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Timestamp: 2019-06-19 05:49:24+00:00

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Sull’appercezione immediata by Maine De Biran - Read Online
Il saggio si colloca nella prima fase della ricezione francese di Kant ed è rappresentativo di una filosofia del senso intimo dichiaratamente antimaterialistica, ma nondimeno attenta agli sviluppi della fisiologia e della psicologia delle sensazioni.
Il dialogo con la posizione kantiana ne fa una di quelle opere che più di altre hanno suscitato l’interesse del neokantismo primonovecentesco, anche in Italia.
Publisher: Marcianum PressReleased: Nov 10, 2015ISBN: 9788865123805Format: book
Sull’appercezione immediata - Maine De Biran
Sull’appercezione
A cura di Stefano Cazzanelli
e di Marco Piazza
Traduzione di Stefano Cazzanelli
ISBN 978-88-6512-380-5
INTRODUZIONE (di Marco Piazza)
STATO DELLA QUESTIONE CONSIDERATA IN VARI SISTEMI DI FILOSOFIA SPECULATIVA. DISCUSSIONE DEI TERMINI IN CUI È PROPOSTA E DEI MEZZI DI CUI POSSIAMO DISPORRE PER STABILIRNE IL SENSO
§ 1 Esame delle dottrine filosofiche che assumono in un senso astratto o generale i termini propri delle operazioni dell’intelligenza e ignorano il carattere dei fatti originari del senso intimo
§ 2 Su un fondamento naturale della scienza dei principi nella teoria di Locke. In che modo è possibile distinguere in esso i caratteri e la natura dei fatti originari
§ 3 Occhiata ai sistemi astratti di metafisica: in che modo indicano lo scopo della scienza dei principi superandolo
§ 4 Metodo con cui dobbiamo procedere nella ricerca dei fatti originari del senso intimo. Piano generale e suddivisione del seguente lavoro
SUI FONDAMENTI D’UNA DIVISIONE REALE DEI FATTI ORIGINARI DELLA NATURA UMANA
Divisione della sensibilità affettiva e della mobilità volontaria
PRIMO CAPITOLO: Sull’affezione elementare: come si possono determinare i suoi caratteri e i suoi termini nel fisico e nel morale dell’uomo
§ 2 Diversi indizi con cui possiamo conoscere uno stato puramente affettivo
1. Affezioni immediate costitutive del temperamento organico
2. Sugli indizi d’uno stato affettivo assunto durante il sonno
3. Altri indizi d’uno stato puramente affettivo in alcuni casi d’alienazione mentale
SECONDO CAPITOLO: Sulla potenza dello sforzo, o della volontà: origine, fondamenti e condizioni originarie d’una appercezione immediata
1. Sistemi che negano l’identità del principio motorio e del principio pensante
2. Sistemi che attribuiscono al principio del pensiero i movimenti di tutti gli organi senza distinzioni
3. Sistema che ristabilisce l’identità del principio pensante e del principio motorio
§ 2 Sul sistema naturale adatto a determinare i caratteri della volontà originaria e il fondamento della personalità e dell’appercezione immediata
§ 3 Ipotesi sull’origine della personalità e dell’appercezione interna immediata
§ 4 Risposte ad alcune questioni subordinate alla precedente sull’origine dell’appercezione immediata e il principio di causalità, ecc
§ 5 Sull’appercezione immediata in relazione al sentimento della coesistenza del corpo proprio e alla delimitazione o alla distinzione delle sue diverse parti
TERZO CAPITOLO: Applicazione di quanto precede a un’analisi o divisione dei sensi esterni. Com’è possibile dedurre una distinzione reale tra le facoltà o gli stati dell’anima di cui si cercano le differenze. Divisione di tre sistemi: sensibile, percettivo o intuitivo e appercettivo.
§ 1 Sistema sensibile o passivo
§ 2 Sistema percettivo o intuitivo (misto)
1. Percezione visiva
2. Percettibilità dell’udito e del tatto
§ 3 Sistema appercettivo attivo
1. Appercezioni esterne, funzioni del tatto attivo
2. Sull’appercezione interna mediata: come essa si fondi particolarmente sull’esercizio attivo dell’udito e soprattutto della voce
QUARTO CAPITOLO: Sulle relazioni dell’appercezione, dell’intuizione e del sentimento con le nozioni e le idee.
§ 1 Sistema appercettivo intellettuale
1. Relazioni della percezione con le nozioni e le idee associate ai segni, e soprattutto con l’istituzione di questi stessi segni
2. Relazione dell’appercezione con i segni rievocativi o con la memoria.
§ 2 Sistema intuitivo intellettuale
§ 3 Sistema sensibile intellettuale. Relazione del sentimento e delle passioni dell’essere morale con le idee
TRADUZIONE DELLE CITAZIONI LATINE
LETTERA DI FRIEDRICH ANCILLON A MAINE DE BIRAN
§ 1 Maine de Biran: l’opera di una vita
Con Maine de Biran la Francia ha assistito al ritorno della metafisica, che dai tempi di Malebranche non aveva più prodotto un pensatore di quella statura. È quanto sostenne Victor Cousin poco dopo la morte del filosofo, avvenuta nel 1824, ed è quanto ha ribadito, meno di un secolo più tardi, Henri Bergson, il quale, in un Tableau récapitulatif della filosofia francese destinato all’Esposizione Internazionale di Panama e del Pacifico tenutasi in una San Francisco rapidamente ricostruita dopo il terribile terremoto del 1906, non ha esitato a definire Biran il «metafisico [...] più grande [...] dopo Descartes e Malebranche»¹.
Maine de Biran pubblicò pochissimo in vita e quando morì la sua produzione era nota a una ristretta cerchia di addetti ai lavori con cui per lo più aveva intrattenuto rapporti diretti, anche se talora esclusivamente per via epistolare. Malgrado ciò la sua filosofia ha avuto un’influenza via via crescente sul pensiero francese, fino a diventare oggetto di studio anche fuori dal mondo francofono già tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento². Un’influenza e una conoscenza rese possibili dalla progressiva pubblicazione di parti cospicue dell’opera biraniana da parte di alcune figure che vi hanno dedicato uno sforzo non indifferente, dallo stesso Cousin a François ed Ernest Naville, fino ad Alexis Bertrand e al canonico Mayjonade, nel corso del XIX secolo, per arrivare, nelle prime decadi del secolo successivo, a Pierre Tisserand e a Jean-Amable De La Valette-Monbrun e ancora, più tardi, a Henri Gouhier, cui si deve l’edizione integrale del Journal in tre tomi, opera sui generis e fonte preziosissima per chi voglia comprendere a fondo la vita e il pensiero di Maine de Biran³.
Se è dunque vero che intorno alla fine dell’Ottocento il nucleo teoretico principale della filosofia di Biran era già pienamente accessibile a chi volesse accostarsi alla sua filosofia, si è tuttavia dovuto attendere la monumentale edizione della sua opera a cura di François Azouvi, terminata nel 2001, per potersi formare una visione organica, completa e filologicamente corretta dell’intera produzione di Maine de Biran⁴. Parallelamente, gli studi biraniani, che tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento hanno avuto una discreta fioritura in Francia, ma non solo, sia pure non mai completamente interrottisi, hanno conosciuto un’importante ripresa negli ultimi quindici anni – soprattutto sulla scia del lavoro promosso da Azouvi –, contribuendo a sottrarre definitivamente questo pensatore poliedrico e non così facilmente classificabile a una tradizione ermeneutica che sostanzialmente ha teso a rinchiuderlo entro i soli confini dello spiritualismo cattolico⁵. In effetti, fino a pochi anni fa Biran era noto in Italia a una ristretta cerchia di specialisti come un esponente di questa corrente filosofica, dal momento che il suo pensiero è stato introdotto nel nostro paese prevalentemente da studiosi di matrice cattolica, che lo hanno presentato in buona sostanza come uno spirito agostiniano e pascaliano, fino a farne una sorta di alfiere dell’antiscientismo e dell’antimaterialismo nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta. Non è tuttavia questa la sede per ripercorrere la storia della ricezione di Biran in Italia, peraltro ancora tutta da ricostruire. Giova qui, semmai, schizzare con brevi tratti la vita di questo singolare pensatore, anche perché è ormai unanimemente riconosciuto che la sua opera è, come forse più frequentemente accade nel campo della letteratura, l’opera di una vita.
Ebbene, Marie-François-Pierre Gontier de Biran, noto già ai suoi contemporanei con lo pseudonimo di Maine de Biran da lui medesimo adottato, nato nel 1766, ha sempre mantenuto un forte legame con la sua terra d’origine, il Périgord, che aveva lasciato in giovane età per entrare a far parte, diciannovenne, delle guardie del corpo del re. Di fatto, la sua vita si è svolta tutta tra i due poli della capitale francese e del castello di Grateloup, nei pressi di Bergerac, ereditato dalla famiglia materna, dimora in cui il filosofo amava rifugiarsi alla ricerca di un’alternativa alle vivaci e defatiganti sollecitazioni della vita parigina oppure per sfuggire i rischi di certi rovesci politici.
Monarchico e conservatore, Biran si vide ad esempio costretto a ritirarsi nel suo piccolo maniero immerso nella campagna francese, quando, nel 1792, le guardie del corpo del re furono sciolte, per riprendere la vita mondana della capitale tre anni dopo, iniziando una carriera amministrativa e politica a livello dapprima dipartimentale e successivamente nazionale, nel Corpo legislativo, fino alla fine dell’Impero. Dopo la Restaurazione otterrà cariche di grande prestigio, come quella di deputato della Dordogna o di consigliere di Stato.
La sua carriera politica, nondimeno, subì a più riprese i contraccolpi dei grandi rivolgimenti che segnarono la Francia di quegli anni. Come quando, nel marzo del 1815, il ritorno di Napoleone e l’inizio dei Cento giorni lo costrinsero a rifugiarsi di nuovo a Grateloup, dopo che nemmeno un anno prima la restaurazione di Luigi XVIII gli aveva procurato l’ambito posto di Questore della Camera dei deputati.
La dimora di campagna non costituiva per lui soltanto un rifugio obbligato per sfuggire alle probabili ritorsioni degli avversari politici: essa rappresentava anche e soprattutto il contraltare della frenetica vita di città, che lo distoglieva dall’occupazione più elevata di tutte, la meditazione filosofica, bisognosa di quiete e di raccoglimento. In effetti, tutta l’esistenza di Biran fu segnata dalla lacerazione tra la dimensione sociale e quella individuale, tra lo spazio del dehors (il «fuori») e quello del dedans (il «dentro»), tra l’uomo esteriore e quello interiore⁶.
Un’esistenza inquieta la sua, divisa tra l’ambizione del politico e quella del filosofo; più precisamente, nel secondo caso, si tratta dell’ambizione di voler fondare una scienza dell’uomo capace di dar conto della nostra vita interiore e della nostra natura di soggetti attivi che fronteggiano una serie di resistenze di ordine corporeo e che dunque non possono essere indagati e descritti con gli strumenti astratti e imprecisi del sensismo condillacchiano.
Proprio perché quotidianamente viveva in prima persona la tensione tra la forza del pensiero e della concentrazione e la resistenza che proviene dall’esterno e dalle abitudini, Biran ha elaborato una filosofia dell’effort (lo «sforzo») tutta tesa a definire un’individualità che resiste alle passioni e che trova il suo centro propulsivo nella volontà⁷. Quella resistenza che proviene dal corpo, e su cui l’io – che si appercepisce come fatto di coscienza a priori, e dunque proprio in quanto sforzo – tenta di avere la meglio, è quella stessa resistenza con cui nella sua vita Biran non ha mai smesso di lottare, spesso vanamente, passando da stati di esaltazione quasi mistica a momenti di sconforto e di depressione.
Non si creda però che il carattere per certi versi instabile ed emotivamente un po’ fragile di questo pensatore gli abbia impedito di condurre studi filosofici seri e approfonditi. Tutt’altro. Anche perché, come ha scritto Jules Gérard nella seconda metà dell’Ottocento, Maine de Biran è stato filosofo non soltanto per vocazione, ma «soprattutto per temperamento, o meglio, quasi per necessità di natura»⁸. Più che le pubblicazioni in vita, assai scarse e solo parzialmente rappresentative della molteplicità dei suoi interessi⁹, valgono come prova della sua intensa attività filosofica gli imponenti carteggi con note personalità della scienza e della filosofia del periodo – in particolare quelli con Ampère e con Destutt de Tracy¹⁰ – e la stesura di una fitta serie di mémoires presentati in concorsi banditi dalle più alte istituzioni filosofico-scientifiche dell’epoca oppure concepiti nel quadro di un impegno culturale condotto sì in modo piuttosto riservato ma non per questo meno convinto e proficuo¹¹.
§ 2 Il mémoire del 1807: sua origine e collocazione nella produzione biraniana
Nel marzo del 1807, quando, raccogliendo l’invito contenuto nel bando di concorso aperto dall’Académie des Sciences et Belles-Lettres di Berlino nell’ottobre di due anni prima, mette rapidamente per iscritto il mémoire intitolato De l’aperception immédiate, la cui traduzione italiana stiamo qui introducendo¹², Maine de Biran aveva già delineato nei suoi tratti principali la propria filosofia dell’effort. Un mese di ritiro nella campagna di Grateloup gli è pertanto sufficiente allo scopo, come testimonia una lettera all’amico Stapfer del settembre successivo¹³. Ma che cosa richiedeva quel bando? Di rispondere alle seguenti domande: «Esistono appercezioni interne immediate? In che cosa differisce l’appercezione interna dall’intuizione? Che differenza c’è tra l’intuizione, la sensazione e il sentimento? Quali sono i rapporti di questi atti o stati dell’anima con le nozioni e le idee?». Ben si comprende come non potesse passare inosservato un simile appello a chi non solo aveva piena familiarità con i bandi dell’Accademia di Berlino e per di più aveva già visto questa medesima istituzione premiare i propri lavori, ma anche a chi sull’esistenza di un fatto interiore della coscienza radicalmente differente dalla sensazione esterna aveva da poco incardinato l’originalità e la peculiarità del proprio pensiero¹⁴.
Come si è detto, Maine de Biran non era nuovo a imprese del genere. Poco prima di morire, all’interno dei Nouveaux essais d’anthropologie, rievoca la sua partecipazione al concorso del 1805 con queste parole: «Questa questione [quella posta dall’Accademia di Berlino nel bando] pareva essere un appello rivolto all’autore delle due memorie sull’abitudine e sulla scomposizione della facoltà di pensare recentemente premiate da parte dell’Istituto di Francia. Mi sentivo pronto a rispondervi più di quanto nessun altro lo potesse essere». Biran aggiunge pure che in verità avrebbe potuto limitarsi a inviare all’Accademia il mémoire sulla Décomposition de la pensée steso da poco, dal momento che di fatto vi erano già contenute tutte le risposte ai quesiti posti dal bando, ma che poi preferì riformularne il piano della composizione stendendo un apposito mémoire, che intitolò per l’appunto De l’aperception immédiate¹⁵.
Se si riflette sul fatto che l’opera principale del Biran maturo, l’Essai sur les fondements de la psychologie (1811-1813), consiste in una ripresa e in una fusione dei mémoires precedenti, compreso quello sull’appercezione immediata, si può intuire che per più versi siamo in presenza di un’unica opera in continua evoluzione. Ciò spiega la riluttanza di Biran alla pubblicazione del mémoire di Berlino, benché avesse assicurato alla giuria che avrebbe raccolto il caloroso invito di questa a darlo alle stampe.
Quella giuria sorprendentemente non aveva conferito al mémoire biraniano il primo premio, bensì il secondo, anche se in modo insolito aveva accompagnato il riconoscimento con una medaglia, tradendo così l’imbarazzo con cui veniva anteposto a quello di Biran il lavoro di un altro concorrente, lo schellinghiano David Theodor August Suabedissen (1773-1835), che aveva presentato una memoria non particolarmente originale, intitolata Über die Innere Wahrnehmung: Eine Abhandlung, che nel 1808 verrà data alle stampe a Berlino presso l’editore J.F. Unger. Imbarazzo che traspare anche dalla lettera – in risposta a una missiva di Biran – di uno dei membri di quella giuria, l’ugonotto Johann Peter Friedrich (Jean Pierre Frédéric) Ancillon (1767-1837), studioso di filosofia e autore letto da Biran nella maturità, più noto come Ancillon fils, dal momento che anche il padre, Ludwig Friedrich (Louis Frédéric; 1740-1814; indicato sovente come Ancillon père), faceva parte della medesima Accademia ed era anch’egli autore di vari lavori filosofici, alcuni dei quali erano noti allo stesso Biran all’epoca della sua partecipazione al concorso, come si evince dalla medesima lettera di Ancillon figlio, peraltro riprodotta in chiusura di questo volume¹⁶.
Malgrado una certa delusione per non aver ottenuto nel concorso quello che riteneva il debito riconoscimento per il suo lavoro, Biran considererà sempre il suo mémoire degno di essere ripreso e pubblicato, come testimonia un esplicito progetto risalente agli ultimi anni della sua vita, sostenuto persino dall’individuazione dell’editore che avrebbe dovuto darlo alle stampe¹⁷. Ma il suo perfezionismo e la peculiarità del suo cantiere filosofico, sempre aperto, gli impedirono di dar corso al progetto. In altre parole, di fronte alla propria pagina scritta, a Biran si affacciava ogni volta una riformulazione più felice di un concetto, un modo più efficace di presentare la soluzione di una questione. Del resto il mémoire che in queste pagine è al centro della nostra attenzione nella sua mente non era altro che la riscrittura o il riadattamento di quello precedente sulla scomposizione del pensiero.
In effetti, quest’ultimo scritto, terminato da Biran nel dicembre del 1804, contiene in modo già ben definito il nucleo centrale del biranismo, segnando la palese rottura del suo autore con l’idéologie, in particolare con Destutt de Tracy, che, più di tutti gli altri idéologues, si era occupato della natura e dei caratteri della facoltà di pensare. Il carteggio con Tracy, che corre in parallelo con la stesura del mémoire sulla décomposition de la pensée, ne è peraltro la prova più evidente. Biran ritorce contro Tracy, così come del resto era ormai avvezzo fare con Condillac, l’accusa di astrattismo metafisico: i maggiori metafisici sono proprio coloro che si pongono in continuità con il sensismo, in quanto credono erroneamente di tenersi lontano dalla metafisica riportando i principi delle nostre conoscenze alla sensazione. In realtà costoro non si rendono conto, a detta di Biran, che attraverso il dispositivo della cosiddetta «sensazione trasformata» – da cui per loro trarrebbe origine il pensiero – non fanno altro che reintrodurre la metafisica che volevano bandire, fondando l’analisi della sensazione sul ricorso a termini generali, e dunque producendo un’analisi logica più che reale, astratta più che concreta, dal momento che non esiste una sensazione originaria di cui le nostre facoltà sarebbero per così dire la trasformazione ¹⁸. Come Biran ribadirà in De l’aperception immédiate, sentire non significa ricevere un’impressione e averne coscienza, ma soltanto esserne affetti: all’«ideologia oggettiva» degli idéologues va pertanto affiancata un’«ideologia soggettiva», la prima relativa allo studio dell’essere senziente, passivo, la seconda a quello del soggetto pensante, attivo, e cioè dei rapporti che tale soggetto intrattiene con se stesso¹⁹. Ed è solo imboccando quest’ultima strada che nella prospettiva di Biran si possono dare risposte chiare e nette alle domande che formano il quesito messo a concorso nel 1805.
§ 3 Chiudere il processo alla metafisica senza tornare a Condillac
Perché tali risposte agli occhi di Biran possano essere formulate in maniera convincente è necessario anzitutto sgombrare il campo dal pregiudizio antimetafisico. È questo il primo importante nodo teoretico del Mémoire de Berlin, rintracciabile nelle sue pagine introduttive. In sostanza, laddove introduce il concetto di ideologia soggettiva in contrapposizione a quella oggettiva praticata dagli idéologues, Biran invoca la chiusura del processo alla metafisica intentato dal sensismo: «se nel passato si fossero realmente distinti o circoscritti [...] con sufficiente precisione» i fatti reali e originari del senso intimo, «allora forse il processo rivolto ormai da tempo alla metafisica sarebbe risolto»²⁰. L’espressione «ideologia soggettiva» ha qui una funzione strumentale, indica cioè uno spazio teoretico e scientifico ignorato dall’idéologie. Si tratta di quella che successivamente Biran chiamerà «psicologia pura», e che nel nostro mémoire sotto altre denominazioni fornisce il punto di vista adeguato per trattare la questione dell’appercezione interna immediata e della sua distinzione dalla percezione, dall’intuizione, dalla sensazione e dal sentimento. Perché solo nella prospettiva di un fatto interno reale è possibile, per il filosofo di Bergerac, ricondurre quei termini a fatti primari – sviluppando una vera e propria scienza dei principi –, evitando che essi esprimano soltanto delle categorie logiche, degli strumenti di classificazione di materiali che l’intelletto si dà senza poter attingere ad alcunché di primario e di semplice.
A questo primo nodo si collega strettamente il secondo, relativo al valore del linguaggio e al suo rapporto con il pensiero. Si tratta di una tematica su cui Biran aveva ampiamente meditato fin dalle giovanili Notes sur l’influence des signes (1798), da lui prese in vista di una memoria che non realizzò mai e con cui avrebbe dovuto partecipare al concorso bandito dall’Institut de France sull’influenza dei segni nella formazione delle idee. Se all’epoca delle suddette Notes Biran credeva in una priorità logico-evolutiva del pensiero rispetto al linguaggio, già al tempo della seconda versione del Mémoire sur l’influence de l’habitude (1802) la presa di distanza da Condillac e dagli idéologues sulla questione del linguaggio non passa più per la questione dell’anteriorità logico-cronologica del pensiero, ma si consuma direttamente sul campo della teoria della conoscenza, nei suoi risvolti psico-fisiologici. Così come per causa dell’abitudine la percezione tende a confondersi con la sensazione, mentre l’attività insita nella prima è irriducibile alla passività che connota la seconda, è sempre per causa dell’abitudine che i «segni volontari» rischiano di convertirsi in «segni passivi». In altre parole, quando il carattere «figurato» del segno diventa «proprio» per effetto dell’abitudine, il segno diventa «arbitrario», s’irrigidisce e si metafisicizza, annullando il ruolo attivo dello spirito. Di qui il programma pedagogico di Biran, che muove dalla constatazione dell’inevitabile scollamento che si viene a creare tra segni e significati. Il rapporto con il linguaggio dev’essere impostato per Biran nel segno della creazione infinita, della continua ripresa dell’attività significatrice che non si arresta e che continua a rifare la lingua, perché c’è sempre un aspetto della realtà, in particolare di quella soggettiva o comunque attinta attraverso il senso interno, che non si lascia facilmente definire e che può essere travisato tramite una forzosa assimilazione all’ordine fenomenico esterno ²¹.
Nel mémoire sull’appercezione immediata assistiamo a una variazione su questo tema, laddove Maine de Biran illustra una specie di effetto boomerang dovuto alla retroazione del linguaggio sul pensiero. Se è vero, dice Biran, che originariamente la lingua si modella sul pensiero, di fatto poi essa agisce retroattivamente su quest’ultimo, generando delle vere e proprie «illusioni sistematiche», che agiscono a tutti i livelli del linguaggio, da quello comune, a quello scientifico, fino a quello della metafisica²². In quest’ultimo campo, che qui maggiormente ci interessa, il medesimo termine verrebbe impiegato sia per identificare le modificazioni legate alla sensazione e al pensiero, sia gli atti che rinviano a percezioni passive in sé non percepite dalla coscienza, sia ancora le proprietà grazie alle quali l’io si auto-percepisce. Si creerebbe cioè uno scollamento tra termini come «sensazione», «percezione» e «appercezione» e la loro radice verbale, connessa all’«azione di una causa» e dunque al piano dell’«esistenza reale». Quei termini diventano così, nel linguaggio idéologique, delle parole astratte, andando a creare «un mondo di fantasmi leggeri [...] senza supporto esterno e senza un soggetto d’inerenza fisso»²³.
La vera metafisica è dunque per Biran il sensismo di Condillac e pure l’elaborazione che ne hanno fatto i suoi epigoni. Ogni scomposizione o analisi che muova da un sistema di classificazione di questo genere risulterà allora di tipo soltanto logico e non reale, producendo una scienza dei principi assolutamente inverificabile, in quanto non ancorata ad alcun fatto o esperienza, sia pure di ordine interno e psicologico. Assistiamo così al completo ribaltamento dell’accusa che cominciava ad aleggiare sulla filosofia biraniana ad opera dei suoi primi compagni di viaggio, gli idéologues, che si rifiutavano di seguire il filosofo dell’effort oltre i confini della fisiologia o di una psicologia materialistica. Con l’ideologia, attacca Biran, voi continuate a «fare ancora metafisica con metafisica»²⁴, trascurando irresponsabilmente il fatto che i principi non possono essere astrazioni, ma realtà. Inoltre, porre quale principio di un sistema un composto anziché un fatto semplice e originario, è un grave errore, ed è ciò che secondo Biran ha compiuto Condillac ponendo la sensazione alla base del suo sistema filosofico. I principi primi che occorre porre a fondamento dello studio dell’intelletto umano non possono essere soggetti a ulteriori scomposizioni o all’analisi logica, ma saranno i pilastri su cui opererà un’analisi riflessiva. Anche per questo quei principi non possono che essere espressi con termini propri e singolari, rimandando non già a idee complesse ma semplici. Il linguaggio deve pertanto riflettere il nostro pensiero e il filosofo deve preoccuparsi affinché tra di essi non si apra una forbice tanto invisibile quanto deleteria.
§ 4 Il dialogo con Kant e la critica a Locke
La psicologia metafisica o pura di Maine de Biran reclama dunque per sé lo statuto di scienza reale e positiva, indicando il principio da cui essa deve muovere, un principio che corrisponde a un dato o fatto di coscienza. Chi ha familiarità con Biran sa che quel dato o fatto primitivo nient’altro è se non il sentimento dello sforzo con cui s’identifica l’appercezione interna immediata²⁵. Ma quella psicologia pura, proprio per evitare ogni deriva verso l’astrazione e il logicismo sganciati dal piano dell’esperienza, dev’essere nello stesso tempo razionale. Qui però si tratta di distinguere tra piano dell’esperienza oggettiva e piano dell’esperienza soggettiva, separando nei composti percettivi offerti dall’esperienza gli elementi formali da quelli materiali. L’influenza di Kant è indubitabile: per Biran dobbiamo attuare un’astrazione riflessiva che ci consenta di individuare le idee semplici inseparabili dal fatto primitivo della coscienza, ossia i modi propri dello sviluppo dell’azione volontaria e che fungono da base necessaria al lavoro della ragione. Queste idee sono le medesime «astrazioni riflessive» cui fa riferimento Biran nel nostro mémoire e che costituiscono quello che egli stesso chiama lo «stampo» formale che dà la propria «impronta» al materiale della percezione²⁶. Nell’appercezione interna immediata l’io si appercepisce dunque come un io fenomenico puro nel sentirsi sforzo immanente: riprendendo i termini stessi della Dissertazione kantiana del ’70, da lui citata in nota, Biran afferma che «questo io, costituito come tale nell’appercezione interna e immediata, può davvero essere detto abstrahens (o se abstrahens) anziché abstractus»²⁷.
La De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis dissertatio è l’unica opera di Kant direttamente nota a Maine de Biran, che non lesse mai le altre opere del filosofo di Königsberg. Attorno al 1805 la filosofia di Kant deve aver costituito per lui un pungolo considerevole, anche se, alla fine prevale in Biran l’idea, diffusa presso i suoi contemporanei idéologues, che Kant non sia riuscito sul piano della teoria della conoscenza a operare quella rivoluzione che aveva invece compiuto sul piano della filosofia politica. In effetti, attorno a Kant il dibattito era stato vivace, in Francia, nel quadro di una ricezione particolarmente precoce che nel 1800-1804 aveva conosciuto una fase assai intensa e contrastata²⁸. Gli idéologues guardavano con interesse e curiosità al criticismo, ma, fraintendendone alcune mosse fondamentali, ritenevano che la soluzione in esso adottata per emanciparsi dalla metafisica rischiasse una pericolosa ricaduta proprio in quell’astrattismo da cui ci si voleva

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