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Timestamp: 2017-11-20 17:20:08+00:00

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"Io, Dio e la Cassazione" di Paolo Franceschetti
Pubblicato da Federico Bellini in data luglio 09, 2017
A volte immergersi nella lettura di una sentenza della Cassazione può evocare un’esperienza mistica. E' quanto mi è accaduto immergendomi nel testo della sentenza n. 18569 delle Sezioni Unite della Suprema Corte deposita il 22 settembre scorso. La decisione si occupa di un problema molto comune per il giurista, quello della differenza tra la data di pubblicazione e la data di deposito di una sentenza. La maggior parte delle sentenze infatti reca sempre due date, una che è quella del deposito, e l’altra, che può essere successiva di molti mesi, che è quella della pubblicazione. La questione che si pone al giurista è questo: posto che le sentenze hanno dei precisi termini per la loro impugnazione, quando la sentenza non sia stata notificata, il termine per l’impugnazione decorre dalla data di pubblicazione o da quella del deposito? La Cassazione ha deciso in questo senso: deposito e pubblicazione della sentenza tendenzialmente devono coincidere; nel caso in cui non coincidessero (cioè quasi sempre!) prevale il termine di pubblicazione con l’attribuzione del numero cronologico.
Il sistema dell’apposizione della doppia data è da tempo sospettato di illegittimità costituzionale, e addirittura viene tacciato di sciaguratezza; mentre la Corte costituzionale l’ha definito una “patologia procedimentale grave”, giungendo persino a consigliare il legislatore di introdurre procedimenti disciplinari per coloro che si attenessero senza motivo a questa regola della doppia data. Come è possibile allora che una parte della giurisprudenza, in passato, avesse considerato rilevante il momento non della pubblicazione ma quello del deposito? Giocava a favore di questa tesi l’esigenza di certezza, e l’esigenza che il termine non dipendesse dal comportamento del cancelliere (la pubblicazione con l’inserimento del numero cronologico) ma del giudice (il deposito). Il fatto che tra la decisione e la pubblicazione possa intervenire un rilevante lasso di tempo espone poi la questione decisa al rischio di un mutamento di legislazione che potrebbe intervenire in quell’intervallo di tempo. Inoltre, la legge prevede che il cancelliere dopo il deposito provveda immediatamente alla pubblicazione, non essendo prevista la possibilità di un ritardo e quindi di una scissione delle date. Questo più o meno il senso della sentenza. Il problema è che il linguaggio con cui tale sentenza è scritta è talmente oscuro che è necessario rileggere più e più volte le varie frasi per capirne il senso. Sono state necessarie diverse letture ad esempio per capire questo passo: Nella “tensione” esegetica volta apprezzabilmente a preservare il deliberato da qualsivoglia interferenza esterna, la decisione pare lasciare in ombra il profilo della garanzia di effettivita’ del diritto di impugnazione. Dalla lettura coordinata dei vari passaggi della decisione si deduce infatti che ai fini della decorrenza del termine di impugnazione e’ sufficiente il deposito mero della sentenza attestato dal cancelliere, ben potendo ogni ulteriore adempimento intervenire successivamente, considerata la larghezza del termine all’uopo previsto, senza necessita’ che il termine suddetto cominci a decorrere da quando la parte abbia effettiva possibilita’ di conoscenza dell’avvenuto deposito, con l’unico correttivo costituito dalla possibilita’ di ricorso, anche d’ufficio, alla rimessione in termini solo qualora il giudice dell’impugnazione ravvisi “grave difficolta’” per l’esercizio del diritto di difesa determinato dall’avere il cancelliere non reso conoscibile la data di deposito della sentenza prima della successiva data attestante la “pubblicazione” della medesima, avvenuta a notevole distanza di tempo ed in prossimita’ del termine di decadenza per l’impugnazione. Per non parlare dei passi in cui la Cassazione riporta le decisione della Corte Costituzionale. Tre o quattro volte mi è stato necessario leggere questa frase per comprenderne il senso: La Corte costituzionale, con la sentenza n. 3 del 2015, premesso che una norma puo’ essere dichiarata costituzionalmente illegittima soltanto quando non sia possibile attribuirle un significato che la renda conforme a Costituzione, ha ritenuto la questione non fondata. In particolare, rilevato che la separazione temporale dei due passaggi in cui si articola la procedura di pubblicazione della sentenza (deposito da parte del giudice e presa d’atto del cancelliere), comprovata dall’apposizione di date differenti, costituisce una patologia gravemente incidente sulle situazioni giuridiche degli interessati, riflettendo il tardivo adempimento delle operazioni previste dalla pertinente disciplina legislativa e regolamentare (tra le quali, l’inserimento nell’elenco cronologico delle sentenze, con l’attribuzione del relativo numero identificativo), nonche’ dalle disposizioni sul processo telematico, ed evidenziato che solo con il compimento delle operazioni prescritte dalla legge puo’ dirsi realizzata quella pubblicita’ alla quale e’ subordinata la titolarita’ in capo ai potenziali interessati di puntuali situazioni giuridiche, come il potere di prendere visione degli atti pubblicati e di estrarne copia, ha ritenuto, alla luce di un’interpretazione costituzionalmente orientata del diritto vivente, che “per costituire dies a quo del termine per l’impugnazione, la data apposta in calce alla sentenza dal cancelliere deve essere qualificata dalla contestuale adozione delle misure volte a garantirne la conoscibilita’ e solo da questo concorso di elementi consegue tale effetto, che, in presenza di una seconda data, deve ritenersi di regola realizzato esclusivamente in corrispondenza di quest’ultima, con la conseguenza che il ritardato adempimento, attestato dalla diversa data di pubblicazione, rende inoperante la dichiarazione dell’intervenuto deposito, pur se formalmente rispondente alla prescrizione normativa”. La Corte costituzionale ha altresi’ precisato che il ricorso all’istituto della rimessione in termini per causa non imputabile utilizzato dalle Sezioni unite (che pure in situazioni particolari puo’ costituire un utile strumento di chiusura equitativa del sistema) va inteso come doveroso riconoscimento d’ufficio di uno stato di fatto contra legem che, in quanto addebitabile alla sola amministrazione giudiziaria, non puo’ in alcun modo incidere sul fondamentale diritto all’impugnazione, riducendone i termini previsti, talvolta anche in misura significativa. In sostanza la Corte Costituzionale ha detto che la scissione dei termini è una patologia grave, ma essendo una prassi diffusa, che deriva da intoppi amministrativi e non dalla legge in se, non sussiste la questione di costituzionalità. Ho fatto una piccolo calcolo. Per leggere tutta la sentenza mi ci è voluta circa un’ora. Considerando che ogni passo, per capirlo, occorre rileggerlo dalle 5 alle 15 volte, vuol dire che un giurista medio, per leggerla e capirla a fondo, deve impiegare almeno due giorni (considerando il tempo per la pausa pranzo e considerando una giornata lavorativa di otto ore).
Alla ricerca di Dio e alla ricerca del senso della Cassazione
Al termine della scuola di specializzazione chiesi di fare la tesi sulla causa del contratto. Prima di trovare un professore che accettasse il titolo ebbi diversi rifiuti perché ritenevano si trattasse di un argomento troppo complesso. Io non mi arresi e ad un professore che mi disse “ci hanno provato in molti a scrivere sulla causa ma poi hanno desistito” risposi “Professore, hanno scritto libri sull’esistenza di Dio, e ora vuole vedere che non è possibile scrivere una tesi sulla causa del contratto? Se a 30 anni, col titolo di avvocato, e varie pubblicazioni alle spalle, oltre alla scuola di specializzazione, non sono in grado di fare una tesi sulla causa, a cosa serve studiare?” A questa riflessione se ne aggiungeva un’altra. Il diritto è un sistema che, in teoria serve a regolare i rapporti tra gli uomini; e la legge deve essere comprensibile, perché se esiste un argomento talmente incomprensibile da non poter essere capito manco da un avvocato, come si può pensare che tale istituto possa essere poi applicato nei tribunali? Quando dopo anni proposi al mio editore di scrivere un libro sull’esistenza di Dio, trovai meno resistenze. “Bellissima idea” disse; “in fondo, la preparazione per scriverlo ce l’hai. Tentiamo”. E nacque il mio “Viaggio alla ricerca di Dio, dalle religioni ai maestri spirituali contemporanei” della Risveglio edizioni. In effetti il linguaggio con cui parla Dio, alla fine è molto semplice. Nel mio libro riporto un passo di Neal Donald Walsch, tratto da Conversazioni con Dio: Dicono che Dio opera in modo imperscrutabile, ma io non opero affatto in modo imperscrutabile. Opero in modo molto semplice invece. E dicono che io non parlo a tutti, ma solo agli eletti, ma non è vero; io parlo a tutti, il problema è che non mi ascoltano. Il punto non è a chi parlo ma: chi ascolta?” Ricordo un episodio in cui andai a trovare un brahmano indiano che si diceva avesse poteri sovrannaturali e di veggenza. Andai a trovarlo per curiosità, preparandomi una domanda su Dio per giustificare la mia venuta. Quando mi vide mi disse “Ciao Paolo… sei venuto solo per curiosità, per conoscermi, vero?”. Al che imbarazzato ammisi che era così e chiesi scusa ma lui mi rispose: “ti sei preparato una domanda su Dio… ma in realtà la tua non era una scusa, era la verità; sentivi che io ero vicino a Dio e venendo da me volevi avvicinarti di più a Dio; hai preparato non a caso una domanda del genere, e hai fatto bene a venire”. In realtà non solo non avevo detto come mi chiamavo ma neanche avevo detto che volevo parlare di Dio. Capii insomma che ci sono persone che, in effetti, sembrano avere particolari contatti col divino e ne decifrano il linguaggio. Ripensando ai tempi in cui preparavo la tesi, col senno di poi posso dire che in effetti i miei professori avevano ragione; mi è stato più difficile scrivere un libro sulla causa del contratto, che il libro sulle religioni. Ho perso giorni per capire come potesse Gazzoni affermare che la causa del contratto consiste anche nell'interesse perseguito dai contraenti, ma poi che la meritevolezza dell’interesse di cui all'articolo 1322 non ha nulla a che vedere con la causa. Giorni e giorni per leggere e capire il libro di Ferri su causa e tipo e molte altre letture. E sono sicuro che le 500 pagine di Ferri sono costate al suo autore molto più di quanto mi siano costate le 600 pagine del mio “Alla ricerca di Dio”. In effetti ho capito il motivo per cui il mondo è cosi complicato. Non per opera di Dio, ma dell’uomo, perché capire Dio, alla fine, è semplice; è capire il linguaggio umano che è difficile, e siccome è il diritto a regolare i rapporti tra gli uomini, e l’ultima parola in fatto di diritto ce l’ha la Cassazione, si spiega il caos in cui verte il nostro “Stato di diritto”. Dio, come scrive Neal Donald Walsch nel suo “Conversazioni con Dio” parla sempre, a tutti, e in modo semplice. La Cassazione parla in modo decisamente più complicato. Diceva Einstein, ad esempio, che le coincidenze sono Dio che ci parla in incognito e sono uno dei tanti modi in cui ci parla. Ma ce ne sono molti altri, di cui alcuni, alla mia età li riesco anche a decifrare. Ma ad oggi, il linguaggio della Cassazione mi è ancora oscuro e ci sono argomenti che, probabilmente capirò solo nelle prossime vite.
(Altalex, 14 febbraio 2017. Articolo di Paolo Franceschetti)

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