Source: https://www.marazitaedoardo.com/single-post/2019/07/05/Memento-Mori
Timestamp: 2019-11-22 05:43:33+00:00

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Memento “Mori“
Sulla "trattativa Stato mafia" si discute ancora in termini controversi. Certo oggi non si può negare che sia avvenuta. E' incomprensibile il tentativo di accademici illustri che ne vogliono sminuire la portata, considerandola una "della tante trattative" che lo Stato nel corso degli anni ha avuto con la mafia, a partire dallo sbarco degli alleati, se non da quello dei Mille di Garibaldi. Negarla dicevo è impossibile, perché le motivazioni della sentenza di primo grado del processo, ribadiscono la sua esistenza e l'effetto nefasto che produsse, alimentando in Cosa nostra la certezza che la strategia stragista, stesse portando dei risultati. Senza dubbio, un risultato lo aveva prodotto. Lo Stato chiedeva una tregua, e con essa si rendeva disponibile ad accettarne eventuali condizioni.
Ancora qualcuno si ostina a identificare il concetto di trattativa, come indicatore principale del controsenso, dal momento che essa per principio non è un reato. Se ce ne fosse bisogno, chiariamo che il reato contemplato è "attentato al Corpo Politico dello Stato". Cioè un tentativo di compromissione del funzionamento legittimo di uno Stato di diritto e della sua espressione Repubblicana. Sono stati individuati i "motori" che hanno tenuto attivo il processo che porta all'attentato al Corpo Politico dello Stato, e sono stati individuati gli inneschi.
Sappiamo oggi che l'allora Colonnello Mori, insieme al suo vice Capitano De Donno, avviarono un "dialogo investigativo" attraverso Vito Ciancimino, con i vertici di Cosa nostra. Lo sappiamo perché essi stessi non lo negano. Negano però di essere stati mossi da una "mano politica" e ribadiscono la bontà di una operazione investigativa che aveva lo scopo di giungere alla cattura dei latitanti Riina e Provenzano.
Sappiamo cosa offrirono all'interno di questo dialogo. Offrirono un trattamento di favore per le famiglie dei boss, a fronte di una loro consegna spontanea. Questo è il primo punto.
Un "dialogo investigativo" volto alla scoperta di informazioni utili alla cattura dei boss che si infrange sull'innocente proposta agli stessi, di costituirsi spontaneamente. Io non sono un magistrato, e tanto meno posseggo esperienza nel campo della cattura di pericolosi latitanti. Ma una cosa mi viene spontanea pensarla. Se voglio avere informazioni utili all'individuazione di un latitante, a cosa mi serve far sapere al latitante che sto cercando, che sono in contatto con uomini di sua fiducia...forse solo a suggerirgli di nascondersi ancora e rendersi introvabile. Non dovrei nascondere le mie intenzioni? Invece Mori dice che questa è una manovra investigativa.
L'oggi generale in pensione, ha più volte ribadito che fu un'azione nata all'interno del quadro investigativo dell'epoca, rivolta a scoprire esecutori e mandanti della strage di Capaci. Aggiunge che fu mosso da una spontanea volontà e da personale iniziativa, derivanti dalla frustrazione di non avere informazioni utili alla ricerca dei colpevoli. Eppure ci dice anche che Vito Ciancimino, non fu convinto di interporsi come mediatore, fino al momento in cui non avesse ricevuto conferme di una copertura politica. Copertura che Mori non conferma né smentisce però.
Questa copertura politica ci poteva essere? Assolutamente no!
In quella situazione bisognava procedere informando degli sviluppi, gli organi di polizia giudiziaria ai quali Mori apparteneva, e alla magistratura. Non lo fece mai. Non esiste neppure un verbale nel quale l'ufficiale relazioni sul "dialogo con Ciancimino". Nessuna relazione di servizio, nessuna trasmissione agli atti, nessuna attivazione di una qualche forma di procedura investigativa, sinonimo di un intervento rivolto a "scoprire talune cose", come un pedinamento, intercettazioni...nulla di tutto ciò. Tutto fu tenuto e condotto nel segreto più assoluto. E non sto parlando del segreto dei Servizi che capirei bene. Preciso che le mancanze di relazioni e verbali sono proprio in seno ai Servizi. Sembra cioè che Mori agisse da solo e per proprio conto. Non autorizzato.
Questo conferma la dichiarazione precedente riguardo la sua spontaneità nell’azione ma lo contraddice quando lo stesso afferma di aver avuto intenzione di avviare una “investigazione”. Per questa, torno a ribadire, bisogna attivarsi secondo procedura. In sostanza si può anche avere l’impulso personale, ma poi si deve agire nell’ambito di procedure previste dalla legge. Per essere ancora più precisi: anche quando si opera all’interno dei Servizi segreti. A meno di non voler attribuire ai singoli uomini, una autonomia di gestione e di conservazione delle informazioni. Cosa questa inammissibile.
Duque non fu attivato dal Comando del Ros, non aveva una "copertura politica", eppure "tratta" con la mafia. Per conto di chi allora?
Tutto comincia con la sentenza di Cassazione del maxi processo. Conosciamo i fatti legati a quella sentenza e alle conseguenze per Cosa nostra. Voglio ricordare quali furono le conseguenze per lo Stato. Il 12 marzo del 1992 viene assassinato Salvo Lima. Il mafioso democristiano di corrente andreottiana, centrale di collegamento tra la politica siciliana e Roma. Il referente principale della mafia palermitana e non solo.
Lima è il primo obiettivo eccellente di una lista di nomi da colpire, tra i quali troviamo lo stesso Andreotti, Martelli, Purpura, Andò, Vizzini, Antonino e Iganzio Salvo, e Mannino. All'epoca dei fatti Calogero Mannino è Ministro per gli interventi straordinari nel mezzogiorno. Molte note della polizia rendono chiaro che queste persone sono sotto minaccia. La peggiore delle minacce. Teniamo bene a mente che Cosa nostra se minaccia poi uccide. Sempre.
Sanno tutti e molto bene cosa sta architettando la mafia. Lo sa bene Calogero Mannino che ha l'infelice idea di confidarlo al suo amico Maresciallo Guazzelli. Lo stesso verrà ucciso ad aprile. Guazzelli faccio notare, non era nella lista. Un chiaro segnale di morte per Mannino.
In quei giorni il ministro è terrorizzato e non ne fa un mistero. Eppure non si rivolge alla magistratura, alla procura, ai suoi colleghi ministri, alla polizia, al prete! In una intervista al giornalista Antonio Padellaro, rilasciata l'8 luglio 1992, dichiara " la scorta non serve a nulla, mi sento come un condannato a morte che sta per perdere la ragione. Sono tre mesi che non vado in Sicilia. I carabinieri mi hanno detto che c'è un commando pronto ad accopparmi [...] Vorrei tanto parlare, ma i carabinieri mi consigliano di essere prudente perché sono troppo esposto. "
Urge una correzione! I Carabinieri lo sanno! E chi sono i Carabinieri? Il Ros! Mori, è il numero 2 del Ros. Mori sta trattando con la mafia tramite Ciancimino.
Mori però, dichiara che il suo primo contatto con Ciancimino avvenne il 5 di agosto 1992. Quindi abbiamo una lista di nomi eccellenti. Salvo Lima è già stato ucciso. Mannino si sente il secondo a cadere, e vive nel terrore, tanto da essere tentato di rilasciare informazioni che scottano. In questa situazione incredibile, i Carabinieri, nella persona di uno dei loro più alti esponenti, si muovono per quel "dialogo investigativo "SOLO AD AGOSTO??" Cioè ben cinque mesi dopo l'omicidio Lima. Eppure De Donno, il vice di Mori, già il 23 di giugno, incontrando Liliana Ferraro, Direttore dell'Ufficio Affari Penali, la informa di aver avviato un contatto e un dialogo investigativo con Ciancimino tramite il figlio massimo. A onor del vero va specificato. Le dichiarazioni precise della Ferraro sono: "[...] mi informò di voler avviare o di avere già avviato [...]" "aveva avviato...voler avviare…" E Mannino ha paura. E non denuncia la sua situazione e non rassegna le sue informazioni alla procura e alla magistratura.
Ma Calogero Mannino c'entra oppure no? Precisiamo che le motivazioni della sentenza di primo grado precisano che non è "reo" del crimine di trattativa dal momento che il reato contemplato non è "trattativa con la mafia".
Si precisa invece, quanto segue:
[...] Ciò premesso, tornando temporalmente alla prima metà dell'anno 1992, possono ritenersi effettivamente provati tanto il timore se non il terrore, di Calogero Mannino, subito dopo l'uccisione di Salvo Lima, di subire anch'egli la punizione o la vendetta di Cosa nostra per non essere riuscito a raggiungere il medesimo risultato preteso nei confronti di Salvo Lima (l'aggiustamento del maxi processo) o quanto meno per aver voltato le spalle a Cosa nostra nel momento di maggiore difficoltà di questa, dopo avere per molti anni instaurato con alcuni suoi esponenti rapporti, che, seppure, con apprezzamento ex post, in concreto non avevano una effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento delle capacità operative dell'associazione mafiosa [...] , apparivano in ogni caso ai mafiosi di buona "convivenza"; quanto il conseguente intervento del medesimo Calogero Mannino nei confronti di alcuni Ufficiali dell'Arma coi quali era in stretti rapporti affinché verificassero (ed eventualmente ovviassero a ) quel pericolo che gli appariva estremamente immanente ed imminente.[...]
Veniamo a Mori e a quello che dice la sentenza attraverso le stesse motivazioni.
La prima cosa che dobbiamo capire è come si muove il diritto e come una personalità eccellente, dotata di grande intelligenza e preparazione professionale come quella del Generali Mori, sappia muoversi al suo interno.
Nel processo, il Generale ha preferito rilasciare dichiarazioni spontanee. Questa possibilità gli ha consentito di costruire ad arte un racconto che lo mettesse al riparo da tesi accusatorie derivanti nel caso di una accettazione dell'esame.
Si legge ancora che Mori ebbe a ridimensionare il racconto evitando di menzionare quella infelice frase che riferì a Ciancimino nel loro primo incontro " Signor Ciancimino...che cos'è questo muro contro muro! non si può parlare con questa gente?"
Non sembra un dialogo investigativo. (nda)
Così si esprime la sentenza attraverso le motivazioni.
[...] può sin da ora anticiparsi come appaia del tutto logico che Mori, a riprova del suo intendimento di calibrare la ricostruzione degli accadimenti per non lasciare alcuno spazio alla tesi accusatoria, abbia del tutto omesso il riferimento a quel passo della sua interlocuzione con Vito Ciancimino in quanto palesemente in contrasto e contraddizione con la sua affermazione riguardo al più limitato intendimento di utilizzare quest'ultimo quale mero confidente per raccogliere notizie utili alle stragi.
Quella frase dimostra incontestabilmente, infatti, che non si intendeva affatto raccogliere soltanto informazioni e confidenze di Ciancimino utilizzandolo come mero "informatore", definizione utilizzata appunto, da Mori nelle sue spontanee dichiarazioni unitamente al riferimento all'art. 203 c.p.p. fatto per giustificare l'omissione della informativa all'AG, ma, piuttosto, si intendeva utilizzare questi per instaurare un dialogo con Cosa nostra e, quindi, per una attività che certamente trascende quella del mero informatore per trasmodare più in quella, semmai, di un agente provocatore, non certo consentita alla P.G. in assenza di preventiva comunicazione all'Autorità Giudiziaria competente per le indagini […]
[...] oggi il Mori, nella sua più recente ricostruzione degli accadimenti, omette accuratamente di utilizzare tale termine e tenta di ridimensionare - rectius, rimediare a - le sue precedenti dichiarazioni proponendo diverse definizioni che, contrariamente a quanto dallo stesso sostenuto, non sono affatto "affini" né tanto meno sinonimi di trattativa.
Questa, come pure, d'altra parte, in modo sintetico e più semplice, detto da Mori, comporta "una negoziazione che presuppone un dare e un avere", o, per meglio dire, l'esplicitazione di rispettive richieste finalizzata al raggiungimento di un accordo.
[...] e se così è, allora, è evidente che l'iniziativa del Mori comportò proprio l'apertura di una trattativa con Cosa nostra, nella misura in cui il predetto sollecitò Vito Ciancimino a richiedere a vertici dell'organizzazione mafiosa cosa volessero per far cessare la contrapposizione con lo Stato "muro contro muro" (parole testuali del Mori) e, quindi le stragi.[...]
La trattativa c'è stata. Sebbene essa non rappresenti un reato contemplato nel codice penale, al suo interno le dinamiche con le quali si attuò, portarono senza ombra di dubbio i protagonisti della stessa ad identificarsi come "cinghia di trasmissione delle strategie di Cosa nostra" e avvallarono l'idea della stessa organizzazione, che le stragi avvenute e quelle minacciate, avevano sortito l'effetto di condurre lo Stato a scendere a patti, perché privo di ogni capacità di risposta. La trattativa è sempre l'ultimo atto prima di una resa.
Calogero Mannino, terrorizzato dall'ipotesi, dalla certezza, di essere il secondo obiettivo dopo Lima, attivò Mori. Non posso credere alle dichiarazioni di un Generale, quando dice che in questo scenario, lasciò passare cinque mesi prima di intervenire in prima persona.
Dalle dichiarazioni del suo collega e vice De Donno, si evince che fu necessaria la presenza di Mori per dare concretezza al "dialogo" con Vito Ciancimino. Quindi, questa concretezza si ebbe dopo cinque mesi? Lasciando Mannino nel terrore?
Molto c'è ancora da dire, e molto c'è ancora da capire su quella che oggi è ancora materia del processo d'appello.
La lettura delle motivazioni della sentenza, resta per ora la guida essenziale per potersi spingere verso la ricerca della verità, unitamente ad un più ampio ragionamento di tipo sociologico, storico e culturale che vede l'Italia tutta e non solo la Sicilia vittima di un "modo di pensare" e poi "di fare" che non manca di immolare sull'altare delle convergenze di interessi "occulti", quelle persone che si sottraggono alla convivenza con i fenomeni mafiosi. Restano di poca consolazione le commemorazioni e le corone di fiori sulla tomba degli eroi nazionali. Qualcuno ha detto
"sventurata quella nazione, che ha bisogno di eroi"!!

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