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Timestamp: 2019-09-20 08:54:01+00:00

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Tribunale di Lucera - sentenza del 1° dicembre 2011
Responsabilità per omissione colposa di interventi
Allo scopo di verificare la sussistenza di una sua responsabilità per omissione colposa di interventi diagnostici e terapeutici, è necessario accertare se in presenza di tali attività da parte del medico, l'evento non si sarebbe verificato, o si sarebbe verificato con una intensità lesiva meno grave, o ancora si sarebbe verificato in un momento significativamente più lontano. È stato anche affermato che in tema di responsabilità professionale del sanitario, nella ricostruzione del nesso eziologico tra la condotta omissiva e l'evento lesivo, non si può prescindere dall'individuazione di tutti gli elementi concernenti la "causa" dell'evento morte o lesioni, giacché solo conoscendo in tutti i suoi aspetti fattuali e scientifici il momento iniziale e la successiva evoluzione della malattia è poi possibile analizzare la condotta omissiva colposa addebitata al sanitario per effettuare il giudizio controfattuale e verificare, avvalendosi delle leggi statistiche o scientifiche e delle massime di esperienza che si attaglino al caso concreto, se, ipotizzandosi come realizzata la condotta dovuta ma omessa, l'evento lesivo "al di là di ogni ragionevole dubbio" sarebbe stato evitato o si sarebbe verificato ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva. Nel caso sottoposto al vaglio del Tribunale Lucera che ha assolto l'imputato, gli esiti dell'autopsia con-dotta sul corpo del paziente, non hanno consentito di affermare che in presenza di una diagnosi tempestiva del medico di continuità assistenziale, l'esito della tragica vicenda avrebbe potuto essere diverso. Se è certo che nella valutazione del paziente con dolore toracico, deve rapidamente predisporsi una valutazione clinica e strumentale approfondita, per escludere una sindrome coronarica acuta, ovvero per stabilire il trattamento più congruo nel minor tempo possibile, per contro deve prendersi atto che l'esito fatale si è registrato, nel caso specifico, a prescindere dalla condotta omissiva del medico imputato.
Allo scopo di verificare la sussistenza di una sua responsabilità per omissione colposa di interventi diagnostici e terapeutici, è necessario accertare se in presenza di tali attività da parte del medico, l'evento non si sarebbe verificato, o si sarebbe verificato con una intensità lesiva meno grave, o ancora si sarebbe verificato in un momento significativamente più lontano. È stato anche affermato che in tema di responsabilità professionale del sanitario, nella ricostruzione del nesso eziologico tra la condotta omissiva e l'evento lesivo, non si può prescindere dall'individuazione di tutti gli elementi concernenti la "causa" dell'evento morte o lesioni, giacché solo conoscendo in tutti i suoi aspetti fattuali e scientifici il momento iniziale e la successiva evoluzione della malattia è poi possibile analizzare la condotta omissiva colposa addebitata al sanitario per effettuare il giudizio controfattuale e verificare, avvalendosi delle leggi statistiche o scientifiche e delle massime di esperienza che si attaglino al caso concreto, se, ipotizzandosi come realizzata la condotta dovuta ma omessa, l'evento lesivo "al di là di ogni ragionevole dubbio" sarebbe stato evitato o si sarebbe verificato ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva.
Nel caso sottoposto al vaglio del Tribunale Lucera che ha assolto l'imputato, gli esiti dell'autopsia con-dotta sul corpo del paziente, non hanno consentito di affermare che in presenza di una diagnosi tempestiva del medico di continuità assistenziale, l'esito della tragica vicenda avrebbe potuto essere diverso.
Se è certo che nella valutazione del paziente con dolore toracico, deve rapidamente predisporsi una valutazione clinica e strumentale approfondita, per escludere una sindrome coronarica acuta, ovvero per stabilire il trattamento più congruo nel minor tempo possibile, per contro deve prendersi atto che l'esito fatale si è registrato, nel caso specifico, a prescindere dalla condotta omissiva del medico imputato.
Tribunale di Brindisi - Sezione Lavoro - sentenza n. 4190/2011
Ferie non godute: diritto sopravvive al trasferimento per mobilità
Il trasferimento per mobilità interna presso una pubblica amministrazione non comporta novazione del rapporto di lavoro. In tal caso si avrà solo sostituzione del datore di lavoro con la conseguenza che il lavoratore trasferito conserverà ogni suo diritto maturato presso il precedente datore, ivi comprese le ferie non godute. Così il Tribunale di Brindisi, nella sezione lavoro, con la sentenza 10 novembre 2011, n. 4190. Il prestatore di lavoro ha diritto ad usufruire presso la pubblica amministrazione di destinazione, delle ferie maturate e non godute presso quella di provenienza. Anche la prescrizione è stata interrotta; nella decisione che si annota il Tribunale ha rigettato anche l'eccezione di prescrizione quinquennale sollevata da parte convenuta, poiché la ricorrente ha interrotto la decorrenza del termine, con la presentazione della richiesta del godimento delle ferie. Vi è anche di più per la prova del diritto alle ferie, ossia la confessione del datore di la-voro; il giudice ha riconosciuto provato il diritto alla ferie anche perché la ricorrente ha dimostrato i fatti costitutivi, mediante produzione del documento con efficacia confessoria (proveniente direttamente dal datore di lavoro) in cui veniva indicato espressamente il periodo maturato dal lavoratore. Il Tribunale ha, quindi, accolto il ricorso, accertando il diritto del godimento delle ferie maturate e non godute.
Il trasferimento per mobilità interna presso una pubblica amministrazione non comporta novazione del rapporto di lavoro.
In tal caso si avrà solo sostituzione del datore di lavoro con la conseguenza che il lavoratore trasferito conserverà ogni suo diritto maturato presso il precedente datore, ivi comprese le ferie non godute.
Così il Tribunale di Brindisi, nella sezione lavoro, con la sentenza 10 novembre 2011, n. 4190.
Il prestatore di lavoro ha diritto ad usufruire presso la pubblica amministrazione di destinazione, delle ferie maturate e non godute presso quella di provenienza.
Anche la prescrizione è stata interrotta; nella decisione che si annota il Tribunale ha rigettato anche l'eccezione di prescrizione quinquennale sollevata da parte convenuta, poiché la ricorrente ha interrotto la decorrenza del termine, con la presentazione della richiesta del godimento delle ferie.
Vi è anche di più per la prova del diritto alle ferie, ossia la confessione del datore di la-voro; il giudice ha riconosciuto provato il diritto alla ferie anche perché la ricorrente ha dimostrato i fatti costitutivi, mediante produzione del documento con efficacia confessoria (proveniente direttamente dal datore di lavoro) in cui veniva indicato espressamente il periodo maturato dal lavoratore.
Il Tribunale ha, quindi, accolto il ricorso, accertando il diritto del godimento delle ferie maturate e non godute.
Tribunale di Foggia - I sezione - sentenza del 20 settembre 2011
Restituzione documentazione sanitaria paziente è obbligo
Una paziente chiamava in giudizio il medico odontoiatra per ottenere che venisse condannato al risarcimento del danno connesso alle inadeguate cure dentistiche prestate nonché alla restituzione di tutta la documentazione sanitaria posseduta: in originale, relativamente ai documenti consegnati dalla paziente,e in fotocopia per ciò che riguarda i documenti sanitari redatti dal medico, comprensivi dei dati relativi all'esatto tipo di impianti applicati e le relative misure, nonché alla provenienza dei materiali utilizzati. In professionista già prima della conclusione del giudizio provvedeva alla restituzione di tutta la documentazione all'esito di un procedimento d'urgenza proposto dalla donna. Il tribunale ha comunque precisato che, ai sensi dell'art. 2235 del codice civile, il prestatore d'opera non può ritenere le cose e i documenti ricevuti, se non per il periodo strettamente necessario alla tutela dei propri diritti secondo le leggi professionali. Nel caso specifico il rapporto d'opera professionale dedotto in giudizio era cessato per recesso della paziente, la quale aveva disertato gli incontri programmati presso lo studio. Pertanto, il lasso di tempo intercorso tra l'esaurimento della prestazione professionale e la richiesta di consegna dei documenti è stato ritenuto tale da offrire al sanitario ampie possibilità di tutela dei suoi diritti e in particolare di quello al pagamento del compenso a lui spettante per l'attività svolta.
Una paziente chiamava in giudizio il medico odontoiatra per ottenere che venisse condannato al risarcimento del danno connesso alle inadeguate cure dentistiche prestate nonché alla restituzione di tutta la documentazione sanitaria posseduta: in originale, relativamente ai documenti consegnati dalla paziente,e in fotocopia per ciò che riguarda i documenti sanitari redatti dal medico, comprensivi dei dati relativi all'esatto tipo di impianti applicati e le relative misure, nonché alla provenienza dei materiali utilizzati.
In professionista già prima della conclusione del giudizio provvedeva alla restituzione di tutta la documentazione all'esito di un procedimento d'urgenza proposto dalla donna.
Il tribunale ha comunque precisato che, ai sensi dell'art. 2235 del codice civile, il prestatore d'opera non può ritenere le cose e i documenti ricevuti, se non per il periodo strettamente necessario alla tutela dei propri diritti secondo le leggi professionali.
Nel caso specifico il rapporto d'opera professionale dedotto in giudizio era cessato per recesso della paziente, la quale aveva disertato gli incontri programmati presso lo studio. Pertanto, il lasso di tempo intercorso tra l'esaurimento della prestazione professionale e la richiesta di consegna dei documenti è stato ritenuto tale da offrire al sanitario ampie possibilità di tutela dei suoi diritti e in particolare di quello al pagamento del compenso a lui spettante per l'attività svolta.
Tribunale di Monza - Sezione I - sentenza del 16 settembre 2011
Conseguenze intempestiva richiesta di copertura assicurativa
Nell'anno 2006 una paziente, a seguito di una perizia medica di parte che muoveva rilievi critici all'operato del sanitario intervenuto chirurgicamente, avanzava senza esito richieste risarcitorie, sia nei confronti della struttura sanitaria, sia a carico del chirurgo. Successivamente, nel 2007, veniva intrapreso un giudizio nel corso del quale si costituiva l'Ente chiedendo il rigetto delle domande proposte dalla paziente e facendo comunque istanza per l'eventuale accertamento di una responsabilità esclusiva del medico. Il sanitario pur avendo ricevuto la richiesta di risarcimento nel novembre 2006, provvedeva ad informare la propria assicurazione soltanto nel marzo 2008, tanto che la Compagnia assicuratrice, chiamata in giudizio per tenere indenne il medico, eccepiva la prescrizione del diritto, cioè, in sostanza, contestava al proprio assicurato di non aver richiesto tempestivamente l'attivazione della copertura. Il Tribunale ha osservato che l'art. 2952 del codice civile, dispone che "..nell'assicurazione della responsabilità civile, il termine (di prescrizione dei diritti dell'assicurato) decorre dal giorno in cui il terzo ha chiesto il risarcimento all'assicurato o ha promosso contro di questo l'azione". Pertanto, contrariamente a quanto affermato dal medico, la norma deve essere intesa nel senso che il termine iniziale di prescrizione decorre dalla data in cui per la prima volta, in forma giudiziale o stragiudiziale, il danneggiato proponga la sua richiesta, con la conseguenza che, ove la richiesta del danneggiato sia stata formulata stragiudizialmente, il termine decorre dalla data di tale richiesta, da portare a conoscenza dell'assicuratore, senza che sia necessaria l'ulteriore promozione del giudizio da parte del danneggiato. La causa si è conclusa con il riconoscimento di una responsabilità del medico operatore e con l'esclusione di una copertura assicurativa in suo favore per intervenuta prescrizione del diritto.
Nell'anno 2006 una paziente, a seguito di una perizia medica di parte che muoveva rilievi critici all'operato del sanitario intervenuto chirurgicamente, avanzava senza esito richieste risarcitorie, sia nei confronti della struttura sanitaria, sia a carico del chirurgo.
Successivamente, nel 2007, veniva intrapreso un giudizio nel corso del quale si costituiva l'Ente chiedendo il rigetto delle domande proposte dalla paziente e facendo comunque istanza per l'eventuale accertamento di una responsabilità esclusiva del medico.
Il sanitario pur avendo ricevuto la richiesta di risarcimento nel novembre 2006, provvedeva ad informare la propria assicurazione soltanto nel marzo 2008, tanto che la Compagnia assicuratrice, chiamata in giudizio per tenere indenne il medico, eccepiva la prescrizione del diritto, cioè, in sostanza, contestava al proprio assicurato di non aver richiesto tempestivamente l'attivazione della copertura.
Il Tribunale ha osservato che l'art. 2952 del codice civile, dispone che "..nell'assicurazione della responsabilità civile, il termine (di prescrizione dei diritti dell'assicurato) decorre dal giorno in cui il terzo ha chiesto il risarcimento all'assicurato o ha promosso contro di questo l'azione". Pertanto, contrariamente a quanto affermato dal medico, la norma deve essere intesa nel senso che il termine iniziale di prescrizione decorre dalla data in cui per la prima volta, in forma giudiziale o stragiudiziale, il danneggiato proponga la sua richiesta, con la conseguenza che, ove la richiesta del danneggiato sia stata formulata stragiudizialmente, il termine decorre dalla data di tale richiesta, da portare a conoscenza dell'assicuratore, senza che sia necessaria l'ulteriore promozione del giudizio da parte del danneggiato.
La causa si è conclusa con il riconoscimento di una responsabilità del medico operatore e con l'esclusione di una copertura assicurativa in suo favore per intervenuta prescrizione del diritto.
Tribunale di Milano - sez. lavoro - sentenza del 9 settembre 2011
L'indennità di rischio da esposizione a radiazioni ionizzanti
L'indennità di rischio da esposizione a radiazioni ionizzanti, presupponendo la condizione di effettiva esposizione al rischio connesso all'esercizio non occasionale, né temporaneo di determinate mansioni, può essere riconosciuta, indipendentemente dalla qualifica rivestita, in relazione alle peculiari posizioni di quei lavoratori che si trovano esposti, per intensità e continuità, a quello normalmente sostenuto dal personale di radiologia.
Tribunale di Tolmezzo - sentenza del 2 settembre 2011
Nascita indesiderata: la struttura sanitaria condannata a pagare il "mantenimento" del figlio
Due coniugi, per motivi inerenti alle precarie condizioni di salute della donna e per ragioni di natura economica, in occasione della quarta gestazione, si erano rivolti ad una struttura ospedaliera al fine di non dover più affrontare una nuova gravidanza e, su consiglio di un medico dipendente della medesima struttura, la paziente veniva sottoposta a un intervento di sterilizzazione, mediante legatura e sezione tubarica bilaterale. Ciononostante, accadeva che la donna era risultata di nuovo in stato interessante. I coniugi, anche se la nascita del figlio avrebbe messo a dura prova l'economia familiare, decidevano di portare comunque a termine la gravidanza non prevista né prevedibile, ma di seguito chiamavano in giudizio l'Azienda Sanitaria per ottenere il pagamento dei danni che asserivano aver subito. Il Tribunale ha osservato che la questione esaminata era se le conseguenze pregiudizievoli verificatesi successivamente e nonostante l'intervento di sterilizzazione tubarica, fossero da attribuirsi unicamente al fatto che lo stesso intervento, anche se in percentuale ridotta, poteva di per sé stesso non essere efficace allo scopo, ovvero se era ravvisabile un nesso causale tra l'intervento e gli esiti dannosi per esecuzione del trattamento in maniera difforme dai dettami della scienza medica. Il Tribunale, condividendo le osservazioni e le conclusioni del consulente tecnico d'ufficio (CTU) descritte in sentenza, ha condannato l'Azienda al risarcimento anche in relazione ai maggiori oneri gravanti sulla coppia per il mantenimento del figlio fino all'età di 23 anni.
Due coniugi, per motivi inerenti alle precarie condizioni di salute della donna e per ragioni di natura economica, in occasione della quarta gestazione, si erano rivolti ad una struttura ospedaliera al fine di non dover più affrontare una nuova gravidanza e, su consiglio di un medico dipendente della medesima struttura, la paziente veniva sottoposta a un intervento di sterilizzazione, mediante legatura e sezione tubarica bilaterale.
Ciononostante, accadeva che la donna era risultata di nuovo in stato interessante.
I coniugi, anche se la nascita del figlio avrebbe messo a dura prova l'economia familiare, decidevano di portare comunque a termine la gravidanza non prevista né prevedibile, ma di seguito chiamavano in giudizio l'Azienda Sanitaria per ottenere il pagamento dei danni che asserivano aver subito.
Il Tribunale ha osservato che la questione esaminata era se le conseguenze pregiudizievoli verificatesi successivamente e nonostante l'intervento di sterilizzazione tubarica, fossero da attribuirsi unicamente al fatto che lo stesso intervento, anche se in percentuale ridotta, poteva di per sé stesso non essere efficace allo scopo, ovvero se era ravvisabile un nesso causale tra l'intervento e gli esiti dannosi per esecuzione del trattamento in maniera difforme dai dettami della scienza medica.
Il Tribunale, condividendo le osservazioni e le conclusioni del consulente tecnico d'ufficio (CTU) descritte in sentenza, ha condannato l'Azienda al risarcimento anche in relazione ai maggiori oneri gravanti sulla coppia per il mantenimento del figlio fino all'età di 23 anni.
Tribunale di Salerno - sentenza n. 1689/2011
Consenso informato e trattamento sanitario obbligatorio
Un paziente chiamava in giudizio l'Azienda Sanitaria per ottenere il risarcimento dei danni subiti esponendo di essere stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio con somministrazione continua di medicinali che avevano comportato la perdita di cognizione personale e dell'ambiente esterno, senza l'urgenza "salvavita" e senza il suo consenso, con omissione di informazione e con violazione del diritto di autodeterminazione e che la terapia somministratagli coattivamente aveva determinato l'insorgere della patologia denominata "induratio penis plastica". L'ipotesi di trattamento obbligatorio è costituita dal caso del paziente che, per malattia mentale, non sia in grado di sottoporsi volontariamente ai trattamenti necessari, sicché la valutazione di tale necessità è rimessa ai sanitari e al sindaco nonché alla successiva convalida dell'autorità giudiziaria. Nella vicenda concreta, ha osservato il Tribunale, si verte proprio in ipotesi di trattamento sanitario obbligatorio e pertanto la terapia prestata prescindeva dal consenso del paziente per disposizione di legge. Inoltre, cessato il TSO, l'uomo aveva continuato la degenza volontariamente, sottoscrivendo la dichiarazione inserita nella cartella clinica. Relativamente alla questione della necessità e adeguatezza della terapia farmacologica effettuata durante il ricovero, sulla base delle risultanze della disposta consulenza tecnica, si accertava che le modalità di ricovero e di trattamento terapeutico furono coerenti alle condizioni del soggetto all'epoca dei fatti e rispondenti ai protocolli medici. Il Tribunale ha respinto la domanda risarcitoria proposta dal paziente condannandolo alle spese di giudizio.
Un paziente chiamava in giudizio l'Azienda Sanitaria per ottenere il risarcimento dei danni subiti esponendo di essere stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio con somministrazione continua di medicinali che avevano comportato la perdita di cognizione personale e dell'ambiente esterno, senza l'urgenza "salvavita" e senza il suo consenso, con omissione di informazione e con violazione del diritto di autodeterminazione e che la terapia somministratagli coattivamente aveva determinato l'insorgere della patologia denominata "induratio penis plastica".
L'ipotesi di trattamento obbligatorio è costituita dal caso del paziente che, per malattia mentale, non sia in grado di sottoporsi volontariamente ai trattamenti necessari, sicché la valutazione di tale necessità è rimessa ai sanitari e al sindaco nonché alla successiva convalida dell'autorità giudiziaria.
Nella vicenda concreta, ha osservato il Tribunale, si verte proprio in ipotesi di trattamento sanitario obbligatorio e pertanto la terapia prestata prescindeva dal consenso del paziente per disposizione di legge. Inoltre, cessato il TSO, l'uomo aveva continuato la degenza volontariamente, sottoscrivendo la dichiarazione inserita nella cartella clinica.
Relativamente alla questione della necessità e adeguatezza della terapia farmacologica effettuata durante il ricovero, sulla base delle risultanze della disposta consulenza tecnica, si accertava che le modalità di ricovero e di trattamento terapeutico furono coerenti alle condizioni del soggetto all'epoca dei fatti e rispondenti ai protocolli medici.
Il Tribunale ha respinto la domanda risarcitoria proposta dal paziente condannandolo alle spese di giudizio.
Tribunale di Roma - Sezione XIII - sentenza del 13 luglio 2011
Dovere di corretta tenuta della cartella clinica
Una struttura ospedaliera e il medico operatore venivano chiamati in giudizio per essere condannati al risarcimento dei danni subiti da una paziente a seguito di un intervento di protesi al ginocchio. Dopo la dimissione la donna aveva ricevuto una copia della cartella clinica di ventiquattro pagine con all'interno atti relativi ad altra paziente e, successivamente, a seguito di rimostranze, le era stata consegnata una seconda copia della cartella clinica, questa volta composta da trentaquattro pagine. Il Tribunale di Roma, pur escludendo la responsabilità del sanitario e della struttura chiamati in giudizio, in ordine alla cartella clinica ha avuto occasione di affermare come, nel caso specifico, il documento rilasciato fosse espressione di una scarsa attenzione nella sua tenuta ed aggiornamento. La corretta tenuta della cartella clinica, oltre a rispondere ad un interesse pubblico di tutela della salute del paziente, risponde anche ad un interesse della struttura dal momento che ciò che in essa non è presente comunque rappresenta un pregiudizio per le sue ragioni, essendo il successivo giudizio operato sulla base del fatto che tali attività non sono state poste in essere.
Una struttura ospedaliera e il medico operatore venivano chiamati in giudizio per essere condannati al risarcimento dei danni subiti da una paziente a seguito di un intervento di protesi al ginocchio.
Dopo la dimissione la donna aveva ricevuto una copia della cartella clinica di ventiquattro pagine con all'interno atti relativi ad altra paziente e, successivamente, a seguito di rimostranze, le era stata consegnata una seconda copia della cartella clinica, questa volta composta da trentaquattro pagine.
Il Tribunale di Roma, pur escludendo la responsabilità del sanitario e della struttura chiamati in giudizio, in ordine alla cartella clinica ha avuto occasione di affermare come, nel caso specifico, il documento rilasciato fosse espressione di una scarsa attenzione nella sua tenuta ed aggiornamento.
La corretta tenuta della cartella clinica, oltre a rispondere ad un interesse pubblico di tutela della salute del paziente, risponde anche ad un interesse della struttura dal momento che ciò che in essa non è presente comunque rappresenta un pregiudizio per le sue ragioni, essendo il successivo giudizio operato sulla base del fatto che tali attività non sono state poste in essere.
Tribunale di Trento - sentenza del 9 giugno 2011
Risarcimento per omessa disposizione di ricovero
I familiari di un paziente deceduto presso una struttura ospedaliera in data 18.07.2005 a causa di infarto miocardio acuto complicato da scompenso cardiaco, agivano in giudizio nei confronti del medico curante, per ottenere il risarcimento del danno assumendo che questi, contattato il 12.07.2005 e il 13.07.2005, nonostante i sintomi che potevano far sospettare un infarto in atto, non aveva disposto il ricovero del paziente in ospedale. Il medico si costituiva in giudizio rilevando che i sintomi manifestati dal paziente non erano idonei a far sospettare l'insorgenza di un episodio di infarto e che non sussisteva alcun nesso causale tra il decesso e il preteso ritardo nel ricovero. Il giudice, nella ricostruzione della condotta del medico curante, ha ritenuto poter condividere le osservazioni del CTU il quale evidenziava - tra gli altri importanti aspetti citanti in sentenza - che, tenuto conto delle condizioni generali del paziente, di età avanzata, affetto da diabete mellito di tipo II, iperteso, affetto da nefropatia diabetica, l'esordio di un quadro di epigastralgia accompagnato da una spiccata iperglicemia, accanto all'ipotesi di gastrite acuta in diabete scompensato, poteva comunque far ipotizzare anche una diagnosi differenziale di evento cardiaco acuto. Infatti le complicanze cardiache nei pazienti diabetici hanno una frequenza così elevata che le attuali linee di guida in merito alla gestione del paziente diabetico consigliano di considerare il paziente stesso, indipendentemente dai precedenti cardiologici, un cardiopatico ischemico. Inoltre l'infarto miocardico acuto si può manifestare anche come epigastralgia, quale riflesso dell'ipertono vagale associato all'infarto miocardico acuto. Il Tribunale, pur ridimensionandola, ha accolto la domanda risarcitoria proposta dai familiari del defunto.
I familiari di un paziente deceduto presso una struttura ospedaliera in data 18.07.2005 a causa di infarto miocardio acuto complicato da scompenso cardiaco, agivano in giudizio nei confronti del medico curante, per ottenere il risarcimento del danno assumendo che questi, contattato il 12.07.2005 e il 13.07.2005, nonostante i sintomi che potevano far sospettare un infarto in atto, non aveva disposto il ricovero del paziente in ospedale.
Il medico si costituiva in giudizio rilevando che i sintomi manifestati dal paziente non erano idonei a far sospettare l'insorgenza di un episodio di infarto e che non sussisteva alcun nesso causale tra il decesso e il preteso ritardo nel ricovero.
Il giudice, nella ricostruzione della condotta del medico curante, ha ritenuto poter condividere le osservazioni del CTU il quale evidenziava - tra gli altri importanti aspetti citanti in sentenza - che, tenuto conto delle condizioni generali del paziente, di età avanzata, affetto da diabete mellito di tipo II, iperteso, affetto da nefropatia diabetica, l'esordio di un quadro di epigastralgia accompagnato da una spiccata iperglicemia, accanto all'ipotesi di gastrite acuta in diabete scompensato, poteva comunque far ipotizzare anche una diagnosi differenziale di evento cardiaco acuto. Infatti le complicanze cardiache nei pazienti diabetici hanno una frequenza così elevata che le attuali linee di guida in merito alla gestione del paziente diabetico consigliano di considerare il paziente stesso, indipendentemente dai precedenti cardiologici, un cardiopatico ischemico. Inoltre l'infarto miocardico acuto si può manifestare anche come epigastralgia, quale riflesso dell'ipertono vagale associato all'infarto miocardico acuto.
Il Tribunale, pur ridimensionandola, ha accolto la domanda risarcitoria proposta dai familiari del defunto.
Tribunale di Santa Maria C.V. - sez. dist. Marcianise - sentenza del 10 maggio 2011
Mancata diagnosi malformazione del feto
Una donna ha chiesto la condanna del ginecologo che la seguì durante la gravidanza, al risarcimento dei danni subiti a seguito della mancata diagnosi di una grave malformazione del feto. In particolare si imputa al sanitario di non aver diagnosticato l'anencefalia del nascituro, patologia incompatibile con la vita, nonostante la gestante avesse eseguito un regolare esame ecografico nel corso della 19a settimana di amenorrea.
Va affermata la responsabilità professionale del sanitario il quale, utilizzando la dovuta diligenza, avrebbe dovuto diagnosticare la patologia fetale facilmente riconoscibile durante lo svolgimento dell'esame ecografico.
La mancata diagnosi ha impedito alla gestante di conoscere lo stato di salute del nascituro, che la patologia era incompatibile con la vita e di elaborare per tempo il futuro inevitabile lutto. Ciò, inoltre, ha privato la madre della possibilità di scegliere se portare a termine la gravidanza o interromperla anzitempo.
Il Tribunale ha condannato il ginecologo al risarcimento del danno.
Tribunale di Foggia - Sezione Lavoro - sentenza del 3 maggio 2011
Il Tribunale di Foggia – Sezione Lavoro, pronunciandosi, all’udienza del 3 maggio 2011, su una prima tranche di ricorsi proposti da Tecnici Sanitari di Radiologia Medica e Medici Chirurghi Specialisti in Radiodiagnostica esposti in maniera permanente al rischio radiologico, tutti dipendenti dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria "Ospedali Riuniti" di Foggia, ha accertato il diritto dei ricorrenti ad usufruire del congedo ordinario aggiuntivo di 15 giorni da calcolarsi al netto di eventuali giorni festivi e/o di riposo compensativo; ed ha condannato l’Azienda Ospedaliera "OORR" di Foggia a ricalcolare il periodo di ferie spettante a ciascun ricorrente escludendo dal conto i giorni festivi e/o di riposo compensativo.
Tribunale di Bari - II sezione - sentenza del 6 aprile 2011
Esclusa responsabilità medica per complicanze dell'intervento
Un paziente veniva ricoverato presso una Casa di cura in quanto affetto da angina pectoris. Gli veniva praticato un intervento di PTCA con impianto di stent. Ciò posto, l'uomo - sull'assunto che nel corso del posizionamento dello stent erano subentrate complicanze dovute ad imprudenza, imperizia e negligenza che avevano determinato la necessità di un intervento chirurgico cui era seguito un radicale cambiamento delle sue condizioni di vita - chiedeva il risarcimento del danno biologico e morale.
È stata esclusa la responsabilità medica essendo stato provato che l'evento lesivo fu conseguenza delle preesistenti condizioni del paziente che incisero in maniera prevalente sulla rottura dei vasi e non della condotta dei sanitari; che ciononostante dette condizioni non erano tali da escludere l'opportunità del ricorso all'intervento; che, di conseguenza, la scelta terapeutica, così come la successiva esecuzione, erano conformi alla miglior scienza ed esperienza del momento.
Tribunale L'Aquila - Sezione Lavoro - sentenza del 22 marzo 2011
Conferimento direzione UOC: il giudice non può sostituirsi all'Asl
Pur sussistendo delle differenze tra il dirigente privato ed il dirigente del pubblico impiego contrattualizzato, date soprattutto dalle modalità di accesso di questi ultimi ad un ruolo della dirigenza mediante pubblico concorso, tuttavia l'attribuzione dell'incarico in entrambi i campi rimane atto essenzialmente fiduciario.
Ciò comporta che il giudice non possa essere chiamato, né sia legittimato, ad individuare l'avente diritto al conferimento di un dato incarico, sostituendo la propria valutazione a quella dell'amministrazione, così come auspicato dal medico ricorrente, in quanto la combinazione dei criteri da seguire per il conferimento sottintende un giudizio di carattere discrezionale, che può essere opportunamente effettuato solo dal datore di lavoro.
Tribunale di Roma - II sezione - sentenza del 17 febbraio 2011
Profili di responsabilità del medico e della struttura sanitaria
L'azione per responsabilità medica promossa dal paziente, deve inquadrarsi nell'ambito di una responsabilità contrattuale - da "contatto sociale" - tra il sanitario, dipendente della struttura ospedaliera che ha effettuato il trattamento chirurgico e il paziente.
Tra la struttura ospedaliera pubblica e il paziente viene a configurarsi un contratto di natura normativamente atipica ovverosia il c.d. contratto di spedalità o assistenza sanitaria in forza del quale la struttura è tenuta non solo a fornire al paziente prestazioni alberghiere, ma anche a mettere a disposizione di quest'ultimo il personale medico ausiliario e paramedico e ad apprestare medicinali ed attrezzature anche per eventuali complicazioni.
Più puntualmente, poi, la responsabilità dell'ente gestore del servizio ospedaliero e quella del medico dipendente hanno entrambe radice nell'esecuzione non diligente o errata della prestazione sanitaria da parte del medico, per cui, accertata la stessa, risulta contestualmente accertata la responsabilità a contenuto contrattuale di entrambi i soggetti.
Tribunale di Cassino - Sezione Lavoro - sentenza del 14 gennaio 2011
Significato di "lavoro prestato nei servizi malattie infettive"
Il senso letterale della espressione lavoro prestato "nei servizi di malattie infettive" indica un lavoro prestato in una struttura preposta alla cura delle malattie infettive (o di malattie affini o equipollenti). "Servizio" è un termine generale idoneo a ricomprendere articolazioni del servizio sanitario denominabili in modo diverso ("divisione", "reparto", "dipartimento", ecc.) ma comunque sempre identificabili come parti della organizzazione sanitaria destinate alla cura di un certo tipo di malattie.

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