Source: https://www.laleggepertutti.it/343964_che-succede-se-mi-trovano-con-qualcuno-che-ha-con-se-droga
Timestamp: 2020-01-26 08:08:30+00:00

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Quando si è complici? La semplice conoscenza del reato da parte del convivente, partner o conducente dell’auto fa scattare il concorso nel reato di spaccio, trasporto e contrabbando di droga?
Non sempre possedere in tasca, in casa o in auto della droga costituisce reato. Il penale scatta solo quando il quantitativo di cui si dispone è incompatibile con l’uso personale, ma è rivolto allo spaccio. Leggi Detenzione droga: quando non è punibile. Che succede però se ti trovano con qualcuno che ha con sé droga? Immagina di viaggiare in auto con un amico che ha deciso di darti un passaggio. Nel suo portabagagli c’è una valigia piena di polvere bianca, ma di questo non sei stato messo al corrente. Cosa rischieresti se, ad un posto di blocco, la polizia dovesse fermarvi? Potrebbe ritenerti “complice” e arrestarti?
Il fatto di stare insieme a qualcuno che detiene droga ai fini dello spaccio – non quindi per «uso personale» – non significa automaticamente essere coinvolto nel relativo reato di contrabbando: la responsabilità penale, in Italia, è solo «personale». Scatta cioè solo se c’è una personale colpevolezza. In altri termini, non si può essere puniti per le condotte commesse da altri, anche quando si è consapevoli del fatto che questi stanno violando la legge. Anche il semplice sospetto non potrebbe, di per sé, costituire un fattore di rischio.
Dall’altro lato, però, esiste una norma del Codice che punisce tutti coloro che partecipano al reato commesso da altri, anche quando offrono un minimo contributo alla commissione del delitto. Si tratta, in tali casi, del cosiddetto «concorso nel reato»: in parole comuni, i “complici”.
Tutto, quindi, si risolve nel definire la linea di confine tra la partecipazione cosciente nell’altrui illecito e, invece, la perfetta estraneità. Se allora anche tu ti sei già chiesto «che succede se mi trovano con qualcuno che ha con sé droga?», qui di seguito proveremo a offrirti qualche chiarimento sulla base delle ultime sentenze della giurisprudenza.
1 Cosa si rischia a convivere con una persona che ha droga
2 Quando si è responsabili per la droga detenuta da un’altra persona?
3 Il passeggero è responsabile se in un’auto c’è della droga?
4 Detenzione di stupefacenti: distinzione tra connivenza non punibile e concorso nel reato commesso da altro soggetto
Cosa si rischia a convivere con una persona che ha droga
Secondo una sentenza della Corte d’Appello di Roma [1], il convivente che si accorge del fatto che il compagno di appartamento (sia che si tratti del partner che del collega di studi universitari) possiede marijuana in casa non costituisce, di per sé, una fonte di responsabilità penale. E ciò anche se il quantitativo in questione supera le dosi dell’uso personale. Lo stesso dicasi per il caso di coltivazione di sostanze stupefacenti. Per poter incriminare il coinquilino, la Procura della Repubblica deve dimostrare il suo contributo, l’apporto alla condotta criminosa del partner, anche in forme che agevolino o rafforzino il proposito criminoso (ad esempio, aiutandolo a nascondere l’illecito).
La vicenda oggetto della decisione riguarda una coppia di conviventi, trovati in possesso presso l’abitazione di proprietà della donna di un quantitativo di marijuana pari a 110 g e a 19 piante di Cannabis Indica, da cui era complessivamente possibile ricavare oltre 380 dosi. Tratti a giudizio per rispondere del reato di produzione, traffico e detenzione di stupefacenti [2] in concorso tra loro, i due venivano condannati dal tribunale. In secondo grado, però, la Corte ha assolto la donna: nei suoi confronti è caduta la condanna per concorso nel reato. Si tratterebbe, infatti, di una semplice connivenza non punibile ossia quella situazione nella quale un soggetto è a conoscenza della commissione di un reato, ma non arreca alcun contributo alla sua realizzazione, né sotto il profilo causale né sotto il profilo psicologico.
Quando si è responsabili per la droga detenuta da un’altra persona?
La Cassazione ha spiegato che, «a fronte di una condotta meramente passiva, consistente nell’assistenza inerte, inidonea ad apportare un contributo causale alla realizzazione dell’illecito, di cui pur si conosca la sussistenza» non ci può essere alcuna punizione per chi viene trovato insieme a una persona che ha con sé della droga. Al contrario, ricorre il concorso nel reato nel caso in cui si offra un consapevole apporto – morale o materiale – all’altrui condotta criminosa, anche in forme che agevolino o rafforzino il proposito criminoso del concorrente». Insomma, bisogna prestare un, seppur minimo, aiuto al reato commesso dall’altra persona.
Il passeggero è responsabile se in un’auto c’è della droga?
Veniamo all’esempio di partenza: il passeggero, trasportato in auto all’interno della quale viene nascosta della droga, è colpevole di concorso nello spaccio se non è a conoscenza di tale situazione? La Cassazione ci va cauta: bisogna valutare caso per caso, dicono i giudici. E con una sentenza del 1990 [3] spiegano che «il concorso di più persone nel trasporto e nella detenzione di droga non può essere escluso dall’eventuale appartenenza dell’auto ad uno solo dei concorrenti». Il solo fatto che la macchina sia di una persona non implica l’assenza di responsabilità per il passeggero. Tuttavia, il reato a carico del trasportato sussiste «quando la sostanza si trovi nella disponibilità di tutti e quando tutti partecipino consapevolmente al suo trasporto viaggiando nella stessa autovettura perché una tale condotta realizza un apporto all’azione criminosa».
Sempre secondo la Corte: «La connivenza non punibile presuppone che l’agente mantenga un comportamento meramente passivo, inidoneo ad apportare alcun contributo alla realizzazione del reato, di cui pur si conosca la sussistenza. Al contrario, il concorso nel reato richiede un contributo partecipativo positivo – morale o materiale – all’altrui condotta criminosa, anche in forme che agevolino o rafforzino il proposito criminoso del concorrente (nella specie, la Corte ha ritenuto correttamente affermata la configurabilità del concorso della imputata, stante la sua accertata consapevole partecipazione al trasporto della droga, ed era stata esclusa, pertanto, che nella sua condotta fosse ravvisabile una mera connivenza non punibile)».
E che dire se una persona prende l’auto di un’altra che vi aveva lasciato della droga? Secondo il Tar Perugia [5], il ritrovamento di sostanze stupefacenti nell’automobile da parte dei carabinieri non determina l’automatica revisione della patente del soggetto posizionato sul posto di guida. Specialmente se l’auto è in sosta e non viene dimostrato in alcun modo l’uso della droga da parte dell’autista.
Detenzione di stupefacenti: distinzione tra connivenza non punibile e concorso nel reato commesso da altro soggetto
«In tema di detenzione di sostanze stupefacenti, la distinzione tra connivenza non punibile e concorso nel reato commesso da altro soggetto va individuata nel fatto che, mentre la prima postula che l’agente mantenga un comportamento meramente passivo, privo cioè di qualsivoglia efficacia causale, il secondo richiede, invece, un contributo partecipativo positivo – morale o materiale – nell’altrui condotta criminosa, anche in forme che agevolino la detenzione, l’occultamento e il controllo della droga, assicurando all’altro concorrente, anche implicitamente, una collaborazione sulla quale questi può contare (fattispecie nella quale è stato rigettato il ricorso avverso la condanna motivata evidenziando che l’imputato, nel manifestarsi disponibile a custodire la droga in casa consegnatagli dall’ignoto detentore originario che doveva allontanarsi, con il proprio comportamento aveva assicurato una oggettiva collaborazione, fornito un evidente sostegno psicologico alla protrazione della condotta illecita altrui, e comunque contribuito con la propria condotta positiva alla materiale detenzione della droga, agevolando l’occultamento e il controllo della stessa)» [6].
[1] C. App. Roma, sent. n. 6346/2019. Così anche Cass. sent. n. 18015/2019 secondo cui: «In ordine al reato di detenzione di sostanze stupefacenti rinvenute in un immobile nella proprietà o nel possesso in comune con chi è incontrovertibilmente dedito al traffico di stupefacenti, per poter affermare il concorso del comproprietario/codetentore è necessario distinguere da tale ipotesi quella della connivenza non punibile, e, a tal fine, occorre individuare il limite che il godimento comune dell’immobile comporta rispetto al concorso nella detenzione della droga, non essendo configurabile a carico del comproprietario o codetentore alcun obbligo giuridico di impedire l’evento ex articolo 40 del Cp.»
[2] Art. 73 del testo unico in materia di stupefacenti (Dpr n. 309/1990).
[3] Cass. sent. del 29 gennaio 1990 Awad Cass. pen. 1992, 171 (s.m.) – conforme – Cassazione penale , sez. VI, 26 settembre 1989 Caruso Cass. pen. 1991, I,642.
[4] Cass. sent. n. 25310/2019.
[5] Tar Perugia, sent. n. 490/2017.
[6] Cassazione penale sez. VI, 25/01/2018, n.40343.
Corte d’appello di Roma -Sezione II penale -Sentenza 15 maggio 2019 n. 6346
REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANOLA CORTE DI APPELLO DI ROMASEZIONE SECONDA PENALEcosì compostaDott. ROSANNA SCIRE’ RISICHELLA -PresidenteDott. ROBERTO PILLA-ConsigliereDott. LORENZO ANTONIO BUCCA -ConsigliereHa pronunciato in In Camera di Cons. la seguenteSENTENZAnel procedimento penale di 2 grado nei confronti di:1) (…) -LIBEROnato a R. -R. il (…) -I.2) (…) -LIBEROnato a R. -R. il (…)-I.MotivazioneCon sentenza del Tribunale di Roma in data 15.10.14 (…) e (…) furono condannati per il reato di cui agli artt. 110 c.p. e 73 D.P.R. n. 309 del 1990 alla pena di un anno di reclusione ed Euro 2.000,00 di multa, concesse le attenuanti generiche equivalenti alla contestata recidiva per entrambi, pena abbattuta per il rito prescelto, con confisca e distruzione di quanto in sequestro.Il primo giudice ha ritenuto provata la detenzione a fini di spaccio da parte degli imputati di gr. 110 di marijuana, oltre alla coltivazione di n 19 piante di Cannabis Indica, da cui era complessivamente possibile ricavare oltre 380 dosi.Avverso la sentenza è stato avanzato appello dal difensore degli imputati, avv.to Mi.Mo., il quale con atto del 12.11.14 harichiesto l’assoluzione di entrambi per insussistenza del fatto.Nella specie, con riferimento alla posizione di P., la difesa ha evidenziato come lo stesso fosse assuntore abituale di marijuana, le dosi ricavabili dalle piante dopo essiccamento fossero pari a 6/7 -quantità compatibile con l’uso personale -, oltre a rilevare la mancanza di confezionamento e di contanti, nonché le discrete condizioni di vita del prevenuto.
Quanto a (…), la difesa ha invece escluso la riconduzione della sua condotta nell’alveo del concorso di persone, potendo al contrario configurarsi una mera connivenza non punibile, mancando la prova che la stessa avesse positivamente contribuito alla coltivazione e custodia della sostanza.In subordine, è stata richiesta l’esclusione della recidiva, ovvero la considerazione delle attenuanti generiche in misura prevalente, in virtù della non particolare gravità del fatto, della modesta quantità di THC, del buon comportamento processuale degli imputati in uno alla risalenza nel tempo dei precedenti penali.Il gravame, in relazione alla posizione di (…), non può trovare accoglimento.Ferma la ricostruzione dei fatti così come operata in primo grado, in questa sede è necessario concentrare l’analisi sui profili di responsabilità sussistentia carico dell’imputato.Il primo giudice ha già esaustivamente illustrato gli elementi da cui desumere l’inverosimiglianza di un uso non esclusivamente personale, oltre a dar conto della irrilevanza del consumo personale in tema di coltivazione, come precisato da ormai granitica giurisprudenza di legittimità, nonché dalla Corte Costituzionale.Come specificato dai giudici della nomofilachia, infatti, “la coltivazione non autorizzata di piante dalle quali siano estraibili sostanze stupefacenti è penalmente rilevante, anche se realizzata per l’uso personale del prodotto, quando è accertata l’effettiva capacità della sostanza, ricavata o ricavabile, di produrre un effetto drogante con concreto pericolo di aumento di disponibilità dello stupefacente e di sua ulteriore diffusione” (Sez. U, n. 28605 del 24/04/2008, Rv. 239920; posizione ribadita da Sez. 4, n. 17167 del 27/01/2017, Rv. 269539; Sez. 6, n. 8058 del 17/02/2016, Rv. 266168; da ultimo, sez. VI, n.12198 del 30/10/2018), mentre la punibilità per la coltivazione va esclusa solo se il giudice ne accerti la concreta inoffensività, che si ha se risulta sostanzialmente irrilevante l’aumento di disponibilità della droga e non prospettabile alcun pericolo di sua ulteriore diffusione (Sez. 3, n. 36037 del 22/02/2017 -dep. 21/07/2017, Rv. 27180501; Sez. 4, n. 3787 del 19/01/2016, Rv. 265740; Sez. 6, n. 5254 del 10/11/2015, dep. 2016, Rv. 265641).Ciò posto, con riguardo alla parte dell’imputazione relativa alla coltivazione, occorre dunque saggiare la concreta inoffensività della condotta per escludere profili di responsabilità penale.Ebbene, la perizia tossicologica ha evidenziato la presenza nelle piante di un principio attivo di THC pari a 1,7 %; trattasi di percentuale che, seppur esigua, non consente di ritenere insussistente un effetto drogante e, di conseguenza, il pericolo di lesione del bene salute.D’altro canto, anche il dato ponderale, relativo alle dosi ricavabili a seguito del processo di maturazione delle piante, appare non dirimente, considerato che, come precisato dalla Consulta, “non è apprezzabile ex ante, con sufficiente grado di certezza, la quantità di prodotto ricavabile dal ciclo della coltivazione, sicchè anche la previsione circa il quantitativo di sostanza stupefacente alla fine estraibile dalle piante coltivate e la correlata valutazione della destinazione della sostanza stessa ad uso personale risultano maggiormente ipotetiche e meno affidabili e ciò ridonda in maggiore pericolosità della condotta. Si consideri poi che l’attività produttiva è destinata ad accrescere indiscriminatamente i quantitativi coltivabili e quindi ha una maggiore potenzialità diffusiva delle sostanze stupefacenti estraibili” (Corte cost., sent. 247-1995, n. 360: ord. n. 109 del 2016)A ciò si aggiunga il rinvenimento di 39,9 grammi di semi di cannabis, dislocati in vari contenitori di plastica. Orbene, la conservazione dei semi, a detta dell’imputato inutili, non può essere spiegata se non con la loro destinazione ad essere successivamente coltivati, così da incrementare il pericolo di produzione e diffusione di sostanza stupefacente.In virtù di quanto innanzi,la condotta relativa alla coltivazione non può ritenersi scevra di una carica offensiva, così che il delitto contestato risulta integrato in tutti i suoi elementi.Lo stesso deve dirsi con riferimento all’ulteriore sostanza stupefacente rinvenuta.Il quantitativo di droga sequestrato, infatti, risulta sproporzionato con la finalità dell’uso personale. Non poteva, infatti sfuggire all’imputato, gravato da numerosi precedenti specifici, che il rinvenimento del quantitativo di droga sequestrato, pari a circa 380 dosi singole, in caso di controllo avrebbe comportato l’applicazione di una misura precautelare. L’assunzione di un tale rischio non può trovare spiegazione nell’esigenza di precostituirsi una scorta in vista di successive assunzioni.Non può, inoltre,essere ignorato che (…) si è limitato a dichiarare di essere assuntore abituale, senza tuttavia presentare alcun certificato attestante il suo stato di tossicodipendenza.Per quanto concerne la dosimetria della pena, la richiesta di esclusione della recidiva, ovvero di giudizio di prevalenza delle generiche, è priva di fondamento.In tema di recidiva facoltativa, la Corte di Cassazione ha avuto modi di precisare come la sua applicazione “richiede uno specifico onere motivazionale da parte del giudice, che, tuttavia, può essere adempiuto anche implicitamente”, ove si sia in concreto apprezzata la sussistenza dei requisiti di riprovevolezza della condotta e di pericolosità del suo autore (Cass., sez. VI n 14937 del 14.3.18, Rv. 272803-01).Venendo al caso in esame, i cinque precedenti specifici di (…) denotando un’assoluta insensibilità avverso i provvedimenti dell’Autorità giudiziaria da cui è stato attinto; inoltre, il dato quantitativo imprime ancor più disvalore alla condotta contestata, considerato, oltre alla sostanza utilizzabile nello status quo, il quantitativo di semi rinvenuto e dunque un’attività di coltivazione non marginale, seppur non immediata, così da palesare la spiccata inclinazione a delinquere.Il divieto di cui all’u.c. dell’art. 69 c.p. esclude che l’esito del giudizio di bilanciamento delle circostanze possa essere modificato nel senso auspicato dall’appellante.Allo stesso tempo, la pena è stata contenuta in una fascia medio-bassa della cornice edittale, non sussistendo ragioni per una sua ulteriore riduzione; la Cassazione ha infatti precisato come l’obbligo di motivazione in punto di pena sia rispettato nel caso in cui si dia conto “dell’impiego dei criteri di cui all’art. 133 cod. pen. con espressioni del tipo: “pena congrua”, “pena equa” o “congruo aumento”, come pure con il richiamo alla gravità del reato o alla capacità a delinquere, essendo, invece, necessaria una specifica e dettagliata spiegazione del ragionamento seguito soltanto quando la pena sia di gran lunga superiore alla misura media di quella edittale” (Cass., sez. II, n. 36104 del 27.04.17, Rv. 271243-01). A ciò si aggiunga la già generosa applicazione della fattispecie di lieve entità di cui all’art. 735 D.(…) n. 309 del 1990, a fronte dell’ingente numero di dosi ricavabili dalla sostanza sequestrata, così da non residuare margini per operare un ulteriore abbattimento della pena.La sentenza, in relazione alla posizione di (…), va pertanto confermata, con condanna dell’appellante alle maggiori spese del grado.Quanto alla posizione di (…), occorre vagliare la configurabilità di un concorso penalmente rilevante, ritenuto non provato dalla difesa.A tal fine, occorre una preliminare ricostruzione in diritto del tema.Nella specie, la giurisprudenza di legittimità haprecisato come, in materia di stupefacenti, “integra la connivenza non punibile una condotta meramente passiva, consistente nell’assistenza inerte, inidonea ad apportare un contributo causale alla realizzazione dell’illecito, di cui pur si conosca la sussistenza, mentre ricorre il concorso nel reato nel caso in cui si offra un consapevole apporto -morale o materiale -all’altrui condotta criminosa, anche in forme che agevolino o rafforzino il proposito criminoso del concorrente, caratterizzato, sotto il profilo psicologico, dalla coscienza e volontà di arrecare un contributo concorsuale alla realizzazione dell’evento illecito” (ex multis, Sez. 4, n. 4055 del 12/12/2013 -dep. 29/01/2014, Benocci Rv. 258186; Sez. 3, n. 34985 del 16/07/2015 -dep. 20/08/2015, Caradonna, Rv. 264454).Orbene, venendo al caso di specie, non è dato comprendere il tipo di apporto dato dall’imputata alla consumazione del reato. (…), nel corso dell’interrogatorio, ha sostenuto che (…) era estranea ai fatti e che l’appartamento era di sua proprietà. I precedenti di (…), inoltre, dimostrano chiaramente che la determinazione delinquenziale dell’uomo è tale da non necessitare dell’apporto psicologico di complici per indurlo a commettere reati in tema di stupefacenti.L’unico elemento a carico dell’imputata, quindi, è la non veridicità della versione resa in sede d’interrogatorio. Fuor di dubbio è, infatti, la consapevolezza dell’imputata circa la presenza di stupefacenti all’interno dell’abitazione; le dichiarazioni rese in sede di udienza di convalida -ove la stessa ha riferito di aver scambiato le piante di canapa con gelsomini -sono assolutamente inverosimili, non fosse altro che per l’esperienza della predetta nel mondo degli stupefacenti, come desumibile dai precedenti penali.D’altronde, lo stesso imputato ha riferito che la compagna lo aveva ammonito circa la pericolosità di detenere sostanza stupefacente in casa (trascr. ud. del 18.7.14, p. 12), così confermando la consapevolezza della stessa circa la natura di quanto rinvenuto.L operante An.Ga. all’udienza del 18.7.14 ha riferito che, mentre si trovava fuori dall’abitazione, impedito l’ingresso dagli odierni imputati, dall’interno si sentivano degli spostamenti oltre a un “vociare”; ciò destituisce di fondamento la ricostruzione offerta
dall’imputata, che ha dichiarato di non aver aperto la porta perché era con le cuffie alle orecchie, mentre l’operante ha fatto riferimento ad entrambi i soggetti che parlavano tra di loro.E però il mendacio dell’imputata, in quanto spiegabile anche con la volontà di allontanare il più possibile la sua posizione da quella del compagno, non consente, difettando altri indizi di reità, di desumere che la medesima concorse con (…) nelle condotte illecite dedotte in imputazione.L’imputata va, quindi, mandata assolta per non aver commesso il fatto.Motivazione in giorni trenta.P.Q.M.Visti gli artt. 599.1, 605 c.p.p., in riforma della sentenza del Tribunale di Roma in data 15.10.14, appellata da (…) e (…), assolve (…) dal reato lei ascritto per non aver commesso il fatto, conferma nel resto. Condanna (…) al pagamento delle spese del grado.Fissa in giorni trenta il termine per il deposito della motivazione.Così deciso in Roma il 2 maggio 2019.Depositata in Cancelleria il 15 maggio 2019.

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 articolo 40
 Art. 73
 Cass. 
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