Source: https://opportuneimportune.blogspot.com/2011/03/
Timestamp: 2020-06-05 15:42:39+00:00

Document:
marzo 2011 - OPPORTUNE IMPORTUNE
Quando le parole hanno un senso...
By Cesare Baronio - lunedì, marzo 14, 2011
Il lessico comune ci aiuta:
un abito ordinario
un rito ordinario
Il solo termine ordinario qualifica la squallida liturgia riformata, et pour cause.
Esso ha una connotazione di mediocrità che è quasi peggiore di un giudizio drasticamente negativo...
Riserve liturgiche
In America vi sono riserve in cui gli Indiani possono vivere, col beneplacito dell'Autorità civile, secondo le proprie tradizioni. Sono riserve dai confini ben limitati, specialmente in considerazione delle terre sconfinate di cui potevano godere i nativi americani prima delle espropriazioni dei Federali. Prima si è loro tolto ogni pascolo, ogni mezzo di sussistenza, ogni corso d'acqua, ogni pezzo di legna da ardere, ogni appezzamento da coltivare; poi qualcuno ha riconosciuto che effettivamente a quei poveri Indiani si poteva lasciare qualche ettaro, a patto che non dessero fastidio.
Vi sono dei Prelati che considerano i tradizionalisti al pari degli Indiani d'America: se non danno noia, se non chiedono troppo, se non rivendicano inestistenti diritti, se non fanno proselitismo possono anche avere una Messa bassa in una chiesina nascosta, in orari impossibili, a porte chiuse... Ma dev'esser chiaro che li si tollera, che non hanno nessun diritto, che quello che si concede loro è una concessione. Soprattutto sapendo bene che la Commissione Ecclesia Dei non ha nessuno strumento per imporre ai Vescovi o ai Parroci di obbedire, il che vanifica qualsiasi appello a Roma per impotentia coercendi dell'organo interpellato.
Ma se le cose stanno così, che bisogno c'era di scomodarsi a promulgare il Motu Proprio Summorum Pontificum? Non bastava l'Indulto della Ecclesia Dei adflicta di Giovanni Paolo II?
La cosa più scandalosa, è che questo avviene in palese disobbedienza del Papa, e che è lo stesso Clero che subisce passivamente queste odiose prevaricazioni di certi Vescovi. Molti sacerdoti chiedono il permesso al proprio Ordinario di celebrare nella forma antica: ma perché lo fanno, quando sanno benissimo che il loro è un diritto riconosciuto dalla Sede Apostolica, e che non hanno alcun bisogno di chiedere l'autorizzazione a chi di sicuro gliela negherebbe? Che dicano la Messa antica quando e come vogliono, e se il loro Vescovo ha qualcosa da obiettare, che sia lui a prendere l'iniziativa! E lo si dica sui giornali e su internet: il Vescovo disobbedisce al Papa e non lascia celebrare un rito che Benedetto XVI ha dichiarato non esser mai stato abolito. Perché se si va in udienza da Monsignore a mendicare - a porte chiuse - il permesso per qualcosa che egli non può né proibire né autorizzare, gli si dà di fatto la possibilità di prevaricare, nel silenzio del palazzo vescovile, chi gli è per forza di cose sottomesso e che al minimo cenno di insubordinazione può esser spedito nella più remota pieve.
Lo stesso dovrebbero fare i laici: chiedano la Messa al Parroco, al loro Parroco, e non accettino di esser rinchiusi in riserve indiane, contati e identificati, schedati e sotto controllo, come nella Russia sovietica. Chi ha stabilito che ogni Diocesi deve avere una chiesa dedicata ai tradizionalisti? Di certo non il Motu Proprio, che prevede al contrario che la Messa e i Sacramenti in forma straordinaria si possano richiedere al proprio Parroco, che peraltro ha la giurisdizione su chi gli si rivolge.
Ma i novatori sanno benissimo che, se i fedeli vedono nella propria chiesa la Messa antica celebrata dal proprio Parroco, di certo hanno meno pregiudizi e possono scoprire quanto essa sia preferibile al Novus Horror che gli è stato imposto negli anni Settanta.
Rinchiudere in spazi limitati chi desidera la Messa in rito antico è contrario alla lettera ed allo spirito del Summorum Pontificum, che con grande lungimiranza riconosce la possibilità ai fedeli di esercitare un diritto nella loro comunità parrocchiale, moltiplicando le Messe tridentine, e non limitandole come avviene nelle chiese che, con un intollerabile abuso, certi Vescovi pretendono istituire nelle loro Diocesi.
Finché accetteremo di farci assegnare una riserva dove possiamo cantarcela e dircela tra di noi, non stupiamoci se ci trattano come gli Indiani d'America. E non meravigliamoci nemmeno se queste enclave liturgiche diventeranno luogo prediletto di tanti stravaganti che, in ambienti meno ghettizzati, si sentirebbero fuori posto.
Il colmo del paradosso è che, proprio dopo averci ghettizzati, ci verranno a rimproverare di non aver spirito di comunità e di non saperci integrare con la Parrocchia...
La lettera di Paix Liturgique
Ecco il testo della lettera inviata lo scorso 10 Marzo dall'Associazione Paix Liturgique al Card. Bertone, Segretario di Stato di Sua Santità.
Pur condividendone completamente il contenuto, ci pare che questa lettera giunga in ritardo, specialmente allorché da più parti si è ventilata l'imminente pubblicazione delle Istruzioni applicative del Motu Proprio Summorum Pontificum. Ulteriori modifiche a nostro avviso possono ritardare ulteriormente la promulgazione del documento: è da capire se questa eventualità sia accidentale o se gli estensori della missiva - il cui prestigio in ambito tradizionale è noto anche in Curia - non vogliano piuttosto valersi di questa circostanza per consentire altre variazioni al testo delle Istruzioni.
Ben venga un chiarimento che riconosca poteri di coercizione e di punizione per chi non obbedisce al dettato del Motu Proprio: finora era rimasto - come altri documenti - privo di qualsiasi forza cogente. Ma vien da chiedersi se non sia quantomeno curioso che debbano essere dei laici ad insegnare il mestiere alla Gerarchia, che nel ruolo ricoperto dovrebbe presumibilmente avere una seppur menoma nozione di diritto canonico. Nullum jus sine poena: dovevamo ricordarlo noi, ma non ci arrivano da soli Oltretevere?
Il punto è che forse in Curia sanno benissimo che una norma, per avere un qualche valore, deve prevedere anche una sanzione per chi la viola. Ma proprio per questo si son ben guardati dal dotare l'Ecclesia Dei di poteri effettivi, limitandosi ad una mera petizione di principio.
Speriamo che la richiesta di Paix Liturgique trovi un riscontro concreto. E speriamo parimenti che qualcuno scriva anche per sollevare un altro problema non meno importante: quello del riconoscimento degli Ordini Minori e del Suddiaconato, che teoricamente è implicato dalla reviviscenza dell'antico Messale, ma che pone comunque non pochi chierici in difficoltà.
Vi sono laici che, nel prestar servizio alle Messe solenni, fungono da Suddiaconi, mentre la norma in vigore nel 1962 prevedeva che potessero svolgere tale funzione solo i chierici in sacris (senza usare il manipolo), e questo solo se manca un Suddiacono ordinato. Oggi ci si appella al Motu Proprio Ministeria quaedam del 1972, mentre di fatto esso è stato superato dal Motu Proprio Summorum Pontificum, che ha riportato in vigore il Messale del 1962 e tutte le norme canoniche che esso implica.
Al di là delle valutazioni non marginali circa la reale necessità di far travestire un laico da Suddiacono solo per poter cantar Messa in terzo, vi sono aspetti non trascurabili che meritano un approfondimento ed un chiarimento della Sede Apostolica, riconoscendo al Sacro Suddiaconato quel ruolo che nei secoli la Chiesa gli ha riconosciuto, e che in epoche recenti - per compiacere gli acattolici, privi di questo grado dell'Ordine Sacro - è stato soppresso. E' vero che la norma generale prevede già chiaramente la soluzione alla vexata quaestio, ma abbiamo sotto gli occhi esempj che ci portano ad auspicare un pronunciamento ufficiale.
Con questa supplica vorremmo attirare la Sua attenzione sul fatto che il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007 sembra avere più valore di raccomandazione che forza normativa.
I laici che si rivolgono oggi a Lei sono particolarmente sensibili agli effetti benefici che ha prodotto e continuerà a produrre sulle forme del culto divino questa Lettera apostolica del nostro Santo Padre il Papa. Essa ha sancito la libertà di celebrazione della messa e dei sacramenti secondo l’usus antiquior. Ha inoltre innescato, cosa ancor più importante, un vigoroso processo di emulazione che sta comportando una sorta di restauro di dignità e bellezza per la liturgia riformata dall'ultimo concilio. Per molti giovani sacerdoti e seminaristi, dei quali il cuore della vocazione è per definizione eucaristico e liturgico, ben al di là di cerchie che si suole chiamare tradizionaliste, questa Lettera è divenuta una sorgente di grande speranza.
Ma perché questo testo possa diffondere tutte le sue potenzialità ecclesiali, è necessario che esso sia realmente applicato. La celebrazione privata della liturgia antica non pone problemi particolari, proprio perché è privata. Nel campo della celebrazione pubblica del culto, invece, in cui sarebbe essenziale una capacità esecutiva, il motu proprio non sembra avere che un carattere di raccomandazione. Certo, è già molto, considerando che si tratta di una raccomandazione che viene direttamente dal Papa, ma, come dimostra l'esperienza, è purtroppo notoriamente insufficiente in un gran numero di casi.
Lei sa che, da qualche settimana, si è fatta spazio una certa inquietudine a proposito di una interpretazione più restrittiva del Summorum Pontificum. Da parte nostra, la preoccupazione riguarda in particolare l'aspetto della forza esecutiva del testo stesso: Se la sua norma principale (la possibilità di celebrazione della liturgia anteriore al 1970 nelle parrocchie) non è accompagnata da un dispositivo che possa farla realmente rispettare, essa non sembra rappresentare altro, in definitiva, che un desiderio ardente del Sovrano Pontefice.
La sua lettura, in effetti, resa chiara dalla chiarissima volontà del Legislatore, mostra che la sua disposizione principale è nell'articolo 5. § 1 che invita a dar vita nelle parrocchie ad una coabitazione armoniosa tra le due forme del rito: “Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962”. In un certo numero di casi, conformemente al desiderio del Papa, questa coesistenza è stata stabilita con frutti assolutamente rimarcabili per i praticanti dell'una e dell'altra forma, che poi, nella maggior parte dei casi, sono gli stessi. Molte resistenze hanno però impedito la felice propagazione di questi benefici, tanto pesanti sono le abitudini acquisite e vincolanti i malintesi ancora esistenti.
L'articolo 1 (secondo il quale “è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l'edizione tipica del Messale Romano promulgato dal Beato Giovanni XXIII nel 1962”), e il suo complemento, l'art. 5. § 1 già citato, riconoscono dunque un diritto specifico ai fedeli laici. Sarebbe particolarmente utile se venisse esplicitata la forza normativa che questo diritto richiama di per sé.
Nel suo stato attuale, istituita il 2 luglio 1988 e rifondata il 2 luglio 2009, la Commissione Pontificale Ecclesia Dei vede le sue differenti competenze inquadrate in questi tre punti:
1°/ Riguardo le persone e i gruppi precedentemente legati alla Fraternità San Pio X, il rescritto del 18 ottobre 1988 ha concesso delle facoltà speciali al Cardinale Presidente della Commissione Pontificale per mettere in regola la situazione delle persone (dispensa dalle irregolarità, sanatio in radice dei matrimoni) e dei gruppi (erigerli ad Istituti, Società, Associazioni, ed esercitare su di loro tutta l'autorità della Santa Sede).
2°/ Riguardo la risoluzione di problemi dottrinari con la Fraternità San Pio X, il motu proprio Ecclesiae Unitatem, del 2 luglio 2009, ha disposto che la Commissione sottometterà le questioni più problematiche allo studio ed al discernimento delle istanze ordinarie della Congregazione per la Dottrina della fede.
3°/ E infine riguardo “l'uso della liturgia romana precedente la riforma del 1970”, il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007 ha affidato alcuni compiti alla Commissione (art. 12: “La stessa Commissione, oltre alle facoltà di cui già gode, eserciterà l’autorità della Santa Sede, vigilando sulla osservanza e l’applicazione di queste disposizioni”).
Da una parte, il rescritto del 18 ottobre 1988 concede alla Commissione nella persona del suo Presidente alcuni poteri determinati sulle persone e sulle comunità, e il motu proprio del 2 luglio 2009 dispone che la Congregazione per la Dottrina della Fede, alla quale è ormai legata la Commissione, tratterà secondo le sue procedure ordinarie (e quindi giurisdizionali) le questioni dottrinali che gli saranno sottoposte dalla Commissione. Il Motu Proprio del 2007, invece, non precisa alcuna modalità di esercizio dei poteri della Commissione o del suo Presidente per la sua applicazione. E' così che la sua disposizione principale (art. 5 § 1), vale a dire la domanda da soddisfare da parte del sacerdote per una celebrazione parrocchiale della messa (per non parlare della richiesta di sacramenti o di cerimonie occasionali, art. 5 § 3 e art. 9), è generalmente considerata come semplicemente esortativa.
La possibilità di ricorso è prevista se il sacerdote rifiuta ad un gruppo di fedeli la richiesta di una celebrazione in parrocchia della messa: Questo gruppo ne può informare il vescovo, e se il vescovo non provvede, il gruppo si può comunque appellare alla Commissione Pontificale Ecclesia Dei (art. 7). La difficoltà che noi Le segnaliamo, come provato ampiamente da più di tre anni di esistenza del Summorum Pontificum segnati da una grande quantità di rifiuti seguiti dall'informazione al vescovo, e poi dal ricorso, senza effetti positivi, alla Commissione Pontificale, riguarda questa assenza di reale forza normativa del motu proprio:
> E' definito chiaramente un diritto dei fedeli laici di Cristo, di ordine liturgico (l'uso di un messale mai abrogato – art. 1 –, del quale un gruppo di fedeli può richiedere l'utilizzo parrocchiale pubblico – art. 5, § 1);
> Una Commissione Pontificale legata ad un Dicastero della Curia Romana, oggi presieduta dal cardinale Prefetto della Congregazione, è dichiarata competente per far rispettare questo diritto (art. 12);
> E' possibile presentare un ricorso presso questa Commissione per far rispettare questo diritto nel caso in cui non sia soddisfatto (art. 7);
> Non viene dato, però, un mezzo giuridico efficace attraverso il quale l'organismo competente che riceve il ricorso in nome della Santa Sede potrebbe far rispettare il diritto dei fedeli. Più esattamente questo mezzo non è esplicitato, perché in ogni caso, secondo una buona logica giuridica, non può non esistere. Salvo immaginare poi che i richiedenti, respinti dal loro sacerdote e dal vescovo, comincino a presentare ricorso presso i tribunali ecclesiastici.
La presente supplica riguarda dunque unicamente una precisazione necessaria a proposito dell'art. 7 del Motu Proprio: quando il gruppo di fedeli il cui diritto non sia stato soddisfatto introduce un ricorso presso la Commissione Pontificale Ecclesia Dei, presieduta dal cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, che sia disposto che la Commissione ha il potere di far prendere al sacerdote tutti i provvedimenti necessari per soddisfare questo diritto.
Chiediamo a Vostra Eminenza di considerare la nostra rispettosa domanda riguardante una disposizione specifica ma essenziale di questo testo con tutta l'attenzione che questo problema tecnico ci sembra richiedere, e La preghiamo di ricevere l'omaggio del nostro profondo e religioso rispetto.
Christian Marquant,
Presidente di Paix Liturgique

References: § 1
 § 1
 § 1
 art. 5
 § 3
 art. 9
 art. 1
 art. 5
 § 1