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Concussione e dintorni: le problematiche al vaglio della giurisprudenza di legittimità
03 Marzo 2017 | Francesco Vittorio Rinaldi Concussione
Abstract | Il quadro normativo | Il confronto con l'induzione indebita a dare o promettere utilità | La sentenza Cass. pen., Sez. un., 14 marzo 2014, n. 12228 | La giurisprudenza successiva alle Sezioni unite | Il confine tra induzione indebita e corruzione | Il problema dell'abuso di qualità | In conclusione | Guida all'approfondimento |
La nota sentenza delle Sezioni unite della Cassazione, n. 12228/2014 (imp. Maldera), intervenuta a comporre il contrasto giurisprudenziale sorto tra le Sezioni semplici della suprema Corte all'indomani delle modifiche apportate al delitto di concussione e ai reati contro la P.A. con la l. 190/2012, ha dettato taluni importanti principi sul tema del discrimine tra la fattispecie di concussione e quella di induzione indebita a dare o promettere utilità di cui all'art. 319-quater c.p. e, a tal fine, ha enucleato alcuni criteri guida utili allo scopo di consentire l'esatto inquadramento normativo delle condotte di reato che si pongono nella cosiddetta “zona grigia”, a metà strada tra le fattispecie di concussione e induzione indebita, da una parte, e tra quest'ultima fattispecie e quella di corruzione, dall'altra. Sul punto, invero, la giurisprudenza di legittimità successiva all'arresto delle Sezioni unite si è posta talvolta in linea di discontinuità con la pronuncia della suprema Corte nella sua massima composizione, ponendo in rilievo l'impossibilità di individuare criteri certi e applicabili in modo universale alla molteplice varietà dei casi concreti e privilegiando un approccio casistico finalizzato a ricostruire la vicenda concreta a seconda delle specificità che vengono in rilievo di volta in volta.
Il delitto di concussione attualmente è disciplinato dall'art. 317 c.p., tra i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, di cui al Capo I, del Titolo II, Dei delitti contro la pubblica amministrazione, del Libro II del codice penale.
La fattispecie in esame, nell'attuale formulazione, punisce la condotta del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità. Il delitto di concussione è punito, in seguito alla riforma operata con la legge 6 novembre 2012, n. 190, con la pena della reclusione da sei a dodici anni.
Il delitto in esame identifica una fattispecie di reato plurioffensiva, in quanto l'incriminazione in parola è posta a presidio, da una parte, dell'interesse pubblico al buon andamento, alla legalità e all'imparzialità dell'amministrazione e, dall'altra, dell'interesse privato della libertà di autodeterminazione del cittadino.
La fattispecie della concussione (al pari dell'induzione indebita a dare o promettere utilità di cui all'art. 319-quater c.p., introdotta con la legge 190/2012), identifica un reato proprio, a soggettività ristretta, in quanto soggetti attivi dello stesso sono il pubblico ufficiale e, a partire dalla modifica introdotta per effetto della legge 27 maggio 2015, n. 69, anche l'incaricato di pubblico servizio.
Il delitto in parola, inoltre, designa un reato di evento, in quanto per la sua integrazione è necessario che si realizzi l'evento della promessa o della dazione di denaro o altre utilità a favore del soggetto attivo stesso o di terzi.
La giurisprudenza prevalente ricomprende il delitto di concussione tra i reati a duplice schema di consumazione (in tal senso Cass. pen., 3 novembre 2015, n. 45468), poiché nello schema principale e di più frequente realizzazione nella prassi applicativa, alla promessa di denaro o dell'utilità consegue la dazione; in tali ipotesi, invero, il reato in esame si inscrive nell'ambito dei reati a consumazione progressiva e si ritiene che esso si consumi nel momento in cui la condotta delittuosa giunge nella sua massima espressione offensiva, e cioè, con la dazione successiva alla promessa. Da ciò deriva lo spostamento in avanti del dies a quo ai fini del computo del termine di prescrizione e la determinazione del giudice competente avendo riguardo al luogo dove è avvenuta la dazione.
Diversamente, nello schema secondario di consumazione della concussione, nel quale alla promessa non segue la dazione, al fine di ritenere consumato il delitto in esame, deve aversi riguardo solamente al momento della dazione.
Il reato di concussione, a differenza di quello dell'induzione indebita a dare o promettere utilità, costituisce un reato monosoggettivo, poiché il soggetto attivo dello stesso è il pubblico agente (pubblico ufficiale e a partire dal 2015, di nuovo, anche l'incaricato di pubblico servizio); l'induzione indebita, invece, costituisce un reato plurisoggettivo proprio, o normativamente plurisoggettivo, poiché, in virtù delle modifiche introdotte con la legge 190/2012, esso postula il concorso necessario dell'induttore e del soggetto privato indotto, punito ai sensi del secondo comma dell'art. 319-quater c.p. (sebbene con una pena più lieve).
Il delitto de quo costituisce una fattispecie a forma vincolata, in quanto la condotta sanzionata dal legislatore presuppone l'esistenza di una serie di elementi, quali l'abuso della qualità o dei poteri, che connotano il segmento obiettivo della condotta dell'agente; quanto all'evento, la norma richiede una clausola di illiceità speciale, che si identifica con il carattere indebito (il legislatore utilizza l'avverbio “indebitamente” per caratterizzare l'evento), e cioè, non dovuto, della promessa o della dazione di denaro o delle altre utilità.
La formulazione del delitto di concussione, che costituisce un unicum all'interno del panorama normativo europeo (sul punto si veda Bartolucci, L' “abuso di qualità” del pubblico ufficiale nel prisma tra concussione e induzione indebita, in Dir. pen. e proc., 2016, 9, 1231 ss., il quale osserva che la fattispecie di concussione è pure prevista dall'ordinamento francese e in quello svizzero, ma in tali ordinamenti il reato de quo incrimina le condotte di riscossione, percezione di imposte e diritti non dovuti), nel tempo è stata fatta oggetto di diverse modifiche normative susseguitesi nel tempo, sin dal codice penale del 1889.
In particolare, ripercorrendo brevemente l'iter storico che ha segnato l'evoluzione nell'ordinamento italiano della fattispecie della concussione, possono essere individuate cinque fasi, contraddistinte da altrettanti interventi legislativi:
1889: codice penale Zanardelli;
1930: codice penale Rocco;
legge 26 aprile 1990, n. 86;
legge 6 novembre 2012, n. 190;
Il codice penale Zanardelli de 1889, rispettivamente agli artt. 169 e 170, distingueva due tipologie di concussione: a) la concussione mediante costrizione; b) la concussione per induzione. La prima, detta anche esplicita o violenta puniva la condotta del pubblico ufficiale che, abusando del suo ufficio, costringeva taluno a dare o promettere a sé o a un terzo denaro o altra utilità. La concussione per induzione, di cui all'art. 170 del codice penale dell'epoca liberale, detta anche concussione implicita o fraudolenta, puniva la condotta del pubblico ufficiale che si limitava a indurre il privato alla dazione o alla promessa del denaro o dell'altra utilità.
Con l'introduzione del codice penale Rocco del 1930 è stata eliminata la distinzione tra le due condotte di concussione, le quali sono state unificate nell'unica figura del delitto di concussione di cui al previgente art. 317 c.p., il quale identificava una fattispecie di reato a condotta alternativa, punendo il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o delle sue funzioni, costringe o induce taluno a dare o promettere denaro o altre utilità. La pena in origine contemplata dal codice del 1930 si identificava con la reclusione da quattro a dodici anni.
Con la legge 86/1990 è stato ampliato il novero dei soggetti attivi della concussione, ricomprendendo oltre al pubblico ufficiale anche l'incaricato di pubblico servizio e l'abuso delle funzioni è stato sostituito dall'abuso di poteri.
La legge 190/2012 ha riformulato nuovamente la fattispecie di concussione, segnando quasi un ritorno al codice penale Zanardelli nella parte in cui la fattispecie di concussione è stata fatta oggetto di “spacchettamento” (l'espressione è stata adoperata da Palazzo, Concussione, corruzione e dintorni: una strana vicenda, in Dir. pen. cont.), essendo stata introdotta la distinzione tra la fattispecie di concussione che incrimina la condotta di costrizione da parte del pubblico agente e quella di induzione indebita a dare o promettere utilità di cui al “nuovo” art. 319-quater c.p., che incrimina la condotta del pubblico agente che induce il privato alla promessa o alla dazione di denaro o di altra utilità. Con l'intervento normativo del 2012, inoltre, il legislatore ha innalzato il limite edittale minimo del trattamento sanzionatorio previsto per il reato di concussione, aumentando la pena restrittiva della libertà personale dai quattro ai sei anni di reclusione.
Infine, con la legge 69/2015, recependo le critiche espresse da una parte consistente della dottrina e della giurisprudenza, il novero dei soggetti attivi del reato di concussione, affiancando al pubblico ufficiale anche l'incaricato di pubblico servizio.
Il confronto con l'induzione indebita a dare o promettere utilità
Tanto premesso sull'evoluzione normativa che ha interessato il delitto di concussione, è opportuno concentrarsi sulla disamina delle problematiche sorte in seguito allo “smembramento” tra le condotte di costrizione e di induzione, con il conseguente differente inquadramento normativo che ne deriva, ai sensi, rispettivamente, degli artt. 317 e 319-quater c.p.
La giurisprudenza sul punto, prima dell'intervento delle Sezioni unite della Cassazione con la citata sentenza n. 12228/2014, aveva prospettato diversi orientamenti riconducibili essenzialmente a tre filoni interpretativi, i quali si rifanno a tre differenti criteri utilizzati al fine di tracciare il discrimen tra le due fattispecie, e in particolare:
criterio soggettivo;
criterio oggettivo;
criterio misto.
Un primo orientamento (espresso tra le altre da Cass. pen., 4 dicembre 2012, n. 8695, v. nota di SALCUNI; Cass. pen., 11 gennaio 2013, n. 16154; Cass. pen., 11 gennaio 2013, n. 17285) distingue tra le condotte di concussione e di induzione e, dunque, tra le fattispecie di concussione e di induzione indebita a dare o promettere utilità, facendo ricorso al criterio soggettivo della diversa intensità della pressione psicologica esercitata dal pubblico agente sul privato.
Di talché, stando a tale orientamento, si verte nell'ipotesi della concussione nelle ipotesi in cui la pressione morale esercitata dal pubblico agente è di tale intensità da non lasciare alcun margine di autodeterminazione al privato, il quale cede alla promessa o alla dazione del denaro o dell'utilità in quanto coartato; diversamente, si rientra nell'ambito applicativo dell'induzione indebita nelle ipotesi in cui la pressione psicologica esercitata dal pubblico agente è più blanda e di intensità minore, assumendo le forme della persuasione, della suggestione e del condizionamento, ed è tale da lasciare al privato un margine di libertà di autodeterminazione, sicché egli si determina alla dazione o alla promessa in quanto presta acquiescenza alla proposta indebita del pubblico agente.
Un secondo orientamento (nel quale si inscrivono, tra le altre: Cass. pen., 3 dicembre 2012, n. 3251; Cass. pen., 3 dicembre 2012, n. 7495; Cass. pen., 25 febbraio 2013, n. 13047; Cass. pen., 14 gennaio 2013, n. 17593; Cass., 23 maggio 2013, n. 29338), invece, individua la linea di demarcazione tra le due condotte adoperando il criterio oggettivo costituito dall'oggetto della prospettazione.
Alla stregua di tale orientamento, pertanto, si rientra nell'ambito della concussione allorché l'oggetto della prospettazione sia costituito da un danno ingiusto e contra ius; mentre si verte nell'ipotesi più lieve dell'induzione indebita a dare o promettere utilità qualora il pubblico agente prospetti al privato un danno legittimo o secundum ius. In tale seconda ipotesi, invero, il privato si determina alla dazione o alla promessa in quanto mosso dall'intento di perseguire un vantaggio indebito e un proprio tornaconto personale.
Un terzo orientamento (si vedano in tal senso: Cass. pen., 11 febbraio 2013, n. 11794; Cass. pen., 25 febbraio 2013, n. 11944), infine, applica congiuntamente i due criteri, soggettivo e oggettivo, ritenendo che al fine di distinguere tra le due fattispecie è necessario utilizzare il criterio della diversa intensità della pressione psicologica esercitata dal pubblico agente (di talché, le condotte di persuasione, inganno, condizionamento e suggestione ricadono sotto l'alveo applicativo della norma di cui all'art. 319-quater c.p.) e, in funzione complementare, quello che ha riguardo all'obiettivo perseguito dal privato, il quale nelle ipotesi di induzione indebita cede alla pressione più tenue del pubblico agente in quanto intende perseguire un vantaggio indebito. Si ha concussione, invece, nelle ipotesi in cui la pressione esercitata dal pubblico agente è di tale intensità da escludere o attenuare fortemente la libertà di autodeterminazione del privato ed è finalizzata ad infliggere al soggetto passivo un danno ingiusto.
La sentenza Cass. pen., Sez. un., 14 marzo 2014, n. 12228
I giudici della suprema Corte nella massima composizione hanno risolto il contrasto interpretativo con la sentenza del 24 ottobre 2013, depositata il 14 marzo 2014, n. 12228.
In particolare, con la decisione resa a Sezioni uite la giurisprudenza di legittimità ha enunciato il principio di diritto secondo cui al fine di tracciare la linea di demarcazione tra concussione e induzione indebita a dare o promettere utilità è necessario indagare sulla sussistenza o meno di una violenza o minaccia a) da parte del pubblico agente. Nei casi di dubbia soluzione, poi, occorre utilizzare in via complementare il criterio che fa leva sull'esistenza del vantaggio indebito; b) da parte del cittadino privato.
In particolare, a tale esito la giurisprudenza della suprema Corte perviene ricostruendo il nucleo centrale dell'incriminazione di cui alla fattispecie della concussione e di quella dell'induzione indebita, costituito, per la prima dall'abuso costrittivo e, per la seconda, dall'abuso induttivo.
I giudici delle Sezioni unite osservano che mentre la condotta di costrizione designa al contempo sia il comportamento dell'agente, sia l'effetto del comportamento stesso, la condotta di induzione individua solamente l'effetto dell'azione.
Di talché, la giurisprudenza di legittimità ricostruisce il concetto di costrizione riempendolo di contenuto giuridico.
In specie, con la sentenza in esame, i giudici della Cassazione osservano:
a) che la costrizione si espleta nelle due forme della violenza e della minaccia.
Quanto alla prima, configurabile per vero solo in alcune ipotesi residuali, l'unica forma di violenza compatibile con il concetto di costrizione contenuto nella fattispecie di concussione si identifica con la violenza relativa (cosiddetta vis compulsiva) e non con la violenza assoluta (la quale esclude totalmente la libertà di autodeterminazione del soggetto, il quale non agit sed agitur); tale forma di abuso costrittivo si realizza solo in via eccezionale, con particolare riferimento alle ipotesi in cui il pubblico agente abbia dei poteri di contenzione e immobilizzazione fisica.
Sicché, più frequentemente l'abuso costrittivo può realizzarsi mediante la minaccia, intesa in senso giuridico, quale prospettazione di un male ingiusto, contra ius, quale mezzo per ottenere la promessa o la dazione illecita del denaro o di altre utilità. Tale minaccia può essere anche implicita.
Ne deriva che per effetto dell'abuso costrittivo (e quindi della violenza o della minaccia del male contra ius) il privato è posto dinanzi all'alternativa secca tra subire il male minacciato e cedere alla richiesta indebita dell'agente pubblico; in tali casi pertanto, l'extraneus si determina alla promessa o alla dazione per evitare il danno ingiusto (certat de damno vitando).
b) Diversamente, nell'induzione indebita, ove non sussiste la minaccia di un male ingiusto o contra ius (contrario cioè all'ordinamento giuridico) e non vi è quindi un condizionamento psicologico così intenso, il privato si determina alla promessa o alla dazione del denaro o delle altre utilità non allo scopo di evitare un danno ingiusto, in quanto non sussiste alcuna minaccia in senso giuridico, ma agisce, prestando acquiescenza alla richiesta indebita dell'intraneus allo scopo di conseguire un proprio tornaconto personale e quindi, al fine di conseguire un vantaggio indebito (certat de lucro captando).
Da ciò deriva, secondo le Sezioni unite, la ratio della sua punibilità.
La giurisprudenza successiva alle Sezioni unite
In senso conforme alla pronuncia delle Sezioni Unite si segnalano, tra le altre:
Cass., 17 settembre 2015, n. 49275, secondo cui nel delitto di induzione indebita previsto dall'art. 319-quater c.p., la condotta si configura come persuasione, suggestione, inganno, pressione morale con più tenue valore condizionante – rispetto all'abuso costrittivo tipico del delitto di concussione di cui all'art. 317 c.p., come modificato dalla legge n. 190 del 2012 – della libertà di autodeterminazione del destinatario, il quale, disponendo di più ampi margini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perché motivato dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la previsione di una sanzione a suo carico;
Cass., 29 gennaio 2016, n. 6659, secondo cui il delitto di concussione differisce dal delitto di induzione indebita non solo per la maggiore intensità della pressione psicologica esercitata sul soggetto passivo dal soggetto qualificato, ma pure per la tipologia del danno prospettato, il quale si atteggia quale danno ingiusto nel delitto di concussione, laddove risulta conforme alle previsioni normative in quello di induzione indebita;
Cass., 15 marzo 2016, n. 18182, che ritiene che l'induzione indebita è caratterizzata da una condotta di pressione non irresistibile da parte del pubblico ufficiale, che lascia al destinatario un margine significativo di autodeterminazione; sicché, il privato, pur disponendo di margini decisori, accetta di prestare acquiescenza alla richiesta di prestazione non dovuta, nella prospettiva di un tornaconto personale. Nella concussione, invece, la condotta del pubblico ufficiale, integrata da un abuso costrittivo attuato mediante violenza o minaccia, limita radicalmente la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo, il quale, senza ricevere alcun vantaggio, viene posto di fronte all'alternativa di subire il male prospettato o di evitarlo con la dazione o la promessa dell'utilità.
Il confine tra induzione indebita e corruzione
Il delitto di induzione indebita a dare o promettere utilità, che costituisce un reato normativamente plurisoggettivo alla luce delle modifiche introdotte nel 2012, in quanto è stata prevista la punibilità anche dell'extraneus, cittadino privato indotto, presenta taluni tratti di affinità con la fattispecie della corruzione, specie nella forma della corruzione per l'esercizio della funzione di cui al novellato art. 318 c.p.
I criteri distintivi utilizzati dalla dottrina e dalla giurisprudenza maggioritarie per tracciare la linea di demarcazione tra le due fattispecie si identifica con quelli della sussistenza o meno di uno stato di soggezione del privato (a) e della provenienza dell'iniziativa finalizzata al conseguimento della promessa o dazione indebita (b).
Ne deriva che si verte nell'ipotesi dell'induzione indebita nelle ipotesi in cui sussista uno stato di soggezione del privato (cosiddetto metus publicae potestatis) nei confronti del pubblico agente; diversamente, nella fattispecie di corruzione il privato e il pubblico agente si pongono in una posizione di parità, alla stregua di due parti della stipulazione contrattuale del pactum sceleris (a).
Un ulteriore criterio utile a tracciare il confine tra le due fattispecie è costituito da quello dell'iniziativa; per cui, nell'induzione indebita l'iniziativa proviene dal pubblico agente, mentre nella corruzione l'iniziativa finalizzata al mercimonio dell'esercizio della funzione pubblica promana generalmente dal cittadino privato, extraneus (b).
Il problema dell'abuso di qualità
La giurisprudenza successiva all'arresto delle Sezioni Unite ha profuso un poderoso impegno esplicativo al fine di determinare la linea di confine tra concussione e induzione indebita a dare o promettere utilità soprattutto nella ipotesi di condotte costrittive dell'agente pubblico perpetrate per mezzo dell'abuso della qualità (a).
Per quanto riguarda, invece, l'abuso dei poteri (b), l'orientamento interpretativo costante della giurisprudenza si è nel tempo consolidato nel senso che a tale locuzione (che ha sostituito la precedente locuzione dell'abuso delle funzioni) devono essere ascritte le condotte del pubblico agente, intraneus, che si identificano con l'esercizio del potere secondo criteri volutamente diversi da quelli che gli sono imposti dalla sua natura.
Di talché, vengono ricondotte all'abuso di dei poteri quattro modalità esplicative, e in specie:
1) l'esercizio di poteri nelle ipotesi in cui essi non dovrebbero essere esercitati;
2) il mancato esercizio dei poteri nelle ipotesi in cui dovrebbero essere esercitati;
3) l'esercizio dei poteri doverosi in modo difforme dal paradigma normativo;
4) la minaccia di una situazione di cui alle ipotesi su riferite.
Passando in rassegna le problematiche applicative in materia di concussione connesse alla condotta costrittiva che si espleta attraverso l'abuso della qualità, la giurisprudenza e la dottrina successive alla pronuncia delle Sezioni Unite si sono posti in linea di parziale discontinuità (sul punto si veda, in particolare: M. A. Bartolucci, “I conti della serva”. Funzione nomofilattica al banco di prova della giurisprudenza post-Maldera in tema di concussione vs. induzione indebita, in Società, 2016, 8-9, 1029 ss.) con l'orientamento delle Sezioni Unite, attribuendo una qualificazione giuridica differente a vicende fattuali che presentavano diverse affinità.
Tale problematica è stata affrontata, in particolare, da tre pronunce della Suprema Corte:
Cass. pen., 7 aprile 2016, n. 17684;
Cass. pen., 15 marzo 2016, n. 18182;
Cass. pen., 30 marzo 2016, n. 25054.
1) Nella prima pronuncia la Cassazione ha ritenuto che la condotta del pubblico agente connotata dall'abuso della qualità integri il reato di concussione di cui all'art. 317 c.p., in considerazione dell'ingiustizia del male minacciato e dell'assenza di un vantaggio indebito per il privato.
I giudici della Suprema Corte, in particolare, sono intervenuti sulla vicenda di tentata concussione da parte di una funzionaria ispettiva della Direzione territoriale del lavoro, la quale in occasione di una serie di accessi ispettivi presso una società di trasporto, abusando della propria qualità, aveva posto in essere atti univoci, diretti in modo non equivoco a costringere il privato a promettere somme di denaro e altre utilità per evitare le sanzioni per le irregolarità emerse in relazione alle registrazioni dei cronotachigrafi dei mezzi sottoposti ad ispezione, prospettando la possibilità di ridurre le violazioni e determinare in modo più lieve le sanzioni.
I giudici della Suprema Corte hanno ravvisato nel caso di specie la sussistenza di un male ingiusto prospettato dal pubblico ufficiale, che si identifica con la prospettazione, in specie, di sanzioni sproporzionate e di una pressione da parte dell'agente pubblico tale da non lasciare al privato alcun margine di autodeterminazione. I giudici di legittimità hanno, pertanto, ricostruito la condotta dell'imputata in termini di costrizione mediante abuso delle proprie qualità, ritenendo assente nell'ipotesi fattuale rimessa al loro vaglio un vantaggio ingiusto perseguito dal privato.
L'assenza del tornaconto personale per il privato nel caso di specie si ricava, inoltre, dal fatto che il privato, soggetto passivo della condotta, aveva sporto denuncia alle autorità competenti, dichiarandosi disposto a collaborare con gli inquirenti nel corso dell'attività investigativa.
2) Nella sentenza Cass., 15 marzo 2016, n. 18182, invece, i giudici della Suprema Corte hanno riqualificato in termini di induzione indebita a dare o promettere utilità la condotta di un ispettore del lavoro che, abusando della sua qualità di Capo della vigilanza, aveva indotto un cittadino ad affidare gli incarichi di consulenza al figlio del pubblico agente, titolare di uno studio professionale, prospettandogli che in tale modo avrebbe evitato i controlli delle imprese di cui era titolare.
A tale esito i giudici di legittimità sono pervenuti valorizzando nel caso di specie la sussistenza di una pressione psichica priva di elevato grado di intensità, tale da lasciare al privato margini di autodeterminazione e, soprattutto, la sussistenza di un vantaggio da parte del privato, consistente nell'omissione dei controlli nelle imprese da parte dell'ispettore del lavoro.
3) Nella terza pronuncia sul tema della condotta del pubblico ufficiale connotata dall'abuso della qualità la Cassazione qualificato come concussione la condotta di un Maresciallo della Guardia di Finanza che abusando della sua qualità si faceva consegnare merce e altre utilità senza pagare alcun corrispettivo.
In particolare, i giudici della Suprema Corte hanno ritenuto nel caso di specie la sussistenza di una serie di minacce, sia pure implicite e larvate, nella vicenda fattuale sottoposta al loro vaglio, che si caratterizzava, in specie, per l'abuso della qualità del pubblico ufficiale, consistente nell'uso indebito della posizione rivestita dal pubblico ufficiale e della sua preminenza nei confronti dei privati a cui si rivolgeva, condotta diretta a far sorgere in loro rappresentazioni costrittive di prestazioni non dovute.
A tale esito la giurisprudenza di legittimità perviene nel caso di specie rilevando l'assenza di vantaggi da parte del privato e valorizzando gli atteggiamenti intimidatori assunti dal soggetto agente, volti a far valere la posizione rivestita e caratterizzati, dunque, dalla strumentalizzazione della posizione di preminenza sul privato.
A tale fine, i giudici della Cassazione ritengono che “ai fini della configurabilità del delitto di concussione mediante abuso della qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio, non è necessario che l'atto intimidatorio rifletta la specifica competenza del soggetto attivo, ma è sufficiente che la qualità soggettiva lo renda credibile e idoneo a costringere all'indebita promessa o dazione di denaro o di altra utilità”.
A conforto della qualificazione giuridica operata, come osservato, la Suprema Corte adduce nella vicenda in esame l'assenza di vantaggi indebiti da parte dei privati.
La riforma del delitto di concussione e dei reati contro la pubblica amministrazione ha creato, invero, non poche problematiche applicative, tanto alla luce della considerazione secondo cui la portata applicativa del delitto di concussione sembrerebbe ampiamente ridimensionata, in quanto confinata alle ipotesi in cui sussista un abuso costrittivo del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio, connotato in particolare dalla sussistenza di una violenza relativa o di una minaccia di un male ingiusto.
Sicché, ad onta della clausola di salvaguardia contenuta nell'incipit dell'art. 319-quater c.p., che attribuisce alla condotta di induzione natura residuale, la fattispecie di induzione indebita a dare o promettere utilità potrebbe trovare nella prassi maggiore spazio applicativo, alla luce della considerazione che tale fattispecie viene integrata laddove il male minacciato dal pubblico agente assuma i connotati di un male “giusto” o secundum ius e dunque sia connesso all'esercizio di un'attività legittima dell'agente pubblico.
In parte qua, dunque, pur se animata dall'intento di chiudere gli spazi di impunità del privato nelle ipotesi di mercimonio della funzione pubblica, essendo prevista dal secondo comma dell'art. 319-quater c.p. la punibilità anche del privato indotto, la riforma del 2012 ha generato numerose problematiche applicative, dovendo il giudice esaminare le peculiarità che di volta in volta vengono in rilievo nel caso concreto, profondendo uno sforzo interpretativo contraddistinto dall'assenza di un approdo ermeneutico certo (a discapito, peraltro, della prevedibilità delle decisioni giudiziarie, imposta al fine di garantire al cittadino la necessità di calcolare preventivamente le conseguenze penali della propria condotta, ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 3, 27, commi 1 e 3, e art. 117, comma 1 Cost. e art. 7 CEDU), e di gran lunga maggiore rispetto a quello richiesto sotto la vigenza della fattispecie della concussione così come prevista prima del recente intervento normativo, che, prevedendo una fattispecie a condotta alternativa, puniva indifferentemente la condotta del pubblico agente che “costringeva” o “induceva” il privato alla promessa o alla dazione indebita di denaro o altra utilità.
L'unica via percorribile allo scopo di pervenire ad una corretta qualificazione giuridica delle fattispecie concrete che di volta in volta vengono in rilievo, dunque, è rappresentata dall'analisi del complesso degli elementi che emergono nel singolo caso concreto, facendo ricorso ad un approccio inevitabilmente casistico, pur sotto la guida della stella polare costituita dalla pronuncia delle Sezioni Unite e dai criteri dalla stessa elaborati.
In dottrina sul tema: F. Viganò, La riforma dei delitti di corruzione, in Garofoli-Treu (a cura di), Libro dell'anno del diritto, Treccani, 2013; R. Garofoli, La nuova disciplina dei reati contro la P.A., in Dir. pen. cont.; A. Manna, La scissione della concussione in due fattispecie distinte, nell'ambito di un quadro d'assieme, in Arch. Pen., 2013; G. Fiandaca, L'induzione indebita a dare o promettere utilità (art. 319-quater c.p.): una fattispecie ambigua e di dubbia efficacia, in Foro it., 2013, II, 205 ss.; E. La Rosa, La riforma dei delitti di concussione e corruzione, in Giur. it., 2015, 4, 1004 ss.; M. A. Bartolucci, L' “abuso di qualità” del pubblico ufficiale nel prisma tra concussione e induzione indebita, in Dir. pen. e proc., 2016, 9, 1231 ss.; M. A. Bartolucci, “I conti della serva”. Funzione nomofilattica al banco di prova della giurisprudenza post-Maldera in tema di concussione vs. induzione indebita, in Società, 2016, 8-9, 1029 ss.
Sulla sentenza della Cass., Sez. Un., n. 12228/2014: S. Seminara, Concussione e induzione indebita al vaglio delle Sezioni Unite, in Dir. pen. e proc., 2014, 5, 546 ss.; G. L. Gatta, La concussione riformata, tra diritto penale e processo. Nota a margine di un'importante sentenza delle Sezioni Unite, in Riv. it. dir. proc. pen., 2014, 3, 1566 ss.; la sentenza è commentata da S. Di Paola, G. Fiandaca, in Foro it. 2014, 10, II, 517, da G. Amato, in Guida al dir., 2014, 15, 15 ss., e da M. Gambardella, in Cass. pen., 2014, 6, 1992. Si consenta, inoltre, il rinvio al commento di F. V. Rinaldi, Concussione e induzione indebita: la linea di demarcazione tracciata dalle sezioni unite (Cass. sez. un. 14 marzo 2014, n. 12228), in Diritto & Diritti (www.diritto.it).
Tra concussione e induzione indebita sulla lunga scia delle Sezioni unite Maldera
Concussione: tra passato e presente, verso un incerto futuro

References: sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 317
 art. 319
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 Cass. 
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 art. 318

Cass. 

Cass. 

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 sentenza 
 art. 117
 art. 7
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 Cass.