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Timestamp: 2020-04-02 07:05:52+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 19875 del 05/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19875 del 05/10/2016
Cassazione civile sez. trib., 05/10/2016, (ud. 14/07/2016, dep. 05/10/2016), n.19875
sul ricorso 9902/2010 proposto da:
B.D., elettivamente domiciliato in ROMA VIA GUIDO BANTI
46, presso lo studio dell’avvocato OTTAVIO MAROTTA, rappresentato e
difeso dall’avvocato ALBERTO CHIOCCHINI giusta delega in calce;
COMUNE DI PONSACCO, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente
CLAUDIO BERLIRI, che lo rappresenta e difende con procura notarile
del Not. Dr. D.A. in (OMISSIS) rep. n. (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 17/2009 della COMM. TRIB. REG. di FIRENZE,
udito per il controricorrente l’Avvocato BERLIRI che ha chiesto il
CUOMO Luigi, che ha concluso per l’inammissibilità del 1 motivo e
il rigetto del 2 motivo di ricorso.
B.D. impugnava l’avviso di accertamento e liquidazione dell’imposta comunale sugli immobili (ICI) emesso il 12/9/2005 dal Comune di Ponsacco, per l’anno di imposta (OMISSIS), sostenendo che il cespite a causa delle prescrizioni stabilite dal P.R.G. del 22/5/1991 non era utilizzabile in conformità della destinazione catastale C/3, salvo non pretendibili, perchè troppo onerose, opere di ristrutturazione e che la variante organica al P.R.G. del 6/4/1998 aveva ulteriormente ristretto la destinazione del bene vanificando completamente la destinazione catastale della classe di appartenenza determinando quindi l’assoluta impossibilità di utilizzarlo come laboratorio. Deduceva altresì che il D.M. 6 giugno 2002, n. 159, pubblicato in G.U. n. 176 del 2002, aveva ufficializzato le nuove rendite catastali del Comune di Ponsacco e che quanto richiesto al contribuente era stato calcolato sulla base di rendite catastali ormai superate.
Il ricorso era respinto in primo ed in secondo grado.
Il B. impugna la sentenza di appello, pronunciata dalla Commissione Tributaria Regionale di Firenze il 13/6/2008 e depositata il 6/2/2009, con ricorso per cassazione affidato a due motivi.
Il Comune di Ponsacco resiste con controricorso.
Il ricorrente deduce, con il primo motivo, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza impugnata circa un fatto controverso e decisivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per avere i giudici del gravame ritenuto doversi determinare la base imponibile dell’imposta I.C.I. sulla scorta della rendita catastale iscritta, senza considerare l’impossibilità di utilizzo del fabbricato come laboratorio, secondo la destinazione catastale, a causa dei vincoli imposti dallo stesso ente impositore, che lo avevano reso utilizzabile come magazzino, ed imputando al contribuente la mancata attivazione dei meccanismi volti all’accertamento, da parte dell’Ufficio del territorio, delle condizioni dell’immobile e della sua eventuale collabenza.
Conclude con la formulazione del quesito di diritto con cui si chiede che la Corte dica “se la normativa che consente di azzerare le rendite od ottenerne una riduzione, previste per i fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili di fatto non utilizzati, sia applicabile alla fattispecie in esame, ove il fabbricato è utilizzato di fatto dal suo possessore come magazzino”.
Il motivo è inammissibile per difetto del momento di sintesi.
Va previamente ricordato che la fattispecie soggiace “ratione temporis” al vigore dell’art. 360-bis c.p.c., ed è noto che, secondo lo stabile insegnamento della Corte, “anche nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione, sintetica ed autonoma, del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assuma omessa o contraddittoria, ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione, e che la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità” (SS.UU. n. 20603/2007) e che consenta l’immediata “rilevabilità del nesso eziologico tra la lacuna o incongruenza logica denunciata ed il fatto ritenuto determinante, ove correttamente valutato, ai fini della decisione favorevole al ricorrente”. (Cass. n. 7865/2015; 7847/15; n. 5858/2013).
Con il secondo motivo deduce violazione e falsa applicazione di norme di diritto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere i giudici di appello ritenuto applicabile la normativa che consente al contribuente di azzerare le rendite in caso di collabenza, oppure di ottenerne la riduzione in caso di fatiscenza, non essendo in discussione l’inutilizzabilità assoluta del fabbricato ma l’impossibilità di utilizzare lo stesso secondo la sua destinazione catastale.
Conclude il ricorrente con la formulazione del quesito di diritto con cui si chiede che la Corte dica “se nel caso di impossibilità di utilizzo degli immobili in conformità della loro destinazione catastale, determinata da variazioni imposte dagli strumenti urbanistici, con conseguente impossibilità per il proprietario di ottenere un flusso di valore corrispondente, l’Ente Comunale possa legittimamente pretendere l’imposta ICI sulla base della rendita astratta come iscritta in Catasto e se tale pretesa sia conforme ai principi immanenti del diritto tributario di cui all’art. 10 dello Statuto del Contribuente e dell’art. 97 Cost., comma 1, art. 53 Cost., comma 1 e art. 3 Cost., comma 1”.
La decisione non ha travisato la questione giuridica posta col ricorso introduttivo e coi motivi d’appello, che concerne.
Quanto alla pretesa del contribuente di pagare una imposta ICI non ragguagliata alla rendita catastale dell’immobile al primo gennaio dell’anno in riferimento, come statuisce il D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5, comma 2, ma una somma inferiore, da determinarsi in considerazione delle caratteristiche del bene e della difficoltà di utilizzarlo in conformità alla destinazione urbanistica della zona in cui era ricompreso, il giudice di appello ha correttamente osservato che tale pretesa – spiegata peraltro nei confronti del Comune – era illegittima, perchè l’ente territoriale mancava di ogni discrezionalità nella determinazione dell’imposta, essendo soggetto al pari del contribuente alla disciplina di legge.
Pertanto, per ottenere lo scopo di ridurre il carico fiscale sull’immobile il contribuente avrebbe dovuto contestare i presupposti del classamento – non nei confronti del Comune – avviando il procedimento di revisione dell’estimo presso l’Agenzia del Territorio, e se del caso convenendo in giudizio quest’ultima. E quanto alla prospettata applicazione retroattiva delle nuove rendite catastali stabilite col D.M. n. 152 del 2002, il giudice d’appello ha spiegato che il decreto vale come notifica delle nuove rendite, in tesi più favorevoli, a partire dall’anno (OMISSIS).
Il ricorrente ripropone le sue diverse tesi senza, in realtà, nulla di nuovo argomentare in contrasto con le indicate ragioni della decisione impugnata.
Il ricorso va, dunque, respinto e le spese del giudizio debbono seguire la soccombenza.
Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio, liquidate in Euro 2.500,00 per compensi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

References: Sentenza 
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 art. 53
 art. 3
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