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Timestamp: 2019-04-24 14:04:02+00:00

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Art. 2732 codice civile - Revoca della confessione - Brocardi.it
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Articolo 2732 Codice civile
Revoca della confessione
Dispositivo dell'art. 2732 Codice civile
Fonti → Codice civile → LIBRO SESTO - Della tutela dei diritti → Titolo II - Delle prove → Capo V - Della confessione
La confessione non può essere revocata se non si prova che è stata determinata da errore (1) di fatto o da violenza [1435] (2).
(1) Di regola, l'efficacia della confessione non può essere caducata, tuttavia la norma fornisce due eccezioni a tale irrevocabilità: le ipotesi di errore e di violenza. L'errore di fatto si delinea qualora colui che pone in essere la prova confessoria è fuorviato da una falsa immagine della realtà, che lo porta a ritenere vero un fatto in realtà non avvenuto o magari accaduto con una dinamica differente rispetto a quella creduta. Opinione unanime in giurisprudenza reputa non rilevante l'errore sulle conseguenze giuridiche della dichiarazione confessoria.
(2) La disposizione stabilisce che deroghi all'irrevocabilità della prova confessoria anche l'ipotesi di violenza morale, ossia la minaccia attraverso cui la parte sia stata costretta ad esprimere un fatto falso. Tuttavia, nella circostanza in cui, nonostante la minaccia, i fatti risultino autentici, la confessione non subirà alcuna revoca. Fondamentale è sottolineare che la norma in esame non riguarda l'ipotesi di violenza fisica, che cancellando in toto la volontarietà della dichiarazione confessoria, la renderebbe nulla, privandola di conseguenza di qualsiasi efficacia probatoria.
La norma enuncia l'irrevocabilità della confessione, avendo ad oggetto la dichiarazione della verità, per sua natura unica ed insuscettibile di ripensamento. Le eccezioni espressamente citate formano eccezioni alla generale regola dell'irrilevanza dei vizi della volontà negli atti processuali.
Spiegazione dell'art. 2732 Codice civile
Perché la confessione è irrevocabile
La irrevocabilità della confessione è conseguenza del suo carattere. Essa è fondamentalmente una dichiarazione di scienza ; una volta resa è acquisita al processo, e, come ogni altra prova, non può per­dere la propria forza giuridica. Da ciò deriva anche la limitazione appor­tata con la seconda parte dell'articolo in esame. Se vi fu errore di fatto, mancò la scienza ; se vi fu violenza, mancò la dichiarazione (vis absoluta) e mancò o potè mancare (vis compulsiva), la corrispondenza fra dichiarazione e scienza.
Errore, violenza, dolo
È noto che i vizi della manifestazione di volontà o di scienza .sono tre : l'errore, la violenza, il dolo (cfr. art. 1427). Qui la legge tace del dolo ; l'art. 136o cod. civ. 1865 non faceva parola neppure di vio­lenza, onde una lacuna, che il legislatore- (Relazione, n. 1119) dichiara di aver voluto colmare.
a) Secondo l'art. 1428 l'errore è causa di annullamento del con­tratto quando è essenziale (cioè, secondo la dottrina più comune, che cada sulla natura del rapporto giuridico) e riconoscibile dall'altro con­traente. Ritengo che la prima di queste regole si applichi anche alla confessione, nel senso che l'errore non essenziale non autorizzi la revoca dell'intera confessione ma delle sole circostanze erronee, se ed in quanto giuridicamente rilevanti. Non così la seconda, in quanto non, ha ragione di essere, sotto questo profilo, la buona fede (iusta opinio) di colui a cui vantaggio è rivolta la confessione.
b) La violenza (cfr. art. 1434) è efficace anche se esercitata da un terzo, e deve essere (art. 1435) di tal natura da fare impressione sopra una persona sensata e da farle temere di esporre sé o i suoi beni a un male ingiusto e notevole.
c) Malgrado il silenzio della legge, ritengo che anche il dolo, avente caratteri analoghi a quelli dell'art. 1439 (raggiri usati da uno dei con­traenti senza dei quali l'altra parte non avrebbe contrattato) autorizzi la revoca della confessione : se questa è giudiziale, esso configura la ipotesi di cui all'art. 494, n. i cod. proc. civ. 1865 e 395 cod. proc. civ. 194o n..1 (revocazione per dolo di, una delle parti a danno dell'altra). Mentre la confessione è atto di parte, la sua revoca può essere con­tenuta nelle difese, opera del difensore.
Dichiarazione volutamente difforme dalla verità : effetti
Se la dichiarazione è volutamente difforme dalla verità (cfr. art. 273o) reputo che essa sia tuttavia efficace : cessa di essere manife­stazione di scienza per divenirlo di volontà.
Massime relative all'art. 2732 Codice civile
Cass. civ. n. 9777/2016
Ai fini della revoca della confessione per errore di fatto, è necessario dimostrare non solo l'inesistenza del fatto confessato ma anche che, al momento della confessione, il confitente versava in errore, provando le circostanze che lo avevano indotto a ritenere che il fatto confessato fosse vero. (In applicazione dell'anzidetto prinicpio, la S.C. ha confermato la decisione impugnata, secondo cui, a fronte di una dichiarazione confessoria riguardante l'allegazione agli atti di affidamento dei lavori della documentazione relativa ad un subappalto, l'odierna ricorrente avrebbe dovuto dedurre l'errore inficiante quella ammissione, indicandone ragioni e circostanze, e non già la mera reticenza della controparte).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9777 del 12 maggio 2016)
Cass. civ. n. 14780/2009
A norma dell'art. 2732 c.c., l'invalidazione della confessione postula la dimostrazione, da parte del confitente, della non veridicità della dichiarazione e del fatto che la stessa è stata determinata da errore o da violenza; pertanto, poiché non può parlarsi di revoca nel senso stretto del termine, per togliere efficacia alla confessione non è necessaria una manifestazione di volontà negoziale o la proposizione di un'espressa domanda giudiziale.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 14780 del 24 giugno 2009)
Cass. civ. n. 3921/2006
Poiché la quietanza costituisce atto unilaterale di riconoscimento del pagamento ed integra, tra le parti, confessione stragiudiziale — proveniente dal creditore e rivolta al debitore — che fa piena prova della corresponsione di una specifica somma di denaro per un determinato titolo, l'esistenza del fatto estintivo (pagamento) da essa attestato può essere contestata soltanto mediante la prova degli stessi fatti (errore di fatto o violenza) richiesti dall'art. 2732 c.c. per privare di efficacia la confessione, essendo irrilevanti il dolo e la simulazione. Inoltre non è ammissibile la prova testimoniale o per presunzioni diretta a dimostrare la simulazione assoluta della quietanza, che dell'avvenuto pagamento costituisce documentazione scritta, ostandovi l'art. 2726 c.c., il quale, estendendo al pagamento il divieto, sancito dall'art. 2722 dello stesso codice, di provare con testimoni patti aggiunti o contrari al contenuto del documento contrattuale, esclude che con tale mezzo istruttorio possa dimostrarsi l'esistenza di un accordo simulatorio concluso allo specifico fine di negare l'esistenza giuridica della quietanza, nei confronti della quale esso si configura come uno di quei patti, anteriori o contestuali al documento, vietati in virtù del combinato disposto dei citati artt. 2722 e 2726 c.c. (Nella specie, il principio è stato formulato con riferimento alla quietanza rilasciata dal venditore nell'atto pubblico di compravendita).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3921 del 22 febbraio 2006)
Cass. civ. n. 3010/2002
Al fine della revoca della confessione è necessario non solo l'elemento oggettivo, costituito dalla non rispondenza al vero del fatto confessato, ma anche l'elemento soggettivo, cioè la prova dello stato di errore in cui il confidente si trovava nel momento in cui il fatto venne confessato.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3010 del 1 marzo 2002)
Cass. civ. n. 547/1999
In base all'art. 2732 c.c. alla parte che abbia reso confessione non è concesso di poter fornire dimostrazione diversa da quella della «revoca» (o invalidità) della confessione stessa in conseguenza di errore di fatto in cui incorse o di violenza su di lei esercitata. La suddetta disposizione, tassativamente espressa, non può mai essere derogata; ad essa, pertanto, restano assoggettate anche le controversie di lavoro non potendo, neanche in queste, alla mancanza di prova ad opera della parte supplire il potere di indagine lasciato al giudice (che rimane limitato, secondo la disciplina generale, alla ricerca dell'animus confitendi). Inoltre, i mezzi di prova di cui, al suddetto fine, la parte confidente richieda l'acquisizione o l'espletamento debbono essere idonei a fornire la dimostrazione rigorosa non di un'eventuale contrarietà dei fatti oggetto della confessione rispetto ad altri presuntivamente verificatisi, ma direttamente della ragione che determinò la caduta in errore sulla veridicità delle circostanze dichiarate (e in effetti non veridiche) o i fatti di violenza sofferti che indussero il dichiarante a precludersi nel futuro il ricorso alle normali vie di difesa per resistere alle richieste avversarie, tenuto conto che — almeno per l'ipotesi in cui si assuma che la confessione fu estorta con violenza — non occorre dimostrare l'obiettiva falsità del fatto.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 547 del 21 gennaio 1999)
Cass. civ. n. 5459/1998
La confessione può esser invalidata — e non «revocata», perché gli effetti sostanziali e processuali di essa non sono rimessi alla volontà del dichiarante — soltanto se il confitente dimostra non solo l'inveridicità della dichiarazione, ma anche che la non rispondenza al vero di questa dipende o dall'erronea rappresentazione o percezione del fatto confessato, o dalla coartazione della sua volontà, e non già invece dall'aver erroneamente confidato sull'avveramento di quanto dichiarato consapevolmente in modo inveritiero. (Nella specie la S.C. ha escluso la legittimità dell'invalidazione della confessione stragiudiziale del creditore circa l'adempimento del debitore, costituita dalla fattura quietanzata rilasciatagli sapendo che questi non aveva adempiuto, ma sull'indotta aspettativa che avrebbe provveduto di lì a poco, mentre invece non si era fatto più vedere).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5459 del 3 giugno 1998)
Cass. civ. n. 1483/1995
L'art. 2732 c.c. limita tassativamente alla violenza ed all'errore di fatto le cause di invalidazione della dichiarazione confessoria. Pertanto resta esclusa la possibilità di applicare alla confessione la normativa generale in materia di invalidità del contratto, ed in particolare l'art. 1439 c.c., con la conseguente impossibilità di invocarne la revoca per dolo, al di là del caso in cui esso si risolva in errore di fatto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1483 del 10 febbraio 1995)
Cass. civ. n. 629/1995
Quando una dichiarazione di verità della parte ha per oggetto un fatto storico, l'effetto sfavorevole della parte dichiarante e cioè l'efficacia di piena prova che ne discende, può essere revocata solo dimostrando l'errore (art. 2732 c.c.): vale a dire sia l'elemento oggettivo della non rispondenza al vero del fatto confessato, sia l'elemento soggettivo dell'errore in cui il dichiarante è caduto; quando la dichiarazione ha poi per oggetto una situazione più complessa, che implica qualificazione giuridica del fatto, la sua efficacia vincolante secondo la regola stabilita dall'art. 1988 c.c. può venir meno per la divergenza, che il dichiarante ha l'onere di dimostrare, tra la situazione giuridica dichiarata e quella esistente.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 629 del 20 gennaio 1995)

References: Articolo 2732

Articolo 2732
 art. 1427
 art. 1434
 art. 273

Cass. 
 sentenza 

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