Source: http://questionegiustizia.it/articolo/stupefacenti-e-ragionevolezza-delle-pene_14-07-2015.php
Timestamp: 2019-03-24 01:06:55+00:00

Document:
QUESTIONE GIUSTIZIA - Stupefacenti e ragionevolezza delle pene
Stupefacenti e ragionevolezza delle pene
Giudice presso il Tribunale di Vercelli
Come noto, l'art. 73 DPR 309/90 diversifica oggi il trattamento sanzionatorio per droghe leggere e droghe pesanti solo per i fatti non lievi. Un simile assetto è ragionevole? E se è irragionevole, vi sono strumenti per investire della questione la Corte costituzionale? Una prima risposta in senso negativo è nella sentenza qui in commento
Si prevede al comma 1 che: chiunque senza l'autorizzazione di cui all'articolo 17, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede o riceve, a qualsiasi titolo, distribuisce, commercia, acquista, trasporta, esporta, importa, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo o comunque illecitamente detiene, fuori dalle ipotesi previste dagli articoli 75 [e 76] (soppresse), sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alle tabelle I e III previste dall'articolo 14, è punito con la reclusione da otto a venti anni e con la multa da euro 25.822 ad euro 285.228.
Al comma 4 che: se taluno dei fatti previsti dai commi 1, 2 e 3 riguarda sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alle tabelle II e IV previste dall'articolo 14, si applicano la reclusione da due a sei anni e la multa da euro 5.164 ad euro 77.468.
E al comma 5 che: salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell'azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329.
Il secondo asse portante è invece costituito dalla riunificazione dei fatti lieve entità, indipendentemente dalla tipologia di stupefacente, leggera o pesante, sotto l’autonoma fattispecie penale di cui all’attuale quinto comma: processo, questo, già avviato prima dell’intervento della Corte Costituzionale, mediante l’introduzione – con decreto-legge 78/2013, convertito con modificazioni dalla legge 94/2013 - di una fattispecie penale autonoma relativa ai fatti di lieve entità e con pena unica (reclusione da 1 a 5 anni e multa da euro 3.000 a euro 26.000).
Quanto alla misura della pena, in particolare, il punto di equilibrio tra il principio di legalità e i principi costituzionali di colpevolezza e della funzione rieducativa della pena ( art. 27, commi primo e terzo, Cost.) che postulano l’individualizzazione del trattamento sanzionatorio – indispensabile alla funzione rieducativa della pena e, come tale, sempre affermata dalla Corte Costituzionale (v. ex plurimis C. Cost. 14.4.1980, n. 50) - risiede nella predeterminazione legale, per ogni figura di reato, di una cornice edittale di pena, cioè di un minimo e di un massimo entro il quale il Giudice dovrà scegliere la pena adeguata a ogni singolo caso concreto.
- il legislatore non può limitarsi a fissare il minimo della pena e lasciare indeterminato il massimo (cd. divieto di pene indeterminate);
- la cornice edittale deve essere individuata dalla legge con precisione (divieto di cornici edittali imprecise);
- la cornice edittale non deve essere troppo ampia così da rendere solo apparente la determinazione legale della pena (divieto di cornici edittali troppo ampie);
- la legge deve fornire al giudice criteri vincolanti per la commisurazione in concreto della pena all’interno della cornice edittale (criteri per la commisurazione della pena: art. 132 e 133 c.p).
In particolare, si vedano le pronunce della Corte di Giustizia -Grande Sezione, del 30 novembre 2009, cd. caso Kadzoev in causa C-357/09; Sentenza 28 aprile 2011, caso El Dridi, causa C-61/11, in tema di reati concernenti l’immigrazione irregolare.
Ma il diritto euro-unitario si muove sulla falsa riga del già diritto comunitario: che è la salvaguardia dell’efficacia di se stesso: presupposto fondamentale è infatti che la materia riguardata sia di competenza unionista, come tale trattata da un atto normativo dell’Unione ( in questo caso si trattava della direttiva 2008/115/CE in tema di rimpatri); e l’adozione del parametro di proporzione risponde al fine di sottrarre allo Stato membro usi della sanzione penale che siano sproporzionati non solo e non tanto alla condotta di reato in sé e per sé - secondo un giudizio assiologico nel quale, peraltro, la Corte di Giustizia non avrebbe alcun titolo per sovrapporsi al Legislatore nazionale -; quanto, e piuttosto, all’effetto utile, al risultato che l’atto unionista si pone: nel caso di specie costituito dall’assimilazione tra Stati membri della regolamentazione dei rimpatri dei cittadini non appartenenti all’Unione irregolarmente presenti sui rispettivi suoli nazionali, nel senso del più veloce rimpatrio degli stessi, a ben vedere ostacolato dall’instaurazione di un processo penale, con eventuale pena espianda, nello Stato a quo.
Si veda, ad esempio, C. eur. dir. uomo, Grande Camera, sent. 18 luglio 2013, Maktouf e Damjanovic c. Bosnia Erzegovina: pronuncia che si caratterizza per l'importante presa di posizione della Grande Camera in merito all'estensione applicativa dell'art. 7, § 2, CEDU: il quale, recependo la c.d. “formula di Radbruch”, sancisce che il principio di legalità «non ostacolerà il giudizio e la condanna di una persona colpevole di una azione o di una omissione che, al momento in cui è stata commessa, costituiva un crimine secondo i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili».
Noto essendo che le teorie di Radbruch intendevano contrastare le teorie del "ius quia iussum" propugnate da Hans Kelsen e, in parte, anche da Georg Jellinek, improntate al positivismo giuridico.
Ma, fatti salvi detti particolari incentrati posti dalla Giurisprudenza delle Corti Internazionali, in ipotesi, e soprattutto con finalità assai diverse da quelle connotanti il caso in commento, non si ritiene – in sintonia con le conclusioni assunte, in punto di rilievo, dal Tribunale di Torino, che ha ravvisato come unico sbocco della questione, alternativo a una declaratoria secca di manifesta infondatezza, quello di una sentenza di monito al Legislatore - che vi siano spazi per un sindacato tecnico sull’uso della discrezionalità del Legislatore nella graduazione della sanzione penale, salvi i già esaminati vincoli posti a salvaguardia della legalità della pena stessa e del processo di commisurazione del Giudice.
Ma in questo caso la vulnerazione del principio di offensività – e, per esso, dei principi di colpevolezza e della funzione rieducativa della pena - sarebbe talmente ficcante, da tracimare dal sindacato tecnico sulla graduazione della pena, per rientrare appieno nella - si ripete - consolidata giurisprudenza sull’offensività negativa della condotta.
Non sempre deve essere rideterminata la pena!
L'ordinanza con la quale il giudice del Tribunale di Torino ha rigettato l'incidente di esecuzione con cui si era chiesta la rideterminazione della pena per il reato ex art.73 V comma DPR 309/90
art.73 V cofini-giovanardi
La fine del giudicato (e delle complicate conseguenze di certe politiche sicuritarie)
Le motivazioni della sentenza Cass. SSUU 42858/2014
Come interpretare la disciplina “di risulta” dell’art. 73 dpr 309/90 dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 32 del 2014?
L'autore affronta gli effetti della dichiarazione di incostituzionalità, tra cui la "sopravvivenza" dell'art. 73, comma 5, DPR 309/90, e della sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità

References: sentenza 
 art. 27
 art. 132
 Sentenza 
 § 2
 sentenza 
 art.73

art.73
 sentenza 
 sentenza