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Corte di Cassazione, S.U.P., sentenza 27 maggio 2016, n. 22474 - Renato D'Isa
Home Corte di Cassazione Cassazione penale 2016 Corte di Cassazione, S.U.P., sentenza 27 maggio 2016, n. 22474
Corte di Cassazione, S.U.P., sentenza 27 maggio 2016, n. 22474
Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o dicriteri tecnici generalmente accettati, l’agente da tali criteri si discosti consapevolmente esenza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni
1. La Corte di appello dell’Aquila, con sentenza in data 24 marzo 2014, ha parzialmente riformato la pronunzia di primo grado nei confronti di (OMISSIS) ed (OMISSIS), imputati entrambi di bancarotta fraudolenta distrattiva e documentale e, il solo (OMISSIS), di bancarotta da reato societario, per i quali le pene sono state rideterminate in melius.
2. (OMISSIS) e (OMISSIS) ricorrono per cassazione avverso la sentenza d’appello.
3. Gli avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS), nell’interesse dello (OMISSIS), articolano quattro motivi.
4. Nell’interesse del (OMISSIS) sono stati proposti due ricorsi.
5. I ricorsi sono stati assegnati ratione materiae alla Quinta Sezione penale, la quale, all’udienza del 2 marzo 2016, ha rilevato che, tra i reati per i quali e’ intervenuta condanna del (OMISSIS) e in relazione ai quali e’ stato proposto ricorso, vi e’ anche quello previsto e punito dal combinato disposto della L. Fall., articolo 223, comma 2, e articolo 2621 c.c., (capo B della imputazione), sulla cui eventuale, sopravvenuta, parziale abrogazione e’ di recente sorto un contrasto interpretativo nella giurisprudenza di legittimita’.
6. Il Primo Presidente, con decreto del 4 marzo 2016, ha assegnato i ricorsi alle Sezioni Unite, destinando per la trattazione la odierna udienza.
9. E’ stata irritualmente presentata dai difensori di (OMISSIS) ulteriore memoria difensiva, datata 31 marzo 2016 e quindi intempestiva.
1. Appare necessario, ancor prima di esaminare le censure specificamente proposte con i ricorsi del (OMISSIS) e dello (OMISSIS), affrontare il quesito per il quale i ricorsi stessi sono stati rimessi alle Sezioni Unite penali della Corte di cassazione.
2. Allo scopo, e’ indispensabile, innanzitutto, richiamare i termini in cui il contrasto si e’ manifestato.
3. La Quinta Sezione, con la sentenza n. 33774 del 16/06/2015, Crespi, Rv. 264868, ha affermato, in tema di bancarotta fraudolenta impropria da reato societario (L. Fall., articolo 223, comma 2, n. 1), che la nuova formulazione degli articoli 2621 e 2622 c.c., introdotta dalla L. 27 maggio 2015, n. 69, ha determinato – eliminando l’inciso “ancorche’ oggetto di valutazioni” ed inserendo il riferimento, quale oggetto anche della condotta omissiva, ai “fatti materiali non rispondenti al vero” – una vera e propria successione di leggi, con effetto abrogativo, limitato, ovviamente, alle condotte di falsa valutazione di una realta’ effettivamente sussistente.
4. Entrambe le sentenze sopra indicate valorizzano innanzitutto il dato testuale della nuova disposizione normativa, confrontato con il precedente testo di legge e con quello dell’articolo 2638 c.c.. Esse assumono che “la scomparsa” dell’inciso “ancorche’ oggetto di valutazioni” (che, nel previgente testo, ineriva alla espressione “fatti materiali non rispondenti al vero”) appare altamente significativa, atteso che, oltretutto, il legislatore ha mantenuto fermo l’inciso nel successivo articolo 2638, cosi’ manifestando uno specifico intento, mirato ad escludere la rilevanza penale delle stesse nella sola ipotesi delle false comunicazioni sociali e non anche nel reato di ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorita’ pubbliche di vigilanza. Si osserva poi che la nuova versione non si limita alla semplice elisione del predetto inciso, ma richiede che i fatti materiali siano anche rilevanti (“fatti materiali rilevanti, non rispondenti al vero”). Non si tratterebbe, dunque, della semplice applicazione del criterio dell’ubi voluit dixit, atteso che proprio l’aggiunta dell’aggettivazione “rilevanti” vincola ulteriormente l’interprete ad una lettura piu’ restrittiva della portata della norma incriminatrice.
In particolare, poi, nella sentenza n. 6916 del 2016 si osserva che l’aggettivo “materiali”, riferito ai “fatti non rispondenti al vero”, oggetto delle false comunicazioni sociali, non va inteso semplicemente come antitetico al termine “immateriali”, in quanto, in realta’, esso sottintende un’accezione riconducibile alla stretta oggettivita’ dei fatti, vale a dire ad un dato che, in quanto tale, e’ estraneo ai risultati valutativi. Si argomenta: il legislatore ha indicato i fatti penalmente rilevanti utilizzando l’espressione “fatti materiali rilevanti”. Dunque: “materialita'” e “rilevanza” dei fatti, a meno di non voler ritenere la precisazione normativa del tutto superflua, devono necessariamente stare a significare concetti distinti e non impropri sinonimi.
5. Tra le due sentenze sopra citate (n. 33774 del 2015, Crespi e n. 6916 del 2016, Banca Alto Adige) si colloca la pronunzia di segno contrario, sempre della Quinta Sezione, n. 890 del 12/11/2015, dep. 2016, Giovagnoli, Rv. 265491, secondo la quale, viceversa, vi e’ piena sovrapponibilita’, quanto alle condotte punibili, tra il testo della disposizione di cui all’articolo 2621 c.c., nella sua formulazione antecedente alla novella del 2015, e quello successivo. Si sostiene che il falso “valutativo” e’ tuttora penalmente rilevante, nonostante la L. n. 69 del 2015, abbia eliminato dal testo della disposizione l’inciso “ancorche’ oggetto di valutazioni”. Invero l’esclusivo riferimento ai “fatti materiali”, oggetto di falsa rappresentazione, non ha avuto l’effetto di escludere dal perimetro della repressione penale gli enunciati valutativi, i quali, viceversa, ben possono esser definiti falsi, quando si pongano in contrasto con criteri di valutazione normativamente determinati, ovvero tecnicamente indiscussi.
5.2. Dopo un sintetico excursus storico, la sentenza Giovagnoli, in un’ottica “prospettica” della volonta’ della legge (eventualmente non coincidente con la intenzione del legislatore), affronta il problema in chiave strettamente sistematica, muovendo, comunque, dal canone ermeneutico di riferimento, individuato nell’articolo 12 “preleggi”. Al proposito, si afferma che l’inciso “ancorche’ oggetto di valutazioni” si sostanzia in una proposizione di natura tipicamente concessiva, introdotta da congiunzione “ancorche'”, notoriamente equivalente ad altre tipiche e similari (“sebbene”, “benche'”, “quantunque”, “anche se” ecc.). Le si attribuisce, conseguentemente, finalita’ “ancillare”, con funzione esplicativa e chiarificatrice del nucleo sostanziale della proposizione principale. In altre parole, si sostiene che il legislatore dell’epoca volle semplicemente significare che, nei “fatti materiali” oggetto di esposizione nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali, dirette ai soci o al pubblico, erano (sono) da intendersi ricompresi anche quelli “oggetto di valutazione”.
5.3. D’altra parte, si sostiene nella sentenza in questione, “materialita'” e “rilevanza” dei fatti economici da rappresentare in bilancio sono semplicemente connotazioni gemelle ed esprimono l’esigenza della corretta informazione cui e’ tenuto il redattore. I termini predetti non andrebbero assunti nella loro accezione comune, in quanto si tratta di espressioni del linguaggio contabile, derivanti dalla terminologia anglosassone (in un’ottica di adeguamento, anche lessicale, alla normativa Europea e sovrannazionale in genere).
“Materialita'”, pertanto, altro non vuol significare che essenzialita’, nel senso che, nella redazione del bilancio, devono essere riportati (e valutati) solo dati informativi essenziali, cioe’ significativi ai fini dell’informazione: quelli utili e necessari per garantire la “rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della societa’ e del risultato economico di esercizio” (articolo 2423 c.c.).
6. Come premesso, dopo il decreto del Primo Presidente, che assegnava il ricorso alle Sezioni Unite e prima della odierna udienza, e’ stata depositata il 30 marzo 2016 altra sentenza, deliberata dalla Quinta Sezione in data 2 marzo (ricorrenti: Beccari e altri), che si allinea con la pronunzia Giovagnoli, ulteriormente argomentando sul punto. Dopo aver riassunto i termini della questione e dopo aver ricordato le contrapposte pronunzie, la sentenza prende posizione nel senso della permanente rilevanza penale del falso valutativo, osservando che “negare la possibilita’ che il falso possa realizzarsi mediante valutazioni significa negare lo stesso veicolo con il quale si realizza il falso, posto che il bilancio si struttura di per se’ necessariamente anche in un procedimento valutativo, i cui criteri sono indicati dalla legge, come chiaramente evincibile dal disposto di cui all’articolo 2426 c.c.”. Viene tuttavia precisato che non qualsiasi difformita’ dal modello legale di bilancio determina – quasi si tratti di un meccanismo automatico – la falsita’ del bilancio stesso. Si deve, viceversa, fare riferimento alla idoneita’ del dato falsamente esposto ad indurre concretamente in errore il lettore del documento “in una dimensione di significativa valorizzazione della qualita’ del falso”. In cio’, d’altra parte, e non in altro, consisterebbe quel requisito della “rilevanza” preteso dal legislatore del 2015.
7. Allo scopo di affrontare – con la doverosa sistematicita’ – la problematica sottoposta all’esame delle Sezioni Unite, e’ necessario procedere ad una, sia pur sintetica, ricognizione della stratificazione normativa che, nel corso degli anni, ha connotato la fattispecie del falso in bilancio, concentrando, innanzitutto, l’attenzione sull’adozione della formula verbale utilizzata per descrivere l’oggetto della condotta di falsificazione.
8. Come si e’ visto, le quattro sentenze sopra illustrate (nn. 33774/2015, Crespi; 890/2015, dep. 2016, Giovagnoli; 6916/2016, Banca Popolare dell’Alto Adige; 12793/2016, Beccari) concentrano la loro attenzione, innanzitutto, sul dato letterale della norma, operando, in particolare, un’analisi comparativa tra il testo attualmente vigente (dopo la modifica operata dallalegge 69/2015) e quello immediatamente precedente. Grande rilievo viene attribuito alla soppressione dell’inciso “ancorche’ oggetto di valutazioni”, nonche’ alla sostituzione, con riferimento alla condotta omissiva, del termine “informazioni”.
9. Orbene, in ragione di quanto sopra premesso, sembra opportuno, anziche’ partire dalla esegesi testuale (e comparativa) degli articolati normativi che si sono succeduti nel tempo, affrontare il problema, innanzitutto, sotto l’aspetto sistematico, vale a dire in una visione – organica e tendenzialmente unitaria e coerente – dell’intera materia societaria in tema di bilancio e del sottosistema delle norme penali poste a tutela della corretta redazione del predetto documento, partendo dal presupposto – non contestabile – che l’oggetto della tutela penale e’ da individuarsi nella “trasparenza societaria”.
9.4. Una volta chiarita la irrilevanza della soppressione dell’inciso, perde rilievo, a sua volta, anche la questione su cosa si debba intendere per “materialita'” del fatto, espressione atecnica che non puo’ essere intesa come antitetica alla soggettivita’ delle valutazioni. Infatti, in bilancio vanno certamente esposti tutti quei “fatti” passibili di “traduzione” in termini contabili e monetari e, dunque, gli elementi di composizione del patrimonio aziendale, come valutati dal redattore del bilancio secondo i parametri – legali e scientifici – che lo stesso deve rispettare.
Il predetto orientamento, peraltro, appare autorevolmente condiviso da una recente sentenza di queste Sezioni Unite (n. 51824 del 25/09/2014, Giudici, non mass. sul punto), che, a seguito della sentenza Corte cost. n. 163 del 2014, citando puntualmente la giurisprudenza sopra ricordata, afferma che “le norme positive ammettono talora la configurabilita’ del falso ideologico, anche in enunciati valutativi e qualificatori, come avviene, ad esempio, nell’articolo 2529 cod. civ. (valutazione esagerata dei conferimenti e degli acquisti delle societa’)”, quando, si fa “riferimento a criteri predeterminati”. In tali casi, “anche in relazione ai giudizi di natura squisitamente tecnico-scientifica, puo’ essere svolta una valutazione in termini di verita’ – falsita'”.
Ebbene, le scienze contabilistiche appartengono senz’altro al novero delle scienze a ridotto margine di opinabilita’; pertanto la “valutazione” dei fatti oggetto di falso investe la loro “materialita'”. Cio’ senza trascurare il fatto che gran parte dei parametri valutativi sono stabiliti per legge. Ne consegue che la redazione del bilancio e’ certamente attivita’ sindacabile anche con riferimento al suo momento valutativo; e cio’ appunto in quanto tali valutazioni non sono “libere”, ma vincolate normativamente e/o tecnicamente.
10. Le varie fattispecie di false comunicazioni sociali integrano, ad evidenza, reati di pura condotta. Per esplicito dettato normativo, inoltre, tale condotta che da’ luogo ad una attivita’ falsificatoria del redattore del bilancio, deve riguardare fatti (materiali) rilevanti quali oggetto del comportamento commissivo ed omissivo dell’articolo 2621 c.c. (e, per richiamo, anche quella di cui all’articolo 2621 bis), mentre, per quel che riguardale le false comunicazioni sociali delle societa’ quotate (articolo 2622), la rilevanza viene in rilievo solo per la condotta omissiva, essendo, viceversa, comunque sempre penalmente perseguibile – in tal caso – la condotta commissiva (anche se il “fatto” esposto non sia ritenuto “rilevante”, trattandosi, evidentemente, di una valutazione eseguita, in astratto, dal legislatore e non demandata al giudice).
11. Poiche’ poi il soggetto attivo (gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci, i liquidatori) deve avere agito “consapevolmente” ed “al fine di conseguire per se’ o per altri un ingiusto profitto”, il delitto e’ connotato da dolo specifico.
12. A conclusione delle argomentazioni sopra svolte, si deve – dunque affermare che, pur dopo le modifiche apportate dalla L. n. 69 del 2015, (anche) in tema di false comunicazioni sociali, il falso valutativo mantiene il suo rilievo penale. Precisamente deve essere enunciato il seguente principio di diritto:
13. Tanto premesso, si puo’ passare all’esame delle singole censure formulate nell’interesse dei ricorrenti.
14. Manifestamente infondata e’ la prima censura del ricorso (OMISSIS). Invero gli attuali imputati ( (OMISSIS) e (OMISSIS)) hanno tenuto una condotta processuale in aperta contraddizione con la richiesta formulata dai difensori del primo, i quali si lamentano del fatto che gli stessi non siano stati esaminati in dibattimento. I ricorrenti, invero, non si sono mai presentati in dibattimento innanzi ai loro giudici (ne’ in primo, ne’ in secondo grado), neanche per rendere spontanee dichiarazioni ai sensi dell’articolo 494 c.p.p.. Ne’ nei loro confronti avrebbe potuto essere disposto accompagnamento ai sensi dell’articolo 132 del medesimo codice. Macchinosa (oltre che fantasiosa) e’ poi la procedura suggerita nel ricorso, in base alla quale i due avrebbero dovuto essere citati per rendere o negare il consenso al loro esame; esame richiesto – come si e’ appena anticipato – dai difensori dello stesso (OMISSIS). Ma a tale richiesta e’ stata negata qualsiasi attualita’ dalla stessa condotta di (OMISSIS) (e del suo coimputato). E’ evidente, invero, che, per facta concludentia, tanto (OMISSIS), quanto (OMISSIS) hanno mostrato di non avere interesse ad essere esaminati in dibattimento.
15. La seconda e la terza censura del ricorso (OMISSIS), cui si ricollegano i “motivi nuovi”, sono infondate. Invero la Corte di appello ha ritenuto che lo stesso fosse amministratore di fatto della societa’ fallita sulla base di plurimi e significativi indici. (OMISSIS) infatti: a) veniva individuato sul sito web ufficiale della societa’ come Presidente di ” (OMISSIS)”; b) veniva chiamato “presidente” da dipendenti ed atleti; c) aveva concluso un importante contratto di sponsorizzazione per la squadra di calcio; d) si occupava del pagamento degli stipendi; e) aveva aperto un conto corrente sui cui confluivano gli importi degli abbonamenti, importi che gestiva direttamente; f) aveva conferito un incarico ad un avvocato per conto della societa’; g) aveva certamente assunto personalmente il dott. (OMISSIS) quale medico della societa’ calcistica (e poco conta che cio’ abbia fatto nella prospettiva di divenire il dominus di ” (OMISSIS)”, atteso che la proprieta’ va certamente tenuta distinta dall’amministrazione). A fronte di tale convergente quadro probatorio, il ricorso, per un verso, sostiene la non corretta lettura delle dichiarazioni della teste (OMISSIS), per l’altro, suggerisce una diversa lettura delle dichiarazioni degli altri testi (ma non del (OMISSIS)), per altro verso ancora, sostiene che gli elementi sopra elencati (da “a” a “g”) non avrebbero significato univoco. Orbene, e’ evidente che, mentre, da un lato, l’offerta di una diversa interpretazione del materiale probatorio (testi (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS)) e’ improponibile in sede di giudizio di legittimita’, dall’altro, appare metodologicamente erroneo l’approccio che si vorrebbe tenere nei confronti degli altri dati processuali; approccio certamente viziato da una impostazione “atomistica”, che non considera i singoli elementi (anche) nella loro globalita’ e non ne apprezza, quindi, per cosi’ dire, “la direzione” univoca. Correttamente, viceversa, hanno operato i giudici del merito, i quali hanno ritenuto – non illogicamente – che una tale significativa convergenza di dati non potesse avere altra spiegazione se non quella in base alla quale (OMISSIS), da un certo momento in poi, era divenuto gestore della societa’.
16. Infondata e’ anche la quarta censura del ricorso del predetto. Invero l’incidente probatorio altro non e’ che una “anticipazione” del momento dibattimentale. Esso dunque si svolge con i tempi, le modalita’, le cadenze e le procedure del dibattimento, assicurando il contraddittorio tra le parti e mirando alla raccolta di vere e proprie prove. Tanto cio’ e’ vero che gli atti che tale fase procedimentale riflettono confluiscono, ai sensi dell’articolo 431 c.p.p., direttamente nel fascicolo del dibattimento. E’ allora evidente che l’assunzione della perizia in incidente probatorio deve avvenire con le modalita’ ex articolo392 c.p.p., comma 1, lettera f), articolo 220 c.p.p. e ss., con la conseguenza che non vi e’ alcuna ragione di esaminare – nuovamente – il perito in dibattimento prima di acquisire il suo elaborato, il quale e’ gia’ stato acquisito. Invero il predente giurisprudenziale segnalato dal ricorrente (Sez. 6, n. 40971 del 26/09/2008, Camber) non e’ affatto pertinente; va viceversa fatto riferimento a Sez. 4, 04/04/1997, Minestrina, Rv 207483, esattamente in termini, in base alla quale, in tema di incidente probatorio, quantunque l’articolo 401 c.p.p., comma 5, richiami le forme di assunzione delle prove stabilite per il dibattimento, non puo’ ritenersi applicabile l’articolo 511 c.p.p., comma 3, all’udienza del procedimento incidentale probatorio. Cio’ in quanto di “lettura di atti” ex articolo 511 c.p.p., ha senso parlare solo per le attivita’ svolte prima del giudizio, con riferimento a quelle formalita’ attraverso le quali gli atti medesimi proprio nel giudizio vengono immessi in contraddittorio tra le parti (nella fattispecie la Corte ha respinto l’assunto difensivo secondo cui e’ inutilizzabile la perizia raccolta in sede di incidente probatorio nel caso di mancato preliminare esame orale dei periti, giusta la disposizione dell’articolo511 c.p.p., comma 3).
17. Conclusivamente il ricorso dello (OMISSIS) va rigettato, in quanto complessivamente infondato.
18. Identica sorte va riservata ai ricorsi proposti nell’interesse del (OMISSIS).
19. Quanto alla censura formulata dal secondo difensore del (OMISSIS) (avv. (OMISSIS)), essa e’, a sua volta, infondata. La revoca della elezione di domicilio presso il difensore, avvenuta, secondo quel che si legge nel ricorso, dopo la sentenza di primo grado e prima della citazione in appello, ha determinato che detta citazione fosse effettuata (come le precedenti) presso il predetto difensore. Non si sostiene tuttavia che, in presenza di una notificazione non omessa, ma effettuata con modalita’ difformi da quelle previste, il (OMISSIS) non abbia avuto cognizione dell’atto, ed e’ noto che la nullita’ assoluta e insanabile prevista dall’articolo 179 c.p.p., ricorre soltanto nel caso in cui la notificazione della citazione sia stata omessa o quando, essendo stata eseguita in forme diverse da quelle prescritte, risulti inidonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte dell’imputato; la medesima nullita’ non ricorre invece nei casi in cui vi sia stata esclusivamente la violazione delle regole sulle modalita’ di esecuzione, alla quale consegue la applicabilita’ della sanatoria di cui all’articolo 184 cod. proc. pen. (Sez. U, n. 119 del 27/10/2004, dep. 2005, Palumbo, Rv 229539, 229541).
20. Consegue al rigetto dei ricorsi di (OMISSIS) e (OMISSIS) la condanna di ciascuno di essi al pagamento delle spese del procedimento.
Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 12 aprile 2016, n. 15113....

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