Source: http://www.studiolegalegennaroorlando.it/category/civile/
Timestamp: 2019-02-20 16:37:34+00:00

Document:
Civile | Studio Legale Gennaro Orlando
Home / Archive by category "Civile"
Category Archives: Civile
La vita dei pendolari e per chi viaggia utilizzando i treni ogni giorno non è semplice. Il più delle volte si è costretti a viaggiare con vagoni affollati e condizioni precarie.
La Cassazione con sentenza n.3720/2019 ha respinto la richiesta di risarcimento per danno esistenziale avanzata da un professionista residente a Piacenza che aveva chiesto i danni patrimoniali, biologici, morali ed esistenziali dovuti ai ritardi dei treni, dell’affollamento degli stessi, alla mancata pulizia dei vagoni e alla stanchezza cronica da ansia e stress.
In primo grado il Giudice di pace di Piacenza nel 2008 aveva dato ragione al pendolare, condannando la compagnia ferroviaria a risarcirlo con mille euro. Il giudice di primo grado ritenne che i fatti denunciati dall’uomo costituivano violazione dei diritti fondamentali che attengono al rispetto della personalità e all’intangibilità della dignità dei cittadini, e che avevano determinato situazioni esistenziali al limite della sopportabilità.
Il giudice d’appello, invece annullava il risarcimento. Il giudice di secondo grado riteneva che il ricorrente non aveva dimostrato, e neppure allegato, il presupposto della gravità dell’offesa, necessario al fine di ritenere risarcibile il danno non patrimoniale. In particolare, il pendolare residente a Piacenza aveva esposto i disservizi e lo stato dei treni solo su un piano generale e astratto.
Infatti, ai fini del riconoscimento del danno esistenziale, non sarebbe stato sufficiente provare i disservizi del sistema ferroviario, che integra l’inadempimento del vettore, ma sarebbe stato onere dell’attore, dimostrata questa premessa, provare che tali disservizi avevano inciso in senso negativo nella sua sfera di vita, alterandone e sconvolgendone.
Per la Corte di Cassazione bisogna provare l’effetto dei disservizi sul piano personale. I giudici della Corte hanno precisato che “sono palesemente non meritevoli di tutela risarcitoria, invocata a titolo di danno esistenziale, i pregiudizi consistenti in disagi, fastidi, disappunti, ansie ed ogni altro tipo di insoddisfazione concernenti gli aspetti più disparati della vita quotidiana che ciascuno conduce nel contesto sociale” c che ogni persona, inserita nel complesso sociale, deve accettare, in virtù del dovere di convivenza, “un grado minimo di tolleranza”.
In particolare, ha ritenuto che dalle richieste istruttorie articolate, peraltro non ammesse, fosse possibile, al limite, evincere l’esistenza dei disservizi ma non certo le conseguenze degli stessi sulla persona dell’attore e sulle sue relazioni sociali.
Cassazione sentenza n.3720/2019
Semaforo giallo? La sanzione non è esclusa
Al semaforo scatta il giallo e non riesci ad arrestare la corsa della tua auto?
I giudici della sesta sezione civile della Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 567 dell’11 gennaio 2019 hanno stabilito che la breve durata della luce gialla non esclude la sanzione.
Il Consiglio Nazionale delle Ricerche indica un tempo di 4 secondi del giallo, da incrementare congruamente in presenza di mezzi pesanti e di tratti in salita. Se passo con il giallo rischio una sanzione?
I fatti. A una automobilista veniva elevato verbale redatto dalla Polizia Municipale in cui si accertava la violazione del C.d.S., art. 146, comma 3.
La donna alla guida dell’autovettura proponeva opposizione davanti al Giudice di Pace territorialmente competente, sostenendo che la durata di proiezione della luce semaforica gialla fosse stata di tale brevità da non consentire l’arresto in sicurezza del veicolo all’apparire della luce rossa.
Il Giudice adito non accoglieva il ricorso, in quanto riteneva non provato quanto affermato dalla ricorrente. La signora allora ricorreva in appello. Anche il Tribunale, con sentenza n. 927 del 2017, rigettava l’appello ritenendo, da un lato, un semplice errore materiale, la non corretta indicazione della targa del veicolo; la mancanza di riscontro di prova circa l’effettiva insufficiente durata semaforica che innescava la violazione contestata. Precisava, altresì, che il Codice della Strada non dispone nulla circa una durata determinata per la proiezione delle segnalazioni semaforiche luminose.
La signora alla guida dell’autovettura proponeva ricorso in Cassazione lamentando che il Tribunale non avrebbe tenuto conto della valutazione della durata semaforica gialla e che inoltre l’Amministrazione avrebbe anche dovuto dimostrare che i tempi di permanenza del semaforo giallo erano stati adeguati.
I giudici della Corte dichiarano inammissibile il ricorso ritenendo che il Tribunale giustamente ha escluso l’asserita insufficiente durata della luce semaforica: il Tribunale ha escluso l’asserita insufficiente durata della luce semaforica gialla sia perché al cronometraggio effettuato dagli organi della Pulizia Municipale la durata della luce gialla sarebbe risultata adeguata ai sensi della Risoluzione del Ministero dei Trasporti n. 67906 del 200″.
Inoltre, gli organi di polizia attestavano il regolare funzionamento del semaforo e del sistema di segnalazione luminosa depositando in primo grado il certificato di omologazione e il verbale di collaudo e di verifica annuale.
Il Tribunale ha anche accertato che dal primo dei tre fotogrammi costituenti il compendio fotografico risultava come la luce rossa del semaforo era già scattata ancor prima che il veicolo attraversasse la linea semaforica, e il conducente abbia avuto il tempo necessario per effettuare l’arresto del veicolo in sicurezza.
La Corte in questa caso ribadisce che va premesso il compito di valutare le prove e di controllarne l’attendibilità e la concludenza -nonché di individuare le fonti del proprio convincimento scegliendo tra le complessive risultanze del processo quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti – spetta in via esclusiva al giudice del merito; di conseguenza la deduzione con il ricorso per Cassazione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata, per omessa, errata valutazione delle prove, non conferisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, restando escluso che le censure concernenti il difetto di motivazione possano risolversi nella richiesta alla Corte di legittimità di una interpretazione delle risultanze processuali diversa da quella operata dal giudice di merito.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza n. 567 dell’11 gennaio 2019
Importante sentenza del TAR del Lazio sull’uso corretto degli apparecchi di telefonia mobile
Con una sentenza importante ed innovativa il TAR del Lazio, al quale l’associazione per la prevenzione e la lotta all’elettrosmog ha fatto ricorso, obbliga i Ministeri dell’Ambiente, della Salute, dell’Istruzione Università e Ricerca, a provvedere, in attuazione all’art.10 della Legge 36/2001 ed entro sei mesi, ad una campagna informativa rivolta all’intera popolazione avente oggetto l’individuazione delle corrette modalità di utilizzo degli apparecchi di telefonia mobile (cellulari e cordless) e l’informazione dei rischi per la salute e per l’ambiente connessi ad un uso improprio di tali apparecchi.
Nella sentenza i Giudici sottolineano come “l’Associazione abbia prodotto documenti tratti dalla letteratura scientifica dai quali emerge che l’utilizzo inadeguato dei telefoni cellulari e cordless, comportando l’esposizione di parti sensibili del corpo umano ai campi elettromagnetici, può avere effetti nocivi sulla salute umana, soprattutto riguardo ai soggetti più giovani e quindi più vulnerabili, potendo incidere negativamente sul loro sviluppo psico-fisico”.
I giudici sottolineano anche come i rischi paventati dall’associazione non siano stati efficacemente contestati dalle Amministazioni resistenti e che quindi i Ministeri debbano individuare le precauzioni da adottare “(sia da parte degli utenti che dei produttori) per limitare gli effetti potenzialmente nocivi per la salute e sensibilizzare gli utenti in merito ad un uso più consapevole degli
apparecchi di telefonia mobile, al fine di salvaguardare il diritto alla salute che è un diritto costituzionalmente sancito (art. 32 della Costituzione)”.
Quali possono essere i casi di separazione tra i coniugi? La Corte di Cassazione Sezione VI Civile, con l’ordinanza del 3 settembre 2018, n. 21576 si è espressa sull’inosservanza dell’obbligo di fedeltà tra coniugi. La legge ci dice che ci si può separare quando la convivenza è divenuta “intollerabile”.
L’inosservanza coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati, attraverso un accertamento un accertamento rigoroso ed un tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la esistenza di una crisi già in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale.
Quando c’è l’addebito?
Se la richiesta di separazione è stata causata da una colpa dell’altro coniuge (comportamento violento, abbandono della casa, disinteresse e mancata assistenza in un momento di necessità) c’è l’addebito. Chi viene dichiarato responsabile della rottura del matrimonio (e quindi subisce l’addebito) non può rivendicare l’assegno di mantenimento qualora ne avesse diritto (anche cioè se ha un reddito basso) rivendicare diritti sull’eredità dell’ex qualora questi muoia prima del divorzio.
Nel caso in esame, della sentenza della Corte di Cassazione n.21576, traeva origine dal fatto che la Corte d’appello di Catania rigettava l’appello proposto dal ricorrente avverso la decisione del Tribunale di Ragusa che aveva pronunciato la separazione dal coniuge con addebito e con disposizione di versare contributo di mantenimento di euro 300,00 mensili alla moglie e di euro 300,00 mensili per il figlio. La Corte d’appello ha ritenuto che la pronuncia di addebito fosse pienamente giustificata essendo emersi plurime e gravi violazioni dei doveri coniugali. Avverso la menzionata pronuncia il ricorrente ha proposto ricorso per la cassazione fondato su due motivi.
Nel primo motivo il ricorrente ha dedotto la violazione degli articoli 143, 151, comma 2, 2697, codice civile, per avere la Corte territoriale erroneamente addebitato a lui la separazione nonostante non fosse provato il nesso di causalità tra il tradimento e l’incompatibilità coniugale, in realtà risalente a tempo addietro. Nel secondo motivo il ricorrente ha dedotto la violazione dell’art. 156 codice civile e 115 e 116 codice di procedura civile nonché vizio di motivazione, per essersi la Corte sottratta al principio in base a cui il coniuge richiedente è gravato dall’onore di dedurre e dimostrare sia l’an debeatur che il quantum debeatur dell’assegno di mantenimento.
La Corte di Cassazione mediante la menzionata ordinanza n. 21576/2018 ha ritenuto i motivi inammissibili ed ha rigettato il ricorso. Sul primo punto ha motivato la inammissibilità in quanto il motivo in sostanza si risolve in una richiesta di nuova analisi dei fatti che avevano portato alla pronuncia di addebito, riservata al giudice di merito e sottratta se congruamente e logicamente motivata, al giudice di legittimità (Corte di Cassazione, Sezione I Civile, sentenza del 20 agosto 2014, n. 18074). Infatti nell’istruttoria di prime grado era emerso che il ricorrente intrattenesse una relazione extra-coniugale già quando si era allontanato dalla casa coniugale e che non aveva prestato la necessaria assistenza morale e materiale alla moglie. Si tenga, altresì, conto che la prova del nesso causale può essere fornita con qualsiasi mezzo della Corte di Cassazione, Sezione VI Civile, con l’ordinanza del 14 agosto 2015, n. 16859, la quale ha affermato che “in tema di separazione tra i coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre perché non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la esistenza di una crisi già in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale”.
Il secondo motivo, anch’esso è stato ritenuto inammissibile per la medesima ragione. I redditi delle parti, sono stati accertati nel procedimento di primo grado attraverso l’indagine della polizia tributaria, mentre le dichiarazioni rese dai coniugi al consulente tecnico d’ufficio non sono state ritenute idonee, con valutazione incensurabile, a modificare i riscontri di natura documentale. Il ricorso, quindi, è inammissibile.
Corte di Cassazione Sezione VI Civile, ordinanza del 3 settembre 2018, n. 21576
Le regole da seguire se si vuole tenere animali domestici in condominio
Quante volte abbiamo sentito abbaiare i cani del vicino. L’art. 1138 del Codice Civile, come modificato dalla nuova legge n. 220/12 sul condominio, al comma 4 stabilisce chiaramente che “Le norme del regolamento condominiale non possono vietare di possedere o detenere animali domestici”. Ma la possibilità di tenere animali domestici va contemperata con la necessità di rispettare una serie di regole di condotta nel rispetto degli altri abitanti dello stabile.
Nessuna norma condominiale può vietare di detenere animali domestici in condominio, indipendentemente dalle previsioni contrattuali dell’edificio in cui il proprietario dell’animale domestico risiede (Tribunale di Cagliari, Ordinanza 22 luglio 2016, n. 7170).
Il Comune di Gaeta, è intervenuto per fissare un tetto massimo, al numero di animali, che ciascun condomino può detenere in giardini condominiali o privati, quindi in aree aperte. Per quanto riguarda gli spazi chiusi, e quindi gli appartamenti, la limitazione al possesso di animali, è stata proporzionata alla superficie dello stesso, poiché “ciascun animale domestico deve godere di uno spazio minimo pari ad otto metri quadrati“. Ovviamente questa decisione ha scatenato la “rabbia” delle associazioni animaliste, così da portare la questione addirittura davanti al Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio che, però ha rigettato il ricorso presentato da una di queste associazioni, che aveva criticato le modifiche al Regolamento Comunale.
Ci sono regole da seguire: è buona norma rispettare le disposizioni contenute nell’ordinanza del ministero della Salute, entrata in vigore il 23 marzo 2009, che prevede tra l’altro, l’obbligo, per i proprietari dell’animale, di mantenere pulita l’area di passeggio, di utilizzare il guinzaglio in ogni luogo e nel caso di animali aggressivi di applicare la museruola. È sempre prevista la responsabilità civile ex articolo 2052 del Codice civile e penale dei proprietari, in caso di danni o lesioni a persone, animali o cose nonché l’obbligo di stipulare, in caso di animali pericolosi, una polizza di assicurazione di responsabilità civile per danni causati da proprio cane contro terzi.
Per il proprietario del cane, deve mantenere salubre la zona, allontanando i cattivi odori con le necessarie precauzioni, e impedendo che i propri cani non abbaino e facciano rumori, soprattutto durante le ore di riposo.
Posso usucapire uno spazio adibito a parcheggio in condominio? Cosa dice la Cassazione
Il problema del parcheggio delle auto nelle aree condominiali è all’ordine del giorno nelle riunioni di condominio.
Diverse controversie sono nate sull’uso delle aree destinate a parcheggio.
Per aree destinate a parcheggio condominiale s’intendono “gli spazi necessari tanto alla sosta quanto all’accesso dei veicoli” e “possono essere ricavati nella stessa costruzione ovvero in aree esterne o promiscuamente” così l’Art. 9 Circolare Ministero dei Lavori Pubblici 28 ottobre 1967 N. 3210.
Ma un condomino può acquisire per usucapione uno spazio adibito a parcheggio?
L’usucapione da parte di un condomino del diritto di proprietà del posto auto/parcheggio condominiale, secondo la giurisprudenza, è ammissibile. Vediamo perchè.
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 769 del 13 gennaio 2017 ha fornito importanti precisazioni in merito al possibilità per il condomino di divenire proprietario esclusivo del posto auto condominiale, in virtù di usucapione(art. 1158 cod. civ.) «la proprietà dei beni immobili … si acquista(no) in virtù del possesso continuato per venti anni».
Due condomini avevano agito in giudizio nei confronti degli altri condomini, al fine di veder accertato e dichiarato “l’intervenuto acquisto per usucapione di uno spazio adibito a parcheggio, di cui erano proprietari per 2/5”.
Gli altri condomini si costituivano in giudizio, contestando la sussistenza dei presupposti per l’acquisto per usucapione. La domanda veniva rigettata in primo grado e la decisione veniva confermata anche in grado di appello. Ritenendo la sentenza ingiusta, i condomini proponevano ricorso per Cassazione, che riteneva di dover confermare le sentenze pronunciate nei precedenti gradi di giudizio, ribadendo che, affinché “il compartecipe alla comunione inizi il possesso utile ai fini della usucapione, occorra (occorre) che il suo legittimo uso della cosa comune si estenda con il compimento di atti idonei a mutare il titolo del possesso”.
Requisiti necessari sono che il possesso per l’usucapione deve essere continuato/ininterrotto per 20 anni, deve essere pubblico, pacifico (cioè non violento o clandestino) inequivoco (cioè espressione di un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale).
Senonché, nell’ambito di un condominio o di una comunione, il solo possesso ininterrotto del posto auto/parcheggio da parte del condomino (che “compossiede” il bene come comproprietario) non è sufficiente all’acquisto del diritto di proprietà. In particolare, i principi generali in materia di usucapione devono necessariamente essere coordinati con la peculiarità della normativa condominiale, che consente l’uso e il compossesso delle parti comuni, purché non se ne alteri la naturale destinazione e non sia impedito agli altri condòmini di farne parimenti uso (art. 1102, comma 1, cod. civ.).
In tale contesto, assume rilievo il secondo comma dell’art. 1102 cod. civ., per il quale «il partecipante non può estendere il suo diritto sulla cosa comune in danno degli altri partecipanti, se non compie atti idonei a mutare il titolo del suo possesso». In altri termini, per l’usucapione della proprietà comune, occorre qualcosa di più del possesso continuato per un ventennio, essendo necessario quello che, secondo taluni autori, è un’“interversione di fatto”: cioè l’esclusione del compossesso degli altri condomini.
Nota bene che il condomino non può limitarsi a parcheggiare il proprio veicolo su di esso per oltre 20 anni, ma deve recingerlo con delle catenelle, installare dei sistemi antiintrusione, trasformarlo in un box chiudendolo a chiave ecc. In questo caso, infatti, il diritto di comproprietà e il compossesso del singolo condomino si trasformano inequivocabilmente in possesso esclusivo e continuato, utile all’acquisto per usucapione.
Secondo l’ orientamento varato dalla Cassazione (sent. n. 10858/2014) è richiesto perché si manifesti l’intenzione di utilizzare l’area in modo esclusivo la delimitazione della stessa con una sbarra automatica, un cancelletto, una catena con un lucchetto .
Ricorso dei familiari di un recluso suicida in cella: accolto risarcimento dei danni in favore degli eredi
Un pò di sollievo per i parenti di un giovane suicidatosi in cella, che hanno ricercato la verità davanti ai giudici. La sentenza della Cassazione ha ribaltato il verdetto della Corte d’Appello di Catanzaro.
La Corte di Cassazione con sentenza 30985/18 ha accolto il ricorso dei genitori di un detenuto che si era suicidato in carcere ritenendo che il ministero della Giustizia debba risarcire i familiari se prima del tragico evento lo stesso avesse manifestato propositi suicidi e non fu sottoposto ad alcuna visita dello psicologo ne sottoposto a vigilanza speciale o posto in regime comune.
Nella fattispecie, come riporta sportellodeidiritti, i giudici della terza sezione civile della Suprema Corte hanno preso in esame la vicenda scaturita dal ricorso dei genitori e dei fratelli di un detenuto che all’atto di esecuzione del provvedimento restrittivo della libertà personale dichiarava di volersi suicidare e, nonostante la manifestazione di queste intenzioni, non fu sottoposto ad alcuna vigilanza speciale né posto in regime comune.
Per gli ermellini che hanno accolto tutte le doglianze contenute nel ricorso, al contrario, non si può “ragionevolmente” affermare che l’amministrazione penitenziaria abbia adottato “tutte le misure idonee ad evitare l’evento, né che non sussistessero obblighi derivanti da specifiche norme giuridiche”. Il detenuto, non fu sottoposto ad “alcuna osservazione funzionale a verificarne la capacità di affrontare adeguatamente lo stato di restrizione e ciò in quanto al momento dell’ingresso in carcere non c’erano né l’educatore né lo psicologo e questa pur decisiva circostanza non risulta oggetto di alcuna valutazione da parte della Corte territoriale”.
Lavoro nero: i chiarimenti della Corte di Cassazione nelle recenti sentenze.
La Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza n. 26489/2018 si è pronunciata sul tema del lavoro nero. Nel farlo, ha ricordato la sentenza n. 254/2014 della Corte Costituzionale. Con questa sentenza, la Corte Costituzionale non ha dichiarato illegittima a cd. maxi-sanzione sul lavoro nero.
Infatti, la Consulta, si è limitata a dichiarare incostituzionali le sole sanzioni civili con funzione risarcitoria in relazione all’omesso versamento contributivo. Il tutto senza toccare le sanzioni amministrative.
In sede d’appello, la Corte territoriale aveva inoltre dichiarato “non dovuta” la maxi sanzione prevista per il lavoro nero che la direzione territoriale del lavoro, aveva comminato alla società
Secondo il giudice a quo, a seguito della sentenza n. 254/2014 della Corte Costituzionale, la maxi sanzione connessa lavoro nero, sarebbe dovuta essere considerata illegittima.
In Cassazione, però, la Direzione Territoriale del Ministero, ha contestato tale conclusione.
Ciò in quanto i giudici d’appello non avrebbero considerato che l’art. 36-bis, comma 7, lett. a), della legge n. 223/2006, nel modificare il precedente art. 3 del D.L. n. 12/2002, ha introdotto una duplice previsione.
Al primo periodo della disposizione, infatti, viene contemplata la cosiddetta maxi-sanzione amministrativa connessa al lavoro nero. Essa riguarda proprio l’impiego di lavoratori non registrati. Al secondo periodo della disposizione sono previste le sanzioni civili. Queste sono volte a compensare, in forma risarcitoria, il mancato versamento dei dovuti contributi e premi.
Questo significa, che non andava a incidere in alcun modo sulla “maxi-sanzione” amministrativa contemplata dalla citata disposizione normativa. A riguardo, come riporta responsabilitàcivile, la Cassazione sostiene che il ricorso sia fondato. Come emerge dalla sentenza n. 254/2014 della Consulta, risulta che è costituzionalmente illegittimo, per violazione dell’art. 3 Cost., l’art. 36- bis, comma 7, lett. a), del d.l. 223/2006. In particolare, nella parte in cui stabilisce che l’importo delle sanzioni civili connesse all’omesso versamento dei contributi riferiti a ciascun lavoratore non risultante dalle scritture non può essere inferiore a euro 3.000. E questo indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata.
Dunque, la dichiarazione di illegittimità è rimasta circoscritta all’ipotesi delle sanzioni civili legate all’omesso versamento dei contributi per ciascun lavoratore impiegato “in nero”.
Visite fiscali. Quando il lavoratore è esonerato?
In cosa consistono le visite fiscali?
Convivenza more uxorio: cosa succede in caso di morte
E’ la relazione affettiva e solidaristica che lega due persone in comunione di vita. La situazione di fatto che si crea è simile, per molti aspetti, al matrimonio. La Cassazione n. 6381/1993 dichiara che la convivenza more uxorio è legittima per il nostro ordinamento perché non contrasta con il buon costume, l’ordine pubblico e le norme imperative.
La recente legge Cirinnà disciplina la coppia di fatto e prevede il contratto di convivenza ma cosa può accadere nel caso di perdita della vita dell’altro?
Ai fini della risarcibilità del danno subito da un convivente in caso di perdita della vita dell’altro, l’elemento della coabitazione assume un valore recessivo e non dirimente. Riportiamo il caso di una donna che ha presentato ricorso per Cassazione avverso la sentenza con cui la Corte di appello di Milano aveva confermato il rigetto della sua domanda di risarcimento dei danni patiti a seguito della morte del convivente, deceduto a causa di un grave incidente sul luogo di lavoro. La Corte territoriale aveva infatti attribuito rilevanza dirimente alla circostanza che la ricorrente e la vittima avessero luoghi di residenza diversi, escludendo così il configurarsi di una convivenza utile ai fini del risarcimento danni
La Suprema Corte ricorda come il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito, va riconosciuto, sia come danno morale che come danno patrimoniale, solo quando viene dimostrato uno stabile contributo economico apportato in vita, dal defunto al danneggiato. In caso di convivenza more uxorio, oltre a dimostrare tale aspetto occorre anche che venga provato come la relazione fosse stabile e caratterizzata da una mutua assistenza materiale e morale, non essendo sufficienti, a tal fine, le dichiarazioni rese dagli interessati per la formazione di un atto di notorietà o le informazioni che gli stessi hanno fornito alla PA per fini anagrafici. Sempre la Cassazione, ricorda una sua precedente opinione (Cass. civ. n. 12278/2011) dove si afferma come il risarcimento potesse essere riconosciuto anche al convivente, a condizione che venga dimostrato un saldo e duraturo legame affettivo tra essi e la vittima in modo similare al rapporto coniugale.
In soccorso al caso in esame l’ultima sentenza della Corte di cassazione, sezione III civile (sentenza 13 aprile 2018 n. 9178) in cui si ha convivenza more uxorio, rilevante anche ai fini della risarcibilità del danno subito da un convivente in caso di perdita della vita dell’altro, qualora due persone siano legate da un legame affettivo stabile e duraturo, in virtù del quale abbiano spontaneamente e volontariamente assunto reciproci impegni di assistenza morale e materiale: ai fini dell’accertamento della configurabilità della convivenza more uxorio, i requisiti della gravità, della precisione e della concordanza degli elementi presuntivi, richiesti dalla legge, devono essere ricavati in relazione al complesso degli indizi (quali, a titolo meramente esemplificativo, un progetto di vita comune, l’esistenza di un conto corrente comune, la compartecipazione di ciascuno dei conviventi alle spese familiari, la prestazione di reciproca assistenza, la coabitazione), i quali devono essere valutati non atomisticamente ma nel loro insieme e l’uno per mezzo degli altri.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 146
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 2052
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza