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Timestamp: 2020-04-03 06:37:07+00:00

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Cassazione I civile del 09.01.2013, n. 319 - testo integrale Sentenza
Cassazione I civile del 09.01.2013, n. 319
Societa' · amministrazione · impoverimento · responsabilita' · vigilanza · societario · amministratore
Peraltro, nel rilevare che il D. , in qualità di amministratore, era tenuto a vigilare affinché l’operazione in esame, che comportava un depauperamento del patrimonio sociale, non fosse mai realizzata, la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione dell’art. 2392, secondo comma, cod. civ. (nel testo, applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame, anteriore alle modifiche introdotte dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6) il quale pone a carico degli amministratori il dovere di vigilare sul generale andamento della gestione sociale, nonché di attivarsi per impedire il compimento di atti pregiudizievoli per la società o comunque per eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose.
Presidente Plenteda - Relatore Mercolino
1. - Con sentenza del 29 luglio 2004, il Tribunale di Rovereto accolse l’azione di responsabilità promossa dal curatore del fallimento della C. Servizi S.r.l. nei confronti di D.I. , già amministratore della società fallita, convalidando il sequestro conservativo autorizzato ai sensi dell’art. 146, terzo comma, del regio decreto 16 marzo 1942 n. 267 sui beni del convenuto, e condannando quest’ultimo al risarcimento dei danni nella misura di Euro 8366,60.
2. - L’impugnazione proposta dal D. è stata rigettata dalla Corte d’Appello di Trento con sentenza del 23 novembre 2005 la quale ha accolto il gravame incidentale proposto dal curatore del fallimento, rideterminando l’importo dovuto dall’appellante in Euro 12.942,67, oltre rivalutazione ed interessi legali con decorrenza dalla domanda.
3. - Avverso la predetta sentenza il D. propone ricorso per cassazione. articolato in due motivi, illustrati anche con memoria. Il curatore del fallimento resiste con controricorso.
1. - Con il primo motivo d’impugnazione, il ricorrente denuncia la violazione e l’errata applicazione dell’art. 652 cod. proc. pcn. e degli artt. 2909, 2392 e 1710 cod. civ., nonché l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa punti decisivi della controversia, censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto illecita l’operazione di scambio delle quote sociali con gli appartamenti, quantificando in misura pari al controvalore di questi ultimi, detratta la somma versata dai soci, il depauperamento patrimoniale subito dalla C. Servizi, senza considerare che quest’ultima era proprietaria soltanto del terreno, e trascurando i vantaggi che la società aveva tratto dall’operazione, avendo incrementato il proprio patrimonio senza versare alcuna somma per la costruzione degli appartamenti.
2. - Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la violazione e l’errata applicazione degli artt. 2392 e 1710. primo comma, seconda parte, cod. civ. e dell’art. 116 cod. proc. civ., nonché l’illogicità e la contraddittorietà della motivazione, ribadendo che, nel ritenere violato il dovere di vigilanza connesso alla carica di amministratore, la sentenza impugnata non ha tenuto conto della documentazione prodotta, dalla quale risultava che egli aveva svolto un ruolo assolutamente marginale nell’amministrazione della società, non essendo titolare di deleghe e non avendo accesso ai conti, ma avendo partecipato soltanto ad alcune riunioni del consiglio di amministrazione, nelle quali non erano stati deliberati atti pregiudizievoli.
3. - Le predette censure, da esaminarsi congiuntamente in quanto aventi ad oggetto la comune problematica relativa all’inadempimento dei doveri gravanti sull’amministratore di società, sono infondate.
3.1. - Quanto al profilo soggettivo della responsabilità, è opportuno premettere che l’azione esercitata dal curatore del fallimento, ai sensi dell’art. 146 della legge fall., ha natura contrattuale e carattere unitario ed inscindibile, risultando frutto della confluenza in un unico rimedio delle due diverse azioni di cui agli artt. 2393 e 2394 cod. civ.; pertanto, l’attore è tenuto a fornire esclusivamente la prova delle violazioni commesse e del nesso di causalità tra le stesse ed il danno verificatosi, mentre incombe ad amministratori e sindaci l’onere di dimostrare la non imputabilità del fatto dannoso, fornendo la prova positiva, con riferimento agli addebiti contestati, dell’osservanza dei doveri e dell’adempimento degli obblighi loro imposti (Cass. Sez. I, 29 ottobre 2008. n. 25977; 24 marzo 1999, n. 2772).
3.2. - Il dissenso in tal modo manifestato nei confronti della decisione adottata in sede penale non si pone affatto in contrasto con l’efficacia da riconoscersi al giudicato penale nel giudizio civile avente ad oggetto il risarcimento dei danni, in quanto dalla sentenza impugnata risulta che l’azione civile di responsabilità, esercitata in epoca anteriore a quella penale, non era stata trasferita nel giudizio penale; trova pertanto applicazione l’art. 652 cod. proc. pen., espressamente richiamato dalla Corte territoriale, il quale prevede che nel giudizio civile per il risarcimento del danno la sentenza penale irrevocabile di assoluzione pronunciata in seguito a dibattimento spiega efficacia di giudicato, quanto all’accertamento che il fatto non sussiste o l’imputato non lo ha commesso, a meno che, come è accaduto nella specie, il danneggiato non abbia proseguito l’azione in sede civile, a norma dell’art. 75, comma secondo.
3.3. - Le conclusioni cui è pervenuta la sentenza impugnata non possono ritenersi inficiate neppure dalla circostanza, accertata in sede penale, che il ricorrente non avesse il controllo diretto della contabilità, trattandosi di un elemento che è stato opportunamente vagliato dalla Corte d’Appello, la quale l’ha ritenuto idoneo ad escludere soltanto il concorso del D. nella falsificazione materiale dei registri contabili, e non anche il suo contributo alla produzione del danno, emergente dalla posizione da lui assunta nell’ambito della società.
3.4. - Insufficiente, ai fini dell’esclusione della responsabilità dell’amministratore, è infine la circostanza, peraltro non menzionata nella sentenza impugnata e della quale non risulta l’avvenuta deduzione nel giudizio di merito, che il collegio sindacale non abbia sollevato rilievi in ordine alla regolare tenuta della contabilità: tale condotta, infatti, avrebbe potuto giustificare, al più il riconoscimento della concorrente responsabilità dei sindaci, tenuti a loro volta a vigilare sul rispetto dei principi di corretta amministrazione e sull’adeguatezza dell’assetto contabile della società, ai sensi dell’art. 2403 cod. civ. ma non avrebbe consentilo di trasferire a carico degli stessi le conseguenze della condotta illecita degli amministratori.
4. - Il ricorso va pertanto rigettato, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo, ai sensi del d.m. 20 luglio 2012, n. 140, trovando quest’ultimo applicazione, in virtù della disposizione transitoria contenuta nell’art. 41, ogni qualvolta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorché la stessa abbia avuto inizio e si sia in parte svolta in epoca precedente, quando erano ancora in vigore le tariffe professionali abrogate.
Societa' Amministrazione Impoverimento Responsabilita' Vigilanza Societario Amministratore

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