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Rassegna stampa 09 dicembre 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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di Alessia peilex|Pubblicato 9 Dicembre 2019
09/12/2019 – Affari & Finanza
Fondi per le infrastrutture, i veri conti Solo 10 miliardi sono “pronta cassa”
Boccia, Renzi, Salvini: si susseguono gli annunci che ci sarebbero 60, 100 o più miliardi a disposizione. In realtà sono soldi stanziati: per renderli spendibili ci sono pesanti vincoli di bilancio I l presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, è sicuro: «Ci sono da sbloccare 60 miliardi di opere già finanziate». Matteo Salvini per una volta è più contenuto: «I soldi ci sono, grazie alla legge sbloccacantieri partiranno subito opere per 50 miliardi ». Matteo Renzi la spara grossa: «Ci sono fondi pronti per 120 miliardi di infrastrutture». Perfino un gelido comunicato del Cipe recita: “In via di sblocco opere per 34 miliardi”. Pezze d’ appoggio zero. Nemmeno il ministro dell’ Economia del precedente governo, Giovanni Tria, si era astenuto dall’ annunciare «150 miliardi non spesi», senza chiarire dove andarli a prendere. Cifre colossali gettate sul tavolo senza specificazioni né chiarimenti. L’ effetto è di creare nell’ opinione pubblica l’ impressione che ci sia da qualche parte un cassetto della pubblica amministrazione in cui giace inutilizzato un tesoro e che basti la volontà politica per attingervi a piene mani. Ma c’ è questo tesoro? «Non esiste niente », risponde senza esitazioni Mario Baldassarri, doppia esperienza da economista con PhD al Mit ed ex viceministro dell’ Economia con delega al Bilancio. «L’ equivoco è che si parla di soldi di competenza, segnati nel bilancio dello Stato come spese da finanziare. Il passaggio a fondi di cassa, denaro liquido insomma, è tutt’ altro che automatico». Carlo Cottarelli, direttore dell’ Osservatorio sui Conti pubblici, è tranchant: «Quelli sono i fondi stanziati, come dire il bilancio autorizza una tale spesa. Poi ci sarà il passaggio alla competenza, infine alla cassa, che non è impossibile ovviamente ma è soggetto a tutti i vincoli di deficit e di debito pubblico del caso: non possiamo dare niente di scontato». Con l’ aiuto dei tecnici della Ragioneria abbiamo provato a mettere ordine nell’ infinità di poste del bilancio dello Stato che in qualche modo possono essere coinvolte, e il risultato è sconfortante: di soldi freschi, denaro aggiuntivo pronto con cui finanziare le infrastrutture (l’ Ance parla di 749 opere bloccate per 62 miliardi e un’ occupazione potenziale di 962mila persone) ci sono pochi miliardi, una decina al massimo. Sono quei fondi già monetizzati con l’ emissione di appositi titoli che quindi sfuggono alla perenzione, un istituto del diritto fallimentare applicato da qualche anno alla contabilità di Stato: «Se le somme non sono impegnate con titoli da rimborsare, finiscono per essere “economie di spesa” e dopo tre anni non possono essere più recuperate», precisa Alessandro Fontana, economista dell’ ufficio studi Confindustria. I fondi a cui si guarda ma che devono ancora concretizzarsi sono soprattutto quelli del “Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese” che ha fatto per la prima volta la sua apparizione nella legge di Bilancio 232 dell’ 11 dicembre 2016 riferita al bilancio 2017. Dotazione iniziale: 46 miliardi. Da diluire però in 15 anni fino al 2032, con un criterio crescente: 1,9 miliardi il primo anno, poi via via di più. Per il 2020 la somma prevista era di 3 miliardi. L’ anno successivo – legge Finanziaria 2017 su 2018 – il fondo è stato rifinanziato per non più di 35 miliardi, e per avere un riferimento all’ oggi la quota 2020 era ridotta a meno di un miliardo. L’ anno successivo (legge di bilancio 2018 per il 2019) il Fondo è stato portato a ben 80 miliardi ma per il 2020 non erano previsti più di 1,3 miliardi. E nel ddl in discussione per il 2020 il fondo è di 59 miliardi, sempre per 15 anni . Per il 2020 non sono previsti che 685 milioni. Conclusione: anche dato per scontato che qualcosa dai fondi degli anni scorsi è “avanzato”, per l’ anno prossimo non è disponibile che una manciata di miliardi. Lontana anni luce dalle cifre annunciate, alle quali ci si può avvicinare solo se si considera – come avrebbe dovuto essere precisato dai tanti “dichiaranti” – il totale pluriennale degli stanziamenti: 60, o 120 o 150, ma in 15 anni. E sempre considerando il problema – non insuperabile ma spinoso in un momento in cui il debito italiano è sotto una lente comunitaria mai così spietata – di trasformare in debito pubblico questi stanziamenti. A questo si aggiungono i fondi europei ma qui è peggio che andar di notte. La corsa contro il tempo fatta alla fine dell’ anno scorso ha permesso di finalizzare il 23% dei 75 miliardi di fondi assegnati per la legislatura Ue (a fine 2017 avevamo speso solo il 9%), cioè quasi 20 miliardi in 6 anni. Ma sono compresi gli aiuti ai giovani nella ricerca di un posto, la promozione dell’ imprenditoria delle startup, la ricollocazione dei disoccupati over 45, l’ aggiornamento delle lavoratrici che rientrano dalla maternità. Per finanziare le grandi opere non c’ è molto spazio. C’ è poi il piano Juncker che però è in via di estinzione: il Fondo per gli investimenti strategici della Bei ha finanziato in Italia investimenti per 10,9 miliardi di cui 7,3 per opere infrastrutturali (il resto per le Pmi): operazione di cui si sono esauriti gli effetti positivi. Ci sarebbero gli investimenti dei vari ministeri e altri centri di spesa della PA, che però con le grandi opere hanno poco a che fare: la voce “investimenti fissi lordi” nel bilancio dello Stato ( è assorbita dalle spese per interventi di necessità urgenti e comprende anche gli acquisti dei ministeri. Senza contare che in passato è stata saccheggiata spesso per coprire improvvisi ammanchi a vario titolo. Risultato: disponibile per le infrastrutture all’ inizio del 2020 non ci sarà che una decina di miliardi. Il resto è sì stanziato, ma difficilmente accessibile in termini rapidi. «Il problema – riflette Lorenzo Forni, segretario di Prometeia Associazione – è che al momento di passare dalle parole ai fatti bisogna farsi largo nel bilancio dello Stato, sottoposto ai vincoli che tutti conosciamo, per trovare posto con tagli qua e là che sappiamo essere molto difficili». Conferma l’ economista Giampaolo Galli: «La prima cosa è contenere la spesa corrente per far posto agli investimenti». Ovviamente pesano le pastoie burocratiche, la molteplicità dei centri di spesa, l’ incapacità progettuale, l’ irrisolto decentramento amministrativo. Come un cane che si morde la coda: se tutti questi ostacoli fossero rimorri probabilmente la partita finanziaria sarebbe vinta. Invece si va nella direzione opposta: nel Rapporto sulla politica di bilancio 2020 dell’ Ufficio parlamentare di bilancio, si legge che delle varie cabine di regia previste funziona solo quella per la ricostruzione del ponte di Genova: “Fra gli organismi di verifica dello stato di attuazione dei programmi di investimento infrastrutturale è prevista una “Struttura per la progettazione di beni ed edifici pubblici”. Sul sito della presidenza del Consiglio risulta istituita con Dpcm de1 15 aprile 2019, ma il testo non è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Altrettanto vale per la struttura di missione InvestItalia alle dipendenze del presidente del Consiglio: è stata istituita con Dpcm del 15 febbraio 2019, è stato pubblicato il bando di reclutamento del personale, ma con le dimissioni del governo la struttura è decaduta a termini di legge”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA. Eugenio Occorsio
09/12/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti, i controlli contro l’ evasione investono le Pa
Obbligo di verifica sui flussi dati e sui pagamenti delle imprese
È confermato, a partire dal 1° gennaio prossimo, il nuovo obbligo di controllare il corretto versamento delle ritenute sugli appalti e subappalti, che si applica anche alle amministrazioni pubbliche. Il nuovo testo dell’ articolo 4 del decreto fiscale (Dl 124/2019) approvato dalla Camera, pur semplificando le regole previste nel testo iniziale del decreto, desta comunque apprensione negli enti pubblici chiamati a contrastare l’ evasione derivante dagli omessi versamenti. Le regole in materia di versamento unitario e compensazione, contenute nell’ articolo 17-bis del Dlgs 241/1997 interessano i committenti (sostituti di imposta ai fini delle imposte sui redditi residenti nel territorio dello Stato) in relazione alle opere e ai servizi caratterizzati dal prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente, con l’ utilizzo di beni strumentali di sua proprietà, o comunque a lui riconducibili, e per un importo complessivo che superi la soglia di 200mila euro annui. Viene previsto un flusso comunicativo obbligatorio tra ditte appaltatrici (affidatarie o subappaltatrici) e committenti finalizzato a consentire a questi ultimi il riscontro dell’ ammontare complessivo degli importi versati dalle imprese. Le stesse imprese devono dunque inviare, entro i cinque giorni lavorativi successivi alla scadenza del versamento delle ritenute, le deleghe di pagamento e un elenco nominativo di tutti i lavoratori (identificati dal codice fiscale) impiegati nel mese precedente direttamente nell’ esecuzione di opere e servizi affidati dal committente. L’ elenco deve contenere per ciascun dipendente: il dettaglio delle ore di lavoro prestate in esecuzione dell’ affidamento, l’ ammontare della retribuzione corrisposta per la prestazione ed il dettaglio delle ritenute fiscali eseguite nel mese precedente nei suoi confronti, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente . Il versamento delle ritenute deve essere effettuato dall’ impresa con distinte deleghe per ciascun committente, senza possibilità dì compensazione. Il committente nel caso di mancata trasmissione delle informazioni (entro i cinque giorni lavorativi successivi alla scadenza del versamento delle ritenute) o di omesso/insufficiente versamento delle ritenute fiscali è obbligato a sospendere, fino a quando perdura l’ inadempimento, il pagamento dei corrispettivi maturati dall’ impresa fino a concorrenza del 20 per cento del valore complessivo dell’ opera o del servizio o per un importo pari all’ ammontare delle ritenute non versate. Fino a quando non sia stato eseguito il versamento delle ritenute è preclusa all’ impresa ogni azione esecutiva finalizzata al soddisfacimento del credito. Il committente inoltre, entro 90 giorni, deve dare comunicazione delle irregolarità all’ agenzia delle Entrate territorialmente competente. Il mancato adempimento da parte del committente degli obblighi sopra indicati è punito con il pagamento di una somma pari alla sanzione irrogata all’ impresa per l’ omesso versamento. Restano escluse le imprese (affidatarie o subappaltatrici) che certifichino al committente la presenza, nell’ ultimo giorno del mese precedente a quello della scadenza prevista (pari a cinque giorni lavorativi successivi al termine del versamento), di due requisiti. Dovranno essere in attività da almeno tre anni, in regola con gli obblighi dichiarativi e dovranno aver eseguito nel corso dei periodi d’ imposta cui si riferiscono le dichiarazioni dei redditi presentate nell’ ultimo triennio, versamenti nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10 per cento dell’ ammontare dei ricavi. Inoltre, non dovranno avere iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi o avvisi di addebito relativi alle imposte sui redditi, all’ Irap, alle ritenute e ai contributi previdenziali, per importi superiori a 50mila euro. Da ultimo è previsto che l’ agenzia delle Entrate rilasci una certificazione attestante il possesso dei requisiti di esclusione, con validità di quattro mesi dalla data del rilascio. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Patrizia Ruffini
09/12/2019 – Corriere della Sera – Economia
Di fronte alle crisi di grandi aziende, come Alitalia e Ilva, bisogna tornare all’ azionariato pubblico? Non ho pregiudizi sulle imprese pubbliche. Ci sono imprese pubbliche ben gestite, come le Poste e le Ferrovie dello Stato negli ultimi 12 anni e imprese pubbliche che vanno male, come l’ Atac a Roma e le molte che sono in continuo disavanzo. Anche per le aziende private ci sono casi di successo e casi fallimentari che si trascinano da anni. Mettere capitale pubblico per salvare Alitalia e Ilva potrebbe avere senso se lo Stato italiano avesse imparato, col tempo, a fare l’ azionista. Ma purtroppo non è così. Anzi, col tempo lo Stato italiano ha perso la capacità di essere un azionista di lungo termine e si è messo a terremotare le sue aziende con il risultato di depotenziare la loro capacità di crescita e sopravvivenza. Un azionista di riferimento di una grande azienda deve essere capace di individuare obiettivi di medio/lungo termine, scegliere i manager adatti e assicurare loro una certa stabilità per il conseguimento di quegli obiettivi, cambiandoli solo in caso di inadeguatezza degli stessi. Così era stato, pur con diverse deviazioni, durante i primi due decenni del dopoguerra, quando le partecipazioni statali erano stabili e orientate al medio termine, con obiettivi condivisi da tutti e non rimessi in discussione ad ogni cambio di governo, che pure era frequente. Poi sono intervenuti gli anni 70 con le necessità di ristrutturazioni (crisi da petrolio), con l’ avvento dei governi di coalizione e con il Partito socialista italiano intenzionato ad entrare «nella stanza dei bottoni», come si diceva allora. Si è così passati alla politicizzazione delle imprese pubbliche, con il risultato che obiettivi e management venivano cambiati in relazione al mutare delle coalizioni nei molti governi che si sono succeduti. Le privatizzazioni degli anni 90 hanno ridotto questo fenomeno per il contrarsi dell’ area delle partecipazioni statali, anche se alcune di esse, come la Telecom e poi l’ Alitalia, hanno continuato a soffrire di questa sindrome dell’ instabilità manageriale anche in presenza di un azionariato privato. Negli ultimi dieci anni abbiamo avuto sette governi. I manager delle più importanti imprese pubbliche sono stati cambiati in continuazione, a volte senza neanche attendere le scadenze naturali, a seconda delle diverse alternanze politiche. Con la crescita del ruolo di Cassa depositi e prestiti nell’ azionariato delle imprese, questa instabilità di base si è diffusa a molte aziende anche di minori dimensioni. Basti pensare che negli ultimi dieci anni Cdp ha cambiato tre (anzi quattro) volte il suo vertice e ogni volta il governo di turno lo ha fatto per modificare la sua strategia e, di conseguenza, la strategia delle aziende controllate e quindi del management relativo. Non v’ è dubbio che i diversi vertici di Cdp che si sono succeduti negli ultimi 10 anni erano tutti, senza eccezioni, composti da persone estremamente valide e professionali. Ma è anche indubbio che i governi che li hanno scelti (Monti, Renzi, Conte I e Conte II) avevano composizione politica e obiettivi diversi a cui questi manager hanno dovuto rispondere, introducendo perciò un fattore di instabilità. La presenza dello Stato in un’ azienda dovrebbe significare la presenza di un azionista stabile che persegue obiettivi di lungo termine. Se così fosse, le aziende di Stato non dovrebbero essere considerate strumento di governo (com’ è ora) ma strumento della Nazione per la produzione di servizi efficienti, per lo sviluppo dell’ economia e per la crescita del mercato. Riportare lo Stato nell’ azionariato di Ilva e di Alitalia con un qualche progetto e con un certo management presupporrebbe quindi che un simile progetto possa essere perseguito per un buon numero di anni, lasciando al management la responsabilità di attuare la strategia di risanamento e di rilancio. In altre parole, occorrerebbe depoliticizzare le nomine, una volta che si fossero decisi gli obiettivi da perseguire. Bisognerebbe attivare una sorta di «Fondazione per l’ Interesse Pubblico» formata da personalità competenti e disinteressate a cui dare il compito di scegliere il management e controllarne l’ azione. Il presidente della Repubblica e il Parlamento potrebbero essere le istituzioni deputate alla scelta di tali personalità a cui affidare tale compito per un tempo congruo. È questa una opzione possibile nel nostro Paese? Teoricamente sì. Ma le ripetute dichiarazioni d’ intenti e tentativi di depoliticizzare la Rai stanno a dimostrare che questa opzione è molto improbabile. Quindi, meglio tentare di indirizzare l’ economia senza necessariamente aumentare l’ ambito delle imprese a controllo dello Stato, che deve essere fatto solo quando non ci sono alternative, come passaggio per una successiva rapida riprivatizzazione. La via è quella di usare strumenti di mercato per raggiungere obiettivi di valenza sistemica. Ad esempio, la quotazione in Borsa e la riduzione della presenza pubblica sotto il 50% consente allo Stato di mantenere una capacità di indirizzo e di controllo dell’ azienda, ma sottostando a precisi obblighi nei confronti degli altri azionisti e del mercato, com’ è nel caso di Eni, Enel, Poste. Un’ altra via può essere la costituzione di sgr capaci di investire su imprese, infrastrutture e fondi di private equity, con il controllo della Banca d’ Italia, per lo sviluppo o la ristrutturazione di imprese. Anche l’ uso intelligente della domanda pubblica per stimolare capacità imprenditoriali e tecnologiche del Paese deve essere una strada da perseguire. Qualunque possa essere l’ intervento dello Stato, resta sempre necessario che la gestione delle imprese sia sostenibile, generi un ritorno sul capitale investito e non sia un’ operazione volta solo alla salvaguardia dell’ occupazione. icipoll@tin.it.
07/12/2019 – Giornale di Sicilia
Energia, la sfida della green economy per superare la crisi
Investimento di 450 milioni nell’ attuale centrale termoelettrica di San Filippo del Mela
Un investimento di 450 milioni di euro per riconvertire l’ attuale Centrale termoelettrica in ottica di economia green. È quello che intende attuare a San Filippo del Mela il gruppo A2a attraverso una progettualità compatibile con le reali necessità del territorio e soprattutto tale da coniugare pienamente sostenibilità ambientale e continuità industriale del sito produttivo, salvaguardando i posti di lavoro. Una pianificazione che è stata presentata ieri pomeriggio al Comune di San Filippo del Mela, così come richiesto dal sindaco Giovanni Pino il quale ha sottolineato la necessità del confronto pubblico per la massima trasparenza delle scelte che riguardano il territorio. E alla fine lo stesso primo cittadino ha espresso soddisfazione per l’ esito dell’ incontro e per i toni costruttivi che lo hanno caratterizzato. «Oggi – ha dichiarato – sono state gettate le basi del percorso che ci porterà alla realizzazione della riconversione sostenibile del sito produttivo». In effetti la progettualità di A2a è importante e dimostra come l’ azienda voglia investire sul territorio, al di là della necessità di dover procedere alla riconversione della Centrale. L’ investimento sta a significare che si vuole dare continuità industriale al sito produttivo, come ha sottolineato l’ ing. Giuseppe Monte forte, amministratore delegato di A2a Energiefuture, spiegando che le linee guida del programma di riconversione sono la transizione energetica (ciclo combinato a gas con contestuale fermata di tutti i gruppi ad olio combustibile e compensatori sincroni per servizi alla rete elettrica), in coerenza con quanto previsto da Piano nazionale di decarbonizzazione entro il 2025 già approvato dal Governo; l’ economia circolare (impianto Forsu -già in iter autorizzativo – e impianto per il recupero della plastica a valle della raccolta differenziata); e le fonti rinnovabili (fotovoltaico e storage elettrochimico). Dopo che l’ ing. Francesco Farilla, Capo Centrale del Polo Energetico Integrato di San Filippo ha illustrato gli interventi già effettuati (30 milioni spesi per l’ attività di bonifica)e la situazione attuale dell’ industria di Archi dove attualmente operano 4 gruppi (due da 160MW e due da 320 MW) è toccato all’ ing. Caterina De Masi, responsabile sviluppo di A2a, entrare nello specifico sui sei progetti che la società lombarda intende attuare nel prossimo triennio. Il progetto prevede la realizzazione di un ciclo combinato a gas di nuovagenerazione, basato sulla tecnologia di Turbogas di classe H, in grado di raggiungere rendimenti superiori al 40% in ciclo semplice e al 60% in ciclo combinato. Il Turbogas, i camini e la caldaia a recupero saranno installati in un’ area parzialmente libera della Centrale, mentre la nuova turbina a vapore troverà posto nell’ esistente sala macchine dei gruppi 5 e 6. I camini avranno un’ altezza massima di 60 metri, inferiore rispetto ai due attuali che sono rispettivamente di 210 e 150 metri. Con la messa in funzione del nuovo impianto – ha detto l’ ing. De Masi – gli attuali gruppi ad olio, sa ranno dismessi e si otterrà un miglioramento significativo in termini di impatto ambientale: riduzione significativa delle emissioni di NOx, annullamento delle emissioni di SOx e polveri». Prevista anche la trasformazione degli alternatori dei gruppi 1, 2 e 6 in compensatori sincroni al servizio della rete Alta tensione con funzione di regolazione della tensione. Uno dei punti di forza del Polo energetico integrato di San Filippo del Mela sarà poi indubbiamente l’ impianto Forsu (frazione organica del rifiuto solido urbano) che dovrà trattare il recupero di questa tipologia di rifiuto derivante dalla raccolta differenziata «mediante un primo stadio di digestione anaerobica finalizzato alla produzione di gas naturale (biometano) ed un secondo stadio di fermentazione naturale aerobica (compostaggio) finalizzato alla produzione di compost di qualità certificato anche per l’ utilizzo in agricoltura biologica. Ma, sempre nel settore della «differenziazio ne» del rifiuto, è previsto pure un impianto per il trattamento della plastica (circa 45 mila tonnellate all’ anno), per cercare-è stato detto- di arginare il fenomeno che in atto porta la Sicilia ad esportare verso altre regioni circa 2.000 t/mese di plastica. Infine, per quel che concerne il fotovoltaico l’ intento è «l’ installazione di un sistema di batterie elettrochimiche da realizzare su aree libere per immissione di energia elettrica incentivata in rete». I rappresentanti di A2a hanno poi fatto il punto sull’ iter autorizzativo dei singoli impianti, ribadendo la disponibilità nell’ ambito della procedura di VIA/AIA di voler attivare una casella di posta elettronica per ricevere richieste di chiarimento da coloro che intendono presentare osservazioni. «Ciò-ha concluso l’ ing. Monteforte – per avere una una linea di sviluppo sostenibile che mira alla realizzazione di un futuro che veda collaborazione tra territorio e tessuto industriale».
07/12/2019 – Il Sole 24 Ore
Il Dl approvato dalla Camera penalizza le aziende che hanno registrato perdite No al certificato di affidabilità in caso di cartelle impugnate ma non sospese
Una via d’ uscita che sarà inapplicabile in moltissimi casi. L’ analisi approfondita dell’ articolo 4 del decreto fiscale (Dl 124/2019), la cui legge di conversione è stata appena approvata dalla Camera, dice chiaramente questo: il certificato di affidabilità previsto dal comma 5, che in teoria dovrebbe consentire a molte imprese di dribblare il nuovo complicatissimo meccanismo delle ritenute, non potrà essere utilizzato da molti operatori in situazioni nelle quali ha poco senso che vengano esclusi. La catena di adempimenti oggetto di critiche da diversi giorni, anche nella versione appena rivista, non sarà obbligatoria per le imprese appaltatrici, affidatarie e subappaltatrici che comunichino al committente di avere una serie di requisiti, con certificazione dell’ agenzia delle Entrate. Dovranno essere in attività da almeno tre anni, essere in regola con gli obblighi dichiarativi e avere eseguito nell’ ultimo triennio versamenti complessivi registrati nel conto fiscale per almeno il 10% del totale dei ricavi e compensi che risultano in dichiarazione. È questo il primo ostacolo davanti al quale cadranno in molti. Pensiamo a un’ impresa costituita da meno di tre anni o semplicemente in perdita fiscale, magari perché sta attraversando una fase complicata: è molto probabile, infatti, che un’ impresa in perdita fiscale abbia anche una forte perdita di bilancio. Allo stesso modo, un’ impresa in perdita, magari soggetta a reverse charge o a split payment (molto frequenti proprio negli appalti) e con poche ritenute, assai difficilmente potrà rispettare il requisito dei versamenti. E, quindi, esporrà i suoi committenti ai nuovi oneri in materia di ritenute fiscali. Questo, però, non è il solo requisito. Le imprese devono, infatti, dimostrare anche di non avere iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi o avvisi di debito affidati agli agenti della riscossione relativi a imposte sui redditi, Irap, ritenute e contributi previdenziali per oltre 50mila euro, scaduti e non pagati. Chi richiede (e rispetta) una rateazione si trova al riparo da rischi. In questo caso, il problema riguarda gli accertamenti esecutivi e le cartelle esattoriali superiori a quella cifra che siano stati impugnate dalle imprese. Se, infatti, l’ impresa impugna la cartella e chiede la sospensiva, deve augurarsi che questa venga accolta. Perché in tutti i casi nei quali i giudici non dispongano la sospensione (e comunque in attesa che essa venga concessa), le imprese che sforino i 50mila euro saranno esposte a una conseguenza molto grave. Non potranno, cioè, essere esentate dall’ applicazione dell’ articolo 4 e nel loro rapporto contrattuale sarà obbligatorio mettere in piedi il nuovo sistema di vigilanza sulle ritenute fiscali, con i rischi connessi. A questo, allora, si accompagna una considerazione ulteriore, che riguarda il mercato di queste imprese. Il decreto fiscale prevede, nella sostanza, che gli appaltatori certifichino al committente di avere dei requisiti, sollevandoli da una serie di oneri. C’ è da chiedersi quanti committenti si assumeranno il peso di lavorare con un’ impresa che non ha i requisiti per consentirgli di godere dell’ esenzione da controlli e rischi. Pensiamo a un caso tipo: un supermercato che faccia un contratto a una società di pulizie che, a causa di un periodo di crisi, abbia chiuso un bilancio in forte perdita e non stia versando imposte. Oppure che abbia ricevuto una cartella esattoriale da 60mila euro, impugnata ma non sospesa. Lavorando con questa impresa, il committente si esporrà a molte responsabilità: l’ obbligo di vigilare sul pagamento delle sue ritenute, analizzando gli F24 e i tabulati, e le sanzioni parecchio pesanti in caso di mancata vigilanza. Un cortocircuito che rischia di penalizzare ulteriormente imprese già in difficoltà. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Gavelli Giuseppe Latour
OK DELLA CAMERA IN PRIMA LETTURA
Il provvedimento passa blindato al Senato per il via libera entro Natale
ROMA Il decreto fiscale diventa un maxi-omnibus. Con il via libera della Camera (248 voti a favore e 87 contrari) il provvedimento d’ urgenza collegato alla manovra lievita passando da 60 a 93 articoli con le 35 norme introdotte nel corso dell’ esame in commissione Finanze (due delle misure iniziali sono state soppresse: il prestito ponte Alitalia e le sanzioni sui Pos). A questa infornata di interventi si devono aggiungere altre 35 disposizioni introdotte sotto forma di commi aggiuntivi sotto forma di bis, ter, quater e che, nel caso dell’ articolo 57 quasi interamente dedicato agli enti locali, arrivano a toccare il «comma quinquiesdecies». Un tetto oltre il quale il decreto comunque non andrà. Il provvedimento, infatti, ora passerà all’ esame del Senato che, visti i tempi ristretti di approvazione in quanto dovrà essere convertito in legge entro il giorno di Natale, non sarà più emendato. Tra le misure introdotte in corso di esame spiccano soprattutto la riscrittura del calendario dell’ assistenza fiscale con il 730, proposta dal relatore Gian Mario Fragomeli (Pd), che dal 2021 potrà essere presentato fino al 30 settembre. E che con una finestra mobile di invio consentirà ai contribuenti di non subire ritardi nell’ erogazione delle somme chieste a rimborso nelle buste paga o con i ratei di pensione. Arriva anche la riduzione del saggio di interesse di mora, proposta dalla relatrice e presidente della Commissione Finanze, Carla Ruocco (M5S), applicato al versamento di tasse e debiti fiscali a rate o per ritardati pagamenti, così come ai rimborsi. La misura variabile prima fissata in un range da 0,5 a 4,5% passa ora a un intervallo tra 0,1 e 3 per cento. Le opposizioni dal canto loro portano a casa con la Lega il ravvedimento operoso per i tributi locali possibile fino al momento dell’ accertamento del comune o dell’ ente territoriale e l’ invio trimestrale dell’ esterometro. Forza Italia ha trainato il voto all’ unanimità sulla riscrittura dei Pir. I piani individuali di risparmio tornano di fatto all’ antico prevedendo che del 70% dell’ intero investimento una quota del 30% deve essere indirizzata verso l’ economia reale. Di quest’ ultima quota un 5% sarà vincolate alle piccole e piccolissime imprese non quotate. A tenere banco, però, sono state soprattutto le modifiche alle ritenute sugli appalti e alle manette agli evasori. Nel primo caso, si è cercato di escludere dall’ ambito applicativo i committenti più piccoli, come i condomini, e di semplificare l’ applicazione evitando alle imprese committenti di anticipare la provvista per il versamento delle ritenute dovute dalle società appaltatrici o subappaltatrici. Tutto passerà per la copia del versamento con il modello F24. Nel secondo caso, dopo uno scontro nella maggioranza con Italia Viva che chiedeva un dietrofront complessivo, c’ è stato un intervento a due vie: da un lato, sono state attenuate le pene per i reati più lievi come gli omessi versamenti di ritenute o Iva e ancora con la possibilità di ricorrere alla confisca per sproporzione solo per le violazioni fraudolente; dall’ altro lato, la maggioranza e il Governo hanno ampliato la responsabilità amministrativa delle imprese (in base al decreto «231») a un maggior numero di illeciti fiscali penalmente rilevanti. Inoltre su iniziativa del sottosegretario al Mef, Alessio Villarosa (M5S), salta la sanzione (fissa e proporzionale) per esercenti e commercianti che negano ai clienti l’ utilizzo del Pos. Su questo fronte, in fase di approvazione finale del decreto in Aula, il Governo ha accolto l’ ordine del giorno presentato dall’ opposizione (gruppo «Cambiamo!») che lo impegna a un accordo con l’ Abi per rendere gratuiti, o comunque poco onerosi, sia i costi di utilizzo delle carte per gli utenti, sia quelli del Pos per i commercianti. © RIPRODUZIONE RISERVATA In Norme&Tributi – pagina 22 Gli approfondimenti su appalti e compensazioni. Marco Mobili Giovanni Parente
Per il committente che non vigila c’ è una maxi sanzione del 50%
Su 50mila euro di ritenute l’ impresa capofila rischia un addebito da 25mila euro
Cambio di passo sulle conseguenze per il committente di appalti e subappalti che rientrano nel nuovo perimetro dell’ articolo 4 del Dl fiscale dopo gli emendamenti votati dal Parlamento: da una responsabilità solidale con l’ appaltatore/subappaltatore inadempiente si passa al rischio di pagare una somma pari alle sanzioni applicabili a quest’ ultimo per non aver correttamente operato o versato le ritenute sui redditi di lavoro dipendente e assimilati. Nel testo originario era previsto che il committente fosse responsabile: per il tempestivo versamento delle ritenute effettuate dalle imprese appaltatrici e subappaltatrici entro il limite dell’ ammontare dei bonifici ricevuti o dei corrispettivi maturati a favore delle imprese appaltatrici o affidatarie e non corrisposti entro il quinto giorno lavorativo anteriore alla scadenza di versamento delle ritenute; integralmente, nel caso in cui non avesse tempestivamente comunicato all’ impresa appaltatrice o affidataria gli estremi del conto corrente su cui versare le ritenute o avesse eseguito pagamenti alle imprese inadempienti. Nel nuovo testo, preso atto che l’ obbligo di versamento delle ritenute è tornato in capo a ciascuna impresa della filiera, i problemi per il committente scattano in caso di inottemperanza agli obblighi di verifica delle deleghe di versamento ricevute dalle imprese o di pagamento dei corrispettivi dovuti nonostante l’ evidenza di inadempimenti agli obblighi di versamento delle ritenute o di trasmissione dei dati. Il committente è punito, infatti, con l’ obbligo di pagamento (senza compensazione) di una somma pari alla sanzione irrogata al sostituto d’ imposta per la corretta determinazione delle ritenute e per la corretta esecuzione delle stesse, nonché per il tempestivo versamento. Per cui i casi possibili sono questi: se l’ impresa appaltatrice o subappaltatrice ha correttamente operato e versato le ritenute (e, ad esempio, si è semplicemente dimenticata di inviare le deleghe o i prospetti riepilogativi al committente) nessuna sanzione pare possa essere applicata; qualora, invece, l’ impresa appaltatrice o subappaltatrice abbia commesso delle inadempienze, essa sarà chiamata a rispondere delle imposte non versate e delle relative sanzioni ed interessi, mentre al committente sarà richiesta una somma pari al 20% dell’ importo non trattenuto dal sostituto d’ imposta e al 30% dell’ importo non versato da quest’ ultimo. Ipotizzando un ammontare di ritenute non operate e non versate di 50mila euro, dovrebbe quindi trattarsi di un rischio complessivo pari a 25mila euro. Andrà chiarito se l’ obbligo di pagamento imposto al committente ha natura di sanzione tributaria, per cui egli possa fruire delle riduzioni da ravvedimento operoso. Nessun addebito può essere, invece, imposto al committente per omesso/errata certificazione delle ritenute od omessa/errata presentazione del modello 770, obblighi che permangono in capo al solo sostituto d’ imposta. Analogamente, nessun addebito può essere imposto al committente nel caso riceva (e riscontri telematicamente) la certificazione di affidabilità di cui al comma 5 dell’ articolo 4. © RIPRODUZIONE RISERVATA. G.Gav.Gi.L.
07/12/2019 – Italia Oggi
Nel primo quadrimestre 2019 il mercato degli appalti pubblici ha registrato un aumento del 12,3% delle procedure di gara e più 15 miliardi di euro di importo rispetto all’ anno scorso. Il risultato è dovuto soprattutto ad appalti di grandi dimensioni, in particolare quelli banditi da centrali di committenza e soggetti aggregatori nel settore sanità, che hanno comportato un aumento del 164,2% nel settore delle forniture ordinarie e del 157,3% nelle gare di importo superiore ai 25 milioni di euro. È quanto emerge dall’ ultimo rapporto quadrimestrale del 2019 redatto dall’ Autorità nazionale anticorruzione (Anac) sulle procedure di affidamento perfezionate di importo superiore o uguale a 40.000 euro. Entrando nel dettaglio dei numeri elaborati dall’ Anac è possibile rilevare che l’ aumento degli importi rispetto al I quadrimestre 2018 coinvolge solo il settore ordinario (+63%) ma non quello speciale (-24,7%). Dati confermati anche nel numero di gare bandite (+15,2% nel settore ordinario, -0,5% in quello speciale). Nel settore ordinario, l’ aumento più evidente è stato registrato nelle forniture (importo complessivo +164,2%), dovuto soprattutto a una serie di appalti di durata pluriennale, banditi nel quadrimestre in esame da soggetti aggregatori e/o centrali di committenza nel settore sanità (infatti l’ importo è cresciuto di appena il 6,4%). Inoltre, settore ordinario, è possibile notare come, sempre per l’ impatto dei grandi appalti di durata pluriennale, l’ aumento più importante è da registrare per la fascia di importo superiore a 25 milioni di euro (+157,3% in valore e +54,7% in numero). Da segnalare anche la crescita della fascia 40-150 mila euro, per i quali la legge di bilancio ha consentito per il 2019 l’ affidamento diretto previa consultazione, ove esistenti, di 3 operatori economici: sommando il settore ordinario e quello speciale, gli appalti sono cresciuti del 18% (+337 mln), una percentuale inferiore rispetto alla tendenza rilevata a livello generale. © Riproduzione riservata.
09/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Rotazione appalti, l’esclusione dell’impresa uscente va giustificata
concorrenza corretta e al buon andamento della Pa
Due recenti pronunce dei giudici amministrativi di primo grado si sono occupate del principio di rotazione, previsto ai fini dell’affidamento dei contratti di importo inferiore alla soglia comunitaria. Entrambe le pronunce accolgono una linea interpretativa che tende a ridurre l’impatto applicativo di tale principio, in una logica che vuole contemperare la vigenza dello stesso con il rispetto di altri principi che governano l’affidamento dei contratti pubblici. Questo approccio si pone in contrapposizione con un diverso orientamento – che ha trovato anch’esso ampio spazio nella giurisprudenza – che offre una lettura rigida del principio di rotazione, che si sostanzia in particolare nel divieto assoluto e generalizzato di affidare un nuovo contratto o di invitare alla relativa gara il contraente uscente, salvo casi del tutto eccezionali che devono essere adeguatamente motivati. L’interpretazione meno vincolante appare in realtà più convincente. Essa infatti consente di non considerare il principio di rotazione come un valore assoluto, che in quanto tale finisce per essere avulso dall’intero contesto in cui opera. Ciò comporta infatti il pericolo di entrare in contrasto con altri principi di carattere generale che proprio perché tali non possono essere sacrificati al solo fine di salvaguardare l’esigenza della rotazione negli affidamenti e negli inviti.
La prima sentenza è del Tar Lombardia, Sez. I, n. 993 del 20 novembre 2019, che è intervenuta in una fattispecie tipica. Un ente appaltante aveva svolto una procedura telematica per l’affidamento del servizio di riparazione ordinaria degli automezzi aziendali. A fronte dell’intervenuta aggiudicazione a favore del contraente uscente il concorrente secondo classificato ha proposto ricorso, adducendo la violazione del principio di rotazione e il difetto di motivazione. In sostanza, secondo il ricorrente, la corretta applicazione del principio di rotazione avrebbe dovuto comportare, in mancanza di specifiche e puntuali ragioni che eventualmente avrebbero dovuto essere esposte in un provvedimento adeguatamente motivato, l’esclusione del contraente uscente dal novero degli invitati. Rispetto a questa censura il giudice ammnistrativo ricorda in primo luogo il fondamento del principio di rotazione. Esso va individuato nell’esigenza di evitare il consolidamento di rendite di posizione, legato anche alla posizione di vantaggio che il contraente uscente avrebbe in quanto titolare di un bagaglio informativo acquisito nel corso del precedente rapporto contrattuale. In sostanza, l’intento del legislatore è quello di evitare che, specie nei mercati in cui è presente un numero ristretto di operatori, venga pregiudicato il libero dispiegarsi del confronto concorrenziale.
Sotto questo profilo il principio di rotazione costituisce anche una sorta di contrappeso all’ampia discrezionalità di cui gli enti appaltanti godono nell’affidamento dei contratti sottosoglia, sia in relazione all’affidamento diretto che alla formulazione degli inviti nelle procedure negoziate. Queste considerazioni danno ragione del fatto che il principio di rotazione del tutto ragionevolmente non trova applicazione in tutti i casi in cui l’ente appaltante non procede né a un affidamento diretto né a inviti selettivi degli operatori economici, essendo la competizione astrattamente aperta a tutti gli operatori che intendono parteciparvi. La rotazione va quindi applicata laddove vi sia il rischio di un oggettivo restringimento della concorrenza, ovvero ricorra il pericolo di falsare il dispiegarsi della competizione attraverso l’invito del contraente uscente ovvero – in maniera ancora più significativa – procedendo all’affidamento diretto del nuovo contratto a favore di quest’ultimo. Sulla base di queste considerazioni si è affermato un filone giurisprudenziale – cui la pronuncia del Tar Lombardia aderisce – secondo cui il principio di rotazione non può avere una valenza precettiva assoluta, tale da determinare comunque e sempre la condotta degli enti appaltanti.
Vanno infatti comunque privilegiati i valori della concorrenzialità e della massima partecipazione, per cui – specie a fronte di procedure che garantiscono comunque un’apertura al mercato – non vi sono ostacoli ad invitare anche il contraente uscente a prendere parte alla nuova gara. In sostanza, in tutti i casi in cui l’ente appaltante non sceglie autonomamente i soggetti da invitare alla procedura ma opera un’apertura al mercato, dando la possibilità a chiunque di presentare la propria offerta, non si pone un tema di rispetto del principio di rotazione. Infatti tale principio, correttamente inteso, non significa escludere dalla gara in termini assoluti il contraente uscente – e quindi sfavorirlo in maniera pregiudiziale – implicando piuttosto la necessità di non favorirlo. Diversamente argomentando la rigida applicazione del principio di rotazione finirebbe per introdurre nell’ordinamento una causa di esclusione atipica e non prevista dalle norme, in aperto contrasto con i principi di concorrenzialità, trasparenza e parità di trattamento.
La pronuncia del Tar Marche
Nella stessa direzione si muove l’altra pronuncia del Tar Marche, n.707, anch’essa del 20 novembre 2019. La fattispecie sui cui si è pronunciato il giudice amministrativo è analoga a quella oggetto della sentenza del Tar Lombardia. Anche in questo caso vi era stato infatti lo svolgimento di una procedura negoziata espletata in via telematica – quindi aperta al mercato tramite l’utilizzo di una piattaforma informatica – che si era articolata in due fasi: una prima fase diretta ad acquisire le manifestazioni di interesse a partecipare alla procedura stessa e una seconda fase consistente nella gara vera e propria, a cui peraltro l’ente appaltante aveva invitato tutti coloro che avevano manifestato interesse. A fronte dell’intervenuta aggiudicazione a favore del contraente uscente il secondo classificato proponeva ricorso lamentando, tra l’altro, la mancata applicazione del principio di rotazione che avrebbe dovuto comportare il mancato invito del contraente uscente. Anche in questo caso il giudice amministrativo ha respinto la prospettazione del ricorrente.
Ha infatti ribadito in primo luogo che l’applicazione del principio di rotazione non può dispiegarsi in maniera assoluta e generalizzata, poiché in questo caso si trasformerebbe in una vera e propria causa di esclusione dalla gara, che si porrebbe al di là delle previsioni dell’ordinamento. Di conseguenza il principio di rotazione non può essere interpretato nel senso di imporre all’ente appaltante il divieto assoluto di invitare alla nuova gara il contraente uscente. Inoltre, il giudice ammnistrativo ha evidenziato che le ragioni alla base della decisione di invitare il contraente uscente non devono necessariamente essere esternate nel primo atto della procedura di gara. Anzi, tale preventiva esternazione avrebbe l’effetto di violare l’obbligo di non rendere noto l’elenco dei soggetti che sono stati invitati a presentare offerta, previsto dall’articolo 53, comma 2, lettera b) del D.lgs. 50. Inoltre, a conferma del fatto che le ragioni dell’eventuale invito del contraente uscente non devono essere contenute nel primo atto della procedura, va considerato che la decisione su tale invito può essere assunta dall’ente appaltante solo dopo che lo stesso abbia potuto verificare quante manifestazioni di interesse vi siano state.
Solo a valle di tale verifica potrà infatti ragionevolmente risultare se l’invito del contraente uscente sia funzionale all’allargamento di un mercato altrimenti troppo ristretto, cosicché il principio di rotazione dovrà considerarsi necessariamente recessivo rispetto al principio di concorrenzialità. Nella stessa logica va anche considerato che il principio di rotazione non può essere considerato un valore assoluto e inderogabile. Esso va infatti coordinato anche con alcuni precetti di natura costituzionale, come quelli che impongono alle amministrazioni pubbliche di concorrere al pareggio di bilancio e di agire in modo da garantire il buon andamento dell’amministrazione. Alla luce dell’insieme delle considerazioni esposte va ritenuto legittimo il comportamento dell’ente appaltante che nel caso di specie ha deciso di invitare tutti coloro che avevano manifestato interesse, compreso il contraente uscente, poiché ciò ha garantito di poter contare su offerte competitive e di ottenere significativi risparmi in sede di aggiudicazione.
Come accennato all’inizio la lettura offerta dalle due pronunce esaminate appare corretta, collocandosi in una posizione equilibrata tra i diversi interessi in gioco. La preclusione nei confronti del contraente uscente non può essere generalizzata e aprioristica, ma deve collocarsi in un contesto che ne offra una giustificazione ragionevole. Così il mancato invito alla nuova gara ha un senso solo qualora sia funzionale a una migliore affermazione dei principi di concorrenzialità e trasparenza. Ma questa non è certamente l’ipotesi in cui la gara è aperta al mercato, cosicché tutti coloro che vi abbiamo interesse possono parteciparvi e di conseguenza il contraente uscente viene messo in concorrenza con gli altri operatori del settore. In questa ipotesi il mancato invito si tradurrebbe da un lato in un ingiustificato pregiudizio nei confronti del contraente uscente, limitativo anche della libertà di iniziativa economica privata costituzionalmente garantita. Dall’altro, in un potenziale danno anche per l’ente appaltante, che dovrebbe aprioristicamente rinunciare alle possibili prestazioni di un operatore che nel precedente rapporto contrattuale ha per ipotesi adempiuto correttamente ed efficacemente alle proprie obbligazioni.
Regolamento appalti, Oice: stralciare l’appalto integrato sul progetto di fattibilità
La richiesta delle società di ingegneria. Scicolone: «clima positivo su centralità del progetto e riequilibrio dei rapporti con la Pa»
Nell’audizione con gli operatori presso la commissione giuridica incaricata dal Mit di definire la bozza del regolamento appalti – che si è svolta lo scorso giovedì 5 dicembre – è stato registrato un «clima positivo su centralità del progetto e riequilibrio dei rapporti fra Pa e privati». È questa la valutazione dell’Oice affidata a una nota diffusa il giorno successivo. «Abbiamo molto apprezzato – afferma l’Oice – il clima costruttivo della commissione che, nella consapevolezza che c’è molto da fare e in poco tempo, intende arrivare in tempi rapidi ad un testo certo, ben fatto e stabile nel tempo. Le aspettative del sistema delle costruzioni, dopo anni di normativa “fluida” sono infatti altissime perché ci sia stabilità e chiarezza».
Nel merito l’Oice ha puntato su alcuni elementi irrinunciabili: «Abbiamo ribadito – ha affermato il presidente dell’associazione Gabriele Scicolone – anzitutto a tutela del principio della centralità del progetto esecutivo, la necessità, condivisa anche da altri colleghi presenti, di stralciare la norma che riaprirebbe, peraltro illegittimamente, all’affidamento dei lavori sulla base di un progetto di fattibilità».
Ma soprattutto il presidente dell’Oice ha chiesto che si riporti su un piano più equilibrato il rapporto fra stazioni appaltanti e operatori economici. «Vorremmo dire basta -ha detto – ad accordi quadro che rimangono sulla carta ma per i quali si devono anticipare ingenti somme prima ancora di stipulare i contratti attuativi; basta a gare i cui tempi di aggiudicazione durano dieci volte i tempi richiesti per formulare le offerte; basta con richieste di massimali di polizze professionali da decine di milioni che neanche le compagnie assicurative riescono a rilasciare, basta con bandi di gara sottostimati e con offerte di ribasso anomale che non si riescono ad escludere!». Infine l’associazione raccomanda di «colmare molte lacune a partire dall’assenza totale dei temi legati alla digitalizzazione e al Bim: c’è molto da lavorare, mancano gli allegati, fondamentali per il nostro settore, e bisogna garantire l’accesso alle gare di verifica dei progetti su criteri di qualificazione analoghi a quelli dei servizi di ingegneria e architettura».
Fabiana Dadone invia dpcm al Cds
Doppia domanda e un massimo di 145 giorni di attesa per ricevere in anticipo (e in prestito) la buonuscita (Tfr, Tfs ecc.). La prima è la «domanda di certificazione del diritto» al Tfr, Tfs o altra prestazione di fine servizio: è presentata all’ Inps e l’ Inps potrà rispondere entro 90 giorni. Una volta ottenuta tale certificazione, va presentata una seconda domanda, quella di anticipo vera a propria, a una banca: la banca la trasmette all’ Inps per il nulla osta che l’ Inps avrà 30 giorni di tempo per il rilascio. Avuto l’ ok dall’ Inps, la banca procederà infine a liquidare l’ anticipo-prestito di buonuscita nei successivi 15 giorni. A stabilirlo è lo schema di dpcm che il ministero della Funzione pubblica guidato da Fabiana Dadone ha trasmesso al Consiglio di stato per il parere. Il testo dà attuazione alla misura dell’ anticipazione della buonuscita ai dipendenti pubblici (altrimenti l’ attesa può arrivare anche a otto anni), mediante un prestito al consumo d’ importo fino a 45 mila euro, prevista dal dl n. 4/2019, convertito dalla legge n. 26/2019. Il provvedimento è al consiglio di stato per il previsto parere. Un anticipo in prestito. La misura, introdotta con l’ operazione «quota 100» a inizio anno, consentirà di ricevere prima la buonuscita con il ricorso a un prestito garantito dallo stato. L’ importo massimo del prestito è fissato alla misura massima della buonuscita cui si ha diritto, comunque non oltre 45 mila euro. Il prestito sarà rimborsato, comprensivo di interessi e di una «commissione» di garanzia (cioè un secondo interesse pari allo 0,01% del finanziamento) al momento dell’ effettiva percezione della buonuscita. Quindi chi ha diritto a una buonuscita non superiore a 45 mila può al massimo ottenere un prestito pari all’ importo cui ha diritto; chi ha diritto a buonuscita di misura superiore, può al massimo ottenere 45.000 euro. Come funziona. Il dpcm, innanzitutto, stabilisce che il finanziamento (cosiddetto Anticipo Tfs/Tfr) si rivolge a tutti i dipendenti pubblici (cioè ai dipendenti di amministrazione di cui all’ art. 1, comma 2, del dlgs n. 165/2001) con diritto a pensione, sia che abbiano già cessato dal servizio, anche prima dell’ entrata in vigore del dpcm, sia che lo faranno in futuro. Quindi fissa la procedura: il lavoratore deve prima di tutto chiedere all’ ente erogatore del Tfr/Tfs (in genere l’ Inps) la certificazione del diritto all’ anticipazione. La relativa domanda va presentata in via telematica, autonomamente (se in possesso di Pin o Spid o altre credenziali pubbliche) o per il tramite di patronati e intermediari dell’ Inps (quindi anche i consulenti del lavoro). Ricevuta la domanda, l’ Inps ha 90 giorni di tempo per rilasciare (o negare) la certificazione. Ottenuta la certificazione, il lavoratore può presentare la domanda vera e propria di prestito rivolgendosi a uno degli istituti di credito aderenti all’ iniziativa, tramite adesione all’ accordo quadro Abi. La banca prescelta, ricevuta la domanda, la trasmette all’ Inps per un nulla osta, che potrà arrivare entro 30 giorni. Il nulla osta dell’ Inps decreta la validità ed efficacia della domanda di prestito, cui farà seguito, nei successivi 15 giorni, la liquidazione del prestito. «È uno step importante per i tanti dipendenti pubblici che contano di incassare subito con un tasso agevolato una parte della loro liquidazione grazie al sistema bancario», ha dichiarato il ministro Dadone. «Stiamo cercando di accelerare il più possibile perché chi ha lavorato tanti anni ha ora il diritto di godere del frutto dei sacrifici fatti». © Riproduzione riservata. DANIELE CIRIOLI
09/12/2019 – ANSA
Alla cifra ArcelorMittal arriverebbe mettendo assieme i 500 milioni per lo svuotamento del magazzino (fatto sul quale la Procura di Taranto ipotizza l’appropriazione indebita), la fideiussione di 90 milioni intestata a favore dell’Ilva a garanzia del pagamento dei canoni di fitto (15 milioni al mese), la rinuncia agli investimenti ambientali finora sostenuti (altri 400 milioni). La cifra – rilevano i quotidiani – non corrisponderebbe alle richieste del governo, che pretenderebbe dalla multinazionale altri 850 milioni: le mancate manutenzioni per 350 milioni e la penale per la risoluzione anticipata del contratto (altri 500 milioni). Ma il Ministero dello sviluppo economico smentisce duramente. “Nessuna lettera arrivata dalla multinazionale Arcelor Mittal”. Lo fa sapere il Ministero dello sviluppo economico in merito ad alcune indiscrezioni di stampa, puntualizzando inoltre che “con l’azienda non si è mai nemmeno parlato di una transazione economica per la sua uscita dallo stabilimento”.
A quanto si apprende il concentramento sarà in piazza Santi Apostoli. Lavoratori e delegati sindacali partiranno da Taranto con 15 bus. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA
08/12/2019 – Corriere della Sera
ROMA La decisione del Tar della Liguria di trasmettere alla Consulta il quesito di Autostrade per l’ Italia contro il cosiddetto decreto Genova che l’ ha estromessa dalla demolizione e ricostruzione del ponte Morandi ha riacceso i riflettori sul contenzioso tra il governo e l’ Aspi. Sulla vicenda specifica l’ esecutivo, ovviamente, aspetterà le decisioni della Corte costituzionale per vedere se rimettere mano al provvedimento. Questione quanto mai spinosa. Invece la decisione sulla revoca della concessione ad Autostrade era attesa prima di Natale. Ma è difficile che i tempi vengano rispettati. Luigi Di Maio, ancora pochi giorni fa, dava la cosa per fatta, però non è così facile come dice il ministro degli Esteri. A Palazzo Chigi c’ è molta più cautela. «Sto aspettando che il quadro sia più chiaro», ripete Giuseppe Conte. Probabilmente il premier vuole capire quali siano le eventuali conseguenze penali per i mancati controlli di Aspi. E anche il Pd prende tempo. «Revoca entro l’ anno? L’ istruttoria è ancora in corso, nessuna decisione è stata presa e il timing si vedrà in base alle attività che stiamo sviluppando», ha spiegato la ministra per i Trasporti e le Infrastrutture Paola De Micheli. Se è vero quindi che per il Partito democratico la revoca della concessione ad Aspi non è più un tabù (come sottolinea con soddisfazione Di Maio) è anche vero che i dem non vogliono fare passi falsi. Del resto, la stessa commissione insediata dal predecessore di De Micheli, il 5 Stelle Danilo Toninelli, alla fine di una lunga e dettagliata relazione invitava alla cautela. Già, sono queste, in sostanza, le conclusioni a cui è arrivato quell’ organismo: gli elementi per chiedere una revoca ci sono, ma l’ eventuale ricorso di Autostrade può risultare vincente. Quindi, al di là delle disquisizioni giuridiche e delle virgole, la Commissione aveva invitato il governo a trovare un accordo con Aspi. Non è un caso, dunque, se Conte non ha più parlato di revoca della concessione ma di «caducazione», termine giuridico che porta allo stesso obiettivo, ma che stempera quella parola, «revoca», che nel governo, pur intenzionato a punire gli eventuali responsabili del crollo del ponte Morandi («Non faremo sconti ad Autostrade», ha precisato la ministra De Micheli), preoccupa per le conseguenze che potrebbe avere. La prima tra tutte, il ricorso di Autostrade. Se il governo perdesse quella partita dovrebbe pagare ad Aspi le stesse somme che ha dovuto recuperare in questa legge di Bilancio per evitare l’ aumento dell’ Iva. Ma c’ è di più. Questo esecutivo per puntare sulla crescita vuol far ripartire le grandi opere. Ebbene, una di queste grandi opere è la Gronda: 7 miliardi. La costruzione e le spese sono compito di Autostrade. In caso di revoca si bloccherebbe tutto. Appare quindi quanto mai giustificata la cautela del premier. Che, comunque, insieme al ministro dell’ Economia Roberto Gualtieri, riprenderà il dossier in mano dopo la legge di bilancio. Ma quello della revoca non è un braccio di ferro tra Pd e 5 Stelle, come lo è stato, per esempio, quello sulla prescrizione dove i grillini hanno segnato un punto. Questa volta scenderà in campo Conte. E alla fine deciderà lui, con buona pace dei 5 Stelle. MARIA TERESA MELI
07/12/2019 – La Stampa
Nuovo ponte Morandi Società Autostrade vince il primo round
Il Tar: decreto Genova a rischio incostituzionalità Grana per il governo. La parola passa alla Consulta
Marco Grasso Genova Il Decreto Genova, secondo i giudici del Tar, interviene in modo dubbio, se non illegittimo, sulla concessione e il contratto firmato dalla concessionaria con lo Stato: Autostrade per l’ Italia viene esclusa dal «dovere-diritto» di ricostruire il ponte affidatole, ma le viene «aggiunto l’ obbligo» di pagare il conto, deciso unilateralmente dal commissario. Ci sarebbe stato uno strumento legittimo, per imporre una simile soluzione, ma è stato “scavalcato” dal decreto: la revoca della concessione per «inadempimenti», una procedura che, per contro, prevede garanzie e possibilità di difendersi per la società, che in questo modo si è vista negare il «diritto alla difesa» e a un «giusto processo». Non è finita qui. Per i magistrati, quella è una legge contra personam, dunque un provvedimento (perché privo del carattere di generalità), a sua volta scarsamente motivato per essere valido. E così come è scritta, la norma viola vari almeno sei tra articoli e principi cardine della Costituzione: il principio di «uguaglianza», di «giurisdizione», di «imparzialità della pubblica amministrazione», il «diritto al giusto processo», e il «principio di separazione dei poteri», invadendo di fatto un campo (quello delle responsabilità sul crollo del ponte) che spetta in ogni caso alla magistratura ordinaria. L’ incubo del governo Nella sessantina di pagine con cui i giudici amministrativi ieri hanno demolito il Decreto Genova dell’ ex ministro Toninelli, inviandolo alla Consulta perché ne valuti i «possibili rischi di incostituzionalità», si profila il peggior incubo del governo e della struttura commissariale affidata al sindaco Marco Bucci: un Vietnam giudiziario, in cui si arriva a mettere in dubbio tutto (forma e sostanza) della strada percorsa finora per la ricostruzione del post Morandi; persino i «criteri di mercato» con cui sono stati saldati i prezzi degli indennizzi («non si capisce sulla scorta di quali parametri economici siano stati decisi») e la discriminazione delle famiglie che ne avevano diritto (costi poi imputati ad Autostrade, chiamata a pagare preventivamente mezzo milione di euro). In altre parole, si materializza in modo concreto una situazione paradossale: se da un lato l’ inchiesta giudiziaria sta contestando manchevolezze a manager, tecnici e la stessa Autostrade per l’ Italia, indagata per responsabilità amministrativa penale legata al crollo, dall’ altro l’ esclusione «politica» dell’ azienda dall’ appalto di ricostruzione rischia di ritorcersi contro il governo. E, soprattutto, non è più chiaro chi debba pagare il conto: la scelta di aver escluso illegittimamente Autostrade dalla gara, paventano i giudici, potrebbe mettere la società nella posizione di aver diritto a un maxi-indennizzo. Un’ ipotesi che, se si verificasse, avrebbe come esito finale il pagamento con soldi pubblici di un viadotto affidato a una società privata. «Decreto arbitrario» Nella sentenza viene premesso che il Tar «non entra nel merito nella vicenda», né nel campo delle «responsabilità per i fatti tragici del 14 agosto 2018». Fatta salva questa precisazione, il provvedimento è una stangata per lo Stato, e l’ anticipazione di un verdetto: la politica ha esposto lo Stato alla ritorsione del privato e al rischio, violandone i diritti, di dover pagare un conto che per contratto spettava ad Autostrade (ma in altre modalità). Il Decreto Genova, per i giudici, ha più che fondati profili di «irragionevolezza», «illogicità», «arbitrarietà». E ora la palla passa alla Consulta. – © RIPRODUZIONE RISERVATA Il moncone Est del ponte Morandi sopra le case di via Porro. MARCO GRASSO
07/12/2019 – Il Fatto Quotidiano
L’ ad di Rfi in barca con l’ imprenditore che fa affari con Rfi
La vicenda – La controllata dei binari di Ferrovie
La segnalazione interna su Gentile e lo yacht del costruttore Ceprini. Società e interessati minimizzano: “Saluto casuale”
“Un incontro occasionale e breve”. Così in Rfi (Rete ferroviaria italiana) hanno classificato un incontro estivo tra l’ amministratore delegato Maurizio Gentile a bordo di uno yacht di un imprenditore, ormeggiato a Punta Ala, in provincia di Grosseto. Insomma niente di più di un caffè preso per caso. Il punto è che quell’ imprenditore è a capo di una importante ditta che lavora in tutta Italia per diversi committenti, ma anche per Rfi, per la quale ha svolto e sta svolgendo ancora importanti opere. Di quel tempo trascorso sullo yacht, però, è arrivata notizia anche all’ interno dell’ impresa controllata al cento per cento da Ferrovie dello Stato, Spa partecipata a sua volta dal ministero dell’ Economia. La vicenda è stata analizzata da un comitato formato dai rispettivi presidenti del Cda, dell’ organismo di Vigilanza e del collegio sindacale, i quali hanno concluso che “non vi è alcun aspetto contrastante il codice etico”. L’ imprenditore che ha ospitato Gentile – nominato amministratore delegato nel 2014 – sullo yacht “Melanie” è Franco Ceprini, presidente del Cda della Ceprini costruzioni Srl. È un’ azienda leader nel settore che ha chiuso il 2018 con un utile di 6 milioni di euro. Da oltre quarant’ anni lavora nel campo delle opere di ingegneria civile soprattutto con committenti pubblici, al punto da risentirne quando gli investimenti della pubblica amministrazione rallentano. È successo nel 2018, con il fatturato che è sceso da 105 a 94 milioni. Nell’ ultimo bilancio si citano dunque le opere alle quali la Ceprini Costruzioni ha lavorato, alcune commissionate da Rfi. Come la progettazione e l’ esecuzione di una serie di lavori per la realizzazione del raddoppio della linea ferroviaria Firenze-Viareggio, nella tratta Pistoia-Montecatini Terme, appalto vinto con un raggruppamento di imprese negli anni precedenti e per il quale sono stati stanziati 136 milioni di euro. La Ceprini ha lavorato anche alla stazione di Arezzo o in quella di Fidenza, per citare alcune commesse. Con Rfi, insomma, l’ azienda lavora tanto, già da molti anni prima della nomina di Gentile, come pure ha vinto appalti anche con altri committenti, come Italferr, altra partecipata di Ferrovie dello Stato, oppure con privati. Franco Ceprini nel frattempo è finito anche in un guaio giudiziario. È ancora indagato nell’ inchiesta denominata “Amalgama”. È un’ indagine nata a Roma, dove a Ceprini viene contestata una corruzione nell’ ambito di un appalto che non ha nulla a che vedere con Rfi e che invece riguardava i lavori del Terzo Valico ferroviario dei Giovi. Sono accuse per le quali l’ imprenditore in passato è finito ai domiciliari per una settimana, misura revocata a novembre 2016 dal gip di Roma. “In questa vicenda, dopo il nostro interrogatorio – spiega l’ avvocato Emilio Festa, legale di Franco Ceprini – il gip ritenne subito che non vi erano più le esigenze cautelari. In ogni modo, la posizione dell’ imprenditore è molto marginale e il procedimento riguarda tante altre persone”. Sono passati anni e quel procedimento è in fase preliminare: si sta ancora discutendo la competenza territoriale. Da Roma infatti è stato mandato a Bolzano e poi ad Alessandria. Quindi finora le accuse a Ceprini non hanno trovato conferma in una sentenza. Ma questa è un’ altra storia. Torniamo all’ incontro a Punta Ala con l’ Ad di Rfi. Contattato dal Fatto, Ceprini spiega: “Non c’ era un incontro studiato, Gentile passava lì sotto e siccome ci conosciamo, ci siamo salutati e ho chiesto se gradiva un caffè”. L’ imprenditore definisce il rapporto tra i due di tipo “professionale”. Si conoscono per i rispettivi ruoli svolti. Non c’ è mai stata, spiega, alcuna vacanza insieme. E di incontro rapido e casuale parlano anche in Rfi. “L’ incontro è stato occasionale ed è avvenuto nel porto di un luogo di frequentazione abituale dell’ ing. Gentile – spiegano da Rfi -. Altrettanto occasionale è stata la breve ospitalità offerta”. In azienda la vicenda è stata analizzata da un comitato interno composto dal presidente del Cda (Claudia Cattani), dal presidente del collegio sindacale (Maurizio D’ Amico) e dal presidente dell’ organismo di vigilanza. “La documentazione fotografica – spiegano da Rfi – è stata oggetto di una segnalazione anonima che l’ azienda, in base alla prevista procedura di gestione di tali segnalazioni (il cosiddetto whistleblowing), ha analizzato con un’ indagine interna affidata, come previsto dalle norme aziendali, al comitato”. Questo organo “a conclusione di tale approfondimento, non ha rilevato aspetti contrastanti con il codice etico aziendale”. Insomma solo un caffè, per caso. Al sole dell’ Argentario.m Valeria Pacelli
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