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Cittadino aggredito da cane randagio, e il comune paga - GrNet.it
Cittadino aggredito da cane randagio, e il comune paga
Messaggio da panorama » lun giu 24, 2013 9:41 pm
Anche se è una notizia del 2012 cmq. potrebbe interessare a qualche persona.
Basilicata: cittadino aggredito da randagio, e il comune paga.
Se il cane aggressore è un randagio, è il Comune a dover pagare. Lo dice la legge regionale della Basilicata, che attesta la responsabilità dei cani di nessuno proprio all'amministrazione comunale, a cui è affidato anche il compito di tutela della pubblica incolumità. A ribadirlo è arrivata la decisione presa dal giudice di pace di Potenza, che ha condannato il comune al pagamento dei danni riportati da un cittadino, aggredito da un cane vagante di grossa taglia.
Secondo l'avvocato che ha difeso il cittadino, si tratta di una pronuncia molto importante "perché sembrerebbe sia la prima a condannare un’amministrazione comunale al pagamento dei danni biologici, morali e delle spese mediche sostenute, nonché di quelle processuali, ascrivendogli la responsabilità dell’aggressione di un cane vagante o randagio".
La Regione Basilicata, infatti, con la Legge regionale n.6 del 25 gennaio 1993 (Norme sulla prevenzione e sul controllo del randagismo), all’art. 7 ha affidato ai comuni la cattura, la custodia e il ricovero dei cani randagi, avvalendosi, se necessario, della collaborazione delle associazioni di volontariato. Anche Basilicata, Emilia Romagna e Sicilia hanno legiferato in tal senso, nella maggioranza delle altre regioni la responsabilità dei cani randagi è affidata ai servizi veterinari delle Asl.
Re: Cittadino aggredito da cane randagio, e il comune paga
Messaggio da panorama » lun giu 24, 2013 9:55 pm
1) - il Sindaco ha ordinato alla ricorrente, gestore del canile rifugio K Lorenz, una serie di misure rivolte a scongiurare i rischi per la salute e l’igiene pubblica connessi alla situazione di sovraffollamento del rifugio suindicato.
2) - riduzione del numero dei cani ospitati
3) - "canili rifugio"
4) - "canili sanitari"
21/06/2013	201301501 Sentenza	1
N. 01501/2013 REG.PROV.COLL.
N. 01183/2004 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 1183 del 2004, proposto da:
Associazione Nazionale Protezione Animali, rappresentata e difesa dall'avv. Giovanna Moramarco, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Maria Antonietta Nigro in Lecce, via Pozzuolo 9;
Comune di Ginosa, Azienda U.S.L. Ta/1;
dell’ordinanza sindacale n. 25 del 18.3.2004;
dell’ordinanza sindacale n. 18 del 4.3.2004;
nonché di ogni altro atto antecedente, conseguente e/o connesso;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 7 marzo 2013 la dott.ssa Patrizia Moro e udito l’avv. M. G. Marinosci, in sostituzione dell'avv. G. Moramarco, per la ricorrente.;
Sono impugnati gli epigrafati provvedimenti con i quali il Sindaco del Comune di Ginosa ha ordinato alla ricorrente, gestore del canile rifugio K Lorenz, una serie di misure rivolte a scongiurare i rischi per la salute e l’igiene pubblica connessi alla situazione di sovraffollamento del rifugio suindicato.
A sostegno del ricorso sono dedotte le seguenti censure:
- Violazione di legge: norme e principi generali in materia di rifugi per cani introdotti dalla L.R. n.12/1995 e successive integrazioni e modificazioni. Eccesso di potere nella forma della contraddittorietà, perplessità dell’azione amministrativa, del travisamento dei fatti, della mancanza dei presupposti e del difetto d’istruttoria.
Con ordinanza emessa nella camera di consiglio del 21 luglio 2004 la Sezione ha accolto l’istanza cautelare proposta dalla ricorrente.
Con il primo motivo di ricorso, l’associazione ricorrente contesta il provvedimento impugnato nella parte in cui viene disposta la riduzione del numero dei cani ospitati stante la violazione della delibera della Giunta Regionale n.1774/1997.
La legge regionale, art. 9 LR 12/1995, ha individuato nei cd. "canili rifugio" le strutture destinate ad accogliere "i cani provenienti dai canili sanitari che non hanno trovato adozione o altra prevista sistemazione". I "canili sanitari" sono quelle strutture ove vengono temporaneamente custoditi, per un periodo massimo di sessanta giorni, i cani randagi ovvero "i cani recuperati in quanto vaganti" e la cui gestione "è affidata ai Comuni" (art. 8 LR 12/1995).
La stessa legge regionale prevede che i rifugi "oltre che dai Comuni in cui ricadono territorialmente, possono essere gestiti da enti e associazioni riconosciute e iscritte all'albo di cui all'art. 13 della presente legge" (art. 9); viene inoltrato precisato che il ricovero e la custodia dei cani sono assicurati dai comuni mediante "apposite strutture" (art. 14), la responsabilità delle quali è esercitata "in proprio o affidata in concessione, previa formale convenzione, alle associazioni protezionistiche o animaliste iscritte all'albo regionale depositato presso l'Assessorato alle politiche della salute" (art. 14, comma 2 bis).
Nella specie, come la Sezione ha già rilevato nell’ordinanza cautelare n.802/2004, “tali provvedimenti, almeno nella parte in cui dispongono l’allontanamento dei cani in numero superiore a 300, non appaiono tuttavia tener debitamente conto degli esiti dell’ispezione condotta da personale della A.u.s.l., a seguito della quale era stato constatato il pieno rispetto, da parte dei gestori del rifugio, delle norme di mantenimento e cura dei cani accolti; i medesimi provvedimenti fanno riferimento ad uno scadimento delle condizioni igienico-sanitarie della struttura solo eventuale e, comunque, futuro”.
Pertanto, se è pur vero che la citata delibera regionale 7.8.1997 fissa una capienza massima di unità canine valida per tutti i rifugi, pur tuttavia, tale regolamentazione deve essere coordinata con la normativa di settore che, in base al combinato disposto di cui agli artt. 4, comma 1, L. 14 agosto 1991 n. 281 e 8 e 9, L.R. 3 aprile 1995 n. 12, impone ai Comuni l'obbligo di realizzare i canili sanitari e i rifugi per cani, in quanto la costruzione di tali opere costituisce attuazione di un servizio pubblico riservato a tali Enti in via esclusiva (salvo l'ipotesi di affidamento in gestione ad Enti e Associazioni di protezione animale riconosciute iscritte nell'Albo regionale).
Ciò imponeva quindi al Sindaco di indicare modalità alternative o comunque altre strutture idonee ove i cani in esubero potessero trovar rifugio.
Inoltre, quanto alla rilevata assenza dello spazio minimo di 6 mq per ogni cane previsto dalla normativa di settore, tale violazione peraltro contestata dalla ricorrente, risulta del tutto contraddire il verbale di vigilanza del 25 febbraio 2004 redatto dalla ASL - Dipartimento di Prevenzione Servizi veterinari - nel quale, a seguito di sopralluogo, si precisava che “ dal punto di vista strettamente igienico le strutture si presentano conformi a quanto previsto dalla normativa, la gestione delle stesse è effettuata con accuratezza - Le recinzioni sono soggette a periodica costante manutenzione, sono robuste e garantiscono una buona sicurezza. Gli animali si presentano in ottimo stato di nutrizione …”
Risulta evidente che, anche sotto tale aspetto, gli atti impugnati risultano adottati in assenza di una compiuta istruttoria e dei presupposti di contingibilità e urgenza richiesti dalla normativa di settore.
Per le considerazioni che precedono, e previo assorbimento delle censure non esaminate, il ricorso deve quindi essere accolto.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce - Sezione Prima definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie.
Condanna il Comune di Ginosa al pagamento delle spese di giudizio, in favore della ricorrente, liquidate complessivamente in Euro 1.500,00, oltre accessori ex lege.
Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 7 marzo 2013 con l'intervento dei magistrati:
Messaggio da panorama » lun feb 16, 2015 2:04 pm
Cassazione civile, sez. III, 12 febbraio 2015, n. 2741
Con sentenza del 2/12/2010 la Corte d’Appello di Lecce, in accoglimento del gravame interposto dal sig. S.A. e in conseguente riforma della sentenza Trib. Lecce n. 1768/06, ha accolto la domanda dal medesimo proposta nei confronti della Asl Le/2 di Maglie, che ha chiamato in causa il Comune di Maglie il quale ha a sua volta chiamato in garanzia la compagnia assicuratrice Sai s.p.a., di risarcimento dei danni lamentati a seguito del sinistro avvenuto il 26/5/1996, allorquando mentre percorreva la locale via Segni alla guida del proprio ciclomotore Vespa 50 «impattava con un cane di dimensioni medie e di colore chiaro, che appariva incustodito e randagio, investendolo e cadendo … al suolo per effetto della collisione», riportando «lesioni personali prontamente riscontrate dai sanitari dell’Ospedale di Maglie».
Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito la società Fondiaria – SAI s.p.a. (già SAI s.p.a.) propone ora ricorso per cassazione, affidato a 2 motivi.
Resiste con controricorso l’A..
Con il 1° motivo la ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 2043, 2697 c.c, 3 L. n. 281 del 1991, 6 L. Regione Puglia n. 12 del 1995, in riferimento all’art. 360, 1° co. n. 3, c.p.c.
Si duole che, in difetto di prova all’uopo fornita da controparte che vi era onerata, la corte di merito abbia erroneamente fondato la ravvisata sua responsabilità in ragione della violazione dell’obbligo di prevenzione del randagismo, che la legge quadro n. 281 del 1991 e la legge della Regione Puglia pongono in capo non già alla ASL bensì alla Regione.
Lamenta che la Corte di merito ha erroneamente addossato alla ASL «l’onere di dimostrare l’inesistenza o l’inefficacia dei fatti costitutivi del diritto azionato da parte attrice».
Con il 2° motivo denunzia « insufficiente e contraddittoria motivazione» su punto decisivo della controversia, in riferimento all’art. 360, 1° co. n. 5, c.p.c.
Si duole che la Corte di merito abbia erroneamente valutato le emergenze processuali, ed erroneamente ascritto alla «Asl Le/2 di Maglie l’omesso recupero di animali randagi in difetto di specifiche segnalazioni della presenza degli stessi animali nel territorio di Maglie».
Lamenta che la Corte di merito ha erroneamente argomentato in via presuntiva, giacché «il fatto ignoto ( la natura di randagio del cane che ha attraversato la strada all’A. )» non può «in alcun modo configurarsi come una conseguenza probabile dei fatti noti ( la circostanza, appunto, che un cane abbia attraversato la strada all’A. ), ma tutt’al più come una mera possibilità».
Va anzitutto osservato che come questa Corte ha già avuto modo di affermare il ricorso per cassazione richiede, da un lato, per ogni motivo di ricorso, la rubrica del motivo, con la puntuale indicazione delle ragioni per cui il motivo medesimo – tra quelli espressamente previsti dall’art. 360 c.p.c. – è proposto;
dall’altro, esige l’illustrazione del singolo motivo, contenente l’esposizione degli argomenti invocati a sostegno della decisione assunta con la sentenza impugnata, e l’analitica precisazione delle considerazioni che, in relazione al motivo come espressamente indicato nella rubrica, giustificano la cassazione della sentenza ( v. in particolare Cass., 19/8/2009, n. 18421 ).
Risponde altresì a massima consolidata nella giurisprudenza di legittimità che i motivi posti a fondamento dell’invocata cassazione della decisione impugnata debbono avere i caratteri della specificità, della completezza, e della riferibilità alla decisione stessa, con -fra l’altro ­l’esposizione di argomentazioni intelligibili ed esaurienti ad illustrazione delle dedotte violazioni di norme o principi di diritto, essendo inammissibile il motivo nel quale non venga precisato in qual modo e sotto quale profilo (se per contrasto con la norma indicata, o con l’interpretazione della stessa fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina) abbia avuto luogo la violazione nella quale si assume essere incorsa la pronuncia di merito ( cfr., da ultimo, Cass., 2/4/2014, n. 7692 ).
Sebbene l’esposizione sommaria dei fatti di causa non deve necessariamente costituire una premessa sé stante ed autonoma rispetto ai motivi di impugnazione, per soddisfare la prescrizione di cui all’art. 366, l’ co. n. 3, C.P.C. è tuttavia indispensabile che il ricorso offra, sia pure in modo sommario, una cognizione sufficientemente chiara e completa dei fatti che hanno originato la controversia, nonché delle vicende del processo e della posizione dei soggetti che vi hanno partecipato, in modo che tali elementi possano essere conosciuti soltanto mediante il ricorso, senza necessità di attingere ad altre fonti, ivi compresi i propri scritti difensivi del giudizio di merito, la sentenza impugnata ( v. Cass., 23/7/2004, n. 13830; Cass., 17/4/2000, n. 4937; Cass., 22/5/1999, n. 4998 ).
È cioè indispensabile che dal solo contesto del ricorso sia possibile desumere una conoscenza del “fatto”, sostanziale e processuale, sufficiente per bene intendere il significato e la portata delle critiche rivolte alla pronuncia del giudice a quo ( v. Cass., 4/6/1999, n. 5492 ).
Va anzitutto posto in rilievo che come da questa Corte – anche a Sezioni Unite- ripetutamente affermato, il requisito – a pena di inammissibilità richiesto all’art. 366, 1° co. n. 3, c.p.c.- della sommaria esposizione dei fatti di causa non risulta invero soddisfatto ( neanche ) allorquando come nella specie vengano nel ricorso pedissequamente riprodotti ( in tutto o in parte ) gli atti e i documenti del giudizio di merito ( nel caso, in particolare l’impugnata sentenza ), in contrasto con lo scopo della disposizione di agevolare la comprensione dell’oggetto della pretesa e del tenore della sentenza impugnata, in immediato coordinamento con i motivi di censura ( v. Cass., Sez. Un., 17/7/2009, n. 16628 ), essendo necessario che vengano riportati nel ricorso gli specifici punti di interesse nel giudizio di legittimità ( cfr. Cass., 8/5/2012, n. 6909 ), con eliminazione del “troppo e del vano”, non potendo gravarsi questa Corte del compito, che non le appartiene, di ricercare negli atti del giudizio di merito ciò che possa servire al fine di utilizzarlo per pervenire alla decisione da adottare ( v. Cass., 25/09/2012, n. 16254; Cass., 16/2/2012, n. 2223; Cass., 12/9/2011, n. 18646; Cass., 22/10/2010, n. 21779; Cass., 23/6/2010, n. 15180; Cass., 18/9/2009, n. 20093; Cass., Sez. Un., 17/7/2009, n. 16628 ), sicché il ricorrente è al riguardo tenuto a rappresentare e interpretare i fatti giuridici in ordine ai quali richiede l’intervento di nomofilachia o di critica logica da parte della Corte Suprema (v. Cass., Sez. Un., 11/4/2012, n. 5698), il che distingue il ricorso di legittimità dalle impugnazioni di merito (v. Cass., 23/6/2010, n. 15180).
Un tanto anche con riferimento al requisito a pena di inammissibilità richiesto all’art. 366, 1° co. n. 6, c.p.c., atteso che la ricorrente fa riferimento ad atti e documenti del giudizio di merito [ es., all’ «atto di citazione avanti il Tribunale di Lecce», alla sentenza del giudice di prime cure, all’atto di appello ] senza che gli stessi risultino debitamente -per la parte d’interesse in questa sede ­riprodotti nel ricorso né puntualmente ed esaustivamente indicati i dati necessari al relativo reperimento in atti (v. Cass., Sez. Un., 3/11/2011, n. 22726; Cass., 23/9/2009, n. 20535; Cass., 3/7/2009, n. 15628; Cass., 12/12/2008, n. 29279), con riferimento ( anche ) alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v., da ultimo, Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione ( anche ) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, e se essi siano stati rispettivamente acquisiti o prodotti ( anche ) in sede di giudizio di legittimità ( v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239, e, da ultimo, Cass., 6/11/2012, n. 19157 ), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr. Cass., 19/9/2011, n. 19069; Cass., 23/9/2009, n. 20535; Cass., 3/7/2009, n. 15628; Cass., 12/12/2008, n. 29279. E da ultimo, Cass., 3/11/2011, n. 22726; Cass., 6/11/2012, n. 19157).
Non sono infatti sufficienti affermazioni -come nel caso­ apodittiche, non seguite da alcuna dimostrazione, dovendo il ricorrente viceversa porre la Corte di legittimità in grado di orientarsi fra le argomentazioni in base alle quali ritiene di censurare la pronunzia impugnata ( v. Cass., 21/8/1997, n. 7851 ).
Deve quindi porsi in rilievo che il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione denunciabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c. non consiste invero nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove preteso dalla parte rispetto a quello operato dal giudice di merito ( v. Cass., 14/3/2006, n. 5443; Cass., 20/10/2005, n. 20322 ).
La deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce infatti al giudice di legittimità non già il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la mera facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, cui in via esclusiva spetta il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, di dare ( salvo i casi tassativamente previsti dalla legge ) prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti ( v. Cass., 7/3/2006, n. 4842;. Cass., 27/4/2005, n. 8718 ).
Va al riguardo d’altro canto ribadito che il vizio di motivazione non può essere invero utilizzato per far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte, non valendo esso a proporre in particolare un pretesamente migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti attengono al libero convincimento del giudice (cfr. Cass., 9/5/2003, n. 7058 ).
Senza sottacersi che la ricorrente non ha invero formulato denunzia di violazione degli artt., 115, 116 c.p.c. in riferimento all’art. 360, 1° co. n. 5, c.p.c.
Quanto al merito, avuto in particolare riguardo al 1° motivo va ulteriormente sottolineato che, come questa Corte ha già avuto modo di affermare, in base al principio del neminem laedere la P.A. è responsabile dei danni riconducibili all’omissione dei comportamenti dovuti, i quali costituiscono il limite esterno alla sua attività discrezionale e integrano la norma primaria del neminem laedere di cui all’art. 2043 c.c. (cfr., con riferimento a diversa ipotesi, Cass., 27/4/2011, n. 9404).
Comportamento cui la P.A. è d’altro canto tenuta già in base all’obbligo di buona fede o correttezza, quale generale principio di solidarietà sociale -che trova applicazione anche in tema di responsabilità extracontrattuale- in base al quale il soggetto è tenuto a mantenere nei rapporti della vita di relazione un comportamento leale, specificantesi in obblighi di informazione e di avviso nonché volto alla salvaguardia dell’utilità altrui -nei limiti dell’apprezzabile sacrificio-, dalla cui violazione conseguono profili di responsabilità in ordine ai falsi affidamenti anche solo colposamente ingenerati nei terzi (cfr. Cass., 20/2/2006, n. 3651; Cass., 27/10/2006, n. 23273; Cass., 15/2/2007, n. 3462; Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 24/7/2007, n. 16315; Cass., 30/10/2007, n. 22860; Cass., Sez. Un., 25/11/2008, n. 28056. Da ultimo cfr. Cass., 27/4/2011, n. 9404).
Condotta che, ove tardiva, carente o comunque inidonea, viene a provocare ( o a non impedire ) la lesione proprio di quei diritti ed interessi la cui tutela è rimessa al corretto e tempestivo esercizio dei poteri alla P.A. attribuiti per l’assolvimento della funzione (cfr. Cass., 25/2/2009, n. 4587. V. anche Cass., Sez. Un., 27/7/1998, n. 7339).
A tale stregua, in caso di concretizzazione del rischio che la norma violata tende a prevenire, la considerazione del comportamento dovuto e della condotta mantenuta assume allora decisivo rilievo, e il nesso di causalità che i danni conseguenti a quest’ultima astringe rimane invero presuntivamente provato (cfr. Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 584; Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 582. E, da ultimo, Cass., 27/4/2011, n. 9404).
Ne consegue che il Comune deve rispondere dei danni patiti da un ciclomotorista aggredito da un cane randagio durante la marcia del mezzo, atteso che l’ente territoriale – ai sensi della legge-quadro 14 agosto 1991, n. 281 e delle leggi regionali in tema di animali di affezione e prevenzione del randagismo (nella specie legge reg. … )- è tenuto, in correlazione con gli altri soggetti indicati dalla legge, al rispetto del dovere di prevenzione e controllo del randagismo sul territorio di competenza (v. Cass., 23/8/2011, n. 17528 ).
In ordine al 2° motivo va per altro verso posto altresì in rilievo che, oltre a non tener conto di quanto dalla corte di merito in realtà nell’impugnata sentenza affermato ( in particolare là dove risulta sottolineato come sia rimasto nella specie accertato che si trattava di un cane «di colore chiaro» ), nella parte in cui lamenta che «il fatto ignoto (la natura di randagio del cane che ha attraversato la strada all’A.) » non può «in alcun modo configurarsi come una conseguenza probabile dei fatti noti ( la circostanza, appunto, che un cane abbia attraversato la strada all’A. ) ma tutt’al più come una mera possibilità», la ricorrente in realtà inammissibilmente si duole non già del denunziato vizio di motivazione bensì del diverso vizio di violazione di norme di diritto, censurabile ai sensi dell’art. 360, 1° co. n. 3, C.P.C.
Emerge dunque evidente come lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili le deduzioni della ricorrente, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’art. 366, 1° co. n. 4, c.p.c., si risolvono in realtà nella mera doglianza circa l’asseritamente erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle sue aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’asserto probatorio diversa da quella nel caso dal medesimo operata (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).
Per tale via, lungi dal censurare la sentenza per uno dei tassativi motivi indicati nell’art. 360 c.p.c., in realtà sollecita, contra ius e cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento degli stessi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi euro 3.200,00, di cui euro 3.000,00 per onorari, oltre a spese generali ed accessori come per legge, in favore del controricorrente A.
Messaggio da panorama » ven giu 05, 2015 10:16 pm
In particolare, il paragrafo 3 dell’art. 6 della citata direttiva del Consiglio n. 92/43/CEE stabilisce che qualunque piano o progetto che possa riguardare le zone di speciale conservazione cui si riferiscono i commi precedenti sia posto ad oggetto d’una valutazione di incidenza, tenendo conto degli obiettivi di conservazione del sito, e che l’intervento ottenga un provvedimento favorevole («accordo») dalle autorità nazionali competenti solo quando vi sia certezza che esso non pregiudicherà l’integrità del sito medesimo.
La disciplina nazionale di recepimento – prosegue il ricorrente – ha demandato a Regioni e Province il compito di attuazione del procedimento di verifica.
A tale proposito, il ricorrente evoca la normativa richiamata nella delibera del Consiglio dei ministri del 31 luglio 2014, di impugnazione della legge regionale in oggetto, anzitutto a proposito della pianificazione dei bacini idrogeologici, i cui strumenti sono sovraordinati ai piani territoriali ed ai programmi regionali (il riferimento concerne l’art. 65 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 – Norme in materia ambientale).
Si osserva che gli stessi strumenti regionali possono essere derogati solo in quanto compatibili con il piano di bacino.
D’altra parte, l’art. 6, terzo paragrafo, della già citata direttiva 92/43/CE imporrebbe una preventiva valutazione di incidenza su qualunque intervento che possa pregiudicare i siti di interesse naturalistico.
Una siffatta potenzialità lesiva non potrebbe essere esclusa in via generale ed astratta per le strutture in questione, come vorrebbe invece disporre la legge impugnata.
Non sono mancati, per vero, casi nei quali si è riconosciuta da questa Corte, in via interpretativa, una limitazione della disciplina regionale ad ambiti materiali di competenza corrispondente, con conseguente rigetto dell’impugnativa statale (da ultimo, sentenze n. 300 del 2013, n. 278 e n. 171 del 2012, n. 168 del 2010). Si trattava però di casi nei quali la legge regionale adottava esplicite formule di coordinamento con la disciplina statale, o nei quali, almeno, mancavano disposizioni derogatorie implicite o esplicite. Nella fattispecie qui in esame, invece, una disposizione derogatoria esplicita esiste, e la sua ininfluenza su ambiti di competenza legislativa statale resta affidata alla tesi per cui l’aggettivo «regionale», nel testo dell’impugnato comma 6-ter, assumerebbe un ruolo dominante nel contesto di una complessa endiadi.
Tuttavia, l’utilizzo dei normali criteri ermeneutici porta ad escludere che tale interpretazione abbia pregio: la deroga per la realizzazione delle strutture e delle recinzioni in parola è esplicitamente riferita alla sola legislazione regionale, mentre l’aggettivo «regionale» non è più riprodotto con riferimento alla deroga agli strumenti ambientali, territoriali, urbanistici ed edilizi.
Messaggio da panorama » lun nov 16, 2015 9:27 pm
RISPETTA I LUOGHI PUBBLICI, MANTIENI PULITO L'AMBIENTE, SALVAGUARDA IL TUO CANE: RACCOGLI LE DEIEZIONI DEL TUO CANE!
Tutti i paesi hanno bisogno della collaborazione di tutti i cittadini per risolvere un problema sollevato più volte da altri concittadini, soprattutto da genitori che accompagnano i propri figli ai parchi pubblici. Sono in tanti che hanno i cani regolarmente iscritti all’anagrafe canina Comunale e questo dato rende molto bene l’idea di quanto sia importante per la comunità che i proprietari e i detentori dei cani adottino tutti gli accorgimenti utili a garantire il rispetto dell’ambiente e del decoro urbano.
Raccogliere gli escrementi dei propri animali domestici è un obbligo previsto dalla legge nazionale recepita a sua volta da tutte le Regioni d’Italia che prevede una sanzione amministrativa per i trasgressori, ma è soprattutto un atto di civiltà dovuto che contribuisce a mantenere il proprio paese pulito.
Per questi motivi si invitano i proprietari e i detentori a qualsiasi titolo di cani, nonché le persone anche solo temporaneamente incaricate della loro custodia e/o conduzione, a contribuire a mantenere e preservare lo stato di igiene e decoro dei luoghi pubblici (parchi e giardini, strade, marciapiedi, piazze…) e di essere sempre forniti a seco degli strumenti idonei a raccogliere le deiezioni.
Quindi si chiede a tutti i fruitori di aree pubbliche piena collaborazione.
Le Amministrazioni comunali, di solito, intendono sensibilizzare e richiamare tutta la cittadinanza sull’importanza del rispetto di queste prescrizioni normative prima di procedere a elevare le rispettive sanzioni.
Messaggio da panorama » sab apr 23, 2016 11:42 am
N.B.: questa sentenza postata richiama anche le Norme Europee, quindi potrebbe servire a qualcuno.
1) - Indennizzi per danni al patrimonio zootecnico causati da lupi e cani randagi.
2) - Interventi e indennizzi per danni causati al patrimonio zootecnico da specie animali di notevole interesse scientifico e da cani randagi.
SENTENZA ,sede di ANCONA ,sezione SEZIONE 1 ,numero provv.: 201600240, - Public 2016-04-15 -
N. 00240/2016 REG.PROV.COLL.
N. 00609/2015 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 609 del 2015, proposto da:
C. B. quale titolare dell'omonima Impresa Individuale, rappresentata e difesa dall'avv. Raffaele Giammarino, con domicilio eletto presso Luigi Orlandi in Ancona, Via Villa Franca, 4;
Regione Marche, rappresentata e difesa dall'avv. Lucilla Di Ianni, con domicilio eletto presso Servizio Legale Regione Marche in Ancona, piazza Cavour, 23;
Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Distr. dello Stato, domiciliata in Ancona, piazza Cavour, 29;
- del Decreto del Dirigente della P.F. tutela delle risorse ambientali della Regione Marche n. 108/TRA del 29.9.2015 riguardante sanatoria e recupero degli indennizzi di cui alla L.r. 17/1995;
- della D.G.R. Marche n. 160 del 09.03.2015 avente ad oggetto “Reg. Ce 1860/2004 e 1535/2007, Reg. UE 1408/2013, L.R. 17/1995. Indennizzi per danni al patrimonio zootecnico causati da lupi e cani randagi: approvazione criteri e procedure per il trascorso decennio”;
- del Decreto del Dirigente della P.F. tutela delle risorse ambientali n. 9/TRA del 18.03.2015 avente ad oggetto “D.G.R. 160 del 09.03.2015: dichiarazione degli aiuti in de minimis ottenuti dal 2005 (o dal 2003), per sanatoria degli indennizzi ex L.R. 17/1995 concessi dal 2005 al 2013”;
- degli atti connessi del procedimento.
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Regione Marche e di Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 18 marzo 2016 il dott. Gianluca Morri e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
1. La ricorrente propone ricorso avverso i provvedimenti in epigrafe con cui la Regione Marche ha stabilito di procedere al parziale recupero degli indennizzi concessi nel periodo 2005-2013 ai sensi della L.R. 20.2.1995, n. 17 (recante Interventi e indennizzi per danni causati al patrimonio zootecnico da specie animali di notevole interesse scientifico e da cani randagi).
2. In punto di fatto espone quanto segue:
- svolgeva l'attività di allevamento di ovini. Avendo subito nel corso degli anni danni al patrimonio zootecnico cagionati da specie protette e da cani randagi, ha ricevuto dalla Regione Marche gli indennizzi previsti dalla L.R. n. 17/1995;
- con le comunicazioni prot. 0204835 del 24.3.2013 e prot. 0218317 del 30.3.2015 la Regione ha avviato il procedimento per la eventuale sanatoria e/o recupero degli indennizzi in questione percepiti dalla ricorrente a decorrere dall'anno 2005. Nella medesima comunicazione la ricorrente veniva avvisata che nel caso di mancata adesione alla procedura di sanatoria ivi descritta, allo scadere del termine di 90 giorni dalla ricezione dell'atto suddetto la Regione Marche avrebbe avviato la procedura di recupero forzoso di tutte le somme in parola;
- a sostegno di tale richiesta la Regione Marche adduce la circostanza che i predetti indennizzi sono da considerarsi aiuti di Stato (e non risarcimenti) e che in nessuno degli atti amministrativi attuativi della legge in parola (deliberazioni della Giunta Regionale e decreti dirigenziali) in cui si sono stabiliti i tempi, le procedure e l'entità degli indennizzi, era stato affrontato il problema della possibile qualificazione degli indennizzi in parola come aiuti di Stato. Ciò ha implicato che gli aiuti in questione non sono stati mai preliminarmente notificati alla Commissione Europea, né sono stati erogati nella (consentita) forma degli aiuti de minimis. Pertanto gli indennizzi finora concessi sono aiuti di Stato illegali ai sensi dell'art. 1 paragrafo 1 lett. F) del Reg. CE n. 659/1999;
- la Regione Marche, avendo deciso che si tratta di aiuti illegali e avendo valutato l'inopportunità di notificare ora per allora alla Commissione UE i regimi di aiuto in parola in forza delle considerazioni espresse nell’atto di indirizzo adottato dalla Giunta Regionale, ha ritenuto di dover provvedere autonomamente al recupero degli indennizzi erogati a partire dall’anno 2005 a carico di tutte le aziende che li hanno percepiti, previa applicazione della procedura di sanatoria descritta nell’impugnata deliberazione di G.R. n. 160/2015. La Regione ha infatti previsto l'applicazione, ora per allora, dei regolamenti de minimis succedutisi nel tempo, ossia del Reg. CE n. 1860/2004 (applicabile a decorrere dal 1° gennaio 2005 e che per il triennio 2005/2007 stabiliva un tetto di aiuti nel settore dell'agricoltura di € 3.000,00), del Reg. CE n. 1535/2007 (che prevedeva il limite di € 7.500,00 per triennio) e del Reg. UE n. 1408/2013 (che prevede un limite di aiuti per i tre esercizi di € 15.000,00);
- essa ricorrente, previa dichiarazione di non acquiescenza all'azione di recupero degli indennizzi, ha dunque aderito alla predetta sanatoria secondo i termini prescritti ed ha ricevuto il decreto n. 108/TRA del 29.9.2015, con il quale si richiede e si intima di restituire l'importo di € 9.114,57 (quali indennizzi non sanabili) altre ad € 483,57 per interessi, concedendo all’uopo un termine perentorio di 120 giorni dal ricevimento del medesimo provvedimento, con l'avvertimento che in mancanza la Regione Marche avrebbe proceduto al recupero forzoso delle somme dovute.
3. I provvedimenti regionali indicati in epigrafe sono censurati per i seguenti motivi:
a) violazione e falsa applicazione degli artt. 107, 108 TFUE e ss., degli arti. 13 e 14 Reg. CE n. 659/1999 e dell'art. 3 Cost.
Premettendo una sintetica ricostruzione della normativa sugli aiuti di Stato richiamata nei medesimi provvedimenti impugnati, la ricorrente evidenzia che, ai sensi dell'art. 107 TFUE, le misure di sostegno finanziario concesso attraverso risorse pubbliche che siano idonee ad attribuire un vantaggio economico a talune imprese e ad incidere sulla concorrenza sono in via di principio incompatibili con il diritto dell'Unione. La norma medesima contempla però alcune deroghe, in base alle quali, in sostanza, una misura che integri le caratteristiche di un aiuto può essere compatibile con il diritto dell'Unione allorché persegua obiettivi di interesse generale chiaramente definiti (art. 107, paragrafi 2 e 3, TFUE).
Ai sensi dell'art. 1 lett. F del Regolamento CE n. 659/1999, si definisce "aiuto illegale" ogni nuovo aiuto concesso in violazione dell'art. 108, terzo paragrafo, TFUE. La nozione di aiuto illegale ricomprende quindi ogni nuovo aiuto concesso in violazione sia dell'obbligo di notifica, sia dell'obbligo di sospensione.
Va peraltro osservato come all'illegalità della misura, ovvero al suo essere concessa in violazione di obblighi procedurali, non consegua automaticamente la sua incompatibilità con il mercato interno.
Quest'ultima potrà eventualmente essere affermata dalla Commissione UE a conclusione di un procedimento di indagine formale, avviato e condotto ai sensi dell’art. 108 TFUE e del Reg. CE n. 659/1999. A tal fine, l'art. 13 del Reg. CE n. 659/1999 stabilisce che nel caso di aiuti illegali trovi applicazione la medesima disciplina concernente l'esame delle misure regolarmente notificate. All'esito di tale indagine, la Commissione potrebbe o ritenere la misura compatibile con il mercato interno, oppure dichiararla incompatibile, ma in questo secondo caso non è comunque possibile disporre il recupero dei finanziamenti erogati quando questo sia in contrasto con uno o più principi generali del diritto comunitario.
La normativa comunitaria richiamata nel presente motivo di ricorso prevede dunque che la valutazione circa l'esistenza di un aiuto di Stato illegale non è condizione sufficiente per procedere al recupero del medesimo, occorrendo una ulteriore valutazione di incompatibilità del medesimo rispetto al mercato interno, nonché una valutazione della compatibilità di una decisione di recupero con i principi fondamentali del diritto dell’Unione. Dette valutazioni sono demandate alla Commissione Europea, unico organo legittimato ad imporre una decisione di recupero che lo Stato membro è poi obbligato a rispettare, intimando la restituzione dell'aiuto illegale ritenuto incompatibile a tutti i soggetti che lo hanno percepito.
Le decisioni di recupero adottate dalla Commissione sono indirizzate esclusivamente agli Stati membri, le cui amministrazioni interne sono poi competenti ad adottare gli atti concretamente incidenti sulle situazioni giuridiche soggettive delle imprese beneficiarie.
Con riguardo al caso di specie, dagli atti impugnati emerge l’inesistenza di qualsivoglia decisione della Commissione UE che abbia dichiarato illegittimi gli indennizzi in parola e/o che ne abbia imposto il recupero.
La ricorrente ritiene peraltro che non sia possibile ipotizzare un potere di immediata rilevabilità dell'illegittimità dell'aiuto da parte dell'amministrazione (e del giudice eventualmente investito della relativa questione), a prescindere da un'apposita decisione della Commissione Europea. Questo sia per l’assenza di qualsivoglia previsione normativa in tal senso, sia alla luce della disciplina introdotta dal Reg. CE n. 659/1999 circa le modalità di applicazione dell'art. 108 TFUE (in tema di competenza esclusiva della Commissione UE a stabilire la compatibilità con il mercato interno degli aiuti di Stato viene richiamata la sentenza n. 2401/2015 del Consiglio di Stato).
Questa vera e propria “riserva di amministrazione” prevista in favore della Commissione Europea obbedisce peraltro ad esigenze di certezza del diritto, di tutela dell'affidamento dei singoli e di parità di trattamento dei soggetti che dovessero essere destinatari di una decisione di recupero e va affermata anche alla luce dell’ampio potere discrezionale di valutazione che le pertinenti norme del Trattato e del Reg. n. 659/1999 attribuiscono alla stessa Commissione.
Con i provvedimenti impugnati la Regione Marche ha dunque palesemente violato le disposizioni degli artt. 107 e 108 TFUE e ss, degli artt.. 13 e 14 Reg. CE n. 659/1999, nonché l'art. 3 Cost.;
b) incompetenza assoluta per difetto di attribuzione dell'organo che ha adottato la decisione di recupero degli indennizzi.
Da quanto detto nel precedente motivo di ricorso, discende anche il vizio di incompetenza assoluta della Regione Marche a giudicare la compatibilità degli indennizzi in parola con i principi fondamentali del Trattato UE in materia di aiuti di Stato;
c) eccesso di potere per sviamento, difetto di istruttoria, contraddittorietà e perplessità dell'azione amministrativa, illogicità e carenza di motivazione in ordine ai presupposti e ai requisiti di legittimità del provvedimenti adottati.
Nel merito, comunque, gli atti impugnati risultano viziati per eccesso di potere sotto il profilo dello sviamento, del difetto di istruttoria, e dell'illogicità, contraddittorietà e carenza di motivazione.
In primo luogo, l'amministrazione regionale è incorsa in uno sviamento di potere avendo adottato gli atti impugnati al solo fine di eludere la procedura prevista dal diritto comunitario per i casi di omessa notifica preventiva degli aiuti alle imprese.
La deliberazione n. 160/2015 è poi illegittima per contraddittorietà della motivazione, in quanto, dopo aver richiamato tutte le norme del TFUE e del Reg. CE n. 659/1999 che disciplinano il recupero degli aiuti di Stato, affidando le relative decisioni alla competenza esclusiva della Commissione UE, la Giunta Regionale finisce del tutto ingiustificatamente ed erroneamente per affermare la sua legittimazione ad agire autonomamente per il recupero.
Prive di pregio sono invece le restanti considerazioni svolte nella deliberazione n. 160/2015 al fine di spiegare perché il recupero da parte della Regione deve ritenersi preferibile rispetto alla possibilità della notifica alla Commissione Europea del regime di aiuti per chiederne la sanatoria ex post. In sintesi, la Regione rileva che:
- se la Commissione approvasse in sanatoria tali regimi, gli indennizzi concessi sarebbero tutti sanati e i beneficiari dovrebbero restituire solo gli interessi;
- se la Commissione “…approvasse i Regimi del passato, per uniformità, come sembra probabile secondo lo stesso criterio che ha adottato per la Sassonia nel 2010, per il Brandeburgo nel 2011 e per la Baviera nel 2012…”, ammettendo quindi un indennizzo non superiore all'80% dei costi ammissibili, sarebbero oggetto di recupero a carico delle imprese beneficiarie solo il 20% degli indennizzi (eccetto che per quelli dell’anno 2012, perché in quell'anno la Regione Marche ha coperto solo il 50% dei costi ammissibili);
- se la Commissione dichiarasse invece interamente incompatibili gli indennizzi in parola, occorrerebbe recuperare da tutti i beneficiari l'intero importo degli indennizzi oltre gli interessi, senza possibilità per le imprese di opporsi al recupero. In particolare, non sarebbero quasi certamente approvati gli indennizzi per le predazioni causate da cani randagi e ferali, che nell'anno 2014 hanno rappresentato circa il 40% degli indennizzi erogati dalla Regione Marche.
Quindi, secondo la Regione, la soluzione migliore è applicare, ora per allora, i regolamenti de minimis succedutisi nel tempo, la qual cosa è del tutto legittima, come conferma la vicenda di cui alla decisione della Commissione 2009/944/CE (in materia di recupero delle accise sul gasolio usato per il riscaldamento delle serre). Questa soluzione, fra l’altro, sarebbe preferibile anche in ragione del fatto che in questo modo la vicenda rimarrebbe confinata in ambito regionale e non presenterebbe alcun margine di incertezza per gli interessati (essendo note a ciascuno di essi le somme percepite e quelle da restituire).
Secondo la ricorrente, tutte queste considerazioni sono mere supposizioni e ipotesi teoriche, le quali confermano lo sviamento di potere in cui è incorsa la Regione Marche per riparare alle sue omissioni;
d) eccesso di potere per disparità di trattamento e carenza di motivazione per non avere indicato gli interessi pubblici e/o privati la cui tutela possa in qualche misura giustificare un trattamento disuguale.
La Regione Marche ha intimato il recupero totale degli indennizzi erogati alle imprese agricole marchigiane, salva la possibilità di ottenere una riduzione dell'importo da restituire mediate adesione alla procedura di sanatoria deliberata dalla giunta, consistente nell'applicazione ora per allora dei regolamenti de minimis succedutisi nel tempo. Poiché non esiste allo stato alcuna decisione di analogo tenore valida per tutto il territorio nazionale, ne consegue anche il denunciato vizio di disparità di trattamento, a fronte di situazioni del tutto identiche.
Del resto, la necessità di affidare le decisioni di recupero di aiuti di Stato alla Commissione Europea, risponde anche all’esigenza di garantire l'uguaglianza e la parità di trattamento tra gli operatori del mercato, specie quando agli stessi viene imposto un sacrificio economico.
Gli atti impugnati non contengono alcuna motivazione sul punto, né vengono indicati quali sono gli interessi pubblici e/o privati la cui tutela possa in qualche misura giustificare il sacrificio imposto agli imprenditori interessati, ovvero che possa legittimare un trattamento diverso della loro posizione rispetto a quella degli altri operatori economici che hanno avuto analoghi indennizzi (definiti aiuti illegali) di cui però non si prevede la restituzione;
e) violazione e/o falsa applicazione degli artt. 21-nonies della L. 241/1990 e 6, comma 1 lett. d), della L. n. 124/2015.
L’impugnato decreto è illegittimo in via autonoma anche per violazione del limite temporale di 18 mesi previsto per l’esercizio del potere di annullamento d’ufficio dall’attuale disposto dell’art. 21-nonies L. n. 241/1990, come modificato dall’art. 6 della L. n. 124/2015;
f) violazione dell'art. 97 Cost e del principio del legittimo affidamento.
L'inosservanza della norma di cui all'art. 21-nonies L. n. 241/1990 rileva anche sotto il profilo della violazione del generale principio del legittimo affidamento, che sottende proprio la ratio della suddetta riforma legislativa introdotta dall'art. 6, comma 1, della L. n. 124/2015, con cui si è voluto porre un limite definito all'esercizio del potere di autotutela da parte dell'amministrazione a vantaggio di quelle situazioni nelle quali una condizione giuridica favorevole al soggetto viene a creare un determinato grado di stabilità nella sfera giuridica del destinatario. L'affidamento legittimo costituisce un limite alla retroattività della legge e un ulteriore corollario e conseguenza del principio del buon andamento della pubblica amministrazione. Di tale principio la giurisprudenza fa sistematica applicazione, anche sulla spinta del diritto comunitario, di cui è parte integrante. In particolare, nella specifica materia degli aiuti comunitari l'art. 14 comma 1 del Reg. CE n. 659/1999 prevede che la Commissione, anche laddove li ritenga incompatibili, non dispone il loro recupero qualora ravvisi che sia in contrasto con i principi fondamentali del diritto comunitario (nel cui ambito va ricompreso anche il principio del legittimo affidamento);
g) eccesso di potere per carenza di motivazione, difetto di istruttoria, omessa comparazione degli interessi pubblici e privati, per non avere la Regione Marche indicato e motivato circa la ricorrenza di tutti i presupposti indicati dall’art. 21-nonies L. n. 241/1990.
Ai sensi dell'art. 21-nonies L. n. 241/1990, il provvedimento di autotutela deve essere adeguatamente motivato con riferimento alla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale all'annullamento (interesse che non può consistere nella mera esigenza di ripristinare la legalità violata) nonché alla valutazione comparativa dell'interesse dei destinatari al mantenimento delle posizioni e dell'affidamento insorto in capo a questi ultimi.
Nell’impugnato decreto n. 108/TRA si fa generico riferimento all'esigenza “…di ripristinare la legalità violata, a tutela della concorrenza…”, senza peraltro indicare in che misura e in che termini gli aiuti di cui si richiede la restituzione abbiano inciso negativamente sulla concorrenza nazionale e/o comunitaria e senza operare inoltre una specifica comparazione degli interessi pubblici e privati che giustifichi, considerato il lungo lasso temporale trascorso, il sacrificio economico imposto al privato;
h) eccesso di potere per irragionevolezza della motivazione e violazione del principio di proporzionalità nella determinazione dei criteri di individuazione degli indennizzi di cui si chiede la restituzione.
Gli atti impugnati sono infine illegittimi anche per quanto riguarda i criteri di applicazione della sanatoria in base ai quali si ottiene il calcolo dell'importo da restituire. In presenza delle diverse opzioni prospettate dalla stessa amministrazione nella determinazione dei siffatti criteri, sono state adottate le scelte maggiormente pregiudizievoli in danno dei piccoli imprenditori a cui viene imposta la restituzione delle somme. Viene al riguardo richiamata la Comunicazione della Commissione (2009/C 16/01) denominata “Quadro di riferimento temporaneo per gli aiuti di stato destinati a favorire l'accesso al finanziamento nel contesto della crisi economica e finanziaria attuale”, che ha consentito agli Stati membri di adottare misure di aiuti temporanei anticrisi. La Commissione UE ha infatti previsto alcune deroghe temporanee alla normativa sugli aiuti di Stato, applicabili dal dicembre 2008 e fino al 31 dicembre 2010, anche a favore delle imprese che dimostrino uno stato di difficoltà conseguente alla crisi.
Successivamente con la Comunicazione 2009/C 261/02 la Commissione ha modificato il predetto quadro di riferimento temporaneo, autorizzando un importo compatibile di aiuti in base al regime de minimis limitato a € 15.000,00 per il settore agricolo. Per cui, applicando il suddetto quadro temporaneo, andrebbe considerato un tetto massimo di aiuti concedibili di € 15.000,00 (per le domande relative al periodo 2008-2011), invece del tetto di € 7.500,00 di cui al Regolamento de minimis n. 1535/2007.
La Regione ha deciso invece di non applicare il suddetto limite ed ha giustificato tale decisione con il fatto che il c.d. quadro temporaneo richiedeva il rispetto di alcuni obblighi di comunicazione preventiva a carico delle amministrazioni interessate (trasmissione di una relazione sulle misure adottate al Dipartimento per le Politiche Comunitarie della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ha poi provveduto a trasmettere alla Commissione UE una relazione complessiva delle misure adottate). Quindi anche in questo caso la Regione intende porre rimedio a proprie colpevoli omissioni a scapito dei beneficiari degli indennizzi per cui è causa.
4. Si sono costituiti il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (reclamando la propria estraneità al giudizio, per essere la competenza in materia attribuita a livello statale al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali) e la Regione Marche (la quale ha invece chiesto il rigetto del ricorso).
5. Il ricorso è fondato e va dunque accolto per le complessive ragioni che si vanno ad esporre.
6. Preliminarmente va osservato che la presente vicenda non può essere ricondotta al solo ambito nazionale, e ciò proprio per il fatto che all’origine di tutto vi è la ferma convinzione della Regione Marche circa l’illegittimità comunitaria dell’erogazione degli indennizzi in parola. Peraltro, se la controversia potesse essere decisa sulla base della sola normativa nazionale, il ricorso andrebbe a fortiori accolto, visto che:
- è decorso un tempo lunghissimo dal momento della prima erogazione;
- in disparte qualsiasi altra considerazione, ciò ha indubbiamente creato in capo al beneficiario un affidamento circa la legittimità del contributo e questo anche in ragione del fatto che analoghi indennizzi sono previsti in tutte le legislazioni regionali e che nelle Marche gli stessi sono stati erogati a numerosi altri imprenditori agricoli;
- tenuto conto delle finalità della L.R. n. 17/1995, non potrebbe nemmeno essere decisivo il richiamo alla consolidata giurisprudenza secondo cui la necessità di recuperare risorse finanziarie indebitamente erogate costituisce di per sé valida ragione per l’esercizio dell’autotutela. In questo caso, infatti, per un verso non vi è a monte un’accertata illegittimità degli atti amministrativi oggetto di auto-annullamento, per altro verso anche le finalità di pubblico interesse che permeano la L.R. n. 17/1995 andavano tenute in debita considerazione. In ogni caso, la Regione non ha speso molte parole per spiegare perché l’interesse al ripristino della legalità violata farebbe premio su tutti gli altri interessi coinvolti.
7. Ciò detto, va anzitutto condivisa la doglianza principale attorno alla quale ruota tutto il ricorso, ossia l’assunto per cui la competenza esclusiva a dichiarare illegittimo un aiuto di Stato appartiene alla Commissione Europea.
Sul punto non vi è molto altro da aggiungere rispetto a quanto esposto in ricorso, se non richiamare il chiaro disposto dell’art. 108 TFUE (e del Reg. n. 659/1999, attuativo dell’art. 108 e applicabile ratione temporis alla presente controversia) e sottolineare due specifici profili.
In primo luogo, va considerato che la competenza esclusiva della Commissione UE a valutare la compatibilità degli aiuti di Stato sussiste anche in ragione del fatto che l’Istituzione comunitaria è un osservatorio privilegiato, che ha la possibilità di giudicare avendo presente il complessivo assetto di uno o più mercati e di valutare dunque in concreto l’effetto più o meno distorsivo che un contributo pubblico è in grado di produrre nella competizione fra le imprese. Analoghe possibilità di indagine e di valutazione non può certo avere un ente di rango sub-statale, se non altro perché non dispone di tutti i dati all’uopo occorrenti.
Va inoltre valorizzato l’argomento che la ricorrente ha illustrato nella memoria conclusionale depositata il 15 febbraio 2016.
In effetti, è del tutto corretto il rilievo che nella specie vi era un ulteriore livello di competenza da considerare, ossia quella dello Stato. La L.R. n. 17/1995, come tutte le altre leggi regionali aventi analoghe finalità, è stata adottata in base alla L. 14/8/1991, n. 281, recante “Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo”, e in base alla L. 11/2/1992, n. 157, recante “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”.
L’art. 3, comma 5, della L. n. 281/1991 prevede al riguardo un vero e proprio obbligo a carico delle Regioni (la disposizione stabilisce infatti che le Regioni “indennizzano gli imprenditori agricoli” e non che “possono prevedere indennizzi” o altre locuzioni simili). Fra l’altro, come si evince dall’art. 8 della L. n. 281, il finanziamento degli interventi in parola è assicurato dallo Stato.
La L. n. 281 introduce poi una serie di misure di prevenzione finalizzate ad evitare in radice o quantomeno ridurre il fenomeno del randagismo.
Analoghe disposizioni contiene l’art. 26 della L. n. 157/1992 (la quale, peraltro, è stata adottata e poi nel tempo modificata proprio in recepimento di direttive comunitarie).
Ma se così è, ne consegue che, semmai, avrebbe dovuto essere lo Stato a porsi il problema della qualificazione degli indennizzi in parola come aiuti di Stato, mentre le Regioni possono pur sempre invocare a propria scusante la conformità della propria legislazione alla normativa di cornice dettata dallo Stato, la quale normativa è evidentemente informata al principio solidaristico di cui agli artt. 2 e 3 Cost. (il quale rappresenta uno dei principi inderogabili su cui poggia la Carta fondamentale, e in quanto tale prevalente anche su norme sovranazionali incompatibili). Si deve infatti ritenere che lo Stato, valutando l’impossibilità materiale delle amministrazioni periferiche di prevenire in maniera capillare il fenomeno della predazione dei capi di bestiame da parte di animali selvatici o inselvatichiti e procedendo ad un bilanciamento degli interessi, abbia a suo tempo ritenuto di far gravare sulla collettività l’onere di tenere indenni gli agricoltori dai danni subiti per effetto della predazione. E’ vero che si sarebbe potuta anche prevedere una sorta di compartecipazione degli interessati (sotto forma, ad esempio, di obbligo di stipulare polizze assicurative o di adottare specifiche misure di prevenzione), ma questo rientra nella discrezionalità politica del legislatore.
Va considerato che al riguardo hanno inciso presumibilmente anche valutazioni inerenti la complessa orografia del territorio nazionale (che non ha pressoché paragoni in ambito europeo) e le caratteristiche dimensionali ed organizzative della maggior parte delle aziende agricole italiane di media e piccola dimensione.
E’ infatti difficoltoso prevenire in maniera adeguata i fenomeni predatori in aree geografiche particolarmente disagiate (si pensi alla difficoltà materiale di realizzare recinzioni e altre opere di contenimento) o quando le mandrie e le greggi si trovano al pascolo; inoltre i relativi costi sono molto più onerosi da sostenere per le aziende individuali o comunque gestite a livello familiare (che in Italia rappresentano la gran parte della categoria), rispetto a quanto accade per le aziende agricole di dimensioni industriali.
Ne consegue la fondatezza anche del motivo di ricorso con cui si deduce l’incompetenza della Regione a qualificare come aiuti di Stati gli indennizzi in parola ed a decretarne la restituzione.
8. Ugualmente fondati sono i rilievi afferenti la motivazione della deliberazione di G.R. n. 160/2015, nella parte in cui la Giunta ha esaminato le varie opzioni possibili, pervenendo, a detta della ricorrente, ad individuare la meno convincente.
Premesso che, a questo riguardo, ciascuna posizione individuale è diversa dalle altre (ben potendo alcuni beneficiari essere soddisfatti anche dall’applicazione retroattiva degli aiuti de minimis, ciò dipendendo dalle somme in concreto percepite nel decennio in questione), non appare ragionevole la preventiva rinuncia a quella che era pur sempre la strada maestra, ossia la notifica della misura alla Commissione UE, per le successive valutazioni.
Si potrebbe dire, prendendo in prestito un’espressione un po’ abusata, che nella specie la Regione Marche è stata più realista del re, e questo anche alla luce di alcune considerazioni riportate nel documento istruttorio allegato alla deliberazione n. 160/2015. In disparte l’impostazione autopunitiva che connota in generale il citato documento - ad esempio a pagina 20, ove si richiamano i casi analoghi del Brandeburgo e della Baviera (casi nei quali contributi analoghi a quelli previsti dalla L.R. n. 17/1995 erano stati notificati alla Commissione UE, che li ha ritenuti compatibili con i principi generali del Trattato in materia di concorrenza) - il dirigente da un lato evidenzia che gli atti regionali che hanno dato periodica attuazione alla L.R. n. 17/1995 hanno imposto agli agricoltori adeguate misure di prevenzione del fenomeno in argomento - questo essendo uno dei presupposti richiesti dalla Commissione UE al fine di giudicare gli aiuti de quibus compatibili con il Trattato - ma dall’altro lato, ed in maniera ingiustificata, assume che ciò non sarebbe molto probabilmente sufficiente a superare l’esame comunitario.
9. Sussiste anche la dedotta disparità di trattamento, essendosi fatte ricadere solo sulle imprese agricole marchigiane le conseguenze di una (teorica e indimostrata) illegittimità delle erogazioni dei contributi in parola, con la paradossale conseguenza che queste imprese vengono a subire un doppio danno: da un lato, quello derivante dall’obbligo di restituire le somme percepite maggiorate di interessi legali, dall’altro, quello di perdere ulteriore terreno rispetto agli altri operatori del settore residenti in altre Regioni (i quali possono impiegare le risorse finanziarie disponibili per mantenere o accrescere la propria competitività).
10. Delle censure afferenti la violazione dell’art. 21-nonies della L. n. 241/1990, come modificato dall’art. 6 della L. n. 124/2015 si è già detto al precedente punto, per cui resta da esaminare solo la doglianza rubricata alla lett. h) del precedente punto 3.
La censura è infondata siccome proposta ai fini impugnatori, perché in questo caso l’omissione della Regione non potrebbe essere rimediata ex post, e ciò per le ragioni esposte nel documento istruttorio (tali ragioni fanno riferimento alla circostanza per cui la concreta operatività degli aiuti in questione era legata al rispetto delle disposizioni nazionali applicative - da ultimo il DPCM 23/12/2010 - le quali non avrebbero consentito la notifica ex post delle misure anticrisi adottate).
La doglianza - la quale non assume specifica rilevanza alla luce dell’accoglimento delle altre ben più pregnanti censure - potrebbe semmai assumere rilievo ai fini di un eventuale giudizio risarcitorio, sub specie di negligenza imputabile che ha cagionato un danno patrimoniale all’azienda della ricorrente.
Peraltro, allo stato attuale nessun danno si è verificato, essendo stata concessa la c.d. sospensiva e ritenendo il Tribunale di dover accogliere anche nel merito la domanda impugnatoria.
11. Per le ragioni esposte, il ricorso va accolto, con conseguente annullamento degli atti impugnati nei limiti dell’interesse di parte ricorrente.
12. Le spese di giudizio vanno compensate, anche nei confronti del Ministero dell’Ambiente (il quale è stato evocato in giudizio a titolo, potrebbe dirsi, di litis denuntiatio, volendo la ricorrente evidenziare più che altro le finalità della L.R. n. 17/1995, le quali intercettano in parte anche le competenze del Ministero resistente), stante il carattere assolutamente inedito della presente controversia.
il Tribunale Amministrativo Regionale per le Marche, definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso in epigrafe e, per l’effetto, annulla la deliberazione di G.R. n. 160/2015 e il decreto del Dirigente della P.F. tutela delle risorse ambientali della Regione Marche n. 108/TRA del 29.9.2015.
Così deciso in Ancona nella camera di consiglio del giorno 18 marzo 2016 con l'intervento dei magistrati:
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 art. 9
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