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Timestamp: 2020-06-02 22:34:32+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 22106 del 11/09/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22106 del 11/09/2018
Cassazione civile sez. I, 11/09/2018, (ud. 06/02/2018, dep. 11/09/2018), n.22106
sul ricorso n. 7811/2017 proposto da:
AMBIENTHESIS S.P.A., in persona del Presidente del consiglio di
amministrazione e legale rappresentante pro tempore, avente causa da
ECOITALIA S.R.L. a seguito di fusione per incorporazione,
elettivamente domiciliata in Roma, via Vittoria Colonna n. 39,
presso lo studio legale Bonelli Erede, rappresentata e difesa
dall’Avv. Angelo Bonetta per procura in calce al ricorso;
Consiglio dei ministri pro tempore, MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA
TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE, in persona del Ministro pro
tempore, e COMMISSARIO STRAORDINARIO DELLA MOTONAVE “(OMISSIS)”, in
persona del Commissario pro tempore, tutti domiciliati in Roma, via
dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato che
li rappresenta e difende ex lege;
avverso la sentenza n. 3188/2017 della CORTE DI CASSAZIONE,
depositata il 7 febbraio 2017;
viste le conclusioni scritte del P.M., nella persona del Sostituto
Procuratore Generale Dott. DE AUGUSTINIS UMBERTO, che ha chiesto
febbraio 2018 dal Cons. Dott. ROBERTO MUCCI.
1. Con sentenza n. 3188/2017, depositata il 7 febbraio 2017, questa Sezione della Corte di cassazione definiva i ricorsi proposti (in via principale) dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e dal Commissario straordinario della motonave “(OMISSIS)”, nonchè (in via incidentale, autonoma che condizionata) dalla Ecoitalia s.r.l., avverso la sentenza definitiva della Corte di appello di Genova n. 1238/2011, depositata il 9 dicembre 2011, con la quale (previa sentenza non definitiva di condanna n. 1145/2006, depositata il 21 novembre 2006), in riforma della sentenza del Tribunale di Genova del 2 aprile 2004, le predette amministrazioni erano state condannate in solido al pagamento in favore di Ecoitalia della somma di Euro 2.435.638,46, oltre interessi legali, a titolo di indennità ex art. 2041 c.c.
2. La Sezione, in accoglimento del primo motivo di ricorso principale, assorbiti gli altri tre motivi del ricorso principale e i due motivi di ricorso incidentale autonomo di Ecoitalia, cassava l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, dichiarava inammissibile l’azione ex art. 2041 c.c. svolta da Ecoitalia, nonchè il ricorso incidentale condizionato (articolato in due motivi) pure svolto da Ecoitalia.
3. La Sezione, nel ritenere fondata la doglianza delle amministrazioni relativa alla mancata considerazione, da parte della Corte di appello, del requisito della sussidiarietà dell’azione di arricchimento ai sensi dell’art. 2042 c.c., osservava: a) che la Corte di appello, con la sentenza non definitiva, aveva escluso che fosse applicabile l’art. 1664 c.c., comma 2, (equo compenso per “fatti naturali” manifestatisi in corso di esecuzione della prestazione, non previsti dalle parti e tali da renderla notevolmente più onerosa) poichè il rimedio all’imprevedibilità dell’onerosità derivante da “fatti umani” (nella specie, le insufficienti indicazioni fornite dall’amministrazione appaltante circa la natura effettiva dei rifiuti, che aveva comportato la necessità per Ecoitalia di eseguire ulteriori analisi a campione) era costituito dal diverso istituto della revisione prezzi, disciplinato dall’art. 1664 c.c., comma 1; b) che la Corte di appello aveva altresì rilevato la rinuncia di Ecoitalia alla revisione prezzi con l’accettazione dell’art. 7.2 del contratto di appalto, facendone conseguire l’insussistenza di estremi di responsabilità a titolo contrattuale dell’amministrazione; c) che tuttavia la Corte di appello “ad onta di tale pronuncia, del tutto corretta in punto esclusione della responsabilità contrattuale della committente, ha, dipoi, del tutto erroneamente esaminato ed accolto, nel merito, la domanda subordinata ex art. 2041 c.c. proposta dalla Ecoitalia s.r.l., sebbene il rigetto della domanda principale, avvenuto in forza delle specifiche previsioni contrattuali suindicate, ne precludeva l’esercizio. Ed invero, è del tutto evidente che, nel caso di specie, l’ipotetica locupletazione – in ipotesi – prodottasi a favore delle amministrazioni ricorrenti, per effetto dei campionamenti e delle analisi aggiuntive eseguite dall’appaltatrice, è ascrivibile, non al difetto di una giusta causa, bensì al concreto regolamento negoziale voluto dalle parti, che escludeva la revisione dei prezzi in favore dell’impresa. Di talchè, in forza dei principi suesposti, devono ritenersi senza dubbio insussistenti, nella specie, i presupposti dell’azione di arricchimento e, segnatamente, quello della sussidiarietà dell’azione, previsto dall’art. 2042 c.c.”.
Sull’inammissibilità del secondo motivo di ricorso incidentale condizionato svolto da Ecoitalia, la Sezione osservava che, essendo il mezzo rivolto ad attaccare la sentenza non definitiva depositata il 21 novembre 2006, lo stesso si palesava carente del “momento di sintesi”, omologo al quesito di diritto, ai sensi dell’art. 366-bis c.p.c., comma 2, applicabile ratione temporis.
4. Avverso detta pronuncia propone ricorso per revocazione ex art. 391-bis c.p.c. Ambienthesis s.p.a., quale incorporante Ecoitalia, affidato a due motivi (con reiterazione, per nuovo esame, dei motivi di ricorso incidentale olim svolti da Ecoitalia), cui replicano la Presidenza del Consiglio dei ministri, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e il Commissario straordinario della motonave “(OMISSIS)” con controricorso; entrambe le parti hanno depositato memoria.
5. Giova richiamare che, a seguito di procedura di selezione informale, con provvedimento del 23 luglio 1990 e successiva convenzione del 13 dicembre 1990 il Commissario straordinario della motonave “(OMISSIS)” affidava a Ecoitalia le operazioni di allontanamento e smaltimento dei fusti di rifiuti tossici trasportati dalla predetta motonave, stoccati provvisoriamente in un’area interna del porto di (OMISSIS), per un corrispettivo determinato a consuntivo entro un tetto massimo omnicomprensivo di Lire 8.930.000.000 così composto (cfr. p. 2 del controricorso e sentenza non definitiva della Corte di appello di Genova, la cui motivazione è integralmente riprodotta nel controricorso): Lire 7.000.000.000 per l’allontanamento e lo smaltimento finale dei due lotti di fusti, Lire 250.000.000 per le analisi e Lire 1.680.000.000 per l’ulteriore lotto di fusti “ex Veneto”.
Ecoitalia conveniva in giudizio le amministrazioni committenti innanzi al Tribunale di Genova per sentirle condannare al pagamento dei maggiori oneri economici (quantificati in oltre 7 miliardi di Lire) sostenuti per sopperire all’ingiustificato ritardo delle amministrazioni nelle attività di identificazione e classificazione dei rifiuti, idonee a consentirne l’allontanamento dal sito di stoccaggio e lo smaltimento, attività per le quali Ecoitalia, stante la mancata cooperazione delle amministrazioni, aveva formulato il 23 ottobre 1991 una proposta (“Proposta economica D2 – campagna di indagine di approfondimento – documentazione analitica fusti A”) per l’esecuzione di una campagna di approfondimento di indagine (proposta mai formalmente accettata dal Commissario straordinario) per superare la situazione di stallo; Ecoitalia chiedeva in subordine la condanna delle amministrazioni al pagamento di un compenso determinato secondo le regole dell’indebito arricchimento. Il Tribunale accoglieva la domanda subordinata riconoscendo alla società un equo compenso di Euro 1.859.888,34 ex art. 1664 c.c., comma 2.
Interposto gravame sia dalle amministrazioni che da Ecoitalia, la Corte di appello di Genova, in parziale accoglimento dei gravami principale ed incidentale, condannava le amministrazioni alla corresponsione in favore di Ecoitalia dell’indennità prevista dall’art. 2041 c.c. per la subita diminuzione patrimoniale nei limiti dell’arricchimento conseguito.
La Corte di appello, con la sentenza non definitiva, perveniva a tale statuizione muovendo dal tenore degli artt. 4.2, 4.3 e 11 della convenzione regolante l’appalto (relativi all’effettuazione delle analisi chimico-fisiche da parte di Ecoitalia – ove tali attività non potessero essere effettuate direttamente dal Commissario – per un importo globale omnicomprensivo non superiore a Lire 250.000.000) e dando atto che Ecoitalia non aveva contestato di avere percepito il detto compenso, ma aveva precisato che la sua richiesta era riferita ai costi per le attività di analisi eccedenti la somma indicata in convenzione (art. 4.3) la quale non prevedeva a suo carico alcuna attività di campionamento di analisi, e che la nuova campagna di approfondimento dell’indagine (segnalata da Ecoitalia con la proposta “D2”) era necessitata dalla non significatività della documentazione tecnico-analitica fornita dalla USL, palesata dalla scoperta di difformità tra la natura effettiva dei rifiuti e la sua descrizione documentale, imputabile esclusivamente all’amministrazione. In relazione a tale situazione la Corte di appello: a) riteneva inapplicabile sia l’equo compenso ex art. 1664 c.c., comma 2, (attinente a “cause fisiche”), sia l’istituto della revisione prezzi (pur attinente ad ipotesi di imprevedibilità derivanti da “fatti umani”, ma rinunciato da Ecoitalia con l’accettazione dell’art. 7.2 della convenzione); b) affermava che, alla luce dell’art. 3 della convenzione (sull’individuazione dei lotti di fusti di rifiuti oggetto di trattamento), “riceve smentita l’assunto della società attrice secondo cui la pubblica amministrazione dovrebbe rispondere, a titolo contrattuale, della diversità dei rifiuti da trattare (ed effettivamente trattati) e quelli dichiarati “in sede di invito a proporre””; c) escludeva la responsabilità a titolo contrattuale delle amministrazioni e riconosceva la sussistenza dei presupposti dell’azione di arricchimento valorizzando, a tal fine, la proposta “D2”, poichè condivisa dal Commissario straordinario con lettera del 7 novembre 1991, pur in assenza delle autorizzazioni dei Ministeri competenti per la modifica dei termini contrattuali, nonchè l’incidenza delle successive attività di trasferimento ed analisi dei rifiuti poste in essere da Ecoitalia presso il sito alternativo di (OMISSIS), la cui utilità economica per l’amministrazione emergeva dalle risultanze istruttorie.
6. Tanto richiamato, con il primo motivo di ricorso Ambienthesis deduce “Errata riconducibilità al contratto delle attività per cui si chiedeva l’indennizzo, nonostante la mancata impugnazione della pronuncia di merito: i giudici di legittimità hanno erroneamente ritenuto che il contratto stipulato tra Ecoitalia ed il Commissario della Motonave (OMISSIS) comprendesse ab origine anche lo svolgimento da parte dell’appaltatrice delle (diverse) attività per cui è causa (campagna di indagine per la identificazione e la selezione di materiali da smaltire diversi da quelli noti) sebbene quell’attività fosse oggetto di una proposta contrattuale di Ecoitalia denominata “D2″ risalente all’ottobre 1991, cioè oltre un anno dopo la stipulazione del contratto di appalto e mai accettata dal Commissario”.
6.1. Il motivo è, per più rispetti, inammissibile.
6.2. Deve in primo luogo evidenziarsi che infondatamente la ricorrente Ambienthesis deduce la violazione, con la pronuncia revocanda, del giudicato interno sulla natura extracontrattuale delle prestazioni rese da Ecoitalia in favore della P.A., per non avere questa impugnato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, l’indagine in fatto compiuta dalla Corte di appello circa la non riconducibilità al contratto di dette prestazioni, remunerate dalla medesima Corte ai sensi dell’art. 2041 c.c.
La deduzione omette infatti di considerare che la stessa Ecoitalia, con ricorso incidentale condizionato, aveva attaccato le sentenze di merito in sede di legittimità per omessa pronuncia sulla domanda subordinata di risarcimento (contrattuale) per violazione dei canoni di buona fede e correttezza, nonchè per vizio di motivazione proprio sull’apprezzamento fattuale della differenza dei rifiuti da trattare rispetto a quelli oggetto del contratto (apprezzamento con riferimento al quale la Corte di appello ha appunto affermato – nel passaggio motivazionale della sentenza non definitiva richiamato al precedente punto 5, 4 cpv., sub b) – che risultava smentito l’assunto della società attrice secondo cui l’amministrazione doveva rispondere a titolo contrattuale).
D’altro canto, premesso che la Sezione ha tenuto presente, come risulta evidente dal passaggio motivazionale riportato al precedente punto 3 sub c), la ritenuta insussistenza di un titolo contrattuale di responsabilità, giova ribadire in questa sede che è inammissibile la revocazione delle sentenze della Corte di cassazione, di decisione della causa nel merito, per pretesa violazione di un giudicato interno al processo, non essendo questa violazione riconducile al combinato disposto dell’art. 395 c.p.c., n. 5 e art. 391-bis c.p.c. (in termini, Sez. 6-3, 30 dicembre 2011, n. 30245, che richiama Sez. 1, 18 novembre 2009, n. 24369 e Sez. U, 14 febbraio 1994, n. 1431; da ultimo, si v. le conformi Sez. U, 23 novembre 2015, n. 23833 e Sez. U, 18 luglio 2013, n. 17557).
Per altro verso, la questione ora in discorso non è tale da integrare un capo autonomo di sentenza, dunque suscettibile di formare oggetto di giudicato anche interno in quanto integrante astrattamente una decisione del tutto indipendente: è la stessa ricorrente ad argomentare (p. 22 del ricorso) che proprio il perimetro più limitato delle prestazioni contrattuali costituiva la premessa logica dell’indennizzo ex art. 2041 c.c., così confermando la mancanza dei requisiti di individualità ed autonomia di una tale valutazione di fatto ai fini della formazione del giudicato interno (si v. al riguardo, in tali sensi, Sez. 1, 23 marzo 2012, n. 4732 e la successiva conforme Sez. 1, 18 settembre 2017, n. 21566, nonchè già Sez. 3, 16 gennaio 2006, n. 726).
6.3. In secondo luogo, del tutto impropriamente Ambienthesis si diffonde (pp. 20-23 del ricorso, lett. d del punto 25 e successivi punti 26-28) sulla ritenuta inammissibilità del primo motivo di ricorso per cassazione svolto dalle amministrazioni ed accolto dalla sentenza revocanda (“la P.A. ha tentato surrettiziamente di introdurre una questione di fatto (la valutazione della natura extracontrattuale delle prestazioni resa e da Ecoitalia, oggetto del giudizio) sotto le mentite spoglie della questione di diritto (la necessaria sussidiarietà dell’actio ex art. 2041 c.c.), formulando in tal modo un motivo di cassazione non ammissibile”: p. 21, lett. d, del ricorso), sottoponendo ad inammissibile critica, ai fini della chiesta revocazione, l’interpretazione del motivo operata dalla Sezione (“La S.C. ha supposto (o forse, integrando illegittimamente la carente illustrazione dei motivi di ricorso principale della RA., ha ritenuto di dover decidere nel merito per) la esistenza di un fatto escluso dai giudici di merito con due sentenze sul punto non impugnate per cassazione, ed ha quindi affermato che le attività di cui si chiedeva il pagamento fossero da ricondursi al contratto, e che quindi fossero disciplinate dall’art. 7.2 dello stesso ove Ecoitalia aveva rinunciato all’applicabilità dell’art. 1664 c.c., comma 2”: p. 21, punto 26, del ricorso), dovendo invece valere il principio secondo cui un consimile errore ove in ipotesi sussistente – è di per sè insuscettibile di denuncia ai sensi dell’art. 391-bis c.p.c., essendo estraneo l’apprezzamento di un motivo di ricorso da parte della Corte di cassazione all’ambito dell’errore revocatorio, non potendo considerarsi quel motivo alla stregua di un “fatto” ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4, (Sez. 6-5, 15 giugno 2017, n. 14937; si v. anche Sez. U, 30 ottobre 2008, n. 26022). Nemmeno può tralasciarsi di osservare che la doglianza, per come formulata (pp. 22-23, punti 27-28, del ricorso), nel tentativo di infirmare le conclusioni cui era pervenuta la Sezione finisce per sollecitare nella presente sede una non consentita rivalutazione in fatto delle risultanze istruttorie.
6.4. Tutto ciò richiamato e chiarito, secondo ricevuti principi l’errore di fatto di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4, deve: 1) consistere in un’errata percezione del fatto, in una svista di carattere materiale, oggettivamente ed immediatamente rilevabile, tale da avere indotto il giudice a supporre l’esistenza di un fatto la cui verità era esclusa in modo incontrovertibile, oppure a considerare inesistente un fatto accertato in modo parimenti indiscutibile; 2) essere decisivo, nel senso che, se non vi fosse stato, la decisione sarebbe stata diversa; 3) non cadere su di un punto controverso sul quale la Corte si sia pronunciata; 4) presentare i caratteri dell’evidenza e dell’obiettività, sì da non richiedere, per essere apprezzato, lo sviluppo di argomentazioni induttive e di indagini ermeneutiche; 5) non consistere in un vizio di assunzione del fatto, nè in un errore nella valutazione del fatto medesimo; 6) deve riguardare gli atti “interni” al giudizio di legittimità, ossia quelli che la Corte esamina direttamente nell’ambito dei motivi di ricorso e delle questioni rilevabili di ufficio. In definitiva, l’errore revocatorio non soltanto deve apparire di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità, senza che la sua constatazione necessiti di argomentazioni induttive o di indagini ermeneutiche, ma non può tradursi in un preteso inesatto apprezzamento delle risultanze processuali, ovvero di norme giuridiche e principi giurisprudenziali, vertendosi, in tal caso, nell’ipotesi dell’errore di giudizio, inidoneo a determinare la revocabilità delle sentenze di legittimità.
6.5. Tali caratteri non ricorrono nel caso in esame. Invero, la Sezione – con insindacabile valutazione operata alla stregua degli atti dalla stessa esaminabili – ha interpretato il complessivo regolamento negoziale voluto dalle parti valorizzando la pacifica rinuncia di Ecoitalia alla revisione prezzi, di cui all’art. 7.2 della convenzione, così direttamente investendo anche il punto controverso (attinto dall’impugnazione incidentale condizionata di Ecoitalia) della natura contrattuale della responsabilità ex artt. 1175 e 1375 c.c. in relazione alla diversità dei rifiuti effettivamente trattati rispetto a quelli indicati dall’amministrazione al momento dell’invito alla gara.
Viene dunque in evidenza un ipotetico errore di giudizio, ovvero valutativo, che non è previsto come causa di revocazione della sentenza di cassazione (da ultimo, tra le tante, Sez. U, 11 aprile 2018, n. 8984 e già Sez. U, 28 maggio 2013, n. 13181, Sez. 6-5, 31 agosto 2017, n. 20635); nè ricorre nella specie una falsa percezione della realtà, ovvero una svista obiettivamente e immediatamente rilevabile, atteso anche che Ambienthesis non spiega dove e quando sia stato sollevato innanzi alla Sezione il profilo attinente alla valenza della proposta “D2”, nonchè l’altro (qualificato in ricorso come il “fulcro dell’errore di percezione del fatto”: pp. 4-5) relativo all’art. 4 della convenzione ed alla questione della mancata previsione di un tariffario per l’adeguamento dei prezzi delle analisi (questione che, infatti, nemmeno risulta menzionata nella sentenza revocanda). In altri termini, la censura sollecita argomentazione induttive o indagini sulla rappresentazione del fatto alla stregua degli atti interni del giudizio di legittimità (Sez. 5, 11 gennaio 2018, n. 442; Sez. 6-5, 5 marzo 2015, n. 4456; Sez. L, 14 aprile 2010, n. 8907; Sez. 1, 22 novembre 2006, n. 24856), con ciò situandosi ben oltre l’evidenza ed obiettività propria dell’errore revocatorio.
7. Con il secondo motivo Ambienthesis deduce “Erronea individuazione della data dell’impugnazione agli effetti del rito applicabile: la sentenza di legittimità ritiene il ricorso incidentale di Ecoitalia proposto avverso una sentenza depositata nell’anno 2006, quando al contrario esso è stato proposto avverso una sentenza depositata nel 2011, posto che, per effetto della riserva di impugnazione, la sentenza non definitiva si intende depositata insieme alla sentenza definitiva, cioè la n. 1238 del 9 dicembre 2011. Collocando la sentenza impugnata nel 2006, la corte applica al ricorso l’art. 366 bis c.p.c. già abrogato. Del resto, ove anche, per assurdo, non rilevasse l’errore di percezione quanto al ricorso incidentale, dovrebbe rilevare quello relativo al ricorso principale, avverso la medesima sentenza del 2006 (ma rispetto alla quale la S.C. non ha censurato il mancato rispetto dei requisiti posti dall’art. 366 bis c.p.c.). In sostanza: a due impugnazioni avverso la medesima sentenza sono stati applicati requisiti di ammissibilità diversi, l’uno per le sentenze del 2006, l’altro per le sentenze del 2011”.
7.2. Benvero, secondo l’insegnamento di Sez. 1, 9 gennaio 2013, n. 343, è inapplicabile la disciplina di cui all’art. 366-bis c.p.c. al ricorso per cassazione, sia principale che incidentale, proposto a seguito di una riserva precedentemente formulata nei confronti della sentenza non definitiva, pubblicata dopo l’entrata in vigore (2 marzo 2006) dell’articolo richiamato (introdotto dal d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40) e prima della data di entrata in vigore (4 luglio 2009) del D.Lgs. 18 giugno 2009, n. 69, che l’ha abolito, allorchè la sentenza definitiva sia stata pubblicata dopo l’entrata in vigore di quest’ultimo decreto;
infatti, il riferimento alla “pubblicazione” è funzionale all’individuazione del momento a decorrere dal quale può essere proposta l’impugnazione, mentre, per effetto della riserva, questa viene differita al momento della pubblicazione della sentenza, ragion per cui la sentenza non definitiva si intende convenzionalmente pronunciata nella stessa data, come parte della statuizione sull’intera controversia. Nondimeno, la Sezione, con l’impugnata sentenza, lungi dall’essere incorsa in un errore percettivo ha ritenuto, anche in tal caso con insindacabile giudizio, di accedere a diversa interpretazione, sicchè anche tale profilo non è sussumibile nel paradigma dell’art. 391-bis c.p.c.
8. In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; le spese del giudizio, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.
dichiara il ricorso inammissibile e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 10.000,00 oltre spese prenotate a debito.

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 art. 2041
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 art. 1664
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