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Timestamp: 2018-04-27 02:39:34+00:00

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"L'APPARTENENZA ALL'OFS"
Re: "L'APPARTENENZA ALL'OFS"
silvia il Sab Gen 17, 2009 1:31 am
Grazie, Francesco! Molto bello, interessante, alcuni consigli ,note, esortazioni, regole sono valide per ogni comunità.
Teniamo presente che nella Chiesa, vivono molte comunità, associazioni, ...tutte buone, utili per la crescita personale e per la testimonianza e la collaborazione.
Ricorderei peraltro che tutte le "comunità" sono utili, nessuna indispensabile: la sola Comunità cui tutti apparteniamo è la Chiesa!
Tiziana il Ven Gen 16, 2009 3:01 pm
[quote="Francesco"]Ecumenismo e dialogo interreligioso
..Bravo "fratellone"!
Un grande abbraccio ,Francesco!
Ciao, Tiziana P&B.
chiarotta91 il Ven Gen 16, 2009 11:49 am
Ho letto tutta la prima parte dell'interessante argomento postato. E' vero , l'appartanenza a comunità secolari, a ordini laicali, al diaconato permanente sono tutte attività che favoriscono la presenza dei laici nel tessuto ecclesiale. Sono aspetti che il laicato deve sempre più condividere sia per maturare una fede responsabile nel vissuto della propria esistenza, sia per praticare il dialogo con le altre tradizioni religiose, sempre più presenti nei nostri ambienti di vita.
Perchè è vero che il dialogo delle opere, quello lontanissimo dal discorso teologioco degli addetti al mestieri, si fa quotidianamente rispettando i valori che l'Altro ha e che sono condivisidili con per tutta la comunità umana.
Allora un invito ad una partecipazione più visibile dei laici nella vita della Chiesa e negli ordini secolari.
Francesco il Ven Gen 16, 2009 12:47 am
In campo ecumenico è essenziale convincersi che l’ecumenismo non è un affare “di vertice”, bensì un modo di vivere la fede e il rapporto con Gesù, è essere assieme a Lui in quella preghiera dove tutti siamo una cosa sola. Per questo non possiamo non sentirci responsabili della comunione fra tutti. In campo interreligioso è essenziale la conoscenza, il rispetto, l’accoglienza reciproca, il superamento dei reciproci pregiudizi di ordine culturale, psicologico e storico. Dobbiamo convincerci che la diversità, lungi dal condurre necessariamente a divisioni e a rivalità, porta in se stessa la promessa di un arricchimento reciproco e di una gioia, La parità, come indispensabile presupposto del dialogo, riguarda la pari dignità personale degli interlocutori e non i contenuti. Il cristiano in dialogo non può nascondere o tacere la verità della sua fede fondata sul mistero di Gesù Cristo. Sia nei rapporti con i membri di altre confessioni cristiane, sia nei rapporti con i credenti di altre fedi bisogna, in concreto, cogliere le occasioni per pregare insieme (laddove è possibile) e trovare campi di impegno comune come la lotta alla povertà, la pace, la salvaguardia del creato attraverso le questioni legate all’etica e all’ambiente. Sulla giustizia sociale si può camminare insieme da subito: non occorre aspettare che siano sciolti i complessi nodi di carattere dottrinale!
Missione ad gentes. La Chiesa oggi presta vigile attenzione allo sviluppo dei popoli, in particolare quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria e delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio (cfr. Sollicitudo rei socialis, Centesimus annus, Deus Caritas est....).
Lo fa riaffermando con forza l’esigenza di partire dal riconoscimento della legge morale naturale, in netta contrapposizione con la logica relativistica dominante nelle legislazioni nazionali e nella politica internazionale. Se non mancano i problemi, come la scarsità delle vocazioni religiose, non mancano neppure i “segni di speranza” che in ogni parte del mondo testimoniano una incoraggiante vitalità missionaria del popolo cristiano nella consapevolezza “di essere tutti missionari, tutti cioè coinvolti, sia pure in modi diversi, nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo”. Anche l’impegno missionario dei francescani secolari e delle Fraternità non può e non deve più essere limitato alla Giornata missionaria mondiale o a una Giornata missionaria francescana, e neppure a qualche sostegno economico alle Missioni dei frati. Occorre una prospettiva più ampia, che comprenda la partecipazione solidale con i popoli della terra mediante la denuncia e la lotta contro ogni violazione della dignità della persona e contro le gravi diseguaglianze che hanno attraversato e, purtroppo, continuano ad attraversare il mondo contemporaneo.
Conclusione: qualche indicazione operativa
Come, in pratica, alimentare il senso di appartenenza a una determinata Fraternità secolare e all’Ordine nel suo complesso? Non dimentichiamo mai che le nostre Costituzioni, nell’art. 30.1 già citato, affermano con forza che francescani secolari sono membri di una Fraternità locale, ma appartengono a tutte, nella vita e nella missione.
1. Sul piano locale
Ogni singola Fraternità, ai vari livelli (non solo locale, ma anche regionale e nazionale), dovrebbe proporsi
seriamente l’obiettivo di diventare:
1.	scuola di santità - Strumenti della Fraternità per favorire nei suoi membri il pieno sviluppo della vita interiore sono
un’intensa vita liturgica, sacramentale e caritativa, curando anche l’organizzazione di ritiri spirituali francescani con
spirito di raccoglimento e di revisione di vita;
2.	scuola di formazione - Si alimenta lo spirito di appartenenza nella misura in cui la Regola diventa “vita” dei fratelli e
delle sorelle. Si verifica così una sorta di “assorbimento” dello spirito della Regola nella vita e nella storia di
ciascuno. Saranno rafforzati nella loro identità francescana coloro che diventano frequentatori assidui degli scritti
di Francesco e di Chiara e delle antiche biografie. Quindi, i francescani secolari non cessino di fare regolare lettura
spirituale delle Fonti;
3.	testimonianza di comunione ecclesiale – E’ necessario che i francescani vivano intensamente i loro incontri (per
carità, non parliamo più di “adunanze mensili”!) come sacramento della Fraternità. E’ essenziale che ognuno prenda
la decisione di farsi presente nella vita dei fratelli: rallegrarsi con quelli che partecipano, pensare a quelli che non
vengono, cercare di scoprire le ragioni per cui qualcuno ha perso la motivazione. Il Consiglio dovrà cercare e
realizzare le condizioni perchè le riunioni siano effettivamente gradevoli, proficue e arricchenti;
4.	partecipazione al fine apostolico della Chiesa – Troppe volte i francescani secolari tendono a fermarsi alle forme
tradizionali di svolgere il loro impegno apostolico, dimenticando che la Regola ci raccomanda la creatività. La
società è cambiata, la Chiesa si è rinnovata e sta rinnovandosi. Il Vangelo è sempre lo stesso, ma occorrono nuovi
approcci e nuovi incontri con il Vangelo e con la storia;
5.	presenza nella società, alla luce dalla dottrina sociale della Chiesa – Ogni Fraternità dovrebbe interrogarsi sulle
. priorità del proprio impegno missionario:
·	in quale direzione si vuole svilupparlo?
·	per che cosa bisogna concentrare le forze disponibili?
·	come appoggiare concretamente le iniziative proposte dai livelli superiori?
2. Sul piano della Fraternità Internazionale
·	intensificare la comunicazione orizzontale e verticale all’interno dell’Ordine;
·	incrementare la reciproca conoscenza e stima nell’ambito della Famiglia Francescana;
·	insistere perché le tematiche sociali entrino nell’ordinario dei percorsi formativi delle nostre Fraternità;
·	contribuire attivamente all’opera di Franciscans International che si impegna, a livello dei competenti organismi
. internazionali, affinché tutti i Paesi intraprendano le misure atte a garantire che i diritti umani delle persone più
. vulnerabili vengano tutelati adeguatamente e la loro dignità umana venga rispettata;
·	abbattere barriere e costruire ponti per collaborare con i movimenti e le istituzioni che perseguono le stesse finalità
. (CC. GG. Art.18.3 e 23.1). (Fine).
APPARTENENZA E MISSIONE
Francesco il Ven Gen 16, 2009 12:44 am
IV. Appartenenza e missione
1. Apertura al mondo
Nell’era della globalizzazione, in una situazione multiculturale e plurireligiosa, ma anche caratterizzata da individualismo e scetticismo, la Chiesa si trova nuovamente, come già nei primi secoli del cristianesimo, davanti al compito di proporre agli uomini il messaggio di Gesù. L’annuncio del Vangelo è un dono gratuito che la Chiesa fa al mondo e i francescani secolari, “ad essa più fortemente vincolati per la Professione”, sono chiamati ad annunciare Cristo “con la vita e con la parola” (Reg. N. 6). Parola e testimonianza si illuminano a vicenda: se la parola è smentita dalla condotta, rimane inefficace; ma lo stesso vale per la testimonianza, quando non è sostenuta da un annuncio chiaro e inequivocabile. L’amore di Cristo, infatti, va comunicato ai fratelli con gli esempi e le parole, con tutta la vita.
Il campo della missione è oggi sterminato: i settori più emarginati della società, le comunità indigene, i poveri nelle zone urbane, i migranti, i rifugiati, gli sfollati... L’obiettivo deve essere quello di promuovere l’universalità del messaggio cristiano attraverso la presenza (che ha il significato di testimonianza e dialogo di vita), l’annuncio e la preghiera. Ma evangelizzare non è una prerogativa di alcuni nel popolo di Dio, che è stato tutto consacrato e chiamato ad annunciare la salvezza: “L’universale vocazione alla santità è strettamente collegata all’universale vocazione alla missione; ogni fedele è chiamato alla santità e alla missione” ( Redemptoris missio, n. 90).
Se è vero, come è vero, che una Chiesa che non è missionaria tradisce il suo compito fondamentale, è vero altresì che l’OFS in quanto tale e ciascuna Fraternità locale e ogni singolo francescano secolare, come “membra vive della Chiesa”, devono farsi “testimoni e strumenti della sua missione tra gli uomini”. Occorre, in primo luogo, portare il Vangelo alle persone in modo credibile. Per questo si richiede coraggio e disponibilità a percorrere nuovi cammini, vincendo la tentazione di restare fra le persone che la pensano come noi e di accontentarsi di coltivare il nostro orticello.
La missione dei francescani secolari si radica nell’ordine dell’essere, nella vita configurata ai consigli evangelici (cfr. nn. 10, 11 e 12 della Regola), nello spirito delle Beatitudini del Regno. Il loro stile e la loro forma di servizio si adeguano ai talenti e alla situazione personale e familiare di ciascuno, nonchè alle esigenze dell’ambiente in cui si trovano ad operare. Il loro impegno apostolico si riferisce in modo particolare alla pratica della carità, alla trasformazione in realtà del disegno di riunire in Cristo tutte le cose, all’impegno lavorativo e all’esercizio responsabile della propria professione, ma non si deve trascurare anche l’attività politica vera e propria. Parlando di S. Caterina da Siena un suo biografo ha scritto: “La compromissione con le circostanze fa parte della santità”.
Anche di fronte alle inedite ed insidiose sfide poste dalla globalizzazione, i cristiani non si rassegnano ad una economia o ad una visione della società orientata solo sull’efficienza, che perde per strada i più deboli, o su uno statalismo, che soffoca la libertà e umilia la persona. In ogni paese, dunque, bisogna battersi con “iniziative coraggiose” per l’affermazione di uno Stato che sia veramente laico, cioè al servizio della vita sociale secondo il concetto tomistico di “bene comune”, ripreso vigorosamente dal grande e dimenticato magistero di Leone XIII. Anche nei paesi dove i cristiani sono in minoranza, dove non possono esercitare nessun peso politico, le virtù cristiane possono decisamente motivare ed aiutare i loro connazionali ad accettare la democrazia come modo di vivere. Esso deve includere i più fragili, quelli che oggi sono emarginati o esclusi, e deve includere anche le generazioni future, alle quali dobbiamo consegnare un mondo vivibile.
La città e il territorio sono il luogo in cui costruire relazioni autentiche, dove la carità cristiana possa impregnare il funzionamento delle strutture civili. Ai francescani secolari si richiede, in forma personale e comunitaria, l’attenzione verso i più deboli e le opere di misericordia: la vicinanza ai malati, l’insegnamento agli analfabeti, la cura dei bambini, l’aiuto agli anziani, il conforto per gli afflitti...Sono gli impegni di sempre, praticati dai Fratelli e Sorelle della Penitenza fin dal loro sorgere, ma oggi questi bisogni si presentano spesso in forme nuove e richiedono forme nuove di intervento.
Ma attenzione: non bisogna confondere il fine con i mezzi. I mezzi sono la vita e la parola ma il fine è l’evangelizzazione (“Andate e annunciate il Vangelo a tutte le genti....”). “...Esiste in alcuni l’idea che i progetti sociali siano da promuovere con la massima urgenza, mentre le cose che riguardano Dio o la stessa fede cattolica siano cose piuttosto particolari e meno prioritarie. Tuttavia...l’esperienza è proprio che l’evangelizzazione deve avere la precedenza, che il Dio di Gesù Cristo deve essere conosciuto, creduto ed amato, affinché anche le cose sociali possano progredire, affinché s’avvii la riconciliazione...Il fatto sociale e il Vangelo sono semplicemente inscindibili tra loro.” (dal discorso del papa a Ratisbona).
2. Forme nuove di intervento
Sono passati quarant’anni dal Concilio Vaticano II, ma il riferimento al Magistero conciliare è sempre attuale e promettente con il suo intrinseco dinamismo. Siamo chiamati a proiettarlo, ad applicarlo alle nuove frontiere di questi anni secondo una precisa concezione della persona e dei valori che ad essa sono collegati: valori che, in quanto tali, appaiono “non negoziabili”, ossia non riconducibili al processo di secolarizzazione e di relativizzazione che attraversa la nostra storia.
Le forme nuove di intervento richiedono una formazione socio politica, attraverso la comprensione e l’approfondimento della dottrina sociale della Chiesa. Ci servirà di guida il “Compendio” al quale devono attingere tutti i fedeli, ma in maniera particolare coloro che intendono scommettersi nell’impegno sociale e nell’agone politico con quel di più di onestà, senso della giustizia e del bene comune, che deve contraddistinguere l’operato del cristiano rispetto ad una prassi talvolta disancorata dai valori umani ed evangelici. Bisognerà anche riprendere in mano il documento fondamentale del Concilio Vaticano II, la Gaudium et Spes, e rivisitarlo alla luce del più recente magistero, soprattutto la seconda parte dell’Enciclica di Benedetto XVI, Deus Caritas est.
La forma più congeniale di presenza nel sociale è, per i francescani secolari, il volontariato. Il volontariato non è solamente un “fare”; è prima di tutto un “modo di essere”, che parte dal cuore, da un atteggiamento di gratitudine verso la vita, e spinge a “restituire” e condividere con il prossimo i doni ricevuti.... L’azione del volontario non va vista come un intervento “tappabuchi” nei confronti dello Stato e delle pubbliche istituzioni, ma piuttosto come una presenza complementare e sempre necessaria per tenere viva l’attenzione agli ultimi e promuovere uno stile personalizzato negli interventi. Non c’è, pertanto, nessuno che non possa essere un volontario: anche il più indigente e svantaggiato ha sicuramente molto da condividere con gli altri, offrendo il proprio contributo per costruire la civiltà dell’amore (Benedetto XVI a Vienna, sett.2007).
Altra forma doverosa di intervento riguarda l’attenzione ai giovani che, non avendo più valori solidi sui quali fare affidamento, sono particolarmente esposti ai pericoli dell’instabilità, aggravata dal fatto che anche il mondo degli adulti da’ un’importanza maggiore al potere che un individuo può esercitare o a ciò che possiede in termini economici, piuttosto che a valori quali l’onestà e la moralità, che ci dovrebbero appartenere e nei quali dovremmo continuare a rispecchiarci per essere veramente persone libere e capaci di scegliere. I giovani di oggi sono scossi da fragilità antiche e nuove; insieme ad esse, però, manifestano anche grandi potenzialità; esprimono passione, voglia di fare e volontà di scoprire, pronti a concretare quel “coraggio di vivere e di agire” illuminato dall’amore. Per riuscirci, tuttavia, hanno bisogno di chi li accompagni nella ricerca del Volto di Cristo.
Quando parliamo di attenzione ai giovani non intendiamo riferici solo alla costituzione e all’animazione dei gruppi giovanili francescani, attività per la quale occorrono particolari attitudini e predisposizioni, ma piuttosto al dovere di ogni Fraternità OFS di riflettere, discernere e pregare sul tema della “trasmissione della fede”, per suscitare una Chiesa adulta, capace di testimoniare il Vangelo nel mondo di oggi. Soprattutto con l’esempio dobbiamo recuperare i giovani alla fede e alla comunione ecclesiale, aiutarli ad acquisire una maturità umana e spirituale, far scoprire loro che è nel dono di se stessi agli altri che potranno divenire più liberi e più maturi. La strategia consiste nel creare mediazioni per favorire l’incontro con Gesù, riconosciuto come il Signore che salva e da un senso pieno alla vita di ogni persona. Dall’incontro con il Signore Gesù nascerà la sequela, con le sue esigenze di radicalità, fedeltà, pazienza e disciplina.
Ecologia. A motivo delle condizioni preoccupanti del nostro pianeta, si sta sviluppando nei confronti dei problemi ecologici una nuova sensibilità: si impone l’esigenza di lottare per consegnare alle generazioni future un pianeta veramente abitabile, nella prospettiva offerta dal Creatore. Sorgono nuovi valori, nuovi sogni, nuovi comportamenti assunti da un numero sempre più grande di persone e di comunità. Principio fondante è quello della salvaguardia del creato ed è un principio che impegna tutti e ciascuno. E’ evidente che, ad ogni sforzo planetario, ciascun Paese e persino ciascuna persona deve contribuire a seconda delle sue possibilità.
Come francescani, oltre a rafforzare il nostro personale impegno per uno stile di vita sobrio (Reg. n. 11 e CC.GG. art. 15.3), noi siamo anche chiamati a costruire, insieme a quanti lavorano nella messe del Regno, un mondo globalizzato dentro il quale tutti possono entrare, dove ci sia venerazione del creato, amore fra tutti e relazioni giuste almeno per permettere a tutti una vita onesta. E allora, prendersi cura della creazione significa impegnarsi in diversi campi d’azione, ognuno correlato agli altri: dall’eliminazione delle armi nucleari ad una inversione di rotta per quanto riguarda gli stili di vita, da una rigenerazione del potere politico/economico/militare all’adozione della non violenza come modo di vivere la relazione con il creato e con tutte le creature. (Segue...)
APPARTENENZA COME CORRESPONSABILITA'
Francesco il Ven Gen 16, 2009 12:32 am
III. Appartenenza come corresponsabilità
1. Appartenenza all’Ordine
La nostra appartenenza all’Ordine Francescano Secolare si fonda sulla Professione, cioè l’atto con il quale ci siamo solennemente impegnati a “vivere il Vangelo alla maniera di S. Francesco e mediante questa Regola autenticata dalla Chiesa”(Reg. n. 2). Della Professione ci ha mirabilmente parlato P. Felice nella sua relazione. Egli ci ha detto tra l’altro che la incorporazione di cui parla l’art. 42.2 delle CC. GG. “indica l’inserimento in un corpo vivente e la fusione con il medesimo organismo, in cui si viene a costituire una unica realtà. L’incorporazione comporta la trasformazione di più realtà in una sola, attraverso un processo di assorbimento e di assimilazione”.
Il “progetto di vita evangelica” delineato nella nostra Regola è un progetto da realizzare e da vivere “in comunione fraterna”. Forse dovremmo riflettere più spesso e più attentamente sulla definizione contenuta nell’art. 3.3 delle CC.GG. “La vocazione all’OFS è vocazione a vivere il Vangelo in comunione fraterna. A questo scopo, i membri dell’OFS si riuniscono in comunità ecclesiali che si chiamano Fraternità” e a loro volta le Fraternità sono cellule raggruppate in una unione organica, cioè la grande famiglia spirituale dell’OFS, sparso in tutto il mondo.
Parlando dell’appartenenza bisogna guardarsi dal rischio di “assolutizzare” la propria identità, con quel tanto di orgoglio, di superiorità, di chiusura che un tale atteggiamento comporta. “Un aggrapparsi eccessivo ed esclusivo alla propria identità può diventare patologico. Infatti, può generare nei singoli individui la grettezza, nei popoli il nazionalismo, nelle religioni il fondamentalismo, nelle culture l’integralismo” scrive Mons. Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Perciò, con riferimento alla identità/appartenenza, dobbiamo sottolinearne il senso di comunione e di corresponsabilità. Le CC. GG. l’affermano con forza nell’art. 30.1:“I fratelli sono corresponsabili della vita della Fraternità cui appartengono e dell’OFS come unione organica di tutte le Fraternità sparse nel mondo”. Qui non si tratta di responsabilità in senso giuridico, come quella demandata ai Superiori maggiore del Primo Ordine e TOR (detentori dell’altius moderamen) e neppure di quella che spetta ai Ministri, ai Consigli e, in generale agli “animatori e guide”, legittimamente eletti per il governo delle Fraternità ai vari livelli. Si tratta, invece, di una responsabilità di natura teologale: una comunione fraterna, di fede e d’amore, che ha bisogno di essere alimentata dalla preghiera vicendevole, dalla reciproca conoscenza, dalla frequentazione assidua.
A livello dell’intero Ordine nel mondo, la corresponsabilità significa, innanzitutto, attenzione e disponibilità verso quanto viene segnalato e proposto dai vari Consigli sovraordinati: regionale, nazionale e internazionale. Richiede poi uno sforzo per cercare di conoscere e comprendere la realtà dell’Ordine in altri contesti geografici e culturali, perché non si può amare quello che non si conosce. Richiede, infine, “di contribuire alle spese dei Consigli delle Fraternità di grado superiore” (Reg. 25). Permettetemi di soffermarmi un attimo su questo delicato argomento per sottolinearne l’importanza, considerata la vastità e la complessità degli impegni che ora gravano sui Consigli regionali e nazionali, per poter adempiere pienamente alle loro responsabilità di coordinamento e di collegamento delle Fraternità locali, e ancor più sulla Presidenza del CIOFS che, sul piano internazionale, deve coordinare, animare e guidare l’OFS, curare i rapporti di collaborazione con le altre componenti della Famiglia Francescana, promuovere la vita e l’apostolato dell’Ordine, ecc. ecc. (cfr. CC. GG. Art 73).
2. Appartenenza alla Fraternità locale
Tutti sappiamo a memoria la definizione della Fraternità locale contenuta nell’art. 22 della Regola: “cellula prima di tutto l’Ordine... segno visibile della Chiesa.... comunità di amore...”.
Per esplicitare queste affermazioni basilari, le Costituzioni Generali nell’art. 30.2 precisano come deve essere vissuta l’appartenenza alla Fraternità: “Il senso di corresponsabilità (dei fratelli) esige la presenza personale, la testimonianza, la preghiera, la collaborazione attiva secondo le possibilità di ciascuno, e gli eventuali impegni nell’animazione della Fraternità”. Per non fare solo discorsi teorici penso che sia il caso di dedicare un minimo di approfondimento a queste imprescindibili “esigenze” della corresponsabilità. Vediamo, dunque:
1.	la presenza personale, ossia la partecipazione assidua (non opzionale!) agli incontri della Fraternità, che non
possono essere più le famose “adunanze mensili”, bensì “incontri frequenti”, organizzati dal Consiglio per stimolare
ognuno alla vita di fraternità e per una crescita di vita francescana ed ecclesiale (Reg. n. 24);
2.	la testimonianza, di vita evangelica e di vita fraterna anche come mezzo di promozione vocazionale (C.C. G.G. art.
45.2) e come aiuto alla formazione dei nuovi membri ( Reg. n.23 e C.C. G.G. art.37.3);
3.	la preghiera, che è l'anima di questa "comunità d'amore" (Reg. n.8 ) ;
4.	la collaborazione attiva, di tutti e di ciascuno, al buon andamento della Fraternità, allo svolgimento dinamico e
partecipato delle riunioni, alla realizzazione delle sue iniziative caritative e di apostolato (C.C. G.G. art.53.3);
5.	gli eventuali impegni nell’animazione della Fraternità, in particolare, quando si viene candidati a qualche
ufficio/servizio (C.C. G.G. art. 31.4);
6.	il contributo economico, a misura delle possibilità dei singoli membri (C.C. G.G. art. 30.3), per fornire i mezzi finanziari occorrenti alla vita della Fraternità e alle sue opere di culto, di apostolato e caritative.
Ma ancora non basta: la corresponsabilità impegna tutti i suoi membri a prendersi cura del “benessere” umano e spirituale di ciascuno dei fratelli (CC. GG. art. 42.4): nessuno deve essere lasciato solo di fronte ai suoi problemi e alle sue difficoltà, ma nella Fraternità deve trovare aiuto (anche materiale), sostegno, conforto.
In sostanza, vivere e operare oggi nella Fraternità vuol dire prendere coscienza di alcuni punti fermi, quali: l’incontro con il fratello nella sua situazione concreta, l’accompagnamento della sua crescita umana, l’esperienza di preghiera nelle sue forme diversificate, l’educazione all’impegno per la costruzione del Regno e un grado di appartenenza ecclesiale che faccia percepire il senso della meta globale: la crescita e la realizzazione dell’uomo nuovo in Cristo (Reg. OFS n. 14).
3. La pluriappartenenza
Uno dei maggiori ostacoli che si frappogono alla corresponsabilità è quella che convenzionalmente chiamiamo la “pluriappartenenza”, vale a dire la tendenza di alcuni francescani secolari ad aderire a una molteplicità di gruppi e associazioni ecclesiali. Non bisogna dimenticare che “La vocazione all’OFS è una vocazione specifica che informa la vita e l’azione apostolica dei suoi membri” (CC. GG. Art.1). Quando il francescano secolare è inserito anche in altre associazioni l’ispirazione francescana, che dovrebbe permeare l’intera sua vita, in ogni espressione e manifestazione, si “annacqua” nella commistione con altre spiritualità. Inoltre, gli impegni si sommano e si accavallano, impedendo la puntuale osservanza degli obblighi derivanti dalla vita di Fraternità.
Queste considerazioni dovrebbero esser tenute ben presenti dai responsabili della formazione e dagli stessi Consigli di Fraternità, quando valutano l’idoneità del candidato alla Professione nell’OFS. (Segue...)
Ultima modifica di Francesco il Ven Gen 16, 2009 1:00 am, modificato 2 volte
APPARTENENZA E IDENTITA'
Francesco il Ven Gen 16, 2009 12:05 am
II. Appartenenza e identità
1. Sostanziale coincidenza
Ogni discorso sull’appartenenza, per ogni persona, si collega strettamente a quello sulla identità e la presuppone. Cosa vuol dire essere uomo? Cosa vuol dire essere donna? Qual’è il ruolo del sacerdote? Cosa significa essere religioso/a ai nostri giorni? Cosa significa oggi essere discepolo di Gesù Cristo? Cosa è bene e fondamentale per me? Dove sto andando? Cosa devo perseguire nella vita per poter arrivare alla pienezza dell’esistenza? A chi appartengo e chi mi appartiene?
La stretta connessione fra appartenenza e identità è una legge psicologica, ma ancor più una struttura dell’essere come tale. Una cosa per essere se stessa deve distinguersi dalle altre – direbbe Platone – perchè una cosa che volesse essere se stessa e insieme tutte le altre sarebbe insieme sé e la negazione di sé. E’ un principio logico. Non c’è identità senza appartenenza e non c’è appartenenza senza identità: sono distinte eppure sempre sostanzialmente congiunte. E’ dunque ovvio che per parlare dell’appartenenza è necessario parlare dell’identità: per avere coscienza di sé e per distinguersi dialogicamente dall’altro da sé.
2. Identità del francescano secolare
Chi sono i francescani secolari sparsi in tutto il mondo? Qual è la loro identità? Alcuni di noi, laici e religiosi, hanno avuto occasione di conoscere altre realtà di Terz’Ordine. Vi erano in passato gruppi molto numerosi. La maggior parte delle volte i loro membri usavano un abito esterno caratteristico, diverso per gli uomini e le donne. In alcuni luoghi le Fraternità erano distinte in maschili e femminili e, anche quando erano miste, gli uomini sedevano da una parte e le donne dall’altra. Nel corso della seconda metà del XX secolo tutta la Famiglia Francescana ha conosciuto profonde trasformazioni. Il 24 giugno 1978 i terziari hanno ricevuto la nuova Regola, approvata da Papa Paolo VI. E prima c’era stato il Concilio Vaticano II, con i suoi nuovi accenti. I documenti conciliari influenzarono fortemente i redattori della Regola Paolina. Si entrò in un periodo di studio e di assimilazione della nuova Regola, divenuta punto di riferimento fondamentale nella ricerca della “identità”. Nei tempi nuovi era necessario trovare la via del rinnovamento nella fedeltà alla tradizione. Per qualche tempo alcune Fraternità si presentarono ancora costituite da laici con una certa nostalgia della vita dei frati e delle religiose, nonostante l’insistente richiamo ad essere validi strumenti dell’azione della Chiesa nel mondo. Ma l’atteggiamento dei fratelli e delle sorelle andò cambiando in un nuovo modo di essere francescani, identico nell’essenziale, differente nelle sue manifestazioni...
Il Terzo Ordine Francescano aveva assunto la nuova denominazione di Ordine Francescano Secolare proprio perché si voleva sottolineare la presenza dei laici francescani nel mondo; si voleva individuare nella “secolarità” la caratteristica più significativa del Terz’Ordine. Più tardi, nella Christifideles Laici, il Papa Giovanni Paolo II, richiamando la dottrina del Concilio, scriveva: ”La vocazione dei laici alla santità comporta che la vita secondo lo Spirito si esprima in modo peculiare nel loro inserimento nelle realtà temporali e nella loro partecipazione alle attività terrene” (n. 17). A tali orientamenti fanno riscontro le esigenze più profonde di chi si accosta adesso all’OFS. Non possiamo dimenticare che i giovani hanno incollati alla loro pelle tutti i dubbi, gli interrogativi e le trasformazioni culturali dei nostri tempi. L’essere umano non esiste soltanto nell’aria. Vive in un determinato contesto esistenziale. Nella vita ha una serie di impegni da assolvere, ma la persona è molto di più di ciò che appare, di ciò che fa, che realizza. Ogni persona è un mistero.
E allora, per attualizzare il discorso, dobbiamo chiederci: cosa significa oggi essere francescano secolare? Cosa cercano le persone che oggi fanno Professione nell’Ordine? Questi interrogativi non ci infastidiscono e non ci inquietano più che tanto perchè ci sembra che la nostra risposta sia già data nel quotidiano. Tutto sembra risolto: nel quotidiano, ciascuno è quello che fa, e ciascuna Fraternità è quello che realizza. Tuttavia, con spirito meno accomodante, non dovremmo accontentarci di questa prima risposta. Chiunque può realizzare le funzioni che noi esercitiamo nel mondo, e qualsiasi associazione o movimento può realizzare l’apostolato che noi facciamo, senza bisogno di appartenere all’OFS. Quando ci rendiamo conto di ciò, si apre dinanzi a noi un abisso. Ci preoccupiamo, e la nostra coscienza ci accusa di incoerenza e di mancanza di radicalità nel “seguire Cristo povero e crocifisso”, alla maniera di San Francesco. Per tranquillizzarci cerchiamo di dare un colorito francescano a quello che facciamo (o che la Fraternità fa): promuoviamo la devozione a San Francesco, organizziamo esposizioni di articoli francescani, mettiamo in scena il Transito di San Francesco, parliamo di San Francesco nei programmi radio che sono sotto la nostra responsabilità... Questo colorito francescano non sarà forse una semplice aggiunta? Non sarà che il francescanesimo che promuoviamo sia una realtà accidentale, secondaria, accessoria?
In altre parole: non sarà che siamo professionisti, studenti, commercianti, amministratori, ministri dell’Eucaristia, frequentatori abituali di gruppi parrocchiali e per di più anche francescani? Oppure l’essere francescano appartiene al nucleo più intimo della nostra identità personale, al midollo del nostro essere, all’essenza più autentica di quello che ciascuno di noi è?
All’inizio della Regola si trovano, in forma lapidaria, gli elementi fondamentali del progetto di vita francescano secolare. Per l’art.2, i francescani secolari sono uomini e donne che, “spinti dallo Spirito a raggiungere la perfezione della carità nel proprio stato secolare, con la Professione si impegnano a vivere il Vangelo alla maniera di S. Francesco e mediante questa Regola autenticata dalla Chiesa”. Dalla legislazione aggiornata dell’OFS (Regola e Costituzioni Generali) si evince che l’identità del francescano secolare si esprime in una triplice dimensione: personale (la vita interiore), fraterna (la corresponsabilità) e universale (la missione).
3. La vita interiore
In un tempo di instabilità e oscillazioni è fondamentale arrivare al cuore della interiorità per dare consistenza agli impegni e alle fedeltà personali. Senza la base dell’interiorità tutta la nostra vita diventa fluida e tutto appare sospeso nell’aria. Corriamo il rischio di dimenticare quanto straordinaria sia l’avventura nella quale Gesù ci ha coinvolti. Questo è il motivo per cui la nostra Regola (n. 7) ci ricorda che la conversione “deve essere attuata ogni giorno”. E le Costituzioni Generali (art.8.2) affermano che la nostra vita deve sostanziarsi in “un itinerario continuamente rinnovato di conversione”. Ci sono alcuni strumenti per questa ri-fondazione della persona, che porta alla riscoperta della nostra identità e del senso di appartenenza. Primo fra tutti la formazione permanente per mantenere desta la consapevolezza che l’essere francescani si realizza sempre come un nuovo diventare francescani: non è mai una storia conclusa che sta alle nostre spalle, ma un cammino che esige sempre un esercizio nuovo. La ri-fondazione della persona è fatta di piccoli impegni, che devono sfociare in quell’impegno più ampio che chiamiamo “forma o programma di vita”.
Il nostro contributo al superamento dei problemi che attanagliano il mondo e la Chiesa non si realizza trasformandoci in “attivisti”, ma in discepoli di preghiera. E’ certo che ai francescani secolari, come agli altri cittadini, si deve chiedere impegno politico, competenza professionale, promozione della solidarietà e della libertà, dei diritti e della giustizia. Tuttavia ciò che è specificamente nostro è la preghiera al Dio vivente. La dimensione contemplativa permette di andare verso il mondo con occhi illuminati dalla speranza e dalla compassione. Non c’è vero impegno cristiano nel mondo senza la preghiera. Naturalmente, la preghiera deve accompagnarsi ad una esperienza di vita che trasforma, migliora la capacità di amare e lascia intravedere il cammino verso l’interiore felicità. In diverse occasioni, Benedetto XVI insiste sul fatto che, prima di qualsiasi programma di attività, ci deve essere l’adorazione, che ci rende liberi nella verità e illumina il nostro agire. Ecco perché è molto importante che le Fraternità siano eloquenti scuole di preghiera, luoghi di concordia, specchi di carità e sorgenti di speranza, in modo che tutti i loro membri sperimentino la gioia di sentirsi amati dai fratelli, e avvertano al tempo stesso il bisogno di comunicare a quanti li circondano la piena felicità di essere discepoli di Cristo.
4. La spiritualità del TAU
Segno esterno dell’appartenenza/identità del francescano secolare è il TAU (art.43 delle CC. GG.). S. Francesco teneva in particolare considerazione e onore questo segno, simbolo di conversione. Lo trascriveva sulle lettere che inviava, lo incideva nelle celle che occupava e lo ripeteva nelle raccomandazioni “come se – dice S. Bonaventura – tutto il suo zelo fosse segnare, secondo le parole del profeta, una TAU sulle fronti degli uomini gementi e dolenti, veramente convertiti a Gesù Cristo”. Portandolo, anche noi potremo essere testimonianza e invito a un’autentica e appassionata conversione all’amore di Cristo e alla sua sequela.
A questo tende la nostra vocazione e la nostra Professione. Questo vuol testimoniare il segno esteriore del TAU, mediante il quale ci fregiamo della "spiritualità della croce". Rileggiamo il n. 10 della Regola: "...seguano Cristo, povero e crocifisso, testimoniandolo anche fra le difficoltà e le persecuzioni". Rileggiamo anche l'art. 10 delle CC.GG.: il Crocifisso "è il 'libro' in cui i fratelli, a imitazione di Francesco, imparano il perchè e il come vivere, amare e soffrire". Quando lavoravamo per l'aggiornamento delle Costituzioni, da una Fraternità nazionale venne la richiesta di sopprimere o modificare questo articolo perchè troppo pessimistico. Cosa c'è di più ottimistico che dare alle nostre pene un valore eterno e universale?
Chi non accetta il mistero della croce non troverà mai pace, nè troverà alcuna risposta alle eterne domande dell'uomo sul senso della sofferenza, della malattia, della morte, dell'incertezza dell'esistenza. Non capirà mai il grande amore che si nasconde dietro le ferite del Crocifisso. Non saprà mettersi davanti alle piaghe del sacro costato, delle mani e dei piedi di Gesù con la confessione di Tommaso: "mio Signore e mio Dio"; o con la scoperta di Paolo: "(Cristo) mi ha amato per primo e ha dato se stesso per me"; o con l'invocazione di Francesco: "che io muoia per amore dell'amor tuo, come tu ti sei degnato di morire per amore dell'amor mio”. Non c'è altra spiegazione alla sofferenza e al dolore se non all'interno di un orizzonte d'amore.
Nell'omelia per la canonizzazione di S.Pio da Pietralcina (16 giugno 2002), Giovanni Paolo II affermava che il nostro tempo ha bisogno di "riscoprire la spiritualità della croce per riaprire il cuore alla speranza". La speranza in un mondo in cui "sarà asciugata ogni lacrima", ma anche la speranza di migliorare un poco la condizione umana in questo mondo, rendendolo più giusto ed evangelico mediante la pratica delle virtù cristiane e delle opere di misericordia.
5. La “logica del dono”
Queste sommarie indicazioni delle caratteristiche dell’identità e della spiritualità del francescano secolare ci riportano alla necessità di riscoprire la logica del dono, di costruire la cultura del dono, sulla filigrana dell’Enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI. La sfida che la Deus caritas est ci invita a raccogliere è quella di batterci per riaffermare il primato del legame intersoggettivo sul bene donato, dell’identità personale sull’utile, primato che deve trovare spazio di espressione ovunque, in qualunque ambito dell’agire umano. In definitiva, il messaggio centrale che la prima Enciclica di Benedetto XVI ci invia è quello di pensare la gratuità, cioè la fraternità, come un essenziale punto di riferimento della condizione umana. In una società allevata al culto dei soli diritti, avvizzita nella contabilità di “ciò che spetta”, di ciò che si deve avere dalla vita, dal mondo, dagli altri, è forse il caso di immettere la “logica del dono”, che, fra l’altro, oggi rappresenta un elemento imprescindibile per l’interpretazione e il rinnovamento delle dinamiche sociali.
Per il cristiano (e, a maggior ragione, per il francescano) non basta mai il rapporto di pura giustizia, perchè invoca subito la fraternità. La fraternità non si consuma dentro lo stretto arco dell’io-tu, ma pervade quello del noi, fino ad entrare nello spazio della tenda planetaria (Cantico delle creature). A questa dimensione polivalente della fraternità non bisogna rinunciare mai, perché, se è vero che la perdita della singolarità va temuta per un cristiano come un grave smarrimento, altrettanto va temuta una privatizzazione di quegli aspetti del cristianesimo, che vanno invece considerati come colonne portanti dell’intero edificio cristiano.
In un recente discorso, il Papa ha affermato: “Nella consapevolezza che l’amore è stile di vita che contraddistingue il credente, non stancatevi di essere ovunque testimoni di carità” (O. R. del 21 feb.2008). (*** Segue...)
Francesco il Ven Gen 16, 2009 12:00 am
Per i fratelli e gli amici dell’Ordine Francescano Secolare, e per quanti desiderassero appartenervi…
Riporto alcuni interessanti documenti dell’Ofs, abbastanza lunghi, ma così ricchi di spirito formativo
da ritenerli indispensabili, e rileggerli spesso per approfondire e arricchire la nostra Vocazione francescana.
L’APPARTENENZA ALL’OFS
I. Premessa. Crisi del senso di appartenenza nella realtà post moderna
Zygmund Bauman, uno dei maggiori sociologi del ‘900, paragona il mondo attuale allo “stato liquido” di un corpo, succedutosi allo “stato solido”, che ha caratterizzato i secoli scorsi. Nel “mondo liquido” non si vive più la cultura dell’apprendimento, dell’accumulazione, ma quella del disimpegno e della discontinuità. Nella modernità “liquida” vengono sempre di più a mancare quelle certezze che davano le strutture solide come: lo Stato nazionale, le istituzioni, la famiglia, il lavoro. Nulla è fisso, garantito, tutto si modifica e cambia con incredibile facilità, a cominciare dai beni di consumo. Anche i rapporti interpersonali sono diventati più superficiali e non c’è più la volontà di un tempo di mantenere stabili le relazioni amorose e l’amicizia poiché l’individuo spesso teme il futuro, non è più portato a fare progetti a lungo termine e quindi tutto ciò che fa è volto a soddisfare esclusivamente un suo benessere passeggero.
Dinanzi alla incertezza e al rischio, la reazione delle persone è la ricerca dell’immediato, della soddisfazione hic et nunc. L’attuale società dei consumi mantiene acceso il desiderio di avere di più, creando artificialmente nuovi bisogni, e si sforza di dare a ciascuno l’impressione che può scegliere e comperare quello che vuole. Nella sfera della vita personale, si diffonde una mentalità per la quale ognuno si considera padrone assoluto delle sue decisioni e sempre meno accetta gli orientamenti tradizionali, talvolta gli stessi imperativi etici più elementari. La ricerca della felicità, della realizzazione personale, della soddisfazione dell’individuo (aspirazioni che in sè sono legittime) prese come criterio assoluto di condotta hanno pesanti conseguenze negative sulle relazioni sociali. Nessuno vuole legarsi a niente e a nessuno. Soprattutto, nessuno “appartiene” a niente in modo definitivo. I rapporti interpersonali e con le istituzioni si ritrovano fragili e facilmente accantonabili.
Un quadro molto completo ed efficace della situazione odierna è stato fatto dal Ministro Generale OFM, P. José Carballo, al Capitolo delle stuoie dei giovani Frati Minori (30 giugno 2007): “Sono molti coloro che vivono sotto il segno dell’emozione e della provvisorietà e si lasciano dominare dalla dittatura del relativismo per la quale tutto è sospetto, tutto è sempre negoziabile e, in molti cuori, alimenta sentimenti di incertezza, insicurezza e instabilità, non esistendo nulla di sacro, di certo o da conservare. Sono molte le vittime del dubbio sistematico, costrette a rifugiarsi nel quotidiano e nel mondo dell’emotività. Sono molti i sedotti dalla cultura del part time e dello zapping, che porta a non assumere impegni di lunga durata, a passare da un’esperienza all’altra, senza approfondirne nessuna. Sono molti i sedotti dalla cultura light, che non lascia spazio per l’utopia, per il sacrificio, per la rinuncia. Sono molti i sedotti dalla cultura del soggettivismo, per i quali l’individuo è la misura di tutto e tutto è visto e valutato in funzione di se stessi, della propria realizzazione. Questa realtà post moderna genera, specialmente nelle nuove generazioni, una personalità incerta, poco definita, che rende più complicato poter comprendere ciò che già di per sé è difficile: le esigenze radicali della sequela di Cristo”.
2. L’appartenenza alla famiglia
Parliamo innanzi tutto di quella che potrebbe esser chiamata una identità familiare. Il tema è complesso. Nella definizione stessa di “matrimonio”, un uomo sceglie una donna come compagna di vita e di destino. Una donna opta per un determinato uomo come sposo e compagno. Entrambi fanno un progetto di vita. L’uno appartiene all’altro. Desiderano vivere insieme il tempo della vita, un tempo non provvisorio ma caratterizzato da un “per sempre”, nella gioia e nella tristezza, nella salute e nella malattia, nel reciproco rispetto e nella delicata accoglienza dell’altro in ogni momento. Solo su questi presupposti è possibile organizzare la vita in modo che i figli possano arrivare nella stabilità di una casa, di un focolare, di una famiglia.
La famiglia, che costituisce la più grande risorsa per la persona e per la società in quanto ambito di generosità, di accoglienza incondizionata, di solidarietà nelle diverse circostanze della vita, si vede oggi assediata da tante sfide del mondo moderno: alla precarietà, a cui abbiamo accennato prima, si aggiunge il materialismo imperante, la ricerca del piacere immediato, l’influenza dei mezzi di comunicazione. Essa, inoltre, viene indebolita e aggredita da proposte di legge che la equiparano a una qualunque convivenza sotto lo stesso tetto. La famiglia, il matrimonio e i figli spesso non sono la realizzazione di un progetto disegnato insieme e costruito poco a poco ma costituiscono un incidente di percorso.
La gente sempre più sceglie la convivenza “di fatto” e, anche nel matrimonio, spesso una delle parti o entrambe optano per uno stato che potremmo definire di “celibato nel matrimonio”. Ne è una riprova l’altissima incidenza delle separazioni e dei divorzi (una ricerca condotta recentemente negli USA ha rilevato che le coppie sposate alla fine degli anni ’70 hanno una chance inferiore al 50% di essere ancora marito e moglie). Cresce il numero delle madri sole e dei bambini che vivono al di fuori di un contesto familiare che si possa definire “normale”. In questo quadro, che Benedetto XVI ha definito “preoccupante”, è importante indicare vie per rafforzare la famiglia e per educare le nuove generazioni nella fede cattolica, come il più grande patrimonio che i genitori possono trasmettere ai figli. Il fatto che la famiglia sia una “zona cuscinetto” tra l’individuo e la società ne fa la naturale antagonista alle tendenze culturali in atto e perciò si tenta di distruggerla.
3. L’appartenenza professionale
Gli effetti della precarietà si avvertono pesantemente anche nella vita lavorativa della gente. Nel mondo del lavoro si parla propriamente di precariato, che porta milioni di giovani a non progettare la propria vita, a rimandare continuamente i grandi riti di passaggio, dalla fuoriuscita dalla casa dei genitori alla nascita di figli. La crisi occupazionale fa sì che molti debbano accettare un lavoro per il quale non si sentono portati oppure abbandonino la loro carriera e cerchino di guadagnare denaro in campi per i quali non erano stati preparati. Perciò si sentono stranieri e senza radici nella professione che esercitano.
4. L’appartenenza territoriale
Secondo una recente indagine dell’Agenzia Fides sulle migrazioni, 175 milioni di persone risiedono in una nazione diversa da quella in cui sono nati, E se si tiene conto che nei paesi in via di sviluppo risiede l’85 % della popolazione mondiale, che deve vivere con 3.500 dollari all’anno pro capite, si comprende come i flussi migratori rappresentino un fenomeno inarrestabile. Ma il senso di appartenenza a un determinato territorio è profondamente mutato non solo per la grande mobilità culturale e lavorativa, ma anche perchè alle realtà nazionali, nelle quali un tempo ci si sentiva profondamente radicati e che rappresentavano un punto fermo dell’identità personale (sono italiano, sono spagnolo, sono inglese...), si vanno sostituendo entità sovranazionali che sempre più impongono, anche ai singoli, quadri di riferimento e regole di comportamento che non affondano le radici in una tradizione consolidata. Per contro, cresce l’attenzione alle realtà regionali, ad un ambito ristretto nel quale collocare i propri interessi e la tutela dei propri interessi, quasi che alle spinte per l’unificazione del mondo si contrapponessero quelle per la costruzione di tante “piccole patrie”, autocefale e autosufficienti.
Il quadro generale è quello di una precarietà generale, dal lavoro ai legami interpersonali, alle famiglie, alla solidarietà. Non è difficile comprendere perchè le persone non si sentano più profondamente legate alla patria, alla famiglia, al mondo professionale. Con altre conseguenze d’indole sociale:
·	la frammentazione della società: c’è una carenza di pensiero e di cultura della solidarietà, che rende estranea la
. gente nelle città. I singoli vivono “accanto” o “contro”, non “insieme”;
·	lo scarso senso del sociale: il privatismo esasperato crea una conflittualità permanente tra il bene del singolo e il
. bene comune;
·	la cultura del sospetto: il sospetto e la diffidenza, generati dal clima di violenza che ci circonda, inficiano il rapporto
. sereno e cordiale con gli altri e sono il vero tarlo roditore che mina le basi della civile convivenza.
5. L’appartenenza nella vita ecclesiale
L’oggetto del dibattito fra la Chiesa e il mondo non è più, come un tempo, un determinato punto della morale cattolica, come avveniva negli anni ’70, quando si discuteva sul divorzio, sull’aborto o sull’uso della pillola, ma si accettava l’impostazione cristiana della vita. Oggi il dibattito s’incentra su visioni alternative e globali dell’uomo e della donna, della paternità e della maternità, della sessualità, e soprattutto sulle vie da percorrere perchè gli uomini e le donne si realizzino nella vita e si sentano appagati e felici. Coloro che, per il Battesimo, sono membri della Chiesa cattolica come vi appartengono e come si identificano con essa? Vi sono appartenenze totali e senza riserve. Vi sono di quelli che vivono nella Chiesa tranquillamente e serenamente, con la piena convinzione di appartenere all’anima della Chiesa, di essere membra del Corpo Mistico di Cristo.
Ma vi sono anche quelli (e forse sono i più) che sono legati alla Chiesa da un filo assai tenue, con un senso di appartenenza limitato alle forme esteriori e quasi burocratiche. E infine vi sono quelli che vivono solo alcuni aspetti della fede, al di fuori di qualsiasi appartenenza con la Chiesa (believing without bilonging). Nella Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, pubblicata il 15 dicembre 2007, la Congregazione per la Dottrina della Fede denuncia proprio la “crisi di appartenenza” alla Chiesa come uno dei temi su cui occorre vigilare perché incrinano la coscienza originaria del compito di evangelizzatore dei discepoli di Gesù.
La Chiesa, pur essendo sempre animata dall’incrollabile speranza cristiana, non nasconde la sua preoccupazione di fronte ai fenomeni che abbiamo sommariamente ricordati. Essa è impegnata a dare una risposta profetica alle sfide del nostro tempo. Ritiene, infatti, che l’unica terapia sia il recupero dei valori autenticamente umani e cristiani, con il ritorno dei fedeli alle proprie origini e alla propria identità in un’ottica cristocentrica. Da ciò derivano tre conseguenze: il saldissimo nesso tra fede e realtà; l’importanza di Cristo nel “quotidiano”; l’attenzione continua attenzione al corretto rapporto verità/libertà.
Per l’OFS, l’aspettativa più grande è di trovare vie attraverso le quali condividere questo sforzo, questo compito immane, ma per realizzarlo ha bisogno di una continua ri-fondazione, di un ritorno alle proprie radici più autentiche, che rendano possibile vivere il Vangelo e annunziarlo, senza tradirlo e senza edulcorarlo. (Segue...)

References: Art.18
 art. 15
 art.
45
 art.37
 art.53
 art. 31
 art. 30
 art. 42
 Art.1