Source: http://www.zappadu.com/isola_sequestrata/pdf/melis_pdf/lns_sm.html
Timestamp: 2018-12-14 00:15:35+00:00

Document:
La Nuova Sardegna - sentenza d'Appello di Silvia Melis
Clamorosa sentenza a Cagliari: già scarcerati tzia Grazia Marine, il figlio e un altro imputato. Definitivamente scagionato il quarto imputato
Sequestro Melis, tutti assolti in appello
Gli accusati: «Trionfa la giustizia». L'ex ostaggio: «Non voglio più saperne»
CAGLIARI.Tutti assolti. I carcerieri di Silvia Melis, rapita il 19 febbraio 1997 e tornata in libertà dopo 265 giorni di prigionia, non erano nè Antonio Maria Marini, la madre Grazia Marine e Pasqualino Rabanu, condannati in primo grado, nè Andrea Nieddu (26), assolto sia nel primo che nel secondo processo. Lo ha deciso la corte di appello di Cagliari, azzerando, di fatto, gli esiti delle indagini svolte sul sequestro.
CAGLIARI. Tutti assolti. La corte d'appello di Cagliari ha dichiarato gli orgolesi Grazia Marine, suo figlio Antonio Maria Marini e Pasqualino Rubanu non colpevoli del sequestro di Silvia Melis, la consulente del lavoro di Tortolì sequestrata il 19 febbraio del 1997 e tornata in libertà, dopo nove mesi di prigionia nella zona di 'Locoe', tra Nuoro e Orgosolo.
Marine, Marini e Rubanu, in carcere da due anni e mezzo, nel giugno del 2001 erano stati condannati, rispettivamente, a venticinque, trenta e ventisei anni di carcere. I giudici di secondo grado - presidente Paolo Zagardo, relatore Antonio Onni, consigliere Tiziana Marogna - hanno spazzato via la sentenza del tribunale di Lanusei presieduto da Claudio Lo Curto, giudici a latere Silvia Badas e Carlo Saverio Ferraro. La corte d'appello ha concordato con il loro verdetto soltanto per quanto riguarda la posizione di Andrea Nieddu, assolto con formula piena, dopo due anni di carcerazione preventiva, anche a Lanusei.
Grande, naturalmente, la soddisfazione dei difensori, che hanno combattuto strenuamente una lunga, dura e complessa battaglia giudiziaria. Nessun commento da parte del procuratore aggiunto Mauro Mura e del sostituto procuratore Gilberto Ganassi, i due magistrati che hanno sostenuto l'accusa sia in primo grado sia in appello, dove hanno rappresentato la procura generale. Mura e Ganassi hanno lasciato l'aula subito dopo la lettura della sentenza.
Dopo il verdetto dei giudici di Lanusei, nel 2001, i due pm avevano presentato ricorso sia per quanto riguarda la posizione di Andrea Nieddu - assolto con formula piena nonostante una richiesta di 28 anni di carcere - sia nei confronti di Pasqualino Rubanu, al quale erano stati inflitti 26 anni contro i 30 sollecitati dall'accusa. Ora è praticamente scontato, da parte della procura generale, il ricorso alla corte di Cassazione.
Difficile, dal dispositivo della sentenza, riuscire a capire i motivi che hanno indotto i giudici d'appello a optare per l'assoluzione generale. Il verdetto liberatorio è arrivato un po' a sorpresa, senza neanche passare attraverso la rinnovazione parziale del dibattimento - alla quale si erano opposti con decisione i pm - chiesta dalla difesa come alternativa all'assoluzione immediata. In attesa del deposito delle motivazioni è comunque possibile ipotizzare sin d'ora che possa essere caduto, per un motivo o per l'altro, il perno cruciale del processo: la localizzazione in via Trento 19 a Nuoro, nella casa nella quale viveva Grazia Marine, del luogo nel quale era stato allestito il cosiddetto "Buco nero", una sorta di cella in polistirolo nella quale Silvia Melis era rimasta prigioniera dal 10 marzo del 1997 al giugno successivo.
Per meglio riuscire a penetrare nella dinamica del processo e nel suo epilogo è necessario ripercorrere la storia del rapimento a partire dall'11 novembre del 1997, quando Silvia Melis, dopo una prigionia di nove mesi, viene raccolta da una pattuglia della polizia lungo la strada Nuoro-Orgosolo. La donna racconta di essere riuscita a fuggire dalla sua ultima prigione grazie a una disattenzione del suo carceriere, soprannominato il "Gatto", il quale aveva lasciata più larga di un anello la catena con la quale la legava a un arbusto, quando si allontanava dal covo per andare a rifornirsi di viveri. Su questa versione, già nei giorni successivi alla liberazione, vengono avanzati dubbi, con la prospettazione di scenari quanto mai disparati. Alcuni di questi interrogativi, o quantomeno la ricostruzione di alcune fasi della fuga, saranno in seguito portati all'attenzione dei giudici dagli avvocati difensori. Incurante delle polemiche, Silvia Melis collabora con gli investigatori sin dal primo momento, dimostrando una memoria non comune nel ricordare i punti salienti e i particolari più importanti della sua prigionia.
Vengono così ricostruite le cinque prigioni nelle quali l'ostaggio era stato custodito da febbraio a novembre del 1997. A ognuna viene dato un nome: la prima è una grotta presumibilmente situata nel Supramonte di Orgosolo, ma mai localizzata con precisione. Poi il famoso "Buco nero", "La casa delle spine", "Il cespuglio stellato" e "Il campeggio". Gli investigatori individuano il "Buco nero" nella casa di via Trento a Nuoro, di proprietà di Giovanni Antonio Porcu, noto "Tuseddu", convivente di Grazia Marine. Secondo gli investigatori, sarebbe stata proprio la malattia improvvisa di quest'ultimo, seguita dal decesso, a convincere i carcerieri a trasferire l'ostaggio nella "Casa delle spine" - nelle campagne tra Nuoro e Orgosolo - situata in un terreno appartenente allo stesso "Tuseddu" e nella disponibilità di Grazia Marine e di suo figlio. Da qui nuovo trasloco, seppur a breve distanza, nel "Cespuglio stellato", in un terreno nel quale, nell'estate del 1997, Andrea Nieddu aveva trasferito il suo bestiame. Infine l'arrivo nel "Campeggio", in una collina sovrastante la strada provinciale Nuoro-Orgosolo, teatro dell'errore del "Gatto" e della conseguente fuga di Silvia Melis. Il fulcro di tutto risulta comunque essere il "Buco nero", che gli investigatori individuano in via Trento, dopo lunghi mesi di ricerche, grazie anche al particolare suono di alcune campane. Un suono che risulta essere perfettamente collimante con quello della vicina chiesa di San Giuseppe.
Mentre Silvia Melis racconta le sue peripezie agli investigatori, nella vicenda irrompe l'editore Nicola Grauso, il quale afferma che la Melis non è scappata, ma che è stata liberata dopo il pagamento del riscatto, da lui consegnato agli emissari dei banditi nella notte del 4 novembre del 1997 nelle campagne di Esterzili. Le dichiarazioni di Grauso fanno emergere il coinvolgimento nella vicenda del giudice Luigi Lombardini - che si suiciderà l'11 agosto del 1998 - con la conseguente apertura di un nuovo fascicolo da parte della procura di Palermo. L'inchiesta sfocia nel rinvio a giudizio di Nicola Grauso, del giornalista Antonangelo Liori e degli avvocati Luigi Garau e Antonio Piras per estorsione, tentata estorsione aggravata e calunnia.
Quando gli inquirenti arrivano in via Trento, cominciano a setacciare tutto il quartiere alla ricerca non solo di riscontri ai rumori segnalati da Silvia Melis, ma anche di persone che possano aver visto qualcosa. Sinché non incappano in Annamaria Rubatta, che abita accanto a Grazia Marine. La ragazza in un primo tempo resta sulle sue, ma poi comincia a fare qualche ammissione. Gli inquirenti cercano di vincere la sua diffidenza e mettono sotto controllo la sua abitazione, anche attraverso l'uso delle microspie, nella speranza che possa fornire, anche indirettamente, dei particolari utili. All'inizio del 1999, nel corso di una ricognizione fotografica, la Rubatta riconosce in Pasqualino Rubanu una delle persone che, in una notte d'estate del 1997, si trovavano in via Trento 19 mentre l'ostaggio veniva caricato su un'auto. Nel mese di maggio del scattano le manette ai polsi di Grazia Marine, di suo figlio Antonio Maria Marini e di Pasqualino Rubanu, accusati di far parte della banda di rapitori. Con loro finisce in carcere anche Andrea Nieddu, che avrebbe messo a disposizione il terreno da lui occupato dopo che i banditi avevano abbandonato il "Buco nero".
I giudici d'appello hanno molto probabilmente ritenuto che non ci siano prove sufficienti per affermare che il pertugio in polistirolo si trovasse proprio in via Trento, senza per questo, forse, mettere in dubbio le dichiarazioni di Silvia Melis. Semplicemente, non sarebbero sufficienti gli elementi portati a supporto delle descrizioni dell'ostaggio.
Nessuna attendibilità, inoltre, avrebbero le affermazioni di Anna Maria Rubatta, che aveva parlato durante le indagini e poi ritrattato nel corso del processo di primo grado.
«Io Silvia non l'ho mai conosciuta»
Grazia Marine racconta la sua verità e una vita di stenti e dolore
L'intervista in carcere: «Ho lavorato da quando avevo sette anni: questa è la sola realtà che ho conosciuto»
di Angelo De Murtas
SASSARI Ed ora, dopo la folgorante felicità per la sentenza che l'assolv, insieme al figlio Totoni e a Pasqualino Rubanu, dall'accusa d'avere tenuta prigioniera Silvia Melis, la piccola donna vestita di nero è tornata nella sua casa di Orgosolo, tra volti familiari: quelli dei figli e dei nipoti che sono una piccola folla, e quelli degli amici che varcano la soglia per congratularsi con lei con un abbraccio per la libertà riconquistata. A Orgosolo Grazia Marine è giunta nel colmo della notte.
Dopo una lunga corsa in auto per strade rischiarate dal plenilunio, poche ore dopo essere uscita, nell'aria libera della sera cagliaritana, prima dall'alto colonnato del palazzo di giustizia e poi dal tetro portone del carcere di Buoncammino. Alle spalle si è lasciata trenta mesi trascorsi tra le celle, i lunghi corridoi interrotti di tratto in tratto da cancelli, i cortili angusti della prigione che si leva massiccia dal sommo del colle, l'eco confusa di cento voci rifratte dai muri nudi e dai soffitti incombenti sull'umanità reclusa, il clangore di porte metalliche,il pesante sferragliare di massicce serrature.
E' tornata libera dopo trenta mesi sottratti a un'esistenza operosa, spesso premuta dalla povertà, segnata da tragedie. Trenta mesi di vuoto sospeso, inanimato e sterile che nessuno e niente, neppure la sentenza che l'ha assolta, le avrebbero restituito. Non molti mesi fa, a chi era andato a conversare con lei in una spoglia saletta del carcere, aveva detto: «In vita mia ho conosciuto soltanto il lavoro. Ho lavorato fin da bambina: avevo sette anni quando sono andata a servizio in una casa di Orgosolo. La padrona mi dava da mangiare e in più mille lire al mese; mamma era morta l'anno prima. Io, siccome ero nata nel mese di gennaio, a scuola ci sono andata a sette anni invece che a sei. Ma ci sono potuta andare soltanto per pochi mesi, perchè poi sono dovuta andare a lavorare come serva, perchè in casa non avevamo niente. E da allora è stato sempre così: giornate di riposo ne ho conosciuto poche».
In carcere aveva abbandonato il nero costume che a Orgosolo l'antico uso impone alle vedove, per una vestaglia informe di taglio e di colore incerti. In volto aveva il pallore dei reclusi e gli occhi erano vivi e fermi, anche quando non riusciva a mascherare lo smarrimento, nè esprimevano insofferenza o rabbia, sebbene fosse sottoposta al regime di alta sorveglianza, che impone condizioni particolarmente severe e non poche restrizioni». Qui - diceva al suo interlocutore - tutti mi rispettano e mi trattano bene, come io tratto bene e rispetto tutti. Ma anche così il carcere resta carcere, e non sarò certamente io a cambiarlo». La sorte non le aveva accordato grande benevolenza nè le aveva risparmiato le asprezze, e le dure lezioni che la vita le aveva impartito le avevano insegnato una ruvida capacità di sopportazione e di resistenza.
Ad una donna, del resto, non occorrono capacità minori per lavorare con lo scalpello ed il mazzuolo accanto a uno scalpellino». Per me - diceva la detenuta Grazia Marine - c'è stato sempre soltanto il lavoro, anche dopo che mi sono fidanzata e poi sposata. Questo fidanzato i miei fratelli non lo volevano, ma io ero ben decisa. Uno, quando vuole davvero bene a una persona, non si lascia convincere facilmente a separarsene. E così ci siamo sposati. Mio marito faceva lo scalpellino, lo spaccapietre, ma era sempre malato: da quando l'ho sposato, non c'è stato un giorno in cui potessi dire: mio marito sta bene. Aveva le ossa fragili. Osteoporosi, mi sembra che dicesse il medico, ma non c'erano medicine che lo potessero guarire. Io lo aiutavo nel lavoro come potevo: lui spaccava le pietre ed io le spostavo».
E poi i figli e mesi e mesi di laboriosa povertà e infine la morte del marito». Come è morto? - diceva la piccola donna dalla veste di colore incerto - Si è ucciso. Perchè? E chi può dirlo? Forse per qualche mancanza che gli sembrava di aver commesso. A trovarlo sono stata io, impiccato con la cintura dei suoi pantaloni. Io ero alla fine della gravidanza, e come ho potuto sono corsa fino alla casa del dottore. L'ho supplicato di non dire che si era ucciso, di dire che era morto per una delle sue malattie, ma lui non ha voluto. E oggi dico che aveva ragione, perchè subito alla polizia sono arrivate lettere anonime che dicevano del suicidio. Ed io per mesi, per anni, ho continuato a chiedermi perchè lo avesse fatto. Non c'era soltanto il dolore per la sua perdita. A me ha stroncato la vita. Mi ha lasciato con nove figli. Il decimo è nato quaranta giorni dopo la sua morte».
E poi, otto anni più tardi, le nuove nozze. («E io, povera pazza, perchè si può essere pazzi anche a sessant'anni, alla fine l'ho sposato»). E ancora drammi: un figlio, lo stesso Totoni che con lei ha diviso la vicenda che si è conclusa venerdì sera, condannato per omicidio («Lo avevano aspettato in quattordici davanti a un bar, e quando è arrivato lo hanno assalito. Qualcuno gli ha messo in mano una pistola e lui ha sparato. Ha fatto dodici anni di carcere, poi lo hanno rimesso in libertà per buona condotta»). E infine la vicenda del sequestro di Silvia Melis («Silvia Melis? Io non l'ho mai conosciuta, e di tutta questa storia non so niente e anche meno ho capito»), e le microspie messe in casa sua e l'arresto, il carcere, la condanna a venticinque anni e, infine, la sentenza che l'altro ieri l'ha assolta.
In lei resta lo smarrimento di chi, inconsapevole, si sia trovato prigioniero di un intrigo crudele di cui non conosce la trama. A non conoscerla non è la sola, del resto, né è la sola a non riuscire a individuare i fili dell'ambigua ragnatela nella quale lei e la stessa giustizia si sono trovati impigliati.
Ora, a gioco concluso, ci si dovrà almeno augurare, benché sia poco probabile che l'auspicio trovi ascolto, che nessuno, dentro i palazzi nei quali si amministra la giustizia o fuori di essi, veda nella sentenza che ha assolto Grazia Marine, suo figlio e Pasqualino Rubanu dall'accusa d'essere stati i carcerieri di Silvia Melis il manifestarsi d'un conflitto interno alla magistratura, niente di più d'un episodio d'una mediocre e torbida faida giudiziaria. Una lettura così riduttiva, e viziata da malizia, del verdetto dei giudici di Cagliari, varrebbe a fornire un oggettivo sostegno a chi da tempo si studia di colpire col discredito e la sfiducia l'ordinamento giudiziario e di insinuare nel suo corpo vistosi cunei (si pensi alla progettata separazione delle carriere) col proposito, neppure occulto, di piegarlo all'obbedienza nei confronti del potere e di ridurlo cieco e impotente di fronte ai suoi abusi.
Sarebbe però di ben poco aiuto a chi si chiedesse che cosa, in realtà, sia accaduto in Sardegna nei giorni del sequestro della giovane donna di Tortolì e in quelli seguiti alla sua liberazione o, comunque, al suo ritorno alla libertà, in qualunque modo sia avvenuto: un magistrato coinvolto in giochi oscuri morto suicida, uno stupefacente andirivieni di miliardi, personaggi singolari che s'affacciavano alla ribalta, intimidazioni, minacce, intrighi, reticenze, menzogne. Quale fosse il significato di questa pantomima grottesca e tragica, probabilmente Grazia Marine, tornata alla sua casa e alla sua vita operosa, non se lo chiede più. Si può soltanto sperare che il quesito non si perda, come molti altri, nelle nebbie dei misteri dimenticati.
La corte d'appello ribalta il verdetto
I sequestratori vanno cercati altrove
Clamorosa decisione dei giudici: in libertà Grazia Marine Pasqualino Rubanu e Antonio Marini
«Hanno ascoltato le nostre ragioni»
L'esultanza degli avvocati difensori: «Riaffermata la legalità»
CAGLIARI. Grande soddisfazione, ma contenuta e senza trionfalismi, da parte dei difensori dei quattro imputati del sequestro di Silvia Melis: gli avvocati Pasquale Ramazzotti e Mario Lai per Grazia Marine, Patrizio Rovelli e Gian Mario Sechi per Pasqualino Rubanu, Giangualberto Pepi per Antonio Maria Marini e Giannino Guiso e Alessandro Dedoni per Andrea Nieddu.
Quest'ultimo, assolto con formula piena al termine del processo di primo grado, si trovava già in libertà, mentre gli altri tre hanno lasciato il carcere di Buoncammino venerdì alle 19,30.
«È una vittoria, una grandissima vittoria per tutti. Sono contento soprattutto per mia madre», ha detto Antonio Maria Marini. «Il presidente ha visto giusto», ha commentato Grazia Marine poco prima di salire in auto per tornare a Orgosolo.
«Esprimo - ha detto l'avvocato Pasquale Ramazzotti, che con l'avvocato Mario Lai ha dato battaglia in difesa di Grazia Marine - una grande soddisfazione che si porta via mesi e anni di fatica e sofferenza. La difesa, indistintamente di tutti gli imputati, non ha smesso un attimo di credere nel risultato e di lottare. La forza è stata qui: nell'avere buone ragioni, nel non stancarsi nell'affermarle, nel ritrovarsi uniti verso un obiettivo di verità. La corte d'appello ha dato un segno importante di serenità e di imparzialità. Che rinsalda la fiducia del cittadino nei suoi giudici. Perché il processo si è fatto in aula, tutto in aula, senza clamori o sensazionalismi». «È un risultato giusto - ha concluso Ramazzotti, che premia una strada giusta, voluta e percorsa da tutti. Non ci sono vincitori né vinti, c'è l'affermazione alta della legalità che premia tutti coloro che la perseguono».
«Questa sentenza è molto importante - è stato il commento dell'avvocato Patrizio Rovelli - speriamo che venga accolta nel modo giusto, senza polemiche». Gli avvocati Rovelli e Sechi, nel corso dei loro interventi in corte d'appello, avevano più volte criticato i metodi seguiti durante le indagini, soprattutto per quanto riguarda la posizione di Pasqualino Rubanu, condannato per via delle dichiarazioni di Anna Maria Rubatta, definita testimone del tutto inattendibile.
Più articolata la posizione degli avocati Giannino Guiso e Alessandro Dedoni, difensori di Andrea Nieddu, sul quale si era concentrata l'attenzione dell'accusa, che chiedeva in appello quella condanna che era mancata in primo grado.
«La soddisfazione per la nuova piena assoluzione di Nieddu - dicono Guiso e Dedoni - non può cancellare il ricordo delle fatiche, ansie e preoccupazioni per tutto il processo: dall'indagine preliminare agli arresti, al dibattimento di primo grado, al procedimento d'appello. La nota inconcludenza probatoria dell'accusa, ostinatamente riproposta dagli stessi pm anche nell'appello da loro impropriamente seguito, ha trovato nuova conferma. Non vi è nulla di clamoroso, perché la sentenza l'ha doverosamente affermata. Non si può tuttavia parlare di trionfo della giustizia. Se vogliamo anzi essere sinceri si può, guardando il passato, parlare di sconfitta: la lunga carcerazione degli imputati, la pervicace esternazione di sospetti elevati al rango di prove, il preconcetto dell'accusa trasformato in certezza, il mancato svolgimento di attività di indagine a favore dell'indagato hanno caratterizzato una fase superata dai giudici d'appello con la sentenza assolutoria».
«Ma Andrea Nieddu - proseguono gli avvocati Guiso e Dedoni - ha subìto oltre due anni di carcerazione, nonostante l'evidenza della sua innocenza. Chi pagherà per tutto questo? La nostra legislazione non prevede la responsabilità del magistrato che sbaglia. È necessario ritornare all'umiltà, concepire il proprio ruolo come alto servizio a favore della collettività. È necessario che al magistrato sia applicato il principio di responsabilità, scardinando così quella cultura disinvolta del sospetto che troppi pm praticano. Il magistrato deve essere umile, deve agire nell'interesse della verità e della legge, per evitare che progredisca e si rafforzi quella convinzione diffusa che vuole che questo sia un secolo lacrimante per le cose di giustizia e perché la giustizia stessa venga amministrata con imparzialità e con l'autorevolezza della cultura della prova».
Lapidario, e di ben diverso tenore, il commento dell'avvocato Paolo Pilia, difensore di parte civile per conto della famiglia Melis. «Un decisione inaspettata - ha detto il legale -. Aspettiamo di conoscere le motivazioni della sentenza per conoscere le ragioni della decisione».
«La giustizia? Non mi aspetto più nulla»
Nei primi commenti la delusione di Silvia Melis per il verdetto
«Qualcosa non ha funzionato. Ora non ci sono più colpevoli, ma io ho fatto il mio dovere»
TORTOLÌ. Chissà cosa sarà passato per la testa, nella serata di venerdì, a Silvia Melis, quando il suo legale di parte civile, Paolo Pilia, le ha comunicato che i suoi tre presunti carcerieri, tutti orgolesi, erano stati rimessi in libertà, dal carcere di Buoncammino, dopo le 19.
Nella cittadina, in tanti hanno appreso la notizia nella tarda mattinata, causa il black-out nell'informazione dovuto allo sciopero dei giornalisti, attuato per tutta la giornata di venerdì.
In ogni caso, i commenti di quanti hanno vissuto quel tragico periodo del 1997 - dal 19 febbraio all'11 novembre - prendendo parte a tutte le manifestazioni del «Comitato Silvia libera», si registra un senso di incredulità. Come se tutto fosse stato cancellato di colpo e si dovesse ripartire da capo con nuove indagini. E a nulla pare valere il sapere che ora la parola passerà alla Cassazione. La consulente del lavoro, che venne sequestrata nella sua villetta di Tortolì, in via Campidano, nella serata del 19 febbrario 1997 - intorno alle 21,20, mentre si trovava nella rampa del suo garage, con a bordo anche il figlioletto Luca - e rilasciata dopo 265 giorni di prigionia, l'11 novembre dello stesso anno, ha rilasciato soltanto poche dichiarazioni, per telefono, al telegiornale regionale di Rai3.
«Qualcosa nella giustizia non ha funzionato». Questo il succo del commento della giovane donna.
Ha anche dichiarato: «Fosse per me non vorrei più saperne», aggiungendo di non aspettarsi più nulla.
«L'unica cosa certa è che ora non ci sono dei colpevoli - ha proseguito - ma io ho fatto il mio dovere fino in fondo. Se è vero che sono innocenti, i giudici hanno sbagliato prima». Eppure erano stati proprio i forti ricordi di Silvia ad aiutare i pubblici ministeri a costruire il castello accusatorio che aveva portato tre dei suoi presunti carcerieri ad essere condannati a pesantissime pene in primo grado, il 4 giugno dello scorso anno nel tribunale di Lanusei.
Ma la Corte d'assise d'Appello di Cagliari ha ribaltato la sentenza, annullando le durissime condanne che vennero inflitte in primo grado appena un anno e mezzo fa. Tutto questo quasi a sottolineare che di prove ve ne sarebbero state ben poche.
Anche il padre della consulente del lavoro, l'ingegner Tito Melis - che ha vissuto in prima persona per poco meno di nove mesi, il dramma della prigionia della figlia - è di poche parole: «Preferisco non commentare questa sentenza».
Giorgio Mazzella (presidente di Banca Cis), presidente del Comitato antisequestri pare essere sintonizzato sulla stessa lunghezza d'onda: «Non ho seguito le ultime fasi e non saprei che giudizio dare. Preferisco attendere per conoscere bene il tutto, prima di parlare».
IL PRESIDENTE DEL COORDINAMENTO EX SEQUESTRATI
Broglia: «La sentenza ci fa sentire più soli e insicuri»
CAGLIARI. «Questo verdetto crea sconcerto, difatti se non esistono responsabili, chi si farà carico del danno morale e materiale che abbiamo patito?
Questa sentenza ci fa sentire più soli e insicuri». Lo scrive il presidente del coordinamento nazionale famiglie ex sequestrati, Fabio Broglia, (nella foto a sinistra) in una lettera che ha indirizzato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dopo la sentenza d'appello che ha assolto i tre presunti carcerieri di Silvia Melis.
Borglia che evidentemente non se l'è sentita di attendere le motivazioni della sentenza rincara la dose dando sfogo per intero alla sua amarezza: «Se la magistratura ha ritenuto di assolvere avrà i suoi motivi, ma lo Stato non può dimenticarsi che noi esistiamo e che in molti casi per pagare il riscatto sono state impegnate immense fortune che mai più saranno recuperate», scrive l'ex sequestrato Broglia.
In primo grado, nel giugno 2001, i tre imputati assolti ieri erano stati condannati a pagare una provvisionale di 400 milioni di lire all'ex ostaggio, in attesa della definizione del processo in sede civile, e a versare 20 milioni per pagare le spese di costituzione di parte civile.
«Il sistema italiano non garantisce un'adeguata attenzione per il recupero del maltolto (solo il 10 per cento torna a casa) e per un'assistenza pronta e immediata alla vittima», afferma il presidente del Coordinamento.
«A processo giusto e pena certa deve corrispondere anche un'attenzione per chi ha subito gli effetti negativi delle azioni delinquenziali.
Per questo facciamo appello al presidente del Consiglio».
Sono questi sostanzialmente i motivi che hanno spinto il presidente del «Coordinamento nazionale famiglie ex sequestrati» ad inviare la lettera al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dopo la sentenza di assoluzione dei presunti carcerieri di Silvia Melis.
Broglia chiede insomma più attenzione verso gli ex sequestrati e una maggiore partecipazione dello Stato alle loro vicisstudini familiari e, perché no?, economiche che spesso hanno portato ad intaccare cospicui patrimoni mmai più recuperati nemeno in parte.

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