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Timestamp: 2017-10-24 03:52:58+00:00

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art. 41 bis | Le Urla dal Silenzio
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Lettera sul 41 bis… di Valerio Crivello
Tramite il nostro amico Antonio ci è giunta questa lettera di Valerio Crivello, detenuto a Terni.
Lettera che delinea, in modo lucidissimo, le autentiche dinamiche, insensate e distruttive, del regime del 41 bis.
io non ho esperienza diretta del 41bis ma sono stato sottoposto ad un regime simile chiamato 14bis. Questo, similmente al 41bis inasprisce il trattamento carcerario limitando al minimo le libertà individuali che vengono oppresse con un controllo continuo ed asfissiante da parte del carcere. Entrambi sono figli di una psicologia repressiva militare ripresa e riammodernata a seconda delle esigenze storico politiche.
Sulla carta il 41bis è volto a impedire il perdurare di legami e collegamenti con l’ “associazione mafiosa” o “terroristica” di cui il detenuto è parte o leader; così nello specifico viene adottato nei confronti di elementi considerati “di spicco” all’interno di un “gruppo criminale”, individui capaci di mantenere una “leadership” e quindi di impartire ordini per il “perseguimento di obiettivi criminali”.
E come si esplica nella pratica questo trattamento speciale? Il detenuto è allocato in sezioni apposite con un limitato numero di detenuti, ognuno ospitato in una cella singola. L’arredamento interno è ridotto al minimo, gli armadietti, per lo più sono privi di ante, possono contenere solo “stretto necessario”, un indispensabile che può essere “contenuto” (non ampliato) a seconda del volere del carceriere e della direzione. Il fornelletto è consentito solo per scaldare le vivande; il detenuto non può cucinare per sé autonomamente come nelle sezioni AS, anche per questo gli alimenti acquistabili del sopravvitto sono limitati. E’ una tattica subdola per aumentare esponenzialmente la dipendenza del detenuto all’istituto: dipendenza significa schiavitù sottomissione e la sottomissione è uno dei risultati che l’amministrazione penitenziaria si pone.
Nel reparto 41bis le battiture di controllo sulle sbarre della cella sono effettuate con cadenza di 3 al giorno; in una normale sezione AS sono in genere 1 al giorno. E’ un elemento di stress di bassa intensità che ha funzione di rammento all’ “ospite” che il controllo è continuo, meticoloso, organizzato, che lui non è padrone di nulla. In casi particolari può essere predisposta la videosorveglianza anche nella cella. Niente di più asfissiante ci può essere di un continuo occhio monitore, spia: stupra le ore anguste dei giorni ripetuti all’interno di una cella.
Il detenuto può effettuare un solo colloquio al mese di un’ora presso locali appositamente adibiti. Un vetro divisorio impedisce qualsiasi contatto fisico tra famigliari, conviventi e detenuti, ogni conversazione viene registrata. Solo qualora il colloquio mensile non avvenga, il detenuto può essere autorizzato ad una telefonata mensile di 10 minuti. I famigliari possono ricevere la telefonata o presso il carcere più vicino o presso una caserma dei carabinieri. Queste misure, prese per prevenire qualsiasi contatto con l’organizzazione, recidono certo qualcosa, ma il più delle volte sono solo legami famigliari. Il “provvedimento” ha durata di 4 anni, prorogabile per periodi consecutivi di 2 anni. In realtà l’eventualità della proroga è la normalità, giacché il tempo non è considerato condizione sufficiente per garantire la rottura dei legami con l’organizzazione. Ciò sottintende che l’unica cosa che può provare che tale unione sia stata spezzata è una “manifesta dissociazione” un più diretto “pentimento”.
Credo sia ormai chiaro qual è lo scopo del 14bis e 41bis: sfibrare l’animo del detenuto e abbattere le sue difese per renderlo malleabile, un risultato che si ottiene de-individualizzandolo. Chi è sottoposto ad un tale regime non è padrone di guardare la propria immagine riflessa. Io personalmente ero obbligato a chiedere uno specchietto alla guardia (che lo teneva appositamente riposto) ogni qualvolta desideravo farmi la barba. Qualsiasi regime mira a disgregare l’identità del singolo polverizzandolo, per rimpastarlo a proprio piacimento; e lo fa con metodi decostruttivi anziché costruttivi.
L’ “ospite” deve imparare che lui è il più debole; deve imparare ad essere dipendente; deve imparare ad essere dipendente dalle mura carcerarie e dagli assistenti (guardie) così profondamente da giustificarne persino le azioni. Non è raro sentire detenuti pronunciare frasi tipo: “Lo deve fare, è il suo lavoro…” o “E’ stato bravo, mi ha concesso…”. L’impianto repressivo del 41bis cerca quindi di spezzare la volontà, esasperando l’uomo per spingerlo a collaborare pur di salvarsi da quella che è una tortura psicologica protratta nel tempo; o per instillargli una sorta di “sindrome di Stoccolma”.
Per esteso, la “sindrome di Stoccolma” è un complesso di risposte emotive riscontrabili nelle vittime di un sequestro di persona, tra cui l’instaurarsi di sentimenti positivi degli ostaggi verso i sequestratori e, a sua volta, sentimenti negativi degli ostaggi verso chi dovrebbe difenderli. …
Non esistono individui che una volta fuori dal 41bis, magari in libertà, non tornino “a delinquere” con maggiore e più accurata intenzionalità. In ambiente “criminale” chi ha sopportato il 41bis senza tentennare e pentirsi gode di un prestigio enorme. Alla rabbia motivata dalle angherie legalizzate dall’amministrazione penitenziaria, che fortifica le convinzioni “criminali”, finisce con l’aggiungersi l’orgoglio che scaturisce dalla resistenza alla tortura. SI’ TORTURA.
Le motivazioni accampate per la detenzione al 41bis sono sempre pretestuose. L’esigenza di evitare il perdurare dei legami con l’associazione è secondario rispetto al fine ultimo di estorcere informazioni che portino a nuove accuse a nuove incarcerazioni. Lo zelo delle procure di larga parte della magistratura e dei carcerieri – tutti organi di uno stato che infama sé stesso – è al di sopra della legge che vogliono preservare e difendere e gli abusi sono figli di quel delirio di onnipotenza tipico dei tiranni.
Questo modo di amministrare la legge, di usufruirne, di deprivarne l’altrui vita, fa anche del peggiore carnefice un vittima dello stato. Il 41bis è una tortura mascherata dal vessillo della legalità; tortura inutile che diffonde, espande, riverbera sofferenze anche agli innocenti (bambini traumatizzati dai colloqui) e ne posticipa un’altra parte per quando il detenuto ritornerà in libertà arrabbiato e con un’aurea carismatica riconosciuta dai facenti parte del suo ambiente.
La critica al 41bis non vuole giustificare le azioni a volte riprovevoli di quei detenuti costretti nelle strutture ultra-repressive (polizia, esercito, stato ne commettono altrettanti con la giustificazione che il monopolio della violenza è loro), tuttavia lo stato non può né vendicare le vittime perché diventa boia né tanto meno torturare perché diventa inquisitore. Il 41bis è un’offesa alla vita, all’umanità e all’alto valore morale della Costituzione. Due reati – quello del “criminale” e quello dello stato che lo tortura – non si elidono a vicenda, dando vita ad un’azione virtuosa, sono piuttosto solo l’inizio di una serie di conseguenze, un domino a cascata che scrive il necrologio della giustizia universale.
Terni 20 settembre 2015
Valerio Crivello, via delle Campore, 32 05100 Terni
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Lettera al Papa sul 41 bis… di Nino Mandalà
Pubblico questo testo di Nino Mandalà, da qualche tempo fuori dal carcere.
Il Papa ha spopolato in America proponendo quel suo modo semplice di declinare temi forti che scuotono le coscienze. La finanza selvaggia che soffoca i più deboli, i profughi visti come vittime delle colpe dei grandi della terra che non hanno saputo disinnescare le cause dell’esodo, il traffico d’armi, la pena di morte, la povertà, sono tutti temi su cui il Papa si è pronunciato con toni accorati sollecitando soluzioni.
Purtroppo le esortazioni del Santo Padre, a parte quella sull’abolizione della pena di morte, sono destinate a restare lettera morta, ci sono mali antichi come l’uomo che neanche il sacrificio di Cristo è riuscito a sconfiggere. E tuttavia il Papa non può rinunciare alla sua missione profetica che gli deriva dall’essere l’erede di Cristo e non può arrestarsi dentro i confini imposti dalla limitatezza umana, gli è proprio “un grado superiore di saggezza” che si ostina a predicare misericordia anche dove la misericordia troverà difficilmente proseliti. E’ la logica della sua missione che ha bisogno di allargare continuamente i suoi orizzonti e che però non sempre riesce a stare al passo con sofferenze nuove che si affacciano alla soglia della sua misericordia e del suo spirito evangelico.
Su questo riflettevo mentre leggevo l’ultima lettera di mio figlio detenuto in regime di 41 bis in cui mi descrive la sua vita in carcere. Ho già scritto su come la penso a proposito della stupidità e gratuita cattiveria della carcerazione dura e su come l’amministrazione penitenziaria ne esasperi ancora di più le condizioni andando oltre le regole già di per sé dure, come fa quando perpetra abusi giungendo persino a non rispettare le sentenze della magistratura o rispettandole dopo che le conseguenze dell’abuso si sono consumate.
In proposito ho cercato di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica lanciando appelli che, ahimè, sono caduti nel vuoto. Ne ho ricavato soltanto improperi e sarcasmo.
Stavolta mi rivolgo al Papa e gli chiedo se conosce la realtà di questi suoi figli alla mercé di uno sceriffo con la stella della legge appuntata sul petto che ha sempre la meglio nel duello contro l’ avversario munito di un’arma scarica. Se conosce la realtà di un universo in cui si consuma la violazione dei diritti fondamentali senza che nulla trapeli all’esterno, in un clima di omertà che coinvolge le istituzioni e la cosiddetta società civile, pronta a indignarsi sull’abbandono dei cani ma non altrettanto pronta a indignarsi sulla vergogna di una enclave di inciviltà incuneata nel bel mezzo della nostra civilissima Italia.
Come è possibile che accada tutto questo senza che nessuno, e tanto meno il Papa, levi una qualsiasi protesta? Forse perché i detenuti in regime di 41 bis sono lontani dai cuori di chi si esercita alla pietà su soliti drammi scontati, forse perché creano imbarazzo con le loro storie truci e sono rimossi dall’ipocrisia di chi fiuta l’impopolarità di una battaglia lontana dal conformismo ideologico, forse perché sono mafiosi e, secondo l’anatema del Papa, scomunicati e dunque fuori dal perimetro della Chiesa, forse perché sono gli ultimi tra gli ultimi e non meritano neanche il perdono di Cristo?
Come diceva Flaubert, il buon Dio è nei dettagli e il Papa, impegnato in giro per il pianeta a condividere la sorte degli “scarti” disseminati nel mondo, dovrebbe trovare il tempo e la voglia di condividere anche la sorte degli “scarti” vessati nella Guantanamo di casa nostra.
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Intervista a Pasquale De Feo sul 41 bis (terza parte)
Il nostro Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, ha partecipato a un questionario rivolto a detenuti che sono attualmente in regime di 41 bis o che ci sono stati. Pasquale De Feo fu sottoposto al 41 bis nei primi anni novanta e ha tanto da dire su quella esperienza e sul sistema del 41 bis.
Per l’importanza di questa intervista l’ho suddivisa in tre parti. Oggi pubblico la terza e ultima parte.
14- Che tipo di rapporto hai con l’Amministrazione Penitenziaria?
Sono un detenuto e mi comporto da tale. Non dimentico mai cosa sono da trent’anni, a parte che non me lo fanno dimenticare. Perché in ogni momento ti ricordano che sei un galeotto e un reietto della società, dove sei stato escluso per sempre, marchiandoti la fronte (metaforicamente) come facevano nei tempi antichi: “escluso dal consorzio umano”.
15- Sei seguito da psicologi, educatori, o altre persone del carcere? In quale maniera?
I numeri di psicologi, educatori e assistenti sociali sono talmente pochi che, se volessero seguire i reclusi in modo serio, non potrebbero fare più di un colloquio ogni sei mesi, forse anche di più. Siccome anche loro sanno che i benefici penitenziari non vengono dati quasi a nessuno a parte quale raro caso, chiamano solo quando il detenuto chiede un colloquio per qualche problema che non riguarda la rieducazione. In Italia non c’è l’applicazione dell’art. 27 della Costituzione. I funzionari che vanno in TV a fare tutti quei bei discorsi parlano di una realtà che esiste nei paesi del Nord Europa, qui da noi pensano solo alla repressione, contenere i reclusi e pigiarli come sardine nelle carceri. Per il resto non c’è niente. Ad essere sincero una cosa c’è, tutti vogliono andare al Ministero perché lo stipendio e ben sostanzioso, purtroppo sono tutti PM che conoscono il carcere dagli uffici dove interrogano i detenuti, e hanno reso le carceri disumane. Alimentando e proteggendo il regime di tortura del 41 bis e la pena di morte con l’ergastolo ostativo. L’altro giorno mi ha scritto una mia amica da Roma che aveva partecipato a un convegno in cui c’era anche ospite un PM della DNA (Che ritengo il nuovo MINCULPOP di memoria fascista) a domanda sul 41 bis, ha risposto: “è un male necessario”. Lo sanno bene che è una tortura, ma come gli americani che hanno ritenuto le torture inflitte a tante persone era un male necessario. Le carceri sono i luoghi più illegali del paese. Devi sapere che dal 2000 a oggi ha ucciso più lo Stato che le varie mafie. Dicono che siamo la culla del diritto, invece siamo diventati la tomba del diritto.
16- Prendevi dei farmaci? Puoi dirmi quali?
Per mia fortuna non ho avuto bisogno di psicofarmaci, che in carcere passano a livello industriale, così risolvono qualsiasi problema di conflitto per i reclami dei detenuti sui loro diritti, così dormono tutto il giorno. Più di un terzo dei detenuti ha problemi psichiatrici. Nel regime di tortura del 41 bis sono oltre il 50% e hanno una incidenza di suicidi 19 volte di più di altri regimi, ma il ministero nasconde tutto come fosse un segreto di Stato, perché devono nascondere le nefandezze che si commettono in nome della legalità che loro stessi violano.
17- Con quante persone detenute avevi incontri o rapporti personali?
All’Asinara ogni blocco della sezione era di quattro celle. Ogni cella era di quattro persone. In estate che finivano i processi eravamo al completo. In inverno eravamo nell’ordine di 5-6 persone. Ci incontravano nel cortile all’ora d’aria, nelle due ore di aria che ci venivano concesse, per il resto stavano 22 ore chiusi in cella e non potevano neanche parlare con le celle fianco.
18-Come consideri la misura carceraria alla quale eri sottoposto? Pensi che possa avere qualche finalità rieducativa, risocializzante, o comunque “migliorativa” della tua personalità? Oppure quali fini possa perseguire?
Tortura istituzionalizzata. Forse credono che essendo in democrazia, la tortura diventa democratica e non sia crudele ferocia. Il regime di tortura del 41 bis e tutte le leggi emergenziali sono le più bestiali leggi che questo paese ha emanato da quando è diventata Repubblica, seconde solo alla bestiale legge Pica del 1863 che usarono per massacrare circa un milione di meridionali quando fecero l’unità della penisola, altro che la favoletta risorgimentale. Quella mentalità repressiva nei confronti del Meridione, inquinata dalle teorie razziali di quel criminali di Cesare Lombroso “che riteneva i meridionali geneticamente difettati, la conformazione fisica ed etnica portavano ad una naturale propensione a delinquere, dunque criminali per nascita, eredi di un’atavica popolazione difettosa, che niente e nessuno poteva sottrarre al loro destino. Non delinquenti per un atto cosciente e libero della volontà, ma per innate tendenze malvagie, continua tutt’ora la repressione anche se le terminologie sono cambiate. Un tempo eravamo un covo di briganti, oggi siamo un covo di mafiosi, domani saremo un covo di marziani. D’altronde l’unica industria che non conosce flessione nel Meridione è il comparto della repressione. Basta guardare anche i numeri delle carceri: il 100% dei detenuti nel 41 bis sono tutti meridionali; il 99% degli ergastolani ostativi sono meridionali; il 90% dei detenuti sono meridionali; l’infame 4 bis è applicato al 90% ai meridionali. Come ho già scritto non c’è nessun fine rieducativo, né tantomeno migliorativo della personalità. Credo che se un cane lo leghi ad una catena e lo bastoni tutti i giorni, vorrei vedere quale cane ne uscirebbe migliorato o rieducato. L’unica finalità del sistema è la repressione e l’annientamento dei detenuti. Non ci sono altri fini. Purtroppo oggi è ancora peggio. Le persone non fanno che accumulare odio, rancore, rabbia. Il 41 bis di oggi è peggiorato perché è più scientifico, come i centri di detenzione psichiatrici dell’era sovietica, dove l’unico scopo era di distruggere la personalità e annichilire il pensiero con l’isolamento totale. Sono quattro detenuti per blocco, non possono parlare tra loro, con la censura li isolano dal mondo. Anche per questo hanno le messo le videoconferenze per i processi, così non possono neanche difendersi. Secondo te la tortura può migliorare una persona?
19- Hai mai partecipato a scioperi e proteste? Se sì, come è stata la reazione da parte dell’Amministrazione Penitenziaria e degli ambienti esterni?
Ho sempre partecipato agli scioperi e proteste, la reazione dell’Amministrazione è sempre stata di repressione. Non conosciamo altri metodi. E’ un fatto di cultura che viene da lontano, da quando i piemontesi, dopo la conquista del Meridione, instaurarono i Bandi di Carlo Felice di Savoia del 22 febbraio 1826, anche se vennero sostituiti da un regolamento provvisorio nel 1863, nulla cambiò. In questo bando la tortura era un metodo legiferato. Da quella mentalità non ne sono mai usciti, ma se vuoi capire meglio tutto il discorso dovresti leggerti “I lager dei Savoia” di Fulvio Izzo, allora capirai anche il sistema odierno. Tutto viene dal 1860 quando il merdionale divenne una razza interiore.
Pubblicato da alfrhaed in Patrimonio e contrassegnato con art. 41 bis, Catanzaro, intervista, Pasquale de Feo
Intervista a Pasquale De Feo sul 41bis (seconda parte)
Per l’importanza di questa intervista l’ho suddivisa in tre parti. Oggi pubblico la seconda.
8- Scrivevi lettere?
Potevamo scrivere solo ai famigliari e se questi erano detenuti non potevano, ma le lettere che venivano fermate e sequestrate erano l’80-80%. Arrivai ad un punto che non scrissi più e invitai i famigliari a non scrivermi. Questa decisione la presi quando mi sequestrarono gli auguri di Natale di mia Madre.
9- Hai avuto problemi ad inviare o ricevere corrispondenza? Se sì, per quale ragione hai avuto problemi?
10- Riuscivi ad avere colloqui con tuo difensore senza restrizioni?
Sì. Ma i colloqui avvenivano nelle sale dei colloqui come ho già scritto sopra, con il vetro e attraverso un citofono. Nessun colloquio telefonico.
11- Studi o hai studiato in carcere? Perché hai deciso di studiare oppure hai deciso di non farlo? Se studi, come avviene questa attività? Riesci ad avere a disposizione i libri e i materiali che ti servono?
Dal 1996, quando sono uscito dal 41 bis, ho iniziato a studiare, a Voghera sono riuscito a fare i primi due anni. Nel 2003, per fortuna, dopo vari carceri, mi hanno trasferito al carcere di Fossombrone (Pesaro) dove c’era la scuola e sono riuscito a fare gli altri tre anni e diplomarmi in ragioneria. Mi sono iscritto all’Università quando ero a Parma dove ero stato trasferito da Fossombrone, ma dopo il primo esame fui trasferito al carcere dove mi trovo attualmente. Feci il passaggio universitario qui a Catanzaro, ma dopo qualche mese sospesi per alcuni motivi, tra cui quello principale che non mi veniva dato il computer. Ho intenzione di riprendere al più presto. Lo studio universitario si svolge in cella. Ti procuri i libri che ti servono e ti devi arrangiare da solo. E’ difficile avere un aiuto da un volontario, perché si evoca sempre il problema della sicurezza. Per studiare ci vuole impegno e tanta pazienza. Ci sono alcune carceri dove lo studio è più agevolato perché ci sono le sezioni adibite a polo universitario, ma si contano sulle dita di una mano.
12- Come trascorrevi di solito la tua giornata?
Facevo colazione al mattino e iniziavo a fare attività ginnica, l’unica forma di impegno per passare anche il tempo. C’è stato un periodo in cui facevo ginnastica fino alle quattro del pomeriggio, mi lavavo e, nel frattempo, alle cinque arrivava la cena e mangiavo. Non avevamo niente a parte un libro ogni quindici giorni e idiotizzarsi davanti alla TV.
13- Per quale ragione hai deciso di non collaborare con la giustizia?
Il regime di tortura del 41 bis è usato proprio per incutere terrore affinché le persone diventassero delatori. Per prima cosa non mi è mai piaciuto fare la spia. I delatori sono le persone più abiette. La storia non ne ha mai glorificato qualcuno. Giuda, il più noto nel mondo cristiano, è maledetto 2000 anni. Non metterei mai altre persone al mio posto per riacquistare la libertà. Preferisco morire in carcere. Non creerei mai disagi alla mia famiglia, con lo scombussolamento che devono iniziare una nuova vita. In ultimo, dopo trent’anni di carcere, fuori c’è un mondo che non conosco e cosa potrei dire se non inventarmi storielle come fanno tanti pentiti, rovinando centinaia di persone. Perché è facile inventarsi una associazione mafiosa. Il famigerato art. 416 bis è un reato senza reato, che non ha bisogno di prove. Bastano le parole di un pentito e, siccome ne hanno a centinaia di pentiti a busta paga, basta tanti “sentito dire” o la confidenza di qualcuno che è morto, e il gioco è fatto. In ultimo preferisco morire in piedi qui dentro, ma non strisciare come un verme con la coscienza sporca e che mi perseguiterà tutta la vita. Vorrei chiedere a te e ai tanti catechizzati di vent’anni di bombardamento mediatico, con le fanfare di tanti Savonarola che non hanno fatto che spargere odio nella gente, uguale a quando c’erano i roghi in piazza contro gli eretici. Che razza di paese volete, se ragioniamo così diventiamo come la ex Germania dell’Est, dove la metà della popolazione spiava l’altra metà. Un Paese che se eri delatore eri un buon cittadino. In caso contrario eri un pericolo per la società. Questa è l’Italia che volete?
Intervista a Pasquale De Feo sul 41 bis (prima parte)
Il nostro Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, ha partecipato a un questionario rivolto a detenuti che sono attualmente in regime di 41 bis o che ci sono stati. Pasquale De Feo fu sottoposto al 41 bis nei primi anni novanta, durante la violenta stagione dell’emergenza giudiziaria dove le sospensioni del diritto e della Costituzione furono enormi. Queste sospensioni furono simboleggiate dalle carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara, trasformate in una versione italiana di Guantanamo.
Per l’importanza di questa intervista, l’ho divisa in due parti. Oggi pubblico la prima.
De Feo Pasquale è nato a Pontecagnano (SA) il 27-01-1961. E’ detenuto dal 20 agosto 1983.
“Ho trascorso 4 anni nel regime di tortura del 41 bis nella Cayenna dell’isola dell’Asinara. Sto scontando l’ergastolo per omicidio e altre condanne per altri reati.
1- Da quanti anni sei sottoposto al regime carcerario del 41 bis o per quanti anni sei stato al 41 bis?
Sono stato sottoposto al regime di tortura del 41 bis dal 1992 al 1996, circa 4 anni, nella sezione Fornelli dell’Asinara. Una delle Cayenne italiane.
2- Quali restrizioni al trattamento carcerario sono previste o erano previste nel decreto col quale ti è stato applicato il 41 bis?
Le restrizioni neanche le conoscevamo, perché non erano menzionate nel decreto, ma, comunque, arrivati all’Asinara, non c’era bisogno di capire perché era tutto reale. Soffrivamo la fame, la sete, il freddo, perché non c’erano calorifici. Non avevamo acqua potabile. Avevamo una sola bottiglia d’acqua che dovevamo usare anche per lavarci i denti, perché l’acqua del rubinetto era sporca, puzzava, ed era piena di terreno, di vermi e altro. Per fare un esempio, quando lavavi un indumento, se rimaneva dieci secondi sotto il rubinetto si faceva una macchia. Una doccia settimanale di pochi minuti, biancheria limitata, senza un fornelletto per farsi un caffè o scaldarsi un po’ d’acqua, un libro ogni due settimane. Solo due ore d’aria al giorno; per il resto 22 ore al giorno chiusi in cella. Inerzia totale tutta la giornata. Una oppressione palpabile che ti teneva in ansia quotidianamente, condita ogni tanto da botte. Ci dicevamo tra noi che quando l’avremmo raccontato non ci avrebbero creduto. Alcuni anni dopo alcuni detenuti non ci credevano.
3- Hai mai fatto reclamo contro il decreto di applicazione o proroga del 41 bis? E quanto hai dovuto aspettare per la decisione?
Il regime di tortura del 41 bis fu emanato con un decreto l’8 giugno 1992 (legge Scotti Martelli) e convertito in legge prima dell’8 agosto 1992. Nella legge era solo per tre anni, ma poi Berlusconi lo prorogò per altri cinque anni. La sinistra nel 1999 lo prorogò per altri tre anni. Berlusconi nel 2002 lo legiferò in modo permanente. Principalmente chi ha tanto fango addosso e chi vuole costruirsi una verginità politica diventa giustizialista, un novello Savonarola o, se è un PM, un Torquemada moderno. All’epoca la proroca era ogni sei mesi e io non ho mai mancato di fare ricorso al Tribunale di Sorveglianza di Sassari, ma era tutta una formalità, perché nei decreti di proroga eravamo accusati delle stragi del 1992 e omicidi eclatanti che erano successi a Palermo. Peranto io che ero di Salerno non potevo neanche difendermi, perché più che dire che non sapevo neanche di cosa parlavano, non potevo dire. Ogni sei mesi andavamo a fare la “gita” al tribunale che immancabilmente rigettava. Non ricorso bene la cosa, ma successe che fu emanata una sentenza che stabiliva che le proroghe dovevano essere personalizzate. Questa fu la mia fortuna. Alla prima proroga personalizzata, ormai abituati al timbro “notarile”, non mi difesi con accanimento. Alla seconda andai caricato al massimo, perché nella proroga personalizzata avevano scritto tutte cose che non riguardavano me. Insomma avevano fatto una insalata di fatti e persone che niente avevano a che vedere con me. Mi preparai prima e quando fui in aula mi feci sentire con forza. Ricordo che esordii così: “signor Presidente, ogni sei mesi cosa veniamo a fare qui, se la mia difesa non viene presa in nessuna considerazione? Tutto quello che è scritto nel decreto è falso, ma lei non chiede nessun accertamento”. Rispose il PM con arroganza “se sono infondate lo valuteremo noi”. Gli risposi “non infondate, ma false, non cambiamo le parole”. Dovette intervenire il Presidente per mettere ordine tra me e il PM. Credo che mi dovette vedere molto fuori di me e mi calmò dicendomi di elencare tutto a un magistrato che gli stava vicino. La signorina prese nota e il Presidente rinviò l’udienza. Dopo tre mesi andai a discutere; polizia e carabinieri diedero le risposte che confermavano ciò che avevo scritto nel ricorso e detto a voce. Cercarono di imbastire altre accuse ma il Presidente non li prese in considerazione e mi revocò il 41 bis. Dopo 20 giorni il ministero mi notificò una nuova proroga del 41 bis. La mia fortuna fu che ancora non ero stato trasferito dall’Asinara. Feci ricorso e dopo tre mesi andai a discutere e mi fu tolto di nuovo e dopo una settimana mi trasferirono al carcere di Voghera (PV).
4- Quali motivazioni spiegano o hanno spiegato la tua sottoposizione al regime del 41 bis. Puoi scrivere le parole contenute nel decreto?
Come ho già risposto sopra, i decreti erano degli stampati per tutti, dove avevano messo le stragi del 1992 e gli omicidi eccellenti che erano successi. Mi chiedevo perché se la prendessero con migliaia di meridionali se avevano arrestato i colpevoli, e perché dovevo subire tanta ferocia repressiva io che ero di Salerno e tutti i reati erano successi a Palermo. Cosa c’era dietro l’ho capito anni dopo. La solita strategia della tensione. Solo che questa volta avevano usato interlocutori diversi. Ma come succede in questi casi il potere deve dare il mostro in pasto all’opinione pubblica. Chi meglio dei meridionali che sono da sempre considerati brutti, sporchi e cattivi? D’altronde nel Meridione la responsabilità è collettiva e non, come stabilisce la Costituzione, personale. Non si crearono nessun problema a sospendere la Costituzione e creare una sorta di terra di nessuno, come a Guantanamo oppure Abu Ghraib. Non solo le Cayenne italiane di Asinara e Pianosa; ma c’erano anche Poggioreale e Secondigliano a Napoli; San Vittore, Novara, Cuneo, Ascoli Piceno, Spoleto e altre. I politici terrorizzati dai Torquemada e Luciano Violante che li coordinava dal Parlamento non fiatavano, pur sapendo; c’erano molti avvocati alle Camere, oggi come in quel periodo. Erano talmente terrorizzati che lui fece loro approvare in Commissione Antimafia che la Democrazia Cristiana era una sola cosa con la mafia. Solo il radicale Marco Taradash non firm.ò A parte i radicali, l’eroina in quel periodo fu l’On. Tiziana Maiolo. Si batté come un leone e andò a Pianosa e Asinara. Riusci a mitigare le torture, che comunque continuarono.
5- Quanti colloqui con i familiari potevi potevi fare e quanti ne facevi?
I colloqui erano uno al mese con il vetro. I miei famigliari non li facevo venire all’Asinara perché era una odissea, essendo che dovevano venire il giorno prima, la mattina alle 7, dovevano stare sul molo per prendere il battello della polizia penitenziaria. Se capitava che il mare era grosso, tutto veniva rinviato al giorno dopo e, a volte, questi rinvii duravano alcuni giorni. Quando venivo tradotto a Secondigliano (NA) lì facevo in quel carcere; pertanto capitava 3-4 volte l’anno e anche meno.
6- Come era la sala in cui si facevano i colloqui?
All’Asinara le sale erano brutte e sporche. Tutte singole, con vetri vecchi e i citofoni che non funzionavano. Le conoscevo perché le usavano anche per i colloqui con gli avvocati. Avevo messo una avvocatessa che mi seguiva per i ricorsi del 41 bis.
7- Potevi fare telefonate?
No. Oggi al 41 bis ne fanno fare una al mese, però la famiglia deve andare al carcere più vicino e prendere la telefonata, e lì sottoporsi al rito della perquisizione come se dovessero fare un colloquio. Molti non la effettuano per questo motivo, essendo che è solo una delle repressioni che fanno per costringere i famigliari a recidere ogni contatto con il congiunto.
Pubblicato da alfrhaed in Patrimonio e contrassegnato con art. 41 bis, carceri speciali, famigliari, giustizialismo, L'Asinara, Pasquale de Feo, questionario, visite
Ercolano, il giudice dice basta alla tortura… di Maria Brucale
La nostra Maria Brucale, il bravo e coraggioso avvocato col quale da qualche tempo stiamo percorrendo un viaggio nel (non) mondo del 41 bis, ci ha inviato questo testo che è stato anche pubblicato sul quotidiano “Il Garantista”del 26 settembre.
Aldo Ercolano è un detenuto che per due volte ha avuto attribuito il 41 bis e per due volte i Tribunali di Sorveglianza glielo avevano revocato.
Sotto il clamore mediatico di un giustizialismo montato ad arte succeduto alla seconda revoca, il Ministero aveva riattribuito per la terza volta la misura del 41 bis ad Ercolano.
Per la terza volta, però, è intervenuta la magistratura (il Tribunale di Sorveglianza di Roma) per revocare una misura che ormai, nel caso di Ercolano, è considerata infondata da un pezzo.
Complimenti a quei giudici che ancora ricordano cos’è il diritto e a quegli avvocati come Maria Brucale che non hanno timore delle battaglie scomode.
Una estenuante battaglia difensiva sembra essersi finalmente conclusa con la revoca del regime del 41 bis dell’ordinamento penitenziario ad Aldo Ercolano da parte del Tribunale di Sorveglianza di Roma.
Manifesta soddisfazione il difensore, avvocato Piera Farina: “E’ la terza volta che Ercolano approda alla revoca che, pur confermata dalla Corte di Cassazione, veniva sistematicamente vanificata da un provvedimento di rinnovata applicazione emesso dal ministero della giustizia a dispregio vistoso della normativa di riferimento perché del tutto mancante di elementi di novità atti a sovvertire la decisione dei magistrati”. In sostanza, la magistratura vagliava, nell’esercizio del suo potere – dovere di controllo dell’operato della pubblica amministrazione, il decreto che stabiliva il carcere duro per Ercolano, ne riteneva l’illegittimità e il ministero della giustizia, solo in astratto – a quanto pare – vincolato al controllo da parte dell’organo giudicante, ripristinava la detenzione restrittiva.
Ma ciò che appare inquietante è la genesi dell’ultima applicazione al detenuto della carcerazione speciale. Dopo ben due anni dalla precedente revoca, esplode agli onori delle cronache la notizia che Aldo Ercolano non è più in 41 bis. Contestualmente si palesa la preoccupazione di alcuni esponenti politici per il pericolo insito nella restituzione ad una carcerazione ordinaria di un boss come Aldo Ercolano, ergastolano, nipote di Nitto Santapaola.
Lo stato di allerta rimbalza su tutte le testate giornalistiche fino all’annuncio di Orlando del rinnovo del decreto che applica a Ercolano il carcere di rigore, il 41 bis.
Il sentire collettivo viene armato di sdegno dal clamore mediatico, il clima del terrore è fomentato, il pubblico è pago, il cattivo c’è e soffre. La legge sepolta ma a chi importa?
Eppure, successivamente alla revoca del 2011, Ercolano, trasferito presso la Casa Circondariale di Sulmona, aveva immediatamente iniziato un percorso rieducativo. Si era iscritto all’istituto agrario ove aveva conseguito la promozione al IV anno; aveva partecipato ai corsi di lettura e di apicoltura. Aveva, dunque – pur sempre ristretto in un regime protetto quale quello dell’alta sicurezza – mosso i primi passi, dopo molti anni di carcere – Ercolano è detenuto dal 1994 – verso il recupero di una vita palesando la volontà di compiere un percorso di cambiamento dapprima negatogli a causa della diuturna sottoposizione al regime di cui all’art. 41 bis.
Ma un condannato per mafia può essere rieducato e restituito alla società? La Costituzione lo impone, la legge ordinaria sembra darle ragione, la pratica si frappone in modo distonico e disinteressato all’una e all’altra.
Eppure la Corte Europea ricorda all’Italia di continuo che la soggezione al 41 bis è misura emergenziale che mantiene la propria legittimità ove si ponga come necessità a rispondere ad un pericolo attuale e concreto per la sicurezza pubblica, attualità che deve essere ancorata ad elementi specifici e non può asetticamente derivare dalla pregressa condanna subita da un soggetto per fatti di particolare gravità. La sospensione delle regole del trattamento penitenziario – quello volto al recupero del detenuto ed alla sua riammissione nella collettività – deve, infatti – pena la stridente violazione dei principi fondamentali stabiliti dalla Costituzione – essere circoscritta nel tempo e preludere alla restituzione del ristretto ad un circuito detentivo ordinario.
Nel caso di specie, il giudizio dei magistrati ormai cristallizzato perché irrevocabile, era stato sovvertito da un’ipotesi di pericolosità nella sostanza radicata alle vicende giudiziarie che avevano visto Ercolano imputato e condannato senza l’apporto di un solo elemento che ne comprovasse una rinnovata pericolosità. “Una persecuzione immotivata – afferma l’avv. Farina – nei confronti di un soggetto che sta pagando con la lunga detenzione i reati per i quali è stato condannato; persecuzione e soggezione a tortura immotivate se si pensa che in venti anni dal suo arresto non gli sono stati attribuiti reati commessi in costanza di detenzione”.
E di tortura si tratta, perché il regime di cui all’art. 41 bis impone al detenuto prescrizioni e restrizioni che rendono la carcerazione all’evidenza inumana e degradante tanto più se tale condizione, temporanea per sua essenza, viene prorogata sine die. In 41 bis il detenuto trascorre 22 ore nella propria cella. Ha un’ora d’aria in uno spazio rettangolare e angusto sotto uno spicchio di cielo senza riparo dal sole e dalla pioggia. Non può studiare perché gli è precluso l’acquisto di libri di testo dall’esterno del carcere. Non può, salvo rarissime eccezioni, lavorare perché ciò lo porrebbe in contatto con altri detenuti nel girone dei cattivissimi. Può incontrare i propri familiari per un’ora al mese in locali infimi di ferro e vetro; vederli attraverso un pannello divisore; parlare loro attraverso un microfono. Può tenere tra le braccia i suoi figli se minori di anni dodici per la durata del colloquio ma gli adulti presenti devono essere allontanati. Riceve e invia corrispondenza attraverso l’ufficio censura e soggiace a tempi di attesa infiniti e indefiniti. Dopo venti anni di carcere Aldo Ercolano è riammesso ad aspirare al recupero sociale. Così hanno voluto, per la terza volta, i giudici che hanno ritenuto illegittimo il decreto che ne stabiliva la soggezione al carcere duro, sperando che i media e chi li agita siano d’accordo.
Pubblicato da alfrhaed in Casi giudiziari, Fuori dall'Ombra e contrassegnato con Aldo Ercolano, art. 41 bis, avvocato, Maria Brucale, revoca, tortura, Tribunale di Sorveglianza | Lascia un commento

References: art. 41
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 art. 416
 sentenza 
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