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Timestamp: 2019-07-20 05:55:49+00:00

Document:
Caparra confirmatoria e rimedi caducatori offerti al contraente non inadempiente (Cass.31.01.2019 n. 2969)
Interessi protetti - Obbligazioni, contratti - Antonio Arseni - 30/03/2019
La Cassazione ritorna sul tema della fungibilità delle azioni di risoluzione/risarcimento e di recesso/ritenzione della caparra confirmatoria, esperibili nei confronti del contraente inadempiente, abbastanza dibattute in entrambi gli ambiti del diritto sostanziale e processuale.
Nel 2018 (solo per riferirci all’anno appena trascorso) cospicuo è stato il numero delle decisioni che hanno affrontato detta tematica.
Appaiono, dunque, ancora di attualità, come dimostrano i ripetuti interventi della S.C., le incertezze che si registrano nella pratica forense, laddove si ponga mente al fatto che ancora è d’uso nell’atto introduttivo del giudizio (e questo è solo un aspetto, non marginale ,in subiecta materia), accompagnare la dichiarazione di ritenzione della caparra, ovvero la richiesta di pagamento del doppio, ad una domanda di risoluzione contrattuale anziché di accertamento ed affermazione della legittimità dell’esercitato diritto di recesso: venendo, quest’ultima, spesso introidata nel corso del giudizio a modificazione (non consentita) di quella risolutiva.
Il caso sottoposto all’esame della S.C., nella sentenza in commento, ha riguardato una complessa vicenda processuale, laddove una certa società A, impegnatasi ad acquistare un centro commerciale, aveva citato in giudizio altra società B nonché i soci (personalmente) di una ulteriore società C, interessata all’affare, chiedendo, sulla base dell’esercitato diritto di recesso contrattuale, stante l’inadempimento dei convenuti, la condanna di questi ultimi al pagamento del doppio della caparra versata. Questi ultimi, a loro volta, svolgevano riconvenzionale finalizzata a trattenere la somma versata a titolo di caparra confirmatoria (pari ad € 8.580.000,00) stante, invero, l’inadempimento della società A. Il Tribunale di Milano accoglieva la domanda di quest’ultima condannando i convenuti, in loro solido, al pagamento del doppio della caparra , nella suddetta misura.
La sentenza veniva sostanzialmente confermata dalla Corte di Appello di Milano, con la differenza che la natura solidale dell’obbligazione veniva riconosciuta solo per l’importo di € 180.000,00 accertando la non solidarietà della stessa per il resto (€ 8.400.000,00).
La causa approdava in Cassazione, su ricorso della società B, affidato a due motivi.
Accolto il primo - riguardante un profilo di nullità della sentenza, avendo la Corte di Appello ritenuta la insussistenza dell’eccepito difetto di contraddittorio della società C, in ragione del fatto che le domande delle parti non la coinvolgevano affatto (valutazione non condivisa dalla Cassazione, che ha potuto sindacarla essendo stato denunciato un errore in procedendo) - i Giudici di Palazzo Cavour annullavano la sentenza gravata ex art. 383, co. 3 c.p.c., rimettendo la causa al primo Giudice (Tribunale di Milano).
E ciò, sulla base del seguente principio di diritto: “L’azione diretta all’accertamento della legittimità del recesso implica l’accertamento della inefficacia del contratto producendo un effetto analogo alla risoluzione per inadempimento, ossia la sopravvenuta inefficacia del contratto e la conseguente integrale eliminazione integrale del rapporto giuridico e, quindi, ove tale accertamento coinvolga più parti sussiste la necessità del litisconsorzio necessario fra tutti i contraenti ex art. 102 c.p.c.”.
L’affermazione trae le mosse da una breve ma precisa ricostruzione degli istituti giuridici in subiecta materia, e fissa, ribadendoli, i principi applicabili, magistralmente espressi dalla decisione delle S.U. 553/2009, esplicitamente richiamata.
È utile, a tal riguardo, esaminare, ancorché brevemente, detti principi informatori che hanno ispirato la sentenza in oggetto e che riprendono i dicta delle Sezioni Unite del 2009 ed i successivi orientamenti della stessa Suprema Corte, da tenere sempre presenti al fine della corretta formulazione di una domanda giudiziaria, in vicende analoghe.
Orbene, nella motivazione della decisione 2969/2019, ricorda la Corte Regolatrice che la domanda diretta all’accertamento della legittimità del recesso ed alla condanna al pagamento del doppio della caparra (quando il soggetto inadempiente è colui che la ha ricevuta) ed ,egualmente, quella diretta a dichiarare la correttezza della sua ritenzione (quando il soggetto inadempiente è viceversa colui che l’ha data), sebbene sia diversa dalla domanda di risoluzione per inadempimento, implica il medesimo effetto della estinzione (con efficacia ex tunc) del contratto.
La specialità dello strumento di risoluzione negoziale, quale emergente dal suddetto meccanismo previsto dal 2° comma dell’art. 1385 CC, postula comunque - affinché possano operare gli effetti caducatori e risarcitori correlati alla dazione di una somma a titolo di caparra confirmatoria,- l’esistenza di un inadempimento gravemente colpevole, ossia un inadempimento imputabile (ex art. 1218 e 1256 CC) e non di scarsa importanza (art. 1455 CC).
Dunque, a fronte di un inadempimento imputabile e non di scarsa importanza - requisiti che accomunano (insieme alla caducazione ex tunc degli effetti del contratto) le due ipotesi di recesso e risoluzione - il contraente non inadempiente ha la possibilità (laddove prevista nel contratto la pattuizione del diritto di recesso accompagnata da quella accessoria della caparra confirmatoria) di ricorrere ai due rimedi che sono alternativi: la parte che “ha ragione” può scegliere di avvalersi del rimedio previsto dal 2° comma dell’art. 1385 CC (il recesso/risoluzione ritenendo la caparra o chiedendo il doppio della stessa, nel primo caso se l’ha ricevuta, nel secondo caso se l’ha data) oppure può chiedere la risoluzione (o esecuzione) del contratto, ma in tal caso il risarcimento danni è regolato dalle norme generali.
Il solo fatto dell’inadempimento qualificato, come letto, fa sorgere in capo al contraente che l’ha subito, la possibilità di sciogliere (attraverso il recesso) il rapporto negoziale e di ottenere la caparra laddove pattuita: quest’ultima assolve alla evidente funzione di preventiva liquidazione del danno subito da una parte a causa dell’inadempimento dell’altra, accostandola, sotto tale profilo alla clausola penale, di cui ne condividerebbe l’aspetto sanzionatorio (in dottrina A. Marini voce Caparra in C.M. Bianco, Diritto Civile 1999 vol. 5): dalla quale, purtuttavia, si differenzierebbe in quanto nella clausola penale vi è un limite al danno risarcibile, che vincola le parti a meno che, le stesse, non abbiano convenuto la risarcibilità del danno ulteriore (ex art. 1382 CC), mentre nella caparra confirmatoria la predeterminazione del danno non vincola la parte non inadempiente, la quale può scegliere altro percorso per soddisfare i propri interessi optando per la esecuzione del contratto o la sua risoluzione per via giudiziale oltre che il risarcimento danni secondo le regole generali (v. art. 1382).
La questione appena evocata merita uno specifico, seppur breve, approfondimento atteso che in dottrina e giurisprudenza la soluzione non appare univoca.
Si è sostenuto da una parte della dottrina (Bavetta:La Caparra, Milano 1963 p. 17) che la parte non inadempiente che ha optato per la risoluzione giudiziale, avrebbe posto in essere un comportamento incompatibile con quanto disposto nel comma 2° dell’art. 1385 CC dimostrando per questo di aver rinunciato alla caparra.
Tale facoltà, liberamente esercitabile dal contraente non inadempiente, risponde ad un duplice interesse di quest’ultimo: quello di ottenere il ristoro del pregiudizio sofferto in tempi brevi e senza oneri probatori essendo il danno in re ipsa, attesa la funzione di liquidazione convenzionale anticipata dello stesso; quello, per altro verso, di ottenere il risarcimento integrale (che non è detto possa essere inferiore all’importo della caparra), che purtuttavia ha un prezzo, essendo il creditore onerato di dimostrare il danno subito nel suo preciso ammontare, secondo le regole generali.
L’alternatività dei rimedi costituisce espressione di un diritto potestativo del contraente non inadempiente, conferendo a quest’ultimo una posizione di forza rispetto a quella della controparte (in dottrina v. F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, Napoli, il quale afferma che tale diritto soggettivo si manifesta come sintesi di una posizione di libertà, laddove il suo titolare è libero di esercitarlo o meno, e di una posizione di forza, laddove una volta esercitato , esso è in grado di realizzare pienamente l’interesse).
Occorre ora esaminare il punctum pruriens relativo al “quando” può essere operata detta scelta.
Per non appesantire il presente elaborato, vanno sinteticamente ricordati i seguenti principi.
Ragion per cui colui che, ricevuta la caparra confirmatoria, si sia avvalso della facoltà di provocare la risoluzione del contratto mediante diffida ad adempiere “ante causam” può, in seguito, agire in giudizio rinunciando all’effetto risolutivo e esercitando il diritto di recesso, posto che il divieto di modifica della domanda vale solo per quella giurisdizionale già proposta (v. Cass. 26/05/1989 n° 2557; Cass.18/11/2002 n° 16221; Cass. 21/02/2013 n° 358 da ultimo Cass. 03/11/2017 n° 26206, Tribunale di Reggio Emilia 02/02/2013 n° 358, Tribunale di Treviso 19/03/2013 n° 542).
La parte promittente venditrice, nel corso del giudizio, modificava la richiesta invocando la facoltà di recesso tenendo sempre in considerazione l’inadempimento della controparte (conforme Cass. 03/02/2015 n° 1901 e da ultimo Cass. 16/01/2018 n° 882.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 383
 art. 102
 sentenza 
 art. 1218
 art. 1382
 art. 1382
 Cass. 
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