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Timestamp: 2019-12-06 12:54:31+00:00

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Studio di Consulenza Nicola Tartaglia - News
Come contestare una multa senza pagare
Rispettare il Codice della Strada è obbligatorio. Ma spendere soldi in una contravvenzione fatta male no. Un vizio di forma o di sostanza può annullare la stangata.
Fatta la multa, fatto il danno? Non è detto. Premesso che il rispetto del Codice della Strada e delle norme che regolano, ad esempio, i divieti di sosta, è più che doveroso, esistono dei vizi di forma e di sostanza che trasformano la multa ricevuta in carta straccia. Cioè, in un atto che è possibile contestare senza pagare nulla. Insomma, non sempre il vigile ha ragione.
Contestare una multa senza pagare per vizio di forma
I vizi di forma più comuni sono l’assenza di dati essenziali per fare la contravvenzione e la notifica tardiva della multa.
Per quanto riguarda il primo caso, la legge [1] prevede che il verbale di accertamento della multa riporti il giorno, l’ora ed il posto in cui è stata commessa l’infrazione, le generalità del conducente la sua residenza ed, eventualmente, il nome del proprietario del veicolo. Non solo: sul verbale ci devono essere scritti anche gli estremi della patente del conducente, il tipo di veicolo e la targa, chi è l’agente che ha fatto la contravvenzione, e come e in quali circostanze è stata commessa l’infrazione.
Altro vizio di forma è quello della notifica in ritardo della multa. La contravvenzione deve essere comunicata entro 90 giorni dalla data dell’infrazione [2].
Contestare una multa per vizio di sostanza
Anche per fare una multa, oltre alla forma ci vuole la sostanza. E in alcuni casi, la mancanza di quest’ultima può essere un motivo per contestare la multa senza pagare.
Prendiamo, ad esempio, l’autovelox, uno dei nemici acerrimi di chi è alla guida in autostrada come in città. C’è, infatti, chi è stato costretto a pagare una multa di quasi 100 euro perché sorpreso a 63 chilometri orari in una via isolata di campagna ma appartenente al territorio comunale di qualche paesino sperduto. Una vera seccatura, anche perché chi ha preso la multa non torna mai “sul luogo del reato” per verificare se l’autovelox è regolarmente tarato oppure no. Ed, invece, dovrebbe essere così. Affinché la contravvenzione sia regolare, la taratura dell’autovelox deve essere fatta periodicamente e documentata dall’amministrazione che gestisce il segnalatore di velocità. Nel caso si volesse presentare ricorso, conviene chiedere all’autorità competente la documentazione che attesti la regolare taratura dell’autovelox. Se così non fosse, la multa è nulla e non si deve pagare.
Inoltre, Cassazione e tribunali hanno stabilito a suon di sentenze alcuni casi in cui le multe rilevate dall’autovelox sono nulle. Ad esempio, quando l’eccesso di velocità è motivato da uno stato di necessità del conducente [3] o quando manca il doppio segnale della presenza dell’autovelox nelle strade a due corsie [4].
Restiamo in città, dove spesso si lascia la macchina sulle strisce blu, si paga il ticket del parcheggio ma si ritorna a prendere l’auto quando il termine orario è stato superato. Insomma, pago per un’ora ma parcheggio per un’ora e mezza. In questo caso, la contravvenzione potrebbe essere annullata se non c’è una delibera comunale in materia che legittimi questo tipo di multa. Questo perché lasciare la macchina nelle strisce blu per un tempo superiore a quello pagato non rappresenta una violazione del codice della strada. Tutt’al più si dovrà rispondere di inadempimento nei confronti del gestore del parcheggio. Si dovrà pagare, dunque, la differenza, ma non una multa. Sempre che, come detto, il Comune non abbia stabilito il contrario con un’apposita delibera.
Altri vizi di sostanza contestabili per non pagare una multa possono riguardare le contravvenzioni su auto la cui targa non è leggibile sulla foto dell’autovelox o la segnaletica stradale assente, posta su un solo lato o non leggibile.
Contestare multe senza pagare: come fare ricorso
Il ricorso per non pagare una multa va presentato al Prefetto o alla Polizia Municipale entro 60 giorni dalla data in cui è stata notificata la multa. La domanda va presentata di persona o tramite raccomandata a/r. E’ necessario specificare le generalità del conducente, i dati della vettura e del verbale, i motivi della contestazione e quelli per cui si chiede la sospensione della sanzione.
Se il Prefetto ritiene che il conducente ha ragione, annulla la contravvenzione e non si paga la multa. Se, invece, decide che la contestazione è giusta, emette un’ordinanza di pagamento (almeno il doppio della prima sanzione più le spese legali).
Se il conducente insiste nell’avere ragione si può rivolgere entro 30 giorni al Giudice di Pace competente rispetto al luogo in cui è stata commessa la presunta infrazione (pagando un contributo unificato in base all’ammontare della multa). Questo passaggio è possibile anche prima di ricorrere al Prefetto.
[1] Art. 383 D.P.R. n. 495/1992.
[2] Art. 201 Codice della Strada.
[3] Sent. Cass. 7198/2016.
[4] Sent. Trib. Trento n. 856/15.
Assegno senza autorizzazione o provvista: che vuol dire?
Quando un assegno è emesso senza autorizzazione e cosa significa che non c’è provvista?
Si sente spesso dire che un assegno è stato emesso “senza autorizzazione” o che è stato staccato “senza provvista”. Si tratta di due violazioni differenti sulle norme relative alla circolazione dei titoli di credito. Prima però di comprendere cosa significa emettere un assegno senza autorizzazione o senza provvista è bene fare un passo indietro per ricordare cos’è, per il diritto, un assegno.
Cos’è un assegno?
Formalmente l’assegno è un ordine che il titolare di un conto corrente impartisce alla propria banca di pagare la somma su di esso indicato a chiunque porterà detto assegno allo sportello per l’incasso. È quindi “pagabile a vista”, ossia a semplice presentazione, senza che la banca possa subordinare la consegna dei soldi a particolari riconoscimenti (se non la verifica della firma sull’assegno) autorizzazioni o all’apertura di altri conti.
Detto ordine di pagamento è peraltro irrevocabile nei primi 8 giorni dall’emissione (15 se l’assegno viene pagato in un Comune diverso da quello di emissione). Oltre la scadenza di tali termini, il correntista può revocare l’ordine di pagamento (fermo restando, comunque, il suo debito). A riguardo leggi “Il termine per farsi pagare un assegno in banca”.
Dal punto di vista giuridico, l’assegno è anche un titolo di credito astratto: con questa parola si intende che esso è già, in sé e per sé, la prova certa dell’aver diritto a una determinata somma, a prescindere dalle ragioni che sono alla base del credito stesso che, almeno in prima battuta, non rilevano né la banca può pretendere di conoscerle. Si può trattare di una donazione, di un contratto, di un prestito di denaro (cosiddetto mutuo), di un risarcimento, di un pagamento a saldo e stralcio per alcune contestazioni sorte tra le parti, ecc.: tutte queste ragioni non rilevano perché, a prescindere da esse, chi ha in mano un assegno ha sempre diritto ad essere pagato.
“Titolo di credito” significa anche un’altra cosa molto importante: che se l’assegno non viene pagato, il creditore può direttamente notificare al debitore un atto di precetto e avviare, nei suoi confronti, un pignoramento senza bisogno di fargli prima causa o richiedere un decreto ingiuntivo (tale possibilità è riconosciuta, però, sempre a condizione che si agisca prima di 6 mesi dall’emissione dell’assegno).
Come si emette un assegno?
Il correntista si trova in possesso del carnet degli assegni perché ne ha fatto richiesta alla propria banca e questa l’ha autorizzato. Si crea quella che viene comunemente chiamata “convenzione di assegno”. Ciò significa che si realizza una sorta di contratto tra il cliente e l’istituto di credito in forza del quale il primo viene autorizzato a utilizzare il blocchetto degli assegni secondo peraltro le norme di legge che ne regolano l’emissione. Tali norme impongono al correntista una serie di obblighi particolarmente importanti come ad esempio la compilazione completa rispettando tutti i requisiti formali (indicazione di data e luogo di emissione, importo, beneficiario, firma) e la presenza di soldi sul conto per coprirne il pagamento (cosiddetta provvista).
Se l’assegno è privo anche di una sola delle informazioni necessarie, la banca ha il diritto di rifiutarne il pagamento a chi lo presenta. La completa e corretta compilazione rappresenta una forma di tutela per il cliente che lo emette, soprattutto contro il rischio di alterazioni del suo contenuto.
Quando un assegno è emesso senza autorizzazione?
Da quanto detto sopra si intuisce che la mancanza di autorizzazione da parte della banca ad emettere l’assegno fa venire meno la legittimità dell’assegno che, pertanto, non sarà più pagabile a vista, a prescindere dal fatto che il prenditore (il creditore) abbia diritto a essere pagato.
Un assegno è emesso senza autorizzazione quando viene meno il contratto tra la banca e il cliente in virtù del quale la prima autorizza il secondo ad emettere assegni. Il che può verificarsi per una serie di motivi. Ad esempio, un assegno viene emesso senza autorizzazione perché:
· il correntista ha chiuso il proprio conto corrente prima dell’emissione dell’assegno;
· il correntista ha emesso un assegno nonostante abbia aperto il conto corrente (o “acceso”, come si dice tecnicamente) in assenza di alcuna convenzione di assegni;
· il correntista ha denunciato il furto o lo smarrimento dell’assegno consegnando alla banca la relativa denuncia;
· la banca ha revocato l’autorizzazione all’emissione dell’assegnocome nel caso di debitore fallito o protestato;
· la banca ha già revocato l’autorizzazione all’emissione per un assegno emesso prima di quello che viene presentato per il pagamento;
· l’assegno è stato emesso su conto intestato a un’altra persona o per altre motivazioni che non giustifichino l’emissione di un assegno.
Quando un assegno è emesso senza provvista?
Per poter essere pagato, l’assegno deve anche essere “coperto”, ossia sul conto corrente del titolare del carnet ci devono essere i soldi sufficienti per soddisfare integralmente chi porterà tale assegno in banca.
Se manca tale copertura, l’assegno si dice “senza provvista”. In pratica, ciò si verifica quando sul conto corrente di chi lo ha emesso manchino le somme necessarie affinché la banca possa eseguire l’ordine di pagamento, anche solo per una parte dell’importo.
L’emissione di un assegno privo di provvista (o, come comunemente si dice, “assegno a vuoto”) non è più un reato, ma solo un illecito amministrativo punito dalla legge con sanzioni amministrative emesse dal Prefetto e con la “revoca di sistema” ossia il divieto ad emettere altri assegni.
Le sanzioni sono tutte di carattere pecuniario e variano da € 516 a € 3.099 e possono salire ulteriormente in caso di importo facciale superiore a € 10.329 o di irregolarità commessa più volte (reiterazione).
Solo in caso di mancato pagamento di tali sanzioni amministrative può scattare la reclusione (anche se, in realtà, trattandosi di reato minore, viene esclusa la pena detentiva). Le sanzioni possono essere evitate attraverso il pagamento tardivo dell’assegno; il pagamento tardivo comprende oneri accessori che fanno aumentare il costo per l’emittente.
Oltre alla multa del Prefetto e al divieto di emettere altri assegni, una ulteriore conseguenza per l’emissione di assegni a vuoto è il protesto: si tratta di un atto effettuato dal notaio con cui quest’ultimo accerta il mancato pagamento dell’assegno e viene data pubblicità della mancata provvista, con conseguente perdita della reputazione da parte di chi aveva emesso l’assegno, posta l’esistenza di un registro pubblico dei protesti, visionabile da chiunque.
Nei casi più gravi, l’illecito comporta anche l’applicazione, per almeno due mesi, di una o più delle seguenti sanzioni: interdizione dall’esercizio di attività professionale o imprenditoriale; interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese; incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione.
Il prenditore dell’assegno, rimasto insoddisfatto, conserva la possibilità di agire con un pignoramento nei confronti del debitore, utilizzato come prova del credito l’assegno non pagato e protestato.
Per quanto tempo resto segnalato in CRIF se non pago?
Cattivi pagatori di banche e finanziarie: i tempi di permanenza dei debitori all’interno della centrale rischi CRIF.
Per quanto tempo il debitore rimane segnalato nella Crif se non paga una rata del mutuo o del finanziamento alla banca? Quali sono le conseguenze e, soprattutto, come si fa ad essere cancellati da Crif una volta iscritti? Quali sono le modalità per chiedere a Crif una visura onde conoscere la propria posizione? Sono queste le domande che, più spesso, si pone chi ha a che fare con banche e finanziarie, specie di questi tempi che la crisi non consente di essere sempre puntualissimi nei pagamenti.
Prima però di rispondere a queste domande, diamo subito una buona notizia: si viene segnalati in Crif o in qualsiasi altra Sic (Sistemi di informazione creditizia) solo nei casi in cui il ritardo o l’omesso pagamento sia almeno di due rate consecutive o due mesi consecutivi. Inoltre l’iscrizione non riguarda il mancato pagamento di debiti con Equitalia, per cui non scatta in caso di mancato adempimento del piano di rateizzazione relativo a cartelle esattoriali.
Non è una novità, del resto, che il mancato pagamento di una rata del mutuo o il semplice ritardo generino in chiunque la paura di essere segnalati nelle Centrali Rischi dei cattivi pagatori, la più temuta delle quali, perché più nota, è certamente la CRIF. Ciò perché le conseguenze, seppure non sanzionatorie, riguardano la possibilità, in futuro, di accedere a finanziamenti, mutui, aperture di credito (cosiddetti “fidi”); inoltre la banca potrebbe negare l’autorizzazione all’emissione di assegni, potrebbe chiedere la restituzione della carta di credito e, non in ultimo, nei casi più gravi, negare la possibilità diaprire un conto corrente.
Ecco perché è vitale, in alcuni casi, conoscere per quanto tempo vengono conservati nelle Centrali Rischi i dati relativi ai ritardi di pagamento.
Centrale rischi della Banca d’Italia e Crif
Una precisazione viene d’obbligo per non cadere in un errore che spesso si compie: una cosa è la Centrale Rischi della Banca d’Italia, che è una banca dati pubblica, nella quale vengono indicati i mancati pagamenti di finanziamenti e mutui e tutto ciò che riguarda la “cattiva reputazione” del consumatore nei confronti degli intermediari finanziari. Diversa invece è la Crif, che è una banca dati privata, dove non viene indicata solo la storia negativa del correntista, ma anche i suoi meriti come ad esempio il corretto adempimento di un mutuo.
Per quanto tempo rimango segnalato in CRIF se non pago?
La legge [1] stabilisce dei tempi tecnici per la conservazione dei dati negativi in Crif. Alla scadenza di tali termini il debitore viene automaticamente cancellato, senza bisogno di richieste o istanze specifiche. Ecco perché è bene sempre diffidare dalle società che promettono servizi di cancellazione da Crif, posto che queste non potrebbero accelerare i tempi di cancellazione.
Per quanto riguarda le informazioni creditizie di tipo negativo relative a ritardi nei pagamenti, successivamente regolarizzati, tali informazioni vengono conservate in Crif entro i seguenti termini, oltre i quali vengono cancellate d’ufficio:
– richieste di finanziamento: 6 mesi, qualora l’istruttoria lo richieda, o 1 mese in caso di rifiuto della richiesta o rinuncia della stessa;
– morosità di due rate o di due mesi poi sanate: 12 mesi dalla regolarizzazione;
– ritardi superiori sanati anche su transazione: 24 mesi dalla regolarizzazione;
– eventi negativi (ossia morosità, gravi inadempimenti, sofferenze) non sanati: 36 mesi dalla data di scadenza contrattuale del rapporto o dalla data in cui è risultato necessario l’ultimo aggiornamento (in caso di successivi accordi o altri eventi rilevanti in relazione al rimborso);
– rapporti che si sono svolti positivamente (senza ritardi o altri eventi negativi): 36 mesi in presenza di altri rapporti con eventi negativi non regolarizzati.
[1] Art. 6. Conservazione e aggiornamento dei dati, dell’Allegato A.5 del Codice in materia di protezione dei dati personali – Codice di deontologia e di buona condotta per i sistemi informativi gestiti da soggetti privati in tema di crediti al consumo, affidabilità e puntualità nei pagamenti.
Ricorso contro multa: gratis e senza avvocato
Come fare un ricorso contro una sanzione amministrativa per violazione del codice della strada, senza pagare e senza avvocato: scarica il ricorso da internet compilando i campi della piattaforma del Ministero della Giustizia.
Se vuoi scaricare un ricorso contro una multa,gratis e senza avvocato, personalizzandolo al tuo specifico caso, oggi hai a disposizione la nuova piattaforma online predisposta dal Ministero della Giustizia: grazie a questo software intelligente, chiunque – sia che si tratti di un privato o di un’azienda – può farsi scrivere un ricorso contro una multa stradale e depositarlo al Giudice di Pace autonomamente,senza bisogno di essere assistito da un avvocato.
Come scrivere e scaricare ricorsi gratis online
Infatti, tra le possibilità previste dal nostro codice di procedura civile vi è quella di presentare ricorsi davanti al Giudice di Pace, senza bisogno dell’assistenza di un legale, purché si tratti di importi non superiori a 1.100 euro. Oltre tale soglia torna ad essere obbligatoria l’assistenza “tecnica” di un difensore iscritto all’albo. Dunque, è possibile presentare richieste di decreti ingiuntivi per recuperare un proprio credito, entro tale soglia, facendosi “scrivere” il ricorso dalla piattaforma online (che lo farà in automatico, dopo aver compilato alcuni campi) e poi depositandolo alla cancelleria del giudice.
Questa stessa possibilità è consentita anche per scrivere un ricorso contro una multa stradale. In tal caso l’automobilista può:
· compilare i campi indicati dalla piattaforma per la “personalizzazione del ricorso”;
· scaricare e stampare il ricorso che la piattaforma ministeriale avrà realizzato in automatico sulla base delle indicazioni offerte dall’automobilista;
· spedirlo per raccomandata a.r. o depositandolo personalmente presso la cancelleria del giudice di Pace competente.
Cerchiamo allora di comprendere tutti i passaggi per scoprire come scaricare gratis un ricorso contro una multa senza bisogno di avvocati.
Contro quali atti si può predisporre il ricorso
Il ricorso nasce per realizzare gratuitamente opposizioni non solo contro verbali delle multe stradali, ma anche contro cartelle esattoriali di Equitalia o ordinanze del Prefetto emesse a seguito di violazioni del codice della strada. Ad esempio, si può ricorrere a tale piattaforma per redigere il ricorso nel caso in cui venga notificata una cartella di pagamento, ma il contribuente non abbia mai ricevuto la notifica del precedente verbale con la multa.
Inoltre la piattaforma compila ricorsi anche contro le sanzioni del Prefetto per l’emissione di assegni a vuoto: come noto, infatti, ogni volta che si emette un assegno non coperto dalla provvista, non scatta più un reato sanzionato dal codice penale, bensì solo un illecito amministrativo. In tal caso la multa viene comminata dal Prefetto.
In via generale, comunque, la piattaforma può essere utilizzata per compilare il ricorso contro qualsiasi violazione di competenza del giudice di pace.
Come fare un ricorso contro una multa o una cartella online e gratis
La piattaforma del Ministero della Giustizia, denominata SIGP@Internet Nazionale, consente di compilare online un ricorso in opposizione a sanzione amministrativa, ossia le comuni multe stradali. Il sistema consente anche di scaricare la nota di iscrizione a ruolo, necessaria per poter far accettare l’atto dalla cancelleria.
Possono utilizzare questo servizio tutti i cittadini.
Per accedere al servizio bisogna collegarsi con questa pagina del sito del Ministero della Giustizia. La prima cosa da fare è selezionare la Regione di appartenenza nella mascherina posta al di sotto dell’immagine dell’Italia. Non tutti gli uffici giudiziari hanno attivato il sistema, ma l’aggiornamento è in rapido sviluppo.
Dopo aver selezionato la Regione, selezionare, nel menu a sinistra della pagina, sotto la macro voce “Compila il ricorso” quella con scritto “opposizione a sanzione amministrativa”.
Comparirà una mascherina che chiederà i dati personali dell’opponente e poi, dopo la compilazione di quest’ultima, bisognerà indicare l’oggetto del ricorso e i motivi su cui si fonda il ricorso (v. dopo).
Abbiamo indicato tutti i vari passaggi nella nostra guida sulla “Compilazione online di un ricorso al giudice di pace”.
Come individuare il giudice competente per territorio nel caso di una multa?
Contro le multe stradali è sempre competente il giudice di Pace del luogo ove è stata commessa la violazione. Per comprendere, però, quale sia materialmente tale giudice è necessario controllarlo sulla base dell’attuale Geografia giudiziaria. Abbiamo predisposto un’applicazione che individua quale sia l’ufficio giudiziario compente a questa pagina.
Qualche possibile motivo di ricorso contro le multe stradali
Ecco alcuni motivi che puoi indicare nel ricorso:
· notifica della multa oltre i termini: se sono passati più di 90 giorni tra la data dell’infrazione e quella del timbro postale che certifica la consegna della multa, da parte della polizia, all’ufficio delle Poste, puoi fare ricorso per notifica tardiva;
· se si tratta di una multa per autovelox, nella foto non devono apparire altre auto: potrebbero essere state, infatti, queste ultime a far scattare il misuratore elettronico della velocità;
· sempre nel caso di autovelox, deve esistere un segnale che avvisi della possibilità di controllo elettronico della velocità e, per le strade extraurbane, è necessario che il verbale della polizia indichi gli estremi dell’ordinanza del Prefetto che ha autorizzato, su tali vie, la collocazione dei misuratori elettronici “automatici”, ossia senza possibilità di fermare immediatamente il conducente per contestargli subito la multa;
· nel caso di multa sulle strisce blu, sono numerosi i motivi di ricorso (li abbiamo elencati tutti nell’articolo “Strisce blu e sosta a pagamento: come impugnare la multa”), tra i quali il più noto e anche certo è quello relativo all’assenza di norme che sanzionino il mancato rinnovo del ticket alla scadenza dell’orario pagato (leggi “Strisce blu: scaduto l’orario del ticket non c’è multa”);
· per tornare agli autovelox, questi apparecchi, per via della sentenza della Corte Costituzionale dell’anno scorso, devono non solo essere omologati ma presentare il certificato di taratura periodica. Essa serve per controllare il corretto funzionamento di tali strumenti che vengono puntualmente spostati e, quindi, possono presentare anomalie di funzionamento.
· Ricordiamo che tutor, photored e autovelox devono essere sempre presegnalati con ideona cartellonistica stradale e che quest’ultima deve essere visibile e non coperta da vegetazione, curve, manufatti di qualsiasi tipo o rovinata da spray di vandali o dalle intemperie del clima;
· nel caso di strade a doppia corsia ed a scorrimento veloce, il cartello che indica il limite di velocità deve essere posizionato su entrambi i lati della strada.
Mediazione tributaria: l’omessa presentazione dell’istanza
Ricorso ammissibile anche se il contribuente non presenta l’istanza di mediazione tributaria.
Hai presentato un ricorso alla Commissione Tributaria contro una cartella esattoriale, un fermo o un’ipoteca di Equitalia, o contro un atto dell’Agenzia delle Entrate e, prima della sua notifica, hai dimenticato di presentare l’istanza di mediazione tributaria (che, come noto, per le cause inferiori a 20.000 euro è ormai diventata sempre obbligatoria)? Nessun problema: il giudice non rigetterà il tuo ricorso, ma, alla prima udienza, ti darà comunque il tempo di provvedere all’adempimento, assegnandoti un termine per eseguire la mediazione. Lo prevede una modifica alla normativa sul reclamo-mediazione tributaria [1]: una modifica in forza della quale la mancata presentazione dell’istanza di mediazione non è più una causa di inammissibilità del ricorso ma una semplice causa di improcedibilità comunque sanabile. È quanto chiarisce la Commissione Tributaria Regionale di Roma, in una recente sentenza [2].
In pratica, con le nuove norme, il giudice deve consentire al cittadino di assolvere all’obbligo di effettuare la mediazione anche qualora questi se ne sia dimenticato o lo abbia ignorato del tutto, in modo da non rigettare subito il suo ricorso solo per questo semplice errore.
La questione è tanto più importante quanto si pensi al fatto che è possibile presentare un ricorso senza bisogno di un professionista (un avvocato, un commercialista, un ragioniere, ecc.) e difendersi personalmente davanti ai giudici tributari quando il valore della pretesa è inferiore a 3.000 euro e, quindi, senza la presenza di un difensore – esperto nella materia – potrebbe essere più facile sbagliarsi.
In pratica, se il contribuente riceve una cartella di pagamento di importo inferiore a 3mila euro può fare ricorso da solo, ma ricordandosi comunque che prima deve presentare l’istanza di mediazione. E se anche dovesse dimenticare di presentare questa istanza, il ricorso sarebbe comunque ammissibile, fermo restando che il giudice gli darebbe un termine per sanare questo errore e rimediarvi procedendo all’incombente. Solo in caso di ulteriore omissione si avrebbe il rigetto del ricorso.
A riguardo la CTR così si esprime: “l’omesso esperimento della previa mediazione non determina, automaticamente, la decadenza dall’azione giudiziaria ma impone al giudice di consentire al litigante di assolvere l’onere posto a suo carico per evitare la falcidia”.
Durante la pendenza del procedimento di reclamo/mediazione, e cioè a decorrere dalla notifica del ricorso e nei successivi 90 giorni, il ricorso non è procedibile e sono sospesi sia la riscossione che il pagamento delle somme dovute in base all’atto oggetto di contestazione.
[1] CTR Lazio, sent. n. 4308/16.
[2] Art. 17 bis operata dalla L. 147/13.
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References: Art. 383
 Art. 201
 Cass. 
 Art. 6
 sentenza 
 sentenza 
 Art. 17