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Timestamp: 2019-08-24 04:56:00+00:00

Document:
1. Con sentenza depositata il 2 agosto 2012 la Corte di Appello di Bologna ha respinto l'appello di An. Me. avverso la pronuncia del Tribunale della stessa città che aveva rigettato la domanda proposta nei confronti dell'Azienda USL di Bologna volta ad ottenere il risarcimento dei danni subiti in conseguenza della condotta vessatoria protrattasi dall'estate 2000 fino al pensionamento avvenuto nel febbraio 2004;
3. avverso tale sentenza An. Me. ha proposto ricorso affidato a due motivi, illustrati da memoria ex art. 380 bis 1 cod. proc. civ., ai quali ha opposto difese l'Azienda USL di Bologna.
1. con il primo motivo di ricorso la ricorrente denuncia, ex art. 360 nn. 3,4 e 5 cod. proc. civ., «omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio; violazione e falsa interpretazione ed applicazione degli artt. 2103, 2043, 2059 cod. civ.; violazione e falsa applicazione dell'art. 112 cod. proc. civ.» e rileva, in sintesi, che la Corte territoriale ha errato nell'interpretazione della domanda, che si riferiva anche al demansionamento;
2. la seconda censura, formulata ai sensi dei nn. 3 e 5 dell'art. 360 cod. proc. civ., lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2087, 2043 e 2059 cod. civ., anche in rapporto all'art. 116 cod. proc. civ., nonché l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio;
2.1. rileva in sintesi la ricorrente che la Corte territoriale: ha errato nel porre l'onere della prova a carico della lavoratrice perché, al contrario, spetta al datore di lavoro dimostrare di aver posto in essere tutte le misure necessarie per tutelare l'integrità psicofisica del dipendente; ha omesso di valutare gli episodi lesivi nel loro complesso mentre solo detta valutazione può far emergere l'elemento soggettivo; ha errato nella valutazione delle deposizioni testimoniali ed ha omesso di esaminare la documentazione prodotta; non ha tenuto conto dell'art.2, comma 3, del D.Lgs. n. 216 del 2003 che qualifica discriminatori anche le condotte volte a creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo e, quindi, rende applicabile alla fattispecie la regola di valutazione della prova prevista dall'art.4, comma 4, dello stesso decreto;
4.1. si tratta di un'autonoma ratio decidendi, da sola idonea a sorreggere la decisione, posto che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, il potere del giudice di qualificazione della domanda nei gradi successivi al primo va coordinato con i principi propri del sistema delle impugnazioni, sicché deve ritenersi precluso al giudice dell'appello di mutare la qualificazione ritenuta dal primo giudice in mancanza di gravame sul punto ed in presenza, quindi, del giudicato formatosi su tale qualificazione ( Cass. 1/12/2010 n. 24339 e Cass. 30/7/2008 n. 20730);
4.2. il ricorso insiste solo sull'errore commesso dalla Corte territoriale nella qualificazione giuridica della domanda, ma non censura l'autonoma ratio richiamata nei punti che precedono, sicché il motivo non può essere scrutinato nel merito posto che «ove la sentenza sia sorretta da una pluralità di ragioni, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, l'omessa impugnazione di una di esse rende inammissibile, per difetto di interesse, la censura relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva l'autonoma motivazione non impugnata, non potrebbe produrre in nessun caso l'annullamento della sentenza» (Cass. 27/7/2017 n. 18641);
6.4. quanto all'onere della prova, che come si è detto grava sul lavoratore, è errata l'invocazione dell'art. 4, comma 4, del D.Lgs. n. 216 del 2003, perché le molestie alle quali fa riferimento il comma 3 dell'art. 2 dello stesso decreto ( definendole comportamenti indesiderati aventi lo scopo o l'effetto di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante od offensivo), devono essere «poste in essere per uno dei motivi di cui all'articolo 1», ossia per ragioni di discriminazione legate alla religione, alle convinzioni personali, all'handicap, all'età, all'orientamento sessuale, ragioni che non risultano mai essere state allegate nella fattispecie;
8.non sussistono le condizioni di cui all'art. 13 c. 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 380
 art. 360
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza