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Timestamp: 2017-09-20 23:51:28+00:00

Document:
Catania Calcio , la sentenza del TAR CATANIA, IV sez. n. 679 del 19.4.07
sentenza, 19 aprile 2007
REPUBBLICA ITALIANA N. 0679/07 Reg. Sent.
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO N. 0729/07 Reg. Gen.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia – Sezione staccata di Catania – Sezione Quarta, composto dai Signori Magistrati:
Dott. Biagio CAMPANELLA Presidente rel. est.
Dott. Francesco BRUGALETTA Consigliere
Dott. Dauno TREBASTONI Referendario
sul ricorso n. 729/2007, proposto dal sig. PENNISI Michele + 81,
rappresentati e difesi dagli avv.ti prof. Vincenzo Vitale e Danila Grasso,
elettivamente domiciliati presso lo studio del primo, in Catania, via G.
Leopardi, n. 7;
-il Comitato Olimpico Nazionale Italiano – C.O.N.I., in persona del legale
rappresentante pro tempore, non costituito in giudizio;
-la Federazione Italiana Giuoco Calcio, in persona del legale rappresentante
pro tempore, costituita in giudizio, rappresentata e difesa dagli avv.ti Luigi
Medugno e Letizia Mazzarelli, elettivamente domiciliata in Catania, via
Ventimiglia, n. 145, presso lo studio dell’avv. Giuseppe Tamburello;
-la Lega Nazionale Professionisti Serie A, in persona del legale
rappresentante pro tempore, costituita in giudizio, rappresentata e difesa
dall’avv. Ruggero Stincardini, elettivamente domiciliata in Catania, via
Monsignor Ventimiglia, n. 145, presso lo studio dell’avv. Giuseppe
Tamburello;
-il Giudice sportivo di primo grado, domiciliato per la carica presso la
F.I.G.C., non costituito in giudizio;
-la Commissione Disciplinare della F.I.G.C.,in persona del
legale rappresentante, non costituita in giudizio;
-La Commissione di Appello Federale, in persona del legale rappresentante
pro tempore, non costituita in giudizio;
-SOCIETA’ MESSINA Calcio s.r.l.,in persona del legale rappresentante pro
con l’intervento ad adjuvandum:
-di ARENA Grazia, ARENA Raimonda, GRASSO Rosina, DI MAURO
Rosa ed ANASTASI Nunziata, rappresentate e difese dagli avv.ti prof.
Vincenzo Vitale e Danila Grasso, elettivamente domiciliate presso lo studio del
primo, in Catania, via G. Leopardi, n. 7;
-della PROVINCIA REGIONALE di CATANIA, in persona del Presidente
pro tempore, rappresentata e difesa dagli avv.ti Nicolò D’Alessandro e
Francesco Mineo, elettivamente domiciliata presso l’Avvocatura dell’Ente, in
Catania, via Centuripe, n. 8;
-del COMUNE di CATANIA, in persona del Sindaco pro tempore, costituito
in giudizio, rappresentato e difeso dal prof. avv. Vincenzo Vitale, presso il cui
studio è elettivamente domiciliato, in Catania, via G. Leopardi, n. 7;
-della CONFEDERAZIONE NAZIONALE NUOVI CONSUMATORI
EUROPEI, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e
difesa dall’avv. Giuseppe Gitto, presso il cui studio è elettivamente domiciliata,
in Catania, viale XX settembre, n. 28;
previa sospensione dell’esecuzione, del provvedimento n. 67 del Giudice
sportivo della F.I.G.C., di cui al comunicato ufficiale n. 227 del 14 febbraio
2007, e di ogni atto presupposto, derivato, conseguente e/o direttamente od
indirettamente connesso ed, in particolare, dei provvedimenti confermativi
pronunciati dalla Commissione Disciplinare della F.I.G.C.(Federazione Italiana
Gioco Calcio) e dalla C.A.F. (Commissione Appello Federale) e, per quanto
occorra, degli artt. 9, 11 e 14 del vigente “codice di giustizia sportiva” della
F.I.G.C.;
per il rimborso ed il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale
subito dai ricorrenti;
Designato relatore per la Camera di consiglio del 13 aprile 2007 il Presidente Dott. Biagio Campanella; uditi gli avvocati delle parti, come da relativo verbale, anche ai sensi dell’art. 3 della legge 21 luglio 2000, n. 205, per la definizione del giudizio nel merito a norma del successivo art. 26 della legge innanzi citata.
1)Come appena accennato, ritiene, innanzitutto, il Collegio di potere definire
nel merito la controversia in esame procedendo all’emanazione di sentenza
in forma semplificata così come previsto dal combinato disposto dell’art. 21,
10° comma, della legge 6.12.1971, n. 1034 (introdotto dall’art. 3, 1° comma, della legge 21.7.2000, n. 205), e dell’art. 26, 4° e 5° comma, della stessa legge n. 1034/1971 (introdotti dall’art. 9, 1° comma, della predetta legge n. 205/2000).
In base alle predette norme processuali, infatti, “in sede di decisione della domanda cautelare, il tribunale amministrativo regionale, accertata la completezza del contraddittorio e dell’istruttoria ed ove ne ricorrano i presupposti, sentite sul punto le parti costituite, può definire il giudizio nel merito a norma dell’art. 26” (art. 21, 10° comma, legge T.A.R., aggiunto dall’art. 3, 1° comma, legge n. 205/2000) in tutti i casi in cui ravvisi “la manifesta fondatezza ovvero la manifesta irricevibilità, inammissibilità, improcedibilità o infondatezza del ricorso” (art. 26, 4° comma, legge T.A.R., aggiunto dall’art. 3, 1° comma, legge n. 205/2000), e ciò, appunto, “nella camera di consiglio fissata per l’esame dell’istanza cautelare” (art. 26, 5° comma, legge T.A.R., aggiunto con la ripetuta “novella” della legge 205 del 2000), al fine di rendere possibile quella c.d. “osmosi” fra la fase cautelare e la fase di merito del processo amministrativo che può consentire di realizzare, in molte controversie, l’obiettivo della “ragionevole durata del processo codificato dall’art. 111, 2° comma, della Costituzione.
Per effetto di tale “osmosi”, inoltre, resta ovviamente superata la necessità, per il Collegio, di procedere “nella prima camera di consiglio utile” (art. 21, 7° comma, legge T.A.R.) all’esame della domanda cautelare ai fini della conferma, modifica o revoca degli effetti del decreto cautelare presidenziale, in quanto viene meno ontologicamente, a seguito della sentenza definitiva, ogni esigenza cautelare per mancanza del presupposto essenziale del “periculum in mora” in attesa della definizione della controversia nel merito.
2)Ciò premesso, vanno preliminarmente esaminate le eccezioni di rito sollevate dalle parti resistenti.
3)Nell’ordine logico-giuridico, precede ovviamente l’esame dell’eccezione di difetto assoluto di giurisdizione sollevata, in sintesi, sul rilievo che i provvedimenti impugnati costituirebbero esercizio dell’autodichia disciplinare delle Federazioni sportive e riguarderebbero materia riservata all’autonomia dell’ordinamento sportivo a norma dell’art. 1 del D.L. n. 220/2003 convertito, con modificazioni, nella legge n. 280/2003.
Tale eccezione è palesemente infondata.
Innanzi tutto, come affermato, con motivazioni condivisibili, dalla stessa ordinanza n. 1664 del 12.4.2007 del T.A.R. Lazio-Roma-Sezione terza ter (con la quale, previo accoglimento dell’istanza di riassunzione della F.I.G.C., è stato revocato il D.P. cautelare n. 401/2007 del Presidente di questa IV^ Sezione ed è stata altresì respinta l’istanza cautelare dei ricorrenti), “ancorché l’art. 2, lett. b, D.L. n. 220 del 2003, in applicazione del principio di autonomia dell’ordinamento sportivo da quello statale, riservi al primo la disciplina delle questioni aventi ad oggetto “i comportamenti rilevanti sul piano disciplinare e l’irrogazione ed applicazione delle relative sanzioni disciplinari sportive”, tuttavia detto principio, letto unitamente all’art. 1, secondo comma, dello stesso decreto legge, non appare operante nel caso in cui la sanzione non esaurisce la sua incidenza nell’ambito strettamente sportivo, ma rifluisce nell’ordinamento generale dello Stato (T.A.R. Lazio-3^ Sezione, 22 agosto 2006, n. 4666 (ord.); 18 aprile 2005 n. 2801 e 14 dicembre 2005 n. 13616)”.
Inoltre –prosegue la predetta ordinanza del T.A.R. Lazio- “una diversa interpretazione del citato art. 2 D.L. n. 220 del 2003 condurrebbe a dubitare della sua conformità a principi costituzionali, perché sottrarrebbe le sanzioni sportive alla tutela giurisdizionale del giudice statale”.
La stessa ordinanza conclude, sul punto, rilevando che, nella vicenda in esame, è impugnata la sanzione disciplinare della squalifica del campo di calcio, con l’obbligo di giocare in campo neutro e a porte chiuse, e quindi senza la presenza del pubblico le gare casalinghe; sanzione che comporta una indubbia perdita economica per la società Catania calcio in termini di mancata vendita di biglietti ed esposizione a possibili azioni giudiziarie da parte dei titolari di abbonamenti.
Per sua natura, quindi, tale sanzione assume indubbia rilevanza anche al di fuori dell’ordinamento sportivo, ed è quindi impugnabile dinanzi al Giudice amministrativo.
Ma, ciò posto in termini generali, il Collegio non può sottrarsi all’obbligo di delineare con maggior precisione quale sia la posizione giuridica soggettiva azionata col ricorso in esame, e ciò al fine precipuo di eliminare in radice ogni dubbio residuo in ordine alla possibilità giuridica di configurare, in materia, il difetto assoluto di giurisdizione.
In proposito, deve ritenersi che, come precisato dai difensori dei ricorrenti nella memoria depositata nel corso dell’udienza camerale, l’azione proposta col ricorso in esame tende congiuntamente alla rimozione della lesione, asseritamene subita per fatto e colpa del terzo (la F.I.G.C.), del diritto di credito
(c.d. tutela aquiliana del credito) vantato dagli abbonati nei confronti della società sportiva Catania calcio s.p.a., nonché alla tutela dei connessi o correlati diritti personalissimi ed inviolabili (art. 2 della Costituzione) all’immagine, all’onore ed al decoro degli stessi abbonati, attraverso l’emanazione di pronunce (prima cautelari e, poi, di merito) idonee anche alla “reintegrazione in forma specifica” dei diritti lesi (così come previsto, nell’ambito della giurisdizione elusiva, dall’art. 35, 1° comma, del decreto legislativo n. 80/1998, nel testo sostituito dall’art. 7, 1° comma, lettera c, della ripetuta legge n. 205/2000, nonché, per quanto concerne anche la giurisdizione generale di legittimità, dall’art. 7, 3° comma, della legge TAR, nel testo sostituito dall’art. 7, 4° comma, della stessa legge n. 205/2000, oltre che, con estensione analogica in entrambi tali ambiti, dall’art. 2058 del codice civile).
Da diversi anni la giurisprudenza riconosce la c.d. tutela aquiliana del credito.
Originariamente, la tutela accordata dall’ordinamento giuridico per reagire contro il danno derivante da fatto illecito ex art. 2043 c.c. era circoscritta ai diritti reali ed ai diritti personali (libertà, onorabilità, etc.); in un secondo momento, la giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, ha esteso tale tutela ai c.d. diritti relativi, ossia valevoli o esercitabili soltanto nei confronti di pertinenza di soggetti determinati o determinabili, quali il diritto di credito.
Per quanto concerne, in particolare, tali diritti di credito, aventi ad oggetto prestazioni personali ed infungibili, è stata riconosciuta la legittimazione del creditore danneggiato a rivolgersi direttamente al terzo autore del fatto illecito, che ha reso impossibile la prestazione, e non al debitore impossibilitato ad adempiere a causa, appunto, di tale fatto illecito.
Comunque, per quanto riguarda i ricorrenti, il credito, che trova il suo momento genetico nel rapporto contrattuale intercorrente con la società in esito
alla stipula del contratto di abbonamento, non è rappresentato soltanto dal diritto di assistere alle gare casalinghe, ma anche da tutto quell’insieme di condizioni psicologiche, sociali, ambientali e ludiche la cui violazione costituisce danno morale ed esistenziale.
L’impossibilità per i ricorrenti di assistere a tali incontri non deriva ovviamente da inadempimento colpevole imputabile alla società, ma dall’adozione degli atti impugnati, adottati dalla resistente F.I.G.C.
La suprema Corte ha, in proposito, affermato: “La tutela risarcitoria ex art. 2043 c.c. deve ammettersi anche con riguardo al pregiudizio patrimoniale sofferto dal titolare di diritti di credito, non trovando ostacolo nel carattere relativo di questi ultimi in considerazione della nozione ampia generalmente accolta di danno ingiusto come comprensivo di qualsiasi lesione dell’interesse che sta alla base di un diritto, in tutta la sua estensione. Trova, in tal modo, protezione non solo l’interesse rivolto a soddisfare il diritto (che, nel caso di diritti di credito, è attivabile direttamente nei confronti del debitore della prestazione oggetto del diritto), ma altresì l’interesse alla realizzazione di tutte le condizioni necessarie perché il soddisfacimento del diritto sia possibile, interesse tutelabile nei confronti di chiunque illecitamente impedisca tale realizzazione. In siffatta prospettiva trova fondamento la tutela aquiliana del diritto di credito. L’area di applicazione della responsabilità extracontrattuale per la lesione del diritto di credito va, peraltro, circoscritta ai danni che hanno direttamente inciso sull’interesse oggetto del diritto” (cfr., Cassazione civile-Sez. 3^, n. 7337 del 27 luglio 1998).
Conclusivamente, non si può in alcun modo dubitare che sussista, nella materia
de qua la giurisdizione del G.A., che deve considerarsi esclusiva alla stregua della espressa qualificazione in tal senso contenuta nel predetto art. 3, 1° comma, della legge n. 280/2003.
4)Conseguentemente, alla stregua delle argomentazioni che precedono, deve essere disattesa l’ulteriore eccezione di difetto di legittimazione attiva dei ricorrenti.
Anche tale eccezione, del resto, è stata rigettata con la menzionata ordinanza n. 1664/2007 della Sezione terza ter del T.A.R. Lazio-Roma, in base ai seguenti testuali rilievi:
“Ritenuto di dover disattendere anche l’eccezione di difetto di legittimazione attiva dei ricorrenti, sollevata sempre dalle parti resistenti, essendo indubbia la posizione qualificata che gli stessi, in quanto titolari di abbonamenti per seguire le partite di calcio giocate nello stadio della società Catania, rivestono nell’ordinamento;
“Considerato infatti che, a fronte di una lesione, di carattere patrimoniale e non, che i ricorrenti affermano di subire dal provvedimento impugnato non può dubitarsi della loro legittimazione ad adire questo giudice per la tutela non tanto del diritto di natura patrimoniale, che nasce dalla stipula del contratto di abbonamento, quanto sicuramente dell’interesse a vedere le partite casalinghe di calcio della soc. Catania allo stadio, atteso che, diversamente opinando e premessa la giurisdizione di questo giudice, una tale situazione giuridica soggettiva non potrebbe trovare altra forma di tutela;
“Ritenuto a tal proposito inconferente il richiamo, effettuato dalla F.I.G.C. ai precedenti di questa stessa Sezione (1 settembre 2006 n. 7909, ecc.), che attengono alla diversa ipotesi in cui i ricorrenti erano soci di società sportive, ai quali era stata negata la legittimazione attiva sul rilievo –non estensibile alla fattispecie in esame- che la società commerciale, quale persona giuridica, assomma in sé e compone tutti gli interessi dei soggetti partecipanti, secondo le norme della organizzazione interna disposta con il contratto sociale e lo statuto, nei limiti dell’oggetto e dello scopo sociale, con la conseguenza che tali interessi sono unitariamente individuati dagli organi aventi legittimazione ad esprimerli”.
Deve ancora rilevarsi, in proposito, che la legittimazione attiva dei ricorrenti – così come il loro interesse processuale ex art. 100 c.p.c.- si configura, al di là di ogni dubbio, sulla base di ulteriori argomentazioni che possono riassumersi nei termini che seguono:
Non possono essere posti in dubbio l’interesse sostanziale e la legittimazione ad agire dei ricorrenti, tutti in possesso di
“abbonamento” per assistere allo svolgimento delle partite “casalinghe” della squadra di calcio del Catania, relativamente al campionato di Serie A, anno 2006/2007, per cui tale interesse sostanziale si appalesa come personale, diretto e concreto;
Non può correre alcun dubbio sulla circostanza che ogni abbonato sia titolare tanto di un diritto soggettivo (quello al rimborso della quota parte di abbonamento pagata e non goduta), quanto di un preciso interesse legittimo a che la Federazione non adotti provvedimenti sanzionatori a carico della società calcistica che direttamente risultino lesivi della propria situazione giuridica soggettiva.
5)Per quanto concerne la competenza territoriale, con il menzionato decreto presidenziale n. 401 del 4 aprile 2007, è stato affermato che “non si applica -per il caso di specie- il disposto di cui al D.L. 19.8.2003, n. 220, convertito nella legge 7.10.2003, n. 280 che, all’art. 3, comma 2, devolve la competenza di primo grado, in via esclusiva, al T.A.R. del Lazio, con sede in Roma, atteso che tale competenza esclusiva appare dettata unicamente per i soggetti interni al mondo sportivo, nei cui confronti si pone la necessità della previa formazione della c.d. “pregiudiziale sportiva”, ossia l’esaurimento dei gradi della Giustizia Sportiva come condizione d’ammissibilità della successiva azione avanti al Giudice Amministrativo, nell’ottica di garantire la omogeneità del complessivo sistema”.
Una tale interpretazione va confermata, alla luce di un ulteriore approfondimento della questione da parte del Collegio:
Orbene, il decreto-legge n. 220 del 19 agosto 2003, convertito nella legge n.
280 del 17 ottobre 2003, così recita, all’art. 3 (“norme sulla giurisdizione e
disciplina transitoria”):
“1. Esauriti i gradi della giustizia sportiva e ferma restando la
giurisdizione del giudice ordinario sui rapporti patrimoniali tra società,
associazioni e atleti, ogni altra controversia avente ad oggetto atti del
Comitato olimpico nazionale italiano o delle Federazioni sportive non
riservata agli organi di giustizia dell’ordinamento sportivo ai sensi
dell’art. 2, è devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice
amministrativo….”;
“ 2. La competenza di primo grado spetta in via esclusiva, anche per
l’emanazione di misure cautelari, al tribunale amministrativo regionale
con sede in Roma. Le questioni di competenza di cui al presente comma
sono rilevabili d’ufficio”;
“3. Davanti al giudice amministrativo il giudizio è definito con sentenza
succintamente motivata ai sensi dell’art. 26 della legge 6 dicembre 1971, n.
1034, e si applicano i commi 2 e seguenti dell’art. 23-bis della stessa legge”;
“4. Le norme di cui ai commi 1, 2 e 3 si applicano anche ai processi in
corso e l’efficacia delle misure cautelari emanate da un tribunale
amministrativo diverso da quello di cui al comma 2 è sospesa fino alla loro
conferma, modifica o revoca da parte del tribunale amministrativo
regionale del Lazio, cui la parte interessata può riproporre il ricorso
e l’istanza cautelare….”.
Dal mero dato letterale delle disposizioni surriportate emerge un elemento
assolutamente incontrovertibile: l’adizione del T.AR. del Lazio, sede di Roma,
quale viene prevista e disciplinata dal quasi integralmente trascritto art. 3, ha un
suo preciso presupposto nella circostanza che siano stati aditi, preventivamente,
gli Organi di giustizia sportiva, e che ne siano stati esauriti tutti i gradi.
Ma dal momento che gli unici soggetti abilitati ad adire la giustizia sportiva
sono quelli (persone fisiche o società) che operano all’interno del mondo
sportivo, in quanto tesserati, ne consegue che tale disciplina non può applicarsi
nei confronti degli altri soggetti dell’ordinamento.
Oltre al dato testuale, le disposizioni in esame vanno interpretate alla luce della
ratio ad esse sottesa.
Va sottolineato, in proposito, che la normativa medesima è stata introdotta
in un periodo molto travagliato dell’attività sportiva svolta in Italia (estate
dell’anno 2003), allorché diverse società calcistiche, rivolgendo i loro ricorsi
a diversi Tribunali amministrativi sparsi sul territorio nazionale, hanno
provocato l’adozione di decisioni non di rado inaspettate e contrastanti, con
conseguente disorientamento degli Enti preposti al coordinamento ed al
controllo dell’attività sportiva medesima, specie in relazione alla possibilità di
stilare in tempo i vari calendari sportivi.
Sotto altro profilo, vale un ragionamento per absurdum.
Orbene, se si dovesse ritenere che anche il quisque de populo sia soggetto alla
su delineata competenza territoriale, si perverrebbe ad una conclusione
logicamente assurda e giuridicamente aberrante.
Un comune cittadino, non essendo legittimato ad agire, allo scopo di
precostituirsi la “pregiudiziale sportiva”, i relativi Organi, non potrebbe mai
autodeterminarsi, ricorrendo alla tutela del Giudice amministrativo, sia pure in
presenza della lesione di un proprio interesse giuridicamente tutelato;la
tutelabilità del suo interesse avanti al G.A. sarebbe totalmente rimessa
all’arbitrio del soggetto sportivo, unico legittimato a soddisfare quella
condizione di ammissibilità.
Tale interpretazione sarebbe in evidente contrasto con gli artt 24, 111 e 113
della Carta Costituzionale.
Da quanto esposto emerge con sufficiente chiarezza come l’unico criterio
determinativo della competenza territoriale non può non essere quello generale
che, in via principale, presiede al riparto della competenza per territorio tra i
diversi TT.AA.RR., ossia il criterio che indica il T.A.R. del luogo ove il
provvedimento da impugnare ha prodotto l’effetto lesivo.
Ma c’è di più: occorre tener conto della “transitorietà” di tale norma.
Sotto la rubrica “norme sulla giurisdizione e disciplina transitoria”, l’art. 3
della legge n. 280/2003 citata, dopo aver individuato il T.A.R. del Lazio come
unico territorialmente competente per le “questioni” indicate all’art. 1, al
successivo comma 4, dispone l’applicabilità della disciplina di cui ai
precedenti commi “anche ai processi in corso”.
E’ pacifico che i caratteri essenziali di ogni disposizione transitoria sono:
1)la temporaneità: sussiste ed è efficace sino all’esaurimento dei rapporti da
essa contemplati;
2)non è suscettibile di applicazione analogica;
Tale norma temporanea prevede espressamente non solo il dies a quo per
per attivare il congegno procedurale da essa previsto, ma anche il dies ad
Il primo decorre, come recita il comma 4 citato “dalla data di entrata in vigore
del presente decreto; il secondo “spira” -essendo ridotto della metà rispetto a
quello ordinario- 15 giorni dopo da quella data (ossia, circa tre anni e mezzo
Quindi, tale normativa “transitoria” non solo disciplina le controversie “in
corso” alla data della sua entrata in vigore, ma condiziona, altresì, la sua
concreta operatività all’assolvimento di un preciso onere, a pena di
improcedibilità: la riassunzione entro un termine decadenziale.
In tale ottica, è stato adottato, in data 4 aprile 2007, il decreto presidenziale n.
401 con il quale, ritenuti sussistenti il fumus boni juris ed il periculum in
mora, è stata disposta la sospensione cautelare, con efficacia erga omnes, dei
provvedimenti impugnati.
Sennonché, in data 7 aprile 2007, la F.I.G.C. ha presentato “atto di
riproposizione in riassunzione” avanti la Sezione Terza Ter del T.A.R. del
Lazio-sede di Roma, la quale, con ordinanza n. 1664 del 12 aprile 2007, ha
accolto tale istanza di riassunzione ed ha revocato, per l’effetto, ai sensi
dell’art. 3, 4° comma, del D.L. n. 220, il decreto presidenziale n. 401/2007,
respingendo, al contempo l’istanza cautelare.
Il Collegio non condivide tale decisione che, ovviamente, non lo può
vincolare, attesa la posizione di equiordinazione di tutte le Sedi della Giustizia
Amministrativa di primo grado.
Orbene, tale diverso orientamento di questa 4^ Sezione discende, oltre che
dalla convinzione che, per il caso di specie, non si applichi il principio della
competenza “esclusiva” del T.A.R. di Roma (come estesamente esposto), dalla
circostanza che, per il caso di specie, sia stata seguita, da parte della F.I.G.C.
intimata, una procedura abnorme.
Ed invero, il trascritto 4° comma dell’art. 3 della legge 280/03 prevede (o
meglio, prevedeva), per il caso in cui tale inderogabile competenza funzionale
non venga rispettata, che la“parte interessata può riproporre il ricorso e
l’istanza cautelare…”.
Orbene, anche se può ritenersi possibile che il legislatore, con il termine
parte interessata”, si sia potuto riferire non alla parte ricorrente, ma alle
Amministrazioni intimate ed ai controinteressati, non si comprende tuttavia
come questi siano facultati a “riproporre” il ricorso e l’istanza cautelare.
Apparendo pressocchè impossibile che il legislatore sia incorso in un così
grave errore materiale, il Collegio ritiene che l’art. 4, perché ad esso possa
essere attribuito un senso logico e giuridico, deve essere letto, mutatis
mutandis, in connessione con le disposizioni che regolano l’istituto del
“regolamento di competenza”.
La menzionata “riassunzione” presuppone, naturalmente, che sia stato adito un
T.A.R. diverso da quello di Roma e che quest’altro T.A.R. si sia dichiarato
incompetente; diversamente, non ci sarebbe alcun interesse alla riassunzione
del giudizio avanti al Tribunale laziale.
Così opinando, oltre a darsi un senso logico e un concreto significato a tale
“eventuale riassunzione”, ne consegue che il T.A.R. romano agisca non come
Giudice di appello (e ciò sconvolgerebbe l’assetto della giurisdizione
Amministrativa), bensì, grazie all’atto di riassunzione, come Giudice di
primo grado, non potendosi peraltro sottrarre al Consiglio di Stato le funzioni
di Organo regolatore della competenza.
In sostanza, spetta al T.A.R. adito, anche nel caso in cui non coincida con
quello del Lazio, delibare sull’appartenenza della competenza nel caso
sottoposto al suo esame; anche se si ritiene che un tale tipo di
competenza territoriale sia inderogabile. Tuttavia, nessuna disposizione impone
che una tale cognizione venga effettuato dal T.A.R. del Lazio medesimo;
quello che appare necessario è soltanto che, nel caso in cui il diverso T.A.R.
adito accerta che si versa nelle ipotesi di cui all’art. 2 del D.L. n. 220/2003
(corretto svolgimento delle attività sportive ed agonistiche, l’ammissione e
l’affiliazione alle federazioni di società…,etc.), tale T.A.R. deve dichiararsi
incompetente. Ma non può non restare fermo il principio basilare secondo cui
l’unico strumento previsto nel processo amministrativo per contestare la
competenza del T.A.R. periferico adito è esclusivamente costituito dalla
proposizione, da parte dei resistenti, del regolamento di competenza dinanzi al
Consiglio di Stato ai sensi e per gli effetti di cui al ricordato art. 31 della legge
T.A.R. (che, nella specie, non è stato proposto).
Giova ancora sottolineare che le regole ed i principi generali del riparto
di competenza territoriale dei T.A.R. sono derogabili (art. 2, 3 e 31 legge
T.A.R.), salvo i casi assolutamente eccezionali di competenza territoriale
funzionale, non ricorrente nel caso di specie.
D’altra parte, la necessità cha tale esame avvenga presso il Giudice adito
risponde alla necessità che tutti le parti si confrontino attraverso un’ordinata
dialettica processuale.
Nel caso di specie, invece, il T.A.R. del Lazio, in data 12 aprile 2007, si è
dichiarato competente, pur in assenza della necessaria documentazione,
giacente presso questa Sezione, documentazione che è stata poi richiesta alla
Segreteria con la medesima ordinanza n. 1664/07, ossia dopo che era stata
adottata una decisione propria del Giudice non della “riassunzione”, ma
Quindi, va ribadito ancora che l’itinerario logico argomentativo seguito dalla
Sezione terza ter del T.A.R. del Lazio non può essere condiviso, proprio in
base al criterio della “lettura costituzionalmente orientata” impropriamente
invocato dalla F.I.G.C. (pag. 6 dell’atto di riproposizione in riassunzione)
al fine di pervenire al risultato interpretativo della operatività anche “a regime”
(e non soltanto in via transitoria) di tale anomalo ed ibrido istituto della
riassunzione e della configurabilità della competenza funzionale del T.A.R.
Lazio-Roma anche per le controversie in materia di sanzioni disciplinari
instaurate, nei confronti del C.O.N.I. e delle Federazioni sportive, da soggetti
non tesserati, e quindi da comuni cittadini estranei a tali ordinamenti settoriali.
Una interpretazione adeguatrice o conforme a Costituzione, infatti, conduce ad
un risultato diametralmente opposto a quello sostenuto dalla F.I.G.C. e dal
T.A.R. Lazio-Roma con la menzionata ordinanza, posto che proprio la
spregiudicata operazione ermeneutica finalizzata a “trasformare” una
disposizione espressamente dichiarata transitoria, e disciplinata come tale dal
legislatore del 2003, in norma con efficacia permanente, o, come suol dirsi,
“a regime”, verrebbe a vulnerare gravemente non solo e non tanto il divieto di
estensione analogica delle “leggi …che fanno eccezione a regole generali e ad
altre leggi” (art. 14 delle disposizioni preliminari al codice civile), ma
soprattutto i principi costituzionali del giudice naturale precostituito per legge
(art. 25, 1° comma, della Costituzione), e del doppio grado della giustizia
amministrativa consacrato dall’art. 125 della Costituzione, che costituiscono
indubbiamente un sistema di valori costituzionali all’interno del quale
il giudice deve operare interpretando ed applicando le norme dell’ordinamento
Viene, infatti, ad essere introdotto, per le controversie sportive di cui trattasi,
un anomalo percorso che stravolge l’ordinario iter giudiziario.
La regola generale, invero, è che ad un giudizio di primo grado segua, ove
la parte soccombente appelli, un giudizio di secondo grado, sia che si tratti
di giudizio cautelare, sia che si tratti di giudizio di merito; giammai è
prevista una doppia pronuncia sulla stessa materia da parte di due diversi
giudici di primo grado, uno dei quali abilitato, come se fosse giudice
d’appello o un T.A.R. non equiordinato agli altri, ma dotato di poteri
speciali, a riformare la decisione del primo giudice.
Orbene, ad avviso del Collegio, siffatta disciplina integra altresì violazione
del principio del “giusto processo”, di cui all’art. 111, comma primo, della
medesima Carta (“La giurisdizione si attua mediante il giusto processo
regolato dalla legge”).
Sempre con riferimento ai processi pendenti, dinanzi a tutti i TT.AA.RR.
diversi da quelli del Lazio, infatti, la parte soccombente nel giudizio
cautelare verrebbe ad essere fornita di uno strumento giurisdizionale
anomalo e atipico a tutela della propria (legittima, ma da esercitare in
modo conforme ai principi costituzionali) aspirazione ad ottenere una
pronuncia favorevole in secondo grado (che deve tuttavia essere un vero
giudizio di secondo grado, e non, si ribadisce, un inedito duplicato del
giudizio di primo grado, affidato al TAR centrale, in quanto ritenuto
preminente rispetto a quelli periferici: il che costituisce, evidentemente, un
palese disvalore costituzionale.
Ciò comporterebbe, altresì, una evidente violazione del principio del ne bis
in idem, che, se pure non espressamente contemplato dalla Carta
costituzionale,deve ritenersi corollario del medesimo generale principio del
“giusto processo” testè richiamato.
E’ questo il sistema di valori costituzionali all’interno del (e in conformità
al )quale il giudice deve muoversi, e non già l’affermata necessità di
accentramento di tutte le questioni relative alla materia sportiva dinanzi
ad uno stesso giudice (il TAR del Lazio-Roma, come sostenuto nella
ripetuta ordinanza n. 1664/2007 di tale Tribunale), ovvio essendo –ed è
appena il caso di rilevarlo- che tale esigenza non è in alcun modo
contemplata e consacrata nella nostra Costituzione.
7)Gli interventi ad adjuvandum della Provincia Regionale di Catania, del
Comune di Catania e della Confederazione Nazionale Nuovi Consumatori
Europei sono ammissibili.
In particolare, l’interesse ad intervenire del Comune di Catania, Ente
esponenziale cui compete la cura e la tutela degli interessi della collettività
locale, trova la sua fonte nell’art. 13 T.U. Autonomie Locali, il quale
stabilisce che spettano al Comune tutte le funzioni amministrative che
riguardano la popolazione ed il territorio comunale, precipuamente nei
settori organici dei servizi alla persona e alla comunità, dell’assetto e
dell’utilizzazione del territorio e dello sviluppo economico.
Dunque è evidente che il Comune di Catania abbia un sostanziale interesse ad
intervenire, proprio perché il provvedimento del Giudice sportivo, fortemente
lesivo della dignità e del decoro dell’intera popolazione catanese, ha causato
un gravissimo danno all’immagine della città, dal momento che ha accomunato
persone per bene a delinquenti, ed ha causato un grave danno all’economia
Analogo discorso può essere svolto in relazione alla costituzione in giudizio
della Provincia regionale di Catania, Ente esponenziale di un comprensorio
ancora più esteso del Comune Capoluogo.
Anche la costituzione in giudizio dell’Associazione dei consumatori è
In proposito, il Consiglio di Stato, in Adunanza plenaria, ha stabilito, con la
recente sentenza n. 1 dell’11 gennaio 2007, che “le associazioni dei
consumatori possono sempre esperire azioni per l’annullamento di atti
amministrativi ritenuti pregiudizievoli nel termine decadenziale decorrente, di
norma, dalla pubblicazione – ai sensi dell’art. 2 del R.D. 17 agosto 1907, n.
642- non essendo detti organismi i diretti destinatari degli atti stessi…in vista
della salvaguardia dell’interesse collettivo perseguito”.
Per quanto concerne, invece, le intervenienti Arena Artura Grazia, Arena
Raimonda, Grasso Rosina, Di Mauro Rosa ed Anastasi Nunziata, il
Collegio non può fare a meno di pronunciare l’inammissibilità di tale
intervento, atteso che tali cinque persone sono abbonate per assistere alle
partite interne del Catania Calcio e vantano, quindi, un interesse personale e
diretto ad impugnare i provvedimenti in epigrafe.
Tuttavia, atteso che tale intervento è tempestivo (con riferimento al termine
di scadenza dei provvedimenti in questione), è stato ritualmente notificato e
contiene tutti gli elementi propri di un normale ricorso, l’atto di intervento in
questione va convertito in ordinario ricorso (giurisprudenza pacifica).
Conseguentemente, le predette cinque intervenienti acquistano lo status di
ricorrenti principali, limitatamente alla domanda di annullamento, non avendo
proposto domanda risarcitoria.
8) Come già affermato con il decreto presidenziale n. 401 del 4 aprile 2007, il
ricorso si basa su una serie di motivi di censura che vanno condivisi.
a)Con un primo motivo di gravame si deduce la violazione dell’art. 1, comma
1, in relazione all’art. 10, comma 1, del codice di giustizia sportiva, atteso che
i tragici fatti del 2 febbraio 2007, nonostante si siano svolti in un momento
successivo allo svolgimento della gara Catania-Palermo e, soprattutto,
all’esterno dell’impianto sportivo, hanno dato luogo sostanzialmente ad una
sorta di responsabilità automatica per la società calcistica etnea (ipotesi prevista
soltanto per l’ipotesi in cui i disordini si verifichino all’interno dell’impianto),
con conseguente violazione del succitato art. 10 il quale, in relazione ad
eventuali incidenti ricadenti al di fuori dell’impianto, impone che la relativa
responsabilità venga pronunciata quantomeno attraverso la prova che la società
interessata abbia contribuito al loro accadimento “con interventi finanziari o
con altre utilità, alla costituzione ed al mantenimento di gruppi, organizzati e
non, di propri sostenitori”.
b)Anche il secondo collegato motivo di censura va condiviso; con esso si
deduce la violazione dell’art. 11, comma 1°, ultimo inciso, che così recita: “la
responsabilità è esclusa quando il fatto è commesso per motivi estranei alla
gara”, atteso che i gravi incidenti in questione non appaiono conseguenti ad
alcun episodio relativo allo svolgimento della gara (di solito, l’aggressione alle
Forze dell’ordine rappresenta l’estensione di una protesta indirizzata, in primo
luogo, ai protagonisti dell’evento calcistico; soprattutto, il direttore di gara).
Nel comunicato ufficiale n. 227 del 14 febbraio 2007 si evidenzia
che i disordini erano già cominciati durante lo svolgimento dell’incontro;
ciò risponde a verità; ma non sussiste alcun nesso di causalità tra gli
i comportamenti, prettamente “vandalici”, verificatisi all’interno
dello stadio “Massimino” e quelli, assolutamente criminali, chiaramente
finalizzati all’aggressione delle Forze dell’Ordine, probabilmente
pianificati da tempo, verificatisi successivamente nelle adiacenze dello
c) Condivisibile si appalesa anche il terzo motivo di censura,
con i quali si deduce che i provvedimenti sanzionatori impugnati omettono
completamente di valutare l’effettiva collaborazione prestata dalla Società
Catania Calcio nell’identificazione dei responsabili dei tragici episodi, come
imposto, invece, dall’art. 11, comma 6, del più volte menzionato codice di
giustizia sportiva;
d) Fondato è anche il quarto motivo, con cui si sottolinea la carenza e la
contraddittorietà della motivazione, atteso che, mentre da un lato si riconosce
l’estraneità dei tragici fatti alle vicende di gioco, subito dopo si ritiene
inequivoca la responsabilità della Società;
e)Giustamente si sottolinea, poi, l’evidente contrasto tra i
provvedimenti impugnati e gli inderogabili principi dell’ordinamento,
consacrati in apposite norme di rango costituzionale (art. 2 e 27, comma 1,
della Costituzione) o di legge ordinaria (artt. 1 e 134, ultimo comma,
T.U.L.P.S. ), palesandosi, in particolare, il principio della responsabilità
oggettiva, specie alla luce della rigida applicazione che ne viene praticata,
come contrario ai principi dell’ordinamento giuridico vigente.
Qualunque sia la teoria preferita in ordine alla pluralità degli ordinamenti
giuridici, resta fermo che l’ordinamento sportivo, per funzionare
normalmente, deve godere di un notevole grado di autonomia.
Tuttavia quest’ultima, per quanto ampia e tutelata, non può mai superare
determinati confini, che sono i confini stessi dettati dall’ordinamento
giuridico dello Stato.
E tali fondamentali principi valgono non solo per l’ordinamento sportivo,
ma anche per l’autonomia di ogni formazione sociale, pur se riconosciuta dalla
Costituzione:confessioni religiose, università, accademie, istituzioni di cultura,
sindacati…
Né potrebbe, in senso contrario, sostenersi che la F.I.G.C., in quanto
assoggettata alle direttive impartite dalla U.E.F.A., organismo che opera
in sede internazionale, sia tenuta a recepire pedissequamente ed acriticamente
tali direttive medesime, atteso che alla U.E.F.A. non è comunque considerata
un “soggetto di diritto internazionale” e che, in ogni caso, ogni recepimento
normativo o regolamentare va comunque inquadrato all’interno delle norme
di legge e dei principi costituzionali vigenti.
Tali principi si stanno affermando anche all’estero: il Tribunale
Amministrativo di Parigi, adito dalla locale squadra di calcio del Paris Saint
Germain, con decisione del 16 marzo 2007, ha annullato la sanzione della
squalifica del campo di gioco, comminata alla squadra medesima da tutti
gli Organi di giustizia sportiva della Federazione francese, statuendo che
“la responsabilità oggettiva di cui all’art. 129, c. 1, del regolamento
Federale viola il principio costituzionale della personalità della
Inoltre, è fondamentale rilevare che, nel caso di specie, mancano alcuni
requisiti integranti l’ipotesi della responsabilità oggettiva, quale delineata
da dottrina e giurisprudenza; ed invero, tra la condotta e l’evento dannoso deve
essere rinvenibile un nesso di causalità materiale ben individuato e, inoltre,
l’agente deve avere volontariamente tenuto un condotta che di per sé
costituisce illecito, in ossequio al noto principio “qui in re illecita versatur
tenetur etiam pro casu”.
Nel caso di specie, come è evidente, manca qualsiasi nesso di causalità
tra i fatti dannosi verificatisi ed il comportamento tenuto dai ricorrenti.
In sostanza, i ricorrenti sono stati colpiti dalla sanzione non perché abbiano
fatto o non abbiano fatto alcunché, ma solo in quanto appartenenti ad una
categoria generale ed astratta.
Quindi, ben può affermarsi che, nel caso di specie, non si sono applicate
delle pesanti sanzioni per una caso di responsabilità oggettiva, bensì per una
forma di responsabilità “per fatto altrui”.
Pertanto, si appalesano illegittimi non soltanto gli impugnati provvedimenti
sanzionatori per i “vizi” evidenziati, ma anche le stesse norme
del regolamento “Codice di giustizia sportiva” della F.I.G.C., nella
misura in cui, introducendo una tale forma di “responsabilità oggettiva”
si pongono, fra l’altro, in contrasto con l’art. 27 della Costituzione.
Conseguentemente, vanno annullati sia l’art. 9, commi 1 e 2 (che
sostanzialmente pongono a carico delle società sportive un onere di
vigilanza non consentito dal T.U.L.P.S.), sia l’art. 11 di tale regolamento.
9)Va ora esaminata la domanda risarcitoria proposta dai ricorrenti
contestualmente all’azione di annullamento dei provvedimenti impugnati.
Anche tale ulteriore domanda si appalesa fondata, tenuto conto che, oltre
al presupposto della c.d. pregiudizialità amministrativa, e cioè alla necessità
del previo annullamento dei provvedimenti lesivi della sfera soggettiva
(richiesto dalla prevalente e consolidata giurisprudenza amministrativa: cfr.,
per tutte, A.P. del Consiglio di stato, n. 4 del 26.3.2003), sussistono nella
specie tutti gli ulteriori presupposti per accordare la chiesta tutela risarcitoria,
vale a dire tutti gli elementi contemplati e richiesti dall’art. 2043 ai fini della
risarcibilità del danno (evento dannoso, ingiustizia del danno, sussistenza
dell’elemento soggettivo della colpa della P.A. quale criterio d’imputabilità
alla stessa dell’evento).
Quanto al primo di tali elementi (evento dannoso), è appena il caso di ribadire
che esso va individuato negli impugnati provvedimenti sanzionatori irrogati
sulla base di un’illegittima normativa regolamentare ispirata alla responsabilità
oggettiva, che rilevano quale fatto illecito produttivo dei danni lamentati.
Come già esposto al punto 2) circa la c.d. tutela aquiliana del credito,
l’impossibilità di assistere alla gare interne, per i ricorrenti, non deriva di certo
da inadempimento colpevole imputabile alla società calcistica, ma dalla
persistenza e dalla reiterazione di atti illegittimi adottati dalla F.I.GC., i
quali hanno inciso dall’esterno sul rapporto già instaurato tra i ricorrenti e la
società medesima.
Pertanto, l’ingiustizia del danno è evidente in quanto, come più volte
sottolineato, tali provvedimenti illegittimi hanno inciso, ledendoli, su diritti
soggettivi perfetti dei ricorrenti (diritto di credito e diritti personali inviolabili
precedentemente indicati).
Quanto, poi, all’elemento soggettivo della colpa della P.A. (nella specie, gli
Organi di giustizia sportiva della F.I.G.C.), è sufficiente ricordare che, alla
stregua dell’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, l’imputazione
della responsabilità alla P.A. per illecito extracontrattuale può e deve essere
effettuata non già sulla base del mero dato obiettivo dell’illegittimità del
provvedimento, bensì ancorandola alla valutazione della colpa non dei
singoli funzionari agenti (da riferire ai parametri della negligenza o imperizia)
ma della P.A. intesa come apparato, colpa che è configurabile allorché
l’adozione e l’esecuzione dell’atto illegittimo (lesivo dell’interesse del
danneggiato) sia avvenuta in violazione delle regole di correttezza,
imparzialità di buona amministrazione, alle quali l’esercizio della
funzione amministrativa deve ispirarsi, e che il giudice deve valutare (cfr., fra
le tante, Consiglio di Stato, n. 500/1999, e Consiglio di Stato-Sezione 5^, n.
1307 del 19.3.2007, paragrafi da 87 a 111).
E’ appena il caso, inoltre, di ricordare che l’onere del soggetto danneggiato
di provare tutti gli elementi costitutivi della domanda di risarcimento
(danno, nesso di casualità, colpa), ai sensi dell’art. 2697 c.c., può essere
adempiuto anche attraverso prove indirette quali le presunzioni di cui agli
artt. 2727 e 2729 c.c., di guisa che l’accertata illegittimità del provvedimento
ritenuto lesivo dei diritti e degli interessi del danneggiato ricorrente può
rappresentare, nella normalità dei casi, l’indice (grave, preciso, concordante)
della colpa dell’Amministrazione (cfr., fra altre, Consiglio di Stato-Sezione 5^,
n. 1307/2007, citato, paragrafi 100 e 101).
Nella specie, l’onere della prova ex art. 2697 c.c., relativamente agli elementi
costitutivi della domanda risarcitoria, può ritenersi adempiuto sia con
riferimento all’”an” ed al “quantum” del danno patrimoniale che all”an” di
quello non patrimoniale (del quale viene chiesta la liquidazione in via
equitativa, non essendo, ovviamente, determinabile).
A)In ordine alla prima componente del danno, quello patrimoniale, i ricorrenti
deducono la loro impossibilità di continuare ad utilizzare l’abbonamento
alle partite casalinghe del torneo, e ciò in relazione a tutte le partite (ben otto)
ancora da disputarsi dopo il 2 febbraio 2007.
Si ricorda, in proposito, che i ricorrenti medesimi, fino al 30 giugno c.a.,
non possono accedere a qualunque stadio d’Italia ove si svolgono le partite
casalinghe del Catania; i ricorrenti hanno allegato al ricorso copia del relativo
“tesserino”.
Orbene, agli 82 ricorrenti (e soltanto ad essi) va rimborsato dalla F.I.G.C.
una quota parte del costo dell’abbonamento, in relazione agli incontri cui
essi non hanno pututo assistere a causa del divieto derivante dagli atti
impugnati.
B)In ordine, poi, al danno non patrimoniale (o danno morale) subito, i
ricorrenti lo configurano, chiedendone il risarcimento per equivalente,
sotto il profilo del danno esistenziale e del danno all’immagine, all’onore
ed al decoro.
B1)Quanto al primo di tali profili, occorre in estrema sintesi ricordare, sul filo
dei principi generali, che esso viene configurato dalla dottrina e dalla
giurisprudenza quale danno derivante da qualsiasi illecito o torto che
leda interessi rilevanti per la sfera personale dell’individuo, compromettendo
od ostacolando le attività realizzatrici della persona umana, e quindi quale
categoria nella quale confluiscono, in ultima analisi, tutti gli impedimenti
che l vittima è destinata a subire con riguardo ad attività che contribuiscono
alla propria realizzazione individuale (cfr., per l’affermazione di tali principi,
fra le tante, Cassazione civile, 7.6.2000, n. 7713; Corte Costituzionale,
14.7.1986, n. 184; Tribunale di Torino, 8.8.1995).
B2)Quanto al lamentato danno all’immagine, all’onore e al decoro, deve
preliminarmente osservarsi che tale figura, in realtà, alla stregua delle categorie
concettuali enucleate ed elaborate in base ai vigenti referenti normativi ed
alle più recenti acquisizioni del dibattito giuridico in continua evoluzione,
come danno all’onore ed alla reputazione (o, se si vuole, all’immagine
sociale), più che all’immagine in senso proprio.
In estrema sintesi, e quindi negli stretti limiti in cui tale nozione rileva nella
presente controversia, si può affermare che il diritto all’onore è uno dei
diritti fondamentali della persona, come emerge dal richiamo alla dignità
personale contenuto negli artt. 3, 32 e 41 della Costituzione, e
conseguentemente nel catalogo “aperto” di cui all’art. 2 della Costituzione.
La lesione di tale diritto inviolabile provoca ovviamente multiformi
conseguenze dannose di carattere morale (e, a volte, anche di carattere
psico-fisico) legate all’insorgere del sentimento di vergogna che nasce
dalla perdita pubblica della propria immagine personale.
Nel caso di specie, anche se in maniera necessariamente larvata, i
mezzi televisivi ed i giornali, sportivi e non, lanciano dei “messaggi” che
non depongono di certo per l’immagine non solo degli sportivi catanesi,
ma di tutta la collettività.
C)Circa il problema della quantificazione del danno esistenziale e del
danno all’onore ed alla reputazione, i ricorrenti chiedono una valutazione
equitativa. Procedendo, qundi, a tale valutazione, ai sensi dell’art. 2056, 1°
comma, e dell’art. 1226 c.c., ilCollegio ritiene equa una liquidazione, in favore
di ciascuno dei ricorrenti,della somma di € 500,00 (cinquecento/00) a titolo
di risarcimento del danno esistenziale, e di € 500,00 (cinquecento/00) a
titolo di risarcimento del danno all’onore e alla reputazione, da porre a
carico dell’intimataF.I.G.C.
10)In definitiva, vanno annullati, nei limiti dell’interesse, tutti gli atti
Appare opportuno sottolineare che, atteso il carattere collettivo di tali
provvedimenti, un tale annullamento ha efficacia erga omnes; pertanto, la
cancellazione della squalifica del campo di gioco del Catania Calcio avrà effetti
non soltanto per i ricorrenti, ma anche per gli altri abbonati e per chi chiederà
di assistere legittimamente alle competizioni “casalinghe” della squadra.
11)Con memoria depositata alla Camera di consiglio del 13 aprile 2007, è stata
avanzata, all’uopo, contestuale richiesta di nomina di un Commissario ad acta,
non residuando il tempo utile per espletare un eventuale giudizio di
ottemperanza, essendo peraltro notorio che in passato gli Organi federali
della F.I.G.C. si sono ripetutamente e sistematicamente rifiutati di dare
spontanea esecuzione ai provvedimenti emessi dall’Autorità giudiziaria (ed
anche di questo T.A.R.).
L’istanza non può essere ritenuta ammissibile, atteso che essa avrebbe dovuto
essere proposta con atto notificata alle controparti.
11)Per quanto concerne le spese giudiziali, infine, sussistono giusti motivi per
disporne la compensazione.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia-Sezione staccata di Catania-Sez. 4^ ACCOGLIE il ricorso in epigrafe ed annulla, per l’effetto, gli atti sanzionatori impugnati e gli artt. 9, commi 1 e 2, e 11 del regolamento “Codice di giustizia sportiva” , egualmente impugnati, con gli effetti esposti in motivazione.
Condanna l’intimata F.I.G.C. al parziale rimborso del costo dell’abbonamento in favore degli originari ricorrenti, nonché al risarcimento del danno morale, che viene liquidato in Euro 1.000 (mille) per le causali indicate in motivazione in favore degli stessi 82 ricorrenti.
Si autorizza la notifica anche soltanto a mezzo fax e, se del caso, per via
telematica (art. 12 legge n. 205/00) della presente sentenza.
Così deciso in Catania, nella Camera di consiglio del 13 aprile 2007.
F.to Dr. Biagio Campanella
Depositata nella Segreteria
del T.A.R.- Sez. di Catania
oggi 19/04/2007 alle ore 11,24
Calcolo dell’usura nei mutui

References: sentenza 
 provvedimento n. 
 art. 26
 sentenza

 sentenza 
 art. 2
 art. 2043
 art. 2043
 art. 3
 art. 100
 sentenza

 art. 3
 art. 31
 sentenza 
 art. 10
e contrario
 art. 2697