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Timestamp: 2018-07-16 14:32:50+00:00

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Posto alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza e di avere in tale stato cagionato, per colpa, la morte di una o più persone, si contesta l’omicidio stradale e non la guida in stato di ebbrezza (Corte di Cassazione, Sezione IV Penale, Sentenza 12 giugno 2018, n. 26857). – Noi Radiomobile™
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Posto alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza e di avere in tale stato cagionato, per colpa, la morte di una o più persone, si contesta l’omicidio stradale e non la guida in stato di ebbrezza (Corte di Cassazione, Sezione IV Penale, Sentenza 12 giugno 2018, n. 26857).
Posted on 4 luglio 2018 AuthorNoi RadiomobileLeave a comment
1.La Corte di appello di Torino il 15 maggio 2016, in parziale riforma della sentenza emessa il 19 ottobre 2016 all’esito del giudizio abbreviato dal G.i.p. del Tribunale di Alessandria, con la quale V.M. era stato ritenuto responsabile dei reati di omicidio colposo stradale, fatto commesso in stato di ebbrezza alcoolica ai sensi del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2, lett. b), (capo A), e di lesioni colpose stradali gravi, fatto commesso in stato di ebbrezza alcoolica ai sensi del D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 186, comma 2, lett. b), (capo B), entrambi posti in essere con colpa sia generica che specifica, consistita in plurime violazioni del codice della strada, ed inoltre di guida in stato di ebbrezza alcoolica, fatto aggravato dalla causazione di incidente stradale (capo C: D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 186, comma 2, lett. b, e comma 2 bis), e conseguentemente, ritenuti i primi due reati commessi in concorso formale, ai sensi dell’art. 589 bis c.p., comma 8, era stato condannato alla pena ritenuta di giustizia, senza circostanze attenuanti generiche ma con quella di cui all’art. 589 bis c.p., comma 7, (in ragione della concorrente colpa di una delle vittime) e con la diminuente per il rito, oltre a sanzioni accessorie, ha rideterminato, riducendola, la pena, limitatamente a quella applicata per i reati di cui ai capi A) e B); con conferma nel resto.
I profili di colpa generica sono stati individuati in imprudenza, negligenza ed imperizia, per essersi cioè V.M. messo alla guida nelle prima ore del mattino dopo aver trascorso quasi l’intera notte, tranne un breve periodo, sveglio, avere bevuto molto vino ed essersi addormentato al volante.
Quelli di colpa specifica nella violazione di plurimi precetti del codice della strada, posti dal D.Lgs. n. 285 del 1992, artt. 140, 141, 142, 149 e 186, (rispettivamente: condotta di guida pericolosa, velocità non adeguata, velocità superiore al limite, mancato rispetto della distanza di sicurezza, avere guidato in stato di ebbrezza alcoolica).
3. Ricorre tempestivamente per la cassazione della sentenza l’imputato, tramite difensore, affidandosi a due motivi, con i quali denunzia promiscuamente violazione di legge e difetto motivazionale.
3.1.1. Quanto al Tribunale, ha valorizzato l’elevato grado della colpa (art. 133 c.p., comma 1, n. 3) e la pregressa violazione da parte dell’imputato del D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 186, comma 2, lett. c), fatto commesso in precedenza (il 1 novembre 2014) rispetto ai fatti per cui è processo (occorsi il 15 maggio 2016) ma giudicato solo successivamente (il 16 maggio 2017), e trattato – si assume – come un vero e proprio precedente in senso stretto mentre, in realtà, mancando un accertamento giudiziale, esso sarebbe da considerare un mero antecedente storico fenomenico che, dunque, secondo il ricorrente, non avrebbe rilievo ai fini della valutazione sulla capacità a delinquere.
3.1.2. Quanto alla Corte di appello, secondo il ricorrente, ha trascurato di considerare positivamente la circostanza che, come documentato dalla difesa mediante produzione documentale nel corso del giudizio di appello, il fatto commesso il 1 novembre 2014 è stato giudicato con sentenza del G.u.p. del Tribunale di Pavia del 16 maggio 2017, che ha applicato a V.M. la pena concordata con il P.M. ex art. 444 c.p.p., sostituita con il lavoro di pubblica utilità presso la Croce Rossa Italiana.
L’applicazione di tale istituto deve comportare – segnala il ricorrente – nel caso di esito positivo della messa alla prova l’estinzione del reato, con la conseguenza che, anche sotto tale profilo, non può considerarsi il fatto storico in questione quale “precedente” in senso tecnico ma, al più, una mera pendenza giudiziaria, peraltro conclusa con sentenza di patteggiamento, che, però, non è equiparabile ad una sentenza di condanna vera e propria. Di tutto ciò la Corte di appello – lamenta il ricorrente non ha tenuto conto.
3.1.3. Entrambi i decidenti di merito hanno, poi, valorizzato in senso negativo il comportamento processuale dell’imputato, che ha tentato di minimizzare la propria condotta, in contrasto con dati oggettivi, in particolare dichiarando: di avere la notte prima dell’incidente riposato in auto ma per un periodo di tempo di durata superiore a quello, troppo breve, in effetti, emerso; di avere bevuto una quantità di vino inferiore a quello, in realtà, ingerito; e di avere smesso di bere prima dell’ora sino alla quale, invece, ha continuato ad ingerire alcool.
3.2. Con l’ulteriore motivo il ricorrente denunzia violazione di legge (artt. 84 e 589 bis c.p., e D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 186, comma 2) ed omissione di pronunzia rispetto al contenuto della memoria difensiva del 29 maggio 2017.
Evidenzia, infatti, il ricorrente che, mentre sino all’introduzione dell’omicidio stradale (ad opera della L. 23 marzo 2016, n. 41, art. 1, comma 1, in vigore dal 25 marzo 2016) la giurisprudenza riteneva che concorressero il delitto di omicidio colposo e la contravvenzione di guida in stato di ebbrezza, a diversa conclusione dovrebbe, invece, giungersi oggi, come peraltro in qualche misura già affermato nella parte motiva della recente decisione di Sez. 4, n. 2403 del 15/12/2016, dep. 2017, ric. Minutillo.
Ove, infatti, si dovesse ritenere che l’omicidio stradale e le lesioni stradali non dovessero integrare un’ipotesi di reato complesso, con assorbimento dell’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 186, comma 2, il medesimo fatto storico, porsi cioè alla guida in stato di ebbrezza, sarebbe addebitato all’agente per due volte, in violazione del divieto del bis in idem sostanziale.
1. Il ricorso è parzialmente fondato, nei limiti di cui appresso.
2. Il primo motivo, incentrato sulla pretesa illegittimità ed ingiustizia del diniego delle circostanze attenuanti generiche, è infondato, per vari motivi: sia perché costruito in fatto, come un’impugnazione di merito; sia perché in larga parte reiterativo degli argomenti già svolti in appello e nella memoria difensiva del 29 maggio 2017; sia, infine, perché intenderebbe superare la doppia valutazione sostanzialmente conforme dei decidenti di merito mediante una diversa, stimata auspicabile dal ricorrente, ricostruzione dei fatti, basata però o su mere asserzioni indimostrate (ad esempio, che il teste G. sarebbe inattendibile) ovvero su un vero e proprio errore di diritto.
Ed infatti non è sostenibile che la pendenza di un procedimento per guida in stato di ebbrezza (al momento della decisione di primo grado) ovvero la sentenza di applicazione di pena per tale fatto (al momento della sentenza di appello) siano un dato neutro o un nulla, come – ma erroneamente – sostenuto dal ricorrente.
3. Quanto al secondo motivo di ricorso (violazione della disciplina del reato complesso), si osserva preliminarmente che la S.C. ha già avuto occasione di puntualizzare alcuni aspetti che appare opportuno richiamare circa la portata del divieto del bis in idem, da ritenersi vero e proprio cardine di civiltà giuridica, poichè preclude di addebitare all’imputato lo stesso fatto storico più volte, e ciò dal punto di vista sia sostanziale che processuale:
infatti, “(…) la portata del principio compendiato nel noto brocardo del divieto del bis in idem è espressione di un cardine generale di civiltà dell’ordinamento processuale penale che trova espressione positiva non soltanto nel divieto di un secondo giudizio (art. 649 c.p.p.) ma anche nelle norme poste per disciplinare i conflitti positivi di competenza (art. 28 c.p.p.e ss.) e l’ipotesi di una pluralità di sentenze per il medesimo fatto (art. 669 c.p.p.) (in tale senso, Sez. 1, n. 27834 del 01/03/2013, Carvelli, Rv. 255701; Sez. 6, n. 1892 del 18/11/2014, dep. 2015, Fontana, Rv. 230760).
Va precisato che a livello di diritto penale sostanziale analoga esigenza di garanzia è espressa dalle norme variamente invocate dai ricorrenti (artt. 84 e 15 c.p.), che definiscono il reato complesso e che consacrano i tradizionali principi di specialità e di assorbimento (o di consunzione), esplicativi della necessità, avvertita da un moderno ordinamento democratico, di non addebitare all’imputato più volte lo stesso fatto storico, purchè esso sia il momento di emersione di una unica contrapposizione cosciente e consapevole (ergo: colpevole) dell’individuo alle regole che disciplinano la vita dei consociati: si tratta del c.d. “ne bis in idem sostanziale”, che però, come noto (cfr. sul punto la parte motiva di Sez. 4, n. 46441 del 03/10/2012, Cioni, Rv. 253839), ha una portata meno forte di quello processuale, con esso esprimendosi solo una linea di tendenza dell’ordinamento.
“(…) a seguito dell’entrata in vigore della L. 23 marzo 2016, n. 41, e quindi a decorrere dal 25 marzo 2016, è stato introdotto, tra gli altri, l’art. 589 bis c.p., in virtù del quale “Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2, lett. c), e art. 187, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da otto a dodici anni” e, inoltre, “nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni la morte di più persone, ovvero la morte di una o più persone e lesioni a una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni diciotto” (…)
Precedentemente, dall’entrata in vigore della L. 24 luglio 2008, n. 125, l’art. 589 c.p., disponeva, tra l’altro, che, in ipotesi di omicidio colposo, “Si applica la pena della reclusione da tre a dieci anni se il fatto è commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale da soggetto in stato di ebbrezza alcolica ai sensi del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2, lett. c), e successive modificazioni” e che “Nel caso di morte di più persone, ovvero di morte di una o più persone e di lesioni di una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni quindici” (…)
La formulazione della novella del 2016 ha, evidentemente, ricondotto le ipotesi aggravate al momento della “guida”, individuando esplicitamente, come agente, chiunque si ponga “alla guida di un veicolo a motore”; ciò, a differenza delle ipotesi-base (art. 589 bis c.p., comma 1, e art. 590 bis c.p., comma 1, per le quali destinatario del precetto è “chiunque cagioni per colpa (…) con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale….)”.
In altri termini le nuove fattispecie aggravate sono applicabili solo al “conducente di un veicolo a motore” e non anche, per esempio, a chi cagioni la morte (o le lesioni) di un pedone guidando una bicicletta in stato di ebbrezza (…).
Può quindi affermarsi il seguente principio di diritto:
“Nel caso in cui si contesti all’imputato di essersi, dopo il 25 marzo 2016 (data di entrata in vigore della L. n. 41 del 2016), posto alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza e di avere in tale stato cagionato, per colpa, la morte di una o più persone – ovvero lesioni gravi o gravissime alle stesse – dovrà prendersi atto che la condotta di guida in stato di ebbrezza alcoolica viene a perdere la propria autonomia, in quanto circostanza aggravante dei reati di cui all’art. 589 bis c.p., comma 1, e art. 590 bis c.p., comma 1, con conseguente necessaria applicazione della disciplina sul reato complesso ai sensi dell’art. 84 c.p., comma 1, ed esclusione invece dell’applicabilità di quella generale sul concorso di reati”.
4. Consegue da tutte le considerazioni svolte l’annullamento, da operarsi senza rinvio, della sentenza impugnata limitatamente alla pena inflitta per la contravvenzione di guida in stato di ebbrezza, pena che deve essere eliminata ed il rigetto, nel resto, del ricorso.
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 art. 186
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 art. 444
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 art. 186
 art. 1
 art. 186
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 art. 186
 art. 187
 art. 186
 art. 590
 art. 590
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