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Timestamp: 2019-04-23 02:34:07+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 7773 del 20/03/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7773 del 20/03/2019
Cassazione civile sez. trib., 20/03/2019, (ud. 15/11/2018, dep. 20/03/2019), n.7773
sul ricorso iscritto al n. 24624/2012 R.G. proposto da:
Toscana, sezione staccata di Livorno, n. 83/23/12, depositata il 14
Con sentenza n. 83/23/12, depositata il 14 marzo 2012 la Commissione tributaria regionale della Toscana, sezione staccata di Livorno accoglieva l’appello proposto dall’Agenzia delle dogane, ufficio locale, avverso la sentenza n. 42/06/10 della Commissione tributaria provinciale di Livorno che aveva accolto il ricorso della SGS Italia spa contro l’atto di contestazione per sanzioni relative a tributi doganali ex art. 303 TULD.
La CTR osservava in particolare che, diversamente da quanto opinato dal primo giudice, la fattispecie sanzionatoria de qua era applicabile anche nel caso, quale quello di specie, di contestata falsità del certificato di importazione e quindi di contestazione della provenienza della merce importata, potendosi sussumere tale circostanza nei concetti normativi, contenuti nella norma evocata dall’agenzia fiscale, di “qualità, quantità e valore” delle merci.
La ricorrente successivamente ha depositato memorie.
Con il primo motivo di ricorso – ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 – 5 – la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 303 TULD e del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 3, ovvero subordinatamente il vizio motivazionale, poichè la CTR ha ritenuto che la previsione della prima disposizione legislativa evocata in ordine alle inesatte/false indicazioni relative alla “qualità, quantità e valore” delle merci destinate alla importazione definitiva, possa trovare applicazione anche nel caso, come quello di specie, di falsità del certificato di importazione.
In particolare la ricorrente afferma che tale statuizione si pone in contrasto con il principio di legalità delle sanzioni amministrative tributarie di cui al D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 3 e peraltro affermato nella giurisprudenza costituzionale, unionale e convenzionale, implicando una interpretazione estensiva di detta previsione sanzionatoria che appunto non è consentita da questo principio generale; indica comunque quale argomento a contrario la diversa previsione di cui all’art. 8 TULD, comma 3, disciplinante la dichiarazione doganale che prevede che in essa vengano specificate non solo “quantità, qualità e valore” delle merci, ma anche la loro “origine”, diversamente quindi dall’art. 303, stesso TU.
In ordine alla questione in esame, questa Corte ha – consolidatamente- affermato che “i termini adoperati dal D.P.R. n. 43 del 1973, art. 303, comma 1, (qualità, quantità, valore) costituiscono una esemplificazione dell’elemento oggettivo destinato all’importazione e specificamente considerato ai fini del pagamento del dazio e sottointendono la relazione di necessaria corrispondenza sostanziale che deve sussistere tra l’oggetto della dichiarazione doganale e l’oggetto dell’accertamento; poichè nel concetto di “qualità” di una merce rientra qualsiasi caratteristica, proprietà o condizione che serva a determinarne la natura e a distinguerla da altre simili, vi rientra anche l’origine (o la provenienza), in quanto elemento sintomatico delle specificità del prodotto”; si è, in particolare precisato che l’art. 303 TULD, comma 1, “punisce anche la dichiarazione non veritiera sull’origine delle merci, poichè l’origine è elemento distintivo della qualità, coperto dall’interpretazione estensiva (non analogica) della norma sanzionatoria” (Cass. civ. Sez. V, 21 aprile 2017, n. 10118; Cass. Cass. civ., Sez. V, 20 gennaio 2017, n. 1541; Cass. civ., 27 luglio 2012, n. 13489; Cass. civ., 3 agosto 2012, n. 14030; Cass. civ., 3 agosto 2012, n. 14042; Cass. civ., 14 febbraio 2014, n. 3467; Cass. civ., 29 luglio 2016, n. 15872);
Tale indirizzo ermeneutico è d’altro canto coerente con gli orientamenti della Corte di giustizia UE, secondo la quale nella materia doganale “la finalità del controllo a posteriori è di verificare l’esattezza dell’origine indicata nel certificato”, che costituisce elemento costitutivo del diritto (sentenza 15 dicembre 2011, C409/10, p. 43 e ss; sentenza 9 marzo 2006, C-293/04, p. 32).
Con il secondo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4-3-5 – la ricorrente si duole di omessa pronuncia ovvero subordinatamente di vizio motivazionale, poichè la CTR ha mancato di rispondere alla sua preliminare eccezione di inammissibilità dell’appello principale agenziale per difetto di specificità dei motivi nonchè alle sue ulteriori eccezioni meritali, devolute con il gravame incidentale, concernenti ulteriori vizi invalidanti dell’atto sanzionatorio impugnato, quali la mancata concessione di un termine per la difesa endoprocedimentale, il vizio motivazionale, il difetto di legittimazione passiva, il difetto di colpevolezza, l’infondatezza dei fatti fondanti il provvedimento, la sussistenza di cause di non punibilità.
Anzitutto non lo è in relazione all’eccezione preliminare processuale di inammissibilità dell’appello dell’Agenzia delle dogane, sia perchè non può darsi vizio di omessa pronuncia in relazione ad una questione meramente processuale (v. ex plurimis Cass. n. 321 del 12/01/2016) sia comunque perchè affrontando, pur molto parzialmente (v. appena infra), il meritum causae il giudice tributario di appello ha all’evidenza rigettato implicitamente tale eccezione (v. ex plurimis, Cass. n. 29191 del 06/12/2017).
Per il resto la censura è di contro pienamente fondata, posto che non vi è traccia alcuna nella sentenza impugnata di argomentazioni reiettive espresse di dette eccezioni meritali devolute con l’appello incidentale della società contribuente nè peraltro può in alcun modo ritenersi che le medesime siano state implicitamente rigettate, vertendo, come visto, la decisione unicamente sulla questione della sussumibilità della fattispecie concreta oggetto della contestazione doganale nella previsione sanzionatoria astratta di cui all’art. 303 TULD.
– è in ragione dell’interesse generale dell’Unione al recupero tempestivo delle entrate proprie che l’art. 244 CDC, comma 2, prevede che la presentazione di un ricorso contro l’avviso di accertamento ha l’effetto di sospendere l’esecutività dell’intimazione solo a determinate condizioni, cioè quando vi sia motivo di dubitare della conformità della decisione alla normativa doganale o vi sia pericolo di un danno irreparabile per l’interessato e che, conseguentemente, le disposizioni nazionali di attuazione delle condizioni di cui all’art. 244 CDC, comma 2, devono, in caso di mancata audizione, garantire che le stesse non siano applicate o interpretate restrittivamente;
In conclusione, rigettato il primo motivo di ricorso, va invece accolto, nei termini suindicati, il secondo motivo e conseguentemente va cassata la sentenza impugnata con rinvio al giudice a quo per nuovo esame.
La Corte, rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo motivo di ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Toscana, sezione staccata di Livorno, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 303
 art. 360
 art. 3
 art. 3
 art. 303
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
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 art. 360
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