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Osservatorio sulla giurisprudenza civile al 31 maggio 2014 a cura di GIOVANNA NALIS - PDF
Osservatorio sulla giurisprudenza civile al 31 maggio 2014 a cura di GIOVANNA NALIS
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1 Osservatorio sulla giurisprudenza civile al 31 maggio 2014 a cura di GIOVANNA NALIS 1. Corte di Cassazione, sesta sezione, sentenza n del 5 febbraio 2014, sull obbligo di fedeltà coniugale L'obbligo di fedeltà coniugale è oggetto di una norma di condotta imperativa la cui violazione, in particolare se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, determina generalmente l intollerabilità della prosecuzione della convivenza e costituisce, di regola, causa della separazione personale, addebitabile al coniuge che ne è responsabile. Ciò va escluso ove si costati la mancanza di un nesso di causalità tra l'infedeltà e la crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una rottura già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass. Civ. sezione 1^ n del 12 giugno 2006). L abbandono della casa familiare costituisce violazione di un obbligo matrimoniale e, dunque, causa di addebito della separazione poiché porta all impossibilità della convivenza. La Corte afferma tuttavia che non si configura tale violazione se si provi, e l onere incombe su chi ha posto in essere l abbandono, che esso è stato determinato dal comportamento dell altro coniuge, come nel caso di abbandono nel momento in cui l intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata e in conseguenza di tale fatto (Cass. civ. sezione 1^ n dell'8 maggio 2013 e n del 10 giugno 2005). In casi di inosservanza degli obblighi familiari, grava sulla parte che richiede l addebito della separazione all altro coniuge l onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, è invece onere di chi eccepisce l inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda provare l anteriorità della crisi matrimoniale rispetto alla violazione del dovere derivante dal matrimonio (cfr. Cass. civ. sezione 1^, n del 14 febbraio 2012). 1
2 2. Corte di Cassazione, terza sezione, sentenza n del 2 aprile 2014, debito di valore, debito di valuta e applicabilità dell art c.c. La decisione del giudice di merito del caso esaminato è stata impugnata sotto un duplice profilo. In primo luogo è stata denunziata violazione dell art c.c., poiché il debito di valore si converte in debito di valuta solo al momento in cui è passata in giudicato la sentenza che ha effettuato la liquidazione. In secondo luogo si è dedotta violazione dell art 91 c.p.c. poiché, in ragione di contrasti giurisprudenziali esistenti sulle questioni controverse, è stata disposta compensazione delle spese non solo del giudizio di cassazione, ma anche di quelle del giudizio di rinvio, privo di contrasti. La Cassazione ha accolto entrambe le censure. In particolare, sulla prima questione si rammenta che mentre il debito di valuta ha ad oggetto una prestazione in origine determinata in una somma di denaro o determinabile attraverso una mera operazione aritmetica, il debito di valore non ha ad oggetto una somma liquida o agevolmente liquidabile, essendo necessario operare una conversione in moneta del valore del bene diverso dal denaro. Il debito di valore non è liquido e si converte in debito di valuta solo al momento della liquidazione. La distinzione fra le due tipologie di debito 1 assume rilievo ai fini dell individuazione delle conseguenze derivanti da ritardo nell adempimento. Infatti, per i debiti di valuta si applica l art c.c. e quanto in esso disposto in merito agli interessi legali, ivi compresi quelli derivanti da svalutazione 2. Nei debiti di valore, in particolare nelle obbligazioni risarcitorie, la quantificazione del danno patito dal creditore per effetto del ritardo presuppone la determinazione dell esatto ammontare della somma dovuta. Individuata la sorte capitale, è possibile determinare la somma da corrispondere a titolo di risarcimento per il mancato tempestivo adempimento, applicando gli interessi c.d. compensativi e un coefficiente ritenuto adeguato secondo una valutazione equitativa, non necessariamente pari al saggio legale. Non è dunque configurabile alcun automatismo nel riconoscimento degli interessi compensativi, i quali costituiscono una mera modalità liquidatoria del 1 Siffatta distinzione è di creazione dottrinale e giurisprudenziale e tempera la rigidità del principio nominalistico sancito dall art c.c. 2 Spetta al creditore provare il danno, seppure con temperamenti probatori e meccanismi presuntivi introdotti da S.U. 16 luglio 2008, n
3 danno da ritardo nei debiti di valore, poiché tale danno potrebbe anche non esistere o essere comunque già coperto dalla somma liquidata in termini monetari attuali. Da quanto affermato deriva che il momento in cui il debito si trasforma in debito di valuta coincide con il momento in cui diventa incontestabile la liquidazione, ossia quando diventa definitiva la sentenza che effettua la liquidazione e dunque con il passaggio in giudicato della stessa. Ove la sentenza sia cassata sul punto della rivalutazione monetaria, la determinazione del debito di valore è rimessa alla nuova decisione di merito, salvi gli importi già riscossi nel corso del giudizio, in esecuzione spontanea o coatta. 3. Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza n dell 11 aprile 2014, domanda di adempimento, risoluzione e risarcimento del danno La sentenza si segnala per la risoluzione del contrasto sulla questione se, convertita in corso di causa la domanda di adempimento in quella di risoluzione del contratto per inadempimento ai sensi dell art c.c., comma 2, sia consentita anche la proposizione, contestuale, della domanda di risarcimento dei danni. Il problema di cui si è dibattuto è dunque se il contraente fedele possa introdurre nel corso del giudizio la domanda di risarcimento del danno, ex novo e contestualmente al mutamento, consentito dall art c.c., comma 2, della originaria domanda di adempimento del contratto in quella di risoluzione del contratto inadempiuto. Esistono due orientamenti in merito. Il primo, restrittivo, è fissato nel principio di diritto enunciato da Sez. 2^ 23 gennaio 2012, n. 870, in base al quale l art c.c., comma 2 deroga alle norme processuali che vietano la mutatio libelli nel corso del processo, nel senso di permettere la sostituzione della domanda di adempimento del contratto con quella di risoluzione per inadempimento, ma tale deroga non si estende alla domanda ulteriore di risarcimento del danno consequenziale a quella di risoluzione, trattandosi di domanda del tutto diversa per petitum e causa petendi rispetto a quella originaria. Alla base di questo indirizzo vi è il convincimento che la facoltà concessa dall art c.c., comma 2, al contraente non inadempiente di mutare l originaria domanda di adempimento in quella di risoluzione apporta una vistosa eccezione, pertanto di stretta applicazione, alla regola del divieto assoluto di modifica della domanda. 3
4 Il secondo indirizzo, invece, ammette la possibilità di proporre la domanda risarcitoria insieme al passaggio al rimedio ablativo. Esso è riconducibile alla decisione della Sez. 2^ 31 maggio 2008, n Si afferma che la facoltà prevista dall art c.c., comma 2, di mutamento della domanda di adempimento in quella di risoluzione contrattuale in deroga al divieto di mutatio libelli si estende anche alla conseguente domanda di risarcimento danni, (nonché per le stesse ragioni a quella di restituzione del prezzo...), essendo quest ultima domanda sempre proponibile quale domanda accessoria sia di quella di adempimento sia di quella di risoluzione, come espressamente previsto dall art c.c., comma 1". Sulla stessa linea estensiva si esprime Sez. 3^ 19 novembre 1963, n Il principio è stato incidentalmente richiamato e confermato dalle Sezioni Unite con la sentenza 18 febbraio 1989, n La giurisprudenza ammette inoltre che, in occasione della mutatio, possa essere avanzata ex novo, accanto alla domanda di risoluzione, quella di restituzione del praestatum (cfr. Sez. 2^ 27 novembre 1996, n , e Sez. 2^ 27 maggio 2010, n ). Le Sezioni Unite hanno composto il conflitto esistente aderendo all indirizzo espresso dall orientamento estensivo. Si riconosce, dunque, che lo ius variandi può essere esercitato in modo completo affiancando alla domanda di risoluzione, non solo quella di restituzione, ma anche quella di risarcimento dei danni. Lo ius variandi si giustifica con il fatto che le azioni di adempimento e di risoluzione, pur avendo un diverso oggetto, mirano a risultati coordinati e convergenti dal punto di vista dello scopo. Nei contratti a prestazioni corrispettive, pur presentando diversità di petitum, entrambe le azioni mirano a soddisfare lo stesso interesse del creditore insoddisfatto, consistente nell evitare il pregiudizio derivante dall inadempimento della controparte (Sez. 2^ 29 novembre 2011, n ). Infatti, la proposizione della domanda di adempimento ha effetto interruttivo della prescrizione anche con riferimento al diritto di chiedere la risoluzione del contratto (Sez. Un. 10 aprile 1995, n. 4126). Come osservato in dottrina, l inerzia del debitore, per ogni momento che passa, accresce lo iato tra il momento della scadenza ed il momento dell esecuzione, cosicché la scelta iniziale per il rimedio manutentivo in presenza di un inadempimento precorso non fa venir meno la facoltà di ricorrere alla tutela ablativa per un inadempimento che si aggrava nella pendenza del processo. 4
5 Si ritiene che il codice detti, anzitutto, una norma di diritto sostanziale che disciplina l esercizio di un'opzione tra i diversi mezzi di reazione all altrui inadempimento: tale diritto non può essere ostacolato dall anteriore scelta per il rimedio manutentivo. Lo ius variandi, pur non dovendo necessariamente esercitarsi nel processo rivolto ad ottenere l'adempimento, ha tuttavia una valenza sicuramente processuale, come dimostra la stessa formulazione letterale del secondo comma dell art c.c., che si esprime nei termini di risoluzione che può essere domandata e di giudizio... promosso per ottenere l'adempimento. Ad opinione della Corte, quando in luogo dell adempimento chiede la risoluzione, l attore non si limita a precisare o a modificare la domanda già proposta, ma ne muta l oggetto. L azione di risoluzione è nuova rispetto a quella di adempimento e la trasformazione della domanda di adempimento a quella di risoluzione rappresenta una mutatio libelli. Si ravvisa, dunque, una deroga alle norme processuali che precludono il mutamento della domanda nel corso del giudizio e la proposizione di domande nuove in appello. Quanto affermato, come già precisato dalle Sezioni Unite nella citata sentenza del 1989, ha validità purché i fatti dedotti a fondamento della domanda di risoluzione coincidano con quelli posti a base della domanda di adempimento originariamente proposta. Se l attore allega alla domanda di risoluzione un inadempimento diverso, ossia una nuova causa petendi, con l'introduzione di un nuovo tema d indagine, si applicano le preclusioni di cui agli artt. 183 e 345 c.p.c. Per le Sezioni Unite la suddetta interpretazione estensiva non è incompatibile con il dato letterale del secondo comma dell art c.c. e anzi ne coglie la ratio, assicurando anche la finalità di concentrazione e pienezza della tutela della disposizione del codice. Dal punto di vista letterale il secondo comma della norma disciplina l ipotesi tipica del passaggio dall azione di esecuzione del contratto a quella di risoluzione per il persistere dell inadempimento della controparte. Il primo comma dello stesso articolo delinea un modello di tutela unitario risultante dall operare combinato dell'azione di danno che può accompagnarsi sia all azione di adempimento sia alla domanda di risoluzione. Mentre l azione di adempimento e quella di risoluzione danno luogo ad un concorso alternativo di rimedi, la domanda di risarcimento può, a scelta dell'interessato, essere proposta insieme con quella di adempimento o di risoluzione. 5
6 Alla soluzione prescelta conduce anche un interpretazione sistematica, sulla base della ratio dello ius variandi. L interesse del contraente deluso che domanda la risoluzione non è infatti soltanto quello di ottenere lo scioglimento del vincolo contrattuale per un difetto funzionale sopravvenuto. La Corte precisa che la ratio dello ius variandi - offrire giusta protezione all interesse dell attore vittima dell inadempimento, specie di fronte al comportamento del debitore convenuto in giudizio, che permane inattivo nonostante sia stato sollecitato a eseguire la prestazione - richiede che, in occasione del (e contestualmente al) mutamento della domanda di adempimento in quella di risoluzione del contratto, sia ammessa l introduzione della domanda restitutoria e della richiesta di danni da risoluzione, data la funzione complementare che l una e l altra svolgono rispetto al rimedio diretto ad ottenere la rimozione degli effetti del sinallagma. Non costituiscono ostacolo al ragionamento espresso né la circostanza che l art. 1453, secondo comma, c.c., disciplina di deroga rispetto a quella sancita dal codice di rito in tema di preclusioni processuali, dovrebbe formare oggetto di stretta interpretazione, considerato il principio generale di divieto di nova, né il rilievo che la pretesa risarcitoria è non solo nuova per petitum e causa petendi rispetto alla domanda iniziale di adempimento o a quella, risultante dalla mutatio, di risoluzione, ma anche, a differenza della domanda restitutoria, non consequenziale a quella di risoluzione del contratto. Si ritiene che la qualificazione concettuale non sia dirimente nel caso in esame, mentre va evidenziato che l art. 1453, secondo comma, c.c. dà attuazione al principio di economia del e nel processo. La domanda risarcitoria affiancata al rimedio risolutorio che comporta un ampliamento dell oggetto del giudizio e del thema probandum rende necessario che al contraente in regola sia accordata la possibilità di dimostrare i fatti costitutivi della pretesa risarcitoria e che all altra parte sia consentito di difendersi, replicando alla domanda nuova, proponendo le eccezioni che sono conseguenza della stessa e provando eventuali fatti impeditivi, estintivi o modificativi del diritto al risarcimento fatto valere. Si è tuttavia al di fuori dell operatività del regime delle preclusioni. Né si pone un problema di rimessione in termini. La domanda nuova pone l esigenza di allegazioni, controallegazioni, eccezioni, deduzioni e controdeduzioni istruttorie e tali attività processuali devono essere consentite non per provvedimento discrezionale del giudice, ma per garanzia del diritto di azione e di difesa e del giusto processo. 6
7 Nel nostro ordinamento sussistono altre ipotesi nelle quali il divieto di nova è derogato al fine di evitare una moltiplicazione di giudizi. Così avviene ad esempio nel settore delle azioni a difesa della proprietà 3 e in quello delle società per azioni 4. La Corte enuncia, dunque, il seguente principio di diritto: "La parte che, ai sensi dell art. 1453, comma 2, chieda la risoluzione del contratto per inadempimento nel corso del giudizio dalla stessa promosso per ottenere l'adempimento, può domandare, contestualmente all esercizio dello ius variandi, oltre alla restituzione della prestazione eseguita, anche il risarcimento dei danni derivanti dalla cessazione degli effetti del regolamento negoziale". 4. Corte di Cassazione, prima sezione, sentenza n del 17 aprile 2014, divieto del patto commissorio e patto di riscatto o retrovendita La sentenza conferma l ormai consolidato orientamento giurisprudenziale in tema di divieto di patto commissorio. Esso si estende a qualsiasi negozio utilizzato per conseguire il risultato, vietato dall ordinamento, dell illecita coercizione del debitore a sottostare alla volontà del creditore, attraverso l accettazione preventiva del trasferimento di proprietà di un bene come conseguenza della mancata estinzione del debito (cfr. Cass., Sez. II, 20 febbraio 2013, n. 4262; 12 gennaio 2009, n. 437; Cass., Sez. III, 2 febbraio 2006, n. 2285). Ciò che assume rilievo, pertanto, ai fini dell operatività del divieto è il profilo funzionale dell operazione, restando invece irrilevanti la natura obbligatoria, traslativa o reale del contratto attraverso il quale si realizza il predetto intento, il momento in cui l effetto traslativo è destinato a realizzarsi, lo strumento negoziale destinato alla sua attuazione e la stessa identità delle parti che abbiano attuato i negozi preordinati al conseguimento del predetto risultato. Fuori dell ipotesi tipica prevista dall art c.c., caratterizzata dalla costituzione in garanzia di un bene di cui il creditore è destinato ad acquistare automaticamente la proprietà in caso d inadempimento, l operatività del divieto è subordinata alla configurabilità del negozio come mezzo per eludere tale norma imperativa, e quindi all accertamento di una causa illecita, tale da rendere applicabile la sanzione di cui all'art cod. civ. (cfr. Cass., Sez. II, 10 marzo 2011, n. 5740; 5 marzo 2010, n. 5426; 19 maggio 2004, n. 9466). 3 Cfr. art. 948, primo comma, c.c. 4 Cfr. art. 2378, secondo comma, c.c. 7
8 Nella suddetta ottica, pur non integrando direttamente un patto commissorio, anche la vendita con patto di riscatto o di retrovendita può rappresentare un mezzo per sottrarsi all'applicazione del citato divieto ogni qualvolta il versamento del prezzo da parte del compratore non si configuri come corrispettivo dovuto per l'acquisto della proprietà, ma come erogazione di un mutuo, rispetto al quale il trasferimento del bene risponda alla sola finalità di costituire una posizione di garanzia provvisoria, capace di evolversi in maniera diversa a seconda che il debitore adempia o meno l'obbligo di restituire le somme ricevute (cfr. Cass., Sez. II, 8 febbraio 2007, n. 2725; 20 luglio 2001, n. 9900; Cass., Sez. I, 4 agosto 2006, n ). 8

References: sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1453
 art. 1453
 art. 1453
 sentenza 
 sentenza 
 art. 948
 art. 2378