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Timestamp: 2016-12-04 20:19:19+00:00

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Art. 14 cod. proc. civile: Cause relative a somme di danaro e a beni mobili
RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	Nelle cause relative a somme di danaro o a beni mobili, il valore si determina in base alla somma indicata o al valore dichiarato dall’attore; in mancanza di indicazione o dichiarazione, la causa si presume di competenza del giudice adito (1) (2).
Il convenuto può contestare, ma soltanto nella prima difesa, il valore come sopra dichiarato o presunto; in tal caso il giudice decide, ai soli fini della competenza, in base a quello che risulta dagli atti e senza apposita istruzione (3).
Se il convenuto non contesta il valore dichiarato o presunto, questo rimane fissato, anche agli effetti del merito, nei limiti della competenza del giudice adito (4).
Commento(1) Nelle cause aventi ad oggetto somme di denaro, il valore è determinato dalla somma indicata nella domanda, ai sensi dell’art. 10. Accanto al criterio della somma indicata, la norma prevede due presunzioni: quella del valore dichiarato e quella della competenza del giudice adito. Esse sono stabilite per le cause relative a somme di danaro non determinate, a beni mobili, ad obblighi di fare o non fare suscettibili di valutazione monetaria, nonché a rapporti obbligatori relativi a beni immobili (le cause relative ad azioni reali sono invece regolate dal successivo art. 15).
(2) Nel caso che vengano omesse l’indicazione della somma o la dichiarazione giudiziale del valore, la causa si presume di valore pari al limite massimo della competenza del giudice adito, ove la domanda sia proposta al giudice di pace. Nel caso di proposizione di più domande, ad una delle quali debba applicarsi tale presunzione, potrebbe accadere che il cumulo tra di esse determini l’incompetenza del giudice adito.
(3) Le presunzioni di cui al primo comma possono essere contestate da colui nei cui confronti viene proposta la domanda. Ciò deve avvenire attraverso una specifica eccezione, proposta non oltre la prima scrittura difensiva successiva alla dichiarazione di valore o alla proposizione della domanda di valore indeterminato, ed idonea a dimostrare, sulla base di elementi obiettivi, il valore effettivo della domanda stessa.
(4) La mancata o intempestiva contestazione determina innanzitutto l’impossibilità di rilevare l’incompetenza sia ad istanza di parte che d’ufficio. In secondo luogo il giudice dovrà decidere nel merito senza oltrepassare i limiti della propria competenza per valore. Nel caso dell’articolo in oggetto, il valore viene determinato in base alla somma indicata od al valore del bene mobile dichiarato dall’attore. In mancanza di indicazione da parte dell’attore, la causa si presume di valore pari al limite massimo della competenza del giudice adito.
Determinazione del valore.
È competente il giudice di pace (nei limiti della sua competenza per valore) in ordine alle controversie aventi ad oggetto pretese che abbiano la loro fonte in un rapporto, giuridico o di fatto, riguardante un bene immobile, salvo che la questione proprietaria non sia stata oggetto di una esplicita richiesta di accertamento incidentale di una delle parti e sempre che tale richiesta non appaia, “ictu oculi”, alla luce delle evidenze probatorie, infondata e strumentale - siccome formulata in violazione dei principi di lealtà processuale - allo spostamento di competenza dal giudice di prossimità al giudice togato. Cass., Sez. Un., 19 ottobre 2011, n. 21582.
1.1. Richiesta dell’attore.
Ai fini della determinazione della competenza per valore nelle cause per pagamento di somme di danaro, deve aversi riguardo a quanto in concreto richiesto dall’attore, e non all’oggetto dell’accertamento che il giudice deve compiere quale antecedente logico per decidere del fondamento della domanda. Cass. lav., 14 maggio 2004, n. 9251.
La sola eccezione del convenuto in ordine all’esistenza o validità del rapporto contrattuale sul quale è basata la domanda, non produce l’effetto che alla causa debba attribuirsi il valore dell’intero rapporto. Cass. 3 marzo 1999, n. 1789).
1.2. Esercizio azione civile in sede penale.
La disciplina emergente dagli artt. 523, comma 2, e 602, comma 4, se riguardata alla luce della norma dell’art. 78 c.p.p., la quale, nel disciplinare il contenuto della dichiarazione di PC, cioè dell’atto di proposizione della domanda civile nel processo penale, non prevede l’indicazione della somma richiesta, implica che il momento di indicazione della somma sia quello emergente dall’art. 523, comma 2, ed inoltre che la determinazione possa essere nuovamente effettuata in sede di appello. D’altro canto, poiché, quando l’azione civile è esercitata nel processo penale non si pone alcun problema di determinazione del valore agli effetti della competenza, subendo la competenza automaticamente l’attrazione di quella del giudice penale, non può trovare applicazione l’art. 14 c.p.c. ove la domanda venga proposta senza alcuna indicazione della somma richiesta. Cass. 9 agosto 2007, n. 17457.
Contestazioni del convenuto.
Qualora, insieme con una domanda di valore determinato ed inferiore al limite della competenza del giudice adito, sia stata dall’attore proposta altra domanda senza precisazione della somma richiesta, il principio del cumulo, con spostamento della competenza al giudice superiore, non opera soltanto se l’attore dichiari, in modo non equivoco, di volere contenere il valore di tale seconda domanda entro il predetto limite, e ciò in misura pari alla differenza tra questo ed il valore espressamente determinato dall’altra domanda. Comunque, la disposizione dell’art. 14, secondo comma, c.p.c. - secondo cui, qualora il convenuto contesti il valore della domanda, come dichiarato o presunto ai sensi del primo comma dello stesso art. 14, il giudice decide al riguardo ai soli fini della competenza - opera esclusivamente nei casi di controversie aventi ad oggetto cose mobili diverse dal denaro, mentre nessuna utile contestazione è ammessa relativamente alle cause aventi ad oggetto il pagamento di somme di denaro. Ne consegue che, ove l’attore non indichi nella domanda la somma pretesa, la causa, nonostante la contestazione del convenuto, deve presumersi di competenza del giudice adito, ai sensi dell’art. 14, primo comma, c.p.c. Cass. 13 novembre 2009, n. 24030.
2.1. Oggetto: valore dichiarato o presunto di beni mobili.
L’art. 14, primo comma, c.p.c. distingue fra le cause relative a somme di denaro per le quali il valore si determina in base alla somma indicata e le cause relative a beni mobili per le quali esso si determina in base al valore dichiarato dall’attore, e soggiunge che solo in mancanza di indicazione o di dichiarazione la causa si presume di competenza del giudice adito. Pertanto, quando il secondo comma attribuisce al convenuto la facoltà di contestare nella prima udienza il valore dichiarato o presunto e precisa che in tal caso il giudice decide ex actis, la possibilità di contestazione deve ritenersi riferita soltanto alle due ipotesi espressamente considerate dalle norme, vale a dire alla dichiarazione o alla presunzione, e non anche a quella della indicazione, rimasta estranea alla previsione legislativa. Cass. 9 agosto 2007, n. 17457.
Ove l'attore integri e completi una richiesta specificamente quantificata nel suo ammontare, con una ulteriore sollecitazione rivolta al giudice a determinare il dovuto "in quella somma maggiore o minore che verrà ritenuta di giustizia", questa seconda indicazione ha un contenuto sostanziale La formula in questione manifesta cioè la ragionevole incertezza della parte sull'ammontare del danno effettivamente da liquidarsi e ha lo scopo di consentire al giudice di provvedere alla giusta liquidazione senza essere vincolato all'ammontare della somma determinata che venga indicata nelle conclusioni specifiche; ne discende che la suddetta richiesta alternativa si risolve in una mancanza di indicazione della somma domandata, con la conseguenza che la domanda, ai sensi della seconda proposizione dell'art. 14 c.p.c., si deve presumere di valore eguale alla competenza del giudice adito, e l'applicazione del contributo unificato dovrà avvenire sulla base di questo parametro.
Cassazione civile sez. VI 11 marzo 2013 n. 6053 2.2. Omessa indicazione somma relativa a risarcimento danni.
In caso di omessa espressa indicazione, da parte dell’attore, della somma richiesta con la domanda di risarcimento dei danni,la causa si presume di competenza del giudice adito ex art. 14 c.p.c., competenza che può essere contestata dal convenuto solo nell’ipotesi in cui la controversia sia relativa ad un bene mobile diverso dal danaro, e non invece nell’ipotesi in cui la domanda concerna direttamente una somma di danaro. Cass. 16 dicembre 2004, n. 23461.
Contra: In caso di omessa espressa indicazione, da parte dell’attore, della somma richiesta con la domanda di risarcimento dei danni, la possibilità di contestare la presunzione prevista dal comma primo dell’art. 14 c.p.c. non può limitarsi alla formulazione da parte del convenuto di obiezioni generiche o immotivate, ma occorre una specifica impugnativa diretta a dimostrare che il valore del petitum non rientra nella competenza del giudice adito. Cass. 18 aprile 2001, n. 5679.
Mancanza dell’indicazione del valore.
Ove la controversia abbia ad oggetto un bene mobile il valore della causa va determinato secondo le previsioni dell’art. 14 c.p.c., commi 1 e 3, e, in mancanza della indicazione di esso da parte dell’attore, la causa si presume di valore pari al massimo della competenza del giudice adito, limite entro il quale la pronunzia di condanna va contenuta per non incorrere nel vizio d’ultrapetizione, rimanendo escluso che essa possa considerarsi resa in base ad equità e, conseguentemente, di essa ne sia esclusa l’appellabilità. Cass. 1° marzo 2007, n. 4890.
L'art 14, comma 1, c.p.c. distingue fra le cause relative a somme di denaro per le quali il valore si determina in base alla somma "indicata" e le cause relative a beni mobili per le quali esso si determina in base al valore "dichiarato" dall'attore, e soggiunge che solo in mancanza di indicazione o di dichiarazione la causa si presume di competenza del giudice adito. Pertanto, quando il comma 2 attribuisce al convenuto la facoltà di contestare nella prima udienza il valore dichiarato o presunto e precisa che in tal caso il giudice decide "ex actis", la possibilità di contestazione deve ritenersi riferita soltanto alle due ipotesi espressamente considerate dalle norme, vale a dire alla dichiarazione o alla presunzione, e non anche a quella della indicazione, rimasta estranea alla previsione legislativa.Cassazione civile sez. III 09 agosto 2007 n. 17457 La disciplina emergente dagli art. 523, comma 2 e 602, comma 4, se riguardata alla luce della norma dell'art. 78 c.p.p., la quale, nel disciplinare il contenuto della dichiarazione di P.C., cioè dell'atto di proposizione della domanda civile nel processo penale, non prevede l'indicazione della somma richiesta, implica che il momento di indicazione della somma sia quello emergente dall'art. 523, comma 2, ed inoltre che la determinazione possa essere nuovamente effettuata in sede di appello. D'altro canto, poiché, quando l'azione civile è esercitata nel processo penale non si pone alcun problema di determinazione del valore agli effetti della competenza, subendo la competenza automaticamente l'attrazione di quella del giudice penale, non può trovare applicazione l'art. 14 c.p.c. ove la domanda venga proposta senza alcuna indicazione della somma richiesta.Cassazione civile sez. III 09 agosto 2007 n. 17457
Obblighi di fare.
Agli effetti della competenza per valore, le azioni aventi ad oggetto l’adempimento di un obbligo di fare, non disciplinate autonomamente dal codice di rito vanno assimilate a quelle relative a somme di danaro e a beni mobili, con la conseguenza che esse, quando non ne sia indicato il valore si presumono di competenza del giudice adito ai sensi dell’art. 14 comma primo c.p.c. Cass. 17 maggio 1997, n. 4399.
4.1. Opera su un immobile.
Il valore della domanda di condanna ad un fare, anche quando l’opera da eseguire riguardi un bene immobile, si determina, ai sensi dell’art. 14 c.p.c., in base al valore dichiarato dall’attore o, altrimenti, presunto in relazione ai limiti della competenza del giudice adito, perché tale domanda, non rientrando tra le azioni immobiliari, ha il suo fondamento in un diritto che, non essendo reale, è regolato, ai sensi dell’art. 833 c.c., dalle disposizioni concernenti i beni mobili. Cass. 3 luglio 1993, n. 7298.
Causa avente ad oggetto azioni risarcitorie per lesione a diritti della personalità.
Laddove la domanda abbia ad oggetto una somma di denaro equivalente al risarcimento del danno ancorché afferente un bene mobile trattasi di bene della vita inerente un bene mobile. Cass., Sez. Un., 19 ottobre 2011, n. 21582.
La non sottoponibilità a stima economica del diritto e in particolare dei diritti della personalità, mancando peraltro un’apposita norma che detti un criterio al riguardo, comporta l’indeterminabilità del valore della domanda e, quindi, l’applicazione del principio residuale della competenza per valore del tribunale soltanto quando la domanda abbia ad oggetto l’accertamento del diritto come tale, a prescindere dalla richiesta di una somma di denaro; qualora, invece, l’accertamento del diritto della personalità viene richiesto con una domanda volta ad ottenere il risarcimento per equivalente delle conseguenze della sua lesione, la domanda è riconducibile all’ambito dell’art. 14 c.p.c. e ai criteri di stima ivi indicati. Cass. 30 ottobre 2007, n. 22943.
Cause di Lavoro.
Il credito azionato “in executivis” dal difensore del lavoratore munito di procura nella sua veste di distrattario delle spese di lite, ancorché consacrato in un provvedimento del giudice del lavoro, non condivide la natura dell’eventuale credito fatto valere in giudizio, cui semplicemente accede, ma ha natura ordinaria, corrispondendo ad un diritto autonomo del difensore, che sorge direttamente in suo favore e nei confronti della parte dichiarata soccombente. Conseguentemente, non opera con riferimento al detto credito la competenza per materia del giudice del lavoro, prevista per l’opposizione all’esecuzione dall’art. 618 bis c.p.c. Cass. 6 dicembre 2010, n. 24691.
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