Source: http://www.sdanganelli.it/consiglio-di-stato-sez-iv-sentenza-22-10-2015-n-4817-caso-icom-borgo-antico-non-e-dovuto-alcun-risarcimento-se-dopo-la-sentenza-di-annullamento-del-diniego-di-costruire-il-privato-non-eserciti/
Timestamp: 2019-05-22 13:12:31+00:00

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Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 22.10.2015 n. 4817. Caso Icom Borgo Antico. Non è dovuto alcun risarcimento se dopo la sentenza di annullamento del diniego di costruire, il privato non eserciti tutti gli strumenti di tutela volti ad impedire il prodursi dei danni lamentati, per circa 20 milioni di euro, nel successivo giudizio risarcitorio. - Sdanganelli & Associati Privacy Policy
In seguito ad una sentenza di annullamento dell’illegittimo diniego di costruire lesivo dell’interesse pretensivo del privato, non sussiste la responsabilità risarcitoria del Comune, ove il primo non abbia esperito gli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento per ottenere il permesso di costruire, rivolgendosi a tal fine all’Amministrazione, sia con un atto di diffida, sia, soprattutto, se del caso, giudizialmente, cioè con la proposizione di un ricorso per l’ottemperanza, finalizzate ad evitare il prodursi delle conseguenze dannose dedotte nel giudizio risarcitorio.
Infatti, l’art. 30, comma 3, Codice del Processo Amministrativo esclude il risarcimento dei danni “che si sarebbero potuti evitare usando l’ordinaria diligenza, anche attraverso l’esperimento degli strumenti di tutela previsti”, richiedendosi al privato una complessiva condotta lineare e non rimproverabile, improntata alla buona fede, tesa ad evitare il danno a quel bene della vita oggetto dell’interesse pretensivo, danno di cui si lamenta il verificarsi, ed a prevenire l’evolversi degli eventi erroneamente addebitati all’amministrazione. (Antonello Sdanganelli, riproduzione della massima riservata).
Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 22.10.2015 n. 4817. Presidente: Numerico; relatore: Maggio
sul ricorso numero di registro generale 5097 del 2014, proposto da:
Comune di Lamezia Terme, in persona del sindaco in carica, rappresentato e
difeso dagli avv. Michele Anastasio Pugliese, Aristide Police, con domicilio eletto
presso Aristide Police in Roma, via di Villa Sacchetti 11;
Icom Srl, in persona del legale rappresentante rappresentato e difeso dagli avv.
Luisa Torchia, Alfredo Gualtieri, con domicilio eletto presso Luisa Torchia in
Roma, viale Bruno Buozzi 47;
della sentenza del T.A.R. CALABRIA – CATANZARO :SEZIONE I n.
01177/2013, resa tra le parti, concernente condanna al risarcimento danni per
illegittimo diniego del permesso di costruire per la realizzazione di un retail
entertainment center regionale denominato “Borgo antico”.
Con la sentenza in epigrafe il giudice di primo grado ha reso una sentenza parziale, avendo accolto il ricorso proposto da parte appellata con la seguente formulazione riportata nel dispositivo: “non definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe, dichiara la responsabilità del Comune di Lamezia Terme per i danni prodotti alla Icom S.r.l. in conseguenza dei fatti di cui in motivazione e dispone, ai fini della quantificazione degli stessi,gli incombenti istruttori di cui alla motivazione stessa”.
Dalla motivazione della sentenza si ricava che la sussistenza della responsabilità del Comune è connessa alla lesione dell’interesse legittimo pretensivo, avendo l’Ente adottato un illegittimo diniego di permesso di costruire, segnatamente con nota del 20 ottobre 2005, annullata, invero, con sentenza dello stesso primo giudice n.122 del 6 febbraio 2006, successivamente confermata da questo Consesso con sentenza n.2436 del 2009.
A causa di ciò, si sostiene, parte appellante non ha potuto realizzare l’intervento in variante denominato “Borgo antico”, consistente in un insediamento produttivo di vaste dimensioni.
Ha quindi ritenuto il giudice di primo grado che l’Amministrazione aveva agito con colpa, determinando un danno ingiusto alla parte appellata, senza inoltre che nel suo comportamento potessero emergere le condizioni per riconoscere l’errore scusabile.
A monte di tale conclusione la sentenza in esame ha escluso che nei riguardi di parte appellata potessero essere individuati, a mente del comma 3° dell’art.30, gli estremi del comportamento colposo, con la precisazione che, quand’anche così dovesse ritenersi, gli effetti si determinerebbero non sull’an debeatur, ma soltanto sul quantum del risarcimento dovuto.
Della riferita decisione parziale, il Comune appellante chiede la riforma con articolato gravame, essenzialmente imperniato, anche con il supporto di un’analitica esposizione dei fatti di causa, sulla dimostrazione del comportamento colposo tenuto da parte appellata nella vicenda in vertenza.
Resiste al gravame la stessa parte appellata, chiedendone il rigetto con argomentazioni del tutto in linea con quelle esposte nella sentenza appellata.
Entrambe le parti hanno presentato memorie con le quali hanno ulteriormente illustrato le rispettive ragioni.
All’udienza di discussione la causa è passata in decisione, essendo stata respinta la richiesta di rinvio presentata da parte appellata con la memoria datata 5 novembre,
motivata con l’opportunità di attendere il deposito della consulenza tecnica disposta dal primo giudice per la quantificazione del danno da porre a carico del Comune di Lamezia Terme.
Il primo giudice, dopo aver qualificato l’interesse leso dal Comune come interesse legittimo pretensivo, ha escluso che parte appellata avesse posto in essere un comportamento colposo inquadrabile nell’art. 30 punto 3 seconda parte c.p.a., integrante ipotesi di esclusione del risarcimento del danno a carico dell’Amministrazione i cui atti siano stati annullati.
A tal riguardo giova ribadire che l’interesse pretensivo è quell’interesse che viene soddisfatto dal provvedimento favorevole che l’amministrazione adotta su istanza dell’interessato.
Per effetto di tale provvedimento la parte ottiene la possibilità di conseguire il bene della vita correlato all’interesse riconosciuto legittimo dal provvedimento favorevole.
Nella fattispecie, è pacificamente prescritta l’azione risarcitoria conseguente al primo provvedimento di diniego illegittimo (annullato con sentenza del T.a.r. della Calabria n. 2671/2003), mentre il secondo provvedimento negativo, di cui alla deliberazione n. 240 del 2004, è antecedente all’indispensabile variante ex art.14 della legge regionale n. 19/2002.
A quest’ultimo riguardo è necessario, in vero, distinguere nella vicenda in causa tra l’interesse pretensivo alla variante, espressione di ampia discrezionalità , che è stato soddisfatto dalla sua formale approvazione, e l’interesse pretensivo al successivo
rilascio del permesso di costruire di cui si dirà.
Quest’ultima posizione soggettiva è stata lesa e la si deve assumere a condizione per l’esercizio dell’ azione risarcitoria, condizione individuabile nel diniego del permesso di costruire di cui alla nota del 20 ottobre 2005, adottato nonostante che la variante urbanistica fosse stata indiscutibilmente approvata con la procedura semplificata ex art.14 della legge regionale n.19/2002.
Tale ultimo diniego è stato rimosso dal T.a.r della Calabria con la sentenza semplificata n.122 del 6 febbraio 2006, il cui effetto sostanziale è stato quello di imporre al Comune di Lamezia Terme il rilascio del permesso di costruire alla società appellata, la cui adozione, considerata l’intervenuta variante urbanistica, doveva avvenire in forza della natura, non discrezionale ma vincolata dell’atto..
Tenendo presente quanto sopra, addentrandosi ora nell’esame delle condizioni per l’azione risarcitoria collegata alla lesione dell’interesse pretensivo in vertenza, non si può sfuggire al rilievo per cui un danno risarcibile è ipotizzabile solo allorché il rilascio del permesso di costruire viene frustrato da fatti sopravvenuti imputabili all’Amministrazione comunale, la cui incidenza sia tale da rendere definitivamente inutilizzabile (es; costruzione sulla stessa area fatta eseguire dal Comune) o giuridicamente impossibile (es; nuova variante di zonizzazione) tale suo successivo rilascio.
L’assunto appare coerente con l’art. 30 punto 3, dove, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di prime cure (pag 20 della sentenza), viene escluso il risarcimento dei danni “che si sarebbero potuti evitare usando l’ordinaria diligenza, anche attraverso l’esperimento degli strumenti di tutela previsti”.
Occorre, allora, considerare, a tal proposito, che, successivamente all’accennata sentenza n.122 del 6 febbraio 2006, non è intervenuto alcun fatto sopravvenuto imputabile all’Amministrazione che, determinando l’inutilizzabilità o l’impossibilità di rilasciare il permesso di costruire, potesse giustificare l’inerzia della società appellata per ottenere una tutela in forma specifica.
Quest’ultima società, invero, a fronte della ricordata natura di atto vincolato, ben avrebbe potuto esperire gli “strumenti di tutela previsti” dall’ordinamento per ottenere il permesso di costruire, rivolgendosi a tal fine all’Amministrazione, sia con un atto di diffida, sia, soprattutto, se del caso, giudizialmente, cioè con la proposizione di un ricorso per l’ottemperanza, che la legge n. 205 del 2000 (art.10) già aveva previsto per l’esecuzione delle sentenze di primo grado non sospese dal Consiglio di Stato.
Viceversa la Società appellata non ha promosso nessuna di tali iniziative per evitare il danno lamentato in questa sede, ponendosi di conseguenza nella condizione prevista dalla richiamata disposizione del codice di rito, con conseguente esclusione del riconoscimento del preteso risarcimento.
Tanto vale almeno fino al 2009, quando tra l’Amministrazione appellante e la società appellata sono intervenute trattative, documentate in atti, basate sulla possibilità che quest’ultima realizzasse l’insediamento produttivo di che trattasi in altra sede, secondo una richiesta da essa stessa avanzata, circostanza dedotta da parte appellante e non contestata, tale per cui sarebbe stato consentito al Comune di realizzare un impianto sportivo lì dove la variante aveva previsto la realizzazione dell’insediamento produttivo “Borgo antico”.
Correttamente il primo giudice ha evidenziato che nessuna rinuncia all’intervento era ipotizzabile da parte della società appellata per le trattative concordemente intraprese; e tuttavia occorre ricordare che ancor oggi non si discute dell’obbligo dell’Amministrazione di rilasciare il permesso di costruire, bensì della colpa di quest’ultima per non aver consentito la realizzazione dell’intervento oggetto di tale titolo edilizio, con una condotta che la esporrebbe, in ipotesi, ad un’azione risarcitoria meritevole d’accoglimento.
In quest’ambito l’esame degli atti porta ad escludere la “rimproverabilità” della condotta tenuta dall’Amministrazione, dovendosi considerare che le trattative non sono giunte a conclusione per esclusiva colpa della società appellata, la quale, rispetto ad un accordo di massima già raggiunto, ha poi preteso d’introdurre modifiche di carattere sostanziale, come emerge dalla lettera dalla stessa inviata al sindaco in data 15 febbraio 2008 (v. pag. 32 del controappello), dove si pretendeva d’imporre maggiori oneri, in termini di cessioni di aree, non sostenibili dall’Amministrazione comunale.
Rimproverabile è, come emerge da quanto sopra osservato, la condotta di parte appellata, la quale, ove si fosse diligentemente attivata, avrebbe evitato il danno a quel bene della vita oggetto dell’interesse pretensivo, danno di cui si lamenta il verificarsi. Insomma, il pregiudizio di cui parte appellata si duole era evitabile, posto che la complessiva condotta dovuta, secondo una valutazione di buona fede, ed in concreto omessa dalla medesima parte avrebbe prevenuto l’evolversi degli eventi erroneamente addebitati all’amministrazione.
Se il danno era evitabile, esso, come tale, va escluso, nella specie, dall’area della risarcibilità ai sensi del punto 3° seconda parte dell’articolo 30 c.p.a.; norma che, come noto, replica nella sostanza la previsione dell’art. 1227, 2° comma, del c.c.(cfr. anche Ad.Plen. n.3/2010).
Non sussistendo, per le ragioni esposte, l’an debeatur non occorre procedere alla determinazione del quantum del preteso danno risarcibile richiesto, con i conseguenti effetti sul giudizio di primo grado tuttora pendente ai fini di tale determinazione.
L’appello in conclusione va accolto, con annullamento della sentenza impugnata, anche per gli effetti sull’ordine di ulteriore istruttoria in essa contenuto, e reiezione del ricorso di prime cure La particolarità della fattispecie esaminata fa ritenere che le spese del giudizio possano essere compensate.
e per l’effetto annulla la sentenza impugnata, con gli effetti precisati in motivazione.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 29 settembre 2015
Previous article Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 16 ottobre 2015, n. 20928. Il Comune è responsabile dei danni procurati dagli addetti ai servizi sociali ai minori allontanati dalla famiglia sulla base di un’ ipotesi di molestie sessuali paterne, rivelatasi infondata.
Next article Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 19 ottobre 2015, n. 21090. Nel contratto di spedalità la responsabilità della struttura ospedaliera per l’esito delle cure prestate al paziente è di natura contrattuale.
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