Source: https://issuu.com/osservatorioarticolo3/docs/nl_12_ottobre
Timestamp: 2017-01-19 18:23:50+00:00

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Newsletter "In other Words" n.12/Ottobre 2012 by Articolo3 Osservatorio - issuu
NEWSLETTER MENSILE DI
ARTICOLO3-OSSERVATORIO SULLE DISCRIMINAZIONI
Ottobre 2012 nº12
“In Other Words “ è un progetto cofinanziato dalla Commissione Europea—DG Justice
Tutti i cittadini hanno
pari dignità sociale e
sono eguali davanti
razza, di lingua, di
religione, di opinioni
La paura in giardino
Nel numero di ottobre riflettiamo sulla costruzione narrativa delle nostre città, sui simboli
che vengono attribuiti agli spazi nel discorso comune, mediatico e politico, e sui modi in
cui, di conseguenza, si decide di utilizzarli, rinegoziandone continuamente senso e
destinazione d’uso. L’argomento è complesso e fitto di sfumature, che chiamano in causa
svariati ambiti sia della vita pubblica che, non meno intensamente, dell’immaginario
simbolico che ciascuno di noi si porta dentro.
Tentiamo qui qualche considerazione sul tema, approfondendo tre casi in cui esso è stato
declinato sulle pagine dei quotidiani lombardi negli ultimi mesi. C’è un primo articolo di
Maria Bacchi su un parco pubblico mantovano, i giardini Valentini, di cui la stampa
locale torna periodicamente a parlare, insistendo sul conflitto tra gli abitanti del quartiere
e alcuni avventori del parco, che diviene (anche) ricettacolo di varie forme di disagio. C’è
un secondo pezzo su quelle che in redazione chiamiamo “barriere anti-rom”, cioè tutti
quegli arnesi vari e tutti quei provvedimenti (istituzionali, legali o inventati da alcuni
cittadini) volti ad impedire l’avvicinarsi delle persone rom e sinte ad alcune aree, o a
causare il loro allontanamento da altre. E c’è un pezzo finale, a firma di Elena Cesari, sulle
vicende bresciane relative alla richiesta della comunità musulmana di avere per sé uno
spazio in cui incontrarsi e pregare.
Pur rappresentando casi a sé, con dinamiche e conseguenze specifiche, questi esempi – e
tutti gli altri casi simili – sono raccontati dalla stampa in un modo che li accomuna.
Intorno agli ‘spazi del contendere’ viene costruita una barricata simbolica: da un lato, loro,
di volta in volta impersonati da “i nomadi”, “gli ubriaconi”, “i musulmani” e via dicendo;
dall’altro, coloro che la stampa invariabilmente incasella nella categoria dei “residenti”.
Sono gli autoctoni di Alessandro Bosi, che compongono quell’“identità culturale che si
autopronuncia e che definisce i territori dell’alterità”. [1] “La cultura autoctona – dice
Bosi – organizza un pensiero autocentrato che procede dalla propria identità storica di
individui che vivono la condizione di un equilibrio sociale finalmente conseguito e da
difendere”, costruendo altre due figure: quella dell’alloctono e quella del cosmopolita. Se il
cosmopolita impersona “un’alterità prossima, ovvero una differenza, che si è prodotta nel
corpo stesso dell’identità culturale come sua alterazione endogena”, l’“alloctono è invece
concepito come una diversità dotata di una propria originale fisionomia, come un’alterità
distante che, nel provocare un’alterazione esogena della propria condizione, costituisce un
pericolo per la propria identità culturale”. [2] Il cosmopolita è differente dall’autoctono –
ossia, letteralmente, è il medesimo portato altrove, essendo la differenza qualcosa che
inerisce all’identità e all’unità. L’alloctono, invece, è diverso dall’autoctono; si colloca
nell’ambito del molteplice, del plurale, e non – come il cosmopolita – in quello del sé che
cambia luogo. Bosi sostiene che questi gruppi possono convivere proficuamente su uno
stesso territorio solo se capaci di deterritorializzazione, un processo sempre in atto di
costruzione di una nuova città, frutto di una relazione simultanea in cui tutti si è ospiti —
nel doppio senso del termine — e non ci sono né invasori, né proprietari di diritto.
Nelle pagine seguenti ragioniamo su queste categorie, e su come le mappe mentali cui la
gestione degli spazi urbani dà forma concreta sembrino essere ancora grevi di pregiudizio.
[1] A. Bosi, Autoctono, cosmopolita e alloctono nella società multiculturale. Ipotesi per la realizzazione di tre
ritratti, in “Studi di Sociologia”, anno XLIV, n.1, 2006, p. 63.
“In Other Words”: un progetto europeo
contro la discriminazione nei media
La newsletter si pubblica
ogni mese a Mantova
(Italia), Jaen (Spagna),
Almeria (Spagna),
Mortagua (Portogallo),
Timisoara (Romania) e
Tallín (Estonia) con il
sostegno della Direzione
Generale Giustizia della
L’edizione di Mantova è
coordinata da Articolo 3,
“Alla base delle
ragioni dei
presidianti vi è un
interesse territoriale
precipuo, che
rimanda a una
relazione conchiusa
fra cittadinanza e
territorialità. Chi
cittadino viene
escluso dal territorio
e dal godimento dei
diritti”
E. Cesari a p. 8
l progetto mira a formulare una risposta nei confronti della situazione attuale, in cui i
media sono spesso veicoli per la diffusione degli stereotipi, e a contribuire al miglioramento del messaggio mediatico, in particolare rispetto alla rappresentazione che esso fornisce delle minoranze etniche e religiose, delle persone con disabilità e degli appartenenti alla
comunità Lesbica-Gay-Bisex-Trans.
Capofila del progetto: Provincia di Mantova
Partner: Articolo 3, Intercultural Institute of Timisoara (Romania), Eurocircle (Francia),
Diputaciòn Provincial de Jaen (Spagna), IEBA (Portogallo), Fundaciòn Almeria Social y
Laboral (Spagna), Tallin University (Estonia).
Il progetto prevede la creazione di una redazione locale in ogni Paese, dedita al monitoraggio dei media, ad attività di ricerca e decostruzione degli stereotipi e ad un lavoro di rete
con giornalisti e professionisti dei media, scuole e università, organizzazioni della società
Per saperne di più: www.inotherwords-project.eu
Almeria Meeting
al 15 al 18 ottobre siamo stati ad Almeria, in Spagna, per il quarto meeting di
progetto. Il partner locale — la Fundacion Almeria Social y Laboral — ha organizzato per il giorno 16 la conferenza “Discrimination in the press of XXI century”.
Sono intervenuti ospiti di grande interesse: Ruby Ortiz, Consigliera in materia
di diversità culturale presso le Nazioni
Unite; Elena Gijòn, giornalista di Onda
Cero Radio; Mayte Carrasco, giornalista
freelance di Reporter senza frontiere;
Marcos Campos, produttore cinematografico. La tavola rotonda del pomeriggio, inoltre, ha portato suk palco dei
relatori le rappresentanti di tre organismi spagnoli che lavorano nel campo
della promozione dei diritti delle minoranze: la Fundacion Segretariado Gitano, la Croce Rossa e la Federacion Almeriense de
Associaciones de Personas con Discapacidad (FAAM). La professionalità e la passione
con cui le relatrici hanno parlato al pubblico — composto perlopiù di studenti universitari — hanno reso la conferenza un’occasione unica di apprendimento, radicando il lavoro del nostro progetto in un contesto più ampio di riflessione sui media e il loro ruolo.
A chiusura della giornata, i componenti della redazione di Almeria hanno presentato
un sunto del lavoro svolto finora, seguiti dai rappresentanti delle altre organizzazioni
I giorni seguenti sono stati dedicati al meeting di progetto vero e proprio, riservato ai
soli partner e centrato su questioni di carattere tecnico e gestionale.
Presto saranno sul sito i materiali foto e video della conferenza.
Allarme ieri poco dopo mezzogiorno ai giardini. Sembra morto, invece è solo ubriaco (Gazzetta di Mantova, 6/5)
Bivacco e minacce ai Valentini: proteste e denunce (Gazzetta, 28/8)
Banda degli sbandati diffidata ai Valentini (Voce di Mantova, 28/8)
Blitz contro vandali e ubriaconi. Ora il quartiere raccoglie le firme ( Gazzetta, 15/10)
Vigilati a distanza: servivano davvero dodici telecamere? ( Gazzetta, 15/10)
L’appello: «Chiudete i giardini Valentini» Nel documento firmato da un centinaio di abitanti le proposte contro vandali, spacciatori e
ubriaconi ( Gazzetta, 16/10)
Nuovo blitz in piazza 80 esimo. Identificati e sloggiati in sette (Gazzetta, 18/10)
Piazza 80esimo, sette giorni di controlli (Gazzetta, 20/10)
Aggressione ieri ai giardini. Esasperati i residenti e chi ci lavora: “Zona abbandonata da tutti”. Anziano preso a pugni. Valentini come il Bronx (Voce, 23/10)
Preso a calci e pugni ai giardini Valentini (Gazzetta, 23/10)
La successione cronologica dei titoli che la stampa mantovana dedica al piccolo spazio di verde pubblico nel cuore
della città contiene già di suo gli elementi per ipotizzare, senza troppe ambizioni, un ragionamento sul rapporto fra
la rappresentazione mediatica degli eventi e il loro accadere. Si parte in maggio da una di quelle che noi chiamiamo ‘non notizie’: un tale smaltisce il vino di troppo dormendo su una panchina e qualcuno chiama il 118. Segue
un periodo di silenzio. Che in realtà silenzioso non è, dato che da oltre dieci anni durante l’estate i giardini Valentini sono la sede di concerti e intrattenimenti pomeridiani per gli anziani, e i quotidiani ne danno festosamente
conto. A fine agosto, quando dal parco scompaiono iniziative per i cittadini, inizia quella che potremmo chiamare
una campagna mediatica di denuncia del degrado sociale che ‘infetta’ il giardino.
Poi arriva settembre e Mantova diventa Festivaletteratura. In ottobre bisogna ridare fiato alla cronaca. Così i giardini Valentini iniziano a comparire quasi ogni giorno sulle pagine dei quotidiani: risse, bivacchi, schiamazzi, raccolte
di firme di coloro che abitano nella zona - una zona ‘per bene’-, controlli da parte delle forze dell’ordine, installazione delle telecamere, lamentele per l’inutilità delle telecamere. Articoli che denunciano presenze moleste più che
vere e proprie attività criminose, come gli stessi giornalisti devono qua e là ammettere. Finalmente, a fine ottobre,
un vero fatto di cronaca: un anziano viene malmenato al grido di ‘dagli al pedofilo’. Magari li avrà guardati con
insistenza, magari si sarà avvicinato. Ma a chi? Gli articoli ripetono che i frequentatori molesti del bel giardinetto
cittadino non sono ragazzini, non sono ‘stranieri’ (tutt’al più “gente dell’est Europa”); riesumando un termine caro
alla stampa del Ventennio, in qualche articolo vengono chiamati “nullafacenti”, più spesso ubriaconi, qualcuno è
addirittura anzianotto. Una prima considerazione potrebbe essere che l’allarme preventivo lanciato dai giornali,
l’intensificazione dei controlli di polizia, l’installazione di telecamere non sono buoni deterrenti, non scoraggiano
gli ubriaconi molesti. La stampa e la polizia si sono mosse prima dell’evento più grave, non dopo. A meno che la
logica dei giornalisti locali non sia: l’avevamo detto noi che prima o poi sarebbe successo qualcosa di grosso!
L’avevamo detto anche noi, tre anni fa, prima che ne parlassero i quotidiani locali che ancora non erano così accaniti nella denuncia del bivacco molesto e nella rappresentazione del degrado cittadino. Avevamo dedicato a quel
parco un articolino della nostra Newsletter: Tra desiderio d’ascolto e bisogno di ordine (NL n.54/2009). Perché anche
allora un gruppo, in buona parte composto dalle stesse persone che ancora circolano tra i giardini Valentini e un
vicino supermercato, si incontrava lì tutti i pomeriggi, chiacchierava, beveva, si alterava e a fine pomeriggio si picchiava, anche violentemente. Bottigliate in testa qualche volta.
La polizia interveniva di tanto in tanto, i residenti per bene borbottavano tra loro lamentandosi, peraltro giustamente. Le ‘badanti’, le coppie, molti anziani non per questo smettevano di frequentare il giardino; magari si tenevano alla larga dai disperati che ne avevano fatto una specie di seconda casa. La stampa taceva. Noi no. Dicevamo
che l’assistenza sociale o i gruppi di volontariato o qualcuna delle molte cooperative che dovrebbero occuparsi delle
situazioni di disagio sociale o psicologico avrebbero dovuto mettere lì, proprio nel giardino come in molti altri
punti ‘difficili’ della città, un discreto punto d’ascolto: alcune persone in grado di raccogliere le storie, dare indicazioni, segnalare risorse per chi manifestava un malessere tanto profondo. Aggiungerei oggi che magari, a voler essere audaci, si potrebbero organizzare laboratori itineranti nei quali dar forma - con la creta, coi colori, con la parola,
col gesto - al proprio malessere o ai propri sogni. E poi discuterne. Capita in qualche città italiana che si siano costruite reti sociali in grado di r/accogliere il malessere. C’erano una volta i maestri di strada a Napoli, “quando ancora esisteva il progetto Chance, eliminato da mano ignota”, si legge sul loro sito; c’è chi organizza, sempre a Napoli, discussioni di filosofia con gli ergastolani di Poggioreale o con i ragazzi dei carceri minorili; c’è chi invece ha
pensato di formare i gelatai di Rimini a ‘gestire’ il bullismo quando si manifesta nei loro locali, imparando a diventare “educatori informali”, “educatori leggeri” e soprattutto adulti responsabili (val la pena di dedicare un po’ di
tempo al sito che ne parla, educareallaliberta, davvero interessante); c’è chi, in anni di lavoro coprogettato, a Milano
ha sottratto via Padova alla rappresentazione di scenario permanente del degrado e ne ha fatto una risorsa per la
città; e chi tenta di farlo a Torino col quartiere di san Salvario. Basterebbe scuotersi dal sensazionalismo della cronaca di provincia, o dall’accidia rancorosa del ‘residente’ che si sente minacciato nella sua tranquillità. E sottolineo
qui il termine ‘residente’ che giustamente Elena Cesari ha deciso di problematizzare anche nel suo scritto. Ci sembrano le soluzioni migliori per garantire, con la cura degli altri, la sicurezza di ciascuno.
I tentativi di esclusione fisica e immaginaria dei rom e dei sinti
Quanto hanno a che fare le mappe con la ‘questione rom’? Moltissimo, a giudicare da quel che accade quotidianamente nelle nostre città e dai modi in cui la stampa ne dà conto. Le politiche messe in atto dalle amministrazioni,
spesso apertamente sollecitate dalla cittadinanza, e le parole che i quotidiani utilizzano per raccontarle dimostrano
la complessità del legame tra – da un lato – la costruzione, organizzazione e narrazione degli spazi urbani e –
dall’altro – le dinamiche sociali, emotive e psicologiche alla base del rapporto che la comunità maggioritaria instaura con le persone rom e sinte. Questo contributo tenta qualche riflessione su
tale complessità, a partire dalla lettura dei quotidiani
lombardi dei mesi di settembre, ottobre e inizio novembre.
Salta agli occhi, innanzitutto, la caratterizzazione degli attori
coinvolti in questo complicato rapporto, che spesso viene descritto come un vero e proprio conflitto armato. Da una parte
della barricata stanno i “nomadi”, gli “zingari” e, nei rari casi
felici in cui i giornalisti ricordano la terminologia corretta, i “rom” e i
“sinti”. Un gruppo che molta stampa continua a rappresentare come
omogeneo, dalle caratteristiche arcinote a tutti noi: sporcizia, disordine, dedizione al furto e all’illegalità in genere, incuria, strafottenza.
Nulla di nuovo sotto il sole. A loro si contrappongono i “residenti”, che paiono perennemente impegnati in una
battaglia a difesa del proprio territorio. I giornali descrivono sempre con le stesse modalità gli spazi dedicati agli
uni e agli altri. Ai margini delle aree civilizzate, sotto i cavalcavia, ai bordi delle tangenziali, nel profondo delle periferie industriali, stanno i territori in cui loro si nascondono. Favela sgomberata. E i nomadi occupano l’atrio del municipio (Libero Milano, 30/9) è un esempio di questo modo di narrare il territorio. C’è un gruppo di persone rom
che, dopo l’ennesimo sgombero, cerca di oltrepassare i confini stabiliti da leggi non scritte, occupando il centro
simbolico della vita cittadina, il municipio. “Da
parte dell’amministrazione comunale, tuttavia,
non c’è stata alcuna apertura. E dopo poche ore i
rom hanno deciso di tornare nei boschi”, ossia in
un’area dietro i capannoni di una fabbrica dismessa, dove alcuni mesi prima avevano allestito “una
vera e propria bidonville”. Ma evidentemente la
zona non era abbastanza isolata, se, “dopo le proteste dei residenti della zona”, l’insediamento è
stato sgomberato. A nulla sono valse le parole
delle persone sgomberate, che chiedevano semplicemente di “essere lasciate in pace nei boschi”. “I rom a Parabiago non li vogliamo”, ha potuto chiosare il Sindaco,
certo dell’impunità di cui si gode sempre in questi casi. L’articolo conclude: “Intanto i rom hanno rifiutato assistenza per i bambini e le donne incinte e sono tornati verso i boschi. La guerra continua”. Allo stesso modo, il
Giorno Grande Milano dà voce alle proteste di un lettore, che immediatamente si trasforma ne “la gente”.
“Hanno scelto un luogo tutt’altro che nascosto”, fa eco l’articolista alle lagnanze del lettore, parlando di una roulotte e dei suoi abitanti. Una foto della roulotte della discordia chiude l’articolo. Didascalia: “Nel mirino. Una
roulotte più volte spostata in città ha creato disappunto tra i residenti” (Panni stesi sugli alberi secolari. E i cittadini
dicono basta ai rom, Giorno Grande Milano, 6/10).
È una “guerra” per lo spazio fisico, resa più feroce dal fatto che essa concretizza un conflitto in atto prima di tutto
nelle menti e nelle psicologie di larga parte di noi. Ciò che serve al gruppo dei noi per tenere rom e sinti fuori, lontani, è una serie di barriere efficaci. Gli sgomberi, i provvedimenti polizieschi, cioè i ‘dissuasori’ amministrativi, sono i
più utilizzati e frequenti. L’amministrazione Moratti ha
fatto scuola, ma la logica degli sgomberi non ha mai risparmiato anche giunte di colore diverso e città ben più piccole
e meno problematiche di Milano. Ma rientrano in questa
categoria anche provvedimenti di altro tenore, che non
hanno bisogno di ruspe per compiersi. Basta tagliare il servizio di trasporto pubblico volto ad accompagnare a scuola
i bambini dei ‘campi’, come è successo a Brescia, o impedire loro l’accesso alla scuola materna o alla mensa della
scuola elementare, forti dell’inoppugnabilità de “il regolamento”. In fondo, i bambini possono benissimo andare a
scuola a piedi, passeggiando allegramente per una ventina
Screenshot da Google Maps, Brescia e dintorni. A 5 km dal
di minuti in tangenziale; la scuola materna non è una scuo- centro della città, in mezzo a un intrico di tangenziali, sorge il
‘campo’ di via Borgosatollo, indicata dalla A.
la dell’obbligo; e i bambini delle elementari possono pranzare a casa, duplicando così le scampagnate in tangenziale
da due a quattro al giorno (Niente più scuolabus per i bimbi nomadi e I bimbi rom, dopo lo scuolabus, perdono anche asilo e
mensa, Bresciaoggi, 15/9 e 18/9). Oppure si può optare per una “riconversione del territorio”, come a Legnano,
dove “per sottrarre spazio a nuovi possibili insediamenti abusivi viene proposta la creazione di orti urbani, insediamenti di imprese agricole per produzioni a km zero, nonché l’estensione del Parco Altomilanese”, secondo un piano perfetto che, ridisegnando le destinazioni d’uso di uno spazio, non solo impedisce l’arrivo dei rom, ma è anche
virtuoso sul piano ecologico, ambientale e del sostegno all’economia locale (Scacco ai rom in tre mosse, Prealpina,
14/10).
Ma non sono rare nemmeno le barriere architettoniche. A Lambrate, ad esempio, la “protesta degli abitanti” contro “un campo rom abusivo” ha condotto all’ennesimo sgombero: “Ma il vero problema – secondo un consigliere
comunale – è impedire che ritornino”. È così che sono stati
piazzati “panettoni di cemento e dissuasori che impediscano
alle roulotte e alle auto di ritornare. Altrimenti finirà come è
sempre finito, con il campo rom che si ricostituisce in pochi
giorni e il nostro territorio saccheggiato” (E per i nomadi al
‘confine’ lo sfratto non può arrivare, Giornale Milano, 29/9). A
Brugherio “saranno i new jersey posti in tutta l’area industriale di via Talamoni ad impedire lo stazionamento delle carovane dei nomadi”, una “soluzione più definitiva” rispetto a quelle adottate finora (Il Comune sfratta i rom e installa dissuasori
contro le loro carovane, Giorno Monza e Brianza, 26/10). Quando, sempre a Brugherio, i rom decidono di utilizzare
una delle loro roulotte come ariete per abbattere i blocchi di cemento installati a protezione delle colonnine
d’acqua, e poter tornare ad usufruire di questo bene essenziale, Libero Milano parla di “furto quotidiano” (Roulotte
come arieti. Così i rom invadono le fabbriche dismesse, 11/11). [1]
E poi, meno visibili ma più potenti del cemento armato, ci sono le barriere immaginarie, il sostrato mentale e psicologico che mette in atto i provvedimenti di cui sopra e ne giustifica e chiede a gran voce il perpetuarsi. È un modo di concepire gli spazi urbani che ricorda molto il Medioevo, quando le cinte murarie strette intorno alle città
servivano non solo a proteggerne gli abitanti, ma anche a segnare il confine tra puro e impuro, civile e barbaro,
noto e sconosciuto, lecito e illecito… Conscio e inconscio, mi viene da pensare oggi, leggendo tutti insieme gli articoli che ho selezionato per scrivere questo contributo. Al centro, visibile e costruita in gran parte artificialmente,
sta la norma/normalità, quell’insieme di costrutti sociali e pratiche di convivenza civile che ci piace pensare come
naturali, ovvi e incontrovertibili. Oltre i suoi confini sta la parte oscura e rimossa della nostra società, un segmento
della psiche collettiva che nelle narrazioni di ogni giorno ci impegniamo a costruire come qualcosa che non ha nulla a che vedere con noi. Lo zelo investito in questa operazione di rimozione e l’assiduità quasi patologica con cui
essa viene perpetrata, infatti, suggeriscono che nei boschi (cioè nei gruppi sociali che vorremmo cacciarvi) c’è molto
dei centri urbani e dei loro abitanti. Se i primi fossero davvero del tutto estranei ai secondi, la convivenza su uno
stesso territorio si tradurrebbe in tranquilla indifferenza. I fatti, invece, tradiscono l’esistenza di un conflitto grande
e antico. Al suo interno paiono prender forma i desideri indicibili, le paure ancestrali, l’aggressività repressa, la
rabbia e magari l’invidia di una ‘maggioranza’ che si fa forte delle proprie leggi e della violenza che può impunemente esercitare; mentre non si accorge che, ad ogni sfoggio di tale forza fasulla, fornisce l’ennesima prova della
propria fragilità.
Se osservate da questa prospettiva, le mappe delle nostre città, le forme del nostro territorio, i modi in cui esso viene costruito e significato non sono altro che la trasposizione concreta della psiche collettiva di questo Paese; sono il
modo in cui essa, da materia intangibile, diventa cemento, ferro, arbusti, filo spinato.
[1] V. guida alla rassegna stampa di Elena Cesari, nella NL n. 38/2012
La cittadinanza a numero chiuso: il caso di Brescia
“Una nuova moschea a
Brescia? E' fuori discussione”. Parola programmatica del vicesindaco
di Brescia, Fabio Rolfi.
Il fronte padano antimoschea. Il pgt di Brescia
nega spazi di culto islamici ma autorizza una chiesa ortodossa per i rumeni (Sole24Ore Lombardia, 14/9/11).
Partiamo da questa presa di posizione istituzionale per
ricostruire la ridefinizione di concetti quali cittadinanza, territorialità e diritti nella battaglia ingaggiata a
Brescia contro la rivendicazione della comunità musulmana di luoghi ove ritrovarsi. Recentemente (il
24/10/12) è stato approvato il Pgt cittadino, il Piano
di Gestione del Territorio che, fra l’altro, non prevede
la costruzione di luoghi di culto per i musulmani.
Emblematica la controversia sorta l’anno scorso attorno alla costituzione del centro culturale Minhaj Ul
Quaran di Via Piave e conclusasi con la sentenza del
Consiglio di Stato che annullava l’ordinanza di chiusura emessa dal Comune: Moschea di Via Piave. Il Consiglio di Stato restituisce l’agibilità. Sospesa la revoca sancita dalla Loggia e avallata dal Tar: “Le ragioni
dell’associazione sono fondate” (Giornale di Brescia,
6/10/11). Il Consiglio di Stato ha affermato che “è
prevalente l’esigenza di
evitare il grave pregiudizio
che deriverebbe alla Associazione istante della privazione di una sede già da
tempo ultimata, con possibile lesione di diritti costituzionalmente garantiti”.
Ricostruiamo la storia recente di un analogo conflitto che sta attraversando la
città a proposito dell’uso di alcuni locali siti in Via
Bonardi.
Co-costruttori di barricate: il ruolo di BresciaOggi e
della stampa locale
La parabola della costruzione mediatica della
“minaccia moschea” è ampia e inizia a maggio con l’
‘innocente’ curiosare di alcune persone all’interno di locali
chiusi, di cui si fa interprete il quotidiano BresciaOggi:
“Sta sorgendo una moschea dalle parti del Primo Maggio?
Gli abitanti del quartiere sospettano di sì”: Maxi tappeto nei
locali vuoti. “Una moschea? No grazie. Alcuni cittadini si sono
rivolti in Circoscrizione per sapere. Il Comune: non ci sono richieste per “luoghi di culto” (BresciaOggi, 18/5). Brescia Oggi
diventa immediatamente megafono dei “sospetti” di
“alcuni cittadini”. Qualche settimane dopo arriva la conferma: La moschea “fantasma”? Si farà davvero. L’obiettivo dichiarato: inaugurare il luogo di culto per il primo giorno di
Ramadan Sabato 21 luglio. Ieri sera in Comune l’incontro con la
proprietà (BresciaOggi, 21/6). Il giornale parla di “obiettivo
dichiarato”, il che farebbe pensare ad una dichiarazione di
qualche sostenitore della presunta “moschea”.
Nient’affatto. Leggiamo: “Ora
non solo le voci si sono rafforzate, ma arrivano anche le conferme, ieri mattina qualcuno
si è informato direttamente
all’interno del negozio, e ha
avuto la conferma che si sta
allestendo un luogo di culto. E
la moschea sarà pronta fra
non più di un mese. […] Con obiettivi di approfondimento il Comune ha immediatamente contattato la proprietà
dell’immobile e l’ha convocata per una riunione urgente
che si è tenuta ieri sera. […] Nel frattempo la segreteria
cittadina della Lega Nord ha indetto per sabato una manifestazione con presidio davanti all’edificio di Via Bonardi”. Tuttavia il giorno successivo scopriamo che la
“riunione che si è tenuta ieri sera” in realtà non è mai avvenuta: Saltato l’incontro con la Proprietà, domani il presidio
leghista. Moschea di via Bonardi, lunedì un sopralluogo (Brescia
Oggi, 22/6). “L’incontro tra il Comune e la proprietà
dell’immobile, che doveva svolgersi giovedì sera – sostiene
il Comune – è saltato per l’assenza dei rappresentanti della
Il quotidiano, violando apertamente il codice deontologico dei giornalisti, rivela così di aver pubblicato il giorno
prima una notizia falsa. Notiamo anche che la parola
“moschea” appare qui liberata dal punto interrogativo dei
due articoli precedenti. La certezza della costruzione della
moschea è il risultato non di analisi o sopralluoghi
(che del resto devono ancora avvenire, come annuncia
il titolo), bensì del livello di credibilità sociale e istituzionale ormai raggiunto dalle “voci di alcuni cittadini”. Nei giorni successivi la notizia della “protesta” di
un gruppo di persone davanti alla sede della presunta
moschea, con tanto di immagini e micro interviste ai
partecipanti, rimbalza su tutti i quotidiani locali. Via
Bonardi: gazebo padano anti-moschea (BresciaOggi,
24/6), Via Bonardi, la moschea ipotesi che divide
(Giornale di Brescia, 24/6), Da parte dei residenti del
quartiere un coro di “no”, Via Bonardi l’ipotesi moschea
scatena la Lega (Giorno Bergamo-Brescia, 24/6).
La sequenza dello sviluppo degli eventi è chiara:
“qualcuno” dichiara che c’è una moschea, i giornali
ne danno ‘notizia’, le istituzioni si allertano, vengono
alzate le barricate e, infine, il gruppo di chi protesta
balza agli onori delle cronache locali. Chiaro è anche
lo scopo del giornalista: quello di creare un caso mediatico e politico a partire dalle voci e dai pruriti identitari di alcuni cittadini.
Chi sono davvero questi cittadini, la cui voce trova
immediatamente ampio spazio e legittimità prima
sulla stampa locale e poi nell’agenda politica delle
istituzioni? Come avviene il passaggio dalle paure, dai
sospetti e dai pregiudizi di alcune persone, ai diritti
dei residenti in cima alle preoccupazioni dei politici?
Dove sono le voci della ‘controparte’? E che ne è dei
Territorialità, cittadinanza e residenza: chi ha diritto
in questo Paese ad avere dei diritti?
A questo punto facile sarebbe semplificare, affermando che si tratti solo di un problema di razzismo e di
intolleranza religiosa diffuso a vari livelli: mediatico,
sociale, istituzionale. Eppure, ascoltando attentamente le parole degli unici ad essere rappresentanti dai
media e dalle istituzioni - cioè il gruppo dei partecipanti al “presidio” - è possibile cogliere un elemento a
monte delle ragioni del loro agire.
Intervistato dall’emittente televisiva locale Teletutto, il
portavoce dei presidianti afferma: “Alla base della protesta dei residenti non vi sono motivazioni religiose,
né politiche, né di nessun tipo. […] E’ solo una questione di tipo territoriale [corsivo mio, NdA]. Non ci
sono parcheggi, potrebbe anche esservi una questione di
La territorialità è una delle caratteristiche essenziali del
concetto di cittadinanza. Si è cittadini prima di tutto di
uno Stato, poi di una regione, infine di una città. Non vi è
cittadinanza senza uno Stato o una comunità territoriale
che la garantisca. Recentemente la territorialità della cittadinanza ha assunto un peso ancora maggiore. Infatti, nella
stampa è ormai comune trovare la parola “residenti” come
sinonimo di “cittadini”. Non solo per poter godere dei più
elementari diritti di cittadinanza, come l’iscrizione al servizio sanitario o esercitare il diritto di voto, è necessario essere residenti. La residenza suggella, attraverso la legge,
l’appartenenza di un individuo ad un determinato luogo.
Purtroppo, nel caso dei conflitti qui trattati, l’”essere residenti” significa piuttosto l’appartenenza di un luogo ad un
determinato gruppo di persone. Dunque, per capire bene
il senso dell’attivismo dei comitati dei residenti, è necessario problematizzare il termine cittadinanza, per mettere in
luce le trasformazioni che sta subendo. In particolare, la
categoria de “i residenti” sembra essere un insieme di persone che si fa portavoce di una concezione di cittadinanza
a numero chiuso, di diritti di cittadinanza che si preservano solo in quanto il godimento degli stessi è riservato a
una comunità esclusiva ed escludente. Diritti dunque, come quello alla libera associazione o al culto, che essendo
ricostruiti e rifondati non più come universali, bensì come
riservati a pochi individui, si trasformano in privilegi.
Alla base delle ragioni dei presidianti vi è perciò, realmente, un interesse territoriale precipuo (l’unico supportato in
questo caso dai media locali), che rimanda a una relazione
conchiusa fra cittadinanza e territorialità. Chi non è considerato cittadino viene escluso dal territorio e dal godimento dei diritti; anche da quelli costituzionalmente garantiti.
Newsletter "In other Words" n.12/Ottobre 2012
Articolo3 Osservatorio
Newsletter mensile dell'Osservatorio sulle Discriminazioni "Articolo 3" di Mantova, redatta nell'ambito del progetto europeo "In Other WORDS"

References: Articolo3

ARTICOLO3
 Articolo 3
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 sentenza 

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