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Timestamp: 2020-02-17 00:17:43+00:00

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Un problema reale, una soluzione incostituzionale
Alessandro Pillitu | 14/01/2020 10:34
a cura dell'avv. Alessandro Pillitu
L'alba del nuovo decennio porterà, nei processi penali, la novità assai discussa del blocco del decorso della prescrizione dopo l'emissione della sentenza di primo grado, per effetto dell'entrata in vigore dell'art. 1, comma 1, lettera e) della legge c.d. Spazzacorrotti.
Il problema al quale il legislatore ha tentato di trovare una soluzione non è affatto nuovo, ed è noto che il nostro Paese, fra quelli europei, rappresenta un caso negativo in termini di durata dei giudizi penali e di numero di procedimenti estinti per intervenuta prescrizione.
Anche se per sommi capi, è opportuno ripercorrere le tappe delle molteplici modifiche apportate al codice, sul punto, negli ultimi 15 anni, prima di esprimere una valutazione dei possibili effetti della legge n. 3/2019.
Il ragionamento non può non prendere le mosse dalla legge n. 215/2005, nota come ex Cirielli o, per alcuni commentatori, "salva Previti", il cui effetto fu quello di rivedere, al ribasso, i termini massimi di prescrizione (n1) dei reati, dimezzando l'aumento conseguente al compimento di uno degli atti interruttivi previsti dall'art. 160 c.p., passato dalla metà ad un quarto del periodo di prescrizione intermedia.
Gli effetti della riforma si manifestarono nel corso dell'anno 2012, con un significativo incremento del numero di procedimenti estinti per il decorso del termine di prescrizione , tanto che il governo Monti istituì una Commissione, presieduta dal Prof. Fiorella (n.2) , affidandole il compito di tracciare le linee di una possibile riforma della disciplina posta dagli artt. 157 ss c.p.
Partendo dalla distinzione fra "prescrizione del reato" e "prescrizione del processo" e censurando il meccanismo, citato in precedenza, del ristretto aumento del termine conseguente al compimento di uno degli atti interruttivi, la Commissione aveva ritenuto preferibile non introdurre soluzioni tramuatiche per il sistema, quali il blocco tout court del decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, o l'introduzione, sull'esempio dell'art. 304 c.p.p. in materia di misure cautelari, di termini di prescrizione "di fase", poiché ciò avrebbe determinato un'eccessiva riduzione del limite complessivo, ed avrebbe reso necessario prevedere una numerosa serie di cause di sospensione del termine la cui operatività sarebbe stata rimessa, secondo i commissari, alla discrezionale valutazione del Giudice.
La proposta fu, dunque, quella di introdurre due nuovi casi di sospensione del decorso della prescrizione, di due anni a far data dal deposito della sentenza di primo grado, e di un anno dalla delibazione della pronuncia di secondo grado.
Inoltre, proprio per consentire alla fase giurisdizionale di giungere, per lo meno, alla delibazione della sentenza di primo grado, la commissione propose di rivedere la disciplina degli aumenti del termine posta dall'art. 160 c.p., rimodulando gli aumenti in maniera inversamente proporzionale rispetto al limite della prescrizione intermedia di cui all'art. 157 c.p.
Detto lavoro fu valorizzato, successivamente, dal Guardasigilli Andrea Orlando, tanto da diventare la base della successiva modifica su cui si tornerà più avanti.
Nello stesso periodo veniva istituita, presso l'Ufficio Legislativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri (n.3) , una seconda commissione di studio volta alla redazione di proposte normative in materia di lotta, anche patrimoniale, alla criminalità organizzata.
Il consesso, presieduto dal dott. Gratteri, prendendo spunto dalle regole presenti in Germania (n.4), indicava nel blocco del decorso del termine di prescrizione, dopo il deposito della delibazione della sentenza di primo grado, una possibile soluzione al problema della "falcidia" dei procedimenti, in un quadro di più ampia riforma delle regole del rito penale.
I commissari si erano, comunque, posti il problema della prevenzione del rischio di un processo "a tempo indeterminato" e della compatibilità della possibile novella con i principi costituzionali.
Il punto di equilibrio era stato individuato nel fare riferimento ai termini massimi di prescrizione del reato, quale limite massimo di "ragionevolezza" della durata del processo, superati i quali l'eventuale sentenza di condanna avrebbe dovuto tener conto dell'eccedenza della durata del processo, e convertirla in uno sconto di pena, in modo speculare al periodo pre-sofferto per effetto di misure cautelari di natura custodiale.
Così riassunte le proposte, si giunse all'approvazione, nell'anno 2017, della legge n. 103/2017 che, come accennato in precedenza, recuperò il lavoro svolto dalla commissione Fiorella introducendo, nell'art. 159 c.p., due periodi di sospensione del decorso della prescrizione, ciascuno di un anno e mezzo al massimo, al comma 2, rispettivamente ai numeri 1 e 2 (n.5).
Lo scadere della legislatura ha, però, portato ad un cambio di maggioranza parlamentare, ed al prevalere di una forza politica che ha esplicitamente proposto una revisione, in senso regressivo sul piano dei diritti dell'imputato, delle regole della giustizia penale, comprese quelle inerenti la prescrizione.
Ne è seguita l'approvazione della legge n. 3/2019, che ha recepito il lavoro della commissione "Gratteri" senza, tuttavia, introdurre quei meccanismi compensativi che pure erano stati suggeriti.
Il testo del nuovo articolo 159, comma 2 c.p., è infatti il segunte "Il corso della prescrizione rimane altresi' sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutivita' della sentenza che definisce il giudizio o dell'irrevocabilita' del decreto di condanna".
L'intento del legislatore, a ben vedere, è chiaro e comprensibile: eliminare la possibilità che il dilatarsi dei tempi del processo divenga la leva mediante la quale evitare il definitivo accertamento di responsabilità in ordine a fatti genitivi di allarme sociale, e che si produca per tale motivo, un senso diffuso di impunità.
Un traguardo che, allo stato attuale, non può essere raggiunto tramite la novella normativa.
E', infatti, noto che buona parte delle pronunce di prescrizione giunge nella fase delle indagini preliminari, senza il compimento di alcuna attività , dato che dovrebbe far interrogare circa l'efficienza del lavoro delle Procure, piuttosto che delle Corti nel corso del dibattimento.
In secondo luogo, l'evaporare del termine di prescrizione potrebbe indurre un ulteriore lassismo nella gestione dei processi penali che invece, come insegnano i padri del diritto processuale, richiedono un accertamento celere, quanto più possibile vicino al compimento dei fatti.
Ne conseguirebbe, nella migliore delle ipotesi, il più che probabile rischio di giudicare una persona che, nel frattempo, è completamente cambiata rispetto al momento di commissione del reato o, nella peggiore, di continuare a tenere sotto processo un soggetto innocente, in caso di appello proposto dalla procura.
Il tutto senza alcuna forma di ristoro rispetto all'ulteriore sofferenza generata da un processo senza certezza sui tempi.
Come affermato da autorevoli commentatori (n7), la nuova disciplina potrebbe essere compatibile con i principi costituzionali attualmente vigenti, in particolare con l'art. 111 Cost., a patto che, accanto ad essa, venga approvata una robusta revisione della disciplina del processo penale, idonea a conferire certezza ai tempi del giudizio, in conformità al dettato costituzionale, e ad eliminare il rischio di una indeterminata sottoposizione dell'imputato ad un accertamento penale privo di ragionevolezza, nei tempi di celebrazione.
Si potrebbe, in tal senso, ragionare nuovamente sull'eliminazione della facoltà di impugnazione della sentenza, da parte della Procura, in caso di assoluzione dell'imputato.
Allo stato attuale, tali "rivoluzionarie" riforme non sembrano oggetto della medesima fretta che ha contrddistinto l'approvazione della legge "Spazzacorrotti", ed il perdurante quadro di instabilità politica rischia di rimettere, ancora una volta, la decisione nelle mani della Consulta in ordine.
1 - Dati Ministero di Grazia e Giustizia per gli anni 2010, 2011 e 2012.
2 - Relazione Commissione Prof. Fiorella.
3 - Relazione Commissione Gratteri
4 - La disciplina concernente la prescrizione della perseguibilità (Verfolgungsverjährung) è posta dai paragrafi 78 e 78c del codice penale (Strafgesetzbuch). Il comma 3 del §§ 78 prevede che "Se prima del decorso del termine di prescrizione è intervenuta una sentenza di primo grado, il termine di prescrizione decorre non prima del momento in cui il processo si conclude con sentenza definitiva".
5 - Il testo dell'art. 159, comma 2 c.p., in vigore fino al 1/01/2020 era: "Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso nei seguenti casi: 1) dal termine previsto dall'articolo 544 del codice di procedura penale per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di primo grado, anche se emessa in sede di rinvio, sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza che definisce il grado successivo di giudizio, per un tempo comunque non superiore a un anno e sei mesi; 2) dal termine previsto dall'articolo 544 del codice di procedura penale per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di secondo grado, anche se emessa in sede di rinvio, sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza definitiva, per un tempo comunque non superiore a un anno e sei mesi".
6 - Cfr., sul punto, Intervento svolto dal Cons. Raffaele Cantone in data 11 dicembre 2019 durante una audizione informale di fronte alla Commissione Giustizia della Camera.

References: sentenza 
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 articolo 159
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