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Timestamp: 2018-02-23 23:51:32+00:00

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Questa Ã¨ la storia dellâ€™agenzia IDFOX SRL, ed Ã¨ il motivo per il quale i nostri clienti ci apprezzano per i risultati e per la riservatezza. Garantiamo la massima riservatezza, professionalitÃ e risultati garantiti. IDFOX SRL Ã¨ autorizzata con licenza per investigazioni private ed Aziendali - Art.134 TULPS; Indagini Penali - autorizzazione Art. 222 del D.L.vo 271/89 ed Art. 327 Bis del c.p.p. cosÃ¬ come modificati dalla L.397/00 l'effettuazione di indagini difensive a favore della difesa rilasciate dalla Prefettura di Milano ed autorizzazione Agenzia Recupero Crediti n.13/D Questura Milano. Scegliere chi Ã¨ legalmente autorizzato Ã¨ una garanzia. COME SI SCEGLIE UN SERIO E PROFESSIONALE PROFESSIONISTA â€œINVESTIGATORE PRIVATOâ€? Come si sceglie il MIGLIORE â€œINVESTIGATORE PRIVATOâ€? Quanti anni di esperienza investigativa possiede, da quanto tempo opera e con quali risultati? 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Il titolare dellâ€™agenzia IDFOX Investigazioni, con oltre 30 anni di esperienze investigative maturate nella Polizia di Stato, Ã¨ stato diretto collaboratore del Conte Corrado AGUSTA, ex Presidente dellâ€™omonimo Gruppo AGUSTA SpA, inoltre Ã¨ stato responsabile dei servizi di sicurezza di una multinazionale, nonchÃ© presso multinazionali operanti in svariati settori quale metalmeccanici, chimica, oreficeria, elettrica, elettronica e grande distribuzione, ha sempre risolto brillantemente ogni problematica investigativa connessa a: infedeltÃ coniugale, infedeltÃ aziendale, ai beni, dai marchi e brevetti dalla concorrenza sleale e alla difesa intellettuale dei progetti, violazione del patto di non concorrenza, bonifiche, protezione know-how ed alla tutela delle persone e della famiglia, nonchÃ© referente abituale di studi Legali su tutto il territorio Italiano ed anche Estero. La scelta di affidare lâ€™incarico a un investigare privato che potrebbe risolvere i Vostri sospetti e cambiare la Vostra vita, Ã¨ una scelta molto importante. Per svolgere qualsiasi indagine privata per presunta infedeltÃ coniugale, infedeltÃ aziendale, indagini difensive ecc., lâ€™investigatore privato deve essere in possesso di una regolare Licenza rilasciata dal Prefetto di competenza, altrimenti Ã¨ fuori legge e voi non sarete tutelati: lo svolgimento dellâ€™attivitÃ di investigatore privato Ã¨ subordinato al rilascio di una licenza prefettizia, per richiedere la quale Ã¨ necessaria una serie di requisiti che dovrebbero garantire la professionalitÃ dellâ€™investigatore privato e dei suoi collaboratori. Rivolgersi ad un investigatore privato abusivo e quindi sprovvisto di licenza Ã¨ controproducente in termini di qualitÃ del servizio soprattutto se le risultanze delle investigazioni private dovranno essere usate in sede Giudiziaria per far valere un proprio diritto. 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Investigatore Privato: riportiamo alcune sentenze relative allâ€™operato dellâ€™investigatore Privato. Investigatore Privato: L'azienda puÃ² far sorvegliare i dipendenti da un investigatore privato Nessuna violazione dello statuto dei lavoratori. Lo ha stabilito la Suprema Corte con la sentenza 23303 del 18 novembre 2010 L'imprenditore che dubita dell'onestÃ dei suoi dipendenti, puÃ² assumere investigatori privati per sorvegliarli a loro insaputa nello svolgimento delle attivitÃ . Lo ha stabilito la Suprema Corte che con la sentenza 23303 del 18 novembre 2010, ha respinto il ricorso presentato da un uomo contro il licenziamento disciplinare irrogatogli dalla societÃ per cui lavorava. Il caso. In seguito a sospetti sul comportamento dei suoi dipendenti, una srl si era rivolta ad un istituto di sorveglianza perchÃ¨ li tenesse sott'occhio durante le ore lavorative. CosÃ¬ l'imprenditore, dopo aver scoperto che il dipendente in causa, insieme al fratello, recuperava da terra scontrini usati e sottraeva la merce corrispondente, lo aveva licenziato. L'uomo si era rivolto prima al Giudice del lavoro del Tribunale di Messina, e poi, avendo perso la causa in primo grado, si era rivolto alla Corte di Cassazione, lamentando, tra l'altro l'illegittimitÃ del comportamento del datore, che, contravvenendo alle norme a tutela dei lavoratori, li aveva fatti sorvegliare. Ma il giudice, dichiarando la piena legittimitÃ del recesso, ha inoltre affermato che "le norme poste dagli artt. 2 e 3 della legge 20 maggio 1970 n. 300 a tutela della libertÃ e dignitÃ del lavoratore, delimitando la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei suoi interessi, con specifiche attribuzioni nell'ambito dell'azienda (rispettivamente con poteri di polizia giudiziaria a tutela del patrimonio aziendale e di controllo della prestazione lavorativa) non escludono il potere dell'imprenditore, ai sensi degli artt. 2086 e 2104 cod.civ., di controllare direttamente o mediante la propria organizzazione gerarchica l'adempimento delle prestazioni lavorative e quindi di accertare mancanze specifiche dei dipendenti, giÃ commesse o in corso di esecuzione, e ciÃ² indipendentemente dalle modalitÃ del controllo, che puÃ² legittimamente avvenire anche occultamente, senza che vi ostino nÃ¨ il principio di correttezza e buona fede nell'esecuzione dei rapporti, nÃ¨ il divieto di cui all'art. 4 della stessa legge n. 300 del 1970, riferito esclusivamente all'uso di apparecchiature per il controllo a distanza (non applicabile analogicamente, siccome penalmente sanzionato). Sono pertanto legittimi, in quanto estranei alle previsioni delle suddette norme, i controlli posti in essere da dipendenti di un'agenzia investigativa i quali, operando come normali clienti e non esercitando potere alcuno di vigilanza e di controllo, verifichino l'eventuale appropriazione di denaro (ammanchi di cassa) da parte del personale addetto, limitandosi a presentare alla cassa la merce acquistata, a pagare il relativo prezzo e a constatare la registrazione della somma incassata da parte del cassiere". Investigatore Privato, Confermata la liceitÃ dell'indagine per accertare illeciti commessi dal dipendente in azienda. Corte di Cassazione, Sez. Lav., Sent. 07.08. 2012 nÂ° 14197 LiceitÃ dell'utilizzo di investigatori privati per l'accertamento di fatti illeciti commessi dal dipendente che non si sostanzino in meri inadempimenti lavorativi. Legittimo un licenziamento disciplinare disposto da un'impresa a causa della sottrazione da parte di un dipendente di un quantitativo di beni aziendali che non poteva venir giustificato dalla prassi per cui i generi alimentari non consumati potevano essere portati via dal personale. La condotta del lavoratore Ã¨ stata ritenuta, nella fattispecie, lesiva del rapporto fiduciario tra dipendente e societÃ . A nulla Ã¨ valsa lâ€™eccezione del lavoratore circa la presunta illegittimitÃ del ricorso da parte della societÃ all'attivitÃ di investigatori privati per controllare il suo operato quale dipendente. Richiamata una precedente pronunci (Cass., Sent. nÂ° 9167/2003), la S.C. ha statuito che "le disposizioni (artt. 2 e 3, L. n. 300/70) che delimitano, a tutela della libertÃ e dignitÃ del lavoratore, in coerenza con disposizioni e principi costituzionali, la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei propri interessi, e cioÃ¨ per scopi di tutela del patrimonio aziendale (art. 2) e di vigilanza dell'attivitÃ lavorativa (art. 3), non precludono il potere dell'imprenditore di ricorrere a collaborazione di soggetti (come le agenzie investigative) diversi dalle guardie particolari giurate per la tutela del patrimonio aziendale, nÃ©, rispettivamente, di controllare l'adempimento delle prestazioni lavorative e quindi l'accertare mancanze specifiche dei dipendenti, ai sensi degli artt. 2086 e 2104 c.c, direttamente o mediante la propria organizzazione gerarchica. Tuttavia, il controllo delle guardie particolari giurate, o di un'agenzia investigativa, non puÃ² riguardare, in nessun caso, nÃ© l'adempimento, nÃ© l'inadempimento dell'obbligazione contrattuale del lavoratore di prestare la propria opera, essendo l'inadempimento stesso riconducibile, come l'adempimento, all'attivitÃ lavorativa, che Ã¨ sottratta da suddetta vigilanza, ma deve limitarsi agli atti illeciti del lavoratore non riconducibili al mero inadempimento dell'obbligazione." La Cassazione, tra l'altro, ha precisato, nell'ambito dei limiti a cui devono attenersi i controlli effettuati da un investigatore privato pagato dall'azienda, che qualora l'azienda sospetti che il proprio dipendente sottragga beni aziendali, i controlli possibili, da parte di un investigatore privato, sono quelli di procedere alla perquisizione personale (cioÃ¨ corporale) del lavoratore sospetto infedele, ma non alla perquisizione dell'auto o dell'abitazione del lavoratore. Men che meno, poi, il detective privato puÃ² procedere ad indagini vertenti sul controllo dell'attivitÃ lavorativa: non puÃ² spingersi â€“ o venire incaricato a spingersi â€“ a verificare l'esatto adempimento dell'obbligazione lavorativa, cioÃ¨ a fare l'esame (a distanza) di come il dipendente svolga le mansioni affidategli. Insomma, l'attivitÃ degli investigatori privati era, nel caso in esame, del tutto giustificata dalla circostanza che non si trattÃ² di un mero inadempimento dell'obbligazione lavorativa, bensÃ¬ di veri e propri atti illeciti ascrivibili al dipendente - un dipendente d'albergo siciliano - che fu il bersaglio dellâ€™azione del detective privato de quo. Investigatore Privato, Cassazione Penale Sentenza n. 9667/2010 SÃ¬ dalla Cassazione ai pedinamenti GPS senza autorizzazione per chi eâ€™ indagato Via libera al pedinamento satellitare â€œsenza autorizzazione preventivaâ€ da parte del giudice nei confronti di chi eâ€™ indagato. Lo sottolinea la Cassazione (quinta sezione penale, sentenza 9667) rilevando che â€œla localizzazione mediante il sistema di rilevamento satellitare (Gps) degli spostamenti di una persona nei cui confronti siano in corso indagini costituisce una forma di pedinamento non assimilabile allâ€™attivitÃ di intercettazione di conversazioni o comunicazioneâ€. Ecco perchÃ©, dice piazza Cavour, per questo tipo di pedinamento â€œnon eâ€™ necessaria alcuna autorizzazione preventiva da parte del giudiceâ€. In questo modo la Suprema Corte ha respinto il ricorso di tre extracomunitari residenti nel torinese nei confronti dei quali il gip presso il Tribunale di Alessandria aveva disposto la misura carceraria sulla base di pedinamenti avvenuti appunto tramite il sistema Gps. Inutilmente i tre indagati hanno fatto ricorso in Cassazione lamentando in particolare â€œla violazione sulla disciplina della privacyâ€ relativamente alle rilevazioni dei dati tramite sistema Gps. La Cassazione ha respinto il ricorso dei tre extracomunitari e ha ricordato che in questo caso non câ€™eâ€™ stata alcuna violazione della privacy in quanto â€œessendo in corso indaginiâ€ nei confronti dei tre il pedinamento satellitare non prevede la preventiva autorizzazione del giudice. Sent. C. Cass. n. 12042/08 del 18 Marzo 2008 Investigazioni private: lecite le â€œambientaliâ€ in autovettura in quanto non vi Ã¨ norma incriminatrice che tuteli la riservatezza in autovettura sulla pubblica via. CosÃ¬ ha stabilito la Cassazione in relazione all'installazione di apparati di intercettazione ambientale di conversazioni tra presenti in autovetture da parte di investigatori privati. La Corte ha richiamato, in sentenza, l'art. 615 bis che fa riferimento ai luoghi indicati nell'articolo 614 c.p. (abitazione o privata dimora), escludendo da questi l'autovettura che si trovi in una pubblica via che non Ã¨ ritenuta luogo di privata dimora. Corte di Cass., sez. V penale, nr. 12042 del 30.01.2008 - dep. 18.03.2008 Corte di Cass., sez. V penale, nr. 12042 del 30.01.2008 - dep. 18.03.2008 Fatto 1 - Il Gup di Brescia ha dichiarato ai sensi dell'art. 129 Cpp n.d.p. perchÃ© i fatti non sono previsti dalla legge come reato, contro B. ed altri 21 imputati, appartenenti a varie agenzie private di investigazione, per reati contestati in ciascun caso in concorso a due o piÃ¹ ai sensi degli artt. 623 bis e 617 bis, co. 1^ e 2^ o 3^ o 617 CP, ed in taluna ipotesi anche con riferimento all'art. 35 L. 675/96, per l'installazione di apparati di intercettazione ambientale di conversazioni tra presenti in autovetture private. Il P.M. propone ricorso per violazione di legge, analizzando la lettera delle norme, ed il sistema in materia di intercettazioni. 2 - Il ricorso Ã¨ infondato. L'unico precedente, citato nella sentenza impugnata (Cass., Sez. V n. 4264/05 - rv. 235595), esclude che nel caso di specie si tratti di intercettazioni. In effetti la questione va risolta con riferimento alla ratio di incriminazione dei fatti contro la libertÃ morale delle persone, individuabile in rapporto o all'â€œambienteâ€ o agli â€œstrumenti di comunicazioneâ€. Agli â€œstrumenti di comunicazioneâ€ si rapportano il titolo dell'articolo 617 Cp "Cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefonicheâ€ e la frase recata dall'articolo 617 bis "al fine di intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefonicheâ€. La lettera del titolo e della frase non autorizza affatto a ritenere le due norme incriminatrici estensibili alla captazione di comunicazioni di conversazioni tra presenti. Gli articoli 617 ss., introdotti con L. n. 98 del 1974, tutelano solo e proprio la riservatezza delle comunicazioni o conversazioni tra persone effettuate con mezzi tecnici determinati, all'epoca il telegrafo o il telefono. Gli artt. 617 quater, quinquies, sexies aggiunti dalla L. n. 547 del 1993 riguardano invece le comunicazioni informatiche o telematiche, cioÃ¨ strumenti nuovi. Infine l'art. 623 bis estende le disposizioni a "qualunque altra comunicazione a distanza di suoni immagini o altri dati". In sintesi, la riservatezza tutelata dalle norme degli articoli 617 - 623 Cp Ã¨ quella assicurata proprio e solo da uno strumento adottato per comunicare a distanza. Invece la riservatezza di "notizieâ€ ed "immaginiâ€ che si rapporta all'â€œambienteâ€ Ã¨ tutelata nell'articolo 615 bis, introdotto dall'art. 1 della prima legge innovativa citata, la n. 98 del 1974, con il titolo "interferenze illecite nella vita privata". La disposizione di questo articolo fa riferimento ai soli luoghi indicati nell'articolo 614 Cp, e cioÃ¨ lâ€™abitazione o la privata dimora. E l'autovettura che si trovi in una pubblica via non Ã¨ ritenuta, da sempre nel diritto vivente, luogo di privata dimora (cfr. Cass., n. 5934/81 - Ced 149373 e, di seguito, la giurisprudenza relativa alle disposizioni del codice procedurale in materia d'intercettazioni tra presenti che, concernendo l'utilizzabilitÃ delle prove, presume essa quella sostanziale, Cass. n. 1831/98, n. 4561/99 - 2143036, n. 4979/00 - 216749, n. 3363/01 - 218042, n. 1281/03 - 223682, n. 8009/03 - 223960, n. 5/03 - 224240, n. 2845/04 - 228420, n. 26010/04 - 229974, n. 43426/04 - 23096, n. 13/05 - 230533, n. 4125/07 - 235601). NÃ© ha nulla a che fare con questa tematica la normativa (L. 675/96 â€“ Dl. lgs. 196/03) sostanziale sul trattamento illecito dei "dati personali", che all'evidenza concerne fatti diversi ed ulteriori rispetto alla possibilitÃ di acquisizione di qualsiasi dato riservato. E' quanto interessa. Nessuna norma incriminatrice dunque tutela la riservatezza delle persone che si trovino in autovettura privata sulla pubblica via. Cassazione: Ã¨ lecito registrare una conversazione di nascosto col cellulare La registrazione puÃ² legittimamente essere acquisita al processo senza l'autorizzazione del GIP e rappresenta una forma di autotutela Fonte: Cassazione: Ã¨ lecito registrare una conversazione di nascosto col cellulare SENTENZA: Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 2 marzo â€“ 10 giugno 2016, n. 24288 Presidente Gentile â€“ Relatore Verga Motivi della decisione Con sentenza in data 16 gennaio 2014 la Corte d'appello di Palermo, in parziale riforma della sentenza del locale Tribunale che in data 24 giugno 2010 aveva condannato S.C. per concorso in estorsione in danno di P.E., dichiarava la nullitÃ della sentenza limitatamente alla condotta posta in essere dall'imputata nel luglio 2008 disponendo che dei presente provvedimento fosse data notizia al Pubblico Ministero in sede per le sue determinazioni, confermava nel resto la sentenza impugnata. In sede di appello la S. aveva eccepita la nullitÃ della sentenza per avere il primo giudice pronunciato condanna anche in relazione all'episodio estorsivo commesso nel luglio 2008 nonostante nel capo di imputazione fossero contestati soli fatti di estorsione commessi nel mese di agosto e settembre del 2008. Ricorre per cassazione imputata deducendo che la sentenza impugnata Ã¨ incorsa in: 1. violazione di legge in relazione all'articolo 522 codice procedura penale in relazione all'articolo 604 comma uno codice di procedura penale. Rileva la ricorrente che la sentenza impugnata ha dichiarato la nullitÃ della sentenza di primo grado limitatamente alla condotta posta in essere nel luglio 2008 disponendo che dei provvedimento fosse data notizia al PM in sede per le sue determinazioni e confermando le statuizione inerenti la pena inflitta in primo grado. Secondo la ricorrente tale modus operandi si palesa illegittimo per violazione dell'articolo 522 codice di procedura penale. Ritiene non condivisibile l'affermazione secondo la quale il capo di imputazione eliminato costituirebbe un'ipotesi di reato concorrente, costituendo al piÃ¹ un altro fatto di reato consumato nel luglio 2008, fatto ben diverso rispetto a quello delle presunte estorsioni poste in essere in agosto e settembre 2008. Si tratterebbe perciÃ² non di reato concorrente, ma di altro fatto di reato che secondo la disposizione dell'articolo 604 comma uno codice procedura penale dovrebbe comportare la nullitÃ dell'intera sentenza. Gli atti andavano trasmessi non al pubblico ministero, ma al giudice di primo grado. Si sarebbe cosÃ¬ anche evitato di legittimare il giudice di secondo grado ad erogare una sanzione che non Ã¨ di sua competenza. 2. violazione di legge in relazione alle dichiarazioni rese dalla persona offesa all'udienza dei 7 maggio 2009. Contesta il giudizio di credibilitÃ della parte offesa rilevando che la sentenza di secondo grado ha fatto proprie le argomentazioni della sentenza di primo grado che perÃ² aveva ritenuto le dichiarazioni della parte offesa imprecise, disordinate cronologicamente e non aveva escluso che nella vicenda si potessero ravvisare profili di risentimento personale. Evidenzia che l'episodio dell'agosto 2008, si fonda esclusivamente sulle dichiarazioni della parte offesa; 3. violazione di legge in relazione all'articolo 271 codice di procedura penale in riferimento all'utilizzo della registrazione fonografica di un colloquio svoltosi tra presenti ad opera della parte offesa su sollecitazione dei carabinieri che, in quel contesto procedettero all'arresto della donna. Lamenta la mancanza di provvedimento autoritativo e sostiene che la dedotta inutilizzabilitÃ coinvolge i risultati captativi che riscontrerebbero le dichiarazioni della persona offesa 4. violazione di legge in relazione alla determinazione dei trattamento sanzionatorio. Lamenta la mancata riduzione della pena per effetto delle concesse attenuanti generiche nel massimo consentito. II primo motivo di ricorso Ã¨ manifestamente infondato. Correttamente i giudici di appello hanno applicato il terzo comma dell'art. 604 c.p.p. nell'accogliere l'eccezione di nullitÃ della sentenza sollevata dal ricorrente con i motivi di gravame per avere il primo giudice pronunciato condanna anche in relazione all'episodio estorsivo commesso nel luglio 2008, nonostante nel capo di imputazione fossero contestati solo fatti di estorsione commessi nel mese di agosto e settembre del 2008. Del tutto irrilevante Ã¨ la dedotta questione se trattasi di reato concorrente o fatto nuovo considerato che il terzo comma dell'art. 604 c.p.p. prevede che " quando vi Ã¨ stata condanna per un reato concorrente o per un fatto nuovo, il giudice di appello dichiara nullo il relativo capo della sentenza ed elimina la pena corrispondente, disponendo che del provvedimento sia data notizia al pubblico ministero per le sue determinazioni", decidendo sul resto . La seconda doglianza Ã¨ formulata in modo assolutamente generico. Sono manifestamente insussistenti, del resto, i vizi di motivazione pur genericamente denunciati, perchÃ© la Corte territoriale ha compiutamente esaminato le doglianze difensive ed ha dato conto del proprio convincimento sulla base di tutti gli elementi a sua disposizione, esaurientemente argomentando circa la pronuncia di responsabilitÃ . Nell'esame operato dai giudici del merito le acquisizioni probatorie risultano interpretate nel pieno rispetto dei canoni legali di valutazione e risultano applicate con esattezza le regole della logica nella valutazione dell'attendibilitÃ della persona offesa le cui dichiarazioni risultano confermate da ulteriori risultanze probatorie (pag. 3 sentenza impugnata) Il terzo motivo di ricorso Ã¨ infondato. Deve premettersi che la giurisprudenza di questa Corte Ã¨ costante nel ritenere che le registrazioni di conversazioni tra presenti, compiute di propria iniziativa da uno degli interlocutori, non necessitano dell'autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, ai sensi dell'art. 267 c.p.p., in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico, ma si risolvono in una particolare forma di documentazione, che non Ã¨ sottoposta alle limitazioni ed alle formalitÃ proprie delle intercettazioni. Al riguardo le Sezioni Unite hanno evidenziato che, in caso di registrazione di un colloquio ad opera di una delle persone che vi partecipi attivamente o che sia comunque ammessa ad assistervi, difettano la compromissione del diritto alla segretezza della comunicazione, il cui contenuto viene legittimamente appreso soltanto da chi palesemente vi partecipa o vi assiste, e la "terzietÃ " del captante. L'acquisizione al processo della registrazione dei colloquio puÃ² legittimamente avvenire attraverso il meccanismo di cui all'art. 234 c.p.p., comma 1, che qualifica documento tutto ciÃ² che rappresenta fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo; il nastro contenente la registrazione non Ã¨ altro che la documentazione fonografica dei colloquio, la quale puÃ² integrare quella prova che diversamente potrebbe non essere raggiunta e puÃ² rappresentare (si pensi alla vittima di un'estorsione) una forma di autotutela e garanzia per la propria difesa, con l'effetto che una simile pratica finisce col ricevere una legittimazione costituzionale" (Cass. Sez. Un. 28-5-2003 n. 36747). Diversa Ã¨ l'ipotesi di registrazione eseguita da un privato, su indicazione della polizia giudiziaria ed avvalendosi dÃ¬ strumenti da questa predisposti. Dette registrazioni secondo la giurisprudenza di questa Corte ( N. 23742 del 2010 Rv. 247384, N. 42939 dei 2012 Rv. 253819 N. 7035 del 2014 Rv. 258551), alla quale il collegio aderisce, essendo effettuate col pieno consenso di uno dei partecipi alla conversazione, implicano un minor grado di intrusione nella sfera privata; sicchÃ©, ai fini della tutela dell'art. 15 Cost., Ã¨ sufficiente un livello di garanzia minore, rappresentato da un provvedimento motivato dell'autoritÃ giudiziaria, che puÃ² essere costituito anche da un decreto del pubblico ministero. Tale provvedimento, infatti, rappresenta il "livello minimo di garanzie" richiamato in varie pronunce della Corte Costituzionale (sentenze n. 81 del 1993 e n. 281 del 1998) e al quale la giurisprudenza di legittimitÃ ha fatto riferimento, in mancanza di una specifica normativa, sia in materia di acquisizione dei tabulati contenenti i dati identificativi delle comunicazioni telefoniche (Sez. Un. 23-2-2000 n. 6), sia in tema di videoriprese eseguite in luoghi non riconducibili al concetto di domicilio, ma meritevoli di tutela ai sensi dell'art. 2 Cost., per la riservatezza delle attivitÃ che vi si compiono (Cass. Sez. Un. 28-3-2006 n. 26795). Nel caso di specie,come indicato nella sentenza impugnata e non disatteso in fatto dal ricorrente che si limita a ventilare la verosimiglianza di un accordo con le forse dell'ordine, la registrazione Ã¨ stata effettuata dal P., su sua iniziativa e senza l'ausilio di strumentazione fornita dalla polizia giudiziaria, correttamente pertanto l'acquisizione al processo della registrazione del colloquio Ã¨ avvenuta attraverso il meccanismo di cui all'art. 234 c.p.p., comma 1. Fondata Ã¨ la doglianza in punto pena considerato che non Ã¨ stato calcolata correttamente la diminuzione della pena per la concessione delle circostanze attenuanti generiche indicata nella massima misura consentita, ma erroneamente conteggiata in misura superiore . La sentenza va pertanto annullata senza rinvio limitatamente alla misura della pena che deve essere rideterminata in anni 3 e mesi 10 di reti. ed â‚¬ 380,00 di multa. P.Q.M. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla misura della pena che ridetermina in anni 3 mesi 10 di reti. ed â‚¬. 380,00 di multa; rigetta nel resto il ricorso. Investigatore Privato, riprese video o fotografiche SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE VI PENALE Sentenza 1-30 ottobre 2008, n. 40577 Svolgimento del processo â€“ Motivi della decisione 1. La Corte dâ€™appello di Bologna, con la decisione impugnata, ha confermato la sentenza con cui il Tribunale di Modena, il 15.3.2005, aveva condannato A.M. alla pena di nove mesi di reclusione per i reati di cui agli artt. 56, 393, 624, 582 e 585 c.p., art. 61 c.p., n. 2, art. 594 c.p., in danno di F. L.. I giudici merito hanno accertato che questâ€™ultimo, sapendo che la propria moglie M.C. si trovava in casa dellâ€™ A. e sospettando lâ€™esistenza di una relazione tra i due, li attese nella strada pubblica prospiciente lâ€™abitazione e li fotografÃ² allâ€™uscita, mentre ancora si trovavano nel cortile della casa. Mentre si accingeva ad andar via a bordo della sua autovettura, fu raggiunto e fermato dallâ€™ A., che lo ingiuriÃ², gli strappÃ² la giacca, si appropriÃ² delle chiavi dal quadro di accensione della macchina e si allontanÃ², in compagnia della moglie del F.. Seguirono altre convulse fasi dellâ€™episodio, con reiterazione dâ€™ingiurie, percosse (che procuravano lesioni alla parte offesa) e danneggiamenti da parte dellâ€™ A., al fine di recuperare il rullino della macchina fotografica. 2. Ricorre per Cassazione lâ€™imputato, deducendo: â€“ mancanza di motivazione della sentenza dâ€™appello nella parte in cui â€œtrascura il punto nodale del quesito di diritto sottopostogli: se lâ€™atto di fotografare una persona allâ€™interno del cortile di casa integri (al di lÃ dellâ€™improcedibilitÃ per difetto di querela) il reato dâ€™interferenze illecite nella vita privata ex art. 615 bis c.p.; - inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, non avendo la Corte bolognese ravvisato, nellâ€™illecita (ex art. 615 bis c.p.) condotta tenuta dalla parte offesa, gli estremi del fatto ingiusto rilevante ex art. 599 c.p.; - inosservanza di legge e vizio di motivazione in ordine al diniego delle attenuanti generiche e dellâ€™esimente della legittima difesa. 3. In accoglimento della richiesta del Procuratore generale, il ricorso va dichiarato inammissibile. La tesi che lâ€™imputato reitera sin dal giudizio di primo grado, ossia di avere reagito ad un atto dâ€™interferenza nella sua vita privata (costituente il reato di cui allâ€™art. 615 bis c.p.) commesso dal F., che lo fotografÃ² mentre, assieme alla M., egli ancora si trovava in una pertinenza della sua casa, Ã¨ destituita di ogni fondamento, anche per ragioni ulteriori e diverse rispetto a quelle giÃ evidenziate dai giudici di merito. La ripresa fotografica da parte di terzi â€“ cosÃ¬ come quella effettuata con videocamera, su cui si Ã¨ recentemente pronunziata la Corte costituzionale in fattispecie concernente videoregistrazione a fini investigativi (sent. n. 149/2008)- lede la riservatezza della vita privata che si svolge nellâ€™abitazione altrui o negli altri luoghi indicati dallâ€™art. 614 c.p., e integra il reato dâ€™interferenze illecite nella vita privata, previsto e punito dallâ€™art. 615 bis c.p., semprechÃ¨ vengano ripresi comportamenti sottratti alla normale osservazione dallâ€™esterno, essendo la tutela del domicilio limitata a ciÃ² che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile a terzi. â€œSe lâ€™azione, pur svolgendosi nei luoghi di privata dimora, puÃ² essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti â€¦, il titolare del domicilio non puÃ² evidentemente accampare una pretesa alla riservatezzaâ€ (sent. cit). In tal caso â€“ come in quello del F., che fotografÃ² dalla strada pubblica lâ€™ A. e la M. che uscivano dalla casa e si trovavano nel cortile visibile dallâ€™esterno â€“ riprese fotografiche o con videocamera non si differenziano da quelle realizzate in luogo pubblico o aperto al pubblico. A giusta ragione, pertanto, sono state negate le esimenti della provocazione e della legittima difesa, nonchÃ¨ il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche con connessa diminuzione di pena, indipendentemente dalla corretta qualificazione giuridica data dai giudici dâ€™appello ai fatti commessi che, in mancanza dâ€™impugnazione da parte del pubblico ministero, pur non potendo essere sanzionati piÃ¹ gravemente, ben potevano essere meglio inquadrate in piÃ¹ gravi fattispecie di reato. 4. Allâ€™inammissibilitÃ segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria, che si ritiene adeguato determinare nella somma di Euro 1.000,00, in relazione alla natura delle questioni dedotte. La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di Euro 1.000,00 (mille) in favore della Cassa delle ammende. CosÃ¬ deciso in Roma, il 1 ottobre 2008. Depositato in Cancelleria il 30 ottobre 2008. Investigatore Privato, SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE LAVORO Sentenza 18 novembre 2010, n. 23303 Svolgimento del processo â€¦Tale successiva versione non Ã¨ apparsa perÃ² convincente al Giudice di appello, posto che era emerso che lâ€™appellante non solo era stato visto mentre prelevava alcuni scontrini abbandonati nei pressi della cassa ma anche che, con lo scontrino in mano, prelevava dagli scaffali la merce che era poi risultata corrispondente a quella indicata nello scontrino. â€¦Da ciÃ² la Corte territoriale ha ricavato come fosse perfettamente rispondente alla realtÃ la ricostruzione dei fatti operata dal primo Giudice e, di conseguenza, la dimostrazione della sussistenza delle ragioni fornite dalla societÃ per giustificare il provvedimento espulsivo, sorretto da giusta causa. La Corte territoriale ha tenuto a chiarire come la sanzione adottata fosse da ritenere certamente adeguata rispetto alle mancanze contestate ed accertate, tenuto conto, fra lâ€™altro, anche della posizione di prestigio del dipendente (direttore del supermercato) allâ€™interno della Struttura commerciale, che avrebbe dovuto costituire esempio di correttezza e professionalitÃ per i dipendenti a lui gerarchicamente subordinati, e del contesto in cui la condotta si era realizzata (in un grande magazzino dove la merce viene esposta liberamente al pubblico). In ordine alla ritenuta violazione della L. n. 300 del 1970, art. 2, la Corte di merito, richiamando la giurisprudenza di legittimitÃ , ha puntualizzato che dalle risultanze istruttorie appariva pienamente attendibile la ricostruzione dei fatti operata dalla allora S. spa, che si era avvalsa del tutto correttamente dellâ€™attivitÃ di un istituto di vigilanza, essendo legittimi i controlli posti in essere dai dipendenti di agenzie investigative e investigatori privati che operano come normali clienti e non esercitano alcun potere di vigilanza e controllo (Cass. n. 829/1992). CiÃ² in quanto rientra nel potere dellâ€™imprenditore la facoltÃ di avvalersi di appositi organismi per controllare, anche occultamente, il corretto adempimento delle prestazioni lavorative al fine di accertare mancanze specifiche dei dipendenti, giÃ commesse o in corso di esecuzione. Le norme poste dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, artt. 2 e 3 a tutela della libertÃ e dignitÃ del lavoratore, delimitando la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei suoi interessi, con specifiche attribuzioni nellâ€™ambito dellâ€™azienda (rispettivamente con poteri di polizia giudiziaria a tutela del patrimonio aziendale e di controllo della prestazione lavorativa) non escludono il potere dellâ€™imprenditore, ai sensi degli artt. 2086 e 2104 cod. civ., di controllare direttamente o mediante la propria organizzazione gerarchica lâ€™adempimento delle prestazioni lavorative e quindi di accertare mancanze specifiche dei dipendenti, giÃ commesse o in corso di esecuzione, e ciÃ² indipendentemente dalle modalitÃ del controllo, che puÃ² legittimamente avvenire anche occultamente, senza che vi ostino nÃ© il principio di correttezza e buona fede nellâ€™esecuzione dei rapporti, nÃ© il divieto di cui alla stessa L. n. 300 del 1970, art. 4, riferito esclusivamente allâ€™uso di apparecchiature per il controllo a distanza (non applicabile analogicamente, siccome penalmente sanzionato). Sono pertanto legittimi, in quanto estranei alle previsioni delle suddette norme, i controlli posti in essere da dipendenti di unâ€™agenzia investigativa i quali, operando come normali clienti e non esercitando potere alcuno di vigilanza e di controllo, verifichino lâ€™eventuale appropriazione di denaro (ammanchi di cassa) da parte del personale addetto, limitandosi a presentare alla cassa la merce acquistata, a pagare il relativo prezzo e a constatare la registrazione della somma incassata da parte del cassiere (Cass. n. 829/1992; per lo stesso principio, v. Cass. n. 8998/2001; Cass. n. 18821/2008; Cass. 16196/2009). Per quanto precede, il ricorso va rigettato. Le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese di questo giudizio, liquidate in Euro 46,00 oltre Euro 2.500,00 per onorari ed oltre spese generali, IVA e CPA. CosÃ¬ deciso in Roma, il 22 settembre 2010. Fonte internet Chiamateci per richiedere una consulenza gratuita o un preventivo Telef. 02344223 (r.a.) - Fax 02344189 - Email max@idfox.it SEDE: VIA LUIGI RAZZA 4 - 20124 MILANO - 300 MT STAZIONE CENTRALE - 50 MT MM GIALLA REPUBBLICA/PISANI P.IVA 097416409668 PRIVACY PRIVACY Norme sulla privacy - Informativa per il trattamento dei dati personali rivolta a Clienti (Codice in materia di protezione dei dati personali â€“ art. 13 D.L.gs 196/2003) Informativa ex art. D.lgs 196/2003 Gentile Utente, in ottemperanza agli obblighi previsti dal D.lg. n. 196 del 30 Giugno 2003 ("Codice in materia di protezione dei dati personali") con la presente intendiamo informarLa che IdFox Srl INVESTIGAZIONI (info@idfox.it) in qualitÃ di Titolare del Trattamento sottoporrÃ a trattamento i dati personali che La riguardano, che potranno essere da noi raccolti, da Lei conferiti e/o da altri soggetti comunicati, nel corso della navigazione e dellâ€™utilizzo del ns. sito web aziendale www.idfox.it. 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