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Timestamp: 2020-07-06 23:59:52+00:00

Document:
AUT-Frosinone: 2012-06-17
UN AMBULATORIO MOBILE DI EMERGENCY A CARPI
Lunedì 18 giugno un team di EMERGENCY ha iniziato a lavorare a Carpi (MO), in una zona duramente colpita dalle scosse sismiche delle ultime settimane.
Su richiesta di numerose comunità vittime del terremoto, EMERGENCY ha deciso di inviare un suo ambulatorio mobile, Polibus, per coprire due bisogni prioritari nell’area: quello di strutture sanitarie integre ed equipaggiate e quello di mediazione per i pazienti stranieri.
Lo stato di inagibilità di molte strutture sanitarie rende difficile l’accesso alle cure per chi non ha la possibilità di spostarsi in altre Province o Regioni non colpite dal sisma. L’ambulatorio mobile di EMERGENCY garantisce uno spazio dove è possibile offrire e ricevere assistenza sanitaria di qualità nelle migliori condizioni possibili.
Vista la presenza di numerosi cittadini stranieri nel campo, inoltre, è evidente il bisogno di mediazione linguistica e culturale: per questo, sull’ambulatorio mobile sono sempre presenti mediatori di EMERGENCY che si occupano dell’accoglienza e della presa in carico dei pazienti.
Il Polibus di EMERGENCY si trova attualmente in un campo gestito dalla Protezione Civile della Regione Basilicata e abitato da circa 600 persone, in gran parte provenienti da Pakistan, India e Marocco. Nei primi giorni del suo intervento, il personale dell’ambulatorio mobile ha visitato adulti e bambini, riscontrando principalmente dermatiti, congiuntiviti, ipotensione.
Il team di EMERGENCY continua a monitorare il territorio per individuare eventuali ulteriori bisogni e valutare possibili nuovi interventi.
Pubblicato da Luciano Granieri a 07:57 Nessun commento:
Confrontiamoci con Ermisio Mazzocchi
“ ……La morte di qualsiasi uomo mi diminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te “
Ritengo necessario partire proprio da questo allarme-invocazione lanciato da John Donne perché mi sembra attuale e pertinente, alla luce delle cocenti sconfitte elettorali subite dal Partito Democratico a Pofi, Ceccano e Frosinone. E’ sotto l’occhio di tutti che in questo partito si è aperta una fase convulsa, rivelatrice di divisioni per lungo tempo compresse, i cui esiti, alla vigilia di un Congresso straordinario, nessuno è in grado di definire.
Ermisio Mazzocchi, autorevole dirigente di questo partito, alla luce di tali avvenimenti, si è dimesso dagli incarichi, accompagnando tale scelta da uno stimolante documento che può essere esaminato sul linkhttp://www.unoetre.it/nel-centrosinistra/437-svolgere-subito-il-congresso-per-ripartire.html
Non appartengo al PD e non ho la tessera di alcun partito ma non ritengo sia responsabile estraniarsi dalla discussione e affermare che “ sono problemi loro, regolino internamente i loro conti “
Il PD è una grande forza nazionale, fondamentale per creare l’ alternativa di governo necessaria nel momento in cui il tanto decantato libero mercato senza regole evidenzia le sue pratiche distruttive e predatorie, ha fatto retrocedere il lavoro a pura merce venduta al ribasso, in condizioni di spietata competitività, incentivando una guerra fra poveri, creando precarietà e disoccupazione, allargando la forbice delle disuguaglianze ed esponendoci a eccezionali tensioni sociali.
Premetto che il documento elaborato da Ermisio Mazzocchi non riporta integralmente le mie valutazioni, tuttavia può diventare una occasione di confronto dentro e fuori il PD, fra persone appartenenti ad una area di sinistra, stanche di tante divisioni, a volte strumentali e pretestuose, desiderose di analizzare, sentire ed esporre il loro pensiero. Un confronto sul documento Mazzocchi, insomma, può aiutare a ricondurre la politica, almeno per poco tempo, al suo spirito originale e servente: discussa e sviluppata non solo dentro i partiti ma anche fra e con i cittadini.
Convinto di cogliere uno stato d’animo diffuso, in piena autonomia, mi permetto di invitare tutti coloro che non si rassegnano alle divisioni e chiedono di rovesciare la concorrenza fra lavoratori, per aprire una lotta comune per l’universalizzazione dei diritti e per un diverso modo di produrre e consumare, a venire a discutere con Ermisio Mazzocchi mercoledi 27 giugno 2012, alle 18, presso il Centro Studi Tolerus ( Stazione Ferroviaria ) di Ceccano
Pubblicato da Luciano Granieri a 14:56 Nessun commento:
Applichiamo l’articolo 18. Immaginiamo che il proletariato post moderno, comprendente quindi, non solo gli operai, ma chiunque viva del proprio lavoro, possa applicare le norme dell’articolo 18 ai padroni, PUBBLICI e PRIVATI. Immaginiamo l’applicazione della norma dello statuto dei lavoratori che prevede il licenziamento per giusta causa, una parte quindi condivisa da tutti . Tale procedura si applica ai danni di chi, o ha rubato, o dimostra manifesta incapacità, o, nell’espletamento del proprio lavoro, commette un reato. Cominciamo da un padrone pubblico, il ministro del lavoro e delle pari opportunità Elsa Fornero. La ministra piagnona, nel dare corso alla riforma previdenziale , ha gettato sul lastrico migliaia di famiglie. Ci riferiamo agli esodati, ovvero a coloro che avevano concordato con le aziende il pensionamento anticipato prima dell’entrata in vigore della nuova legge e che oggi a causa della disgraziata riforma che prevede un prolungamento degli anni lavorativi prima di ricevere l’assegno pensionistico dovrebbero rimanere ancora al lavoro. Disgraziatamente le aziende che li hanno pre pensionati non possono, o non vogliono riassumerli. Per cui questa parte di popolazione rimarrà senza reddito. Gia una decisione del genere dovrebbe determinare il licenziamento in tronco del suddetto ministro, per danni personali morali e materiali ai componenti dell’azienda- stato che amministra. Se poi sempre il suddetto ministro non riesce neanche a quantificare il numero delle famiglie che sbatte in mezzo alla strada, l’incapacità diventa ancora più manifesta, per cui si rafforza la “GIUSTA CAUSA” del licenziamento. Riepiloghiamo il triste balletto dei numeri. All’inizio la ministra Fornero, resasi conto della gaffe, realizzando che doveva in qualche modo garantire le vittime della sua scellerata decisione, fatti due conti, decise che il numero degli esodati era di 65.000 perché le risorse del suo ministero erano sufficienti alla salvaguardia di tale numero di persone. Ma l’Inps, l’ordine dei consulenti del lavoro, e i sindacati, calcolavano che il numero era ben più alto, molto vicino alle 400.000 unità. Dopo aspre polemiche la ministra si presenta in Parlamento ammettendo che ai 65.000 si aggiungono altri 55.000 che potranno essere salvaguardati, a patto che il parlamento (il Pd in particolare) voti la riforma sul mercato del lavoro. Dunque per sua stessa ammissione, pur tralasciando la valutazione del numero reale molto superiore determinato dall’Inps e da altre istituzioni, la ministra ammette di aver sottostimato almeno di 55.000 unità l’entità delle sue vittime. Cosa altro serve per licenziare in tronco, non per GIUSTA, ma per SACROSANTA CAUSA un amministratore pubblico che produce una tale MACELLERIA SOCIALE? Eppure i partiti intenti a salvaguardare i loro privilegi ingoiano tutto pur con qualche strepitio. In particolare il Pd decide di votare una legge sul mercato del lavoro, che distrugge i diritti dei lavoratori, a patto che la ministra Fornero s’impegni a tutelare anche quei 55.000 poveri cristi ricicciati non si sa da dove. E GLI ALTRI 340.000? Dunque non basta tutto ciò per chiedere le dimissioni di Elsa Fornero? E passiamo ad un altro padrone che meriterebbe il licenziamento. Ci riferiamo all’amministratore delegato di Fiat Auto Sergio Marchionne. Qui ci troviamo davanti a dei reati veri e propri oltre che ha una insipienza manageriale totale se la si analizza dal punto di vista del profitto aziendale e non del profitto finanziario . Il signore dal maglioncino blu promette di investire 20 milioni di euro nello stabilimento di Pomigliano e di riassumere i cinquemila operai licenziati a patto che le maestranza accettino di lavorare come schiavi e che la Fiom venga estromessa dalla rappresentanza sindacale . Ottenuto lo scopo dei 20 milioni promessi ne sono stati investiti solo quattro. Lo stesso ricatto si è ripetuto a Mirafiori, dove in cambio del totale asservimento degli operai alle ragioni di una ipertrofica produzione, nello stabilimento torinese si sarebbe prodotta la nuova 500 L ovvero il piccolo monovolume che andrà a sostituire l’Idea. Anche in questo caso ottenuto lo scopo, la produzione della nuova vettura si sta insediando in Serbia dove gli operai guadagnano un terzo rispetto ai nostri e parte del loro stipendio viene erogato dallo Stato serbo. Dunque ci troviamo di fronte ad un mentitore e ad un ricattatore autentico. Inoltre il manager illuminato, una volta incensato anche dalla sinistra, ha preteso di fare carta straccia del contratto collettivo nazionale del lavoro, ha preteso che la rappresentanza sindacale nelle fabbriche Fiat fosse a carico delle sole organizzazioni che avevano firmato il suo accordo capestro, violando cosi la legge. Infatti è notizia recente che la multinazionale italo-americana, è stata condannata per comportamento anti sindacale. Il tribunale di Roma ha disposto la riassunzione presso lo stabilimento di Pomigliano di 145 operai iscritti alla Fiom. Ricordiamo che fra i 2093 lavoratori riassunti nello stabilimento campano dopo i licenziamenti di massa, non figuravano operai iscritti a questo sindacato. Inoltre sempre l’illuminato manager, ha disposto il taglio di 500 milioni sugli investimenti da operare in Europa a causa del calo delle vendite. Certo se si continua a produrre la Duna a carbone, sarà difficile non scivolare sempre più in basso nelle performance commerciali. Dunque uno come Marchionne che ricatta, mente, fa strame di leggi e norme, non lo vuoi licenziare per giusta causa? Applichiamolo l’articolo 18 LICENZIAMO IN TRONCO , la Fornero e Marchionne PER GIUSTA CAUSA. Sarebbe opportuno non concedergli neanche la liquidazione ed anzi farsi pagare i danni.
LICENZIAMOLI.
Franco Arminio. Da "il manifesto" del 21 giugno
Si parla della crisi senza il coraggio di dire cos'è in crisi. I partiti vogliono uscire dalla crisi con la crescita. Sembra una cosa ovvia e invece è una scelta molto complicata. Bisogna crescere per mantenere un certo tenore di vita. I governi ragionano come se fossero individui. La politica si sta riducendo sempre più alla manutenzione dell'egoismo. Ho molti amici di sinistra a cui parlare della necessità di inumare il capitalismo pare una follia.
Il capitalismo è intimamente morto, ma prima di morire ha stordito anche la sinistra. E allora ci troviamo in una stagione con gli occhi chiusi. E l'occidente sta diventano una macchina della decomposizione. Una macchina che mostrando ogni giorno i suo effetti ha il potere di far pensare che non c'è spazio per nient'altro. E invece bisogna dire ogni giorno che la felicità e il capitalismo sono forze antitetiche. I mercati finanziari non contano più dei mercati rionali; un ragazzo che si iscrive all'università dovrebbe prima frequentare una bottega per imparare a fare qualcosa con le mani; ci vorrebbe un reddito di cittadinanza garantito per tutti, ma più alto per chi vive nei paesi; i giovani che ne fanno richiesta dovrebbero poter disporre di un pezzo di terra. Alle prossime elezioni ci vorrebbe un partito che facesse proposte di questo tipo. Un partito che candidi non chi sa parlare, ma chi sa guardare. Un partito che consideri le elezioni e il governo solo un aspetto della sua azione. Un partito che lavori sui concetti, sulle proposte, sulle tecnologie del buon governo, ma che lavori anche per stimolare un pensiero poetico collettivo. È il sogno che si sposa alla ragione. Dove sta scritto che la politica deve essere unicamente estenuante mediazione per comporre interessi diversi? Questo è sicuramente un ferro del mestiere, un ferro insufficiente senza un lavoro radicale proteso a costruire uomini che siano fuori dalla logica sviluppista, dalla visione del mondo come una cava da sfruttare. C'è sempre il rischio di agitare vaghezze e misticismi e narrazioni inconcludenti, ma una politica che non sa correre rischi è completamente inutile e non a caso è tutta sottomessa ai poteri economici.
È ora di rivedere questa storia che il potere corrompe e che uno scrittore dovrebbe stare lontano da ogni forma di potere. Nell'Italia dell'autismo corale non è la passione civile il cuore della faccenda, ma le passioni incivili. Alcuni stanno molte ore al giorno davanti al computer e al telefonino e non si sognerebbero mai di entrare in una sezione di partito: la politica viene fatta con qualche mi piace su facebook, c'è un interesse molto superficiale alla vita pubblica. Sicuramente nei prossimi mesi ci sarà più partecipazione, ma senza impeti rivoluzionari non succede niente, non solo nella vita politica, anche in quella personale. Ecco la novità della nostra epoca: l'estremismo e il rigore non sono una scelta tra le tante, sono l'unica scelta possibile. La rivoluzione non è una cosa per conquistare un palazzo. Più semplicemente è il modo migliore di consumare il tempo che passa. Allora o si è rivoluzionari o non si è niente. Non ci sono vie di mezzo, non ci sono indugi tollerabili. Bisogna fare tutto e subito, bisogna cercare l'impossibile e quando lo abbiamo trovato cercarlo ancora. Alle prossime elezioni sarebbe bello se ci fosse un partito che avesse la rivoluzione nel suo nome. E se non c'è, nulla è perduto. Cercatevi qualche amico, qualche luogo dove la rivoluzione si lascia fare comunque. È assurdo davanti a una prospettiva come questa disquisire tra i partiti esistenti e quelli che stanno arrivando. Bisogna immaginare che possa esistere questo ed altro. La politica che c'è ha bisogno di una sola cosa: la politica che non c'è.
Pubblicato da Luciano Granieri a 10:26 Nessun commento:
In piazza contro i nazisti dell'Illinois
Inizia in gloria la giunta Ottaviani esordendo con una grande kermesse organizzata in occasione della festa del santo patrono. Quasi tutti gli eventi previsti per la festa sono finanziati dagli sponsor, ci mancherebbe! Addirittura gli stessi assessori hanno contribuito con sostanze proprie per fare in modo che il “sacrum et circenses” non gravasse troppo sulle tasche dei cittadini. Questo è un limpido esempio di come il neo sindaco ritenga importante la cultura nella nostra città. Ma soprattutto rende esplicita la volontà di Ottaviani in merito alla valorizzazione delle giovani personalità artistiche che il conservatorio Licinio Refice e l’accademia delle Belle Arti forgiano ogni anno. Questa l’avevo già sentita. Ah già, faceva parte del programma elettorale che la nostra coalizione, a supporto della candidata a sindaco Marina Kovari, formata da noi, ormai ex di Rifondazione, Sel, Frosinone bene comune, aveva presentato in occasione delle recenti elezioni. Purtroppo a differenza delle liste vincitrici le nostre idee erano accompagnate da poco o niente “Panem”, per cui colui che sta mettendo in pratica un caposaldo del nostro programma non l’aveva pensato autonomamente. Diciamo che ce l’ha copiato? Poco male l’importante e che non siano bagliori iniziali da gettare negli occhi dell’elettorato, ma che il discorso prosegua. Fra le varie esibizioni degli alunni del conservatorio, quella che mi allettava di più era il concerto di Blues Others, un tribute band dei mitici Blues Brothers. Non è che il fenomeno delle tribute band mi faccia impazzire, ma vedere cimentarsi giovani e valenti musicisti plasmati dal conservatorio “Licinio Refice” con il sacro fuoco del rythm’n blues, mi incuriosiva non poco. Infatti per eseguire questo tipo di musica “POPolare” prettamente Afroamericana, alla sapienza tecnica è necessario unire una buona presenza scenica e la capacità di eseguire riff e improvvisazioni coinvolgenti, ad alto contenuto emotivo. Il concerto si è svolto martedì scorso a Piazza Madonna della Neve, feudo del consigliere piddiellino dissidente, perché orfano di un assessorato, Enrico Straccamore. Si notava la presenza anche dell’assessore Gagliardi e del consigliere Crescenzi. Chissà se qualcuno avrà avvisato gli astanti sodali di “Frangetta Nera” Polverini che i Blues Brothers erano convinti antifascisti e antinazisti? Celebre è la scena del film “Blues Brothers” dove Jake (John Belushi) ed Elwood (Dan Aykroyd) dichiarando il loro odio per i nazisti dell’Illinois si scagliano con la blues mobile contro un gruppo di questi gaglioffi costringendoli a gettarsi nel fiume. Va bene, d’accordo, basta buttarla in politica e occupiamoci dei baldi giovani che ci hanno regalato una serata veramente piacevole. Si tratta di una potente blues band formata da: Luca Cardesio (Steve “Getdwa” Jordan)-Batteria , Leandro Sinapi ( Donald “Duck” Dunn)-basso, Marco Cataldi (Matt “Guitar” Murphy)- chitarra, Luigi La Serra (Murphy “Murph ” Dunne) –tastiere, Franco Santodonato (Alan “Mr.Fabolous” Rubin) -tromba, Antonio D’ambrogio (Tom “Bones” Malone) , trombone Olimpio Riccardi (Lou “Blue Lou” Marini) sax tenore, e loro: THE BLUES BROTHERS: Fabio Frattasi (Joliet Jake blues) – voce , Luca Di Maio (Elwood blues)- voce e armonica . Nove ragazzi, tutti provenienti dal conservatorio di Frosinone, dalla solida preparazione tecnica e della spiccata personalità capaci di combinare in maniera perfetta virtuosismo e groove. In particolare notevoli sono state le prestazioni del chitarrista Marco Cataldi e del trombonista Antonio D’Ambrogio. Anche l’Elwood della situazione, Luca di Maio ci è parso molto in palla sia con l’armonica che con la voce. In realtà tutto il gruppo si esprime ad alti livelli è affiatato, coeso, portentoso nell’incendiare il cuore e l’anima di chi li ascolta con il sacro fuoco del blues. Chi ci ha stupito, negativamente è stato il loro professore, il quale, ottemperando all’obbligo di incensare le nuove istituzioni, si dichiarava stupito di come i suoi ragazzi fossero così scatenati sul palco in rapporto alla compostezza tenuta in aula. Insomma non credevamo che proprio dall’insegnante arrivasse il trito e ritrito luogo comune che vuole lo studente di conservatorio un austero esecutore di pezzi classici. L’importante è saper suonare bene, poi ,forte della tecnica, si può eseguire e improvvisare di tutto e di questo i ragazzi della Blues Others band hanno dato ottima testimonianza. E' sufficiente ascoltare i quattro video tratti dal concerto per rendersene conto.
Brani Video 1 Peter Gunn theme - She caught the Katy -Soul Man - Flip flop and fly
Brani Video 2: Shake a tall feather - Gimme some lovin' - I can't turn you loose - Shot gun blues
Brani Video 3: Ain't got you - Sweet home Chicago.
Brani video 4: Jailhouse rock - Every body needs somebody to love.
MANIFESTAZIONE A CASSINO 21 GIUGNO ORE 17:30 P.ZZA LABRIOLA
P.R.C. Circolo “M. De Sanctis” di Cassino
Compagni/e, la Federazione Provinciale del P.R.C. di Frosinone non accetterà mai la chiusura del Tribunale di Cassino (così come quella degli altri tribunali a rischio) in una Provincia già fortemente compromesse dalla forte crisi economica.
Giovedì 21 Giugno 2012 dalle ore 17:30 a Cassino in Piazza Labriola (antistante al Tribunale Cassinate si terrà una manifestazione generale,che vedrà la partecipazione di tutti i sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Ugl) le associazioni, i partiti politici (Idv, Sel, Prc, Pd, Pdl, Udc, ecc.) della nostra Provincia di Frosinone e le istituzioni locali che si mobiliteranno contro la chiusura del Tribunale della città di Cassino.
Manifestazione Generale che vedrà l’adesione e partecipazione anche ella nostra Federazione Provinciale del PRC, con un’iniziativa di piazza coadiuvata
dal P.R.C. Circolo “M. De Sanctis” di Cassino.
Invitiamo tutti/e i/le compagni/e a partecipare ad un evento di grande
Pubblicato da Luciano Granieri a 08:17 Nessun commento:
Dalla padella nella brace. Abbiamo appreso da notizie stampa che ieri, martedì 19 c.m., alle ore 10, nella sala consiliare, ha avuto luogo un incontro dell’assessore ai servizi sociali del comune capoluogo con le associazioni.
Stranamente sono state completamente ignorate e non invitate la Consulta della Città di Frosinone e ad altre associazioni che, da sempre, sono fortemente impegnate nel settore socio-sanitario. Sono questi i metodi innovativi?
Nella gestione dei servizi sociali c’è forte necessità di aria nuova, di trasparenza, di legalità e di partecipazione attiva e non formale. Occorre fare prevalere la politica, non quella clientelare, nell’interesse della Città e dei cittadini.
Per conseguire questi scopi basta applicare la legge 328 del 2000, legge che non è stata mai osservata, nel passato, per quanto attiene alla elaborazione dei piani di zona, alle verifiche della qualità delle prestazioni e degli obbiettivi, alla istituzione della carta dei servizi e al ruolo dell’associazionismo.
Vogliamo augurarci che quanto accaduto sia solo un incidente di percorso. L’essere coerenti con gli impegni assunti durante le recenti elezioni, gli interessi dei cittadini e la legalità dettano l’obbligo di ripetere l’incontro.
Se ciò non avverrà ci troveremmo costretti a far rispettare, comunque, quanto previsto dalla normativa vigente.
Frosinone 20 giugno 2012
Francesco Notarcola-Presidente Consulta delle associazioni della
Seicento millimetri di pendolari
a cura di Laura Jurevic
Su roma ieri sono scesi seicentomila millimetri di pendolari, è qui scritto sul... lo dice il comunicato della protezione civile il signor gabrielli! io, massimo alemagno, ora chiamo esercito, riapro le scuole, le richiudo, assumo i macchinisti per la C quando servono per la b, licenzio i macchinisti della A, chiudo la metro b, riapro la metro d.... chiamio esercito allo 069384944 che però prenderà lo 06938494905 per poi prendere lo 06945849302 ah no queste so' le puttanate che ho fatto in solo un anno, IO, massimo decimo alemagno...
da: http://www.leggo.it
ROMA - «Se questo è il risultato di aver aperto la B1 potevano pure tenerla chiusa». «Se uno vuole suicidarsi sotto la metro a Roma non ci può riuscire». Ore 8, stazione Termini, direzione Rebibbia: centinaia di passeggeri aspettano la metro B da 18 minuti. I nervi sono tesi come corde di violino. C’è chi la butta sullo scherzo, chi bestemmia, chi impreca contro l’Atac, il sindaco e ci mette dentro anche il governo Monti. D’un tratto dalla galleria si vedono i fari di un treno: i passeggeri applaudono, manco fossero alla prima della Scala. Qualcuno sventola un fazzoletto bianco: uno, dieci, cinquanta. Alla fine sulla banchina si crea una panuelada spontanea.
È la sintesi di una mattina di ordinaria follia in metropolitana. Un lunedì nero, nerissimo, per il trasporto: ritardi da record, convogli lumaca, frequenze che nell’ora di punta salgono dai due minuti e 30 secondi fino a 20’ (per l’Atac dalle 5.30 alle 13 perse il 50% delle corse). Il risultato? Circa seicentomila persone in ostaggio delle linee B e B1. Nessun guasto: l’Azienda di trasporto - invece di fare mea culpa per aver portato la vertenza coi sindacati troppo alle lunghe - dà la colpa ai suoi macchinisti «per aver adottato uno sciopero selvaggio».
In realtà i macchinisti si stanno rifiutando di lavorare con turni straordinari e stanno applicando il regolamento ferroviario alla lettera (per capirci: c’è un fanalino fulminato, la metro si ferma). Una situazione che ha spinto il sindaco a scrivere al Prefetto per intervenire e precettare i lavoratori (e lo stesso Pecoraro questa mattina incontrerà i sindacati). L’assessore alla Mobilità annuncia: «Entro fine anno assumeremo 50 macchinisti per la metro C». Ma come è possibile? La nuova metro è automatizzata e non ha alcun conducente a bordo.
Insomma, una confusione totale in cui il Campidoglio, ma soprattutto il management dell’Atac, non sanno cosa fare. A rimetterci sono i passeggeri: alle 8.30 a Termini è dovuta intervenire la polizia per sedare gli animi più caldi. Poco dopo, a Tiburtina, è stata la volta dei carabinieri, intervenuti per gestire la mole di cittadini che non riuscivano a scendere in banchina tanta era la calca in attesa dei treni. Una situazione pazzesca che potrebbe ripetersi nei prossimi giorni con lo stesso caos.
Pubblicato da Luciano Granieri a 07:06 Nessun commento:
Sergio Cararo, fonte:www.contropiano.org
Vuole sbrigarsi il premier Monti e portare al vertice europeo di Bruxelles, dopo quella dei pensionati, anche la pelle dei lavoratori. Lo sciopero generale del 22 giugno può complicargli la tabella di marcia.
“Devo arrivare al Consiglio europeo di fine giugno con la riforma del mercato del lavoro che e' legge, altrimenti l'Italia perde punti. Questo non per la Germania, ma perchè è la comunita' internazionale che e' fatta cosi'. Mi scuso per questo appello unificato alle Camere...''. E' questa la priorità del premier Mario Monti, esposta esplicitamente alla festa de “La Repubblica” a Bologna mentre fuori i movimenti, i sindacati di base e i centri sociali lo contestavano scontrandosi duramente con la polizia.
Il presidente della Camera Gianfranco Fini, lo ha subito sostenuto certificando che “non ci ostacoli né procedurali, né regolamentari» affinché il testo venga approvato «entro il 28 giugno”. Ci sono però due nodi da sciogliere. Uno è più facile dentro il Parlamento ed è il consenso di Pd e PdL che sostengono il governo a facilitare il ritmo di marcia della controriforma del lavoro. Dario Franceschini ha già annunciato che “il Partito Democratico è pronto a far approvare la riforma del mercato del lavoro entro il 28 giugno” ma solo “a patto che «il governo vari entro questa settimana un decreto sugli esodati”. Il PdL dal canto suo tiene invece Monti e Pd sulle spine. Per Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl, la decisione di ricorrere al disegno di legge è arrivata su specifica richiesta del Pd e della Cgil che poi in seguito hanno chiesto all’esecutivo di modificare profondamente l’articolo 18. Per Cicchitto non tutte le richieste «del Pdl e delle categorie interessate» sono state invece accolte durante il dibattito al Senato. Per questo motivo «l’obiettivo è di raggiungere altri risultati durante il dibattito» parlamentare che dovrà necessariamente tenersi alla Camera. La dichiarazione più dura (ma con inquietanti e paradossali elementi di verità) è quella del deputato leghista Gianpaolo Dozzo che spiega come “l’unico atto autonomo che resta alle Camere è la decisione dell’ordine del giorno» visto che il governo sistematicamente «mortifica il Parlamento con il ricorso alla fiducia”. “Un tale esautoramento delle funzioni delle Camere - ha poi aggiunto Dozzo - lo si è avuto solo durante il fascismo: non vorremmo che dopo quel ventennio ce ne sia un altro magari di stampo tecnocratico”. Si mette di traverso anche l'Italia dei Valori. Secondo il deputato Zipponi: “Invece di occuparsi di questa controriforma, il Parlamento dovrebbe discutere una legge per le assunzioni facili e non per i licenziamenti”. “L’IdV - conclude - farà di tutto perché questo ddl venga rispedito al mittente, portando nei palazzi e nei ministeri le istanze dell’Italia che lavora”.
L'altro nodo, più difficile da sciogliere, è invece nel paese. Se Cgil Cisl Uil hanno infatti scelto di fare finta di niente sull'abrogazione dell'art.18 e la peggiore legge sulla flessibilità del lavoro in Europa, i sindacati conflittuali (quelli di base, settori della Cgil e intere Rsu di fabbrica) hanno convocato per venerdi prossimo – 22 giugno – uno sciopero generale che, tra l'altro coincide con l'arrivo a Roma della Merkel, di Hollande e Rajoy, per un vertice quadrilaterale dei maggiori stati dell'eurozona alla vigilia del vertice del Consiglio Europeo (i capi di stato della Ue) previsto per fine giugno a Bruxelles. Monti a dicembre si presentò al vertice del Consiglio Europeo vantandosi di poter dichiarare che aveva fatto la controriforma delle pensioni (anche questa la peggiore d'Europa) con “sole tre ore di sciopero”. Stavolta, almeno i sindacati conflittuali, dimostreranno che non potrà cavarsela a buon mercato.
I giovani manifestanti uniti dallo slogan sMONTIamolo. Le immagini degli scontri a Bologna tra le forze dell'ordine e i giovani che manifestavano contro il premier Mario Monti, che si trovava in città per un intervento alla festa di Repubblica. I manifestanti hanno provato a sfondare la zona rossa con degli "scudi" di polistirolo ma sono stati fermati dalla Polizia.
Questo articolo di Giuseppe Faso mi è stato girato dalla nostra amica Franca Dumano. Ringrazio Franca per avere concesso a me a a tutti i naviganti di Aut la possibilità di leggere un testo molto significativo e indicativo su come siano complessi gli elementi sociali che concorrono a determinare gli atteggiamenti razzisti. Il razzismo non è solo la violenta esaltazione della superiorità di una razza rispetto ad un'altra, si sviluppa anche su luoghi comuni meno crudi, ma che ormai sono diventati i capisaldi di un sentire comune purtroppo molto condiviso nella società. Capisaldi che alla fine sono diventati gli architravi della attuale legislazione sull'immigrazione e sull'integrazione con il concorso del centro destra e del centro sinistra
come state? Ti inoltro un articolo molto interessante di Giuseppe Faso, parente incontrato per la prima volta nel 2012 a Carrara, parente anagrafico e culturale!
Franca Dumano.
Un caso di razzismo istituzionale e di creazione amministrativa di precarietà per gli immigrati.
Il circolo virtuoso inserimento-apprendimento della lingua-inserimento
Quando, nell’autunno 1989, nella Biblioteca Comunale di Capraia e Limite cominciammo a tenere un corso di italiano per lavoratori immigrati, non sospettavamo neanche lontanamente la forzatura di significati che si sarebbe scaricata due decenni dopo su tale accostamento alla lingua italiana da parte dei nostri nuovi vicini di casa.
Erano stati loro a chiederlo, per muoversi meglio nella realtà che da pochi mesi avevano cominciato a esplorare. Tra le prime “offerte formative”, ci fu l’incontro con sindacalisti, amministratori e realtà associative, perché avessero parametri più ricchi grazie a cui muoversi nella società “di accoglienza”. Erano le semplici linee su cui si muovevano altre iniziative del genere, condotte da piccole associazioni con cui ci incontravamo per scambiarci indicazioni, esperienze, strumenti di lavoro. Un’effervescenza della società civile, oggi non più immaginabile.
Provenivano da Senegal, Marocco, Sri-Lanka, India, Tunisia, Polonia. In seguito ne arrivarono di altre nazionalità. Giunti dopo la sanatoria che accompagnava la legge del 1986, erano senza permesso di soggiorno, ma non ci veniva in mente di chiamarli “clandestini”. Né così li chiamavano gli altri, neanche i più sospettosi. Era scontato che si procedesse a provvedimenti di regolarizzazione, ma ci vollero l’assassinio di Jerry Masslo e la grande manifestazione romana dell’ottobre 1989, perché lo comprendesse anche il governo.
La maggior parte abita ancora qui, ha lavoro (a volte lo stesso di 23 anni fa…) e ha fatto arrivare la famiglia. Col metro di oggi, sarebbero stati considerati “non integrabili”, al di fuori, come erano, di un procedimento burocratico di “integrazione” previsto per i soli detentori di un “permesso di soggiorno”. Ma venivano a contatto con la società italiana, si informavano delle “regole” che vi si praticano e della regola-madre, la Costituzione, praticavano uffici, sindacati, sportelli, anche degli enti locali. Si prefiguravano forme di accoglienza gratuite, rispettose del protagonismo degli interessati. Più tardi sarebbero state inventate forme di esclusione e di inclusione inferiorizzante assai costose.
Fu in quelle sere che imparammo a farci prendere in contropiede nelle nostre aspettative ingenue, ed a sorridere con i nostri nuovi amici degli schemi in cui venivano ricacciati da benintenzionati. Scoprimmo che era facile essere attraversati da immagini dormienti del nostro immaginario colonialista – un colonialismo straccione, ma con tutte le carte in regola per quanto riguardava il razzismo. Sospettammo che, se per costruire un “noi” avevamo bisogno di accettare il fantasma su di “loro”, costruito soprattutto dai media e veicolato dal senso comune, la nostra identità era messa male. Anni più tardi, ritrovai questo paradosso dell’alterità spiegato mirabilmente in una storia chassidica narrata da Martin Buber, là dove il Rabbi Mendel replica al suo interlocutore: “Se io sono io perché sono io e tu sei tu perché sei tu, allora io sono io e tu sei tu. Ma se invece io sono io perché tu sei tu e tu sei tu perché io sono io, allora io non sono io e tu non sei tu” (Buber, 2008, p. 2061).
Infine, con la pratica dell’interazione, abbiamo scoperto che non insegnavamo nulla: era il processo stesso di inserimento che permetteva, fatto com’era di un bilanciamento di strategie accorte, l’apprendimento della lingua come pratica sociale. Ci limitavamo a facilitare questo apprendimento, imparando a individuarne il programma già in atto in ciascun individuo, e a costruire un ambiente di accoglienza vario e rispettoso. Nei mesi successivi, presero d’abitudine di passare da casa di alcuni di noi, dopo il lavoro, previa telefonata: raccontavano episodi accaduti sul lavoro o per strada, su cui prendevano le misure. Spesso chiedevano il significato di alcune espressioni che avevano inteso solo parzialmente – quante espressioni locali e gergali abbiamo imparato, quelli non toscani di noi, attraverso questi momenti di confronto! In alcune case, c’era un ambiente e un tappetino predisposto per le preghiere dei musulmani che abitavano in condizioni disagiate.
2. La rottura del circolo, ovvero: “i paesi in cui il senso comune fa a pugni con l’evidenza sono politicamente infelici”(Raymond Aron)
Oltre vent’anni dopo, l’immagine che le istituzioni, le forze politiche, i media, molti intellettuali e parte della società italiana propongono di questo inserimento risulta, di nuovo e sempre di più, simile a un immaginario coloniale mai elaborato e ora di nuovo egemone. Sia chiaro che qui non si evoca come principio esplicativo una xenofobia diffusa che invece va spiegata: per quanto condotto con una retorica grezza, il discorso razzista viene legittimato e praticato dall’alto, ed è funzionale a una specifica “tecnologia politica” (Bigo, 2000).
Per farsi accettare, sia pure in una posizione di diritti diminuiti, bisogna che i nuovi immigrati vadano a scuola. Non una scuola istituita e pagata dallo Stato, però: se la trovino loro, una scuola, e imparino l’italiano. Vengono ora promessi per questo scopo, con Circolare del Ministero dell’Interno del 2 marzo 2012, cospicui finanziamenti derivanti da un Fondo europeo: vedremo presto se, e soprattutto come, saranno spesi questi soldi. Nulla è previsto, invece, per l’analogo esame cui si devono sottoporre gli immigrati già presenti da tempo nel paese. Introdotto dal cosiddetto “Pacchetto Sicurezza” che, con la legge 15 luglio 2009, n. 94, ha modificato l’articolo 9 del Testo Unicodelle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione del 25 luglio 1998, n. 286, il test di conoscenza della lingua italiana è diventato una condizione per il rilascio di un permesso di soggiorno di lungo periodo. Le sue effettive modalità di svolgimento sono state fissate in seguito dal Decreto Ministeriale 4 giugno 2010. Come è stato notato molto lucidamente, questo test non si inserisce in un processo di inclusione paritaria, ma è concepito per costituire “un ostacolo alla fruizione di un diritto per chi ne possiede già i requisiti” (Mastromarco, 2011). Oltretutto, le modalità stesse di verifica e di valutazione della conoscenza della lingua italiana previste sollevano seri dubbi, anche sotto il profilo della didattica della lingua straniera oltre che della comune ragionevolezza (Faso e Pona, 2011).
Nel caso dei nuovi arrivati, l’importante è che imparino l’italiano, e soprattutto che abbiano accesso alla possibilità di ammirare i nostrivalori superiori: cinque ore di lezione, pre-registrate, e poi facciamo fare loro l’esame, davanti a commissioni improvvisate e poco qualificate. La gestione di questi corsi è affidata agli sportelli del Ministero dell’Interno, che non hanno ancora smaltito pratiche arretrate di svariati mesi. Secondo un attento osservatore della realtà migratoria, soprattutto milanese, “il peso maggiore delle pratiche cadrà sulla Prefettura in perenne carenza d’organico e in arretrato: devono ancora essere smaltite le domande per i ricongiungimenti presentate nel settembre 2010. Pare quasi inevitabile, con queste premesse, attendersi una conclusione di paralisi e caos. Con le ricadute che andranno naturalmente subito a colpire i diretti interessati, gli immigrati che avranno già i loro bei problemi con il nuovo percorso, secondo alcuni un vero percorso a ostacoli creato ad arte” (Galli, 2012). A ciò si aggiungerà una serie probabilmente nutrita di ricorsi, che peseranno sull’efficienza degli uffici preposti.
Ad una persona dotata di buon senso dovrebbero bastare queste poche indicazioni per riflettere sull’intreccio tra razzismo istituzionale, autoritarismo paternalista e inefficacia burocratica delle politiche del governo italiano, e in particolare del ministero Maroni. Ma il buon senso è diventato merce rara, trionfa un senso comune meschino che sarebbe troppo onorato di potersi chiamare “pensiero unico” – perché “pensiero”? parole d’ordine di plastica vengono in soccorso alla povertà concettuale estrema cui siamo ridotti. Sarà dunque necessario ripercorrere in dettaglio i dispositivi introdotti dall’accordo di integrazione, tra cui la trovata del cosiddetto “permesso di soggiorno a punti”, entrato in vigore il 10 marzo scorso nell’indifferenza dei più e con l’adesione di non pochi. Tra gli aderenti va menzionata anche quella miriade di “agenzie” di varia credibilità, che si occupano ormai stabilmente di espletare le pratiche per i migranti e i loro datori di lavoro, e che nei loro siti contribuiscono a costruire un’immagine dello straniero svalorizzata e assistenzialistica, stando ben attente, nella maggior parte dei casi, a eludere una riflessione critica sui provvedimenti cui sono sottoposti gli immigrati.
3. Un contesto significativo
Le modalità di applicazione dell’accordo di integrazione e del permesso di soggiorno a punti sono state regolamentate prima dal Decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 2011, n. 179, per essere poi precisate dalla Circolare del Ministero dell’Interno del 7 marzo 2012. Il consueto intrico di riferimenti giuridici rende poco trasparente la genealogia del provvedimento. Sia nel decreto istitutivo che nella circolare si fa riferimento al Testo Unico sull’immigrazione. Sarà bene ricordare che l’intera disciplina è stata introdotta con l’articolo 4-bis del Testo Unico, inserito a sua volta nel Testo Univo dalla legge n. 94 del 15 luglio 2009, ossia dal “Pacchetto Sicurezza”.
È proprio al contesto politico in cui è nato il Pacchetto Sicurezza che bisogna riportare il provvedimento in questione: non solo per inserirlo nel percorso di stupido incattivimento voluto dall’allora ministro della Lega Nord e condiviso dal governo allora in carica, ma anche per coglierne il carattere non accidentale ma di “coronamento (…) del progetto in atto (…) di riorganizzazione sociale e istituzionale fondata sulla sostituzione del welfare con il controllo repressivo e sull’abbattimento del principio – anzi, della stessa idea – di uguaglianza” (Pepino, 2009). Il “formidabile attivismo del legislatore di centro-destra” (Zorzella, 2011) non ha trovato opposizione in Parlamento, anzi: per una efficace ricostruzione storica di questa stagione normativa anti-immigrati non va dimenticato il ruolo svolto nella legittimazione del nesso insicurezza-immigrazione e nell’avvio del “Pacchetto sicurezza” dal ministro di centro-sinistra Giuliano Amato e da alcuni sindaci di analogo schieramento politico, tra cui Veltroni e Domenici, che hanno rivendicato per sé “nuovi poteri”. La stagione tragicomica dei cosiddetti “sindaci sceriffi” (Bontempelli, 2009), segnata nel Comune di Pisa dalla firma dell’ordinanza anti-borsoni da parte del sindaco Filippeschi, ha trovato un argine nella sentenza della corte Costituzionale n. 115 del 2011. La consulta ha accolto i rilievi di incostituzionalità (Guazzarotti, 2011) su alcuni punti della legge n. 125 del 24 luglio 2008 (Zorzella, 2008): una gemella della legge 94 del 2009 anch’essa, del resto, fatta oggetto di numerosi rilievi di incostituzionalità.
Nel corso degli ultimi anni, in effetti, il Pacchetto Sicurezza è stato più volte oggetto di censura da parte dei giudici della Consulta. Si veda ad esempio la sentenza n. 359 del 2010, che dichiara illegittima la mancata previsione del “giustificato motivo” per punire lo straniero che, espulso, si trattenga nel territorio dello stato (Vanorio, 2011), la sentenza n. 245 del 2011, che dichiara illegittimo il divieto di matrimonio per uno straniero privo del permesso di soggiorno (Zanobetti, 2011) e la sentenza n. 331 del 2011, che dichiara “l’illegittimità costituzionale dell’art. 12, comma 4-bis” (sempre introdotto dalla della legge n. 94) “nella parte in cui – nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati previsti dal comma 3 del medesimo articolo, è applicata la custodia cautelare in carcere, (…) non fa salva l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure”.
È in questo quadro, segnato dal passaggio da una “inferiorizzazione dei migranti” ad un vero e proprio “diritto penale del nemico”, puntellato da numerose infrazioni alla Costituzione, che l’imposizione di fondo dell’accordo di integrazione rivela quest’ultimo come un vero e proprio accordo-imbroglio.
4. Un “accordo” obbligato
A parte la moltiplicazione degli elementi di illegittimità, buone ragioni per diffidare delle leggi e delle circolari sull’immigrazione attualmente in vigore provengono da alcune modalità sintattiche e figure retoriche ricorrenti nel linguaggio del legislatore e dell’amministrazione: tra queste, oltre alla ripetizione ridondante ed ossessiva del termine “straniero” (Faso, Pona, 2011), svolge un ruolo particolare l’ossimoro, privato purtroppo delle sue capacità di moltiplicazione di senso, e praticato invece nella sua capacità di imbroglio e raggiro. Come abbiamo avuto i Centri di permanenza temporanea, ora viene imposto un accordo di integrazione obbligatorio. A nutrire tutti questi ossimori è probabilmente il peggiore, e più pericoloso dal punto di vista giuridico, tra i paradossi a cui siamo oggi confrontati: quello dell’emergenza stabilizzata (Staiano, 2006; Cabiddu, 2010).
In punta di diritto, non sono mancati dubbi sul potere regolamentatore affidato al Decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 2011, n. 179, avente ad oggetto l’accordo di integrazione tra gli immigrati e lo Stato. Una giurista competente e attenta come Nazzarena Zorzella (2011), sostenendo la tesi dell’illegittimità del suddetto DPR, ricorda anche che esso non può essere rinviato alla Corte Costituzionale, in quanto fronte normativa secondaria, e perciò “può solo essere disapplicato dal giudice amministrativo in sede di sua impugnazione”.
Vale la pena leggerlo integralmente il già ricordato articolo 4-bis, inserito nel Testo unico sull’immigrazione con la legge 15 luglio 2009 n. 94, che introduce l’accordo di integrazione. Se ne segnalano in corsivo alcuni passaggi cruciali.
Si noti, al comma 1 dell’art. 4, il riferimento alla “reciprocità” di impegni tra cittadini italiani e stranieri: una alata immagine retorica, che viene smentita dall’articolo stesso, nel momento in cui si impone un “accordo” che impegna una sola delle due parti, attraverso cui viene fatta oltrepassare un’altra frontiera simbolica. Ci sono, infatti, cittadini italiani che non devono sottoscrivere alcun accordo con lo Stato, e non devono mostrare una conoscenza neppur approssimativa della Costituzione italiana, neppure per entrare in parlamento o per scrivere di politica sui grandi quotidiani, come lamenta Umberto Eco (2012); e poi ci sono cittadini stranieri che devono accettare unaccordo imposto, aderendo a dei valori imposti da un Ministero, che decide così quali siano i valori fondanti della nazione di accoglienza sulla base di una interpretazione caricaturale della Costituzione. Come ha notato Zorzella (2011) non si aderisce a dei principi giuridici ma li si condivide, li si accetta: “si aderisce a una religione, a una fede, forse ad un movimento politico, ma non certamente a dei principi giuridici, neppure se contenuti nella Costituzione”. Quanto alla reciprocità, il richiamo è poco più che retorico in assenza di vera uguaglianza giuridica e sociale: essa finisce, paradossalmente, per sottolineare una profonda differenza tra chi fa parte naturalmentedella comunità e chi deve pagare dazio per entrare, a diritti diminuiti (Bontempelli, 2008).
L’asimmetria del presunto “accordo” tra Stato e immigrati è evidente. Lo Stato “si impegna” soltanto – e senza alcuna possibilità di verifica – “a sostenere il processo di integrazione dello straniero attraverso l’assunzione di ogni idonea iniziativa”, come riporta il DPR 14 settembre 2011, articolo 2, comma 6. Il che corrisponde a nulla, in mancanza di progetti, finanziamenti, attenzione specifica e coerente da parte del legislatore e degli amministratori. C’è anche una promessa a breve: “nell’immediato, lo Stato assicura allo straniero la partecipazione a una sessione di formazione civica e di informazione sulla vita in Italia secondo le modalità di cui all’articolo 3”. Questo l’accordo: tu sei obbligato ad alcune cose, tra cui seguire un corso: io in cambio ti offro il corso, ma “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”.
I termini squilibrati dell’accordo non hanno raffreddato l’adesione entusiastica di alcuni siti che si occupano d’immigrazione. Ne riporto un solo esempio, quello del portale immigrazione.biz aggiungendo i corsivi: “Lo Stato da parte sua garantirà loro i diritti fondamentali delle persone senza alcuna discriminazione, agevolando il più possibile il flusso di informazioni agli stranieri stessi. Ma non solo. Curerà in maniera particolare il controllo del rispetto delle norme del lavoro dipendente e si prenderà cura che gli stranieri abbiano pieno accesso a tutti i servizi sanitari previsti. Sarà possibile inoltre, dopo un mese dalla stipula dell'accordo d'integrazione, la partecipazione gratuita ad una sessione di formazione civica e sulla vita in Italia della durata di un giorno”. La promessa della scomparsa delle discriminazioni suona come la cicatrice di un superamento delle discriminazioni (anticostituzionali, come da prime sentenze della Consulta ) inferte ai diritti dell’uomo dal Pacchetto Sicurezza da cui questo “permesso a punti” deriva.
A che cosa è obbligato, invece, chi richiede un permesso di soggiorno? È quanto stabilisce il Decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 2011, n. 179, all’articolo 2, comma 4: “acquisire un livello adeguato di conoscenza della lingua italiana”; “acquisire una sufficiente conoscenza dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica e dell’organizzazione e funzionamento delle istituzioni pubbliche in Italia”; “acquisire una sufficiente conoscenza della vita civile in Italia”; “garantire l’adempimento dell’obbligo di istruzione da parte dei figli minori”.
Il DPR è accompagnato da un fac-simile dell’accordo da firmare (da parte del solo cittadino straniero), e da tabelle di “crediti riconoscibili” e “crediti decurtabili”: lunghi e dettagliatissimi elenchi, da una parte, di benemerenze da farsi riconoscere, dall’altra di reati, misure di sicurezza e sanzioni. Impressionano da una parte la misurazione accuratissima delle differenze tra crediti (ad esempio: 35 punti per un diploma di qualifica professionale, 36 per un diploma di secondaria superiore), dall’altra la sottolineatura che i crediti vengono decurtati per condanne anche non definitive. Ci si immagina numerosi ricorsi in appello in Prefettura, dopo l’appello in tribunale.
Le modalità dell’adempimento dei primi tre punti sono chiarite per esteso all’articolo 3 della già ricordata Circolare del 7 marzo 2012 del Ministero dell’Interno. Ci vorrebbe un Manzoni, o uno Sciascia, per chiosare la rielaborazione che vi si attua rispetto al DPR. “Lo straniero partecipa gratuitamente alla sessione di formazione (…). La sessione ha una durata non inferiore a cinque e non superiore a dieci ore…”. In queste cinque ore (o dieci che siano) “lo straniero acquisisce in forma sintetica, a cura dello sportello unico, le conoscenze di cui all’art. 2, etc.”, e cioè: “una sufficiente conoscenza dei principi fondamentali della Costituzione (…) e dell’organizzazione e funzionamento delle istituzioni pubbliche in Italia”; “una sufficiente conoscenza della vita civile in Italia, con particolare riferimento ai settori della sanità, della scuola, dei servizi sociali, del lavoro e degli obblighi fiscali”. La stessa circolare avverte che “sono stati predisposti 5 moduli di apprendimento di educazione civica, in formato video, della durata di un’ora ciascuno, per complessive cinque ore”, tradotti in varie lingue e disponibili sulla rete intranet del Ministero dell’interno.
Ma queste quisquilie sono trattabili, in forma sintetica, in troppo poco tempo. E allora, sempre in in forma sintetica, l’articolo 3 comma 2 prevede che vengano fornite informazioni su:“diritto e doveri degli stranieri in Italia”; “facoltà e obblighi inerenti al soggiorno”; “diritti e doveri reciproci dei coniugi e doveri dei genitori verso i figli secondo l’ordinamento giuridico italiano, anche con riferimento all’obbligo di istruzione”; principali iniziative a sostegno del processo di integrazione degli stranieri a cui egli può accedere nel territorio della provincia di residenza”; “normativa di riferimento in materia di salute e sicurezza sul lavoro”.
Risalta, in questo programma di educazione civica in pillole, l’ormai nota meccanica specularità diritti/doveri. Così come risalta la variante sinonimica, diritto/facoltà, doveri/obblighi. Negli ultimi anni, trainato da irresponsabili politici anche di centro-sinistra, si è continuato a suggerire un micidiale “scambio” tra diritti e doveri, riguardante i nuovi arrivati e gli immigrati in generale. Non ho nulla in contrario ad una riflessione sui doveri di cittadinanza, anzi. Ma per riflettere sui doveri bisognerebbe evitare di inserirli in una formula che suggerisce scambi con i diritti, e cercare di comprendere perché diritti e doveri di cittadinanza riguardano momenti diversi della realtà sociale e delle sfere istituzionali. Quando Mazzini proponeva uno slittamento dal discorso dei diritti a quello sui doveri, con una mossa di cui oggi bisognerebbe approfondire il senso, era ben consapevole che la sostituzione dei doveri ai diritti non implicava affatto uno scambio, ma caso mai un mutamento di prospettiva, nella consapevolezza che i tempi dei diritti non corrispondono a quelli dei doveri (Zagrebelsky, 1992).
4. Altresì
Il buon Dio, si sa, abita nei dettagli. Anche il diavolo, però, vi attua notevoli performance. E predilige – come abitazione – non i libri o la vita, ma i titoli dei giornali, con le loro sottigliezze pragmalinguistiche, o gli articoli di legge, scritti da aggiornati Azzeccagarbugli. Si tratta di un campo ancora in massima parte da scandagliare, quello della “lingua del razzismo” (Faso, 2009): le analisi hanno preferito fermarsi al “lessico”, più facilmente processabile con metodi quantitativi.
Nella legge n. 125 del 2008, sulle “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, l’illegittimità costituzionale in materia di poteri speciali dei sindaci era stata ottenuta inserendo nella legge un “anche”. Così i primi cittadini avrebbero potuto deliberare usando poteri straordinari anche (e non soltanto) in casi di straordinarietà. L’inserimento subdolo aveva fatto presto scuola, se l’ordinanza di un sindaco, in Veneto, lo aveva ripetuto in altro contesto, facendo divieto di richiesta di mendicità anche in forma invasiva e molesta. Sulla scia degli ingegnosi aggiratori ministeriali della costituzione, anche gli sceriffi sembrano aver capito che basta introdurre un anche per rovesciare il senso di una legge e sospendere le garanzie dello Stato di diritto.
Diversa funzione, ma sintomatica, riveste nel decreto che regola il “permesso a punti” un sinonimo burocratico di anche. Lo straniero dichiara, altresì, di aderire alla Carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione di cui al decreto del Ministro dell'Interno in data 23 aprile 2007, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 137 del 15 giugno 2007, e si impegna a rispettarne i principi.
In verità, il richiamo alla “Carta dei valori”, che a suo tempo, voluta dal ministro Amato, fu accolta con squittii di approvazione da parte di intellettuali democratici di frettolosa e pregiudicata attenzione, non è un’aggiunta, ma rivela il carattere di imposizione del cosiddetto “accordo”, fondato, come la “Carta”, sulla produzione di un’immagine svalorizzante e densa di pregiudizi dei mondi e delle persone degli immigrati, ridotti a luoghi comuni, e di una, opposta, immagine idealizzata fino al ridicolo di un’Italia madre e garante di diritti per donne e bambini, nonché (direbbe il burocrate) portatrice di pace nel mondo. In particolare, quanto sappiamo sull’investimento nell’istruzione della stragrande maggioranza dei migranti presenti in Italia contraddice questa infamante trovata dei legislatori, che evidentemente non sono a conoscenza dei percorsi di inserimento familiare, dei sacrifici, della volontà ferma di fare studiare i figli, e proiettano sugli immigrati abitudini di elusione che sono state invece diffuse in alcune zone d’Italia fino a pochi decenni fa, per cause sociali allora ben comprensibili, ma ovviamente sempre trascurate ad arte dal razzismo anti-meridionale e anti-contadino.
5. Ci vogliono nuovi doveri, e più alti
Come in quella Carta, nell’accordo convivono un carattere di dispettosa e cieca imposizione, che non sa neanche immaginare i probabili effetti devastanti di tanta voluta umiliazione, ed una funzione di pura propaganda auto-celebrativa. Nel vuoto crescente di tessuti civili, nell’incapacità di costruire valori e doveri unitari, si preferisce ricavare un’immagine falsa di un “noi civilizzato” contrapponendola a quella di una una massa indistinta e selvaggia, che non manderebbe neppure i suoi figli a scuola, se non glielo imponessimo. Se il legislatore avesse davvero voluto offrire a genitori migranti l’opportunità di assicurare ai figli una buona carriera scolastica, che risultasse anche strumento della cosiddetta “integrazione” (Faso, 2008; Ambrosini, 2008), non avrebbe rovesciato l’immagine di un diritto cui aspirano (all’istruzione dei propri figli) in quella di un dovere cui si sottrarrebbero, loro, gli incivili.
Questo paese sofferente e sciagurato avrebbe bisogno di provare a risollevarsi, magari puntando su “nuovi doveri, e più alti”, come quelli intravisti da Vittorini (1966) negli ultimi anni del fascismo. Non aiutano, i provvedimenti di un’Amministrazione che, a corto di idee e di legittimazione, preferisce proporre ferrivecchi razzisti, con l’immagine di due mondi separati, noi da una parte, loro dall’altra. Non si pensa certo all’efficacia della legislazione, quando si umilia così la vita di chi potrebbe concorrere a ricostruire la vita civile offesa da decenni di enormi difficoltà. Ma il tentativo di umiliare l’immigrato in quanto tale e di governare attraverso la separazione e la paura non può che avere effetti devastanti sulla vita civile.
Caduto, con il governo Berlusconi, il ministero leghista, forze politiche in cerca di nuova credibilità e nuovo governo potrebbero, anche per via amministrativa, cominciare a ridurre i danni di questo ultimo decennio, in modo da consegnare alla storia questo provvedimento come un “ultimo colpo di coda di un governo cattivo”, come suona l’auspicio di Zorzella (2011). Un auspicio, cui bisogna lavorare concretamente, nonostante sia smentito dalla memoria delle complesse responsabilità che hanno dato corpo al razzismo delle istituzioni, e ai primi passi amministrativi del presente governo, anche in questo campo.
Ambrosini, M. Un’altra globalizzazione, Il Mulino, Bologna, 2008.
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