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Timestamp: 2020-08-07 04:43:48+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 26375 del 20/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26375 del 20/12/2016
Cassazione civile, sez. II, 20/12/2016, (ud. 29/09/2016, dep.20/12/2016), n. 26375
sul ricorso 1210-2013 proposto da:
P.A. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA
rappresentato e difeso dall’avvocato CLAUDIO DE GREGORIO giusta
D.P., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TARANTO
44, presso lo studio dell’avvocato DANIELE STRAMACCIONI,
rappresentata e difesa dall’avvocato FEDERICO DI GIOVANNI in virtù
avverso la sentenza n. 1118/2012 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,
29/09/2016 dal Consigliere Dott. CRISCUOLO MAURO;
udito l’Avvocato Claudio De Gregorio per il ricorrente;
SERVELLO GIANFRANCO che ha concluso per l’inammissibilità ovvero
1.Con atto di citazione regolarmente notificato in data 20.04.2002 P.A. (in proprio e quale procuratore speciale di R.L.) conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Pescara D.P., per sentire caducare l’atto pubblico rogato dal notaio Ru.Ma. il 6.10.2001, con cui la predetta R.L. aveva donato alla D., legata da vincoli di parentela, la nuda proprietà di un appartamento sito in (OMISSIS).
A tal fine esponeva di accudire da tempo la R., persona di età molto avanzata, che lo aveva istituito, con testamento olografo, suo erede universale e gli aveva donato, con atto rogato dal notaio G. in data 15.10.2001, la nuda proprietà dello stesso appartamento donato pochi giorni prima alla D., assumendo che la prima donazione era frutto di indebite pressioni ed attività di persuasione da parte della convenuta, la quale si sarebbe altresì approfittata del momentaneo stato di incapacità naturale della donante.
Si costituiva in giudizio D.P., contestando le domande dell’attore di cui ne chiedeva il rigetto, oltre che la dichiarazione di nullità della procura notarile rilasciata a P.A..
Con sentenza n. 303/2007 il Tribunale di Pescara rigettava la domanda formulata dall’attore.
2. Avverso la suddetta sentenza proponeva appello P.A., lamentando il fatto che il giudice di primo grado aveva errato nelle decisioni circa l’ammissibilità e la valutazione delle prove, così errando di conseguenza nell’accertamento circa lo stato di incapacità naturale della donante (nel frattempo deceduta) al momento del primo atto pubblico di donazione.
Si costituiva in giudizio D.P., che chiedeva respingersi in toto l’impugnazione proposta dal P..
Con la sentenza n. 1118/2012 la Corte d’Appello di L’Aquila rigettava l’appello e condannava l’appellante a rifondere alla controparte le spese del secondo grado di giudizio.
A sostegno della suddetta decisione la Corte territoriale affermava che la sentenza impugnata era stata congruamente motivata su ogni punto, sia con riguardo alle ragioni poste a base dell’inammissibilità delle prove testimoniali richieste dall’attore sia con riferimento alla decisione di non disporre una C.T.U. medico – legale su materiale cartaceo (dato che la R. era nel frattempo deceduta) allo scopo di provare lo stato di incapacità naturale della donante, ritenendo peraltro che l’appellante non avesse assolto all’onere probatorio su di lui incombente circa lo status della R. posto a base della sua domanda di annullamento della donazione in favore dell’appellata.
3. Avverso la suddetta decisione P.A. propone ricorso per cassazione svolgendo due distinti motivi.
Resiste in giudizio D.P. con apposito controricorso.
Con il primo motivo il ricorrente eccepisce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione degli artt. 775 e 428 c.c., ed il vizio di motivazione, in particolare perchè il giudice d’appello avrebbe effettuato una lettura distorta delle risultanze probatorie, che se correttamente valutate nel caso concreto, senza alcuna aprioristica attribuzione di valore decisivo alle valutazione effettuate dal pubblico ufficiale rogante, avrebbero permesso di accertare la situazione di incapacità naturale della R., da intendersi quale menomazione, anche intermittente, delle facoltà intellettive e volitive dell’anziana donna.
Con il secondo motivo lamenta, sempre in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione dell’art. 2700 c.c. ed il vizio di motivazione, in quanto sarebbe pacifico che l’efficacia probatoria privilegiata del rogito è limitata ai fatti che il P.U. attesta avvenuti in sua presenza ed alla provenienza delle dichiarazioni, senza implicare l’intrinseca veridicità di esse. L’omessa assunzione di prove testimoniali utili a dimostrare l’incapacità naturale di R.L. al momento della stipula dell’atto di donazione impugnato, perciò vizierebbe in radice la decisione dei giudici di merito.
I due motivi di ricorso possono essere esaminati congiuntamente in quanto entrambi attengono all’erronea valutazione delle prove in ordine alla dedotta situazione di incapacità naturale della donante al momento della redazione dell’atto pubblico di donazione rogato dalla notaia Ru.Ma. il 6.10.2001, nonchè alla carenza della motivazione affetta da presunte omissioni ed evidenti vizi logici. I motivi sono inammissibili per le ragioni di seguito esposte.
Infatti in linea generale non è possibile sindacare in sede di legittimità la decisione impugnata per ottenere una diversa valutazione delle risultanze probatorie, se non nei limiti, molto stringenti, del vizio di motivazione. Si richiama sul punto quanto affermato in più occasioni da questa Corte, in particolare dalla sentenza delle S.U., n. 24148, del 25/10/2013, (Rv. 627790), che in massima ha affermato: “La motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza, nel complesso della medesima sentenza, del procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già quando, invece, vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal primo attribuiti agli elementi delibati, risolvendosi, altrimenti, il motivo di ricorso in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento di quest’ultimo tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai lini del giudizio di cassazione”.
Peraltro va evidenziato che la sentenza impugnata è stata pubblicata successivamente all’entrata in vigore della modifica normativa relativa al vizio motivazionale di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (ai sensi del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 3, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134), novella che ha ridotto l’ambito di impugnazione alla sola ipotesi dell’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Le Sezioni Unite (Sentenza, n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830), hanno precisato i limiti stringenti del sindacato di legittimità nel caso di ricorso per vizio della motivazione, affermando in massima che: “La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al “miniano costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”.
La conseguente applicabilità della novella alla fattispecie rende pertanto evidente l’inammissibilità dei motivi nella loro concreta formulazione.
Nel caso di specie, peraltro, la motivazione della Corte d’Appello si presenta approfondita e puntuale nell’esaminare le censure svolte dall’attuale ricorrente già in fase di appello ed ora riproposte nel presente ricorso, secondo un percorso logico chiaro e privo di contraddizioni, che ha tenuto conto anche di quanto emergeva dalla certificazione medica in data 03.10.2001 del dott. Castellini, medico di famiglia della R., nonchè di quanto risultava dal fascicolo delle indagini penali svolte a seguito della querela sporta dal P..
Quanto specificatamente alla valutazione circa lo stato di incapacità naturale di un contraente, essa è rimessa al giudice di merito, il cui giudizio può essere censurato in sede di ricorso per cassazione nei limiti del vizio di motivazione di cui sopra.
Si richiamano peraltro sul punto i principi di diritto di cui alla sentenza Sez. L, n. 17977, del 01/09/2011, (Rv. 618963), che ha affermato: “Ai fini della sussistenza della incapacità di intendere e di volere, costituente causa di annullamento del negozio (nella specie, dimissioni), non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente la menomazione di esse, tale comunque da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all’atto che sta per compiere. La valutazione in ordine alla gravità della diminuzione di tali capacità è riservata al giudice di merito e non è censurabile in cassazione se adeguatamente motivata, dovendo l’eventuale vizio della motivazione emergere, in ogni caso, direttamente dalla sentenza e non dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità”.
Quanto infine alle censure, contenute in entrambi i motivi di ricorso, di avere i giudici di merito omesso di assumere prove testimoniali decisive ai fini del giudizio, si richiamano i consolidati principi di diritto, per ultimo espressi da questa Corte Sez. 2, Sentenza n. 9748, del 23/04/2010, (Rv. 612575), secondo cui “La censura contenuta nel ricorso per cassazione relativa alla mancata ammissione della prova testimoniale è inammissibile se il ricorrente, oltre a trascrivere i capitoli di prova e ad indicare i testi e le ragioni per le quali essi sono qualificati a testimoniare – elementi necessari a valutare la decisività del mero istruttorio richiesto – non alleghi e indichi la prova della tempestività e ritualità della relativa istanza di ammissione e la fase di merito a cui si riferisce, al fine di consentire “ex actis” alla Corte di Cassazione di verificare la veridicità dell’asserzione” (Conf. Cass. n. 19138/2004).
Nel caso di specie il ricorrente non ha esplicitato nessuno dei suddetti presupposti, necessari per rendere ammissibile l’impugnazione in sede di legittimità, limitandosi genericamente a riproporre la lagnanze già espresse nell’atto di appello, e puntualmente respinte dalla Corte territoriale.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese di lite in favore della controparte che liquida in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% sui compensi ed accessori di legge.
Sentenza redatta con la collaborazione dell’assistente di studio Dott. Marra Giuseppe.

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 art. 54
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