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Timestamp: 2020-08-10 09:23:26+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 12404 del 16/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12404 del 16/06/2016
Cassazione civile sez. III, 16/06/2016, (ud. 04/03/2016, dep. 16/06/2016), n.12404
sul ricorso 2493/2014 proposto da:
CONSORZIO UNISERVICE, (OMISSIS), in persona del legale
rappresentante M.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
rappresentato e difeso dall’avvocato LUCA BIANCHI giusta procura a
CONSORZIO EUROSEL IN LIQUIDAZIONE;
avverso la sentenza n. 3908/2012 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
04/03/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LUCIANA BARRECA;
1.- Con la sentenza impugnata, pubblicata il 30 novembre 2012, la Corte d’Appello di Milano ha rigettato l’appello proposto dal Consorzio Uniservice avverso la sentenza emessa dal Tribunale di Milano nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo introdotto dal Consorzio Eurosel, in liquidazione.
Quest’ultimo si era opposto alla ingiunzione di pagare la somma di Euro 26.000,00, oltre spese ed accessori, richiesta ed ottenuta dal Consorzio Uniservice a titolo di corrispettivi per servizi prestati.
Il giudice di primo grado, rigettate le eccezioni processuali sollevate dal Consorzio opposto, aveva accolto l’opposizione e revocato il decreto ingiuntivo, stimando che l’opposto avesse effettuato dei servizi per conto dell’opponente ma che quest’ultimo avesse corrisposto quanto dovuto, versando la somma di Euro 10.000,00, per il pagamento dei servizi effettivamente ricevuti.
2.- Il Consorzio Uniservice proponeva appello, dolendosi dell’omessa pronuncia in ordine all’eccepito difetto di rappresentanza processuale dell’opponente e della nullità della sentenza impugnata per carenza di procura alle liti rilasciata da soggetto privo di poteri rappresentativi, nonchè dell’erroneità della sentenza a proposito della debenza della somma ingiunta.
La Corte d’Appello – ritenuti infondati i motivi relativi al difetto di rappresentanza processuale dell’opponente ed all’invalidità della procura alle liti- ha confermato la decisione del primo giudice circa la mancanza di prova scritta ai sensi dell’art. 634 c.p.c. e la mancanza di prova dell’effettuazione dei servizi contestati, reputando non idonea a quest’ultimo scopo la fattura emessa dal Consorzio Uniservice e gli altri documenti versati in atti dal creditore. Ha perciò rigettato il gravame, condannando l’appellante al pagamento delle spese del grado.
3.- Per la cassazione della sentenza ricorre il Consorzio Uniservice, in persona del legale rappresentante M.D., affidando le sorti dell’impugnazione a cinque motivi.
1.- Col primo e col secondo motivo si censura il rigetto delle eccezioni concernenti il difetto di rappresentanza processuale dell’opponente e la conseguente invalidità della procura alle liti rilasciata per l’opposizione a decreto ingiuntivo.
In proposito la Corte d’Appello ha ritenuto che il sig. C. L., all’epoca della citazione in opposizione vice presidente del Consorzio Eurosel, fosse legittimato ad agire in rappresentanza di quest’ultimo sia in forza della deliberazione del Consiglio direttivo dello stesso ente del 19 marzo 2003 (in quanto contenente la delega anche a “rappresentare il Consorzio verso terzi e in giudizio”) sia in forza della nomina a presidente del Consorzio intervenuta nel corso del giudizio di primo grado, nel maggio 2007; che fossero infondate le perplessità in ordine ad una possibile non autenticità del primo documento (sollevate dal Consorzio Uniservice dopo che il documento era stato prodotto in primo grado dal Consorzio opponente);
che inoltre si sarebbe dovuto considerare che il Consiglio direttivo di Eurosel, con verbale del 23 giugno 2008, aveva ratificato e convalidato tutti gli atti e gli effetti derivati da(ll’esercizio de)i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione compiuti dal signor Ceretti nel corso degli anni 2006-2007, compresi quelli relativi alla rappresentanza in giudizio del Consorzio; che pertanto il giudice non avrebbe avuto motivo di concedere il termine dell’art. 182 c.p.c.; che, in ogni caso, le preclusioni cui fa riferimento questa norma, nel testo applicabile ratione temporis, sono solo quelle aventi natura sostanziale, non quelle processuali, come da giurisprudenza di legittimità maggioritaria, richiamata in sentenza.
1.1.- Col primo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 1399 c.c., artt. 75 e 182 c.p.c., quest’ultimo nella formulazione antecedente le modifiche apportate dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46, comma 2.
Si sostiene che nessuna efficacia avrebbe potuto avere la Delib.
assunta da Eurosel il 19 marzo 2003, poichè il C. sarebbe stato autorizzato a rappresentare l’ente in giudizio soltanto per importi fino ad Euro 10.000,00, mentre per somme fino ad Euro 25.000,00 occorreva la firma congiunta del presidente e del vicepresidente e per somme maggiori, come nella specie, anche il verbale del consiglio direttivo (sicchè sarebbe stata irrilevante la nomina a presidente sopravvenuta in corso di giudizio). Quanto alla ratifica del 23 giugno 2008, il ricorrente assume che la stessa non sarebbe stata utile a sanare le decadenze frattanto maturate, nè avrebbe impedito la formazione del giudicato sul decreto ingiuntivo (come da sentenza della Corte Suprema n. 5175/05, la cui massima è riportata in ricorso, unitamente a quella conforme di cui a Cass. n. 6297/03); si cita, a riscontro di quanto affermato, anche la più recente sentenza di questa Corte n. 3700/12. Si conclude osservando che, essendo intervenuta la ratifica nel 2008, ed essendo scaduto il 2 dicembre 2006 il termine per opporre il decreto ingiuntivo, l’opposizione – proposta da soggetto non legittimato a rappresentare in giudizio il Consorzio opponente – avrebbe dovuto essere dichiarata improcedibile o inammissibile.
1.2.- Col secondo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 82, 83, 125, 159 e 161 c.p.c., perchè, per le ragioni esposte col primo motivo, il vicepresidente del Consorzio opponente non avrebbe avuto nemmeno i poteri necessari per rilasciare una valida procura alle liti, sicchè la sentenza di primo grado sarebbe stata nulla per carenza di un presupposto per la costituzione del rapporto processuale.
2.- I motivi non meritano di essere accolti.
In primo luogo, va evidenziato che la sentenza impugnata nulla dice in merito al limite di valore che sarebbe stato fissato nella Delib.
Consiglio Direttivo 19 marzo 2003. Pertanto, sarebbe stato onere del ricorrente dedurre e dimostrare che la relativa questione fosse stata posta già nei gradi di merito: dal ricorso si desume soltanto che, in primo grado, venne contestato il fatto che la rappresentanza in giudizio fosse stata assunta da Luigi C., all’epoca vice presidente del Consorzio Eurosel, mentre legale rappresentante era la presidente Ca.Is.; non si conoscono le deduzioni svolte dall’opposta dopo la produzione in giudizio di detta Delib.
(depositata in copia fotostatica dalla parte opponente all’udienza del 9 ottobre 2007), se non per i rilievi concernenti un’asserita non autenticità (che sono stati confutati dalla Corte d’Appello e non riproposti col presente ricorso).
2.1.- Peraltro, anche a voler superare l’evidenziata omissione, ed a voler tenere conto del limite di rappresentanza su cui insiste il ricorrente, vi sarebbe difetto sia di rappresentanza che di autorizzazione: infatti, l’azione è stata esercitata da soggetto a ciò abilitato (quindi non privo di poteri rappresentativi) ma che avrebbe dovuto agire congiuntamente al presidente (legale rappresentante), previa autorizzazione del Consiglio direttivo del Consorzio.
La qualità di presidente in capo al soggetto agente, C. L., sopravvenuta nel corso del primo grado, e la ratifica del Consiglio direttivo, sopravvenuta nel corso del secondo grado, hanno sanato il difetto sia di rappresentanza che di autorizzazione, come ritenuto dalla Corte d’Appello.
Va fatta applicazione del principio di diritto, già affermato da questa Corte a Sezioni Unite, per il quale “L’art. 182 c.p.c., comma 2 (nel testo applicabile “ratione temporis”, anteriore alle modifiche introdotte dalla L. n. 69 del 2009), secondo cui il giudice che rilevi un difetto di rappresentanza, assistenza o autorizzazione “può” assegnare un termine per la regolarizzazione della costituzione in giudizio, dev’essere interpretato, anche alla luce della modifica apportata dalla L. n. 69 del 2009, art. 46, comma 2, nel senso che il giudice “deve” promuovere la sanatoria, in qualsiasi fase e grado del giudizio e indipendentemente dalle cause del predetto difetto, assegnando un termine alla parte che non vi abbia già provveduto di sua iniziativa, con effetti “ex tunc”, senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali” (Cass. S.U. n. 9217/2010). Trattasi di opzione interpretativa già presente nei precedenti di cui a Cass. n. 23670/08 e n. 7529/09 e poi ribadita da Cass. n. 11898/14 e, di recente, di nuovo dalle Sezioni Unite con la sentenza del 4 marzo 2016 n. 4248.
Detto principio si specifica nell’affermazione per la quale “Il difetto di legittimazione processuale della persona fisica, che agisca in giudizio in rappresentanza di un ente, può essere sanato, in qualunque stato e grado del giudizio (e, dunque, anche in appello), con efficacia retroattiva e con riferimento a tutti gli atti processuali già compiuti, per effetto della costituzione in giudizio del soggetto dotato della effettiva rappresentanza dell’ente stesso, il quale manifesti la volontà, anche tacita, di ratificare la precedente condotta difensiva del “falsus procurator”. La ratifica e la conseguente sanatoria devono ritenersi ammissibili anche in relazione ad eventuali vizi inficianti la procura originariamente conferita al difensore da soggetto non abilitato a rappresentare la società in giudizio, trattandosi di atto soltanto inefficace e non anche invalido per vizi formali o sostanziali, attinenti a violazioni degli artt. 83 e 125 c.p.c.” (Cass. ord. n. 5343/15).
3.- Col terzo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 445 del 2000, artt. 19, 19 bis e 47 e dell’art. 634 c.p.c., al fine di sostenere che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice del merito, vi sarebbe stata prova scritta idonea alla concessione del decreto ingiuntivo. Secondo il ricorrente, questa ben potrebbe essere costituita, come nel caso di specie, da copie di (estratti delle) scritture contabili, dichiarate conformi agli originali con dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, ai sensi del D.P.R. n. 445 del 2000, artt. 19, 19 bis e 47, resa da soggetto la cui sottoscrizione è stata autenticata dall’ufficiale dell’anagrafe ai sensi del D.P.R. n. 445 del 2000, artt. 21 e 38.
L’art. 634 c.p.c., individua le caratteristiche delle scritture contabili che, costituendo prova scritta, consentono l’emissione del decreto ingiuntivo precisando che si deve trattare di “estratti autentici” e che le scritture degli artt. 2214 c.c. e segg., devono essere “bollate e vidimate nelle forme di legge e regolarmente tenute” e le scritture prescritte dalle leggi tributarie devono essere “tenute con l’osservanza delle norme stabilite per tali scritture”.
Nel caso di specie, la Corte d’Appello ha constatato che il decreto ingiuntivo era stato emesso sulla base di scritture “consistenti nella fotocopia di parte del registro fiscale dell’opposto, fotocopia che sarebbe stata autenticata da un funzionario addetto all’Ufficio Anagrafe del Comune di Cernusco sul Naviglio ai sensi del D.Lgs. n. 445 del 2000, art. 18, comma 2”.
Ha quindi ritenuto che:
– quest’ultima norma non trova applicazione, in quanto soltanto un notaio avrebbe potuto autenticare e dichiarare la conformità della copia estratta all’originale delle scritture contabili regolarmente tenute dal ricorrente;
– non è applicabile nemmeno l’art. 635 c.p.c.;
– non risulta che, nel caso di specie, il funzionario comunale sia stato messo in condizione di accertare l’originalità del registro presentato, essendosi limitato a ricevere una dichiarazione di conformità (testualmente riportata in sentenza) proveniente da tale B.N. (della quale il giudice d’appello scrive: “non identificata e di cui non è dato sapere il legame con l’appellante”);
non è neppure possibile accertare l’integrità del documento offerto dall’appellante, in quanto “non vi è alcun timbro di giuntura tra i fogli che lo compongono e neppure è stato siglato dal funzionario in ogni foglio”.
La Corte quindi ha espresso il proprio giudizio negativo per entrambi i requisiti richiesti dall’art. 634 c.p.c.: ha reputato mancante sia l’autenticazione che la regolare tenuta delle scritture.
3.2.- Il motivo in esame presenta un profilo di inammissibilità poichè non censura questa seconda ragione della decisione, di per sè idonea ad escludere l’operatività dell’art. 634 c.p.c., comma 2, come riscontrato anche dalla giurisprudenza di questa Corte richiamata in sentenza – che richiede la verifica della regolare tenuta delle scritture contabili o fiscali (cfr. Cass. n. 503/1997).
3.3.- Infondata in diritto è peraltro la censura concernente il requisito dell’autenticità degli estratti delle scritture contabili.
Le norme di riferimento non sono affatto quelle del D.Lgs. n. 445 del 2000, artt. 19 e 19 bis, in quanto, contrariamente a quanto sostenuto col ricorso, laddove queste si riferiscono al “documento fiscale” non possono certo essere intese come riferite alla diversa fattispecie delle scritture contabili previste dalle leggi tributarie. Nè può costituire norma di riferimento l’art. 47 dello stesso decreto legislativo che consente, a determinate condizioni, la sostituzione dell’autenticazione di un atto o documento con una dichiarazione sostitutiva proveniente dall’interessato, con sottoscrizione autenticata ai sensi dell’art. 18.
Tra i fatti che possono essere “autocertificati” non rientra la conformità degli estratti agli originali e la regolarità della tenuta delle scritture contabili che l’art. 634 c.p.c., impone siano attestati da notaio od altro pubblico ufficiale a ciò abilitato.
Va perciò affermato che Gli estratti autentici delle scritture contabili prescritte dalle leggi tributarie possono costituire, ai sensi dell’art. 634 c.p.c., idonee prove scritte per l’emissione del decreto ingiuntivo soltanto se siano certificati conformi alle scritturazioni da parte di un notaio o ad altro pubblico ufficiale a ciò autorizzato, non anche se la loro conformità agli originali sia fatta oggetto di dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà proveniente dall’interessato..ai sensi dell’art. 47 con sottoscrizione autenticata ai sensi del D.Lgs. n. 445 del 2000, art. 18.
4.- Col quarto motivo è dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 277 c.p.c., del D.L. n. 1 del 2012, art. 9 e del D.M. n. 140 del 2012.
Il ricorrente sostiene che avrebbe chiesto al giudice d’appello “la regolamentazione delle spese del doppio grado domandando così anche la rideterminazione di quelle statuite dal giudice di prime cure” e che su questa “istanza” il giudice d’appello non avrebbe provveduto, contravvenendo all’art. 277 c.p.c. e violando anche le norme relative alla determinazione dei compensi professionali, così come interpretate dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 17475/12.
4.1.- Il motivo presenta diversi profili di inammissibilità.
In primo luogo, sembra denunciare un vizio di omessa pronuncia su un motivo di appello, che non è certo riconducibile alla violazione dell’art. 277 c.p.c., ma a quella dell’art. 112 c.p.c..
Comunque, il ricorso non riporta il motivo d’appello sul quale la Corte di merito non si sarebbe pronunciata, nè il passaggio dell’atto di citazione dinanzi al giudice di secondo grado che avrebbe contenuto la censura alla sentenza di primo grado, riguardante la misura dei compensi liquidati in favore della parte vincitrice.
Quanto a quest’ultimo rilievo, va precisato che non integra un motivo di censura del quantum della liquidazione effettuata dal primo giudice, su cui il giudice d’appello si debba pronunciare, l’istanza dell’appellante di rideterminazione delle spese dell’intero giudizio, che l’appellante stesso configura come conseguenza della riforma della sentenza appellata.
La regola del giudizio sulle spese processuali cui il secondo giudice si deve attenere è infatti quella per la quale il potere del giudice d’appello di procedere d’ufficio ad un nuovo regolamento delle spese processuali, quale conseguenza della pronunzia di merito adottata, sussiste in caso di riforma in tutto o in parte della sentenza impugnata, in quanto il corrispondente onere deve essere attribuito e ripartito in ragione dell’esito complessivo della lite, mentre in caso di conferma della sentenza impugnata, la decisione sulle spese può essere dal giudice del gravame modificata soltanto se il relativo capo della sentenza abbia costituito oggetto di specifico motivo d’impugnazione (così, tra le altre, Cass. ord. n. 23226/13).
Sarebbe stato onere del ricorrente riportare ed illustrare nel ricorso tale specifico motivo di appello (cfr., da ultimo, Cass. n. 17049/15).
In mancanza, il quarto motivo di ricorso è inammissibile.
5.- Col quinto motivo è dedotto omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Il ricorrente sostiene che la Corte d’Appello avrebbe “pretermesso” gli approfondimenti istruttori richiesti anche in sede di gravame, omettendo così di accertare, per il tramite della prova testimoniale e dell’acquisizione delle scritture contabili dell’opponente (che il ricorrente assume di avere richiesto), fatti decisivi in merito alla fornitura dei servizi contestata con l’opposizione.
Poichè la sentenza impugnata è stata pubblicata il 30 novembre 2012, la norma applicabile ratione temporis è quella che, quanto al vizio di motivazione, consente di denunciare soltanto l’ “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”. In proposito, va ribadito che “L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie” (Cass. S.U. n. 8053/14).
Il motivo in esame non è conforme a siffatto paradigma normativo, difettando, tra l’altro, anche dell’indicazione delle circostanze che avrebbero dovuto costituire oggetto dei mezzi istruttori – che il giudice di merito ha reputato irrilevanti e inutili allo scopo, senza che nemmeno siffatta valutazione risulti efficacemente censurata.
Non vi è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di legittimità poichè l’intimato non si è difeso.

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 art. 46
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 Cass. 
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 art. 18
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 art. 9
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 art. 54
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