Source: http://www.paoloalfano.it/2013/05/28/interruzione-del-giudizio-ed-effetti-della-mancata-riassunzione-nei-confronti-di-una-parte-necessaria/
Timestamp: 2018-07-22 04:29:40+00:00

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Interruzione del giudizio ed effetti della mancata riassunzione nei confronti di una parte necessaria | Avv. Paolo Alfano
R.V. convenne in giudizio il medico dr. S.A. e la S.p.a. Casa di cura privata (OMISSIS), proponendo in loro confronto una domanda di condanna al risarcimento del danno da responsabilità professionale medica.
Ha altresì considerato integro il contraddittorio davanti a sè siccome, quando una delle parti chiama in causa un terzo, in base all’art. 106 c.p.c., pretendendo d’esserne garantita, la situazione processuale che così si determina non ricade in una delle ipotesi disciplinate dall’art. 331 c.p.c. e quindi non impone di integrare il contraddittorio in confronto delle parti alle quali l’impugnazione non è stata sin dall’inizio notificata, pena in caso contrario l’inammissibilità dell’impugnazione.
Nel caso nè l’attrice nè il convenuto avevano esteso il contraddittorio alla Axa Assicurazioni, sicchè nessuna domanda risultava proposta in secondo grado nei confronti di questa.
S.A. ha, allora, proposto ricorso per cassazione, che ha notificato a R.V., alla Casa di cura privata (OMISSIS) ed al suo assicuratore la società Le Assicurazioni d’Italia.
R.V. ha resistito con controricorso.
A tale integrazione ha provveduto la resistente R.V..
1. – Il primo è un motivo di nullità della sentenza per violazione di norme sul procedimento (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, in relazione agli artt. 101, 102, 103, 106, 331 e 332 c.p.c.).
Vi si sostiene che non si sarebbe potuto vietare al terzo chiamato in causa di interloquire in ordine alla dichiarata estinzione dell’intero processo e si considera che, al di là di quella che avrebbe potuto esserne la relativa decisione, la questione che si trattava di decidere (se il processo si fosse estinto o no in relazione a tutte le parti del processo) era appunto comune a tutte le parti, anche a quella invece mantenuta estranea al giudizio di appello.
Si aggiunge che ad escludere la figura del litisconsorzio necessario processuale non varrebbe la considerazione che, con l’atto di appello, non si contestava, nei confronti della parte non chiamata nel giudizio di appello, “la declaratoria di estinzione” e che tale contestazione non era neppure mossa dall’appellato, originario convenuto, che pretendeva di essere garantito. Tutto ciò infatti atterrebbe al merito della questione processuale da decidere, non al momento dell’esame dell’integrità del contraddittorio che è logicamente precedente e che si deve valutare sulla base della mera proposizione dell’impugnazione.
Il ricorrente non lamenta che il modo di procedere del giudice di appello gli abbia negato il diritto di vedere esaminata la domanda di indennità, da lui proposta contro il terzo, insieme alla domanda principale rivolta contro di lui dall’attrice, così negandogli il diritto, che, riconosciuto dall’art. 1917 c.c., comma 4, era stato predicato operasse sul piano processuale in forza degli artt. 32, 106 e 269 cod. proc. civ., cioè il diritto a vedere esaminata la domanda di indennità insieme a quella di responsabilità.
Ma a lamentarsi di ciò avrebbe dovuto essere quest’ultimo e avrebbe avuto interesse a farlo se la parte cui era succeduto avesse concluso per il rigetto della domanda principale e la sentenza della corte d’appello avesse totalmente ribaltato quella di primo grado, affermando che anche in suo confronto il processo non era rimasto affatto interrotto nè perciò s’era estinto.
2.1. – Il secondo motivo denunzia vizi di violazione e falsa applicazione di norme sul procedimento e di difetto di motivazione, in relazione ai nn. 3, 4 e 5 ed agli artt. 103, 274, 299, 300, 302, 307 e 310 c.p.c..
Richiamati i diversi orientamenti all’epoca seguiti dalla giurisprudenza di legittimità a proposito del fenomeno dell’interruzione, il ricorrente considera che avrebbe dovuto essere seguito – perchè di maggiore garanzia per gli interessi delle diverse parti del processo – quello che predilige la propagazione della causa interruttiva all’intero processo.
Ciò almeno quando, in presenza d’una domanda rivolta contro una parte, che non lo sia anche rispetto alle altre varie domande riunite in unico processo, il giudice non separi queste dalla prima: in questo caso la mancata riassunzione troverebbe avanti a sè un processo unitario e perciò rifletterebbe il proprio effetto estintivo non su una sola tra le domande, ma sull’intero processo.
2.2. – Intervenuta intanto la sentenza delle S.U. 5 luglio 2007 n. 15142 (orientata ad escludere in linea di principio il fenomeno della propagazione dell’effetto interruttivo, ciò di cui il ricorrente ha preso atto) la terza sezione ha tuttavia rilevato l’esistenza di contrasti interni alla giurisprudenza di legittimità, su un punto in particolare: se lo specifico caso della chiamata dell’assicuratore della responsabilità civile previsto dall’art. 1917 c.c., comma 4, lo si debba ricondurre all’area della regola od a quella delle eccezioni e perciò anzichè all’area dell’art. 332 c.p.c. a quella dell’art. 331 c.p.c..
2.3. – La Corte osserva che il giudice di primo grado, nel pronunciare l’estinzione dell’intero processo, è mosso da una premessa, che non è stata in seguito messa in discussione da alcuna delle parti in appello nè dalla sentenza del giudice di secondo grado nè, infine, nei due motivi di ricorso. La premessa è stata questa: la fusione per incorporazione della U.A.P. Italiana nella Axa Assicurazioni ha dato luogo ad un fenomeno riconducibile all’area descritta dall’art. 299 c.p.c. e, per richiamo, disciplinata dall’art. 300 c.p.c., comma 1; fenomeno capace, secondol’art. 300 c.p.c., di produrre l’interruzione del processo relativamente alla domanda, che contro la U.A.P. Italiana era stata proposta con la chiamata in causa che della U.A.P. Italiana ne aveva fatto il convenuto ed attuale ricorrente.
Questa applicazione dell’art. 300 c.p.c., che è all’origine degli altri problemi ancora aperti, non è stata messa in discussione in appello. Ora, queste sezioni unite, con la sentenza 14 settembre 2010 n. 19509, se da un lato hanno negato valore di norma di interpretazione autentica a quanto disposto dal comma 1, nuovo art. 2504 bis c.c., entrato in vigore in epoca posteriore alla operazione di fusione che si è avuta in questa vicenda, hanno peraltro negato che, agli effetti degli artt. 299 e 300 c.p.c., l’operazione di fusione sia in tutto assimilabile alla morte della persona fisica.
Orbene, pronunciandosi in relazione al caso che si è descritto, le sezioni unite hanno affermato il principio di diritto per cui “nel caso di trattazione unitaria o di riunione di più procedimenti relativi a cause connesse e scindibili che comporta di regola un litisconsorzio facoltativo tra le parti dei singoli procedimenti confluiti in un unico processo, qualora si verifichi un evento interruttivo che riguardi una delle parti di una o più delle cause connesse, l’interruzione opera di regola solo in riferimento al procedimento di cui è parte il soggetto colpito dall’evento. Nel caso non è necessaria o automatica la contestuale separazione del processo interrotto dagli altri riuniti o trattati unitariamente, che non devono subire una stasi temporanea, salvo sempre il potere attribuito al giudice dall’art. 103 c.p.c., comma 2, per il quale, in caso di mancata tempestiva riassunzione ovvero quando questa o la ripresa del procedimento interrotto siano avvenute nei termini dell’art. 305 c.p.c., ma vi sia stata, nelle more della quiescenza da interruzione, attività istruttoria rilevante anche per la causa de qua, detto giudice potrà disporre la separazione dagli altri procedimenti di quello colpito dall’evento interruttivo, per il quale sarà necessario, e potranno eventualmente rinnovarsi tutti gli atti assunti senza la partecipazione della parte colpita dall’evento interruttivo”.
2.5. – Ora, la Corte osserva che nella complessiva disciplina dell’interruzione del processo debbono essere tenuti distinti tre aspetti: quello della tutela della parte raggiunta dall’effetto interruttivo, tutela che la legge processuale attua disponendo (art. 304 c.p.c.) che in caso di interruzione del processo si applica l’art. 298 c.p.c., secondo il quale durante la sospensione non possono essere compiuti atti del processo; quello delle modalità della riassunzione, cui, in mancanza di spontanea costituzione ad opera di coloro ai quali spetta proseguirlo nell’interesse della parte raggiunta dall’effetto interruttivo, è legittimata l’altra (art. 302 c.p.c. e art. 303 c.p.c., comma 1); quello dell’effetto estintivo del processo che consegue alla mancanza degli atti precedenti, un tempo da rilevarsi a cura della parte interessata ed ora anche di ufficio (art. 307 c.p.c., u.c.).
Una volta che, a proposito del processo nel quale siano state introdotte più domande (artt. 103 a 106 c.p.c.), si accoglie, per le ragioni che sono state esplicitate nella sentenza di queste sezioni unite appena richiamata, l’interpretazione per cui, come regola, l’evento interruttivo che coglie la parte di una di tali domande non si propaga ai giudizi riuniti, ciò significa che rispetto agli altri, che si trovano a contraddittorio integro, non si può profilare nè la necessità di una loro riassunzione nè quella di una loro estinzione per esserne mancate la prosecuzione spontanea o la riassunzione. Non significa ancora che quanto alle altre domande il processo debba in ogni caso proseguire, nel senso che sia possibile quanto ad esse compiere atti istruttori od assumere decisioni, significa solo che non avendo su di esse inciso un effetto interruttivo, perchè si arrivi a poter poi provvedere a loro riguardo non sarà necessario che siano compiute da alcuna delle parti di tali cause atti processuali aventi finalità di riassunzione.
3.1. – E’ bene ripartire dalla considerazione che il quesito al quale si deve dare risposta nel presente caso, è se vi sia stata o no interruzione del processo in primo grado e ciò non solo quanto alla domanda di indennità proposta attraverso la chiamata in causa dell’assicuratore della responsabilità civile, ma di riflesso anche quanto alla domanda di responsabilità.
Ed invero, l’appello non ha messo in discussione l’avvenuta estinzione del processo in primo grado quanto all’assicuratore chiamato in causa, ma solo rispetto alle altre parti; queste in secondo grado sono state parti del giudizio, essendo stato a tutte notificato l’appello; per il modo in cui l’appello è stato costruito, il chiamato in causa, se pure l’appello così conformato gli fosse stato notificato, mai avrebbe potuto essere considerato ancora parte del giudizio; d’altro canto neppure il convenuto ha proposto appello incidentale in confronto del chiamato, per far affermare che neanche nei suoi confronti il processo s’era interrotto in primo grado; dunque dalla sua assenza non gli è derivato alcun pregiudizio; inoltre la cassazione della sentenza d’appello perchè pronunziata a contraddittorio non integro non potrebbe che sfociare nello stesso risultato davanti al giudice di appello cui la causa andrebbe rinviata, erroneo essendo stato il rinvio al giudice di primo grado disposto dalla corte d’appello, data l’inapplicabilità del secondo comma dell’art. 300 c.p.c., cui invece la corte di appello si è riferita.
Per altro verso, quand’anche il processo di appello – siccome, in ipotesi, regolato quanto alla sua introduzione ed al suo svolgimento dall’art. 331 c.p.c. – si fosse dovuto svolgere anche in contraddittorio dell’assicuratore chiamato in causa dall’attuale ricorrente, la circostanza che ciò non sia avvenuto non avrebbe comportato l’inammissibilità dell’appello, ma solo la violazione del principio del contraddittorio, per non avere la corte d’appello ordinato l’integrazione del contraddittorio, in base all’ultima parte del comma 1, stesso art..
La risposta al quesito deve essere dunque tratta dal considerare se con la chiamata nel processo del terzo dal quale il convenuto pretende d’essere garantito – come sia l’art. 106 c.p.c. sia l’art. 1917 c.c., comma 4, consentono di fare – ne risulti determinata in primo grado, nel giudizio aperto dalla domanda di responsabilità, una situazione processuale che si atteggi con le stesse caratteristiche del processo a litisconsorzio necessario, tale da non consentire alternativa a che il giudizio termini se non con una decisione che le riguardi entrambe, sia essa a contenuto processuale o sostanziale.
Nel solco tracciato dalla sentenza 5 luglio 2007 n. 15142 al quesito è da dare risposta negativa, pur con il correttivo dell’ammettere che la trattazione del processo, quanto alla domanda non attinta dall’evento interruttivo, si presti ad essere semplicemente differita in attesa della prosecuzione dell’altra, come già previsto dall’art. 269 c.p.c., comma 2, ed ormai per il breve tempo di tre mesi (art. 307 c.p.c., comma 3 e L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46).
Benchè il modo della decisione della prima possa influenzare, quanto al profilo della responsabilità del danneggiante, il modo di decisione della seconda, domande e cause riguardano distinti rapporti e risponde ad una scelta del danneggiante assicurato far convergere la decisione del secondo rapporto nel giudizio introdotto in suo confronto dalla domanda del danneggiato.
Sicchè, nel caso in cui l’evento interruttivo non colga la persona parte delle due cause, cioè il danneggiante, l’esigenza di assicurare la difesa in giudizio non riguarda anche la parte dell’altra causa (il convenuto nella domanda principale, se dall’evento interruttivo è colto l’attore, e questi se dall’evento interruttivo è colto il chiamato in causa).
Fase di rinvio ordinata a consentire la prosecuzione unitaria del processo se le parti che hanno proposto le rispettive domande manifestino l’interesse a proseguirlo, ciascuna nell’ambito proprio;
ma fase di rinvio e non di sospensione conseguente all’effetto interruttivo, perchè le parti dell’altra causa sono nelle condizioni di difendersi e la relativa causa non richiede perciò oneri di riassunzione o prosecuzione.
In base ai commi primo e quarto dell’art. 384 c.p.c. ne va però corretta la motivazione con l’enunciazione del seguente principio di diritto: Nel processo con pluralità di parti cui da luogo la chiamata in causa dell’assicuratore prevista dall’art. 1917 c.p.c., comma 4, l’evento interruttivo che in primo grado colpisca l’assicuratore determina la sola interruzione del giudizio relativo alla domanda di indennità, ancorchè il processo debba essere mantenuto in stato di rinvio sino alla scadenza del termine per la prosecuzione da parte dei successori del chiamato o della riassunzione da parte del chiamante; conseguentemente, l’onere della riassunzione grava sul convenuto che ha eseguito la chiamata in causa e, mancata ad opera di alcuna delle parti attività processuale utile alla prosecuzione del relativo giudizio, il processo si estingue solo per la parte che riguarda la domanda proposta con la chiamata in causa.
Così deciso in Roma, il 12 marzo 2013.
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References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2504
 art. 303
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 46