Source: https://avvocatomarziopecci.wordpress.com/2011/04/
Timestamp: 2019-10-18 02:55:22+00:00

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aprile | 2011 | Il Blog dell'avv. Marzio Pecci
OUA: MEDIACONCILIAZIONE, L’AVVOCATURA CONTINUA NELLA PROTESTA
In un clima di euforica fermezza si è svolta il 14 aprile a Roma, al teatro Adriano, la manifestazione di protesta dell’avvocatura italiana contro la mediaconciliazione.
L’assemblea, presieduta con garbo dall’emiliano Stefano Nardini (Reggio Emilia), si è aperta con la lettura di Filippo Marciante (da Sciacca), del dispositivo dell’ordinanza del Tar del Lazio, che rimette la questione di costituzionalità della mediazione alla Corte Costituzionale.
Marco Ubertini, presidente della Cassa, ha sottolineato che a fronte di 212.000 avvocati solo 156.000 sono iscritti alla Cassa e di questi 90.000 non raggiungono redditi minimi di sussistenza.
Claudio Consales (Lecce), per l’OUA, ha poi dato lettura della delibera dell’organismo dell’avvocatura per invocare la sospensione della legge sulla mediazione fino alla pronuncia della Corte Costituzionale.
E’ intervenuto il Presidente dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati)Luca Palamarache ha rivolto all’avvocatura l’invito al dialogo affinché si possa tracciare un percorso, “una linea di fondo”, per tutelare l’interesse comune. “Dobbiamo – ha detto – pensare a fare funzionare meglio il processo civile ed a riorganizzare gli uffici giudiziari”.
La mediazione, ha detto,“poteva essere uno strumento per deflazionare il processo civile”, ma questa non può e non deve intralciare i diritti dei cittadini. Bisogna “guardare alla mediazione facendo attenzione alle professionalità e impedire che il cittadino non possa non ricorrere alla giustizia”.
Palamara ha poi concluso il proprio intervento affermando che “i problemi della giustizia sono molteplici eche per tutelare gli interessi dei cittadini occorre camminare insieme”.
E’ stato poi il turno dei politici. L’on. Casini, latore l’on. Mantini, ha fatto pervenire il proprio saluto. Lo stesso Mantini,poi nel suo intervento,ha criticato la legge sulla mediazione che, ha detto, per come è fatta, “mortifica i cittadini”per cui è necessario “riconsiderare la conciliazione endoprocessuale”.
Benedetti Valentini (PDL), invece, ha assicurato che il parlamento ha già calendarizzato la modifica della legge sulla mediazione.
Critiche alla legge sulla mediazione sono poi venute dalla sinistra con l’intervento della sen. Della Monica.
L’on. Capano, che ha concluso gli interventi dei politici, a ha affermato che “il ministro Alfano vuole portare il processo civile fuori dalla giurisdizione”; che tutta l’avvocatura deve“difendere il diritto alla giurisdizione” e che il governo, adesso dopo l’ordinanza del Tar del Lazio,ha l’obbligo di sospendere, immediatamente, l’efficacia dellamediaconciliazione.
Gli interventi sono proseguiti con i presidenti degli ordini più rappresentativi:
Antonio Conte, per l’ordine di Roma, ha esaltato la fine delle divisioni affermando che con la manifestazione dell’Adriano l’avvocatura si presenta compatta e più forte per ottenere le modifiche della legge.
Paolo Giuggioli, dell’ordine di Milano, ha gridato che la mediaconciliazione è una “leggeignobile”, mentre Francesco Caia (ordine di Napoli) ha ribadito che l’avvocatura protesta “per difendere i cittadini e non gli avvocati e per evitare che nel futuro del Paese l’avvocatura venga cancellata”.
Equilibrato ed apprezzato l’intervento di Andrea Mascherin per il CNF che, accolto da una sala tiepida, dopo le polemiche tra OUA e CNF, ha raccolto l’applauso quando ha affermato che i nemici dell’avvocatura non sono dentro gli organismi di autogoverno, ma stanno fuori.
Al CSM ha chiesto un rapporto sincero e disinteressato e che la proposta di “camminare insieme”, fatta daLuca Palamara, non è conciliabile con la circolare del CSM che chiede di escludere gli avvocati dai consigli giudiziari per le valutazioni dei magistrati.
Il consigliere del CNF ha poi detto che gli avvocati non hanno l’anello al naso e che dalla politica si aspettano fatti concreti e non chiacchere.
La manifestazione si è avviata alla conclusione con l’intervento del Presidente dell’OUA Maurizio de Tilla che è stato accolto da un lungo applauso.
Il Presidente, visibilmente emozionato e raggiante per l’ordinanza del Tar del Lazio ha voluto subito sottolineare che il risultato è stato ottenuto “senza incontri riservati”. Si è poi tolto qualche “sassolino dalla scarpa” quando ha detto che tanti, forse troppi, sono stati “gli iettatori” nella battaglia giudiziaria contro la mediazione e che oggi sono pronti a salire sul carro del successo (ndr, ancora la prova che le vittorie hanno sempre cento padri e le sconfitte sono sempre orfane!).
Il bravo Presidente dell’OUA, senza infingimenti, ha detto chiaramente che il dialogo con la politica è importante e che la battaglia contro la mediaconciliazione finirà solo con la modifica della legge o con la sentenza della Corte Costituzionale. La battaglia che l’avvocatura conduce con abnegazione è “per il rispetto della costituzione, per il rispetto del ruolo dell’avvocatura e soprattutto per la difesa dell’art. 24 della Cost.”. Per difendere questi valori è dovere di tutti gli avvocati sollevare in ogni sede giudiziaria l’eccezione di incostituzionalità della legge sulla mediazione e che è diritto dei cittadini e dell’avvocatura intera ottenere il decreto legge di sospensione della legge sulla mediaconciliazione.
Il decreto legge di sospensione, da parte del governo, si rende ancora più urgente perché su 615 camere di conciliazione ben 415 sono costituite in società di capitali o società per azioni e che molte hanno sedi fantasma come si è visto nella trasmissione televisiva Agorà. Queste società di capitali, che non subiscono alcun controllo, possono diventare sedi di grandi affari magari con il rischio di diventare contigue al malaffare per cui occorre rivedere le autorizzazioni lasciando solo le camere di conciliazione pubbliche.
Maurizio De Tilla ha poi affermato che nel caso in cui non arrivasse il decreto di sospensione o di modifica della legge, che deve essere discusso anche con la partecipazione al tavolo dell’OUA, l’avvocatura italiana metterà in mora il Ministro Alfano per ottenere, dopo la sentenza della Corte Costituzionale,con la Class Action il rimborso di tutte le somme che i cittadini oggi sono obbligati a pagare.
Occorre, dunque, che gli ordini professionali modifichino i loro regolamenti di conciliazione adeguandoli a quelli delle camere di conciliazione di Napoli, Torre Annunziata, Firenze, Roma e Milano.
Il Presidente De Tilla, sommerso dagli applausi del trionfo, ha concluso il proprio intervento chiedendo agli avvocati di uscire dalle camere di conciliazione, al CNF di impugnare la circolare del Ministro e di affermare un principio assoluto: gli avvocati non possono essere contro gli avvocati così come un Ministro avvocato non può essere contro gli avvocati.
“Tutti – ha concluso De Tilla – dobbiamo ritrovarci nei valori della costituzione, la nostra è una battaglia di libertà e di difesa della difesa. Da oggi dobbiamo ritrovare un nuovo modo di essere avvocati cominciando a tutelare la dignità della nostra professione ed aprire i procedimenti disciplinari contro tutti quegli iscritti che si collocano contro l’avvocatura…. Il mediatore non può rimanere iscritto all’albo.
II Ministro adesso ha un mese di tempo per riparare agli interessi lesi dei cittadini ed i partiti hanno l’opportunità di fare una vera battaglia di libertà.
La prima verifica da parte dell’OUA è, dunque, rimandata al 2 giugno a Siracusa a cui seguirà una seconda verifica a Roma il 23 giugno 2011 con la manifestazione all’Adriano.
Ora che l’avvocatura è tornata unita c’è da augurarsi che il Ministro Alfano comprenda che gli avvocati, con la loro intelligenza, stanno facendo una battaglia di libertà e di tutela degli interessi dei cittadini e non una battaglia per una mera servitù di guadagno.
Rimini-Roma, 14 aprile 2011 Marzio Pecci
MEDIACONCILIAZIONE: ecco l’ordinanza del Tar del Lazio che investe la Corte Costituzionale della questione di legittimità
MEDIACONCILIAZIONE: sette fondate questioni di incostituzionalità del D. Lgv. n. 28/10
1. Violazione dell’art. 77 Cost.
La obbligatorietà della mediaconciliazione viola la Costituzione, tanto più perché collegata alla mancata previsione di necessità dell’assistenza dell’avvocato.
Anzitutto va chiarito che il legislatore delegante – in conformità alla prescrizione impartita dalla Direttiva Europea – aveva stabilito che dovesse essere introdotto un meccanismo di conciliazione, ma non ne aveva affatto previsto la obbligatorietà, né aveva consentito che essa potesse essere considerata condizione dì procedibilità della domanda giudiziaria.
Il d.lgs. 28/10 è, quindi, viziato per eccesso di delega, in quanto appare evidente che una condizione di procedibilità di una domanda giudiziaria, ex art. 24 Cost., può essere introdotta esclusivamente dal legislatore, e quindi il Governo avrebbe potuto farlo soltanto se ne fosse stato autorizzato dalla legge di delega.
Si ha così la palese violazione dell’art. 77 Cost. per contrasto tra la legge delega e il decreto legislativo.
Va, in proposito, osservato che l’art. 60 della legge 69/09 (legge delega) al terzo comma lett. a) prescrive che nell’esercizio della delega il Governo si attenga, tra gli altri, al seguente principio e criterio direttivo “ … a) prevedere che la mediazione, finalizzata alla conciliazione, abbia per oggetto controversie su diritti disponibili, senza precludere l’accesso alla giustizia”.
Orbene, in aperto contrasto con la prescrizione della legge delega, l’art. 5 del d.lgs. 28/10 configura il procedimento di mediazione quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale, di fatto precludendo l’immediato accesso alla giustizia.
Il d.lgs. 28/10, concependo il procedimento di mediazione quale propedeutico alla domanda giudiziale, rischia di compromettere l’effettività della stessa tutela giudiziale.
Non può argomentarsi, in senso contrario, che la mediazione di cui all’art. 5 del d.lgs. 28/10 non preclude l’accesso alla giustizia, poiché attivato il procedimento di mediazione e trascorsi i quattro mesi di cui all’art. 6, l’accesso alla giustizia è possibile, e la condizione di procedibilità della domanda è assolta.
Né può argomentarsi che il problema non sussiste per la brevità del termine di quattro mesi, cosicché la condizione di procedibilità dell’art. 5 sarebbe compensata dal termine breve fissato nell’art. 6.
L’argomento della brevità del termine non può quindi essere utilizzato per escludere l’eccesso di delega, poiché, al contrario, il d.lgs. 28/10, mantenendo il termine già fissato nella lettera q) dell’art. 60 della l. 69/09, non ha però rispettato la medesima disposizione di legge nella parte in cui escludeva che il procedimento potesse costituire condizione di procedibilità della domanda, ovvero fosse in grado di precludere, per tutta la sua durata, l’accesso al giudice.
Nel rispetto dell’art. 60 della legge delega 69/09, l’obbligatorietà del procedimento di mediazione in tutte le ipotesi dell’art. 5 del d.lgs. 28/10 non poteva dunque darsi.
L’art. 5 del d.lgs. 28/10, in contrasto con l’art. 60 della l. 69/09, è pertanto incostituzionale per violazione dell’art. 77 Cost.
2. Violazione degli artt. 24 e 77 Cost.
Il d.lgs. 28/10, all’art. 16 e nell’intero capo terzo intitolato “organismi di mediazione”, disattende palesemente la previsione della delega.
Non vi è, infatti, traccia, di qualsivoglia criterio o parametro volto a selezionare gli organismi deputati alla mediazione in base a criteri di professionalità ed indipendenza.
L’art. 16, infatti, si limita a stabilire che qualunque ente pubblico o privato che dia garanzie di serietà ed efficienza sia abilitato a costituire un organismo di mediazione.
Con ciò disattendendo la previsione della delega ove circoscrive lo svolgimento dell’attività di mediazione esclusivamente in capo ad organismi professionali ed indipendenti e dunque attuando, al di là delle previsioni della stessa legge delega, una sorta di liberalizzazione nella costituzione e abilitazione degli organismi di mediazione.
Entrambe le previsioni del d.lgs. 28/10, tanto l’art. 5 quanto l’art. 16, si pongono, pertanto, in aperto contrasto con le previsioni della legge delega.
Quando invece, alla stregua dell’univoco orientamento della giurisprudenza costituzionale, “il potere di riempimento dai legislatore delegato, per quanto ampio possa essere, non può mai assurgere a principio o a criterio direttivo, in quanto agli antipodi di una legislazione vincolata, quale è, per definizione, la legislazione su delega” (Corte Costituzionale 12 ottobre 2007 n. 340).
Nel caso della mediaconciliazione, utilizzando i parametri di controllo della conformità della norma delegata alla norma delegante univocamente indicati dalla stessa giurisprudenza costituzionale (Corte Cost. 44/2008, 71/08, 98/08, 230/10) emerge, infatti, l’incoerenza delle previsioni degli artt. 5 e 16 del d.lgs. 28/10 con la previsione dell’art. 60 l. 69/09.
Ad avviso della giurisprudenza costituzionale il contenuto della delega deve essere identificato tenendo conto del complessivo contesto normativo nel quale si inseriscono la legge delega ed i relativi principi e criteri direttivi, nonché delle finalità che la ispirano, che costituiscono non solo base e limite delle norme delegate, ma anche strumenti per l’interpretazione della loro portata.
Orbene la previsione di cui all’art. 60 della l. 69/09, in aderenza agli impulsi dell’ordinamento comunitario ed in particolare alle previsioni della direttive 2008/52/CE, era orientata a garantire l’introduzione di sistemi alternativi e celeri di tutela delle posizioni giuridiche integranti “diritti disponibili” nonché la “qualità della mediazione” attraverso l’individuazione di organismi professionali ed indipendenti.
Tutto ciò è ben lungi dall’essere realizzato ove si consideri la portata ed il tenore di previsioni, qual è quella dell’art. 5 del d.lgs. 28/10 volta ad appesantire il procedimento di tutela delle posizioni dei singoli, attraverso l’introduzione obbligatoria di un procedimento non alternativo e facoltativo, ma obbligatorio e propedeutico all’accesso alla giustizia; nonché quella dell’art. 16 del medesimo decreto volta ad escludere dai criteri di selezione degli organismi di mediazione qualsivoglia parametro di “professionalità” ed “indipendenza”, quali parametri invero indicati dalla legge delega.
L’effetto di entrambe le previsioni è la violazione della delega e lo snaturamento della funzione che il legislatore delegante aveva attribuito al procedimento di mediazione ed agli organismi professionali ed indipendenti deputati alla mediazione.
Tutto ciò in palese violazione dei principi costituzionali che sorreggono la disciplina della legislazione delegata ed ancor più, sul piano sostanziale, la violazione dell’art. 77 e del principio del diritto di difesa di cui all’art. 24 della Costituzione.
3. Violazione dell’art. 24 Cost.
Si deve prendere atto che la mediazione di cui al d.lgs. 28/10 ha un costo, e lo ha anche nelle ipotesi di mediazione obbligatoria, visto che lo stesso art. 16, 40 comma del d.m. 10 ottobre 2010 n. 180 espressamente prevede che detto costo “deve essere ridotto di un terzo nelle materie di cui all’art. 5, comma 1, del d.lgs.”.
Se viceversa il tentativo obbligatorio di conciliazione ha un costo, e questo costo non è meramente simbolico, come avviene con l’art. 16 d.m. 180/10, allora, nella sostanza, il sistema subordina l’esercizio della funzione giurisdizionale al pagamento di una somma di denaro.
Il Governo, quindi, non si è limitato ad imporre una condizione di procedibilità che non era stata consentita, ma ha anche stabilito che i relativi costi dovessero cedere (quanto meno in via di anticipazione) a carico del cittadino, il quale vedrà così gravemente ostacolato quell’accesso alla Giustizia che la Costituzione garantisce a tutti. Chi di noi, al cospetto di una vertenza di entità economica modesta, non sarà costretto a rinunziarvi, per evitare di dover anticipare, nell’ordine: la indennità dovuta al conciliatore; il compenso all’ausiliare tecnico di quest’ultimo, se necessario; il contributo unificato.
E poiché il nostro sistema non può subordinare l’accesso al giudice al pagamento di una somma di denaro, la media-conciliazione è in contrasto con i nostri valori costituzionali, e in violazione dell’ art. 24 Cost.
Ciò è affermato anche alla luce degli orientamenti che la Corte costituzionale ha già avuto su questi temi.
Sostanzialmente, il legislatore può pretendere versamenti per la funzione giurisdizionale civile solo se questi sono riconducibili a tributi giudiziari o a cauzioni volti a garantire l’adempimento dell’obbligazione dedotta in giudizio.
In tutti gli altri casi, e fin da Corte costituzionale 29 novembre 1960 n. 67, lo Stato non può pretendere versamento di somme per adempiere al suo primo e fondamentale dovere di rendere giustizia.
E l’imposizione del pagamento di una somma di denaro per l’esercizio di un diritto in sede giurisdizionale, quale oggi si realizza con la media-conciliazione in forza del combinato disposto dell’art. 5 d.lgs. 28/10 e art. 16 d.m. 180/10, si pone pertanto in contrasto con tutti i parametri di costituzionalità per come già definitivi in precedenti decisioni dalla Corte costituzionale, in quanto:
a) si tratta di un esborso che non può essere ricondotto né al tributo giudiziario, né alla cauzione;
e) si tratta di un esborso che non va allo Stato, bensì ad un organismo, che potrebbe addirittura avere natura privata;
4. Violazione art. 24 Cost. (Segue)
Il legislatore delegante nulla aveva detto circa la necessità di una difesa tecnica nel corso del procedimento di mediazione; tuttavia, aveva avuto cura di evitare che il suo svolgimento potesse avere ripercussioni di sorta sulla decisione di merito del processo: nella legge di delega, il rifiuto della proposta formulata dal mediatore, e poi ritenuta equa dal Giudice, poteva influire sul governo delle spese, ma non mai sull’esito della lite.
Nel fare uso del potere delegatogli, invece, il Governo, all’art. 8 del decreto legislativo 28/20 10, ha introdotto la previsione secondo cui dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio, ai sensi dell’art. 116 secondo comma del codice di procedura civile.
In buona sostanza, una scelta che la parte potrà fare senza l’ausilio di un difensore – partecipare oppure no al procedimento di conciliazione – potrà condizionare in misura determinante l’esito del successivo processo; è noto, infatti, che il comportamento processuale o extraprocessuale delle parti può costituire, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., non solo elemento di valutazione delle risultanze acquisite, ma anche unica e sufficiente prova idonea a sorreggere la decisione del giudice di merito (così, tra le tante, Cass. 20 giugno 2007 n. 14748).
Ne risulta evidente la violazione del diritto di difesa di cui all’art. 24 della Costituzione, diritto che, come è noto, è la potestà effettiva della assistenza tecnica e professionale in qualsiasi fase del processo e quindi anche in quelle fasi prodromiche dal cui svolgimento è possibile desumere argomenti di prova, nonché l’eccesso di delega ex art. 76 Cost. avendo il legislatore delegato introdotto una possibilità di acquisire elementi di prova pur in assenza di difesa tecnica che il Delegante non aveva permesso mai.
La mancata previsione della obbligatorietà della presenza dei difensori rileva anche sotto un diverso – e forse addirittura più pregnante – profilo.
Quell’assistenza tecnica, quale che sia il valore della controversia, non è obbligatoria, ma non è neppure vietata: è facoltativa.
Il che sta a significare che, chi è in grado di pagarseli, potrà farsi rappresentare da fior di avvocati, consulenti di parte esperti, professionisti di grido, e chi è povero no: dovrà arrangiarsi da solo, perché, non essendo obbligatoria la presenza di un avvocato, non sarà possibile ricorrere al patrocinio a spese dello Stato.
Una anziana pensionata ultraottantenne, e munita del diploma di licenza elementare, se non sarà in grado di anticipare (oltre a quelli per il mediatore) i compensi per un avvocato, potrà trovarsi di fronte un battaglione di agguerriti specialisti, ma dovrà discutere da sola una proposta di conciliazione in una controversia avente ad oggetto (citiamo a mò di esempio) i tango-bond, o un altro sofisticato prodotto finanziario.
5. Violazione degli artt. 24 e 77 Cost.
Un forte contrasto del d.lgs. 28/10 con la legge delega si ha per ciò che riguar¬da i riflessi del diniego all’accoglimento della proposta del mediatore, sul¬l’iter del successivo giudizio e segnatamente sulla disciplina delle spese di lite. Il fatto che alla parte vincitrice del giudizio che non abbia accettato una proposta conciliativa che sia venuta a coincidere con il contenuto della decisione giudiziaria, debbano essere accollate le spese di lite proprie e della controparte, oltre al pagamento di un impor¬to pari al contributo unificato e alle spese di mediazione, costituisce infat¬ti un evidente deterrente “forzato” dal ricorrere alla tutela giudiziaria ed accettare l’esito della mediazione. Ciò in quanto di fronte alla proposta del mediatore, la parte quasi sicuramente preferirà non rischiare, finendo per accettare ob torto collo la soluzione stragiudiziale segnalatagli, anche se non ne è convinta appieno ed anche se può ritenerla ingiusta, piuttosto che ricorrere alla tutela giudiziaria che avrebbe potuto offrirgli un risulta¬to anche migliore.
È questo il punto su cui si giocano ulteriori dubbi di costituzionalità per ecces¬so di delega con riferimento alla già riferita lett. a) dell’art. 60 della l. n. 69 del 2009, che aveva posto come preciso criterio direttivo quello per cui l’attuazione della mediazione non dovesse in alcun caso precludere il ricor¬so alla tutela giudiziaria. Preclusione che invece può aversi nel caso della proposta conciliativa, che sfacciatamente dissuada psicologicamente la parte dal ricorso al giudizio al quale ha diritto e che potrebbe garantirgli anche un migliore risultato.
Si noti che la parte potrà trovarsi di fronte anche a proposte che a causa di una possibile impreparazione tecnica del mediatore potranno rivelarsi erronee o squilibrate, anche inconsapevolmente, a favore di uno dei soggetti della lite. Eppure, pur nella probabile infondatezza di tali proposte, la parte di fronte allo spettro delle pesanti conseguenze sulle spese, può precludersi il ricorso a quella che è l’unica strada naturale e garantistica per la composizione delle liti, data appunto dalla tutela giuri¬sdizionale.
6. Violazione dell’art. 3 Cost.
La media-conciliazione rompe altresì il trattamento paritario nel processo tra attore e convenuto.
Ciò già avviene con il d.lgs. 28/10, che prevede la condizione di procedibilità ex art. 5 per la domanda principale e non per la domanda riconvenzionale, ma oggi, più gravemente, avviene con l’art. 16 d.m. 180/10, concernente i criteri di determinazione delle indennità.
Le “spese di avvio del procedimento” sono dovute da “ciascuna parte” ma sono versate “dall’istante al momento del deposito della domanda” (2° comma).
Cosicché, ai sensi dell’art. 3 Cost.: a) o si ritiene che anche l’attore possa non aderire al procedimento, e quindi possa versare la sola spesa di avvio del procedimento ai fui dell’art. 5 del d.lgs. 28/10 con contestuale dichiarazione di non voler avvalersi del servizio; b) oppure il sistema è in violazione del principio d’eguaglianza, consentendo solo alla parte convenuta di non aderire al procedimento, ma non alla parte attrice, che si vedrebbe ob torto collo obbligata al procedimento di mediazione per poter far valere in giudizio un suo diritto.
L’istituto della media-conciliazione di cui all’art. 5 del d.lgs. 28/10, in combinato disposto con l’art. 16 d.m. 180/10, in questi termini, non viola così solo l’art. 24 Cost. (per essere, al tempo stesso, obbligatoria e onerosa), ma viola anche l’art. 3 Cost., perché pone su piani diversi, e tratta diversamente, la parte attrice rispetto a quella convenuta.
Né, contro questo argomento, si può sostenere che la diversità di trattamento dipende dalla diversità delle pretese, perché è l’attore che vuoi adire il giudice, non il convenuto.
7. Violazione degli artt. 24 e 77 Cost.
Un settimo aspetto di incostituzionalità attiene all’organizzazione interna degli organismi di conciliazione, anche per come definiti con l’art. 4 del d.m. 180/10.
Ed infatti, nel momento in cui la procedura di mediazione è resa obbligatoria alfine di far valere in giudizio un diritto, e nel momento in cui le attività del mediatore interferiscono con l’esercizio della funzione giurisdizionale, in quanto i verbali di conciliazioni costituiscono titolo esecutivo (art. 12, d.lgs. 28/10), le proposte di conciliazione hanno conseguenze sulla liquidazione delle spese del giudizio (art. 13, d.lgs. 28/10), nonché la mancata partecipazione al procedimento di mediazione può rilevare ex art. 116, 2° comma c.p.c. (art. 8, d.lgs. 28/10), va da sé che il procedimento ha funzione pubblica, e deve pertanto rispondere ai requisiti di buon andamento e di imparzialità di cui all’art. 97 Cost., soprattutto quando l’organismo è ente pubblico.
Ora, niente di questo si trova nell’art. 4 del d.m. 180/10, che usa talune espressione elastiche, e fissa blandi criteri di professionalità dei mediatori, ma niente più, senza prescrivere come doverose le condizioni minime di trasparenza, eguaglianza e imparzialità dovute all’esercizio di una funzione pubblica.
Il dm. 180/10 è rimasto viceversa silente sul punto, lasciando così la questione alla discrezionalità dell’organismo, che la regolerà in base al proprio statuto.
L’art. 5 d.lgs. 28/10, in combinato disposto con l’art. 4 del d.m. 180/10, si pone pertanto in contrasto con l’art. 97 Cost., visto che l’assenza di un meccanismo oggettivo e predeterminato per l’assegnazione delle pratiche rischia di compromettere l’indipendenza e la terzietà del mediatore, attribuendo un potere gestionale inammissibile all’organismo.
È la violazione dell’art. 97 Cost. si evidenzia come fondata ove solo si considera che l’attività del mediatore interferisce come detto con quella giurisdizionale, e quindi ha la necessità di essere esercitata alla luce di detti criteri di trasparenza, indipendenza e imparzialità.
OUA: COME SI PUO’ APPLICARE LA NORMATIVA SULLA MEDIACONCILIAZIONE “OBBLIGATORIA
Proponiamo le seguenti indicazioni:
A) Posizione dell’attore in giudizio
1.	Informare anzitutto il cliente sui contenuti della “mediaconciliazione obbligatoria” illustrando lo svolgersi della procedura, con i costi relativi, la possibilità da parte del conciliatore di formulare una proposta senza il consenso delle parti, la ricaduta di tale proposta sul giudizio di merito, la possibile incompetenza e inidoneità del conciliatore (scelto per sorteggio o in ordine alfabetico) ed infine le ragioni di incostituzionalità della normativa.
2.	Dopo la doverosa informazione chiedere al cliente se intende intraprendere siffatta procedura stragiudiziale o invece solo avviare la procedura (come prescrive l’art. 5 del d.l. n. 28/2009), allegando alla domanda nota in cui si illustrano le ragioni di incostituzionalità del d.l. n. 28/2009, e notificare subito dopo l’atto di citazione con fissazione dell’udienza a 4 mesi e 15 giorni (nota bene: a norma dell’art. 6 del d.l., il procedimento di mediazione ha una durata non superiore a quattro mesi e tale termine decorre dalla data di deposito della domanda di mediazione).
Chiarire al cliente che l’art. 5 del decreto n. 28/2009 stabilisce che “il giudice ove rilevi che la mediazione è gia iniziata, ma non si è conclusa (n. n. nel termine di quattro mesi) fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’art. 6”. Non c’è, quindi, alcun pericolo di pronuncia di improcedibilità.
3.	Dopo la informativa fare, in ogni caso, sottoscrivere al cliente la informativa sulla “mediaconciliazione”. Solo nell’ipotesi che il cliente non sia favorevole alla mediaconciliazione obbligatoria, limitarsi a presentare la domanda di conciliazione sottoscritta dalla parte insieme a memoria dove si denunciano le carenze delle normativa e si illustrano le questioni di illegittimità costituzionale del decreto legislativo.
B) Posizione del convenuto in giudizio
1.	Informare il cliente con le stesse modalità previste per l’attore. Nel caso che la parte convenuta intenda contestare la procedura di mediaconciliazione obbligatoria, dedurre con una memoria scritta le questioni di incostituzionalità ed aggiungere (se ricorre l’ipotesi) la prospettazione che l’attore ha scelto la Camera di conciliazione più conveniente o lontana dalla residenza del convenuto, e ciò traendo vantaggio dall’assenza di un criterio legale che preveda la competenza territoriale (analogamente a quanto stabilito dal c.p.c. per il giudizio di merito).
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References: sentenza 
 sentenza 
 art. 24
 art. 16
 art. 24
 art. 16
 art. 24
 Cass. 
 art. 76
 art. 5
 art. 116