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Timestamp: 2019-01-22 21:36:56+00:00

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La fine della legge 40/2004 sulla procreazione assistita: un'ordinaria storia di eterogenesi dei fini all'italiana. | studio legale Martini Fanti & Partners
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Ringraziamo per questo contributo sulla sentenza della Corte Costituzionale numero 229 del 21 ottobre 2015 l’amico Giurista per la Vita dott. Francesco Mario Agnoli, che ce ne autorizza la pubblicazione. La sentenza rappresenta, purtroppo, l’ennesimo colpo “di scure” verso una legge che, probabilmente, è stata fin dall’origine mal concepita e, ormai secondo molti autori, non avrebbe mai dovuto esserci in quanto i pretesi fini di “salvaguardia” della vita nascente sono oggi del tutto capovolti, in forme di assoluta minaccia verso gli embrioni umani. Augurando buona lettura, rammentiamo che il testo si trova riportato anche nella sua primaria fonte, nel sito Domus Europa.
Forse un po’ meno necessitata la motivazione della seconda parte della sentenza, che la Corte riconduce al riconoscimento della tutela dell’embrione di cui alla propria decisione n. 151/2009, anche se in realtà diretta più a trovare deroghe alla tutela che a confermarla,[1], dichiarando l’ infondatezza del dubbi del Tribunale di Napoli sul divieto (e conseguente punibilità) di soppressione degli embrioni, che, anche se malformati, non possono essere trattati “tamquam res”, come cose. Afferma la Corte che la loro malformazione “non ne giustifica sol per questo, un trattamento deteriore rispetto a quello degli embrioni creati in numero superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto, ex comma 2 del medesimo art. 14 nel testo risultante dalla sentenza n. 151 del 2009, si prospetta infatti l’esigenza di tutelare la dignità dell’embrione, alla quale non può parimenti darsi, allo stato, altra risposta che quella della procedura di crioconservazione[2]”.
[1] La sentenza in. 151/2009 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma (art. 14/comma 2) che stabiliva il divieto di “creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre” e ha, di conseguenza, allargato fino a renderlo strumento indispensabile per l’applicazione della legge il ricorso alla crioconservazione degli embrioni, tecnica vietata invece, unitamente alla loro soppressione, dalla legge , che la consentiva solo, e per un periodo di tempo limitato, in presenza di “grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione” per garantirne la conservazione “fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena possibile”. Nella motivazione si afferma (in realtà con un ragionamento alquanto specioso “poiché anche nel caso di limitazione a soli tre del numero di embrioni prodotti, si ammette comunque che alcuni di essi possano non dar luogo a gravidanza, postulando la individuazione del numero massimo di embrioni impiantabili appunto un tale rischio”) che “la legge rivela un limite alla tutela apprestata all’embrione (…) consentendo un affievolimento della tutela dell’embrione al fine di assicurare concrete aspettative di gravidanza in conformità alle finalità previste dalla legge”. Si riconosce, quindi, che la legge 40 prevede una tutela per l’embrione, che viene implicitamente considerata costituzionalmente legittima, ma ciò che soprattutto rileva per la Corte è l’individuazione dei casi di affievolimento di tale tutela.
[2] Si noti che, come evidenziato nella nota precedente, l’impiego massiccio della crioconservazione per l’applicazione della legge 40 è frutto di un sentenza della Corte costituzionale. Come si è detto, la legge 40 consentiva il ricorso alla crioconservazione solo in casi eccezionali e per un tempo il più breve possibile e all’art. 14/comma 1 assimilava la crioconservazione degli embrioni fuori dell’unico caso consentito alla loro soppressione (“È vietata la crioconservazione e la soppressione di embrioni, fermo restando quanto previsto dalla legge 22 maggio 1978, n. 194”). Dal momento che è difficile immaginare che qualcuno (qualcuna) si offra per l’impianto nell’utero di un embrione già identificato come malformato, l’invio degli embrioni alla crioconservazione per effetto dell’incontro-scontro di una legge e di provvedimenti giudiziari, frutto sia l’una che gli altri della malriuscita commistione di principi appartenenti a due diverse forme di civilizzazione, determina di fatto, salvi i limiti della tecnica e dei costi (cinquant’anni?), una loro condanna al silenzioso inferno dei ghiacci eterni (196° sotto zero).

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 14
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