Source: http://www.brocardi.it/codice-di-procedura-civile/libro-quarto/titolo-i/capo-iii/sezione-v/art700.html
Timestamp: 2016-07-26 15:59:53+00:00

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Art. 700 codice di procedura civile - Condizioni per la concessione - Brocardi.it
Sezione V - Dei provvedimenti d'urgenza >
Articolo 700Codice di Procedura Civile
(1) Il procedimento d'urgenza consiste in un procedimento di applicazione residuale in ragione del fatto che può essere utilizzato solamente nel caso in cui manchino i presupposti per l'applicazione delle misure cautelari tipiche del sequestro della denuncia di nuova opera o di danno temuto o del procedimento di istruzione preventiva. Pertanto, caratteristica peculiare è la sussidiarietà.
Inoltre, il procedimento d'urgenza non può trovare applicazione in tutti i casi in cui la finalità cautelare possa essere raggiunta attraverso i rimedi provvisori previsti da specifiche disposizioni di legge (si cfr. l'ipotesi di cui all'art. 2409 del c.c.), o anche quando il diritto soggettivo sia tutelabile azionando provvedimenti sommari non cautelari come il decreto ingiuntivo e i provvedimenti possessori. La stessa considerazione vale quando il diritto soggettivo sia tutelabile in via ordinaria tramite un processo la cui rapidità di svolgimento è affine a quella del procedimento cautelare.
(2) La norma parla espressamente del diritto del ricorrente da far valere in sede di giudizio di merito. Con tale espressione la norma si riferisce al diritto soggettivo e pertanto non possono essere tutelati con il provvedimento d'urgenza gli interessi legittimi o gli interessi di mero fatto, la cui tutela è devoluta al giudice amministrativo.
Inoltre, in tale ambito, si precisa che con il provvedimento d'urgenza possono essere tutelati sia i diritti assoluti sia i diritti di obbligazione, quindi anche i diritti di credito secondo l'opinione dottrinale e giurisprudenziale prevalente.
(3) Presupposti per l'applicazione del procedimento d'urgenza sono il fumus boni iuris ed il periculum in mora. Il primo requisito viene inteso come probabile esistenza del diritto cautelare, mentre il secondo attiene al pericolo attuale che il diritto del ricorrente possa subire un pregiudizio che, tenuto conto delle circostanze di fatto, si presenta come imminente ed irreparabile. Infatti, l'irreparabilità deve essere intesa quale ragionevole e probabile pericolo che il diritto del ricorrente subisca un pregiudizio non altrimenti risarcibile.
(4) Il provvedimento d'urgenza di cui alla norma consiste in una misura dal contenuto atipico ed elastico, nel senso che è in grado di adattarsi alle fattispecie più disparate. Si pensi al caso dell'inibizione dell'attivazione dell'esecuzione forzata stante l'impraticabilità dell'opposizione all'esecuzione per mancanza del pignoramento; oppure la concessione del provvedimento d'urgenza che consenta il transito nel fondo vicino al fine di porre in essere manutenzioni conservative dell'edificio condominiale.
(5) Con la riforma apportata dalla legge 80/2005, le disposizioni relative alla prosecuzione nel merito del procedimento cautelare definito con ordinanza non trovano applicazione nei confronti anche dei provvedimenti d'urgenza di cui al presente articolo. La riforma ha altresì attenuato il c.d. vincolo di strumentalità necessaria tra la fase cautelare e quella di merito, poichè il passaggio al giudizio ordinario di cognizione è rimessa alla volontà delle parti. Per tale motivo, nell'ordinanza che accoglie la richiesta di concessione del provvedimento d'urgenza non viene indicato il termine entro cui proseguire il giudizio di merito ed il giudice investito della domanda cautelare dovrà pronunciarsi anche sulle spese.
L'articolo in commento rappresenta una norma di chiusura del procedimento cautelare e la sua ratio si riscontra nell'esigenza di evitare che la futura ed eventuale pronuncia del giudice di merito diventi inutile, assicurando una tutela immediata al diritto del ricorrente, che potrebbe essere irrimediabilmente e irreparabilmente pregiudicato dall'attesa dell'instaurazione del giudizio di merito.
Quesiti degli utentirelativi all'articolo 700 del c.p.c.
Argomento: Articolo 700 Codice proc. civile - Condizioni per la concessione | Quesito n. 13818 18/07/2015
Luciana C. chiede
“Nell’anno 2000 ho acquistato un immobile su più livelli. Dopo qualche anno si sono manifestate fessurazioni alle pareti alle mattonelle dei pavimenti, in tutto l’immobile. Nel 2007 iniziai una causa civile. In occasione dei vari accessi effettuati dal C.T.U. e a seguito di carotaggi sul terreno di fondazione, dallo stesso richiesti al giudice comparente del caso, si è accertato che la platea dell’edificio poggia su terreno argilloso (argille gialle) mentre alla profondità di circa sette metri si riscontrano argille azzurre molto dure. Non essendo stata eseguita alcuna palificazione, è stato quindi accertato che l’immobile è stato realizzato su un terreno non idoneo allo scopo. Inoltre, poiché il terreno in origine era in declivio rispetto al piano stradale, il costruttore, prima dell’inizio dei lavori, ha fatto eseguire il livellamento del terreno mediante materiale di riporto fino alla quota di imposta della fondazione. A seguito dei suddetti carotaggi sé accertato che il materiale di riporto utilizzato non era assolutamente idoneo allo scopo e che lo stesso è stato in parte dilavato dalle piogge. E’ stato pertanto accertato che la causa dei danni lamentati è da attribuirsi al fatto che parte della platea è rimasta priva del necessario appoggio.
A tutt’oggi la causa è ancora in corso.
Tempo fa, a seguito di una verifica catastale sui beni del costruttore, ho potuto riscontrare che lo stesso ha venduto due terreni, alienando così parte del proprio patrimonio. Il mio legale, informato del fatto, ha presentato istanza al tribunale per l’emissione di un provvedimento d’urgenza al fine di ottenere il sequestro conservativo, atto a cautelarmi sino alla definizione della causa. Sono già passati diversi mesi, ma, tramite il mio legale, ho appreso che il Giudice non ha ancora dato alcun riscontro all’istanza presentata.
Desidero sapere se, per i provvedimenti d’urgenza, la legge fissa un termine entro cui il Giudice deve accogliere o rigettare l’istanza.
Grata per un pronto riscontro porgo cordiali saluti.”
Il procedimento cautelare avente ad oggetto la richiesta di un sequestro conservativo, in questo caso chiesto in corso di causa, è regolato dagli artt. 669 bis ss. c.p.c.
Il procedimento è descritto all'art. 669 sexies del c.p.c., il quale si limita a dire che "Il giudice, sentite le parti, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione indispensabili in relazione ai presupposti e ai fini del provvedimento richiesto, e provvede con ordinanza all'accoglimento o al rigetto della domanda".
Non è previsto alcun termine per l'emissione dell'ordinanza.
Ci si può comunque rifare a quanto previsto nel processo ordinario di cognizione, in merito al quale il codice di rito contempla un termine di 60 giorni dalla scadenza del termine di deposito delle memorie conclusionali per il deposito della sentenza in cancelleria.
Come noto a chi frequenta le aule di giustizia italiane, tale termine - in alcuni tribunali più che in altri - viene sistematicamente superato. Si tratta, infatti, di termine ordinatorio, la cui inosservanza non produce decadenze o invalidità della procedura.
In media, comunque, le decisioni vengono emanate in circa due o tre mesi.
Nella prassi, oltre all'eventuale negligenza del singolo magistrato, molte sono le circostanze che possono "bloccare" l'iter: si pensi al frequentissimo caso in cui il ruolo di un giudice viene congelato a causa del suo trasferimento.
Insomma: purtroppo, non è possibile affermare con certezza che il giudice è "in ritardo" se non emette il provvedimento entro un certo termine (né nel processo cautelare, né in quello ordinario di cognizione). Né lo si può "obbligare" a decidere: casomai, si può depositare una istanza che solleciti la decisione, motivando la richiesta con ragioni di urgenza, che certamente sussistono nel caso di un procedimento di sequestro conservativo.
I continui ritardi nel deposito dei provvedimenti da parte del magistrato potranno rilevare, al più, in ambito disciplinare: secondo le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, i ritardi superiori ai 12 mesi sono ingiustificabili, poiché vanno al di là della normale ragionevolezza, a meno che sussistano circostanze eccezionali e imprevedibili, da verificare caso per caso (Cass., SS.UU., 13.9.2011 n. 18697). In questi casi, il magistrato dovrà quindi essere sanzionato disciplinarmente.
Argomento: Articolo 700 Codice proc. civile - Condizioni per la concessione | Quesito n. 13275 26/05/2015
“Buongiorno. Il mio quesito è il seguente: ho proposto tramite il mio legale ricorso ex art. 700 cpc, che non è stato accolto dal giudice del lavoro. Propongo quindi reclamo ex art. 669 terdecies avverso l'ordinanza negativa del giudice del lavoro. Il reclamo viene accolto totalmente e il collegio ordina la mia reintegrazione nel posto di lavoro con condanna alle spese nei confronti dell'ente datore di lavoro contro il quale avevo presentato reclamo.Mi chiedo: devo obbligatoriamente iniziare il giudizio di merito entro 60 giorni ?”
La legge del 14.5.2005 n. 80, di conversione del D.L. 14.3.2005 n. 35, che ha parzialmente riformato il processo civile, ha modificato l'art. 669 octies c.p.c., sostituendo al rapporto di necessaria strumentalità tra il giudizio cautelare antecedente alla causa e quello di merito successivo, un rapporto di c.d. strumentalità "attenuata": quindi, i provvedimenti d'urgenza emessi ai sensi dell'art. 700 c.p.c., idonei ad anticipare gli effetti del giudizio di merito, continuano ad essere efficaci anche se emanati ante causam e a prescindere dall'instaurazione, entro un certo termine, del giudizio di merito.
In tal senso si deve leggere il sesto comma del citato art. 669 octies: "Le disposizioni di cui al presente articolo e al primo comma dell'articolo 669-novies non si applicano ai provvedimenti di urgenza emessi ai sensi dell'articolo 700 e agli altri provvedimenti cautelari idonei ad anticipare gli effetti della sentenza di merito, previsti dal codice civile o da leggi speciali, nonché ai provvedimenti emessi a seguito di denunzia di nuova opera o di danno temuto ai sensi dell'articolo 688, ma ciascuna parte può iniziare il giudizio di merito".
Il nuovo settimo comma del medesimo articolo, come modificato dalla novella del 2009, prescrive di conseguenza che il giudice debba pronunciarsi sulle spese del procedimento cautelare quando autorizza una misura cautelare di tipo anticipatorio.
Pertanto, nel caso di specie, il lavoratore non è obbligato a iniziare il giudizio di merito (sempre che il procedimento cautelare, come si immagina, sia iniziato dopo l'entrata in vigore della riforma del 2005, cioè dopo il 1.3.2006).
Tuttavia, il datore di lavoro può intraprendere la causa ordinaria per ottenere una sentenza di merito che superi la decisione emessa nel giudizio cautelare.
Argomento: Articolo 700 Codice proc. civile - Condizioni per la concessione | Quesito n. 13168 15/05/2015
“Oggetto art. 700 cpc
Buon giorno. Faccio seguito al mio quesito del 27/05/2015 n. 12933 inerente l’art. 297 CPC.
Viste le lungaggini del processo (1°-2°- 3° grado ), i pericoli insiti nel non detenere l’immobile ( ess occupazioni di altri prima della fine del processo, vendita fasulla, ecc )
1) - è applicabile nella fattispecie, l’art. 700 cpc e quali motivazioni possono essere adottate per l’applicazione di tale articolo, nel confronto di tutti gli occupanti (quella con cui vi è la causa sospesa TIZIA e i suoi parenti - figlia nipote non chiamati in causa)?
2) - Tale procedimento è sufficiente per l’azzeramento dei termini di usucapione ?
3) - Il provvedimento può sfocia con l’espulsione dei occupanti l’immobile ?
4) - Di seguito a questo, in caso favorevole, visto la distanza e l’impossibilità di gestire l’immobile indi i pericoli connessi, è possibile vendere l’immobile ?
5) - Quali conseguenze potremmo subire noi e il compratore, in caso di vendita dell’immobile e di vittoria delle controparti ?
7) -Le parti occupanti in seguito a questo che tempi hanno per ricorrere aprendo il processo ordinario ?
8) - Quale altro provvedimento potrebbe adottare il giudice per garantire tutte le parti ?
9) - E’ possibile in modo preventivo, in caso le parti vogliano proseguire il processo, chiedere il bloccò di 1/5 della pensione o dello stipendio, considerando i danni derivanti dalla occupazione dell’immobile su cui si discuterebbe nel processo ordinario ?
10) - Qualche consiglio su come procedere e/o applicare diverse disposizioni del CPC - CC ?
11) - Essendo personalmente sempre disponibile a una transazione, che non sia un capestro, dopo aver intrapreso una o l’altra strada ( processo orinario e/ o art. 700 cpc ) potrebbe essere riconosciuta alla controparte l’avvenuta usucapione in cambio di una determinata cifra ritirandosi dal processo ?
12) - Sarebbe sufficiente questo alla controparte per garantire il diritto di proprietà ?
Poiché il quesito è molto complesso ed articolato, si procede alla risposta relativa alle sole problematiche principali.
1-2-3-7)
Ci viene chiesto se sia possibile ottenere lo sgombero degli occupanti con azione cautelare urgente ai sensi dell'art. 700 c.p.c.
In linea generale, una azione di tale tipo è concessa, con la finalità di ottenere la liberazione di un immobile: tuttavia, trattandosi di azione residuale per legge, essa può applicarsi laddove il proprietario dell'immobile agisca per evitare il pregiudizio che deriverebbe dal tempo occorrente per far valere le sue ragioni in via ordinaria, ma solo se si verta in tema del diritto di proprietà sul bene, e non si rientri nell'ambito delle azioni possessorie. Bisogna capire a che titolo chi risiede nell'immobile ritiene di avere diritto a rimanervi e se il proprietario vuole ottenere una pronuncia che lo dichiari tale o vuole solo che siano cessate le turbative al suo possesso (in questo caso deve agire con azione possessoria, v. art. 703 c.p.c.). Ci sembra che sia Tizia - in modo chiaro - sia i suoi parenti, vantino una usucapione del bene.
La risposta va comunque distinta tra Tizia e i suoi parenti.
Per quanto riguarda Tizia, poiché il procedimento che la vede protagonista è ancora pendente, un eventuale giudizio ex art. 700 c.p.c., che si pone in rapporto di strumentalità con il giudizio di merito, dovrebbe essere proposto - sempre che Tizia proceda alla riassunzione - dinnanzi al tribunale dove è stata da lei incardinata la causa di usucapione.
Invece, poiché contro i suoi parenti non esiste già una causa pendente, l'azione ex art. 700 andrà proposta al giudice che sarebbe competente per la causa di merito (art. 669 ter del c.p.c.).
La domanda ex art. 700 c.p.c., in quanto domanda cautelare, è idonea a interrompere l'altrui possesso ad usucapiendum ("Le azioni possessorie e quelle cautelari hanno efficacia interruttiva della durata dell'altrui possesso ad usucapiendum, anche nel caso di rigetto delle domande, quando siano proposte nella qualità di titolare di un diritto contrapposto ed incompatibile con la situazione possessoria dell'usucapiente", Cass. civ., 15.5.1992, n. 5801).
Chi risulta soccombente in un giudizio cautelare d'urgenza (i parenti di Tizia) potrà proporre in qualsiasi momento successivo la domanda di merito (si suppone, in questo caso, per ottenere l'usucapione dell'immobile). L'art. 669 octies del c.p.c. è stato infatti riformato, e non prevede più l'obbligo di iniziare la causa di merito entro il termine fissato dal giudice nell'ordinanza di accoglimento o comunque entro 60 giorni, pena la perdita di efficacia del provvedimento cautelare.
La vendita di un immobile su cui pende un giudizio di usucapione è sempre rischiosa.
Il venditore garantisce per legge all'acquirente la proprietà del bene compravenduto (garanzia in caso di evizione): se quest'ultimo subisce la perdita, totale o parziale, del bene, in forza del diritto preesistente di un terzo, egli ha diritto di chiedere al venditore il risarcimento del danno, a norma dell'art. 1479 (art. 1483 del c.c.).
Quindi, si profila concretamente il rischio che anche l'acquirente si veda convenire in giudizio dagli usucapenti e che possa quindi attivare la garanzia nei confronti del venditore.
Certamente, prima di pensare alla vendita, sarebbe quindi preferibile che venisse chiarita la reale titolarità dell'immobile. Tuttavia, si possono trovare soluzioni intermedie con l'acquirente, come la stipula di un contratto preliminare con immissione immediata nel possesso, in attesa del contratto definitivo, la cui firma può essere legata all'esito del giudizio di usucapione.
La soluzione prospettata non appare fattibile. Si dovrebbe piuttosto chiedere un sequestro giudiziario dell'immobile oggetto di causa ai sensi dell'art. 670 del c.p.c. ("Il giudice può autorizzare il sequestro giudiziario di beni mobili o immobili, aziende o altre universalità di beni, quando ne è controversa la proprietà o il possesso, ed è opportuno provvedere alla loro custodia o alla loro gestione temporanea"), se il proprietario ritiene che esista il pericolo che il bene subisca deterioramenti o alterazioni nel corso dello svolgimento del processo.
Quando le parti trovano un accordo, tutto è possibile. La rinuncia a far valere il diritto di proprietà riconoscendo l'usucapione altrui è una facoltà del proprietario.
Si consideri inoltre che ora l'usucapione può sancirsi anche in un verbale di conciliazione davanti al mediatore civile, senza dover entrare nelle aule di tribunale: il verbale positivo che verrà siglato, grazie alla modifica introdotta dal legislatore nell'art. 2643 c.c., consentirà al nuovo titolare in via originaria di chiedere validamente la trascrizione dell'accordo, divenendo a tutti gli effetti proprietario del bene.
Una alternativa è quella di accordarsi con i presunti usucapenti per una regolare vendita dell'immobile, il cui prezzo sia stabilito tenendo conto delle cause esistenti. Si dovrà in questo caso siglare una transazione che chiuda definitivamente ogni controversia, con rinuncia reciproca alla prosecuzione delle domande giudiziali.
Argomento: Articolo 700 Codice proc. civile - Condizioni per la concessione | Quesito n. 11579 26/10/2014
“Vorrei conoscere la relazione fra l'art.669/700 cpc (procedimento cautelare) e l'art. 283 cpc (sospensione degli effetti della sentenza). Al proposito pongo il seguente quesito. Durante il processo di appello, la parte soccombente in primo grado ottiene la sospensiva della sentenza dopo circa un anno dal deposito della stessa. La parte vittoriosa, prima del provvedimento di sospensione, esegue la sentenza per una parte di essa. Se, successivamente, la parte soccombente propone ricorso ex art.670 cpc ovvero art.700 cpc, l'eventuale accoglimento del ricorso cautelare investe la parte di patrimonio già in possesso della parte vittoriosa in primo grado ovvero il ricorso cautelare per la parte di sentenza già eseguita è da considerarsi tardivo e sarà oggetto solo della decisione in grado di appello? grazie”
Consulenza legale i 01/11/2014
Per rispondere al quesito proposto si devono innanzitutto analizzare brevemente i due istituti richiamati.
Il sequestro giudiziario (art. 670 del c.p.c.) è lo strumento con cui si intende assicurare in via preventiva e cautelare, l'eseguibilità del futuro provvedimento di merito, togliendo dalla disponibilità del debitore una serie di beni, elencati dal codice di rito.
L'art. 700 del c.p.c. prevede sempre un procedimento cautelare, volto ad ottenere dei provvedimenti di urgenza con carattere anticipatorio rispetto all'esito della causa di merito, che può essere esperito in via sussidiaria, cioè in mancanza di un rimedio cautelare tipico.
I due istituti sono accomunati dal fatto che si ritiene generalmente non possano avere ad oggetto somme di denaro (obbligazioni pecuniarie).
Per quanto concerne il sequestro giudiziario, si può citare una sentenza molto chiara del Tribunale di Rossano, 15 febbraio 2013: "Lo strumento del sequestro giudiziario, ai sensi dell'art. 670, n. 1, c.p.c., [...] può essere autorizzato solo nella misura in cui ha ad oggetto beni infungibili e non crediti o somme di denaro e, dunque, non può avere ad oggetto una ragione di credito su somme di danaro, non essendo configurabile, in linea generale, rispetto ai diritti di credito una controversia sulla proprietà o sul possesso, e non essendovi ragione di prevedere una loro custodia o gestione temporanea, o di garantire una successiva esecuzione specifica per consegna".
Quanto al ricorso ex art. 700, se ne esclude generalmente la applicabilità ai diritti di credito in quanto, in relazione a tali diritti, la durata del processo non potrebbe mai, per definizione, comprometterne il godimento (al più, sono tutelabili con questa azione i diritti di credito legati a diritti soggettivi non patrimoniali, come i crediti da lavoro dipendente).
Ciò premesso, appare chiaro che i due strumenti sopra indicati non potranno essere utilizzati per chiedere la tutela cautelare in ordine al denaro contante facente parte della massa ereditaria.
Si può, casomai, ipotizzare un sequestro conservativo ex art. 671 del c.p.c..
Questo strumento approntato dall'ordinamento ha lo scopo di tutelare in via cautelare proprio i diritti di credito, sottraendo alla libera disponibilità del debitore beni mobili e immobili: è la tipica forma in cui si attua la garanzia patrimoniale del debitore su tutto il suo patrimonio. Nel concreto, con il sequestro conservativo si rendono inefficaci nei confronti del creditore sequestrante gli atti di disposizione del bene compiuti dal debitore, il quale non può far fuoriuscire cose dal suo patrimonio.
Ci si deve chiedere, ora, se sia ammissibile un ricorso per sequestro conservativo a questo punto del processo (appello pendente, accolta richiesta di sospensione della provvisoria esecutorietà della sentenza di primo grado). Prima di tutto va chiarito che il sequestro può essere chiesto anche in grado di appello (lo si evince dal secondo comma dell'art. 669 terdecies del c.p.c.): ma è questo lo strumento giusto?
Nel nostro caso, si è verificata una situazione particolare, in quanto la parte soccombente in primo grado ha ottenuto la sospensione dell'esecutività della sentenza, ma poiché questa decisione è arrivata molto tardi (un anno dopo) si è già esaurita una procedura esecutiva esperita dalla parte vittoriosa.
Per la sua natura, la decisione relativa alla sospensione dovrebbe avvenire in tempi brevi, proprio per evitare che vengano portate a compimento esecuzioni basate su titoli provvisoriamente esecutivi. Nella stragrande maggioranza dei casi, avviene che la sospensione della esecutività del titolo esecutivo giudiziale provvisorio porti alla sospensione, ai sensi dell'art. 623 del c.p.c., del processo esecutivo iniziato sulla base di detto titolo ed ancora in corso (v. ex multis Cass. civ., sez. III, 4 giugno 2013 n. 14048). Qui, invece, non v'è nulla da sospendere.
Ci si deve quindi rifare ai principi generali del processo civile, secondo i quali l'ordinanza di inibitoria della esecutorietà ha natura solamente provvisoria, poiché non pone in discussione il fondamento di legittimità della sentenza. Da ciò si deduce che l'ordinanza di sospensione che intervenga a esecuzione ultimata non abbia efficacia rispetto a tale processo esecutivo: nel nostro caso, chi ha ottenuto il denaro mediante espropriazione, non dovrà restituirlo solo perché è intervenuta l'ordinanza di sospensione, ma si dovrà attendere l'esito del giudizio di appello per sapere se tale somma era davvero dovuta alla parte vittoriosa in primo grado.
L'ordinanza di sospensione rimarrebbe efficace solo per la parte di sentenza non già eseguita.
Ciò specificato, si ritiene che non vi sia per la parte soccombente la possibilità di presentare alcuna ulteriore istanza cautelare durante l'appello (la richiesta di sospensiva era già un'istanza cautelare).
Si richiama in tal senso una decisione della Corte di cassazione in cui il giudice di legittimità stabilisce: "Con riguardo a sentenza di primo grado, provvisoriamente esecutiva, di pagamento di una somma di denaro, la parte condannata non può essere autorizzata al sequestro conservavivo di quella somma [...] deducendo l'inesistenza del suo debito e quindi il credito alla restituzione di quanto deve pagare, atteso che l'accertamento a cognizione piena, ancorché non definitivo, contenuto nella sentenza esclude la sussistenza del fumus boni iuris necessario per la concessione della misura cautelare, restando esperibile per la parte soccombente ... soltanto la richiesta al giudice di appello di sospensione o revoca della clausola di provvisoria esecuzione ex art. 351 c.p.c." (Cass. civ., sez. III, 25 giugno 1988, n. 4293)
Quindi, applicando i principi sopra enuciati, è possibile sostenere che la parte vittoriosa possa trattenere il denaro riscosso fino a che non vi sia una decisione definitiva di appello che riformi a suo sfavore la sentenza di primo grado.
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