Source: https://olympus.uniurb.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=10066:cassazione-civile-04-dicembre-2013-n-27127-scala-inidonea-e-concorso-di-colpa-del-lavoratore-non-sussiste&amp;catid=16&amp;Itemid=138
Timestamp: 2019-10-23 21:29:34+00:00

Document:
"Il datore di lavoro, in caso di violazione delle norme poste a tutela dell’integrità fisica del lavoratore, è esonerato da responsabilità solo quando il comportamento del dipendente presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute. Ne consegue che, una volta esclusa tale condotta, l’imprenditore è interamente responsabile dell’infortunio che ne sia conseguito fungendo la violazione dell’obbligo di sicurezza quale unico fattore causale dell’evento, e non può invocare il concorso di colpa del danneggiato, avendo egli il dovere di proteggere l’incolumità di quest’ultimo, nonostante la sua imprudenza e negligenza".
La Corte d’Appello di L’Aquila, con sentenza in data 24 gennaio - 14 marzo 2008, ha confermato la decisione di primo grado con la quale la società A.S.M. - (...) S.p.A. (d’ora in poi A.S.M.) e la A.A. S.p.A. erano state condannate al pagamento, in solido, a favore di D.G. della somma di € 33.168,80, oltre interessi legali, a titolo di risarcimento del danno biologico e morale conseguente ad un infortunio sul lavoro, nonché la prima di dette società, per le stesse causali, al pagamento della somma di € 2.582,20, con gli interessi legali.
La Corte territoriale ha ritenuto che fosse responsabile dell'infortunio la società A.S.M., alle cui dipendenze il D. lavorava, e che esso fosse stato determinato anche dal concorso di colpa del lavoratore, il quale, pur essendo un operaio esperto, non aveva fatto uso di altra scala più sicura presente nel magazzino.
Deduce che la Corte di merito si è limitata ad aderire alle argomentazioni del giudice di primo grado, senza prendere in esame la copiosa produzione documentale ed in particolare il verbale ispettivo redatto dai funzionari dell’ASL di L’Aquila, dal quale risultava che la società datrice di lavoro aveva mantenuto in esercizio una scala metallica a forbice - dalla quale era caduto il D. - priva dei necessari requisiti di idoneità per la sicurezza del lavoro, ed in particolare del dispositivo antisdrucciolevole all’estremità, ed aveva consentito che si effettuassero lavori di manutenzione e riparazione di automezzi compattatori ad un altezza di circa 3-4 metri senza che sui lati aperti verso il vuoto fossero installati parapetti normali con arresto al piede o mezzi di protezione equivalenti, idonei ad impedire la caduta di persone.
Inoltre la Corte di merito non ha tenuto conto che in forza del D.P.R. n. 547/55, art. 4, il datore di lavoro avrebbe dovuto rendere edotto il lavoratore sul rischio specifico cui era esposto nell'eseguire quella pericolosa operazione, fornire al medesimo i necessari ed idonei dispositivi di protezione individuale, controllare le situazioni di pericolo e che venissero osservate dallo stesso lavoratore le disposizioni in materia di sicurezza.
Nella situazione sopra descritta, non poteva ravvisarsi un concorso di colpa del lavoratore nel verificarsi dell’infortunio, essendo pacifico nella giurisprudenza di legittimità che il datore di lavoro, in caso di violazione delle norme poste a tutela dell’integrità fisica del lavoratore, è interamente responsabile dell'infortunio che ne sia conseguito e non può invocare il concorso di colpa del danneggiato, avendo il dovere di proteggere l'incolumità di quest’ultimo nonostante la sua imprudenza o negligenza.
In particolare la sentenza impugnata non ha considerato che all’epoca dell’infortunio il D. aveva 46 anni e che, come accertato dal consulente tecnico d'ufficio in altro giudizio promosso dal medesimo nei confronti dell’lNAIL, aveva riportato una inabilità permanente pari al 42% ed era stato collocato anticipatamente a riposo, percependo un trattamento pensionistico fortemente ridotto.
Da ciò discende che il Tribunale prima e la Corte d’appello dopo avrebbero dovuto assumere a riferimento il credito iniziale, calcolato al momento dell’infortunio, e su di esso applicare rivalutazione ed interessi legali, anziché procedere alla sua "attualizzazione".
Quest’ultimo avrebbe dovuto reperire all’interno dell’azienda un posto confacente alle sue condizioni di salute, fornendo eventualmente la prova circa la impossibilità di un suo utile collocamento nella struttura operativa dell'impresa.
Chiede in conclusione la A.S.M. che questa Corte voglia "anche d'ufficio rilevare il passaggio in giudicato" della statuizione relativa alla operatività della polizza assicurativa suddetta.
Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, tese ad impedire l'insorgenza di situazioni pericolose, sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso; ne consegue che il datore di lavoro è sempre responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l'imprenditore che abbia provocato un infortunio sul lavoro per violazione delle relative prescrizioni, all'eventuale concorso di colpa del lavoratore; con l'ulteriore conseguenza che l'imprenditore è esonerato da responsabilità solo quando il comportamento del dipendente presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità e esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, come pure dell'atipicità ed eccezionalità, così da porsi come causa esclusiva dell'evento (cfr., ex plurimis, Cass. 5493/06; Cass. 9689/09; Cass. 19494/09; Cass. 4656/11).
Analogamente è stato affermato che il datore di lavoro, in caso di violazione delle norme poste a tutela dell'integrità fisica del lavoratore, è interamente responsabile dell'infortunio che ne sia conseguito e non può invocare il concorso di colpa del danneggiato, avendo egli il dovere di proteggere l'incolumità di quest'ultimo nonostante la sua imprudenza o negligenza; ne consegue che, in tutte le ipotesi in cui la condotta del lavoratore dipendente finisca per configurarsi nell’eziologia dell'evento dannoso come una mera modalità dell'iter produttivo del danno, tale condotta, proprio perché "imposta" in ragione della situazione di subordinazione in cui il lavoratore versa, va addebitata al datore di lavoro, il cui comportamento, concretizzantesi invece nella violazione di specifiche norme antinfortunistiche (o di regole di comune prudenza) e nell’ordine di eseguire incombenze lavorative pericolose, funge da unico efficiente fattore causale dell’evento dannoso (Cass. 8 aprile 2002 n. 5024, Cass. 3213/04; Cass. 1994/12).

References: sentenza 
 art. 4
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.