Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2015/03/
Timestamp: 2018-06-19 18:02:49+00:00

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Poliziotto senza casco fermato dai carabinieri: non può scegliere a chi rivelare la propria identità
Il tribunale condanna un imputato per aver violato l'articolo 651 del codice penale (rifiuto d’indicazioni sulla propria identità personale). L’uomo era stato fermato da due carabinieri per un controllo in strada, ma in seguito alla loro richiesta di fornire le generalità ed i documenti di identità, rispondeva che lo avrebbe fatto soltanto al personale della Polizia di Stato, corpo a cui apparteneva con la qualifica di ispettore. Cosa che aveva fatto, all’arrivo di una pattuglia di colleghi. L’imputato ricorre in Cassazione. La Suprema Corte (sentenza 9957/15) ricorda che l’elemento del reato previsto dall’art. 651 c.p. consiste nel rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità e non nella mancata esibizione di un documento. Dire a voce le proprie generalità è sufficiente ad escludere il reato. L'uomo non si era limitato a non esibire i suoi documenti di identità, ma si era anche rifiutato di declinare le proprie generalità ai carabinieri che lo avevano fermato per un controllo, perfezionando così la fattispecie dell’art. 651 c.p.. Per questi motivi, la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Poliziotto senza casco fermato dai carabinieri: non può scegliere a chi rivelare la propria identità - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a marzo 30, 2015
fonte: www.lastampa.it//La chiusura degli Opg spaventa medici e pm: “Rischi per la sicurezza” - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a marzo 29, 2015
La Corte d’appello di Roma respinge la domanda di un marito per ottenere il riconoscimento della sentenza emessa dal Tribunale ecclesiastico regionale del Lazio, con la quale era stata dichiarata la nullità del matrimonio contratto con il rito concordatario. La Cassazione (sentenza 6016/15) ricorda di aver già risolto (con le decisioni n. 16379/14 e 16380/14) il contrasto sull’esistenza di un limite alla dichiarazione di efficacia delle sentenze emesse dai Tribunali ecclesiastici in merito alla nullità, secondo l’ordinamento canonico, dei matrimoni celebrati con il rito concordatario. Il limite è costituito dalla necessità di tutelare il cosiddetto "matrimonio-rapporto", caratterizzato da una congrua convivenza matrimoniale: «il matrimonio-rapporto, al quale va ricondotta la situazione giuridica “convivenza tra i coniugi” o “come coniugi”, trova fondamento nella Costituzione, nelle Carte Europee dei diritti e nella legislazione italiana, in maniera tale da costituire la rappresentazione di molteplici aspetti e dimensioni dello svolgimento della vita matrimoniale, che si traducono, sul piano rilevante per il diritto, in diritti, doveri, responsabilità». La convivenza fra i coniugi è un elemento essenziale, determinante. La Cassazione spiega «i caratteri che deve assumere, per i fini che qui interessano, la convivenza coniugale, sotto il profilo della riconoscibilità dall’esterno, nonché della stabilità, individuando, sulla base di specifici riferimenti normativi, una durata minima di 3 anni». Questo limite non opera se la domanda è presentata congiuntamente dalle parti. Il ricorso dell'uomo è in contrasto con i principi richiamati: il rilievo circa la convivenza fra i coniugi ha uno spessore particolare, se si considera che il rapporto si era protratto per un periodo considerevole (35 anni), durante il quale erano nati tre figli. La Suprema Corte respinge il ricorso.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Nozze nulle per la Chiesa, ma non per lo Stato se i coniugi hanno convissuto per almeno tre anni - La Stampa
Corte Costituzionale , sentenza 17.03.2015 n° 37
Con la sentenza n. 37 del 25 febbraio 2015, depositata il 17 marzo 2015, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 8 co. 24 del Decreto Legge 2 marzo 2012, n. 16, intervenendo in una vicenda giudiziaria iniziata nel 2011, allorquando il T.A.R. Lazio, su ricorso proposto da Dirpubblica, dichiarava l’invalidità di tutte le nomine dirigenziali effettuate senza l’esperimento di un regolare concorso, annullando (1) la delibera del comitato di gestione n. 55 del 02 dicembre 2009 con cui è stato istituito l’art. 24 del regolamento di amministrazione dell’Agenzia delle Entrate, nonché (2) il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate, prot. n. 146687/2010 e (3) il Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 10 settembre 2010, con i quali veniva “sanata” la posizione di una serie di funzionari che da anni svolgono funzioni dirigenziali senza averne la qualifica, in violazione dell’art. 52 co. 5 del D.Lgs. n. 165/2001, che sancisce la nullità dell’assegnazione del lavoratore a mansioni proprie di una qualifica superiore “al di fuori delle ipotesi di cui al comma 2”.
Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 5451 del 18 novembre 2013, sollevava questione di legittimità costituzionale dell’art. 8 co. 24 D.L. 2 marzo 2012, n. 16 conv. in Legge 26 aprile 2012, n. 44, osservando come “per un verso […] la norma autorizza l’attribuzione di incarichi dirigenziali […] nelle more dello svolgimento dei concorsi; per altro verso, fa salvi gli incarichi “già affidati”, vale a dire gli incarichi dirigenziali già affidati a funzionari privi di qualifica dirigenziale”. A parere del Consiglio, quindi, “occorre[va] rimettere alla Corte Costituzionale, stante la sua rilevanza ai fini della decisione e la sua non manifesta infondatezza, la questione relativa alla legittimità costituzionale dell’art. 8, co. 24, D.L. 2 marzo 2012 n. 16, conv. in l. 26 aprile 2012 n. 44”.
La Corte Costituzionale, con una pronuncia che ha avuto ampio risalto sulle prime pagine della stampa nazionale, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 8 co. 24 del Decreto Legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito dall’art. 1 co. 1 Legge 26 aprile 2012, n. 44.
Occorre premettere che già in passato la Consulta si era espressa in senso analogo[6], negando la costituzionalità di una dirigenza “di fiducia”, evidenziando la necessità di procedere alla selezione dei dirigenti sulla base di criteri selettivi imparziali e trasparenti, nel pieno rispetto delle norme costituzionali.
Preliminarmente la Corte, nel ribadire che “il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica de[ve] avvenire previo esperimento di un pubblico concorso […] anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio”, osserva come l’assegnazione di posizioni dirigenziali ad un funzionario possa avvenire soltanto facendo ricorso all’istituto della reggenza (art. 20 D.P.R. n. 266/1987) che, in ogni caso, è destinato a sopperire ad esigenze transitorie ed emergenziali circoscritte nel tempo e si accompagna, per legge, all’avvio di un procedimento per la copertura dei posti vacanti (Cfr. Cass. Civ. SS. UU. 22 febbraio 2010, n. 4063).
Ciò in quanto l’affidamento del lavoratore a mansioni superiori in caso di vacanza di un posto in organico (art. 52 D.Lgs. n. 165/2001) può trovare applicazione con riferimento al sistema di classificazione del personale per livelli, ma non può essere utilizzato “laddove sia necessario il passaggio dalla qualifica di funzionario a quella di dirigente” (nello stesso senso, Corte Costituzionale, sentenza n. 17/2014; Cass. civ. sez. lav. 12 aprile 2006, n. 8529).
Così chiarito l’ambito normativo di riferimento, la Consulta procede ad esaminare la norma impugnata, rilevando che “l’obiettivo reale della disposizione in esame è rivelato dal secondo periodo della norma in questione, ove, da un lato, si fanno salvi i contratti stipulati in passato tra le Agenzie e i propri funzionari, dall’altro si consente ulteriormente che, nelle more dell’espletamento delle procedure concorsuali […] le Agenzie attribuiscano incarichi dirigenziali a propri funzionari, mediante la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata è fissata in relazione al tempo necessario per la copertura del posto vacante tramite concorso”. Sennonché, osserva la Corte, nelle more del giudizio “il termine originariamente fissato per il completamento delle procedure concorsuali viene prorogato due volte”, ciò che ha “aggravato gli aspetti lesivi della disposizione impugnata. In tal modo, infatti, il Legislatore apparentemente ha riaffermato, da un lato la temporaneità della disciplina […] ma dall’altro, allontanando sempre di nuovo nel tempo la scadenza di questi, ha operato in stridente contraddizione con l’affermata temporaneità”.
L’art. 8 co. 24 del Decreto Legge n. 16/2012, aggiungono i Giudici della Consulta, “inserisce in tale costruzione un [ulteriore – n.d.r.] elemento d’incertezza, nella parte in cui stabilisce che […] le Agenzie interessate non potranno attribuire nuovi incarichi dirigenziali a propri funzionari «[a] seguito dell’assunzione dei vincitori delle procedure concorsuali di cui al presente comma» […] In questo senso, in contraddizione con l’affermata temporaneità, il termine finale fissato dalla disposizione impugnata finisce per non essere «certo, preciso e sicuro»”, dal momento che tra il completamento delle procedure di concorso e l’assunzione dei vincitori trascorre sovente un notevole lasso di tempo.
La regola del concorso non è soddisfatta, a parere della Corte, nemmeno “dal rinvio che la stessa norma impugnata opera all’art. 19, comma 1-bis, del d.lgs. n. 165 del 2001 […] In realtà, la norma di rinvio si limita a prevedere che l’amministrazione renda conoscibili […] il numero e la tipologia dei posti che si rendono disponibili […] e i criteri di scelta, stabilendo, altresì, che siano acquisite e valutate le disponibilità dei funzionari interni interessati”, sicché i contratti non risulterebbero assegnati attraverso il ricorso ad una procedura selettiva pubblica ed aperta, come richiesto dagli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione.
“In definitiva”, concludono i Giudici, “l’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, ha contribuito all’indefinito protrarsi nel tempo di un’assegnazione asseritamente temporanea di mansioni superiori, senza provvedere alla copertura dei posti dirigenziali vacanti da parte dei vincitori di una procedura concorsuale aperta e pubblica. Per questo, ne va dichiarata l’illegittimità costituzionale per violazione degli artt. 3, 51 e 97 Cost.”.
Così riassunte le motivazioni della sentenza della Corte, occorre interrogarsi sui possibili risvolti pratici della decisione in commento.
A parere della Direzione centrale Affari legali e contenzioso dell’Agenzia delle Entrate, “la pronuncia di illegittimità della Consulta non produce effetti sugli atti firmati dal personale incaricato di funzioni dirigenziali. In termini molto chiari, nella decisione è affermato che gli atti emessi sono legittimi. […] Ai fini della legittimità dell’atto, è sufficiente che lo stesso provenga e sia riferibile all’ufficio che lo ha emanato […] La sentenza non si riflette sulla funzionalità dell’Agenzia né sulla idoneità degli atti emessi ad esprimere la volontà all’esterno dell’amministrazione finanziaria la cui legittimità è pertanto fuori discussione […] Sarebbero prive di fondamento e, quindi, perdenti le iniziative di contribuenti che intendessero far valere in giudizio l’illegittimità degli atti firmati da personale incaricato di funzioni dirigenziali” (intervista rilasciata al Sole24Ore da Vincenzo Busa, direttore centrale Affari legali e contenzioso dell’Agenzia delle Entrate, pubblicata il 19 marzo 2015).
L'assunto dell’Agenzia delle Entrate fa riferimento all’inciso con il quale la Corte Costituzionale, nel negare che la funzionalità delle Agenzie potesse essere condizionata dalla validità degli incarichi dirigenziali previsti dalla norma poi dichiarata incostituzionale, opera un richiamo alle sentenze della Corte di Cassazione del 9 gennaio 2014, n. 220 e del 10 luglio 2013, n. 17044.
A sommesso avviso di chi scrive, la posizione espressa dalla Direzione centrale Affari legali e contenzioso dell’Agenzia delle Entrate non può essere condivisa.
In primis, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 220/2014 cui fa riferimento la Consulta, è stata chiamata a giudicare sulla validità ed efficacia di un atto impositivo sottoscritto dal Direttore dell’Agenzia locale, asseritamente sprovvisto di qualifica dirigenziale.
I Giudici di legittimità concludevano che gli atti dell’Agenzia delle Entrate non devono essere necessariamente sottoscritti dal Direttore Generale, in considerazione del fatto che l’art. 5 co. 1 del Regolamento di amministrazione attribuisce agli uffici locali le funzioni operative dell’Agenzia (gestione dei tributi, accertamento, riscossione e trattazione del contenzioso) e che l’art. 6 dello Statuto dell’Agenzia attribuisce al Direttore Generale potere di delega, senza richiedere la qualifica dirigenziale del delegato.
Diversa è, invero, l’ipotesi in cui sia il funzionario delegato dal Direttore dell’Agenzia locale ad essere sprovvisto della qualifica dirigenziale.
E' pacifico, infatti, che l’avviso di accertamento sia nullo se non reca la sottoscrizione del Capo dell’Ufficio o di altro impiegato della carriera direttiva dallo stesso delegato (art. 42 D.P.R. n. 600/1973) e, in caso di contestazioni, grava sull’Amministrazione finanziaria la prova del corretto esercizio del potere di delega (Cass. civ. n. 14942/2013).
Come correttamente osservato da autorevole Dottrina, “solo in casi particolari come la cartella esattoriale (Cassazione 13461/2012), il diniego di condono (Cassazione 11458/2012 e 220/2014), l’avviso di mora (Cassazione 4283/2010), l’attribuzione di rendita (Cassazione 8248/2006), tributi locali […] per cui manca una sanzione espressa, la giurisprudenza ammette la presunzione generale di riferibilità dell’atto all’organo amministrativo titolare del potere” (Andrea Carinci, Effetti sul contenzioso da pesare, articolo pubblicato su il Sole24Ore del 18 marzo 2015).
Ne consegue che, al di fuori delle ipotesi sopra ricordate, l’atto sottoscritto da funzionario meramente incaricato di funzioni dirigenziali non può che essere considerato affetto da nullità insanabile.
Sul punto, la Commissione Tributaria Provinciale di Messina si è già espressa con una nota datata 07 marzo 2013, affrontando il problema della sorte degli atti sottoscritti dai dirigenti dell’Agenzia delle Entrate la cui nomina era stata sospesa dal Tribunale di Messina[8], in quanto “effettuata in violazione delle procedure concorsuali previste dalla legge” (si veda l’articolo pubblicato su ItaliaOggi del 20 febbraio 2013), giungendo alla conclusione che “gli atti in questione mantengono validità se favorevoli al privato (si tratta di un’applicazione del principio di apparenza ed è questo il caso in cui può parlarsi propriamente di funzionario di fatto) [mentre sono da considerarsi – n.d.r.] illegittimi […] per difetto di competenza se sfavorevoli” (si veda l’articolo pubblicato su ItaliaOggi dell’11 aprile 2013).
E’ evidente, quindi, che, al di là delle smentite di rito, l’intera vicenda rischia di avere una concreta ripercussione sulla validità degli atti impositivi sottoscritti da funzionari meramente incaricati di funzioni dirigenziali e, conseguentemente, sul contenzioso in essere.
fonte: www.altalex.com//Agenzia delle Entrate e delle Dogane: illegittime nomine di 1200 dirigenti
In sintesi, potrà essere incriminato del reato di tortura chi, con violenza o minaccia ovvero con violazione dei propri obblighi di protezione, cura o assistenza, cagiona intenzionalmente a una persona a lui affidata o sottoposta alla sua autorità acute sofferenze fisiche o psichiche al fine di ottenere informazioni o dichiarazioni o infliggere una punizione o vincere una resistenza o ancora in ragione dell'appartenenza etnica, dell'orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose. E se a torturare sarà un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio con abuso dei poteri o in violazione dei suoi doveri, scatta la pena aggravata fino a 12 anni.
fonte: www.ilsole24ore.com/Askanews/Reato di tortura: ok della Commissione Camera, prossima settimana in aula
Fonte: www.fiscopiu.it/La Stampa - Rateazione debiti Equitalia, come sfruttare la nuova chance
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - ‘Pollice verde’... stupefacente: poche cinque piantine di cannabis sul balcone, accuse azzerate
By Avv. Emiliano Mancino a marzo 18, 2015
Fonte: www.fiscopiu.it/La Stampa - L’omissione del notaio comporta la responsabilità dei clienti
È quanto si evince da una sentenza della Commissione Tributaria di Perugia dello scorso 10 febbraio [1] che ha annullato il fermo auto nei confronti di un legale. Secondo i giudici tributari umbri, infatti, l’automobile può dirsi strumentale alla professione di avvocato, che può prevedere frequenti ed imprevedibili spostamenti sul territorio per lo svolgimento della propria attività.
- minori di 2.000 euro, dovrebbe iscrivere il fermo su un solo veicolo del debitore;
fonte: www.laleggepertutti.it//Impossibile il fermo auto all’avvocato

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 Cass. 
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