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Timestamp: 2019-08-17 13:30:59+00:00

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Giovedì 14 Novembre 2013 15:47
sentenza del 31/01/2013
Non costituisce reato di “sostituzione di persona” il “timbrare” il cartellino del collega!
Secondo la Suprema Corte “farsi timbrare il cartellino dal collega non comporta il reato di sostituzione di persona, ma solo un procedimento disciplinare a carico del lavoratore”.
La condotta di chi fa riportare sul cartellino marcatempo nella sua dotazione la presenza, non corrispondente alla realtà, sul posto di lavoro, producendo effetti solo nell'ambito della sfera relativa al rapporto di diritto privato tra il dipendente ed il suo datore di lavoro, non è adatta ad integrare il reato di falsità ideologica a carico del pubblico ufficiale in atti pubblici (art. 479 c.p.), né integra al piu' il reato di sostituzione di persona (art. 494 c.p.), poiche' difetta dell'attribuzione al soggetto attivo e la conseguente rappresentazione nei confronti dei terzi, allo scopo di indurli in errore per far conseguire a sé o ad altri un vantaggio ovvero per arrecare ad altri un danno, di connotati che, pur non appartenendogli, appaiono idonei a definirlo come una persona diversa da quella che egli effettivamente è ovvero rivestito di uno stato o dotato di una qualità a cui la legge riconnette effetti giuridici, che egli in realtà non possiede.
La Cassazione è, dunque, recentemente intervenuta su quei consueti, ma illeciti, “scambi di favore” che avvengono tra colleghi, quando si deve timbrare il cartellino di presenza. ( così Cass. 31/01/2013) Secondo i giudici in tale condotta non sono ravvisabili gli estremi del reato di sostituzione di persona.
Si configura il reato di sostituzione di persona quando un soggetto, al fine di ottenere un vantaggio personale, fa cadere un terzo in errore, sostituendosi ad altri, attribuendo a sé o ad altri un falso nome o una falsa qualità. Ad esempio si ha sostituzione di persona quando ci si attribuisca il nome di persona immaginaria; oppure si usi un “account” o una casellaemail servendosi dei dati anagrafici di un diverso soggetto, inconsapevole, con il fine di far ricadere su quest'ultimo l'acquisto di beni mediante la partecipazione ad aste in rete.
Secondo i giudici della Suprema Corte timbrare il cartellino del collega, per farlo risultare presente, non rientra pero' in questi casi. Infatti, seppur è vero che il datore di lavoro è caduto in errore, è bisogna constatare che il collega non ha assunto l' identità del dipendente assente, limitandosi a timbrarne soltanto il cartellino.
Nel caso di specie, il lavoratore furbetto si è limitato a simulare una presenza inesistente del collega sul lavoro, attraverso l'uso della scheda magnetica del compagno.
Attenzione però: il fatto che tale condotta non configuri il reato di sostituzione di persona, non significa che non sia un illecito comunque punibile. Infatti, oltre ad essere un illecito disciplinare, potrebbe concretizzarsi l'ipotesi del reato di truffa.
Giovedì 14 Novembre 2013 15:42
sentenza 30991/12 del 30/07/2012
Si rileva che, per aversi il reato tentato, l'art. 56 c.p., richiede la commissione di atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un reato.
E', quindi, elemento strutturale oggettivo del tentativo, insieme alla direzione non equivoca degli atti, l'idoneità degli stessi, dovendosi intendere per tali quelli dotati di una effettiva e concreta potenzialità lesiva per il bene giuridico tutelato, alla luce di una valutazione prognostica da effettuarsi con giudizio ex ante.
Tale valutazione, da compiersi non dal punto di vista del soggetto agente, ma nella prospettiva del bene protetto dalla norma incriminatrice, deve tener conto delle circostanze in cui opera l'agente e delle modalità dell'azione, si da determinarne la reale ed effettiva adeguatezza causale e l'attitudine a creare una situazione di pericolo attuale e concreto di lesione dell'indicato bene.
Al fine della qualificazione del fatto quale reato di lesione personale o quale reato di tentato omicidio, si deve aver riguardo al diverso atteggiamento psicologico dell'agente e alla diversa potenzialità dell'azione lesiva. Se nel primo reato la carica offensiva dell'azione si esaurisce nell'evento prodotto, nei secondo vi è un quid pluris che tende ed è idoneo a causare un evento più grave di quello realizzato in danno dello stesso bene giuridico o di uno superiore, riguardante lo stesso soggetto passivo, che non si realizza per ragioni estranee alla volontà dell'agente.
Cassazione penale, Sez. I, sentenza del 30.7.2012, n. 30991
1. Il ricorso deve essere accolto nei limiti che saranno precisati.
2. Le censure svolte con il primo motivo attengono alla valutazione della prova e all'accertamento dei fatti compiuto dalla sentenza impugnata, lamentandosi il vizio motivazionale in cui è incorsa la Corte d'appello nel rispondere alle doglianze, mosse con i motivi di appello, sul punto della concordanza/discordanza delle dichiarazioni rese dalla persona offesa e dai testi G. e M. alla Polizia Giudiziaria e trasfuse negli atti de dibattimento.
2.1. L'infondatezza di tali censure consegue al rilievo che la valutazione organica delle risultanze processuali, che si assume apodittica e contraddittoria, è stata compiutamente condotta dalla Corte di merito con motivazione esente da evidenti incongruenze e da interne contraddizioni (saldata con la struttura motivazionale della decisione di primo grado per formare un unico complesso corpo argomentativo: Sez. U, n. 6682 del 04/02/1992, dep. 04/06/1992, P.M., p.c., Musumeci e altri, Rv. 191229; Sez. 1, n. 17309 dei 10/03/2008, dep. 24/04/2008, Calisti e altri, Rv. 240001, Sez. 1, n. 11455 del 17/11/2010, dep. 22/03/2011, Narcisio).
La Corte, infatti, ha analizzato le risultanze processuali e le dedotte ragioni di doglianza, evidenziando, alla luce della versione dei fatti resa dalla persona offesa nella sua denuncia e delle sommarie informazioni rese dai due testi indicati, che ha richiamato, che le contraddizioni, dedotte come sussistenti dalla difesa, si risolvevano in piccole discordanze, che rafforzavano l'ipotesi accusatoria, avuto riguardo alla descrizione, fatta dai dichiaranti, limitatamente ai fatti cui avevano assistito e tenuto conto della cadenza temporale delle loro dichiarazioni, che escludeva ipotesi di accordo.
Nella condotta valutazione la Corte neppure ha prescisso dal rilevare, in coerenza con i caratteri del giudizio abbreviato, che la richiesta avanzata dall'imputato di decisione allo stato degli atti aveva comportato sia la rinuncia alla escussione dibatttimentale degli indicati testi e di altri, sia il loro eventuale confronto, necessari l'una e l'altro per far emergere le ritenute contraddizioni.
2.2. Si tratta di una valutazione congrua e ragionevole che resiste alle svolte censure, che, insistendo sulle ritenute già descritte contraddizioni e dissentendo dall'analisi svolta in sede di merito per le incoerenti massime di esperienza cui la stessa potrebbe dar luogo, si risolvono nella riproposizione di argomenti difensivi adeguatamente presi in esame e confutati e nella sollecitazione a una diversa valutazione degli elementi probatori acquisiti, che esula dai poteri di questa Corte, il cui sindacato deve svolgersi sul testo del provvedimento impugnato e limitarsi a verificare se la giustificazione con lo stesso data sia sorretta da validi elementi dimostrativi e sia compatibile con il senso comune e con "i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento", secondo una formula giurisprudenziale ricorrente e pienamente condivisa (Sez. 1, n. 624 del 05/05/1967, dep. 23/10/1967, Maruzzella, Rv. 105775; Sez. 2, n. 230 del 15/07/1980, dep. 17/01/1981, Miranda, Rv. 147306; Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003, dep. 06/02/2004, Elia e altri, Rv. 229369).
Nè il ricorrente, che, prospettando una contraddizione della motivazione, assume che vi sarebbero divergenze narrative tra le dichiarazioni non valutate e ne deduce genericamente la loro prospettazione in atto di appello, ha allegato gli atti processuali che contengono tali dichiarazioni, ai quali questa Corte non ha accesso, e identificato gli elementi fattuali o i dati probatori emergenti dai medesimi e le ragioni per cui le dedotte divergenze sarebbero tali da compromettere la tenuta logica della motivazione e da essere incompatibili con l'operata ricostruzione dei fatti e della responsabilità (da ultimo, sez. 6, n. 45036 del 02/12/2010, dep. 22/12/2010, Damiano, Rv. 249035).
3. Sono infondate anche le censure svolte con il secondo motivo, che riguardano la logicità della motivazione della sentenza impugnata rispetto alla verosimiglianza della versione difensiva resa dall'imputato.
Gli argomenti svolti, che, peraltro, ripercorrono le ragioni argomentate dalla Corte per escludere la sussistenza delle condizioni per il riconoscimento della esimente della legittima difesa, non ulteriormente invocata dal ricorrente, e non considerano e neppure contestano il rilievo della carenza di alcun riscontro della versione difensiva in elementi presenti nel fascicolo processuale, si pongono, quanto alla ritenuta plurima aggressione e alla affermata impossibilità di agevole fuga, come censure sul significato e sulla interpretazione di alcuni degli elementi probatori utilizzati in giudizio e come prospettazioni di dissenso di merito, quanto alla valutazione del risultato probatorio, sulla base di argomenti logici, tese a impegnare questa Corte in una inammissibile revisione, in un'ottica più favorevole alla tesi difensiva, delle valutazioni già effettuate e delle conclusioni già raggiunte.
4. Quanto al terzo motivo non meritano accoglimento i rilievi, formulati dal ricorrente, circa la insussistenza degli estremi del delitto di tentato omicidio con riguardo all'attitudine oggettiva degli atti posti in essere a cagionare la morte e alla intenzionalità soggettiva della condotta.
4.1. Si rileva che, per aversi il reato tentato, l'art. 56 c.p., richiede la commissione di atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un reato.
Tale valutazione, da compiersi non dal punto di vista del soggetto agente, ma nella prospettiva del bene protetto dalla norma incriminatrice, deve tener conto delle circostanze in cui opera l'agente e delle modalità dell'azione, si da determinarne la reale ed effettiva adeguatezza causale e l'attitudine a creare una situazione di pericolo attuale e concreto di lesione dell'indicato bene (tra le altre, Sez. 6, n. 27323 del 20/05/2008, dep. 04/07/2008, P., Rv. 240736; Sez. 1, n. 19511 del 15/01/2010, dep. 24/05/2010, Basco e altri, Rv. 247197; Sez. 1, n. 27918 del 04/03/2010, dep. 19/07/2010, Resa e altri, Rv. 248305).
Questa Corte ha anche ripetutamente affermato che, al fine della qualificazione del fatto quale reato di lesione personale o quale reato di tentato omicidio, si deve aver riguardo al diverso atteggiamento psicologico dell'agente e alla diversa potenzialità dell'azione lesiva. Se nel primo reato la carica offensiva dell'azione si esaurisce nell'evento prodotto, nei secondo vi è un quid pluris che tende ed è idoneo a causare un evento più grave di quello realizzato in danno dello stesso bene giuridico o di uno superiore, riguardante lo stesso soggetto passivo, che non si realizza per ragioni estranee alla volontà dell'agente (tra le altre, Sez. 1, n. 1950 del 20/05/1987, dep. 15/02/1988, Incamicia, Rv. 177610; Sez. 1, n. 35174 del 23/06/2009, dep. 11/09/2009, M., Rv.
245204;).Sez. 1, n. 37516 del 22/09/2010, dep. 20/10/2010, Bisotti Rv. 248550.
4.2. La Corte di merito ha fatto corretta applicazione di tali principi, avendo riferito l'accertamento da compiersi, secondo i criteri che presiedono alla configurabilità del delitto tentato, a un giudizio ex ante di oggettiva idoneità dell'azione dell'imputato a cagionare la vittima della vittima, evidenziando in tale contesto prognostico il mezzo utilizzato, rappresentato da una bottiglia spezzata utilizzata come arma da punta e da taglio, le regioni corporee attinte (il capo, il collo e l'emitorace sinistro) e il numero dei colpi inferti; ha logicamente e ragionevolmente ritenuto la sussistenza dell'idoneità degli atti in relazione alla loro adeguatezza causale in rapporto alla lesione del bene protetto dalla norma incriminatrice, e ha, coerentemente, ritenuto, al fine della valutazione della potenzialità espansiva della condotta, non necessario che la vittima si fosse trovata in pericolo di vita.
Conformemente ai predetti principi, la Corte ha, anche, dato esaustivo conto della qualificazione del fatto quale tentato omicidio, richiamando la valenza concorrente dell'aspetto relativo alla idoneità degli atti e le considerazioni svolte al riguardo ed evidenziando due dati fattuali specifici, relativi all'accanimento contro la vittima da parte dell'imputato che lo ha continuato a colpire e alla pronuncia della frase "ora lo ammazzo"; e, con ragionamento probatorio corretto, ha ritenuto tali elementi idonei a esprimere la sussistenza dell'animus necandi, in linea con le valutazioni fatte dal primo Giudice che aveva già posto in debito risalto gli elementi fattuali e i dati probatori acquisiti e ritenuto la condotta, particolarmente pervicace e reiterata, tenuta dall'imputato tale da configurare, con prognosi ex ante, l'ipotesi del tentato omicidio.
4.3. A fronte di tali rilievi, la difesa, nuovamente reiterando argomenti già rappresentati nelle fasi di merito e puntualmente analizzati con motivazioni giuridicamente corrette e logicamente articolate, ha dedotto l'assenza di pericolo di vita, incidente sulla idoneità degli atti, cui essa è correlata, e la superficialità delle ferite refertate, che esclude la idoneità concreta del mezzo usato ed è incompatibile con l'intenzionalità omicida, disvelando lo scopo di allontanare da sè la minaccia o, al più, lo scopo di ledere.
L'infondatezza di tali doglianze deriva dalla diversa prospettiva in cui si pone il ricorrente nell'analisi della sua condotta, poichè il giudizio preteso in ordine all'intensità dei colpi inferti e alle loro conseguenze attiene a una valutazione ex post, in contrasto con la lettera e la ratio della previsione normativa, e dalla considerazione che la valutazione circa l'esistenza o meno dell'animus necandi costituisce il risultato di un'indagine di fatto, rimessa all'apprezzamento del giudice di merito, mentre le deduzioni prospettate come conseguenti a incongruenze logiche e lacune motive della decisione impugnata sono alternative interpretazioni, affidate alla ricostruzione in fatto di elementi non rilevanti al fine della configurazione della condotta di tentato omicidio, e si risolvono in critiche di puro merito, estranee al tema di indagine di legittimità.
5. E', invece, fondata la censura che attiene alla contestata applicazione della misura di sicurezza della espulsione dal territorio dello Stato a pena espiata, disposta con la sentenza di primo grado ai sensi dell'art. 235 c.p., e implicitamente confermata dalla Corte d'appello nell'esame congiunto del terzo e del quarto motivo d'appello, con il secondo dei quali si era svolta analoga doglianza.
Il ricorrente ha, infatti, opposto un valido titolo giustificativo della sua protezione dalla espulsione ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 20, attuativo della direttiva 2004/83CE, essendo titolare, al momento del fatto, di permesso di soggiorno rilasciato ai sensi dell'art. 23, comma 2, del detto decreto per il suo status di protezione sussidiaria prevista dall'art. 2, comma 1, lett. g), del medesimo decreto, in favore di quanti, pur non riconoscibili come rifugiati politici, nei Paesi di origine correrebbero rischi effettivi di subire uno dei gravi danni contemplati al successivo art. 14.
La eliminazione della disposta espulsione, che non richiede una valutazione di merito, può essere disposta da questa Corte a norma dell'art. 620 c.p.p., lett. l), con conseguente annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente a tale punto.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla espulsione, che elimina.
Giovedì 14 Novembre 2013 15:38
Il medico specializzando non è presente nella struttura per la sola formazione professionale, la sua non è una mera presenza passiva nè lo specializzando può essere considerato un mero esecutore d'ordini del tutore anche se non gode di piena autonomia; si tratta di un'autonomia che non può essere disconosciuta, trattandosi di persone che hanno conseguito la laurea in medicina e chirurgia e, pur tuttavia, essendo in corso la formazione specialistica, l'attività non può che essere caratterizzata da limitati margini di autonomia in un'attività svolta sotto le direttive del tutore. Ma tale autonomia, seppur vincolata, non può che ricondurre allo specializzando le attività da lui compiute; e se lo specializzando non è (o non si ritiene) in grado di compierle deve rifiutarne lo svolgimento perchè diversamente se ne assume le responsabilità (c.d. colpa per assunzione ravvisabile in chi cagiona un evento dannoso essendosi assunto un compito che non è in grado di svolgere secondo il livello di diligenza richiesto all'agente modello di riferimento). Pertanto sussiste la responsabilità professionale sia per i medici strutturati che per gli specializzandi.
Cassazione penale, Sez. IV, sentenza del 22.2.2012, n. 6981
Preliminarmente, si deve rilevare che il termine prescrizionale per il reato contestato, di sette anni e sei mesi, di cui è stato eccepito l'avvenuto decorso dalla difesa della G., a causa del periodo di sospensione di mesi 5 e giorni 2, non è ad oggi spirato (venendo, infatti, a compimento il 12.2.2012).
Inoltre, quanto alla pretesa tardi vita della querela, dedotta dalla difesa del V., la censura è aspecifica essendosi limitata a riproporre in questa sede pedissequa mente la medesima doglianza già rappresentata sia in sede di appello sia finanche in primo grado e da entrambi i giudici di merito disattesa con motivazione ampia e congrua, immune da vizi ed assolutamente plausibile (pagg. 13-15 della sentenza del Tribunale e pagg. 11-12 di quella impugnata) che hanno ricondotto al 21.6.2004, data della chiara relazione del Prof. C., il momento in cui i genitori esercenti la potestà sulla persona offesa hanno avuto piena e completa conoscenza del fatto reato astrattamente ascrivibile al V. nella sua "dimensione soggettiva ed oggettiva". Onde correttamente è stata ritenuta la tempestività della querela del 29.7.2004. Ed è stato affermato che nè inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che ripropongono le stesse ragioni già discusse e ritenute Infondate dal giudice del gravame, dovendosi gli stessi considerare non specifici.
La mancanza di specificità del motivo, invero, dev'essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell'impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità conducente, a mente dell'art. 591, comma 1 lett. c), all'inammissibilità" (Cass. pen. Sez. 4, 29.3.2000, n. 5191).
Quanto alle censure di carenza motivazionale si rammenta che il nuovo testo dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), come modificato dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, con la ivi prevista possibilità per la Cassazione di apprezzare i vizi della motivazione anche attraverso gli "atti del processo", non ha alterato la fisionomia del giudizio di cassazione, che rimane giudizio di legittimità e non si trasforma in un ennesimo giudizio di merito sul fatto. In questa prospettiva, non è tuttora consentito alla Corte di Cassazione di procedere ad una rinnovata valutazione dei fatti ovvero ad una rivalutazione del contenuto delle prove acquisite, trattandosi di apprezzamenti riservati in via esclusiva al giudice del merito. Il novum normativo, invece, rappresenta il riconoscimento normativo della possibilità di dedurre in sede di legittimità il cosiddetto "travisamento della prova", finora ammesso in via di interpretazione giurisprudenziale:
cioè, quel vizio in forza del quale la Cassazione, lungi dal procedere ad una inammissibile rivalutazione del fatto e del contenuto delle prove, può prendere in esame gli elementi di prova risultanti dagli atti onde verificare se il relativo contenuto sia stato o no "veicolato", senza travisamenti, all'interno della decisione (Cass. pen. Sez. 5, n. 39048 del 25.9.2007, Rv. 238215).
Ciò peraltro vale nell'ipotesi di decisione di appello difforme da quella di primo grado, in quanto nell'ipotesi di doppia pronunzia conforme, come nel caso di specie per quel che concerne la ritenuta penale responsabilità, il limite del devolutum non può essere superato ipotizzando recuperi in sede di legittimità, salva l'ipotesi in cui il giudice d'appello, al fine di rispondere alle critiche contenute nei motivi di gravame, richiami atti a contenuto probatorio non esaminati dal primo giudice (Cass. pen., sez. 2, 15.1.2008, n. 5994; Sez. 1, 15.6.2007, n. 24667, Rv. 237207; Sez. 4, 3.2.2009, n. 19710, Rv. 243636), evenienza non verificatasi nel procedimento in esame. Ancora, va rammentato (con particolare riguardo alle censure sub 2 di entrambi i ricorsi), che "nella motivazione della sentenza il giudice di merito non è tenuto a compiere un'analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo invece sufficiente che, anche attraverso una valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in modo logico e adeguato, le ragioni che hanno determinato il suo convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo; nel qual caso devono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata e ravvisare, quindi, la superfluità delle deduzioni suddette" (Cass. pen. Sez. 4, 24.10.2005, n. 1149, Rv. 233187).
Per il resto, nettamente infondate s'appalesano le censure sub 2) e 3) nell'interesse della G. e quelle sub 3) e 4) nell'interesse del V., tenuto conto delle esaurienti argomentazioni addotte in ordine al ravvisato nesso eziologico tra condotte ed evento sulla scorta dei principi della nota sentenza c.d.
"Franzese" ed in particolare del corretto giudizio controfattuale svolto alla luce delle deposizioni dei dottori Ca. e C. della Neuromed che operarono il T., essendo pacifico l'andamento ingravescente della patologia riscontrata e la possibilità di successo terapeutico dipendente dalla tempestività dell'intervento chirurgico.
E' palese, inoltre, il contenuto prettamente generico del riproposto motivo sub 4) nell'interesse del V. (v. pag. 14 sent. impugnata), escludendosi in radice la ricorrenza nel caso di specie della ventilata Ipotesi della c.d. "motivazione apparente", ravvisabile soltanto quando sia del tutto avulsa dalle risultanze processuali o si avvalga di argomentazioni di puro genere o di asserzioni apodittiche o di proposizioni prive di efficacia dimostrativa, cioè, in tutti i casi in cui il ragionamento espresso dal giudice a sostegno della decisione adottata sia soltanto fittizio e perciò sostanzialmente inesistente (Cass. pen. Sez. 5, n. 24862 del 19.5.2010, Rv. 247682). Si evidenzia, ancora, l'infondatezza delle censure sub 2) e 3) del ricorso del V., dal momento che il Giudice a quo, sulla scorta della non meno attenta ed approfondita motivazione della sentenza di primo grado e della relazione del Prof. C., ha non solo evidenziato che il dr. V. aveva omesso di diagnosticare al piccolo T. "lo slargamento della regione sellare all'interno della quale era presente un tessuto con pareti calcifiche ed a contenuto pseudo cistico con la componente posteriore più voluminosa..." (pag. 15 sent.) ma altresì evidenziato che la detta omissione diagnostica andava ritenuta sicuramente macroscopica, secondo quanto correttamente rilevato dal consulente di parte civile Z.P. ed escluso che l'eventuale rarità della patologia potesse confondersi con la difficoltà della diagnosi. E, sulla scorta dei rilievi dello stesso consulente della difesa, dr. F., i giudici di merito sono giunti ad affermare che il V. disponeva di tutte le cognizioni necessarie per l'effettuazione di una corretta diagnosi, in tal modo escludendo la necessità a tal fine di una peculiare ed ulteriore specializzazione. Peraltro, la Corte territoriale ha puntualizzato come nel caso di specie non possa trovare applicazione in sede penale il principio civilistico della colpa grave sancito dall'art. 2236 c.c. (Cass. pen. Sez. 4, n. 46412 del 28.10.2008, Rv.
242251).
Analoghe considerazioni (pagg. 19-25, non meno approfondite e puntuali di quelle svolte dal Tribunale nella sentenza di 1^ grado a pagg. 19-31, dalle quali si evince il grado macroscopico dell'errore della G., laddove trascrisse in modo del tutto difforme la diagnosi oculistica della dr.ssa Cr., particolarmente significativi delle implicazioni che comportano le vantazioni prettamente neurologiche di competenza della ricorrente che neppure valutò correttamente - senza nutrire il minimo sospetto di anomalie in atto, come dalla stessa sostanzialmente ammesso - quegli ulteriori dati dalla medesima imputata annotati in cartella clinica circa la sintomatologia - cefalee, risvegli notturni e vomito - lamentata dal piccolo paziente) sono state correttamente svolte in relazione alla G., che, ormai prossima alla specializzazione, non aveva rifiutato l'incarico affidatole: di qui la "c.d. colpa per assunzione". In proposito è stato affermato che "Il medico specializzando non è presente nella struttura per la sola formazione professionale, la sua non è una mera presenza passiva nè lo specializzando può essere considerato un mero esecutore d'ordini del tutore anche se non gode di piena autonomia; si tratta di un'autonomia che non può essere disconosciuta, trattandosi di persone che hanno conseguito la laurea in medicina e chirurgia e, pur tuttavia, essendo in corso la formazione specialistica, l'attività non può che essere caratterizzata da limitati margini di autonomia in un'attività svolta sotto le direttive del tutore. Ma tale autonomia, seppur vincolata, non può che ricondurre allo specializzando le attività da lui compiute; e se lo specializzando non è (o non si ritiene) in grado di compierle deve rifiutarne lo svolgimento perchè diversamente se ne assume le responsabilità (c.d. colpa per assunzione ravvisabile in chi cagiona un evento dannoso essendosi assunto un compito che non è in grado di svolgere secondo il livello di diligenza richiesto all'agente modello di riferimento). Pertanto sussiste la responsabilità professionale sia per i medici strutturati che per gli specializzandi" (Cass. pen., Sez. 4, 10.12.2009, n. 6215, non massimata nel CED e richiamata in sentenza).
Consegue il rigetto del ricorsi e, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali oltre alla rifusione delle spese di questo giudizio in favore delle parti civili liquidate come in dispositivo.
Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali oltre alla rifusione delle spese in favore delle parti civili che liquida in complessivi Euro 3.500,00 oltre accessori come per legge.
Mercoledì 13 Novembre 2013 14:29
sentenza 4400/04 del 04/03/2004
Con citazione notificata il 23 marzo 1993 Alice Tantardini e Claudio Bellasio convenivano davanti al Tribunale di Milano la Ussl 68 di Rho, chiedendone la condanna al risarcimento del danno loro derivante dalla morte di Angelo Bellasio, marito della prima e padre del secondo, verificatasi il 19 settembre 1992, all’ospedale di Rho.
Assumevano gli attori che il loro congiunto verso le ore 8 di detto giorno era ricoverato in ospedale in preda a forti dolori addominali; che i medici del pronto soccorso avevano diagnosticato un globo vescicolare, inviando il paziente nel reparto di urologia, che ivi era stato sottoposto a visita, con esito negativo; che il Bellasio decedeva in detto reparto alle ore 10,30 per rottura di aneurisma dell’aorta addominale; che la morte dello stesso era da addebitare ad errata diagnosi dei sanitari.
Si costituiva la convenuta, che resisteva alla domanda, chiedendone il rigetto.
Veniva disposta consulenza medico-legale.
Il Tribunale di Milano, con sentenza del 12 dicembre 1996, fatte proprie le conclusioni del ctu,accertava il colpevole errore diagnostico dei sanitari,che avevano omesso anche gli accertamenti strumentali necessari, ma rigettava la domanda per mancanza del nesso causale tra detto errore ed il decesso del Bellasio, in quanto, in caso di corretta diagnosi e conseguente intervento chirurgico presso altra struttura dotata di reparto di chirurgia vascolare, la sopravvivenza del paziente sarebbe stata possibile ma non probabile.
Proponevano appello gli attori. Resisteva la convenuta.
La Corte di appello di Milano, con sentenza depositata il 19 ottobre 1999, rigettava l’appello.
Riteneva la Corte territoriale che non vi erano elementi sufficienti per affermare con certezza la colpa dei sanitari, rilevando che potevano esservi tre ipotesi, a seconda dei dolori accusati dal Bellasio, per cui solo nella seconda e terza ipotesi, di dolori addominali acuti, sarebbe stata evidente la colpa dei sanitari nel non diagnosticare l’aneurisma con invio in altra struttura per l’intervento.
In ogni caso riteneva la Corte di merito che non era provato il nesso causale tra l’omessa diagnosi corretta dell’aneurisma e l’evento letale, poiché, sulla base delle risultanze della consulenza tecnica, tenuto conto del tempo necessario per eseguire gli accertamenti atti a diagnosticare l’aneurisma aortico addominale e tenuto conto che l’ospedale di Rho non era dotato di reparto di chirurgia vascolare e quindi del tempo necessario per il trasferimento in altro ospedale, l’inizio dell’intervento presso altra struttura si sarebbe potuto effettuare intorno alle ore 10 del giorno del ricovero, orario in cui il Bellasio perdeva conoscenza e si verificava la rottura dell’aorta, per cui il prospettato intervento, già di per sé a rischio di mortalità del 50%, tenuto conto anche dei gravi disturbi epatici del Bellasio, non poteva che avere remote possibilità di successo, e per ciò non apprezzabili, sotto il profilo del nesso causale in questione.
Avverso questa sentenza hanno proposto ricorso per cassazione gli attori, che hanno anche presentato memoria.
Resiste con controricorso la Gestione liquidatoria della disciolta USL 68 di Rho.
1.1. Con il primo motivo di ricorso, i ricorrenti lamentano l’insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza impugnata, ai sensi dell’articolo 36 n. 5 Cpc.
Assumono i ricorrenti che erratamente la sentenza impugnata ha escluso l’errore diagnostico dei medici, “inventando” tre possibili ipotesi della situazione di salute del Bellasio al momento del ricovero presso il pronto soccorso ospedaliero, sostenendo che in caso di dolori lievi all’addome non vi sarebbe stata colpa dei medici, mentre in caso di dolori medi o alti, sussisterebbe detto colpevole errore, segnatamente nell’ipotesi di dolori forti (ipotesi ritenuta più probabile dal giudice di appello), nel qual caso la diagnosi era possibile sulla base del solo esame clinico; che invece era indiscusso l’errore diagnostico dei sanitari; che, in ogni caso, i medici non avevano effettuato alcun esame strumentale; che la prova dell’assenza di colpa gravava in ogni caso sul debitore della prestazione, e quindi sulla Usl.
1.2. Con il secondo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione degli articoli 1218 e 2697 Cc, oltre che degli articoli 1362 e segg. Cc.
Ritengono i ricorrenti che erratamente la sentenza di appello ha escluso il nesso di causalità materiale tra il comportamento colpevole dei medici dell’ospedale di Rho e la morte di Angelo Bellasio. Secondo i ricorrenti erratamente il giudice di appello ha ritenuto che la prova del detto nesso di causalità gravava sugli appellanti, mentre, trattandosi di responsabilità contrattuale dell’ente ospedaliero competeva a quest’ultimo fornire la prova che la prestazione professionale era stata eseguita idoneamente e che la morte del Bellasio era imputabile ad eventi imprevedibili.
Secondo i ricorrenti il medico risponde anche per colpa lieve ed, in ogni caso, la responsabilità è presunta a norma dell’articolo 1218 Cc; che sussiste detto nesso causale tra il comportamento colpevole del medico che, omette un intervento necessario ed il decesso del paziente, quando vi è un apprezzabile probabilità di successo.
2.1. Ritiene questa Corte che i due motivi di ricorso, essendo strettamente connessi, vadano esaminati congiuntamente.
Essi sono fondati e vanno accolti.
È pacifico che la responsabilità dell’Ente ospedaliero (o delle Ussl ed attualmente delle Asl) nei confronti dei pazienti ricoverati abbia natura contrattuale (cfr. Cassazione 7336/98 e 4152/95), anche per quanto attiene al comportamento dei propri dipendenti medici.
È irrilevante in questa sede stabilire se detta responsabilità sia conseguenza dell’applicazione dell’articolo 1228 Cc, per cui il debitore della prestazione , che si sia avvalso dell’opera di ausiliari, risponde anche dei fatti dolosi o colposi di questi ovvero del principio di immedesimazione organica, per cui l’operato del personale dipendente di qualsiasi ente pubblico ed inserito nell’organizzazione del servizio determina la responsabilità diretta dell’ente medesimo, essendo attribuibile all’ente stesso l’attività del suo personale (cfr. Cassazione 269/97 e 10719/00).
2.2. Ciò che rileva, in questa sede, è che l’ente ospedaliero risponde direttamente della negligenza ed imperizia dei propri dipendenti nell’ambito delle prestazioni sanitarie effettuate al paziente. Ne consegue che in relazione all’attività sanitaria posta in essere dal medico, l’ente ospedaliero (o la Ussl) è contrattualmente responsabile se il medico è almeno in colpa.
Poiché la prestazione dovuta dall’ente ospedaliero, relativamente all’attività del personale medico, coincide con questa, anche la natura di questa prestazione coincide, poiché l’ente ospedaliero si obbliga tramite i suoi dipendenti medici a fornire un’opera professionale sanitaria.
Trattasi, quindi, limitatamente a questo profilo, di una obbligazione di mezzi e non di risultato (figura pacificamente riconosciuta in giurisprudenza, ma criticata da parte della dottrina).
2.3. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, da cui non vi è motivo di discostarsi, le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, si impegna alla prestazione della propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non al suo conseguimento.
Ne deriva che l’inadempimento del professionista alla propria obbligazione non può essere desunto, ipso facto, dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti lo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del tradizionale criterio della diligenza del buon padre di famiglia, il parametro della diligenza professionale fissato dall’articolo 1176, comma 2, Cc - parametro da commisurarsi alla natura dell’attività esercitata.
Pertanto non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito secondo un’indagine istituzionalmente riservata al giudice di merito, e non censurabile in sede di legittimità se adeguatamente motivata ed immune da vizi logici e giuridici (Cassazione 2836/02; 9617/99; 9617/99).
2.4. Questi principi vanno applicati anche in tema di responsabilità dell’ente ospedaliero per comportamento colposo dei propri medici dipendenti, sia pure con alcune specificazioni.
Infatti, una volta affermato che anche in questa ipotesi trattasi di prestazione di mezzi (prestazione di attività professionale dei medici dipendenti) e non di risultato, è solo in relazione alla prima che può sussistere l’inadempimento, mentre il mancato raggiungimento del risultato sperato non costituisce di per sé inadempimento, ma può costituire solo danno consequenziale all’inadempimento della non diligente prestazione o della colpevole omissione dell’attività sanitaria.
3.1. Osserva preliminarmente questa Corte che, posto che, in materia di responsabilità per colpa professionale, al criterio della certezza degli effetti della condotta si può sostituire, nella ricerca del nesso di causalità tra la condotta del professionista e l’evento dannoso, quello della probabilità di tali effetti e dell’idoneità della condotta a produrli, il rapporto causale sussiste anche quando l’opera del professionista, se correttamente e prontamente svolta, avrebbe avuto non già la certezza, bensì serie ed apprezzabili possibilità di successo (Cassazione 1286/99).
L’evoluzione giurisprudenziale in tema d’individuazione del nesso di causalità tra inadempimento della prestazione dedotta in contratto e danno - pur con qualche non condivisibile ritorno alla “certezza morale” (Cassazione 4044/94), o qualche esitazione tra “ragionevole certezza” e “ragionevole previsione” (Cassazione 722/99) evidenzia l’esigenza di superamento della concezione tradizionale: dal criterio della certezza degli effetti della condotta omessa a quello della probabilità di essi e dell’idoneità della stessa a produrli ove posta in essere; criterio per il quale il rapporto causale può e deve essere riconosciuto anche quando si possa fondatamente ritenere che l’adempimento dell’obbligazione, ove correttamente e tempestivamente intervenuto, avrebbe influito sulla situazione, connessa al rapporto, del creditore della prestazione in guisa che la realizzazione dell’interesse perseguito con il contratto si sarebbe presentata in termini non necessariamente d’assoluta certezza ma anche solo di ragionevole probabilità, non essendo dato esprimere, in relazione ad un evento esterno già verificatosi, oppure ormai non più suscettibile di verificarsi, “certezze” di sorta, nemmeno di segno “morale”, ma solo semplici probabilità d’un eventuale diversa evoluzione della situazione stessa (criterio desumibile, con gli adattamenti logici resi necessari dalle diverse situazioni di fatto considerate, da Cassazione 632/00; 1286/98; 3362/97; 5264/96; 11287/93).
3.2. In particolare e con riguardo alla sussistenza del nesso di causalità fra l’evento dannoso e la condotta colpevole (omissiva o commissiva) del medico, ove il ricorso alle nozioni di patologia medica e medicina legale non possa fornire un grado di certezza assoluta, la ricorrenza del suddetto rapporto di causalità non può essere esclusa in base al mero rilievo di margini di relatività, a fronte di un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, specie qualora manchi la prova della preesistenza, concomitanza o sopravvenienza di altri fattori determinanti (Cassazione 632/00).
Il ricorso al giudizio di probabilità si presenta poi, come una necessità logica, poiché si tratta di accettare o respingere l’assunto, secondo cui il danno si è verificato, perché non è stato tenuto il comportamento atteso.
Qui si tratta di stabilire se il comportamento mancato avrebbe evitato il danno e giudizi di certezza non possono essere formulati già in linea di principio.
3.3. Ciò che va specificato, applicando anche in questa sede civile risarcitoria, i principi già espressi in sede penale (Cassazione penale, Su, 30328/02, Franzese), tenuto conto che il nesso di causalità materiale va determinato a norma degli articoli 40 e 41 Cp, è che non è consentito dedurre automaticamente dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge statistica la conferma, o meno, dell’ipotesi dell’esistenza del nesso causale, poiché il giudice deve verificarne la validità nel caso concreto, sulla base delle circostanze del fatto e dell’evidenza disponibile, cosi che, all’esito del ragionamento probatorio che abbia altresì escluso l’esistenza di fattori alternativi, risulti giustificata e processualmente certa la conclusione che la condotta omissiva o in ogni caso colpevole del medico è stata condizione necessaria dell’evento lesivo con elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica.
4.1. Tutto ciò opera nel caso in cui il soggetto creditore agisca per il risarcimento del danno costituito dal mancato raggiungimento del risultato sperato, allorché ciò sia conseguenza, sia pure in termini di probabilità concrete, dell’inadempimento della prestazione del medico, perché omessa, errata o ritardata.
Tuttavia in una situazione in cui è certo che il medico ha dato alla patologia sottopostagli una risposta errata o in ogni caso inadeguata, è possibile affermare che, in presenza di fattori di rischio, detta carenza (che integra l’inadempimento della prestazione sanitaria) aggrava la possibilità che l’esito negativo si produca.
Non è possibile affermare che l’evento si sarebbe o meno verificato, ma si può dire che il paziente ha perso, per effetto di detto inadempimento, delle chances, che statisticamente aveva, anche tenuto conto della particolare situazione concreta (segnatamente se si era portato in ambiente ospedaliero).
4.2. Com’è stato ormai da tempo evidenziato, tanto da autorevole dottrina quanto dalla giurisprudenza di questa Corte, la chance, o concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene o risultato, non è una mera aspettativa di fatto ma un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione, onde la sua perdita, id est la perdita della possibilità consistente di conseguire il risultato utile del quale risulti provata la sussistenza, configura un danno concreto ed attuale (ex pluribus Cassazione 11340/98; 2167/96; 6506/85).
Siffatto, danno, non meramente ipotetico o eventuale (quale sarebbe stato se correlato al raggiungimento del risultato utile), bensì concreto ed attuale (perdita di una consistente possibilità di conseguire quel risultato), non va commisurato alla perdita del risultato, ma alla mera possibilità di conseguirlo.
4.3. Il principio è stato accolto in tema di risarcimento del danno subito da un lavoratore dipendente non ammesso dal suo datore di lavoro a partecipare ad una procedura concorsuale(ex multis Cassazione 11522/97; 11340/98; 4725/93).
Se il dipendente reclama come danno d’aver perso i vantaggi inerenti alla posizione superiore, alla sua domanda si applica il modello già visto in tema di inadempimento di prestazione professionale intellettuale, per cui la domanda va rigettata se le probabilità di vittoria erano scarse, mentre se erano elevate, gli si liquida tutto il danno che deriva dal non aver raggiunto la posizione superiore.
Se il dipendente reclama che è stato privato della possibilità di concorrere, si considera che il diritto leso è stato quello di partecipare e lo si risarcisce di una quota di danno commisurata alla possibilità di vittoria, che gli è stata riconosciuta (giurisprudenza costante, Cassazione 11877/98; 8470/96).
4.4. Il modello di giudizio basato sul sacrificio delle possibilità (la perdita di chances) è accolto, negli stessi termini dalla giurisprudenza di altri ordinamenti, segnatamente quello francese, in tema di responsabilità dei medici.
Una volta configurata la chance nei termini suddetti, ragioni di coerenza del sistema inducono a ritenere condivisibile una tale soluzione in tema di responsabilità dei medici anche nel nostro ordinamento, ispirandosi, anzi, essa alla ripartizione del carico del danno tra creditore e debitore, che si rinviene nel nostro ordinamento (ad es. articolo 1227 Cc).
4.5. Sennonchè ciò che occorre porre in rilievo è che la domanda per perdita di chances è ontologicamente diversa dalla domanda di risarcimento del danno da mancato raggiungimento del risultato sperato. Infatti, in questo secondo caso la stessa collocazione logico-giuridica dell’accertamento probabilistico attiene alla fase di individuazione del nesso causale, mentre nell’altro caso attiene al momento della determinazione del danno: in buona sostanza nel primo caso le chances substanziano il nesso causale, nel secondo caso sono l’oggetto della perdita e quindi del danno.
Né può ritenersi, come pure sostenuto da parte minoritaria della dottrina, che con l’espressione “perdita di una probabilità favorevole” non si fa riferimento ad un danno distinto da quello finale, ma si descrive solo una sequenza causale nella quale la certezza del collegamento fatto-evento si evince dalla sola probabilità del suo verificarsi, ed il risarcimento viene adeguato alla portata effettuale della condotta illecita sul danno finale. La ricostruzione più convincente, sulla quale si allinea la giurisprudenza dominante in materia di lavoro (Cassazione 123/03; 734/02; 11340/98), dissocia invece il danno come perdita della possibilità dal danno per mancata realizzazione del risultato finale, introducendo cosi una distinta ed autonoma ipotesi di danno emergente, incidente su di un diverso bene giuridico, la possibilità del risultato appunto.
4.6. Ne consegue, nell’ambito della responsabilità dei medici, per prestazione errata o mancante, cui è conseguito il danno del mancato raggiungimento del risultato sperato, se è stato richiesto solo questo danno, non può il giudice esaminare ed eventualmente liquidare il danno da perdita di chances, che il creditore della prestazione sanitaria aveva, neppure intendendo questa domanda come un minus rispetto a quella proposta, costituendo, invece domande diverse, non ricomprese l’una nell’altra.
5.1. Nella fattispecie gli attori hanno domandato esclusivamente il risarcimento del danno per la morte del loro congiunto, conseguente ad assunto errore diagnostico ed omesso intervento chirurgico.
Ne consegue che il giudice di merito avrebbe dovuto valutare se esisteva un errore diagnostico dei medici ovvero un’omissione di comportamento dovuto sulla base dei normali protocolli di cura ed, in caso positivo, se , in assenza di questo errore o di questa omissione secondo una valutazione di probabilità, il Bellasio aveva ragionevoli probabilità di salvezza, in relazione alla fattispecie concreta.
Ritiene questa Corte che la sentenza impugnata viola il principio in tema di riparto dell’onere della prova ed è contraddittoria nella motivazione.
5.2. Infatti il giudice di appello assume che l’invio del paziente immediatamente in altra struttura sanitaria, dotato di reparto cardiochirurgico, per l’esecuzione di intervento chirurgico, costituiva l’unico rimedio possibile per prevenire la rottura dell’aorta; che il ricovero avvenne alle ore 8 e che il decesso avvenne alle ore 10,30, senza che fosse stata diagnosticata la patologia di cui era affetto il Bellasio e senza che lo stesso fosse sottoposto ad accertamenti strumentali nel predetto periodo.
L’errore diagnostico e la mancanza di accertamenti già di per sé integra inadempimento della prestazione sanitaria.
L’unico problema che residua è se tale inadempimento sia colpevole o meno.
Il giudice di appello formula tre ipotesi, a seconda dell’intensità dei dolori addominali del Bellasio (bassa, media o alta) e ritiene che solo nella prima ipotesi non sussisterebbe colpa, mentre essa sussisterebbe nelle altre due ipotesi, specificando peraltro che, in caso di dolori addominali acuti di forte intensità, non erano necessari neppure gli esami strumentali per ipotizzare un aneurisma addominale.
Il giudice di appello i pur ritenendo che l’ipotesi più, probabile fosse quest’ultima e che lo stesso ctu avesse optato per essa, ha poi assunto che non vi erano elementi di certezza in merito, stante la mancanza di precisi elementi di fatto.
Sennonché, vertendosi in tema di responsabilità contrattuale, essendo pacifico l’errore diagnostico e quindi l’inadempimento, la prova della mancanza di colpa doveva essere fornita dal debitore della prestazione, con la conseguenza che dell’incertezza sulla stessa se ne doveva giovare il creditore e non il debitore (la Usl), tanto più che lo stesso giudice di appello riteneva che l’ipotesi più, probabile era quella per cui il Bellasio presentava forti dolori addominali acuti, che avrebbero dovuto sulla base del solo esame clinico far diagnosticare un aneurisma addominale, con l’immediato inoltro del paziente presso un centro clinico specializzato.
5.3. Questo vizio motivazionale dell’impugnata sentenza in merito al comportamento colpevole dei sanitari del pronto soccorso nella diagnosi esatta e tempestiva si riflette sul successivo iter argomentativo di esclusione del nesso di causalità tra il comportamento dei sanitari ed il decesso.
Infatti il giudice di appello ha ritenuto che le possibilità di salvezza del Bellasio erano ridotte, poiché, essendo necessaria circa un’ora per effettuare tutti gli accertamenti strumentali di varia natura, il Bellasio non poteva giungere in un centro specializzato se non dopo 30 minuti ed entrare in sala operatoria alle ore lo, cioè circa mezzora prima del momento in cui mori.
Sennonché una volta osservato che gravava sulla convenuta provare che l’inadempimento (costituto dall’inesattezza e dall’intempestività della diagnosi) era incolpevole, ed avendo lo stesso giudice di merito ritenuto che l’ipotesi più, probabile era quella di una sintomatologia che deponeva già all’esame clinico per l’aneurisma e rendeva necessario il ricovero presso centro specializzato, l’esistenza o meno del nesso di causalità tra detto inadempimento e l’evento mortale, nei termini di probabilità secondo i principi sopra esposti, andava valutato in relazione a questo ben maggiore arco di tempo, nonché in relazione alle circostanze del caso concreto, tenuto conto che il Bellasio si era pur sempre affidato ad un reparto di pronto soccorso ospedaliero.
6. Il ricorso va, pertanto, accolto e va cassata l’impugnata sentenza, con rinvio, anche per le spese del giudizio di Cassazione, ad altra sezione della Corte di appello di Milano.
Accoglie il ricorso. Cassa l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di Cassazione, ad altra sezione della Corte di appello di Milano.

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 art. 20
 art. 14
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 articolo 1227
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