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Timestamp: 2020-08-13 08:36:56+00:00

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Più diritti costituzionali lesi? Pluralità e cumulabilità di risarcimenti - Responsabile Civile
Home Il parere degli esperti Più diritti costituzionali lesi? Pluralità e cumulabilità di risarcimenti
1.CRITERI DI SELEZIONE DEL DANNO NON PATRIMONIALE RISARCIBILE
Una delle questioni tuttora più controverse e dibattute nella materia del risarcimento del danno non patrimoniale, anche per le sue ricadute sulla integralità della tutela fornita dall’ordinamento al danneggiato (e/o ai suoi congiunti, in caso di decesso o macrolesione della vittima primaria), attiene ai criteri di liquidazione di tale danno.
A questo proposito la sentenza qui commentata (Cass. civ., 8 maggio 2015, n. 9320), che riguarda una fattispecie di sinistro stradale a cause del quale un soggetto aveva perso la vita, fornisce spunti di sicuro interesse, affermando – a quanto consta per la prima volta – un principio ad avviso di chi scrive sicuramente ineccepibile, ma che mai sino ad ora era stato apertamente enunciato dai giudici di Piazza Cavour.
Il principio è quello secondo il quale alla lesione di molteplici, non omogenei, diritti della persona costituzionalmente garantiti conseguono “perdite” diverse e pertanto non suscettibili di liquidazione unitaria, in quanto appunto si è in presenza di “danni diversi”.
Prima di esaminare il percorso logico affrontato dal relatore della recente sentenza della Cassazione civile appare opportuno ricordare sinteticamente i principi elaborati dalla giurisprudenza a partire dalle note sentenze a Sezioni Unite della Cassazione del novembre 2008 (Cass. n. 26972 e seguenti).
Le sentenze appena richiamate, come è noto, grazie ad una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. (già presente nelle cosiddette “sentenze gemelle” del 2003) hanno chiarito come, al di fuori di casi determinati dalla legge, la tutela risarcitoria debba essere estesa ai casi di danno non patrimoniale prodotto dalla lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione.
In questo modo viene consacrato il principio della cosiddetta “bipolarità” del sistema del risarcimento del danno da illecito, formato da un lato dall’art. 2043 c.c., che viene quindi a riferirsi alle sole ipotesi di danno patrimoniale e si caratterizza per la sua totale “atipicità” (assenza di casi di risarcibilità predeterminati per legge e sufficienza di condotte lesive di interessi giuridicamente rilevanti) e, dall’altro, dall’art. 2059 c.c., relativo al danno non patrimoniale, la cui risarcibilità richiede, sul piano della ingiustizia del danno (elemento che deve ricorrere, in quanto la struttura dell’illecito continuale ad essere governata dai principi risultanti dall’art. 2043 c.c.), una selezione degli interessi dalla cui lesione consegue il danno.
Ebbene, il criterio di selezione in questione è rappresentato proprio dalla tutela costituzionale del diritto leso.
A questo proposito la sentenza n. 26972/2008 delle Sezioni Unite effettua alcuni esempi di riconducibilità della lesione ad una copertura costituzionale.
E così il danno biologico viene ricondotto, e reso risarcibile, in quanto danno da lesione del diritto inviolabile alla salute, protetto dall’art. 32 Cost.; ancora, viene ammessa a risarcimento la lesione dei diritti inviolabili della famiglia, come possono aversi in ipotesi di perdita o compromissione del rapporto parentale nel caso di morte o grave invalidità del congiunto, stante la protezione accordata dagli articoli 2, 29 e 30 Costituzione ai diritti inviolabili della famiglia; e così, ancora, può ben essere ammesso a risarcimento il danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla reputazione, all’immagine, al nome, alla riservatezza, in quanto tutti diritti inviolabili della persona, incisa nella sua dignità, così come garantita e preservata dagli articoli 2 e 3 della Costituzione.
Quanto finora ricordato attiene a criteri di individuazione del danno risarcibile, incentrati sulla sussistenza di un diritto inviolabile della persona, costituzionalmente protetto, che si ritenga essere stato inciso.
2.IL PRINCIPIO DELLA UNITARIETA’ DEL DANNO NON PATRIMONIALE
Ciò detto, per quanto attiene alla questione, qui di maggiore interesse, della liquidazione (o monetizzazione, che dir si voglia) del risarcimento del danno non patrimoniale, le Sezioni Unite, con le appena richiamate sentenze del 2008, hanno confermato la cosiddetta “unitarietà del danno non patrimoniale”. Questo significa che, in ipotesi di lesione dalla quale scaturisca un danno biologico, le altre voci di danno (nel tempo costruite dalla giurisprudenza e dalla dottrina, giuridica e medico legale), quali il “danno alla vita di relazione”, quello estetico od anche quello, più consolidato, rappresentato dal “danno morale”, non individuano autonomie categorie di danno, ma possiedono valenza solo descrittiva: hanno cioè la finalità di colmare le eventuali lacune risarcitorie della persona, che non dovessero tener conto (anche per effetto dei noti automatismi previsti dalla tabelle di formazione giurisprudenziale), consentendo al giudice di effettuare un incremento nella liquidazione di quello che, comunque, continua ad essere considerato un pregiudizio non patrimoniale “unitario”.
E’ evidente, ma questo le Sezioni Unite non avevano bisogno di specificarlo, che, in caso di lesione di diritti inviolabili della persona, costituzionalmente protetti, ma non incidenti sul bene salute, il risarcimento, in assenza di tabelle come quelle per la liquidazione del danno biologico, sarebbe stato risarcito in base a criteri meramente equitativi.
I principi elaborati dalle Sezioni Unite nel 2008, seppur con ricorrenti tentativi di attribuire maggior autonomia concettuale ad alcune “voci” di danno (penso al danno morale, di cui “a corrente alternata” la Cassazione afferma, o nega, appunto, autonomia, o soprattutto al danno esistenziale, negato dalle Sezioni Unite del 2008 ma talvolta riemergente, come si accennerà anche tra breve) si sono sostanzialmente consolidati e operano ancora oggi.
In proposito basti pensare che la notissima sentenza della Cassazione n. 1361 del 2014 (notissima per aver per la prima volta riconosciuto, presso la Cassazione, la risarcibilità del danno “da perdita della vita”) ha sostanzialmente confermato il sistema sopra descritto, in quanto ha ribadito la natura unitaria del danno non patrimoniale, evidenziandone però maggiormente la finalità di assicurare il rispetto del principio della integralità del risarcimento, così ribadendo il carattere meramente “descrittivo” dei vari profili di danno (morale, esistenziale, in questa esistenza in qualche modo riabilitato nella sua differenziazione rispetto al danno morale).
Nel quadro così descritto due erano (e sono) i punti fermi: a) il criterio selettivo delle lesioni da ammettere a risarcimento è rappresentato dalla loro incidenza negativa su diritti della persona costituzionalmente garantiti; b) il risarcimento del danno non patrimoniale (o, più esattamente, il danno non patrimoniale) è caratterizzato dalla unitarietà, per cui al di là del danno biologico (così come anche legislativamente definito negli artt. 138 e 139 del. Cod. ass.), le altre “voci” di danno non assumono altro che valore descrittivo, consentendo al giudice di adattare la liquidazione al caso concreto, nel rispetto del già citato principio del diritto all’integrale risarcimento del danno.
3. A PIU’ LESIONI DI DIRITTI COSTITUZIONALI DELLA PERSONA CORRISPONDE UNA PLURALITA’ DI DANNI AUTONOMAMENTE RISARCIBILI?
Ciò che però non è mai stato oggetto di chiara disamina è quello che accade nell’ ipotesi in cui, accanto ad una lesione che incida sul bene salute (come tale, protetto dall’art. 32 Cost., e quindi ammissibile a risarcimento), possa affiancarsene un’altra (o più di un’altra), incidente su un diverso diritto della persona, ugualmente dotato di copertura costituzionale.
Un riferimento, non molto incoraggiante nella prospettiva della valorizzazione dell’integralità del risarcimento, si trova proprio in un passaggio delle Sezioni Unite n. 26972/2008, laddove viene affermato che “altri pregiudizi esistenziali attinenti alla sfera relazionale della persona, ma non conseguenti a lesione psicofisica, e quindi non rientranti nel danno biologico (…) saranno risarcibili purchè siano conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona diverso dal diritto alla integrità psicofisica; ipotesi che si verifica nel caso dell’illecito che, cagionando ad una persona coniugata l’impossibilità di rapporti sessuali è immediatamente e direttamente lesivo del diritto dell’altro coniuge a tali rapporti, quale diritto-dovere reciproco, inerente alla persona, strutturante, insieme agli altri diritti-doveri reciproci, il rapporto di coniugio”.
Ebbene, tale precisazione farebbe pensare che, proprio nell’esempio fatto, il coniuge che abbia subito la lesione che lo ha reso impossibilitato ad intrattenere rapporti sessuali, non possa vedersi riconosciuto altra perdita (e quindi altro danno) rispetto a quello alla salute ai sensi dell’art. 32 Cost., mentre gli altri diritti, pur costituzionalmente protetti e certamente lesi, quali appunto quelli della famiglia, di cui agli artt. 2, 29 e 30 Costituzione, sembrerebbero legittimare una pretesa risarcitoria solo da parte di chi (altro congiunto, non vittima “primaria”) si sia trovato a subire le conseguenze lesive di quanto patito dal proprio coniuge.
Non ci sembrerebbe una soluzione convincente, proprio e soprattutto nell’ottica della tutela complessiva della persona cui si ispira la Costituzione e nel rispetto del principio della integralità del risarcimento del danno non patrimoniale, dovendosi invece ritenere più corretto che la vittima di una lesione del bene salute, possa vedersi riconosciuto, in via autonoma ed aggiuntiva, il risarcimento del danno derivante dalla lesione di ulteriori, diversi diritti forniti di copertura costituzionale (nell’esempio, effettuato, quelli alla realizzazione, come persona ed all’interno della famiglia, nel ruolo di genitore, garantiti appunto dagli artt., 2, 29 e 30 Costituzione).
Un atteso contributo di chiarezza sul punto sembra finalmente essere giunto grazie alla decisione in commento, la quale ha il pregio di essere strutturata secondo un iter logico stringente, tale da rendere difficilmente contestabili gli esiti cui approda.
Secondo l’estensore della sentenza, ogni volta che un giudice è chiamato ad effettuare la liquidazione di un danno, deve tenere presenti tre concetti: “interesse”, “perdita” e “valore”, i quali, “generandosi a cascata l’uno dall’altro, devono essere rintracciati e soppesati dal giudice di merito per una corretta liquidazione”.
Tale tripartizione di concetti esige quindi: a) l’individuazione dell’interesse protetto che si assume violato; b) l’accertamento delle “perdita” che ne è derivata; c) la quantificazione del “valore” perduto.
Facendo applicazione di questi principi la sentenza ha potuto affermare che l’illecito oggetto di causa (sinistro stradale al quale era conseguito il decesso di un soggetto, i cui congiunti richiedevano appunto, a vario titolo, il risarcimento dei danni non patrimoniali subiti) aveva leso l’interesse dei congiunti della vittima alla conservazione del vincolo affettivo che li legava a quest’ultima ma che dalla lesione di questo interesse erano derivate due diverse perdite concrete, da un lato la perdita della serenità derivante dal vincolo familiare, dall’alta, la perdita della salute, costituenti beni oggettivamente diversi.
Su queste premesse, la sentenza ritiene che la liquidazione unitaria formulata dalla Corte di appello sia stata errata, in quanto posta in essere in violazione dell’art. 1223 c.c., il qual impone una liquidazione parametrata alla perdita subita e giunge poi alla parte più interessante del suo apparato motivazionale.
Ritiene infatti la Cassazione che la liquidazione congiunta del danno biologico (lamentato iure proprio dai congiunti della vittima, deve ritenersi per la concretizzazione di una patologia psichica) e di quello da lutto (cosiddetto danno da perdita del rapporto parentale) sia viziata anche da un fraintendimento della sopra ricordata nozione di “unitarietà del danno non patrimoniale”, per come affermata dalle sezioni unite con la richiamata sentenza n. 26972/2008.
Se infatti è vero, come afferma quest’ultima sentenza, che il danno non patrimoniale deve essere liquidato unitariamente, è anche vero che ciò è possibile a condizione che la perdita abbia inciso su beni o interessi omogenei; contrariamente, quanto l’illecito attinge a beni eterogenei, si avranno perdite diverse e quindi danni diversi.
Il pensiero dell’estensore della sentenza, del tutto condivisibile, è reso se possibile ancor più chiaro dagli esempi contenuti nella decisione.
Si dice, infatti, che se in presenza di una lesione della salute, il bene diminuito è uno, e non è quindi consentito liquidare separatamente il danno biologico, quello estetico, quello alla vita di relazione, od altri analoghi, i quali infatti altro non costituiscono che nomi diversi con i quali descrivere le diverse conseguenze che possono derivare da una lesione corporale, vi sono altre situazioni nella quali così non accade.
A tale proposito viene fatto in sentenza l’esempio della vittima di un sequestro di personale, il quale subisca anche lesioni personali: ebbene, è evidente come essa abbia diritto al risarcimento sia del danno non patrimoniale da lesione della salute (art. 32 Costituzione) che al quello da privazione della libertà personale (art. 13 Costituzione, ma forse anche quello alla dignità, di cui agli artt. 2 e 3 Costituzione), in quanto si sarebbe in presenza di due interessi lesi, a due perdite (appunto salute e libertà) e, quindi , a due danni.
La sentenza, nella sua linearità che finisce quasi per renderla “banale”, detta un principio invero dirompente: “la nozione di unitarietà della liquidazione del danno non patrimoniale vuol dire che lo stesso danno non può essere liquidato due volte solo perché lo si chiami con nomi diversi, ma non vuol certo dire che quando l’illecito produca perdite non patrimoniali eterogenee, la liquidazione dell’una assorba tutte le altre. E’ l’omogeneità delle perdite concrete derivate dall’illecito che impone la liquidazione unitaria, e non la natura non patrimoniale dell’interesse leso”.
Il carattere dirompente della decisione è rappresentato dal fatto che sino ad ora, appunto almeno a quanto è dato sapere, in presenza di un danno all’integrità psicofisica (danno biologico), la liquidazione di questo, pur nelle sue varie componenti (danno estetico, alla vita di relazione, morale), che in sostanza ne determinano anche la “personalizzazione”, è stata ritenuta idonea a riempire l’intera area del danno risarcibile, senza che venisse mai opportunamente valorizzata la contestuale lesione di una pluralità di diritti della persona costituzionalmente rilevanti.
Da ora sarà quindi più agevole, una volta che sia stato possibile rinvenire nella medesima lesione, l’incidenza su più diritti costituzionali, richiedere ed ottenere una “duplicazione” risarcitoria, che poi duplicazione non è, trattandosi appunto di incidenza su interessi differenti, con conseguente ottenimento di un riconoscimento ben più elevato, andandosi ad aggiungere al danno biologico, opportunamente personalizzato, quello da lesione di ulteriore/i diritti costituzionali, da liquidare in via equitativa.
In chiusura, appare opportuno segnalare come qualche anno fa, successivamente alle Sezioni Unite del 2008, una sentenza del Tribunale di Roma, in una ipotesi di lesione dell’integrità psicofisica di un soggetto di sesso maschile, sposato e senza figli, consistente nella perdita della capacità di generare, aveva ritenuto di risarcire, oltre al danno biologico, peraltro fatto oggetto di forte personalizzazione, anche il risarcimento del danno da lesione di un diritto fondamentale della persona diverso dal diritto alla salute, tutelata dall’art. 32 della Costituzione. Ci faceva mettendo in rilievo gli artt. 2, 29 e 30 della Costituzione, dal momento che l’attore aveva perduto definitivamente la possibilità di una paternità naturale, essendogli così preclusa l’opportunità di estrinsecare il rapporto coniugale nella direzione che costituisce la normale evoluzione del rapporto di coppia ed aveva pertanto affermato come il ristoro del danno alla integrità psicofisica non potesse assorbire anche le lesione di una ulteriore posizione giuridica, autonomamente protetta da una specifica norma di rango costituzionale, finendo in tal modo per riconoscere, a titolo di risarcimento del danno da lesione di ulteriori diritti costituzionali, un importo piuttosto elevato, di poco inferiore rispetto a quello attribuito per il danno biologico, pur fortemente personalizzato.
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