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Timestamp: 2020-07-10 11:38:50+00:00

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Art. 588 codice civile - Disposizioni a titolo universale e a titolo particolare - Brocardi.it
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Articolo 588 Codice civile
Dispositivo dell'art. 588 Codice civile
Le disposizioni testamentarie(1), qualunque sia l'espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale [637 c.c.] e attribuiscono la qualità di erede [625 c.c.], se comprendono l'universalità o una quota dei beni del testatore(2) [674 c.c.]. Le altre disposizioni sono a titolo particolare [631 c.c.] e attribuiscono la qualità di legatario(3) [649 c.c.].
L'indicazione di beni determinati o di un complesso di beni non esclude che la disposizione sia a titolo universale, quando risulta che il testatore ha inteso assegnare quei beni come quota del patrimonio(4) [734 c.c.].
(1) Fondamentale è la distinzione tra disposizioni a carattere universale e particolare, in quanto la disciplina normativa è nettamente diversa in relazione:
- al modo di acquisto: l'eredità va accettata, il legato si acquista ipso iure;
- al tipo di rapporto in cui si succede: l'erede succede sia nei rapporti attivi che passivi, il legatario solo nei primi;
- alla responsabilità: l'edere risponde anche ultra vires, salvo beneficio di inventario, il legatario solo nei limiti di quanto ricevuto.
(2) L'erede è colui che succede per l'intero o in una quota ideale, ossia in una frazione matematica dell'intero (si parla rispettivamente di heres ex asse o ex parte).
Di norma la quota è composita, comprende cioè una frazione di tutte le componenti del patrimonio ereditario (es. immobili, mobili, denaro, etc...), salvo diversa indicazione del testatore.
(3) Il legatario succede in una parte del patrimonio (e non in una quota di esso come l'erede).
(4) Si parla in proposito di istituzione di erede ex re certa, che ricorre qualora il testatore abbia assegnato i singoli beni come quota del patrimonio.
La norma pone i criteri in base ai quali distinguere tra disposizioni a titolo universale e particolare, stante il diverso trattamento riservato all'erede e al legatario.
“ Caput atque fundamentum intelligitur totius testamenti heredis institutio ”
“ Corpora legari omnia et iura servitutes possunt ”
“ Cum in testamento ambigue, aut etiam perperam, scriptum est, benigne interpretari, et secundum id quod credibile est cogitatum, credendum est ”
Quando in un testamento sia stato scritto qualcosa di ambiguo, o persino qualcosa di illogico, è da credere che ciò vada interpretato in maniera benevola, e comunque secondo ciò che credibilmente sarà stato voluto dal testatore
“ Heredis institutio ”
“ Heredis institutio ex re certa ”
“ In causa testamentorum non ad definitionem utique descendendum est, cum plerumque abusive loquantur, nec propriis nominibus ac vocabulis semper utantur ”
Nell'interpretazione dei testamenti non si deve badare eccessivamente alle definizioni, poiché di frequente i testatori si esprimono in maniera poco appropriata, e non sempre attribuiscono alle parole usate i loro giusti significati
“ Institutio ex re certa ”
“ Successores autem non solum qui in universa bona succedunt, sed et qui in rei tantum singularum rerum dominium successerint ”
Successori, comunque, non sono unicamente coloro che succedono nella universalità dei beni del defunto, ma anche coloro che siano succeduti soltanto nella proprietà di cose singole
Spiegazione dell'art. 588 Codice civile
Il testamento può contenere istituzione di eredi oppure soltanto lasciti di beni determinati, che danno luogo alla figura del legato. Il più delle volte, però, contiene sia l'istituzione di eredi che la nomina di legatari.
In ciò il nostro codice civile del 1865 si distaccò dai due sistemi opposti: quello, cioè, del diritto romano, nel quale caratteristica essenziale del testamento era la heredis institutio, che, in un primo tempo, doveva farsi con formula sacramentale: "Titius heres esto" - "Titium heredem esse iubeo" - "Titium heredem instituo, facio", e il sistema del codice Napoleonico che accettò il principio dell’antico diritto consuetudinario: "Dieu seul peut faire des héritiers, l'homme ne le peut" (solus Deus heredes facere potest, non homo), per cui eredi potevano essere soltanto i successori legittimi, cioè i parenti di sangue. Nel testamento non si potevano contenere che legati, i quali si distinguevano in legati universali, cioè quelli che comprendevano l’universalità dei beni del testatore; legati a titolo universale, ossia quelli che comprendevano una quota parte dei beni del testatore (una metà, un terzo, ovvero tutti gli immobili o tutti i mobili, o una quota determinata degli uni e degli altri), e legati a titolo particolare, che comprendevano qualsiasi altro lascito.
L'attuale codice civile ha mantenuto il sistema già adottato dal codice del 1865 che regolava la materia in due articoli, l’art. #827# e l’art. #760#. Il primo disponeva: "Le disposizioni testamentarie si possono fare a titolo di istituzione d’erede o di legato, o sotto qualsivoglia altra denominazione atta a manifestare la volontà del testatore"; l’altro: "Le disposizioni testamentarie che comprendono l’universalità od una quota dei beni del testatore sono a titolo universale e attribuiscono la qualità di erede. Le altre disposizioni sono a titolo particolare e attribuiscono la qualità di legatario". Tali norme sono state fuse nell’articolo in esame.
Una delle questioni più delicate che, specialmente negli ultimi tempi, si è fatta in materia di successione testamentaria, è quella che riflette la determinazione dei criteri per distinguere l'istituzione di erede dal legato. Unico punto pacifico, nella dottrina e nella giurisprudenza, era che le espressioni adoperate dal testatore sono indifferenti. Vi sarà, indubbiamente, istituzione di erede se egli ha detto: "lego ad A il mio patrimonio, o il quarto, il terzo, la metà di esso". Vi sarà, indubbiamente, legato se il testatore abbia detto: "costituisco B erede del fondo Semproniano".
Non possono sorgere dubbi quando il testatore abbia lasciato ad una persona (od anche a più persone contemporaneamente) senza determinazione di quote l’universalità dei suoi beni o la totalità di essi o anche tutti i suoi beni, o, più specificamente, tutti i suoi beni mobili ed immobili, o anche quando abbia lasciato tutto il suo patrimonio a più persone in parti eguali o in quote diverse, ma con frazione aritmetica dell’universalità (la metà, un terzo, un quarto): in tutti questi casi si è di fronte ad un'istituzione di erede evidente, qualunque espressione abbia adoperato il testatore.
I dubbi, invece, possono sorgere in altri casi. Quando, ad esempio, il testatore lascia ad una persona tutti i suoi beni mobili ed immobili che si trovano in una determinata località ("tutti i beni che ho in Toscana") o quelli di una determinata natura ("tutti i miei beni rustici").
Alcuni scrittori sostennero che decisiva debba essere la volontà del testatore, che occorre indagare. Se da tale indagine risulta la volontà di attribuzione della totalità dei beni, non è ammissibile che la qualità di erede venga meno per il solo fatto che il testatore accompagni la manifestazione, espressa o tacita, di tale volontà, con l'indicazione di beni determinati. Se l’indicazione di beni determinati, si diceva, non ha efficacia di escludere la volontà di attribuzione di tutti i beni, quando il chiamato sia uno solo, non dovrà essere diversamente quando i chiamati siano più. Quando risulta la volontà del testatore di attribuire a più chiamati la totalità dei beni, l’indicazione dei beni da attribuirsi all’uno e all’altro non può avere effetto di eliderla.
Altri scrittori, invece, sostennero che decisivo è il criterio obiettivo, cioè il contenuto della disposizione: per aversi istituzione di erede è indispensabile l'istituzione di una quota dell’universum ius defuncti (quota del patrimonio), osservandosi esattamente che il requisito della quota è anche importante ai fini pratici relativamente alla responsabilità per i debiti, giacché gli eredi rispondono sempre in proporzione della quota anche se il testatore abbia diversamente disposto; donde l'incisiva frase dell’Unger: "l’onorare una persona dipende dalla volontà del testatore, ma il carattere della disposizione è dato dal suo contenuto". Tale criterio ebbe la prevalenza ed è stato costantemente seguito dalla Corte di Cassazione.
Senonché, anche nella corrente di dottrina e giurisprudenza che si attenne al criterio obiettivo del contenuto della disposizione vi furono notevoli divergenze, perché, pur essendo comune il concetto che, per aversi eredità, occorre il requisito della quota come frazione di patrimonio, si disputava se, per aversi la quota, fosse necessaria la predeterminazione matematica della frazione o se questa potesse ricavarsi a posteriori dalla valutazione dei beni singoli o complessivi assegnati dal testatore; se, in altri termini, l’assegnazione di beni determinati fosse incompatibile con la qualità di erede.
Fra gli scrittori che ritennero l'opinione più rigorosa, che, cioè, per aversi il concetto di quota, e, quindi, l'istituzione di erede, occorre il riferimento ad una parte ideale o astratta dei beni ereditari in rapporto col tutto, una frazione aritmetica dell’intero patrimonio prestabilita nelle disposizioni testamentarie, furono il Bonfante e il Gangi. Ma tale opinione non fu seguita dalla maggioranza degli scrittori, e ragionevolmente.
Ciò che è indispensabile è che il testatore abbia disposto di tutti i suoi beni a favore di determinate persone facendone attribuzioni concrete. Il concetto di quota, intesa come frazione aritmetica, qui permane e sarà data dal valore complessivo di tutti i beni costituenti il patrimonio. Nessuno dubita che se il testatore lascia ad uno i suoi beni e rapporti mobiliari o tutti i suoi beni incorporali e ad un altro i suoi beni immobili o tutti i beni corporali, o all’uno tutti i beni acquistati e tutti i rapporti nati prima di una certa epoca, e all’altro quelli acquistati e nati posteriormente, l'istituzione sarà a titolo ereditario perché si dispone della totalità del patrimonio (giacché niente, così, potrà sfuggire) a favore di determinate persone, pur non essendo, nemmeno in questi casi, predeterminata la quota in una frazione aritmetica, ma potendosi facilmente determinare in seguito, tenendo conto del valore dei beni assegnati ai singoli chiamati, in rapporto al valore complessivo del patrimonio.
Ora, non s’intende perché lo stesso non debba essere quando le assegnazioni di beni concreti non sono, di loro natura, tali da esaurire necessariamente il patrimonio del testatore, pur essendo chiara la volontà di lui di escludere ogni altro dalla sua successione esaurendo tutto il suo patrimonio. Verificandosi tale ipotesi, i beni dei quali il testatore non abbia disposto concretamente, o perché gli sono sfuggiti, o perché li abbia acquistati posteriormente, saranno divisi, in ragione della proporzione che deriva dalla sua disposizione, fra i chiamati, e nella stessa proporzione gli eredi saranno tenuti per il pagamento dei debiti.
Notava esattamente il Colviello che se non può non ritenersi efficace la clausola con cui il testatore, dopo aver fatto le assegnazioni concrete, espressamente aggiungesse che gli onorati si intendono istituiti eredi in ragione del valore che risulterà dietro stima dei beni assegnati, non v’è ragione per non ritenere soddisfatto il voto della legge che richiede l’istituzione in quote, quando la frazione aritmetica sia conseguenza necessaria della disposizione testamentaria, avendo questa per oggetto l'attribuzione della totalità del patrimonio a favore di determinate persone.
Da questo risulta chiaro che, per aversi l’istituzione di erede, è indispensabile il concetto di quota. Se vi sia attribuzione dell’universalità del patrimonio o di una quota aritmetica di esso, non si può dubitare che si abbia istituzione di erede; l’attribuzione di beni determinati è, invece, di regola, un legato. Però, si è ammesso che, per aversi l’istituzione di erede, non è necessaria l’attribuzione di una quota aritmetica del patrimonio, potendosi determinare anche a posteriori. Sicché, vi può essere anche una institutio ex re certa, con l’attribuzione di beni determinati o di un complesso di beni, ma in questo caso è indispensabile l’indagine se la volontà del testatore sia stata quella di porre un rapporto obiettivo fra l’oggetto della disposizione e il complesso del patrimonio, così da mantenere fermo il concetto di quota. E tale volontà deve risultare dal contesto del testamento, non aliunde, perché ciò sarebbe fonte di gravi incertezze. S’intende, peraltro, che si tratti sempre di una questione di diritto, pur dovendosi procedere in base alle situazioni di fatto, consistenti nelle disposizioni testamentarie, giacché l’indagine sulla volontà del testatore è necessariamente coordinata al criterio obiettivo, posto dalla legge a base dell’istituzione di erede, cioè il riferimento ad una quota del patrimonio: l’indagine sulla volontà del testatore è limitata ad esaminare se, nonostante l’attribuzione di beni determinati, egli ha inteso mantenere fermo il concetto di quota, considerando quei beni in rapporto al complesso del patrimonio.
È in questo senso che bisogna intendere il concetto espresso dal Ministro Guardasigilli, che, cioè, l'intenzione del testatore di assegnare beni determinati come quota del patrimonio dev’essere desunta dai comuni criteri d'interpretazione della volontà testamentaria. È chiaro, però, che se il testatore, dopo aver assegnati determinati beni ad A, altri determinati beni a B, istituisce nel residuale, in questo caso le precedenti disposizioni non potranno attribuire la qualità di erede perché manca addirittura la quota; nel residuo sta l'universum ius.
286 Non ho creduto di tener conto di una proposta; riflettente art. 588 del c.c., il quale fissa la distinzione tra le disposizioni a titolo universale e quelle a titolo particolare. In verità la proposta non intacca la sostanza della norma, ma ha mero carattere formale. L'articolo anzidetto, dopo avere stabilito nel primo comma che le disposizioni testamentarie comprendenti l'universalità o una quota dei beni del testatore sono a titolo universale e attribuiscono la qualità di erede e che le altre disposizioni sono a titolo particolare e attribuiscono la qualità di legatario, aggiunge in un secondo comma che «l'indicazione di beni determinati o di un complesso di beni non esclude che la disposizione sia a titolo universale, quando risulta che il testatore ha inteso assegnare quei beni come quota del patrimonio». E' stato invece suggerito di fondere quest'ultimo comma col precedente e di sostituire altresì all'espressione «come quota del patrimonio» l'altra «come quota dell'eredità». Quanto alla fusione delle due parti dell'articolo, ho considerato che, se lo scopo della norma deve essere quello di chiarire, in conformità della più recente giurisprudenza, che la qualità di erede può derivare anche dall'attribuzione di beni determinati, quando questi beni sono stati considerati dal testatore come quota del patrimonio, sembra più adeguata ad esprimere un tale concetto la dizione dell'art. 131 del progetto definitivo riprodotta nell'art. 588. Inoltre non mi è sembrato meritevole di accoglimento il voto di sostituire in questo stesso articolo il termine «eredità» a quello di «patrimonio». Ai fini dell'assunzione della qualità ereditaria è sufficiente che i beni siano considerati dal testatore come quota del patrimonio. La quota di eredità è la qualificazione giuridica del lascito di una quota del compendio patrimoniale. La dizione del progetto può essere quindi conservata, anche perché la modificazione suggerita sarebbe in contrasto con la dizione del primo comma, che qualifica disposizioni a titolo universale le disposizioni testamentarie che comprendono una quota dei beni e non già dell'eredità del testatore. Ho solo apportato al testo del secondo comma dell'articolo una modificazione di ordine formale, intesa a porre in evidenza che l'intenzione del testatore di assegnare beni determinati come quota del patrimonio deve essere desunta con i comuni criteri d'interpretazione della volontà testamentaria.
302 E' stata fatta la proposta di porre all'inizio di questa sezione (articoli 624-632) la disposizione dell'art. 188 del progetto della Commissione Reale, che il progetto definitivo aveva soppressa, ritenendola superflua. Questa disposizione, riproducendo quella contenuta nell'art. 827 del codice del 1865, intendeva affermare che la qualità di erede o di legatario non dipende dall'uso di formule sacramentali, come avveniva nell'antico diritto romano, ma dalla sostanza dell'attribuzione patrimoniale.
Pur senza formulare una disposizione ad hoc ho accolto questo voto, chiarendo nell'art. 588, che pone il criterio fondamentale della distinzione fra istituzione di erede e legato, che sono irrilevanti, ai fini di determinare la natura della disposizione, le espressioni o denominazioni eventualmente usate dal testatore. E' chiaro che così non si attenua, ma si conferma il significato dell'art. 588 il quale, pure ammettendo la cosiddetta institutio ex re certa, dà rilievo non tanto alle determinazioni più o meno precise del testatore, quanto alla sua effettiva volontà, che l'oggetto della disposizione sia considerato in rapporto con il complesso del patrimonio, per il che si mantiene sostanzialmente fermo il criterio della quota.
Massime relative all'art. 588 Codice civile
Cass. civ. n. 6972/2017
(Cassazione civile, Sez. VI-2, ordinanza n. 6972 del 17 marzo 2017)
Cass. civ. n. 24163/2013
In tema di distinzione tra erede e legatario, ai sensi dell'art. 588 cod. civ., l'assegnazione di beni determinati configura una successione a titolo universale ("institutio ex re certa") qualora il testatore abbia inteso chiamare l'istituito nell'universalità dei beni o in una quota del patrimonio relitto, mentre deve interpretarsi come legato se egli abbia voluto attribuire singoli, individuati, beni. L'indagine diretta ad accertare se ricorra l'una o l'altra ipotesi si risolve in un apprezzamento di fatto, riservato ai giudici del merito e, quindi, incensurabile in cassazione, se congruamente motivato.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 24163 del 25 ottobre 2013)
Cass. civ. n. 1066/2007
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1066 del 18 gennaio 2007)
Cass. civ. n. 3016/2002
In materia di distinzione tra erede e legatario, l'assegnazione di beni determinati deve interpretarsi, ai sensi dell'art. 588 c.c., come disposizione erditaria (institutio ex re certa), qualora il testatore abbia inteso chiamare l'istituito nell'universalità dei beni o in una parte indeterminata di essi, considerata in funzione di quota del patrimonio relitto, mentre deve interpretarsi come legato, se abbia voluto attribuirgli singoli individuati beni. L'indagine diretta ad accertare se ricorra l'una o l'altra ipotesi, si risolve in un apprezzamento di fatto, riservato ai giudici del merito, ed è, quindi, incensurabile in sede di legittimità se conseguentemente motivato.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3016 del 1 marzo 2002)
Cass. civ. n. 9467/2001
Al fine di distinguere tra disposizioni testamentarie a titolo universale — che, indipendentemente dalle espressioni e dalle denominazioni usate dal testatore, sono attributive della qualità di erede — e disposizioni a titolo particolare — che, invece attribuiscono la sola qualità di legatario — il giudice deve compiere sia una indagine di carattere oggettivo riferita al contenuto dell'atto sia una indagine di carattere soggettivo riferita all'intenzione del testatore. Ne consegue che soltanto in seguito a tali duplici indagini — che sono di competenza del giudice del merito e i cui risultati non sono censurabili in sede di legittimità se congruamente motivati — può stabilirsi se attraverso l'assegnazione di beni determinati il testatore abbia inteso attribuire una quota del proprio patrimonio unitariamente considerato (sicché la successione in esso è a titolo universale) ovvero abbia inteso escludere l'istituzione dell'universum ius (sicché la successione è a titolo di legato).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 9467 del 12 luglio 2001)
Cass. civ. n. 5895/1994
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5895 del 18 giugno 1994)
Cass. civ. n. 6516/1986
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 6516 del 6 novembre 1986)
Cass. civ. n. 5625/1985
Ai sensi del secondo comma dell'art. 588 c.c. l'assegnazione di beni determinati (institutio ex re certa) può essere interpretata come disposizione a titolo universale qualora risulti che il testatore, pur avendo indicato beni determinati, abbia in effetti inteso assegnare questi come quota del patrimonio ereditario. A tal fine l'indagine, di carattere obiettivo circa il contenuto dell'atto, nel senso dell'attribuzione dell'universalità dei beni o di una quota aritmetica di essi oppure dell'attribuzione di un bene o di un complesso di beni determinati, è di carattere soggettivo sull'intenzione del testatore, e deve essere più completa e penetrante di quella necessaria quando invece il testatore detta le disposizioni con riferimento alla quantità indeterminata dei suoi beni.
La qualità di erede non può essere desunta che dal contenuto obiettivo del testamento, essendo irrilevante a tal fine l'indagine sul comportamento degli eredi o dei legatari e sull'interpretazione che gli stessi abbiano dato al testamento.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5625 del 16 novembre 1985)
relative all'articolo 588 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 588 Codice civile - Disposizioni a titolo universale e a titolo particolare | Quesito Q201924041
giovedì 26/09/2019 - Veneto
“Buonasera, sono ….omissis…, fratello della defunta Tizia, la quale prima di morire ha redatto un testamento olografo con scritto:
“Luogo, 24 novembre 2009.
Revoco ogni mia precedente disposizione testamentaria. Nomino eredi in parti uguali le mie nipoti Prima e Seconda.
E’ mio vivo desiderio che l’appartamento che cadrà in eredità, non sia venduto a terzi ma naturalmente affittato, o che una delle due nipoti acquisti la parte dell’altra.
Tizia”.
La mia domanda riguarda nello specifico il termine usato nel testamento, cioè “eredi”.
Nel testamento esiste la parola “eredi” dove vengono specificati i nomi al termine Prima e Seconda (che sono figlie di mio fratello, il quale è ancora in vita ma non in buona salute) e poi c’è il punto (.), dopo il quale sono scritte le volontà del de cuius (che non era sposata, senza genitori e ha due fratelli, di cui io sono uno di loro).
Quello che voglio sapere è se quel punto (.) influisce sul testamento escludendo tutti gli altri e se quelle nipoti citate sono eredi di tutto il patrimonio oppure sono dei legatari.
Come fratello ho qualche diritto?
Ringrazio anticipatamente certo della vostra collaborazione
Consulenza legale i 02/10/2019
Due sono le domande a cui viene chiesto di rispondere:
quando può dirsi che il beneficiario di una disposizione testamentaria acquisti la qualità di erede e quando quella di legatario;
quali sono i diritti successori tra parenti in linea collaterale, ossia tra fratelli.
Per rispondere alla prima domanda non si può che fare riferimento all’art. 588 c.c. (rubricato proprio “Disposizioni a titolo universale e a titolo particolare”), dalla lettura del quale si evince che la qualità di erede deriva dalla attribuzione di una quota ereditaria (così il primo comma della norma).
E’ erede, dunque, colui il quale acquista una determinata quota di eredità, ad esempio il 100% se trattasi di erede unico, ovvero il 50% nel caso di due eredi; non è neppure necessario che l’istituito sia espressamente qualificato come erede, in quanto l’attribuzione di tale titolo può solo essere valutata come elemento confermativo del risultato delle indagini che andranno condotte sull’obiettiva consistenza della disposizione (così Cass. 16.11.1985 n. 5625).
La qualità di legatario, invece, deriva dalla attribuzione di beni o diritti determinati, potendosi definire tale colui al quale, a prescindere anche in questo caso dalla attribuzione formale di tale qualità, vengano lasciati per testamento uno o più specifici beni, avulsi dal complesso unitario dell’eredità, anche se possano rappresentarne una parte cospicua.
Può semplicisticamente dirsi che il legato è l’equivalente di una donazione, che ha efficacia solo a partire dalla morte del disponente; l’oggetto del legato, dunque, è qualcosa di preciso, al contrario dell’eredità, che ha per oggetto una massa indistinta.
Per stabilire in concreto se una disposizione testamentaria sia a titolo universale o particolare occorre, in definitiva, compiere una duplice indagine, e precisamente: una prima indagine di carattere oggettivo, riferita al contenuto dell’atto, ed una seconda di carattere soggettivo, riferita all’effettiva volontà del testatore in ordine alla natura del lascito.
Applicando adesso i principi sopra esposti al caso di specie, si può rispondere alla prima domanda affermandosi che in questo caso la testatrice Tizia ha inteso nominare le nipoti Prima e Seconda come sue eredi universali, ciò che può desumersi non solo dalla espressione “nomino eredi” (la quale, di per sé sola, non sarebbe sufficiente ad attribuire la qualità di erede) ma anche, e soprattutto, dal fatto che la nomina di erede viene fatta “in parti eguali”, ovvero per una quota pari al 50% ciascuno, senz’altro specificare.
Quel punto posto alla fine della frase “Nomino eredi in parti eguali le mie nipoti Prima e Seconda”, al contrario dell’interpretazione che ne viene data nel quesito, si ritiene che valga proprio a suggellare la volontà del testatore di nominare eredi le nipoti di tutto il suo patrimonio, distaccando tale manifestazione di volontà dalle ulteriori disposizioni inserite nel corpo dello stesso testamento.
In particolare, nel prosieguo della scheda testamentaria il testatore ha solo inteso apporre un onere a quella istituzione di erede, onere da ritenersi pienamente consentito dall’art. 647 del c.c.; esso consiste nella manifestazione di un suo espresso desiderio in ordine ad uno dei beni che verrà ritrovato nel patrimonio ereditario, ossia l’appartamento, essendo sua volontà che lo stesso non venga alienato a terzi estranei, ma eventualmente solo affittato o acquistato per intero da una sola delle eredi.
Deve peraltro aggiungersi che, in relazione a tale onere, il testatore non ha neppure voluto prevedere la risoluzione della disposizione testamentaria per il caso in cui le eredi decidano di non adempiervi.
Ciò comporta che, qualora qualunque interessato voglia agire in giudizio contro le eredi per l’adempimento di quell’onere, al fine di poter ottenere la risoluzione della disposizione testamentaria ex art. 648 del c.c. occorrerà provare che il suo adempimento ha costituito il solo motivo determinante della disposizione.
Ultimo inciso da cui si ricava che si è di fronte ad una vera e propria istituzione di erede lo si può rinvenire nell’espressione usata all’inizio della scheda testamentaria, in cui è detto “Revoco ogni mia precedente disposizione testamentaria”; infatti, anche se trattasi di un pura frase di stile, vale pur sempre a manifestare la volontà del testatore di disporre del suo patrimonio secondo le volontà manifestate in quel solo testamento.
L’altro quesito posto attiene sostanzialmente ai diritti che spettano tra fratelli nel momento in cui si apre la successione di uno di essi.
Il codice civile non include i collaterali tra coloro che hanno diritto ad una riserva sul patrimonio del de cuius, disponendo l’art. 536 del c.c. che unici soggetti a favore dei quali è riservata una quota di eredità o altri diritti sono il coniuge, i figli e gli ascendenti.
Tizia qui risulta nubile e senza ascendenti, il che esclude la presenza di soggetti a cui debba essere riservata una quota di eredità.
I collaterali (ossia i fratelli), invece, sono inclusi dall’art. 565 del c.c. tra gli eredi legittimi, ossia tra coloro a cui spetta una quota di eredità in mancanza di espressa volontà del testatore; in questo caso, invece, la de cuius ha voluto individuare espressamente nelle nipoti Prima e Seconda i soggetti in favore dei quali dovrà essere devoluto il suo patrimonio al momento della sua morte.
Norma di riferimento: Articolo 588 Codice civile - Disposizioni a titolo universale e a titolo particolare | Quesito Q201923503
mercoledì 19/06/2019 - Lazio
“Il de cuius nel suo testamento attribuisce tutte le sue 21 unità immobiliari ai suoi tre figli, specificando per ciascuno di essi quali siano queste unità immobiliari.
Nel caso specifico i figli sono eredi o legatari? Nel caso specifico ogni erede può effettuare per suo conto la successione o deve essere fatta contestualmente?
Consulenza legale i 27/06/2019
Il dubbio che ci si pone attiene ad un problema che da sempre occupa sia la dottrina che la giurisprudenza, ossia quello della distinzione tra i due istituti giuridici della institutio ex re certa e della divisione fatta dal testatore.
Trattasi di argomento molto discusso e nel quale un ruolo fondamentale assume la volontà del testatore ed il modo in cui la stessa viene manifestata (per tale ragione, infatti, sarebbe risultato più semplice giungere ad una soluzione dopo aver dato lettura al testamento).
Le norme del codice civile che vanno prese in considerazione sono l’art. 588 c.c. e l’art. 734 del c.c..
In particolare, la prima di tali norme è dedicata proprio alla distinzione tra disposizioni a titolo universale e disposizioni a titolo particolare, ricollegandosi alle prime l'acquisto della qualità di erede ed alle seconde l'acquisto della qualità di legatario.
Così una disposizione testamentaria viene qualificata a titolo universale quando ha per oggetto l'universalità dei beni del de cuius o una parte indeterminata di essi (considerata in funzione di quota dell'intero patrimonio ereditario); va qualificata, invece, a titolo particolare quando ha per oggetto diritti determinati e specificamente individuati.
Se dovessimo arrestarci a questa parte della norma, si potrebbe rispondere affermando che nel caso di specie siamo in presenza di tante disposizioni a titolo particolare, le quali valgono ad attribuire ai figli la qualità di legatari.
Tale conclusione, tuttavia, viene posta immediatamente in dubbio nel momento in cui si passa a leggere il secondo comma dello stesso art. 588 c.c. in cui è detto che, se il testatore ha attribuito con il testamento beni determinati o un complesso di beni, la disposizione deve ugualmente intendersi fatta a titolo universale (dunque con acquisto della qualità di erede) tutte le volte in cui risulta che lo stesso testatore abbia inteso assegnare quei beni come quota del patrimonio.
Al fine di poter stabilire in concreto se una disposizione testamentaria sia a titolo universale o particolare, occorre portare avanti una indagine di carattere oggettivo (riferita al contenuto dell'atto) insieme ad una di carattere soggettivo (relativa alla effettiva volontà del testatore in ordine alla natura del lascito).
Nel fare ciò nessun rilievo assume l'uso che il testatore abbia potuto fare di espressioni sacramentali (es. “Nomino mio erede…”), mentre ciò che occorre è che si possa desumere con certezza la sua volontà di attribuire beni e/o sostanze, non già come cose singole, ma come "totalità o quota del proprio patrimonio".
Pertanto, di fronte all’attribuzione di beni determinati, occorre cercare di stabilire se l’intenzione del testatore sia stata quella di assegnare quei beni come determinati e singoli (nel qual caso si sarà in presenza di un legato) ovvero di lasciarli come quota del suo patrimonio (in questo caso si avrà successione a titolo universale e istituzione di erede).
Secondo la giurisprudenza indicativa della volontà del testatore di assegnare una quota del patrimonio ereditario potrà essere, ad esempio, l’assegnazione di una classe o di un gruppo di beni (in tal senso Cass. n. 6516/1986).
Inoltre, nel caso di institutio ex re certa, seppure la volontà del testatore sia quella di attribuire una quota del proprio patrimonio, non si ha alcuna predeterminazione di tali quote, le quali potranno solo essere determinate ex post verificando il rapporto proporzionale tra il valore delle res certae attribuite ed il valore dell'intero asse.
Proprio in ciò si riesce a poter distinguere tale istituto giuridico dalla divisione fatta dal testatore, disciplinata dall’art. 734 c.c. prima citato; infatti, in questo secondo caso le quote sono predeterminate dal testatore e sulla base di tali quote si procede alla assegnazione dei singoli beni (dunque, anche qui vi è istituzione di erede, ma con predeterminazione delle quote).
Ritornando al caso che ci riguarda, dunque, si ritiene possa affermarsi che la volontà del testatore sia stata quella di istituire i propri figli eredi in beni determinati, dal cui valore complessivo, relazionato al valore dell’intero asse ereditario, sarà possibile determinare a posteriore il valore della quota che lo stesso testatore ha inteso attribuire a ciascuno di essi (se si tratta di immobili aventi tutti eguale valore, può dirsi che l’intenzione del de cuius è stata quella di istituire eredi i figli per quote eguali, e precisamente per la quota di un terzo ciascuno).
Non si tratta, invece, di un classico caso di divisione fatta dal testatore, poiché il testatore non ha prima determinato le quote e poi diviso i singoli beni in ragione di quelle quote.
In ogni caso si tenga conto del fatto che, secondo la giurisprudenza prevalente, l’accertamento della reale volontà del testatore costituisce una questione di fatto, che il giudice di merito è chiamato ad esaminare attraverso le normali regole ermeneutiche e che, nel compiere tale operazione, si può anche fare riferimento ad elementi estrinseci alla scheda testamentaria, quali la cultura, il livello di istruzione scolastica, la mentalità e l'ambiente di vita del testatore (così Cass. n. 3304/1981, Cass. n. 3940/2001, Cass. n. 24163/2013).
Una volta accertato che il testatore ha inteso attribuire quei beni ai propri figli nella qualità di eredi, passiamo ad esaminare il secondo problema che viene richiesto di affrontare, ossia quello di come adempiere all’obbligo di presentare la dichiarazione di successione.
Al riguardo può dirsi che nulla vieta, né sotto un profilo giuridico e neppure fiscale, che ciascuno degli eredi possa attivarsi autonomamente nel presentare la denuncia di successione.
Dal punto di vista prettamente pratico, occorrerà innanzitutto procedere alla pubblicazione del testamento (si presume che si tratti di testamento olografo), a seguito della quale ciascun erede potrà presentare la propria denuncia di successione, indicando all’attivo gli immobili che il testatore ha voluto assegnargli.
Sarà su tali immobili che andranno calcolate e versate le relative imposte (ipotecaria, catastale, di bollo, la tassa ipotecaria e i tributi speciali).
Unico inconveniente di una presentazione autonoma potrà essere quello che vi saranno delle spese fisse da sostenere, le quali, nel caso di denuncia presentata congiuntamente, potrebbero essere suddivise in parti eguali tra gli eredi, e che in questo modo, invece, ciascun erede sarà costretto a sopportare per intero.
Si vuole infine evidenziare che dall’anno 2019 la denuncia di successione si può presentare soltanto in via telematica.
Norma di riferimento: Articolo 588 Codice civile - Disposizioni a titolo universale e a titolo particolare | Quesito Q201821849
venerdì 10/08/2018 - Lazio
“Buon pomeriggio. Scrivo per ottenere le vostre correzioni di quanto credo di sapere e per avere il parere su quanto andrò ad esporre in materia di successione.
Il mio attuale albero genealogico vede: 1 ascendente (madre); 1 coniuge in regime di separazione dei beni; 2 miei fratelli figli di stessi genitori (1 fratello, 1 sorella). Nessun figlio legittimo, adottivo o naturale per entrambi i coniugi.
Se morissi senza lasciare testamento le quote di legittima saranno: coniuge 66,66%, ascendente, 25%, fratelli 8,33% da dividersi in parti eguali. Confermate?
Se facessi testamento le quote di legittima saranno: coniuge 50%, ascendente 25%, disponibile 25% Confermate?
In entrambi i casi vorrei evitare queste quote di proprietà e mi spiego. Circa l'80% del mio attuale patrimonio immobiliare deriva da una vita di rinunce, lavoro e sacrificio dei miei genitori che hanno prodotto tale patrimonio per il godimento loro, dei loro figli e nipoti. Per etico rispetto vorrei che tale obiettivo e scopo venisse conseguito. Non ho alcuna pregiudiziale che mia moglie erediti parte di tale patrimonio assegnatole per quota legittima oltre al diritto di abitazione sulla casa coniugale e degli arredi (mia esclusiva proprietà). Quello che mi è impossibile accettare e che al decesso anche di mia moglie, stante l'assenza di nostri figli, tale patrimonio vada ai suoi fratelli e sorelle (miei cognati) che nulla c'entrano con i descritti sacrifici dei miei genitori. In tale modo s ei miei fratelli volessero riavere i bene prodotti dai nostri genitori dovrebbero riacquistarli dai miei cognati (sic!).
Mi è stato consigliato da un notaio ed io sottopongo a voi come mio quesito. E' corretto indicare un erede qualunque di mio gradimento concedendo ai legittimari l'usufrutto vitalizio dei beni in successione?
Tale modo di testare è impugnabile? Ove non fosse l'impostazione corretta come conseguire il mio obiettivo e scopo?
Consulenza legale i 17/08/2018
La prima domanda a cui viene chiesto di rispondere è quella relativa a come verrebbe suddiviso il proprio patrimonio ereditario in caso di apertura della successione legittima, considerando che al momento della morte resterebbero quali eredi il coniuge, la madre e due fratelli.
Ebbene, intanto la prima norma a cui occorre fare riferimento è l’art. 565 del c.c., secondo cui nell’ipotesi di successione legittima l’eredità si devolve a coniuge, discendenti, ascendenti, collaterali e altri parenti, secondo le regole contenute nello stesso titolo in cui tale norma si trova inserita.
In particolare, poiché in questo caso avremo un concorso tra il coniuge, la madre ed i fratelli, troverà espressa applicazione l’art. 582 del c.c., il quale dispone che al coniuge andrà una quota pari a due terzi del patrimonio ereditario, mentre il restante terzo verrà suddiviso tra la madre (ascendente) ed il fratello e la sorella secondo il disposto dell’art. 571 del c.c., fatto salvo in ogni caso il diritto dell’ascendente a ricevere una quota pari ad un quarto dello stesso patrimonio.
Secondo il richiamato art. 571 c.c. se con i genitori o con uno soltanto di essi concorrono fratelli e sorelle germani del defunto, la suddivisione del patrimonio verrà fatta per capi (ossia la madre rappresenta un capo, mentre fratello e sorella un altro capo), con diritto del genitore o dei genitori di conseguire una quota non inferiore alla metà del patrimonio.
Ipotizzando, dunque, che il patrimonio del defunto sia pari a 240, avremo che al coniuge andranno 160 (ossia i due terzi previsti dall’art. 582 c.c.), mentre degli 80 restanti, 60 andranno alla madre e 10 ciascuno a fratello e sorella.
In tal modo verranno rispettate le quote di due terzi in favore della moglie (240:3=80X2=160) e la quota di un quarto in favore della madre (240:4=60), secondo quanto previsto dall’art. 582 c.c., ma verrà anche rispettato il disposto dell’art. 571 c.c., secondo cui alla madre deve andare in ogni caso almeno la metà di quanto resta nel concorso con fratelli e sorelle.
Questo è il sistema di calcolo delle quote con l’uso di soli numeri interi e che probabilmente verrebbe fatto in uno studio notarile o da chi sarebbe incaricato di effettuare la denuncia di successione, sistema che comunque coincide con il calcolo percentuale che è stato fatto nel quesito e di cui può confermarsi la correttezza.
Anche corretto è il calcolo fatto per l’ipotesi di successione testamentaria, trovando lo stesso conferma nel combinato disposto degli artt. 536 e 544 c.c.
In particolare, all’art. 536 del c.c. occorre fare riferimento per individuare quali sono i soggetti in favore dei quali è riservata una quota di eredità, ossia i cd. legittimari (e tali sono: il coniuge, i figli, gli ascendenti, ne restano esclusi i collaterali, ossia fratelli e sorelle), mentre l’art. 544 del c.c. si preoccupa di stabilire quali sono le quote da rispettare nel caso di concorso tra coniuge e ascendenti.
Secondo quest’ultima norma, infatti, al coniuge è riservato la metà del patrimonio (50 su 100) ed all’ascendente un quarto (25/100); il resta 25% costituisce la disponibile, ossia ciò di cui il testatore può disporre come vuole.
A questo punto, cerchiamo di capire se e con quali strumenti giuridici può conseguirsi l’obiettivo esposto nella seconda parte del quesito, ossia quello di far sì che nulla del proprio patrimonio vada ad incrementare il patrimonio dei propri cognati, e che resti piuttosto nella cerchia dei componenti la propria famiglia di origine.
Una valida soluzione si ritiene che possa essere proprio quella suggerita dal notaio, la quale trova espressa previsione legislativa nell’art. 551 del c.c., rubricato “Legato in sostituzione di legittima”.
Tale norma consente infatti al testatore di nominare erede una persona qualsiasi, lasciando al legittimario o ai legittimari, in sostituzione della legittima, ed a titolo di legato, l’usufrutto di tutti i suoi beni, a cui si aggiungerà in favore del coniuge, ma a titolo di c.d. legato ex lege, il diritto di uso e di abitazione di cui all’art. 540 del c.c..
Trattasi di una forma di testamento indubbiamente valida e non soggetta ad impugnazione, ma che presenta degli inconvenienti per il fine che si vuole raggiungere.
Infatti, proprio in tale ipotesi, così come nel caso previsto dall’art. 550 del c.c. (della c.d. cautela sociniana), il legislatore consente al legittimario la possibilità di difendersi contro le disposizioni del testatore che, di fatto, risulterebbero lesive dei suoi diritti, riconoscendogli il diritto di rinunciare al legato e di chiedere la legittima.
Ciò significa che il reale intento del de cuius, ossia quello di rendere il legittimario estraneo alla devoluzione dell’asse ereditario, potrà essere conseguito e dipenderà solo dall’adesione del destinatario il quale, con la sua scelta, potrebbe vanificare l’intento perseguito dal testatore.
Al di là di tale strumento giuridico, un'altra soluzione che può suggerirsi, invece, è quella di ricorrere all’art. 588 c.c., norma che disciplina la c.d. institutio ex re certa.
Tale norma traccia la distinzione tra disposizioni a titolo universale e disposizioni a titolo particolare, disponendo al secondo comma che l’indicazione di beni determinati o di un complesso di beni non esclude che la disposizione sia a titolo universale qualora risulti che il testatore abbia voluto assegnare quei beni come quota del suo patrimonio.
Ora, per lungo tempo si è discusso se il lascito dell’usufrutto sull’intero patrimonio ereditario o su una parte di esso configuri una disposizione a titolo universale o a titolo particolare, avendo da sempre l’opinione prevalente ritenuto che una attribuzione di tale tipo non possa valere a conferire al beneficiario la qualità di erede, poiché egli non subentra nell’universum ius del de cuius.
Tale opinione, tuttavia, è stata di recente disattesa dalla Suprema Corte di Cassazione, la quale ha in maniera diametralmente opposta affermato che la disposizione testamentaria di attribuzione dell’usufrutto generale sui beni costituisce istituzione di erede e non di legato, e ciò qualora dal contenuto dell’intero testamento, si possa desumere l’intento del testatore di voler attribuire all’usufruttuario una quota astratta dell’eredità (così Cass. 4435/2009 e da ultimo Cass. 13868/2018).
Sarà, dunque, prendendo spunto dalle sentenze sopra citate che si potrà, anziché istituire erede un terzo estraneo, nominare erede universale la moglie, lasciando alla medesima l’usufrutto generale su tutti i propri beni mobili e immobili; al fine poi di far sì che dal testamento risulti la volontà inequivoca di aver voluto nominare erede la moglie, sarebbe opportuno stilare un elenco analitico dei beni sui quali si intende attribuire l’usufrutto alla moglie, e ciò per poter porre l’eventuale interprete del testamento (ossia il giudice) nella condizione di qualificare quella disposizione come institutio ex re certa.
In tal modo, conseguentemente, non si lascerà alla moglie spazio per esercitare il diritto riconosciutole dall’art. 551 c.c., ossia di rinunciare all’usufrutto per conseguire la quota di riserva che le compete in piena proprietà.
Al di là di tali strumenti giuridici, non si possono consigliare altri sistemi per far sì che il proprio patrimonio resti, dopo la morte dei coniugi, nella disponibilità della propria famiglia di origine, se non il classico sistema della vendita simulata, anch’essa piena di inconvenienti, primo fra tutti quello di spogliarsi anzi tempo dei propri beni, senza avere alcuna certezza in ordine alla correttezza morale di chi ne sarà il beneficiario.
Norma di riferimento: Articolo 588 Codice civile - Disposizioni a titolo universale e a titolo particolare | Quesito Q201820500
venerdì 09/02/2018 - Lazio
“L' AdE, sulla base dell'art. 485 c.c., mi ha riconosciuto il 90% della proprietà di una casa, di cui ne avevo già il 10%. Il de cuius era il mio patrigno. La stessa AdE ha riconosciuto anche il 50% alla sorella del de cuius.
Il mio avvocato dice che ne discuteremo in sede di mediazione se la controparte vuole andare al processo.
In questi casi c'è la possibilità di evitare di andare al processo ? Per email invio ispezione ipotecaria. Mi potete indicare un avvocato con cui discuterne a voce, anche per fare un confronto con l'attuale avvocato che ho contattato?
Per dirimere il quesito bisogna innanzitutto prendere le mosse dall'art. 588 alla cui lettura preventiva si rimanda.
La differenza tra erede e legatario non appare di poco conto nel caso vi sia un testamento olografo, dato che, per i beni non compresi e non indicati nel testamento, bisogna capire chi abbia il diritto di acquisirli.
Se, infatti, dal testamento si evince che il de cuius, tramite le proprie disposizioni, abbia voluto istituire un soggetto come erede, quest'ultimo assumerà tale qualifica con la conseguenza che sui beni di cui non si fa menzione nel testamento si creerà una comunione ereditaria, sottoposta al regime della successione legittima. Più nello specifico, quindi, l'erede testamentario diventerà comproprietario dei beni in oggetto insieme ad eventuali altri eredi, secondo le disposizioni di cui agli artt. 565 e seguenti. In questo caso si potrà ad esempio chiedere in ogni momento la divisione (art. art. 713 del c.c.), procedere alla vendita e spartirsi il ricavato.
Se, per contro, dal testamento si evince che il de cuius abbia semplicemente voluto disporre dei propri beni senza nominare alcun erede, il destinatario delle disposizioni sarà un semplice legatario e non avrà alcun diritto sui beni non inseriti nel testamento, non assumendo egli la qualifica di erede. Tali beni verrano perciò ereditati dagli eredi legittimi, senza tener conto di altri soggetti.
Ora, analizzando il testamento in allegato redatto dal sig. B..., è difficile sostenere che egli abbia inteso nominare il sig. F... come suo erede universale. Nonostante infatti nel suddetto testamento si legga "dispongo che, dopo la mia morte, venga dato in eredità a F...", il testatore non ha disposto in merito ad una universalità di beni o ad una quota dei suoi beni. La norma di cui all'art. 588 fa proprio il principio secondo il quale è indifferente la denominazione usata dal testatore, essendo invece fondamentale comprendere il regime a cui ha voluto sottoporre la successione.
Egli ha infatti disposto solamente della quota dei beni di sua proprietà in relazione ai beni stessi (dato che egli aveva solo una quota), e quindi si può dire che abbia disposto del singolo bene.
La giurisprudenza ha da tempo descritto più nello specifico quali siano i criteri da adottare al fine di poter procedere alla differenziazione stabilendo ad esempio che quando l'attribuzione ad un determinato soggetto di una quota del suo patrimonio, ancorchè individuata quanto al suo aspetto materiale nei componenti, avviene per classi o gruppi di beni (come ad es.: tutti gli immobili o tutti i mobili) è da ritenere che l'attribuzione stessa abbia luogo a titolo universale, onde il beneficiato acquista la qualità di erede e non quella di legatario (Cass. sez. II sent. n. 6516/86). Se ciò non avviene vi sarà una mera attribuzione di legato.
Dal testamento si evince con una certa sicurezza (o quantomeno il Giudice potrebbe così interpretare) che il sig. B... abbia semplicemente isituito il sig. F... come legatario e non come erede. Certo, la Cassazione ha anche precisato che il Giudice deve compiere sia una indagine di carattere oggettivo riferita all'atto sia una indagine di carattere soggettivo riferita all'intenzione del testatore (Cass. sent. n. 9467/2001), ma dalla laconicità del testamento sarebbe assai arduo rinvenire elementi tesi a definire la reale intenzione del de cuius.
Il mio parere è dunque che in un eventuale processo il Giudice propenderebbe per un'interpretazione del testamento nel senso che con esso il testatore abbia semplicemente inteso attribuire dei legati, senza attribuire al sig. F... la qualità di erede.
Nemmeno l'istituto dell'usucapione (art. 1158) può venire in soccorso, dato che l'eventuale utilizzo dell'appartemento in oggetto (il sig. Finesi è proprietario di 1/10 dell'appartamento) non configura un possesso valido ai fini dell'acquisto per usucapione, ma molto probabilmente una mera detenzione (il sig. B... ha ceduto in comodato i restanti 9/10), non valida ai fine dell'acquisto del bene per usucapione e pertanto, ai sensi dell'art. 1141, sarebbe stato necessario un atto di interversione nel possesso, atto a modificare l'originaria detenzione in possesso, non bastando comunque la mera tolleranza del sig. B... Sarebbe in sintesi necessario accertare che il sig. F... ha voluto escludere il sig. B... dal possesso del bene, e dal tal momento potrebbe decorrere il termine ventennale necessario ad usucapire. Se, per contro, il sig. B... ha semplicemente lasciato in comodato l'uso dell'appartamento, non potrà avvenire alcuna usucapione.
Precisato quanto sopra, appare assai improbabile sia che il sig. F... possa essere qualificato come erede, sia che possa aver validamente usucapito il bene. Per tali motivi, l'appartamento sito in Via Sacchi n. 66 a Nettuno spetterà alla sig.ra Vanda B... (unica erede), in quanto "a colui che muore senza lasciare prole, nè genitori, nè altri discendenti, succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali" (art. 570). Essendo lei l'unica erede, erediterà la quota pari a 9/10 oppure a 5/10 dell'appartamento in oggetto, a seconda della quota di proprietà in precedenza spettante al de cuius, in applicazione delle regole in materia di successione legittima. Dall'allegato in oggetto relativo alla dichiarazione di successione del sig. F..., parrebbe infatti di capire che 5/10 dell'appartamento fossero di proprietà del sig. B..., mentre 4/10 erano stati dallo stesso usucapiti. La sig.ra Vanda B..., essendo probabilmente a conoscenza solo del fatto che il fratello aveva in proprietà il 50% dell'appartamento, ha ritenuto di indicare nella propria dichiarazione di successione di avere diritto alla metà dell'appartamento.
Se invece nella dichiarazione di successione del sig. F... si intendeva che 4/10 dell'appartamento erano stati da lui stesso usucapiti nei confronti del patrigno o di terzi, vale quanto sopra detto in merito all'usucapione, con le necessità probatorie descritte.
Un eventuale processo porterebbe dunque ad un esito negativo della controversia. Tutt'alpiù, in sede di mediazione, si potrà raggiungere un accordo al fine di evitare l'iter processuale, provando a capire se la controparte ha correttamente letto il testamento e intuito che non ci si trova innanzi ad una ipotesi di chiamata in eredità e, in caso negativo, proporle una transazione al fine di rimanere nel possesso dell'appartamento oppure dividere il prezzo della vendita secondo proporzioni da stabilire. Se invece la sig.ra B... ha capito che è lei l'unica erede, poco si potrà fare. Si potrà ad esempio continuare a sostenere che con il testamento il sig. B... ha inteso invece isituire un erede e, al fine di evitare un lungo iter processuale, proporre una transazione, verosimilmente meno favorevole di quella prospettata all'esito della prima ipotesi.
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