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Sentenza Cassazione Civile n. 10470 del 12/05/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10470 del 12/05/2011
Cassazione civile sez. lav., 12/05/2011, (ud. 06/04/2011, dep. 12/05/2011), n.10470
P.F., elettivamente domiciliato in Roma, piazza Cola
di Rienzo n. 69, presso lo studio dell’Avv. Boer Paolo, rappresentato
e difeso dall’Avv. Boffa Mauro, giusta delega a margine del
avverso la sentenza n. 451/07 della Corte d’appello di Genova,
depositata in data 30.5.07; R.G. 587/06;
uditi gli Avvocati Fusillo e Boer per delega Boffa;
1.- Con ricorso al giudice del lavoro di Savona, il rag. P. F. premesso di avere, quale iscritto alla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per i Ragionieri e i Periti Commerciali (CNPR) dal 1966, ottenuto la pensione di anzianità con decorrenza febbraio 2003, a seguito di domanda presentata il 5.6.02, esponeva che la prestazione era stata liquidata in base alla delibera del Comitato dei delegati della Cassa del 22.6.02, per la quale la base di calcolo cui applicare il coefficiente di rendimento era portata dalla media dei migliori 15 redditi annuali degli ultimi 20 anteriori alla maturazione del diritto a pensione, alla media di tutti i redditi professionali percepiti per ogni anno di contribuzione.
Ritenendo illegittima la liquidazione, P. chiedeva il ricalcolo della pensione secondo i criteri anteriori al 22.6.02, anche in applicazione del principio del pro rata per le quote di pensione maturate prima del 31.1.03, con condanna della Cassa agli arretrati dalla data di decorrenza della pensione, con interessi e danno da svalutazione.
2.- Rigettata la domanda, proponeva appello P. ribadendo le sue tesi e lamentando che l’applicazione del criterio del pro rata fatta dal primo giudice era basata su erronea interpretazione della L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 12, comma 3 di riforma del sistema pensionistico.
3.- Con sentenza pubblicata il 30.5.07, la Corte d’appello di Genova accoglieva l’impugnazione e dichiarava il diritto dell’assicurato alla riliquidazione della prestazione dall’1.2.03, per l’anzianità di iscrizione maturata sino a tale data sulla base dei criteri previsti dagli artt. 49 e 50 del regolamento di esecuzione della Cassa vigenti prima della Delib. 22 giugno 2002, condannando la stessa a corrispondergli le differenze sui ratei arretrati, dalla data di decorrenza della pensione, oltre interessi.
4.- Rilevava la Corte di merito che la delibera 22.6.02 attuava la L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 12, comma 3 per il quale gli enti previdenziali privatizzati (quale la CNPR) erano tenuti ad assicurare la stabilità delle rispettive gestioni su un arco temporale non inferiore a 15 anni mediante l’adozione di provvedimenti di variazione delle aliquote contributive, di riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico. La norma prevedeva, tuttavia, che tali poteri dovessero rispettare il principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate all’introduzione delle dette modifiche.
Il giudice di merito non riteneva, inoltre, che nella specie potesse tenersi conto delle modifiche apportate alla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12 della L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 763, (Legge Finanziaria 2007), il quale, nell’elevare ad un arco temporale non inferiore a trenta anni la stabilità delle gestioni previdenziali degli enti privatizzati e lasciando alla loro discrezionalità i limiti di applicazione del principio del pro rata, faceva salve le deliberazioni da essi adottate prima che entrasse in vigore la legge.
5.- Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione la Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per i Ragionieri e i Periti Commerciali, cui risponde l’assicurato con controricorso e memoria.
6.- La Cassa ricorrente deduce la violazione della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12 (nel testo originario e nel testo risultante dalla modifica introdotta dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763) e della L. 30 dicembre 1991, n. 414, art. 1 sotto i seguenti tre profili.
6.1.- Primo motivo. Parte ricorrente sostiene che la L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12 non sarebbe applicabile nel caso di specie, in cui la Cassa ha proceduto non ad un riequilibrio finanziario, ma ad una riforma integrale dell’ordinamento, della struttura, delle fonti di approvvigionamento e delle modalità di erogazione delle prestazioni, la quale si è concluso con il passaggio dal sistema retributivo (a ripartizione) a quello contributivo (a capitalizzazione) a decorrere dall’1.1.04.
6.2.- Secondo motivo. La L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763, della nel modificare il testo della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, avrebbe validato i provvedimenti in precedenza adottati dagli Enti di previdenza e ritualmente approvati dai Ministeri vigilanti, anche se contrastanti con il testo precedente dell’art. 3, comma 12, atteso che in caso contrario essa non avrebbe alcun senso e risulterebbe superflua, in ragione dell’irretroattività della nuova e più elastica normativa introdotta in materia dalla L. n. 296 del 2006.
6.3.- Terzo motivo. Dato che, ai sensi della L. n. 414 del 1991, art. 1 il calcolo della pensione può avvenire esclusivamente al momento della maturazione dei requisiti di diritto, è alle norme vigenti in questo momento che va fatto riferimento per la considerazione dell’anzianità contributiva, che deve essere necessariamente considerata unitariamente, non essendo possibile in questo momento il suo frazionamento in più tronconi per effettuare separati conteggi per ciascun periodo e sommarne i risultati. Nel caso di specie, alla data della delibera del 22.6.02 l’assicurato non aveva ancora maturato il diritto alla pensione, che sarebbe maturato solo il 31.1.03 con la presentazione della domanda; dovrebbe trarsene dunque la conseguenza che lo stesso non potesse vantare un diritto da tutelare con lo strumento deliro rata.
1.- La Cassa di previdenza propone anche un quarto motivo, con cui lamenta l’omessa motivazione circa la rilevanza o meno del momento in cui viene a maturazione il diritto a pensione, che nel caso di specie decorre dall’1.2.03 e, quindi, da momento successivo alla delibera 22.6.02.
8.- Il ricorso non è fondato.
9.- La controversia trae origine dalla delibera 22.6.02 del Comitato dei delegati della Cassa, per la quale la base di calcolo cui applicare il coefficiente di rendimento era stata portata dalla media dei migliori 15 redditi annuali degli ultimi 20 anteriori alla maturazione del diritto a pensione, alla media di tutti i redditi professionali percepiti per ogni anno di iscrizione e contribuzione Il sistema di calcolo così introdotto (ulteriormente modificato con la delibera 7.6.03, qui non rilevante) determinava una diminuzione sull’ammontare delle pensioni rispetto a quello che sarebbe stato il risultato con il sistema precedente, e quindi una minor misura della quota della pensione retributiva già maturata. Di qui la controversia, con cui il professionista ha chiesto e ottenuto le differenze di pensione, sostenendo che detta quota doveva invece essere mantenuta intatta in forza della la regola del pro rata sancita dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, che per quanto qui interessa recita: “Nel rispetto dei principi di autonomia affermati dal decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, relativo agli enti previdenziali privatizzati, allo scopo di assicurare l’equilibrio di bilancio in attuazione di quanto previsto dall’art. 2, comma 2, del predetto decreto legislativo, la stabilità delle rispettive gestioni è da ricondursi ad un arco temporale non inferiore a 15 anni. In esito alle risultanze e in attuazione di quanto disposto dall’art. 2, comma 2, del predetto decreto, sono adottati dagli enti medesimi provvedimenti di variazione delle aliquote contributive, di riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico nel rispetto del principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti, dai provvedimenti suddetti. Gli enti possono optare per l’adozione del sistema contributivo definito ai sensi della presente legge.
La Cassa ricorrente solleva sostanzialmente tre questioni: 1) (n. 6.3, terzo motivo di ricorso) è che il principio del pro rata non sarebbe applicabile, in via assoluta; b) (n. 6.1, primo motivo) la regola del pro rata di cui al citato L. n. 335 del 1995, art. 3 non opererebbe nel caso della delibera in esame, perchè non concernente un mero processo di riequilibrio finanziario, ma una riforma integrale dell’ordinamento attraverso il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo; e) (n. 6.2, secondo motivo) la delibera in contestazione avrebbe in ogni caso ricevuto sanatoria ad opera dello ius superveniens di cui alla citata L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763.
10.- Fatta questa premessa, deve rilevarsi l’infondatezza del terzo motivo di ricorso, da trattarsi prioritariamente in quanto inerente principi di carattere generale e che, come tale, ove accolto, sarebbe in grado di determinare in radice l’annullamento della sentenza impugnata.
Questo orientamento è stato però disatteso dalla successiva giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. 24.09.10 n. 20235 e 16.11.09 n. 24202). Cass. n. 24202 rileva che il principio del pro rata – come questa Corte ha già avuto occasione di ritenere (v. la sentenza n. 22240 del 25.11.04) – non può che essere inteso nel senso enunciato (dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12), laddove – con riferimento specifico ai lavoratori (iscritti all’assicurazione generale obbligatoria ed a forme sostitutive ed esclusive della stessa e) soggetti, nel passaggio dal sistema retribuivo al sistema contributivo di calcolo della pensione, ad entrambi i sistemi (cioè ai lavoratori che possono far valere un’anzianità contributiva inferiore a diciotto anni) – stabilisce che, in tale caso, la pensione è determinata dalla somma: a) della quota di pensione – corrispondente alle anzianità acquisite anteriormente al 31 dicembre 1995 (cioè, alla entrata in vigore del sistema contributivo) – calcolata, con riferimento alla data di decorrenda della pensione, secondo il sistema retribuivo previsto dalla normativa vigente precedentemente alla predetta data; b) della quota di pensione corrispondente ai trattamento pensionistico relativo alle ulteriori anzianità contributive calcolato secondo il sistema contributivo.
11.- Le argomentazioni testè svolte conducono pianamente al rigetto anche del primo motivo di ricorso (v. n. 6.1), con cui si sostiene che la L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, imporrebbe l’applicazione del principio del pro rata solo nei casi di “riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico”, e non già nei casi di opzione per il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo.
D’altra parte anche il sistema del pro rata rientra nell’ambito di previsione della stessa L. n. 335 del 1995, art., 1, comma 2 che recita “le disposizioni della presente legge costituiscono principi fondamentali di riforma economico-sociale della Repubblica, le successive leggi della Repubblica non possono introdurre eccezioni o deroghe alla presente legge, se non mediante espresse modificazioni delle sue disposizioni”.
12. Parimenti infondato è il secondo motivo (v. n. 6.2) con cui si prospetta che la delibera del 2002 sarebbe in ogni caso “divenuta legittima” ad opera dello ius superveniens, ossia della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763. Tale norma sostituisce della L. n. 335 del 1995, il art. 3, comma 12, primo e secondo periodo: col primo si innalza l’arco temporale da prendere in esame per assicurare l’equilibrio di bilancio degli enti previdenziali privatizzati da 15 a 30 anni; col terzo periodo (sostitutivo del secondo della precedente norma) si dispone che: “l’esito alle risultanze e in attuazione di quanto disposto dal suddetto art. 2, comma 2, sono adottati dagli enti medesimi, i provvedimenti necessari per la salvaguardia dell’equilibrio finanziario di lungo termine, avendo presente il principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti e comunque tenuto conto dei criteri di gradualità e di equità fra generazioni. … Sono fatti salvi gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli enti di cui al comma 1 ed approvati dai Ministeri vigilanti prima dell’entrata in vigore della presente legge”.
12.1.- Con l’ordinanza n. 124 del 2008 la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale di detta disposizione, censurata in riferimento agli artt. 3, 4, 24 e 38 Cost., nella parte in cui fa salvi gli atti e le deliberazioni adottati dagli enti previdenziali ed approvati dai Ministeri vigilanti prima dell’entrata in vigore della legge stessa e determina – secondo il rimettente – la sanatoria della Delib. 22 giugno 2002 del Comitato dei delegati della Cassa nazionale, della cui legittimità si controverteva nel giudizio a quo. Ha affermato la Corte che la questione non sembrava diretta a dirimere un dubbio di legittimità costituzionale ma si risolveva nella richiesta alla Corte di un avallo all’interpretazione, non univoca nè basata su un diritto vivente, che il rimettente riteneva dovesse essere attribuita alla norma impugnata.
12.2.- La principale differenza rispetto alla norma precedente, che imponeva il rispetto del principio dei pro rata, è l’attenuazione di esso: non deve più esser “rispettato” ma si deve averlo presente tenendo altresì conto dei criteri di gradualità e di equità fra generazioni; il principio è un vincolo non più cogente, bensì elastico in quanto concorrente con esigenze di gradualità e di equità tra generazioni. Ciò significa che dal primo gennaio 2007 l’autonomia regolamentare degli enti non incontra più i limiti posti dal vecchio testo della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, ma quelli, meno rigidi, del nuovo testo.
La stessa Cassa ricorrente riconosce che non si tratta di norma interpretativa e quindi retroattiva, ma di disposizione destinata ad operare dall’1.1.07, secondo la legge medesima, art. 1, u.c.. La Cassa invoca, però, l’ultima parte della disposizione per cui “Sono fatti salvi gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli enti di cui al comma 1 ed approvati dai Ministeri vigilanti prima dell’entrata in vigore della presente legge e sostiene che ciò che il legislatore ha voluto è proprio di far salve, per il passato, le delibere e gli atti adottati nell’esercizio di un’autonomia spintasi, in ipotesi, oltre i limiti stabiliti dalla previgente normativa, ratificando e “sanando” l’irregolarità commessa. Aggiunge la Cassa, infatti, che la disposizione sarebbe del tutto inutile se interpretata nel senso di far salvi solo gli atti pregressi purchè validi, giacchè gli atti validi non hanno necessità di alcuna ratifica.
12.3.- Tale tesi è infondata.
12.4 – Va disattesa, inoltre, la tesi che solo con l’interpretazione propugnata dalla CNRP la disposizione troverebbe ragion d’essere, mentre, diversamente opinando sarebbe del tutto inutile.
13.- Il quarto motivo, prima ancora che infondato, è inammissibile.
Nè a diverse conclusioni potrebbe giungersi tenendo conto del riferimento fatto alla L. 30 dicembre 1991, n. 414, art. 1, comma 4, sia per la mancata formulazione del quesito di diritto ex art. 366 bis c.p.c. in relazione all’eventuale violazione di tale norma, sia perchè, secondo il costante orientamento di questa Corte, la violazione o falsa applicazione di norme di diritto, che, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ricorre nel caso di errata interpretazione o applicazione di una norma, non può essere denunciata in Cassazione come vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, perchè tale vizio è riferito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, alla ricostruzione della concreta fattispecie e può dare luogo solo al controllo della giustificazione del giudizio sulla ricostruzione del fatto (cfr, ex plurimis, Cass. 10.1.95 n. 228 e 12.4.02 n. 5271).
14.- In definitiva il ricorso va rigettato.
Deve dunque affermarsi che è illegittimo il provvedimento di liquidazione della quota retributiva di pensione (avendo determinato il reddito professionale, su cui liquidare la pensione, non già, com’era in precedenza, sulla base “dei quindici redditi professionali annuali dichiarati dall’iscritto ai fini Irpef per gli ultimi venti anni di contribuzione anteriori a quello di maturazione del diritto a pensione”, ma sulla base della “media di tutti i redditi professionali annuali”), ove effettuato dalla Cassa in violazione della regola del pro rata di cui alla L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 12, comma 3 applicabile anche alle pensioni per cui è causa.
Deve, inoltre, affermarsi che il disposto della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763 va interpretato nel senso che la disposta salvezza degli atti e delle deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli enti di cui al D.Lgs. n. 509 del 1994 ed approvati dai Ministeri vigilanti, non vale a sanare la illegittimità idei provvedimenti adottati in violazione della precedente legge vigente al momento della loro emanazione.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 12
 sentenza 
 art. 12
 art. 3
 art. 1
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 art. 3
 art. 1
 art. 1
 art. 3
 art. 1
 art. 3
 art. 1
 art. 3
 art. 3
 art. 1
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 Cass. 
 Cass. 
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 art. 3
 art. 3
 art. 1
 art. 3
 art. 2
 art. 3
 art. 1
 art. 1
 art. 366
 Cass. 
 art. 12
 art. 1