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Timestamp: 2019-11-15 05:54:15+00:00

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L’istituto del fondo patrimoniale è stato introdotto nel nostro ordinamento con la l. n. 151 del 1975. L’intento del riformatore era quello di prevedere uno strumento atto a sopperire ai bisogni della famiglia, come si evince dal tenore letterale dell’art. 167 c.c., tuttavia, oggi, nella sua distorsione patologica può prestare il fianco ad abusi e frodi per i creditori.
Il fondo patrimoniale è espressamente disciplinato dagli artt. 167 e ss. C.c. e consiste nella destinazione di determinati beni: immobili, mobili registrati e titoli di credito, all’esclusivo soddisfacimento dei bisogni della famiglia. Tale scopo rappresenta l’elemento essenziale ed irrinunciabile del fondo patrimoniale, essendone la causa. All’uopo autorevole dottrina (1), ha qualificato l’istituto in commento proprio come un patrimonio di destinazione, in deroga al principio generale della responsabilità del debitore. Ai sensi dell’art. 2740 c.c., infatti, il debitore risponde dei suoi debiti con tutti i suoi beni presenti e futuri e tra le limitazioni della responsabilità vi è proprio il fondo patrimoniale. I beni confinati nel fondo possono essere aggrediti solamente per le obbligazioni contratte per il perseguimento del suo scopo tipico ed essenziale, ossia per le obbligazioni contratte per il soddisfacimento dei bisogni della famiglia. In virtù del vincolo di destinazione, i creditori personali dei coniugi, consapevoli dell’estraneità dell’obbligazione ai bisogni della famiglia, non posso aggredire i beni segregati in esso. Si aggiunga che, ai sensi dell’art. 170 c.c. l’esecuzione sui beni e sui frutti del fondo patrimoniale può aver luogo per debiti contratti per sopperire ai bisogni famigliari o estranei ad essi ma non conosciuti dal creditore. Ad ulteriore conferma della tesi del patrimonio separato milita l’art. 46 l.f. secondo cui il fondo patrimoniale può essere acquisito nell’attivo del fallito ma come massa separata per soddisfare i creditori della famiglia (2).
Circa la natura giuridica dell’istituto de quo la Cassazione (3) ha precisato che trattasi di una vera e propria convenzione matrimoniale con la quale i coniugi – o un terzo, con il consenso dei coniugi- destinano beni immobili, mobili registrati o titoli di credito in un patrimonio separato rispetto a quello della comunione legale, affinchè con i loro frutti assicurino il soddisfacimento dei bisogni famigliari. Si tratta di una convenzione matrimoniale a titolo gratuito, soggetta alla disciplina di cui all’art. 162 c.c. che per essere opponibile ai terzi deve essere annotata a margine dell’atto di matrimonio, ai sensi e per gli effetti dell’art 69 lett. b) del D.P.R. n. 396/2000.
Prima della riforma del 1975 la pubblicità delle convenzioni matrimoniali avveniva attraverso l’istituto della trascrizione e riguardava sia i beni immobili che i mobili registrati. Invece, per i titoli di credito, la pubblicizzazione del vincolo avveniva mediante annotazione sul titolo stesso, rendendolo conseguentemente nominativo. Oggi l’annotazione sull’atto matrimoniale pubblicizza la convenzione in quanto tale e la rende opponibile ai terzi. Qualora il fondo abbia ad oggetto beni immobili è necessario procedere anche alla trascrizione. Quindi si ha un doppio sistema pubblicitario del fondo patrimoniale: annotazione e trascrizione.
Secondo il prevalente orientamento giurisprudenziale, soltanto l’annotazione a margine dell’atto di matrimonio consente di rendere opponibile il vincolo ai terzi, mentre la trascrizione ha la funzione di mera pubblicità notizia. Si ritiene, infatti, che la trascrizione assolva ad una funzione generale di pubblicità, mentre per aversi l’effetto dichiarativo sia necessaria l’annotazione.
Essendo una convenzione matrimoniale a carattere non programmatico, il fondo patrimoniale deve costituirsi per atto pubblico alla presenza dei testimoni ex art. 48 l.n. Generalmente è un atto a titolo gratuito ma nulla esclude che possa essere a titolo oneroso, soprattutto quando a costituirlo è un terzo.
Ai sensi dell’art. 167 c.c, il fondo patrimoniale può essere costituito inter vivos da uno o entrambi i coniugi o da un terzo e mortis causa dal testatore. Qualora il fondo sia costituito per iniziativa di un solo coniuge deve intervenire il consenso dell’altro alla costituzione, perché l’acquisto in comunione della proprietà o di altro diritto reale relativo conferito nel fondo, costituisce sempre un’ingerenza nella sfera patrimoniale dell’atro coniuge. Nell’ipotesi di costituzione per atto tra vivi ad opera del terzo, la dottrina maggioritaria ritiene che si è in presenza ad un negozio bilaterale, che richiede pur sempre il consenso dei coniugi per la costituzione del patrimonio destinato, anche con atto separato, a pena dell’impossibilità di far sorgere il regime matrimoniale convenzionale. Invece, per quanto attiene alla costituzione del fondo patrimoniale mortis causa, in dottrina si è a lungo discusso circa il conferimento di beni a titolo di eredità. Si è sostenuto, stante la conferibilità in fondo di solamente di “determinati beni”, si potrebbe avere solamente un legato di fondo patrimoniale. Di contro, invece,si è ammesso la possibilità di una istitutio ex re certa ex art. 588.2 c.c. In particolare, Bonilini sottolinea l’incompatibilità tra il dettato normativo dell’art. 167 c.c. e il concetto di attribuzione a titolo universale di beni. Si aggiunga che, qualora l’erede accettasse con beneficio di inventario, si avrebbe un conflitto tra la destinazione del bene a soddisfare i bisogni della famiglia e la destinazione dello stesso a rispondere per i debiti ereditari ed i legati. Ciò nonostante è preferibile la tesi dottrinale secondo cui sarebbe valida la disposizione testamentaria con cui il de cuius istituisce erede un soggetto con il vincolo di destinazione del fondo patrimoniale. Quest’ultimo, a seguito della divisione ereditaria e del consenso dei coniugi, sarà determinato nel suo contenuto, mediante l’individuazione dei determinati beni di cui all’art 167 c.c. Si aggiunga che, secondo alcuni autori, sarebbe possibile costituire l’intero asse ereditario in fondo patrimoniale, senza indicazione analitica di tutti i beni che lo compongono in quanto i beni vincolati sarebbero determinabili escludendo dalla massa tutti beni diversi da quelli espressamente indicati dall’art, 167 c.c. E opportuno poi rammentare che, essendo la costituzione del fondo patrimoniale per testamento un peso, esso non può in alcun modo gravare sulla quota di legittima ai sensi e per gli effetti dell’art. 549 c.c.
Quanto ai beni conferibili in fondo patrimoniale, in dottrina è discusso se il vincolo di destinazione impresso sul bene immobile principale si estenda automaticamente anche alle pertinenze. Secondo l’antico brocardo “accessorium sequitur principali” indi, salva espressa volontà contraria dei coniugi, anche le pertinenze sono vincolate nel fondo.
Problema controverso è quello volto a stabilire se sia consentito al costituente attribuire al fondo patrimoniale beni futuri. Parte della dottrina propendono per la tesi negativa facendo leva sul tenore letterale dell’art. 167 c.c., potendo essere conferiti solo “determinati” beni, sul presupposto che i beni non ancora venuti ad esistenza non siano determinati di per se. C’è invece chi, escludono che tali beni possano essere attribuiti al fondo richiamando l’art. 771 c.c. In altri termini, configurando il fondo patrimoniale come negozio a titolo gratuito, il costituente non potrebbe conferire validamente beni non ancora entrati a far parte del suo patrimonio. In verità, l’espressione “beni futuri” non è sinonimo di bene indeterminato e qualora in atto venisse precisato che trattasi di bene non ancora venuto ad esistenza ma determinabile si potrebbe validamente conferire in fondo perché oggetto del vincolo non sarebbe il bene inteso nella sua materialità bensì il bene giuridico, ossia la situazione giuridica che esiste o che attende di essere costituita. Alla luce di quanto detto, è legittima la clausola che sottopone al vincolo di destinazione la erigenda costruzione su di un fondo già esistente e ben individuato in catasto. Si aggiunga che, come autorevolmente sostenuto in dottrina, l’art. 771 c.c. potrebbe trovare applicazione per il fondo patrimoniale soltanto nell’ipotesi di costituzione da parte del terzo per spirito di liberalità e con trasferimento della titolarità dei beni in capo ai coniugi.
Di fondamentale importanza è poi la questione circa l’alienazione dei beni del fondo. L’art. 169 c.c. stabilisce che “se non è stato espressamente consentito nell’atto di costituzione, non si possono alienare…beni del fondo patrimoniale se non con il consenso di entrambi i coniugi e, se vi sono figli minori, con l’autorizzazione concessa dal giudice…nei soli casi di necessità od urgenza evidente”. Indi, per l’alienazione dei suddetti beni è necessario il consenso di ambedue i coniugi e l’autorizzazione del giudice se vi sono figli minori. In dottrina si discute circa il significato dell’inciso “ se non è stato espressamente consentito nell’atto di costituzione” e sono state elaborate diverse teorie. Finocchiaro sostiene la teoria della libera modificabilità, secondo la quale i coniugi potrebbero derogare tanto al consenso congiunto quanto alla autorizzazione del giudice con clausola ad hoc nell’atto costitutivo. Secondo Capozzi, invece, sarebbe derogabile solamente il consenso di entrambi i coniugi per procedere validamente all’alienazione dei beni vincolati nel fondo ma non anche l’autorizzazione del giudice in presenza di figli minori. Secondo l’autore, l’amministrazione congiunta del fondo patrimoniale sarebbe derogabile perché l’art. 169 c.c. sarebbe norma speciale da non interpretare in combinato disposto con l’art. 210 c.c. Questa tesi è stata sostenuta anche dal Tribunale di Torino del 18 giugno 2014 , in quanto la deroga alla regola della autorizzazione dovrebbe sopraggiungere da parte dei titolari del diritto tutelato dalla norma ovverosia dai minori, soggetti incapaci, rappresentati dai genitori. Pertanto, se si potesse derogare alla autorizzazione del giudice per volontà dei genitori significherebbe ammettere una deroga ad una tutela da parte di coloro che non hanno alcun interessa diretto a tale tutela. D’altro canto, secondo la dottrina maggioritaria, sembrerebbe preferibile ammettere la derogabilità dell’autorizzazione del giudice e non del consenso di entrambi i coniugi. Questa teoria è stata sposata anche dalla giurisprudenza di merito in diverse pronunce abbastanza recenti, in quanto l’art. 168 c.c. statuisce che l’amministrazione straordinaria spetta congiuntamente ad entrambi i coniugi e perché l’art. 210 c.c. recita espressamente che “non sono derogabili le norme della comunione legale relative all’amministrazione dei beni della comunione…”. A sostegno di quest’ultima tesi milita l’art. 356 c.c. , infatti, come accade sovente nell’ipotesi del curatore speciale, anche nel caso di cui all’art. 169 c.c. si può derogare alla necessità di ottenere autorizzazione dal giudice per il compimento di atti eccedenti l’ordinaria amministrazione.
Molto discussa è poi la questione relativa al reimpiego dei beni alienati. La vendita del bene segregato nel fondo patrimoniale comporta la rottura del vincolo tra esso e il soddisfacimento dei bisogni familiari, nonché un depauperamento del fondo stesso. Secondo alcuni, tra i quali (4), non essendo previsto da alcuna norma di legge il reimpiego, non vi sarebbe nessun obbligo in tal senso e il tutto sarebbe rimesso all’autonomia privata dei coniugi. Tuttavia, soprattutto in presenza di figli minori, secondo la dottrina maggioritaria, sarebbe comunque opportuno che il giudice ordinasse ai coniugi il reimpiego dei proventi dell’alienazione nel fondo patrimoniale, al fine di non svilire la causa stessa del patrimonio separato.
E’ poi opportuno fare un accenno al tema della volontaria cessazione del fondo patrimoniale. Dispone l’art. 171 c.c. che la destinazione del fondo termina a seguito dell’annullamento o dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio o, in presenza di figli, fino al compimento del diciottesimo anno di vita dell’ultimo figlio. Secondo parte della dottrina (5) la norma succitata dovrebbe essere intesa in senso tassativo, sicchè l’autonomia dei privati non potrebbe in alcun modo prevedere la cessazione del fondo patrimoniale ad di fuori delle ipotesi espressamente contemplate dal legislatore. Tuttavia, a ben guardare, ammettendo la facoltà per i coniugi di procedere all’alienazione dei beni vincolati, indirettamente si ammetterebbe una cessazione pattizia del fondo patrimoniale. Infatti, alienando i beni che compongono il fondo viene meno il vincolo di destinazione degli stessi e certamente rimarrebbe un patrimonio separato svuotato. Sulla base di ciò, la giurisprudenza di merito ha sposato la tesi dell’ammissibilità dello scioglimento volontario del fondo patrimoniale(6) .
Concludendo, se da un lato l’introduzione nel nostro ordinamento dell’istituto del fondo patrimoniale è stata pensata per tutelare i più nobili bisogni dei membri della famiglia, dall’atro si è, sin dal principio, prestato a danneggiare le pretese dei creditori della famiglia. Tra questi ultimi certamente vi rientra anche lo Stato. La giurisprudenza non è unanime circa la qualificazione dei debiti tributari come debiti estranei ai bisogni della famiglia. Occorrerebbe vedere le singole fattispecie concrete e valutare lo scopo perseguito in funzione della natura del debito erariale per l’applicabilità o meno dell’art. 170 c.c.
In realtà, dalla sua parte il creditore avrebbe la possibilità di avvalersi del nuovo art. 2929 bis c.c., introdotto con d.l. n. 82/2015, secondo cui “Il creditore che sia pregiudicato da un atto del debitore, di costituzione di vincolo di indisponibilità o di alienazione, che ha per oggetto beni immobili o beni mobili iscritti in pubblici registri, compiuto a titolo gratuito successivamente al sorgere del credito, può procedere, munito di titolo esecutivo, ad esecuzione forzata, ancorché non abbia preventivamente ottenuto sentenza di vittorioso esperimento dell’azione revocatoria, se trascrive il pignoramento nel termine di un anno dalla data in cui l’atto è stato trascritto.
La disposizione di cui al presente comma si applica anche al creditore anteriore che, entro un anno dalla trascrizione dell’atto pregiudizievole, interviene nell’esecuzione da altri promossa. Quando il pregiudizio deriva da un atto di alienazione, il creditore promuove l’azione esecutiva nelle forme dell’espropriazione contro il terzo proprietario. La sostanza di quanto sopra normativamente riportato, rende, in poche parole, pignorabile, da parte del creditore del disponente, che assuma l’esistenza di un danno derivante allo stesso dall’atto dispositivo a titolo gratuito posto in essere dal proprio debitore, il bene da quest’ultimo alienato a titolo gratuito; e ciò, indipendentemente dal preventivo esperimento dell’azione revocatoria che, prima della novella, costituiva presupposto indefettibile alla reazione del creditore danneggiato.
Occorre domandarsi se la mancanza di trascrizione non consenta al creditore di agire ex art. 2929 bis, mancando la formalità dalla quale far decorrere il termine a quo di decorrenza dell’anno.
Si può ragionare in due modi: si potrebbe ritenere, ad esempio, che l’art. 2929 bis sia norma innovativa rispetto all’art. 162 e che quindi imponga la trascrizione dell’atto costitutivo del fondo patrimoniale avente a oggetto immobili a fini di opponibilità. Si potrebbe obiettare che l’art. 2929 bis non è norma speciale rispetto all’art. 162, che rimarrebbe applicabile, tuttavia non va dimenticato che la necessità oltre che la sufficienza dell’annotazione ai fini dell’opponibilità del fondo ai terzi è tesi giurisprudenziale, per cui si dovrebbe discutere di un rapporto di specialità non tra norme bensì tra una “disposizione” codicistica e una “norma” di fonte giurisprudenziale, difficilmente prospettabile. Orbene, poiché la norma intende colpire il debitore che “sottrae” beni al creditore mediante un atto a lui opponibile, l’espressione “data in cui l’atto è stato trascritto” andrebbe intesa – per gli atti aventi a oggetto immobili che prevedono per l’opponibilità un mezzo diverso dalla trascrizione “data in cui l’atto è stato reso opponibile” e cioè dalla data dell’annotazione.
a cura di Marika Venerelli
(1) Auletta, Santosuosso, Grasso;
(2) La Suprema Corte di Cassazione, con ordinanza del 24 febbraio 2015 n. 3738, ha precisato che nel concetto di “bisogni della famiglia” rientrano tanto le spese per allevare, nutrire, far studiare i figli, quanto il risarcimento danni ex art. 2043 c.c. che presenti un collegamento con i bisogni famigliari come, ad esempio, quelli legati all’attività lavorativa;
(3) Con sentenza a Sezioni Unite della Cassazione n. 21658/2009;
(4) Gabrielli;
(5) De Paola, Finocchiaro;
(6) Nello specifico, secondo il tribunale di Milano del 6 marzo 2013 e una parte della dottrina, lo scioglimento volontario del fondo altro non sarebbe se non una modifica alla convenzione matrimoniale dei coniugi che, ai sensi dell’art. 162 c.c., è valida e possibile in ogni momento. Occorre però precisare che, in presenza di figli minori o concepiti, secondo quanto affermato dalla Cassazione nella sentenza n. 17811 del 2014 nonché dall’autorevole Capozzi, non sarebbe possibile addivenire ad uno scioglimento pattizio del fondo patrimoniale, stante la tutela accordata dall’ordinamento con l’istituto in commento ai bisogni di tutti i componenti della famiglia e soprattutto a soggetti incapaci.

References: art. 48
 art. 588
 art. 2929
 sentenza 
 art. 2929
 art. 2043
 sentenza 
 sentenza