Source: http://www.litis.it/2011/02/04/lequo-indennizzo-da-causa-di-servizio-e-completamente-distinto-dal-risarcimento-del-danno-consiglio-di-stato-sentenza-n-3652011/
Timestamp: 2020-02-26 03:47:34+00:00

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Litis.it » L’equo indennizzo da causa di servizio è completamente distinto dal risarcimento del danno – Consiglio di Stato, Sentenza n. 365/2011
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In materia di strumentario rimediale garantito al dipendente pubblico vittima d’infortunio sul lavoro costituisce ormai ius receptum, sia per orientamento giurisprudenziale consolidato che l’equo indennizzo da causa di servizio per presupposti oggettivi, fatti costitutivi, regime probatorio e disciplina complessiva, è completamente distinto dal risarcimento del danno.
Lo afferma la Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella Sentenza n. 365 depositata lo scorso 19 gennaio 2011.
Secondo i Giudici amministrativi, mentre il risarcimento del danno, quanto ad oggetto e finalità, tende a ristabilire l’equilibrio nella situazione del soggetto turbato dall’evento lesivo e a compensare per equivalente la perduta integrità fisio-psichica, l’equo indennizzo spettante ai dipendenti degli enti pubblici per infermità contratta per causa o concausa di servizio con una menomazione dell’integrità fisica non inferiore al 15% (v. art. 32 d.p.r. 26 maggio 1976, n. 411, in relazione all’allegato n. 5 al d.p.r. cit. e, oggi, all’allegato 4 al d.p.r. 16 ottobre 1979, n. 509), per il concetto di equità e discrezionalità ad esso inerente, per la sua astrazione dalla responsabilità civile, colposa o dolosa, di parte datoriale, e per la sua non coincidenza con l’entità effettiva del pregiudizio subito dal dipendente, è assimilabile a una delle molteplici indennità che l’Amministrazione conferisce ai propri dipendenti in relazione alle vicende del servizio, sicché equo indennizzo e risarcimento del danno (sia esso patrimoniale o non patrimoniale) sono tra loro compatibili e cumulabili, senza che l’importo liquidato a titolo di equo indennizzo possa essere detratto da quanto spettante a titolo di risarcimento del danno da responsabilità contrattuale o extracontrattuale del datore di lavoro.
Esiste invece un divieto di cumulo tra rendita vitalizia erogata dall’I.N.A.I.L. per infortunio sul lavoro o malattia professionale ed equo indennizzo per causa di servizio.
Quanto al rapporto tra rendita vitalizia erogata dall’I.N.A.I.L. e risarcimento dei danni non patrimoniali (ivi compresi quello alla salute o biologico e quello morale) conseguenti a infortunio sul lavoro, in conseguenza dell’estraneità di tali componenti di danno alla copertura dell’assicurazione obbligatoria disciplinata dal d.p.r. 30 giugno 1965, n. 1124 (applicabile ratione temporis alla fattispecie sub iudice) e in applicazione dei principi affermati nelle sentenze della Corte Costituzionale nn. 87, 356 e 485 del 1991, le limitazioni poste dall’art. 10 d.p.r. 30 giugno 1965, n. 1124 all’azione risarcitoria del lavoratore infortunato nei confronti del datore di lavoro – sia in punto di an (responsabilità penale), sia in punto di quantum (danno differenziale) –, riguardano solo il danno patrimoniale collegato alla capacità lavorativa generica, mentre esse non si applicano al danno alla salute o biologico e ai danni morali ex art. 2059 c.c., entrambi di natura non patrimoniale esulanti dalla copertura assicurativa obbligatoria (mentre secondo la disciplina successiva, introdotta dall’art. 13 d. lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, anche il danno biologico è coperto da tale forma assicurativa), sicché il lavoratore ha diritto al loro risarcimento integrale in presenza dei presupposti della relativa responsabilità del datore di lavoro (v. sul punto, ex plurimis, Cass. Civ., Sez. lav., 5 maggio 2010, n. 10834; Cass. Civ., Sez. lav., 19 gennaio 2002, n. 1114; Cass. Civ., Sez. lav., 20 ottobre 1998, n. 10405);
(Litis.it, 4 Febbraio 2011)
Consiglio di Stato, Sezione Sesta, Sentenza n. 365 del 19/01/2011
1. Con la sentenza in epigrafe, il T.A.R. per il Veneto respingeva la domanda risarcitoria proposta da [OMISSIS] nei confronti della Poste Italiane s.p.a. – in riassunzione da una pronuncia di difetto di giurisdizione del giudice del lavoro di Venezia, il quale aveva rilevato versarsi in tema di azione risarcitoria contrattuale relativa a infortunio inerente a rapporto d’impiego di natura pubblicistica, in fattispecie anteriore alla trasformazione dell’Amministrazione delle Poste e Telecomunicazioni in ente pubblico economico ai sensi del d.l. 1 dicembre 1993, n. 487, conv. in l. 29 gennaio 1994, n. 71 – in relazione ai danni conseguenti alle gravi lesioni subite in occasione dell’infortunio lavoro occorso il 10 aprile 1991 durante le operazioni di scarico della posta da un camion-gru presso la darsena di Tessera (VE), esposti, per danni patrimoniali (spese mediche, mancato reddito da perdita della capacità lavorativa specifica), biologici e morali, nell’importo complessivo di lire 621.520.000 (= euro 320.988,29). Dichiarava le spese di causa interamente compensate fra le parti.
3. Avverso tale sentenza interponeva appello il ricorrente soccombente, precisando in linea di fatto che gli era stata riconosciuta una rendita I.N.A.I.L. in relazione ad un’inabilità dell’11% (poi, in sede di revisione, aumentata al 14%) e deducendo i seguenti motivi: a) violazione degli artt. 24 e 32 Cost. e dell’art. 2087 c.c., con richiamo delle sentenze Corte Cost. nn. 87/1991, 356/1991 e 485/1991, e conseguente erronea negazione del diritto al risarcimento delle “voci di danno che vantano un diretto fondamento costituzionale” (v. così, testualmente, il ricorso in appello), non coperte dalla garanzia assicurativa I.N.A.I.L.; b) omessa pronuncia sulla dedotta responsabilità contrattuale dell’ente datoriale ex art. 2087 c.c. e sul diritto di esso appellante al risarcimento del danno in relazione ai postumi d’invalidità permanente, indicati nella misura del 30% sulla base dell’allegata consulenza medico-legale di parte. Dichiarava espressamente di rinunciare ai danni di natura patrimoniale e di limitare le domande alle voci di danno a “diretto fondamento costituzionale”. Chiedeva dunque, in riforma della gravata sentenza, la condanna della società appellata al risarcimento dei danni esposti nell’importo complessivo di euro 118.785,09 (o nella diversa misura ritenuta di giustizia), oltre agli interessi legali e alla rivalutazione monetaria dalla data dell’infortunio fino al saldo.
– che l’equo indennizzo da causa di servizio (alla cui disciplina si richiama la sentenza qui impugnata per escludere ogni forma di risarcimento ulteriore), per presupposti oggettivi, fatti costitutivi, regime probatorio e disciplina complessiva, è completamente distinto dal risarcimento del danno, atteso che, mentre quest’ultimo, quanto ad oggetto e finalità, tende a ristabilire l’equilibrio nella situazione del soggetto turbato dall’evento lesivo e a compensare per equivalente la perduta integrità fisio-psichica, l’equo indennizzo spettante ai dipendenti degli enti pubblici per infermità contratta per causa o concausa di servizio con una menomazione dell’integrità fisica non inferiore al 15% (v. art. 32 d.p.r. 26 maggio 1976, n. 411, in relazione all’allegato n. 5 al d.p.r. cit. e, oggi, all’allegato 4 al d.p.r. 16 ottobre 1979, n. 509), per il concetto di equità e discrezionalità ad esso inerente, per la sua astrazione dalla responsabilità civile, colposa o dolosa, di parte datoriale, e per la sua non coincidenza con l’entità effettiva del pregiudizio subito dal dipendente, è assimilabile a una delle molteplici indennità che l’Amministrazione conferisce ai propri dipendenti in relazione alle vicende del servizio, sicché equo indennizzo e risarcimento del danno (sia esso patrimoniale o non patrimoniale) sono tra loro compatibili e cumulabili, senza che l’importo liquidato a titolo di equo indennizzo possa essere detratto da quanto spettante a titolo di risarcimento del danno da responsabilità contrattuale o extracontrattuale del datore di lavoro (v. C.d.S., Sez. IV, 31 marzo 2009, n. 2009; C.d.S., Ad. Plen., 8 ottobre 2009, n. 5; Cass. Civ., Sez. III, 27 luglio 2001, n. 10291; Cass. Civ., Sez. III, 5 settembre 2005, n. 17764);
– che esiste invece un divieto di cumulo tra rendita vitalizia erogata dall’I.N.A.I.L. per infortunio sul lavoro o malattia professionale ed equo indennizzo per causa di servizio (v. C.d.S., Sez. V, 24 agosto 2007, n. 4487; Cass. Civ., Sez. lav., 1 settembre 2003, n. 12754);
– che, quanto al rapporto tra rendita vitalizia erogata dall’I.N.A.I.L. e risarcimento dei danni non patrimoniali (ivi compresi quello alla salute o biologico e quello morale) conseguenti a infortunio sul lavoro, in conseguenza dell’estraneità di tali componenti di danno alla copertura dell’assicurazione obbligatoria disciplinata dal d.p.r. 30 giugno 1965, n. 1124 (applicabile ratione temporis alla fattispecie sub iudice) e in applicazione dei principi affermati nelle sentenze della Corte Costituzionale nn. 87, 356 e 485 del 1991, le limitazioni poste dall’art. 10 d.p.r. 30 giugno 1965, n. 1124 all’azione risarcitoria del lavoratore infortunato nei confronti del datore di lavoro – sia in punto di an (responsabilità penale), sia in punto di quantum (danno differenziale) –, riguardano solo il danno patrimoniale collegato alla capacità lavorativa generica, mentre esse non si applicano al danno alla salute o biologico e ai danni morali ex art. 2059 c.c., entrambi di natura non patrimoniale esulanti dalla copertura assicurativa obbligatoria (mentre secondo la disciplina successiva, introdotta dall’art. 13 d. lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, anche il danno biologico è coperto da tale forma assicurativa), sicché il lavoratore ha diritto al loro risarcimento integrale in presenza dei presupposti della relativa responsabilità del datore di lavoro (v. sul punto, ex plurimis, Cass. Civ., Sez. lav., 5 maggio 2010, n. 10834; Cass. Civ., Sez. lav., 19 gennaio 2002, n. 1114; Cass. Civ., Sez. lav., 20 ottobre 1998, n. 10405);
– che dunque il risarcimento integrale di queste voci di danno costituisce un diritto del lavoratore infortunato da far valere autonomamente, e non già a titolo differenziale, nei confronti del proprio datore di lavoro, indipendentemente dalla entità dell’indennizzo erogato dall’istituto assicuratore, nei casi di infortunio o malattia professionale addebitabili ad una colpa, anche se concorrente e non di rilievo penale, del datore di lavoro o di un qualsiasi suo sottoposto di cui egli debba rispondere civilmente, con la sola esclusione – secondo le regole generali – dei casi in cui l’evento lesivo sia riconducibile a caso fortuito, a forza maggiore, o a colpa esclusiva dello stesso lavoratore (v., ex plurimis, Cass. Civ., Sez. lav., 20 ottobre 1998, n. 10405).
3.3.1. Sulla base delle – pur scarne – risultanze istruttorie, la dinamica dell’infortunio può essere ricostruito come segue: l’odierno appellante, il quale verso le ore 9.30 del giorno 10 aprile 1991 con altri due colleghi di lavoro a mezzo di un camion-gru stava effettuando il trasporto/consegna degli effetti postali al CMP aeroportuale Marco Polo di Tessera e alla darsena per Venezia, sceso dal camion per la consegna dei dispacci soggetti a firma, venne colpito al dorso e alla spalla destra dalla sponda del camion del peso di ca. quattro quintali, non più trattenuta dai ganci di fissaggio – i quali si erano allentati o a causa della percorrenza di un fondo stradale dissestato, oppure per effetto delle vibrazioni conseguenti alle operazioni di fissaggio della piattaforma del camion in funzione dell’azionamento della gru, oppure per effetto di usura –, riportando varie lesione alla regione dorsale e cervico-toracica (v. dichiarazioni testimoniali dei colleghi di lavoro Aleo Carmelo e Arcadio Rizzardi; rapporto del dirigente dell’ufficio del 13 aprile 1991; dichiarazioni dello stesso infortunato rese nel contesto della richiesta di riconoscimento d’infermità per causa di servizio).
4.1. In punto di quantum, si osserva che nella consulenza medico-legale di parte dimessa dall’odierno appellante (v. relazione dd. 6 novembre 1996 del medico-legale Prof. Giancarlo Umani Ronchi) l’entità dei postumi invalidanti incidenti sull’integrità psico-fisica dell’infortunato (esiti algo-disfunzionali di violento trauma contusivo del rachide cervico-dorsale; esiti di violento trauma contusivo della spalla destra, in soggetto destrimane, con fenomeni cicatriziali del plesso brachiale interessanti anche l’arteria succlavia destra; esisiti consistenti in ipotonotrofia del cinto scapolare, dolore e limitazione funzionale diffusa dell’arto) risulta determinata, secondo i comuni criteri civilistici, nella percentuale d’invalidità del 30 %.
DEPOSITATA IN SEGRETERIA Il 19/01/2011
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References: Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 art. 32
 art. 2059
 Cass. 
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 art. 2087
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 art. 32
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 art. 2059
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