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Timestamp: 2020-02-18 05:28:28+00:00

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Gli "Sponsored data" per i content provider, una nuova strategia per il mobile di AT&T. Ma è polemica sul rispetto della net neutrality
La compagnia americana introduce pacchetti di contenuti il cui costo in termini di traffico sarà addebitato ai fornitori. E c'è già chi punta il dito contro l'iniziativa ritenendola in conflitto con la disciplina della neutralità della rete "Da oggi per te sarà più facile godere di contenuti multimediali tramite wireless senza che ciò si traduca in un aggravio in bolletta. A pagare saranno direttamente i fornitori di contenuti". Così AT&T, compagnia di telecomunicazioni con base a San Antonio, Texas, annuncia una nuova promozione per il clienti del suo servizio di connessione in mobilità 4G. Lo "Sponsored data" offrirà ai siti la possibilità di proporli agli utenti, appunto, come fossero pubblicità, sia tramite Web browser che tramite app. Una dinamica che, secondo AT&T, potrà portare benefici alle industrie che gravitano intorno ad un ampio ventaglio di settori, dalla salute alla distribuzione di beni e servizi, dall'intrattenimento ai servizi finanziari, finendo per stimolare l'utilizzo di servizi e dispositivi in mobilità non ancora esplorati da una fetta di consumatori.
Donovan bringing out AT&T Sponsored Data pilot participants, @CEShealth, @Kony and @Aquto for Q&A session. #ATTDevSummit — AT&T (@ATT) 6 Gennaio 2014
"I clienti amano i contenuti forniti in mobilità - afferma Ralph de la Vega, presidente e CEO di AT&T Mobility - e a loro basterà guardare un'icona per capire che quei determinati contenuti sono offerti come parte del loro servizio mensile". Poi la precisazione: "Questi contenuti sponsorizzati godranno di velocità di trasmissione pari a quelli non sponsorizzati". Una chiosa non casuale, visto che all'entusiasmo con il quale la compagnia annuncia la sua nuova strategia commerciale si contrappone un già nutrito coro di allarmi per la compatibilità della stessa con le norme dell'Open Internet Order, emanato dalla Federal Communications Commission (FCC) nel 2010 e contenente la disciplina della neutralità della rete e non discriminazione dei servizi sul territorio statunitense. L'associazione a tutela dei consumatori Public Knowledge, ad esempio, critica da mesi la possibilità che "i fornitori di contenuti possano degradare l'offerta per la quale non pagano una tariffa a vantaggio dei contenuti onerosi". Secondo il vice-presidente delegato dell'organizzazione, Michael Weinberg, "il piano pone inoltre una pesante barriera davanti ai piccoli soggetti che sperano di poter entrare sul mercato e diventare qualcosa di grande". Di sicuro l'anno appena iniziato vedrà acuirsi il già acceso di battito sulla net neutrality a stelle e strisce. A rinfocolare la polemica, qualche settimana fa, è stato lo stesso neo-presidente della FCC, Tom Wheeler, il quale ha dichiarato che non avrebbe visto male l’imposizione di una tariffa da parte degli Internet service provider nei confronti di Netflix per la fornitura di una corsia preferenziale riservata agli utenti che volessero fruire con maggiore velocità e qualità dei contenuti audiovisivi messi a disposizione dalla piattaforma. Una presa di posizione che sembra contraddire lo stesso corpus normativo partorito negli anni dalla Commission. LEGGI "Il percorso della net neutrality negli Usa" LEGGI "AT&T brevetta un nuovo strumento per individuare i 'pirati'" LEGGI "Deutsche Telekom, il rispetto della neutralità e i drastici tagli al personale" 7 gennaio 2014
I video del futuro in formato open: "alleanza" per sette giganti tech
"Sviluppare tecnologie, formati multimediali e dispositivi di codifica e decodifica di nuova generazione nel pubblico interesse". È ambizioso l'obiettivo della Alliance for Open Media, soggetto appena fondato da nomi di primo piano dello scenario tecnologico globale: da Microsoft a Google, da Netflix a Cisco, da Amazon a Intel fino a Mozilla. "I nuovi standard open per i video in ultra HD accresceranno l'esperienza degli utenti del web anche sul mobile", si legge in una nota del gruppo: "È obiettivo di questa no profit quello di fornire una infrastruttura aziendale e legale a soggetti impegnati nello sviluppo e nella messa in opera di standard e codici sorgente da distribuire in formato open source". Sotto l'ombrello di un progetto targato Joint Development Foundation verranno dunque messi a punto format per contenuti web incentrati su interoperabilità, openess, scalabilità e adattabilità ai nuovi dispositivi e connessioni, adattabilità a contesti commerciali così come a quelli non lucrativi (come gli user generated content), ottimizzazione per lo streaming e per un impatto ridotto sugli hardware. "Le aspettative dei clienti in tema di trasmissione video continuano a crescere - afferma Gabe Frost, executive director di Aom - e per soddisfarle è necessario l'impegno coordinato dell'intero ecosistema. L'impegno dell'Alliance nasce proprio da qui, con la messa a sistema delle migliori competenza in tema di distribuzione video per garantire lo sviluppo di soluzioni open, royalty free e interoperabili per il consumo di prossima generazione".
Per un progetto che guarda al futuro ce n'è intanto uno che chiude la porta al passato, e nello specifico a Flash: da 48 ore Google Chrome non mostra più l'autoplay dei contenuti pubblicitari in questo formato e incoraggia la conversione all'HTML 5, proseguendo un percorso iniziato nel marzo scorso. Come si legge in un post sulla pagina G+ di AdWords, la migrazione verso l'HTML 5, che ha da tempo coinvolto Youtube, dilaga nel browser di Mountain View per motivi legati alla velocità di caricamento, che incide sull'esperienza di utilizzo oltre che sulle batterie dei dispositivi; ma è chiaro che nell'abbandono dello standard di Adobe possono aver pesato anche i rischi in materia di sicurezza emersi in maniera clamorosa nella vicenda che ha di recente coinvolto Hacking Team. La decisione finale sulla possibilità di mostrare i contenuti, tuttavia, anche a fronte dell'ancora massiccio utilizzo di Flash da parte degli inserzionisti, è rimessa agli utenti finali. 3 settembre 2015
Sono i dati del 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni ad essere stati scelti dall'Istat per testare la sua nuova piattaforma datiopen.istat.it, sulla quale da poche ore i dataset sono ospitati e disponibili in formato Linked open data. La pubblicazione di dati in formato Lod, oltre che aderire alle direttive per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico pubblicate dall'Agenzia per l'Italia Digitale, punta a rispondere alle esigenze sempre più vaste espresse dalle comunità di utilizzatori di disporre di dati standardizzati e interoperabili su scala nazionale. "I Lod- spiega l'Istituto - consentono infatti di navigare dati in formato open sulla base di tecnologie e standard del web semantico. Sono accessibili dagli utenti attraverso interfacce grafiche e possono essere direttamente interrogati da applicazioni esterne in modo indipendente dalle tecnologie adottate. Elemento centrale della pubblicazione dei dati in questo formato è costituito dalle ontologie, cioè rappresentazioni formali, condivise ed esplicite di una concettualizzazione del dominio di interesse". La nuova piattaforma dell'Istat, che si definisce sperimentale già nella home page, è costituita da un ambiente di navigazione e interrogazione relativo sia alle basi territoriali sia alle variabili censuarie disaggregate a livello di sezioni di censimento, località abitate, aree di censimento e aree sub-comunali. Vengono rese disponibili informazioni sulla popolazione residente in Italia al 9 ottobre 2011 - classificata per sesso, età, stato civile, cittadinanza, grado di istruzione, condizione professionale e spostamenti pendolari per motivi di studio o lavoro - sulle famiglie, le abitazioni e gli edifici. Sono a disposizione anche file pre-confezionati in formato csv. Il sistema consente interrogazioni attraverso il linguaggio standard Sparql, e navigazioni guidate, attraverso interfacce grafiche tramite le quali è possibile predisporre automaticamente interrogazioni sui dati ed esportare i risultati nei formati standard più diffusi. I dati relativi alle sezioni di censimento dell'intero territorio nazionale restano disponibili complessivamente anche nel tradizionale formato testuale sulla pagina "Basi territoriali e variabili censuarie" del sito principale. 19 maggio 2015
L’Open Access tra Repository e Editoria: policies, copyright, valutazione - Firenze, 21 ottobre 2015
Net Neutrality: Internet a più velocità?
Italia, Unione Europea e Stati Uniti, la necessità di mettere ordine in un dibattito che oltreoceano ha subito una svolta dopo la recente sentenza che ha bocciato l'Open Internet Order spingendo la Federal Communications Commission a varare un nuovo regolamento, e che nel Vecchio Continente si appresta a diventare sempre più attuale alla luce del "pacchetto Kroes". Le posizioni in campo e le divergenze su Radio Radicale nell'ultima puntata di "Presi per il Web" con il magistrato ed ex commissario Agcom Nicola D'Angelo, il deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli, il direttore di Key4Biz Raffaele Barberio e l'esperto di regolamentazione e policy europee nei settori di Internet e delle telecomunicazioni Innocenzo Genna [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"] Ascolta il podcast della puntata del 23 febbraio 2014[/caption] Non possono esistere discriminazioni tra i contenuti che viaggiano all'interno di una rete di computer. È questo il cardine fondamentale del concetto di neutralità della rete, tematica che in apparenza sembra solo materia informatica ma che presenta al contrario importanti risvolti economici, giuridici e sociali. Quali? Quelli al centro della puntata del 23 febbraio di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco Perduca, Marco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Ospiti dell'appuntamento il magistrato ed ex commissario Agcom Nicola D'Angelo, il deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli, il direttore di Key4Biz Raffaele Barberio e l'esperto di regolamentazione e policy europee nei settori di Internet e delle telecomunicazioni Innocenzo Genna. La differenza di vedute sulla materia è netta tra gli operatori di telecomunicazione e gli Over The Top, con i primi che rivendicano da anni una giusta remunerazione per la quantità di dati scambiati, e monetizzati, attraverso i servizi dei colossi della rete. Un'impostazione non sempre supportata dai dati, come quelli diffusi lo scorso anno da Idate in merito al mercato delle telecomunicazioni, che parlavano, per il 2012, di un'incidenza del 3% degli OTT sui ricavi complessivi dell'intero comparto; tuttavia, sono sempre più forti le pressioni sui governi nazionali e sugli organismi di governance sovranazionale affinché l'impostazione delle rete neutrale subisca radicali modifiche. Ma anche gli studiosi della materia si posizionano su punti di vista diversi. Come ricorda Augusto Preta, nel suo saggio “Network neutrality. Teoria economica e ruolo della regolamentazione: il modello USA”, l’espressione Network Neutrality si è sviluppata negli Stati Uniti nel corso degli ultimi dieci anni con riferimento ad una serie di comportamenti che potevano essere considerati anticompetitivi ed implica che tutti i pacchetti trasmessi su Protocollo IP1 debbano essere trattati allo stesso modo. Il dibattito sulla Network Neutrality, riferisce lo studioso, è frutto della preoccupazione che uno o più operatori di rete possano scientemente porre in essere comportamenti discriminatori relativamente a pacchetti IP associati a specifici servizi, applicazioni, origini, destinazioni o apparecchi. Al contrario occorrerebbe, secondo tale visione, imporre condizioni di trattamento uniformi e non discriminatorie, tali che nessun flusso di dati possa essere degradato e ancor meno bloccato. Tutti i pacchetti dovrebbero viaggiare secondo un’ipotetica medesima velocità: la loro trasmissione non dovrebbe essere artificialmente facilitata od ostacolata dagli operatori di telecomunicazione, potendo essere influenzata solo da circostanze oggettive legate alla banda disponibile in un dato momento e in un certo punto della rete, punto di vista che, come accennato, sconta feroci obiezioni. In Italia il dibattito sulla neutralità della rete non è mai seriamente decollato, nonostante nella scorsa legislatura fosse arrivata anche una proposta di legge dei sentarori del Pd Vincenzo Vita e Luigi Vimercati, nella quale si puntava a garantire che “la gestione del traffico da parte dell’operatore deve essere assolutamente rispettosa dei diritti individuali degli utenti, ovvero non deve discriminare tra utenti sulla base del contenuto del traffico né degli interlocutori coinvolti nella comunicazione né delle applicazioni o servizi utilizzati”. “La neutralità della rete è un tabù che ostacola la creazione dell'Ngn (Next generation networking), è giusto che i fornitori di contenuti più pesanti paghino di più la banda”, era invece il punto di vista espresso nell'ottobre 2010 dall'allora presidente dell'Antitrust Antonio Catricalà, negli ultimi anni reduce da esperienze di Governo con Monti prima e Letta poi. Più sfumati, ma sulla stessa falsariga, i punti di vista espressi a più riprese dall'ex presidente di Telecom Franco Bernabè e dall'amministratore delegato della compagnia Marco Patuano. "Premetto - ha affermato Quintarelli - che io non ho una visione radicale della neutralità; essendomi occupato di reti so che in determinate situazioni di crisi, vuoi per congestione vuoi per attacchi esterni, una gestione del traffico è necessaria. Ma occorre che questa gestione sia, appunto, un'eccezione, non un sistematico e scientifico metodo col quale qualcuno, a monte della filiera, decide cosa transita e cosa no, magari escludendo nuovi player dalla competizione. Perché questo è il rischio più grande che si corre. Prendiamo come esempio Whatsapp; il servizio toglie traffico agli sms, pensate non ci sia nessuno che avrebbe interesse a bloccarlo costringendo ad annosi procedimenti giudiziari che ucciderebbero il servizio? Sono dell'opinione che sia giusto che siano gli utenti a decidere cosa acquistare e cosa avere in forma prioritaria all'interno di un contesto dove ogni contenuto abbia le stesse possibilità di raggiungerlo e dove non si rischi di ricevere un'offerta ridotta con decisione unilaterale. Senza contare che gli unici metodi di gestione del traffico efficienti implicano un'analisi dei pacchetti, con tutte le implicazioni che comporta sulla riservatezza delle comunicazioni". "Questo non significa - ha precisato Quintarelli - che ci siano da un lato i buoni e dall'altro i cattivi, tutt'altro. Esistono anche casi di discriminazioni al contrario. Basti pensare a tutto quello che possono fare gli Ott con i nostri dati e che invece è vietato agli operatori di telecomunicazioni. Oppure pensiamo alla mancanza di neutralità nei motori di ricerca". Punti di vista contestati da Barberio: "Il dibattito sulla neutralità della rete non c'entra nulla con la libertà d'espressione. Pensiamo davvero che chi chiede di regolare il traffico dati voglia limitare la libertà d'espressione? Partiamo dal presupposto che il termine discriminazione rispetto alla tematica è fuori luogo, non è che ci sia qualcuno che vuole chiudere la porta a qualcun altro. La questione della net neutrality non è affare privato tra telco e Ott, perché sono in ballo cose molto più rilevanti, come i processi di modernizzazione dei Paesi verso sistemi digitali e l'affermazione a pieno titolo di economie digitali nazionali, questioni che attengono l'intera catena del valore". "Gli Ott e le telco - ha proseguito Barberio - sono entrambi operatori di un mercato e creano valore in un sistema paese, e questo basta da solo a far capire quanto il problema non possa essere quello di uno scontro a due. Infine, è importante capire cosa voglia dire gestire il traffico. Quando c'è un intasamento di rete ha priorità Raffaele Barberio che vuole vedere 'Via col vento?' o l'invio di un'ecografia in alta definizione da Aosta a Roma? È la mancanza di regolazione che potrebbe creare danni all'utente, non il contrario". Capitolo Europa Nel maggio 2012 l'Olanda diventava la prima nazione europea a tutelare esplicitamente la net neutrality per legge e la seconda nazione al mondo dato che il Cile si era già dotato di una norma in materia nel luglio 2010. Nel gennaio 2013 anche la Slovenia sposava l'approccio della neutralità per legge. In Francia lo scorso anno è stato caratterizzato dalla battaglia tra Google il locale Isp “Free”, impegnato nel filtraggio delle pubblicità che apparivano sugli spazi online, sempre con l'argomento che gli “over the top” della Rete, BigG in primis, fossero colpevoli di utilizzare una smisurata quantità di banda senza pagare un costo aggiuntivo ai fornitori di connessione. Tesi che non sembrava trovare terreno fertile soprattutto in chi, come l'allora ministro dell’Economia digitale francese Fleur Pellerin, dichiarava che queste pratiche di filtraggio vadano riviste proprio perché poco compatibili con la net neutrality. Dopo pochi giorni dalla vicenda di Free, finiva sotto la lente l’attività dell'Isp Orange. Naturalmente, coinvolto era ancora BigG, che sembrava dover pagare per far transitare traffico sull’Isp “arancione”. A confermarlo era proprio il Ceo della compagnia di telecomunicazioni, Stephane Richard, che parlava di semplice “bilanciamento” tra i servizi offerti dal provider e l’enorme volume di dati generato dal search engine e dai suoi servizi. Esattamente la tesi preferita da chi non vede l’ora di scardinare l’attuale architettura di Internet, che sulla net neutrality si fonda dalle origini. E così, a marzo arrivava un report del Consiglio nazionale per il digitale nel quale si affermava con certezza: serve rinforzare le tutele alla net neutrality garantite dal quadro legale allora vigente. Posizione ribadita a stretto giro dal Senato d'oltralpe. In Germania, nel maggio 2013, la Deutsche Telekom disegnava la riduzione di velocità per gli utenti “colpevoli” di generare maggiore traffico sulle proprie reti, peraltro escludendo da questa dinamica i suoi servizi video. Un'impostazione che appare confliggere in maniera netta con la neutralità della rete (oltre che con il mercato) e che veniva bocciata in autunno da un tribunale tedesco. Ma la vera partita si gioca sul “pacchetto Kroes”. Il 17 novembre 2011 il Parlamento Europeo adottava una risoluzione nella quale si stabilivano concetti come questi: "Il carattere aperto di Internet ha rappresentato un incentivo determinante per la competitività, la crescita economica, lo sviluppo sociale e l'innovazione, portando a livelli di sviluppo straordinari per quanto riguarda le applicazioni, i contenuti e i servizi online, e ha in tal modo dato un contributo fondamentale alla crescita dell'offerta e della domanda di contenuti e servizi [ed ha] impresso un'accelerazione fondamentale alla libera circolazione di conoscenze, idee e informazioni, anche nei paesi in cui l'accesso a mezzi di comunicazione indipendenti è limitato”. Dunque, una ferma presa di posizione a favore della neutralità della Rete e contro tutte le pratiche di network management. A dicembre Parlamento e Consiglio si schieravano dalla parte del VoIP , mentre il gruppo di regolatori del Berec proponeva agli ISP continentali un “questionario sulla neutrality”, e a maggio diffondeva i dati di uno studio sulle restrizioni delle connessioni nel continente. A luglio 2012 partiva una consultazione pubblica sulla net neutrality. Nel gennaio 2013, tuttavia, il commissario Kroes apriva ad offerte “tiered” da parte degli operatori, cioè alla possibilità che le telco offrissero agli utenti la possibilità di pagare diverse tariffe per diversificati utilizzi di banda. E se nel gennaio 2013 le telco del Vecchio Continente annunciavano grandi progetti per una rete unica su scala europea, a settembre era proprio la Kroes a vedere il suo pacchetto sul mercato unico delle telecomunicazioni approvato dai commissari dell'Ue . Un passo importante che apriva subito i dubbi degli addetti ai lavori sui rischi ai quali veniva esposta la neutralità della rete in Europa. Addetti ai lavori come Quintarelli, che nella consultazione pubblica, insieme al collettivo NNSquad Italia, aveva suggerito: “Nelle reti in cui il segmento di accesso è dedicato ed in assenza di carenze strutturali di risorse, l’utente, sul suo segmento di accesso alla rete, ha il diritto di stabilire liberamente, senza costrizioni o forzature, ed essendo adeguatamente informato, quali servizi a valore aggiunto o politiche di gestione del traffico acquistare incrementalmente rispetto all’accesso base ad internet (best effort)”. Dopo l'approvazione del pacchetto, Quintarelli afferma che la difesa della net neutrality annunciata è diversa rispetto a quella messa nero su bianco all'articolo 19, che "prevede esplicitamente l'obbligo per gli operatori monopolisti di predisporre una offerta non neutrale". "Quello che ci premeva sottolineare alle autorità europee - precisa - è che la neutralità della rete è una importante forma di prevenzione di abuso di posizione dominante e quindi di procedure antitrust. Garantisce il mercato e i suoi operatori prima ancora che i diritti degli utenti". "Nella revisione delle direttive quadro sulle comunicazioni elettroniche - è intervenuto D'Angelo - si dice che il diritto alla neutralità è tale per il cittadino europeo e va garantito tramite il best effort. Dunque, c'è un principio nel sistema". A rimettere ordine sulle tempistiche dei provvedimenti è Genna: "Attualmente abbiamo un processo legislativo in corso iniziato con la proposta del settembre scorso del commissario Kroes, a ore la pronuncia della commissione Industria sul tema, una decisione che verrà ratificata dalla plenaria del Parlamento ad aprile. Infine, la conferma ufficiale del Consiglio Europeo, che si pronuncerà durante la presidenza italiana nella seconda metà dell'anno. Avremo dunque una regolazione europea della Net Neutrality entro la fine dell'anno". "Nel merito della proposta - ha continuato Genna - possiamo dire che con le modifiche del Parlamento c'è una situazione un po' ibrida. Parlamento e Commissione sono d'accordo nell'evitare eventuali manovre di disturbo che le telco possono attuare nei confronti dei servizi, ma resta aperto il tema della discriminazione tariffaria, cioè se gli operatori telecom possono tariffare diversamente gli utenti o gli operatori Internet a seconda dei servizi che scorrono nella rete; sarebbe come se l'autostrada facesse pagare diversamente il pedaggio non sulla base della dimensione dell'auto, ma del modello. Una dinamica che accade già adesso in alcuni casi, e su questo tema purtroppo la riforma del Parlamento appare abbastanza lasca". Le novità in Usa Il fragore più grande in materia di neutralità della rete è suscitato dalle vicende statunitensi, dove la questione è matura da anni e il quadro è radicalmente cambiato solo poche settimane fa quando la Corte d’Appello del District of Columbia ha bocciato le norme in materia di neutralità della rete contenute nell’Open Internet Order messo a punto nel 2010 dalla Federal Communications Commission allora presieduta dal fedelissmo di Barack Obama Julius Genachowski. È un cammino accidentato quello che negli ultimi undici anni si è sviluppato intorno alla neutralità della rete negli Stati Uniti. Nel 2002 il Cable Modem Order emanato dall’FCC sanciva l’uscita della banda larga dal novero dei servizi di telecomunicazione regolamentati dalla Commission classificandola genericamente come un “information service”. Tra anni dopo la conferma della norma da parte della Corte Suprema. Nell’aprile del 2010 il quadro veniva rafforzato dalla corte federale del distretto di Columbia, che con una decisione unanime dei tre giudici emetteva una sentenza secondo la quale l’FCC avrebbe abusato dei propri poteri quando nel 2008 aveva multato Comcast Corporation per aver deliberatamente rallentato il traffico Internet di alcuni consumatori che utilizzavano un programma di condivisione per scaricare file molto pesanti. Altro dato rilevante è la tendenza che prendeva piede a stringere accordi extra-giudiziali. A metà del 2010 Comcast veniva invece condannato al pagamento dell’irrisoria somma di 16 dollari (spalmabili su due anni) per ogni utente potenzialmente vittima dei rallentamenti del file sharing, che aveva cioè sottoscritto un contratto col provider tra il primo di aprile 2006 e il 31 dicembre 2008. Per intenderci, i 16 milioni di dollari che il provider ha dovuto sborsare rappresentavano lo 0,07% dei ricavi incassati nei 30 mesi di riferimento. Un momento importante è stato, nel 2009, appunto la nomina da parte di Barack Obama a capo dell’FCC di Julius Genachowski, favorevole all’impostazione di una rete libera e aperta e propenso a far rientrare la banda larga nella regolamentazione dei tradizionali servizi di telecomunicazione. Più che ribaltare il Cable Modem Order, Ganachowski spinse la Rete sotto le regole che avevano fino ad allora gestito i network telefonici, riconoscendo la componente di trasmissione dei servizi d’accesso al broadband come un più tradizionale servizio di telecomunicazione. Un anno dopo vedeva la luce l’Open Internet Order sopra menzionato. A chi giudicava e giudica superato l’approccio di una rete neutrale, soprattutto nel mondo del mobile, e ai provider e fornitori di contenuti che avevano intavolato accordi continuava a contrapporsi la visione di Genachowski e degli operatori spaventati dal riscio di essere relegati in una Internet di “serie B”. Nel settembre 2011 la FCC ribadiva le sue regole sulle neutralità in un documento in cui si parla di trasparenza su tutta la filiera, impossibilità di blocchi e divieto assoluto di irragionevoli discriminazioni tra i contenuti che passano sulle reti dei provider. Poche settimane dopo, la sentenza che è entrata a gamba tesa nello scenario della Net Neutrality a stelle e strisce. È di pochi giorni fa la notizia che la Federal Communications Commission (FCC) non presenterà un ulteriore appello dopo la sentenza sfavorevole. Ad annunciarlo è il nuovo numero uno della Commission Tom Wheeler, che rilancia con la notizia di un nuovo regolamento all'orizzonte che potrebbe avere come cardine fondamentale la valutazione “caso per caso” ma che di sicuro dovrà sciogliere il nodo attorno alla classificazione dei servizi di connettività come common carriers o telecommunication services. “Nella sentenza che vedeva la FCC contrapposta a Verizon – si legge in una dichiarazione – la Corte ci ha invitato ad agire per preservare un Internet libero e aperto. Ho intenzione di accettare l’invito e proporre norme in grado di impedire il blocco improprio e la discriminazione del traffico Internet, garantendo una vera trasparenza nel modo in cui gli Internet Service Provider gestiscono il traffico e un rafforzamento della concorrenza”. Lo stesso Wheeler, tuttavia, qualche settimana prima della sentenza si era detto favorevole all’imposizione di una tariffa, da parte degli Isp, nei confronti di servizi come Netflix. “Sono un convinto sostenitore del mercato – aveva dichiarato – Penso che ci stiamo preparando a vedere un mercato a due facce dove Netflix potrebbe dire: ‘Bene, io pago per fare in modo che il mio abbonato possa ricevere la migliore trasmissione di questo film’ ”. Esternazioni alle quali fecero seguito pesanti critiche di organismi come Public Knowledge PV, che per bocca di Michael Weinberg parlava di “endorsement contro la neutralità della rete che vorrebbe lasciare agli Isp il potere di scegliere i vincitori e i vinti dell’online”. Vedremo quale dei due aspetti prevarrà nel nuovo regolamento che la Commission si prepara a mettere a punto, mentre si sollevano le preoccupazioni anche in virtù della parallela concentrazione del mercato della distribuzione dei contenuti online e si rivela sempre più attuale lo scenario in cui fornitori di contenuti che sono anche Isp potrebbero essere tentati di discriminare i servizi di distribuzione concorrenti. Non da meno, accordi come quello stretto da poche ore tra Comcast e Netflix. "Una premessa fondamentale - ha chiosato ieri D'Angelo - è non limitarsi ad analizzare le questioni relative alla neutralità solo all'interno del cattivo rapporto tra telco ed Over the Top. Capisco che il problema dell'equilibrio delle revenues sia centrale e tocchi tanti interessi, ma concentrarsi solo su essi significa mettere in secondo piano i consumatori utenti e i loro diritti. E attenzione, stiamo spesso parlando di diritti fondamentali. O anche solo economici, perché se un operatore come Netflix dovrà pagare una tariffa è scontato che si rifarà di un tale aggravio sull'utente finale". Immagine in home page: Webnews.it LEGGI “Net Neutrality, niente ricorso per l’FCC. Un nuovo regolamento dovrà sciogliere il nodo intorno ai 'common carriers' ” LEGGI “Gli 'Sponsored data' per i content provider, una nuova strategia per il mobile di AT&T. Ma è polemica sul rispetto della Net Neutrality ” LEGGI “AT&T brevetta un nuovo strumento per individuare i ‘pirati’ ” LEGGI “L’integrazione europea delle telecoms: le ragioni della Commissione e quelle di AGCOM” di Innocenzo Genna 24 febbraio 2014

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