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Timestamp: 2017-10-20 23:32:50+00:00

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PREMIO GIUSEPPE SPERDUTI XI EDIZIONE - PDF
PREMIO GIUSEPPE SPERDUTI XI EDIZIONE
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1 Indice Ricorso (Malcom c. Alfaland)...1 I. Le Parti...2 A. Il/la Ricorrente...2 B. L'Alta parte contraente...2 II. Esposizione dei fatti...2 III. Esposizione della o delle violazioni della Convenzione lamentate dal/dalla ricorrente nonché delle relative argomentazioni L'omessa conduzione avanti il giudice e la illegale privazione della libertà personale Condizioni di detenzione in violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti L'estradizione in violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti Equa soddisfazione...10 IV. Esposizione relativa ai requisiti di cui all'articolo 35 1 della Convenzione Violazione dell'articolo 5, paragrafi 1 e 3, Cedu Rispetto del termine di 6 mesi Violazione dell'articolo 3 Cedu, con riguardo alla condizione di detenzione Rispetto del termine di 6 mesi Violazione dell'articolo 3 Cedu, con riguardo all'estradizione Rispetto del termine di 6 mesi...13 V. Esposizione relativa all'oggetto del ricorso...14 VI. Altre istanze internazionali investite della causa...14 VII. Documenti allegati...14 VIII. Dichiarazione e firma...14 Ricorso (Evans e Malcom c. Alfaland e Gammaland)...15 I. Le Parti...16 A. Il/la Ricorrente...16 A. Il/la Ricorrente...16 B. L'Alta parte contraente...16 B. L'Alta parte contraente...16 II. Esposizione dei fatti...16 III. Esposizione della o delle violazioni della Convenzione lamentate dal/dalla ricorrente nonché delle relative argomentazioni Il mancato rispetto dei beni, l'illegale privazione della proprietà Possesso della qualità di vittima Equa soddisfazione...21 IV. Esposizione relativa ai requisiti di cui all'articolo 35 1 della Convenzione...21 V. Esposizione relativa all'oggetto del ricorso...22 VI. Altre istanze internazionali investite della causa...22 VII. Documenti allegati...22 VIII. Dichiarazione e firma...22 I
2 Ricorso (Evans e Malcom c. Deltaland)...23 I. Le Parti...24 A. Il/la Ricorrente...24 A. Il/la Ricorrente...24 B. L'Alta parte contraente...24 II. Esposizione dei fatti...24 III. Esposizione della o delle violazioni della Convenzione lamentate dal/dalla ricorrente nonché delle relative argomentazioni Il mancato rispetto dei beni Possesso della qualità di vittima Equa soddisfazione...28 IV. Esposizione relativa ai requisiti di cui all'articolo 35 1 della Convenzione...29 V. Esposizione relativa all'oggetto del ricorso...29 VI. Altre istanze internazionali investite della causa...29 VII. Documenti allegati...29 VIII. Dichiarazione e firma...29 Procure...30 Bibliografia...XXXI Testi normativi...xxxi Dottrina...XXXI Giurisprudenza...XXXIII Documenti...XXXVI II
3 Ricorso (Malcom c. Alfaland) presentato in applicazione dell'articolo 34 della Convenzione europea dei Diritti dell'uomo e degli articoli 45 e 47 del Regolamento della Corte IMPORTANTE: Il presente ricorso è un atto giuridico e può incidere sui Suoi diritti e obblighi. 1
4 I. Le Parti A. Il/la Ricorrente (Informazioni da fornire relative al/alla ricorrente ed al Suo/alla Sua eventuale rappresentante) 1. Nome: Malcom Sesso: maschile 2. Nazionalità: Stati Uniti d'america 3. Nome e cognome del/della rappresentante 1 : Tizio Caio Sempronio 4. Рrofessione del/della rappresentante: avvocato 5. Indirizzo del/della rappresentante: Vicolo corto 1 Paperopoli Italy B. L'Alta parte contraente (Indicare il nome dello Stato/degli Stati contro il quale/i quali è diretto il ricorso) Alfaland II. Esposizione dei fatti Il giorno 10 gennaio 2013, l'attuale ricorrente, signor Malcom, mentre percorreva a piedi un bosco di montagna in prossimità del confine di Stato di Alfaland, veniva avvistato, avvicinato e perquisito da alcuni operatori della polizia di frontiera di Alfaland. Nel suo bagaglio venivano rinvenute alcune unità di esplosivo ed alcuni inneschi. A motivo di questo ritrovamento e nonostante le reiterate spiegazioni fornite dal signor Malcom, gli operatori si impossessavano del bagaglio e del suo contenuto e ponevano in stato di fermo il signor Malcom stesso, conducendolo nella vicina casermetta di montagna. Qui il ricorrente veniva posto stabilmente in detenzione, in attesa, a quanto gli veniva comunicato, di essere tradotto davanti il giudice competente per territorio, che si trovava a circa 90 chilometri di distanza. Tale detenzione nel posto di polizia si prolungava fino al giorno 16 gennaio e dunque per più di cinque giorni dal giorno del fermo. Gli operatori che tenevano in custodia il signor Malcom adducevano a motivazione di questo ritardo l'impossibilità di utilizzare le strade attorno alla casermetta a causa di precipitazioni nevose che, nel contempo dell'attesa, erano occorse nella zona, considerata anche la lontananza della sede di esercizio del magistrato. Il 16 gennaio il signor Malcom era infine presentato al giudice competente, che convalidava il fermo e confermava la continuazione della detenzione formulando l'imputazione di terrorismo e trasporto abusivo di materiale esplosivo. In seguito alla convalida, il ricorrente veniva tradotto nel carcere di Ice, notoriamente sovraffollato. Qui condivideva con altri sette detenuti una cella che, secondo gli standard europei, sarebbe stata destinata a massimo quattro persone. Le condizioni di vita, già di per sé insostenibili, erano aggravate dal fatto che il ricorrente, persona indiziata di reato, in attesa di giudizio ed, in seguito, di estradizione veniva detenuta in condizioni di sovraffollamento insieme a condannati in via definitiva. Le condizioni di detenzione erano tali da spingerlo a presentare immediatamente ricorso al giudice di sorveglianza della pena, ritenendo violato l'articolo 3 della Convenzione. 1 Se il/la ricorrente è rappresentato(a), allegare una procura firmata dal/dalla ricorrente in favore del/della rappresentante. 2
5 Il giudice adito dal ricorrente in data 20 febbraio 2013 respingeva le richieste del ricorrente con decisione definitiva. Tali condizioni di detenzione si protraevano così per più di cinque mesi, da gennaio a giugno In data 30 maggio 2013 le autorità di Alfaland ricevevano una richiesta di estradizione da parte del governo degli Stati Uniti d'america, giustificata dal fatto che il signor Malcom è cittadino di tale Stato. La richiesta di estradizione era finalizzata al giudizio del ricorrente in conformità della vigente normativa antiterrorismo. Non appena il signor Malcom veniva reso partecipe della richiesta, proponeva opposizione alle autorità giudiziarie di Alfaland, reclamando di dover essere giudicato dove il fatto era stato asseritamente compiuto. L'autorità adita, tuttavia, adducendo, fra l'altro, a motivazione della propria decisione i vincoli internazionali esistenti fra Alfaland e il paese richiedente in tema di lotta al terrorismo, respingeva l'opposizione. La richiesta di estradizione veniva pertanto accolta ed eseguita in data 30 giugno Una volta estradato, non si aveva alcuna notizia delle sorti del ricorrente, né il governo degli Stati Uniti o altra competente autorità forniva indicazioni che facessero presumere le sue condizioni di trattamento o di detenzione o la sua stessa esistenza in vita. Si apriva così un periodo di completa assenza di informazioni e contatti con persone esterne, che perdurava per diversi mesi. Soltanto posteriormente si accertava in fatto che il signor Malcom era, almeno in una prima fase, detenuto in un carcere di massima sicurezza all'interno di una base militare delle forze armate statunitensi. Non è dato di sapere il luogo geografico in cui è collocata tale base militare, né se egli fosse stato successivamente trasferito in altre sedi. In seguito a questo prolungato stato di restrizione, il signor Malcom veniva finalmente giudicato dall'autorità giudiziaria statunitense. Era la stessa autorità giudiziaria ad appurare l'estraneità del signor Malcom a qualsiasi attività di terrorismo: si accertava che l'esplosivo trasportato nel bagaglio del ricorrente non era destinato a compiere reati, ma all'impiego in attività estrattive. Veniva riconosciuta la responsabilità solo per trasporto abusivo di esplosivo ed era assegnata una semplice pena pecuniaria. La sentenza è datata 15 dicembre III. Esposizione della o delle violazioni della Convenzione lamentate dal/dalla ricorrente nonché delle relative argomentazioni 1. L'OMESSA CONDUZIONE AVANTI IL GIUDICE E LA ILLEGALE PRIVAZIONE DELLA LIBERTÀ PERSONALE Il ricorrente lamenta la violazione dell'articolo 5 della Convenzione (violazione del diritto alla libertà personale). Egli è stato trattenuto e condotto nella casermetta di polizia in seguito e a motivo del ritrovamento dell'esplosivo e degli inneschi nello zaino che egli portava con sé. Gli operatori sospettavano infatti che egli fosse responsabile per terrorismo e trasporto abusivo di materiale esplosivo, come poi in seguito confermato dal giudice. La privazione della libertà personale vorrebbe ascriversi dunque al caso previsto alla lettera c del paragrafo 1 dell'articolo 5, sulla base della supposizione che la persona abbia commesso un reato o della necessità di impedire che ne commetta uno, o ancora per impedire la fuga. In particolare la lettera c del paragrafo 1, specifica che il soggetto può essere arrestato univocamente per essere tradotto dinanzi all autorità giudiziaria competente. La traduzione davanti all'autorità rappresenta dunque il fine coessenziale dell'arresto, disgiunto dal quale 3
6 quest'ultimo perde radicalmente ogni carattere di liceità. Pertanto, il fermo o l'arresto sono eminentemente strumentali alla conduzione davanti al giudice e solo in tale funzione possono essere iniziati e proseguiti. Una volta fermato, il ricorrente è stato tuttavia costretto in stato di privazione della libertà all'interno del posto di polizia per un periodo inusitatamente prolungato prima di essere tradotto davanti al giudice competente per legge. Nello specifico, la lunghezza del periodo di oltre cinque giorni durante il quale si è inizialmente prolungata la detenzione mette in dubbio la stessa finalizzazione della privazione della libertà alla conduzione davanti all'autorità, come invece vorrebbe l'articolo 5, paragrafo 1, lettera c, Cedu. Proprio in consonanza con tale finalizzazione dell'arresto, il paragrafo 3 del citato articolo 5 Cedu stabilisce a carico dello Stato contraente l'espresso obbligo di condurre l'arrestato dinanzi a un giudice o a un altro magistrato autorizzato dalla legge a esercitare funzioni giudiziarie. La Corte ha avuto modo più volte di sottolineare l'importanza fondamentale del diritto alla libertà in senso generale, enucleando fra i punti più rilevanti per la sua difesa la tempestività e speditezza del controllo giudiziario richiesto dal paragrafo 3 dell'articolo 5 Cedu (si veda McKay c. Regno Unito [GC], n. 543/03, 30). Esso costituisce contemporaneamente un'importante misura di protezione contro comportamenti arbitrari, sparizioni occulte e maltrattamenti (Öcalan c. Turchia, n /99, 103; ma si veda anche fra le numerose sentenze Brogan ed altri c. Regno Unito, nn /84, 11234/84, 11266/84 e 11386/85, 58; Brannigan e McBride c. Regno Unito, nn /89 e 14554/89, 62 e 63, Dikme c. Turchia, n /92, 66; Aquilina c. Malta [GC], n /94, 49). La Convenzione stabilisce inoltre che l'obbligo di presentazione al giudice dev'essere adempiuto al più presto ( promptly nel testo inglese, nel corrispondente francese aussitôt ). Tale parametro rappresenta un'indicazione stringente per le autorità di polizia dello Stato. Infatti, lo stretto vincolo imposto da questa disposizione lascia scarsa flessibilità nella sua interpretazione, diversamente vi sarebbe un serio indebolimento della garanzia procedurale rappresentata dal contatto col giudice, a detrimento dell'individuo, ed il rischio di svuotare il nucleo essenziale del diritto protetto da questa disposizione (McKay c. Regno Unito [GC], cit., 33). La quantificazione temporale del termine è definita precisamente nella giurisprudenza consolidata della Corte, la quale ha più volte ribadito, su base casistica, che una detenzione che si prolunghi oltre un periodo di quattro giorni e sei ore senza l'accesso all'autorità giudiziaria è contraria al disposto convenzionale. Nel caso di specie la detenzione da parte di Alfaland sarebbe giustificata dall'esigenza di tutelare la collettività dal terrorismo. Tuttavia il citato limite temporale di quattro giorni e sei ore non può essere derogato nemmeno a fronte di tale eccezionale esigenza (si veda Brogan ed altri c. Regno Unito, cit., 62; Abdülsamet Yaman c. Turchia, n /96, 74; Süleyman Yildirim c. Turchia, n /98, 31; İkincisoy c. Turchia, n /95, 104; Öcalan c. Turchia, cit., 108). Inoltre, ove ciò non bastasse e senz'altro basta, lo stesso ordinamento nazionale di Alfaland prevede che il fermato debba essere sottoposto all'autorità giudiziaria, per la conferma del fermo di polizia, nel termine massimo di tre giorni: termine ancora più stringente di quello definito in via giurisprudenziale dalla Corte. La stessa Corte ha avuto occasione di ribadire l'essenziale importanza del rispetto del principio di legalità consacrato nel primo paragrafo dell'articolo 5 Cedu, sia in senso sostanziale che procedurale. Il rispetto dell'ordinamento interno deve essere garantito sia al momento dell'arresto, sia in tutto l'arco della privazione della libertà. Inoltre la giurisprudenza ha anche rimarcato che la sola violazione della legge o del diritto interno in materia di limitazione della libertà personale ( in accordance with a procedure prescribed by law, articolo 5, paragrafo 1 Cedu), travolge irrimediabilmente la legittimità della limitazione anche sotto il profilo della Convenzione europea (si veda Baranowski c. Polonia, n /95, 50; Douiyeb c. Paesi Bassi, n. 4
7 31464/96, 44 e 45; G.K. c. Polonia, n /97, 76). Considerando dunque il protrarsi della detenzione del ricorrente all'interno del posto di polizia di frontiera in condizioni di isolamento dalla comunità circostante e senza la possibilità di incontrare un giudice, per oltre cinque giorni, il caso del signor Malcom è di sicura violazione dell'articolo 5 della Convenzione. Riguardo alla giustificazione addotta dalle autorità dello Stato secondo cui il ritardo nella presentazione del ricorrente al giudice sarebbe imputabile all'inutilizzabilità delle strade a causa di una nevicata nella zona montuosa, le osservazioni del ricorrente sono duplici. Il signor Malcom, infatti, è stato fermato il 10 gennaio mentre transitava su un percorso di montagna, da lì è stato condotto alla casermetta, in attesa di essere trasferito di fronte al giudice. Solo in seguito a tale collocazione nella casermetta, ed in attesa del trasferimento, è occorso l'evento atmosferico che avrebbe poi impedito l'uso della strada. Da un lato, dunque, si sarebbe evitato l'inconveniente della nevicata con un esatto e puntuale adempimento del disposto convenzionale, ovvero con la immediata traduzione del fermato di fronte al giudice. Non andavano in altre parole interposte attese inutili, quali quelle occorse nel caso di specie, senz'altro dettate da farraginosità organizzative degli organi di polizia giudiziaria anzichè da esigenze investigative. Considerato inoltre che la casermetta si trovava in montagna e la meta del trasferimento, ovvero la sede funzionale del giudice, a distanza di 90 chilometri, si può ragionevolmente presumere che la nevicata costituisse un ostacolo insuperabile per l'uso delle strade solo nel tratto montano del percorso, in prossimità del confine di Stato, e non anche più oltre. Dunque, partendo senza ritardi si sarebbe potuto velocemente superare la fascia in cui il trasporto sarebbe in seguito diventato difficoltoso. Viceversa, quand'anche la Corte non volesse considerare queste occorrenze, le autorità di polizia di Alfaland avrebbero potuto ovviare alla difficoltà di spostamento con mezzi alternativi. È sì appurato, infatti, che le condizioni meteorologiche hanno impedito a lungo l'utilizzo delle strade; ma pur sempre residuavano mezzi di trasporto alternativi. Anche una volta cessata la nevicata, pur essendo ostruite le strade, le autorità avrebbero potuto provvedere al trasporto per via aerea della persona arrestata. Per di più, l'impossibilità di usare le strade non esclude l'impiego di mezzi di locomozione alternativi che possano viaggiare sulla neve. Ciò alla luce della generale constatazione che tale casermetta era un avamposto di polizia di frontiera istituito in una zona montana, evidentemente distante dai più vicini centri abitati, e che per questo non può essere certo lasciata sguarnita sia di mezzi che le permettano di svolgere le sue funzioni nello specifico ambiente in cui si trova, sia di stabili collegamenti allo stesso fine. Per questi motivi, nonché per la assertività della disposizione dell'articolo 5, paragrafo 3, della Convenzione, l'accadimento di una nevicata non costituisce nel caso di specie una circostanza esimente per lo Stato all'adempimento dell'obbligo di pronta traduzione dell'arrestato di fronte a un giudice. Per questo, il ricorrente, chiede l'accertamento della violazione dei paragrafi 1 (illegittima detenzione) e 3 (ritardata conduzione avanti un giudice) dell'articolo 5 della Convenzione. 2. CONDIZIONI DI DETENZIONE IN VIOLAZIONE DEL DIVIETO DI TRATTAMENTI INUMANI O DEGRADANTI In quanto parte alla Convenzione, Alfaland era ed è tenuto al rispetto dell'articolo 3 della Convenzione medesima, il quale sancisce un principio assoluto e inviolabile, valore fondamentale all'interno di una società democratica, secondo cui nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti. 5
8 Per quanto riguarda il risvolto penitenziario di tale principio, secondo la giurisprudenza della Corte ai sensi dell'articolo 3 Cedu deve essere tutelato innanzitutto il diritto di tutti i detenuti di vivere in condizioni di detenzione compatibili con il rispetto della dignità umana, in modo da non dover subire disagi o difficoltà di intensità superiore al livello inevitabile di sofferenza insito nella reclusione (Ashot Harutyunyan c. Armenia, n /04, 104). Nell'ampio raggio di applicazione dell'articolo 3 Cedu, lo status di detenuto in strutture carcerarie merita particolare attenzione per la vulnerabilità della sua condizione e per il fatto di trovarsi totalmente sotto il potere coercitivo e la responsabilità dello Stato. Gravano pertanto sugli Stati non solo obblighi di astensione da eventuali comportamenti attivi delle autorità, ma anche obblighi di intervento ai fini di garantire condizioni carcerarie che non pregiudichino la dignità umana. Come indicato dalla Corte, dunque, la detenzione non fa perdere ad un detenuto il beneficio dei diritti garantiti dalla Convenzione, ma, al contrario, la persona detenuta può aver bisogno di una protezione accresciuta in ragione della vulnerabilità della sua situazione e perchè ella si trova interamente sotto la responsabilità dello Stato (Norbert Sikorski c. Polonia; n /05, 131). Perciò, lo Stato deve assicurare che una persona sia detenuta in condizioni che siano compatibili col rispetto per la sua dignità umana, senza causare sofferenze che superino il livello di sofferenza già implicito nella detenzione ed assicurando adeguatamente altresì il benessere e la salute del detenuto (Kudła c. Polonia [GC], n /96, 94; si veda anche Orchowski c. Polonia, n /04, 120). Tra le condizioni detentive che ciascuno Stato membro deve assicurare ai propri detenuti al fine di non porre in essere una violazione dell'articolo 3 Cedu vi è l'obbligo di attribuire uno spazio vitale adeguato ad ogni detenuto. La Corte ha già avuto modo di esprimersi sul problema del sovraffollamento carcerario come causa generante violazione della dignità umana, rifacendosi alle raccomandazioni evidenziate nei rapporti del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT). Nel II rapporto generale (CPT/Inf (92) 3) il CPT ha determinato che ogni detenuto debba avere a sua disposizione almeno 7 m 2 all'interno di una cella. Sebbene il CPT si sia limitato a presentare la regola summenzionata come auspicabile, nelle sue decisioni la Corte ha sempre fatto riferimento ai parametri del Comitato (si veda Kalachnikov c. Russia, n /99, 97). Inoltre, la raccomandazione R(2006)2 del Comitato dei Ministri agli Stati membri sulle Regole penitenziarie europee precisa le condizioni di vita dei detenuti e dei locali in cui devono alloggiare, stabilendo che gli Stati devono comporre le esigenze di sicurezza con la necessità che le misure siano le meno restrittive possibili e che, per evitare la violazione dell'articolo 3 Cedu, il detenuto deve godere di alcune ore d'aria con l'obbligo per il personale di verificarne lo stato di salute fisico-mentale. In molti casi la giurisprudenza europea non considera lo spazio della cella un criterio esclusivo per determinare se vi è stata violazione dell'articolo 3 Cedu e tende dunque ad escludere una connessione automatica tra le sole dimensioni del locale di detenzione e la violazione della norma, anche se il dato spaziale resta sempre e comunque il punto di partenza per la valutazione del caso concreto. Nella sentenza Valasinas c. Lituania (n /98), la Corte ha ritenuto che non fosse stato violato l'articolo 3 Cedu nonostante lo spazio a disposizione del detenuto fosse compreso tra 2,70 e 3,20 m 2. Questo poiché l'elemento spaziale ha indubbiamente un peso rilevante nella valutazione delle condizioni di vita in carcere, ma non può essere esclusivo. Fondamentale, al riguardo, è il caso Sulejmanovic c. Italia (n /03): nella decisione il giudice Sajò ha evidenziato come a costituire in sé trattamento disumano e degradante fosse stato non tanto il fattore spaziale quanto piuttosto il fatto che lo Stato non avesse attenuato le condizioni disagevoli dei detenuti con misure compensatorie. Viene quindi riconosciuto che, ai fini dell'accertamento della violazione dell'articolo 3 Cedu, è necessaria una valutazione globale della vita carceraria. Secondo tale posizione la 6
9 valutazione di tale livello minimo di gravità è relativa; dipende da tutte le circostanze del caso concreto, come la durata della detenzione, le sue conseguenze fisiche e psicologiche e, in alcuni casi, il sesso, l'età e lo stato di salute della vittima e ancora nel valutare le condizioni di detenzione si devono considerare gli effetti prodotti dal cumulo di tutti questi elementi, così come delle specifiche allegazioni del ricorrente. Anche la durata della detenzione è un fattore rilevante (Bortkevich c. Russia, n /05, 56; si veda anche Dougoz c. Grecia, n /98, 46). Perchè vi sia violazione dell'articolo 3 Cedu, è dunque necessario che sia superato un livello minimo di severità nel trattamento subito in carcere e tale livello di severità deve essere valutato sulla base di una considerazione omnicomprensiva degli elementi fattuali del caso di specie. In altri casi la Corte si è trovata dinanzi a situazioni di carenze di spazio particolarmente eclatanti in cui il detenuto aveva a disposizione uno spazio vitale inferiore a 3 metri quadrati, di gran lunga al di sotto di quei livelli, seppure non vincolanti, sanciti dal CPT. La Corte ha in questi casi accertato in modo quasi automatico la violazione dell'articolo 3 Cedu soltanto sulla base di tale dato numerico, senza necessità che ricorressero ulteriori condizioni (si vedano i casi Kantyrev c. Russia, n /02, 50 e 51; Lind c. Russia, n /05, 59; Aleksandr Makarov c. Russia, n /07, 93). In tale circostanza la mancanza di spazio personale per i detenuti è talmente flagrante da giustificare, da sola, la constatazione di violazione dell'articolo 3 della Convenzione. In quei casi, in linea di principio, i ricorrenti disponevano individualmente di meno di 3 m 2 (Sulejmanovic c. Italia, cit., 41). Dalla giurisprudenza della Corte emerge dunque come l'eccessivo numero di detenuti all'interno della struttura carceraria, valutato unitamente ad altre condizioni detentive, concorra alla censura sotto il profilo dell'articolo 3 della Convenzione qualora la superficie metrica a disposizione del detenuto sia pari o superiore a 3 m 2. Quando lo spazio sia inferiore a questa soglia tale dato può invece costituire unico elemento fondante la violazione dell'articolo 3 Cedu. Nel caso di specie, il ricorrente lamenta una violazione dell'articolo 3 Cedu per l' insostenibile situazione di sovraffollamento del carcere della città di Ice, in cui è stato detenuto dal 16 gennaio al 30 giugno Consta in fatto che la cella era di dimensioni tali da poter ospitare al massimo 4 detenuti secondo i criteri stabiliti dalla Corte. Tale cella era dunque di superficie inferiore a 15 m 2 e, nonostante tali ridotte dimensioni, vi erano ospitati ben 8 detenuti. Ciascun detenuto aveva dunque a disposizione uno spazio inferiore a 1,9 m 2, valore nettamente inferiore alla soglia limite di 3 m 2, indicata dalla giurisprudenza della Corte. In ogni caso, sembra necessario ricordare come qualsiasi contestazione che il convenuto voglia muovere nei confronti dei dati fattuali forniti dal ricorrente debba essere supportata da allegazione di documenti e che quando le versioni delle parti divergono quanto alle dimensioni della cella occupata dal detenuto è il Governo convenuto che deve presentare alla Corte informazioni pertinenti idonee a giustificare le sue affermazioni, altrimenti la Corte esaminerà la questione delle condizioni detentive sulla base delle affermazioni del ricorrente (si veda Torreggiani ed altri c. Italia, nn /09, 46882/09, 55400/09, 57875/09, 61535/09, 35315/10 e 37818/10, 71-73; Ogică c. Romania, n /03, 43). Qualora il dato spaziale non bastasse alle valutazioni di codesta Corte, valutando globalmente la situazione in cui il ricorrente si è venuto a trovare è necessario notare come ulteriori elementi diversi dalla pura estensione della cella abbiano inciso nel determinare una situazione contraria all'obbligo convenzionale. In primo luogo il ricorrente viene trasferito nel carcere della città di Ice, dopo un (illegittimo) periodo di isolamento di oltre cinque giorni in una piccola casermetta di montagna, dove è stato tenuto in arresto in presumibili condizioni igienico-sanitarie precarie. Ammesso e non concesso che 7
10 sia giustificata la protrazione dell'arresto in tali condizioni, è necessario ricordare che lo Stato ha l'obbligo di proteggere il benessere fisico delle persone private della libertà personale, garantendo loro, inter alia, la necessaria assistenza medica (Ashot Harutyunyan c. Armenia, cit., 103). La particolare condizione in cui si trovava il ricorrente imponeva quindi un obbligo per le autorità di garantire un trattamento adeguato alle sue condizioni fisiche. Nella realtà dei fatti, invece, egli si è trovato costretto a dormire in una cella, attrezzata per sole quattro persone, con altri sette detenuti. In secondo luogo, la detenzione in situazione di sovraffollamento si è protratta per più di cinque mesi (da gennaio a giugno 2013), durata che può ragionevolmente essere considerata sufficiente per integrare il livello minimo di gravità richiesto dalla Corte (si veda Bortkevich c. Russia, cit.) Infine, il ricorrente è durante la detenzione una persona in attesa di giudizio e gode pertanto al massimo grado del beneficio della presunzione d'innocenza sancito dall'articolo 6, paragrafo 2, della Convenzione. Ciò non di meno, egli è costretto a condividere la cella in condizioni disagevoli con altri detenuti definitivamente condannati. Il Comitato dei Ministri ha sempre confermato la necessità che i detenuti in attesa di giudizio siano tenuti separati dai condannati. L' articolo 5 della Raccomandazione R (87) 3 del 12 febbraio 1987 già stabiliva che gli imputati ed i condannati devono essere detenuti separatamente in linea di principio, salvo che essi accettino di essere assegnati insieme o di partecipare in comune ad attività organizzate ad essi utili. Tale principio viene ribadito nella citata Raccomandazione R (2006) 2 del Comitato dei Ministri, all'articolo 8, per cui nel decidere di alloggiare detenuti in particolari istituti o in particolari sezioni di un carcere bisogna tener conto delle necessità di separare i detenuti imputati dai detenuti condannati. L' articolo 9 ammette la possibilità di derogare a tale regola solo per permettere ai detenuti di partecipare assieme ad attività organizzate. Tuttavia i gruppi citati devono sempre essere separati durante la notte a meno che gli stessi interessati non acconsentano a coabitare e che le autorità penitenziarie ritengano che questa misura si iscriva nell'interesse di tutti i detenuti interessati. Pur tenendo a mente la natura non vincolante delle raccomandazioni adottate dal Comitato dei Ministri, l' obbligo di tenere separati i detenuti condannati da quelli in attesa di giudizio è un principio che ha indubbiamente valore integrativo del vincolante disposto dell'articolo 3 della Convenzione ed il cui rispetto non può non essere considerato elemento rilevante per la valutazione delle condizioni detentive. In conclusione, per le ragioni sopra esposte e sulla base della consolidata giurisprudenza della Corte sul tema, emerge dalla valutazione complessiva di tutti gli elementi che hanno caratterizzato la detenzione del signor Malcom nel carcere di Ice che il ricorrente è stato vittima di una condizione detentiva che configura una violazione dell'articolo 3 della Convenzione da parte dello Stato Alfaland. 3. L'ESTRADIZIONE IN VIOLAZIONE DEL DIVIETO DI TRATTAMENTI INUMANI O DEGRADANTI Per quanto concerne il tema dell'estradizione sotto il profilo dell'articolo 3 della Convenzione, appare fin da subito come spesso l'esigenza di tutelare la collettività a fronte di situazioni di tensione, quali nel caso di sospettato terrorismo, possa e debba essere superata da esigenze di garanzia individuale dell'estradando. È prassi della Corte ricondurre diverse fattispecie sotto la norma giuridica che vieta pene e trattamenti crudeli, inumani o degradanti nell'ottica di un'applicazione estensiva e flessibile delle disposizioni della Convenzione, al fine di tutelare i singoli individui. Con riferimento alla tipologia dei diritti la cui violazione è stata ricondotta dalla giurisprudenza europea all'articolo 3 Cedu in 8
11 occasione di un provvedimento di estradizione, è possibile distinguere tra pratiche che si concretano in trattamenti degradanti sul piano fisico e morale e comportamenti che integrano una grave lesione della dignità dovuta a pratiche discriminatorie. Nel caso di specie la categoria di diritti da prendere in considerazione ai fini di una valutazione nel merito è la prima, ossia quella relativa alle condotte immorali e crudeli poste in essere durante il periodo di permanenza nello Stato richiedente (nella fattispecie, gli Stati Uniti d'america). La Corte ha avuto modo di sottolineare come costituisca una violazione dell'articolo 3 della Convenzione il pericolo che il ricorrente sia condannato a scontare pene molto lunghe e sia interessato da misure amministrative speciali successive alla condanna, in special modo quando tali pene potrebbero essere aggravate dalla detenzione in un carcere di massima sicurezza (si veda Babar Ahmad c. Regno Unito (dec.), nn /07, 11949/08 e 36742/08, 144 ss.). Con riguardo al trattamento dei sospettati di terrorismo nei carceri statunitensi, la giurisprudenza, nel ribadire che, in conformità alle linee-guida del Consiglio d'europa sui diritti umani e la lotta contro il terrorismo; una persona privata della sua libertà per attività terroristiche dev'essere trattata in qualunque circostanza col dovuto rispetto per la dignità umana, specifica che perchè dalla condizione di detenzione di un ricorrente sorga una violazione dell'articolo 3 Cedu, la sofferenza e l'umiliazione devono andare oltre l'inevitabile elemento di sofferenza o umiliazione connesso con una data forma di legittimo trattamento o pena (Babar Ahmad c. Regno Unito, nn / / /08, 114 e 202). Nella concreta fattispecie, essendo il signor Malcom stato rinchiuso in un carcere di massima sicurezza in una base militare degli Stati Uniti d'america e non avendo i familiari più avuto sue notizie per mesi, è possibile, se non necessario, parlare di umiliazione e sofferenza psico-fisica. Peraltro, con riferimento alla misura detentiva cui è sottoposto il detenuto nello Stato di destinazione, è requisito per il rispetto degli obblighi convenzionali che il modo ed il metodo dell'esecuzione della misura non lo sottopongano ad afflizione o disagio eccedenti l'inevitabile livello di sofferenza intrinseco nella detenzione e che, date le necessità pratiche dell'imprigionamento, la sua salute e il suo benessere siano adeguatamente assicurati (Babar Ahmad c. Regno Unito, cit., 202). Numerosi ricorsi hanno portato all'attenzione degli organi internazionali di garanzia i provvedimenti di estradizione nella prospettiva di una loro contrarietà alle norme convenzionali che vietano pene e trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Ciò implica che sia riconosciuta la possibilità che la legittimità di un provvedimento di estradizione venga vagliata non solo nella prospettiva processuale, ma anche nella prospettiva sostanziale. Nella prassi degli organi di Strasburgo sono stati spesso affrontati problemi di compatibilità della richiesta di estradizione rivolta ad uno Stato contraente della Convenzione soprattutto con gli articoli 2, 3 e 5 della stessa. Relativamente all'articolo 3 Cedu un importante passo in questo senso si è avuto con la decisione del caso Soering c. Regno Unito (cit.) in cui si era accolta la richiesta di opposizione all'estradizione di un giovane tedesco rifugiatosi nel proprio territorio e che aveva commesso un duplice omicidio negli Stati Uniti d'america: il rischio di essere sottoposto alla pena capitale e di dover affrontare un lungo periodo nel braccio della morte sarebbe stato reale una volta giunto negli U.S.A.. È evidente così che se si assume che ci siano substantial reasons per credere che l'estradando corra un real risk di essere esposto a trattamenti inumani o degradanti nello Stato di destinazione o alla pena di morte, lo Stato che è richiesto dell'estradizione è nella condizione, negandola, di evitare che tale esposizione si verifichi e ciò appare conforme all'obbligo che ha, come contraente della Convenzione europea, di garantire alle persone sottoposte alla sua giurisdizione la protezione da simili trattamenti. Ora, nel caso di specie, la responsabilità a carico di Alfaland appare lampante in quanto la sola potenzialità che il signor Malcom potesse subire un'illegittima ed eccessiva restrizione della propria 9
12 libertà in un carcere americano avrebbe dovuto portare lo Stato medesimo ad accogliere l'opposizione del nostro assistito. Le condizioni di detenzione negli U.S.A., almeno limitatamente ai carceri di massima sicurezza, quali per esempio ADX Florence o Guantanamo Bay, sono notoriamente opprimenti e contrarie al rispetto della dignità dell'uomo in quanto tale. Il solo fatto di essere isolati nella cella di tali carceri o di analoghi centri di detenzione, per un lasso di tempo non stabilito e senza avere la possibilità di colloqui o contatti esterni con i propri familiari o con chiunque altro, costituisce una violazione dell'articolo 3 Cedu. In particolare, il competo isolamento sensoriale, unito al totale isolamento sociale, può distruggere la personalità e costituisce una forma di trattamento inumano che non può essere giustificata dalle esigenze di sicurezza o da qualunque altra ragione (Van der Ven c. Paesi Bassi, n /99, 51). Contestualmente, la Corte afferma che l'isolamento è una delle misure più serie e gravi che si possano applicare durante la detenzione, e, come sostenuto anche dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, tutte le forme di solitary confinement senza gli appropriati stimoli fisici e mentali, potrebbero avere effetti dannosi sull'uomo, effetti che si concretizzano nel deterioramento delle capacità mentali e delle abilità sociali (Iorgov c. Bulgaria, n /98, 83, 11 marzo 2004). Il signor Malcom lamenta pertanto l'avvenuta restrizione della libertà personale in un luogo non sufficientemente garantista del rispetto di un livello minimo di tollerabilità, dal momento che i carceri di massima sicurezza risultano essere caratterizzati, come la stessa Corte ha affermato, da precarie condizioni dovute alla grandezza delle celle, alla disponibilità di luce e ai servizi sanitari. La Corte ha ribadito che non è accettabile che i ricorrenti vengano detenuti presso ADX Florence solamente perché ci sia la convinzione della loro colpevolezza in materia terroristica (Aswat c. Regno Unito, n /12, 33) in un Paese, quale gli stati Uniti d'america, in cui il ricorrente avrebbe affrontato un futuro incerto sotto l'autorità di una ancora indeterminata istituzione, quando, per di più, non ci sia alcuna garanzia che se processato e condannato non sia detenuto ad ADX Florence, dove sarebbe esposto ad un regime 'altamente restrittivo' con lunghi periodi di isolamento sociale (Aswat c. Regno Unito, cit., 56). Risulta essere così contraria all'articolo 3 della Convenzione l'estradizione verso un paese dove si viene detenuti e non si ha il supporto di conoscenti e familiari. Il Supermax (ADX Florence, Colorado) prevede un regime di isolamento pressoché totale, con una carcerazione da 22 a 23 ore al giorno, monitoraggio continuo attraverso telecamere a infrarossi nelle celle, la cui finestra è una fessura di pochi centimetri, senza alcun contatto tra detenuti, né attività fisiche e nessuna partecipazione a funzioni comuni, comprese quelle religiose. Per tutto quanto menzionato, da un lato il solo rischio che dall'estradizione possa conseguire l'imprigionamento del signor Malcom in alcuno dei citati centri di detenzione in cui è accertato si praticano trattamenti complessivamente incompatibili con i minimi livelli di tollerabilità è fonte di divieto, per lo Stato parte della Convenzione, di acconsentire o procedere all'estradizione. Non vi è inoltre motivo di ritenere che diverse considerazioni debbano essere fatte per centri di detenzione che abbiano caratteristiche analoghe a quelle appena citate. L'estradizione del signor Malcom da Alfaland negli Stati Uniti d'america, dalla quale è peraltro scaturito il trattamento di prolungato isolamento senza la possibilità di comunicare con l'esterno e far avere notizie di sé, e senza dunque poter usufruire di quel minimo livello di garanzia di tutela del propri diritti di cui anche una persona detenuta è titolare, configura in capo ad Alfaland la responsabilità indiretta per violazione dell'articolo 3 della Convenzione. 4. EQUA SODDISFAZIONE Il ricorrente intende chiedere, ai sensi dell'articolo 41 della Convenzione e dell'articolo 60 del Regolamento della Corte, l'attribuzione di un'equa soddisfazione per le violazioni subite. 10
13 Si evidenzia a tal scopo che ogni qual volta il ricorrente abbia adite le autorità di Alfaland per veder riconoscere l'illegittimità delle misure prese nei suoi confronti tutti i ricorsi siano stati respinti, né lo Stato abbia in nessun modo riconosciuta la sua responsabilità in tali violazioni. Tale fatto costituisce la premessa dell'impossibilità di riparare, in tutto o in parte, alle conseguenze delle violazioni. Nella consapevolezza che sta alla parte ricorrente proporre l'ammontare di tale soddisfazione e che questa è accordata solo se il diritto interno dell Alta Parte contraente non permette se non in modo imperfetto di rimuovere le conseguenze di tale violazione e se del caso, si enuclea così la ripartizione delle somme: EUR 4.500,00 per il danno morale conseguito alla violazione dell'articolo 5, paragrafi 1 e 3, della Convenzione, in rapporto dalla durata della detenzione prima di entrare in contatto con un giudice (cinque giorni); EUR ,00 per il danno morale conseguito alla violazione dell'articolo 3 della Convenzione, con riferimento alle condizioni di detenzione nel carcere di Ice; EUR ,00 per il danno morale conseguito alla violazione dell'articolo 3 della Convenzione, con riferimento all'estradizione verso gli Stati Uniti d'america; EUR 3.898,48 per le spese di causa e gli onorari dei rappresentanti nei due distinti procedimenti di fronte alle autorità giudiziarie di Alfaland; EUR 2.581,02 per le spese di causa e gli onorari dei rappresentanti nel procedimento di fronte alla Corte di Strasburgo; per una somma totale di EUR ,50, con l'applicazione dei termini, interessi e maggiorazioni come da costante giurisprudenza. IV. Esposizione relativa ai requisiti di cui all'articolo 35 1 della Convenzione 1. VIOLAZIONE DELL'ARTICOLO 5, PARAGRAFI 1 E 3, CEDU Per quanto riguarda la violazione dell'articolo 5, paragrafi 1 e 3, Cedu il ricorrente ha proposto istanza al giudice di sorveglianza della pena. Tale istanza è stata respinta definitivamente dallo stesso giudice il 20 febbraio Non vi sono altre decisioni interne oltre a quelle dianzi elencate. Il ricorrente non disponeva né dispone di alcun ricorso che non è stato esperito RISPETTO DEL TERMINE DI 6 MESI La decisione interna definitiva è stata adottata dalle autorità di Alfaland il 20 febbraio Il presente ricorso è stato introdotto alla cancelleria della Corte il 31 dicembre Nella valutazione della sussistenza dei requisiti di ricevibilità del ricorso e dunque anche del rispetto dell'articolo 35, paragrafo 1, Cedu il giudizio non è mai automatico ma richiede la verifica che nello specifico caso concreto si sia avuto o meno il rispetto delle disposizioni della Convenzione anche sotto il profilo procedurale. In particolare, la corte ha sottolineato più volte che la Convenzione deve essere letta in funzione del suo carattere specifico di trattato di garanzia collettiva dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Soering c. Regno Unito, n /88, 87; egualmente Cruz Varas e altri c. Svezia, n /89, 94) e che dunque essa va interpretata in modo da rendere concreta ed effettiva la tutela di tali diritti (si veda Loizidou c. Turchia (obiezioni preliminari) [GC], n /89, 72; Varnava e altri c. Turchia [GC], nn /90, 16065/90, 16066/90, 16068/90, 16069/90, 16070/90, 16071/90, 16072/90 e 16073/90, 160). Tale interpretazione teleologicamente orientata si estende sia alle enunciazioni dei diritti e libertà sostanziali della Convenzione, sia alle disposizioni 11
14 procedurali da applicare alla presentazione e trattazione dei ricorsi. Nello specifico, la possibilità riconosciuta agli individui di inoltrare ricorsi alla Corte per lagnarsi di violazioni di cui si è vittime deriva dall'attuale articolo 34 Cedu, il quale conferisce in capo al ricorrente un diritto soggettivo di natura procedurale autonomo e già da solo suscettibile di tutela (Cruz Varas e altri c. Svezia, cit., 99). Anche l'esercizio di tale diritto dev'essere garantito in maniera effettiva, in modo tale che l'intera Convenzione sia applicata sì da riconoscere tale esercizio piuttosto che comprimerlo. Per ciò, con riguardo alle condizioni di ricevibilità, l'obbligazione di cui all'articolo 35 Cedu richiede soltanto che il ricorrente abbia esperito il normale ricorso ai rimedi idonei ad essere effettivi, adeguati ed accessibili (Sapeyan c. Armenia, n /03, 21; ma vedi anche Ahtinen c. Finlandia (dec.), n /99; Sejdovic c. Italia [GC], n /00, 45; Varnava e altri c. Turchia, cit., ) e, ancora, la regola dei sei mesi è autonoma e dev'essere ricostruita e applicata concordemente ai fatti di ciascun caso individuale, in modo tale da assicurare l'effettivo esercizio del diritto di ricorso individuale (Fernandez-Molina Gonzalez ed altri c. Spagna, n /01). L'applicazione di tale principio di effettività è regolarmente confermata ogni qual volta la Corte ribadisce che il periodo di sei mesi inizia non già nel giorno in cui la decisione interna definitiva è pronunciata, ma quando il ricorrente è in grado di venire a conoscenza di tale pronuncia o comunque dell'avvenuto esaurimento degli esperibili rimedi interni. Nel caso di specie, nella vicenda personale del signor Malcom l'estradizione verso gli Stati Uniti d'america è incorsa in data 30 giugno 2013, dunque prima del decorso di sei mesi dalla data di pronunciamento della decisione interna definitiva. Fino al 15 dicembre 2013, il signor Malcom è stato detenuto in luoghi di cui non è dato sapere il nome e nella più completa impossibilità di comunicare con i propri familiari, con i propri legali e in generale con qualunque persona esterna ai suoi carcerieri. La facoltà di comunicare con codesta Corte di Strasburgo e financo di instradarvi un ricorso era puramente illusoria, considerato anche che l'estradizione era stata disposta dallo stesso Stato convenuto, il quale era al contrario tenuto a garantire al signor Malcom il diritto di ricorso di cui all'articolo 34 della Convenzione. Vista peraltro la celerità con cui, in seguito al proprio ritorno in libertà, il signor Malcom inoltrava il proprio ricorso alla Corte, il prolungato isolamento detentivo e l'assoluta impossibilità di comunicare con l'esterno sono senz'altro una speciale circostanza che, secondo la reiterata giurisprudenza della Commissione e della Corte, è in grado di interrompere o sospendere il decorso di sei mesi (si veda Hilton c. Regno Unito (dec.), n /86; ma anche X. c. Repubblica Federale di Germania (dec.), n. 2428/65; X. c. Austria (dec.), n. 5759/72; R. c. Danimarca (dec.), n /83; Johnson c. Regno Unito (dec.), n /83; Hauschildt c. Danimarca (dec.), n /83; Toth c. Austria (dec.), n /85). 2. VIOLAZIONE DELL'ARTICOLO 3 CEDU, CON RIGUARDO ALLA CONDIZIONE DI DETENZIONE Per quanto riguarda la violazione dell'articolo 3 Cedu, con riguardo alla condizione di detenzione del ricorrente, questi ha istanza al giudice di sorveglianza della pena. Tale istanza è stata respinta definitivamente dallo stesso giudice il 20 febbraio Non vi sono altre decisioni interne oltre a quelle dianzi elencate. Il ricorrente non disponeva né dispone di alcun ricorso che non è stato esperito RISPETTO DEL TERMINE DI 6 MESI La decisione interna definitiva è stata adottata dal giudice di sorveglianza della pena di Alfaland il 20 febbraio Il presente ricorso è stato introdotto alla cancelleria della Corte il 31 dicembre
15 Il termine di sei mesi non decorre però in questo caso dalla data di pronunciamento della decisione definitiva, ma il dies a quo è posticipato alla data della fine della violazione che si è protratta per oltre cinque mesi. È necessario infatti osservare come la Corte dia prova di costante pragmatismo reiterando nella sua giurisprudenza il concetto di situazione continua. Con tale espressione la Corte si riferisce ad uno stato di cose risultante da azioni continue compiute dallo Stato, di cui il ricorrente è vittima (Iordache c. Romania, n. 6817/02, 49). Quando la violazione dedotta costituisce una situazione continua, il termine di sei mesi comincia a decorrere dal momento in cui tale situazione continua si è conclusa (Ülke c. Turchia (dec.), n /98) e, pertanto, fintanto che essa perdura, la regola dei sei mesi non trova applicazione (Iordache c. Romania, cit., 50; ma si veda anche Varnava e altri c. Turchia [GC], cit., 161 e segg.). Nel caso di specie la violazione dell'articolo 3 della Convenzione ai danni del ricorrente è risultante da azioni continue compiute dallo Stato, anzi, più precisamente, da omissioni continue e perpetratesi nel tempo. La dimensione temporale è un elemento rilevante per il giudizio di sufficiente gravità di un avvenuto trattamento inumano e degradante: la violazione dell'articolo 3 Cedu può infatti essere accertata solo se le condizioni inumane si sono protratte per un consistente periodo di tempo. Per tutto il periodo di detenzione durante il quale permangono le condizioni tali da integrare trattamenti inumani e degradanti, dunque, lo Stato sta ponendo in essere una violazione della Convenzione. Il termine dei sei mesi decorre quindi dal momento in cui tale violazione continua si è conclusa, ovvero dal momento in cui il ricorrente ha lasciato il carcere di Ice (30 giugno 2013). 3. VIOLAZIONE DELL'ARTICOLO 3 CEDU, CON RIGUARDO ALL'ESTRADIZIONE Per quanto riguarda la violazione dell'articolo 3 Cedu, con riguardo all'estradizione del ricorrente, questi ha proposto opposizione alla richiesta di estradizione. Tale istanza è stata respinta definitivamente dalle autorità giudiziarie di Alfaland il 30 giugno Non vi sono altre decisioni interne oltre a quelle dianzi elencate. Il ricorrente non disponeva né dispone di alcun ricorso che non è stato esperito RISPETTO DEL TERMINE DI 6 MESI In data 30 giugno 2013 le autorità di Alfaland emettono ed eseguono il provvedimento di estradizione verso gli Stati Uniti d'america nei confronti del ricorrente. Il presente ricorso è stato introdotto alla cancelleria della Corte il 31 dicembre Valgono anche con riferimento a questa violazione le considerazioni svolte più sopra circa le condizioni di detenzione del ricorrente e la sua impossibilità di mettersi in contatto con la Corte durante il periodo di detenzione, che dura fino al 15 dicembre In aggiunta all'esistenza di questa situazione ostativa, è da sottolineare ove ciò non bastasse come il termine dei sei mesi risulti comunque naturalmente rispettato. Sul computo del termine di sei mesi, infatti, il giorno in cui la decisione interna definitiva è pronunciata non si conta nel periodo di sei mesi di cui all'articolo 35 1 della Convenzione. Il termine inizia a decorrere il giorno successivo al giorno in cui la decisione definitiva è pronunciata oralmente in pubblico o in cui il ricorrente o il suo rappresentante ne fu informato e spira sei mesi di calendario più tardi, senza riguardo all'effettiva durata di detti mesi calendario (Otto c. Germania (dec.), n /06). Fra il 30 giugno 2013, giorno di emissione del provvedimento di estradizione, e il 31 dicembre 2013, giorno di presentazione del ricorso, intercorrono esattamente sei mesi. A ciò si aggiunga che il termine di calendario dei sei mesi scade appunto il 31 dicembre, il quale rientra nel periodo di festività in cui la cancelleria della Corte è chiusa (dal 23 al 1 gennaio). Il termine è dunque prorogato di diritto al giorno lavorativo successivo (2 gennaio) (si veda 13
16 Fondation Croix-Etoile, Baudin et Delajoux c. Svizzera (dec.), n /94). V. Esposizione relativa all'oggetto del ricorso Il ricorrente chiede che la Corte dichiari l'avvenuta violazione dell'articolo 5 della Convenzione, con riferimento ai paragrafi 1 e 3; dichiari l'avvenuta violazione dell'articolo 3 della Convenzione per le condizioni di detenzione subite nel carcere di Ice; dichiari l'avvenuta violazione dell'articolo 3 della Convenzione per l'avvenuta estradizione verso gli Stati Uniti d'america; dichiari che lo Stato convenuto deve pagare al ricorrente, entro tre mesi dalla data in cui la sentenza diventi definitiva in conformità con l'articolo 44, paragrafo 2, della Convenzione, EUR ,50 (euro trentottomilanovecentosettantanove/50), unitamente ad ogni altra somma dovuta a titolo d'imposta; dichiari che dallo spirare dei summenzionati tre mesi fino all'esecuzione è esigibile l'interesse semplice sulla somma sopra indicata, ad un tasso pari al tasso marginale di prestito della Banca Centrale Europea durante il periodo d'insolvenza maggiorato di tre punti percentuali. Il ricorrente si mette a disposizione per il raggiungimento di una composizione amichevole con la controparte su tutte o su parte delle doglianze. VI. Altre istanze internazionali investite della causa Il/la ricorrente ha sottoposto ad un'altra istanza internazionale di inchiesta o di regolamento, le doglianze di cui al presente ricorso? Se si, fornire dettagliate indicazioni in merito. Il ricorrente non ha sottoposte le doglianze di cui al presente ricorso ad alcun'altra istanza internazionale d'inchiesta o di regolamento. VII. Documenti allegati (nessun originale, solo fotocopie; non aggraffare, unire con nastro adesivo o incollare in alcun modo la documentazione) a) procura firmata dal ricorrente in favore dei rappresentanti VIII. Dichiarazione e firma Dichiaro, in coscienza e in fede, che le informazioni riportate nel presente formulario sono esatte. Luogo: Paperopoli Data: 31 dicembre 2013 (Firma del/della ricorrente o del suo/della sua rappresentante) 14
17 Ricorso (Evans e Malcom c. Alfaland e Gammaland) presentato in applicazione dell'articolo 34 della Convenzione europea dei Diritti dell'uomo e degli articoli 45 e 47 del Regolamento della Corte IMPORTANTE: Il presente ricorso è un atto giuridico e può incidere sui Suoi diritti e obblighi. 15
18 I. Le Parti A. Il/la Ricorrente (Informazioni da fornire relative al/alla ricorrente ed al Suo/alla Sua eventuale rappresentante) 1. Nome: Evans Sesso: femminile 2. Nome e cognome del/della rappresentante 2 : Tizio Caio Sempronio 3. Professione del/della rappresentante: avvocato 4. Indirizzo del/della rappresentante: Vicolo corto 1 Paperopoli Italy A. Il/la Ricorrente (Informazioni da fornire relative al/alla ricorrente ed al Suo/alla Sua eventuale rappresentante) 1. Nome: Malcom Sesso: maschile 2. Nazionalità: Stati Uniti d'america 3. Nome e cognome del/della rappresentante 2 : Tizio Caio Sempronio 4. Professione del/della rappresentante: avvocato 5. Indirizzo del/della rappresentante: Vicolo corto 1 Paperopoli Italy B. L'Alta parte contraente (Indicare il nome dello Stato/degli Stati contro il quale/i quali è diretto il ricorso) Alfaland B. L'Alta parte contraente (Indicare il nome dello Stato/degli Stati contro il quale/i quali è diretto il ricorso) Gammaland II. Esposizione dei fatti Il signor Malcom e la signora Evans, coniugati, sono titolari di una catena di supermercati in diversi Paesi, fra cui gli Stati quivi convenuti, Alfaland e Gammaland. Per gestire tale attività hanno creato in ciascuno di questi una società denominata Alimentaria. In seguito all'arresto del signor Malcom per sospetto terrorismo e trasporto abusivo di materiale esplosivo, avvenuto in Alfaland il 10 gennaio 2013, il giudice competente per la convalida del fermo del sospettato disponeva il sequestro dei beni della società Alimentaria ivi costituita. Il giudice comunicava poi l'arresto allo Stato Gammaland, allo scopo di permettere anche a quest'ultimo un analogo sequestro dei beni della società rispettivamente esistente sul proprio territorio. Sulla base di tale comunicazione, Gammaland procedeva anch'essa al sequestro dei beni 2 Se il/la ricorrente è rappresentato(a), allegare una procura firmata dal/dalla ricorrente in favore del/della rappresentante. 16
19 della società. Sia in Alfaland, sia in Gammaland, le società Alimentaria si opponevano al sequestro rivolgendosi ognuna all'autorità giudiziaria dello Stato in cui essa ha sede. Sia le autorità di Alfaland che quelle di Gammaland respingevano tuttavia le opposizioni confermando i rispettivi provvedimenti, con l'unica concessione di poter proseguire l'attività commerciale delle società richiedenti. III. Esposizione della o delle violazioni della Convenzione lamentate dal/dalla ricorrente nonché delle relative argomentazioni 1. IL MANCATO RISPETTO DEI BENI, L'ILLEGALE PRIVAZIONE DELLA PROPRIETÀ Con riferimento all'emanazione dei provvedimenti di sequestro da parte delle autorità giudiziarie prima di Alfaland e poi di Gammaland, si denuncia la violazione da parte di tali Stati dell'articolo 1 del protocollo addizionale n. 1 alla Convenzione, secondo cui ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di pubblica utilità e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale. Le disposizioni precedenti non portano pregiudizio al diritto degli Stati di porre in vigore le leggi da essi ritenute necessarie per disciplinare l'uso dei beni in modo conforme all'interesse generale o per assicurare il pagamento delle imposte o di altri contributi o delle ammende. La giurisprudenza sull'articolo 1 del protocollo n. 1 osserva assiduamente che, nel garantire il diritto di proprietà, questo articolo comprende 'tre regole distinte': la prima regola, fissata nella prima frase del primo paragrafo, è di natura generale ed enuncia il principio del pacifico godimento della proprietà; la seconda regola, contenuta nella seconda frase del primo paragrafo, ammette la privazione della proprietà e la subordina a certe condizioni; la terza regola, stabilita nel secondo paragrafo, riconosce che gli stati contraenti sono abilitati, fra l'altro, a controllare l'uso della proprietà concordemente con l'interesse generale (Bosphorus Hava Yollari Turizm Ve Ticaret Anonim Sirketi c. Irlanda [GC], n /98, 141; Sporrong e Lönnroth c. Svezia, nn. 7151/75 e 7152/75, 61; James ed altri c. Regno Unito, n. 8793/79, 37). Occorre precisare che l'interpretazione delle espressioni contenute in questo articolo non deve seguire quella esistente nei vari ordinamenti interni ma, trattandosi di una nozione autonoma, il significato va ricercato alla luce della stessa Convenzione (si veda in proposito Pressos Compania Naviera S.a. ed altri c. Belgio, n /91, 30 e 31). In tale prospettiva si coglie l'importanza decisiva della Corte, chiamata a vivificare il contenuto di questo precetto. Il diritto di proprietà non si configura come una prerogativa assoluta: ad esso possono essere apportate restrizioni che rispondano effettivamente ad obiettivi di interesse generale attraverso un intervento proporzionato e tale da non ledere la sostanza stessa dei diritti garantiti. Il primo e più importante requisito cui fa riferimento l'articolo 1 è la conformità alla legge. Ciò significa che qualunque interferenza da parte di un'autorità pubblica con il pacifico godimento della proprietà deve avere una base legale. Infatti, il principio di legalità, uno dei fondamentali principî di una società democratica, è intrinseco in tutti gli articoli della Convenzione e configura un dovere da parte dello Stato o di qualunque altra pubblica autorità di rispettare gli ordini o decisioni giudiziali pronunciati contro di esso (Belvedere Alberghiera c. Italia, n /96, 56). Il secondo requisito fondamentale è la sussistenza di una pubblica utilità ( public interest nel testo inglese, utilité publique in quello francese) che giustifichi il turbamento del rispetto dei beni ( possessions, biens ). Nonostante che si riconosca una generale maggiore idoneità delle autorità 17
20 statali ad individuare cosa rientri nella pubblica utilità, la Corte si riserva necessariamente un giudizio sulla ragionevolezza della disciplina statale (si veda James ed altri c. regno Unito, cit., 46), oltre che un controllo relativo alla scelta del fine, per valutare se il legislatore abbia abusato della discrezionalità di cui dispone. Così anche i concetti di pubblica utilità e pubblico interesse sono oggetto di interpretazione autonome, indipendenti dai significati attribuiti dalle legislazioni nazionali. Dunque, la nozione di 'pubblico interesse' è necessariamente ampia e coinvolge comunemente valutazioni politiche, economiche e sociali che spettano in via prioritaria alle autorità nazionali, ma permangono sempre i limiti della ragionevolezza e dell'arbitrio (Schembri ed altri c. Malta, n /06, 32). Si può quindi affermare che il concetto di pubblica utilità non ha un contenuto tale da giustificare qualsiasi provvedimento privativo della proprietà, anche se adottato dai singoli Stati nel quadro di una politica legittima. In aggiunta a quanto detto, dal momento che il secondo paragrafo dell'articolo 1 del protocollo n. 1 dev'essere ricostruito alla luce del principio generale enunciato nella frase di apertura di tale articolo, deve esistere una ragionevole relazione di proporzionalità tra i mezzi impiegati e lo scopo di cui si aspira il conseguimento: la Corte deve determinare se il giusto equilibrio fra le esigenze dell'interesse generale in tal senso e l'interesse dell'individuo sia stato incrinato (Bosphorus Hava Yollari Turizm Ve Ticaret Anonim Sirketi c. Irlanda, cit., 149). Il principio di proporzionalità fra l'adottata restrizione del diritto e l'obiettivo di pubblico interesse che si vuole raggiungere si colloca quindi in un'ottica di circoscrizione del margine discrezionale delle autorità statali, in cui le limitazioni all'uso del bene devono necessariamente basarsi su un giusto equilibrio tra le esigenze dell'interesse generale e gli imperativi della salvaguardia dei diritti degli individui (Stornaiuolo c. Italia, n /99, 55 e 88). Nel caso di specie, i sequestri denunciati vengono attuati nei due Stati convenuti in seguito all'arresto del signor Malcom quale sospettato di reato. Sotto il profilo della sussistenza dell'interesse pubblico la Corte senz'altro riconosce che le misure in senso lato confiscatorie nei processi penali perseguono un interesse generale della comunità come mezzi di contrasto alle attività criminali, tuttavia questo non impedisce, da un lato, di effettuare il controllo di proporzionalità con riguardo a quelle stesse misure e, dall'altro, di verificare se nel caso concreto il pubblico interesse si estendesse sull'interezza delle misure adottate o solo su parte di esse. I giudici prima di Alfaland ed indi di Gammaland hanno infatti ordinato il sequestro dei beni di proprietà non del signor Malcom, imputato dei reati da cui ha avuto luogo il procedimento, ma bensì delle società Alimentaria aventi sede sui rispettivi territori. Tali società sono, a loro volta, di proprietà dei due attuali ricorrenti, il signor Malcom da un lato e la signora Evans dall'altro. In primo luogo occorre dunque osservare come i beni sequestrati non fossero nel patrimonio personale dell'allora imputato. Inoltre, anche ove si volesse ricondurre tali società alle persone fisiche che ne erano e ne sono proprietarie, si constaterebbe che, lungi dall'essere il signor Malcom socio unico, la proprietà era condivisa fra questi e la signora Evans. Quest'ultima in nessun modo risultava coinvolta con l'arresto e il procedimento penale nei confronti del signor Malcom, né il legame di coniugio che a questi la lega può giustificare la presunzione della coincidenza delle loro posizioni né, tanto meno, la condivisione di quelle attività nelle quali le autorità di Alfaland hanno creduto di rilevare il sospetto di un reato. La Corte ha infatti avuto modo di dimostrare come, quand'anche il sequestro di beni sia misura accessoria del procedimento penale contro un individuo, ciò non significhi che anche le proprietà dei suoi familiari possano rientrare nell'oggetto del provvedimento (si veda per un caso analogo Denisova e Moiseyeva c. Russia, n /03). 18
Il sovraffolamento delle carceri in violazione dei diritti umani e il caso Sulejmanovic di Antonio Lanzaro
Il sovraffolamento delle carceri in violazione dei diritti umani e il caso Sulejmanovic di Antonio Lanzaro La crescita imponente della popolazione penitenziaria interessa ormai da più di un decennio la

References: sentenza 
 articolo 5
 articolo 5
 sentenza 
 articolo 5
 articolo 9
 articolo 34
 sentenza