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Timestamp: 2020-08-08 06:22:50+00:00

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Però. Però ieri sera si è visto qualcosa di diverso. Parlo della trasmissione in diretta del concerto di commemorazione delle vittime della Grande Guerra andato in onda su Rai3 da Redipuglia. Requiem di Verdi diretto da Riccardo Muti, sul podio alla guida di un'orchestra formata da musicisti provenienti da tutte le nazioni che parteciparono a quel folle massacro di cent'anni fa. Non era la prima volta che assistevo al Requiem verdiano interpretato da Muti, sempre imperdibile. Ma questa volta c'era il valore aggiunto di un luogo, come il sacrario di Redipuglia, che dava un senso completamente nuovo alla bellezza della musica e dei suoi interpreti. Le immagini di quei nudi gradoni di pietra, sotto i quali giacciono le spoglie di migliaia di esseri umani mandati a morire, scalinata immensa e illuminata da sventagliate di luci livide, i cipressi, il senso di raccoglimento, di positiva tensione raccontata dalle immagini completavano visualmente e in modo potente il racconto, già dolentissimo, della musica di Verdi. Ascoltare quella musica in quella trasmissione televisiva acquistava un senso del tutto nuovo, ha regalato alla tv una funzione culturale ma nello stesso tempo emotiva davvero preziosa, e soprattutto alla portata di tutti. Al di là persino dell'aria istituzionale, quindi ingessata, di cui inevitabilmente soffriva l'appuntamento. Sono contento di essere stato fra quei meno di 800mila spettatori che hanno seguito l'ora e mezza di celebrazione di una bella pagina di tv. Non penso che la tv debba essere solo questa, per carità, la tv è giusto che sia anche Don Matteo, il Grande Fratello e Il trono di spade. Però a volte è bello che qualcuno voglia osare qualcosa di diverso.
Tag: Giuseppe Verdi, Grande Guerra, musica classica, Rai3, redipuglia, Requiem, Riccardo Muti, televisione
All'opera con i Google Glass
"In quest'occhi è l'elisir" canta Adina nell'Elisir d'amore. Già. Ma oggi, due secoli dopo, dobbiamo anche chiederci: in quali occhi starà mai l'elisir che aiuterà l'arte antica del melodramma a prosperare nel XXI secolo? Sarà sufficiente la magica forza della musica e del teatro che ha sin qui avvinto tante generazioni di pubblico per traghettare l'opera lirica in un'epoca come questa nella quale tutti siamo travolti da valanghe di stimoli, sollecitazioni, distrazioni, spinti in un turbine di emozioni sempre più polverizzate, istantanee, tanto da risultare spesso persino irriconoscibili?
Come accade anche troppo frequentemente oggi, per l'illusione del rinnovamento ci si affida alla tecnologia. E allora anche all'opera via libera ai Google Glass, gli occhiali computerizzati gravidi di un futuro ancora misterioso. Per adesso in situazioni limitate e sperimentali. Per esempio, per la Carmen di Bizet che il 25 luglio andrà in scena all'aperto in una località americana chiamata Vienna (!) in Virginia. Dove la Figaro Systems, specializzata in tecnologie teatrali (fornisce schermi e sopratitoli per esempio agli Arcimboldi di Milano e al Met di New York), sperimenterà un nuovo modo di assistere all'opera. Anzitutto libretto e sua traduzione verranno distribuiti a ogni singolo spettatore che lo voglia su tablet e smartphone. Ma in più, chi lo desiderà, potrà assistere alla rappresentazione indossando i famosi Google Glass. Per farci cosa? Beh, libretto e traduzione appariranno ai lati dello schermo. Ma ci sarà qualcosa in più. Alcune comparse sul palcoscenico, soprattutto nelle scene affollate, indosseranno mini-camere che proietteranno ai super-occhiali inquadrature dal palco invisibili per il pubblico tradizionale.
La domanda sorge spontanea, come si dice: a che serve? Ecco, questa è una domanda a cui io non so rispondere. Facendo io parte della vecchia guardia, quella che va a teatro per emozionarsi alle pene d'amore e non alle inquadrature degli innamorati. Ma non è così semplice. Oggi vediamo a ogni concerto pop (ma anche davanti a un monumento) che quanto avviene sul palco viene filtrato attraverso una selva di smartphone branditi dalla quasi totalità di un pubblico che ha cambiato la modalità di essere pubblico: la priorità non è più tanto esserci, godere collettivamente di quanto avviene davanti ai propri occhi, quanto far sapere di esserci agli altri. Insomma, è facile fare dell'ironia ma il discorso mi pare complesso.
Non so se Donizetti, Rossini o Wagner sarebbero felici di vedere i loro capolavori frullati elettronicamente e trasformati in una specie di videogame. Certo, ancora una volta, queste nuove tecnologie ci mettono davanti a possibilità che ci interrogano su forme d'arte e di comunicazione che credevamo acquisite una volta per tutte e invece scopriamo che non lo sono. Per fortuna.
Tag: Bizet, Carmen, Elisir d'amore, Google Glass, melodramma, Opera lirica
Un podcast all'italiana
Vediamo con che occhi ci vedono all'estero, anzi con quale voce ci cantano. Così con il podcast Musica sui generis propongo alcune uscite discografiche recenti, e anche meno, piuttosto singolari
Aldo Lastella-Musica sui generis 179
Roisin Murphy, Mi senti
Teho Teardo/Blixa Bargeld, Spring
Il cinema non è un paese per donne
Questa è la tabella realizzata dal sito Indiewire sullo stato delle cose per quanto riguarda la presenza femminile fra i registi occupati nell'industria cinematografica americana. Ciascuno può vedere quanto ancora una nazione e una industria che riteniamo evoluta, aperta e priva di discriminazioni sia in realtà, al contrario, ancora pericolosamente sessista. Se ne è lamentata recentemente, come ricorda l'Huffington Post, la sceneggiatrice Diablo Cody (Oscar per il film "Juno") passata dietro la macchina da presa: "Una donna è messa costantemente alla prova. Se un regista maschio subisce un flop, gli si trovano mille motivazioni. Se la stessa cosa accade a una donna la si incolpa proprio in quanto donna".
Fa impressione che questo muro sia ancora così alto e solido. Le statistiche americane dicono che le donne occupano solo il 26 per cento delle posizioni nelle grandi major, come registe ma anche come produttrici e manager. In Italia nessuno si preoccupa di mettere insieme statistiche di questo tipo, ma non si fa fatica a pensare che le cose non debbano essere migliori. Anzi.
Tag: cinema, Diablo Cody, Hollywood, registe, sessismo
Considero pessima l'abitudine italiana di doppiare tutto e costringerci tutti a vedere film, serie televisive e quant'altro stritolati da un birignao falso, fuorviante, (troppo) spesso dilettantesco persino nelle traduzioni e negli adattamenti. Linguaggi e culture e modi di comunicare asfaltati in un'unica marmellata linguistica in cui non è possibile distinguere più nulla. E non parlo solamente dei prodotti di lingua inglese, che bene o male sono i più comprensibili, credo ormai per una buona parte degli italiani. Sono anche quelli con i quali si capiscono di più i disastri combinati da adattamenti e doppiaggi. Ricordo, per fare un esempio, un divertentissimo film dei Coen di anni fa, dall'orrendo titolo italiano "Prima ti sposo, poi ti rovino" (l'elegante originale era "Intolerable cruelty"), una gustosa commedia interamente basata sui giochi linguistici e sui modi di esprimersi delle diverse classi americane, ridotto dal doppiaggio a una commediaccia all'italiana di serie B. Per non parlare della rinomata serie-cult "Il trono di spade", in originale un tuffo in una lingua drammatica, quasi solenne, di marca shakespeariana trasfigurata in un doppiaggio pieno di errori di traduzione e marchiato da un tono da sceneggiato televisivo. Dicevo non solo l'inglese. Provate a guardare in dvd i film di Miyazaki, tipo "Principessa Mononoke", nell'originale giapponese e confrontateli con la leggerezza distratta del doppiaggio italiano: io non capisco un tubo di giapponese ma la differenza la percepisco.
Ora lo sciopero dei doppiatori in corso da quindici giorni costringe le tv a mandare in onda i loro prodotti seriali in originale con i sottotitoli, e la trovo una vera manna. Finalmente, per esempio, ho potuto vedere "Revolution", uno dei serial che seguo ma con l'obbligo di verderlo doppiato, con le vere voci e i veri atteggiamenti degli attori. Tanto più che l'industria cine-televisiva anglo-americana, al contrario di quanto succede spesso qui da noi, i suoi prodotti li cura con una attenzione maniacale, nel cast e nella realizzazione. Non dico che dobbiamo essere tutti incatenati alla corvée dei sottotitoli, ma almeno dateci la possibilità di scegliere. Sia in tv che al cinema.
Tag: cinema, doppiaggio, Il trono di spade, lingua originale, serial, televisione
Riuscire a spolpare ancora qualcosa da quella miniera inesauribile che sono i Beatles sembra ormai quasi impossibile. Eppure... Eppure ecco che viene annunciato il ritorno in commercio di tutti gli album dei Beatles nella versione mono originale ma rimasterizzata da due supertecnici con gli strumenti analogici dell'epoca (almeno: così ci viene detto) e per di più con un lavoro avvenuto nella stessa sala di Abbey Road dove i fab four incisero i loro album (almeno: così ci viene detto). Il tutto naturalmente confezionato in dischi rigorosamente in vinile 180 grammi. Viene da domandarsi quanto mai sarà costata una operazione del genere e a chi si rivolge. È vero: i feticisti collezionisti della musica sono tanti. Siamo tanti. Io stesso conservo felice i miei album del cuore sotto svariate specie: vinile, cassetta, cd e digitale, in diverse versioni più o meno rimasterizzate nel corso degli anni secondo le tecnologie imperanti. Ma questa smania di quel che è rimasto dell'industria discografica di scavare e investire fior di soldi e di energie nel passato, come fosse un eden musicale da cui siamo stati espulsi e che mai più rivedremo, non rischia di essere un'operazione miope, stolta e persino suicida alla fine?
Passato e presente, invece, si guardano nel mio podcast Musica sui Generis che stavolta guarda al Brasile sul quale sono puntati in questi giorni gli occhi del mondo
Aldo Lastella-Musica sui generis 178
Bossacucanova, Our kind of bossa
Tim Maia, Nobody can live forever
S.Getz/J.Gilberto, 50th Anniversary
Tag: Abbey Road, Beatles, Brasile, vinile
Qualche tempo d'assenza ma si torna in piena forma estiva con i primi caldi e con il podcast Musica sui Generis spero adeguatamente bollente a partire dall'hip hop dei bravissimi Roots
Aldo Lastella-Musica sui generis 177
Haggai Cohen-Milo, Penguin
Paul Shapiro, Shofarot verses
James Blood Ulmer, Rock in blues
Il Grand Prix della Giuria del festival di Cannes a Alice Rohrwacher per "Le meraviglie", giusto a pochi mesi dall'Oscar a "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino. A ridosso di una stagione che ha comunque visto crescere gli incassi del cinema in Italia in un panorama continentale, e non solo, per niente positivo (certo grazie allo straordinario exploit di "Sole a catinelle" con Checco Zalone). Con le unghie e con i denti, con tutti i suoi problemi, il cinema italiano si tiene a galla e con alcuni dei suoi talenti resta fra le grandi cinematografie del mondo.
Sull'onda della soddisfazione ecco il podcast Musica sui Generis per il fine settimana dedicato ad alcuni strumentisti capaci di seminare musica fuori dalle rotte del mainstream
Aldo Lastella-Musica sui Generis 176
Nash the Slash, Children of the night
Toumani & Sidiki Diabaté, Toumani & Sidiki
Tag: Alice Rohrwacher, Checco Zalone, Festival di Cannes, La grande bellezza, Le meraviglie, Oscar, Paolo Sorrentino

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