Source: https://www.comitatopaulrougeau.org/01-02-2012
Timestamp: 2020-03-31 01:17:31+00:00

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01/02-2012 | comitatopaulrougeau
Numero 195 - Gennaio / Febbraio 2012
1) Affari, guerra e tortura
2) Amnesty International meno ottimista sulla primavera araba
3) La Libia non vuole che il figlio di Gheddafi sia processato all’Aia
4) Processo capitale per Mubarak, continua la repressione in Egitto
5) Impunità per la feroce strage di Hadita
6) La Mongolia verso l’abolizione
7) Il 17 gennaio 1977 la prima di 1278 esecuzioni negli Usa di Claudio Giusti
8) Sakineh di nuovo a rischio di esecuzione?
9) Raddoppiate le esecuzioni capitali in Iran nel 2011
10) Illusoria moderazione delle leggi sulla pena capitale in Iran
11) È uscito il rapporto annuale di Human Rights Watch
12) Sempre più difficile e costoso reperire i farmaci letali
13) Perry abbandona la corsa per la presidenza degli Stati Uniti
14) Che quel barlume si spenga oppure no, dipende da noi di Fernando E. Caro
15) Risposte aperte al Questionario sul Foglio di collegamento
16) Un libro per aumentare la nostra cultura sui diritti umani
17) Notiziario: Texas, Usa
Ad un governo alle prese con la crisi economica importano gli affari, non la pace e i diritti umani.
In Italia, ad un governo per certi versi farsesco, è succeduto un governo tremendamente serio. Ma non certo per quanto riguarda il perseguimento della pace e dei diritti umani nel mondo.
Assolutamente appiattito sulla politica globale statunitense – che ha cancellato ogni speranza suscitata dall’elezione di Barack Obama ed è per alcuni aspetti addirittura peggiore di quella di George W. Bush (1) - il nostro governo ha assicurato che continuerà nei prossimi anni il massiccio impegno militare in Afghanistan, complice del governo Karzai - un governo corrotto che pratica largamente la tortura (2) - con il relativo prezzo da pagare in termini di sangue e di miliardi di euro. La crisi economica comporterà la riduzione di circa 2000 unità dei 9200 militari italiani impegnati nelle missioni all’estero, ma neanche un soldato verrà sottratto alla guerra in Afghanistan.
Malgrado la crisi economica, il veloce aumento del numero dei poveri, di coloro che patiscono la fame e il freddo nelle strade, nonostante la rinuncia alle Olimpiadi del 2020, nonostante la perdurante irrilevanza degli aiuti italiani allo sviluppo, il governo dell’economista Monti e dell’ammiraglio Di Paola ha ribadito l’astronomico impegno finanziario dell’Italia per l’acquisto di armamenti altamente tecnologici nei prossimi anni – tra cui una novantina dei nuovissimi aerei militari d’attacco Joint Strike Fighter (F-35) - prodotti dalla sempre florida industria da guerra occidentale (3).
Passando alla riscossione dopo l’orrenda avventura bellica in Libia, cui le forze armate italiane hanno partecipato direttamente (3), il nostro governo ha subito stipulato accordi politici ed economici con i vincitori.
Mario Monti non si è preoccupato di esigere dai rozzi massacratori di Muammar Gheddafi qualsiasi serio impegno di giustizia, democrazia e rispetto dei diritti umani, bensì di tutelare la tranquillità e la ‘sicurezza’ della ‘fortezza Europa’ (4) e di restaurare i canali per buoni affari tra Italia e Libia.
Una delle prime conseguenze di tali accordi riguarda la persecuzione dei migranti verso il nostro continente, confermata già a metà dicembre dopo una visita in Italia del presidente libico Mustafa Abdel Jalil, ricevuto dalle massime cariche dello stato, compreso il presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Come con Gheddafi i migranti dovranno essere fermati in suolo africano e, se alcuni si azzarderanno ad attraversare il Mediterraneo, verranno riportati indietro. Se insisteranno ad avvicinarsi alla ‘fortezza Europa’, a centinaia e a migliaia finiranno silenziosamente in pasto ai pesci (5).
La questione dei migranti è stata ripresa il 21 gennaio in una successiva visita in Libia del nostro Presidente del Consiglio. Monti si è recato dal Primo Ministro libico Abdel Rahim al Kib insieme al Ministro della Difesa ammiraglio Giampaolo Di Paola e al Ministro degli Esteri Giulio Terzi. In tale occasione è stata firmata la “Dichiarazione di Tripoli” contenente mielate dichiarazioni di amicizia reciproca tra Italia e Libia ed enfatiche quanto vuote ed inefficaci dichiarazioni sui diritti umani. Seguirà una serie di incontri tra ministri e ‘tecnici’ dei due paesi per trattare di cose serie: il rinnovo e l’estensione degli accordi in materia di sicurezza e di affari che valevano con Gheddafi.
Vedremo se, e in che modo, influirà sul governo Monti la condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti Umani per uno dei tanti ‘respingimenti’ effettuati nel 2009. In ottemperanza alla sentenza emessa il 22 febbraio l’Italia dovrà indennizzare, con 15 mila euro ciascuno, ventidue cittadini somali o eritrei dei circa 200 intercettati in mare e riportati in Libia il 6 maggio di quell’anno. L’assistenza legale prestata dal CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati) è riuscita ad ottenere l’indennizzo per queste poche persone (oggi non più tutte vive e reperibili) e soprattutto un’autorevole affermazione di portata generale: certi tipi di respingimenti violano la Convenzione Europea sui Diritti Umani. La violano per tre motivi: espongono i respinti al rischio di trattamenti degradanti e tortura, non consentono di ricorrere contro un ordine di respingimento, realizzano espulsioni collettive (vietate dal Quarto protocollo aggiuntivo alla Convenzione).
Il governo italiano a braccetto col governo di Tripoli sembra ignorare che in Libia con la fine ufficiale della guerra non sono terminati gli spargimenti di sangue, gli scontri tra le varie milizie armate, la persecuzione dei perdenti e delle minoranze, gli assassini e le torture.
Il governo italiano tace ma parlano le organizzazioni umanitarie. Lo possono fare in quanto fino ad ora hanno avuto una discreta libertà di azione in Libia... probabilmente perché i vincitori non si vergognano di quello che fanno, e soprattutto non temono di essere contestati.
L’organizzazione MSF (Medici senza Frontiere) a fine gennaio ha deciso di sospendere la sua attività presso il carcere di Misurata per non rendersi complice delle torture ivi praticate.
In un comunicato di MSF del giorno 26 leggiamo fra l’altro:“Le équipe di MSF lavorano nei centri di detenzione di Misurata da agosto 2011, curando i detenuti con ferite da guerra. Da allora, i medici di MSF si sono confrontati con un numero crescente di pazienti con ferite causate da torture subite durante gli interrogatori, svolti al di fuori dei centri di detenzione. In totale, MSF ha curato 115 persone con ferite da tortura e ha riferito tutti i casi alle autorità rilevanti di Misurata. Da gennaio, molti dei pazienti riportati nei centri per gli interrogatori sono stati nuovamente torturati”. “Alcuni funzionari hanno tentato di strumentalizzare e ostacolare le attività mediche di MSF”, denuncia il direttore generale di MSF, Christopher Stokes. “Ci hanno consegnato pazienti provenienti da interrogatori affinché li stabilizzassimo per poterli nuovamente interrogare. Ciò è inaccettabile.Il nostro compito è quello di fornire cure mediche per feriti in guerra e detenuti malati, non di curare ripetutamente gli stessi pazienti per poter essere nuovamente torturati”. “Le équipe di MSF hanno informato il National Army Security Service – l’agenzia responsabile degli interrogatori – che diversi pazienti necessitavano del ricovero ospedaliero per ricevere cure mediche d’urgenza e specialistiche. Tutti i detenuti tranne uno sono stati nuovamente privati di assistenza medica e nuovamente interrogati e torturati fuori dai centri di detenzione. Dopo aver incontrato varie autorità, il 9 gennaio MSF ha inviato una lettera ufficiale al Consiglio Militare di Misurata, al Comitato di Sicurezza di Misurata, al National Army Security Service e al Consiglio Civile Locale di Misurata chiedendo ancora una volta di porre fine immediatamente a ogni forma di violenza contro i detenuti”. “Nessuna azione concreta è stata intrapresa”, prosegue Stokes. “Al contrario, la nostra équipe ha ricevuto quattro nuovi casi di tortura. Abbiamo perciò preso la decisione di sospendere le attività mediche nei centri di detenzione”.
Sintetizzando un ampio raccapricciante rapporto sulla situazione dei diritti umani in Libia ad un anno dalla rivolta contro il regime di Gheddafi (6), il 16 febbraio Amnesty International scrive a proposito della tortura: “Un anno fa, i libici rischiavano la vita in nome della giustizia. Oggi, le loro speranze sono minacciate da milizie armate fuorilegge che calpestano i diritti umani impunemente”. “Una delegazione di Amnesty International ha visitato 11 strutture detentive usate da varie milizie nella Libia centrale e occidentale. In 10 di questi centri, i detenuti hanno denunciato di essere stati torturati e hanno mostrato ad Amnesty International le ferite riportate. Parecchi detenuti hanno riferito che, per far cessare le torture, hanno dovuto confessare stupri, omicidi e altri crimini mai commessi”. “Persone detenute nella capitale Tripoli e nei suoi dintorni, a Gharyan, Misurata, Sirte e Zawiya hanno raccontato ad Amnesty International di essere state sospese in posizioni contorte, picchiate per ore con fruste, cavi, tubi di plastica, catene, sbarre metalliche e bastoni di legno e di essere state sottoposte a scariche elettriche mediante elettrodi e congegni simili alle pistole taser”. “In centri d’interrogatorio di Misurata e Tripoli Amnesty International ha incontrato detenuti che i miliziani avevano tentato di nascondere e che erano stati brutalmente torturati: uno di loro riusciva a malapena a muoversi e a parlare. Non una sola, concreta indagine è stata svolta sui casi di tortura, anche quando i detenuti sono morti dopo essere stati torturati nelle sedi delle milizie o nei centri d’interrogatorio che sono formalmente o informalmente riconosciuti o legati alle autorità centrali.”
Preso atto della situazione, Amnesty International promuove un appello che è senz’altro opportuno firmare (7). Ma l’appello, anziché essere diretto all’ambasciatore della Libia, dovrebbe essere rivolto al nostro governo il quale può, e perciò deve, esigere il rispetto dei diritti umani da parte del governo libico ‘amico privilegiato’. Anche a costo di rinunciare a qualche buon affare.
(1) V. ad es. nn. 166, 167, 189 e nn. 178, 179, 193, sugli ‘omicidi mirati’.
(2) v. n. 193, “Più grave del previsto…”
(3) Gli ultimi dati disponibili mostrano che nel mondo la vendita di armi e di materiale militare da parte delle cento maggiori aziende – tra le quali predominano quelle degli Usa e dell’Europa Occidentale – continua a crescere nonostante la crisi. Ha avuto un incremento dell’1% nel 2010, attestandosi a 411,1 miliardi di dollari. Nel 2009, la vendita di armi da parte di tali aziende aveva fatto registrare un incremento del 7% sull’anno precedente.
Vedi: http://www.sipri.org/research/armaments/production/media/pressreleases/27-feb-2012-Business-as-usual-for-top-arms-producers
(4) v. nn. 188, “Guerra e violazioni…”, 193, “Il massacro di Gheddafi…”
(5) v. http://fortresseurope.blogspot.com/
(6) “Dal 1988 almeno 18.058 persone sono morte di viaggio, lungo le frontiere della fortezza Europa”, afferma Gabriele Del Grande, vedi: http://fortresseurope.blogspot.com/p/la-strage-negata-17317-morti-ai-confini.html
(7) V. http://www.amnesty.org/en/library/info/MDE19/002/2012/en
(8) Si può molto facilmente partecipare all’appello on-line che si trova in http://www.amnesty.it/milizie-minacciano-speranze-di-una-nuova-Libia
Amnesty International, che un anno fa parlava di ‘primavera araba’ e di rivoluzioni pacifiche, in un drammatico rapporto datato 11 febbraio 2012 scrive “la repressione e la violenza di stato sono destinate a continuare a flagellare il Medio Oriente e l’Africa del Nord anche nel 2012…”
All’inizio del 2011 Amnesty International coniugava la soddisfazione per il compimento del suo 50-esimo compleanno con la speranza suscitata dalle ‘rivoluzioni pacifiche’ in atto in Africa e nel Medio Oriente. La presidente della Sezione Italiana, Christine Weise, scriveva allora: “L’anno 2011 entrerà nella storia come l’anno delle rivoluzioni pacifiche nel mondo arabo.”
Ora, presentando un rapporto di 80 pagine intitolato “Un anno di rivolta. La situazione dei diritti umani in Medio Oriente e Africa del Nord”, la grande organizzazione per i diritti umani è costretta ad ammettere che “la repressione e la violenza di stato sono destinate a continuare a flagellare il Medio Oriente e l’Africa del Nord anche nel 2012, se i governi della regione e le potenze internazionali non si dimostreranno all’altezza dei cambiamenti richiesti.”
“I costanti tentativi di offrire cambiamenti di facciata, di ricacciare indietro i progressi ottenuti dai manifestanti o semplicemente di brutalizzare e sottomettere le loro popolazioni, indicano che l’obiettivo di molti governi è la sopravvivenza - ha dichiarato Philip Luther, direttore di Amnesty per l’Africa del Nord e del Medio Oriente.
Il rapporto datato 11 febbraio 2012 (1) si occupa in dettaglio di ciò che avviene in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Siria, Bahrain, Iraq, ma anche dell’Arabia Saudita, dell’Iran e di altri 8 paesi.
La situazione è gravissima in Siria, Egitto e Libia, ma preoccupa grandemente anche negli altri paesi esaminati, anche se qua e là sono stati fatti alcuni passi verso la democrazia e il rispetto dei diritti umani.
(1) V. www.amnesty.org/sites/impact.amnesty.org/files/PUBLIC/MENA_Year_of_Rebellion.pdf
La Libia non è certo in grado di processare equamenteSaif al-Islam, il più noto dei figli di Muammar Gheddafi, detenuto in incommunicado, ma cerca in tutti i modi di evitare di consegnarlo alla Corte Penale Internazionale dell’Aia che lo ha accusato di delitti contro l’umanità.
Il 12 gennaio il Ministro della Giustizia libico Ali Humaida Ashour si è detto sicuro che la Corte Penale Internazionale dell’Aia (ICC) sia d’accordo sul fatto che Saif al-Islam, il più noto dei figli del defunto leader Muammar Gheddafi, possa essere processato in patria.
La dichiarazione di Ashour ha sollevato molte perplessità tra le organizzazioni per i diritti umani perché la ICC emise a fine giugno un mandato di arresto per Saif al-Islam, accusato di crimini contro l’umanità commessi nel fronteggiare la rivolta contro il regime di Gheddafi, assai prima della caduta del regime, ed è la più adatta a svolgere un processo equo per tali crimini.
Poi perché l’accusato è detenuto in Libia in incommunicado da una delle tante milizie vincitrici senza alcuna garanzia per il rispetto dei suoi diritti: si sa che è sotto interrogatorio ma non gli è stato neanche concesso un avvocato difensore.
Infine perché, a differenza della ICC che non prevede la pena capitale, una corte libica con tutta probabilità lo condannerebbe a morte (come ha chiesto ripetutamente dal nuovo governo libico) .
Per la verità l’accusatore della ICC, Luis Moreno-Ocampo, subito dopo la cattura di Saif al-Islam e il massacro del padre aveva detto di essere d’accordo per un processo in patria del prigioniero anche se non aveva avuto garanzie sulla correttezza di tale processo.
Ma Moreno-Ocampo era stato subito ripreso dai giudici della ICC i quali avevano ricordato che non spettava a lui decidere su tale questione (per altro Moreno-Ocampo è giunto a fine mandato ed è sul punto di essere sostituito da un’avvocatessa del Gambia, Fatima Bensouda).
I giudici avevano precisato che se la Libia voleva processare il figlio di Gheddafi doveva sollevare un contenzioso formale con la ICC rendendo immediatamente conto sul suo arresto e sulle sue condizioni di detenzione.
Il 10 gennaio la ICC ha poi annunciato di aver dato tempo alla Libia fino al 23 gennaio per decidere se consegnare il prigioniero alla corte e per fornire informazioni sulle sue condizioni, incluse quelle sulla sua salute mentale e fisica (1).
Il 23 gennaio un portavoce della ICC ha dichiarato di aver ricevuto risposte riservate dalla Libia e che – in contrasto con quanto dichiarato lo stesso giorno dal ministro libico Ali Humaida Ashour – i giudici della ICC non hanno ancora deciso se condividere la proposta della Libia di processare il prigioniero.
(1) La ICC giudica gli autori di gravissimi crimini di rilevanza internazionale osservando il principio di complementarità, cioè processa i rei di tali crimini solo se questi non vengono processati correttamente dagli stati. Riteniamo che sia suo compito verificare se esistano le condizioni per un giusto processo da parte di uno stato.
L’opinione pubblica egiziana chiede a gran voce la pena di morte per l’83-enne ex presidente Hosni Mubarak sotto processo al Cairo, ma, nella grande confusione e nell’incertezza in cui versano l’Egitto e la sua attuale dirigenza, potrebbe scamparla. Il processo, interrotto il 5 novembre dopo la requisitoria dell’accusa, dovrebbe riprendere a giugno. A meno di imprevisti legati alle elezioni.
Il 5 novembre, al termine di tre giornate di arringa, l’accusa ha chiesto la pena di morte per l’ex presidente egiziano Hosni Mubarak, sotto processo al Cairo dal 3 agosto scorso: Mubarak avrebbe ordinato personalmente di sparare sulla folla in piazza Tahrir durante i 18 giorni di massicce proteste di piazza che lo indussero a lasciare il potere l’11 febbraio 2011.
Hosni Mubarak è accusato di essere il mandante dell’assassinio di oltre 800 manifestanti, nonché di altri gravi reati contro le persone e di corruzione.
L’accusatore Mustafa Khater, ha chiesto la pena di morte anche per l’ex Ministro degli Interni Habib al-Adly e per altri 4 personaggi del passato regime.
“La retribuzione è la soluzione. Qualsiasi giusto giudice deve infliggere la pena di morte a questi imputati”, ha affermato Khater, uno dei cinque avvocati accusatori. “Noi sentiamo gli spiriti dei martiri aleggiare in questa sacra aula di giustizia, mentre coloro che persero la vista per le pallottole sparate dagli accusati inciampano cercando di raggiungere il giudice per chiedergli la giusta retribuzione.”
Insieme a Mubarak vengono processati anche due suoi figli, l’erede designato Gamal, catturato, e Aala, fuggitivo, ma sembra che questi non rischino la pena capitale.
L’accusa ha lamentato la scarsa collaborazione dell’attuale governo egiziano alla raccolta delle prove contro gli imputati e c’è chi sostiene che le prove portate al processo siano insufficienti per dimostrare che Mubarak abbia effettivamente ordinato di sparare sulla folla.
Alcuni commentatori prevedono che non verrà comminata la pena di morte all’83-enne ex presidente egiziano, molto malato e presente in barella alle udienze del processo.
In effetti sembra che sia il giudice che presiede il processo contro Mubarak, sia il governo egiziano (sul quale fanno pressioni per la grazia paesi stranieri tra i quali la Russia, la Germania e la Francia) cerchino di destreggiarsi per salvare gli accusati dal capestro, pur senza scatenare le ire del pubblico che chiede a gran voce la morte per gli esponenti del trentennale regime di Mubarak.
Il processo a Mubarak cominciato il 3 agosto scorso è andato avanti con estrema lentezza, con uno stillicidio di interruzioni (v. nn. 189, 191, Notiziario). Ora si aspettano le arringhe della difesa e la sentenza. A fine febbraio si è saputo che la sentenza (che doveva arrivare all’inizio di quest’anno) verrà emessa solo nel mese di giugno.
A giugno però dovrebbero tenersi le elezioni per sostituire democraticamente la giunta militare che governa l’Egitto del dopo Mubarak. Difficoltà e contraddizioni tra i militari mettono in dubbio il come e il quando avranno effettivamente luogo le elezioni. Tutto ciò rende molto incerta la conclusione del processo a Mubarak.
In una lettera dettata a sua moglie, Hosni Mubarak chiede ai leader di 9 paesi amici dell’Egitto (si ritiene si tratti di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain e Libano) di fare pressioni perché sia consentito a lui stesso e ai suoi familiari i lasciare indenni il paese.
Nel frattempo, continuano i moti di piazza, la repressione e le sofferenze del popolo egiziano.
La giunta militare usa la mano pesante per stroncare le reiterate dimostrazioni popolari che chiedono un’ulteriore svolta politica nel paese (v. n. 188).
Amnesty International scrive in un comunicato del 22 febbraio: “Un anno dopo la rivolta, le forze di sicurezza egiziane continuano a uccidere manifestanti con le stesse tattiche brutali usate negli ultimi giorni di potere di Hosni Mubarak.” […] Tra il 2 e il 6 febbraio, le forze antisommossa alle dipendenze del ministero dell’Interno hanno fatto ricorso alla forza eccessiva, comprese le armi da fuoco, per disperdere le proteste, uccidendo almeno 16 persone e ferendone centinaia. […]”
“Il comportamento delle forze di sicurezza ricorda purtroppo molto da vicino quel periodo che molti egiziani, dopo la ‘rivoluzione del 25 gennaio [2011]’, pensavano di essersi lasciati alle spalle” – ha affermato Hassiba Hadj Sahraoui, esponente di Amnesty International. “La promessa di riformare le forze di sicurezza continua a suonare vuota di fronte all’uccisione di oltre 100 manifestanti negli ultimi cinque mesi”.
La giustizia americana, incline a irrogare pene pesantissime anche ai bambini, ha lasciato praticamente impuniti i militari che compirono l’orribile stage di ad Hadita in Iraq nel 2005, massacrando 24 civili tra uomini, donne e bambini, per rappresaglia dopo aver subito un attentato.
L’unico miliare rimasto imputato per la strage di 24 civili nella città di Hadita in Iraq ha concluso il suo iter giudiziario il 24 gennaio con un patteggiamento, senza beccarsi neanche un giorno di prigione (1). Al sergente dei Marines Frank Wuterich è stato soltanto chiesto, in cambio della sostanziale impunità, di dichiararsi colpevole di negligenza. Cosa che lui ha fatto.
Evidentemente, mentre recitavano le loro parti nel processo svoltosi con l’imputato a piede libero presso la base di Camp Paddleton in territorio statunitense, sia Wuterich che i suoi giudici si sentivano ben lontani e al riparo dalle ire e dal dolore dei cittadini di Hadita.
Veramente il giudice presidente del processo, il Col. David Jones, aveva pensato di proporre 90 giorni di carcere per il massimo responsabile dell’uccisione di 24 persone (alcune sgozzate o decapitate) in un attacco contro la popolazione civile scattato per rappresaglia dopo che una bomba piazzata lungo la strada aveva fatto saltare un blindato ferendo mortalmente un soldato americano (il 19 novembre 2005 furono uccisi dai Marines uomini, donne e bambini, perfino un invalido di 76 anni su una sedia a rotelle).
Ma il patteggiamento ha evitato a Wuterich anche questa minima pena.
Forse al sergente è stato chiesto qualcosa di più del patteggiamento, infatti poco prima di andarsene si è rivolto con voce forte e chiara ai familiari (assenti) dei 24 Iracheni uccisi, e ha detto: “Non posso esprimere il mio dispiacere per la perdita dei vostri cari. So di non poter dire niente che allevi il vostro dolore.”
Chissà se Frank Wuterich verrà espulso dalle forze armate USA ora che è stato ‘condannato’ per negligenza, visto che negli ultimi sei anni nessuno ha pensato di farlo. In ogni caso avrà ottenuto un trattamento privilegiato dalla giustizia statunitense (incline ad irrogare pene pesantissime perfino ai bambini).
(1) Ricordiamo che l’indignazione degli Iracheni e le inchieste dei media costrinsero i militari statunitensi ad aprire un fascicolo sul comportamento di otto Marines in relazione alla strage di Hadita, una delle tante stragi di civili compite in Iraq. Al momento del ritiro delle truppe USA dall’Iraq, per la strage di Hadita rimaneva indagato il solo Wuterich, v. n. 194, “Gli Americani lasciano l’Iraq e un numero enorme di morti.”
Il presidente della Mongolia, Elbegdorj Tsakhia, annuncia con soddisfazione che il suo paese sta completando il processo abolizionista stimolato e aiutato dalle organizzazioni per i diritti umani.
Il 5 gennaio la Mongolia è venuta a far parte a pieno titolo del Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale dei Diritti Civili e Politici, che proibisce la pena di morte. Il Parlamento dello stato asiatico ha infatti approvato la legge di ratifica dell’adesione al trattato.
Come assicura il presidente della Mongolia Elbegdorj Tsakhia in una lettera a Mario Marazziti della Comunità di Sant’Egidio, il paese può ora considerarsi abolizionista in quanto seguirà presto l’adeguamento della legislazione interna al dettato del trattato internazionale sottoscritto.
Tsakhia ringrazia la Comunità di Sant’Egidio per il sostegno ricevuto. In effetti, come in diversi altri paesi in questi anni, il supporto delle organizzazioni non governative, soprattutto di Amnesty International, della Comunità di Sant’Egidio e di Nessuno Tocchi Caino, agevola e accelera il passo in avanti sul cammino della civiltà costituito dall’abolizione del pena di morte.
Si tratta di una rapida evoluzione per la Mongolia, che ha compiuto esecuzioni in segreto fino al 2009 e prevede 59 fattispecie di reato capitale, ma che ha votato a favore della moratoria in Assemblea Generale Onu nel 2010 (v. n. 186).
L’abolizione in Mongolia è particolarmente significativa sullo sfondo del largo uso alla pena di morte nel continente asiatico.
Per gli abolizionisti americani il 17 porta male: il 17 gennaio 1977 con la fucilazione di Gary Gilmore riprese l’uso della pena di morte negli Stati Uniti, che quarant’anni fa appariva superato.
29 Giugno 1972. Sentenza Furman, la pena di morte è dichiarata incostituzionale negli USA. (1)
2 Luglio 1976. Sentenza Gregg, la pena di morte viene riammessa. (1)
17 Gennaio 1977. Lo Utah fucila Gary Gilmore
In questi quarant’anni di esperimento americano ci sono state 1.278 esecuzioni.
Per ottenerle si sono tenuti decine di migliaia di processi, che hanno prodotto 8.000 condanne a morte, che hanno cagionato migliaia di appelli statali e federali e infiniti pronunciamenti di corti superiori, che hanno causato migliaia di sentenze delle Corti Supreme statali e almeno 200 sentenze della Corte Suprema federale. Ognuna di queste sentenze è stata accompagnata da dissenting e concurring opinions e commentata da centinaia di saggi accademici, mentre migliaia di giuristi hanno perso il sonno nel cercare di penetrare gli arcani meandri del loro esoterico linguaggio.
In questi quarant’anni ci sono stati milioni di udienze preliminari, di mozioni pre-trial, di testimonianze, di analisi di laboratorio e di arringhe, mentre centinaia di migliaia di giudici, giurati, impiegati, court commissioners, testimoni, poliziotti, esperti, medici, psichiatri, sceriffi, stenografi, avvocati e procuratori hanno speso miliardi di ore di lavoro.
In questi quarant’anni sono stati scritti infiniti articoli di giornale, innumerevoli saggi di riviste giuridiche e pubblicati centinaia di libri e rapporti. Ci sono state dozzine di commissioni e di studi scientifici e si sono tenuti innumerevoli dibattiti, seminari, congressi e conferenze in cui due generazioni di abolizionisti hanno fatto i capelli bianchi.
Il costo economico di tutto questo immenso casino è enorme, mostruoso, incalcolabile. In Florida ogni cottura sulla sedia elettrica, alla fiamma o al sangue, è costata 24 milioni di dollari. In Ohio 50. In California 300 milioni di dollari.
Questa immane catastrofe non ha prodotto alcun risultato tangibile (a parte il migliaio di disgraziati uccisi a sangue freddo). Gli stati con la pena di morte non sono più sicuri di quelli senza. Anzi! Di norma accade il contrario e gli stati che non hanno la pena capitale presentano un tasso di omicidio più basso di quelli che ce l’hanno (2). Se gli Stati Uniti fossero il paese pragmatico di cui si favoleggia avrebbero abolito la pena di morte da molto tempo.
(1) L’utilizzo ‘capriccioso ed arbitrario’ della pena di morte fu rilevato nel 1972 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che, nella sentenza Furman v. Georgia, dichiarò incostituzionale tale sanzione per come veniva allora amministrata. Quattro anni più tardi la stessa corte, con la sentenza Gregg v. Georgia, riammise la pena di morte a condizione che vi fossero determinate garanzie nella sua applicazione.
(2) V. nel n. 165 l’art. “Deterrenza: il computo dei forcaioli termina con il 2000”.
La vita di Sakineh Mohammad Ashtiani è di nuovo nell’incertezza. Secondo le autorità giudiziarie iraniane non verrà lapidata, ma potrebbe essere impiccata da un momento all’altro.
Da un’azione urgente di Amnesty International USA del 6 gennaio apprendiamo che Sakineh Mohammadi Ashtiani potrebbe essere di nuovo a rischio di imminente esecuzione in Iran (1).
Sakineh si salvò nel 2010 dopo 5 anni di detenzione forse solo per il fatto che le autorità iraniane entrarono in polemica riguardo alla pena di morte con gli Stati Uniti. Gli Iraniani rinfacciarono agli Americani - da cui arrivavano un mare di proteste e di domande di clemenza per la Ashtiani – di apprestarsi ad uccidere Teresa Lewis ritardata mentale della Virginia (la Lewis fu puntualmente uccisa il 23 settembre di quell’anno, v. n. 183).
Amnesty riporta un comunicato del 25 dicembre dell’agenzia iraniana semi ufficiale ISNA, secondo cui il capo del potere giudiziario della regione dell’Azerbaijan Orientale in cui si trova Tabriz, la città di Sakineh, ha dichiarato che “esperti islamici stanno rivedendo il caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani per verificare se la sua esecuzione può essere effettuata tramite impiccagione”.
Anche se lo stesso personaggio ha poi dichiarato che le sue parole non sono state riportate correttamente (senza però chiarificarle), rimane la preoccupazione per una possibile imminente esecuzione della donna non più per lapidazione ma per impiccagione.
Ricordiamo che il caso di Sakineh ebbe origine nel 2003 quando morì suo marito in circostanze non chiare. Una prima sua condanna a morte tramite impiccagione per complicità nell’uccisione del marito era stata com­mutata in appello, nel 2007, in 10 anni di detenzione (forse ridotti a 5). La seconda condanna a morte, tramite lapidazione, per rela­zioni extraconiugali, fu confermata in appello lo stesso anno e risulta ancora in essere pur se le auto­rità hanno più volte dichiarato che la donna non verrà lapidata.
Il caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani è estremamente complicato in conseguenza della risonanza internazionale che ha avuto e – molto probabilmente – per i forti contrasti che ha prodotto tra le varie autorità iraniane. Sintomo del grande disagio creato dal caso di Sakineh sono gli arresti dei suoi parenti, degli avvocati e dei giornalisti che si sono occupati di lei, e le ricorrenti ‘confessioni’ della donna in TV (2)
(1)V. http://www.amnestyusa.org/sites/default/files/uaa00312.pdf
(2) V. nn. 182, “Enorme risonanza…”, 183, “Teresa uccisa in Virginia…”, “Confusione ed aspre polemiche…”, 185, “Si articola nella massima confusione…”, 186, “Ennesima confessione…”
Lo spaventoso incremento delle esecuzioni capitali in Iran è probabilmente da mettere in relazione con la difficilissima situazione politica del paese, creatasi dopo le contestate elezioni del 2009.
Il 28 febbraio, in occasione dell’uscita di un ampio rapporto di Amnesty International sulle gravissime ed estese violazioni dei diritti umani in Iran (1), gli esperti hanno fatto un bilancio delle esecuzioni capitali avvenute l’anno scorso nel paese degli ayatollah: nel 2011 le esecuzioni capitali in Iran sono state il doppio di quelle dell’anno precedente, le esecuzioni avvenute in pubblico addirittura il quadruplo.
Elise Auerbach, esperta di Amnesty International, ha confrontato le 14 esecuzioni pubbliche ufficialmente riconosciute nel 2010 con le 50 del 2011.
“In alcune foto di impiccagioni si vedono bambini piccoli che guardano” ha detto scandalizzata la Auerbach.
Sembra completamente dimenticato l’impegno a limitare al massimo le esecuzioni in pubblico preso dall’ayatollah Shahroudi, capo del sistema giudiziario iraniano, nel gennaio 2008. (2)
Elise Auerbach ha inoltre sottolineato che le esecuzioni riportate dai media in Iran sono passate dalle 253 del 2010 alle circa 600 del 2011, ma il “numero effettivo delle esecuzioni è più alto”.
Secondo il rapporto, l’aumento del ritmo delle esecuzioni “può essere una strategia per spargere terrore tra la popolazione e dissuadere le proteste. Mentre la repressione dei dissenzienti si allarga, non è da escludere il rischio di un ulteriore aumento delle sentenze capitali e delle esecuzioni.”
Il gran numero delle esecuzioni pubbliche, la generalizzata repressione del dissenso e della libertà di stampa, nonché delle comunicazioni tramite Internet, possono essere interpretate come una dura risposta alle impressionanti proteste provocate dalle discusse elezioni presidenziali del 2009. L’espansione dell’uso della pena capitale assuefa il pubblico e permette di espandere la pena di morte anche a reati connotati politicamente e a delitti di tipo religioso (3).
(1) V. http://www.amnesty.org/en/library/info/MDE13/002/2012/en
(2) V. n. 156, “L’Iran promette di limitare le esecuzioni in pubblico”.
(3) V. ad es. nn. 176, “Si aggrava in Iran l’uso politico…”, 187, “Uso forsennato e politico…”
Le ricorrenti notizie di una moderazione della legislazione riguardante la pena di morte in Iran, giunte in questi anni, si sono dimostrate atti di propaganda con scarse conseguenze nei fatti.
Tra il 12 e il 14 febbraio diverse agenzie giornalistiche iraniane ed estere, tra le quali l’ANSA (1), hanno diffuso comunicati stampa secondo i quali in Iran il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione (un organismo che vigila sul Parlamento e promuove l’attività legislativa) ha completato un’ampia riscrittura del codice penale che escluderebbe la pena di morte per i minorenni e la lapidazione per gli adulteri.
Purtroppo si tratta più che altro di fumo negli occhi, di un rinnovato tentativo di ingannare la comunità internazionale (2). Come spiega il giornalista iraniano Saeed Kamali Dehghan sul Guardian, l’emendamento approvato avrà scarse conseguenze nei fatti (3).
Intanto, quando la nuova legge (in gestazione da alcuni anni) andrà in vigore con l’apposizione della firma da parte del presidente Ahmadinejad, la pena di morte verrà risparmiata ai minorenni solo per quei crimini la cui pena è lasciata alla discrezione del giudice (come i reati di droga). Tuttavia un minorenne potrà ancora ricevere la pena di morte in Iran se commetterà uno dei numerosi crimini considerati “inimicizia verso Dio” (come la sodomia, lo stupro, il furto, la fornicazione, l’apostasia e il consumo di alcolici per la terza volta) per i quali infliggere la pena capitale è obbligatorio.
Vi è poi un’evidente confusione riguardo alla definizione di minorenne. L’Iran non fornisce chiare distinzioni tra la maggiore età (il momento in cui un individuo cessa di essere considerato, per la legge, un bambino) e l’età minima per essere considerati penalmente responsabili (15 anni per i ragazzi e 9 anni per le bambine). Spesso in Iran si confonde tra l’una e l’altra età, consentendo in questo modo la condanna a morte di minori di 18 anni (4).
Secondo il vecchio codice penale, le persone accusate di relazioni extraconiugali erano passibili di condanna alla lapidazione. Il nuovo codice continua a considerare l’adulterio un reato, ma non menziona la punizione da infliggere, lasciando che il giudice si attenga alla dottrina di un esponente religioso affidabile (l’ayatollah Ali Khamenei). Inoltre se il nuovo codice non prevede esplicitamente la pena della lapidazione, si riferisce ad essa due volte in una sezione che descrive le procedure e le condizioni secondo le quali deve essere applicata. Ovviamente, questo significa che si prevede l’uso della lapidazione in futuro.
L’esperto per l’Iran di Amnesty International, Drewery Dyke, ha dichiarato: “Non facciamoci prendere in giro da questa apparenza di miglioramenti nel codice penale iraniano. Esso permette ancora le lapidazioni, i minorenni sono ancora a rischio di finire nel braccio della morte e uomini e donne possono ancora essere incriminati per rapporti sessuali extraconiugali o omosessuali”.
Un aspetto positivo che possiamo trovare in questo tentativo di mascherare la realtà dei fatti, è la dimostrazione che l’Iran si sente a disagio di fronte all’opinione pubblica mondiale per il suo uso smodato della pena di morte. (Grazia)
(1) V. http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2012/02/14/visualizza_new.html_98684556.html
(2) V. nn. 164, Notiziario, “Iran. Annunciata e poi smentita l’abolizione della pena di morte per i minorenni; 167, Notiziario: “Iran. Annuncio tranquillizzante sulla pena di morte per i minori”. Sulla pena di morte minorile e le lapidazioni in Iran v. anche nn. 162, 163, Notiziario, 170, 187, Notiziario.
(3) Vedi:
http://www.guardian.co.uk/world/2012/feb/13/iran-misleading-death-penalty-claims?newsfeed=true
(4) Anche se per l’esecuzione della sentenza si aspetta il compimento del 18-esimo anno del reo.
Il 22 gennaio è uscito il Rapporto Annuale 2012 di Human Rights Watch, la più importante organizzazione non governativa per la difesa dei diritti umani dopo Amnesty International.
Il 22-esimo rapporto di Human Rights Watch, la più importante organizzazione per i diritti umani dopo Amnesty International, è contenuto in un volume di ben 676 pagine, uscito il 22 gennaio, che documenta violazioni dei diritti umani in 90 paesi del mondo nel 2011, in ogni area economica, culturale e religiosa; ad esempio: le violazioni delle leggi di guerra in Libia e in Afghanistan, le detenzioni per motivi politici in Vietnam ed Eritrea, la repressione del dissenso in Cina e a Cuba, la repressione di Internet in Iran e in Tailandia, gli assassini politici in India e in Messico, le violazioni correlate alle elezioni in Russia e nella Repubblica Democratica del Congo; il maltrattamento dei migranti in Europa Occidentale, la carenza di assistenza alla maternità ad Haiti e in Sud Africa, la soppressione della libertà religiosa in Indonesia e in Arabia Saudita, le torture in Pakistan e in Uzbekistan, la discriminazione dei disabili in Nepal e in Perù, la detenzione senza processo in Malaysia e negli Stati Uniti d’America.
I gravissimi intricati problemi connessi con la cosiddetta primavera araba sono analizzati in paesi quali Libia, Egitto, Siria, Bahrain e Yemen, mettendo in evidenza gli influssi internazionali sulle rivoluzioni avvenute in questi paesi, diversi e contrastanti a seconda degli interessi nazionali e delle dinamiche geopolitiche in essere.
Il Rapporto 2012 può essere anche scaricato gratuitamente on-line dal sito di Human Rights Watch all’indirizzo: http://www.hrw.org/world-report-2012
12) SEMPRE PIU’ DIFFICILE E COSTOSO REPERIRE I FARMACI LETALI
I farmaci necessari per uccidere un condannato con l’iniezione letale qualche anno fa costavano allo stato del Texas 83,35 dollari. Ora costano 1.286,99 dollari ed è diventato molto difficile reperirli.
Il Pentobarbitale è l’anestetico ultra rapido che negli ultimi due anni ha progressivamente sostituito nelle camere della morte degli Stati Uniti l’oramai introvabile e costosissimo Pentotal (1).
Nonostante la decisa opposizione ad un uso letale del farmaco da parte della casa che lo produce, la sostituzione è stata resa possibile dal fatto che in molti paesi del mondo si trova una grande quantità di dosi di Pentobarbitale.
Ora anche il Pentobarbitale si rivela costoso e non così facilmente ottenibile dagli stati forcaioli.
In Texas ci si è accorti che il costo di un omicidio legale rispetto ai tempi in cui si trovava Pentotal a basso costo è aumentato del 1560 per cento! Infatti un’iniezione letale una volta costava 83,35 dollari. Ora costa 1.286,99 dollari.
Il quotidiano Dallas Morning News in un articolo del 24 febbraio osserva che le 12 esecuzioni finora portate a termine in Texas con il Pentobarbitale sono costate 15.400 dollari invece di 1.000.
Si tratta indubbiamente di un aggravio per i contribuenti, anche se modesto rispetto all’astronomico costo dell’iter giudiziario nei casi capitali.
Il problema è ovviamente esteso a tutti gli stati che applicano la pena di morte: le amministrazioni carcerarie dell’Oklahoma, dell’Ohio, del Mississippi e del South Carolina hanno dichiarato di aver sostenuto grosse spese per procurarsi scorte del nuovo farmaco letale. Tra l’altro tali scorte stanno esaurendosi in diversi stati, mentre il produttore ha ribadito che cercherà di bloccare l’uso del Pentobarbitale per le esecuzioni.
E’ probabile che a questo punto i boia dovranno ricominciare a guardarsi attorno per trovare una nuova sostanza in sostituzione del Pentobarbitale. Pare anzi che già si stiano muovendo e voci di corridoio indicano il Propofol come candidato ideale. Si tratta dell’oppiaceo, noto con il nome commerciale Deprivan, utilizzato universalmente come antidolorifico o come anestetico ultra rapido per gli interventi chirurgici. Il Deprivan divenne famoso nel 2009 quando si disse che provocò la morte del cantante Michael Jackson.
In tutti i casi, possiamo solo augurarci che il problema dei costi sempre più elevati delle esecuzioni, anche se non è certo un dilemma di natura etica, contribuisca ad indurre gli Americani a riflettere e a interrogarsi sulla pena di morte. (Grazia)
(1) Vedi ad es. nn. 187, 189. Un anestetico ultra rapido viene somministrato come unico farmaco letale ovvero prima di altre due sostanze: il bromuro di pancu­ronio, che produce paralisi respiratoria, e il cloruro di potassio, che provoca il blocco cardiaco.
Scampato pericolo per gli Usa e per il mondo: dopo aver compiuto errori madornali, il governatore del Texas, Rick Perry, si ritira dalla corsa per la nomination repubblicana alle presidenziali Usa.
Il governatore del Texas, Rick Perry, gettatosi precocemente nella lotta per conseguire la nomination repubblicana per le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti (1), ha fatto una serie incredibile di errori dandosi la zappa sui piedi ed è uscito rapidamente dall’agone. Il 19 gennaio ha gettato la spugna in South Carolina ed è rientrato ad Austin, la capitale del Texas, dopo aver speso nella maniera peggiore cinque mesi della sua vita pubblica.
Perry, insieme ai suoi consiglieri, ha scontentato l’elettorato repubblicano con dichiarazioni avventate di segno opposto. Ha sbagliato spostandosi troppo a destra, ad esempio chiamando i governanti della Turchia “terroristi islamici”, bollando la politica del presidente della Federal Reserve Ben Bernanke come un “tradimento” della nazione, attaccando i militari gay. Ma ha sbagliato anche facendo dichiarazioni ‘di sinistra’ probabilmente suggeritegli dai suoi consiglieri per correggere una rotta rovinosa, come quando ha definito ‘senza cuore’ coloro che si oppongono alle sovvenzioni pubbliche per la scolarizzazione dei figli degli immigranti irregolari, o come quando ha parlato di “avvoltoi capitalisti” alienandosi la simpatia degli uomini d’affari repubblicani. Ha fatto anche errori che derivano semplicemente dalla sua ignoranza di ‘provinciale’ texano, come quando ha dimostrato di non sapere quanti siano i membri della Corte Suprema degli Stati Uniti.
Dai sondaggi risulta che la pessima performance a livello nazionale ha avuto ripercussioni in Texas. Ha fatto sì che un terzo dei Repubblicani del Texas ridimensionasse la propria considerazione del governatore. Il 40% di loro ritiene ora che egli non debba ripresentarsi alle prossime elezioni governatoriali a fine 2014. L’approvazione del governatore da parte dei suoi concittadini adulti è scesa dal 69% dello scorso anno al 40% attuale.
I commentatori osservano che Perry è tornato in Texas giusto in tempo per tamponare il rapido deterioramento della sua posizione politica e prepararsi a rafforzarla con la nomina di una quarantina di importanti cariche in comitati e commissioni in scadenza dal 1° febbraio.
Sta di fatto che l’uscita di scena nella corsa per le presidenziali di Rick Perry - un uomo caratterizzato da mentalità provinciale, fondamentalismo religioso, favore per la detenzione delle armi personali e per lo schieramento dei grandi missili nucleari, incondizionato sostegno alla pena di morte (1) (2) - può essere considerata uno scampato pericolo per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Ciò anche se i competitori repubblicani di Perry ora vincenti, come Newt Gingrich e Mitt Romney, danno adito a molteplici preoccupazioni e inducono a considerare l’eventuale probabile rielezione dell’attuale pessimo presidente degli Stati Uniti, il democratico Barack Obama, un male minore.
(1) V. n. 192.
(2) V. Notiziario.
14) CHE QUEL BARLUME SI SPENGA OPPURE NO,DIPENDE DA NOI di Fernando Caro
Fernando Eros Caro, il nostro corrispondente dal braccio della morte di San Quentin in California, ci ha inviato una riflessione sul carcere frutto di grande saggezza e di una immensa forza d’amino.
Il carcere è una parte della mia vita che non avevo mai creduto di dover sperimentare. Non mi ero mai soffermato a pensare alle prigioni, né mai avevo pensato a che tipo di vita vi si potesse condurre. Ovviamente, questo fino a quando fui mandato qui a San Quentin. Adesso invece ho trascorso trentun anni della mia vita immaginando come debba esser la vita fuori dal carcere.
Ci vuole tempo per adattarsi ad una vita molto diversa da quella libera. La libertà di movimento, la possibilità di andare ovunque senza limitazioni. Per alcuni, l’adattamento al carcere è veloce, sono cresciuti già nelle mani dello stato (in collegi o riformatori). Per altri ci vuole più tempo, un anno o anche di più. Alcuni non si adattano mai, la loro mente e a volte il loro corpo muoiono.
Quando arrivai qui avevo 32 anni. Vedevo intorno a me solo uomini condannati a morte, inclini alla violenza, assassini! Alcuni non avevano alcun principio morale. Non avevano alcun senso di responsabilità. E avevano un distorto senso del rispetto.
Durante i primi dieci o quindici anni risposi alla violenza con la violenza. O soccombevo alle percosse e alle minacce di morte o dovevo difendermi. Le prigioni non sono giardini fioriti, anche coloro che hanno trovato la fede sono ancora inclini alla violenza! Il loro dio o la loro divinità non li proteggerà da un attacco! L’atmosfera violenta all’interno del carcere è spessa, come un gas a cui basta una scintilla per esplodere. E in cima alle mura ci sono guardie armate, pronte a sparare.
La prigione dovrebbe essere un luogo di riabilitazione. I boia affermano che l’unica riabilitazione possibile è la morte. Non stupisce che gli uomini escano dal carcere arrabbiati, impauriti e più aggressivi. Tutte le emozioni negative non sono cancellabili in alcun modo.
Ho sempre detto che ogni medaglia ha il suo rovescio. In ogni tragedia e in ogni delusione c’è un aspetto positivo. Devi solo lasciare che il tempo passi fino a quando riesci a scoprirlo. Ogni tanto mi pareva che i miei ultimi anni fossero anni perduti, sprecati. In effetti, dover affrontare una condanna a morte mette a dura prova l’ottimismo di una persona. Vedere altri uomini giustiziati fa intravedere la luce alla fine del tunnel come molto scialba e fioca, quasi spenta. Ma in realtà non si spegne del tutto!
Che quel barlume si spenga oppure no, dipende dalla forza del nostro carattere. Devo confessarlo, ogni tanto mi dimenticai di quella lucina! Però a un certo punto guardai nel fondo del mio animo e mi dissi: “Adesso basta!” Se non posso aumentare quella lucina, almeno mi sforzerò di allargare il tunnel per vederla meglio e per riuscire a raggiungerla!
La speranza e l’età giocano un ruolo importante nella sopravvivenza di un individuo. Il tempo fa maturare la mente, porta saggezza, e insegna il senso comune. Il senso comune, la capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, e di usare le esperienze della vita per risolvere i problemi senza ricorrere alla forza bruta. Impedire che la rabbia monti dentro di noi quando veniamo offesi da qualcuno, è una prova di carattere. Ecco l’altro lato della mia medaglia personale, che porto con me da 31 anni.
Facendo seguito all’articolo comparso nel numero precedente, che fornisce una statistica sulle risposte chiuse al Questionario sul Foglio di Collegamento riempito da 52 lettori (il 18% del totale), riportiamo una sintesi delle più salienti riposte aperte, cioè quelle risposte espresse liberamente con parole proprie negli appositi spazi del questionario, per spiegare e integrare le riposte chiuse. Ci sembra che le risposte aperte siano coerenti con quanto già emerso dalle risposte chiuse.
Principali osservazioni
Parecchi lettori lamentano una grafica troppo monotona, trovano casuale e disordinata la sequenza degli articoli, vorrebbero per esempio l’inserimento di foto.
Qualche lettore che legge una piccola parte del F. d. C. dice di selezionare, anche per mezzo dei titoli, gli articoli che gli interessano. Un lettore apprezza esplicitamente a tale scopo il “sommario” nell’e-mail di accompagnamento del F. d. C.
Molto apprezzati da molti lettori gli articoli che parlano dei prigionieri, di quello che avviene nel carcere, e gli appelli in favore dei condannati. Alcuni vorrebbero un incremento di questi contenuti. Tre lettori chiedono di parlare di più del carcere in Italia.
Il F. d. C. è ritenuto uno strumento di collegamento e di solidarietà tra persone coinvolte nella pena di morte, tra attivisti e tra prigionieri e corrispondenti/amici fuori del braccio. E’ uno strumento che permette di agire in favore dei condannati a morte.
Il F. d. C. fa riflettere sulla pena di morte, sul fatto che anche in un paese a noi ‘vicino’ esiste ancora un’istituzione come la pena di morte.
Si vorrebbero più ‘buone notizie’. Un lettore lamenta che vengano riportati particolari tragici che gli procurano angoscia.
I lettori in maggioranza ritengono valida l’idea di vivacizzare ogni numero con un inserto artistico o letterario, anche per aggiungere emozioni alle notizie, ma una minoranza dice di no e alcuni osservano che questa iniziativa deve essere valutata in ragione della mole di lavoro redazionale che richiede.
Tra gli ‘altri mezzi’ con cui ricevono informazioni un buon numero di lettori cita le ricerche nel Web e Facebook: avremmo dovuto mettere queste alternative tra le risposte chiuse.
Alcuni lettori trovano complessi / faticosi determinati articoli, soprattutto quelli più lontani dagli interessi personali , ma riconoscono che gli approfondimenti operati danno autorevolezza al F. d. C. Si riconosce che il F. d. C. rende comprensibili temi difficilissimi, come ad esempio l’intricato sistema giudiziario USA nei casi capitali.
Nonostante ciò ci sono inviti a snellire (nei limiti del possibile senza intaccare i pregi di cui sopra).
In due casi il F. d. C. viene utilizzato nelle scuole.
Un lettore dice che il F. d. C. è interessante (solo?) quando contiene scritti di Claudio Giusti.
Un lettore dice che sono carenti i riferimenti al contesto storico, filosofico, culturale degli argomenti trattati.
Un lettore insiste molto sulla necessità di snellire il F. d. C, e soprattutto di rendere meno gravoso il lavoro redazionale, per non affaticare troppo chi lo prepara.
Infine, per concludere
Quasi tutti ribadiscono la buona copertura dei vari argomenti, una tendenziale completezza della trattazione, che non si limita agli Stati Uniti, la chiarezza del linguaggio compatibilmente con la complessità degli argomenti trattati.
Molti lettori si preoccupano di ringraziarci per un lavoro assai apprezzato e ci incoraggiano a proseguire così.
Il piccolo grande libro sui diritti umani che consigliamo ai nostri lettori si intitola: “Il cielo dentro di noi”. E’ stato preparato con grande cura dal socio Roberto Fantini, docente di filosofia e storia.
Invitiamo tutti i lettori a procurarsi l’ultimo libro di Roberto Fantini, docente di filosofia e storia, socio del Comitato Paul Rougeau, figura di rilievo nel Coordinamento Educazione ai Diritti Umani di Amnesty International Italia.
Il libro, che Roberto definisce affettuosamente ‘libricino’, si intitola: “Il cielo dentro di noi – Conversazioni sui diritti umani (sul mondo che c’è e su quello che verrà).”
Per la verità, se la qualifica di ‘libricino’ può corrispondere alla piccola mole del volume che la contiene (112 pagine in tutto), non si adatta certamente ad un’opera preziosa, densissima, frutto di un impegnativo lavoro, di riflessioni lunghe una vita.
Roberto, per dare un corpo ai diritti umani, non solo ha attinto alla propria preparazione storico-filosofica ed ha interrogato la sua coscienza, ma si è messo in cerca di altri ‘testimoni’ diversi da lui. Ha intervistato e guidato con garbo e pazienza, maieuticamente, una decina di persone che con i diritti umani hanno un’intensa relazione. Alcune per le vicende drammatiche della loro vita, altre semplicemente perché vi si dedicano con continuità giorno dopo giorno. L’idea di incarnare una materia che di solito procede per dichiarazioni ed enunciati ‘universali’, si è rivelata felicissima.
“Il cielo dentro di noi” è un libro da gustare, da centellinare, a cominciare dalle due pagine di introduzione in cui insieme a Immanuel e ad Albert – compagni di strada paritari – Roberto spiega che i diritti umani si trovano al centro dello sconfinato mistero in cui siamo immersi ma, al contrario di quanto affermato per secoli, non ci sono stati forniti belli e pronti. Non sono un regalo divino né il dettato di una morale naturale, piuttosto “qualcosa di strettamente storico-culturale. E, come tali, più fragili e vulnerabili delle leggi della fisica e della chimica, ma, al contempo, immensamente più preziosi, immensamente più bisognosi di cure, di essere protetti e alimentati, giorno per giorno, come una creatura incapace di vivere senza di noi, incapace di so­pravvivere alla nostra eventuale, malaugurata disattenzione.”
Dopo aver passeggiato con Kant ed Einstein, Fantini si accompagna alle persone che hanno accolto il suo invito ad affrontare “questioni importanti, perché relative ai diritti umani.” Si tratta di “persone che uniscono cuore e intelletto, cono­scenza teorica a esperienze personali, sempre con grande apertura di prospettive, sempre attingendo al passato per ragionare sull’oggi e per provare a costruire un domani migliore per tutti.”
Roberto ci offre “il risultato di queste chiacchierate”, con la speranza che i lettori possano fare incontri che lasceranno in loro “la voglia di capire di più e, soprattutto, la voglia di schierarsi dalla parte delle vittime, dalla parte degli oppressi, dalla parte di chi è più debole. Perché è solo così che la nostra umanità ferita potrà continuare a credere nel suo futuro.”
I temi affrontati da Roberto Fantini nel libro sono i seguenti: l'antisemitismo (con Lorenza Mazzetti), la tragedia dei desaparecidos argentini (con Enrico Calamai), il genocidio ruandese (con Yolande Mukagasana), i campi di concentramento in Cina (con Harry Wu), la pena di morte (con Giuseppe Lodoli), la situazione carceraria italiana: (con Patrizio Gonnella), la tortura (con Andrea Taviani), Amnesty International (con Antonio Marchesi), il disarmo (con Maurizio Simoncelli), le religioni e i diritti umani (con Luigi De Salvia).
La prefazione è di Riccardo Noury, Portavoce della Sezione Italiana di Amnesty International.
Invitiamo i lettori a comprare, a leggere e a diffondere questo libro: ne vale la pena!
Roberto Fantini devolverà i diritti d’autore alla Sezione Italiana di Amnesty International.
Diamo qui di seguito le informazioni bibliografiche e alcuni consigli per l’acquisto del libro.
Roberto Fantini: “Il cielo dentro di noi Conversazioni sui diritti umani (sul mondo che c’è e su quello che verrà).” 112 pagine. Editore Graphe.it , 2012. Euro 10.
Vedi: http://www.fantiniartemente.com/index.php?option=com_zoo&view=item&Itemid=46
Il libro dovrebbe essere disponibile nelle librerie Feltrinelli, ma si può ordinare in qualsiasi libreria; anche on-line nelle maggiori librerie on-line, per es. lafeltrinelli.it, vedi:
http://www.lafeltrinelli.it/products/9788897010180/Il_cielo_dentro_di_noi/Fantini_Roberto.html
Chi avesse difficoltà a procurarsi il libro può chiederlo a noi: cercheremo di procurarcene un certo numero di copie da inviare a chi ce le chiede.
17) NOTIZIARIO
Texas. Un sconfitta legale per Larry Swearingen, e un’udienza cruciale. Il 27 febbraio la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rigettato un appello del nostro amico Larry Swearingen basato essenzialmente sul concetto di effettiva innocenza (actual innocence) ponendo fine all’iter giudiziario di Larry a livello federale. Nello stesso giorno è cominciata l’udienza, destinata ad estendersi su due settimane, nella Nona Corte Distrettuale statale presso la contea diMontgomery, sulle prove dell’innocenza di Larry emerse dopo il processo. Daremo conto di questa udienza cruciale per Larry nel prossimo numero.
Texas. Per numero di esecuzioni: primo Perry, distanziato Bush. Il 29 febbraio, con l’esecuzione di George Rivas, il governatore Rick Perry ha raggiunto un record poco invidiabile: sotto il suo governatorato sono avvenute più della metà di tutte le esecuzioni compiute in Texas dopo la reintroduzione del pena di morte: 240 su 479, tra cui quella di Cameron Todd Willingam, probabile innocente, al quale negò clemenza. Molto distanziato da Perry risulta il suo predecessore George W. Bush che presiedette ‘solo’ a 152 esecuzioni, tra cui quella del nostro amico Gary Graham, probabile innocente.
USA. Chiesta la corte marziale per Bradley Manning. Il 15 gennaio il colonnello Carl Coffman ha rivolto al generale Michael Linnington, comandante del distretto militare di Washington, la richiesta di sottoporre a corte marziale il 24-enne soldato Bradley Manning accusato di aver trasmesso a Julian Assange, fondatore del famoso sito WikiLeaks, 700mila documenti molti dei quali secretati. Se Linnington approverà la proposta, Manning – detenuto da due anni - potrebbe affrontare il processo con 22 capi d’accusa, compreso quello di ‘aiuto al nemico’ punibile con la pena di morte. Anche se il colonnello Paul Almanza, che ha presieduto l’udienza preliminare per Manning in dicembre, non ha raccomandato la pena capitale, Linnington potrebbe decidere altrimenti. Ci sembra comunque assurdo che in un paese civile come gli Stati Uniti possa essere condannato all’ergastolo un poveraccio che ha rivelato storie che non possono mettere in pericolo l’America ma piuttosto giovare alla sua moralità, svergognando autorità e diplomatici nella loro stupidità, nella loro ipocrisia, nonché svelando alcuni crimini commessi in nome degli interessi nazionali. Manning ha già pagato molto per essere stato detenuto in condizioni che equivalgono a tortura (v. anche n. 188, Notiziario).
Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 29 febbraio 2012

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