Source: http://m.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/december/documents/papa-francesco_20161222_curia-romana.html
Timestamp: 2017-12-16 03:23:12+00:00

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Alla Curia Romana in occasione degli auguri natalizi (22 dicembre 2016) | Francesco
vorrei iniziare questo nostro incontro porgendo i miei cordiali auguri a tutti voi, Superiori, Officiali, Rappresentanti Pontifici e Collaboratori nelle Nunziature sparse nel mondo, a tutte le persone che prestano servizio nella Curia Romana, e ai vostri familiari. Auguri di un santo e sereno Natale e un felice anno nuovo 2017.
Contemplando il volto del Bambino Gesù, sant’Agostino esclamò: «Immenso nella natura divina, piccolo nella natura di servo»[1]. Anche san Macario, monaco del IV secolo e discepolo di sant’Antonio abate, per descrivere il mistero dell’Incarnazione, ricorse al verbo greco smikruno, cioè farsi piccolo quasi riducendosi ai minimi termini: «Udite attentamente: l’infinito, inaccessibile e increato Dio per la sua immensa e ineffabile bontà ha preso un corpo e vorrei dire si è infinitamente diminuito dalla sua gloria»[2].
Il Natale, quindi, è la festa dell’umiltà amante di Dio, del Dio che capovolge l’ordine del logicamente scontato, l’ordine del dovuto, del dialettico e del matematico. In questo capovolgimento sta tutta la ricchezza della logica divina che sconvolge la limitatezza della nostra logica umana (cfr Is 55,8-9). Scrive Romano Guardini: «Quale capovolgimento di tutti i valori familiari all’uomo – non solo umani, ma anche divini! Veramente questo Dio capovolge tutto ciò che l’uomo pretende di edificare da sé»[3]. Nel Natale noi siamo chiamati a dire «sì», con la nostra fede, non al Dominatore dell’universo e neppure alle più nobili delle idee, ma proprio a questo Dio, che è l’umile-amante.
Il beato Paolo VI, nel Natale 1971, affermava: «Dio avrebbe potuto venire vestito di gloria, di splendore, di luce, di potenza, a farci paura, a farci sbarrare gli occhi dalla meraviglia. No, no! È venuto come il più piccolo degli esseri, il più fragile, il più debole. Perché questo? Ma perché nessuno avesse vergogna ad avvicinarlo, perché nessuno avesse timore, perché tutti lo potessero proprio avere vicino, andargli vicino, non avere più nessuna distanza fra noi e Lui. C’è stato da parte di Dio uno sforzo di inabissarsi, di sprofondarsi dentro di noi, perché ciascuno, dico ciascuno di voi, possa dargli del tu, possa avere confidenza, possa avvicinarlo, possa sentirsi da Lui pensato, da Lui amato … da Lui amato: guardate che questa è una grande parola! Se voi capite questo, se voi ricordate questo che vi sto dicendo, voi avete capito tutto il Cristianesimo»[4].
In realtà, Dio ha scelto di nascere piccolo[5], perché ha voluto essere amato[6]. Ecco come la logica del Natale è il capovolgimento della logica mondana, della logica del potere, della logica del comando, della logica fariseistica e della logica causalistica o deterministica.
Proprio sotto questa luce soave e imponente del volto divino di Cristo bambino, ho scelto come argomento di questo nostro incontro annuale la riforma della Curia Romana. Mi è sembrato giusto e opportuno condividere con voi il quadro della riforma, evidenziando i criteri-guida, i passi compiuti, ma soprattutto la logica del perché di ogni passo realizzato e di ciò che verrà compiuto.
In verità, qui mi torna spontaneo alla memoria l’antico adagio che illustra la dinamica degli Esercizi Spirituali nel metodo ignaziano, ossia: deformata reformare, reformata conformare, conformata confirmare e confirmata transformare.
Non v’è dubbio che nella Curia il significato della ri-forma può essere duplice: anzitutto renderla con-forme alla Buona Novella che deve essere proclamata gioiosamente e coraggiosamente a tutti, specialmente ai poveri, agli ultimi e agli scartati; con-forme ai segni del nostro tempo e a tutto ciò che di buono l’uomo ha raggiunto, per meglio andare incontro alle esigenze degli uomini e delle donne che siamo chiamati a servire[7]; al tempo stesso si tratta di rendere la Curia più con-forme al suo fine, che è quello di collaborare al ministero proprio del Successore di Pietro[8] («cum Ipso consociatam operam prosequuntur», dice il Motu proprio Humanam progressionem), quindi di sostenere il Romano Pontefice nell’esercizio della sua potestà singolare, ordinaria, piena, suprema, immediata e universale[9].
Di conseguenza, la riforma della Curia Romana è ecclesiologicamente orientata in bonum et in servitium, come lo è il servizio del Vescovo di Roma[10], secondo una significativa espressione di Papa san Gregorio Magno, ripresa dal capitolo terzo della costituzione Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I: «Il mio onore è quello della Chiesa universale. Il mio onore è la solida forza dei miei fratelli. Io mi sento veramente onorato, quando a ciascuno di loro non viene negato il dovuto onore»[11].
Essendo la Curia non un apparato immobile, la riforma è anzitutto segno della vivacità della Chiesa in cammino, in pellegrinaggio, e della Chiesa vivente e per questo - perché vivente - semper reformanda[12], reformanda perché è viva. E’ necessario ribadire con forza che la riforma non è fine a sé stessa, ma è un processo di crescita e soprattutto di conversione. La riforma, per questo, non ha un fine estetico, quasi si voglia rendere più bella la Curia; né può essere intesa come una sorta di lifting, di maquillage oppure di trucco per abbellire l’anziano corpo curiale, e nemmeno come una operazione di chirurgia plastica per togliere le rughe[13]. Cari fratelli, non sono le rughe che nella Chiesa si devono temere, ma le macchie!
In questa prospettiva, occorre rilevare che la riforma sarà efficace solo e unicamente se si attua con uomini “rinnovati” e non semplicemente con “nuovi” uomini [14]. Non basta accontentarsi di cambiare il personale, ma occorre portare i membri della Curia a rinnovarsi spiritualmente, umanamente e professionalmente. La riforma della Curia non si attua in nessun modo con il cambiamento delle persone – che senz’altro avviene e avverrà[15] – ma con la conversione nelle persone. In realtà, non basta una formazione permanente, occorre anche e soprattutto una conversione e una purificazione permanente. Senza un mutamento di mentalità lo sforzo funzionale risulterebbe vano[16].
È per questa ragione che nei due nostri precedenti incontri natalizi mi sono soffermato, nel 2014, avendo a modello i Padri del deserto, su alcune “malattie”, e nel 2015, partendo dalla parola “misericordia”, su una sorta di catalogo delle virtù necessarie a chi presta servizio in Curia e a tutti coloro che vogliono rendere feconda la loro consacrazione o il loro servizio alla Chiesa. La ragione di fondo è che, come per tutta la Chiesa, anche nella Curia il semper reformanda deve trasformarsi in una personale e strutturale conversione permanente[17].
In questo percorso risulta normale, anzi salutare, riscontrare delle difficoltà, che, nel caso della riforma, si potrebbero presentare in diverse tipologie di resistenze: le resistenze aperte, che nascono spesso dalla buona volontà e dal dialogo ‎sincero; le resistenze nascoste, che nascono dai cuori impauriti o impietriti che si alimentano dalle parole vuote del “gattopardismo” spirituale di chi a parole si dice pronto al cambiamento, ma vuole che tutto resti come prima; ‎esistono anche le resistenze malevole, che germogliano in menti distorte e si presentano quando il demonio ispira intenzioni cattive (spesso “in veste di agnelli”). Questo ultimo tipo di resistenza si nasconde dietro le parole giustificatrici ‎e, in tanti casi, accusatorie, rifugiandosi nelle tradizioni, nelle apparenze, nelle formalità, nel conosciuto, oppure nel voler portare ‎tutto sul personale senza distinguere tra l’atto, l’attore e l’azione[18].‎
Tutto questo sta a dire che la riforma della Curia è un delicato processo che deve essere vissuto con fedeltà all’essenziale, con continuo discernimento, con evangelico coraggio, con ecclesiale saggezza, con attento ascolto, con tenace azione, con positivo silenzio, con ferme decisioni, con tanta preghiera - tanta preghiera! -, con profonda umiltà, con chiara lungimiranza, con concreti passi in avanti e – quando risulta necessario – anche con passi indietro, con determinata volontà, con vivace vitalità, con responsabile potestà, con incondizionata obbedienza; ma in primo luogo con l’abbandonarci alla sicura guida dello Spirito Santo, confidando nel Suo necessario sostegno. E, per questo, preghiera, preghiera e preghiera.
Sono principalmente dodici: individualità; pastoralità; missionarietà; razionalità; funzionalità; modernità; sobrietà; sussidiarietà; sinodalità; cattolicità; professionalità; gradualità.
Richiamando l’immagine del pastore (cfr Ez 34,16; Gv 10,1-21) ed essendo la Curia una comunità di servizio, «fa bene anche a noi, chiamati ad essere Pastori nella Chiesa, lasciare che il volto di Dio Buon Pastore ci illumini, ci purifichi, ci trasformi e ci restituisca pienamente rinnovati alla nostra missione. Che anche nei nostri ambienti di lavoro possiamo sentire, coltivare e praticare un forte senso pastorale, anzitutto verso le persone che incontriamo tutti i giorni. Che nessuno si senta trascurato o maltrattato, ma ognuno possa sperimentare, prima di tutto qui, la cura premurosa del Buon Pastore»[19]. Dietro le carte ci sono persone.
L’impegno di tutto il personale della Curia deve essere animato da una pastoralità e da una spiritualità di servizio e di comunione, poiché questo è l’antidoto contro tutti i veleni della vana ambizione e dell’illusoria rivalità. In questo senso il beato Paolo VI ammonì: «Non sia pertanto la Curia Romana una burocrazia, come a torto qualcuno la giudica, pretenziosa ed apatica, solo canonistica e ritualistica, una palestra di nascoste ambizioni e di sordi antagonismi, come altri la accusano; ma sia una vera comunità di fede e di carità, di preghiera e di azione; di fratelli e di figli del Papa, che tutto fanno, ciascuno con rispetto all’altrui competenza e con senso di collaborazione, per servirlo nel suo servizio ai fratelli ed ai figli della Chiesa universale e della terra intera»[20].
3- Missionarietà[21] (Cristocentrismo)
È il fine principale di ogni servizio ecclesiastico ossia quello di portare il lieto annuncio a tutti i confini della terra[22], come ci ricorda il magistero conciliare, perché «ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza fedeltà della Chiesa alla propria vocazione, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo»[23].
Sulla base del principio che tutti i Dicasteri sono giuridicamente pari tra loro, risultava necessaria una razionalizzazione degli organismi della Curia Romana[24], per evidenziare che ogni Dicastero ha competenze proprie. Tali competenze devono essere rispettate ma anche distribuite con razionalità, con efficacia ed efficienza. Nessun Dicastero, dunque, può attribuirsi la competenza di un altro Dicastero, secondo quanto fissato dal diritto, e d’altra parte tutti i Dicasteri fanno riferimento diretto al Papa.
L’eventuale accorpamento di due o più Dicasteri competenti su materie affini o in stretta relazione in un unico Dicastero serve per un verso a dare al medesimo Dicastero una rilevanza maggiore (anche esterna); per altro verso la contiguità e l’interazione di singole realtà all’interno di un unico Dicastero aiuta ad avere una maggiore funzionalità (ne sono esempio i due attuali nuovi Dicasteri di recente istituzione)[25].
Ossia la capacità di leggere e di ascoltare i “segni dei tempi”. ‎ In questo senso, «provvediamo sollecitamente a che i Dicasteri della Curia Romana ‎siano conformati alle situazioni del nostro tempo e si adattino alle necessità della Chiesa universale»[26]. Ciò era richiesto dal Concilio Vaticano II: «I Dicasteri della Curia Romana siano organizzati in modo conforme alle ‎necessità dei tempi, dei paesi e dei riti, specialmente per quanto riguarda il loro numero, il loro ‎nome, le loro competenze, i loro metodi di lavoro ed il coordinamento delle loro attività»[27]. ‎
In questa prospettiva sono necessari una semplificazione e uno snellimento della Curia: accorpamento o fusione di Dicasteri secondo materie di competenza e semplificazione interna di singoli Dicasteri; eventuali soppressioni di Uffici che non risultano più rispondenti alle necessità contingenti. Inserimento nei Dicasteri o riduzione delle commissioni, accademie, comitati ecc., tutto in vista della indispensabile sobrietà necessaria per una corretta e autentica testimonianza.
In questo senso, risulta anche necessario il rispetto dei principi della sussidiarietà e della razionalizzazione nel rapporto con la Segreteria di Stato e all’interno della stessa – tra le sue diverse competenze – affinché nell’adempimento delle proprie mansioni essa sia l’aiuto diretto e più immediato del Papa[28]. Ciò anche per un migliore coordinamento dei vari settori dei Dicasteri e degli Uffici della Curia. La Segreteria di Stato potrà espletare questa sua importante funzione proprio nella realizzazione dell’unità, dell’interdipendenza e del coordinamento delle sue sezioni e dei suoi diversi settori.
Il lavoro della Curia dev’essere sinodale: abituali le riunioni dei Capi Dicastero, presiedute dal Romano Pontefice[29]; regolari udienze “di tabella” dei Capi Dicastero; consuete riunioni interdicasteriali. La riduzione del numero dei Dicasteri permetterà incontri più frequenti e sistematici dei singoli Prefetti con il Papa ed efficaci riunioni dei Capi dei Dicasteri, visto che non possono essere tali quelle di un gruppo troppo numeroso.
La sinodalità[30] dev’essere vissuta anche all’interno di ogni Dicastero, dando particolare rilevanza al Congresso e maggiore frequenza almeno alla Sessione ordinaria. All’interno di ogni Dicastero è da evitare la frammentazione che può essere determinata da vari fattori, come il moltiplicarsi di settori specializzati, i quali possono tendere ad essere autoreferenziali. Il coordinamento tra di essi dovrebbe essere compito del Segretario o del Sotto-Segretario.
Tra i collaboratori, oltre ai sacerdoti e consacrati/e, la Curia deve rispecchiare la cattolicità della Chiesa con l’assunzione di personale proveniente da tutto il mondo, di diaconi permanenti e fedeli laici e laiche, la cui scelta dev’essere attentamente effettuata sulla base della loro ineccepibile vita spirituale e morale e della loro competenza professionale. È opportuno prevedere l’accesso a un numero maggiore di fedeli laici specialmente in quei Dicasteri dove possono essere più competenti dei chierici o dei consacrati. Di grande importanza è inoltre la valorizzazione del ruolo della donna e dei laici nella vita della Chiesa e la loro integrazione nei ruoli-guida dei Dicasteri, con una particolare attenzione alla multiculturalità.
È indispensabile che ogni Dicastero adotti una politica di formazione permanente del personale, per evitare l’“arrugginirsi” e il cadere nella routine del funzionalismo.
Dall’altra parte, è indispensabile l’archiviazione definitiva della pratica del promoveatur ut amoveatur. Questo è un cancro.
ALCUNI PASSI COMPIUTI[31]
Menziono brevemente e limitatamente alcuni passi realizzati, in attuazione dei criteri-guida, delle raccomandazioni espresse dai Cardinali durante le Riunioni plenarie prima del Conclave, dalla COSEA, dal Consiglio di Cardinali, nonché dai Capi Dicastero e da altre persone ed esperti.
- Il 13 aprile 2013 è stato annunciato il Consiglio dei Cardinali (Consilium Cardinalium Summo Pontifici) – il cosiddetto C8 diventato C9 a partire dal 1° luglio 2014 – primariamente per consigliare il Papa nel governo della Chiesa universale e sui altri temi relativi[32], e anche con il compito specifico di proporre la revisione della Costituzione Apostolica Pastor Bonus[33].
- Con il Chirografo del 24 giugno 2013 è stata eretta la Pontificia Commissione Referente sull’Istituto per le Opere di Religione, per conoscere in modo più approfondito la posizione giuridica dello Ior e permettere una sua migliore «armonizzazione» con «la missione universale della Sede Apostolica». Il tutto per «consentire ai principi del Vangelo di permeare anche le attività di natura economica e finanziaria» e per raggiungere una completa e riconosciuta trasparenza nel suo operato.
- Con il Chirografo del 18 luglio 2013 si è istituita la COSEA (Pontificia commissione referente di studio e di indirizzo sull'organizzazione della struttura economico-amministrativa)[34], con il compito di studiare, di analizzare e di raccogliere informazioni, in cooperazione con il Consiglio dei Cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede.
- Con il Motu Proprio dell’8 agosto 2013 è stato istituito il Comitato di Sicurezza Finanziaria della Santa Sede, per la prevenzione e il contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e della proliferazione di armi di distruzione di massa. Il tutto per portare lo IOR e tutto il sistema economico vaticano all’adottamento regolare e all’adempimento completo, con impegno e diligenza, di tutte le leggi standard internazionali sulla trasparenza finanziaria[35].
- Con il Motu Proprio del 15 novembre 2013 è stata consolidata l’Autorità di Informazione Finanziaria (A.I.F.)[36], istituita da Benedetto XVI con Motu Proprio del 30 dicembre 2010 per la prevenzione e il contrasto delle attività illegali in campo finanziario e monetario[37].
- Con il Motu Proprio del 24 febbraio 2014 (Fidelis dispensator et prudens) sono state erette la Segreteria per l’Economia e il Consiglio per l’Economia[38], in sostituzione del Consiglio dei 15 Cardinali, con il compito di armonizzare le politiche di controllo riguardo alla gestione economica della Santa Sede e della Città del Vaticano.
- Con lo stesso Motu proprio (Fidelis dispensator et prudens) del 24 febbraio 2014 è stato eretto l’Ufficio del Revisore Generale (URG), quale nuovo ente della Santa Sede incaricato di compiere la revisione (audit) dei Dicasteri della Curia Romana, delle istituzioni collegate alla Santa Sede – o che fanno riferimento ad essa – e delle amministrazioni del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano[39].
- Con il Motu Proprio del 27 giugno 2015 è stata eretta la Segreteria per la Comunicazione con il compito di «rispondere all’attuale contesto comunicativo, caratterizzato dalla presenza e dallo sviluppo dei media digitali, dai fattori della convergenza e dell’interattività» e anche di ristrutturare complessivamente, attraverso un processo di riorganizzazione e di accorpamento, «tutte le realtà che, in diversi modi, fino ad oggi, si sono occupate della comunicazione», al fine di «rispondere sempre meglio alle esigenze della missione della Chiesa».
- Il 6 settembre 2016 è stato promulgato lo Statuto della Segreteria per la Comunicazione, entrato in vigore lo scorso ottobre[40].
- Con i due Motu Proprio del 15 agosto 2015 si è provveduto alla riforma del processo canonico ‎per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio: ‎Mitis et misericors Iesus, nel Codice dei ‎Canoni delle Chiese Orientali; Mitis Iudex Dominus Iesus, nel Codice di ‎Diritto Canonico[41]. ‎
- Con il Motu Proprio del 4 giugno ‎‎2016 (Come una madre amorevole) si è voluto prevenire alla negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare ‎relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili.‎
- Con il Motu Proprio del 4 luglio 2016 (I beni temporali), seguendo come regola di massima importanza che gli organismi di vigilanza siano separati da quelli vigilati, sono stati meglio delineati i rispettivi ambiti di competenza della Segreteria per l’Economia e dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.
- Con il Motu Proprio del 17 agosto 2016 (Humanam progressionem) è stato costituito il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, affinché lo sviluppo si attui «mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato». In questo Dicastero confluiranno, dal 1°gennaio 2017, quattro Pontifici Consigli: Giustizia e Pace, Cor Unum, Pastorale dei migranti e Operatori sanitari. Mi occuperò direttamente ad tempus della sezione per la pastorale dei migranti e rifugiati di tale nuovo Dicastero[42].
- Il 18 ottobre 2016 è stato approvato lo Statuto della Pontificia Accademia per la Vita‎.
Questo nostro incontro è iniziato parlando del significato del Natale come capovolgimento dei nostri criteri umani per evidenziare che il cuore e il centro della riforma è Cristo (Cristocentrismo).
Vorrei concludere semplicemente con una parola e con una preghiera. La parola è quella di ribadire che il Natale è la festa dell’umiltà amante di Dio. Per la preghiera, ho scelto l’invocazione natalizia di Padre Matta el Meskin (monaco contemporaneo), che rivolgendosi al Signore Gesù, nato a Betlemme, così si esprime: «Se per noi l’esperienza dell’infanzia è cosa difficile, per te non lo è, Figlio di Dio. Se inciampiamo sulla via che porta alla comunione con te secondo questa piccola statura, tu sei capace di togliere tutti gli ostacoli che ci impediscono di fare questo. Sappiamo che non avrai pace finché non ci troverai secondo la tua somiglianza e con questa statura. Permettici oggi, Figlio di Dio, di avvicinarci al tuo cuore. Donaci di non crederci grandi nelle nostre esperienze. Donaci, invece, di diventare piccoli come te affinché possiamo esserti vicini e ricevere da te umiltà e mitezza in abbondanza. Non ci privare della tua rivelazione, l’epifania della tua infanzia nei nostri cuori, affinché con essa possiamo curare ogni orgoglio e ogni arroganza. Abbiamo estremo bisogno […] che tu riveli in noi la tua semplicità avvicinando noi, anzi la Chiesa e il mondo tutto, a te. Il mondo è stanco e sfinito perché fa a gara a chi è il più grande. C’è una concorrenza spietata tra governi, tra Chiese, tra popoli, all'interno delle famiglie, tra una parrocchia e un'altra: chi è il più grande tra di noi? Il mondo è piagato da ferite dolorose perché il suo grande morbo è: chi è il più grande? Ma oggi abbiamo trovato in te il nostro unico medicamento, Figlio di Dio. Noi e il mondo tutto non troveremo né salvezza né pace, se non torniamo a incontrarti di nuovo nella mangiatoia di Betlemme. Amen»[43].
[ Ha poi aggiunto "a braccio"]
Quando, due anni fa, ho parlato delle malattie, uno di voi è venuto a dirmi: “Dove devo andare, in farmacia o a confessarmi?” – “Mah, tutt’e due”, ho detto io. E quando ho salutato il Cardinale Brandmüller, lui mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Acquaviva!”. Io, al momento, non ho capito, ma poi, pensando, pensando, ho ricordato che Acquaviva, quinto generale della Compagnia di Gesù, aveva scritto un libro che noi studenti leggevamo in latino, i padri spirituali ce lo facevano leggere, si chiamava così: Industriae pro Superioribus ejusdem Societatis ad curandos animae morbos, cioè le malattie dell’anima. Tre mesi fa è uscita una edizione molto buona in italiano, fatta dal padre Giuliano Raffo, morto recentemente; con un buon prologo che indica come si deve leggere, e anche una buona introduzione. Non è un’edizione critica, ma la traduzione è bellissima, ben fatta e credo che possa aiutare. Come dono di Natale, mi piacerebbe offrirlo ad ognuno di voi. Grazie.
[1] Sermo 187,1: PL 38,1001: «Magnus dies angelorum, parvus in die hominum … magnus in forma Dei, brevis in forma servi».
[3] Il Signore, Milano 1977, 404.
[4] Omelia del 25 dicembre 1971.
[5] Cfr San Pietro Crisologo, Sermo 118: PL 52, 617.
[6] Santa Teresa di Gesù Bambino – l’innamorata della piccolezza di Gesù – nell’ultima sua lettera, del 25 agosto 1897, indirizzata a un sacerdote che le era stato affidato come “fratello spirituale”, scrisse: «Non posso temere un Dio che per me si è fatto così piccolo! Io lo amo! Infatti egli non è che amore e misericordia» (LT 266: Opere complete, Roma 1997, 606).
[7] Cfr Lettera apostolica in forma di Motu proprio con la quale si istituisce il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, 17 agosto 2016.
[8] La Curia Romana ha la funzione di aiutare il Papa nel suo governo quotidiano della Chiesa, ossia nei suoi compiti propri che sono: a) conservare tutti i fedeli «nel vincolo di una sola fede e della carità» e anche «nell’unità della fede e della comunione»; b) «perché l’episcopato fosse uno e indiviso» (Conc. Vat. I, Cost. dogm. Pastor aeternus, Prologo). «Questo santo Sinodo, sull’esempio del Concilio Vaticano primo, insegna e dichiara che Gesù Cristo, Pastore eterno, ha edificato la Santa Chiesa e ha mandato gli apostoli, come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr Gv 20,21), e ha voluto che i loro successori, cioè i vescovi, fossero nella sua Chiesa pastori fino alla fine dei secoli. Affinché poi lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell'unità di fede e di comunione» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 18).
[9] Difatti il Concilio Vaticano II, riguardo alla Curia Romana, spiega che «nell'esercizio della sua suprema, piena ed immediata potestà sopra tutta la Chiesa, il romano Pontefice si avvale dei dicasteri della curia romana, che perciò compiono il loro lavoro nel suo nome e nella sua autorità, a vantaggio delle Chiese e al servizio dei sacri pastori» (Decr. Christus Dominus, 9). Così, ci ricorda, anzitutto, che la Curia è un organismo di aiuto per il Papa, e precisa al tempo stesso che il servizio degli organismi della Curia Romana è sempre svolto nomine et auctoritate del medesimo Romano Pontefice. È per questo che l’attività della Curia viene adempiuta in bonum Ecclesiarum et in servitium Sacrorum Pastorum, cioè orientata sia verso il bene delle Chiese particolari, sia al sostegno dei loro Vescovi. Le Chiese particolari sono «formate ad immagine della Chiesa universale, ed è in esse e a partire da esse che esiste la Chiesa cattolica una e unica» (Lumen gentium, 23).
[10] «È, del resto, simile accordo fra il Papa e la Sua Curia una norma costante. Non solo nelle grandi ore della storia tale accordo rivela la sua esistenza e la sua forza; ma sempre esso vige, in ogni giorno, in ogni atto del ministero pontificio, come conviene all’organo d’immediata aderenza e di assoluta obbedienza, del quale il Romano Pontefice si serve per esplicare la Sua universale missione. Ed è questo rapporto essenziale della Curia Romana con l’esercizio dell’attività apostolica del Papa la giustificazione, anzi la gloria della Curia stessa, risultando dal rapporto medesimo la sua necessità, la sua utilità, la sua dignità e la sua autorità; infatti è la Curia Romana lo strumento di cui il Papa ha bisogno, e di cui il Papa si serve per svolgere il proprio divino mandato. Uno strumento degnissimo, a cui non è meraviglia se da tutti e da Noi stessi per primi, tanto si domanda, tanto si esige! La sua funzione reclama capacità e virtù somme, perché appunto è sommo l’ufficio suo. Funzione delicatissima, qual è quella d’essere custode o eco delle divine verità e di farsi linguaggio e dialogo con gli spiriti umani; funzione vastissima, qual è quella che ha per confine l’orbe universo; funzione nobilissima, qual è quella di ascoltare e di interpretare la voce del Papa e al tempo stesso di non lasciar a Lui mancare ogni utile ed obbiettiva informazione, ogni filiale e ponderato consiglio» (Paolo VI, Discorso alla Curia Romana, 21 settembre 1963).
[11] Ep. ad Eulog. Alexandrin., epist. 30: PL 77, 933. La Curia Romana «trae dal pastore della Chiesa universale la propria esistenza e competenza. In effetti, essa in tanto vive e opera, in quanto è in relazione col ministero petrino e su di esso si fonda» (Giovanni Paolo II, Cost. ap. Pastor Bonus, Introd. n. 7; cfr art. 1).
[12] La storia attesta che la Curia Romana è in stato di permanente “riforma”, almeno negli ultimi cento anni. «Quella, infatti, annunciata il 13 aprile 2013 col comunicato della Segreteria di Stato giunge come quarta a cominciare da quella attuata da san Pio X con la costituzione Sapienti Consilio del 1908. Questa riforma si rendeva certo urgente nella prospettiva del nuovo ordinamento canonico, già in preparazione; più ancora, tuttavia, si mostrava necessaria già per la fine del potere temporale. La seguì quella realizzata dal beato Paolo VI con la Regiminis Ecclesiae Universae (1967), seguita alla celebrazione del Concilio Vaticano II. Lo stesso Papa aveva previsto un riesame del testo alla luce di una prima sperimentazione. Nel 1988 giunse la costituzione Pastor Bonus di san Giovanni Paolo II, che nell’impianto generale seguiva lo schema montiniano, ma inserisce una diversa classificazione dei diversi organismi e delle loro competenze in sintonia col CIC 1983. All’interno di questi passaggi fondamentali, si registrano altri importanti interventi. Benedetto XV, ad esempio, creò e inserì tra le Congregazioni romane quella per i Seminari (fino a quel momento sezione all’interno della Congregazione Concistoriale) e le Università degli Studi (1915) e l’altra per le Chiese Orientali (1917: in precedenza era costituita come sezione nella S. Congregatio de Propaganda Fide). Giovanni Paolo II fece dei cambiamenti nell’organizzazione curiale anche successivamente a Pastor Bonus e, dopo di lui, significativi interventi li fece pure Benedetto XVI: si pensi all’istituzione del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione (2010), al trasferimento delle competenze sui Seminari dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica a quella per il Clero e della competenza sulla Catechesi da quest’ultima al Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione (2013). A ciò si aggiungeranno gli altri interventi di semplificazione, messi a punto nel corso degli anni e alcuni attivi sino ad oggi, con l’unificazione di più Dicasteri sotto un’unica presidenza» (Marcello Semeraro, La riforma di Papa Francesco, Il Regno, Anno LXI, n. 1240 - 15 luglio 2016, pp. 433 – 441).
[13] In questo senso Paolo VI, il 21 settembre 1963, parlando alla Curia Romana, disse: «E’ spiegabile come tale ordinamento sia aggravato dalla sua stessa venerabile età, come risenta la disparità dei suoi organi e della sua prassi rispetto alle necessità e agli usi dei nuovi tempi, come senta al tempo stesso il bisogno di semplificarsi e decentrarsi e quello di allargarsi e abilitarsi a nuove funzioni».
[14] Paolo VI, il 22 febbraio 1975, in occasione del Giubileo della Curia Romana, disse: «Noi siamo la Curia Romana, […] questa nostra coscienza, che vogliamo chiarissima non soltanto nella sua definizione canonica, ma anche nel suo contenuto morale e spirituale, impone a ciascuno di noi un atto penitenziale conforme alla disciplina propria del giubileo, atto che possiamo chiamare di autocritica per verificare, nel segreto dei nostri cuori, se il nostro comportamento corrisponde all’ufficio che ci è affidato. Ci stimola a questo interiore confronto innanzi tutto la coerenza della nostra vita ecclesiale, e poi l’analisi, che tanto la Chiesa, quanto la società fanno sul nostro conto, con esigenza spesso non obiettiva e tanto più severa quanto più rappresentativa è questa nostra posizione, dalla quale dovrebbe sempre irradiare un’esemplarità ideale […]. Due sentimenti spirituali perciò daranno senso e valore alla nostra celebrazione giubilare: un sentimento di sincera umiltà, che vuol dire verità su noi stessi, dichiarandoci per primi bisognosi della misericordia di Dio» (Insegnamenti di Paolo VI, XIII [1975], pp. 172-176).
[16] Benedetto XVI, ispirandosi a una visione di santa Ildegarda di Bingen, durante il suo Discorso alla Curia del 20 dicembre 2010 ricordò che lo stesso volto della Chiesa purtroppo può essere «coperto di polvere» e «il suo vestito strappato». E per questo ho ricordato a mia volta che la guarigione «è anche frutto della consapevolezza della malattia e della decisione personale e comunitaria di curarsi sopportando pazientemente e con perseveranza la cura» (Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2014).
[17] Si tratta di intendere la riforma come una trasformazione, ossia un mutamento in avanti, un miglioramento: mutare/commutare in melius.
[18] Cfr Omelia, Domus Sanctae Marthae, 1° dicembre 2016.
[19] Omelia in occasione del Giubileo della Curia Romana, 22 febbraio 2016; cfr Discorso di inaugurazione dei lavori del Concistoro, 12 febbraio 2015.
[20] Paolo VI, Discorso alla Curia Romana, 21 settembre 1963.
[21] ‎‎«Il mandato d’evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale ‎della Chiesa, compito e missione che i vasti e profondi mutamenti della società ‎attuale non rendono meno urgenti. Evangelizzare, infatti, è la grazia e la ‎vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per ‎evangelizzare, […] ‎ la comunità dei cristiani non è mai chiusa in se stessa. In essa la vita intima — la vita di ‎preghiera, l’ascolto della Parola e dell’insegnamento degli Apostoli, la carità fraterna vissuta, il ‎pane spezzato — non acquista tutto il suo significato se non quando essa diventa ‎testimonianza, provoca l’ammirazione e la conversione, si fa predicazione e annuncio della ‎Buona Novella. Così tutta la Chiesa riceve la missione di evangelizzare, e l’opera di ciascuno è ‎importante per il tutto» (Id., Esort. ap. Evangelii Nuntiandi, 14-15). «Non possiamo più rimanere tranquilli, in attesa passiva, dentro le nostre chiese, è necessario passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 15).
[22] Non bisogna perdere la tensione per l’annuncio a coloro che sono lontani da Cristo, perché questo è il primo compito della Chiesa (cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 34).
[23] Esort. ap. Evangelii gaudium, 26. «Sogno una scelta missionaria [= missione paradigmatica] capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale [= missione programmatica] diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione» (ibid., 27). In questo senso, «ciò che fa cadere le strutture caduche, ciò che porta a cambiare i cuori dei cristiani, è precisamente la missionarietà», poiché «la missione programmatica, come indica il suo nome, consiste nella realizzazione di atti di indole missionaria. La missione paradigmatica, invece, implica il porre in chiave missionaria le attività abituali delle Chiese particolari» (Discorso ai Vescovi responsabili del CELAM, Rio de Janeiro, 28 luglio 2013).
[24] Cfr Paolo VI, Cost. ap. Regimini Ecclesiae universae art. 1 §2; Giovanni Paolo II, Cost. ap. Pastor Bonus art. 2 §2.
[25] «È da Roma oggi che parte l’invito all‘«aggiornamento» […], cioè al perfezionamento d’ogni cosa, interna ed esterna, della Chiesa. Roma papale oggi è ben altra, e, per grazia di Dio, tanto più degna e più saggia e più santa; tanto più cosciente della sua vocazione evangelica, tanto più impegnata nella sua missione cristiana, tanto più desiderosa, suscettibile, perciò, di perenne rinnovamento» (Paolo VI, Discorso alla Curia Romana, 21 settembre 1963).
[26] Motu proprio Sedula Mater, 15 agosto 2016.
[27] Decr. Christus ‎Dominus, 9.
[29] Cfr Giovanni Paolo II, Cost. ap. Pastor Bonus, 22.
[30] Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto (cfr Discorso per la commemorazione del 50° dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015; Esort. ap. Evangelii gaudium, 171). Tappe dell’ascolto per la riforma della Curia sono state: 1. Raccolta di pareri nell’estate 2013: dai Capi Dicastero e altri; dai Cardinali del Consiglio; da singoli Vescovi e Conferenze Episcopali dell’area territoriale di provenienza; 2. Riunione dei Capi Dicastero del 10 settembre 2013 e del 24 novembre 2014; 3. Concistoro del 12-13 febbraio 2015; 4. Lettera del Consiglio dei Cardinali ai Capi Dicastero del 17 settembre 2014 per eventuali “decentramenti”; 5. Interventi di singoli Capi Dicastero nelle riunioni del Consiglio dei Cardinali per richiesta di proposte e pareri per la riforma del singolo Dicastero (cfr. Marcello Semeraro, La riforma di Papa Francesco, Il Regno, pp. 433 – 441).
[33] Le sessioni di lavoro del Consiglio sono state fino ad oggi più di sedici (in media, una ogni due mesi), così scandite nel tempo: I.‎ Sessione: 1 – 3 ottobre 2013‎; II.‎ Sessione: 3 – 5 dicembre 2013‎; III; Sessione: 17 – 19 febbraio 2014‎; IV.‎ Sessione: 28 – 30 aprile 2014‎; V.‎ Sessione: 1 – 4 luglio 2014‎; VI.‎ Sessione: 15 – 17 settembre 2014‎; VII.‎ Sessione: 9 – 11 dicembre 2014‎; VIII‎ Sessione: 9 – 11 febbraio 2015‎; IX‎ Sessione: 13 – 15 marzo 2015‎; X‎ Sessione: 8 – 10 giugno 2015‎; XI‎ Sessione: 14 – 16 settembre 2015‎; XII‎ Sessione: 10 – 12 dicembre 2015‎; XIII‎ Sessione: 8 – 9 febbraio 2016‎; XIV‎ Sessione: 11 – 13 aprile 2016‎; XV Sessione: 6 – 8 giugno 2016‎; XVI‎ Sessione:‎ 12 – 14 settembre 2016‎; XVII Sessione:‎ ‎12 – 14 dicembre 2016.‎
[34] Eretta il 18 luglio 2013 e soppressa il 22 maggio 2014, con la funzione di offrire il supporto tecnico della consulenza specialistica ed elaborare soluzioni strategiche di miglioramento, atte a evitare dispendi di risorse economiche, a favorire la trasparenza nei processi di acquisizione di beni e servizi, a perfezionare l’amministrazione del patrimonio mobiliare e immobiliare, a operare con sempre maggiore prudenza in ambito finanziario, ad assicurare una corretta applicazione dei principi contabili e a garantire assistenza sanitaria e previdenza sociale a tutti gli aventi diritto: «ad una semplificazione e razionalizzazione degli Organismi esistenti ed ad una più attenta programmazione delle attività economiche di tutte le Amministrazioni vaticane» (Chirografo del 18 luglio 2013).
[35] Ad es. le Raccomandazioni elaborate dal Gruppo d'Azione Finanziaria Internazionale (GAFI). Oggi l’attività dello IOR risulta pienamente conforme alla normativa vigente nello Stato della Città del Vaticano in materia di antiriciclaggio e lotta al finanziamento del terrorismo vigente nello Stato della Città del Vaticano.
[36] L'A.I.F. è «una Istituzione collegata con la Santa Sede» che «svolge, in piena autonomia e indipendenza, le seguenti funzioni: a) vigilanza e regolamentazione a fini prudenziali degli enti che svolgono professionalmente un’attività di natura finanziaria; b) vigilanza e regolamentazione al fine della prevenzione e del contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo; c) informazione finanziaria» (Statuto dell’AIF, Tit. 1, Art. 1 e 2).
[37] L’A.I.F. è stata istituita anche per rinnovare l’impegno della Santa Sede nell’adottare i principi e adoperare gli strumenti giuridici sviluppati dalla Comunità internazionale, adeguando ulteriormente l’assetto istituzionale al fine della prevenzione e del contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e della proliferazione delle armi di distruzione di massa.
[38] Il Consiglio per l’Economia ha il «compito di sorvegliare la gestione economica e di vigilare sulle strutture e sulle attività amministrative e finanziarie dei dicasteri della Curia romana, delle istituzioni collegate con la Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano» (Motu Proprio Fidelis dispensator et prudens, 1).
[39] L’Ufficio del Revisore Generale opera in piena autonomia e indipendenza d’accordo con la legislazione vigente e con il proprio Statuto, riportando direttamente al Sommo Pontefice. Sottopone al Consiglio per l’Economia un programma annuale di revisione nonché una relazione annuale delle proprie attività. Obiettivo del programma di revisione è quello di individuare le più importanti aree gestionali e organizzative potenzialmente foriere di rischi. L'Ufficio del Revisore Generale è l'istituzione che svolge la revisione contabile dei Dicasteri della Curia Romana, delle Istituzioni collegate con la Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. L'attività dell'URG persegue l'obiettivo di fornire pareri professionali e indipendenti, in merito all'adeguatezza delle procedure contabili e amministrative (sistema di controllo interno) e la loro effettiva applicazione (compliance audit), nonché l'attendibilità dei bilanci dei singoli Dicasteri e Consolidato (financial audit) e la regolarità nell'utilizzo delle risorse finanziarie e materiali (value for money audit).
[40] «L’attuale contesto comunicativo, caratterizzato dalla presenza e dallo sviluppo dei media digitali, dai fattori della convergenza e dell’interattività, richiede un ripensamento del sistema informativo della Santa Sede e impegna ad una riorganizzazione che, valorizzando quanto nella storia si è sviluppato all’interno dell’assetto della comunicazione della Sede Apostolica, proceda decisamente verso una integrazione e gestione unitaria» (Statuto della Segreteria per la Comunicazione, Preambolo).
[41] Con il Motu Proprio del 31 maggio 2016 De concordia inter Codices sono state mutate alcune norme del Codice di Diritto Canonico.‎
[42] «Tale Dicastero sarà particolarmente competente nelle questioni che riguardano le migrazioni, i bisognosi, gli ammalati e gli esclusi, gli emarginati e le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura».

References: art. 1
 art. 1
 §2
 art. 2
 §2
 Art. 1