considerazione del fatto che l’avveramento della condizione ( l’esercizio del riscatto ) non è indifferente per la parte che la determina, quanto piuttosto frutto di una valutazione di interessi seria ed apprezzabile (4).
Nonostante le analogie strutturali tra il riscatto convenzionale e la clausola condizionale, la teoria in esame è stata oggetto di numerose critiche.
L’argomento addotto più frequentemente per confutare la teoria è la considerazione che nel negozio condizionato, come concepito tradizionalmente, l’evento condizionale, anche nella condizione potestativa semplice, è un fatto estraneo e distinto dal regolamento di interessi proprio del negozio condizionato; opera, più esattamente, come evento, come fatto giuridico in senso proprio. Anche nel caso in cui la condizione del negozio sia rappresentata da una dichiarazione di volontà di una delle parti, questa non può mai identificarsi nella stessa volontà diretta alla produzione degli effetti del negozio o alla loro risoluzione; nel primo caso, infatti, la mancanza di volontà attuale impedisce il perfezionamento del negozio; nel secondo caso, la volontà diretta alla risoluzione non sarebbe che espressione di uno ius poenitendi convenzionalmente pattuito in favore di una delle parti.
Nel caso del riscatto convenzionale, invece, la realizzazione della condizione dipende da un atto di volontà del venditore che, per espressa pattuizione precedente, è idonea a permettere il recupero del diritto alienato; si tratta quindi, come sottolineato da più parti dalla dottrina, di un atto decisionale, ossia di un atto di autonomia privata (5).
Analoghe considerazioni valgono per la tesi minoritaria che vede nel riscatto convenzionale una condizione meramente potestativa.
(1) Aderiscono a questa opinione, fra gli altri, A. DE MARTINI, Profili della vendita commerciale e del contratto estimatorio, Milano, 1950, p. 314 ss.; GRECO e COTTINO, Vendita2, nel Comm. del cod. civ. a cura di SCIALOJA e BRANCA, Libro Quarto – Delle Obbligazioni, artt. 1470 – 1547, Bologna-Roma, 1981, p. 334; S. SATTA, Stipulazione e sottoscrizione del patto di riscatto nella vendita immobiliare, in Giur. It., 1951, I, 1, p. 370.
(2) La giurisprudenza è tutta in questo senso: tra le tante, v. Cass., 14 maggio 1962, n. 1004, in Foro it., 1963, I, c. 365; Cass., 16 maggio 1975, n. 1895, in Giur. it., 1976, I, 1, c. 1589; Cass., 3 novembre 1979, n. 5705, in Foro it., Rep. 1979, voce Vendita, n. 72 e 73; Cass., 3 luglio 1980, n. 4254, in Foro it., Rep. 1980, voce Vendita, n. 94.
(3) Sul punto v. A. LUMINOSO, op. cit., p. 24.
(4) Secondo dottrina e giurisprudenza dominante si tratterebbe di condizione potestativa semplice; secondo A. C. PELOSI, La proprietà risolubile nella teoria del negozio condizionato, Milano, 1975, p. 228 ss. , si tratterebbe invece di condizione meramente potestativa, ravvisando un diverso criterio distintivo tra i due diversi condizionali.
(5) In tal senso v. C. M. BIANCA, La vendita e la permuta, nel Trattato di dir. civ. it. diretto da VASSALLI, Torino, 1972, p. 615 ss.
In questa prospettiva, al venditore è attribuita, in forza di apposita convenzione pattizia, la facoltà di incidere in senso risolutivo sul contratto mediante proprio atto negoziale unilaterale. Nelle diverse elaborazioni prospettate, a tale situazione soggettiva del venditore viene da più parti attribuita la qualifica di diritto potestativo (3), anche se poi i diversi autori hanno individuato di volta in volta differenti soluzioni tecniche.
In particolare, tra i sostenitori della affinità con la figura del recesso convenzionale (7) di cui all’art. 1373 cod. civ., si sostiene che, mediante apposita pattuizione tra le parti ( consentita appunto dalle norme relative al riscatto convenzionale ) si possa esercitare il diritto di recesso anche se il contratto ha già dispiegato i suoi effetti. Le vicende restitutorie successive all’esercizio del riscatto ( la restituzione del prezzo e delle spese , il recupero del bene) sarebbero un conseguenza naturale, mentre le spese sostenute dal compratore per la cosa, sarebbero disciplinate secondo le regole del possesso di cosa altrui.
Altri (10) ancora più genericamente parlano di contrarius actus, ammettendo sia la costruzione ad effetti retroattivi che irretroattivi.
Si argomenta invece a favore della revoca (13) da parte di coloro i quali concepiscono il patto di riscatto come riserva di esercizio di un potere dispositivo relativo alla vendita già conclusa; in tal modo l’esercizio del riscatto dà luogo ad una vicenda eliminativa con efficacia ex tunc del negozio. In realtà è stato osservato (14) che la revoca deve pervenire da tutti i soggetti del negozio contro il quale essa si rivolge, osservando che la ricostruzione nell’ambito del recesso convenzionale sarebbe da preferire. A ciò si aggiungano i dubbi in merito all’ammissibilità, in termini generali, della revoca unilaterale del contratto
Nella teoria in esame, il punto di riferimento su cui si sono concentrate le attenzioni degli studiosi è il diritto oggetto dell’alienazione, vale a dire la proprietà.
La concezione in esame, elaborata già sotto la vigenza del codice civile del 1865, afferma che l’alienante, con il patto di riscatto, limita il diritto dell’acquirente, riservandosi di revocare la proprietà del bene.
La proprietà , secondo questa tesi, in forza del diritto potestativo di revoca riconosciuto all’alienante, diviene temporanea al momento dell’esercizio del riscatto; si nega nel contempo sia “il concetto di ritrasferimento come quello di retroattività reale” (1).
Successivamente questa impostazione ha trovato poche adesioni, soprattutto a causa dei dubbi della dottrina in ordine all’ammissibilità in genere della proprietà temporanea (2).
Malgrado ciò, una parte della dottrina (3), ha ravvisato nel riscatto convenzionale un chiaro esempio di proprietà temporanea o risolubile, che non contrasta con la tipicità dei diritti reali , in forza di una espressa previsione legislativa (4).
Si è opposto a tale costruzione che in tal caso non si potrebbe parlare di proprietà temporanea in quanto, consistendo il termine in un evento futuro ma certo, lo stesso non si potrebbe dire dell’atto di riscatto, il cui avvenimento è per definizione incerto (5).
Infine, anche il dato positivo induce a respingere una siffatta costruzione.
In particolare la disposizione contenuta nell’art 1504 cod. civ., vale a dire la norma che individua il legittimato passivo all’esercizio del riscatto, dispone che in caso di mancata notifica della subalienazione, il riscatto deve esercitarsi nei confronti del compratore.
In tale ipotesi la revoca del diritto di proprietà, che come si è detto opera come limite temporale della proprietà, non è diretta verso il titolare attuale del diritto di proprietà, come dovrebbe essere secondo la logica della teoria , ma verso il compratore originario, ormai non più dominus rei.
(1) GORLA, La compravendita e la permuta, nel Trattato di dir. civ. it., diretto da VASSALLI, Torino, 1937, p. 304 ss.
(2) La dottrina è divisa sul punto: da un lato chi non ne ammette la possibilità nel nostro ordinamento sotto il profilo dell’impossibilità di riconoscere diritti reali atipici ( NATUCCI , La tipicità dei diritti reali, II, Padova, 1985, p. 69 ss.) ; dall’altra, tra le opinioni di segno opposto, BARBERO, Sistema del diritto privato italiano, II, Torino, 1962, p. 310 ss.
(3) A. LUMINOSO, op. cit., p. 49.
(4) Le altre ipotesi tipiche che la maggior parte degli interpreti ammettono sono la proprietà superficiaria con durata determinata ex. art. 953 cod. civ. e il legato a termine finale di cui all’art. 637 cod. civ.
(5) D. RUBINO, op. cit., p. 1030.
Con la tesi in esame, il patto di riscatto viene ricostruito come un diritto ( potestativo o di credito ) facente capo al venditore, il quale si riserva, mediante l’esercizio del riscatto, la facoltà di ottenere il ritrasferimento della proprietà in suo favore.
La concezione in esame assume come concettualmente coincidenti il patto di riscatto e l’opzione, regolata all’art. 1331 cod. civ. ; in base a questa costruzione il patto di riscatto accedente al negozio di compravendita non sarebbe altro che un contratto di opzione (1).
All’atto della dichiarazione di riscatto, nella quale si manifesta la volontà di avvalersi dell’opzione, il venditore ritornerebbe nuovamente titolare del diritto ceduto, in forza di un acquisto derivativo con efficacia ex nunc; è opportuno sottolineare come, in base a tale concezione, si è in presenza di una nuova vicenda traslativa di segno opposto alla prima.
Gli argomenti a sostegno di questa tesi sono di diverso ordine.
Va osservato preliminarmente che la costruzione in discorso è un tentativo di dare una spiegazione tecnica diversa dal congegno della retroattività per spiegare l’efficacia del riscatto nei confronti dei terzi subacquirenti. Per fare ciò alcuni autori (2) pongono l’accento sulla formulazione testuale dell’ art. 1500 comma 1° cod. civ., laddove si parla di un diritto di “riavere” la cosa ( che farebbe pensare ad un nuovo acquisto); e ancora si fa notare come nel vigente codice civile, a differenza del Code Napolèon e del codice del 1865, sarebbe scomparso il riferimento alla risoluzione della vendita.
Tuttavia, queste considerazioni di ordine testuale sono da considerare piuttosto fragili, di fronte alle obiezioni formulate: è stato fatto notare in particolare (3) che l’opzione non è caratterizzata da efficacia c.d. reale nei confronti dei terzi, aspetto che invece costituisce caratteristica indiscussa del riscatto convenzionale.
Non compatibili con l’istituto dell’opzione sono inoltre la trascrivibilità del
patto di riscatto, nonchè le disposizioni che impongono limiti ai diritti del compratore.
(1) P. RASI, op. cit., p. 236 ss.; E. GABRIELLI, Il rapporto giuridico preparatorio, Milano, 1974, p. 91 ss., p. 324 ss.
(2) E. GABRIELLI, op. cit., p. 93.
(3) C. M. BIANCA, op. cit., p. 571 nt. 11.
Al fine di superare le obiezioni mosse alle teorie elaborate dalla dottrina tradizionale di cui si è dato conto nei paragrafi precedenti, una parte degli studiosi, e in particolare Luminoso , ha proposto una ricostruzione diversa, che fonda i suoi presupposti nell’esatta individuazione, già sotto il profilo economico-sociale, delle ragioni dell’istituto.
In tale prospettiva, viene messo in evidenza che la funzione della fattispecie così come prospettata dal legislatore sin dalle origini, non è quella di programmare, in senso inverso, un nuovo scambio tra cosa e prezzo, né tantomeno quello di riconoscere al venditore un diritto di recesso dal contratto o una facoltà di revoca.
Questa impostazione è evidenziata già dalla formula definitoria dell’art. 1500 comma 1° cod. civ., dove si descrive il patto di riscatto come il diritto di “riavere” la cosa a fronte della restituzione del prezzo.
Nella ricostruzione teorica del Luminoso, detto risultato pratico, si realizza mediante due distinti ordini di effetti; l’uno, l’effetto principale, che consiste nel ripristino con efficacia ex nunc della posizione soggettiva in cui si trovava il venditore al momento della conclusione del contratto.
Gli altri sono tutti quegli effetti, definiti secondari , intesi a rimuovere tutte quelle situazione giuridiche scaturite dalla vendita il cui permanere si rivela incompatibile con l’effetto principale anzidetto. Tra gli effetti de quo vanno annoverati la restituzione del prezzo ( art. 1500 cod. civ. ), il rimborso delle spese fatte per la vendita e per la cosa (artt. 1502 e 1503 cod. civ.) e l’obbligazione di restituzione della cosa; caratteristica di tali effetti, secondo la costruzione in esame, è quella di essere eventuali e presentare un contenuto variabile.
Il recupero della posizione soggettiva non può consistere tuttavia secondo l’autore in un ritrasferimento della proprietà in forza di un nuovo titolo di acquisto; piuttosto si afferma che, dal momento dell’esercizio di riscatto, il titolo in base al quale la titolarità del diritto si era trasferita al compratore viene a cessare il suo valore giuridico-formale, diventando inidoneo a mantenere per il futuro la titolarità del diritto in capo al compratore.
Ciò nonostante non viene negato che, nel periodo antecedente l’esercizio del riscatto, la proprietà del bene, abbia fatto capo pienamente al compratore , come dimostrato anche da alcune norme in tema di rimborsi spese.
Qualche dubbio, ammesso dallo stesso Luminoso, può aversi in sede di ammissibilità sul piano teorico, del ritorno del diritto senza un nuovo fenomeno traslativo; perplessità che è superata, secondo l’autore, osservando, dal punto di vista sistematico, altre fattispecie che possono determinare effetti similari; in particolare viene richiamata l’ipotesi della condizione risolutiva non retroattiva apposta ad un negozio traslativo ( c.d. condizione estintiva ex. art. 1360 comma. 1° cod. civ. ).
Seguendo tale impostazione, all’esercizio del riscatto, la titolarità del diritto prosegue in capo al venditore, pur riconoscendo, per il periodo antecedente, la proprietà interinale del compratore.
L’Autore tuttavia, al fine di evitare un richiamo alla teoria condizionale tradizionale, ne evidenzia alcune differenze fondamentali. In primo luogo rileva le differenze strutturali rispetto al negozio condizionato ( come già evidenziato dai critici di detta teoria ) ; in secondo luogo sottolinea come solitamente l’avveramento della condizione investe tutti gli effetti del negozio , mentre l’esercizio del riscatto, secondo l’Autore, fa venire meno solo l’idoneità del titolo traslativo a produrre effetti per il futuro.
Nell’insieme, tale impostazione teorica sposta l’attenzione dall’esame delle vicende relative al contratto di compravendita alle vicende attinenti al diritto di proprietà sul bene venduto.
La legittimazione passiva all’esercizio del riscatto non dipende tanto dalla partecipazione all’originario contratto di compravendita, ma piuttosto dalla attuale partecipazione alla titolarità della proprietà sulla cosa.
Tale situazione sarebbe confermata dalla disciplina positiva dettata per la vendita congiuntiva di cosa indivisa di cui all’ art 1507 cod. civ. e per il riscatto contro gli eredi del compratore di cui art. 1509 cod. civ.
Lo scopo ultimo perseguito dalla legge è proprio quello di permettere all’alienante di recuperare pienamente la titolarità del diritto venduto. Per fare ciò la normativa, nell’individuare i legittimati passivi all’esercizio del riscatto, pone l’attenzione non tanto sui soggetti del contratto di compravendita, ma piuttosto sui titolari attuali del diritto venduto, per i quali il prezzo del riscatto costituisce un surrogato del bene.
In tale prospettiva, il riscatto non può essere considerato solo come vicenda risolutiva della vendita, ma invece anche vicenda del diritto sul bene venduto. La caducazione con efficacia ex nunc della forza traslativa della vendita non sarebbe altro che un effetto strumentale all’ottenimento del risultato pratico tutelato dalla normativa.
Il codice vigente porta con se le tracce di questa ambivalenza ( di vicenda relativa alla vendita e di vicenda relativa alla titolarità del diritto ) soprattutto nella norma di cui art. 1504 comma 2° cod. civ. che regola l’esercizio del riscatto nei confronti del terzo acquirente: nel caso di esercizio del riscatto nei confronti dell’acquirente originario, la vicenda restitutoria comporta la caducazione della vendita come causa dell’attribuzione traslativa; nel caso invece di riscatto nei confronti del terzo subacquirente, non può ravvisarsi alcuna caducazione del contratto del suo titolo di acquisto.
Come già osservato, questa disposizione costituisce una novità rispetto ai codici previgenti che, unitamente all’abrogazione della norma che testualmente ricollegava l’esercizio del riscatto alla risoluzione della vendita, sembrano confermare la volontà del legislatore di affrancarsi, nella costruzione della vendita con patto di riscatto, dalla concezione della risoluzione della vendita per avvicinarsi ad una vicenda effettuale concernente principalmente il diritto sul bene venduto.
Il termine riscatto è utilizzato dal codice non solo con riferimento alla fattispecie di cui agli artt. 1500 – 1509 cod. civ., ma viene impiegato anche per designare altri istituti; si tratta in genere di previsioni normative che conferiscono ad un soggetto ( riscattante ), titolare di una posizione soggettiva di prelazione, un potere di riappropriazione di un diritto facente capo ad un terzo (1).
Le ipotesi legali di riscatto sono state definite dalla dottrina come ipotesi di “retratto legale”, al fine di distinguerle dalla previsione di cui all’art. 1500 ss. cod. civ.; una parte degli interpreti non ha tuttavia mancato di verificare se, al di là del nome ( comune ), i due istituti possiedano tratti caratteristici in comune, risolvendo la questione per lo più in termini negativi (2).
I punti di contatto tra disciplina legale del riscatto e dei retratti ex lege sono stati evidenziati da quella parte della dottrina (3) che ravvisa nel riscatto una fattispecie di acquisto coattivo del diritto reale dal proprietario attuale in favore del riscattante.
L’esame comparatistico dell’istituto del riscatto convenzionale e del retratto legale è reso difficoltoso dalla disciplina estremamente lacunosa prevista
per quest’ultimo; lacune che sono state colmate mediante la ricostruzione teorica dei retratti ex lege . La dottrina è unanime nel considerare il retratto come un mezzo di tutela rafforzata del diritto di prelazione, e tale tutela è ulteriormente rafforzata dalla efficacia c.d. reale erga omnes , idonea a consentire il recupero del bene in pregiudizio di terzi .
La dottrina è però divisa sulla ricostruzione teorica dell’istituto, essendo indirizzata una parte (4) a ritenere che il beneficiario possieda il diritto di acquistare con efficacia ex nunc il bene nei confronti del primo acquirente o dei successivi aventi causa, ed un’altra (5) a ritenere che il retratto produrrebbe l’effetto di surrogare il riscattante nella posizione del primo acquirente o di quelli eventualmente successivi.
Un punto di contatto, sul piano teorico, consiste nel fatto che entrambe le discipline si presentano come dirette ad esplicare effetti sia sul rapporto di vendita , sia sulla proprietà della cosa; infatti il retratto legale conferisce il potere di costituire quel rapporto di vendita previsto dal diritto di prelazione e determina di conseguenza l’acquisto ( a titolo oneroso ) del diritto in questione.
Inoltre entrambi gli istituti sono caratterizzati dal conferimento ad un soggetto di un potere ( diritto potestativo ), di fonte legale o convenzionale , che viene esercitato dal titolare mediante una dichiarazione unilaterale recettizia da compiersi, a pena di decadenza, entro un termine stabilito.
Altra analogia si riscontra nel momento dell’individuazione della legittimazione passiva. In entrambi gli istituti la soggezione è ambulatoria nel senso che segue la titolarità della cosa, anche se nel caso del riscatto, la legge richiede la notificazione al venditore dell’alienazione della cosa.
Verifichiamo ora quali sono le differenze tra i due istituti.
La prima si evidenzia innanzitutto sul piano funzionale; il riscatto convenzionale è diretto a proteggere la posizione del venditore che si è visto costretto ad alienare il proprio bene e ad agevolarne il riacquisto; i retratti legali assistono posizioni giuridiche soggettive di prelazione e sono diretti a rafforzare la tutela del futuro compratore.
Differenze si riscontrano anche in merito alla c.d. efficacia reale ; nel caso del riscatto convenzionale l’efficacia reale si manifesta solo qualora il compratore abbia subalienato il diritto acquistato ed è quindi del tutto eventuale.
Nei retratti legali, invece, l’alienazione del diritto ad un soggetto diverso da quello titolare del diritto di prelazione è presupposto indefettibile perché possa mettersi in moto l’esercizio del retratto.
Dal confronto tra i due istituti alcuni autori (6) hanno affermato la sostanziale differenza, sotto il profilo teleologico-funzionale ed effettuale, dei due istituti, anche se caratterizzati dalla comunanza di alcuni elementi.
Di qui si è tratto l’ulteriore corollario di non poter utilizzare la disciplina dei due istituti per colmare reciprocamente le lacune normative dell’una o dell’altra fattispecie: il problema si è posto sia in dottrina che in giurisprudenza alla luce della incompletezza della normativa soprattutto in materia di retratto legale (7).
(1) Tra le ipotesi previste dalla disciplina del codice possiamo ricordare: l’art. 732 cod. civ. in favore del coerede in relazione alla vendita della quota ereditaria da parte di altro erede; l’art. 230-bis cod. civ. previsto in favore del partecipe dell’impresa familiare in relazione ad atti di disposizione della stessa azienda familiare. Altre previsioni si riscontrano nelle leggi speciali: l’ art. 8 della legge 26 maggio 1965, n. 590, a favore del mezzadro, affittuario, coltivatore diretto con riferimento agli atti di vendita del fondo concesso in godimento; gli artt. 38 e 39 della legge 27 luglio 1978, n. 392, in favore del conduttore di immobili urbani destinati ad uso produttivo, in relazione all’alienazione dell’immobile locato.
(2) In questo senso D’ORAZI FLAVONI, Retratto e riscatto, in Foro pad., 1960, I, c. 179 ss.; per la giurisprudenza, v. Cass., 28 agosto 1962, n. 2867, in Giust. civ., 1963, I, p. 45. Differenze marcate tra riscatto e retratto sono state evidenziate dagli interpreti che ravvisano nel riscatto una condizione risolutiva della vendita o un potere di risoluzione del contratto medesimo.
(3) B. CARPINO, L’acquisto coattivo dei diritti reali, Napoli, 1877, p. 10 ss.
(4) V., tra gli altri, TRIOLA, Modalità di esercizio ed effetti del riscatto nella prelazione legale, in Giust. civ., 1974, I, p. 661 ss.
(5) D’ ORAZI FLAVONI, op. cit., p. 182 ss.
(6) A. LUMINOSO, op. cit., p. 220.
(7) Per la soluzione negativa in giurisprudenza v., Cass., 21 agosto 1953, n. 2824, in Giust. civ., 1953, p. 2840; Cass., 28 agosto 1962, n. 2867 in Giust. civ., 1963, I, p. 45.

References: art. 953
 art. 1500
 art. 1500
 art. 1360
 art. 1509
 art. 1504
 art. 8