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Tag: algoritmi
Pubblicato in: rischio chimico, valutazione dei rischi
Rischio chimico irrilevante e DPI: qualcosa non torna…
Pubblicato il 8 novembre 2017 da Ing. Andrea Rotella
La valutazione del rischio chimico è una roba complessa. Molto complessa. Non a caso sono stati resi disponibili vari algoritmi e applicativi che hanno l’ambizione di supportare il valutatore in questa difficile indagine (da QUI potete scaricarne uno a cui sono particolarmente affezionato: ANA.R.CHIM. – ANAlisi del Rischio CHIMico).
Ultimamente l’ISPRA (Istituto Superiore per laProtezione e la Ricerca Ambientale) ha pubblicato un manuale ed un applicativo (li trovate QUI) che riguardano l’ambito specifico dei laboratori, ma che possono essere usati anche con riferimento ad altri settori. Come al solito, il presupposto è che il valutatore sappia ciò che fa, capisca quali sono i “limiti di batteria” delle metodologie e le usi con molta cautela.
L’argomento di cui vorrei discutere sta a monte di tutto. Siamo alle cosiddette basi, le fondamenta, quelle che se mancano, fanno cadere tutto il resto: manuale, applicativo, metodologia.
L’algoritmo dell’ISPRA (come tanti altri nel genere) contiene un coefficiente che riguarda le misure di prevenzione e protezione dal rischio chimico, citando, tra gli altri, indumenti protettivi, occhiali, guanti…
La domanda che vi pongo è:
nella valutazione del rischio chimico, è lecito tener conto degli effetti protettivi dei DPI per dire se il rischio è irrilevante?
Caso A: conoscete già la risposta. Potete fermare qua la lettura e vi sarete comunque portati a casa ben 2 (diconsi DUE) link da cui scaricare gratis materiale per fare la valutazione del rischio chimico.
Caso B: non conoscete la risposta o siete in dubbio. Potete proseguire la lettura, ma la vostra vita potrebbe non essere più la stessa, dopo (mia moglie dice che esagero sempre ma, intanto, se non avessi esagerato, lei non sarebbe diventata mia moglie).
Per quanto mi riguarda, la risposta è rigorosamente: NO, il rischio deve essere valutato senza tener conto dell’uso dei DPI.
C’è ovviamente una spiegazione, ma non è immediata, pertanto, se non avete la pazienza di leggervi tutto il post, fornirò una spiegazione semplificata e poi quella dettagliata.
Spiegazione breve
Se il rischio chimico è irrilevante, che bisogno ha uno di indossare anche i DPI?
Vengono mai presi in considerazione i DPI ai fini della valutazione dell’esposizione dei lavoratori ad agenti fisici o cancerogeni o biologici?
Posso considerare irrilevante il rischio se lavorassi immerso in una nube di cloro gassoso indossando tute ermetiche e autorespiratore?
Mi rendo conto che così è un po’ pochino, ma non so fare meglio in poche righe.
Se volete saperne di più, da qui parte la spiegazione lunga.
Utilizzerò, allo scopo la Direttiva europea 98/24/CE che è stata da noi recepita nel Titolo IX, Capo I del D.Lgs. n. 81/2008. Perché la Direttiva e non direttamente il Testo unico? Domanda oziosa: perché è scritta meglio e, comunque, il paese membro non può ridurre i livelli di tutela previsti dalla Comunità europea…. Uff, va bene… ve li riporto entrambi.
Iniziamo da qui:
Art. 5, par. 1 della Direttiva 98/24/CE Art. 224, comma 2 del D.Lgs. n. 81/2008
Se i risultati della valutazione dei rischi a norma dell’articolo 4, paragrafo 1, dimostrano che, in relazione alle quantità di un agente chimico pericoloso presenti sul luogo di lavoro, per la sicurezza e la salute dei lavoratori vi è solo un rischio moderato e che le misure adottate a norma dei paragrafi 1 e 2 del presente articolo sono sufficienti a ridurre il rischio, non si applicano le disposizioni degli articoli 6, 7 e 10 della presente direttiva. Se i risultati della valutazione dei rischi dimostrano che, in relazione al tipo e alle quantità di un agente chimico pericoloso e alle modalità e frequenza di esposizione a tale agente presente sul luogo di lavoro, vi è solo un rischio basso per la sicurezza e irrilevante per la salute dei lavoratori e che le misure di cui al comma 1 sono sufficienti a ridurre il rischio, non si applicano le disposizioni degli articoli 225, 226, 229, 230.
Ora lasciate perdere la faccenda che la Direttiva parli di rischio “moderato” (ci siamo passati tutti e non è mia intenzione riaprire una ferita quasi rimarginata ma che continua a puzzare, emettere pus, siero e ogni tanto sanguina nuovamente)… quello che entrambe le norme dicono è che in presenza di rischio moderato/irrilevante, la necessità di ricorrere a ulteriori misure (da noi: art. 225, 226, 229. 230) è scongiurata se altre misure sono state sufficienti a ridurre ulteriormente il rischio.
Tenete bene a mente il riferimento all’art. 225, uno di quelli che non si applicano se il rischio è talmente basso da fare schifo (che poi è la definizione di “irrilevante”)
Quali sono invece le misure che devo adottare se il rischio è irrilevante per non dover applicare quelle degli arti. 225, 226, ecc.? Eccole:
Art. 5, par. 2 della Direttiva 98/24/CE Art. 224, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008
– la progettazione e l’organizzazione dei sistemi di lavorazione sul luogo di lavoro;
– la fornitura di un equipaggiamento al lavoro con agenti chimici e metodi di manutenzione tali da preservare la salute e la sicurezza dei lavoratori sul luogo di lavoro;
– la riduzione al minimo del numero di lavoratori che sono o potrebbero essere esposti;
– la riduzione al minimo della durata e dell’intensità dell’esposizione;
– misure igieniche adeguate;
– la riduzione della quantità di agenti chimici presenti sul luogo di lavoro al minimo necessario per il tipo di lavoro svolto;
– metodi di lavoro appropriati, comprese disposizioni per il trattamento, l’immagazzinamento e il trasporto sicuri sul luogo di lavoro di agenti chimici pericolosi nonché dei rifiuti che contengono detti agenti chimici. a) progettazione e organizzazione dei sistemi di lavorazione sul luogo di lavoro;
b) fornitura di attrezzature idonee per il lavoro specifico e relative procedure di manutenzione adeguate;
c) riduzione al minimo del numero di lavoratori che sono o potrebbero essere esposti;
d) riduzione al minimo della durata e dell’intensità dell’esposizione;
e) misure igieniche adeguate;
f) riduzione al minimo della quantità di agenti presenti sul luogo di lavoro in funzione delle necessità della lavorazione; g) metodi di lavoro appropriati comprese le disposizioni che garantiscono la sicurezza nella manipolazione, nell’immagazzinamento e nel trasporto sul luogo di lavoro di agenti chimici pericolosi nonché dei rifiuti che contengono detti agenti chimici.
Come vedete, non si parla di DPI. Quantomeno non se ne parla esplicitamente. Poi, volendo, possono essere rintracciati tra le righe di alcuni di questi punti. Resta il fatto che non se ne parla esplicitamente.
La faccenda si fa interessante (lo so, mi entusiasmo facilmente) leggendo uno degli articoli che non si dovrebbero applicare se il rischio è irrilevante e lo si è, per di più, ulteriormente ridotto (principio della massima sicurezza tecnologicamente fattibile):
Art. 6, par. 2 della Direttiva 98/24/CE Art. 225, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008
Quando la natura dell’attività non consente di eliminare il rischio attraverso la sostituzione, prendendo in considerazione l’attività lavorativa e la valutazione dei rischi di cui all’articolo 4, il datore di lavoro garantisce che il rischio sia ridotto mediante l’applicazione di misure di protezione e di prevenzione, coerenti con la valutazione dei rischi effettuata a norma dell’articolo 4.
Esse comprenderanno, in ordine di priorità: Quando la natura dell’attività non consente di eliminare il rischio attraverso la sostituzione il datore di lavoro garantisce che il rischio sia ridotto mediante l’applicazione delle seguenti misure da adottarsi nel seguente ordine di priorità:
È qui che la norma Europea è scritta meglio e dice una cosa in più che non è stata trascritta nel recepimento italiano. Dice la Direttiva: tu, datore di lavoro, che mi hai valutato il rischio come non irrilevante, se non lo puoi eliminare, allora prendi la tua valutazione dei rischi e scegli le misure compensative necessarie in questo ordine:
a) la progettazione di adeguati processi lavorativi e controlli tecnici, nonché l’uso di attrezzature e materiali adeguati, al fine di evitare o ridurre al minimo il rilascio di agenti chimici pericolosi che possano presentare un rischio per la sicurezza e la salute dei lavoratori sul luogo di lavoro;
b) l’applicazione di misure di protezione collettive alla fonte del rischio, quali un’adeguata ventilazione e appropriate misure organizzative;
c) l’applicazione di misure di protezione individuali, comprese le attrezzature di protezione individuali, qualora non si riesca a prevenire con altri mezzi l’esposizione.
a) progettazione di appropriati processi lavorativi e controlli tecnici, nonché uso di attrezzature e materiali adeguati;
b) appropriate misure organizzative e di protezione collettive alla fonte del rischio;
c) misure di protezione individuali, compresi i dispositivi di protezione individuali, qualora non si riesca a prevenire con altri mezzi l’esposizione;
d) sorveglianza sanitaria dei lavoratori a norma degli articoli 229 e 230.
Eccoli finalmente i DPI. Compaiono solo tra le misure specifiche di prevenzione e protezione come conseguenza della valutazione del rischio (come mostra meglio la Direttiva), non come suo presupposto. Valutazione, che tra l’altro, deve avere avuto esito di rischio non irrilevante, altrimenti non si sarebbe applicato l’art. 225 (o l’art. 6 della Direttiva).
Sono una misura di protezione rispetto ad un rischio non irrilevante ab origine, impiegata al fine di controllare e gestire il rischio residuo.
Questo sono, nient’altro.
Ragionando in modo differente da questo, arriveremmo all’assurdo che utilizzando i DPI si potrebbe evitare la sorveglianza sanitaria: che li visiti a fare se tanto l’esposizione sotto la maschera di protezione delle vie respiratorie è irrilevante?
Quindi se volete utilizzare l’algoritmo dell’ISPRA, non vi consiglio di considerare l’impiego dei DPI.
Non è un caso se voglio bene ad ANA.R.CHIM.: lì la valutazione è fatta al netto dell’uso dei DPI.
Prima di chiudere, vorrei farvi una recensione del materiale dell’ISPRA, ma non ne ho voglia. Quindi:
Non entrerò nel merito del manuale, ma posso dirvi che, se non è il vostro primo approccio alla materia, sarete in grado da soli di trovare le inesattezze (poche) che vi sono contenute e che, volendo, si possono perdonare data la complessità della materia.
Non entrerò nemmeno nel merito dell’applicativo, ma posso dirvi che è fatto molto bene per essere un foglio di calcolo (tra l’altro, oltre che per Excel è disponibile anche per Access).
E figuratevi, a questo punto, se mi viene in mente di entrare nel merito della metodologia proposta. Posso però dirvi che non è dissimile da altre (Movarisch, per esempio), anzi, a differenza di molte altre, tiene conto dell’effetto cumulato delle sostanze impiegate. Inoltre fa anche una valutazione del rischio chimico per la sicurezza e degli agenti cancerogeni. Insomma, sembra roba buona.
Piuttosto la faccenda è sempre la solita: da dove caspita escono fuori i valori dei vari coefficienti associati, per dire, alle frasi di rischio, alle misure di prevenzione, ecc.? Si dice nella prefazione che l’algoritmo è stato testato, ma sarebbe interessante sapere quale sia stato il campione, su quante sostanze e tante altre belle cose che aiutano a giudicare l’affidabilità scientifica di una metodica.
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References: Art. 5
 Art. 224
 art. 225

Art. 5
 Art. 224

Art. 6
 Art. 225