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Timestamp: 2020-02-26 22:59:09+00:00

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Risoluzione n. 134/E del 26 ottobre 2017 - AGENZIA DELLE ENTRATE - Imputazione degli utili al convivente di fatto che presta stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente - art. 5 TUIR, legge 20 maggio 2016, n. 76, art. 230-ter c.c. - Studio Cerbone
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AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 26 ottobre 2017, n. 134/E
Interpello art. 11, legge 27 luglio 2000, n. 212. – Imputazione degli utili al convivente di fatto che presta stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente – art. 5 TUIR, legge 20 maggio 2016, n. 76, art. 230-ter c.c.
Stante quanto esposto, l’istante chiede chiarimenti in ordine alla validità dell’impresa familiare come risultante dall’atto notarile richiamato, con particolare riferimento alla possibilità di conferire, a decorrere dall’anno di imposta 2017 ed in applicazione dell’istituto di cui all’art. 230-ter c.c., una parte di utili alla sig.ra …
Produce, tra gli altri documenti, copia della dichiarazione anagrafica per la costituzione della convivenza di fatto dell’08 novembre 2016, copia dell’atto modificativo di impresa familiare del 29 novembre 2016 e copia della comunicazione (del 30 gennaio 2017) di iscrizione di … come collaboratore d’impresa.
L’istante ritiene di potere imputare, a decorrere dall’anno di imposta 2017, una parte degli utili alla sig.ra … quale convivente di fatto.
Al riguardo, si osserva che la legge 20 maggio 2016, n. 76 (Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze) ha introdotto nel nostro ordinamento l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso (art. 1) e disciplinato il regime delle convivenze di fatto, la cui definizione è contenuta nell’art. 1, comma 36, ovvero “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile” (art. 1, comma 36). La citata legge (c.d. Legge Cirinnà) ha apprestato forme di tutela differenziate tra le parti dell’unione civile ed i conviventi, estendendo solo alle prime ed in forza dell’art. 20, “le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole ‘coniugè, ‘coniugì o termini equivalenti….contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi nonché nei contratti collettivi”.
– da un lato, estendendo alle unioni civili la disciplina civilistica dell’impresa familiare di cui all’articolo 230-bis del c.c. (mediante il rinvio contenuto nell’art. 1 comma 13 all’intero capo VI del titolo VI del libro primo del c.c.);
– dall’altro introducendo nel codice civile l’articolo 230-ter, rubricato “Diritti del convivente”, recante la regolamentazione delle prestazioni di lavoro rese in favore del convivente more uxorio.
Il regime tributario dell’impresa familiare è regolato dal comma 4 dell’articolo 5 del TUIR, recante la disciplina fiscale dei redditi delle imprese familiari di cui all’articolo 230-bis del codice civile. La citata norma stabilisce che tali redditi siano imputati, “limitatamente al 49 per cento dell’ammontare risultante dalla dichiarazione dei redditi dell’imprenditore…a ciascun familiare che abbia prestato in modo continuativo e prevalente la sua attività di lavoro nell’impresa, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili”. Detta imputazione proporzionale non può superare complessivamente il 49 per cento dell’ammontare del reddito risultante dalla dichiarazione annuale dell’imprenditore ed è subordinata al rispetto delle condizioni elencate alle lettere a), b) e c) del comma 4 della medesima norma. L’imputazione proporzionale con il limite del 49 per cento presuppone a sua volta la partecipazione all’impresa di un soggetto avente lo status di “familiare”, ovvero “il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado” (comma 5).
Si osserva che l’articolo 5, comma 4, del TUIR richiama solo l’art. 230-bis del c.c e non anche l’art. 230-ter del c.c., che reca la specifica disciplina dei diritti spettanti al convivente che partecipa all’impresa dell’altro convivente.
Ciò porterebbe ad escludere l’applicazione a tale ultima ipotesi della norma fiscale richiamata. Tuttavia, il riferimento alla “partecipazione agli utili dell’impresa familiare” spettanti al convivente, contenuto nell’art. 230-ter, consente di applicare anche a questa fattispecie i principi generali che hanno portato alla collocazione dell’impresa familiare all’interno dell’articolo 5 del TUIR.

References: art. 5
 art. 230
 art. 5
 art. 230
 art. 11
 art. 5
 art. 230