Source: https://4agosto1974.wordpress.com/2014/12/17/il-depistaggio-delle-indagini-sulla-strage-di-bologna-del-02-08-1980/
Timestamp: 2017-08-17 01:45:35+00:00

Document:
Il depistaggio delle indagini sulla Strage di Bologna del 02.08.1980 | La strage dell'Italicus - 4 agosto 1974
Sebbene la paternità dell’attentato, specie a livello esecutivo, sia stata ricondotta almeno in parte a soggetti appartenenti ai N.A.R. nella persona di Luigi CIAVARDINI, Francesca MAMBRO e Valerio FIORAVANTI con sentenze ormai definitive, la vicenda del depistaggio in cui era coinvolto il CARMINATI era una ipotesi di reato distinta, sul piano soggettivo e oggettivo, dalle responsabilità dirette nella strage. L’imputazione del CARMINATI prendeva spunto dal rinvenimento, in data 13.01.1981, a bordo del treno espresso Taranto-Milano, di un borsone contenente tra l’altro armi, munizionamento, un quantitativo esplosivo dello stesso tipo di quello utilizzato per la strage e due biglietti aerei emessi a nome dei cittadini stranieri Martin DIMITRIS (valido per il volo Milano-Monaco delle ore 20,00 del 13 gennaio) e Raphael LEGRAND (valido per il volo Milano-Parigi delle ore 18,15 del 13 gennaio), entrambi rilasciati il giorno precedente.
Tale rinvenimento, avvenuto su segnalazione del SISMI, costituiva il riscontro calunnioso a una produzione informativa artefatta, volta ad accreditare una pista internazionale che indicava i responsabili della strage in una componente eversiva costituita da terroristi stranieri e italiani. Pista a cui faceva riferimento la cosiddetta “Operazione terrore sui treni”, cioè il fittizio piano che, stando alle informazioni trasmesse dal Servizio agli organi centrali di polizia, vedeva il suddetto fronte eversivo intento a predisporre ulteriori atti terroristici sui principali tronchi ferroviari, al fine di arrecare scompiglio e sollevazione tra le masse. Più in particolare, l’incolpazione del CARMINATI in ordine all’inscenato rinvenimento era basata sul fatto che, stando alle sopraggiunte dichiarazioni dell’ABBATINO, una delle armi in questione (fucile M.A.B.) recava peculiari caratteristiche, dovute a modifiche artigianali, che ricorrevano in un identico esemplare facente parte dell’arsenale della Banda della Magliana custodito nei sotterranei del Ministero della Sanità; esemplare infine prelevato dal CARMINATI e mai restituito (si trattava di una delle armi che a suo tempo erano state consegnate alla Banda per ottenere la liberazione dell’ALEANDRI) .
Il tutto si inquadrava, dal punto di vista storico-giudiziario, nella più ampia tematica delle deviazioni rispetto ai compiti istituzionali imputate agli apparati di sicurezza con riferimento all’accertamento dello specifico crimine, tematica di cui è uno snodo cruciale il provato coinvolgimento, nell’attuazione del disegno, di figure di vertice del SISMI quali il colonnello Giuseppe BELMONTE e il generale Pietro MUSUMECI (con l’avallo del generale SANTOVITO che ne era il Direttore) in concorso con gli esponenti della P2 Francesco PAZIENZA e Licio GELLI. La Corte d’Assise di Bologna, con sentenza del 09.06.2000, dichiarava il CARMINATI colpevole dei reati di detenzione e porto di armi da guerra e di calunnia, e lo condannava alla pena di anni nove di reclusione.
La Corte d’Assise d’Appello di Bologna, con sentenza del 21.12.2001 (confermata dalla Corte di Cassazione con sentenza del 30.01.2003), assolveva il CARMINATI dal delitto di calunnia aggravata ascrittogli, perché il fatto non sussiste. Dichiarava, altresì, non doversi procedere nei confronti del CARMINATI in ordine al delitto di detenzione e porto di armi clandestine ed esplosivi, escluse le aggravanti contestate, perché estinto per intervenuta prescrizione.
In definitiva, risultò non provata la corrispondenza tra il MAB rinvenuto a bordo del treno Taranto-Milano e quello precedentemente prelevato dal CARMINATI nei sotterranei del Ministero della Sanità, perdendo dunque fondamento il nesso tra la detenzione dell’arma e la finalità di depistaggio. Nella stessa sede processuale, era imputato il funzionario del SISMI Federigo MANNUCCI BENINCASA per una ipotesi di calunnia (da cui veniva definitivamente assolto) nei confronti di Licio GELLI, che si inquadrava, secondo l’accusa, in un piano volto ad accreditare falsamente una pista internazionale in relazione a una strategia di destabilizzazione.
Con Sentenza del 18.07.1990 della Corte d’Assise d’Appello di Bologna – che sul punto ha confermato la decisione di primo grado – il MUSUMECI e il BELMONTE sono stati dichiarati colpevoli del delitto di calunnia con le aggravanti del numero delle persone (avendo agito con altri soggetti non ancora identificati) e del nesso teleologico (per avere commesso questo delitto per “assicurare la impunità agli autori della strage verificatasi in Bologna il 02.08.1980”). In definitiva, la Corte ha riconosciuto la responsabilità del MUSUMECI e del BELMONTE per avere essi incolpato persone sapute innocenti con il fine di depistare il corso delle indagini sulla strage; ha, tuttavia, ritenuto che gli imputati fossero stati mossi dalla finalità primaria di conseguire un illecito lucro e ha escluso l’aggravante dello scopo di eversione.
Sull’imputazione della calunnia, la Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di MUSUMECI e BELMONTE, in tal modo facendo passare in giudicato l’affermazione di responsabilità di questi due imputati in relazione al suddetto delitto; ha, invece, annullato con rinvio per ciò che concerneva l’aggravante speciale. La Cassazione ha, poi, annullato con rinvio le statuizioni della sentenza impugnata circa le posizioni di GELLI e PAZIENZA. Queste le condanne inflitte giudicando in sede di rinvio, in parziale riforma della sentenza 11.07.1988 della Corte di Assise di Bologna impugnata dagli imputati:
– confermata la sentenza di primo grado nei confronti di FIORAVANTI, MAMBRO, PICCIAFUOCO, GELLI e PAZIENZA;
– quanto a MUSUMECI e BELMONTE, i medesimi hanno riportato condanna irrevocabile con sentenza 14.3.86 della Corte di Assise di Appello di Roma: per l’effetto, determina unitariamente la pena, quanto al Musumeci, in anni otto, mesi cinque e giorni quindici di reclusione e lire 1.200.000 di multa e, quanto al Belmonte, in anni sette, mesi undici e giorni quindici di reclusione e lire 1.000.000 di multa. Con la sentenza emessa il 23.11.1995, le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione, chiamate ad esprimersi sui ricorsi avverso la sentenza della 1^ Sezione della Corte d’Assise di Bologna in data 16.05.1994, rigettava i ricorsi di FIORAVANTI Giuseppe Valerio, MAMBRO Francesca, CAVALLINI Gilberto, GIULIANI Egidio, BELMONTE Giuseppe, MUSUMECI Pietro, GELLI Licio e PAZIENZA Francesco.
Ordinanza Mondo di mezzo – 28.11.2014

References: sentenza 
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