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Timestamp: 2020-08-15 07:52:46+00:00

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Eternit è un marchio registrato di fibrocemento: un materiale usato in edilizia soprattutto per vasche, tegole, tettoie. Il materiale era realizzato facendo uso di amianto, una sostanza la cui polvere – si è scoperto più tardi – ha effetti cancerogeni.
Il brevetto risale al 1901 e venne acquistato due anni dopo dall’azienda svizzera Schweizerische Eternitwerke AG, che negli anni Venti cambiò il suo nome in Eternit.
Eternit è dunque anche il nome dell’azienda produttrice di quello specifico tipo di fibrocemento, azienda che dal 1906 iniziò ad aprire anche in Italia diversi. La prima fabbrica venne aperta a Casale Monferrato (Alessandria), altre poi a Cavagnolo (Torino), a Broni (Pavia) e a Bari.
Negli anni Cinquanta a Casale Monferrato cominciarono le malattie e le morti degli operai che lavoravano all’Eternit: e cominciarono le prime richieste e gli scioperi degli operai per avere maggiore tutela della salute nel posto di lavoro. Negli anni Sessanta iniziarono ad ammalarsi e a morire anche persone che non erano direttamente occupate nella fabbrica...
Tribunale Torino 14 maggio 2012 parte prima (1140,2 kB)
Tribunale Torino 14 maggio 2012 parte seconda (1968,9 kB)
Tribunale Torino 14 maggio 2012 parte terza (80,9 kB)
Corte appello Torino 3 giugno 2013 - dispositivo (165,8 kB)
Corte di Cassazione 23 febbraio 2015 (2361,2 kB)
La centrale termoelettrica di Porto Tolle (dal nome dell’omonimo comune vicino) è uno dei più grandi impianti d’Europa di produzione di energia elettrica di proprietà dell’Enel , che si trova sull’isola Polesine Camerini alla foce Pila del Po (una delle principali foci del fiume) nella zona del Parco Regionale del Delta del Po (istituito nel 1997).
La gestione degli impianti della Centrale è stata oggetto di numerosi procedimenti penali da parte delle autorità giudiziarie di Rovigo, procedimenti dai quali è emerso che per anni la centrale ha immesso nell’atmosfera quantità enormi di sostanze inquinanti nocive per la salute delle persone e per l’ambiente circostante.
Gli atti giudiziari evidenziano che l’inquinamento è stato determinato da una serie di concause, tra cui la mancata “ambientalizzazione” della centrale, la scarsa manutenzione degli impianti nonché l’utilizzo di combustibile con alta concentrazione di zolfo.
La centrale di Porto Tolle sarebbe stata gestita senza adeguati meccanismi di contenimento delle emissioni e non sarebbero state utilizzate, per il predetto polo industriale, quelle tecnologie di prevenzione adottate, invece, per altre centrali elettriche appartenenti alla medesima azienda.
Diverse pronunce (dalla prima sentenza del Tribunale di Rovigo- sez.distaccata di Adria - del 2006, la cui ricostruzione delle responsabilità penali è stata confermata dalla Corte di cassazione con pronuncia del 2011, alla recente sentenza di primo grado del 2014 nel cd. Enel bis) hanno acclarato la responsabilità degli amministratori della Centrale e irrogato diverse sanzioni per reati ambientali.
Di seguito i seguenti provvedimenti:
la sentenza pronunciata dal Tribunale di Rovigo (sez. distaccata di Adria) il 31 marzo 2006 e quella di secondo grado resa dalla Corte di appello di Venezia il 7 maggio 2009;
la sentenza della Corte di Cassazione dell’11 gennaio 2011 (n. 16422) resa nel cd. ENEL 1 che conferma l’impianto accusatorio che aveva portato alla condanna non solo dei direttori della centrale, ma anche dell’amministratore delegato dell’ENEL, e che dichiara l’avvenuta prescrizione, rinviando al giudice di appello la quantificazione del risarcimento dei danni;la sentenza della Corte di appello di Venezia del 10 luglio 2014 (n.1625) che ha deciso sul predetto rinvio;
la sentenza del Tribunale di Rovigo (sez. distaccata di Adria) intervenuta nel cd. ENEL bis, emessa il 31 marzo del 2014 con la quale i vertici di ENEL sono stati condannati per disastro ambientale.
Giudizio di primo grado (cd. Enel 1)
Tribunale di Rovereto (sez.dist.Adria) 31 marzo 2006 (2898,7 kB)
Giudizio di appello (cd.Enel 1)
Corte appello di Venezia 7 maggio 2009 (1205,2 kB)
Giudizio di legittimità (cd. Enel 1)
Corte di Cassazione 11 gennaio 2011 (n. 16422) (2322,6 kB)
Corte appello di Venezia 10 luglio 2014 (n.1625) (3023,7 kB)
Giudizio di primo grado (cd. Enel bis)
Tribunale di Rovereto (sez.dist.Adria) 31 marzo 2014 1a parte (2795,8 kB)
Tribunale di Rovereto (sez.dist.Adria) 31 marzo 20014 2a parte (2688,9 kB)
Ecomafie - Pellini di Acerra
Il termine ecomafia è un neologismo coniato dall'associazione ambientalista Legambiente per indicare le attività illegali delle organizzazioni criminali, generalmente di tipo mafioso, che arrecano danni all'ambiente.
In particolare, sono definite ecomafie le associazioni criminali dedite al traffico di rifiuti e allo smaltimento illegale degli stessi. Lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi è un fenomeno su scala nazionale che, sin dagli anni ’80, ha avuto la Campania come uno dei terminali dei traffici.
La Pellini s.r.l. di Acerra (NA) è stato uno dei gruppi imprenditoriali coinvolti nel business dello smaltimento illegale di rifiuti pericolosi.
Il processo, denominato "ultimo atto carosello", ha dimostrato che, attraverso gli impianti di Acerra, la Pellini s.r.l. ha smaltito rifiuti tossici liquidi e fangosi contenenti idrocarburi, diossine, amianto, arsenico, cromo e paste di mercurio, rivendendoli come concime, abbandonandoli sui campi, in discariche abusive, in cave oppure sversandoli direttamente nei Regi Lagni.
Gli enormi guadagni illeciti venivano nascosti attraverso un sistema di società definito a "carosello" (da qui il nome dell'inchiesta): le società tutte collegate tra di loro emettevano e utilizzavano fatture per operazioni inesistenti in modo da creare finti costi e abbattere così i grandissimi utili.
La sezione ospita gli atti dei procedimenti di primo e secondo grado che hanno portato alla condanna, a rilevanti pene detentive, per disastro ambientale, dei principali imputati (la pronuncia non ha quindi ancora carattere definitivo, non è cioè passata in giudicato).
Processo "ultimo atto carosello" - Giudizio di primo grado
Tribunale Napoli 29 marzo 2013 (6017,3 kB)
Processo "ultimo atto carosello" - Giudizio di secondo grado
Corte appello Napoli - 29 gennaio 2015 (3083,1 kB)
Ecomafie - Resit di Giugliano
La discarica Resit di Giugliano, in provincia di Napoli, è un impianto nel quale sin dalla fine degli anni 70 sono stati sversati rifiuti tossici di ogni tipo.
Secondo la ricostruzione giudiziaria, i continui depositi di materiale illegale organizzati dal clan dei Casalesi con la complicità del titolare dell’invaso, hanno determinato l’avvelenamento della falda acquifera.
Nel corso del 2003 con l’avvio del commissariamento per l’emergenza rifiuti la discarica fu affidata alla gestione del Consorzio Napoli 3, ma anche dopo il commissariamento la situazione non sarebbe mutata.
Secondo l’accusa, infatti, il presidente del consorzio sarebbe stato nominato per consentire la prosecuzione della gestione criminale dell’invaso: il presidente del consorzio verrà condannato a sei anni di reclusione per i reati di disastro ambientale e falso, mentre verrà assolto dall’accusa di aver contribuito all’avvelenamento della falda.
Dopo un processo durato oltre 4 anni il Gup di Napoli, con la sentenza in rassegna, attribuirà la responsabilità del disastro ambientale ad un capomafia (Francesco Bidognetti) già condannato alla pena dell’ergastolo, acclarando che i vertici dell’organizzazione criminale hanno contribuito, con imprenditoria e pezzi della politica, a devastare il territorio dove essi stessi sono nati e vivono.
La sentenza non è ancora definitiva
Tribunale Napoli 13 novembre 2013 (1454,2 kB)

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