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Quale genere di pena per chi soffre di disturbi borderline? La Germania sbaglia rispostaDiritti Europa
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Quale genere di pena per chi soffre di disturbi borderline? La Germania sbaglia risposta
Posted by: Teresa Vozza in Categorie Violazioni CEDU, I diritti in Europa, In evidenza, Ingiusta detenzione 25 aprile 2012
Diritto alla libertà e alla sicurezza – Sentenza B. v. Germany, 19 Aprile 2012
B è un soggetto problematico: il suo profilo psicologico è difficile da delineare persino per i medici. Nel 1999 commette uno stupro di una giovane autostoppista, che obbliga e immobilizza minacciandola con una pistola. Nel 2000 arriva la condanna in carcere. Ma dopo la conclusione della pena, farlo uscire dal carcere costa caro ai giudici: a parere degli psichiatri c’è un rischio di nuovi reati pari al 95%…
IL CASO: B è uno stupratore ben noto allo stato federale Tedesco. Nel 1999 commette una violenza sessuale e uno stupro, aggravato dall’uso di armi, nei confronti di un’autostoppista, dopo averne commessi degli altri negli anni ’80 e ’70. La Corte Regionale Tedesca non predispone la carcerazione preventiva (ovvero prima dell’ottenimento del verdetto del giudice), poichè B si dichiara disponibile a trattamenti di recupero terapeutico e nel 2000 lo condanna a 9 anni da scontare nel carcere di Straubing.
Nel 2005 viene trasferito nel dipartimento Social-terapeutico del carcere, dove all’inizio partecipa con convinzione, ma a seguito della decisione della Corte Federale di Giustizia (ultimo grado di giudizio tedesco) viene fuori l’atteggiamento opportunista di B: la Corte aveva difatti negato un aumento di pena, nel caso in cui il detenuto si fosse rifiutato alla terapia. Pertanto B tronca il trattamento e conclude la sua pena nella cella ordinaria fino al 2008. Il parere dei medici diventa negativo: il soggetto non aveva alcuna intenzione di analizzare le sue colpe.
Arriva per B, sempre nel 2008, una nuova sentenza, questa volta dalla Corte regionale di Coburgl che lo condanna alla carcerazione preventiva per altri 2 anni in vista dell’alto tasso di pericolo dimostrato. Di fatti i medici, sempre più scoraggiati, lo dichiarano affetto da sindrome narcisista, paranoico e asociale, e ammettono la possibilità di reiterazione (ovvero il verificarsi di nuovi reati sempre di stampo sessuale) con una percentuale superiore al 95 e con il rischio maggiore che B, una volta fuori, oltre la pistola avrebbe fatto qualcosa di ancora più grave e violento. Nessuna risposta gli arriva questa volta dal ricorso alla Corte Costituzionale Suprema, la quale asseconda la scelta della Corte regionale.
Nei successivi due anni B raggiunge ottimi risultati lavorando come attrezzista, tranne un piccolo episodio di richiamo disciplinare per insulto alla guardia; e nel 2010 decide di intraprendere di nuovo la terapia, dopo eminenti sforzi di convincimento del personale, da affrontare in gruppo e non più individualmente. Si appella nuovamente alla Corte di Ratisbona per ottenere l’uscita, e questa visti i pareri dei medici ordina la supervisione della sua condotta. Nel 2011 la Corte di Norimberga annulla la decisione precedente e ordina la custodia cautelare. L’elemento particolare e ambiguo della personalità di B era la presenza di disturbi c.d. border-line, che non permettono di dichiarare il soggetto incapace di intendere e di volere (come avrebbero voluto le autorità del carcere di Straubing) ma allo stesso tempo non garantiscono che un trattamento pari ai soggetti pienamente coscienti raggiunga il risultato di recupero del reo. (Ad esempio B ha un atteggiamento assolutamente consapevole nei confronti dell’alcol, del quale abusa regolarmente, ma non lo si può dichiarare dipendente).
CORTE EDU: L’istanza di ricorso alla Corte EDU di B verte sull’illegittimità della condanna ricevuta dalla Corte di Coburgl. La corte regionale, in vista dell’esito negativo della terapia e dell’alto rischio certificato dai pareri dei medici, aveva infatti comminato un aumento di pena pari a due anni, anteponendo esigenze di sicurezza pubblica al rispetto del diritto alla libertà del detenuto, che aveva in ogni caso culminato il suo percorso di recupero, purtroppo senza raggiungere i risultati desiderati. La sentenza difettava di un elemento fondamentale per la commisurazione di una ulteriore sanzione: l’esistenza di un nuovo reato.
La Corte, dopo aver preso nota della lunga e complicata vicenda giuridica di B, dichiara la violazione dell’art. 5 CEDU sul diritto alla libertà e sicurezza pregiudicata per tutto l’anno 2009 dal 11 luglio 2008.
Di fatti la sentenza dichiara che la decisione della Corte di Coburgl di prolungare la pena, in corso di detenzione, sarebbe stata legittima solo nel caso in cui fosse stato dichiarato lo stato di incapacità di intendere e volere di B. In tal caso invece la pronuncia di incapacità non era mai giunta; non solo, l’atteggiamento di B nei confronti dell’alcool non poteva essere definito patologico. La Corte di Strasburgo 0bbliga la Germania al risarcimento del danno provocato a B per l’interno anno 2009.
I disturbi borderline
L’individuazione della ‘giusta’ sanzione, o meglio, trattamento di recupero, per i soggetti affetti da disturbi borderline è ben nota agli ordinamenti moderni, fin dagli anni ’80. Tant’è che si è più volte parlato della crisi del concetto di imputabilità, pietra miliare dei sistemi penalistici e criterio attraverso il quale un soggetto può essere definito come capace di intere e volere o meno, con una fondamentale differenza di trattamento: se per i soggetti capaci c’è il carcere, per i soggetti ‘incapaci’ ci sono altri rimedi, di natura più medico-psichiatrica. La giustificazione alla differenza si fonda sul fatto che se il fine della detenzione è quello della riueducazione del reo, in quanto solo in tal modo sarebbe giustificabile una limitazione alla persona da parte dello Stato, un percorso in tal senso non sarebbe possibile da un soggetto non capace di intendere e volere.
Disturbi della personalità secondo il giudice italiano
E’ nota una sentenza della Corte di Cassazione italiana (n.9163/2005) che esamina la problematicità di definizione dei cd. disturbi della personalità. Di fatti, in maniera semplicistica, si potrebbe dire che se l’infermità di mente ha un retroscena ben radicato nel soggetto, tale da ripercuotersi in maniera costante sia nella capacità di un soggetto di avere una corretta rappresentazione della realtà (capacità di intendere) che sul potere di controllare gli impulsi ad agire (capacità di volere), i disturbi invece si caratterizzano per la loro natura transeunte e sull’incidenza nella capacità di autodeterminarsi dell’individuo. Non solo, ulteriore problematicità deriva dalla mancanza di unanimità nella scienza psichiatrica.
La conclusione a cui arriva inevitabilmente la sentenza è che unica garanzia dei consociati è quella di assicurare caso per caso un’attenta valutazione sull’incidenza del disturbo al momento del fatto di reato, tale da compromettere concretamente sulla capacità dell’individuo in esame; in attesa che l’augurato sviluppo delle scienze ed una loro ideale collaborazione possa permettere la possibilità di nuovi rimedi, più attenti alle nuove problematiche che molto spesso pongono il sistema giuridico in posizioni apparentemente discutibili.
La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza B. v. Germany del 19 Aprile 2012
Art 5 CEDU Dean Spielmann Germania Quinta Sezione	2012-04-25
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