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Timestamp: 2018-10-18 22:17:05+00:00

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Observa ius: CASO ENGLARO: DEFINITIVA CONDANNA DELLA REGIONE AL RISARCIMENTO DEI DANNI PATRIMONIALI E NON, PER IL RIFIUTO DI ESEGUIRE IL GIUDICATO CIVILE PER MOTIVI DI "COSCIENZA"
CASO ENGLARO: DEFINITIVA CONDANNA DELLA REGIONE AL RISARCIMENTO DEI DANNI PATRIMONIALI E NON, PER IL RIFIUTO DI ESEGUIRE IL GIUDICATO CIVILE PER MOTIVI DI "COSCIENZA"
La Terza Sezione in sede giurisdizionale del Consiglio di Stato (Pres. Lipari - Est. Santoleri), con la sentenza n. 3058 pubblicata il 21 giugno 2017, ha pronunciato sentenza di condanna in via definitiva della Regione Lombardia al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali per il rifiuto opposto dall'Ente di dare esecuzione al giudicato civile che ha ordinato l'interruzione del trattamento di mantenimento in vita di Eluana Englaro anche, tra gli altri, per motivi di "coscienza".
Di grande rilievo, i principi di diritto affermati o ribaditi circa la natura "speciale" della responsabilità extracontrattuale da atto illegittimo della P.A. ed in tema di diritto assoluto della persona alla interruzione dei trattamenti terapeutici conseguenti al "consenso informato", già precisati dalla Corte Suprema di Cassazione con la sentenza 16 ottobre 2007 n. 21748.
Di seguito il testo integrale della pronuncia del Consiglio di Stato dello scorso 21 giugno.
"1. – Il presente giudizio di appello costituisce l’ultimo segmento di un’articolata vicenda sostanziale e processuale, culminata nelle due pronunce del TAR per la Lombardia, n. 214 del 26 gennaio 2009 e di questa Terza Sezione n. 4460 del 2014.
2. - Nell’impugnato provvedimento la Regione Lombardia, pur manifestando sentimenti di solidarietà e vicinanza al tutore per quanto stava accadendo alla sua famiglia, aveva respinto la richiesta del tutore, esponendo, fra l’altro, la seguente motivazione: “in quanto le strutture sanitarie sono deputate alla presa in carico diagnostico – assistenziale dei pazienti” e in tali strutture, hospice compresi, deve essere garantita l’assistenza di base che si sostanzia nella nutrizione, idratazione e accudimento delle persone e, in particolare, negli hospice possono essere accolti solo malati in fase terminale”.
3. - La nota aveva aggiunto che il personale sanitario il quale avesse proceduto, in una delle strutture del Servizio Sanitario, alla sospensione dell’idratazione e alimentazione artificiale sarebbe venuto meno ai propri obblighi professionali e di servizio, anche in considerazione del fatto che – a dire dell’amministrazione regionale - il provvedimento giurisdizionale, di cui si chiedeva l’esecuzione, non conteneva un obbligo formale di adempiere a carico di soggetti o enti individuati.
4. - Avverso tale determinazione aveva proposto ricorso avanti al T.A.R. Lombardia il predetto tutore, lamentando che il provvedimento impugnato sostanziasse un autentico “atto di ribellione” della Regione Lombardia al diritto, come sancito da un pronunciamento giurisdizionale, quale quello della Corte di Appello di Milano, sin dal 9.7.2008 esecutivo e ormai divenuto anche inoppugnabile, per essere stata respinta ogni impugnativa contro il medesimo, proposta tanto avanti alla Corte costituzionale quanto dinanzi alla Corte di Cassazione.
5. - La Regione Lombardia, quale ente istituzionalmente e costituzionalmente competente per i servizi sanitari, nonché per il coordinamento e la programmazione degli stessi, aveva la responsabilità di assicurare le cure e, dunque, anche l’eventuale interruzione delle stesse, in conformità dei pronunciamenti giudiziari, e ciò per la generalità degli assistiti che, come -OMISSIS-, erano in carico al Servizio Sanitario Regionale.
11. - Il T.A.R. per la Lombardia, quindi, con sentenza n. 214 del 26.1.2009, ha accolto il ricorso, disponendo l’annullamento del provvedimento impugnato.
13. - L’Amministrazione sanitaria regionale, conformandosi alla sentenza, avrebbe dovuto, in ossequio ai principi di legalità, buon andamento, imparzialità e correttezza, indicare la struttura sanitaria dotata dei requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi, tali da renderla “confacente” agli interventi e alle prestazioni strumentali all’esercizio della libertà costituzionale di rifiutare le cure, al fine di evitare all’ammalata o al tutore o curatore di lei, nel suo interesse, di indagare quale struttura sanitaria fosse meglio equipaggiata al riguardo.
15. - Tale sentenza del TAR è stata impugnata dalla Regione Lombardia dinanzi a questo Consiglio di Stato che, con la decisione n. 4460 del 2014, ha respinto l’appello, confermando, in toto, con un’ampia motivazione, la pronuncia di primo grado.
16. - Con successivo ricorso al TAR per la Lombardia, notificato in data 12 gennaio 2015 e depositato il 22 gennaio successivo, il ricorrente, nella qualità di erede e di congiunto della Signora -OMISSIS-, nonché, in proprio, quale tutore della stessa, ha chiesto la condanna della Regione Lombardia al risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, derivanti dagli atti annullati dalla citata sentenza del T.A.R. Lombardia, Milano, Sez. III, 26 gennaio 2009, n. 214, come confermata dal Consiglio di Stato, Sez. III, 2 settembre 2014, n. 4460, reiterando e precisando la domanda già proposta in quel giudizio e poi rinunciata.
17. - Si è costituita nel giudizio di primo grado la Regione Lombardia, che ha eccepito, preliminarmente, l’inammissibilità dell’azione risarcitoria già proposta e poi rinunciata; ha eccepito altresì – sempre in via preliminare - l’inammissibilità dell’azione risarcitoria per carenza di legittimazione attiva proposta dal ricorrente in qualità di tutore della figlia interdetta; ha quindi chiesto il rigetto dell’impugnativa per infondatezza.
18. - Con la sentenza di primo grado il TAR ha così statuito in punto di rito:
- ha respinto l’eccezione di inammissibilità del ricorso, a causa della preventiva rinunzia alla domanda risarcitoria;
- ha accolto l’eccezione di difetto di legittimazione attiva del ricorrente nella qualità di tutore della figlia.
- quanto al danno patrimoniale ha riconosciuto la somma complessiva di € 12.965,78, così ripartita: € 647,10 legati al costo del trasporto della persona assistita; € 470,00 quale retta per la degenza; € 11.848,68 per costi legati al piantonamento fisso, oltre agli interessi legali dal momento dell’esborso e fino alla data di pubblicazione della sentenza;
- quanto al danno non patrimoniale, ha riconosciuto a titolo ereditario la somma di € 60.000,00 complessivamente spettante alla totalità degli eredi, ridotta ad un terzo – e quindi a € 20.000,00 – a favore del Sig. -OMISSIS-, tenuto della mancata prova circa la sua condizione di unico erede (nel dispositivo tale somma viene invece quantificata in € 30.000,00);
- ha respinto la richiesta del danno morale soggettivo iure proprio, in mancanza della prova della sussistenza di una fattispecie di reato;
- ha accolto la richiesta di risarcire il danno da lesione parentale, ed ha quantificato la somma in € 100.000,00 oltre interessi e rivalutazione monetaria dalla data di proposizione del ricorso deciso con la propria sentenza n. 214 del 2009 fino al saldo.
19. - Con il ricorso in appello la Regione appellante ha censurato la sentenza, in relazione a molteplici profili di rito e di merito, chiedendone l’integrale riforma.
20. - L’appellato si è costituito in giudizio, spiegando anche appello incidentale avverso i capi di sentenza che lo hanno visto soccombente in primo grado.
21. - All’udienza pubblica del 6 aprile 2017 l’appello è stato trattenuto in decisione.
22. - Deve essere esaminata preliminarmente la prima doglianza dell’atto di appello, con la quale la Regione Lombardia ha dedotto l’erroneità, l’illogicità e la contraddittorietà, oltre che l’insufficienza della motivazione, della sentenza, nella parte in cui ha respinto l’eccezione di inammissibilità o improcedibilità del ricorso formulata in primo grado; ha dedotto, altresì, la violazione delle norme e della giurisprudenza in materia di rinuncia all’azione e del principio di certezza del diritto, oltre che la violazione dell’art. 30 c.p.a.
- la rinuncia alla domanda risarcitoria effettuata nel precedente giudizio impugnatorio costituirebbe rinunzia all’azione in senso sostanziale, incidendo sui diritti sottostanti, e dunque comporterebbe l’inammissibilità della riproposizione della domanda risarcitoria in un successivo giudizio;
- l’azione di condanna al risarcimento del danno, infatti, può essere proposta contestualmente all’azione di annullamento, o in via autonoma: nel caso di specie, il ricorrente avrebbe deciso di proporre le due domande congiuntamente ed avrebbe insistito, poi, per la sola domanda di annullamento, rinunciando, invece, a quella risarcitoria;
- l’art. 30 c.p.a. non consente la riproposizione della domanda ove già presentata, la norma infatti prevede le due modalità di proposizione in via alternativa e non cumulativa: essendo stata proposta 6 anni prima e poi rinunciata, la domanda risarcitoria non avrebbe potuto essere riproposta;
- erroneamente il primo giudice avrebbe richiamato la statuizione del giudice di appello non essendo coperta da giudicato, in quanto resa, incidentalmente, al solo fine della declaratoria della permanenza dell’interesse a ricorrere.
23. - La doglianza è infondata.
Occorre rilevare, poi, – in via generale – che la rinuncia alla domanda non va confusa con la rinuncia agli atti del giudizio: nel caso di rinuncia agli atti del giudizio si può parlare di estinzione del processo, cui consegue una pronuncia meramente processuale, potendo essere la domanda riproposta nel caso in cui siano ancora aperti i termini per far valere in giudizio la pretesa sostanziale; la rinuncia all'azione, invece, comporta una pronuncia con cui si prende atto di una volontà del ricorrente di rinunciare alla pretesa sostanziale dedotta in giudizio, con la conseguente inammissibilità di una riproposizione della domanda (cfr. Cons. Stato, VI, n. 1644/2003).
23.2 - Nel caso di specie, ritiene il Collegio che il TAR abbia qualificato correttamente la rinuncia alla domanda risarcitoria, in origine proposta cumulativamente insieme alla azione di annullamento, come mera rinunzia agli atti del giudizio, e non come rinunzia all’azione. Questa circostanza rende superfluo l’approfondimento della questione concernente la valenza di giudicato – contestata dall’appellante - attribuita all’analoga statuizione da parte del giudice di secondo grado.
23.3 - Né sussistono preclusioni nascenti dall’art. 30 c.p.a. e dal principio di alternatività, richiamato dalla difesa della Regione Lombardia, tenuto conto che il giudizio è iniziato nel 2009, e dunque è senz’altro anteriore all’entrata in vigore del codice del processo amministrativo, con la conseguenza che ad esso continua ad applicarsi il regime precedente, il quale consentiva certamente la riproposizione della domanda risarcitoria, entro il termine di prescrizione (cfr. Corte Costituzionale, 31/03/2015, n. 57; Cons. Stato A.P. 6/7/2015 n. 6).
24. - Con il secondo – articolato - motivo di appello principale la Regione Lombardia censura, nel merito, il capo di sentenza che ha riconosciuto la sussistenza dei presupposti per la responsabilità della P.A. da provvedimento illegittimo.
24.1 - La Regione critica – innanzitutto - l’inquadramento della fattispecie operata dal TAR: il riferimento alla natura “speciale” di responsabilità da attività illegittima della P.A., in quanto procedimentalizzata, non inquadrabile né nell’ambito di quella contrattuale né in quella extracontrattuale (pag. 8 della decisione impugnata), sarebbe errata e comunque minoritaria all’interno della giurisprudenza.
Secondo la Regione, il modello richiamato al TAR sarebbe, infatti, quello – inesatto - della responsabilità da “contatto sociale qualificato” tra l’amministrazione e il privato, laddove, invece, lo schema concettuale di responsabilità che viene in massima parte applicato nella giurisprudenza amministrativa è quello della responsabilità extracontrattuale.
24.2 - Sebbene possa convenirsi con la Regione Lombardia che, dopo l’entrata in vigore del codice del processo amministrativo, la giurisprudenza maggioritaria si sia assestata nel senso di inquadrare la responsabilità della P.A. nell’ambito della cornice interpretativa delineata dalla previsione recata dall’art. 2043 c.c., è opportuno comunque precisare che il richiamo operato dal TAR alla responsabilità “speciale” della P.A. si correla essenzialmente alla decisione della Sesta Sezione 4 maggio 2005 n. 1047, seguita poi dalle successive decisioni 27 giugno 2013 n. 3521 e 29 maggio 2014 n. 2792, anch’esse richiamate. Queste pronunce, peraltro, non si pongono affatto nel solco della tesi della responsabilità da “contatto sociale qualificato”, che finiva per ricondurre la responsabilità della P.A. nell’ambito di quella contrattuale, con tutte le conseguenze che tale inquadramento avrebbe comportato: riconoscibilità del risarcimento a prescindere dalla spettanza del bene della vita, inversione dell’onere della prova rispetto alla responsabilità aquiliana, non ristorabilità dei danni imprevedibili, se non in caso di dolo, termine di prescrizione decennale.
24.4 - Nel caso di specie, infatti, il primo giudice – dopo aver qualificato la responsabilità come “speciale” - si è poi mosso nel solco dei parametri propri della responsabilità extracontrattuale, individuando come elementi costitutivi della responsabilità della P.A., l’elemento oggettivo, l’elemento soggettivo, il nesso di causalità ed il danno ingiusto.
25. - Prima di procedere alla disamina delle doglianze proposte dalla Regione è opportuno richiamare i principi espressi dal TAR.
Né, a tal fine, si possono invocare motivi di coscienza, in quanto, come evidenziato dalla pronuncia del Consiglio di Stato (punto 55.6), <>”.
26. - Le doglianze dell’appellante principale si rivolgono essenzialmente contro i capi di sentenza che hanno statuito la sussistenza del dolo (negando anche la mera colpevolezza della condotta) e hanno riconosciuto la sussistenza del nesso causale.
- la notevole complessità della questione;
- l’assenza di una specifica regolamentazione legislativa (sfociata nell’avvio del procedimento penale a carico degli operatori che avevano eseguito il distacco del sondino);
- l’elevata discrezionalità tecnica dell’attività della P.A.;
- l’esistenza di contrasti giudiziari, giuridici e scientifici sulla questione;
- la mancata indicazione nella decisione della Corte di Appello di Milano di oneri o di adempimenti a carico del SSR/SSN derivanti dall’attuazione del decreto.
27. - Con riferimento alla specifica imputazione della condotta come dolosa, l’appellante ha dedotto la mancata allegazione di prove idonee a qualificare il comportamento degli uffici regionali come diretto a nuocere intenzionalmente, precisando che non sarebbe configurabile neppure la colpevolezza della condotta, per le ragioni in precedenza espresse. In tal senso non potrebbero rilevare le esternazioni rese, in merito alla vicenda, dall’allora Presidente della Regione, trattandosi di un soggetto titolare di un ruolo essenzialmente politico, che non si identifica con le distinte funzioni attribuite all’apparato amministrativo che ha emesso l’atto causativo di danno.
28. - La tesi della Regione, benché articolata con approfonditi argomenti, non può essere condivisa.
“Occorre premettere che il consenso informato costituisce, di norma, legittimazione e fondamento del trattamento sanitario: senza il consenso informato l'intervento del medico è sicuramente illecito, anche quando è nell'interesse del paziente; la pratica del consenso libero e informato rappresenta una forma di rispetto per la libertà dell'individuo e un mezzo per il perseguimento dei suoi migliori interessi.
Il principio del consenso informato - il quale esprime una scelta di valore nel modo di concepire il rapporto tra medico e paziente, nel senso che detto rapporto appare fondato prima sui diritti del paziente e sulla sua libertà di autodeterminazione terapeutica che sui doveri del medico - ha un sicuro fondamento nelle norme della Costituzione: nell'art. 2, che tutela e promuove i diritti fondamentali della persona umana, della sua identità e dignità nell'art. 13, che proclama l'inviolabilità della libertà personale, nella quale "è postulata la sfera di esplicazione del potere della persona di disporre del proprio corpo" (Corte cost., sentenza n. 471 del 1990); e nell'art. 32, che tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo, oltre che come interesse della collettività, e prevede la possibilità di trattamenti sanitari obbligatori, ma li assoggetta ad una riserva di legge, qualificata dal necessario rispetto della persona umana e ulteriormente specificata con l'esigenza che si prevedano ad opera del legislatore tutte le cautele preventive possibili, atte ad evitare il rischio di complicanze.
Nella legislazione ordinaria, il principio del consenso informato alla base del rapporto tra medico e paziente è enunciato in numerose leggi speciali, a partire dalla legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale (L. 23 dicembre 1978, n. 833), la quale, dopo avere premesso, all'art. 1, che "La tutela della salute fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana", sancisce, all'art. 33, il carattere di norma volontario degli accertamenti e dei trattamenti sanitari.
Nel codice di deontologia medica del 2006 si ribadisce (art. 35) che "Il medico non deve intraprendere attività diagnostica e/o terapeutica senza l'acquisizione del consenso esplicito e informato del paziente".
Ciò è conforme al principio personalistico che anima la nostra Costituzione, la quale vede nella persona umana un valore etico in sé, vieta ogni strumentalizzazione della medesima per alcun fine eteronomo ed assorbente, concepisce l'intervento solidaristico e sociale in funzione della persona e del suo sviluppo e non viceversa, e guarda al limite del "rispetto della persona umana" in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi momento della sua vita e nell'integralità della sua persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive.
Lo si ricava dallo stesso testo dell'art. 32 Cost., per il quale i trattamenti sanitari sono obbligatori nei soli casi espressamente previsti dalla legge, sempre che il provvedimento che li impone sia volto ad impedire che la salute del singolo possa arrecare danno alla salute degli altri e che l'intervento previsto non danneggi, ma sia anzi utile alla salute di chi vi è sottoposto (Corte cost., sentenze n. 258 del 1994 e n. 118 del 1996).
il diritto di perdere la salute, di ammalarsi, di non curarsi, di vivere le fasi finali della propria esistenza secondo canoni di dignità umana propri dell'interessato, finanche di lasciarsi morire.
Il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, non può essere scambiato per un'ipotesi di eutanasia, ossia per un comportamento che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, esprimendo piuttosto tale rifiuto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale. E d'altra parte occorre ribadire che la responsabilità del medico per omessa cura sussiste in quanto esista per il medesimo l'obbligo giuridico di praticare o continuare la terapia e cessa quando tale obbligo viene meno: e l'obbligo, fondandosi sul consenso del malato, cessa - insorgendo il dovere giuridico del medico di rispettare la volontà del paziente contraria alle cure - quando il consenso viene meno in seguito al rifiuto delle terapie da parte di costui.
Tale orientamento, prevalente negli indirizzi della dottrina, anche costituzionalistica, è già presente nella giurisprudenza di questa Corte. La sentenza della 1^ Sezione penale 29 maggio 2002 - 11 luglio 2002 afferma che, "in presenza di una determinazione autentica e genuina" dell'interessato nel senso del rifiuto della cura, il medico "non può che fermarsi, ancorché l'omissione dell'intervento terapeutico possa cagionare il pericolo di un aggravamento dello stato di salute dell'infermo e, persino, la sua morte". Si tratta evidentemente - si precisa nella citata pronuncia - di ipotesi estreme, "che nella pratica raramente è dato di registrare, se non altro perché chi versa in pericolo di vita o di danno grave alla persona, a causa dell'inevitabile turbamento della coscienza generato dalla malattia, difficilmente è in grado di manifestare liberamente il suo intendimento": "ma se così non è, il medico che abbia adempiuto il suo obbligo morale e professionale di mettere in grado il paziente di compiere la sua scelta e abbia verificato la libertà della scelta medesima, non può essere chiamato a rispondere di nulla, giacché di fronte ad un comportamento nel quale si manifesta l'esercizio di un vero e proprio diritto, la sua astensione da qualsiasi iniziativa di segno contrario diviene doverosa, potendo, diversamente, configurarsi a suo carico persino gli estremi di un reato".
“La soluzione, tratta dai principi costituzionali, relativa al rifiuto di cure ed al dovere del medico di astenersi da ogni attività diagnostica o terapeutica se manchi il consenso del paziente, anche se tale astensione possa provocare la morte, trova conferma nelle prescrizioni del codice di deontologia medica: ai sensi del citato art. 35, "in presenza di documentato rifiuto di persona capace", il medico deve "in ogni caso" "desistere dai conseguenti atti diagnostici e/o curativi, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona".
La tragicità estrema di tale stato patologico - che è parte costitutiva della biografia del malato e che nulla toglie alla sua dignità di essere umano - non giustifica in alcun modo un affievolimento delle cure e del sostegno solidale, che il Servizio sanitario deve continuare ad offrire e che il malato, al pari di ogni altro appartenente al consorzio umano, ha diritto di pretendere fino al sopraggiungere della morte”.
Aggiunge poi la Corte di Cassazione: “Ma - accanto a chi ritiene che sia nel proprio miglior interesse essere tenuto in vita artificialmente il più a lungo possibile, anche privo di coscienza - c'è chi, legando indissolubilmente la propria dignità alla vita di esperienza e questa alla coscienza, ritiene che sia assolutamente contrario ai propri convincimenti sopravvivere indefinitamente in una condizione di vita priva della percezione del mondo esterno.
Uno Stato, come il nostro, organizzato, per fondamentali scelte vergate nella Carta costituzionale, sul pluralismo dei valori, e che mette al centro del rapporto tra paziente e medico il principio di autodeterminazione e la libertà di scelta, non può che rispettare anche quest'ultima scelta”.
“Non v'è dubbio che l'idratazione e l'alimentazione artificiali con sondino nasogastrico costituiscono un trattamento sanitario. Esse, infatti, integrano un trattamento che sottende un sapere scientifico, che è posto in essere da medici, anche se poi proseguito da non medici, e consiste nella somministrazione di preparati come composto chimico implicanti procedure tecnologiche”.
29. - Questo lungo richiamo alle statuizioni contenute nella sentenza della Prima Sezione della Corte di Cassazione del 16 ottobre 2007 n. 21748 è necessario – e determinante - per valutare l’elemento psicologico dell’illecito, alla luce delle doglianze proposte dalla Regione Lombardia, dirette a confutare non soltanto il dolo, ma anche la colpa, in considerazione dell’asserita scusabilità dell’errore.
30. - Questa Sezione ha rilevato che il diritto di rifiutare le cure, riconosciuto ad -OMISSIS- dalla Corte di Cassazione, e, in sede di rinvio, dalla Corte di Appello di Milano, è un diritto di libertà assoluto, efficace erga omnes. Pertanto, si tratta di una posizione giuridica che può essere fatta valere nei confronti di chiunque intrattenga il rapporto di cura con la persona, sia nell’ambito di strutture sanitarie pubbliche che di soggetti privati.
Sicché, all’epoca del provvedimento di rifiuto, secondo parametri di ordinaria diligenza non poteva ragionevolmente porsi in dubbio l’obbligo della Regione – che aveva già in cura la persona assistita da ben 17 anni – di adottare, tramite le proprie strutture, le misure corrispondenti al consenso informato espresso dalla persona, come definite dalle pronunce del giudice civile, che aveva accertato – con decisione passata in giudicato - l’esistenza di una idonea e valida manifestazione di volontà in tal senso.
È sufficiente rilevare che le ragioni indicate nell’atto non si riducono ad una frontale e apodittica volontà di non adempiere, ma esprimono, comunque, l’asserita – per quanto infondata - convinzione dell’assenza di un puntuale obbligo di esecuzione.
31. - La sentenza del TAR merita di essere confermata anche nella parte in cui ha riconosciuto l’esistenza del nesso causale tra il rifiuto regionale e il pregiudizio subito dagli interessati: infatti, l’atto amministrativo illegittimo ha leso la posizione giuridica di cui era portatrice -OMISSIS-, rappresentata dal tutore, negandole il bene della vita che le era stato riconosciuto in sede giurisdizionale, costituito dal suo diritto a rifiutare le cure, espressione, a sua volta, del fondamentale diritto di libertà di autodeterminazione terapeutica, accertato con efficacia di giudicato. L’illegittimo rifiuto della Regione, ha comportato, inoltre, la violazione del suo diritto all’effettività della tutela giurisdizionale.
33. - Con riferimento alla spese di trasporto la Regione ha dedotto che sono in genere a carico del persona assistita le spese per i trasferimenti: la struttura dove si trovava -OMISSIS- aveva già rifiutato di eseguire la prestazione e quindi la persona avrebbe dovuto essere comunque trasferita.
34. - La censura non può essere condivisa.
35. - La Regione censura, inoltre, il capo di sentenza che ha riconosciuto il risarcimento delle spese relative al piantonamento fisso presso la struttura nella quale la persona assistita era stata ricoverata, e presso cui è poi deceduta il 9 febbraio 2009.
36. - L’accertamento del nesso di causalità immediata e diretta ai sensi degli artt. 1223 e 2056 c.c. con riferimento a tale voce di danno postula l’inquadramento della problematica con riferimento ai casi in cui vengano in rilievo le c.d. “catene causali”, in cui – cioè – non vi è un unico fatto causativo del danno, ma dal fatto originario si innestano successivi fatti che possono aver concorso anch’essi, in varia misura, alla verificazione dell’evento dannoso.
da ritenersi imputabile alla stessa Regione - l’organizzazione di manifestazioni, i sit-in sotto la clinica, la presenza di telecamere e di giornalisti, la possibile presenza di facinorosi infiltratisi tra i semplici e pacifici manifestanti, con il conseguente rischio di lesione del diritto al rispetto della dignità umana della persona assistita ormai prossima alla fine della propria esistenza, potesse ritenersi un evento del tutto imprevedibile, con la conseguente interruzione del nesso causale tra l’adozione e successiva divulgazione del provvedimento impugnato, e l’adozione da parte del ricorrente in primo grado di misure eccezionali, quali il piantonamento fisso dinanzi alla struttura ove era ricoverata la figlia, nonostante la vigilanza prestata dalla Forze dell’Ordine, al fine di garantirle il dovuto rispetto.
37. - Ritiene il Collegio, sulla base del principio del più probabile che non, che tale clamore mediatico con i connessi riflessi incidenti sul rispetto della dignità della persona gravemente malata – tenuto conto del tenore del provvedimento e della sua pubblicizzazione presso la stampa – non presentino quegli elementi di straordinarietà ed imprevedibilità che, secondo la giurisprudenza, comportano l’interruzione del nesso eziologico: ne consegue che, anche per quanto concerne il danno derivante dalle spese di piantonamento sussiste il nesso casuale ai sensi degli art. 1223 e 2056 c.c.
38 - Deve essere ora esaminato l’appello principale relativo al capo di sentenza con il quale il TAR ha accolto la domanda risarcitoria proposta iure hereditatis dal ricorrente in primo grado, condannando la Regione Lombardia a corrispondergli la somma di € 20.000,00.
39. - La doglianza non può essere condivisa.
Secondo il costante orientamento della giurisprudenza, il giudice dispone del potere di interpretazione sostanziale della domanda, potendo accertare la "reale volontà della parte avuto riguardo alla finalità perseguita, quale emergente non solo in modo formale dalla formulazione letterale delle conclusioni assunte nell'atto introduttivo, ma anche implicitamente ed indirettamente dall'intero contenuto dell'atto che la contiene e dallo scopo pratico perseguito dall'istante nel ricorrere all'autorità giudiziaria" (ex multis Cass. n. 5743/2008, Cass. n. 3041/2007, Cass. n. 8107/2006, Cass. n. 18653/2004, Cass. Sez. Un. n. 10840/2003, Cass. n. 11861/1999).
40. - La Regione, in ogni caso, contesta, nel merito, la pronuncia riguardante il diritto al risarcimento del danno, spettante, iure hereditatis, al Sig. -OMISSIS-.
41. - Nel ricorso in appello la Regione ha dedotto che:
- la natura giuridica della responsabilità civile è essenzialmente riparatoria;
- se il danno non è più riparabile, perché è intervenuto il decesso del danneggiato, la responsabilità si estingue e la pretesa risarcitoria non può essere trasmessa agli eredi (cfr. Cass. SS.UU., 22/07/2015, n. 15350);
- la risarcibilità del danno iure hereditatis presuppone la “lucidità” della vittima: la giurisprudenza civile esclude la risarcibilità del danno quando il danneggiato si trova in stato di coma, o non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso.
- la decisione della Corte di Appello non avrebbe indicato espressamente alcun onere in capo al servizio sanitario regionale;
- la decisione del padre/tutore di trasferire la figlia a distanza di pochi giorni dalla sentenza del TAR avrebbe impedito alla Regione di determinarsi;
- la complessità della situazione sarebbe stata tale da escludere l’imputabilità della condotta in capo alla Regione.
41.1 - Questo capo di sentenza è oggetto anche dell’appello incidentale del Sig. -OMISSIS-, relativamente alla parte relativa alla quantificazione del risarcimento del danno: l’appellante incidentale ha concluso chiedendo la condanna della Regione Lombardia al pagamento della somma di € 100.000,00 a titolo di danno iure hereditatis.
42. - La doglianza prospettata con l’appello principale non può essere condivisa.
Nella richiamata decisione delle Sezioni Unite n. 15350/2015 ricorda la Corte di Cassazione che il danno da perdita della vita è indicato talvolta come "danno biologico terminale" (Cass. n. 11169 del 1994, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 1704 del 1997, n. 24 del 2002, n. 3728 del 2002, n. 7632 del 2003, n 9620 del 2003, n. 11003 del 2003, n. 18305 del 2003, n. 4754 del 2004, n. 3549 del 2004, n. 1877 del 2006, n. 9959 del 2006, n. 18163 del 2007, n. 21976 del 2007, n. 1072 del 2011), e, talvolta, invece, è classificato come danno "catastrofale" (con riferimento alla sofferenza provata dalla vittima nella cosciente attesa della morte seguita dopo apprezzabile lasso di tempo dalle lesioni). Il danno "catastrofale", inoltre, per alcune decisioni, ha natura di danno morale soggettivo (Cass. n. 28423 del 2008, n. 3357 del 2010, n. 8630 del 2010, n. 13672 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 19133 del 2011, n. 7126 del 2013, n. 13537 del 2014) e per altre, di danno biologico psichico (Cass. n. 4783 del 2001, n. 3260 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 1072 del 2011).
Nel caso di morte cagionata da atto illecito, il danno che ne consegue è rappresentato dalla perdita del bene giuridico "vita" che costituisce bene autonomo, fruibile solo in natura da parte del titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente (Cass. n. 1633 del 2000; n. 7632 del 2003; n. 12253 del 2007). La morte, quindi, non rappresenta la massima offesa possibile del diverso bene "salute", pregiudicato dalla lesione dalla quale sia derivata la morte, diverse essendo, ovviamente, le perdite di natura patrimoniale o non patrimoniale che dalla morte possono derivare ai congiunti della vittima, in quanto tali e non in quanto eredi (Corte cost. n. 372 del 1994; Cass. n. 4991 del 1996; n. 1704 del 1997; n. 3592 del 1997; n. 5136 del 1998; n. 6404 del 1998; n. 12083 del 1998, n. 491 del 1999, n. 2134 del 2000; n. 517 del 2006, n. 6946 del 2007, n. 12253 del 2007). E poichè una perdita, per rappresentare un danno risarcibile, è necessario che sia rapportata a un soggetto che sia legittimato a far valere il credito risarcitorio, nel caso di morte verificatasi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, l'irrisarcibilità deriva dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito, ovvero dalla mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo (Cass. n. 4991 del 1996).
43. - Sempre mutuato dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione è l’ulteriore argomento richiamato dalla difesa della Regione, e relativo alla piena coscienza del danneggiato: ha rilevato la difesa dell’appellante principale che sussisterebbe la risarcibilità del danno iure hereditatis solo quando la vittima sia stata effettivamente in condizione di percepire il proprio stato, lucidamente assistendo agli eventi, dovendosi invece escludere la risarcibilità del danno quando il danneggiato si trovava in stato di coma e non era rimasto lucido nella fase che precede il decesso (cfr. Cass. Sez. III 28/11/2008 n. 28423).
44. - I principi giurisprudenziali richiamati dalla Regione riguardano, entrambi, il fatto illecito che ha leso l’integrità fisica del danneggiato, e ha determinato, in seguito la morte della vittima, ed investe la pretesa risarcitoria iure hereditatis di tale danno da parte di un familiare.
Si tratta, però, di una situazione del tutto differente da quella oggetto del presente giudizio, nella quale il danno arrecato ad -OMISSIS- – del quale il Sig. -OMISSIS- chiede il ristoro iure hereditatis - non investe la lesione della sua integrità fisica, seguita poi dalla morte. Nella vicenda in esame il pregiudizio deriva, invece, non dalla perdita del diritto alla vita, ma dalla violazione del suo diverso diritto all’autodeterminazione terapeutica e all’effettività della tutela giurisdizionale.
45. - Il richiamo alla giurisprudenza della Corte di Cassazione sulla irrisarcibilità iure hereditatis del danno da morte immediata conseguente a lesioni è del tutto inconferente, e comunque neppure può utilizzarsi nel caso di specie la logica sulla quale si fonda tale giurisprudenza, atteso che dopo il giudicato la persona – rappresentata dal suo tutore e dal curatore speciale - aveva acquistato il diritto a disporre della propria vita e di tale diritto è rimasta titolare per un apprezzabile intervallo di tempo.
46. - Né può ritenersi ostativa al riconoscimento del danno la condizione della persona assistita che, versando nello stato vegetativo, non disponeva della c.d. “lucida coscienza”, perché nel caso di specie non viene in rilievo il ristoro di un danno da sofferenza psichica che presuppone – appunto - la consapevolezza della sofferenza, e quindi la c.d. “lucida coscienza”: il danno subito dalla persona deriva dal mancato rispetto della sua libertà di autodeterminazione, del quale ha ottenuto il riconoscimento dopo un lungo iter processuale, avvalendosi del proprio tutore e di un curatore speciale, che l’hanno rappresentata in giudizio.
47. - Infine, la responsabilità derivante dalla violazione del principio di autodeterminazione terapeutica trova costante applicazione nella giurisprudenza della Corte di Cassazione: persistono dubbi solo sulla risarcibilità della mera lesione del principio dell’autodeterminazione a prescindere dagli esiti del trattamento sanitario, ovvero dalla riconoscibilità del diritto al risarcimento solo ove alla violazione di tale diritto sia conseguito un danno alla persona (cfr. Cass. 9/2/2010 n. 2847; Cass. 10/3/2010 n. 6045; Cass. 8/5/2015 n. 9331) (cfr. in generale sul danno non patrimoniale da lesione del diritto all’autodeterminazione al trattamento sanitario anche Cass. Sez. III 20/4/2016 n. 7766).
48. - Residua la disamina della censura sollevata dall’appello incidentale e relativa alla quantificazione del danno liquidato al ricorrente in primo grado a titolo di danno non patrimoniale iure hereditatis.
Ritiene il Collegio che il danno più grave in questa vicenda l’abbia subito la stessa Sig.ra -OMISSIS-, la quale, a causa del provvedimento adottato dalla Regione, ha subito la violazione del proprio diritto - di valenza costituzionale e coperto dal giudicato - all’autodeterminazione in materia di cure; a causa di tale atto la persona ha subito – contro la sua volontà – il non voluto prolungamento della sua condizione, essendo stata calpestata la sua determinazione di rifiutare una condizione di vita ritenuta non dignitosa, in base alla libera valutazione da essa compiuta.
49. - Ritiene quindi il Collegio di dover rideterminare il quantum , liquidando la somma di € 100.000 a titolo di danno non patrimoniale iure hereditatis a favore dell’appellante incidentale.
50. - Deve essere ora esaminato l’appello principale avverso il capo di sentenza che ha accolto la domanda risarcitoria proposta dal ricorrente in primo grado iure proprio, liquidandogli la somma di € 100.000,00 a titolo di danno non patrimoniale, per lesione alle relazioni familiari e al rapporto parentale. Al riguardo, la Sezione osserva preliminarmente che non forma oggetto di appello la questione riguardante la legittimazione ad agire – davanti al giudice amministrativo – del soggetto che lamenti il danno correlato alla lesione del diritto alla integrità delle relazioni familiari, provocato da un provvedimento illegittimo destinato a produrre effetti giuridici diretti nella sfera patrimoniale di un prossimo congiunto. Pertanto, su tale punto si è formato un giudicato (implicito) che non potrebbe essere rimesso in discussione d’ufficio dal giudice.
51. - Con riferimento a tale domanda il TAR ha ritenuto che “si tratta di un pregiudizio a diritti fondamentali che trovano la loro fonte diretta nella Costituzione, atteso che nell’art. 2059 c.c. trova adeguata collocazione anche la tutela riconosciuta ai soggetti che abbiano visto lesi i diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost) (sent. n. 8827 e 8828 del 2003), concernenti la fattispecie del danno da perdita o compromissione del rapporto parentale nel caso di morte o di procurata grave invalidità del congiunto) (Cass. SS.UU., 11 novembre 2008 n. 26972)”.
52. - Nel ricorso in appello la Regione Lombardia ha innanzitutto richiamato la decisione delle Sezioni Unite dell’11 novembre 2008 n. 26792, sull’unicità del danno non patrimoniale, nella quale è stato precisato che le varie categorie di danno enucleate dalla giurisprudenza sono utilizzabili solo a fini descrittivi; ha poi ribadito che il danno conseguenza può essere riconosciuto solo ove allegato e provato.
In tema di danni da lesioni derivanti da fatto illecito, è stato pertanto ritenuto che, ove il danneggiato abbia allegato sia il fatto base della normale e pacifica convivenza del proprio nucleo familiare, sia che le gravi lesioni subite dal proprio congiunto all’esito del fatto - evento lesivo hanno comportato una sofferenza interiore tale da determinare un’alterazione del proprio relazionarsi con il mondo esterno, inducendolo a scelte di vita diverse, incombe al danneggiante dare la prova contraria idonea a vincere la presunzione della sofferenza interiore, così come dello “sconvolgimento esistenziale” riverberante anche in obiettivi e radicali scelte di vita diverse che, dalla perdita o anche dalla lesione del rapporto parentale, secondo l’id quod plerumque accidit per lo stretto congiunto normalmente discendono (Cass. SS.UU. 11/11/2008 n. 26972; Cass. SS.UU. 1276/2006 n. 13546).
54. - Svolte queste premesse, occorre considerare che la situazione che ricorre nel caso di specie è del tutto peculiare – in quanto la gravissima condizione di salute della persona e la successiva morte -, non costituiscono certamente l’effetto della condotta della Regione Lombardia: occorre dunque qualificare, in questo specifico e particolare caso, come può atteggiarsi il danno da lesione del rapporto parentale.
Come già detto, il danno in questione è di natura esistenziale e riguarda lo sconvolgimento delle abitudini di vita, l’alterazione del modo di relazionarsi del soggetto sia all’interno del nucleo familiare che all’esterno di esso, nell’ambito dei comuni rapporti della vita di relazione (Cass. 12/6/2006 n. 13546). Tale danno non può considerarsi in re ipsa ma richiede, secondo il principio della domanda e la regola generale dell’art. 2697 c.c., l’allegazione precisa e circostanziata, dello sconvolgimento di vita patito e delle sue specifiche e concrete estrinsecazioni, non potendo invero risolversi in mere enunciazioni di carattere del tutto generico e astratto, eventuale ed ipotetico (cfr. Cass. Sez. III 3/10/2013 n. 22585; 25/9/2012 n. 16255).
55. - Sotto l’aspetto causale, non vi è dubbio che il provvedimento della Regione Lombardia di rifiuto di provvedere alla adozione delle prestazioni richieste dalla persona interessata abbia comportato cambiamenti nelle abitudini di vita del ricorrente in primo grado e nel suo rapporto con la figlia: ha costretto, infatti, il padre-tutore ad attivarsi per trovare una struttura esterna alla regione Lombardia ove trasferire la figlia e a disporre poi il suo trasferimento in Friuli Venezia Giulia; gli ha impedito di dare pronta attuazione alla sua volontà nel rispetto della necessaria riservatezza che la delicatezza della situazione imponeva; ha comportato il turbamento del suo stato d’animo, provocandogli il patema d’animo a causa delle ulteriori difficoltà frappostesi, nonostante il lunghissimo iter processuale ormai conclusosi, allontanando nel tempo e complicando ulteriormente la realizzazione della volontà della figlia; ha leso il suo diritto ad affrontare il momento più doloroso del suo distacco da lei in modo intimo, riservato, in piena adesione con i principi da lei espressi e rivendicati in sede giurisdizionale per far rispettare la sua volontà, senza dover subire il giudizio negativo degli altri.
56. - Ritiene però il Collegio che, conformemente a quanto dedotto dalla Regione appellante, la quantificazione di tale danno operata dal primo giudice non possa essere condivisa, in quanto il danno subito dal Sig. -OMISSIS- – per quanto connotato da gravità e quindi risarcibile - non può superare quello patito dalla figlia, poiché ciò che è stato leso in via primaria è il suo diritto all’autodeterminazione, unitamente al diritto all’effettività della tutela giurisdizionale.
57. - Deve essere ora esaminato il primo motivo dell’appello incidentale, con il quale viene lamentata l’erroneità della sentenza di primo grado, che ha ritenuto inammissibile l’azione risarcitoria proposta in qualità di tutore della figlia in quanto carente della legittimazione ad agire.
58. - L’appellante incidentale rileva che il TAR avrebbe male interpretato la sua azione, in quanto diretta ad ottenere il ristoro del danno patito da lui stesso nello svolgimento delle funzioni di tutore, tenuto conto di tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare per dare esecuzione alla volontà della figlia a causa del provvedimento regionale e della sua divulgazione. Ha rilevato, infatti, che la Regione oltre a rifiutarsi di dare esecuzione al giudicato, ha diffuso mediaticamente il suo provvedimento nel quale paventava possibili responsabilità da parte del personale sanitario che avesse provveduto alla sospensione del trattamento sanitario in atto, circostanza – quest’ultima – che avrebbe reso oltremodo difficoltoso reperire una struttura sanitaria disponibile a prestare la propria attività professionale per dare esecuzione al decreto della Corte di Appello di Milano.
59. - Ritiene il Collegio condivisibile tale prospettazione: erroneamente il TAR ha interpretato la sua domanda come diretta ad ottenere il ristoro del danno subito dall’incapace, laddove, invece, egli intendeva conseguire il risarcimento del danno da lui stesso patito per il compimento del suo ufficio di diritto privato, a causa del rifiuto di collaborazione prestato dalla Regione.
60. - Con il secondo motivo, l’appellante incidentale censura il capo di sentenza che ha respinto la sua domanda diretta ad ottenere il risarcimento del danno morale soggettivo.
- il ricorrente non aveva ancorato tale voce di danno ad una neppure ipotetica illeceità penale direttamente collegata all’adozione del provvedimento impugnato;
- l’illiceità è stata correlata all’attività o ai comportamenti di alcuni organi regionali o di altri soggetti, anche estranei all’apparato regionale, svolgenti attività di indirizzo politico, che hanno svolto una campagna diffamatoria nei suoi confronti;
- mancava il nesso causale tra l’atto regionale e tali danni, il cui ristoro avrebbe dovuto essere richiesto in un autonomo giudizio civile proposto nei confronti di tali soggetti.
61. - Avverso tale statuizione ha dedotto l’appellante incidentale che il primo giudice avrebbe trascurato di considerare la gravissima lesione del suo onore, della sua reputazione, identità ed immagine di padre e di tutore della signora -OMISSIS-, essendo stato indicato come “complice di un omicidio”.
62. - La censura non può essere condivisa.
63. - Con il terzo motivo di appello incidentale lamenta l’appellante l’erroneità del quantum liquidato.
64. - In conclusione, per i suesposti motivi, vanno respinti sia l’appello principale che quello incidentale, tenuto conto che l’importo complessivo del risarcimento del danno non muta ed è pari alla somma complessiva di € 132.965,78, oltre accessori, di cui € 12.965,78 a titolo di danno patrimoniale (oltre agli interessi legali dal momento dell’esborso e fino alla data di pubblicazione della sentenza) e di € 120.000,00 a titolo di danno non patrimoniale con l’aggiunta di interessi e rivalutazione nei termini indicati dal TAR.
65. - Le spese del presente giudizio devono essere poste a carico della Regione Lombardia, alla luce del criterio della complessiva soccombenza, e sono liquidate in dispositivo.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull'appello principale e sull’appello incidentale, come in epigrafe proposti,
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art.22, comma 8 D.lg.s. 196/2003, manda alla Segreteria di procedere, in qualsiasi ipotesi di diffusione del presente provvedimento, all'oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi dato idoneo a rivelare lo stato di salute delle parti o di persone comunque ivi citate."
Sentenza del Consiglio di Stato 21 giugno 2017 n. 11729
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 art. 35
e contrario
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 art. 1223
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 Cass. Sez. 
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