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Timestamp: 2020-08-15 07:51:58+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 25806 del 14/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25806 del 14/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 14/12/2016, (ud. 19/10/2016, dep.14/12/2016), n. 25806
sul ricorso 23821-2015 proposto da:
INTESA SANPAOLO S.P.A., (quale incorporante SANPAOLO IMI S.P.A.) C.F.
V.G., P.F., P.P., quali eredi di
P.D., S.M. quale erede di S.A.,
SA.SE., quale erede di Sa.Mi., R.L.,
elettivamente domiciliati in ROMA, VIA FLAMINIA 195, presso lo
studio dell’avvocato VACIRCA SERGIO, rappresentati e difesi
dall’avvocato GIUSEPPE FERRARO giusta procura speciale a margine del
P.D., + ALTRI OMESSI
avverso la sentenza n. 2190/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
depositata il 06/10/2014;
Con sentenza n. 2190/2014, del 6 ottobre 2014, la Corte di appello di Napoli, riformando la decisione del primo giudice che l’aveva rigettata, accoglieva la domanda proposta da P.D. ed altri litisconsorti, tutti ex dipendenti del Banco (o loro aventi causa, in conseguenza del decesso del dipendente) e collocati in quiescenza con decorrenza anteriore al 31/12/1990, condannava Intesa Sanpaolo al pagamento in favore dei suddetti delle differenze economiche sul trattamento pensionistico per i periodi e gli importi indicati in ricorso. Dichiarava, inammissibile l’appello proposto nell’interesse di R.M., G.E., e Ro.Gi. per estinzione del mandato conferito a margine del ricorso di primo grado essendo i predetti deceduti in epoca anteriore alla proposizione del gravame.
La pretesa dei ricorrenti traeva titolo da una precedente sentenza del Pretore del lavoro di Napoli (n. 17809/1994), che aveva loro riconosciuto il diritto di conservare il sistema di perequazione automatica delle pensioni, come disciplinato anteriormente all’entrata in vigore del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 303. La suddetta sentenza era stata confermata in grado di appello dal Tribunale di Napoli; successivamente le Sezioni Unite della Cassazione, con sentenza n. 9024/2001, avevano cassato con rinvio la sentenza di appello, riconoscendo tuttavia il diritto dei pensionati al mantenimento del regime perequativo aziendale, ove cessati dal servizio prima del 31 dicembre 1990 e limitatamente al periodo 1.1.1994-26.7.1996.
La Corte di appello di Napoli, nel giudizio di rinvio, aveva riconosciuto il diritto dei pensionati (tra cui gli odierni intimati o i loro danti causa) a conservare il suddetto regime perequativo aziendale relativamente al periodo 111994-26.7.1996, condannando per l’effetto la Sanpaolo Imi S.p.A. (incorporante del Banco di Napoli S.p.A.) alla corresponsione dei relativi aumenti di pensione. 1,a pronuncia era stata confermata da questa Corte con sentenza n. 19937 del 19 maggio 2004 6 ottobre 2004 (che si era limitata ad una modifica della statuizione solo nella sola parte concernente il regime degli accessori), con conseguente formazione del giudicato.
Riteneva la Corte territoriale – ad eccezione delle posizioni del Ri., della G. e del Ro. che era irrilevante ai fini della regolamentazione dei rapporti tra le parti lo ius superveniens costituito dalla L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 in ragione dell’intervenuto giudicato, escludendo, altresì, che la base di computo delle prestazioni per il periodo successivo potesse essere depurata degli incrementi erogati in virtù del regime perequativo poi abrogato, ciò sulla base del criterio di calcolo definitivamente accertato con riguardo agli anni 1994/1996, il cui risultato era destinato a stabilizzarsi anche per gli anni successivi.
Resistono con controricorso V.G., P.F., P.P. quali eredi di P.D., S.M.T., quale erede di S.A., Sa.Se., quale erede di Sa.Mi. e R.M., mentre gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.
E’ stata depositata relazione ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. contenente la proposta di accoglimento del primo motivo di ricorso ed il rigetto del secondo.
V.G. ha depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c..
Con il primo motivo di ricorso si deduce omessa pronuncia (in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 4) con riferimento alla eccepita inammissibilità del ricorso in appello proposto nell’interesse di Ru.Ag. la cui posizione era uguale a quella di Ri.Ma., G.E. e Ro.Gi. per i quali la Corte di appello aveva dichiarato inammissibile l’appello per estinzione del mandato conferito a margine del ricorso di primo grado essendo i predetti deceduti in epoca anteriore alla proposizione del gravame.
Il motivo è infondato, diversamente da quanto proposto nella relazione.
Effettivamente risulta dagli atti che la attuale ricorrente aveva eccepito la inammissibilità dell’appello proposto dal Ri., dalla G., dal Ro. e dalla Ru. e che, con riferimento alla posizione quest’ultima, detta eccezione non è stata vagliata dalla Corte territoriale.
Orbene, risulta dagli atti – il cui esame è consentiro essendo stato denunciato un “error in procedendo” – che la Ru. era deceduta prima della proposizione dell’appello. Tuttavia, la giurisprudenza di questa Corte ha ormai definitivamente affermato – risolvendo un contrasto – che la morte o la perdita di capacità della parte costituita a mezzo di procuratore, dallo stesso non dichiarate in udienza o notificate alle altre parti, comportano, giusta la regola dell’ultrattività del mandato alla lite, che il medesimo procuratore, qualora originariamente munito di procura alla lite valida per gli ulteriori gradi del processo, è legittimato a proporre impugnazione – ad eccezione del ricorso per cassazione, per cui è richiesta la procura speciale – in rappresentanza della parte che, deceduta o divenuta incapace, va considerata, nell’ambito del processo, tuttora in vita e capace (Cass. Sez. U, Sentenza n. 15295 del 04/07/2014; Cass. Ordinanza n. 21287 del 20/10/2015 e altre successive).
Con il secondo motivo di ricorso la ricorrente denuncia: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 324 c.p.c. e dell’art. 2909 c.c., in relazione al D.Lgs. n. 503 del 1992, artt. 9 e 11 come interpretati autenticamente dalla L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55, (art. 360 c.p.c., n. 3)”. Si duole del fatto che la Corte partenopea abbia attribuito una erronea portata alla norma di interpretazione autentica della citata L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 ed ai suoi rapporti con il giudicato, rendendo il trattamento perequativo degli originali ricorrenti, andati in pensione prima del 31 dicembre 1990, sostanzialmente indifferente alla esistenza o meno della suddetta norma di interpretazione autentica in forza della quale, come chiarito da consolidata giurisprudenza di legittimità, il sistema di perequazione automatica aziendale è abrogato, per tutti i pensionati (ante e post 31 dicembre 1990), a far data dal gennaio 1994. Conseguentemente, in relazione al diritto di conservare, successivamente al mese di luglio 1996, gli aumenti perequativi ottenuti in virtù del sistema previgente, non venendo in rilievo il principio di intangibilità del giudicato, nè il divieto del ne bis in idem, la pretesa azionata avrebbe dovuto essere decisa alla luce della ridetta norma di interpretazione autentica, e non già in base alla regola inris affermata dalla sentenza passata in giudicato, siccome sostituita ab origine dalla normativa di interpretazione autentica. Ciò in quanto il diritto alla conservazione dell’assegno perequativo non è parte integrante del giudicato, bensì un diritto conseguente che permane, rebus sic stantibus, al permanere della relativa fonte costitutiva.
Successivamente al consolidarsi della giurisprudenza di questa S.C. intervenuto la L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 che ha stabilito che la normativa sopra richiamata deve intendersi nel senso che la perequazione automatica delle pensioni, come prevista dal D.Lgs. n. 503 del 1992, art. 11 si applica al complessivo trattamento percepito dai pensionati di cui al D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 3.
Una diversa opzione ricostruttiva sarebbe costituzionalmente impraticabile per lesione del principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost. (letto in chiave a quello di certezza del diritto), del principio di separazione dei poteri (art. 101 Cost. cpv. e art. 104 Cost., comma 1) e dell’art. 117 Cost. attraverso la norma interposta dell’art. 1 prot. Protocollo aggiuntivo n. 1 alla CEDU come interpretato dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, secondo la quale i diritti pensionistici costituiscono un bene ai sensi, appunto, dell’art. 1 del Protocollo n. 1 aggiuntivo alla Convenzione (si vedano, ad esempio, le sentenze della Corte EDU Lakieevie e altri c. Montenegro e Serbia; Gruclie c. Serbia; Pejeiè c. Serbia; Stefanetti e altri c. Italia).
Del resto, l’intangibilità del giudicato sostanziale non solo prevale sullo ius superveniens – e sulle norme di interpretazione autentica, ma impedisce la caducazione, ab origine, delle norme su cui il giudicato si fonda per effetto della declaratoria di illegittimità costituzionale delle stesse, costituendo – appunto – il giudicato, al pari di altre situazioni giuridiche consolidate in conseguenza di eventi che l’ordinamento giuridico riconosca idonei a produrre tale effetto, uno dei limiti che incontra l’efficacia retroattiva della decisione di illegittimità costituzionale (cfr., fra le numerose in tal senso, Cass. n. 4766/1999; Cass. n. 7057/1997; Cass. n. 891/1996; Cass. n. 1860/1983; Cass. S.U. n. 1707/1963).
L’applicazione di tali principi al caso in oggetto fa sì che la norma di interpretazione autentica di cui alla L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 che non contiene previsione alcuna di caducazione dei giudicati sostanziali già formatisi, non è suscettibile di incidere, nel caso concreto, in relazione alle situazioni giuridiche già oggetto di sentenza definitiva passata in giudicato.
Essendosi la sentenza impugnata conformata ai suindicati principi, anche questo motivo di ricorso non può trovare accoglimento.

References: Sentenza 
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 art. 1
 art. 380
 Sentenza 
 Cass. 
 art. 1
 art. 1
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 art. 1
 art. 11
 art. 3
 art. 3
 art. 104
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
 Cass. 
 art. 1
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