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Timestamp: 2018-02-21 23:05:37+00:00

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Indagini finanziarie: occorrono prove convincenti e analitiche per vincere la presunzione
Con sentenza n. 18339 del 17 agosto 2009 (ud. del 4 giugno 2009) la Corte di Cassazione ha riaffrontato la questione delle indagini bancarie, a seguito di un ricorso dell’Amministrazione finanziaria.
Preliminarmente, la Corte dà atto che, nella fattispecie posta al suo esame, l’accertamento è stato compiuto in applicazione dell’art. 32 del D.P.R. n. 600 del 1973, e dell’art. 51 del D.P.R. n. 633 del 1972, utilizzando, quindi, “in via presuntiva i dati emersi dal controllo dei conti correnti intestati ai soci della contribuente”.
La Commissione tributaria regionale aveva, invece, ritenuto inaffidabili le presunzioni sulla base di una perizia condotta in un separato procedimento attinente i redditi della stessa società per l’anno 1995.
Per la Corte “è evidente l’illogicità della motivazione dal momento che nulla induce a ritenere che le movimentazioni riscontrate nel 1996 avessero le stesse giustificazioni di quelle oggetto della perizia per il 1995, senza contare che dalla stessa motivazione risulta che alcune di queste erano risultate non giustificabili analiticamente“.
Ugualmente manifestamente fondato è il secondo motivo con cui si denuncia violazione dei citati D.P.R. n. 600 del 1973 (art. 32) e D.P.R. n. 633 del 1972 (art. 51), in relazione al valore attribuito alle presunzioni ammesse da tali norme.
Non viene, infatti, condivisa l’interpretazione della Commissione tributaria regionale, secondo cui per vincere la presunzione prevista dalla legge non sia necessaria “una prova convincente ma sia sufficiente che alcune movimentazioni siano non già sicuramente giustificabili ma anche solo fondatamente giustificabili (e quindi, deve ritenersi, non giustificabili con sicurezza)” e che comunque sia irrilevante che “non siano giustificabili analiticamente“.
La sentenza di secondo grado “addirittura pare mettere in discussione la razionalità stessa dell’accertamento tramite presunzioni in subiecta materia dal momento che evidenzia come non sia logico effettuare acquisti in nero con fondi leciti, che è esattamente il contrario di quanto il legislatore ritiene invece possibile”.
Poiché, in definitiva, la sentenza de qua ha fatto errato governo del principio secondo cui “il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, nel caso di acquisizione di conti correnti bancari, impone di considerare ricavi sia le operazioni attive, sia quelle passive. Il legislatore considera, fino a prova contraria, ricavi sia i prelevamenti, sia i versamenti, in quanto non ritiene che il contribuente evasore occulti in pari misura i ricavi ed i costi; anzi, le norma muove dal presupposto che il contribuente tenda ad occultare i ricavi, ma non i costi”.
Infatti, osserva la Corte, secondo l’art. 32 del D.P.R. n. 600 del 1973 “spetta al contribuente provare che i versamenti sono registrati in contabilità e che i prelevamenti sono serviti per pagare determinati beneficiari, anziché costituire acquisizione di utili, qualora intenda vincere la presunzione di ricavi dei versamenti e dei prelevamenti (Cassazione civile, sez. trib., 9 settembre 2005, n. 18016)” nonché di quello a mente del quale “in tema di controlli bancari, in favore dell’Amministrazione Finanziaria opera una presunzione legale che la dispensa dal fornire qualunque prova sulla sua pretesa nel caso in cui la stessa disponga dei dati sui movimenti di denaro relativi ai conti correnti del contribuente”.
La norma contenuta nel D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2, “istituisce chiaramente una presunzione legale in favore dell’Amministrazione, anche se non la nomina esplicitamente; ne deriva un’inversione dell’onere della prova, che così grava sul contribuente. Tocca a quest’ultimo, quindi, giustificare di fronte all’Amministrazione i prelevamenti effettuati dai conti correnti e dimostrare l’avvenuta contabilizzazione dei versamenti o l’irrilevanza di questi ultimi ai fini della determinazione del reddito (Cassazione civile, sez. trib., 12 maggio 2008, n. 11750)”.
La normativa sulle indagini finanziarie opera in modo automatico, non richiedendo ulteriori elementi di riscontro per conferire validità al controllo.
Il dettato normativo consente, però, al contribuente – anche attraverso il contraddittorio – di dimostrare l’irrilevanza fiscale delle movimentazioni riscontrate.
Si rileva che, con sentenza n. 13819 del 3 maggio 2007 (dep. il 13 giugno 2007), la Corte di Cassazione aveva già avuto modo di affermare che la prova liberatoria, che consente di superare la presunzione di cui all’art. 32 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, non può essere meramente generica ma deve essere, altresì, specifica in relazione ad ogni singola operazione. Diversamente la rispettiva movimentazione, in assenza di altra idonea giustificazione, è configurabile quale corrispettivo non dichiarato.
Per giurisprudenza costante, la prova liberatoria si sposta sul contribuente.
Successivamente, la stessa Cassazione, con sentenza n. 6617 del 19 marzo 2009 (ud. del 23 dicembre 2008) la Corte di Cassazione ha riaffrontato la questione, affermando che, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, ed al fine di superare la presunzione posta a carico del contribuente dall’art. 32 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, (in virtù della quale i prelevamenti ed i versamenti operati su conto corrente bancario vanno imputati a ricavi conseguiti nell’esercizio dell’attività d’impresa), non è sufficiente al contribuente una dimostrazione generica ma è necessario che egli fornisca la prova analitica.
Oggi la Cassazione quindi però ribadisce quanto precedentemente osservato in altre sentenze ed interpreta la norma: la prova deve essere analitica, specifica e non può essere generica. Deve quindi il contribuente giustificare le singole operazioni.

References: sentenza 
 sentenza 
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 art. 32
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