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Timestamp: 2018-04-20 14:00:01+00:00

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VIVERE IL PROPRIO CORPO COME UN MOMENTO DI FELICITÀ | sottoblogsite
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VIVERE IL PROPRIO CORPO COME UN MOMENTO DI FELICITÀ
Sarebbe stato molto più facile coinvolgere la vostra attenzione trattando il tema di oggi attraverso la voce di un personaggio immaginario, in chiave romanzata, come spesso mi accade. Ma questo tema si presta a facili sentimentalismi, declinati in una serie di emozioni che non voglio cavalcare. Ciò che desidero è RIPORTARE, porgervi uno spunto di riflessione, se ne avrete voglia.
Ecco perchè scelgo di trattarlo in chiave “giornalistica”.
Mi ha colpito un recente articolo che parlava dell’aiuto alla sessualità per le persone disabili.
In Italia c’è un disegno di legge presentato nel 2014 e assegnato alla Commissione igiene e sanità del Senato: ad oggi è fermo. Quindi nel frattempo sono nati dei gruppi spontanei di volontari, studiosi e assistenti sociali che hanno deciso di preparare culturalmente (diciamo così) la nostra società alla metabolizzazione di un diritto che invece viene considerato superfluo o addirittura scabroso.
Lovegiver (www.lovegiver.it) è un’associazione che promuove l’istituzione di un Osservatorio Nazionale sull’Assistenza Sessuale, pensato per promuove un dialogo costante e funzionale in materia di sessualità e disabilità.
A mio parere ci sono due argomenti molto delicati ed importanti, così spinosi e difficili che, come accade spesso nel nostro paese, è molto più semplice rigettarli nascondendosi dietro al filo d’erba della moralità. Poche parole al mondo hanno capacità distruttive e demolitive come la parola moralità, utilizzata spesso a vanvera e mai in chiave accogliente, generosa.
Il primo argomento a cui preferiamo non pensare è il bisogno sessuale dei disabili. Come se non fosse già complicato esistere con tutta una serie di menomazioni, avere un handicap priva la persona anche solo dell’idea di vivere il proprio corpo come un momento di felicità. La punizione divina consiste non solo nel non camminare o mangiare o scalare una montagna o scrivere etc ma anche nel non provare il piacere del sesso.
Però, mentre ci sono corsi ed educatori che portano a sciare ciechi, a dipingere paralitici, far saltare dagli aereoplani paralizzati, nessuno ha mai vagamente ipotizzato di poter insegnare, spiegare, educare un disabile al raggiungimento della felicità sessuale.
Ipotizzo che la via più semplice sia pagare qualcuno che per una tariffa doppia si presti ad un atto di prostituzione e non mi scandalizza la cosa se nella vita di una persona non vi sono affetti ed altre vie emotive per provare un esperienza. Il fatto è che nei paesi in cui la prostituzione è legalizzata e quindi il tema dello sfruttamento e del mercato delle schiave non può attecchire, sono potute nascere delle strutture che insegnano alle prostitute che LO SCELGONO, a dare il proprio corpo ai disabili dopo aver conseguito un corso che tenga presente delle problematiche fisiche e psicologiche di queste persone. Il secondo argomento si è inanellato nel primo. E’ talmente spinoso parlare di prostituzione e della sessualità a pagamento che in Italia preferiamo girare la faccia dall’altra parte o dare la multa all’auto che carica la minorenne moldava. Non esiste una legge che tuteli queste donne… consideriamo immorale questo mestiere e poi lasciamo che ragazzine vengano abusate e ammazzate come bestie sotto ai nostri occhi.
Non auguro a nessuna donna di utilizzare il proprio corpo per guadagnare denaro. Detto questo, laddove l’atto sia una scelta consapevole e libera, non giudico e rispetto chiunque.
Così come OVVIAMENTE auguro alle persone portatrici di gravi handicap di trovare la sessualità attraverso l’affettività ma se questo non dovesse mai accadere non giudico il sogno di poter provare l’esperienza del sesso.
La legge, nel caso dovesse passare, porterebbe all’ educazione affettiva ad ampio raggio: il rapporto con il proprio corpo, il dialogo con le proprie emozioni, la possibilità di esprimersi etc.
Questo viene fatto in alcuni paesi abbinato alla possibilità di risarcire una prestazione sessuale nel caso ci fossero i requisiti per ottenerla.
L’ argomento è molto vasto e ricco di sfaccettature.
In questi frangenti mi dispiace moltissimo che il taglio di un blog debba essere di veloce lettura. Anzi, credo che il non aver approfondito bene ogni cosa porterà al fraintendimento della stessa ma lascio a voi la libertà di ben interpretare ciò che volevo esprimere.
Questo articolo è stato pubblicato in Senza categoria il 12 gennaio 2018 da 3quattordici.
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29 pensieri su “VIVERE IL PROPRIO CORPO COME UN MOMENTO DI FELICITÀ”
Claudia 12 gennaio 2018 alle 18:32
Spero che la commissione preposta formuli un disegno di legge adeguato.
Un Paese e’ civilmente evoluto quando riconosce, disciplina e quindi tutela le categorie più deboli.
Spero di poter dire : ” sono fiera di essere italiana “.
3quattordici Autore articolo 12 gennaio 2018 alle 18:36
Grazie Claudia del tuo contributo.
Anna 12 gennaio 2018 alle 18:42
Blog di difficile analisi , per un motivo semplice io non accetto lo sfruttamento sessuale delle donne/uomini e purtroppo non credo che, anche nei Paesi dove la prostituzione è legalizzata, una persona possa scegliere serenamente di vendere il suo corpo anche se per fini “terapeutici “
3quattordici Autore articolo 12 gennaio 2018 alle 20:20
Tocchi un tema che avrei voluto aprire nello stesso blog ma sarebbe diventato troppo esteso. Un tema che tocca noi donne principalmente. Un tema che mi porta a condividere per come sono fatta ma….MA….bisogna anche pensare al corpo come un territorio di piacere avulso dal sentimento o al corpo come un terreno di piacere legato al darsi ad un estraneo. Tutto rispettabile sempre che … libero
lally27 12 gennaio 2018 alle 19:07
Trovo tutto ciò molto bello e anche interessante. Con il tuo permesso vorrei fare un articolo.ispirato a questo blog e al fatto che si siano costituite associazioni di volontariato… mi spiegherai meglio…vero?
3quattordici Autore articolo 12 gennaio 2018 alle 20:17
Assolutamente si Cara. Mi fa piacere che questo possa ispirare un tuo articolo
fra 12 gennaio 2018 alle 19:07
Ok, ok … il problema è nelle persone ‘ normali’ accettare la sessualità del disabile !
Io ci ho lavorato per un anno e mezzo con i disabili ( obiettore di coscienza) e la loro sessualità era presente e attiva!
Ricordo che essendo una struttura con possibilità di pernottare, alcuni ci passavano la notte… quasi coppie clandestine!
Perché forse la cosa più difficile da accettare è la sessualità TRA disabili e poi forse neanche quello, spaventa di più la possibilità che due disabili possano vivere insieme soprattutto se con disabilità mentali o accettare un ‘ normale’ e un disabile o relazioni gay tra disabili ecc.
Questo ‘ problema’ ciclicamente viene fuori e ogni volta, lo si vuole affrontare , si, …ma un pezzo alla volta!
Non si è mai pronti ad affrontare tutto il pacchetto intero!
Ricordo le madri o qualsiasi altro famigliare, quando andavano a ritirare il ragazzo/a, in realtà uomo o donna ( molte disabilità fanno si che la persone sembrino sempre dei bambini… anche fisicamente!)
per la famiglia il disabile era un bambino/a e come tale trattato! e in seno alla famiglia anche il disabile si comportava da bambino !
La cosa che nn ho mai capito è perché per molti, anche per i genitori ( quelli illuminati) erano assolutamente giusto e pronti a procurare una prostituta per il figlio, per assolvere alla necessità impellente, ma guai se si innamorava di una ragazza disabile, crisi se cercava la normalità di una vita di coppia!
Come accennavo, la struttura era predisposta con appartamenti, per vivere ‘autonomamente ‘, con zero barriere architettoniche in più all’interno di una struttura che offriva assistenza tutto il giorno e alla notte!
BENE ERA VUOTA!
Sono passati 25 anni spero che le cose siano un po’ migliorate!
3quattordici Autore articolo 12 gennaio 2018 alle 20:15
Infinitamente grazie Francesco. Hai aggiunto un argomento prezioso e molto interessante. Un tema davvero complesso…genitori, disabili, protezione, amore, paura..
fra 12 gennaio 2018 alle 20:29
Ricordate ROSANNA BENZI ? … parliamo della fine anno 80 inizi 90 !
fra 12 gennaio 2018 alle 20:36
Lei è stato del corpo negato! Era in un polmone d’acciaio… donna eccezionale e dimenticata!
fra 12 gennaio 2018 alle 20:44
E ora ti intaso il blog…
Sei in: Archivio > la Repubblica.it > 1987 > 03 > 27 > E SE L’ AMORE NASCE NEL P…
E SE L’ AMORE NASCE NEL POLMONE D’ ACCIAIO
GENOVA Lui è un aggeggio costruito negli Stati Uniti dalla Emerson ltd. Company. Una linea antiquata. Color crema, struttura solida, forma di lattina poggiata orizzontalmente su un carrello. Dimensioni umane. Certo: dentro ci deve stare il corpo di una persona. Lui infatti è un polmone artificiale. Il mantice elettrico mosso da un compressore va avanti e indietro con un rumore soffice ma perpetuo, pumf… pumf… pumf, scandisce il tempo, come una clessidra che al posto della sabbia contenga aria. Lei è Rosanna Benzi, ha quasi 39 anni. E’ dentro il suo lui da venticinque anni e cinque giorni. Le nozze d’ argento col polmone artificiale che la mantiene in vita le ha festeggiate alla grande, persino la televisione, e i quotidiani di tutta Italia, ed uomini politici si sono fatti vedere per l’ anniversario. Alessandro Natta le ha inviato un mazzo di fiori, i bambini di molte scuole genovesi le hanno portato regali, il telefono ha squillato senza soste. Sergio Staino, il direttore di Tango, le ha mandato una grossa vignetta. La mia vita tutto sommato è normale, anche se me ne sto qua dentro, immobile. Faccio le cose che fanno tutti. Studio, lavoro, dirigo una rivista, gli altri’ . Faccio politica. Con la differenza che non posso camminare, e nemmeno muovere le mani spiega con grande serenità Rossana. Parla veloce, ha imparato a discorrere rubando il tempo all’ azione dell’ aria compressa sul torace. Un virus terribile che annienta i muscoli, il giorno di San Giuseppe del 1962, una forma rara di poliomielite, l’ ha colpita e resa handicappata per sempre nel giro di poche ore. Non avevo nemmeno quattordici anni, una ragazzina. Vivevo in un piccolo paese del Piemonte. Era l’ età delle scelte. Ero un tipo molto allegro, molto testardo, ma anche molto disponibile. Mi piaceva disegnare, dicevano che ero ben disposta nelle cose letterarie. Quel pomeriggio di San Giuseppe mi sono ritrovata quaggiù, al pronto soccorso del San Martino. Mi avevano ricoverato all’ isolamento. Volevo scappare. La suora mi disse: tanto non mi scappi più… aveva ragione, di qui non scapperò più. Lo capii quasi subito, da sola. Più che dirmelo, me l’ hanno fatto capire. Il primario, un bell’ uomo, dagli occhi azzurri e il farfallino, alla mia domanda non mi rispose: mi carezzò soltanto la guancia, mi guardò con quei suoi occhi blu. Senza parlare. Vita difficile, quella di Rosanna. Vede il mondo alla rovescia. Con uno specchio, che l’ aiuta a parlare con gli altri. Il suo mondo sono le pareti di una stanza che l’ ospedale genovese San Martino ha messo a disposizione, assieme ad una cucina ed un bagno. Così papà Angelo e mamma Rosalia possono starle accanto. Il padre aveva un bar, al paese. Ed era il sindaco comunista. Ha venduto tutto, ha fatto il bidello, per starle vicino il più possibile. La madre le è sempre vicino. Due pareti sono zeppe di quadri, molti con dediche: Anch’ io ho un Guttuso, ma vero ironizza Rosanna, il Guttuso è un acquerello del febbraio 1968, una mano che stringe dei fiori. Colori sfumati, un Guttuso quasi romantico. Dalla parte opposta la televisione, inserita in una grande libreria zeppa di volumi. Uno degli ultimi glielo hanno spedito le edizioni Paoline, il dolore nella Bibbia… ma lei vota partito comunista, e per i suoi compagni Rosanna è una sorta di bandiera, una militante incrollabile. Vedi, il mio mondo non è poi così tanto diverso dal tuo. Al limite, la differenza è relativa. Io non mi sento né inferiore né superiore ad altri. Io non cambierei la mia vita con quella degli altri. Il dolore non lo amo, nel dolore non mi ci crogiuolo, anche se qualcuno in tv ha parlato di gente che una volta andava verso il rogo felice di morire bruciata. Mi piacerebbe guarire, so che non è possibile. Ma il fatto di sapere che non c’ è una cura non mi mette in crisi di disperazione. Mi sono adeguata alla mia nuova realtà. Ho costruito pezzo per pezzo la mia nuova esistenza. Tutti questi venticinque anni li rifarei, tali e quali. Te lo dico con la massima sincerità. Insomma, mi è venuto il vizio di vivere, che poi è il titolo del libro che ho scritto. Rosanna di questo vizio ha fatto una ragione ideologica, da trasmettere e comunicare a tutti quelli come lei, diversi perché handicappati fisicamente. Ed ha avuto il coraggio di raccontare anche quei particolari della sua vita che a prima vista appaiono se non assurdi, impossibili da realizzarsi. Fare all’ amore, per esempio. Con quell’ ingombrante ed indispensabile polmone artificiale d’ acciaio, da cui spunta soltanto la testa Per chi è handicappato la scelta sentimentale è negata. Perché è anche la cosa più difficile. Il lavoro, la scuola, certe rivendicazioni le puoi portare avanti, ed ottenere. Il diritto all’ amore no: non si può avere per legge. E noi, o si è troppo amati o troppo odiati. No, diciamo, più che odiati non desiderati. Gli errori stanno in questi due estremi: noi abbiamo pregi e difetti come tutti. Molto spesso siamo rompicazzi. Quando si potrà dire di un handicappato che è antipatico, senza paura di essere rimproverati, allora vorrà dire che le cose, per noi, saranno diventate normali. I grandi occhi bruni di Rosanna accompagnano i suoi discorsi, quasi li commentano: sono come le mani di chi, parlando, si esprime pure gesticolando. E l’ argomento dell’ amore, del sesso si presta a maliziosi sguardi, ad occhiate che trafiggono l’ interlocutore. Ma c’ è troppa gente che viene a trovare Rosanna, una via vai che interrompe la chiacchierata, che svela un mondo molto diverso da quello dei rotocalchi patinati o degli show di Berlusconi: non c’ è compassione in queste visite, bensì amicizia. Ci si appoggia al polmone artificiale quasi fosse parte del suo corpo, anzi, proprio perché è parte del corpo, un corpo meccanico, un’ entità, una presenza sostanziale. Sulle pareti di questo bidone ci sono dei piccoli oblò, dentro ci si possono infilare le mani, evitando la fuoruscita dell’ aria. Il contatto fisico con lei può essere solo mediato da quei manicotti di gomma. Oppure? Vorrei chiederle infatti come si può fare all’ amore, dentro un polmone artificiale. Ogni volta che sta per rispondere, arriva la madre, e poi entra qualcun altro, e bisogna ricominciare daccapo. Io ho fatto all’ amore ed è vero. Per chi non mi conosce, può sembrare una bugia. Se si vuole, tutto è possibile. Ho anche pensato di avere un bambino, non ho voluto perché un bambino non è tanto di chi lo fa, ma di chi se lo cura e lo tira su. Un bambino deve avere la presenza fisica della madre, le deve stare addosso. Per me questo è impossibile. Ho pensato che sarebbe stato un gesto d’ egoismo, il mio far nascere un figlio, non d’ amore. Perché non adottarne? Ci abbiamo pensato , i miei amici ed io…. In un cassetto, tra i tanti doni, un gioiellino, io e te c’ è scritto. Il suo primo amore, dopo che entrò nel polmone. Perché quel trabiccolo d’ acciaio è fatto in due tronconi, e lo si deve aprire per sfilare la barella su cui è adagiato il corpo di Rossana. Lei continua a respirare dentro una cupola pressurizzata. E il grande cilindro d’ acciaio per quel poco che serve, viene lasciato in un cantuccio. Poi… hanno scritto che ho fatto l’ amore con Mario e che lui mi ha penetrata come un uomo penetra una donna. Queste non sono mie parole. Per me era normale che mi avrebbe amata, perché io non mi considero diversa da un’ altra donna. Solo, per me è più difficile…. Ha ragione, Rosanna. La vita non bisogna spiarla dal buco della serratura e nemmeno dal buco della serratura di un ospedale.
3quattordici Autore articolo 12 gennaio 2018 alle 20:51
GRAZIE GRAZIE GRAZIE FRANCESCO
Claudia 13 gennaio 2018 alle 10:33
Grande Francesco. Anche se non ti conosco ritengo che l’aver postato questo articolo di Risanna Benzi sia stato un prezioso contributo al blog di Paola, oltre ad aver ricordato una donna eccezionale. Ricordo anche io le trasmissioni su di lei. Mi chiedevo come facesse, dove trovasse quello spirito per affrontare QUELLE difficoltà della vita. Le mie e gran parte di quelle di altre persone a confronto diventavano stupidaggini, non difficoltà di vita.
3quattordici Autore articolo 13 gennaio 2018 alle 11:46
Condivido Claudia. Per quanto Francesco tenti di apparire un fetente cinico…poi non riesce a mascherare sensibilità ed intelligenza. Inutile.
fra 13 gennaio 2018 alle 12:54
Grazie Claudia, il caso della BENZI era emblematico, in quanto era un corpo negato e in più imprigionato in cilindro d’acciaio!
Dovette chiedere che gli venisse concesso ciò che era naturale avere e inoltre nell’articolo solleva molti quesiti importanti, oltre al sesso, il giudizio, la maternità ecc
Lei dice quale sono le sue decisioni in merito… le sue! Nn si propone mai come manifesto! E il punto è proprio questo ! Quando si propongono questi temi ( disabilità, gay, testamento biologico ecc), si propongono sempre così, è giusto che queste persone vogliano questo ?
E sempre un concedere!
Siamo sempre NOI che possiamo concedere?
C’è sempre un atteggiamento paternalistico, la risposta è si ! Ma…fino ad un certo punto, si comincia ad analizzare tutte le varianti possibili ed immaginabili !
Ed è successo anche in questo blog!
Si! Ma io sono contraria alla prostituzione! È stata una risposta! C’è già un divieto!
Finché noi ci sentiremo, comunque rappresentanti di normalità, i diritti saranno sempre concessi con il contagocce!
3quattordici Autore articolo 13 gennaio 2018 alle 13:34
Sottolinei una cosa che volevo approfondire…ma il blog era già lungo. La dico qui : rispetto qualsiasi scelta altrui basta che non sia risultato di obbligo o male altrui. Quindi rispetto la prostituzione in questi termini. Personalmente ho un mio sentire. Un mio vedere le cose che quindi potrebbe risultare un giuridizio. Ogni cosa che pensiamo con fermezza diventa un giudizio, per forza. Difficile per me scrivere 1500 blog con sentimento senza portare…DEL MIO. MA NON LO VOGLIO NEPPURE. Io scrivo il blog…il blog è me. Nel bene e nel male. Quindi…ben venga la prostituzione se fatta come scelta. Come donna, come Paola, vivo il corpo ed il suo piacere non legato all’idea del denaro…slegato dalla passione, dal sentimento, dal sentirsi apprezzate, volute, in qualche modo amate. Ecco perché non riesco a pensare che darsi per soldi sia sinonimo di felicità…ma è un mio pensiero. Limitato al mio circoscritto vivere. Gli altri siano liberi di fare ciò che sentono. Io sono felice nel massacrarmi nelle maratone da 42 km. Un massacro. Chi può giudicare che questo sia errato ? Nessuno. Ogni cosa che si fa si sceglie e nessuno può metter naso.
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3quattordici su LA SFIDA PIÙ GRANDE È PROVARE…
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