Source: http://dariocampolo.blogspot.it/2010/06/
Timestamp: 2018-02-22 02:36:46+00:00

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Il blog di Dario Campolo: giugno 2010
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Pisanu: "Trattativa con mafia? Ci fu qualcosa del genere"
ROMA - Cosa Nostra, anche oggi, non ha rinunciato ad influire sulla politica. L'allarme e' stato lanciato oggi dal presidente della Commissione parlamentare antimafia, Giuseppe Pisanu.
Concludendo le sue comunicazioni alla Commissione parlamentare riferite ai grandi delitti e alle stragi di mafia del 1992-93, Pisanu ha ricordato che da quegli anni ad oggi ''bloccato il suo braccio militare, Cosa Nostra ha certamente curato le sue relazioni, i suoi affari, il suo potere. Ma da allora ad oggi - ha proseguito Pisanu - ha perduto quasi tutti i suoi maggiori esponenti, mentre in Sicilia e' cresciuta grandemente una opposizione sociale alla mafia - ha ricordato - che ha i suoi eroi e i suoi obiettivi civili e procede decisamente accanto alla magistratura e alle forze dell'ordine''.
Anche per questo, ha proseguito Pisanu, Cosa Nostra ''ha forse rinunciato all'idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunciato alla politica. Al contrario, con l'espandersi del suo potere economico - ha poi detto - ha sentito sempre piu' il bisogno di proteggere i suoi affari e i suoi uomini, specialmente con gli strumenti della politica comunale, regionale, nazionale ed europea''.
Pubblicato da dario.campolo a 14:58:00 Nessun commento: Link a questo post
Salvatore Borsellino: "I giudici hanno fatto chiarezza, ora la verita' sulle stragi e la trattativa"
"E' una sentenza significativa: il concorso esterno in associazione mafiosa viene confermato anche in appello, adesso è tutto più chiaro".
Salvatore Borsellino, fratello minore di Paolo, il magistrato di Palermo ucciso da Cosa Nostra nel 1993 insieme agli agenti della scorta, da allora impegnato nella ricerca della verità su quella stagione di stragi, non ha più dubbi: Marcello Dell'Utri ha concorso con Cosa Nostra. Almeno fino al 1992, dicono i giudici.
I giudici hanno condannato il senatore del Pdl a sette anni, ma il procuratore generale ne aveva chiesto 11.
"La riduzione della pena era già prevista perché i giudici - anche se io non ne capisco il motivo - hanno rifiutato la testimonianza di Spatuzza e Ciancimino che erano fondamentali per quell’accusa che è stata quindi dichiarata non sussistente. Cioè per i giudici non ci sono elementi sufficienti per provare un ruolo di Dell'Utri nelle stragi del '92-'93 e nella trattativa. L’importante è però che sia stata confermata la condanna".
Nei giorni scorsi si parlava insistentemente di assoluzione.
"Per parte mia sarebbe stata una tragedia. Far valere la prescrizione per reati di questa gravità sarebbe assurdo: la prescrizione non dovrebbe esistere in questi casi".
Dell'Utri è un senatore della Repubblica, co-fondatore di Forza Italia e braccio destro del premier Berlusconi. Che lettura politica dare?
"Be, se i politici traessero le conseguenze dalle sentenze si assumerebbero le loro responsabilità. Io so che mio fratello Paolo diceva sempre che anche prima che la magistratura si possa pronunciare su certi accadimenti, i partiti politici dovrebbero fare pulizia al loro interno. Penso che non siano parole al vento quelle di chi invoca liste pulite e un Parlamento pulito senza condannati o indagati.
Secondo lei Dell'Utri dovrebbe dimettersi?
"Ha idea della gravità di questa condanna? Certo che dovrebbe dimettersi. Solo che purtroppo vengono usati diversi pesi e diverse misure a seconda dle momento o della persone. Per Scajola a fronte di una semplice indagine viene dallo stesso partito l’iniziativa e se ne traggono le conseguenze. In casi estremamente più gravi come una condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa conseguenz non se ne vedono. Credo che il fatto che Dell’Utri sieda ancora in Parlamento squalifichi l’intero organo legislativo".
Le dichiarazioni di Spatuzza stanno portando alla luce una verità diversa sulle stragi del '92-'93.
"La strada è ancora lunga, anche se sulla trattativa Stato-mafia almeno sembra tracciata. Ma dico che non è possibile che a 18 anni da quelle stragi ci siano ancora questi misteri su coloro che sono stati effettivamente autori e ispiratori di quelle stragi".
"Io ho molta fiducia nei giudici di Palermo, Caltanissetta e Firenze che stanno lavorando per portare alla luce la verità, sempre che questi magistrati non vengano intimiditi o in qualche modo eliminati. Eliminati come hanno fatto con De Magistris, denigrandolo e trasferendolo, o come hanno fatto con Falcone e Borsellino, che sono stati uccisi. Solo allora potremmo arrivare alla verità. Come dice Antonio Ingroia, se gli italiani vorranno la verità si arriverà ad essa, ma bisogna pretenderla con forza. Per fortuna Spatuzza ha scelto di continuare a parlare, nonostante l’evidente intimidazione che è stata perpetrata nei suoi confronti non concedendogli il programma di protezione".
notizie.tiscali.it (Antonella Loi, 29 Giugno 2010)
Pubblicato da dario.campolo a 11:23:00 Nessun commento: Link a questo post
Dell'Utri, 25 anni di amicizia coi boss
Tutto quello che sapevamo è sentenza. Tutti i suoi legami con i capi di Cosa Nostra sono stati provati e anche confermati. Era l'ombra di Silvio Berlusconi e intanto si mescolava a loro, trafficava con loro. La complicità di Marcello Dell'Utri con i boss siciliani è stata molto lunga nel tempo: una mafiosità che è durata venticinque anni.
E' passata attraverso due generazioni di Padrini, attraverso una guerra che ha fatto più di mille morti, attraverso "eroi" come Vittorio Mangano che sono transitati da una famiglia all'altra dopo un tradimento per salvarsi la pelle. Ha resistito ai cambi di guardia del grande potere criminale di Palermo, di boss in boss, prima con i Bontate e con i Teresi e poi Totò Riina e i suoi Corleonesi.
E' rimasto sempre lì, il senatore Dell'Utri è rimasto sempre incollato ai suoi amici siciliani, tutti i sopravvissuti, tutti quelli che stagione dopo stagione comandavano e uccidevano. Dal giorno che lui è arrivato a Milano non ha mai interrotto i suoi rapporti con loro, mai rinnegato il patto che aveva sottoscritto prima di sbarcare alla corte di quello che sarebbe diventato il capo del governo italiano.
Nomi. Da Antonio Virgilio e Salvatore Enea detto "Robertino" a Jimmy Fauci e Francesco Paolo Alamia. Luoghi. Dal campetto della Bacigalupo nella borgata dell'Arenella alla principesca Villa Casati. Incarichi. Segretario particolare di Silvio prima, poi amministratore di Pubblitalia, poi ancora fondatore del partito che avrebbe cambiato i destini del Paese. Una scalata che non si è fermata mai. E dietro di lui, Marcello, c'erano sempre loro: il "clan dei siciliani".
Se è intorno alla metà degli Anni Sessanta che si rintracciano le sue prima relazioni con riciclatori di denaro sporco e trafficanti di stupefacenti, è nel 1974 che c'è certezza di un collegamento più forte e "strutturato" con i capi della criminalità palermitana. É l'arrivo di Vittorio Mangano (e non a caso il senatore non si è stancato mai di ripetere cosa ha rappresentato per lui lo "stalliere", l'ha fatto persino ieri subito dopo la condanna) a Milano che segna l'inizio di questa spericolata avventura dell'anonimo impiegato della Sicilcassa all'agenzia di Belmonte Mezzagno. É Vittorio Mangano uno delle "giunture" della storia di mafia e di investimenti che ha reso famoso e potente il futuro senatore, è l'uomo d'onore della famiglia di Porta Nuova che sbarca in Lombardia, "e dal 1974 fino all'ottobre del 1976 fissa la sua residenza in Arcore, via San Martino n.42, cioè la via confinante con la villa di Berlusconi, denominata appunto Villa San Martino...". Il Mangano che è il collegamento fra la Cupola che sta a Palermo e Dell'Utri che sta ormai a Milano, il Mangano che prima prende ordini dal capo Stefano Bontate e poi ordini dal capo Salvatore Riina.
C'è una "continuità" nel mondo di mafia e una "continuità" nelle complicità di mafia: Vittorio Mangano e Marcello Dell'Utri seguono lo stesso percorso, subiscono gli stessi contraccolpi per le instabilità di Cosa Nostra, approdano entrambi nelle mani dei nuovi padroni dopo avere servito quelli vecchi.
É fra il 1974 e il 1975 che tutto diventa più chiaro, se si può dire "ufficiale". I primi incontri di boss "là sopra", i rappresentanti della famiglia di Santa Maria del Gesù che salgono in massa in via Larga ("Alla riunione eravamo presenti io, Tanino Cinà, Stefano Bontate, Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi", rivelerà il pentito Francesco Di Carlo), le cene, i latitanti nascosti. E Vittorio Mangano sempre lì a fare il guardiano a cavalli che secondo i poliziotti non erano cavalli, a badare stalle che non c'erano, ad aggirarsi fra Arcore e Milano in attesa delle disposizioni dei suoi capi di Palermo. C'è tutto questo - ci sono le prove adesso - nella sentenza contro il senatore che dopo le stragi siciliane s'inventò un partito che sarebbe diventato il primo partito in Italia.
Dalla metà degli Anni Settanta alla fine degli Anni Ottanta: antenne (gli interessi di Bontate e Teresi nel settore televisivo) e palazzi (il risanamento del centro storico di Palermo), i rapporti con il finanziere Filippo Alberto Rapisarda e quelli con i soci di Vito Ciancimino, le telefonate al commercialista (Giuseppe Mandalari) di Totò Riina, gli intrecci con le cosche catanesi. Tutto è dentro il verdetto. Tutto l'impianto accusatorio - l'istruttoria è stata avviata 16 anni fa - è stato praticamente convalidato. E accertata la mafiosità di Marcello Dell'Utri.
Resta in sospeso il dopo, dal 1992 agli anni a seguire. Che cosa significa l'"assoluzione" dalla stagione delle stragi in poi - è nel 1994 che Berlusconi entra in politica, risale almeno all'anno prima la decisione di fondare il nuovo partito - ce lo spiegheranno le motivazioni della sentenza. I giudici non hanno creduto a Gaspare Spatuzza (le cui rivelazioni sono state riversate nel processo in extremis, nell'ottobre del 2009, e senza procedere a un solo riscontro), ma non hanno creduto neanche ad Antonino Giuffrè, a Salvatore Cucuzza, a Calogero Ganci e a un piccolo drappello di pentiti catanesi che avevano raccontato la "disponibilità" di Cosa Nostra a sostenere Forza Italia dopo la fine dei vecchi partiti.
E, dopo avere "concorso" per venticinque anni, il senatore Marcello Dell'Utri dal 1992 avrebbe reciso all'improvviso i suoi rapporti con gli uomini d'onore della Sicilia. Proprio in quel momento. É sufficiente per far crollare - come sostengono i suoi amici di schieramento e i suoi avvocati - l'ipotesi di un rapporto mafia-politica, quella contiguità fra il senatore e i boss anche dopo le stragi? Lo scenario è più complicato di come sembra e più vasto di come lo può presentare solo il processo a carico di Marcello Dell'utri. C'è il dibattimento appena concluso in Appello ma ci sono anche indagini a Caltanissetta (sulle uccisioni di Falcone e Borsellino), c'è un fascicolo aperto a Firenze (le bombe in Continente del 1993) e un'inchiesta a Palermo sulla trattativa fra Cosa Nostra e Stato. D'ora in poi tutto partirà dalla sentenza di ieri, partirà da un punto: per venticinque anni il miglior amico e socio di Silvio Berlusconi, è stato anche uno dei migliori amici dei mafiosi siciliani.
Pubblicato da dario.campolo a 09:37:00 Nessun commento: Link a questo post
In una conferenza stampa stile don Corleone lui rivela: "Dissi a Silvio di stare zitto"
Il fondatore di Forza italia ha incontrato i giornalisti dopo esseere stato condannato in Appello. "Si tratta di un contentino alla procura"
Tranquillo in modo disarmante, quasi fosse Marlon Brando nel Padrino. E’ apparso così il senatore Marcello Dell’Utri. Blaser blu e volto disteso. L’appuntamento è fissato in via Marini 1 a Milano, sede storica dei Circoli del Buongoverno. Il fondatore di Forza Italia è arrivato poco dopo le 11. Un’ora prima, a Palermo, i giudici della Corte d’Appello lo avevano condannato a sette anni per concorso esterno. Condanna che lambisce ma non tocca il 1992. In sostanza: gli anni delle stragi e della trattativa tra Stato e mafia. Particolare non indifferente. “Un po’ mi dispiace per il procuratore Gatto – ha scherzato il senatore – , potevo entrare nella storia, ma così non è stato. Che vi devo dire, gli farò le condoglianze”. E comunque la sentenza c’è, non si può fare finta di nulla. “Solo un contentino alla procura”, ha ribadito il senatore, convinto a oltranza “di una macchinazione” che alla fine è arrivata a una “banale condanna per concorso esterno”. Eppure qualcosa c’è. Un rimpianto forse, che però il senatore azzurro nega e negando racconta che “fui io a dire a Berlusconi di stare zitto e di non andare in aula a testimoniare”. Proprio così. Il premier in questo processo ci entra come testimone che chiamato dalla Procura si avvale della facoltà di non rispondere. Una scelta, consigliata e approvata dallo stesso Dell’Utri. “Io so come vanno a finire queste cose – dice – , tu vai in aula dici una cosa e vieni strumentalizzato. Lo so perché ci sono già passato”. Vero ma probabilmente le parole del Cavaliere avrebbero potuto salvarlo. Lui fa finta di nulla e passa oltre. Scherza e fa battute. Forse ancora non comprende che davanti ha la prospettive di sette anni di carcere. Imperterrito va avanti per aneddoti. E il più incredibile è quello che lo immortala nel suo bagno, questa mattina, alle prese con la barba e un rasoio difettoso. “Io me l’aspettavo la condanna, questa mattina poi mentre mi facevo la barba mi sono tagliato”. Un taglio che lui ritrova in questa sentenza. “Se fossi stato assolto – prosegue – mi ero già preparato la frase. Avrei detto che la mia pena io l’ho già scontata”. Questo non lo può dire. Ma ribadire l’eroicità dell’amico Mangano, quello sì. E va avanti: “Per me Mangano resta un eroe. Lui è come il protagonista dei fratelli Karamazov”. Ancora e di più: “E’ stato malato per anni e non ha parlato”, nonostante “tutti lo tirassero per la giacchetta per incastrare Berlusconi”. Così non è andata e ora tocca attendere la Cassazione. Solo un altro appuntamento per Dell’Utri che non si scompone, non suda, scherza e sorride. “Io sono uno che non somatizza, non ci penso, non me la prendo”. Tutto bene, dunque. Tanto più che la parte delle stragi del 1993 evapora perché “il fatto non sussiste”. E dunque quelle stragi? Il senatore azzurro non ha dubbi. “Bisogna andare avanti con le indagini, trovare i mandanti perché i mandanti ci sono”. Detto e concluso. La sala applaude. E il senatore per la prima volta tradisce imbarazzo. “Alle conferenze stampa non si applaude”.
La condanna per associazione esterna in secondo grado al senatore Marcello Dell’Utri è e rimane un fatto storico. Prima di tutto perché si tratta di una tappa fondamentale di un percorso di indagine lungo quasi quindici anni.
In secondo luogo perché getta un’ombra definitiva sulla nascita di Forza Italia, sulle sue origini, rivelando, stando alla sentenza che di fatto conferma quella di primo grado nonostante l’alleggerisca (da 9 a 7 anni di reclusione), quella rete di nodi indistricabili e inconfessabili fra Cosa nostra e l’imprenditoria del Nord a partire dagli anni ’70.
È molto probabile che non si giunga a sentenza definitiva, come ha dichiarato il pg Gatto. Non per un’assoluzione in Cassazione ma per prescrizione. Forse andrà così. Forse una verità giudiziaria certa non sarà mai raggiunta.
Ma rimane il giudizio politico, che non può essere che terribile. Perché quello che è emerso in questi 14 anni di indagini e processi racconta quello che tutti, consapevolmente e no, sappiamo. Che i soldi della mafia non puzzano. Che la mafia spesso si trasforma in socio affidabile, in finanziatore discreto, in salvezza finanziaria per chi vuole azzardare affari oltre le proprie disponibilità.
Leggiamo questa sentenza di oggi: «Visti gli articoli 150 cp, 530, 531 e 605 ccp; in riforma della sentenza del tribunale di Palermo dell’11 dicembre 2004 appellata da Cinà Gaetano e Dell’Utri Marcello ed incidentalmente dal procuratore della Repubblica di Palermo si dichiara di non doversi procedere nei confronti di Cinà Gaetano, in ordine ai reati ascrittigli perchè estinti per morte del reo. Assorbita l’imputazione ascritta al capo A della rubrica di quella in cui al capo B, assolve Dell’Utri Marcello, dal reato ascrittogli, limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoche successiva al 1992, perchè il fatto non sussiste e per l’effetto riduce la pena allo stesso inflitta ad anni sette di reclusione. Conferma nel resto l’appellata sentenza. Dell’Utri Marcello alla refusione delle spese sostenute dalle parti civili costituite Provincia regionale di Palermo e Comune di Palermo che si liquidano per ciascuna di esse in complessivi euro 7.000 oltre spese generali, Iva e Cpa come per legge. Indica – conclude la sentenza – in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione».
Marcello Dell’Utri, secondo la sentenza di oggi e quella che l’ha preceduta, sarebbe stato uomo di cerniera, garante di affari innominabili. Paradossalmente, Dell’Utri dopo questa sentenza sarà probabilmente “scaricato” (in parte lo era già) dai suoi amici e soci. Con quel “il fatto non sussiste” relativo ai reati successivi al ’92, liquidando di fatto le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, si cancella la continuità della storia del senatore, che secondo la stessa sentenza, paradossalmente, avrebbe avuto continui rapporti con i boss (in particolare il deceduto Cinà) per interromperli di colpo per fondare i primi circoli di Forza Italia e iniziare così una formidabile carriera politica sua e del suo riferimento imprenditoriale e politico Silvio Berlusconi. Questa sarebbe stata in questi anni la vera preoccupazione del premier e dei suoi, cancellare ogni possibile collegamento fra quella stagione e quegli affari con la nascita di Forza Italia e non la condanna del senatore. Dell’Utri era sacrificabile, anche se lui ha tentato in tutti i modi di tenere saldo il legame con il suo amico e socio attraverso numerosi e non tanti velati e non avvisi rilasciati in questi anni. Ora però la situazione è molto diversa. Scaricato l’amico impresentabile tutti tireranno un sospiro di sollievo. Basta aspettare un po’ di tempo e assisteremo alla “scomparsa” di Dell’Utri e del suo impaccio giudiziario dal racconto che ci viene mostrato di Forza Italia prima e del Pdl poi.
Dell’Utri è finito, quindi viva Berlusconi. Viva, e continui a vivere. Questa sentenza non è una “pietra tombale” sulle indagini relative alla trattativa e alle stragi, come stanno dichiarando difensori e portavoce ufficiali e non del Pdl. È solo rimandare il disvelamento di quella vicenda. Perché, comunque vadano i processi eanche se non sarà mai raggiunta una verità giudiziaria su quegli anni terribili, una verità storica alla fine uscirà.
Condanna Dell'Utri. Pg: ''Il fatto non sussiste? Attendiamo le motivazioni''
Con tinua a ostentare serenità il senatore Marcello Dell'Utri, che intorno a mezzogiorno ha terminato l'attesa conferenza stampa seguita alla condanna in appello a 7 anni di reclusione. Inflitta questa mattina dalla Corte presieduta dal giudice Claudio Dall'Acqua dopo 5 giorni di camera di consiglio. “Non è stata una sentenza politica come aveva preannunciato il pg Antonino Gatto” contrattacca con fare pacato, perché dalle condotte successive al 1992 “sono stato assolto poiché il fatto non sussiste”. “I responsabili del periodo stragista – tiene a sottolineare, (nonostante la “trattativa” non sia mai stata oggetto del processo) - andateli quindi a cercare altrove”, prima di rigirare la frittata, con una nota di vittimismo: “Se non fossi entrato in politica questo processo non ci sarebbe stato”. Dichiarazioni decisamente affrettate, spiega però il procuratore generale Gatto, soddisfatto della sentenza, ma sorpreso per la decisione della Corte di assolvere l'imputato per i fatti commessi dal 1992 in poi. “La seconda parte dell'impianto accusatorio – dice – era addirittura più granitica rispetto alla prima”. In quanto alla formula “il fatto non sussiste” precisa: “Secondo l'articolo 637 del codice di procedura penale i verdetti di secondo grado si possono soltanto confermare o rivedere, senza esprimersi nel merito. Il che significa che quel 'fatto non sussiste' potrebbe tranquillamente essere identificato in una semplice 'insufficienza di prove'. Per avere una risposta certa occorrerà quindi attendere le motivazioni della sentenza”.
Per il momento la certezza è che il senatore Marcello Dell'Utri ha intrattenuto rapporti con Cosa Nostra, come specificato nella sentenza di primo grado e confermata in secondo, sin dagli anni Sessanta e Settanta. Quando portò negli uffici della Edilnord, a colloquio con l'amico Silvio Berlusconi, il boss Stefano Bontade, insieme ad altri soggetti appartenenti all'associazione mafiosa. E assumendo sin da quel momento il ruolo di “mediatore” tra la mafia siciliana e l'impero economico dell'amico imprenditore. Ruolo che dopo il 1980, in seguito all'assassinio di Bontade, avrebbe proseguito con la Cosa Nostra di Totò Riina e Bernardo Provenzano fino agli anni delle stragi iniziate nel 1992.
Gozzo cita, quindi, una frase di Paolo Borsellino che diceva: “C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto.No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali». «Bene - aggiunge Gozzo - mi limito ad annotare che nel caso di specie il politico, il senatore Dell'Utri, non solo non è stato assolto, ma è stato riconosciuto colpevole di avere concorso dall'esterno all'associazione criminale mafiosa per un lungo periodo, che dagli anni '70 va al 1992. Ed il riconoscimento di colpevolezza è stato effettuato da un Tribunale e da una Corte d'Appello, di cui gli avvocati hanno più volte, rispettivamente in primo e secondo grado, riconosciuto la correttezza”.
Motivazione sentenza Dell'Utri primo grado
Per il senatore il carcere è più vicino. Se la Cassazione conferma finirà dentro
D unque, anche per la Corte d’appello di Palermo, Marcello Dell’Utri è un mafioso. Dopo cinque giorni di battaglia in camera di consiglio, i giudici più benevoli che lui abbia mai incontrato hanno stabilito quanto segue: fino al 1992, prima in casa Berlusconi, poi nella Fininvest, poi in Publitalia, ha sicuramente lavorato per Cosa Nostra (la vecchia mafia dei Bontate e Teresi, e la nuova mafia dei Riina e Provenzano) e contemporaneamente per il Cavaliere palazzinaro, finanziere, editore, tycoon televisivo.
Pubblicato da dario.campolo a 16:26:00 Nessun commento: Link a questo post
Rita Borsellino: ''Non e' pietra tombale trattativa''
Palermo. «Non vedo come la sentenza della Corte d'Appello che ha condannato a sette anni di reclusione il senatore Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa possa in qualche modo gettare una 'pietra tombalè sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra. Le stragi del '92 e del '93 restano un grave buco nero della storia di questo paese. La verità su quanto accaduto allora va cercata con forza, ma in sedi che non sono solo quelle del processo a Dell'Utri». Lo ha detto Rita Borsellino, commentando la sentenza della Corte d'Appello di Palermo. «Oggi dei giudici ci confermano che un senatore della Repubblica, nonchè l'uomo chiave nella costruzione di Forza Italia, è stato per trent'anni, anche nel periodo delle stragi, in stretto contatto con i boss mafiosi, - ha aggiunto - fornendo persino protezione (come nel caso di Mangano) e contribuendo così con forza al mantenimento e al rafforzamento di Cosa nostra. Sono queste le fondamenta su cui è nata Forza Italia. E su queste fondamenta poggia ancora il Pdl, il principale partito della maggioranza di governo». Per Borsellino: «Solo un paese con una democrazia atrofizzata può accettare a cuor leggero dei fatti di tale gravità. E solo una politica becera e collusa può festeggiare dinanzi a una sentenza del genere».
Pubblicato da dario.campolo a 14:59:00 Nessun commento: Link a questo post
Dell'Utri, lo strappo dei giovani del Pdl "I nostri eroi sono Borsellino e Falcone
R OMA - Passano pochi minuti dalla condanna a sette anni di carcere 1 del co-fondatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri e una nota della Giovane Italia Sicilia (ex Azione Giovani, movimento giovanile del Pdl) apre una polemica all'interno del partito del Cavaliere. Se i big del partito si schierano compattamente con il senatore condannato, i giovani siciliani e Azione Universitaria puntano i piedi. Uscendo dal coro. "Oggi più che mai sentiamo l'esigenza di avviare una profonda riflessione all'interno del partito dopo questa condanna che rimane gravissima soprattutto per un uomo impegnato in politica - si legge in una nota della Giovane Italia Sicilia - Non ci uniremo al solito coro di solidarietà già tristemente visto negli anni scorsi per i politici condannati. Il nostro movimento giovanile non può rimanere in silenzio davanti a fatti che minano la credibilità di un intero partito".
Ma non basta. Per i giovani siciliani va subito accolta la proposta del ministro Giorgia Meloni (ex An) "sulla introduzione nello statuto del Pdl di una norma che preveda il no alla ricandidatura vita natural durante e l'espulsione per chi è stato condannato in via definitiva per
corruzione e mafia".
Parole che scatenano l'irata reazione di Costanza Castello, coordinatrice dei club giovanili del Pdl-Sicilia: "Siamo letteralmente allibiti per l'uscita quanto meno impropria dei 'sedicenti' giovani del Pdl siciliano. Noi che rappresentiamo la parte evidentemente liberale e garantista ne prendiamo nettamente le distanze". Per la Castello quelli di Giovani Italia Sicilia sono solo "arrogantelli cercatori di gloria, votati al protagonismo".
Ma da Azione Universitaria, altra organizzazione giovanile ex An, arriva un nuovo affondo: "Mentre Dell'Utri continua a definire un eroe il mafioso Vittorio Mangano, noi affermiamo con orgoglio che gli eroi dei giovani siciliani sono persone come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino".
Pubblicato da dario.campolo a 14:43:00 Nessun commento: Link a questo post
“C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto.No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali».
Cosa dire su Dell'Utri?
"e adesso dimettiti se hai il corraggio, ma ovviamente con lo scudo da parlamentare sei tu il vero EROE!!!! (bisogna avere coraggio a mantenere quella carica)
VERGOGNA,"
Messineo: ''Confermato che Dell'Utri aiuto' Cosa Nostra''
Palermo. «Dopo la sentenza d'appello mi pare incontrovertibile che Marcello Dell'Utri abbia concorso con l'associazione mafiosa». Lo ha detto all'ADNKRONOS il Procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, commentando la sentenza di condanna a sette anni al senatore Dell'Utri, assolto per i fatti commessi dopo il 1992. «Premesso che non commentiamo le sentenza, ma che aspetteremo per farlo la lettura delle motivazioni - ha detto Messineo - posso però affermare con certeza che è stata riconosciuta la fondatezza dell'impianto accusatorio che nel 2004 aveva portato alla sentenza di condanna a nove anni». «La Corte d'Appello - ha detto ancora Messineo - ha fatto un distinguo tra i fatti commessi prima del '92 e dopo il '92. Bisogna riflettere su questo distinguo, leggere le motivazioni, ma mi pare fondamentale che la tesi che Dell'Utri abbia aiutato Cosa nostra abbia retto». Poi, replicando alla difesa del senatore secondo cui è stata «messa una pietra tombale sulla trattativa tra lo Stato e Cosa nostra dopo questa sentenza», il Procuratore di Palermo ha aggiunto: «Non voglio polemizzare con la difesa, però io non farei delle affermazioni così perentorie, la Corte d'APpello si è espressa limitatamente all'imputato e non ha tratto conclusioni a livello generale».
Il Procuratore capo di Palermo Francesco Messineo è anche critico con la difesa dei Dell'Utri, secondo cui i giudici «non hanno creduto alla linea della Procura su Ciancimino-Spatuzza». «Parlare di sconfessione della Procura di Palermo è intempestivo da parte della difesa - ha detto - Per quanto riguarda il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, la Corte d'Appello ha ritenuto di non ammettere alcune richieste di prova, mentre Massimo Ciancimino non è stato neppure ascoltato. Quindi è davvero sbagliato parlare di sconfessione sul piano generale». E ha concluso: «Non fare affermazioni così trionfalistiche».
Pubblicato da dario.campolo a 13:09:00 Nessun commento: Link a questo post
Pm Gozzo: ''Non sono fuori sentenza rapporti Mangano-Dell'Utri''
P alermo. «È una grossa inesattezza dire che i rapporti tra Dell'Utri e Mangano sono fuori dalla sentenza d'appello». Lo ha detto all'ADNKRONOS il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Nico Gozzo, che aveva rappresentato l'accusa nel processo di primo grado. «I rapporti tra Dell'Utri e Mangano non sono successivi al 1992, ma precedenti come ampiamente dimostrato. Quindi, non capisco perchè la difesa di dell'Utri ha detto questa inesattezza conoscendo lo spessore professionale dell'avvocato Mormino». Poco prima, all'aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo, uno dei legali di Dell'Utri, l'avvocato Antonino Mormino aveva detto subito dopo la lettura del dispositivo di sentenza: «Spatuzza è fuori, ma non solo lui. Anche Vittorio Mangano, i rapporti Mangano-Dell'Utri, i patti politici per sostenere Forza Italia, gli episodi del '99. Rimane tutto fuori». Secondo Mormino, «rimane un processo di responsabilità comune e non di responsabilità politica».
Lumia: ''Dell'Utri fuori da politica e istituzioni''
Roma. «Dell'Utri è stato condannato anche in secondo grado su fatti pesantissimi. Il suo partito e la politica tutta ne devono prendere atto e trarne le debite conseguenze. Sono sempre stato convinto che, al di là del giudizio penale, anche di fronte ad una assoluzione vi erano tutti gli elementi per espellerlo dalla politica e dalle istituzioni. La vicenda delle stragi '92/'93 rimane aperta, non solo per il giudizio penale, ma per le istituzioni perchè si faccia piena luce e si accertino tutte le responsabilità, comprese quelle politiche». Lo dichiara il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia. «Anche tutta la politica - aggiunge Lumia - deve fare i conti fino in fondo con i rapporti con le mafie. Ogni partito deve guardarsi dentro e attivare una selezione della classe dirigente capace di coniugare legalità e sviluppo e di colpire con rigore e sistematicit… il sistema mafia negli appalti. Così si possono scardinare i sistemi delle collusioni e dare alla politica il suo valore e il suo primato nella lotta alle mafie». «Dell'Utri - conclude l'esponente del Pd - sa che Vittorio Mangano era un mafioso. Gli eroi veri sono Falcone, Borsellino e tutti quei servitori dello Stato che hanno dato la vita per combattere la mafia e per salvaguardare le istituzioni democratiche».
Pubblicato da dario.campolo a 13:01:00 Nessun commento: Link a questo post
MAFIA, DELL'UTRI CONDANNATO - Adesso a Roma può accadere di tutto
Tutta l'inchiesta, prova per prova
Pubblicato da dario.campolo a 11:18:00 Nessun commento: Link a questo post
Mafia, Dell'Utri condannato a sette anni riconosciuti i suoi rapporti con Cosa nostra
Sette anni di carcere per Marcello Dell'Utri, ma è assolto per le "condotte successive al 1992, perché il fatto non sussiste". Questo il verdetto della seconda sezione della corte d'appello di Palermo presieduta da Claudio Dall'Acqua (a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare). In primo grado, il senatore del Pdl era stato condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi, dopo cinque giorni di camera di consiglio, i giudici d'appello riscrivono la sentenza in uno dei punti più delicati del processo, quello della trattativa che secondo la Procura e il Tribunale sarebbe intercorsa fra l'organizzazione mafiosa e Marcello Dell'Utri alla vigilia della nascita di Forza Italia.
La corte d'appello ritiene invece provato che Dell'Utri intrattenne stretti rapporti con la vecchia mafia di Stefano Bontade e poi, dopo il 1980, con gli uomini di Totò Riina e Bernardo Provenzano, almeno fino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino, nel 1992.
Eccoli, allora, i capisaldi della condanna. Innanzitutto, l'assunzione del boss palermitano Vittorio Mangano per fare da stalliere nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi. "Attraverso la mediazione di Dell'Utri e del mafioso Gaetano Cinà - aveva ribadito il procuratore generale Nino Gatto poco prima che i giudici entrassero in camera di consiglio - Mangano assicurò protezione contro l'escalation dei sequestri a Milano". Nell'autunno 1974, l'arrivo di Mangano sarebbe stato sancito da un incontro fra Dell'Utri, Berlusconi e i capimafia palermitani Stefano Bontade e Mimmo Teresi, nella sede della Edilnord. I giudici della corte d'appello hanno evidentemente creduto al pentito Francesco Di Carlo, che ha svelato di essere stato presente a quell'incontro.
La sentenza di primo grado sosteneva pure che prima del 1980 Dell'Utri aveva fatto da tramite per gli investimenti a Milano di Stefano Bontade, all'epoca uno dei padrini più influenti di Cosa nostra palermitana, che era alla ricerca di aziende pulite del Nord Italia in grado di riciclare i miliardi di lire provenienti dal traffico internazionale di droga.
Il senatore Dell'Utri non è presente nell'aula bunker di Pagliarelli, ha preferito aspettare la decisione della corte d'appello a Como. Per lui, il sostituto procuratore generale Nino Gatto aveva chiesto una condanna anche più alta di quella inflitta in primo grado, 11 anni. E aveva fatto un appello finale ai giudici: "E' il potere a essere giudicato (...) Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino, salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure lo potete distruggere questo gradino".
Il riferimento del procuratore generale è a quelle indagini delle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze che di recente hanno ricevuto nuovi spunti dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza: l'ex killer oggi pentito ha parlato di "garanzie" che sarebbero state offerte nel 1993 dal "compaesano" Dell'Utri e da Berlusconi, alla vigilia della nascita di Forza Italia. L'assoluzione di Dell'Utri per le vicende successive al 1992 suona adesso come una sconfessione di Spatuzza, ma su questo punto bisognerà attendere le motivazioni della sentenza per capire se i giudici della corte d'appello hanno valutato il pentito del tutto inattendibile, oppure se si sono limitati a ritenere il suo contributo non determinante, perché sulla trattativa politica-mafia ha riferito in fondo solo quanto appreso da uno dei suoi capi, Giuseppe Graviano.
Di certo, però, nel processo Dell'Utri non era solo Spatuzza a parlare di un accordo politico-mafioso in vista della nascita di Forza Italia. Nella sentenza di primo grado, che aveva portato alla condanna del senatore di Forza Italia, una parte rilevante era rappresentata dalle dichiarazioni di Nino Giuffrè: l'ex fedelissimo del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano aveva parlato del sostegno elettorale dei boss in cambio di "garanzie" che sarebbero state offerte da alcuni intermediari. Adesso, la sentenza di appello sembra mettere in discussione anche quelli che erano ormai ritenuti i caposaldi delle ultime inchieste sulla trattativa fra mafia e politica durante la stagione delle stragi del 1993.
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La spesa pubblica vola - Sale la pressione fiscale
ROMA - La spesa pubblica nel 2009 ha sfiorato gli 800 miliardi di euro e ha superato, in valori percentuali, oltre la meta' del prodotto interno lordo, tornando ad un 'peso' che era tale solo negli anni Novanta. E' quanto risulta dalle statistiche sui conti ed aggregati economici delle amministrazioni pubbliche diffuse dall'Istat.
La spesa pubblica totale lo scorso anno e' stata pari a 798,854 miliardi di euro, il 52,5% del Pil. Risulta in crescita, in rapporto al prodotto interno lordo, per il terzo anno consecutivo.
Per tornare ad un peso tale sull'economia, oltre la meta' della ricchezza prodotto in Italia, bisogna tornare al 1996 quando il rapporto spesa-Pil era al 52,6% (ma nel '93 era arrivata anche al 56,6%). Come in tutta Europa hanno pesato i costi degli ammortizzatori sociali.
Nel confronto con gli altri Paesi europei, la spesa complessiva dell'Italia in rapporto al Pil, al lordo delle vendite di beni e servizi e al netto degli ammortamenti, è stata più alta di 1,3 punti percentuali rispetto alla media dei sedici Paesi dell'area dell'euro e di 1,2 punti percentuali rispetto alla media complessiva dei paesi dell'Ue. Nell'ambito delle spese correnti, i redditi da lavoro dipendente (che incidono per circa un quinto sul totale delle uscite) sono saliti, in Italia, dell'1%, con un ritmo molto inferiore rispetto al 2008 (3,6%). Le spese per consumi intermedi hanno registrato un aumento del 7,5%, proseguendo la tendenza degli anni precedenti; le prestazioni sociali in natura, che includono prevalentemente le spese per assistenza sanitaria in convenzione, sono aumentate del 4% contro una variazione del 2,2% rilevata nel 2008.
Di conseguenza, la spesa per consumi finali delle amministrazioni pubbliche è aumentata del 3,3%, in rallentamento rispetto alla crescita del 4,3% del 2008. "Il contributo più importante alla crescita della spesa, in Italia, come negli altri paesi Ue, proviene - sottolinea l'Istat - dalle prestazioni sociali in denaro (pensioni, sussidi, ecc.): nel 2009 queste hanno segnato un'incidenza di oltre il 36% sulle uscite e una crescita rispetto al 2008 del 5,1%, dovuta all'effetto della crisi sugli ammortizzatori sociali". Nel 2009, la diminuzione dei tassi d'interesse ha avuto "un importante ruolo di contrasto alla crescita della spesa pubblica", rileva l'istituto di statistica. In Italia, la riduzione della spesa per interessi passivi (-12,2%), con un'incidenza pari a quasi il 9% sul totale delle uscite, e dopo un biennio in aumento, ha liberato risorse per circa 10 miliardi di euro, equivalenti a oltre mezzo punto percentuale di Pil.
ITALIA SCALA 2 POSTI CLASSIFICA UE PESO TASSE - L'Italia scala la classifica europea (Ue-27) per la pressione fiscale: nel 2009 il peso del fisco sul prodotto interno lordo è stato del 43,2%, in aumento rispetto al 2008. L'Italia si colloca così al quinto posto, insieme alla Francia, in Europa per pressione fiscale. Nel 2008 era al settimo posto. Per tornare ad una pressione fiscale più alta in Italia, bisogna tornare indietro al 1997, l'anno dell'Eurotassa (ma nel 2007 la pressione del fisco era stata comunque pari al 43,1%). A pesare una diminuzione del Pil maggiore della diminuzione delle entrate.
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Salvatore Borsellino: 'I politici non profaneranno il dolore di via D’Amelio'
“E’ cambiata molto la mia vita. Ma ho attraversato diverse fasi da allora. Fino al ‘97, vedendo la reazione della società civile e dello Stato alla strage, nutrivo la fortissima speranza che la morte di miof ratello fosse almeno servita a cambiare le cose. Poi ho capito che era tutta un’illusione: spenta, la reazione della società civile, fasulla, quella dello Stato. Ma dal 2004 ho ricominciato a parlare: avevo la certezza che la strage di via d’Amelio non fosse una strage di mafia ma una strage di Stato”
“L’agenda rossa è il simbolo di questo movimento, il simbolo di giustizia e di verità. L’arrivo di questa sentenza è una pietra tombale sulla giustizia. Non si è mai arrivati ad una fase dibattimentale di questo processo. Delle foto provano che il colonnello Arcangioli aveva con sè la borsa mio fratello, nei momenti successivi alla strage. Agnese, la moglie di Paolo, ha testimoniato lei stessa di aver visto mio fratello quel giorno prendere l’agenda rossa, dalla quale non si separava mai. Ho chiesto che Agnese, e tutti i familiari di Paolo venissero incriminati per aver mentito, o per aver fatto sparire l’agenda, perchè noi saremmo stati gli unici a poterla avere. Ho chiesto che venissimo processati, ma non è successo nulla”.
“Dietro queste stragi ci sono sempre pezzi deviati dello Stato che occultano notizie, depistano. Ustica, il caso Moro, Piazza Fontana, Piazza della Loggia. Non si arriva alla verità a causa di apparati di disinformazione, che continuano a nasconderla”.

References: sentenza 
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