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Timestamp: 2018-10-17 13:01:11+00:00

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5) nelle cause di impugnazione delle deliberazioni dell’assemblea e del consiglio di amministrazione, nonchè nelle cause di responsabilità da chiunque promosse contro gli organi ammmistrativi e di controllo, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari e i liquidatori delle società, delle mutue assicuratrici e società cooperative, delle associazioni in partecipazione e dei consorzi;
Cause nelle quali è obbligatorio l’intervento del pubblico ministero.
Ai sensi degli artt. 50-bis e 50-ter c.p.c. la decisione della causa spetta al tribunale in composizione monocratica nell’ipotesi in cui la controversia verta solo sulla lamentata contraffazione e l’accertamento della validità del brevetto sia richiesto solo in via incidentale dalla convenuta, dal momento che l’intervento del p.m. è facoltativo. Trib. Parma, 18 dicembre 2002.
Cause fallimentari.
2.1. Azione revocatoria fallimentare.
L’azione revocatoria fallimentare è compresa tra quelle per le quali opera la riserva di collegialità ex art. 48 ordinamento giudiziario e, quindi, deve essere decisa dal collegio ed assegnata alla sezione ordinaria civile del tribunale che ha dichiarato il fallimento. Trib. Acqui Terme, 31 luglio 2001.
2.2. Sospensione necessaria del procedimento relativo alla domanda tardiva di insinuazione al passivo.
La sospensione necessaria del processo ex art. 295 c.p.c. può essere disposta esclusivamente dal giudice cui è affidata la decisione della controversia e, quindi, dal tribunale in composizione collegiale nel caso di giudizio avente ad oggetto una domanda tardiva di insinuazione al passivo del fallimento, se il giudice delegato abbia disposto farsi luogo all’istruzione della causa; in siffatta ipotesi, l’ordinanza di sospensione pronunciata dal giudice istruttore è nulla per un vizio attinente alla regolare costituzione del giudice, che può essere fatto valere con ricorso per regolamento di competenza, e non con istanza di revoca dell’ordinanza, poiché non sono revocabili le ordinanze per le quali la legge prevede uno speciale mezzo di reclamo. Cass. 23 novembre 2004, n. 22102.
2.3. Cancellazione della causa dal ruolo nel giudizio di opposizione allo stato passivo.
L’opposizione allo stato passivo del fallimento introduce un giudizio contenzioso attribuito alla decisione del tribunale in composizione collegiale, con la conseguenza che il giudice delegato, ai sensi degli artt. 98 e 99 della legge fallimentare, ha solo poteri istruttori, non già poteri di decisione né del merito né dell’ammissibilità dell’opposizione, sicché non può ordinare la cancellazione della causa dal ruolo per la mancata costituzione dell’opponente nel termine stabilito dall’art. 98, terzo comma, legge fallimentare, ed il relativo provvedimento eventualmente adottato deve ritenersi abnorme e ricorribile per cassazione ai sensi dell’art. 111, Cost., in quanto non altrimenti impugnabile ed idoneo a pregiudicare definitivamente il diritto del creditore opponente. Cass. 11 marzo 2005, n. 5379.
2.4. Giudizio di impugnazione del decreto del giudice delegato di non ammissione al passivo.
Il decreto con il quale il giudice delegato, in presenza dell’opposizione del curatore, in luogo di provvedere alla istruzione della causa e rimettere la decisione al collegio, direttamente escluda, in tutto o in parte, il credito oggetto della domanda d’insinuazione tardiva al passivo della procedura fallimentare o comunque neghi il rango privilegiato richiesto, è atto radicalmente inesistente, in quanto emesso da un giudice privo di poteri decisori, e pertanto insuscettibile di produrre effetti giuridici; ne consegue che il giudice davanti al quale esso venga impugnato con uno dei mezzi previsti dal codice di rito non può pronunciare nel merito né rimettere le parti dinanzi al primo giudice, ma deve limitarsi a dichiarare l’inesistenza del provvedimento impugnato, restituendo le parti nella situazione in cui esse si trovavano prima della pronuncia del provvedimento dichiarato inesistente. Cass. 8 febbraio 2008, n. 3013.
Cause devolute alle sezioni specializzate in materia di proprietà industriale ed intellettuale.
Nelle controversie in materia di proprietà industriale ed intellettuale, devolute dall’art. 3 del D.Lgs. 27 giugno 2003, n. 168, alla competenza delle istituite sezioni specializzate presso i Tribunali e le Corti d’appello, le medesime sezioni giudicano in composizione collegiale e solo lo svolgimento delle attività istruttorie è assegnato ad un magistrato componente il collegio, ai sensi dell’art. 2 del citato D.Lgs. e dell’art. 50 bis, primo comma, n. 3 c.p.c. La sospensione necessaria del processo può, quindi, essere disposta, ex art. 295 c.p.c., esclusivamente dalla sezione in composizione collegiale e, pertanto, l’ordinanza di sospensione pronunciata, in violazione di norma processuale, dal giudice istruttore rappresenta un atto illegittimo ed avverso di essa è esperibile il regolamento necessario di competenza, che rappresenta lo strumento d’impugnazione apprestato dall’art. 42 c.p.c. in relazione alla natura del provvedimento viziato. Cass. 12 giugno 2006, n. 13578.
Cause devolute alle sezioni specializzate agrarie.
Anche a seguito del D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, istitutivo del giudice unico di primo grado, il quale ha novellato (con l’art. 14) l’art. 48 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12 e introdotto (con l’art. 56) nel codice di procedura civile una nuova sezione (la VI-bis nel capo I del titolo I del libro I) dedicata alla composizione del tribunale (artt. 50-bis - 50-quater c.p.c.), la questione relativa alla devoluzione di una controversia alla sezione specializzata agraria presso il tribunale o a quello stesso tribunale in composizione ordinaria (monocratica o collegiale che sia) continua a costituire questione di competenza e non di mera ripartizione degli affari all’interno di un unico ufficio giudiziario; è di conseguenza ammissibile il conflitto di competenza d’ufficio, allorquando uno di tali organi contesti la propria competenza individuata dall’altro. Cass. 7 ottobre 2004, n. 19984.
Cause societarie.
5.1. Azione sociale di responsabilità.
L’azione sociale di responsabilità, esercitata da una società per azioni nei confronti di propri amministratori, a norma dell’art. 2393 c.c., non rientra nella speciale competenza per materia del tribunale, in funzione di giudice del lavoro, ex art. 413 c.p.c., ma spetta alla competenza ordinaria del tribunale (con riserva di collegialità ex art. 48, regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, così come modificato dall’art. 88, legge 26 novembre 1990, n. 353). Cass. 6 giugno 2003, n. 9090.
5.2. Controversie relative alla revoca degli amministratori.
La controversia promossa dell’amministratore per accertare l’inesistenza di una giusta causa di revoca dal suo incarico e il conseguente risarcimento del danno rientra nella competenza del Tribunale ordinario che deve trattarla nelle forme dell’ordinario giudizio di cognizione e, qualora alla controversia sia ancora applicabile l’art. 48, ord. giud., deciderla in composizione collegiale (Trib. Napoli, 10 maggio 2001), avendo il giudizio ad oggetto non le pretese economiche derivanti dall’esecuzione di prestazioni di lavoro, in un nesso di sinallagmaticità tra retribuzione ed attività lavorativa, bensì l’esame del contenuto di una delibera assembleare e delle motivazioni ad essa sottese, e dei suoi riflessi di contenuto patrimoniale sulla persona dell’attore. Trib. Napoli, 21 maggio 2001.
5.3. Controversie relative all’esclusione dei soci delle cooperative.
La domanda di impugnazione dell’esclusione del socio da una cooperativa di lavoro, proposta congiuntamente alla domanda di impugnazione del licenziamento, deve essere esaminata dal tribunale secondo il rito del lavoro, poiché tale rito è munito - ai sensi dell’art. 40, terzo comma, c.p.c. - di vis attractiva prevalente rispetto al rito ordinario; detto esame deve essere tuttavia compiuto dal Tribunale in composizione collegiale ai sensi dell’art. 50-bis, n. 5, c.p.c. Trib. Genova, 12 novembre 2002.
5.4. Altre controversie riguardanti le cooperative.
La domanda giudiziale di scioglimento di una cooperativa, di responsabilità di amministratori, sindaci e liquidatori, l’azione surrogatoria e di arricchimento senza causa sono di competenza del tribunale in composizione collegiale, a mente dell’art. 50-bis c.p.c., come inserito dall’art. 56, D.Lgs. 19 febbraio 1998 n. 51. Trib. Roma, 6 maggio 2003.
5.5. Controversie riguardanti i rapporti tra soci delle società di persone, differenze.
La controversia avente ad oggetto l’azione di risarcimento del danno proposta da un socio di una società di persone nei confronti degli altri soci per comportamenti asseritamente illeciti di questi ultimi non rientra nella previsione di cui all’art. 50-bis, n. 5 c.p.c., e pertanto non dev’essere decisa dal tribunale in composizione collegiale, atteso che in tale giudizio gli altri soci, anche quando costituiscono la maggioranza, non rappresentano la società, e le delibere assembleari, pur costituendo la fonte della controversia, non ne rappresentano l’oggetto specifico, nè di esse si chiede l’annullamento, ma si inseriscono nel quadro processuale solo in via incidentale per giustificare la responsabilità dei soci in quanto tale Cass. 22 aprile 2010, n. 9615.
Procedimenti camerali.
6.1. Procedimenti di liquidazione delle competenze professionali agli avvocati e agli ausiliari del giudice e procedimenti in materia di ammissione al patrocinio a spese dello Stato.
La procedura speciale in camera di consiglio per la liquidazione degli onorari agli avvocati, disciplinata dall’art. 29 della legge 15 giugno 1942, n. 794 non rientra tra quelle richiamate (in via di eccezione rispetto al successivo art. 50-ter) dal secondo comma dell’art. 50-bis c.p.c. e, quindi non va trattata dal tribunale in composizione collegiale. A tal fine è sufficiente considerare che il relativo provvedimento conclusivo non è impugnabile, mentre l’art. 739 c.p.c. prevede espressamente il reclamo. Ne consegue non vi è alcuna contraddizione tra il suddetto art. 50-bis e l’art. 99, comma 3, del D.Lgs. 30 maggio 2002, n. 113 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di spese di giustizia). Va, quindi, dichiarata la non fondatezza della questione di legittimità costituzionale del citato art. 99, comma 3, D.Lgs. n. 113 del 2002, sollevata in riferimento agli artt. 3 e 76 Cost., per la parte in cui dispone che nel processo di opposizione avverso il provvedimento di rigetto dell’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, ovvero di revoca del decreto di ammissione già accordato, l’ufficio giudiziario procede in composizione monocratica anziché collegiale. (Corte cost. 52/2005) Alla stessa conclusione si perviene anche in riferimento alla normativa riguardante il procedimento per la liquidazione dei compensi degli ausiliari del giudice, sicché va dichiarata la non fondatezza: a) della questione di legittimità costituzionale dell’art. 170 del D.Lgs. n. 113 del 2002 (come riprodotto nel D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115), sollevata in riferimento all’art. 76 Cost., per la parte in cui ha trasferito dal giudice in composizione collegiale al giudice in composizione monocratica la competenza a decidere sulla opposizione avverso il provvedimento di liquidazione dei compensi agli ausiliari del giudice; b) della questione di legittimità costituzionale, sollevata in riferimento allo stesso parametro, dell’art. 7 della legge di delega 8 marzo 1999, n. 50, come modificato dall’art. 1 della legge 24 novembre 2000, n. 340, nella parte in cui non ha previsto i limiti e l’oggetto della delega in una materia, quale quella riguardante la competenza del giudice, coperta da riserva assoluta di legge ai sensi dell’art. 25 Cost. Corte cost. 28 gennaio 2005, n. 53; conforme Corte cost. 19 luglio 2005, n. 289; Corte cost. 26 luglio 2005, n. 334; Corte cost. 10 febbraio 2006, n. 52.
6.2. Opposizione al decreto di espulsione dello straniero.
L’opposizione al decreto di espulsione dello straniero, già attribuito alla competenza pretoria dagli artt. 13, comma 9, e 13-bis della legge n. 286 del 1998, dopo la soppressione delle preture ed il passaggio - in assenza di diversa determinazione - della competenza al tribunale, deve essere trattato, con le forme camerali, e deciso dal tribunale in composizione monocratica, poiché l’art. 244, comma 2, del D.Lgs. n. 51 del 1998 dispone che le funzioni del pretore non espressamente attribuite ad altra autorità sono devolute al tribunale in composizione monocratica, «anche se relative a procedimenti disciplinati dagli articoli 737 e seguenti del c.p.c.», ossia a procedimenti in camera di consiglio, pur se incidenti su diritti soggettivi, così esprimendo una chiara eccezione alla riserva di collegialità prevista dall’art. 50-bis, secondo comma, c.p.c. (introdotto dall’art. 56 del medesimo D.Lgs. n. 51 del 1998 e che prevede debba il tribunale in composizione collegiale giudicare nei procedimenti in camera di consiglio disciplinati dagli artt. 737 ss. «salvo che sia altrimenti disposto»). Cass. 19 febbraio 2004, n. 3266; conforme Cass. 25 febbraio 2004, n. 3745.
6.3. Impugnazione del decreto di approvazione del rendiconto finale del tutore.
L’impugnazione con reclamo del decreto di approvazione del rendiconto finale del tutore, emesso dal giudice monocratico di prima istanza quale giudice tutelare, deve decidersi con sentenza del tribunale in sede contenziosa ai sensi dell’art. 45 disp. att. c.c. ed in composizione collegiale ex art. 50-bis c.p.c.; tale sentenza, la cui natura decisoria si ricava dall’effetto di rendere definitivi ed irrevocabili gli accertamenti sul rendimento di conto del tutore, è appellabile ai sensi dell’art. 339 c.p.c., ma non ricorribile per cassazione. Cass. 1 luglio 2008, n. 17956.
Altri casi di riserva al giudice collegiale.
L’opposizione al decreto di nuova fissazione del rilascio dell’immobile già locato ad uso abitativo si propone, nei modi dell’opposizione all’esecuzione, al tribunale in composizione collegiale. Trib. Trieste, 12 settembre 2000.
Coordinamento tra riserva di collegialità e l’istituzione del tribunale in composizione monocratica ad opera del D.Lgs. n. 51 del 1998.
A norma dell’art. 50-bis c.p.c., introdotto dal D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, il procedimento di scioglimento della comunione è trattato e deciso dal tribunale in composizione monocratica, non rientrando tra quelli per i quali è prevista riserva di collegialità; pertanto, ove il giudice istruttore provveda con ordinanza sulla vendita nonostante siano sorte contestazioni al riguardo, il relativo provvedimento è pronunciato da un organo avente in ogni caso potere decisorio e pur non avendo la forma di sentenza di cui al secondo comma dell’art. 788 c.p.c., ne ha comunque il contenuto, onde lo strumento di impugnazione esperibile avverso di esso è l’appello, e non il ricorso straordinario per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 22 febbraio 2010, n. 4245; conforme Cass. 8 novembre 2010, n. 22663; Cass. 24 novembre 2010, n. 23840.

References: art. 48
 art. 295
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 295
 Cass. 
 Cass. 
 art. 413
 art. 48
 Cass. 
 Cass. 
 art. 50
 art. 50
 art. 99
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 50
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.