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Timestamp: 2020-01-27 05:17:07+00:00

Document:
Tribunali Documento senza titolo
GIUSTIZIA - TRIBUNALI
con testimonianze resa da Paola Di Meglio e dal sottoscritto
(I *** stanno per nomi concreti)
1. Il termine "PAHLAVI" rappresenta il nome della Dinastia del padre Reza e viene usato unito al suo nome;
2. Il termine "PALHEVI" indica il nome del figlio Ivano e segue altresì l'intestazione dei suoi ingenti capitali.
Avevo telefonato all’avvocato *** per chiedergli di assistere Ivano per una ingiustificata nonché ignominiosa querela messa su contro di lui da una ex collega*** e un altro strano personaggio .
L’avvocato va letteralmente fuori di testa non appena lo vede nel suo studio, o meglio, lo “riconosce”. Mi dice, irritatissimo ed impaurito, che avrei dovuto avvisarlo prima per dire che era “quel “ mio amico e che non avrei mai dovuto portargli “LUI” .
Non dà spiegazioni del suo comportamento né vuole difenderlo.
Sono convocata come testimone all’udienza del procedimento per omissione di soccorso nei confronti di***, in occasione dell’incidente che aveva causato a febbraio 1994.
La sentenza di assoluzione per l’investitore viene emessa ( guardate le combinazioni!) dal giudice onorario avvocato *** ( tutto preannunciato - SIC!- dallo stesso*** telefonicamente ad Ivano) :
Il fatto non sussiste – quindi non c’è stata omissione di soccorso - perché non v’era “sanguinamento” al volto!
Fiduciosa nella Giustizia dopo alcune settimane , accompagno Ivano in Tribunale per chiedere la motivazione della sentenza : c’è tra gli impiegati un po’ di panico, accompagnato da qualche titubanza.
Poi un cancelliere in carriera mette fine alla questione, strappando il fascicolo di mano all’impiegata rimasta immobile dietro la porta .
Nega qualsiasi diritto a conoscere la motivazione, perché “ la questione non lo riguarda” .
Ho riconosciuto in lui il fidanzato (ora marito) dell’avvocato *** dello studio legale *** che seguiva la querela.
Accompagno Ivano alla Questura di Cuneo, per sporgere denuncia in seguito a uno strano ennesimo incidente.
Qualcuno ha cercato di colpirlo con una grossa pietra, mentre percorreva la strada per andare in Chiesa, a Madonna della Riva, in Cuneo.
Troviamo in servizio l’Ispettore ***che ascolta con attenzione, mostrando stranamente di avere inquadrato bene la situazione, come se in realtà la conoscesse e dice: “Probabilmente a monte c’è una famiglia molto ricca e grossi interessi. Ci sono gli estremi per iniziare le indagini, ma devo riferire al mio superiore”. Si impegna a telefonarmi l’indomani mattina, per confermare l’appuntamento .
Ovviamente non telefona nessuno per confermare l’appuntamento. Richiamo io e mi dicono che l’ispettore è lontano …
Quando il sabato successivo Ivano, da casa mia, cerca del suo superiore, quest’ultimo gli si rivolge malamente, intimandogli di non disturbare mai più la polizia per certe sciocchezze.
(Pare che l’incauto ispettore *** sia stato trasferito per sempre.)
Ott/nov 1997
Accompagno di nuovo Ivano dall’avvocato ***. Questi gli consegna una lettera per uno studio medico che avrebbe dovuto eseguire delle analisi. Trovo strano che abbia sottolineato il nome e cognome nel corpo della stessa.
Qualche settimana dopo l’avvocato si ritira, per “pressioni dall’alto”.
1 - INCHIESTA PROCURA DI MONDOVI’
Entra in scena il maresciallo B. dei carabinieri di Mondovì, che inizia un’inchiesta sul mio caso.
Ivano viene chiamato dal procuratore della Procura della Repubblica di Mondovì (CN) Sono chiamata anch’io, informalmente, come testimone. Le domande si riducono a un “Conferma?”
Le indagini proseguono . So da Ivano che il maresciallo B. ha dichiarato che sarebbero state positivamente concluse entro l’anno.
Sull’Anagrafe Tributaria trovo la corrispondenza tra "Ivano Tassone" con "Palhevi Savoia Garro", nato il 12 novembre 1957 in Iran.
Informo subito Ivano che a sua volta lo comunica al maresciallo. Saprò che lo stesso farà poi delle ricerche dall’ufficio di Mondovì, acquisendo ulteriori dati utili.
Era un martedì. In Ufficio arrivò il maresciallo B. Consegnò, in mia presenza, un ordine del Procuratore*** per indagini sull’ Anagrafe Tributaria per quanto attinente al soggetto: Tassone Ivano Pahlevi Savoia Garro .
Chiese che io assistessi alle indagini. Il direttore dovette accettare e a sua volta volle che fosse coadiuvato dal responsabile dei codici di accesso dell’Ufficio, sig.***.
In realtà non mi fu permesso di accedere ai dati e lo stesso personaggio intervenne più volte per frenare la mia impazienza. Alla fine però, lui stesso era molto più soddisfatto di me. A suo dire non c’era niente da vedere. Né lo contraddisse il maresciallo che, uscendo, mi rassicurò sul fatto che sarebbe tornato presto e li avrebbe costretti, considerata l’evidenza dei dati a sua disposizione, a dire la verità. Mi chiese anche di andare una sera da lui con Ivano.
Qualche giorno dopo, irritata dal comportamento del collega e delusa dal maresciallo, ho chiesto un appuntamento con il Direttore del mio Ufficio, gli chiesi esplicitamente di tirar fuori i documenti di Ivano che sapevo esistere in Ufficio. Lui si nascose dietro un “sono l’ultimo arrivato , non sono responsabile , non so ”. Finse poi che non ci fossero livelli superiori riservati quando, in seguito al suo atteggiamento, gli chiesi di avere l’accesso a tutti i dati .
Lo ricordo bene perché era il mio compleanno.
A casa sua il maresciallo B. riconfermò lo stato delle indagini molto positivo ed il fatto che la questione si sarebbe ben presto chiusa con la dichiarazione di identità di Ivano, in realtà primogenito maschio dell’ultimo Scià Reza Pahlevi e Maria Gabriella di Savoia .
Confermò anche che i suoi veri genitori si erano anche sposati e che lui era figlio legittimo, unico erede del titolo e del patrimonio, secondo la legge islamica .
Alla fine la Procura di Mondovì ha archiviato il caso, non rilevando alcuna anomalia negli atti, pur avendo riscontrato la veridicità delle affermazioni del ricorrente e la corrispondenza dei dati anagrafici, ovvero essere la stessa persona Tassone Ivano e Pahlevi Savoia Garro.
2 - CORTE SUPREMA DIRITTI UMANI DI STRASBURGO
Tentammo la strada del Ricorso alla Corte dei Diritti Umani per l’Europa di Strasburgo.
La corte ci rispose e protocollò il ricorso stesso.
Ogni invio di posta a Strasburgo conteneva documenti, accompagnati da una lettera mia e una di Ivano. Copia autentica delle lettere inviate è in nostro possesso.
Formalizzammo il ricorso trasmettendo i primi elementi.
Maggio /Agosto 2003
Trasmissione di documenti e risposte di acquisizione.
Inoltre il tribunale di Strasburgo richiese a Torino i documenti riguardanti Ivano.
Un giudice preparò una cartella da inviare, ma fu impedito di spedirla da altissime autorità italiane. Alla sua protesta fu relegato in un ufficio dove era inavvicinabile, come attestato dal giudice di Cassazione da me contattato. (vedi più avanti fine Agosto 2003).
Successivamente venni in contatto con un consigliere di Cassazione *** giurista conosciuto oltre che per la sua carica, anche per diversi testi e pubblicazioni, esperto di Diritto Internazionale Familiare.
Già al primo dialogo era emerso chiaramente che conosceva bene la questione di Ivano. Pertanto, dopo alcuni giorni, lo avevo richiamato e chiaramente e direttamente parlato del caso, informandolo che rappresentavo legalmente a Strasburgo un mio amico che vive in Italia sotto altra identità, ma che è in realtà il figlio di Reza Pahlavi,ultimo Scià di Persia e di Maria Gabriella di Savoia.
Sì, il “primo” figlio dello Scià”, aveva lui stesso sottolineato , senza mostrare la minima sorpresa, non solo, ma con espressione di chi afferma con convinzione.
In questa sede aveva anche mostrato di conoscere il ricorso presentato e le sue motivazioni, invitandomi in modo nemmeno troppo implicito, ad accettare, nello stesso interesse del mio “assistito”, un risarcimento di 50.000 euro.
Successivamente alla decisione di Strasburgo mandai al giudice uno stralcio dei documenti della prova della vera identità di Ivano.
Quando, dopo circa una settimana, mi ha telefonato (gli avevo lasciato un messaggio in segreteria in cui gli dicevo di volergli comunicare ulteriori sviluppi), mi diede della “pazza incosciente” più volte, rimproverandomi –senza alcuna convinzione –degli errori da me commessi nell’iter procedurale. Mi suggeriva di procedere ad una azione civile di riconoscimento, o meglio, di “disconoscimento” della paternità. Non metteva, comunque, in dubbio che quanto sostenevo fosse vero: lui era sicuramente il figlio dello Scià, ma poverino, la mia incapacità gli aveva impedito di veder riconosciuti i suoi diritti.
(Iter corretto: causa civile) . Gli inviai una copia della lettera trasmessa a Strasburgo .
Mi ribadì telefonicamente (non mi ha mai scritto probabilmente perché “verba volant…..”) quanto già affermato, che cioè ero nel giusto, ma che la “veritàsostanziale” dei fatti non mi serviva, perché la verità “giuridica” era diversa.
Riguardo poi al giudice che è stato relegato a Roma perché non seguisse più ilcaso di Ivano a Strasburgo, dice che è “inavvicinabile”.
Gli inviai allora le foto di Ivano, dei suoi falsi genitori, dello Scià, dello Scià conlui bambino a Corte .
“E’ lampante che quei due non sono i suoi genitori” mi disse senza esitazione .
Anche stavolta ribadì la verità dei fatti, suggerendo ancora un iter civilistico, stavolta nei confronti degli eredi dello Scià .
Non mi diede più dell’”incosciente” , ma riconobbe che ero legittimata a classificare come “ignobile” il comportamento di chi nelle Istituzioni, giudici ompresi, aveva tanto danneggiato Ivano.
Lui non l’avrebbe fatto, ci avrebbe pensato 50.000 volte, prima di negargli i suoi diritti !
Alla mia sollecitazione sul parere dell’uomo e del magistrato, mi chiese di dargli atto che non mi aveva mai contestato la sostanza, la verità dei fatti di cui si parlava . Lui sapeva che Ivano è il figlio dello Scià Reza Pahlavi e di Maria Gabrella di Savoia.
- DOCUMENTAZIONE ALLEGATA AL RICORSO -
1) - Contenuto del Ricorso alla Corte di Strasburgo
Esistono prove documentali certe della vera identità di Pahlevi Savoia Garro, nato a Teheran (Persia) il novembre 1957, figlio dello Scià Reza Pahlevi e Maria Gabriella di Savoia.
Dopo la sua nascita fu costruita una falsa identità, quella di Tassone Ivano, e fu privato di tutti i suoi diritti, quelli dinastici, patrimoniali e perfino tutti i fondamentali diritti umani.
E' tuttora vessato con ogni sorta di razzismo, pressioni psicologiche e imposizioni ingiuste ed illegittime , anche sul luogo di lavoro.
I suoi veri natali sono di pubblico dominio e gli uffici dell'Anagrafe comunale hanno continuato a certificare il falso.
Gli Uffici finanziari sono stati strumento importante per il "dirottamento" dei suoi capitali su capitoli di comodo ove ancora adesso attingono gli stessi che lo hanno privato dei suoi diritti più elementari. Gli Uffici dell'Anagrafe e quelli Finanziari gli hanno sempre negato ogni accesso ai suoi dati, rifiutandogli anche i certificati.
Addirittura, l'Anagrafe di Cuneo in presenza di testimoni ha sostenuto Tassone Ivano essere "soggetto inesistente”.
Si era rivolto alla Procura di Mondovì che ha archiviato il caso, non rilevando alcuna anomalia negli atti, pur avendo riscontrato la veridicità delle affermazioni del ricorrente e la corrispondenza dei dati anagrafici, ovvero essere la stessa persona Tassone Ivano e Pahlevi Savoia Garro.
2) - Lettere da me scritte alla Corte in tempi successivi.
a) In questi primi giorni di Gennaio 2003, si sono intensificati nei miei riguardi, soprattutto sul posto di lavoro, atti di sopruso, di vessazione e ricatto, in maniera più accentuata che nel passato, tanto che mi sembra insopportabile continuare in questo modo.
Purtroppo, non posso fare riferimento a nessuna Autorità scolastica, sindacale, civile, politica, giudiziaria o di polizia, perché, come confermato dall'esperienza del passato, nessuno sembra potere o volere interessarsi al mio caso.
Mi sono chiesto varie volte, qualora qualcuno ritenesse che la mia pretesa di essere un Phalevi Savoia fosse frutto della mente malata di un mitomane, come mai mi si ritiene idoneo al compito educativo che svolgo e non si fa di tutto per mandarmi in pensione o per mettermi da parte. Secondo il buon senso, poi, sarebbe naturale che verso una persona esaurita e malata di mente (se questo fosse il caso) si abbia compassione e comprensione della sua situazione di debolezza e di salute malferma, per non sovraccaricare ulteriormente il suo fisico e psichico già provati. Per quanto riguarda la mia persona, contro ogni logica, non avviene questo.
b) Appurato ormai che si è arrivati addirittura a rifare e riscrivere i libri dei certificati anagrafici; ad occultare documenti legali; a far sparire articoli e notizie riguardanti il mio caso, così ora ho fondati motivi di ritenere che, organismi e persone di primaria importanza nello Stato italiano, stiano ostacolando chi intende raccogliere documenti riguardanti la mia persona.
Tali organismi e persone operano inoltre alacremente per manomettere i documenti e ritardare il più possibile il lavoro di Codesta Alta Corte, teso a definire la mia identità ed a ristabilire i miei diritti.
Inoltre, coloro che mi hanno aiutato e continuano a starmi vicino sono controllati, diffidati, e a volte minacciati perchè lascino perdere.
Persone ed istituzioni di primaria importanza nello Stato Italiano stanno spendendo tempo per interessarsi del caso mio.
c) Resta comunque assurdo che uno come me, descritto come un paranoico lucido, possa scomodare così alte personalità ed organismi tanto che si è cercato e si cerchi continuamente di occultare e far sparire prove dichiarate non esistenti, perché sarebbero idee fantasiose di uno squilibrato. Se questo fosse veramente il caso, verrebbe senz'altro da dubitare della sanità mentale di quanti si preoccupano di lui e delle sue pretese.
Non potrebbe essere forse indovinato pensare che abbiano degli interessi, personali o di altri, da difendere, quanti dimostrano occulto e ostinato interesse ad opporsi all’esito dell' operato per far luce sulla mia identità e sui miei diritti civili, legali e di proprietà?
Sono convinto che l'Unico, il Solo Onnipotente, il Signore del mondo, degli uomini e della storia ha sempre manifestato ed attuato verso di me, anche nelle vicissitudini che mi sono capitate, pensieri di bontà, attenzione e protezione.
Non posso affermare che questo siano i pensieri di coloro che da molti anni ormai, senz'altro dalla mia maggiore età, hanno occultato la mia identità e hanno agito come padroni assoluti su di me. L’identità da me reclamata l'ho ricevuta in dono per nascita. Per sua volontà mio padre ha poi riconosciuto e segnato su di me questa dignità, legando alla mia persona i beni conservati sotto il mio vero cognome.
Fino ad ora, sottomesso alla parola e sostenuto dallo spirito del Misericordioso ho potuto sopravvivere tra arrogante disprezzo e indifferenza di persone che, calpestando la dignità di una persona e la volontà paterna su di lui e utilizzando i suoi beni con avidità si sono comportati come sciacalli, abbietti, schiavisti ed aguzzini, anche se appaiono integerrimi e stimati da tutti.
Avevo mandato loro messaggi, in cui mi impegnavo a tener nascosto e non pubblicizzare i fatti che mi riguardano, qualora mi fossero consegnati i documenti della mia identità e restituiti diritti e beni lasciatimi da mio padre, eppure a questa proposta è stato dato peso.
Ma se costoro non si sottomettono all'Altissimo, mi toccherà constatare la realizzazione di quanto scritto nei proverbi di Salomone: "Non depredare il povero, perché egli è povero, e non affliggere il misero in tribunale, perché il Signore difenderà la loro causa e spoglierà della vita coloro che li hanno spogliati".
- RESPONSO DELLA CORTE DI STRASBURGO -
Contro ogni aspettativa, ed in contraddizione con le notizie positive che erano fino ad allora pervenute, la Corte respinse il ricorso, adducendo a motivo che il ricorso non era proponibile, e questo nonostante che nel procedimento stesso si fosse già superata la fase procedurale e fossero già stati trasmessi i documenti che avrebbero permesso di entrare già nel giudizio di merito, nel previsto tempo dei sei mesi ormai trascorso.
In altri termini, per dire semplicemente che "il ricorso non era proponibile" non era assolutamente necessario usare del tempo massimo a disposizione (sei mesi appunto) per emettere una sentenza vera e propria.
3 - TRIBUNALE ORDINARIO DI ROMA
Copia Verbale dell’udienza (all.1);
Comunicazione di Cancelleria del Tribunale Ordinario di Roma (All.2).
Inizio Ricorso a Roma assistito dagli Avvocati Francesca Salucci e Roberto Galeani.
Presentato il ricorso era necessario inviare le notifiche alle parti interessate.
La Principessa Maria Gabriella di Savoia riceve la notifica a Ginevra.
Notifica respinta perché non ivi residente.
A Montecarlo, principato di Monaco, non è possibile notificare.
Notifica a Napoli, luogo di nascita della stessa.
All’udienza si presenta l’avvocato di lei , dichiarando che la sua residenza è a Ginevra, allo stesso indirizzo a cui è stato inviato la notifica ma che era stata respinta.
Da Montecarlo arriva la risposta che la notifica è stata inoltrata all’indirizzo indicato.
Ciro e Famiglia Pahlavi. Una prima notifica è respinta perché non residenti all’indirizzo indicato.
La seconda notifica viene inoltrata allo stesso indirizzo ed è ricevuta da rappresentati. Infatti la risposta viene data tramite F.B.I. adducendo motivi sicurezza.
Il tutto come da documentazione in possesso dell’interessato.
La Documentazione offerta è stata copiosa e fu fissata la data di un udienza.
Furono consegnate tutti i ritorni di notifica.
Copia Verbale dell’udienza (all.1)
(Trascrizione fedele del testo)
Udienza del 10/6/2005 tenuta dal G.I.
Franca Mangano è stata chiamata
Ivano Tassone contro Savoia M.Gabriella
comparsi il ricorrente personalmente
... gli avv.Roberto Galeani nonchè
...della pratica forense il dott.Barolo
T.952443. Per parte resistente
Maria Gabriella di Savoia è
presente l’avv.Giampiero Pallotta
Il ricorrente dichiara di non aver
potuto notificare il ricorso alle parti
convenute eredi Reza palevi.
dichiara mi chiamo Ivano Tassone per
lo stato Italiano figlio legittimo
di ARIAMMER Tassone Eugenio e
Garro Lucia Anna il primo vivente
l’altra deceduta all’inizio di
aprile. In realtà io sono “PALHEVI
SAVOIA GARRO MONHUD”. (Firma)Tassone Ivano
Il difensore del ricorrente dichiara
con consenso del ricorrente presente,
di rinunciare alla domanda dei convenuti
oggi non presenti e dei quali non è in
grado di provare la notifica.
riserva la decisione al Collegio con
termine fino al 30.9.05 per note.
Liana Micangeli
Tribunale Ordinario di Roma (All.2)
SI COMUNICA A
Avv. SALUCCI FRANCESCA
Sezione 01 c/o TRIBUNALE DI ROMA
Tipo proced. Volontaria giurisd.
Numero di ruolo generale: 401044/2004
Giudice: MANGANO FRANCA
Data prossima udienza: Ore:
Ricorrente/Istante princ. TASSONE IVANO
Avv. GALEANI ROBERTO
Resistente princ. SAVOIA MARIA GABRIELLA
Avv. PALLOTTA GIAMPIERO
Oggetto: scioglimento di riserva
Testo di comunicazione
Roma 18/10/2005
N.8798/05
REP. 1104/05
N. 73/05
dott. Alberto BUCCI Presidente
dott. Massimo CORRIAS Giudice,
con l'intervento del Pubblico Ministero;
Visto il ricorso depositato il 9.4.2004 e notificato il 9.12.2004 ex art. 143 c.p.c. alla sola parte Maria Gabriella di Savoia con il quale Ivano Tassone ha chiesto che, ai sensi dell 'art. 274. c.c., sia dichiarata ammissibile l'azione volta al riconoscimento della maternità e paternità naturale di Maria Gabriella di Savoia e di Reza Pahalavi;
Rilevato che a fondamento della sua domanda il ricorrente, premesso di essere stato iscritto all’anagrafe come figlio legittimo di Lucia Garro e di Eugenio Tassone, assume di essere il figlio naturale di Maria Gabriella di Savoia e di Mohammad Reza Pahalavi e di essere in realtà nato in Persia il 12.11.1957 e non già i1 20.11. 1957 come indica l’estratto per riassunto dell'atto di nascita;
Rilevato che Maria Gabriella di Savoia si è costituita in giudizio, deducendo la infondatezza della domanda;
Sentite le parti costituite all’udienza del 10.6.2005;
Esaminati i documenti e le memorie autorizzate depositate dalle parti,entro il termine del 30.9.2005;
rilevato che il ricorrente si dichiara figlio legittimo di Eugenio Tassoni e di Lucia Garro, nato a Peveragno (CN) il 20 novembre 1957 (registro degli atti di nascita dell'anno 1957, parte II, serie A, n. 21);
rilevato che ai sensi dell'art. 253 c.c. non è ammesso in nessun caso un riconoscimento in contrasto con lo stato di figlio legittimo o legittimato, sicché l’azione che Ivano Tassoni intende proporre per la dichiarazione giudiziale della maternità e paternità dei convenuti non è ammissibile;
ritenuto, pertanto, di dover concludere per la reiezione del ricorso;
ritenuto che, a seguito della soccombenza, il ricorrente va condannato al pagamento delle spese di causa che, in favore del resistente, si liquidano, d'ufficio, in complessivi € 1.700,00, ivi comprese € 250,00 per spese, € 500,00 per diritti di procuratore e € 900,00 per onorari di avvocato oltre lva e Cap;.
a) dichiara inammissibile la domanda di dichiarazione giudiziale di paternità proposta da Ivano Tassoni nei confronti di Maria Gabriella di Savoia e degli eredi di Mohammad Reza Pahalavi;
d) condanna il ricorrente al pagamento delle spese di causa che, in favore della resistente costituita, liquida, d'ufficio, in complessive € 1.700,00 oltre Iva e Cap.
Roma,14.10.2005 IL PRESIDENTE
- Ecco come si sono svolti i fatti -
Dalla lettura della dichiarazione da me resa e firmata nel surriportato "verbale dell'udienza" (all.1) emerge una cosa alquanto strana.
Ho infatti dichiarato che per lo stato italiano io sono "... figlio legittimo di ARIAMMER Tassone Eugenio .." Cosa evidentemente assurda in quanto il titolo di : Ariammer (cioè: luce degli Ariani, che in realtà si trova anche scritto Aryamehr) spetta unicamente allo Scià Reza Palhavi di Persia e non certamente al Sig. Tassone Eugenio ecc.
Da dove deriva una tale contraddizione in un documento ufficiale ?
Per capirlo, dobbiamo ripercorrere i fatti come si sono effettivamente svolti.
Quando mi fu chiesto di dichiarare chi sono, ho iniziato a dire:"mi chiamo Ivano Tassone per lo stato italiano, figlio legittimo di Ariammer...
a questo punto, mentre stavo per dire: ...Ariammer Mohammed Reza Pahlavi e di Maria Gabriella di Savoia...., vengo interrotto e mi si intima invece di dire chi sono in base ai documenti ufficiali dello Stato italiano per cui devo ovviamente rispondere :
" Tassone Eugenio e Garro Lucia Anna il primo vivente l’altra deceduta all’inizio di aprile."
Qui finalmente posso riprendere il discorso da altri interrotto e dire qual'è invece la mia vera identità, per cui termino dicendo:
"In realtà io sono “PALHEVI SAVOIA GARRO MONHUD”. (Firma) Tassone Ivano.
L'apparente contraddittoria dichiarazione ufficiale rilasciata a Verbale (all.1) attesta, senza ombra di dubbio, la mia volontà di aver voluto affermare immediatamente chi effettivamente so di essere.
Ed ecco qual'è il risultato finale, come scritto nella "Comunicazione di Cancelleria" (all. 2) :
......“rilevato che il ricorrente si dichiara figlio legittimo di Eugenio Tassoni e di Lucia Garro, nato a Peveragno (CN) il 20 novembre 1957 (registro degli atti di nascita dell'anno 1957, parte II, serie A, n. 21);
rilevato che ai sensi dell'art. 253 c.c. non è ammesso in nessun caso un riconoscimento in contrasto con lo stato di figlio legittimo o legittimato, sicché l’azione che Ivano Tassoni intende proporre per la dichiarazione giudiziale della maternità e paternità dei convenuti non è ammissibile"; .......
Appare in tutta la sua evidenza il "pretestuoso cavillo giuridico" : "obbligarmi" a dire chi sarei in base ai documenti ufficiali italiani (contraffatti). Così per il c.c. qualunque altra contraria affermazione (come quella attestante la mia vera identità) pronunciata dopo, diverrebbe "contrastante" con la prima in quanto a questa giuridicamente subordinata.
In altre parole, "forzato" a ripetere - in buona fede e come prima dichiarazione - quanto scritto sui documenti di anagrafe : " figlio di Eugenio Tassone" avrei reso mia questa menzogna.
La seconda dichiarazione fatta : "In realtà io sono : Palhevi Savoia Garro Monhud " a questo punto non avrebbe più importanza alcuna, perché "contrastante" con la precedente.
Peccato che non venga spiegata la presenza di quel "Ariammer" di troppo che, come da verbale di udienza, precede il nome di "Tassone Eugenio"
Ed ecco che, finalmente, si è giunti a fare "piena verità" sul mio caso !
4 - NOVITA' CASSAZIONE
E' stato presentato ed accettato un ricorso d'appello e la data dell'udienza è già fissata.
Come da sopra esposto, si è cercato di mettere in evidenza il comportamento capzioso del giudice che ha sviluppato a mio sfavore le mie dichiarazioni.
Inoltre sono state emesse in questo periodo delle sentenze che contrastano il decreto del tribunale.
Proprio in questi giorni è apparsa una sentenza di Cassazione (26 Maggio 2006 – n°12641).
Ecco alcuni passi di essa che evidenziano la gravità del comportamento tenuto nei miei confronti:
…“E’ dato ormai incontrovertibile che il cognome nel nostro ordinamento giuridico non svolge solo una funzione pubblicistica…ma assolve anche ad una fondamentale azione di natura privatistica, quale strumento identificativo della persona. La protezione dell’identità personale …trova infatti il suo nucleo centrale nella tutela del nome, che viene considerato non tanto come mezzo necessario di individuazione del singolo nell’ambito dei soggetti di un ordinamento giuridico secondo principi ordinativi di interesse generale, quanto piuttosto nella sua corrente qualità di simbolo emblematico della identità personale di un individuo e quindi come aspetto meritevole di protezione della personalità umana….
…il diritto al nome costituisce uno dei diritti fondamentali di ciascun individuo, avente copertura costituzionale assoluta...sarebbe un’ingiusta privazione di un elemento della sua personalità, tradizionalmente definito come il diritto ad essere se stessi”.
Malgrado l’ordinanza emanata dal Tribunale di Roma, la vicenda non può dirsi conclusa, considerata la recente pronuncia della Corte Costituzionale (sentenza n. 50 del 10 febbraio 2006) che ha dichiarato, giudicando un caso analogo, l’illegittimità costituzionale dell’art. 274 c.c. Secondo i Giudici della Consulta, la fase di delibazione avrebbe perso, in riferimento all'ipotesi di domanda proposta da soggetti maggiorenni, ogni ragione giustificativa ed addirittura si presterebbe ad essere strumentalizzata in danno del richiedente – alla cui tutela era originariamente preposta – proprio in considerazione della reiterabilità senza limiti temporali della domanda. In punto di diritto è stata, in merito alla questione oggetto della sentenza pubblicata, dubitata la legittimità costituzionale dell'art. 274 del codice civile in quanto la norma impugnata, prevedendo una preliminare delibazione di ammissibilità dell'azione per la dichiarazione giudiziale di paternità o di maternità naturale promossa da un soggetto maggiorenne ai sensi dell'art. 269 c.c., violerebbe l'art. 3, secondo comma, della Costituzione, sotto il profilo dell'«eccesso di potere legislativo», a causa della contraddizione intrinseca tra l'attuale disciplina del procedimento – non più caratterizzato da segretezza dell'indagine, quanto meno nella fase di legittimità, e suscettibile di reiterazione, sulla base di elementi ulteriori, senza alcun limite temporale – e la ratio originaria della norma, intesa a tutelare il richiedente da azioni temerarie o infondate.
Tra l’altro un siffatto procedimento determinerebbe la violazione dell'art. 111 Cost., sotto il profilo della irragionevole durata del processo. Nella sentenza viene inoltre ricordato come, già dal 1965, la stessa Corte Costituzionale, con riguardo all'art. 30 Cost., aveva rilevato testualmente: «è chiaro che la ricerca della paternità viene così considerata come una forma fondamentale di tutela giuridica dei figli nati fuori del matrimonio, e, come tale, è fatta oggetto di garanzia costituzionale». L'intrinseca, manifesta irragionevolezza della norma fa sì che il giudizio di ammissibilità ex art. 274 cod. civ. si risolva in un grave ostacolo all'esercizio del diritto di azione garantito dall'art. 24 Cost. E ciò per giunta in relazione ad azioni volte alla tutela di diritti fondamentali, attinenti allo status ed alla identità biologica, così come da tale manifesta irragionevolezza discende la violazione del precetto (art. 111, secondo comma, Cost.) sulla ragionevole durata del processo, gravato di una autonoma fase, articolata in più gradi di giudizio, prodromica al giudizio di merito, e tuttavia priva di qualsiasi funzione.
Né può tacersi che l'evoluzione della tecnica consente ormai di pervenire alla decisione di merito, in termini di pressoché assoluta certezza, in tempi estremamente concentrati. E dunque la Corte conclude, stabilendo l'incostituzionalità dell'art. 274 cod. civ. per violazione degli articoli 3, secondo comma, 24 e 111 della Costituzione.
Ultima Udienza di Appello
In data 19 ottobre 2006 si è tenuta, presso la Corte d’Appello di Roma, l’udienza camerale per decidere del reclamo presentato avverso il decreto del Tribunale che aveva dichiarato inammissibile l’azione proposta da Ivano Tassone. La pronunzia del Giudice d’Appello, facendo proprio l’innovativo orientamento della Corte Costituzionale espresso in materia dalla recente sentenza n. 50 del 10 febbraio 2006, ha ritenuto superata la fase di ammissibilità della richiesta autorizzando di fatto la prosecuzione dell’iter per l’accertamento giudiziale di paternità e maternità, dichiarando inoltre compensate, per il primo grado di giudizio, le spese tra le parti.
Il procedimento per il disconoscimento di paternità maternità naturale ed il conseguente riconoscimento per accertare chi sono i miei veri genitori, può quindi continuare. Mi dispiace che il processo, iniziato con il ricorso depositato nel lontano aprile 2004, abbia subito una battuta d’arresto per un anno intero a causa di una ordinanza ora dichiarata anticostituzionale.
La Corte Costituzionale, decidendo in materia, ha rilevato l’intrinseca manifesta irragionevolezza della norma sul procedimento di ammissibilità, disciplina che fa sì che tale giudizio si risolva in un grave ostacolo all'esercizio del diritto di azione garantito dall'art. 24 Cost. e ciò per giunta in relazione ad azioni volte alla tutela di diritti fondamentali, attinenti allo status ed alla identità biologica. La Corte sottolinea come, da tale manifesta irragionevolezza, discenda inoltre la violazione del precetto (art. 111, secondo comma, Cost.) sulla ragionevole durata del processo, gravato di una autonoma fase, articolata in più gradi di giudizio, prodromica al giudizio di merito, e tuttavia priva di qualsiasi funzione. La norma dichiarata incostituzionale, se mantenuta nell’ordinamento, avrebbe avuto la sola funzione, perversa, di incentivare strumentalizzazioni volte a dilazionare, a tempo indeterminato la decisione sulla vicenda..
Nel corso dell’ultimo biennio, da parte della Cassazione, sono state emesse numerose sentenze che hanno deciso sui ricorsi per l’accertamento della vera paternità e maternità del ricorrente; tutte le pronunce insistono sul diritto della persona che propone la domanda, ad avere al più presto possibile una decisione del suo caso. La mia vicenda fa certamente parte di quei “diritti dimenticati” per i quali è giustificato il richiamo più volte fatto all’Italia dalla UE, in materia di carenza di tutela dei diritti umani, fosse anche solo dal punto di vista processuale dell’estrema lunghezza dei processi.
A parte il fatto che, nel mio caso, stante la notorietà dei fatti, non dovrebbe neppure essere necessario intentare una causa per il disconoscimento e il riconoscimento di maternità e paternità naturale. Ma la cosa più grave è che le Autorità competenti, pur essendo in possesso di importanti documenti attestanti la mia vera identità, quale la filiazione Garro, mi neghino l’accesso ai suddetti accampando ridicole scuse in palese violazione delle norme civili e amministrative in materia.
Molti sanno con certezza e per aver visto i documenti chi sono, come diceva già quel giudice di Cassazione in una conversazione telefonica. “…ma sì, lui è il figlio primogenito dello Shah…”. Tutti costoro ne parlano e se ne passano la notizia tra loro, ed io sono l’unico, il vero interessato sulla mia pelle, a cui non è permesso di saperlo e di documentarlo.
Ritengo dunque che sia stato più volte leso il mio diritto ad entrare in possesso dei documenti che mi riguardano: carte e certificati che mi appartengono, atti dichiarati esistenti e addirittura da me in passato consultati alla presenza di testimoni, ma che ora vengono disconosciuti da quelle stesse autorità che li formarono. Questo avviene in modo più accentuato nel campo bancario e di possesso dei miei beni.
L’assurdo sta nel fatto che questo reiterato rifiuto di consegnarmi tali documenti, mi impedisce di entrare in possesso di mezzi di prova decisivi per l’accertamento giudiziale della mia vera identità, mentre sono note a molti le mie vere generalità. Trovo paradossale che, per interessi oscuri ed ignoti, sulla mia identità personale si giochi spudoratamente e coscientemente da parte di molti, ed io sia condannato, quasi fossi una trottola, ad essere di volta in volta, secondo il comodo di qualcuno, Ivano Tassone, poi l’affiliato di Lucia Garro, ed infine Palhevi-Savoia.
Alla luce delle solenni dichiarazioni pubbliche a tutela della dignità dell’uomo, da più parti sbandierate e pubblicizzate, vi sembra questo il modo di tutelare i diritti di una persona che cerca, da anni, di far chiarezza sulla sua vera identità?
Evviva i diritti della persona!!! Sulla carta sì, nei fatti no, almeno per quanto mi riguarda.

References: sentenza 
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 sentenza 
 art. 143
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 sentenza 
 art. 274
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