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Timestamp: 2020-02-19 11:18:33+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 10503 del 12/05/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10503 del 12/05/2011
Cassazione civile sez. I, 12/05/2011, (ud. 19/04/2011, dep. 12/05/2011), n.10503
Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – rel. Presidente –
F.F. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente
domiciliato in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 1, presso gli avvocati
SPINOSO ANTONINO e NAPOLITANI SIMONA, rappresentato e difeso
dall’avvocato POLIMENI DOMENICO, giusta procura a margine del
avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di CATANZARO depositato il
19/02/2008;
19/04/2011 dal Presidente Dott. MARIA GABRIELLA LUCCIOLI;
Con decreto del 12 – 19 febbraio 2008 la Corte di Appello di Catanzaro, pronunciando sulla domanda di indennizzo proposta da F.F. con atto depositato il 13 marzo 2007 per l’irragionevole durata di un processo di lavoro promosso con ricorso depositato il 21 febbraio 1995, definito in primo grado con sentenza del 2 febbraio 2001 ed in grado di appello con sentenza del 29 ottobre 2005, per una durata complessiva di 10 anni e 8 mesi, considerato che dovevano essere addebitati alla parte quattro rinvii immotivati relativi al primo grado ed un anno dalla data della sentenza di primo grado alla proposizione dell’appello, liquidava a titolo di indennizzo la somma di Euro 3.000,00, con gli interessi legali dalla domanda. Condannava altresì il Ministero della Giustizia al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 900,00, di cui Euro mille 500,00 per onorario. Avverso tale decreto ha proposto ricorso per cassazione il F. deducendo sei motivi, corredati dei necessari quesiti e momenti di sintesi. Resiste con controricorso il Ministero della Giustizia. Il ricorrente ha anche depositato memoria.
All’esito della camera di consiglio il Collegio ha disposto darsi luogo a motivazione semplificata.
Con il primo motivo, denunciando violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e dell’art. 6 della CEDU, si censura il decreto impugnato per non aver considerato cha la natura di causa di lavoro del giudizio presupposto e l’oggetto della controversia, concernente l’indennità aggiuntiva prevista dall’accordo integrativo del contratto nazionale di lavoro, imponevano tempi di definizione più brevi. Il motivo è infondato. Questa Corte ha avuto più volte occasione di precisare che ai fini della determinazione della durata ragionevole del processo la natura previdenziale o di lavoro della causa non può giustificare, di per sè, l’applicazione di un termine ridotto di durata, dovendo pur sempre il giudice valutare la complessità della singola causa (v. Cass. 2009 n. 20546).
Con il secondo motivo, denunciando le medesime violazioni di legge, si deduce l’erronea determinazione dell’indennizzo, tenuto conto della natura della causa. Anche tale motivo è infondato. Costituisce invero orientamento consolidato di questa Suprema Corte che ai fini della liquidazione dell’indennizzo del danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo l’ambito della valutazione equitativa affidato al giudice è segnato dal rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, per come essa vive nelle decisioni della Corte Europea di casi simili a quello portato all’esame del giudice nazionale, onde è configurabile in capo a detto giudice un obbligo di tener conto dei criteri di determinazione della riparazione applicati dalla Corte Europea, pur conservando un margine di valutazione che gli consente di discostarsi, in misura ragionevole, dalle liquidazioni effettuate da detta Corte in casi analoghi. La Corte di Appello si è pienamente attenuta a tali parametri, liquidando un indennizzo di Euro 3.000,00 per un ritardo di circa tre anni.
Con il terzo motivo, denunciando violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e dell’art. 6 della CEDU in relazione all’art. 420 c.p., comma 6 e art. 24 Cost., nonchè alla L. n. 533 del 1973, si censura la detrazione dal periodo di irragionevole durata del tempo di quattro rinvii asseritamente richiesti in modo immotivato ed il periodo di un anno (peraltro non conteggiato nel ricorso) per la proposizione dell’appello.
Il motivo è inammissibile, in quanto privo del requisito della autosufficienza. Come è noto, ai fini della eventuale ascrivibilità, nell’area della ragionevole durata del processo, dei tempi corrispondenti a rinvii eccedenti il termine ordinario di cui all’art. 81 disp. att. c.p.p.. la violazione della durata ragionevole non discende, come conseguenza automatica, dall’essere stati disposti rinvii della causa di durata eccedente i quindici giorni previsti, ma dal superamento della ragionevole durata in termini complessivi, in rapporto ai parametri di ordine generale fissati dalla citata Legge, art. 2 in discorso, e da tale durata sono detraibili i rinvii richiesti dalle parti solo nei limiti in cui siano imputabili ad intenti dilatori o a negligente inerzia delle stesse, e in generale all’abuso del diritto di difesa, restando in via generale addebitabili gli altri rinvii alle disfunzioni dell’apparato giudiziario (così Cass. 2010 n. 19771; 2010 n. 11307; 2008 n. 1715;
2008 n. 9). Pertanto il ricorrente avrebbe dovuto, in aderenza al principio di autosufficienza del ricorso, specificare la ragione e la durata dei rinvii che la Corte di Appello ha ritenuto di imputare ad intenti dilatori della difesa del F.. Con il quarto motivo, deducendo violazione e lo falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e dell’art. 6 della CEDU, si sostiene che il decreto impugnato ha omesso di precisare il tempo del processo eccedente la ragionevole durata.
Con il quinto motivo si deduce insufficienza di motivazione sul punto. Le censure così sintetizzate sono infondate, desumendosi in modo sufficientemente chiaro dal complesso argomentativo del decreto impugnato sia quale dovesse considerarsi la durata ragionevole del processo presupposto, nei due gradi nei quali si era articolato, sia quella irragionevole, pari a tre anni, detratti i tempi consumati dai richiamati rinvii e quello impiegato per la proposizione dell’appello.
Con l’ultimo motivo si prospetta insufficienza di motivazione nell’aver ritenuto che anche in materia di lavoro sia congrua una durata di 4/5 anni per i due gradi di merito, pari a quella per le cause ordinarie. Il motivo è infondato per le medesime ragioni indicate nel disattendere il primo motivo.
Il ricorrente va pertanto condannato al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità, nella misura liquidata in dispositivo.
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in complessivi Euro 700,00 per onorario, oltre le spese prenotate a debito.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, della Prima Sezione Civile, il 19 aprile 2011.

References: Sentenza 
 sentenza 
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 art. 2
 Cass. 
 art. 2
 art. 24
 art. 2
 Cass. 
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