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Timestamp: 2019-09-16 16:30:07+00:00

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Il borotalco è cancerogeno? Ecco tutta la verità
di Sono_la_Alle · Pubblicato 28 Giugno 2019 · Aggiornato 18 Luglio 2019
Ho finalmente risolto un dubbio che mi angosciava da anni. Vi spiego tutto e vi fornisco tutte le fonti per approfondire
Il borotalco è cancerogeno? Talco e cancro alle ovaie sono strettamente correlati?
Da tempo ormai le voci girano alimentate da una informazione confusa e spesso distorta dalla grossa pressione della pubblicità pagata a giornali e tv.
Così ho cercato di capire dove stesse la verità e se anche io, con un gesto semplice e così antico, stessi addirittura “ammazzando” mio figlio. Ne avevo parlato sommariamente qui ” l’igiene del neonato: le cose da sapere per lavarlo“
Come mamma ho sentito il dovere di cercare la verità.
Ho letto molto e mi sono chiesta il borotalco fa male?
Alla fine ho capito che certezze non ve ne sono allo stato attuale.
Probabilmente non è cancerogeno, ma parliamo di una probabilità non di una certezza.
Questo perchè gli studi disponibili non sono univoci. Alcuni evidenziano una possibile associazione tra uso di talco a livello genitale e aumento del rischio. Eppure la maggioranza delle prove scientifiche più rigorose non conferma tale incremento. Si trova, invece, molto meno circa gli effetti dell’inevitabile inalazione della polvere per mamma e bambino.
Ho trovato un lungo articolo sul sito della Fondazione Airc per la ricerca sul Cancro che riporto quasi interamente qui. Penso fornisca tutte le informazioni utili per capire e molti link per approfondire.
Il borotalco è cancerogeno? Approfondiamo
Differenza tra giustizia e scienza
Sentenza ribaltata (ma per problemi formali)
Il borotalco è cancerogeno? Nessuna associazione certa negli studi più rigorosi
Il borotalco è cancerogeno? Una correlazione c’è
Nessun “effetto accumulo”
Il borotalco è cancerogeno? Quindi che fare?
In conclusione: il borotalco è cancerogeno?
Una sentenza statunitense del 2016 ha condannato una nota azienda produttrice di talco. L’accusa è stata non aver dichiarato sulle confezioni che il talco è “potenzialmente cancerogeno”, a risarcire i parenti di una donna morta di cancro dell’ovaio.
Molte evidenze scientifiche non vanno nella stessa direzione di tale sentenza. Nella maggior parte dei casi non si nota una correlazione tra uso di talco e aumento del rischio. Quando emerge un piccolo aumento del rischio, si tratta di studi retrospettivi, basati sui ricordi delle persone intervistate e quindi meno affidabili di studi sperimentali.
A “discolpa” del talco vi sono anche due importanti fattori. In nessuno studio è stata notata una relazione tra uso di talco a livello inguinale (o addirittura all’interno della vagina) e aumento del rischio. Né è stata individuata una relazione tra durata del consumo di talco e frequenza della malattia. (Una relazione invece quasi sempre esistente nel caso dei carcinogeni).
Per ragioni di precauzione gli esperti consigliano di evitare l’uso del talco a livello inguinale o genitale, ma non rilevano rischi legati al contatto cutaneo per altre parti del corpo.
Nel 2016 la notizia che un tribunale americano ha condannato una delle più note aziende di prodotti di igiene a pagare un risarcimento di ben 72 milioni di dollari. La parte offesa era la famiglia della signora Jackie Fox, morta di tumore ovarico. La sentenza ha suscitato preoccupazione in tutto il mondo.
Secondo la giuria, l’azienda era responsabile di non aver adeguatamente informato i consumatori. Bisognava specificare che l’uso prolungato di prodotti per l’igiene a base di talco (in particolare se usato a livello inguinale) comporterebbe un aumento del rischio di tumore dell’ovaio. Ma è vero?
Innanzitutto è bene sgomberare il campo da un equivoco comune. Negli Stati Uniti, come anche in Italia, una sentenza può non essere determinata da ciò che la scienza ha o non ha dimostrato. Il giudice e negli Stati Uniti anche la giuria popolare possono basare il giudizio su altri tipi di valutazione. Nello scontro tra le posizioni degli avvocati delle due parti la giuria popolare ha dato maggiore peso alla tesi dell’accusa. Sarebbe stato necessario quantomeno riportare un avvertimento cautelativo in etichetta, rispetto alla tesi della difesa, per cui non esistono solide dimostrazioni scientifiche della cancerogenicità del talco.
Va aggiunto che, nel caso specifico di Jackie Fox, la sentenza è stata ribaltata nel 2017 per problemi legati a specifiche competenze giuridiche. La signora risiedeva in Alabama, ma l’azienda chiamata in causa aveva la sua sede in New Jersey e il caso è stato discusso a St. Louis: un giudice ha sentenziato che ciò andava oltre le competenze del tribunale coinvolto.
La stessa azienda è stata coinvolta in un caso analogo che ha avuto come protagonista la californiana Eva Echeverria. Anch’essa deceduta per tumore ovarico, alla cui famiglia la giuria aveva accordato inizialmente un risarcimento di 417 milioni di dollari. Nell’ottobre 2017, però, un giudice ha ancora una volta modificato la sentenza iniziale, seppur con una motivazione differente da quella usata per Jackie Fox. La ragione del nuovo verdetto era la mancanza di prove sufficienti a dimostrare un legame tra l’uso di talco e il tumore. Il dibattito legale sull’associazione tra talco e tumore non è chiuso e a oggi nei tribunali sono numerose le cause di questo tipo in discussione.
Gli esperti sono concordi sul fatto che l’eventuale aumento del rischio di tumore dell’ovaio, in caso di esposizione prolungata al talco vicino alla vagina o al suo interno, è certamente molto modesto in valore assoluto. Il tumore ovarico è, infatti, una malattia poco frequente: rappresenta meno del 3 per cento di tutti i casi di tumore. Gli studi condotti negli ultimi anni sull’argomento non hanno indicato il talco tra i possibili fattori di rischio per il tumore dell’ovaio. (…)
Più in dettaglio, i risultati di 16 studi che avevano coinvolto complessivamente 12.000 donne segnalavano (in una metanalisi pubblicata nel 2003) un aumento del rischio di cancro ovarico. Si parlava di circa un terzo associato all’uso del talco. Una revisione del 2013 sugli studi americani (con circa 18.000 donne coinvolte tra casi e controlli) ha rilevato un aumento analogo associato all’uso del talco per l’igiene intima, ma non all’uso su altre parti del corpo.
Entrambi questi studi sono di tipo caso-controllo, basati su ciò che le donne ricordano delle loro abitudini degli anni precedenti. Sulla stessa linea sono i risultati di alcune metanalisi più recenti, come quella pubblicata nel gennaio 2018.
Queste metanalisi hanno permesso di concludere che esiste un’associazione tra uso perineale di talco e tumore ovarico.
Un altro ampio studio americano del 2000 su 80.000 donne non ha rilevato alcuna correlazione. Solo un debole legame con il tumore ovarico di tipo sieroso. Tuttavia questo risultato potrebbe anche essere frutto del caso o della contaminazione da amianto, un problema non più presente al giorno d’oggi.
Anche una metanalisi pubblicata nel 2018 ha osservato un debole legame con questo specifico tipo di tumore. Nel 2007 una metanalisi di nove studi osservazionali che hanno studiato donne che hanno usato i diaframmi contraccettivi tradizionalmente conservati nel talco non ha osservato alcun legame: questo dato è considerato particolarmente rassicurante, dato che un’esposizione così ravvicinata alla sede di sviluppo della malattia dovrebbe avere un effetto più significativo e visibile.
Nel complesso gli esperti sottolineano che anche un eventuale aumento di rischio di un terzo rimane di entità modesta in assoluto. Il tumore dell’ovaio è già di per sé poco frequente.
Un altro elemento che gli esperti ritengono importante è la mancata relazione tra l’entità dell’esposizione al talco e l’entità dell’aumento di rischio. In pratica, chi ha usato più spesso prodotti per l’igiene intima a base di talco non ha avuto un rischio maggiore rispetto a chi ha avuto un’esposizione minore o meno diretta.
Anche questo è interpretato come un dato a sostegno della relativa sicurezza del talco. Questo perchè quando una sostanza causa il cancro (come accade per esempio col fumo di tabacco nel cancro polmonare) vi è una netta relazione tra entità dell’esposizione ed entità dell’aumento di rischio.
Proprio il caso del polmone fornisce un’altra prova, seppure indiretta, nella direzione dell’innocuità del talco. In una procedura medica la polvere sterile di talco è distribuita direttamente sul rivestimento dei polmoni. Questa procedura non ha mai comportato un aumento di rischio di cancro del polmone.
Le cause del tumore dell’ovaio restano in massima parte ignote. E’ probabile che non ci sia una sola causa, ma che contribuiscano numerosi fattori, in parte genetici e in parte ambientali.
Tra i molti milioni di donne che in tutto il mondo usano o non usano abitualmente il talco, una esigua minoranza, pari fra i due gruppi, sviluppa ogni anno un tumore dell’ovaio.
La malattia è più frequente con l’avanzare dell’età. Oppure quando in famiglia ci sono stati casi di tumore dell’ovaio e della mammella, e tende a ridursi nelle donne che hanno più figli.
Alla luce dei dati disponibili, l’International Agency for Research on Cancer (IARC), che fa capo all’Organizzazione mondiale della sanità:
classifica il talco contaminato da amianto (un minerale già noto per essere all’origine del mesotelioma pleurico) come “carcinogeno per gli esseri umani”. Ma è rassicurante sapere che la causa della cancerogenicità è l’amianto e non il talco.
lo IARC considera il talco non contaminato da amianto come “non classificabile tra i carcinogeni umani”;
sulla base della scarsa qualità di prove lo IARC considera solo l’uso del talco a livello perineale (cioè genitale o intravaginale) come “possibile carcinogeno per l’uomo” (gruppo 2B).
Le sentenze statunitensi si basano su considerazioni che sono solo in parte legate alle prove scientifiche. Chi ha fatto uso, nel passato, di talco a livello genitale non ha particolari ragioni per allarmarsi. Volendo applicare il principio di precauzione, è possibile suggerire di evitare l’uso di talco a livello perineale ed endovaginale. E’ bene ribadire che la maggior parte degli studi non ha potuto dimostrare una relazione di causa ed effetto tra l’eventuale utilizzo e il piccolo aumento di rischio rilevato in alcune ricerche retrospettive di tipo caso-controllo.
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