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In Russia la presunzione di innocenza non esiste!Diritti Europa
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Posted by: Luca Gulino in I diritti in Europa, In evidenza, Ingiusta detenzione, Sistema CEDU 15 novembre 2012
Libertà e sicurezza – Sentenza Pyatkov v. Russia, 13 Novembre 2012
Un altro caso spinoso è approdato alla Corte di Strasburgo, riguarda la Russia ed è relativo alle vicende giudiziarie del signor Pyatkov. La sua misura detentiva cautelare infatti viene sistematicamente estesa durante il procedere delle indagini e arriva a dilatarsi fino a 29 mesi! I motivi di tutto questo? La pericolosità presunta del soggetto. La vicenda dai notevoli risvolti penali, è agghiacciante dal punto di vista giuridico – procedimentale.
IL CASO – La storia di Yuriy Aleksandrovich Pyatkov inizia nel 2006 quando viene arrestato poiché ritenuto, assieme ad altre persone di far parte di un’organizzazione dedita al traffico di droga su larga scala. Il fascicolo degli inquirenti sulla sua persona è formato da ben 160 pagine e su di lui non pende certo un giudizio positivo. Dopo un breve periodo di detenzione cautelare, il tribunale, considerando il reato punibile e l’impossibilità di irrorare una sanzione meno restrittiva, decide di confermare la misura ed estenderla per un tempo non precisato. Tutto ciò è dipeso dalle valutazioni fatte sulla persona del signor Pyatkov; è stato infatti preso in considerazione che Pyatkov fosse un tossicodipendente abituale ma soprattutto un soggetto con già parecchi precedenti penali alle spalle, e per questo motivo, i giudici, spinti dal timore che se lasciato libero o comunque senza una stretta vigilanza, avrebbe potuto causare altri pericoli o addirittura fuggire dal territorio russo, hanno deciso per la sua detenzione “definitiva”.
Caratteristico del suo periodo in carcere è stato il continuo utilizzo di proroghe da parte dei giudici nel mantenere lo status quo detentivo, senza rivalutare il caso o comunque rendersi conto dell’assurdo che si stava creando. La sua detenzione infatti è stata confermata in maniera molto rapida in almeno 6 riesami (derivanti da altrettanti ricorsi del richiedente). Ogni riesame si concludeva con la stessa decisione, ovvero che il soggetto fosse pericoloso e che non era indicato un suo rilascio per timore di un eventuale fuga. Si sceglieva sempre la strada più facile insomma.
Il periodo di carcere che doveva essere di 18 mesi si è quindi protratto con l’ultima sentenza del 22 febbraio 2009 fino a 32 mesi e 24 giorni! Ovviamente a quest’ultima sentenza è seguito un ricorso, fondato sul fatto che mancavano i requisiti e le circostanze per dilatare in maniera così arbitraria la pena e soprattutto, se si considerava lo stato di salute che era in costante peggioramento, ci dovevano essere sicuramente altre misure da considerare. Alcuni esami clinici avevano infatti evidenziato segni di virus riferibili alla tubercolosi, contratta sicuramente all’interno dell’istituto penitenziario.
Assieme al suo avvocato, il signor Pyatkov ha quindi studiato una linea difensiva che contrariamente al termine, ha mosso delle vere e proprie accuse al governo russo e alle autorità carcerarie. Se era vero infatti che la legge consentiva ai giudici di trattenerlo in carcere, non era possibile che i termini della detenzione fossero indeterminati. La certezza del diritto era minata, non poteva continuare una situazione del genere ed era necessaria almeno una sentenza definitiva di condanna che stabilisse un termine ben definito. Altro argomento importante riguardava lo stato di salute, sempre più cagionevole di Pyatkov. Se all’ingresso in carcere la visita medica non aveva riscontrato nulla di rilevante, con il passare dei mesi, erano stati riscontrati dei focolai di tubercolosi ed erano state improntate tutte le cure del caso. Il virus quindi era stato contratto all’interno dell’istituto, e su questo tema la tesi dell’avvocato faceva parecchia forza perché significava che il sistema medico all’interno del carcere aveva fallito causando addirittura un danno al suo assistito.
Il Governo russo, quando è stato chiamato in causa, ha rigettato tutte le accuse, sostenendo che l’intero periodo di detenzione del ricorrente era basato su pertinenti e sufficienti ragioni che giustificavano il tutto. La complessità di quell’operazione, che vedeva coinvolte altre 29 persone all’interno di un’organizzazione criminale giustificava la durata di quel procedimento penale. In riferimento allo stato di salute del detenuto, e nello specifico al caso di tubercolosi presunto, il Governo ha sostenuto che non si può affermare con certezza che il contagio sia avvenuto in carcere, anche perché in questi casi basta davvero poco, in un individuo con un sistema immunitario debole, a essere già infetto dalla malattia e anche nell’ipotesi di incubazione in carcere, il personale medico aveva comunque garantito la profilassi necessaria per la cura del caso. Non trovando tutela all’interno dei tribunali nazionali, ma vedendosi anzi riconfermare il carcere, non è rimasto che rivolgersi alla Corte Edu.
CORTE EDU – Con il ricorso alla Corte di Strasburgo, il ricorrente si è lamentato di come la sua detenzione fosse stata illegittima poiché dopo la scadenza dei termini massimi previsti dalla legge, era stata estesa parecchie volte senza alcuna motivazione. Ha invocato quindi la violazione dell’Art. 5 Cedu (Ogni individuo ha diritto alla libertà e alla sicurezza della propria persona. Nessuno può essere privato della libertà, salvo che nei casi seguenti e nei modi con una procedura prescritta dalla legge.)
La Corte, valutati i fatti, ha sostenuto che qualsiasi privazione della libertà deve essere in linea con lo scopo di proteggere l’individuo da un’applicazione arbitraria della legge. Il diritto interno russo prevede una detenzione cautelativa (per la durata dell’inchiesta) di 18 mesi per soggetti accusati di reati particolarmente gravi; alla scadenza di questo termine è prevista una proroga su decisione giudiziaria, con concessione all’imputato di accedere al fascicolo avente ad oggetto l’indagine sul suo conto. Nel caso specifico, non vi è alcun dubbio che inizialmente la detenzione del ricorrente fosse stata giustificata da un ragionevole sospetto di coinvolgimento all’interno dell’organizzazione criminale, ma questi elementi non potevano essere considerati idonei a giustificare una prosecuzione del provvedimento detentivo. I ragionamenti dei giudici russi infatti si sono ancorati alla pericolosità del soggetto e non al prosieguo delle indagini e agli sviluppi che ne derivavano. Ne è derivata praticamente una condanna anticipata per Pyatkov, visto che il suo passato comunque non poteva essere cancellato. Sarebbe stato considerato sempre un soggetto pericoloso alla luce dei reati già commessi in precedenza. Per questo motivo la Corte ha ritenuto il comportamento dei giudici russi come una grave pecca nell’applicazione della legislazione vigente in materia ma soprattutto come un danno causato al ricorrente che si è visto costantemente bloccare le sue richieste di scarcerazione o almeno di spiegazione per quello che stava subendo. La presunzione di innocenza è stata stravolta, ci si è basati su supposizioni e forse pregiudizi per arrivare a un risultato sostanzialmente forse giusto (i giudici hanno impedito al soggetto di delinquere) ma formalmente da censurare.
La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Pyatkov v. Russia del 13 Novembre 2012
Art 5 CEDU Nina Vajić Prima Sezione Russia	2012-11-15
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