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Timestamp: 2020-06-01 13:44:55+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 23776 del 11/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23776 del 11/10/2017
Cassazione civile, sez. VI, 11/10/2017, (ud. 19/07/2017, dep.11/10/2017), n. 23776
sul ricorso 13730/2016 proposto da:
L.O., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CORSO
D’ITALIA n.97, presso lo studio dell’avvocato FLAVIO DE BATTISTA,
rappresentato e difeso dall’avvocato ALESSANDRO MARIANI;
C.M.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA A.
RIBOTY n.23, presso lo studio dell’avvocato SALVATORE NAPOLI,
LA.OT., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
LUNGOTEVERE DEI MELLINI N.24, presso lo studio dell’avvocato
GIOVANNI GIACOBBE, che lo rappresenta e difende unitamente con
poteri disgiunti all’avvocato GIUSEPPE LAURETTI;
avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, n. cronol. 807/2016
emesso sul procedimento iscritto al n. 50693/2014 R.G. depositato il
con sentenza passata in giudicato, veniva accertato che La.Ot. non era figlio legittimo di L.O., con conseguente perdita del cognome paterno;
con successivo atto, L.A. riconosceva Ottaviano come proprio figlio;
veniva peraltro instaurato contro L.A. un procedimento penale per la falsità del riconoscimento, e tale procedimento si concludeva con sentenza di patteggiamento, sicchè, su richiesta del pubblico ministero, il tribunale di Latina disponeva l’annotazione della sentenza suddetta a margine dell’atto di nascita di La.Ot., stabilendo che questi assumesse il cognome della madre ( C.);
precisati in tal modo i fatti, la corte d’appello di Roma, pronunciando sui reclami di C.M.A., La.Ot. e A. avverso il citato decreto del tribunale di Latina, dichiarava il difetto di legittimazione di L.O. e la cessazione della materia del contendere quanto all’istanza di Ottaviano per il mantenimento del cognome, essendo intervenuto medio tempore un altro provvedimento autorizzativo del tribunale a tutela della identità personale del medesimo; confermava il provvedimento “nel resto”;
avverso il decreto della corte d’appello ha proposto ricorso per cassazione L.O., dolendosi della dichiarata sua carenza di legittimazione e della conseguente violazione e falsa applicazione dell’art. 100 c.p.c., dell’omessa motivazione del decreto sul punto essenziale riguardante l’uso di un cognome frutto di reato, della non rilevata litispendenza e della annessa violazione e falsa applicazione degli artt. 131,101 e 295 c.p.c., e art. 2909 c.c., in relazione all’art. 648 c.p.p.;
L.A. non ha svolto difese;
gli altri intimati hanno resistito con separati controricorsi;
il ricorso è inammissibile in base all’assorbente la considerazione che il provvedimento impugnato è stato assunto nel contesto di un procedimento instaurato dal pubblico ministero D.P.R. n. 396 del 2000, ex art. 95, per l’annotazione della sentenza penale;
a fronte di tale circostanza, la corte d’appello ha dichiarato la cessazione della materia del contendere a proposito della domanda di mantenimento del cognome L. proposta da Ot. ( C.) e ha confermato il decreto del tribunale “nel resto”, vale a dire con riguardo, appunto, all’annotazione della sentenza penale a margine dell’atto di nascita del medesimo;
la posizione del ricorrente L.O. non è presidiata da interesse quanto alla statuizione che qui rileva, giacchè il mantenimento del cognome L. deriva, quanto a Ot., non dal decreto de quo ma da quello separatamente assunto dal tribunale di Latina in data 26-11-2014, che, per quanto si apprende, ha giustappunto autorizzato il mantenimento del cognome quale autonomo segno distintivo dell’identità personale;
a niente serve, allora, opporre in questa sede un ipotetico contrasto tra le statuizioni, non solo (e non tanto) perchè un siffatto contrasto è inesistente (nel procedimento al quale si riferisce il ricorso essendo stata pronunciata la cessazione della materia del contendere), ma anche, e a monte, perchè ogni doglianza al riguardo avrebbe dovuto essere prospettata nei confronti del provvedimento costituente titolo per il mantenimento del cognome (tale essendo – ripetesi – quello del 26-11-2014), non certo impugnando quello della corte d’appello, meramente confermativo, infine, della necessaria annotazione della sentenza penale;
La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente alle spese processuali, che liquida per ciascuna parte costituita in Euro 2.500,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre accessori e rimborso forfetario di spese generali nella percentuale di legge.

References: Sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 2909
 art. 95
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