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Timestamp: 2019-04-20 20:32:41+00:00

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Benché questo articolo contenga numerose citazioni del Codice di diritto canonico, la sua prospettiva vuole piuttosto essere teologico-pastorale, anziché giuridica: partendo dall’analisi di una situazione ecclesiale cerca di individuarne le cause e di suggerire una possibile soluzione.
1. I parroci sono sovraccarichi di incombenze burocratiche
Il parroco, in termini strettamente giuridici, è tra l’altro un organo di rappresentanza individuale di una persona giuridica. In parole povere, è l’unico che può rappresentare giuridicamente la parrocchia ed è l’unico che può e deve amministrarla.
Il Consiglio pastorale per gli affari economici deve essere costituito in ogni parrocchia (can. 537) e deve funzionare, ma può solo consigliare il parroco (cf. can. 532) e non lo può mai sostituire se non per provvedimento del vescovo in un caso estremo: la grave negligenza (can. 1729 § 1). Benché, in generale, la potestà esecutiva ordinaria possa essere delegata (cf. can. 137), nel caso della parrocchia il Codice non prevede altra possibilità di delegare le responsabilità amministrative.
Queste responsabilità – e le relative incombenze pratiche – negli ultimi decenni si sono moltiplicate: è un fatto talmente evidente che è quasi superfluo dimostrarlo. Il Vademecum[1] pubblicato per iniziativa della Conferenza episcopale italiana (CEI) sulla gestione e l’amministrazione della parrocchia conta ben 350 pagine più un CD-Rom allegato al volume e fa seguito alla lunga Istruzione in materia amministrativa[2] promulgata nel 2005 dove si specificano i molti doveri di chi, come i parroci, amministra i beni ecclesiastici. Tanto per fare un esempio, al n. 116 si legge:
Il parroco deve poter disporre dei locali, comprese le aree destinate ad attività sportiva o ricreativa. Ciò comporta, tra l’altro, il suo diritto-dovere, in quanto amministratore e rappresentante legale della parrocchia, di gestire direttamente tutti i locali e gli impianti, detenendone le chiavi.
Ovviamente ciò non significa che egli debba materialmente esserne l’unico detentore, anche se i portachiavi dei parroci spesso sembrano un campionario di ferramenta: in questa e in tante altre faccende potrà e dovrà farsi aiutare, ma alla fine sarà sempre e solo lui il responsabile di tutto.
Questo “tutto”, al giorno d’oggi, può significare molto: oltre alla gestione dell’ufficio e dell’archivio parrocchiale, la gestione del patrimonio artistico e culturale e di quello immobiliare che comporta a sua volta la manutenzione ordinaria e straordinaria di tutti gli edifici, come la chiesa principale e gli altri luoghi di culto, la casa canonica e, dove presenti, l’oratorio, il cinema o la sala polivalente, gli impianti sportivi, la casa per le ferie e i campi scuola o quella di riposo per gli anziani e la scuola d’infanzia parrocchiale. Soprattutto in questi ultimi due casi le responsabilità si estendono non solo agli edifici e alle attività svolte da operatori volontari, ma anche a personale assunto, come maestre, cuochi, infermieri... figure professionali con cui possono anche sorgere problemi sindacali, retributivi, disciplinari, ecc.
Se poi il parroco ha la responsabilità di più parrocchie – e questa evenienza è sempre più frequente – tutto si moltiplica e ricade sulle spalle di un uomo solo, perché in questo caso, anche se ci sono più parroci «in solido», solo uno di essi, il moderatore, è il rappresentante legale di tutte le parrocchie affidate al gruppo di parroci (can. 543 § 2 n. 3). Questo parroco moderatore potrebbe trovarsi a gestire contemporaneamente il restauro di una chiesa, il licenziamento di una maestra, la nuova destinazione di una canonica vuota e il contenzioso con una società sportiva. Non è un caso limite: al contrario è un tipo di situazione sempre più frequente perché le parrocchie possono anche essere piccole o piccolissime, ma le strutture sono comunque tante.
Le ricerche che si sono occupate della condizione di vita dei presbiteri[3] sono unanimi – e non da oggi – nell’indicare il peso delle incombenze burocratiche come una delle maggiori cause di un grave e diffuso disagio.
È chiaro che il ministero pastorale di un parroco non può essere esclusivamente “spirituale”, ovvero sacramentale e catechistico: nella vita di ogni uomo ci sono anche incombenze pratiche da svolgere per amore e con amore, o almeno con diligenza. Ma queste incombenze nella vita di molti parroci sono diventate soffocanti e defigurano gravemente il loro ministero: all’inizio essi si assoggettano magari obtorto collo a questi doveri, ma col tempo alcuni sviluppano capacità e competenze tali che nel loro ministero preferiscono dare la precedenza a queste occupazioni, anziché affrontare le complesse sfide della pastorale odierna. Parafrasando una famosa sentenza di san Gregorio Magno, finiscono per fare volentieri ciò che avevano cominciato a fare contro voglia e stanno piacevolmente a giacere là dove gli rincresceva cadere[4].
Non si tratta però soltanto di abitudini o preferenze personali: le mancanze nei confronti degli adempimenti amministrativi possono prevedere conseguenze e sanzioni piuttosto pesanti, mentre in genere non ne è colpito chi dedica troppo poco tempo alla preparazione dell’omelia o al confessionale. Se non si riesce a fare tutto, è chiaro che si dà la precedenza a ciò che comporta il rischio di sanzioni, magari gravi: è così che le cose urgenti passano avanti a quelle importanti.
Certamente il legislatore non intendeva creare una situazione di sofferenza: la mens dell’attuale normativa consiste nell’assicurare al parroco la più ampia libertà di azione nell’esercizio del munus regendi. Questo era sicuramente un bene quando ogni parroco reggeva una sola parrocchia, quando si poteva andare in gita caricando i ragazzi sul cassone di un camion e quando si poteva dar da mangiare ai bambini dell’asilo ciò che i parrocchiani portavano dai loro campi e pollai.
Quel tempo è passato e oggi ci sono meno preti e molte più leggi, civili e canoniche, da osservare.
2. Diversi modi di distribuire le responsabilità
La carenza di clero non è un problema nuovo. Di fronte alla scarsità di personale da impiegare nella pastorale, le soluzioni adottate o magari solo prospettate nel passato anche recente non andavano tanto nella direzione di suddividere le mansioni, quanto piuttosto di trovare nuovi “pastori”, ordinati o no.
Per esempio, l’allora prof. Joseph Ratzinger, nel corso di una conferenza radiofonica del 1969, immaginava un futuro in cui si sarebbero affidate le parrocchie – almeno le più piccole – a uomini ordinati dopo che avessero dato buona prova di sé in pastorale, anche senza aver compiuto tutto il normale iter di studi in seminario[5]. Un po’ quello che aveva fatto il vescovo mons. Pier Luigi Speranza a Bergamo nella seconda metà del XIX secolo[6].
Oggi sono a volte i diaconi questi “preti in seconda”, che esercitano la cura pastorale in piccole parrocchie: non confessano – ma neanche i «preti pifferi» lo facevano – e non celebrano la messa, ma la loro Assemblea domenicale in attesa di presbitero (ADAP) è così simile alla messa che molti fedeli non colgono la differenza e sono contenti di avere il loro pastore a tempo pieno, più contenti di quelli che hanno un prete vero, ma “in comproprietà” con altre parrocchie[7].
L’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Bergoglio, si è spinto più in là realizzando la sua «strategia dei seicento metri», così chiamata perché aveva preso le mosse da una ricerca sociologica in cui si sosteneva che le persone raggiunte dall’azione dei parroci risiedevano entro seicento metri di distanza dalla chiesa. Per questo motivo aveva esortato i sacerdoti a prendere in affitto degli ambienti, anche dei semplici garage, per farne delle «quasi parrocchie» (cf. can. 516 § 1) da affidare alla cura pastorale dei laici[8]. Indubbiamente una scelta coraggiosa, ma perfettamente lecita a norma di diritto canonico. Infatti, il can. 517 § 2 permette – solo se c’è penuria di sacerdoti – di affidare la cura pastorale di una parrocchia anche a dei non sacerdoti: diaconi, religiose e laici, sia pure sotto la supervisione di un sacerdote moderatore «con la potestà e le facoltà di parroco».
In altre parole, il Codice permette di partecipare ai laici l’annuncio della parola di Dio e perfino la celebrazione di sacramentali come le esequie e di alcuni sacramenti come il battesimo e il matrimonio. Ma la rappresentanza giuridica della parrocchia, con quel che ne consegue, quella no: quella deve restare sempre nelle mani e sulle spalle del parroco presbitero.
Assistiamo qui a un capovolgimento della scelta apostolica narrata in At 6. Dopo aver sperimentato come eccessivamente gravoso e compromettente il servizio alle mense, criticato da una parte dei beneficiari, gli apostoli lo affidarono a sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di sapienza, riservando a se stessi la preghiera e l’annuncio della Parola. Oggi invece i parroci sono obbligati a tenere per sé l’amministrazione, avendo eventualmente la facoltà di delegare ad altri, almeno in parte, l’annuncio della Parola e la preghiera, anche liturgica.
Certo, nel loro compito di amministratori possono – e in un certo senso devono – avvalersi di aiuti da parte di persone competenti, ma come si è visto non possono delegare la responsabilità, e questo divieto fa la differenza. Solo pochi arrivano a delegare le scelte amministrative ad altri, sapendo che però poi saranno comunque responsabili in prima persona di quel che altri avranno deciso al loro posto. E, d’altro canto, non sono poi molte le persone disposte ad assumersi un compito da “galoppino”, senza margini di autonomia e responsabilità.
In altre confessioni le cose vanno diversamente. In moltissime comunità ebraiche, ad esempio, il rabbino capo e il presidente della comunità sono due diverse persone che ricoprono ruoli distinti: al primo competono incarichi che potremmo definire pastorali, al secondo quelli più amministrativi. Anche in alcune comunità cristiane greco-ortodosse americane si è sperimentata questa sorta di diarchia[9].
Il protestantesimo è un universo estremamente variegato: per gli scopi di questo articolo si può citare l’esempio della Svizzera, prevalentemente calvinista, che ha imposto anche alla chiesa cattolica la stessa struttura di tipo democratico in cui l’amministrazione non è del pastore o del parroco. Come sempre ci sono differenze tra Cantone e Cantone, ma nella maggior parte dei casi esiste una struttura, chiamata in tedesco Kirchgemeinde («comune parrocchiale» o «comune ecclesiastico»), che raccoglie le tasse tra la popolazione e le amministra attraverso un consiglio direttivo formato da membri eletti democraticamente: il parroco può dare loro dei suggerimenti, ma non ha un potere diretto in ambito amministrativo. Il consiglio direttivo è libero di fare scelte anche in contrasto con quelle suggerite dal parroco o dal vescovo: potrebbe addirittura non eleggere o non rieleggere il parroco suggerito dal vescovo. Ovviamente, questa organizzazione contrasta con la struttura gerarchica della chiesa cattolica ed è, quindi, decisamente contestata dai canonisti, che auspicano un cambiamento del diritto ecclesiastico svizzero.
In effetti, il caso della Svizzera[10] rappresenta oggi una singolarità (un’anomalia?) del diritto ecclesiastico, anche se nella storia si possono trovare altri casi di organizzazioni che gestivano i patrimoni e i lavori della chiesa come, ad esempio, le «fabbricerie»[11].
È fuor di dubbio che l’amministrazione dei beni temporali faccia parte della potestas iurisdictionis e non della potestas ordinis[12], ma finora si è preferito affidarla esclusivamente ai parroci per garantire loro la massima libertà di azione all’interno della realtà parrocchiale e anche perché – forse – ci si fida di più della loro obbedienza rispetto a quella dei laici. Ma non sempre i parroci hanno dato buona prova di sé, e comunque anche molti di quelli onesti e obbedienti non ce la fanno più.
Credo sia giunto il momento di dare loro – almeno a quelli che lo desiderano – la possibilità di delegare l’impegno dell’amministrazione.
3. Oltre le esortazioni alla buona volontà
L’esistenza di questi problemi non è ignota ai vescovi, ma finora i documenti dell’episcopato italiano si limitano a esortare i parroci a farsi aiutare, a non portare da soli il fardello delle incombenze materiali. Anche il recente sussidio Lievito di fraternità[13] al sesto capitolo non si discosta da questa linea: riconosce che i parroci sono oberati da molte incombenze amministrative e li esorta a non portare questo peso da soli, ma a condividerlo con altri nella corresponsabilità.
Purtroppo però, in questo contesto, la parola «corresponsabilità» è vuota di significato: come si è visto, le norme canoniche stabiliscono che solo il parroco è responsabile dell’amministrazione parrocchiale e perciò potrà forse avere anche molti collaboratori, ma nessun vero corresponsabile.
Non vedo, quindi, altra possibilità: se il Codice preclude ai parroci qualsiasi delega della responsabilità amministrativa della parrocchia, allora ogni possibile soluzione richiede almeno una piccola modifica del Codice.
A questo punto molti decideranno che non vale più la pena di leggere oltre, ammesso che abbiano avuto la pazienza di arrivare fin qui. Tuttavia, ciò che suggerisco non è uno stravolgimento del Codice, ma solo la possibilità di istituire nelle parrocchie – soprattutto nei gruppi di parrocchie affidate a un solo parroco o a un gruppo di parroci in solido – un economo parrocchiale, analogo all’economo diocesano già esistente.
Infatti, anche il vescovo è il legale rappresentante e l’amministratore unico dell’ente diocesi (cf. cann. 393, 494 § 3, 1277), ma esercita questo compito avvalendosi della funzione esecutiva e della competenza amministrativa dell’economo diocesano (cf. cann. 494 §§ 3-4, 1278) al quale può conferire la rappresentanza negoziale con una specifica procura mediante atto notarile, per gli effetti civili (cf. IMA 85). Al n. 86 l’IMA sintetizza così i compiti dell’economo diocesano:
Amministrare, sotto l’autorità del vescovo e secondo le modalità definite dal consiglio per gli affari economici, i beni dell’ente diocesi (offerte, tasse, massa comune, beni mobili e immobili intestati all’ente diocesi, ecc.); provvedere alle spese disposte dal vescovo; sottoporre al consiglio per gli affari economici il bilancio consuntivo dell’ente. Il vescovo può precisarne meglio le attribuzioni concrete, come pure affidargli altri compiti nell’ambito dell’esercizio della propria potestà esecutiva nell’amministrazione dei beni ecclesiastici (cf. n. 24), ferma restando l’obbligatorietà dei controlli canonici.
Il motivo per cui è istituito l’economo diocesano è evidente: se il vescovo dovesse occuparsi direttamente delle questioni economiche e amministrative della sua diocesi, gli resterebbe ben poco tempo per esercitare la cura pastorale.
Mutatis mutandis oggi si può dire lo stesso per i parroci di molte parrocchie o per i parroci di parrocchie molto grandi: le incombenze amministrative sono troppo complicate e troppo numerose; rubano tanto tempo prezioso che viene sottratto alla cura pastorale vera e propria. Il lamento dei parroci a questo riguardo è pressoché unanime e non può più essere ignorato.
L’istituzione di un economo parrocchiale – sacerdote, diacono, religioso/a o laico/a – che si occupi a tempo pieno o parziale di tutte le questioni economiche e amministrative di un gruppo di parrocchie o di una parrocchia molto grande solleverebbe il parroco o il moderatore da un peso molto gravoso e non ne diminuirebbe l’autorità, così come l’economo diocesano non sminuisce l’autorità del vescovo. Il parroco continuerebbe a essere il responsabile unico della parrocchia, ma potrebbe godere di maggiore serenità, addivenendo a modalità di assicurazione conformi a quelle contratte oggi da molti professionisti.
È ovvio che la nomina di questo amministratore parrocchiale dovrebbe essere confermata dal vescovo, il quale vigilerebbe affinché l’incarico sia affidato solo a persone capaci e oneste, individuate dagli stessi parroci.
Mi sembra che il ruolo potrebbe essere ricoperto di preferenza dai diaconi – posto che ne abbiano l’attitudine – per il rapporto sacramentale che li lega al vescovo, al quale in ultima istanza dovrebbero rispondere della loro amministrazione: questo incarico, comunque, non impedirebbe loro di partecipare alla liturgia e di occuparsi di catechesi e di evangelizzazione.
Certo, l’economo parrocchiale potrà svolgere il suo servizio a titolo di volontariato gratuito solo se l’incarico lo occupa per poco tempo o se è pensionato: diversamente si dovrà provvedere alla sua remunerazione. Si deve però pensare che un economo a tempo pieno potrà occuparsi di più unità pastorali o anche di altri enti come scuole, case di spiritualità, case di riposo, cinema, ecc.
Il costo economico non è un fattore secondario di cui tenere conto, ma d’altro canto quanto costa, anche in termini economici, un parroco in burnout[14]? L’appello alla buona volontà, in questi casi, è inutile: quando un parroco si ammala o lascia il ministero, non c’è più niente da fare. Se c’era qualcosa da fare, bisognava farla prima.
Oltre a quanto citato nelle note, si veda anche L. Chiappetta, Il manuale del parroco. Commento giuridico-pastorale, EDB, Bologna 2015 (2ª ed. a cura di F. Catozzella, A. Catta, C. Izzi, L. Sabbarese); G. Crea, Tonache ferite. Forme del disagio nella vita religiosa e sacerdotale, EDB, Bologna 2015; Id et al., Le malattie della fede. Patologia religiosa e strutture pastorali, EDB, Bologna 2014; Id., Agio e disagio nel servizio pastorale e nella missione della chiesa. Riconoscere e curare il «burnout» nella dedizione agli altri, EDB, Bologna 2010; G. Crea - F. Mastrofini, Preti sul lettino, Giunti, Firenze 2010; OSRET - A. Castegnaro (ed.), Preti del Polesine, in «Bollettino della diocesi di Adria Rovigo» 94 (2009) 3; Il fascicolo monografico Preti in un mondo che cambia, in «CredereOggi» 29 (6/2008) n. 168; L. Sperry, Psicologia, ministero e comunità. Riconoscere, guarire e prevenire le difficoltà nell’azione pastorale, EDB, Bologna 2007.
[1] P. Clementi - L. Simonelli (edd.), La gestione e l’amministrazione della parrocchia, EDB, Bologna 2008.
[2] CEI, Istruzione in materia amministrativa. Testo approvato dalla 54ª Assemblea generale, Roma 30-31 maggio 2005 (IMA), in Enchiridion CEI, vol. 7, EDB, Bologna 2006, 2482-2709.
[3] Ad esempio quelle citate da A. Castegnaro, Ridare forma al presbiterio, in «Il Regno-Attualità» 55 (2010) 12, 414-421, cf. in particolare l’articolo principale: Fare il prete: disagio e trasformazione. Si veda anche la bibliografia conclusiva di questo articolo.
[4] Omelie su Ezechiele, Lib. 1,11,4-6: CCL 142,170-172 (seconda lettura dell’Ufficio del 3 settembre). Lo stesso san Gregorio confessava altrove: «Ci siamo ingolfati in affari terreni, e altro è ciò che abbiamo assunto con l’ufficio sacerdotale, altro ciò che mostriamo con i fatti» (Omelie sui Vangeli 17,3.14: PL 76,1139-1140.1146 [seconda lettura dell’Ufficio di sabato della XXVII settimana]).
[5] «Certamente essa [la chiesa, ndr] conoscerà anche nuove forme di ministero e ordinerà sacerdoti dei cristiani provati, che esercitano una professione: in molte delle comunità più piccole e in gruppi sociali omogenei la cura d’anime sarà normalmente esercitata in questo modo. Ma accanto a queste forme sarà indispensabile la figura principale del prete, che esercita il ministero come lo ha fatto finora» (J. Ratzinger, Fede e futuro, Queriniana, Brescia 1971, 115).
[6] Considerata la penuria di sacerdoti, soprattutto nei paesi di montagna, mons. P.L. Speranza ottenne da papa Pio IX di avviare e preparare al sacerdozio alcuni «buoni uomini per quanto già in età matura persone sicurissime sui buoni costumi e sulla vocazione ecclesiastica». Dopo aver seguito per un anno lezioni di teologia dogmatica e morale, catechistica, furono ordinati circa 150 «uomini devoti, stimati, timorati di Dio, amanti della chiesa e della preghiera». Furono chiamati «preti pifferi» dal cognome del primo di essi (Giovanni Bono Piffari) (ndr).
[7] Il sinodo dei vescovi del 2005 sull’Eucarestia culmine e fonte della vita della chiesa ha scartato l’ipotesi dei viri probati. «I padri hanno chiesto di illustrare adeguatamente ai fedeli le ragioni del rapporto tra il celibato e l’ordinazione sacerdotale, nel pieno rispetto della tradizione delle chiese orientali. Certuni hanno fatto riferimento ai “viri probati”, ma quest’ipotesi è stata valutata come una strada da non percorrere» (Proposizione 11). Tuttavia, papa Francesco in un’intervista pubblicata dal settimanale tedesco «Die Zeit» il 9 marzo 2017 sembra aver riaperto la questione: «Dobbiamo riflettere se i viri probati siano una possibilità e dobbiamo stabilire quali compiti possano assumere ad esempio in comunità isolate».
[8] «Proprio nell’anno della riunione di Aparecida [2007], in Brasile, Bergoglio spiegò in un’intervista in che senso intendeva l’esigenza di “uscire” per avvicinare il popolo. Raccontò che erano state commissionate alcune ricerche ai sociologi esperti di religiosità latinoamericana. E si era scoperto che l’influenza esercitata da una parrocchia nelle aree urbane aveva un raggio di circa 600 metri. Il parroco poteva raggiungere i fedeli intorno alla chiesa non oltre quella distanza. A Buenos Aires, calcolò Bergoglio, la distanza fra una parrocchia e l’altra era di circa due chilometri. Significava che esisteva una “terra di nessuno” religiosa nella quale la gente era abbandonata a se stessa. L’arcivescovo convocò i sacerdoti. “Gli ho detto: se possono, affittino un garage e se trovano un laico disponibile, si vada lì. State con queste persone, fate catechesi e se lo chiedono impartite la comunione. Un parroco mi disse: “Ma se facciamo questo, padre, la gente smette di venire in chiesa”. Gli risposi: “Perché, adesso ci viene?”. “No.” “E allora?"» (M. Franco, Il Vaticano secondo Francesco. Da Buenos Aires a Santa Marta: come Bergoglio sta cambiando la chiesa e conquistando i fedeli di tutto il mondo, Mondadori, Milano 2014, 42).
[9] Atenagora si dedicò in modo speciale all’organizzazione delle comunità: «In America ne ho organizzate quattrocento, accuratamente delimitate. In ciascuna funzionano tre poteri: quello spirituale del prete, eletto dal vescovo con l’approvazione dei fedeli; quello del sacerdozio regale, che spetta a un presidente eletto dal popolo; e quello culturale rappresentato dagli insegnanti» (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Gribaudi, Torino 1972, 76).
[10] Si veda in proposito la riflessione di A. Cattaneo, La situazione del parroco nel diritto ecclesiastico svizzero, sopra alle pp. 83-95 (ndr).
[11] Che ancora esistono e non sono direttamente soggette all’autorità ecclesiastica, anche se sono molto meno numerose che in passato. Sono tutte quelle «amministrazioni le quali, con varie denominazioni, di fabbriche [cf. Italia settentrionale], opere [Toscana], maramme [Sicilia], cappelle [Napoli], ecc. provvedono, in forza delle disposizioni vigenti, all’amministrazione dei beni delle chiese ed alla manutenzione dei rispettivi edifici» […]. Pur non rientrando fra gli enti ecclesiastici direttamente soggetti all’autorità ecclesiastica, rivestono grande rilevanza per l’importanza dei luoghi di culto cui si riferiscono» (IMA 131).
[12] Per una valutazione della problematica relativa alla distinzione tra queste due forme di “potere”, ancor oggi oggetto di vivace discussioni, si veda R. Battocchio, Note storiche e teologiche sul dibattito attorno alla distinzione fra potestas ordinis e potestas jurisdictionis, in «Studia Patavina» 65 (1/2018) 97-112 (ndr).
[13] Segreteria generale della CEI (ed.), Lievito di fraternità. Sussidio sul rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2017.
[14] Cf. G. Ronzoni (ed.), Ardere, non bruciarsi. Studio sul burnout tra il clero diocesano, EMP, Padova 2008.

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 § 2
 sentenza 
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 § 3