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Timestamp: 2019-10-17 18:35:55+00:00

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Legittimo il licenziamento per il lavoratore che si rifiuta di indossare le protezioni
Corte di Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza n. 25392 del 12 Novembre 2013. La "legge 626" (d.lgs. 626/1994) pone a carico del datore di lavoro l'obbligo di garantire al lavoratore la fruizione di un ambiente di lavoro salubre e sicuro, eventualmente imponendo l'utilizzo di mezzi di protezione adeguati. Dovere del datore è inoltre quello di redigere un documento di valutazione dei rischi nel quale sono elencati tutti i dispositivi da indossare e le accortezze da seguire e di vigilare affinchè i dipendenti eseguano effettivamente le direttive impartite. L'immediata conseguenza che deriva da detta normativa è l'illegittimità del rifiuto del lavoratore all'utilizzo di questi dispositivi di salvaguardia individuali, come, nel caso di specie, gli occhiali di protezione.
Il rifiuto reiterato al loro utilizzo ha comportato l'applicazione di diverse sanzioni disciplinari, sino al licenziamento.
"All'interno del rapporto di lavoro subordinato, non è legittimo il rifiuto del lavoratore di eseguire la prestazione lavorativa nei modi e nei termini precisati dal datore di lavoro in forza del suo potere direttivo, quando il datore di lavoro da parte sua adempia a tutti gli obblighi derivantigli dal contratto (pagamento della retribuzione, copertura previdenziale e assicurativa etc.), essendo giustificato il rifiuto di adempiere alla propria prestazione, ex art.1 460 Cc, solo se l'altra parte sia totalmente inadempiente, e non se via sia una potenziale controversia su una non condivisa scelta organizzativa aziendale, che non può essere sindacata dal lavoratore, ovvero sull'adempimento di una sola obbligazione, soprattutto ove essa non incida (come avviene per il pagamento della retribuzione) sulle sue immediate esigenze vitali". Questo l'importante principio enunciato dalla Suprema Corte, con il conseguente rigetto del ricorso proposto dal lavoratore licenziato.
Cassazione: differenze tra danno da mobbing e danno alla professionalità.
Lunedì 20 Gennaio 2014 14:28
Corte di Cassazione Civile, sezione lavoro, sentenza n. 172 dell'8 Gennaio 2014. In tema di tutela del lavoro il danno alla professionalità è circostanza ben differente dal danno psichico e fisico causato dal mobbing; se il secondo consiste nella sofferenza del soggetto causata da trattamenti umanamente degradanti ad opera di superiori gerarchici o da colleghi in genere, il danno professionale è espressamente collegato al demansionamento del lavoratore, protratto nel tempo. Comportamento che può nello specifico comportare una perdita di opportunità lavorative per il dipendente. Le due figure sono quindi ben distinte e l'accertamento dell'una non implica automatica insorgenza dell'obbligo di risarcimento del danno anche per l'altra.
Nel caso di specie il giudice ha accertato l'evento mobbing a carico del ricorrente - nella specie, provvedimenti disciplinari privi di fondamento e trasferimenti illegittimi - al quale è stato riconosciuto il risarcimento del danno biologico. Il fatto che il giudice del merito abbia accolto la domanda di risarcimento relativa al mobbing mentre abbia rigettato quella collegata al danno alla professionalità, secondo la Suprema Corte, non è assolutamente illogico; la circostanza del demansionamento va provata (cosa in questo caso non avvenuta) e l'onere della prova resta pur sempre a carico del dipendente.
Il ricorso proposto dal dipendente interessato, proposto impugnando la sentenza d'appello di accoglimento parziale, è quindi rigettato dalla Corte di Cassazione.
Sicurezza, colpevole il datore di lavoro che omette di installare la segnaletica di pericolo Fonte:
Venerdì 17 Gennaio 2014 17:12
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 956 del 13 gennaio 2014, ha respinto il ricorso di un datore di lavoro avverso la decisione con cui era stato ritenuto colpevole, quale amministratore unico di una Società, del reato ex art.163 del D.lgs. n.81 del 2008 per avere omesso di installare la necessaria cartellonistica che informasse di una situazione di pericolo e, in particolare, di una piattaforma esistente al cancello d'ingresso del piazzale aziendale utilizzato dai mezzi di trasporto.
Il Tribunale aveva ritenuto che lo scontro avvenuto fra un automezzo in entrata e la piattaforma sovrastante l'accesso avesse messo in evidenza l'omessa adozione della necessaria cautela oggetto della fattispecie legale. La Suprema Corte - ritenendo infondato il motivo di ricorso del datore di lavoro il quale lamentava un'errata applicazione di legge ex art. 606, lett. b) cod. proc. pen. per avere il giudice, non applicando correttamente gli artt. 2 e 163 della legge citata, applicato una revisione che si dirige ai soli dipendenti del "datore di lavoro" e che non può avere come riferimento coloro che non sono legati all'azienda da un rapporto di lavoro, come appunto il conducente di un automezzo di altra ditta che faceva ingresso nel piazzale, per il quale possono valere i principi di responsabilità fissati dall'art. 2051 cod. civ. - condivide il principio di diritto fissato con la sentenza, n. 23147 del 17 aprile 2012, secondo cui: "In tema di prevenzione nei luoghi di lavoro, le norme antinfortunistiche non sono dettate soltanto per la tutela dei lavoratori nell'esercizio della loro attività, ma sono dettate anche a tutela dei terzi che si trovino nell'ambiente di lavoro, indipendentemente dall'esistenza di un rapporto di dipendenza con il titolare dell'impresa.
Ne consegue che ove in tali luoghi vi siano macchine non munite dei presidi antinfortunistici e si verifichino a danno del terzo i reati di lesioni o di omicidio colposi, perché possa ravvisarsi l'ipotesi del fatto commesso con violazione delle norme dirette a prevenire gli infortuni sul lavoro, di cui agli artt. 589, comma secondo, e 590, comma terzo, cod. pen., nonché la perseguibilità d'ufficio delle lesioni gravi e gravissime, ex art. 590. u.c., cod. pen., è necessario e sufficiente che sussista tra siffatta violazione e l'evento dannoso un legame causale, il quale ricorre se il fatto sia ricollegabile all'inosservanza delle predette norme secondo i principi di cui agli artt. 40 e 41 cod. pen., e cioè sempre che la presenza di soggetto passivo estraneo all'attività ed all'ambiente di lavoro, nel luogo e nel momento dell'infortunio non rivesta carattere di anormalità, atipicità ed eccezionalità tali da fare ritenere interrotto il nesso eziologico tra l'evento e la condotta inosservante, e la norma violata miri a prevenire l'incidente verificatosi.".

References: sentenza 
 art.1
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art.163
 art. 606
 art. 590