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Timestamp: 2019-11-12 12:55:58+00:00

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NO ALL’ESPATRIO DEL MINORE SE COMPROMETTE IL RAPPORTO CON L’ALTRO GENITORE – Cass. Civ. n. 19694/14 | Avvocato Liana Doro
febbraio 23, 2015 Varie 0 Comment
Con decreto del 27.06-23.07.2013 la Corte di appello di Trento respingeva il reclamo proposto da Re.Pa.Ja. contro il decreto emesso il 23 aprile 2013 dal Tribunale per i Minorenni di Trento. La Corte distrettuale premetteva che col reclamato decreto il Tribunale minorile non aveva accolto la domanda (del 29.07.2011) della Re., madre di F.R., nato il (OMISSIS) dalla relazione da lei intrattenuta con F.T. dalla primavera del 2009, di autorizzazione a trasferirsi (residenza e collocazione del minore) con il figlio nel suo paese di origine (Regno Unito), aveva inoltre confermato l’affidamento condiviso di R. con collocamento presso la madre e l’obbligo di contribuzione del padre, già disposti con decreto del 16 ottobre 2012, nonchè previsto, in via provvisoria, un dettagliato calendario per la regolamentazione dei rapporti fra padre e figlio, rinviando il procedimento alla nuova udienza del 25 ottobre 2013. Ritenendo il provvedimento “evidentemente …definitivo”, almeno con riferimento alla richiesta di trasferimento all’estero, e gravemente pregiudizievole per gli interessi del figlio minore, la Re.
aveva proposto reclamo, deducendone l’ingiustizia e la contraddittorietà. Aveva sostenuto anche che il decreto era “abnorme” in quanto il Tribunale aveva omesso di pronunciarsi in merito alla richiesta di autorizzazione di trasferimento all’estero della reclamante, ed aveva posto in essere una “serie di prescrizioni tese evidentemente a modificare la situazione esistente, e la relazione dei genitori con il figlio, allo scopo di instaurare quelle solide relazioni, costumi, abitudini e mentalità di vita tali da rendere in futuro impossibile o quantomeno difficilmente percorribile qualsiasi richiesta di trasferimento”. Inoltre il Tribunale aveva “compresso immotivatamente gli spazi di frequentazione tra madre e figlio”, prevedendo in favore del padre modalità di rapporto con il figlio addirittura superiori a quelle dallo stesso richieste.
Ripercorrendo la travagliata storia della relazione con il F., nei cui confronti il Tribunale di Trento aveva emesso un ordine di protezione per tutelare la Re. dalle violenze inferte e dalle gravi minacce profferite dal partner, la reclamante sottolineava che, nella situazione di grave crisi economica dell’Italia ed a fronte del suo desiderio di lavorare a tempo parziale in modo da “potersi dedicare al figlio”, al momento attuale non era in grado di procurarsi un reddito adeguato ad una vita dignitosa ed al proprio grado di preparazione professionale, mentre erano maturate delle occasioni di lavoro nel suo paese di origine, che le avrebbero consentito un buon livello di reddito (almeno il triplo di quello su cui poteva contare in Italia), di poter usufruire di un alloggio presso la propria madre, e quindi di evitare di vivere in povertà come nella attuale situazione. Sotto tale aspetto il provvedimento era certamente pregiudizievole per R., perchè lo condannava a vivere in indigenza. Il trasferimento all’estero non avrebbe pregiudicato la relazione con il padre, argomento posto a fondamento del rigetto della istanza, anche in considerazione di una supposta difficoltà della reclamante ad accettare la effettiva presenza del padre nella vita del figlio: il Tribunale non aveva però considerato “minimamente le violenze subite dalla ricorrente”, alla base del provvedimento di tutela emesso dal Tribunale di Trento e dell’attuale vigilanza” della Re.. Se certamente per i figli la condizione ottimale era quella di poter essere accuditi da entrambi i genitori, era notevolmente cresciuto il numero dei minori che vivevano in un paese diverso da quello di uno dei due genitori, e le nuove situazioni non potevano essere risolte “impedendo” il trasferimento, anche perchè il benessere dei figli dipendeva dalla realizzazione e dalla serenità dei genitori. Nè poteva dirsi che il trasferimento avrebbe reso impossibile la strutturazione di una relazione con il padre: R. parlava entrambe le lingue e frequentava l’asilo nido e lo stesso Tribunale aveva affermato il buon attaccamento del minore al padre, circostanza che confermava l’assenza di rischi nell’allontanamento del minore da Trento. Concludeva pertanto chiedendo l’autorizzazione al trasferimento immediato in Gran Bretagna e la conseguente diversa strutturazione dei rapporti con il padre, in via subordinata la modifica delle modalità di frequentazione del figlio da parte del padre e, in via istruttoria, l’espletamento di nuova c.t.u. Si era costituito in giudizio F. T., il quale aveva contestato le domande avanzate, chiedendone il rigetto ed assumendo la correttezza della decisione impugnata che garantiva il diritto di R. a crescere con l’apporto di entrambi i genitori. Aveva in particolare dedotto che: gli episodi violenti addotti dalla Re. non si erano svolti come dalla stessa narrati, non avendo egli mai aggredito la compagna; la reclamante aveva instaurato un rapporto esclusivo con il figlio e mal tollerava la presenza del padre,che intendeva emarginare; le competenze linguistiche della Re. le consentivano margini di guadagno adeguati, che si erano ridotti solo per la sua decisione di ricorrere al tempo parziale; il piccolo R. non parlava l’italiano, il suo trasferimento avrebbe reso impossibile l’instaurazione di una valida relazione con il padre.
era, quindi difficile, se non impossibile, immaginare uno sviluppo armonioso di R., con l’indispensabile contributo di entrambi i genitori, al di fuori della “struttura” protettiva e di sostegno attuata dai provvedimenti del Tribunale. La stessa ct. di parte Re., dopo aver espresso alcune preoccupazioni rispetto alla personalità del F., aveva comunque sottolineato la necessità dello svolgimento del “cammino che la coppia genitoriale doveva” seguire per migliorare il “contesto di vita del loro figlio”, attraverso la “presa in carico terapeutica di entrambi… per motivi diversi”, la gradualità dell’avvicinamento del figlio al padre e la “presenza della madre”, fondamentale per rassicurare il figlio che, una volta riuscito anche ad esprimersi meglio in italiano, avrebbe potuto trascorrere le notti con il padre. La c.t.p. aveva inoltre sottolineato l’importanza che “i due genitori possano essere aiutati in un percorso finalizzato al rafforzamento della funzione genitoriale ed alla collaborazione, legato al compito di crescere R.”, precisando l’inopportunità di dar corso a questa seconda “fase” nella immediatezza, data l’insussistenza, al momento attuale, di “sufficienti presupposti” per una mediazione, da rinviare quindi più in là nel tempo;
la Re. aveva pure paventato il rischio che la conferma del provvedimento del Tribunale potesse pregiudicare anche futuri trasferimenti del minore, che avrebbero potuto essere nuovamente esclusi proprio a causa della permanenza dello stesso in Italia, con conseguente creazione di legami che non avrebbero potuto essere interrotti. R. apparteneva a due culture che dovevano essere entrambe preservate dai genitori senza vincoli di subordinazione tra le stesse: era questo l’obiettivo degli interventi predisposti ed attuati in favore del bambino, che doveva crescere nella consapevolezza delle sue origini e che, proprio per questo, oltre che per le ragioni già espresse, non potevano essere interrotti. Era riduttivo, e non rispondente all’attuale stato della normativa che vedeva il bambino parte dei procedimenti che lo riguardavano, prospettare una sorta di pregiudizio secondario collegato alla permanenza in un paese che avrebbe precluso il trasferimento in altro. L’attività del servizio sociale, l’impegno di entrambi i genitori nel seguire i percorsi personali e congiunti pensati per loro, erano mirati a consentire a R. di scegliere, stabilita una corretta comunicazione tra i genitori e di questi con il figlio, in che paese e con quale genitore vivere, scelta che, allo stato, per le ragioni esposte e per l’età di R., non era ancora possibile, ma che sarebbe appartenuta soltanto a lui. L’adesione data dalle parti ai previsti interventi mirati faceva concretamente ritenere che R. avrebbe potuto giovarsi di buone condizioni per una crescita equilibrata, e quindi per operare, in un prossimo futuro, anche scelte impegnative;
A sostegno del ricorso la Re. denunzia “Ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 (nel testo novellato dall’art. 54, comma 1, lett. b, cit., applicabile ratione temporis giusta il disposto dell’art. 54 c.p.c., comma 3, cit), in relazione all’art. 360 c.p.c., u.c., (siccome novellato dal D.Lgs. n. 40 del 2006 cit., art. 2): Violazione dell’art. 16 Cost., commi 1 e 2, dell’art. 18, art. 39 – comma 1 – e art. 43 del Trattato istitutivo della Comunità e dell’Unione Europea, nella versione consolidata ed ultima, anche in relazione all’art. 117 Cost., comma 1 e dell’art. 5 Cost. e art. 8 Cost., commi 1 e 2, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, siccome ratificata dalla L. 4 agosto 1955, n. 848, nonchè falsa applicazione dell’art. 155 c.c., commi 1 e 2, nel testo introdotto dalla L. 8 febbraio 2006, art. 1, comma 1″ atteso che il giudice di merito ha escluso il trasferimento della residenza, siccome richiesto dalla madre del minore per esigenze di accudimento, lavorative e reddituali, ed il conseguente mutamento della collocazione del minore, così ingiustamente comprimendo diritti fondamentali ed interessi primari della ricorrente e del minore stesso ed erroneamente adducendo la necessità della statuizione ai fini della costituzione e del mantenimento di un proficuo rapporto del minore con entrambi i genitori, senza considerare che, in base allo ius receptum ed al diritto applicato, in relazione al dettato dell’art. 155 cit., la condivisione dell’affidamento ed il mantenimento delle relazioni affettive ed accuditive di entrambi i genitori con il minore non sono ostacolati dalla distanza dei luoghi di residenza o di permanenza dei genitori medesimi, tenuto anche conto della modulabilità del regime di frequentazione con il genitore non prevalente collocatario anche in base ai mutamento del luogo di residenza del genitore prevalente collocatario, della possibilità di contatto assiduo e quotidiano mediante mezzi di telecomunicazione audio-visiva e della possibilità di interazione tra i servizi socio-assistenziali dei luoghi di residenza dei due genitori – anche se posti in diversi contesti nazionali – ai fini della continuità dei percorsi di supporto all’esercizio ed alla condivisione delle funzioni genitoriali.
Inoltre, omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, che sono stati oggetto di allegazione nelle fasi di merito e di discussione tra le parti, quali: a) l’avvenuta instaurazione di una relazione proficua fra il minore ed il padre di lui, non suscettibile di essere menomata per il solo fatto del trasferimento del minore; b) l’incontestata insussistenza di alcun comportamento materno negativamente incidente sull’anzidetta relazione tra il minore ed il padre; c) lo stato di serenità del minore rispetto alla relazione con entrambi i genitori, siccome riscontrato in sede di c.t.u., sì da non potersi configurare il concreto ed attuale rischio che il trasferimento determini una menomazione della relazione tra il bambino ed il padre. Nel disattendere la domanda di mutamento della collocazione del minore in relazione al trasferimento della residenza della madre, prevalente collocataria, il giudice del reclamo ha omesso di considerare che la compressione del diritto del genitore di determinarsi liberamente in ordine al luogo di ubicazione della propria sede domiciliare e familiare, garantito dalla normativa costituzionale e sovranazionale anche per il fatto che vi è connesso l’interesse del minore alla tendenziale non ingerenza di terzi e di alcuna istituzione circa le determinazioni afferenti alla vita familiare, non è suscettibile di essere compresso se non quando se ne ponga l’assoluta necessità ai fini della tutela del superiore interesse del minore e, cioè, quando il mutamento della residenza e della collocazione del minore stesso siano concretamente e comprovatamente incompatibili con esigenze fondamentali e personali di quest’ultimo e, segnatamente, con l’interesse alla conservazione di un equilibrato e proficuo rapporto anche con il genitore che non ne sia prevalente collocatario. L’indicato principio risulta dal coordinamento di disposizioni che, sul piano sistematico, assurgono a fondamentali presidi dei diritti di libertà personale e dell’interesse all’autodeterminazione nell’organizzazione della vita privata e familiare. Si tratta, peraltro, di tutele alla cui piena fruizione da parte del genitore ha interesse anche il figlio minorenne, il quale partecipa del diritto all’esclusione di ingerenze autoritative nella vita familiare, che non siano strettamente necessarie alla salvaguardia dell’incolumità psico-fisica del minore medesimo. Dunque, tra le predette garanzie di autodeterminazione vengono in luce, con specifico riferimento alla vicenda de qua, la tutela della libertà di movimento, circolazione, soggiorno ed espatrio, di cui all’art. 16 Cost., commi 1 e 2, avendo la ricorrente dedotto, nelle fasi di merito, l’esigenza di organizzare le proprie funzioni genitoriali e la propria vita lavorativa mediante il mutamento del luogo di residenza abituale; la libertà di circolazione e di movimento nello spazio comune europeo, riferibile tanto alla persona in sè considerata quanto al cittadino come lavoratore, ai sensi dell’art. 18, art. 39, comma 1 e art. 43 del Trattato istitutivo comunitario – applicabile quale fonte di formazione primaria e rafforzata, ai sensi dell’art. 117 Cost., comma 1, avendo la ricorrente manifestato l’esigenza di mutare la propria residenza ed il luogo di abituale permanenza del figlio anche e soprattutto al fine di reperire una occupazione lavorativa idonea a sottrarre anche il bambino alla situazione di sostanziale indigenza economica determinatasi nell’ultimo periodo di permanenza in Italia, peraltro deducendosi e documentandosi la sussistenza di concrete e vantaggiose opportunità lavorative; la libertà di autodeterminazione personale e nella gestione della vita familiare, ai sensi dell’art. 5, comma 1, e 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – ratificata con L. 4 agosto 1955, n. 848 -, avendo la ricorrente dedotto, nelle fasi di merito, l’esigenza di fruire, mediante il rientro, nel Paese di origine, dell’affetto e del sostegno dei propri familiari, anche ai fini della cura del figlio minorenne, e, in linea generale, di una condizione esistenziale diversa da quella di sostanziale isolamento e sensibile disagio economico e relazionale, originato anche a causa dei pregressi comportamenti violenti ed aggressivi del padre del minore e comunque tuttora patito nell’attuale luogo di residenza.
D’altra parte si rivelano inammissibili le censure formulate ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5 nel testo attualmente in vigore ed applicabile ratione temporis, di omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio. Dal provvedimento impugnato emerge infatti pure che gli elencati fatti in tesi trascurati, delibabili peraltro nei limiti degli accadimenti materiali (cfr cass. SU n 8053 del 2014; cass. n. 5133 del 2014), sono stati invece dalla Corte di merito espressamente esaminati (cfr cass. n. 7983 del 2014) e valutati insieme con le altre risultanze istruttorie, così concorrendo a fondare l’impugnata conclusione.
Depositato in Cancelleria il 18 settembre 2014.

References: Cass. 
 art. 2
 art. 39
 art. 43
 art. 8
 art. 1
 art. 39
 art. 43
 cass. 
 cass. 
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