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Timestamp: 2018-02-23 12:01:07+00:00

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Sentenza - No riconoscimento, divorzio straniero, matrimonio celebrato in Italia
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Sentenza – No riconoscimento, divorzio straniero, matrimonio celebrato in Italia
Sentenza 12 novembre 2013 – 12 marzo 2014, n. 5710
- Vige il principio dell’indisponibilità dei diritti di status. Si tratta di un limite del tutto ragionevole e condivisibile perché riguarda la riserva che lo Stato pone a favore dei propri giudici quando si controverte in tema di diritti il cui mutamento produce nell’ordinamento conseguenze che vanno al di là della sfera individuale di tutela giuridica, come i diritti afferenti gli status.
- Ne deriva che la giurisdizione non può essere una conseguenza incontrollabile della decisione delle parti o di una di esse.
- La soluzione negativa trova il conforto della giurisprudenza di legittimità.
- Non è ammissibile la deroga convenzionale della giurisdizione, neanche mediante l’accettazione tacita di quella straniera, trattandosi di materia indisponibile.
- il rigetto si fonda pressoché esclusivamente sulla indisponibilità dei diritti di status derivanti dal matrimonio. Le parti nel richiedere congiuntamente il divorzio non hanno avanzato alcuna pretesa patrimoniale, in quanto economicamente indipendenti, ed hanno dato atto della mancanza di figli minori. Non vi è stata infine statuizione relativa alla casa coniugale, che di fatto non vi è mai stata. Ne consegue che, nella specie, la sentenza straniera di divorzio ha esclusivamente inciso sullo status personale dei due coniugi, ricondotto, dopo la pronuncia, a quello di soggetti non più legati da vincolo di coniugio. Nella sentenza impugnata si fa riferimento ad un precedente di legittimità (n. 4423 del 1976) emesso all’indomani della riforma del diritto di famiglia. Ma occorre evidenziare che con l’introduzione dell’istituto del divorzio congiunto il panorama normativo è radicalmente mutato e la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto che, con riguardo al principio fondamentale ed irrinunciabile della irreversibile dissoluzione del vincolo, non può negarsi la delibazione della pronuncia del giudice straniero che abbia sciolto per mutuo consenso il matrimonio, contratto tra cittadini italiani, atteso che la disciplina processuale che attribuisca esclusivo valore alla volontà dei coniugi come prova del venire meno della comunione di vita non è contraria all’ordine pubblico italiano, tenendo presente che l’introduzione del divorzio congiunto valorizza proprio la concorde volontà dei coniugi ai fini dello scioglimento del vincolo (Cass. n. 6973 del 1996 e numerose anteriori agli anni 90). L’autonomia privata dopo la l. n. 74 del 1987 è stata ritenuta fonte prevalente destinata a dettare le condizioni per giungere ad una soluzione concordata dei conflitti. La materia familiare è stata attratta nella sfera del diritto privato e ne è stata cancellata la colorazione pubblicistica fondata su interessi superiori ed indisponibili anche per i diretti interessati. La categoria dei diritti disponibili si è, pertanto, ampliata fino a ricomprendervi la materia familiare ed il divorzio quando sia frutto di scelta congiunta. La sede giudiziale viene a collocarsi solo nella fase conclusiva di una concertazione che si è sviluppata ed è stata decisa altrove. Pur essendo il controllo giudiziale diretto alla verifica dei presupposti di legge, non può negarsi che nel procedimento fondato sulla domanda congiunta di divorzio non vi sia spazio per alcun accertamento sull’impossibilità di mantenere o ricostituire la comunione familiare. L’assenza del pubblico ministero conferma questa impostazione.
Deve osservarsi, al riguardo, che le pronunce citate riguardano fattispecie nelle quali non era in discussione o era stata positivamente accertata la giurisdizione del giudice straniero in ordine alla modifica dello status richiesta. La decisione da riconoscere era stata assunta da un organo giurisdizionale non privo della competenza giurisdizionale. Il regime giuridico applicato al fine di disporre lo scioglimento del vincolo non era frutto della mera determinazione dei coniugi, ma si fondava sulla corretta applicazione dei principi regolanti la giurisdizione. Lo scrutinio relativo al parametro della non contrarietà all’ordine pubblico (art. 64 lettera g) l. n. 218 del 1995] può operare, pertanto, soltanto quando la pronuncia di cui si chiede il riconoscimento sia stata emessa da giudice non privo della giurisdizione, nel rispetto del contraddittorio, non in violazione del giudicato, né dei principi di litispendenza internazionale. [art. 64 lettere da a) a f]. Solo entro i limiti sopra delineati opera l’invocato principio secondo il quale la disciplina processuale straniera che attribuisca esclusivo valore alla volontà dei coniugi, quale prova sufficiente del venir meno della comunione di vita e della impossibilità di ricostituirla, non è contraria all’ordine pubblico italiano. Nelle sentenze citate i cittadini italiani non erano assoggettabili in via esclusiva ed inderogabile alla giurisdizione italiana in applicazione dei criteri illustrati (in particolare, quello della residenza comune e della celebrazione del matrimonio in Italia). Pertanto, previo accertamento della legittimità dell’assoggettamento della controversia alla giurisdizione straniera, è stato disposto il riconoscimento ex art. 64 lettera g) della 1. n. 218 del 1995, ritenendo che il più rigoroso regime di accertamento delle condizioni per lo scioglimento del vincolo non sia impeditivo dell’ingresso di decisioni assunte sulla base di una disciplina normativa centrata sull’elemento volontaristico, sempre però che tale disciplina possa oggettivamente essere applicata ai richiedenti. La disponibilità non riguarda, di conseguenza, il diritto ad ottenere la modifica dello status con il regime giuridico più favorevole, a prescindere dai principi che regolano la giurisdizione e la legge applicabile, da ritenersi, in questo ambito, inderogabile, ma la non incompatibilità con i nostri principi di ordine pubblico di una disciplina delle condizioni di scioglimento del matrimonio fondata esclusivamente sul mutuo consenso, a condizione che tale regime processuale sia effettivamente applicabile alla fattispecie e che, in primo luogo, sussista la giurisdizione del giudice adito.
Contravvenzione: la parole dei Vigili non basta.

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 art. 64