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Timestamp: 2020-04-01 21:42:18+00:00

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44. In quanto alla materia dell'eucaristia niuno dubita doversi adoperare quella sola che fu adoperata da Gesù Cristo, cioè il pane comune di frumento e il comun vino di vite, come si ha da' vangelj di s. Matteo1, di san Marco2, di s. Luca3, e da s. Paolo4. E così ha praticato sempre la chiesa cattolica, ed ha ributtati tutti coloro che hanno osato di servirsi di altra materia, come si provò nel concilio III. cartaginese al capo 24. nell'anno 397. Estio5 dice potersi consacrare il corpo con ogni sorta di pane, o sia di frumento, o sia di orzo, di farra, o di spelta; ma s. Tommaso6 scrive che non si dee usare altra materia che di solo pane triticeo, cioè di frumento, o sia di grano; ammette non però la siligine, cioè la segala, dicendo: Et ideo si qua frumenta sunt, quae ex semine tritici generari possunt, sicut ex grano tritici seminato malis terris nascitur siligo, ex tali frumento panis confectus potest esse materia huius sacramenti; indi ributta le altre specie nominate, e questa sentenza dee senza meno seguirsi. Se poi il pane debba essere azimo secondo usiamo noi latini, o fermentato come usano i greci, questa è una gran questione agitata fra' dotti, la quale ancora pende, come può osservarsi presso il Mabillone, il Sirmondo, il cardinal Bona ed altri; del resto è certo che nell'uno e nell'altro pane è valida la consacrazione, ma a' latini oggi è vietato il consacrare in pane fermentato ed a' greci in azimo, come determinò il concilio di Fiorenza nell'anno 1429 in questo modo: Definimus in azymo, sive in fermentato pane triticeo corpus Christi veraciter confici, sacerdotesque in alterutro ipsum Domini corpus conficere debent, unumquemque scilicet iuxta suae ecclesiae occidentalis, sive orientalis consuetudinem. La materia poi per la consacrazione del sangue deve essere il vino usuale, spremuto dalle uve mature, onde non è atto il vino spremuto dall'agresto, né il vino cotto, o aceto; il vino musto è atto, ma non può usarsi senza necessità.
45. Parlando poi della quantità del pane e del vino che dee consacrarsi, basta ch'ella sia sensibile, quantunque sia minima; dee non però esser certa e determinata, e moralmente presente. Secondo poi la mente della chiesa, e secondo insegna s. Tommaso7, non dee consacrarsi maggior numero di particole di quel che bisogna per coloro che dovran comunicarsi in quel tempo, in cui possono conservarsi le specie del pane e del vino senza cominciare a corrompersi. Da ciò deduce Pietro de Marca8, che se alcun sacerdote volesse consacrare tutti i pani d'una bottega, la consacrazione sarebbe nulla; altri non però la danno per illecita, ma non invalida. Lo stesso dubbio si fa fra' teologi, se un sacerdote consacrasse per abusarsene in prestigj di magia, o per esporre il pane consacrato al ludibrio de' miscredenti.
46. Veniamo ora alla forma dell'eucaristia. Lutero9 scrisse che non bastano per consacrar l'eucaristia le sole parole di Cristo, Hoc est corpus meum, ma bisogna recitare tutta la liturgia. Calvino10 disse che tali parole non erano necessarie per consacrare, ma solo per eccitar la fede. Alcuni greci scismatici, come porta Arcudio11, dissero che le dette parole Hoc est etc. proferite una volta da Gesù Cristo sono sufficienti per sé alla consacrazione di tutte le ostie.
47. Altri poi de' nostri cattolici hanno opinato che Cristo consacrò l'eucaristia colla sua sola occulta benedizione, senza alcune parole, per la sua potestà di eccellenza; ma che ordinò poi la forma che gli uomini dovessero
tenere nel consacrare; e di tale opinione furono Innocenzo III.1, Durando2 e specialmente Caterino3 con più forza. Ma queste opinioni, come scrive il cardinal Gotti4, da tutti sono state abbandonate; e non mancano altri che le notano di temerità. La vera e comune sentenza con san Tommaso5, insegna che Gesù Cristo consacrò proferendo le parole, Hoc est corpus meum, hic est sanguis meus. E nello stesso modo consacrano al presente i sacerdoti, proferendo le stesse parole in persona di Cristo; e non già solo narrative, ma anche significative, cioè applicando la loro significazione alla materia presente, come anche comunemente insegnano i dottori con s. Tommaso6.
48. Disse di più il Caterino, che per la consacrazione alle parole dette dal Signore, bisogna anche aggiungere le preghiere che le precedono, o che le sieguono secondo i greci. Ed a questa opinione si attaccò il p. Le Brun dell'oratorio7. Ma i teologi con s. Tommaso8, e colla sentenza comune, insegnano che Cristo consacrò colle stesse parole, con cui oggi consacrano i sacerdoti; e che le preghiere poste nel canone della messa debbono recitarsi per necessità di precetto, ma non già di sacramento. Il concilio di Trento nella sessione 13. capo 1. dichiarò che il Salvatore post panis vinique benedictionem se suum ipsius corpus illis praebere, ac suum sanguinem, disertis ac perspicuis verbis testatus est: quae verba a sancti evangelistis commemorata, et a d. Paulo postea repetita, cum propriam illam et apertissimam significationem prae se ferant, secundum quam a patribus intellecta sunt etc. Quali furono le parole commemorate dagli evangelisti, che portano seco l'aperto lor significato, e colle quali Gesù attestò chiaramente di dare ai discepoli il suo corpo, se non quelle: Accipite, et comedite, hoc est corpus meum? Dunque con tali parole, e non altre, il Signore convertì il pane nel suo corpo, come scrisse s. Ambrogio9: Consecratio igitur quibus verbis est, et cuius sermonibus? Domini Iesu. Nam reliqua omnia, quae dicuntur, laudem Deo deferunt; oratio praemittur pro populo, pro regibus, pro ceteris; ubi venitur ut conficiatur venerabile sacramentum, iam non suis sermonibus sacerdos, sed utitur sermonibus Christi. S. Gio. Grisostomo10, rammemorando le stesse parole, Hoc est corpus meum, scrisse: Hoc verbum Christi transformat ea, quae proposita sunt. Lo stesso scrisse s. Gio. Damasceno: Dixit pariter Deus, Hoc est corpus meum, ideoque omnipotenti eius praecepto, donec veniat efficitur.
49. Inoltre lo stesso concilio nel capo 3. dice: Et semper haec fides in ecclesia Dei fuit, statim post consecrationem verum Domini nostri corpus, verumque eius sanguinem sub panis et vini specie... existere... ex vi verborum. Dunque per forza delle parole, cioè di quelle che stan commemorate dagli evangelisti subito dopo la consacrazione, il pane si converte nel corpo e il vino nel sangue di Gesù Cristo. Molto poi differiscono queste due proposizioni, Hoc est corpus meum, e l'altra, Quaesumus facere digneris, ut nobis corpus fiat Iesu Christi, oppure come dicono i greci, Fac hunc panem corpus Christi; poiché la prima dinota esservi il corpo di Cristo nello stesso momento, in cui la proposizione è proferita; ma la seconda significa una semplice preghiera, per impetrare che l'obblazione si faccia corpo, con senso non determinato, ma sospeso ed aspettativo. Il concilio dice che la conversione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo si fa ex vi verborum, non già ex vi orationum. Scrive s. Giustino11: Eucharistiam confici per preces ab ipso Verbo Dei profectas, e poi spiega che queste preci furono, Hoc est corpus
meum. Ma la preghiera che si fa nel canone, non fu proferita ab ipso Verbo Dei. Parimente s. Ireneo1 scrive: Quando mixtus calix, et factus panis percipit verbum Dei, fit eucharistia corporis Christi. Nella consacrazione fuori delle parole, Hoc est corpus meum, Hic est sanguis meus, o simili, non si trova che Gesù Cristo abbia proferite altre parole. Onde, considerate tutte queste cose, pare che l'opinione del p. Le Brun non abbia grado di soda probabilità.
50. Si oppone che da più padri si dice consacrarsi l'eucaristia colle preci insieme e colle parole di Cristo. Si risponde che sotto il nome di preci si intendono le stesse parole di Cristo, Hoc est corpus meum, come appunto scrive s. Giustino2, il quale dice espressamente che le preghiere con cui si fa l'eucaristia, sono le parole, Hoc est etc. E prima lo scrisse s. Ireneo3, dicendo che la divina invocazione, con cui si fa l'eucaristia, è la divina parola. E lo stesso scrisse poi s. Agostino4, ove significò che la preghiera mistica, colla quale disse5 farsi l'eucaristia, consiste nelle parole di Cristo, Hoc est etc., siccome anche le forme degli altri sacramenti si chiamano preci, perché sono parole sacre che hanno la virtù d'impetrare da Dio l'effetto de' sacramenti. Si oppongono inoltre alcune liturgie, come quelle di s. Giacomo, s. Marco, s. Clemente, s. Basilio e s. Gio. Grisostomo, ove par che nella consacrazione dell'eucaristia, oltre le parole di Cristo, si richiedano altre preci come quella che abbiamo nel canone: Quaesumus... ut nobis corpus et sanguis fiat dilectissimi filii tui etc. Questa preghiera si fa anche nella messa dei greci, ma come scrive il Bellarmino6, essendo stati interrogati i greci da Eugenio IV. per qual fine dopo le parole Hoc est corpus meum ed Hic est sanguis etc., proferivano le suddette parole ut nobis fiat corpus etc., risposero che aggiungeano quella preghiera, non già per convalidare la consacrazione, ma acciocché il sacramento giovasse alla salute delle anime che lo ricevano.
51. Con tutto ciò dicono i teologi7 non esser di fede che Cristo abbia consacrato colle sole parole riferite, ed abbia ordinato che con quelle sole da' sacerdoti si consacrasse; poiché sebbene questa sentenza sia comune, e molto consona coi sentimenti del concilio di Trento, nondimeno in niun luogo sta dichiarato di fede con qualche canone della chiesa; e benché i santi padri l'han molto avvalorata colla loro autorità, nulladimanco non l'han chiamata certa di fede. Tanto più che come attesta Alfonso Salmerone nel luogo citato, essendo stato richiesto il concilio di Trento di spiegar la forma con cui Cristo propriamente consacrò questo sacramento, i padri stimaron bene di non definirla. E Tournely8 risponde a tutte le obbiezioni che possono farsi da coloro che la volessero tenere come certa di fede. Ma se non è certa di fede, almeno è senza dubbio comune con s. Tommaso9, ed è moralmente certa, né la contraria può dirsi solidamente probabile. Sicché peccherebbe gravemente il sacerdote, se ommettesse le precedenti preci, ma validamente consacrerebbe, proferendo le sole parole dette da Cristo. Se poi nella consacrazione del sangue oltre le parole Hic est calix sanguinis mei, siano di essenza ben anche le altre che son notate nel messale, è gran questione tra gli autori, i quali si possono osservare nella nostra Teologia morale10: molti l'affermano, e pretendono essere s. Tommaso dalla loro parte, il quale11 scrisse: Et ideo illa quae sequuntur, sunt essentialia sanguini, prount in hoc sacramento consecratur; et
ideo oportet, quod sint de substantia formae. Ma la sentenza opposta degli altri è più comune, e questa dice non esserle contrario s. Tommaso, mentre il santo scrisse che le parole seguenti bensì appartengono alla sostanza, ma non all'essenza della forma; onde concludono che le altre parole non sono già di essenza, ma solo spettano all'integrità della forma, in modo che il sacerdote che ommettesse le parole seguenti peccherebbe senza dubbio gravemente, ma validamente consacrerebbe.
52. Giova qui notare che dal concilio di Trento nella Sess. 22. con nove canoni stan condannati nove errori dei novatori circa il sacrificio della messa, e questi sono: 1. che la messa non è vero sacrificio; o che non si offerisce per altro, che per amministrar l'eucaristia a' fedeli; 2. che colle parole Hoc facite in meam commemorationem, Cristo non istituì sacerdoti gli apostoli, né ordinò che i sacerdoti offerissero il suo corpo e sangue; 3. che la messa non è che ringraziamento, o memoria del sacrificio della croce, ma non già sacrificio propiziatorio: oppure che giova solo a chi si comunica; 4. che con tal sacrificio si deroga a quello della croce; 5. ch'è una impostura il celebrare in onore de' santi e per ottenere la loro intercessione; 6. che nel canone vi sono errori; 7. che le cerimonie, vesti e segni usati dalla chiesa cattolica sono incentivi di empietà; 8. che sono illecite le messe private, in cui il solo sacerdote si comunica; 9. che debbasi condannar l'uso di dire parte del canone in segreto, ma che tutto dee recitarsi in lingua volgare; e così anche dee condannarsi il mescolare l'acqua col vino nel calice. Contro questi errori io ne ho scritto a lungo nella mia opera dogmatica contro i riformati alla sessione 22.
1 26. 26.
2 14. 22.
3 22. 19.
4 1. Cor. 11. 27.
5 In 4. dist. 8. c. 6.
6 3. Part. qu. 74. a. 3. ad 2.
7 3. Part. q. 74. a. 2.
8 Diss. posthuma de sacrif. missae.
9 L. de Ambrog. missa.
10 Inst. l. 4. c. 17. §. 39.
11 L. 3. c. 28.
1 L. 4. Myst. c. 6.
2 L. 4. de div. offic. c. 41. n. 15.
3 Ap. Tournely comp. de Euch. q. 4. a. 6. p. 184.
4 Theol. de Euch. q. 2. §. 1. n. 2.
5 3. Part. q. 78. a. 1.
6 Loc. cit. a. 5.
7 T. 3. rer. Liturg. p. 212.
8 3. Part. q. 78. a. 5.
9 De sacram. l. 2. c. 4.
10 Hom. 1. de Prod. Iudae.
11 Aool. 2.
1 Lib. 5. c. 2.
2 Apolog. 2.
3 L. 4. c. 24. e l. 5. c. 2.
4 Serm. 28. de Verb. Dom.
5 Idem l. 3. de Trinit. c. 4.
6 L. 4. de Euch. c. 19.
7 Salmeron. tract. 13. p. 88. e Tournely de Euch. q. 4. a. 6. p. 190. vers. quaer.
8 Loc. cit. p. 191. vers. dices 1.
9 3. Part. q. 78. a. 1. a 4.
10 T. 2. dub. 6. de Euch. c. 1. dub. 6. q. 2. num. 223.
11 S. Thom. in 4. dist. 8. q. 2. a. 2. q. 2.

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e contrario