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Timestamp: 2018-05-28 09:34:30+00:00

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Malasanità | Danno Medico
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Il danno tanatologico o danno da morte.
Il tema del danno da “morte” ha subito costanti e controverse pronunce da parte della suprema corte di cassazione e dai tribunali di merito. Difatti, se per il danno da perdita del rapporto parentale, gli orientamenti sono univoci, in materia di danno da morte la questione è stata ampiamente dibattuta. Una sentenza illuminante della Cassazione n. 1362/14 aveva riconosciuto il diritto da “perdita della vita” per cui a prescindere da un apprezzabile lasso di tempo tra evento lesivo e morte, sarebbe stato necessario risarcire il danno che avesse determinato il decesso. Tale impostazione è stata ribaltata da una sentenza della Cassazione a Sez. unite n. 15350/2015 le quali ultime hanno affermato che il diritto alla vita non sia suscettibile di risarcimento (malasanità) economico in favore degli eredi, perchè è un bene di cui gode il soggetto che ne dispone unicamente quando è in vita. La sentenza lascia perplessi per una serie di ragioni che per brevità non si espongono in questa sede. Difatti, tale pronuncia deve aver lasciato perplesso anche il Giudice del Tribunale di Genova (sent. 15 febbraio 2016 n. 122), il quale pur conoscendo tale orientamento se ne discosta riconoscendo che il “bene vita” debba essere giustamente protetto anche sotto il profilo economico. La Costituzione art. 2 e art. 32 tutela la vita per cui nel momento in cui viene sottratta (come nel caso di errore medico) per effetto della condotta umana altrui, questa debba essere tutelata e risarcita quale unico mezzo di compensazione per la perdita subita.
Una sentenza del Tribunale di Ravenna, in materia di malasanità, ha riconosciuto un risarcimento molto al di sotto delle aspettative, incorrendo nell’errore di non calcolare correttamente ciò che viene ritenuto essere il danno differenziale. Il caso è quello del Sig. V.C. il quale per effetto della errata esecuzione dell’intervento di protesi dell’anca sinistra, ha subito lo sfondamento dell’acetabolo. Il chirurgo nel tentativo di riparare la lesione, ha raccolto i frammenti ossei ed avvalendosi di apposito materiale di assemblaggio, ha preparato una sorta di impasto biologico che ha spalmato sul contorno acetabolare. Inutile dire che tale soluzione si è rivelata infausta visto che il CTU nominato, ha riconosciuto un danno al Sig. V.C. pari al 40% di cui solo il 25% (dal 15% al 40%) attribuibile a responsabilità medica. L’errore del Giudice di primo grado è stato proprio quello di calcolare tale danno da 0 a 25% (riconoscendo € 96.074,00) nell’erroneo presupposto che andasse così eseguito. Al contrario, il danno avrebbe dovuto essere calcolato come pregiudizio biologico differenziale del 25% sulla base di un danno permanente complessivo del 40% in quanto il tipo di patologia di cui il V.C. soffriva avrebbe comunque lasciato una lesione (a prescindere dell’errore sanitario) stimabile nel 15%. Tale tipo di pregiudizio va calcolato, secondo l’insegnamento della giurisprudenza ( “La corretta liquidazione del danno biologico differenziale non deve consistere nel punto risultante dalla differenza tra le mere percentuali di invalidità il relativo valore di punto ma deve consistere nella differenza tra il valore economico stabilito per l’invalidità complessiva del danneggiato e quello corrispondente all’invalidità ineliminabile e normalmente risultante in seguito all’operazione eseguita secondo le regole dell’arte.” App. Venezia Sez. IV, 16/10/2017), sottraendo dal danno economico calcolato al 40% il valore economico del danno che comunque sarebbe residuato del 15%, utilizzando le tabelle milanesi. Sulla base di ciò il pregiudizio biologico che deriva da tale computo e dalla sottrazione avrebbe dovuto essere pari ad almeno € 187.557,30.
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La malasanità purtroppo è un cancro incurabile che si espande all’interno della società. Letteralmente si intende per malasanità una carenza generica della prestazione dei servizi professionali rispetto alle loro capacità che causa un danno al soggetto beneficiario della prestazione.
Facile immaginare come negli anni, la malasanità abbia assunto significati differenti paralleli all’evoluzione della società stessa: chi sosteneva che fosse una evidente e dimostrata mancanza di conoscenza e/o abilità nella conduzione della pratica clinica, oppure associata agli errori nei reparti di medicina che cambiano a seconda dell’incertezza tipica delle varie discipline; in tempi più recenti si è cercato di circoscrivere la definizione di malasanità in quattro concetti coesistenti: un obbligo dovuto e violato e che tale violazione ha portato danno al paziente, sia immediato che differito nel tempo. Come per ogni controversia, durante il processo per risarcimento malasanità, la parte lesa o chi per lei deve dimostrare l’assolutezza della conseguenza dell’operato medico rispetto al danno subito dal paziente, d’altra parte, il medico o la struttura sanitaria che sia deve ovviamente dimostrare il contrario, anche qui con prove certe e assolute, nel tentativo di difesa di dimostrare che le cure o operato effettuato su quel determinato paziente non hanno fatto scaturire nulla di patologico nuovo.
Troppa superficialità nelle visite e troppa distrazione nelle sale operatorie: la malasanità aumenta all’aumentare dell’incompetenza ma nasce anche dalla troppa distrazione e dalla facilità con cui spesso vengono affrontate visite e ricoveri.
E’ possibile, in casi di estrema evidenza e di malasanità, ricorrere a procedure semplici ed efficaci nei confronti della struttura ospedaliera, procedure che sono stabilite dalla legge secondo un decreto che attribuisce la pertinenza di tali comunicazioni ad un apposito ufficio, URP, Ufficio Relazioni con il Pubblico, il quale sancisce un preciso protocollo logistico di gestione delle segnalazioni. Questo ufficio raccoglie tutto il materiale che la parte lesa sottopone a tale attenzione, e attraverso la quale è possibile effettuare la richiesta di malasanità risarcimento, cartelle sanitarie, nomi di medici ai quali si è sottoposti, dati e dettagli sull’eventuale episodio che si voglia contestare. Non è opportuno o obbligatorio presentarsi personalmente ma è possibile avviare tale richiesta anche telefonicamente, via mail o fax, a seconda dei casi e della loro gravità. Comunque sia, una volta che si è in contatto con l’URP verrà chiesto al paziente di redigere in forma scritta una relazione sull’accaduto: una volta raccolto il materiale, verrà avviata dall’ufficio stesso un’istruttoria, destinatari della quale saranno il Direttore Sanitario, il Direttore dell’Unità Operativa in questione, in caso si tratti di un episodio clinico, oppure al Responsabile del Servizio Alberghiero se la segnalazione riguarda le condizioni igenico sanitarie della struttura. Gli URP tendono a precisare che la tempistica è decisamente subordinata alla gravità dello specifico evento e alla reperibilità dei medici e di eventuali altri individui coinvolti nel fatto, e che l’ordine delle richieste segue necessariamente una scala di priorità e fattibilità stabilita secondo i casi contingenti. Nel momento in cui arriverà una risposta, sottoscritta e firmata dalla struttura e dai relativi Direttori o Responsabili, il paziente leso verrà contattato e, nel caso in cui questo non si ritenga soddisfatto è possibile avviare un’azione legale.
Sono 470 episodi in poco più di 2 anni, di cui 329 hanno fatto registrare il decesso del paziente, o per errore diretto del personale medico e sanitario o per disfunzioni e malfunzionamento della struttura. Cifre allarmanti dunque, ma ancora di più se si considera che relativamente al dato delle vittime, ben 126 di esse sono concentrate in 2 regioni, Calabria e Sicilia. Questo è quanto emerge dalla ricerca sulla malasanità in Italia della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori nel settore sanitario. Questi casi sono ovviamente dati distribuiti e raccolti su tutto il territorio nazionale: come già intuito sopra le regioni da “podio” sono Calabria e Sicilia, seguono il Lazio con 37 episodi, Puglia, Campania, Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna con valori compresi tra 20 e 30, Veneto, Piemonte Val d’Aosta, Abruzzo, Umbria, Basilicata e Friuli Venezia Giulia con dati al di sotto del 10 e Sardegna, Marche e Molise con 2 episodi e il Trentino con un singolo caso. Un dato allarmante, se si pensa che nel 2011 la media è aumentata notevolmente: da 16 casi al mese si è passati a 19. Oltre 200 episodi di presunta malasanità che potrebbe aver causato la morte di 166 pazienti in un solo anno. Anche qui sezionando il dato su base territoriale, si evidenziano le situazioni più critiche in Calabria e Sicilia. I casi di malasanità, come accennato precedentemente, non sempre hanno a che fare con l’errore diretto del medico. Spesso infatti dipendono dal disservizio e dalle carenze delle strutture cliniche ospedaliere.
Si stima che la colpa medica e gli errori delle strutture ospedaliere in Italia causino un numero spropositato e insostenibile di morti al giorno. In materia i dati oscillanno a seconda da dove provengono le stime, dall’Associazione degli anestesisti oppure dall’Assinform o da altre tipologie. A livello statistico il maggior numero di errori si commette in sala operatoria, nei reparti di degenza, nei dipartimenti di urgenza e a seguire in ambulatorio. (altro…)

References: sentenza 
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 art. 2
 art. 32
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