Source: http://www.sindacatofsi.it/2006/09/19/eccezione-il-contratto-a-tempo-determinato/
Timestamp: 2018-10-16 10:04:18+00:00

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Eccezione il contratto a tempo determinato
Interpretazione restrittiva dell’accordo quadro della direttiva 1999/70/CE
I contratti a tempo indeterminato costituiscono la forma comune dei rapporti di lavoro, così come il ricorso a contratti successivi di lavoro a tempo determinato non è conforme alla finalità di tutela della direttiva europea 1999/70/CE (la direttiva che dà attuazione all’accordo quadro sul contratto a tempo determinato). La Grande Sezione della Corte di giustizia europa ha preso una posizione molto decisa sui contratti a tempo determinato, una posizione che avrà inevitabilmente conseguenze su tutti gli Stati membri.
L’Europa, insomma, non è diventata e non diventerà il paradiso (non per chi si vede applicato il contratto) dei contratti a tempo determinato: i giudici europei avvertono, tra l’altro, che l’accordo-direttiva lascia agli Stati membri la cura di determinare la definizione del carattere successivo dei contratti (è il punto strategico della questione, perché a seconda di come si risolve nelle leggi nazionali, la successione dei contratti a tempo determinato può essere molto lunga) ma questo potere discrezionale degli Stati membri non è illimitato, in quanto questo potere non può in alcun modo pregiudicare lo scopo e l’efefttività dell’accordo quadro.
Non solo: la direttiva non consente neanche a uno Stato di farsi regole che vietino nel settore pubblico – come aveva fatto la Repubblica Ellenica – di trasformare in un contratto di lavoro a tempo indeterminato una successione di contratti a tempo determinato.(04 luglio 2006)
SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione) 4 luglio 2006(*) «Direttiva 1999/70/CE − Clausole 1, lett. b), e 5 dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato − Successione di contratti di lavoro a tempo determinato nel settore pubblico − Nozioni di “contratti successivi”e di “ragioni obiettive”che giustificano il rinnovo di tali contratti − Misure di prevenzione degli abusi − Sanzioni − Portata dell’obbligo di interpretazione conforme»
– per il governo greco, dalle sigg.re A. Samoni-Rantou e E.-M. Mamouna, nonché dai sigg. I. Bakopoulos e V. Kyriazopoulos, in qualità di agenti;
– per la Commissione delle Comunità europee, dalle sigg.re M. Patakia e N. Yerrell, in qualità di agenti,
1 La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione delle clausole 1 e 5 dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso il 18 marzo 1999 (in prosieguo: l’«accordo quadro») che figura in allegato alla direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, 1999/70/CE, relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato (GU L 175, pag. 43), nonché sull’estensione dell’obbligo di interpretazione conforme imposto ai giudici degli Stati membri.
3 La direttiva 1999/70 si basa sull’art. 139, n. 2, CE e ai sensi del suo art. 1 è diretta ad «attuare l’accordo quadro (…), che figura nell’allegato, concluso (…) fra le organizzazioni intercategoriali a carattere generale (CES, CEEP e UNICE)».
4 Dai ‘considerando’ terzo, sesto, settimo, dal tredicesimo al quindicesimo e diciassettesimo della detta direttiva nonché dai commi dal primo al terzo del preambolo e dai nn. 3, 5-8 e 10 delle considerazioni generali dell’accordo quadro risulta che:
– la realizzazione del mercato interno deve portare ad un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori nella Comunità europea mediante il ravvicinamento di tali condizioni, che costituisca un progresso, soprattutto per quanto riguarda le forme di lavoro diverse dal lavoro a tempo indeterminato, al fine di raggiungere un equilibrio migliore tra la flessibilità dell’orario di lavoro e la sicurezza dei lavoratori;
– tali obiettivi non possono essere realizzati in modo sufficiente dagli Stati membri, pertanto è stato ritenuto adeguato il ricorso ad un provvedimento comunitario giuridicamente vincolante elaborato in stretta collaborazione con le parti sociali rappresentative;
– le parti dell’accordo quadro riconoscono che, da un lato, i contratti a tempo indeterminato sono e continueranno ad essere la forma comune dei rapporti di lavoro, poiché contribuiscono alla qualità della vita dei lavoratori interessati e al miglioramento delle loro prestazioni, ma che, dall’altro, i contratti di lavoro a tempo determinato rispondono, in alcune circostanze, alle necessità sia dei datori di lavoro sia dei lavoratori;
– l’accordo quadro stabilisce i principi generali e i requisiti minimi relativi al lavoro a tempo determinato, stabilendo, in particolare, un regime di carattere generale volto a garantire la parità di trattamento ai lavoratori a tempo determinato proteggendoli dalle discriminazioni, nonché a prevenire gli abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di rapporti di lavoro a tempo determinato, rimettendo agli Stati membri e alle parti sociali la definizione delle modalità dettagliate di applicazione dei detti principi e disposizioni, al fine di tenere conto delle realtà di situazioni specifiche nazionali, settoriali e stagionali;
– con riferimento più in particolare ai termini impiegati nell’accordo quadro, ma che non sono in esso definiti in modo specifico, la direttiva 1999/70/CE lascia agli Stati membri il compito di definirli in conformità alla legislazione e/o alla prassi nazionale, purché tali definizioni rispettino l’accordo quadro;
10 Ai sensi dell’art. 2, commi primo e secondo, della direttiva 1999/70/CE:
12 Secondo le indicazioni della Commissione, il governo ellenico ha informato tale istituzione che esso intendeva fare uso della facoltà, prevista nell’art. 2, secondo comma, della direttiva 1999/70/CE, di disporre di un periodo supplementare per l’adozione delle misure di attuazione di tale direttiva; di conseguenza, in ragione di tale proroga, il termine scadeva soltanto il 10 luglio 2002.
14 Infatti, il decreto presidenziale n. 81/2003, recante disposizioni relative ai lavoratori assunti con contratto a tempo determinato (FEK A’ 77/2.4.2003), che costituisce la prima misura di attuazione della direttiva 1999/70/CE, è entrato in vigore il 2 aprile 2003.
«1. Il rinnovo illimitato di contratti di lavoro a tempo determinato è consentito se giustificato da una ragione obiettiva.
5. Le disposizioni di questo articolo si applicano ai contratti o ai rinnovi di contratti o ai rapporti di lavoro aventi luogo dopo l’entrata in vigore di questo decreto».
«1. Il rinnovo illimitato di contratti di lavoro a tempo determinato è consentito se giustificato da una ragione obiettiva. Una siffatta ragione sussiste in particolare:
se il rinnovo è giustificato dalla forma, dal tipo o dall’attività del datore di lavoro o dell’impresa o da motivi o esigenze particolari, qualora tali circostanze risultino direttamente o indirettamente dal contratto interessato, come ad esempio in caso di sostituzione provvisoria del lavoratore, di esecuzione di lavori provvisori, di temporaneo sovraccarico di lavoro, oppure, nel caso in cui la durata limitata è legata all’istruzione o alla formazione, qualora il rinnovo del contratto avvenga con lo scopo di facilitare il passaggio del lavoratore ad un’occupazione analoga, o di realizzare un’opera o un programma concreti, o è relativo al raggiungimento di un risultato concreto (…)
4. Sono considerati “successivi” contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato stipulati con condizioni di lavoro identiche o simili tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore, e tra i quali non intercorrano più di quarantacinque giorni, lavorativi o meno.
5. Le disposizioni di questo articolo si applicano ai contratti o ai rinnovi di contratti o ai rapporti di lavoro aventi luogo dopo l’entrata in vigore del presente decreto».
«1. Sono vietati contratti successivi stipulati ed eseguiti tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore nell’ambito dello stesso settore o di un settore simile, con condizioni di lavoro identiche o simili, qualora tra questi contratti intercorra un lasso temporale inferiore ai tre mesi.
2. La stipulazione di tali contratti è eccezionalmente consentita se giustificata da una ragione obiettiva. Una ragione obiettiva sussiste se i contratti successivi al contratto originario sono stipulati per soddisfare bisogni particolari dello stesso tipo, direttamente o indirettamente riconducibili al tipo, alla natura o all’attività dell’impresa.
a) durata complessiva dei contratti successivi di almeno 24 mesi fino all’entrata in vigore del decreto, indipendentemente dal numero dei rinnovi contrattuali, oppure al minimo 3 rinnovi successivi al contratto originario ai sensi dell’art. 5, n. 1, [di questo decreto] con una durata totale dell’attività lavorativa di almeno 18 mesi nell’ambito di un periodo complessivo di 24 mesi, calcolati a partire dal contratto originario;
b) L’attività lavorativa dev’essere effettivamente svolta per la sua durata complessiva, ai sensi della lett. a), presso la stessa istituzione, con la stessa o con un’analoga qualifica professionale e con condizioni di lavoro identiche o analoghe a quelle indicate nel contratto originario (…);
c) Oggetto dei contratti devono essere attività direttamente ed immediatamente riconducibili ad un fabbisogno permanente e durevole dell’istituzione interessata, così come definito dal pubblico interesse che tale istituzione serve;
d) L’attività lavorativa complessiva, ai sensi delle lettere precedenti, dev’essere stata svolta a tempo pieno o a tempo parziale e in funzioni identiche o simili a quelle indicate nel contratto originario (…)
24 Dal fascicolo trasmesso alla Corte dal giudice del rinvio risulta che i ricorrenti nella causa principale, che esercitano le professioni di addetti al prelievo di campioni, di segretari, di tecnici e di veterinari, hanno stipulato, a partire dal maggio 2001 e prima del termine ultimo entro il quale la direttiva 1999/70/CE avrebbe dovuto essere recepita nell’ordinamento giuridico ellenico, vale a dire il 10 luglio 2002, con l’ELOG, persona giuridica di diritto privato appartenente al settore pubblico con sede a Salonicco, diversi contratti di lavoro a tempo determinato successivi, gli ultimi dei quali sono scaduti tra il giugno e il settembre 2003 senza essere rinnovati (in prosieguo: i «contratti controversi»). Ciascuno di tali contratti, sia il contratto iniziale sia ogni contratto successivo, era stipulato per una durata di 8 mesi e tra i diversi contratti intercorrevano periodi di durata variabile tra un minimo di 22 giorni e un massimo di 10 mesi e 26 giorni. I ricorrenti nella causa principale venivano ogni volta riassunti per occupare lo stesso posto di lavoro per il quale era stato stipulato il contratto originario. Tutti i lavoratori interessati erano titolari di un siffatto contratto a tempo determinato alla data di entrata in vigore del decreto presidenziale n. 81/2003.
26 I ricorrenti nella causa principale hanno pertanto adito il Monomeles Protodikeio Thessalonikis al fine di far dichiarare che i contratti controversi devono essere considerati come contratti di lavoro a tempo indeterminato, in conformità all’accordo quadro. A tale effetto essi rilevano di aver fornito all’ELOG prestazioni regolari corrispondenti a «fabbisogni permanenti e durevoli», ai sensi della normativa nazionale, di sorta che la conclusione successiva di contratti di lavoro a tempo determinato con il loro datore di lavoro era abusiva, poiché nessuna ragione obiettiva giustificava il divieto, previsto nell’art. 21, n. 2, della legge n. 2190/1994, di trasformare i rapporti di lavoro controversi in contratti di lavoro a tempo indeterminato.
28 Il giudice del rinvio, ritenendo che la clausola 5 dell’accordo quadro conferisca agli Stati membri un ampio potere discrezionale per il suo recepimento nell’ordinamento giuridico interno di questi ultimi e non abbia carattere sufficientemente preciso e incondizionato per avere un’efficacia diretta, si chiede innanzitutto a partire da quale data, in caso di tardiva attuazione della direttiva 1999/70/CE, il diritto nazionale debba essere interpretato in conformità a quest’ultima. Egli indica a tal proposito diverse date, vale a dire quella della pubblicazione della detta direttiva nella Gazzetta ufficiale delle Comunità europee, che corrisponde alla data di entrata in vigore di quest’ultima, quella della scadenza del termine di attuazione e quella di entrata in vigore del decreto presidenziale n. 81/2003.
29 Egli si interroga inoltre sulla portata della nozione «ragioni obiettive» ai sensi della clausola 5, n. 1, lett. a), dell’accordo quadro, che possono giustificare il rinnovo dei contratti o dei rapporti di lavoro a tempo determinato, tenuto conto dell’art. 5, n. 1, lett. a), del decreto presidenziale n. 81/2003 che consente il rinnovo illimitato dei contratti di lavoro a tempo determinato, in particolare quando la durata determinata sia prevista da una disposizione legislativa o regolamentare.
30 Il giudice del rinvio si chiede altresì se le condizioni di rinnovo dei contratti di lavoro a tempo determinato, quali risultanti dal combinato disposto dei nn. 3 e 4 dell’art. 5 del decreto presidenziale n. 81/2003, siano conformi al principio di proporzionalità e all’effetto utile della direttiva 1999/70/CE.
31 Infine, dopo aver constatato che il ricorso, nella prassi, all’art. 21 della legge n. 2190/1994 per giustificare la conclusione di contratti di lavoro di diritto privato a tempo determinato quando tali contratti hanno la finalità di soddisfare «fabbisogni permanenti e durevoli» è abusivo, il giudice del rinvio si chiede se in un’ipotesi siffatta il divieto enunciato al n. 2, ultima frase, del detto art. 21 di trasformare contratti conclusi a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, pregiudichi l’effetto utile del diritto comunitario e se esso sia conforme alla finalità enunciata nella clausola 1, lett. b), dell’accordo quadro, che mira a prevenire gli abusi risultanti dal ricorso ad una successione di contratti di lavoro a tempo determinato.
a) dal momento in cui la direttiva sia entrata in vigore, oppure
b) dal momento in cui il termine per recepire la direttiva nell’ordinamento interno sia scaduto senza che tale recepimento sia avvenuto, o
c) dal momento in cui il provvedimento nazionale di recepimento sia entrato in vigore.
2) Se la clausola 5, n. 1, lett. a) dell’accordo quadro (…) debba essere interpretata nel senso che una ragione obiettiva per il ripetuto rinnovo o per la conclusione di contratti di lavoro a tempo determinato successivi, al di là dei motivi che dipendono dalla natura, dal tipo, dalle caratteristiche del lavoro prestato e da altre ragioni analoghe, sia rappresentata dal semplice fatto che la stipulazione di un contratto a tempo determinato sia prevista da una disposizione legislativa o regolamentare
3) a) Se una disposizione nazionale come l’art. 5, n. 4, del decreto presidenziale n. 81/2003, la quale precisa che contratti di lavoro successivi sono quelli stipulati tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore con condizioni di lavoro identiche o simili e intervallati da un lasso temporale non superiore a 20 giorni, sia conforme alla clausola 5, nn. 1 e 2, dell’accordo quadro (…).
b) Se la clausola 5, nn. 1 e 2, dell’accordo quadro (…) possa essere interpretata nel senso che la sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato tra il lavoratore e il suo datore di lavoro possa presumersi soltanto quando sia soddisfatta la condizione stabilita dalla disposizione di diritto interno di cui all’art. 5, n. 4, del decreto presidenziale n. 81/2003;
4) Se il divieto di conversione di contratti di lavoro a tempo determinato successivi in contratti a tempo indeterminato previsto dalla disposizione di diritto interno di cui all’art. 21 della legge n. 2190/1994, sia compatibile con il principio dell’effettività del diritto comunitario e con la finalità del combinato disposto dalle clausole 5, nn. 1 e 2, e 1 dell’accordo quadro (…), qualora tali contratti vengano sì stipulati a tempo determinato per soddisfare un bisogno straordinario o stagionale del datore di lavoro, ma con il fine di far fronte ad un suo fabbisogno permanente e durevole».
33 La Commissione, senza sollevare esplicitamente l’irricevibilità della prima questione, ritiene che la rilevanza di quest’ultima per la soluzione della controversia di cui alla causa principale non sia manifesta. Essa basa i suoi dubbi al riguardo sulla circostanza che i contratti di cui trattasi sono scaduti soltanto dopo l’entrata in vigore del decreto presidenziale n. 81/2003, specificamente destinato ad attuare la direttiva 1999/70/CE nell’ordinamento giuridico ellenico. Pertanto non risulterebbe chiara la ragione per la quale il giudice del rinvio si pone la domanda relativa all’obbligo, ad esso già incombente precedentemente all’attuazione di tale direttiva, di interpretare il suo diritto nazionale in modo conforme a quest’ultima.
34 Riguardo al governo ellenico, esso mette in dubbio la rilevanza delle questioni seconda e terza al fine della soluzione della controversia di cui alla causa principale.
36 Riguardo al personale statale e del settore pubblico in senso lato, l’attuazione della direttiva 1999/70/CE sarebbe stata invece realizzata dal decreto presidenziale n. 164/2004. Orbene, tenuto conto delle disposizioni transitorie enunciate nell’art. 11 di tale decreto, quest’ultimo avrebbe regolarizzato le conseguenze risultanti dalla tardiva attuazione di tale direttiva.
37 Il detto art. 11 convertirebbe infatti i contratti di lavoro successivi conclusi con agenti del settore pubblico nel luglio 2002 – termine ultimo stabilito per l’attuazione della direttiva 1999/70/CE – in contratti a tempo indeterminato, a condizione che tali contratti siano stati ancora validi il 19 luglio 2004, data di entrata in vigore del decreto presidenziale n. 164/2004, o che siano scaduti nel corso dei tre mesi precedenti tale data.
38 Di conseguenza, le questioni seconda e terza, che sono state poste con riferimento alle disposizioni del decreto presidenziale n. 81/2003, sarebbero prive di oggetto dopo l’entrata in vigore del decreto presidenziale n. 164/2004, essendo il primo di questi due decreti inapplicabile alla controversia di cui alla causa principale. Peraltro, 9 dei 18 ricorrenti nella causa principale soddisferebbero le condizioni richieste per la conversione dei loro contratti di lavoro in contratti a tempo indeterminato, in conformità alle disposizioni dell’art. 11 del decreto presidenziale n. 164/2004.
39 Al riguardo, si deve ricordare che, ai sensi dell’art. 234 CE, quando una questione sull’interpretazione del Trattato CE o degli atti derivati adottati dalle istituzioni della Comunità è sollevata dinanzi ad un giudice di uno Stato membro, tale giudice può, ovvero, nel caso, deve, qualora reputi necessaria per emanare la sua sentenza una decisione su questo punto, domandare alla Corte di pronunciarsi sulla detta questione (v., in particolare, sentenze 21 marzo 2002, causa C-451/99, Cura Anlagen, Racc. pag. I‑3193, punto 22, e 22 novembre 2005, causa C‑144/04, Mangold, Racc. pag I-9981, punto 33).
40 Come risulta da una giurisprudenza costante, il procedimento previsto dall’art. 234 CE costituisce uno strumento di cooperazione tra la Corte e i giudici nazionali, per mezzo del quale la prima fornisce ai secondi gli elementi d’interpretazione del diritto comunitario di cui essi necessitano per risolvere le controversie che sono chiamati a risolvere (v., in particolare, sentenza 12 giugno 2003, causa C‑112/00, Schmidberger, Racc. pag. I‑5659, punto 30 e giurisprudenza ivi cit.).
41 Nell’ambito di tale cooperazione, il giudice nazionale cui è stata sottoposta la controversia, che è il solo ad avere una conoscenza diretta dei fatti da cui essa ha origine e che deve assumersi la responsabilità dell’emananda decisione giurisdizionale, è, alla luce delle particolari circostanze della causa, colui che meglio può valutare sia la necessità di una pronuncia pregiudiziale, ai fini della propria decisione, sia la rilevanza delle questioni che propone alla Corte. Di conseguenza, dal momento che queste ultime vertono sull’interpretazione del diritto comunitario, la Corte, in via di principio, è tenuta a statuire (v., segnatamente, sentenze citate Schmidberger, punto 31, e Mangold, punti 34 e 35).
42 Tuttavia, la Corte considera che le spetta esaminare le condizioni in cui è stata adita dal giudice nazionale al fine di verificare la propria competenza. Infatti, lo spirito di collaborazione che deve presiedere al funzionamento del rinvio pregiudiziale implica che, dal canto suo, il giudice nazionale tenga presente la funzione assegnata alla Corte, che è quella di contribuire all’amministrazione della giustizia negli Stati membri e non di esprimere pareri consultivi su questioni generali o ipotetiche (v., in particolare, sentenza Mangold, cit., punto 36 e giurisprudenza ivi cit.).
43 In considerazione di questo compito la Corte ha ritenuto di non poter statuire su una questione pregiudiziale sollevata dinanzi ad un giudice nazionale, quando risulti manifesto che l’interpretazione del diritto comunitario non ha alcun rapporto con la realtà o con l’oggetto della causa principale (v. sentenza Mangold, cit., punto 37).
45 Così, con riferimento in primo luogo ai dubbi espressi dalla Commissione riguardo alla rilevanza della prima questione, dal fascicolo trasmesso alla Corte dal giudice del rinvio risulta che, per un numero non trascurabile di ricorrenti della causa principale il primo contratto di lavoro di 8 mesi è stato concluso da questi ultimi con l’ELOG prima del 10 luglio 2002, data ultima stabilita per l’attuazione della direttiva 1999/70/CE, se non addirittura prima del 10 luglio 2001, data normalmente prevista ai fini dell’attuazione di tale direttiva negli ordinamenti giuridici degli Stati membri. Risulta peraltro dal detto fascicolo che per alcuni di loro i contratti di lavoro a tempo determinato successivi con lo stesso datore di lavoro siano stati conclusi soltanto 22 giorni dopo la scadenza del contratto precedente.
46 Inoltre, anche presumendo che la Repubblica ellenica abbia rispettato le formalità richieste per fare valido uso della facoltà di proroga sino al 10 luglio 2002 del termine di attuazione della direttiva 1999/70/CE, tale attuazione è in ogni caso intervenuta tardivamente, come lo stesso governo ellenico ha riconosciuto, poiché il primo provvedimento attuativo è entrato in vigore in questo Stato membro soltanto nell’aprile 2003 (v. punti 13 e 14 della presente sentenza). Del resto la prima questione è chiaramente posta in considerazione di una siffatta attuazione tardiva della detta direttiva nell’ordinamento giuridico nazionale. Inoltre, le disposizioni dell’art 5 del decreto presidenziale n. 81/2003 non si applicano ai contratti conclusi prima dell’entrata in vigore di tale decreto.
48 Nondimeno la questione relativa alla portata dell’obbligo d’interpretazione conforme che incombe ai giudici nazionali potrà essere oggetto di esame utile soltanto qualora la risposta fornita dalla Corte ad una o più delle altre questioni proposte possa condurre il giudice del rinvio ad esaminare la conformità di una norma di diritto interno alle prescrizioni del diritto comunitario. Pertanto la prima questione dovrà, nel caso, essere esaminata per ultima.
49 In secondo luogo, riguardo alle questioni seconda e terza, si deve rilevare che la questione di quale dei decreti presidenziali n. 81/2003, n. 164/2004 e n. 180/2004 debba applicarsi alla situazione dei ricorrenti nella causa principale rimane in discussione dinanzi al giudice del rinvio e spetta soltanto a quest’ultimo pronunciarsi sul punto.
52 Infatti la decisione di rinvio, nonché il fascicolo trasmesso alla Corte dal giudice nazionale, non contengono alcun elemento che possa porre in dubbio la concretezza della controversia della causa principale e la valutazione operata da quest’ultimo della necessità di una pronuncia pregiudiziale per consentirgli di risolvere tale controversia sulla base delle risposte della Corte alle questioni poste.
54 Al fine di rispondere utilmente alle questioni proposte, si deve anzitutto precisare che la direttiva 1999/70/CE e l’accordo quadro si applicano altresì ai contratti e ai rapporti di lavoro a tempo determinato conclusi con le amministrazioni e altri enti del settore pubblico.
55 Infatti le disposizioni di questi due atti non contengono alcuna indicazione dalla quale possa dedursi che il loro campo di applicazione si limiterebbe ai contratti a tempo determinato conclusi dai lavoratori con datori di lavoro del solo settore privato.
56 Al contrario, da un lato, come risulta dalla stessa formulazione della clausola 2, n. 1, dell’accordo quadro, il campo di applicazione di quest’ultimo viene inteso in senso lato, riguardando in maniera generale i «lavoratori a tempo determinato con un contratto di assunzione o un rapporto di lavoro disciplinato dalla legge, dai contratti collettivi o dalla prassi in vigore di ciascuno Stato membro». Inoltre, la definizione della nozione di «lavoratori a tempo determinato» ai sensi dell’accordo quadro, enunciata nella clausola 3, n. 1, di quest’ultimo, include tutti i lavoratori, senza operare distinzioni basate sulla natura pubblica o privata del loro datore di lavoro.
57 Dall’altro, la clausola 2, n. 2, dello stesso accordo quadro, lungi dal prevedere l’esclusione dei contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato conclusi con un datore di lavoro del settore pubblico, si limita a offrire agli Stati membri e/o alle parti sociali la facoltà di sottrarre al campo di applicazione di tale accordo quadro i «rapporti di formazione professionale iniziale e di apprendistato», nonché i contratti e rapporti di lavoro «definiti nel quadro di un programma specifico di formazione, inserimento e riqualificazione professionale pubblico o che usufruisca di contributi pubblici».
58 Tale questione riguarda l’interpretazione della nozione «ragioni obiettive» le quali, ai sensi della clausola 5, n. 1, lett. a), dell’accordo quadro, giustificano il rinnovo di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato successivi.
60 Tenuto conto del fatto che tale nozione di «ragioni obiettive» non è definita dall’accordo quadro, il suo senso e la sua portata devono essere determinati considerando lo scopo perseguito da quest’ultimo nonché il contesto in cui la detta clausola 5, n. 1, lett. a) si inserisce (v. in tal senso, in particolare, sentenze 7 giugno 2005, causa C-17/03, VEMW e a., Racc. pag. I‑4983, punto 41 e giurisprudenza ivi cit., nonché 9 marzo 2006, causa C‑323/03, Commissione/Spagna, non ancora pubblicata in Raccolta, punto 23).
61 Al riguardo, l’accordo quadro parte dalla premessa secondo la quale i contratti di lavoro a tempo indeterminato rappresentano la forma comune dei rapporti di lavoro, pur riconoscendo che i contratti di lavoro a tempo determinato rappresentano una caratteristica dell’impiego in alcuni settori e per determinate occupazioni e attività (v. nn. 6 e 8 delle considerazioni generali dell’accordo quadro).
63 In tale ottica l’accordo quadro intende delimitare il ripetuto ricorso a quest’ultima categoria di rapporti di lavoro, considerata come potenziale fonte di abuso a danno dei lavoratori, prevedendo un certo numero di disposizioni di tutela minima volte ad evitare la precarizzazione della situazione dei lavoratori dipendenti.
64 Così, la clausola 5, n. 1, dell’accordo quadro è volta specificamente a «prevenire gli abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato».
65 A tal fine la detta clausola impone agli Stati membri l’obbligo di introdurre nel loro ordinamento giuridico una o più delle misure elencate nel suo n. 1, lett. da a) a. c), qualora non siano già in vigore nello Stato membro interessato disposizioni normative equivalenti volte a prevenire in modo effettivo l’utilizzazione abusiva di contratti di lavoro a tempo determinato successivi.
66 Tra le dette misure la clausola 5, n. 1, lett. a), prevede le «ragioni obiettive per la giustificazione del rinnovo dei suddetti contratti o rapporti».
68 Vero è che l’accordo quadro rinvia agli Stati membri nonché alle parti sociali per la definizione delle modalità dettagliate di applicazione dei principi e delle prescrizioni che esso enuncia, al fine di garantire la loro conformità al diritto e/o alle prassi nazionali e la debita considerazione delle particolarità delle situazioni concrete (v. n. 10 delle considerazioni generali dell’accordo quadro). Pur se gli Stati membri beneficiano pertanto di un potere discrezionale in materia, nondimeno essi restano tenuti a garantire il risultato imposto da diritto comunitario, così come risulta non solo dall’art. 249, terzo comma, CE, ma altresì dall’art. 2, primo comma, della direttiva 1999/70/CE, letto alla luce del diciassettesimo ‘considerando’ di quest’ultima
69 Tenuto conto di quanto sopra, la nozione di «ragioni obiettive», ai sensi della clausola 5, n. 1, lett. a), dell’accordo quadro deve essere intesa nel senso che si riferisce a circostanze precise e concrete caratterizzanti una determinata attività e, pertanto, tali da giustificare in tale particolare contesto l’utilizzazione di contratti di lavoro a tempo determinato successivi.
70 Tali circostanze possono risultare segnatamente dalla particolare natura delle funzioni per l’espletamento delle quali siffatti contratti sono stati conclusi e dalle caratteristiche inerenti a queste ultime o, eventualmente, dal perseguimento di una legittima finalità di politica sociale di uno Stato membro.
71 Di contro, una disposizione nazionale che si limitasse ad autorizzare, in modo generale ed astratto attraverso una norma legislativa o regolamentare, il ricorso a contratti di lavoro a tempo determinato successivi, non soddisferebbe i requisiti precisati nei due punti precedenti.
73 Così, il fatto di ammettere che una disposizione nazionale possa, di pieno diritto e senza altra precisazione, giustificare contratti di lavoro a tempo determinato successivi equivarrebbe a ignorare la finalità dell’accordo quadro, che consiste nel proteggere i lavoratori dall’instabilità dell’impiego, e a svuotare di contenuto il principio secondo il quale contratti a tempo indeterminato costituiscono la forma generale dei rapporti di lavoro.
74 Più in particolare, il ricorso a contratti di lavoro a tempo determinato sulla sola base di una disposizione legislativa o regolamentare di carattere generale, senza relazione con il contenuto concreto dell’attività considerata, non consente di stabilire criteri oggettivi e trasparenti al fine di verificare se il rinnovo di siffatti contratti risponda effettivamente ad un’esigenza reale, sia atto a raggiungere lo scopo perseguito e necessario a tale effetto.
75 Di conseguenza, alla seconda questione si deve rispondere che la clausola 5, n. 1, lett. a), dell’accordo quadro deve essere interpretata nel senso che essa osta all’utilizzazione di contratti di lavoro a tempo determinato successivi che sia giustificata dalla sola circostanza di essere prevista da una disposizione legislativa o regolamentare generale di uno Stato membro. Al contrario, la nozione di «ragioni obiettive» ai sensi della detta clausola esige che il ricorso a questo tipo particolare di rapporti di lavoro, quale previsto dalla normativa nazionale, sia giustificato dall’esistenza di elementi concreti relativi in particolare all’attività di cui trattasi e alle condizioni del suo esercizio.
78 Al riguardo il giudice del rinvio chiede più particolare se una definizione così limitativa del carattere successivo dei rapporti di lavoro intercorrenti tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore, caratterizzati da condizioni di lavoro identiche o simili, non possa pregiudicare lo scopo e l’effettività dell’accordo quadro, soprattutto dal momento che la detta condizione costituisce una condizione preliminare necessaria affinché il detto lavoratore possa beneficiare, ai sensi dell’art. 5, n. 3, dello stesso decreto presidenziale, della trasformazione in contratti a tempo indeterminato dei rapporti di lavoro a tempo determinato che superino complessivamente i due anni, nel corso dei quali essi siano stati rinnovati più di tre volte.
79 Al fine di decidere in ordine a tale questione, si deve ricordare che, come risulta dalle clausole 1, lett. b), e 5, n. 1, dell’accordo quadro, quest’ultimo ha il fine di creare un contesto normativo per la prevenzione degli abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti a rapporti di lavoro a tempo determinato.
80 A tale effetto l’accordo quadro elenca, in particolare nella sua clausola 5, n. 1, lett. da a) a c), diverse misure dirette a prevenire i detti abusi, e gli Stati membri sono tenuti ad introdurre almeno una di tali misure nel loro ordinamento interno.
81 Per il resto il n. 2 della detta clausola lascia in linea di principio agli Stati membri la cura di stabilire quali siano le condizioni alle quali contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato vengano considerati, da un lato, come successivi e, dall’altro, come conclusi a tempo indeterminato.
82 Anche se un siffatto rinvio alle autorità nazionali per la definizione delle modalità concrete di applicazione dei termini «successivi» e «a tempo indeterminato» ai sensi dell’accordo quadro si spiega con la volontà di salvaguardare la diversità delle normative nazionali in materia, è comunque importante ricordare che il potere discrezionale così lasciato agli Stati membri non è illimitato, poiché esso non può in alcun caso arrivare a pregiudicare lo scopo o l’effettività dell’accordo quadro (v. punto 68 della presente sentenza). In particolare, tale potere discrezionale non deve essere esercitato dalle autorità nazionali in modo tale da condurre ad una situazione che possa generare abusi e pertanto ostacolare il detto obiettivo.
83 Una siffatta interpretazione si impone in particolare con riferimento ad una nozione chiave, quale quella del carattere successivo dei rapporti di lavoro, che è determinante per la definizione del campo di applicazione altresì delle disposizioni nazionali volte ad attuare l’accordo quadro.
86 Inoltre, una normativa nazionale quale quella controversa nella causa principale rischia di avere non solo l’effetto di escludere di fatto un gran numero di rapporti di lavoro a tempo determinato dal beneficio della tutela dei lavoratori perseguito dalla direttiva 1999/70/CE e dall’accordo quadro, svuotando di gran parte del suo significato l’obiettivo perseguito da questi ultimi, ma altresì quello di permettere l’utilizzazione abusiva di siffatti rapporti da parte dei datori di lavoro.
87 Nella causa principale, una siffatta normativa può addirittura comportare conseguenze ancora più gravi per i lavoratori dipendenti, tenuto conto del fatto che essa rende praticamente inoperante la misura nazionale che le autorità elleniche hanno scelto di adottare al fine specifico di dare attuazione alla clausola 5 dell’accordo quadro, misura secondo la quale alcuni contratti di lavoro a tempo determinato si presumono stipulati a tempo indeterminato a condizione, in particolare, che essi siano da considerare successivi ai sensi del decreto presidenziale n. 81/2003.
88 Al datore di lavoro sarebbe quindi sufficiente, al termine di ogni contratto di lavoro a tempo determinato, lasciare trascorrere un periodo di soli 21 giorni lavorativi prima di stipulare un altro contratto della stessa natura per escludere automaticamente la trasformazione dei contratti successivi in un rapporto di lavoro più stabile, e ciò indipendentemente sia dal numero di anni durante i quali il lavoratore interessato è stato occupato per lo stesso impiego sia dalla circostanza che i detti contratti soddisfino fabbisogni non limitati nel tempo, ma al contrario «permanenti e durevoli». Pertanto, la tutela dei lavoratori contro l’utilizzazione abusiva dei contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato, che costituisce la finalità della clausola 5 dell’accordo quadro, viene rimessa in discussione.
89 Tenuto conto delle argomentazioni che precedono, si deve rispondere alla terza questione che la clausola 5 dell’accordo quadro deve essere interpretata nel senso che essa osta ad una normativa nazionale, quale quella controversa nella causa principale, la quale stabilisce che soltanto i contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato non separati gli uni dagli altri da un lasso temporale superiore a 20 giorni lavorativi devono essere considerati «successivi» ai sensi della detta clausola.
90 Con la sua quarta questione il giudice del rinvio chiede in sostanza se l’accordo quadro deve essere interpretato nel senso che esso osta all’applicazione di una normativa nazionale che vieta, nel settore pubblico, di convertire in contratto a tempo indeterminato una successione di contratti di lavoro a tempo determinato intesi, di fatto, a soddisfare «fabbisogni permanenti e durevoli» del datore di lavoro.
91 In primo luogo si deve rilevare al riguardo che l’accordo quadro non stabilisce un obbligo generale degli Stati membri di prevedere la trasformazione in contratti a tempo indeterminato dei contratti di lavoro a tempo determinato, così come esso nemmeno stabilisce le condizioni precise alle quali si può fare uso di questi ultimi.
92 Tuttavia esso impone agli Stati membri di adottare almeno una delle misure elencate nella clausola 5, n. 1, lett. da a) a c), dell’accordo quadro, che sono dirette a prevenire efficacemente l’utilizzazione abusiva di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato successivi.
93 Inoltre gli Stati membri sono tenuti, nell’ambito della libertà che viene loro lasciata dall’art. 249, terzo comma, CE, a scegliere le forme e i mezzi più idonei al fine di garantire l’efficacia pratica delle direttive (v. sentenze 8 aprile 1976, causa 48/75, Royer, Racc. pag. 497, punto 75, e 12 settembre 1996, cause riunite C‑58/95, C‑75/95, C‑-112/95, C-119/95, C‑123/95, C‑135/95, C‑140/95, C‑141/95, C-154/95 e C-157/95, Gallotti e a., Racc. pag. I‑4345, punto 14).
94 Pertanto, quando, come nel caso di specie, il diritto comunitario non prevede sanzioni specifiche nel caso in cui sono stati comunque accertati abusi, spetta alle autorità nazionali adottare misure adeguate per far fronte ad una siffatta situazione, misure che devono rivestire un carattere non soltanto proporzionato, ma altresì sufficientemente effettivo e dissuasivo per garantire la piena efficacia delle norme adottate in attuazione dell’accordo quadro.
95 Anche se le modalità di attuazione di siffatte norme rientrano nell’ordinamento giuridico interno degli Stati membri in virtù del principio dell’autonomia procedurale di questi ultimi, esse non devono tuttavia essere meno favorevoli di quelle che disciplinano situazioni analoghe di natura interna (principio di equivalenza), né rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti conferiti dall’ordinamento giuridico comunitario (principio di effettività) (v., in particolare, sentenza 14 dicembre 1995, causa C‑312/93, Peterbroeck, Racc. pag. I‑4599, punto 12, e giurisprudenza ivi cit.).
97 Anzitutto, dal fascicolo trasmesso alla Corte del giudice del rinvio risulta che, anche se il legislatore ellenico ha scelto di prevedere, quale misura adottata in attuazione dell’accordo quadro, la trasformazione, a determinate condizioni, in contratti a tempo indeterminato dei contratti di lavoro a tempo determinato (v. art. 5, n. 3, del decreto presidenziale n. 81/2003), l’ambito di applicazione di tale disciplina è stata limitata, in forza dell’art. 1 del decreto presidenziale n. 180/2004, ai contratti di lavoro a tempo determinato dei lavoratori impiegati nel settore privato.
99 Inoltre, dalla decisione di rinvio risulta che, nella prassi, l’art. 21 della legge n. 2190/1994 rischia di essere distolto dalla sua finalità per il fatto che, invece di servire come base giuridica limitatamente alla stipulazione dei contratti a tempo determinato volti a far fronte a fabbisogni di carattere esclusivamente temporaneo, sembra che esso venga utilizzato per concludere siffatti contratti allo scopo di soddisfare di fatto «fabbisogni permanenti e durevoli». Anche il giudice del rinvio, nella motivazione della sua decisione, ha già constatato il carattere abusivo, ai sensi dell’accordo quadro, del ricorso, nella fattispecie di cui alla causa principale, al detto art. 21 per giustificare la conclusione di contratti di lavoro a tempo determinato volti, in realtà, a rispondere a «fabbisogni permanenti e durevoli». Tale giudice si limita pertanto a chiedere se, in una tale ipotesi, il divieto generale stabilito dalla detta disposizione di trasformare in contratti a tempo indeterminato siffatti contratti a tempo determinato pregiudichi lo scopo e l’efficacia pratica dell’accordo quadro.
100 Infine, non è stato sostenuto dinanzi alla Corte che, nel settore pubblico, sarebbe esistita nel diritto ellenico, perlomeno sino all’entrata in vigore del decreto presidenziale n. 164/2004, una qualsiasi misura volta a evitare e a sanzionare in modo adeguato l’utilizzazione abusiva di contratti di lavoro a tempo determinato successivi.
101 Orbene, come è stato già esposto nei punti 91-95 della presente sentenza, l’accordo quadro non stabilisce un obbligo generale degli Stati membri di prevedere la trasformazione dei contratti di lavoro a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, ma il n. 1 della sua clausola 5 impone l’adozione effettiva e vincolante di almeno una delle misure elencate in tale disposizione e volte a prevenire l’utilizzazione abusiva di contratti a tempo determinato successivi, allorché il diritto nazionale non preveda già misure equivalenti.
102 Peraltro, quando una siffatta utilizzazione abusiva abbia comunque avuto luogo, una misura che presenti garanzie effettive ed equivalenti di tutela del lavoratore deve poter essere applicata al fine di sanzionare debitamente tale abuso e cancellare le conseguenze della violazione del diritto comunitario. Infatti, secondo i termini stessi dell’art. 2, primo comma, della direttiva 1999/70/CE, gli Stati membri devono «prendere tutte le disposizioni necessarie per essere sempre in grado di garantire i risultati prescritti dalla [detta] direttiva».
103 La Corte non è competente per pronunciarsi sull’interpretazione del diritto interno, spettando tale compito esclusivamente al giudice del rinvio, che deve nel caso di specie stabilire se gli obblighi ricordati al punto precedente siano soddisfatti dalle disposizioni della normativa nazionale rilevante.
105 Alla quarta questione si deve di conseguenza rispondere che, in circostanze quali quelle di cui alla causa principale, l’accordo quadro deve essere interpretato nel senso che, qualora l’ordinamento giuridico interno dello Stato membro interessato non preveda, nel settore considerato, altra misura effettiva per evitare e, nel caso, sanzionare l’utilizzazione abusiva di contratti a tempo determinato successivi, l’accordo quadro osta all’applicazione di una normativa nazionale che vieta in maniera assoluta, nel solo settore pubblico, di trasformare in un contratto di lavoro a tempo indeterminato una successione di contratti a tempo determinato che, di fatto, hanno avuto il fine d

References: SENTENZA 
 art. 1
 art. 21
 art. 11
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 5
 art. 21