Source: http://briguglio.asgi.it/immigrazione-e-asilo/2000/gennaio/asgi-1-2000.html
Timestamp: 2018-11-21 04:32:57+00:00

Document:
POLITICHE LEGISLATIVE n. 1/2000
1.	Una circolare del Ministero dell'Interno anticipa i contenuti del DPCM che dispone la proroga fino al 30 giugno 2000 delle misure di protezione temporanea per i rifugiati dalla Repubblica Federale di Jugoslavia (Kosovo). Resta irrisolta la posizione dei richiedenti asilo giunti in Italia prima del 26 marzo 1999 cui viene negato il riconoscimento dello status convenzionale di rifugiato. Annunciato un programma di assistenza al rimpatrio nel periodo estivo, preceduto da una campagna informativa.
In attesa che venga pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l'apposito Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, varato con ritardo per gli effetti della crisi di governo e del successivo esame da parte della Corte dei Conti, il Ministero dell'Interno ha diramato ai primi di gennaio una circolare amministrativa volta ad evitare un vacuum nella condizione giuridica dei rifugiati dalla Repubblica Federale di Jugoslavia (Kosovo) titolari della protezione umanitaria introdotta dal DPCM del 12.05.1999. Per mezzo di tale circolare vengono anticipati i contenuti del decreto di prossima pubblicazione e si dispone alle questure di provvedere fin d'ora alla loro attuazione. Viene così disposta la proroga del termine della protezione temporanea, scaduto il 31.12.1999, fino al 30 giugno 2000, ad esclusivo beneficio dei destinatari delle misure introdotte con il DPCM del 12.05.1999 tuttora presenti in Italia ed in possesso dei relativi permessi di soggiorno, cui dunque si deve provvedere al rinnovo. Conseguentemente al rinnovo del permesso di soggiorno, il titolare della protezione umanitaria potrà continuare a beneficiare delle misure di accoglienza ed assistenza, anche sanitaria, previste dal DPCM dd. 12.05.1999.
La decisione di prorogare il regime di protezione umanitaria per i rifugiati provenienti dalla Repubblica Federale di Jugoslavia giunti in relazione al conflitto bellico in Kosovo appare coerente con le direttive e le raccomandazioni espresse dagli organismi internazionali, primo fra tutti l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (in proposito, UNHCR, Kosovo Albanians in Asylum Countries. UNHCR Recommendations as regards Return, Ginevra, 1 ottobre, 1999) che avevano sottolineato come la ricostruzione in Kosovo si sia appena avviata e che una buona parte delle famiglie al di fuori della capitale Pristina sia costretta a trascorrere l'inverno nelle tende o in abitazioni solo parzialmente ricostruite.
Rimangono intatte, tuttavia, le preoccupazioni e le perplessità riguardo al trattamento riservato ai richiedenti asilo kosovari che non avevano potuto accedere a suo tempo alle misure di protezione temporanea, in genere perché entrati in Italia prima del 26 marzo 1999, in relazione ad alcune prassi adottate nelle ultime settimane da diverse questure italiane così come dalla Commissione Centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato. Ci si riferisce al rifiuto della Commissione centrale, nel momento del diniego del riconoscimento dello status di rifugiato, a raccomandare come era invece prassi, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari (ex art. 5 comma 6 della legge n. 40/98). Ciò che è più grave ancora è che, in taluni casi, alcune questure hanno emanato un provvedimento di espulsione contestualmente alla notifica del diniego del riconoscimento dello status di rifugiato, privo della suddetta raccomandazione, senza quindi nemmeno attendere la scadenza dei termini previsti per il ricorso al TAR (60 giorni).
L'atteggiamento della Commissione centrale di non raccomandare più l'applicazione della "clausola umanitaria", congiuntamente a quello di alcune questure di espellere i richiedenti asilo al momento della notifica del diniego, prima dello scadere dei termini per l'eventuale ricorso al TAR o, eventualmente, anche successivamente, nelle more del giudizio dell'organo giurisdizionale, appaiono inconciliabili con le regole consacrate in sede internazionale in merito al rispetto del principio di "non-refoulement", nonché con quelle riferite al diritto d'asilo costituzionale, almeno rispetto a richiedenti asilo che possano temere un rischio di essere sottoposti a trattamenti inumani o degradanti in caso di espulsione ovvero nel paese di origine non possano godere dell'effettivo esercizio delle libertà democratiche.
Nel caso specifico dei cittadini kosovari che non hanno potuto accedere alla protezione umanitaria per il solo dato temporale dell'ingresso sul territorio italiano prima del 26 marzo 1999, e che, congiuntamente al diniego al riconoscimento dello status di rifugiato, vengono invitati a rimpatriare, ciò che si lamenta è innanzitutto un'irragionevole disparità di trattamento rispetto alle motivazioni sostanziali per cui la protezione temporanea viene ora prorogata, cioè l'impossibilità di un rimpatrio dignitoso nell'inverno rigido del Kosovo a processo di ricostruzione appena avviato; motivazioni che, pertanto, dovrebbero valere per tutti i richiedenti asilo del Kosovo. Per tale ragione, alcuni richiedenti asilo , una volta ottenuta la notifica del diniego al riconoscimento dello status di rifugiato, hanno inviato alla Commissione centrale, con l'assistenza di associazioni umanitarie, un'istanza di riesame del provvedimento, con la richiesta che venga perlomeno disposta la raccomandazione di proroga del soggiorno per le ragioni umanitarie richiamate dall'art. 5.6 del D.lgs. n. 286/98. L'ufficio rifugiati dell'ICS (Consorzio Italiano di Solidarietà) segnala l'avvenuto accoglimento di talune di queste richieste da parte della Commissione centrale (Per informazioni: Ufficio rifugiati ICS, Via Marconi, 36/b, Trieste, tel. 040/52248, Fax 040/51572, e-mail: icsts@tin.it).
Un'altra fonte di perplessità sollevata dalle associazioni umanitarie era stata la circolare telegrafica datata 5 agosto 1999, con la quale il Ministero dell'Interno aveva disposto la cessazione dell'applicazione delle misure di protezione temporanea per i nuovi arrivati dal territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia, a seguito dell'arrivo sulle coste pugliesi di diverse centinaia di profughi, prevalentemente di etnia rom, in fuga dal Kosovo a seguito delle rappresaglie, intimidazioni e violenze cui sono sottoposti da parte di gruppi armati albanesi, presumibilmente appartenenti all'UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo).
Le associazioni di tutela dei diritti dei richiedenti asilo avevano espresso dubbi sul fatto che la revoca dell'applicazione delle misure di protezione temporanea veniva disposta per mezzo di una circolare amministrativa, e cioè di una fonte di diritto gerarchicamente inferiore al decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che aveva introdotto tali misure. A conferma della bontà di tale argomentazione è giunta successivamente la notizia dell'accoglimento da parte del Tribunale civile di Brindisi di una decina di ricorsi presentati per il tramite dell'ufficio CIR di Lecce avverso altrettanti decreti di espulsione emanati nei confronti di cittadini jugoslavi di etnia rom provenienti dal Kosovo (ad es. Sent. 1179/99 dd. 21.10.1999/causa di illegittimità violazione di legge). Il giudice civile di Brindisi afferma, infatti, nel dispositivo che "se l'Esecutivo, in base ad una propria valutazione discrezionale e politica, ha ritenuto di individuare nel 31.12.1999 la data di presumibile cessazione degli eventi bellici o almeno di apparente normalizzazione, formalizzandola in un decreto avente forza di legge, non si comprende come tale valutazione possa essere posta nel nulla in base ad una circolare del Ministero dell'Interno, fonte normativa di valore secondario". Secondo il Tribunale di Brindisi, dunque, il DPCM del 12.05.1999 è da considerarsi ancora in vigore anche per i richiedenti asilo che siano giunti dal Kosovo dopo il 5 agosto e fino al 31 dicembre e abbiano richiesto in Italia la protezione temporanea facendo valere situazioni persecutorie e discriminatorie nel paese di origine, risultando così illegittimi provvedimenti di respingimento ed espulsione adottati nei loro confronti.
La precaria situazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali degli appartenenti alle minoranze etniche in Kosovo, ed in particolare di quelle serba e rom, vittime di atti quotidiani di uccisione sommaria, rapimento, intimidazione e limitazioni nella libertà di circolazione e nell'accesso ai mezzi di sostentamento, è confermata dai rapporti dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e della missione OSCE in Kosovo ("Preliminary and Second assessment of the Situation of Ethnic Minorities in Kosovo", 26 luglio e 15 settembre 1999, nonché il rapporto generale sulle violazioni dei diritti umani in Kosovo (giugno-dicembre 1999), diffuso dalla missione OSCE nel dicembre 1999). I testi possono essere richiesti alla delegazione italiana dell'ACNUR (e-mail: itaro@unhcr.ch) ovvero consultando il sito Internet dell'OSCE: www.osce.org/kosovo
C'è infine da sottolineare che il decreto di proroga della protezione umanitaria, di prossima pubblicazione sulla G.U. e i cui contenuti, come si è detto sono anticipati dall'attuale circolare del Ministro dell'Interno, annuncia la predisposizione di un programma di rimpatrio assistito dei profughi presenti in Italia che dovrebbe svolgersi tra il 1 luglio ed il 31 agosto 2000 con l'assistenza e la collaborazione dell'ACNUR e dell'OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e i cui contenuti dovrebbero essere resi noti a partire dal prossimo 1 aprile mediante una campagna informativa nazionale. I rifugiati kosovari, così come quelli delle altre aree della ex-Jugoslavia, che intendono rimpatriare volontariamente nei luoghi di origine anche prima del 1 luglio 2000 possono fin d'ora accedere ad un progetto di rimpatrio assistito, gestito dall'OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) che assicura il finanziamento delle spese di viaggio, nonché un contributo economico ed un'assistenza in loco per il reinserimento sociale nei luoghi di origine. Per informazioni, ci si può rivolgere all'ufficio dell'OIM a Roma, via Nomentana 62 -tel. 06/44231428, fax 06/4402533, e-Mail: iomrome@iom.int, oppure al Consiglio Italiano per i Rifugiati, via del Velabro, 5/a, ROMA tel. 06/69200114, e-mail: c.i.r.@flashnet.it
2.	La circolare del Ministero dell'Interno relativa al regolamento di applicazione della legge sull'immigrazione ribadisce la possibilità del rilascio del permesso di soggiorno umanitario nei casi in cui venga sollecitato della Commissione centrale nonostante il diniego al riconoscimento dello status di rifugiato.
La circolare diffusa ai primi di gennaio dal Ministero dell'Interno e firmata dal capo della polizia, Masone, conferma per la prima volta per iscritto la possibilità, già ampiamente diffusa e consolidata nella prassi dall'entrata in vigore della legge n. 40/1998, per le questure di rilasciare appositi permessi di soggiorno umanitari, di durata di norma annuale e validi per lavoro, ai richiedenti asilo che si siano visti respingere l'istanza di riconoscimento dello status di rifugiato, ma ai quali l'apposita commissione centrale abbia riconosciuto valide ragioni per non fare ritorno nel paese di origine, per le motivazioni richiamate dall'art. 5 comma 6 del TU e riconducibili a ragioni di carattere umanitario o derivanti dagli obblighi internazionali di "non refoulement" ovvero da quelli costituzionali inerenti al diritto d'asilo. Sebbene la timida e prudente formulazione usata dalla circolare ministeriale sembra sottolineare il carattere di raccomandazione della segnalazione della commissione centrale, non giuridicamente vincolante per la questura almeno in via ultimativa, il richiamo contenuto nella circolare non può che essere accolto positivamente, nell'attesa che il DDL sull'asilo possa completare il suo iter parlamentare e consentire finalmente una piena attuazione nel nostro paese di un sistema normativo organico in materia di protezione temporanea e di diritto d'asilo costituzionale.
La formulazione aperta della norma di cui all'art. 5 c. 6 del TU non pregiudica tuttavia la possibilità, almeno teorica, che la scelta di rinnovare un permesso di soggiorno, anche in deroga alle norma vigenti, possa essere adottata dalle autorità locali di polizia anche in assenza di una specifica raccomandazione della commissione centrale, così come dell' accesso dell'interessato alla procedura di riconoscimento dello status di rifugiato, in presenza di comprovate ragioni che richiamino ai suddetti obblighi internazionali o costituzionali dello Stato italiano.
3.	Il Tribunale Civile di Roma riconosce il diritto di asilo costituzionale a Abdullah Ocalan.
4.	Nuove disposizioni in materia di ingresso e soggiorno di cittadini somali in Italia. Notevoli difficoltà per i cittadini somali ad esercitare il diritto al ricongiungimento familiare per il mancato riconoscimento da parte italiana di documenti anagrafici e di viaggio rilasciati o rinnovati da autorità "de facto" somale dopo il 31 gennaio 1991.
5.	Fermo alla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati l'iter del disegno di legge in materia di asilo e protezione temporanea. L'ACNUR e gli organismi non governativi elaborano un documento con puntuali e sostanziali richieste di emendamento.
In contemporanea alla ripresa dell'iter del DDL, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati aveva convocato un gruppo di lavoro delle ONG per la formulazione di proposte di emendamento migliorative del testo approvato dal Senato. A tale gruppo di lavoro hanno preso parte il Consiglio Italiano per i Rifugiati, l'ASGI, l'ICS, il Gruppo di riflessione dell'area religiosa e Médicins sans frontières. Le richieste di emendamento sono state ufficialmente consegnate all'on. Maritati, Sottosegretario agli Interni, e all'on. Soda, durante un incontro svoltosi a Roma martedì 12 ottobre. Gli elementi più rilevanti delle proposte avanzate dal gruppo di lavoro dell'associazionismo e dell'ACNUR riguardano: a) la ridefinizione dei criteri in base ai quale concedere il diritto d'asilo costituzionale, con l'inclusione delle persone in fuga da situazioni di violenza generalizzata; b) la previsione di un effetto sospensivo del ricorso in caso di esito negativo del pre-esame; c) l'assegnazione al giudice ordinario piuttosto che al TAR della competenza dell'esame del ricorso avverso la decisione negativa della Commissione centrale. Altri emendamenti sostanziali riguardano una dozzina di altri punti del DDL.
6.	Emanata la prima circolare del Ministero dell'Interno relativa al regolamento di attuazione delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione. Divengono operative le norme sul rilascio della carta di soggiorno nell'attesa dell'approvazione dell'apposita modulistica. Il certificato di idoneità igienico sanitaria dell'alloggio può sostituire quello comunale di abitabilità ai fini della richiesta di ricongiungimento familiare. Preoccupazione per le modalità di applicazione delle norme sull'inizio della decorrenza del periodo di interdizione dallo "spazio Schengen" per gli stranieri espulsi.
E' stata diffusa agli inizi di gennaio la prima circolare del Ministero dell'Interno relativa al regolamento di attuazione del T.U. delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e le norme sulla condizione giuridica dello straniero (Dpr 31.08.1999 n. 394). Perlopiù la circolare si limita a ripercorrere le principali disposizioni contenute nel regolamento, che costituisce l'indispensabile atto di normazione secondaria volto a rendere concretamente operative ed attuabili molte delle disposizioni contenute nella legge sull'immigrazione. In taluni punti, tuttavia, la circolare offre utili chiarimenti e dipana dubbi che erano sorti all'indomani del varo del regolamento. E' il caso ad esempio di quanto previsto in relazione alla carta di soggiorno. Il regolamento di attuazione della legge sull'immigrazione aveva infatti previsto il rilascio della carta di soggiorno su un modello apposito, da adottare mediante successivo decreto del Ministero dell'Interno (art. 16 c. 1), suscitando di conseguenza il timore di ulteriori ritardi e rinvii all'attuazione di questo importante diritto. La circolare ministeriale firmata dal Capo della polizia, Masone, afferma invece che possono trovare immediata operatività le norme sul rilascio della carta di soggiorno, che, in attesa dell'adozione dell'apposita modulistica, potrà risultare nell'odierno modulo di permesso di soggiorno, opportunamente adattato con l'aggiunta dell'intestazione "valido come carta di soggiorno" e l'inserimento alla voce "scadenza" dell'espressione "a tempo indeterminato". Riguardo a quest'ultimo punto, si rammenta che il regolamento, pur ribadendo la durata illimitata della carta di soggiorno prescritta per legge, ha introdotto la sua soggezione al meccanismo della vidimazione decennale, a richiesta dell'interessato, specificando inoltre che la carta di soggiorno può costituire documento di identificazione personale per non oltre cinque anni dalla data del rilascio o del rinnovo. L'apparente contraddittorietà di tali disposizioni viene risolta nella circolare ministeriale facendo riferimento all'´evidente esigenza di controllo periodico della situazioneª e al fatto che essendo la carta di soggiorno un documento di identificazione personale non può che essere soggetta all'aggiornamento dei dati e al rinnovo della fotografia nei termini previsti dall'art. 290, comma 4, del regolamento di esecuzione del TULPS (R.D. 6 maggio 1940, n. 635).
In relazione alla procedura per il riconoscimento del diritto al ricongiungimento familiare, la circolare ministeriale ribadisce che il requisito di disponibilità alloggiativa adeguata richiesto al richiedente può d'orainanzi essere comprovato anche dal solo certificato di idoneità sanitaria rilasciato dall'Azienda Sanitaria Locale, che potrà essere allegato alla rimanente documentazione in alternativa al certificato di abitabilità dell'ufficio tecnico comunale e non in aggiunta ad esso, come alcune questure avevano iniziato a chiedere, adottando un'interpretazione palesemente errata ed illegittima del testo del regolamento (art. 6).
La circolare ribadisce inoltre quanto già chiaramente contenuto nel testo del regolamento (art. 19) circa il divieto di rientro per gli stranieri espulsi, di durata di norma quinquennale, che si ritiene debba decorrere non dalla data di adozione o notificazione del provvedimento espulsivo, ma da quella ´di esecuzione, attestata dal timbro di uscita dal territorio dello Stato ovvero da ogni altro documento comprovante l'assenza dello straniero dal territorio dello Statoª. Nessuna disposizione operativa viene aggiunta per garantire che gli operatori di polizia di frontiera inseriscano effettivamente nel Sistema Informativo Schengen (SIS) il dato dell'avvenuta esecuzione del provvedimento espulsivo e, dunque, dell'inizio della decorrenza del periodo di interdizione dallo "Spazio Schengen", così come non ci si preoccupa minimamente di rendere note agli espellendi le modalità per l'accesso ai dati personali contenuti nel SIS (da effettuarsi per il tramite del garante per la privacy di cui alla legge 31.12.1996, n. 675 e successive modificazioni, secondo quanto previsto dagli artt. 9 e 11 della legge n. 388/95 di ratifica ed esecuzione degli Accordi di Schengen), anche al fine di verificare, una volta eseguita - coattivamente o volontariamente - l'espulsione, che il dato relativo alla decorrenza del divieto di rientro sia stato correttamene inserito ovvero per porre rimedio ad un mancato inserimento del medesimo che potrebbe determinare un divieto di rientro potenzialmente a tempo indeterminato, tanto più grave perché valevole non solo in Italia, ma in tutti i paesi aderenti all'accordo di Schengen.
Così come formulata, la norma regolamentare è foriera dunque di determinare abusi ed incertezze applicative, anche perché farebbe intendere che sia compito dell'interessato, cioè del cittadino straniero espulso, assumere l'iniziativa per ottenere il riconoscimento della data di inizio della decorrenza del periodo di interdizione (senza che peraltro vengano spiegati i mezzi legali disponibili), non costituendo invece un obbligo d'ufficio per il funzionario di polizia che esegue l'espulsione o ne viene a conoscenza.
7. Varato ed entrato finalmente in vigore il regolamento di attuazione delle norme sull'immigrazione e la condizione giuridica dello straniero. Incertezze e preoccupazioni relativamente alle condizioni per il rinnovo dei permessi di soggiorno. Una recente giurisprudenza sottolinea l'illegittimità di ogni automatismo riguardo alle ipotesi di diniego al rinnovo del permesso di soggiorno.
Nonostante il lungo iter richiesto per la sua approvazione, il regolamento non esaurisce peraltro il quadro normativo indispensabile per una completa ed uniforme implementazione della legge sul territorio nazionale che possa scongiurare il verificarsi di trattamenti differenziati e discrezionali da parte degli uffici amministrativi locali (questure innanzitutto) in contrasto con i principi costituzionali di certezza del diritto e buon andamento della Pubblica Amministrazione (art. 97). Lo stesso regolamento rinvia in diverse occasioni a successivi decreti ministeriali (di solito da emanarsi a cura del Ministero dell'Interno) per la concreta attuazione di singole questioni, mentre è lecito attendersi che anche in futuro troverà spazio la cosiddetta "legiferazione per circolari" (in particolare del Ministero dell'Interno) per chiarire dubbi e contraddizioni, colmare lacune, ancora presenti nel quadro normativo anche dopo e nonostante il varo del regolamento (riferiamo sopra dell'emanazione della prima circolare relativa al regolamento). Non può dirsi, pertanto, pienamente soddisfatto il principio costituzionale della riserva di legge rafforzata in materia di condizione giuridica dello straniero (art. 10.2: "La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali"), vista l'entità dello spazio di manovra concesso di fatto all'esecutivo.
Tali considerazioni critiche ben si adattano alla questione dei rinnovi dei permessi di soggiorno, peraltro decisiva per la effettiva realizzazione di quei fini solidaristici e obiettivi di integrazione che il parlamento ed il governo hanno proclamato essere a fondamento dell'iniziativa di riforma legislativa. Alle condizioni e ai requisiti reddittuali per il rinnovo dei permessi di soggiorno di lunga durata per motivi di lavoro, il regolamento infatti dedica una sola disposizione, quella contenuta nel comma 2 dell'art. 13, che sostanzialmente vincola la proroga del soggiorno alla dimostrazione dell'autosufficienza economica, cioè alla "disponibilità di reddito, da lavoro o da altra fonte lecita, sufficientemente al sostentamento proprio e dei familiari conviventi a carico, che può accertarsi d'ufficio sulla base di una dichiarazione sostitutiva (autocertificazione)". Sorge innanzitutto la questione del livello minimo di reddito richiesto ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno, non avendo né il legislatore, né l'esecutivo inteso finora specificarlo con precisione, al contrario di quanto invece avvenuto ai fini del ricongiungimento familiare o della richiesta di rilascio della carta di soggiorno, dove si fa riferimento all'importo dell'assegno sociale, duplicato o triplicato a seconda del numero dei familiari a carico. Anche la recente circolare del Ministero dell'Interno relativa all'emanazione del regolamento di attuazione della legge sull'immigrazione, non può far altro che rimarcare la perdurante mancata emanazione della direttiva del Ministero dell'Interno circa i criteri per la verifica dei mezzi di sostentamento ai fini dell'ingresso e del rinnovo del soggiorno, prevista dall'art. 4 comma 3 del TU (D.lgs. n. 286/98). In assenza di ulteriori disposizioni amministrative, atteggiamenti diversificati e non uniformi a livello locale potrebbero sorgere rispetto alla corretta interpretazione da dare al riferimento alle fonti di sostentamento "lecite", soprattutto nei casi di autocertificazione di rapporti di lavoro irregolari o "in nero". Il lavoro "irregolare" o "in nero" alle dipendenze di un datore di lavoro non può essere considerato alla stregua di un'attività illecita per il lavoratore che, quale parte "debole", viene anzi tutelato dal Codice Civile in base alla previsione che "se il lavoro è stato prestato con violazione di norme poste a tutela del prestatore di lavoro, questi ha in ogni caso diritto alla retribuzione" (artt. 2098-2126). Di conseguenza, è lecito attendersi che il Ministero dell'Interno darà istruzioni alle questure di consentire l'autocertificazione anche dei rapporti di lavoro irregolari eventualmente intercorsi tra gli stranieri e i rispettivi datori di lavoro, al fine della dimostrazione dei mezzi di autosufficienza economica in sede di rinnovo dei permessi di soggiorno. Con ciò tenendo conto anche della forte incidenza che il mercato del lavoro "informale" continua ad avere tra la popolazione immigrata "regolare", stimata attorno al 30% secondo il recente rapporto presentato dalla Commissione per le politiche di integrazione degli stranieri, presieduta dalla prof.ssa Zincone. Ancora più problematico e suscettibile di rendere precaria la condizione di molti immigrati "regolari" è il modo con cui nella legislazione e nelle successive norme regolamentari di attuazione ha trovato collocazione il principio per cui la perdita del posto di lavoro non deve implicare l'automatica revoca del permesso di soggiorno del lavoratore migrante, senza che a quest'ultimo venga concesso un periodo di tempo minimo per trovare nuova occupazione (principio stabilito dall'art. 8 della Convenzione OIL n. 143/1975, ratificata e resa esecutiva in Italia con legge del 10 aprile 1981 n. 158). Con l'art. 22.9 del TU viene prevista la possibilità per il lavoratore straniero rimasto disoccupato di mantenere l'iscrizione alle liste di collocamento per il periodo di residua validità del permesso di soggiorno e, comunque, per un periodo non inferiore ad un anno. E' di immediata comprensione l'importanza che dunque assume innanzitutto la durata dei permessi di soggiorno, per i quali la legge, fissando soltanto i limiti massimi (due anni per quelli per motivi di lavoro e famiglia, con la possibilità di una durata doppia in caso di rinnovo), lascia ampi margini di discrezionalità alle questure o alle deliberazioni ministeriali. In tal senso, il Ministero dell'Interno è già intervenuto con la circolare dd. 10 maggio in materia di regolarizzazione, che ha previsto una diversa durata del permesso di soggiorno per motivi di lavoro, a seconda della situazione di regolare occupazione dell'interessato (due anni) ovvero del suo stato di disoccupazione (un anno), per cui occorre ora chiedersi se tale orientamento possa ritenersi estensibile anche "a regime". Con gli artt. 36 e 37 del regolamento di attuazione, l'esecutivo ha voluto concretizzare in modo piuttosto rigido e restrittivo il principio dell'iscrizione a termine nelle liste di collocamento del lavoratore licenziato o dimesso, stabilendo la possibilità del rinnovo del permesso di soggiorno, eventualmente venuto in scadenza successivamente alla perdita del posto di lavoro, solo per il periodo necessario al concorrere del termine citato di un anno dall'avvenuta iscrizione alle liste, entro il quale l'interessato dovrà adoperarsi per trovare una nuova occupazione regolare, pena l'impossibilità dell'ulteriore rinnovo del permesso di soggiorno e la conseguente intimazione a lasciare il territorio italiano. La costante precarietà della condizione dell'immigrato è accentuata dalla previsione per cui la stipula di un contratto di lavoro a tempo determinato comporterà il rilascio di un permesso di soggiorno della stessa durata del contratto di lavoro e comunque non inferiore a 12 mesi dalla data del rilascio del precedente soggiorno. C'è innanzitutto da chiedersi se la previsione della necessità della stipula di un contratto di lavoro regolare quale condizione per il rinnovo del permesso di soggiorno, a prescindere dalle altre fonti di mantenimento, sia compatibile con le già citate norme interne ed internazionali a tutela del lavoratore in caso di prestazione irregolare. Anche qualora gli standard minimi della Convenzione OIL si ritengano formalmente rispettati, non si può non scorgere in siffatta regolamentazione una concezione riduttiva dell'immigrato, la cui permanenza legale viene esposta sostanzialmente alle variabili contingenze del ciclo economico. Nel caso dei lavoratori immigrati invalidi civili, accanto a queste considerazioni di "inopportunità politica", si possono muovere motivi di illegittimità costituzionale, nel momento in cui essi vengono assoggettati ai medesimi meccanismi regolativi che possono condurre al mancato rinnovo del permesso di soggiorno e all'intimazione a lasciare il territorio nazionale, con l'unica variante del riferimento alle liste del collocamento obbligatorio (legge n. 482/68 ora sostituita con l. 12.03.1999, n. 68) in vece di quelle ordinarie. Così facendo, risulta completamente ignorato il principio stabilito dall'art. 8 par. 1 della Convenzione OIL n. 97/1949, ratificata e resa esecutiva in Italia, che comporta il divieto di rimpatrio o di allontanamento del lavoratore migrante che risulti incapace di ottenere un'occupazione in ragione di una malattia o di un infortunio (invalidità) contratti successivamente all'ammissione nel paese di immigrazione.
Le regole previste dal regolamento di attuazione mal si adattano alla effettiva situazione del mercato del lavoro in Italia e alla grossa incidenza che il lavoro "nero" o "informale" continua ad avere tra la popolazione immigrata "regolare", nonché alla diffusione di quelle forme di lavoro interinale, in affitto, di breve durata o con caratteristiche perlomeno ambigue come le prestazioni d'opera. Un'applicazione rigida di tali regole è suscettibile di far rientrare nella clandestinità una fascia consistente di immigrati, con conseguente vanifica degli obiettivi prefissati con il varo della legge sull'immigrazione e dei relativi principi ispiratori della medesima: la prevenzione ed il contrasto dell'immigrazione clandestina ed il rafforzamento delle opportunità di integrazione e dei diritti di cittadinanza degli immigrati regolari; obiettivi posti alla base della politica governativa con il documento programmatico approvato con Dpr. 5 agosto 1998. Sotto questo profilo, le norme contenute nel regolamento mal si conciliano con l'esigenza di una interpretazione normativa non rigida e letterale, bensì sistematica e costituzionalmente orientata, attenta alla volontà espressa dal legislatore e alle istanze solidaristiche cui si ispira la legge n. 40/98, nonché alle prerogative costituzioni dell'individuo. A tale riguardo, va sottolineato la recente formazione di una giurisprudenza, ordinaria e amministrativa, volta ad escludere l'applicazione di forme di automatismo riguardo alle ipotesi di diniego al rinnovo del permesso di soggiorno dello straniero (almeno nelle ipotesi di tardività nella presentazione della domanda (Cassazione, I sez. civ., sentenza 28.05/23.06.1999, n. 6374; Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 30.03/20.05.1999; per un esame di tal giurisprudenza si rinvia al numero 3/1999 della rivista "Diritto, Immigrazione e Cittadinanza", Franco Angeli editore). Tale giurisprudenza suggerisce invece l'esigenza di "bilanciamento dei valori in gioco" tra il rispetto delle norme formali in materia di soggiorno ed il concreto esame della condotta dello straniero, della dignità e moralità delle sue abitudini di vita, dello spessore dei suoi legami sociali sviluppati con il paese di immigrazione in relazione anche alla durata della sua permanenza, pena la violazione del principio di uguaglianza costituzionale, che esclude trattamenti uniformi in relazione a fattispecie diversificate ed un trattamento irragionevolmente discriminatorio tra cittadini e stranieri. Ancora una volta, dunque, forte è il rischio del riprodursi del fenomeno tipicamente italiano per cui importanti processi di riforma legislativa nel campo sociale vengono vanificati dalla palese discrasia tra gli obiettivi e i principi di fondo proclamati, i contenuti concreti delle norme e le effettive prassi e regole applicative.
8. Emanate le nuove disposizioni concernenti il soggiorno di cittadini comunitari in Italia. Gli importanti riflessi sulle condizioni di ingresso e di soggiorno in Italia dei familiari extracomunitari di cittadini comunitari o italiani.
9.	Una circolare del Ministero del Lavoro autorizza la costituzione del rapporto di lavoro ed il regolare inizio dell'attività lavorativa per gli stranieri in attesa di regolarizzazione e muniti dell'apposito cedolino di soggiorno. Il Ministero dell'Interno sollecita le questure a concludere l'esame delle istanze di regolarizzazione ancora pendenti. Indicate le procedure da adottare in caso di rigetto.
A seguito delle pressanti richieste dei datori di lavoro e dei lavoratori immigrati, il Ministero del Lavoro, con circolare n. 78 del 25 novembre 1999, ha previsto che gli stranieri che si sono avvalsi delle norme sulla c.d. "regolarizzazione" (DPCM 16.10.1998 e D.lgs. n. 113/99) e che sono tuttora sprovvisti di permesso di soggiorno, possono comunque iniziare un'attività lavorativa, a condizione che il contratto siglato al momento della regolarizzazione sia stato già verificato con esito favorevole dalla competente direzione provinciale del lavoro. Permane l'obbligo di segnalazione alla questura competente della richiesta di costituzione del rapporto di lavoro da parte del datore di lavoro. Naturalmente, in caso di mancato rilascio del permesso di soggiorno per mancanza dei requisiti per la regolarizzazione, il rapporto di lavoro dovrà cessare. Le nuove disposizioni segnano un mutamento della posizione precedentemente assunta del Ministero del Lavoro che non consentiva l'inizio dell'attività lavorativa per i regolarizzandi, con l'applicazione delle relative sanzioni penali ed amministrative per i datori di lavoro che procedevano ugualmente all'assunzione.
10.	Venuti in scadenza il 31 dicembre i permessi di soggiorno per motivi di studio rilasciati per ogni anno solare agli studenti universitari extra-comunitari. I nuovi limiti minimi di merito per il rinnovo dei permessi di soggiorno, le condizioni per l'esercizio dell'attività lavorativa e l'eventuale richiesta di conversione del permesso di soggiorno, fissati dal regolamento di attuazione della legge sull'immigrazione.
Per quanto riguarda la possibilità per gli studenti stranieri di svolgere attività lavorativa, il regolamento di attuazione del testo unico sull'immigrazione ha stabilito il limite delle 20 ore settimanali (part-time), anche cumulabili per cinquantadue settimane, fermo restando il limite annuale di 1.040 ore, risultando così possibile anche l'esercizio a tempo pieno di attività di lavoro stagionale (art. 14 c. 4 Dpr n. 394/99). L'esercizio dell'attività lavorativa non consente, tuttavia, la conversione del permesso di soggiorno, il quale, rimanendo per motivi di studio, sarà rinnovato solo in presenza dei requisiti di merito sopraccennati. Peraltro, sulla base di quanto previsto dalla legge sull'immigrazione (art. 6 c.1 TU) e dal regolamento di attuazione (art. 14.5 Dpr n. 394/99) il permesso di soggiorno per motivi di studio può essere convertito, prima della scadenza, in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, previa documentazione di un rapporto di lavoro subordinato o dell'esercizio di attività di lavoro autonomo, debitamente autorizzata, qualora l'interessato rientri nei limiti delle quote annuali di programmazione dei flussi di ingresso e purché egli non sia a ciò impedito da accordi internazionali o dalle condizioni per le quali è stato ammesso a frequentare corsi di studi o di formazione in Italia (presumibilmente nei casi in cui l'interessato abbia ottenuto una borsa di studio attraverso accordi internazionali o bilaterali sottoscritti tra il suo paese e l'Italia che prevedano la formazione come sola attività permessa in Italia e l'obbligo di rientro nel paese di origine al termine degli studi). Una volta convertito il permesso di soggiorno, l'interessato potrà ugualmente continuare la sua formazione universitaria, a parità di condizioni con i cittadini italiani (art. 39 c. 5 TU), ma per rinnovare il titolo di soggiorno per motivi di lavoro dovrà alla scadenza dare dimostrazione della disponibilità di reddito in Italia sufficiente al proprio sostentamento (art. 13.2 DPR n. 394/99).
11.	Presentata al Ministro dell'Interno un'interrogazione parlamentare sul funzionamento dei centri di permanenza temporanea per stranieri in via di espulsione.
Richiamandosi ad alcuni dati forniti dal Casa delle Culture di Milano, con riferimento alla situazione del centro di Milano, gli autori dell'interrogazione rilevano fenomeni non marginali di abuso dell'internamento amministrativo anche nei confronti di stranieri in regola con le norme sul soggiorno, così come non risulterebbero infrequenti i casi di stranieri internati da 2 a 5 volte nel centro, senza che l'espulsione potesse mai essere effettivamente eseguita, il che farebbe pensare ad un uso dell'internamento contrario alle finalità originarie della legge ed in contrasto con gli standard internazionali (in base ad una giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'Uomo, non sarebbe compatibile con l'art. 5 della Carta Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali la detenzione amministrativa dello straniero nei casi in cui fosse evidente ab initio l'impossibilità di procedere effettivamente all'espulsione). I firmatari non condividono quanto previsto dal regolamento di attuazione della legge sull'immigrazione circa la possibilità per il prefetto di stipulare convenzioni con enti locali o soggetti pubblici o privati per la gestione dei centri (art. 22 Dpr. 394/99), ritenendola "un'inaccettabile forma di privatizzazione di attività di polizia". In conclusione all'interrogazione i firmatari chiedono al Ministro dell'interno di fornire i dati sull'esatta ubicazione dei centri di detenzione temporanea, sulla reale volontà del governo di estendere il numero di detti centri, sul numero di immigrati finora ristretti, sul numero delle detenzioni plurime, sull'esatta portata dei casi di suicidio, tentato suicidio e autolesionismo verificatisi. Infine, viene chiesto al Ministro se intende prendere in considerazione la possibile abolizione di questi centri in quanto luoghi ove si verificano sistematiche violazione dei diritti fondamentali della persona.
Le organizzazioni umanitarie hanno annunciato la loro intenzione di denunciare le gravi violazioni dei diritti umani che avvengono nei centri di detenzione amministrativa per stranieri espellendi dal nostro paese al Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa che in questi anni ha svolto un'intensa azione di inchiesta e di sensibilizzazione nei confronti dei governi sulle condizioni di vita ed il trattamento degli stranieri nei centri di detenzione amministrativa nei diversi paesi europei (Per maggiori informazioni al riguardo si può consultare il sito Internet del comitato: www.cpt.coe.int).
12.	Approvato il regolamento per rendere funzionante l'autorità italiana che si occupa di regolamentare l'ingresso dei minori stranieri per adozione internazionale. Compiuto un passo in avanti decisivo per la piena applicazione della legge sulle adozioni internazionali, in attuazione della Convenzione dell'Aja del 1993. Le competenze della Commissione per le adozioni internazionali in caso di ingresso di minori stranieri soli non accompagnati ed il raccordo con quanto previsto dalla disciplina sull'immigrazione.
Con decreto del Presidente della Repubblica 1 dicembre 1999, n. 492 (in GU 27.12.1999, n. 302), è stato varato il regolamento recante le norme per la costituzione, l'organizzazione ed il funzionamento della Commissione per le adozioni internazionali, previsto dall'art. 7 commi 1 e 2 della legge n. 476 del 31.12.1998 (in G.U. n. 8 del 12.01.1999), con la quale l'Italia ha ratificato e reso esecutiva la Convenzione dell'Aja in materia di adozioni internazionali e protezione dei minori,
La Commissione è l'autorità centrale prevista dalla Convenzione che provvede fra l'altro ad autorizzare, entro il termine di 120 giorni, gli enti ad operare nel campo delle adozioni internazionali (art. 39-ter), nonché ad adottare le linee guida operative, a promuovere incontri e conferenze di studio con gli enti autorizzati, i servizi competenti e le associazioni operanti nel settore. L'autorizzazione andrà richiesta dagli enti entro un mese dalla nomina della Commissione. Una volta autorizzati, gli enti saranno iscritti su un apposito albo, che entrerà in vigore quindici giorni dopo la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. L'attività degli enti sarà sottoposta a verifica da parte della Commissione almeno ogni due anni. Ora, dopo che è stato approvato il regolamento, si attende la nomina della Commissione, perché la normativa sulle adozioni internazionali possa finalmente acquistare la sua definitiva operatività.
La legge sull'adozione internazionale disciplina i casi di ingresso del minore in Italia (artt. 33 e 39 co. 1 lett. h)) in parte integrando e modificando la legge n. 40/1998. Nella legge, infatti, viene vietato l'ingresso per motivi di lavoro del minore straniero solo, non accompagnato da un genitore o dal rappresentante legale e fatti salvi i casi di adozione internazionale, le disposizioni relative al ricongiungimento familiare, all'ingresso per motivi turistici, di studio e di cura, così come quelle relative ai flussi eccezionali determinati da eventi bellici, calamità naturali, secondo quanto previsto dall'art. 18 della legge n. 40/98. In quest'ultimo caso si prevede l'obbligo della segnalazione dell'ingresso del minore alla Commissione istituita dalla legge e al Tribunale per i minorenni competente territorialmente in relazione alla residenza degli accompagnatori. Uguale obbligo di segnalazione alla Commissione e, per la conseguente apertura di una tutela, al Tribunale per i minorenni, viene previsto dall'art. 33 c. 5 della legge in caso di avvenuto ingresso di un minore straniero "solo" al di fuori delle situazioni consentite dalla legge n. 476/98. Per evitare inutili sovrapposizioni di competenze, l'art. 18 del citato regolamento approvato ora con Dpr 1.12.1999, n. 492 prevede che l'unico compito attribuito alla Commissione in questi casi sia quello di provvedere a comunicare al comitato per i minori stranieri istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri di cui all'art. 33 del D.lgs. n. 286/98, come modificato dal D.lgs. n.113/99, i nominativi dei minori la cui presenza le è stata segnalata sul territorio dello Stato in base alle disposizioni della legge n. 476/98. In base alle previsioni di cui al D.lgs. n. 113/99 correttivo della disciplina sull'immigrazione, al Comitato per i minori stranieri sono state attribuite infatti le responsabilità dell'adozione del provvedimento di "rimpatrio assistito" del minore straniero non accompagnato e, più in generale, le competenze riferite alle modalità di accoglienza dei minori stranieri non accompagnati da parte dei servizi sociali degli enti locali e alle soluzioni praticabili, di accoglienza, di rimpatrio assistito, di ricongiungimento famigliare nel paese di origine. Tali disposizioni, per le quali si attende tuttora il varo del regolamento applicativo previsto dal D.lgs. n. 113/99, hanno suscitato peraltro prese di posizione assai critiche, sia sotto il profilo della loro dubbia legittimità costituzionale, sia in relazione alle perplessità circa l'effettiva capacità di una politica di rimpatrio dei minori non accompagnati a corrispondere tanto agli interessi superiori dei medesimi quanto alle esigenze di sicurezza della collettività nazionale (in proposito, si rimanda al dossier "I diritti dei minori stranieri in Italia", contenuto nel prossimo numero della rivista "Minorigiustizia", edita da Franco Angeli e a quanto scritto da Paolo Bonetti, Anomalie costituzionali delle deleghe legislative e dei decreti legislativi previsti dalla legge sull'immigrazione straniera (parte II), comparso sulla rivista "Diritto, Immigrazione e Cittadinanza", Franco Angeli editore, n. 3/1999, pp 74-83).
Vale la pena soffermarsi, infine, sulla necessità di una lettura coordinata delle citate disposizioni della legge n. 476/98 sulla "tutela" del minore straniero "solo" avente fatto comunque ingresso in Italia al di fuori delle situazioni consentite con quelle contenute nell'art. 10 del T.U. che prevedono il respingimento con accompagnamento alla frontiera disposto dal questore nei confronti degli stranieri che siano entrati nel territorio dello stato illegalmente e siano fermati all'ingresso o subito dopo, e di quelli che sono stati temporaneamente ammessi per necessità di pubblico soccorso. E' evidente che il carattere di specialità della norma contenuta nella legge sull'adozione internazionale debba prevalere su quello generale della disciplina dell'immigrazione , così che il minore straniero "solo" irregolare individuato all'ingresso in Italia o subito dopo, e ricoverato in ospedale per esigenze di cura immediata, non potrà essere riaccompagnato alla frontiera una volta dimesso, così come potrebbe avvenire per lo straniero adulto, ma dovrà essere segnalato al Tribunale per i minorenni per l'apertura di una tutela con conseguente affido temporaneo all'ente locale.
13.	La Corte Costituzionale giudica conforme alla Costituzione l'espulsione come "sanzione sostitutiva" alla detenzione disposta dal giudice anche contro la volontà dell'interessato, prevista dalla legge sull'immigrazione.
14. Un progetto di assistenza al rimpatrio volontario di cittadini albanesi e delle Repubbliche della ex-Jugoslavia.
15.	La legge finanziaria per l'anno 2000 estende anche alle donne immigrate munite di carta di soggiorno le misure relative agli assegni di maternità per i figli nati a partire dal 1 luglio 2000, ma continuano a restare escluse le immigrate con permesso di soggiorno. Restano intatte le disposizioni per la concessione degli assegni familiari che discriminano i nuclei familiari misti e quelli composti da stranieri. I possibili rimedi giudiziari a tale discriminazione.
Con l'art. 49 della legge 23.12.1999 n. 488 (legge finanziaria per l'anno 2000, in G.U. 27.12.1999, n. 302) sono state ampliate e parzialmente modificate le norme a tutela della maternità introdotte l'anno precedente (art. 66 legge 23.12.1998, n. 448) e che erano divenute operative a partire dal 21 settembre scorso con l'entrata in vigore delle disposizioni applicative (D.M. 15 luglio 1999, n. 306 pubblicato sulla G.U. n. 209 del 06.09.99 Suppl. ord. N. 169). Come si ricorderà, il legislatore aveva inteso riservare queste nuove provvidenze assistenziali, gli assegni familiari e quello di maternità, rispettivamente ai nuclei familiari a basso reddito composti da cittadini italiani residenti (reddito non superiore a 36 milioni, ma in caso di reddito superiore l'assegno potrà ugualmente essere concesso, ma sarà di importo inferiore proporzionalmente) e con almeno tre figli minori, e alla madri cittadine italiane residenti prive di copertura previdenziale (reddito familiare non superiore a 50 milioni), per i figli nati dopo il 1 luglio 1999. Con la nuova "finanziaria", il governo ed il parlamento hanno corretto tali misure discriminatorie in misura solo parziale, estendendo l'assegno di maternità del valore pari a 3 milioni di lire anche alle cittadine comunitarie e a quelle di paesi non appartenenti all'Unione Europea se residenti ed in possesso della carta di soggiorno di cui all'art. 9 del D.lgs.vo n. 286/98, e prive di alcuna tutela economica della maternità , per ogni figlio nato dal 1 luglio 2000 ovvero adottato o in affidamento preadottivo dalla stessa data (art. 50 commi 9-15). L'assegno di maternità viene inoltre esteso anche alle donne residenti, cittadine italiane o comunitarie, ovvero extracomunitarie se in possesso della carta di soggiorno, per le quali sono in atto o sono stati versati contributi per la tutela previdenziale obbligatoria della maternità, per ogni figlio nato o adottato o in affidamento preadottivo dopo il 1 luglio 2000 e che siano prive di ogni prestazione previdenziale per la maternità ovvero ne beneficino in misura solo parziale, a prescindere da altri requisiti. Continuano ad essere escluse dunque le donne immigrate extracomunitarie in possesso del permesso di soggiorno in Italia.
Le nuove norme diverranno operative soltanto dopo l'emanazione delle disposizioni regolamentari, mentre nel frattempo continueranno a trovare applicazione le disposizioni fissate con la legge finanziaria precedente che escludono dall'assegno di maternità anche le cittadine comunitarie e quelle extracomunitarie in generale.
L'esclusione dei cittadini dell'Unione Europea da queste misure assistenziali, cui peraltro viene ora posto rimedio -almeno limitatamente all'assegno di maternità e a partire dal 1 luglio 2000- sembra cozzare contro il principio generale di non-discriminazione in ragione della nazionalità e quello di libertà di circolazione sancito dalle norme comunitarie (rispettivamente artt. 12 e 39 del Trattato istitutivo della Comunità Europea, come modificato alla luce del Trattato di Amsterdam, nonché art. 7 (2) del Regolamento comunitario n. 1612/68 e Regolamento comunitario n.1408/71). Al fine di rendere effettivo il principio della libertà di circolazione per i cittadini comunitari, gli organi comunitari hanno emanato dei regolamenti volti a rimuovere gli ostacoli che potrebbero derivare dalla disomogeneità dei trattamenti previdenziali e assistenziali dei singoli Stati membri, che potrebbero infatti influire negativamente sulla propensione o convenienza ad accettare impieghi o, comunque, a risiedere all'estero. Così il regolamento comunitario n. 1408/71 ha dettato una serie minuta di disposizioni miranti a realizzare, per quanto possibile, una tendenziale unitarietà dei vari regimi nazionali in materia di sicurezza sociale attraverso l'affermazione, tra l'altro, di due principi: quello di territorialità (per cui i lavoratori migranti comunitari sono assoggettati al sistema vigente nel paese membro in cui essi prestano la loro attività o comunque vi risiedono) e quello di non-discriminazione (per cui i lavoratori hanno diritto alle medesime prestazioni riservate ai cittadini dello Stato membro). Sebbene l'art. 4, n. 4 del medesimo regolamento escluderebbe le misure di assistenza sociale dalla disciplina comunitaria, in diverse occasioni la Corte di giustizia europea ha fatto rientrare questioni attinenti trattamenti e provvidenze assistenziali (nella fattispecie interventi rivolti a garantire un reddito minimo per le pensione anziane) nel quadro delle regole comunitarie - assoggettandoli dunque al principio di "non discriminazione" -, sebbene non in applicazione del regolamento n. 1408/71, bensì dell'art. 7, n. 2 del regolamento n. 1612/68, qualificando come "vantaggi sociali" tali misure anziché come prestazioni di sicurezza sociale (sentenza 12 luglio 1984, Castelli, causa 261/82, sentenza 27 marzo 1985, Hoeckx, causa 249/83 e sentenza 6 giugno 1985, Frascogna, causa 157/84. L'articolo citato del regolamento n.1612/68 stabilisce la parità di trattamento per i lavoratori degli Stati membri con riferimento ai "vantaggi sociali"). Merita di essere ricordato inoltre che la nostra Corte di Cassazione, con sentenza 21.09.1991, n. 9884, ha affermato l'applicabilità del regolamento comunitario n. 1408/71 anche a prestazioni che, secondo le nostre categorie giuridiche, non rientrano nella previdenza sociale, ma piuttosto nell'assistenza sociale, come le pensioni sociali e di invalidità. Come più volte chiarito dalla Corte di giustizia, l'art. 48 del Trattato CE (ora art. 39) produce effetti diretti e prevale quindi su qualsiasi norma interna contrastante, così come l'esigenza di applicare la norma del Trattato si pone anche per i giudici, investiti di eventuali controversie (sentenza 4 aprile 1974, Commissione c. Francia, causa 163/73).
Continua a suscitare notevole perplessità la permanenza del carattere discriminatorio di tali misure nei confronti dei/(lle) cittadini(e) extracomunitari(e), che potranno beneficiare dell'assegno di maternità al pari dei(lle) cittadini(e) italiani(e) solo se in possesso della carta di soggiorno.
Appare innanzitutto frutto di un madornale errore del legislatore il mancato inserimento delle donne rifugiate riconosciute ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951 tra i beneficiari dell'assegno di maternità. I rifugiati, infatti, non possono automaticamente accedere alla carta di soggiorno, a meno che non corrispondano ai requisiti - di residenza, reddituali, alloggiativi e penali - richiesti agli immigrati in generale, non essendo stato ancora approvato dal Parlamento il DDL sull'asilo che prevede il rilascio a loro favore della carta di soggiorno per il solo fatto del riconoscimento in Italia della qualifica prevista dalla convenzione internazionale di Ginevra del 1951.
L'esclusione dei rifugiati politici riconosciuti ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951 dagli assegni familiari e per maternità costituisce dunque una diretta violazione innanzitutto dell'art. 23 della Convenzione medesima che prevede il trattamento riservato ai cittadini per quanto concerne l'assistenza sociale. Inoltre, vale la pena rilevare che anche la Convenzione Europea sull'Assistenza Sociale e Medica, ratificata e resa esecutiva in Italia, stabilisce il principio di eguaglianza di trattamento con riferimento non solo ai cittadini degli Stati contraenti, ma anche ai rifugiati secondo la Convenzione di Ginevra del 1951.
Per quanto attiene, infine, ai cittadini extracomunitari, residenti regolarmente nel nostro Paese, ma in possesso del solo permesso di soggiorno di lunga durata per lavoro o famiglia, la discriminazione operata nei loro confronti dalle disposizioni in materia di assegno familiare e per maternità appare illegittima alla luce dell'art. 41 del Testo unico n. 286/98 in materia di immigrazione e condizione giuridica dello straniero extracomunitario, che prevede "l'equiparazione ai cittadini italiani ai fini della fruizione delle provvidenze e delle prestazioni, anche economiche, di assistenza sociale". Avendo il legislatore conferito alle disposizioni contenute nel TU il carattere di norme fondamentali di riforma economico-sociale della Repubblica (art. 1 c.4 D.lgs. n. 286/98), non si vede come possa trovare giustificazione e legittimità la deroga sostanziale al principio di parità di trattamento in materia di assistenza sociale introdotta dalla disposizione contenuta nella legge finanziaria 1998/99 e ribadita da quella dell'anno successivo, anche se successiva temporalmente al TU. Vale la pena citare, inoltre, come la Corte Costituzionale abbia già avuto modo di esprimersi in merito alla portata estensiva del principio di parità di trattamento con i cittadini italiani per i cittadini extracomunitari regolarmente residenti, nella sentenza n. 454/98 : "Una volta che i lavoratori extracomunitari siano autorizzati al lavoro subordinato stabile in Italia, godendo di un permesso di soggiorno rilasciato a tale scopo o di altro titolo che consenta di accedere al lavoro subordinato nel nostro Paese, e siano posti a tal fine in condizioni di parità con i cittadini italiani, e così siano iscritti o possano iscriversi nelle ordinarie liste di collocamento(), essi godono di tutti i diritti riconosciuti ai lavoratori italiani".
E' auspicabile, dunque, che nei prossimi mesi vengano promossi ricorsi dinanzi al giudice unico civile avverso provvedimenti di esclusione di rifugiati politici o cittadini extracomunitari in possesso di PdS, dai benefici introdotti dalla legge finanziaria 1998/99, così come modificati da quella per l'anno 2000, in materia di assegno familiare e per maternità, confidando che per le vie giudiziarie si potrà trovare rimedio ad un'odiosa, irragionevole ed infondata discriminazione che il legislatore ha voluto introdurre e poi solo parzialmente rettificare. Si ricorda che le richieste per l'erogazione degli assegni famigliari e di maternità per l'anno 1999 possono essere presentate entro il 21 marzo 2000.
16.	Definiti tutti gli strumenti giuridici per l'istituzione in ciascuna provincia dei Consigli territoriali per l'immigrazione previsti dalla legge sull'immigrazione.
Con il varo del DPCM 18.12.1999 (in GU n. 13 del 18.01.2000) sono stati completati tutti gli adempimenti giuridici necessari per l'istituzione in ciascuna provincia dei Consigli territoriali per l'immigrazione, previsti dall'art. 3 comma 6 del TU e la cui composizione è stata specificata dall'art. 57 del regolamento di attuazione (DPR 31.08.1999, n. 394). I consigli territoriali per l'immigrazione sono organi a carattere meramente consultivo, presieduti dal Prefetto della provincia, e ai quali spetteranno compiti di analisi delle esigenze e di promozione degli interventi a livello locale. Il regolamento di attuazione della legge sull'immigrazione prevede che tali consigli siano composti dai rappresentanti dei competenti uffici periferici delle amministrazioni dello Stato, dal Presidente della provincia, da un rappresentante della Regione, dal sindaco del comune capoluogo e uno dei comuni della provincia, dai rappresentanti delle organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro, delle associazioni di immigrati e degli enti e associazioni attive nel campo dell'assistenza agli immigrati. Ora spetta ai Prefetti procedere alla nomina dei componenti dei Consigli su designazione delle amministrazioni, organizzazioni, associazioni ed enti interessati.
17.	Definiti i criteri e le modalità per la selezione ed il finanziamento dei programmi di assistenza ed integrazione sociale a favore delle vittime della tratta di donne e minori ai fini di sfruttamento sessuale, in relazione all'attuazione delle misure di protezione sociale di cui all'art. 18 del TU sull'immigrazione. Già venuti in scadenza il 27 dicembre scorso i termini per la presentazione di domande di finanziamento dei progetti per l'anno 1999.
Con decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Ministro per le pari opportunità- 23 novembre, 1999 (in GU n. 291 dd. 13.12.1999) sono stati fissati i criteri e le modalità per la selezione dei programmi di assistenza e di integrazione sociale delle vittime del traffico di donne e minori ai fini di sfruttamento sessuale, che possono beneficiare delle particolari norme di protezione sociale di cui all'art. 18 del TU delle disposizioni concernenti l'immigrazione. In base a quanto previsto dal suddetto decreto, sono ammissibili al finanziamento due tipologie di programmi di assistenza ed integrazione sociale così di seguito definite: a) azioni di sistema; b) programmi di protezione sociale.
Per i primi si intendono interventi volti all'informazione, alla sensibilizzazione sul fenomeno, alla formazione professionale degli operatori, al monitoraggio degli interventi, alla promozione di iniziative di cooperazione internazionale con i paesi interessati. Per i secondi si intendono i programmi rivolti specificatamente ad assicurare un percorso di assistenza e protezione allo straniero che intenda sottrarsi alla violenza ed ai condizionamenti di soggetti dediti al traffico di persone, in particolare donne e minori, anche al fine di consentirgli l'accesso allo speciale permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale di cui all'art. 18 del TU, secondo le modalità applicative previste dall'art. 27 del regolamento di esecuzione (Dpr. N. 394/99). Alle azioni di sistema sarà destinata una quota delle risorse disponibili non superiore al 25% e comunque potranno essere finanziati soltanto progetti proposti da soggetti pubblici, mentre ai finanziamenti per i progetti relativi ai programmi di protezione sociale potranno accedere oltre ai soggetti pubblici (regioni, province, comuni, consorzi), anche i privati iscritti nell'apposita sezione del registro delle associazioni e degli enti che svolgono attività a favore degli immigrati di cui all'art. 52 comma 1 lettera c) del DPR 31.08.1999, n. 394. Non essendo state ancora definite le modalità operative per la tenuta del suddetto registro, per le richieste di contributi relative all'esercizio finanziario 1999 non si è tenuto conto di detto requisito. I progetti saranno valutati da un'apposita commissione interministeriale prevista dall'art. 25 comma 2 del DPR n. 394/99, istituita con decreto 11 novembre 1999, e di cui fanno parte rappresentanti dei ministeri delle pari opportunità, per la solidarietà sociale, dell'interno e di grazia e giustizia. I termini e le modalità per la presentazione dei progetti saranno di volta in volta comunicati con appositi avvisi del Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, consultabili anche sul sito Internet: //www.palazzochigi.it/pariopportunita/strumenti/tratta.htm. Si fa tuttavia presente che per i contributi relativi all'esercizio finanziario 1999, i termini di presentazione delle domande sono già scaduti lo scorso 27 dicembre.
18.	Consegnata al Governo italiano la relazione della Commissione per le politiche di integrazione contenente le proposte di modifica della legislazione sull'acquisto della cittadinanza italiana.
19.	Il regolamento di attuazione della legge sull'immigrazione limita le possibilità di ricorso all'autocertificazione da parte dei cittadini extracomunitari che erano state prefigurate in base alle circolari dei Ministeri dell'Interno, di Grazia e Giustizia e dei Trasporti e della Navigazione, applicative delle norme in materia di semplificazione amministrativa .
20. Con l'entrata in vigore del regolamento di attuazione e della direttiva sulla programmazione dei flussi di ingresso finalmente operativa la disciplina sul riconoscimento dei titoli di studio ai fini dell'esercizio delle libere professioni da parte di cittadini extracomunitari regolarmente soggiornanti.
21.	Decretata la ripartizione dello stanziamento del Fondo per le politiche migratorie per le politiche di accoglienza e d'integrazione promosse dalle Regioni, l'assistenza ai rifugiati temporanei dalla Repubblica Federale di Jugoslavia (Kosovo) da parte del Ministero dell'Interno, l'accoglienza di immigrati e profughi nella regione Puglia, gli interventi del Dipartimento Affari Sociali ed il funzionamento del Comitato per la tutela dei minori stranieri, nonché per le attività del CNEL in materia di immigrazione e le necessità della Commissione per le politiche di integrazione.
22.	Soppresso definitivamente a partire dal 1 gennaio 2000 il prelievo sulla busta paga a carico del lavoratore extracomunitario nella misura dello 0,5%, previsto dall'art. 13 comma 2 della legge n. 943/86.
Come confermato dalle circolari emanate dall'INPS (17 dicembre 1998 n. 258, 26 marzo 1999, n. 67), in ottemperanza a quanto previsto dall'art. 45.3 del TU sull'immigrazione, a partire dal 1 gennaio 2000 i lavoratori extracomunitari non sono più assoggettati al prelievo obbligatorio sulla busta paga previsto nella misura dello 0,5% dall'art. 13 comma 2 della legge n. 943/86 al fine dell'istituzione di un fondo per il rimpatrio volontario presso l'INPS. Tale fondo nel corso della sua esistenza è stato utilizzato solo in minima parte, per il rimpatrio di qualche decina di salme di cittadini extracomunitari. Con l'entrata in vigore della legge n. 40/98, è stato previsto un periodo transitorio durante il quale tale contributo obbligatorio a carico dei lavoratori extracomunitari è stato destinato a diverso scopo, andando a finanziare il fondo nazionale per le politiche migratorie, fino alla definitiva soppressione, a decorrere appunto dal 1 gennaio 2000.
23.	Una storica sentenza della Corte di Cassazione estende il principio della risarcibilità del danno subito dal cittadino in relazione ad atti della Pubblica Amministrazione che abbiano leso "interessi legittimi". Le possibili applicazioni nel campo della tutela degli immigrati.
24. Entrata in vigore il 17 gennaio 2000 nella sua interezza la legge 12 marzo 1999, n. 68 recante nuove norme per il diritto al lavoro dei disabili che riforma il sistema del collocamento obbligatorio. I cittadini extracomunitari invalidi civili pienamente equiparati ai cittadini italiani per l'accesso a tali agevolazioni all'inserimento nel mercato del lavoro. Definiti i criteri e le modalità per gli adempimenti informativi periodici cui sono soggetti i datori di lavoro.
Il 17 gennaio 2000 è entrata in vigore nella sua interezza la legge che stabilisce "le norme per il diritto al lavoro dei disabili" (legge 12 marzo 1999, n. 68 Suppl. G.U. n. 57/L dd. 23.03.1999), abrogativa della legge n. 482/1968 e che rivede l'intero sistema del collocamento obbligatorio. In base alle nuove norme, i datori di lavoro con oltre 50 dipendenti sono tenuti ad assumere persone invalide nella misura del 7 per cento del proprio personale, mentre quelli con un numero di dipendenti compreso tra 35 e 50 sono tenuti ad assumere almeno due persone disabili e quelli con un numero di dipendenti di almeno 15 ed inferiore a 35 almeno una persona disabile. L'assunzione di persone disabili, oltre ad evitare le sanzioni previste nei casi di trasgressione, comporta per i datori di lavoro incentivi sotto forma di sgravi contributivi. Il collocamento obbligatorio viene decentrato alle Regioni. Emergono dubbi, peraltro, sull'effettiva operatività delle norme al momento della loro ufficiale entrata in vigore, vista la perdurante mancanza di tre regolamenti attuativi previsti dalla normativa, il principale dei quali deve superare ancora l'esame del Consiglio di Stato prima di essere varato definitivamente dal Consiglio dei Ministri.
A questi incentivi all'inserimento nel mercato del lavoro possono concorrere i cittadini extracomunitari invalidi civili in regola con il soggiorno in Italia, a parità di condizioni con il cittadino italiano. Con sentenza n. 454 dd. 30 dicembre 1998, pubblicata sulla G.U. Serie speciale dd. 13.01.1999, la Corte Costituzionale ha infatti a riconosciuto il diritto dei cittadini extracomunitari invalidi civili di iscriversi alle liste del collocamento obbligatorio disciplinate a suo tempo dalla legge n. 482/1968., alla pari dei cittadini italiani. La Corte Costituzionale ha ritenuto illegittima la posizione del Ministero del Lavoro che si ostinava a negare l'accesso degli stranieri extracomunitari al collocamento obbligatorio, rilevandone il contrasto con i principi di parità di trattamento ed eguaglianza di opportunità dei lavoratori extracomunitari regolarmente soggiornanti rispetto ai cittadini italiani, stabiliti già con l'adesione e la ratifica dell'Italia alla Convenzione n. 143 dell'OIL, successivamente ribaditi dalla legge n. 943/86 e, da ultimo, con la legge n. 40/1998, che è andata ancora più in là, stabilendo per gli stranieri extracomunitari la garanzia del godimento dei diritti in materia civile in condizioni di piena uguaglianza con i cittadini italiani.
Con decreto 22.11.1999 del Ministero del Lavoro (in GU 17.12.1999 n. 295) sono state definite le modalità e i criteri di periodicità per la trasmissione dei prospetti informativi da parte dei datori di lavoro, dai quali risultino il numero complessivo dei lavoratori dipendenti, il numero e i nominativi dei lavoratori computabili nella quota di riserva in favore dei lavoratori beneficiari della disciplina sulle assunzioni obbligatorie, nonché i posti di lavoro e le mansioni ancora disponibili per quelli disabili. Tali prospetti saranno trasmessi entro il 31 gennaio di ogni anno al servizio apposito istituito presso le Regioni al fine di consentire le dovute azioni di controllo sull'effettiva applicazione delle norme. Limitatamente all'anno 2000, il termine per l'invio dei prospetti informativi è differito al 31 marzo.
25. Varate le disposizioni in attuazione della normativa comunitaria in materia di libertà di
26. Introdotta l'assicurazione obbligatoria al Servizio Sanitario Nazionale per i cittadini dell'Unione Europea residenti in Italia.
27. La "legge Bassanini" ed il riordino delle competenze statali in materia di immigrazione.
Si può altresì ritenere che la materia dellimmigrazione si possa considerare implicitamente mantenuta anche tra quelle attribuite al Ministero degli Affari Esteri sotto la voce (impropria) della "emigrazione" (art. 12, comma 1, D. Lgs. n. 300/1999) e tale conclusione può ritenersi scontata sia sulla base della vigente legislazione in materia di immigrazione che attribuisce al Ministero le competenze in materia di rilascio dei visti di ingresso, sia sulla base del recentissimo regolamento (emanato con D.P.R. 11 maggio 1999, n. 267) recante norme per lindividuazione degli uffici di livello dirigenziale generale, nonché delle relative funzioni, dellAmministrazione centrale del Ministero degli Affari Esteri, il quale espressamente istituisce una direzione generale per gli italiani allestero e le politiche migratorie, che ha tra i suoi compiti quello di provvedere agli affari consolari e di trattare "le questioni concernenti gli stranieri in Italia". A seguito del decreto Ministero Affari Esteri dd. 10 settembre 1999 (in G.U. 13.10.1999 n. 241), la direzione generale per gli italiani all'estero e le politiche migratorie, istituita a partire dal 1 gennaio 2000, è articolata in sei uffici, di cui il V° riservato alle politiche migratorie e dell'asilo ed il VI° alla questione dei visti. Per il resto nulla si può dire neppure circa le competenze in materia di immigrazione nellambito del nuovo ordinamento dellamministrazione periferica, nella quale sono conservate le Questure e le Prefetture sono trasformate in Uffici territoriali del governo che, pur se inseriti nel Ministero dellInterno, dipenderanno funzionalmente da ogni ministero ed eserciteranno tutte le competenze statali residue a livello periferico, escluse quelle delle amministrazioni della Pubblica Istruzione (sono soppressi i provveditorati agli studi e istituiti gli uffici scolastici regionali). Lordinamento concreto dellUfficio territoriale del governo è infatti lasciato ad un successivo regolamento governativo. E dunque aperta alla possibilità (futura ed incerta) che ben si possano ordinare in modo strutturalmente omogeneo in tali uffici tutti i compiti e funzioni statali in materia di immigrazione, asilo e cittadinanza, mentre il mantenimento delle figura distinta delle questure rende più improbabile che di tali compiti e funzioni del nuovo Ufficio territoriale del governo possano far parte anche quelli in materia di rilascio, rinnovo, revoca e conversione dei permessi di soggiorno e delle carte di soggiorno che la legge oggi affida al Questore.
28.	Ratificati e resi esecutivi gli accordi di adesione dei Governi di Svezia, Danimarca e Finlandia agli Accordi di Schengen, nonché l'accordo di cooperazione tra gli Stati parte degli Accordi di Schengen e la Repubblica di Islanda ed il Regno di Norvegia per la soppressione dei controlli alle persone alle frontiere comuni.
29.	Entrati in vigore gli accordi bilaterali tra Italia e Repubblica del Kenya, Repubblica del
Sud Africa e di Georgia in materia di reciproca promozione e protezione degli investimenti. Ratificati e resi esecutivi dal parlamento italiano i medesimi accordi con la Repubblica di Capo Verde, il Regno Hascemita di Giordania, la Repubblica dell'Azerbaijan e la Repubblica del Libano. Con la nuova legge sull'immigrazione ed il varo del regolamento di attuazione non è più richiesta la condizione di reciprocità per l'acquisto di immobili ad uso abitativo da parte di immigrati stranieri.
Il Ministero degli Affari Esteri ha comunicato (in G.U. dd. 07.10.1999 n. 236) che, rispettivamente il 4 agosto ed il 16 marzo 1999, sono entrati in vigore gli accordi bilaterali in materia di promozione e reciproca protezione degli investimenti, sottoscritti tra il governo italiano e quello della Repubblica del Kenya e della Repubblica del Sud Africa. Uguale comunicazione ha riguardato il pari accordo con la Georgia, entrato in vigore il 26 luglio 1999 (in GU 09.12.1999 n. 288). Con leggi n. 429, 430, 431 dd. 28 ottobre 1999 (in G.U. Suppl. ord. N. 202/L dd. 19.11.1999 n. 272), sono stati ratificati e resi esecutivi dal Parlamento italiano accordi similari con il Regno Hascemita di Giordania, la Repubblica dell'Azerbaijan e la Repubblica Libanese. Con legge 29.12.1999, n. 527 è stato ratificato e reso esecutivo tale accordo anche con la Repubblica di Capo Verde (in G.U. n. 13 dd. 18.01.2000).
30.	Entrato in vigore il trattato bilaterale tra Italia e Perù sull'assistenza giudiziaria in materia penale e quello sul trasferimento di persone condannate e di minori in trattamento speciale.
31.	Entrato in vigore l'accordo tra Italia e Argentina sul riconoscimento dei titoli di studio a livello elementare e medio firmato a Bologna il 3 dicembre 1997.
Il Ministero degli Affari Esteri ha comunicato l'entrata in vigore il giorno 28 dicembre 1999 dell'accordo tra Italia e Argentina sul reciproco riconoscimento dei titoli di studio a livello elementare e medio, firmato a Bologna il 3 dicembre 1997 (in GU 27.11.1999, n. 279). L'accordo era stato ratificato e reso esecutivo con legge 7 giugno 1999, n. 210 (in G.U. 01.07.1999 n. 152).
32.	Ratificate e rese esecutive le Convenzioni con la Slovenia e la Croazia in materia di
33.	Entrata in vigore la Carta sociale europea, riveduta con annesso, firmata a Strasburgo il 3
34.	Entrato in vigore l'accordo tra il governo italiano e le Nazioni Unite per l'esecuzione delle sentenze del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia, firmato a L'Aja il 6 febbraio 1997.
Il Ministero degli Affari Esteri ha comunicato (in GU 26.11.1999 n. 278) che lo scorso 27 agosto 1999 è entrato in vigore l'accordo firmato a L'Aja il 06.02.1997 tra il governo italiano e le Nazioni Unite per l'esecuzione delle sentenze del Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia, ratificato e reso esecutivo in Italia con legge 7 giugno 1999, n. 207 (G.U.30.06.1999 n. 151).
35.	Sospesa ufficialmente nei confronti della Bosnia Erzegovina l'efficacia dell'accordo tra la
36. "Diritto, Immigrazione e Cittadinanza": Uscito il terzo numero della rivista promossa da Magistratura Democratica e dall'ASGI dedicata ai temi dell'immigrazione e dell'asilo.
37. Le prospettive della politica europea comune in materia di immigrazione e asilo in occasione del Vertice europeo straordinario di Tampere (Finlandia) del 15-16 Ottobre. I documenti propositivi di organismi italiani ed europei.
38. Campagna internazionale per la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie. Un'iniziativa in Italia.
39. La Corte di Cassazione conferma il limite all'applicazione della legge straniera nei rapporti di famiglia se i suoi effetti sono contrari all'ordine pubblico e ai principi fondamentali del nostro ordinamento e di quello internazionale. Negata l'applicazione della legge marocchina che non ammette l'istituto del riconoscimento della filiazione naturale.
Bollettino news aggiornato alla data del 25 gennaio 2000 e curato da Walter Citti, della segreteria dell'ASGI - Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione (tel. fax.040/382651).

References: art. 5
 sentenza 
 sentenza 
 art. 7
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 39
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