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Timestamp: 2020-04-01 10:20:16+00:00

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marzo 2017 - Assistenza Legale Roma
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In assenza della predisposizione di subcriteri o di griglie di valutazione particolarmente dettagliate, la Commissione di gara deve provvedere ad esplicitare le ragioni del giudizio
Di Cristiana Centanni il 31 marzo 2017 con 0 Commenti
T.A.R. per il Piemonte (Sezione Prima), 27.03.2017, n. 414
In fatto. Con bando di gara una società a totale capitale pubblico titolare della gestione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani nell’ambito di un certo Consorzio, indiceva una procedura aperta per “l’affidamento del servizio di noleggio, lavaggio, sanificazione e manutenzione indumenti da lavoro/ d.p.i”, da aggiudicarsi, ai sensi dell’art. 95 D. Lgs. 50/2016, secondo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, con l’attribuzione di 40 punti all’offerta tecnica e 60 punti all’offerta economica. La lex specialis di gara prevedeva che “le ditte che in fase di valutazione tecnica non avranno ottenuto una valutazione minima del 50% (20 punti) in relazione al punteggio tecnico massimo previsto, saranno escluse dalla fase di apertura delle offerte economiche”. Alla gara partecipavano quattro Imprese. Nella seduta pubblica venivano comunicati a tutte le società partecipanti i punteggi attribuiti all’offerta tecnica ed aperte le offerte economiche delle concorrenti e la Commissione – in virtù delle previsioni sopra richiamate contenute nella lex specialis – provvedeva ad escludere le due concorrenti che non avevano raggiunto il punteggio tecnico minimo (20 punti), necessario per poter accedere alla successiva fase di valutazione dell’offerta economica. Una delle Imprese escluse ricorreva al T.A.R. impugnando gli atti con i quali la Stazione appaltante ne aveva decretato l’esclusione dalla gara, unitamente al provvedimento di aggiudicazione e alla lex specialis.
In diritto. Il giudice amministrativo accoglie, ritenendolo fondato, per quel che qui rileva, il primo motivo di censura che si incentra sui criteri di valutazione delle proposte migliorative e del sistema di controllo di gestione del ritiro / consegna indumenti / dpi (caratteristiche e funzionalità del software utilizzato e sistema organizzativo per la gestione dei reclami) richiesti nell’offerta tecnica: nei verbali e negli atti della gara manca qualunque elemento interpretativo (esplicito o implicito) che consenta di comprendere, in concreto, le ragioni per le quali le offerte tecniche in gara si siano viste assegnare un certo punteggio numerico.
Di talché, in assenza della predisposizione di subcriteri o di griglie di valutazione particolarmente dettagliate, la Commissione di gara sarebbe dovuta intervenire per supplire al deficit motivazionale, insito nel punteggio numerico abbinato a criteri preventivi di giudizio non sufficientemente specifici, esplicitando le ragioni dell’attribuzione del punteggio stesso, come si legge in sentenza, «sicché, pur ammettendosi che la mancata predeterminazione di parametri precisi e puntuali possa far sì che l’assegnazione dei punteggi in forma esclusivamente numerica determini un deficit motivazionale, nondimeno si ammette che a tale carenza la stazione appaltante possa rimediare illustrando le ragioni della valutazione effettuata, in relazione ai vari elementi in cui si articola ciascun criterio (Cons. Stato, sez. VI, 8 marzo 2012, n. 1332 e 18 aprile 2013, n. 2142; TAR Milano, III, 16 ottobre 2012, n. 2537; TAR Umbria, 2 novembre 2011, n. 355)».
Decisive sia le previsioni contenute all’art. 95, commi 8 e 9, d.lgs. 50/2016, sia le Linee Guida n. 2 dell’ANAC di attuazione del D.lgs 18 aprile 2016 n. 50 in materia di offerta economicamente più vantaggiosa del 21 settembre 2016 n. 1005, le quali prevedono che “in relazione a ciascun criterio o subcriterio di valutazione la stazione appaltante deve indicare gli specifici profili oggetto di valutazione, in maniera analitica e concreta. Con riferimento a ciascun criterio o subcriterio devono essere indicati i relativi descrittori che consentono di definire i livelli qualitativi attesi e di correlare agli stessi un determinato punteggio, assicurando la trasparenza e la coerenza delle valutazioni“.
‘Gravi difetti’. Responsabilità dell’appaltatore anche per le opere di ristrutturazione
Di Cristiana Centanni il 30 marzo 2017 con 0 Commenti
L’art. 1669 c.c. è applicabile, ricorrendone tutte le altre condizioni, anche alle opere di ristrutturazione edilizia e, in genere, agli interventi manutentivi o modificativi di lunga durata su immobili preesistenti, che (rovinino o) presentino (evidente pericolo di rovina o) gravi difetti incidenti sul godimento e sulla normale utilizzazione del bene, secondo la destinazione propria di quest’ultimo.
Il richiamato principio di diritto è stato recentemente espresso dalle Sezioni Unite della Suprema Corte[1] che, ritenendo meno attuale il tema della natura extracontrattuale della responsabilità di cui all’art. 1669 c.c., hanno esteso la sua applicabilità, in presenza di tutte le condizioni, non solo alle ‘nuove costruzioni’ ma anche alle ipotesi di interventi di tipo manutentivo-modificativo di lunga durata nel tempo. Ciò sia nel caso in cui, a seguito delle riparazioni o delle modifiche, collassi l’intera e preesistente struttura immobiliare, indipendentemente dall’importanza in sé della parte riparata o modificata, sia ove la rovina o i gravi difetti riguardino direttamente quest’ultima.
In fatto. A seguito dell’azione risarcitoria promossa da tutti i partecipanti di un condominio contro la società venditrice e contro la società che, su incarico della prima, aveva eseguito sull’edificio interventi di ristrutturazione edilizia, per i «danni consistenti in un esteso quadro fessurativo esterno ed interno delle pareti del fabbricato ed altri gravi difetti di costruzione», il Tribunale, ritenuta la ricorrenza di gravi difetti dell’opera, accoglieva la domanda e condannava le società convenute al pagamento di una certa somma di danaro a titolo di responsabilità per danni ex art. 1669 c.c.. Adìta la Corte d’Appello, la sentenza veniva ribaltata a favore delle Imprese soccombenti in primo grado perché il giudice di seconde cure riteneva che, ai fini dell’applicazione dell’art. 1669 c.c., la costruzione di un edificio o di altra cosa immobile destinata a lunga durata costituisce presupposto e limite della responsabilità dell’appaltatore. «E poiché nella specie erano stati eseguiti solo interventi di ristrutturazione edilizia (con cambiamento di destinazione d’uso da ufficio ad abitazione), comprendenti la realizzazione di nuovi balconi ai primi due piani, di una scala in cemento armato e di nuovi solai ai sottotetti, non si trattava della nuova costruzione di un’immobile, ma di una mera ristrutturazione. Di qui l’inapplicabilità della norma anzi detta». In altri e più chiari termini, la Corte territoriale riteneva che, trattandosi di interventi di ristrutturazione e non di costruzione di un immobile, non poteva trovare applicazione la previsione di cui all’art. 1669 c.c..
La Suprema Corte, investita del ricorso promosso dai condomini, ravvisando un contrasto di giurisprudenza sulla riconducibilità all’art. 1669 c.c. anche delle opere edilizie eseguite su di un fabbricato preesistente, ha rimesso la causa al primo Presidente, che l’ha assegnata alle Sezioni Unite.
In motivazione. Le Sezioni Unite ricordano che soltanto in tre occasioni il tema è stato affrontato dalla giurisprudenza di legittimità in maniera chiara ed esplicita. E precisamente, con le sentenze nn. 24143/2007 e 10658/2015, secondo cui, ove non ricorra la costruzione ex novo di un edificio o di altre cose immobili di lunga durata, ma un’opera di mera riparazione o modificazione su manufatti preesistenti, non è applicabile l’art. 1669 c.c. ma, ricorrendone le condizioni, le norme sulla garanzia ex art. 1667 c.c.. «Di segno opposto», ricordano ora gli Ermellini, la decisione recente n. 22553/2015, «secondo cui risponde ai sensi dell’art. 1669 c.c. anche l’autore di opere realizzate su di un edificio preesistente, allorché queste incidano sugli elementi essenziali dell’immobile o su elementi secondari rilevanti per la funzionalità globale».
Ciò precisato, le Sezioni Unite aderiscono all’orientamento meno restrittivo, «ritenendolo sostenibile sulla base di ragioni d’interpretazione storico-evolutiva, letterale e teleologica».
Si legge nella sentenza: «nell’ampliare il catalogo dei casi di danno rilevante ai sensi dell’art. 1669 c.c., l’aggiunta dei “gravi difetti” ha comportato per trascinamento l’estensione dell’area normativa della disposizione, includendovi qualsiasi opera immobiliare che (per traslato) sia di lunga durata e risulti viziata in grado severo per l’inadeguatezza del suolo o della costruzione. Ne è seguita, coerente nel suo impianto complessivo, l’interpretazione teleologica fornita dalla giurisprudenza, che è andata oltre l’originaria visione dell’art. 1669 c.c. come norma di protezione dell’incolumità pubblica, valorizzando la non meno avvertita esigenza che l’immobile possa essere goduto ed utilizzato in maniera conforme alla sua destinazione».
Non lascia dubbi il seguente inciso: «Ai limitati fini che qui rilevano può solo osservarsi che, come sopra detto, la categoria dei gravi difetti tende a spostare il baricentro dell’art. 1669 c.c. dall’incolumità dei terzi alla compromissione del godimento normale del bene, e dunque da un’ottica pubblicistica ed aquiliana ad una privatistica e contrattuale. Oltre a ciò, va considerata la maggior importanza che sul tema della tutela dei terzi ha assunto, invece, l’esperienza dell’appalto pubblico; l’espresso riconoscimento dell’azione anche agli aventi causa del committente (i quali possono agire anche contro il costruttore-venditore: fra le tante, v. Cass. nn. 467/14, 9370/13 e 2238/12 e 4622/02), il che ha privato del suo principale oggetto la teoria della responsabilità extracontrattuale ex art. 1669 c.c.; i più recenti approdi della dottrina sull’efficacia ultra partes del contratto; e — da ultima, ma non ultima — la possibilità che tale efficacia operi in favore dei terzi nei casi previsti dalla legge (art. 1372, cpv. c.c.). Tutto ciò rende ormai meno attuale il tema della natura extracontrattuale della responsabilità di cui all’art. 1669 c.c., che se non ha esaurito la propria funzione storica (per difetto di rilevanza non è questa la sede per appurarlo), di sicuro ha perso l’originaria centralità che aveva nell’interpretazione della norma».
Parola al giudice del rinvio.
[1] 27.03.2017, n. 7756
Odori di sugo, fritti, etc.? E’ reato
Di Cristiana Centanni il 28 marzo 2017 con 2 Commenti
La Cassazione è intervenuta recentemente[1] per porre fine ad una lite condominiale iniziata a motivo delle continue immissioni di fumi, odori e rumori provenienti dall’appartamento posto a piano terra, degli odierni imputati, atte a molestare e imbrattare l’alloggio di cui al sovrastante appartamento posto al terzo piano.
Per gli Ermellini, la motivazione resa dalla Corte d’Appello è ampia e accurata nell’escludere la possibilità di pronunciare l’assoluzione per insussistenza del fatto perché, «non solo ha ritenuto correttamente sussunta la fattispecie concreta sotto la previsione dell’art. 674 c.p. che comprende anche le emissioni olfattive moleste come spiegato da questa Sezione con sentenza n. 45230/2014, Rv 260980, ma ha anche valutato in modo congruo la prova dei fatti raggiunta in primo grado attraverso le testimonianze delle persone offese, definite come chiare, precise, logicamente strutturate».
In altri e più chiari termini, integra il reato di ‘getto pericoloso di cose’ il comportamento di chi emette odori da cucina tali da superare la normale tollerabilità. ‘Getto pericoloso di cose’ è la rubrica dell’art. 674 del codice penale che recita: «Chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti, è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a duecentosei euro».
E così, sono stati dichiarati colpevoli del reato ex art. 674 c.p. i proprietari dell’appartamento posto al piano terra per aver provocato continue immissioni di fumi, odori e rumori, in guisa intollerabile sì da molestare i vicini del terzo piano.
Ed è la ‘normale tollerabilità’ di cui all’art. 844 c.c., in assenza di una predeterminazione normativa dei limiti delle emissioni, il criterio a cui si deve avere riguardo per verificare quando le immissioni olfattive integrano il reato di cui all’art. 674 c.p., nel caso di specie ampiamente superato, come è risultato provato, ritengono i Giudici di Piazza Cavour, dalle dichiarazioni delle persone offese e del tecnico di loro fiducia.
Ciò precisato, nel reato di ‘getto pericoloso di cose’ possono essere ricomprese le emissioni degli odori di cucina che superino la normale tollerabilità.
[1] Sez. III Penale, 24.03.2017, n. 14467
Il condomino non può adibire a mansarda ad uso esclusivo la porzione di sottotetto di natura condominiale
Di Cristiana Centanni il 27 marzo 2017 con 0 Commenti
«La proprietà condominiale del locale sottotetto dell’edificio, anche nella parte sovrastante l’appartamento, sito all’ultimo piano, impedisce al proprietario di quest’ultimo di trasformarlo in mansarda ad uso esclusivo. L’uso più intenso che il singolo condomino può fare della cosa condominiale certamente non può risolversi nell’escludere totalmente da godimento di una delle parti comuni il condominio e, quindi, gli altri condòmini».
E’ quanto emerge dalla sentenza della Suprema Corte[1] che ha rigettato il ricorso del proprietario che aveva trasformato il sottotetto in mansarda, di proprietà esclusiva.
In fatto e in diritto. A fronte della sentenza del Tribunale adìto, confermata in sede di appello, veniva dichiarata la proprietà condominiale del locale sottotetto dell’edificio, anche nella parte sovrastante l’appartamento sito all’ultimo piano, di proprietà del convenuto [X] il quale, sollecitando così l’azione di alcuni condomini [Y], aveva adibito a mansarda la porzione del sottotetto, ad uso esclusivo.
Ma anche gli Ermellini, allineandosi alle decisioni assunte dalla Corte territoriale a riguardo, non ritengono di accogliere il ricorso di [X] il quale contesta l’uso condominiale del locale, assumendo la sussistenza di un uso individuale. Diversamente, i giudici di Piazza Cavour concordano nel ritenere «l’uso condominiale del sottotetto, reso peraltro evidente, dal divieto di accesso allo stesso da parte dei singoli condomini, reso effettivo attraverso l’attivazione del portiere, il quale solo per comprovate e transitorie ragioni poteva temporaneamente far accedere al sottotetto i singoli condomini». L’affermazione, poi, secondo la quale la sentenza «non avrebbe preso atto che l’uso condominiale aveva riguardato solo una parte del sottotetto risulta apodittica e non autosufficiente».
Entra in gioco certamente l’utilizzo più intenso della cosa comune da parte del singolo condomino, richiamato dal ricorrente, che tuttavia non può risolversi nell’escludere totalmente dal godimento di una delle parti comuni il condominio e, quindi, gli altri condomini. «Non è dubbio, infatti, che l’uso più intenso della cosa comune alla quale fa riferimento il ricorrente importa, appunto, che fermo restando la fruizione condominiale di quella parte, il singolo condomino, che con essa venga a trovarsi in una situazione di particolare prossimità, può goderne con particolare intensità, senza, tuttavia, si ripete, mutarne la destinazione e negarne la natura comune».
[1] Sez. II, 23.03.2017, n. 7544
Autovelox e la strada urbana di scorrimento
Di Cristiana Centanni il 15 marzo 2017 con 0 Commenti
Il provvedimento prefettizio di individuazione delle strade lungo le quali è possibile installare apparecchiature automatiche per il rilevamento della velocità, senza obbligo di fermo immediato del conducente, previsto dall’art. 4 del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121, può includere soltanto le strade del tipo imposto dalla legge mediante rinvio alla classificazione di cui all’art. 2, commi 2 e 3, cod. strada, e non altre; è, pertanto, illegittimo – e può essere disapplicato nel giudizio di opposizione a sanzione amministrativa – il provvedimento prefettizio che abbia autorizzato l’installazione delle suddette apparecchiature in una strada urbana che non abbia le caratteristiche “minime” della “strada urbana di scorrimento”, in base alla definizione recata dal comma 2, lett. D), del citato art. 2 cod. strada.
E’ quanto emerge dalla ordinanza[1] con cui gli Ermellini, richiamando il consolidato orientamento di legittimità[2] hanno precisato che il Giudice può sindacare il provvedimento prefettizio di individuazione delle strade lungo le quali è possibile installare apparecchiature automatiche per il rilevamento della velocità, senza obbligo di fermo immediato del conducente, previsto ex art. 4 del decreto-legge 121/2002, dovendo anzi verificare se le caratteristiche oggettive della strada in questione consentano di ricondurla nell’ambito della categoria di cui alla lettera D) dell’articolo 2 del Codice della Strada.
La Suprema Corte ha dunque accolto il ricorso di un automobilista che si era rivolto al supremo organo di legittimità dopo che, multato per eccesso di velocità sulla scorta di una accertamento effettuato mediante strumenti di rilevamento a distanza, ed oppostosi all’ordinanza ingiunzione emessa nei suoi confronti dalla Prefettura, si era visto respingere l’opposizione dall’adìto Giudice di Pace, con sentenza confermata dal Tribunale che aveva affermato che i decreti prefettizi emanati ai sensi dell’articolo 4 d.l. n. 121/2002 non sarebbero sindacabili nel merito da parte dell’autorità giudiziaria e, per altro verso, che la strada ove era stato accertato l’illecito era stata dichiarata “strada urbana di scorrimento” con delibera della giunta comunale di […].
La Cassazione, invece, come visto, è di diverso avviso, ritenendo che il Giudice non solo può ma deve anzi, al contrario, procedere a tale sindacato in guisa verificando «se le caratteristiche oggettive della strada in questione consen[tano] di ricondurla nell’ambito della categoria di cui alla lettera D) dell’articolo 2 cod. strada».
Tenuto conto che, per strada urbana di scorrimento, l’art. 2 del Codice della Strada, alla lettera D), intende la ‘strada a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico, ciascuna con almeno due corsie di marcia, ed una eventuale corsia riservata ai mezzi pubblici, banchina pavimentata a destra e marciapiedi, con le eventuali intersezioni a raso semaforizzate; per la sosta sono previste apposite aree o fasce laterali esterne alla carreggiata, entrambe con immissioni ed uscite concentrate’, gli Ermellini ritengono illegittimo – e può essere disapplicato nel giudizio di opposizione a sanzione amministrativa – il provvedimento prefettizio che abbia autorizzato l’installazione delle suddette apparecchiature in una strada urbana che non abbia le caratteristiche “minime” della “strada urbana di scorrimento”.
La parola al Giudice del rinvio.
[1] Sesta Sez. Civ., 06.03.2017 n. 5532
[2] Cass. Civ., n.7872/2011
Sosta tariffata. Dispositivi non attrezzati col bancomat: il parcheggio è gratuito
Di Cristiana Centanni il 14 marzo 2017 con 0 Commenti
Va annullato il verbale di accertamento e contestazione della violazione, di cui all’art. 157, commi 6° e 8°, CdS in quanto il comma 901 della legge di Stabilità 2016, con il fine di incentivare i pagamenti elettronici, prevede che “dal 1° luglio 2016, le disposizioni di cui al comma 4 dell’art. 15 del d.l. n. 179/2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 221/2012, si applicando anche ai dispositivi di cui alla lettera f) del comma 1 dell’articolo 7 del codice della strada”, estendendo dunque ai dispositivi di controllo di durata della sosta, l’obbligo di accettare anche pagamenti effettuati attraverso bancomat e carte di credito, di talché gli automobilisti, in mancanza dei dispositivi attrezzati col bancomat, potranno ritenersi autorizzati a parcheggiare gratis, allorquando dimostrino che non abbiano potuto adempiere con le monete all’obbligo di pagamento, salvo che il Comune “non a norma” non dimostri, come prevede la novella apportata al dl 179/2012 dalla stessa legge di Stabilità 2016, di non aver potuto ottemperare all’obbligo per “oggettiva impossibilità tecnica”.
E’ quanto emerge dalla sentenza del Giudice di Pace di Fondi, pubblicata nei giorni scorsi[1].
Nella specie, sottolinea il Giudice, «data l’ora dell’accertamento (22:12 del 15/09/2016) appare in re ipsa la verosimiglianza delle deduzioni del ricorrente [i.e. a quell’ora risultava difficile procurarsi le monete], mentre il Comune opposto non ha provato in giudizio di non avere potuto ottemperare all’obbligo di “adeguamento dei parchimetri” per “oggettiva impossibilità tecnica”.
Tenuto conto che in Italia, dei circa 25.000 parcometri presenti, quelli abilitati ai pagamenti elettronici e quindi conformi alla Legge di Stabilità 2016, non superano il 50%, e tenuto altresì conto che la ‘oggettiva impossibilità tecnica’ può riscontrarsi in casi isolati (zone non coperte da rete cellulare), sicuramente la richiamata sentenza è destinata a fare da ‘apripista’ in tutto il territorio nazionale, costituendo un importante, e storico, precedente.
Spese di lite compensate per le difficoltà interpretative poste dalla materia de qua.
[1] 21.02.2017 n. 16
Condominio. Uso delle cose comuni. Lastrico solare.
Di Cristiana Centanni il 13 marzo 2017 con 0 Commenti
“a) Il condomino, proprietario del piano sottostante al tetto comune dell’edificio, può trasformarlo in terrazza di proprio uso esclusivo, a condizione che sia salvaguardata, mediante opere adeguate, la funzione di copertura e protezione delle sottostanti strutture svolta dal tetto preesistente, restando così complessivamente mantenuta, per la non significativa portata della modifica, la destinazione principale del bene”; b) “Il condomino, proprietario del piano sottostante al tetto comune dell’edificio, può effettuarne la parziale trasformazione in terrazza di proprio uso esclusivo, purché risulti – da un giudizio di fatto, sindacabile in sede di legittimità solo riguardo alla motivazione – che sia salvaguardata, mediante opere adeguate, la funzione di copertura e protezione svolta dal tetto e che gli altri potenziali condomini-utenti non siano privati di reali possibilità di farne uso”.
I richiamati principi di diritto sono stati ricordarti nella recente sentenza degli Ermellini[1] che, dando ragione al ricorrente, hanno cassato la sentenza impugnata e rinviato ad altra sezione della Corte di Appello che dovrà procedere ad un nuovo esame per verificare se la bussola in vetro realizzata nel soffitto del suo appartamento, per accedere direttamente al sovrastante lastrico solare, privi gli altri condomini della reale possibilità di utilizzare il solaio.
In fatto e in diritto. A seguito della realizzazione di un’apertura nel soffitto, da parte di un condomino [X] proprietario del piano sottostante al tetto comune dell’edificio, protetta con una bussola di vetro, per accedere direttamente al sovrastante lastrico solare, il proprietario dell’altro alloggio, posto al di sotto della copertura del fabbricato, [Y], agiva in giudizio per chiedere l’eliminazione dell’apertura, asseritamente praticata senza autorizzazione e comunque in violazione dell’art. 1102 cod. civ.. In particolare, [Y] osservava, in sostanza, che la bussola in vetro non equivaleva ad un tetto vero e proprio a protezione della casa e che la sostituzione di parte del tetto con una bussola, di proprietà privata, e l’incorporazione di parte del tetto in proprietà esclusiva, costituiva violazione dell’art. 1102 cc. e degli artt. 1118 e 119 cc.. E mentre il Tribunale rigettava la domanda di [Y] – ritenendo che (i) la funzione di copertura rimaneva garantita dalla bussola; (ii) non vi era lesione dei diritti altrui, ma solo un migliore utilizzo del diritto esclusivo; (iii) [X] era legittimato a ciò non solo in quanto condomino, ma soprattutto in quanto usuario; (iv) [X] quale unico usuario, aveva tutto il diritto di escludere dal godimento della cosa comune gli altri condomini, ad esclusione di quelle parti del terrazzo di uso comune; (v) le opere non sembravano aver compromesso la statica del Condominio – la Corte territoriale la accoglieva, disponendo il ripristino a regola d’arte dello stato antecedente l’apertura, tenuto conto che l’intervento era stato realizzato sulle strutture comuni dell’immobile, senta autorizzazione alcuna, tagliando alcune travi portanti del tetto sottostante al lastrico solare, in ogni caso stravolgendo l’uso che il condomino può fare delle cose comuni.
La Cassazione, invece, accoglie il ricorso del proprietario dell’ultimo piano ritenendo sussistente il vizio di motivazione da parte della Corte di appello quando afferma che il solo necessario taglio delle travi del solaio, ove non ulteriormente valutato anche con riguardo alla statica e comunque agli altri limiti dettati dall’art. 1102 cod. civ., determini l’alterazione della cosa comune, dovendosi altrimenti ritenere inibito qualsiasi intervento, appunto, sulla cosa comune. In altri e più chiari termini, la Corte di Appello, precisano gli Ermellini, avrebbe dovuto «specificamente valutare, adeguatamente motivando, la violazione degli altri limiti indicati, anche con la realizzazione della bussola a copertura della nuova apertura». Erra la Corte locale ad accentrare “tutto il suo argomentare giuridico” sulla circostanza che “l’apertura della bussola avrebbe alterato la destinazione del lastrico solare, essendo intervenuti nella sua struttura“, perché ha dimenticato che nello stesso lastrico solare era già inserita una bussola d’accesso condominiale.
I Giudici di Piazza Cavour non fanno altro che confermare i principi di diritto, già espressi da altre sentenze, in epigrafe ricordati, secondo cui il condomino, proprietario del piano sottostante al tetto comune dell’edificio, può trasformarlo in terrazza di proprio uso esclusivo, a condizione che sia salvaguardata, mediante opere adeguate, la funzione di copertura e protezione delle sottostanti strutture svolta dal tetto preesistente, restando così complessivamente mantenuta, per la non significativa portata della modifica, la destinazione principale del bene e che gli altri potenziali condomini non siano privati di reali possibilità di farne uso.
La parola, dunque, al giudice del rinvio.
[1] Cass. Civ., Sez. II, 10.03.2017 n. 6253
Sopraelevazioni. Il proprietario dell’ultimo piano non ha bisogno del riconoscimento da parte degli altri condomini.
Di Cristiana Centanni il 10 marzo 2017 con 0 Commenti
È quanto emerge dalla sentenza del Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa di Trento (Sezione Unica), in commento.
I giudici [1] hanno accolto il ricorso della proprietaria di un’unità immobiliare sita all’ultimo piano di un edificio condominiale, che aveva impugnato il provvedimento con il quale il Comune aveva sospeso la trattazione della domanda di variante – ad una precedente concessione edilizia – inoltrata dall’interessata per la sopraelevazione della porzione di piano che le apparteneva. Il provvedimento di sospensione era stato, infatti, adottato dal Comune medesimo sulla scorta del parere reso dalla commissione edilizia che aveva ritenuto necessaria la preventiva acquisizione «“della liberatoria dei soggetti aventi diritto sulle parti oggetto di intervento in quanto l’intervento proposto si configura nella fattispecie dell’innovazione, così come definita dall’articolo 1120 del codice civile in quanto le modifiche richieste sulla parte comune comportano una trasformazione radicale della medesima, con esecuzione di opere che eccedono il limite della conservazione, dell’ordinaria amministrazione e del godimento della cosa, importandone una modificazione tale che può incidere sull’interesse di tutti i condomini”».
Il Tribunale amministrativo ha accolto il ricorso e annullato gli atti impugnati principalmente «per la mancata considerazione ed applicazione, da parte dell’amministrazione, della peculiare disciplina regolante il diritto alla sopraelevazione».
In altri e più chiari termini, il ricorso è accolto perché se il proprietario dell’ultimo piano di un edificio decide di esercitare il diritto a sopraelevare, previsto ex art.1127 cod. civ., lo può fare senza alcun bisogno di riconoscimento da parte degli altri condomini, appartenendo tale diritto, ex lege, al proprietario dell’ultimo piano dell’edificio, o al proprietario esclusivo del lastrico solare. «Tale diritto, ricomprendente sia l’esecuzione di nuovi piani sia la trasformazione di locali preesistenti con aumento delle superfici e delle volumetrie (cfr. Cass. n. 2865/2008), spetta – ove l’ultimo piano appartenga pro diviso a più proprietari – a ciascuno di essi nei limiti della propria porzione di piano, con utilizzazione dello spazio aereo sovrastante la stessa (cfr. Cass. n. 4258/2006)».
A nulla vale il richiamo operato dal Comune nel provvedimento di sospensione all’art. 1120 cod. civ. che trova applicazione unicamente alle innovazioni che si distinguono dalle sopraelevazioni per essere destinate al miglioramento o all’uso più comodo, ovvero al maggior rendimento delle cose comuni.
Gli altri condomini possono opporsi [2] solo per le diverse ragioni di ordine architettonico o di notevole diminuzione di aria o di luce ai piani sottostanti; si tratta in questo caso però di controversie che ricadono nella giurisdizione del giudice ordinario, «trattandosi di questioni prettamente civilistiche (cfr. Cass. SU, n. 1552/1986; Cons. di Stato, n. 7539/2003), senza compromissioni nella sede amministrativa, ove il rilascio del titolo abilitativo edilizio deve ritenersi conseguibile, nella materia in esame, fatti salvi i diritti dei terzi (cfr. Tar Calabria Catanzaro n. 1749/2015)».
Non resta al Comune che pagare le spese di giudizio.
[1] Sentenza n. 45 del 06.02.2017
[2] Cfr. art. 1127 cod. civ., secondo e terzo comma
Gara per l’affidamento di una fornitura. Inammissibile il soccorso istruttorio in presenza di una carenza documentale afferente all’offerta.
Di Cristiana Centanni il 9 marzo 2017 con 0 Commenti
Il nuovo codice degli appalti [1] esclude la sanabilità, mediante il soccorso istruttorio, degli elementi dell’offerta tecnica e economica.
A differenza, infatti, della norma previgente – che ammetteva il soccorso istruttorio anche rispetto all’offerta, fatta eccezione per le mancanze, incompletezze o irregolarità dell’offerta che avessero determinato incertezza sul contenuto o sulla provenienza dell’offerta medesima – la nuova norma, in senso più restrittivo, impedisce di integrare la documentazione necessaria a dimostrare la sussistenza del caratteristiche imposte dal capitolato a pena di esclusione.
E dunque, bene ha fatto, nella specie, la Commissione di gara ad operare l’esclusione del Raggruppamento ricorrente sul presupposto della impossibilità di operare il soccorso istruttorio.
È quanto emerge dalla sentenza del T.A.R. per la Liguria, in commento.
I giudici [2] hanno respinto il ricorso dell’Impresa che aveva partecipato alla gara per l’affidamento della fornitura in noleggio di “sistemi antidecubito” per i pazienti delle AA.SS.LL., EE.OO. I.R.C.C.S. della Regione Liguria per non aver prodotto, con riferimento ai sistemi antidecubito offerti, i certificati secondo la classe 1 IM, o di caratteristiche equivalenti, rispetto alla resistenza al fuoco. A nulla serve il deposito successivo delle necessarie certificazioni, seppure indotto dalla Commissione che aveva invitato l’Impresa a chiarire se i prodotti offerti presentassero, o meno, le caratteristiche di ignifugicità richieste, tenuto conto che, come si legge in sentenza, «l’art. 83, comma 9, d.lgs. 50/16 per quanto di interesse in questa sede stabilisce: “Le carenze di qualsiasi elemento formale della domanda possono essere sanate attraverso la procedura di soccorso istruttorio di cui al presente comma. In particolare, la mancanza, l’incompletezza e ogni altra irregolarità essenziale degli elementi e del documento di gara unico europeo di cui all’articolo 85, con esclusione di quelle afferenti all’offerta tecnica ed economica”».
In altri e più chiari termini, se la sanatoria può avvenire per gli elementi formali, essa non può riguardare elementi sostanziali come, nella specie, la resistenza al fuoco dei sistemi da noleggiare.
I giudici amministrativi ritengono infondato anche l’ulteriore motivo di ricorso costituito dall’invito della Commissione a dare successiva dimostrazione della circostanza che i sistemi della ricorrente possedessero i requisiti di ignifugicità richiesti, configurandosi, non già una ipotesi di contraddittorietà dell’azione amministrativa, ma di uno scrupolo della commissione. «Infatti ove anche la Commissione avesse errato a non escludere immediatamente l’offerta della ricorrente ciò non viene a colorare di illegittimità un provvedimento che, come si è detto, appare conforme alla disciplina di cui all’art. 83, comma 9, d.lgs. 50/16, illegittimo essendo se mai l’invito della Commissione a dimostrare ex post il possesso di requisiti non adeguatamente documentati in sede di offerta».
Non resta alla ricorrente che pagare le spese di giudizio.
[1] Art. 83, comma 9, DLgs 50/2016
[2] Sentenza n. 145 del 28.02.2017

References: art. 1669
 sentenza 
 art. 1667
 Cass. 
 art. 1669
 sentenza 
 art. 674
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2
 art. 4
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art.1127
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Sentenza 
 art. 1127
 sentenza 
 Art. 83
 Sentenza