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Timestamp: 2018-10-22 20:17:17+00:00

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luglio 2015 – keytothegate
Legge della vita e della morte delle nazioni (cap. 2 di Le Selezioni Sociali, George Vacher de Lapouge) tradotto in italiano.
Postato il 23 luglio 2015 di keytothegate
Al link sottostante si può trovare il PDF, in italiano, del secondo capitolo del libro di Lapouge “Le Selezioni Sociali”, scritto nel 1889.
cap 2 selectiones socieles ITA impaginato
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Trapani: Maria Concetta ha la fedina penale pulita, licenziata perché è nipote di Riina
Postato il 6 luglio 2015 di keytothegate
Maria Concetta ha 39 anni, di cui dieci trascorsi in una concessionaria di macchine a Marsala. Faceva la segretaria. “Fedina penale immacolata, mai sfiorata da ombre”, dice il suo avvocato. Eppure il prefetto parla di “inquietante presenza”. È scattata l’informativa interdittiva per il suo datore di lavoro, che l’ha licenziata “nonostante la sua correttezza professionale”.
Licenziata per il cognome che porta. Perché Maria Concetta è una Riina. È nipote di Totò e figlia di Gaetano, il fratello del capo dei capi, pure lui condannato per mafia. Essere una Riina rappresenta una “giusta causa” di licenziamento.
Maria Concetta ha 39 anni di cui dieci trascorsi alle dipendenze del titolare di una concessionaria di macchine a Marsala. Fa, o meglio, faceva la segretaria. “Fedina penale immacolata, mai indagata, mai sfiorata da ombre”, ricorda con amarezza il suo legale, l’avvocato Giuseppe La Barbera, seppure sia quantomeno ipotizzabile che ai Riina, e chissà fino a quale grado di parentela, gli investigatori abbiano fatto uno screening tanto necessario e doveroso quanto profondo.
Ora accade che la prefettura di Trapani emetta un’interdittiva nei confronti del suo datore di lavoro che è anche legale rappresentante di una società immobiliare. “La inquietante presenza nell’azienda della citata signora Riina – si legge nel documento della Prefettura – fa ritenere possibile una sorta di riverenza da parte del titolare nei confronti dell’organizzazione mafiosa ovvero una forma di cointeressenza della stessa organizzazione tale da determinare un’oggettiva e qualificata possibilità di permeabilità mafiosa anche della società immobiliare”.
Secondo l’interpretazione prefettizia, dunque, la presenza di Maria Concetta Riina in azienda rientra nei casi previsti dal codice antimafia che, a partire dal 2011, ha voluto con la “informazione antimafia interdittiva” creare un argine contro le infiltrazioni della criminalità organizzata. Il prefetto Leopoldo Falco ha fatto suo “il prevalente e consolidato orientamento giurisprudenziale”, secondo cui “la cautela antimafia non mira all’accertamento di responsabilità, ma si colloca come forma di massima anticipazione dell’azione di prevenzione… tanto è vero che assumono rilievo per legge, fatti e vicende anche solo sintomatici e indiziari, al di là dell’individuazione di responsabilità penali”.
Risultato: con la Riina in organico niente “liberatoria antimafia”. E senza liberatoria si resta tagliati fuori dal mercato. A mali estremi rimedi estremi: il titolare ha dovuto mandare a casa Maria Concetta Riina. Nella lettera spedita alla sua ormai ex dipendente scrive che “si vede costretto a licenziarla, nonostante abbia apprezzato nel tempo le sue doti e correttezza professionale”. Insomma, Maria Concetta Riina è stata una brava lavoratrice, ma bisogna allontanare ogni sospetto di mafiosità.
Nel frattempo, però, il titolare ha impugnato l’interdittiva davanti al Tar. Senza esserci alcuna sudditanza psicologica verso un cognome pesante o chissà quale logica di connivenza, tagliano corto i legali. “Siamo di fronte ad un problema sociale – spiega l’avvocato Stefano Pellegrino che assiste la società assieme a Giuseppe Bilello e Daniela Ferrari – perché sociale è il rischio che deriva dall’esasperazione del concetto di antimafia. Nessuna voglia di aggirare le regole, nessuna giustificazione ai comportamenti illeciti che devono essere perseguiti. L’economia in Sicilia rischia, però, di essere messa in ginocchio da questo rigore eccessivo”.
Chi usa parole dure è l’avvocato La Barbera che si dice “sconvolto dalla violenza con cui si applicano le norme dello Stato. Le leggi, volute come scudo di difesa, diventano armi letali. La signora è stata licenziata e una famiglia privata dell’unica fonte di reddito per la sola colpa di chiamarsi Riina. Prendiamo atto che in Italia esiste, oltre all’aggravante mafiosa, anche quella per il cognome che si porta”. Quindi l’affondo: “Se lo Stato toglie alla signora Riina la possibilità di lavorare allora le garantisca un sostentamento economico”.
livesicilia.it, 5 luglio 2015
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“Razzismo”. La sentenza che imbarazza la banca dei migranti
Clienti italiani favoriti e dipendenti discriminati L’ex vicepresidente fa condannare Extrabanca.
La prima banca italiana nata nel 2010 con l’obiettivo di dare credito ai cittadini stranieri, Extrabanca, dovrà risarcire il suo ex vicepresidente. Otto Bitjoka, per averlo defenestrato nel 2011 dal suo ruolo nel consiglio di amministrazione dell’istituto.
Una decisione dettata da motivi razziali per la seconda sezione civile della Corte di Appello del tribunale di Milano. La sentenza è del 23 giugno e condanna Extrabanca a risarcire Bitjoka con un indennizzo di 80mila euro, tutto compreso, per il danno subito, non solo a livello professionale.
Il lavoratore denunciò il fatto che i dirigenti dell’istituto lo volevano dissuadere dal candidarsi alle elezioni comunali del 2011 con Pisapia a causa del suo colore della pelle edella sua razza, accomunandolo agli zingari, E poi l’invito a non pretendere di fare carriera, di diventare dirigente perché immigrato. Tutti fatti accertati da una sentenza del marzo del 2012 del tribunale del Lavoro di Milano che ha riconosciuto a Gaye di aver subito “molestie razziali”.
Bitjoka era stato l’unico tra il management a denunciare la cosa e a puntare il dito anche sui differenti tassi di credito tra i clienti stranieri e quelli italiani, più favorevoli agli ultimi. Un atteggiamento paradossale in una banca, fondata e presieduta da Andrea Orlandino nata con lo scopo di favorire mutui e prestiti ai cittadini di origine straniera. Quando Bitjoka, anche lui di colore, pone la questione, inviando pure un’informativa ai soci, si ritrova contro tutto il consiglio di amministrazione che nel giro di poche sedute vota una risoluzione per esautorarlo dal ruolo di vicepresidente.
Il giudice Angelo Sbordone della Corte d’appello del Tribunale civile di Milano ha ribaltato la sentenza di primo grado e riconosciuto le ragioni di Bitjoka disponendo “un risarcimento del danno non patrimoniale connesso alla lesione dell’interesse a non subire discriminazioni per ragioni di razza o di origine etnica che affonda le radici morali e culturali, prima ancora che giuridiche, nelle norme fondamentali, articolo 2 e 3 della nostra Costituzione”,
Soddisfatto Bitjoka, assistito dall’avvocato Fabrio Strazzeri: “Con questa sentenza si fa giustizia. Dopo la revoca dell’incarico mi sono dimesso dal cda perché ritenevo che l’istituto tradisse i principi sui quali era stata fondata”. E aggiunge: “Nonostante le carte etiche e i valori che venivano propinati, il sostegno ai clienti stranieri era solo una copertura per prendere una fetta di mercato”. Nel processo di appello si è accertato “che il credito concesso agli italiani era mediamente il doppio di quello dato agli stranieri”. Il tasso sui mutui per gli immigrati era vantaggioso, sui prestiti personali era superiore del 2,8 per cento a quello praticato agli italiani.
La Repubblica, 6 luglio 2015
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