Source: http://www.cesap.net/mobbing/sentenze-sul-mobbing/500-mobbing-ministero-condannato
Timestamp: 2020-07-06 18:14:43+00:00

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Sito ufficiale del Ce.S.A.P - Centro Studi Abusi Psicologici (R) - Mobbing, Ministero condannato
Mobbing, Ministero condannato
La signora Mirella D’Amico chiede di essere risarcita dei danni patrimoniali, di carattere biologico, morale ed esistenziale che ricollega ai comportamenti vessatori e prevaricatori posti in essere nei suoi confronti da funzionari civili e militari preposti alla direzione ed alla sorveglianza del Circolo Sottufficiali del Ministero della Difesa della Spezia ove la stessa ha svolto le mansioni di segretario economo per circa 15 anni.
In data 4/2/1999 la Signora Mirella D’AMICO, nello svolgimento delle proprie mansioni di segretario economo del Circolo Sottufficiali, avendo rilevato anomalie nella gestione della Cassa e tenuta della contabilità, provvede a segnalare, tramite via gerarchica al Capo di Stato Maggiore, dette irregolarità (cf. doc. n.2 del fascicolo di parte ricorrente). Va precisato che ai sensi dell’art. 5 delle disposizioni dell’Ente Circoli di Roma (norme per la contabilità Circolo Ufficiali e Sottufficiali) il segretario economo “svolge il servizio di cassa, provvede ed è responsabile della corretta compilazione di tutta la documentazione contabile e delle relative operazioni, registrazioni e trascrizioni”.
Va premesso che il coniuge della D’Amico (ex sottufficiale di Marina) aveva già inviato una lettera in data 15/1/99 volta a rappresentare al Comando in Capo, in modo circostanziato e dettagliato, la situazione in essere presso il Circolo Sottufficiali della Spezia ed in particolare il fatto “che fosse affidata la gestione della mensa del Circolo Sottufficiali ad un dipendente che impropriamente effettuava pagamenti di fatture con il consenso degli organi direttivi dell’Ente stesso creando alla ricorrente difficoltà nella regolare tenuta della contabilità”.
Il giorno 7/7/1999, al rientro dal periodo feriale, la ricorrente si trova nella impossibilità di poter accedere al proprio ufficio in quanto la serratura dello stesso risultava essere stata cambiata. Sulla porta dell’ufficio economato era stato apposto un cartello recante la dicitura “Area Riservata” ed il nominativo della D’Amico non figurava tra quelli, ivi indicati, autorizzati all’accesso. Alle rimostranze della stessa le veniva detto “da voci di corridoio” dell’avvenuta sua sostituzione nell’incarico di segretario economo con altra dipendente, Vitale Argentina, coadiutore IV livello, mediante l’ordine di servizio n.2 in data 24/6/1999 (prod. N.3) che non teneva conto che l’art. 5 delle disposizioni Ente Circoli Roma dianzi richiamato prescrive che in mancanza del Segretario Economo le relative attribuzioni devono essere esercitate dal tesoriere come era accaduto in altre circostanze (cf. pag.14 della trascrizione, testimonianza Marzocco, tesoriere del circolo 94-95); né
del fatto che la D’Amico veniva sostituita nell’incarico in un momento in cui si trovava in congedo ordinario.
Il giorno successivo, 8/7/99, perdurando la chiusura della porta dell’ufficio ed il divieto di ingresso la D’Amico, dopo aver sostato nel corridoio e nel locale lavanderia per diverse ore richiedeva l’aiuto delle Forze dell’ordine e solo a seguito del loro intervento veniva informata dall’aiutante Cimino, sopraggiunto in seguito, che l’accesso al luogo di lavoro era stato regolamentato secondo le seguenti norme: “ chiave di accesso al luogo di lavoro da ritirare e consegnare giornalmente alla guardiana previa firma su apposito registro”. Nel momento in cui veniva a conoscenza di tali disposizioni la D’Amico continuava tuttavia a non trovare collocazione in nessuno dei due uffici del Circolo (Economato e Segreteria dettaglio) provvisti entrambi del cartello indicante le persone autorizzate all’ingresso (fra le quali non compariva il nome della ricorrente). Veniva inoltre a sapere che l’altra dipendente dell’ufficio economato, la dipendente dell’ufficio del capo carico ed il pe
rsonale della lavanderia continuavano ad essere in possesso delle chiavi dei rispettivi locali e tali chiavi continuavano a portarle a casa, come si era sempre fatto.
una condotta turbativa dell’ambiente di lavoro le si contestava di aver distolto le Forze dell’ordine dai normali compiti istituzionali per futili motivi e le si attribuiva una condotta turbativa dell’ambiente del lavoro con riflessi negativi sull’immagine dell’A.D. e degli altri dipendenti. Con lo stesso foglio la si convocava per rispondere di tale contestazione in data
26/7/99, giorno in cui doveva essere sottoposta presso il locale Marispedal a visita di idoneità a seguito di stress e stato depressivo provocati da questi eventi.
· Nonostante la dettagliata memoria difensiva 2/8/99 /prod. n.8) e la lettera 1/12/99 indirizzata al Comando in Capo (prod.n.9), l’Amministrazione provvedeva ugualmente ad emettere la sanzione disciplinare del “Rimprovero Scritto” richiamando erroneamente nel provvedimento in data 25/1/2000 (cf, prod. N.10) i criteri di cui all’art. 25, 2° comma C.C.N.L. che prevede tassativi casi di illeciti disciplinari nei quali non rientra nessuno dei comportamenti tenuti dalla D’Amico il giorno 8/7/99 in quanto “ non contrastanti con i doveri di ufficio”. Avverso tale provvedimento disciplinare la ricorrente presentava ricorso in data 11/2/2000 sia all’ufficio del lavoro – Collegio di Conciliazione – che alla Direzione Generale del Personale Civile – Collegio Arbitrale (prod. n. 11). Il Collegio Arbitrale, con provvedimento 7/4/2000, dichiarava estinto il procedimento disciplinare per la mancata osservanza, da parte dell’Amministrazione, del termine di 120 giorni, previsto dall’art
24. 6° comma C.C.N.L. (prod. N.129.
· A seguito di tutti i fatti dianzi esposti la signora D’Amico cadeva in uno stato depressivo quale risulta documentato dalle certificazioni in atti (V. prod. N. 16 e seguenti), doveva interrompere l’attività lavorativa per far ricorso alle cure ed assistenza di medici specialisti psichiatri e assunzione di terapia psicofarmacologica specifica.
· Durante la visita medica presso l’Ospedale Militare della Spezia richiesta dalla ricorrente al fine di verificare la causa di servizio di tale malattia, la signora D’Amico veniva riconosciuta permanentemente inidonea al servizio e affetta da malattia non compatibile con l’idoneità alla guida con segnalazione alla Motorizzazione Civile ed alla Prefettura (cf. lettera del 30/9/2000 della Commissione Medico Ospedaliera dell’ospedale Militare della Spezia). Successivamente, con provvedimento del 13/11/2000, veniva qualificata “permanentemente inidonea a qualsiasi proficuo lavoro ed il rapporto veniva risolto per infermità.
· La Signora D’Amico veniva lasciata a casa senza stipendio, né pensione. Le veniva però inviata l’indennità di buonuscita e l’indennità di mancato preavviso.
Relativamente all’episodio avvenuto l’8/7/99 oltre al rapporto informativo del Comandante della Stazione dei Carabinieri per la Marina “Arsenale” prodotto in atti vi è la testimonianza del V. Brigadiere Rodolfo Mariani e dell’appuntato Guerra Santino i quali sono stati sentiti da questo giudice sotto il vincolo del giuramento e mentre il Mariani ha dichiarato di non ricordare bene l’episodio se non che la porta era chiusa e che ha parlato con il Galasso, il Guerra ha precisato che la signora D’Amico li aveva chiamati perché non riusciva ad entrare nel proprio ufficio in quanto durante la sua assenza era stata cambiata la serratura (cf. pag 24 e 26 della trascrizione); che l’intervento non era stato richiesto per dissidio tra dipendenti e che i toni della ricorrente erano pacati e la stessa veniva da lui vista sostare all’ingresso e non poter entrare nella stanza. Tale testimonianza ha quindi comprovato la vericidità di quanto esposto dalla D’Amico e ribaltato quanto dichiarat
o nel rapporto informativo non avendo la stessa distolto i carabinieri dai normali compiti istituzionali per futili motivi ma perché di fatto le veniva impedito di lavorare.
Quanto all’ordine di servizio con il quale la signora D’Amico non era più segretaria economa i due carabinieri hanno detto di non averlo visto ma di averne sentito parlare da un sottufficiale presente.
Il Guerra ha anche precisato “ Che un capo di Marina gli ha fatto vedere un ordine del giorno in cui c’era scritto che per accedere al luogo di lavoro era necessario prendere le chiavi in bacheca, previa firma in apposito registro e poi lasciarle quando termina l’orario di lavoro”.
Oltre alla testimonianza dei due carabinieri vi è in atti anche la deposizione del teste Scarascia – primo maresciallo della Marina Militare ancora in servizio, vicepresidente del circolo sottufficiali quando la signora era all’economato. Questo ha dichiarato “ che l’8-9 luglio fu chiamato dalla guardiana in quanto c’erano due carabinieri al circolo e ivi giunto trovò il questore Cimino che gli chiese dove fosse l’ordine di servizio della signora di cui peraltro non sapeva nulla per cui telefonò al Presidente Di Gaeta che si trovava a Santo Stefano il quale gli rispose che non c’era niente e che se la sarebbe vista lui, mentre il Cimino trasecolava dicendo di aver visto l’ordine di servizio firmato dal Capo di Stato Maggiore in data 24/6/99 (cf.pag.23 trascrizione)”. Stranamente il teste Scarascia pur essendo Vice Presidente del Circolo non sapeva nulla delle nuove direttive in merito all’accesso al luogo di lavoro. Inoltre ha dichiarato a pag. 31 e 32 che le chiavi l’8/7/99
non erano a disposizione di chi doveva entrare nell’ufficio ma che mentre prima era appese dietro la porta sotto la cassaforte della presidenza, poi non c’erano più”.
Sta di fatto che nonostante la D’Amico fosse al secondo giorno di rientro al lavoro dalle ferie nessuno le aveva detto che erano cambiate le norme durante la sua assenza nonostante avesse visto il Presidente, il Tesoriere ed il Questore. Soltanto dopo la chiamata al 112 uno dei carabinieri le comunicò “ che non era più segretaria di allora ma era una segretaria normale e comunque per accedere al luogo di lavoro doveva prendere le chiavi nella hall, previa firma in apposito registro e poi lasciarle quando terminava l’orario di lavoro”.
Va anche sottolineata la circostanza che detta sostituzione avveniva a seguito di congedo ordinario della D’Amico che dopo un periodo di 20 + 20 giorni di assenza per malattia per cervicobracalgia riconosciutale dall’Ospedale Militare della Spezia, aveva presentato la richiesta di ferie per 25 giorni che le erano state concesse a decorrere dall’8/6/99 senza che fosse evidenziata alcuna esigenza di servizio ostativa.
Detta modifica organizzativa pur essendo stata originata secondo la difesa del Ministero della Difesa, dalla circostanza che le precedenti chiavi erano in possesso di tutto il personale e ciò impediva di garantire la riservatezza della documentazione relativa agli iscritti al circolo, doveva essere in ogni caso tempestivamente comunicata a tutti i dipendenti compresa la D’Amico senza che la stessa fosse umiliata al punto di dover sostare nel corridoio e nel locale lavanderia senza che le venisse detto ciò che tutti sapevano.
Il teste Pippi, maresciallo dei carabinieri addetto al centro operativo in Arsenale, incaricato di svolgere le indagini sul Circolo Sottufficiali, alla pag. 30 e seguenti della trascrizione ha precisato che “ la cosa nasce per una lettera che il marito della D’Amico fece”.
La spiegazione di tutto è in questo esposto dal quale scaturì una relazione dei carabinieri alla Procura Militare dalla quale si evinceva per quanto concerne le feste del circolo una discrepanza tra la spesa rilevata sui libri contabili delle varie associazioni che facevano le feste e l’importo indicato sugli statini di spesa del Circolo che era inferiore, In particolare il teste Pippi ha ricordato un episodio in cui grazie alla signora D’Amico fu trovato un documento di introito generale delle feste del cerimoniale privato dell’anno 1998 che prima non si trovava.
La teste Botti cameriera del Circolo Sottufficiali dal 92 al 2000 ha dichiarato di essere a conoscenza come tutte le persone del Circolo di sollecitazioni fatte alla D’Amico da parte del colonnello La Motta di modificare i dati di bilancio del Circolo alle quali la ricorrente ha sempre opposto un netto rifiuto (cf. pag 44 e seguenti trascrizione). In particolare la teste ha riferito “ di avere personalmente sentito il Presidente Misiscia ed il Tesoriere Ciciriello dire alla ricorrente di cambiare i bilanci perché continuavano ad arrivare sollecitazioni da parte del colonnello La Motta. Allora la D’Amico ha detto: “io non farò questo fatto perché comunque non è corretto, se voi me lo mettete per iscritto e lo controfirmate magari ci posso anche pensare, diversamente questi sono i registri e lo fate voi” (cf. pagg 45 e 46).
La Botti su richiesta del giudice ha anche descritto il clima che si era venuto a creare intorno alla D’Amico che mentre in un primo tempo era benvoluta da tutti, poi era stata “massacrata” (cf.pag.56) in quanto veniva accusata di essere una ladra da parte di Angelo Oliva, gestore della mensa del Circolo negli anni 98/99 e di non essere degna del lavoro che faceva da parte di capo Galasso che cercava di fare attorno a lei terra bruciata (cf. pag.52) come avvenne per esempio durante un rinfresco tenuto per un collega che si sposava in cui disse “ quando c’è da mangiare, da prendere soldi lei è sempre presente”. Anche il Presidente Di Gaeta ricorda che la mise in guardia nei confronti della D’Amico dicendo di non fidarsi di lei “perché è un vero serpente…non le posso dire altro”.
La D’Amico è stata emarginata, isolata ed umiliata da tutti, così ha concluso la sua deposizione la teste Botti.
Anche il teste Scarascia Vice Presidente del Circolo Sottufficiali quando la signora D’Amico era all’economato ha dichiarato (cf. pagg 7 e seguenti della trascrizione) che la stessa più volte aveva sollecitato il Presidente del Circolo ad attenersi alle regole per la contabilità in quanto “ contrariamente a tali regole alcuni pagamenti di fatture venivano effettuati dal cameriere Oliva e non dall’economa o dal tesoriere”; che aveva anche segnalato la scomparsa di documenti contabili invitando inutilmente il Presidente del Circolo ad intervenire per poter lavorare con serenità (cf. pag 21);
che l’Oliva accusava apertamente la signora di rubare, che il Capo Galasso diceva che la D’Amico invece di fare l’economa avrebbe dovuto andare a fare “lo spurgo dei pozzi neri”, che l’aiutante Cimino diceva alla signora che doveva limitarsi a fare il lavoro di copiatura delle schede senza valutarne la correttezza amministrativa (pag.25); che il Presidente Di Gaeta l’8/7/99 disse alla D’Amico che era una vipera e che doveva schiacciarla prima”.
Il teste Andrenelli, Capo di Stato Maggiore a Maridipart dal 92 al 95 ha confermato il rapporto informativo positivo portante la sua firma sulla signora D’Amico ed ha anche ricordato che negli anni 92 – 93 mancavano all’appello dieci milioni di materiali dal bar del Circolo Sottufficiali e che fu avviata una indagine sia penale che amministrativa durante la quale la D’Amico collaborò mostrando professionalità e diligenza tanto che servendo una contabile per le medicine all’Ospedale Militare fu fatto il nome della ricorrente che tuttavia non aveva chi la sostituiva al Circolo Sottufficiali in quanto la Vitale, interpellata disse che non era capace e che non se la sentiva per esigenze familiari. Ha anche detto di essere rimasto esterrefatto per “ il licenziamento” della D’Amico in quanto in Marina era la prima volta che succedeva una cosa del genere.
Anche il teste Simone, Presidente del Circolo dal 91 al 92, ha detto che in quel periodo tutti volevano bene alla D’Amico che era sempre disponibile e che quando la Vitale fu assente per sei mesi fece il suo lavoro sebbene fosse inferiore.
Il teste Ragosta a pag 16 della trascrizione, dopo aver lavorato per otto anni con la D’Amico come capo carico del Circolo Sottufficiali, la descrive sempre allegra, disponibile e competente.
Il prof. Gilioli nel corso della propria deposizione testimoniale ha fatto una vera e propria lezione di medicina precisando in particolare che se ci sono delle continue sollecitazioni di carattere emotivo, degli stimoli continui è chiaro che questi possono mantenere attivo il processo, al limite possono anche peggiorare la situazione (cf. pag.22), che la situazione psichica in cui versa la D’Amico può venire alimentata nel senso che persistono, sono uno stillicidio di situazioni negative ripetute nel tempo, alimentano la patologia (cf. pag.21).
Occorre ora parlare più approfonditamente del provvedimento n. prot. 85/48499/I del 13/11/2000 avente ad oggetto “Risoluzione del rapporto di lavoro per infermità della dipendente D’Amico sottoscritto dal Capo di Stato Maggiore C.V. Angelo Donini (v. doc. n.6 in atti).
Detto provvedimento veniva emesso durante una visita a cui la ricorrente veniva sottoposta a seguito di istanza di riconoscimento della causa di servizio richiesto dalla stessa e pendente la causa del lavoro per cui la signora D’Amico presentava ricorso d’urgenza ex artt. 669 bis e segg. e 700 c.p.c. .-
Da un lato infatti D’Amico Mirella risulta di fatto essere stata collocata in quiescenza dall’Amministrazione della Difesa con corresponsione della indennità sostitutiva del preavviso prevista dall’art. 21, 4° comma CCNL e dell’indennità di buonuscita, di ferie godute, ecc (cf. prod. N.6 del fascicolo di parte ricorrente).
Dall’altro lato da un punto di vista meramente formale non è emersa alcuna risoluzione del rapporto di lavoro intercorrente fra la D’Amico e il Ministero della Difesa.
A riprova della fondatezza dei timori espressi dalla ricorrente nel proposto ricorso ex art. 700 c.p.c. vi è il fatto che soltanto in data 13/2/2001 è pervenuta alla D’Amico una nota del Capo di Stato Maggiore in cui si dice testualmente “ che visto il ricorso ex art 700 c.p.c. inteso alla sospensione del provvedimento di risoluzione del rapporto di lavoro e in attesa dell’accertamento medico legale di idoneità di II istanza nonché della verifica circa la sussistenza della malattia professionale da parte dell’I.N.A.I.L., la procedura di risoluzione del rapporto di lavoro va revocata con riserva di adottare i provvedimenti conseguenti all’esito dei menzionati provvedimenti conseguenti all’esito dei menzionati provvedimenti”.
Va al riguardo precisato altresì che la P.A. dovrà anche regolare con urgenza dal punto di vista economico la posizione della D’Amico che dall’Ottobre 2000 non percepisce alcun emolumento e che ha anche un figlio che studia all’università di Firenze e sulla quale grava altresì un mutuo di £ 40.000.000 ottenuto dalla Banca Commerciale per la ristrutturazione della casa di abitazione. Le suddette circostanze rendono sussistente il c.d. periculum in mora
Dichiara la persistenza del rapporto di lavoro intercorso fra D’Amico Mirella ed il Ministero della Difesa con l’obbligo da parte del Ministro pro tempore di emettere con urgenza i provvedimenti economici conseguenti a tale dichiarativa. La spese al definitivo. Fissa termine perentorio di 30 giorni per l’instaurazione del giudizio di merito.”
Il Ministero della Difesa opponente deduceva, quale unico motivo di opposizione, la circostanza in base alla quale alla D’Amico non sarebbero dovute le competenze mensili maturate successivamente alla data del 31/10/2000 in quanto, da tale momento, la stessa si trovava nella situazione delineata dall’art. 21, comma 2 del CCNL Comparto Dipendenti Ministeriali, che prevede la possibilità per il pubblico dipendente di assentarsi per un ulteriore periodo di 18 mesi da sommare a quanto previsto dal comma 1 del medesimo articolo, “nell’ipotesi di casi particolarmente gravi, ma senza diritto alla retribuzione”.
In altre parole, Il Ministero della Difesa riteneva che la D’Amico, a far tempo dal 31/10/2000, si trovasse nella situazione della così detta aspettativa non retribuita con conservazione del posto di lavoro per un periodo di 18 mesi, ma senza diritto alla retribuzione.
E’ vero come è stato detto nell’arringa finale dell’Avvocato dello Stato che la situazione è “ingarbugliata”, ma è altrettanto vero che se poca chiarezza c’è stata, questa è riferibile esclusivamente al comportamento del Ministero della Difesa che ha indotto la ricorrente a ritenersi licenziata in quanto tutto, anche successivamente, ha militato in tale direzione. La Commissione di I^ istanza aveva definito infatti la signora D’Amico “ permanentemente inidonea al servizio ” ed il Capo di Stato Maggiore C.V. Donini l’aveva qualificata permanentemente inidonea a qualsiasi proficuo lavoro (cf. prod. n 6).
Va infine sottolineata “dulcis in fundo” la segnalazione fatta da parte della Commissione Medico Ospedaliera dell’Ospedale Militare della Spezia con lettera 30/9/2000 alla Motorizzazione Civile ed alle Prefetture della Spezia e di Isernia che la D’Amico era affetta da malattia non compatibile con l’idoneità alla guida.
In merito a tale circostanza i medici escussi come testi: dott. Di Lella, Mafera, Lezza e Gilioli hanno escluso che sia prassi corrente costante per la patologia da cui era affetta la D’Amico all’epoca dei fatti che si inizi un procedimento per la revisione della patente. In particolare il teste Gilioli ha escluso la sussistenza di pericolosità sociale della D’Amico ed ha detto che almeno il 10% degli italiani e forse anche di più assumono i farmaci prescritti alla ricorrente.
Per tutti questi fatti fin’ora esposti, per completezza va detto che la signora D’Amico ha presentato alla Procura della Repubblica della Spezia varie denunce come risulta dalla documentazione in atti.
In particolare per quanto riguarda le irregolarità nella gestione della contabilità denunciata dalla D’Amico ai suoi superiori con lettera del 4/2/99 (cf. prod.n.2) in sede penale il giudice Alessandro Ranaldi, pur non ritenendo il verificarsi di alcun reato ha rilevato tuttavia la sussistenza di una gestione disinvolta e non regolare evidenziando in questo modo la vericidità di quanto sostenuto dalla ricorrente nella lettera del 4/2/99.
Ritiene questo giudice che la signora D’Amico sia stata vittima di un processo denigratorio della sua personalità morale attraverso le frasi ingiuriose quali risultano dalle testimonianze precedentemente indicate e i comportamenti così come sono stati descritti che risultano antigiuridici anche singolarmente considerati ed a maggior ragione se valutati nel loro insieme rendono evidente la volontà persecutoria in suo danno. Si tratta di condotte contrarie ai più elementari canoni di buona fede e correttezza contrattuale, scientemente realizzate per mortificare la lavoratrice dimostrando che ella conta così poco da non meritare neppure di essere informata su scelte che la riguardano direttamente.
La dimostrazione dell’esistenza di un collegamento tra i vari episodi denunciati dalla ricorrente e dianzi esposti è desumibile dalla decisione di irrogarle una sanzione disciplinare (a nulla conta se poi è stata annullata per motivi formali) laddove la lavoratrice si era legittimamente rivolta ai carabinieri per poter rendere la propria prestazione lavorativa che di fatto le veniva impedita; dall’invio a casa dei carabinieri per avere le chiavi del cassetto della sua scrivania creando allarme nei vicini di casa quando attorno alla figura della D’amico era già stato creato un clima di sospetto sulla sua onestà: le dicevano che rubava.
Inoltre dall’Istruttoria della causa sono emerse altre due circostanze che evidenziano un particolare accanimento nei confronti della D’Amico: la ricorrente è stata ritenuta portatrice di malattia socialmente rilevante da parte della Commissione Medico Ospedaliera dell’Ospedale Militare della Spezia con invio agli uffici della Motorizzazione Civile e della prefettura delle province della Spezia e di Isernia affinché le venisse ritirata la patente di guida.
E’ la prima volta che questo giudice in 20 anni di lavoro vede un accanimento così pervicace nei confronti di una lavoratrice da parte di funzionari della pubblica amministrazione che si rifiutano anche di adempiere l’ordine del giudice “ di regolare con urgenza dal punto di vista economico la posizione della D’Amico che dall’Ottobre 2000 non percepisce alcun emolumento”.
Alla luce delle considerazioni fin qui esposte deve quindi essere confermata, senza ombra di dubbio, la responsabilità civile dei funzionari civili e militari preposti alla direzione ed alla sorveglianza del Circolo Sottufficiali del Ministero della Difesa della Spezia per violazione dell’art. 2087 c.c. in relazione ai danni subiti dalla signora D’Amico a causa delle condotte vessatorie realizzate nei suoi confronti.
Dalla documentazione amministrativa prodotta in atti e dall’istruttoria espletata emerge una chiara situazione conflittuale tra l’Amministrazione e la ricorrente in quanto la stessa, come è stato già detto, ha subito nell’ambiente di lavoro un clima di ostilità, provocazioni e vessazioni, permeato da una serie di velate minacce, piccole e sottili allusioni e maldicenze sul proprio conto e sul proprio operato, con una tensione costante e perdita di serenità sul posto di lavoro. Tali eventi le hanno procurato come concluso dalla CTU medica espletata, i danni che si vanno ad esaminare, non prima di precisare che la dott.ssa Benedetti, specialista in psichiatria, nonché collaboratrice del prof. Gian Battista Cassano di Pisa, esperto di chiara fama in campo psichiatrico, ha pienamente riconosciuto il nesso causale ed ha concluso il proprio elaborato peritale affermando: “dalle informazioni contenute nella documentazione prodotta, dai colloqui con la D’Amico, e dall’esame psicodiag
nostica, si configura l’esistenza di un Disturbo dell’Adattamento con ansia e umore depresso, di tipo cronico, secondo i criteri del DSM IV. Poiché per definizione tale disturbo non può superare la durata di sei mesi, si assume che la sintomatologia, che si protrae nel tempo ormai da svariati anni, avvenga in risposta ad un fattore cronico del DSM IV per il Disturbo Post-Traumatico da Stress di tipo cronico.
Pur considerando le oggettive difficoltà di valutazione delle alterazioni a carico della sfera psichica, e quindi della quantificazione del danno biologico di tipo psichico, considerato come “ violazione dell’integrità psicofisica della persona” (sentenza C.C.184/869, è ammissibile che gli antecedenti in ambito lavorativo abbiano agito sulla struttura temperamentale della D’Amico in misura tale da produrre una sintomatologia di tipo ansioso-depressivo, che ha assunto caratteristiche di cronicità, persistendo lo stimolo negativo dovuto al perdurare anche al momento attuale delle note vicende lavorative e giudiziarie.
e dalle loro conseguenze sulla vita lavorativa e di relazione della D’Amico risultano cadere tra l’1 e il 5%, qualora si consideri la diagnosi di disturbo dell’Adattamento con ansia e umore depresso, di tipo cronico, mentre sono del 21-25% nel caso si consideri la diagnosi di Disturbo post-Traumatico da Stress cronico, di gravità lieve/moderato. Secondo le tabelle di Brontolo e Marigliano, (1996) la quantificazione del danno risulta essere tra il 10 e il 15%.
In sede di discussione orale l’Avvocato dello Stato ha criticato la CTU dicendo che andavano fatte maggiori indagini sulla predisposizione della signora D’Amico a disturbi di tipo psichico.
Anche nella prima relazione peritale l’indagine su una predisposizione della signora D’Amico a tali patologie viene fatta dalla dott.ssa Benedetti che parla di tratti ossessivi di personalità ( e non di personalità intesa come disturbo) che sono presenti frequentemente nella popolazione generale e non sono necessariamente da considerarsi patologici. Essi consistono in caratteristiche di perfezionismo, scrupolo per la precisione, accentuata tendenza all’ordine, meticolosità, rigore in campo etico e religioso e così via (cf. Trattato Italiano di Psichiatria). Anche il dott. Moscatelli che effettua l’esame psicodiagnostica su incarico del CTU “ non rileva elementi significativi per un disturbo di personalità premorbosa, né dati anamnestici indicativi di un disturbo strutturale preesistente”.
Secondo l’interpretazione costituzionalmente orientata che analogamente alla Cassazione ne ha dato la Corte Costituzionale (Sent. N. 233 dell’11/7/2003), la norma infatti chiarisce la portata del neminem ledere nelle relazioni interpersonali con specifico riferimento alle situazioni normativamente previste e tipizzate, oltre l’aspetto meramente patrimoniale del danno; il risultato non è più quello di un ambito di tutela risarcitoria ristretto al danno morale ( che a questo punto diventa riparabile anche quando non derivi da un fatto penalmente rilevante) ma la possibilità di una tutela piena dei diritti inviolabili della persona (art. 2 Cost.). Nella categoria del danno non patrimoniale, quindi, superata la bipartizione nelle componenti del danno morale e del danno biologico, la figura aggiuntiva del danno esistenziale si presta a salvaguardare il profilo relazionale-sociale dell’individuo, che viene così protetto in tutte le attività e manifestazioni espressive della person
alità anche esteriori laddove il danno morale è inteso come dolore, interiore sofferenza, patimento o stato di angoscia secondo a definizione fornita dalla Corte Costituzionale.
Questa pluralità di danni derivanti dal mobbing dovrebbe essere una remora per i datori di lavoro dal porre in essere comportamenti lesivi della personalità del lavoratore e uno sprone a vigilare per evitare che vengano perpetrate azioni aggressive e vessatorie da parte dei collaboratori e dei preposti in genere.
Si dovrebbe arrivare insomma ad una maggiore umanizzazione del lavoro cos’ come propugnato anche dal papa Giovanni Paolo II nell’Enciclica Laborem Exercens dedicata “agli uomini del lavoro” che mediante il lavoro non solo trasformano la natura adattandola alle proprie necessità ma anche realizzano se stessi come uomini ed anzi, in un certo senso, diventano più uomini.
La strada è ancora lunga atteso che l’International Labour Office (ILO) denuncia una tendenza generalizzata all’aumento delle violenze psicologiche in ambito lavorativo riscontrabile in tutti i paesi del mondo.
Il paese con il più alto numero di mobbizzati risulta essere la Gran Bretagna con il 16,3%, seguono la Svezia (10,2%), la Francia (9,9%) e la Germania (7,3%).
L’Italia si colloca agli ultimi posti della graduatoria con solo il 4,2% dei casi, ma secondo gli studiosi del fenomeno il dato non rappresenta adeguatamente la realtà in quanto spesso non vi è ancora consapevolezza da parte della vittima della possibile qualificazione come mobbing di una serie di condotte vessatorie sul luogo di lavoro.
Da una più completa indagine empirica effettuata in Italia da EGE risulta su un campione di 301 vittime intervistate, che più del 38% provengono dal settore delle industrie produttrici di beni e servizi, mentre il 21% di esse si riscontrano nel settore della Pubblica Amministrazione.
Tale dato va ulteriormente integrato con i dati relativi al altri settori presi separatamente in considerazione nell’indagine di EGE.
In particolare un altro 15% di casi si riferisce al settore degli istituti di credito e delle Poste, in gran parte settore pubblico – privatizzato; un ulteriore 12% di casi si riferisce al settore scuola, in gran parte pubblico; l’8% dei casi, infine, riguarda il settore Sanità, anch’esso largamente pubblico. Il dato concernente la struttura della pubblica Amministrazione appare quindi addirittura prevalente rispetto agli altri. Ciò è spiegato (cf. Ege i numeri del mobbing. La prima ricerca italiana) con l’inefficienza dell’organizzazione, fattori di competizione interna, con la struttura interna degli incentivi nonché con la inefficienza del monitoraggio, della distinzione e distribuzione delle competenze individuali. Queste possono essere le chiavi stesse di soluzione e di prevenzione delle situazioni di mobbing.
Si è reputato opportuno da parte di questo giudice di riportare tali dati in quanto in una città di provincia qual è La Spezia la vicenda della signora D’Amico ha fatto piuttosto scalpore e di mass media le hanno dedicato grande attenzione facendo entrare in questo processo la Marina Militare che occupa un ambito particolarmente rilevante in questa città. Va precisato che non è la Marina Militare ad essere posta sotto accusa, ma soltanto le persone di questa causa, così come è avvenuto negli altri procedimenti cui si è fatto dianzi riferimento concernenti il settore Poste, scuola o sanità.
Le assenze della ricorrente sono dipese dalla patologia ansioso depressiva che è stata contratta a causa dell’ambiente di lavoro a far data dall’anno 1999 circa e tale complessiva situazione è ascrivibile ad inadempimento del datore di lavoro.
Si osserva che, nel caso di specie, ci si trova di fronte ad un’ipotesi di assenza per malattia determinata da infortunio sul lavoro la quale non può essere assunta sotto il disposto dell’art. 2110, 1°-2° comma, c.c., per la considerazione che detta norma ha riguardo (anche) ad assenze per malattia non dovute né ad origine professionale (per la quale valgono le norme sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, di cui al d.P.R. n. 1124 del 1965) né ad inadempimento del datore di lavoro. In caso contrario, l’inadempimento (quindi, un illecito contrattuale) potrebbe giustificare, alla scadenza del periodo di assenza dal lavoro preveduto dalla contrattazione collettiva ( il c.d. periodo di comporto), la risoluzione del rapporto di lavoro.
In altri termini, a parte l’ipotesi della tutela I.N.A.I.L., non può essere consentito al datore di lavoro di procedere a risolvere il rapporto avvalendosi di una clausola di legge al maturarsi di una situazione che origina da un suo inadempimento contrattuale (ovvero, anche extracontrattuale).
Insegna infatti la Suprema Corte ( Sezione Lavoro, n. 4959 dell’8/3/2005) che ove le assenze per malattia siano causate dalla violazione da parte del datore di lavoro dello specifico obbligo di tutelare l’integrità psico-fisica del lavoratore (art.41, comma 2° della Costituzione) di esse non deve tenersi conto ai fini del superamento del periodo di comporto.
Non vale inoltre osservare che il lavoratore può sempre agire per il risarcimento dei danni (per violazione dell’art. 2087, c.c., o per violazione della generale clausola del neminem ledere): tale risarcimento, infatti, è volto a ristorare i danni discendenti dalla violazione delle succitate norme ma non ad apprestare protezione alla perdita del posto di lavoro, come, testimonia il caso di specie.
Il presente caso appare essere dunque più affine all’ipotesi di assenza del lavoratore per infortunio sul lavoro per il quale l’art. 22 CCNL dipendenti comparto ministeriale, di settore, cit., sancisce il diritto del lavoratore alla conservazione del posto di lavoro fino a completa guarigione clinica; certamente, essendovi nel caso l’inadempimento del datore di lavoro ai propri doveri contrattuali, ne consegue l’impossibilità di fare applicazione della normativa sul comporto (art.2110, 1°-2° comma, c.c. ed art 19, CCNL citato) e ne discende il diritto del lavoratore alla conservazione del posto per tutta la durata della sua malattia.
Risponde infatti ad un’evidente ragione di giustizia parificare il mobbing all’infortunio sul lavoro riconoscendone tutte le condizioni previste dalla legge ed in particolare l’occasione di lavoro e la causa violenta. A conferma di tale assunto va evidenziato come già nell’art. 10 comma IV del D.L.vo 38/00 nell’ambito della riclassificazione delle malattie professionali il legislatore abbia prevista la possibilità di inserire tra le malattie professionali tabellate anche “liste di malattie di probabile e di possibile origine lavorativa” come il Consiglio di Amministrazione dell’I.N.A.I.L. con delibera del 26/7/01 abbia riconosciuto il mobbing come fattore di infortunio sul lavoro programmando la creazione di un comitato scientifico ad hoc per la individuazione dei protocolli diagnostici.
Per tale motivo anche i decreti ingiuntivi emessi da questo giudice su istanza di parte ricorrente nei confronti del Ministero della Difesa vanno confermati.
In ordine al quantum debeatur va rilevato che le voci di danno di cui questo giudice deve tener conto sono soltanto quelle richieste nel ricorso introduttivo del presente giudizio quali il danno biologico, il danno morale, il danno esistenziale e il danno patrimoniale, quest’ultimo sia in relazione ad danno emergente che al lucro cessante.
Ogni domanda ulteriore proposta in corso di causa o nelle note conclusive deve essere dichiarata inammissibile perché considerata o domanda nuova o domanda già compresa nelle voci di danno già richieste.
Quest’ultima considerazione vale per la richiesta di risarcimento dei seguenti danni punitivi, edonistici, alla privacy, all’immagine, estetici, riflessi per il figlio ed il marito, professionali, che sono tutti aspetti del danno esistenziale nel quale rientra a parere di questo giudice qualsiasi danno che l’individuo subisca alle attività realizzatrici della propria persona ossia la lesione di qualsiasi interesse giuridicamente rilevante per la persona, risarcibile nelle sue conseguenze non patrimoniali.
Relativamente invece alla richiesta del danno derivante dal mancato guadagno relativo all’attività di pranoterapeuta, si tratta di domanda nuova tardivamente proposta e come tale inammissibile in quando necessitante di uno specifico ed ulteriore accertamento con allargamento del tema di indagine. Anche la richiesta di differenze retributive non può essere ammessa poiché nel ricorso originario a pag. 28 si fa riferimento alle differenze retributive tra le mansioni corrispondenti alla qualifica di inquadramento (IV) e quelle effettivamente esercitate di fatto (VII) “riservandosi di promuovere con atto a parte essendo la presente controversia di più immediata rilevanza per la ricorrente”. Quindi non si conclude in ricorso né per la richiesta di risarcimento professionale, né per la corresponsione delle differenze retributive, né per il risarcimento danno per il mancato guadagno per l’attività di pranoterapeuta non più potuta coltivare, che vengono presentate invece nelle note co
nclusive ove si chiede anche per la prima volta di pubblicare la sentenza su tre quotidiani di tiratura nazionale. Si tratta di domanda inammissibile perché nuova.
Per quanto riguarda in particolare la circostanza relativa all’attività di pranoterapeuta che la D’Amico assume di aver svolto con il proficuo guadagno consistente in un ritorno economico di circa Euro 1.500,00 al mese, non sussiste alcuna prova in ordina al quantum richiesto ed all’intensità con la quale veniva espletato tale secondo lavoro che potrebbe configurare, se adeguatamente provato, oltre che illecito disciplinare anche ipotesi di evasione fiscale.
Il thema decidendum del presente giudizio va circoscritto quindi in punto di quantificazione del danno subito da Mirella D’Amico per mobbing alle seguenti voci di danno: danno patrimoniale, danno biologico, danno morale e danno esistenziale.
La domanda relativa al risarcimento del danno patrimoniale così come proposta va respinta.
La ricorrente chiede a titolo di danno emergente il rimborso di tutte le spese ed i costi che ha dovuto, deve e dovrà sopportare per la sua cura, la sua assistenza, l’assistenza in casa e quant’altro che quantifica in Euro 1.170.364,41, distinguendo tra le spese mediche, farmacologiche, riabilitative, legali e di collaborazione documentate e già sostenute pari ad Euro 76.766,41 di cui 57.516,97 già riconosciute a titolo di provvisionale e le ulteriori spese preventivabili in futuro, attesa la cronicità della malattia.
Osserva questo giudice che è vero che ha liquidato a titolo di provvisionale la somma di Euro 57.516,97 con sentenza non definitiva in data 22/6/2004 riconoscendo in questo modo la legittimità delle spese sostenute, ma è altrettanto vero che la provvisionale ha tenuto conto della forte conflittualità esistente tra le parti nella prima fase della causa e del conseguente disorientamento della ricorrente quale si evince dai numerosi medici e studi legali consultati.
Con il passar del tempo la situazione indubbiamente si è sedimentata, il CTU ha emesso una diagnosi precisa per cui non appaiono più giustificabili spese così elevate e soprattutto consulti con tanti medici anche perché mi sovviene il vecchio adagio “ Turba medicorum mors certa”.
Inoltre se nella fase acuta della malattia vengono provati giustamente oltre ai farmaci, anche la psicoterapia, i massaggi anti-stress e le cure termali, nella fase cronica qualsiasi terapia viene diluita nel tempo e perde quelle caratteristiche di intensità e concentrazione che aveva all’inizio.
Se da principio si consultano i più grandi luminari del settore poi normalmente è lo stesso cattedratico che affida la paziente al medico curante della ASL di appartenenza ove esiste peraltro uno specifico Servizio di Psichiatria a cui possibile accedere pagando soltanto il ticket e non somme ben più rilevanti degli studi privati.
E’ principio consolidato in tema di rimborso di spese sanitarie la circostanza che queste, se effettuate in strutture private, possano essere rimborsate solo in caso in cui si dimostri che le strutture pubbliche non abbiano quel servizio oppure siano insufficienti o abbiano tempi lunghi di attesa.
Per cui, applicando tale principio al caso in esame, ne deriva che non avendo parte ricorrente dimostrato tutto ciò, non è possibile continuare a rimborsarle spese mediche o psicoterapeutiche presso studi privati. Quanto poi ai massaggi di cui si chiede il rimborso non è stata fornita la prova che essi in questa seconda fase siano veramente indispensabili.
Alla luce di quanto fin qui esposto va tuttavia precisato che se in un futuro vi fosse necessità di procedere ad ulteriori spese riconducibili al mobbing ed indispensabili ai fini terapeutici, la ricorrente potrà sempre proporre una nuova azione quando sarà accertabile e stimabile l’effettivo pregiudizio tenendo conto tuttavia del principio precedentemente esposto relativo alla prova che le strutture sanitarie pubbliche non sono in grado di fornire le prestazioni richieste.
La ricorrente chiede altresì la corresponsione a titolo di lucro cessante di tutte le mensilità che vanno fino al collocamento in quiescenza oltre alle voci accessorie previste dai CCNL ed oltre alla corresponsione del TFR..
Si osserva in proposito che la signora D’Amico, contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione di I Istanza, non è da considerarsi permanentemente inidonea al servizio, ma semplicemente portatrice di una invalidità al 30% (secondo le conclusioni del CTU) per cui può riprendere a lavorare.
Il lavoro oltretutto può essere terapeutico se svolto, ovviamente, in un luogo diverso da quello in cui si è maturato il mobbing.
Anche il Prof. Gilioli (teste di parte ricorrente) ha dichiarato che la signora D’Amico ha un disturbo, ma non tale da interferire così pesantemente nelle sue capacità di lavoro a condizione che la situazione ambientale sia idonea (cf. pag.20 della trascrizione).
Il Ministero della Difesa ha diversi uffici sia alla Spezia sia in altre città per cui la ricorrente potrebbe essere collocata in uno di questi. Tenuto conto della situazione ambientale creatasi nell’Ufficio economato del Circolo Sottufficiali della Spezia non è umanamente esigibile che il pubblico dipendente offra le sue capacità lavorative, deve essere il Ministero convenuto che ha la visione generale dei vari uffici a darle un termine per riprendere il servizio dove ritiene più opportuno, tenuto conto della professionalità finora acquisita dalla stessa e del suo vissuto in ambito lavorativo.
Il rapporto di lavoro tra la D’Amico ed il Ministero d’altronde non è mai cessato come ha avuto modo questo giudice di statuire nell’ordinanza emessa in data 3/4/2001.
Soltanto dopo il deposito della CTU tuttavia il giudizio di permanente inidoneità al servizio è stato ribaltato per cui è comprensibile per cautela nessuna delle due parti in causa abbia messo in mora l’altra, cosa che potrà tuttavia essere ora fatta.
Alla luce di quanto finora esposto nessuna somma di denaro può essere data alla D’Amico a titolo di lucro cessante anche perché le mensilità pregresse sono state tutte corrisposte in parte grazie ai decreti ingiuntivi dalla stessa richiesti che vanno tutti confermati.
Per quanto riguarda il rimborso delle spese di collaborazione domestica futura, non si reputa di concederle atteso che anche in questo caso manca la prova della necessità di un aiuto in casa atteso che la ricorrente non è affetta da depressione grave ed è perfettamente in grado di badare a se stessa ed alla propria casa.
Ella peraltro appare in udienza sempre in forma e molto curata per cui si ritiene che possa occuparsi allo stesso modo anche della sua abitazione.
Se è vero inoltre che la ricorrente si è separata dal marito e vive sola, essendo il figlio a Firenze, non pare a questo giudice che abbia veramente bisogno di un aiuto in casa per un importo mensile di circa Euro 1.000,00. Va sottolineato inoltre che occuparsi della propria casa può anche distrarla dal suo problema ed avere quindi un valore terapeutico.
Seguendo il ragionamento espresso dalla signora D’Amico nelle note conclusive, si arriverebbe a rimborsarle per i prossimi 25 anni anche un giardiniere visto che è emerso dall’istruttoria che a seguito dei fatti per cui è causa non si è occupata più non solo della casa ma anche del giardino. Neanche le ulteriori spese legali previste in un costo complessivo non inferiore a Euro 250.000,00 spettano in quanto saranno eventualmente liquidate dai giudici delle singole cause.
Il mobbing realizzato in danno della signora D’Amico ne ha leso prima di tutto la sua salute tanto è vero che ne è derivato (ex art. 32 della Costituzione) un danno biologico da inabilità permanente accertato dal CTU, come è stato già detto, dal 25% al 30%.
Il concetto di danno (dal latino demere che significa letteralmente togliere e vuol dire perciò privare un individuo di un bene che gli appartiene) è necessariamente legato ad una alterazione intervenuta nell’individuo rispetto ad una situazione antecedente e consiste nel passaggio dalla salute alla malattia o nell’aggravamento di un fatto patologico preesistente (Puccini 1995).
Ritiene il giudicante che appare rispondente a giustizia riconoscere alla ricorrente il 30% in conformità anche a quanto detto dal dott. Gilioli in udienza.
Per il calcolo del danno biologico ritiene lo scrivente di basarsi sulle tabelle di Milano del 2003 applicate anche presso la Corte di Appello di Genova. Seguendo tale criterio, considerando che i punti calcolati sono 30, l’età della signora D’Amico alla presentazione del ricorso era di 45 anni, applicando il demoltiplicatore 0,78 si giunge ad una somma pari ad Euro 79.591,35 per l’inabilità permanente. Per quanto riguarda l’invalidità temporanea la si calcola a far tempo dal 10/7/99, cioè dalla data nella quale venne diagnosticato per la prima volta lo stato ansioso depressivo reattivo.
L’incapacità lavorativa derivante da tale patologia era già stata accertata dal dott. Lezza nella relazione del 22/2/2000 eseguita per conto della procura della Spezia. Alla data della presente sentenza, ossia del 13/5/2005 quindi i giorni di invalidità temporanea sono 2134 che vanno moltiplicati per 51,65 pro die con un totale di euro 110.221,10.
Per quanto il danno morale sulla spettanza del quale già si è detto considerando la qualità, la frequenza e la durata delle azioni ostili e il dolore che hanno provocato, si ritiene equo liquidare tale danno in misura ad un mezzo del danno biologico ((79.591,35 + 110.221,10) pari ad Euro 94.906,221. Altrettanto appare congruo liquidare per il danno esistenziale ossia per il deterioramento generale della qualità della vita anche futura che questo giudice ritiene vada riconosciuto oltre al danno morale in quanto investe due diversi aspetti della persona: quello morale, l’aspetto più intimo ed interiore, quello esistenziale, quello esteriore.
L’impostazione prevalente evidenzia che il danno morale attiene il “sentire” mentre quello esistenziale attiene al “non fare”.
In conclusione le somme spettanti alla ricorrente a titolo di risarcimento del danno ammontano complessivamente ad euro 362.511,71 = e possono così riepilogarsi:
Euro 62.478,17 = a titolo di danno biologico da inabilità permanente, già detratti Euro 17.113,18 = percepiti dalla ricorrente a titolo di buonuscita e indennità sostitutiva del preavviso (Euro 79.591,35) =per inabilità permanente – Euro 17.113,18);
Euro 110.221,10 = a titolo di danno biologico da inabilità temporanea;
Euro 94.906,22= a titolo di danno morale;
Euro 94.906,22= a titolo di danno esistenziale.
Va invece respinta la domanda di declaratoria di illegittimità nel merito del provvedimento disciplinare disposto ma non irrogato in quanto annullato per motivi di forma. La decisione del Collegio Arbitrale è infatti di accoglimento dell’eccezione preliminare proposta dalla stessa ricorrente che appare assorbente rispetto a qualsiasi pronuncia di merito essendo comunque cessata la materia del contendere anche se per motivi diversi da quelli sperati dalla ricorrente.
Le spese processuali, liquidate come da dispositivo in relazione al valore della causa ed all’attività processuale svolta, detratti gli importi già liquidati nella provvisionale, seguono la soccombenza come pure le spese di CTU e di trascrizione, liquidate con decreto a parte.
La presente sentenza va dichiarata per legge provvisoriamente esecutiva.
Il Giudice monocratico, in funzione di giudice del lavoro Dott.ssa P. Fortunato
Visto l’art. 429 c.p.c., udite le conclusioni dei procuratori delle parti, definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza e deduzione disattesa
Dichiara la responsabilità civile del Ministero della Difesa in persona del Ministro pro-tempore per i comportamenti e gli atti mobbizzanti subiti dalla signora Mirella D’amico.
Condanna pertanto tale Ministero, come sopra rappresentato, a pagare alla ricorrente le seguenti somme:
Euro 62.478,17= a titolo di danno biologico da inabilità permanente, già detratti Euro 17.113,18= percepiti dalla ricorrente a titolo di buonuscita e indennità sostitutiva del preavviso (Euro 79.591,35=per inabilità permanente- Euro 17.113,18=);
Euro 110.221,10= a titolo di danno biologico da inabilità temporanea;
Euro 94.906,22= a titolo di danno esistenziale;
oltre rivalutazione ed interessi sulle somme rivalutate dalla domanda al saldo.
Conferma i decreti ingiuntivi emessi da questo giudice su istanza della sig.ra D’Amico nei confronti del Ministero della Difesa.
Rigetta il resto.
Condanna il Ministero della Difesa in persona del Ministro pro-tempore al pagamento delle spese processuali, detratto quanto già liquidato in sentenza parziale, che liquida in complessive Euro 42.875,50=, di cui Euro 10.876,00= per diritti, Euro 26.220,00= per onorari, Euro 17,50= per spese, oltre 12,50% di spese generali, C.P.A. ed I.V.A. come per legge.
Pone definitivamente a carico di parte convenuta le spese di C.T.U. e di trascrizione liquidate con decreto a parte.
Autorizza la provvisoria esecuzione della sentenza.
La Spezia, 13 maggio 2005
Il CANCELLIERE IL GIUDICE MONOCRATICO
M. Del Giacco Dott.ssa P. Fortunato
Depositata in cancelleria il 1 Luglio 2005
M. Del Giacco

References: provvedimento n. 
 art. 700
 sentenza 
 sentenza 
 art. 32
 sentenza 
 sentenza