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Timestamp: 2019-05-20 14:38:43+00:00

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Avv. Emanuele Verghini: LA RESPONSABILITA' VERSO LA SOCIETA' DELL'AMMINISTRATORE NON EXECUTIVE PER "VIOLAZIONI MACROSCOPICHE" NEI DOVERI DI GESTIONE
LA RESPONSABILITA' VERSO LA SOCIETA' DELL'AMMINISTRATORE NON EXECUTIVE PER "VIOLAZIONI MACROSCOPICHE" NEI DOVERI DI GESTIONE
La responsabilità verso la società dell’amministratore non executive per “violazioni macroscopiche” nei doveri di gestione
CASSAZIONE CIVILE, I^ Sezione, 27 aprile 2011, n. 9384. – Proto Presidente – Mercolino Relatore – Carestia P.M. – Alpi Assicurazioni s.p.a. in liquidazione coatta amministrativa - contro ricorrente - (avv. Venturiello) c. F.B. - ricorrente - (avv.ti Manferoce e Franchine) nonché A. B., F. G. R., M. P., L. E., R. C., C. G., E. B. F., F. B., G. M. - intimati -
Conferma App. di Milano 11 giugno 2004 n. 1647/04
Società per azioni – Amministratori – Responsabilità verso la società – (artt. 2392 c.c.)
La responsabiulità verso la società di tutti i membri del consiglio di amministrazione non viene meno nel caso di violazione degli obblighi di gestione che – non investendo singoli atti ma un intero ramo d’attività – costituisca un fenomeno di portata tale da non poter sfuggire neppure all’attenzione degli amministratori sprovvisti di delega e rimasti in carica per un breve periodo di tempo.
L’esercizio senza autorizzazione di un’attività assicurativa – che aveva causato nei confronti della società l’irrogazione della relativa sanzione da parte dell’Isvap – è idoneo a palesare una così macroscopica esorbitanza dall’oggetto sociale che non sarebbe potuta sfuggire alla vigilanza diligente dell’amministratore, anche se non executive ed indipendentemente dalla durata del suo incarico (1).
[Sentenza] Svolgimento del processo
1. La Alpi Assicurazioni s.p.a. convenne in giudizio B. A., G. R. F., P. M., E. L., C. R., G. C. e B. F., già amministratori della società, nonché B. F. E., B. F., M. G. e C. R., già sindaci, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti in conseguenza di comportamenti dagli stessi tenuti, nel periodo compreso tra il 10 gennaio 1986 ed il 18 aprile 1989, inviolazione dei doveri inerenti alle cariche rispettivamente rivestite.
1.1. Instauratosi il contraddittorio, il giudizio fu dichiarato interrotto a seguito della sottoposizione dell’attrice a liquidazione coatta amministrativa, per essere poi riassunto dal commissario liquidatore.
1.2. Con sentenza del 15 giugno 1998, il Tribunale di Milano rigettò la domanda.
2. Sull’impugnazione della società attrice, la Corte d’Appello di Milano, con sentenza dell’11 Giugno 2004, ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado, condannando il G. R., il C., il G., il B., il B. F., il B. ed il M. alla rivalsa di quanto dovuto dalla Alpi Assicurazioni all’Isvap per le sanzioni irrogate a causa dell’esercizio non autorizzato di attività assicurativa nel ramo “auto rischi diversi”.
A fondamento della decisione, la Corte, per quanto ancora rileva in questa sede, ha ritenuto che la prova del danno risarcibile emergesse dalla sentenza emessa il 27 maggio 1994, con cui il Pretore di Milano aveva confermato, riducendone l’ammontare, la sanzione irrogata alla società dall’Isvap, essendo indubitabile che l’esercizio dell’attività assicurativa in un ramo non autorizzato costituisce un’evidente violazione degli obblighi gestori degli amministratori di una compagnia di assicurazioni. Quanto al profilo soggettivo, la Corte territoriale ha ritenuto sussistente la colpa esclusivamente a carico di coloro che avevano svolto le funzioni di amministratore e sindaco a partire dal 1988, sulla base della sentenza con cui questa Corte aveva confermato la decisione del Pretore, ribadendo che la colpa era senz’altro ravvisatale per il periodo successivo alla circolare dell’Isvap 8 giugno 1987, n. 76, la quale, risolvendo i dubbi interpretativi suscitati dalla l. 10 giugno 1978, n. 295, aveva reso ingiustificabile la condotta dei trasgressori.
3. Avverso la predetta sentenza B.F. propone ricorso per cassazione, articolato in tre motivi. Resiste con controricorso la Alpi Assicurazioni in l.c.a. Entrambe le parti hanno depositato memorie. Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.
2. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2392 e 2393 c.c., nonché la contraddittorietà e l’insufficienza della motivazione su un punto decisivo della controversia, osservando che, ai fini dell’accertamento della responsabilità degli amministratori, la sentenza impugnata si è limitata a richiamare la circolare dell’Isvap n. 76 del 1987, senza accertare l’antigiuridicità del loro comportamento ed il nesso causale con il danno patito dalla società, ed in particolare senza verificare se esso ricorrente, facente parte del consiglio di amministrazione ma sprovvisto di qualsiasi delega, avesse omesso di vigilare sull’andamento generale della società o di fare quanto necessario per impedire l’evento dannoso o attenuarne le conseguenze.
3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., e dell’art. 24 cost., comma 2, nonché la contraddittorietà e l’insufficienza della motivazione su un punto decisivo della controversia, sostenendo che la sentenza impugnata gli ha addebitato automaticamente violazioni ricollegabili a comportamenti tenuti da altri amministratori, nonostante egli avesse evidenziato di aver ricoperto tale carica per un periodo assai breve e di aver ottenuto per tale motivo una cospicua riduzione della sanzione inflittagli, e l’attrice non avesse offerto la prova dell’apporto da lui fornito alla produzione dell’evento dannoso.
4. Le predette censure, da esaminarsi congiuntamente in considerazione della comune attinenza all’addebilabilità dell’evento dannoso, sono infondate.
La Corte d’Appello ha fondato l’affermazione della responsabilità degli amministratori sulla considerazione che l’esercizio dell’attività assicurativa in un ramo non autorizzato, accertato nel giudizio di opposizione alla sanzione amministrativa, costituisce indubitabilmente un’evidente violazione di legge connessa agli obblighi gestori degli amministratori di una compagnia di assicurazioni.
Tale affermazione appare pienamente coerente con la posizione ricoperta nell’ambito dell’organizzazione sociale dagli amministratori, i quali non costituiscono soltanto l’organo cui è demandata l’esecuzione delle delibere dell’assemblea, ma svolgono anche una funzione propulsiva dell’attività di quest’ultima, oltre ad avere la gestione dell’attività sociale ed a poter compiere, nello svolgimento della stessa, tutte le operazioni che rientrano nell’oggetto della società. E’ proprio la centralità del ruolo spettante agli amministratori a rendere ragione della riconducibilità alla loro condotta dell’illecito commesso dalla società, non essendo immaginabile che una così vistosa deviazione dell’attività assicurativa dai limiti segnati dalla disciplina di settore abbia potuto verificarsi senza l’apporto o comunque al di fuori del controllo dell’organo cui compete la gestione dell’attività sociale.
Quanto al profilo soggettivo della responsabilità, si osserva che la natura contrattuale dell’azione prevista dall’art. 2392 c.c., comporta che, ai fini del suo accoglimento, la società ha l’onere di provare soltanto la sussistenza delle violazioni ed il nesso di causalità fra le stesse ed il danno verificatosi, mentre incombe sugli amministratori l’onere di dimostrare la non imputabilità a sé del fatto dannoso, fornendo la prova positiva, con riferimento agli addebiti contestati, dell’osservanza dei doveri e dell’adempimento degli obblighi loro imposti (cfr. Cass. sez. 1^, 11 novembre 2010, n. 22911; 29 ottobre 2008, n. 25977).
In proposito, peraltro, nonostante l’inadempimento dell’onere probatorio incombente sul ricorrente, la Corte d’Appello non ha mancato di farsi carico dell’individuazione degli aspetti antidoverosi della condotta degli amministratori, che giustificano l’imputazione del fatto dannoso a titolo di colpa. Essa ha infatti escluso la possibilità di attribuire efficacia esimente all’incertezza riguardante l’ambito applicativo della l. 10 giugno 1978, n. 295, che disciplinava il contenuto ed i limiti dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività assicurativa, rilevando che i dubbi interpretativi erano stati dissipati dalla circolare dell’Isvap, richiamata anche nella sentenza con cui questa Corte aveva confermato il rigetto dell’opposizione alla sanzione amministrativa, ed ha aggiunto che gli amministratori, pur agendo professionalmente in un determinato campo di attività e dovendo istituzionalmente perseguire l’oggetto sociale, avevano persistito nel comportamento vietato nonostante i ripetuti interventi di richiamo dell’autorità di vigilanza.
Il ricorrente censura l’affermazione della sua responsabilità, lamentando l’omesso accertamento del contributo da lui specificamente fornito alla verificazione del fatto dannoso, in relazione alla brevità del periodo in cui egli ha ricoperto la carica di amministratore ed alla circostanza che era sprovvisto di delega.
Premesso che la fattispecie in esame ricade nell’ambito temporale di applicazione dell’art. 2392 c.c., nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, si osserva che, nell’escludere la rilevanza del difetto di delega, la Corte d’Appello ha fatto corretta applicazione del principio, più volte ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui il dovere di vigilare sul generale andamento della società, che il comma 2, della predetta disposizione pone a carico degli amministratori, permane anche in caso di attribuzione di funzioni al comitato esecutivo o a singoli amministratori delegati, salva la prova che i rimanenti consiglieri, pur essendosi diligentemente attivali, non abbiano potuto in concreto esercitare la predetta vigilanza a causa del comportamento ostativo degli altri componenti del consiglio (cfr. Cass., sez. 1^. 11 novembre 2010, n. 22911. cit.; Cass., sez. 3^, 13 maggio 2010, n. 11643; 24 giugno 2004. n. 11751).
E’ proprio nell’inadempimento di tale dovere, nonché nel mancato esercizio della facoltà di far annotare il loro dissenso nel libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio di amministrazione, ai sensi dell’art. 2392, comma 3, che la Corte territoriale ha ravvisato il fondamento della responsabilità degli amministratori privi di deleghe, la cui affermazione, sorretta da un ragionamento immune da vizi logici, non richiedeva l’acquisizione di ulteriori elementi di prova, avuto riguardo al carattere macroscopico della violazione che ha condotto all’irrogazione della sanzione amministrativa a carico della società. Non può non rilevarsi, infatti, come, anche a volerlo ascrivere in via esclusiva agli amministratori delegati, lo sviamento dell’attività assicurativa dal settore individuato nel provvedimento di autorizzazione, non investendo singoli atti ma un intero ramo dell’attività sociale, costituisse, nell’ambito della gestione della società, un fenomeno di portata tale da non poter sfuggire all’attenzione degli amministratori sprovvisti di delega, indipendentemente dalla loro durata in carica.
La rilevanza di tale durata è altresì esclusa, sotto un diverso profilo, dalla natura solidale della responsabilità che l’art. 2392 c.c., pone a carico degli amministratori, dovendo ritenersi che, una volta accertato il concorso degli stessi nel fatto dannoso, l’entità del contributo causale da ciascuno fornito e la graduazione delle rispettive colpe assumessero rilievo esclusivamente ai fini della commisurazione della sanzione amministrativa, che ha costituito oggetto del precedente giudizio di opposizione, nonché ai fini dell’azione di regresso, il cui mancato esercizio nell’ambito del giudizio di responsabilità a carico degli amministratori rende superfluo ogni accertamento al riguardo.
5. Il ricorso va pertanto rigettato, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese relative al giudizio di legittimità.
La Corte rigetta il ricorso, e condanna B. F. al pagamento in favore della Alpi Assicurazioni s.p.a. in liquidazione coatta amministrativa delle spese processuali, che si liquidano in complessivi Euro 20.200,00, ivi compresi Euro 20.000,00 per onorario ed Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.
(1) La responsabilità verso la società dell’amministratore non executive per “violazioni macroscopiche” nei doveri di gestione
Il caso sottoposto al giudizio della Suprema Corte di Cassazione riguarda una compagnia di assicurazione a cui era stata irrogata una sanzione amministrativa da parte dell’Isvap per aver esercitato un ramo non autorizzato di attività.
In primo grado, detta compagnia aveva convenuto in giudizio gli amministratori ed i sindaci della società, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti in conseguenza di comportamenti dagli stessi tenuti in violazione dei doveri inerenti alle cariche rispettivamente rivestite.
Il giudizio veniva dichiarato interrotto a seguito della sottoposizione dell’attrice a liquidazione coatta amministrativa, per essere poi riassunto dal commissario liquidatore.
Con sentenza del 15 giugno 1998, il Tribunale di Milano rigettava la domanda.
Sull’impugnazione della società attrice, la Corte d’Appello di Milano, con sentenza dell’11 giugno 2004, riformava parzialmente la decisione di prime cure, condannando alcuni degli amministratori e sindaci alla rivalsa di quanto dovuto dalla medesima società all’Isvap per le sanzioni irrogate a causa dell’esercizio non autorizzato di attività assicurativa nel ramo “auto rischi diversi”. In altri termini, detta decisione della Corte d’Appello di Milano aveva accolto la richiesta di risarcimento danni promossa dalla società di assicurazione nei confronti dei propri amministratori per aver esercitato attività assicurativa non autorizzata ed avere, quindi, causato alla medesima società l’irrogazione della relativa sanzione da parte dell’Isvap.
A ricorrere in Cassazione, nel caso che ci occupa, era stato uno degli amministratori condannati dalla predetta sentenza della Corte d’Appello di Milano, che aveva lamentato l’ingiustizia delle sanzioni irrogate anche nei suoi confronti, argomentando che non vi era prova in merito al suo apporto ai fini della produzione dell’evento dannoso, essendo sprovvisto di deleghe e rimasto in carica soltanto per un breve periodo di tempo.[1]
Nonostante le doglianze del ricorrente, tuttavia, la decisione della Cassazione ha sostanzialmente confermato il principio della responsabilità collettiva dell’organo di gestione delle società di capitali, osservando in particolar modo che l’esercizio dell’attività assicurativa in un ramo non autorizzato costituisce una violazione di legge talmente evidente che tutti membri del consiglio di amministrazione – ivi compreso il suddetto ricorrente – avrebbero dovuto impedirla o, quanto meno, manifestare il proprio dissenso.
E’ chiaro, specifica infatti la Corte, che il compito degli amministratori non è solo quello di dare esecuzione alle delibere assembleari, ma anche quello di svolgere una funzione propositiva dell’attività e di compiere tutte le quelle operazioni gestionali che rientrano nell’oggetto sociale. Quindi, è la stessa centralità del ruolo degli amministratori a rendere imputabile agli stessi gli illeciti societari, non essendo immaginabile che una deviazione simile a quella dei fatti di causa sia potuta avvenire senza l’apporto o comunque al di fuori del controllo dell’organo cui compete la gestione dell’attività sociale.
La Suprema Corte di Cassazione, nella sentenza annotata, fa applicazione del disposto di cui all’art. 2392 c.c., che disciplina la responsabilità solidale degli amministratori per quelle violazioni dei loro doveri che abbiano provocato un danno alla società.[2] Stante la presunzione di colpa, secondo lo schema classico dell’inadempimento contrattuale, la società che agisce ex art. 2392 c.c. deve quindi limitarsi a provare l’inosservanza degli obblighi imposti agli amministratori dalla legge o dallo statuto ed il nesso causale fra la condotta ed il pregiudizio patrimoniale subito. In caso di inadempimento, infatti, si presume la colpa dell’amministratore, esonerando la società attrice dal relativo onere probatorio. Si tratta certamente di una presunzione relativa, nel senso che l’amministratore può liberarsi da ogni responsabilità provando la sua assenza di colpa e cioè che l’impossibilità di adempiere è derivata da causa a lui non imputabile.
L’art. 2392 c.c. individua delle esimenti rispetto alla responsabilità solidale degli amministratori per i danni derivanti dall’inosservanza dei doveri loro imposti verso la società. Dette esimenti riguardano in particolare i casi: a) di attribuzioni proprie del comitato esecutivo o di funzioni in concreto attribuite ad uno o più amministratori (comma 1); b) dell’amministratore che, essendo venuto a conoscenza di atti pregiudizievoli commessi da altri, abbia fatto quanto possibile per impedirne il compimento o attenuarne le conseguenze dannose (comma 2), c) e di quello che, immune da colpa, abbia fatto annotare il proprio dissenso nel libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio di amministrazione, dandone immediata notizia per iscritto al presidente del collegio sindacale (comma 3).[3]
La responsabilità degli amministratori ha assunto una diversa configurazione dopo la riforma societaria di cui al d.lgs. n. 6 del 17 gennaio 2003, dove si fa riferimento alla diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle specifiche competenze, a differenza del regime ante riforma dove il parametro della diligenza era invece quello dell’uomo medio.[4]
Il caso sottoposto alla nostra analisi ricade nell’ambito temporale di applicazione dell’art. 2392 c.c. nel testo in vigore prima delle modifiche introdotte dalla riforma del diritto societario, ossia nella formulazione secondo la quale gli amministratori devono adempiere i doveri ad essi imposti dalla legge e dall’atto costitutivo con la diligenza del mandatario. Tuttavia, anche quando era in vigore la vecchia disciplina, la dottrina aveva rilevato che il paradigma di riferimento della responsabilità dell’amministratore di una società di capitali non poteva essere la normale diligenza dell’uomo medio, bensì quella professionale ricavabile dal dettato dell’art. 1176, comma 2 c.c. Tale orientamento ha trovato definitiva conferma nella riforma del 2003, così sancendo che gli amministratori devono essere muniti di quella particolare diligenza professionale propria di chi è chiamato a gestire un’impresa altrui.[5]
3. L’analisi della giurisprudenza
La decisione in commento ribadisce, sulla scia dei precedenti giurisprudenziali, la natura contrattuale della responsabilità di cui all’art. 2392 c.c.[6] Di conseguenza, come anche specificato nel caso in commento dal Supremo Collegio, la società che agisce in giudizio deve provare oltre che l’inadempimento lamentato anche il fatto che da quest’ultimo sia derivato un danno patrimoniale, che sia conseguenza immediata e diretta dell’attività degli amministratori a cui viene imputato l’illecito.[7] Incomberà poi su questi ultimi l’onere di dimostrare la non imputabilità a sé stessi del fatto dannoso, fornendo la prova positiva, con riferimento agli addebiti contestati, dell’adempimento degli obblighi ad essi imposti.
E’ noto inoltre che alla responsabilità degli amministratori verso la società è stata riconosciuta, dalla annotata decisione e dagli altri precedenti giurisprudenziali, natura solidale ex art. 1292 c.c. Anche in relazione al principio di solidarietà la giurisprudenza che faceva applicazione del vecchio testo dell’art. 2392 c.c. era concorde nel risolvere il problema della responsabilità dell’amministratore non esecutivo facendo riferimento al parametro della culpa in vigilando. Alla violazione dell’obbligo di vigilanza gravante sull’organo di gestione consegue difatti la responsabilità solidale di tutti i componenti del consiglio di amministrazione e, pertanto, la responsabilità anche di ciascuno dei singoli membri che, pur non essendo titolari in via esclusiva di poteri individuali di delega o di controllo, sono pur sempre singolarmente tenuti ad agire affinché tale vigilanza sia adeguatamente esercitata.[8]
Chiarito quanto sopra, occorre ora analizzare un recente precedente giurisprudenziale, che riguarda proprio la controversia tra la Alpi Assicurazioni s.p.a. in liquidazione coatta amministrativa e diversi amministratori e sindaci della medesima società.[9] La menzionata sentenza, a cui fa esplicito riferimento la decisione in commento, ha in particolare evidenziato come l’esercizio senza autorizzazione dell’attività assicurativa nel ramo “auto rischi diversi” sia idoneo a palesare una così macroscopica esorbitanza dell’attività sociale dall’ambito consentito, che non avrebbe potuto sfuggire alla vigilanza diligente degli amministratori, seppur privi di delega.
Detto specifico precedente giurisprudenziale è stato quindi integralmente ripreso dalla sentenza annotata, dove l’amministratore ricorrente in Cassazione aveva dedotto la sua mancanza di responsabilità, lamentando l’omesso accertamento del contributo da lui specificamente fornito alla verificazione del fatto dannoso, in relazione alla brevità del periodo in cui egli aveva ricoperto la sua carica ed alla circostanza che era sprovvisto di delega.
Nel caso che ci occupa, dopo aver premesso che la fattispecie in esame ricade nell’ambito temporale di applicazione dell’art. 2392 c.c. nel testo anteriore alle modifiche introdotte dalla riforma del 2003, la Corte di Cassazione ha osservato che, nell’escludere la rilevanza del difetto di delega, la Corte d’Appello aveva fatto corretta applicazione del principio, più volte ribadito dalla giurisprudenza di legittimità,[10] secondo cui il dovere di vigilare sul generale andamento della società, che il comma 2 della predetta disposizione pone a carico degli amministratori, permane anche in caso di attribuzione di funzioni al comitato esecutivo o a singoli amministratori delegati, salva la prova che i rimanenti consiglieri, pur essendosi diligentemente attivati, non abbiano potuto in concreto esercitare la predetta vigilanza a causa del comportamento ostativo degli altri componenti del consiglio.
E’ proprio nell’inadempimento di tale dovere vigilanza nonché nel mancato esercizio della facoltà di far annotare il loro dissenso nel libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio di amministrazione, ai sensi dell’art. 2392, comma 3 c.c. – argomenta la Cassazione nella sentenza annotata – che si ravvisa il fondamento della responsabilità degli amministratori privi di deleghe, la cui affermazione non richiede l’acquisizione di ulteriori elementi di prova, avuto riguardo al carattere macroscopico della violazione che ha condotto all’irrogazione della sanzione amministrativa a carico della società. Non può non rilevarsi, infatti, come, anche a volerlo ascrivere in via esclusiva agli amministratori delegati, lo sviamento dell’attività assicurativa dal settore individuato nel provvedimento di autorizzazione, non investendo singoli atti ma un intero ramo dell’attività sociale, costituisse, nell’ambito della gestione della società, un fenomeno di portata tale da non poter sfuggire all’attenzione degli amministratori sprovvisti di delega, indipendentemente dalla loro durata in carica.[11]
4. L’analisi della dottrina
Con riguardo al tipo di qualificazione della responsabilità ex art. 2392 c.c., sebbene non siano mancate autorevoli opinioni tese a ricondurla nel novero della responsabilità aquiliana,[12] la dottrina pare sostanzialmente univoca nell’attribuirvi natura contrattuale.[13]
Detta responsabilità postula infatti l’esistenza di un rapporto organico di amministrazione con la società, in forza del quale colui che opera come amministratore è inserito nell’organizzazione sociale di modo che la sua attività sia direttamente riferibile alla persona giuridica.[14] Gli amministratori sono, in altri termini, legati alla società in virtù di un rapporto giuridico di incarico professionale, secondo uno schema contrattuale col quale si obbligano a curarne la gestione in base alle linee guida dell’assemblea dei soci.[15]
Con riguardo invece alla possibilità di ricomprendere il concetto di perizia nella nozione di diligenza ovvero se per essere degli amministratori diligenti sia anche necessario essere periti,[16] la dottrina maggioritaria[17]tende da sempre a negare il valore del requisito della perizia quale elemento delimitativo della diligenza.[18]
In questa prospettiva viene confermato l’assunto secondo il quale la diligenza non comporta un dovere di prendere decisioni corrette, frutto di perizia e di capacità gestoria, ma è soltanto parametro del corretto adempimento dei predetti doveri.[19]
E con riferimento all’adempimento dei predetti doveri, occorre ribadire che la dottrina sottolineava nel regimepreriforma del 2003 il generale obbligo di vigilanza che comportava per tutti gli amministratori un costante controllo sull’andamento della gestione della società. Gli amministratori privi di delega avevano quindi uno specifico obbligo di vigilanza sull’operato dei delegati ed in tale situazione essi dovevano assumere le doverose informazioni sugli atti di gestione di questi ultimi. Tale disciplina accentuava però il rischio di una eccessiva dilatazione della responsabilità degli amministratori non esecutivi, che finiva per diventare sostanzialmenteoggettiva.[20]
In seguito alla riforma del diritto societario,[21] come è noto, un tale generalizzato obbligo di vigilanza è statoeliminato ed è stato invece introdotto il dovere di agire in modo informato ed il conseguente potere di ciascun amministratore di chiedere agli organi delegati che siano fornite in consiglio informazioni relative alla gestione della società (art. 2381, ultimo comma, c.c.).[22]
La pronuncia annotata è stata emessa sulla base del testo dell’art. 2392 c.c. antecedente alla riforma, in cui, come visto, era generalmente richiesto a tutti gli amministratori, e quindi anche a quelli privi di delega, di vigilare sulla gestione della società.
Appare opportuno a questo punto chiedersi se la regola espressa dalla sentenza in commento – della responsabilità solidale dei non esecutivi nel caso in cui la violazione dei doveri di amministrazione sia di tale portata da non poter sfuggire all’amministratore diligente – possa continuare a ritenersi valida anche in relazione al novellato art. 2392 c.c. e soprattutto con riferimento all’art. 2381, ultimo comma, c.c.
Al riguardo, occorre innanzitutto tenere in considerazione il generale dovere – posto in capo agli amministratori dopo la riforma del 2003 – di adempiere ai propri compiti secondo la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle proprie competenze, con la conseguenza che se è vero che è venuto meno il dovere di vigilanza è altrettanto vero che, come nel caso in esame, all’amministratore diligente deve sfuggire un atto così eclatante sul piano gestionale (l’esercizio da parte della società di un ramo assicurativo diverso rispetto a quello consentito dal provvedimento amministrativo di autorizzazione).
Si può altresì considerare che il dovere di perseguire l’oggetto sociale contribuisce a definire il contenuto dell’attività gestionale di esclusiva spettanza degli amministratori (art. 2380 bis c.c.), con il conseguente divieto in capo a questi ultimi di compiere atti c.d. ultra vires (estranei appunto all’oggetto sociale). Lo sviamento dell’attività assicurativa dal settore individuato nel provvedimento di autorizzazione (e quindi il compimento di un vero e proprio atto ultra vires), non investendo singoli atti ma un intero ramo dell’attività sociale, costituirebbe, nell’ambito della gestione della società, una violazione di legge di portata tale da non poter sfuggire all’attenzione degli amministratori sprovvisti di delega, indipendentemente dalla loro durata in carica.[23]
Occorre infine ancora una volta ricordare che, nel regime post riforma, tutti gli amministratori (ivi compresi quelli deleganti) sono tenuti ad agire in modo informato, potendo richiedere ai delegati in consiglio che siano fornite informazioni relative alla gestione della società.[24] Anche sotto quest’ultimo profilo, la negligente inerzia degli amministratori privi di delega a fronte di atti di mala gestio di evidente esorbitanza rispetto agli obblighi di gestione compiuti dagli amministratori delegati chiama in responsabilità oltre che questi ultimi anche i primi (art. 2381, comma 6 c.c.).[25]
Alla luce di quanto sopra esposto, si può quindi concludere nel senso che, anche nel vigore dell’attuale disciplina, una situazione di irregolarità macroscopica, come quella giudicata sanzionabile dalla annotata sentenza (esercizio di attività assicurativa senza la prescritta autorizzazione), vedrebbe la responsabilità dell’amministratore “silente”, benché senza delega ed indipendentemente dalla durata del suo incarico.
Emanuele Verghini
[1] Il ricorrente in buona sostanza si era lamentato di esser stato coinvolto nella vicenda in questione per delle violazioni commesse da altri. Cfr. Scarpa D., “La delega gestoria nella s.p.a.: architettura delle interazioni tra delegati e deleganti”, Contr. imp., 2011, 1, 106 ss. e Ghini A., “Deleghe del consiglio di amministrazione a singoli componenti”, Società, 2005, 6, 709 ss.
[2] La collegialità dell’organo di gestione comporta in linea di principio la solidarietà della responsabilità degli amministratori verso la società. Nei rapporti interni, invece, il riferimento dell’art. 2392 comma 1 alla natura dell’incarico (da rapportare alle diverse funzioni ricoperte: presidente, amministratore delegato, titolare di particolari incarichi) ed alle specifiche competenze (di cui ciascuno eventualmente dispone) va posto in relazione all’obbiettivo di favorire la possibilità di apprezzare la diversa misura della responsabilità degli amministratori, distinguendone la gravità dei rispettivi comportamenti. In buona sostanza, la solidarietà opera nei confronti della società, nel senso che l’amministratore risponde verso la società per non aver fatto quanto poteva per impedire il danno. Nei rapporti derivanti dall’azione di regresso, invece, l’amministratore che non abbia concorso alla decisione ed al compimento dell’atto dannoso potrà agire in rivalsa contro i responsabili per essere dagli stessi indennizzato degli esborsi eventualmente eseguiti in favore della società. Si veda Ferrara F. Jr. Corsi F., Gli imprenditori e le società, (Milano, 2009), 623 s.
[3] E’ da evidenziare che la previsione dell’art. 2392 c.c., comma 3 (secondo cui per sottrarsi a responsabilità l’amministratore di società deve fare annotare il suo dissenso nel libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio di amministrazione e darne avviso al presidente del collegio sindacale) riguarda il caso dell’amministratore che partecipa alla riunione del consiglio nella quale viene presa la deliberazione che contrasta con quanto richiesto dalla legge, dall’atto costitutivo e dall’interesse della società. Negli altri casi previsti dall’art. 2392 c.c., comma 2 (e cioè quando l’amministratore per giustificati motivi non partecipa alla riunione del consiglio in cui la deliberazione pregiudiziale viene presa e di essa ha notizia quando è troppo tardi per evitare il danno o quando l’amministratore viene a conoscenza degli atti pregiudizievoli solo dopo che sono stati decisi o compiuti) l’amministratore non è in linea di principio responsabile.
[4] Si veda, ex multis, Grippo G., “Commentario delle società”, (Torino, 2009), 519; Campobasso G., Diritto commerciale, II,Diritto delle società, (Torino, 2002), 393 e Borselli A., “Responsabilità degli amministratori di s.p.a. per violazione dell’onus vigilandi”, Resp. civ. e prev., 2010, 6, 1349 ss., sulla responsabilità degli amministratori di s.p.a. per la violazione del dovere di vigilanza sulla gestione, sia alla luce della disciplina previgente che di quella attuale. Con riferimento alle s.r.l. si veda ancheBenazzo P., “I controlli nelle società a responsabilità limitata: singolarità del tipo od omogeneità della funzione?”, Riv. soc., 2010, 1, 18 ss. Nel caso di s.r.l., la responsabilità per danni alla società in capo all’amministratore trova fondamento in un collegamento funzionale tra lo stesso e l’atto lesivo, o nel senso di avervi preso parte o in quello di aver omesso di fare ciò che la diligenza media imponeva al fine di scongiurare il compimento dell’atto medesimo.
[5] Si veda Angelici C., “Note sulla responsabilità degli amministratori di società a responsabilità limitata”, Riv. soc., 2007, 1217 ss., che ricorda come nelle s.p.a. sia presente un’evidente separazione tra proprietà e gestione (corrispondente al diverso ruolo tra soci e amministratori), a differenza di quanto è possibile constatare nelle s.r.l., dove una simile “divisione del lavoro” appare in misura più attenuata. Si veda anche Bertolotti A. Il nuovo diritto societario commentario diretto da Cottino G. e Bonfante G., Cagnasco O., Montalenti P., (Bologna, 2009), p. 983. Al riguardo appare inutile ricordare che, per il noto principio della c.d.business judgement rule, il giudizio sulla diligenza dell’amministratore nell’adempimento del proprio incarico non potrà mai investire le scelte gestorie (Si vedano tra le altre Trib. Milano 3 giugno 2008 n. 7223, Giust. a Milano, 2008, 7-8, 56, Cass. 23 marzo 2004 n. 5718, Impresa, 2004, 1612, e Cass. 28 aprile 1997 n. 3652, Foro It., 1998, 3247, secondo cui all’amministratore di una società non può essere imputato a titolo di responsabilità, ex art. 2392 c.c., di aver compiuto scelte inopportune dal punto di vista economico, atteso che una tale valutazione attiene alla discrezionalità nella gestione ed all’alea dell’attività d’impresa). L’ordinamento non impone infatti agli amministratori di gestire la società senza commettere errori. All’autorità giudiziaria non sarà, quindi, consentito di sindacare il merito delle scelte inerenti l’attività di gestione, con una valutazione ex post basata su criteri discrezionali di opportunità e convenienza, sostituendo un proprio apprezzamento soggettivo a quello espresso ed attuato dagli amministratori. Cfr. Berti E. Sargenti S., “Il ruolo degli amministratori della società target nella giurisprudenza delDelaware. Spunti di diritto italiano”, Società, 2007, 3, 368 ss.
[6] Sulla natura contrattuale della responsabilità degli amministratori verso la società si vedano, tra le altre, Cass. 11 novembre 2010 n. 22911, Resp. civ. e prev., 2011, 785; Cass. 29 ottobre 2008 n. 25977, Giust. civ. Mass., 2008, 10, 1534; Trib. Milano 02 maggio 2007 n. 5181, Giust. a Milano 2007, 9, 61; Cass. 24 marzo 1999 n. 2772, Mass. Foro it., 1999, 345, Giur. it., 1999, 1869,Notiz. giur. lav., 1999, 1065, Soc., 1999, Fall., 2000, 474, Dir. fall., 2000, II, 569; Cass. 28 aprile 1997 n. 3652, Foro It., 1998, I, 3247.
[7] Con riferimento al pregiudizio patrimoniale, Cass. 17 gennaio 2007 n. 1045, Riv. dir. soc., 2009, 80, ha evidenziato che l’azione di responsabilità ex art. 2392 c.c. non ha natura di mero accertamento della violazione di regole legali e statutarie, implicando altresì (al pari di tutte le azioni risarcitorie) la produzione di un danno causalmente imputabile all’inadempimento degli amministratori. Alla luce di tale principio, ad esempio, Cass. 18 settembre 2008 n. 23804, inedita, ha confermato la decisione oggetto di impugnazione, la quale se da un lato aveva affermato, sulla scia delle conclusioni peritali, la violazione del canone di correttezza nella tenuta della contabilità e nella redazione del bilancio, dall’altro, aveva altresì rilevato che l’effetto derivatone (i.e. l’occultamento delle perdite) si era tradotto unicamente nel ritardo della convocazione dell’assemblea ex artt. 2446 e 2447 c.c., in concreto improduttivo di un danno risarcibile (stante il risanamento delle perdite e la ricostituzione del capitale sociale comunque avvenuti in occasione dell’atto di fusione).
[8] Cfr. Cass. 13 maggio 2010 n. 11643, Giust. civ. Mass., 2010, 5, 741, che ha specificato a) che l’art. 2392 c.c. (nell’originaria formulazione) impone a tutti gli amministratori un generale dovere di vigilanza sul complessivo andamento della gestione, che non viene meno - come si evince dall’espressione “in ogni caso” di cui al comma 2 – neppure nell’ipotesi di attribuzioni proprie del comitato esecutivo o di uno o più amministratori, e b) che l’art. 6 l. 24 novembre 1981 n. 689 prevede la responsabilità solidale di chi viola il dovere di vigilanza, salvo che non provi di non aver potuto impedire il fatto; pertanto, il presidente del consiglio di amministrazione di una società di capitali, chiamato a rispondere come coobbligato solidale per omissione di vigilanza, non può sottrarsi alla responsabilità adducendo che le operazioni integranti l’illecito sono state poste in essere con ampia autonomia da un dirigente della società medesima (fattispecie in materia di violazioni della l. n. 468 del 1992 relativa ai produttori lattiero-caseari).Cass. 29 agosto 2003 n. 12696, Giur. it., 2004, 557, ha poi chiarito che la delega di funzioni ad uno degli amministratori di una società di capitali non fa venir meno il dovere degli altri amministratori di vigilare sul generale andamento della gestione e la loro conseguente responsabilità, in caso di violazione di tale dovere, nei confronti della società. Nella stessa prospettiva Cass. 4 aprile 1998 n. 3483, Giur.it., 1999, 324, secondo cui la responsabilità solidale degli amministratori a norma dell’art. 2392 c.c. può essere in parte attenuata soltanto nelle ipotesi in cui la complessità della gestione sociale renda necessaria la ripartizione di competenze ed attività mediante ricorso ad istituti specifici, quali le deleghe di funzioni al comitato esecutivo o ad uno o più amministratori, attraverso una procedura formalizzata secondo la previsione dell’art. 2381 c.c.; è pertanto da escludere che, al di fuori delle ipotesi riconducibili al citato art. 2381, una divisione di fatto delle competenze tra gli amministratori, l’adozione, di fatto, del metodo disgiuntivo nell’amministrazione, o semplicemente, l’affidamento all’attività di altri componenti il collegio di amministrazione, possano valere ad escludere la responsabilità di alcuni amministratori per le violazioni commesse dagli altri, posto che la condotta omissiva per affidamento a terzi, lungi dal comportare esclusione di responsabilità, può costituire invece ammissione dell’inadempimento dell’obbligo di diligenza e vigilanza. Inoltre, deve essere applicato l’art. 1227 c.c. con conseguente diminuzione del risarcimento del danno richiesto dalla società nei confronti dell’amministratore delegato per inadeguata attività amministrativa, allorquando risulti che il comportamento della società abbia concorso alla produzione del danno. Si ricorda inoltre Trib. Milano 13 febbraio 2008 n. 1774, Riv. dott. comm., 2008, 6, 1265, che ha al riguardo statuito che in concorso con l’azione dannosa dell’amministratore si è posto, come concausa dei lamentati danni, anche il comportamento della società attrice la quale per lungo tempo ed attraverso fazione collusoria di tutti gli altri suoi organi sia decisionali (di diritto o di fatto) che di controllo, ha prima creato un sistema di fondi neri per finanziare illecite attività ed ha poi svolto ampiamente tali attività, beneficiando dei correlativi risultati, il tutto senza azionare la responsabilità degli altri soggetti collusi. Infine, Cass. 23 febbraio 2005 n. 3774, Impresa, 2005, 1591, ha affermato che anche con la soppressione della responsabilità per culpa in vigilando (sostituita col dovere di agire in modo informato) gli amministratori non esecutivi sono solidalmente responsabili del loro operato verso la società insieme a quelli esecutivi nel caso di evidenti violazioni di legge nella gestione della società; perfino l’amministratore che, essendo succeduto ad altro resosi autore di atti di mala gestio ometta di informare l’assemblea è responsabile non già dell’attività di chi lo ha preceduto, bensì della propria colpevole omissione.
Sulla stessa linea della giurisprudenza civile, si pone anche quella penale. Cass. Pen. 28 aprile 2009 n. 21581, Dir. Giust., 2009, in tema di reati societari, ha infatti chiarito che la previsione di cui all’art. 2381 c.c. – introdotta con il d.lgs. n. 6 del 2003 che ha modificato l’art. 2392 c.c. – riduce gli oneri e le responsabilità degli amministratori privi di delega; tuttavia, l’amministratore (con o senza delega) è penalmente responsabile, ex art. 40, comma 2, c.p., per la commissione dell’evento che viene a conoscere (anche al di fuori dei prestabiliti mezzi informativi) e che, pur potendo, non provvede ad impedire; pertanto, la responsabilità può derivare dalla dimostrazione della presenza di segnali significativi in relazione all’evento illecito nonché del grado di anormalità di questi sintomi, non in linea assoluta ma per l’amministratore privo di delega (in applicazione di questo principio la Suprema Corte ha censurato la decisione di non luogo a procedere – un giudizio che deve essere di natura eminentemente prognostica – con cui il g.u.p. ha escluso la responsabilità del presidente di una s.p.a. – in ordine ai reati di bancarotta fraudolenta per distrazione e documentale – sulla base del rilevo dell’attività svolta dai titolari delle deleghe e del dato meramente cronologico della cessazione dalla carica di presidente della società, senza peraltro motivare su diverse emergenza processuali evidenzianti detti segnali di anormalità indicate dal p.m. a sostegno della richiesta di rinvio a giudizio). Analogamente, Cass. Pen. 22 ottobre 2009 n. 36595,Società, 2010, 886, in tema di reati fallimentari e societari, ha evidenziato che ai fini della affermazione della responsabilità penale degli amministratori senza delega e dei sindaci è necessaria la prova che gli stessi siano stati debitamente informati oppure che vi sia stata la presenza di segnali peculiari in relazione all’evento illecito, nonché l’accertamento del grado di anormalità di questi sintomi, giacché solo la prova della conoscenza del fatto illecito o della concreta conoscibilità dello stesso mediante l’attivazione del potere informativo in presenza di segnali inequivocabili comporta l’obbligo giuridico degli amministratori non operativi e dei sindaci di intervenire per impedire il verificarsi dell’evento illecito mentre la mancata attivazione di detti soggetti in presenza di tali circostanze determina l’affermazione della penale responsabilità avendo la loro omissione cagionato, o contribuito a cagionare, l’evento di danno. Cass. Pen. 19 giugno 2007 n. 23838, Cass. pen., 2008, 114, ha chiarito che la riforma della disciplina della società, portata dal d.lgs. 6/2003, ha indubbiamente alleggerito gli oneri e le responsabilità degli amministratori privi di deleghe; è stato rimosso il generale “obbligo di vigilanza sul generale andamento della gestione”, sostituendolo con l’onere di “agire informato”, atteso il potere di richiedere informazioni; ferma, però, la obiettiva restrizione della responsabilità apportata nel contesto del codice civile e la obiettiva situazione più favorevole per gli amministratori privi di delega, resta tuttavia invocabile la disciplina di cui all’art. 40, comma 2, c.p. nel caso in cui l’amministratore (delegante) di società, a conoscenza di reati in itinerecommessi da altro amministratore (delegato) e pregiudizievoli per l’ente amministrato, non abbia fatto, pur avendone l’obbligo giuridico, quanto poteva per impedirne il compimento; il limite operativo della disposizione penale è circoscritto alle sole incriminazioni connotate di volontarietà.
[9] Si tratta di Cass. 11 novembre 2010 n. 22911 in Resp. civ. e prev., 2011, 785.
[10] Cfr. Cass. 11 novembre 2010 n. 22911 (supra n. 9); Cass. 13 maggio 2010 n. 11643, Giust. civ. mass., 2010, 5, 741; Cass. 24 giugno 2004. n. 11751, Riv. it. dir. lav., 2005, 2, 228; Giust. civ. Mass., 2004, 6.
[11] Conclude la sentenza in commento stabilendo che la rilevanza di tale durata è altresì esclusa, sotto un diverso profilo, dalla natura solidale della responsabilità che l’art. 2392 c.c., pone a carico degli amministratori, dovendo ritenersi che, una volta accertato il concorso degli stessi nel fatto dannoso, l’entità del contributo causale da ciascuno fornito e la graduazione delle rispettive colpe assumessero rilievo esclusivamente ai fini della commisurazione della sanzione amministrativa, che ha costituito oggetto del precedente giudizio di opposizione, nonché ai fini dell’azione di regresso, il cui mancato esercizio nell’ambito del giudizio di responsabilità a carico degli amministratori rende superfluo ogni accertamento al riguardo.
[12] V. Ferri Jr., “Le deleghe interne” in Amministrazione e amministratori, (Milano, 1995), 179 ss.
[13] Secondo la dottrina maggioritaria trattasi quindi di una responsabilità ex contractu, fondata sull’inadempimento di un contratto – di mandato o d’opera: Di Sabato F., Diritto delle Società, Milano, 2003, 275 s.; di lavoro sia a pure sui generis:Minervini G., Gli amministratori di s.p.a., Milano 1956, 71 ss.; di amministrazione: Campobasso G., Diritto commerciale, II, Diritto delle società, (Torino, 2006), 355 ss. Si vedano, tra gli altri, Grippo G., (supra n. 4), 518 ss.; T. Tommasi, sub art. 2392 c.c. in Mafferi Alberti A., Commentario breve al diritto delle società, (Padova 2011), 660 ss.; Gambino A. Santosuosso D.U., Le società di capitali, (Torino, 2007), 132 ss. e Ambrosini S., “La responsabilità degli amministratori” in Trattato di diritto commerciale, a cura di Cottino G., IV, Le società per azioni (Padova, 2010), 660 s.
[14] Cfr. Gambino A. Santosuosso D.U., (supra n. 14), 5 s.
[15] Cfr. Gambino A., “La valutazione del rischio della responsabilità civ. di amministratori e managers nelle società per azioni”, in Assicurazioni, 1994, 2-3, 131 ss.
[16] Cfr. Zanardo A. Delega di funzioni e diligenza degli amministratori nella società per azioni, Milano, 2010, 182 ss.
[17] Si veda, già sotto il vigore del codice di commercio del 1882, De Gregorio A., Responsabilità degli amministratori, in Il codice di commercio commentato, vol. IV, Delle società e delle associazioni commerciali, Torino, 1938, 337.
[18] Cfr. però Sandulli M., “Azione di responsabilità e di revoca verso gli amministratori di s.r.l.”, Società, 2005, 4, 482 ss.;Galgano F., Trattato di diritto civile, IV, (Padova, 2010), 419 s.
[19] Si veda quanto detto nel § 2 in tema della c.d. business judgement rule.
[20] Sull’argomento, si vedano, tra gli altri, Aiello M. Ambrosini S., “Società per azioni. Responsabilità degli amministratori”,Giur. comm., 2010, 6, 951 ss.; D’Orazio L., “L’azione di responsabilità del curatore fallimentare nelle s.p.a. e nelle s.r.l.: profili sostanziali e processuali. Carattere unitario ed inscindibile dell’azione ex art. 146 l.fall.”, Giur. merito, 2010, 3, 707 ss.; Ferraro P.P., “Sulla responsabilità degli amministratori di società a responsabilità limitata nei confronti dei creditori sociali”, Il Dir. fall., 2011, 1, 113 ss., pt. 2; Garilli C., “L’azione sociale di responsabilità nei confronti dei consiglieri di gestione”, Riv. soc., 2010, 350 ss.; Amendolagine V., “Inadempimento di amministratori e sindaci e conseguente responsabilità per i danni arrecati alla società”, Corr. merito, 2008 , 7, 822 ss.; Santosuosso D.U., “I sistemi di amministrazione e controllo nel nuovo diritto societario”, Vita not., 2003, 2, 622 ss.; Pallaro C., “Profili della responsabilità degli amministratori di s.r.l. tra vecchia e nuova disciplina”, Giur. comm., 2009, 4, 698 ss.; Nazzicone L., “Responsabilità degli amministratori verso la società e vantaggi compensativi”, Il Foro italiano, 2005, 6, 1844 ss.; Spiotta M., in Il nuovo diritto societario, commentario diretto da Cottino e Bonfante, Cagnasco, Montalenti, (Bologna, 2009), 519; Ghini A., “Attività di ricognizione uti singuli dell’amministratore subentrante”, Società, 2008, 1067.
[21] Con la modifica dell’art. 2392, come si legge nella relazione di accompagnamento al d.lgs. n. 6/2003, si è voluto evitare sue indebite estensioni che, soprattutto nell’esperienza delle azioni esperite da procedure concorsuali, finiva per trasformarla in una responsabilità oggettiva, allontanando le persone più consapevoli dall’accettare o mantenere incarichi in società o in situazioni in cui il rischio di una procedura concorsuale le esponeva a responsabilità praticamente inevitabili.
[22] Un corollario di tale dovere di agire in modo informato si rinviene anche nella disposizione per cui il presidente provvede affinché adeguate informazioni sulle materie iscritte all’ordine del giorno vengano fornite a tutti i consiglieri (art. 2381, comma 1, c.c.).
[23] Nell’annotata sentenza, d’altronde, si fa esplicito riferimento al compimento delle operazioni che rientrano dell’oggetto sociale come precipuo compito degli amministratori e dal quale gli stessi non si devono discostare.
[24] Sulla possibilità, controversa in dottrina, da parte degli amministratori non esecutivi di richiedere informazioni al di fuori dell’ambito consiliare, si veda in senso affermativo Santosuosso D.U., “I poteri informativi extraconsiliari del consigliere di amministrazione non esecutivo”, Relazione al Convegno “I flussi informativi nelle società e nei gruppi”, 13 ottobre 2011, Milano. La maggioranza della dottrina tuttavia ritiene che l’unica modalità per esercitare il suddetto potere informativo sia in seno al consiglio presso gli organi delegati, essendo ad essi preclusa, in mancanza di una espressa previsione legislativa al singolo amministratore, la possibilità di richiedere informazioni ai dirigenti o ai dipendenti della società e di effettuare ispezioni (inter alia, Calvosa L. “Sui poteri individuali dell’amministratore”, in AA.VV., Amministrazione e controllo nel diritto delle società, (Torino, 2010), 362 e ss., Giannelli G., “Poteri di controllo degli amministratori non esecutivi”, in L’attività gestoria nelle società di capitali – Profili di diritto societario italiano e spagnolo a confronto, a cura di Sarcina e Garcia Cruces, (Bari, 2010) 219 ss.; Libonati B., “Noterelle a margine dei nuovi sistemi di amministrazione della società per azioni”, Riv. soc., 2008, 303 ss.;Tombari U., “Problemi in tema di alienazione della partecipazione azionaria e attività di du diligence”, Banca, borsa, tit. cred., 2008, 1, 68). Per una soluzione intermedia (che passa per una clausola dello statuto) autorevole dottrina (Cfr. Abbadessa P., “Profili topici della nuova disciplina della delega amministrativa”, in Il nuovo diritto societario, a cura di Abbadessa e Portale, 2, (Torino, 2006), 506; Salafia V., “L’azione di responsabilità contro gli amministratori delle società di capitali”, Società, 2008, 2, 162 ss., Sacchi R., “Amministratori deleganti e dovere di agire in modo informato”, Giur. comm., 2008, 2, 377 ss.), ed il parere “Poteri informativi dei singoli amministratori di s.p.a. non quotata” del Consiglio Notarile dei distretti riuniti di Firenze, Pistoia e Prato, sostengono che la previsione statutaria di un’introduzione di ulteriori poteri per i consiglieri sarebbe legittima.
[25] A conferma di una tale conclusione, peraltro, vi è l’orientamento della giurisprudenza di merito post riforma secondo cui gli amministratori deleganti conservano un costante potere/dovere di informazione sulla gestione in ragione del fatto che gli organi delegati operano per conto dei primi e devono uniformarsi alle loro direttive; in relazione a tale rapporto è dovere dei singoli componenti del consiglio di amministrazione di prendere ogni utile informazione sulle operazioni di gestione della società, evitando di mantenere un comportamento del tutto passivo quali meri destinatari delle informazioni fornite dagli executives. Cfr.Bazzani M., “Profili di responsabilità amministrativa dei consiglieri di amministrazione non esecutivi di banche: doveri di vigilanza e di intervento e prova dell'immunità da colpa da parte dei singoli consiglieri”, Riv. dir. soc., 2008, 2, 327 ss.
Pubblicato da emanueleverghini a 11:32

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