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Timestamp: 2020-08-04 14:14:39+00:00

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Art. 24 codice penale: Multa | La Legge per tutti
Art. 24 codice penale: Multa
La pena della multa consiste nel pagamento allo Stato di una somma non inferiore a euro 50 (1), né superiore a euro 50.000 (1).
Per i delitti determinati da motivi di lucro, se la legge stabilisce soltanto la pena della reclusione, il giudice può aggiungere la multa da euro 50 a euro 25.000 (2) (3).
Multa: è la pena pecuniaria prevista come sanzione conseguente alla commissione di delitti. I limiti (aumentati da varie leggi succedutesi periodicamente per la rivalutazione
degli importi) riguardano i delitti disciplinati dal codice penale e vincolano solo il giudice. Invece, il legislatore può, con una legge penale speciale, svincolarsi dall’osservanza di tali limiti, in tutti i casi in cui la pena pecuniaria è in misura proporzionale al danno causato.
(1) La funzione della previsione in commento è quella di determinare i margini edittali di pena relativi alle fattispecie delittuose punite — esclusivamente, alternativamente o cumulativamente — con una multa, di cui non viene precisato dal legislatore l’ammontare minimo e/o massimo. Dunque, ogni volta che in relazione ad un dato reato il legislatore preveda la pena della multa omettendo di indicarne il minimo e/o il massimo edittale, questi ammonteranno proprio alle cifre indicate dalla norma.
(2) La previsione in commento concerne il trattamento sanzionatorio dei delitti determinati da motivi di lucro, ma si ritiene in dottrina che essi vadano individuati non con riferimento ai tipi astratti di reato, bensì in relazione alla loro concreta realizzazione.
(3) Tale articolo constava di un ulteriore comma soppresso dall’art. 101 della l. 689/1981. Il testo di tale comma così recitava: «Quando, per le condizioni economiche del reo, la multa stabilita dalla legge può presumersi inefficace, anche se applicata nel massimo, il giudice, ha facoltà di aumentarla fino al triplo».
È inammissibile la q.l.c. dell'art. 31 l. 13 settembre 1982, n. 646, parzialmente trasfuso nell'art. 76, comma 7, d.lg. n. 159 del 2011, censurato in riferimento agli art. 3, 27, comma 3, e 42 cost. in quanto, comminando, per il reato di omessa comunicazione delle variazioni patrimoniali da parte dei soggetti contemplati dal precedente art. 30, la pena minima di due anni di reclusione e di euro 10.329 di multa, nonché la confisca obbligatoria del bene acquistato o del corrispettivo dell'alienazione, delineerebbe un trattamento sanzionatorio eccessivamente sproporzionato. L'intervento richiesto dal rimettente per porre rimedio ad un indubbio profilo di criticità del paradigma punitivo considerato è impraticabile in quanto l'auspicata sostituzione dei censurati minimi edittali con quelli previsti dagli art. 23 e 24 c.p. concreterebbe l'invasione di un campo — quale la rimodulazione delle sanzioni penali — riservato alla discrezionalità del legislatore, stante il carattere tipicamente politico degli apprezzamenti sottesi alle scelte sanzionatorie, censurabile sul piano della legittimità costituzionale solo ove trasmodi nella manifesta irragionevolezza o nell'arbitrio. Inoltre, il rimettente, lamentando che il reato in esame sia punito in modo irragionevolmente uguale ad altra fattispecie in assunto più grave (il trasferimento fraudolento di valori, di cui all'art. 12 quinquies d.l. n. 306 del 1992), finisce per demandare inammissibilmente alla Corte costituzionale il compito di scegliere, in modo “creativo”, la pena da sostituire a quella censurata, così da “scaglionare” le ipotesi in comparazione sul piano sanzionatorio: operazione ad essa preclusa, non potendosi, d'altra parte, agganciare tale rimodulazione alle norme generali sull'entità minima dei diversi tipi di pena (art. 23 e 24 c.p.), poiché lo stesso allineamento a tali minimi è una scelta non “a rime obbligate”, mentre, con riferimento alla confisca obbligatoria, il petitum risulta indeterminato in quanto il giudice a quo, nel lamentare l'impossibilità di "graduare" la risposta sanzionatoria rispetto all'effettivo disvalore del fatto, non indica l'esatta direzione dell'intervento richiesto: se, cioè, questo debba consistere nella eliminazione tout court della confisca, ovvero nella sua trasformazione in confisca facoltativa, ovvero ancora nella previsione della possibilità di una confisca solo parziale (intervento comunque precluso alla Corte costituzionale, poiché costituente una innovazione di sistema) (sentt. n. 394 del 2006, 22 del 2007, 324 del 2008, 161 del 2009, 68, 252 del 2012; ordd. n. 442 del 2001, 362, 143 del 2002).
Corte Costituzionale 08 aprile 2014 n. 81
Il limite minimo di Euro 50,00, stabilito per la multa dall'art. 24 c.p. come modificato dall'art. 3 comma 60 l. 15 luglio 2009 n. 94, è inderogabile anche quando il giudice applica le riduzioni di pena per le attenuanti e per il rito speciale. (Annulla senza rinvio, Trib. Udine, 26/01/2013 )
Cassazione penale sez. V 16 ottobre 2013 n. 7453
Il limite minimo di Euro 50,00, stabilito per la multa dall'art. 24 c.p. come modificato dall'art. 3 comma 60 l. 15 luglio 2009 n. 94, è inderogabile anche quando il giudice applichi le riduzioni di pena per le attenuanti e per il rito speciale. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato senza rinvio una sentenza di applicazione di pena su richiesta che, per il reato di cui all'art. 388 commi 3 e 4 c.p., aveva irrogato una multa di importo inferiore). Annulla senza rinvio, Trib. Cosenza, 28/03/2012
Cassazione penale sez. VI 05 febbraio 2013 n. 25588
È manifestamente inammissibile la q.l.c. degli art. 17, 18 e 24 (quest'ultimo come sostituito dall'art. 101 l. 24 novembre 1981 n. 689) c.p., nonché dell'art. 660 c.p.p. e dell'art. 102 l. n. 689 del 1981, in riferimento agli art. 3 e 27 comma 3 cost. È inoltre manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 108 l. n. 689 del 1981, in riferimento agli art. 3 e 27 comma 3 cost.
Corte Costituzionale 17 maggio 2001 n. 154
È manifestamente inammissibile, per difetto di rilevanza, la q.l.c. degli art. 17 (Pene principali: specie), 18 (Denominazione e classificazione delle pene principali) e 24 (Multa) c.p., nei limiti in cui non escludono l'applicabilità della pena pecuniaria all'imputato minorenne, nonché dell'art. 660 (Esecuzione delle pene pecuniarie) c.p.p. e dell'art. 102 l. 24 novembre 1981 n. 689, nei limiti in cui non escludono l'applicabilità ai condannati minorenni della conversione della pena pecuniaria in pena diversa.
Non è legale la sanzione pecuniaria espressa in euro, sia perché le pene pecuniarie, ai sensi degli art. 24 e 26 c.p., sono sempre indicate in lire, sia in quanto, allo stato, l'euro esiste solamente come valuta di conto, ma non anche come moneta fisica. (Nella fattispecie, la Corte, ai sensi dell'art. 619 comma 2 c.p.p., ha rettificato, convertendo in lire la pena pecuniaria, la sentenza del pretore, che aveva condannato l'imputato ad una multa in euro).
Cassazione penale sez. V 02 giugno 1999 n. 2678
È manifestamente infondata, non essendo in alcun modo configurabile il denunciato contrasto con gli artt. 3, 24 comma 2 e 27 comma 3 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell'art. 4 del d.P.R. 22 dicembre 1990, n. 394, che prevede l'automatica revoca dell'indulto qualora il soggetto che ne ha usufruito commetta, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del medesimo d.P.R., un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.
Cassazione penale sez. I 21 novembre 1994
Il principio di legalità della pena è vincolante non solo quando venga applicata una pena non prevista o diversa da quella contemplata dalla legge, ma anche quando venga applicata una pena che esula dalle singole fattispecie legali penali perché pena legale è anche quella risultante dalle varie disposizioni incidenti sul trattamento sanzionatorio, tra le quali rientrano le norme sulle circostanze aggravanti. (Affermando tale principio la Cassazione ha eliminato la pena della multa inflitta per il reato di corruzione ai sensi dell'art. 24 comma 2 c.p. che consente l'aggiunta della pena della multa per i delitti determinati da motivi di lucro puniti con la sola reclusione: all'uopo ha considerato che il reato ascritto all'epoca dei fatti era punito con la pena congiunta della reclusione e della multa e che pertanto, per il principio di legalità della pena, esso rimaneva fuori della previsione aggravatoria di cui al suddetto articolo).
Cassazione penale sez. VI 25 marzo 1994
L'art. 24 comma 2 c.p., nel prevedere l'aggiunta della pena della multa nei delitti determinati da motivi di lucro, è applicabile non solo nei casi in cui il fine di lucro operi come uno dei motivi più o meno remoti del reato, ma altresì quando detto fine operi come motivo unico ed integrativo della fattispecie criminosa (dolo specifico) ovvero come elemento materiale del reato stesso; la contraria soluzione sarebbe in contrasto con la lettera e lo spirito della norma suddetta la quale non distingue tra tali estremi, dovendosi d'altro canto convenire che, a maggior ragione, l'aggiunta della multa trovi giustificazione quando il fine in questione sia elemento connaturato della fattispecie criminosa. (Fattispecie in tema di corruzione).
A seguito della modifica apportata dell'art. 101 l. 24 novembre 1981 n. 689 agli art. 24 e 26 c.p., le condizioni economiche del reo sono state eliminate dal tit. II, attinente al momento edittale, ed inserite nell'art. 133 bis tra i criteri di applicazione della pena. La diversa collocazione ha comportato l'eliminazione del carattere similare a quella di una circostanza e la configurazione come parametro di riferimento, al quale il giudice deve richiamare nella concreta irrogazione della pena. La norma ha portata generale e ridetermina tutti i valori massimi e minimi della pena stessa, conferendo al magistrato un più ampio potere discrezionale. Ne deriva che non occorre formare contestazione e che l'imputato, quando venga tratto a giudizio per rispondere di un reato sanzionato con pena pecuniaria, deve svolgere sempre ogni difesa anche in relazione alla possibile triplicazione del massimo. All'accusa spetta l'onere di fornire la prova, della consistenza patrimoniale del reo. Al giudice compete l'obbligo di svolgere un ponderato e completo apprezzamento della situazione economica, dando adeguata e congrua motivazione della scelta operata e degli elementi, sui quali di fonda il proprio convincimento. (Nella specie la Corte ha ritenuto che la proprietà di un immobile, di cui - tra l'altro - era ignoto il valore, non sia di per sè estremo rivelatore di una condizione economica tale da rendere inefficace il massimo ordinariamente fissato nella norma affermando, essere indispensabile una valutazione completa dell'intera posizione patrimoniale).
Cassazione penale sez. III 05 novembre 1993
Le condizioni economiche del reo, già previste nel momento edittale dagli artt. 24 e 26 c.p. che disponevano che, quando per tale situazione la multa o l'ammenda stabilita dalla legge poteva presumersi inefficace anche se applicata nel massimo, il giudice aveva la facoltà di aumentarla sino al triplo, sono state trasferite al momento giudiziale di determinazione della pena degli artt. 100 e 101 l. 24 novembre 1981 n. 689 sulle modifiche al sistema penale; questi hanno sostituito gli artt. 24 e 26 c.p. eliminando i relativi commi, concernenti appunto le condizioni economiche, da tali disposizioni definitorie della multa e dell'ammenda, e hanno introdotto l'art. 133-bis c.p. che include le condizioni economiche del reo tra i parametri che il giudice deve tener presenti nella determinazione della pena. Ne consegue che le condizioni economiche del reo non possono essere incluse nel momento edittale della pena e non hanno quindi rilievo ai fini della determinazione della somma corrispondente alla terza parte del massimo della pena stabilita dalla legge che il contravventore è ammesso a pagare ai sensi dell'art. 162 c.p., ai fini dell'estinzione per oblazione delle contravvenzioni punite con la sola pena dell'ammenda.
Cassazione penale sez. III 11 maggio 1987
Le condizioni economiche del reo che consentono l'aumento della pena pecuniaria oltre il limite del massimo edittale, ai sensi degli art. 24 e 26 c.p. costituiscono una circostanza aggravante impropria che, importando un aggravamento della pena, deve essere contestata all'imputato per consentirgli il diritto di difesa. Il giudice, d'altra parte, deve dar contezza nella sua decisione del livello delle condizioni economiche del reo, quale elemento di fatto necessario per poter presumere che la pena pecuniaria prevista dalla legge sarebbe inefficace anche se applicata nel massimo edittale.
Cassazione penale sez. III 10 luglio 1981

References: Art. 24
 art. 3
 art. 30
 art. 23
 sentenza 
 art. 17
 art. 3
 art. 3
 art. 17
 art. 24
 sentenza 
 art. 24
 art. 24