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Timestamp: 2019-11-15 18:03:36+00:00

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Intercettazioni indirette o casuali di conversazioni cui ha preso parte un Parlamentare: commento a Corte cost. 19 novembre 2007, n. 390
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | VENERDÌ 15 NOVEMBRE AGGIORNATO ALLE 19:3
Le intercettazioni relative a conversazioni o comunicazioni dei membri del Parlamento, anche in forma indiretta o casuale, dopo la sentenza della Corte Costituzionale 19/11/2007, n. 390.
Giuseppe MARALFA (MAGISTRATO)
Le intercettazioni relative a conversazioni o comunicazioni� dei membri del Parlamento, anche in forma indiretta o casuale, dopo la sentenza della Corte Costituzionale 19/11/2007, n. 390. <?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
In virtù dell’art. 68, comma 3, della Costituzione (come novellato dall’art. 1 della Legge Costituzionale 29 ottobre 1993 n. 3), “per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma[1], di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza” è necessaria una specifica autorizzazione della Camera di appartenenza[2].
Analoga autorizzazione è prevista, a garanzia dei membri del Parlamento Europeo, dall’art. 10, comma 1, lett. a), del Trattato che istituisce un Consiglio unico ed una Commissione unica delle Comunità europee e del Protocollo sui privilegi e le immunità, con Atto finale e Decisione dei rappresentanti dei Governi, firmati a Bruxelles l'8 aprile 1965 (ratificato con Legge 3 maggio 1966, n. 437), e dagli artt. 1 e 2 della Legge 6 aprile 1977, n. 150, di Approvazione ed esecuzione dell'atto relativo all'elezione dei rappresentanti nell'assemblea a suffragio universale diretto, firmato a Bruxelles il 20 settembre 1976, allegato alla decisione del consiglio delle Comunità europee, adottata a Bruxelles in pari data.
Ai sensi dell’art. 343, comma terzo (secondo periodo) c.p.p., come sostituito dall’art. 2 della Legge 20 giugno 2003, n. 140 (recante Disposizioni per l’attuazione dell’articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), “quando l’autorizzazione a procedere o l’autorizzazione al compimento di determinati atti sono prescritte da disposizioni della Costituzione o di leggi costituzionali, si applicano tali disposizioni ...”, le quali disposizioni pertanto prevalgono su quelle dello stesso art. 343 c.p.p..
Quindi, poiché l’art. 68 della Costituzione prescrive specificamente l’autorizzazione della Camera di appartenenza “per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza”, si applica tale disposizione e non quelle dettate dall’art. 343 c.p.p..
Orbene, ai sensi dell’art. 4 della cennata Legge 20 giugno 2003, n. 140� –come si è detto recante “Disposizioni per l’attuazione dell’articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato”-�� quando occorre eseguire nei confronti di un membro del Parlamento (tra gli altri provvedimenti) “intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni, sequestri di corrispondenza o acquisire tabulati di comunicazioni”, l’autorità competente, e cioè (-v. art. 4, comma 2, Legge cit. in combinato disposto con l’art. 267, comma 1, c.p.p.) il giudice che ha emesso il decreto di autorizzazione delle intercettazioni da eseguire (la esecuzione, nel frattempo, rimane sospesa; cfr. art. 4, comma 2, secondo periodo, Legge cit.) richiede direttamente l’autorizzazione della Camera alla quale il soggetto appartiene (art. 4, comma 1, Legge cit.), a tal fine enunciando il fatto per il quale è in corso il procedimento, indicando le norme di legge che si assumono violate e fornendo alla Camera gli elementi su cui si fonda il provvedimento di autorizzazione delle intercettazioni: “si tratta, dunque, di una autorizzazione a carattere preventivo, concernente i casi nei quali il parlamentare si presenta – non necessariamente in quanto indagato, ma anche (per diffuso convincimento) quale persona offesa o informata sui fatti – come il destinatario dell'atto investigativo”[3].
�������������� Peraltro “Al riguardo, va (...) osservato che la norma costituzionale vieta di sottoporre ad intercettazione, senza autorizzazione, non le utenze del parlamentare, ma le sue comunicazioni: quello che conta – ai fini dell'operatività del regime dell'autorizzazione preventiva stabilito dall'art. 68, terzo comma, Cost. – non è la titolarità o la disponibilità dell'utenza captata, ma la direzione dell'atto d'indagine. Se quest'ultimo è volto, in concreto, ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi. La previsione – nella norma costituzionale – dell'autorizzazione preventiva al compimento dell'atto, e non anche dell'autorizzazione successiva all'utilizzazione dei suoi risultati, è del tutto coerente con tale prospettiva: giacché, nella prima ipotesi, l'autorità giudiziaria è comunque in grado di chiedere in anticipo l'assenso della Camera cui appartiene il parlamentare. Dall'ambito della garanzia prevista dall'art. 68, terzo comma, Cost. non esulano, dunque, le intercettazioni «indirette», intese come captazioni delle conversazioni del membro del Parlamento effettuate ponendo sotto controllo le utenze dei suoi interlocutori abituali; ma, più propriamente, le intercettazioni «casuali» o «fortuite», rispetto alle quali – proprio per il carattere imprevisto dell'interlocuzione del parlamentare – l'autorità giudiziaria non potrebbe, neanche volendo, munirsi preventivamente del placet della Camera di appartenenza. Sotto questo profilo, si deve quindi ritenere che la previsione dell'art. 68, terzo comma, Cost. risulti interamente soddisfatta, a livello di legge ordinaria, dall'art. 4 della legge n. 140 del 2003, le cui statuizioni debbono necessariamente interpretarsi in coerenza con quelle del precetto costituzionale che esso mira ad attuare. La disciplina dell'autorizzazione preventiva, dettata dall'art. 4, deve ritenersi destinata, cioè, a trovare applicazione tutte le volte in cui il parlamentare sia individuato in anticipo quale destinatario dell'attività di captazione, ancorché questa abbia luogo monitorando utenze di diversi soggetti. In tal senso può e deve intendersi la formula «eseguire nei confronti di un membro del Parlamento [...] intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni», che compare nella norma ordinaria”[4]: è questo il caso delle cosiddette “intercettazioni «indirette», intese come captazioni delle conversazioni del membro del Parlamento effettuate ponendo sotto controllo le utenze dei suoi interlocutori abituali”[5] ed anche in relazione a quelle si rende pertanto necessaria l’autorizzazione preventiva della Camera di appartenenza.
Deve puntualizzarsi, ancora, che l’autorizzazione ad eseguire le intercettazioni o ad acquisire i tabulati delle comunicazioni, ove concessa, in caso di scioglimento della Camera di appartenenza del parlamentare perde efficacia a decorrere dall’inizio della successiva legislatura e può essere rinnovata e presentata alla Camera competente all’inizio della legislatura stessa (art. 4, comma 4, Legge cit.).
L’autorizzazione, tuttavia, “non è richiesta se il membro del Parlamento è colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza ovvero si tratta di eseguire una sentenza irrevocabile di condanna” (art. 4, comma 3, Legge cit.); nel quale ultimo caso sembra, dunque, possibile ricorrere, in concorso di tutti gli altri presupposti normativi, anche alle speciali intercettazioni previste, per il rintraccio del latitante, dall’art. 295, commi 3 e 3-bis, c.p.p..
La citata Legge 20 giugno 2003, n. 140, all’art. <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />6, ha disciplinato le ipotesi, assai dibattute, in cui, “nel corso di procedimenti riguardanti terzi” (e, cioè, nel corso di procedimenti che non vedano il parlamentare quale persona sottoposta alle indagini) o, anche, nel corso di procedimenti che “coinvolgano lo stesso parlamentare, unitamente ad altri soggetti”[6], vengano intercettate (“in qualsiasi forma”) conversazioni o comunicazioni ovvero vengano acquisiti tabulati di comunicazioni alle quali hanno preso parte i membri del Parlamento (rectius persone che, al momento della intercettazione, fossero membri del Parlamento): è questa l’ipotesi delle cosiddette intercettazioni casuali o fortuite, la quale ipotesi dunque “attiene ai casi in cui le comunicazioni dell'esponente politico vengano intercettate fortuitamente, nell'ambito di operazioni che hanno come destinatarie terze persone”[7], e non è imposta, pertanto, dall’art. 68 della Costituzione[8].
Ora, nell’ipotesi in cui vengano operate intercettazioni di tal fatta, l’art. 6 in commento, che trova applicazione�� –in conseguenza della sentenza 19/11/2007, n. 390 della Corte Costituzionale[9]-� unicamente nell’ipotesi in cui le intercettazioni dette debbano essere utilizzate nei confronti di parlamentari e non anche in quella in cui le captazioni debbano essere utilizzate nei confronti di soggetti diversi dai membri del Parlamento[10], distingue due casi:
a)����������������������������������� il caso in cui i verbali e le registrazioni delle conversazioni e delle comunicazioni e i tabulati delle comunicazioni� siano ritenuti dal giudice per le indagini preliminari (di ufficio o su istanza delle parti e/o del parlamentare interessato) irrilevanti, in tutto o in parte, ai fini di quel procedimento (art. 6, comma 1, Legge cit.);
b)���������������������������������� il caso in cui, invece, il giudice per le indagini preliminari, su istanza di una parte processuale e dopo avere sentito le altre parti nei termini e nei modi indicati dal sesto comma dell’art. 268 c.p.p.[11], ritenga “necessario utilizzare le intercettazioni o i tabulati” in questione (art. 6, comma 2, Legge cit.).
Nel primo caso (ritenuta irrilevanza dei risultati delle intercettazione e dei tabulati di comunicazioni), il giudice per le indagini preliminari, sentite le parti e procedendo in camera di consiglio, decide la distruzione dei verbali e delle registrazioni (nonché dei tabulati), nella loro integralità ovvero delle parti di quelle ritenute irrilevanti, a norma dell’art. 269, commi 2 (che prescrive la procedura camerale) e 3 (che prevede che la distruzione avvenga sotto il controllo del giudice, con verbalizzazione delle relative operazioni) c.p.p..
Nel secondo caso, il giudice per le indagini preliminari, ritenuta (con ordinanza) la necessità di utilizzazione dei risultati delle intercettazione e dei tabulati di comunicazioni nei confronti del parlamentare, “entro i dieci giorni successivi” chiede l’autorizzazione (ad utilizzare quei risultati) alla Camera cui appartiene (o apparteneva, al momento in cui le conversazioni o le comunicazioni sono state intercettate[12]) il parlamentare; autorizzazione� che, invece, in virtù di quanto si è sopra osservato, non deve essere richiesta qualora l’autorità giudiziaria intenda utilizzare le intercettazioni soltanto nei confronti del terzi[13].
La richiesta di autorizzazione è trasmessa direttamente alla Camera competente. In essa il giudice per le indagini preliminari enuncia il fatto per il quale si procede (nei confronti dei terzi), indica le norme di legge che si assumono violate e gli elementi su cui si fonda la detta richiesta, allegando a questa copia integrale dei verbali, delle registrazioni e dei tabulati delle comunicazioni (art. 6, comma 3, Legge cit.).
L’autorizzazione, ove concessa, in caso di scioglimento della Camera di appartenenza del parlamentare perde efficacia a decorrere dall’inizio della successiva legislatura e può essere rinnovata e presentata alla Camera competente all’inizio della legislatura stessa (art. 6, comma 4, Legge cit.).
Al diniego dell’autorizzazione deve conseguire la distruzione, “immediatamente, e comunque non oltre i dieci giorni dalla comunicazione del diniego”, della intera “documentazione delle intercettazioni”, e ciò deve avvenire con le modalità indicate dal terzo comma dell’art. 269 c.p.p.. Peraltro, “qualora si voglia fare uso delle intercettazioni sia nei confronti dei terzi che del parlamentare, il diniego dell’autorizzazione non comporterà l’obbligo di distruggere la documentazione delle intercettazioni, la quale rimarrà utilizzabile limitatamente ai terzi”[14].
Va detto, infine, che tutti i verbali, le registrazioni e i tabulati di comunicazione acquisiti in violazione delle disposizioni dell’art. 6 Legge cit. (e segnatamente in difetto di autorizzazione) devono essere dichiarati inutilizzabili dal giudice, nei confronti del parlamentare[15], in ogni stato e grado del procedimento (art. 6, comma 6, Legge cit.)[16], ferma restando invece la loro utilizzabilità nei confronti dei terzi[17].�
E’ opportuno puntualizzare, inoltre, che le “garanzie” assicurate al parlamentare dall’art. 6 più volte citato operano nella esclusiva ipotesi in cui il parlamentare prenda parte alla conversazione intercettata, non anche, dunque, nella ipotesi in cui il colloquio avvenga mediante una persona incaricata esclusivamente di trasmettere all’interlocutore il contenuto di un messaggio del parlamentare, ove anche su quel� messaggio il nuncius non eserciti alcun sindacato o alcun intervento modificativo.
La Corte Costituzionale[18], in tal modo interpretando la norma, ha infatti giudicato inammissibile, per difetto di rilevanza derivato dall'erroneità e dalla contraddittorietà della premessa interpretativa, la questione di legittimità costituzionale degli artt. 6 e 7 Legge 20 giugno 2003 n. 140 nella parte in cui non consentono di utilizzare in un procedimento penale nei confronti di terzi le intercettazioni di conversazioni o comunicazioni alle quali hanno preso parte membri del parlamento, in riferimento agli artt. 3, 24 e 112 Cost..� A tal fine la Consulta ha osservato: “La Corte rimettente[19] basa l'affermazione della rilevanza di essa nel giudizio a quo sull'assunto che la disciplina delle intercettazioni "indirette", oggetto di censura, sarebbe applicabile non soltanto alle conversazioni o comunicazioni cui il membro del Parlamento partecipi personalmente; ma anche a quelle intrattenute da altro soggetto "che si limiti a trasmettere la volontà e le manifestazioni del pensiero" del parlamentare, quale semplice "nuncius" di quest'ultimo. Tale premessa non è condivisibile. Contrariamente a quanto sostenuto nell'ordinanza di rimessione, alla stregua del comune significato dell'espressione, "prende parte" ad una conversazione o comunicazione chi interloquisce in essa: non colui su mandato del quale uno degli interlocutori interviene, sia pure nella veste di mero portavoce.
La Corte rimettente trascura altresì un argomento di segno contrario alla soluzione interpretativa proposta, ricavabile dall'iter parlamentare della legge n. 140 del 2003: vale a dire l'avvenuta soppressione, ad opera del Parlamento, della previsione - contenuta nel testo originario dei progetti di legge - che estendeva il regime dell'autorizzazione anche alle intercettazioni, effettuate nel corso di procedimenti riguardanti terzi, di conversazioni o comunicazioni nelle quali si fosse semplicemente "fatta menzione" di membri del Parlamento. Ancorché il "far menzione" di un parlamentare sia indubbiamente concetto più ampio e generico rispetto al fungere da portavoce del medesimo, la caduta della previsione ora ricordata potrebbe essere comunque letta come indice dell'intento del legislatore ordinario di escludere che il meccanismo autorizzatorio sia destinato a scattare anche a fronte della mera "riferibilità" al membro del Parlamento dei contenuti della conversazione intercettata, fuori dei casi di una sua partecipazione personale e diretta ad essa (...).”
[1] “Come emerge, (...) , dai lavori preparatori della legge costituzionale n. 3 del 1993, detto inciso fu introdotto dalla Camera dei deputati in sostituzione del riferimento alle «intercettazioni telefoniche e ambientali», che compariva nel testo approvato dal Senato della Repubblica il 19 giugno 1993: e ciò sia a fronte delle perplessità di ordine tecnico, generate dall'impiego – in una norma costituzionale – della locuzione «intercettazioni ambientali», estranea alla terminologia del codice di rito; sia a fronte della opportunità di adottare una formula più generica, atta ad abbracciare ogni possibile mezzo comunicativo. Nell'intenzione del legislatore costituzionale, dunque, l'espressione «in qualsiasi forma» si riferiva unicamente alle modalità tecniche di captazione e ai tipi di comunicazione intercettata; non già al carattere «diretto» o «casuale» della captazione. Di ciò offre conferma la stessa legge n. 140 del 2003, nella quale l'identica espressione «in qualsiasi forma» compare – col significato ora indicato – a proposito sia delle intercettazioni «dirette» (art. 4, comma 1) che di quelle «indirette» (art. 6, comma 1)” (Corte Cost., 19/11/2007, n. 390).
[2] “L'art. 68 Cost. mira a porre a riparo il parlamentare da illegittime interferenze giudiziarie sull'esercizio del suo mandato rappresentativo; a proteggerlo, cioè, dal rischio che strumenti investigativi di particolare invasività o atti coercitivi delle sue libertà fondamentali possano essere impiegati con scopi persecutori, di condizionamento, o comunque estranei alle effettive esigenze della giurisdizione. La necessità dell'autorizzazione viene meno, infatti, allorché la limitazione della libertà del parlamentare si connetta a titoli o situazioni – come l'esecuzione di una sentenza di condanna irrevocabile o la flagranza di un delitto per cui sia previsto l'arresto obbligatorio – che escludono, di per sé, la configurabilità delle accennate evenienze.� Destinatari della tutela, in ogni caso, non sono i parlamentari uti singuli, ma le Assemblee nel loro complesso. Di esse si intende preservare la funzionalità, l'integrità di composizione (nel caso delle misure de libertate) e la piena autonomia decisionale, rispetto ad indebite invadenze del potere giudiziario (si veda, al riguardo, con riferimento alla perquisizione domiciliare, la sentenza n. 58 del 2004): il che spiega l'irrinunciabilità della garanzia (sentenza n. 9 del 1970).� In tale prospettiva, l'autorizzazione preventiva – contemplata dalla norma costituzionale – postula un controllo sulla legittimità dell'atto da autorizzare, a prescindere dalla considerazione dei pregiudizi che la sua esecuzione può comportare al singolo parlamentare. Il bene protetto si identifica, infatti, con l'esigenza di assicurare il corretto esercizio del potere giurisdizionale nei confronti dei membri del Parlamento, e non con gli interessi sostanziali di questi ultimi (riservatezza, onore, libertà personale), in ipotesi pregiudicati dal compimento dell'atto; tali interessi trovano salvaguardia nei presidi, anche costituzionali, stabiliti per la generalità dei consociati. Questo rilievo vale anche in rapporto alle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni. Richiedendo il preventivo assenso della Camera di appartenenza ai fini dell'esecuzione di tale mezzo investigativo, l'art. 68, terzo comma, Cost. non mira a salvaguardare la riservatezza delle comunicazioni del parlamentare in quanto tale. Quest'ultimo diritto trova riconoscimento e tutela, a livello costituzionale, nell'art. 15 Cost., secondo il quale la limitazione della libertà e segretezza delle comunicazioni può avvenire solo per atto motivato dell'autorità giudiziaria, con le garanzie stabilite dalla legge. L'ulteriore garanzia accordata dall'art. 68, terzo comma, Cost. è strumentale, per contro, anche in questo caso, alla salvaguardia delle funzioni parlamentari: volendosi impedire che l'ascolto di colloqui riservati da parte dell'autorità giudiziaria possa essere indebitamente finalizzato ad incidere sullo svolgimento del mandato elettivo, divenendo fonte di condizionamenti e pressioni sulla libera esplicazione dell'attività. E ciò analogamente a quanto avviene per l'autorizzazione preventiva alle perquisizioni ed ai sequestri di corrispondenza, il cui oggetto ben può consistere anche in documenti a carattere comunicativo” (Corte Cost., 19/11/2007, n. 390).
[3] Corte Cost. , 19/11/2007, n. 390.
[4] Corte Cost. , 19/11/2007, n. 390.
[5] Corte Cost. , 19/11/2007, n. 390
[6] L’interpretazione in tal senso è fatta propria da Corte Cost. 19/11/2007,� n. 390.
[7] Corte Cost. , 19/11/2007, n. 390.
[8] Corte Cost., 19/11/2007, n. 390.
[9] La Corte Costituzionale, infatti, con la sentenza 19/11/2007, n. 390, ha dichiarato “l'illegittimità costituzionale dell'art. 6, commi 2, 5 e 6, della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'art. 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), nella parte in cui stabilisce che la disciplina ivi prevista si applichi anche nei casi in cui le intercettazioni debbano essere utilizzate nei confronti di soggetti diversi dal membro del Parlamento, le cui conversazioni o comunicazioni sono state intercettate”.
[10] “La declaratoria di illegittimità costituzionale comporta che l'autorità giudiziaria non debba munirsi dell'autorizzazione della Camera, qualora intenda utilizzare le intercettazioni solo nei confronti dei terzi. Invece, qualora si voglia far uso delle intercettazioni sia nei confronti dei terzi che del parlamentare, il diniego dell'autorizzazione non comporterà l'obbligo di distruggere la documentazione delle intercettazioni, la quale rimarrà utilizzabile limitatamente ai terzi” (Corte Cost., 19/11/2007, n. 390).
[11] Sia il previo avviso ai difensori delle parti degli adempimenti prescritti dai commi 4 e 5 dell’art. 268 c.p.p. sia l’avviso alle parti personalmente previsto dall’art. 6, comma 2, legge citata competono al pubblico ministero (Cass. Pen., Sez. VI, 28/06/2007, n. 30957, Ranieli, Guida al Diritto, 2007, 39, 79).
[12] Si veda, sul punto, l'ordinanza n. 389 del 2007 della Corte Costituzionale.
[13] V. in tal senso Corte Cost. , 19/11/2007, n. 390.
[14] Corte Cost. , 19/11/2007, n. 390.
[15] Corte Cost. , 19/11/2007, n. 390.
[16] A meno che, trattandosi di procedimenti in corso al 22.6.2003 (data di entrata in vigore della Legge 20 giugno 2003, n. 140, giusta art. 9 della stessa), le intercettazioni non siano già state “utilizzate in giudizio”; infatti, nel caso di utilizzazione “in giudizio” (dibattimentale o abbreviato) dei risultati delle intercettazioni, le disposizioni dell’art. 6 non trovano applicazione (art. 7 Legge cit.).
[17] Corte Cost. , 19/11/2007, n. 390.
[18] Corte Cost., 21/04/2005, n.163, D. C. Pres. cons. ministri e altri, Foro It., 2005, 1, 1641.
[19] Il riferimento è a Cass. pen., Sez. IV, ordinanza 04/02/2004, Donno, Foro It., 2005, II, 73, la quale, infatti, aveva affermato: “Occorre innanzitutto chiarire che cosa si intenda per intercettazioni "indirette" o "casuali" perche' il Procuratore generale di udienza ne ha fornito un'interpretazione strettamente letterale che condurrebbe ad escludere da tale nozione tutte le conversazioni cui non prenda parte, direttamente e personalmente, il membro del Parlamento. E poiche' alle conversazioni in esame ha preso parte solo DONNO personalmente, e non il sen. COLOMBO, l'art. 6 in precedenza ricordato, secondo l'interpretazione ricordata, non sarebbe applicabile. La Corte non condivide questa interpretazione fondata esclusivamente sul tenore letterale (peraltro neppure di significato univoco) della norma perche' "prender parte" ad una conversazione, o ad una comunicazione, non implica necessariamente che cio' debba avvenire personalmente. Si puo' infatti prender parte ad una conversazione, o ad una comunicazione, anche mediante un nuncius che trasmetta all'interlocutore il messaggio della persona che manifesta la propria volonta' o intende comunicare con il terzo. Insomma non sembra dubbio alla Corte che prender parte significhi o interloquire personalmente e direttamente o trasmettere il proprio pensiero per il tramite di diversa persona che si limiti a trasmettere la volonta' e le manifestazioni del pensiero di chi comunica. Questa interpretazione appare anche conforme a logica: se la legge ha voluto offrire una particolare tutela alla riservatezza del membro del Parlamento (sia pure con i dubbi che possono sorgere sulla sua legittimita' costituzionale) apparirebbe incongruo garantire questa tutela solo se la persona investita delle funzioni indicate parla direttamente con la persona sottoposta a intercettazione e non anche nei casi in cui questo colloquio avviene mediante una persona incaricata esclusivamente di trasmettere all'interlocutore il contenuto di un messaggio sul quale il nuncius non esercita alcun sindacato o alcun intervento modificativo. Insomma se il legislatore ha ritenuto di offrire una tutela particolare al membro del Parlamento e' da ritenere che questa tutela sia da ritenere estesa a tutte le conversazioni o comunicazioni cui la persona abbia preso parte nel senso indicato perche', solo cosi' interpretando la legge, la tutela appare effettivamente garantita. Questa interpretazione (di cui non potrebbe neppure affermarsi il carattere estensivo perche' la lettera della legge consente questa lettura) permette quindi di ritenere ricomprese nella tutela in esame tutte le conversazioni nelle quali l'interlocutore "reale" e' il membro del Parlamento che per mezzo di un terzo comunica con altre persone.
Venendo al caso in esame - caratterizzato anche dalla circostanza che le utenze dalle quali il ricorrente contattava lo spacciatore erano nella disponibilita' del sen. COLOMBO - la lettura dell'ordinanza impugnata consente di pervenire agevolmente alla conclusione che le conversazioni intercettate, riguardanti il ricorrente DONNO, rientrano in questa categoria di conversazioni perche', secondo quanto riferito nell'ordinanza dal giudice della cautela, il ricorrente si e' limitato in tutti i casi a trasmettere al venditore della cocaina l'ordinazione della sostanza che doveva essere acquistata dal sen. COLOMBO e a prendere accordi per la consegna. Il tutto sotto le dirette e immediate direttive del senatore (che almeno in un caso, riferito a RUSSILLO, sembra essere stato presente ai colloqui) le cui volonta' DONNO si limitava a trasmettere. Significativo in questo senso e' l'acquisto avvenuto il 2 ottobre 2003 nel quale il sen. COLOMBO lascia un messaggio sulla segreteria telefonica di MARTELLO GIUSEPPE e poco dopo DONNO lascia analoga comunicazione, sempre sulla segreteria telefonica, reiterando il messaggio del parlamentare nei medesimi termini”

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 343
 art. 4
 art. 4
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 9
 Cass.