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Rassegna stampa 19 dicembre 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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Rassegna stampa 19 dicembre 2019
di Alessia peilex|Pubblicato 19 Dicembre 2019
18/12/2019 13.15 – quotidiano energia
Idrico, opere per 25 mln € in Basilicata
La Giunta della Basilicata ha dato il via libera alla sottoscrizione di un accordo di programma con l’Ente regionale di governo per i rifiuti e le risorse idriche (Egrib) che destina 25 milioni di euro all’efficientamento del Sii per la riduzione delle perdite e all’uscita dalle procedure di infrazione su depurazione e fognatura.
Uno degli obiettivi, secondo l’assessore all’Ambiente Gianni Rosa, è “non sprecare la risorsa acqua ma destinarla totalmente al servizio delle comunità e degli agglomerati”. I fondi fanno capo al Po Ambiente Fse 2014-2020 e sosterranno interventi definiti “prioritari” già valutati positivamente a livello nazionale, fa sapere la Regione sul suo sito web.
Acquevente, invece, sta per avviare la sostituzione di 5 km di condotte idriche nella provincia di Rovigo, con un investimento totale di 1,1 mln €, come spiega il gestore in una nota.
19/12/2019 – Il Sole 24 Ore
Feralpi darà energia termica alla comunità di Lonato
Investimento per sfruttare il calore di recupero dell’ attività delle acciaierie
LONATO (BS) Con un investimento da 4 milioni di euro, condiviso insieme al partner tecnico Engie, il gruppo Feralpi si prepara a riscaldare gli edifici pubblici della propria comunità di riferimento, Lonato, in provincia di Brescia, sfruttando il calore di recupero dell’ attività delle acciaierie. La cerimonia ufficiale è attesa nelle prossime ore, anche se in realtà le scuole, il palazzetto, il municipio, l’ ospedale, la casa di riposo e alcune piccole aziende sono già allacciate da qualche giorno.«Per un’ industria manifatturiera – commenta Giuseppe Pasini, che guida il gruppo Feralpi insieme ai fratelli Giovanni e Cesare – investire per attivare nuovi modelli di economia circolare non significa soltanto innalzare la propria competitività con sistemi sempre più efficienti. Ciò vuol dire anche dare concretezza alla missione più autentica delle imprese, ovvero quella di creare valore e di collaborare al raggiungimento dell’ obiettivo che è stato previsto nel green new deal europeo promosso dalla Commissione Ue, guidata da Ursula Von der Leyen. Se veramente vogliamo che l’ Europa sia il primo continente neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050, allora l’ Unione europea deve potere contare sul contributo attivo delle imprese che responsabilmente sono chiamate a fare ancora di più nella lotta ai cambiamenti climatici». Tra i vantaggi legati all’ operazione, il gruppo Feralpi sottolinea innanzitutto gli aspetti ambientali. L’ allacciamento degli edifici pubblici del Comune porterà a un minor consumo di combustibili fossili, calcolato in 447 TEP/anno (tonnellate di petrolio equivalente) risparmiate, ovvero circa 20 autocisterne. Un migliaio le tonnellate di CO2 «risparmiate», alle quali si affiancano emissioni evitate per 127 kg/anno di CO (monossido di carbonio) e di 715 kg/anno di NOx (ossidi d’ azoto). «Ulteriori vantaggi – spiegano i tecnici del gruppo bresciano – comprendono la possibilità di fare di Lonato un comune più sicuro, grazie alla dismissione di centrali termiche alimentate da fonti fossili sostituite dal calore fornito dal teleriscaldamento. Non da ultimo, il Comune vedrà una riduzione dei costi sostenuti per il riscaldamento dei propri edifici, con un vantaggio diretto per tutti i cittadini. Ci sarà disponibilità di calore a prezzi competitivi per nuove iniziative di carattere pubblico, industriale o privato». Il passo successivo sarà estendere la rete anche ad altre utenze. L’ esperienza di Feralpi non è l’ unica in Italia tra le acciaierie. A Brescia hanno seguito questa strada anche Ori Martin (con il progetto iRecovery, che si allaccia al teleriscaldamento cittadino di A2a) e la Aso Siderurgica di Ospitaletto. Nel resto d’ Italia è da segnalare l’ accordo di Acciaierie di Verona (gruppo Pittini) con Agsm, mentre dal 2007 la centrale di cogenerazione dello stabilimento TenarisDalmine alimenta la rete di teleriscaldamento cittadina. Analoghe iniziative sono state adottate da alcune fonderie (tra queste la Fonderia di Torbole, Lo stesso gruppo Feralpi, all’ interno della propria strategia di gruppo declinata nell’ efficientamento energetico, ha già maturato esperienza nel teleriscaldamento, ma all’ estero. Nel 2014 ha avviato un impianto di recupero di calore dall’ impianto fumi dell’ acciaieria tedesca del gruppo, a Riesa in Sassonia, per la produzione di vapore destinato a un utilizzo di processo e alla generazione di energia elettrica tramite una turbina ORC (del tipo con il ciclo Rankine organico) di circa 3 MW, cui ha fatto seguito un nuovo progetto per la realizzazione di un impianto di teleriscaldamento interno alimentato dal recupero del calore del forno elettrico. Nello specifico, il vapore generato viene in parte veicolato dalla locale azienda municipalizzata di Riesa direttamente ad un’ altra azienda produttiva e in parte impiegato per la generazione di energia elettrica. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Matteo Meneghello
19/12/2019 – Il Cittadino MB
Prestito da cento milioni di euro per gli investimenti di Acsm-Agam
La cifra è di quelle da far tremare i polsi, anche se l’ orizzonte su cui si stende è di lungo periodo (16 anni). Ma i cento milioni di euro che la Banca europea per gli investimenti (Bei) erogherà per sostenere il piano di sviluppo di Acsm-Agam rappresentano una espressione di fiducia nei confronti della multiutility monzese-comasca quotata alla Borsa di Milano, attiva nel Nord della Lombardia (province di Monza, Como, Lecco, Sondrio e Varese). Il finanziamento è finalizzato alla realizzazione del piano di investimenti nel quinquennio 2019-2023 del Gruppo. Il prestito ha la garanzia del Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis), uno dei pilastri dell’ Investment Plan for Europe, il Piano Juncker. Per il commissario europeo per l’ economia, Paolo Gentiloni, «l’ Europa investe per aumentare la qualità della vita dei cittadini. Grazie a questo prestito Acsm- Agam potrà continuare a migliorare alcuni servizi pubblici nella Lombardia settentrionale, a partire dall’ illuminazione stradale e dalla distribuzione di acqua e di elettricità». Per il Gruppo Acsm Agam l’ operazione contribuisce al consolidamento della propria struttura finanziaria, consentendo di allungare la durata media del debito a condizioni competitive, avviando la collaborazione con un primario operatore di riferimento internazionale, quale è la banca della Ue. Il dettaglio dei progetti, tutti concentrati nei territori di riferimento del Gruppo (Monza, Como, Lecco, Varese, Sondrio più alcune aree in Veneto e nel Friuli) riguarda il settore dell’ ambiente (potenziamento delle quantità di rifiuti trattati), il rinnovo e il potenziamento delle reti idriche ed elettriche, le centrali idroelettriche, il teleriscaldamento (sviluppando anche il recupero di dispersioni termiche da processi industriali) , l’ illuminazione pubblica, l’ efficienza energetica e smart city (monitoraggio reti, microclima , domotica, trasmissione dati, car moto e bike sharing, parcheggi, teleassistenza e tele diagnostica, sicurezza), la sicurezza informatica. Gli abitanti interessati sono circa 900.000. «Dopo la realizzazione di un’ importante operazione di aggregazione nei territori di riferimento e l’ approvazione di un ambizioso piano industriale, avere oggi il sostegno di BEI per realizzarlo con un orizzonte di lungo periodo, rappresenta un ulteriore fondamentale passo per lo sviluppo del nostro Gruppo» sottolinea Paolo Soldani, Amministratore Delegato di Acsm Agam. Paolo Cova
Appalti, controlli sulle ritenute Le imprese chiedono il rinvio
DECRETO FISCALE/1
Allarme sui nuovi obblighi committente/appaltatore in calendario da gennaio Finte coop nel mirino ma gli oneri in arrivo saranno difficili da gestire
Un onere di difficile gestione, che si sta per abbattere su molte grandi imprese e committenti legati all’ esternazionalizzazione dei servizi. E che, nell’ ultima versione, è stato definito a meno di due settimane dall’ entrata in vigore, il 1°gennaio. È questa la sostanza della contestatissima stretta sulle ritenute fiscali in materia di appalti pubblici e privati, diventata di fatto legge con l’ approvazione dell’ articolo 4 della conversione del decreto fiscale (Dl 124/2019). Anche l’ ultima versione della norma, attesa in Gazzetta ufficiale il 24 dicembre, lascia intatti molti dei problemi denunciati nelle scorse settimane. Così, adesso, le imprese chiedono un rinvio lampo da inserire nel Milleproroghe e una fase transitoria regolata in maniera differente. Il meccanismo originario dell’ articolo 4 prevedeva, in materia di ritenute fiscali, che il committente sostituisse le imprese appaltatrici, con l’ obiettivo di contrastare l’ evasione. Nel corso dell’ esame in Parlamento, il decreto è passato a un sistema di controllo da parte del committente sulla correttezza dei versamenti operati dai suoi fornitori. Un meccanismo ristretto ai contratti con valore superiore ai 200mila euro, caratterizzati dal prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente, con l’ utilizzo dei suoi beni strumentali. Questa definizione tiene dentro molti servizi esternalizzati. Anche se va detto che la norma si presta a interpretazioni divergenti, nel suo perimetro rientra tutto il mondo dei servizi di pulizia, di portierato, ma anche dei servizi informatici e di consulenza aziendale, svolti presso la sede del committente. Sembra, invece, fuori la somministrazione, perché ha come oggetto esclusivo (e non prevalente) la fornitura di manodopera. In questi settori, l’ obiettivo del Governo, dichiarato nella relazione tecnica che accompagna il decreto, è «contrastare l’ illecita somministrazione di manodopera, in quanto attraverso la costituzione di false cooperative e false imprese, i soggetti coinvolti nelle frodi evitano di assumere manodopera interna, delegando il reperimento delle risorse a finte società affidatarie che aggirano le norme contrattuali, evadono l’ Iva e non procedono al versamento delle ritenute». Ai nuovi obblighi restano collegati adempimenti parecchio gravosi e sanzioni: i committenti dovranno, cioè, gestire un complesso flusso informativo verso le imprese con cui lavorano. E questi adempimenti sono ancora più difficili da governare, dal momento che andranno applicati tra pochi giorni a contratti in essere, con la pausa natalizia in arrivo. Così, ascoltando le imprese, in queste ore arriva da più parti la richiesta di rinviare la novità, in assenza di una correzione di rotta. «Tenuto conto – spiega una nota di analisi del decreto di Confindustria – che restano in capo alle imprese obblighi di comunicazione che imporranno un adeguamento significativo dei processi gestionali», sarebbe stato opportuno rinviare «l’ entrata in vigore delle nuove disposizioni al secondo semestre del 2020, con applicazione solo ai nuovi contratti stipulati a decorrere dal prossimo primo gennaio 2020». Anche dai costruttori dell’ Ance arriva la stessa richiesta di «rinviare la novità e di applicarla solo ai nuovi contratti, anche perché il sistema degli F24 separati per singolo cantiere sarà di fatto inapplicabile». Su una linea simile, Francesco Quattrone, direttore Lavoro e relazioni sindacali di Federdistribuzione, sottolinea che «l’ impianto della norma è rimasto complicato nonostante ci siano stati degli alleggerimenti». La conversione del Dl fiscale è stata «un’ occasione persa per differire il via a una norma che desta complicazioni per le imprese, ancor più sentite da realtà di grandi dimensioni come quelle del mondo del retail». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giuseppe Latour
In caso di irregolarità c’ è il blocco dei pagamenti
Serviranno verifiche che rischiano di portare alla paralisi
Le novità approvate in Senato portano nuove procedure e nuove sanzioni nell’ ambito degli appalti. Cambiano, infatti, le regole per il nuovo regime delle ritenute e delle compensazioni. La nuova procedura prevede che, dal 1°gennaio 2020, cambieranno gli obblighi di committenti ed esecutori nei contratti di appalto il cui valore sia superiore ai 200mila euro. Si prevede un ribaltamento degli obblighi di versamento delle ritenute, il cui espletamento sarà effettuato dall’ impresa appaltatrice o affidataria e dall’ impresa subappaltatrice, con distinte deleghe per ciascun committente, senza possibilità di compensazione con eventuali crediti vantati. Il nuovo articolo 4 stabilisce che tutti i soggetti individuati dalla norma sono tenuti a richiedere all’ impresa appaltatrice o affidataria e alle imprese subappaltatrici, obbligate a rilasciarle, copia delle deleghe di pagamento relative al versamento delle ritenute fiscali, trattenute dall’ impresa appaltatrice o affidataria e dalle imprese subappaltatrici ai lavoratori direttamente impiegati nell’ esecuzione dell’ opera o del servizio. Il versamento delle ritenute non è più demandato al committente, come previsto da una prima stesura, ma deve essere effettuato dall’ impresa appaltatrice o affidataria e dall’ impresa subappaltatrice, con distinte deleghe per ciascun committente, senza possibilità di compensazione con eventuali crediti vantati. Per consentire all’ appaltatore la verifica della correttezza del versamento, l’ impresa appaltatrice o affidataria e le imprese subappaltatrici dovranno trasmettere al committente, entro i cinque giorni successivi alla scadenza, oltre alle predette deleghe anche l’ elenco nominativo di tutti i lavoratori, identificati mediante codice fiscale, con annessi tutti i dati di dettaglio utili al calcolo delle ritenute. La verifica della correttezza dei versamenti porta con sè una duplice conseguenza. Da un lato, infatti, nel caso in cui l’ impresa appaltatrice non ottemperi all’ obbligo di trasmettere al committente le deleghe di pagamento e le informazioni relative ai lavoratori impiegati, ovvero risulti l’ omesso o insufficiente versamento delle ritenute fiscali rispetto ai dati risultanti dalla documentazione trasmessa, il committente dovrà sospendere, finché perdura l’ inadempimento, il pagamento dei corrispettivi maturati dall’ impresa appaltatrice o affidataria sino a concorrenza del 20% del valore complessivo dell’ opera o del servizio o per un importo pari all’ ammontare delle ritenute non versate, dandone comunicazione, entro novanta giorni, all’ ufficio dell’ agenzia delle Entrate territorialmente competente nei suoi confronti. In questi casi, è preclusa all’ impresa appaltatrice ogni azione esecutiva finalizzata al soddisfacimento del credito il cui pagamento è stato sospeso, fino a quando non sia stato eseguito il versamento delle ritenute. Questa previsione, rispetto a quanto fino ad oggi previsto, pone nei confronti delle aziende un innegabile ed evidente onere ulteriore. Queste, dovranno, infatti, dimostrare non soltanto la loro regolarità contributiva, attraverso la produzione del Durc, ma anche la regolarità fiscale, la quale imporrà una sostanziale impossibilità di posticipare il pagamento delle imposte, come prassi nelle situazioni di maggiore crisi. Non c’ è chi non veda, pertanto, il possibile blocco a catena dei pagamenti con una conseguente possibile paralisi di interi settori. Dall’ altra parte, il nuovo comma 4 ha introdotto una sorta di sanzione per omessa o carente vigilanza. Infatti, «in caso di inottemperanza agli obblighi previsti dai commi 1 e 3, il committente è obbligato al pagamento di una somma pari alla sanzione irrogata all’ impresa appaltatrice o affidataria o subappaltatrice per la violazione degli obblighi di corretta determinazione delle ritenute e di corretta esecuzione delle stesse, nonché di tempestivo versamento, senza possibilità di compensazione». Anche il committente è, quindi, divenuto soggetto sanzionabile al pari del soggetto obbligato alla prestazione tributaria. Questa previsione, pur comprendendone lo spirito e la ragione ispiratrice, appare assolutamente spropositata e di difficile attuazione. L’ azienda committente, infatti, dovrà, di fatto, non soltanto richiedere la documentazione attestante i pagamenti, ma mese dopo mese ricontrollare i conteggi effettuati dalle ditte appaltatrici al fine di scongiurare errori nei versamenti delle ritenute che ricadrebbero anche su di lei. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Valerio Vallefuoco
Un F24 per ciascun lavoratore impiegato nell’ appalto
DECRETO FISCALE/2
Necessario redigere tanti modelli quanti gli appalti che occupano il lavoratore Nella delega di pagamento l’ impresa appaltatrice non può fare compensazioni
Ridimensionati gli adempimenti del committente collegati a contratti di appalti, subappalti e affidamento di lavori (in seguito solo appalto), in vigore dal 1° gennaio 2020 (F24 in scadenza il 17 febbraio 2020, di competenza dello stesso anno). La sostituzione dell’ articolo 4 dell’ originario decreto legge 124/2019 operata dalla legge di conversione elimina l’ obbligo per il committente di versare direttamente le ritenute. Nella nuova versione, l’ articolo 17-bis del decreto legislativo 241/1997 prevede che il versamento delle ritenute fiscali sia effettuato dall’ impresa appaltatrice o affidataria e dall’ impresa subappaltatrice. Inoltre, viene circoscritto l’ ambito di esclusione di applicazione della norma e i conseguenti adempimenti del committente. La nuova disciplina non si applica al ricorrere di una o più delle seguenti fattispecie: se l’ affidamento di opere o servizi in appalto non prevede un prevalente utilizzo di manodopera (ad esempio contratti di cessione con posa in opera); se il personale impiegato non svolge la prestazione lavorativa presso le sedi di attività del committente (ad esempio il caso dei contoterzisti); se i beni strumentali non sono messi a disposizione dal committente; se il valore annuo dell’ appalto non supera i 200mila euro. Inoltre, è opportuno ricordare che la norma prevede altri casi di esclusione – dedicati alle imprese definite virtuose – declinati al comma 5. Nonostante l’ alleggerimento restano, tuttavia, alcuni paletti. Il committente deve accertare che la società che esegue i lavori versi regolarmente le ritenute fiscali operate a carico dei lavoratori impegnati nell’ appalto. Per consentire la verifica, l’ appaltatrice deve versare le ritenute fiscali con modelli F24 separati (cioè dedicati all’ appalto) e trasmettere – entro cinque giorni dalla prevista scadenza di versamento – le relative quietanze al committente, allegando un elenco dei lavoratori impegnati nell’ appalto con l’ indicazione della retribuzione, delle ore lavorate, delle ritenute fiscali operate. Si noti che questo obbligo di comunicazione permetterà al committente anche la verifica del costo effettivo dell’ appalto e dei margini applicati dalla impresa appaltatrice. La norma precisa, inoltre, che deve essere fornita un’ elencazione analitica delle ritenute fiscali operate ai lavoratori, indicando separatamente «quelle relative alla prestazione affidata dal committente». Altro aspetto collegato alla redazione del modello F24 riguarda la necessità di redigere distinti modelli di pagamento per ogni singolo appalto. Se un lavoratore, in un mese, è contemporaneamente occupato in due appalti, la ritenuta fiscale complessivamente operata dovrà essere suddivisa tra i due modelli F24. Nell’ ultimo periodo del comma 1 del richiamato articolo 17-bis, si prevede, inoltre, che l’ impresa appaltatrice, nel modello F24, non possa operare alcuna compensazione. In relazione a questo divieto, combinato con quello disposto dal successivo comma 8, si può giungere ad affermare che nella delega di pagamento relativa all’ appalto l’ impresa appaltatrice non può effettuare compensazioni (di ritenute, contributi, premi Inail). La stringente limitazione impatta sulle aziende che occupano tutti i lavoratori in appalti di lunga durata (in contesti di cosiddetto labour intensive). Inoltre dalla lettura delle relazioni accompagnatorie al provvedimento non emerge se (come l’ interpretazione letterale lascia invece intendere), il divieto di compensazione si estenda anche al recupero di crediti scaturenti dalla gestione del rapporto di lavoro, per esempio, l’ assistenza fiscale e il bonus Renzi. Se l’ estensione del divieto alla compensazione dovesse essere confermata anche per questi crediti, l’ impresa appaltatrice si troverebbe ad anticipare somme per l’ Erario, rinviando il recupero di detti crediti con il pagamento di tributi e contributi diversi da ritenute fiscali (per lavoro dipendente e assimilato), contributi previdenziali, assistenziali e assicurativi, relativi a dipendenti impiegati in appalto. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giuseppe Maccarone Alessandro Mengozzi
Un salvacondotto con la carta di regolarità fiscale
Il nuovo certificato diventa un requisito fondamentale per competere sul mercato
Il certificato di affidabilità fiscale previsto dall’ articolo 4 del Dl fiscale non solo serve al committente per evitare controlli sugli obblighi di versamento delle ritenute da parte delle imprese appaltatrici, ma è fondamentale anche per queste ultime per salvaguardare il proprio equilibrio finanziario. È questa una delle conclusioni che si traggono esaminando il testo definitivo della norma. Le nuove procedure si applicano alle opere/servizi affidati a terzi da soggetti in grado di rivestire la qualifica di sostituti d’ imposta quando ricorrono, congiuntamente, i seguenti requisiti: importo complessivo annuo superiore a 200mila euro, prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente ed utilizzo di beni strumentali di proprietà di quest’ ultimo o ad esso riconducibili. Da gennaio 2020, scattano quindi adempimenti documentali da parte delle imprese che prestano opere o servizi verso il committente e oneri di verifica ed eventuale intervento a carico di quest’ ultimo. L’ appesantimento amministrativo e la maggiore rischiosità in capo al committente vengono meno se le imprese esecutrici sono in grado di fornire mensilmente o, comunque, con periodicità costante il certificato di affidabilità fiscale rilasciato dall’ agenzia delle Entrate, che ha validità quattro mesi dalla data del rilascio. Questa certificazione (che andrà opportunamente riscontrata dal committente nelle modalità descritte da un provvedimento di prossima emanazione) riguarderà l’ anzianità (almeno triennale) dell’ impresa esecutrice, la sua regolarità fiscale a livello di obblighi dichiarativi, il superamento di un ammontare predefinito di versamenti sul conto fiscale e l’ assenza di carichi pendenti scaduti superiori a 50mila euro presso l’ agente della riscossione, il tutto aggiornato all’ ultimo giorno del mese precedente a quello dell’ obbligo di versamento. È evidente che i committenti imporranno negozialmente questa procedura, l’ unica in grado di mantenere gli oneri e le responsabilità attualmente vigenti e di evitare la nuova disciplina. Ma l’ opzione della certificazione è assolutamente opportuna anche per l’ impresa appaltatrice/subappaltatrice o affidataria. Infatti, non solo in questo modo si evita la laboriosa ricostruzione sulle retribuzioni dei dipendenti addetti alle varie commesse (da fornire ad ogni committente con distinzione per singolo appalto) e ci si sottrae ai controlli imposti dalla legge al committente, ma si sfugge a seri problemi di liquidità. Il certificato liberatorio, infatti, consente di evitare: il divieto di compensazione nei versamenti delle ritenute di reddito di lavoro dipendente ed assimilato di cui al comma 1 (peraltro da effettuarsi su tanti F24 quanti sono i committenti); il divieto di compensazione nel versamento dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi assicurativi obbligatori, maturati in relazione ai dipendenti di cui sopra; l’ eventuale blocco dei pagamenti imposto (sino all’ ammontare delle ritenute presuntivamente non versate o sino a concorrenza del 20% del valore complessivo dell’ opera o del servizio) al committente in caso di inadempimenti – anche solo documentali – dell’ impresa esecutrice. Tutte queste restrizioni di liquidità potrebbero mettere definitivamente in ginocchio l’ impresa appaltatrice/subappaltatrice o affidataria, la quale ha quindi un interesse almeno pari a quello dell’ impresa committente nell’ applicare questa procedura che, prevista dal legislatore come un’ alternativa, in realtà finirà per relegare gli altri adempimenti che sostituisce alle fattispecie patologiche. Anche per questo, il provvedimento attuativo non può tardare. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Gavelli
19/12/2019 – Il Corriere della Sera
Arcuri (Invitalia): «L’intervento pubblico serve. Ma su credito e Ilva no a fallimenti mascherati»
L’ad della società del ministero dell’Economia: «Possibili altre aggregazioni di banche al Sud». «Qui l’accesso al credito è più problematico e costoso che nel resto d’Italia»
Domenico Arcuri, 55 enne calabrese cresciuto nell’Iri e in Deloitte, è l’uomo più ricercato d’Italia: il governo ha scelto Invitalia, l’agenzia pubblica per gli investimenti che lui guida dal 2007, per intervenire nei casi più difficili. Dall’ex Ilva alla Popolare di Bari.
Arcuri, come si spiega che Invitalia sia così ricercata?
«Negli anni abbiamo guadagnato una qualche considerazione delle istituzioni e dei mercati, siamo diventati interlocutori sufficientemente seri e affidabili. In giro non ce ne sono molti».
Nel settore pubblico, vuole dire?
«Sì. Noi siamo posseduti al 100% dal governo, quindi potenzialmente adatti a svolgere una serie di attività e missioni indispensabili di fronte ai problemi di oggi: un Paese che non cresce, sempre più diseguale, dove il rapporto fra privato e pubblico diventa necessario, anche per ricominciare a connettere l’industria con la finanza. A maggior ragione se a Sud i costi e i tempi dell’accesso al credito determinano uno svantaggio per le imprese».
C’è anche Cassa depositi e prestiti. Ma le fondazioni socie del Tesoro non amano le operazioni spericolate e l’intera holding rischia di essere riclassificata come parte dello Stato, facendone esplodere il debito.
«Le fondazioni hanno posizioni legittime e la questione del debito credo sia vera. Inoltre, forse, c’è un diverso rapporto con il tempo. Noi a Invitalia possiamo essere pazienti. Se un’operazione ha senso, non abbiamo l’assillo di dover far fruttare un investimento in un periodo breve come un privato. Ma dobbiamo stare molto attenti a capire se e quando c’è una ricaduta positiva per il Paese. Era il discrimine fra l’Iri e la Gepi».
«Se qualcuno pensa che in Italia nel 2020 si possa rifare la Gepi del 1971, un ricettacolo di fallimenti mascherati, è fuori dal mondo. Semmai, serve un soggetto pubblico con un portafoglio di strumenti per consolidare la ripresa. Un soggetto facilmente riferibile allo Stato, ma capace di negoziare. Invitalia non può fare tutto».
Ex Ilva e Popolare di Bari: quale è più difficile?
«Ilva, senza dubbio. Ora c’è molta attenzione sulla trattativa con i Mittal sul numero degli esuberi, ma vanno visti anche altri elementi. È in vigore un Contratto istituzionale di sviluppo su Taranto – risorse nazionali e europee – che vale un miliardo. Dobbiamo vedere se e come fare investimenti incrementali, per esempio cominciando a restaurare la città vecchia. E come finalmente bonificare il territorio fuori dallo stabilimento. Progetti che possono, tra l’altro, assorbire personale in esubero dall’ex Ilva».
Prenderete una quota accanto a Arcelor-Mittal?
«Non so chi sia il soggetto pubblico che possa partecipare al capitale dell’ex Ilva. Di certo l’unica ragione per farlo, magari in via temporanea, è accompagnare e soprattutto controllare l’attuazione del nuovo piano industriale».
Immaginiamo un piano debole, con prospettive di perdite. Entrereste?
«Va visto nel quadro del piano di ArcelorMittal nel mondo. È inaccettabile che la capacità produttiva di Taranto venga tenuta a un livello troppo basso solo perché da qualche altra parte del mondo gli impianti dello stesso gruppo viaggiano a pieno regime. E questo rischio c’è».
C’è chi teme che si buttino soldi dei contribuenti per tenere in piedi una struttura che non regge.
«Lo capisco. Ma se sviluppiamo il piano per Taranto e intanto lo Stato entra nell’ex Ilva, con posti nel governo societario, può fornire un presidio e far sì che si possa andare avanti e innovare. Come parte pubblica dobbiamo far pace con noi stessi: se mentre il governo negozia con i Mittal qualcun altro compie atti che indeboliscono il negoziato, la strada diventa più in salita».
Sulla Pop Bari il governo interviene tramite Mediocredito centrale, una vostra controllata. Che però è dieci volte più piccola della Bari stessa e non ha mai gestito una banca commerciale.
«Intervento tardivo ma inevitabile. Se fosse solo l’ennesimo salvataggio che spalma sugli italiani il costo che spetterebbe un gruppo di persone, sarebbe una follia».
Perché, cos’è invece?
«L’accesso al credito al Sud è più problematico e costoso che nel resto d’Italia. Il settore bancario lì è polverizzato e ora minacciato dalla rivoluzione tecnologica. L’idea è che a questa nefasta ma necessaria evenienza si possano aggiungere altre aggregazioni di piccole banche del Sud. Si può metterle a sistema, valorizzarle e poi, perché no, riportarle sul mercato. Questo non è solo il salvataggio della Bari».
Cosa dirà al politico di turno che le chiederà di prestare agli amici degli amici?
«Che con me Invitalia si è trasformata da carrozzone – la definizione più gentile – in una moderna agenzia di sviluppo. Qua c’erano 316 società, ora sono quattro».
Sul ruolo dei governi, c’è un cambio di approccio in Italia e in Europa. Giusto tornare all’interventismo?
«Sì, senza sognarsi di replicare quello di un tempo. Anche in Italia serve un maggiore gradiente pubblico, capitale paziente ma che non occupi ogni spazio. Cercando di guardare alle esigenze del futuro, non solo a interventi difensivi di realtà storiche».
Pare che il governo non voglia lasciar fallire nessuno.
«In un’economia di mercato si può anche fallire. Lo Stato non esiste per evitare che chi deve farlo, lo faccia».
18 dicembre 2019 (modifica il 18 dicembre 2019 | 22:28)
19/12/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Gare, sì alle modificazioni soggettive del concorrente anche in fase di aggiudicazione
La disposizione del Codice del 2006 “vive” – afferma il Tar Sicilia – anche se non è stata riprodotta nel Dlgs n.50/2016
Ammissibili le modificazioni soggettive del concorrente anche in fase di aggiudicazione
Il principio dell’ammissibilità delle modificazioni soggettive dei concorrenti anche nella fase di aggiudicazione dell’appalto può ritenersi tuttora vigente, anche se la disposizione del Codice degli appalti del 2006 che la prevedeva espressamente non è stata riprodotta nel “nuovo” Codice. L’art. 51 del d.lgs. 163/2006, infatti, prevedeva che l’affittuario di un’azienda o di un ramo d’azienda subentrato ad un concorrente potesse essere ammesso alla gara, all’aggiudicazione ed alla stipulazione del contratto, previo accertamento dei requisiti previsti dalla normativa e dalla legge di gara e a condizione che la metamorfosi del concorrente non integrasse una violazione del divieto di modificazione della composizione dei raggruppamenti temporanei rispetto a quello risultante dall’offerta prescritto dall’articolo 37, comma 9, del Codice.
Il d.lgs. 50/2016 non riproduce tale disposizione e contempla esclusivamente la modifica soggettiva del contraente. Generalmente la scelta del legislatore di non riproporre una disposizione legislativa viene ritenuta espressione della volontà di modificare il regime giuridico dalla stessa disciplinato (ubi lex voluit dixit), che quindi viene ritenuto soppresso o comunque non più vigente. Nel caso di specie, tuttavia, deve ritenersi perdurante “l’esigenza di salvaguardare la libertà contrattuale delle imprese, le quali devono poter procedere alle riorganizzazioni aziendali reputate opportune senza che possa essere loro di pregiudizio lo svolgimento delle gare alle quali hanno partecipato” (cfr., al riguardo, Cons. Stato, V, n. 1370/2013, n. 3819/2015, delibera Anac n. 244 del 8 marzo 2017).
La possibilità di modificare la struttura soggettiva dei concorrenti alle pubbliche gare costituisce, infatti, espressione della libertà dell’ iniziativa economica privata affermata e tutelata dalla Costituzione, che può essere limitata o indirizzata e plasmata dalla legge per garantire la tutela di principi e valori di pari rango costituzionale. Di conseguenza la partecipazione, o il subentro, di un soggetto ad una procedura di evidenza pubblica non può costituire, a pena di violazione della libertà di iniziativa economica privata (art. 41 Cost.), o del principio di eguaglianza (art. 3 Cost.), motivo per condizionare, ostacolare o, addirittura, sopprimere l’essenza dell’attività imprenditoriale, quando ciò non trovi giustificazione nella necessità di tutelare interessi superiori.
Sotto questo profilo ammettere, in fase di aggiudicazione del contratto, la modifica della struttura dei concorrenti rispetto alla conformazione dichiarata in sede di offerta non pregiudica in alcun modo l’interesse pubblico alla realizzazione delle migliori condizioni di aggiudicazione né l’esigenza di tutela del principio di libera concorrenza.
Tanto è vero che la metamorfosi del concorrente in fase di aggiudicazione non è compresa tra le cause di esclusione espressamente prescritte dall’art. 80 del nuovo Codice dei contratti. In ragione di ciò negare la possibilità dei concorrenti di modificare la propria struttura soggettiva in seguito alla presentazione delle offerte finirebbe “con l’ingiustamente “ingessare”, senza alcuna valida ragione giustificativa la naturale vocazione imprenditoriale dei soggetti partecipanti alle gare pubbliche, ponendosi in contrasto con il principio di tassatività delle cause di esclusione che sono soltanto quelle espressamente previste dall’art. 80 del nuovo Codice dei Contratti” (Cons. Stato, Sez. III, 18 settembre 2019, n. 6216, TAR Napoli, III, n. 7206/2018).
Su queste basi il Tar Palermo, con la sentenza n. 2881/2019, ha dichiarato l’illegittimità dell’ annullamento in autotutela dell’aggiudicazione di un appalto causato dalla cessione, da parte dell’aggiudicatario, del ramo d’azienda impegnato nella procedura di gara.
Al riguardo la pronuncia evidenzia che impedire il subentro e le altre forme di modificazione soggettiva del concorrente determinerebbe l’affermazione di un regime giuridico palesemente contrario ai principi di concorrenza e massima partecipazione alle procedura di evidenza pubblica affermati nell’ambito del diritto comunitario. Ciò posto, alla luce di un’interpretazione sistematica della disciplina normativa, la modifica strutturale del concorrente in fase di aggiudicazione deve ritenersi ammissibile a condizione che non integri violazione del divieto di modificazione della composizione dei raggruppamenti temporanei in seguito alla proposizione dell’offerta di cui all’art. 48, comma 9, del d.lgs. 50/2016.
La pronuncia del Tar Sicilia
Il regolamento appalti? Lo scrivono imprese, progettisti e Soa (con il benestare della commissione Mit)
Due gruppi al lavoro per definire la disciplina attuativa sui lavori e quella sulla progettazione. Obiettivo: un testo condiviso da consegnare al Mit entro il 10 gennaio
Chi fa da sé fa per tre. Il vecchio adagio si attaglia bene alla stesura del regolamento appalti la cui definizione, promessa entro il 15 dicembre, sarà pronta – se va bene – non prima di gennaio-febbraio 2020. Sarà interessante sapere – a quel punto – da dove arriva quel testo. Già, perché, ufficialmente, è la commissione sta lavorando sul perfezionamento dell’ultimo testo inviato a imprese, progettisti e Pa a fine novembre, e sul quale c’è stato un primo “giro di tavolo” nei giorni 5-6-7 novembre, con la richiesta agli “stakeholder” di inviare le osservazioni entro il successivo 13 dicembre.
Poi però la vicenda ha preso una piega diversa: oltre a inviare osservazioni e attendere, si sono rimboccati le maniche e stanno – in questi giorni – materialmente scrivendo un testo, condiviso e concordato, da trasmettere alla commissione del Mit (sempre che si arrivi a una condivisione e a una concordia). Si tratta di una attività ben organizzata. Ci sono due gruppi di lavoro che stanno redigendo ciascuno “un pezzo” del regolamento: le imprese di costruzioni – rappresentate, tra gli altri, da Ance, Confartigianato, Aniem, Anie e General Soa, Finco – si stanno occupando di tutta la parte che riguarda i lavori, inclusi quelli che il Cresme (si veda anche articolo a questo link) definisce complessi, come i maxi-accordi quadro pluriennali di manutenzione di immobili, infrastrutture e reti, i servizi immobiliari che compongono il facility management, le concessioni e, più in generale, il Ppp.
C’è poi un altro gruppo – che include principalmente la rete delle professioni tecniche con il Consiglio nazionale degli ingegneri e le engineering che aderiscono all’Oice, Accredia – che sta curando la stesura della parte del regolamento che riguarda la progettazione, riservando particolare attenzione agli aspetti della digitalizzazione e della modellazione in Bim (assenti nella bozza del Mit). Le cooperative partecipano a entrambi i gruppi, a tutela sia degli operatori attivi nella costruzione e gestione, sia di quelli specializzati nella progettazione e nell’ingegneria. Confindustria, secondo indiscrezioni, partecipa al solo gruppo dedicato ai lavori pubblici.
I lavori stanno andando avanti a un ritmo serratissimo (il gruppo “lavori” si vede oggi mentre il gruppo progettazione lo farà subito prima di Natale, il 23 dicembre). L’obiettivo è quello di “assemblare” i due pezzi della bozza entro la prima decade di gennaio nel corso di una riunione congiunta dei due gruppi di lavoro. Con la speranza di arrivare a un testo entro febbraio. Testo che dovrà poi affrontare l’iter di approvazione con del futuro Dpr.
Questo slancio di “sussidiarietà”, per così dire, va avanti con il consenso dell’apposita commissione incaricata di redigere regolamento, che resta ufficialmente titolare dell’iniziativa, ma che ufficiosamente riceverà la “proposta” che le alacri penne degli “sherpa” stanno scrivendo dietro la scena.
C’è un altro “scrittore” del regolamento: è il ministero dei Beni culturali, dal quale si attende la componente che riguarda gli interventi sugli edifici sottoposti a tutela e sulle superfici decorate. Questa parte del regolamento non esiste ancora, neanche in bozza, perché il Mibac – secondo indiscrezioni raccolte fra gli operatori – ha fatto sapere alla commissione che il testo sarà disponibile solo dopo Natale.
Regolamento appalti/2. Imprese di facility e multiutility: norme ad hoc per la qualificazione
Rapporto Cresme: cresce il «mercato complesso», in calo le gare tradizionali ma il Codice dei contratti non se ne è accorto
Le grandi multiutility a controllo pubblico che gestiscono le reti idriche ed energetiche di vasti territori; e i grandi operatori di facility management che gestiscono infrastrutture e immobili pubblici aprono un nuovo fronte nel dibattito sul nuovo regolamento attuativo del codice dei contratti. E chiedono che nel regolamento attuativo del codice siano previste norme che superino l’attuale quadro normativo che non riconosce né a questi operatori una adeguata valutazione delle capacità e dell’expertise maturato ai fini della partecipazione alle gare pubbliche in Italia. L’iniziativa ha preso le mosse nel corso del workshop “Per una nuova qualificazione degli appalti pubblici”, svoltosi lo scorso 3 dicembre a Milano, presso la sede dell’Uni, al quale hanno partecipato i grossi calibri della gestione delle reti, come A2A, Hera, Iren e big del facility come Rekeep, Dussman, Cpl Concordia, oltre alle imprese Consorzio Integra, Pessina e Gencantieri, e a Cqop Soa. Nel seminario tecnico sono stati anticipati alcuni elementi dello “Studio sulla qualità nelle costruzioni e nelle opere pubbliche e sulla qualificazione delle imprese” che il Cresme sta completando e che sarà presentato nei primi mesi del 2020.
Cresme: cresce il mercato «complesso»
Lo studio romano ha messo sotto la lente il cambiamento in atto nel mercato dei lavori pubblici evidenziando come il tradizionale appalto di lavoro ( o di progettazione e realizzazione) sia una tipologia sempre meno rilevante nel mercato, dove invece sta per diventare preponderante la componente che il Cresme definisce «complessa» e che riguarda principalmente il prodotto-servizio di un bene pubblico (immobile, infrastruttura o rete) dato in concessione di costruzione e/o gestione. «Se suddividiamo il mercato delle opere pubbliche in opere tradizionali, all’interno delle quali inseriamo gli appalti di sola esecuzione, gli appalti integrati e il contraente generale – spiega Lorenzo Bellicini – e in opere complesse, all’interno delle quali inseriamo il Ppp nelle sue varie tipologie e gli interventi di Costruzione, manutenzione e gestione, notiamo che nel 2002 l’86,7% del mercato era costituito da appalti per opere tradizionali e solo 13,3% dai mercati complessi; mentre nel 2019 i mercati tradizionali sono scesi al 57% e i mercati complessi sono saliti al 43%» Non solo. «Se poi – aggiunge Bellicini – prendiamo in considerazione anche l’attività di manutenzione ordinaria che nelle reti e negli edifici riguarda l’esternalizzazione dei servizi di facility management nel periodo gennaio-ottobre 2019 – altri 3,4 miliardi di euro sono da attribuire all’attività di manutenzione». Da questo si ricava che «il 53% degli importi messi in gara nel 2019 ha a che fare con un mercato “non tradizionale”». Conclusione? «Il mercato delle opere pubbliche è cambiato, come è cambiato il mercato delle costruzioni».
Cresme/1. Bandi 2002, 2018 e 2019 (gennaio-ottobre), per tipo di mercato
Cresme/2. Bandi 2017-2019 (gennaio-ottobre), per tipo di mercato e oggetto
Il quadro normativo (tradizionale) e il mercato «complesso»
A fronte di una crescita dimensionale delle forme di appalto complesso, rispetto a quelle tradizionali, l’impianto normativo – questa la tesi del Cresme e delle imprese che hanno partecipato al seminario milanese – resta ancorato alla tradizionale concezione dell’appalto di lavori. La conferma del fatto che il “vino nuovo” non trova “nuovi otri” arriva dalla bozza di regolamento attuativo del codice dei contratti (in fase di riscrittura in questi giorni). «La bozza del nuovo regolamento – attacca Antonio Galliano, direttore tecnico di Cqop Soa – non prevede la qualificazione dei soggetti appartenenti al mondo delle multiutility e del facility management: dal 2002 in avanti per questi soggetti c’è sempre stato un contrasto di normative: attualmente i concessionari di servizio pubblico sono inquadrati dal codice, ma non è prevista una qualificazione per questi soggetti che devono gestire un’opera complessa come una rete di distribuzione o un servizio ospedaliero». «Le Soa – aggiunge – si sono dovute “inventare” un metodo di qualificazione andando a valutare, nell’ambito della gestione del servizio, la quota di lavori eseguiti attraverso le risorse proprie di questi soggetti e le risorse di terzi». «La carenza di normativa specifica sulle concessioni – punta il dito Giancarlo Gentilini del Gruppo A2A – trova una sua continuità nell’evoluzione normativa quindi è difficile pensare che non sia voluta». Quanto alla qualificazione, Gentilini sintetizza il problema: «Quando si parla del costruttore ordinario si accetta il principio che possa realizzare le opere in proprio e possa attestarsi, nel nostro caso no».
«Fino ad oggi – ricorda Simonetta Iotti, responsabile delle certificazioni Soa del Gruppo Iren – l’unica possibilità di qualificarsi è stata riconoscendo il premio di coordinamento del 30% per i lavori eseguiti da terzi, possibilità data dall’articolo 85 del vecchio regolamento 207, e che invece nella bozza del nuovo regolamento è addirittura scomparsa: quindi ad oggi se le aziende come le nostre volessero qualificarsi per partecipare alle gare non avrebbero alcun modo di farlo». «Il problema principale di tutte le norme che si sono susseguite – osserva Fabrizio Mazzacurati, direttore ingegneria del Gruppo Hera – è la mancanza di una chiara visione di quelli che sono i soggetti industriali che oggi operano nel settore e la loro configurazione fisica».
Il rapporto con la Pa è difficile anche per i big del facility. «I servizi di facility management che vanno oltre la realizzazione e la gestione di un’opera fisica ma che supportano le amministrazioni nella gestione dei loro processi core business – dice Maurizio Massanelli, direttore marketing e innovazione di Rekeep – non trovano nella normativa attuale un riscontro in tema di servizi». L’assenza di un sistema di qualificazione, lamentano gli operatori, impedisce che aziende che hanno maturato expertise e che abbiano elaborato soluzioni qualitativamente elevate non riescano a farsi riconoscere un valore dalla Pa che spesso esternalizza i servizi con l’obiettivo di ridurre i costi. «Alla Pa non si fornisce semplicemente una commodity, un prodotto – rimarca Massanelli -. Bisogna ridare alle amministrazioni la possibilità di dialogare con le imprese per individuare nuovi modelli su cui costruire capitolati innovativi». C’è poi il rischio che la Pa rimetta in discussione anche la scelta dell’esternalizzazione, per tornare a incorporare nuovamente servizi, come segnala Renato Spotti, Ad di Dussmann service, nelle scelte di alcune amministrazioni locali e territoriali per i servizi pubblici, scolastici o nella ristorazione: «Mi chiedo se si tratta di eventi isolati o di un trend che sta iniziando, visto che esistono esempi simili in Europa».
Roma, Eur Spa conclude la cessione della «Lama» accanto alla Nuvola
Cessione a Icarus spa per 50 milioni. La struttura accoglierà dal 2020 un Hilton. L’ad Pazzali: l’operazione contribuirà a estinguere debiti di Eur per 64 milioni
Il consiglio di amministrazione di Eur Spa ha comunicato ieri il perfezionamento della vendita ad Icarus spa, per 50,6 milioni, del business Hotel “Lama”, 439 stanze vicino al Roma Convention Center La Nuvola (la «Nuvola di Fuksas», dal nome dell’architetto che l’ha progettata). L’hotel, gestito con il marchio Hilton, aprirà nel 2020. Il perfezionamento della vendita è stato possibile dopo i lavori di ripristino relativi alla cosiddetta traslazione del Roma Convention Center La Nuvola (lo spostamento di 2 metri e mezzo in fase di costruzione) e la realizzazione sotto il centro congressi della quota di parcheggi privati necessaria all’ottenimento dell’agibilità dell’albergo. L’operazione ha permesso di mettere in sicurezza i conti di Eur Spa (al 90% del ministero dell’Economia e al 10% di Roma Capitale), società proprietaria, tra l’altro, del centro congressi La Nuvola (gestita invece commercialmente da Roma Convention Group, al 100% Eur Spa) e che svolge attività di conservazione e tutela del proprio patrimonio storico, artistico e paesaggistico nel quartiere Eur a Roma: con l’atto di vendita, Eur Spa ha rimborsato integralmente il debito residuo nei confronti del sistema bancario (64 milioni): in parte, appunto per 50,6 milioni, tramite i proventi della vendita del Hotel Lama; per i restanti 14,06 milioni, a titolo di rimborso anticipato volontario attraverso proprie risorse finanziarie.
Così sono state liberate tutte le garanzie al finanziamento e previste dall’accordo di ristrutturazione del debito, omologato dal Tribunale di Roma con decreto del 1° ottobre 2015, tra cui la cancellazione delle ipoteche di primo e secondo grado su immobili di proprietà, il pegno sulle quote della controllata Aquadrome e il pegno sulle giacenze dei conti correnti e privilegi speciali sui beni mobili del Roma Convention Center La Nuvola, per la integrale estinzione anticipata del debito derivante dell’accordo di ristrutturazione. «L’operazione, con il conseguente risparmio annuo di oltre un milione solo per oneri finanziari – afferma Enrico Pazzali, amministratore delegato di Eur Spa, da dicembre 2015 chiamato a risollevare le sorti della società – permette di estinguere, in anticipo sui tempi previsti, il debito finanziario consolidato a seguito dell’accordo di ristrutturazione e a azzerare il pignoramento e le garanzie poste sul patrimonio immobiliare e sui contratti per circa 900 milioni. Eur è riuscita – prosegue l’ad – ad azzerare un indebitamento con le sole banche che al 31 dicembre 2014 ammontava a 221 milioni e che aveva portato la società alla richiesta di ammissione al concordato preventivo in bianco l’11 dicembre 2014».
Dopo lo scandalo di Mafia Capitale che aveva toccato la società (la Nuvola era ancora in costruzione), ora Eur spa è avviata, secondo Pazzali, su un «percorso di ordinarietà grazie al lavoro degli ultimi due consigli di amministrazione: prima del concordato, il fatturato del gruppo ammontava a circa 40 milioni. Nel 2016 era sceso a 19, a causa della vendita di 4 edifici all’Inail, azzerando l’ebitda. Nel 2018 siamo risaliti a 33, con un ebitda di 6,5 milioni. Abbiamo portato la Nuvola ad essere protagonista, con 100 eventi, 600 mila presenze, oltre 200 milioni di euro per il sistema economico territoriale». Sulla Nuvola, al momento pende ancora il contenzioso con la società costruttrice Condotte, a cui il primo grado di giudizio ha accordato un risarcimento di 31 milioni. Ma la partita non è chiusa: «Ora siamo in appello. Si tratta di un giudizio molto delicato e complesso, ma confidiamo di poter arrivare a un esito equo e congruo per entrambe le parti», conclude Pazzali.
26/11/2019 14.11 – Quotidiano Enti Locali e Pa Roma, più rifiuti a Civitavecchia vicino l’ok per il bilancio dell’Ama Sembra avvicinarsi a […]
10/12/2019 – Trentino Energia e tutela ambientale nata un’ alleanza strategica STORO. Il Gruppo Dolomiti Energia e il Consorzio Elettrico di Storo […]
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References: articolo 4
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 articolo 17
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 sentenza 
e contrario