Source: http://www.avvocato-gerardo-petrucci.it/separazione-divorzio/
Timestamp: 2019-07-19 17:09:54+00:00

Document:
AVVOCATO Gerardo PETRUCCI - Separazione & Divorzio
Differenza tra Separazione Consensuale da quella Giudiziale
La separazione può essere legale (consensuale o giudiziale)
Effetti Separazione
In caso di separazione consensuale, i coniugi regolamentano i loro rapporti con un accordo che verrà poi omologato dall'autorità giudiziaria. Il contenuto dell'accordo potrà avere ad oggetto: la divisione di beni comuni, l'assegnazione ad uno dei coniugi di beni di proprietà comune o esclusiva dell'altro coniuge, il riconoscimento di un assegno di mantenimento a favore del coniuge debole.
In caso di disaccordo circa le questioni patrimoniali - in presenza, quindi, di un procedimento di separazione giudiziale - si ha solo lo scioglimento dell'eventuale regime di comunione legale e tutti i beni restano di proprietà comune o esclusiva dei coniugi.
I beni acquistati antecedentemente alle nozze e quelli personali, così come indicati espressamente dalla legge (ad es. quelli indispensabili per l'attività lavorativa di uno dei coniugi, art. 179 c.c.), restano di esclusiva proprietà del coniuge intestatario.
In ogni caso sono fatti salvi tutti i provvedimenti indispensabili all'interesse della prole, quali ad esempio l'assegnazione della casa coniugale al coniuge affidatario, anche se non proprietario, o l'obbligo di corrispondere un assegno di mantenimento per i figli o per il coniuge economicamente più debole.
Per ciò che riguarda i diritti successori, il coniuge separato è equiparato a tutti gli effetti al coniuge non separato. In relazione all'eredità, continuerà quindi a godere della stessa posizione che rivestiva in presenza del vincolo matrimoniale, salvo il caso in cui al coniuge superstite sia stata addebitata la separazione.
﻿Dell'assegnazione il giudice tiene pure conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l'eventuale titolo di proprietà.
Il provvedimento del Giudice con cui viene disposta l'assegnazione della casa coniugale può essere trascritto ai sensi dell'art. 2643 c.c. al fine di renderlo opponibile a terzi (ad esempio, nel caso in cui il genitore non assegnatario venda a terzi l'abitazione di sua proprietà esclusiva, Corte Cost. sent. n. 54/1989).
Nel caso in cui l'abitazione familiare sia in locazione, al conduttore succede per legge l'ex coniuge assegnatario.
Qualora non vi siano figli, salvo diverso accordo, la casa familiare non può venire assegnata esclusivamente ad uno dei coniugi. In questo caso, se di proprietà comune, si potrà richiedere la divisione giudiziale dell'immobile, se di proprietà esclusiva, rientrerà nella sfera di disponibilità esclusiva del coniuge proprietario.
Il mantenimento nel caso di separazione è di regola corrisposto mensilmente. Il coniuge a cui spetta l'assegno può rinunciarvi.
In caso di inadempimento, su richiesta del beneficiario, potrà essere disposto il sequestro di parte dei beni dell'obbligato, oppure potrà essere ordinato a terzi (es. al datore di lavoro del coniuge obbligato) il versamento della somma dovuta.
Il provvedimento con cui il Giudice dispone la corresponsione dell'assegno di mantenimento può in ogni tempo essere modificato o revocato qualora vi siano giustificati motivi o intervengano fatti nuovi.
L'affidamento dei figli in caso di separazione è oggi disciplinato dalle norme introdotte con la Legge n. 54 dell'8 febbraio 2006.
FAMIGLIA DI FATTTO
Il convivente more uxorio non ha diritto agli alimenti, e tantomeno al mantenimento, poiché la convivenza concretizza una situazione di fatto, caratterizzata dalla precarietà e dalla revocabilità unilaterale, cui non si ricollegano diritti e doveri se non di carattere morale (Tribunale di Napoli 8/7/1999); è invece legittimato a chiedere un contributo per il mantenimento di eventuali figli avuti dal convivente, trattandosi di richiesta fondata sull’obbligo dei genitori di mantenere i figli per il solo fatto di averli generati.
MANCATO PAGAMENTO ASSEGNO DI MANTENIMENTO
Il mancato versamento dell’assegno da parte del coniuge obbligato, stando a Cass. 10/4/2001, non configura senz’altro il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare (punito con la reclusione fino a un anno o con la multa d 103 a 1.032 euro) nella versione di cui all’art. 570, secondo comma, n. 2, del codice penale (far mancare i mezzi di sussistenza ai familiari in esso indicati), la cui sfera di operatività è appunto circoscritta alla sola mancata corresponsione, da parte dell’obbligato, dei mezzi di sussistenza ai soggetti menzionati nella norma incriminatrice, i quali si trovino in oggettivo stato di bisogno; in base a questo principio i giudici della Suprema Corte non hanno ritenuto penalmente perseguibile il coniuge che, tenuto a versare mensilmente alla moglie separata, a titolo di assegno di mantenimento della stessa e di tre figli minori, la somma di lire dieci milioni, aveva versato somme largamente inferiori, consentendo però nel contempo, ai suddetti familiari, l’uso gratuito di una lussuosa abitazione. La Corte d’Appello di Bologna, con sentenza n. 920 del 5/4/2004, non ha ritenuto compreso nel concetto di mezzi di sussistenza, e quindi penalmente rilevante, l’omesso versamento, da parte del marito, del contributo alla spesa sostenuta dalla moglie separata per l’acquisto di una carrozzina ortopedica, ritenendolo azionabile soltanto in sede civile ai fini del rimborso. La Cassazione (sentenza n. 22703 del 27/4/2007) ha successivamente statuito che, il genitore che ometta di versare all’altro coniuge l’assegno stabilito in sede di separazione giudiziale per il mantenimento del figlio minore, risponde del reato indipendentemente dal fatto che al mantenimento abbia fatto fronte l’altro coniuge con l’aiuto di altri congiunti; ciò, infatti, non elimina lo stato di bisogno in cui versa il soggetto passivo, ma ne costituisce la prova. Con una successiva decisione (n. 25591 del 23/6/2008) la Suprema Corte ha stabilito che il reato si configura per la semplice omissione della corresponsione dell'assegno nella misura disposta dal giudice, indipendentemente dalla condizione di bisogno del beneficiario. Il GUP presso il Tribunale di Crotone (sentenza n. 118 dell’8/8/2008) ha escluso il reato nel caso di ritardo, nell’erogazione dell’assegno al coniuge in favore della figlia minore, circoscritto a sole tre mensilità, in un contesto in cui l’obbligato, invalido al 100%, aveva sempre pagato puntualmente.
Sempre a proposito di violazione degli obblighi di assistenza familiare, il coniuge separato che eccepisca il proprio stato di disoccupazione a giustificazione della mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento deve provare che questa condizione non è dipesa da sua volontà; pertanto, se egli si licenzia senza ricercare un nuovo lavoro, e non sussiste uno stato patologico di malattia accertato, è imputabile del reato (Trib. Genova 20/2/2004, n. 509). In questa ottica, le difficoltà economiche in cui versi l’obbligato non escludono la sussistenza del reato, qualora non risulti provato che dette difficoltà si sono tradotte in una vera e propria indigenza e nella conseguente impossibilità di adempiere, sia pure parzialmente, all’obbligazione (Trib. Roma 4/6/2004, n. 13466): l’incapacità economica dell’obbligato, in altri termini, dev’essere assoluta e incolpevole, e da questi rigorosamente provata (Cass. 19/5/2005, n. 32540. Il fallimento dell’obbligato non è sufficiente ad escludere il reato, dovendo egli dimostrare di essere stato privato di tutti i suoi mezzi economici e di non essere in grado di sopperire alla privazione con una diversa attività. (Cass. 8/7/2004, n. 37137). Sempre la Suprema Corte, con sentenza n. 30586 dell’8/4/2003, ha precisato che chi fa mancare i mezzi di sussistenza a più congiunti (per es. coniuge e figli minori), omettendo di corrispondere a ciascuno di essi l’importo mensile stabilito dal giudice, commette un unico reato e non una pluralità di reati in concorso formale o in continuazione fra loro.
Se la mancata corresponsione riguarda l’assegno per il mantenimento dei figli, soltanto questi, se maggiorenni e privi di autonomia economica, e non più il loro genitore affidatario, sono legittimati ad agire per il pagamento dell’assegno loro destinato (Trib. Palermo, 13/4/1985).
Se il coniuge non adempie all’obbligo di versare l’assegno, l’avente diritto può, a norma dell’art. 156 c.c., chiedere al giudice di ordinare che il dovuto gli sia versato direttamente dai terzi (per es. datore di lavoro, ente erogatore del trattamento pensionistico) che siano tenuti a versare, anche periodicamente, somme di denaro al coniuge obbligato alla corresponsione dell’assegno (Cass. 4/5/1982, n. 2758).
Concludiamo, sul punto, con una sentenza del Tribunale di Genova (n. 2859 del 7/11/2003) in materia di rapporti fra coniugi di diversa nazionalità: il fatto che il diritto islamico consenta al marito di ripudiare la moglie e di sottrarsi agli obblighi nascenti dal matrimonio non ha alcun rilievo ai fini della configurabilità del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare commesso in Italia, di cui sia accertata la sussistenza.
L’assegno di mantenimento in favore del coniuge separato, avendo natura di credito pecuniario, dal momento in cui è esigibile produce interessi ai sensi dell’art. 1282 c.c., salvo che il titolo disponga altrimenti (Cass. 14/2/2007, n. 3336).
Con la legge 54/2006 è stata introdotta la possibilità di seguire in ambito di separazione giudiziale un percorso di mediazione familiare, in altre parole il giudice "suggerisce" alla coppia in separazione di svolgere un percorso che consenta agli ex-coniugi, tramite la riorganizzazione delle relazioni esistenti tra loro, il raggiungimento di accordi reciprocamente soddisfacenti.
Nello specifico l'art. 155 sexies, II comma, recita:"Qualora ne ravvisi l'opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l'adozione dei provvedimenti di cui all'articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo con particolare riferimento alla tutela dell'interesse morale e materiale dei figli".
Un avvocato che valuti realmente tale possibilità può proporre ai propri clienti una mediazione nel momento in cui vede in essi la capacità di contenere la naturale carica aggressiva che il processo separativo genera. In sostanza quando i coniugi in separazione riescono a porre l'interesse dei figli in primo piano, desiderando proteggerli dal senso di sconfitta e perdita che naturalmente questo tipo di situazione genera, i genitori o l'avvocato stesso può suggerire di effettuare uno o due colloqui informativi propedeutici alla mediazione.
È essenziale che questi colloqui siano svolti da un mediatore qualificato al fine di non fornire ai genitori notizie "indicativamente" giuste ma sostanzialmente non esaustive, che possano di fatto allontanare i genitori dalla mediazione.
Non si sottovaluti, infatti, che anche la mediazione come tutti i percorsi di ridefinizione richiedono a chi la fa un forte investimento di fiducia. Informazioni corrette non supportate dalla fiducia che un professionista del settore può infondere potrebbero non essere sufficienti per convincere i genitori sulla validità e solidità di questo tipo di percorso.
Secondo la SIMeF (LA SOCIETÀ ITALIANA DI MEDIAZIONE FAMILIARE):
La Mediazione Familiare è un percorso per la riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o in seguito alla separazione o al divorzio:in un contesto strutturato, un terzo neutrale e con formazione specifica (il mediatore familiare appunto), sollecitato dalle parti, nella garanzia del segreto professionale e in autonomia dall'ambito giudiziario, si adopera affinché i genitori elaborino in prima persona un programma di separazione soddisfacente per sé e per i figli, in cui possano esercitare la comune responsabilità genitoriale.
Come si comprende dalla sopraccitata definizione il percorso mediativo, ASSOLUTAMENTE EXTRAGIUDIZIARIO, vede coinvolti in prima persona i genitori, che con l'aiuto del Mediatore quale terzo neutrale, ritornano a operare le proprie scelte. Non sono previste deleghe al mediatore rispetto agli obiettivi che vengono presentati dalla coppia genitoriale; il mediatore quale terzo equivicino appunto favorisce il ripristino della capacita decisionale congiunta dei genitori.
Mentre un CT che sia di parte o d'ufficio si schiera con l'una o l'altra parte partecipando di fatto al conflitto, il mediatore resta neutrale e favorisce con il suo lavoro l'apprendimento e l'eventuale consolidamento di nuove dinamiche relazionali, che favoriscano la comunicazione tra i genitori rendendoli capaci di affrontare tutte quelle problematiche implicate dalla stessa crescita dei figli.
Come tutti gli ex-coniugi sanno ogni età prevede scelte particolari in cui la capacità negoziale di due genitori separati può rappresentare la differenza fra scelte condivise e serene e scelte discordi e conflittuali. La separazione infatti non esclude il bisogno di decidere:
>> il tipo di scuola a cui mandare il figlio;
>> relativamente all'educazione religiosa;
>> se e che tipo di sport far praticare ai figli;
>> come affrontare la fase adolescenziale con la sua caratteristica tendenza eversiva.
Nello specifico la Mediazione Familiare si articola in una serie di incontri strutturati (min.10 max.14 circa) durante i quali il mediatore innanzitutto cerca di inquadrare la coppia che ha di fronte per capire se è per loro possibile un percorso di Mediazione Familiare.
In questa fase lo scopo è evidenziare risorse ed eventuali ostacoli o vincoli alla mediazione; ovvero ciò che può impedire la ridefinizione delle relazioni familiari che sono l'obiettivo finale.
Stabiliti gli obiettivi specifici della coppia si parte con la fase negoziale vera e propria, confidando che la raccolta delle informazioni e l'analisi degli stili comunicativi sia stata in grado di cogliere quegli elementi che potrebbero risultare come ostacoli o veri e propri vincoli ovvero le situazioni che ESCLUDONO di fatto la mediabilità di una coppia.
Nella fase conclusiva del percorso la coppia, insieme al mediatore, definisce un PROTOCOLLO D'INTESA, comprendente tutte le decisioni e gli accordi raggiunti dai genitori negli incontri di mediazione.
Tale protocollo potrà poi essere ratificato dal giudice se i genitori lo vorranno.
Divorzio: stop mantenimento se l’ex coniuge convive con un altro
Ormai la giurisprudenza è univoca su questo: l’assegno di mantenimento, sia esso conseguente alla separazione che al divorzio (in tal caso, viene denominato “assegno divorzile”) non spetta più se l’ex coniuge inizia una relazione con un’altra persona. Non qualsiasi tipo di relazione, ma una basata sulla convivenza cosiddetta “more uxorio” (ossia come una coppia sposata), quindi stabile, continua e regolare, tanto da assumere le caratteristiche della famiglia di fatto. Lo ha ribadito la Corte di Appello di Palermo con una recente sentenza [1]: è stato così revocato l’assegno divorzile in favore di una donna che, nel frattempo, aveva iniziato una relazione di convivenza con un altro uomo, pur continuando a percepire (evidentemente in modo illegittimo) l’assegno di mantenimento da parte dell’ex marito. Nel caso, invece, di presenza di figli, la perdita del beneficio nei confronti dell’ex coniuge non comporta anche il venir meno del pagamento degli assegni nei confronti della prole: a questi ultimi, infatti, il mantenimento va garantito fino all’indipendenza economica (a prescindere, quindi, dall’eventuale raggiungimento della maggiore età). Per quanto infine riguarda l’assegnazione della casa coniugale, essa spetta solo in presenza di figli minori o non indipendenti (leggi “Separazione: casa assegnata solo in presenza di figli”). Sintetizzando, la nuova convivenza “more uxorio” dell’ex coniuge beneficiario dell’assegno assume rilevanza ai fini della revoca dell’assegno medesimo non in quanto tale, ma solo se assume i caratteri della stabilità, durata e continuità tanto da venire ad assumere i connotati della cosiddetta famiglia di fatto, connotata, in quanto tale, dalla libera e stabile condivisione di valori e modelli di vita.

References: art. 179
 Cass. 
 sentenza 
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