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Timestamp: 2018-09-19 22:11:56+00:00

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Art. 323 codice penale - Abuso d'ufficio - Brocardi.it
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Dispositivo dell'art. 323 Codice penale
Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato (1), il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio (2) che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio (3), in violazione di norme di legge o di regolamento (4), ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale (5) ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni (6).
La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità (7).
(1) La clausola di riserva fa soccombere la norma nel concorso apparente rispetto ai reati più gravi, a prescindere dal principio di specialita (v. art. 15 del c.p.)
(2) Si tratta di un reato proprio, che può essere commesso tanto dal p.u. quanto dall'i.p.s., figura inserita dalla legge 26 aprile 1990, n.86, al fine di non lasciare impunita la condotta di distrazione di danaro o altra cosa mobile effettuata a vantaggio del privato da parte dell'incaricato di un pubblico servizio.
(3) La condotta deve essere compita nello svolgimento delle funzioni o del servizio, non rileva dunque il compimento di atti in occasione dell'ufficio e il mero abuso di qualità, cioè l'agire al di fuori dell'esercizio della funzione o del servizio.
(5) Il riferimento al vantaggio patrimoniale fa sì che venga dato rilievo al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale conseguenti all'atto antidoveroso dell'agente, senza dunque ricomprendere vantaggi di tipo morale o politico.
(6) L'art. 1 della l. 6 novembre 2012, n. 190 ha comportato un aggravamento di pena, prima prevista nei limiti edittali di sei mesi e tre anni.
La norma è diretta a tutelare il buon andamento della P.A., cui si accompagna l'esigenza di tutelare il privato dalle prevaricazioni dell'autorità.
Spiegazione dell'art. 323 Codice penale
L'abuso d'ufficio rappresenta un'ipotesi di reato plurioffensivo, dato che il bene giuridico tutelato non è solamente il buon andamento della P.A., ma anche il patrimonio del terzo danneggiato dall'abuso del funzionario pubblico.
Esso è un reato proprio, in quanto soggetti attivi del reato sono il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio nello svolgimento delle funzioni o del servizio. L'ampia formula consente di ritenere oggetto del reato non solo i tipici provvedimenti amministrativi, bensì qualunque specie di atto o attività posta in essere dal funzionario.
L'abuso d'ufficio rappresenta un reato di evento, il cui disvalore penale si realizza al momento della effettiva produzione di un ingiusto vantaggio patrimoniale o di un danno ingiusto ad altri.
Per quanto riguarda l'ingiusto vantaggio, esso può essere soltanto patrimoniale (non quindi qualsiasi utilità, come previsto in mole norma di cui al presente capo) e configura una situazione favorevole per il complesso dei diritti soggettivi a contenuto patrimoniale del soggetto pubblico, indipendentemente da un effettivo incremento economico.
Il danno per il terzo non viene invece specificato e pertanto può consistere in qualsiasi aggressione ingiusta nei confronti della sfera personale o patrimoniale del soggetto passivo.
È richiesta la c.d. doppia ingiustizia del danno, nel senso che ingiusta deve essere sia la condotta (in quanto connotata da violazione di legge), sia il vantaggio patrimoniale conseguito.
Il legislatore, al fine di restringere il campo delle possibili violazioni, ma soprattutto al fine di non violare il principio di determinatezza, ha individuato in cosa debba consistere l'abusività della condotta, ovvero:
violazione di norme di legge o di regolamento, in cui, si ritiene, vadano ricomprese anche le mere norme procedimentali, qualora atte a procurare un ingiusto vantaggio patrimoniale o un danno ingiusto. L'eccesso di potere in provvedimenti discrezionali non rientra invece nella fattispecie;
violazione dell'obbligo di astensione, qualora vi sa un obbligo giuridico di astensione in presenza di una situazione di conflitto di interessi.
Il reato richiede il dolo generico, connotato dalla intenzionalità, la quale determina l'impossibilità di configurare il delitto nei casi di mero dolo eventuale.
Tramite la clausola di riserva “salvo che il fatto non costituisca più grave reato”, il legislatore ha inteso dare alla figura in esame natura di clausola di consunzione.
Massime relative all'art. 323 Codice penale
Cass. pen. n. 27794/2017
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 27794 del 9 maggio 2017)
Cass. pen. n. 49538/2016
Costituisce violazione di legge, idonea ad integrare, sotto il profilo obiettivo, il reato di abuso d'ufficio, quanto meno tentato, l'adozione, da parte di un magistrato inquirente, di un provvedimento con il quale venga disposta l'acquisizione di tabulati di conversazioni telefoniche di parlamentari per il quale, alla luce dei dati esistenti in quel momento agli atti d'indagine, sarebbe stata necessaria l'autorizzazione preventiva della camera di appartenenza
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 49538 del 22 novembre 2016)
Cass. pen. n. 35577/2016
In tema di abuso d'ufficio, la prova del dolo intenzionale, che qualifica la fattispecie criminosa, può essere desunta anche da una serie di indici fattuali, tra i quali assumono rilievo l'evidenza, reiterazione e gravità delle violazioni, la competenza dell'agente, i rapporti fra agente e soggetto favorito, l'intento di sanare le illegittimità con successive violazioni di legge. (Fattispecie di omessa adozione, da parte di un Sindaco, di provvedimento di vigilanza con riguardo alla realizzazione di illecito edilizio e paesaggistico nel comune amministrato, nella quale la Corte ha ritenuto corretto il giudizio di colpevolezza fondato sulla provata conoscenza, da parte dell'imputato, della natura dell'intervento edilizio e del vincolo gravante sull'immobile).
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 35577 del 29 agosto 2016)
Verbali di contravvenzione al Codice della strada "taroccati" dalla Polizia Municipale - 17/08/2016
relativi all'articolo 323 Codice penale
Argomento: Articolo 323 Codice penale - Abuso d'ufficio | Quesito Q201821844
giovedì 09/08/2018 - Lombardia
“Un funzionario viene incaricato da una pubblica amministrazione di svolgere una ispezione, al fine di ottenere una autorizzazione obbligatoriamente prevista da una legge che chiameremo n. 1.
Nel corso della stessa, per ignoranza o altro, verbalizza come non conforme un elemento che è stato adottato dal richiedente per ottemperare un'altra legge (chiamiamola numero 2); parallelamente, prescrive un diverso adempimento in violazione di una terza legge (la n. 3).
Pertanto, per ottenere la autorizzazione chiesta dalla legge n. 1, il richiedente sarebbe costretto a violare le leggi n. 2 e n. 3 (che sono di natura generale), oppure a predisporre artefatti o produrre documenti falsi.
Il funzionario rigetta - per iscritto - la richiesta altrettanto scritta di inoltrare un quesito interpretativo ad autorità superiore (minacciando anzi querela - sempre per iscritto - a chi mettesse in dubbio la sua piena competenza).
Il richiedente, per evitare di violare le leggi n. 2 e n. 3, rinuncia al progetto per cui aveva chiesto autorizzazione.
Il quesito, naturalmente, non riguarda il merito specifico: ovviamente, per stabilire se abbia ragione il funzionario o il "richiedente", occorrerebbe un ben maggiore approfondimento.
Il quesito è invece molto più semplice: postulando che le cose stessero veramente così (ossia che il funzionario obbligasse in effetti a commettere due diversi reati pena il non ottenimento della autorizzazione), QUALE (E SE) SPECIE DI REATO AVREBBE COMMESSO IL FUNZIONARIO?”
Partendo dal presupposto - già affermato nel testo del quesito - che la questione normativa alla base andrebbe analizzata molto più approfonditamente, va doverosamente sottolineato che, stando così le cose e in mancanza di ulteriori elementi che dettaglino il comportamento del funzionario della pubblica amministrazione, non sembra sussistere alcun reato nella condotta del funzionario.
Ciò potrebbe essere verosimile tenuto conto del fatto che molto spesso la normativa amministrativa in tema di licenze e/o autorizzazioni è estremamente mutevole e contraddittoria tale per cui non è difficile il verificarsi di abrogazioni implicite.
Nel voler fare uno sforzo al fine di individuare qualche ipotesi delittuosa, va detto che l’unico reato che sembrerebbe rilevare è quello di cui all’art. 323 del codice penale, ovvero l’abuso d’ufficio che punisce il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio allorché nell’esecuzione delle sue funzioni violi le norme di legge o di regolamento procurando intenzionalmente a sé o altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arrecando ad altri un danno ingiusto.
Nel caso di specie, fermo restando che vi sono pochi dubbi sul fatto che il funzionario rivesta la qualifica di pubblico ufficiale e/o incaricato di un pubblico servizio ai sensi degli artt. 357 e 358 del codice penale, sembra sussistere sia l’elemento della violazione di legge che quello del danno in giusto.
La violazione di legge consisterebbe proprio nel fatto che il soggetto abbia agito in violazione della normativa 2 nella misura in cui riteneva non conforme un elemento approntato proprio in ottemperanza alla normativa predetta e nella misura in cui il soggetto prescriveva al richiedente un diverso adempimento in violazione della normativa 3.
Sembra peraltro sussistere un danno ingiusto consistente nella mancata concessione dell’autorizzazione cui il richiedente avrebbe avuto diritto.
E’ difficile poi ipotizzare la sussistenza di ulteriori reati (come la corruzione e/o la concussione e/o l’induzione indebita di cui agli articoli 318 e seguenti, 319 quater e 317 del codice penale) che potrebbero profilarsi solo nel caso in cui il funzionario abbia accettato somme di denaro dal richiedente e/o abbia lasciato intendere che per vincere la sua “ostinazione” sarebbe indispensabile la dazione di qualche utilità da parte del richiedente.
Va comunque rilevato che l’abuso d’ufficio è un reato estremamente tecnico e difficile da configurare tale per cui si invita ad una particolare cautela e alla consultazione con un professionista ben informato del caso prima di adire le vie legali.
Argomento: Articolo 323 Codice penale - Abuso d'ufficio | Quesito Q201821534
mercoledì 06/06/2018 - Emilia-Romagna
“Mi riferisco alla mia precedente richiesta di consulenza del 7/3 u.s. codice: Q201820725.
Mi avete confermato,con il Vostro parere, l’illiceità dei comportamenti tenuti dagli assistenti sociali nel modificare,di fatto,il dispositivo di un decreto provvisorio, allargando a persone non citate nello stesso il divieto di vedere un minore al di fuori della modalità protetta. Altrettanto illecito è stato imporre agli “assistiti” divieti di svolgere attività comunque consentite dalla legge.
L’inosservanza di tali divieti,descritti in dettaglio nella richiesta di consulenza citata,ha comportato,per rappresaglia,la sospensione di tutti gli incontri con nostro nipote. Non solo,ma tali insensati comportamenti ci hanno causato intensissimi stress emotivi dovuti alle continue minacce di quanto poi messo in atto.
Chiedo se, nell’illecito comportamento tenuto, si possano rilevare gli estremi per una denuncia penale.
Prima di rispondere al presente parere occorre fare una premessa dirimente. Ciò per dare una chiara chiave di lettura a quanto si dirà.
Nella consulenza del 7 marzo si chiedeva di fornire un parere sull’illegittimità - dal punto di vista civile e della normativa di settore - della condotta degli assistenti sociali che avrebbero di fatto modificato il contenuto di un decreto provvisorio dell’Autorità Giudiziaria finalizzato a regolare il diritto di visita da parte dei parenti nei confronti di un minore.
Nel parere predetto si ipotizzava dunque l’illiceità della condotta degli assistenti sociali in quanto questi avrebbero, appunto, modificato un provvedimento dell’Autorità giudiziaria che è, in genere, revisionabile solo tramite l’esperimento di precisi rimedi prefissati dalla legge. La conclusione predetta si basava comunque su una cognizione assolutamente sommaria del caso specifico e soprattutto degli atti interessati.
Nel pronunciarci dunque sull’eventuale rilevanza penale della condotta degli assistenti sociali, non possiamo fare altro che rimarcare che le seguenti valutazioni verranno sviluppate partendo da una circostanza di cui non si è potuta vagliare a pieno la veridicità (ovvero che effettivamente sia stato compiuto l’abuso nei termini sopra tratteggiati dagli assistenti sociali) stante, lo si ripete, la mancata visione dei documenti e la cognizione parziale del caso che, peraltro, sembra essere molto complesso. Allo stesso modo – ovviamente – non avendo piena contezza della condotta posta in essere, le seguenti valutazioni non potranno che essere orientative, cercando in ogni caso di essere il più possibile onnicomprensive alla luce del panorama del codice penale.
Ciò premesso, non resta che capire quali potrebbero essere le fattispecie penali rilevanti.
Sicuramente, vista la qualifica pubblicistica che rivestono gli assistenti sociali nel particolare e delicato ruolo che sono chiamati ad eseguire, potrebbe rilevare una delle fattispecie dei delitti contro la pubblica amministrazione.
Procedendo per esclusione (laddove non sembrano sussistere ipotesi di corruzione), la fattispecie potenzialmente rilevante potrebbe essere quella di cui all’articolo 323 del codice penale, ovvero l’abuso d’ufficio.
Fermo restando, come anzidetto, l’assoluta sussistenza della qualifica pubblicistica degli assistenti sociali, sembra integrata sia la «violazione di norme di legge» (che sarebbe consistita proprio nella deliberata violazione delle norme di settore che regolano l’attività dell’assistente sociale che è tenuto, in ogni caso, ad agire sulla base del provvedimento del Tribunale) che il «danno ingiusto» (che sarebbe consistito nell’indebita sottrazione ai parenti del diritto di visita al minore, pur essendoci tutte le condizioni) richiesti per la sussistenza del reato.
Quanto invece al dolo (diritto penale), nel reato di abuso d’ufficio deve essere particolarmente pregnante in quanto deve esprimersi sia nella coscienza e volontà di violare le norme di legge che nella precisa intenzione di cagionare un danno ingiusto.
Sembra infatti palese che gli assistenti sociali fossero più che coscienti di violare le norme poste a regolamento della loro attività e, allo stesso modo, intenzionati a provocare un danno ingiusto ai familiari illegittimamente estromessi dal diritto di visita. Se le cose stanno come sono state descritte, sembra di essere dinanzi ad un abuso talmente macroscopico da lasciare pochi spazi all’ipotesi della buona fede dei soggetti agenti.
Argomento: Articolo 323 Codice penale - Abuso d'ufficio | Quesito Q201821081
lunedì 26/03/2018 - Abruzzo
Vi sottopongo il seguente quesito:
ricade nel reato di ABUSO DI UFFICIO un Collegio dei Geometri che, in fase di vidimazione parcella del tecnico, interpreta in modo palesemente errato una Convenzione, atta a regolare i rapporti tra l'Amministrazione Com.le ed i Geometri, stipulata e sottoscritta tra i Presidenti dei Collegi Regionali, il Presidente del Consiglio dei Geometri e Responsabili di strutture pubbliche (USRA -Ufficio Speciale Ricostruzione AQ_ USRC Uff. Spec. Ricostruzione Cratere)?
La corretta applicazione della Convenzione è stata anche richiesta formalmente al contestato Presidente del Collegio, dal Dirigente Com.le al fine di renderla omogenea con quella di Ingegneri, Architetti e Periti che per le attività di cui si tratta (lett. c), e) ed f) art. 89 ed art 98 D.Leg.vo 81/08 e ss.mm.ii).
Il reato di abuso d’ufficio è previsto dall’articolo 323 del codice penale alla cui lettura si rimanda.
Si tratta di un reato contro la pubblica amministrazione definito secondo molti plurioffensivo in quanto lede
- sia il buon andamento della pubblica amministrazione e la sua imparzialità
- sia taluni interessi privatistici correlati a coloro i quali possono essere individuati come “vittime” dell’abuso commesso.
E’ evidente che si tratta di un reato estremamente complesso per la cui sussistenza sono richiesti numerosi elementi, primo tra tutti la qualifica di pubblico ufficiale e/o incaricato di pubblico servizio del soggetto agente.
Escludendo che il Collegio dei Geometri possa essere ritenuto pubblico ufficiale, sembra piuttosto possibile che venga ritenuto incaricato di un pubblico servizio. Secondo, infatti, l’articolo 358 del codice penale « ... Per pubblico servizio deve intendersi un'attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di quest'ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale».
La lettera della norma, non chiarissima, è stata oggetto di interpretazione estremamente estensiva da parte della giurisprudenza che, addirittura, ha riconosciuto incaricato di un pubblico servizio anche
- i dipendenti dell'Ente Poste ( C., Sez. VI, 12.5.2011; C., Sez. VI, 2.11.2010; C., Sez. VI, 21.6.2010; C., Sez. VI, 9.6.2006);
- i rappresentanti della Autostrade s.p.a. (C., Sez. VI, 20.5.1998);
- l'operatore motoristico e meccanico dell'ufficio provinciale della motorizzazione, la cui attività, volta alle certificazioni pubblicistiche derivanti dalla revisione dei veicoli, non si esplica in termini di mera manualità, ma esprime e richiede competenze tecniche ed intellettuali (C., Sez. VI, 29.10.2009; C., Sez. VI, 9.1.2001).
Sulla base della giurisprudenza predetta e dell’interpretazione estensiva applicata, è possibile sostenere che il Collegio dei Geometri, prestando un pubblico servizio e agendo sulla base di disposizioni pubblicistiche, rivesta il ruolo di incaricato di un pubblico servizio.
D’altra parte, ai fini della commissione del reato di abuso d’ufficio occorre anche la sussistenza di ulteriori elementi estremamente pregnanti:
la violazione di norme di legge o di regolamento;
l’omessa astensione in caso di conflitto di interesse;
il vantaggio ingiusto procurato intenzionalmente a sé o ad altri o il danno ingiusto.
Per quanto attiene alla violazione di legge o di regolamento o all’omessa astensione in caso di conflitto di interesse, non si dispone di informazioni sufficienti per riscontrare la sussistenza degli elementi in questione.
Si tratta in ogni caso di una circostanza di non estrema importanza ai fini della soluzione del presente parere.
Come detto, infatti, uno degli elementi indispensabili per la sussistenza dell’abuso d’ufficio è il vantaggio ingiusto conseguito intenzionalmente per sé o per altri dal soggetto agente e/o il danno ingiusto. Sul punto, sembra opportuno citare la Cassazione che in modo assolutamente costante afferma che « Il delitto di abuso d'ufficio è integrato dalla doppia e autonoma ingiustizia, sia della condotta che deve essere connotata da violazione di norme di legge o di regolamento, che dell'evento di vantaggio patrimoniale in quanto non spettante in base al diritto oggettivo, con la conseguente necessità di una duplice distinta valutazione in proposito, non potendosi far discendere l'ingiustizia del vantaggio dalla illegittimità del mezzo utilizzato e, quindi, dall'accertata illegittimità della condotta» Cass. pen. Sez. VI, 17-02-2015, n. 10133 (rv. 262800).
Nel caso di specie sembra che, nonostante sia stata violata la Convenzione, non ci sia stato il conseguimento del vantaggio ingiusto visto che il compenso vidimato è stato addirittura inferiore di quello che sarebbe stato legittimo in applicazione corretta della Convenzione predetta.
Stando così le cose, la condotta del Collegio non sembra integrare gli estremi del reato di abuso d’ufficio.
Qualora dovesse nascere un indagine al riguardo (ad oggi i reati contro la pubblica amministrazione sono particolarmente attenzionati dalle Procure), si consiglia di far immediatamente presente la questione del compenso in modo che il Pubblico Ministero possa archiviare la notizia di reato.
Argomento: Articolo 323 Codice penale - Abuso d'ufficio | Quesito Q201719938
lunedì 20/11/2017 - Emilia-Romagna
“Vi chiedo la presente consulenza a seguito della proverbiale consuetudine degli assistenti sociali di scrivere falsità nelle loro relazioni.In particolare vorrei sapere se,a Vostro parere, sia ravvisabile il reato di abuso d’ufficio essendo chiaramente false e propedeutiche al provocare un ingiusto danno le seguenti affermazioni: «Manuel ha dunque ricevuto per mano dell'amico quanto scritto dalla zia e SUL MOMENTO, per rabbia lo ha strappato per poi chiedere al padre di poterlo consegnare all'assistente sociale." L'assistente sociale,la stessa che ha redatto la relazione,avrebbe quindi ricevuto dal minore un foglietto precedentemente strappato,e considerato che l'avrebbe fatto con rabbia,si presume che a quel punto dovrebbero essere rimasti solo frammenti dello stesso,ma la stessa,tutta presa a dar prova del fatto, non si è resa conto che la fotocopia allegata testimonia di un foglio assolutamente integro rendendo palese la falsità di quanto descritto.
Nell'episodio narrato successivamente si riporta il fatto che la nonna avrebbe saputo dall'amichetto del cuore del nipote che i due si erano recentemente incontrati ,a quel punto,scrive l’assistente sociale, "la rete parentale" materna avrebbe effettuato molte telefonate alla madre dell'amico per fare domande sul nipote e la donna,di conseguenza,ha raccontato tutto al padre".Nel suo delirio di onnipotenza,costei si attribuisce la facoltà di ingerenza nella vita privata altrui,stabilendo a chi la mia “rete parentale” possa telefonare e quali argomenti trattare.In tali telefonate,sostiene l’operatrice,il padre del minore avrebbe individuato la causa dell’angoscia manifestata dal bambino,non rendendosi conto che il bambino non poteva essere stato coinvolto dalla vicenda goffamente riferita.
L’a.s.,da quanto si evince dal suo stesso racconto, inventa strumentalmente il coinvolgimento del minore in una vicenda che non l'ha minimamente sfiorato e di cui il minore non poteva aver contezza.
È un fatto che l’operatrice si rivela falsa fornendone essa stessa la prova. Il reato lo si può individuare facilmente anche nella pervicace insistenza di criminalizzare sistematicamente l’agire dei familiari materni che,anche se veri,non presenterebbero alcun aspetto censurabile, esaltando invece,con idilliaci e improbabili racconti,la probità del padre nonostante la recente denuncia e relativa emissione di decreto penale nei suoi confronti per “abbandono di minore”,al solo fine di demonizzare una parte e magnificare l'altra agli occhi,spesso ciechi dei giudici.
Mi sembra,e ve ne chiedo eventuale conferma,che tutti i requisiti richiesti dall’art.323 c.p. perché sia configurabile il reato, si siano materializzati e cioè: l’azione,cioè la relazione, è stata realizzata da un incaricato di pubblico servizio nello svolgimento delle funzioni o del servizio;il falso conclamato di quanto relazionato,contrario al dovere di obiettività ed esso stesso reato penale ex art.476 c.p. soddisfa ampiamente il requisito dell’agire in violazione di norme di legge o di regolamento,compreso il codice deontologico della categoria cui appartiene l’a.s. Anche l’intenzionalità del dolo pare provato dal fatto che la specifica competenza professionale dell’assistente sociale dovrebbe assicurare la garanzia di una valutazione coerente con i fatti riferiti che,invece, si dimostrano falsi circa l’esistenza di situazioni di disagio e rancori del minore nei confronti dei nonni e conseguente rifiuto di incontrarli. Tale comportamento è funzionale a provocare il dolo diretto ed immediato nei confronti dei nonni,consistente nella negazione al diritto di frequentare il nipote come diretta conseguenza di un inesistente rifiuto dello stesso ad incontrare i parenti materni per i fatti falsamente riportati. Ulteriore abuso si ravvisa,a mio parere, laddove la prescrizione del decreto provvisorio emesso nel luglio 2016 viene disattesa. Essa recita infatti :
"Il servizio regolamenterà i rapporti con i nonni materni con modalità protette, almeno inizialmente, e comunque solo se rispondenti alle esigenze del minore.”
Ad un attento esame della frase,al di là di tecnicismi sintattici e grammaticali, la perentorietà che esprime il verbo:”regolamenterà” non lascia dubbi circa la possibilità che quanto da regolamentare,i rapporti con i nonni,possa essere disatteso. Tutta la frase si intuisce come intenzionata a stabilire le modalità protette degli incontri ed i tempi di attuazione,con l’indicazione sebbene vaga di “almeno inizialmente” anch’essa disattesa dal servizio avendola invece adottata senza soluzione di continuità. La condizione espressa nel decreto con “e comunque solo se rispondenti alle esigenze del minore”
deve necessariamente essere messa in relazione con le modalità e non con i rapporti con i nonni tout court essendo le prime a dettare il senso dell’intera frase,come si rileva anche dalla distribuzione gerarchica dei vari sintagmi nella frase.In caso di dubbio,data la oggettiva ambiguità della frase,per non incorrere nella mancata osservanza del precetto,i servizi avrebbero dovuto chiedere lumi al Tribunale minorile circa l’interpretazione della prescrizione prima di adottare qualsiasi iniziativa contraria.
Nell'attesa di leggerVi al piu' presto
Vi ringrazio sentitamente e Vi saluto cordialmente”
Prima di entrare nel dettaglio del delitto di abuso d’ufficio, previsto e punito dall’art. art. 323 del c.p. del c.p., è opportuno esporre brevemente gli elementi di fatto oggetto del quesito:
1) Falsità della relazione circa l’episodio del foglietto consegnato integro e non stracciato come erroneamente riferito dall’A.S.
2) Resoconto errato circa lo stato di tensione che il minore avrebbe sofferto per alcune telefonate intercorse tra la nonna e la famiglia di un amico.
3) Criminalizzazione dei familiari materni nelle relazioni.
4) Considerazioni positive sul padre non corrispondenti al vero.
5) Mancata ottemperanza al decreto provvisorio.
Alla luce di questo inquadramento giuridico, non pare che nel caso di specie si configuri il reato di abuso d’ufficio.
Bisogna in particolare soffermarsi sul requisito della c.d. doppia ingiustizia richiesto dalla norma.
A prescindere dalla violazione di norme o regolamenti, infatti, manca il requisito del danno ingiusto. Gli elementi di fatto sopra descritti rappresentano infatti delle valutazioni discrezionali dell’A.S. che difficilmente potrebbero fondare una sentenza di penale responsabilità.
L’unico elemento controverso potrebbe essere l’elemento del foglio strappato.
Con la novella normativa della legge n. 234 del 1997 la figura del reato di abuso d'ufficio è stata ancorata a dati oggettivi.
Con riferimento alla condotta è stato ristretto, rispetto al passato, il quadro oggettivo dei comportamenti antidoverosi che possono dar luogo al reato il quale resta ormai circoscritto ad azioni od omissioni poste in essere in violazione di legge o di norme regolamentari.
Tuttavia, in tali casi, non rilevano solo le norme che vietano puntualmente il comportamento sostanziale del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio, ma ogni altra norma, anche di natura procedimentale, la cui violazione determina comunque un danno ingiusto ai sensi dell'art. art. 2043 del c.c. del c.c.
La fattispecie criminosa poi è stata costruita come un reato di danno e non più di pericolo essendo necessario il conseguimento effettivo del vantaggio ingiusto per sé o per altri, ovvero del danno ingiusto per altri che costituisce l'evento del reato.
Quanto allo specifico profilo del danno, la novella citata non prende in considerazione solamente situazioni soggettive di carattere patrimoniale e nemmeno diritti soggettivi perfetti, ma anche l’aggressione ingiusta alla sfera della personalità, tutelata dalle norme costituzionali (Cassazione penale, sez. VI, n. 4945 del 15 gennaio 2004).
Il danno o il vantaggio, che nella precedente formulazione erano il contenuto del dolo specifico -dovendo essere oggetto di rappresentazione e volizione da parte dell’agente a prescindere dalla loro concreta realizzazione- oggi vengono ricondotti nell’alveo del fatto tipico posticipando il momento della consumazione.
L'oggetto giuridico della fattispecie consiste sempre nel mancato funzionamento della pubblica amministrazione, perché attiene al dovere dei pubblici ufficiali esercitare le proprie funzioni mantenendosi nei limiti prescritti dalla legge ed ispirandosi all’interesse pubblico senza mirare a favorire o danneggiare i privati, addirittura, ottenendo vantaggi patrimoniali da tale abusivo comportamento.
Il delitto di abuso di ufficio, quindi, è integrato dalla doppia e autonoma ingiustizia, sia della condotta che deve essere connotata da violazione di norme di legge o di regolamento, sia dell'evento di vantaggio patrimoniale in quanto non spettante al diritto soggettivo con la conseguente necessità di una duplice distinta valutazione in proposito, non potendosi far discendere l'ingiustizia del vantaggio dalla illegittimità del mezzo utilizzato e quindi dalla accertata illegittimità della condotta (Cassazione Penale, sezione sesta n. 10133 del 17 febbraio 2015).
Quanto poi al secondo elemento costitutivo del delitto di abuso di ufficio, il dolo intenzionale, occorre ricordare che tale fattispecie richiede la coscienza e volontà di esercitare una pubblica funzione e di abusare dei relativi poteri, al fine specifico di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio ovvero, in alternativa, di arrecare ad altri un danno ingiusto.
La nuova formulazione dell’ipotesi criminosa di cui all'arti. art. 323 del c.p. richiede che vantaggio, o il danno, ingiusto siano procurati “intenzionalmente”, con rappresentazione e volizione dell'evento come conseguenza immediata e diretta della condotta dell'agente e obiettivo primario da costui perseguito e, quindi, il dolo specifico previsto nella vecchia normativa risulta sostituito dal dolo generico rafforzato dal predetto avverbio (Cassazione Penale, sez. sesta n. 35859 del 7 maggio 2008).
La prova dell'intenzionalità esige il raggiungimento della certezza che la volontà della gente sia stata orientata proprio a procurare il vantaggio patrimoniale o danno ingiusti e tale certezza non può rinvenirsi esclusivamente dal comportamento non jure tenuto dall’agente, ma deve trovare conferma anche in altri elementi sintomatici che evidenzino l'effettiva ratio ispiratrice del comportamento, quali la specifica competenza professionale dell’agente, l'apparato motivazionale su cui riposa il provvedimento, i rapporti personali tra l’agente e il soggetto o i soggetti che dal provvedimento ricevano vantaggio o subiscano danno in questo senso (Cassazione Penale, sez. VI, n. 35814 del 26 giugno 2007).
Per quanto sopra esposto, in un’ottica dibattimentale non sarebbe possibile sostenere che l’A.S. abbia volontariamente voluto danneggiare la famiglia materna.
Argomento: Articolo 323 Codice penale - Abuso d'ufficio | Quesito Q201719570
venerdì 22/09/2017 - Campania
“Nel documento allegato si legge il capo di imputazione per il delitto p. e p. dagli artt. 110-81 cpv, 323 c.p. I reati sarebbero stai commessi fino a tutto il 2013. L'incarico di commissario della Società è stato ufficialmente lasciato il 18 gennaio 2008. Nel novenbre 2014 c'è stato l'interrogatorio della Polizia Giudiziaria.
Quando si prescriveranno i reati richiamati nel documento inviato per email e sopra richiamati?”
Il reato di abuso d’ufficio, previsto dall’art. art. 323 del c.p. del c.p. punisce il pubblico ufficiale che nello svolgimento delle proprie funzioni procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto.
Appare utile ricordare come la Giurisprudenza ritiene elemento essenziale di tale delitto la c.d. doppia ingiustizia: è necessario verificare se l’evento di vantaggio o di danno sia ingiusto in sè e non soltanto come riflesso della violazione di norme da parte del pubblico ufficiale (da ultimo Cass.Pen., sez. VI, del 25 agosto 2014).
Inoltre, l’elemento soggettivo richiesto è il dolo c.d. intenzionale del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio che deve aver agito con lo scopo immediato e finale di non perseguire, attraverso la condotta posta in essere, una finalità pubblica, il cui conseguimento deve essere escluso non soltanto nei casi nei quali essa manchi del tutto ma anche nei casi in cui rappresenti una mera occasione della condotta illecita, posta in essere invece al preciso scopo di realizzare, in via immediata ed attraverso la violazione di legge o di regolamento o l’omissione del dovere di astensione nei casi prescritti, un danno ingiusto ad altri o un vantaggio patrimoniale ingiusto per sè o per altri (in tal senso Cass.Pen, sezione III, del 25 marzo 2014).
Nel caso di specie, l’eventuale condotta criminosa pare interrompersi con la cessazione dell’incarico nel 2008.
Le condotte successive sono state infatti commesse da altri soggetti. Chi scrive non è però in grado di sapere se, per quanto riguarda le condotte successive al 2008, possa configurarsi un concorso, morale o materiale, nel reato commesso da altri.
Ai sensi dell’art. art. 110 del c.p. del c.p., infatti, “quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita”.
Ad ogni modo, il tempo necessario a prescrivere un reato aumenta proporzionalmente alla gravità del reato preso in considerazione, cioè aumenta con l’aumentare della pena edittale prevista per quel determinato reato.
L’art. art. 157 del c.p. c.p., come modificato dalla legge 5.12.2005 n. 215, stabilisce che la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto, e a quattro anni se si tratta di contravvenzioni, anche se puniti con la sola pena pecuniaria.
L’ipotesi criminosa descritta nel quesito è un delitto, quindi nel caso di specie il termine ordinario di prescrizione è di anni sei.
L’art. art. 160 del c.p. c.p. indica le cause di interruzione della prescrizione (in tali casi il corso della prescrizione si interrompe e comincia a decorrere un nuovo tempo di prescrizione dal giorno dell’interruzione):
- la sentenza di condanna;
- decreto penale di condanna;
- l'ordinanza che applica le misure cautelari personali e quella di convalida del fermo o dell'arresto;
- il decreto di fissazione della udienza preliminare;
- il decreto di fissazione della udienza per la decisione sulla richiesta di applicazione della pena;
- il decreto che dispone il giudizio e il decreto di citazione a giudizio.
L’interrogatorio innanzi alla P.G. non interrompe, quindi, la prescrizione.
A questo proposito la Suprema Corte ha chiarito che “l'invito a presentarsi rivolto dal p.m. all'indagato per rendere l'interrogatorio ha efficacia interruttiva della prescrizione del reato, anche se all'interrogatorio abbia poi proceduto un ufficiale di polizia giudiziaria all'uopo delegato dal p.m. (Annulla con rinvio, Trib. lib. Brindisi, 21/06/2013 ). Cassazione penale sez. III 18 marzo 2014 n. 18919”.
In ogni caso, ai sensi dell’art. art. 161 del c.p. c.p., tuttavia, l’interruzione della prescrizione può comportare l’aumento fino a:
- un quarto del tempo necessario a prescrivere nei casi ordinari;
- la metà del tempo necessario a prescrivere nei casi di recidiva specifica (art. art. 99 del c.p. c.p. II comma);
- i due terzi del tempo necessario a prescrivere nel caso in cui il recidivo commetta altro delitto non colposo (Art. art. 99 del c.p. c.p. IV comma);
- l’aumento del doppio del tempo necessario nel caso in cui a commetterlo sia il delinquente abituale (Artt. art. 102 del c.p. e [[103]] c.p.), oppure il delinquente di professione (Art. art. 105 del c.p. c.p.).
In caso di atti interruttivi la prescrizione potrebbe aumentare da sette anni e mezzo fino a dieci anni.

References: Articolo 323
 art. 15

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 Articolo 323
 Articolo 323
 Articolo 323
 art. 89
 Cass. 
 Articolo 323
 art.476
 art. 323
 sentenza 
 art. 2043
 art. 323
 Articolo 323
 art. 323
 art. 110
 art. 157
 art. 160
 sentenza 
 art. 161
 art. 99
 art. 99
 art. 102
 art. 105