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Timestamp: 2020-08-14 20:49:03+00:00

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Nova in appello, indispensabilità su sviluppo intero processo | Sentenze
Nova in appello, indispensabilità su sviluppo intero processo
Cassazione civile sent. n. 3709 17 febbraio 2014
L’art. 345, comma 3, c p.c., come modificato dalla legge 26-11-1990 n. 353, nell’escludere l’ammissibilità di nuovi mezzi di prova, ivi compresi i documenti, consente al giudice di appello di ammettere, oltre alle nuove prove che le parti non abbiano potuto produrre prima per causa ad esse non imputabile, anche quelle da lui ritenute -nel quadro delle risultanze istruttorie già acquisite-, indispensabili, perchè dotate di un’influenza causale più incisiva rispetto a quella che le prove rilevanti hanno sulla decisione finale della controversia, e capaci, quindi, di determinare un positivo accertamento dei fatti di causa, eventualmente decisivo anche per giungere ad un completo rovesciamento della decisione di primo grado.
Il requisito dell’indispensabilità della nuova produzione documentale non deve essere apprezzato limitatamente al momento della formazione delle preclusioni istruttorie di primo grado, ma deve essere valutato in relazione allo sviluppo assunto dall’intero processo, comprensivo della sentenza di primo grado e di ciò che la stessa afferma a commento delle risultanze istruttorie acquisite.
Ordinanza interlocutoria n. 24408 del 17 novembre 2014
1) Preliminarmente si rileva che, nel proporre appello, il P non ha impugnato la sentenza di primo grado, nella parte in cui ha rigettato la sua domanda riconvenzionale di usucapione del locale per cui è causa. L’appellante, al contrario, si è limitato a riproporre la tesi, già prospettata in primo grado in via di mera eccezione, secondo cui tale vano costituisce un accessorio dell’appartamento che il convenuto ha acquistato dalla procedura fallimentare in base ad atto di trasferimento del 2-5-1984
Poiché, dunque, la domanda riconvenzionale di usucapione risulta ormai abbandonata, e le questioni poste dal ricorrente riguardo alla sua proprietà esclusiva del locale de quo attengono alia sfera delle mere eccezioni svolte per contrastare la domanda attrice, deve ritenersi di fatto superata ogni esigenza di litisconsorzio necessario che avrebbe potuto prospettarsi in relazione alla domanda riconvenzionale originariamente proposta dal convenuto. E infatti, come è stato di recente chiarito dalle Sezioni Unite di questa Corte, in tema di condominio negli edifici, qualora un condomino agisca per l’accertamento della natura condominiale di un bene, non occorre integrare il contraddittorio nei riguardi degli altri condomini, se il convenuto eccepisca la proprietà esclusiva, senza formulare, tuttavia, un’apposita domanda riconvenzionale e, quindi, senza mettere in discussione -con finalità di ampliare il tema del decidere ed ottenere
una pronuncia avente efficacia di giudicato- la comproprietà degli altri soggetti (Cass. Sez. Un. 13-11-2013 n. 25484).
Ciò posto, si rammenta che, come è stato più volte affermato dalla giurisprudenza in relazione a fattispecie diverse ma assimilabili a quella per cui si controverte, il principio costituzionale di ragionevole durata del processo impedisce al giudice di adottare provvedimenti che, senza utilità per il diritto di difesa o per il rispetto del contraddittorio, ritardino inutilmente la definizione del giudizio (v. Cass. Sez. Un. 14-5-2013 n. 1 1523; Cass. 6-8-2010 n. 18375; Cass. 23-2-2010 n 4342). L’attuazione dei princìpi del giusto processo, di cui all’art 111 Cost., pertanto, impone un contemperamento tra le esigenze di natura pubblicistica del litisconsorzio necessario ed il dovere del giudice di verificare preliminarmente la sussistenza di un reale interesse a contraddire in capo al soggetto pretermesso (Cass. Sez. Un. ì4-5-201 3 n. 11 523).
Nel caso in esame, la rimessione degli atti al primo giudice (sollecitata in udienza dal Pubblico Ministero) per provvedere alla integrazione del contraddittorio in relazione alla domanda riconvenzionale originariamente proposta dal convenuto e dal medesimo successivamente abbandonata, comporterebbe un inutile e dispendioso allungamento dei termini di definizione non giustificato da un concreto interesse delle parti costituite e da una effettiva contrazione dei diritti sostanziali e processuali subita dalle parti escluse.
2) Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 345 comma 3 c p.c, anche in relazione ai principi del giusto processo di cui all’art ili Cost., la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e l’omissione di motivazione, in ordine alla ritenuta inammissibilità dei nuovi documenti prodotti in appello dal convenuto, diretti a dimostrare l’appartenenza in via esclusiva al p del locale per cui è causa. Deduce che il giudice del gravame, male interpretando i principi affermati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con sentenza n 8203 del 24-4-2005, ha ritenuto inammissibile tale produzione, solo perché inerente a documenti non formatisi in epoca successiva alle già verificatesi preclusioni e non resa necessaria in ragione dello sviluppo assunto dal processo. Così statuendo, la Corte territoriale ha offerto una distorta valutazione della nozione di “indispensabilità” dei documenti nuovi prodotti in appello, non considerando che i predetti documenti, e in particolare il contratto del 21-10-1977, offrivano un contributo decisivo all’accertamento dei fatti, dimostrando in modo incontestabile che il locale di sgombero per cui è causa non era mai stato di proprietà condominiale, ma era da sempre stato un bene di natura accessoria rispetto a quello principale, costituito dall’appartamento attualmente di proprietà del P
Il motivo si conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto pag. 19: “Dica la Corte di Cassazione se è ammissibile la produzione per la prima volta in appello di documenti, anche preesistenti alla maturazione delle preclusioni istruttorie in primo grado, ma idonei a fornire un contributo decisivo all ’accertamento della verità materiale e, conseguentemente, al rovesciamento delia decisione di primo grado”.
3) Con il secondo motivo, proposto in via subordinata, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 11 delle preleggi, nonché dell’art. 345 c.p.c. (per come interpretato ed applicato dal “diritto vivente” ai momento del deposito dei documenti nuovi in appello), anche in relazione agli artt. 3 e 111 c.p.c.
Il quesito di diritto posto è il seguente:
“Dica la Corte se il principio “tempus regit actum” (secondo il quale l’immediata applicazione della legge processuale sopravvenuta ha riguardo soltanto agli atti processuali successivi all’entrata in vigore della legge stessa, alla quale non è dato incidere sugli atti anteriormente compiuti, i cui effetti restano regolali dalla norma sotto il cui imperio siano stati posti in essere) trova applicazione anche nell’ipotesi in cui sopravvenga un principio giurisprudenziale che sostituisca o superi un precedente principio de! diritto vivente al momento del compimento dell’atto processuale; e se, di conseguenza, la produzione di documenti nuovi in appello, avvenuta antecedentemente alla pubblicazione della sentenza della Cassazione a Sezioni Unite n. 8203 del 2005 (nella specie più di un anno prima), era da ritenersi comunque ammissibile, stante la previsione del terzo comma dell’art. 345 c.p.c., applicala ed interpretata dal diritto vivente all’epoca della produzione soltanto con riferimento ai nuovi mezzi di prova costituenda”.
4) Il primo motivo è fondato.
Con riguardo alla produzione di nuovi documenti in grado di appello nel rito ordinario, le Sezioni Unite di questa Corte, nella nota sentenza n. 8203 del 24-4-2005, hanno fissato i seguenti principi :
a) l’art. 345 comma 3, epe (nel testo applicabile ratione temporis alla presente controversia), va interpretato nel senso che esso fissa sul piano generale il principio dell’inammissibilità dei “nuovi mezzi di prova”, e quindi anche delle produzioni documentali, indicando nello stesso tempo i limiti (e, quindi, le deroghe) a questa regola, con il porre in via alternativa i requisiti che detti “nuovi mezzi di prova” devono presentare per potere trovare ingresso in sede di gravame; requisiti consistenti nella dimostrazione che le parti non abbiano potuto produrli prima per causa ad esse non imputabile, ovvero nel convincimento del giudice della indispensabilità degli stessi per la decisione;
b) il giudice, pertanto, oltre a quelle prove (comprese quelle documentali) che le parti dimostrino di non avere potuto proporre prima per causa ad esse non imputabili, è abilitato ad ammettere, nonostante le già verificatesi preclusioni, solo quelle prove che ritenga -nel quadro delle risultanze istruttorie già acquisite- “indispensabili”, perché suscettibili di una influenza causale più incisiva rispetto a quella che le prove, definite come “rilevanti” (cfr. art. 184, comma I; art. 420, comma 5), hanno sulla decisione finale della controversia; prove che, proprio perché “indispensabili”, sono capaci, in altri termini, di determinare un positivo accertamento dei fatti di causa, decisivo talvolta anche per giungere ad un completo rovesciamento della decisione cui è pervenuto il giudice di primo grado;
c) i documenti devono essere prodotti, a pena di decadenza, mediante specifica indicazione nei rispettivi atti introduttivi del giudizio di secondo grado, a meno che la loro formazione non sia successiva e la loro produzione non sia stata resa necessaria in ragione dello sviluppo assunto dal processo:
d) l’ammissione dei “nuovi mezzi di prova” e, quindi, anche della prova documentale, non può prescindere da una espressa domanda delle parti;
e) l’esercizio del potere officioso conferito in materia al giudice di appello non può esercitarsi in modo arbitrario, ma deve essere espresso in un provvedimento motivato, il cui contenuto è censurabile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 n. 3 e n. 5 c.p.c.
In particolare, riguardo al requisito della indispensabilità, nella citata pronuncia è stato evidenziato che la particolare complessità delle controversie ordinarie, rispetto a quelle proprie del lavoro, renderebbe particolarmente pesanti le preclusioni istruttorie, previste per il giudizio di primo grado dal nuovo testo dell’art. 184 c.p.c, ove non si consentisse l’ammissione in appello almeno dei mezzi di prova indispensabili, senza che la parte debba dimostrare anche l’impossibilità ad essa non imputabile di una loro anteriore produzione; e che risponde a razionalità che le esigenze di speditezza, cui è improntato il rito ordinario dopo la novella del 1990, possano subire in sede di gravame, pure cioè in uno stato avanzato dell’intero iter processuale, un parziale ridimensionamento, proprio perché si è in presenza di prove che, per il loro spessore contenutistico, sono idonee a fornire un contributo decisivo all’accertamento della verità materiale, restando di contro salva in tutti i restanti casi l’ultrattività delle preclusioni già verificatesi in primo grado.
Nella specie, la sentenza impugnata, nel valutare il requisito della indispensabilità dei nuovi documenti prodotti in appello dal P , non si è attenuta agli enunciati principi.
E invero, con la sentenza di primo grado il Tribunale aveva ritenuto che il documento prodotto in primo grado dal P (decreto di trasferimento dalla Curatela Fallimentare dell’appartamento sito al sesto e settimo piano, di cui, secondo l’odierno ricorrente, il locale di sgombero a piano terra costituirebbe un accessorio) fosse inidoneo a provare la proprietà esclusiva in capo al convenuto del locale per cui è causa, in quanto privo di ogni riferimento a tale vano; ed aveva, di conseguenza, ritenuto non superata la presunzione di condominialità del bene in questione, di cui al1’art. 1117 c.c.
Avendo, dunque, la sentenza di primo grado ritenuto il documento prodotto dal convenuto inidoneo a comprovare l’assunto difensivo di tale parte, con l’atto di appello il P ha prodotto (n 1-5 bis del fascicolo di secondo grado) ulteriore documentazione (v, in particolare, atto pubblico del 21-10-1977, con cui l’originario dante causa dell’immobile, GL, successivamente dichiarato fallito, aveva acquistato dalla società J l’appartamento al sesto piano, comprensivo di “un vano al pianterreno adiacente al vano caldaie…in catasto alla partita 15902…foglio X …particella X sub X … piano 6-7…”, il tutto meglio identificato nelle tre planimetrie allegate con le lettere “I”, “L” e “M” dell’atto di vendita del 19-6-1971 Rep. n. 8068), diretta a dimostrare che la particella X sub x del foglio x comprendeva, oltre all’appartamento, il vano a pianterreno per cui è causa, individuato nell’allegato M dell’atto di vendita del 19-6-1971, che il suddetto immobile era stato integralmente acquisito nell’attivo fallimentare di GL e sottoposto alla trascrizione eseguita a favore del Fallimento della GS di LG il 29-7-1981 “con annessi soffitte e scantinati”; che lo stesso immobile era stato trasferito, come tale, dal Giudice Delegato all’appellante, in unico lotto, il 13-4-1984, senza che il decreto di trasferimento contenesse alcun frazionamento, ovvero alcuna esclusione esplicita riguardo al vano scantinato compreso nella particella X sub X del foglio X i che dopo la cancellazione della trascrizione fallimentare, il predetto immobile era stato trascritto e volturato in favore di PL il 27-9-1984.
Orbene, non par dubbio che la nuova documentazione offerta dall’appellante, diretta a dimostrare -ad integrazione dei documenti già ritualmente prodotti e ritenuti insufficienti dal Tribunale- l’appartenenza del locale in contestazione al convenuto, costituiva, almeno in astratto, un mezzo decisivo per dimostrare che tale bene non era di proprietà del Condominio e, quindi, per determinare il ribaltamento della decisione di primo grado.
La Corte di Appello ha ritenuto inammissibile la predetta produzione documentale, rilevando che, in base alla sentenza n. 8203 del 2005, la valutazione della indispensabilità dei nuovi documenti in appello deve essere effettuata “o a fronte di documenti formati successivamente alle preclusioni di legge oppure a fronte di documenti la cui necessità della produzione sia emersa per la prima volta in conseguenza dell’assunzione dei mezzi di prova offerti tempestivamente dalle parti e che, nel caso in esame, non si è verificata alcuna di dette condizioni, “considerata l’epoca di formazione dei documenti prodotti dal P per la prima volta in appello e non potendosi sostenere che la necessità della relativa produzione sia insorta dallo sviluppo assunto dal giudizio di primo grado'”.
Nel pervenire a tali conclusioni, il giudice del gravame è partito da una lettura restrittiva dell’espressione “sempre che ¡a produzione degli stessi non sia stata resa necessaria in ragione dello sviluppo assunto da! processo”. contenuta nella motivazione della citata sentenza n. 8203 del 2005; espressione che. nel contesto argomentativo seguito dalle Sezioni Unite, non può essere circoscritta temporalmente al momento della formazione delle preclusioni istruttorie di cui all’art. 184 c.p.c., ma va riferita alla documentazione la cui produzione sia resa necessaria dallo sviluppo assunto dall’intero processo, comprensivo della decisione di primo grado, il cui contenuto, a commento delle risultanze istruttorie acquisite, evidenzi la necessità di un ulteriore apporto probatorio.
Il giudice del gravame, pertanto, ha sostanzialmente negato ingresso ai nuovi documenti per il semplice fatto che gli stessi ben avrebbero potuto essere prodotti in primo grado. Così opinando, esso ha offerto un’interpretazione riduttiva del potere di ammissione delie prove documentali “indispensabili” in appello, che finisce con il vanificare la funzione correttiva del rigore del regime delle preclusioni istruttorie, prevista dall’art. 345 comma 3 c.p.c.; e si è di fatto sottratto ad ogni valutazione in ordine alla idoneità dei nuovi documenti a provare i fatti controversi e a consentire l’eventuale ribaltamento della decisione di primo grado.
Il giudice del gravame, pertanto, ha disatteso il disposto normativo, in base al quale la preclusione di cui all’art. 345 n. 3 c.p.c, non opera nell’ipotesi -alternativa (e non concorrente) rispetto a quella in cui la mancata produzione, in primo grado, dei documenti non sia imputabile alla parte che intende avvalersene- in cui il giudice riconosca che i nuovi mezzi di prova siano “indispensabili ai fini della decisione della causa”; ed è altresì incorso nel vizio di omessa motivazione in ordine al requisito di indispensabilità della nuova documentazione.
In accoglimento del motivo in esame, di conseguenza, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Catanzaro, la quale dovrà procedere a nuovo esame
dell’ammissibilità dei nuovi documenti prodotti in appello dal P attenendosi ai seguenti principi di diritto: “L’art. 345, comma 3, c p.c., come modificato dalla legge 26-11-1990 n. 353, nell’escludere l’ammissibilità di nuovi mezzi di prova, ivi compresi i documenti, consente al giudice di appello di ammettere, oltre alle nuove prove che le parti non abbiano potuto produrre prima per causa ad esse non imputabile, anche quelle da lui ritenute -nel quadro delle risultanze istruttorie già acquisite-, indispensabili, perchè dotate di un’influenza causale più incisiva rispetto a quella che le prove rilevanti hanno sulla decisione finale della controversia, e capaci, quindi, di determinare un positivo accertamento dei fatti di causa, eventualmente decisivo anche per giungere ad un completo rovesciamento della decisione di primo grado”. “Il requisito dell’indispensabilità della nuova produzione documentale non deve essere apprezzato limitatamente al momento della formazione delle preclusioni istruttorie di primo grado, ma deve essere valutato in relazione allo sviluppo assunto dall’intero processo, comprensivo della sentenza di primo grado e di ciò che la stessa afferma a commento delle risultanze istruttorie acquisite”.
Il giudice del rinvio provvederà anche sulle spese del presente grado di giudizio.
La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia anche per le spese ad altra Sezione della Corte di Appello di Catanzaro
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 18-12-2013
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 Cass. Sez. 
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