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Timestamp: 2020-05-26 18:28:00+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 23580 del 09/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23580 del 09/10/2017
Cassazione civile, sez. I, 09/10/2017, (ud. 14/06/2017, dep.09/10/2017), n. 23580
Dott. MASSIMO Falabella – rel. Consigliere –
D.C.A., elettivamente domiciliato in Roma, Viale Giulio
Cesare n.14, presso lo studio dell’avvocato Badò Fabrizio, che lo
Intesa SanPaolo S.p.a., Cassa di Risparmio di Bologna S.p.a., in
elettivamente domiciliate in Roma, Via dei Tre Orologi n. 10/E,
presso lo studio dell’avvocato Ranieri Massimo, rappresentate e
difese dall’avvocato Negro Ettore Maria, giuste procure a margine
avverso la sentenza n. 1057/2012 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
14/06/2017 dal cons. Dott. FALABELLA MASSIMO.
2. – Interponeva appello D.C.. Si costituivano la Cassa di Risparmio e Intesa Sanpaolo (quest’ultima quale società incorporante San Paolo Imi, a sua volta cessionaria del ramo d’azienda costituito dalle filiali di (OMISSIS) della Cassa di Risparmio di Bologna): anche i due istituti di credito proponevano gravame, ovviamente con riguardo al capo della sentenza afferente le spese.
3. – Di tale rigetto si duole D.C.A., che ha notificato un ricorso per cassazione affidato a quattro motivi. Resistono con controricorso la Cassa di Risparmio e Intesa Sanpaolo. Sono state depositate memorie.
2. – Il secondo motivo lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 1218 c.c.. La censura poggia sul rilievo per cui la Corte di merito aveva ritenuto la banca non responsabile, laddove, al contrario, essa era risultata gravemente inadempiente agli obblighi che su di essa incombevano nell’esecuzione dell’ordine di trasferimento della somma di denaro. Nega il ricorrente che la telefonata abbia dato vita a una situazione di apparenza di diritto, giacchè essa, valutata unitamente ad altre circostanze, relative alla formazione e alla presentazione dell’ordine di bonifico, imponeva ulteriori cautele, come l’esibizione del documento di identità dell’ordinante e la ricezione di precise rassicurazioni circa l’affidabilità del destinatario del pagamento.
5.1. – Il primo non presenta la denunciata inammissibilità, dal momento che prospetta, in via alternativa, i tre vizi di cui può essere affetta la motivazione della sentenza, a mente dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Il secondo e il terzo, benchè rubricati come violazione e falsa applicazione di legge, profilano, poi, di fatto, altrettante censure motivazionali, dal momento che con tali mezzi il ricorrente finisce per lamentare, come fa nel primo motivo, che nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile una obiettiva deficienza del criterio logico che lo ha condotto alla formazione del convincimento espresso nel provvedimento impugnato: vizio, questo, riconducibile a quello di omessa o insufficiente motivazione (per tutte: Cass. 6 marzo 2008, n. 6064; Cass. 6 settembre 2007, n. 18709). L’erronea intitolazione del motivo, del resto, non osta alla riqualificazione della sua sussunzione in altre fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nè determina l’inammissibilità del ricorso, se dall’articolazione del motivo sia chiaramente individuabile, come nella specie, il tipo di vizio denunciato (Cass. 20 febbraio 2014, n. 4036).
5.2. – La Corte di merito ha in sintesi rilevato che alla ricezione dell’ordine di bonifico non era seguito alcun passaggio di denaro e che il pagamento aveva avuto luogo 14 giorni più tardi in conseguenza della sollecitazione telefonica da parte di un soggetto accreditatosi come D.C.: infatti – rileva la Corte stessa – la banca, “dato che non si era avuto alcun contatto col cliente, nemmeno telefonico e nessuno dei funzionari allora presenti aveva mai conosciuto il D.C. di persona, aveva deciso di sospendere il pagamento” (cfr. sentenza impugnata, pag. 5). Secondo il giudice distrettuale, dunque, la banca aveva impedito che la truffa si consumasse per mezzo del semplice inoltro dell’ordine di bonifico. Con riferimento alla condotta tenuta dall’istituto di credito nel periodo successivo (quello in cui è stato dato il via libera all’accreditamento della somma sul conto corrente del soggetto indicato dall’ordinante), la Corte territoriale ha valorizzato più elementi: il fatto che la richiesta si presentava redatta su carta intestata dello stesso D.C. e appariva da quest’ultimo sottoscritta (ma la firma risultò in seguito frutto di una scannerizzazione che la rendeva coincidente con lo specimen in possesso della banca); i recapiti telefonici messi a disposizione dell’odierno ricorrente, che non si era premurato di aggiornare i propri dati, non ne avevano consentito la pronta reperibilità dello stesso; a fronte della sollecitazione del sedicente D.C., il direttore della filiale si era premurato di richiedere allo stesso i dati della patente e le informazioni relative allo stato del conto; la banca appellata aveva poi ritenuto di procedere a una verifica di quanto riferito dal cliente presso la banca su cui era intrattenuto il conto corrente del destinatario dell’ordine di bonifico e il funzionario di tale istituto di credito aveva dato “buone informazioni” sulla persona della beneficiaria, definita come cliente che operava regolarmente, e aveva confermato che la medesima era in attesa del denaro relativo all’acquisto di un immobile (del quale era stato appositamente consegnato un atto di compravendita, poi rivelatosi un falso); pertanto, ad avviso della Corte di appello, la banca risultava essersi determinata al trasferimento dei fondi sulla base di un errore scusabile, ingenerato da una ragionevole apparenza del diritto.
A tale condotta, improntata a doverosa prudenza, tenuta dalla banca in questa prima fase della vicenda, fa seguito il comportamento posto in atto dalla stessa Cassa di Risparmio a seguito della sollecitazione telefonica del sedicente D.C.. Ed è l’apprezzamento della diligenza osservata della odierna controricorrente con riferimento a questo secondo frangente della sequenza fattuale a risultare contrassegnato da insufficienza argomentativa.
Sennonchè, avendo riguardo ai canoni di comune ragionevolezza, proprio la mancata conoscenza di D.C.A. da parte dei dipendenti della filiale doveva indurre la Cassa di Risparmio ad esigerne la presenza fisica presso i locali dell’agenzia, così da verificare, nel modo più accurato, l’identità del richiedente: verifica da attuarsi, ad esempio, attraverso la visione, da parte del funzionario competente, della patente o di altro documento personale che associasse le generalità dello stesso D.C. alla fotografia identificativa del soggetto recatosi presso la filiale per disporre delle somme giacenti sul conto; ovvero mercè il rilascio, da parte di quest’ultimo, di un saggio grafico che consentisse di verificare se la firma in tal modo acquisita coincidesse con lo specimen. E tali cautele dovevano ritenersi tanto più necessarie ove si considerino, da un lato, le accennate anomalie che avevano contrassegnato la ricezione dell’ordine da parte della banca e, dall’altro, la consistenza della somma che doveva essere bonificata. Sul punto della presenza in filiale dell’ordinante – presenza che il ricorrente deduce essere stata richiesta, ma non ottenuta, dal direttore della filiale (secondo quanto risulterebbe documentato dalla deposizione testimoniale assunta e dalle sommarie informazioni raccolte in sede penale) – la Corte di merito tuttavia tace: e tale silenzio non può non rilevare come vizio motivazionale.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 1 Sezione Civile, il 14 giugno 2017.

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