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Timestamp: 2018-03-25 03:26:58+00:00

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Corte di Cassazione, sezione VI civile, ordinanza 22 agosto 2017, n. 20273 - Avvocato Renato D'Isa
Home/Cassazione civile 2017, Corte di Cassazione, Diritti reali e Condominio, Diritto Civile e Procedura Civile, Distanze, Sentenze - Ordinanze, ServitÃƒÂ¹/Corte di Cassazione, sezione VI civile, ordinanza 22 agosto 2017, n. 20273
In tema di limitazioni legali della proprieta’, con particolare riferimento alle scale, ai ballatoi e alle porte, che fondamentalmente sono destinati all’accesso dell’edificio, e soltanto occasionalmente od eccezionalmente utilizzabili per l’affaccio, ha statuito che possono configurare vedute quando – indipendentemente dalla funzione primaria del manufatto – risulti obiettivamente possibile, in via normale, per le particolari situazioni o caratteristiche di fatto, anche l’esercizio della prospectio ed inspectio su o verso il fondo del vicino. Per lo effetto nel caso di specie viola le distanze e comporta una servitù di veduta la porta di ferro aperta dal vicino sul lastrico solare adiacente alla proprietà del vicino
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Ordinanza 22 agosto 2017, n. 20273
Data udienza 5 dicembre 2016
sul ricorso 2204/2015 proposto da:
avverso la sentenza n. 1067/2014 della CORTE D’APPELLO di BARI, emessa il 13/05/2014 e depositata il 28/06/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 05/12/2016 dal Consigliere Relatore Dott. MILENA FALASCHI.
(OMISSIS) con atto di citazione notificato in data 20/02/2007 conveniva in giudizio (OMISSIS) innanzi il Tribunale di Bari e premesso di essere proprietaria di un immobile confinante con quello di proprieta’ del convenuto, sito in (OMISSIS), lamentava che quest’ultimo aveva realizzato, sull’adiacente lastrico solare, l’apertura di una porta in violazione delle norme concernenti le distanze tra costruzioni per le vedute dirette ex articolo 905 c.c., nonche’ il mancato rispetto, nell’edificazione del muro di confine, dell’altezza di 3 metri ex articolo articolo 886 c.c.. Il Giudice adito, nella contumacia del convenuto, sulla base degli accertamenti eseguiti dal c.t.u., aveva ritenuto l’irregolarita’ di dette opere ordinando la rimozione dalla veduta e la sopraelevazione del muro di confine fino ad un’altezza di 3 metri dal piano di calpestio.
In virtu’ di appello interposto dal (OMISSIS), con atto di citazione notificato il 23/07/2011, la Corte di Appello di Bari, nella resistenza dell’appellata, in riforma della sentenza n. 203/2011 del Tribunale di Bari, accogliendo il gravame, escludeva che la porta di accesso al lastrico solare costituisse veduta e negava l’esistenza dell’obbligo d’innalzare il muro di confine, in assenza di una pari offerta della controparte.
Avverso tale decisione la (OMISSIS) propone ricorso per Cassazione sulla base di tre motivi, con i quali lamenta rispettivamente: la violazione o falsa applicazione degli articoli 905 e 906 c.c.; la violazione e falsa applicazione dell’articolo 886 c.c.; la omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto decisivo della controversia.
Il consigliere relatore, nominato a norma dell’articolo 377 c.p.c., ha depositato la relazione di cui all’articolo 380 bis c.p.c., proponendo l’accoglimento del primo motivo di ricorso ed il rigetto per i restanti.
Vanno condivise e ribadite le argomentazioni e le conclusioni di cui alla relazione ex articolo 380 bis c.p.c., che di seguito si riporta: “La ricorrente con il primo motivo lamenta che la Corte di Appello di Bari abbia erroneamente ritenuto che l’apertura della porta sul lastrico solare adiacente alla sua proprieta’ non comporti alcuna violazione delle norme concernenti le distanze tra costruzioni, in particolare quanto alle vedute dirette. La censura appare fondata.
Occorre preliminarmente osservare che e’ pacifico in punto di fatto, che dalla porta in ferro, di cui si discute, e’ possibile affacciarsi sul lastrico solare adiacente alla proprieta’ della (OMISSIS) da una distanza di 0,75 metri dal confine, inferiore a quella minima prevista pari a 1,5 metri.
La Corte distrettuale ha statuito che da detta apertura non e’ esercitabile una veduta poiche’ sull’accesso vi e’ una porta in ferro che non consente di guardare nella proprieta’ confinante.
In definitiva, sostiene la Corte di Appello di Bari che una porta non puo’ dar luogo ad una veduta, perche’ carente di inspectio.
La giurisprudenza di questa Corte, in tema di limitazioni legali della proprieta’, con particolare riferimento alle scale, ai ballatoi e alle porte, che fondamentalmente sono destinati all’accesso dell’edificio, e soltanto occasionalmente od eccezionalmente utilizzabili per l’affaccio, ha statuito che possono configurare vedute quando – indipendentemente dalla funzione primaria del manufatto – risulti obiettivamente possibile, in via normale, per le particolari situazioni o caratteristiche di fatto, anche l’esercizio della prospectio ed inspectio su o verso il fondo del vicino (Cfr. Cass. n. 499 del 2006 e Cass. 16 martin 1981 n. 1451).
Nella fattispecie, il giudice territoriale ha escluso una comoda inspectio e uprospectio sulla sola base del materiale in cui e’ stata realizzata la porta, senza considerare lo stato dei luoghi, ossia gli altri elementi obiettivi di carattere strutturale e funzionale, determinanti al fine di accertare l’esistenza o meno di una veduta, non potendo rilevare solo la circostanza che la porta serva a collegare due spazi, in quanto tale elemento di diversita’ non vale ad escludere di per se’ l’obiettiva esistenza di una servitu’ di veduta.
Con la seconda censura la ricorrente lamenta che la Corte d’Appello di Bari abbia errato nel non condannare il resistente (OMISSIS) alla sopraelevazione del muro fino all’altea di 3 metri e adduce, a sostegno, che esistono due distinti muri di cinta in aderenza al confine e ciascuna delle parti avrebbe dovuto provvedere personalmente alla sopraelevazione.
La ricorrente con la doglianza in esame pone una questione che non risulta trattata in sede di merito e la giurisprudenza di questa Corte, qualora una determinata questione giuridica che implichi un accertamento di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, ne indicata nelle conclusioni ivi epigrafate, pone a carico del ricorrente che la (n)proponga in sede di legittimita’, al fine di evitare una statuizione di inammissibilita’ per novita’ della censura, l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale scritto difensivo o atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di Cassazione di controllare ex actis la veridicita’ di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa. Onere che nella specie non risulta assolto.
Con la terza ed ultima doglianza la ricorrente lamenta che la Corte di Appello di Bari abbia omesso di considerare e valutare l’irregolarita’ edilizia ed urbanistica della complessiva opera realizzata dal confinante con aumento di volumetria.
Occorre premettere che nella specie trova applicazione, ratione temporis, l’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformato dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134. Tanto chiarito si osserva che il vizio di motivazione deve essere interpretato alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’articolo 12 preleggi, come riduzione al minimo costituzionale del sindacato di legittimita’ sulla motivazione.
Cio’ precisato, venendo al caso di specie, in tema di realizzazione di opere abusive da parte dei proprietari di un fondo, i titolari del fondo finitimo sono legittimati alla richiesta di riduzione in pristino sempre che possano, in concreto, lamentare la violazione di un diritto soggettivo loro spettante, la prova della cui esistenza spetta, comunque, ai soggetti asseritamente lesi (v. Cass. n.10438 del 1998).
Orbene la tutela reclamata dalla parte e’ stata garantita nell’ambito dei rapporti di vicinato dal momento che il ricorrente ha lamentato la lesione del diritto al rispetto delle distanze tra costruzioni per le vedute dirette, non rilevando l’irregolarita’ edilizia ed urbanistica dell’opera qualora non integri la violazione di diritti soggettivi.
Per tali ragioni si ritiene sussistere la manifesta fondatezza del primo motivo e l’infondatezza delle censure restanti e dunque procedere ai sensi degli articoli 375 e 380 bis c.p.c.”.
Gli argomenti e le proposte contenuti nella relazione di cui sopra – cui non sono state rivolte critiche – sono condivisi dal Collegio e conseguentemente va accolto il primo motivo, respinti i restanti, con annullamento della contestata decisione in relazione alla censura accolta, con rinvio a diversa Sezione della Corte di appello di Bari. Lo stesso giudice provvedera’ alla regolamentazione delle spese del presente giudizio.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2017-09-13T14:04:11+00:00	13 settembre 2017|Cassazione civile 2017, Corte di Cassazione, Diritti reali e Condominio, Diritto Civile e Procedura Civile, Distanze, Sentenze - Ordinanze, ServitÃƒÂ¹|2 Commenti
Avvocato Renato D'Isa 18 ottobre 2017 at 15:17	- Reply
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Avvocato Renato D'IsaLe Luci e Vedute 13 settembre 2017 at 13:48	- Reply
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