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Timestamp: 2019-04-22 12:28:09+00:00

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Licenziamento per ragioni organizzative volte a ottenere maggior profitto è legittimo Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 01/07/2016 n° 13516 | Sindacato FSI
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Licenziamento per ragioni organizzative volte a ottenere maggior profitto è legittimo Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 01/07/2016 n° 13516
Sentenza 1 luglio 2016, n. 13516
sul ricorso 24310/2013 proposto da:
C.V., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CARLO DEL GRECO 59 – OSTIA -, presso lo studio dell’avvocato DORA LA MOTTA, rappresentata e difesa dall’avvocato PAOLO FALZEA, giusta delega in atti;
UNILAV S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, V1A LUNIGIANA 6, presso lo studio dell’avvocato GREGORIO D’AGOSTINO, rappresentata e difesa dall’avvocato MARIO INTILISANO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 746/2013 della CORTE D’APPELLO di MESSINA, depositata il 03/05/2013 r.g.n. 2443/2016;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/04/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO MANNA;
udito l’Avvocato INTILISANO MARIO;
Con sentenza depositata il 3.5.13 la Corte d’appello di Messina, in totale riforma della sentenza di reintegra ex art. 18 Stat. emessa il 3.11.11 dal Tribunale della stessa sede, rigettava l’impugnativa di C.V. contro il licenziamento per giustificato motivo oggettivo che le era stato intimato il 29.10.04 da UNILAV S.c.p.A..
Per la cassazione della sentenza ricorre C.V. affidandosi a tre motivi.
1- Con il primo motivo del ricorso ci si duole di violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 3, per avere la sentenza impugnata ritenuto sufficiente, ai fini della legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, la mera scelta aziendale di sopprimere un posto di lavoro per ridurre i costi, essendo invece indispensabile – prosegue il ricorso – che il datore di lavoro provi l’effettiva necessità della contrazione dei costi medesimi.
Analoga doglianza viene svolta con il secondo e il terzo motivo di ricorso, sempre per violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 3, sotto il profilo dell’omesso controllo giudiziale della reale sussistenza del motivo di licenziamento addotto e dell’effettiva necessità della contrazione dei costi, circostanze di fatto non provate dalla UNILAV. 2- I tre motivi di ricorso – sostanzialmente analoghi, giacchè affrontano sotto diverse visuali il concetto di giustificato motivo oggettivo – sono infondati.
Il controllo giurisdizionale del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, per non sconfinare in valutazioni di merito che si sovrappongano a quelle dell’imprenditore (la cui autonomia è garantita ex art. 41 Cost., comma 1), deve limitarsi a verificare che il recesso sia dipeso da genuine scelte organizzative di natura tecnico-produttiva e non da non pretestuose ragioni atte a nasconderne altre concernenti esclusivamente la persona del lavoratore licenziato.
Se tale redistribuzione fosse un mero effetto, di risulta (e non la causale del licenziamento) si dovrebbe concludere che la vera ragione del licenziamento risiede altrove e non in un’esigenza di più efficiente organizzazione produttiva.
E’ in termini assoluti quando la stessa quantità di prodotti o di servizi venga realizzata con un minor impiego di fattori produttivi (e/o con fattori produttivi a più basso costo).
E’ in termini percentuali quando, fermi restando in cifra assoluta i costi di produzione, si riesca però ad ottenere una maggior quantità di prodotti o servizi rispetto al passato (ad esempio portando a pieno regime il processo produttivo e/o eliminandone passaggi non essenziali).
Rebus sic stantibus, solo un’incompleta lettura della giurisprudenza potrebbe far apparire la soluzione qui accolta come dissonante rispetto ai precedenti di questa Corte Suprema che, secondo parte ricorrente, escluderebbero che il giustificato motivo oggettivo possa consistere nella semplice ricerca di un incremento di profitto, nel senso di giustificare tale tipo di licenziamento solo ove si debba fare fronte a sfavorevoli situazioni – non meramente contingenti influenti in modo decisivo sulla normale attività produttiva, ovvero per sostenere notevoli spese di carattere straordinario.
Ad esempio, Cass. n. 5173/15 conferma l’illegittimità del recesso perché i due motivi addotti erano contraddittori (oltre che l’uno insussistente e l’altro ininfluente), mentre Cass. n. 2874/12 e Cass. n. 7750/03 asseriscono che un licenziamento per giustificato motivo oggettivo ben può conseguire ad una riorganizzazione tecnico- produttiva mirante a contenere i costi; Cass. n. 17069/02 dichiara giustificato il licenziamento dovuto all’informatizzazione dell’organizzazione aziendale per la quale il lavoratore non aveva adeguata professionalità; Cass. n. 12421/02 dichiara ingiustificato il licenziamento per mancanza di prova dell’impossibilità del repechage; Cass. n. 8396/02 riconosce legittimo il licenziamento per avvenuta soppressione delle mansioni di centralinista; Cass. n. 14210/01 e Cass. n. 4670/01 ammettono la legittimità del recesso conseguente ad una diversa ripartizione, fra altri lavoratori, delle mansioni un tempo affidate a quello licenziato; Cass. n. 13021/01 consente il licenziamento in un caso di esternalizzazione di mansioni di vigilanza; Cass. n. 8135/2000 conferma la legittimità d’un licenziamento intimato per soppressione d’un posto di ispettore d’una società di assicurazioni.
Peraltro, un accertamento in tal senso richiederebbe un confronto, da operarsi in sede giurisdizionale, tra il conto economico dell’anno precedente a quello in cui è stato intimato il licenziamento e il conto economico successivo, confronto che potrebbe rivelarsi, da un lato, impraticabile da un punto di vista cronologico e, dall’altro, di fatto arbitrario, non potendosi stabilire se e in che misura il singolo licenziamento in concreto si ripercuota sull’andamento del conto profitti e perdite, potenzialmente influenzato da plurime variabili di mercato imprevedibili all’atto dell’intimazione del recesso.
In altre parole, quel che è vietato non è la ricerca del profitto mediante riduzione del costo del lavoro o di altri fattori produttivi (nell’ottica dell’art. 41 Cost., comma 1, la libertà di iniziativa economica è finalizzata alla ricerca del profitto), ma il perseguire il profitto (o il contenimento delle perdite) soltanto mediante un abbattimento del costo del lavoro realizzato con il puro e semplice licenziamento d’un dipendente che, a sua volta, non sia dovuto ad un effettivo mutamento dell’organizzazione tecnico-produttiva, ma esclusivamente al bisogno di sostituirlo con un altro da retribuire di meno, malgrado l’identità (o la sostanziale equivalenza) delle mansioni.
In tal caso, infatti, la ricerca d’un incremento di produttività in termini di contrazione del costo del lavoro non si accompagna ad un mutamento nell’organizzazione tecnico-produttiva, solo in presenza del quale ricorre l’ipotesi del giustificato motivo oggettivo così come descritto dalla L. n. 604 del 1966, art. 3 (che lo individua in “ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa.”).
Essendo queste le premesse, l’assunto secondo cui il datore di lavoro dovrebbe provare la necessità della contrazione dei costi dimostrando l’esistenza di sfavorevoli contingenze di mercato, a tal fine non bastando una sua autonoma scelta in tal senso, si dimostra infondata vuoi perchè tale necessità non è imposta dalla lettera e dallo spirito dell’art. 3 cit., vuoi perché l’esegesi proposta è incompatibile con l’art. 41 Cost., comma 1″ che lascia all’imprenditore (con il limite di cui al cpv. dello stesso articolo) la scelta della migliore combinazione dei fattori produttivi a fini di incremento della produttività aziendale.
rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 3.600,00 di cui Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 18
 sentenza 
 art. 3
 sentenza 
 art. 3
 art. 41
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
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 Cass. 
 art. 3