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Rassegna stampa 30 Aprile 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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Rassegna stampa 30 Aprile 2019
da Alessia peilex|Pubblicato 30 aprile 2019
30/04/2019 – Il Sole 24 Ore
SBLOCCACANTIERI IN PANNE COMMISSARI GIÀ IN RITARDO
Sono passati quasi 70 giorni (si veda Il Sole 24 Ore del 23 febbraio) dalle prime anticipazioni che attribuivano al governo e all’«imminente» decreto sbloccacantieri la volontà di accelerare grandi e piccole opere italiane mediante la nomina di commissari straordinari dotati di poteri eccezionali, in deroga alle farraginose procedure ordinarie. E dei commissari non si vede neanche l’ ombra. Ieri si è svolta la prima seduta dedicata al decreto legge al Senato, in commissione Lavori pubblici, dopo una gestazione molto complicata e poco efficiente, con addirittura due approvazioni in Consiglio dei ministri e tante liti in mezzo fra Lega e Cinquestelle. Alla fine, i poteri eccezionali sono stati partoriti come modello astratto di intervento, ma tutta la scommessa ora è nel mantenere quel carattere potente di straordinarietà e di rapidità che consenta di vincere una battaglia che hanno perso tutti i governi – anche più coesi e più coerenti di questo – negli ultimi quindici anni. La novità di queste ore non lascia presagire una evoluzione di questo tenore. Passeranno infatti altri 50 o 60 giorni (per un totale che a quel punto supererà i quattro mesi) per vedere la nomina del primo commissario straordinario. Per vederlo all’ opera, di questo passo, bisognerà certamente attendere la seconda metà dell’ anno. Non è ancora una certezza ma un orientamento: il governo ritiene infatti necessario attendere la conversione del decreto in legge per passare alla fase operativa. Intendiamoci: questa è la regola ordinaria ed è una buona regola, rispettosa di una buona prassi costituzionale. Prima di emanare atti giuridicamente rilevanti, che per altro hanno pesanti impatti su amministratori pubblici, imprese e cittadini, per giunta con poteri derogatori rispetto alle norme ordinarie, si attende che la fonte primaria, quindi il decreto legge, sia stabilizzato. In aggiunta qui c’ è anche la riforma delicatissima del codice degli appalti: una pentola che, una volta scoperchiata, rischia di non chiudersi più. Proprio qui, però, è il punto. In condizioni ordinarie accade questo ed è giusto che sia così. La normativa sbloccacantieri è stata però annunciata – giustamente – come una specie di legislazione di guerra, la guerra dei cantieri, appunto. Veniva dopo la melina sulla Tav e voleva essere un segnale di riscatto. Veniva dopo i dati sul Pil del quarto trimestre 2018 e sulla «recessione tecnica» che ne scaturiva e voleva essere un segnale a tutto il mondo (a partire da Bruxelles) della volontà di riscatto. Il rilancio degli investimenti pubblici in Italia, la spesa di 150 miliardi stanziati e bloccati, il bisogno di tornare a fare crescita a tutti i costi erano diventati, in effetti, le priorità di questo governo e del Paese intero. Lo erano. E lo sono ancora. Ed è una priorità, bisogna dirlo senza false meline, che va affrontata con gli strumenti di una guerra perché con i mezzi annunci, le misure all’ acqua di rose, le liti infinite sulle competenze delle centrali di progettazione, i dispetti su “pochi commissari, tanti commissari” o sulla lista delle opere da sbloccare non si andrà da nessuna parte. Stamattina il dato del Pil dell’ Istat ci ricorderà ancora una volta a che punto siamo. Magari usciremo dalla recessione tecnica, con un +0,1%, o forse invece ci resteremo ancora con crescita piatta. Ma nella sostanza nulla cambia e gli allarmi di 70 giorni fa sono gli stessi di oggi. Con la differenza che ormai un semestre se ne è quasi andato e di crescita indotta dalla politica economica del governo non si è visto ancora nulla. Chi si occupa di statistiche dell’ economia reale e ancora più di conti pubblici sa bene che un semestre buttato via sul Pil vuol dire un anno buttato via. Non abbiamo settimane o mesi per invertire la rotta. Forse, giorni. Senza infrangere delicati equilibri istituzionali dovrebbe essere la politica a fare la sua parte. Non la politica che da settimane dà uno spettacolo degradante di interessi di parte e meramente elettorali, ma la politica che si assume la responsabilità di decidere. Di decidere che il decreto legge sbloccacantieri si può convertire in due settimane e che nel frattempo il governo (e le forze politiche che ne fanno parte) può scegliere le trenta opere su cui mettere alla prova la sua capacità di fare. Diverse liste circolano già, un lavoro preliminare è stato fatto soprattutto da chi lavora sul campo, come Fs o Anas. Serve decidere. Se prima dell’ estate non avremo segnali chiari, con i commissari all’ opera per fare il possibile su un primo elenco di lavori, un altro anno sarà perso. E dopo tante battaglie perse, alla fine si perde anche la guerra. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli
30/04/2019 – Italia Oggi
Appalti, certificati boomerang
A sostenerlo è l’ Ispettorato nazionale del lavoro che fornisce istruzioni per il contrasto
L’ uso è finalizzato a ostacolare controlli e ispezioni
La certificazione dei contratti si sta rivelando un boomerang per la legalità negli appalti. Il suo utilizzo, infatti, avviene sempre più nella consapevolezza di dare successivamente esecuzione ad appalti illeciti, quindi come strumento per ostacolare controlli e ispezioni. A sostenerlo è l’ Ispettorato nazionale del lavoro nella nota protocollo numero 3861/2019. Nel fornire nuove istruzioni al contrasto degli appalti illeciti, l’ Inl precisa che nel periodo «non coperto» dalla certificazione resta possibile l’ emissione di provvedimenti sanzionatori e di recupero contributivo e che la certificazione non produce effetti «protettivi» sulle condotte illecite di rilievo penale (come, ad esempio, nell’ ipotesi di somministrazione fraudolenta di manodopera). La questione «certificazione» Le istruzioni riguardano le ipotesi di accertamenti d’ illegittimità di appalti certificati da parte delle previste commissioni, tra cui enti bilaterali, università pubbliche e private, consigli provinciali dei consulenti del lavoro. Secondo l’ Inl, il ricorso alla certificazione dei contratti di appalto avviene sempre più frequentemente da parte di realtà datoriali che si affidano a tale strumento nella consapevolezza di dare successivamente esecuzione a un appalto illecito. In tal senso, la certificazione è usata esclusivamente come strumento di ostacolo a una eventuale attività di vigilanza che evidenzi la «difformità tra il programma negoziale certificato e la sua successiva attuazione». Al fine di contrastare tali fenomeni, l’ Inl detta nuova istruzioni. Le commissioni «fasulle» In primo luogo spiega che le certificazioni dei contratti di appalto sono inefficaci qualora siano riconducibili a enti bilaterali che non possono ritenersi tali. Cosa che accade in presenza della violazione del comma 1 dell’ articolo 2, lett. h, del decreto legislativo n. 276/2003, il quale stabilisce che gli enti bilaterali sono «organismi costituiti a iniziativa di una o più associazioni di datori di lavoro e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative». Pertanto, gli ispettori sono tenuti a verificare quali siano i soggetti collettivi che hanno dato origine all’ ente bilaterale, nella consapevolezza (derivante dall’ esperienza) che, in tanti casi, risultano costituiti da soggetti pressoché sconosciuti sul piano della rappresentatività sindacale o che operano per conto di una sola o di pochissime realtà datoriali. La «volontà» di certificazione In secondo luogo, l’ Inl spiega che è possibile agire sulle certificazioni rilasciate, per eliminarne gli effetti giuridici, in ragione di uno o più vizi che possono ritenersi inficianti la valutazione effettuata in sede di emanazione del provvedimento di certificazione (si veda tabella). Lo scambio di dati Altro aspetto analizzato dall’ Inl riguarda l’ obbligo per le commissioni di comunicare «l’ inizio del procedimento (…) per ricevere osservazioni» (art. 78, comma 2, lett. a, decreto legislativo n. 276/2003). La comunicazione va trasmessa alla sede territoriale dell’ Inl competente in ragione del luogo di svolgimento delle prestazioni lavorative; invece, è spesso fatta all’ Itl competente in ragione della sede legale dell’ impresa, il che compromette la possibilità (per l’ Itl) di fornire importanti elementi di valutazione alla commissione, compresa l’ esistenza di accertamenti ispettivi in corso o di precedenti violazioni in capo all’ impresa. Il periodo «non coperto» Infine, l’ Inl precisa che per il periodo «non coperto» dalla certificazione è sempre possibile procedere con l’ adozione dei provvedimenti sanzionatori e di recupero contributivo; e inoltre che la certificazione non produce alcun effetto sulle eventuali condotte di rilievo penale, ivi comprese le condotte che evidenziano la sussistenza di una somministrazione fraudolenta di manodopera (ex articolo 38 bis del decreto legislativo n. 81/2015). © Riproduzione riservata. DANIELE CIRIOLI
Il bando di gara è rigido
Sentenza del Consiglio di stato sul caso di esclusione dell’ azienda
La caratteristica del prodotto è vincolante
Se la caratteristica di un prodotto viene indicata nel bando di gara, la sua mancanza costituisce valida ragione per escludere l’ azienda che l’ ha proposta dall’ aggiudicazione del bando. Ciò in quanto essendo tale caratteristica inserita nei c.d. requisiti minimi, non costituisce una mera indicazione bensì un elemento fondamentale ai fini della partecipazione (ed auspicata aggiudicazione) alla gara di appalto. È questo il principio stabilito dal Consiglio di stato III° sezione (sentenza del 15/2/2019 n. 1071/2019), che ha confermato quanto definito in primo grado dal Tribunale amministrativo regionale della Liguria. Secondo il Consiglio di stato, infatti, la sentenza di primo grado aveva correttamente interpretato sia la lex specialis, sia le previsioni dell’ art. 1362 e seguenti c.c. sulla interpretazione dei negozi giuridici, statuendo circa la necessità di sanzionare con l’ esclusione la mancata offerta, da parte dell’ appellante, della «cintura pluriuso» espressamente prevista dalla stazione appaltante quale requisito minimo della fornitura richiesta. Secondo i supremi giudici amministrativi, infatti, i requisiti di minima non sono «mere indicazioni» ma rappresentano gli elementi fondamentali ai fini della partecipazione la cui mancanza, quindi, non può che comportare l’ esclusione dalla procedura di gara. Secondo il Cds l’ art. 83, comma 8° rappresenta la norma del Codice appalti che impone la vincolatività delle specifiche tecniche di gara in forza della quale «Le stazioni appaltanti indicano le condizioni di partecipazione richieste, che possono essere espresse come livelli minimi di capacità», definendo il livello della prestazione richiesto in gara, e non riferendosi dunque alla capacità dell’ offerente ma a quello della sua offerta che, qualora manchi di dette condizioni minime, non può di conseguenza essere legittimamente ammessa. Viene così a cadere la c.d tassatività delle cause di esclusione da una procedura di gara in quanto «la richiesta di determinate specifiche tecniche per la partecipazione risulta espressamente prevista da detto art. 83, comma 8°, ragion per cui la loro mancata presenza configura direttamente una violazione di legge, che ne giustifica pienamente l’ esclusione». La valenza della sentenza citata ridiede quindi nel fatto che in tema di appalti la definizione dell’ oggetto di gara, tramite specifiche tecniche definite obbligatorie (o di minima ), non comporta sempre l’ esclusione del concorrente la cui offerta sia priva di dette caratteristiche. Questo in ragione del fatto che è possibile si verifichi da un lato che, nell’ ipotesi di mancata espressa comminatoria in lex specialis per tale carenza, la suddetta mancanza non consenta l’ automatica estromissione dalla gara, mentre dall’ altra, anche ammesso che la mancata presenza di requisiti di minima sia sanzionata con l’ esclusione, venga comunque invocata la «tassatività delle cause d’ esclusione», principio che esclude la facoltà d’ introdurre nuovi motivi d’ esclusione non espressamente previsti dal Codice appalti o da altre disposizioni di legge vigenti. In conclusione, per partecipare ad una pubblica gara, o si possiedono i requisiti tecnici obbligatoriamente richiesti oppure si deve impugnare la definizione stessa dell’ oggetto nella lex specialis, a nulla valendo l’ ipotesi di presentare un’ offerta equivalente ed, ancora meno, pretendere poi di non essere esclusi in assenza di una chiara prescrizione d’ espulsione in caso di offerte non soddisfacenti i requisiti di minima. © Riproduzione riservata. FEDERICO UNNIA
Progettisti, la paga è certa
Lo sbloccacantieri arriva in Senato. Termine emendamenti il 7 maggio
La stazione garantirà il pagamento al tecnico
Pagamenti più sicuri per i progettisti che partecipano a gare pubbliche. Le stazioni appaltanti, infatti, dovranno indicare nei documenti di gara le modalità per la «corresponsione diretta» della quota del compenso destinato agli oneri di progettazione. Il rapporto economico, quindi, non sarà più tra progettista e impresa ma direttamente tra professionista e stazione appaltante. È quanto prevede un articolo del cosiddetto «decreto sbloccacantieri» (dl 32/2019), il cui testo è stato incardinato ieri in commissione lavori pubblici del Senato. Il termine finale per la presentazione degli emendamenti è stato fissato alle ore 18 del prossimo 7 maggio. Il decreto opera una serie di modifiche al codice degli appalti (decreto 50/2016), cambiandone circa un terzo degli articoli (si veda ItaliaOggi del 20 aprile 2019). Tra le novità, spicca la nuova forma di tutela per i compensi dei progettisti, con l’ aggiunta del comma 1-quater all’ articolo 59, in cui si afferma che nel caso l’ operatore economico si avvalga di uno o più progettisti, la stazione appaltante dovrà indicare nei documenti di gara le modalità per la corresponsione «diretta» del compenso. In sostanza, non si interviene sul livello dei compensi (la cui definizione rimane di competenza dell’ operatore economico, ovvero dell’ impresa che partecipa alla gara) ma, piuttosto, sulla certezza che gli stessi vengano elargiti al progettista: infatti, i soldi non passeranno più dalle imprese ma direttamente dalle stazioni appaltanti. In questo modo dovrebbe essere scongiurato il rischio che l’ impresa, una volta terminato il lavoro, non corrisponda il compenso dovuto al professionista. Una disposizione di tenore simile era già presente nella vecchia versione del codice degli appalti, ma era prevista come opportunità: da oggi, se il testo rimarrà lo stesso dopo il passaggio parlamentare, diventerà un obbligo. Previste misure anche per i tecnici delle pubbliche amministrazioni: verrà ripristinato l’ incentivo del 2% per la fase di progettazione. La reintroduzione dell’ incentivo ha suscitato una serie di reazioni negative tra i professionisti tecnici, in particolare tra ingegneri ed architetti: «Queste misure rappresentano un duro colpo e un attacco alla dignità degli architetti e ingegneri liberi professionisti», ha dichiarato il presidente di Inarcassa Egidio Comodo. «La reintroduzione dell’ incentivo del 2% rischia di avvantaggiare i soli dipendenti pubblici e svilire il ruolo dei liberi professionisti». Ma l’ approvazione dello sbloccacantieri ha portato ad altre critiche, in particolare per una norma (art.1, num. 4, lettera n) che recita: «un operatore economico può essere escluso dalla partecipazione di una procedura d’ appalto se la stazione appaltante è a conoscenza e può adeguatamente dimostrare che lo stesso non ha ottemperato agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse o dei contributi previdenziali non definitivamente accertati». Sono proprio queste ultime parole ad aver alimentato le polemiche, in quanto sarebbe prevista una esclusione di professionisti e imprese che non abbiano ricevuto una sentenza definitiva di non regolarità fiscale, previdenziale e contributiva. Se l’ impostazione della norma non verrà modificata in Parlamento, c’ è il rischio concreto che vengano escluse dagli appalti pubblici imprese verso le quali aleggiano dei semplici sospetti di mancati pagamenti non ancora definitivamente accertati dall’ Agenzia delle entrate. © Riproduzione riservata. MICHELE DAMIANI
30/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Speciale Sblocca-cantieri, al via l’iter al Senato: lunedì 6 le audizioni, decreto in Aula il 17 maggio
Ieri prima riunione delle commissioni di Palazzo Madama e la decisione di riascoltare una quindicina di rappresentanti di istituzioni e imprese
È iniziato ieri l’esame nelle commissioni Lavori Pubblici e Ambiente del Senato del decreto Sblocca-cantieri (qui il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale). Il decreto sarà esaminato congiuntamente dalle due commissioni che hanno deciso anche di dare il via a un nuovo ciclo di audizioni fissato per lunedì 6 maggio.
«Abbiamo deciso insieme a tutti i gruppi di ascoltare di nuovo una quindicina circa di soggetti», spiega Antonella Raggi (Lega) relatrice del provvedimento insieme a Fabio Santillo (M5S) . Sarà un ciclo rapido che si aggiunge al lungo elenco di audizioni (oltre 60) già tenute dalla commissione sul tema della riforma degli appalti nel corso delle ultime settimane.
Dopo le audizioni si passerà agli emendamenti, con la scadenza fissata alle 18 di martedì 7 maggio. Poi cominceranno le votazioni, con l’obiettivo di arrivare in Aula il 17 maggio, «in modo da lasciare poi anche alla Camera un tempo congruo per l’esame del provvedimento», continua Faggi. Il decreto, ricordiamo, deve essere convertito in legge entro il 17 giugno. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Speciale Sblocca-cantieri/3. Offerta più vantaggiosa, al prezzo mai più del 50% dei punti
Jacopo Recla e Elisa Carloni
Salta il tetto del 30% ma resta indispensabile valorizzare gli aspetti tecnici dell’offerta
Il Decreto-Legge Sblocca-cantieri interviene sul testo dell’art. 95 del D.Lgs. 50/2016 rubricato «criteri di aggiudicazione dell’appalto», ed in particolare sulla previsione di cui al comma 10-bis.
Tale comma prevedeva che «La stazione appaltante, al fine di assicurare l’effettiva individuazione del miglior rapporto qualità/prezzo, valorizza gli elementi qualitativi dell’offerta e individua criteri tali da garantire un confronto concorrenziale effettivo sui profili tecnici» e precisava che «a tal fine la stazione appaltante stabilisce un tetto massimo per il punteggio economico entro il limite del 30 per cento».
Ebbene, il decreto ha abrogato l’ultimo periodo della norma, vale a dire la definizione del «tetto massimo per il punteggio economico». Di conseguenza, a fronte di tale eliminazione, nelle procedure i cui bandi, avvisi o inviti verranno rispettivamente pubblicati o inviati dopo la data di entrata in vigore del Dl (art. 1, comma 3 del D.L. 32/2019), le stazioni appaltanti non dovranno obbligatoriamente rispettare il limite massimo predeterminato dal legislatore.
Tuttavia, come detto, il Dl ha abrogato solo l’ultima parte del comma 10-bis, mentre rimane in vigore la prima parte ove viene affermato che le stazioni appaltanti devono necessariamente valorizzare la componente qualitativa dell’offerta nelle gare aggiudicate secondo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, da cui può essere desunto che il peso della componente qualitativa debba comunque prevalere rispetto a quella economica.
L’applicazione controversa della previgente normativa
Si tratta, come è noto, di un “ritorno al passato” in quanto il comma 10-bis non era presente nella versione originaria del Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 50/2016), ma è stato introdotto dal cd. Decreto Correttivo (D.Lgs. 56/2017).
La modifica a suo tempo introdotta derivava dalla necessità per il legislatore di arginare la prassi in uso di talune stazioni appaltanti, che limitavano fortemente il peso della componente tecnica a vantaggio di quella economica. La finalità era dunque quella di evitare che l’obbligo di utilizzare il criterio del miglior rapporto qualità/prezzo potesse essere eluso stabilendo il peso delle due componenti in modo tale da rendere gli elementi qualitativi sostanzialmente irrilevanti ai fini dell’aggiudicazione dell’appalto.
La norma era stata subito oggetto di critica dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, la quale aveva fatto rilevare che essa «limita eccessivamente la facoltà della stazione appaltante di tenere adeguatamente conto delle offerte economiche», e in particolare che «l’introduzione di una soglia rigida e bassa non appare appropriata per quella tipologia di appalti caratterizzati da prodotti o servizi considerati sostanzialmente analoghi» (Atto di Segnalazione n. 1422 del 18 agosto 2017).
E malgrado il dato letterale – piuttosto chiaro e inequivoco – anche le posizioni di giurisprudenza e Anac erano state oscillanti. Sussistevano infatti sia tesi aderenti al testo della norma, per cui il superamento del tetto del 30% comporta automaticamente l’illegittimità della lex specialis (Tar Sicilia, Catania, Sez. III, 29 gennaio 2018, n. 227 e Parere di Precontenzioso Anac n. 7 del 9 gennaio 2019), sia tesi intermedie secondo cui anche in caso di superamento spetterebbe al ricorrente dimostrare che «una differente modalità di valutazione dell’offerta tecnica e dell’offerta economica avrebbe comportato il suo collocamento nella prima posizione in graduatoria» (Tar Lazio, Roma, II quater, n. 5554/2018; cfr. anche Tar Toscana, 8 marzo 2018, n. 351), sia infine tesi come quella sostenuta da Consiglio di Stato, Sez. V, 18 giugno 2018, n. 3733 secondo cui «il comma 10-bis dell’art. 95 cit. fornisce solamente un’indicazione di massima».
La nuova norma impone comunque di valorizzare gli elementi qualitativi
La modifica introdotta dal Decreto Sblocca-cantieri consentirà ora alle stazioni appaltanti di recuperare margini di discrezionalità nell’individuare il punteggio più opportuno da attribuire alle offerte economiche in relazione allo specifico appalto oggetto di affidamento.
E tale facoltà sarà certamente utile per gli appalti da aggiudicarsi con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa ove la componente tecnica è di difficile individuazione. In tali casi, infatti, l’abrogazione del tetto massimo consentirà di non dover assegnare i 70 punti sulla base di criteri di valutazione che spesso finivano per essere di difficile enucleazione da parte delle stazioni appaltanti.
Tuttavia, è importante rilevare che la modifica legislativa non coinvolge l’intero comma, ma lascia invariata la previsione di cui al primo periodo del comma 10-bis.
Ciò che viene eliminato è quindi la “presunzione” legislativa secondo cui solo prevedendo un tetto massimo di 30 punti alle offerte economiche, le stazioni appaltanti sarebbero in grado di valorizzare le offerte tecniche.
Rimane invece in vigore la disposizione che impone comunque un obbligo stringente per le stazioni appaltanti di valorizzare la componente qualitativa dell’offerta, stabilendo che è necessario «assicurare l’effettiva individuazione del miglior rapporto qualità/prezzo», che devono essere «valorizzati gli elementi qualitativi delle offerte» e che è indispensabile infine «garantire un effettivo confronto concorrenziale sui profili tecnici».
Si tratta, come è noto, di disposizioni che cristallizzano un principio fondamentale connesso al criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, tanto che la giurisprudenza lo aveva affermato anche prima dell’inserimento del comma 10-bis ad opera del cd. Decreto Correttivo (D.Lgs. 56/2017), rilevando che anche in assenza di prescrizioni vincolanti dei criteri ponderali per la valutazione dell’offerta, sono preclusi «irragionevoli e non giustificati sacrifici e sottovalutazioni del profilo tecnico-qualitativo dell’offerta economicamente più vantaggiosa» (Cons. Stato, sez. V, 16 agosto 2018, n. 4945/2018; analogamente Cons. Stato, sez. III, n, 2892/2018 secondo cui «è nella logica che nelle gare da affidare con il sistema economicamente più vantaggioso il peso attribuito all’elemento economico non possa finire per neutralizzare quello assegnato all’offerta tecnica»).
Sia pure in assenza di un’espressa previsione legislativa – e tenendo conto delle critiche relative alla “rigidità” del precedente criterio meramente matematico – dal tenore letterale della previsione rimasta in vigore del comma 10-bis si può ritenere che la natura stessa del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa imponga che il peso della componente economica non può superare il peso degli elementi qualitativi della stessa offerta e dunque non può essere superiore al 50% del punteggio complessivo da assegnare.
L’onere di motivare l’eventuale peso rilevante della componente economica
Ai sensi della prima parte della norma, tuttora vigente, resta dunque stringente per le stazioni appaltanti l’obbligo di evitare che i profili tecnici delle offerte siano resi del tutto irrilevanti ai fini dell’aggiudicazione dell’appalto.
E se la precedente formulazione consentiva di ritenere ex lege garantito il rispetto della previsione legislativa di cui all’art. 95, comma 10-bis laddove non veniva superato il tetto massimo, in assenza ora di una specifica indicazione legislativa si ritiene che le stazioni appaltanti dovranno adeguatamente motivare l’eventuale attribuzione di un peso rilevante al fattore economico.
E tale onere motivazionale è finalizzato appunto a poter controllare che l’obbligo di utilizzare il criterio del miglior rapporto qualità/prezzo non venga eluso operando sulla suddivisione dei punteggi a svantaggio della valorizzazione dei profili tecnici delle offerte. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Speciale Sblocca-cantieri/5. L’addio al «rito superaccelerato» riduce gli obblighi di pubblicità per la Pa
Laura Savelli
Le stazioni appaltanti non dovranno più pubblicare online entro due giorni gli elenchi degli ammessi e degli esclusi dalla gara
Addio, per i contratti pubblici, anche al rito super accelerato. Il decreto Sblocca-cantieri porta anche al definitivo superamento delle regole processuali che erano state introdotte dal primo decreto correttivo del Codice (d.lgs. n. 56/2017), e che non avevano di certo semplificato, alle Pa e alle imprese, la gestione delle procedure di affidamento e del relativo contenzioso.
Il rito super-accelerato e gli obblighi di comunicazione
Si ritorna dunque al passato, innanzi tutto, mediante l’eliminazione di tutti i riferimenti a tale rito all’interno dell’articolo 120 del Codice del processo amministrativo: ragion per cui, non sarà più obbligatorio, per i concorrenti, contestare immediatamente la propria esclusione, oppure l’ammissione di altre imprese, pena l’impossibilità di impugnare i successivi atti della procedura di gara, e quindi anche l’aggiudicazione finale.
Queste nuove regole scatteranno naturalmente – stando all’articolo 1, comma 5, del decreto-legge n. 32/2019 – per tutti i processi iniziati dopo la data della sua entrata in vigore, e quindi dal 19 aprile scorso, sul presupposto che l’espressione «processi iniziati» dovrebbe intendersi come riferita alla notifica dell’atto introduttivo del giudizio di primo grado effettuata a partire da tale data.
Ad ogni modo, tali modifiche comportano anche – in termini di impatto sulla procedura di gara – che non dovranno più essere pubblicati dalle stazioni appaltanti, sul profilo di committente, i provvedimenti di esclusione dei concorrenti dalla gara, oltre a quelli di ammissione, adottati a seguito della valutazione dei loro requisiti generali e speciali: un adempimento, che – ai sensi dell’oramai abrogato secondo periodo dell’articolo 29, comma 1, del Codice – doveva essere effettuato entro due giorni dalla data di adozione dei provvedimenti stessi, proprio per consentire alle imprese interessate la loro impugnazione entro il termine di trenta giorni da tale pubblicazione.
Ad ogni modo, ciò non toglie che, dell’esito delle operazioni di verifica dei requisiti a seguito dell’apertura delle buste contenenti la documentazione amministrativa, le amministrazioni dovranno comunque continuare a dare evidenza, secondo quanto dispone il nuovo comma 2-bis dell’articolo 76 del Codice.
Con tale previsione, è stato infatti stabilito che, nei termini di cui al comma 5 dell’articolo 75, e cioè entro un tempo non superiore a cinque giorni, le P.a. dovranno comunicare d’ufficio, ai candidati e ai concorrenti, sia i provvedimenti che determinano le esclusioni dalla procedura di affidamento, sia quelli che comportano l’ammissione, sempre a seguito della verifica della documentazione attestante l’assenza dei motivi di esclusione di cui all’articolo 80, nonché la sussistenza dei requisiti economico-finanziari e tecnico-professionali.
La verifica dei requisiti e la pubblicità dei bandi di gara
Per le procedure bandite dal 19 aprile scorso, sono previste poi ulteriori novità sotto il profilo degli obblighi pubblicitari legati alle verifiche dei requisiti, che riguardano il settore degli affidamenti sotto-soglia.
Con riferimento a questi casi, il comma 5 dell’articolo 36 del Codice – a seguito della riforma da parte del decreto Sblocca-cantieri – ha introdotto la possibilità, per le stazioni appaltanti, di invertire le fasi di gara, nel senso cioè di procedere prima con l’esame delle offerte e, poi, con la verifica della documentazione relativa al possesso dei requisiti generali e speciali.
Ma, l’esercizio di tale facoltà dovrà essere evidenziato nel bando di gara o nell’avviso con cui si indice la procedura, insieme con le modalità di svolgimento dei controlli a campione, che le P.a. dovranno in ogni caso effettuare sui soggetti diversi dall’affidatario (e ciò, vale anche nei settori speciali, a prescindere dalla soglia Ue, come specificato dall’articolo 133, comma 8, del Codice)., © RIPRODUZIONE RISERVATA
Speciale Sblocca-cantieri/4. Più dubbi che certezze sui consorzi stabili
Alessio Cicchinelli (*)
Chiarito che l’affidamento alle consorziate non è subappalto, ma resta il vuoto normativo sulla qualificazione
Nell’età della centralizzazione della domanda pubblica di acquisti e della qualificazione delle stazioni appaltanti, i consorzi stabili rappresentano una forma aggregativa di partecipazione tramite cui il singolo operatore economico può aumentare la propria capacità competitiva nel mercato delle gare pubbliche. Nel dettare la disciplina normativa sul regime di dimostrazione dei requisiti di partecipazione alle gare da parte dei consorzi stabili, l’intento del Legislatore è sempre stato quello di individuare un punto di equilibrio tra l’interesse a tutelare la portata pro-concorrenziale di questa forma aggregativa d’imprese e quello volto ad evitare che i consorzi si trasformino in meri moltiplicatori di requisiti cartolari, senza alcuna garanzia, in capo alla stazione appaltante, in merito alla loro concreta capacità di portare a compimento le prestazioni oggetto di appalto.
Sintomo della difficoltà ad individuare tale punto di equilibrio è rappresentato dalle molteplici modifiche legislative che hanno interessato la disciplina dei consorzi stabili, nel corso della stagione riformatrice avviata nel 2016.
In particolare, la versione originaria dell’art. 47, D.Lgs. n. 50/16, prescriveva un regime di qualificazione apparentemente comune a lavori, servizi e forniture, limitando il meccanismo del cumulo dei requisiti di qualificazione delle consorziate solo per i primi cinque anni di costituzione del consorzio e solo per i requisiti posseduti dalle consorziate esecutrici.
Con il cd. decreto correttivo e sempre attraverso una disciplina apparentemente unitaria per lavori, servizi e forniture, veniva eliminato il limite temporale del quinquennio e veniva confermato che il cumulo dei requisiti ai fini della qualificazione poteva essere sfruttato solo attraverso i requisiti posseduti dalle consorziate designate, mentre l’eventuale possibilità di utilizzare anche i requisiti posseduti dalle altre consorziate veniva subordinata alla stipulazione di un apposito contratto di avvalimento.
In tal senso, il limite imposto all’osmosi dei requisiti di qualificazione tra il consorzio e le consorziate – o la loro necessaria esteriorizzazione tramite un contratto di avvalimento – a detta della più attenta dottrina e giurisprudenza, sembrava aver assestato un duro colpo alla teoria organica del consorzio, quale operatore economico che si basa sulla causa mutualistica e realizza una particolare forma di avvalimento che poggia direttamente sul patto consortile e sulla causa mutualistica.
Con l’art. 1, co. 1, lett. h), D.L. cd. “sblocca cantieri” viene modificato ulteriormente l’art. 47, D.Lgs. n. 50/16, attraverso l’introduzione di una disciplina che, nonostante il dichiarato e lodevole intento di “chiarire la disciplina dei consorzi stabili onde consentire l’operatività e sopravvivenza di tale strumento pro-concorrenziale” (cfr. la relazione di accompagnamento al decreto), non è esente da criticità, sia nel settore dei lavori che in quello dei servizi e delle forniture.
La nuova disposizione, infatti, riproponendo quella distinzione tra regime di qualificazione dei consorzi stabili nei lavori rispetto a quello nei servizi e nelle forniture già presente nel D.Lgs. n. 163/06 e che sembrava superata dalla disciplina unitaria contenuta nel D.Lgs. n. 50/16, sconta, per entrambi i regimi di qualificazione, incisive omissioni.
Per quanto riguarda il settore dei lavori, la norma introdotta dal D.L. cd. “sblocca cantieri” si distingue più per quello che non dice; oltre a riproporre in sede legislativa la disciplina contenuta nell’art. 94, co. 1, d.P.R. n. 207/10 sulla non configurabilità del subappalto nel caso di esecuzione dei lavori da parte delle consorziate indicate in sede di gara, infatti, viene omesso ogni riferimento al regime di dimostrazione dei requisiti di qualificazione nelle gare dei lavori, rinviando al successivo atto attuativo (il regolamento di cui all’articolo 216, co. 27-octies, D.Lgs. n. 50/16) ogni più approfondita indicazione.
Tale omissione appare ancor più significativa, in quanto, nelle more dell’approvazione di tale atto attuativo, continuano ad applicarsi le norme regolamentari contenute nella parte II, titolo III del d.P.R. n. 207/10, con particolare riferimento all’art. 81, d.P.R. n. 207/10 secondo il quale «I requisiti per la qualificazione dei consorzi stabili sono quelli previsti dall’articolo 36, comma 7, del codice». Pertanto, prima dell’adozione del regolamento unico previsto dall’art. 216, co. 27-octies, D.Lgs. n. 50/16 ed attraverso una costruzione giuridica non priva di debolezze, sembra uscire rafforzata la tesi di una sorta di ultra-vigenza dell’art. 36, co. 7, D.Lgs. n. 163/06, quale norma di riferimento per l’operatività della cd. regola del cumulo dei requisiti di qualificazione nei lavori, secondo cui il consorzio stabile si qualifica sulla base delle qualificazioni possedute dalle singole imprese consorziate, senza alcuna distinzione tra consorziate designate per l’esecuzione e non designate.
Il regime di qualificazione dei consorzi stabili nei lavori pubblici, dunque, troverebbe la sua disciplina non attraverso un’espressa fonte di rango primario, ma mediante un sistema di rinvii e rimandi il cui punto di arrivo, almeno sino all’adozione dell’atto attuativo, si collocherebbe in una norma del D.Lgs. n. 163/06 ormai abrogata, con buona pace di quelle esigenze di maggior chiarezza e coerenza del quadro normativo menzionate nello stesso D.L. cd. “sblocca cantieri”.
Tali esigenze di chiarezza del quadro normativo, inoltre, sembrano non essere state avvertite neanche nell’ambito della disciplina inerente la partecipazione dei consorzi stabili alle gare di servizi e forniture, per le quali il D.L. cd. “sblocca cantieri” ha solo parzialmente colmato un vuoto normativo per tali settori.
In particolare, il comma 2-bis dell’art. 47, D.Lgs. n. 50/16 ripropone la disciplina prima contenuta nell’art. 277, co. 2, d.P.R. n. 207/10, secondo cui la sussistenza in capo ai consorzi stabili dei requisiti richiesti nel bando di gara per l’affidamento di servizi e forniture è valutata in capo ai singoli consorziati, ma non il successivo comma 3 dell’art. 277 citato, ai sensi del quale era possibile per i consorzi stabili di servizi e forniture cumulare con riferimento alle consorziate esecutrici i requisiti economico-finanziari e tecnico-organizzativi diversi dalla disponibilità delle attrezzature e dei mezzi d’opera.
Dalle considerazioni sin qui espresse, dunque, emerge un quadro normativo che, per quanto attiene alla disciplina dei consorzi stabili, pare ancora frastagliato o comunque non certo ispirato a quelle logiche di certezza del diritto e maggior coerenza e semplificazione che dovrebbero ispirare questa ulteriore stagione di riforme nella contrattualistica pubblica.
L’auspicio, dunque, è che in sede di conversione al D.L. cd. “sblocca cantieri” venga posto rimedio alle omissioni ancora presenti nel testo dell’art. 47, co. 2, D.Lgs. n. 50/16 sul regime di qualificazione dei consorzi stabili, quali strumenti fondamentali per accrescere le chances competitive dei singoli operatori economici e per agevolare effettivamente la partecipazione alle gare delle piccole e medie imprese.
Tale auspicio appare ancor più importante sol che si pensi alla circostanza per cui l’art. 48, co. 14, D.Lgs. n. 50/16 estende, ai fini della qualificazione Soa, la disciplina dettata per i consorzi stabili anche alle reti d’impresa che ne condividano i medesimi requisiti; in questo modo, il regime di qualificazione dei consorzi stabili di lavori è ancor più strategico per quelle imprese che vogliono aumentare la loro capacità competitiva, perché da esso discende anche l’opportunità per esse di usufruire di una diversa forma aggregativa, quale quella della rete d’impresa. © RIPRODUZIONE RISERVATA
(*) Studio Legale Associato Piselli & Partners
Speciale Sblocca-cantieri/6. Gare «libere» per i piccoli comuni
Salta l’obbligo di centralizzare la gestione degli appalti. Una sentenza del Tar Brescia aveva già precisato l’impossibilità di sanzionare eventuali inadempienze
Tra le modifiche più discusse del decreto Sblocca-cantieri vi è quella dell’art. 37 c. 4 del Codice Contratti, relativo ai Comuni non capoluogo di provincia. Si tratta solo di pochissime parole: dove la norma originale recitava «procede» oggi si legge «può procedere direttamente e autonomamente oppure». Pochissime parole, nelle quali però è racchiuso un profondo cambiamento, si potrebbe dire “di rotta” rispetto al percorso tracciato – ancorché ad oggi rimasto sostanzialmente inattuato – dalla riforma del 2016.
Qualificazione delle stazioni appaltanti e aggregazione/centralizzazione delle committenze
L’art. 37 del Codice contratti pubblici si inserisce nell’ambito del Titolo II, dedicato alla qualificazione delle stazioni appaltanti.
La riforma del 2016, sulla scorta dei principi della Legge Delega (L. n. 11/2016) aveva previsto l’introduzione di un sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti che, partendo dall’analisi di parametri obiettivi, ne misurasse l’effettiva capacità tecnica e organizzativa, con il fine di riorganizzarle e ridurne sensibilmente il numero, a vantaggio di una più elevata competenza e professionalizzazione.
Come noto, il sistema è rimasto di fatto sulla carta e, a tre anni di distanza dalla riforma, lo schema di Dpcm non ha ancora ricevuto l’approvazione della Conferenza Unificata Stato-Regioni, trattandosi come è facile immaginare di un tema assai delicato, visto che l’entrata in vigore del sistema – almeno stando alle previsioni dell’Anac – avrebbe determinato una riduzione del numero delle stazioni appaltanti attuali di circa il 75-80%.
Un tassello a parte, nell’ambito di questo processo, era rappresentato dalla disciplina relativa ai Comuni non capoluogo di Provincia, che in sostanza non avrebbero più potuto procedere in autonomia.
I Comuni non capoluogo di provincia
La legge delega del 2016, alla lettera dd) dell’art. 1, dava al legislatore delegato l’indicazione di procedere all’introduzione di adeguate forme di centralizzazione delle committenze e di riduzione del numero delle stazioni appaltanti, effettuate sulla base del sistema di qualificazione di cui si è detto al precedente paragrafo, con la possibilità di gestire contratti di diversa complessità a seconda del grado di qualificazione conseguito.
La medesima lettera dd) della citata legge delega prevedeva espressamente, tuttavia, che il nuovo codice contratti avrebbe dovuto perseguire gli obiettivi predetti «fatto salvo l’obbligo, per i comuni non capoluogo di provincia, di ricorrere a forme di aggregazione o centralizzazione delle committenze, a livello di unione dei comuni, ove esistenti, o ricorrendo ad altro soggetto aggregatore secondo la normativa vigente».
Tale obbligo, in effetti, era già stato previsto da precedenti disposizioni normative, con un termine di applicazione piena dapprima fissato al 31 marzo 2012 e poi successivamente prorogato.
L’art. 37 comma 4, del Codice contratti del 2016, in attuazione del principio di delega, prevedeva che – fatto salvo quanto stabilito al precedente comma 1 e al primo periodo del comma 2, i comuni non capoluogo di provincia dovessero procedere necessariamente per i propri affidamenti:
a) ricorrendo a una centrale di committenza o a soggetti aggregatori qualificati;
b) mediante unioni di comuni costituite e qualificate come centrali di committenza, ovvero associandosi o consorziandosi in centrali di committenza nelle forme previste dall’ordinamento.
c) ricorrendo alla stazione unica appaltante costituita presso le province, le città metropolitane ovvero gli enti di area vasta.
Il primo comma dell’art. 37 – richiamato come si è visto dal comma 4 – dopo aver fatto salvi gli obblighi di utilizzo di strumenti di acquisto e di negoziazione, anche telematici, di cui alle vigenti disposizioni in materia di contenimento della spesa, prevede che le stazioni appaltanti, per l’acquisizione di forniture e servizi di importo inferiore a 40.000 euro e di lavori di importo inferiore a 150.000 euro, possano procedere direttamente e, in alternativa, possano operare attraverso l’effettuazione di ordini a valere su strumenti di acquisto messi a disposizione dalle centrali di committenza e dai soggetti aggregatori. Per gestire, invece, procedure di importo superiore alle soglie appena indicate è necessario il conseguimento della qualificazione.
Il primo periodo del comma 2 – anch’esso espressamente richiamato dal comma 4 – sempre facendo salvi i medesimi obblighi di acquisto aggregato di cui al comma 1, stabilisce che per gli acquisti di forniture e servizi di importo superiore a 40.000 euro e inferiore alla soglia europea, nonché per gli acquisti di lavori di manutenzione ordinaria d’importo superiore a 150.000 euro e inferiore a 1 milione di euro, le stazioni appaltanti qualificate possano procedere mediante utilizzo autonomo degli strumenti telematici di negoziazione messi a disposizione dalle centrali di committenza qualificate secondo la normativa vigente.
L’art. 37 comma 4 non richiama, invece, il secondo periodo del comma 2, che dà la possibilità alle stazioni appaltanti, in caso di indisponibilità degli strumenti telematici di negoziazione messi a disposizione dalle centrali di committenza qualificate, anche in relazione alle singole categorie merceologiche, di poter autonomamente utilizzare le procedure di cui al presente codice.
Alla luce di queste disposizioni, l’Anac aveva chiarito nelle proprie «Faq» che avrebbe provveduto a rilasciare il CIG ai Comuni non capoluogo di Provincia soltanto per:
gli acquisti effettuati mediante il ricorso a strumenti di acquisto e di negoziazione, anche telematici, previsti dalle disposizioni vigenti in materia di contenimento della spesa;
• l’effettuazione di ordini a valere su strumenti di acquisto messi a disposizione dalle centrali di committenza;
• l’acquisizione di forniture e servizi di importo inferiore a 40.000 euro e di lavori di importo inferiore a 150.000 euro;
• all’acquisto di forniture e servizi di importo superiore a 40.000 euro e inferiore alla soglia europea, nonché all’acquisto di lavori di manutenzione ordinaria d’importo superiore a 150.000 e inferiore a 1 milione di euro mediante utilizzo autonomo degli strumenti telematici di negoziazione messi a disposizione dalle centrali di committenza qualificate.
Al di fuori di queste ipotesi, il Comune non capoluogo di provincia non poteva procedere.
La modifica dello sblocca-cantieri
Come anticipato, la modifica dello sblocca-cantieri consiste nel trasformare l’obbligo sancito dal comma 4 dell’art. 37 in una mera facoltà.
Le tre modalità di acquisto aggregato descritte dalla norma e richiamate al paragrafo precedente non vengono eliminate, ma divengono semplici alternative rispetto alla possibilità, comunque riconosciuta ai comuni non capoluogo di provincia, di procedere «direttamente e autonomamente» ai propri affidamenti.
Il comma 4 continua, comunque, a fare riferimento all’applicazione del comma primo del medesimo art. 37 nonché al primo periodo del comma secondo. Pertanto, nel momento in cui sarà operativo il sistema di qualificazione di cui all’art. 38 anche i comuni non capoluogo dovranno necessariamente qualificarsi per poter procedere agli affidamenti di importo superiore a 40.000 euro per le forniture e i servizi e a 150.000 euro per i lavori. Si rammenta che, nel periodo transitorio, la qualificazione viene provvisoriamente fatta coincidere con l’iscrizione all’Ausa (ovvero all’Anagrafe Unica delle Stazione Appaltanti).
Restano, altresì, invariati gli obblighi di utilizzo di strumenti di acquisto e di negoziazione, anche telematici, previsti dalle vigenti disposizioni in materia di contenimento della spesa, quindi in sostanza gli obblighi di acquisto aggregato previsti dalle varie leggi finanziarie per determinate tipologie di affidamenti, come ad esempio gli acquisti informatici.
La sentenza TAR Brescia n. 266/2019
La modifica apportata dallo sblocca cantieri, peraltro fortemente voluta dall’Anci, è certamente sostanziale, in quanto consente ai Comuni non capoluogo di cimentarsi in via diretta e autonoma anche nelle procedure di gara per gli acquisti di maggior rilievo, sottraendosi all’obbligo di aggregazione.
È interessante comunque notare come una recente sentenza del Tar Brescia (sent. n. 266 del 2019) abbia affermato – con riferimento ad una procedura per l’affidamento in concessione trentennale di una farmacia comunale bandita da un Comune non capoluogo di provincia – che la violazione del principio di aggregazione e centralizzazione delle committenze, anche nei casi previsti dall’art. 37 comma 4 del D.Lgs. n. 50 del 2016 – ovviamente nella formulazione precedente allo sblocca-cantieri – non sarebbe stata comunque sanzionabile con l’annullamento dell’intera procedura di gara in mancanza di parametri precostituiti che consentissero di misurare la sproporzione tra la complessità della procedura e le competenze tecniche della stazione appaltante. Questi parametri, ad avviso del TAR Brescia, avrebbero potuto essere forniti solo dal Dpcm deputato ad individuare i requisiti tecnico-organizzativi per la qualificazione delle stazioni appaltanti, come detto non ancora emanato. Prima di quel momento, dunque, secondo l’interpretazione contenuta nella sentenza richiamata, a prescindere dallo sblocca cantieri, la violazione dell’obbligo di procedere con l’acquisto aggregato e centralizzato non avrebbe avuto conseguenze sulla legittimità della procedura. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Roma-Latina, Palazzo Spada chiude il contenzioso tra Sis e Salini-Impregilo
Respinto il ricorso per revocazione promosso dal consorzio stabile. Resta ancora aperto il ricorso alla Corte di Cassazione
A circa tre anni dal primo ricorso al Tar Lazio, il Consiglio di Stato chiude il lungo contenzioso sulla gara in project financing da 2,7 miliardi per realizzare l’Autostrada Roma-Latina. Contenzioso che ha visto fronteggiarsi da una parte il consorzio Sis e, dall’altra parte, la cordata di imprese guidata Salini Impregilo con Astaldi, Ghella e Pizzarotti. Con la sentenza pubblicata ieri (n.2733/2019), i giudici della V sezione del Consiglio di Stato hanno respinto il ricorso per revocazione promosso dal consorzio stabile Sis contro la sentenza n.5374/2018, emessa sempre dalla sezione V di Palazzo Spada a favore della cordata di imprese guidata da Salini Impregilo. In altre parole i giudici hanno confermato la sentenza con la quale avevano ribaltato la pronuncia del Tar Lazio (n.4001/2017) a favore di Sis. Il lungo contenzioso – tuttavia – si chiude con uno zero a zero, perché le ultime sentenze di Palazzo Spada (del 2018 e del 2019), nonostante siano entrambi sfavorevoli a Sis, non implicano una aggiudicazione a Salini Impregilo. I giudici infatti hanno annullato in parte i documenti di gara, restituendo, di fatto, l’iniziativa alla stazione appaltante: Autostrade del Lazio.
Le due offerte non confrontabili
A questa conclusione si è arrivati analizzando la particolarità dell’offerta economica del consorzio Sis. Quest’ultimo, infatti, aveva proposto di utilizzare il contributo pubblico non come una somma a fondo perduto ma come un prestito che sarebbe stato restituito negli ultimi anni della gestione dell’opera. Con questa soluzione, l’offerta economica del consorzio Sis aveva ottenuto un punteggio economico superiore all’offerta di Salini Impregilo, determinando l’aggiudicazione. Tuttavia, a un esame più approfondito, l’offerta del consorzio Sis ha rivelato la carenza di adeguate garanzie sulla restituzione del contributo pubblico/prestito. Ma soprattutto, i giudici hanno riconosciuto che i documenti di gara – e in particolare la lettera di invito – erano inadeguati a mettere a confronto le due offerte, radicalmente diverse tra loro. In altre parole, i giudici hanno lasciato aperta la possibilità di riaprire la procedura di finanza di progetto.
Il ricorso di Sis alla Corte di Cassazione
Dopo che si è chiuso il contenzioso con il giudice amministrativo, resta aperto un secondo fronte legale. Il consorzio Sis ha infatti presentato un ricorso anche alla Corte di Cassazione, tuttora pendente, i cui tempi non si prevedono rapidissimi (il verdetto potrebbe arrivare anche l’anno prossimo). C’è poi da ricordare che su quest’opera non c’è un consenso unanime della politica, né sul come realizzarla (project financing o appalto pubblico) e neanche sulla volontà o meno di farla. Le stesse associazioni locali dei costruttori edili hanno evidenziato posizioni assai diverse sull’opera: i costruttori romani dell’Acer sono a favore di un’opera pubblica da realizzare in più lotti mentre i costruttori di Latina sono a favore della prosecuzione della gara di project financing già avviata. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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