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Timestamp: 2017-01-24 02:56:13+00:00

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Se il datore non mi paga lo stipendio posso offenderlo?
Lo sai che? Pubblicato il 15 novembre 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Se il datore non mi paga lo stipendio posso offenderlo? L’AUTORE: Redazione
Tartassare di messaggi con minacce l’ex datore di lavoro che non ha pagato lo stipendio è uno sfogo legittimo che non configura alcun reato.
Se il datore di lavoro non paga lo stipendio al dipendente, lo sfogo di quest’ultimo che si concretizzi in un tartassante invio di messaggi sul cellulare, contenenti ingiurie e minacce, può ben essere ben perdonato perché si considera come il frutto di reazione a una provocazione. È quanto chiarito dalla Cassazione poche ore fa [1].
La sentenza è certamente interessante e spezza una lancia a favore del dipendente che, rimasto senza stipendio e avendo (giustamente, n.d.r.) poca fiducia sui tempi della giustizia, preferisce far ricorso alla tecnologia: e allora inizia a inviare una serie di sms e messaggi in chat all’ex capo per cercare di spingerlo a pagare. Facile cadere nella tentazione di usare toni forti, sprezzanti, offensivi e ingiuriosi, finanche minacciosi. Ma di fronte alla fame e alla famiglia è ammesso perdere le staffe. E così, secondo la Cassazione, l’eccesso del lavoratore è un comportamento che, tutto sommato, può essere perdonato.
Ma quanto tempo ci vuole per fare causa al datore di lavoro e ottenere il pagamento dello stipendio? Se il dipendente ha una busta paga o qualsiasi altra una prova scritta del proprio credito può ricorrere con un decreto ingiuntivo e, almeno in teoria, i tempi dovrebbero accorciarsi: in media sei mesi (la velocità dipende anche dal Tribunale e dal carico di lavoro del magistrato). Con la notifica, però, l’azienda potrebbe fare opposizione e lì iniziare un giudizio vero e proprio, con i suoi tempi biblici.
Se manca invece la prova scritta, la causa ordinaria è l’unica via: si pensi agli straordinari o alle differenze retributive, per la cui esistenza bisogna spesso ricorrere alle prove testimoniali. Qui risulterà fondamentale dimostrare il proprio credito.
In alternativa c’è sempre la possibilità di affidarsi alla Direzione Territoriale del lavoro e chiedere la cosiddetta conciliazione monocratica: si tratta dell’intervento di un ispettore che provvederà a contestare all’azienda il mancato versamento dei contributi e degli stipendi, sempre che questi non preferisca prima pagare. Un metodo veloce, gratuito e per il quale non c’è bisogno dell’avvocato.
Leggi l’approfondimento: Pagamento in ritardo dello stipendio e Mancato accredito dello stipendio.
La sintesi della sentenza di oggi contiene un’aperta giustificazione per il comportamento reattivo del dipendente, visto come parte debole del rapporto contrattuale con l’azienda, specie se quest’ultima non adempie a un bene essenziale alla vita come lo stipendio. Per quanto la condotta tenuta dal lavoratore sia poco elegante, essa non è punibile.
Non fa niente se il contenuto degli sms ricevuti sul proprio cellulare è stato valutato dal datore di lavoro come «minaccioso». Secondo i magistrati è impossibile parlare di reali «minacce» ai danni dell’imprenditore, da un lato; peraltro la condotta tenuta dall’ex dipendente è «frutto di uno sfogo incontrollato, derivante da una situazione esacerbata» e quindi va valutata come «reazione a una provocazione».
[1] Cass. sent. n. 48245/16del 15.11.16.
Sentenza Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 8 giugno – 14 novembre 2016, n. 23146
All’esito, pure dei relativi chiarimenti forniti dall’ausiliare la Corte capitolina con sentenza n. 6592 in data 16 luglio 2012 – 15 gennaio 2013, notificata il 5 febbraio 2003, rigettava definitivamente l’appello principale (respinge le domande avanzate al capo A delle conclusioni del ricorso in appello): risarcimento danni biologico, morale, esistenziale e all’immagine professionale per effetto della condotta, illecita ascritta alla parte datoriale (qualificata come mobbing dal T. ), per cui era stata chiesta la complessiva somma di Euro 410.000,00.
Il terzo motivo riguarda la omessa pronuncia sulla domanda di risarcimento del danno morale – art. 360 n. 4 c.p.c..
Nel disattendere le varie eccezioni preliminari opposte in rito dalla controricorrente, a parte quanto si dirà per ciò che attiene al vizio di cui all’art. 360 co. 1 n. 5 c.p.c., basti qui soltanto dire che non è applicabile nella specie ratione temporis la preclusione da c.d. doppia conforme ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 348 ter c.p.c. (articolo inserito dall’art. 54, co. 1, lett. a), d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012, n. 134), atteso che tale nuova disposizione processuale, per espressa previsione dell’art. 54, co. 2, d.l. cit., “si applica ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto” (avvenuta il 12 agosto 2012). Nel caso di specie, invece, l’appello de quo è stato proposto con ricorso depositato il sette dicembre 2007 (r.g. 11077/07 Corte di Appello Roma).
Dunque, nel caso di specie l’esonero di cui all’art. 10 del T.U. non può operare, per difetto soprattutto del requisito oggettivo, come visto anch’esso indispensabile a norma del citato art. 1, poiché il T. svolgeva attività di direttore generale nell’ambito della società d’intermediazione mobiliare, convenuta – attuale controricorrente, sicché non si vede come possano venire in rilievo le specifiche attività contemplate dallo stesso art. 1.
Parimenti, di conseguenza è fondato anche l’anzidetto secondo motivo, posto inoltre che l’indubbia unitarietà del danno c.d. non patrimoniale nel comprendere anche quello biologico o alla salute non esclude di per sé altri pregiudizi attinenti alla sfera personale meritevoli di tutela (cfr. tra l’altro Cass. n. 4043 del 19/02/2013, secondo cui il danno non patrimoniale costituisce una categoria unitaria ed omogenea, all’interno della quale le distinzioni tradizionali – come quella tra danno morale e danno biologico – possono continuare ad essere utilizzate al solo fine di indicare in modo sintetico quali tipi di pregiudizio il giudice abbia preso in esame al fine della liquidazione, e mai al fine di risarcire due volte il medesimo pregiudizio, sol perché chiamato con nomi diversi. V. altresì Cass. lav. n. 687 del 15/01/2014, che, nell’affermare la necessità della complessiva liquidazione del danno non patrimoniale, e cioè tale da coprire l’intero pregiudizio a prescindere dai “nomina iuris” dei vari tipi di danno – i quali non possono essere invocati singolarmente per un aumento della anzidetta liquidazione – tuttavia, confermando l’unitarietà del danno non patrimoniale medesimo, come categoria, ha poi rilevato come le tradizionali sottocategorie, del “danno biologico” e del “danno morale”, continuino a svolgere una funzione, per quanto solo descrittiva, del contenuto pregiudizievole preso in esame dal giudice, al fine di parametrare la liquidazione del nocumento risarcibile).
Le considerazioni che precedono ben possono valere anche in ordine al III motivo, che appare altresì fondato per il denunciato error in procedendo di mancata pronuncia circa il vantato diritto al risarcimento pure del danno morale, in senso lato, che, peraltro, come è noto ormai, può risultare giuridicamente rilevante senza necessariamente dipendere dalla commissione di reati (cfr. Cass. III civ. n. 4053 del 19/02/2009: il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 cod. civ. costituisce una categoria ampia, comprensiva non solo del c.d. danno morale soggettivo – e cioè della sofferenza contingente e del turbamento d’animo transeunte, determinati da fatto illecito integrante reato- ma anche di ogni ipotesi in cui si verifichi un’ingiusta lesione di un valore inerente alla persona, costituzionalmente garantito, dalla quale consegua un pregiudizio non suscettibile di valutazione economica, senza soggezione al limite derivante dalla riserva di legge correlata all’art. 185 cod. pen.. Conforme Cass. sez. un. civ. n. 26972 – 11/11/2008), laddove sul punto nella sentenza qui impugnata manca in effetti apposita decisione, con conseguente violazione dell’art. 112 c.p.c. in tema di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato.
Ed invero, quanto al preteso omesso esame decisivo in ordine al danno alla professionalità, la doglianza per come formulata appare inammissibile, alla stregua di quanto previsto dall’art. 360 co. I n. 5 c.p.c., secondo l’attuale vigente testo, ratione temporis applicabile, così come sostituito dall’art. 54, co. 1, lett. b), d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012, n. 134, norma che per espressa previsione dell’art. 54, co. 3, d.l. cit.: “si applica alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto (avvenuta il 12 agosto 2012)”.
Orbene, posto che nella specie è applicabile il nuovo testo della suddetta disposizione processuale, trattandosi di sentenza pubblicata mediante deposito il 15 gennaio 2013, va ricordato che nel giudizio di cassazione è precluso l’accertamento dei fatti ovvero la loro valutazione a fini istruttori, tanto più a seguito della modifica dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., operata dall’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, conv. con modif. in L. n. 134 del 2012, che consente il sindacato sulla motivazione limitatamente alla rilevazione dell’omesso esame di un “fatto” decisivo e discusso dalle parti (Cass. lav. n. 21439 del 21/10/2015).
In particolare, dopo la modifica dell’art. 360, primo comma, n. 5), cod. proc. civ. ad opera dell’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito in legge 7 agosto 2012, n. 134, la ricostruzione del fatto operata dai giudici di merito è sindacabile in sede di legittimità soltanto quando la motivazione manchi del tutto, ovvero sia affetta da vizi giuridici consistenti nell’essere stata essa articolata su espressioni od argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, oppure perplessi od obiettivamente incomprensibili (Cass. civ. sez. 6 – 3, n. 12928 del 09/06/2014. V. altresì Cass. sez. un. n. 8053 del 07/04/2014, secondo cui la riformulazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. Inoltre, le Sezioni unite – con la stessa pronuncia n. 8053/14 – hanno precisato che il novellato art. 360, primo comma, n. 5, ha introdotto un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia. Di conseguenza, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4, dello stesso codice di rito, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.
Nel caso qui in esame, pertanto, non è ravvisabile alcun vizio rilevante ai sensi del citato art. 360 n. 5, tenuto conto di quanto motivatamente accertato ed apprezzato dalla Corte di merito con la sentenza impugnata in ordine ai fatti di causa, soprattutto laddove richiamava la c.t.u. secondo cui non era ipotizzabile una ripercussione sulla capacità di svolgere incarichi confacenti ed anche di elevata professionalità….
Inoltre, la Corte di merito, nel richiamare, quanto alla domanda di risarcimento del danno alla professionalità e all’immagine, le deduzioni di parte attrice a gg. 30 e 31 del ricorso introduttivo del giudizio (esclusione dalle riunioni dove si trattavano questioni e si assumevano decisioni su materie che il direttore generale avrebbe dovuto trattare… assenza di spiegazioni o l’aver fatto conoscere che il rapporto di era risolto con un licenziamento senza preavviso aveva generato inevitabili commenti, perplessità e sospetti sull’operato del ricorrente, con possibili preclusioni di attività e dì incarichi vari), ha affermato che le circostanze dedotte, ancorché eventualmente provate, non erano tali da poter indurre a ritenere dimostrata, sebbene in via presuntiva, l’esistenza del lamentato danno.
Né possono rilevare i successivi chiarimenti di cui alle note autorizzate depositate per l’udienza del 30 gennaio 20012, tenuto conto della mera portata illustrative delle stesse.
Le anzidette valutazioni sono, dunque, incensurabili in questa sede di legittimità, non ravvisandosi, per quanto accertato in punto di fatto dal competente giudice di merito, alcuna violazione dell’art. 2103 (cfr. tra le altre Cass. lav. n. 19778 del 19/09/2014, secondo cui in tema di dequalificazione professionale, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l’esistenza del relativo danno, di natura patrimoniale e il cui onere di allegazione incombe sul lavoratore, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico – giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto. Conforme id. n. 4652 del 26/02/2009.
Cfr. altresì Cass. sez. un. civ. n. 6572 del 24/03/2006, secondo cui in tema di demansionamento e di dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, che asseritamente ne deriva – non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale – non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo. Parimenti, secondo Cass. lav. n. 19785 del 17/09/2010: il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio – dall’esistenza di un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare reddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno. Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicché non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento, ma anche di fornire la prova ex art. 2697 cod. civ. del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con l’inadempimento datoriale. Conformi Cass. lav. n. 4712 del 23/03/2012, n. 6797 del 19/03/2013).
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