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Timestamp: 2020-06-07 07:14:41+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 6985 del 17/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6985 del 17/03/2017
Cassazione civile, sez. lav., 17/03/2017, (ud. 14/04/2016, dep.17/03/2017), n. 6985
sul ricorso 3692-2015 proposto da:
BANCA CR FIRENZE S.P.A., c.f. (OMISSIS), in persona del legale
DE NINNO MASSIMO;
DE NINNO MASSIMO, C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR,
rappresentato e difeso dall’avvocato ANTONIO PINELLINI, giusta
BANCA CR FIRENZE S.P.A. c.f. (OMISSIS), in persona del legale
avverso la sentenza n. 624/2014 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,
depositata il 04/08/2014 R.G.N. 470/2014;
udito l’Avvocato PINELLINI ANTONIO;
ricorsi, assorbito l’incidentale condizionato.
La Corte di Appello di Firenze, con sentenza depositata il 4/8/2014, in riforma della sentenza resa il 4/2/2014 dal Tribunale della stessa sede, annullava il licenziamento intimato da Banca CR Firenze S.p.A. a De Ninno Massimo con lettera del 28/3/12, ordinando alla Banca di reintegrare il D.N. nel posto di lavoro e di corrispondergli, a titolo di risarcimento del danno, una indennità pari alla retribuzione globale di fatto dell’importo di Euro 2.597,89 mensili dal 28/3712 alla data della reintegrazione, oltre accessori di legge e versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali dovuti per il periodo dal licenziamento alla reintegrazione.
Per la cassazione della sentenza ricorre la Banca CR Firenze S.p.A. articolando quattro motivi.
Il D.N. resiste con controricorso e spiega ricorso incidentale articolando due motivi e ricorso incidentale condizionato affidato a due motivi, cui resiste, a sua volta, la Banca con controricorso.
Entrambe le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378 codice di rito.
1. Con il primo motivo la società ricorrente, denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1175, 1375, 1455, 2104, 2105, 2106 e 2119 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3, lamentando che la Corte di merito abbia ritenuto sproporzionato il licenziamento intimato al D.N., andando in contrasto con i principi che, con consolidato orientamento, questa Corte ha nel tempo cristallizzato in numerose pronunzie afferenti all’art. 2119 c.c., secondo cui, nel caso di giusta causa o giustificato motivo soggettivo di licenziamento, i fatti addebitati devono rivestire il carattere di grave negazione degli elementi del rapporto di lavoro ed in particolare del vincolo fiduciario.
Va, innanzitutto, osservato che la giusta causa di licenziamento è una nozione di legge che si viene ad inscrivere in un ambito di disposizioni caratterizzate dalla presenza di elementi “normativi” e di clausole generali (Generalklauseln) – correttezza (art. 1175 c.c.); obbligo di fedeltà, lealtà, buona fede (art. 1375 c.c.); giusta causa, appunto (art. 2119 c.c.) – il cui contenuto, elastico ed indeterminato, richiede, nel momento giudiziale e sullo sfondo di quella che è stata definita la “spirale ermeneutica” (tra fatto e diritto), di essere integrato, colmato, sia sul piano della quaestio facli che della quaestio iuris, attraverso il contributo dell’interprete, mediante valutazioni e giudizi di valore desumibili dalla coscienza sociale o dal costume o dall’ordinamento giuridico o da regole proprie di determinate cerchie sociali o di particolari discipline o arti o professioni, alla cui stregua poter adeguatamente individuare e delibare altresì le circostanze più concludenti e più pertinenti rispetto a quelle regole, a quelle valutazioni, a quei giudizi di valore, e tali non solo da contribuire, mediante la loro sussunzione, alla prospettazione e configurabilità della tela res (realtà fattuale e regulae iuris) ma da consentire inoltre al giudice di pervenire, sulla scorta di detta complessa realtà, alla soluzione più conforme al diritto, oltre che più ragionevole e consona.
Tali specificazioni del parametro normativo hanno natura di norma giuridica, come in più occasioni sottolineato da questa Corte, e la disapplicazione delle stesse è deducibile in sede di legittimità come violazione di legge. Pertanto, l’accertamento della ricorrenza, in concreto, nella fattispecie dedotta in giudizio, degli elementi che integrano il parametro normativo e le sue specificazioni e della loro concreta attitudine a costituire giusta causa di licenziamento, è sindacabile nel giudizio di legittimità, a condizione che la contestazione non si limiti ad una censura generica e meramente contrappositiva, ma contenga una specifica denuncia di incoerenza rispetto agli “standards” conformi ai valori dell’ordinamento esistenti nella realtà sociale (Cass. n. 25044/15; Cass. n. 8367/2014; Cass. n. 5095/11). E ciò, in quanto, il giudizio di legittimità deve estendersi pienamente, e non solo per i profili riguardanti la logicità e la completezza della motivazione, al modo in cui il giudice di merito abbia in concreto applicato una clausola generale, perchè nel farlo compie, appunto, un’attività di interpretazione giuridica e non meramente fattuale della norma, dando concretezza a quella parte mobile della stessa che il legislatore ha introdotto per consentire l’ adeguamento ai mutamenti del contesto storico-sociale (Cass., S.U., n. 2572/2012).
E le censure formulate alla sentenza della Corte di merito non appaiono conferenti poichè non evidenziano in modo puntuale gli “standards” dai quali il Collegio di merito si sarebbe discostato. Mentre il procedimento di sussunzione appare correttamente operato proprio nella valutazione delle specificazioni del parametro normativo e della corretta dosimetria della proporzionalità della sanzione disciplinare da applicare nel caso di giusta causa di licenziamento.
2. Con il secondo motivo si censura, sempre in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2729, 2730, 115 e 116 c.p.c., lamentando la non correttezza della decisione laddove, “nonostante il D.N. non abbia provato di avere agito sulla base di un’autorizzazione del direttore della filiale, in considerazione del contesto emerso dagli atti e dall’istruttoria, non è inverosimile che lo stesso abbia potuto ritenere che l’utilizzo del conto inattivo costituisse irregolarità tollerata dalla datrice di lavoro al fine di ottenere un incremento del portafoglio dei prodotti assicurativi commercializzati”.
2.1 Il motivo è inammissibile, perchè con esso si tende ad ottenere una nuova valutazione dei fatti che, in questa sede non può trovare accesso. Con esso, in sostanza si censura la valutazione e non il riparto dell’onere della prova. Alla stregua dei più recenti arresti giurisprudenziali di legittimità (cfr., Cass. n. 13983/14), una violazione dell’art. 115 c.p.c. è configurabile solo nell’ipotesi in cui il giudice ometta di valutare le risultanze istruttorie indicate dalla parte come decisive e non sussiste violazione dell’art. 116 c.p.c. laddove il giudice indichi, come è avvenuto nella fattispecie, con motivazione logica ed esauriente, quali siano le ragioni della ritenuta decisività di alcune istanze istruttorie rispetto alle altre.
3. Con il terzo motivo si censura, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5, l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, avendo la Corte di Appello fondato, a parere della ricorrente, la propria decisione sulla rilevabile attenuazione dell’intensità dell’elemento soggettivo pur in assenza di prova circa un’autorizzazione che sarebbe stata fornita al D.N. dai superiori della Banca.
3.1 Neppure questo motivo può essere accolto.
Orbene, poichè la sentenza oggetto del giudizio di legittimità è stata pubblicata, come riferito in narrativa, il 4 agosto 2014, nella fattispecie si applica, ratione temporis, il nuovo testo dell’art. 360, comma 1, n. 5), come sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, a norma del quale la sentenza può essere impugnata con ricorso per cassazione per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Ma nel caso in esame, il motivo di ricorso che denuncia il vizio motivazionale non indica il fatto storico (Cass. n. 21152 del 2014), con carattere di decisività, che sarebbe stato oggetto di discussione tra le parti e che la Corte di Appello avrebbe omesso di esaminare; nè, tanto meno, fa riferimento, alla stregua della pronunzia delle Sezioni Unite, ad un vizio della sentenza “così radicale da comportare” in linea con “quanto previsto dall’art. 132 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza per mancanza di motivazione”.
E, dunque, non potendosi più censurare, dopo la riforma del 2012, la motivazione relativamente al parametro della sufficienza, rimane il controllo di legittimità sulla esistenza e sulla coerenza del percorso motivazionale del giudice di merito (cfr., tra le molte, Cass. n. 25229 del 2015) che, nella specie, è stato condotto dalla Corte territoriale con argomentazioni logico-giuridiche del tutto congrue in ordine alla valutazione degli elementi posti a base della sua decisione, valutando, come innanzi rappresentato tutti gli “standards” ed effettuando una equa valutazione dosimetrica della proporzionalità della sanzione.
4. Con il quarto motivo si deduce, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e falsa applicazione della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 42 e art. 11 preleggi, e si lamenta che la Corte territoriale non abbia applicato la L. n. 300 del 1970, art. 18 nei termini temporalmente modificati dalla L. n. 92 del 2012. Il recesso sarebbe stato intimato al D.N. prima dell’entrata in vigore di quest’ultima legge, mentre la pronuncia di illegittimità ricadrebbe nella vigenza di quest’ultima. A parere della ricorrente vi sarebbe, quindi, violazione dell’art. 11 preleggi, perchè essendo la sentenza successiva alla L. n. 92, i giudici avrebbero dovuto conformarsi a tali nuove disposizioni.
4.1 Il motivo non è fondato, in quanto la L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 42 trattandosi di disciplina sostanziale deve necessariamente applicarsi alle fattispecie sorte dal momento della sua entrata in vigore, cioè dal 18/7/12; per la qual cosa ne rimane senza alcun dubbio escluso il licenziamento di cui si tratta perchè intimato il 28/3/12, come risulta, appunto dalla lettera di recesso della Banca.
Il ricorso principale dunque è da respingere con assorbimento del ricorso incidentale condizionato, affidato a due motivi (con i quali si censura la violazione dell’art. 2119 c.c. e del principio di immediatezza della contestazione, nonchè degli artt. 115 e 116 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3).
Parimenti da respingere è il ricorso incidentale, articolato in due motivi, con cui viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè la nullità della sentenza in punto di regolamento delle spese, non essendo state esplicitate le ragioni della compensazione delle stesse, pur in danno di una parte vittoriosa.
In realtà, la Corte di merito ha indicato compiutamente le ragioni che hanno condotto alla compensazione, nel pieno rispetto del dettato codicistico, reputando che la complessità interpretativa della vicenda fattuale e giuridica in ordine alla quale ha ampiamente motivato, fossero un motivo plausibile per disporre la compensazione.
Pertanto, neppure il ricorso incidentale può trovare accoglimento.
Le spese vanno compensate in ragione dell’esito del giudizio.
Avuto riguardo alla data di proposizione del ricorso sussistono i presupposti di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, sia per il ricorrente principale che per quello incidentale.
La Corte rigetta il ricorso principale ed il ricorso incidentale; dichiara assorbito l’incidentale condizionato e compensa le spese.

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