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Diritto Processuale Civile | Studio Legale Chindamo - Di Mauro
Pubblicato in Diritto Processuale Civile, Procedimenti speciali
Filtro in Appello: una delle prime ordinanze di inammissibilità
Pubblicato il 2 marzo 2013 da studiolegalecdm
Tribunale di Vasto, 20 febbraio 2013
Ecco una delle prime applicazioni di merito del nuovo filtro del giudizio d’appello. Il Giudice d’Appello valuta le richieste delle parti, gli atti del giudizio di primo grado, ed in particolare verifica che dall’istruttoria orale condotta nel giudizio di primo grado non è emersa alcuna prova del danno patrimoniale asseritamente patito dagli appellanti, e così ritiene che la ricostruzione dei fatti e l’applicazione delle norme di diritto compiute nella sentenza impugnata sono esenti da censura e meritano di essere senz’altro condivise. Si chiude così l’appello con ordinanza di inammissibilità! [L. D’Apollo] Tribunale di Vasto, 20 febbraio 2013 IL GIUDICE Dott. Fabrizio Pasquale A scioglimento della riserva assunta nel procedimento di cui in epigrafe, avente ad oggetto: APPELLO CONTRO SENTENZA DEL GIUDICE DI PACE IN MATERIA DI OBBLIGAZIONI E CONTRATTI, promosso da OMISSIS nei confronti di Enel Energia s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, entrambi rappresentati e difesi come in atti; LETTI gli atti e la documentazione di causa; RITENUTO applicabile al caso di specie, anche ratione temporis, l’art. 348 bis c.p.c., introdotto dal D.L. 22.06.2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. a), convertito, con modificazioni, dalla L. 07.08.2012, n. 134, per i giudizi di appello proposti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata chiesta la notifica a partire dall’11.09.2012; SENTITI i procuratori delle parti sui chiarimenti richiesti all’udienza del 04/02/2013; PREMESSO che gli odierni appellanti hanno convenuto in giudizio la Enel Energia s.p.a. innanzi al Giudice di Pace di Vasto, per ivi sentirla condannare al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali conseguenti all’illegittima interruzione della fornitura di energia elettrica presso la propria abitazione; CHE il giudice di prime cure ha rigettato la domanda, sul presupposto della piena legittimità dell’operato della odierna appellata, in presenza di uno stato di morosità del cliente, nonché sull’assunto della mancanza di prove dei danni asseritamente subìti; CHE gli appellanti hanno impugnato la sentenza nella parte in cui ha riconosciuto l’assenza di responsabilità dell’Enel Energia s.p.a. nella interruzione del servizio di erogazione della energia elettrica, chiedendo che il provvedimento fosse modificato nel senso di accertare l’assenza di morosità degli utenti, stante l’avvenuto pagamento delle precedenti fatture a mezzo bonifico bancario effettuato in data 20.08.2008 per l’importo di € 285,00; gli stessi hanno, altresì, denunciato l’erronea applicazione dell’art. 1565 c.c., il quale presuppone – ai fini della legittimità della sospensione della somministrazione con congruo preavviso – un inadempimento che, nel caso di specie, non si è mai verificato; CONSIDERATO, in particolare, che il pagamento effettuato dal titolare dell’utenza tramite bonifico bancario (di cui, comunque, il giudice di prime cure ha dato atto nel suo provvedimento), in sostituzione del previsto versamento sul c/c postale, costituisce un inesatto adempimento privo, ai sensi dell’art. 1197 c.c., di effetto liberatorio per il debitore (cfr., Cass., 06/09/2004, n. 17961), di guisa che deve giustamente ritenersi sussistente uno stato di morosità del somministrato, con conseguente riconoscimento della legittimità della sospensione della somministrazione operata da Enel Energia s.p.a.; CHE, in ogni caso, dall’istruttoria orale condotta nel giudizio di primo grado non è emersa alcuna prova del danno patrimoniale asseritamente patito dagli appellanti; CHE, relativamente alla richiesta di risarcimento dei danni non patrimoniali, la sentenza ha fatto puntuale applicazione dei principi di diritto affermati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione in tema di danno non patrimoniale (cfr., Cass., S.U., 11.11.2008, n.26972), ritenendo – sulla base delle deduzioni difensive e delle prove orali raccolte – che i pregiudizi invocati dagli attori a titolo di danno esistenziale non fossero meritevoli della tutela risarcitoria, trattandosi di meri disagi, fastidi o ansie, come tali privi del requisito della “ingiustizia costituzionalmente qualificata” (Cass., S.U., idem). RITENUTO, pertanto, che la ricostruzione dei fatti e l’applicazione delle norme di diritto compiute nella sentenza impugnata sono esenti da censura e meritano di essere senz’altro condivise; CHE, dunque, che per le stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata, l’appello proposto non ha alcuna ragionevole probabilità di essere accolto; Per Questi Motivi DICHIARA l’appello inammissibile; CONDANNA OMISSIS, in solido tra loro, a pagare, in favore di Enel Energia s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese del presente giudizio, che liquida in complessivi € 2.500,00 per compensi professionali, ai sensi del D.M. 20.07.2012 n. 140, oltre accessori come per legge; MANDA alla cancelleria per la comunicazione della presente ordinanza alle parti. Vasto, 20 febbraio 2013. IL GIUDICE Dott. Fabrizio Pasquale
Pubblicato in Diritto Processuale Civile, Procedimento Ordinario
Pubblicato in Diritto Processuale Civile
L’attività stragiudiziale del praticante avvocato
Pubblicato il 25 novembre 2012 da studiolegalecdm
PRATICANTE AVVOCATO: È VALIDA L’ATTIVITÀ STRAGIUDIZIALE VOLTA PRIMA DELL’ISCRIZIONE ALL’ALBO?
di Luca D’Apollo
Sommario: 1. La prestazione professionale. – 2. La particolare figura del praticante avvocato. – 3. L’inadempimento: la diligenza richiesta e il grado della colpa. – 4. Il danno risarcibile. – 5. Legittimazione passiva. – 6. Riflessioni conclusive.
1. La prestazione professionale*
Il rapporto giuridico che si instaura tra cliente ed avvocato, viene solitamente definito comecontratto di clientela: si parla al riguardo di mandato professionale, e ci si riferisce all’attività che l’ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore, nonché le norme del codice di rito riservano agli iscritti negli albi forensi consistente nella rappresentanza, assistenza e difesa delle parti in giudizio (R. Plenteda, La responsabilità dell’avvocato, Matelica, 2007).
L’avvocato, in forza della procura alla lite, conferita dal cliente, stabilisce con il proprio assistito un rapporto fiduciario che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (art. 2230 cod. civ.), la cui definizione, seppur sconosciuta al codice civile, viene delineata dalla lettura congiunta delle norme ex. art. 2230 e 2222 c.c.
La figura contrattuale, che ne viene fuori, si delinea quale species del genus contratto d’opera, dal quale mutua il carattere dell’assoluta assenza di subordinazione nel rapporto tra committente e prestatore d’opera ed il carattere della personalità della prestazione.
La dottrina avvicina il contratto tra professionista e cliente anche ad un mandato: che assume duplice natura. Nel caso di mandato ad litem la procura costituisce un negozio unilaterale con il quale il difensore viene investito del potere di rappresentare la parte in giudizio.
Si allontana dal mandato ad litem, e acquista caratteri propri, l’attività del legale svolta in sede stragiudiziale: in tali ipotesi infatti è difficile parlare di opera da svolgere.
Le stesse istruzioni del cliente, limitano le scelte operative del professionista e sono necessarie per il compimento del mandato professionale, restringendo la libertà operativa del legale. In tali casi il legale non è libero nel seguire la migliore strategia processuale, ma dovrà agire sulla base delle istruzioni ricevute per il singolo compito affidato. Si parla di mandato sostanziale che costituisce un negozio bilaterale (cosiddetto contratto di patrocinio) con il quale il professionista viene incaricato, secondo lo schema negoziale che è proprio del mandato, di svolgere la sua opera professionale in favore della parte (Cass., sez. II, 18.7.2002, n. 10454, in Giust. civ. Mass,. 2002, 1271).
Nell’individuare la disciplina applicabile spesso si opta per la teoria cd mista: secondo alcuni al contratto d’opera si assommano le regole del mandato, creando una disciplina della materiasui generis. Secondo tale ricostruzione il quasi avvocato-praticante sarebbe un mandatario particolarmente qualificato: infatti con riguardo all’attività processuale è la legge a stabilire norme e regole comportamentali; inoltre l’assunzione da parte dell’avvocato delle vesti del mandatario con rappresentanza è sostanzialmente obbligatoria.
Si sottolinea come il contratto tra professionista e cliente abbia natura composita proprio laddove è la legge ad integrare il regolamento contrattuale: siamo in presenza di una fattispecie negoziale caratterizzata da una etero-integrazione di fonte legale (Porcari, Obbligo d’informazione: monito della Cassazione ad avvocati e notai, in Corr. Giur., 1994, 1279 e ss.).
2. La particolare figura del praticante avvocato
Deve precisarsi che l’attività legale è esercita da un professionista iscritto in apposito albo; tale attività è esercitata anche dal patrocinatore o praticante abilitato, anch’esso iscritto in apposito albo.
Il praticante avvocato proprio perché aspira a diventare un professionista ed in ragione della funzione del tirocinio che svolge assume compiti e funzioni professionali che lo avvicino alla figura dell’avvocato, differenziandosene, tuttavia, per compiti e funzioni: è titolare, quindi, di uno “status” abilitativo provvisorio, limitato e temporaneo, che consente di compiere le attività proprie della professione ma soltanto sotto il controllo di un avvocato (Cassazione civile, sez. un., 28 gennaio 2005, n. 1727, in Giust. civ. Mass., 2005, f. 1).
Dall’art. 57 r.d. 22 gennaio 1934 n. 37, recante norme integrative e di attuazione del r.d.l. 27 novembre 1933, n. 1578 sull’ordinamento professionale forense si desume la parificazione dei praticanti agli avvocati per quanto attiene alla disciplina, essendo essi tenuti agli stessi doveri tra cui vi rientra il dovere di mantenere la dignità ed il decoro professionale e di evitare abusi o mancanze nell’esercizio della professione (doveri formulati in termini uguali per gli avvocati dall’art. 38 dell’ordinamento professionale).
Detta parificazione si estende al compimento, da parte del praticante, dell’attività di consulenza legale e in generale di natura stragiudiziale (quale considerata nella tariffa forense), onde, nell’espletamento di tale attività, egli, per il solo fatto di essere iscritto nel registro dei praticanti, è tenuto ad osservare la normativa deontologica prevista per gli avvocati (Cass. civile, sez. un., 10 dicembre 2003, n. 18838, in Giust. civ. Mass. 2003, f. 12).
Bisogna distinguere il semplice praticante, ossia il dottore in giurisprudenza al primo anno di praticantato, dal praticante avvocato abilitato.
Ai sensi dell’art. 8 d.lg. n. 1578 del 1933, i praticanti procuratori ammessi al patrocinio davanti ai tribunali (già preture) del distretto di corte d’appello nel quale sono iscritti per la pratica possono svolgere prestazioni stragiudiziali, ma resta esclusa l’ammissibilità di attività che di fatto sostituiscano quelle del difensore in giudizi per i quali difetti il patrocinio (Cass., sez. un., 28 novembre 2001, n. 15148, in Rass. Forense, 2002, 373).
Il praticante avvocato ammesso al patrocinio (abilitato all’esercizio limitato della professione) può svolgere l’attività giudiziaria nei limiti definiti dalla c.d. legge Carotti del 16.12.99, n. 479.
In particolare dopo il conseguimento dell’abilitazione, l’aspirante avvocato può esercitare il patrocinio nelle cause di competenza del Giudice di Pace e dinanzi al Tribunale in composizione monocratica limitatamente a:
· beni mobili e immobili, ma il cui valore non ecceda lire cinquanta milioni;
· azioni possessorie, salvo il disposto dell’art. 704 del c.p.c.;
· denunce di nuova opera e di danno temuto, salvo il disposto dell’art. 688, 2° c., c.p.c.;
· rapporti di locazione e di comodato di immobili urbani e affitto di azienda, in quanto non siano di competenza delle sezioni specializzate agrarie;
Nelle cause relative a:
· reati che comportino una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni ovvero una pena pecuniaria sola oppure congiunta alla predetta pena detentiva. (Si tratta di contravvenzioni o di reati per i quali è prevista la citazione diretta a giudizio ex art. 550 c.p.p.)
· violenza o minaccia a un pubblico ufficiale previsti dall’art. 336 c.p.;
· resistenza a un pubblico ufficiale prevista dall’art. 337 c.p.;
· oltraggio ad un magistrato in udienza aggravato a norma dell’art. 343, 2° c., c.p.;
· violazione dei sigilli aggravata a norma dell’art. 349, 2° c., c.p.;
· rissa aggravata a norma dell’art. 588, 2°c., c.p., con esclusione dell’ipotesi in cui nella rissa taluno sia rimasto ucciso o abbia riportato lesioni gravi o gravissime;
· furto aggravato a norma dell’art. 625 del c.p.;
· ricettazione prevista dall’art. 648 c.p.;
· nonché tutti i reati attribuiti ex d.lgs. 274/2000 alla competenza del Giudice di Pace.
Il semplice praticante non può svolgere alcuna attività processuale (né in proprio, né in sostituzione del dominus) ma può svolgere attività stragiudiziale e di consulenza legale.
A i fini dell’applicazione delle disposizioni della legge professionale forense 1794/42, sono da considerarsi prestazioni giudiziali non soltanto quelle che consistono nel compimento di veri e propri atti processuali, ma anche quelle attività che si svolgano al di fuori del processo, purché strettamente dipendenti da un mandato relativo alla difesa e rappresentanza in giudizio, cosicché possano ritenersi come preordinate allo svolgimento di attività propriamente processuali o ad esse complementari.
Rientra, ad esempio, fra le prestazioni giudiziali l’attività svolta dal difensore di una parte in giudizio per la conclusione di una transazione che ponga termine alla lite, ancorché la transazione stessa abbia luogo non sotto forma di conciliazione davanti al Giudice, ma mediante negozio extraprocessuale, quale che sia la sua rilevanza economica (cfr. in senso conforme Cassazione, Sezione seconda, 7275/91 e 2471/99). Allo stesso tempo non è si ritenuta consulenza stragiudiziale la predisposizione di atti di causa che saranno firmati da un avvocato (Cassazione Sezione II civile, 19 febbraio 2007, n. 3740)
Pertanto il contratto eventualmente concluso tra il praticante avvocato e il cliente, avente ad oggetto il compimento di atti processuali è nullo ex art. 1418 c.c. in quanto contrario ad una norma imperativa, quale l’art. 2231 c.c. (Cass., sez. II, 7 luglio 1987, n. 5906). Inoltre potrà incorrere nel reato di esercizio abusivo della professione forense punibile ex art. 348 Cp.
L’ordinamento giuridico ritiene che il praticante sia idoneo in astratto a svolgere singole prestazioni stragiudiziarie, ma non abbia ancora quella esperienza necessaria per assistere completamente una parte nel processo (Cass., sez. un., 28 novembre 2001, n. 15148).
Nel testo introdotto dall’art. 2 comma 2 bis d.l. 4.7.06 n. 223 conv. in l. 4.8.06 n. 248 ci si riferisce rispettivamente ad avvocati, procuratori e patrocinatori, e ad avvocati e praticanti abilitati per patti relativi a compensi.
Sul punto la Corte di legittimità, rilevato che l’iscrizione all’albo o all’elenco è essenziale per l’esercizio della attività giudiziale, afferma il principio secondo il quale un praticante può svolgere attività stragiudiziale, senza necessaria autorizzazione o abilitazione (Cass., sez. I civ., 1 aprile 2008, n. 8445).
3. L’inadempimento: la diligenza richiesta e il grado della colpa
Qualora il praticante avvocato cada in errore nello svolgimento dei propri compiti (ad esempio non interrompa il termine prescrizionale per ottenere l’indennizzo concordato con l’agenzia assicurativa) quale pregiudizio lamenta il cliente?
Siamo in presenza di un inadempimento contrattuale in cui il danno patito dal cliente, deve essere individuato nel giudicato che si è formato, nella chance processuale persa, nella strategia procesuale non più praticabile.
Sulla natura del danno attenta dottrina sottolinea come “non può essere identificato come l’esito favorevole della lite, in quanto come già diceva il Calamandrei nel 1931 ogni sentenza è il prodotto di una quantità di fattori imponderabili, molti dei quali sono irriproducibili al di fuori dell’ambiente in cui la sentenza è pronunciata” (Grisafi, La responsabilità dell’avvocato, in www.studiogrisafi.com).
L’inadempimento del professionista non può essere desunto, senz’ altro dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti allo svolgimento dell’ attività professionale .
Di regola, le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale costituiscono obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato, non per conseguirlo. Tuttavia, avuto riguardo all’attività professionale dell’avvocato, nel caso in cui questi accetti l’incarico di svolgere un’attività stragiudiziale consistente nella formulazione di un parere in ordine all’utile esperibilità di un’azione giudiziale, la giurisprudenza di legittimità ritiene che la prestazione oggetto del contratto costituisca un’obbligazione di risultato: il professionista si obbliga ad offrire tutti gli elementi di valutazione necessari ed i suggerimenti opportuni allo scopo di permettere al cliente di adottare una consapevole decisione, a seguito di un ponderato apprezzamento dei rischi e dei vantaggi insiti nella proposizione dell’azione.
Pertanto, in applicazione del parametro della diligenza professionale (art. 1176, comma 2, c.c.), sussiste la responsabilità dell’avvocato che, nell’adempiere siffatta obbligazione, abbia omesso di prospettare al cliente tutte le questioni di diritto e di fatto atte ad impedire l’utile esperimento dell’azione: il fondamento della responsabilità sarà riscontrabile anche nel parametro della colpa lieve nell’ipotesi in cui la mancata prospettazione delle questioni legali sia stata frutto dell’ignoranza di istituti giuridici elementari e fondamentali, ovvero di incuria ed imperizia insuscettibili di giustificazione (Cass. civ., sez. II, 14.11.2002, n. 16023, in Rass. Forense, 2003, 404).
Pertanto la diligenza che il professionista deve impiegare nello svolgimento della sua attività è quella media, cioè la diligenza posta nell’esercizio della propria attività, dal professionista di preparazione professionale e di attenzione medie (Cass. 14.08.1997, n. 7618, in Danno e resp., 1998, 190).
Nel caso in cui l’attività professionale richieda la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, la responsabilità è attenuata, in ragione della regola di responsabilità prevista nell’art. 2236 cod. civ., secondo cui il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave (Cass. 8.08.2000 n. 10431, in Giust. civ. Mass., 2000, 1742).
La Cassazione afferma chiaramente che la responsabilità del professionista verso il cliente si ha in caso di incuria e di ignoranza di disposizioni di legge e, in genere, nei casi in cui per negligenza ed imperizia, comprometta il buon esito del giudizio, dovendosi invece ritenere esclusa la detta responsabilità, a meno di dolo o colpa grave, solo nel caso di interpretazioni di legge o di risoluzione di questioni opinabili (Cass. 18.11.96, n. 10068, in Giust. civ. Mass., 1996, 1536).
Puntuale il giudizio della Suprema Corte che in un recente arresto indica le linee giuda dell’analisi della fattispecie: le obbligazioni inerenti all’esercizio dell’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato ma non a conseguirlo (Cass., sez. II, 18.7.2002, n. 10454, in Giust. civ. Mass,. 2002, 1271).
Ne consegue che al fine di poter valutare la responsabilità del professionista, rilevano le modalità dello svolgimento della sua attività in relazione al parametro della diligenza fissato dall’art. 1176, secondo comma, cod. civ., che è quello della diligenza del professionista di media attenzione e preparazione.
Rientra nell’art. 1176 , 2° co, cod. civ., il compimento di atti interruttivi della prescrizione del diritto del cliente, i quali, di regola, non richiedono speciale capacità tecnica, salvo che, in relazione alla particolare situazione di fatto, che va liberamente apprezzata dal giudice di merito, si presenti incerto il calcolo del termine.
Il professionista può essere chiamato a rispondere anche per semplice negligenza, ex art. 1176, secondo comma, cod. civ., e non solo per dolo o colpa grave ai sensi dell’art. 2236 cod. civ., allorché l’incertezza riguardi non già gli elementi di fatto in base ai quali va calcolato il termine, ma il termine stesso, a causa dell’incertezza della norma giuridica da applicare al caso concreto. Parimenti, l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale in ordine alla questione relativa all’applicabilità del termine di prescrizione in caso di mancata proposizione della querela non esime il professionista dall’obbligo di diligenza richiesto dall’art. 1176 cod. civ. (Cass., sez. II, 18.7.2002, n. 10454 in Giust. civ. Mass,. 2002, 1271).
4. Il danno risarcibile
In ragione del pregiudizio subito dal cliente si deve distinguere fra danno da mancata impugnazione e danno da perdita della possibilità d’impugnazione: nella prima ipotesi, sarà configurabile un danno risarcibile solo nel caso in cui si accerti che l’azione avrebbe potuto essere proposta con serie e ragionevoli probabilità di successo; nella seconda ipotesi, invece, il danno sarebbe senz’altro risarcibile, rappresentando, la chance, “un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione”, che, indipendentemente dalle maggiori o minori possibilità d’esito favorevole della lite, offre l’occasione di “transigere la vertenza o di procrastinare la soluzione o di giovarsi di situazioni di fatto o di diritto sopravvenute” (Cass. 13.12.2001, n. 15759, in Giust. civ. Mass., 2001, 2149).
5. Legittimazione passiva
Aspetto interessante sottostante alla tematica in parola riguarda l’individuazione di chi debba essere convenuto in giudizio a seguito del pregiudizio causato al cliente per inadempimento della prestazione professionale.
In un caso sottoposto di recente al vaglio della corte di legittimità (Cass., sez. I civ., 1 aprile 2008, n. 8445) si è ragionato in termini di contratto professionale e di mandato legale: l’attore conveniva il praticante legale, suo referente all’interno dello studio legale a cui si era rivolto. L’allora praticante, convenuto attuale, si difendeva ritenendosi non legittimato ad causam: doveva ritenersi legittimato passivo l’avvocato titolare dello studio.
La questione è peraltro già stata oggetto d’analisi da parte della Cassazione che ha affermato la responsabilità professionale ha carattere personale: si è esclusa la responsabilità dello studio associato nell’esecuzione di prestazioni professionali perché l’opera prestata si fonda sul rapporto tra professionista e cliente, ed è caratterizzata dall’intuitus personae (Cass. 29.11.2004 n. 22440).
Pertanto legittimato passivo sarà il praticante avvocato che dovrà rispondere personalmente del danno cagionato al cliente.
6. Riflessioni conclusive.
L’attività stragiudiziale svolta dal praticante avvocato, non è riservata agli iscritti all’albo.
Qualora il cliente ha stipulato un contratto di mandato professionale con il praticante per attività stragiudiziale (al fine, ad esempio di contattare l’agenzia assicurativa e ottenere la liquidazione dell’indennizzo dovuto a seguito di sinistro stradale) la pattuizione è perfettamente valida se e in quanto non è prevista e non è esercitata azione giudiziale, riservata unicamente agli iscritti albo.
Nel caso in cui il clienti lamenti l’errore del praticante potrà ottenere risarcimento per il danno subito consistente nella perdita accertata e documentata: dovrà dimostrarsi che il danno dipende direttamente dall’errore del professionista, anche con criteri probabilistici (sul tema mi sia consentito rinviare a L. D’Apollo, Responsabilità dell’avvocato, in Rassegna forense, 4, 2007). Per orientamento costante il danno derivante da eventuali omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito (Cass. sez. II, 27.3.2006, n. 6967), ovvero l’indagine sul sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, quindi, la certezza che gli effetti di una diversa attività del professionista sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente (Cassazione Civile, Sez. III, 16 ottobre 2008, n. 25266, in Contr., 4, 2009, 343). Resta a carico del professionista l’onere di dimostrare l’impossibilità a lui non imputabile della perfetta esecuzione della prestazione.
Si comprende la difficoltà di una prova siffatta che incide sulla discrezionalità del singolo legale nel predisporre la strategia difensiva
* Il presente contributo è apparso sula rivista “Il Civilista”, n.11/2009, pp. 46 ss.
Pubblicato in Diritto Civile, Diritto Processuale Civile
Il nuovo Appello “filtrato”
Pubblicato il 17 novembre 2012 da studiolegalecdm
LE RIFORME DELL’APPELLO CIVILE E L’INTRODUZIONE DEL “FILTRO” (*)
di Giorgio Costantino **
Viene affrontato l’esame approfondito della riforma, che di recente il legislatore ha introdotto con l’art. 54 d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla l. 7 agosto 2012, n. 134, e che entrerà in vigore l’11 settembre 2012.
* Il presente contributo verrà inserito, in una versione ridotta, nel Libro dell’anno del diritto Treccani 2013, di prossima pubblicazione.
Il presente contributo è disponibile con il corredo di note di riferimento nella versione .pdf scaricabile al fondo del testo
1. Le riforme della giustizia civile nella crisi economica. Immagine ed efficienza. – 2. L’appello nel sistema delle impugnazioni: novum judicium o revisio prioris instantiae. – 3. Le riforme del 2012. I «motivi» di appello nel processo ordinario e nel processo «del lavoro». – 3.1 La dichiarazione di inammissibilità «fuori dei casi di inammissibilità e di improcedibilità». – 3.2 L’impugnazione della dichiarazione di inammissibilità «fuori dei casi di inammissibilità e di improcedibilità» e i poteri della Cassazione. – 3.3 Le novità dell’istruzione nel processo ordinario e nel processo «del lavoro». – 3.4 L’appello nel «procedimento sommario di cognizione». – 3.5 La disciplina transitoria.
1. – Le riforme della giustizia civile nella crisi economica. Immagine ed efficienza. – L’art. 54 d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012, n. 134, ha rinnovato la disciplina dell’appello nel processo ordinario, nel processo «del lavoro» e nel «procedimento sommario di cognizione»; ha modificato gli artt. 342, 345, 434, 447 bis e 702 quater c.p.c.; ha aggiunto gli artt. 348 bis, 348 ter e 436 bis c.p.c.; sono cambiati anche gli artt. 360 e 383 c.p.c. Per espressa previsione normativa, in deroga a quanto previsto dagli artt. 1, co. 2°, e 49 d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, la nuova disciplina non si applica al processo tributario; la sua applicazione al processo amministrativo ed a quello contabile è rimessa alla interpretazione, rispettivamente, dell’art. 39 c.p.a. di cui al d.lgs. 2 luglio 2010, n. 104, e dell’art. 26, r.d. 13 agosto 1933, n. 1038.
La riforma non è stata condivisa dal Direttivo della Associazione Nazionale tra gli studiosi del processo civile, dal Consiglio Nazionale Forense, dall’Unione Triveneta degli Ordini degli Avvocati, dall’Osservatorio sulla giustizia civile di Firenze. Perplessità sono state manifestate anche dal Consiglio Superiore della Magistratura, che, nel parere del 5 luglio 2012, si è diffuso sugli interventi normativi che avrebbero potuto essere assunti e non lo sono stati e, all’esito di una ricognizione del carico di lavoro delle corti d’appello, ha concluso nel senso che «in presenza di una tale situazione problematica, gli effetti positivi della prospettata riforma non potrebbero che essere tangibili prima di 10/12 anni, in quanto solo allora potranno verificarsi i benefici di una riduzione delle sopravvenienze dopo lo smaltimento delle cause giacenti in attesa della decisione». La maggioranza che sostiene il Governo ha presentato un emendamento correttivo, che, tuttavia, non è stato approvato; la Commissione Giustizia della Camera ha, quindi, approvato un parere condizionato allo stralcio o alla modifica del testo dell’art. 54 del decreto legge; è stato approvato, infine, un emendamento governativo, in relazione al quale la Camera ha approvato un ordine del giorno fortemente critico ed ha impegnato il Governo «ad assumere ulteriori iniziative normative volte a rivedere la disciplina in materia di regole di impugnazione nel processo civile».
Grazie alla fiducia posta sul disegno di legge di conversione, le disposizioni sulle impugnazioni nel processo civile sono diventate legge. Esse si applicano «ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione» dal trentesimo giorno successivo alla entrata in vigore della legge di conversione, cioè da martedì 11 settembre 2012; il novellato art. 360 c.p.c., invece, si applica alle sentenze pubblicate da tale data. La riforma, pertanto, non incide, né riguarda l’arretrato.
Uno dei principii fondamentali del processo civile è il principio di effettività. Sennonché le recenti riforme della giustizia civilesono state e sono prevalentemente dirette a risultati di mera immagine nell’immediato e all’aggravamento della situazione nel medio e nel lungo periodo. Tra le cause dell’inefficienza della giustizia civile, infatti, è anche la imprevedibilità degli esiti, determinata dalle ripetute riforme e dalla «opacità» (secondo la eufemistica definizione della Banca d’Italia) della legislazione. Ogni intervento che prescinda dalle cause e sia diretto, invece, ad incidere su alcuni effetti, determina un ulteriore imbarbarimento della giustizia civile. Il dibattito su ciascuna delle recenti riforme ha avuto forti caratterizzazioni ideologiche; ha messo in sordina gli aspetti tecnici, relativi alla congruità dei mezzi ai fini. Ma il fallimento di ciascuna di esse è stato determinato proprio dalla inidoneità degli strumenti rispetto agli obiettivi enunciati. Non è possibile far correre veicoli con le ruote quadrate.
Nella medesima prospettiva può essere considerata l’ultima riforma delle impugnazioni.
Questa risponde ad esigenze reali in funzione del principio di ragionevole durata del processo.
Sennonché, in primo luogo, come da più parti è stato messo in evidenza nel corso del breve iter parlamentare della riforma, essa è incongrua rispetto al fine. In secondo luogo, il principio di ragionevole durata del processo è uno soltanto dei principii del «giusto processo» e non può essere considerato prevalente sulle altre garanzie costituzionali; anche in riferimento al giudizio di legittimità, questa stravagante idea appare finalmente superata
L’ultima Novella del giudizio di appello, inoltre, costituisce un ulteriore esempio di cialtronesca esterofilia, come è stato tempestivamente segnalato anche da Remo Caponi da Marco De Cristofaro e da Claudio Consolo.
Nell’affrontare le questioni relative alla efficienza ed alla riforma delle impugnazioni, non appare possibile prescindere dalle elementari nozioni istituzionali per le quali, in Italia, il doppio grado di giurisdizione non gode di garanzie costituzionali; la Costituzione garantisce il ricorso per cassazione per «violazione di legge» e, quindi, il controllo di legalità sui provvedimenti giurisdizionali è affidato alla Corte di cassazione. Questa ha compiti diversi dalla Corte costituzionale. Ne consegue che, senza modificare la Costituzione, l’appello potrebbe essere completamente abolito. Oppure, modificando la Costituzione, si potrebbe limitare l’accesso alla Cassazione
Questa seconda soluzione, eversiva del quadro costituzionale, diretta a costruire una Corte di cassazione diversa da quella unificata nel 1923 ed alla quale i costituenti hanno attribuito il controllo di legalità, implica una corte suprema di pochi componenti, selezionati in modo diverso dal concorso, con funzioni di indirizzo di politica del diritto, nonché, probabilmente, la unificazione delle funzioni della Corte costituzionale e della Corte di cassazione, come previsto negli Stati Uniti; e presuppone altresì una profonda revisione della struttura delle corti d’appello, alle quali sarebbe affidato il monopolio del controllo di legalità sui provvedimenti giurisdizionali. La prima soluzione, realizzabile nel vigente quadro costituzionale, implica un incremento delle risorse della Corte di cassazione, innanzi alla quale sarebbero concentrate tutte le impugnazioni.
Sennonché l’una e l’altra richiedono profondi interventi strutturali e non sono di breve periodo.
In una prospettiva realistica, occorre ricordare che la crisi delle corti di appello deriva dalla istituzione del giudice unico, che ha determinato la confluenza in questi uffici delle impugnazioni contro i provvedimenti dei tribunali e delle soppresse preture, dalla competenza per la liquidazione dell’indennità per irragionevole durata del processo, per la quale, in alcuni distretti, il relativo contenzioso supera, in percentuale, quello ordinario, dalla previsione dei reclami in materia familiare e fallimentare, che richiedono la predisposizione di corsie preferenziali; e si attende ancora l’impatto degli appelli nelle materie nelle quali il procedimento sommario di cognizione è imposto dalla legge. D’altro canto, innanzi alla Corte di cassazione quasi il 40% dei ricorsi riguarda le controversie tributarie, alle quali occorre aggiungere quelle previdenziali, nonché i ricorsi in materia di sanzioni amministrative proposti prima del 2006, quando è stata prevista l’appellabilità delle relative decisioni.
Un intervento legislativo serio e realistico non avrebbe potuto prescindere né dall’arretrato accumulatosi, né dai profili appena ricordati; richiederebbe misure temporanee ed eccezionali per aggredire il primo e misure dirette ad eliminare i secondi.
Un’ulteriore soluzione potrebbe consistere nella abolizione totale delle impugnazioni, affidando l’esito finale della controversia all’arbitrio del primo giudice. Ma, prescindendo da ogni altra considerazione, una tale prospettiva potrebbe condurre alla eliminazione dei giudici, degli avvocati, di ogni operatore di giustizia e dell’intero sistema giudiziario. Il lancio di una moneta garantirebbe il risultato nel 50% dei casi con notevoli risparmi di spesa.
Tutto ciò, peraltro, riguarda ciò che avrebbe potuto essere fatto e non lo è stato, nonché quanto, in futuro, si potrebbe fare.
Attualmente si tratta di determinare la portata precettiva delle nuove disposizioni e verificarne il funzionamento.
2. – L’appello nel sistema delle impugnazioni. Novum judicium o revisio prioris instantiae. – A tal fine, appare opportuno ricordare sinteticamente le regole che governano l’appello e che debbono essere integrate e coordinate con le disposizioni sopravvenute.Nell’ordinamento positivo vigente in Italia la previsione dell’appello è rimessa alla valutazione discrezionale del legislatore. Le tecniche mediante le quali l’appello può essere escluso consistono nella espressa previsione della non appellabilità ovvero nella attribuzione della competenza, quale giudice di unico grado, alla corte di appello: sono esempi del primo tipo l’art. 618 c.p.c., per quanto riguarda le opposizioni agli atti esecutivi, l’art. 14, co. 4°, d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150, per quanto riguarda la liquidazione degli onorari di avvocato, l’art. 15, co. 6°, per quanto riguarda la liquidazione dei compensi agli ausiliari del giudice; sono esempi del secondo l’art. 29 d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150, per quanto riguarda l’opposizione alla stima in materia di espropriazione per pubblica utilità, l’art. 13, co. 2°, d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150, per quanto riguarda la riabilitazione del debitore protestato, l’art. 3, co. 1°, l. 24 marzo 2001, n 89 (ora novellato dall’art. 55, co. 1°, lett. c, d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012, n. 134), per quanto riguarda la liquidazione dell’indennità per irragionevole durata del processo; nonché l’art. 25, co. 4°, d.lgs. 27 gennaio 2010, n. 39, per quanto riguarda le opposizioni contro le sanzioni amministrative a carico delle società di revisione, sfuggito all’opera di revisione della materia compiuta con il codice del processo amministrativo e con il decreto sulla «semplificazione dei riti». Sono anche ritornate di competenza della corte di appello quale giudice di unico grado le opposizioni contro le sanzioni amministrative in materia finanziaria, ai sensi dell’art. 195 d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, trasferite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo dall’art. 133, co. 1°, lett. l), c.p.a. di cui al d.lgs. 2 luglio 2010, n. 104, e dichiarato costituzionalmente illegittimo per eccesso di delega. A queste tecniche potrebbe aggiungersene una terza, consistente nella previsione di una prima fase a cognizione sommaria, attribuita alla competenza di un giudice di primo grado, che si conclude con un provvedimento avverso il quale è previsto l’«appello»; in tal caso, nonostante ilnomen juris del rimedio, si è in realtà al cospetto di un processo con un unico grado di merito; l’«appello» è l’unico grado a cognizione piena; equivale a un «reclamo», quale quello previsto, ad esempio, contro la sentenza dichiarativa di fallimento, ai sensi dell’art. 18 l.f., o contro i provvedimenti presidenziali in materia di separazione e di divorzio, ai sensi dell’art. 708, co. 4°, c.p.c.. Come si vedrà, la riforma in esame orienta verso questa ricostruzione.
L’appello è un mezzo di gravame ordinario, a motivi illimitati, che cumula la fase rescindente e quella rescissoria: ai sensi dell’art. 324 c.p.c., non è proponibile contro le sentenze passate in giudicato; gli artt. 342 e 434 c.p.c., ora novellati, richiedevano che fossero specificati i «motivi», ma non li indicavano; le ipotesi di rimessione elencate negli artt. 353 e 354 c.p.c., nelle quali l’appello è limitato alla fase rescindente, sono affatto eccezionali: la regola generale è quella prevista dall’art. 354, ult. cpv., c.p.c., per il quale «se il giudice d’appello dichiara la nullità di altri atti compiuti in primo grado, ne ordina, in quanto possibile, la rinnovazione a norma dell’art. 356».
Nel menzionato parere del C.S.M. si afferma che «il giudizio di secondo grado in appello, nell’attuale sistema normativo italiano è disciplinato quale nuovo processo con effetto pienamente devolutivo, cosicché realizza una sostanziale duplicazione del giudizio di primo grado, sia pure con limiti relativi alla proposizione di domande nuove ed alla richiesta di nuova attività istruttoria».
Non è così. La regola è nel senso che tantum devolutum quantum appellatum.
I «limiti» all’effetto devolutivo non sono determinati dalle domande nuove e dalle richieste di nuova attività istruttoria. Le domande nuove e le richieste di nuova attività istruttoria non riguardano l’effetto devolutivo, appunto perché non tendono a «devolvere» al secondo giudice materiale assertivo e probatorio già sottoposto al primo, bensì ad introdurne di nuovo.
Ai sensi dell’art. 346 c.p.c., «le domande e le eccezioni non accolte nella sentenza di primo grado, che non sono espressamente riproposte in appello, si intendono rinunciate». Nell’ordinamento positivo vigente in Italia, il giudice di appello giudica su quanto gli viene espressamente chiesto. Le domande e le eccezioni proposte al giudice di primo grado debbono essere espressamente riproposte al giudice di appello, vuoi nel caso in cui siano state rigettate, vuoi in quello in cui non siano state proprio esaminate perché assorbite; altrimenti «si intendono rinunciate». La questione aperta, della quale si occupa la giurisprudenza italiana in riferimento all’art. 346 c.p.c. e ai suoi rapporti con l’art. 329 c.p.c., consiste nello stabilire quando sia necessario proporre appello incidentale e quando, invece, sia sufficiente riproporre al giudice di appello le domande e le eccezioni già proposte al giudice di primo grado.
L’effetto devolutivo non ha nulla a che fare con le domande, le eccezioni e le prove nuove; queste, appunto perché tali, non sono oggetto di «devoluzione». L’effetto devolutivo è questione che rileva nei procedimenti nei quali, per determinare i confini dell’impugnazione e, quindi, il suo oggetto, occorre considerare quanto chiesto al primo giudice.
Le domande, le eccezioni e le prove nuove sono regolate dall’art. 345 c.p.c., ripetutamente novellato.
Le domande nuove sono vietate. Fino al 1995, se proposte, dovevano essere «rigettate». Ci si chiedeva, quindi, se le domande considerate dalla disposizione fossero quelle già impedite dal divieto di mutatio libelli e destinate ad essere precluse dal giudicato oppure se fossero quelle assolutamente nuove, inammissibili in appello ma proponibili in un autonomo, separato giudizio. La Novella del 1990-1995 ne ha sancito espressamente la «inammissibilità». Ai sensi degli artt. 345, co. 1°, e 437, co. 2°, c.p.c., dunque, non è possibile, in appello, modificare le domande proposte in primo grado, allegando fatti nuovi e diversi da quelli innanzi a questo dedotti ovvero qualificando diversamente quei fatti, né prendere conclusioni diverse da quelle comprese nella nozione di emendatio libelli.
Ai sensi dello stesso art. 345, co. 1°, c.p.c., possono, tuttavia, essere chiesti in appello dalla parte vittoriosa in primo grado «gli interessi, i frutti e gli accessori maturati dopo la sentenza impugnata, nonché il risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza stessa». La giurisprudenza ha ripetutamente affrontato la questione relativa alla ammissibilità in appello della domanda relativa agli interessi maturati prima della sentenza impugnata, ma appare ragionevole ritenere che la soluzione del problema implichi la distinzione tra crediti di valore e crediti di valuta. La parte soccombente che abbia, spontaneamente o coattivamente, dato esecuzione alla sentenza di primo grado può chiedere al giudice di appello la restituzione o la riduzione in pristino e può proporre ogni altra domanda conseguente alla invocata riforma della sentenza di primo grado: tale esito si fonda sulla applicazione al giudizio di appello dell’art. 389 c.p.c., dettato per il giudizio di rinvio.
Nel processo ordinario, ai sensi dell’art. 345, co. 2°, c.p.c., è anche vietata la proposizione di nuove eccezioni «che non siano rilevabili anche d’ufficio»; nel processo del lavoro, ai sensi dell’art. 437, co. 2°, c.p.c., è genericamente precluso l’ingresso di «nuove eccezioni». Proporre un’eccezione implica l’allegazione di un fatto estintivo, modificativo o impeditivo e dichiarare di volersene avvalere; la distinzione tra eccezioni rilevabili d’ufficio ed eccezioni rilevabili ad istanza di parte si fonda appunto sulla distinzione tra fatti estintivi, modificativi o impeditivi immediatamente efficaci e fatti la cui efficacia distruttiva è subordinata ad una espressa manifestazione di volontà della parte che vi abbia interesse.
La giurisprudenza è concorde nel ritenere che, per quanto riguarda le eccezioni rilevabili d’ufficio, la proponibilità in appello significa che, nel giudizio di secondo grado, le parti nonché il giudice possono soltanto rilevare o far valere il fatto estintivo, modificativo o impeditivo già ritualmente acquisito al processo, ma le prime non possono allegare nuovi fatti. Orientano verso questa interpretazione, le circostanze, in primo luogo, che l’esercizio dei poteri di cui all’art. 183, co. 4° (già 3°), c.p.c. è limitato ai «fatti allegati», in secondo luogo, che il fatto nuovo non potrebbe comunque essere provato dopo che siano maturate le preclusioni istruttorie e, quindi, al momento della decisione o in appello, in terzo luogo, che, nel contesto normativo successivo al 4 luglio 2009, che, ai sensi dell’art. 115, co. 1°, i fatti, compresi quelli costitutivi, debbono essere specificatamente contestati ed appare ragionevole ritenere che ciò debba avvenire prima che siano ammessi i mezzi di prova. Questa soluzione, tuttavia, non riscuote il generale consenso.
Secondo il «diritto vivente», comunque, possono avere ingresso nel giudizio di appello nel processo ordinario soltanto le nuove eccezioni, che siano rilevabili d’ufficio e che si fondino su fatti tempestivamente allegati.
Nel processo ordinario, ai sensi dell’art. 345, co. 3°, c.p.c., nel testo anteriore all’ultima Novella, «non sono ammessi nuovi mezzi di prova e non possono essere prodotti nuovi documenti, salvo che il collegio non li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa ovvero che la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile. Può sempre deferirsi il giuramento decisorio». Nel processo del lavoro, ai sensi dell’art. 437, co. 2°, c.p.c., «non sono ammessi nuovi mezzi di prova, tranne il giuramento estimatorio, salvo che il collegio, anche d’ufficio, li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa. È salva la facoltà delle parti di deferire il giuramento decisorio in qualsiasi momento della causa». Nel procedimento sommario di cognizione, ai sensi dell’art. 702 quater c.p.c., «sono ammessi nuovi mezzi di prova e nuovi documenti quando il collegio li ritiene rilevanti ai fini della decisione, ovvero la parte dimostra di non aver potuto proporli nel corso del procedimento sommario per causa ad essa non imputabile».
Prima dell’ultima riforma, quindi, nel processo ordinario e nel processo del lavoro, potevano ammettersi soltanto i nuovi mezzi di prova ritenuti «indispensabili ai fini della decisione della causa». Nel processo ordinario, non anche nel processo «del lavoro», era espressamente vietata la produzione di nuovi documenti. Nel procedimento sommario di cognizione erano ammessi i nuovi mezzi di prova «rilevanti».
Per effetto dell’art. 54 d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012, n. 134, nel processo ordinario, possono essere ammessi soltanto i nuovi di mezzi prova che «la parte dimostri di non aver potuto proporre o produrre nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile», nonché il giuramento decisorio; nel procedimento sommario di cognizione sono ammessi anche i nuovi mezzi di prova «indispensabili». Al pari di quanto è avvenuto nel 2009 per i nuovi documenti, il legislatore non ha, invece, modificato l’art. 437 c.p.c., cosicché, anche nel processo del lavoro, se si prescinde da questo mancato coordinamento, possono essere ammessi anche i nuovi mezzi di prova «indispensabili».
Le preclusioni istruttorie in secondo grado, peraltro, operano in relazione alle domande e alle eccezioni «vecchie», a quelle già proposte al giudice di primo grado e riproposte in appello. Nessuna preclusione istruttoria può invece ritenersi operante per le nuove domande proponibili in questa sede: non avrebbe senso ammettere la richiesta dei danni, dei frutti o degli interessi maturati dopo la sentenza di primo grado e precludere la prova dei fatti che ne costituiscono il fondamento; né avrebbe senso ammettere le domande di restituzione e di riduzione in pristino di cui all’art. 389 c.p.c. e precludere la prova dei fatti che ne costituiscono il fondamento.
Autonoma considerazione, infine, merita la questione relativa ai «motivi» di appello, ai sensi degli artt. 342 e 434 c.p.c., modificati dall’ultima riforma.
In base al testo anteriore, l’atto di appello doveva contenere «i motivi specifici dell’impugnazione». Non era espressamente prevista alcuna sanzione per l’omissione.
La giurisprudenza meno recente riteneva che l’appello fosse inammissibile quando l’impugnazione avesse ad oggetto una parte soltanto della sentenza e questa non fosse specificata; riteneva, invece, che, nel caso in cui fosse chiesta la riforma totale, la previsione legislativa fosse priva di sanzione. La Corte di cassazione, a sezioni unite, ha successivamente chiarito che, in base al combinato disposto degli artt. 342 e 164 c.p.c., l’atto di appello nel quale non siano specificati i motivi di impugnazione deve essere considerato nullo per indeterminatezza dell’oggetto. La decisione è stata criticata, in quanto, per la decorrenza dei termini, la dichiarazione di nullità dell’impugnazione non ne consente la sanatoria e, quindi, equivale alla dichiarazione di inammissibilità. La giurisprudenza ne ha preso atto ed ha sanzionato con l’inammissibilità gli appelli privi dei motivi specifici di impugnazione. La questione appare definita nella giurisprudenza ma è ancora fonte di dibattito in dottrina.
Secondo il «diritto vivente», comunque, anche prima dell’ultima riforma, che ha espressamente previsto la sanzione dell’inammissibilità, l’appello privo di motivi «specifici» di impugnazione era considerato inammissibile.
Tanto nel processo ordinario, quanto nel processo del lavoro, gli atti introduttivi debbono essere completi; debbono contenere non soltanto i motivi «specifici» di impugnazione, principale o incidentale, ma anche le domande, le eccezioni e le richieste istruttorie già proposte al giudice di primo grado e da questo «non accolte», nonché le eventuali nuove domande, le nuove eccezioni e le nuove richieste istruttorie. Questo è stato l’esito della risalente evoluzione della giurisprudenza, che si era orientata in questa direzione già prima della riforma del 1990-1995: si era affermato che le nuove eccezioni, allora generalmente ammissibili in appello, dovevano essere proposte con l’atto introduttivo e che, se proposte dall’appellato, implicavano la proposizione di appello incidentale; la soluzione era fondata sulla equiparazione tra nuove eccezioni e motivi di appello e su un presunto contrasto di giurisprudenza su tale equivalenza.
Prima dell’ultima riforma, dunque, non vi erano dubbi che l’appello fosse una revisio prioris instantiae e non unnovum judicium; che fosse governato dalla regola tantum devolutum quantum appellatum; che fosse necessaria, a pena di inammissibilità, la specificità dei motivi e la completezza degli atti introduttivi.
Il processo di appello, vuoi secondo il rito ordinario, vuoi secondo quello del lavoro, potrebbe, sulla carta, essere definito alla prima udienza, ai sensi dell’art. 350 o dell’art. 437 c.p.c.
Ma ciò non avviene. Nel processo ordinario, le cause sono frequentemente rinviate a grande distanza di tempo per la «precisazione delle conclusioni»; nel processo del lavoro, l’udienza è sovente fissata in violazione dell’art. 435, co. 1°, c.p.c., per il quale essa dovrebbe tenersi non oltre sessanta giorni dal deposito del ricorso.
Le corti, oberate dall’arretrato ed impegnate a trattare i procedimenti per i quali la legge prevede «corsie preferenziali», non sono per lo più in grado neppure di aprire i fascicoli sopravvenuti. Questi ultimi, inoltre, non sempre «sopravvengono» dal giudice di primo grado in tempo per l’udienza di prima comparizione, ai sensi dell’art. 347, co. 3°, c.p.c..
Prendendo atto della diffusa prassi di differire la decisione con la fissazione di un’apposita udienza per la «precisazione delle conclusioni», al fine di evitare spreco di risorse per adempimenti meramente ordinatori, l’art. 1, co. 1°, lett. b), l. 12 novembre 2011, n. 183, in vigore dal 14 dicembre 2011, ha modificato l’art. 350 c.p.c. nel senso che «il presidente del collegio può delegare per l’assunzione dei mezzi istruttori uno dei componenti del collegio». L’art. 27, co. 1°, lett. c), della stessa legge, ha novellato l’art. 351 c.p.c. ed ha previsto che, all’udienza fissata per la sospensione dell’esecuzione della sentenza impugnata, il giudice, «se ritiene la causa matura per la decisione, può provvedere ai sensi dell’art. 281 sexies». Se si prescinde dalle evidenti difficoltà connesse all’applicazione della norma richiamata innanzi ad un organo collegiale (che, in base alla lettera della previsione legislativa, dovrebbe deliberare alla udienza pubblica), il meccanismo avrebbe potuto essere generalizzato nel senso di imporre l’immediata decisione, alla prima udienza, degli appelli manifestamente fondati e di quelli manifestamente infondati; di imporre, cioè, in ogni caso e non soltanto in quelli nei quali occorre provvedere sull’inibitoria, l’immediata apertura dei fascicoli per definire almeno le controversie più semplici.
Il problema, infatti, non riguarda la disciplina del processo d’appello, che, già in base alla normativa anteriormente vigente quale interpretata ed applicata dalla giurisprudenza, era un modello concentrato che, sulla carta, non prevedeva tempi morti. Riguarda i flussi di controversie e le risorse disponibili ovvero l’insufficienza di queste ultime a rispondere alla domanda di giustizia.
In considerazione di ciò, la riforma si manifesta, ancor prima di essere analizzata, un rimedio peggiore del male, perché, comunque, richiede un dispendio di energie e di risorse per la sua comprensione, per il coordinamento con la disciplina vigente e per l’adeguamento delle strutture degli uffici alla sua applicazione.
3. – Le riforme del 2012. I «motivi» di appello nel processo ordinario e nel processo «del lavoro». – Ai sensi dei novellati artt. 342 e 434, co. 1°, c.p.c., «l’appello deve essere motivato. La motivazione dell’appello deve contenere, a pena di inammissibilità: 1) l’indicazione delle parti del provvedimento che si intendono appellare e delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado; 2) l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata».
La prima parte della disposizione recepisce ed esplicita l’interpretazione accolta dalla giurisprudenza: l’enunciazione dei motivi specifici dell’impugnazione è un requisito di ammissibilità della stessa.
L’indicazione dei motivi induce a chiedersi se ciò implichi che l’appello da impugnazione a motivi illimitati sia stato trasformato in impugnazione a motivi limitati.
Sebbene la nuova disposizione corrisponda al § 520, co. 3°, Z.P.O., appare utile esaminarne il significato prescindendo dalla prassi interpretativa del modello, perché quest’ultimo si inserisce in un contesto profondamente diverso da quello italiano, mentre appare utile verificare come il nuovo testo possa operare nell’ambito che gli è proprio.
Il primo dei due requisiti del n. 1 impone la specificazione dell’oggetto dell’appello: di chiarire se si chieda la riforma totale o parziale della decisione di primo grado. Non riguarda la «motivazione» dell’appello ma il suo oggetto, sebbene nella esperienza italiana, la riconosciuta inammissibilità dell’appello privo della specificazione dei motivi abbia preso le mosse, come si è ricordato, dalla distinzione tra impugnazioni totali e parziali. Si tratta, comunque, di un requisito di ammissibilità dell’impugnazione che, pur non espressamente previsto dalla legge, era già pacificamente operante.
La seconda parte del n. 1 degli artt. 342 e 434, co. 1°, c.p.c. richiede l’indicazione delle «modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado». Non si pretende la enunciazione di specifiche ragioni, cosicché si può escludere che, per quanto riguarda il giudizio di fatto, la riforma abbia trasformato l’appello in una impugnazione a motivi limitati. Per sfuggire alla sanzione dell’inammissibilità, appare sufficiente denunciare l’ingiustizia del provvedimento di primo grado e chiedere al giudice di appello un nuovo giudizio di fatto. Sul piano normativo, la novità sembra consistere nell’imporre l’indicazione del contenuto della nuova valutazione richiesta.
A ben vedere, questo risultato avrebbe potuto essere già conseguito argomentando in base all’interesse ad impugnare: l’errore di fatto, se non è fonte di un concreto pregiudizio per la parte che lo denuncia, non può costituire fondamento dell’impugnazione; per dimostrare la sussistenza del pregiudizio, occorre indicare quale sarebbe stata la corretta valutazione dei fatti e quali conseguenze ciò avrebbe comportato a vantaggio della parte.
Il n. 1 degli artt. 342 e 434, co. 1°, c.p.c., dunque, non apporta significativi elementi di novità al quadro normativo anteriore.
Ad analoghi rilievi si presta l’esegesi del n. 2, per il quale, vuoi nel processo ordinario, vuoi nel processo del lavoro, l’ammissibilità dell’appello è subordinata all’«indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata».
Non si pretende la enunciazione di specifici errores in procedendo o in iudicando, ma delle «circostanze» («Bezeichnung») sulle quali si fonda l’errore di diritto e degli effetti che esso ha prodotto e, quindi, del pregiudizio subito.
Anche in riferimento al n. 2, pertanto, l’appello resta un mezzo di gravame a motivi illimitati, grazie al quale si può denunciare l’ingiustizia della decisione di primo grado, derivante da errori nella valutazione dei fatti o da errores in procedendo o in iudicando, fonte di specifico pregiudizio per l’appellante.
Se si prescinde dalla esterofilia che ha ispirato le nuove disposizioni, la portata precettiva di queste ultime consiste nell’imporre, a pena di inammissibilità dell’appello, la specifica indicazione delle parti del provvedimento impugnato delle quali si chiede la riforma, degli errori di fatto e degli errori di diritto, nonché dei pregiudizi che da tali errori avrebbe subito l’appellante. Si tratta, in ogni caso, di risultati acquisiti dal «diritto vivente».
3.1 – La dichiarazione di inammissibilità «fuori dei casi di inammissibilità e di improcedibilità». –La novità più significativa della riforma, ai sensi dei nuovi artt. 348 bis e 348 ter c.p.c., applicabili anche nel processo del lavoro, in forza dell’art. 436 bis c.p.c., consiste nella introduzione di un «filtro» in appello.
Come da più parti è stato posto in evidenza nel corso del breve iter parlamentare della riforma, i «filtri» non sono uno strumento di semplificazione, né hanno una funzione acceleratoria. I «filtri» sono un ostacolo all’esercizio dell’azione o dell’impugnazione e ne rallentano l’esercizio. Costituiscono una limitazione del diritto di azione o di impugnazione.
La compressione di questi ultimi può essere giustificata da superiori esigenze sociali, economiche o istituzionali. Un preventivo giudizio di ammissibilità era previsto, per l’esercizio dell’azione per la dichiarazione di paternità naturale, dall’art. 274 c.c., cancellato dalla Corte costituzionale. È previsto, per l’azione di responsabilità civile nei confronti dei magistrati. dall’art. 5 l. 13 aprile 1988, n. 117; per la tutela collettiva risarcitoria, dall’art. 140 bis del codice del consumo di cui al d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206 (novellato dall’art. 6 d.l. 24 gennaio 2012, n. 1, conv. in l. 24 marzo 2012, n. 27). È anche previsto per i conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato dall’art. 37 l. 11 marzo 1953, n. 87. Il «filtro» è stato introdotto dalla l. 18 giugno 2009, n. 69, anche nel giudizio di cassazione e soltanto la sapienza e l’equilibrio della Corte ne ha sterilizzato i possibili effetti dirompenti: superando la stravagante lettera della legge, si è, tra l’altro, chiarito che, in assenza di vizi formali che determinano l’inammissibilità o l’improcedibilità del ricorso, questo può essere dichiarato «manifestamente infondato», non «inammissibile», e che l’ambito e l’oggetto del giudizio camerale affidato alla sesta sezione non sono circoscritti alle ipotesi di cui all’art. 375, n. 1 e n. 5, c.p.c., non essendo evidentemente possibile dichiarare inammissibile, improcedibile, manifestamente infondato o manifestamente fondato un ricorso che non sia stato ritualmente notificato o prima che sia stato integrato il contraddittorio.
La previsione di una preventiva valutazione di ammissibilità o di non manifesta infondatezza della domanda può svolgere una funzione di economia processuale nei sistemi di common law, dove tale valutazione precede e può evitare il trial, cioè il dibattimento innanzi alla giuria. In tal caso, essa corrisponde al giudizio che deve essere compiuto, nel processo penale, nell’udienza preliminare ai sensi dell’art. 424 c.p.p., per il quale questa può chiudersi con una «sentenza di non luogo a procedere» o con un «decreto che dispone il giudizio».
Nel processo civile italiano, al di fuori delle ipotesi nelle quali il diritto i azione o l’impugnazione sono compressi in funzione di superiori esigenze sociali, economiche o istituzionali, la disciplina vigente impone una doverosa valutazione preliminare della ammissibilità e della fondatezza della domanda e consente, quindi, di definire la controversia in limine litis, ai sensi degli artt. 183, 420, 350, 375 o 702 bis c.p.c.
La frenesia esterofila del legislatore prescinde da tale contesto normativo.
Ai sensi dell’art. 348 bis, co. 1°, c.p.c., richiamato dall’art. 436 bis c.p.c. «Fuori dei casi in cui deve essere dichiarata con sentenza l’inammissibilità o l’improcedibilità dell’appello, l’impugnazione è dichiarata inammissibile dal giudice competente quando non ha una ragionevole probabilità di essere accolta».
Se si potesse prescindere dai possibili effetti dirompenti della disposizione, essa sarebbe comica e risibile: la sua portata precettiva consiste nell’affermare che gli appelli ammissibili e procedibili possono ugualmente essere dichiarati inammissibili se è fastidioso deciderli. Non è, infatti, indicato alcun criterio di giudizio, cosicché la valutazione della mancanza di «una ragionevole probabilità» di accoglimento è affidata alla discrezione del giudicante e, quindi, anche al mero fastidio di occuparsi dell’impugnazione. Ogni sforzo interpretativo diretto a riempire di contenuti specifici l’aberrante formulazione normativa avrebbe il valore di una mera esortazione.
La nuova stravagante disposizione, peraltro, suscita dubbi di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 24, 97 e 111 Cost., nella parte in cui impone l’uso delle limitate risorse disponibili soltanto per l’eliminazione degli appelli apparentemente manifestamente infondati e non anche per la sollecita decisione di quelli manifestamente fondati, lasciando così sopravvivere le sentenze di primo grado manifestamente errate ed ingiuste.
Al fine di valutare la mancanza di «una ragionevole probabilità» di accoglimento dell’impugnazione proposta, l’art. 348 ter, co. 1°, dispone: «il giudice, prima di procedere alla trattazione, sentite le parti, dichiara inammissibile l’appello, a norma dell’articolo 348 bis, primo comma, con ordinanza succintamente motivata, anche mediante il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e il riferimento a precedenti conformi» e «provvede sulle spese».
La disposizione implica un esame preliminare dei fascicoli sopravvenuti, al fine di verificare se l’impugnazione principale e quella incidentale abbiano «una ragionevole probabilità» di accoglimento. Innanzi alla corte di appello, tale verifica è compito del collegio, in quanto, ai sensi dell’art. 350 c.p.c., anche dopo la modifica introdotta dall’art. 1, co. 1°, lett. b), l. 12 novembre 2011, n. 183, il consigliere istruttore può essere delegato soltanto per l’«assunzione» delle prove; nelle cause nelle quali la domanda sia stata proposta prima del 21 aprile 1995 e siano regolate dalla disciplina anteriore alla riforma del 1990/1995, per la quale era previsto il «consigliere istruttore», l’applicazione della nuova normativa implica la rimessione al collegio. Il giudizio preliminare sull’inammissibilità dell’appello, inoltre, presuppone il contraddittorio con e tra le parti, ai sensi degli artt. 111 Cost. e 101 c.p.c., nonché in base all’inciso «sentite le parti», aggiunto grazie ad emendamento governativo. Il contraddittorio sulla sussistenza di «una ragionevole probabilità» di accoglimento delle impugnazioni proposte può realizzarsi oralmente all’udienza ex art. 350 c.p.c. o a quella ex art. 437 c.p.c., ma non può escludersi, ai sensi dell’art. 83 bis disp. att. c.p.c., che le parti chiedano e che il giudice conceda termini per il deposito di memorie sulla questione; un tale esito o, comunque, il rinvio dell’udienza si manifestano doverosi, allorché il dubbio sulla sussistenza di «una ragionevole probabilità» di accoglimento delle impugnazioni proposte emerga, per iniziativa del giudice o dell’appellato, all’udienza di prima comparizione.
Ne consegue che il processo di appello che, prima della riforma, tanto nel rito ordinario quanto nel rito «del lavoro», almeno sulla carta, poteva essere definito in un’unica udienza, dall’11 settembre 2012, dovrà necessariamente svolgersi in più udienze.
Qualora all’impugnazione principale o alle impugnazioni incidentali fosse riconosciuta «una ragionevole probabilità» di accoglimento, la causa potrebbe essere ancora rinviata per la «precisazione delle conclusioni».
In applicazione della nuova disciplina, quindi, il giudice dovrebbe studiare il fascicolo due volte: una prima in funzione dell’art. 348 bis, co. 1°, c.p.c. ed una seconda per decidere le impugnazioni proposte. Sennonché, se queste si prestano ad essere definite immediatamente, sembra ragionevole provvedere in tal senso non soltanto nel caso in cui essa sia «inammissibile» «fuori dei casi» di inammissibilità o di improcedibilità. All’esito dell’esame del fascicolo, il giudice dovrebbe essere in grado di stabilire non solo se l’appello sia ammissibile o procedibile, ma anche se sia manifestamente fondato o manifestamente infondato. Questo risultato non richiede l’utilizzazione della sovrastruttura escogitata dalla fantasia esterofila del legislatore del 2012. È affidato alle prassi applicative che potranno essere utilizzate dai giudici di appello.
Può auspicarsi che, prescindendo dalla nuova disposizione, i giudici di appello facciano uso dei poteri ad essi attribuiti dall’art. 350 c.p.c., applichino l’art. 437 c.p.c. e definiscano, alla prima udienza senza rinviare la causa «per precisazione delle conclusioni», gli appelli manifestamente fondati e quelli manifestamente infondati e, comunque, quelli la cui decisione si presenti semplice, eventualmente utilizzando, a tal fine, forme di decisione semplificata, quale quella prevista dall’art. 281 sexies c.p.c. L’applicazione del nuovo art. 348 bis, co. 1°, c.p.c. non costituisce, infatti, un passaggio obbligato e necessario dei processi di secondo grado. Esaminato il fascicolo e sussistendone i presupposti, gli appelli possono essere decisi senza ulteriori fantasiose complicazioni.
È comunque auspicabile che siano accolti orientamenti uniformi almeno in ciascun ufficio; che le corti di appello e i tribunali, per quanto riguarda gli appelli contro le sentenze del giudice di pace, assumano indirizzi uniformi, affinché la valutazione della «ragionevole probabilità» di accoglimento non sia affidata all’estro momentaneo del singolo giudicante o del singolo collegio. Di fronte ad una disposizione affidata alla discrezione dell’organo giudicante, appare inevitabile una violazione del principio di uguaglianza da ufficio ad ufficio, ma sarebbe molto più grave se tale violazione fosse perpetrata all’interno del medesimo ufficio o della medesima sezione, a causa della mancanza o della insufficienza della circolazione delle informazioni e del confronto sui criterii applicativi.
Un contributo in tal senso potrebbe essere fornito non soltanto dai capi degli uffici, ma anche dagli Osservatorii della giustizia civile, dove sono operanti e attivi, in funzione della elaborazione di protocolli di gestione della nuova disciplina.
In sede di prima lettura, piuttosto che soffermarsi sui possibili significati della «inammissibilità» degli appelli che non hanno una «ragionevole probabilità di essere accolti» e sulle possibili prassi applicative, appare utile orientare l’attenzione sugli effetti e sui rimedi esperibili nei confronti dell’ordinanza dichiarativa dell’inammissibilità dell’appello, «fuori dei casi in cui» questo è inammissibile o improcedibile, nonché sul suo ambito di applicazione.
In primo luogo, ai sensi dell’art. 348 ter, co. 2°, c.p.c., la definizione dell’appello con ordinanza succintamente motivata è esclusa se, nonostante l’impugnazione principale non abbia alcuna «ragionevole probabilità di essere accolta», la abbia quella incidentale. In mancanza di ulteriori specificazioni, nonché in considerazione del fatto che la dichiarazione di inammissibilità «fuori dei casi nei quali l’appello sia inammissibile o improcedibile» è, in realtà, una pronuncia di manifesta infondatezza, appare corretto comprendere nella previsione legislativa anche le impugnazioni incidentali tardive: queste non dovrebbero perdere «ogni efficacia» se il giudice ritiene che l’impugnazione principale non abbia alcuna «ragionevole probabilità di essere accolta». Dovrebbe, conseguentemente, escludersi l’applicazione dell’art. 348 bis, co. 1°, c.p.c., anche nel caso in cui l’impugnazione incidentale, tempestiva o tardiva, non abbia alcuna «ragionevole probabilità di essere accolta», mentre la abbia quella principale. La possibilità di definire il giudizio di appello con ordinanza presuppone, dunque, che nessuna delle impugnazioni proposte, tempestivamente o tardivamente, abbia una «ragionevole probabilità di essere accolta».
In secondo luogo, l’applicabilità dell’art. 348 bis, co. 1°, c.p.c. è espressamente esclusa nelle cause nelle quali è obbligatorio l’intervento del pubblico ministero, ai sensi dell’art. 70, co. 1°, c.p.c. Il «filtro» non opera neppure nel procedimento sommario di cognizione di cui agli artt. 702 bis ss. c.p.c. Non è, quindi, possibile dichiarare «inammissibili» con ordinanza gli appelli ammissibili e procedibili che non abbiano «una ragionevole probabilità» di accoglimento nelle cause che il pubblico ministero potrebbe proporre, nelle cause matrimoniali e in quelle riguardanti lo stato e la capacità delle persone e nelle altre ipotesi in cui sia previsto l’intervento del pubblico ministero, nonché in quelle introdotte nelle forme del procedimento sommario di cognizione utilizzato vuoi per iniziativa delle parti, vuoi perché imposto dalla legge nelle ipotesi elencate nel capo III del d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150, nelle quali l’appello non sia espressamente escluso.
Le due ipotesi appaiono ispirate a rationes divergenti: la prima tende a garantire il controllo di merito sulle decisioni di primo grado nelle controversie di maggiore rilevanza, la seconda in quelle più semplici.
Sennonché, la ratio della prima limitazione non è chiara, in quanto i casi nei quali l’intervento del pubblico ministero è obbligatorio non coincidono con tutti quelli nei quali oggetto della controversia sono diritti indisponibili; basti pensare che vi sono cause che hanno per oggetto diritti indisponibili ovvero cause di rilevanza sociale, economica, istituzionale nelle quali il pubblico ministero può, ma non deve, intervenire nelle quali si applica il «filtro».
La seconda limitazione implica l’applicabilità del «filtro» in appello a tutte le controversie che esulano dall’ambito di applicazione del procedimento sommario di cognizione; in particolare a tutte quelle, regolate dal rito ordinario, per le quali è prevista la riserva di collegialità, ai sensi dell’art. 50 bis c.p.c.: escluse le cause nelle quali è obbligatorio l’intervento del pubblico ministero, a quelle devolute alle sezioni specializzate e, quindi, a quelle attribuite alla competenza delle sezioni agrarie e alle «sezioni specializzate in materia di impresa» previste dall’art. 3 d.lgs. 27 giugno 2003, n. 168, nel testo novellato dall’art. 2 d.l. 24 gennaio 2012, n. 1, conv. in l. 24 marzo 2012, n. 27; alle cause di impugnazione delle deliberazioni dell’assemblea e del consiglio di amministrazione, nonché alle cause di responsabilità da chiunque promosse contro gli organi amministrativi e di controllo, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari e i liquidatori delle società, delle mutue assicuratrici e società cooperative, delle associazioni in partecipazione e dei consorzi, alle cause di impugnazione dei testamenti e di riduzione per lesione di legittima, alle cause di responsabilità civile dei magistrati, alla tutela collettiva risarcitoria.
La ratio dell’art. 348 bis, co. 1°, n. 2, c.p.c.sembra consistere nell’esigenza di incentivare l’uso del procedimento sommario di cognizione di cui agli artt. 702 bis ss. c.p.c., che ha trovato scarsissima applicazione nella pratica. Essa merita particolare attenzione, perché appare fonte di non secondarie questioni anche di carattere sistematico e sarà quindi esaminata più oltre.
3.2 – L’impugnazione della dichiarazione di inammissibilità «fuori dei casi di inammissibilità e di improcedibilità» e i poteri della Cassazione. – Ai sensi dell’art. 348 ter, co. 3°, c.p.c., «quando è pronunciata l’inammissibilità, contro il provvedimento di primo grado può essere proposto, a norma dell’articolo 360, ricorso per cassazione nei limiti dei motivi specifici esposti con l’atto di appello». Ai sensi dell’art. 383, co. 4°, poi, «la Corte, se accoglie il ricorso per motivi diversi da quelli indicati dall’art. 382, rinvia la causa al giudice che avrebbe dovuto pronunciare sull’appello e si applicano le disposizioni del libro secondo, titolo terzo, capo terzo, sezione terza», cioè gli artt. 392, 393 e 394 c.p.c. sul giudizio di rinvio.
Il legislatore del 2012 ha ignorato i problemi relativi alla impugnabilità dell’ordinanza dichiarativa dell’inammissibilità dell’appello privo di «una ragionevole probabilità» di accoglimento per vizi propri di tale provvedimento.
Basti pensare al caso in cui l’ordinanza sia pronunciata al di fuori delle ipotesi espressamente previste dalla legge: in una causa matrimoniale o riguardante lo stato e la capacità delle persone o in altre cause in cui sia previsto l’intervento obbligatorio del pubblico ministero, ovvero in una causa introdotta nelle forme del procedimento sommario di cognizione; ovvero al caso in cui il provvedimento abbia negato l’ammissibilità dell’appello principale, ma non abbia considerato la «ragionevole probabilità» di accoglimento di quello incidentale; ovvero a quello in cui l’ordinanza sia stata pronunciata senza aver provocato il contraddittorio con e tra le parti; ovvero ancora a quelli nei quali il provvedimento sia affetto da altri vizi propri: ad esempio, non sia stato sottoscritto o sia stato emesso da un giudice incompetente o dal giudice relatore, delegato all’«assunzione» dei mezzi di prova ai sensi dell’art. 350 c.p.c., invece che dal collegio, ovvero sia stato emesso prima ed indipendentemente dalla rinnovazione della notificazione ai sensi dell’art. 291 c.p.c. o dalla integrazione del contraddittorio ex art. 331 c.p.c.
L’ordinanza dichiarativa dell’inammissibilità dell’appello privo di «una ragionevole probabilità» di accoglimento è, indubbiamente, un provvedimento decisorio, perché incide su diritti, primo fra tutti il diritto all’impugnazione della sentenza di primo grado, ed è definitivo, perché chiude il processo di appello e non è revocabile o modificabile. È, quindi, autonomamente impugnabile per cassazione per violazione di legge, ai sensi dell’art. 111, co. 7°, Cost. e 360, ult. cpv., c.p.c..
Sennonché la pronuncia di tale provvedimento, ai sensi dell’art. 348 ter, co. 3°, c.p.c., apre la strada alla ricorribilità per cassazione della sentenza di primo grado.
Appare, quindi, preliminarmente legittimo chiedersi se, con lo stesso ricorso, possa essere impugnata l’ordinanza dichiarativa dell’inammissibilità dell’appello privo di «una ragionevole probabilità» di accoglimento e la sentenza di primo grado o se sia necessario proporre distinti atti di impugnazione.
La risposta positiva al primo quesito trae fondamento dall’orientamento giurisprudenziale per il quale «l’impugnazione di una pluralità di sentenze con un unico atto è consentita solo quando queste siano tutte pronunciate fra le medesime parti e nell’ambito di un unico procedimento, ancorché in diverse fasi o gradi – (come nel caso della sentenza non definitiva oggetto di riserva di impugnazione e della successiva sentenza definitiva; della sentenza revocanda e di quella conclusiva del giudizio di revocazione; della sentenza di rinvio e di quella di rigetto della istanza di revocazione, allorché le due impugnazioni siano rivolte contro capi identici o almeno connessi delle due pronunzie, ovvero di sentenze di grado diverso pronunciate nella medesima causa, che investano l’una il merito e l’altra una questione pregiudiziale)». Nell’ipotesi considerata, si tratta, appunto, di provvedimenti di grado diverso pronunciati nella medesima causa, che investono l’uno il merito e l’altro una questione pregiudiziale.
Superato questo primo profilo formale e dato per scontato che la Corte debba esaminare preliminarmente i motivi di ricorso relativi alla ordinanza e poi quelli concernenti la sentenza di primo grado, appare anche legittimo chiedersi se sia configurabile l’interesse ad impugnare il primo provvedimento. L’accoglimento del ricorso contro la sentenza di primo grado, infatti, consente comunque di ritornare innanzi al giudice di appello ai sensi degli artt. 392 ss. c.p.c., espressamente richiamati dall’art. 383, co. 4°, c.p.c. Questo risultato, tuttavia, deriva, appunto, dall’accoglimento del ricorso contro la sentenza di primo grado, mentre l’accoglimento di quello proposto contro l’ordinanza dichiarativa dell’inammissibilità dell’appello per vizi propri di tale provvedimento impedisce alla Corte di procedere oltre e consente di ritornare direttamente innanzi al giudice di appello. Inoltre, mentre nel caso di accoglimento del ricorso contro la sentenza di primo grado, l’appello sarebbe regolato dalle ristrette norme del giudizio di rinvio, in caso di accoglimento del ricorso contro l’ordinanza, le parti si ritroverebbero in appello nelle medesime condizioni nelle quali si trovavano al momento della proposizione di tale impugnazione.
Pur nel silenzio della disciplina sul punto, dunque, sembra corretto ritenere che oggetto del ricorso per cassazione possa essere tanto l’ordinanza dichiarativa dell’inammissibilità dell’appello, principale ed incidentale, privo di «una ragionevole probabilità» di accoglimento, quanto la sentenza di primo grado; che i due provvedimenti possano essere impugnati con un unico ricorso; che sussista l’interesse ad impugnare autonomamente l’ordinanza; che la Corte sia tenuta ad esaminare preliminarmente il ricorso contro quest’ultima e, solo in caso di rigetto, ad esaminare il ricorso contro la sentenza; che la cassazione dell’ordinanza determina il rinvio al giudice di appello, affinché si rinnovi integralmente il giudizio di secondo grado.
Appare, poi, legittimo chiedersi se l’esito dell’accoglimento del ricorso contro la sentenza di primo grado consista necessariamente nel rinvio al giudice che avrebbe dovuto pronunciare sull’appello, affinché applichi «le disposizioni del libro secondo, titolo terzo, capo terzo, sezione terza» o se la corte abbia anche il potere di cassare la sentenza senza rinvio, ai sensi dell’art. 382, co. 3°, c.p.c. avendo rilevato il difetto assoluto di giurisdizione ovvero «che la causa non poteva essere proposta o il processo proseguito»; ovvero se abbia quello di decidere «la causa nel merito qualora non siano necessari ulteriori accertamenti di fatto», ai sensi dell’art. 384, co. 2°, c.p.c. Dal punto di vista delle parti, il dubbio si manifesta peregrino, perché, comunque decida la corte, il provvedimento non è impugnabile. Dal punto di vista della corte non lo è, perché la soluzione, sebbene insindacabile, non può essere adottata caso per caso.
La lettera dell’art. 348 ter, co. 3°, c.p.c. orienta per l’applicabilità dell’art. 382 c.p.c., espressamente richiamato, e per l’inapplicabilità dell’art. 384, co. 2°, c.p.c., ma il risultato non si manifesta appagante: se non sembra possano esservi dubbi sulla necessità del rinvio al giudice fornito di giurisdizione o al giudice competente nei casi previsti dall’art. 382, co. 1° e co. 2°, c.p.c., non vi sono ragioni per ammettere la possibilità della definizione del processo in rito, ai sensi dell’art. 382, co. 3°, c.p.c. e, contestualmente, per escludere quella della decisione di merito, ai sensi dell’art. 384, co. 2°, c.p.c. Appare ragionevole ammetterle o escluderle entrambe. In questa prospettiva, sembra evidente che la negazione dell’applicabilità dell’art. 382, co. 3°, c.p.c. sarebbe contraria al principio di ragionevole durata del processo ex art. 111 Cost. e ad elementari principii di economia processuale: il processo dovrebbe essere rinviato al giudice di appello soltanto perché questi dichiari il difetto assoluto di giurisdizione ovvero «che la causa non poteva essere proposta o il processo proseguito»; tali provvedimenti possono essere emessi direttamente dalla Cassazione. Analoghi argomenti possono essere invocati per l’applicazione dell’art. 384, co. 2°, c.p.c.: il presupposto della disposizione è che «non siano necessari ulteriori accertamenti di fatto», cosicché le parti non potrebbero dolersi della perdita di un grado di merito; la mancata rinnovazione di quest’ultimo non reca loro alcun concreto pregiudizio.
Il ricorso per cassazione contro la sentenza di primo grado deve essere proposto «nei limiti dei motivi specifici esposti con l’atto di appello»: non possono essere denunciati errores in procedendo o in iudicando diversi da quelli denunciati con l’atto di appello.
Sennonché, l’appello, come si è rilevato, anche dopo la riforma, resta un mezzo di impugnazione a motivi illimitati, mentre il ricorso per cassazione è proponibile soltanto per i motivi indicati dall’art. 360 c.p.c., espressamente richiamato dall’art. 348 ter, co. 3°, c.p.c. Occorre, pertanto, adeguare i motivi di appello a quelli del ricorso per cassazione. Potrebbe anche essere strategicamente opportuno formulare i motivi di appello considerando l’eventualità che questo sia dichiarato «inammissibile» perché privo di una «ragionevole probabilità di accoglimento».
In ogni caso, tra i requisiti di ammissibilità del ricorso per cassazione contro la sentenza di primo grado è compresa la valutazione del rispetto dei «limiti dei motivi specifici esposti con l’atto di appello»: i motivi specifici dedotti con questo atto, in funzione dell’ammissibilità del ricorso per cassazione, debbono essere ricondotti alla denuncia deglierrores in procedendo e degli errores in iudicando indicati dall’art. 360, co. 1°, c.p.c. In considerazione di ciò, ricorrendone i presupposti, potrebbe anche essere strategicamente opportuno valutare l’opportunità di accordi per omettere proprio l’appello e proporre il ricorso per saltum, ai sensi dell’art. 360, co. 2°, c.p.c.: in tal caso, però, con il ricorso sono denunciabili soltanto gli errores in iudicando, ai sensi del n. 3 del primo comma dello stesso articolo.
Ai sensi dell’art. 348 ter, co. 4°, c.p.c., «quando l’inammissibilità è fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata, il ricorso per cassazione di cui al comma precedente può essere proposto esclusivamente per i motivi di cui ai numeri 1), 2), 3) e 4) del primo comma dell’articolo 360». Tale limitazione è estesa dal successivo capoverso «anche al ricorso per cassazione avverso la sentenza d’appello che conferma la decisione di primo grado». Nel caso di doppia conforme, quindi, è preclusa la possibilità di proporre ricorso per cassazione «per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti», secondo la nuova formulazione dell’art. 360, n. 5, c.p.c.
Per superare tale preclusione ed impugnare la sentenza di primo grado anche ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c., il ricorso, in osservanza del principio di autosufficienza, deve, quindi, indicare le ragioni di fatto poste a fondamento della decisione impugnata, quelle poste a fondamento dell’ordinanza dichiarativa dell’«inammissibilità» dell’appello o della sentenza di rigetto e dimostrarne la diversità. A tal fine, però, non è possibile riprodurre nel ricorso l’intera motivazione della sentenza di primo grado e dell’ordinanza o della sentenza di appello. «Una tecnica espositiva dei fatti di causa realizzata mediante la pedissequa riproduzione degli atti processuali non soddisfa il requisito di cui all’art. 366, n. 3, c.p.c., che prescrive “l’esposizione sommaria dei fatti di causa” a pena di inammissibilità […] la pedissequa riproduzione dell’intero, letterale contenuto degli atti processuali è […] inidonea a tener il luogo della sintetica esposizione dei fatti, in quanto equivale ad affidare alla Corte, dopo averla costretta a leggere tutto (anche quello di cui non serve affatto che sia informata), la scelta di quanto effettivamente rileva in relazione ai motivi di ricorso».
D’altro canto, l’art. 348 ter, co. 4°, c.p.c., impone che l’ordinanza dichiarativa dell’inammissibilità dell’appello, principale ed incidentale, privo di «una ragionevole probabilità» di accoglimento, abbia una congrua motivazione. Essa, ai sensi dell’art. 348 ter, co. 1°, deve essere «succintamente motivata, anche mediante il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e il riferimento a precedenti conformi». Sennonché, anche la motivazione delle sentenze, ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c., novellato dall’art. 52, co. 5°, l. 18 giugno 2009, n. 69, «consiste nella succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi»; e quella delle sentenze pronunciate ai sensi dell’art. 281 sexies c.p.c. consiste nella «concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione». In funzione dell’applicazione del comma quarto della medesima disposizione e della esclusione della proponibilità del ricorso per cassazione contro la sentenza di primo grado ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c., la motivazione dell’ordinanza deve, almeno, indicare «le ragioni inerenti alle questioni di fatto» a fondamento della «inammissibilità» dell’appello e l’identità di tali ragioni con quelle «poste a base della decisione impugnata». In mancanza di tale motivazione, non potrebbe essere invocata la preclusione prevista dall’art. 348, co. 4°, c.p.c.
Ne consegue che la motivazione delle ordinanze dichiarative dell’inammissibilità dell’appello, principale ed incidentale, privo di «una ragionevole probabilità» di accoglimento coincide con quella delle sentenze. La motivazione in fatto, poi, richiede un impegno maggiore di quella di una sentenza.
Il che conferma il rilievo per il quale appare soluzione più conveniente quella di prescindere dalla riforma e, una volta esaminato il fascicolo, decidere, come prevede la legge, all’udienza di cui all’art. 350 c.p.c. o a quella di cui all’art. 437 c.p.c. gli appelli, principale ed incidentale.
La puntuale analisi della nuova disciplina conferma altresì che non era privo di fondamento l’uso, nel corso del breveiter parlamentare della riforma, dei termini «appellicidio» e «cassazionicidio»: si può ragionevolmente dubitare che le corti di appello, che, attualmente, non sono spesso in grado neppure di aprire i fascicoli sopravvenuti (qualora questi siano stati acquisiti, ai sensi dell’art. 347, co. 3°, c.p.c.) e rinviano le cause a grande distanza di tempo, possano farsi carico del maggiore impegno richiesto dalla normativa sopravvenuta; e si può anche dubitare che la Corte di cassazione, faticosamente impegnata nello smaltimento dall’arretrato, possa reggere il maggior flusso di ricorsi.
3.3 – Le novità per l’istruzione nel processo ordinario e nel processo «del lavoro». –Come si è rilevato, la riforma ha vietato l’ammissione di ogni nuovo mezzo di prova nel processo ordinario d’appello; non ha modificato l’art. 437 c.p.c., cosicché, nel processo del lavoro, i nuovi mezzi di prova sono ancora ammissibili, purché «indispensabili», al pari di quanto avviene nel procedimento sommario di cognizione, nel quale l’aggettivo «rilevanti» è stato sostituito con «indispensabili».
È scontato premettere che i divieti e le limitazioni operano con esclusivo riferimento alle domande proposte al giudice di primo grado e decise con il provvedimento del quale si chiede la riforma. Non operano, invece, per le domande proponibili in appello: per quelle dirette ad ottenere la condanna al pagamento degli interessi, dei frutti e del risarcimento dei danni successivi alla sentenza di primo grado e per quelle dirette ad ottenere la restituzione o la riduzione in pristino. Queste domande, espressamente proponibili in appello, implicano la possibilità di provare i fatti che ne costituiscono il fondamento; implicano altresì la possibilità che l’altra parte si difenda, proponendo mere difese ed eccezioni e, quindi, che possa provare i fatti, estintivi modificativi o impeditivi, a fondamento di queste ultime.
In riferimento alle domande ed alle eccezioni già proposte al giudice di primo grado e riproposte, ai sensi dell’art. 346 c.p.c., al giudice di appello, la riforma limita il dibattito sulla nozione di prove «indispensabili» nel processo ordinario; la discussione sul significato di tale nozione può proseguire con esclusivo riferimento al processo «del lavoro».
La riforma non incide sulla questione relativa alla produzione di nuovi documenti in appello, espressamente vietata soltanto nel processo ordinario dall’art. 345, co. 3°, c.p.c. nel testo novellato dall’art. 46, co. 18°, l. 18 giugno 2009, n. 69. Il problema, tuttavia, era stato risolto, non senza contrasti dalle Sezioni unite nel 2005. Le modifiche legislative possono riaprirlo.
3.4 – L’appello nel «procedimento sommario di cognizione». –L’«appello» nel procedimento sommario di cognizione di cui agli artt. 702 bis ss. c.p.c. è sottratto alla preventiva valutazione di inammissibilità «fuori dei casi di inammissibilità e di improcedibilità», ai sensi del nuovo art. 348 bis c.p.c.
Ai sensi dell’art. 702 quater c.p.c., secondo il testo anteriore all’ultima riforma, in tale sede «sono ammessi nuovi mezzi di prova e nuovi documenti quando il collegio li ritiene rilevanti ai fini della decisione, ovvero la parte dimostra di non aver potuto proporli nel corso del procedimento sommario per causa ad essa non imputabile».
Il legislatore del 2009 aveva riprodotto, in questa disposizione, il testo dell’art. 345, co. 3°, c.p.c., eliminando il «non» all’inizio e sostituendo il termine «indispensabili» con «rilevanti». In quel contesto, la seconda parte della disposizione ha stimolato gli sforzi degli interpreti: se i nuovi mezzi di prova sono comunque ammessi purché «rilevanti», non sembra abbia senso prevedere che essi sono ammessi se la parte dimostra di non aver potuto proporli per causa ad essa non imputabile. La formulazione della norma è stata portata ad esempio della sciatteria del legislatore.
Il legislatore del 2012 ha sostituito il termine «rilevanti» con «indispensabili». Nel nuovo contesto, la seconda parte della disposizione ha acquistato significato: nell’«appello» del procedimento sommario di cognizione, sono ammessi i nuovi mezzi di prova «indispensabili», nonché quelli che la parte dimostra di non aver potuto incolpevolmente proporre.
Se si prescinde da questi profili estetici, le conseguenze dell’ultima riforma, anche sul piano sistematico appaiono rilevanti.
La disciplina del procedimento sommario di cognizione di cui agli artt. 702 bis ss. c.p.c. prevede una fase introduttiva regolata dalla legge. Introdotta la causa e verificata, sul piano formale, l’utilizzabilità del procedimento speciale, il giudice, se non ritiene che «le difese svolte dalle parti richiedono un’istruzione non sommaria», all’udienza, «omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione rilevanti in relazione all’oggetto del provvedimento richiesto e provvede con ordinanza all’accoglimento o al rigetto delle domande».
Alcuni hanno ritenuto che si tratti di un procedimento a cognizione piena «semplificato»; altri di un procedimento a cognizione sommaria. Orientano, tuttavia, per questa seconda ricostruzione la circostanza che il procedimento scelto dal ricorrente prosegue nelle forme ordinarie se richiede «un’istruzione non sommaria» e, quindi, prosegue in quelle speciali soltanto se è possibile «un’istruzione sommaria», nonché quella per cui lo svolgimento del procedimento è affidato all’estro del giudicante, che può procedere «nel modo che ritiene più opportuno». Tali circostanze hanno fatto sì che il procedimento sommario di cognizione abbia avuto un ridottissimo ambito di applicazione: esso è stato soprattutto un giocattolo per esercitazioni accademiche; gli utenti non hanno manifestato fiducia per un procedimento privo di regole predeterminate.
Sennonché, con il d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150, il procedimento sommario di cognizione di cui agli artt. 702 bisss. c.p.c. è diventato l’unica forma di tutela giudiziale per le controversie in materia di liquidazione degli onorari e dei diritti di avvocato (art. 14) e agli ausiliari del giudice (art. 15); nonché per diverse controversie in materia di immigrazione (artt. 16 – 20), per l’opposizione alla convalida del trattamento sanitario obbligatorio (art. 21), per le azioni popolari e per alcune controversie in materia elettorale (artt. 22 – 24), per le controversie in materia di riparazione a seguito di illecita diffusione del contenuto di intercettazioni telefoniche (art. 25), per l’impugnazione dei provvedimenti disciplinari a carico dei notai (art. 26) e per quelle del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti (art. 27); per la tutela contro le discriminazioni (art. 28), per l’opposizione alla stima nelle espropriazioni per pubblica utilità (art. 29) e per le controversie in materia di attuazione di sentenze e provvedimenti stranieri di giurisdizione volontaria e contestazione del riconoscimento (art. 30).
Il procedimento sommario di cognizione di cui agli artt. 702 bis ss. c.p.c. costituisce l’unica forma di tutela esperibile in ciascuna delle fattispecie indicate nel capo III del d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150.
Nelle ipotesi previste dagli artt. 14 a 18, inoltre, è anche esclusa l’appellabilità del provvedimento, cosicché quest’ultimo può essere sottoposto soltanto ad un controllo di legittimità, ai sensi dell’art. 111, comma 7°, Cost., mentre resta esclusa vuoi la possibilità di una cognizione e di un’istruzione in forme predeterminate dalla legge, vuoi quella di un controllo di merito sulla decisione.
Nelle altre e nei casi in cui il procedimento sommario sia scelto dal ricorrente, l’ingiustizia del provvedimento che lo conclude può essere denunciata alla corte di appello.
Per le ragioni prima indicate, appare ragionevole dubitare che il procedimento innanzi al tribunale sia un «grado» di giudizio: se scelto dalle parti, può proseguire nelle forme speciali soltanto se implica un’istruzione «sommaria»; in ogni caso è retto dall’estro del giudicante che può procedere «nel modo che ritiene più opportuno». Sembra corretto ritenere che il procedimento sommario di cognizione di cui agli artt. 702 bis ss. c.p.c., sia un procedimento in unico grado, nell’ambito del quale è prevista una «fase» sommaria innanzi al tribunale e una «fase» a cognizione piena innanzi alla corte di appello. Questa «fase» è introdotta da un atto che impropriamente è definito «appello», ma si tratta di un rimedio analogo alla opposizione al decreto ingiuntivo ex art. 633 ss. c.p.c. o al decreto di repressione della condotta antisindacale ex art. 28 l. 20 maggio 1970, n. 300, proponibile, in questo caso, ad un organo giudiziario diverso. In questa prospettiva, l’«appello» contro l’ordinanza conclusiva del procedimento sommario di cognizione è l’unico grado a cognizione piena a disposizione delle parti; l’unico grado nel quale le regole del gioco sono predeterminate dalla legge e non affidate alla fantasia del giudicante.
La sostituzione del termine «rilevanti» con «indispensabili», pertanto, suscita non secondarie perplessità, se non dubbi di legittimità costituzionale. Secondo la Corte costituzionale, «è necessario cercare un punto di equilibrio tra le norme che impongono speciali oneri alle parti, tra una disciplina orientata alla più celere trattazione della controversia e l’imprescindibile salvaguardia dei diritti di difesa» e che «il garante di questo equilibrio non può che essere il giudice, al quale spetta un potere di direzione del processo, nel rispetto del principio dispositivo e dei diritti di difesa».
Il problema risiede appunto nella circostanza che, nell’ipotesi considerata, i confini del potere di direzione del processo sono dettati soltanto dai principii generali e non da specifiche regole predeterminate.
Pur prescindendo dalla ricostruzione sistematica prima indicata, per la quale ad una fase sommaria segue una fase a cognizione piena nella quale l’istruzione è strozzata dalla «indispensabilità» delle prove ammissibili, la più recente riforma implica un onere di completare ogni richiesta istruttoria innanzi al tribunale, perché in quella innanzi alla corte di appello possono trovare ingresso soltanto i nuovi mezzi prova «indispensabili». A ben vedere, la portata precettiva della nuova normativa consiste nell’anticipare l’operatività delle preclusioni istruttorie: sebbene l’art. 702 quater c.p.c. esordisca con «sono ammessi», i nuovi mezzi di prova possono trovare ingresso innanzi alla corte d’appello soltanto se «indispensabili» o se non è stato oggettivamente possibile chiederli al tribunale; la disposizione, quindi, equivale all’art. 345, co. 3°, c.p.c., nel testo precedente. In riferimento al requisito della «indispensabilità», l’espressione «sono ammessi» equivale a «non sono ammessi».
Sennonché l’ammissione delle prove in tribunale implica una mera valutazione di «opportunità» del giudicante, che non è tenuto alla osservanza delle regole sull’istruzione probatoria in primo grado.
Se, nell’escludere l’applicabilità del «filtro» all’«appello» contro l’ordinanza conclusiva del procedimento sommario di cognizione, l’obiettivo del legislatore era quello di incentivare il ricorso a tale mezzo di tutela, i limiti dell’attività istruttoria consentita in appello inducono a dubitare che esso possa essere conseguito.
3.5 – La disciplina transitoria. – Le disposizioni sulla riforma delle impugnazioni civili sono inserite in un decreto legge, contenente numerose altre disposizioni relative a materie estranee alla giustizia civile e dirette ad arginare gli effetti della crisi economica. Il decreto è stato convertito in legge grazie alla fiducia posta sul disegno di legge di conversione. Ai sensi dell’art. 77 Cost., i decreti legge possono essere emanati «in casi straordinari di necessità e d’urgenza».
A tal proposito, la Corte costituzionale ha affermato che, se un decreto legge è stato emanato in mancanza dei requisiti di necessità e di urgenza, non basta che sia stato convertito in legge: l’accertamento della mancanza dei requisiti di necessità e di urgenza travolge il decreto e la legge di conversione, come se non fossero mai stati emanati; la sussistenza dei requisiti della necessità e della urgenza deve essere verificata oggettivamente e non è una prerogativa del Parlamento. Nella motivazione, la Corte ha rilevato che «affermare che la legge di conversione sana in ogni caso i vizi del decreto significherebbe attribuire in concreto al legislatore ordinario il potere di alterare il riparto costituzionale delle competenze del Parlamento e del Governo quanto alla produzione delle fonti primarie … in una Repubblica parlamentare, quale quella italiana, il Governo deve godere della fiducia delle Camere … il decreto-legge comporta una sua particolare assunzione di responsabilità, … le disposizioni della legge di conversione … non possono essere valutate, sotto il profilo della legittimità costituzionale, autonomamente da quelle del decreto stesso».
Le disposizioni sulla riforma delle impugnazioni civili, come si è ricordato, si applicano «ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione» dal trentesimo giorno successivo alla entrata in vigore della legge di conversione, cioè da martedì 11 settembre 2012; il novellato art. 360 c.p.c., invece, si applica alle sentenze pubblicate da tale data.
Per espressa previsione normativa, quindi, esse sono prive dei requisiti di necessità e di urgenza. Appare, pertanto, non manifestamente infondato il dubbio di legittimità costituzionale dell’art. 54 d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012, n. 134, per violazione dell’art. 77 Cost.
Indipendentemente da tale possibile esito, che richiede comunque tempi non brevi, i possibili effetti devastanti della nuova disciplina costituiscono il fondamento della necessità e dell’urgenza, ai sensi dell’art. 77 Cost., di una sua immediata abrogazione, come, peraltro, auspicato dagli ordini del giorno approvati a larghissima maggioranza dal Parlamento, unico titolare della potestà legislativa.
La riforma non incide, né riguarda l’arretrato in funzione del quale è stata presentata ed inserita in un provvedimento legislativo di più ampio respiro. In deroga al principio generale in tema di successione di norme processuali nel tempo per il quale, ai sensi dell’art. 11, disp. gen., tempus regit actum, essa si applica ai giudizi di appello e a quelli di cassazione introdotti dal trentesimo giorno successivo alla sua entrata in vigore, cioè da martedì 11 settembre 2012.
La legge di conversione, infatti, è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’11 agosto 2012, n. 187, s.o. n. 171. Ai sensi dell’art. 1, co. 2°, è entrata in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione, cioè il 12 agosto 2012. Ai sensi dell’art. 54, co. 2° e 3°, del decreto convertito, le disposizioni sulla riforma dell’appello e della cassazione si applicano «dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto», quindi dal trentesimo giorno successivo al 12 agosto e, quindi, da martedì 11 settembre 2012.
Per quanto riguarda l’appello, il discrimine è dato dalla data di deposito del ricorso, nel rito «del lavoro», e da quella in cui sia «stata richiesta la notificazione», nel processo ordinario e nel procedimento sommario di cognizione.
Il riferimento alla data in cui sia «stata richiesta la notificazione», piuttosto che, genericamente, a quella della notificazione o della proposizione dell’appello è conseguenza delle pronunce della Corte costituzionale, nonché del principio espresso dall’art. 149, co. 3°, c.p.c., per il quale «la notifica si perfeziona, per il soggetto notificante, al momento della consegna del plico all’ufficiale giudiziario e, per il destinatario, dal momento in cui lo stesso ha la legale conoscenza dell’atto».
La ratio delle decisioni della Corte costituzionale e della modifica dell’art. 149, co. 3°, c.p.c., consiste nell’evitare che le conseguenze dell’eventuale negligenza dell’ufficiale giudiziario o dell’ufficiale postale ricadano sulla parte notificante: questa si salva dagli effetti estintivi del diritto fatto valere con l’atto notificato con la tempestiva consegna dell’atto per la notificazione. Ogni altro effetto, invece, dovrebbe realizzarsi con il perfezionamento del procedimento notificatorio. Qualora, infatti, per una qualunque ragione, la notificazione della citazione non vada a buon fine, gli unici effetti che sopravvivono sono quelli collegati alla salvezza del notificante dagli effetti estintivi del diritto dedotto nell’atto di citazione. In assenza della precisazione contenuta nella norma transitoria dell’ultima riforma, la «pendenza» dell’appello introdotto con citazione, in funzione della applicazione della vecchia o della nuova normativa, sarebbe stata determinata in base al perfezionamento del procedimento notificatorio.
La precisazione contenuta nell’art. 54, co. 2°, d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012, n. 134, elimina ogni dubbio in proposito ed assume quale termine di riferimento la data in cui il procedimento notificatorio è stato avviato.
Per quanto riguarda, invece, il giudizio di cassazione, l’art. 54, co. 3°, d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012, n. 134, assume quale termine di riferimento la data di pubblicazione del provvedimento oggetto del ricorso.
La nuova disciplina si applica a tutti i procedimenti, anche a quelli, eventualmente ancora pendenti, introdotti prima del 21 aprile 1995 e regolati, quindi, dalla normativa allora vigente.
** Ordinario di Diritto processuale civile nell’Università di Roma tre
Possesso, Servitù di passaggio, Ordinanza ex art. 669 duodecies c.p.c.
Pubblicato il 14 novembre 2012 da studiolegalecdm
Estensione del giudicato possessorio – ordinanza ex art. 669 duodecies c.p.c. – per problemi attuativi sorti in sede di attuazione dell’interdetto possessorio per l’apposizione di una catena che impedisce l’esercizio della servitù
L’ordine di reintegrazione non può considerarsi eseguito, se l’autore dello spoglio, mentre elimina le situazioni mediante le quali lo aveva realizzato, ne crea in loro sostituzione altre, che di fatto protraggono lo spoglio. Nel corso dell’esecuzione forzata, l”ufficiale giudiziario dovrà provvedere alla eliminazione dei nuovi ostacoli frapposti all’esercizio del possesso.
SEZIONE FERIALE CIVILE
Dott. Raffaele Califano Presidente relatore
Dott.ssa Marina Tafuri Giudice
Dott.ssa Laura Alfano Giudice
sciolta la riserva formulata all’udienza del 7 settembre 2005,
L’ufficiale giudiziario ha rimesso gli atti al Tribunale per la risoluzione dei problemi attuativi sorti in sede di attuazione dell’interdetto possessorio.
In pratica, in loco, oltre al muro sovrastato da ringhiera ed alla sbarra telecomandata è stata rinvenuta una catena che al pari della sbarra impedisce il traffico veicolare lungo il viale dei resistenti.
Questi ultimi sostengono che l’ordine di reintegrazione nel possesso della servitù, di cui all’ordinanza posta in esecuzione, non concerna la sussistenza della catena. Il ricorrente sostiene il contrario.
Orbene, l’esame dell’ordinanza interdittale porta a ritenere fondata la prospettazione del Tizio.
Ed invero, il giudice del reclamo ha inteso reintegrare il ricorrente nel pieno possesso della servitù di passaggio “veicolare e pedonale”, tant’è che insieme alla demolizione del muro ha disposto anche la consegna di un esemplare del telecomando di apertura della sbarra mobile posta all’ingresso del viale dei resistenti.
Ora la catena costituisce uno sbarramento del viale del tutto equivalente ed aggiunto a quello costituito dalla sbarra, per cui non avrebbe alcun senso l’eliminazione soltanto di questo secondo ostacolo, ché la reintegrazione nel possesso della servitù di passaggio, in specie veicolare, non potrebbe di certo dirsi attuata.
Dall’esame della documentazione emerge che la catena è stata posta di recente.
Ad ogni modo l’accertamento di tale momento non è di per sé dirimente.
Ed infatti, la Suprema Corte ha da tempo e più volte chiarito (con riferimento alla decisione finale, ma i principi affermati sono senz’altro, ed a maggior ragione, validi anche relativamente alla tutela interdittale): che la funzione del titolo esecutivo costituito dalla sentenza di reintegrazione del possesso, nel caso di spoglio, è il ripristino della situazione di appartenenza della cosa al possessore, e che l’obbligazione dell’autore dello spoglio, di eliminare le situazioni di fatto mediante le quali lo spoglio è stato compiuto, ne rappresenta solo uno strumento; che l’ordine di reintegrazione non può quindi considerarsi eseguito, se l’autore dello spoglio, mentre elimina le situazioni mediante le quali lo aveva realizzato, ne crea in loro sostituzione altre, che di fatto protraggono lo spoglio, in quanto ostacolano l’esercizio del possesso acclarato; e che il titolo esecutivo, la cui funzione non può ritenersi attuata, continua perciò ad essere fonte del potere di promuovere l’esecuzione forzata, nel corso della quale l’ufficiale giudiziario dovrà provvedere alla eliminazione dei nuovi ostacoli frapposti all’esercizio del possesso (v. tra le ultime Cass. 6.7.2001, n. 9202 e Cass. 14.6.2001, n. 8056).
In altri termini, la Corte ha rilevato che il giudicato formatosi a seguito del giudizio possessorio fa stato in ordine ai fatti costitutivi della relazione materiale con la cosa esistente alla data della pronuncia; tale relazione va intesa nel senso della immutabilità della situazione antigiuridica dedotta in lite ed accertata dal giudicato medesimo. La pronunzia possessoria di reintegrazione, pur trovando infatti la sua giustificazione causale immediata negli atti di spoglio anteriormente compiuti, ha tuttavia per oggetto il riconoscimento del diritto alla reintegrazione e pertanto non soltanto contiene l’ordine, rivolto allo spoliator, di prestarsi alla reintegrazione mediante la restituzione in pristino della situazione precedente, ma gli impone anche il divieto di compiere nuovi atti che siano idonei a perpetuare la situazione illegittima da lui creata, che deve essere invece eliminata. Diversamente opinando si finirebbe con l’eludere l’esecuzione del giudicato, con conseguente proliferazione di giudizi possessori in relazione ai vari mezzi che l’autore dello spoglio escogiti per rendere praticamente inoperanti i provvedimenti di tutela (v. Cass. 25.9.1991, 11003).
– precisa che la portata dell’ordine di cui alla propria ordinanza interdittale in attuazione è da intendere nel senso che i resistenti, oltre a dovere eliminare gli ostacoli all’esercizio del possesso della servitù di passaggio espressamente menzionati in dispositivo, devono altresì astenersi dal frapporne altri e tanto anche per il futuro;
– dispone che l’ufficiale giudiziario provveda alla rimozione della catena rinvenuta poco innanzi alla sbarra, nonché di tutti quegli ulteriori ostacoli all’esercizio del possesso, oggetto di tutela, che abbia a rinvenire nel corso dell’attuazione dell’interdetto.
Così deliberato, in Nola nella camera di consiglio del 14 settembre 2005.
Dott. Raffaele Califano
Pubblicato in Diritto Processuale Civile, Procedimenti cautelari
Un telegramma che sollecita un incontro “per il pagamento delle quote arretrate”, vale come riconoscimento di debito?
La responsabilità del mediatore ex art. 1759 c.c.

References: sentenza 
 SENTENZA 
 art. 54
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2230
sui generis
 art. 550
 art. 1418
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 art. 360
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 art. 345
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 § 520
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 art. 350
 art. 437
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 art. 331
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 art. 633
 art. 28
 art. 360
 art. 669
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 art. 1759