Source: http://www.piemonteimmigrazione.it/site/index.php?option=com_content&view=article&id=2830:discriminazione&catid=243:materialiasgi2
Timestamp: 2017-10-17 20:19:55+00:00

Document:
A cura di Alessandro Maiorca e Massimo Pastore - Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione
(aggiornata a maggio 2010)
E' bene innanzitutto fare una prima distinzione rispetto al concetto di discriminazione, a seconda che si faccia riferimento alla normativa civile ovvero a quella penale.
Per quanto riguarda la normativa civile, il concetto di discriminazione può essere anche raffigurato come ogni situazione in cui si venga a porre in essere una disparità di trattamento illegittima, intendendosi con tale definizione tutte le condotte di tipo attivo, omissivo, esclusivo o comprensivo nella quali la discriminazione può manifestarsi.
Vertendo in tema di normativa penale, ecco che invece parlando di discriminazione non ci si riferirà più al concetto di disparità di trattamento, ma piuttosto a quella serie di comportamenti e atti di vario tipo sussumibili nella più ampia categoria di episodi di razzismo. Si tratta cioè di quelle condotte discriminatorie che provocano un'offesa alla dignità di soggetti caratterizzati da una diversa appartenenza nazionale, etnica, razziale, religiosa, etc....
Definire l'uno o l'altro ambito serve per delineare quelli che sono i comportamenti vietati in un caso e nell'altro e, al fine dell'intervento in esame, per esaminare i mezzi di tutela predisposti dalle norme civili e da quelle penali.
a) La normativa civile contro le discriminazioni per motivi razziali.
Le norme costituzionali.
Nella Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, sono contenuti i principi fondamentali in materia di principio di non discriminazione.
L'art. 2 Cost., prevedendo che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo [...]”, opera una prima classificazione di diritti il cui riconoscimento è garantito a tutti gli individui.
Il riconoscimento generale e incondizionato di questo nucleo di diritti (si pensi, solo a titolo esemplificativo, al diritto alla libertà personale di cui all'art. 13 Cost., alla libertà di domicilio ex art. 14 Cost., alla libertà e segretezza della propria corrispondenza di cui all'art. 15 Cost., alla libertà di religione di cui all'art. 19 Cost, alla libertà di pensiero ex art. 21 Cost., al diritto alla difesa di cui all'art. 24 Cost., etc...) spetta ad ogni persona in quanto essere umano, senza che pertanto possa distinguersi sulla base, in tema di cittadini stranieri extracomunitari, della regolarità della posizione personale rispetto alla normativa interna in tema di immigrazione.
Vi è poi l'art. 3 Cost., che postula da un lato il c.d. principio di uguaglianza in senso formale, prevedendo al primo comma che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” e, dall'altro, il principio di uguaglianza in senso sostanziale “E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (tale principio è alla base delle c.d. “azioni positive” tramite le quali si è scelto politicamente di prevedere un sistema in vari modi determinate categorie lavorative e sociali che si trovavano sistematicamente in una situazione di svantaggio rispetto agli altri gruppi).
Le norme contenute nel d.lgs 25.7.1998, n. 286, Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero.
L’art. 2 del d.lgs. 286/98, nei commi 2 e 3, prevede espressamente che:
“Allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme del diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti”.
“Lo straniero regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato gode dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano…”.
“La Repubblica italiana, in attuazione della convenzione dell'OIL n. 143 del 24 giugno 1975, ratificata con legge 10 aprile 1981, n. 158, garantisce a tutti i lavoratori stranieri regolarmente soggiornanti nel suo territorio e alle loro famiglie parità di trattamento e piena uguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori italiani.”
Rispetto a quest’ultima previsione, il legislatore sembra aver voluto assicurare ai lavoratori stranieri il medesimo trattamento riservato ai lavoratori italiani, non solo allorché sia già stato instaurato un rapporto di lavoro, ma anche nell’ipotesi astratta di instaurarne uno in futuro.
Il 3° comma dell’art. 2 del Testo Unico fonderebbe un generale principio di parità di trattamento per i lavoratori extracomunitari regolarmente soggiornanti rispetto a quelli italiani, in base al quale al cittadino extracomunitario che usufruisca di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro andrebbe riconosciuto il godimento dei medesimi diritti inerenti al diritto al lavoro riconosciuti ai lavoratori italiani.
Va inoltre considerato che il regime di soggiorno e di lavoro dei lavoratori immigrati regolarmente soggiornanti è regolato anche dalla Convenzione Internazionale dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) n.143 del 1975 ratificata dall'Italia con la legge 10 aprile 1981, n. 158.
Detta Convenzione stabilisce il principio di piena parità di trattamento e di opportunità tra lavoratori immigrati regolarmente soggiornanti e lavoratori nazionali, anche per quel che riguarda l’accesso ai servizi di sicurezza sociale e agli alloggi.
Di conseguenza, la legge nazionale in contrasto con questo fondamentale principio relativo alla condizione dello straniero, violerebbe l’art 10, comma 2, Cost., in base al quale “La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali”.
Anche in altri ambiti il Testo Unico subordina la parità di trattamento fra straniero e cittadino italiano alla condizione del possesso di un permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno (è il caso dell'equiparazione tra stranieri ed italiani ai fini in materia di provvidenze e prestazioni assistenziali di cui all'art. 41 T.U.) ovvero alla titolarità della carta di soggiorno, o quantomeno di un permesso di soggiorno almeno biennale, unita all'esercizio di una regolare attività di lavoro da parte del cittadino straniero (il riferimento è all'art. 40, comma 6, T.U. laddove è prevista la parità di trattamento fra il cittadino straniero e quello italiano nell'accesso agli alloggi di edilizia residenziale pubblica).
L’art. 43 del Testo Unico sull’immigrazione, al 1° comma, introduce una sorta di clausola generale di non discriminazione, riprendendo quanto contenuto nell’art. 1 della Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, firmata a New York in 7 marzo 1966 e ratificata dall’Italia con la legge 1 maggio 1975, n. 654.
Ai sensi del primo comma dell'art. 44, costituisce una discriminazione: “ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose e abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica”.
Viene così introdotta nel nostro ordinamento la prima definizione compiuta di discriminazione.
- È pertanto innanzitutto da considerarsi discriminatoria la condotta che comporti un trattamento differenziato per i motivi appena menzionati, sia quando venga posta in essere una discriminazione diretta (vale a dire quando una persona viene trattata meno favorevolmente di quanto lo sarebbe in una situazione analoga e ciò in ragione della sua appartenenza ad una diversa razza, etnia, religione, etc...), sia quando la differenziazione che causa pregiudizio sia conseguenza dell’applicazione di criteri formalmente “neutri” ma che oggettivamente svantaggiano o discriminano una certa categoria di persone caratterizzate dalla medesima appartenenza razziale, etnica, nazionale, etc... (vale a dire una discriminazione indiretta)
- Da tale condotta deve altresì derivare per la vittima una lesione nell’ambito del riconoscimento, del godimento o anche solo del semplice esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali: la definizione del 1° comma, indicando esplicitamente, accanto alla “distruzione”, la mera “compromissione”, sembra così allargare la tutela civile ad ogni interferenza, quand’anche minimamente lesiva, con la sfera dei diritti dell’individuo.
- La menzione dello “scopo o (dell’) effetto” contribuisce a ricomprendere nella definizione in esame non solo le condotte poste in essere con la specifica intenzione di nuocere, ma anche quelle che, prive di intento lesivo, comportino comunque un effetto pregiudizievole.
- La norma evita di restringere la protezione contro le discriminazioni al solo ambito lavorativo, ma prende bensì in considerazione quelle condotte che ledano i diritti umani e le libertà fondamentali anche in campo politico, economico, sociale e in ogni altro settore della vita pubblica.
- Inoltre, la norma prevede espressamente, nel suo ultimo capoverso, che la tutela prevista contro i comportamenti discriminatori trovi applicazione anche nei casi in cui le vittime della discriminazione, in tutti i settori compresi dalla definizione dell’art. 43 T.U., siano cittadini italiani (si pensi ai cittadini italiani di etnia Rom), comunitari e apolidi
Il legislatore ha poi formulato, nel secondo comma della disposizione, una elencazione non tassativa delle condotte aventi sicuramente una valenza discriminatoria.
L’articolo prevede infatti che compia “in ogni caso” una discriminazione:
a) “il pubblico ufficiale o la persona incaricata di pubblico servizio o la persona esercente un servizio di pubblica necessità che nell’esercizio delle sue funzioni compia od ometta atti nei riguardi di un cittadino straniero che, soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità, lo discriminino ingiustamente;”
Gli atti sanzionabili possono avere sia la natura di atti non legislativi a contenuto normativo (regolamenti, bandi, condizioni o procedure che hanno l’effetto di discriminare ingiustamente il cittadino straniero), che quella di atti amministrativi materiali (per esempio, il rifiuto arbitrario opposto allo straniero da un incaricato di pubblico servizio nell’esercizio della sua attività).
Alcune di queste condotte possono anche avere una rilevanza penale, integrando le ipotesi del rifiuto di atti d’ufficio o dell’omissione di atti d’ufficio (art. 328 c.p.), con l’ulteriore aggravante della circostanza della commissione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi..
Le condotte prese in esame non sono solo quelle di tipo omissivo, ma anche quelle commissive, vale a dire quelle che si verificano in occasione di comportamenti attivi da parte dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio.
Si pensi ad esempio nei casi in cui le forze dell'ordine esercitano le proprie attività di controllo, sorveglianza e investigazione non sulla base di un imparziale esercizio della discrezionalità amministrativa, ma bensì sulla scorta del pregiudizio nutrito nei confronti di certe categorie quali l’appartenenza o l’origine razziale o etnica, il colore della pelle, la nazionalità (un controllo della Polizia esercitato per strada su un soggetto di etnia Rom senza che il comportamento di quest'ultimo abbia dato motivo di sospettare alcunchè, ovvero il controllo sui titoli di viaggio sui mezzi pubblici effettuato sistematicamente rispetto a passeggeri “visibilmente” stranieri quando attività simili dovrebbero essere esercitate tramite un criterio di randomizzazione).
Tale distorta prassi amministrativa è stata recentemente definita con il termine di “ethnic profiling”.
b) “chiunque imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire beni o servizi offerti al pubblico ad uno straniero soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità;”
Anche in questo caso, tali ipotesi di discriminazioni possono avere un diverso rilievo pubblicistico, integrando le figure di illecito amministrativo costituito dal rifiuto di fornire prestazioni di pubblico servizio (art. 187, R.D. n. 635/1940) e da quello dell’inosservanza dell’obbligo di vendita al dettaglio (art. 3, d.lgs. n. 114/98).
L’ipotesi ricorre nei casi in cui l’offerta dei beni e servizi sia rivolta ad una generalità indeterminata di destinatari (l’esposizione di merci con l’indicazione dei prezzi, la pubblicità di un prodotto e le modalità per usufruirne): la discrepanza (con la modificazione in peius delle condizioni o con il rifiuto di trattare) tra le originarie condizioni di offerta e quelle effettivamente applicate con il cittadino di un’altra razza, etnia, nazione o religione costituisce la condotta discriminatoria[1].
c) “chiunque illegittimamente imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire l’accesso all’occupazione, all’alloggio, all’istruzione, alla formazione e ai servizi sociali e socio-assistenziali allo straniero regolarmente soggiornante in Italia soltanto in ragione della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, religione, etnia o nazionalità;”
L’elemento importante della disposizione riguarda la punibilità dell’imposizione di condizioni più sfavorevoli o il rifiuto allo straniero regolarmente soggiornante dell’accesso all’alloggio, al lavoro, all’istruzione, alla formazione e ai servizi sociali e socio-assistenziali allorché tali condizioni e rifiuti siano illegittimi, poiché basati soltanto sulla condizione di straniero o sulla appartenenza ad un determinato gruppo etnico, nazionale, religioso o linguistico. Costituiscono esempi basati sulla giurisprudenza: il rifiuto di ammettere studenti stranieri con un diploma conseguito all’estero e parificato ad un corso di formazione cui sono ammessi gli studenti italiani con pari diploma di studi[2]; l’esclusione da un bando di assegnazione di case popolari delle famiglie immigrate, che pur presentino i requisiti di graduatoria per accedere ad esse in condizioni analoghe ai cittadini italiani[3]; l’esclusione immotivata da un concorso per una determinata mansione per la mancanza dello status di cittadino italiano, considerato irragionevolmente quale requisito necessario per l’ammissione al concorso[4], il negare l'accesso a determinate provvidenze di ordine assistenziale, etc…;
d) “chiunque impedisca, mediante azioni od omissioni, l’esercizio di un’attività economica legittimamente intrapresa da uno straniero regolarmente soggiornante in Italia, soltanto in ragione della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, confessione religiosa, etnia o nazionalità;”
La norma riguarda il cosiddetto “boicottaggio discriminatorio” e abbraccia quelle ipotesi di per sé non già sanzionabili dalle leggi penali con l’ulteriore aggravante della discriminazione razziale.
Si pensi all’accordo fra un gruppo di grossisti o di consumatori di non rifornire di merce o di non comprare da un determinato negoziante solo in ragione della sua appartenenza etnica, ma anche alle azioni o alle omissioni degli impiegati pubblici che rifiutino illegittimamente di rilasciare permessi, autorizzazioni, licenze, iscrizioni ad albi e registri, etc…;
e) “il datore di lavoro o i suoi preposti i quali, ai sensi dell’articolo 15 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificata e integrata dalla legge 9 dicembre 1977, n. 903, e dalla legge 11 maggio 1990, n. 108, compiano qualsiasi atto o comportamento che produca un effetto pregiudizievole discriminando, anche indirettamente, i lavoratori in ragione della loro appartenenza ad una razza, ad un gruppo etnico o linguistico, ad una confessione religiosa, ad una cittadinanza.
Costituisce discriminazione indiretta ogni trattamento pregiudizievole conseguente all’adozione di criteri che svantaggino in modo proporzionalmente maggiore i lavoratori appartenenti ad una determinata razza, ad un determinato gruppo etnico o linguistico, ad una determinata confessione religiosa o ad una cittadinanza e riguardino requisiti non essenziali allo svolgimento dell’attività lavorativa.”
La menzione dell’art. 15 dello Statuto dei lavoratori (legge 300/70) indurrebbe a ricomprendere tutte le ipotesi statutarie all’interno della tutela processuale definita nel Testo Unico, con l’effetto di una sovrapposizione di rimedi processuali (l’azione di nullità ex artt. 15 e 28 St. Lav., e quella ex art. 44 T.U., finalizzata alla rimozione degli effetti e al risarcimento del danno).
Sembrerebbe perciò che il sistema di tutela previsto dall‘azione civile contro la discriminazione si sostituisca a quello indicato nell’art. 15 dello Statuto dei lavoratori, divenendo esperibile in tutti i casi di comportamenti posti in essere all’interno del luogo di lavoro che producano un “effetto pregiudizievole” discriminando i lavoratori per motivi di razza, di lingua, di etnia, di cittadinanza o di religione.
Nell’insieme delle condotte vietate ricadrebbero perciò anche quei comportamenti discriminatori previsti dall’art. 15 e riguardanti le assunzioni, i licenziamenti, le assegnazioni di mansioni, i trasferimenti.
Inoltre, la lett. e) dell’art. 44 amplia l’ambito previsto dall’art. 15 della legge 300/70, introducendo espressamente il concetto di discriminazione indiretta, già previsto dall’art. 4 della legge 125/91 per le discriminazioni di genere sul luogo di lavoro, ed estendendolo anche agli altri fattori illegittimi di discriminazione.
Le Direttive 2000/43/CE e 2000/78/CE e il loro recepimento interno tramite i d.lgs. 215/03 e 216/03.
Vanno analizzate anche le innovazioni in materia portate dalla normativa comunitaria e dal suo recepimento nell’ordinamento italiano: si tratta della Direttiva 2000/43/CE del 29 giugno 2000, in merito al principio di parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica e della Direttiva 2000/78/CE del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro rispetto alle discriminazioni fondate, oltre che sulla razza e l’origine etnica, anche sulla religione, sulle convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali.
Le due direttive hanno trovato ricezione nell’ordinamento italiano attraverso i due decreti legislativi nn. 215/03 e 216/03, entrambi del 9 luglio del 2003.
I due provvedimenti normativi comunitari avevano l’obbiettivo di “stabilire un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate sulla razza e l’origine etnica” (art. 1, Direttiva 2000/43/CE) e di quelle fondate “sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, le tendenze sessuali, per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro” (art. 1, Direttiva 2000/78/CE), al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio di parità di trattamento.
Il campo di applicazione comune alle due normative è, in particolare, quello dell’occupazione e del lavoro autonomo e dipendente, con la direttiva 2000/43/CE che allarga l’ambito della protezione sociale (compresa la sicurezza sociale, l’assistenza sanitaria, le prestazioni sociali), anche alle situazioni soggettive correlate all’istruzione e all’accesso a beni e servizi, incluso l’accesso all’alloggio.
Sono, altresì, qualificate quali discriminazioni anche le “molestie, ovvero quei comportamenti indesiderati” posti in essere per motivi di razza, di origine etnica, religione, convinzioni personali, handicap, età o orientamento sessuale “aventi lo scopo o l'effetto di violare la dignità di un persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante ed offensivo” (art. 2, Dir. 2000/43 e 2000/78). Peraltro, nessuna disposizione si occupa in modo specifico delle molestie, prevedendo solamente per le molestie i medesimi strumenti di tutela giudiziale prevista contro le discriminazioni.
Entrambi i decreti di recepimento prevedono che la tutela giurisdizionale avverso gli atti ed i comportamenti definiti come discriminatori si svolga nelle forme previste dall’art. 44 del Testo Unico, vale a dire secondo il procedimento dell’azione civile contro la discriminazione che fra breve si andrà ad illustrare.
Qualche problema potrebbe invero sorgere in merito al coordinamento fra la normativa del Testo Unico e la lettera del d.lgs. 215/03 che ha recepito la direttiva europea sulla parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica, prevedendo in modo esplicito il decreto italiano l’esclusione dall’ambito di applicazione del principio di parità di trattamento senza distinzione di razza e di origine etnica delle “differenze di trattamento basate sulla nazionalità” e delle “disposizioni nazionali e condizioni relative all’ingresso, al soggiorno, all’accesso all’occupazione, all’assistenza e alla previdenza dei cittadini dei Paesi Terzi e degli apolidi nel territorio dello Stato” (d.lgs. 215/03, art. 3.2).
Infatti, posto che, come si è ora evidenziato, i decreti nazionali prevedono un allargamento dei casi in cui può tollerarsi una discriminazione, l’applicazione di tali disposizioni alla normativa in tema di tutela dei diritti dei lavoratori (nella quale non veniva prevista alcuna eccezione al principio di non discriminazione) potrebbe comportare una diminuzione della tutela contro le discriminazioni quale risultante dalle nuove previsioni rispetto alla normativa previgente del Testo Unico.
I settori presi in considerazione dai decreti (quello delle discriminazioni sul luogo di lavoro, nel settore pubblico e privato, dell’accesso all’occupazione, all’alloggio, etc…) sono infatti i medesimi di quelli di cui all’art. 43 T.U., che però non fa menzione alcuna delle eccezioni sulle differenze di trattamento basate sulla nazionalità.
Sembra però che tali esclusioni non possano comportare un restringimento dell’ambito previsto dall’art. 43 T.U., rispetto al quale la normativa di recepimento delle direttive europee non ha previsto alcuna volontà abrogativa o modificativa in peius.
In questo senso le direttive comunitarie contengono la previsione esplicita di una clausola di non regresso, che vieta agli Stati di apportare delle modifiche peggiorative nell’ambito delle posizioni soggettive tutelate dalla disciplina anteriore all’attuazione della normativa di recepimento.
Secondo quanto previsto dalle direttive comunitarie, infatti:
“L’attuazione della presente normativa non può servire da giustificazione per un regresso rispetto alla situazione preesistente in ciascuno Stato membro” (par. 28, Dir. 2000/78/CE e par. 25 Dir. 2000/43/CE).
“L’attuazione della presente direttiva non può in alcun caso costituire motivo di riduzione del livello di protezione contro la discriminazione già predisposto dagli Stati membri nei settori di applicazione della presente direttiva” (art. 8 (2), dir. 2000/78/CE).
Inoltre si deve rammentare che la dicitura originale della dir. 2000/43 faceva menzione del concetto di racial origin, all'interno del quale sono racchiusi anche gli elementi propri del concetto di nazionalità; nella traduzione in lingua italiana della direttiva tale termine è stato impropriamente tradotto semplicemente con il termine razza
Il Race Relations Act, approvato nel Regno Unito nel 1976, da una precisa definizione del concetto di racial ground (base razziale), inteso come colore della pelle, razza, nazionalità e origini nazionali. Inoltre, l'espressione “gruppo razziale” sta a indicare un gruppo di persone definito in riferimento al colore della pelle, alla razza, alle origini nazionali o etniche.
Parimenti, la nozione di etnia (definibile come un gruppo accomunato da una medesima origine razziale, nazionale, religiosa, tribale, linguistica o culturale) non può non ricomprendere in sé anche gli elementi propri della nazionalità.
Vi è altresì da segnalare che le previsioni delle direttive che consentivano agli Stati di derogare (in casi strettamente limitati e trasmessi alla Commissione per un vaglio di legittimità) al divieto generale di stabilire delle differenze di trattamento sono state trasposte nei decreti di recepimento in modo tale da privare sostanzialmente dell’originaria valenza garantistica le eccezioni previste in ambito europeo.
Le disposizioni contenute nelle direttive europee prevedevano infatti che:
“Fatto salvo l'articolo 2, paragrafi 1 e 2, gli Stati membri possono stabilire che una differenza di trattamento basata su una caratteristica correlata a uno qualunque dei motivi di cui all'articolo 1 non costituisca discriminazione laddove, per la natura di un'attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, tale caratteristica costituisca un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell'attività lavorativa, purché la finalità sia legittima e il requisito proporzionato”, (dir. 2000/78/CE, art. 4, 1° comma).
“In casi strettamente limitati una disparità di trattamento può essere giustificata quando una caratteristica collegata alla religione o alle convinzioni personali, a un handicap, all'età o alle tendenze sessuale costituisce un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell'attività lavorativa, a condizione che la finalità sia legittima e il requisito sia proporzionato. Tali casi devono essere indicati nelle informazioni trasmesse dagli Stati membri alla Commissione”, (dir. 2000/78/CE, 23° comma).
Dal testo combinato delle due disposizioni nazionali risulta invece che:
“Nel rispetto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza, nell'ambito del rapporto di lavoro o dell'esercizio dell'attività di impresa, non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell'articolo 2 quelle differenze di trattamento dovute a caratteristiche connesse alla razza, all’origine etnica di una persona, alla religione, alle convinzioni personali, all'handicap, all'età o all'orientamento sessuale di una persona, qualora, per la natura dell'attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, si tratti di caratteristiche che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell'attività medesima” (art. 3.3, d.lgs. 215/03 e 216/03).
Dalle due direttive europee, a differenza delle norme italiane di recepimento, si ricavava cioè la previsione di un principio di tipicità, per cui è il legislatore e non il datore di lavoro (come sembra suggerire il disposto dei decreti 215 e 216) a dover indicare in quali casi si possa far eccezione al principio di non discriminazione.
Inoltre, rispetto alle deroghe in tema di discriminazioni per motivi religiosi, si segnala un discutibile allargamento della nozione delle cosiddette “organizzazioni di tendenza”:
“Non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell'articolo 2 le differenze di trattamento basate sulla professione di una determinata religione o di determinate convinzioni personali che siano praticate nell'ambito di enti religiosi o di altre organizzazioni pubbliche o private, qualora tale religione o tali convinzioni personali, per la natura delle attività professionali svolte da detti enti o organizzazioni o per il contesto in cui esse sono espletate, costituiscano requisito essenziale, legittimo e giustificato ai fini dello svolgimento delle medesime attività.” (d.lgs. 216/03, art. 3, 5° comma).
Nel nostro ordinamento, ritenendosi che le aziende cosiddette “di tendenza” possano legittimamente richiedere ai propri dipendenti un’adesione personale all’indirizzo ideologico della organizzazione stessa, si ammette la legittimità del licenziamento comminato per motivi legati alla tendenza ideologica o religiosa dell’ente, rientrando questa negli elementi propri della causa del contratto. Anche in questo ambito, è però ammessa l’indagine da parte del giudice per verificare l’effettiva correlazione tra il motivo ideologico o religioso e il licenziamento.
Sembra però che il legislatore italiano, nell’attuare la Direttiva, abbia indebitamente assimilato agli enti religiosi le organizzazioni pubbliche o private, senza però fare menzione della necessità del fondamento ideologico e dell’etica dell’organizzazione.
Potrebbero, in altri termini, essere messe in atto discriminazioni per motivi religiosi o di convinzioni personali del lavoratore anche in quegli enti che, pur non avendo fra le proprie caratteristiche fondamentali una particolare “tendenza” ideologica o religiosa, considerano tuttavia particolarmente importanti le convinzioni religiose o ideologiche dei propri lavoratori.
Va segnalato che nel mese di giugno 2007 la Commissione Europea ha dato inizio alla procedura di infrazione nei confronti di 14 Paesi appartenenti all’Unione Europea, e fra questi l’Italia, inviando loro una richiesta formale in merito al non pieno adempimento della direttiva 43/2000/CE, precisamente per la mancata trasposizione dell'inversione dell'onere della prova (art.8), l'imprecisa definizione di molestia nell'art. 2, comma 3, del decreto di recepimento della direttiva 2000/43 e la mancata trasposizione delle previsioni in merito alla c.d. “vittimizzazione” (vale a dire rispetto alla tutela nei confronti di chi subisce un pregiudizio per aver difeso una vittima di discriminazione, ad es. un testimone).
In seguito a tale procedura, l'Italia tramite il D.L 8 aprile 2008, n. 59, convertito con modificazioni nella legge 6 giugno 2008, n. 101, ha deciso di adeguarsi a quanto indicatole dalla Commissione Europea con la modifica di alcune disposizioni normative del decreto 215 e 216.
Rispetto alla definizione di molestia, si è provveduto a correggere l'erronea definizione contenuta nel decreto 215, nel senso di sostituire la dicitura che voleva i requisiti “intimidatorio, ostile, degradante, offensivo e umiliante”, propri del clima creato dalla molestia, non più come cumulativi, ma bensì come fra loro alternativi.
Per quanto concerne la predisposizione di strumenti che mettessero realmente in pratica i principi relativi all'inversione dell'onere della prova, il terzo comma dell'art. 4 del d.lgs 215/03 è stato sostituito dalla nuova disposizione in base alla quale basta che il soggetto che lamenta di aver subito la condotta discriminatoria fornisca elementi di fatto che siano idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione di tale condotta l'onere probatorio si sposta sul convenuto che sarà tenuto a provare l'insussistenza della discriminatorietà della condotta attribuitagli.
Rispetto alla lamentata mancata implementazione dei riferimenti alla protezione contro la c.d. “vittimizzazione”, è stato inserito nel d.lgs. 215/03 l'art. 4 bis in base al quale la tutela antidiscriminatoria viene applicata anche nei casi di quegli atti pregiudizievoli, posti in essere come reazione ad una qualsiasi attività diretta ad ottenere la parità di trattamento (es. una testimonianza resa in giudizio, una segnalazione alle RSU per una discriminazione nei luoghi di lavoro, etc...), nei confronti non solo della persona direttamente lesa dalla discriminazione, ma anche di qualunque altra persona (si pensi, ad esempio, al caso dei colleghi del lavoratore discriminato che offrano la propria testimonianza nel giudizio contro il datore di lavoro per condotta discriminatoria).
L’azione civile contro la discriminazione.
L’art. 44 del Testo Unico introduce un procedimento, denominato azione civile contro la discriminazione, rivolto contro tutti quei comportamenti discriminatori posti in essere da qualunque soggetto, compresa la pubblica amministrazione:
“Quando il comportamento di un privato o della pubblica amministrazione produce una discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi,il giudice può, su istanza di parte, ordinare la cessazione del comportamento pregiudizievole e adottare ogni altro provvedimento idoneo, secondo le circostanze, a rimuovere gli effetti della discriminazione.”
Anche la disciplina introdotta dai decreti 215 e 216 del 2003 ha fatto salva l'applicazione del procedimento ex art. 44 T.U. che pertanto continua ad essere lo strumento giudiziario previsto anche in relazione ai casi di discriminazione coperti dalla normativa italiana di recepimento delle direttive europee.
L'art. 4, 1 comma, del d.lgs. 215/03 prevede infatti che la tutela giurisdizionale si svolga nelle forme previste dall'art. 44, commi da 1 a 6, 8 e 11 del Testo Unico.
La non menzione dei commi 7, 9, 10 e 12 spiega in ragione del fatto che altre disposizioni contenute nel decreto disciplinano gli aspetti da essi previsti, si pensi alla questione del risarcimento del danno rispetto a cui il comma 4 dell'art. 4 del d.lgs. 215/03 prevede il potere del giudice, nel rendere il provvedimento che accoglie il ricorso di provvedere, qualora ne si sia fatta apposita richiesta, al risarcimento del danno, anche non patrimoniale.
* Il procedimento ordinario:
l’azione civile contro la discriminazione sembra ricalcare la disciplina del procedimento cautelare ex art. 669 e ss. c.p.c., in cui la domanda viene proposta mediante ricorso (in tema di discriminazioni, la competenza è attribuita del giudice monocratico) ed in cui, ad una sommaria istruzione, segue un’ordinanza di accoglimento o rigetto della domanda (anche questa, come nei procedimenti cautelari, reclamabile innanzi al tribunale che decide in camera di consiglio):
“Il tribunale in composizione monocratica, sentite le parti, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione indispensabili in relazione ai presupposti e ai fini del provvedimento richiesto.
Il tribunale in composizione monocratica provvede con ordinanza all’accoglimento o al rigetto della domanda. Se accoglie la domanda emette i provvedimenti richiesti che sono immediatamente esecutivi”.
* I casi di urgenza:
qualora da un lato sussista il cosiddetto periculum in mora, quando cioè il tempo occorrente al normale svolgimento dell’istruzione probatoria rischierebbe di vedere compromesse le ragioni del ricorrente, basate su elementi che richiedono necessariamente una risposta celere (si pensi al ricorso contro l’esclusione per fini discriminatori da un concorso pubblico che riterrà da lì a pochi giorni), e dall’altro il giudice si convinca del fumus boni iuris, vale a dire della sufficiente fondatezza della pretesa fatta valere in giudizio (nel caso di specie, il giudice potrebbe ritenere ragionevole sulla base della prospettazione fattagli che, a prescindere da quello che sarà l’esito finale del giudizio, il ricorrente venga ammesso in tempo al concorso), il giudice emette un decreto immediatamente esecutivo, eventualmente inaudita altera parte:
“Nei casi di urgenza il tribunale in composizione monocratica provvede con decreto motivato, assunte, ove occorre, sommarie informazioni. In tal caso fissa, con lo stesso decreto, l’udienza di comparizione delle parti davanti a sé entro un termine non superiore a quindici giorni, assegnando all’istante un termine non superiore a otto giorni per la notificazione del ricorso e del decreto. A tale udienza, il tribunale in composizione monocratica, con ordinanza, conferma, modifica o revoca i provvedimenti emanati nel decreto.” (art. 44, comma 5, T.U.).
Contro l’ordinanza emessa dal giudice unico, è previsto il reclamo alla Corte d'Appello nei termini previsti dall'art. 739 c.p.c.:
“Contro i provvedimenti del tribunale in composizione monocratica è ammesso reclamo al tribunale nei termini di cui all’articolo 739, secondo comma, del codice di procedura civile. Si applicano, in quanto compatibili, gli articoli 737, 738 e 739 del codice di procedura civile.”
In riferimento al decreto della Corte di secondo grado reso su reclamo della parte rispetto all'ordinanza del giudice di primo grado, una recente pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione[5] ne ha affermato la natura di atto tipico di un procedimento cautelare, rispetto al quale è innammissibile il ricorso per Cassazione in quanto provvedimento privo del carattere della definitività e decisorietà richiesta dall'art. 111 come condizione indispensabile per il ricorso.
Rispetto a tale provvedimento contenente misure cautelari anticipatorie (il comma 6 dell'art. 669 octies c.p.c. le definisce come “provvedimenti cautelari idonei ad anticipare gli effetti della sentenza di merito”) si applica la disposizione processuale dell'art. 669 octies, comma 8, c.p.c. in base alla quale la parte che si voglia opporre a quanto stabilito dal giudice di secondo grado ha la facoltà, ma non l'obbligo, di introdurre il giudizio di merito, il quale se non viene instaurato rende il provvedimento cautelare definitivo e non più impugnabile.
A conferma della natura cautelare di questa fase, l'ottavo comma dell'art. 44, T.U., prevede che l’inosservanza dei provvedimenti disposti dal tribunale, in composizione monocratica o collegiale, costituendo il reato di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento giudiziario, sia punita ex art. 388 c.p. :“Chiunque elude l’esecuzione di provvedimenti del tribunale in composizione monocratica di cui ai commi 4 e 5 e dei provvedimenti del tribunale di cui al comma 6 è punito ai sensi dell’articolo 388, primo comma, del codice penale.”.
Tale disposizione adotta in realtà la formulazione del secondo comma dell'art. 388, c.p. relativo a chi elude un provvedimento del giudice civile che prescriva, fra le altre, misure cautelari, escludendone pertanto la natura di pronuncia di merito.
Il comma n. 7 dell'art. 44, T.U. stabilendo che “Con la decisione che definisce il giudizio il giudice può altresì condannare il convenuto al risarcimento del danno, anche non patrimoniale.”, afferma invece la natura di merito di questa fase del procedimento, essendo prevista una pronuncia sul risarcimento del danno.
La dottrina rileva che la portata “dissuasiva” della sanzione raccomandata dalla direttiva potrebbe trovare attuazione innanzitutto nell’effettività del risarcimento del danno morale, mediante la scelta dei giudici di sistemi di liquidazione non meramente simbolici, ma modulati sulla gravità della discriminazione subita, sulla durata del comportamento discriminatorio, sulla sua diversa esposizione pubblica e sociale, con conseguente variazione del grado del vulnus arrecato alla dignità della persona lesa.
Si rileva, peraltro, come il legislatore nei decreti di recepimento delle direttive europee abbia già introdotto un’ipotesi di sanzione di tipo punitivo, prevedendo che il giudice, nella liquidazione del danno, debba tenere conto della natura ritorsiva del comportamento discriminatorio rispetto ad una precedente azione del soggetto volta ad ottenere il rispetto del principio di parità di trattamento (art. 4, comma 5, d.lgs. 215/03).
Ulteriormente, l’undicesimo comma dell’art. 44 prevede per le imprese cui siano stati accordati benefici ai sensi delle leggi vigenti o che abbiano stipulato contratti di appalto attinenti all’esecuzione di opere pubbliche, di servizi o di forniture, una sanzione amministrativa, peraltro non ancora adottata nella giurisprudenza finora edita, consistente nella revoca del beneficio o, addirittura, nell’esclusione del responsabile da qualsiasi concessione ulteriore di agevolazioni finanziarie o creditizie, così come da qualsiasi appalto.
Le norme di recepimento della direttiva n. 2000/43 attribuiscono alle associazioni e agli enti inseriti in un apposito elenco approvato con decreto interministeriale la legittimazione ad agire in nome o per conto o a sostegno del soggetto passivo della discriminazione. La disposizione attribuisce alle associazioni un potere di rappresentanza diretta e un’autonoma facoltà di intervenire ad adiuvandum per sostenere le ragioni del soggetto discriminato.
“Sono legittimati ad agire ai sensi dell'articolo 4, in forza di delega, rilasciata, a pena di nullita', per atto pubblico o scrittura privata autenticata, in nome e per conto o a sostegno del soggetto passivo della discriminazione, le associazioni e gli enti inseriti in un apposito elenco approvato con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro per le pari opportunita' ed individuati sulla base delle finalita' programmatiche e della continuita' dell'azione.
Nell'elenco di cui al comma 1 possono essere inseriti le associazioni e gli enti iscritti nel registro di cui all'articolo 52, comma 1, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394, nonche' le associazioni e gli enti iscritti nel registro di cui all'articolo 6.3.
Le associazioni e gli enti inseriti nell'elenco di cui al comma 1 sono, altresi', legittimati ad agire ai sensi dell'articolo 4 nei casi di discriminazione collettiva qualora non siano individuabili in modo diretto e immediato le persone lese dalla discriminazione.”
L’elenco delle associazioni ed enti legittimati ad agire in giudizio, pubblicato con decreto interministeriale 16.12.2005, include tanto le associazioni ed enti già inclusi negli elenchi riguardanti la legislazione sull’immigrazione, quanto quelli inclusi nell’elenco previsto dal decreto di recepimento della direttiva medesima.[6]
La novità apportata dal decreto di recepimento riguarda la legittimazione ad agire delle associazioni per i casi di discriminazione collettiva qualora non siano individuabili in modo diretto ed immediato le persone lese dalla discriminazione. In precedenza, la normativa sull’immigrazione prevedeva tale possibilità di azione in giudizio solo in relazione alle discriminazioni collettive relative all’ambito lavorativo, mentre con il decreto di recepimento della direttiva la tutela collettiva viene estesa alle discriminazioni su base etnica e razziali commesse anche fuori dai luoghi di lavoro.
b) La normativa penale contro gli episodi di razzismo.
La prima normativa espressamente diretta a reprimere le manifestazioni di stampo razzista in Italia fu costituita dalla legge n. 645/1952, la cosiddetta “legge Scelba”, che, finalizzata a dare attuazione alla XII Disposizione transitoria della Costituzione che vietava la riorganizzazione sotto qualunque forma del disciolto partito fascista, includeva nel divieto generale anche la propaganda razzista.
Venivano così vietate le manifestazioni politiche che fossero consistenti nella pubblica propaganda avente il fine di affermare la superiorità razziale di un gruppo su altri.
In una legge successiva, la l. 962/1967, adottata in attuazione della Convenzione del 1948 contro il genocidio, fu prevista la punibilità delle espressioni pubbliche inneggianti all’apologia e alla istigazione al delitto di genocidio.
Nel 1975, venne emanata la legge n. 654 (c.d. legge Reale) che dava esecuzione alla Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale firmata a New York nel 1966.
Detta legge introdusse come nuova forma di illecito penale la diffusione di idee, fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, che incitassero a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. La sanzione prevista consisteva nella pena detentiva dagli uno ai quattro anni, salvo che il fatto non costituisse più grave reato.
Anche in questo caso, la punibilità della fattispecie era subordinata alla condizione della dimensione pubblica della diffusione, perché tali idee non venissero considerate ancora una volta alla stregua di manifestazioni libere di pensiero.
Ciononostante, la legge ebbe il merito di introdurre, per la prima volta nell’ordinamento italiano, un’ampia definizione di “discriminazione razziale”, definita come “ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l'ascendenza o l'origine nazionale o etnica, che abbia lo scopo o l'effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l'esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica”.
Il decreto legge n. 122, convertito nella legge n. 205/93, la cosiddetta legge Mancino, recante misure urgenti di discriminazione razziale, convertito nella legge n. 205/93, da ultimo modificato dalla legge 85/2006, ha ridefinito la figura di illecito prevista dalla legge n. 654/75, punendo:
“con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.”
“con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” (art. 3 commi 1 lett. a) e b), legge 654/1975).
E' importante sottolineare che il testo precedente la modifica operata dalla legge del 2006 prevedeva le pena “con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”,
L'emendamento operato dall'articolo 13 della legge 85/2006, oltre a prevede una sensibile diminuzione nell'ammontare della pena, ha introdotto l'alternatività delle sanzioni. Infatti mentre la legge Mancino prevedeva la reclusione fino a tre anni, ora con questa nuova formulazione è possibile scegliere tra reclusione e multa.
In secondo luogo, è stato tolto il riferimento al reato di diffusione di idee “razziste” con l'inserimento della condotta di propaganda delle medesime. E' il caso di osservare che una cosa è la condotta di diffusione, per la cui consumazione basta anche un solo momento (si pensi al caso di chi, rivolgendosi ad una pluralità di astanti, pronunci delle idee dal contenuto discriminatorio), un'altra è la propaganda che necessità di per sé una pluralità di azioni caratterizzate dalla univocità di intenti e da una loro intrinseca correlazione. In questo senso c'è il rischio che, con le modifiche alla norma apportate dalla legge del 2006, vi sia una lacuna nella tutela rispetto ai casi, ad esempio, in cui qualcuno pubblicamente, ma una tantum, pronunci frasi razziste innanzi ad una pluralità di persone.
Infine, la sostituzione del reato di incitamento con quello di istigazione alla commissione di atti di discriminazione potrebbe avere la conseguenza di condizionare la punibilità della condotta illecita ad una verifica sul suo momento consumativo non solo basata, come nel caso dell’incitamento, sulla mera idoneità del pensiero ad influenzare chi lo recepisce e a spingerlo alla commissione di atti di discriminazione, ma bensì legata ad un’indagine che dovrebbe necessariamente tener conto di elementi ulteriori e strettamente inerenti alla sfera delle intenzioni soggettive dell’autore della condotta.
Si è perciò ipotizzato che la norma possa essere tacciata di incostituzionalità per il suo disattendere la funzione originaria che le era stata attribuita di legge di esecuzione della Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 1966.
Vale la pena inoltre di sollevare qualche perplessità sulla formulazione stessa della norma ex art. 3, comma 1, lett. a), legge 654/75, nella parte in cui si prevede la punibilità a titolo di condotta di chi “istiga a commette o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”, non essendo del tutto chiaro se i comportamenti definiti come “atti di discriminazione” siano i medesimi vietati ex art. 43 T.U. e art. 2, d.lgs. 215/03 ovvero se nella dizione possano ricomprendersi anche le condotte che ai sensi della normativa civile potrebbero considerarsi legittime.
Per fare un esempio, se la prassi di rifiutarsi sistematicamente di rivolgere un saluto ad uno straniero per motivi discriminatori non è di per sé vietata dalla normativa civile, rientrando tutt'al più nelle scelte discrezionali di ognuno, come potrebbe definirsi la condotta di chi istigasse altri a fare la stessa cosa?
La legge 205/93 vieta altresì la costituzione di gruppi o associazioni aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o all’odio razziale: la direzione di tali associazioni viene punita con la reclusione dagli uno ai sei anni, e la semplice partecipazione con la reclusione dai sei mesi ai quattro anni.
Inoltre, chi in pubbliche riunioni compia manifestazioni esteriori o ostenti emblemi o simboli propri o usuali di codeste organizzazioni viene punito con la reclusione fino ai tre anni.
Un ulteriore elemento di rilevanza penale è la previsione di circostanza aggravante (comportante un aumento della pena fino alla metà) applicabile per quei reati, punibili con una pena diversa da quella dell’ergastolo, quando siano commessi per finalità di discriminazione o per motivi di odio etnico, nazionale, razziale o religioso (art. 3, legge 122/1993).
L'art. 6, comma 1, della legge 122/93 prevede altresì che i reati aggravati dalla circostanza della finalità di discriminazione o di odio etnico siano procedibili d'ufficio.
Si può indicare la ragione della procedibilità d'ufficio nell'interesse eminentemente pubblico che ha tutela antidiscriminatoria, e nella conseguente scelta dello Stato di sollevare dall'azione delle singole vittime la scelta di perseguire le condotte che ne violano i principi.
In senso analogo, pare logico sostenere che, a maggior ragione, anche per i reati di cui alla legge 654/75, che di fatto sono quelli in cui per definizione si basa la tutela antidiscriminatoria in senso penale, si debba procedere d'ufficio.
Anche a questo proposito, così come si è detto in tema di normativa civile, la circostanza che i reati in parola possano essere oggetto di autonoma perseguibilità da parte dell'autorità giudiziaria (si pensi nuovamente ai noti e recenti casi di affermazioni pubbliche dal tenore inequivocabilmente razzista nei confronti dei Rom fatte da parte di alcuni esponenti politici) fa sì che tutta una serie di condotte vietate, che violano il diritto umano fondamentale alla tutela della propria diversità, siano di fatto perseguite (laddove, rifacendosi ai casi appena citati, appare difficile ipotizzare che il singolo appartenente al popolo Rom decida autonomamente di sporgere querela).
[1] Trib. Padova 19.05.2005: con il caso del Bar che applicava prezzi maggiorati nei confronti dei cittadini che visibilmente apparivano come non italiani.
[2] Cons. Stato, ord. 31.7.2001, n. 4545, in Dir. Immigrazione e Cittadinanza, 2001, 4.
[3] Corte App. Firenze, ord. 2.7.2002, in Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, 2003, n. 2.
[4] Corte App. Firenze, ord. 2.7.2002, in Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, 2003, n. 2.
[5] Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, sentenza 18.12.2007, n. 6172, dd. 7.3.2008.
[6] Decreto 16 dicembre 2005 del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro delle pari opportunità recante “Istituzione dell’elenco delle associazioni e degli enti legittimati ad agire in giudizio in nome, per conto o a sostegno passivo di discriminazione basata su motivi razziali o etnici di cui all’art. 5 del d.lgs. 9 luglio 2003, n. 215”.

References: art. 14
 art. 21
 art. 44
 art. 3
 art. 4
 art. 3
 art. 44
 art. 669
 sentenza 
 art. 388
 art. 3
 art. 43
 art. 2
 sentenza