Source: https://solleviamoci.wordpress.com/2008/01/18/
Timestamp: 2020-06-04 06:02:53+00:00

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18 | gennaio | 2008 | Solleviamoci's Weblog
Archivio | gennaio 18, 2008
in antimafia, giustizia, politica
Mafia, cinque anni a Cuffaro Rivelò e usò segreti d’ufficio
Grasso: provati favori a singoli mafiosi
Cuffaro con la coppola da Santoro
Cinque anni: è la condanna imposta a Salvatore Cuffaro, il presidente della regine Sicilia imputato nel processo sulle “talpe” al Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Ma sparisce dalla sentenza l’imputazione per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Inflitta al presidente della Regione anche la sanzione accessoria di interdizione dai pubblici uffici. La sanzione, però, non avrà immediato effetto ma si divrà attendere la sentenza definitiva. E comunque Cuffaro ha già fatto capire di non avere nessuna intenzione di abbandonare la carica. «Da domani alle 8 – dice – torno a lavorare a pieno regime per la Sicilia».
E annuncia che «ricorreremo in appello perché anche questi residui capi d’accusa possano cadere». I «residui capi d’accusa» sarebbero niente meno che il favoreggiamento personale, la rivelazione e l’utilizzo di segreti d’ufficio. Esclusa l’aggravante di avere compiuto questi reati per favorire la mafia nel suo complesso, rimane però certificato il «favoreggiamento personale» di singoli mafiosi.
Lo spiega bene Piero Grasso, procuratore nazionale dell’Antimafia, secondo il quale la sentenza di venerdì è una «svolta»: «Sono stati tutti condannati – ha detto – ed è stato riconosciuto che a Palermo esisteva una rete per informare i politici sulle indagini della procura, compresa e anche quelle sulla cattura del boss Bernardo Provenzano». E su Cuffaro precisa: «È rimasto provato il favoreggiamento da parte sua nei confronti di singoli mafiosi, ma non è stata provata l’aggravante di favoreggiamento a Cosa Nostra».
Per l’accusa, Cuffaro avrebbe appreso nel 2001 dall’ ex maresciallo dei carabinieri, Antonio Borzacchelli, poi eletto deputato regionale, dell’esistenza di microspie sistemate dagli investigatori del Ros nell’abitazione del boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro.
Il salotto del boss, già condannato all’epoca per mafia, era frequentato da un amico di Cuffaro, il medico Domenico Miceli, ex assessore comunale alla sanità, anche lui Udc, condannato nel dicembre 2006 a otto anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, e ora condannato a 14 anni.
Gli inquirenti sostenevano che Borzacchelli avrebbe avvisato Cuffaro dell’esistenza delle cimici a casa Guttadauro e che il presidente della Regione lo avrebbe a sua volta comunicato a Miceli. In questo modo il boss di Brancaccio avrebbe scoperto le microspie, bruciando l’inchiesta.
Ora la sentenza di primo grado conferma che Cuffaro rivelò e utilizzò per favori personali alcuni segreti d’ufficio, ma rigetta il legame con l’associazione mafiosa nel suo complesso.
Totò Cuffaro era presente in aula al momento della lettura della sentenza. La sua non era una presenza scontata, ma, ha spiegato «è stata mia figlia a convincermi: mi ha detto “papà è giusto che tu vada”».
La notte di giovedì, in vista della sentenza, a Palermo si è tenuta una sorta di veglia, in cui numerose persone si sono riunite in una chiesa del centro per pregare per l’assoluzione del “loro” presidente. «Passerò alla storia come quello che ha fatto pregare un sacco di gente…», ha ironizzato il presidente poco prima della lettura della sentenza nell’aula bunker di Pagliarelli.
Canta vittoria l’Udc, il partito in cui milita Salvatore Cuffaro. «Siamo compiaciuti – dice il segretario del partito Lorenzo Cesa – che già dalla sentenza di primo grado sia stata esclusa ogni forma di collusione del presidente Cuffaro con la mafia». «Avevamo la certezza che Cuffaro non avesse mai favorito la mafia – dichiara Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera – e la sentenza di oggi non fa che confermare le nostre ragioni». Anche Casini gongola: «Da sempre sappiamo che Cuffaro non è colluso con la mafia. Da oggi lo ha certificato anche un tribunale della Repubblica».
Modificato il: 18.01.08 alle ore 19.44
fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=72211
COSTANZO SHOW: TOTO’ CUFFARO AGGREDISCE GIOVANNI FALCONE
Su questa tragica vicenda del Porto di Venezia pesa come un macigno la caduta del potere contrattuale, la parcellizzazione del lavoro, nei terminal e in tanti mestieri affidati a imprese d’appalto, al lavoro interinale che penetra anche dove il lavoro è più pericoloso e domanda, soprattutto, esperienza. Ma, assieme a questo, emerge la mancanza di rappresentanza politica del lavoro
La nave era appena arrivata da Chioggia, dove aveva lasciato parte del carico di soia: non c’è tempo per le verifiche necessarie sullo stato della stiva, bisogna scaricare alla svelta, per poi riprendere il mare.
Un portuale di un impresa d’appalto si cala nella stiva ed è sopraffatto dall’esalazioni di anidride carbonica, un secondo portuale, lavoratore interinale, avviato dalla Compagnia Lavoratori Portuali, tenta di soccorrerlo, viene colpito d’asfissia. Un marinaio romeno, per tentare di salvarli, rischia di morire. La bombola d’ossigeno con cui il capitano della nave compie un disperato tentativo di rianimazione è scarica.
Il Centro Intermodale Adriatico, dove è avvenuto il tragico incidente, è stato riconvertito a terminal portuale alla fine degli anni ’80, precedentemente era un’azienda siderurgica. Il nucleo storico sono metalmeccanici diventati portuali. Gran parte del lavoro operativo è svolto da imprese d’appalto.
Il primo lavoratore, Zanon, era dipendente di un impresa d’appalto, da più di vent’anni lavorava in porto. Il secondo Ferrara, lavoratore interinale, non aveva molta esperienza.
Ancora una volta non siamo di fronte ad un “destino cinico e baro”, sono mancate le dovute precauzioni e il sistema di soccorso si è dimostrato nefastamente inefficace.
Conosco il “mondo del porto”, sono stato Segretario del Sindacato dei Trasporti della CGIL di Venezia e per anni in Camera del Lavoro e nel Comitato Portuale, nominato per elezione diretta dei lavoratori, ho seguito le condizioni dei portuali. Un lavoro difficile e pericoloso, tramandato da padre in figlio, imparato “rubando” il mestiere con gli occhi, saltando dalla gru, alla banchina, dalla banchina, alla stiva. Questo modo di crescere e di formarsi è ormai da anni in crisi, i tempi sono sempre più drammaticamente stretti, per fare e per imparare il lavoro. La precarietà, tra i giovani, uccide la speranza del futuro, sulle banchine dei porti non toglie solo la speranza, ma anche la vita.
Questa mattina al varco d’ingresso del porto si respirava un’aria di riscatto, ma serpeggiava anche l’amarezza, che sempre si legge di fronte alla morte sul lavoro, che anche questa volta questo sacrificio sia inutile. Questo è lo sfregio più terribile alle vittime sul lavoro.
A Venezia, come nell’intero Paese, “le morti bianche” rappresentano un’estesa piaga, i Sindacati confederali veneziani, nei giorni scorsi, avevano proclamato lo Sciopero Generale Provinciale, ponendo al centro dell’iniziativa di lotta la questioni del diffondersi di incidenti sempre più gravi nei posti di lavoro, nell’indifferenza della politica e dell’amministrazione veneziana.
Su questa tragica vicenda del Porto di Venezia pesa come un macigno la caduta del potere contrattuale, la parcellizzazione del lavoro, nei terminal e in tanti mestieri affidati a imprese d’appalto, al lavoro interinale che penetra anche dove il lavoro è più pericoloso e domanda, soprattutto, esperienza.
Ma, assieme a questo, emerge la mancanza di rappresentanza politica del lavoro. Nel Consiglio comunale di Venezia, venivano eletti operai metalmeccanici e chimici, lavoratori portuali, non solo dai partiti di sinistra, ma dalla stessa DC. Oggi abbondano avvocati, liberi professionisti e “bottegai”, per mestiere e vocazione. Il PCI ha sempre portato in parlamento un chimico o un metalmeccanico. Oggi il ceto politico, nelle istituzioni, sopprime la rappresentanza sociale, mentre i lavoratori, in carne ed ossa muoiono sulle banchine, agli altiforni, nei cantieri.
Il trasferimento dalle funzioni, secondo la richiesta dell’ accusa, deve essere immediato «perchè la situazione ha Catanzaro è tutt’ altro che rasserenata».
In sostanza, la procura generale ritiene che sia da accogliere, almeno sotto il profilo dell’ urgenza, la richiesta di trasferimento d’ ufficio che era stata avanzata da ministro Mastella.
L’ accusa ha anche chiesto per De Magistris la sanzione della perdita di anzianità di otto mesi.
Si sarebbe dovuta aprire con l’interrogatorio del Pm di Catanzaro Luigi De Magistris la terza udienza del “processo” a suo carico davanti alla sezione disciplinare del Csm. Ma così non sarà: il magistrato calabrese ha annunciato infatti in aula che non si sottoporrà alle domande dell’accusa, rappresentata dal sostituto Pg della Cassazione Vito D’Ambrosio.
«Non intendo sottopormi all’esame del procuratore generale – ha esordito De Magistris davanti ai guidici di Palazzo dei Marescialli – ci sono tutti gli elementi perché la sezione disciplinare possa decidere in modo assolutamente favorevole nei miei confronti». Il Pm ha ricordato che su molti dei fatti di cui è chiamato a rispondere sono in corso indagini da parte della Procura di Salerno, «davanti alla quale ho reso 30 verbali», nei quali «c’è la dimostrazione dell’infondatezza dei casi di incolpazione»: «Non posso aggiungere altro, rischierei di violare il segreto investigativo e non intendo assolutamente farlo».
De Magistris ha ribadito ancora quella che era stata una delle richieste iniziali della sua difesa, sostenuta dal presidente di sezione della Cassazione, Alessandro Criscuolo: attendere, prima di esprimere un giudizio in sede disciplinare, che si concludesse almeno la fase delle indagini preliminari a Salerno, dove ormai sono diventati 70 i procedimenti pendenti, otto dei quali a carico del Pm calabrese. «Io ritenevo più opportuno – ha detto ancora De Magistris rivolgendosi al collegio di Palazzo dei Marescialli presieduto dal vicepresidente Nicola Mancino – che non si facesse un processo così sommario, che si andasse avanti di più coi piedi di piombo. C’è stata un’istruttoria rapida, ma ora i fatti storici e il contesto ritengo che siano stati costruiti. La sezione disciplinare può quindi decidere».
In precedenza, il “tribunale” del Csm aveva respinto una nuova richiesta istruttoria avanzata dall’accusa: quella di ascoltare tre giornalisti per approfondire gli aspetti legati ai «disinvolti rapporti con la stampa» tenuti da De Magistris, che sono una delle accuse che la Procura generale della Cassazione contesta al Pm calabrese.
È il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ad prospettare l’esito degli “stati generali” dei sindacati che stanno per iniziare.
«È bene che ci facciano sapere subito perchè è da tempo che la discussione su un possibile patto per la politica dei redditi è ferma», aggiunge rivolgendosi poi al ministro dell’Economia tommaso Padoa-Schioppa: «Ci sono in continuazione notizie smentite che arrivano da un ministro importante. non vogliamo assecondare il solito teatrino. Si dica sì al sì no al no», conclude Bonanni.
L’indagine riguarda le raccomandazioni dell’ex premier a Saccà in favore di quattro attrici
Una costola dell’inchiesta è stata trasferita a Roma per competenza
Riguarda la presunta compravendita di senatori dell’Unione da parte del Cavaliere
NAPOLI – La procura di Napoli ha chiesto il rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi nell’ambito dell’inchiesta sulle segnalazioni a favore di cinque attrici fatte dal leader di Forza Italia al presidente di Rai Fiction Agostino Saccà. A Berlusconi è contestato il reato di corruzione.
Una costola della stessa inchiesta è stata trasferita a Roma per competenza. E’ la parte più “politica” che riguarda i presunti tentativi del Cavaliere di conquistare nuovi senatori per la sua maggioranza nelle settimane precedenti il voto sulla Finanziaria. L’ipotetica campagna acquisti, fallita, aveva riguardato qualche senatore indeciso sul fatto di continuare a dare appoggio al governo Prodi.
Berlusconi è indagato di corruzione in concorso con Saccà per cui è già stato chiesto il giudizio. Il pm Vincenzo Piscitelli contesta il reato di corruzione in quanto Saccà avrebbe favorito le attrici “raccomandate” per la loro partecipazione a fiction televisive in cambio della promessa di un sostegno, da parte dell’ex premier, alle sue future attività private. L’indagine si basa su intercettazioni telefoniche sulle utenze di Saccà.
Immediate le reazioni dello stato maggiore di Forza Italia. Paolo Bonaiuti, portavoce e deputato, parla della “del solito attacco del solito settore della solita magistratura politicizzata” e fa del sarcasmo sul fatto che “sarebbe ingenuo pensare che a Napoli ci si occupi di rifiuti”. Sandro Bondi, numero due del partito, denuncia “il clima di barbarie e inciviltà” per difendersi dal quale non resta che “ricorrere alla disobbedienza civile”. Roberto Schifani ritiene “non più rinviabile interrogarsi sulla politica italiana”. Iole Santelli, ex sottosegretario alla Giustizia, ironizza: “la vera fiction è la richiesta di rinvio a giudizio”. Ghedini chiede che sia investito il Csm “per verificare cosa accade a Napoli”. Si schiera anche An con l’onorevole Maurizio Gasparri che dice: “Perchè l’aggiunto di Napoli Mancuso non si occupa di Napoli sommersa dai rifiuti invece che delle attrici forse raccomandate da Berlusconi?”.
Il ‘boia di Bolzano’ sarà estradato in Italia
Il criminale nazista Michael Seifert arriverà nel nostro Paese dove sconterà una condanna all’ergastolo per 9 omicidi: la Corte Suprema canadese ha respinto la richiesta di appello dei legali dell’ex Ss
Ottawa, 18 gennaio 2008 – Il criminale nazista Michael Seifert, “il boia di Bolzano”, sarà estradato in Italia dove sconterà una condanna all’ergastolo per nove omicidi: la Corte Suprema canadese ha infatti respinto la richiesta di appello dei legali dell’ex Ss contro la concessione dell’estradizione.
Seifert era stato condannato al carcere a vita in contumacia nel 2000, al termine di un processo che lo ha ritenuto colpevole di di 18 capi di accusa per omicidi e torture, commessi nel 1944-1945 nel campo di transito di Bolzano.
La scorsa estate, un tribunale della Colombia britannica aveva respinto una sua richiesta di far dichiarare irricevibile la richiesta di estradizione da parte dell’Italia. Un tribunale federale canadese aveva poi sentenziato che il criminale di guerra, al momento del suo arrivo in Canada nel 1951, aveva mentito nel dichiarare quale fosse il suo paese natale e non aveva fatto cenno alla sua attività in un campo nazista durante la seconda guerra mondiale.
fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/01/18/60022-boia_bolzano_sara_estradato_italia.shtml
Dal luglio 1944, resosi insicuro il campo di concentramento di Fossoli, nei pressi di Carpi (Modena), le deportazioni continuarono dal nuovo campo di Gries -Bolzano. Progettato per 1.500 prigionieri su di un’area di due ettari, con un blocco esclusivamente femminile e 10 baracche per gli uomini, fu successivamente ampliato e raggiunse una capienza massima di circa 4.000 prigionieri. Poté contare sui Lager satellite di Bressanone, Merano, Sarentino, Campo Tures, Certosa di Val Senales, Colle Isarco, Moso in val Passiria e Vipiteno.
Il campo era gestito dalle SS di Verona, comandato dal tenente Titho e dal maresciallo Haage che già avevano svolto gli stessi incarichi a Fossoli. Alle loro dipendenze una guarnigione di tedeschi, sudtirolesi ed ucraini (questi ultimi, giovanissimi, tristemente ricordati per il loro sadismo). Furono internati a Gries soprattutto prigionieri politici, partigiani, ebrei, zingari e prigionieri alleati. Tra le donne molte le militanti antifasciste, le ebree, le zingare, le slave e le mogli, le sorelle, le figlie di perseguitati antifascisti. Infine i bambini, provenienti da famiglie ebree, zingare e slave già deportate per motivi razziali.
Pessime le condizioni di vita, massacranti i tempi di lavoro, numerosi i casi di tortura ed assassinio. Circa 9.500 persone transitarono da questo campo (cfr Dario Venegoni, Uomini, donne e Bambini nel Lager di Bolzano) e numerosi furono i trasporti che tra l’estate 1944 e il febbraio 194545 partirono per Ravensbrück, Flossenbürg, Dachau, Auschwitz, e per Mauthausen.
Nel campo fu attivissima una organizzazione di resistenza, in stretto contatto con una struttura di appoggio esterna (nella foto triangolo e numero di matricola di un deportato politico). Decine di persone, dentro e fuori del campo, furono impegnate in una pericolosissima attività di assistenza ai deportati, con particolare attenzione a coloro che venivano inseriti nei trasporti verso i campi di sterminio. Alcune centinaia di deportati ricevettero in questo modo notizie dalla famiglia, viveri, vestiario e denaro. Molti tra coloro che si impegnarono in questa coraggiosa opera di assistenza e di organizzazione pagarono con l’arresto, l’isolamento e anche con le torture il proprio impegno.
Il 12 settembre 1944, prelevati alle 4 del mattino, 23 giovani italiani furono condotti alle Caserme Mignon e assassinati a colpi di pistola. Altri morirono sotto le sevizie degli aguzzini, e in particolare di una coppia di giovanissimi ucraini. Uno di questi, Michael Seifert, rintracciato in Canada, è stato condannato all’ergastolo il 24 novembre 2000 dal Tribunale Militare di Verona. A Bolzano-Gries morirono decine di persone: i morti documentati sono circa 60, ma si tratta di un numero certamente approssimato per difetto.
Tra il 29 aprile e il 1° maggio 1945 gli internati ricevettero un regolare permesso firmato dal comandante del campo e furono accompagnati, a scaglioni, ad alcuni chilometri dalla città e rilasciati, mentre le SS si davano alla fuga, non prima di avere distrutto praticamente tutti i documenti del campo, cancellando così la gran parte delle prove dei loro misfatti.
Del campo di Bolzano-Gries, purtroppo, rimane solo il muro di cinta, mentre delle strutture del Lager oggi non rimane praticamente più traccia. Una idea d’insieme del Lager la si può trarre solo da poche foto del dopoguerra e da alcuni disegni tracciati sulla base delle testimonianze dei superstiti. La Provincia di Bolzano ha recentemente posto sotto tutela un tratto del muro di cinta del campo ancora in piedi. Nel 2204 l’Amministrazione comunale ha provveduto a fare installare 6 tabelloni illustrativi lungo il perimetro del muro di cinta.Sull’area del campo sorgono oggi alti palazzi.
fonte: http://www.anpi.it/misha_bolzano.htm
Solo un miracolo ormai salverà l’Italia dalle maximulte inflitte da Bruxelles
Stavros Dimas, commissario Europeo responsabile dell’ambiente, chiederà al Collegio di inviare al governo il “parere motivato”, cui possono seguire sanzioni da 20mila a 700mila euro al giorno
Bruxelles, 17 gennaio 2008 – Solo un miracolo può ormai salvare l’Italia dal passaggio alla seconda fase della procedura d’infrazione aperta dal Collegio di Bruxelles sulla crisi dei rifiuti a Napoli.
Secondo fonti concordanti, dopo l’incontro tra regioni, Commissione Europea, e autorità italiane, che si terrà a Roma il 28, Stavros Dimas, commissario Europeo responsabile dell’ambiente, chiederà al Collegio di Bruxelles di inviare al governo italiano il cosiddetto parere motivato, vale a dire la costatazione dell’infrazione con la quale si dà al paese membro due mesi di tempo per mettersi in regola. In caso contrario, c’è il deferimento alla Corte di giustizia europea.
Non a caso Emma Bonino, commissaria europea responsabile delle politiche comunitarie, lanciava l’allarme ieri sul rischio di multe che potrebbero andare dai 20MILA ai 700MILA euro al giorno. A minacciarle era stato del resto lo stesso Dimas nel suo intervento martedì a Strasburgo, in apertura del dibattito sulla crisi dei rifiuti in Campania.
Senza mezzi termini, Dimas aveva parlato, in Parlamento, di un “disastro che non viene dal nulla ma rappresenta l’apice di un processo,che va avanti da 14 anni, di insufficiente applicazione della normativa comunitaria”.
Al tempo stesso aveva denunciato la “mancanza di volontà politica di prendere le misure necessarie», ma anche il fatto che la criminalità organizzata «non deve diventare un alibi dietro il quale nascondersi”.
Più positivo il giudizio sul piano d’emergenza annunciato da Prodi l’8 gennaio, che Dimas definisce “un passo più ambizioso in questa direzione anche se l’elemento cruciale resta la tabella di marcia”.
Dimas aveva concluso promettendo di continuare a “far pressione sul governo italiano, affinchè affronti la crisi”.
Aveva poi minacciato “il passaggio alla fase legale successiva della procedura d’infrazione, senza rinunciare alla possibilità di multe”.
“Io, chiedo l’asilo politico alla Svizzera
per salvare mio figlio dai tumori”
Un cittadino campano di 32 anni ha inoltrato la richiesta al Canton Ticino. “Vivo nel cosiddetto Triangolo della Morte: qui sono state trovate 1500 discariche abusive di rifiuti tossici”
Roma, 14 gennaio 2008 – Ha chiesto asilo politico alla Svizzera perché ritiene che il suo diritto costituzionale alla salute sia stato violato. S.S., ha 32 anni, è un libero professionista e vive nel Nolano, una delle aree della Campania maggiormente interessate dall’emergenza rifiuti.
“La zona dove vivo viene comunemente chiamata il Triangolo della Morte (è l’area compresa tra Acerra, Nola e Marigliano, ndr) – spiega – La definizione non è mia, ma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Sono state trovate 1500 discariche abusive di rifiuti tossici e, sempre qui, è stata riscontrata un’alta incidenza di morti per cancro. Io sono sposato e con un figlio in arrivo, credo di dover garantire a lui un futuro più sano”.
“Trasferirmi in un’altra regione italiana non risolve il problema. La verità è che io non mi sento più tutelato dalle istituzioni italiane. L’articolo 32 della Costituzione recita che ‘La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività’, ma in tutti questi anni nessuno ha controllato l’area dove vivo. Probabilmente la mia salute è già stata minata, ma non credo che mio figlio debba pagare”.
Che bisogno c’era di chiedere l’asilo politico?
“Io temo per la mia incolumità fisica, per quella di mia moglie, per quella di mio figlio”.
“Non c’è famiglia in questo territorio che sia stata colpita da questo male. Anche io e mia moglie abbiamo vissuto questa tragedia. Esistono statistiche che confermano che nel distretto sanitario 73 esiste un’incidenza di tumori più alta del 350% rispetto alla media europea”.
“Visto che si tratta di un cambiamento radicale ho puntato su un Paese che, secondo me, rappresenta un modello per il suo alto senso civico e per il rispetto dell’ambiente. Ho inoltrato la richiesta al Canton Ticino dove si parla italiano”.
“La mia domanda è stata presa in considerazione e in Svizzera si è aperto un grande dibattito sulla questione”.
“Lo spero, per ora resto in attesa”.

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