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Sentenza Cassazione Civile n. 13001 del 24/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13001 del 24/05/2017
Cassazione civile, sez. I, 24/05/2017, (ud. 16/03/2017, dep.24/05/2017), n. 13001
sul ricorso 15661/2012 proposto da:
D.L.P., elettivamente domiciliato in Roma, Viale delle
Milizie n. 19, presso l’avvocato Scalia Gemma, rappresentato e
difeso dall’avvocato Cirillo Antonio, giusta procura a margine del
E.L., elettivamente domiciliato in Roma, Via A. Aubry n. 3,
presso l’avvocato Boccadamo Giorgio, rappresentato e difeso
dall’avvocato Costanzo Filippo, giusta procura a margine del
avverso la sentenza n. 729/2012 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
16/03/2017 dal Cons. Dott. DI MARZIO MAURO;
udito, per il ricorrente, l’Avvocato Antonio Cirillo che ha chiesto
1. – E.L. ha convenuto in giudizio D.L.P. dinanzi al Tribunale di Torre Annunziata e ne ha chiesto condanna al pagamento del complessivo importo di Euro 35.733,65 portato da due assegni bancari, l’uno girato dal convenuto in bianco, l’altro tratto dallo stesso convenuto al suo ordine, entrambi emessi a rimborso di una somma data a mutuo.
D.L.P. ha resistito alla domanda assumendo di aver pagato l’importo dovuto e formulando eccezione di prescrizione, nonchè disconoscendo la datazione dei titoli consegnati in bianco.
2. – Il Tribunale di Torre Annunziata ha accolto integralmente la domanda attrice.
3. – Contro la sentenza D.L.P. ha proposto appello che, nel contraddittorio con l’ E., che ha resistito all’impugnazione, la Corte d’appello di Napoli ha respinto con sentenza del 29 febbraio 2012, osservando:
-) che, contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante, l’ E. non aveva rinunciato all’inversione dell’onere probatorio derivante, ai sensi dell’art. 1988 c.c., dall’aver fondato la propria domanda sui due menzionati assegni, essendosi viceversa limitato a far riferimento al rapporto fondamentale, ossia al contratto di mutuo intercorso tra le parti;
-) che nessun rilievo poteva ascriversi alla circostanza, allegata dal D.L., secondo cui l’ E., al fine di sottrarsi al decorso della prescrizione, aveva apposto sui titoli una data diversa e successiva rispetto a quella in cui essi erano stati consegnati, dal momento che chi emette un assegno bancario privo della data di emissione si assume la responsabilità dell’eventuale datazione;
-) che la querela di falso proposta dal D.L. era irrilevante, essendosi egli limitato a sostenere che la data dei titoli era stata arbitrariamente apposta, senza precisare se esistesse fra le parti un diverso accordo, ed aveva dedotto a fondamento della denunciata falsità una prova testimoniale generica ed ininfluente.
4. – Per la cassazione della sentenza D.L.P. ha proposto ricorso affidato a tre motivi illustrati da memoria.
E.L. ha resistito con controricorso.
1.1. – Il primo motivo è rubricato: “Omessa e insufficiente motivazione circa il fatto controverso, decisivo per il giudizio, prospettato dall’appellante con riguardo alla mancata prova del rapporto fondamentale in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 115 c.p.c. e artt. 1988 e 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Violazione e falsa applicazione dell’art. 2946 c.c., in tema di prescrizione decennale in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3”.
Si sostiene in breve che la Corte territoriale avrebbe errato nel non avvedersi che l’ E. aveva rinunciato all’inversione dell’onere probatorio derivante dall’aver fondato la propria pretesa sui due assegni bancari di cui si è fatto cenno in espositiva, essendo la rinuncia insita nella circostanza che lo stesso E. aveva sollecitato l’ammissione di un interrogatorio formale avente ad oggetto per l’appunto la circostanza che il credito portato dagli assegni traeva origine dalla mancata restituzione di una somma di pari importo data a mutuo.
1.2. – Il secondo motivo è rubricato: “Omessa pronuncia su un punto decisivo del giudizio prospettato sull’appellante e non esaminato dalla Corte di merito, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5. Violazione e falsa applicazione degli artt. 112-115 c.p.c., art. 2697 c.c., comma 2 e art. 2946 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.
Si sostiene che la Corte d’appello avrebbe omesso di pronunciare sull’eccezione di prescrizione fondata sull’assunto che il prestito effettuato dall’ E. era per sua stessa ammissione avvenuto nel corso dell’anno 1992, essendo in ogni caso avvenuta l’emissione dei due assegni bancari al più tardi entro l’anno 1993, mentre la citazione introduttiva del giudizio di primo grado era stata notificata il 13 aprile 2005.
1.3. – Il terzo motivo è rubricato: “Violazione e falsa applicazione degli artt. 9,295,355,221 e 225 c.p.c. e art. 2935 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e conseguente nullità della sentenza e/o del procedimento d’appello anche per l’omessa sospensione del giudizio ex art. 355 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Insufficiente e contraddittoria motivazione circa l’inidoneità della querela di falso incidentale, decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 1, in tema di giusto processo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.
Sostiene in breve il ricorrente che la Corte territoriale avrebbe errato nel non dar corso alla querela di falso volta a dimostrare la postuma datazione degli assegni da parte dell’ E..
2.1. – E’ infondato il primo motivo.
Questa Corte ha difatti avuto modo di ribadire in più occasioni che la rinuncia al vantaggio probatorio derivante dalla ricognizione di debito ex art. 1988 c.c., richiede un’inequivoca manifestazione di volontà abdicativa, non essendo sufficiente che la parte sollevata dall’onere di provare il rapporto fondamentale ne offra egualmente la prova (Cass. 23 giugno 2016, n. 13039; Cass. 9 giugno 2016, n. 11790; Cass. 11 giugno 2010, n. 14066).
Sicchè del tutto correttamente la Corte d’appello ha disatteso la doglianza in proposito formulata dal D.L., sviluppata sull’assunto, di per sè irrilevante alla luce dell’indirizzo giurisprudenziale appena menzionato, che l’ E. aveva chiesto un interrogatorio formale diretto a confermare che gli assegni erano stati emessi a titolo di restituzione di una somma data a mutuo.
Non risponde al vero, difatti, che la Corte territoriale non abbia pronunciato sull’eccezione di prescrizione del credito fatto valere dall’ E.: viceversa, essa ha osservato che la contestazione, da parte dell’appellante D.L., dell’individuazione della data di decorrenza della prescrizione operata dal primo giudice era infondata, giacchè il termine a quo per il corso della prescrizione andava calcolata dalla data risultante dal titolo, senza che potesse assumere rilievo la circostanza della apposizione di essa da parte dell’ E., dal momento che, secondo la Corte d’appello, colui il quale emette un assegno bancario privo della data di emissione, valevole come promessa di pagamento, si assume la responsabilità della eventuale attribuzione al medesimo documento delle caratteristiche dell’assegno bancario.
Detta affermazione, d’altronde, nella parte in cui ha individuato il termine a quo per il computo della prescrizione, è conforme all’insegnamento di questa Corte, la quale ha già avuto modo di affermare, con riguardo alla cambiale, che, qualora il creditore cambiario faccia valere il suo credito con l’azione nascente dal rapporto fondamentale, avvalendosi della presunzione di esistenza di tale rapporto (art. 1988 c.c.), il dies a quo della relativa prescrizione non è quello in cui è sorto il credito, ma quello della scadenza della cambiale (arg. art. 66 legge cambiaria), dopo la quale l’azione causale può essere esercitata (Cass. 1 febbraio 1992, n. 1068).
Principio, questo, evidentemente applicabile anche in caso di assegno.
Dopodichè resta soltanto da dire che la Corte d’appello ha sia pure implicitamente, ma del tutto evidentemente, ritenuto che il termine decennale della prescrizione ordinaria non fosse decorso, giacchè gli assegni recavano le date del 15 aprile 1995 e 15 maggio 1995 (come risulta dall’espositiva della sentenza d’appello), mentre la lite era stata introdotta con atto notificato il 13 aprile del 2005.
La Corte di appello, davanti alla quale sia proposta una querela di falso in via incidentale, deve compiere un’indagine preliminare (iudicium rescindens) rivolta ad accertare se sussistono i presupposti per un giudizio di falso (iudicium rescissorium), e cioè: a) se la querela sia stata ritualmente proposta a norma dell’art. 221 c.p.c., b) se il documento impugnato di falso sia rilevante per la decisione della causa. Solo se questa duplice indagine abbia esito positivo, con l’accertamento dell’esistenza di entrambi i presupposti, deve, a norma dell’art. 355 c.p.c., sospendere il giudizio e fissare alle parti un termine perentorio per la riassunzione della causa davanti al tribunale, in modo che il giudizio rescissorio possa svolgersi con la garanzia del doppio grado di giurisdizione. Poichè l’art. 221 c.c., prescrive che la querela di falso deve contenere, a pena di nullità, l’indicazione degli elementi e delle prove della falsità, rientra nei poteri della Corte di appello accertare, ai fini dell’ammissibilità della querela, se tale prescrizione sia stata osservata (Cass. 5 luglio 1968, n. 2280). Spetta in altri termini alla Corte d’appello verificare se la querela contiene l’indicazione degli elementi e delle prove della falsità. Rientra cioè nella valutazione della rilevanza del documento per la decisione della causa, demandata al giudice di merito per autorizzare la proposizione della querela di falso (art. 221 c.p.c.) in via incidentale, e quindi sospendere il giudizio principale, esaminare se i mezzi di prova offerti sono idonei, astrattamente considerati ed indipendentemente dal loro esito, a privare di efficacia probatoria il documento impugnato (Cass. 4 marzo 1998, n. 2403; Cass. 8 novembre 2002, n. 15699). Anche più di recente è stato ribadito che, allorchè una delle parti impugni di falso taluni documenti di causa ostativi all’accoglimento delle proprie domande od eccezioni, legittimamente il giudice non autorizza la presentazione della querela di falso, ove ritenga inammissibili quelle domande od eccezioni (Cass. 27 maggio 2009, n. 12263).
Ed il giudizio formulato dalla Corte d’appello è insindacabile in sede di legittimita, se congruamente motivato (Cass., 1 sez., 13 marzo 1980, n. 1683).
Nel caso in esame, dunque, resta da osservare soltanto che la Corte territoriale ha congruamente motivato la propria decisione concernente la querela per un verso osservando che il D.L. non aveva chiarito i termini dell’ipotetico accordo concernente il riempimento del titolo (essendo superfluo rammentare che la querela sarebbe stata ipoteticamente prospettabile soltanto in caso di riempimento absque pactis e non contra pacta: ex multis Cass. 7 marzo 2014, n. 5417), per altro verso evidenziando l’astratta irrilevanza della prova testimoniale dedotta a prova della falsità.
rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso, in favore del controricorrente, delle spese sostenute per questo giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 4200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e quant’altro dovuto per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 16 marzo 2017.

References: Sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 sentenza 
 art. 2697
 art. 2946
 art. 2935
 sentenza 
 art. 355
 art. 1988
 Cass. 
 Cass. 
 art. 66
 sentenza 
 Cass. 
 Cass.