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Un Carabiniere, nell’adempimento del suo dovere, omette di elevare una contestazione al codice della strada, è omissione d’atti d’ufficio? (Corte di Cassazione, sez. VI Pen., sentenza 24 luglio 2015, n. 32594). – Noi Radiomobile™
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Posted on 31 luglio 2015 AuthorNoi Radiomobile1 Comment
2.1. Inosservanza di norme processuali (artt. 546, lett. e), 125, comma 3, c.p.p.) e vizi motivazionali – per contraddittorietà, manifesta illogicità e travisamento delle prove – in relazione alla pronuncia di condanna per il reato ex art. 319-quater c.p. di cui al capo sub A), avendo la Corte d’appello erroneamente accordato piena credibilità alle dichiarazioni rese dalla parte offesa S.B., che non solo ha preteso dal N. la riduzione delle sanzioni benché fosse a conoscenza della irregolarità della propria posizione, anche assicurativa, ma è stato altresì smentito dalle risultanze processuali sia riguardo alla pretesa falsità dei verbali di dissequestro del mezzo, sia riguardo al fatto di aver sostenuto che il N. lo aveva seguito presso l’officina dello Sc. (ove sarebbe avvenuta la dazione illecita) per mettergli pressione, laddove egli si trovava in loco per la revisione obbligatoria della propria autovettura.
La Corte d’appello, inoltre, non ha motivato circa la necessaria connessione tra la richiesta di denaro e l’abuso delle qualità e/o dei poteri del pubblico ufficiale.
Si lamenta, al riguardo, che la Corte distrettuale ha fatto riferimento a circostanze che, da un lato, non integrano gli estremi dell’abuso induttivo, dall’altro lato sono relative a vicende enucleate nei diversi capi d’imputazione sub D) ed E), per le quali v’è stata una definitiva assoluzione.
È stata erroneamente valutata, inoltre, la testimonianza della G., mentre dagli atti non risulta che l’imputato, nel corso di ogni contatto avvenuto con il B., abbia riferito altro se non che a fronte della mancata contribuzione per l’affitto e le altre spese, lo St. si sarebbe riservato di non prestarsi più all’ospitalità concordata.
Si deduce, ancora, l’irrilevanza della circostanza secondo la quale il N. si sarebbe informato sull’esito della pratica, essendo comunque indimostrato il fatto che egli potesse concorrere a determinarne l’esito, ancorché tale assunto sia stato valorizzato nella decisione impugnata.
Parimenti irrilevante, poi, deve ritenersi l’assunto secondo cui, in epoca successiva alla dazione del titolo allo St., il N. avesse speso o meno la propria qualifica in occasione di un colloquio con il datore di lavoro del B. , ossia con l’imprenditore Z. (le cui dichiarazioni, peraltro, diversamente da quanto affermato in sentenza, sono nel senso che il N. non ebbe a spendere verso di lui alcuna qualifica, e che la disponibilità mostrata per il dipendente non era comunque dipesa in alcun modo da quella, come pure l’eventuale permesso cui il dipendente aveva comunque diritto).
2. Per quel che attiene alle prime due censure, entrambe al limite dell’inammissibilità in quanto fortemente orientate verso una rivalutazione dei profili di merito della regiudicanda, come tale incompatibile con l’odierno scrutinio di legittimità, è necessario ribadire, sul piano generale ed al fine della verifica della consistenza dei rilievi mossi alla sentenza della Corte d’appello, che tale decisione non può essere isolatamente valutata, ma deve essere esaminata in stretta correlazione con la sentenza di primo grado, dal momento che l’iter motivazionale di entrambe sostanzialmente si dispiega secondo l’articolazione di sequenze logico-giuridiche pienamente convergenti (Sez. 4, n. 15227 del 14/02/2008, dep. 11/04/2008, Rv. 239735; Sez. 6, n. 1307 del 14/1/2003, Rv. 223061).
Siffatta integrazione tra le due motivazioni si verifica non solo allorché i giudici di secondo grado abbiano esaminato le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione, ma anche, e a maggior ragione, quando i motivi di appello non abbiano riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate ed ampiamente chiarite nella decisione di primo grado (da ultimo, v. Sez. 3, n. 13926 del 01/12/2011, dep. 12/04/2012, Rv. 252615).
5. Manifestamente infondata deve ritenersi, inoltre, la quarta doglianza, ove si consideri che la Corte ha congruamente spiegato le ragioni dell’esclusione dell’invocata attenuante di cui all’art. 323 c.p. sul rilievo della gravità delle note modali della condotta delittuosa, che peraltro ha coinvolto in un caso anche un terzo, con forme ritenute gravemente lesive dell’interesse pretto dalla norma incriminatrice.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste limitatamente al reato di cui all’art. 328 c.p. (capo C) e, per l’effetto, elimina la relativa pena di un mese di reclusione, così determinando la pena complessiva in tre anni e quattro mesi di reclusione per i residui reati.
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 art. 319
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