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Newsletter n. 28 del 17 novembre 2015, Studio Lana – Lagostena Bassi
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Adozioni in casi particolari: il Tribunale per i Minorenni di Roma accoglie la domanda di adozione avanzata dalla compagna della madre biologica.
Danno da vaccinazione: la conformità al protocollo sanitario esclude la responsabilità medica.
Corte Costituzionale: non è reato selezionare gli embrioni sani.
Caso Bondavalli c. Italia: nuova condanna della Corte europea nei confronti dell’Italia in materia di minori e famiglia.
Incontro con i rappresentanti del quartetto del dialogo tunisino-nobel per la pace 2015.
Con la sentenza n. 291 del 2015, il Tribunale per i Minorenni di Roma ha accolto la domanda per l’adozione di una bambina avanzata dalla compagna della ‘mamma biologica’.
Con ricorso al tribunale per i minorenni di Roma, la ricorrente riferiva di avere intrapreso, dal febbraio 2009, una relazione sentimentale omosessuale. Nell’ottobre 2012, la coppia si recava in Belgio per sottoporsi alle pratiche di procreazione assistita. Dopo la nascita, la ricorrente chiedeva al tribunale di poterla adottare. L’Autorità Giudicante accoglieva la domanda della ricorrente.
L’adozione richiesta – c.d. adozione in ‘casi particolari’ – mira a realizzare l’interesse del minore ad una famiglia ed a garantire al minore la stabilità necessaria sotto il profilo educativo ed affettivo.
Nel caso di specie, il tribunale non ha ravvisato alcun conflitto d’interessi tra la figlia e la madre pur trattandosi di conviventi del medesimo sesso.
Ciò, in primo luogo, alla luce dell’inequivoco dato letterale di cui all’art. 44, comma 1, lett. d) della legge n. 184 del 1983 (come modificata nel 2001): tale norma non discrimina tra coppie conviventi eterosessuali o omosessuali. Una lettura in senso diverso sarebbe , peraltro, contraria alla ratio legis, al dato costituzionale nonché ai principi di cui alla Convenzione europea sui diritti umani (“CEDU”), di cui l’Italia è parte.
Osserva il Collegio che, alla luce delle motivazioni svolte, sarebbe illegittimo respingere la domanda sottoposta dalla ricorrente “solo ed esclusivamente a motivo del suo orientamento sessuale, in aperto contrasto con la lettera e la ratio della norma, nonché con i principi costituzionali e i diritti fondamentali garantiti dalla CEDU”.
Nel caso di specie, non si può non tenere conto delle situazioni che sono da tempo esistenti e cristallizzate: la minore è nata e cresciuta con la madre e la sua compagna, instaurando con loro un legame inscindibile che, a prescindere da qualsiasi ‘classificazione giuridica’, nulla ha di diverso rispetto a un vero e proprio vincolo genitoriale. Negare alla bambina i diritti e i vantaggi che derivano da questo, rapporto costituirebbe certamente una scelta non corrispondente all’interesse della minore, che, come indicato dalla Corte Costituzionale stessa e dalla Corte Europea dei Diritto dell’Uomo, occorre sempre valutare in concreto.
Il testo della sentenza è consultabile cliccando QUI.
Con sentenza del 20 ottobre 2015 n. 21177, in tema di responsabilità medica e danno da vaccinazione, la Corte di Cassazione ha escluso l’indennizzo qualora il medico abbia eseguito l’iniezione intramuscolare nel rispetto del relativo protocollo sanitario, sia per quanto concerne la localizzazione che per le mo dalità operative.
Nello specifico, i giudici della Suprema Corte hanno respinto il ricorso promosso da una donna napoletana, già soccombente nei due gradi di merito, la quale aveva chiesto il risarcimento per i «postumi permanenti» insorti a seguito della somministrazione del vaccino obbligatorio antitifico: l’iniezione intramuscolare, eseguita da una dottoressa della Asl di Napoli, aveva infatti toccato e, di conseguenza, danneggiato il nervo circonflesso.
La Cassazione, confermando il dictum dei giudici di merito secondo i quali la causa della lesione doveva essere identificata nella particolare conformazione del nervo (differente per ogni individuo), e confermando altresì la sussistenza del nesso causale tra la vaccinazione e il danno riportato, ha sottolineato che nessuna responsabilità può essere addebitata al medico, né alla Asl di competenza, in quanto l’iniezione era stata eseguita in conformità a quanto previsto nei protocolli sanitari. La dottoressa, invero, non era tenuta ad effettuare ulteriori e più approfonditi accertamenti preventivi, essendo la vaccinazione una pratica abitudinaria in ambito sanitario. Da tali considerazioni discende che il danno subito dalla ricorrente è attribuibile al caso fortuito ovvero all’andamento variabile e talvolta imprevedibile del nervo circonflesso, così come accertato dalla consulenza tecnica eseguita nella fase di merito.
La Corte conclude la pronuncia in esame attraverso il richiamo ad un proprio precedente, in particolare la sentenza n. 17143 del 9 ottobre 2012, in cui si specifica che «nei giudizi di risarcimento del danno causato da attività medica, l’attore ha l’onere di allegare e di provare l’esistenza del rapporto di cura, il danno ed il nesso causale, mentre ha l’onere di allegare (ma non anche di provare) la colpa del medico; quest’ultimo, invece, ha l’onere di provare che l’eventuale insuccesso dell’intervento, rispetto a quanto concordato o ragionevolmente attendibile, è dipeso da causa a sé non imputabile».
Lo scorso 21 ottobre 2015 la Consulta ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 13, commi 3, lettera b), e 4 della legge n. 40 del 2004 in materia di procreazione assistita, nella parte in cui contempla come ipotesi di reato la selezione degli embrioni anche nei casi in cui questa sia esclusivamente finalizzata ad evitare l’impianto nell’utero della donna di embrioni affetti da malattie genetiche trasmissibili gravi.
La questione di costituzionalità era stata sollevata dal Tribunale di Napoli nell’ambito di un procedimento penale contro un gruppo di medici rinviati a giudizio con l’accusa di produrre embrioni umani con fini diversi da quelli previsti dalla legge 40, effettuando una selezione eugenetica e la soppressione di embrioni affetti da patologie. Secondo il giudice a quo, le norme impugnate contrastano con gli articoli 2, 3, 32 e 117, co. 1 (in relazione all’art. 8 Cedu) della Costituzione, nella parte in cui sanzionano penalmente “ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni”, senza escludere il caso in cui la condotta del medico “sia finalizzata ad evitare l’impianto nell’utero della donna degli embrioni affetti da malattie genetiche”.
Nel dichiarare fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 13 della legge 40, la Corte richiama la sentenza n. 96/2015, nella quale era stata dichiarata l’illegittimità della legge 40, nella parte in cui non consentiva il ricorso alla procreazione medicalmente assistita alle coppie fertili affette da gravi malattie genetiche, rispondenti ai criteri di gravità individuati dalla legge 194/1978 sulla tutela della maternità e l’interruzione della gravidanza, e accertate da strutture pubbliche.
Con la sentenza del 17 novembre 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna nuovamente l’Italia per la violazione dell’art. 8 della Convenzione, che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare.
In particolare, nel caso in oggetto – Bondovalli c. Italia (su ricorso n. 35532/12), la Corte ha affermato la responsabilità delle giurisdizioni interne per non aver preso in adeguata considerazione l’interesse preminente del minore a mantenere un rapporto con entrambi i genitori naturali.
All’esito dei giudizi nazionali, il ricorrente vedeva, infatti, ampiamente sacrificato il proprio diritto di visita del bambino, affidato in via esclusiva alla madre, sulla base di relazioni dei servizi sociali, oltre che di una perizia psichiatrica, disposta nel corso del procedimento interno, che aveva rilevato un disturbo ossessivo della personalità del ricorrente.
A nulla sono valse, le eccezioni ed impugnazioni formulate da quest’ultimo per contestare la non imparzialità dei servizi sociali, con i quali la madre del bambino aveva già avuto contatti per motivi professionali, oltre che del CTU nominato per la perizia, già compagno di studi della donna. Il ricorrente aveva, dunque, chiesto che venisse disposta una nuova perizia ad opera di un diverso medico e che il caso fosse affidato ai servizi sociali di un altro comune.
Tali richieste non sono mai state accolte dalle istanze nazionali, che continuavano a confermare la statuizione del tribunale di primo grado, affidando in via esclusiva il bambino alla madre e concedendo al padre un diritto di visita limitato ad alcune ore settimanali, in presenza di un assistente sociale.
Pertanto, il ricorrente si rivolgeva alla Corte europea lamentando che le autorità nazionali avessero fallito nel loro obbligo positivo di porre in essere tutti gli sforzi necessari per preservare la relazione genitore-figlio, avendo omesso di valutare le risultanze istruttorie con la dovuta diligenza, in spregio all’interesse preminente del minore.
La Corte ha fortemente criticato l’intervento scelto dalle autorità competenti italiane, ritenendo che le stesse non avessero sufficientemente lavorato per salvaguardare il legame genitore-figlio, irrimediabilmente pregiudicato dalle misure disposte in relazione al diritto di visita del padre.
In particolare, la Corte evidenzia che le autorità nazionali avrebbero dovuto riconsiderare, in sede di impugnazione, lo stato di salute mentale del ricorrente, alla luce delle nuove circostanze dallo stesso addotte relativamente, da un lato, alle perizie psichiatriche alle quali l’uomo si era successivamente sottoposto e, dall’altro, all’arbitraria cancellazione da parte dei servizi sociali di molti incontri padre-figlio, già programmati.
Pertanto, la Corte di Strasburgo ha condannato nuovamente il Governo italiano per la violazione di cui all’art. 8 CEDU, che impone allo Stato non solo di proteggere l’individuo contro le interferenze arbitrarie da parte delle autorità pubbliche, ma anche di ottemperare agli obblighi positivi sottesi alla richiamata norma, che impongono l’adozione di tutte le misure necessarie di rispetto della vita familiare, soprattutto in relazione alla salvaguardia dei minori e del loro diritto alla bigenitorialità.
Il testo integrale della sentenza è dispone qui.
Lo scorso 7 novembre, si è tenuto a Roma, presso la sede del Consiglio nazionale forense, l’incontro istituzionale tra le quattro organizzazioni tunisine, vincitrici del Premio Nobel per la Pace 2015 (l’Ordine nazionale degli avvocati tunisini, la Lega tunisina dei diritti dell’uomo, il sindacato UGTT e la confederazione dell’industria, artigianato e commercio Utica) e le quattro str utture omologhe italiane (il CNF, l’UFTDU, la CGIL e Confindustria) e le quattro strutture omologhe italiane (il CNF, l’UFTDU, la CGIL e Confindustria).
L’evento, ideato dal Consiglio Nazionale Forense e dall’Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani, intende esprimere la volontà dell’avvocatura e delle associazioni della società civile italiane di manifestare solidarietà e sostegno alla lotta per la libertà, la democrazia e la giustizia in Tunisia e pone le basi per pianificare future iniziative di cooperazione tra i due paesi.
“La collaborazione tra sponde del Mediterraneo e, soprattutto tra Italia e Tunisia, è fondamentale oggi per via dell’attuale espansione dello Stato islamico in alcune zone rilevanti del medio oriente e del Maghreb, per le quali l’esperienza della Tunisia costituisce invece un baluardo di democrazia e libertà” ha affermato l’Avv. Anton Giulio Lana, che è intervenuto all’incontro in qualità di Segretario Generale dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani.
L’evento è stato introdotto dall’Avv. Andrea Mascherin, Presidente del Consiglio nazionale forense, che ha ribadito: “Il CNF è convinto che le Avvocature possano fare molto per promuovere lo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi, contribuendo a creare opportune condizioni giuridiche e promuovendo correttamente i diritti di cittadini e imprese” ha aggiunto il Presidente Mascherin.
I rappresentanti delle organizzazioni tunisini sono intervenuti per testimoniare i fatti, gli eventi, le motivazioni che li hanno indotti a lavorare insieme in Tunisia e che hanno portato a questo storico riconoscimento.
In particolare, il Presidente dell’Unione degli Ordini forensi della Tunisia, l’Avv. Mohamed Fadhel Mahfoudh ha affermato: “L’Avvocatura tunisina, oggi, fa parte del cosiddetto quartetto del dialogo: un consiglio informale formato dalle parti sociali che interviene in ogni aspetto della vita del Paese; la vicinanza e il supporto del CNF italiano sono molto preziosi”.
Il dialogo, il confronto e la collaborazione tra diverse istituzioni ed organizzazioni della società civile (avvocati, attivisti sui diritti umani, sindacati ed imprese) sono componenti essenziali per la promozione della democrazia e dei diritti fondamentali, soprattutto in un momento delicatissimo quale quello attuale, che involge le due sponde del Mediterraneo.
L’importanza del dialogo è stata ribadita anche dall’Avv. Abdellaziz Essid, Consigliere dell’Ordine degli avvocati tunisini: “Noi abbiamo scelto il dialogo per trovare una soluzione alla crisi della democrazia in Tunisia. Il nostro esperimento è riuscito e può, quindi, essere un esempio per gli altri paesi”.
All’incontro hanno partecipato anche i rappresentanti delle organizzazioni sindacali italiane. In particolare, il Segretario Generale della CGIL Susanna Camusso ha dichiarato “questo incontro impegna tutti noi a continuare quel lavoro di amicizia e di costruzione di una comunità economica del mediterraneo”. Inoltre, il Segretario Generale della UIL, Carmelo Barbagallo ha affermato “non si può esportare la democrazia con i carriarmati perché in questo modo importiamo terroristi”.
Lo Studio Lana Lagostena Bassi ha accolto con favore l’attenzione e la sensibilità dimostrata dal CNF nell’organizzare tale incontro, sostenendo e promuovendo la tutela dei diritti umani, nonché i fondamentali valori di democrazia e libertà.
Alla luce del delicato momento storico che stiamo vivendo ed in particolare, dei gravissimi episodi che hanno colpito la Francia lo scorso 13 novembre, riteniamo che la collaborazione tra sponde del Mediterraneo è, oggi, fondamentale per contrastare l’attuale espansione dello Stato islamico in alcune zone rilevanti del medio oriente e del Maghreb, per le quali l’esperienza della Tunisia può costituire un incoraggiamento a porre in essere analoghe iniziative di dialogo e cooperazione per uno Stato di diritto, ispirato ai principi di laicità e tolleranza religiosa.
Tra i relatori, il giudice Giorgio Gaja, il giudice Robert Spano, il Prof. Enzo Cannizzaro, l’Avv. Anton Giulio Lana, il Prof. Vittorio Manes ed il Cons. Crisafulli.

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