Source: http://www.ilcommercialistainrete.com/2011/10/
Timestamp: 2017-08-20 22:53:57+00:00

Document:
Il Commercialista in Rete: 10/2011
Quesito: agevolazioni fiscali per costruzione prima casa.
- Sto per iniziare a costruire una prima casa su un terreno di mia proprietà sul quale esiste un rustico che verrà parzialmente demolito.
Ho già l'autorizzazione alla demolizione e il permesso a costruire la nuova casa. Il lavoro di demolizione dell'impresa può essere fatturato con Iva al 4%?
- Gli oneri di urbanizzazione per la costruzione della nuova casa e la tassazione per i ponteggi x la demolizione e per la costruzione della nuova casa possono usufruire di eventuali detrazioni fiscali?
Quesito: vecchie multe per le quali è stata messa ipoteca sugli immobili.
anno dopo il sisma vengono notificate a mia moglie delle cartelle di
pagamento da parte di un ente di riscossione quando non era ancora
Equitalia relative a delle multe per infrazioni al codice della strada
e per delle tasse automobilistiche non pagate riguardati tutte
un'autovettura che i suoi genitori avevano intestato a lei quando
viveva ancora a casa dei suoi appunto, da premettere che siamo sposati
dal 1998 e che mia moglie ha preso la patente nel 2000, per cui si
ritrovava intestataria di questa autovettura ma non la utilizzava e
tutte le multe erano state prese dai fratelli e dalle sorelle un po in
tutta Italia per cui lei ne rispondeva come coobbligata.
queste cartelle di pagamento di alcune migliaia di euro (circa
quattro/cinque) mi recai a Campobasso presso l'ente di riscossione e
parlando con un dirigente mi disse che essendo residente nella zona del
cratere del sisma c'era la sospensione di tutti i tributi, compresi
quelli in questione.
Ebbene verso la fine di gennaio 2010 inizio
febbraio 2010 viene recapitata a mia moglie una raccomandata dove
venivano elencate tutte le particelle dei terreni itestati a mia moglie
e aquistate dopo il matrimonio un po per volta circa cinque ettari, in
quanto era stata posta ipoteca immobiliare per un debito di circa
ventimila euro con Equitalia comprendente circa 11515,73 euro di
tributi in più invece di applicare l'abbattimento del 60% per i
residenti nella zona del sisma hanno calcolato 6535,94 di interessi di
mora, 579,36 euro di spese di notifica e 464,82 di iscrizione
Di tutto questo abbiamo incaricato un ufficio legale che
dopo due anni di ricorsi non è riuscito a fare altro che farci ottenere
un pagamento rateale a queste condizioni: una rata di mille euro subito
con scadenza il 14 novembre 2011in più 350,00 euro al mese per 72 rate
il che mi sembra talmente esagerato che a conti fatti sembra che
abbiano calcolato ancora un paio di mogliaia di euro di interessi.
frattepo acuni anni fa, sempre dopo il terremoto, il soggetto attuatore
che ha operato in paese ha realizzato dei drenaggi in alcuni tarreni
tra i quali anche uno di questi terreni di proprietà di mia miglie
ebbene dopo tanti anni che abbiamo atteso il pagamento adesso che
finalmente dovevamo ricevere l'importo dovuto, circa 5500,00 euro , ci
hanno detto che noi non possiamo riscuotere quei soldi perchè c'è
l'ipoteca di Equitalia che impedisce di fatto di incassare il pagamento
dal soggetto attuatore.
Io in tutta onesta mi chiedo se è possibile
tutto questo, mi chiedo se è possibile che senza che un cittadino venga
avvisato gli si possano pignorare i suoi immobili, mi chiedo se è
possibile che non venga tenuto conto dell'abbattimento dei tributi
decretato dal governo, mi chiedo se è possibile che non possiamo
riscuotere dei soldi per dei lavori che sono stati realizzati
prim'ancora dell'iscrizione ipotecaria.
Quesito: fatturazione di una ONLUS per conto vendita.
faccio parte di una associazione onlus in ambito speleologico che pubblica una bollettino informativo della propria attività. Vorremmo affidare in conto vendita alcuni numeri nelle librerie della nostra città però qualora venissero venduti la libreria stessa ci chiede di emettere una fattura con indicato il ricavato della vendita che viene a noi attribuito. Questa pubblicazione viene principalmente distribuita ai soci e ad altre associazioni nazionali gratuitamente. La vendita presso alcune libreria averebbe in quantitativi limitati e servirebbe unicamente a recuperare i costi di stampa.
Possiamo emettere una fattura e ricevuta ma soprattutto non è che questa attività possa considerarsi di tipo commerciale? Se dovessimo emettere ricevuta o fattura a quale regime fiscale dovremmo assoggettarci? Come associazione abbiamo il codice fiscale.
Contrattazione collettiva: limite massimo di lavoro straordinario annuale.
In riferimento ai limiti quantitativi dettati dalla vigente normativa in materia di straordinario, si chiede se il tetto delle 250 ore annue può essere superato con contrattazione aziendale o individuale. Il contratto applicato è Ccnl autoferrotranvieri e legge speciale RD 148/1931. E' necessario che una parte di lavoratori, è altresì soggetto al regolamento ce 561/2006.
Il limite massimo del lavoro straordinario annuale, fissato in 250 ore dall'art. 5, c. 3, D.Lgs. n. 66/2003, trova applicazione anche ai lavoratori "mobili" che svolgono attività di autotrasporto contemplate dal regolamento (CE) n. 561/06, le cui prestazioni sono disciplinate, per taluni aspetti, dal D.Lgs. n. 234/2007. Il lavoro straordinario non rientra infatti tra i profili regolati dal citato D.Lgs. n. 234 e dunque resta applicabile, per tale istituto, la normativa di carattere generale (vedi, sul punto, in senso conforme, la risposta ad interpello del Ministero del lavoro n. 27/2009).
Il limite quantitativo in questione è posto a tutela dei lavoratori e non sembra pertanto derogabile ad opera di accordi collettivi o individuali che ne disponessero il superamento.
A diverse conclusioni potrebbe forse condurre, sul piano meramente giuridico, un accordo collettivo stipulato, a livello aziendale o territoriale, con le strutture sindacali comparativamente più rappresentative, secondo il meccanismo di sostegno alla contrattazione collettiva "di prossimità" configurato dall'art. 8, D.L. n. 138/2011. L'ipotesi resta comunque di scuola, atteso che le parti sociali, con la postilla del 21 settembre all'accordo interconfederale 28 giugno 2011, hanno implicitamente escluso di volersi avvalere del meccanismo predisposto dall'art. 8.
Borsa di studio erogata dal datore di lavoro al figlio del dipendente.
L’importo della borsa di studio bandita da un ente pubblico a beneficio dei figli dei dipendenti costituisce reddito? Il genitore può perdere le detrazioni per il figlio a carico nel caso in cui questi dovesse risultare vincitore?
Le somme corrisposte a titolo di borsa di studio sono esenti dall’Irpef solo se previste da specifiche disposizioni normative. In particolare, sono riconosciute esenti dall’Irpef le borse di studio corrisposte agli studenti universitari dalle Regioni e dalle Province autonome di Trento e Bolzano nonché dalle Università e dagli istituti di istruzione universitaria, per la frequenza dei corsi di perfezionamento e delle scuole di specializzazione, per i corsi di dottorato di ricerca, per attività di ricerca post-dottorato e per i corsi di perfezionamento all’estero.
L’importo della borsa di studio non esente dall’Irpef costituisce reddito assimilato a quelli di lavoro dipendente. Infatti, l’articolo 50 , comma 1, lettera c, del Tuir, dispone che sono assimilati ai redditi di lavoro dipendente le somme da chiunque corrisposte a titolo di borsa di studio o di assegno, premio o sussidio per fini di studio o di addestramento professionale, se il beneficiario non è legato da rapporti di lavoro dipendente nei confronti del soggetto erogante.
Se lo studente beneficiario della somma non supera il reddito complessivo annuo di 2.840,51 euro, può continuare a essere considerato fiscalmente a carico del genitore.
Autoconsumo di carbone fossile. Accisa con Iva in “autofattura”.
Per assolvere l’imposta sul valore aggiunto relativa all’accisa dovuta sul carbone fossile introdotto nel territorio dello Stato e impiegato nella produzione propria della stessa impresa che lo ha importato, è sufficiente emettere un apposito documento, a titolo di integrazione della originaria bolletta doganale, anche sotto forma di autofattura, nel quale la base imponibile sarà costituita dall’importo dell’accisa con applicazione dell’aliquota Iva stabilita per lo specifico bene. Inoltre, l’operatore in questione potrà elaborare un solo documento cumulativo riguardante l’imposta sul consumo da scontare per i quantitativi di carbone fossile autoconsumati, da emettere nel periodo d’imposta precedente alla data di presentazione della dichiarazione annuale prevista dal Tua (Testo unico delle accise). Questo il fulcro delle precisazioni contenute nella risoluzione 103/E del 28 ottobre.
Le affermazioni trovano il loro fondamento in un ragionamento senza “grinze”.
Innanzitutto la risoluzione ricorda che il carbone, la lignite e il coke sono prodotti soggetti ad accisa armonizzata (articolo 21, Dlgs 504/1995), ma non rientrano nel regime del deposito fiscale e, pertanto, non circolano in regime di sospensione d’imposta. L’accisa dovrebbe essere assolta dal fornitore quando i beni in argomento arrivano al consumatore finale, seguendo particolari modalità. In più, l’Iva riscossa in dogana è commisurata al solo valore del carbone fossile importato, aumentato dei diritti doganali dovuti, ma non anche del valore dell’accisa.
Il problema, a questo punto, sta nel fatto che, in caso di autoconsumo da parte dell’importatore, l’operazione, non rappresentendo “una cessione di beni”, non può rientrare nel campo di applicazione dell’Iva e, quindi, non segue i relativi obblighi di documentazione fiscale. Il contribuente che ha chiesto aiuto agli esperti del fisco vuole, pertanto, sapere quali sono le modalità per applicare l’Iva al valore dell’accisa.
Poiché, nel caso in esame, l’accisa non viene pagata al momento dell’importazione, ma diventa esigibile solo quando il prodotto è immesso in consumo, a questo momento bisogna guardare anche per il versamento dell’Iva, determinata sul valore dell’accisa stessa.
Quindi, data la particolarità dell’operazione, per l’Agenzia, l’operatore rimane nella legalità emettendo un documento, anche sotto forma di autofattura, ai sensi dell’articolo 17, secondo comma, del Dpr 633/1972, che costituisce integrazione dell’originaria bolletta doganale, indicando come base imponibile la sola accisa dovuta, sulla quale applicare l’Iva.
Sempre tenendo conto delle particolari modalità di pagamento delle accise, nel documento di prassi è precisato che è accettabile anche l’emissione di un unico documento cumulativo, relativo all’accisa dovuta per i quantitativi di carbone fossile autoconsumati, nel periodo d’imposta precedente alla data di presentazione della dichiarazione annuale prevista dal richiamato articolo 21, del Dlgs 504/1995, considerato che solo in occasione di tale adempimento è possibile determinare l’effettivo ammontare di accisa dovuta e, di conseguenza, della relativa Iva.
Cartella di pagamento: spazio agli interessi anche senza notifica di accertamento.
La cartella di pagamento, a seguito di controllo formale della dichiarazione, può contenere anche la liquidazione degli interessi dovuti dal contribuente senza previa notifica dell’accertamento. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 21763 del 20.10.2011, in materia di accertamento e riscossione.
Accertamento: il consumo elettrico certifica l’attività.
Con la Sentenza n. 22242/11 del 26.10.2011, la Corte di Cassazione ha stabilito che se un artigiano dichiara di aver cessato la propria attività e tuttavia, a seguito di un controllo, emerge che il consumo di energia elettrica continua a essere il medesimo, l’Ufficio può legittimamente presumere la prosecuzione dell’attività in evasione d’imposta. Inoltre, a nulla rileva opporre che la malattia del contribuente non avrebbe consentito il proseguimento dell’attività stessa.
La “service tax”: il decreto correttivo del federalismo municipale introduce il nuovo tributo.
Il decreto correttivo del federalismo municipale, approvato il 24.10.2011 dal Consiglio dei Ministri, conferma ed ufficializza l’introduzione della nuova “service tax”, ovvero il tributo finalizzato al finanziamento dei servizi comunali. Tale tributo accorperà in un unico prelievo diversi presupposti d'imposta accomunati dal fatto di essere tutti legati alla fruizione dei servizi comunali (rifiuti, Tarsu e Tia, servizi idrici, trasporti). Inoltre, il decreto anticipa di un anno (dal 2014 al 2013) l’entrata in vigore dell’imposta municipale (IMU) e sostituisce la compartecipazione IVA con la compartecipazione IRPEF, in modo tale da rendere meno sperequata la ripartizione del gettito.
Atti esecutivi: aumentano le adesioni.
Secondo l’Agenzia delle Entrate la finalità dell’accertamento esecutivo è quella di contrastare l’evasione da riscossione, in particolar modo per quelle situazioni in cui non c’è impugnazione degli avvisi di accertamento. Infatti, su circa 400mila accertamenti emessi ogni anno, poco più della metà viene definito per adesione, circa un 16% viene impugnato e il restante svanisce in una massa indistinta che spesso si sottrae alla riscossione. Proprio l’accelerazione di questo passaggio, secondo il Direttore Accertamento dell’Agenzia delle Entrate, Luigi Magistro, sta dando risultati positivi in termini di maggiori adesioni agli avvisi che gli uffici mandano ai contribuenti, con l’accertamento di maggiori imposte da pagare.
Abuso del diritto alla ricerca della codificazione.
Con la risposta data il 26.10.2011 al question time della Commissione Finanze della Camera, il sottosegretario all’Economia, Bruno Cesario, ha annunciato che è allo studio dello stesso dipartimento delle Finanze la codificazione dell’abuso del diritto. In particolare, sono stati proposti 3 disegni di legge concernenti la modifica dell'art. 37-bis del D.P.R. n. 600/1973, in materia di contrasto all'elusione e all'abuso del diritto in materia tributaria. In particolare, con i nuovi ddl verrà eliminata l'elencazione tassativa delle operazioni alle quali è applicabile l'attuale art. 37-bis. Pertanto, tale previsione verrà trasformata, di fatto, in una norma generale antielusiva in materia tributaria, recependo in tal modo le indicazioni provenienti dalla giurisprudenza della Cassazione, che ha progressivamente ricostruito una clausola generale anti-abuso di portata generale.
Notaio responsabile se i controlli sono superficiali.
Con la Sentenza n. 22398 del 27.10.2011, la Corte di Cassazione, sezione Terza civile, ha stabilito che in caso di una compravendita immobiliare la visura catastale rientra fra le prestazioni che il notaio è obbligato a svolgere usando quella diligenza professionale media che qualunque professionista deve impiegare nello svolgimento della propria attività. Per cui, se poi spunta fuori un’ipoteca, il professionista è tenuto a risarcire il danno subito dall’acquirente.
Spesometro più chiaro per le note di variazione.
Il 24.10.2011 l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato sul proprio sito le risposte fornite ad alcune associazioni di categoria sulla comunicazione delle operazioni IVA di importo non inferiore ad euro 3.000/3.600 (c.d. "spesometro"), introdotta dall'art. 21 del D.L. n. 78/2010. In particolare, con riferimento alle note di variazione, è stato precisato che i record di dettaglio n. 4 e 5, riferiti alle note relative alle operazioni con soggetti non residenti, riguardano le cessioni e le prestazioni già comunicate e non già effettuate nello stesso anno in cui viene emesso o ricevuto il documento rettificativo. Di conseguenza, l’operazione va comunicata al netto dell’importo rettificato, purché di importo almeno pari alla soglia. Inoltre, spetta al contribuente decidere se comunicare o meno le operazioni al netto delle note di variazioni emesse o ricevute dal 1° gennaio al 30 aprile dell’anno successivo a quello di riferimento della comunicazione.
Agevolazioni prima casa e trasferimento della residenza all’estero.
Si decade dalle agevolazioni “prima casa” in caso di vendita per trasferimento della residenza all’estero dove dovrà essere acquistata una nuova casa da adibire ad abitazione principale?
Si decade dalle agevolazioni “prima casa” nell’ipotesi “… di trasferimento per atto a titolo oneroso o gratuito degli immobili acquistati con i benefici … prima del decorso del termine di cinque anni dalla data del loro acquisto”. La decadenza viene esclusa “… nel caso in cui il contribuente, entro un anno dall’alienazione dell’immobile acquistato con i benefici (prima casa), proceda all’acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale”.
Come precisato dall’Agenzia delle Entrate nella risoluzione n. 31/ 2010, l’immobile acquistato in uno Stato estero non determina la decadenza dall’agevolazione prima casa, se “sussistano strumenti di cooperazione amministrativa che consentono di verificare che effettivamente l’immobile ivi acquistato sia stato adibito a dimora abituale”.
Iva, dalla Ue una risoluzione che punta alla semplificazione.
Il documento approntato dal Parlamento europeo tiene conto del fatto che l’attuale sistema dell’Iva, in vigore da 17 anni, era stato concepito quale soluzione provvisoria in attesa della successiva introduzione di un nuovo sistema. La risoluzione sottolinea l’importanza dell’imposizione indiretta riconosciuta dall’Ocse, che rileva notevoli discrepanze per quanto attiene all’efficienza in materia di Iva tra i vari Stati membri, indicando un ampio margine di miglioramento.
Il Parlamento esorta la Commissione europea a predisporre una strategia coordinata per migliorare la lotta contro la frode fiscale, dato che la repressione rappresenta un obiettivo finalizzato ad arginare un fenomeno che colpisce gli interessi finanziari comunitari.
La risoluzione, nonostante la sua portata di atto non vincolante, assume rilevanza, evidenziando le linee programmatiche relative al processo di armonizzazione dell’Iva.
Nella risoluzione il Parlamento richiede l’armonizzazione delle aliquote IVA ordinarie, oltre alla predisposizione di regole armonizzate con riferimento alla detraibilità del tributo e alla riduzione delle aliquote per tutti i trasporti transfrontalieri intra Ue.
A tal proposito, con riferimento alle operazioni transfrontaliere, la risoluzione rileva che l’attuale sistema Iva non risponde più alla volontà di applicare il principio del Paese di origine, stabilito inizialmente dagli Stati membri, mancando un sostegno politico tra gli stessi Stati membri ai fini di una cooperazione per garantire l’applicazione di tale principio.
Ritiene pertanto opportuno il passaggio al principio della destinazione; del resto, un sistema Iva basato sul luogo di consumo per i beni ed i servizi, rappresenta una soluzione promettente che merita un ulteriore approfondimento e che deve essere accompagnata dall’introduzione di sportelli unici efficienti.
Inoltre, premesso che gli Stati membri dovrebbero disporre della flessibilità di stabilire le proprie aliquote Iva anche sulla base dell’interesse che l’imposta riveste quale strumento di bilancio. Tuttavia si invitano gli Stati, nel quadro del richiamato processo di armonizzazione, a procedere a un ulteriore avvicinamento delle aliquote ordinarie. La risoluzione invita a stabilire entro gennaio 2012 un elenco di beni e servizi che dovrebbero beneficiare di esenzioni fiscali o di una riduzione dell’aliquota Iva.
Sulla base delle conclusioni adottate dagli Stati , la commissione dovrebbe presentare, entro la fine del 2013, una relazione al Parlamento Europeo ed al Consiglio che contenga un elenco vincolante di beni e servizi comuni che possono beneficiare di un’aliquota Iva ridotta o di una esenzione.
Semplificazione delle formalità burocratiche
In una prospettiva di semplificazione delle formalità burocratiche, la risoluzione invita gli Stati membri a semplificare le attestazioni necessarie ai fini dell’esenzione Iva per le esportazioni, incrementando il ricorso a soluzioni riconducibili al cd e-government (amministrazione online), specie per quanto attiene alla presentazione elettronica delle dichiarazioni e degli elenchi Iva, abolendo il pagamento di interessi e sanzioni per il caso in cui siano commessi errori esclusivamente formali, laddove il soggetto giuridico non abbia causato allo Stato membro alcuna perdita di gettito Iva.
Viene inoltre proposta l’introduzione di una procedura unica di rimborso Iva e di un unico numero di partita Iva, nonché l’adozione di un sistema di registrazione elettronica valido per l’intera Ue.
Si invita la Commissione a creare un quadro giuridico per il riconoscimento di sistemi di certificazione elettronica affidabili e a valutare la possibilità di rivedere la direttiva sulle firme elettroniche, per garantire una riduzione dell’onere amministrativo che grava sulle imprese.
Il Parlamento chiede di concordare a livello comunitario la predisposizione di un elenco esaustivo di obblighi standardizzati in materia di Iva che possano essere imposti alle imprese dagli Stati membri.
Si propone altresì di coinvolgere, unitamente agli Stati membri, anche le imprese, per individuare le difficoltà principali che emergono dall’attuale regime con l’obiettivo di condividere idee per semplificarlo e renderlo più chiaro, riducendo gli oneri amministrativi e gli ostacoli al commercio. In tale direzione, gli Stati membri possono valutare l’istituzione di una soglia di esenzione Iva per le piccole e medie imprese che consenta un più agevole accesso al mercato interno.
Efficienza della riscossione dell’Iva
Il Parlamento Europeo concorda sulla necessità di migliorare l’efficienza nella riscossione dell’imposta in modo da limitare la possibilità che siano commesse frodi, la cui repressione costituisce una priorità che impone una cooperazione tra Stati membri, Europol, Eurojust e Olaf.
Tuttavia, la risoluzione focalizza l’attenzione sulle problematiche di carattere procedurale ed interpretativo piuttosto che sui metodi di riscossione dell’IVA. Ritiene opportuno inoltre dare priorità alla necessità di garantire l’armonizzazione e all’esigenza di uniformare le procedure e ridurre le barriere linguistiche.
La particolare rilevanza delle questioni segnalate nella risoluzione e degli interessi coinvolti impone la necessaria predisposizione di norme chiare in materia di Iva che siano in grado di garantire la certezza giuridica e una uniformità di interpretazione da parte degli Stati membri. Al riguardo il Parlamento Europeo osserva che l’attuale apparato normativo è caratterizzato dalla presenza di disposizioni ambigue che non garantiscono una interpretazione univoca.
È quanto mai necessario pertanto incrementare il livello di armonizzazione, e perchè ciò accada sembra più indicato il ricorso allo strumento regolamentare piuttosto che alle direttive, atteso che i regolamenti, in considerazione della loro immediata applicabilità negli ordinamenti degli Stati membri, sono più adeguati a garantire l’immediata armonizzazione della disciplina e la certezza giuridica che si intendono garantire.
Se le incongruenze sono gravi l’ufficio ricostruisce i redditi.
Con la sentenza 62/36/11, la Commissione tributaria regionale della Lombardia ha dichiarato legittimo l’accertamento di maggiori ricavi determinati con il metodo induttivo nei confronti di una società operante nel campo della vendita al dettaglio di mobili e articoli di arredo nel territorio brianzolo.
Ad avviso dei giudici lombardi, infatti, gli indicatori economico-aziendali rilevati dall’ufficio, quali l’incoerenza della percentuale di ricarico calcolata sulla base dei dati contabili, l’incongruenza del volume dei ricavi dichiarati rispetto a quelli stimati dallo specifico studio di settore, l’incoerenza sia dell’indice di rotazione del magazzino sia del valore aggiunto per addetto, l’assenza della documentazione tanto delle vendite quanto della movimentazione del magazzino unitamente alla presenza di saldi negativi del conto cassa, costituiscono elementi idonei a dimostrare l’inattendibilità della contabilità della società e a fondare l’accertamento analitico induttivo.
Una verifica fiscale condotta da funzionari dell’Agenzia delle Entrate evidenziava la grave incongruenza tra il reddito d’impresa (negativo) dichiarato per l’anno 2004 – perdita fiscale – e l’imponibile ragionevolmente desumibile dalle caratteristiche dell’attività svolta. I rilievi dei verificatori sono stati totalmente condivisi nell’avviso di accertamento successivamente impugnato.
La determinazione induttiva dei ricavi ha seguito la seguente logica:
individuazione di un campione significativo di fornitori
calcolo del costo del venduto (Cdv) della merce di ciascun fornitore sulla base dei dati contabili resi noti dalla società
determinazione dell’incidenza del Cdv di ciascun fornitore sul Cdv totale del campione (peso)
determinazione della percentuale di ricarico applicata sulla merce venduta da ogni fornitore campionato sulla base dei listini di vendita e delle altre informazioni date dalla società
calcolo della percentuale di ricarico media ponderata in ragione dei pesi come sopra determinati
determinazione dei ricavi presuntivamente conseguiti applicando al costo del venduto (globale) del 2004 la percentuale media di ricarico e deducendo lo sconto applicabile in base alla prassi commerciale seguita dall’azienda.
Dal confronto tra i ricavi calcolati induttivamente e quelli contabilizzati, si è giunti a quantificare la materia imponibile sottratta a imposizione.
La Commissione del riesame ha valorizzato il metodo di accertamento utilizzato dall’ufficio per giungere al risultato univoco di contestare il maggiore reddito rispetto a quello dichiarato, con ciò ribaltando le conclusioni della sentenza appellata.
I giudici di prime cure, infatti, avevano censurato l’operato dell’Amministrazione finanziaria dopo aver disconosciuto la validità degli indici rilevatori dell’inattendibilità della contabilità aziendale, sostenendo, al contrario, la non modificabilità del risultato economico dichiarato dalla società.
La sentenza in esame si inserisce nel solco tracciato dall’interpretazione resa dalla Corte di cassazione (cfr sentenza 2876/2009, articolo su FiscoOggi del 23 febbraio 2009) secondo cui è legittima la determinazione presuntiva – o induttiva – di maggiori ricavi fondata sulle caratteristiche o condizioni specifiche di svolgimento dell’attività del contribuente (ai sensi del combinato disposto degli articoli 39, comma 1, lettera d), Dpr 600/1973 e 62-sexies, coma 3, Dl 331/1993), pure in presenza di scritture contabili formalmente corrette, qualora la contabilità possa essere considerata complessivamente ed essenzialmente inattendibile, in quanto confliggente con regole fondamentali di ragionevolezza, potendo il giudizio di non affidabilità della documentazione fiscale essere determinato dall’abnormità dell’espressione finale.
Ad avviso della Corte suprema, infatti, ove l’ufficio motivi sufficientemente l’accertamento eseguito secondo i criteri stabiliti da tale disposizione con la rettifica del reddito, specificando sia gli indici d’inattendibilità dei dati relativi ai ricavi sia dimostrando la loro astratta idoneità a rappresentare una capacità contributiva non dichiarata, il provvedimento è di per sé legittimo, non essendo necessario il riscontro analitico della congruenza e della verosimiglianza dei singoli cespiti dichiarati dal contribuente (cfr Cassazione, sentenza 22695/2008, vedi articolo FiscoOggi del 23 settembre 2008, e Cassazione, sentenze 24532/2007 e 26919/2006).
In questo senso, la ricostruzione dei ricavi adoperata dall’ufficio secondo canoni conformi a quelli richiesti dai supremi giudici, ha potuto prevalere sui risultati forniti dalla contabilità considerati non modificabili “in alcun modo” dalla Ctp. D’altronde, la Corte di cassazione aveva già confermato l’importante principio, secondo cui la tenuta di una contabilità formalmente regolare, da parte del contribuente, non impedisce una ricostruzione indiretta dei ricavi e del volume d’affari sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti (Cassazione, sentenza 13952/2008, articolo di FiscoOggi del 18 giugno 2008 e sentenza 21697/2010).
Valido l'appello sottoscritto dal capo reparto competente.
La sottoscrizione dell’appello tributario è validamente apposta quando il firmatario proviene dal reparto competente, poiché la delega da parte del direttore può essere legittimamente conferita anche in via generale mediante la preposizione del funzionario a un settore dell’ufficio con competenze specifiche.
Questo il principio ribadito dalla Cassazione, con l’ordinanza 21546/2011, in cui viene anche riaffermata la regola per cui, salvo specifica eccezione e prova contraria, si deve presumere che un determinato atto proviene dall’ufficio competente e ne esprime la relativa volontà.
Vicenda di merito e motivi di ricorso in Cassazione
Risultato soccombente in un giudizio dinanzi alla Ctp di Catanzaro, l’ufficio delle Entrate impugnava la sfavorevole pronuncia davanti al collegio tributario regionale, che dichiarava inammissibile l’appello.
Secondo i giudici di secondo grado - che partivano dal presupposto che la rappresentanza dell’ufficio in giudizio è riservata al direttore, salvo documentata delega a un funzionario - l’inammissibilità del gravame derivava dalla circostanza che, nel caso di specie, l’impugnazione proposta era stata sottoscritta da un funzionario dichiaratosi delegato dal capo dell’ufficio, senza che peraltro risultasse agli atti la necessaria delega.
L’Agenzia ricorreva in sede di legittimità esponendo, ai fini dell’autosufficienza del suo ricorso, che l’atto di appello in questione recava in calce la dicitura “per il Direttore il Capo Area Controllo delegato Dott.ssa…”, cui seguiva la relativa sottoscrizione.
In diritto, la parte pubblica denunciava violazione e falsa applicazione, tra gli altri, degli articoli 7, 10 e 11 del Dlgs 546/1992, censurando la decisione dei giudici di secondo grado per avere rilevato d’ufficio la mancanza in atti del documento di delega e per avere, inoltre, erroneamente desunto da tale omessa produzione l’inammissibilità dell’atto di appello.
La Cassazione ha ritenuto fondate le censure, rilevando che, nella fattispecie, si era di fronte a un’ipotesi di delega di firma, cioè “dell’atto dispositivo con il quale il direttore dell’ufficio ha delegato al capo area il potere di firmare gli atti relativi al suo settore”.
Precisato che in linea generale le competenze direttive sono delegabili, l’ordinanza 21546 in commento puntualizza che, nel caso de quo, la delega si era concretizzata nelle forme indicate nell’atto di gravame proposto dall’ufficio.
Più precisamente, si legge nella pronuncia, la sottoscrizione dell’appello, pur non competendo a un qualsiasi funzionario sprovvisto di specifica delega da parte del titolare dell’ufficio, “è validamente apposta quando proviene dal preposto al reparto competente, poiché la delega da parte del direttore può essere legittimamente conferita anche in via generale mediante la preposizione del funzionario ad un settore dell’ufficio con competenze specifiche (Cass. 13908/2008)”.
In queste ipotesi, secondo l’odierna pronuncia, il disposto degli articoli 10 (“Sono parti nel processo dinanzi alle commissioni tributarie oltre al ricorrente, l’ufficio… che ha emanato l’atto impugnato o non ha emanato l’atto richiesto ovvero… l’ufficio… al quale spettano le attribuzioni sul rapporto controverso”) e 11, comma 2 (“L’ufficio… nei cui confronti è proposto il ricorso sta in giudizio direttamente o mediante l’ufficio del contenzioso della direzione regionale… ad esso sovraordinata”) del Dlgs 546/1992 è rispettato perché dette norme “riconoscono la qualità di parte processuale e conferiscono la capacità di stare in giudizio all’ufficio… nei cui confronti è proposto il ricorso, organicamente rappresentato dal direttore o da altra persona preposta al reparto competente, da intendersi con ciò stesso delegata in via generale a sostituire il direttore nelle specifiche competenze, senza necessità di speciale procura”.
Ribadendo il proprio precedente di cui alla sentenza 874/2009, la Suprema corte puntualizza che, laddove non vi siano contestazioni circa la provenienza dell’atto dall’ufficio competente, questo deve ritenersi pienamente valido, almeno fino a quando non venga eccepita e provata la non appartenenza del sottoscrittore all’ufficio o, comunque, l’usurpazione del relativo potere, “dovendosi altrimenti presumere che l’atto provenga dall’ufficio e ne esprima la volontà”.
Nel caso descritto, insomma, sussisteva un ben preciso onere del contribuente interessato a eccepire l’eventuale abusiva posizione del firmatario dell’impugnazione e di dimostrare la veridicità di tale preteso assunto.
Il mancato assolvimento di tale onere da parte dell’interessato e l’inesatta applicazione da parte della Ctr, dei principi di diritto enucleati dai giudici ha, quindi, comportato la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio ad altra sezione del medesimo organo giurisdizionale.
L’ordinanza 21546/2011 conferma un filone interpretativo da tempo consolidato presso il supremo collegio di legittimità.
Nel senso della validità dell’atto di appello tributario dell’ufficio sottoscritto dal funzionario preposto al reparto competente, si può ricordare la sentenza 13908/2008, nella quale – in relazione a un atto di gravame proposto in nome del direttore ma firmato dal capo area, senza che risultasse agli atti alcuna delega – la Cassazione ebbe testualmente occasione di affermare che “il potere di impugnare le decisioni delle Commissioni tributarie va riconosciuto in capo, non al titolare dell’Ufficio, ma all’Ufficio medesimo”, con la conseguenza che, appunto, la relativa sottoscrizione “deve ritenersi validamente apposta quando… provenga dal funzionario preposto al reparto competente”.
In senso analogo, un’altra sentenza (Cassazione 28036/2009) ha statuito che l’ufficio contro il quale si propone ricorso è “organicamente rappresentato dal direttore… o da altra persona preposta al reparto competente, da intendersi per ciò stesso delegata in via generale a sostituire il direttore nelle specifiche competenze… senza necessità di speciale procura”.
Tanto precisato in ordine agli atti del processo tributario, per quanto riguarda la possibilità di delegare la sottoscrizione degli atti impositivi “sostanziali”, si richiama la recente sentenza 13512/2011 (Fiscooggi del 15 luglio 2011).
In definitiva, l’odierno arresto ribadisce una regola ermeneutica solida, tanto in campo processuale che sostanziale, riaffermando altresì il principio secondo il quale per vincere la presunzione di provenienza di un atto dall’ufficio titolare del potere di emetterlo, anche quando in ipotesi la firma apposta in calce al documento sia illeggibile (cfr Cassazione 874/2009 e 2354/2009), è necessario che venga specificamente dedotta e dimostrata o la non appartenenza del firmatario all’ufficio che si assume la paternità dell’atto o, addirittura, l’usurpazione del relativo potere.
Autovettura deducibile al 40%: come computare le quote fiscalmente deducibili sul costo di riscatto?
Una società di capitali ha un leasing su un'autovettura deducibile al 40%. Nel corso del leasing deduce il 40% delle quote capitali con il limite massimo del 40% di euro 18.075,99 pari a 7.230,40. Nel caso di riscatto dell'autovettura, si procederà a iscrivere a cespite il valore di riscatto e ad ammortizzare il valore residuo. Ma fiscalmente qual è il valore deducibile? Nuovamente il 40% di 18.075,99 considerando il bene come "nuovo" oppure il valore residuo che non è stato dedotto attraverso le quote di leasing per un totale fra leasing e quote ammortizzate di euro 7.230,40?
La norma di riferimento contenuta nell'articolo 164 del D.P.R. n. 917/86 sul caso indicato dal gentile lettore non è molto esaustiva. Come risaputo ai sensi dell'articolo 102, comma 7, del D.P.R. n. 917/86 per poter dedurre i canoni di leasing aventi ad oggetto autovetture e mezzi di trasporto a deducibilità limitata come nel caso del quesito posto dal gentile lettore, il contratto di locazione finanziaria deve avere una durata non inferiore al periodo di ammortamento corrispondente all'applicazione delle aliquote di cui al DM 31.12.1998.
Per effetto delle modifiche dell'articolo 164 del D.P.R. n. 164/1986 apportate dal D.L. n. 81/2007 dal periodo di imposta in corso al 27.06.2007 i canoni di leasing di autovetture sono deducibili nella misura del 40% sia per le imprese, sia per i professionisti.
Per quanto attiene, poi, alla determinazione delle quote di ammortamento sul costo di riscatto (e cioè di acquisto del bene), si è del parere che le quote fiscalmente deducibili debbano essere comunque computate nella misura del 40 per cento. Ciò anche se i canoni di locazione finanziaria sono stati già dedotti in misura ridotta, applicandosi la regola della limitata deducibilità con riferimento sia ai canoni di locazione finanziaria che alle quote di ammortamento.
Detrazione del canone di affitto della stanza corrisposto al collega universitario sublocatore.
È possibile beneficiare della detrazione Irpef del 19% per i canoni di subaffitto della stanza corrisposti al collega studente universitario fuori sede, che ha in affitto l’intero appartamento?
L’articolo 15, comma 1, lettera i-sexies), del Tuir, riconosce agli studenti iscritti a un corso di laurea presso una università ubicata in un comune diverso da quello di residenza, distante da quest’ultimo almeno 100 chilometri e comunque in una provincia diversa, la detrazione del 19% dall’imposta lorda, per un importo non superiore a 2.633 euro, dei canoni derivanti da contratti di locazione stipulati o rinnovati si sensi della legge 431/1998, di quelli relativi a contratti di ospitalità, atti di assegnazione in godimento o locazione, stipulati con enti per il diritto allo studio, università, collegi universitari legalmente riconosciuti, enti senza fine di lucro e cooperative, per unità immobiliari situate nello stesso comune in cui ha sede l’università o in comuni limitrofi.
La norma non contempla tra gli schemi contrattuali quello del “subcontratto”. In assenza di tale previsione, non è consentita la detrazione per i contratti di sublocazione, poiché la norma agevolativa non è suscettibile di interpretazione estensiva (circolare 21/2010).
In cartella spazio agli interessi pur senza notifica di accertamento.
Con la sentenza 21763 del 20 ottobre, la Corte di cassazione ha stabilito, in materia di accertamento e riscossione, che la cartella di pagamento, dopo il controllo della dichiarazione, può contenere anche la liquidazione degli interessi dovuti dal contribuente senza previa notifica dell’accertamento.
La vicenda riguarda una cartella di pagamento contenente una richiesta di interessi che l’Agenzia delle Entrate aveva liquidato per ritardato versamento dell’Irpef a carico di una società, quale sostituto d’imposta, in base alla dichiarazione dell’anno.
L’atto riscossivo veniva impugnato ottenendo esito favorevole dalla Commissione tributaria provinciale adita. Stesso esito in appello, ove la Ctr condivideva le motivazioni del primo giudicato, che si era espressamente attenuto al precedente conforme costituito dalla sentenza 10934/1999, con la quale la Corte di cassazione, interpretando restrittivamente l’articolo 36-bis del Dpr 600/1973, assumeva che, non essendo contemplato dalla norma il potere di liquidazione, all’esito del controllo formale della dichiarazione, anche dell’importo dovuto dal contribuente per interessi, doveva ritenersi illegittima l’iscrizione a ruolo della somma a essi relativa non preceduta dalla notifica del presupposto atto impositivo.
La Commissione regionale, una volta premesso che la liquidazione degli interessi e delle soprattasse non è espressamente contemplata dalla tassativa casistica contenuta nell’articolo 36-bis del Dpr 600/1973, riteneva non applicabile alla specie la richiesta di tali importi, per i quali occorreva un apposito atto di rettifica con la specifica analitica della causale e degli elementi di calcolo di quanto dovuto dal contribuente.
L'Amministrazione finanziaria ricorre, quindi, per Cassazione rilevando – nel denunciare violazione di legge e vizi di motivazione – che era invece l’articolo 9 del Dpr 602/1973 ad autorizzare l’ufficio, in sede di controllo della dichiarazione, all’iscrizione a ruolo degli interessi maturati sulle imposte versate in ritardo, non costituendo ostacolo all’esercizio del relativo potere la mancata previsione nell’articolo 36-bis del Dpr 600/1973 della liquidazione degli interessi.
La Suprema corte ritiene la censura della ricorrente manifestamente fondata e argomenta che i giudici di merito, con il richiamo all’interpretazione dell’articolo 36-bis del Dpr 600/1973 dato dalla sentenza 10394/1999, hanno basato la loro conclusione su un presupposto errato, in quanto inteso a circoscrivere il procedimento di liquidazione e di iscrizione a ruolo delle somme pretese dal fisco alle ipotesi di controllo formale mediante procedure automatizzate previste dallo stesso articolo.
Dopo aver esaminato le riforme legislative concernenti, fra l’altro, l’articolo 36-bis, la Sezione tributaria ha spiegato che proprio in considerazione della evidente analogia dei poteri attribuiti agli uffici finanziari in sede di controllo formale delle dichiarazioni, con successive modifiche normative, le procedure sono state unificate e anche la “rispondenza con la dichiarazione e la tempestività dei versamenti delle imposte, dei contributi e dei premi dovuti a titolo di acconto e di saldo, e delle ritenute alla fonte operate in qualità di sostituto di imposta” è stata ricondotta nell’ambito delle procedure automatizzate di liquidazione. Da ciò ne deriva la maturazione di interessi (dal giorno successivo a quello di scadenza del pagamento fino alla data di consegna al concessionario dei ruoli nei quali tali imposte sono iscritte) anche sulle imposte e le maggiori imposte dovute in base alla liquidazione e al controllo formale della dichiarazione.
E, infatti, nella pronuncia del 1999, la Suprema corte, diversamente dall’interpretazione data dai giudici di merito, aveva argomentato che per gli interessi trovano applicazione norme di legge diverse dall’articolo 36-bis, le quali danno luogo a una specifica procedura caratterizzata dall’accertamento del ritardo dei versamenti dovuti, quale l’articolo 9 nonché l’articolo 20 del Dpr 602/1973.
La norma che qui interessa è, quindi, l’articolo 9, il quale, prima della sua abrogazione disponeva, al comma 2, che “qualora l'interesse non sia stato versato dal contribuente contestualmente all’imposta esso viene calcolato dall’ufficio ed iscritto a ruolo”, senza necessità di procedere, quindi, alla notifica di alcun avviso di accertamento.
Peraltro, occorre ricordare che di recente è stato stabilito che (Cassazione 10412/2011), ai sensi del comma 2, lettera f), dell’articolo 36-bis, del Dpr 600/1973, l’Amministrazione, procedendo al controllo formale delle dichiarazioni e alla tempestività dei versamenti, può addebitare gli interessi maturati, il cui computo deriva direttamente dalla legge e non necessita di alcuna attività discrezionale di accertamento.
Bollo sui depositi titoli: i chiarimenti con la circolare 46/E/2011.
Il deposito titoli a saldo zero non paga mai l’imposta di bollo. Questo è solo uno dei chiarimenti che l’Agenzia delle Entrate ha fornito con la Circolare n. 46/E del 24.10.2011. in questo documento di prassi l’Agenzia delle Entrate fornisce le risposte ad una serie di quesiti posti dalle associazioni di categoria del settore bancario e dagli intermediari finanziari sulla nuova disciplina dell’imposta di bollo (introdotta dal D.l. 98/2011).
Rivalutazione di terreni e partecipazioni nel 2011: ammessi detrazioni e rimborsi.
Il contribuente che intende avvalersi nuovamente della rivalutazione di terreni e partecipazioni nel 2011 e che già in passato ha usufruito della stessa agevolazione, può detrarre le imposte già pagate in precedenza oppure chiederne il rimborso entro 48 mesi dal nuovo pagamento. Sarà, quindi, possibile sottrarre la somma dall’imposta dovuta in base alla nuova rivalutazione e non versare gli importi relativi a eventuali rate pendenti (31 ottobre 2011 e 31 ottobre 2012). La precisazione è contenuta nella Circolare n. 47/E del 24.10.2011 dell’Agenzia delle Entrate che esamina le novità introdotte dal D.l. n. 70/2011 in materia di rivalutazione di terreni e partecipazioni posseduti al 1° luglio 2011.
Spesometro, l’Agenzia delle Entrate risponde alle domande delle categorie.
Le risposte ai quesiti sullo spesometro sul sito dell’Agenzia delle Entrate. In un documento di 14 pagine l’Agenzia risponde a 25 domande promosse dagli operatori professionali e dalle associazioni di categoria sull’obbligo di invio della comunicazione dei dati Iva di importo non inferiore a 30.000 Euro. Per semplificare l’adempimento l’Agenzia metterà a disposizione dei contribuenti un software di compilazione, in aggiunta al software di controllo già disponibile.
Liti fiscali pendenti: ultimi chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate.
L’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 48/E del 24.10.2011 dà tutte le indicazioni per chiudere le liti fiscali pendenti fino a 20mila euro. In particolare, viene chiarito il concetto di “lite pendente”, precludendo l’accesso alla definizione per le controversie relativamente alle quali si è formato giudicato nel periodo dal 1° maggio al 5 luglio 2011. La circolare illustra poi le modalità procedurali della definizione, l’ambito di definibilità delle liti, gli adempimenti necessari e le modalità di pagamento, compresa la possibilità di scomputare le somme già versate in pendenza di giudizio.
VIES e chiarimenti della circolare Assonime.
Con la Circolare n. 25 del 20 ottobre 2011, Assonime dà indicazioni in merito all'inserimento nell'archivio VIES dei soggetti autorizzati ad effettuare scambi intracomunitari, analizzando i chiarimenti forniti dall'Agenzia delle Entrate nella Circolare n. 39/2011. Secondo l'Associazione, l'impossibilità di applicare il regime sugli scambi intracomunitari durante i 30 giorni che precedono l’inserimento nell’archivio VIES, penalizzerebbe le imprese italiane. L'Associazione precisa che il prestatore potrebbe fornire prova alternativa se ha ottenuto il numero di partita IVA, ma non l'autorizzazione a svolgere operazioni intracomunitarie.
Società pubbliche locali, quali i requisiti del soggetto adibito ai compiti del R.U.P.?
Una S.r.l. a totale e unica partecipazione del Comune - che esercita sulla stessa il "controllo analogo" - deve appaltare un lavoro di 2.500.000 euro per ristrutturare un immobile di proprietà. Vi chiediamo come la Società - che ha solo personale impiegatizio e fungerà da Stazione Appaltante - debba regolarsi in merito all'individuazione del R.U.P. così come previsto dall'art. 9 e 10 del D.P.R. 05-10-2010, n. 207 (Regolamento di Attuazione del Codice dei Lavori Pubblici). In particolare chiediamo - nel caso che sia tenuta anch'essa ad individuarlo - quale sia il titolo di studio/qualifica richiesto.
RispostaAndrea FacconGiova ricordare che la questione relativa alla soggezione di Società costituite o partecipate dall'Ente Locale all'obbligo di nominare il Responsabile Unico del Procedimento (di seguito solo R.U.P.) non è nuova nella legislazione statale ma trovava già nella previgente normativa interna in materia di lavori pubblici, vale a dire nel complesso costituito dalla L. 11-02-1994, n. 109 e dal D.P.R. 21-12-1999, n. 554, un'espressa disciplina positiva.
Come noto, la c.d. Legge Merloni assoggettava le Società costituite e/o partecipate dagli Enti Locali ai sensi dell'art. 2, comma 2, lettera b), alle norme sull'evidenza pubblica, ma le esonerava dall'obbligo della nomina del R.U.P., posto che, ai sensi dell'art. 7, comma 1, Legge cit. tale obbligo era previsto solo in capo ai soggetti indicati all'art. 2, comma 2, lettera a), tra i quali non erano comprese le Società costituite o partecipate dagli Enti Locali.
L'art. 7, comma 1, L. 11-02-1994, n. 109 doveva leggersi in combinato disposto con l'art. 7, comma 6, D.P.R. 21-12-1999, n. 554, che vincolava i soggetti non tenuti all'applicazione dell'art. 7 della Legge a garantire lo svolgimento dei compiti previsti per il responsabile del procedimento dalle norme della legge e del regolamento che li riguardano.
La situazione giuridica delle Società costituite o partecipate da Enti Locali di fronte alla nomina del R.U.P. non sembra essere mutata nel nuovo quadro normativo costituito dal D.Lgs. 12-04-2006, n. 163 e dal D.P.R. 05-10-2010, n. 207.
L'art. 10, comma 9, D.Lgs. 12-04-2006, n. 163 e s.m.i. prevede, infatti, che "Le stazioni appaltanti che non sono pubbliche amministrazioni e enti pubblici, in conformità ai principi della legge 7 agosto 1990, n. 241, individuano, secondo i propri ordinamenti, uno o più soggetti cui affidare i compiti propri del responsabile del procedimento, limitatamente al rispetto delle norme del presente codice alla cui osservanza sono tenuti".
Le Società costituite o partecipate dall'Ente Locale, ancorché totalitarie, sono soggetti all'applicazione di questa deroga perché sono qualificabili alla stregua di Enti privatistici.
L'attuale disciplina dell'art. 10, comma 9, D.Lgs. cit. deve, peraltro, essere sincronizzata con le novità introdotte dalla L. 11-02-2005, n. 15 nel corpo della L. 07-08-1990, n. 241.
Assume particolare rilevanza il coordinamento della norma in commento con l'art. 1, comma 1-ter, L. 07-08-1990, n. 241 e s.m.i., a mente del quale i soggetti privati preposti all'esercizio di attività amministrative assicurano il rispetto dei criteri e dei principi di cui al comma 1, cioè economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza (v. anche art. 2, D.Lgs. 12-04-2006, n. 163).
In tale prospettiva, la norma settoriale dell'art. 10 deve intendersi, in coerenza alla norma generale sul procedimento, nel senso che gli Enti privatistici, come le Società miste e le stesse Società a partecipazione pubblica totalitaria, non sono strictu sensu obbligate a nominare un soggetto da adibire al ruolo di R.U.P. per i procedimenti amministrativi di rispettiva competenza, come i procedimenti di evidenza pubblica; tali soggetti hanno, tuttavia, un distinto obbligo, quello cioè di affidare a uno o anche più soggetti i compiti che le legge e il regolamento demandano al R.U.P. e che scaturiscono dall'applicazione delle norme del Codice (e del Regolamento di Attuazione) applicabili anche a tali Enti privatistici.
Nel caso di specie, dunque, la Società potrà e dovrà affidare i compiti del R.U.P. a uno o più soggetti, senza però sottostare all'obbligo di nominare un soggetto da adibire al ruolo di R.U.P.
L'art. 10, comma 9, D.Lgs. 12-04-2006, n. 163, peraltro, non offre puntuali indicazioni circa i criteri di scelta del soggetto o dei soggetti da adibire ai compiti di cui all'art. 10, comma 9, D.Lgs. 12-04-2006, n. 163 e, in particolare, circa la qualificazione - professionale e lavorativa - del soggetto o dei soggetti da preporre ai compiti del R.U.P.
La soluzione che meglio si armonizza con la previsione dell'esonero delle Società costituite o partecipate da Enti Locali dall'obbligo di nominare un vero e proprio R.U.P., dovrebbe ritenersi quella che esclude che questi Enti, nell'individuare i soggetti da adibire ai relativi compiti, siano tenuti in modo rigido a rispettare le previsioni del Codice e del Regolamento che identificano requisiti e le qualifiche che il soggetto da nominare a R.U.P. deve possedere.
Diversamente, infatti, cioè opinando che anche Enti privatistici debbono pedissequamente seguire le stesse regole previste dall'art. 10 del D.Lgs. 12-04-2006, n. 163 e del D.P.R. 05-10-2010, n. 207 per la scelta del R.U.P. da parte di Pubbliche Amministrazioni e Enti pubblici, verrebbero ad essere frustrate le ragioni sottese alla previsione derogatoria dell'art. 10, comma 9 cit. e svilite le peculiarità, organizzative e ordinamentali, favorevolmente apprezzate dal Legislatore codicistico.
Vero è, invece, che gli Enti privatistici in parola devono garantire che i compiti del R.U.P. siano esercitati in modo efficiente, economico, imparziale, trasparente e proporzionato ai fini pubblici perseguiti, come si desume dal coordinamento dell'art. 10, comma 9, D.Lgs. 12-04-2006, n. 163 e s.m.i. con l'art. 1, L. 07-08-1990, n. 241 e, ancor prima, con l'art. 2, D.Lgs. 12-04-2006, n. 163 medesimo.
Ciò significa, quindi, che, per tornare al quesito sottoposto, le Società pubbliche locali nell'operare la scelta del soggetto o dei soggetti da adibire ai compiti del R.U.P. ad esse applicabili:
- potranno operare con maggiore elasticità sul fronte organizzativo, operando la designazione in modo più confacente al proprio ordinamento interno;
- non potranno derogare alla regola - diretto corollario del principio di imparzialità e buon andamento dell'azione amministrativa ad esse applicabile - che impone di affidare i compiti del R.U.P. a un soggetto in grado di assolverli adeguatamente e, quindi, a un soggetto che, ancorché privo della qualificazione di tecnico, possa sopperire efficacemente alle sue lacune curriculari avvalendosi di soggetti adeguatamente qualificati in relazione alla tipologia e alla natura dell'intervento (cfr. art. 10, comma 7, D.Lgs. 12-04-2006, n. 163 e s.m.i.).
Fattura fittizia: l’Iva indicata va comunque versata all’erario.
La fattura emessa a fronte di operazioni inesistenti non può essere annullata da una successiva nota di credito, salvo che l’emittente non dimostri di aver eliminato il rischio di perdite erariali attraverso il ritiro della fattura prima dell’utilizzo da parte del destinatario. Di conseguenza, l’Iva esposta nella fattura fittizia è comunque dovuta all’Erario (articolo 21, comma 7, Dpr 633/1972).
Questo in sintesi il principio di diritto desumibile dalla sentenza della sezione tributaria della Corte di cassazione n. 21110, depositata il 13 ottobre.
L’Amministrazione finanziaria inviava a una società un avviso di rettifica Iva per l’anno di imposta 1997, con il quale si contestava l’emissione di fatture relative a operazioni inesistenti. In particolare, essendo l’imposta comunque dovuta in virtù del disposto di cui all’articolo 21, comma 7, Dpr 633/1972, veniva rettificata in diminuzione la detrazione di imposta indicata nella dichiarazione dall’emittente, in conseguenza del disconoscimento di una nota di credito che accordava la riduzione del prezzo con riferimento a una delle predette fatture fittizie.
L’ufficio motivava il recupero rilevando la totale assenza di documentazione (a parte la presenza di una deliberazione assembleare) che comprovasse l’effettiva vendita di un immobile industriale a un’altra società.
La Commissione tributaria provinciale respingeva il ricorso proposto dalla società accertata.
I giudici di secondo grado, invece, accoglievano l’appello della contribuente, rilevando che la stessa avesse comunque dato dimostrazione dell’effettività delle operazioni, per mezzo dell’esibizione del rogito di compravendita, nonostante quest’ultimo fosse stato stipulato a distanza di molti anni dalla data di emissione della documentazione fiscale. Di conseguenza, per i giudici di merito, la dimostrata effettività delle operazioni documentate nelle suddette fatture rendeva legittima anche la detrazione di imposta così come determinata dalla società a seguito dell’emissione della nota di credito.
Contro la pronuncia della Ctr, l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per Cassazione.
Il Supremo collegio ha accolto le ragioni dell’Agenzia, cassato la pronuncia della Ctr e definitivamente respinto il ricorso introduttivo della società ricorrente.
Preliminarmente, i giudici di legittimità hanno stabilito che un’operazione non può considerarsi esistente ai fini Iva se viene a mancare il suo presupposto giuridico che, nel caso di emissione di una fattura di acconto, ai sensi dell’articolo 6, comma 4, Dpr 633/1972, può essere costituito “…anche da un negozio soltanto obbligatorio (Cass. 705/1992, 371/1998)”. Il presupposto non può, in ogni caso, prescindere dall’esistenza di una obbligazione giuridicamente vincolante in quanto, secondo la Corte, “…l’obbligazione tributaria (e, quanto all’IVA, la sua connessa deducibilità) non sono liberamente disponibili dal contribuente”.
L’accertamento dell’inesistenza dell’operazione da una parte e la ricorrenza della norma di cui al comma 7 del citato articolo 21 dall’altra, fanno sorgere, quindi, in capo all’emittente delle fatture false, l’obbligo di corrispondere l’imposta.
La Cassazione ha anche respinto le doglianze avanzate con controricorso dalla società secondo le quali, a prescindere dalla querelle sull’esistenza o meno delle operazioni, l’emissione della nota di credito avrebbe comunque avuto l’effetto di cancellare l’obbligazione tributaria sorta con l’emissione della relativa fattura.
Sul punto, la Cassazione ha ritenuto che tale assunto possa trovare applicazione solamente quando “…colui che ha emesso la fattura ha, in tempo utile, eliminato completamente il rischio di perdite di entrate fiscali” riuscendo “a farsi restituire e a distruggere le fatture prima del loro uso da parte del destinatario”. Nel caso in esame, tale fatto non risulta essere stato dimostrato dalla parte ricorrente.
Gli insegnamenti della Corte
La sentenza in commento afferma diversi e importanti principi in materia di emissione di fatture concernenti operazioni inesistenti.
Innanzitutto, vi si afferma che la fatturazione in acconto relativa alla vendita di diritti immobiliari può ricondursi a “operazioni reali” e quindi non essere considerata fittizia, soltanto se supportata da un’idonea documentazione giuridica, rappresentata, nel caso di specie, dalla stipula di un contratto preliminare di vendita. In ogni caso, dopo aver rilevato l’inesistenza delle fatture in acconto per carenza di documentazione, a nulla rileva che la compravendita sia poi realmente avvenuta in una data successiva in quanto, detta evenienza non può sanare a posteriori e con effetto ex tunc l’inesistenza delle operazioni, la cui verifica va fatta sempre con riferimento al momento di emissione delle fatture.
Resta comunque inteso che secondo il richiamato articolo 21, comma 7, “… se viene emessa fattura per operazioni inesistenti (…) l’imposta è dovuta per l’intero ammontare indicato o corrispondente alle indicazioni della fattura”.
Altro principio molto importante è quello secondo cui la nota di credito può essere presa in considerazione a “storno” della fattura inesistente solamente se l’emittente si sia per tempo attivato al fine di prevenire il rischio di una perdita del gettito fiscale.
Tale tesi è conforme al principio espresso dalla Corte di giustizia (sentenza 19 settembre 2000, causa C-454/98) secondo cui, qualora si sia preservato il pericolo di danno erariale, inteso come eliminazione del rischio di perdite per le entrate tributarie, ritorna in auge il principio di neutralità fiscale dell'Iva, in base al quale, anche “…l'imposta indebitamente fatturata possa essere regolarizzata”.
L’emittente della fattura inesistente dovrà, pertanto, dimostrare che la fattura annullata con la nota di credito sia stata ritirata e distrutta prima che il destinatario l’abbia utilizzata nel conteggio dell'imposta da lui stesso dovuta. A tal proposito, si ricorda, infatti, che secondo l’indirizzo prevalente della Suprema corte (sentenze 12353/2005 e 7289/2001) la fattura per operazioni inesistenti non può essere portata in detrazione dal destinatario. Ciò in quanto, in tali casi verrebbe a mancare il presupposto per la detraibilità previsto dall’articolo 19 del Dpr 633/1972, inteso quale sussistenza di un “reale” acquisto di beni e/o servizi nell’esercizio dell’impresa, arte o professione.
Disinvestimento del patrimonio ereditato.
Un terreno ereditato sul quale viene costruito un immobile da destinare allo svolgimento di un’attività economica viene poi venduto. Può ravvisarsi ai fini Iva l’esercizio di attività economica?
Nel caso esposto non sussistono i requisiti idonei a qualificare il soggetto come imprenditore, in quanto non sussiste un esercizio professionale e sistematico di una attività economica diretta alla produzione o allo scambio di beni e servizi idonea a realizzare il presupposto soggettivo ai fini della applicazione dell’imposta sul valore aggiunto, bensì un’attività occasionale di disinvestimento del patrimonio costituito dall’immobile.
I rolling spot cambiano livello. E trovano le minusvalenze.
A partire dal settembre del 2010, le compravendite di valuta estera sul Forex, regolate per differenza, sono inquadrate dal Testo unico della finanza (Tuf, Dlgs 58/1998) fra i contratti finanziari differenziali. Di conseguenza, i relativi redditi vanno ricompresi fra quelli indicati alla lettera c-quater dell’articolo 67, primo comma, del Tuir. L’indicazione arriva con la risoluzione n. 102/E del 25 ottobre.
L’Agenzia delle Entrate adegua, così, la sua interpretazione sul tema – precedentemente contenuta nella risoluzione n. 67/E del 6 luglio 2010 – alla luce dell’intervento normativo attuato sul Tuf, per effetto del quale i “…contratti di acquisto e di vendita di valuta, estranei a transazioni commerciali e regolati per differenza, anche mediante operazioni di rinnovo automatico (cd. roll-over)” sono finiti, Tuir alla mano, fra i derivati.
Per le persone fisiche che non agiscono nell’esercizio d’impresa, quindi, anche i rolling spot escono, dal 19 settembre 2010 (data di entrata in vigore della modifica al Testo unico della finanza), dalla lettera c-quinquies, primo comma, dell’articolo 67, avente imperio – fra l’altro – su plusvalenze e altri proventi derivanti da differenziali positivi di contratti aleatori.
Il passaggio - sempre all’interno della categoria dei redditi diversi - da una lettera all’altra ha come conseguenza la possibilità, per il contribuente, di determinare la base imponibile (assoggettata poi a imposta sostitutiva) scomputando le “minusvalenze”. Mentre, infatti, i proventi inquadrati dalla lettera c-quinquies “sono costituiti dalla differenza positiva…”, i redditi della lettera c-quater sono pari alla somma algebrica dei differenziali positivi o negativi - nonché degli altri oneri o proventi, percepiti o sostenuti, in relazione a ciascuno dei rapporti.
Arriva il nuovo redditometro. Piena operatività dal 2012.
Cambio di prospettiva, dunque, rispetto al precedente meccanismo basato sul rapporto fra la disponibilità di determinati beni e quanto dichiarato. Il nuovo redditometro punta, invece, sul concetto di spesa effettiva. “E’ innanzitutto uno strumento di compliance a disposizione dei contribuenti - ha spiegato oggi il direttore dell’Agenzia, Attilio Befera - che consente di rilevare la coerenza tra le loro spese e il reddito che hanno dichiarato”.
Il direttore dell’Accertamento, Luigi Magistro, che ne ha illustrato il funzionamento e le finalità, sottolinea che “Si tratta di un prodotto assolutamente attendibile, in quanto la stima è ancorata a dati di spesa certi, non ipotizzati, che si vanno a confrontare con l’elemento redditi dichiarati”.
Il nuovo redditometro sarà utilizzato a partire dalle dichiarazioni dei redditi per l’anno 2009.
Per la stima del reddito, vengono prese in considerazione più di cento voci, indicative di capacità di spesa, divise in sette categorie:
abitazione (abitazione principale, altre abitazioni, mutui, ristrutturazioni, collaboratori domestici, arredi, utenze, ecc.)
mezzi di trasporto (auto, minicar, caravan, moto, barche, ecc.)
contributi e assicurazioni (contributi previdenziali, responsabilità civile, incendio e furto, vita, ecc.)
istruzione (asili nido, scuola per l’infanzia, primaria e secondaria, corsi di lingue straniere, master, ecc.)
attività sportive e ricreative e cura della persona (sport, iscrizioni a circoli, cavalli, abbonamenti pay-tv, alberghi, centri benessere, ecc.)
altre spese significative (oggetti d’arte e antiquariato, gioielli, donazioni, ecc.)
investimenti immobiliari e mobiliari netti (valutazione separata fra biennio precedente e anno di stima).
Il rapporto fra queste voci di spesa e il reddito dichiarato rileverà il “grado di coerenza” dei contribuenti.
La metodologia di stima si riferisce a gruppi omogenei di famiglie, differenziate per aree geografiche. Sono stati, infatti, individuati 11 gruppi rappresentativi della compagine sociale (coppie o single differenziati in base all’età, alla presenza o meno di figli, al numero di figli, ecc.), ai quali sono stati poi applicati criteri di appartenenza geografica (nord ovest, nord est, centro, sud e isole).
Per ciascun gruppo si seleziona, attraverso criteri statistici, un campione rappresentativo di famiglie assai ampio, che deve esprimere “realtà normali”: la capacità di spesa rilevata, cioè, deve essere in linea con le entrate dichiarate.
Se le spese effettive sono superiori al reddito, emerge una situazione di “non coerenza” che, a seconda dello scostamento, può generare un rischio di evasione basso, medio o alto. Nel primo caso non ci sarà nessuna conseguenza, nel secondo caso il contribuente dovrà fornire adeguati chiarimenti, in assenza dei quali si procede all’accertamento sintetico basato sulle spese sostenute (articolo 38, comma 4, Dpr 600/1973) o su un diverso strumento presuntivo (previsto dal comma 5 dell’articolo 38, attualmente in fase di studio).
Da novembre partirà una fase di sperimentazione in collaborazione con le Associazioni di categoria e gli Ordini professionali. Attraverso un software disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate, saranno acquisiti alcuni casi per testare il nuovo strumento. I dati saranno inviati, tramite il portale www.sose.it, alla Società per gli studi di settore (Sose), che provvederà alla valutazione e alla successiva restituzione dei file. Se necessario, il soggetto che ha inoltrato i dati potrà essere contattato per eventuali approfondimenti. Le elaborazioni potranno essere oggetto di osservazioni attraverso un canale appositamente attivato. Ai contribuenti che faranno parte della sperimentazione è garantito l’anonimato. La fase di test e valutazione del nuovo redditometro terminerà a fine febbraio 2012.
Il valore dell’avviamento nelle cessioni d’azienda a rischio verifica.
Il tema di accertamento, il valore dell’avviamento nelle cessioni d’azienda o di rami d’azienda è un’attività complessa che richiede un’analisi approfondita e specifica della realtà e anche del contesto in cui si colloca l’operazione di cessione. Sul piano pratico quando gli uffici procedono alla verifica della congruità del valore dell’avviamento nei trasferimenti d’azienda, applicano spesso metodi di riscontro basati su formule rigide e stereotipate che possono portare a valori del tutto avulsi dalla realtà. Per questo è necessario prestare la dovuta attenzione nelle cessioni avviate nei mesi scorsi e che stanno per essere concluse con la fine del 2011.
Penale versata è deducibile dal reddito d’impresa.
Con la Sentenza n. 19702/2011 la Corte di Cassazione ha stabilito che le penalità contrattuali costituiscono un patto accessorio al contratto, che non ha natura sanzionatoria o punitiva, ma assolve alla funzione di liquidare preventivamente la prestazione risarcitoria. Di conseguenza, le somme corrisposte a titolo di penali contrattuali, essendo inerenti all’attività d’impresa, costituiscono sopravvenienze passive deducibili in sede di determinazione del reddito d’impresa ai sensi dell’art. 101, comma 4 del Tuir.
Lite fiscale pendente: l’istanza fissa la somma dovuta.
La lite fiscale pendente al 1° maggio 2011, in cui l’Agenzia delle Entrate è parte del contenzioso, di valore non superiore a 20.000 €, si definisce con il pagamento di una somma forfetaria, diversa a seconda del valore della lite. Tale valore è quello risultante al momento della presentazione della domanda di definizione da parte del contribuente. Pertanto, se al 1° maggio 2011 è intervenuta una sentenza, è necessario calcolare quanto versare sulla base del contenuto di tale pronuncia, salvo che non sia stata già presentata la domanda di definizione.
Avviso esecutivo e intimazione ad adempiere.
Per poter essere esecutivi, i nuovi avvisi di accertamento devono contenere l’intimazione ad adempiere all’obbligo di pagamento degli importi in essi indicati entro il termine per la proposizione del ricorso. Si tratta di corrispondere un terzo delle maggiori imposte accertate e degli interessi entro il termine per la proposizione del ricorso alla controparte(generalmente entro 60 giorni dalla notifica dell’avviso di accertamento), a nulla rilevando la data di costituzione in giudizio presso la competente Commissione tributaria.
Responsabilita' soci amministratori di S.r.l.
L'art. 2476 del codice civile disciplina la responsabilità degli amministratori e al comma 7 estende tale responsabilità anche ai soci. Nel caso in cui un socio riveste anche la carica di amministratore, quale responsabilità è possibile attivare? Quella dell'amministratore, quella del socio o entrambe?
L'art. 2476, comma 7, c.c. stabilisce che sono "solidalmente responsabili con gli amministratori i soci che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi".
Tale responsabilità è applicabile nei casi di effettiva ingerenza nella gestione sociale da parte del socio.
In ogni caso, la responsabilità del socio resta circoscritta al pregiudizio derivante da operazioni realizzate con la partecipazione degli amministratori. A tal proposito è opportuno ricordare che la partecipazione degli amministratori può consistere nell'assunzione di una determinata decisione successivamente approvata dai soci, ovvero nell'esecuzione di una decisione assunta dai soci stessi, autonomamente o in accordo con gli stessi amministratori.
La responsabilità del socio ha natura accessoria rispetto a quella degli amministratori. Di conseguenza, questa non è configurabile in assenza di una responsabilità anche degli amministratori.
Infine, affinché si possa configurare una responsabilità del socio è necessario che il socio ingeritosi nella gestione non sia anche un amministratore della società: in tal caso, infatti, l'amministratore risponderebbe dei danni cagionati dalla propria condotta ai sensi dell'art. 2476, comma 1 (responsabilità verso la società) e comma 6 c.c. (responsabilità verso il singolo socio o un terzo), in forza della titolarità del potere/dovere di amministrazione.
Fatte queste premesse, nei confronti del socio di una S.r.l. che rivesta anche la carica amministratore potrà essere attribuita solo la responsabilità derivanti da tale carica.
Detrazione Irpef per la figlia maggiorenne a carico.
Mia figlia, maggiorenne, é separata ed é tornata a vivere insieme a me. Non ha reddito, non percepisce alimenti dal marito: posso portarla in detrazione quale figlia a carico?
L’Agenzia delle Entrate, in merito alle detrazioni per carichi di famiglia di cui all’articolo 12 del Tuir, ha chiarito (circolare n. 95 del 12 maggio 2000) che esse spettano anche per i figli a carico maggiorenni e per quelli sposati, anche se non conviventi con il genitore, a condizione che essi non abbiano un reddito annuo complessivo superiore a 2.850,51 euro.
Controversie fiscali pendenti: come individuarle e chiuderle.
La circolare n. 48/E del 24 ottobre dà tutte le indicazioni per chiudere le liti fiscali pendenti dinanzi agli organi della Giustizia tributaria (Commissioni tributarie provinciali e regionali, sezioni regionali della Commissione tributaria centrale e Corte di cassazione), che vedono coinvolta l’Agenzia.
L’opportunità è stata prevista dalla manovra di luglio per la stabilizzazione finanziaria (articolo 39, comma 12, decreto legge 98/2011).
La norma consente di definire tutte le liti fiscali in cui è parte l’Agenzia delle Entrate, riguardanti atti impositivi (in particolare, avvisi di accertamento e atti di irrogazione sanzioni), il cui valore - al netto di sanzioni ed interessi - non superi i 20.000 euro, pendenti in ogni stato e grado del giudizio alla data del 1° maggio 2011 (vale a dire che, entro quella data, deve essere stato proposto l’atto introduttivo del giudizio in primo grado) e per le quali, prima dell’entrata in vigore del Dl 98 (5 luglio 2011), non sia intervenuta pronuncia giurisdizionale definitiva.
Nel documento di prassi, viene in particolare chiarito il concetto di “lite pendente”, precludendo l’accesso alla definizione per le controversie relativamente alle quali si è formato giudicato nel periodo dal 1° maggio al 5 luglio 2011.
E’ poi indicato come determinare il valore delle “liti autonome” anche in caso di ricorso cumulativo, di impugnazione parziale e di impugnazione di avvisi di accertamento conseguenti a rettifica di perdite.
Molto dettagliato lo spazio dedicato all’“ambito di definibilità delle liti”, sia per quanto riguarda le tipologie di atti impugnati sia per quanto riguarda i diversi tributi oggetto della giurisdizione tributaria.
La circolare illustra poi le modalità procedurali della definizione, spiegando come calcolare e quando versare gli importi necessari, o come scomputare le somme già versate in pendenza di giudizio. Due gli adempimenti da porre in essere per perfezionare la procedura di definizione agevolata: pagare il dovuto entro il 30 novembre 2011 attraverso il modello “F24 Versamenti con elementi identificativi” (codice tributo 8082) e presentare in via telematica la domanda di definizione entro il 2 aprile 2012.
Per le liti potenzialmente definibili opera la sospensione dei giudizi e dei termini processuali fino al 30 giugno 2012. La sospensione del giudizio sarà protratta fino al 30 settembre 2012 per le controversie in relazione alle quali gli uffici avranno accertato la presentazione della domanda di definizione. Entro quella data, l’Amministrazione fiscale verificherà il perfezionamento della domanda e, in caso di accoglimento, comunicherà al competente organo giurisdizionale l’avvenuta estinzione della lite.
In limitate ipotesi (condizioni di obiettiva incertezza o di particolare complessità del calcolo), al contribuente che, pur osservando una “normale diligenza nella determinazione del valore della lite e nel calcolo degli importi dovuti”, non ha versato esattamente quanto dovuto, l’ufficio potrà riconoscere la scusabilità dell’errore, invitandolo a versare la differenza entro 30 giorni, senza decadere dalla definizione.
Quesito: dichiarazione per marittimi.
sono un Marittimo Italiano, ho trovato imbarco su di una nave battente bandiera St. Vincent and Grenadine, regolare contratto, risiedo meno di 60gg all-anno in Italia dove ho la residenza, la societa' che gestisce la nave risiede alle Marhalls Island
Lo stipendio va dichiarato o sono esente?
Ente ecclesiastico gestisce casa di riposo: deve iscriversi all'anagrafe delle Onlus?
Un ente ecclesiastico con intesa gestisce, con attività e contabilità separata, una casa di riposo e devolve prevalentemente il 5 per mille attribuito a favore di bisogni specifici di una comunità africana. Posto che per la casa di riposo le norme applicabili sono anche quelle proprie che disciplinano le ONLUS, si chiede se l'ente ecclesistico debba essere iscritto all'anagrafica delle ONLUS e, se, in caso negativo, l'eventuale costituzione di un ramo ONLUS separato dall'attività istituzionale e da quelle commerciali, con una propria gestione autonoma, sottoposta però al controllo dell'ente ecclesiastico pone problemi di legitimità e/o solleva altre problematiche fiscali.
L'argomento posto nel quesito dal gentile lettore è di rilevante interesse ma presenta diverse difficoltà interpretative; è, pertanto, difficile fornire una risposta esaustiva.
L'istituzione dell'anagrafe Onlus, ex art. 11 del D.Lgs. n. 460/1997, non ha effetti soltanto dichiarativi dello status di organizzazione priva di lucro con finalità di utilità sociale, ma anche costitutivi, tant'è che la stessa disposizione in esame demanda all'Agenzia delle Entrate il compito di verificare, anche successivamente all'iscrizione, la sussistenza di tutti i requisiti di cui all'art. 10 dello stesso corpus normativo. Infatti, la perdita dello status di Onlus non ha soltanto risvolti di carattere fiscale, ma si traduce in una perdita d'immagine e di una serie di benefici previsti dalla legge ad altri fini. Il perno intorno cui ruota tale ricostruzione interpretativa è l'idea secondo cui l'iscrizione o la cancellazione dall'anagrafe Onlus attiene a una situazione giuridica soggettiva dell'Ente, costitutiva di un vero e proprio status e come tale il relativo provvedimento è di carattere prodromico rispetto alla fruizione del relativo trattamento tributario concernente singole esenzioni od agevolazioni, che pur sempre devono essere connesse al singolo rapporto giuridico d'imposta. Secondo autorevole dottrina l'iscrizione nell'anagrafe Onlus non avrebbe carattere solamente tributario ma avrebbe una valenza giuridica più ampia, addirittura tale da far parlare di un vero e proprio status.
Si ritiene, pertanto, che l'iscrizione all'anagrafe delle ONLUS sia necessaria; bisogna però comprendere se l'ente ecclesiastico ha i requisiti necessari per ottenere lo status di ONLUS perché dal quesito non appare chiaro.
Si ritiene che se vi sono i requisiti previsti dall'articolo 10, comma 9, del D.Lgs. n. 460/1997, non sia necessario costituire un ramo ONLUS come quello indicato dal gentile lettore; sulla specificità dell'argomento, però, non si è riscontrato nella prassi ministeriale consultata alcuna interpretazione, a parte la recente circolare n.38/E del 1 agosto 2011 dell'Agenzia delle Entrate. In tale occasione i tecnici ministeriale hanno affermato che, alla luce delle diverse formule organizzative e delle mutate esigenze gestionali che hanno interessato negli ultimi tempi il terzo settore, un diverso orientamento interpretativo in base al quale gli enti pubblici e le società commerciali possono costituire (o partecipare ad) ONLUS, ancorché nella compagine sociale i soggetti di cui all'art. 10, comma 10, del D.lgs. 460/97 (cd. enti esclusi) siano numericamente prevalenti o assumano un ruolo determinante nella definizione degli atti di indirizzo e di gestione dell'ente ONLUS.
Alle stesse conclusioni si perviene anche nel caso delle fondazioni ONLUS, qualora l'organo esecutivo sia formato in maggioranza da soggetti scelti dagli enti pubblici o dalle società commerciali che hanno costituito le medesime fondazioni.
In ogni caso, sempre secondo la circolare, l'amministrazione finanziaria ritiene che gli "enti esclusi" dalla qualifica di ONLUS possano costituire (o partecipare ad) un soggetto giuridico autonomo avente la qualifica fiscale di ONLUS, a prescindere dalla circostanza che i medesimi "enti esclusi" intervengano o meno nell'assunzione delle determinazioni della ONLUS stessa.
Spese d'iscrizione al conservatorio di musica.
Le spese sostenute per l’iscrizione ai conservatori di musica sono detraibili dal reddito?
I conservatori di musica e gli istituti musicali pareggiati, ai sensi della legge 508/1999, sono equiparati alle università, in quanto sedi primarie di alta formazione, di specializzazione e di ricerca nel settore artistico e musicale. L’equiparazione non sussiste per gli istituti musicali privati.
Pertanto, le spese sostenute per l’iscrizione ai corsi istituiti ai sensi del Dpr 212/2005 presso i conservatori di musica e gli istituti musicali pareggiati risultano detraibili nella misura del 19% (articolo 15, comma 1, lettera e, del Tuir), al pari delle spese sostenute per l’iscrizione ai corsi universitari.
Non beneficiano della detrazione Irpef le spese per l’iscrizione agli istituti musicali privati.
Cartella di pagamento aggiornata alle nuove regole per fare ricorso.
Alla luce delle novità introdotte dalla manovra finanziaria dello scorso luglio cambiano faccia le avvertenze della cartella di pagamento. Per i ricorsi notificati dopo il 6 luglio si applica, infatti, il contributo unificato in sostituzione dell’imposta di bollo ed è obbligatorio comunicare il codice fiscale e l'indirizzo di posta elettronica certificata. Le novelle avvertenze, ovviamente, non riguardano gli avvisi di accertamento esecutivo.
Con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate, pubblicato oggi, vengono recepite le modifiche introdotte in materia dal Dl 98/2011 e che riguardano le modalità di presentazione del ricorso in relazione agli atti emessi dall’Amministrazione finanziaria prevalentemente a seguito dei controlli automatizzato e formale delle dichiarazioni (articoli 36-bis e 36-ter del Dpr 600/1973).
Addio all’imposta di bollo
Per i ricorsi tributari notificati dopo il 6 luglio 2011 non bisogna più pagare l’imposta di bollo ma versare il contributo unificato che ha un differente valore a seconda del valore della controversia.
Il provvedimento chiarisce che è indispensabile indicare il codice fiscale sia del contribuente sia del rappresentante in giudizio e l’indirizzo di posta elettronica certificata (pec) del difensore o del contribuente.
Il contributo unificato aumenta del 50% se il ricorrente non indica il codice fiscale o il difensore non comunica l’indirizzo e-mail.
Tutte per un solo scopo celato, non funziona è attività stabile.
L’esistenza di una stabile organizzazione di una società con sede all’estero può desumersi da elementi di fatto tali da far ritenere che i soggetti operanti nel territorio italiano agiscano nell’interesse del soggetto estero (es. stipulazione di contratti, rapporti con la clientela eccetera). Al riguardo, l’accertamento dei requisiti del centro di attività stabile, o stabile organizzazione, ivi compresi quello di dipendenza e quello di partecipazione alla conclusione di contratti - o alle sole trattative - in nome della società estera (anche al di fuori di un potere di rappresentanza in senso proprio), deve essere condotto non solo sul piano formale, ma anche - e soprattutto - su quello sostanziale. Tale concetto di stabile organizzazione non è incompatibile con la personalità giuridica di cui la stessa sia eventualmente fornita, poiché l'autonoma soggettività giuridica non assume rilievo quanto alla imputazione dei rapporti fiscali (6799/2004); va escluso che la struttura organizzativa debba essere di per sé produttiva di reddito, ovvero dotata di autonomia gestionale o contabile (7682/2002).
Sentenza n. 20597 del 7 ottobre 2011 (ud. del 15 giugno 2011)
Corte di cassazione, sezione tributaria – Pres. D’Alonzo, Rel. Bernardi
Accertamento – Stabile organizzazione di società estera – Individuazione – Criteri – Domicilio fiscale – Luogo di svolgimento dell’attività prevalente
Esenzione dall’imposta di bollo degli atti inerenti l’attività delle Onlus.
Vige l'esenzione per le Onlus da imposta di bollo sui contratti bancari (conto titoli, c/c ordinario ecc.)?
Tutti gli atti richiesti o posti in essere (ad esempio, i contratti) dalle Onlus, compresi quelli stipulati con le amministrazioni pubbliche, sono esenti dall’imposta di bollo in quanto espressamente menzionati nell’articolo 27-bis della tabella allegata al Dpr 642/1972. La disposizione prevede infatti che atti, documenti, istanze, contratti, nonché copie anche se dichiarate conformi, estratti, certificazioni, dichiarazioni e attestazioni poste in essere o richiesti da organizzazioni non lucrative di utilità sociale e dalle federazioni sportive ed enti di promozione sportiva riconosciuti dal Coni, sono esenti dall’imposta di bollo in modo assoluto.
Giudici tributari confermano: indeducibili i costi da reato.
La Ctp di Ravenna, con la sentenza 133/2011, respingendo il ricorso presentato da una società di capitali, ha confermato ancora una volta l’indeducibilità dei costi “da reato”.
Giova evidenziare che, nella parte motivazionale della pronuncia, i giudici hanno fornito alcune importanti precisazioni giuridiche relative all’ambito di operatività della norma che sancisce l’indeducibilità dei componenti negativi riconducibili a fatti, atti o attività “qualificabili” come reato; tale disposizione normativa, più precisamente, è contenuta nel comma 4-bis dell’articolo 14 della legge 537/1993, introdotto con la Finanziaria per il 2003: “Nella determinazione dei redditi di cui all’articolo 6, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, non sono ammessi in deduzione i costi o le spese riconducibili a fatti, atti o attività qualificabili come reato, fatto salvo l’esercizio di diritti costituzionalmente riconosciuti”.
Puntuali indicazioni in merito alle concrete modalità applicative, nonché al campo di applicazione della norma appena citata, sono state fornite dall’Agenzia delle Entrate con circolare 42/2005, alla quale si rinvia per una più approfondita analisi di tali aspetti.
La contestata indeducibilità dei costi “da reato”
Così come si legge nelle motivazioni dell’arresto in esame, emerge che, ai fini dell’imposizione diretta, “sono in contesa fatture relative ad operazioni soggettivamente inesistenti e che si contende, quindi, su fattispecie rientranti nella previsione di cui all’art. 2, D.Lgs. 74/2000, concernente la ‘Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti’…”.
Il collegio di merito, inoltre, puntualizza che “E’ di tutta evidenza che si tratta di fattispecie penalmente rilevanti, rientranti nella disciplina di cui all’art. 14, comma 4 bis, L.537/1993…”.
La decisione sulla indeducibilità dei costi “da reato”
I giudici tributari, nella parte motivazionale della loro pronuncia, così come già accennato, hanno espresso alcuni principi giuridici di portata generale, che possono assumere fondamentale importanza in tutte le ipotesi in cui deve trovare concreta applicazione la citata disposizione normativa che prevede l’indeducibilità dei costi “da reato”.
Più in dettaglio, tali principi generali possono essere così riassunti:
viene dato conto, in maniera puntuale e corretta, che, relativamente alla questione fiscale in contestazione (indeducibilità dei costi “da reato”), si è avuto di recente un intervento della Suprema corte; in particolare, i giudici provinciali hanno evidenziato che “La pronuncia della Corte Costituzionale interviene con l’Ordinanza, in atti, n. 73 del 3/3/2011, che dichiara manifestamente inammissibili, per inadeguata motivazione sulla rilevanza, le eccezioni formulate dalla rimettente C.T.P. di Terni con propria ordinanza del 11/11/2009”
viene sancito che, in ipotesi di componenti negativi considerati indeducibili ex comma 4-bis dell’articolo 14 della legge 537/1993 in quanto riconducibili a fatti, atti o attività “qualificabili” come reato, non può determinarsi una sospensione del processo tributario fino alla definizione del giudizio penale. In particolare, a tale proposito, la Commissione di merito ha sottolineato che “nella udienza del 14/6/2011 il ricorrente, ritenendo la decisione…della Corte Costituzionale né utilizzabile, né tantomeno risolutiva ai fini del presente contenzioso, chiede la sospensione del procedimento fino alla definizione del giudizio penale. L’ufficio si oppone a tale istanza. La Commissione, reputando quest’ultima infondata, la respinge e decide nel merito”
viene riconosciuta l’autonomia del comma 4-bis dell’articolo 14 della legge 537/1993 (indeducibilità dei costi “da reato”) rispetto al comma 4 (tassabilità dei proventi illeciti) dello stesso articolo. A tale proposito, è significativo un passaggio della decisione citata dove i giudici affermano che “non pare sussistere alcuna relazione di dipendenza diretta fra i commi 4 (proventi illeciti) e 4 bis (costi da reato) dell’articolo 14 L. 537/1993. Al di là della collocazione della norma, non vi sono elementi che conducono a collegare il comma 4 bis al comma 4. In tal senso, non può deporre un’interpretazione letterale; e ciò perché il campo di operatività delle due norme appare autonomo, risultando indeducibili i costi che fanno riferimento a fattispecie qualificabili come reato”
viene evidenziato che non vi è violazione dell’articolo 53 della Costituzione da parte della norma che sancisce l’indeducibilità dei costi “da reato”. Più precisamente, la Ctp di Ravenna ha ritenuto che “né può essere configurata una violazione dell'art. 53 Cost. della norma che sancisce tale indeducibilità, posto che l’ordinamento giuridico in tema di imposizione non classifica tra le voci del conto economico costi e spese derivanti da attività illecite”
viene, inoltre, affermato che la notitia criminis fa scattare la ripresa a tassazione dei costi “da reato” con la conseguenza “della indeducibilità dei componenti negativi riconducibili a fatti, atti o attività illecite, in relazione a reati per i quali pende procedimento penale”.
Conclusioni dei giudici tributari
Applicando i principi generali appena schematizzati al caso specifico in decisione, l’organo giudicante ha ritenuto che “Se ne deve, quindi, concludere che i dedotti costi, derivanti da operazioni soggettivamente inesistenti oggetto di specifica ‘notitia criminis’ alla Procura della repubblica presso il Tribunale di Ravenna di cui in atti, non sono deducibili ex art. 14, comma 4 bis, L. 537/1993. Il gravame, pertanto, è infondato e va respinto…”.
Precedente giurisprudenza di merito conforme
E’ importante notare che la Ctp di Ravenna, decidendo con la pronuncia in commento nel senso della indeducibilità dei costi “da reato”, consolida un proprio precedente orientamento giurisprudenziale in quanto anche in passato i giudici tributari romagnoli avevano espresso la medesima determinazione conclusiva, compiendo, fra l’altro, le stesse importanti precisazioni giuridiche in merito alle modalità concrete di applicazione della norma (comma 4-bis dell’articolo 14 della legge 537/1993).
Precedenti giurisprudenziali di merito conformi si individuano anche in altre tre pronunce della Ctp di Ravenna (112/2008, 113/2008, 57/2008).
Indagini bancarie: tra coniugi la presunzione legale è di rito.
Ancora una volta, la Cassazione, con la sentenza 21132 del 13 ottobre, torna a occuparsi della legittimità dell’accertamento fiscale fondato sulle presunzioni connesse alle movimentazioni – in entrata e in uscita – sui conti correnti bancari e/o postali (articoli 51 del Dpr 633/1972 e 32 del Dpr 600/1973) intestati non solo al soggetto accertato ma anche a persone a quest’ultimo in qualche modo legate, familiari e/o terzi (cfr Cassazione, sentenza 20449/2011).
La vicenda ha origine da una serie di accertamenti Iva, emessi da un ufficio finanziario nei confronti di una contribuente, anche a seguito di verifiche bancarie, con i quali le veniva contestata l’omessa fatturazione di operazioni imponibili e omessa dichiarazione, nonché la mancata istituzione delle scritture contabili.
La contribuente impugna gli atti impositivi nella competente Commissione tributaria provinciale, sostenendo di non aver svolto attività di lavoro autonomo, come affermato dall’Erario, bensì di lavoro subordinato, in qualità di dipendente del coniuge professionista.
I giudici di primo grado accolgono il ricorso, nella considerazione che non era stata dimostrata, da parte dell’Amministrazione finanziaria, l’attività di lavoro autonomo svolta dalla ricorrente.
Il successivo appello proposto dall’ufficio viene respinto, sempre con l’argomentazione per cui non erano applicabili, al caso di specie, le presunzioni di cui all’articolo 51 del Dpr Iva, non essendo stata dimostrata l’attività di lavoro autonomo svolta dalla ricorrente.
L’Amministrazione finanziaria propone ricorso per Cassazione deducendo, come unico motivo, la violazione e la falsa applicazione del citato articolo 51 del Dpr Iva e contestando l’esattezza del presupposto assunto dal giudice di merito – circa la necessità di una previa prova della sussistenza di un lavoro autonomo, affinché operi la presunzione di cui alla richiamata norma – il quale non ha posto a carico del contribuente l’onere di dimostrare che le operazioni registrate nei conti correnti bancari non afferiscono a operazioni imponibili.
La Corte suprema accoglie il ricorso.
Al riguardo, i giudici di legittimità richiamano precedenti pronunce nelle quali hanno avuto modo di affermare che l’utilizzo “…dei dati acquisiti presso le aziende di credito, non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività d’impresa; infatti, se non viene contestata la legittimità dell’acquisizione dei dati risultanti dai conti correnti bancari, i medesimi possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di una eventuale attività occulta (impresa, arte o professione) sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, essendo onere del contribuente dimostrare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti (Cass. 2435/01)” (Cassazione, sentenza 9573/2007).
In ordine all’onere della prova, la Cassazione ricorda che, per consolidato orientamento giurisprudenziale in tema di accertamento Iva, “… la presunzione, stabilita dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 51, comma 2, n. 2, secondo la quale i singoli dati ed elementi risultanti dai conti bancari sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti previsti dal successivo art. 54, se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto nelle dichiarazioni o che non si riferiscono ad operazioni imponibili, ha un contenuto complesso, consentendo di riferire i movimenti bancari all’attività svolta in regime IVA, eventualmente dalla persona fisica, e di qualificare gli accrediti come ricavi e gli addebiti come corrispettivi degli acquisti; essa può essere vinta dal contribuente che offra la prova liberatoria che dei movimenti egli ha tenuto conto nelle dichiarazioni, o che questi non si riferiscono ad operazioni imponibili (così, ex plurimis, 3929/2002)” (Cassazione, sentenza n. 26692 del 2005).
La pronuncia in commento contiene argomentazioni già fatte proprie dalla giurisprudenza di legittimità, a sostegno di due rilevanti principi di diritto in materia di presunzioni reddituali su movimentazioni finanziarie.Il primo (cfr Cassazione, sentenze 10578/2011, 587, 18081 e 23873 del 2010 e 7766/2008) statuisce che quando l’accertamento, effettuato dall’ufficio finanziario, si fonda su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto attraverso i soli dati e gli elementi risultanti dai conti predetti, e si determina un’inversione dell’onere della prova, a carico del contribuente, il quale deve dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non sono riferibili a operazioni imponibili.
Il secondo, invece, (cfr Cassazione, sentenze 10578/2011, 13807/2010, 18111/2009 e 9573/2007) si fonda sulla considerazione per cui, quando sussistono flussi finanziari che non trovano corrispondenza nella dichiarazione dei redditi, il recupero fiscale non è subordinato alla prova preventiva – da parte dell’Amministrazione – che il contribuente eserciti una specifica attività.
In altri termini, in assenza di contestazione sulla legittimità dell’acquisizione dei dati risultanti dai conti correnti bancari, gli stessi dati possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta (impresa, arte o professione) sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, incombendo al contribuente l’onere di dimostrare la non rilevanza fiscale dei movimenti bancari, che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni.
Ne consegue, per un verso, che, sulla base dell’esistenza di una presunzione legale, l’Amministrazione finanziaria è sempre dispensata dal dover dimostrare la sua pretesa (cfr Cassazione, sentenza 11750/2008), dall’altro, che la prova contraria fornita dal contribuente deve essere circostanziata (cfr Cassazione, sentenza 14847/2008), nel senso che non può essere solo generica e cioè relativa all’attività esercitata, ma deve essere altresì, specifica, ciò soprattutto quando il contribuente utilizza il conto corrente a lui personalmente intestato anche per maneggio di danaro altrui (cfr Cassazione, sentenza 13818/2007).
In quest’ultima ipotesi, il contribuente deve fornire la prova analitica della riferibilità di ogni movimentazione bancaria alla sua attività di gestione di danaro di altri soggetti, diversamente la rispettiva movimentazione, in assenza di altra idonea giustificazione, è configurabile quale corrispettivo non dichiarato.
Fonte. Agenzia Entrate
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References: articolo 21
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 art. 2
 art. 10
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 art. 11

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 art. 14
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 articolo 51
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 art. 54
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 art. 243