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Timestamp: 2018-12-17 07:51:03+00:00

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NEWSLETTER DEL 22 OTTOBRE 2018 - Lupi & Associati
NEWSLETTER DEL 22 OTTOBRE 2018
Licenziamento ingiustificato: la prima sentenza dopo la decisione della Corte Costituzionale sull’illegittimità del criterio “automatico” di determinazione dell’indennità Jobs Act.
(Trib. di Bari, Sez. Lavoro, Sentenza n. 43328 dell’11 ottobre 2018)
Il Tribunale di Bari, con la sentenza n. 43328 dell’11 ottobre 2018, fornisce la prima decisione in materia di indennità risarcitoria in caso di licenziamento illegittimo, dopo la sentenza dl 29 settembre scorso con la quale la Corte Costituzionale ha stabilito l’illegittimità dell’art. 3, 1 comma del D.Lgs. 23/2015, nella parte in cui individua nel parametro dell’anzianità di servizio il criterio per la determinazione dell’indennità da riconoscere al dipendente ingiustamente licenziato.
Secondo la Corte Costituzionale, la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio è contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza, nonché in contrasto con il diritto e la tutela dei lavoratori.
Nel caso sottoposto all’attenzione del Tribunale di Bari, un lavoratore impugnava il licenziamento irrogato a seguito di una procedura di mobilità ex L. 223/1991.
Il lavoratore, assunto nel 2016, sosteneva che la comunicazione di avvio della suddetta procedura, inviata dall’azienda alle organizzazioni sindacali, fosse sprovvista delle informazioni richieste dalla legge; in particolare, lamentava la mancanza di elementi utili a confrontare le posizioni dei lavoratori da porre in mobilità con quelli da mantenere in servizio.
Il Tribunale di Bari, accertata l’illegittimità del licenziamento per violazione della procedura di cui alla norma sopra richiamata, e dichiarata l’estinzione del rapporto di lavoro intercorso tra le parti, si è soffermato sulle conseguenze sanzionatorie derivanti dall’illecita condotta datoriale.
Il Tribunale sottolinea che, nel caso di specie, il lavoratore (assunto nel 2016) avrebbe avuto diritto all’indennità prevista dal D.Lgs. 23/2015 che, all’art. 3, comma 1, prevede solo la condanna di un'indennità di importo pari a due mensilità dell'ultima retribuzione di riferimento, per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità.
Tuttavia, preso atto della sentenza della Corte Costituzionale, il giudice di primo grado ha ritenuto di seguire una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 3 D.Lgs. 23/2015, ed in definitiva ha individuato l’indennità risarcitoria da riconoscere al ricorrente sulla base dei criteri individuati dall’art. 18, 5° comma, Statuto dei Lavoratori, ovvero tra un minimo di 4 e un massimo di 24 mensilità.
Ha quindi ritenuto congruo riconoscere al lavoratore un’indennità risarcitoria pari a 12 mensilità, evidenziando che “la predetta quantificazione dell’indennità è giustificata dalla considerevole gravità della violazione procedurale, consistente principalmente nella omissione del raffronto tra i dipendenti attinti dal licenziamento e quelli mantenuti in organico; tale profilo, concernente il comportamento tenuto dall’azienda, deve essere contemperato con le ridotte dimensioni dell’attività economiche e il basso numero di lavoratori occupati, unitamente alla scarsa anzianità del ricorrente”.
Licenziamento orale: possibilità di agire in giudizio per farne valere l’inefficacia senza l’onere della previa impugnativa stragiudiziale.
(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Ord. N. 25561 del 12 ottobre 2018)
Con l’ordinanza n. 25561 del 12 ottobre 2018, la Suprema Corte ha ribadito il principio secondo il quale “l’azione per far valere l’inefficacia del licenziamento orale è sottratta all’onere dell’impugnazione stragiudiziale in ragione dell’assenza di un atto scritto da cui la L. n. 604 del 1966, l’articolo 6 anche a seguito delle modifiche apportate dalla L. n. 183 del 2010, articolo 32 possa far decorrere il termine di decadenza per proporre impugnazione”.
Nella fattispecie in oggetto, un lavoratore licenziato oralmente instaurava, nei termini di legge ma senza la precedente notifica di alcun atto di impugnazione di natura stragiudiziale, un giudizio volto ad accertare l’illegittimità del licenziamento comminatogli. La società, costituendosi, lamentava l’inefficacia dell’impugnazione, evidenziando l’assenza, in spregio alle previsioni di cui l’art. 6 della L. n. 604/1966, di una comunicazione scritta volta a render nota la volontà del lavoratore di impugnare il licenziamento. Sia la Corte territoriale che la Corte d’Appello, rigettavano la censura datoriale attinente all’avvenuta decadenza del lavoratore dal poter proporre impugnazione avverso il licenziamento.
La Corte di Cassazione, con l’ordinanza in commento, ha sottolineato che, qualora il licenziamento venga comminato oralmente, attesa l’assenza di una comunicazione scritta, il licenziamento comminato debba considerarsi come giuridicamente inesistente. Di conseguenza, mancando l’atto scritto da cui fare decorrere il termine di decadenza, il licenziamento non richiede l’impugnazione stragiudiziale di sessanta giorni, ma è assoggettabile esclusivamente al termine prescrizionale di 5 anni.
Compensi degli avvocati: superabili i massimi tariffari con l’accordo delle parti.
(Cass. Civ., Sez. II, Ordinanza n. 25054 del 10 ottobre 2018)
Con l’ordinanza n. 25054 del 10 ottobre 2018 la Suprema Corte ha ribadito il principio della prevalenza dell’accordo delle parti sui tariffari professionali, così ritenendo valida la pattuizione tra cliente e avvocato che fissi un onorario superiore al massimo tariffario.
Nel caso in esame, un avvocato ha presentato ricorso avverso la sentenza con la quale la Corte d’Appello di Ancona lo aveva condannato alla restituzione del compenso ricevuto dal cliente per la parte eccedente quella stabilita dai parametri ministeriali, affermando che l’autonomia delle parti non può comunque derogare i minimi e i massimi stabiliti dai tariffari professionali: il ricorrente ha così impugnato la predetta sentenza per errata applicazione dell’art. 2233 c.c., ritenendo che l’accordo scritto tra le parti, in quanto fonte primaria, può superare quanto determinato dalle tariffe.
La Cassazione ha accolto il ricorso e, cassando la sentenza della corte di merito per erronea applicazione dell’art. 2233 c.c., ha evidenziato che tale norma fissa una gerarchia preferenziale, che pone al primo posto l’accordo delle parti e, solo in via subordinata, le tariffe professionali: ne consegue che le pattuizioni tra le parti prevalgono sugli altri criteri di liquidazione, i quali vengono in aiuto soltanto in mancanza di una specifica convenzione.
Per cui, secondo la Corte, è valida anche la convenzione tra professionista e cliente in forza della quale la misura degli onorari spettanti al primo può essere superiore al massimo previsto dalle tariffe.
Ne consegue che l’accordo tra le parti è gerarchicamente prevalente e supera qualsiasi criterio secondario, sia esso dettato dagli usi o dalle tariffe, i quali dovranno essere utilizzati per determinare il compenso spettante al professionista soltanto in mancanza di un’apposita convenzione e, in ogni caso, sempre tenuto conto dell’entità e dell’importanza dell’attività svolta dal professionista.

References: sentenza 
 Sentenza 
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 articolo 32
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