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Timestamp: 2020-08-12 13:40:23+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 20573 del 31/07/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20573 del 31/07/2019
Cassazione civile sez. VI, 31/07/2019, (ud. 27/02/2019, dep. 31/07/2019), n.20573
sul ricorso iscritto al n. 29860-2017 R.G. proposto da:
avverso la sentenza n. 1662/07/2017 della Commissione tributaria
regionale della SICILIA, depositata il 08/05/2017;
partecipata del 27/02/2019 dal Consigliere Dott. Lucio LUCIOTTI.
Con la sentenza in epigrafe indicata la CIR della Sicilia ha rigettato l’appello dell’Agenzia delle entrate avverso la sfavorevole sentenza di primo grado, che, in controversia avente ad oggetto l’impugnazione del silenzio rifiuto serbato dall’amministrazione finanziaria sull’istanza di rimborso del credito IVA maturato R.M. con riferimento all’anno d’imposta 1995, ma non riportato nella relativa dichiarazione, confermava il diritto del contribuente al rimborso richiesto sostenendo, da un lato, che al caso di specie, da ricomprendersi nell’ipotesi di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30,andava applicato il termine prescrizionale decennale e, dall’altro, che l’Agenzia delle entrate non si era uniformata a due precedenti di prassi (circolare n. 34 del 06/08/2012 e risoluzione n. 74 del 19/04/2007) anche adottando eventuali provvedimenti in autotutela, restando pertanto irrilevante il decorso del termine di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55.
Avverso tale sentenza l’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, cui non replica l’intimato.
Il primo mezzo di cassazione, con cui la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 36 e 53, artt. 277 e 112 c.p.c., per avere i giudici di appello, nel riferire sullo svolgimento del processo, erroneamente indicato il contribuente come parte appellante ed in motivazione esaminato e rigettato un’eccezione di inammissibilità dell’appello per violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, mai proposta dall’appellato, è inammissibile per difetto di interesse atteso che la ricorrente nessun pregiudizio ha subito nè dalla erronea indicazione della parte appellante, peraltro costituente mero errore materiale, nè dalla pronuncia sull’eccezione mai proposta, avendo peraltro la CTR deciso l’eccezione in senso ad essa favorevole.
E’ invece fondato il secondo motivo di ricorso, con cui la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 30 e 55.
Invero, la fattispecie in esame, di credito IVA maturato con riferimento ad anno d’imposta in cui non risultava presentata la relativa dichiarazione, contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione d’appello, non può essere ricondotto all’ipotesi di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, che disciplina la detrazione o il rimborso della eccedenza d’imposta nell’ipotesi in cui il credito risulti dalla dichiarazione regolarmente presentata, posto che in caso di omessa o “tardiva presentazione della dichiarazione da parte del contribuente (che equivale, “a tutti gli effetti”, all’omessa presentazione ai sensi del cit. D.P.R. n. 633, art. 37, u.c., nel testo modificato dal D.P.R. 29 gennaio 1979, n. 24, art. 1), il credito di imposta eventualmente esposto nella suddetta dichiarazione, anche se formatosi anteriormente e derivante da precedenti dichiarazioni ritualmente presentate, non può essere riportato nella dichiarazione annuale IVA relativa all’anno successivo, ostando di detto credito in detrazione il principio di contiguità temporale dei periodi di imposta cui è subordinata la operatività della compensazione tra il credito ed il debito tributario” (Cass., Sez. 5, Sentenza n. 1845 del 29/01/2014, Rv. 629500 01).
Va, quindi, ribadito il principio secondo cui “In tema d’IVA, alla domanda di rimborso non rientrante tra quelle previste dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, nel testo “pro tempore” vigente, e perciò non contemplata da disposizioni specifiche, si applica il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, comma 2, di carattere residuale e secondo il quale “la domanda di restituzione, in mancanza di disposizioni specifiche, non può essere presentata dopo due anni dal pagamento ovvero, se posteriore, dal giorno in cui si è verificato il presupposto della restituzione”” (Cass., Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 21674 del 23/10/2015, Rv. 636846 – 01; v. anche Cass. n. 8461/2005; 12433/2011, n. 5014/2015).
Nel caso di specie, essendo pacifico che il contribuente aveva omesso la presentazione della dichiarazione, ha errato la CTR nel ritenere applicabile il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, e la prescrizione decennale, tralasciando di considerare che invece nella specie andava applicato il termine biennale di decadenza di cui all’art. 21 citato. A ciò aggiungasi che i precedenti di prassi cui ha fatto riferimento la CTR (circolare n. 34 del 06/08/2012 e risoluzione n. 74 del 19/04/2007) oltre a non essere vincolanti per il giudice, affermano esattamente quanto qui si sostiene.
Difatti, nella circolare n. 34/2012 si affermano i seguenti principi “cui gli uffici dovranno attenersi nel trattamento della fattispecie in argomento:
i. il comportamento tenuto dal contribuente (omessa dichiarazione IVA e detrazione in una successiva dichiarazione del credito IVA non dichiarato) viola il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30; si conferma, pertanto, la correttezza delle contestazioni, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54-bis, dell’utilizzo dei crediti originatisi in annualità per le quali sia stata omessa la dichiarazione;
ii. in coerenza con il principio di neutralità che ispira il sistema dell’IVA, il credito maturato in un’annualità per la quale non sia stata presentata la dichiarazione, se effettivamente esistente e spettante, potrà essere riconosciuto al contribuente (benchè attenga ad una dichiarazione omessa); più precisamente, il contribuente sarà ammesso a presentare istanza di rimborso del credito, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, entro due anni dal pagamento degli esiti della liquidazione ovvero dell’esito del contenzioso relativo alla cartella di pagamento conseguente alla liquidazione stessa, favorevole all’Agenzia. In tal caso, il rimborso sarà erogato solo dopo aver riscontrato l’effettiva spettanza del credito”.
Si è precisato, sempre in detta circolare, che “Tali conclusioni, che superano in parte quelle contenute nella risoluzione n. 74 del 2007, da un lato, tengono conto della circostanza che la mancata presentazione della dichiarazione nell’anno in cui il credito stesso è maturato viola il principio in base al quale il diritto alla detrazione del credito nell’anno successivo è subordinato alla presentazione della dichiarazione nell’anno in cui il credito è maturato e, dall’altro, attraverso il riconoscimento del diritto al rimborso, nel caso in cui il credito sia effettivamente spettante, garantiscono il rispetto del principio di neutralità proprio del sistema dell’IVA, che tuttavia non si estende sino a tenere indenne, in ogni caso, il contribuente da qualunque conseguenza sanzionatoria”.
Del tutto priva di pregio l’affermazione della CTR secondo cui gravava sull’amministrazione finanziaria un onere di adozione in autotutela di un provvedimento conforme alle aspettative del contribuente che pacificamente aveva presentato l’istanza di rimborso tardivamente rispetto al termine biennale di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, anche con riferimento alla sentenza della CTP di Enna n. 96/01/2001, depositata il 12/06/2001 che, accertata la legittimità dell’avviso di rettifica della dichiarazione relativa all’anno 1996 per disconoscimento del credito IVA maturato nell’anno d’imposta precedente, aveva fatta salva la possibilità “per il ricorrente di poter eventualmente chiedere, in separata sede, all’Ufficio IVA di (OMISSIS) il rimborso o comunque il riconoscimento del credito di imposta sorto nell’anno 1995”.
Il ricorso va quindi accolto e la sentenza cassata. Non ricorrendo la necessità di ulteriori accertamenti in fatto, la causa può pertanto essere decisa ai sensi dell’art. 384 c.p.c., con il rigetto del ricorso introduttivo.
In ragione dei profili sostanziali della vicenda esaminata, vanno compensate le spese del giudizio di merito, mentre quelle del giudizio di legittimità vanno poste a carico della parte contribuente, rimasta soccombente.
dichiara inammissibile il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’originario ricorso del contribuente che condanna al pagamento, in favore della ricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.400,00 per compensi, oltre al rimborso delle spese prenotate a debito, compensando le spese dei gradi di merito.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 30
 art. 55
 sentenza 
 art. 53
 art. 21
 art. 30
 art. 37
 art. 1
 Sentenza 
 art. 30
 art. 21
 Cass. 
 art. 30
 art. 30
 art. 54
 art. 21
 art. 21
 sentenza 
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