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Timestamp: 2018-08-15 09:13:33+00:00

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Audizioni del Ministro Sergio Costa con la VIII Commissione Ambiente della Camera | V.A.S. Circolo Territoriale di Roma
Audizioni del Ministro Sergio Costa con la VIII Commissione Ambiente della Camera
27 luglio 2018 ARCHIVI, AREE AGRICOLE, AREE NATURALI PROTETTE, beni paesaggistici, CACCIA E ANIMALI, GOVERNO DEL TERRITORIO, MATERIE TRATTATE, NATURA, NEWS, piani territoriali Nessun commento / di la tua
Seduta n. 1 di Mercoledì 18 luglio 2018
ALESSANDRO MANUEL BENVENUTO
PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata attraverso la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera e la trasmissione diretta sulla web tv.
Audizione del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, Sergio Costa, sulle linee programmatiche del suo dicastero (ai sensi dell’articolo 143, comma 2, del Regolamento).
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l’audizione, ai sensi dell’articolo 143, comma 2, del Regolamento, del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, Sergio Costa, sulle linee programmatiche del suo dicastero.
Ricordo che, come convenuto nella riunione dell’Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, dopo l’intervento introduttivo del Ministro potrà intervenire un deputato per ciascun Gruppo e, al termine di tali interventi, i restanti deputati che ne facciano richiesta, compatibilmente con i tempi disponibili.
Avrà quindi facoltà di replica il ministro, che peraltro ha già dato la sua disponibilità a continuare l’audizione, ove necessario, mercoledì prossimo.
Ricordo inoltre che è già stata messa a disposizione dei deputati una nota relativa all’oggetto della presente audizione.
Nel ringraziare il ministro per la sua partecipazione ai lavori della Commissione, gli cedo la parola per lo svolgimento della relazione.
SERGIO COSTA, Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Buonasera.
Come credo abbiate già ricevuto, è stato consegnato credo in queste ore, presidente, stamattina, il mio intervento completo.
È un numero abbastanza nutrito di pagine, il medesimo che ho depositato anche al Senato credo dieci giorni fa.
Mi premeva intanto fare in modo che lo aveste, ma anche per motivi, di tipo organizzativo farei io invece una sintesi un po’ più speditiva di quell’intervento, in modo che però voi abbiate poi in mano l’intervento completo.
Se non ci sono motivi ostativi, farei una sintesi rapida di quanto invece in modo più articolato è contenuto nel carteggio che avete ricevuto.
Ovviamente, voglio preliminarmente precisare che rimango a vostra disposizione non soltanto nelle giornate in cui sono qui, ma comunque rimango a vostra disposizione come Ministro della Repubblica in ogni momento, perché interpreto il ruolo come il ruolo del servitore. Voi sapete che ho un’altra storia alle spalle, per cui sono sicuramente a vostra disposizione nel senso più pieno del termine.
Vi ringrazio, quindi, per l’opportunità che mi date nel presentare le linee programmatiche del mio ministero, che ho iniziato subito ad avviare dal momento successivo al giuramento, costruite nel massimo rispetto del contratto di Governo, che è noto, e delle indicazioni che il Parlamento sovrano mi vorrà dare. Il rapporto di collaborazione di cui parlavo poc’anzi rimane assolutamente pieno, e lo dichiaro pubblicamente.
I temi ambientali – è evidente – rappresentano la maggior sfida che si pone all’uomo e guarda al futuro, alle scelte e ai comportamenti di ogni singola persona, di ciascuno di noi come cittadini, guidati dalle regole istituzionalizzate nell’ordinamento, dalle quali dipende il sottile equilibrio appunto tra uomo e ambiente, necessario a salvaguardare la vita di tutti e la sopravvivenza delle prossime generazioni.
Questo è un elemento al quale il sottoscritto vuole dare particolare rilevanza, partendo dal presupposto, come io credo fortemente, che l’ambiente non abbia colore, steccati, appartenenze, ma sia qualcosa di estremamente trasversale, non solo nell’ambito dell’attività di Governo. Intendo dire che è un ministero che in un certo modo parla con tutti i ministeri, perché c’è sempre qualcosa che ha a che fare nel lavoro di altri ministeri col Ministero dell’ambiente.
Ha una grossissima rilevanza internazionale. Dopo la Farnesina forse è quello che ha la maggiore rilevanza internazionale, ma poi entra concretamente nella vita delle persone.
I punti che rapidamente – ripeto – in modo molto sintetico andrò a tracciare partono prima dalla dimensione internazionale, perché è lì che si gioca, nel cosiddetto diritto internazionale europeo o nel diritto internazionale puro, buona parte del diritto nazionale.
Dobbiamo avere il coraggio di agire ora e di scegliere in questo momento per evitare poi di scaricare sulle future generazioni il nostro non intervento.
La nostra deve essere una scelta ultima e non procrastinabile, dai cui effetti dipende il futuro del nostro pianeta. Un dovere intergenerazionale ci impone oggi di scegliere di collaborare con tutti gli attori della comunità internazionale e di farlo senza alcuna esitazione su tematiche che rapidamente vi elenco.
Con riferimento all’inquinamento e ai cambiamenti climatici, come è noto, con l’accordo di Parigi, che è stata una pietra miliare del nuovo paradigma ambientale, è stato posto l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale entro la soglia dei due gradi centigradi attraverso la riduzione delle emissioni climalteranti, un obiettivo che, a mio parere, va fortemente rafforzato per i motivi che ci siamo già detti a inizio dell’intervento.
C’è poi la questione della desertificazione e dell’esaurimento delle risorse naturali, soprattutto dell’acqua.
Più di un quarto delle terre del pianeta è minacciato dal degrado, dalla desertificazione e dalla siccità.
Secondo i dati pubblicati recentemente da ISPRA, il 2017 è stato il secondo anno più secco dal 1961, e qui anche alberga una delle risposte di ciò che è successo nel 2017 nel nostro territorio.
In questo contesto l’accesso all’acqua, sia per uso domestico sia per i fini produttivi, rappresenta un diritto umano universale, essenziale e fondamentale, ed è nostro dovere garantirlo a tutti i livelli di Governo, cosa che mi ha portato a riferire queste parole in Unione europea, in una delle prime uscite, in modo ufficiale a nome del Governo italiano.
Altro punto, la perdita di biodiversità, rispetto alla quale operano gli strumenti delle convenzioni delle Nazioni Unite sulla biodiversità biologica, è un fenomeno che ci impone uno sforzo collettivo per impedire l’impoverimento degli ecosistemi terrestri e marini a causa dell’intervento antropico, troppo spesso indiscriminato.
Anche qui rammentiamo che cosa significa perdere la diversità biologica: pensiamo alle possibili cure, pensiamo a quanto sono importanti, a che cosa significa perdere una specie.
Perdere una specie animale o vegetale significa non averla mai più, non recuperarla di qui a qualche decina di anni. Significa perderla, punto.
E non credo che sia una buona cosa, questa.
Infine, c’è lo sviluppo sostenibile, obiettivo complesso, articolato a livello internazionale dalle Nazioni Unite sui 17 obiettivi dell’Agenda 2030, che ha come fine ultimo quello di sostenere la lotta alle ineguaglianze verso uno sviluppo sociale ed economico più duraturo e capace di assicurare a tutti un mondo più vivibile, sensibile alle problematiche ambientali e funzionale a costruire società pacifiche e inclusive.
Si tratta, quindi, di sfide che l’Italia non può affrontare da sola, ma che deve saper porre e negoziare in primo luogo in ambito europeo, e poi ovviamente a livello mondiale, come dicevamo poc’anzi.
Ed è per questo, come vi rammentavo, che già durante l’ultimo Consiglio dei ministri dell’ambiente dell’Unione europea del 25 giugno scorso in Lussemburgo, cui ho partecipato, ho sottolineato la necessità di essere più ambiziosi per tali sfide, guardando quindi al futuro, un nuovo messaggio quindi che ho deciso, ovviamente concordemente con il Governo, di porre all’attenzione degli altri Ministri dell’ambiente: alziamo l’ambizione del Paese Italia su questi temi, non arriviamo dopo, arriviamo prima.
Pensare, quindi, green, ragionare sulle questioni quotidiane in termini di impatto e rilevanza vuol dire due cose sostanzialmente: proteggere i diritti e la dignità delle persone, che sono al centro di qualsiasi politica, come abbiamo già detto, come ho sottolineato nell’ambito del dibattito sulla direttiva dell’acqua pubblica, se rammentate, per difendere l’inviolabile necessità di accesso a questa risorsa – l’acqua è un diritto di tutti – la cui natura di bene comune è già stata sancita peraltro in Italia dal referendum del 2011; offrire nuove opportunità di sviluppo sociale ed economico alle comunità, e soprattutto ai giovani, accelerando la transizione verso industrie green e sostenibili, direi anche ecologiche.
La proposta italiana su questo tema è stata quella di incrementare gli obiettivi di riduzione delle emissioni in atmosfera della CO2, dell’anidride carbonica, al 40 per cento entro il 2030, il 15 per cento entro il 2025, fissando poi un ulteriore termine al 2035, quindi un meccanismo a iperbole. Quando, infatti, il sistema produttivo si rigenera, il primo sforzo è quello più faticoso, il secondo sforzo (2025-2030) è chiaramente più veloce perché i sistemi economici funzionano su iperboli e non su rette lineari.
Sarà nostro dovere lavorare per migliorare nel prossimo futuro i risultati finora raggiunti e favorire processi virtuosi di sviluppo economico sostenibile su tutto il territorio nazionale, comprese quelle zone che, seppure ricche di risorse naturali e culturali, rimangono gravate da fenomeni di degrado ambientale e di dissesto.
Non dimentichiamo il concetto di dissesto, la fragilità del Paese Italia: l’80 per cento – recito a memoria – del Paese Italia è cosiddetto fragile. Fragilità sismica, fragilità da frane, fragilità idrogeologica sono comunque delle fragilità. Per questo chiederemo anche in sede europea, come previsto dal contratto di Governo, che siano rispettati i limiti indicati dal principio di sostenibilità.
L’attenzione alle sfide internazionali del millennio accompagnerà le scelte della mia azione di Governo a livello nazionale, per il cui raggiungimento sarà fondamentale sensibilizzare e responsabilizzare ogni singolo cittadino, oltre a tutte le istituzioni centrali e periferiche, e il concetto qui è di educazione ambientale, tema che tocca trasversalmente più ministeri, ma essendo esclusivamente dell’Ambiente.
Il dato economico, il dato tecnico si devono accompagnare al dato educazionale necessariamente, partendo in particolare da quei luoghi formativi dove si inizia a formare la cultura del bimbo, perché è lì che iniziamo a costruire l’uomo del domani, e non è retorica, si vede in tutte le nostre scelte.
È da queste considerazioni, quindi, che sul nostro Paese, inteso come mondo e non più come Italia soltanto, nascono poi le nostre politiche nazionali. Come dicevo inizialmente, le politiche nazionali nel diritto nazionale sono figlie del diritto internazionale europeo e, ancor prima, del diritto internazionale puro, cioè quello più ampio.
A mio parere, le sfide principali sono sei.
Non sono, ovviamente, esclusive, ma sono quelle che la comunità globale ci pone come punto principale a cui guardare:
1) proseguire e rendere più ambiziosa la lotta ai cambiamenti climatici attraverso la leva di uno sviluppo diverso basato su una riduzione, ovviamente fino all’eliminazione, dei fattori inquinanti, specialmente nel settore della mobilità, e qui mi riconduco alla vicenda CO2, ma poi le declinerò un po’ meglio, anche se nel vostro carteggio sono declinate approfonditamente;
2) salvaguardare la natura, contrastare la perdita di biodiversità e valorizzare l’acqua come bene comune;
3) impedire il consumo del suolo e prevenire il rischio idrogeologico. Non dimentichiamo una legge dell’ultima legislatura ormai all’ultimo miglio per l’approvazione, ripartiamo da quella, la miglioriamo, introduciamo degli altri elementi di corredo significativi che la migliorano sensibilmente e poi decolliamo, è una legge che non può aspettare molto, la legge sul consumo, consentitemi di dire anche sullo spreco di suolo;
4) assicurare la sicurezza del territorio attraverso la prevenzione e il contrasto dei danni ambientali e la lotta di quelle che io chiamo le tante terre dei fuochi presenti nel nostro Paese, altrimenti rischiamo – consentitemi un altro link – di considerare che il problema Terra dei fuochi sia solamente quello della Campania, dalla quale io provengo, quando invece ci sono altri luoghi e altri cittadini che sono in sofferenza per problemi non dico identici, ma certamente simili;
5) governare la transizione verso l’economia circolare, e quindi rifiuti zero;
6) diminuire fino ad azzerare le infrazioni inflitte al nostro Paese dall’Unione europea. Un buon lavoro è stato fatto in questo senso, ma dobbiamo azzerarle. Ci sono delle novità, che anche recentemente – poi vi dirò a braccio quando arriveremo a declinarle – che ho già posto in atto per «aiutare» e affiancare le regioni in questo senso.
Non dimentichiamo, infatti, che ovviamente una buona parte delle politiche ambientali si riverbera sull’azione di Governo degli enti regionali e delle province autonome.
Il primo obiettivo – lo rileggo per comodità divulgativa – è quello di proseguire e rendere più ambiziosa la lotta ai cambiamenti climatici. Bene, lo sottodecliniamo: occorrerà implementare le politiche green per decarbonizzare e defossilizzare la produzione e la finanza, coinvolgendo anche le pubbliche amministrazioni e utilizzando, e a questo tengo molto, i fondi rotativi.
In questo senso declino come rotativi, quei fondi che si autoalimentano con un meccanismo virtuoso, altrimenti diventerebbe un intervento spot, che a mio parere non funziona, cioè funziona in quel momento e non funziona più dopo, perché finiscono i denari.
Col sistema dei fondi rotativi, invece, si alimentano, e quindi si può «dare soddisfazione ambientale» a tutti i soggetti.
C’è poi da puntare sulla mobilità sostenibile, riducendo l’uso dei veicoli a gasolio e benzina e incentivando l’uso degli ibridi, i plug-in, o dei total electric, anche attraverso meccanismi premiali e intervenendo sulle infrastrutture.
Uno dei problemi è poi, infatti, l’infrastruttura.
Su questo delle risorse ci sono, si può partire. Aggiungerei anche, in particolare, il servizio pubblico total electric, così decongestioniamo anche le città, ma è in aggiunta.
C’è poi da contrastare l’inquinamento con particolare attenzione alla qualità dell’aria anche mediante nuovi accordi con le regioni – lo accennavo poc’anzi – e rafforzando la collaborazione con gli altri ministeri competenti, predisponendo il programma di controllo delle emissioni nazionali per gli inquinanti, come previsto peraltro dalla direttiva 2284 dell’Unione europea del 2016, la cosiddetta NEC (National emission Ceilings), ma vedete mai in maniera apodittica, calata dall’alto, sempre in un ragionamento in orizzontale, con le regioni nel caso di specie o le province autonome.
C’è poi da migliorare il coordinamento delle azioni di sostegno a tutti i livelli di Governo; rafforzare il lavoro sulle valutazioni e autorizzazioni ambientali, anche attraverso un programma di riconversione economica che preveda, soprattutto per le aree cosiddette più disagiate, le necessarie bonifiche, lo sviluppo della green economy, delle energie rinnovabili e della cosiddetta economia circolare. Sapete che, in base al decreto-legge pubblicato credo il 12 luglio dell’anno corrente, se confermato in conversione, rientra nella competenza del MATTM.
Relativamente al secondo obiettivo, (salvaguardare la natura, contrastare la perdita di biodiversità e valorizzare l’acqua come bene comune), i parchi nazionali e tutte le aree protette rappresentano un capitale ambientale su cui investire sia in termini sociali sia in termini di ricerca sia, per quanto possibile, in termini economici, legati ovviamente al concetto di sostenibilità ed ecosostenibilità. Gli interventi relativi a questa priorità tematica li sottodeclino in altri.
Poi lo troverete molto più approfondito nel carteggio.
Il primo è salvaguardare la biodiversità assicurando una migliore e più coordinata gestione delle aree protette anche mediante la riforma della relativa normativa, la legge n. 394 del 1991, per intenderci, e prevedendo un nuovo sistema di governance, una forte collaborazione istituzionale con gli altri ministeri ed enti coinvolti per la revisione del TUF, il testo unico forestale – seppure appartiene come competenza al Ministero delle politiche agricole, nei decreti attuativi si lavora insieme al MATTM – cercando di far trasformare il TUF da elemento solo di forestazione anche a elemento di tutela della biodiversità (tradotto in termini tecnici significa di selvicoltura, oltre che di forestazione produttiva); rafforzando la pianta organica, in questo caso importante, dell’Arma dei carabinieri, e in particolare dei Carabinieri forestali, e magari prevedendo anche in forma straordinaria quello che noi chiamiamo in modo atecnico lo scorrimento delle graduatorie, di cui peraltro abbiamo già parlato con qualcuno presente qui nella Commissione e che mi sembra anche quello un fatto importante da tenere presente; aumentando il contrasto per il bracconaggio, e preciso il bracconaggio, che è un reato, mentre la caccia è assistita da una legge, sono due cose completamente diverse; attuando il Piano lupo dell’ISPRA, elemento importante e dal quale ripartire, perché anche quello era arrivato alla fine del suo percorso, non è stato approvato per un nulla, per un amen, ma c’è anche da dire una cosa.
Il Piano lupo fu costruito, se rammentate, quando il Corpo forestale dello Stato era in vita, e quindi va aggiornato anche su quello – oggi, non si può parlare di Corpo forestale nel Piano lupo, ovviamente – ma anche quando le province erano nella possibilità di venire meno.
Oggi, invece, ci sono delle risorse, che sono gli enti province, che come sapete hanno anche una competenza ambientale significativa, quindi il Piano lupo va aggiornato in questo senso, portato in Conferenza permanente Stato-regioni. Credo che sia una buona soluzione, migliorabile assolutamente, ma comunque già un buon punto di partenza. Ne abbiamo parlato ripetutamente.
Più in generale, va favorita la promozione delle aree protette italiane, e mi riferisco a tutto il sistema delle aree protette italiane, nei sistemi internazionali di patrimonializzazione dell’Unesco, che diventa un brandsignificativo.
Peraltro, vi dico che su quest’argomento martedì sarò a Parigi proprio per affrontare il primo colloquio sull’argomento, e sono il primo che ci va a parlare in questi termini.
Non è un merito, è una responsabilità.
La leggo così, almeno.
Altro elemento è quello di proteggere il mare, anche attraverso interventi normativi più incisivi e misure per limitare il marine litter.
Pensate una cosa.
Scusate se ogni tanto interrompo e parlo a braccio, ma comunque l’ho scritto io.
Pensate che nel nostro Mediterraneo i due terzi dell’Italia sono bagnati dall’acqua, quindi è molto più vicina a un’isola che a una penisola, e i nostri pescatori, quando tirano su la rete, il 50 per cento del loro pescato è statisticamente rifiuto.
Di questo, il 90 per cento sono plastiche. Abbiamo, quindi, un fifty-fifty in mano ai pescatori di rifiuti.
Banalizzo, con una mia idea che mi corre sempre dentro da un po’ di anni: facciamoci aiutare da questi pescatori.
Oggi, per come è scritta la legge n. 152 del 2006, i pescatori quei rifiuti li tirano su e li rigettano giù, sennò sono dei raccoglitori abusivi di rifiuti e trasportatori abusivi di rifiuti.
Modifichiamo quella virgola e punto della legge 152, atecnicamente chiamato codice dell’ambiente, per consentire al pescatore di portarli all’isola ecologica, dove c’è un’autorità portuale che gestisce quel tipo di rifiuto.
Perché rigettarlo a mare?
Il pescatore lo vuole fare, poi troviamo il modo per aiutare il pescatore a sopportare una spesa, ma è una risorsa, sostanzialmente a costo economico zero, ma a costo sociale altissimo.
Si deve cambiare la norma. Bene, cambiamola, se è ragionevole quello che dico.
Bisogna poi adeguare la pianificazione di bacino sulla difesa delle coste e rinforzare la pianta organica, anche qui, come ho detto prima per i Carabinieri forestali, del Corpo delle capitanerie di porto.
Sappiamo quale sforzo stanno facendo anche su altre questioni che non riguardano l’ambiente, nel braccio di mare tra l’Italia e il nord dell’Africa.
È uno sforzo significativo, ma è anche uno sforzo significativo che fanno nelle cosiddette aree marine protette sulle linee di costa.
Non dimentichiamo che hanno una competenza sull’inquinamento, sui fiumi, sui laghi, ma anche sulle linee di costa, su tutto l’abusivismo fronte costa.
Bene, i due terzi dell’Italia sono bagnati dal mare, le Capitanerie di porto sono composte da 8.000 unità – recito a memoria, forse qualcosina in più o in meno, ma siamo intorno a 8.000 – e forse una «battaglia» trasversale per incrementare la pianta organica in modo straordinario delle Capitanerie di porto e dei Carabinieri, segnatamente dei Carabinieri forestali, la farei.
Non è spirito di appartenenza.
È chiaro che provengo da quel mondo come lavoro, e quando finirò là ritornerò a fare il mio lavoro, però se vogliamo veramente proteggere l’ambiente, ritengo che ci voglia anche qualcheduno che lo tuteli, quest’ambiente.
Lo si deve valorizzare, ma lo si deve anche tutelare, altrimenti il sistema secondo me non funziona benissimo, non dico bene, ma benissimo.
Infine, bisogna garantire l’accesso all’acqua quale bene comune e diritto universale umano anche attraverso gli strumenti normativi europei, in particolare appoggiando la proposta di direttiva sulla qualità delle acque per il consumo umano, promuovendo il governo pubblico e partecipativo dell’intero ciclo integrato dell’acqua nonché incentivandone ovviamente i sistemi di riduzione degli sprechi, cosa che sono andato già a dire in Lussemburgo ufficialmente, raccogliendo anche la non disponibilità immediata di alcuni Paesi europei, ma la disponibilità diplomatica, che è tanta roba – scusatemi se lo dico in questo modo – di altri Paesi, che non aspettavano altro.
Abbiamo avuto, quindi, il merito, la responsabilità – vedete voi – o entrambe di aver attivato una dialettica europea che prima non era stata attivata.
Direi che è una cosa sulla quale lavorare insieme, perché è una grande conquista secondo me parlare di questi argomenti in Europa.
Una buona direttiva l’abbiamo iniziata il mese passato – significa arrivare subito o abbastanza presto, ma principalmente bene.
Il terzo obiettivo, che rileggo per comodità espositiva, è di impedire il consumo del suolo e prevenire il rischio idrogeologico.
In relazione al terzo obiettivo, è mia intenzione avviare una serie di interventi diffusi in chiave preventiva di manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo, anche come volano di spesa virtuosa e di creazione di lavoro, posti di lavoro, nelle aree a forte rischio – ricordiamo le statistiche che ho richiamato all’inizio del mio intervento – oltre che azioni per responsabilizzare il cittadino sui rischi connessi alla tutela del territorio.
Al riguardo, sono felice di notare che per iniziativa dei parlamentari di diverso colore politico – è il discorso che facevamo all’inizio, non esistono colori, steccati, appartenenze nell’ambiente – è ripresa immediatamente la discussione parlamentare interrottasi con la fine della scorsa Legislatura in relazione al provvedimento su consumo e, aggiungo sempre, spreco di suolo, che affronta questa tematica.
Penso che il contrasto al consumo del suolo e la prevenzione del rischio idrogeologico potranno essere realizzati, a mio parere, attraverso due azioni fondamentali: la rigenerazione urbana, l’introduzione del bilancio ecologico comunale e, ovviamente, azioni di retrofit degli edifici; dando nuovo impulso alle misure di contrasto al dissesto idrogeologico attraverso azioni di prevenzione che comportino interventi diffusi di manutenzione ordinaria e straordinaria (e la loro semplificazione) del suolo – oggi, è complesso, in particolare quella straordinaria – su aree ad alto rischio, oltre a una necessaria attuazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico riportando in capo, come appunto è accaduto con il citato recentissimo decreto-legge, ma aspettiamo la conferma della norma, al Ministero dell’ambiente di questa materia.
In questo senso, giova precisare a beneficio di tutti: non dimentichiamo che il MATTM ha già una direzione che si occupa di queste cose. Aver riportato o riportare, se confermato dalla norma, la competenza presso il MATTM non significa ricominciare da zero, significa fare una cosa che è già avviata. Mi spiego.
Intendo che questa direzione già fa gli accordi con le regioni sull’argomento, perché nessuno deve scavalcare nessuno. Prima passava alla Presidenza del Consiglio e tornava al MATTM una volta definito l’accordo.
Direi, a questo punto, che una direzione che in via del tutto ordinaria possa fare questo lavoro perché già lo fa e perché già lo faceva secondo me è semplicemente il modo più veloce e anche direi più economico di mettere il concetto di ordinarietà o di «normalità» al centro dell’azione di Governo. Le straordinarietà, a mio parere, hanno necessità di esistere per un breve lasso di tempo, ma non per un tempo lungo, tutto qua. Non è contro o a favore di qualcuno.
È semplicemente un concetto di istituzione.
Ripeto il quarto obiettivo soltanto per comodità: assicurare la sicurezza del territorio attraverso la prevenzione e il contrasto dei danni ambientali e la lotta alle terre dei fuochi che attraversano il nostro Paese.
Relativamente al quarto obiettivo, bisogna garantire a ogni singolo cittadino una vita migliore in un ambiente salubre, che gli permetta di non ammalarsi per cause dovute alla gestione criminale dei rifiuti.
Quando parlo di criminale, intendo dire ecocriminale nel senso giudiziario del termine, ovviamente.
È un dovere che non può passare in secondo piano, questo.
Per raggiungere tale obiettivo, ho in programma l’attuazione di alcune e diverse iniziative.
Penso, e poi troverete sempre tutto molto meglio specificato nel carteggio che avete, a due passaggi: rafforzamento delle misure già previste nell’ordinamento per prevenire e reprimere i reati ambientali attraverso una riforma parziale della legge n. 68 del 2015, i cosiddetti ecodelitti.
Vi dice chi è stato 33-34 anni nelle Forze di polizia che abbiamo ululato ai lupi di notte, tutti i giorni, la speranza che questa legge trovasse vita.
Finalmente, dopo 24 anni, il Parlamento con una maggioranza assolutamente trasversale, e questo significa che se ne sentiva il bisogno, nel 2015 l’ha varata.
Bene, adesso, dopo tre anni, abbiamo dei reporting che ci dicono che cosa ha funzionato molto bene, che cosa ha funzionato benino, che cosa si deve assolutamente migliorare.
Vi assicuro, per il lavoro che ho fatto per tanti anni, che conosco bene quei reporting e si può migliorare, si può aggiungere qualcosa, si può limare qualcosa, perché quella è una legge che è una pietra miliare.
Bene, miglioriamola, semplicemente questo. Andiamo avanti e consideriamola una pietra miliare veramente.
In particolare, dove andrei rispetto alla legge n. 68 del 2015?
Intanto, andrei a rivedere alcuni articoli che non sono previsti.
Penso – ve la dico a braccio, perché recito a memoria – al 256 e al 259 della legge n. 152 del 2006.
Tradotto dal tecnicismo: gestione illecita dei rifiuti, che è un reato contravvenzionale, traffico non organizzato dei rifiuti.
Vi assicuro per esperienza professionale che il 259, traffico non organizzato dei rifiuti, è il vero led del criminale ambientale.
Basta un nulla in sede giudiziaria per derubricare l’ex 260, traffico organizzato, nella fattispecie di cui al 259, e passare da un reato delitto a un reato contravvenzionale.
E il reato contravvenzionale, quando si parla di svariate decine di milioni di euro di profitto, diventa un costo di esercizio.
Questa è la realtà della vita di tutti i giorni che io ho vissuto per più di trent’anni come generale della Forestale e generale dei Carabinieri.
Direi che forse è il caso di cambiare questo passaggio e di inserirlo negli ecodelitti.
Penso che sia corretto anche prevedere il sequestro e la confisca dei beni frutto di reati ambientali.
C’è già. Io vorrei introdurre il concetto di sequestro allargato, che già esiste nell’ordinamento, si deve solo allargare: per coloro che sono inquinatori, per essere chiari, o che aggrediscono l’ambiente e non sono in grado di dimostrare come hanno lecitamente ricevuto il loro patrimonio, quella quota parte del patrimonio che non sono in grado di chiarire come l’hanno ricevuta finisce nelle casse dello Stato, semplicemente.
È il metodo che si usa per la criminalità organizzata.
Non vuol dire che chi aggredisce l’ambiente fa parte della criminalità organizzata.
Vuol dire che si usa quello strumento. Magari, se quei denari andassero in un fondo a tutela dell’ambiente, sarebbe ancora meglio.
Andrebbe applicato – l’ho detto da generale, lo dico da ministro – il Daspo ambientale, cioè l’allontanamento fino a due anni nei confronti di chi si rende responsabile per esempio di trasporto abusivo di rifiuti, abbandono incontrollato di rifiuti in zone particolarmente protette, che poi danno origine ai cosiddetti roghi tossici, sversamento e combustione illecita dei rifiuti, oggetto dell’articolo 256-bis, con l’introduzione anche dell’arresto differito.
Queste, secondo me, rendono completa la legge n. 68 del 2015, che nasce con uno scopo ovviamente fortemente repressivo. Stiamo parlando di diritto penale in questo caso, ovviamente.
Altra azione è implementare l’attività di contrasto alle ecomafie e alle terre dei fuochi, che esistono non solo al sud ma in un’altra quota parte del territorio, operando in questo caso a livello normativo con la logica e il meccanismo di chi inquina paga, riformando quindi la governance sulla terra dei fuochi prevista dalla legge 6 febbraio 2014, n. 6, figlia di un decreto-legge, il n. 136, che adesso col decreto-legge ministeri, come è stato soprannominato, passa, se viene confermata la norma, al Ministero dell’ambiente.
Vi chiedo aiuto in questo senso.
Se rimane, come adesso, un po’ sparpagliata, corriamo due rischi.
Il primo rischio concreto è che, per fare il coordinamento interministeriale – è sperimentato da me che ero nel gruppo di lavoro, quindi ve lo dico da testimone oculare – abbiamo verificato che per fare una cosa per cui si impiegano statisticamente dieci giorni, per approvare un passaggio di secondo profilo, cioè di gestione amministrativa, si impiegano dieci mesi.
Possiamo passare da dieci giorni reali a dieci mesi?
Se va in un solo ministero, ovviamente è gestito sotto la mia responsabilità, me ne assumo la responsabilità, ed è forse raro trovare qualcuno che dice «me ne assumo la responsabilità», ma una cosa di dieci giorni si fa in dieci giorni, punto, tutto qua.
È banale, ma è così.
In questo vi dico che so fare il generale.
Una cosa che si può fare in dieci giorni, si fa in nove, non si fa in dieci.
Questo è il primo elemento.
C’è un altro aspetto.
Se rimane incardinata in altri ministeri, in particolare in alcuni ministeri, come l’Agricoltura, c’è un problema reale: significa che stiamo facendo passare il messaggio che i prodotti agricoli non sono buoni.
E non è vero, è una corbelleria.
Di nuovo, da chi ha fatto le indagini, come me, vi dico che ho analizzati i prodotti in laboratorio, in contraddittorio, e sono tutti buoni.
Se rimane in capo al MIPAAF, nell’immaginario collettivo significa che ci sono dei prodotti che non vanno bene.
Creiamo un meccanismo di speculazione al contrario pericolosissimo.
Ricordiamoci alcune pubblicità del 2013 e del 2014.
Perché dobbiamo distruggere un’industria che tra l’altro è la più controllata al mondo?
Non so se sappiamo che i prodotti agricoli italiani sono i più controllati al mondo.
Passiamo all’Ambiente.
È un problema di ambiente, non è un problema agricolo, ancorché in terreni agricoli, ma è un problema di suolo e di acque.
Ripeto il quinto obiettivo sempre per comodità espositiva: governare la transizione verso l’economia circolare e rifiuti zero.
Relativamente al quinto obiettivo, tra le prime azioni del mio mandato ho lanciato da subito, nell’ambito del grande contenitore «Io sono Ambiente», la campagna «Plastic free», quindi prego il signor presidente di aiutarmi la prossima volta a non trovare le bottigline di plastica. Chiedo scusa. Magari, non lo registriamo, però ce lo siamo detti prima.
Con garbo il presidente ha detto che sicuramente è disponibile.
Lo dico col sorriso sulle labbra, perché ce lo siamo detti prima, non lo troviamo spiazzato…
Basta che lo siano tutti. Facciamo a chi arriva prima, va bene, ma facciamolo.
Ritengo doveroso che in tutte le sedi della pubblica amministrazione, appunto, sia bandito l’uso della plastica usa e getta, specialmente appunto il monouso.
In che termini realizzare questi obiettivi, quelli dell’economia circolare e dei rifiuti zero?
Favorendo l’economia circolare anche attraverso la fiscalità premiante, e penso al credito d’imposta per l’imprenditore; con azioni contro lo spreco alimentare, centri di riparazione e riuso dei beni utilizzati e con l’introduzione della banca dell’usato, per esempio; rivedendo il ciclo dei rifiuti e il programma nazionale di prevenzione dei rifiuti, anche nel senso della circolarità economica, prevedendo in particolare l’incentivazione della filiera corta di gestione, gli aiuti finalizzati alla riduzione del sistema degli imballaggi alla fonte, la revisione della norma sulla tracciabilità dei rifiuti speciali, la riorganizzazione dei consorzi nazionali per il riciclaggio dei rifiuti, il potenziamento dei controlli sulle importazioni ed esportazioni di rifiuti anche attraverso la revisione del piano nazionale delle ispezioni.
Va poi riformata la normativa sull’amianto anche attraverso la creazione di una cabina di regia unica presso il MATTM, ma con agevolazioni fiscali per le attività di bonifica e l’avvio dell’«Asbesto 2.0», cioè amianto in superficie e bonifica degli edifici scolastici, mediante l’uso di tecnologie di telerilevamento ottico – entriamo nel tecnicismo – e individuando dei siti dove poi questo amianto deve andare.
È necessario anche quello, altrimenti diventa di nuovo il viaggio dei rifiuti.
Rileggo il sesto e ultimo obiettivo: diminuire fino ad azzerare le infrazioni inflitte al nostro Paese dall’Unione europea.
L’attività di monitoraggio, controllo e risoluzione delle procedure di infrazione avrà carattere rilevante per il MATTM.
L’obiettivo è quello di proseguire e migliorare il percorso virtuoso di contrazione delle procedure di infrazione a carico del nostro Paese, passate complessivamente dalle 117 del 2014 alle 59 di oggi, di cui circa il 13 per cento di natura ambientale, quindi mi riguardano, ci riguardano, afferenti in particolare alle tematiche dell’inquinamento dell’aria, dei rifiuti e del trattamento delle acque reflue urbane.
Sulla questione delle infrazioni e sulla loro natura, se ritenete, ci potremmo soffermare anche la prossima volta che passerò. Comunque, consegnerei al presidente, se il presidente ritiene, anche una brochure con tutti i riferimenti delle pilot e delle infrazioni vere e proprie, se ritenete il 25 del mese, quando ci vedremo per le risposte.
Lo farei, se siete d’accordo, sotto forma di quadro sinottico, quindi intellegibile molto velocemente, non verboso. Tra l’altro, non è il mio stile.
Vi anticipo una delle novità che sto costruendo, adesso proprio con i primi due presidenti di regioni che ho incontrato, Lazio e Campania: secondo l’applicazione della legge n. 234 del 2012, quindi una norma già esistente, istituire una specifica task force, ovviamente coordinata dall’ufficio di gabinetto del MATTM, con il contributo del legislativo e dei referenti di ogni direzione generale competente per materia del MATTM, ma principalmente con le regioni coinvolte.
L’idea è: affianchiamo le regioni per superare insieme il problema delle infrazioni.
È vero, infatti, che si attagliano su questioni che le regioni hanno nella loro competenza, ma è pur vero che attraversano il Paese, è pur vero che sono denari del cittadino, sono denari forti quelli che paghiamo.
Se possiamo dare una mano ad accelerare…
Vi dico con molta chiarezza che una delle cose che ho trovato è che molto spesso l’interlocutore ministeriale, parla con l’interlocutore regionale, qualsiasi interlocutore regionale, e, o cambia l’uno, o cambia l’altro, o la carta non si trova – è banale, ma sono fatti concreti – o l’e-mail non arriva, o non è stata letta in tempo…
Mi rendo conto che vi sto raccontando quasi delle banalità, ma non dimentichiamo che nelle sfumature il diavolo si nasconde.
Se organizziamo una task force, azzeriamo tutto questo, e principalmente abbiamo solo quegli interlocutori che devono parlare, e quindi azzeriamo i tempi, ma principalmente l’interlocutore costruisce un rapporto anche di fiducia costruttiva.
Molto spesso, queste persone nemmeno si conoscono. Si alzano anche muri di non colloquialità.
Me l’hanno chiesto loro, io lo condivido pienamente: le regioni che già ho contattato – è vero che sono solo due – sono rimaste immediatamente soddisfatte dell’idea. Penso che possiamo fare un buon lavoro in questo senso, se concordate.
Le priorità individuate come linee programmatiche per il mio mandato spero possano diventare oggetto di dialogo proficuo e virtuoso con questa Commissione, a prescindere, come ho detto all’inizio, dal colore politico, dalle appartenenze o da che altro, al fine di migliorare il nostro ordinamento, e di conseguenza la vita dei nostri cittadini e dare l’opportunità ai giovani di ereditare un mondo più sicuro e più green. Almeno, io ci voglio provare.
A tale proposito, seguirò con vivo interesse – vi assicuro, non lo dico retoricamente – le attività di questa Commissione.
Seguirò con attenzione anche il dibattito sulle misure urgenti per il completamento della cartografia geologica d’Italia e della microzonizzazione sismica, altro tema, che trova piena corrispondenza nelle politiche di prevenzione del rischio idrologico, ritenute da me prioritarie, come poc’anzi vi ho detto, per prevenire disastri naturali, come anche la proposta di legge quadro sulle isole minori.
Gli obiettivi che vi ho illustrato sono molto ambiziosi – me ne rendo conto – e se leggerete il carteggio che vi ho lasciato, sono anche molto densi.
Su questi, quindi, vi chiedo il massimo supporto e vi offro la massima disponibilità.
E di nuovo non è retorica.
Sono, però, consapevole che per realizzare tutto ciò è necessario prima di tutto anche ripensare al Ministero dell’ambiente come amministrazione pubblica.
È il punto di riferimento, il MATTM, per iniziare certi percorsi, prima ancora che come strumento di governo politico.
Si deve, infatti, affrontare con la massima urgenza la questione del personale in servizio presso il ministero.
Vi assicuro che ho trovato personale di eccellente qualità, ma anche ampiamente sottovalutato, i cui compensi, perché anche di questo bisogna parlare, a parità, cioè in orizzontale, sono nettamente inferiori ai colleghi di altri ministeri – sapete che la progressione viene fatta per ministero – anche, benché non sia scritto ve lo devo dire a braccio, di 20.000 euro lordi all’anno. Per uno stipendio non estremamente significativo, quei 20.000 euro lordi all’anno contano, servono in una famiglia.
Direi che, se dobbiamo considerare il MATTM la Cenerentola di tutti i ministeri, secondo me non abbiamo compreso che l’ambiente è al centro dell’azione di Governo, perché le persone vanno sostenute e aiutate, e il MATTM non è la Cenerentola di nessuno secondo me.
In questi ultimi vent’anni, c’è stato – uso un termine forte, però lo devo dire – un accanimento verso il Ministero dell’ambiente che ha portato a svuotare sempre di più di compiti e di dotazione il ministero, demotivando ancora di più il personale in servizio e spingendo molti ad andare altrove.
E sono risorse che non ci possiamo permettere di perdere.
Proprio su questo punto mi propongo di lavorare, ovviamente col vostro aiuto, se ritenete che sia giusto, per realizzare quanto previsto dal Patto per l’ecologia proposto dalle associazioni ambientaliste in campagna elettorale e firmato da tutte le forze della maggioranza – tutti l’hanno firmato – che hanno quindi sostenuto questo Governo, ma anche quelle che non sostengono questo Governo.
È per questo che vi chiedo, a prescindere dalla colorazione, dalle appartenenze, di supportare le battaglie che vi ho annunciato finora, ma in particolare ce n’è una che mi sta a cuore, rimanendo sul ministero, cioè quella dei concorsi, del concorso pubblico.
Da quando è sorta la Repubblica – ovviamente, i primi ministeri hanno avuto più tempo, mentre il Ministero dell’ambiente è stato istituito nel 1986 – non so se sapete che dal 1986 non è mai, non è mai stato fatto un concorso pubblico nel MATTM. Sono sempre arrivati per comando, distacchi o sovrapposizioni.
Non si costruisce così un ministero.
Non si può costruire così un ministero.
Noi abbiamo bisogno di tecnici in quel ministero, abbiamo bisogno di geologi, di ingegneri, di veterinari, di biologi, di Forestali, di chimici, di quello che volete, ma abbiamo bisogno di queste persone.
E noi abbiamo un deficit strutturale credo di 5-600 persone.
Non possiamo permettercelo più.
Vi parlo a braccio, perché vivo tutti i giorni là, sono un ministro che cerca di essere abbastanza presente al suo ministero per abitudine culturale.
C’è anche un altro elemento.
Se abbiamo delle società in house che aiutano il Ministero dell’ambiente, le abbiamo per necessità, ma queste società in house hanno anche una mission.
Se le spostiamo per necessità al MATTM, vuol dire che stiamo violando la mission di quelle società in house.
Allora, restituiamo alla società in house le loro mission, che si chiamano bonifiche, quella è la mission, e diamo spazio a giovani di grande qualità che abbiamo in Italia di lavorare al MATTM.
Aiutatemi in sede di legge di bilancio.
Ve lo chiedo proprio con molta franchezza. Aiutatemi a reperire le risorse.
Vi assicuro, per il lavoro che ho fatto per tanti anni, che concorsi più trasparenti di questo non si potranno fare.
Avrete le mie dimissioni un secondo prima che intuisco che non è trasparente, il concorso.
Serve solo per far lavorare il MATTM, tutto qua.
C’è, infine, una seconda sfida che mi aspetta e che ancora una volta coinvolge – permettetemi di dire – tutti noi, con rispetto per la Commissione, per carità.
È la sfida della legalità e della trasparenza.
Occorre che il MATTM sia una casa di vetro in cui tutto sia visibile e comprensibile.
Occorre che qualsiasi cittadino possa conoscere gli interessi che interloquiscono con il ministero e capire, di conseguenza, come si è formata la decisione pubblica.
La spirale negativa del non si sa che cosa va interrotta ed è necessario un cambio di passo che capovolga il paradigma e renda il ministero il luogo in cui si forma l’interesse generale.
Questo è il modo, a mio avviso, in cui la politica potrà recuperare quel gap e mostrare a tutti di essere davvero al servizio della collettività.
Per parte mia, se concordate, ho già iniziato questo percorso, perché c’è una norma generale dello Stato, che forse va applicata più approfonditamente, per cui qualsiasi cosa si faccia in un organo pubblico, il caso del MATTM, venga pubblicata sul sito, tutto, comprese le visite al signor ministro. Lo dice la legge, non lo dico io, lo dice la legge. Io ho intenzione, banalmente, semplicemente, di applicare questa legge.
Appena sarò riuscito a sistemare il sito, troverete anche chi viene in visita dal ministro, perché è tutto trasparente, tutto.
Detto questo, vi rimando, se a voi non dispiace, e non vorrei sembrare di cattiva educazione, al carteggio più approfondito che vi ho lasciato, che sennò vi avrebbe inchiodato qua per più di due ore e avrebbe disidratato me.
Se ritenete, sono a vostra disposizione per prendere nota delle domande e riservarmi, col vostro permesso, di rispondere la settimana prossima.
PRESIDENTE. Grazie, ministro.
PIERGIORGIO CORTELAZZO. Interverrò molto velocemente, presidente.
Signor ministro, grazie della presentazione del programma di Governo del suo ministero.
Premetto che da parte del nostro Gruppo troverà sempre la massima disponibilità quando si faranno provvedimenti che vanno nella direzione di sempre più ripulire il nostro ambiente da soggetti inquinanti, da inquinatori.
Della sua presentazione, chi potrebbe non sottoscrivere questo bellissimo decalogo che ci porterebbe a vivere in un mondo molto più sano e salubre?
Penso che sia in capo al suo dicastero: è in itinere un provvedimento quadro sul ciclo idrico integrato, ovvero ciclo integrato dell’acqua, per capirci?
C’è una partita aperta, ci sono state accelerazioni e decelerazioni.
Una per tutte: acque bianche e acque nere.
Le acque bianche oggi afferiscono ai comuni, le acque nere agli acquedotti, che a volte sono consorzi, altre sono aziende, altre sono società quotate in borsa, che svolgono il servizio.
Come ricordava lei correttamente e opportunamente, gli italiani con un referendum hanno confermato che l’acqua è un bene pubblico, per cui da qui bisogna partire.
Potrebbe essere percepita come una sciocchezza la pulizia delle caditoie, che può essere una banalità, molto spesso i comuni non la fanno perché non hanno i quattrini, molto spesso non la fanno perché non sono neanche nelle condizioni di sapere quante caditoie hanno.
Allora, non mi sostituisco, ovviamente, al ministro, ma immaginare anche che le acque bianche vadano conferite in quel modo e le acque nere gestite nell’altro, ovviamente in tariffa, perché non è che qualcuno si può immaginare di sostenerne il costo, potrebbe essere…
Vale lo stesso discorso per i rifiuti: è in animo, è in itinere presso il Governo, presso il suo ministero un provvedimento che vada anche nella direzione di una legge quadro sui rifiuti?
Rifiuti vuol dire tutto, vuol dire tanto.
Io ho ascoltato correttamente la sua relazione, quando parla anche di sequestro e di confisca.
Dobbiamo solo capirci.
Con le confische giustamente si sottrae a chi delinque i beni, ma se lasciati lì abbandonati, si rischia di creare ancora più problemi e danni.
Se si lascia incustodito un impianto di riciclaggio sequestrato perché gestito dalla malavita, si rischia di fare più danni che altro.
Ministro, sempre in tema di compiti per casa, io sono veneto e col MOSE, come spesso accade in Italia, ci si incasina la vita – lo dico al microfono – poi quando ci sono situazioni anche magari poco trasparenti, come sempre ci si pulisce la coscienza, si fa intervenire l’ANAC.
Le dico che doveva esserci l’ultimazione dei lavori per il 2018, e adesso siamo già arrivati al 2020, ovviamente con commissari che vengono lautamente retribuiti, altro che i dipendenti del suo ministero.
Spero che il suo ministero sia in grado prossimamente di darci qualche indicazione se il 2020 è definitivo, e spererei di no, che invece potremo essere anche più rapidi, più celeri.
Il problema del MOSE, per qualcuno che non vive in Veneto, può essere purtroppo associato a qualcosa di poco trasparente, ma stiamo parlando delle dighe mobili che dovrebbero e potrebbero salvare Venezia, che è ovviamente un patrimonio non solo dell’Italia, ma dell’universo.
Due ultime questioni, presidente.
Sono anche d’accordo sulle sanzioni.
Magari, nel prosieguo ci spiegherà che cosa si intende per Daspo, per due anni.
Quale ambiente vietiamo al soggetto interessato dal Daspo?
Per lo stadio, non lo facciamo andare allo stadio; a quale ambiente non facciamo accedere quello che inquina?
Anche su questo dobbiamo chiarirci.
Secondo noi, però, prima va semplificata la molteplicità di norme e di formulari, tabelle, applicazioni e modifiche delle leggi.
Quando un provvedimento o una materia sono chiari, poi siamo tutti d’accordo che chi trasgredisce e chi, soprattutto nel settore ambiente, crea danni a tutti noi, vada colpito e sanzionato con tutte le pene necessarie.
Concludo, signor ministro, con una considerazione che sfonda una porta aperta sul fatto che chi lavora e chi lavora bene va retribuito in maniera corretta.
La meritocrazia per noi è un valore, ed è anche un principio.
Conosciamo perfettamente la sua provenienza, il suo inquadramento, per cui non la prenda come una questione irrispettosa, ma lei fa parte di un Governo del cambiamento, e siccome qua uno vale uno, verrebbe facile dire: diminuite gli emolumenti degli altri ministeri per portarli a livello di quelli del Ministero dell’ambiente.
Noi non seguiamo il Governo in queste sciocchezze.
Noi diciamo che, se ci sono persone che lavorano, lavorano bene e lavorano al nostro servizio, vanno remunerate per il ruolo e la qualifica che hanno.
Questo era per spiegare che nel calcio uno vale uno.
Nel mondo normale, non vale che uno valga uno, per dirlo non tanto a lei nella sua funzione di ministro, ma nella complessità, visto che lei fa parte di un Governo collegiale.
UGO PAROLO. Signor ministro, ci ha consegnato una relazione che giudichiamo assolutamente esaustiva e qualificante sulle azioni che si intendono portare avanti.
Adesso diventa difficile, anche per il poco tempo a disposizione, elaborare una serie di riflessioni che vorremmo sottoporle.
Allora, per punti le vorremmo segnalare alcune questioni e, successivamente, in altre occasioni, eventualmente anche capire come confrontarci.
Innanzitutto, ci fa molto piacere che subito, al punto 1), quando parla dei cambiamenti climatici, della lotta ai cambiamenti climatici, lei associ quest’azione alla parola «sviluppo».
Noi crediamo che tutelare l’ambiente significhi anche e soprattutto rendere sostenibile l’ambiente dal punto di vista economico.
È una chimera pensare che si possa tutelare l’ambiente distruggendo l’economia.
Lo stesso discorso che ha fatto in relazione all’economia circolare, all’azione rispetto all’economia circolare, è assolutamente dal nostro punto di vista meritorio.
Ha citato poi la questione del dissesto idrogeologico.
Non l’ho visto poi nella relazione, ma credo, vista la partenza che ho appena citato, che ci sia assolutamente condivisione: non dobbiamo mai dimenticare, anche in questo caso, che spesso il dissesto idrogeologico, soprattutto nelle montagne e nelle zone più marginali, quelle oggi chiamate aree interne, è frutto dell’abbandono, è frutto della economia che non è più sostenibile.
Il Ministero dell’ambiente ha una missione importantissima dal nostro punto di vista, che è quella di rendere compatibile la presenza delle economie che sono fragili con la tutela dell’ambiente, ma soprattutto fare in modo che si possa attuare quel concetto di prevenzione che passa attraverso la presenza di un’economia sostenibile.
Vado molto veloce, perché sono temi importanti, ma non voglio sottrarre tempo.
Un altro punto che lei ha citato e che riteniamo assolutamente importante è quello dell’azione culturale.
Non c’è dubbio che, se si vuole pensare anche alle future generazioni, si debba passare attraverso questa azione.
Le voglio lanciare un ulteriore elemento di riflessione.
Non ha citato nella sua relazione il tema del paesaggio.
Il paesaggio nel nostro ordinamento è materia esclusiva dei beni culturali e noi crediamo che sia un errore pensare al paesaggio solo come tema dei beni culturali.
Se leggiamo la Convenzione europea sul paesaggio, da cui dovrebbe discendere il nostro ordinamento, ci rendiamo conto che, in realtà, il paesaggio è soprattutto materia che riguarda l’ambiente e riguarda l’economia, perché il paesaggio è la trasformazione del territorio per eventi naturali e per la presenza dell’uomo, non è nient’altro che questo, quindi il paesaggio non può essere visto solo come un’azione di tutela dal punto di vista dei beni culturali.
È anche questo, ma non è solo questo.
Se riusciamo a far passare questo concetto, allora rendiamo la tutela del paesaggio compatibile con le popolazioni che vivono quel territorio e, quindi, le stesse popolazioni possono capire che il paesaggio è un elemento di forza e non è solo vincoli.
Sto esprimendo il concetto in maniera molto sintetica, per evitare di perdere tempo.
Il quarto punto che mi sono appuntato tra quelli che lei ha citato nella sua relazione riguarda il rapporto con le regioni e, come dice lei, tutti i soggetti coinvolti, anche a livello mondiale ed europeo.
Ebbene, però, non possiamo dimenticare che la tutela dell’ambiente è materia esclusiva dello Stato.
Lo dico – lei lo sa benissimo – perché di questo dobbiamo tenere conto, nel senso che, a nostro modo di vedere, spesso questo diventa un limite e non un punto di forza, in quanto ci sono delle azioni che, non tutte le regioni, ma alcune regioni potrebbero svolgere in maniera molto efficace, evitando anche quelle complicazioni che lei ha cercato di descrivere in maniera molto semplice ma molto efficace.
Mi riferisco alla mancanza di dialogo e di comprensione tra funzionari e tra dirigenti, che spesso, semplicemente perché non si conoscono, dilatano i tempi in maniera assolutamente inaccettabile per le imprese, per i cittadini, per gli operatori e per gli amministratori.
Probabilmente, quindi, bisogna trovare, a legislazione vigente e a Costituzione vigente, delle forme che consentano di dialogare in maniera più diretta, elaborando quel concetto di fiducia che a nostro modo di vedere ci deve essere all’interno dell’ordinamento dello Stato.
Non è detto che chi sta più lontano o più in alto sappia fare le cose meglio rispetto a chi sta più vicino ai cittadini, naturalmente sempre rispettando l’ordinamento costituzionale.
C’è un altro aspetto che riteniamo interessante, quando lei parla dell’acqua come diritto di tutti, cioè il concetto di uso plurimo dell’acqua.
Naturalmente il primo uso è quello umano, quello per i cittadini, ma poi ci sono una serie di altri usi che non possiamo dimenticare, come quello dell’agricoltura, tanto per fare un esempio.
C’è anche un altro aspetto che è molto importante, che è quello energetico.
Noi viviamo una situazione assolutamente paradossale e assurda nel nostro Paese, perché abbiamo una legge, che è del 1999, signor ministro, il decreto Bersani, che prevedeva che per quel che riguarda l’uso energetico dell’acqua si procedesse al rinnovo delle concessioni delle grandi dighe.
Queste concessioni sono scadute da dieci anni e non si è potuto rinnovarle, perché i due ministeri interessati – uno è il Ministero dell’ambiente, l’altro credo sia il Ministero dello sviluppo economico – dovevano emanare un decreto con i criteri che avrebbero consentito alle regioni di procedere al rinnovo di queste concessioni.
Ebbene, noi oggi abbiamo grandi player che utilizzano un bene pubblico, multiutility importantissime a livello nazionale e internazionale, che anche contro i loro interessi, essendo soggetti quotati in borsa, sono costretti a usare questi beni praticamente senza titolo.
Lei parlava di azzerare le infrazioni europee.
Noi abbiamo un’infrazione europea conclamata rispetto a questa situazione.
Glielo segnalo, perché credo che sia un elemento assolutamente da considerare.
Lei ha parlato poi della necessità di rivedere la legge-quadro sulle aree protette.
Siamo assolutamente d’accordo: è una legge del 1991, nata in un altro contesto, che sicuramente dal punto di vista della tutela e della protezione della biodiversità di queste aree ha introdotto concetti ed elementi importantissimi, ma oggi noi crediamo che, se vogliamo dare un valore in tutti i sensi alle aree protette, bisogna anche pensare allo sviluppo sostenibile di queste aree protette e tenere conto che in queste aree protette spesso il nostro è un territorio molto antropizzato e c’è la presenza di intere comunità di persone, che ci devono vivere e che devono vedere questi strumenti come un’occasione per valorizzare il loro territorio e non come un elemento ostativo.
Le voglio velocemente portare l’esempio del Parco nazionale dello Stelvio.
Come lei saprà benissimo, è stata rinnovata radicalmente – caso unico in Italia – la governance del Parco nazionale dello Stelvio.
Oggi la gestione è stata affidata alle comunità locali, alla regione Lombardia per la parte lombarda e alle due province autonome di Trento e Bolzano per quel che riguarda i territori in Alto Adige e in Trentino.
Ebbene, mai come oggi possiamo dire che questi territori stanno collaborando, mai come oggi possiamo dire che la nuova gestione del parco sta producendo effetti.
Il parco, come lei sa, è uno dei primi in Italia, se non il primo.
È stato istituito nel 1935 e a oggi non ha ancora il piano del parco – è come se un comune non avesse il piano regolatore – proprio perché l’impostazione della governance precedente, molto centralizzata, era fortemente osteggiata dai territori. In sei mesi sono state approvate le linee guida per predisporre il piano del parco, oggi siamo in procedura di valutazione ambientale strategica, con la condivisione dei territori, e credo che nel giro di qualche mese le rispettive amministrazioni, la regione Lombardia e le due province autonome, approveranno il piano del parco per poi trasmetterlo al ministero per l’approvazione definitiva.
Con questo intendo dire che quando si avvicina ai territori il Governo in un rapporto di fiducia spesso – non sempre – i risultati si ottengono.
Infine, l’ultima cosa che le voglio dire è una provocazione e anche un po’ una battuta.
Da cittadino e da architetto, se io fossi il Ministro dell’ambiente, la prima cosa che farei è abbattere il Ministero dell’ambiente, perché non possiamo chiedere ai nostri cittadini di produrre le certificazioni energetiche semplicemente per affittare un immobile che magari ha 20, 30 o 50 anni e poi presentare quell’edificio ai nostri cittadini e ai nostri amministratori.
È una provocazione, ma io rifletterei su questa cosa, perché è impresentabile e qualcosa bisognerebbe fare seriamente.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Parolo.
Comunico che in accordo con il ministro avevo messo come termine quello di venerdì alle ore 12 per poter presentare delle domande e il ministro il 25 potrà dare chiaramente le risposte.
Ovviamente che non siano delle interrogazioni, solo questo.
CHIARA BRAGA. A nome del Partito democratico cogliamo l’occasione per fare i nostri auguri di buon lavoro al Ministro Costa.
Sicuramente troverà da parte nostra un atteggiamento sempre di dialogo e di collaborazione sui temi che riguardano l’attività del suo ministero.
Nell’illustrazione delle sue linee guida lei ha messo tanta carne al fuoco, quindi credo che avremo modo e possibilità nel prosieguo dei nostri lavori di scendere più nel dettaglio delle varie questioni.
Quella di oggi è assolutamente una prima occasione per fare qualche valutazione, ma forse anche per anticipare qualche domanda e qualche tema che dal nostro punto di vista ci sembra importante e interessante.
Prima sorridevamo con la collega Moroni ascoltando l’intervento, assolutamente condivisibile e assolutamente valido del collega Parolo, perché abbiamo capito che qui siamo in presenza del Governo del cambiamento, ma anche di una maggioranza del cambiamento, perché oggi abbiamo sentito che è l’ambiente che va reso sostenibile dal punto di vista economico.
Noi abbiamo sempre pensato che fosse lo sviluppo economico che avesse bisogno di essere letto in chiave di sostenibilità ambientale e sociale, ma credo che su tanti temi e su tante questioni avremo modo di sciogliere magari anche questi nodi e queste ambiguità.
Lei ha indicato tra le sei priorità e dei temi sui quali registriamo con favore che c’è una disponibilità e un’apertura del ministro a proseguire anche un lavoro che la legislatura precedente ha messo in campo e che ci si augura possa procedere.
Su questo sicuramente il tema del consumo di suolo, sul quale tanti Gruppi hanno presentato proposte e che per il Partito democratico è una delle priorità, cercando di capire ovviamente quale può essere il punto di caduta.
Io credo di dover rappresentare al ministro, che probabilmente ha una visione un po’ edulcorata della realtà, che anche la discussione della scorsa legislatura non è stata così piana e condivisa.
I nodi non sciolti, che in parte hanno anche impedito di arrivare in fondo all’approvazione di questa legge, credo che rimangano tutti sul tavolo e, quindi, l’auspicio nostro è che invece, grazie anche a un supporto e uno stimolo da parte del ministero, si possa su questo tema riprendere una discussione e possibilmente arrivare anche all’approvazione di una normativa nazionale che, come giustamente lei ha detto e ha scritto, tenga dentro il tema della rigenerazione urbana e della riqualificazione, ma anche – mi auguro – il tema della fissazione di limiti al consumo di nuovo suolo, che probabilmente è un punto che non è stato ben specificato.
L’altra questione che ci riguarda e che ci interessa molto è il tema del governo della risorsa idrica.
Lo dico così in termini generali, perché questo tema incrocia delle questioni di varia natura. Alcune sono già state evidenziate e sono già state poste all’attenzione.
Penso a tutta la partita delle importanti e pesanti infrazioni comunitarie che il nostro Paese e alcuni territori in particolare hanno ancora aperto.
Ci interesserebbe capire rispetto a questo punto se il suo ministero intende cambiare l’assetto e anche il tipo di risposta che è stata impostata rispetto al superamento delle direttive comunitarie o, se al contrario, intende accelerare questo processo sbloccando i fondi che molti territori, dal sud al nord del Paese, attendono per poter andare verso una progressiva chiusura delle infrazioni comunitarie.
Sulla partita, invece, della gestione della risorsa idrica e, quindi, del servizio idrico integrato, io prendo atto con favore che nel suo documento si parla di governo pubblico e partecipativo dell’intero ciclo integrato dell’acqua, quindi di governo di questo tipo di servizio e non di gestione pubblica.
Questo è un punto abbastanza dirimente, perché la discussione che anche in passato abbiamo fatto su questo tema ha rischiato di finire in un vicolo cieco, proprio per un approccio dal mio punto di vista molto limitativo, che si preoccupava sostanzialmente solamente della natura giuridica del soggetto che doveva gestire il servizio idrico. Governo pubblico della risorsa dell’acqua è cosa diversa da gestione pubblica dell’acqua.
Positivamente registriamo la sua sottolineatura sulla centralità, invece, del rilancio degli investimenti nel servizio idrico integrato, che è il vero nodo rispetto a cui penso che si debba andare avanti e proseguire, anche capendo qual è il suo orientamento rispetto ad alcune scelte che sono state avviate, quali il piano Invasi e altri sviluppi sul tema degli investimenti della risorsa idrica che sono assolutamente fondamentali.
Sempre parlando di suolo e di gestione del ciclo idrico, non posso esimermi da una domanda e anche da una considerazione sul tema delle politiche di contrasto al dissesto idrogeologico.
Noi abbiamo preso atto che il suo primo atto di governo è stato quello di rivedere alcune scelte nelle competenze dei ministeri e riportare interamente tra le competenze ordinarie del Ministero dell’ambiente le politiche di difesa del suolo e di dissesto idrogeologico, che, come lei ben sa, non sono state mai sottratte al Ministero dell’ambiente.
Noi su questo punto le chiederemo, anche magari con atti ispettivi, di avere un quadro più preciso.
Ci ha stupito sinceramente la velocità con cui questa decisione è stata presa e l’assenza di una fase di passaggio di consegne e forse anche di valutazione dello stato in cui ci si trovava.
La scelta dell’unità di missione – avremo modo di discuterne – era stata quella di imprimere un’accelerazione sulla realizzazione degli investimenti. Probabilmente – e le consiglio in questo caso di approfondire questo aspetto – non sempre dal Ministero dell’ambiente c’è stata una piena partecipazione e condivisione di questo metodo – occorre prenderne atto – ma certamente c’è una questione che ci preoccupa rispetto alla continuità di questi investimenti.
In particolare, rispetto al piano per gli investimenti nelle regioni del centro-nord, che era stato avviato nell’ultima legge di bilancio con 1,5 miliardi di risorse destinate specificamente alle regioni del centro-nord, vorremmo capire cosa succede della sua attuazione e soprattutto se questo cambio di assegnazione di competenze dalla struttura di missione al Ministero dell’ambiente comporterà una modifica o meno dell’approccio integrato sul quale si è lavorato, cioè innovazione, riqualificazione dei corpi idrici, monitoraggio e controllo, oltre che programmazione con le regioni. Questo è un punto sul quale le chiediamo di avere maggiori dettagli.
Sempre stando alla partita del ritorno e dell’acquisizione di competenze, noi valutiamo favorevolmente il fatto che nel decreto ci sia questo riferimento esplicito all’economia circolare come competenza del Ministero dell’ambiente.
Le vorremmo chiedere come intende sviluppare il suo ministero il percorso di recepimento delle nuove direttive comunitarie che dovranno essere recepite nel nostro ordinamento e, su alcuni aspetti in particolare che nel frattempo hanno bisogno di essere in qualche modo accompagnati, con quali tempi e con quali modalità intende sbloccare.
Mi riferisco, ad esempio, ad alcuni ritardi oggettivi dell’attività del ministero sull’emanazione dei decreti end of waste, che sono attesi – penso ad alcuni, come quello sul polverino e quello sui pneumatici, ma ce ne sono altri – e sono fondamentali per favorire un pieno sviluppo delle potenzialità dell’economia circolare.
L’altra questione sulla quale le vorrei fare una domanda riguarda il sistema della responsabilità estesa del produttore.
Quali sono le sue intenzioni sul tema della riforma dei sistemi collettivi di gestione dei rifiuti e dei consorzi?
Su questo punto ci sono proposte molto diversificate tra le forze politiche e forse anche all’interno della maggioranza, ed è un tema abbastanza urgente per creare le condizioni di una piena implementazione delle sfide dell’economia circolare.
Vado molto veloce su altre questioni.
Bene le sue indicazioni sui parchi.
Sulla riforma della legge n. 394 certamente c’è bisogno di un tagliando, come lei ama dire, sulle molte leggi.
A questo proposito le chiediamo qual è l’orientamento del ministero sull’aspetto che già citava il collega Parolo, cioè sul tema del coinvolgimento degli enti locali e territoriali sul sistema della governance, se il suo orientamento è a favore di un decentramento territoriale oppure di un mantenimento in capo al Ministero dell’ambiente di alcune scelte strategiche, in particolare sulla governancee anche sulla valorizzazione.
Infatti, quando scendiamo nel dettaglio parlare di sviluppo delle aree protette significa regolamentare alcuni tipi di attività, tra cui ad esempio quella venatoria, magari non direttamente nelle aree protette ma nelle aree limitrofe e le attività energetiche.
Sulla partita delle bonifiche, invece, la sua attenzione ci conforta e ci trova assolutamente favorevoli.
Le chiediamo come vorrà mettere mano a un problema che è stato affrontato anche da un atto parlamentare conclusivo di indagine della Commissione ecomafie.
Mi riferisco ai problemi tecnici e giuridici relativi allo sviluppo delle bonifiche nei siti di interesse nazionale, a questa partita in particolare, ma anche più in generale alla bonifica delle aree dismesse e dei siti orfani, cioè quelli in cui non è più possibile o è molto difficile identificare un soggetto responsabile al quale chiedere una compartecipazione.
Lei sa che io ho una visione abbastanza diversa della sua sull’utilizzo del termine «terre dei fuochi».
Credo che la terra dei fuochi abbia bisogno di una sua specificità di intervento e, quindi, valuteremo anche le scelte contenute nel decreto-legge rispetto al riportare al Ministero dell’ambiente alcune competenze, ma credo che sia profondamente sbagliato utilizzare un’etichetta che funziona molto mediaticamente per descrivere, invece, situazioni di compromissione del bene ambientale molto diversificate, che richiedono risposte di natura diversa. Su questo immagino che ci misureremo e ci confronteremo.
Un ultimo punto riguarda la partita dei reati ambientali e più in generale del contrasto alla legalità ambientale.
La legge n. 68 è stata certamente uno spartiacque, è una delle poche leggi oggetto di un monitoraggio sulla sua attuazione, che credo sia molto per prezioso, anche per valutare e decidere se sono necessari interventi integrativi migliorativi.
Su alcuni punti, dal mio punto di vista, la fase di caduta e di traduzione normativa di alcuni obiettivi può essere più complicata di quanto sia l’affermazione di obiettivi normali, ma questo sarà poi compito del ministero e del Parlamento.
Penso, però, che la risposta di contrasto all’illegalità ambientale non possa venire solo per via giudiziaria, assolutamente, quindi segnalo con un po’ di rammarico il fatto che lei nel suo intervento non abbia citato, se non marginalmente, tutta la partita relativa all’attuazione della normativa sul Sistema nazionale di protezione dell’ambiente.
C’è una legge, che è la legge n. 132, che ha bisogno dei decreti attuativi, alcuni molto importanti, quali quello sui LEPTA (livelli essenziali delle prestazioni tecniche ambientali), quello sul tariffario unico nazionale per rendere effettivo il principio di chi inquina paga, quello degli ufficiali di polizia giudiziaria sul regolamento ispettivo.
Vorremmo sapere su questi tre decreti, che sappiamo essere in istruttoria da tempo, quali sono i tempi di emanazione previsti dal ministero.
Penso che un’attenzione parallela al rafforzamento delle risposte sanzionatorie debba essere sul sistema dei controlli, attraverso una piena operatività del Sistema nazionale di protezione dell’ambiente.
Chiudo su una questione che lei non ha citato, ma che mi interessa molto, che la tocca, secondo la logica integrata che diceva lei del Ministero dell’ambiente che attraversa competenze anche di altri ministeri.
Noi stiamo sentendo affermazioni abbastanza nette di volontà da parte del Governo e della maggioranza di modifica del Codice degli appalti, anche su una partita che riguarda il tema dell’offerta economicamente vantaggiosa e del principio del massimo ribasso.
Vorremmo capire qual è la sua opinione su questo punto, perché ovviamente i criteri ambientali minimi e l’aspetto del recepimento degli obiettivi ambientali nell’operato della pubblica amministrazione passa sicuramente dall’eliminazione delle bottigliette e dei bicchieri di plastica, ma anche dallo sviluppo degli appalti verdi.
Fare appalti verdi con la logica del massimo ribasso – semplifico al massimo il ragionamento – è più difficile che con il criterio dell’offerta economicamente vantaggiosa, quindi vorrei sapere qual è l’opinione del ministero.
Vengo all’ultima questione e mi scuso con il presidente.
Noi saremo al suo fianco nella battaglia sulla legge di bilancio, per chiedere risorse per potenziare e rafforzare il Ministero dell’ambiente.
Ci farà piacere se nella prossima legge di bilancio avremo le risorse e le modalità per avviare una fase di concorso e di qualificazione maggiore del personale del Ministero dell’ambiente, che voglia dire anche diminuire l’avvalimento di risorse umane che arrivano da fuori.
Noi su questo, nell’ottica con la quale aprivo, saremo sicuramente pronti a sostenere questo impegno.
PAOLA DEIANA. Signor ministro, prima di tutto vogliamo ringraziarla per essere qui oggi e per aver mostrato grande sensibilità e operatività, soprattutto in quanto appena insediato.
Ha aperto vari focus su tematiche che noi reputiamo importanti e attuali.
Come lei ben sa, il Movimento 5 stelle ha sempre avuto a cuore le tematiche ambientali, non a caso una delle stelle che rappresentano il nostro simbolo è dedicata interamente all’ambiente.
Affinché si possa, però, avere una piena collaborazione e sinergia tra l’Esecutivo e il Legislativo, per raggiungere gli obiettivi programmatici, noi crediamo sia necessario porre particolare attenzione su tematiche specifiche, quindi chiediamo a lei, signor ministro, quali siano le sue considerazioni sulle tematiche che andiamo a illustrare.
Come già annunciato dalla collega Braga, noi chiediamo che procedure intende adottare per le bonifiche dei siti di interesse nazionale e in particolare per la riqualificazione di questi siti, considerato che è ormai accertato il deleterio impatto ambientale, in termini di rischio di salute ed ecologico, per le zone circostanti.
Inoltre, un tema che ci sta molto a cuore è quello del dissesto idrogeologico, fenomeno che, come sappiamo, sta interessando sempre più aree del nostro Paese, causando, non solo danni alle infrastrutture pubbliche e private, ma anche alle imprese e ai cittadini, che sono sempre più interessati da frane, alluvioni e inondazioni.
Fermo restando che per noi la prevenzione debba essere la parola d’ordine, ci chiediamo se, a suo giudizio, andrebbero gestiti meglio i fondi di mitigazione e prevenzione riguardanti il dissesto idrogeologico e, quindi, anche il cambiamento climatico.
Un’altra tematica che sta molto a cuore a noi del Movimento è la gestione dei rifiuti, quindi chiediamo che strategia ha intenzione di perseguire soprattutto per incentivare la riduzione dei rifiuti. Sappiamo che la quantità di rifiuti a oggi prodotta è assolutamente smodata.
Sempre per quanto riguarda la riduzione dei rifiuti e in particolare degli imballaggi, noi chiediamo come pensa di migliorare l’attuale sperimentazione, che è ormai arenata al ministero, sul vuoto a rendere. Peraltro, vorrei dire che una nostra ditta sarda di birre è una delle aziende in Italia che fa il vuoto a rendere.
Scusate il campanilismo, ma volevo dirlo.
Sempre per quanto riguarda la gestione dei rifiuti e, quindi, la dispersione che questi comportano nell’ambiente, chiediamo come intende gestire la problematica delle microplastiche, che sappiamo stanno flagellando i nostri mari, causando innumerevoli danni, come ben sa, all’ecosistema marino.
Un’altra domanda che noi ci poniamo riguarda le procedure di infrazione che ci vedono protagonisti, ahimè, sul tema della depurazione delle acque e fognature.
Noi reputiamo fondamentale attribuire al commissario unico poteri operativi maggiori e, quindi, ci chiediamo con quali tempistiche lei voglia evitare le nuove infrazioni al riguardo.
In tema di potenziamento del ministero, noi crediamo che, anche a maggior tutela dei cittadini, sia necessario ridare centralità al ministero circa le competenze riguardanti le tariffe idriche e sui rifiuti, che al momento sono invece in mano all’Autorità garante del mercato, quindi ci chiediamo con quale tempistiche lei pensa di realizzare questa azione di potenziamento eventuale del ministero.
Chiediamo altresì, per quanto concerne le trivellazioni, se crede sia il giusto momento per iniziare un percorso di graduale dismissione dei vecchi processi economico-industriali, a favore di più un deciso ingresso della green economy.
Sono felice che lei l’abbia citato anche nelle sue linee programmatiche.
Peraltro, sono un’educatrice ambientale da anni, quindi ne conosco l’importanza.
Attualmente vorrei capire se lei pensa di attivare programmi di educazione ambientale, proprio per sensibilizzare i giovani verso la cultura dell’ambiente.
Infine, noi sappiamo che i lavoratori dell’Ilva e i cittadini di Taranto sono esposti ormai da troppo tempo a danni ambientali e, quindi, a danni alla salute.
Pertanto, ci chiediamo come considera il piano ambientale proposto dalla nuova ditta Mittal, visto e considerato che i passati ministri hanno sacrificato l’ambiente e la salute accettando proposte di piani ambientali con essi incompatibili.
Ci chiediamo quale segno lei vorrà dare al riguardo, per salvaguardare finalmente l’ambiente e, quindi, la salute dei cittadini di Taranto e dei lavoratori dell’Ilva.
Chiudo con un’ultima considerazione.
Lei faceva cenno giustamente che le prossime volte gradirebbe non trovare le bottigliette di plastica su questi tavoli.
Deve sapere che proprio stamattina alcuni rappresentanti del Movimento 5 stelle hanno avuto un confronto con il questore, dove si è chiesto un intervento per il miglioramento della gestione dei rifiuti all’interno della Camera.
Si vorrebbe andare anche oltre il plastic free, quindi eliminare completamente l’usa e getta.
Ho terminato.
TOMMASO FOTI. Signor ministro, a nome del Gruppo di Fratelli d’Italia la ringrazio innanzitutto per averci fatto avere prima un canovaccio di quello che avrebbe sostenuto in questa sede, ciò anche per evitare di ripeterci in alcune discussioni.
Se mi permette, invece, vorrei porre alla sua attenzione alcuni elementi che non sono stati fino in fondo sviscerati nella sua relazione.
Un primo argomento che, pur essendo trasversale, io penso che non possa non interessare il Ministero dell’ambiente, è la situazione dei rifiuti radioattivi in Italia.
È un tema che deve essere iscritto nella nostra agenda, non soltanto perché già oggetto di più sottolineature da parte delle Commissioni d’inchiesta sui rifiuti, ma perché è un tema che oggettivamente interessa alcuni territori e rappresenta anche – mi scusi – una situazione non molto commendevole da parte dello Stato italiano.
Noi non possiamo pensare che mandiamo a riprocessare i rifiuti nucleari all’estero e poi non sappiamo dove ospitarli quando ritornano.
Non possiamo far finta di non sapere che esiste ciò che esiste a Saluggia, a Rotondella o a Statte.
Io penso che, al di là di un intrecciarsi di competenze tra i ministeri, che sono il Ministero dell’ambiente e il Ministero delle attività produttive, ma può essere in altri casi anche la Presidenza del Consiglio, oggettivamente il tema c’è e, a mio avviso, sarebbe importante che lei in sede di replica cortesemente dicesse la sua opinione al riguardo.
La seconda considerazione che mi permetto di farle è un argomento molto pratico, perché fa parte anche di uno dei punti che lei ha elencato: l’economia circolare.
Per quanto riguarda l’economia circolare, io debbo dire che vi è oggi una sentenza del Consiglio di Stato, la n. 1229 del 28 febbraio, con la quale in buona sostanza il Consiglio di Stato ha voluto mettere una pietra tombale sul fatto che i criteri di cessazione dei rifiuti non debbano più essere competenza di un’autorizzazione che veniva data localmente, ma riporta centralmente allo Stato centrale questa competenza.
La Conferenza Stato-regioni aveva licenziato recentemente proprio un’ipotesi di nuova norma che consentisse di non far trovare nella legalità una serie di autorizzazioni legittimamente date, ma che dopo questa sentenza sono pesantemente sotto condizione e, al tempo stesso, se me lo consente, di dare anche un minimo di certezza agli operatori.
Infatti, in questo momento uno degli elementi importanti dell’economia circolare ha questa zeppa, che sarà anche fondata sotto il profilo giuridico, perché io non mi permetto di correggere il Consiglio di Stato, ma è indubbio che ha degli effetti pratici abbastanza difficili da poter bypassare, quindi chiederei un suo autorevole intervento al riguardo.
Vengo al terzo elemento.
L’hanno già citato alcune colleghe che mi hanno preceduto, ma mi pare opportuno fare un chiarimento.
Mi pare che nel decreto-legge di riordino dei ministeri le competenze della difesa del suolo e le competenze in materia di dissesto idrogeologico siano di fatto ricondotte al Ministero dell’ambiente.
Io mi permetto di dire che occorrerebbe chiarire questo punto, perché è competenza del Ministero dell’agricoltura o delle risorse agricole, forestali e alimentari, come vengono pomposamente chiamati oggi ministeri che si sono aboliti per referendum e poi si sono ricostituiti il giorno dopo per necessità, ma anche dei consorzi di bonifica. Infatti, questi ultimi spesso e volentieri assolvono funzioni, a mio avviso impropriamente, perché quella del difesa del suolo dovrebbe essere una competenza specifica dello Stato.
Infatti, spesso e volentieri abbiamo i consorzi di bonifica, che, come lei sa, si mantengono anche coi contributi di bonifica, che svolgono opere di difesa del suolo, che di frequente poi finiscono per non essere coordinate con quelle che dovrebbe svolgere l’autorità locale, che è di emanazione statale.
Anche sotto questo profilo, nell’ambito del riordino, io penso che ci si debba necessariamente rapportare con il Ministero delle risorse agricole per cercare di non avere dei doppioni al riguardo.
In questo suo intervento, ma soprattutto nella relazione che lei gentilmente ci ha consegnato, si ribadisce più volte il concetto dell’acqua pubblica.
L’acqua come bene pubblico è tale se non rimane bene pubblico per definizione, ma la si tratta come un bene pubblico.
Cosa voglio dire con ciò?
Voglio dire che la dispersione nelle condotte dell’acqua e gli acquedotti colabrodo non giustificano l’acqua come bene pubblico, ma fanno di un bene pubblico uno spreco collettivo.
Sotto questo profilo, penso che quello delle reti sia un tema che deve essere correttamente affrontato, probabilmente anche in questo caso con una cointeressenza e un rapporto dialettico con il Ministero delle attività produttive e addirittura con la Commissione XIV.
Infatti, in realtà, il decreto Ronchi veniva da un ministro che si occupava di politiche europee, ma dopo quel decreto occorre chiaramente reintervenire per avere un piano per quanto riguarda gli acquedotti e la perdita negli acquedotti e le condotte.
Parliamoci chiaro: se noi facciamo passare un bene pubblico nei tubi di piombo, non so se perseguiamo anche un interesse pubblico o non commettiamo magari qualcosa di peggio.
Mi permetto di fare una penultima osservazione relativa a una questione che può sembrare marginale: il problema del CSS (combustibile solido secondario).
Il cosiddetto «decreto Clini» arrivò in questa Commissione a Camere scadute nella XVI legislatura e poi venne approvato dal Consiglio dei ministri ormai a Camere abbondantemente rielette, ma nei fatti non c’è stata una procedura parlamentare particolarmente partecipata.
Il problema del CSS è rimasto sul tavolo per tutti i cinque anni precedenti.
Sappiamo che vi sono opinioni molto diverse, perché vi è chi sostiene che è perfettamente logico conferire questi rifiuti trattati ai cementifici e chi, invece, ritiene che ciò non debba accadere.
Sotto questo profilo, visto che era un regolamento – lo chiamiamo tutti «decreto Clini», ma è un regolamento – di competenza del ministero, chiedo se il ministero intenda inserire in agenda qualcosa in termini di modifica di quei princìpi o oggi li acquisisca, nel nome della continuità amministrativa e di governo, nel proprio patrimonio ideologico.
Faccio un’ultima considerazione, su cui lei poi avrà sotto questo profilo una pertinente domanda per iscritto da parte del collega onorevole Butti, che è direttamente interessato alla questione come abitante della città di Como.
L’oscillazione dei livelli del Lario causa dei danni ingenti alle sponde del lago di Como.
Anche sotto questo profilo noi chiediamo di sapere – torno a ripetere che le arriverà una domanda più approfondita, io mi sono permesso soltanto di sviluppare alcuni concetti – anche in cooperazione con il Ministro delle infrastrutture, quali interventi il ministero è disponibile a prevedere o a disporre al riguardo.
La ringrazio nuovamente per l’attenzione e tradizionalmente le faccio i migliori auguri di buon lavoro.
ROSSELLA MURONI. Innanzitutto buon lavoro, ministro. Come sa, perché ho avuto modo di dirglielo, ci sono molte cose dentro il Ministero dell’ambiente che si possono fare immediatamente.
Le hanno già ricordato i decreti end of waste, che parlano molto del nostro Paese e di come potremmo stare in Europa e, invece, non riusciamo a starci. Le nostre imprese sono pronte a fare economia circolare, eppure sono bloccate da decreti che sono lì da almeno due anni, ministro.
Apra i cassetti, li cerchi e risolva il problema, perché davvero è paradossale quanto noi ci perdiamo… Li ha già trovati, benissimo.
Noi ci perdiamo tutte le nostre potenzialità innovative, dall’Europa ci arrivano poi le infrazioni, ed è questa l’Europa che viene raccontata ai nostri cittadini, invece non è così: sul fronte dell’innovazione ambientale l’Europa ci ha aiutato in molti casi.
Sul fronte delle infrazioni, lei sa meglio di me che, soprattutto per quanto riguarda il sistema della depurazione delle acque, i comuni vanno aiutati e accompagnati, perché spesso si tratta anche di una mancanza di capacità di spendere le risorse che pure ci sono e che comunque ci arrivano dall’Europa.
Per quanto concerne il suolo, ministro, ieri abbiamo parlato di questa legge.
Secondo me, questa è la legislatura giusta per portare a casa anche questa legge.
Io la prego di prendere in considerazione la proposta di parlare, nella definizione del suolo in quella legge, di risorsa ecosistemica, perché è bene che ci si renda conto che dal suolo dipendono davvero fattori determinanti per la vita.
Dal cibo al trattenimento del carbonio, ci sono una serie di fattori che sono legati al suolo e che parlano di clima e del futuro per l’umanità.
Sulla plastica a mare lei sa che io ho depositato un progetto di legge.
Mi permetto di suggerire di fare un percorso accompagnato con l’Assoporti e con le strutture portuali, perché, al di là della definizione del rifiuto, c’è bisogno di mettere in piedi una filiera in cui tutti si sentano protagonisti, ministro, in cui davvero noi facciamo capire che la difesa dell’ambiente non è competenza di qualcuno, ma è di tutti e che tutti sono dalla parte giusta, non c’è qualcuno da punire.
Prima si parlava della legge sugli ecoreati, una battaglia che abbiamo vinto dopo tantissimi anni.
Lì mancano due pezzi, lei lo sa meglio di me: la lotta all’abusivismo edilizio e quella sui reati contro la flora e la fauna.
Sono due pezzi importantissimi, anche perché mettere un punto sul tema dell’abusivismo edilizio nel nostro Paese ci aiuta a fare moltissimi passi in avanti.
Anche oggi pomeriggio c’è in Aula il decreto sul terremoto.
Affrontare le difformità edilizie presenti nelle aree del cratere è uno dei temi più delicati.
Io credo che tutto sarebbe più semplice se noi in questo Paese avessimo affrontato il tema dell’abusivismo edilizio, cioè se fossimo sicuri del fatto che in questo Paese se c’è abusivismo edilizio partono le ruspe e, quindi, nel momento in cui si cerca di andare incontro a un’oggettiva necessità non si riapre un capitolo anche culturale e di precedente.
Sul clima io le rinnovo la mia proposta di organizzare una conferenza nazionale sul clima.
È necessario, perché in questi anni di svuotamento di protagonismo del Ministero dell’ambiente è mancata una guida culturale e di strategia sui temi del clima, che sono moltissimi.
Penso a una carbon tax, ma penso anche a tutte quelle misure che noi potremmo fare e che vanno messe in fila in una strategia di difesa del clima.
Di economia circolare ho parlato.
Sui parchi e sulla governance credo che sia fondamentale dirimere questo rapporto tra livello statale e protagonismo dei territori, che spesso parla anche di occasioni economiche legate allo sviluppo delle aree protette.
I parchi hanno bisogno di essere curati, ministro, perché vengono da anni in cui credo che si siano veramente sottovalutati il ruolo e la responsabilità.
Sempre sulla vicenda del terremoto sono saliti sul banco degli imputati a più riprese, anche ieri in tema di consumo di suolo, i due parchi, il Parco dei Monti Sibillini e il Parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga, su cui si sono registrate negli ultimi due anni delle grandi trasformazioni, perché ci sono le strutture legate al terremoto.
Eppure, oggi ci sono titoli su maglia nera ai parchi.
Sono parchi che vanno sicuramente accompagnati in un processo di riforma e vanno curati.
Noi sappiamo benissimo che, invece, svolgono un ruolo strategico, ma non hanno gli strumenti e spesso forse non hanno neanche la cultura e una nuova consapevolezza che li leghi ai processi territoriali.
Su TAP e Ilva io mi associo alla richiesta di chiarimenti sul piano ambientale dell’Ilva, viste anche le giuste dichiarazioni del Ministro Di Maio su nuove garanzie più approfondite sul piano ambientale e naturalmente sui livelli occupazionali, che secondo noi non vanno tenute disgiunte.
Le faccio la stessa domanda anche sulla TAP, perché io ho letto le sue dichiarazioni.
Io ho presentato un’interrogazione parlamentare in cui porto avanti e faccio notare una serie di prescrizioni a cui la ditta non si è attenuta, che, quindi, potrebbero addirittura, dal mio punto di vista, bloccare i lavori.
Mi rimetto a lei affinché verifichi qual è la situazione.
Sull’amianto, come lei sa, c’è una raccolta di 60.000 firme che avremmo piacere di consegnarle per chiedere il ripristino dell’incentivo per la sostituzione dei tetti in amianto con tetti in fotovoltaico.
Questa cosa è in mano al Ministero dello sviluppo economico e da qui passa un altro tema enorme.
Il Ministero dell’ambiente in questi anni è stato veramente la Cenerentola del Governo.
Sta a lei ridare dignità, ruolo e centralità a questo ministero. Io penso sinceramente – glielo dico al di là dell’appartenenza di Gruppo parlamentare – che lei ce la possa fare, ma questo passa moltissimo anche dal tipo di interlocuzione che lei stabilirà con il Ministero dello sviluppo economico, che in questi anni è stato sordo a qualsiasi proposta per quanto riguarda le energie rinnovabili, ma anche le trivellazioni e tutta la partita dell’airgun.
Inoltre, so del decreto sulle agevolazioni fiscali sull’autotrasporto da parte del Ministero dell’economia e delle finanze.
Cerchiamo di fare in modo che non sia in contraddizione, invece, con quello che dobbiamo fare sulla mobilità sostenibile. Anche su questo ho presentato una risoluzione per la Commissione ambiente, in cui propongo una road map al 2030.
Per quanto concerne gli incendi, ministro, di rifiuti e boschi, gli incendi sono uno strumento importante con cui si afferma il potere sul territorio, sia nei centri di raccolta dei rifiuti sia quando colpiscono i boschi e le foreste.
Lei sa bene che due anni fa noi ci siamo trovati in difficoltà, perché la riforma del Corpo forestale dello Stato e l’assorbimento da parte dei carabinieri ha lasciato scoperta una serie di funzioni strategiche. Le chiedo di garantire e di capire insieme che cosa si è fatto e che cosa bisogna fare per evitare che i nostri boschi vadano a fuoco perché i forestali non possono intervenire.
Inoltre, le chiedo di spiegarci che cosa sta accadendo sulla commissione VIA.
Grazie, ministro, e buon lavoro.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Muroni.
Adesso vi chiedo per il secondo giro solo due interventi.
Sono iscritti l’onorevole Labriola e l’onorevole Ruffino.
Vi chiedo di essere rapidissimi.
VINCENZA LABRIOLA. Ringrazio il ministro per l’attenzione e per le linee programmatiche che ci ha espresso.
Sui temi su cui già sono intervenuti gli altri e sul suo programma non interverrò, perché lo aspettiamo alla prova della Commissione con i primi decreti e comunque col primo confronto tecnico sui provvedimenti che metteremo in calendario in questa Commissione.
Si è parlato di acqua.
Bisogna considerare che c’è una parte del Paese, soprattutto nel Mezzogiorno e soprattutto nell’entroterra, in cui non c’è ancora l’allacciamento agli acquedotti e dove c’è il trasporto d’acqua in autobotti, spesso con delle estrazioni che portano ad aumentare anche la salificazione dell’acqua.
Non vorremmo che, per non mettere mano a un discorso di invasi o a un discorso di copertura dell’acquedotto più capillare sul territorio, si possa creare un danno di riflesso, che è quello appunto della salificazione dell’acqua.
Le chiedo una particolare attenzione sui dati relativi agli ecobonus, che non vengono mai sfruttati in tutta Italia.
Il Paese è disforme in questo: c’è un Mezzogiorno che nella quasi totalità o con minime percentuali non sfrutta gli ecobonus, in particolare per l’ammodernamento energetico degli appartamenti, ma parliamo a 360 gradi, perché si guarda al risparmio oggi piuttosto che a un rientro in dieci anni, per le condizioni che sappiamo e su cui non torniamo.
Condivido la posizione di Fratelli d’Italia sull’identificazione e localizzazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.
Faccio un accenno all’amianto, anche perché è stato accolto un nostro emendamento alla Commissione d’inchiesta sugli ecoreati per esaminare come questa fibra, ormai fuori legge nel nostro Paese da 26 anni, ancora incombe.
Speriamo che, oltre a plastic free, ci sia un’Italia amianto free. Questo è quello che ci auguriamo.
Auspichiamo che il Ministero dell’ambiente lavori in stretto contatto col Ministero della salute, per la valutazione del danno sanitario connesso alle problematiche ambientali.
Faccio un piccolo accenno all’Ilva.
Ne abbiamo parlato prima di sfuggita.
Una particolare attenzione va alla realizzazione della copertura dei parchi primari, perché il progetto è stato depotenziato da 700 milioni a 300 milioni.
Ci potrebbero essere degli accorgimenti, anche magari spostando di cento metri i parchi primari, perché è l’opera che impatta di più sulla vita del quartiere Tamburi.
Una particolare attenzione va alle procedure ambientali.
Lei in un primo momento ha detto di condividere il percorso fatto dal Partito democratico.
Apprezzo il suo approfondimento su alcune tematiche, perché le reputo necessarie, però il lavoro che Forza Italia sta facendo sul territorio di Taranto è, per esempio, la riqualificazione del Mar piccolo, che in parte è stato bonificato.
Abbiamo presentato in questa Commissione una risoluzione e in queste ore stiamo depositando un’altra risoluzione in Commissione sulla tutela delle specie marine protette di quell’area.
È vero che la Puglia, come mostrano i dati di Legambiente sulle ecomafie, ha un depauperamento della flora e della fauna del 24 per cento in mare e a terra.
È vero sulla capitaneria di porto il discorso che lei faceva prima, però dobbiamo evitare che le opere che iniziano sulla terraferma distruggano l’habitat nel mare.
Abbiamo fatto un punto su questa questione come Gruppo parlamentare col prefetto per la zona protetta del Mar piccolo.
In queste ore c’è stata una fuga di gas, una lieve perdita di GPL dalla raffineria di Taranto.
Voglio dire che il problema di Taranto non è connesso all’Ilva, che al momento è cristallizzata e auspichiamo in breve tempo di venirne a capo, perché dal 1990 è stata messa un’area di crisi ambientale e in ventott’anni nulla è stato fatto, quindi aspettiamo con ansia che delle decisioni ci vengano illustrate per poter poi collaborare per la soluzione migliore di determinate problematiche.
Lascio la parola agli altri colleghi.
DANIELA RUFFINO. La prevenzione è un elemento assolutamente importante.
Desidero, però, dirle che la prevenzione non basta, in particolare quando si parla di prevenzione del rischio idrogeologico.
Abbiamo bisogno di sicurezza sul territorio.
Ieri sera ho letto la sua relazione.
Sul dissesto lei scrive che intende avviare interventi diffusi in chiave preventiva per una manutenzione ordinaria e straordinaria.
Bene, allora occorre agire su interventi costanti e continui, che si traducano ovviamente in risorse. Lei sa che nelle varie regioni ci sono graduatorie di fantomatici bandi di comuni che in quella graduatoria con seri interventi ci stanno da anni, però il rischio rimane lì e ovviamente le risorse per intervenire non ci sono.
Io sono un amministratore locale e incontro tantissimi sindaci e tantissimi amministratori.
Il comune sentire, la richiesta è un’istanza per sburocratizzare e ovviamente per snellire.
In particolare, le porto un esempio su cui riflettere: c’è da affrontare il tema delle estrazioni morfologiche nei vari corsi d’acqua, praticamente le estrazioni in alveo.
Questa revisione dei costi, magari uniformata – qui davvero c’è da capire che cosa è meglio fare – permetterebbe ai cavatori di partecipare alle gare, che spesso in questi anni vanno deserte proprio per l’alto costo del materiale.
Questo è un passo che non ha nessun tipo di maggiore costo, ma certamente potrebbe aumentare il tema della sicurezza.
Ovviamente sono passi molto semplici, però operativi, come l’ultimo aspetto, che è quello di rivedere i regolamenti datati, ad esempio quelli della regione Piemonte che risalgono al 1998. Mi riferisco al piano stralcio delle fasce fluviali.
Dal 1998 a oggi certamente sono cambiate molte cose e una revisione potrebbe essere opportuna.
PRESIDENTE. Io ringrazio il ministro per essere stato presente qui quest’oggi e per la grande disponibilità che ha dato anche per la prossima settimana.
L’audizione è aggiornata al prossimo mercoledì.
Adesso rapidamente c’è la Commissione ordinaria, semplicemente per aggiornare con la nota del Governo sul bilancio del Ministero dell’ambiente per poi continuare domani con l’esame relativo al rendiconto e all’assestamento del bilancio.
La seduta termina alle 16.10.
Resoconto stenografico della seduta del 25 luglio 2018
Seguito dell’audizione del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, Sergio Costa, sulle linee programmatiche del suo dicastero, limitatamente alle parti di competenza della Commissione (ai sensi dell’articolo 143, comma 2, del Regolamento)
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca, ai sensi dell’articolo 143, comma 2, del Regolamento, il seguito dell’audizione del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, Sergio Costa, sulle linee programmatiche del suo dicastero.
Ricordo che nella seduta del 18 luglio il ministro ha svolto la sua relazione, manifestando altresì la propria disponibilità (di questo lo ringraziamo) a tener conto in sede di replica sia delle questioni poste nel corso del dibattito, sia di ulteriori quesiti che i commissari avessero ritenuto di avanzare per le vie brevi entro un termine prefissato. Al riguardo, i testi sottoposti all’attenzione del ministro sono a disposizione dei colleghi.
Nel ringraziare nuovamente il ministro per la sua partecipazione ai lavori della Commissione, gli cedo la parola. Prego, signor ministro.
SERGIO COSTA, Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Grazie e buonasera a tutti. Grazie di essere plastic free per quanto riguarda le bottiglie d’acqua minerale, grazie anche a chi lavora per la Commissione e ha organizzato.
Come metodo di risposta, se siete concordi, risponderei compattando le risposte in relazione agli argomenti, così siamo anche più spediti, tenendo conto anche delle domande che sono pervenute via mailnei giorni successivi alla mia prima audizione.
In ordine, quindi, al dissesto idrogeologico, senza riformulare le domande e citare chi le ha fatte, tanto ognuno ha memoria della propria, preme sottolineare che nell’intento di rafforzare l’azione del ministero (del MATTM) non si è inteso sopprimere la struttura di missione, bensì si è ritenuto di non confermare un’entità decaduta con la cessazione del precedente Governo, le cui competenze si sovrapponevano a quelle del ministero stesso, con dispendio di energie e di risorse.
Imprimere impulso alla realizzazione delle opere contro il dissesto idrogeologico è uno dei principali intenti di questo dicastero, che intende prima di tutto incidere sui tempi di realizzazione delle opere, adeguando il flusso dei finanziamenti alle reali esigenze della loro attuazione.
L’iniziativa legislativa varata dal Governo non incide sulla realizzazione del Piano di investimenti per le regioni del centro-nord, previsto dalla legge di bilancio per il corrente anno, come emerge dall’articolo 2 del decreto-legge 12 luglio 2018, n. 86, che non modifica la sostanza della norma, ma si limita a porre in capo al Ministero dell’ambiente le competenze che la Presidenza del Consiglio dei ministri avrebbe esercitato tramite la struttura di missione.
L’azione già intrapresa da quest’ultima proseguirà con impegno uguale e, se possibile, maggiore nel consueto spirito di collaborazione con le regioni, e lo potrà fare ancor meglio non appena il ministero avrà ricevuto le consegne tecniche e il quadro delle attività già svolte e in corso. Tra parentesi, dovrebbero avvenire entro questa fine settimana o al massimo all’inizio della prossima settimana le cosiddette «consegne tecniche».
Voglio ricordare che in questi anni sono state destinate alla messa in sicurezza del territorio molte risorse e continueremo a farlo, a cominciare da quelle da prendere in bilancio. Il recupero al Ministero dell’ambiente dell’intero ruolo e funzioni in materia di dissesto idrogeologico, tradizionalmente già dello stesso ministero, deve peraltro connettersi al bisogno di rivisitare e allineare gli interventi di lotta e mitigazione del dissesto idrogeologico con gli scenari che si vanno prefigurando per i cambiamenti climatici.
Su questo tema il Ministero dell’ambiente è attivamente impegnato insieme al Ministero dello sviluppo economico per la redazione del Piano nazionale integrato energia e clima, nonché per il Piano nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, che abbiamo in fase avanzata di definizione in accordo con le regioni, con le quali stiamo esaminando – in pieno accordo peraltro – i termini e le modalità di una Valutazione ambientale strategica, anche per incrociare il Piano nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici con gli altri piani di intervento, quindi con massima sinergia.
I pur urgenti interventi progettati nel contesto del risanamento idrogeologico devono essere inquadrati sempre di più alla luce dei cambiamenti climatici, con evidenti effetti già in atto sugli assetti territoriali.
Nel quadro di una programmazione più attenta e lungimirante proprio in relazione ai risultati ottenuti si auspica che sia possibile ridurre progressivamente i finanziamenti per la mitigazione del rischio, per destinarli viceversa alla prevenzione e alla manutenzione.
Nell’ambito di una programmazione più attenta e lungimirante, in aggiunta ai finanziamenti destinati agli interventi strategici, così come risultati dalla condivisione con le regioni, si auspica che sia possibile destinare sempre maggiori risorse alla prevenzione ordinaria e straordinaria, che è e resta anch’essa un complesso di interventi puntuali e diffusi, non privi di minore strategicità rispetto a quanto prima riferito relativamente alle grandi opere di mitigazione del dissesto.
Si evidenzia altresì che, per far fronte al problema della gestione delle risorse idriche nel contesto dei fenomeni siccitosi, sono stati istituiti dal Ministero dell’ambiente gli Osservatori permanenti per gli utilizzi idrici presso ciascun distretto idrografico, come supporto tecnico specialistico alle decisioni politiche sul problema della siccità che interessa i laghi e i corsi d’acqua italiani.
L’organismo rappresenta un’applicazione reale del governo integrato della risorsa, con la partecipazione attiva di tutti i soggetti coinvolti a livello distrettuale nella gestione della risorsa idrica, tra i quali il Ministero dell’ambiente, quello delle politiche agricole, delle infrastrutture e dei trasporti, la Protezione civile, ISPRA, ISTAT, CREA, CNR, ovviamente le regioni e l’ANBI, i consorzi di regolazione dei laghi, le aziende idriche energetiche e ambientali e le imprese elettriche.
Gli Osservatori si configurano quindi come uno strumento di supporto alle amministrazioni centrali e alle autorità di distretto idrogeologico, alle regioni, nella gestione degli eventi di crisi e nel post emergenza, svolgendo quindi funzioni di raccordo continuo tra le istituzioni per garantire un adeguato flusso di informazioni necessarie alla valutazione dei livelli di severità degli interventi in corso, della loro evoluzione, anche in relazione ai prelievi in atto e alla definizione delle azioni più adeguate da porre in essere.
Uno dei risultati del supporto di ISPRA è lo sviluppo di indicatori per valutare la significatività degli eventi siccitosi e della scarsità idrica (il documento è disponibile sul sito web dell’ISPRA nella sezione Linee guida).
Alle domande sulla Commissione VIA-VAS questo ministero, preso atto dei rilievi di legittimità formulati in ordine ai provvedimenti di nomina della Commissione e in particolare fatti dalla Corte dei conti, la quale ha criticato il mancato espletamento di una procedura selettiva con più atti di rilievo erariale, ha avviato un procedimento di annullamento d’ufficio nel rispetto delle garanzie partecipative previste dalla legge sul procedimento.
All’esito del procedimento il ministero procederà a indire una procedura selettiva per la designazione dei componenti della Commissione proprio sulla base dei criteri indicati, anche come pratica prevista dalla norma, dalla Corte dei conti.
In ordine al contenimento del consumo del suolo occorre ricordare in via preliminare la Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, approvata in sede CIPE nel dicembre del 2017, che rappresenta lo strumento di attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, cioè trasformare il nostro mondo per lo sviluppo sostenibile, ovviamente in Italia.
La strategia, frutto di un ampio processo di coinvolgimento di società civile e istituzioni, definisce scelte strategiche e obiettivi per il nostro Paese nell’ambito di cinque aree: Persone, Pianeta, Prosperità, Pace e Partnership, cui si aggiunge una sesta area dedicata ai vettori di sostenibilità, intesi come fattori abilitanti per lo sviluppo sostenibile.
Entro l’anno corrente dovrà essere approvato un piano di azione che specifichi indicatori e obiettivi quantificati per ciascuna scelta strategica e ciascun obiettivo della strategia nazionale.
La strategia deve essere oggetto di reporting annuale da parte del Governo.
Nell’ambito dell’area Pianeta della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile a cui ho fatto riferimento poc’anzi, un obiettivo strategico fondamentale è dedicato ad «arrestare il consumo di suolo e combattere la desertificazione».
È evidente come la definizione di target dedicati e l’individuazione di meccanismi di integrazione degli stessi nell’ambito delle politiche di settore sarà quindi fondamentale per l’effettivo contenimento del consumo del suolo, oltre quanto avevo già riferito in precedenza, il 18 luglio scorso.
Gestione della risorsa idrica e servizio idrico integrato. Come ho avuto modo di dire in altra sede, il Ministero dell’ambiente ha interloquito con il Ministero delle infrastrutture, amministrazione competente ad approvare il Piano nazionale invasi, per la definizione degli interventi relativi al settore idrico e la determinazione del primo stralcio a priorità elevata di tale sezione.
A tale fine si è provveduto ad espletare l’istruttoria sulle proposte presentate dalle Autorità di bacino distrettuali, al fine di verificare il quadro delle esigenze e la coerenza con le pianificazioni di bacino, con particolare riguardo alle finalità strategiche di contrasto alla siccità e razionalizzazione dell’uso delle risorse idriche.
La valutazione è stata effettuata sulla base dei criteri proposti dal mio ministero, integrativi rispetto a quelli indicati dal ministero delle infrastrutture e dei trasporti, per la determinazione della priorità ambientale degli interventi, verificando che l’assegnazione del valore massimale cosiddetto «strategico» proposta dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti sulla scheda di rilevazione fosse sostanzialmente congruente e collimante con l’assegnazione del livello massimale di priorità ambientale, determinata secondo la metodologia proposta dal ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.
È prioritario garantire l’accesso all’acqua quale bene comune e diritto umano universale, cosa che ho recentemente ribadito in Europa, anche attraverso gli strumenti normativi europei, in particolare appoggiando la proposta di Direttiva sulla qualità delle acque per il consumo umano, promuovendo il governo pubblico e partecipativo dell’intero ciclo integrato delle acque ed incentivando sistemi di riduzione degli sprechi.
Pertanto, sul servizio idrico integrato si conferma l’impegno di un governo pubblico e partecipativo dell’intero ciclo dell’acqua.
Sarà necessario rafforzare la capacità di vigilanza e controllo delle Autorità competenti per esercitare il dovuto monitoraggio dei privati coinvolti nella fornitura, gestione e distribuzione dell’acqua, sarà garantito al pubblico l’accesso a tutte le informazioni e ai dati ambientali.
A tale fine occorre implementare una banca dati nazionale che raccolga e renda fruibili i dati e le informazioni relative ai prelievi, ai consumi, alle acque restituite, alla qualità della risorsa utilizzata, prodotti nell’ambito degli Osservatori distrettuali e coordinati dalla cabina di regia del ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, nonché quelli di carattere gestionale tecnico, economico, finanziario e tariffario relativi alla gestione del servizio idrico integrato, da rendicontare a cura dell’Autorità di regolazione per energia reti ed ambiente (ARERA).
Sul piano del recupero perdite, consapevoli della necessità di incentivare la manutenzione e l’ammodernamento delle reti acquedottistiche a fronte della scarsità della risorsa che caratterizza il nostro Paese e della necessità di garantire una fornitura costante a tutti i cittadini nell’ambito delle risorse finanziarie assegnate al ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 21 luglio 2017 a valere sul fondo di cui all’articolo 1, comma 140, della legge n.232 del 2016, è prevista una somma di 53 milioni di euro, destinata a un piano di recupero perdite in corso di definizione.
Questo fondo è stato rifinanziato con la legge di bilancio del 2018, quindi recentemente, e prevede il finanziamento degli interventi infrastrutturali nei settori relativi alla rete idrica, alle opere di collettamento, fognatura e depurazione, alla difesa del suolo e al dissesto idrogeologico, nonché al risanamento ambientale e alle bonifiche.
Il ministero farà ogni possibile sforzo per perseguire la realizzazione di investimenti sul servizio idrico integrato di natura pubblica, con particolare riferimento alla ristrutturazione della rete idrica, anche attraverso l’implementazione e il finanziamento di un Piano nazionale perdite, garantendo la qualità dell’acqua, le esigenze e la salute di ogni cittadino.
Inoltre, l’attuazione degli investimenti sugli impianti idrici, acquedottistici, fognari e di depurazione, finanziati con contributi del ministero, sarà assicurata attraverso un’attività di due diligence tecnica ed economico-finanziaria preliminare sulle proposte progettuali presentate dalle regioni e dagli enti di governo d’ambito, al fine di valutare l’efficacia, la realizzabilità e la sostenibilità ambientale, economico-finanziaria e tariffaria, come peraltro dicevo poc’anzi, in coerenza con gli obiettivi ambientali previsti dalla pianificazione d’ambito e dal Piano di gestione delle acque.
Si deve peraltro evidenziare che il comparto idroelettrico è caratterizzato da diverse questioni in parte tra loro connesse, che ne rendono la gestione oggettivamente articolata. Con particolare riferimento al rinnovo delle concessioni, si collegano e aggiungono infatti altre criticità, come la manutenzione delle infrastrutture esistenti e l’impatto degli impianti idrici più piccini.
Una gestione organica di questi aspetti e la capacità di trovare soluzioni operative efficaci sarà quindi cruciale, perché l’idrico, oltre a coprire una quota tuttora importante della produzione elettrica green, è anche in grado di svolgere un’importante funzione di bilanciamento, a fronte della forte crescita attesa delle altre rinnovabili non programmabili.
Come ministro dell’ambiente devo specificare che le soluzioni adottate dovranno in ogni caso essere compenetrate con altri aspetti e priorità ambientali. Mi riferisco per esempio alla difesa della qualità dei corpi idrici, che, se trascurata, potrebbe peraltro portarci verso una costosa procedura di infrazione europea.
In merito alla pianificazione integrata mi preme rassicurare sul fatto che, come voi certamente già saprete, il ministero ha investito moltissimo su tale questione.
L’acqua è, infatti, un bene che, se da un lato rappresenta un patrimonio che va protetto, difeso e trattato come tale, dall’altro ha sempre generato e continuerà a generare dei rischi che oggi possono e devono essere gestiti in modo diverso dal passato.
In questo contesto si inseriscono oggi i nuovi piani di gestione delle acque e del rischio di alluvioni, che sono stati approvati nell’ottobre del 2016 sotto il coordinamento anche contenutistico degli uffici del ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.
Il ministero, nell’ambito del programma CReIAMO PA, a valere sul PON Governance 2014-2020, ha previsto una specifica linea di intervento, finalizzata al generale rafforzamento della capacità istituzionale della governance tra gli attori coinvolti nella definizione dei contratti di fiume, al fine di promuovere una più ampia, efficace e corretta diffusione di tale strumento per la gestione integrata e partecipata dei bacini o dei sottobacini fluviali e per la realizzazione degli stessi.
Nel progetto è stata prevista la realizzazione di un Osservatorio nazionale dei contratti di fiume, con funzioni di indirizzo e orientamento strategico, guidata dal ministero con esperti del settore e amministrazioni regionali.
Tale struttura risponde in particolare al fabbisogno di armonizzazione degli approcci su scala locale, regionale e nazionale, oltre che alla necessità di colmare un gap conoscitivo sui contratti fiume a vari livelli. Il progetto è attualmente in corso di attuazione.
Economia circolare e rifiuti zero. Per quanto concerne il tema dell’end of waste, si rappresenta che con sentenza n. 1229 del 2018 il Consiglio di Stato ha affermato che solo i regolamenti ministeriali sono atti idonei a stabilire i criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto, non avendo riconosciuto il potere di valutazione «caso per caso» ad enti ed organizzazioni diverse dallo Stato.
Tale decisione sta avendo un impatto notevolissimo in quanto, consapevoli della spiccata valenza ambientale dell’end of waste le autorità competenti, che sono sostanzialmente le regioni o le autorità delegate, hanno ritenuto di poter rilasciare provvedimenti autorizzatori contenenti i criteri specifici fissati nel rispetto delle condizioni previste dall’articolo 184-ter, comma 1, del decreto legislativo n. 152 del 2006, le cosiddette «autorizzazioni» denominate atecnicamente, caso per caso.
Tuttavia tale possibilità è stata tuttavia messa in dubbio dal Consiglio di Stato con la predetta sentenza, la quale sta determinando il blocco dei procedimenti autorizzatori, generando altresì incertezze sulla legittimità di quelli già rilasciati e ad oggi in corso di validità.
Al fine di superare la situazione determinatasi, si rende necessario un intervento normativo che disciplini le modalità alternative all’emanazione di specifici decreti ministeriali immediatamente utilizzabili fino alla data di entrata in vigore di questi ultimi, attraverso cui istituire meccanismi per la cessazione della qualifica di rifiuto «caso per caso».
Ciò al fine di dare massima diffusione all’istituto dell’end of waste, di dare una più approfondita attuazione ai princìpi europei in materia di economia circolare e società del recupero e riciclo, di rispettare la gerarchia dei rifiuti, disincentivando il conferimento in discarica dei rifiuti, nonché al fine di conseguire gli obiettivi di riduzione di tali conferimenti, come individuati nel contesto comunitario.
L’emendamento in preparazione consentirà dunque, nelle more dell’emanazione dei decreti ministeriali, ai quali faccio riferimento da ministro, meccanismi di end of waste immediatamente operativi, che permettano di non procrastinare ulteriormente la realizzazione dell’economia circolare, l’affermazione delle attività di recupero e riciclo, la riduzione del conferimento in discarica dei rifiuti, così come l’Unione europea più volte ci ha sollecitato.
Per quanto concerne il tema del recepimento delle modifiche recentemente approvate al cosiddetto «pacchetto rifiuti», si rappresenta che il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha intenzione di avviare un processo di consultazione fra tutti gli stakeholders per le diverse tematiche oggetto di modifica. Vista la portata delle modifiche e tenuto conto delle esigenze di favorire la transizione verso l’economia circolare, il recepimento delle direttive comporterà un’ampia revisione di tutta la normativa di settore, in un’ottica di armonizzazione e principalmente di semplificazione.
Con riferimento alla disciplina della responsabilità estesa del produttore, si ritiene opportuna una riforma del sistema alla luce delle modifiche della direttiva n.98 del 2008 dell’Unione europea, che ha visto l’inserimento di un nuovo articolo, l’8-bis, nel quale sono contenuti i criteri minimi degli schemi di responsabilità estesa.
Inoltre, con riferimento alla difficoltà di allocare i materiali riciclati sul mercato, si rappresenta che se da un lato il ministero si adopera per l’adozione di regolamenti end of waste per i materiali assorbenti, per il pulper della carta, per la carta da macero, per il plasmix, il pastello di piombo e materiale da costruzione e demolizioni, dall’altro il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha pubblicato per il secondo anno consecutivo un bando per il finanziamento di attività di ricerca per favorire lo sviluppo di nuove tecnologie produttive avanzate e di riciclaggio per quelle filiere del rifiuto che ancora non trovano sbocchi sul mercato.
Per quanto riguarda i Consorzi di bonifica, fatta salva la funzione istituzionale sostenuta dalla contribuenza consortile, si deve rammentare che il decreto legislativo n. 152 del 2006 assegna ai Consorzi un importante ruolo nei settori della tutela e del risanamento del suolo e del sottosuolo, del risanamento idrogeologico del territorio tramite la prevenzione dei fenomeni di dissesto, della messa in sicurezza delle situazioni a rischio e della lotta alla desertificazione, quindi per noi sono riferimenti assoluti seppure vanno riorganizzati.
Riforma legge sui parchi.
In merito alla riforma della governance dei parchi nazionali, essendo gli stessi degli enti pubblici non economici, non si può operare un decentramento, sono già enti indipendenti con una propria dotazione organica, autonomia di bilancio e propria sede.
Ciò non toglie che la gestione delle aree protette debba garantire un costante confronto con il territorio e le autorità locali per uno sviluppo sostenibile.
D’altra parte, l’istituzione di aree contigue, che ha effetto anche rispetto alla disciplina dell’attività venatoria in zone adiacenti ai parchi nazionali, richiede il coinvolgimento delle regioni interessate (è la norma che lo prevede), atteso che allo stato della normativa vigente i confini delle aree contigue sono determinati dalle regioni, d’intesa con l’ente gestore delle aree protette.
Su questo punto è necessario un approfondimento, vista la scarsa applicazione della norma in questione sul territorio nazionale (le aree contigue rischiano di essere un problema).
Da un punto di vista finanziario, nell’attuale sistema il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare contribuisce per la quota delle spese obbligatorie e per i progetti speciali di biodiversità.
Una trasformazione dell’attuale modello comporterebbe una diversa allocazione delle risorse finanziarie in termini di assegnazione.
Sull’attuale modello di governance sono peraltro in corso alcuni approfondimenti, che da subito ho avviato: la migliore professionalità per la figura istituzionale del presidente dell’Ente parco nazionale e le competenze a lui assegnate, e la razionalizzazione del procedimento di nomina (ho chiesto di alzare sempre al massimo l’asticella della nomina, cioè persone che hanno curriculum assolutamente di profilo, che è il primo elemento, tutto il resto rileva molto poco); l’opportunità di procedere ad una riorganizzazione o comunque riverifica dell’Albo dei direttori dei parchi nazionali.
La motivazione è la medesima di cui abbiamo detto poc’anzi per i presidenti, più il livello è alto, più la qualità dei parchi sarà alta.
La razionalizzazione delle procedure di predisposizione e approvazione del Piano e del Regolamento del parco per uno snellimento delle procedure amministrative (oggi è complicato, molto lento e molto faticoso): la procedura di individuazione e disciplina delle aree contigue, oggi demandate alle singole regioni e che potrebbe essere prevista (ma sono aperto a qualsiasi valutazione in contraddittorio) direttamente in mano all’Ente parco, però verifichiamolo assieme.
È utile poi segnalare l’ipotesi di un processo di trasformazione delle aree marine protette in parchi nazionali marini, la cui natura di ente andrebbe individuata nell’alveo del diritto positivo, che dovrebbe tenere conto della presenza di piante organiche a regime, costi di funzionamento, oneri finanziari complessivi, nomina di una governance adeguata e, comunque, con la prioritaria necessità di riconoscere un ruolo primario agli enti locali interessati, essendo il loro coinvolgimento un presupposto irrinunciabile, alla luce dell’esperienza, per una gestione efficace.
Per quanto concerne i parchi interessati dagli eventi sismici nel corso del 2017, è stato costituito presso il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare un tavolo di coordinamento con gli enti Parco Gran Sasso, Monti della Laga, Monti Sibillini, Federparchi e ISPRA, finalizzato ad assicurare un raccordo operativo delle attività dei medesimi parchi volte al recupero del patrimonio identitario delle comunità colpite dagli eventi sismici, nell’ambito del quale sono stati definiti gli interventi prioritari e i relativi finanziamenti.
Bonifiche dei siti di interesse nazionale (SIN), delle aree dismesse e dei cosiddetti «siti orfani». Il ministero sta approfondendo le criticità connesse alle bonifiche dei SIN, che ne rallentano lo sviluppo e la conclusione.
Non bisogna però sottovalutare la complessità degli interventi di bonifica soprattutto nei siti in esercizio e in aree occupate dagli impianti produttivi.
In questi casi è necessario un coordinamento, sul quale stiamo lavorando come ministero competente in materia di bonifica con le autorità competenti al rilascio delle autorizzazioni che abilitano l’esercizio dell’attività (si pensi per esempio all’AIA regionale).
Queste ultime infatti sono titolari del potere di riesame dell’autorizzazione sulla base dei risultati dei controlli, che dovrebbero avere anche la funzione di individuare le fonti di contaminazione. Basti pensare alle tubazioni sotterranee o non sotterranee che collegano per esempio le varie sezioni impiantistiche.
In linea generale, nell’ottica di una maggiore semplificazione e speditezza del procedimento amministrativo, sto valutando alcuni interventi normativi specifici in materia di bonifica per i siti contaminati di interesse nazionale. Il ministero sta inoltre valutando come intervenire una volta accertato che il sito è effettivamente un sito orfano.
L’idea sulla quale ho aperto un tavolo di confronto intraministeriale (mi riservo sempre di tenervi aggiornati) allo stato è in fase embrionale, ma potrebbe essere quella (uso il condizionale perché ci stiamo lavorando) di creare una sorta di programma nazionale di bonifica dei siti orfani, che individui intanto quali siti sono, le attività e gli interventi da realizzare, le priorità sulla base di criteri predeterminati anche in ragione delle criticità sanitarie connesse al sito, le risorse economiche e il soggetto attuatore.
Si intende inoltre rafforzare l’attività di controllo nei Siti di interesse nazionale, e al riguardo la modifica normativa potrebbe intervenire attribuendo alla competenza del ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare la fase di controllo del rapporto efficienza ed efficacia degli interventi di messa in sicurezza di emergenza, misure di prevenzione e progetti di bonifica, potere prescrizionale quindi del ministero in fase di controllo, definizione di uno specifico regime sanzionatorio in relazione alla mancata ottemperanza delle prescrizioni imposte dal ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.
Ci stiamo lavorando, è un’ipotesi, verrete aggiornati continuamente.
Si precisa inoltre che la trasformazione di alcuni SIN in SIR è avvenuta in attuazione di una specifica legge, la n. 134 del 2012, con la quale sono stati modificati i criteri per l’individuazione e la perimetrazione dei SIN, previsti dall’articolo 252 del decreto legislativo n.152 del 2006.
A tal proposito, va segnalato che il citato articolo 252 regola le procedure di bonifica di una particolare categoria di siti inquinati, i cosiddetti «Siti di interesse nazionale», ai quali il legislatore ha ritenuto opportuno dedicare un’autonoma disciplina, diversa da quella ordinaria, proprio in considerazione della loro peculiare caratteristica di essere portatori di quello che è stato qualificato come un interesse nazionale, il quale in quanto tale travalica l’ambito locale e regionale.
In merito alle risorse stanziate a favore degli ex SIN a valere sul Programma nazionale di bonifica, il decreto ministeriale n. 468 del 2001, si evidenzia inoltre che le stesse sono state in gran parte lasciate nella disponibilità dei soggetti beneficiari per la realizzazione degli interventi già programmati nei SIN. Si precisa altresì che le discariche soggette alla procedura di infrazione comunitaria sono state finanziate dal ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare nell’ambito delle risorse di cui alla legge di stabilità del 2014 e poi del 2016, per un totale di 89.487.705 euro complessivi.
Successivamente l’articolo 22 del decreto-legge n. 113 del 2016, convertito con la legge n.160 del 2016, ha previsto che tutte le risorse finanziarie statali destinate a qualsiasi titolo alla messa a norma delle discariche abusive oggetto della sentenza di condanna non ancora impegnate, ancorché già trasferite alle amministrazioni locali e regionali o a contabilità comunque speciale, siano revocate ed assegnate a un Commissariato straordinario, nella persona del Generale dell’Arma dei Carabinieri Giuseppe Vadalà.
In esecuzione di quanto previsto dalla predetta normativa, rispetto allo stanziamento di cui alle leggi di bilancio 2014 e 2016 sono stati trasferiti a questo commissario straordinario 84.425.465. 05 euro, quindi quasi l’intera somma che evidentemente non era stata spesa, mentre i restanti 5 milioni di euro sono stati assegnati a favore della Regione Abruzzo, che aveva già maturato la progettualità idonea.
Si fa presente, infine, che qualora le risorse già assegnate al ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare non fossero sufficienti a garantire la completa realizzazione di questi interventi, per le eventuali, ulteriori risorse si procederà nell’ambito del cosiddetto Piano operativo, a valere dai fondi FSC 2014-2020, approvato dal CIPE nel 2016 e dai suoi addendum, approvati dal CIPE nel 2017 e nel 2018.
Quanto alle proposte di modifica della legge n. 68 del 2015, i cosiddetti «ecodelitti», che ovviamente non riguardano solo il Ministero dell’ambiente perché ci sono competenze di altri ministeri – come Governo abbiamo stabilito che su tutto ciò che vi dirò, che non è esclusivo o non può partire dalla mia penna, comunque c’è un lavoro trasversale tra ministeri e tra ministri – nel caso di specie parliamo del Ministero della giustizia.
In merito alle problematiche evidenziate, l’azione del ministero sarà rivolta al rafforzamento delle misure già previste nell’ordinamento, per prevenire e reprimere i reati ambientali attraverso una parziale riforma della legge n. 68 del 2015.
In particolare, come ho avuto già modo di dire ma ripeto molto volentieri, per inasprire la risposta sanzionatoria per i reati ambientali attualmente contravvenzionali, già previsti dalla legge.
Come dissi e ribadisco, penso per esempio agli articoli 256 e 259 del decreto legislativo n. 152 del 2006, Gestione illecita dei rifiuti e Traffico illecito non organizzato di rifiuti.
Prevedere il sequestro e la confisca dei beni frutto di reati ambientali, reati delitto in questo caso, come già prevista dall’ordinamento per i beni acquisiti dalla criminalità organizzata tramite attività illecite, una sorta di quella che si chiama atecnicamente «confisca allargata»; applicare il Daspo, ovvero un ordine di allontanamento al massimo fino a due anni nei confronti di chi si renda responsabile di trasporto abusivo, abbandono, sversamento, combustione illecita dei rifiuti nei pressi in particolare di istituti scolastici, luoghi di cultura, parchi pubblici, mercati, siti turistici, ferrovie, aeroporti, stabilimenti balneari o nelle campagne.
Introdurre la possibilità di arresto in flagranza differita per gli illeciti ambientali più gravi, inasprire le previsioni relative al delitto di combustione illecita di rifiuti e roghi tossici, riorganizzare il sistema e le competenze di polizia ambientale, al fine di rafforzare le attività di indagine riguardanti la protezione dei boschi, il settore riguardante i rifiuti, gli animali da affezione, i selvatici o gli esotici, e la repressione e la prevenzione dei reati ambientali in genere.
Infine agevolare e velocizzare il sequestro dei beni per chi inquina e ritiene di non pagare.
Sistema nazionale di protezione ambientale, di cui alla legge n. 132 del 2016.
In data 18 gennaio 2018 il presidente dell’Ispra e del Consiglio del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (SNPA) ha trasmesso al ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare un documento di lavoro per la definizione del Catalogo nazionale dei servizi e del repertorio delle prestazioni erogati dal servizio nazionale e degli aspetti propedeutici alla determinazione dei parametri qualitativi e quantitativi dei servizi e prestazioni ambientali e dei relativi costi standard.
Conclusa la fase preliminare, dal febbraio 2018 sono in pieno svolgimento le attività dell’articolazione organizzativa del Consiglio del Sistema nazionale di protezione per l’ambiente, incaricato di istruire il tema dei LEPTA, finalizzato a sviluppare i risultati fin qui conseguiti elaborando i contenuti tecnici del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri di cui all’articolo 9, comma 3m della legge 132 del 2016, tramite – questa è una cosa importante – l’approfondimento di criteri e metodologie per la definizione dei vari aspetti dei LEPTA.
Il Consiglio ha inoltre avviato nel 2017 riflessioni ed approfondimenti sul Tariffario unico nazionale, che ha condotto alla predisposizione di un quadro di analisi comparato dei tariffari delle 21 agenzie e di ISPRA medesima e a valutazioni preliminari sulle tematiche del finanziamento del sistema.
Per quanto concerne il Regolamento contenente «Disposizioni sul personale ispettivo del Sistema nazionale di protezione ambientale», ivi compresi gli ufficiali di polizia giudiziaria, nel febbraio 2017 il presidente Ispra ha trasmesso al ministero uno schema di Regolamento, predisposto con il contributo di ARPA e APPA. Lo schema di Regolamento, a valle dell’intesa con la Conferenza Stato regioni del 21 dicembre 2017, è stato quindi trasmesso al MATTM e al Dipartimento per gli Affari Giuridici e Legislativi della Presidenza del Consiglio dei ministri (DAGL).
Successivamente il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha richiesto ad ISPRA integrazioni e modifiche del testo (l’ho fatto io appena dopo il giuramento) nella relazione di analisi dell’impatto per la regolamentazione, sulla base delle richieste istruttorie formulate dalla Presidenza del Consiglio.
Le integrazioni e modifiche sono state fornite dall’ISPRA in data 2 maggio, ma io ho richiesto un approfondimento nel giugno del 2018 e l’ISPRA a breve ci fornirà risposta, tenendo conto che, a mio avviso, è necessario che gli ispettori ambientali siano dei tecnici.
Codice degli appalti e criteri ambientali minimi (CAM). In merito alle varie proposte di ulteriori modifiche al nuovo Codice degli appalti occorre ricordare la perdurante necessità di svolgere le procedure di acquisto, soprattutto per quanto riguarda le gare di importi significativi, valorizzando l’offerta più vantaggiosa, individuata sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo o sulla base dell’elemento del costo, seguendo un criterio di comparazione costo/efficacia quale il costo del ciclo di vita. Si tratta infatti di una scelta strutturale adottata dalle direttive comunitarie che hanno originato il nuovo Codice degli appalti.
Per quanto riguarda l’applicazione dei CAM, elemento significativo del Codice degli appalti, oltre a confermare il massimo impegno del MATTM, che a tal fine ha da poco stipulato un protocollo con l’ANAC per il monitoraggio degli acquisti della pubblica amministrazione, che è recentissimo, appare utile ricordare che l’articolo 34 del Codice degli appalti prevede l’obbligo (non la facoltà) di applicare le specifiche tecniche e le clausole contrattuali recate dai CAM, che sono entrambi criteri di selezione che tutti gli offerenti devono rispettare, pena l’esclusione dalla gara, mentre per quanto riguarda i criteri di aggiudicazione che le stazioni appaltanti devono inserire nei capitolati di gara.
Lo stesso articolo 34 prevede che le stazioni appaltanti, per definire i citati criteri di aggiudicazione, tengano conto anche dei criteri premianti indicati dai CAM, quindi la verità è che i CAM si devono applicare e noi abbiamo chiesto all’ANAC di aiutarci in questo, perché ci teniamo molto.
Problematiche ambientali relative a Venezia. Nel corso del tempo il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha stanziato a favore del Sito di bonifica di interesse nazionale Venezia Porto Marghera oltre 750 milioni di euro, rispetto a tale somma il ministero ha già trasferito per le opere di marginamento delle macroisole Venezia Porto Marghera oltre 650 milioni dei 750.
In data 26 novembre 2016 tra il sindaco del comune di Venezia e il Presidente del Consiglio dei ministri è stato siglato il Patto per la città di Venezia, nel quale è prevista la realizzazione delle opere di completamento rete marginamento delle macroisole del SIN di Porto Marghera, per un importo complessivamente stimato in 250 milioni di euro, di cui 72 a carico del ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e 178 ancora da individuare.
Dette risorse ministeriali sono disciplinate nel Piano Operativo Ambiente FSC 2014-2020, approvato dal CIPE con la delibera 55 del 2016, nell’ambito del quale tra gli altri è previsto il sotto-piano «Interventi per la tutela del territorio e delle acque».
Le citate risorse a carico del Ministero dell’ambiente consentiranno il completamento dei marginamenti delle due macroisole, Nuovo Petrolchimico e Fusina, individuati dalle amministrazioni interessate quali interventi prioritari e urgenti.
Si segnala al riguardo che sono in corso di definizione gli adempimenti necessari per consentire l’erogazione delle risorse e l’avvio delle opere.
Al fine di assicurare il tempestivo avvio degli interventi oggetto del patto, il 31 gennaio 2017 è stato stipulato apposito protocollo d’intesa per l’attuazione del Patto per lo sviluppo della città di Venezia tra il sindaco della città e il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. In attuazione del predetto protocollo, in data 26 gennaio 2018 è stata istituita una cabina di regia per il SIN Porto Marghera, volta a garantire il raggiungimento degli obiettivi e delle finalità degli atti sopra richiamati.
Il 10 maggio 2018 si è tenuta la prima riunione della cabina di regia, nel corso della quale è emersa la necessità di procedere alla puntuale ricognizione delle risorse a vario titolo assentite per gli interventi dell’area Venezia Porto Marghera e dei relativi strumenti di programmazione esistenti.
Procedure di infrazione.
Per quanto riguarda la questione delle procedure d’infrazione, consegno formalmente alla Presidenza le procedure di infrazione, in modo che se ne abbia perfetta memoria.
Mi sono permesso di aggiungere brevi cenni sull’iter, poi c’è il quadro sinottico su tutte le procedure d’infrazione e le Pilot, le pre-infrazioni.
Per quanto riguarda la questione relativa alle infrazioni comunitarie in materia di depurazione, resta ferma l’intenzione di procedere alla realizzazione di una task force coordinata dall’Ufficio di Gabinetto del ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare con il contributo dell’Ufficio legislativo e dei referenti delle Direzioni generali competenti per materia, e, ove opportuno e necessario, un rappresentante delle regioni coinvolte nella procedura di infrazione medesima, per seguire ogni procedura e stabilire una roadmap con tempi certi per la sua soluzione, anche attraverso l’esercizio del potere sostitutivo.
In tal senso per le due procedure di infrazione in materia di acque reflue urbane già interessate da sentenze di condanna da parte della Corte di giustizia europea, il Governo, così come previsto dal decreto-legge n. 243 del 2016 all’articolo 2, ha provveduto a nominare un unico commissario straordinario come scelta anche di good governance, accentramento di funzioni e di coordinamento e realizzazione in capo ad un unico organo istituzionalmente competente, auspicata formalmente dalla stessa Commissione dell’Unione europea.
Al commissario sono affidati i compiti di coordinamento e realizzazione degli interventi diretti ad assicurare l’esecuzione delle citate sentenze di condanna. Per coadiuvare l’azione del commissario è stata nominata dal ministero da circa tre mesi la segreteria tecnica, ai sensi del comma 10, articolo 2, del citato decreto-legge n. 243 del 2016, convertito con modificazioni nella legge n. 18 del 2017.
A valle delle dovute valutazioni sarà mia cura prevedere la task force della struttura del Commissario straordinario unico, un meccanismo di raccordo tecnico ed istituzionale. Tale task force permetterebbe di affiancare le regioni, mai di scavalcarle, per superare insieme il problema delle infrazioni.
Sempre sul tema di procedure di infrazione, è intenzione del ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare avviare un confronto con i servizi tecnici della Commissione attraverso specifici incontri bilaterali, tesi a rafforzare ulteriormente lo scambio di informazioni sullo stato di attuazione degli interventi, e condividere le linee decisionali assunte, in modo tale da accelerare l’uscita dal meccanismo delle infrazioni.
Rispetto al quadro originario degli agglomerati ritenuti in infrazione anche nell’ultimo contenzioso avviato, l’assidua informativa che è stata effettuata nei confronti degli uffici di Bruxelles ha comunque consentito di ridurre il numero di casi attenzionati da quasi 600 a 274.
Non è un risultato che ci soddisfa appieno, ma è un modo per partire.
Sempre nell’ambito dei PON Governance 2014-2020, il ministero ha predisposto il progetto «Mettiamoci in riga», in cui è prevista una linea di intervento finalizzata al rafforzamento della governance delle istituzioni titolari delle competenze in materia di servizio idrico integrato e trattamento delle acque reflue urbane, con specifico riferimento alle iniziative funzionali al superamento del contenzioso comunitario in materia specifica. Inoltre, proprio per consentire la realizzazione degli interventi individuati dalle stesse regioni come necessari alla risoluzione delle infrazioni comunitarie in materia di acque reflue, sono state già assegnate ingenti risorse.
Sono stati assegnati 1 miliardo e 776 milioni di euro per la realizzazione di 183 interventi nelle regioni Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Nella legge di stabilità 2014 è stato istituito un apposito fondo di circa 90 milioni di euro per 132 interventi, i Patti per il sud firmati con le regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania e le Città Metropolitane di Catania e Reggio Calabria, hanno finanziato interventi necessari alla risoluzione del contenzioso comunitario per un costo complessivo di 1 miliardo e 892 milioni di euro.
Infine, la delibera CIPE 55 e quelle successive hanno approvato gli addendum per il Piano Operativo Ambiente, a cui già facevo riferimento poc’anzi, in cui sono previsti ulteriori 550 milioni di euro per il superamento del contenzioso in essere, quindi risorse significative.
Cambiamenti climatici ed energie rinnovabili. Con l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi è globalmente riconosciuta la necessità di passare ad una concreta fase di implementazione che impegni i Governi nella mitigazione, ma anche nell’adattamento.
A tale proposito il nostro Paese si è dotato di una propria strategia per l’adattamento.
È comunque necessario che tale impegno vada oltre le sole misure e politiche dei Governi nazionali e coinvolga tutta la società civile. In questo contesto un’attenzione crescente è rivolta verso il contributo che settore privato e municipalità possono assicurare per contenere le emissioni e contrastare l’aumento delle temperature, affinché rimanga entro la soglia dei 2 gradi centigradi.
Nella lotta ai cambiamenti climatici, quindi, il ruolo delle città e delle autorità locali è centrale.
Consapevole dell’importanza del ruolo di contesti urbani e municipalità nell’ambito della lotta ai cambiamenti climatici e nel raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare si sta impegnando per diffondere consapevolezza ed attivare meccanismi virtuosi a sostegno di municipalità, governi locali e imprese su tutto il territorio nazionale.
In particolare, il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha avviato una collaborazione con il Carbon Disclosure Project, organizzazione internazionale che fornisce a municipalità, imprese e investitori un sistema globale di misurazione e rendicontazione ambientale, volta a incrementare il numero di municipalità e aziende che fanno monitoraggio e gestiscono attivamente i propri rischi legati al clima e al loro impatto.
Tenendo traccia di questo monitoraggio, il Governo punta a stimolare una crescita economica sostenibile e a basso tenore di carbonio, in linea con l’obiettivo di adempiere all’Accordo di Parigi e, se possibile, utilizzarlo come trampolino di lancio.
Il 3 ottobre 2018 si terrà a La Spezia il convegno «Raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Una sfida globale che passa attraverso un impegno locale», organizzato dal Segretariato delle Nazioni Unite per la lotta ai cambiamenti climatici in collaborazione con il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, durante il quale verrà presentata una relazione a cura del Carbon Disclosure Project per ragionare su quanto il Paese sta facendo in termini di azione per il clima, con particolare riferimento alle azioni volontarie degli attori non statali ed al loro essenziale contributo per il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
È un momento importante di riflessione con esperti nazionali e non solo su tre livelli di conoscenza: l’inquadramento nazionale e internazionale e le sue prospettive, come cambiano le cose per chi opera sul piano professionale e come ognuno di noi può contribuire allo sviluppo sostenibile. Le recenti modifiche ai target europei su energia rinnovabile ed efficienza energetica, così come le prospettive di maggiore ambizione relativa alle emissioni di CO2, che ho presentato in Europa il mese scorso per quanto riguarda in particolare le autovetture nuove e i VAN, di fatto impongono una rivisitazione della strategia energetica nazionale in tempi brevi, di cui occorrerà tener conto già nell’ambito della redazione del Piano energia e clima.
Abbiamo inoltre allo studio la possibilità di articolare in un unico disegno di legge i criteri per la definizione delle norme, che consentano il raggiungimento degli obiettivi europei in stretto coordinamento con il recepimento del pacchetto per l’economia circolare.
È del tutto evidente che il tema dei cambiamenti climatici rivoluzionerà, se non lo sta già facendo, molti degli assetti fin qui conosciuti, ed è altrettanto evidente che la questione riscuote una fortissima attenzione dalle istituzioni comunitarie.
Affrontare da protagonisti per tempo e per bene la questione dei cambiamenti climatici vuol dire anche studiare e impegnarci per vedere in anticipo come valorizzare appieno le nostre vocazioni produttive e territoriali, pur nel quadro dei cambiamenti già in atto.
Su questo ieri ho incontrato l’omologo francese, Nicolas Hulot, che è perfettamente allineato sul percorso che l’Italia sta disegnando.
È stato un incontro molto significativo, molto forte, che riguarda l’innalzamento dell’ambizione europea e anche dell’ambizione italiana nel contesto europeo.
Per quanto concerne i costi ambientali indiretti, mi accingo a trasmettere ai Presidenti delle Camere e al Presidente del Consiglio il secondo Catalogo sui sussidi favorevoli e dannosi da un punto di vista ambientale.
Si tratta di un documento che necessariamente alimenterà lo studio di misure atte a riequilibrare la politica fiscale, al fine di attribuire il cosiddetto «giusto valore» alla qualità ambientale, in modo che questa venga riflessa nei prezzi, anche se solo parzialmente, e sia capace di orientare scelte di produzione e consumo sostenibili.
Deve inoltre considerarsi che la progressiva riqualificazione del nostro patrimonio immobiliare è un passaggio ineludibile per raggiungere i target stabiliti al 2030 per l’efficienza energetica. L’Ecobonus sarà lo strumento chiave per sostenere e accelerare gli interventi dei privati, in particolare per il settore residenziale.
Bonifiche amianto negli edifici. Quello dell’amianto è un tema che considero centrale, sul quale il ministero ha avviato molte linee di azione, che intendo portare avanti e implementare. Le risorse stanziate dallo Stato in materia di amianto nel corso degli ultimi anni si suddividono in tre linee di azione: finanziamenti per le bonifiche dei siti di interesse nazionale contaminati da amianto, credito d’imposta concesso ai soggetti titolari di reddito d’impresa, finanziamento della progettazione preliminare e definitiva per interventi di bonifica da amianto in edifici pubblici.
Un’altra linea di attività è stato il credito d’imposta.
L’articolo 56, commi 1 e 6, della legge n. 221 del 2015, attribuisce ai soggetti titolari di reddito d’impresa un’agevolazione fiscale pari al 50 per cento del costo dell’intervento effettuato nell’anno 2016 su beni e strutture produttive ubicate nel territorio dello Stato. Sono state presentate in totale 953 istanze per accedervi, il ministero ha ammesso all’agevolazione interventi in ragione di circa 16.400.000 euro su un totale di 17 milioni, quindi il fondo è stato quasi esaurito, il che vuol dire che l’idea era buona.
Oltre alle attività di cui innanzi che a voi sono ben note e già realizzate, si segnala la delibera 11 del 2018 del CIPE, che è un addendum alla numero 55, delibera nella quale è previsto il sotto-piano «Interventi per la tutela del territorio e delle acque».
Nell’ambito del citato piano per il settore bonifica è prevista l’attuazione di un piano nazionale di interventi di bonifica da amianto negli edifici pubblici, finalizzato in particolare alla rimozione e smaltimento dello stesso negli edifici scolastici ed ospedalieri. Detto piano prevede un investimento di 390 milioni di euro.
Il ministero si è recentemente dotato di una piattaforma informatica per la digitalizzazione del flusso informativo dalle regioni relativamente al censimento della presenza di amianto sul territorio nazionale, denominata «Infoamianto PA».
All’interno di questa banca dati sono già confluite tutte le informazioni relative ai siti contaminati da amianto trasmesse negli anni precedenti.
Nel frattempo ho in animo già da settembre di costituire una commissione di esperti sull’amianto, per semplificare le procedure che ci consentano di liberarci in modo definitivo e strutturale dell’amianto. Ci saranno esperti provenienti dalla pubblica amministrazione e non solo, tutti ovviamente a titolo gratuito, che ci daranno una linea che poi presenterò a questa commissione.
Si rappresenta in via preliminare che il 17 gennaio dell’anno corrente sono stati avviati presso la Commissione europea a Bruxelles i lavori di revisione della direttiva n. 59 del 2000, «Impianti portuali di raccolta per i rifiuti prodotti dalle navi e i residui del carico».
È stata presentata una prima proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che abroga la direttiva 2000/59/CE e modifica la direttiva 2009/16/CE e la direttiva 2010/65/UE.
La proposta è stata adottata ufficialmente il 16 gennaio dell’anno corrente nell’ambito del pacchetto di economia circolare all’interno della strategia delle plastiche.
Una delle più importanti novità della direttiva consiste nell’introduzione dei rifiuti accidentalmente pescati dai pescatori equiparati ai rifiuti delle navi (articolo 2, lettera c) e lettera a)).
Se rammentate, nel mio intervento della scorsa settimana ne avevo parlato, per superare queste limitazioni.
Tale introduzione, considerata dalla Commissione europea necessaria nell’ambito dell’attuazione delle direttive quadro sulla strategia marina, va nella direzione dell’attuazione delle macromisure individuate in tema di rifiuti marini nell’ambito del programma di misure.
Per quanto quindi concerne la problematica dei marine litter l’Italia ha posto sempre molta attenzione sul tema e condivide la crescente preoccupazione a livello mondiale per quello che inizialmente è stato considerato un problema di tipo quasi esclusivamente estetico, collegato alla semplice deturpazione di spiagge e fondali, e che invece si è rivelato una delle principali minacce degli ecosistemi marini.
A livello nazionale il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare è stato individuato come capofila delle amministrazioni coinvolte, con il ruolo di coordinamento nonché di partecipazione alle riunioni del gruppo Trasporti marittimi, che si sono svolte in maniera abbastanza sostenuta nei primi mesi di quest’anno, ma ancora adesso, a giugno e luglio corrente, e che io ho anche accelerato in questo senso.
Il mio ministero in questa logica – ribadisco quanto ho detto la volta scorsa – ha l’intento forte di depositare (qui siete gli interlocutori privilegiati) una norma per la tutela del mare dai rifiuti di plastica, anticipando la direttiva europea che non vedrebbe la luce sul territorio nazionale prima di cinque anni da oggi e che abbiamo già valutato positivamente, però ovviamente cinque anni sono troppi da attendere, quindi magari la anticipiamo.
Ovviamente verrà in questa Commissione e auspico il maggior confronto e il maggior dialogo per farla approvare al più presto possibile.
Ci sono state delle domande sulla regolazione dei livelli delle acque del lago di Como, da parte dell’onorevole Butti e dell’onorevole Foti.
La questione è già oggetto di attenzione da parte della competente Autorità di distretto idrologico. Ai sensi dell’articolo 63, comma 11, del decreto legislativo n. 152 del 2006 viene assegnato al Distretto idrografico del fiume Po il compito di sovraintendere la gestione dei grandi laghi regolati.
La questione inerente alle criticità stagionali dei livelli idrometrici del lago di Como è stata pertanto affrontata anche nel corso di recenti riunioni dell’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici del Distretto idrografico del fiume Po. L’Autorità distrettuale ha previsto un’attività specifica di aggiornamento degli studi sulla regolazione e la gestione dei laghi prealpini, compreso quindi anche il lago di Como, come dichiarato dall’Autorità distrettuale stessa.
Obiettivo dello studio sarà quello di approfondire tutti gli aspetti relativi alla regolazione, sia per laminare le piene che per sostenere le magre del fiume Po.
Saranno valutati anche modelli gestionali che tengano conto delle esigenze locali.
Si evidenzia che il ministero ha richiesto all’Autorità sanitaria distrettuale del fiume Po che rimetta quanto prima la progettualità che lo stesso intende sviluppare nell’ambito delle risorse, di cui al decreto-legge n. 193 del 2016, che sono finalizzate anche per queste attività.
Si segnala infine che da oltre un ventennio viene coordinato dall’ISPRA ogni anno un censimento dell’avifauna acquatica svernante sui principali corpi idrici nazionali, compreso ovviamente il Lago di Como. Questa componente faunistica costituisce un buon indicatore della salute delle acque, quindi appena avrò i carteggi verranno sicuramente depositati.
Gestione dei rifiuti radioattivi. Con riferimento a questa delicata tematica segnalo che presso il Ministero dell’ambiente e presso il ministero dello sviluppo economico sono in corso i procedimenti amministrativi per l’emanazione del Programma nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi e per la localizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.
Il programma nazionale illustra come l’Italia intende attuare la propria politica nazionale per la gestione responsabile e sicura del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi quando questi derivano da attività civili.
La redazione dello schema di programma, effettuata congiuntamente dal Ministero dell’ambiente e dal ministero dello sviluppo economico, è stata ultimata nel 2015, ma per la sua natura e per i suoi contenuti è stato ritenuto opportuno sottoporre lo stesso schema a procedura di VAS.
Al riguardo si è già ottemperato alla redazione del Rapporto preliminare, del Rapporto ambientale, della Sintesi non tecnica e dell’Analisi delle risultanze della consultazione pubblica nazionale e transfrontaliera.
Attualmente si stanno ultimando gli adempimenti relativi alla redazione della Dichiarazione di sintesi, successivamente il programma nazionale dovrà essere approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, sentiti il Ministro della salute, la Conferenza unificata e l’ISIN.
Si evidenzia inoltre che è in corso la gestione degli adempimenti previsti dalla procedura di infrazione europea per la mancata trasmissione del programma nazionale alla Commissione europea, nell’ambito della quale nella sessione del maggio 2018 la Commissione ha deciso di adire la Corte di giustizia ex articolo 258.
Per quanto concerne la localizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, si rappresenta che la SOGIN S.p.A. ha definito una proposta di Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI) alla localizzazione di questo sito, ai sensi dell’articolo 27, comma 1 del decreto legislativo 31 del 2010, tenendo conto dei criteri della guida tecnica 29 dell’ISPRA e dei criteri fissati in materia dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
Ai fini della validazione dei risultati cartografici e della verifica della coerenza degli stessi con i criteri sopra indicati, la proposta del CNAPI deve essere trasmessa al Centro nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione dell’ISPRA, che svolge in via transitoria le funzioni e i compiti dell’Autorità di regolamentazione competente (ISIN), che è prossima a prender corpo. Successivamente il predetto Centro nazionale deve trasmettere la relazione di validazione al Ministero dell’ambiente e al ministero dello sviluppo economico.
Ad oggi, i predetti Ministeri sono in attesa di ricevere la suddetta Relazione di validazione e verifica sul recente aggiornamento apportato dalla SOGIN alla proposta CNAPI. Questo aggiornamento si è reso necessario a causa di aggiornamenti su alcune cartografie di base, utilizzate per la redazione della proposta in questione.
Non appena arriverà, alcune scene di luoghi potenzialmente individuabili potrebbero cambiare perché ci sono degli aggiornamenti cartografici di cui non si può non tenere conto (ovviamente come lo saprò io, lo saprete anche voi).
Regolamentazione sul combustibile solido secondario.
Si rappresenta che allo stato non sono previste attività di revisione del decreto relativo ai CSS. Ciononostante, se la Commissione ritiene, il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare è disponibile all’approfondimento di specifiche questioni che si dovessero presentare, per cui c’è la massima disponibilità in questo senso.
Incendi boschivi.
Per quanto riguarda la problematica degli incendi boschivi comunico che in data 9 luglio 2018, quindi proprio pochi giorni fa, è stato siglato un protocollo d’intesa per le attività antincendio boschive e tutela delle aree protette statali tra il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, l’Arma dei Carabinieri e il Dipartimento dei Vigili del fuoco.
Tale protocollo focalizza gli ambiti dell’intesa geograficamente limitati alle aree naturali protette statali, cioè parchi nazionali e riserve naturali dello Stato, cioè ciò che rientra nella mia specifica competenza, perché il resto del territorio per questa materia rientra nella competenza del ministero delle politiche agricole, alimentari e del turismo.
Si evidenziano inoltre le diverse competenze delle singole istituzioni cointeressate agli incendi boschivi, che devono promuovere sinergie fra le stesse, cosa che sta avvenendo.
In buona sostanza, il protocollo che è stato firmato consente di superare quel gap informativo e operativo tra Carabinieri forestali, all’epoca Corpo forestale dello Stato, e Vigili del fuoco, in modo tale che quel gap, che l’anno scorso non ci ha aiutato, quest’anno si azzeri o almeno si limiti moltissimo. Scambio informativo, chi fa cosa e come lo fa, e anche scambio con gli enti regione, che – non dimentichiamo – hanno la competenza specifica.
Per quanto riguarda la pianificazione antincendio boschivo nelle aree protette statali, si fa presente che ormai tutte le suddette aree sono dotate di un proprio piano antincendio boschivo pluriennale, che viene aggiornato e revisionato alla sua scadenza e sul quale noi vigiliamo con molta attenzione, affinché tutte le aree non abbiano mai a farlo scadere. Inoltre, sul sito web del ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare è presente una pagina dedicata alle attività antincendio boschivo nelle aree protette statali, sistematicamente aggiornata e consultabile da tutti.
Con riferimento agli incendi presso gli impianti di rifiuti, le cosiddette «piattaforme», vi comunico che recentemente su mia richiesta il ministro dell’interno ha ritenuto di firmare una direttiva per consentire di inserire le piattaforme di rifiuti presenti su tutto il territorio nazionale nell’ambito dei cosiddetti «Piani coordinati di controllo del territorio», in acronimo PCCT, che consentano un sovrappiù di vigilanza esterna, così come si prevede già per norma per i cosiddetti «obiettivi sensibili». Penso per esempio alle dighe e a quegli obiettivi che possono suscitare allarme nel cittadino.
Ringrazio il Ministro degli interni che ha aderito alla mia richiesta, in quanto l’ho sempre considerato sito sensibile in relazione ai fumi emessi dagli incendi.
Penso ai fumi di plastiche che possono ricadere sui cittadini che si trovano nelle zone limitrofe, sulle coltivazioni agricole delle zone limitrofe o con l’effetto deriva del vento arrivare anche a volte a chilometri, e mi sembra una prima, immediata, buona risposta.
Mi piacerebbe pensare anche di trovare con il vostro aiuto delle risorse in legge di bilancio, per consentire di utilizzare dei fondi agevolati con un credito d’imposta ad esempio per gli imprenditori che gestiscono le piattaforme, per mettere presso gli impianti l’antincendio da fumi. Oggi negli impianti di stoccaggio dei rifiuti c’è la tutela prevista dalla legge n. 81 del 2008 per le maestranze, che qualora si sprigioni un incendio salvaguarda le maestranze, non la tutela per i rifiuti, ma cosa si può fare per i rifiuti? L’impianto che abbassa i fumi. Non è un obbligo di legge, è una spesa da sostenere, se noi favoriamo gli imprenditori, possiamo ottenere che qualora dovesse prendere fuoco o essere messo fuoco ad un impianto di stoccaggio (non ho detto per caso l’una e l’altra opzione) almeno i fumi non ci sono.
Per quanto concerne la tutela del paesaggio che non rientra nella competenza del ministero per i beni e le attività culturali, si ricorda che nell’ambito dell’area Pianeta della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, che poc’anzi ho già richiamato, la scelta strategica «creare comunità e territori resilienti, custodire i paesaggi e i beni culturali» articola obiettivi sulla dimensione urbana, che contempla la rigenerazione urbana e la riqualificazione sostenibile di edifici e spazi aperti, continuità della rete ecologica urbana, mobilità sostenibile e sulle comunità locali, quindi è ben declinata.
Al riguardo, il Forum per lo sviluppo sostenibile, che il ministero ha il compito di organizzare per il coinvolgimento continuo della società civile nell’attuazione della strategia e dell’agenda 20130, potrà costituire il luogo importante in cui focalizzare tale tema con il contributo di tutte le istituzioni e le parti civili, in un’ottica di governance multilivello.
Programmi di educazione ambientale.
Come è noto, nel 2014 l’Italia si è dotata di una Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e del relativo piano nazionale.
Questa contiene un compendio di conoscenze scientifiche e di misure, e fornisce un quadro generale dei problemi derivanti dagli impatti dei cambiamenti climatici, utili alle autorità competenti nel processo di individuazione delle necessarie azioni di adattamento nazionale.
In tale contesto è stato previsto di migliorare l’istruzione e la sensibilizzazione per quanto riguarda la mitigazione del cambiamento climatico, l’adattamento alla riduzione dell’impatto e l’allerta tempestiva. In particolare, già dal 2014 l’Italia si è dotata delle nuove linee guida sull’educazione ambientale, frutto del lavoro coordinato tra il Ministero dell’ambiente e dell’istruzione.
Dall’epoca l’offerta di iniziative educative è legata a programmi ISPRA, ARPA e APPA, che hanno registrato 579 stage o tirocini, 229 corsi di formazione e oltre 6.000 partecipanti.
Aggiungo che è mia intenzione sviluppare ulteriormente il concetto e i princìpi di educazione ambientale, partendo in particolare dagli asili e via via arrivando all’università (e non il contrario) e su questo mi sono già attivato in modo non ancora formale, ma informale con il Ministro dell’istruzione, per immaginare qualche percorso nel POF di formazione degli istituti, per individuare plessi scolastici dove iniziare un percorso di formazione di tipo sperimentale e poi via via vedere il reporting di questa formazione.
Aggiungo che ho individuato una piccola risorsa per fornire nelle scuole dall’asilo in poi dispenser per l’acqua alla spina, per rimanere nei ringraziamenti che ho fatto prima e che ribadisco adesso della plastic free, perché iniziamo da loro.
Sono persuaso che potrebbe essere l’occasione, fornendo anche piccole borracce in alluminio riciclato a questi bimbi, per iniziare un percorso, che peraltro avvio insieme alla società civile (penso a Legambiente in particolare) nella logica del Camminiamo insieme.
Aggiungo come comunicazione finale che ieri sono stato all’Unesco, perché c’è un argomento importante che riguarda formazione, educazione, assistenza e capacity building, proponendo i Caschi verdi per la protezione della natura, che non è una struttura militare.
Premetto che la Francia ha già aderito nel bilaterale di ieri e l’Unesco si è mostrata più che entusiasta.
L’idea è di prendere gli esperti che l’Italia ha (ricercatori, professori universitari, tutti coloro che lavorano nello Stato e non solo nella pubblica amministrazione) e tutti i siti iscritti nel patrimonio dell’Unesco (l’Italia ne ha 30 e altri in progress, ma nel mondo sono oltre 1.000) e metterli a disposizione di chi sotto l’egida dell’Unesco ritenga di voler approfittare dell’expertise italiana per sviluppare la formazione, l’educazione ambientale e i siti Unesco di protezione naturale (penso ad esempio ai geoparchi), che consenta di far crescere i medesimi siti, ma anche una coscienza ambientale mondiale.
L’Unesco mi è sembrato entusiasta, arriverà al Consiglio esecutivo dell’Unesco a ottobre di quest’anno e dovrebbe essere votata in via definitiva, se tutto procede, se saprò lavorare bene, a marzo del 2019.
Penso che sia una bella conquista per il Paese Italia, perché sono gli esperti italiani riconosciuti a livello mondiale, non è cosa del ministero, è cosa del Paese Italia.
Se ho dimenticato qualcosa, vi chiedo scusa, sono pronto a fare ammenda e a rispondere, però ho esaurito le risorse fisiche.
Noi abbiamo pochi minuti prima che inizi l’Aula e abbiamo ancora l’Ufficio di Presidenza, però se ogni Gruppo vuole aggiungere rapidamente qualcosa non c’è alcun problema.
Prego, onorevole Braga.
CHIARA BRAGA. Grazie, presidente. Ringrazio il ministro per le risposte, su alcune magari avremo modo con altri passaggi di approfondire i temi che ha trattato, però ce n’è una che le avevamo fatto come gruppo del Partito Democratico a cui non ha dato risposta, che è la richiesta di informazioni riguardo all’istruttoria svolta dal suo ministero rispetto ai contenuti del Piano ambientale, contenuto nell’offerta presentata dall’acquirente Mittal su ILVA.
In particolare, quali sono i punti critici e carenti e quali sono le richieste di miglioramento avanzate dal suo ministero?
ROSSELLA MURONI. In questo caso sono io che aggiungo una cosa e non lei a non aver risposto, però, siccome ho depositato un’interrogazione parlamentare su quanto sta avvenendo in Piemonte (lo avevo segnalato nella scorsa audizione) in occasione dei lavori di costruzione di un edificio nel sito della Sorin Site Management, nell’area industriale di Saluggia, quindi si parla di rifiuti nucleari, vorrei capire a che punto siamo rispetto alla vicenda dell’individuazione dei siti di stoccaggio, che tempi ci sono e soprattutto – detta molto sinceramente – se non si intenda intervenire sulla SOGIN, visto il lavoro che non si sta facendo.
VINCENZA LABRIOLA. Grazie, presidente. Ringrazio il ministro per le delucidazioni che ci ha dato in merito alle domande che avevamo posto, mi unisco alla richiesta dell’onorevole Braga sulla questione ILVA, perché dalle ultime note di stampa sembra che il Vicepresidente Di Maio si sia preso anche il suo ministero, lei non è intervenuto sia sul piano ambientale, sia sui rilanci connessi alla Mittal.
Mi rendo conto che la situazione non può essere liquidata in quattro parole, quindi, se lei potesse, le chiederei di fare un’audizione riferita solo a questo argomento, per avere chiaro lo scenario che abbiamo davanti.
La situazione è complessa, la stampa magari arriva più veloce di noi, ma vorremmo avere delle informazioni dalla viva voce del ministro.
PAOLO TRANCASSINI. Sottolineo un passaggio del suo intervento e poi una richiesta.
Quando lei ha parlato del Daspo, ha sottolineato una serie di siti particolari nei quali deve essere più forte la risposta dello Stato e ha concluso genericamente «e nelle campagne», che francamente rispetto all’indicazione di tutta la sua narrativa associa un termine estremamente generico ad altri molto più specifici, perché campagna è tutto ciò che non è costruito, tutto ciò che è periferia.
Magari va bene, però a quel punto non ha senso quella sottolineatura iniziale.
Per quanto riguarda il discorso del POF che trovo molto interessante credo che però su questo vadano messe le risorse, perché la storia del POF finisce sempre in questo modo: lo Stato dà delle indicazioni, si fanno delle strategie che arrivano nelle scuole, le scuole poi non hanno i mezzi e spesso non si riesce a farlo perché genitori e Comune non ci mettono i soldi, oppure si hanno strategie diversificate a seconda di dove sta la scuola, quindi su questo è il caso di mettere qualche risorsa.
DANIELA RUFFINO. Grazie, presidente.
Signor ministro, nel mio intervento nella precedente audizione avevo chiesto come immagina di intervenire sulla riduzione del rischio, dalla sua relazione non ho percepito modalità e tempi, e forse la parte che preoccupa maggiormente è quella delle risorse.
Non ho percepito questo, sono grata se ci dà un calendario, ergo risorse, tempi, modalità.
DIEGO BINELLI. Grazie, ministro, la ringrazio per la sua relazione molto esaustiva e dettagliata, che denota l’impegno in materia ambientale, che ci trova pienamente d’accordo.
Vorrei porre alla sua attenzione una questione di cui lei è già a conoscenza, quella relativa alla gestione del Progetto Lupo e del Progetto Orso nella provincia autonoma di Trento. Io provengo da una realtà di alta montagna, il mio paese parte da una quota di 800 metri e arriva all’ultima frazione che è a quota 1700 metri, il comune di Pinzolo a Madonna di Campiglio, dove la convivenza tra gli insediamenti umani e il lupo e l’orso sta peggiorando.
So che la questione è già alla sua attenzione, quindi vorrei chiederle di non impugnare i provvedimenti adottati dalla provincia autonoma di Trento, che danno sostanzialmente una delega al territorio nella gestione di queste problematiche, il che non vuol dire la soppressione degli animali problematici, ma una gestione più oculata della presenza di questi animali, che creano problemi sia da un punto di vista turistico che per l’agricoltura e per la sicurezza dei cittadini.
L’invito che le faccio è quello di valutare di delegare alle due province autonome di Trento e Bolzano la gestione di questi progetti.
Un piccolo inciso sui CAM, che sono una bellissima cosa, però ad oggi gli enti pubblici fanno fatica ad applicarli, quindi bisognerà aiutare gli enti pubblici nell’applicazione vera dei CAM.
È vero anche che questi sono dei costi per gli enti pubblici, quindi forse varrebbe la pena di individuare delle forme agevolative, per esempio l’applicazione di un’IVA agevolata sulle voci di spesa che riguardano espressamente i CAM, per compensare gli aumenti di costi per gli enti pubblici, visto che per gli investimenti oggi i soldi sono sempre meno.
SERGIO COSTA, Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Ringrazio per questi ulteriori spunti, in taluni casi credo letteralmente, considerato che ci abbiamo lavorato meno di una settimana, che non ci sia stato il tempo, ma risponderò al più presto, datemi il tempo tecnico per rispondere al più presto. Chiedo scusa se in qualche caso abbiamo dimenticato qualcuno, in altri faremo una riflessione ulteriore sugli ulteriori spunti che sono pervenuti.
CHIARA BRAGA. Nemmeno sul piano ambientale ILVA ci dice qualcosa?
SERGIO COSTA, Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.
No, se vuole posso farle una battuta, però è chiaro che è una battuta.
Nel caso di specie, personalmente, voglio capire bene la questione della bonifica dei suoli… cioè ogni minuto che arriva prima per togliere il polverino rispetto al 2023 (a memoria, visto che vado a braccio) è qualcosa di guadagnato per il benessere dei cittadini, il 2023 mi sembra veramente tanto distante.
Tutti abbiamo davanti agli occhi le immagini di quelle polveri che girano su YouTube, tra l’altro 2-3 giorni fa l’ultima volta, che fanno impressione.
Parlo dei suoli, occorre capire bene se i suoli sono effettivamente tutti bonificati o quota parte dei suoli, voglio capire (parlo per me, ovviamente per la parte ambientale, non posso parlare di altro) e approfondire molto bene anche la questione del corpo idrico, cioè delle due falde, la falda superficiale e la falda profonda, che significa anche trasporto a mare di quanto…
Questi sono elementi che vanno approfonditi tecnicamente prima di tutto, al di là di chi ha fatto cosa, non entro nel merito, però per fare questo approfondimento c’è bisogno di studiare bene i carteggi.
Questa settimana (credo venerdì pomeriggio) ho una riunione di natura squisitamente tecnica per approfondire questi temi, e via via posso tenervi aggiornati.
Se però non salvaguardiamo e coniughiamo l’aspetto ambientale con l’aspetto sanitario e con altri – a mio parere, però devo leggere ancora – credo che i cittadini abbiano a rimetterci troppo, se non tutto, e non mi pare il caso.
Questa però è una risposta a braccio, come vede quasi atecnica.
PRESIDENTE. Grazie, ministro, la ringrazio per l’assoluta disponibilità che ha fornito alla Commissione e dichiaro conclusa l’audizione.
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References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 252
 sentenza 
 articolo 34
 articolo 2
 articolo 258