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Timestamp: 2019-08-24 12:38:56+00:00

Document:
Docenti Diritto Penale sulla Legittima Difesa
Di Loredana Morandi (del 07/10/2005 @ 18:10:58, in Giuristi, linkato 1815 volte)
I Docenti di Diritto Penale sul DDL Nr 1899 in Tema di Legittima Difesa
A seguito dell'approvazione in Senato del disegno di legge n.1899 in tema di legittima difesa, i sottoscritti docenti di diritto e procedura penale ritengono indispensabile e urgente informare la pubblica opinione della reale portata della riforma proposta e fanno appello, nel contempo, agli onorevoli deputati, perché sia scongiurata la definitiva approvazione del disegno di legge varato dall'aula del Senato.
L'art.52 del codice penale, nel testo attualmente vigente, stabilisce che non è punibile chi commette un qualsiasi fatto costituente reato quando vi è "costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui dal pericolo attuale di un'offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa".
Il Senato ha approvato l'inserimento nell'art. 52 del codice penale dei seguenti commi aggiuntivi:
"Nei casi previsti dall'articolo 614, primo e secondo comma (violazione di domicilio, n.d.r.), sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria o altrui incolumità; b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione. La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all'interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale.".
Appare subito evidente che l'innovazione proposta non ha in nessun modo l'effetto di "ampliare" i limiti di principio della legittima difesa. E' infatti assolutamente pacifico che l'attuale normativa consenta la difesa, non solo dell'incolumità personale, ma anche dei beni patrimoniali, propri o altrui e, altrettanto sicuramente, del diritto all'inviolabilità del domicilio. Si aggiunga che l'art. 59 del vigente codice penale estende la non punibilità anche ai casi in cui chi agisce per difendersi creda solo per errore di essere aggredito nella persona o nei beni, e che l'art.55 dello stesso codice prevede una marcata attenuazione della responsabilità per chi ecceda colposamente nella legittima difesa da un'aggressione, reale o supposta, cagionando, senza averne l'intenzione, un danno maggiore del necessario.
La norma approvata dal Senato introduce però la presunzione che la reazione dell'aggredito sia sempre e comunque proporzionata all'offesa minacciata, quando il fatto avvenga nel domicilio dell'aggredito o nel suo luogo di lavoro. Ciò nell' intento di sottrarre al giudice, limitatamente a questi casi, la valutazione della proporzione tra offesa e difesa e di ridurre, conseguentemente, tempi e modalità di accertamento dei fatti.
E' però del tutto irragionevole equiparare comportamenti assai diversi fra loro, solo perché avvenuti in un determinato luogo. Anche a casa propria, si può reagire a un'interferenza in modo appropriato, oppure in modo manifestamente eccessivo. Non si può trattare allo stesso modo chi neutralizza un rapinatore armato, chi spara freddamente a un ladruncolo sorpreso a rubare nell'orto e chi coglie una buona occasione per sbarazzarsi dell'ex moglie infuriata, che si è introdotta in casa e gli sta sfasciando i mobili!
Costituisce, d'altra parte, una pura illusione - per non dire una mistificazione - l'idea che all'innovazione legislativa proposta possa conseguire l'eliminazione, o la significativa riduzione, delle sofferenze che causa all'aggredito il "normale" iter processuale che consegue all'emergere di una caso di possibile difesa legittima. E', infatti, evidente che in nessun caso si potrà prescindere dall'accertamento delle concrete circostanze in cui si è svolto il fatto (su cui, fra l'altro, potranno esserci versioni differenti da parte dei protagonisti e degli eventuali spettatori). Se qualcuno è stato ucciso o ferito, bisognerà sempre accertare le cause della morte o delle lesioni e il movente dell'azione, stabilire dove esattamente il fatto è avvenuto, e con quali modalità; se (come prevede la stessa norma approvata dal Senato) la persona che ha commesso il fatto era legittimamente presente sul posto, se deteneva legittimamente l'arma, se non vi fosse stata desistenza, se vi era stato pericolo di aggressione. Ma anche, aggiungiamo noi, se il corpo dell' eventuale vittima sia stato spostato, se l'aggressore non sia stato attirato di proposito sul luogo del fatto, ecc. Tutti accertamenti, questi, che richiedono esami testimoniali, perizie, consulenze, ispezioni del luoghi, e così via, con l'inevitabile corredo di informazioni di garanzia, nomina di difensori, ecc: atti, cioè, di carattere e di competenza prettamente giurisdizionale, almeno in uno Stato di diritto.
In realtà, disposizioni come quella approvata dal Senato rappresentano solo un arretramento a leggi di tipo casistico, come le "gride" di manzoniana memoria, annullando il progresso insito nel carattere generale e astratto della legge, proprio del diritto moderno. Esse, da un lato, mediante il ricorso alla "presunzione", mortificano in via di principio il ruolo del giudice; dall'altro, aprono la strada a inevitabili controversie applicative. Basti pensare, per fare un esempio banale, ai problemi che potrebbero nascere nei casi di liti violente fra vicini di casa!
Ma ben più grave, dal punto di vista ideologico, è l'implicita affermazione di principio che, in casa propria - o, peggio, sulla soglia della propria bottega - tutto sia lecito. Dal punto di vista politico-criminale, un solo effetto sarebbe certo: la rincorsa al possesso più o meno legittimo di armi da parte delle categorie e dei ceti più esposti, e la conseguente maggiore aggressività di una delinquenza, già di per sé ben agguerrita, consapevole dell'accresciuta aggressività "difensiva" delle potenziali vittime. La cronaca recente fornisce, a questo riguardo, esempi molto significativi. Nè ci vuole molta fantasia per immaginare l'instaurarsi di prassi malavitose, che vedano aumentare gli agguati predisposti attirando il proprio nemico in casa propria.
E' per questi motivi che i sottoscritti ritengono ormai indifferibile una forte mobilitazione contro riforme legislative, in cui non si sa dove finisca l'analfabetismo giuridico e dove inizi la malafede; e ritengono, per intanto, loro preciso dovere quello di sollecitare la più severa e vigile attenzione degli onorevoli componenti della Camera dei Deputati, nonché della pubblica opinione, perché sia bloccato l'iter parlamentare della ennesima disposizione di pura facciata - ma quanto mai pericolosa per la coerenza e la civiltà del sistema giuridico - con cui, in mancanza di meglio, si va alla ricerca di un facile consenso presso un'opinione pubblica disorientata e assai scarsamente informata.
Firme: Bruno Assumma, Università di Napoli Federico II; Giuliano Balbi, 2° Università di Napoli; Alessandro Bondi, Università di Urbino; Roberto Bartoli, Università di Firenze; Stefano Canestrari, Università di Bologna; Andrea Castaldo, Università di Salerno; Mauro Catenacci, Università di Teramo; Antonio Cavaliere, Università di Napoli Federico II; Agostino De Caro, Università del Molise; M.Valeria Del Tufo, Suor Orsola Benincasa - Napoli; Alberto di Martino, SSSUP di Pisa; Emilio Dolcini, Università di Milano Statale; Paolo Ferrua, Università di Torino; Giovanni Fiandaca, Università di Palermo; Carlo Fiore, Università di Napoli Federico II; Stefano Fiore, Università del Molise; Giovanni Flora, Università di Firenze; Luigi Foffani, Università di Modena-Reggio Emilia; Gabriele Fornasari, Università di Trento; Francesco Forzati, Università di Napoli Federico II; Carlo Federico Grosso, Università di Torino; Gaetano Insolera, Università di Bologna; Elio Lo Monte, Università di Salerno; Vincenzo Maiello, Università di Napoli Federico II; Stefano Manacorda, 2° Università di Napoli; Adelmo Manna, Università di Foggia; Ferrando Mantovani, Università di Firenze; Giorgio Marinucci, Università di Milano Statale; Enrico Marzaduri, Università di Pisa; Alessandro Melchionda, Università di Trento; Enrico Mezzetti, Università di Teramo; Sergio Moccia, Università di Napoli Federico II; Lucio Monaco, Università di Urbino; Vincenzo Bruno Muscatiello, Università di Bari; Tullio Padovani, SSSUP di Pisa; Francesco Carlo Palazzo, Università di Firenze; Carlo Enrico Paliero, Università di Milano Statale; Michele Papa, Università di Firenze; Paolo Patrono, Università di Verona; Massimo Pavarini, Università di Bologna; Domenico Pulitanò, Università di Milano Bicocca; Giuseppe Riccio, Università di Napoli Federico II; Andrea Scella, Università di Udine; Francesco Schiaffo, Università di Salerno; Giuseppe Spagnolo, Università di Bari; Federico Stella, Università Cattolica di Milano; Luigi Stortoni, Università di Bologna; Alfonso M.Stile, Università di Roma La Sapienza; Stefano Torraca, Università del Sannio; Francesco Viganò, Università di Milano Statale; Marco Zanotti, Università di Udine
Artisti contro la Finanziaria
Di Loredana Morandi (del 17/10/2005 @ 15:37:09, in Sindacato, linkato 1275 volte)
foto di Evandro Inetti
Un grandissimo successo la manifestazione di ieri al Capranica, tanto che già i tg delle venti ieri sera titolavano ad una parziale capitolazione del cavaliere e del suo ministro Buttiglione. Sfido, noi artisti, e fra di noi i più famosi, abbiamo facoltà di parola come e più dei politici, presenti all'evento di protesta in rappresentanza di tutti gli schieramenti, dall'altissimo Willer Bordon, capogruppo della Margherita al Senato, al rotondetto e silente Buontempo di An, che deve aver taciuto per tema del linciaggio, alla sempre presente e squisita Melandri dei Ds accompagnata, naturalmente, da Fassino.
Una citazione di merito per l'attenzione, che dedica alla vertenza spettacolo all'onorevole Giulietti, che simpaticamente mi ha salutata con una sorta di cameratesco mandato: "Domani voglio leggere le tue impressioni", segno questo che anche gli onorevoli leggono noi bloggers ma io, artista e giornalista, ricordo bene di aver visto il lavoro di Giulietti in quel degli Stati Generali dell'Informazione.
Al congresso è stato sicuramente di grande rilevanza politica l'intervento dei rappresentanti sindacali, Epifani della Cgil e Pezzotta della Cisl, il primo con una relazione politico nobiliare dal taglio poco incazzoso se di provenienza cgiellina, che ha comunque suscitato molti applausi, ed il secondo giunto quinto o sesto al microfono, che per la prima volta, finalmente, ha chiamato in campo uno slogan pacifista "Più Arte e meno guerra", e che ha dato una applaudita relazione di taglio tecnico, contenente finanche alcuni buoni propositi. Perchè diciamo la verità: NO, il governo i 170 miliardi del taglio al Fus non se li ritrova nelle tasche, visto che li ha appena spalmati sul ponte del cacciatorpediniere "Andrea Doria", varato vergognosamente ieri nel silenzio generale dettato dagli artisti alla stampa.
Alta ed incisiva è stata l'apertura del presidente dell'Agis, Alberto Francesconi che, rosso in volto e sinceramente arrabbiato, è stato interrotto molte volte dagli applausi spontanei della folla. Francesconi ha chiamato gli Stati Generali dello Spettacolo, anticipando una convocazione - appello, entro i prossimi 15 giorni. Ci incontreremo ancora per questa, che è repentinamente divenuta una vera lotta.
Del fantastico, folle e "sognatore" Roberto Benigni parlano tutte le pagine di oggi, ma in sala, e a nome di tutti gli artisti presenti, è stato molto incisivo, meno populista e più politico l'intervento dal palco di Massimo Ghini, che ha narrato dell'aver preso in mano il megafono all'esterno, ed arringato la folla di centinaia di artisti e operatori dello spettacolo in protesta, sgomenti per le prospettive future ex tagli, rimasti in piazza per gli esuberi dell'ex teatro Capranica.
Di Loredana Morandi (del 17/10/2005 @ 15:41:02, in Estero, linkato 1577 volte)
Di Loredana Morandi (del 20/10/2005 @ 18:05:21, in Magistratura, linkato 1405 volte)
Prescrizione Reati. Associazione Magistrati: Dati Allarmanti
Di Loredana Morandi (del 20/10/2005 @ 18:08:57, in Magistratura, linkato 1447 volte)
L’ALLARME SULLA PRESCRIZIONE CONFORTATO DAI DATI RACCOLTI DALLA ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
Nella perdurante inerzia del Ministro l’associazione nazionale magistrati ha autonomamente avviato una raccolta di dati presso le Corti di Appello per verificare gli effetti delle modifiche apportate dalla legge in corso di approvazione sulla prescrizione dei reati.
I primi dati raccolti grazie all’impegno delle giunte distrettuali della associazione riguardano le Corti di Appello di Bologna e di Milano.
I risultati sono estremamente allarmanti.
Nel distretto di Milano, per effetto delle modifiche del regime della prescrizione introdotte dalla nuova legge, si prescriverebbe immediatamente oltre il 40% dei reati oggetto di procedimenti pendenti.
Tra questi spiccano i delitti di corruzione che si prescriverebbero in una percentuale pari al 78% e i delitti di usura in una percentuale pari al 61%.
Un altro considerevole numero di reati - il 12% - si prescriverebbe nel giro di un anno dalla approvazione della legge.
Discorso analogo per i processi pendenti presso la Corte di Appello di Bologna . Con le norme attualmente in vigore la percentuale dei reati destinati ad essere dichiarati estinti per prescrizione ammonta al 9,57% del totale dei reati in processi pendenti.
Con le modifiche apportate dalla legge in corso di approvazione si arriverebbe al 40% circa.
Particolarmente significativo il dato relativo ai delitti in tema di violazione della legge sugli stupefacenti che per le ipotesi di cessione e spaccio di droghe c.d. leggere vede dimezzati i tempi di prescrizione (da 15 anni a 7 anni e sei mesi).
Si tratta dunque di un aumento della prescrizione dei reati che supera il 300%.
I dati appena offerti sono altamente attendibili perché desunti dalla analisi di tutti i procedimenti pendenti distinti per tipologie di reati senza prendere in considerazione i reati già prescritti al momento della rilevazione.
Associazione Magistrati sulla Riforma Costituzionale
Di Loredana Morandi (del 22/10/2005 @ 11:16:44, in Magistratura, linkato 1537 volte)
1. L'ANM ed il progetto di riforma della Costituzione.
Il procedimento di revisione costituzionale è prerogativa del parlamento e del popolo eventualmente chiamato ad esprimersi nel referendum.
L'associazione nazionale magistrati ha però ritenuto doveroso svolgere osservazioni ed esprimere valutazioni sulle modifiche costituzionali che hanno una diretta incidenza sull'assetto della giurisdizione ordinaria e costituzionale, sul sistema del governo autonomo della magistratura e sulla tutela giurisdizionale di fondamentali diritti sociali; e ciò ha fatto in un ampio documento elaborato su questi temi.
Sintetizzando i contenuti dell'ampia riflessione svolta, la giunta dell'associazione richiama l'attenzione su tre aspetti della revisione costituzionale in atto.
2. Sulle modifiche della composizione e delle funzioni della Corte costituzionale.
Il progetto di revisione costituzionale introduce innovazioni che potrebbero incidere, alterandoli profondamente, sulla natura e sul funzionamento della Corte costituzionale.
Il nuovo art. 135 aumenta da cinque a sette il numero dei giudici nominati dal Parlamento, dei quali tre vengono eletti dalla Camera e quattro dal Senato; parallelamente riduce a quattro sia i giudici nominati dal Presidente della Repubblica sia i giudici eletti dalle supreme magistrature.
Contemporaneamente il nuovo testo dell'art. 128 amplia grandemente la competenza della Corte, aprendo la strada al contenzioso delle autonomie locali (Province, Comuni e città metropolitane). Si immettono, così, nel circuito della giustizia costituzionale oltre ottomila nuovi soggetti che verrebbero ad incrementare il cospicuo contenzioso di cui la Corte già oggi è chiamata ad occuparsi con riguardo alle sole Regioni.
Con l'aumento della componente eletta dal Parlamento si accentua seriamente il rischio che la Corte costituzionale diventi l'espressione della maggioranza politica contingente e subisca una impropria e negativa politicizzazione.
Inoltre la progettata estensione delle competenze della Corte al contenzioso delle autonomie locali rischia di inceppare gravemente il funzionamento dell'organo di giustizia costituzionale
Infatti il contenzioso delle autonomie locali si sommerebbe al già elevato contenzioso delle Regioni (v. Camera dei deputati, rapporto 2004-2005 sullo stato della legislazione, 11 luglio 2005), alimentando il tasso di diretta politicità dell'intervento della Corte, compromettendone l'efficienza ed incidendo negativamente sulla tempestività dei giudizi incidentali.
3. L'intervento sul Consiglio Superiore della Magistratura.
L'art. 26 del disegno di legge costituzionale riscrive l'art. 87 della Costituzione prevedendo che il vice presidente del CSM (non sia più come oggi eletto dal Consiglio ma) venga nominato dal Presidente della Repubblica.
La vigente Costituzione ha realizzato un felice equilibrio nel disciplinare il vertice del CSM.
Se l'attribuzione al Capo dello Stato della "presidenza" dell'organo rappresenta una garanzia fondamentale ed una forma di tutela del Consiglio nei rapporti con altri poteri dello Stato, la previsione di una "vicepresidenza" eletta dall'assemblea completa i contenuti di garanzia della presidenza del Capo dello Stato, perché esprime il massimo grado possibile di autonomia funzionale del Consiglio.
Dalla modifica proposta scaturisce invece una riduzione dell'autonomia del Consiglio Superiore giacchè questo viene privato del potere (normalmente proprio degli organi collegiali) di eleggere nel suo seno il soggetto che quotidianamente presiede i suoi lavori, cioè il vice presidente.
Alla compressione dell'autonomia del Csm si accompagna, nel disegno di revisione, lo svilimento della figura del vice presidente, che, allontanato dall'assemblea plenaria, rischia di ridursi a mero delegato, privo di un autonomo ruolo di mediazione e di autorevole moderazione della dialettica tra le componenti del Csm.
4. Le possibili ricadute sul giudiziario delle modifiche dell'art. 117 della Costituzione.
Va inoltre rappresentato il rischio che la competenza legislativa esclusiva espressamente attribuita alle Regioni in materia di "assistenza e organizzazione sanitaria" e di "organizzazione scolastica e formazione" dal nuovo testo dell'art. 117 Cost. autorizzi forti differenziazioni dei sistemi sanitari e scolastici e delle prestazioni erogate nelle diverse regioni.
In tal caso ci si troverebbe di fronte a diversi regimi di accesso alle prestazioni sanitarie o agli istituti scolastici per i residenti ed i non residenti in una determinata regione ed all'affermarsi di preclusioni, di ostacoli, di discriminazioni del tutto ignote nell'ordinamento attuale.
Si rappresenta perciò l'esigenza che l'interpretazione e l'attuazione delle modifiche risultino il più possibile ragionevoli e tali da evitare situazioni avvertibili come ingiustificate discriminazioni che, tra l'altro, comporterebbero conseguenze estremamente negative anche per l'amministrazione della giustizia che sarebbe inevitabilmente chiamata a far fronte a nuove forme di contenzioso.
Roma 19 ottobre 2005
ANM : Osservazioni sul dlgs riguardante la Corte di Cassazione
Di Loredana Morandi (del 27/10/2005 @ 11:19:05, in Magistratura, linkato 1465 volte)
L'ANM sul dlgs riguardante la Corte di Cassazione
Osservazioni allo schema di decreto legislativo recante: “Modifica dell’organico della corte di cassazione e della disciplina relativa ai magistrati di merito applicati presso la stessa, in attuazione degli articoli 1, comma 1, lettera e) e 2, comma 5, della legge 25 luglio 2005, n. 150.”
Va ancora una volta ribadito il dissenso alla soppressione della figura di magistrato di appello presso il Massimario, tenuto conto della esperienza maturata negli anni che ha dato modo di verificare che la destinazione alla partecipazione ai collegi per alcune udienze è stata una vera e propria palestra di formazione del magistrato di legittimità, che peraltro si pone in linea con il disegno riformatore che vuole accentuare una maggiore attitudine del magistrato a svolgere funzioni di legittimità attraverso delle verifiche.
La verifica dell’effettivo esercizio delle funzioni di legittimità, come realizzata per i magistrati di appello impegnati in misura ridotta rispetto ai consiglieri a comporre i collegi, non è da revocare in dubbio che sia uno dei dati concreti per poter poi accertare l’attitudine di quel magistrato a svolgere le funzioni in questione.
Per non perdere il patrimonio di preparazione maturato dai magistrati che da tempo, con funzioni di appello, sono destinati ai collegi, la disciplina transitoria prevede una regolamentazione che solo in parte può essere condivisa in quanto limita l’assorbimento di Cassazione solo a coloro che abbiano maturato i requisiti ad una certa data, mentre esclude l’assorbimento degli altri magistrati che, con le stesse funzioni, stanno continuando ad essere destinati ai collegi di legittimità, ma non hanno ancora acquisito i requisiti previsti dalla norma transitoria.
Una prima scelta che si impone è quella di non stabilire alcuna data fissa per il possesso dei requisiti, bensì di consentire ai magistrati che successivamente all’entrata in vigore del decreto legislativo acquistino i requisiti prescritti (continuando ad essere destinati ai collegi con i provvedimenti del Capo di Corte) di poter essere valutati dal Consiglio superiore per il conferimento delle funzioni di legittimità. Questa norma dovrebbe applicarsi sia ai magistrati del massimario sia, a maggior ragione, a quelli applicati alla procura generale sino ad esaurimento dell’esistente.
Qualora questa proposta, che appare la più ragionevole e, comunque, rispettosa delle funzioni già conferite e svolte dai magistrati di appello, sia requirenti che giudicanti, non sia condivisa, in via del tutto subordinata potrebbe esservi un’opzione che tuteli in parte questo interesse pubblico alla non dispersione di esperienze nel seguente modo.
La formula «nei sei mesi precedenti la predetta data», che compare nel n. 2 della citata lettera i) del comma 9, risulta chiaramente riferita, difatti, «alla data di acquisto di efficacia delle disposizioni emanate in attuazione del comma 5», di cui è parola nell’alinea della medesima lettera i), che regge l’intera proposizione precettiva.
Proposta: all’art. 5, co. 1, lett. b) sostituire le parole “nei sei mesi antecedenti alla data di entrata in vigore della legge 25 luglio 2005, n. 150” con le parole “nei sei mesi antecedenti alla data di acquisto di efficacia del presente decreto legislativo che sopprime i posti di magistrato di appello addetti al massimario”.
Questa soluzione è giustificata da ragioni giuridiche, oltre che logiche e amministrative, nella considerazione che con il decreto delegato in questione sono soppressi i posti e si configura “il magistrato perdente posto” e, pertanto, dovrebbe essere questo il momento di verifica dei requisiti richiesti.
L’art. 2, comma 9, lettera l), della legge delega ― nel prevedere il transitorio trattenimento in servizio dei magistrati di appello per i quali non sia stato possibile il conferimento delle funzioni di legittimità da parte del C.S.M. ― presuppone evidentemente che essi mantengano in toto la posizione funzionale anteriore, anche per quel concerne il possibile esercizio delle funzioni di legittimità in base a provvedimenti dei Capi degli uffici. E ciò nella logica prospettiva di evitare una irragionevole sperequazione in loro danno, dato che — diversamente opinando — i predetti magistrati, pur conservati nel posto, non eserciterebbero più una parte rilevante delle loro attuali funzioni (ed anzi, nel caso dei magistrati di appello applicati presso la Procura generale della Corte di cassazione, rimarrebbero praticamente privi di compiti significativi, dato che presso la Procura generale non esiste un ufficio del massimario).
Proposta: All’art. 5, comma 2, dopo le parole “sono trattenuti, in via transitoria, in servizio nei posti soppressi” aggiungere le seguenti parole: “ad essi continuano ad applicarsi le disposizioni di cui agli articoli 115, comma 1, secondo periodo, e 116, comma 1, secondo periodo, del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, nel testo vigente anteriormente al presente decreto legislativo”.
ANM : Osservazioni sul dlgs riguardante i Consigli Giudiziari e il Consiglio Direttivo della Cassazione
Di Loredana Morandi (del 27/10/2005 @ 11:21:42, in Magistratura, linkato 1669 volte)
L'ANM sul dlgs riguardante i Consigli Giudiziari e il Consiglio Direttivo della Cassazione
Osservazioni allo schema di decreto legislativo recante: "Disciplina della composizione, delle competenze e della durata in carica dei consigli giudiziari ed istituzione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione, in attuazione della delega di cui agli articoli 1, comma 1, lettera c) e 2, comma 3, della legge 25 luglio 2005, numero 150."
Il decreto legislativo delegato in esame contiene norme sul Consiglio direttivo della Corte di cassazione - organismo di nuova istituzione destinato a svolgere funzioni consultive e di vigilanza in seno alla Corte - e sui Consigli giudiziari, operanti nei distretti di Corte d'appello.
In particolare il decreto disciplina:
a) la "struttura", la "composizione" e le "funzioni" dei Consigli ;
b) il sistema di elezione dei componenti togati ( titolari e supplenti);
c) la durata in carica dei Consigli e le loro modalità di rinnovo ;
d) il sistema di elezione dei componenti togati.
2. Il Consiglio direttivo della Corte di cassazione
L'istituzione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione rappresenta una novità di indubbio rilievo.
Come è noto la Corte di cassazione non ha mai avuto un consiglio giudiziario ed è stata governata e organizzata nel corso della sua storia esclusivamente dal Primo Presidente e dai presidenti titolari delle diverse Sezioni senza che fossero previsti apporti di conoscenza o "pareri" di rappresentanti dei magistrati.
Solo di recente, per iniziativa interna, era stato costituito, in seno alla Corte, un organismo - il c.d. gruppo consultivo - con la funzione di fornire pareri ed ausilio agli organi di direzione della Corte nei suoi compiti di valutazione della professionalità dei magistrati nonché di organizzazione e di direzione degli uffici.
Il tratto positivo dell'innovazione appare però sminuito dalla "composizione" del nuovo organismo che gli conferisce un carattere spiccatamente verticistico.
Ai due membri di diritto del Consiglio direttivo (il Primo Presidente ed il Procuratore generale) si affiancano, infatti, due membri esterni ( un professore ordinario di materie giuridiche designato dal Consiglio Universitario nazionale ed un avvocato nominato dal Consiglio Nazionale Forense), due magistrati che esercitano funzioni direttive(rispettivamente giudicanti e requirenti) e solo tre magistrati non investiti di funzioni direttive (due giudici ed un sostituto procuratore generale).
Pur eleggendo "tutti" i componenti togati, la grande maggioranza dei magistrati della Corte avrà solo tre rappresentati della propria categoria in seno al C.D. della Corte, corrispondenti ad un terzo del Consiglio.
Inoltre il sistema di elezione dei componenti togati riproduce quello attualmente in vigore per le elezioni del CSM.
Le elezioni si svolgeranno dunque sulla base di autocandidature individuali, con l'espressione da parte di ogni magistrato di quattro voti singoli per ciascuna delle quattro categorie di rappresentanti (direttivo giudicante, direttivo requirente, giudicante e requirente).
Valgono qui tutte le perplessità e tutti i rilievi critici già espressi su di un siffatto sistema elettorale all'epoca della sua introduzione per le elezioni dei membri togati del CSM.
Si tratta infatti di un sistema elettorale maggioritario, che ignora e comprime il pluralismo ideale e culturale della magistratura e risulta del tutto inidoneo per la provvista di un organismo che non ha funzioni di governo (che possono richiedere maggioranze omogenee e coese) ma compiti di valutazione della professionalità e funzioni consultive (che per loro natura richiedono giudizi puntuali e differenziati e non voti di maggioranze predeterminate).
Da ultimo - in queste brevissime note che preludono ad un più approfondito esame - va segnalato che il CD esercita le sue funzioni con un assetto a geometria variabile.
Infatti i due rappresentanti esterni partecipano solo alla elaborazione del parere sulla tabella della Corte di cassazione( art. 7, lett. a ) ed all'esercizio della funzione di vigilanza sull'andamento degli uffici ( art. 7, lett. d) mentre il CD è composto esclusivamente da magistrati (i capi di corte ed i rappresentanti dei magistrati) nell'esercizio delle altre funzioni consultive, di vigilanza e di valutazione sulla professionalità dei magistrati della Corte.
Si tratta di una soluzione equilibrata che opera una meditata apertura ad apporti esterni al corpo dei magistrati in ordine a questioni di interesse generale, lasciando ai capi di corte ed ai membri togati le funzioni consultive e di vigilanza che riguardano i singoli magistrati , il loro status , la loro carriera nonché le valutazioni sulla loro professionalità.
Peraltro, proprio questo assetto strutturale variabile rende irrazionale la disposizione dell'art. 3 dello schema (che riproduce quella analoga contenuta nella legge delega) nella parte in cui prevede che il Consiglio elegge al suo interno un vice-presidente tra i componenti non togati. In primo luogo non sono chiarite le funzioni affidate al vice-presidente. Se, come sembra ricavarsi dal termine utilizzato, deve sostituire il presidente in caso di impedimento e simili, la disposizione è inattuabile laddove il Consiglio si riunisce a composizione esclusivamente togata. E la presenza di un apposito membro vicario renderebbe assai problematica l'individuazione di altro organo o componente deputato a fare le veci del presidente (come un delegato del presidente stesso). In realtà, la disposizione è stata modellata a imitazione dell'art. 104 comma 5 Cost., che prevede che il vice-presidente del C.S.M. sia eletto tra i componenti designati dal Parlamento, ma in una situazione completamente diversa, poiché in quel caso l'organo si riunisce sempre nella medesima composizione. Sarebbe, pertanto, opportuno che il decreto chiarisse questi aspetti, se non si ritiene di intervenire sulla legge delega.
3. I Consigli giudiziari
La composizione dei CG risulta opportunamente differenziata in relazione al numero dei magistrati da amministrare.
I CG , infatti, sono composti da dodici membri nei distretti in cui il numero dei magistrati è pari o inferiore a 350 : i due capi di corte, che ne sono membri di diritto, cinque rappresentanti dei magistrati, quattro membri laici (un professore designato dal CUN , un avvocato nominato dal Consiglio Nazionale Forense, due membri nominati dal Consiglio regionale) ed un rappresentante eletto dai giudici di pace.
Nei distretti con più di 350 magistrati il numero dei componenti del CG passa a quattordici perché il numero dei rappresentanti dei magistrati ordinari sale a sette.
Si è di fronte ad una positiva razionalizzazione che adegua la composizione degli organismi a carichi di lavoro amministrativo spesso assai differenziati e che - combinata a provvedimenti diversificati del CSM in tema di esonero parziale dal lavoro giudiziario dei membri dei CG - può porre le basi per un migliore svolgimento dei compiti istituzionali degli organismi consultivi.
In ordine al sistema elettorale - che replica il modello delle elezioni dei membri togati del CSM - valgono i rilievi critici già espressi in precedenza e le fortissime preoccupazioni per l'impropria adozione di un sistema elettorale atomistico e maggioritario per la provvista di un organismo che esercita funzioni consultive e di giudizio professionale.
Al pari di questo stabilito per il CD della Corte di cassazione anche per i CG è previsto un funzionamento a geometria variabile.
I cinque membri dei Consigli che non sono magistrati ordinari partecipano solo alla elaborazione dei pareri sulle tabelle degli uffici giudicanti e sulle tabelle infradistrettuali e sui criteri per l'assegnazione degli affari di cui all'art. 7, ter del R.D. n. 12 del 1941 ( art. 16, lett. a ), all'esercizio della funzione di vigilanza sull'andamento degli uffici ( art.15, lett. d) ed alla formazione dei pareri sull'organizzazione ed il funzionamento degli uffici del giudice di pace ( art. 15, lett.e).
Il CG è invece composto esclusivamente da magistrati ordinari ( i capi di corte ed i rappresentanti dei magistrati) nell'esercizio delle altre funzioni consultive, di vigilanza e di valutazione sulla professionalità dei magistrati del distretto.
Vale qui il giudizio cautamente positivo già espresso per questo modello in relazione al CD della Corte di cassazione.
Anche per i Consigli Giudiziari valgono le medesime osservazioni formulate per il Consiglio direttivo della Corte di cassazione in ordine alla nomina del vice-presidente tra i componenti non togati.
Va inoltre segnalato in negativo che né la legge delega né il decreto risolvono il problema del ruolo dei magistrati supplenti, sino ad oggetto nei differenti distretti di prassi amministrative diverse e contrastanti.
A conclusione di queste prime sommarie osservazioni va accennata una riflessione di carattere generale.
Se è vero che la parte relativa ai Consigli è una delle meno criticabili del nuovo ordinamento (anche se resta nettissima la critica al sistema elettorale prescelto ed al carattere verticistico del CD della Corte di cassazione) non si può dimenticare che i nuovi Consigli sembrano destinati ad operare in un ambiente istituzionale complessivamente negativo, contrassegnato dalla mortificazione e da un duplice svuotamento del governo autonomo.
Svuotamento per così dire "dal basso", per effetto della centralità conferita al farraginoso ed ingestibile sistema dei concorsi ed alle relative commissioni di concorso che avrà l'effetto di ridurre e svilire il ruolo di valutazione professionale dei CG e del CSM.
Svuotamento "dall'alto", in conseguenza della modifica costituzionale, già approvata in prima lettura dai due rami del parlamento - che preclude al CSM l'elezione del vice presidente e prevede la sua nomina da parte del Presidente della Repubblica.
Ne deriva che anche le misure in sé positive contenute nella legge delega e nel decreto sull'assetto e sulle funzioni dei CG perdono di effettiva incidenza e rischiano di apparire - e di essere- astratte razionalizzazioni di organismi privati della loro naturale centralità nel campo della valutazione professionale e della vigilanza ed inseriti in un circuito di autogoverno di ridotta autonomia.
ANM : Osservazioni sul dlgs riguardante la scuola di Formazione
Di Loredana Morandi (del 27/10/2005 @ 11:24:03, in Magistratura, linkato 1526 volte)
L'ANM sul dlgs riguardante la scuola di Formazione
Osservazioni allo schema di decreto legislativo recante: "Istituzione della scuola superiore della magistratura, nuove norme in tema di tirocinio e formazione degli uditori giudiziari nonché nuove norme in tema di aggiornamento professionale e formazione dei magistrati in attuazione degli artt. 1 comma 1 lett. b) e 2 comma 2 legge 25.7.05 n. 150."
Ai sensi dell'art. 105 della Costituzione, a garanzia dell'autonomia ed indipendenza della magistratura, spettano al C.S.M. le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni ed i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.
Ne consegue che se la organizzazione dei corsi di aggiornamento professionale e di formazione può essere demandata ad un ente autonomo come la "Scuola superiore della magistratura", la valutazione del magistrato deve essere riservata al C.S.M. .
Dunque appaiono in contrasto con il precetto costituzionale quelle disposizioni della legge delega che attribuiscono alla citata scuola competenze relative alla valutazione del magistrato che rilevano ai fini delle determinazioni del C.S.M.. Infatti, le attività di aggiornamento e di valutazione vanno tenute distinte: la commistione non giova né all'una né all'altra funzione, come ricorda anche la dottrina che si è occupata espressamente della materia.
Peraltro, proprio tale commistione dimostra la assoluta irrazionalità, inattuabilità e ingestibilità sia della Scuola che dei sistemi di accesso, di progressione in carriera e dei concorsi, così come delineati nella riforma. Dall'esame delle disposizioni delle legge delega risulta che ogni magistrato dovrà obbligatoriamente partecipare almeno ad un corso di aggiornamento ogni cinque anni (attualmente i magistrati in servizio sono 9.219, per cui ogni anno ne dovranno partecipare ai corsi almeno 1.844). Ad essi vanno aggiunti i magistrati che debbono frequentare i corsi per le valutazioni periodiche di professionalità al compimento del tredicesimo, ventesimo e ventottesimo anno dall'ingresso in magistratura (lettera t) (presumibilmente circa altri 900 magistrati ogni anno), ed inoltre gli uditori giudiziari, per le sessioni di tirocinio che durano sei mesi, che sono almeno 300 ogni anno. Solo sulla base di questi dati, considerata la attuale partecipazione media ad ogni corso di circa 70 magistrati (certamente eccessiva, dato che i nuovi corsi dovranno avere effetti valutativi e quindi presuppongono che i magistrati siano seguiti da ogni docente con estrema attenzione), ed una durata non inferiore ai quattordici giorni (sei mesi le sessioni per gli uditori), si giunge a migliaia di giornate di corso (almeno 1.320).
Vanno, inoltre considerati i magistrati che debbono sostenere i corsi al settimo anno dall'ingresso in magistratura (art. 2 lett. s) della legge delega), non esattamente quantificabili data la ambiguità della disposizione; quelli che debbono partecipare ai corsi che sono obbligatori (nel senso che è diritto dei richiedenti di parteciparvi, e quindi obbligo della struttura di organizzarli), ma per i quali non è esattamente prevedibile il numero delle domande. Ci si riferisce ai corsi per il passaggio di funzioni da giudicante a requirente e viceversa (artt. 13 e 14 dello schema sull'accesso), per i posti vacanti di secondo grado, requirenti e giudicanti (artt. 20 e 21), per i posti vacanti di legittimità (artt. 23 e 24), per gli incarichi direttivi di merito (art. 35), per gli incarichi direttivi di legittimità (art. 41). Tutti questi corsi sono appositi per cui non possono essere quelli ordinari obbligatori almeno quinquennali, anche se chi ha sostenuto con esito positivo i concorsi per le funzioni di secondo grado e di legittimità non è obbligato a seguire quelli relativi alle verifiche periodiche. Ovviamente, non si può stabilire a priori quanti magistrati faranno domanda per partecipare a questi corsi, ma è presumibile che, poiché molti corsi sono obbligatori per poter partecipare ai concorsi (per titoli e per esami) per le varie funzioni, tutti i magistrati, man mano che maturano l'anzianità sufficiente per poter fare domanda per partecipare ad un concorso, facciano domanda per seguire il corso relativo, in modo da premunirsi del titolo necessario per partecipare al concorso, una volta che sarà bandito. Saranno comunque certamente almeno diverse centinaia, se non migliaia, ogni anno. Andrebbero, poi, calcolati i corsi non obbligatori, ma che in questi anni hanno costituito la indispensabile offerta formativa del sistema di autogoverno, sia centrale che periferica (si pensi solo ai corsi tenuti nell'ambito della cooperazione internazionale con le altre magistrature).
Orbene, per quanto si vogliano fare stime estremamente prudenziali, considerati anche i costi fissi necessari per la struttura ed il personale, si ottengono cifre assolutamente incomparabili con quelle stanziate nella legge delega. Va considerato, ad esempio, che la Francia, per la sua struttura formativa, che ha compiti simili a quelli che dovrebbe avere la Scuola - anche se, correttamente, esclude profili attinenti alla valutazione - prevede stanziamenti nettamente maggiori. Le pur esistenti diversità tra le due strutture, comunque, non giustificano differenze di budget talmente elevate come quelle riscontrabili. La delega, quindi, appare incostituzionale anche per mancata copertura finanziaria, in violazione dell'art. 81 ult. comma Cost., e non andrebbe esercitata. La considerazione, ovviamente, coinvolge innanzitutto la Scuola, ma inevitabilmente i sistemi dell'accesso, della progressione in carriera e dei concorsi, che sui corsi organizzati dalla Scuola si fondano.
L'autonomia e la indipendenza della magistratura sono garantite dalla previsione costituzionale di cui al citato art. 105 ma anche dalla composizione del C.S.M., la quale, prevista dall'art.104 della Costituzione ed assicurata quanto alla componente togata dalla rappresentatività degli eletti, permette che le scelte dell'organo di autogoverno, in una materia come quella della formazione, che rileva a più fini, siano effettivamente ispirate a principi di ampio pluralismo culturale.
Invece, la previsione della legge delega, secondo cui i docenti della scuola sono scelti secondo detti principi, attese le insoddisfacenti disposizioni dettate in materia di composizione e di modalità di formazione dell'organismo deputato alla individuazione dei docenti, appare destinata a restare mera dichiarazione di principio, senza possibilità di effettivo controllo del suo rispetto, con conseguente ulteriore lesione dei principi di indipendenza ed autonomia della magistratura.
Proprio l'ampio pluralismo culturale, a cui deve essere ispirata l'attività di formazione e che è ora garantito dalle stesse modalità di composizione del C.S.M., induce a ritenere non condivisibile che del comitato direttivo (pur correttamente composto in prevalenza da magistrati) facciano parte dei componenti di diritto o, a maggior ragione, dei magistrati dagli stessi delegati, invece che nominati dall'organo di autogoverno.
Parimenti non condivisibile è la previsione secondo la quale il comitato di gestione, a cui competono la programmazione didattica e l'individuazione dei docenti, sia composto da persone nominate dal comitato direttivo (nella composizione di cui si è detto) senza che sia prevista la necessaria, maggioritaria, presenza di magistrati.
Poiché l'attività della scuola è strumentale ai compiti, di rilievo costituzionale, del C.S.M., non appare condivisibile neanche la previsione, secondo la quale il comitato direttivo, nella programmazione dell'attività didattica può (e non deve) avvalersi delle proposte del C.S.M. stesso, peraltro in posizione di non preminenza rispetto ad altri organismi.
Ancora va rilevato che nei casi in cui la partecipazione ai corsi di formazione ha una immediata incidenza sulla carriera del magistrato, ed in genere sui suoi diritti, la possibilità del capo dell'ufficio di rinviare la partecipazione stessa, sia pure per un periodo non superiore a sei mesi, può cagionare un concreto nocumento, ingiustificato e non riparabile.
Ciò appare conseguenza di un modello in cui la formazione, vista più come premessa per lo sviluppo della carriera che come autonomo valore, finisce con il porsi in posizione inconciliabile con le esigenze di ufficio.
2. Osservazioni sullo schema di decreto legislativo
Oltre alle considerazioni critiche rivolte alla legge delega ve ne sono alcune che possono essere formulate autonomamente nei riguardi dello schema di decreto delegato.
Il governo della magistratura compete, per disposizione di rango costituzionale, al C.S.M.; l'attività della scuola, avendo ad oggetto l'aggiornamento professionale e la formazione dei magistrati, assume rilievo in relazione alle determinazioni che devono essere assunte dal predetto organo.
Dunque la disposizione di cui all'art.1 (non apparendo ostativo, per coerenza con il dettato costituzionale, il disposto di cui alle lett. a) e b) del comma 2 dell'art.2 della legge delega) appare insoddisfacente nella parte in cui non prevede in via generale che il C.S.M. con propria delibera stabilisca le linee guida che dovranno indirizzare l'attività programmatica della scuola.
La disposizione (art.7) che prevede che il comitato direttivo deliberi in presenza di almeno cinque componenti ed a maggioranza relativa, consentendo che una maggioranza formata da soli componenti estranei alla magistratura adotti decisioni, rende ancor più evidenti le critiche mosse sul punto a proposito della legge delega.
La disposizione di cui all'art.12 co.3 nel prevedere che il comitato di gestione individui i docenti, non detta alcun criterio per la individuazione dei medesimi mentre è evidentemente auspicabile, per la attenzione dovuta anche agli aspetti pratici dell'esercizio della funzione giurisdizionale, che la formazione del magistrato sia necessariamente e prevalentemente curata dai magistrati stessi (si veda anche il successivo art. 20 pure in attuazione del quale è allo stato possibile che i corsi siano tenuti da docenti tutti estranei alla magistratura).
La disposizione di cui all'art.13, limitandosi genericamente a prevedere che la scelta dei componenti dei comitati di gestione sia effettuata tra magistrati, avvocati e professori universitari, non pone rimedio alle osservazioni fatte a proposito della legge delega.
Peraltro, se si esclude quello dell'anzianità, manca l'individuazione di criteri per la nomina i quali, secondo le indicazioni già date, dovrebbero essere stabiliti con delibera del C.S.M.
La disposizione dell'art.14, secondo la quale i comitati di gestione deliberano a maggioranza relativa con la presenza di almeno tre componenti, accentua la possibilità che decisioni di assoluta importanza relative alla formazione dei magistrati, idonee ad incidere sulle successive determinazioni del C.S.M., siano adottate da persone estranee alla magistratura, con conseguente sempre maggior "vulnus" del principio di indipendenza ed autonomia.
Le disposizioni dell'art. 21 commi 2 e 3, che prevedono che il comitato di gestione approvi il programma di tirocinio da svolgersi presso gli uffici giudiziari ed individui i magistrati affidatari, appaiono gravemente carenti nella misura in cui non prendono in considerazione la necessità di un previo coordinamento con i consigli giudiziari ed i capi degli uffici al fine di contemperare le esigenze della scuola con quelle dell'esercizio della giurisdizione.
La disposizione dell'art.25, nella parte in cui prevede che il differimento della partecipazione ai corsi "non può in ogni caso arrecare pregiudizio al magistrato", appare del tutto generica e così inidonea a prevenire eventuali effetti negativi riconducibili al differimento medesimo.
24/08/2019 @ 14.38.54

References: art. 135
 art. 7
 art. 7
 art. 16
 art.15
 art. 15
 art. 105
 art. 20