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Timestamp: 2020-02-25 22:28:56+00:00

Document:
PDL 3067
LOMAGLIO, AURISICCHIO, BUFFO, BURGIO, BURTONE, CACCIARI, CRISAFULLI, DATO, DI SALVO, DIOGUARDI, FUMAGALLI, MADERLONI, LEOLUCA ORLANDO, ROTONDO, SAMPERI, SPINI, TRUPIA, ZANOTTI
Onorevoli Colleghi! - Con la legge della Regione siciliana n. 34 del 1988 è stata definitivamente e formalmente chiusa, in Sicilia, la fase produttiva delle miniere di zolfo. Fra gli effetti di quella legge si ricorda l'obbligo, per l'Ente minerario siciliano (EMS), gestore unico del comparto, di effettuare la chiusura di tutti gli imbocchi al sottosuolo delle ultime miniere ancora aperte. Tale legge attribuiva all'EMS anche la possibilità di alienare a terzi tutti i propri beni.
Ciò comportava in tempi brevi la cancellazione non soltanto del settore industriale che, per oltre un secolo, aveva recitato un ruolo portante nell'intera economia dell'isola ma, al tempo stesso, anche di quella significativa porzione della storia della Sicilia legata all'economia dello zolfo.
Con l'obiettivo di conservare la memoria dell'industria e della cultura mineraria in Sicilia e di salvaguardare e tutelare, almeno in parte, lo straordinario patrimonio ambientale e di archeologia industriale delle zolfare, importanti personalità della cultura, del sindacato e di settori rappresentativi della società e della politica siciliana operarono affinché il legislatore siciliano approvasse un'altra legge, la n. 17 del 1991, che individuò alcune miniere e siti minerari da trasformare in parchi minerari, in musei regionali delle miniere e in miniere-museo.
Nelle tre maggiori province solfifere furono prescelte, allo scopo, le seguenti miniere: Gessolungo, Trabia-Tallarita e La Grasta a Caltanissetta; Grottacalda e Floristella a Enna; Ciavolotta e Cozzo Disi ad Agrigento.
L'abbandono improvviso delle strutture e delle aree industriali dello zolfo aveva cagionato l'inizio di un'era di devastazioni, atti vandalici e furti, anche a danno delle stesse miniere che erano state individuate per il recupero. La citata legge regionale n. 17 del 1991, restata in larga parte inattuata, avrebbe potuto fermare, con opportuni interventi di tutela, il degrado di beni dei quali non si era riuscito ad apprezzare il valore, che sono stati invece lasciati a disposizione di tanti spregiudicati saccheggiatori. Atti ignobili che hanno in larga parte compromesso un patrimonio unico, costituito dagli immobili, dalle apparecchiature, dalle scorte di magazzino, dagli impianti, spesso irreversibilmente danneggiati solo per poter recuperare e vendere modeste quantità di rame e di altri materiali facilmente asportabili.
In questi ultimi anni si è registrata, tuttavia, una generale crescita della sensibilità relativa al recupero e alla valorizzazione delle zolfare siciliane. Tale rinnovata generale attenzione è oggi accompagnata dalla possibilità di sviluppare un'azione ragionata e concreta di recupero, tutela e valorizzazione, che sarebbe certamente consolidata e aiutata dall'Istituzione del Parco nazionale.
L'istituzione del Parco nazionale geominerario delle Zolfare di Sicilia vuole sviluppare una visione e un'azione comuni che nelle aree territoriali del parco possano definire un intervento integrato di qualificazione e di recupero architettonico, ambientale, culturale e sociale, in grado di operare un'interessante azione di ricucitura della memoria storica dei luoghi e della vita di quelle comunità.
La Sicilia, per la sua collocazione geografica al centro del Mediterraneo, è la regione dove la serie gessoso-solfifera affiora più estesamente (oltre 1.000 chilometri quadrati pari al 4 per cento del suo territorio) e nella sua successione più completa; in essa è possibile osservare un'incredibile varietà di forme del rilievo, che possono essere considerate uniche in tutto il bacino del Mediterraneo.
I paesaggi carsici, in relazione alla diversità dei tipi litologici, cui corrispondono micropaesaggi e micro-ambienti differenziati, mostrano una molteplice varietà di forme legate alla loro collocazione geografica: fasce costiere, valli e forre fluviali, conche lacustri, colline e altopiani, ambienti ipogei.
Le aree carsiche nelle evaporiti rappresentano straordinari laboratori per la ricerca geomorfologica ed ambientale anche in sotterraneo (Cozzo Disi e Ciavolotta), e palestre ideali per la didattica naturalistico-ambientale.
Inoltre, se da un lato è indubbio che molti paesaggi rivelano varie forme di impatto umano, dall'altro questi continuano a rinnovarsi per una serie di fenomeni naturali che si esplicano nell'ambito di diverse scale spaziali e temporali. Lo studio e l'osservazione di questi paesaggi, pertanto, aiutano a meglio focalizzare le interferenze tra i fenomeni naturali e quelli indotti dalle azioni antropiche, in particolare quelle connesse con le diverse modalità di uso del suolo e di sfruttamento delle risorse.
Questo eccezionale patrimonio naturalistico-ambientale racchiude uno straordinario potenziale scientifico-culturale ed educativo da sviluppare e da rendere disponibile sia in ambito scientifico sia in ambito scolastico ed escursionistico.
La zona interessata al Parco nazionale geominerario delle Zolfare di Sicilia ha inoltre grande rilevanza per ciò che riguarda soprattutto un vasto e complesso sistema industriale, la cui attivazione risale a circa due secoli fa, con strutture che affiorano fuori dal livello della campagna, le quali attestano l'estrazione dello zolfo, che ha rappresentato, come è noto, un'attività profondamente significativa sotto il profilo sia economico che sociale.
Nell'articolato contesto della Sicilia fra l'ottocento e il novecento si inserisce in modo compiuto la storia dello zolfo siciliano, ovvero dell'attività economica che
caratterizzò l'area centro-meridionale dell'isola: quell'area che va dalla zona collinare interna del nisseno, comprendente anche le attuali propaggini dell'ennese, fino alla costa meridionale dell'agrigentino e alla città di Catania dove ancora, nella zona del porto, svettano le due ciminiere delle industrie di lavorazione e di raffinazione dello zolfo.
Nel corso degli anni trenta del XIX secolo, in queste plaghe destinate, nel corso dei secoli precedenti, prevalentemente a grano e a leguminacei, e con alcune tracce della produzione della seta, si sviluppò l'attività di escavazione, trasporto e correlata commercializzazione del giallo metalloide, che avrebbe finito con l'identificarsi con quella parte di Sicilia e non solo. La «coltivazione», assai spesso superficiale, dei siti minerari veniva avviata dapprima nelle aree più contigue agli sbocchi al mare degli antichi caricatori. Successivamente, in particolare nei decenni quaranta e cinquanta, si sarebbe incrementata l'attività nelle aree più interne del nisseno e dello stesso agrigentino, in presenza di più consistenti, per quantità e per qualità, insediamenti.
Lo zolfo prodotto in Sicilia era richiesto dal mercato europeo, in particolare dalla Gran Bretagna e dalla Francia, in quanto elemento di base dei processi di trasformazione nella nascente industria chimica. A motivo di ciò, tra il 1830 e il 1835, il numero di cantari (quintali) esportati pressoché raddoppiava, passando da 380.000 a oltre 660.000. La maggior parte dello zolfo esportato nel 1835 aveva quale destinazione finale la Gran Bretagna (325.793) e la Francia (262.774); la restante quantità era diretta ad altri Paesi nord europei e agli Stati Uniti d'America.
Il paesaggio delle miniere ancora recuperabili è contraddistinto da due grandi aree, ciascuna delle quali è in stretto rapporto alle diverse tecniche di escavazione e di utilizzazione dei minerale che si sono succedute nel corso degli anni.
La prima area, corrisponderete a quella utilizzata dagli inizi dello sfruttamento fino agli anni cinquanta del XX secolo, presenta i resti delle strutture che hanno caratterizzato la produzione per fusione; la seconda, invece, conserva gli impianti che hanno segnato il passaggio al trattamento per flottazione. Una sintesi delle due aree è mirabilmente riscontrabile nella miniera di Cozzo Disi. È in questo sito, infatti, che si apprezza la sequenza di tutti gli apparati tecnologici che si sono succeduti per l'estrazione e per la coltivazione del materiale solfifero.
La storia delle prime strutture produttive inizia con le «calcarelle» (piccoli cavei ricavati in siti naturali, dove la fusione dello zolfo avveniva a cielo aperto, con gravi danni sia per la salute dei minatori che per l'ambiente circostante).
I «calcheroni», di epoca successiva, sono già delle strutture tecnologicamente più avanzate, avendo delle porzioni costruite in muratura, soprattutto in prossimità delle «bocche» - murate durante l'accensione -, dalle quali defluiva lo zolfo fuso, che veniva poi confezionato in forme chiamate «pani»; alcuni calcheroni erano dotati di camini - adagiati sui crinali delle colline circostanti - dai quali si scaricava l'anidride solforosa prodotta dalla combustione.
Un ulteriore progresso si è conseguito con i forni Gill, costituiti da batterie di forni a cella collegati tra di loro a gruppi di quattro (quadriglie) o di sei (sestiglie). Alla miniera di Cozzo Disi le quadriglie, in numero di oltre sessanta, sono state in esercizio sino agli anni cinquanta e successivamente (anni settanta) sono state totalmente interrate con i fanghi di flottazione che tuttora le ricoprono.
Nei primi anni del novecento, nella miniera di Cozzo Disi, al fine di aumentare il rendimento della zolfara, sono stati realizzati dei forni in batteria, dotati di un unico canale per la ventilazione dei fumi: una struttura poderosa quanto affascinante dal punto di vista architettonico. Essa, costituita dai forni di fusione a vapore, caratterizza fortemente il luogo con i suoi mulini di frantumazione e con tutte le strutture meccaniche annesse, che costituivano il sistema di separazione del minerale dall'inerte. L'impianto di fusione a vapore della miniera di Cozzo Disi è
stato l'unico in esercizio sino agli anni cinquanta in tutta l'Italia zolfifera (non dimentichiamo le Marche e la Romagna).
Le altre strutture architettoniche definiscono il sistema delle officine - dove si costruivano dai vagonetti (decauville) ai chiodi per il fissaggio dei binari -, la falegnameria, i magazzini e le stalle, l'officina del maniscalco per i muli adibiti al carreggio interno ed esterno (quando ancora si ricorreva alla trazione animale), le residenze per il soggiorno degli operai (conducenti, arditori, conduttori, armatori) costretti a trattenersi nella zona della miniera.
Il nuovo sito, caratterizzato dalle grandi strutture di estrazione, come l'impianto di flottazione - uno dei più moderni e produttivi fra tutti i siti minerari in esercizio - fu iniziato negli anni cinquanta, a causa dell'esaurimento dei livelli fino ad allora coltivati. In quegli anni, oltre ai macchinari, furono ultimate le opere di captazione delle acque dal vicino fiume Platani. Assieme all'impianto di flottazione entrò in esercizio l'impianto di purificazione, che comprendeva le installazioni per la fusione dello zolfo flottato.
La miniera di Cozzo Disi, dichiarata miniera museo dalla citata legge regionale n. 17 del 1991, ha già fruito di due interventi di ripresa e di sistemazione finanziati con leggi regionali che hanno consentito di tutelarne l'accessibilità e la ventilazione. È attualmente in corso un intervento di ristrutturazione che dovrebbe rendere funzionante l'impianto di estrazione del pozzo e l'impianto di sollevamento delle acque, fermando il progressivo allagamento del sotterraneo che ha già invaso i livelli inferiori - dal dodicesimo all'ottavo - e iniziando il prosciugamento dei sotterraneo allagato. Al termine di questi lavori sarà anche reso accessibile al pubblico un itinerario sotterraneo, lungo oltre un chilometro, che comprenderà due gallerie, entrambe con imbocco esterno e collegate all'estremità con una rimonta.
Un ulteriore intervento, già aggiudicato, riguarderà l'esterno e renderà visitabili alcuni immobili ritenuti più rilevanti per una pubblica fruibilità.
Va comunque sottolineato che per convertire la miniera di Cozzo Disi in un unico e intero reperto museale occorre completare la riqualificazione delle aree esterne facendo risaltare la distinzione tra zolfara tradizionale (fusione con forni Gill) e zolfara ammodernata (impianto di flottazione) e riconquistare il sotterraneo proseguendo l'attuale intervento sino al prosciugamento del dodicesimo livello, dove sarà possibile ammirare in situ i magnifici cristalli di zolfo e di altri minerali associati famosi in tutto il mondo.
La realtà mineraria della Sicilia centro-meridionale trova nella miniera di Trabia-Tallarita uno straordinario esempio di archeologia industriale, rappresentativa di tutte le complesse fasi dell'evoluzione dell'attività estrattiva: dalla «calcarella» al «calcarone», dal «forno Gill» all'impianto di «flottazione». La miniera di Trabia-Tallarita fu una delle miniere di zolfo più grandi e ricche della Sicilia e, forse, del mondo. Le miniere di Sommatino vengono descritte, già alla fine del XVIII secolo, come quelle più importanti della Sicilia e coltivate con maggiore intensità. Ortolani, nel suo «Dizionario» del 1890, dà notizie generiche sulle zolfare di Sicilia, ma afferma che «delle ricche cave di zolfo sono in Sommatino». Nel 1822, De Welz scrive che in Sicilia erano abbondantissime le miniere di zolfo e che tra le migliori c'erano quelle del Principe di Trabia. Attorno all'inizio del XX secolo, la miniera di Trabia-Tallarita era una delle miniere più produttive della Sicilia, con quasi il 12 per cento della produzione totale dell'isola che, a sua volta, estraeva il 90 per cento della produzione mondiale. Tra l'altro, nonostante i 102 morti registrati tra il 1879 e il 1909, il bacino minerario di Trabia e Tallarita risultò tra i più sicuri in Sicilia.
Oggi, nel bacino che insiste nella splendida conca, tra i comuni di Sommatino e Riesi, al centro dell'altopiano gassoso solfifero che tagliava le province di Enna, di Caltanissetta e di Agrigento, il senso di rovina avvolge tutto allo stesso modo, con
la stessa amara dignità che la storia ci consegna: i pozzi, le discenderie, gli edifici della produzione, le case degli operai, i manufatti destinati ai padroni, alla dirigenza, ai carabinieri, la cappella. Si respira il senso di dolore e di fatica delle migliaia di uomini che vi hanno lavorato e vissuto conoscendo soltanto il buio, e dei «carusi» che in quei luoghi persero il sorriso assieme, molto spesso, alla loro stessa vita.
Allora, molti proprietari non conducevano in proprio le loro miniere, ma le davano in gabella in cambio di proficui guadagni - il cosiddetto «estaglio» - che gravavano sul costo del materiale e sulla sicurezza. Il legame tra i giacimenti minerari e la proprietà fondiaria fu il principale ostacolo allo sviluppo dell'industria zolfifera, perché i proprietari erano, in genere, nobili latifondisti, che dimostravano verso il sottosuolo lo stesso disinteresse manifestato verso la proprietà fondiaria. Invece, il principe di Trabia e di Butera e il principe Pignatelli-Fuentes si mostrarono, sotto questo profilo, nobili illuminati e decisero di affittare le loro miniere a persone o enti che garantissero solidità economica e volontà di miglioramento tecnologico. Perciò, la «Zolfara Grande» di Trabia e la miniera di Fiume-Tallarita furono all'avanguardia, in Sicilia, per quanto concerneva la gestione e la sperimentazione tecnologica.
È forse per la notevole estensione e per la complessità del sito, che richiede notevoli disponibilità finanziarie per una riconversione turistico-culturale, che alla miniera di Trabia-Tallarita non si è fatto molto. È in corso di realizzazione un progetto di riqualificazione finanziato con fondi comunitari che prevede la sistemazione della vecchia centrale elettrica e delle limitrofe aree operative che comprendevano officine e magazzini.
L'articolo 6 della citata legge regionale 15 maggio 1991, n. 17, istituisce l'ente parco minerario Floristella-Grottacalda per tutelare, recuperare, conservare, valorizzare, promuovere e gestire le contigue aree minerarie dismesse di Floristella, Grottacalda e Galizzi, situate ai confini dei territori comunali di Enna, Piazza Armerina, Aidone e Valguarnera Caropepe.
L'esperienza dei parco minerario di Floristella-Grottacalda (Enna), che è oggi parte della proposta del parco culturale Rocca di Cerere, dimostra che l'elemento culturale che queste strutture incarnano contiene valenze, oltre che ambientali, di natura storica ed etnoantropologica di fondamentale importanza.
Si ritiene doveroso citare inoltre altre quattro realtà che non possono essere escluse dal progetto di Parco nazionale geominerario delle Zolfare di Sicilia.
La miniera Ciavolotta, sede di uno dei musei minerari regionali istituiti con la ricordata legge regionale n. 17 del 1991, ricade nel territorio dei comuni di Agrigento e di Favara; a Ciavolotta è in corso un intervento di riqualificazione delle aree esterne finanziato con fondi comunitari. La miniera dispone di un sotterraneo di notevole interesse quasi interamente recuperabile con costi relativamente contenuti, con l'obiettivo di raggiungere le famose «zubbie», cavità carsiche createsi nel giacimento zolfifero con le pareti ricoperte da zolfo mammellonare amorfo di aspetto simile all'ambra.
La miniera di Trabonella, in territorio di Caltanissetta, è uno dei siti minerari storicamente più importanti della Sicilia; essa è inserita, con la miniera di Giumentaro, all'interno della riserva naturale «valle del Salso e Imera meridionale». L'antica zolfara di proprietà del comune è oggetto di interventi di bonifica, di risanamento e di riqualificazione che renderanno fruibili gli immobili e gli impianti esterni, con la possibilità che si realizzi un itinerario sotterraneo mediante il recupero di una galleria che dall'esterno raggiunge il pozzo a una profondità di settanta metri.
Le altre importanti aree naturali da tutelare e valorizzare, anche a fini didattici e di ricerca scientifica, sono quelle delle Maccalube a Terrapelata (Caltanissetta) e ad Aragona (Agrigento). Queste, come tutte le altre riserve naturali, sono state istituite ai sensi della legge regionale n. 98 del 1981, recante «Norme per l'istituzione
nella Regione siciliana di parchi e riserve naturali».
Da quanto finora illustrato è indubbio che vi fu in Sicilia una «civiltà dello zolfo» che determinò grandi trasformazioni in molte comunità isolane, spingendole in avanti nello sviluppo non solo sociale, ma anche culturale. A Caltanissetta non sarebbe stato possibile uno sviluppo culturale, quale quello che Sciascia definì come presente in una città simile a una «piccola Atene», senza la civiltà dello zolfo e quella del grano duro e, pertanto, senza gli operai delle miniere e i contadini produttori di grano. E se, a un certo punto, iniziò un lento degrado della città, questo avvenne con l'esaurirsi di queste due fondamentali fonti produttive e con l'estinzione di queste due classi lavoratrici.
Ripercorrere, quindi, prassi quotidiane, stili di vita e comportamenti sociali di questi gruppi sembra utile per recuperare una memoria da utilizzare per la strutturazione di nuovi valori ispirati a quelli positivi del passato. Non certo per tentare l'impervia e assurda avventura del loro ripristino, ma per farne modelli da adeguare alle esigenze del presente. Per fare tesoro, insomma, di quella cultura.
Ed è indispensabile fare tesoro, anche, delle risorse che si hanno a disposizione e che sono da valorizzare fino in fondo, come, ad esempio, l'istituto minerario di Caltanissetta che, fin dalla sua fondazione nel 1862, è stato il principale centro dell'attività di formazione dei tecnici minerari che hanno operato nelle miniere di zolfo del centro-Sicilia, del resto d'Italia e del mondo.
L'Istituto ha costituito un centro di eccellenza che ha visto nei secoli grandi esperti e tecnici dell'arte mineraria alternarsi dietro la cattedra e tra i banchi.
L'intensa attività didattica ha risentito, a partire dagli anni settanta, della massiccia crisi correlata alla progressiva chiusura delle miniere di zolfo.
L'Istituto ha saputo però raccogliere la sfida, modificando i suoi curricula formativi e affermandosi oggi come un centro avanzato nella formazione di tecnici attivi nel settore della geologia e dell'ambiente.
Al contempo, però, l'Istituto non ha perso la memoria del suo glorioso passato, a cui era intensamente legato, e ne ha conservato gelosamente le testimonianze, iniziando altresì un'azione divulgativa per il recupero di tale memoria.
E così, nel suo Museo, nato come raccolta di minerali e di fossili per il laboratorio di mineralogia e geologia, si è iniziata un'azione di recupero di attrezzature, carte, schemi e documentazione fotografica connessi con l'attività mineraria che, insieme alla bellissima collezione di oltre 5.000 reperti di minerali e di fossili, costituisce oggi il nucleo su cui è imperniata l'azione didattica e divulgativa.
Si avverte tuttavia la mancanza di un coordinamento che stimoli e colleghi tra loro le iniziative tese al recupero della memoria della secolare tradizione mineraria. Ed è questa la ragione per cui ormai da più parti, in quelle che erano le province minerarie dell'isola, si auspica costantemente l'istituzione di un ente e di un'autorità che possa coordinare la miriade di iniziative e di risorse presenti sul territorio, connettendole in una rete efficace e, nel contempo, che possa suscitare la nascita di nuove proposte.
Le cinque aree contigue descritte costituiscono uno dei piú importanti siti di
archeologia industriale esistenti in Italia nonché una delle più grandi, antiche e significative zone minerarie e al loro interno, come evidenziato, sono ancora presenti le gallerie, le strutture architettoniche, le apparecchiature e gli impianti utilizzati per l'estrazione dello zolfo nei due secoli di attività delle miniere.
Sono quindi motivazioni culturali, storiche, ambientali e antropologiche, da una parte, e la prova data dell'esperienza, dall'altra, che spingono con forza affinché finalmente in Sicilia, come già in Sardegna e nelle Marche, si dia corpo alla normative di tutela e di salvaguardia del suo straordinario patrimonio di archeologia industriale mineraria, mediante l'istituzione del Parco nazionale geominerario delle Zolfare di Sicilia.
Il percorso normativo è sostenuto dal protagonismo delle comunità locali, pronte
ad attuare, insieme agli enti ministeriali e alla Regione siciliana, quel principio di sussidarietà che è necessario per garantire «la valorizzazione delle specifiche valenze culturali, economiche, storiche e naturalistiche» delle realtà sociali e territoriali coinvolte.
L'esperienza dei geoparchi è oggi giunta a un significativo livello di maturazione. Le esperienze italiane hanno avuto il loro culmine con l'istituzione del Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna e hanno maturato iniziative che richiedono un'attenta riflessione. Il significato e il contenuto culturale di queste realtà sono oggi un dato concreto con cui una corretta politica della gestione delle risorse storico-morfologiche del territorio deve confrontarsi. Questa realtà ha assunto, in determinati casi, come in quello sardo, la dimensione della presa di coscienza di una determinata regione nei confronti di un fenomeno che ne ha condizionato l'assetto, le attività produttive e le possibilità di successo economico.
La dimensione del geoparco è estremamente significativa ed interessante perché corrisponde a una tendenza mondiale legata alla consapevolezza dell'utilizzo delle risorse naturali e alla presenza di queste sul territorio.
Ciò che, fino a poco tempo fa, era - nell'ambito della identificazione del concetto di parco - di difficili interpretazione e connotazione, è oggi più facilmente comprensibile. Questo fenomeno ha spostato l'interesse dalla semplice identificazione di una situazione naturalisticamente rilevante, corrispondente ad esempio ai parchi naturalistici storici, a quella della creazione di nuovi parchi ambientali con valenze tematiche particolari, come quelli geominerari.
In questo caso specifico l'interesse culturale non riguarda solo il dato naturalistico da rispettare o da sottoporre a tutela assoluta, ma è piuttosto inserito nel concetto più ampio e degno di attenzione di «bene culturale» che congloba dati naturali, dati derivanti dall'antropizzazione del territorio e situazioni derivate dall'utilizzo di risorse minerarie che hanno segnato storicamente e socialmente lo sviluppo di molte aree.
È evidente che questa nuova dimensione, che lega i nostri territori alle attività che in essi si sono svolte spesso per alcune centinaia di anni e alla dislocazione delle presenze umane, si sta dimostrando più coinvolgente rispetto alle possibilità di utilizzo della sola risorsa ambientale. Al profondo significato della natura da conservare si aggiungono il valore e il conto delle presenze umane, con l'intero portato dei segni delle attività lavorative e di trasformazione del territorio.
Non si tratta di una nuova complicazione «culturale» in aggiunta ai dati ambientali ma, piuttosto, di una presa di coscienza più ampia e generalizzata del significato della presenza umana, del ruolo del lavoro e della tendenza a innescare processi di sviluppo, che fa parte della prospettiva - assolutamente umana - di tendere al miglioramento della qualità della vita.
Poiché non sempre la tendenza allo sviluppo significa successo, è evidente che alla storia delle attività umane di utilizzo delle risorse naturali si sono uniti fenomeni di sfruttamento o di disagio sociale. La conoscenza di questo tipo di presenze sul territorio ci rende di fatto più partecipi di quanto sta alla base del nostro radicamento territoriale e, in buona sostanza, delle nostre radici.
La produzione siciliana di zolfo ha costruito un patrimonio geominerario storico e ambientale di grande rilevanza e con peculiarità rare, mineralogiche e naturalistiche; è ormai indifferibile avviare un processo conoscitivo per conservarlo. Un principio ispirato alla Dichiarazione internazionale della memoria della Terra, riaffermato dal progetto Geosites per costruire l'Inventario mondiale dei siti geologici/geomorfologici di rilevante interesse, e che trova un primo accoglimento siciliano nella «Carta di prima attenzione dei geotopi della Sicilia» e nel progetto di «Conservazione dei monumenti geologici naturali siciliani».
Con l'istituzione del Parco geominerario delle Zolfare di Sicilia si valorizza
un'identità ambientale ed etnoantropologica di grande rilevanza, contribuendo a costruire, sul modello del Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna, il sistema dei parchi geominerari siciliani, che pongono in rete le solfatare con i segni sul territorio delle dinamiche di ecostoria.
Occorre gestire efficacemente i beni culturali siciliani, interpretando l'isola come un museo diffuso, e a tale scopo è necessario creare una rete con i parchi geominerari, i parchi archeologici, naturalistici e letterari, i musei, gli itinerari del gusto, le trame sentieristiche storiche, la rete ferroviaria dismessa, convertita in piste ciclabili distribuite omogeneamente sul territorio.
In un sistema regionale di museo diffuso così costruito, che sottolinea la vocazione regionale a un turismo culturale, si riduce la pressione turistica su pochi e esausti nodi e, contestualmente, si evitano l'abbandono e la scomparsa di beni come questo, ora marginalizzati dai principali circuiti di visita; recuperando alla fruizione presenze monumentali di pregio e un insieme significativo di manufatti dell'archeologia industriale, e definendo infine percorsi escursionistici e di visita di un ambito naturalistico ancora in larga parte integro e di un ecosistema del lavoro minerario ancora leggibile, anche nella trama delle infrastrutture in sotterraneo.
Attraverso la rivalutazione e la valorizzazione in chiave culturale di un'area di siffatta importanza si intendono anche recuperare i centri storici dei paesi interessati, con particolare attenzione al restauro dei monumenti e alle opere di rilevante valore storico e architettonico nonché al recupero delle antiche residenze dei proprietari delle miniere e dei villaggi dei minatori (come quello di Santa Barbara, in provincia di Caltanissetta), tipici esempi urbanistici delle abitazioni operaie dell'epoca, in grado di testimoniare il tessuto socio-economico-culturale di quegli anni, che ruotava attorno all'attività estrattiva.
Art. 1. (Istituzione del Parco nazionale geominerario delle Zolfare di Sicilia).
1. È istituito, d'intesa con la regione Sicilia, ai sensi dell'articolo 2, comma 7, della legge 6 dicembre 1991, n. 394, il Parco nazionale geominerario delle Zolfare di Sicilia, di seguito denominato «Parco nazionale».
2. L'Ente Parco nazionale ha personalità di diritto pubblico ed è sottoposto alla vigilanza del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.
3. All'Ente Parco nazionale si applicano le disposizioni di cui alla legge 20 marzo 1975, n. 70, e successive modificazioni. Conseguentemente, alla tabella, parte IV, allegata alla medesima legge n. 70 del 1975, e successive modificazioni, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «Ente parco nazionale geominerario delle Zolfare di Sicilia».
4. La delimitazione e la zonizzazione del territorio del Parco nazionale coincidono, in via provvisoria, con quanto stabilito dalla legislazione regionale vigente e, in particolare, dalla legge regionale 15 maggio 1991, n. 17, e successive modificazioni, con riferimento al Parco minerario Floristella-Grottacalda, in provincia di Enna, al museo regionale delle miniere istituito nella provincia di Caltanissetta nelle miniere di Gessolungo, La Grasta e Trabia-Tallarita e al museo regionale delle miniere di Agrigento con sedi in Ciavolotta e nella miniera-museo di Cozzo Disi. Fanno parte del territorio del Parco nazionale anche la riserva naturale orientata regionale di Monte Capodarso e Valle dell'Imera meridionale, che ha al suo interno le miniere di Trabonella e di Giumentaro, e la riserva naturale integrale regionale delle Maccalube di Aragona, istituite ai sensi della
legge regionale 6 maggio 1981, n. 98, e successive modificazioni. È inoltre compresa nel territorio del Parco nazionale l'area delle Maccalube di Terrapelata, di proprietà del comune di Caltanissetta e del demanio dello Stato.
5. Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, previa intesa con la regione Sicilia e sentiti gli enti locali interessati, provvede, in via definitiva, con proprio decreto, alla delimitazione, alla zonizzazione e alle misure di salvaguardia del territorio del Parco nazionale, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.
6. La pianta organica dell'Ente Parco nazionale è determinata e approvata entro due mesi dalla data di costituzione del consiglio direttivo del medesimo Ente, in conformità alle disposizioni di cui all'articolo 6 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni.
b) difesa e ricostituzione degli equilibri idraulici e idrogeologici e, in generale,
interventi di difesa del suolo per assicurare un corretto regime delle acque;
g) interventi di riqualificazione e di recupero dei centri storici dei paesi e delle città minerari, con particolare attenzione al restauro dei monumenti e alle emergenze di rilevante valore storico e architettonico, collegati alla cultura, alla storia e alle tradizioni religiose ed etnoantropologiche del ciclo dello zolfo in Sicilia.
1. Sono organi dell'Ente Parco nazionale:
2. La nomina degli organi di cui al comma 1 del presente articolo è effettuata secondo le disposizioni e le modalità previste dall'articolo 9, commi 4, 5, 6 e 10, e dall'articolo 10, comma 1, della legge 6 dicembre 1991, n. 394, e successive modificazioni.
3. Il consiglio direttivo dell'Ente Parco nazionale individua all'interno del proprio territorio la sede legale e amministrativa dell'Ente stesso, entro due mesi dalla data della costituzione del medesimo consiglio.
4. L'Ente Parco nazionale può avvalersi di personale in posizione di comando, nonché di mezzi e di strutture messi a disposizione dalla regione Sicilia, dalle province e dagli enti locali interessati, nonché da altri enti pubblici, secondo le procedure previste dalle disposizioni di legge vigenti in materia.
Art. 4. (Presidente dell'Ente Parco nazionale).
1. Il presidente dell'Ente Parco nazionale è nominato dal Presidente del Consiglio dei ministri, di intesa con la regione Sicilia, tra persone di comprovate moralità e professionalità, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro per i beni e le attività culturali e il Ministro dello sviluppo economico.
2. Il presidente ha la legale rappresentanza dell'Ente Parco nazionale ed esercita le funzioni di attuazione dell'indirizzo politico-amministrativo e di controllo stabilite dal consiglio direttivo dell'Ente, nonché le eventuali ulteriori funzioni attribuitegli dal medesimo Ente.
Art. 5. (Finanziamenti).
b) i contributi della regione Sicilia e degli enti pubblici;
1. L'Ente Parco nazionale può avvalersi, previa stipula di un'apposita convenzione, degli enti strumentali della regione Sicilia per tutte le attività che si rendono necessarie per il raggiungimento delle finalità dell'area protetta.
Art. 7. (Promozione).
1. Al fine di promuovere e di incentivare le iniziative atte a favorire lo sviluppo economico e sociale delle popolazioni residenti all'interno del Parco nazionale, l'Ente Parco nazionale può concedere l'uso del proprio nome e del proprio emblema a servizi e a prodotti locali che presentano requisiti di qualità e che soddisfano le finalità dello stesso Parco.
Art. 8. (Disposizioni finanziarie).
1. Per l'organizzazione e per il primo funzionamento del Parco nazionale è autorizzata la spesa di 500.000 euro per l'anno 2007. Per il funzionamento del Parco nazionale negli anni successivi si provvede nei limiti del contributo dello Stato ai sensi dell'articolo 32, comma 2, della legge 28 dicembre 2001, n. 448, e delle entrate dell'Ente Parco nazionale individuate ai sensi dell'articolo 5 della presente legge.
2. All'onere di cui al comma 1, pari a 500.000 euro per l'anno 2007, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2007-2009, nell'ambito dell'unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2007, allo scopo parzialmente

References: Art. 1
in fine

Art. 4

Art. 5

Art. 7

Art. 8