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Timestamp: 2018-05-21 22:12:43+00:00

Document:
Senza giustificazioni sulla marginalità dell'attività lo studio di settore potrebbe reggere
E’ fondato l’avviso di accertamento del reddito di lavoro autonomo incentrato sull’uso di parametri e studi di settore qualora il contribuente non dimostri il carattere di marginalità dell’attività esercitata.
Sono queste le conclusioni a cui è giunta la Comm. Trib. Reg. di Venezia-Mestre, nella sentenza n. 24 del 4 maggio 2009 (ud. del 17 febbraio 2009).
Il ricorrente, fotografo professionista dal 1986, ha dichiarato nel 1996 ricavi per £. 32.811.000.
L’Ufficio notificava un avviso di accertamento per quell’anno, determinando maggiori ricavi per £. 157.934.000 (€ 81.566,00), applicando i parametri di cui all’art. 3, comma 181 segg., I. 449/95 e del d.P.C.M. 29 gennaio 1996.
L’accertamento viene impugnato dal G. innanzi alla commissione tributaria provinciale di Padova, la quale, con sentenza 21 marzo 2002, n. 32/13/02, respingeva il ricorso, poiché “il ricorrente si era limitato a semplici enunciazioni circa l’inapplicabilità alla sua concreta situazione dei rammentati parametri, senza fornire alcun concreto elemento di prova”.
La commissione tributaria regionale di Venezia confermò la pronuncia del primo giudice, ma la Corte di cassazione, con sentenza 7 ferraio 2008, n. 2816, annullò per difetto di motivazione la sentenza d’appello, “pur riconoscendo che formalmente i parametri erano stati rettamente applicati in i apporto ai valori da attribuire all’attrezzatura”.
Secondo la Corte, dal raffronto tra le argomentazioni addotte dal contribuente e la motivazione della sentenza impugnata, risulta evidente che il giudice d’appello “ha fornito la sua sentenza di una motivazione insufficiente“.
La commissione regionale, infatti, “non ha descritto il percorso seguito dalle argomentazioni del contribuente fino al giudizio di mancanza di prova“; non ha “illustrato la formazione del suo giudizio di mancanza di dimostrazione dell’inutile utilizzabilità degli studi di settore“; non ha neppure “descritto il ragionamento seguito per ritenere che il confronto sul valore dei beni strumentali volga a sfavore del contribuente“; e nulla avrebbe detto, infine, “sulla formazione del giudizio di esistenza, nel caso di specie, di presunzioni gravi precise e concordanti per disattendere le scritture contabili“.
In sintesi, conclude la sentenza, la commissione tributaria regionale, seppure abbia implicitamente considerato le prove a favore del contribuente, ha poi espresso della sua valutazione solo il risultato finale, “ma non il passaggio dalla sua condizione iniziale di ignoranza di ciascun fatto probatorio alla condizione finale di giudizio formalmente espressa nella, perciò insufficiente, motivazione delta sentenza“.
Il Collegio, nel rinnovare la sua decisione in fase di rinvio, non manca “di sottolineare come l’Amministrazione abbia – dopo la sentenza d’appello e prima della pubblica discussione nella presente fase – rideterminato la sua pretesa, pervenendo dall’originaria richiesta, a quella di € 24.809,00, dopo la riduzione del valore attribuito ai beni strumentali, ed applicando gli studi di settore, che pure sono entrati in vigore l’anno seguente”.
La commissione osserva che “il tributo, come riderminato, esprime un conveniente adattamento dei parametri astratti alla fattispecie concreta, e corrisponde all’intento che ha probabilmente mosso la suprema Corte a richiedere al giudice di merito una motivazione maggiormente puntuale”.
L’atto d’appello, presentato all’inizio del 2003, ribadisce, anzitutto, che il G. svolge l’attività di fotografo presso l’abitazione, e senza collaboratori, realizzando cataloghi commerciali per imprese, e volumi di foto artistiche; a questi si aggiungerebbero sporadici servizi fotografici per matrimoni.
Per quanto concerne il valore dei beni strumentali, determinato dall’Ufficio in £. 153.000.000, questo doveva intendersi al lordo degli ammortamenti, mentre al netto sarebbe stato pari a £. 49.450.476.
Secondo il ricorrente, “l’applicazione degli studi di settore e dei parametri applicati sarebbe fuorviante, in quanto il contribuente avrebbe svolto un’attività di tipo artistico ed amatoriale, non assimilabile a quella degli studi fotografici, cui parametri sono stati qui impiegati”.
L’inconferenza del modello impiegato sarebbe d’altronde confermata dalla circostanza che il G. non svolgeva attività di vendita al pubblico di materiale fotografico: a limitarne l’attività, e cosi la capacità di reddito, sarebbe stata poi la grave malattia invalidante della madre, che egli avrebbe assistito personalmente e da solo.
Inoltre, il contribuente sarebbe stato all’epoca proprietario soltanto di una modesta autovettura, e titolare di un conto corrente con limitata liquidità; non avrebbe avuto altri beni mobili, mentre l’unico immobile era la casa d’abitazione ereditata dai genitori: e, dunque, nulla di conferente con il cospicuo reddito attribuitogli.
Orbene, per i giudici, “è da ritenere che gli indizi e la relativa documentazione, offerti dal G. a sostegno delle sue affermazioni, siano, nel complesso, affatto insufficienti: a partire dagli ultimi elementi patrimoniali, documentati solo con riguardo al conto corrente (che peraltro non esclude l’esistenza di altre disponibilità di denaro). Anzitutto, egli afferma che le sue apparecchiature avrebbero un valore assai inferiore a quello posto a fondamento dell’accertamento: non pone peraltro in rilievo come si tratti di stime che lo stesso contribuente aveva a suo tempo effettuato, e l’erroneità delle quali egli stesso aveva dunque l’onere di dimostrare in causa, ciò che invece non ha assolutamente fatto (quanto poi avvenuto in sede stragiudiziale è qui irrilevante), limitandosi a svolgere alcune generiche considerazioni sulla rapida obsolescenza del materiale impiegato nel settore”.
In sé, poi, sostenere che il G. è un artista (a prescindere dall’estrema difficoltà di definire quando un’attività artigiana e cessi di essere tale e si trasformi in una forma d’arte) è, ancora una volta una semplice enunciazione, anche a fronte delle ammissioni, contenute nell’appello, sul contenuto effettivo della sua attività.
“Egli ha infatti riconosciuto di aver svolto dei servizi di contenuto commerciale, che si presume siano stati per tali remunerati, e che sono certamente riconducibili all’attività di uno studio fotografico, di cui non appare caratteristica essenziale la vendita di materiale fotografico, né, più genericamente, la presenza d’una struttura corrispondente ad un esercizio commerciale di vicinato, quanto un adeguato spazio dedicato: ed è certo che il contribuente ha sempre utilizzato una parte della propria abitazione esclusivamente per svolgervi la sua attività. Infine, il contribuente non ha prodotto in causa documenti utili a stabilire la reale dimensione della sua attività, in opposizione alla valutazione parametrica operata dall’Agenzia: documentazione inerente, ad esempio, a spese per materiali di consumo, a contratti stipulati, a compensi percepiti nel periodo d’interesse, e così via. La malattia della madre convivente, poi, è stata certamente dimostrata, ma ciò non basta a dedurne che il G. è stato gravemente ostacolato nella sua attività: l’unico concreto elemento fornito, e, cioè, la circostanza che l’inferma percepiva un’indennità di accompagnamento, fa piuttosto propendere per un’assistenza di terzi piuttosto che sua propria”.
In conclusione, il Collegio conferma la sentenza di I grado, “ribadendo che il contribuente non ha fornito in giudizio elementi idonei a vincere la presunzione posta a suo carico dalle norme inizialmente citate”.
L’atto di accertamento fondato sugli studi di settore è legittimo se il contribuente non fornisce la prova contraria.
In pratica, il dato di partenza è la legittimità dello studio, che può essere modificato solo se il contribuente dimostra di non essere in una situazione di normalità.
Per certi versi, gli ultimi orientamenti giurisprudenziali si avvicinano molto al pensiero della circolare n. 5/E del 23 gennaio 2008, con la quale l’Agenzia delle Entrate ha fornito una serie di indicazioni, in ordine alle modalità di utilizzo dello studio di settore, in fase di accertamento.
Ma come affermato dalla Commissione tecnica per lo studio e l’approfondimento delle problematiche di tipo giuridico ed economico inerenti alla materia degli Studi di Settore – cd. Commissione Rey – (1) “gli studi di settore (sds) sono un elemento indispensabile per migliorare i rapporti fra Fisco e contribuente economicamente di modesta rilevanza economica (micro, piccole e medio piccole-imprese, lavoratori autonomi, professionisti)”.
(1) Presidente Prof. Guido Rey – Membri Prof. Massimo Basilavecchia e Dott. Roberto Monducci

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