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Timestamp: 2019-01-22 03:55:14+00:00

Document:
Libertà di espressione degli avvocati e tutela dell’autorità del potere giudiziario: la Corte europea dei diritti dell’uomo procede al bilanciamento dei differenti interessi - pagina 1
Corte europea dei diritti dell’uomo, 19 aprile 2018, Ottan c. Francia, ric. 41841/12 12 dicembre 2018 -
TAG: avvocato, libertà di espressione, CEDU
Di Federico Ceci
La sanzione disciplinare disposta contro un avvocato che aveva criticato, durante un’intervista al termine di un processo, la sentenza di una corte d’assise costituisce una violazione dell’articolo 10 Cedu, in quanto misura non necessaria in una società democratica. Nonostante le aspre osservazioni dell’avvocato rimproverassero la composizione della giuria e fossero potenzialmente lesive dell’autorità giudiziaria, sono da considerare incluse nella tutela della libertà di espressione offerta dall’articolo 10 Cedu, essendo inquadrabili in un dibattito di interesse generale relativo al funzionamento della giustizia penale. La condanna del ricorrente costituisce dunque un’ingerenza sproporzionata anche in considerazione del fatto che le affermazioni erano giudizi di valore fondati su basi fattuali sufficienti, riconducibili alla strategia difensiva adottata per l’interesse del cliente.
2. La vicenda all’origine della pronuncia della Corte europea
3. L’ampia tutela offerta dalla Corte europea in ragione dello specifico status dei soggetti coinvolti
4. Il bilanciamento degli interessi in gioco: libertà degli avvocati e protezione dell’autorità del potere giudiziario quali tasselli inscindibili di un unico mosaico
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Ottan c. Francia, depositata il 19 aprile 2018, ha nuovamente definito gli elementi caratterizzanti la libertà di espressione degli avvocati in relazione alla limitazione posta, ex articolo 10, paragrafo 2, Cedu, a garanzia dell’autorità e dell’imparzialità del potere giudiziario. La norma indicata, come è noto, da una parte, riconosce il diritto di libertà di espressione e, d’altra parte, indica le possibili restrizioni all’esercizio dello stesso, per la garanzia di altri valori fondamentali. Nel complesso contemperamento fra libertà di critica sull’operato delle corti e necessità di mantenere la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti delle stesse, la Corte ha considerato la sanzione disciplinare imposta ad un avvocato per aver duramente commentato una sentenza di assoluzione, emessa in un processo che vedeva un poliziotto indagato per omicidio, in contrasto con la suddetta norma. In particolare, considerando che seppur con osservazioni dure, riferite alla composizione della giuria popolare ed attraverso una dichiarazione resa alla stampa, l’avvocato avesse mosso una critica al sistema giudiziario francese partendo da una questione di interesse collettivo, i giudici di Strasburgo hanno colto l’occasione per riaffermare la necessità di un’intensa tutela della libertà di espressione degli avvocati. Alla luce della particolare funzione svolta da questi ultimi, intermediari fra la società e le corti, la sentenza in esame ha segnato un ulteriore passo nella delimitazione dell’ampiezza della libertà di espressione loro riservata, avallando un consolidato orientamento giurisprudenziale sviluppatosi negli ultimi venti anni. Sebbene ad una prima lettura la pronuncia possa dunque sembrare la naturale prosecuzione del percorso intrapreso dalla Corte europea, una più attenta analisi della sentenza concede invece spazio, oltre che per la definizione dei limiti generali all’esercizio della libertà d’espressione nei confronti dell’autorità giudiziaria, per alcune riflessioni sull’evoluzione dello status degli avvocati nella giurisprudenza europea e sui possibili sviluppi della tutela loro offerta.
2. La vicenda all’origine della sentenza
Il caso ha avuto origine dalle dichiarazioni rese da un avvocato al termine di un processo dinanzi alla Cour d’Assises du Gard, terminato con l’assoluzione di un membro delle forze dell’ordine francese, sul quale gravava l’accusa di aver causato colposamente la morte di un minorenne attraverso l’utilizzo di un’arma da fuoco. L’avvocato, difensore del padre della vittima costituitosi parte civile nel processo, aveva rilasciato ai giornalisti presenti un commento molto critico, soffermandosi sulle problematiche sociali che la pronuncia rispecchiava e sottolineando altresì la drammaticità della situazione, dovuta alla scarsissima equità e uguaglianza del sistema giudiziario. Nello specifico, evidenziava che l’assoluzione non lo avesse sorpreso poiché la giuria era composta da membri «exclusivement blanc» e non risultavano dunque rappresentate le diverse comunità che costituiscono il popolo francese. Alla luce della portata delle dichiarazioni rese, il procuratore generale della Corte d’Appello di Montpellier aveva avviato un procedimento contro l’avvocato davanti al Consiglio di disciplina, per aver imputato alla Corte ed alla giuria pregiudizi razziali e xenofobi, in violazione dei principi etici della professione forense, e conseguentemente dell’articolo 183 del Décret n. 91-1197 sull’organizzazione della stessa professione.
Nonostante il Consiglio di disciplina avesse assolto l’avvocato, sostenendo che le dichiarazioni di quest’ultimo rientrassero nell’ambito di tutela del diritto alla libertà d’espressione e fossero parte della strategia difensiva, il procuratore generale aveva impugnato la decisione richiedendo l’interdizione temporanea dall’esercizio della professione. La Corte d’Appello e la Corte di Cassazione avevano successivamente condannato l’avvocato alla lieve sanzione disciplinare dell’avertissement, affermando che le osservazioni in questione minavano la probità della giuria e avevano connotazione razziale. Alla luce di siffatte conclusioni e della sanzione disciplinare inflittagli, l’avvocato ha adito la Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale, considerando l’ingerenza come sproporzionata rispetto all’obiettivo legittimo della stessa, ha accolto il ricorso.
Come anticipato, la Corte europea ha avuto molteplici occasioni per identificare la latitudine della libertà di espressione degli avvocati, dentro e fuori le aule giudiziarie, soprattutto in relazione al concetto anglosassone di contempt of court. L’apparente dicotomia fra gli ampi margini di libertà di espressione concessi agli avvocati, in virtù della loro funzione a garanzia del fondamentale diritto alla difesa, ed il rigido controllo operato sulle dichiarazioni degli stessi, poiché potenzialmente suscettibili di minare l’autorità del potere giudiziario, ha trovato un equilibrato bilanciamento attraverso l’individuazione delle specificità degli status dei diversi soggetti coinvolti.
Invero, nei diversi interventi a tutela sia degli avvocati, sia dei magistrati, la Corte sembra profilare la necessità di complementarità fra queste due figure per garantire, da una parte, il buon funzionamento del sistema giudiziario, e d’altra parte, il diritto della collettività ad essere informata su questioni di interesse generale concernenti pronunce giudiziali, anche attraverso osservazioni degli avvocati che non superino determinati limiti.
Articolo pubblicato in: Diritto internazionale, Diritto dei Paesi dell’UE

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