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Timestamp: 2017-01-20 09:53:36+00:00

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Studio Legale Tidona - ANATOCISMO BANCARIO - In tema di fideiussione, il giudice di merito deve esaminare la questione della nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi, anche se la parte abbia censurato solo l'inosservanza degli artt. 1955 e 1956 co
Cassazione Civile, sez. I, sent. n. 25841 18-11-2013
In tema di fideiussione, il giudice di merito deve esaminare la questione della nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi, anche se la parte abbia censurato solo l'inosservanza degli artt. 1955 e 1956 cod. civ.: il principio dispositivo non può, difatti, limitare il rilevo di ufficio, sulla base dei fatti allegati e provati od emergenti "ex actis", della nullità contrattuale, tesa alla tutela di interessi generali non sacrificabili, fermo l'obbligo di sollecitare, al riguardo, l'attivazione del contraddittorio. In tema di clausole negoziali relative alla capitalizzazione trimestrale degli interessi, la giurisprudenza di legittimità era già unanimemente pervenuta ad una rilevante estensione del potere di rilievo officioso della nullità della clausola in questione, qualificando l'eccezione ad essa propria come mera difesa ed ammettendone l'ingresso anche per la prima volta nel giudizio d'appello. (Cass. 19882 del 2005; 4853 del 2007; 6518 del 2011; 350/13).
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO Con la sentenza impugnata, la Corte d'Appello di Milano, confermando la pronuncia di primo grado in ordine all'opposizione a decreto ingiuntivo emesso in favore della Banca [...] e nei confronti di M.M., in qualità di fideiussore della s.p.a [...], rigettava l'opposizione affermando:
a) In ordine alla contestata tardività della eccezione di nullità dell'art. 7 del contratto di conto corrente relativa agli interessi passivi, censurata per indeterminatezza e per la previsione della capitalizzazione trimestrale, la rilevabilità d'ufficio della nullità doveva essere coordinata con il principio della domanda e, conseguentemente non era più prospettabile quando fossero già intervenute le preclusioni processuali relative alla definizione del thema decidendum e probandum. Nella specie tutte le doglianze della M. si erano incentrate, allo spirare dei termini ex art. 183 e 184 cod. proc. civ., sulle invalidità discendenti dall'inosservanza degli artt. 1955 e 1956 cod. civ.; b) Il motivo relativo all'errata indicazione della data di chiusura del conto da parte della C.T.U. contabile (30/12/95 invece che 12/12/95), doveva ritenersi nuovo. c) Il motivo relativo all'errata applicabilità del tasso d'interesse sulla base del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 117, comma 7 (tasso nominale massimo BOT) invece di quelli legali doveva ritenersi infondato. Al riguardo veniva rilevato che anche ai sensi della L. n. 154 del 1992, art. 5 nelle ipotesi di indeterminatezza si dovesse applicare il tasso nominale massimo dei buoni del Tesoro;
d) Il motivo relativo all'accertamento dell'esatto limite garantito e dell'inapplicabilità al fideiussore d'interessi moratori ad un tasso diverso da quello legale doveva ritenersi nuovo; e) Il motivo relativo alla violazione dell'art. 1956 cod. civ. doveva ritenersi infondato non essendo stato provato dall'appellante il mutamento peggiorativo delle condizioni economiche della Scaccomatto tra la data della stipulazione della fideiussione e quella della erogazione del credito nonchè la conoscenza da parte della banca di tale mutamento. Ugualmente infondata doveva ritenersi anche la dedotta necessità di un'autorizzazione scritta per procedere all'erogazione del credito. f) Il motivo relativo alla mancata informazione della fideiubente dell'aggravio delle condizioni patrimoniali doveva ritenersi inammissibile in quanto esposto senza alcuna specificazione delle circostanze che avrebbero dovuto sostenere la censura. Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione M. M. affidandosi a sette motivi. Ha resistito con controricorso l'istituto bancario. Entrambe le parti hanno depositato memoria. MOTIVI DELLA DECISIONE Nel primo motivo di ricorso viene dedotta la violazione dell'art. 112 cod. proc. civ. in ordine alla mancata decisione della Corte d'Appello sulla richiesta di estromissione di Banca [...]dovuta alla costituzione del successore a titolo particolare Banca [...] nonchè, sotto il profilo del vizio di extrapetizione, per avere emesso statuizione di conferma della pronuncia di primo grado così condannando l'appellante a pagare nei confronti della Banca [...] invece che nei confronti della Banca [...] come richiesto dalle parti appellate. La medesima censura viene prospettata anche come vizio di motivazione. Il motivo è manifestamente infondato. In ordine alla mancata estromissione, deve rilevarsi un radicale difetto d'interesse della ricorrente trattandosi di censura prospettabile esclusivamente dai soggetti del rapporto successorio. Sull'altro profilo deve osservarsi che nel giudizio d'appello risulta regolarmente costituita la Banca [...] e, nello svolgimento del processo, la Corte d'Appello da pienamente atto, prima della successione a titolo universale e infine della successione a titolo particolare nei confronti della parte appellata costituita. Ne consegue che la statuizione di conferma della sentenza di primo grado non può che produrre effetti nei confronti di tale parte, alla luce della testuale ed univoca lettura della successione dei rapporti così come incontestatamente emergente dall'esame della sentenza impugnata. Peraltro anche su tale censura non si ravvisa l'interesse ad impugnare dell'appellante ma esclusivamente quello degli istituti bancari coinvolti dai rapporti successori dimessi in giudizio. Sotto il profilo del vizio di motivazione la censura è inammissibile in quanto il vizio di omessa pronuncia integra un difetto di attività del giudice, mentre la censura ex art. 360 c.p.c., n. 5 presuppone che il giudice abbia proceduto all'esame della questione (Cass. Ex multis 11142 del 2011). Nel secondo motivo viene ugualmente dedotta la violazione dell'art. 112 cod. proc. civ. nonchè il vizio di motivazione sotto il profilo dell'illegittima limitazione e selezione dei motivi operata dalla Corte d'Appello in ordine alle censure formulate avverso la pronuncia di primo grado, ritenendo ammissibili soltanto quelle relative alla violazione degli artt. 1955 e 1956 cod. civ., senza tuttavia fornire un'adeguata motivazione per il mancato esame. Il motivo è formulato in modo del tutto generico e, conseguentemente deve dichiararsene la radicale inammissibilità. Peraltro la Corte d'Appello non ha omesso di statuire su alcune censure (non ben identificate nel motivo) ma ne ha sottolineato con motivazione adeguata la genericità.
L'esame del terzo motivo viene differito, per coerenza logica, all'esito dell'esame degli altri. Nel quarto motivo di ricorso viene dedotta la violazione degli artt. 62, 116, 194 cod. proc. civ. e art. 2710 cod. civ. nonchè il vizio di motivazione per non avere la Corte d'Appello motivato in ordine ai documenti prodotti dalla ricorrente in primo ed in secondo grado nonchè sulle risultanze della consulenza tecnica d'ufficio, nonostante la loro decisività. Il motivo è del tutto generico non essendo neanche indicato di quali documenti e quali risultanze sia stato omesso l'esame. Nel quinto motivo di ricorso viene censurata la violazione degli artt. 112 e 116 cod. proc. civ. con riguardo alla domanda sugli interessi legali e sulla mancata limitazione temporale del loro calcolo anche sotto il profilo del vizio di motivazione. Il ricorrente contesta l'applicazione del tasso nominale massimo dei buoni del Tesoro anzichè del tasso legale nella determinazione del debito garantito e la contabilizzazione del loro ammontare fino al 31 dicembre 1995 invece che il 12 dicembre 1995. Il motivo di ricorso è inammissibile per difetto di specificità perchè non diretto a censurare la ratio decidendi della Corte d'Appello fondata sulla novità del motivo. La parte ricorrente si limita al riguardo ad affermare che la conclusione del giudice di secondo grado è fondata su "un errata lettura degli atti processuali", senza alcuna riproduzione del loro contenuto od indicazione idonea quanto meno ad individuarli. Nel sesto motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell'art. 1956 cod. civ. anche sotto il profilo del vizio di motivazione per avere la Corte d'Appello omesso di considerare l'assenza della formale autorizzazione del fideiussore, richiesta dal comma 1 del citato articolo, per i debiti futuri quando ricorrano condizioni patrimoniali pregiudizievoli e conosciute dal creditore garantito. Inoltre viene rilevato che non si è tenuto conto del peggioramento delle condizioni patrimoniali del debitore che può verificarsi successivamente alla concessione del credito. Il motivo è manifestamente infondato. Deve osservarsi che l'autorizzazione è necessaria quando si verifichino le condizioni indicate dall'art. 1956 cod. civ. delle quali, come esaurientemente spiegato dalla Corte d'Appello con motivazione del tutto adeguata, la ricorrente non ha fornito la prova. Ne consegue l'irrilevanza della censura relativa alla forma di tale atto. Nel settimo motivo viene dedotta la violazione dell'art. 1955 cod. civ. per non avere la Corte d'Appello considerato l'omessa comunicazione al fideiussore della gravità delle condizioni patrimoniali della garantita e, conseguentemente, averle impedito di surrogarsi nei diritti del creditore. Erroneamente è stata esclusa l'applicabilità della garanzia solo per la posizione rivestita dalla ricorrente all'interno della società, dal momento che nel periodo coevo all'aggravarsi delle condizioni patrimoniali della società la ricorrente non aveva cariche di rilievo. Il motivo è inammissibile perchè mira ad un riesame dei fatti ampiamente indagati dalla sentenza di secondo grado, al fine di sostituirne la valutazione di sintesi (Cass. 11686 del 2011). Rimane peraltro ferma la mancanza della precondizione accertata dalla Corte d'Appello con giudizio incensurabile, sostenuto da motivazione adeguata, ovvero l'assolvimento dell'onus probandi sulla ricorrenza delle condizioni di applicabilità degli art. 1955 e 1956 cod. civ. Nel terzo motivo di ricorso viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell'art. 1421 cod. civ. in correlazione con l'art. 2697 cod. civ. nonchè il vizio di motivazione in ordine all'affermazione contenuta nella sentenza impugnata secondo la quale la rilevabilità d'ufficio della nullità incontra il limite del con il principio dispositivo con la conseguenza che una volta definito il thema decidendum non è più possibile procedere a tale rilievo sulla base di ragioni diverse da quelle dispiegate nel giudizio. Ritiene la parte ricorrente che l'orientamento richiamato nella sentenza impugnata non è unanime nell'escludere la rilevabilità d'ufficio della nullità nelle azioni di risoluzione, annullamento o rescissione del contratto. Inoltre, con riferimento alla nullità della clausola negoziale contenente la previsione della capitalizzazione trimestrale degli interessi, la Corte ha costantemente ritenuto che tale nullità può essere rilevata d'ufficio anche in grado d'appello in quanto mera difesa. Il rilievo d'ufficio può avvenire anche quando la validità del contratto sia stata contestata per ragioni diverse da quella relative al divieto di anatocismo. Infine, la ricorrente afferma di aver contestato fin dall'instaurazione del giudizio la validità del contratto e, conseguentemente, l'ammontare dell'importo richiesto tanto che il giudice di primo grado aveva disposto la consulenza contabile proprio sulla base dell'esistenza della clausola n. 7 rilevandone d'ufficio l'invalidità. Il motivo è fondato. Il contrasto esistente nella giurisprudenza di legittimità in ordine all'ambito di applicazione dell'art. 1421 cod. civ. è stato di recente composto con la sentenza n. 14828 del 2012, nella quale le S.U. hanno esteso l'ambito del rilievo officioso delle nullità anche alle azioni di risoluzione del contratto, purchè emerga ex actis dal complessivo materiale allegativo e probatorio dimesso in atti. Viene così superata la dicotomia preesistente tra azione di adempimento e azione di risoluzione, al fine di ampliare il rilievo d'ufficio anche oltre le ragioni di nullità delineate dalle parti all'interno del sistema di preclusioni proprio del procedimento ordinario di cognizione. Vengono, pertanto, superati quegli orientamenti che limitavano la rilevabilità d'ufficio delle nullità contrattuali, anche oltre l'attività assertiva delle parti, soltanto alle azioni volte ad ottenere l'applicazione o l'esecuzione del contratto. Il rilievo officioso della nullità del contratto viene fondata sull'esigenza di tutela d'interessi generali non sacrificabili in nome del rispetto, meramente formalistico, del divieto di extrapetizione. Come sottolineato dalle Sezioni Unite, l'obbligo di esaminare d'ufficio la natura abusiva (e la conseguente nullità ed inapplicabilità) di una clausola contrattuale è stato sottolineato anche dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea (Corte di Giustizia sez. 4, 10 giugno 2009 causa C -243/08 e 6 settembre 2009 in procedimento C-40-08) e si deve ritenere che sorga "ogni qualvolta il contratto sia elemento costitutivo della domanda". Il timore della lesione del principio del contraddittorio e della conseguente formazione di un giudicato in violazione del principio dispositivo, posto a base dei precedenti orientamenti "riduttivi", è stato preso in esame dalle Sezioni Unite e ritenuto risolto alla luce dell'obbligo per il giudice di merito di sollecitare l'attivazione del contraddittorio su tutte le questioni rilevate d'ufficio e non formanti oggetto del thema dedendum oggetto di esplicita trattazione, attualmente imposto dal novellato art. 101 cod. proc. civ. ma già in precedenza desumibile dal sistema e da numerose pronunce di questa Corte (Cass. 14637 del 2001; 21108 del 2005; 15194 del 2008; 18191 del 2009; 10062 del 2010; 11928 del 2011). Partendo da questo forte ampliamento del potere officioso del rilievo delle nullità e dalla specifica attenzione rivolta alla giurisprudenza europea relativa all'abusività delle clausole, i principi affermati possano essere pacificamente applicati anche quando la questione della nullità, anche parziale, di un testo negoziale, sia stata espressamente posta all'attenzione del giudice dalla parte che mira ad escluderne, per questa ragione, la vincolatività, ancorchè non sollevandone entro lo sbarramento endoprocedimentale finalizzato alla definizione del thema decidendum, tutti i profili d'invalidità. Anzi si può ritenere che in questa specifica ipotesi, il rilievo officioso non incontri l'ostacolo della diversità del petitum e della causa petendi, che rimangono invariati (Cass. 17257 del 2013). Peraltro, occorre sottolineare che in tema di clausole negoziali relative alla capitalizzazione trimestrale degli interessi, la giurisprudenza di legittimità era già unanimemente pervenuta ad una rilevante estensione del potere di rilievo officioso della nullità della clausola in questione, qualificando l'eccezione ad essa propria come mera difesa ed ammettendone l'ingresso anche per la prima volta nel giudizio d'appello. (Cass. 19882 del 2005; 4853 del 2007; 6518 del 2011; 350/13).
Infine deve osservarsi che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo l'attore in senso sostanziale è l'opposto e l'azione ha ad oggetto proprio l'esatto adempimento delle obbligazioni contrattuali per le quali si richiede il pagamento in via monitoria. Tutte le pronunce sopra citate sottolineano che la nullità può essere originariamente dedotta anche per ragioni diverse da quella riguardanti la capitalizzazione trimestrale degli interessi. Nel caso di specie, l'invalidità di tale clausola, in quanto idonea ad alterare l'ammontare complessivo del debito garantito, era stata rilevata dal giudice di primo grado nel corso del giudizio ed a causa della decisione di rigetto, legittimamente riproposta come motivo d'appello dal fideiussore ai sensi dell'art. 1945 cod. civ. In conclusione, devono essere rigettati tutti i motivi di ricorsi ad eccezione del terzo e la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio alla Corte d'Appello di Milano in diversa composizione perchè determini l'ammontare del debito garantito anche alla luce dell'eccezione di nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi del contratto di conto corrente bancario stipulato con la s.p.a. a Scaccomatto di cui la ricorrente è stata fideiussore per tale rapporto, provvedendo anche alle spese del presente procedimento. P.Q.M. LA CORTE accoglie il ricorso limitatamente al terzo motivo e lo rigetta nel resto. Cassa la sentenza impugnata in ordine al motivo accolto e rinvia alla Corte di Appello di Milano in diversa composizione anche per le spese del presente procedimento. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 17 settembre 2013. Depositato in Cancelleria il 18 novembre 2013

References: sentenza 
 art. 183
 art. 117
 art. 5
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 2710
 sentenza 
 art. 1955
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 101
 sentenza 
 sentenza