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Timestamp: 2019-05-23 07:00:19+00:00

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Trust e imposte indirette - Legali.com
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giovedì 26 gennaio 2017, di Maurizio Villani
IlÂ trust Ã¨ un istituto giuridico proprio dei sistemi di common law. Ãˆ stato introdotto in Italia per effetto della legge n. 364 del 1989, con cui Ã¨ stata ratificata la Convenzione sulla legge applicabile ai trusts e sul loro riconoscimento (adottata a Lâ€™Aja il 1 luglio 1985).
Con il trust un soggetto (settlor) trasferisce uno o piÃ¹ beni ad un altro soggetto (trustee), affinchÃ© li utilizzi a vantaggio di un terzo beneficiario (beneficiary) o per il perseguimento di uno scopo. Con il conferimento, il settlor perde in via definitiva la proprietÃ delle cose.
Ebbene, ad oggi, tale istituto risulta ancora privo di una disciplina italiana che ne regoli compiutamente i vari aspetti giuridici. Tuttavia, sul versante interno, non mancano proposte legislative finalizzate ad introdurre nel codice civile il corrispondente contratto di fiducia1 ed a regolarne alcuni profili fiscali, nonchÃ© interventi volti ad adeguare ed armonizzare il nostro sistema con lâ€™ordinamento sovranazionale europeo, cosÃ¬ come si evince dalla recente legge di delegazione europea 2015 (l. n. 170/2016), pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 204 del 1.09.2015 (contenente, tra lâ€™altro, i principi e i criteri direttivi per lâ€™attuazione della direttiva Ue 2015/849, c.d. â€œdirettiva antiriciclaggioâ€ ). A tal fine, Ã¨ prevista lâ€™istituzione, in una sezione ad accesso riservato del Registro delle Imprese, di un Registro apposito per i titolari di trust, enti e gruppi societari, in cui confluiranno tutte le informazioni sui titolari effettivi di tali soggetti, che potranno essere consultate sia dalle AutoritÃ competenti, tra cui lâ€™Agenzia delle Entrate per il contrasto allâ€™evasione, sia dai soggetti gravati dagli obblighi di adeguata verifica, previo accreditamento.
La crescente importanza del trust, anche nel nostro ordinamento, Ã¨, dunque, il riflesso delle sue innumerevoli applicazioni pratiche, poichÃ©, in quanto strumento versatile e flessibile2, si presta al raggiungimento di diversi obiettivi e scopi.
Invero, il trust puÃ² assumere diverse tipologie e tratti peculiari che non fanno altro che arricchire il modello tracciato dalla Convenzione dellâ€™Aja. Nella prassi sono emersi:
a. il â€œtrust autodichiaratoâ€ , quando la separazione patrimoniale si verifica allâ€™interno del medesimo patrimonio poichÃ© il Disponente (settlor) ed il Trustee coincidono. Invero, il Disponente non attua alcun trasferimento ad un terzo soggetto, ma si limita ad apporre un vincolo di destinazione su alcuni suoi beni, separandoli dal restante suo patrimonio. La segregazione, pertanto, si verifica all’interno del patrimonio del Disponente;
b. il â€œtrust con beneficiarioâ€ , qualora i beni siano gestiti nellâ€™interesse di un soggetto determinato;
c. il â€œtrust di scopoâ€ , se vi sia un fine stabilito da raggiungere (come ad es. nei trust a scopo di garanzia);
d. il â€œtrust liberaleâ€ , disponendo cosÃ¬ di assetti familiari e non;
e. il â€œtrust commercialeâ€ , per disporre la segregazione di attivitÃ dâ€™impresa;
f. il â€œtrust liquidatorioâ€ , al fine di soddisfare i creditori;
g. a seconda dellâ€™oggetto poi, il trust puÃ² essere o meno immobiliare.
h. Inoltre, si puÃ² prevedere anche un â€œtrust revocabileâ€ , riservando al disponente la facoltÃ di revocare lâ€™attribuzione dei diritti ceduti e vincolati.
Lo stesso puÃ² avere efficacia durante la vita del disponente, in tal caso si avrÃ un â€œexpressed trustâ€ , ovvero dopo la morte del disponente ed essere istituito mediante disposizione testamentaria, c.d. â€œtrustÂ testamentario oÂ mortis causaâ€ .
i. Ed ancora, a seconda che i beneficiari siano individuati nello stesso atto istitutivo del trust, predeterminando la ripartizione tra gli stessi del patrimonio e del reddito del trust, ovvero che i beneficiari e le rispettive posizioni siano rimesse al trustee o al protector, si distingue in â€œfixed trustâ€ o â€œtrust discrezionaleâ€ .
Peraltro, se sul piano civilistico il referente normativo resta ancora la Convenzione de Lâ€™Aja, atteso che la legge 364/89 si limita a recepirne il contenuto, Ã¨ opportuno segnalare come sotto il profilo fiscale lâ€™art. 19 della stessa prevede che â€œLa Convenzione non pregiudicherÃ la competenza degli Stati in materia fiscaleâ€ . Ne discende, dunque, che la fiscalitÃ dei trusts Ã¨ una problematica interna al singolo Stato, libero ed autonomo nellâ€™individuare il relativo regime impositivo.
In Italia le prime disposizioni finanziarie in materia di trust sono state introdotte dallâ€™articolo 1, commi da 74 a 76 della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (legge finanziaria 2007, di seguito â€œfinanziaria 2007â€ ), pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 299 del 27 dicembre 2006, includendo, cosÃ¬, i trust tra i soggetti passivi dellâ€™imposta sul reddito delle societÃ (IRES).
In materia di imposizione indiretta, invece, il legislatore Ã¨ intervenuto con specifiche disposizioni: lâ€™art. 6 del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 riguardante lâ€™imposta di registro; la legge di conversione 24 novembre 2006 n. 286, relativa allâ€™applicazione delle imposte di successione e donazione alla costituzione di vincoli di destinazione; nonchÃ© con la finanziaria 2007, prevedendo franchigie ed agevolazioni.
Tuttavia, tali interventi hanno lasciato spazio a molti dubbi interpretativi; lâ€™Amministrazione finanziaria, la Dottrina e la Giurisprudenza di merito e di legittimitÃ hanno reso, infatti, soluzioni cosÃ¬ contrastanti tra loro, da contribuire a creare solo un quadro di grande incertezza fiscale in materia di trust.
CiÃ² posto, il presente articolo si pone lâ€™obiettivo di contribuire ad individuare, attraverso la disamina dei piÃ¹ recenti approdi normativi e giurisprudenziale, lo stato dellâ€™arte della fiscalitÃ indiretta riguardante il trust, anche al fine di valutare se tale istituto possa essere, a confronto con quelli piÃ¹ tradizionali, quali la donazione dellâ€™azienda o il patto di famiglia, un utile strumento per il passaggio generazionale dellâ€™impresa.
2. RIFERIMENTI NORMATIVI: ELEMENTI STRUTTURALI DEL TRUST NELLA CONVENZIONE DELLâ€™AJA
Ai sensi dellâ€™articolo 2 della Convenzione dellâ€™Aja, â€œper trust sâ€™intendono i rapporti giuridici istituiti da una persona, il costituente - con atto tra vivi o mortis causa - qualora dei beni siano stati posti sotto il controllo di un trustee nellâ€™interesse di un beneficiario o per un fine specifico.
b) i beni del trust sono intestati a nome del trustee o di un’altra persona per conto del trustee;
c) il trustee eÌ€ investito del potere e onerato dell’obbligo, di cui deve rendere conto, di amministrare, gestire o disporre beni secondo i termini del trust e le norme particolari impostegli dalla legge.
in qualitÃ di beneficiario non eÌ€ necessariamente incompatibile con l’esistenza di un trustâ€ .
Ebbene, il trust Ã¨ un negozio giuridico attraverso il quale il proprietario originario (settlor), con un atto dispositivo, anche unilaterale, inter vivos o mortis causa, trasferisce la proprietÃ di beni o di diritti ad un gestore (trustee), che Ã¨ vincolato ad amministrarli in favore di determinati soggetti (beneficiari) ovvero per raggiungere un determinato scopo (trust di scopo), secondo quanto stabilito nellâ€™atto costitutivo, che puÃ² prevedere altresÃ¬ la figura del protector, deputato a controllare la gestione fiduciaria.
Il trust, negozio unilaterale che non necessita di accettazione da parte dei beneficiari, implica inoltre, una segregazione patrimoniale grazie al meccanismo pubblicitario della trascrizione o degli adempimenti correlati. Invero, con il trust si verifica un fenomeno di trasferimento della proprietÃ dal settlor, al trustee e una concomitante separazione patrimoniale dei beni trasferiti dal restante patrimonio di questâ€™ultimo, atteso il vincolo di destinazione gravante sugli stessi, con la conseguenza che detti beni non potranno essere aggrediti dai creditori del gestore. Si ha, dunque, uno sdoppiamento della proprietÃ : da un lato, il trustee Ã¨ il proprietario formale dei beni o diritti; dallâ€™altro, secondo lâ€™equity, propria del sistema anglosassone, la proprietÃ sostanziale spetta al beneficiario, cioÃ¨ al soggetto nel cui interesse il bene deve essere utilizzato e a cui favore il bene deve essere funzionalizzato. Peraltro, nella prassi, frequenti sono i casi di trust autodichiarato, in cui cioÃ¨ il settlor coincide con il trustee.
Sotto il profilo causale, perÃ², il trust ha una causa unitaria consistente nella destinazione del bene o del diritto ad una determinata finalitÃ o ad uno o piÃ¹ soggetti determinati.
Ed infatti, nel trust, il trustee ha un vero e proprio obbligo nei confronti dei beneficiari (e non del disponente), i quali possono esercitare tutte le azioni a tutela della proprietÃ e â€œvantare un diritto di seguito con chiari connotati di realitÃ â€ 3.
Ãˆ evidente, dunque, che tale istituto implichi problemi di coordinamento con i principi del nostro ordinamento, tanto sul piano civilistico, quanto sul versante fiscale, attesa la scissione che introduce tra proprietario formale e sostanziale e tra titolare del bene e soggetto nella cui sfera patrimoniale si verifica lâ€™arricchimento.
3. FISCALITAâ€™ INDIRETTA DEL TRUST SECONDO Lâ€™AGENZIA DELLE ENTRATE: CIRCOLARI N. 48/E/2007 E N.3/E/2008
Dopo aver analizzato gli aspetti fondamentali dellâ€™istituto del trust, Ã¨ utile passare in rassegna, sotto il profilo strutturale, i â€œpresupposti impositivi rilevanti agli effetti delle imposte indiretteâ€ 4, cosÃ¬ come enucleati dallâ€™Agenzia delle Entrate nelle proprie circolari.
lâ€™atto istitutivo;
lâ€™atto dispositivo;
le eventuali operazioni compiute durante il trust;
il trasferimento dei beni ai beneficiari.
Orbene, le imposte indirette hanno come presupposto lâ€™utilizzazione della ricchezza, cioÃ¨ atti o fatti che fanno desumere, appunto indirettamente, la disponibilitÃ di un reddito o di un patrimonio; sono, dunque, indicatori di capacitÃ contributiva del soggetto passivo, in occasione degli scambi, dei consumi e degli affari.
lâ€™imposta di registro;
lâ€™imposta sulle donazioni e successioni
e le imposte ipocatastali.
3.1 Lâ€™atto istitutivo del trust e le imposte di registro ex art. 11 dpr 131/1986
Ai sensi dellâ€™articolo 3 della Convenzione dellâ€™Aja, questâ€™ultima â€œsi applica solo ai trusts istituiti volontariamente e comprovati per iscrittoâ€ .
Nel nostro sistema, dunque, il trust validamente costituito per mezzo di scrittura privata autenticata o per atto pubblico, deve poi essere registrato ai sensi dellâ€™articolo 2, lettera a), Dpr 131/1986.
Lâ€™imposta di registro, disciplinata dal D.P.R. del 26 aprile 1986, n.131 (Testo Unico delle disposizioni concernenti lâ€™imposta di registro TUR) cui sono allegate una Tariffa ed una Tabella, Ã¨ una imposta reale, indiretta, sugli affari, in quanto colpisce la capacitÃ contributiva che si desume da vari negozi giuridici, manifestazione della capacitÃ economica del soggetto. Ãˆ unâ€™imposta dâ€™atto, poichÃ© il tributo Ã¨ ontologicamente legato allâ€™atto stesso.
Peraltro, la stessa ha natura promiscua, potendosi configurare alternativamente come una tassa, quando si applica in misura fissa (attualmente nellâ€™ammontare di â‚¬200); ovvero come imposta, quando si applica in misura proporzionale al valore dellâ€™atto a cui si riferisce.
Secondo quanto previsto dagli artt. 1, 3 e 9 della tariffa parte prima, Dpr 131/1986, gli atti a titolo oneroso, ovvero atti di natura dichiarativa e gli atti diversi aventi ad oggetto prestazioni a contenuto patrimoniale sono assoggettati allâ€™imposta in misura proporzionale; diversamente da tutti quegli atti individuati in via residuale dallâ€™art.11 della tariffa stessa, per i quali Ã¨ prevista lâ€™applicazione dell’imposta nella misura fissa ivi indicata.
Ebbene, con la circolare n. 48/E/2007 lâ€™Agenzia delle Entrate ha chiarito che â€œlâ€™atto istitutivo con il quale il disponente esprime la volontÃ di costituire il trust, che non contempli anche il trasferimento di beni nel trust (disposto in un momento successivo), se redatto con atto pubblico o con scrittura privata autenticata, sarÃ assoggettato allâ€™imposta di registro in misura fissa ai sensi dellâ€™articolo 11 della Tariffa, parte prima, del d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, quale atto privo di contenuto patrimonialeâ€ .
3.2 Lâ€™atto dispositivo e le imposte di donazione e successione ex art. 2, co. 47 d.l. 262/2006
Con lâ€™atto dispositivo, qualificabile negozio a titolo gratuito, il settlor conferisce i beni nel trust vincolandoli al fine per cui lo stesso Ã¨ costituito o perchÃ© vengano gestiti in favore di determinati soggetti. Tale vincolo implica lâ€™impossibilitÃ di distrarre tali beni dallo scopo prefissato. Essi â€œcostituiscono un patrimonio con una specifica autonomia giuridica rispetto a quello del disponente e del trusteeâ€ 5.
Il trust, dunque, sebbene con peculiari caratteristiche, rappresenta secondo lâ€™Agenzia delle Entrate uno dei casi in cui si realizza un vincolo di destinazione che, in quanto tale, Ã¨ assoggettabile alla reintrodotta imposta sulle successioni e donazione, che secondo le disposizioni stabilite allâ€™art. 2, commi da 47 a 49 del decreto legge n. 262 del 2006, si applica anche alla costituzione di vincoli di destinazione.
Lâ€™Amministrazione finanziaria, sottolineando come non sempre i vincoli di destinazione comportino trasferimento di beni da un soggetto allâ€™altro, si premura inoltre di specificare che â€œil vincolo realizzato su beni che, seppur separati rispetto al patrimonio del disponente, rimangano a questâ€™ultimo intestati, non puÃ² considerarsi un atto dispositivo rilevante ai fini dellâ€™applicazione dellâ€™impostaâ€ .
Tuttavia, tale premessa non viene applicata al trust. Si legge, infatti: â€œ La costituzione di beni in trust rileva, in ogni caso, ai fini dellâ€™applicazione dellâ€™imposta sulle successioni e donazioni, indipendentemente dal tipo di trust. Pertanto, anche nel trust auto-dichiarato, in cui il settlor assume le funzioni di trustee, lâ€™attribuzione dei beni in trust, pur in assenza di formali effetti traslativi, deve essere assoggettato allâ€™imposta sulle successioni e donazioniâ€ .
Tale conclusione trova il suo fondamento nella stessa natura del trust, poichÃ© come affermato nella circolare n. 48 del 2007, poi ripresa da quella del 2008, â€œil trust si sostanzia in un rapporto giuridico complesso con unâ€™unica causa fiduciaria che caratterizza tutte le vicende del trust (istituzione, dotazione patrimoniale, gestione, realizzazione dellâ€™interesse del beneficiario, raggiungimento dello scopo). Lâ€™unicitÃ della causa fa sÃ¬ che lâ€™imposta sulle successioni e donazioni
dovuta sulla costituzione di vincoli di destinazione debba essere corrisposta al momento della segregazione del patrimonio nella misura dellâ€™8 per cento6â€ , salvo a tener conto dei rapporti di parentela e affinitÃ , intercorrenti tra il disponente e il beneficiario (non con il trustee) ai fini della determinazione delle aliquote. Si precisa, inoltre, che â€œAl fine della individuazione dei soggetti passivi tenuti al pagamento dellâ€™imposta, occorre far riferimento allâ€™articolo 5, comma 1, del TUS, in base al quale: â€œLâ€™imposta Ã¨ dovuta dagli eredi e dai legatari per le successioni, dai donatari per le donazioni e dai beneficiari per le altre liberalitÃ tra viviâ€ . CiÃ² posto, il soggetto passivo dellâ€™imposta sulle successioni e donazioni Ã¨ il trust, in quanto immediato destinatario dei beni oggetto della disposizione segregativaâ€ . Secondo tale ricostruzione, dunque, i beni â€œhanno giÃ scontato lâ€™imposta sulla costituzione del vincolo di destinazione al momento della segregazione in trust, funzionale allâ€™interesse dei beneficiariâ€ per cui â€œla devoluzione ai beneficiari (e non ai terzi in genere) dei beni vincolati in trust non realizza, ai fini dellâ€™imposta sulle successioni e donazioni, un presupposto impositivo ulterioreâ€ (cfr circolare 3/2008).
La tassazione, dunque, si realizza al momento della separazione/segregazione dei beni, in termini di â€œanticipazioneâ€ del prelievo rispetto al futuro arricchimento.
3.3 Lâ€™atto dispositivo e le imposte ipotecarie e catastali ex artt. 2 e 10 d.lgs.347/1990
â€œGli atti inter vivos o mortis causa riconducibili nellâ€™ambito dellâ€™imposta sulle successioni e donazioni che comportino il trasferimento di beni immobili o diritti reali immobiliari, sono altresÃ¬ soggetti allâ€™applicazione delle imposte ipotecaria e catastale. Queste ultime imposte sono dovute, rispettivamente, per la formalitÃ della trascrizione di tali atti e per la loro voltura catastale, secondo le modalitÃ stabilite dal Testo Unico delle imposte ipotecaria e catastale, approvato con DLGS. 31 ottobre 1990, n. 347 (TUIC). In particolare, le imposte ipotecaria e catastale sono dovute con lâ€™aliquota proporzionale, pari rispettivamente al 2 e allâ€™1 per cento, solo per le disposizioni e gli atti ad effetto traslativoâ€ (circolare Agenzia delle Entrate n. 3/E/2008).
Ai fini di tali imposte, perÃ², lâ€™Amministrazione Finanziaria non riprende le considerazioni svolte in precedenza in riferimento alle imposte di successione e donazione, per cui le prime, â€œanche in caso di trust, sono dovute in misura proporzionale con esclusivo riferimento agli atti ad effetto traslativoâ€ .
Tuttavia, come specificato nella Circolare 48/E/2007 â€œSia lâ€™attribuzione con effetti traslativi di beni immobili o diritti reali immobiliari al momento della costituzione del vincolo, sia il successivo trasferimento dei beni medesimi allo scioglimento del vincolo, noncheÌ i trasferimenti eventualmente effettuati durante il vincolo, sono soggetti alle imposte ipotecaria e catastale in misura proporzionaleâ€ .
Ãˆ noto che durante la vita del trust, il trustee puÃ² porre in essere atti di gestione del patrimonio, come ad esempio atti di acquisto e vendita.
Tali atti come ribadito dalle circolari in esame devono essere assoggettate ad autonoma imposizione, â€œsecondo la natura e gli effetti giuridici che li caratterizzano, da esaminare volta per volta con riferimento al caso concretoâ€ (Circolare 48/E/2007).
Diretta conseguenza della impostazione seguita in materia di imposte di successione e donazione, per cui le stesse vanno applicate sin dal momento in cui si verifica lâ€™effetto segregativo, Ã¨ che il trasferimento dei beni ai beneficiari allâ€™atto di scioglimento o cessazione del vincolo non sarÃ assoggettato alla medesima imposta, per cui â€œlâ€™eventuale incremento del patrimonio del trust non sconterÃ lâ€™imposta sulle successioni e donazioni al momento della devoluzioneâ€ (cfr circolare 48/2007, punto 5.5).
Lâ€™impostazione seguita dalla Agenzia delle Entrate sia in merito allâ€™imposta di successione e donazione, che alle imposte ipocatastali, non ha, perÃ², convinto la Dottrina e la Giurisprudenza tributaria di merito.
Invero, se lâ€™Amministrazione propende per lâ€™applicazione dellâ€™imposta di successione e donazione solo nei casi in cui, con lâ€™istituzione di un vincolo di destinazione, si verifichi un â€œtrasferimento di beni e dirittiâ€ , tale ultima espressione secondo la Dottrina dovrebbe essere compiutamente â€œriferita al complesso degli effetti giuridici che determinano un incremento patrimoniale, cosicchÃ© assume rilievo, nellâ€™individuazione del presupposto dellâ€™imposta in considerazione, non il singolo atto nei suoi profili strutturali o per la sua causa, ma un complesso di effetti giuridici, riconducibili alle nozioni di attribuzione o di â€œeffetto liberaleâ€ , che implicano incremento stabile, misurabile in moneta, di un dato patrimonio e correlato decremento di un altroâ€ 7.
A suffragio di tale interpretazione viene richiamata lâ€™indicazione normativa di cui ai commi 49 e 50 dellâ€™articolo 2 della legge di conversione del decreto d.l. 262/2006, che fa espressamente riferimento, per lâ€™individuazione delle aliquote dâ€™imposta, al grado di parentela del disponente con il beneficiario, che sarebbe, dunque â€œlâ€™unico soggetto passivo dellâ€™imposta. Solo in capo a questâ€™ultimo, infatti, si producono stabilmente quegli incrementi patrimoniali che costituiscono presupposto del tributo in considerazioneâ€ 8.
La dottrina, dunque, pone lâ€™accento sulla funzione strumentale che ha il trasferimento dei beni dal disponente al trustee, rispetto allâ€™arricchimento dei beneficiari, indice di capacitÃ contributiva, che si verificherÃ solo in un momento successivo. Invero, â€œlâ€™effetto segregativo del patrimonio costituisce un mero schema procedimentale-organizzativo, strumentale allâ€™attuazione dellâ€™interesse sostanziale in concreto perseguito dal soggetto disponente (â€¦)La separatezza del patrimonio costituisce, infatti, una utilitÃ -mezzo e non una utilitÃ -fineâ€ 9.
Si ripudia, dunque, quella visione atomistica del trust che viene accolta dallâ€™Agenzia delle Entrate, per accedere ad una interpretazione della normativa di cui allâ€™art. 2 c. 47 d.l. 262/2006 costituzionalmente orientata e conforme al principio di capacitÃ contributiva di cui allâ€™art. 53 Cost..
Invero, lâ€™interpretazione data nelle richiamate circolari mal si adegua alla tassazione dei trust di scopo, in cui obiettivo ultimo Ã¨, come suddetto, il raggiungimento di un fine e non lâ€™arricchimento di determinati soggetti. Arricchimento che, benchÃ¨ presupposto impositivo, potrebbe anche non verificarsi.10
Analoghe considerazioni valgono per i trust non liberali, in cui i trasferimenti di ricchezza sono conseguenza di operazioni negoziali onerose, che si pongono, quindi, al di fuori dellâ€™ambito applicativo del tributo11.
Espressione di tale orientamento Ã¨, tra le altre, la sentenza della Ctp di Macerata n. 207/02/2012, che si Ã¨ pronunciata avverso lâ€™avviso di liquidazione emanato dallâ€™Amministrazione finanziaria la quale lamentava unâ€™errata imposizione di un atto istitutivo di un trust di garanzia, sottoposto alle sole imposte di registro, ipotecaria e catastale in misura fissa e non proporzionale, sostenendo la sua assoggettabilitÃ anche ai fini dellâ€™imposta di donazione e successione. La Commissione, perÃ², superando le difese dellâ€™amministrazione ha sostenuto che â€œÃˆ evidente la mancanza di qualsiasi intento di liberalitÃ nei confronti del trustee, costituendo quest’ultimo un mero strumento per la realizzazione dello scopo;(â€¦) Ugualmente evidente Ã¨ che il negozio posto in essere non genera un incremento di ricchezza a favore del trustee e presenta una sostanziale neutralitÃ sotto il profilo economico. Non si ritiene quindi applicabile l’imposta sulle successioni e donazioni, nÃ© l’imposta di registro in misura proporzionale (cfr. Comm. Trib. Regionale di Roma, Sez. distaccata di Latina 29/9/2011);(â€¦) la funzione dell’atto attributivo di beni al trustee Ã¨ quello di consentirgli, attraverso il controllo dei beni stessi, di attuare il programma predisposto e l’atto di trasferimento dei disponenti al trustee, quindi, Ã¨ atto strumentale e neutroâ€ .
La prassi amministrativa desta, inoltre, perplessitÃ in relazione Â alle ipotesi in cui i beneficiari non siano determinati12, ovvero sussista una mera aspettativa giuridica allâ€™arricchimento, che non si configura quale una posizione giuridica incontrovertibile e tutelata. In tali ipotesi, la dottrina e la giurisprudenza di merito avevano ritenuto maggiormente coerente â€œapplicare in via analogica lâ€™art. 58, secondo comma, d.lgs. 346/1990, e rinviare lâ€™imposizione al momento della attribuzione al beneficiario o, quanto meno, al momento in cui Ã¨ determinata la posizione giuridica del beneficiario stessoâ€ 13, in quanto Ã¨ proprio il collegamento tra la segregazione e il futuro arricchimento che giustifica la tassazione.
Ancora piÃ¹ problematica appare poi la ricostruzione dellâ€™Agenzia delle Entrate rispetto alle ipotesi di c.d. trust autodichiarato. Invero, dopo aver affermato che il trust deve essere inquadrato nellâ€™ambito dei vincoli di destinazione, correttamente lâ€™amministrazione ritiene assoggettabile allâ€™imposta sulla successioni e donazioni solo quei vincoli ad effetti traslativi, giacchÃ© il presupposto impositivo deve essere rinvenuto nel trasferimento dei beni. Ebbene, tale premessa viene del tutto obliterata in relazione al trust, atteso che nel caso in cui settlor e trustee coincidano evidentemente si crea solo una separazione patrimoniale, ma non un trasferimento della proprietÃ . CiÃ² avrebbe dovuto condurre lâ€™amministrazione a ritenere tale ipotesi estranee allâ€™ambito applicativo dellâ€™imposta de qua, con la conseguenza che al trust autodichiarato dovrebbe applicarsi lâ€™imposta di registro in misura fissa al momento dellâ€™istituzione del trust, con eventuale tassazione proporzionale (con imposta di successione e donazione) in un momento successivo.
Ed infatti, in tal senso si Ã¨ espressa anche la Commissione Tributaria Regionale di Milano con la sentenza n.73/15/2012, in relazione allâ€™istituzione di un trust auto-dichiarato, con contestuale trasferimento di cespiti immobiliari in esso, per il quale lâ€™Agenzia delle Entrate aveva emesso un avviso di liquidazione al fine di recuperare lâ€™imposta sulle donazioni, applicando lâ€™aliquota dellâ€™8% al valore dei beni medesimi. Nella pronuncia si legge: â€œla ratio della legge sulle donazioni Ã¨ quella di tassare lâ€™incremento patrimoniale del soggetto beneficiario, requisito, questâ€™ultimo, che non sussiste obbligatoriamente nellâ€™ipotesi di trasferimento di beni o diritti non sorretti dallo spirito di liberalitÃ . E tale spirito manca nel caso di costituzione di vincolo di destinazione il quale non comporta arricchimento o mutamento patrimonialeâ€ .
Peraltro, seguendo la prassi amministrativa la determinazione del quantum dellâ€™imposta dovrebbe essere parametrato alla ricchezza espressa dal patrimonio segregato, â€œche puÃ² non coincidere con il [futuro] vantaggio patrimonialeâ€ 14.
Nella maggior parte dei casi, invero, il beneficiario non riceve proprio quel bene conferito nel trust, poichÃ© il disponente potrebbe prevedere il versamento ai beneficiari delle sole utilitÃ prodotte dalla gestione dei beni, con successivo ritrasferimento dei beni a sÃ© stesso. Pertanto, quando la ricchezza successivamente trasferita non coincida con la dotazione iniziale del trust, atteso che Ã¨ lâ€™incremento patrimoniale connesso al trasferimento di ricchezza espressa dal bene trasferito il presupposto imponibile, nonchÃ© il parametro di commisurazione del tributo, si dovrebbe concludere per rinviare la tassazione al momento delle effettive attribuzioni ai beneficiari15.
Ulteriore profilo problematico Ã¨ quello inerente le imposte ipocatastali, che secondo il citato Studio del Consiglio Nazionale del Notariato n. 58-2010/T, sono dovute solo al momento del trasferimento finale degli immobili ai beneficiari del trust. CiÃ² in quanto â€œAnche per lâ€™applicazione delle imposte ipotecaria e catastale, infatti, Ã¨ necessario che il presupposto dâ€™imposta sia manifestativo di capacitÃ contributiva, talchÃ© si comprende come in ipotesi di trasferimento di beni dal disponente al trustee lâ€™arricchimento, che Ã¨ presupposto dellâ€™imposta di successione e donazione e, conseguentemente, anche delle imposte ipotecaria e catastale, difetti e che pertanto non appaia appropriata una imposizione della vicenda traslativa con ricorso ai criteri impositivi in misura proporzionaleâ€ 16. In tal senso si Ã¨ pronunciata anche la giurisprudenza di merito, tra cui si puÃ² ricordare la sentenza della CTP di Lodi n.100/01/13 del 25.07.201317, la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Napoli, n. 571/2013 del 01.07.2013 18, la sentenza della Commissione Tributaria Regionale di Milano, n. 54/34/13 del 11.03.201319, seguite successivamente da molte altre di analogo tenore.
5 I PRIMI INTERVENTI ORGANICI DELLA CORTE DI CASSAZIONE E LE CRITICHE DELLA DOTTRINA. LA SUCCESIVA GIURISPRUDENZA DI MERITO
In questo variegato panorama interpretativo, si inseriscono i primi interventi organici della Corte di Cassazione in materia di trust, che, tuttavia, hanno destato grande perplessitÃ .
Invero, non solo lâ€™interpretazione del sistema impositivo propugnato dalla dottrina e dalla giurisprudenza di merito non Ã¨ stato accolto, ma il Giudice di LegittimitÃ si Ã¨ spinto oltre, creando â€œdal nulla, una fantomatica â€œnuovaâ€ imposta sui vincoli di destinazione, autonoma e diversa rispetto a quella sulle successioni e donazioniâ€ 20.
Ebbene, con le ordinanze nn. 3735 e 3737 del 24.02.2015, la Corte di Cassazione, in relazione alla costituzione di un trust autodichiarato e a scopo di garanzia, ha affermato che dalla lettura del 47Â° comma dell’articolo 2 del decreto legge 262/06, come convertito, si evince che â€œl’imposta Ã¨ istituita non giÃ sui trasferimenti di beni e diritti a causa della costituzione di vincoli di destinazione, come, invece, accade per le successioni e le donazioni, in relazione alle quali Ã¨ espressamente evocato il nesso causale: l’imposta Ã¨ istituita direttamente, ed in sÃ©, sulla costituzione dei vincoliâ€ . Si precisa che i vincoli non si riferiscono ai negozi, ma allâ€™effetto giuridico di destinazione prodotto, per cui â€œil legislatore, evocando soltanto l’effetto, ha inequivocabilmente attratto nell’area applicativa della norma tutti i regolamenti capaci di produrloâ€ , tra cui anche il trust.
Ne consegue che "L’atto col quale il disponente vincoli beni a sÃ© appartenenti al perseguimento della finalitÃ di rafforzamento della generica garanzia patrimoniale giÃ prestata (â€¦), in quanto fonte di costituzione di vincoli di destinazione, Ã¨ assoggettato all’imposta gravante su tali vincoli a norma del 47Â° comma dell’articolo 2 del decreto legge 262 del 2006, convertito dalla legge 286 del 2006"21.
Invero, â€œL’imposta sulla costituzione di vincolo di destinazione Ã¨ un’imposta nuova (â€¦); essa riceve disciplina mediante un rinvio, di natura recettizio-materiale, alle disposizioni del decreto legislativo 346/90 (in quanto compatibili: comma 50 dell’art. 2 del d.l. 262/06, come convertito), ma conserva connotati peculiari e disomogenei rispetto a quelli dell’impostaâ€ poichÃ© il relativo presupposto impositivo â€œÃ¨ correlato alla predisposizione del programma di funzionalizzazione del diritto al perseguimento degli obiettivi voluti; lÃ dove l’oggetto consiste nel valore dell’utilitÃ della quale il disponente, stabilendo che sia sottratta all’ordinario esercizio delle proprie facoltÃ proprietarie, finisce con l’impoverirsiâ€ . La Corte, sottolinea che sostenendo la necessitÃ di un trasferimento e del relativo arricchimento, si avrebbe una interpretatio abrogans della nuova normativa, del tutto superflua rispetto a quella classica sulle successioni e sulle donazioni. In tal modo, secondo gli ermellini si superano anche i dubbi di legittimitÃ costituzionale delle dette disposizioni in relazione ai â€œprincipi di ragionevolezza e di capacitÃ contributiva, in ragione della mancanza di arricchimentoâ€ , â€œ giacchÃ© il contenuto patrimoniale referente di capacitÃ contributiva Ã¨ ragguagliato all’utilitÃ economica, della quale il costituente, destinando, disponeâ€ .
Peraltro, secondo la Corte essendo lâ€™utilitÃ economica gravata dal peso del prelievo fiscale, questo in definitiva inciderÃ sul beneficiario finale, cui la stessa Ã¨ destinata a pervenire.
Ebbene, tale impostazione non poteva non sollevare le perplessitÃ di quanti hanno ritenuto che cosÃ¬ ragionando non dovrebbero essere tassati con la detta imposta soltanto la costituzione di trust, ma anche tutti gli altri negozi non traslativi che producono quale effetto un vincolo di destinazione, ritenuti precedentemente, anche dalla stessa Agenzia delle Entrate, estranei allâ€™ambito applicativo della norma. Nel recente studio tributario n. 132-2015/T del Consiglio Nazionale del Notariato si rileva, infatti, che â€œLâ€™impostazione accolta nelle sentenze in esame della Corte di Cassazione potrebbe invece condurre ad affermare lâ€™imposizione proporzionale anche alle fattispecie di atti di destinazione ex art. 2645-ter c.c., ai trust auto dichiarati, ai patrimoni destinati ad uno specifico affare ex art. 2447 bis c.c., ad ogni tipologia di fondo patrimoniale ex art. 167 c.c., al fondo comune della rete-contratto. Inoltre, dalla affermata autonomia del presupposto impositivo da quello del tributo donativo e successorio, deriva lâ€™ulteriore conseguenza dellâ€™assoggettamento ad imposta del vincolo di destinazione indipendentemente dalla natura onerosa, liberale o gratuita dellâ€™assetto negoziale, ancora una volta in controtendenza rispetto a quanto sostenuto da dottrina e giurisprudenza di merito prevalenti, secondo cui sarebbero rilevanti, ai fini della imposizione proporzionale nel tributo donativo e successorio, solo i vincoli di destinazione in grado di determinare effetti traslativi in vicende non oneroseâ€ 22.
a. In primo luogo, si sostiene che lâ€™interpretazione letterale dellâ€™art. 2 comma 47 del D.l. 262/2006 non possa trovare seguito, atteso che la disposizioni in oggetto si limita a reintrodurre lâ€™imposta sulle successioni e donazioni, senza istituire nuovi tributi.
b. In secondo luogo, lâ€™imposizione sulla [mera] costituzione del vincolo di destinazione, indipendentemente dal verificarsi di una fattispecie traslativa, non sarebbe costituzionalmente legittima, ai sensi dellâ€™art. 53 Cost., perchÃ© non correlata ad una forza economica effettivaâ€ 23.
c. Infine, facendo leva sul principio della coerenza logica dei singoli tributi rinvenibile dallâ€™art. 53 Cost, si sostiene lâ€™irragionevolezza della scomposizione del presupposto del tributo: da un lato, il trasferimento di beni o diritti per causa di morte, donazione o a titolo gratuito; dallâ€™altro, la costituzione di vincoli di destinazione. Ad avallare tale impostazione si richiama â€œla struttura normativa dellâ€™imposta, che presuppone (in termini di soggetti passivi, base imponibile 5 ed aliquote) che vi sia un patrimonio che si trasferisce da un soggetto allâ€™altro, che lo stesso sia valutato in occasione del trasferimento e che sia configurabile un â€œbeneficiarioâ€ del trasferimento quale soggetto passivo del tributoâ€ 24.
Peraltro, come precisato al punto 3.2 del presente articolo, lâ€™Agenzia delle Entrate valorizzando la tassazione al momento della costituzione del vincolo come una anticipazione del futuro arricchimento dei beneficiari, determinava il quantum dâ€™imposta in relazione ai rapporti di parentela intercorrenti tra il disponente e i beneficiari e impediva che il trasferimento della ricchezza a questi ultimi venisse nuovamente tassato.
Oggi, invece, secondo la Dottrina, seguendo lâ€™impostazione della Suprema Corte si dovrebbe irrazionalmente concludere per una doppia tassazione: una prima imposta colpirebbe la costituzione del vincolo di destinazione in sÃ¨ e per sÃ© considerata; unâ€™altra, in particolare quella sulle donazioni, il trasferimento gratuito della ricchezza ai beneficiari finali.
Nonostante le critiche della dottrina, in un primo momento si sono registrate alcune sentenze di merito conformi allâ€™orientamento della Suprema Corte. In tal senso si Ã¨ espressa, quanto allâ€™imposta di donazione e successione, la CTP di Roma con la sentenza n. 6615/25/15 del 25.03.2015 e quella di Milano con la sentenza n. 6579/46/15.
Anche in queste ultime sentenze (si veda, altresÃ¬, CTP di Treviso sentenza n. 379/09/15 del 28.04.2015), tuttavia, non Ã¨ mai stata accolta la soluzione data dai Giudici di legittimitÃ nella sentenza n. 3886/2015, in relazione alle imposte ipotecaria e catastale, da applicare in misura proporzionale al momento di costituzione del vincolo.
Infatti, dalle motivazioni si evince che i giudici considerano il trust un atto strumentale e neutro per la realizzazione di un programma predisposto, da cui discende una mera aspettativa giuridica per il beneficiario, con la conseguenza che con la costituzione del vincolo non si registra un trasferimento di ricchezza, che viene considerato lâ€™evento condizionante dellâ€™applicazione delle imposte ipocatastali in misura proporzionale. In tutti questi casi si Ã¨, dunque, preferito seguire la strada dellâ€™imposizione in misura fissa nel momento della segregazione dei beni in trust.
CiÃ² posto, la sezione tributaria della Cassazione Civile Ã¨ nuovamente intervenuta sul punto con le sentenze nn. 25478, 25479 e 25480 del 18 dicembre 2015, affermando che â€œla costituzione di un trust va considerata estranea al presupposto dell’imposta indiretta sui trasferimenti in misura proporzionale, sia essa l’imposta di registro (qui la cassazione riprende le teorie sviluppatesi in giurisprudenza rispetto al fondo patrimoniale di cui allâ€™art. 167 c.c.) sia essa l’imposta ipotecaria o l’imposta catastale, mancando l’elemento fondamentale dell’attribuzione definitiva dei beni al soggetto beneficiario. E, quanto alle imposte ipotecaria e catastale, l’atto soggetto a trascrizione, ma non produttivo di effetto traslativo in senso proprio (id est, definitivo), postula l’applicazione di dette imposte in misura fissa (art. l del d.lgs. n. 347-90 e 4 dell’allegata tariffa, quanto all’ipotecaria; art. 10, 2 Â° comma, del d.lgs. cit., quanto alla catastale)â€ 25.
Si ribadisce, infatti, che â€œLa particolaritÃ del trust Ã¨ l’acquisto da parte del trustee (laddove, o nella misura in cui, il trust non sia autodichiarato). Ma quell’acquisto costituisce solo un mezzo funzionale alla realizzazione dell’effetto finale successivo, che si determina nell’attribuzione definitiva del bene al beneficiario. SicchÃ© non rileva, giacchÃ© solo l’attribuzione al beneficiario puÃ² considerarsi, nel trust, il fatto suscettibile di manifestare il presupposto dell’imposta sul trasferimento di ricchezzaâ€ .
Ebbene, l’arricchimento del beneficiario, che Ã¨ lâ€™unico indice di capacitÃ contributiva, â€œsi realizza con la mediazione della causa fiduciaria cui Ã¨ soggetta la previa attribuzione dei beni al trusteeâ€ .
Tuttavia, la portata innovativa delle dette pronunce appare molto limitata, poichÃ© i casi in cui si Ã¨ espressa la Corte fanno riferimento alla costituzione di trust antecedenti al 3.10.2006, data dalla quale trovano applicazione le disposizioni relative alla leggi 286/2006, 296/2006 e 244/2007 che prevedono â€œlâ€™applicabilitÃ dellâ€™imposta sulle successioni e donazioni quanto ai trasferimenti di beni e diritti per causa di morte, per donazione a titolo gratuito e sulla costituzione di vincoli di destinazioneâ€ .
CiÃ² nonostante, tale sentenza Ã¨ stata piÃ¹ volte richiamata dalla successiva giurisprudenza di merito, che ha dichiarato illegittima la pretesa dellâ€™Agenzia dellâ€™Entrate relativamente al pagamento in misuraÂ proporzionaleÂ delleÂ imposteÂ di donazione, ipotecarie e catastali. In tal senso, si sono espresse, tra le altre, la CTP di Milano, con la sentenza n. 1109/46/1 del 22.01.2016; la CTP di Lodi, con la sentenza n. 16/16Â del 27.01.2016; laÂ CTR di Milano,Â Â con laÂ sentenza n. 1560 del 17.02.2016 26; la CTP di Sondrio, con la sentenza n. 81.03.2016 del 22.04.2016.
Invero, sporadiche sono le sentenze che quanto alle imposte ipotecaria e catastale sostengono ancora lâ€™applicabilitÃ dellâ€™imposizione in misura proporzionale nel momento di segregazione dei beni in trust. Fa parte di questo orientamento, la sentenza della CTP Treviso n. 255/4/16 del 5.04.2016, dove i giudici di prime cure hanno sostenuto lâ€™applicazione delle imposte ipocatastali proporzionali in sede di disposizione di beni immobili in trust, giustificando la debenza delle imposte ipotecaria e catastale proporzionali, sottolineando da un lato che sussiste comunque un trasferimento dal disponente al trustee (cosa, peraltro, non sempre vera, quantomeno nei casi di trust autodichiarato), dallâ€™altro che tale conclusione si ricava dal nuovo orientamento espresso alla Cassazione, per cui esiste una â€œnuova imposta di donazioneâ€ sulla costituzione dei vincoli di destinazione che discenderebbe dallâ€™art. 2 c.47 L. 286/2006. In tale ultima circostanza, si evidenzia che laddove sia dovuta lâ€™imposta di donazione, allora sono dovute anche le imposte ipotecaria e catastale ai sensi degli artt. 2 e 10 del D. Lgs. 347/1990.
Tuttavia, la dottrina27 ha sottolineato preliminarmente che â€œla scissione tra imposta di donazione e imposte ipotecarie e catastali Ã¨ ammessa da un filone giurisprudenziale sempre piÃ¹ consolidatoâ€ e che â€œlâ€™imposta catastale di cui allâ€™art. 10 D. Lgs. 347/1990 non Ã¨ dovuta in mancanza di voltura ed la creazione del vincolo non determina di per sÃ© una volturaâ€ .
Infatti, nellâ€™intervento del 2016, gli ermellini ribadiscono che il legislatore con l’articolo art. 2, comma 47, L. 286/2006, ha inteso â€œistituire una vera e propria nuova imposta che colpisce tout curt degli atti che costituiscono vincoli di destinazione. CiÃ² in una visione di sfavore nei confronti dei vincoli negoziali di destinazione, scoraggiati attraverso la leva fiscaleâ€ .
â€œE’ dunque colpito un fenomeno patrimoniale del tutto diverso e distinto rispetto a quello investito dalla imposta sulle successioni e donazioni (prevista nel medesimo comma). PerciÃ² appaiono incongrue tutte le riflessioni che collegano la tassazione alla identificazione di un qualche "utile" o "vantaggio" percepito da un soggetto, e quindi â€” ad esempio- vorrebbero collegare l’onere tributario alla acquisizione dei beni da parte di un soggetto legittimato ad utilizzarli a proprio esclusivo vantaggio. Rinviando cosÃ¬ sine die la tassazione (od escludendola) ove questo vantaggio non derivi dal negozio costitutivo del vincolo. NÃ© la tassazione della "ricchezza in sÃ©", in quanto evidenziata dall’atto di disposizione, si pone in contrasto con l’art. 53 della Costituzione. L’atto negoziale esprime infatti una "capacitÃ contributiva" ancorchÃ¨ non determini (o non determini ancora) alcun vantaggio economico diretto per qualcunoâ€ .
Di contrario avviso, invece, appare la dottrina che ricorda come â€œnon puÃ² infatti esistere un tributo di cui siano indeterminati il presupposto economico, i soggetti passivi, la base imponibile, le aliquote, i criteri di collegamento col territorio italiano. Tutti elementi di cui le norme non fanno
alcuna menzione, visto che lâ€™unica imposta regolata allâ€™interno del D.Lgs. n. 346/1990 Ã¨ quella sulle successioni e donazioniâ€ 28. Peraltro, lâ€™attenzione Ã¨ focalizzata proprio sul mancato rispetto dellâ€™art. 53 Cost., atteso che â€œnessuna forza economica differenziale rispetto agli altri consociati, palesa chi sottoponga a un vincolo determinati beni di cui Ã¨ proprietario. Semmai, un vincolo in tal senso, limitando la libera disponibilitÃ dei beni, Ã¨ un indice â€œnegativoâ€ di capacitÃ economica, Ã¨ cioÃ¨ indicativo di un impoverimento, non giÃ di un arricchimento, dunque Ã¨ inadatto a costituire il presupposto di un prelievo fiscaleâ€ .
Ugualmente, anche la giurisprudenza di merito sembra non accogliere positivamente questâ€™ultimo dictum della Corte di Cassazione. Infatti, ad esempio, con la sentenza n. 4045/32/16, la CTR di Milano ha affermato che lâ€™imposta sulle successioni e donazioni non Ã¨ applicabile allâ€™atto di dotazione dei beni allâ€™interno del trust, bensÃ¬ solamente al momento di scioglimento o cessazione del vincolo per raggiungimento dellâ€™effetto finale del trust (arricchimento dei beneficiari), dovendosi configurare tutte le operazioni precedenti quali mezzi strumentali allo stesso.
Peraltro, la tesi della Suprema Corte per cui il prelievo fiscale disposto dovrebbe, â€œin una visione di sfavoreâ€ , disincentivare la costituzione dei trust, non trova riscontro nei recenti interventi legislativi, come si evince dalla c.d. â€œLegge dopo di noiâ€ , ossia la Legge 22 giugno 2016, n. 112 (â€œDisposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilitÃ grave prive del sostegno familiareâ€ )29.
Invero, la recente Legge â€œvalorizza specifici istituti giuridici, alcuni giÃ esistenti nellâ€™ordinamento e altri nuovi, espressione dellâ€™autonomia privata ed in grado di realizzare un vincolo di destinazione sui beni e di determinare effetti di segregazione patrimoniale che consentano di raggiungere le finalitÃ assistenziali cui la Legge Ã¨ primariamente rivoltaâ€ 30, tra cui il trust.
Abbiamo, dunque, una disciplina positiva in materia di trust, che riconosce espressamente tale istituto nel nostro ordinamento (sebbene senza individuare una disciplina interna e con un rinvio per relationem alla Convenzione dellâ€™Aja), inserendolo nella categoria dei negozi agevolati se destinati ai disabili gravi. Ãˆ previsto a tal fine un obbligo di rendicontaziome in capo al trustee e lâ€™individuazione obbligatoria della figura del protector, che nello schema ordinario Ã¨ solo facoltativa. In tali casi, ai sensi dellâ€™art. 6 della legge citata, la costituzione dei trusts che perseguano la finalitÃ richiamata Ã¨ esente dallâ€™imposta di successione e donazione.
Alla luce di ciÃ², Ã¨ evidente come non vi sia alcuno sfavore per il trust in quanto istituto giuridico e che, tuttavia, le divergenti opinioni di Agenzia delle Entrate, dottrina, giurisprudenza di merito e di legittimitÃ contribuiscano a creare un quadro di incertezza che di certo non ne agevola lâ€™istituzione.
Per tale ragione, si auspica un intervento del legislatore, affinchÃ© possa, con piÃ¹ chiarezza, fissare i presupposti impositivi, la base imponibile, i soggetti passivi e le aliquote delle imposte indirette riguardanti il trust.
Come evidenziato sin dalle premesse, il trust nel nostro ordinamento ha assunto sempre maggiore importanza, in quanto la sua flessibilitÃ , lo rende istituto idoneo a soddisfare diverse esigenze. In particolare, esso si Ã¨ affermato come uno valido strumento per gestire efficacemente il passaggio generazionale dellâ€™impresa, garantendo al contempo gli interessi dellâ€™imprenditore, dei suoi successori e dellâ€™impresa stessa, e ponendosi quale alternativa agli strumenti piÃ¹ tradizionali quali il patto di famiglia e la donazione dâ€™azienda31.
Invero, rispetto al patto di famiglia, il trust avente come scopo il passaggio generazionale dellâ€™impresa presenta alcune positive peculiaritÃ .
Sebbene il patto di famiglia sia un istituto introdotto nel nostro ordinamento dalla L. n.55/2006 proprio per soddisfare tale esigenza, da un lato, implica che il soggetto chiamato a gestire lâ€™impresa (assegnatario) sia necessariamente un discendente dellâ€™imprenditore dallâ€™altro, implica che possa essere oggetto del patto di famiglia solo lâ€™azienda o le partecipazioni societarie, ma non ulteriori e diversi beni.
Il trasferimento dellâ€™azienda o delle partecipazione societarie dispiega il suo effetto immediatamente e con effetto definitivo, per cui lâ€™imprenditore ne perde il controllo e, inoltre, al relativo contratto, redatto per atto pubblico, devono prendere parte il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari (se, al momento della stipula del contratto, si aprisse la successione dellâ€™imprenditore). Tale norma deve, dunque, essere correlata con lâ€™impossibilitÃ per questi ultimi di mettere in discussione il contenuto del patto di famiglia con successive azioni di riduzione, atteso che quanto ricevuto in tale sede va imputato alla propria quota di legittima. Invero, ai sensi dellâ€™art. 768 quater c.c. â€œgli assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni societarie devono liquidare gli altri partecipanti al contratto, ove questi non vi rinunzino in tutto o in parte, con il pagamento di una somma corrispondente al valore delle quote previste dagli articoli 536 e seguentiâ€ ; liquidazione, che puÃ² avvenire, in tutto o in parte, in natura. Peraltro, quanto ricevuto dai contraenti non Ã¨ soggetto a collazione o a riduzione.
Invero, la necessitÃ che il soggetto assegnatario liquidi la quota di riserva agli altri legittimari Ã¨ da sempre uno dei maggiori ostacoli allâ€™utilizzo del patto di famiglia.
Tali profili di criticitÃ non appaiono, invece, sussistere nel trust di scopo per il passaggio generazionale.
Lâ€™imprenditore, infatti, istituendo un trust di scopo puÃ² ben individuare una persona diversa dai propri discendenti, ovvero saltare una generazione, affidando lâ€™azienda a chi sia ritenuto piÃ¹ meritevole e maturo. Il trustee, quindi viene chiamato a gestire lâ€™impresa e anche tutti gli altri beni che possono essere conferiti in trust, affinchÃ¨ la ricchezza prodotta sia poi devoluta ai beneficiari discendenti dellâ€™imprenditore. Inoltre, lâ€™imprenditore-disponente nellâ€™atto costitutivo del trust potrÃ dettare delle linee guida per lâ€™amministrazione dellâ€™impresa ed istituire, altresÃ¬, una figura di controllo dellâ€™operato del trustee, ossia il protector.
In tal modo si puÃ², dunque, ovviare al problema della perdita di controllo da parte dellâ€™imprenditore, che resta libero nella scelta del successore.
Peraltro, rispetto al patto di famiglia, il trust ha il vantaggio di creare anche allâ€™interno del trustee una separazione patrimoniale, sottraendo il patrimonio imprenditoriale dalle aggressioni dei creditori del nuovo gestore che potrebbe essere anche un discendente, cosÃ¬ evitando che problematiche individuali vadano ad incidere sul detto patrimonio.
Altro strumento, diffuso nella prassi, con cui si Ã¨ solitamente realizzato il passaggio dellâ€™impresa dallâ€™imprenditore ad un suo successore Ã¨ la donazione dellâ€™azienda, che trova la sua disciplina negli artt. 769 e ss. c.c.. Questo risultava essere preferito per il regime fiscale agevolato di cui gode, ai sensi dellâ€™art. 3, comma 4-ter, del decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 346. Esso prevede lâ€™esenzione dallâ€™imposta sulle successioni e donazioni per i trasferimenti di aziende â€œeffettuati (â€¦) a favore dei discendenti e del coniuge. In caso di quote sociali e azioni (â€¦) il beneficio spetta limitatamente alle partecipazioni mediante le quali Ã¨ acquisito o integrato il controllo ai sensi dellâ€™articolo 2359, primo comma, numero 1), del codice civile. Il beneficio si applica a condizione che gli aventi causa proseguano lâ€™esercizio dellâ€™attivitÃ d’impresa o detengano il controllo per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento, rendendo, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione o all’atto di donazione, apposita dichiarazione in tal senso (..)32. Lâ€™esenzione in esame, quindi, Ã¨ riconosciuta in presenza delle seguenti condizioni:
2. i destinatari del trasferimento dâ€™azienda, o della partecipazione in societÃ , devono proseguire lâ€™esercizio dellâ€™attivitÃ dâ€™impresa o mantenere il controllo societario (nel caso di societÃ di capitali) per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento;
3. lâ€™impegno alla prosecuzione dellâ€™attivitÃ di impresa (o al mantenimento del controllo), infine, deve essere espressamente reso dagli aventi causa, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione o allâ€™atto di donazione.
La mancanza di uno dei predetti requisiti, comporta lâ€™applicazione dellâ€™imposta nella misura ordinaria, nonchÃ© della sanzione amministrativa prevista dallâ€™articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, e degli interessi di moraâ€ .
Tuttavia, a seguito della risposta a unâ€™istanza dâ€™interpello resa nella risoluzione 110/E del 23 aprile 2009, lâ€™Agenzia delle Entrate ha ritenuto applicabile anche al trust la norma di cui allâ€™articolo 3, comma 4-ter, Dlgs 346/1990, al fine di favorire, anche in questo caso, tramite la leva fiscale, il passaggio generazionale delle aziende di famiglia.
Ãˆ necessario, perÃ², il rispetto di determinate condizioni. In particolare lâ€™esenzione dallâ€™imposta sulle successioni e donazioni si avrÃ , â€œqualora:
1) il trust abbia una durata non inferiore a cinque anni a decorrere dalla stipula dell’atto che comporta la segregazione in trust della partecipazione di controllo o dell’azienda;
3) il trust non sia discrezionale o revocabile, vale a dire, ad esempio, che non possono essere modificati dal disponente o dal trustee i beneficiari finali dell’azienda o delle partecipazioni trasferite in trust;
4) il trustee prosegua l’esercizio dell’attivitÃ d’impresa o detenga il controllo per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento (individuabile nell’atto segregativo dell’azienda e/o delle partecipazioni) e, a tal fine, deve rendere, contestualmente al trasferimento, apposita dichiarazione circa la sua volontÃ di proseguire l’attivitÃ di impresa (o detenere il controllo)â€ .
In definitiva, e alla luce degli elementi fin qui trattati, puÃ² certamente concludersi che lâ€™istituto del trust ed i vantaggi fiscali ad esso connessi, assieme alla possibilitÃ da parte dellâ€™imprenditore di definire le regole che dovranno essere seguite nel governo dellâ€™impresa (garantendo, pertanto, una continuitÃ nella gestione aziendale, difficilmente realizzabile con il patto di famiglia o la donazione) lo rendono certamente lo strumento che in maniera piÃ¹ duttile puÃ² risultare idoneo a preservare tutti gli interessi coinvolti nel passaggio di mano e generazionale di una azienda, soprattutto alla luce della profonda crisi finanziaria e del senso di smarrimento che lâ€™impresa italiana Ã¨, oggi piÃ¹ che mai, costretta a subire.
In conclusione, a puro titolo informativo, si fa presente che dal 1Â° gennaio 2017 gli utili derivanti da reddito dâ€™impresa sono tassati tutti al 24%; da un lato, per le societÃ di capitali e gli enti individuati dallâ€™art. 73 del TUIR (inclusi i TRUST), trova applicazione la riduzione di aliquota prevista dalla legge n. 208/2015, mentre, dallâ€™altro, per gli imprenditori persone fisiche, sia in forma individuale sia societaria, debutta la nuova IRI.

References: art. 11
 art. 2
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2645
 art. 2447
 art. 167
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 10
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2
 sentenza