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Timestamp: 2019-10-23 00:29:07+00:00

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Responsabilità dell'amministratore di una S.p.A. per lesioni personali colpose gravi in danno di un lavoratore che, nell'eseguire la manutenzione ordinaria della macchina, non aveva atteso il tempo necessario al definitivo arresto della macchina stessa e aveva riportato una ferita all'indice della mano.
La Cassazione rigetta il ricorso e afferma che l'art. 2087 è una disposizione che "ribadisce, con riferimento al settore del lavoro, la necessità che il garante ottemperi non soltanto alle regole cautelari "scritte", ma anche alle norme prevenzionali che una figura - modello di buon imprenditore è in grado di ricavare dall'esperienza, secondo i canoni di diligenza, prudenza e perizia.
L'art. 2087 c.c. infatti, nell'affermare che l'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa misure che, secondo le particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale del lavoratore, stimola obbligatoriamente il datore di lavoro anche ad aprirsi alle nuove acquisizioni tecnologiche".
Inoltre, pur ammettendo la condotta imprudente del lavoratore, il suddetto comportamento può giungere ad interrompere il nesso causale tra condotta colposa del datore di lavoro ed evento lesivo solo allorchè il fatto sia assolutamente eccezionale, abnorme, del tutto anomalo, cosa che nella fattispecie non si è verificata.
difensore di T.M., nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza pronunciata in data 16 ottobre 2007 dalla Corte di appello di Trieste;
sentite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del S. Procuratore Generale dott. BUA Francesco, che ha chiesto rigettarsi il ricorso.
L'infortunio si era verificato perchè il G., dopo avere spento l'organo motore della macchina (la cd. mola), non aveva atteso, per aver male calcolato i tempi, i dieci minuti necessari al definitivo arresto del medesimo.
1.2. Il Tribunale di Pordenone aveva assolto l'imputato, ritenendo che questi avesse predisposto adeguati presidi di sicurezza e che, in particolare, non fosse incorso nella violazione del D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, art. 68 (che impone che "gli organi lavoratori delle macchine e le relative zone di operazione, quando possono costituire un pericolo per i lavoratori, devono, per quanto possibile essere protetti o segregati oppure provvisti di dispositivo di sicurezza").
Doveva, pertanto, essere affermata la responsabilità del T. per non avere osservato la regola anzidetta, nè fatto osservare la regola di cui al citato D.P.R. n. 547 del 1955, art. 48 che, al fine di tutelare l'integrità fisica dei lavoratori, pone il divieto di pulire, oliare o ingrassare a mano gli organi e gli elementi in moto delle macchine.
2.2. Con il secondo motivo lamenta l'erronea applicazione degli artt. 40, 41 e 43 c.p., nonchè la mancanza, la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata.
Non solo, G. aveva altresì dichiarato che era stato lui stesso a costruire e ad installare la griglia di protezione in plexiglass della macchina e che era, pertanto, perfettamente istruito in relazione all'attività che doveva svolgere.
Aveva, tra l'altro, ammesso che l'incidente era il frutto di una sua distrazione, anche perchè svolgeva ogni giorno quel tipo di operazione.
Va premesso che il ricorrente erra quando afferma che, contestata un'ipotesi di colpa specifica (la violazione del D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, art. 68), la responsabilità sarebbe stata affermata in riferimento ad un'ipotesi diversa (la violazione del cit.	D.P.R. art. 48, comma 2, per non avere "debitamente avvisato" il lavoratore del divieto di pulire a mano l'organo in moto della macchina).
Devono, quindi, essere interpretate con riferimento a detto scopo e non possono ritenersi violate, come questa Corte ha più volte avuto modo di affermare (cfr., ex plurimis, Cass. 4 30 gennaio 2008, Bauwens, in motivazione; Cass. 4 17 novembre 2005, Tucci, RV 232973) da qualsiasi modificazione rispetto all'accusa originaria, ma soltanto nel caso in cui il mutamento pregiudichi la possibilità di difesa dell'imputato.
In altre parole, la nozione strutturale di "fatto", contenuta nelle disposizioni anzidette, va coniugata con quella funzionale e i concetti di identità, diversità e novità (rectius, alterità) del fatto rivelano il loro contenuto in funzione del principio di necessaria correlazione tra accusa contestata (oggetto di un potere del pubblico ministero) e decisione giurisdizionale (oggetto del potere del giudice), posto essenzialmente a tutela del diritto di difesa (nel senso che "risponde all'esigenza di evitare che l'imputato sia condannato per un fatto, inteso come episodio della vita umana, rispetto al quale non abbia potuto difendersi": cfr. ad esempio Cass. 6 26 settembre 1996, Martina, RV 206207, in motivazione).
Non sussiste violazione del principio anzidetto neppure qualora, nel capo di imputazione, siano stati contestati, come nel caso di specie, elementi generici e specifici di colpa ed il giudice abbia affermato la responsabilità dell'imputato per un'ipotesi di colpa diversa da quella specifica contestata ma rientrante nella colpa generica.
Anche in tal caso, infatti, il riferimento alla colpa generica, anche se seguito dall'indicazione di un determinato e specifico profilo di colpa, pone in risalto che la contestazione riguarda la condotta dell'imputato globalmente considerata sicchè questi è in grado di difendersi relativamente a tutti gli aspetti del comportamento tenuto in occasione del fatto di cui è chiamato a rispondere, indipendentemente dalla specifica norma che si assume violata (in tal senso v. Cass. 4 8 febbraio 1996, Bonetti, RV 205266).
Così deciso in Roma, il 16 settembre 2008.

References: sentenza 
 art. 68
 art. 48
 sentenza 
 art. 68
 art. 48
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass.