Source: https://amibiblioblog.wordpress.com/2008/02/20/fruizione-negata-anche-in-liguria/
Timestamp: 2017-02-25 22:46:00+00:00

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Fruizione negata anche in Liguria? | Amici delle biblioteche
Posted on 20 febbraio, 2008 by beppe2	Sono Beppe, uno degli amministratori del blog, e mi pare che in questo momento il mio ruolo più utile sia quello di proporre dei temi di discussione, in attesa che anche altri si facciano avanti (oltre che ringraziare tutti quelli che stanno visitando e stanno intervenendo).
Filed under: Utenti, accesso, accoglienza, servizi | Tagged: accesso, biblioteche storiche, conservazione, fondi antichi, fruizione negata, normativa, servizi al pubblico, tutela, valorizzazione |	« Biblioteche liguri, Internet e Web 2.0 La nuova normativa regionale ligure »
amibiblioblog, on 22 febbraio, 2008 at 09:59 said:	Berardino Simone, che nel frattemo ha letto il post e ha anche linkato il nostro blog da suo, ci ha chiesto di chiamarlo di chiamarlo più amichevolmente Dino, cosa che certamente faremo d’ora in poi.
Rispondi	amibiblioblog, on 22 febbraio, 2008 at 15:02 said:	Sempre Dino Simone ci ha segnalato questo testo del suo blog, osservando che potrebbe essere un esempio del tipo di interventi che i lettori potrebbero fare anche su questo blog:
[Fonte, archivio della Associazione Lettori della Biblioteca Nazionale Centrale “
Rispondi	oriana51, on 25 febbraio, 2008 at 23:22 said:	La mia esperienza di bibliotecaria conservatrice (termine di per se orrido!) che quotidianamente cerca di rendere il più possibile fruibile il patrimonio antico conservato nella biblioteca in cui opero mi pone in una posizione assolutamente schizzofrenica rispetto ai problemi sulla fruibilità posti da Dino.
Conoscendo un po’ il panorama italiano non posso che ammettere l’esistenza di un clima di eccessiva burocratizzazione dei settori “antichi” delle biblioteche, soprattutto di quelle del MiBac. Tuttavia, e proprio perchè mi sento parte in causa, devo spezzare una lancia nei confronti di molti colleghi che in questi ultimi anni stanno lavorando sodo per smantellare abitudini dure a morire.
In Liguria, e mi riferisco soprattutto alla realtà genovese, mi sembra che non siamo messi poi tanto male … Ma su questo mi piacerebbe avere il parere di qualche utente.
A proposito di patrimonio bibliografico storico: qualcuno sa nulla della Biblioteca Franzoniana? Sembra sparita nel nulla.
Rispondi	Dino, on 3 marzo, 2008 at 09:38 said:	Sono d’accordo con Oriana che il termine è brutto, evoca altro rispetto alle attività tecniche di preservazione del libro.
Forse anche un poco superato ‘tecnicamente’, oggi che si preferisce utilizzare ‘tutela’ (che implica una finalizzazione di quelle attività alla valorizzazione) a ‘conservazione’.
Segnalo la porposta di chi si autodefinisce una utente abituale’ dell’antico, M. Maniaci, in:
http://dida.let.unicas.it/links/didattica/palma/testi/maniaci2.htm :
“bibliotecario conservatore, ovvero — come preferirei definirlo superando la tradizionale ma inopportuna cesura fra manoscritti e primi libri a stampa — del “bibliotecario di fondi antichi”.
Ed abbandonare classificazioni di bibliotecari legate oggi strettamente a “tipi” ideali di utenti per spostare quelle definizioni sul “tipo” di offerta credo avrebbe forti implicazioni culturali…
Anche a me piacerebbe conoscere le espierienze dirette di altri utenti e nelle diverse Regioni. Davvero si riscontra una maggiore accoglienza passando da biblioteche storiche statali a quelle locali? Oppure la gran parte dei bibliotecari ‘conservatori’ hanno atteggiamanti simili e per trovare un buon rapporto bibliotecario / lettore si può solo rifugiarsi in una biblioteca “aperta al pubblico” (ossia rivolgersi a un “bibliotecario di raccolte contemporanee”?
Rispondi	Dino, on 4 marzo, 2008 at 18:36 said:	Rileggendo Oriana al 25 febbraio devo “smascherarla” clamorosamente. Lei non può essere una bibliotecaria conservatrice:
una bibliotecaria conservatrice non chiede l’opinione dei lettori (“Ma su questo mi piacerebbe avere il parere di qualche utente”);
non “cerca di rendere il più possibile fruibile il patrimonio antico”, ma lo “konserva” ben chiuso in magazzini (forse umidi, polverosi e poco sicuri) per i posteri dei posteri.
Soprattutto, una bibliotecaria “conservatrice” non sorride mai agli utenti! (mi riferisco alla foto).
Allora, spero che Oriana non si offenda se non la chiamerò mai più “bibliotecaria conservatrice”, ma “Bibliotecaria di fondi antichi”.
Rispondi	oriana51, on 4 marzo, 2008 at 19:16 said:	Non mi offendo affatto, anzi adotterò la definizione. Tra l’altro non mi occupo solo di fondi antichi ma anche di altro.
Rispondi	Dino, on 7 marzo, 2008 at 18:01 said:	Vorrei tornare ancora sugli spunti offerti da Oriana il 25/2,
e chiederti se la tua iniziale formazione specifica, quella che ti ha portata ad essere un bibliotecario “di fondi antichi”, ti abbia mai creato analoghi problemi di schizzofrenia.
Te lo chiedo perché io ho “rovistato” nei manuali di biblioteconomia e ho avuto l’impressione che la concezione elitaria della biblioteca “di conservazione” sia “candidamente” teorizzata e quindi insegnata ai futuri bibliotecari, che si ritrovano così a condividere – forse inconsapevolmente – gli stessi “valori” professionali di diffidenza verso l’utente “medio”.
Un esempio solo, di un testo che – mi dicono – è stato fondamentale per la preparazione dei concorsi di molti bibliotecari ancora oggi in ruolo:
E. Coen Pirani, 1982, “Dobbiamo ora specificare cosa sia la sala riservata o di consultazione… In queste sale sono ammessi solo lettori noti alla direzione direttamente o perché sono presentati da persone note.”
Per essere più preciso. Ricordi qualche esemplare autore di biblioteconomia, con un approccio aperto verso la fruizione, che abbia contribuito alla formazione tua e dei molti colleghi che richiami? oppure la tua formazione è stata il frutto di un percorso più personale che ha poco in comune con chi poi è diventato un “burocrate” di biblioteca storica?
Rispondi	oriana51, on 9 marzo, 2008 at 20:33 said:	Anch’io per il concorso col quale sono entrata nel MiBac, che ormai si perde nella notte dei tempi, ho studiato sul manuale di E. Coen Pirani ma anche su Montecchi Venuda, Petrucci et alia. Ma non viene da lì l’imprinting e non saprei, sinceramente fornirti indicazioni bibliografiche di manuali ove si parli e si teorizzi sulla fruizione dei fondi antichi. In questi ultimi anni ho seguito però alcuni corsi ove il problema è stato affrontato.
La mia propensione “verso l’utente” credo che si sia formata anche grazie all’incontro e scambio con altri colleghi che non si occupavano specificatamente di antico e che hanno avuto sempre molto presente che il proprio lavoro prendeva senso solo dalla contemporaneità della triade tutela, valorizzazione e fruizione. Non posso negare quanto le varie realtà di settori “antichi” siano spesso ostaggio di burocrati che il più delle volte si parano dietro prassi obsolete per paura. Paura del confronto, paura dei furti (purtroppo ce ne sono stati moltissimi in tutta Italia), paura di dover cambiare qualcosa delle loro abitudini, del loro tran tran quotidiano. Paura di dover ammettere ignoranze. Su quest’ultimo punto credo che personalmente abbia avuto molto peso l’esperienza di catalogare manoscritti. Questa catalogazione non può infatti mai definirsi definitiva e il tecnico intelligente sa che solo il confronto e l’apertura verso gli studiosi può consentire di raggiungere descrizioni sempre più approfondite. E’ una palestra di umiltà.
Comunque oggi mi sembra, almeno in una realtà piccola come quella ligure, che il problema non sia certo quello di mettere barriere agli utenti ma piuttosto quello di attirarne. Come per gli archivi mi pare che anche le sezioni antiche delle biblioteche soffrano di mancanza di utenza. Sono rimasta piuttosto stupefatta il 7 scorso alle Stelline quando durante un incontro una collega della Biblioteca Nazionale di Firenze ha fatto scorrere sotto il suo intervento alcune belle foto delle sale di lettura della BNCF. Peccato che fossero pressoché VUOTE! Ho pensato: ma non potevano almeno far finta che ci fossero più utenti, magari chiamando a raccolta tutto il personale?
So di essere un po’ un’outsider ma non vorrei che si pensasse che non mi interessi del problema della tutela e preservazione. Su questo argomento per esempio concordo con quanto Beppe dice nel suo commento a “Indovina dove ti piazzo il libro?”: «Mi sembra invece corretto far fruire la copia digitale, e quindi preservare l’originale da usura e rischi, quando essa risponde pienamente alle necessità dell’utente, anche pensando che il sostituto digitale, nei progetti gestiti correttamente, non è una immagine fatta in casa di bassa qualità buona si è no per leggiucchiare qualcosa, ma dovrebbe comprendere anche immagini della massima qualità adatte anche per studi ed elaborazioni (ad esempio evidenziare dettagli che a occhio nudo non si vedono)».
Rispondi	Dino, on 10 marzo, 2008 at 20:16 said:	In un certo senso avevo ragione (e Montecchi 2004 sul punto specifico equivale a Coen Pirani…). La formazione del bibliotecario è intrinsecamente in conflitto con le esigenze dell’utente: siamo infatti tornati al punto di partenza. Vediamo se troviamo un nuovo punto di arrivo.
‘Concordo con quanto Beppe: «Mi sembra invece corretto far fruire la copia digitale, e quindi preservare l’originale da usura e rischi, quando essa risponde pienamente alle necessità dell’utente»’
Due osservazioni. Chi decide quando la copia risponde
alle necessità. Chi “seleziona” le necessità meritevoli?
I bibliotecari “conservatori” hanno dato la loro risposta.
Proviamo a fare qualche esempio pratico (di pura fantasia, ma realistico) per vedere se la soluzione può essere soddisfacente.
La mia “motivazione di studio” per avvicinarmi ad un libro è perché mi ricorda… mi scusi, è stettamente privata! Posso vedere il libro [se è in buone condizioni, s’intende; ossia se già è stata autorizzata la lettura anche solo per 1 solo altro utente che – qualunque “necessità” abbia, ha i miei stessi diritti!], grazie?
E’ la stessa motivazione di quando entro in un museo [altro “istituto della cultura”, come la biblioteca Pubblica]. E allora? vale o no?
Ho viaggiato – immaginiamo – da una città all’altra dopo aver scoperto per caso su Internet la “visita virtuale” ad un museo di cui non avevo mai sentito parlare prima: mi ha talmente incuriosito che ho voluto andarci di persona (e con l’occasione ho vissuto la città, ho fatto il “turista”… è stato entusiasmante.. e poi ho consigliato ad altri di fare lo stesso!); eppure ho telefonato ad un bibliotecario di quella stessa città e lui mi ha detto: non stia a venire, accenda il computer e si goda il libro da casa: vedesse che colori e che dettagli… C’è qualcosa che non torna: manca qualcosa per equiparare le due esperienze (la prima è “di svago” e solo l’altra è “culturale”??)…
“Peggio”. La mia motivazione è: non ho mai visto un libro antico, non l’ho mai sfogliato in vita mia: mi scusi signor bibliotecario ma non ho potuto studiare molto, sono anche un pochino ignorante! Non sono mai stato in una biblioteca prima, se non a quella vicino casa, ma per leggere il giornale… La risposta sarà: vada su internet. Trova tutte le trame dei cinema e – ma forse non ci capirà molto – c’è l’immagina digitale di qualche libro antico, che è meglio dell’originale perché può zoomare sui dettagli (???)!
Allora. Se la copia digitale è solo un servizio accessorio, appena più sofisticato e comodo del servizio fotocopie (che per l’antico sono escluse) allora sono d’accordo anch’io con Beppe ed Oriana.
Quando avrò poco tempo, quando avrò voglia di confrontare due brani in libri “conservati” in luoghi diversi, allora il computer mi farà comodo e ringrazierò il bibliotecario dei fondi antichi per avermi dato ANCHE questo servizio ACCESSORIO.
Ma non permetterò mai (più) ad un bibliotecario, conservatore o no, di dirmi quanto valga il mio interesse per un bene culturale e se sono alla pari o inferiore ai “suoi” utenti “preferiti”.
Rispondi	Dino, on 15 marzo, 2008 at 00:14 said:	Segnalo un documento di questi giorni della Regione Toscana sul tema della “fruizione negata”.
Se si pensa alle innovative norme della Regione Liguria, 2008 (ed Emilia-Romagna, 2003), appare sbalorditiva la notevole diversità di impostazione e di interpretazione, a livello locale, della generale e quindi comune legislazione nazionale.
Rispondi	beppe2, on 18 marzo, 2008 at 17:38 said:	Il commento di Dino del 10 marzo è stimolante come al solito e presenta anche alcune prospettive inconsuete.
Ci sono però anche alcuni altri aspetti di cui tenere conto.
Il bibliotecario ha anche il dovere di tutelare il patrimonio della biblioteca per mantenerlo disponibile per gli utenti futuri (compresi quelli che verranno tra secoli), quindi in vista di questo può essere legittimo limitare i diritti degli utenti presenti, così come del resto si pongono limiti ai servizi, per esempio si prevede una durata massima per il prestito, affinché tutti ne possano godere e non solo il primo che arriva.
Trovo difficile però dire come devono essere valutate esigenze come quelle tu prospetti negli esempi, che sono diverse da quelle della pura e semplice lettura del testo (che può essere benissimo soddisfatta dal sostituto digitale, anche con piena soddisfazione da parte dell’utente) e quella dello studio della carta o degli inchiostri che probabilmente richiede l’accesso agli originali.
Il paragone con altre forme di fruizione culturale come visitare una città o un museo, non è del tutto calzante, perché in quel caso, specialmente col museo, si ha una fruizione più indiretta: i quadri del museo li vedono tutti, ma attaccati al muro. Se qualcuno chiedesso di poter staccare un quadro per prenderlo in mano e vederlo più da vicino, la cosa sarebbe molto diversa.
Le esigenze che descrivi non sono in assoluto da disprezzare, ma vanno “incrociate” con le esigenze di tutela che non sono sempre le stesse per ogni documento: ci sono molti libri antichi per così dire “di routine” che probabilmente possono essere tranquillamente fatti consultare in originale, se qualcuno lo richiede, anche in presenza di copie digitali. D’altra parte ci sono documenti talmente importanti ed insostituibili (metti i manoscritti autografi delle sinfonie di Beethoven) che è legittimo prevedere maggiori restrizioni e quindi farli consultare solo quando ci sono oggettive esigenze di studio che non possono essere soddisfatte dal digitale.
Quali sono le sue esigenze poi lo deve spiegare il lettore, le lettere di presentazione non c’entrano niente.
Rispondi	Dino, on 18 marzo, 2008 at 22:03 said:	Gli spunti offerti da questo “giovane” blog, dove utenti e bibliotecari di fondi antichi possono confrontarsi serenamente, non si ritrovano neanche nel forum dei bibliotecari italiani, “Aib-cur”, dove periodicamente, da qualche anno, provo a lanciare “novità” sulla fruizione che non vengono neppure raccolte perché ritenute pregiudizialmente sbagliate.
Mi sforzerò di intervenire schematicamente ma non riesco ad immaginare un intervento breve.
L’esempio delle limitazioni del prestito è utilissimo. Ma anche il paragone con i musei è molto utile per cogliere “le prospettive inconsuete” e liberarsi delle prassi nate quando i libri erano strumento di studio (e quindi testo più che oggetto/bene culturale). Non perché l’ideale sia la biblioteca-museo (che “dimentica” il testo e si limita ad esporre l’oggetto) ma perché a parità di normativa e quindi di mezzi e fini (i bibliotecari amano l’odioso termine “mission”) si possono confrontare le soluzioni.
Io non mi sento “discriminato” dalle regole del prestito perché riguardano il libro e prescindono dalle caratteristiche (“motivi”, titolo di studio, ecc.) degli utenti.
Una regola analoga nella fruizione sarebbe che ogni utente non può tenere in lettura e deposito il libro antico per più di 30 gg. consecutivi. Sarebbe già una rivoluzione…
L’utente “futuro” è spesso evocato dai “bibliotecari conservatori”, anche in testi dei primi del ‘900, ma ancora oggi -dopo un secolo – nessuno… lo ha mai visto!
Voglio dire che è un ossimoro: io rinuncio a sfogliare il libro per lasciarlo a mio nipote. Ma quando mio nipote andrà in biblioteca il bibliotecario gli dirà: niente libri! per il bene dei tuoi nipoti…
Il bibliotecario è tecnicamente davvero un “Conservatore” – come l’operatore del museo -, nel senso che è un esperto di libri, dell’ambiente in cui è custodito, delle “corrette tecniche” di fruizione (leggii, lampade ad hoc, ecc) e naturalmente dei cataloghi, repertori,eecc.; non può essere un esperto delle “qualità”, dei “motivi” degli utenti, per cui non si porrà il fine di prevenire la fruizione, ma di prevenire il decadimento del bene culturale fatta salva la “normale” fruizione.
Uso qui “normale” per contrapporlo alla presunta “fruizione indiretta” richiamata da Beppe: l’uso normale di un libro è sfoglairlo per leggerlo come è normale illuminare ed avvicinarsi ad un quadro o ad un marmo.
Staccare un quadro per toccarlo sarebbe come staccare una pagina da un libro per osservare i dettagli controluce. Infatti, e soprattutto, staccare un quadro dal muro è vietato a tutti, sfogliare un libro è possibile ma solo per alcuni!!! Ecco qui la vera forza dell’analogia tra museo e biblioteca!
In realtà, se si facessero gestire i musei dai bibliotecari la loro cultura di “conservatori” li poterebbe presto ad affermare:
“è scientificamente provato che la luce, modifica, danneggia i colori dei dipinti; che il respiro del pubblico contiene sostanze chimiche che a lungo andare intaccano i bronzi e li ossidano; ecc. ecc.
Poichè è nostro dovere “conservare” queste opere d’arte per gli “utenti futuri” (…proseguo con le parole pseudo “tecniche” della Regione Toscana segnalate sul mio blog:)
“è acquisito sul piano della gestione delle raccolte storiche che la modalità di accesso ai [quadri] antichi e di pregio deve essere adeguata alle particolari caratteristiche del bene, quindi la [loro visione] deve tener conto delle esigenze di conservazione dei [quadri] (evitando [esposizioni alla luce e al “respiro degli utenti] inutili, non giustificate dall’esigenza di [vedere] uno specifico esemplare o edizione..)..
Per [vedere un quadro de] l’Orlando Furioso è più agevole e soddisfacente [guardare] una [stampa] contemporanea [o la copia digitale a tre dimensione su internet], piuttosto che l’edizione del 1532, presente in meno di dieci [musei] italiani. Rientra quindi tra i compiti del [conservatore museale] .. accertare che sussistano le motivazioni per consentire la [visione diretta] di edizioni di particolare pregio…”.
Ad essere generosi, il discorso è formalmente corretto e anche tecnicamente motivato dagli studi sugli effetti del microclima sui beni culturali. Le soluzioni e le conseguenze logiche che se ne traggono però sono inaccettabili.
In questo senso credo che tutto l’approccio “conservativo museale” all’utente dovrebbe essere adattato per analogia alle biblioteche ogni volta che – “smontando” pezzo per pezzo la prassi dominante in Italia – ci si rende conto che non si sta operando sul libro/ bene culturale. E quando ci si rende conto che si pongono divieti non assoluti (come nei casi specifici in cui l’esigenza di conservazione prevale su quella della fruizione) ma si vieta “ad alcuni” utenti un approccio al libro/ bene culturale che è lecito per altri utenti.
Alla fine, resterà un minimo margine di discrezionalità (di cui sarà bene rendere pubblici i criteri che ne ispireranno la soluzione..) e si potrà concentrarsi su casi limite come “i manoscritti autografi delle sinfonie di Beethoven”; ma quanti passi avanti si saranno fatti!
Altra differenza ed analogia fondamentale tra museo e biblioteca è che le biblioteche posseggono un numero di “pezzi” per utente infinitamente superiore dei musei. Analogamente a questi però dovrebbero “promuovere” i beni culturali.
Questo mi porta a dire – e censuro, per concludere, tutto il resto suggeritomi dalle utilissime riflessioni di Beppe – che non è possibile vietare o filtrare l’accesso al libro sull’ingresso della biblioteca o di una sala tutta “riservata” all’antico (come si fa concentrandosi sui “motivi” di interesse di alcuni utenti più sfortunati di altri per aver incontrato un bibliotecario).
Un divieto può essere legittimo e “ragionevole” solo per uno specifico “pezzo”, in quanto motivato da un instabile o delicato stato di “conservazione”. Ma chi si convincerà che il proprio lavoro consiste sostanzialmente nel conciliare “tutela”, “valorizzazione” e “promozione” – ancora l’analogia con il museo – subito dopo un divieto non si “libererà” di quell’utente ma cercherà di trattenerlo, di incuriosirlo, di fargli scoprire uno degli altri mille libri antichi “posseduti” dalla biblioteca ed in buono stato di conservazione! (così anche la distanza tra libro e turismo si accorcia…). I bibliotecari sanno bene infatti, come recentemente scritto da un archivista (citato nel mio blog sotto l’immagine dei libri incatenati):
“che non di rado si trovano a custodire [libri] che da decenni, se non da secoli, giace nei depositi delle [biblioteche], intatti e inviolati, e perciò muti, [le collezioni] ereditate dal passato, più che ricordo vivo, sono una memoria potenziale che dispiega i propri contenuti soltanto quando i [libri] sono consultati, letti, interpretati”.
Almeno per tutte quelle migliaia di memorie mute da decenni ed intatte, permetteteci di scoprire tutte le emozioni che può dare un libro sfogliato in biblioteca!
Un grazie a Beppe.
Rispondi	Dino, on 21 marzo, 2008 at 13:11 said:	Riprendendo ancora l’intervento di Beppe, vorrei proporre di ribaltarne le conclusioni:
“Quali sono le sue esigenze poi lo deve spiegare il lettore”
Nell’intervento precedente ho cercato di mostrare come “i motivi”che possono spingere un utente potenziale (ossia tutti i nuovi segmenti di cittadinanza, tradizionalmente esclusi dalle biblioteche storiche per motivi… “tradizionali”) siano tanto “ïmprevedibili” quanto sostanzialmente rrilevanti per il bibliotecario Conservatore. Sarebbe perció molto piú utile che questo si concentrasse sulla riorganizzazione “oggettiva” dei servizi che – impregnati di “conservazione” – presentano un’infinitá di micro sovrastrutture che allontanano anziché attrarre l’utenza potenziale, senza riuscire a realizzare correttamente la tutela del libro (e rimando all’inefficacia delle procedure di sicurezza incentrate sulla selezione dell’utente anziché sul libro, esemplificate dal caso del Salterio rubato in Bncf e dal commento di Serrai…).
Ma vorrei fare un passo ulteriore rispetto ai “motivi”, appellandomi ad un altro aspetto alla base del lavoro Bibliotecario, il suo essere bibliotecario Pubblico:
“LEGGE 7 agosto 1990 n. 241: Principi..
Art. 3. Motivazione del provvedimento
1. Ogni provvedimento amministrativo, compresi quelli concernenti l’organizzazione amministrativa, lo svolgimento dei pubblici concorsi ed il personale, deve essere motivato… La motivazione deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione della amministrazione, in relazione alle risultanze della istruttoria…”
Non sono io utente che devo portare “buoni motivi”per poter accedere ad una biblioteca, “istituto pubblico della cultura”: il Conservatore museale, altro operatore del settore Cultura che applica il Codice dei Beni Culturali, nemmeno me li chiede i miei “motivi”!
E’ il bibliotecario che deve “motivare” l’atto con il quale intende escludermi, e quello con il quale, “contemporaneamente” autorizza l’ingresso di un altro utente, diciamo lo “studioso” (e qual’é la definizione giuridica di studioso? forse qui é semplicemente un sinonimo di lettore?…). Nel far questo, naturalmente non deve cadere in contraddizione.
Nella motivazione – come richiede la Legge alla base del suo operato – mi indichi per favore il “presupposto di fatto”che rende me o addirittura il temuto “turista” un cittadino da tenere lontano da una biblioteca Pubblica, e le norme – le ragioni giuridiche – che ispirano la sua decisione.
La Regione Toscana – o meglio, i “bibliotecari conservatori” insediati nel Settore Biblioteche – ancora oggi prescinde dallo stato di conservazione del libro, va “a monte” e mi dice che i miei motivi sono tali che non potró leggere nessun libro. Per arrivare a quella conclusione richiama “il contesto”evocato da un articolo 2 che peró non fa alcun riferimento a categorie diverse di utenti o di motivi. Tanto meno mette in guardia dagli odiati “turisti” (pericolose persone con due teste e lughe zanne con cui strappano i libri???).
La Regione Liguria, come giá l’Emilia-Romagna – evidentemente piú “rozze” della nobile Toscana -, non ha saputo cogliere il “contesto” all’articolo 2 e afferma:
“deve essere accolta qualsiasi richiesta di accesso ai servizi, senza che vengano richiesti particolari requisti (ad esempio appartenenza a determinate categorie di persone, lettere di presentazione ecc.).”
Bah! la Legge é una ma i comportamenti amministrativi dei bibliotecari Pubblici delle diverse regioni (o addirittura delle diverse “tipologie” di biblioteche teorizzate dalla Sacra Biblioteconomia??!?..) sono opposti.
Forse nel mondo irreale delle biblioteche Pubbliche storiche é giá nato lo Stato federale italiano e l’Onorevole Bossi non se ne é accorto???
Rispondi	beppe2, on 23 marzo, 2008 at 10:26 said:	Il criterio di non far vedere i libri a nessuno per preservarli per utenti futuri che a loro volta non li potranno vedere è evidentemente una perversione dei bibliotecari conservatori. Io parlavo di limitazioni dei servizi messe in atto per consentire a tutti, compresi gli utenti attuali, di usufruire dei servizi stessi in modo paritario.
A proposito del rapporto tipico con il libro, se me lo avessero chiesto io avrei detto che non è sfogliarlo, ma piuttosto leggerlo, perché in ultima analisi il libro è un veicolo di contenuti informativi. Se io dovessi leggere un libro antico, sarei contentissimo del sostituto digitale, perché in questo modo non avrei la preoccupazione di stare attento a non danneggiarlo neanche per distrazione.
Ho l’impressione che anche Dino, paradossalmente, condivida qualcosa della mentalità dei bibliotecari conservatori, e cioè l’idea – che io definisco feticista – per cui il libro antico (e non, chissa perché, quello moderno) sia importante innazitutto come oggetto materiale e non come veicolo di informazioni. Non è forse quello che giustifica l’idea di conservare l’oggetto anche a costo di non far fruire dell’informazione.
A proposito del rapporto tra il bibliotecario e le richieste dell’utente, c’è qualche caso su cui occorrerebbe riflettere. Supponiamo che qualcuno voglia semplicemente leggere l’Orlando Furioso perché non l’ha mai letto: bisogna proprio dargli l’edizione del 1532? O piuttosto, anche se la chiede, fargli presente che può leggere il testo in una infinità di edizioni moderne?
Se però l’utente vuole l’edizione del 1532 perché dice di interessarsi di libri antichi, di bibliologia, di storia delle edizioni dell’Orlando Furioso o altre cose del genere, bisogna senz’altro dargli il libro senza fare ulteriori indagini sulla qualità delle motivazioni (sempre che lo stato del libro sia compatibile con la normale consultazione).
In qualche caso, potrebbero sorgere dei dubbi sulla sensatezza della richiesta: che cosa dire di uno che chiede un preziossimo manoscritto musicale e poi non sa neppure leggere la musica? Che uso può fare di quel manoscritto?
Dino poi fa riferimento ad una categoria di motivazioni che in genere non si prendono in considerazioni, come quelle del “turista” o della persona che vuole semplicemente sfogliare un libro antico perché non ne ha mai avuto l’occasione. A parte le considerazioni di principio sulla pertinenza di queste motivazioni con il servizio bibliotecario, faccio presente un problema pratico: questa categoria di utenti probabilmente non chiederebbe le opere di qualche oscuro teologo del ‘600 (a meno che qualcuno chieda un libro antico qualunque solo per poterlo vedere), ma piuttosto proprio i pezzi più rari e preziosi. E’ giusto metterli a disposizione di queste esigenze con possibile detrimento delle esigenze di studio (non importa se personale o accademico)?
Il riferimento alla legge sul procedimento amministrativo è solo in parte corretto, almeno tecnicamente, perché la fornitura o il diniego di un servizio non avvengono con un provvedimento amministrativo, e più ancora perché è vero che il diniego va motivato, ma questo avviene al termine di una istruttoria nella quale si possono benissimo chiedere informazioni a chi richiede l’emanazione dell’atto, ad esempio per vedere se ha veramente necessità di quel certo servizio.
Infine, ma questa è forse la cosa fondamentale, mi pare sempre più chiaro che non dobbiamo parlare di esigenze di conservazione in astratto, ma in rapporto alle condizioni del singolo documento. Se un libro del ‘500 è arrivato fino a noi in ottime condizioni, non credo che gli succeda niente se qualcuno lo consulta anche ora, e nei fondi antichi delle biblioteche ci sono senza dubbio libri per cui le richieste di consultazione sono tanto rare che l’usura del materiale in seguito a queste consultazioni può considerarsi irrilevante.
Se però ci fosse qualche particolare pezzo il cui stato di conservazione, combinato con la rarità e interesse storico del pezzo e con le caratteristiche intrinseche di fragilità, è incompatibile con la regolare consultazione si potranno prevedere delle limitazioni al servizio al pubblico.
La differenza il caso di disponibilità del digitale e quello di non disponibilità è semplicemente questa. Se il sostituto non è disponibile, bisogna senz’altro permettere la consultazione dell’originale (salvo esigenze di conservazione), se il sostituto è disponibile bisogna proporre la consultazione di questo prima di far consultare l’orginale. In pratica qui non si fanno chissà quali valutazioni delle esigenze dell’utente, ci si limita ad accertare che non si riducano alla semplice lettura del testo (ovviamente c’è il caso di studi ed elaborazioni che si fanno sull’immagine, ma chi fa queste cose si suppone che lo sappia benissimo da solo che gli serve l’immagine e non l’originale).
Rispondi	oriana51, on 23 marzo, 2008 at 19:39 said:	Non so se il bibliotecario di fondi antichi, così come il bibliotecario tout court, possa applicare “oggettivamente” anche la più splendida delle normative sulla fruizione.
Come per qualsiasi prassi umana è il soggetto che “interpreta”. E’ invece innegabile che sia piuttosto inquietante che ogni regione italiana normi diversamente la prassi di fruizione. Ma di quest’avvisaglia “devolutiva” è già pieno il Codice Urbani e temo che l’andazzo generale non abbia ancora toccato il fondo.
Personalmente cerco di superare la schizzofrenia tra tutela e frizione cercando di applicare criteri non discriminatori riguardo agli utenti ma discriminatori rispetto alla tipologia dei beni, esattamente come auspica Beppe.
Devo ringraziare Dino non solo per la tenacia con la quale affronta il problema, ma anche per averci segnalato il contributo di Maniaci alle Stelline nel 2004. In quell’intervento viene detta una cosa che da sempre penso:
“Un ulteriore, e importantissimo, fattore aggravante è dato inoltre dall’assenza di censimento. Un libro sconosciuto è un libro virtualmente scomparso; e il passaggio dal “virtuale” al “reale” è più rapido di quanto non si creda. Il libro che non viene censito — e quindi né custodito, né preservato — è quello che corre potenzialmente il maggior numero di rischi”.
Questo è il maggior cruccio che mi sento di avere come bibliotecaria di fondi antichi. E prutroppo la scarsità di risorse umane per oviare all’immane lavoro che c’è ancora da fare al riguardo, mi deprime non poco.
Rispondi	Dino, on 23 marzo, 2008 at 20:16 said:	Alla fine sono in buona parte d’accordo con Beppe ed Oriana. Per altri aspetti non voglio insistere perché mi ripeterei noiosamente. Spero che altri utenti raccontino le loro personali esperienze di “uso pubblico delle biblioteche”, o dicano la loro opinione sui vari aspetti della fruizione del libro evidenziati da queste stimolanti chiacchierate tra lettori e Conservatori bibliotecari o addetti ai lavori con altre specializzazioni.
[A chi volesse approfondire i noiosissimi teoremi in burocratese dei bibliotecari “conservatori” (quindi, non quelli liguri) posso fornire un estratto di un documento analogo a quello della Regione Toscana – altrettanto “stravagante” nelle motivazioni ed interpretazioni – redatto dall’alta Direzione Centrale Beni Librari, del Ministero Beni Culturali].
In fondo la realtà ligura mi ha fatto un’ottima impressione. Nelle vostre biblioteche ci dev’essere un “clima” accogliente per il lettore e – pur non conoscendo il vostro posseduto, pur non avendo ancora motivi particolari – spero di avere presto l’occasione di una breve vacanza dal lavoro per venire a “fare il turista” da voi e curiosare tra sale, cataloghi, repertori e biblografie, per vedere se trovo qualcosa di particolare e nuovo, per me, da sfogliare nell’atmosfera di una sala lettura, non replicabile virtualmente.
Continuerò a leggere i vostri commenti, anche negli altri articoli.
Rispondi	beppe2, on 25 marzo, 2008 at 09:55 said:	Ottimo, speriamo solo che le biblioteche liguri non ti deludano. Raccontaci le tue esperienze, e se passi da Genova vieni a trovarci.
Rispondi	beppe2, on 25 marzo, 2008 at 10:27 said:	Rivedendo questa discussione, noto che purtroppo non c’è stato nessun intervento di utenti delle biblioteche liguri: se qualcuno legge, è invitato a parlarci delle sue esperienze, positive o negative che siano (si intende a riguardo della “fruizione negata”).
Sarrebbe interessante sentire cosa ne pensa la nostra amica archivista Deffe: che cosa si fa negli archivi?
Ci sono di solito particolari limiti o criteri di accesso per la consultazione dei documenti antichi?
Rispondi	Dino, on 31 marzo, 2008 at 22:17 said:	Segnalo un estratto “illuminante” da:
Luigi Balsamo, La Bibliografia.
Storia di una tradizione, Sansoni Editore, Milano, 1996
http://libroinbiblioteca.blogspot.com/ Ciao.
Rispondi	beppe2, on 15 aprile, 2008 at 13:17 said:	Ho visto gli ultimi materiali inseriti da Dino in Libroinbiblioteca, che diventa sempre più una raccolta di di notevolissimo interesse anche sulle fonti della prassi bibliotecaria.
Vorrei però notare che gli argomenti di Ravenni non sono dello stesso genere di quello dei fautori delle sale riservate, lettere di presentazione e selezione dell’utenza, mentre fanno riferimento al rapporto tra esigenze di conservazione ed esigenze effettive dell’utente: sarei perplesso anch’io davanti ad una richiesta di consultazione dell’Orlando Furioso nell’edizione del 1532 motivata dal solo desiderio di leggere l’opera, perché la stessa esigenza può essere soddisfatta da qualunque edizione moderna, probabilmente con maggiore comodità del lettore.
La mia idea è però che in questa valutazione c’è una presunzione a favore del lettore, ossia la richiesta normalmente viene soddisfatta, il caso contrario è l’eccezione (quindi se uno dice che vuole l’edizione del 1532 perché gli interessano le edizioni antiche dell’Orlando Furioso bisogna senz’altro accontentarlo).
Nel caso si dovesse limitare la consultazione per esigenze di conservazione, una tecnica interessante (che non mi ricordo di aver mai visto citata), sarebbe quella di contingentare le consultazioni: ad esempio, si potrebbe prevedere che un certo libro o manoscritto può essere consultato fino a 3 volte al mese, dai primi tre lettori che lo chiedono, un altro 10 e un altro per un numero illimitato di volte.
Questo sistema ha il pregio dell’imparzialità, ma anche un ovvio difetto: il primo che si presenta a chiedere il libro una volta esaurita la quota di consultazioni potrebbe essere quello che per il diniego subisce più danni di tutti.
Mi pare anche che in tutta questa discussione ci manchi un dato interessante: quante sono in realtà le richieste di consultazione dei fondi antichi? Sono davvero in numero tale da costituire un serio pericolo alla conservazione?
Rispondi	Dino, on 19 aprile, 2008 at 09:20 said:	Rendere pubblica per ogni libro una stima dei limiti “oggettivi” alle consultazioni sarebbe sicuramente un cambio di mentalità forte, ma ho l’impressione che un bibliotecario “conservatore” lo vivrebbe come un attacco al suo “ruolo”, una diminuzione di “potere”. Comunque, strano che la Regione Toscana non ci abbia pensato…
Penso che avrebbe anche un impatto organizzativo, ma dubito che il dato sia disponibile oggi nelle biblioteche, come non ho mai trovato l’elenco dei libri “sottratti o smarriti”, il cosìdetto “mancante”.
A questo proposito ricordo un brano di Luigi Crocetti che descrive la “scheda di conservazione” (o nome simile), un documento con la storia degli interventi di prevenzione e restauro del singolo libro: inserire lì dato che proponi e collegare la scheda al catalogo (elettronico) potrebbe realizzare la soluzione proposta?
D’altra parte potendo disporre di simili dati gli utilizzi sarebbero molteplici: aggiungerei “per regolamento” l’obbligo per il bibliotecario di promuovere quelle collezioni storiche non richieste e non lette per un certo numero di anni (a volte, è stato scritto, decenni!), nonostante il loro
buono stato di conservazione! (meglio che organizzare assaggi e mostre sulla cioccolata nelle biblioteche storiche…).
Quanto all’affluenza nelle biblioteche storiche, chi le ha frequentate sa che molte potrebbero essere chiuse e nessuno se ne accorgerebbe- salvo un paio di professori locali di lettere o il bibliotecario, preoccupato per il suo stipendio. Le statistiche ufficiali, invece, riflettono il numero di prestiti o l’affluenza con libri propri nelle sezioni moderne (e quei lettori sono generalmente sovrastimati ed esclusi per regolamento dalla consultazione dell’antico!), quindi non dicono nulla sull’accesso all’antico.
Ma basterebbe contare i posti a sedere disponibili nelle
piccole sedi storiche (alcune hanno appena una dozzina di sedie!) o nelle sale “riservate” delle biblioteche più “grandi” (termine riferibile più all’importanza attribuita alle collezioni che agli spazi per la lettura), insieme alle ore di apertura settimanale, per stimare un “indice di rotazione del magazzino” dell’antico: probabilmente a livelli secolari!!!…
Tornando ancora su eventuali “indagini” dei motivi di interesse di un lettore per l’edizione antica, credo che il modo migliore per realizzare “la presunzione a favore dell’utente” sia … lasciare scegliere a lui cosa gli interessa. E’ ovvio che un bibliotecario potrà “consiglierà”:
“ne abbiamo una copia recente, le porto quella?”; e generalmente un lettore che non ha interessi particolari (ma non voglio indagare quali si possano definire tali) accetterà.
Da considerare poi anche qui l’ultima osservazione di Beppe: quanti sono nella pratica i casi in cui esistono più copie di un’edizione antica di cui il lettore richiede “per distrazione” quest’ultima?
Ma ammettere una valutazione del bibliotecario, alla fine, riaprirebbe la porta alla prassi oggi dominante, senza contare che, a mio parere, è ammissibile solo di fronte ad un lettore minorenne o parzialmente incapace di intendere e di volere.
Sulla interpretazione data dal Settore Biblioteche della Regione Toscana credevo di aver già commentato a sufficienza nel blog.
L’approccio culturale è quello di sempre, “tradizionale”.
Non c’è ombra di promozione e valorizzazione del libro in quanto tale o di attenzione verso nuovi utenti potenziali (intesi come lettori del libro, non come utenti dei catologhi, delle mostre, e delle visite guidate ai locali della biblioteca).
Sospendiamo il giudizio e aspettiamo pure le annunciate “Linee guida” (queste, nel nostro ordinamento, che tipo di “atto” o “norma” sono?), ma per ora la distanza con l’approccio contenuto nelle norme delle regioni Emilia-Romagna e Liguria è enorme:
“La consultazione delle collezioni destinate a conservazione permanente deve avvenire sotto sorveglianza, garantendo ad ogni utente eguali modalità di accesso ed uso”
Cos’altro dovrebbe affermare una Direzione Cultura di
una Regione, un Comune, una Provincia o un Ministero?
Rispondi	Dino, on 23 aprile, 2008 at 17:41 said:	Ora che abbiamo introdotto più di un elemento per inserirle nel loro particolarissimo contesto, mi piacerebbe tornare alle esperienze concrete degli utenti che vorrebbero avvicinarsi al libro “grazie” alle biblioteche Pubbliche storiche.
In mancanza – per ora – di interventi diretti segnalo due casi “raccontati” in anni abbastanza recenti: il primo di un utente “esperto”, Tullio De Mauro. Il secondo di utenti “potenziali” alla prima esperienza (la problematica legata alla trascrizione delle collocazioni nel frattempo è migliorata con l’avanzamento dell’informatizzazione del catalogo).
Per me confermano quasi tutto ho già detto per cui lascio ad altri il commento.
(Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, a cura di Francesco
Erbani, Bari, Editori Laterza, 2005).
“(pp. 6 – 7) C’è una cultura alta, che è quella classico-umanistica, c’è una cultura marginale, quella scientifica, e poi c’è una cultura per vili meccanici, che pure serve per sopravvivere, ed è quella degli studi tecnici.
D. E questa è rimasta la partizione classica che ha dominato per decenni nel sistema scolastico italiano…
R. …e che a me pare profondamente sbagliata. Ma questa è solo una parte del dubbio che l’uso della parola “cultura”
provoca se riferito esclusivamente alle forme intellettuali più
elaborate. Io resto affezionato a una definizione larga del termine, e più precisamente a quella che forniscono etologi e antropologi. Chiamano, chiamiamo cultura quel complesso di elaborazioni, condizionate dal patrimonio genetico di una specie vivente, ma non dettate da questo, nascenti dal rispondere ai bisogni che quella specie trova sul suo cammino. Trasmissione per imitazione, ricombinazione di
elementi già dati, invenzione sono le tre radici della cultura intesa a questo modo….
(pp. 28 -37) Vede queste nostre case di professori, ingolfate di libri? Questo non accade in altri paesi.
D. I suoi colleghi tedeschi, inglesi o francesi non osseggono libri?
R. Un centinaio, forse qualche centinaio. Ma non mi è mai capitato di vedere più di tre, quattrocento libri in casa di professori stranieri. Si posseggono i libri di affezione. I classici più amati. E’ del tutto naturale che per il resto si vada in biblioteca. Insomma, queste pile oscene di libri
che si ammucchiano sui nostri tavoli e sulle nostre scrivanie non si trovano altrove. E invece qui, a Roma, in una condizione già privilegiata, con grandi biblioteche di conservazione, se vogliamo accedere rapidamente a un libro, l’unica cosa e averlo a casa. …
Possedere i libri diventa un vanto. Giovanni Spadolini aveva una biblioteca di 30 mila volumi. Oh, come è bravo Spadolini! Il mio amico Tullio Gregory ha una splendida biblioteca in casa. Oh, che casa! Umberto Eco ha una spettacolare biblioteca. Un altro mio vecchio amico, morto da tanti anni, diceva di sé: io studio le cose su cui sono
riuscito ad avere i miei libri. Certo si sviluppa il fai-da-te. Ma che altro possiamo fare? …
La cultura nel senso largo cui abbiamo fatto riferimento spinge verso la rassegnazione. Si prende atto di non poter
incidere per vie pubbliche sulla gestione della vita collettiva. E quindi si è spinti a ripiegare nel privato.
I lettori ci scrivono, in “Bollettino d’informazione”, Associazione lettori della Biblioteca nazionale centrale di Firenze, 1996
Alla Direttrice della Biblioteca Nazionale,
per p.v.: all’Associazione Lettori Firenze, 23 settembre 1996 Alla fine dello scorso anno scolastico abbiamo effettuato una visita alla Biblioteca Nazionale come lezione fuori sede
di italiano. La visita, peraltro interessante, ci era naturalmente sembrata un invito a frequentare e, ovviamente, ad utilizzare il materiale della biblioteca.
Dopo cinque mesi, in vista dell’esame di maturità e per interessi di cultura personale, abbiamo deciso di
usufruire dei servizi della Biblioteca Nazionale che avevamo a suo tempo apprezzato. Lunedì 16 settembre siamo entrati nella biblioteca anzitutto con l’intenzione di acquisire la tessera che permette il libero accesso alla consultazione dei volumi. I terminali erano fuori uso e ci è stato detto di tornare il mercoledì successivo, entro le 17:30.
Mercoledì alle 16:00 i computer erano ancora bloccati, ma ci hanno dato il pass provvisorio per i visitatori, informandoci nel contempo che era comunque tardi per richiedere i libri; ci siamo dovuti limitare quindi alla consultazione del catalogo. Al momento di venir via (ore 17:30) uno degli impiegati della sala cataloghi ci ha informato che l’ultima richiesta può essere fatta solo prima delle 16:30…
In data odierna, alle 15:00 i computer funzionavano: tuttavia ad una nostra richiesta – fatta cioè da MAGGIORENNI iscritti all’ultimo anno del liceo scientifico – ci è stato detto che LA TESSERA CI VENIVA NEGATA CON LA MOTIVAZIONE CHE “QUESTA BIBLIOTECA NON È PER VOI!”. L’IMPIEGATA DELL’UFFICIO DI ORIENTAMENTO CI HA CONSIGLIATO DI RIVOLGERCI ALLE BIBLIOTECHE COMUNALI, in quanto la Nazionale è “altamente specializzata e adatto solo a studenti universitari”. Specializzata in cosa?, ci siamo allora chiesti : durante la visita scolastica ci era stato detto che nella Biblioteca Nazionale era presente tutto il materiale pubblicato in Italia ogni anno.
Le nostre vibrate richieste hanno ottenuto solo la concessione di ben due tessere e tre pass!!
Abbiamo allora potuto chiedere sei libri : tre di questi non ci sono stati peraltro consegnati in quanto le collocazioni, copiate dal catalogo cartaceo e controllate ed accettate dal computer durante la richiesta, sono risultate errate al magazziniere.
Questo è stato il nostro peregrinare alla Biblioteca Nazionale, finirà qui? SAREBBE POSSIBILE SAPERE DA CHI SI OCCUPA DELL’ORGANIZZAZIONE DELLA BIBLIOTECA NAZIONALE A CHI È CON QUALI MODALITÀ È RILASCIATA LA TESSERA DI ACCESSO AI LIBRI?
Non ci sembra giusto doverci accontentare di una biblioteca,
senza nulla togliere alle Comunali, più accessibile, ma sicuramente meno fornita… [Firme] (V A Liceo Scientifico
Rispondi	beppe2, on 24 aprile, 2008 at 14:38 said:	L’episodio della BNCF è veramente spettacolare!
Oltretutto mi pare che quel comportamento non sia conforme al Regolamento delle Biblioteche Pubbliche Statali. E’ vero che l’art. 31 del Regolamento, quanto alle condizioni di ammissione demanda molto al regolamento della singola biblioteca (Il limite d’età per l’ammissione in biblioteca viene stabilito
nel regolamento interno di ciascun istituto. 2. Nel medesimo regolamento interno ciascuna biblioteca stabilisce, sulla base delle proprie esigenze, le modalità di accesso degli utenti), ma questa norma va coordinata con quella dell’art. 51 relativa al prestito, che prevede che abbiano diritto al prestito coloro che abbiano compiuto
il diciottesimo anno di eta’, siano residenti nella regione ove ha sede la biblioteca e siano in grado di documentare la propria residenza (e questa limitazione in base alla residenza una norma che io considero aberrante per una biblioteca statale, infatti in un messaggio che avevo inviato ai AIB-CUR dopo la pubblicazione del regolamento avevo detto che queste biblioteche ora dovrebbero chiamarsi ex-pubbliche ed ex-statali; il limite è superabile in base al comma 3 dello stesso articolo, ma con vari vincoli). Poiché sembra palesemente assurdo che i limiti per l’accesso siano più restrittivi di quelli per il prestito, è chiaro che il regolamento della biblioteca non può impedire l’accesso a coloro che in base all’art. 51 hanno diritto al prestito.
Ma in quell’occasione chi aveva esattamente negato a quei ragazzi l’iscrizione? Potrebbe anche trattarsi di una rispostaccia data arbitrariamente dall’impiegato che si trovava lì in quel momento. Com’è finita poi la vicenda?
Rispondi	Dino, on 24 aprile, 2008 at 18:34 said:	Come sia finita non saprei.
probabilmente la biblioteca ha perso altri “utenti potenziali”.
La fonte è il Bollettino che l’Assolettori pubblicava i primi anni di vita.
Io ho conosciuto l’Associazione nel 1998, 1999 e non ho informazioni dettagliate sui precedenti.
Più in generale è forse rilevante sapere che all’epoca la Bncf non aveva un regolamento interno e agli utenti “più insistenti” i divieti venivano motivati a voce dicendo: “no, non si può, per regolamento” oppure “per statuto”.
Io “lo statuto” l’ho cercato ma non l’ho mai trovato; con gli anni ho capito che gli impiegati che dicevano “per statuto” nella loro mente facevano riferimento a qualcosa che per loro era di “maggior valore” di un regolamento, al fatto che la bncf è non solo una biblioteca di “conservazione”, ma una (delle tante, in Italia) “nazionale” e per di più “centrale” (insieme al “secondo centro” italiano: quello della bncRoma!).
Da tutte queste caratteristiche quegli impiegati “al pubblico” (che non avendo il cartellino di riconoscimento non possono essere distinti tra bibliotecari, custodi, amministrativi, direttore, ecc) facevano derivare tutta una serie di conseguenze pratiche mentre queste – non essendo scritte in nessuna parte – per l’utente restavano misteriose…
Dopo il mio avvicinamento all’Associazione la bncf e la Direzione Centrale Beni Librari … hanno finalmente prodotto un regolamento scritto (pubblicato a dicembre 1999). Dalla lettura di questo però si può derivare sia che gli utenti di allora sono stati trattati a norma di regolamento sia l’opposto. Infatti utilizza termini vaghi e offre all’interprete che lo “vuole” interpretare alla lettera, ignorando principi ispiratori di fonti superiori, mille modi di riesumare, diciamo così, la teoria dello “statuto”.
Ancora oggi capita di stupirsi dei divieti in vigore in questa (come in altre) biblioteche “di conservazione”: e il regolamento, “estorto” dagli utenti con due anni di reclami ed esposti a tutti gli organi amministrativi dello Stato minimamente competenti, non aiuta a superare la sorpresa!
Nessuna associazione di utenti potrebbe rimanere vitale e propositiva di fronte a questi “muri di gomma”, impuniti.
…Sono ricordi abbastanza “squallidi”.
Troverei molto più interessante abbandonare la Bncf al suo lento ma inesorabile declino ed approfondire la posizione degli utenti “esperti” come Tullio De Mauro (in letteratura detti anche “adeguati”: quelli all’estremo opposto degli “impropri”).
Apparentemente sembra che per loro non ci debbano essere tutti i divieti e le “omissioni di servizio” (o di atti d’Ufficio dovuti?) che il bibliotecario “classico” abusivamente giustifica con le “funzioni istituzionali” evidentemente di “alta cultura” di certe biblioteche. Invece anche questi si lamentano e sembrano soffrire delle conseguenze delle interpretazioni distorte che i bibliotecari danno delle “funzioni istituzionali” delle biblioteche storiche, funzioni che i bibliotecari non fanno derivare dalle norme di legge (da loro ritenute inadeguate e lacunose) ma dalla “scienza” della biblioteconomia (italiana).
Estremamente ironico, anche Umberto Eco ha scritto:
“Per leggere i libri antichi, per non dire dei manoscritti, ci sono due modi: o si va in biblioteca o si comprano gli originali. Gli originali hanno oramai raggiunto prezzi stratosferici e un manoscritto (ma sono Libri d’Ore, non i grandi capolavori che esistono in copia unica in luoghi inaccessibili) può valere miliardi… Rimangono le biblioteche, ma ci sono manoscritti così rari che li fanno vedere solo a uno che si chiami (o si chiamasse) Panofsky o Gombrich.”
http://espresso.repubblica.it/dettaglio-archivio/699142
La mia impressione (ma non essendo “professore” non ho esperienze dirette con la prassi vigente nelle sale “riservate” al materiale antico ed ai rispettivi “iniziati”) è che più è antico o “di pregio” o, per qualche motivo, ritenuto “importante” il ibro richiesto dal lettore, maggiore è l’energia con cui il bibliotecario “conservatore” si “sente in dovere” di filtrare, selezionare, discutere la “coerenza” tra l’opera richiesta ed il titolo della ricerca (una volta si chiamava censura, oggi “conservazione”), indagare insomma i famosi “motivi” dell’utente. Per cui anche per lo “studioso” che si sia procurato la letterina-lascia-passare o sia riuscito comunque a superare i filtri che impediscono ai più di entrare nelle sale “riservate”, le sorprese non finiscono mai…
Quali sono le vostre esperienze in merito alle richieste, ai “desiderata”, ai reclami ed alle aspettative degli utenti “esperti”? (non vorrei usare il termine “tipici”, che per certi bibliotecari è sinonimo di “predestinati”).
In Liguria come descrivereste il rapporto tra biblioteca e utenti “esperti”?
Rispondi	Dino, on 22 maggio, 2008 at 19:10 said:	Sarei grato agli “Amici delle biblioteche” se analizzassero criticamente il materiale qui sotto che ho inserito nel mio blog, ed il mio commento (tra le parentesi quadre) che credo esaurisca il tema della fruizione negata, almeno per la parte della comprnsione di questo “strano” comportamento bibliotecario. Mi sembra di essere arrivato al nocciolo del problema, alla triste e molto poco nobile fonte della “logica della conservazione contra legem”.
Nulla a che vedere con le esigenze di tutela del materiale, con la mancanza di risorse o con una tanto sbandierata “professionalità” dei bibliotecari delle biblioteche storiche.
Piuttosto la stanca ripetizione di pratiche di cui si è perso il senso (altro che professionalità!), fino all’eterogenesi dei fini; la grave ignoranza ed incapacità di interpretazione delle norme di diritto pubblico che da sempre disciplinano le biblioteche Pubbliche, fino ad un molto probabile atteggiamento arbitrario, che oggi va di moda associare al termine “fannullone”. Ossia qui, l’autoregolare il carico di lavoro che si è (mal) disposti a sopportare tenedo lontano con tutti i “trucchi possibili” (ed anche le peripezie necessarie all’utente per sopravvivere – a meno che il bibliotecario non decida di cooptarlo tra quelli che è disposto a soccorrere – a procedure assurde ed a cataloghi “falsi” ed incompleti acquistano una loro diabolica razionalità…) proprio i “clienti” bisognosi di maggiore assistenza per poter utilizzare i cataloghi, i servizi, la biblioteca Pubblica in genere.
Ad una prima conclusione analoga ero arrivato nel, post degli orari, quando sottolineavo che dalla lettura dei regolamenti di fine Ottocento si può desumere da dove derivi – molto probabilmente – la prassi a tutt’oggi in vigore di aprire le biblioteche storiche prevalentemente di mattina. Inizialmente, dicevo in modo più sintetico, l’apertura serale delle biblioteche fu possibile con l’introduzione di sistemi di illuminazione “a fiamma libera”. Conseguentemente inizialmente si prescriveva giustamente ai bibliotecari di dare in lettura i libri di maggior pregio e rarità solo la mattina, ossia in stanze illuminate da luce naturale per ridurre al minimo il rischio di perdite di materiale difficilmente sostituibile dopo eventuali incidenti con incendi:
“I libri rari, gli incunabuli della stampa, quelli di grandissimo pregio, le incisioni, i disegni, le carte di qualche valore saranno dati in lettura col permesso del prefetto o del bibliotecario … sotto speciale sorveglianza, e se é possibile, in stanza separata, ne’ MAI DI SERA”… “In qualsiasi sala o parte della biblioteca é a tutti rigorosamente vietato di fumare”
https://amibiblioblog.wordpress.com/2008/05/10/gli-orari-delle-biblioteche/#comment-114 Parallelamente le sale dove si potevano leggere tali libri erano “riservate” agli “studiosi”. Con il progresso tecnico (illuminazione elettrica) l’esigenza “di prevenzione” del rischio di incendi non era più collegata alle ore nelle quali poter leggere i libri ma probabilmente, nei decenni, si era consolidata l’abitudine a vedere gli “studiosi” andare in biblioteca prevalentemente la mattina e delle esigenze di tutela è rimasta alla fine solo il pregiudizio e lo “status simbol”: andare in biblioteca la mattina è il tipico comportamento dell’utente “adeguato” a queste collezioni, dello “studioso”.
Aggiungerei oggi il fatto che da sempre i blbiotecari “conservatori” sanno benissimo che la mattina è l’ora in cui la maggior parte della “domamda effettiva e potenziale” è assolutamente impossibilitata ad andare in biblioteca perché lavora, frequenta la scuola o i corsi dell’università, ecc… Così, alla luce di tutte queste riflessioni, l’assurdo mondo delle biblioteche finalmente acquista un senso anche per l’utente! Come già si denunciava in un Manuale di biblioteconomia, tradotto in Italia dal Fumagalli nel 1894 (ma evidentemente poco studiato!)), i bibliotecari Pubblici – e qui bisogna specificare prevalentemente quelli che lavorano nelle biblioteche storiche – vivono i servizi bibliotecari indispensabili alla esistenza stessa delle biblioteche come le “vittime del loro dovere”:
“..Spostare le ore, così da poter appagare i desideri di ogni classe delle dette persone, che volentieri frequenterebbero la Biblioteca.
Farà ostacolo a ciò lo stesso Bibliotecario, che male si piegherebbe ad essere proprio la vittima del suo dovere..”
Ecco qui una parte degli estratti ora nella “premessa illuminante”, che idealmente vorrebero proseguire gli insegnamenti dimenticati di un’altra Biblioteconomia italiana, dei Professori di Biblioteconomia di Balsamo (che si ispira al Panizzi…) e Pensato.
“36. Se gli impiegati della biblioteca non conoscono colui che chiede libri a domicilio, hanno il diritto e il dovere di chiedere che egli sia loro presentato da persona da essi conosciuta” :
[E’ logico pensare che la “procedura” all’art. 36. rispecchi la modalità in uso all’epoca per verificare l’identità delle persone (‘a vista’). I bibliotecari delle “biblioteche di conservazione” di oggi continuano ad applicarla (come dimostra il regolamento che segue, nel quale si rispecchia la procedura della malleveria, anch’essa oggi non più in vigore). I bibliotecari di oggi confondono l’antica necessità di identificazione (oggi basta registrare gli estremi di un documento) con una “selezione” culturale degli utenti ai quali “riservare” l’accesso ai libri antichi custoditi dalle biblioteche Pubbliche che, già nel 1975, dal Ministero dell’Istruzione sono passate al Ministero della Cultura e, quindi, da biblioteche al servizio di professori e studenti (per “facilitare e promuovere gli studi”) si sarebbero dovute evolvere in Servizi culturali, per tutti i cittadini come i musei e gli altri istituti e luoghi della cultura.]
Marco Meriggi, Gli Stati italiani prima dell’Unità, Il Mulino, 2002, pp. 68 – 71:
“A Milano fu nel 1802… che venne avviato il grande progetto dell’anagrafe… A partire dai primi anni dell’Ottocento i cittadini della Repubblica italiana (e poi del regno italico), in seguito anche gli abitanti del regno napoleonico meridionale, si trovarono a norma di legge tenuti a tenere in tasca un documento che assomigliava molto – salvo la presenza, al posto della fotografia, di una sommaria descrizione somatica – alla odierna carta di identità, ogni qual volta si fossero trovati a varcare il confine del distretto in cui risiedevano e in cui li si conosceva, per tanto, ‘a vista’ ”.
[Questa sottocultura “professionale” dei bibliotecari “conservatori” stratificatasi nel tempo, questa sottovalutazione ed incapacità di interpretare le norme giuridiche inerenti il proprio lavoro, questa confusione concettuale di fronte all’evolversi delle funzioni istituzionali delle biblioteche “storiche”, questa “routine” ormai vuota dell’utilità (dell’efficienza…) e del significato originario nell’applicazione delle pratiche in uso nelle biblioteche (identificazione, malleveria e… orari di apertura, ecc.) ha rafforzato i pregiudizi sociali dei bibliotecari verso l’utente “comune” (osteggiato anche – o, alla fine, soprattutto??!? – perché fonte di maggior carico di lavoro, in quanto potenzialmente ben più numeroso e bisognoso di assistenza della ristretta “cerchia degli studiosi” alla quale usualmente il bibliotecario “conservatore” “concede” l’accesso al libro antico /bene culturale). Una tale sottocultura si è facilmente diffusa dalle biblioteche statali (prese a modello “professionale” per il maggior pregio delle collezioni che conservano, non certo per la maggiore professionalità nell’organizzare i Servizi al pubblico) alle biblioteche civiche o di ente locale dove si ponevano analoghe problematiche circa le pratiche da applicare per “conservare” i testi antichi]
“Regolamento interno della Biblioteca Forteguerriana…
Art. 15 – Sono applicate alla Biblioteca Forteguerriana tutte le disposizioni onde sono rette le biblioteche governative in quanto non deroghino dal presente regolamento… Pistoia, 1888” ].
Rispondi	Dino, on 29 maggio, 2008 at 08:51 said:	Se ha ancora un senso approfondire, argomentare e documentare le affermazioni, allora sicuramente qualcuno vorrà commentare quanto scritto dalla Direzione Generale Beni Librari, relativamente a “sale riservate”, “lettere di presentazione” e “garanzie” richieste ai cittadini per poter accedere alle biblioteche pubbliche statali italiane e sfogliare i libri lì custoditi:
Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per i Beni Librari e gli Istituti Culturali – Servizio II. Prot. N. 1282. Roma 19 MAR. 2002
[Fonte: archivio dell’Associazione dei lettori della Biblioteca nazionale centrale di Firenze].
Oggetto: ..Esposto..
In merito all’esposto … relativo a presunte violazioni di legge … trasmesso a questa Direzione medesima dal Vice Capo di Gabinetto dell’On. Ministro … Acquisiti i necessari elementi, si ritiene che nessun addebito possa formularsi alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e a questa Direzione Generale per i seguenti motivi e in ossequio alle disposizioni legislative e regolamentari che saranno qui di seguito dettagliatamente analizzate…
Nel concedere l’approvazione del regolamento interno della Biblioteca in questione, non si sono rilevate incongruenze né all’art. 4 né nell’art. 6.
[N.d.R.: Art. 4 – CONSULTAZIONE –
1. Sono liberi l’accesso ai cataloghi, all’Ufficio informazioni e relazioni con il pubblico, alla Sala di lettura generale e alla Sala periodici e la consultazione del materiale in esse conservato. 2. Le Sale di consultazione, la Sala manoscritti e la Sala musica sono sale riservate. L’accesso a queste sale è autorizzato dalla Direzione della Biblioteca, per MOTIVATE ESIGENZE di studio o di ricerca, su richiesta dell’utente CORREDATA DA CONGRUA DOCUMENTAZIONE.
Art. 6 ­– DISTRIBUZIONE DEI MANOSCRITTI E DEL MATERIALE ANTICO E RARO –
1. Per consultare il materiale collocato nei fondi rari e i manoscritti di cui manchi la riproduzione è necessario essere preventivamente autorizzati. Sono autorizzati professori, ricercatori, dottorandi e altri studiosi qualificati; possono essere inoltre autorizzati per il periodo necessario alla loro ricerca gli studenti universitari in possesso di LETTERA DI PRESENTAZIONE del docente e gli studiosi CHE POSSANO DOCUMENTARE LA NECESSITÀ di servirsi di tale materiale.]
Le particolari garanzie richieste [Si utilizza lo stesso termine, che porta alle stesse conclusioni, in: R. Frattarolo, S. Italia, Moderno manuale del bibliotecario, 1976, p. 137] richieste per l’accesso alle sale riservate, in quanto volte alla salvaguardia dei beni di cui trattasi, sono comuni anche ad altre biblioteche che custodiscono inestimabili tesori; la Biblioteca Reale di Torino, la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, la Biblioteca palatina di Parma, la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, le Biblioteche Angelica, Casanatense e Vallicelliana di Roma, la Biblioteca Nazionale di Napoli. La stessa Biblioteca Nazionale Centrale di Roma dispone di “sale riservate”.
La richiesta di opportune garanzie discende sempre da quel concetto di tutela, costituzionalmente formalizzato, che impone a questa Amministrazione di bene operare per la salvaguardia del patrimonio-culturale. L’utilizzo di forme alternative in sostituzione delle “congrue documentazioni” richieste dall’articolo 4 del regolamento interno della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, quali, ad esempio, l’autocertificazione di cui alla normativa più recente [N.d.R. che per la PP.AA. non è facoltativa ma obbligatoria, e che eventualmente prevede anche la “dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà”], non risolverebbe il problema, anzitutto perché i motivi, che sono ristretti alla sfera individuale [N.d.R. quindi tutelati dalla normativa sulla privacy..], non sono comunque certificabili, e in secondo luogo perché si perderebbe quella minima garanzia data da una “lettera di presentazione”.
Rispondi	beppe2, on 30 maggio, 2008 at 08:30 said:	C’è poco da commentare: questa risposta rivela una concezione della tutela che va tutta a danno dell’utente e lascia alla biblioteca una discrezionalità pressoché illimitata.
Per quanto riguarda il post precedente, mi sembra una ipotesi suggestiva e finora poco esplorata sull’origine di una certa mentalità. Personalmente non sono esperto di storia delle biblioteche al punto da poter dare un parere, ma sarebbe bello se nella discussione intervenisse qualcun altro che ha fatto studi in merito.
Rispondi	Dino, on 28 giugno, 2008 at 15:58 said:	Riprendo il tema delle fruizione – già approfondito – solo per sottolineare un aspetto di cui personalmente sono sicuro, ma per chiedere se altri abbiano fatto questa considerazione.
I fondamenti culturali della prassi bibliotecaria discriminatoria verso ampie fasce di pubblico potenziale del Libro custodito nelle biblioteche Pubbliche storiche, non sono da attribuire a classici comportamenti “burocratici”, ma sono il frutto delle teorie care alla biblioteconomia italiana.
Non esiste una teoria, una biblioteconomia dei “professionisti” del libro, ed una prassi distorta dei burocrati delle biblioteche!
In Italia la negazione della fruizione del libro prima che applicata è teorizzata ed insegnata.
E’ ad esempio la “fondamentale” ed invasiva toeria delle “tipologie” delle biblioteche (“riservate”, “speciali” e solo in via residuale “pubbliche”, in ognuna delle quali costringere i “tipi culturali” di cittadini scelti dal bibliotecario!), riportata nei capitoli introduttivi di tutti i manuali di biblioteconomia, tra le “nozioni” di base da far imparare a memoria ai futuri bibliotecari, il cardine della insensata “logica della conservazione”.
Non esiste invece un minimo appiglio normativo con cui un “bibliotecario conservatore” può motivare e giustificare il suo vergognoso operato di “selezionatore di utenti”!
Ecco un altro esempio inedito, di fonte amministrativa ma del tutto privo di fondamento giuridico, dove un bibliotecario “pubblico” non si vergogna di arrampicarsi sugli specchi, con giustificazioni del tutto irrilevanti in quanto extragiuridiche, che non dicono nulla se non esplicitare i pregiudizi tipici della sotto-cultura del bibliotecario “conservatore”:
Biblioteca degli Uffizi – Direzione – 17 maggio 2004
“La dottrina e la prassi biblioteconomica distinguono, per compiti e funzioni, le biblioteche speciali dalle biblioteche pubbliche, riservando alle prime una procedura di maggior controllo dell’utenza ammessa alla fruizione delle collezioni, proprio per la loro specificità.
Nella redazione del nostro regolamento
[in: http://www.polomuseale.firenze.it/biblioteche/regolamento.asp ]
ci siamo ispirati a quello delle “biblioteche pubbliche statali” (nel cui elenco questa biblioteca in ogni caso non rientra) e, in particolare, della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze – massima istituzione italiana del settore, con caratteristiche di biblioteca generale e di biblioteca di altissimi studi. Rispetto però alla procedura in essa adottata per l’ammissione alle sale riservate (Manoscritti, Consultazione e Musica) nelle quali questa Biblioteca maggiormente si riconosce, abbiamo introdotto una lenizione all’obbligo di esibire una lettera di presentazione (senza la quale è impossibile servirsi di istituti a noi analoghi, uno per tutti il Kunsthistorisches Institut in Florenz) …
E le “decisioni discrezionali” di cui poco oltre si parla (§2) sono state inserite appositamente per ampliare anziché restringere le maglie dell’accesso”
(Ma, in una sede non ufficiale: “Parlando di biblioteche d’arte: e se fossero normali? …
Quello bolognese è stato un incontro in cui, lo ripeto, è circolata passione e in cui tutte le relazioni hanno parlato coralmente anche a nome di un relatore non presentato ma molto presente: il pubblico, sotto forma di utenza, dall’infanzia all’eternità. E la biblioteca d’arte ne è uscita biblioteca viva, testimone delle espressioni artistiche non soltanto per happy few ma per tutti.” IN: “IBC informazioni, commenti, inchieste sui beni culturali”, XII, 2004, 4. Versione elettronica in:
http://www.ibc.regione.emilia-romagna.it/h3/h3.exe/aRIVISTAIBC/sC:!TEMP!HwTemp!3se160C.tmp/d1;data.x= ]
Aggiungo che anche questo “esemplare atto bibliotecario” – come quella della Direzione Centrale Beni Librari – è la risposta ad un inutile appello rivolto ai bibliotecari “conservatori” perchè provino a ragionare:
(lettera al Difensore Civico della Toscana: organo amministrativo per la tutela del cittadino autorevole, ma privo di autorità:
http://biblaria-blog.splinder.com/post/2142135#2142135 )
Da questo punto di vista ed in base alla mia esperienza di utente che si è volutamente affidato alle stesse amministrazioni interessate perchè correggessero i loro “errori interpretativi” (mi sono cioè limitatato a reclami ed esposti di natura amministrativa, che non prevedono sanzioni), vorrei consigliare ad eventuali utenti o associazioni di utenti, interessate a riprendere l’esperienza ormai esaurita dell’Associazione Lettori della Bncf, di attivare invece subito vie giudiziarie.
Considerando poi i costi ed i tempi improponibili di azioni civili o amministrative, suggerisco eventualmente di verificare accuratamente fatti, testimonianze dirette ad episodi di discriminazione e “fruizione negata” per raccoglierli in esposti penali, senza aggiungere commenti o anticipare considerazioni (per non essere querelati per falso), ma chiedendo all’autorità giudiziaria di verificare se a quei fatti possano collegarsi violazioni di legge (amministrativa, civile, penale) ed in quella evenienza di di perseguire i responsabili con le sanzioni previste dalla legge.
Appellarsi al buon senso ed alla “professionalità” degli “esperti di biblioteconomia” sarebbe invece un inutile ed ulteriore perdita di anni di tempo!
Rispondi	Dino, on 3 agosto, 2008 at 13:17 said:	Con questo caldo in citta’, meno male che si puo’ riprendere fiato passando in Libreria (secoli era usato come sinonimo di biblioteca…), rinfrescate con area condizionata ed aperte “a tutti” mattina e sera… mentre le biblioteche Pubbliche sono tutte chiuse per ferie! …
E proprio in libreria ho trovato una lettura recente, che mi offre l’occasione di “rispondere” ad un’obiezione di Beppe2, del 23 marzo, che per comodita’ riporto qui:
“A proposito del rapporto tipico con il libro, se me lo avessero chiesto io avrei detto che non è sfogliarlo, ma piuttosto leggerlo, perché in ultima analisi il libro è un veicolo di contenuti informativi. Se io dovessi leggere un libro antico, sarei contentissimo del sostituto digitale, perché in questo modo non avrei la preoccupazione di stare attento a non danneggiarlo neanche per distrazione.
Ho l’impressione che anche Dino, paradossalmente, condivida qualcosa della mentalità dei bibliotecari conservatori, e cioè l’idea – che io definisco feticista – per cui il libro antico (e non, chissa perché, quello moderno) sia importante innazitutto come oggetto materiale e non come veicolo di informazioni. Non è forse quello che giustifica l’idea di conservare l’oggetto anche a costo di non far fruire dell’informazione.”
Osservando con quanta enfasi vengono pubblicizzati i (costosi) progetti di digitalizzazione “a pioggia” (o meglio, fino ad esaurimento fondi…), giustificati spesso piu’ con la sterile riproposizione del “motto” “far circolare l’informazione” (aggiungerei, purche’ – insieme ai lettori – circoli fuori dalla biblioteca, per non disturbare il bibliotecario conservatore…), direi che il termine “feticcio” descrive meglio l’uso sostitutivo che si vuole fare delle copie o servizi digitali (che – soprattutto rispetto ad un libro antico – hanno davvero poco del libro). Ridurre il rapporto individuo / Libro -Bene Culturale alla sola lettura mi sembra davvero riduttivo, anche per le conseguenze sul rapporto utente (e bibliotecario) / biblioteca.
Al di la’ di esigenze pratiche di veloci verifiche o riscontri di brani gia’ noti (unö dei possibili “servizi” associati al testo, appunto, ma nulla a che fare con il libro) tra la lettura a video – addirittura a casa propria – e il rapporto con il/i libri, soprattutto dentro una biblioteca storica o “antica”, non ci sará paragone e rapporto di sostituzione, almeno fino a quando non si vorra’ritenere “superata” l’idea stessa di biblioteca (ma questa ipotesi ricorda altre previsioni rivelatesi sbagliate in quanto le prestazioni offerte dalle nuove tecnologie di fatto non sono sostitutive ma aggiuntive, come: “la televisione fara’ sparire la radio; internet fara’ sparire la televisione, ecc. ecc).
Il testo – ricco di ulteriori spunti – che mi ha ricordato quella osservazione di Beppe2 e’ questo:
“C’è un altro aspetto che affida al libro – e di riflesso alle biblioteche – una funzione razionale ed emotiva che la comunicazione elettronica degli stessi testi non possiede, ed è quella legata al rapporto, estetico e di suggestione temporale, che caratterizza il libro in quanto oggetto prodotto in epoche talvolta molto lontane.
Ci rendiamo scarsamente conto del fatto che i libri antichi – a differenza degli edifici, dei mobili, del vasellame, egli abiti, dei quadri – sono non soltanto i più vetusti fra gli artefatti che ci circondano, ma che sono addirittura degli oggetti ancora rispondenti al medesimo tipo di fruizione per cui vennero allestiti 400 o 500 o 600 anni fa; un impiego che, molto più frequentemente di quanto si creda, non è stato soppiantato da libri in edizioni successive. Che i libri e le biblioteche antiche abbiano dentro di sé anche il fascino di un tempo così tangibilmente trascorso, è un prezioso elemento di suggestione e di incitamento spirituale che le comunicazioni elettroniche, anche degli stessi messaggi, non potranno mai suscitare.
Ma non si tratta solamente di apprezzare le vibrazioni di una realtà suggestivamente emotiva e poetica; al di là del piano delle sensazioni estetiche va considerata la ricchezza e la imprevedibilità dello specifico scenario bibliografico che viene offerto da ogni raccolta libraria, e che quasi mai è stato, non solo rappresentato ma neppure delineato attraverso le sintesi, spesso compendiate e faziose, delle corrispondenti narrazioni storiografiche.”
(Alfredo Serrai,
La Biblioteca di Francesco Maria II a Casteldurante(*),
Il Bibliotecario, rivista di studi bibliografici, III serie – gennaio-agosto 2008 n. 1/2, p. 16)
Rispondi	oriana51, on 3 agosto, 2008 at 19:27 said:	Dopo molto tempo eccomi nel caldo agostano a consolarmi di recenti ‘chiusure’ con le citazioni di Dino.
Purtroppo una delle due sedi della Biblioteca Universitaria di Genova è stata chiusa per questioni ‘di sicurezza’.
Non si dispera che possa venire a breve riaperta, ma per ora …
A causa di ciò e di altre tristezze lavorative ho deciso di cambiare avatar: il sorriso non mi si addice in questo momento.
Rispondi	beppe2, on 19 agosto, 2008 at 14:25 said:	Mi pare che l’immagine della digitalizzazione che presenta Dino non tenga conto di diversi aspetti.
Innanzitutto, il digitale permette di rendere accessibile il documento a quegli utenti che a cercarlo in biblioteca non ci andrebbero proprio anche solo perché troppo distanti: attraverso il digitale un lettore da casa può usufruire di documenti conservati in biblioteche di ogni parte del mondo che per lo più non potrebbe mai permettersi di frequentare tutte. Inoltre può avere a disposizione il dato in qualsiasi momento, elaborarlo, confrontarlo con altri (ad esempio confrontare due esemplari della stessa edizione conservati in biblioteche lontassime) ecc. ecc.
Ma anche da parte dei bibliotecari negli anni passati, un po’ per ingenuità e inesperienza (parlo anche per me!) un po’ per i limiti della tecnologia, si è data una immagine troppo riduttiva dell’oggetto digitale. Una dozzina di anni fa o giù di lì si tendeva a concepire il digitale come mezzo di riproduzione del testo, e non del documento nel suo complesso: quindi si facevano digitalizzazioni in bianco e nero, magari da fotocopie e non dall’originale, che presentavano il testo in nero su uno sfondo perfettamente bianco e non davano alcuna idea dell’aspetto dell’originale. Questo peraltro aveva anche un senso dal punto di vista tecnologico, soprattutto per quanto riguarda i supporti di memorizzazione: oggi si compra un disco esterno da 500 GB a meno di 100 euro, nel 1997, quando ho cominciato a occuparmi di memorizzazione, un normale PC poteva avere qualche decina di Gb di spazio disco.
Ora invece, grazie a una riflessione più matura e ai progressi tecnologici che hanno reso più facili molte cose, si concepisce l’oggetto digitale come sostituto dell’originale, nel senso che il suo compito è registrare il massimo possibile di informazioni, e non solo il minimo necessario per la lettura del testo: di conseguenza si acquisisce a colori, ad una risoluzione idonea alla resa dei più piccoli particolari dell’originale, e si crea una immagine di archivio in un formato di compressione senza perdita come TIFF o PNG (questo si faceva anche prima, solo che a volte mancavano tante le informazioni significative già nell’originale), ovviamente senza pregidizio per la possibilità di realizzare copie di qualità inferiore (sempre a colori ma in JPEG) per gli usi correnti, come la semplice lettura.
Ovviamente questo non sostituisce l’esperienza della manipolazione dell’originale, ma in compenso, attraverso le tecniche di elaborazione dell’immagine, permette indagini che sull’originale non sono possibili, per esempio evidenziare particolari invisibili ad occhio nudo (come del resto si fa abitualmente in campo scientifico, per esempio con le immagini da satellite).
Rispondi	beppe2, on 19 agosto, 2008 at 14:38 said:	Sulla chiusura estiva delle biblioteche.
Non posso dire niente di speciale sulle biblioteche statali perché non conosco bene la situazione (magari Oriana può dirci qualcosa in più), ma posso parlare con maggiore cognizione di causa delle civiche.
Per quello che ne so io, molte civiche d’estate non chiudono, o al massimo chiudono per pochissimi giorni attorno al ferragosto.
Il problema di quelle che chiudono per periodi maggiori non è tanto la politica verso gli utenti in generali, ma il personale che è poco e prima o poi deve fare le ferie, visto che per adesso non si può imporre al lavoratore di rinunciare alle ferie. Basti pensare alle biblioteche in cui c’è una persona sola, per le quali la letteratura biblioteconomica anglosassone ha coniato il termine di one person library: se quel tale va in ferie, non è detto che il comune abbia a disposizione un sostituto in grado di assicurare almeno un minimo di servizio.
Inoltre si verifica anche un altro meccanismo: a volte il personale, per assicurare un maggiore orario di apertura, fa degli straordinari durante l’anno. Gli enti locali però molto spesso non pagano gli straordinari, ma prevedono invece il recupero delle ore eccedenti, per cui il personale si trova a dover fare non solo le ferie ma anche il recupero delle ore di straordinario.
Come fanno le librerie a non chiudere durante l’estate (quelle grosse, perché quelle a conduzione familiare chiuderanno anche loro, se il titolare vuole fare le ferie)? Evidentemente o hanno personale sufficiente, o pagano gli straordinari, o hanno dei precari schiavizzati a cui possono far fare tutto quello che vogliono senza troppi oneri e problemi.
Rispondi	Dino, on 29 settembre, 2008 at 16:32 said:	A causa di una fastidiosa influenza sono al calduccio ed ho avuto la possibilità di rileggere “Amici” e ricollegare alcuni temi lasciati aperti quale là.
Il primo: quando Oriana “tornerà a sorridere”? che notizie sulla imprevista chiusura della Biblioteca statale a Genova?
Nel frattempo troverei divertente se anch’io qui potessi cambiare “avatar” (capisco poco cosa sia e per niente come modificarlo…): nel mio blog ho scelto un’immagine di un Pegaso, ma che ha una filosofia molto diversa rispetto a quello del Settore Biblioteche della mia Regione…
Il secondo è legato all’ultimo ma da una prospettiva .. poco accattivante rispetto ai primi destinatari delle argomentazioni .. come dirò.
Riguarda l’interpretazione del DPR 417/95 sul limite di età per accedere al libro antico. Beppe ha spiegato il 24 aprile che è di 18 anni ed ha fatto riferimento agli articoli sull’ingresso in biblioteca (anche un’età inferiore) e sul prestito (almeno 18, appunto). Vorrei segnalare a chi avesse ancora un dubbio che c’è un articolo più diretto sull’argomento:
“37. Consultazione di materiale manoscritto, raro o di pregio.
1. Il materiale manoscritto, raro o di pregio è dato in lettura, a coloro che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età, previo l’accertamento dell’identità e degli intenti del richiedente.”
Non si può onestamente ipotizzare che il Legislatore avesse in mente professori, dottorandi e ricercatori universitari 18-enni! Quindi se ne deduce chei titoli accademici non possono essere un criterio di selezione. Come assurdo sarebbe immaginare dei 18-enni generalmente riconosciuti come “studiosi”, per cui il termine, nell’accezione giuridica, va semplicemente inteso come sinonimo di lettore (anche se statisticamente sarà più probabile che coincida con un professore universitario).
Il terzo. Sulla insensatezza di prassi mirate a valutare le “motivazioni” dell’utente che chieda un libro antico. Mi rendo conto di non aver portato argomenti convincenti per insinuare un sano dubbio in un bibliotecario “conservatore”, che – per la mia esperienza di chi non è riuscito a far valere diritti apparentemente ovvi – è poco o punto sensibile ad argomentazioni “di diritto”.
Mentre facevo questa constatazione mi sono ricordato un brano letto tempo fa e sono riuscito a ritrovare l’appunto che mi ero fatto. Qui mi sembra che le argomentazioni siano tutte in “linguaggio bibliotecario” e si riferiscano ad un tema caro alla letteratura bibliotecaria divulgativa di oggi (i “valori” della “professione”).
Suggerendo una riflessione sul brano che segue spererei quindi di essere più efficace nel fare cambiare opinione a quei bibliotecari che seguono tesi simile a quelle sostenute dalla Regione Toscana (a proposito, qualcuno ha notizie sulle annunciate Linee Guida toscane?) Resta il fatto che, alla fine, la misura concreta dell’auspicabile affermarsi di una “prassi” diversa da quella oggi dominante nelle biblioteche antiche sarà data, non dal numero di articoli su rivista specializzata che accetteranno di confrontarsi con il tema della fruizione, ma dal numero di “regolamenti contra legem” abrogati da nuovi regolamenti di biblioteca che non pongano più ostacoli tra i lettori ed il Libro: quindi arrivare a parlare di come applicare correttamente alle biblioteche Pubbliche il noioso “diritto amministrativo” sarà inevitabile.
Ecco il brano. Cosa ne pensate? cosa ne pensano i bibliotecari?
“L’illustre bibliotecario di Tubinga Georg Leyh, … obbietta: … Il bibliotecario è un tecnico della biblioteconomia, e come tale non può essere in grado di giudicare in problemi di storia, filosofia, arte che trascendono di tanto la sua preparazione specifica. … E’ vero che Ortega y Gasset riconosce al bibliotecario una funzione di guida della produzione editoriale; ma si tratta dell’antica e sempre nuova illusione dei bibliomani, che credono di possedere il nòcciolo quando hanno solo il guscio. … il compito delle biblioteche scientifiche non è molto diverso oggi da quello che era più di duemila anni fa in Alessandria: scegliere criticamente i libri e metterli a disposizione degli studiosi … attendere ai lavori di bibliografia e di biblioteconomia, nei quali nessuna occasione si presenta a lui di “prendere posizione” … Consigliere degli studiosi egli può essere solo nel campo delle proprie conoscenze specifiche. …
Giudizi di valore sulla letteratura corrente sono difficilissimi anche per i critici di professione; … Erroneo e presuntuoso è poi il concepire addirittura, come già fece lo Eichler, la scienza delle biblioteche come scienza dei valori.”
(Francesco Barberi, Obbiettività del bibliotecario, in Accademie e biblioteche d’Italia, XVIII, 1-3, 1950, pp. 92 – 100).
Rispondi	beppe2, on 30 settembre, 2008 at 16:27 said:	Splendida l’ultima citazione: corrisponde perfettamente al mio pensiero, ma queste idee secondo me dovrebbero far parte delle nozioni di base del bibliotecario. Invece continua a venir fuori qualcuno che pensa di avere chissà quali compiti educativi e vorrebbe selezionare le pubblicazioni in base al merito, alla serietà e all’affidabilità, come se poi – anche a parte le questioni di principio – il bibliotecario fosse in grado di dare giudizi di questo genere per qualunque pubblicazione.
In realtà nella pratica, per la scelta degli acquisti, qualche giudizio si finisce per darlo, perché anche solo decidere di acquistare questo invece di quello implica comunque una forma di giudizio, ma si tratta di una necessità pratica e non di una specie di missione. Qualche conoscenza dei contenuti di ciò che si acquista serve per mantenere l’equilibrio nelle raccolte, cioè evitare di rappresentare troppo un punto di vista rispetto ad un altro (non per scegliere le pubblicazioni “migliori”).
Rispondi	beppe2, on 30 settembre, 2008 at 16:36 said:	Mi pare che l’art. 37 non lasci spazio ad interpretazioni: non si può introdurre un limite di età diverso. Qualche pericolo di discriminazione può invece introdurlo l’accertamento degli intenti del richiedente.
Rispondi	Dino, on 1 ottobre, 2008 at 19:48 said:	Vediamo se insieme riusciamo a circoscrivere il “pericolo”. Ma io non sono un tecnico, ho bisogno di una mano… .
Secondo me, i termini utilizzati in una norma vanno letti nel contesto delle norme stessa. Se fosse all’interno di un romanzo, una frase come “l’accertamento dell’identità e degli INTENTI del richiedente” potrebbe coprire un ventaglio vastissimo di interpretazioni.
Come parte di una norma, tra tutti i significati possibili, vanno scelti solo quelli “giuridicamente rilevanti”, compatibili con le varie fonti normative da applicare alla “fattispecie” che si sta esaminando (forse uso alcuni termini tecnici che ancora ricordo in modo non preciso; chiedo scusa, ma non ho una formazione giuridica ed un breve periodo lavorativo accanto a validi esperti di organizzazione delle PPAA è ormai moolto lontano; provo comunque a impostare un’analisi).
Solo “romanzando” la norma “l’accertamento … degli INTENTI” previsto dal 1° comma dell’art. 37 del DPR 417/95 potrà assumere aspetti discriminatori e significare qualcosa di analogo all’interpretazione data da il fondatore (se non sbaglio) della biblioteca dell’AIB (notare l’anno di stampa e il corrispondente “contesto” … coorporativo … dell’Italia di allora):
“Chi sono le persone che devono godere il diritto di uso della biblioteca? … bisognerà prima di tutto chiarire a quali biblioteche ci si riferisce … Il segreto della disciplina del pubblico sta nel regolare i suoi movimenti, i suoi desideri, senza che egli se ne avveda … Tra il liberismo americano e il rigidismo neo-latino sta la moderazione tedesca. In Germania si riconosce il diritto di ogni cittadino di frequentare le biblioteche, ma si fa netta distinzione fra biblioteche scientifiche e biblioteche popolari, variando le norme per la frequenza delle prime e delle seconde … L’applicazione del sistema, d’altra parte, se fatta con criteri sensati, senza rigidismi eccessivi, potrà esser suscettibile di varianti, da biblioteca a biblioteca e anche da lettore a lettore … Il miglior giudice sarà sempre il bibliotecario”
[Vittorio Camerani, L’uso pubblico delle biblioteche, Milano, Mondatori, 1939, pp. 65 -70] Restando all’interno delle norme, invece, dovremmo limitarci ai possibili significati leciti, non discriminatori, non illegittimi.
Una interpretazione “autentica” (l’avevo scritto nell’articolo del 2003 su Biblaria ma dato che non vanto molti lettori è meglio ripeterlo) è nell’anoaloga norma, meno sintetica, al DPR del 1967, che precedeva il presente DPR:
Art. 60 comma 5 e ss. – Chi chiede un manoscritto deve indicare sulla richiesta (mod. 19-a) se INTENDE semplicemente esaminarlo, ovvero copiarlo, farne estratti, collazionarlo con altro codice o edizione a stampa o microfilm.
Chi studia o copia per altri il manoscritto ha parimenti obbligo di dare le notizie sopra indicate, designando la persona che gli ha commesso il lavoro.
Le biblioteche che ricevono un manoscritto da un’altra biblioteca devono ugualmente accompagnare la restituzione del manoscritto con le sopraddette notizie, trasmettendo alla biblioteca cui appartiene il manoscritto tutti i dati richiesti dal modulo di cui all’art. 106 [ch rinvia al “mod. 24”]. Sarebbe forse utile, a questo punto approfondire e vedere quali voci prevedessero i modelli 19-a ed il 24… .
Poi, possiamo dire che sicuramente “INTENTI” si collega a:
“esaminarlo, ovvero copiarlo, farne estratti, collazionarlo con altro codice o edizione a stampa o microfilm”
Nessuno di questi termini è riferibile a delle “categorie” di utenti da preferire ad altre, o sbaglio?
A me le preoccupazioni del Legislatore mi sembrano rivolte alle eventuali ulteriori attività che il bibliotecario deve porre in essere per realizzare un corretto servizio di lettura e prevenzione, non alle persone.
Solo un paio di esempi perché mi sto dilungando troppo (ma è “colpa” di Beppe, che fa domande difficili!). Se io dichiaro che voglio confrontarlo con un altro codice, deve scattare una ulteriore procedura di “sicurezza” durante la mia lettura, perché per il comma 6 dell’art. 37 (e torno al DPR vigente) “6. I manoscritti e i documenti rari o di pregio vengono dati in lettura UNO per volta, salvo motivate esigenze di studio.”
Dare in lettura un pezzo raro alla volta non è un dispetto, è una procedura che semplifica il controllo, per cui il lettore – quando il libro è antico – dovrà rinunciare alla comodità di avere tutti i libri sul tavolo, per alternarli velocemente, senza tornare al Banco Distribuzione. Ma quando il lettore ha delle eseigenze particolari come la necessità di “collazionarlo [cosa vuol dire esattamente?] con altro codice”, deve prevalere – dice il Legislatore – la logica del Servizio sulla logica della Conservazione! Altro che selezionare gli intenti!!!
Allo stesso modo (il secondo ed ultimo esempio) “l’intento di copiarlo, farne estratti” fa scattare la normativa sul “diritto letterario” o d’autore. In qualche regolamento di fine Ottocento … comportava il donare due copie, per ogni edizione, delle stampe pubblicate dall’editore che utilizza la copia un manoscritto della biblioteca. Oggi la normativa è complessa e, se non sbaglio, è spiegata nel dettaglio sul sito di qualche antica biblioteca romana: Vallicelliana? .. (quanto a fruizione inutile dire che: “Per la consultazione di manoscritti occorre una lettera di presentazione di un istituto di ricerca che attesti l’esigenza di studio dell’utente”) … Sicuramente l’Alessandrina sul sito alla voce “Riproduzioni a scopi editoriali” spiega cosa occorra fare, qui:
http://www.alessandrina.librari.beniculturali.it/index.php?option=com_content&task=view&id=63&Itemid=1 (quanto alle norme sulla “fruizione” qui non ho trovato nulla di esplicito, questo mi fa temere il peggio. Entrambe poi non mettono a disposizione sul sito dei formali regolamenti ma alcune “informazioni” scritte ed approvate chi sa da chi…).
Anche in questo caso, dall'”intento” non deriva una selezione, ma ulteriori adempimenti e misure organizzative di prevenzione: nulla che possa impedire la lettura!
Troppo lungo, scusate, mi fermo qui, ma torna come ragionamento?
Rispondi	Dino, on 2 ottobre, 2008 at 19:59 said:	Ma è bene ricordare, aggiungo, che le interpretazioni dominanti sono all’opposto,
Tra gli autori contemporanei e in una rivista di settore molto diffusa – ad esempio – c’è chi avverte che riservando l’antico a lettori speciali, con particolari esigenze di studi, si rischia uns censura preventiva. E per evitare questo rischio, consiglia … di selezionare gli utenti all’ingresso!!!
“La letteratura professionale italiana ha da sempre lasciato in ombra l’aspetto delle sale di consultazione. …
L’operazione da svolgere comporta la rescissione del legame sala di consultazione-utente privilegiato. Al lettore con particolari esigenze di studio e ricerca si può riservare un’area più tranquilla e confortevole; questa condizione di favore deve essere tuttavia separata dall’uso esclusivo, per diritto o per concessione del bibliotecario, di certi tipi di opera. La riserva, se deve esserci, riguarda soltanto spazi fisici e non spazi culturali perché in tal caso si rasenterebbe la censura preventiva.” [Ma aggiunge in nota:]
“L’eventuale selezione degli utenti (per motivi istituzionali, di spazio, di sicurezza) deve avvenire all’ingresso della biblioteca secondo criteri di politica generale dell’istituto. E’ evidente che il problema si presenta in modo diverso quando si tratta della consultazione di repertori necessari allo studio delle opere rare e di pregio che deve essere garantita secondo particolari regole di tutela e sicurezza”.
[Aurelio Aghemo, Il servizio di consultazione fra realtà e immaginario, in “Biblioteche Oggi”, VI, 5, 1988, pp. 43 – 48]
Rispondi	Dino, on 4 ottobre, 2008 at 23:02 said:	I commenti di Eleonora su Biblioteche ed Internet mi hanno indirettamente ricordato un altro aspetto – tra quelli a me cari – rimasto “sospeso”: il turismo e la biblioteca.
Quando Eleonora, con Oriana, auspica una collaborazione delle biblioteche con archivi, musei e scuole in occasione di diffusione di progetti di digitalizzazione e del sito europeo dedicato alla immagini in rete di collezioni culturali (e mi pare si riferisca al sito Europeana: http://www.europeana.eu/home.php ) mi viene spontaneo pensare che lo scopo ultimo sia far conoscere e quindi aumentare gli utenti dei rispettivi istituti culturali acquisendo utenti “remoti” che, appunto chiamerei “turisti”.
Non capisco perché si debba negare la possibilità di turisti anche per il Libro, e di riflesso per le biblioteche, come ha sostenuto la Regione Toscana:
“le biblioteche possono anche, in certi casi, assumere valenza turistica, ma si tratta allora di biblioteche-musei, che possiedono un particolare pregio storico-artistico-architettonico e nelle quali la funzione espositiva prevale su quella di accesso alla conoscenza”
I “turisti” (ossia utenti non residenti disposti a spostarsi qualche giorno per leggere, e non semplicemente per andare a vedere la biblioteca-edificio che conserva i libri) nelle biblioteche ci sono sempre stati, e ci sono ancora oggi, ma siamo abituati a chiamarli “studiosi”, come fossero fortunati apolidi, con un lasciapassare universale. Nel regolamento del 1884 della Biblioteca Tommasi dell’Aquila addirittura la regola della distribuzione esclusivamente mattutina dei manoscritti ha un’eccezione, per gli studiosi provenienti da altre città (di nuovo la logica del Servizio Pubblico che prevaleva sulla logica della Conservazione: senza bisogno di aspettare Carte dei servizi e certificati di Qualità – evidentemente inutilmente compatibili anche con le “tombe dei libri” – tanto di moda negli ultimi anni).
E la citata professoressa Maniaci che nel 2004 si lamenta di aver fatto un viaggio a vuoto, non era forse in quell’occasione una turista del Libro delusa?
“Intraprendere un viaggio di centinaia di chilometri per arrivare in una sala manoscritti e vedersi negare l’accesso diretto all’oggetto, con l’invito ad accontentarsi di un microfilm o di un CD-Rom”
Infine, è lo stesso DPR 417/95 che ammette addirittura al prestito – l’accesso alla lettura è quindi pacifico – nelle biblioteche statali del Mincultura, persone diverse dai residenti nella regione dove ha sede la biblioteca; Art. 51 comma 3 (come già osservato da Beppe il limite regionale non sembra possa essere più che un auspicio) compresi:
“i cittadini dei Paesi aderenti alla Comunità europea” e addirittura “i cittadini dei Paesi extracomunitari” (in questo caso un limite potrebbe essere l’assenza di accordi internazionali tra le polizie dei rispettivi paesi per perseguire reati di furto…)
Credo, per concludere, che utilizzare il termine di “turisti” dei libri, da aggiungere agli utenti potenziali, possa essere un altro modo di “rianimare” e quindi “aggiornare” le funzioni di sempre delle Biblioteche Pubbliche antiche, non più ristrette ad una cerchia sociale prestabilita di “destinatari” del Libro. E, forse, uno spunto per nuove iniziative di promozione delle biblioteche antiche, meno “traumatiche” ed inopportune delle – a volte – davvero stravaganti “attività culturali” con cui oggi si pretende di rilanciare le biblioteche e la lettura del libro.
Rispondi	Dino, on 19 novembre, 2008 at 20:58 said:	Desidero tornare sull’argomento per valorizzare un testo “scoperto” proprio con le recenti ricerche nate dall’esigenza di completare il mio blog e la discussione con voi.
Il Convegno del 1905 Sull’uso pubblico delle biblioteche è un testo utilissimo per comprendere l’attuale situazione del rapporto libro antico / lettori, pur non essendo citato nei manuali di Biblioteconomia o di Storia delle biblioteche italiane.
Come ho ora provato a documentare in breve con l’ultimo post di sintesi, è allora che viene introdotta e discussa dai più autorevoli Bibliotecari Conservatori l’ipotesi di “selezionare” gli utenti per l’accesso alle varie sale di lettura “specializzate”, e quindi alle diverse “tipologie” di collezioni librarie.
Dagli atti di quel convegno si ricavano due aspetti fondamentali per capire quanto la prassi di oggi sia frutto di grossolani errori (o di imposizioni volontarie, strumentali e consapevoli?).
1) già allora la proposta fu considerata “illiberale” e illecita perchè la Biblioteca è, era ed è sempre stata – direi intrinsecamente – Pubblica nel senso più ampio del termine e non secondo l’accezione biblioteconomica distorta di oggi (“biblioteca pubblica” = biblioteca locale o di quartiere, con libri contemporanei che rispodano a pure esigenze “informative” /divulgative o di svago; per il grande pubblico, per lettori di livello culturale medio-basso: quindi che esclude arbitrariamente e “per definizione” la disponibilità del materiale specializzato ed antico).
2) l’esigenza di allora nel disciplinare ed aumentare i controlli sul lettore derivava da due stati di fatto che oggi non ci sono più, e questo rende assurdo la “conservazione” di quella soluzione operativa di “selezione”.
Innanzi tutto le biblioteche allora erano Pubbliche nel senso che dicevo, per cui in sala lettura si distribuivano TUTTI i libri a STAMPA, anche quelli antichi (solo per la lettura dei manoscritti c’era già una sala separata). Oggi in sala lettura si ricevono solo i libri più recenti, eppure nelle biblioteche antiche spesso si fanno difficoltà ai lettori, si cerca di “dirottarli” nelle biblioteche “pubbliche” (le ex popolari) perchè si ritiene il materiale troppo “specializzato” per il lettore comune.
La “tentazione” di selezionare i lettori derivava da quella situazione di maggior rischio che rendeva poi più stringente per il Bibliotecario l’esigenza di tutelare il patrimonio librario della Biblioteca Pubblica. A ciò si aggiungeva l’impossibilità per il Bibliotecario di identificare i lettori : non era infatti ancora in uso, o sufficientemente diffusa, la “carta d’identità” (solo gli utenti di sala manoscritti venivano identificati tra i personaggi “a tutti noti” per le cariche istituzionali che rivestivano nella città dove ha sede la biblioteca: quindi avvelendosi nel caso anche della “presentazione” da parte di altro utente “già noto alla Direzione”).
Nonostante queste grosse difficoltà operative per garantire la tutela, anche allora si sosteneva che selezionare i lettori non sarebbe stato giusto, corretto, lecito!
Ed infatti la prassi è entrata in vigore durante il regime fascista.
Quello che non si trova nei Manuali di biblioteconomia è che, caduto il fascismo, cancellate le corporazioni, venuto meno anche il controlo di polizia sulla circolazione dell’informazione e delle idee in generale, quella prassi “illiberale” nelle biblioteche è stata “conservata” fino ad oggi. Eppure quelle esigenze di tutela non hanno più le caratteristiche “difficili” di allora. Non c’è più l’impossibilità di identificare i lettori a cui si consegnano i libri : tutti quelli che entrano nelle grandi biblioteche (intendo quelle che hanno più sale tra cui distribuire i lettori) ricevono una tessera d’ingresso o sono tenuti a lasciare un documento; sono tutti identificati, eppure resta la “separazione” tra chi viene autorizzato a leggere qualsiasi “tipo” di libro nelle sale “riservate” e chi si deve accontentare delle sole opere contemporanee, in sala lettura. Anche per l’azione di sorveglianza, al limite oggi esistono anche soluzioni come le videocamere a circuito chiuso.
Allora, l’unica spiegazione che appare razionale dell’attuale situazione delle biblioteche antiche io la vedo nel desiderio di “non avere troppi problemi sul lavoro”, nel non essere disposto a dare quanto necessario e dovuto dal ruolo e dalla stessa esigenza di funzionalità della Biblioteca da parte di chi non perde occasione per ripetere in tutte le sedi che il bibliotecario è socialmente poco considerato, è sotto pagato, è un alto professionista al quale si nega l’lalbo, è qualcuno che andrebbe pagato più di un funzionario amministrativo e come un professore universitario, ecc. ecc.
Mi piacerebbe leggere da qualche parte un commento degli atti del 1905 scritto da qualche “bibliotecario conservatore”, per capire come fa a non vergognarsi – di fronte ai suoi Maestri, ai più prudenti ed onesti Gnoli, Fumagalli e Chilovi – di come tutti i giorni gestisce la Bbiblioteca Pubblica che – evidentemente con troppa leggerezza – continuiamo ad affidargli.
Rispondi	Dino, on 5 novembre, 2010 at 15:39 said:	Finalmente, due anni e mezzo dopo l’apertura di questo ‘post’, i bibliotecari italiani si sono fatti coraggio e si accingono a “fare pulizia in casa propria” affrontando il problema della “fruizione negata del libro”!
Proprio in questi giorni e con un intero Congresso nazionale dedicato esplicitamente all’
ACCESSO LIBERO ALLA BIBLIOTECA :
” 56º Congresso nazionale AIB
Accesso aperto alla conoscenza. Accesso libero alla biblioteca Firenze, Palazzo dei Congressi
3–5 novembre 2010 ”
Finalmente! Complimenti!……..
Un momento …… leggendo l’abstract degli interventi sul sito AIB devo ricredermi.
Termini come “accesso” e “fruizione” non riguardano i libri nelle biblioteche (come ingenuamente ci si potrebbe aspettare) ma sono utilizzati in modo “strettamente professionale” (come già in precedenza biblioteca “pubblica”…).
Evidentemente il linguaggio si evolve ma le biblioteche restano sempre uguali!
Peccato. Ancora una volta si deve prendere atto che in Italia i bibliotecari non sanno cosa succede e come funzionano le biblioteche!
http://www.aib.it/aib/congr/c56/abstract.htm3#caso
PS: visto che siamo a novembre, permettetemi di ricordare gli “sciagurati Angeli del Libro” del 1966:
http://libroinbiblioteca.blogspot.com/2010/10/angeli-del-fango-e-angeli-del-libro.html

References: Art. 3
 articolo 2

Art. 15
 Art. 4

Art. 6

Art. 60
 Art. 51