Source: http://www.salmone.org/fidenato/
Timestamp: 2018-05-26 19:29:50+00:00

Document:
Proviamo a mettere in fila le notizie che confusamente ci sono state fornite, dagli organi di stampa, in merito alla vicenda di Giorgio Fidenato* e dei suoi due campi di mais Ogm.
A seguito, sostanzialmente, di autodenuncia, nei confronti di Fidenato si è aperto a fine giugno 2010 un procedimento penale per il reato di cui all’art. 1, V comma, del D.Lgs. n. 212/2001 (vedi appresso). I campi di Fanna e Vivaro sono stati posti sotto sequestro nel corso di luglio, nominando quali custodi Fidenato e un suo parente. Nel frattempo, si sono verificate le famose “invasioni” dei campi stessi ad opera di alcuni attivisti di organizzazioni ambientaliste, per le quali è anche in corso un diverso procedimento penale.
A questo punto, a fine agosto, arriva la richiesta del Pubblico Ministero di infliggere a Fidenato un decreto penale di condanna; quest’ultimo viene emesso dal G.I.P. in data 20 settembre 2010. Con questo decreto, viene (i) irrogata una sanzione pecuniaria (ammenda) a Fidenato, (ii) ordinata la confisca del mais geneticamente modificato con successiva sua distruzione a cura e spese dell’imputato, (iii) ordinata la restituzione a Fidenato dei due campi già posti sotto sequestro, una volta avvenuta la distruzione del mais gm.
Ora, dato che su questo punto è stata fatta molta confusione (non solo dagli esponenti ambientalisti, il che è comprensibile benché non scusabile, ma anche da parte dei giornalisti, il che invece non è nemmeno comprensibile), bisogna spiegare cos’è un decreto penale di condanna.
Si tratta dell’istituto previsto all’art. 459 del Codice di procedura penale, che così recita:
A sua volta, il reato di cui Fidenato è accusato è la messa in coltura di semi gm senza l’autorizzazione del Ministero per l’Agricoltura, che prevede una sanzione che può essere o l’arresto da 6 mesi a 3 anni o con un’ammenda fino a 100.000.000 di Lire.
Innanzitutto, quindi, dal decreto penale di condanna, così come richiesto dal PM e emesso dal GIP, risulta che si è ritenuta la condotta di Fidenato come non particolarmente grave: ciò è dimostrato, oltre che dal fatto che all’imputato non possono essere applicate misure di sicurezza personale, dal fatto che l’arresto non è stato comminato mentre la stessa ammenda è stata determinata in poco più della metà del massimo edittale.
Ma questo è ancora il meno.
La cosa che è importante sottolineare, anche perché finora nessuno ne ha mai parlato, è che il decreto penale di condanna è una misura del tutto peculiare. Infatti, esso viene emesso al termine di un procedimento che non è svolto in contraddittorio con l’imputato, che non viene affatto sentito dl GIP e non può quindi far valere le proprie ragioni. Solo con l’emissione del decreto, che dev’essere notificato all’imputato (tanto che, se per irreperibilità di quest’ultimo la notifica non può essere fatta, il decreto viene revocato), quest’ultimo è infatti messo in condizione di conoscere l’orientamento del PM e soprattutto di interloquire: egli può, nei 15 giorni successivi alla notifica del decreto, proporre opposizione, all’esito della quale si apre finalmente un procedimento contenzioso - il processo penale - vero e proprio: nel quale cioè accusa e difesa giocano finalmente entrambe, e ad armi pari; e infatti, una volta proposta l’ opposizione, il decreto viene revocato ex art. 464, co. III, c.p.p.
Cosa che è puntualmente accaduta: infatti Fidenato ha presentato opposizione ed ha, inoltre, fatto richiesta di autorizzazione alle operazioni di trebbiatura, raccolta, trasporto e stoccaggio del mais gm; richiesta che, giudicata anche dal PM “compatibile con le esigenze cautelari sottese al sequestro” (in quanto “rispondente all’esigenza di evitare la dispersione e la proliferazione spontanea del mais OGM“), è stata accolta con un provvedimento della fine di settembre, che ha revocato il sequestro e autorizzato le dette operazioni, nominando quale custode dei beni così raccolti il direttore della Direzione Centrale Risorse Agricole, Naturali e Forestali della Regione.
In altre parole, il decreto penale di condanna di Fidenato è un provvedimento non definitivo, non stabile, ed emesso su richiesta del PM senza alcun contraddittorio con l’imputato; esso ha perso ogni efficacia - è cioè stato revocato - a seguito dell’opposizione proposta da Fidenato, che al momento, quindi, è solo imputato del reato di cui all’art. 1, V co. del D.Lgs. n. 212/2001, ma non è affatto un “condannato”.
Non sappiamo ovviamente come Fidenato si difenderà nel corso del processo penale. Si può ipotizzare che la sua difesa sollevi la questione del contrasto tra la necessità dell’autorizzazione ex art. 1 del D. Lgs. 212/2001 e le norme UE che consentono liberamente la coltivazione delle varietà di mais gm già incluse nel catalogo comune europeo, oltre al fatto (che dovrebbe essere già abbondantemente provato) che non si vede dove stia l’offensività di una condotta che non ha, nei fatti, causato alcuna “contaminazione” dei campi vicini e quindi assolutamente nessun danno a nessuno. L’unica cosa sicura è che al momento la questione è sub judice, e che il decreto penale a suo tempo emesso non è più in vigore: come finirà, sarà solo la sentenza a dircelo.
*Che ringraziamo per averci fornito copia degli atti.
Tags: Luca Simonetti
3 commenti al post: “Fidenato”
15 Ott 2010 alle 12:12
Mi sembra molto chiaro. Grazie Luca.
09 Nov 2010 alle 13:17
Una vicenda allucinante, quella dei guai in cui è incorso Fidenato.
Vicenda che poteva accadere solo nel paese dei balocchi, e che fa ridere nel resto del mondo, ma che suscita, da noi, pietosa commiserazione…
Altrettanto allucinante come la richiesta degli assessori regionali al ministro Galan di bloccare ogni sperimentazione sugli Ogm. Anche su questo argomento, che porta la firma Coldiretti, sarebbe bene fare piena luce, fino a bloccare i sotterfugi e le furberie che portano a tali incredibili vicende.
12 Nov 2010 alle 19:31
Se non è un caso di omonimia, dovresti essere l’Achille che si è laureato a Piacenza un anno prima di me. Nativo di Sermide io e di Mirandola tu e vissuti al Sant’Isidoro dirimpettai di camera.
Io nella mia vita professionale mi sono occupato di Sementi, ho rappresentato la Florimond Desprez in Italia. Ora mi diletto a scrivere e collaboro con Spazio Rurale. Nell’ultimo numero ho riportato quali sono le leggi scritte e non quelle inventate sulla commercializzazioine delle sementi. Il testo lo riporto qui, ti sarei grato se mi trasmettessi il tuo parere, per ora ti saluto con amicizia.
Qui di seguito analizzeremo quanto dice la legislazione sul commercio delle sementi per cercare di fare chiarezza circa la liceità o l’illiceità di seminare in Italia una varietà OGM a vocazione comunitaria. In altre parole si vuol analizzare ed eventualmente suscitare un dibattito circa il come rispettare una legislazione che non è mai stata completamente codificata e messa in atto e che limita il diritto d’impresa all’imprenditore agricolo. Speriamo che la provocazione dell’agricoltore Fidenato e l’azione legale intrapresa da Silvano Dalla Libera possano fare oggetto di una disamina giuridica completa e chiarificatrice. Prima però sarebbe bene che si punissero severamente coloro che hanno invaso una proprietà privata (qui le leggi sono inequivocabili) e distrutto il frutto di un’attività la cui legalità o illegalità dovevano essere le autorità preposte a stabilirlo. In questo bailamme molti hanno rasentato o commesso apologia di reato, sarebbe bene che anche la posizione di questi fosse indagata, compresa quella di ex-Ministri dell’Agricoltura.
La legislazione comunitaria sulle sementi è iniziata fin dal 1966 con varie Direttive. Il recepimento di queste direttive nella legislazione nazionale ha portato: alla legge del 25/11/1971-n°1096 che disciplinava l’attività sementiera italiana, al successivo regolamento d’attuazione DPR 8/10/1973 - n°1065, alla successiva legge del 20/4/1976 - n°195, che apportava modifiche alla prima e infine al Decreto legislativo 24/4/2001 n° 212 che recepiva le direttive 98/95/CE e 98/96/CE, in merito all’avvento delle sementi di piante GM.
Passiamo per prima cosa ad analizzare cosa dicevano le leggi prima del decreto n° 212, e relative alla varietà costituite con metodi tradizionali. Si disponeva che una varietà per essere commercializzata doveva esserlo solo se la confezione della sua semente portava un cartellino dell’ente certificatore ( in Italia è stato l’ENSE). Affinché però la varietà potesse ottenere la certificazione occorreva che fosse iscritta al Registro Varietale Italiano (RVI) istituito presso il MIPAF. Per ottenere l’iscrizione il costitutore doveva fare domanda, presentare un dossier e fornire un campione della sua varietà al MIPAF e questo avrebbe fatto verificare i caratteri identificativi (prova descrittiva) e la validità agronomica (prova agronomica). L’iter si concludeva con l’iscrizione o con il rifiuto motivato. Da quel momento ne poteva essere cominciata la riproduzione e la commercializzazione. Un costitutore varietale d’altro Stato membro CEE aveva accesso alle prove di un altro paese alla sessa stregua del costitutore nazionale. In un primo tempo era anzi obbligato a farlo se voleva vendere la sua varietà in quel paese o moltiplicarla. In seguito invece è entrato in funzione il Registro Comunitario delle varietà che ha fatto proprie tutte le varietà iscritte nei registri del paesi membri CEE ed in seguito ha sancito che una varietà che fosse stata iscritta in un Registro di una paese membro CE, al 31 dicembre dell’anno d’iscrizione essa diveniva a “vocazione comunitaria” e poteva essere venduta in tutta la Comunità e riprodotta anche fuori dal paese di costituzione. Si è andati avanti così fino a quando non è stata emessa la direttiva CE 2001/18, recepita dalla legislazione italiana con la legge 8/7/2003 n° 224, che normava l’emissione deliberata nell’ambiente di organismi geneticamente modificati. In sintesi si diceva: un costitutore che vuole immettere nell’ambiente un tratto GM in un paese della Comunità deve fare domanda all’Autorità Competente (AC) del paese Membro UE allegando un dossier contenente tutte le notizie circa la valutazione del rischio ed un piano di monitoraggio degli effetti derivanti. In pratica l’iter funziona così: se l’Autorità del paese interessato alla prima presentazione non riscontra contrarietà, invia a tutti gli altri Paesi notizia della domanda e copia del dossier e se anche in ognuno di questi non si sollevano obiezioni, lo Stato membro da l’autorizzazione valida in tutta l’UE. Allo stato attuale dei fatti questa è solo teoria in quanto vi è stato sempre qualcuno che obiettava ed allora la decisione è dovuta passare sempre per Bruxelles che ne interessava l’EFSA per un parere. Se questo era positivo, i vari organi preposti decidevano a maggioranza qualificata, ma se anche in queste sedi la maggioranza non si trovava era la Commissione che ne decideva l’approvazione dato il supporto ricevuto dell’EFSA. A questo punto il tratto GM era autorizzato e le varietà che lo contenevano potevano accedere alle prove d’iscrizione al Registro di uno Stato Membro e se ritenute iscrivibili assumevano poi la vocazione comunitaria. La clausola di Salvaguardia in un Paese poteva essere invocata in questo momento, ma entro due anni si doveva depositare un dossier che motivava l’invocazione. L’Italia non ha mai invocato la clausola di Salvaguardia e chi l’ha invocata non è mai riuscito a motivarla obiettivamente. E’ questo l’iter seguito da tutte le varietà iscritte e inglobanti il tratto GM MON 810 autorizzato in Europa.
Vediamo allora cosa dice il decreto 212/2001, che è stato emesso anche al fine di tutelare la salute umana e dell’ambiente in ottemperanza al principio di precauzione contento nel trattato di Amsterdam. Il Decreto si compone di vari articoli, ma che interessano sono l’1 ed il 2: il primo obbliga chi vuole seminare delle varietà vegetali geneticamente modificate a richiedere l’autorizzazione di un’apposita commissione composta da 12 membri (istituita con DM 17/5/2002). Questa commissione ha vari compiti d’indirizzo per mettere in atto il principio di precauzione, ma non si evince che ci siano delle particolari condizioni che possano portare al rifiuto. Infatti, alla richiesta di Silvano Dalla Libera del 2006 si è tergiversato a rispondere finche questo è ricorso al Consiglio di Stato, il quale con sentenza n° 183/2010 del 19/1 ha concesso al Ministero 90 giorni di tempo per pronunciarsi sull’istanza del predetto agricoltore di poter seminare una varietà GM contenente il tratto MON 810 capace di far produrre alla pianta la tossina Bt velenosa per le larve dei lepidotteri parassiti. Dato poi che il Ministero aveva fatto conoscere che non poteva avviare l’istruttoria della richiesta in quanto le Regioni non avevano predisposto i piani di coesistenza, il Consiglio di Stato ha preso spunto da questo per ribadire che non era motivo valido non concedere l’autorizzazione solo perchè le Regioni non avevano provveduto ai compiti loro assegnati. Sembra che l’agricoltore Fidenato, avendo anche lui presentato istanza, abbia interpretato il silenzio, durato dal 2006 fino alla primavera 2010, come assenso, come prescrivono le recenti norme di tutela dei diritti del cittadino. E’ questo il contesto nel quale si è proceduto alla semina dei famosi sei semi GM. Il Ministero intanto doveva ottemperare alla sentenza del Consiglio di Stato ed il Ministro Zaia preannunciò l’emanazione di un decreto a tal proposito, cosa che ha fatto, d’altronde non poteva esimersi. Tuttavia, per emanare il decreto di non permissione a seminare si è basato su un parere della Commissione sementi che dice che occorre rispettare: “specifiche prescrizioni tecniche in linea con la raccomandazione della Commissione 2003/556/CE del 23.7.2003, capaci di ridurre la quantità di polline GM capace di disperdersi” e che “l’obiettivo cui tendere è infatti quello di garantire una contaminazione pari allo zero tecnico (<0,01%) nei confronti delle coltivazioni di mais circostanti (http://www.salmone.org/2010/03/25/nota-a-zaia/)”. La Commissione sementi suffragò il suo rifiuto a far seminare riferendosi ad una relazione predisposta ad arte dalla Regione Friuli che diceva esserci: “delle condizioni estremamente difficili per realizzare la coesistenza e di conseguenza non si ritiene compatibile [sic] con l’uso di organismi geneticamente modificati, in particolare con il mais ampiamente diffuso nella Regione, tenuto conto delle tecniche di coltivazione ordinariamente adottate”. Ne deriva che “non possono essere previste, come stabilito dall’art. 1 comma 2 del D. lgs. 212/2001, ‘misure idonee a garantire che le colture derivanti da prodotti sementieri di varietà geneticamente modificata non entrino in contatto con le colture derivanti da prodotti sementieri tradizionali e non arrechino danno biologico all’ambiente circostante tenuto conto delle peculiarità agro-ecologiche, ambientali e pedoclimatiche (http://www.salmone.org/2010/03/25/nota-a-zaia/)’”. In sostanza si è sancito che Silvano Dalla Libera non può seminare mais OGM perché nella Regione Friuli, data la sua conformazione, ma senza ulteriori specifiche, non è possibile impostare piani di coesistenza tra OGM e varietà tradizionali. A parere di molti, tuttavia, il decreto emesso è impugnabile, in quanto contrastante con la sentenza del Consiglio di Stato precedente che non prevedeva come motivo di rifiuto la mancanza di piani di coesistenza o la sua difficoltà a formularli. Vedremo in futuro se ricorrendo ulteriormente ai poteri competenti si riuscirà ottenere una pronuncia su questo comportamento, marcatamente dilatorio per mancanza di appigli giuridici, ed imposto solamente dall’ideologia di un Ministro che ha fatto carta straccia delle Direttive Comunitarie, ed in pratica impedendone l’applicazione. Il perché l’Italia non abbia a suo tempo invocato la Clausola di Salvaguardia e cosa incomprensibile. Forse è perché non avrebbe trovato nessuna commissione scientifica capace di trovare motivazioni che passassero il vaglio dei consulenti della Commissione?
In definitiva c’è ancora da stabilire se il decreto che obbliga Silvano Dalla Libera a non seminare ha piena validità e nel contempo stabilire quale reato abbia commesso l’agricoltore Fidenato. Intanto quest’ultimo ha provveduto ad elevare denunce querele ed esposti denuncia verso i “novelli flagelli” e di chi ne ha fatto apologia,
Tuttavia nel frattempo la coltivazione di Fidenato è stata distrutta dall’organizzazione “Ya Basta” di cui si è nominato leader un emblematico Luca Tornatore. Tuttavia è lecito prefigurare che la distruzione sia avvenuta a fioritura avvenuta. Il Ministero ha provveduto a far prelevare campioni nei campi vicini a quello in cui sarebbero stati seminati i “sei semi della discordia” al fine di verificare la presenza del tratto OGM Mon 810 nelle coltivazioni testate. Il risultato è stato reso noto: su 30 campioni, 15 sono immuni da tratti OGM mentre gli altri 15 mostrano la presenza del tratto OGM ma in limiti tali da non superare la soglia prevista per legge. I commenti degli anti-ogm si sono subito sprecati e sono riassumibili nel concetto che: se sei semi hanno inquinato la metà dei campioni significa che nessuna coesistenza è possibile. Altri invece hanno detto, ed io sono uno di questi, che l’allarme ed i disastri paventati dalle semina dei sei semi allo stato dei fatti non esiste, in quanto occorre prima stabilire quale è la presenza di tratti OGM autorizzati nel seme tradizionale seminato, che, pur risultante allo stato dei fatti esente da OGM, può sempre avere presenze accidentali compatibili ad una produzione nella norma di legge. A questo punto però vorrei porre una domanda al Ministero: sono al corrente che nel 2003 il CNR sembra aver impiantato delle prove su ginestrino (Lotus corniculatus) reso GM sia a Roma che a Perugia per sondare i flussi genetici in pieno campo e su queste coltivazioni han fatto bottinare delle Api. Quale autorizzazione avevano questi OGM? La Commissione Sementi, fatta intervenire per Silvano Dalla Libera, ha deliberato in proposito? La notizia è stata desunta da una comunicazione sul Blog di Dario Bressanini Le Scienze – 10 risposte a Carlo Petrini

References: art. 464
 art. 1
 sentenza 
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