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Timestamp: 2019-06-18 03:16:46+00:00

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Bancarotta fraudolenta amministratore di fatto - Avvocato Umberto Davide
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in tema di bancarotta fraudolenta, i destinatari delle norme di cui alla L. Fall., articoli 216 e 223 vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate, non gia’ rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti posti in essere in adempimento della qualifica ricoperta
Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 22 febbraio 2017, n. 8479
avverso la sentenza del 06/03/2015 della Corte di Appello di Salerno;
1. Con sentenza del 06/03/2015 la Corte di Appello di Salerno confermava la sentenza di condanna alla pena ritenuta di giustizia emessa il 29/01/2009 dal Tribunale di Salerno nei confronti di (OMISSIS) e (OMISSIS), imputati del reato di cui al Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267, articolo 216, comma 1, nn. 1 e 2, articolo 219, comma 2, n. 1, per avere, in qualita’ di amministratore unico e legale rappresentante (cariche nelle quali gli imputati si erano succeduti nel 2002), ed il (OMISSIS) anche in qualita’ di amministratore di fatto, della societa’ ” (OMISSIS) s.r.l.”, commesso fatti di bancarotta fraudolenta documentale, mediante sottrazione o distruzione di tutti i libri e le scritture contabili, e patrimoniale, mediante distrazione di tutti i beni strumentali, merci e rimanenze; fallimento dichiarato con sentenza del 12/02/2005.
2.1. Violazione di legge processuale: lamenta che, in seguito al rinvio dell’udienza del 15/07/2011 per impedimento dell’imputato, non sia stato notificato l’avviso di differimento dell’udienza al medesimo.
2.2. Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’affermazione di responsabilita’ quale amministratore di fatto: deduce che la sentenza di appello si sia limitata ad una motivazione per relationem, omettendo di valutare le specifiche doglianze proposte con l’appello, e sul rilievo che, al momento dell’apposizione dei sigilli, non veniva trovata traccia della societa’, dei beni strumentali, delle merci e delle rimanenze; lamenta che la Corte di Appello non abbia motivato in ordine agli elementi di prova che fondavano l’estraneita’ del (OMISSIS) all’amministrazione della societa’ all’indomani della sua uscita dalla compagine sociale, il 22/02/2002, come riferito: dai fornitori della societa’ ( (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS)), che hanno escluso di avere intrattenuto rapporti con l’imputato; dal repartista, (OMISSIS), che ha riferito di non aver piu’ visto il (OMISSIS) dopo le dimissioni, e di aver avuto rapporti solo con il (OMISSIS), che gestiva i rapporti con i terzi e provvedeva al pagamento delle sue spettanze; dal commercialista, dott. (OMISSIS), che aveva riferito di aver seguito la contabilita’ della societa’ fino alle dimissioni del (OMISSIS), e di avere successivamente interrotto il rapporto professionale; sostiene il ricorrente che l’affermazione di responsabilita’ sarebbe fondata soltanto sulle dichiarazioni rese dal curatore fallimentare, Avv. (OMISSIS), secondo il quale amministratore di fatto “dovrebbe essere stato il (OMISSIS)”, in virtu’ della documentazione da questi sottoscritta e delle dichiarazioni del proprietario dell’immobile, (OMISSIS); tuttavia, la documentazione richiamata si esaurisce nella sottoscrizione del contratto di locazione dell’immobile, firmato quando era in carica, nel 2001; in ordine ai beni strumentali, invece, rileva che questi erano riconducibili alla societa’ del (OMISSIS), dalla quale erano stati fittati, e dunque questi aveva interesse a distogliere l’attenzione dalla propria condotta; del resto, in sede di rinnovazione dell’istruttoria, (OMISSIS) dichiarava che i beni non erano stati portati via, ma soltanto la merce; nondimeno, la sentenza omette di valutare tali circostanze, ovvero che (OMISSIS) era proprietario di tutti i beni strumentali, che recupera all’interno dell’immobile, per sua stessa ammissione, assumendo tuttavia di aver perso la merce, pur non essendosi insinuato al passivo.
2.3. Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al diniego dell’attenuante di cui all’articolo 219 L.F.: deduce che la mancanza di attivo, posta a fondamento del diniego, deriverebbe dall’assenza di beni tali da consentire la copertura del passivo; ma i beni strumentali erano di proprieta’ del (OMISSIS), che li ha recuperati, e le merci asseritamente distratte non sono state quantificate; tuttavia, il fallimento e’ scaturito dalle istanze di due societa’ per un importo di circa Euro 20.000,00, che oggi non consentirebbe neppure il fallimento.
2.4. Violazione di legge e vizio di motivazione: lamenta l’omessa motivazione in ordine alla richiesta di sostituzione della pena con la semi detenzione.
1. Il ricorso e’ fondato limitatamente al quarto motivo.
2. Il primo motivo e’ inammissibile, in quanto tardivo.
Invero, l’omessa notifica all’imputato – al quale sia ritualmente notificato il decreto di citazione a giudizio – dell’avviso di fissazione della nuova udienza, nel caso di rinvio del dibattimento per legittimo impedimento del medesimo imputato, da’ luogo ad una nullita’ a regime intermedio, come tale sanabile se non dedotta nei termini di cui all’articolo 180 c.p.p. e, nel caso in cui la parte assista al compimento di atti che richiedano il predetto avviso, nei termini di cui all’articolo 182 c.p.p., comma 2 (Sez. 5, n. 17027 del 23/01/2013, Musciola’, Rv. 255503; Sez. 1, n. 18147 del 02/04/2014, Messina, Rv. 261995); l’eccezione di omessa notifica dell’avviso, tuttavia, non e’ stata proposta immediatamente, alla successiva udienza, sicche’ deve ritenersi sanata.
3. Il secondo motivo e’ inammissibile, non soltanto perche’ ripropone i medesimi motivi proposti con l’atto di appello, e motivatamente respinti dalla Corte territoriale, senza alcun confronto argomentativo con la sentenza impugnata (ex plurimis, Sez. 3, Sentenza n. 31939 del 16/04/2015, Falasca Zamponi, Rv. 264185; Sez. 6, n. 13449 del 12/02/2014, Kasem, rv. 259456), ma anche perche’ propone doglianze eminentemente di fatto, riservate al merito della decisione.
Va infatti evidenziata l’inammissibilita’ delle doglianze relative alla valutazione del ruolo e della compartecipazione dell’imputato, quale amministratore di fatto, nelle condotte distrattive, in quanto sollecitano, in realta’, una rivalutazione di merito preclusa in sede di legittimita’; infatti, pur essendo formalmente riferite a vizi riconducibili alle categorie del vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 606 c.p.p., sono in realta’ dirette a richiedere a questa Corte un inammissibile sindacato sul merito delle valutazioni effettuate dalla Corte territoriale (Sez. U, n. 2110 del 23/11/1995, Fachini, Rv. 203767; Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone, Rv. 207944; Sez. U, n. 24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794).
In particolare, con le censure proposte il ricorrente non lamenta una motivazione mancante, contraddittoria o manifestamente illogica – unici vizi della motivazione proponibili ai sensi dell’articolo 606 c.p.p., lettera e) -, ma una decisione erronea, in quanto fondata su una valutazione asseritamente sbagliata.
Tuttavia, nel rammentare che la Corte di Cassazione e’ giudice della motivazione, non gia’ della decisione, come si desume da una lettura sistematica degli articoli 606 e 619 c.p.p., ed esclusa l’ammissibilita’ di una rivalutazione del compendio probatorio, va al contrario evidenziato che la sentenza impugnata ha fornito logica e coerente motivazione in ordine alla ricostruzione dei fatti, con argomentazioni prive di illogicita’ (tantomeno manifeste) e di contraddittorieta’.
La Corte territoriale, infatti, ha affermato, con apprezzamento di fatto immune da censure, e dunque insindacabile in sede di legittimita’, che la responsabilita’ di (OMISSIS) quale amministratore, prima di diritto, e poi di fatto, della societa’ e’ stata desunta dalla completa distrazione dei beni strumentali, essendo stati rinvenuti soltanto i locali, locati dal (OMISSIS), in rifacimento, dalla chiusura dei conti correnti, e dalla completa insolvenza, anche del contratto di locazione; la dismissione della carica di amministratore da parte del (OMISSIS), avvenuta il 22/02/2002, era in realta’ solo formale, in quanto il successivo amministratore di diritto, (OMISSIS), coimputato dell’odierno ricorrente, aveva riferito di essere stato soltanto una “testa di legno”, e di non aver mai partecipato all’attivita’ sociale; anche i rapporti di conto corrente intrattenuti dalla societa’ con un istituto di credito risultavano chiusi nell’aprile del 2002, con saldi negativi; inoltre, il (OMISSIS), pur dismettendo formalmente la carica di amministratore in favore del (OMISSIS), era rimasto titolare di una quota pari a circa il 90% del capitale, l’altro 10% essendo nella titolarita’ di un suo nipote.
Con riferimento alle doglianze relative all’effettivita’ del ruolo di amministratore di fatto, va rammentato che, in tema di bancarotta fraudolenta, i destinatari delle norme di cui alla L. Fall., articoli 216 e 223 vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate, non gia’ rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti posti in essere in adempimento della qualifica ricoperta (Sez. 5, n. 41793 del 17/06/2016, Ottobrini, Rv. 268273, che, in motivazione, ha ritenuto corretta l’individuazione dell’imputato quale amministratore di fatto, in quanto effettuata sulla base di indici sintomatici quali: il conferimento di deleghe in suo favore in fondamentali settori dell’attivita’ di impresa, la diretta partecipazione alla gestione della vita societaria, la costante assenza dell’amministratore di diritto e la mancata conoscenza di quest’ultimo da parte dei dipendenti); la nozione di amministratore di fatto, introdotta dall’articolo 2639 c.c., postula l’esercizio in modo continuativo e significativo dei poteri tipici inerenti alla qualifica od alla funzione; nondimeno, significativita’ e continuita’ non comportano necessariamente l’esercizio di tutti i poteri propri dell’organo di gestione, ma richiedono l’esercizio di un’apprezzabile attivita’ gestoria, svolta in modo non episodico o occasionale. Ne consegue che la prova della posizione di amministratore di fatto si traduce nell’accertamento di elementi sintomatici dell’inserimento organico del soggetto con funzioni direttive – in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell’attivita’ della societa’, quali sono i rapporti con i dipendenti, i fornitori o i clienti ovvero in qualunque settore gestionale di detta attivita’, sia esso aziendale, produttivo, amministrativo, contrattuale o disciplinare – il quale costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimita’, ove sostenuta da congrua e logica motivazione (Sez. 5, n. 35346 del 20/06/2013, Tarantino, Rv. 256534).
Ed anche le doglianze relative all’asserita carenza di credibilita’ del proprietario dei locali ove si svolgeva l’attivita’ sociale, (OMISSIS), sono inammissibili, in quanto sollecitano una rivalutazione del compendio probatorio, peraltro su una base valutativa selezionata in maniera del tutto arbitraria e parziale, proponendo una mera lettura alternativa, e per di piu’ ipotetica, di singoli elementi congetturali (Sez. 2, n. 30918 del 07/05/2015, Falbo, Rv. 264441. “E’ inammissibile il ricorso per cassazione i cui motivi si limitino genericamente a lamentare l’omessa valutazione di una tesi alternativa a quella accolta dalla sentenza di condanna impugnata, senza indicare precise carenze od omissioni argomentative ovvero illogicita’ della motivazione di questa, idonee ad incidere negativamente sulla capacita’ dimostrativa del compendio indiziario posto a fondamento della decisione di merito”).
4. Il terzo motivo e’ manifestamente infondato.
Al riguardo, e’ pacifico che la circostanza attenuante del danno di speciale tenuita’, prevista dalla L. Fall., articolo 219, comma 3, configurabile quando il danno arrecato ai creditori e’ particolarmente tenue o manca del tutto, la valutazione rimessa al giudice non puo’ limitarsi alla considerazione degli importi delle somme non registrate nelle scritture contabili, ma deve estendersi alle dimensioni dell’impresa, al movimento degli affari, all’ammontare dell’attivo e del passivo, nonche’ all’incidenza che la condotta illecita ha avuto sul danno derivato alla massa dei creditori (Sez. 5, n. 20695 del 29/01/2016, Chiti, Rv. 267147; Sez. 5, n. 17351 del 02/03/2015, Pierini, Rv. 263676); il giudizio relativo alla particolare tenuita’ del fatto deve essere posto in relazione alla diminuzione, non percentuale ma globale, che il comportamento del fallito ha provocato alla massa attiva che sarebbe stata disponibile per il riparto ove non si fossero verificati gli illeciti (Sez. 5, n. 13285 del 18/01/2013, Pastorello, Rv. 255063).
Tanto premesso, la sentenza impugnata risulta aver fatto buon governo dei principi richiamati, evidenziando, con apprezzamento di fatto immune da censure di illogicita’, e dunque insindacabile in sede di legittimita’, che l’invocata attenuante non era applicabile, poiche’ il fallimento era stato chiuso per totale inattivita’, per impossibilita’ di realizzazione di attivo dovuta alla totale mancanza delle scritture contabili, a nulla rilevando l’esiguita’ delle insinuazioni al passivo, dovute alla loro assoluta inutilita’, in presenza di una societa’ totalmente priva di attivo.
Motivazione che, del resto, e’ conforme al principio, espresso dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, in tema di bancarotta fraudolenta documentale, la particolare tenuita’ del fatto di cui alla L. Fall., articolo 219, comma 3, deve essere valutata in relazione al danno causato alla massa creditoria in seguito all’incidenza che le condotte integranti il reato hanno avuto sulla possibilita’ di esercitare le azioni revocatorie e le altre azioni poste a tutela degli interessi creditori (Sez. 5, n. 19304 del 18/01/2013, Tumminelli, Rv. 255439).
5. Il quarto motivo e’ fondato.
Dalla stessa sentenza risulta infatti la richiesta di sostituzione della pena detentiva con la sanzione pecuniaria, ai sensi della I. n. 689 del 1981, articolo 53.
Al riguardo, e’ pacifico che la richiesta di sostituzione della pena detentiva avanzata dall’imputato impone al giudice di motivare le eventuali ragioni di diniego (Sez. 1, n. 25833 del 23/04/2012, Testi, Rv. 253102), e che la sostituzione della pena detentiva con la corrispondente pena pecuniaria e’ compatibile sia con il beneficio della sospensione condizionale della pena che con l’indulto (Sez. 2, n. 23346 del 03/05/2016, Ndiaye, Rv. 266910), trattandosi di istituti che attengono l’uno alla fase di determinazione della pena e l’altro, invece, alla fase esecutiva (Sez. 2, n. 47157 del 14/11/2012, Diop, Rv. 253902, che ha ritenuto la compatibilita’ della sanzione sostitutiva pecuniaria con l’indulto anche considerando che la revoca di questo non determina automaticamente la revoca della prima, a differenza di quanto previsto per la semidetenzione e per la liberta’ controllata).
Tanto premesso, nonostante l’istanza di sostituzione, non risulta alcuna pronuncia in merito alla richiesta difensiva; ne consegue l’annullamento della sentenza impugnata limitatamente alla determinazione della pena, con riferimento alla sostituibilita’ della pena detentiva con la semidetenzione, con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Salerno per nuovo esame.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla determinazione della pena con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Salerno per nuovo esame. Rigetta nel resto.
Bancarotta fraudolenta impropria e prefallimentare per distrazione

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