Source: http://palermo.anpi.it/2014/07/05/appassionato-discorso-di-di-matteo-su-costituzione-riforme-democrazia/
Timestamp: 2020-08-11 07:35:06+00:00

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appassionato discorso di Di Matteo SU COSTITUZIONE, RIFORME, DEMOCRAZIA | ANPI Palermo "Comandante Barbato"
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Ringraziamo i proff. Francesca Lo Nigro e Carmelo Botta per questo contributo sul convegno “COSTITUZIONE, RIFORME, DEMOCRAZIA”
INIZIATIVA UNITARIA SU COSTITUZIONE, RIFORME, DEMOCRAZIA
Giovedì 19 giugno, alle ore 15,30 presso l’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, l’Associazione Giuristi Democratici di Palermo e l’Anpi Sicilia hanno organizzato un incontro di riflessione sul tema “Costituzione, riforme, democrazia“, per discutere insieme sui principi e le garanzie fondamentali della nostra carta costituzionale, sulle riforme annunciate dal governo e soprattutto sull’urgente necessità, ora più che mai, dell’impegno, dell’attenzione, della partecipazione, della responsabilità che ciascuno di noi ha il dovere di assumere per il rispetto della democrazia e la tutela dei diritti fondamentali di tutti i cittadini.
In presenza di un uditorio attento e interessato che ha gremito lo storico salone, ha aperto i lavori l’Avvocato Armando Sorrentino, giurista democratico di Palermo, moderatore del pomeriggio di studi, che ha introdotto il tema della giornata parlando dell’indipendenza della Magistratura e di democrazia costituzionale, con la divisione dei poteri che, anche se talvolta “scricchiola”, continua a garantire un fondamentale stato di diritto.
Ottavio Terranova, Presidente dell’ANPI di Palermo e Cordinatore regionale per la Sicilia, ha detto che per amare e difendere la nostra bellissima Costituzione bisogna conoscerla e saperne coniugare i diritti in essa sancite con le libertà l’antifascismo e la democrazia. Ha ricordato, che questa importante unitaria iniziativa di Palermo, coincide con il Settantesimo della Resistenza e in Sicilia dei 120 anni del glorioso movimento dei Fasci Siciliani, represso nel sangue dal Governo Crispi, che stiamo celebrando con la CGIL, in diversi nostri Comuni.
Fra i relatori, a parlare insieme di costituzione e riforme, l’avv. Domenico Gallo, Magistrato di Cassazione, Associazione Democrazia Costituzionale, che, dopo un’attenta analisi sulla storia del sistema elettorale italiano, contestualizzandolo dal periodo post-unitario ad oggi, affronta il tema attualissimo della riforma del bicameralismo, <<bicameralismo che finora ha funzionato- come afferma il relatore- come garanzia politica … per mantenere in vita la democrazia nel nostro Paese>>. E, come conclude il giurista,<<dopo che abbiamo acquisito questa prova storica, lo vogliamo eliminare? … Quello che propone la riforma è sostituire la democrazia parlamentare con la democrazia fondata sul principio del capo. E non credo che questo sia il modo giusto per quelli che hanno fatto la resistenza>>.
Molto atteso e coinvolgente l’intervento del. Prof. Avvocato Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale Anpi, che, esaltando le qualità della nostra carta costituzionale, oggetto di <<infiniti attentati aperti e striscianti>>, nello stesso tempo sottolinea con rammarico come essa non sia <<ancora entrata nella mente e nel cuore di tutti gli italiani>>, di come essa <<meriterebbe più rispetto di quanto le si è dimostrato>>. <<Questa carta costituzionale – afferma Smuraglia – ha una caratteristica essenziale … di programmare dei diritti … e di impartire un “ordine” ai governi di rendere effettivi questo diritti, renderli attuabili. Questo è il grande valore della nostra costituzione.
L’analisi del dualismo che caratterizza la nostra carta costituzionale, della programmazione del diritto e della sua attuazione, porta il nostro relatore ad un’amara conclusione: <<oggi c’è un divario tra l’affermazione di alcuni diritti e la realtà>>. A conferma di quanto esposto, analizza l’art. 4 della Costituzione, comparando il diritto al lavoro di ogni cittadino alla realtà lavorativa dello Stato attuale. L’impegno, che si presenta come monito, deve coinvolgerci tutti in prima persona, ma soprattutto giuristi democratici, magistrati, specialisti: <<Attuiamola, facciamo in modo che tutti i principi in essa contenuti diventino realtà>>.
Grande partecipazione e rispettoso silenzio hanno accompagnato l’intervento del dott. Nino Di Matteo, Sostituto Procuratore della Repubblica di Palermo, da parecchi mesi bersaglio delle minacce della mafia, ma, contestualmente, depositario della volontà di oltre 7 mila cittadini democratici ed onesti che hanno raccolto in soli tre giorni le firme per sostenere l’impegno di colui che vogliono come Procuratore aggiunto di Palermo e che, attraverso la “scorta civica”, continuano a supportare la sua attività.
Il lungo ed appassionato discorso di Di Matteo, che con parole chiare, semplici e dirette ha dipinto una realtà politica, sociale, culturale “sconsolante” e “amara”, è stato fortemente impregnato da quel bisogno, di cui egli stesso ha parlato, parafrasando Rocco Chinnici, di <<coniugare all’antimafia delle inchieste e dei processi, anche il valore della testimonianza nei dibattiti pubblici>>.
Per esigenze di spazio, siamo costretti ad omettere alcuni passaggi (che pensiamo in altra sede di reintegrare), sacrificando parti di una così lucida, puntuale ed autentica descrizione di uno Stato italiano che sicuramente non è quello per il quale abbiamo lottato. Ci limitiamo, pertanto, in tale contesto, a riportare le riflessioni più preziose del suo intervento.
<<Ricordare oggi, a ventidue anni dalle stragi di Capaci e via d’Amelio, significa fermarsi a riflettere … e in buona parte vi devo dire che i miei pareri sono assolutamente preoccupanti e desolanti … Sono fatti e considerazioni che non dobbiamo avere paura, almeno noi magistrati, di denunciare … con la serena consapevolezza che, ne sono convinto, solo una decisa inversione di tendenza nell’approccio politico, sociale ed istituzionale alla questione criminale potrà finalmente portarci sulla strada giusta per debellare per sempre non solo il fenomeno mafioso inteso in senso stretto, ma un fenomeno per certi versi ancora più preoccupante, cioè il diffondersi di metodi mafiosi anche nell’esercizio del potere ufficiale. E’ indiscutibile che i risultati raggiunti in questi vent’ anni sul piano della repressione dell‘ala militare della mafia sono veramente significativi … dovuti in gran parte, lo devo dire, quasi esclusivamente all’azione della magistratura e delle forze dell’ordine, in molti casi non grazie, ma nonostante certa politica trasversale dei diversi schieramenti … E’ storia di pochi mesi fa la proposta di estendere ulteriormente la liberazione anticipata anche ai condannati di mafia, è sempre dietro l’angolo – ciclicamente ricorrente – la proposta di abolire l’ergastolo e di limitare ulteriormente lo strumento delle intercettazioni telefoniche ed ambientali … risulta ancora più grave che ancora oggi gli attacchi più violenti, le delegittimazioni più organizzate, si dirigano sistematicamente verso quelle inchieste che vogliono portare alla luce proprio quei punti di collegamento tra i vertici di cosa nostra e certi punti di potere che hanno altri centri di interesse di cui palava Giovanni Falcone all’indomani del fallito attentato dell’Addaura, sempre ed esclusivamente nei confronti di quelle inchieste, di quei magistrati che le conducono. Risulta ancora più grave che decine, forse centinaia di uomini delle istituzioni continuino a tacere omertosamente ciò che sanno su quegli intrecci alla base di tante vicende stragiste in Italia, non soltanto alla base dello stragismo mafioso … Ho fatto questo esempio semplicemente per sottolineare che … è necessario innanzitutto abbandonare quella prassi ormai consolidata che ha sempre premiato quegli uomini di stato che hanno scelto il muro di gomma del silenzio, rispetto alla possibilità della denuncia e piena collaborazione con l’autorità giudiziaria. Premiato quegli uomini anche con incredibili carriere e perfino dopo la cessazione del loro incarico politico-istituzionale, con incarichi e consulenze anche extra istituzionali.>>
Attraverso un’attenta analisi del mancato riconoscimento da parte degli organi dello Stato, della stessa Magistratura, della società civile, della figura e dell’impegno di Giovanni Falcone, Di Matteo avvia una dissertazione sull’indipendenza della Magistratura che reputa <<un valore fondamentale, una garanzia per tutti i cittadini>>.
<<Dobbiamo resistere contro gli attacchi esterni che sono sempre violenti – dice – perché parlare di una contrapposizione, di una guerra tra politica e magistratura negli ultimi venti/venticinque anni, consentitemi di dirlo, è per certi versi fuorviante, perché principalmente c’è stato un attacco unilaterale ben organizzato, sistematicamente organizzato con l’appoggio organizzato dei principali mass media, non contro la magistratura, ma contro quei magistrati che si ostinano a voler cercare di esercitare il controllo di legalità a trecentosessanta gradi.>>
A proposito della legge sulla responsabilità civile diretta dei magistrati, ricollegandosi all’intervento dell’avv. Sorrentino, spiega: << una legge che se fosse approvata finirebbe per ottenere uno scopo fondamentale, quello della intimidazione nei confronti del magistrato, quello della figura sempre più probabile di un magistrato che tende a dare ragione al potente, che in una controversia tra una potente multinazionale e l’operaio licenziato ovviamente tende a dare ragione alla porte forte per evitare le conseguenze anche economiche, anche sulla sua tasca, che un provvedimento sgradito alla multinazionale potrebbe provocare; un magistrato che magari chiude un occhio se indagando da pubblico ministero si imbatte nella possibilità della incriminazione di un potente. Questi sarebbero gli effetti perversi. Tutto questo, secondo me, si inserisce in uno scenario più ampio che in fondo è quello della burocratizzazione del ruolo: trasformare i magistrati in burocrati, magari efficienti nella repressione dei reati comuni, e pavidamente timorosi nei confronti della criminalità del potere.>>
Dopo tale dichiarazione Di Matteo non nasconde la sua preoccupazione anche a proposito << di altre vicende che sfuggono all’attenzione purtroppo dei più perché non sono sottolineate dai mass media: in questi giorni è agli altari della cronaca la vicenda delle decisioni del Consiglio Superiore della Magistrature sulla vicenda della Procura della Repubblica di Milano … io credo che in gioco ci sia una questione più grande che riguarda tutti, non soltanto tutti i magistrati, ma tutti i cittadini, che è quella dell’auspicata da tanta parte della politica, gerarchizzazione delle procure della Repubblica … E’ la questione per la quale è stata riformata le Legge dell’ordinamento giudiziario del 2006, mentre Ministro della Giustizia era l’on. Clemente Mastella (ma a larghissima trasversale maggioranza), è la questione per la quale si vogliono trasformare i magistrati che non ricoprono incarichi direttivi, i sostituti Procuratori della Repubblica, i pubblici ministeri che secondo la costituzione dovrebbero essere soggetti soltanto alla legge, vogliono trasformarli in funzionari obbedienti ai procuratori capo; procuratori capo che sono pochi, che vengono nominati dal Consiglio Superiore della Magistratura, certe volte purtroppo anche attraverso delle logiche di tipo correntizio o peggio ancora politico, e capite tutti che il complotto di pochi magistrati che esercitano incarichi direttivi, se quel potere gerarchico viene accentuato, significherebbe il controllo sul Pubblico Ministero , il controllo sulla giurisdizione … se si controlla una procura attraverso un capo che esercita il suo potere gerarchico per soffocare, per insabbiare le iniziative e le inchieste giudiziarie, davanti al giudice quelle inchieste non arriveranno mai.>>
Le riflessioni del magistrato indugiano sui rapporti mafia-politica: << In questi 20 anni è volutamente mancata la comprensione del nesso sempre più stretto tra i reati contro la pubblica amministrazione ed i reati di mafia. Condotte di abusi di ufficio, di corruzione, di concussione, di turbativa d’asta, che costituiscono il grimaldello, la chiave di accesso attraverso la quale le mafie penetrano, ma certe volte si impadroniscono della pubblica amministrazione. E invece nel nostro sistema giudiziario penale persiste una sorta di doppio binario: da una parte pene adeguate, strumenti investigativi incisivi per sanzioni i comportamenti di ordinaria criminalità mafiosa; dall’altra sostanziale impunità per quelle condotte che consentono alle mafie di penetrare le pubbliche istituzioni. Non si è voluto acquisire e si continua a mio parere a non volere acquisire la consapevolezza della gravità del problema. Un dato mi pare che sia assolutamente significativo, che traggo da statistiche ministeriali: tra i 74/75 mila detenuti attualmente nelle strutture carcerarie italiane, solo 8 detenuti su queste decine di migliaia di detenuti stanno espiando una pena per corruzione. Che cosa significa questo? Significa che sostanzialmente il fenomeno della corruzione in Italia è impunito … E’ impunito perché le pene sono assolutamente inadeguate, perché fanno inevitabilmente scattare prima dell’accertamento definitivo sulla responsabilità penale la prescrizione del reato.
Dopo una lunga digressione sulle considerazioni di Paolo Borsellino in merito ai rapporti tra mafia e politica e al ruolo della Magistratura che << può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziario>>, e sugli altri organi e poteri dello Stato preposti, << cioè i consigli comunali o quelli che siano, che dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica>>, l’attenzione si è focalizzata sullo <<schermo della sentenza>>, dietro cui facilmente ci si nasconde: <<Aspettiamo serenamente la sentenza dei giudici, aspettiamo la pronuncia giudiziaria conclusiva del processo. Questo nella migliore delle ipotesi! Quando invece non si parte contro la magistratura. Il solito schermo protettivo della sentenza è proprio quello, che è esattamente il contrario rispetto al messaggio, rispetto alla testimonianza che ci ha lasciato, ad esempio, un politico come Pio La Torre>>.
Le conclusioni sono amare. E l’amarezza penetra nei cuori dei presenti (la si legge nelle espressioni del magistrato e sui volti degli intervenuti): << Io dico che rispetto al 1992, e concludo amaramente, rispetto a queste parole di Paolo Borsellino, la situazione è cambiata, ma è cambiata in peggio, perché se nel 1992 effettivamente non c’erano le sentenze definitive, oggi c’è di più. Non sono più sufficienti nemmeno le sentenze definitive di condanna o di quello che c’è scritto nelle sentenze definitive di condanna per mettere definitivamente fuori della scena del potere i collusi con la mafia. Non è stato sufficiente che nella sentenza Andreotti fosse sancita la conclusione definitiva dei rapporti consapevoli e costanti individuati tra i vertici di cosa nostra, che il senatore Andreotti, sette volte presidente del consiglio, ha intrattenuto prima del 1980; non è stato sufficiente che in quella sentenza definitiva ci sia scritto che quei rapporti sono stati intrattenuti anche in relazione in esito all’omicidio di Piersanti Mattarella; non è stato sufficiente che in quella sentenza ci sia scritto che il sen. Andreotti si guardò bene dal denunciare quanto aveva appreso dai mafiosi prima e dopo l’omicidio Mattarella. Se oggi, per arrivare all’attualità, non è evidentemente sufficiente che una sentenza definitiva nei confronti del sen. Dell’Utri, uno dei cofondatori di Forza Italia, lo definisca, sulla base di un’analisi rigorosa, come consapevole mediatore dei rapporti tra l’on Berlusconi e il partito fondato anche grazie a Dell’Utri, ed esponenti mafiosi liberi … Perché dico “Non è stato sufficiente”? Perché anche nonostante la conclusione di queste sentenze, mi pare che i soggetti il cui protagonismo è stato richiamato da queste sentenze, Dell’Utri e l’on. Berlusconi, sono stat , vengono cercati per partecipare a pieno titolo, e legittimati a ciò anche dalle altre forze politiche, addirittura governative, per progettare le riforme della nostra carta costituzionale di cui oggi stiamo discutendo.>>
All’ultima constatazione amara fa eco un quasi doveroso proposito che prelude ad uno stato di giustizia e legalità: << Lo stato non l’ha vinta la guerra contro la mafia e purtroppo non dà segni di volerla vincere in maniera effettivamente globale. Noi cercheremo nel nostro piccolo, da semplici magistrati di mantenere sempre nel cuore e nella mente l’esempio dei nostri morti; con lo sguardo fisso continueremo verso l’unica meta della verità, guidati esclusivamente dalla volontà di rispettare ed applicare i principi della nostra Costituzione sulla quale per fortuna abbiamo giurato, che deve essere l’unico caposaldo del nostro agire quotidiano.>>
Carmelo Botta e Francesca Lo Nigro

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