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Timestamp: 2018-02-17 23:42:20+00:00

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Cass. pen. Sez. I, Sent., (ud. 17-02-2011) 16-03-2011, n. 10970 Lettura di atti, documenti, deposizioni – Gadit
Cass. pen. Sez. I, Sent., (ud. 17-02-2011) 16-03-2011, n. 10970 Lettura di atti, documenti, deposizioni
B.L., con sentenza 7/12.4.2010 della corte di appello di Brescia, in parziale riforma della sentenza del tribunale di Mantova datata 10.6.2002, confermava solo la condanna per il delitto di detenzione e porto in luogo pubblico di una bottiglia incendiaria – L. n. 497 del 1974, ex artt. 10 e 12 – e ne determinava la pena in anni due di reclusione e in Euro 400 mila di multa, dichiarando condonata l’intera multa e solo mesi otto di reclusione della pena detentiva; dichiarava, ancorarla sentenza di secondo grado, prescritto il reato di danneggiamento aggravato per il quale era stata pronunciata condanna in primo grado.
Il fatto contestato e riconosciuto a carico dell’imputato, secondo la ricostruzione dei giudici di primo e di secondo grado, è il seguente: B.L., per essere stato respinto dalla giovane P.E. di cui si era invaghito, il 13.3.1999, verso le ore 20,20, aveva lanciato una bottiglia incendiaria contro l’abitazione della famiglia degli albanesi, tali T.H. e B. A., presso cui abitava la ragazza. Il gesto ed il suo protagonista erano stati visti dal figlio della coppia, T.F., di 15 anni, che al momento si sarebbe trovato sul balcone di casa e che di seguito avrebbe notato l’imputato fuggire a bordo una macchina – una Alfa Romeo tg (OMISSIS) – che si accertava successivamente essere nella sua disponibilità.
T.F. e P.E., al dibattimento di primo grado, si erano resi irreperibili e le loro dichiarazioni erano state acquisite dai giudici ai sensi dell’art. 512 c.p.. In dibattimento invece comparivano Ba.As. ed il figlio minorenne V. S., le cui deposizioni erano ritenute dai giudici di primo grado reticenti, ma non fino al punto di non confermare il dato secondo cui il B. si era invaghito della P.E., che da questa era stato respinto e che la Ba. aveva chiesto all’imputato di non più frequentare la sua abitazione.
I giudici di primo come di secondo grado ritenevano attendibile le dichiarazioni rese dal T.F. e si impegnavano a rigettare le eccezioni di carattere processuale sollevate dalla difesa. In breve, tra le altre, le dichiarazioni del T. e della P.E., rese in sede di indagini preliminari, erano acquisibili in dibattimento per non potersi prevedere in precedenza la loro successiva irreperibilità.
-2- Ricorre personalmente l’imputato sostenendo che l’irreperibilità di T.F. e P.E. era prevedibile per fatti e circostanze già verificabili al momento della verbalizzazione delle loro sommarie informazioni alla p.g., per essere stranieri e nomadi, che le dichiarazioni di Ba.Ag. e del di lei figlio V. S., oltre che contraddittorie e lacunose, erano de relato e quindi inutilizzabili, come inutilizzabili erano le dichiarazioni dell’ufficiale di p.g., maresciallo M., che aveva raccolto le loro deposizioni, che infine la bottiglia incendiaria non poteva essere considerata un congegno micidiale ai sensi delle disposizioni di legge richiamate nella imputazione. Deduce, infine, il ricorrente l’erronea applicazione dell’indulto che avrebbe dovuto, per l’effetto, estinguere la pena per l’intero e non solo per mesi otto di reclusione.
-3- Il ricorso non merita accoglimento.
Occorre prendere atto che la sentenza di condanna si fonda in modo decisivo sulle dichiarazioni rese in sede di indagini preliminari dal quindicenne T.F., travasate nel dibattimento di primo grado, tramite la loro lettura, per l’oggettiva impossibilità di ripetizione dell’atto, perchè resosi irreperibile. Il codice ha però circoscritto l’ambito della lettura che è vietata in presenza di negligenze dell’organo della accusa che non si è attivato per ricorrere all’incidente probatoria di fronte ad emergenze che rendevano plausibile la futura irripetibilità del dichiarante. Sul punto i motivi di ricorso non replicano affatto al ragionamento dei giudici di merito che hanno ricollegato l’irreperibilità del T. F. ad un evento imprevedibile che è costituito dall’arresto del di lui padre, T.H., e quindi all’imprevista sopravvenuta mancanza del sostegno economico al figlio ed, ancora di conseguenza, al forzato rientro della persona informata dei fatti prevedibilmente nel suo Paese di origine, la Romania.
Di certo vi è da dire che non è sufficiente che la sentenza di condanna, che si fonda sulla dichiarazione resa dal teste fuori del contraddittorio con la difesa ed acquisita a norma dell’art. 512 c.p.p., sia in sintonia con i principi desumibili dal nostro assetto costituzionale, ma occorre che lo sia anche quelli derivanti dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.
Ora l’art. 526 c.p.p., comma 1 bis riproduce l’art. 11 Cost. e sancisce che la colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base delle dichiarazioni assunte fuori del contraddittorio solo se chi le ha rese si sia volontariamente sottratto all’esame da parte dell’imputato o del suo difensore; l’art. 11 Cost., comma 5 pone come limite alla formazione della prova fuori del contraddittorio (oltre ai casi di consenso dell’imputato o di condotta illecita) l’impossibilità accertata di acquisizione avente natura oggettiva.
Ma tale sistema normativo non è stato ritenuto conforme all’art. 6 della convenzione Europea dai giudici di Strasburgo i quali hanno in più occasioni affermato che la impossibilità di reiterare un atto compiuto nel corso delle indagini preliminari non può privare l’imputato del diritto di esaminare o fare esaminare ogni elemento di prova decisivo a suo carico. Le emergenze accusatorie sorte fuori del contraddittorio non sono inutilizzabili in assoluto, ma possono essere usate a condizione che non si attribuisca ad esse un peso determinante ai fini della decisione. Secondo la corte di Strasburgo, i diritti dell’imputato sono limitati in modo incompatibile con le garanzie della Convenzione quando una condanna si basi, unicamente o in modo preponderante, su deposizioni rese a persona che l’imputato non ha potuto interrogare o fare interrogare nè nella fase delle indagini nè nella fase dibattimentale. (ex plurimus, Corte eur. tu 10.1.2005, Accardi c. Italia; 13.1.2005, Bracci c. Italia; 15.5.2010, Ogaristi c. Italia).
Al giudice nazionale incombe l’obbligo di dare, se possibile, alle norme interne una interpretazione conforme ai precetti della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo nella esegesi giudiziale istituzionalmente attribuita alla Corte di Strasburgo dall’art. 32 della Convenzione stessa (in termini, Cass. Sez. 3, 15.6/15.7.2010, R., Rv. 248053) Di conseguenza, si deve rilevare che una interpretazione dell’art. 512 c.p.p. convenzionalmente orientata porta a concludere che al principio del contraddittorio si può derogare, in caso vi sia una oggettiva impossibilità di formazione della prova, con la precisazione che una declaratoria di condanna non può reggersi in modo esclusivo o significativo su dichiarazioni di chi si sia sottratto al confronto con l’imputato. Ma nel caso di specie le dichiarazioni del teste rese nel corso delle indagini preliminari non costituiscono l’unico, isolato elemento fondativo del ragionamento giudiziale, trovando, quel dato, riscontro, dal punto di vista fattuale e logico, nella imponente causale emersa a tutto tondo dalle dichiarazioni, ribadite in sede dibattimentale, dagli ulteriori testi Ba.Ag. e dal di lei figlio V.S.: i sentimenti di ostilità e di rivalsa dell’imputato verso la ragazza di cui si era invaghito e verso l’intera famiglia che la ospitava e che, tramite la predetta Ba., aveva invitato energicamente il B. a non più frequentare la propria casa e la ragazza.
Ne consegue che, nel pieno rispetto delle indicazioni della Corte Europea le emergenze accusatorie sorte fuori del contraddittorio nel procedimento de quo non sono inutilizzabili in assoluto, ma possono essere usate a condizione che non si attribuisca ad esse un peso determinante ai fini della decisione. Ed il peso determinante è depotenziato, ed in misura rilevante, dalla considerazione della causale motivante l’azione criminosa, nonchè dalla verifica in negativo di nessuna altra causa alternativa, proveniente da altro soggetto, che possa giustificarla.
Gli ulteriori motivi di ricorso non possono incidere sulle determinazioni giudiziali di questa Corte: non la censure relativa alle caratteristiche non micidiali della bottiglia molotov scagliata dall’imputato sulle pareti della abitazione delle persone offese, a fronte del carattere estremamente generico della censura. Il ricorrente si limita a rilevare, sulla base della dichiarazione del teste R. rese nel primo grado di giudizio, che "il componente chimico preparato non era così letale come sembrava e non era addizionato con elementi chimici tali per cui potesse creare una miscela esplosiva". Troppo poco e generico per la verità l’assunto difensivo, a fronte di quanto rilevato e ritenuto dal giudice di primo grado,e recepito dal giudice di appello, ed espresso nei testuali termini che seguono: "il consulente ha dichiarato che se la bottiglia incendiaria fosse penetrata all’interno della abitazione, avrebbe avuto un effetto incendiario molto più dirompente, cagionando un incendio violento con danni gravissimi alle cose ed alle persone". Il che traduce in modo esemplare le qualità dell’ordigno per potersi qualificare micidiale. Nemmeno la censure relativa alla concessione dell’indulto in misura ridotta coglie nel segno avendo il giudice di merito rilevato che l’imputato aveva in precedenza già usufruito del condono concesso con L. n. 241 del 2006. Peraltro in sede esecutiva l’interessato potrà, allegando i relativi provvedimento, richiedere, ove consentito, a fronte di modifiche della posizione esecutiva, di usufruire ancora della causa estintiva della pena.

References: Cass. 
 sentenza 
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 Cass. Sez.