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Posted on 15 dicembre 2015 by Avv. Giuseppe Tripodi
Truffa, millantato credito, condotta collaborativa e aggravanti
Sentenza 12 novembre – 11 dicembre 2015, n. 49145
La cooperazione delittuosa, tra marito e moglie ha permesso di realizzare il reato poichè si legge in sentenza che “la condotta dell’imputata, lungi dal realizzare una mera presenza passiva agli incontri del marito con la vittima, è consistita nella collaborazione prestata attraverso la sua amicale presenza nell’avvicinare prima la vittima per instaurare con essa un rapporto di amicizia (l’adescamento della vittima), propedeutico alla realizzazione del progetto criminoso, e poi nel tranquillizzare la vittima negli incontri avuti successivamente, sostenendo così il marito nell’esecuzione di detto progetto“.
Articolo 346 Codice Penale
Chiunque, millantando credito presso un pubblico ufficiale, o presso un pubblico impiegato che presti un pubblico servizio, riceve o fa dare o fa promettere, a sé o ad altri, denaro o altra utilità, come prezzo della propria mediazione verso il pubblico ufficiale o impiegato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da trecentonove euro a duemilasessantacinque euro.
La pena è della reclusione da due a sei anni e della multa da cinquecentosedici euro a tremilanovantotto euro, se il colpevole riceve o fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altra utilità, col pretesto di dover comprare il favore di un pubblico ufficiale o impiegato, o di doverlo remunerare.
5) l’avere profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona, anche in riferimento all’età, tali da ostacolare la pubblica o privata difesa(5);
- la violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen., in relazione all’art. 346 cod. pen. (capi 1, 1-bis, 2, 5, 7, 8, 10, 12, 14, 16, 18, 19-bis, 20, 22, 23): la sentenza impugnata avrebbe erroneamente ravvisato quali “referenti” delle millanterie soggetti privi della qualifica richiesta dalla norma incriminatrice di soggetti pubblici, non potendosi ritenere tale il presidente del consiglio di amministrazione di società a capitale misto, neppure richiamato nei capi di imputazione; inoltre non avrebbe preso in considerazione, come rilevato nell’appello, che le condotte di millanteria sarebbero intervenute dopo la dazione o la promessa di denaro.
- la violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen., in relazione agli artt. 15, 640 e 346 cod. pen. (capi 3, 4, 6, 9, 11, 13, 15, 17, 19, 20-bis, 21, 24): la sentenza impugnata avrebbe erroneamente ritenuto compatibile il concorso formale tra i reati di truffa con quelli di millantato credito, sulla base della diversità dell’oggetto della tutela penale.
- la violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen., in relazione all’art. 61 n. 7 cod. pen. (capi 3, 4, 6, 9, 11, 13, 15, 21, 24): la sentenza impugnata, ai fini dell’applicazione dell’aggravante de qua, ha erroneamente ritenuto che la rilevanza del danno patrimoniale dovesse essere tratta dalle condizioni personali delle persone offese e valutando tutte le fattispecie complessivamente. In ogni caso difetterebbero nella contestazione gli elementi da cui trarre i presupposti di fatto necessari per l’esercizio del diritto di difesa.
- la violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen., in relazione agli artt. 110 e 640 cod. pen.: la sentenza impugnata avrebbe ravvisato il concorso dell’imputata solo per la mera presenza dell’imputata sul luogo del delitto o per una non meglio precisata supposta “cooperazione alla concretizzazione” del disegno criminoso realizzato dal marito, che verrebbero a configurare tuttavia una mera connivenza penalmente irrilevante.
Nel caso di specie, il comportamento dell’imputata sarebbe stato meramente passivo, inidoneo ad apportare alcun contributo causale alla realizzazione del delitto. Inoltre, le dichiarazioni della parte offesa, sarebbero risultate prive di fondamento.
- la violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen., in relazione agli artt. 61, n. 7 e 133 cod. pen.: la sentenza impugnata, ai fini dell’applicazione dell’aggravante de qua, avrebbe ritenuto che la rilevanza del danno patrimoniale dovesse essere tratta dalle condizioni personali della persona offesa, in assenza di qualunque indagine sulle condizioni economiche della vittima. In ogni caso difetterebbero nella contestazione gli elementi da cui trarre i presupposti di fatto necessari per l’esercizio del diritto di difesa. Inoltre il giudice dell’appello non avrebbe reso congrua motivazione con riferimento alla dosimetria della pena, considerato che questa è stata determinata con discostamento sensibile dal minimo edittale.
- la violazione dell’art. 606, comma 1, lett. e) cod. proc. pen., in relazione all’art. 114 cod. pen.: la sentenza impugnata avrebbe illogicamente escluso l’applicabilità dell’attenuante de qua, definendo decisivo il ruolo assunto dall’imputata, quando lo stesso era consistito nella mera presenza della donna.
Corte di Cassazione, sezione I Civile Sentenza 28 novembre 2014 – 11 febbraio 2015, n. 2671
Simulazione, interposizione fittizia di persona

References: Sentenza 
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Articolo 346
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