Source: https://www.laleggepertutti.it/155911_come-interpretare-il-contratto-per-evitare-liti-tra-le-parti
Timestamp: 2018-06-21 20:01:39+00:00

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Come interpretare il contratto per evitare liti tra le parti?
Lo sai che? Come interpretare il contratto per evitare liti tra le parti?
La mia srl ha stipulato un contratto di franchising con una spa. È nata una disputa circa il pagamento delle royalties: il contratto sul punto è contraddittorio. Che fare?
La problematica indicata dal cliente attiene alla corretta applicazione delle regole di interpretazione del contratto, intesa quale operazione che accerta il significato giuridicamente rilevante dell’accordo assunto dalle parti. Occorre, invero, considerare che il contratto si presenta come un reciproco consenso e che, pertanto, il significato del contratto deve essere ricercato in quello che le parti hanno inteso stabilire. Ma questa intenzione rileva soltanto in quanto sia obiettivizzata e resa riconoscibile. Si badi, altresì, che l’attività interpretativa non è volta ad accertare la volontà dell’uno e la volontà dell’altro contraente ma quella volontà che si sia tradotta nell’accordo e che sia divenuta socialmente rilevante. Sul punto, giova citare il seguente assunto della Suprema Corte di Cassazione: la volontà negoziale da ricercare nella interpretazione del contratto, che è essenzialmente un accordo, non è quella individuale del proponente o del dichiarante, ma quella comune che è stata o che deve ritenersi trasfusa anche solo implicitamente nel contratto e, conseguentemente, nell’indagine sulla comune volontà dei contraenti non si deve cercare o chiarire la personale intenzione di ciascuna parte ma quel tanto delle rispettive intenzioni che si siano fuse, venendo così a dar luogo a quella comune volontà che costituisce la legge del contratto [1].
Posta detta doverosa premessa, si procede con l’esaminare la volontà comune che le parti hanno inteso attribuire al contratto che il lettore ci ha permesso di visionare.
Si contesta un contrasto tra le disposizioni di cui all’articolo 2 (Definizioni), laddove viene previsto che «il franchisor concede, dietro corrispettivo da corrispondere decorso il secondo anno contrattuale, il diritto di sfruttare un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale …» e l’articolo 7.2 (Royalties) che dispone: «Il franchisee dovrà corrispondere al franchisor il 2% del proprio fatturato annuo a titolo di royalties … dal 1° gennaio 2014 e il 3% a partire dal 1° gennaio 2016 per l’intera durata del contratto». Ad una lettura congiunta delle due disposizioni si rileva invero un lieve disaccordo. Se, infatti, viene disposto che il corrispettivo vada corrisposto decorso il secondo anno contrattuale – e, quindi, dopo due anni dalla stipula – non potrebbe al contempo chiedersi una corresponsione a decorrere dal 1° gennaio 2014 (risultando il contratto stipulato nel novembre 2013).
Tuttavia, si segnala che vi è anche un’interpretazione delle regole sopracitate che non conduce al contrasto.
Invero, l’articolo 7.2, voce specifica della rubrica di cui all’articolo 7 «Corrispettivi, garanzie, rendiconto diritto di ispezione e fatturato minimo», indica non il momento esatto della corresponsione, ma il criterio di calcolo delle royalties, ovvero dell’oggetto da corrispondere. Sicchè, la lettura congiunta delle due norme potrebbe condurre a ritenere che la srl abbia assunto l’impegno di corrispondere, decorso il secondo anno contrattuale (articolo 2), il 2% del fatturato dell’anno 2014 da calcolarsi a decorrere dal 1° gennaio, e così via con gli anni a seguire salvo l’aumento al 3% a decorrere dall’anno 2016 (articolo 7.2). Detta interpretazione appare sanare le possibili discrasie tra le norme.
Siffatta operazione ermeneutica, quella di cercare di dare un significato che non generi contrasti a tutte le disposizioni previste da contratto, è peraltro richiesta dalla legge. Come prevede il codice civile [2], «le clausole del contratto si interpretano le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dell’atto». Recente giurisprudenza ha, così, ribadito che in tema di interpretazione del negozio, anche unilaterale d’impegno, ai fini della ricerca dell’intenzione dell’obbligato, il primo e principale strumento è rappresentato dal senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate, da verificarsi alla luce dell’intero contesto, ponendo le singole clausole in correlazione tra loro in quanto per senso letterale delle parole va intesa tutta la formulazione letterale della dichiarazione negoziale, in ogni sua parte ed in ogni parola che la compone, e non già in una parte soltanto, dovendo il giudice collegare e raffrontare tra loro frasi e parole al fine di chiarirne il significato [3]. Sempre il codice civile prevede che nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possono avere qualche effetto, anziché in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno [4], per cui le pronunce giurisprudenziali sul tema ritengono che la generale regola ermeneutica cosiddetta “di conservazione degli atti” deve intendersi operante, in quanto espressione di un sovraordinato principio generale insito nel sistema, anche e soprattutto in tema di interpretazione della legge, sulla scorta della quale, tra le diverse accezioni possibili di una disposizione (normativa, amministrativa o negoziale), deve propendersi per quella secondo cui la stessa potrebbe aver qualche effetto, anziché nessuno [5].
Alla luce dei superiori richiami normativi e giurisprudenziali, essendo doverosa l’applicazione di tutte le norme del contratto senza che si generi tra di esse un contrasto, si ritiene che srl possa legittimamente richiedere di pagare il corrispettivo previsto dall’articolo 7.2 nel periodo indicato dall’articolo 2. Diversamente, è da escludere l’ipotesi per la quale, asseritamente ritenuto oscuro l’articolo 7.2 del contratto, il calcolo delle royalties debba decorrere una volta decorsi due anni dalla stipula del contratto. Così non è, per i motivi che di seguito si espongono.
In primo luogo, si tenga presente la tipologia di negozio giuridico stipulata, ovvero il contratto di franchising e si consideri che per espressa pattuizione tra le parti, ai sensi dell’articolo 25 rubricato «Normativa applicabile», «al presente contratto si applica la normativa italiana. In particolare, le Parti si obbligano espressamente a conformarsi alla disciplina contenuta nella Legge 6 maggio 2004, n. 129 e successive modificazioni e integrazioni, nel Codice Deontologico di Confimprese e, comunque, in ogni legge e/o regolamento, vigente o futuro, in materia».
Ebbene, la legge n. 129 del 6 maggio 2014 indicante «Norme per la disciplina dell’affiliazione commerciale (FRANCHISING)», all’articolo 1 prevede: «1. L’affiliazione commerciale (franchising) è il contratto, comunque denominato, fra due soggetti giuridici, economicamente e giuridicamente indipendenti, in base al quale una parte concede la disponibilità all’altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, denominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti di autore, know-how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l’affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi.
per know-how, un patrimonio di conoscenze pratiche non brevettate derivanti da esperienze e da prove eseguite dall’affiliante, patrimonio che è segreto, sostanziale ed individuato; per segreto, che il know-how, considerato come complesso di nozioni o nella precisa configurazione e composizione dei suoi elementi, non è generalmente noto nè facilmente accessibile; per sostanziale, che il know-how comprende conoscenze indispensabili all’affiliato per l’uso, per la vendita, la rivendita, la gestione o l’organizzazione dei beni o servizi contrattuali; per individuato, che il know-how deve essere descritto in modo sufficientemente esauriente, tale da consentire di verificare se risponde ai criteri di segretezza e di sostanzialità;
per beni dell’affiliante, i beni prodotti dall’affiliante o secondo le sue istruzioni e contrassegnati dal nome dell’affiliante.».
Nel corpo della legge, richiamata in contratto e dunque facente parte integrante di esso, viene quindi previsto che il contratto di franchising preveda, a fronte della concessione della disponibilità di diritti di proprietà industriale o intellettuale, un corrispettivo. La stessa inoltre, definisce chiaramente cosa siano le royalties, ovverosia una percentuale o una quota fissa, da versarsi anche periodicamente, che l’affiliato corrisponde all’affiliante.
Ma vi è di più. All’articolo 3, comma 4 della legge citata è previsto che il contratto di franchising debba espressamente indicare «le modalità di calcolo e di pagamento delle royalties, e l’eventuale indicazione di un incasso minimo da realizzare da parte dell’affiliato».
La normativa è stata richiamata al fine di spiegare le seguenti considerazioni.
Si deve ritenere conforme alla disciplina del franchising la previsione di royalties in seno al contratto tra le parti; più precisamente la normativa prevede che queste siano espressamente indicate, sicchè l’articolo 7.2, in ossequio al disposto di legge, dice chiaramente a quanto ammonta la percentuale dovuta e a decorrere da quale periodo. L’errato richiamo all’articolo 3.1, peraltro, non fa divenire “oscuro” il testo dell’articolo poiché questo è ben comprensibile per tutte le parti del negozio giuridico sia nella misura che nell’oggetto, essendo finanche chiaro a tutti cosa siano le royalties. E ciò perché l’articolo è collocato sotto la rubrica «Corrispettivi, garanzie, rendiconto diritto di ispezione e fatturato minimo», ed inoltre la legge sul franchising, parte integrante del contratto, le definisce esaustivamente. Per di più, queste rappresentano per la maggior parte della giurisprudenza di merito, parte della causa del contratto, e dunque elemento essenziale dello stesso.
Sul punto, la giurisprudenza ha ritenuto che la causa del contratto di franchising deve essere individuata nella trasmissione da parte del franchisor, o affiliante, di un fascio di proprie situazioni attive (marchi, segni distintivi, know how, metodi e scelte commerciali, ecc…) a fronte del pagamento del franchisee, o affiliato, di un corrispettivo in denaro, di solito in termini di canone di affiliazione e/o royalties. È, invece, estraneo alla causa del contratto di franchising la maggior o minor fortuna dell’attività imprenditoriale intrapresa dal franchisee nell’area contrattuale [6].
Posto che, dunque, non è affatto oscuro il disposto dell’articolo 7.2 del contratto, viene meno anche la necessità di dar luogo ad interpretazioni della norma con riferimento a quanto stabilito nella rubrica «Definizioni». Vige, infatti, nel nostro ordinamento giuridico il principio enunciato dal brocardo latino in claris non fit interpretatio, stante ad indicare che nelle questioni chiare non si fa luogo a interpretazione ed ove la lettera della norma sia sufficiente a comprendere la regola imposta dal negozio giuridico non occorre, né si deve, cercare integrazione altrove. Sul punto, si segnala la sentenza della Suprema Corte di Cassazione ove si è enunciato che i canoni legali di ermeneutica contrattuale sono governati da un principio di gerarchia – desumibile dal sistema delle stesse regole – in forza del quale i canoni strettamente interpretativi prevalgono su quelli interpretativi-integrativi e ne escludono la concreta operatività quando l’applicazione degli stessi canoni strettamente interpretativi risulti, da sola, sufficiente per rendere palese la comune intensione delle parti stipulanti. Nell’ambito dei canoni strettamente interpretativi, poi, risulta prioritario il canone fondato sul significato letterale delle parole. Quando quest’ultimo canone risulti sufficiente, quindi, l’operazione ermeneutica è utilmente e definitivamente conclusa. Ciò perché il codice civile che invita a identificare il significato dell’atto in base al comportamento complessivo delle parti, va applicato in via sussidiaria, ove la interpretazione letterale e logica sia insufficiente [7].
In sintesi, pur rilevando degli errori nella redazione del contratto, alla luce dei citati principi nonché della normativa e della giurisprudenza richiamata, non si ritiene corretta l’interpretazione fornita dal lettore circa l’applicazione delle clausole del contratto di franchising stipulato tra sta e la srl. E ciò perché, in primo luogo, non si ritiene oscuro il testo dell’articolo 7.2 del contratto ed in secondo luogo perché l’articolo 2, sotto la rubrica «Definizioni», pone la dicitura in questione: «Il franchisor concede, dietro corrispettivo da corrispondere decorso il secondo anno contrattuale, il diritto di sfruttare un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale …», all’interno di quella che dovrebbe essere la spiegazione di cosa sia un contratto di franchising, non sembrando voler disciplinare in detto contesto le pattuizioni previste tra le parti circa i corrispettivi dovuti. Come detto, si potrebbe, al più, ipotizzare la corresponsione del corrispettivo calcolato ai sensi dell’articolo 7.2 in seguito al decorso del secondo anno contrattuale, dovendosi di contro escludere l’ipotesi che le royalties siano dovute soltanto a decorrere dal 1° gennaio 2016. Si ritiene, pertanto, che la prosecuzione della controversia sulla corresponsione della royalties possa presumibilmente condurre ad un esito negativo in capo alla srl, per cui si consiglia un ricomponimento bonario con la controparte onde evitare possibili, spiacevoli, conseguenze.
[1] Cass. sent. n. 7937 del 29.09.1994.
[2] Art. 1363 cod. civ., rubricato «Interpretazione complessiva delle clausole».
[3] Cass. sent. n. 9006 dello 06.05.2015.
[4] Art. 1367 cod. civ. rubricato «Conservazione del contratto».
[5] Cass., Sez. Un., sent. n. 12644 dello 05.06.2014.
[6] Corte App. Milano dello 09.10.2002.
[7] Cass. sent. n. 16795 del 13.08.2015.

References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 1363
 Cass. 
 Art. 1367
 Cass.