Source: https://www.laleggepertutti.it/277270_prestanome-rischi-penali
Timestamp: 2019-05-25 08:20:26+00:00

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Prestanome: rischi penali
Condanna del prestanome che ha accettato di essere nominato amministratore per conto di chi non può assumere cariche: se si tratta di un familiare si può evitare la condanna.
Un tuo parente, che in passato ha contratto numerosi debiti e che ha già subito un fallimento, vuol rimettersi in affari. Perciò ha deciso di costituire una società, di cui però non può – per ragioni di opportunità – né essere socio né tantomeno amministratore. Ti ha così chiesto di fargli da prestanome. Assumerai il timone dell’azienda solo formalmente, mentre sarà di fatto lui a dirigerla, a prendere le decisioni, a lavorare. A te spetterà solo il compito di firmare i contratti e andare qualche volta in banca o dal notaio.
Hai accettato la sua proposta più per una questione affettiva che di opportunità, ma non vuoi rimetterci. Così, prima di accettare, vorresti sapere esattamente quali possono essere i rischi penali del prestanome. Un importante chiarimento è stato fornito di recente dalla Cassazione [1].
Si tratta di una pronuncia interessante perché fa una distinzione tra prestanome legato da legame affettivo o di parentela con l’amministratore di fatto (un genitore anziano, un coniuge, un fratello, una sorella) e prestanome che invece, con quest’ultimo, non ha alcun rapporto. Ma procediamo con ordine.
1 Chi è il prestanome?
2 Responsabilità civile del prestanome
3 Responsabilità penale e condanna del prestanome
Chi è il prestanome?
Il prestanome (anche chiamato “testa di legno”) è un soggetto che riveste, solo formalmente, una determinata carica (ad esempio quella di socio o di amministratore di una azienda) ma non ne esercita, di fatto, le funzioni. Egli si limita a “prestare il nome” per conto di un altro soggetto (ossia il socio di fatto o l’amministratore di fatto).
Si ricorre al prestanome, di solito, per l’impossibilità di assumere una determinata qualifica a causa di divieti di legge (si pensi a un pubblico dipendente, a un fallito, ecc.) o per ragioni di opportunità (si pensi a un imprenditore indebitato che non vuole rischiare il pignoramento delle quote societarie o a una persona nota al pubblico per precedenti penali o per aver gestito male altre attività commerciali).
Responsabilità civile del prestanome
Il prestanome, accettando di rivestire la carica per conto di altri, ne assume anche le conseguenze civili e penali.
In particolare, per quanto riguarda la responsabilità civile, per quanto attiene ai debiti, bisogna distinguere tra società di persone e società di capitali.
Nel primo caso (società di persone) i debiti dell’azienda si trasferiscono sui soci e sull’amministratore (salvo le limitazioni previste nelle Sas, per quanto riguarda gli accomandanti). Dunque, il prestanome rischierà il pignoramento dei propri beni se la ditta non paga.
Invece, per le società di capitali, i debiti non si trasferiscono mai ai soci o all’amministratore e, almeno su questo versante, il prestanome non rischia nulla. I problemi sorgono se accetta di firmare qualche fideiussione per conto della società, come spesso succede con le banche o con le società di leasing. In tali ipotesi, egli sarà responsabile in prima persona per l’inadempimento della società.
Un altro tipo di responsabilità civile può essere nel caso di amministrazione negligente. Se l’amministratore di fatto dovesse compiere delle scelte sbagliate, che procurano danno ai soci, questi ultimi potrebbero chiedere il risarcimento anche al prestanome per non aver vigilato.
Responsabilità penale e condanna del prestanome
Il prestanome accettando la carica accetta i rischi connessi a tale carica. Egli può pertanto essere considerato corresponsabile con l’amministratore di fatto per i reati da quest’ultimo commessi [2]. Ciò avviene quando questi non ha posto in essere gli atti necessari a conservare il patrimonio sociale ed impedire che si verifichino danni per la società e per i terzi [3], contribuendo quindi consapevolmente alla realizzazione di detti reati [4]
Tuttavia la sola accettazione della carica di amministratore non è fonte di responsabilità penale: ci sono ipotesi nelle quali la testa di legno resta estranea alle condotte fraudolente poste in essere da chi ha davvero in mano le redini dell’impresa.
Secondo la giurisprudenza, affinché il prestanome sia responsabile penalmente è sufficiente che sia genericamente consapevole che l’amministratore di fatto ponga condotte integranti un reato. Non è invece necessaria la consapevolezza sui singoli episodi criminosi [5].
Per escludere la responsabilità penale, e quindi la propria condanna per i reati commessi dall’amministratore di fatto, il prestanome (anche chiamato “amministratore di diritto”) deve provare di non avere gestito la società e di essere stato un amministratore nominale e non effettivo, di essersi prestato in buona fede al ruolo di amministratore apparente, di non aver avuto alcuna conoscenza circa gli illeciti commessi dal vero amministratore [6].
Sul punto è intervenuta proprio di recente la Cassazione [1] a spiegare che non si può condannare, per il reato commesso dall’amministratore di fatto, il prestanome che ha accettato solo per ragioni di parentela o di amore. Un conto è la classica testa di legno che, in cambio di denaro da un perfetto estraneo, accetta di far da “parafulmine” all’amministratore di fatto della società; un altro è la condotta di chi, per puri motivi di affetto, si presta ad assumere la carica di amministratore per consentire di svolgere l’attività imprenditoriale a chi non può figurare.
Ecco perché – ribadisce la Cassazione – per poter condannare l’amministratore di diritto – ossia il prestanome – è necessario che questi abbia davvero aderito ai comportamenti illeciti commessi dall’amministratore di fatto dell’azienda. Detto in altri termini: affinché scatti il concorso nel reato bisogna verificare quanto il prestanome è coinvolto nelle vicende societarie e nella gestione delle attività e perché ha assunto la carica: se dunque ne riceve utilità o l’ha fatto per un motivo di ordine morale.
[1] Cass. sent. n. 9856/19 del 6.03.2019.
[2] Applicando gli artt. 40 c. 2 c.p. e 2392 c.c.; Cass. pen. 27 novembre 2013 n. 47110, Cass. pen. 28 aprile 2011 n. 23425.
[3] Cass. pen. 25 maggio 2011 n. 25047. Cass. pen. 6 aprile 2006 n. 22919, Cass. pen. 26 gennaio 2006 n. 7208.
[4] Cass. pen. 19 settembre 1992 n. 9536, Trib. Napoli 14 gennaio 1998.
[5] Cass. pen. 17 marzo 1998 n. 3328.
[6] Cass. pen. 17 gennaio 1996 n. 3333.
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