Source: http://www.aixtud.it/ita/?m=201201
Timestamp: 2019-03-22 03:54:15+00:00

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gennaio « 2012 « Aixtud « associazione italiana per la tutela dei disabili e dei diritti
27gen/120
Lo ha stabilito in una recente Sentenza il TAR del Molise, dopo avere comunque sancito che l'Amministrazione Scolastica riassegni le ore di sostegno tagliate a un bimbo con disabilità. Il fatto - da giudicare senz’altro come una riduzione della sfera di libertà di esercizio di azione giudiziale, dal momento che sussiste comunque la sofferenza dell'alunno per non essere stato sufficientemente sostenuto in classe - deve far riflettere le famiglie, perché il rischio, in caso di parere negativo del consulente tecnico, è di doversi accollare sia le spese sostenute che quelle di giustizia
Con la recente Sentenza n. 970, depositata il 19 dicembre 2011, la Sezione Prima del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Molise ha ribadito l'annullamento del provvedimento di una scuola primaria che, rifacendosi all'assegnazione avuta dall'Ufficio Scolastico Regionale, aveva ridotto a sei le ventiquattr'ore di sostegno che una famiglia aveva richiesto, in base alle risultanze del Profilo Dinamico Funzionale.
La Sentenza - come già il TAR del Molise aveva fatto in precedenza [si veda a tal proposito la Sentenza 452/11, della quale il nostro sito si è occupato con il testo disponibile cliccando qui, N.d.R.] - è fondata sul «difetto di motivazione» del provvedimento annullato, dal momento che - malgrado la richiesta conseguente al Profilo Dinamico Funzionale - le sei ore sono state assegnate senza alcuna motivazione, né da parte dell’Ufficio Scolastico né della scuola. E nemmeno può dirsi che la motivazione esplicita o implicita stia nella necessità di tagli alla spesa scolastica, dal momento che - come afferma il TAR - la Sentenza della Corte Costituzionale 80/10 stabilisce che nessun vincolo di bilancio può comprimere il nucleo essenziale di un diritto costituzionalmente garantito come quello delle ore di sostegno indispensabili per il diritto allo studio degli alunni con disabilità.
Ovviamente la Sentenza del TAR molisano condanna l'Amministrazione soccombente alla rifusione delle spese di causasostenute dalle famiglie. Per quanto riguarda invece la richiesta di risarcimento dei danni biologici conseguenti al mancato numero di ore di sostegno, il Tribunale, distaccandosi da un orientamento che sembrava ormai consolidato, non ha stabilito equitativamente la condanna dell'Amministrazione a una somma pecuniaria, che nelle ultime Sentenze in questo ambito era stata fissata in circa 1.000 euro per ogni mese di ritardo nell'aumento delle ore richieste [se ne legga nel nostro sito rispettivamente cliccando qui, qui e qui, N.d.R.]. Ha invece nominato un consulente tecnico d'ufficio, che dovrà accertare se, dato lo stato di salute indicato nella documentazione sanitaria agli atti, l'alunno ha subìto un aggravamento a causa del comportamento omissivo dell'Amministrazione.
Invero ciò, pur non pregiudicando l'immediatezza dell’aumento delle ore di sostegno, rende più gravosa la situazione delle famiglie che devono anticipare le spese per il consulente d'ufficio e, se vogliono, anche di uno di parte; laddove poi il consulente tecnico d'ufficio ritenga che non vi siano stati danni, per questa parte del ricorso le famiglie risulterebbero soccombenti, dovendosi non solo accollare le spese sostenute, ma anche quelle di giustizia.
Riteniamo che questo precedente dovrà far riflettere le famiglie, prima di inserire in ricorso anche la richiesta di risarcimento del danno, ovvero se vi siano prove sufficienti per dimostrare quest'ultimo o se non convenga invece rinunciare a tale richiesta.
Ciò sembra per altro costituire una riduzione della sfera di libertà di esercizio di azione giudiziale, dal momento che comunque un danno in sé sussiste, vale a dire la sofferenza dell'alunno per essere stato non sufficientemente sostenuto in classe; un danno fin qui liquidato equitativamente, senza la necessità di sottoporre a perizie il minore e un fatto che comunque costituisce un'intrusione nella sfera più profonda della sua delicatissima personalità.
Ultimo aggiornamento (giovedì 26 gennaio 2012 17:33)
Se la questione della gravita’ diventa terreno di contrapposizioni
(di Cecilia Marchisio* e Natascia Curto**)
«I vincoli di bilancio - scrivono Cecilia Marchisio e Natascia Curto, riflettendo sulle delicate questioni connesse alla non autosufficienza - sono una realtà sempre più evidente, ma sono anche un elemento che nell'ultimo periodo sta pericolosamente monopolizzando la scena concettuale. A volte sembra sbiadire nei discorsi la consapevolezza che i vincoli economici sono sì da considerare quando si progettano servizi, ma non sono l'unico elemento in gioco. Sono necessarie, infatti, politiche di promozione sociale che rinforzino e sostengano il capitale sociale, le reti e l'associazionismo, non "per i disabili", ma in quanto beni collettivi». E su questo terreno, concludono, «la questione della gravità della disabilità rischia di diventare terreno di contrapposizioni: nel tentativo di semplificare e porre un limite netto, si corre infatti il pericolo di perdere di vista la multifattorialità delle differenze e la necessità di garantire a tutti non tanto uguaglianza, quanto pari dignità»
Negli ultimi tempi, il dibattito sulla disabilità gravissima è sempre più presente sui mezzi d'informazione. Qualche tempo fa anche noi ci siamo occupate dell'argomento attraverso una ricerca svolta nel Comune di Torino ["Caregiving familiare e disabilità gravissima. Una ricerca a Torino"; se ne legga nel nostro sito cliccando qui, N.d.R.]. Tale studio, che ha riguardato trentotto famiglie di persone con disabilità gravissima, è stato per noi l'occasione di riflettere sulle delicate questioni connesse alla non autosufficienza. Vorremmo dunque contribuire al dibattito attraverso alcune delle riflessioni cui quel lavoro ci aveva condotto.
Riguardo alla definizione di disabilità gravissima, il timore è che si scivoli dal riconoscimento di una condizione (di necessità di assistenza più intensa, o semplicemente diversa) al tracciare una linea di demarcazione tra chi ha "realmente bisogno" e chi non ne ha.
Le conseguenze di questo modo di ragionare - in un periodo di fatiche economiche come questo - sono evidenti ai più. Alla luce delle grandi differenze tra le situazioni delle persone con disabilità, già un anno fa ci domandavamo se si fosse sicuri della necessità di una distinzione dicotomica tra disabilità grave e gravissima. Utilizzando l'ICF come strumento di classificazione [la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, definità nel 2001 dall'Orgnizzazione Mondiale della Sanità, N.d.R.], il problema potrebbe essere almeno parzialmente superato, poiché la valutazione globale delle persone colloca le diverse condizioni all'interno di un continuum descrittivo.
I vincoli di bilancio (praticamente il punto oltre cui non si può spendere) sono una realtà sempre più evidente, ma sono anche un elemento che nell'ultimo periodo sta pericolosamente monopolizzando la scena concettuale. A volte sembra sbiadire nei discorsi la consapevolezza che i vincoli economici sono sì da considerare quando si progettano servizi, ma non sono l'unico elemento in gioco.
D'altra parte, il denaro non è l'unica cosa che bisognerebbe moltiplicare per avere un sistema d'inclusione efficace per tutti, che sia basato sul «rispetto per la dignità intrinseca, l'autonomia individuale - compresa la libertà di compiere le proprie scelte - e l'indipendenza delle persone; la non discriminazione; la piena ed effettiva partecipazione e inclusione all'interno della società; la parità di opportunità; l'accessibilità» (Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità).
È necessario ad esempio moltiplicare le reti, attivare risorse e comunità locali (che non significa, sia chiaro, delegare l'assistenza e il lavoro per l'inclusione sulle famiglie e sui volontari). Sono necessarie politiche di promozione sociale che rinforzino e sostengano il capitale sociale, le reti e l'associazionismo, non "per i disabili", ma in quanto beni collettivi.
Non solo i soldi, dunque, ma il senso della comunità, della condivisione, dell'importanza di partecipare alla costruzione di una società migliore, fanno parte delle cose che ultimamente sembrano scarse.
Molti elementi - non ultima la campagna sui "falsi invalidi" di cui tanto spesso si è scritto anche su queste pagine - hanno contribuito a far crescere l'idea che "gli altri" siano quelli con cui mi devo spartire una coperta troppo corta (e che quello che posso fare è battermi per dimostrare che spetta a me e non a loro), e non persone con cui mi posso alleare, per inventarci nuovi modi di stare "tutti al caldo".
Contemporaneamente, in alcuni contesti professionali, sembra farsi strada un'idea di "triage" [dal termine francese che letteralmente significa "cernita", "smistamento", N.d.R.]: si cerca cioè di stabilire un criterio di intensità di bisogno, nell'ottica di dare prima, e poi probabilmente solo, a chi ha più (nei casi peggiori si dice "davvero") bisogno.
Questo punto di vista presenta a nostro parere tre difetti strutturali: primo, ritorna a collocare completamente nella persona lo svantaggio (cosa che è perfetta nell'Emergency Room del pronto soccorso, un po' meno adatta alle situazioni esistenziali). Secondo, elimina completamente la prospettiva della prevenzione del disagio e dell'isolamento sociale (più efficace e meno costosa) e terzo, propone una visione dei servizi come qualcosa da "dare".
Forse invece, a questo punto del cammino, dopo la Convenzione ONU e dopo vent'anni di Legge 104, non si tratta più tanto di "dare" servizi, quanto dipromuovere una società inclusiva attraverso i servizi. Servizi per la comunità, accessibili a tutti, disabili inclusi.
L'inclusione sembra passare ancora una volta dal riconoscimento: riconoscimento dell'altro - fragile o diverso che sia - come portatore di caratteristiche, potenzialità e bisogni che hanno pari dignità e diritto a pari considerazione di quelli di ciascun membro della società. Un riconoscimento della differenza che racchiude una vicinanza e una distanza. La distanza che sta nel riconoscere che l’altro vive una condizione differente dalla mia, e che quindi per comprendere questa condizione è importante il suo punto di vista. E allo stesso tempo una vicinanza, l'ascolto delle persone e dei loro portavoce, per comprendere le condizioni speciali e per parlarne in maniera competente e serena, in vista di un agire comune orientato al benessere di tutta la società.
*Psicoterapeuta e dottore di ricerca in Pedagogia Speciale presso il Dipartimento di Scienze dell'Educazione e della Formazione dell'Università di Torino.
**Educatrice e collaboratrice del Dipartimento di Scienze dell'Educazione e della Formazione dell'Università di Torino.
Rispetto ai contenuti del presente testo, suggeriamo la lettura - sempre nel nostro sito - di: Caregiving familiare e disabilità gravissima: assai più di una ricerca (di Giorgio Genta, cliccare qui); I gravissimi: chi sono e quanti sono? (di Giorgio Genta, cliccare qui); Oggi la priorità è il riconoscimento giuridico dei disabili gravissimi (di Giorgio Genta e Dario Petri, cliccare qui); Ciò che conta è la complessità della persona (di Marco Vesentini, cliccare qui); Disabilità gravissima? No, grazie (di Giampiero Griffo, cliccare qui); Non sempre le parole sono pane (di Giorgio Genta, cliccare qui).
Inserito in: Diritti e tutela del cittadino, Diritto al lavoro, Diritto alla salute, Diritto allo studio, Pensioni e indennità, Salute Nessun commento
20gen/120
Hieronymus Bosch, «Salita al Calvario», 1510-1516 circaLa lettura dell'appassionata requisitoria di Fabio Savoldi su queste colonne [si legga INPS: chi è caduto nella trappola?, cliccando qui, N.d.R.] non lascia indifferenti, anche se qualche "anima candida" continuerà a chiedersi se si tratti dell'ennesimo sfogo oppure se vi siano davvero solide basi dietro quell'appello all'azione. Le stesse "anime candide" che non si sono mai poste dubbi attorno a tanti luoghi comuni (in questo caso la "piaga dei falsi invalidi") purché asseverati su carta e in video e che ti accusano di partigianeria se ti permetti di dichiarare la "nudità del re".
Il presidente dell'INPS Antonio Mastrapasqua8. Nella seduta del 21 luglio 2011, la Camera approva cinque mozioni relative a diverse questioni sull'invalidità. Quattro di esse, esplicitamente, partono dal presupposto (dichiarato e agli atti) che un invalido su quattro controllato dall'INPS fosse un "falso invalido" (dati poi, nel silenzio generale, smentiti dal Ministro del Lavoro e dall'INPS stesso). Tutte le mozioni sono approvate a maggioranza.
12. Nel corso del 2010 l'ordinaria attività dell'INPS boccheggia, rallenta, è costretta a ricorrere sempre più a risorse esterne (medici, soprattutto, ma anche legali). Gli stessi tempi di attesa per la convalida dei verbali "ordinari" di invalidità civile sono sempre molto lunghi. Lo dichiara senza mezzi termini laDeterminazione e relazione della Sezione del controllo sugli enti sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria Dell’istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS) per l'esercizio 2010 (Delibera 77/11). L'esecuzione del piano straordinario di controllo sui "falsi invalidi" ha danneggiato indirettamente anche chi non è stato convocato a visita, poiché i tempi di convocazione ed emissione del verbale si sono comunque dilazionati.
Questi elementi e molti altri la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) li ha ripetutamente documentati, dimostrati, evidenziati. Le "uscite" del «Sole 24 Ore» e del «Corriere della Sera» non nascono dal nulla. Non sono casuali. L'impegno per fare sospendere i controlli straordinari èirrinunciabile per la FISH e per le associazioni aderenti. Ma attenzione, perché l'INPS e il Ministero del Tesoro sono "controparti" assai dinamiche sul terreno.
Una commissione di accertamento dell'invaliditàCome abbiamo detto sopra, il vero punto debole dell'INPS sono i ricorsi in giudizio. Ne ha in ballo circa 800.000, 360.000 dei quali riguardano l'invalidità civile. Come già detto, per l'invalidità civile l'Istituto perde oltre la metà delle cause e per le altre situazioni non va molto meglio. Ha poi problemi interni di costi e inquadramenti dei propri avvocati e di gestione degli avvocati domiciliatari (esterni) che sono sempre di più.
Che fare? Facile! Se si perde e se costa troppo perdere, si cambiano le regole. Ed è quel che è avvenuto nel luglio dello scorso anno, quando il Parlamento ha approvato a maggioranza l'articolo 38 della Legge111/11, che ha modificato il Codice di Procedura Civile, introducendo un nuovo articolo specifico per queste situazioni: l'articolo 445 bis.
Ultimo aggiornamento (giovedì 19 gennaio 2012 10:46)

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