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Licenziamento – Reintegro – Contributi Inps e Sanzioni | Consulenza del Lavoro
19/11/2013 - Reintegro, contributi Inps e sanzioni
19/11/2013 – Reintegro, contributi Inps e sanzioni
Licenziamento – Reintegro – Contributi Inps e Sanzioni
Il ritardo nel pagamento dei contributi assistenziali e previdenziali, relativi al periodo di tempo intercorso tra il licenziamento illegittimo e la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, comporta l'applicazione delle sanzioni civili previste dall'art. 116, commi 8 e 9, L. n. 388 del 2000.
Questo è il principio di diritto affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza 11 ottobre 2013, n. 23181, che ha chiarito che per tutto il periodo di tempo tra il licenziamento illegittimo e la sentenza di reintegrazione devono essere versati all'Inps i contributi previdenziali e le sanzioni civili stabilite dalle vigenti leggi.
Il caso riguarda un dipendente licenziato con provvedimento giudicato illegittimo e reintegrato dal giudice nel posto di lavoro, con condanna della società datrice di lavoro al risarcimento dei danni in misura di cinque mensilità globali di fatto. Il lavoratore successivamente optava per l'indennità prevista dall'art. 18, comma 5, L. n. 300 del 1970, rinunciando alla riassunzione.
La società datrice di lavoro formulava opposizione alla cartella esattoriale con la quale l'Inps intimava il pagamento dei contributi previdenziali e delle sanzioni civili sostenendo che queste ultime non erano dovute.
In base ad un principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite nella sentenza 5 luglio 2007, n. 15143, il datore di lavoro è tenuto a versare i contributi previdenziali all'Inps, non solo sulle cinque mensilità liquidate a titolo di risarcimento dei danni, ma per tutto il periodo di tempo tra il licenziamento e la sentenza di reintegrazione.
Il problema ulteriore e distinto oggetto della controversia consisteva nello stabilire se il datore di lavoro deve anche versare le sanzioni civili per il ritardo nella corresponsione dei contributi.
Tribunale e Corte d'Appello, accogliendo l'opposizione alla cartella esattoriale, concludevano in senso negativo.
L'Inps, quindi, proponeva ricorso per cassazione e denunziava la violazione dell'art. 116, commi 8 e 9, L. n. 388 del 2000, in relazione art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
La norma di cui si assume la violazione - osserva la Suprema Corte - dispone che: "I soggetti che non provvedono entro il termine stabilito al pagamento dei contributi o premi dovuti alle gestioni previdenziali ed assistenziali, ovvero vi provvedono in misura inferiore a quella dovuta, sono tenuti: a) nel caso di mancato o ritardato pagamento di contributi o premi, il cui ammontare è rilevabile dalle denunce e/o registrazioni obbligatorie, al pagamento di una sanzione civile, in ragione d'anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti; la sanzione civile non può essere superiore al 40 per cento dell'importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge". Il comma 9 aggiunge: "Dopo il raggiungimento del tetto massimo delle sanzioni civili nelle misure previste alle lettere a) e b) del comma 8 senza che si sia provveduto all'integrale pagamento del dovuto, sul debito contributivo maturano interessi nella misura degli interessi di mora di cui all'art. 30 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, come sostituito dall'art. 14 del D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46".
Secondo la Corte, per risolvere il problema interpretativo al centro della controversia, devono considerarsi i seguenti elementi, desumibili dalla normativa di legge e dalla ricostruzione compiuta in alcune fondamentali sentenze, anche a Sezioni Unite.
Il primo elemento è costituito dal fatto che la norma prima richiamata (art. 116, L. n. 388 del 2000) collega il pagamento delle sanzioni civili al mero dato del ritardo nel pagamento dei contributi, senza fare distinguo di sorta in ordine alle cause del ritardo, in quanto collega il pagamento delle somme ulteriori al mero fatto che un soggetto non abbia provveduto al pagamento nei termini stabiliti.
Il secondo dato è costituito dal fatto che l'art. 18 Stat. lav., in caso di accertamento della illegittimità del licenziamento, prevede, fra l'altro, la condanna del datore di lavoro "al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento della effettiva reintegrazione".
Da tale previsione e, più in generale, dalla efficacia retroattiva della condanna prevista dall'art. 18 Stat. lav., la consolidata giurisprudenza di legittimità ha desunto che, nel periodo di tempo tra il licenziamento illegittimo e la reintegrazione, il rapporto previdenziale continua.
La sentenza delle Sezioni Unite già richiamata (n. 15143 del 2007) ha infatti affermato, riallacciandosi ad alcune affermazioni della Corte Costituzionale (sentenza n. 7 del 1986), che in tale periodo il rapporto di lavoro è quiescente ma non estinto e rimangono in vita il rapporto assicurativo previdenziale ed il corrispondente obbligo del datore di lavoro di versare all'Ente previdenziale i contributi assicurativi per tutta la durata di tale periodo.
Questa ricostruzione - prosegue la Corte - conferma che il mancato versamento dei contributi implica un ritardo nell'adempimento, come ha da ultimo spiegato Cass. 13 gennaio 2012, n. 402, modificando alcune affermazioni di una isolata decisione, la n. 7934 del 2009, che, partendo dal diverso presupposto della inesistenza del rapporto e dell'assenza dell'obbligo contributivo, escludeva l'esistenza del ritardo.
Distinto problema è quello della possibilità di considerare giustificato il ritardo. Possibilità che deve essere esclusa in quanto il pagamento tardivo è determinato da un atto illegittimo, che quindi è intrinsecamente inidoneo ad assurgere a causa di giustificazione.
La Corte rileva che, in coerenza con questa ricostruzione, altre due decisioni hanno dedotto, dal fatto che il rapporto previdenziale continua ed il corrispondente obbligo di versare i contributi persiste, la conseguenza che il datore di lavoro sarà in tal caso tenuto anche al pagamento della quota a carico del lavoratore, in forza dell'art. 23, L. n. 218 del 1952, che trasferendo l'obbligo dal lavoratore al datore di lavoro introduce una pena privata finalizzata a rafforzare il vincolo obbligatorio e incentivare l'adempimento dell'obbligo contributivo (Cass. 4 aprile 2008, n. 8800 e Cass. 17 marzo 2009, n. 6448). Anche in questi casi vi è un ritardo, cui consegue l'applicazione di una pena privata, che non viene esclusa dal fatto che il ritardo dipende dalla particolare situazione determinatasi a causa del licenziamento.
In conclusione, la Suprema Corte accoglie il ricorso dell'Istituto previdenziale e cassa la sentenza impugnata con rinvio al giudice di merito che dovrà decidere applicando il seguente principio di diritto: "Il ritardo nel pagamento dei contributi assistenziali e previdenziali, relativi al periodo di tempo intercorso tra il licenziamento illegittimo e la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, comporta l'applicazione delle sanzioni civili previste dalla L. n. 388 del 2000, art. 116, commi 8 e 9".
La sentenza in commento non sembra lasciare adito a dubbi: se il licenziamento è dichiarato illegittimo, il datore è tenuto a pagare anche le sanzioni civili per il ritardo, che è da ritenersi ingiustificato proprio per il fatto che è stato determinato da un recesso illegittimo.
La conseguenza "pratica" di questa impostazione è che le sanzioni civili, essendo calcolate in funzione del tempotrascorso dal licenziamento alla reintegrazione, possono ammontare a cifre considerevoli anche in considerazione dei tempi occorrenti per l'accertamento giudiziale. Il problema è che il datore di lavoro non può fare nulla per evitarle, in primo luogo perché un eventuale versamento dei contributi dopo il recesso (...ammesso che "passi per la mente" di farlo a qualche datore di lavoro licenziante) sarebbe in contrasto con l'avvenuta intimazione del licenziamento ed in secondo luogo perché l'Inps (al quale la cessazione del rapporto di lavoro è obbligatoriamente comunicata) rifiuterebbe il versamento in presenza di un rapporto cessato.
Questa problematica è stata affrontata dalla Suprema Corte con la sentenza n. 7934/2009 (citata dalla pronuncia in commento, ma ritenuta isolata e non condivisile), la quale, dovendo decidere in merito alle sanzioni comminate dall'Inps per un licenziamento intimato nel maggio del 1991 ed annullato nel novembre 1999 con conseguente reintegrazione, ha avuto il pregio di avere affrontato il tema del dibattuto inquadramento della fattispecie, in termini di mancato o non esatto pagamento dei contributi dovuti entro il termine stabilito dalla legge, e di averne dato una soluzione che, seppur non condivisa dall'attuale orientamento, si basa anche sul fatto che l'art. 18 Stat. Lav. prevede il versamento dei contributi, ma non anche delle sanzioni.
In proposito, la Cassazione afferma che la società datrice di lavoro in questione "non avrebbe potuto versare per il lavoratore licenziato i contributi nel termine di legge, ossia entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui è scaduto l'ultimo periodo di paga (come previsto dall'art. 2 del decreto legislativo 19 novembre 1998, n. 422 che ha modificato il decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, come già modificato dal decreto legislativo 23 marzo 1998, n. 56). Ed infatti, avendo già denunciato all'Inps la cessazione del rapporto di lavoro per licenziamento, l'Istituto medesimo avrebbe sicuramente rifiutato il pagamento dei contributi, per inesistenza del rapporto di lavoro. Non vi è dubbio infatti che il licenziamento abbia efficacia costitutiva, sia tra le parti sia tra il datore e l'ente previdenziale, ossia valga a far cessare il rapporto di lavoro, nel momento stesso in cui viene intimato (salvo il periodo di preavviso, se lavorato). Nella specie il licenziamento fu dichiarato successivamente illegittimo, ed il lavoratore fu reintegrato nel posto di lavoro, con la conseguenza che, tra le parti, il rapporto di lavoro si doveva considerare come mai interrotto "de iure", ma analoga "fictio iuris" non è prevista per quanto riguarda il rapporto assicurativo. Sussiste, è vero, l'obbligo del datore al pagamento dei contributi per tutto il periodo dalla cessazione del rapporto alla reintegra, come dispone l'art. 1 ultimo comma della legge 11 maggio 1990 n. 108, il quale però non fa alcun riferimento alle sanzioni che vi si dovrebbero ricollegare. Si vuol dire cioè che - mentre tra lavoratore e datore la reintegra esplica efficacia retroattiva sul rapporto di lavoro, facendo sì che dal giorno stesso del licenziamento permanga la obbligazione retributiva, per cui il datore la pagherà al momento della reintegra "per allora" ossia secondo le scadenze mensili o settimanali pattuite - una simile "retroattività" non risulta invece normativamente prevista in relazione all'obbligo contributivo. Ed infatti, avendo il licenziamento valore costitutivo della cessazione del rapporto di lavoro, per quanto riguarda i rapporti tra datore obbligato ed ente previdenziale, il medesimo determina la impossibilità dei versamenti secondo le scadenze prefissate, e detto obbligo non può considerarsi rinascere, retroattivamente, al momento della reintegra, "per allora", sì da determinare la mora del datore nei confronti dell'ente previdenziale.
Non è qui in discussione il principio consolidato, che va riaffermato, per cui le somme aggiuntive sono dovute automaticamente in ogni caso di ritardo nei versamenti contributivi, prescindendosi dal dolo ed anche dalla colpa dell'obbligato, fungendo la sanzione da deterrente per la regolarità dei versamenti, c'è invece che, in tali casi, l'obbligo contributivo non può sorgere alla sua scadenza naturale per inesistenza del rapporto di lavoro, cui l'obbligo contributivo è indissolubilmente legato, per cui nessuna sanzione si può irrogare perché non esiste il ritardo nel versamento, non potendo questo "rinascere" che al momento in cui si accerti la illegittimità del licenziamento e quindi si ripristini il rapporto di lavoro".
La Corte, quindi, concludeva che nessuna sanzione poteva essere irrogata "perché, al momento della scadenza dell'obbligazione contributiva, questa era venuta meno a causa della cessazione del rapporto di lavoro e non poteva risorgere che al momento in cui il rapporto di lavoro veniva ripristinato".

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