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Timestamp: 2019-05-24 07:51:00+00:00

Document:
Dati LUCART
VIA VAS e IPPC
Aut. Integrata
“For a successful technology, reality must take precedence over public relations, for Nature cannot be fooled”.
“Per una tecnologia che abbia successo la realtà deve avere la precedenza sulla pubbliche relazioni, perché la Natura non può essere presa in giro”.
Richard Feynman (Scienziato U.S.A. premio Nobel per la Fisica nel 1965 - Appendice F, rapporto della Commissione Rogers sul disastro dello Space Shuttle Challenger, giugno 1986)
Lucca, lì 07 novembre 2008
Contestazione inviata in Provincia in merito alla completa assenza sul sito WEB provinciale della documentazione istruttoria oggetto di VIA.
D.L.vo 3 aprile 2006, n. 152, art. 24 (Consultazione).
1. Contestualmente alla presentazione di cui all’articolo 23, comma 1, del progetto deve essere data notizia a mezzo stampa e su sito web dell’autorità competente.
3. La pubblicazione di cui al comma 1 deve contenere, oltre una breve descrizione del progetto e dei suoi possibili principali impatti ambientali, l’indicazione delle sedi ove possono essere consultati gli atti nella loro interezza ed i termini entro i quali è possibile presentare osservazioni.
4. Entro il termine di sessanta giorni dalla presentazione di cui all’articolo 23, chiunque abbia interesse può prendere visione del progetto e del relativo studio ambientale, presentare proprie osservazioni, anche fornendo nuovi o ulteriori elementi conoscitivi e valutativi.
5. Il provvedimento di valutazione dell’impatto ambientale deve tenere in conto le osservazioni pervenute, considerandole contestualmente, singolarmente o per gruppi.
6. L’autorità competente può disporre che la consultazione avvenga mediante lo svolgimento di-un’inchiesta pubblica per l’esame dello studio di impatto ambientale, dei pareri forniti dalle pubbliche amministrazioni e delle osservazioni dei cittadini. senza che ciò comporti interruzioni o sospensioni dei termini per l’istruttoria.
9. Quando il proponente intende modificare gli elaborati presentati in relazione alle osservazioni, ai rilievi emersi nell’ambito dell’inchiesta pubblica oppure nelcorso del contraddittorio di cui al comma 8, ne fa richiesta all’autorità competente nei trenta giorni successivi alla scadenza del termine di cui al comma 4, indicando il tempo necessario, che non può superare i sessanta giorni, prorogabili, su istanza del proponente, per un massimo di ulteriori sessanta giorni. In questo caso l’autorità competente esprime il provvedimento di valutazione dell’impatto ambientale entro novanta giorni dalla presentazione degli elaborati modificati. L’autorità competente, ove ritenga che le modifiche apportate siano sostanziali e rilevanti, dispone che il proponente curi la pubblicazione di un avviso a mezzo stampa secondo le modalità di cui ai commi 2 e 3. Nel caso che il proponente sia un soggetto pubblico, la pubblicazione deve avvenire nei limiti delle risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente. Nel caso che il proponente sia un soggetto pubblico, la pubblicazione deve avvenire nei limiti delle risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente.
10. In ogni caso tutta la documentazione istruttoria deve essere pubblica sul sito web dell’autorità competente.
Servizio Ambiente U.O. Tutela delle Acque – Aria – Inquinamento acustico
e p.c. Al Sindaco di Lucca - Sede
Al Sindaco di Borgo a Mozzano - Sede
Ai Comitati di Diecimo e Valdottavo
OGGETTO: Pubblicazione sul sito web provinciale di tutta la documentazione istruttoria LUCART in merito al procedimento di V.I.A. provinciale relativamente alla proposta di un impianto di “co-incenerimento” da ubicarsi all’interno dello stabilimento cartario sito in Diecimo comune di Borgo a Mozzano.
Spett. Amministrazione,
in merito all'oggetto ed in forza dell'art. 24 comma 10 del D.L.vo 3 aprile 2006, n. 152, nel contestare la completa assenza della documentazione istruttoria prevista a mente dell'articolo citato
l'immediata pubblicazione sul sito web provinciale.
Bruno Nicola Rossi
Lucca, lì 03 novembre 2008
Osservazioni sulla Valutazione d’Impatto Ambientale:
1) RISCHIO IDROGEOLOGICO;
2) OSSERVAZIONI SULLE PROCEDURE AUTORIZZATIVE E SULLA NORMATIVA APPLICABILE
Servizio Ambiente U.O. Tutela delle Acque –
Aria – Inquinamento acustico
Piazza Napoleone n. 32 - LUCCA
Oggetto: Osservazioni sul procedimento di V.I.A. (Valutazione di Impatto Ambientale) provinciale relativamente alla proposta di un impianto di “co-incenerimento” da ubicarsi all’interno dello stabilimento cartario sito in Diecimo comune di Borgo a Mozzano, località Baccanella, presentato dalla società Cartiera Lucchese spa, con sede in Porcari (LU) via Ciarpi n. 77, ai sensi della L.R. Toscana 3 novembre 1998 n. 79. Avviso di avvenuto deposito pubblicato in data 19 settembre 2008 sul quotidiano Il Tirreno.
I sottoscritti Bruno Nicola Rossi, nato a nato a *** e residente a ***, codice fiscale *** e Michele Urbano, nato a *** e residente a ***, codice fiscale ***, ai fini e per gli effetti di cui all’art. 14, comma V, della L.R. Toscana 79/1998, formulano e presentano le seguenti
1) RISCHIO IDROGEOLOGICO
La concessione dell'autorizzazione di un impianto (il “co-inceneritore soggetto al VIA genera in uscita rifiuti classificati come pericolosi con messa in riserva di rifiuti in area esondabile prodotti anche dallo stabilimento di Porcari), modificherebbe significativamente la “classe d'uso” con cui sarebbe dovuta essere stata progettata l'opera di difesa idraulica per essere efficace e durevole, che potrebbe non essere più idonea a garantire la sicurezza necessaria alla nuova destinazione d'uso dell'area: la “Combinazione sismica, impiegata per gli strati limite ultimi e di esercizio connessi all'azione sismica E” potrebbe non essere più verificata a seguito della necessaria riclassificazione e collaudo dell'opera di difesa in esame. - (CFR. par. 2.5.3 e 3.2.2 D.M. 14 gennaio 2008 "Norme Tecniche sulle Costruzioni").
Ciò premesso sono valide le seguenti osservazioni:
L'opera di difesa idraulica di cui all'ultimo punto delle premesse iniziali è stata pertanto autorizzata per proteggere “un area a moderata probabilità di inondazione” soggetta ad essere allagata con tempo di ritorno (Tr) pari a 200 anni.
La “Pericolosità idraulica” con cui è stata dimensionata l'opera è legata ad un concetto di accadimento probabilistico [la “probabilità di accadimento di un determinato evento calamitoso (piena) in uno specifico periodo di tempo in una determinata area” - (CFR. PAI art. 7) - ], ed alla “classe d'uso”. Le azioni che agiscono sull'opera sono funzione dei carichi e della classe di opere da proteggere, come specificato dal paragrafo 2.4.2 del D.M. 14 gennaio 2008 "Norme Tecniche sulle Costruzioni", che in riferimento alla classificazione delle strutture in presenza di azioni sismiche stabilisce le seguenti classi d'uso:
2.4.2 CLASSI D’USO
In presenza di azioni sismiche, con riferimento alle conseguenze di una interruzione di operatività o di un eventuale collasso, le costruzioni sono suddivise in classi d’uso così definite:
Le variazioni di “classe d'uso” si applicano anche alle costruzioni esistenti – CFR articolo 8 D.M. 14 gennaio 2008 “COSTRUZIONI ESISTENTI” - :
La valutazione della sicurezza e la progettazione degli interventi sulle costruzioni esistenti potranno essere eseguiti con riferimento ai soli SLU; nel caso in cui si effettui la verifica anche nei confronti degli SLE i relativi livelli di prestazione possono essere stabiliti dal Progettista di concerto con il Committente.
Le Verifiche agli SLU possono essere eseguite rispetto alla condizione di salvaguardia della vita umana (SLV) o, in alternativa, alla condizione di collasso (SLC).
Le costruzioni esistenti devono essere sottoposte a valutazione della sicurezza quando ricorra anche una delle seguenti situazioni:
- cambio della destinazione d’uso della costruzione o di parti di essa, con variazione significativa dei carichi variabili e/o della classe d’uso della costruzione;
- l’uso della costruzione possa continuare senza interventi;
- l’uso debba essere modificato (declassamento, cambio di destinazione e/o imposizione di limitazioni e/o cautele nell’uso);
- sia necessario procedere ad aumentare o ripristinare la capacità portante.
Considerato che “Le opere e le componenti strutturali devono essere progettate, eseguite, collaudate e soggette a manutenzione in modo tale da consentirne la prevista utilizzazione, in forma economicamente sostenibile e con il livello di sicurezza previsto dalle presenti norme.” - CFR. D.M. 14 gennaio 2008 “2.1 PRINCIPI FONDAMENTALI” - si fa notare come il sopraccitato D.M. sulle "Norme Tecniche sulle Costruzioni" in relazione alla combinazione dei varie azioni agenti sulle strutture ai paragrafi “2.5.2 CARATTERIZZAZIONE DELLE AZIONI ELEMENTARI” ed “2.5.3 COMBINAZIONI DELLE AZIONI” caratterizza le azioni elementari che agiscono su di esse con metodi probabilistici che sono anche funzione della “classe d'uso” delle opere da proteggere.
Nella fattispecie il “periodo di riferimento” VR è funzione della classe d'uso ed è definito dalla relazione:
VR = Vn * Cu ;
dove Vn è la “vita nominale” del''opera, e Cu è la “classe d'uso” dell'opera.
La pericolosità sismica è definita in termini di accelerazione orizzontale massima attesa ag in condizioni di campo libero su sito di riferimento rigido con superficie topografica orizzontale (di categoria A quale definita al § 3.2.2), nonché di ordinate dello spettro di risposta elastico in accelerazione ad essa corrispondente Se (T) , con riferimento a prefissate probabilità di eccedenza PVR , come definite nel § 3.2.1, nel periodo di riferimento VR , come definito nel § 2.4.” - (CFR. 3.2 AZIONE SISMICA).
Si intende inoltre sottolineare il rischio di “pericolosità idraulica” tutt'altro che trascurabile, non tenuta in conto nella difesa dell'area in esame, associata all'esondazione causata dai torrenti Pedogna e Fiumicello, rispettivamente a monte e a valle dell'area industriale protetta dall'opera idraulica, che trovandosi nell'impossibilitati affluire con regolarità nel Serchio durante le piene, sono in grado di aggirare le protezioni esondando Pastino (area classificata P2a avente quindi tempo di ritorno (Tr) pari a 200 anni) e l'area industiale di Diecimo sia dalla strada Ludovica che sifonando dal sottopasso che collega l'area industriale alla provinciale.
Si evidenzia come l'area interessata dalla concessione di autorizzazione di VIA sia stata già interessata da un'esondazione in data 6 novembre 2000 che è arrivata ad interessare persino la provinciale della Ludovica.
L'Azienda nel paragrafo introduttivo 3.A.2 (SIA 1 di 4 pag. 27) premette che:
Ciò premesso si analizza l'iter amministrativo di autorizzazione ambientale.
L'Autorizzazione al trattamento e allo smaltimento dei rifiuti
Riguardo all'analisi autorizzativa, in riferimento alla parte quarta del D.L.vo 3 aprile 2006, nr. 52, si formulano le seguenti osservazioni riguardo alle procedure autorizzative.
Così come avveniva sotto la vigenza del D.L.vo 22/1997, la disciplina generale in tema di rifiuti prevede che le attività di gestione siano soggette al possesso di determinati titoli abilitativi che richiedono, nei casi in cui è maggiore il rischio di conseguenze negative per l'ambiente, il rilascio di un atto formale di autorizzazione all'esito di un complesso procedimento amministrativo mentre, negli altri casi, si richiede la semplice iscrizione all'Albo nazionale dei gestori ambientali sino a prevedere, per determinate attività, il ricorso alle procedure semplificate.
L'articolo 208 prevede ora un'autorizzazione unica per la realizzazione e gestione di nuovi impianti di smaltimento o di recupero di rifiuti, anche pericolosi.
Competente al rilascio dell'autorizzazione è la Regione, ente al quale la domanda deve essere presentata unitamente al progetto definitivo dell'impianto ed alla documentazione tecnica prevista dalle disposizioni vigenti in materia urbanistica, di tutela ambientale, di salute di sicurezza sul lavoro e di igiene pubblica e v.i.a., se necessaria. Resta comunque applicabile la normativa in materia di IPPC disciplinata dal D.L.vo 18 febbraio 2005, n. 59.
[Riguardo a tale specificazione, contenuta nel secondo comma dell'articolo 208, la Cassazione ha precisato (Cass. Sez. III n. 8051 del 27 febbraio 2007, Zambrotti) che dal tenore della stessa si ricava l'intenzione del legislatore di tenere ben distinte le due autorizzazioni, con la conseguenza che gli impianti per il trattamento dei rifiuti che comportano emissioni nell'atmosfera sono soggetti ad entrambe le discipline in quanto la normativa nazionale in tema di inquinamento atmosferico non assorbe ma completa quella sui rifiuti.]
La presentazione della domanda determina l'individuazione, da parte dell'ente ricevente, del responsabile del procedimento e la convocazione di una conferenza di servizi, cui può partecipare anche il richiedente o un suo rappresentante, finalizzata alla valutazione dei progetti ed, in particolare, alla verifica della compatibilità del progetto con le esigenze ambientali e territoriali, mentre l'istruttoria tecnica può essere affidata alle ARPA.
All'esito della procedura, da completarsi entro i limiti temporali specificati (con riferimento ai quali è prevista la possibilità di sospensione e l'esercizio di poteri sostitutivi in caso di inerzia dell'ente competente), la regione procede con la propria valutazione che, se positiva, determina l'approvazione del progetto e l'autorizzazione alla realizzazione e gestione dell'impianto. Tale positiva valutazione sostituisce, ad ogni effetto, visti, pareri, autorizzazioni e concessioni di organi regionali, provinciali e comunali. Costituisce, ove occorra, variante allo
strumento urbanistico e comporta la dichiarazione di pubblica utilità, urgenza ed indifferibilità dei lavori. Con riferimento alle aree vincolate, vi è inoltre uno specifico richiamo all'articolo 46 del D.L.vo 42/2004.
[Con riferimento alla procedura di autorizzazione, la giurisprudenza di legittimità (Cass. Sez. III n. 37122 del 13 ottobre 2005, Delle Foglie, in Riv. Pen. n. 112006 pag. 46) ha fornito alcune indicazioni chiarificatrici, tuttora utili nonostante gli interventi modificativi operati dal legislatore delegato, rilevando che:
- la conferenza di servizi deve farsi rientrare nello schema della "conferenza istruttoria" e costituisce strumento di accelerazione per l'esame contestuale dei diversi interessi coinvolti dal procedimento;
- i rappresentanti degli enti che partecipano a tale conferenza di servizi devono avere, comunque, il potere di esprimere la volontà dell'ufficio o dell'amministrazione ai quali appartengono. Devono esprimere, cioè, la propria volontà con riferimento a beni o interessi che per legge rientrano nella propria competenza (è dunque necessaria la delega del Consiglio comunale in ipotesi di introduzione di varianti allo strumento urbanistico);
- la positiva valutazione della domanda da parte della regione può costituire variante allo strumento urbanistico solo se il provvedimento adottato sia adeguatamente motivato in relazione alla pubblica utilità dell'opera. L'amministrazione, quindi, pur nell'esercizio di un potere discrezionale, deve effettuare un'approfondita valutazione dell'interesse pubblico alla realizzazione dell'impianto in variante allo strumento urbanistico sotto il profilo della pubblica utilità, urgenza ed indifferibilità dell'opera e solo la ricorrenza di tali esigenze può legittimare la compressione delle scelte effettuate dai Comuni in sede di pianificazione urbanistica;
- per gli impianti in aree vincolate è richiamata l'applicazione del Codice dei BB.CC. e del paesaggio e, pertanto, il relativo procedimento s i colloca con una propria autonomia all'interno del procedimento autorizzatorio disciplinato dalla normativa sui rifiuti.
In una precedente pronuncia (Cass. Sez. III n. 36048 del 24 settembre 2002, Notaro) si era inoltre affermato che il rilascio del titolo abilitativo non sarebbe necessariamente subordinato alla preventiva utilizzazione della conferenza dei servizi che, come precisato dall'O.O. P.C.M. n. 2425 del 18 marzo 1996, è meramente facoltativa costituendo "un semplice strumento operativo nell'ambito dell'attività di concertazione tra le varie amministrazioni, la cui assenza non ha alcuna incidenza sulla legittimità del procedimento adottato".]
L'articolo 208 precisa quali siano i contenuti essenziali dell'autorizzazione:
a) tipi e quantitativi di rifiuti da smaltire o da recuperare;
b) requisiti tecnici con particolare riferimento alla compatibilità del sito, alle attrezzature utilizzate, ai tipi ed ai quantitativi massimi di rifiuti ed alla conformità dell'impianto al progetto approvato;
c) precauzioni da prendere in materia di sicurezza ed igiene ambientale;
d) localizzazione dell'impianto da autorizzare;
e) metodo di trattamento e di recupero;
f) prescrizioni per le operazioni di messa in sicurezza, chiusura dell'impianto e ripristino del sito;
g) garanzie finanziarie richieste, che devono essere prestate solo al momento dell'avvio effettivo dell'esercizio dell'impianto;
h) data di scadenza dell'autorizzazione;
i) limiti di emissione in atmosfera per i processi di trattamento termico dei rifiuti, anche accompagnati da recupero energetico.
Da tale ultimo requisito si evince che l'autorizzazione è soggetta a limite temporale di efficacia (che infatti il successivo comma 12 indica in dieci anni) ed è rinnovabile. Il termine al D.L.vo 22/1997, è stato raddoppiato, con il rischio che quella che appare come una innovazione finalizzata allo snellimento burocratico possa poi determinare la presenza sul territorio di impianti obsoleti e non adeguati al rapido sviluppo tecnologico del settore.
L'attivazione della procedura per il rinnovo consente la prosecuzione dell'attività fino alla decisione della regione previa estensione delle garanzie
finanziarie prestate.
L'ultima parte del comma 12 è stata integrata dal D.L.vo 4/2008 e stabilisce che le prescrizioni dell'autorizzazione possono essere modificate, prima del termine di scadenza e dopo almeno cinque anni dal rilascio, nel caso di condizioni di criticità ambientale, tenendo conto dell'evoluzione delle migliori tecnologie disponibili.
Nel caso in cui le prescrizioni dell'autorizzazione non vengano osservate, ferma restando l'applicazione delle specifiche sanzioni amministrative e penali, l'autorità competente può procedere, tenuto conto della gravità dell'infrazione:
- alla diffida, stabilendo un termine entro il quale devono essere eliminate le inosservanze;
- alla diffida e contestuale sospensione dell'autorizzazione per un tempo determinato, ove si manifestino situazioni di pericolo per la salute pubblica e per l'ambiente;
- alla revoca dell'autorizzazione in caso di mancato adeguamento alle prescrizioni imposte con la diffida e in caso di reiterate violazioni che determinino situazione di pericolo per la salute pubblica e per l'ambiente.
L'autorizzazione deve essere comunicata, a cura dell'amministrazione che la rilascia, all'Albo nazionale dei gestori ambientali, che cura l'inserimento in un elenco nazionale, accessibile al pubblico, degli elementi identificativi indicati nell'articolo 212.
[La Cassazione ha ulteriormente specificato che l'autorizzazione:
- richiede la forma scritta (Cass. Sez. III n. 16001 del 7 aprile 2003, Freré, in Riv. Pen. n. 2/2004 pag. 208);
- non è acquisibile mediante silenzio-assenso (ibid.);
- deve essere adeguatamente motivata al fine di rendere efficace il controllo sul corretto USO della discrezionalità amministrativa in una materia di particolare delicatezza e rilevanza per la tutela ambientale (ibid.);
- ha natura (Cass. Sez. 111 n. 1562 del 15 gennaio 2003, Toraldo). Con riferimento a tale ultimo requisito, occorre precisare che la Corte fondava il proprio convincimento sulla circostanza che l'autorizzazione si basa sulla iscrizione al relativo albo del soggetto richiedente e sulla sua idoneità. 11 riferimento alla idoneità non è stato mantenuto nella nuova disciplina, ma pare plausibile ritenere che non possa comunque ammettersi una autorizzazione impersonale, utilizzabile da soggetti diversi, tenendo conto della natura dell'atto abilitativo e del procedimento amministrativo che prelude alla sua emanazione.]
La disposizione in esame prevede anche alcune eccezioni alla procedura ordinaria:
- gli impianti mobili di smaltimento o di recupero, esclusi gli impianti mobili che effettuano la disidratazione dei fanghi generati da impianti di depurazione e reimmettono l'acqua in testa al processo depurativo presso il quale operano, ad esclusione della sola riduzione volumetrica e separazione delle frazioni estranee, sono autorizzati, in via definitiva, dalla regione ove l'interessato ha la sede legale o la società straniera proprietaria dell'impianto ha la sede di rappresentanza;
- il deposito temporaneo, effettuato nel rispetto delle condizioni stabilite dalla legge resta sottratto all'obbligo di autorizzazione, fatti comunque salvi gli obblighi di tenuta dei registri di carico e scarico da parte dei soggetti di cui all'articolo 190 ed il divieto di miscelazione di cui all'articolo 187.
L'ultimo comma dell'articolo 208 prevede che le procedure ordinarie di autorizzazione si applichino anche per la realizzazione di varianti sostanziali in corso d'opera o di esercizio che comportino modifiche a seguito delle quali gli impianti non sono più conformi all'autorizzazione rilasciata.
Con riferimento alle imprese che risultino registrate EMAS che operano nell'ambito del sistema Ecolabel o certificati UNI-EN ISO 14001, l'articolo 209 prevede che, in sede di espletamento delle procedure previste per il rinnovo delle autorizzazioni all'esercizio di un impianto, ovvero per il rinnovo dell'iscrizione all'Albo, possano sostituire tali autorizzazioni o il nuovo certificato di iscrizione con un'autocertificazione. Di alcune ipotesi particolari di autorizzazione si occupano infine gli articoli 210 e 211.
L'Albo nazionale gestori ambientali (articolo 212) è costituito presso il Ministero dell'ambiente e tutela del territorio e si articola in un Comitato nazionale, con sede presso il medesimo Ministero con potere deliberante e composto da diciannove membri di comprovata e documentata esperienza tecnico-economica o giuridica nelle materie ambientali (è anche prevista
l'istituzione di sezioni speciali per ogni singola attività soggetta ad iscrizione all'Albo), ed in Sezioni regionali e provinciali, istituite presso le Camere di commercio con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e composte dai soggetti indicati nel comma 3 dell'articolo 212. Sui ricorsi presentati contro i provvedimenti delle sezioni regionali, come stabilito dal comma 15, provvede il comitato nazionale.
Il secondo comma dell'articolo 212 prevede anche l'istituzione, mediante Decreto Ministeriale, di Sezioni speciali del Comitato nazionale per ogni singola attività soggetta ad iscrizione all'Albo.
L'organizzazione dell'Albo, l'individuazione dei requisiti, dei termini e delle modalità di iscrizione, la quantificazione dei diritti annuali d'iscrizione, nonché le modalità e gli importi delle garanzie finanziarie che devono essere
prestate a favore dello Stato sono da individuarsi mediante decreto interministeriale da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore delle disposizioni in materia di rifiuti ed in conformità ai seguenti principi:
- individuazione di requisiti per l'iscrizione, validi per tutte le sezioni, al fine di uniformare le procedure;
- coordinamento con la vigente normativa sull'autotrasporto, in coerenza con la finalità di cui al punto precedente;
- trattamento uniforme dei componenti delle Sezioni regionali, per garantire l'efficienza operativa;
- effettiva copertura delle spese attraverso i diritti di segreteria e i diritti annuali di iscrizione.
Nel periodo transitorio continuano ad applicarsi, per quanto compatibili, le disposizioni del decreto del Ministro dell'ambiente 28 aprile 1998, n. 406.
Presso il Comitato nazionale sono inoltre istituiti i registri delle imprese autorizzate alla gestione di rifiuti (comma 23). aggiornati ogni trenta giorni, nei quali sono inseriti, a domanda, gli elementi identificativi dell'impresa consultabili dagli operatori secondo le indicazioni fissate con decreto ministeriale (il D.M. del 2 maggio 2006 "Registro delle imprese autorizzate alla gestione dei rifiuti, ai sensi dell'articolo 2 12, comma 23, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152" è da considerarsi, come tutti gli altri emanati lo stesso giorno, giuridicamente privo di effetti, ai sensi dell'Avviso del Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio pubblicato nella G.U. n. 146 del 26 giugno 2006).
I registri sono pubblici e, entro dodici mesi dall'entrata in vigore della normativa di settore, dovranno essere resi disponibili al pubblico, senza oneri, anche per via telematica.
L'iscrizione all'Albo costituisce requisito per lo svolgimento delle seguenti iscrizione attività:
- raccolta e trasporto di rifiuti non pericolosi (da chiunque prodotti, atteso che la specificazione "prodotti da terzi", contenuta nell'originaria formulazione dell'articolo, è stata soppressa dal D.L.vo 4/2008);
- bonifica dei siti;
- bonifica dei beni contenenti amianto;
- commercio ed intermediazione dei rifiuti senza detenzione dei rifiuti stessi;
- gestione di impianti di smaltimento e di recupero di titolarità di terzi;
- gestione di impianti mobili di smaltimento e di recupero di rifiuti (nei limiti di cui all'articolo 208).
Sono invece esonerati dall'obbligo di iscrizione, ma a condizione che dispongano di evidenze documentali o contabili che svolgano funzioni analoghe, fermi restando gli adempimenti documentali e contabili previsti a carico dei predetti soggetti dalle vigenti normative, le seguenti organizzazioni limitatamente all'attività di intermediazione e commercio senza detenzione di rifiuti di imballaggio:
- le organizzazioni per la gestione dei rifiuti di imballaggio (articolo 221, lettere a) e c);
- i consorzi in materia di imballaggi (articolo 223);
- il CONAI, Consorzio nazionale imballaggi (articolo 224);
- le strutture operative associate costituite dai produttori e importatori in materia di pneumatici fuori uso (articolo 228);
- il consorzio nazionale di raccolta e trattamento degli oli e dei grassi vegetali ed animali esausti (articolo 233);
- il consorzio nazionale per il riciclaggio di rifiuti di beni in polietilene (articolo 234);
- il consorzio nazionale per la raccolta e trattamento delle batterie al piombo esauste e dei rifiuti piombosi (articolo 235);
- il consorzio nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli oli minerali usati (articolo 236).
Infine, per le aziende speciali, i consorzi e le società di gestione dei servizi pubblici di cui al D.L.vo 18 agosto 2000, n. 267, l'iscrizione all'Albo è effettuata mediante apposita comunicazione del comune o del consorzio di comuni alla sezione regionale territorialmente competente ed è valida per i servizi di gestione dei rifiuti urbani nei medesimi comuni.
Le imprese che effettuano attività di raccolta e trasporto dei rifiuti, le imprese che effettuano attività di intermediazione e di commercio dei rifiuti
devono inoltre prestare idonee garanzie finanziarie a favore dello Stato, mentre quelle che effettuano attività di gestione di impianti fissi di smaltimento e di recupero di titolarità di terzi, le imprese che effettuano le attività di bonifica dei citi e di bonifica dei beni contenenti amianto devono le medesime garanzie a favore della regione territorialmente competente.
Nell'originaria formulazione la disposizione in esame indicava come esenti e soggetti ad iscrizione all'Albo a seguito di semplice richiesta scritta:
- le imprese che esercitano la raccolta e il trasporto dei propri rifiuti non pericolosi come attività ordinaria e regolare
- le imprese che trasportano i propri rifiuti pericolosi in quantità che non eccedano trenta chilogrammi al giorno o trenta litri al giorno.
[La diversità, rispetto al D.L.vo 22/1997 (decreto Ronchi), veniva evidenziata anche dalla Corte Costituzionale (ord. 126 del 19 aprile 2007) ove si specificava che "il comma 8 dell'art. 212 obbliga all'iscrizione all'Albo - con il presidio della sanzione penale comminata dall'art. 256 (che sostituisce l'art. 51, del D.L.vo 22/1997) - anche le imprese che esercitano la raccolta e il trasporto dei propri rifiuti non pericolosi come <> e le imprese che trasportano i propri rifiuti pericolosi in quantità non eccedenti i limiti già previsti, ai fini dell'esonero dall'iscrizione, dall'art. 304, del D.L.vo 22/1997 (trenta chilogrammi o trenta litri al giorno): sia pur prefigurando, per dette imprese, un regime sensibilmente agevolato (esse non sono infatti tenute alla prestazione delle garanzie finanziarie normalmente imposte dal comma 7 dell'art. 212 del D.L.vo 152/2006 e la loro l'iscrizione all'Albo ha luogo in base a semplice richiesta scritta, senza che la stessa sia soggetta a valutazione relativa alla capacità finanziaria e all'idoneità tecnica del richiedente e senza che occorra la nomina di un responsabile tecnico)".
Osservava PAONE (Trasporto di rifiuti e iscrizione nell'albo delle imprese di smaltimento, in Ambiente e Sviluppo n. 7/2007 pag. 605) che la nozione di "attività ordinaria e regolare" può essere ricostruita utilizzando l'esperienza giurisprudenziale in materia di scarico dei reflui (ritenuto rilevante anche quando sia saltuario o sporadico, senza implicare necessariamente la continuità o abitualità), cosicché il trasporto deve ritenersi libero quando costituisca un evento del tutto “(...) episodico, isolato e soprattutto slegato dalle necessità costanti del ciclo produttivo del produttore di rifiuti" con ciò criticando Cass. Sez. III n. 6397 del 15 febbraio 2007, Belfiore.
Va inoltre segnalato che la Cassazione (Sez. III, ord. 35235 del 21 settembre 2007, Italiano) ha nuovamente sottoposto al vaglio del giudice delle leggi la questione di legittimità costituzionale dell'art. 30 del D.L.vo 22/1997, modificato dall'art. 1 della legge n. 426 del 1998, per violazione degli artt. 11 e 117 della Costituzione. Osserva a tal proposito la Corte che "la disciplina contenuta nel D.L.vo 152/2006 reintroduce un obbligo di iscrizione all'Albo, seppure secondo formalità e requisiti semplificati, per le imprese che trasportano in proprio i rifiuti non pericolosi da esse stesse prodotti, così che risulta superato il contrasto con la disciplina comunitaria che aveva costituito oggetto della questione di costituzionalità sollevata con l'ordinanza 10328/2006. Sotto un profilo di ordine generale l'abrogazione dell'intero D.L.vo 22/1997 rende, anche sotto questo aspetto, non più attuale il contrasto della disciplina nazionale con quella comunitaria. Va. peraltro, osservato, che il D.L.vo 152/2006 ha avuto cura di evitare problemi di coordinamento e di continuità rispetto al regime degli atti amministrativi e delle posizioni giuridiche formatesi sotto la vigenza del D.L.vo 22/1997, ma non ha inteso intervenire sul tema della successione delle leggi penali nel tempo, così che devono ritenersi applicabili gli ordinari principi fissati dall'art. 2 del Codice penale e prima ancora quanto stabilito dall'art. 25 della Costituzione. Ciò significa che le condotte poste in essere nel periodo ricompreso tra la modifica introdotta con l'art. 1 della legge 426/1998 e la data di entrata in vigore del D.L.vo 152/2006 restano disciplinate dal quarto comma dell'art. 30 del D.L.vo 22/1997 nel ritenuto non conforme alla normativa comunitaria".]
Con il D.L.vo 4/2008 il contenuto del comma 12 è stato rivisto, prevedendo
una particolare disciplina per:
- i produttori iniziali di rifiuti pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto di trenta chilogrammi o trenta litri al giorno dei propri rifiuti pericolosi.
Deve tuttavia sussistere l'ulteriore condizione che le operazioni effettuate costituiscano parte integrante ed accessoria dell'organizzazione dell'impresa dalla quale i rifiuti sono prodotti. In tal caso, le imprese non sono tenute alla prestazione delle garanzie finanziarie e sono iscritte in un'apposita sezione dell'Albo in base alla presentazione di una comunicazione alla sezione regionale o provinciale dell'Albo territorialmente competente che rilascia il relativo provvedimento entro i successivi trenta giorni.
Con la comunicazione l'interessato deve attestare sotto la sua responsabilità, ai sensi dell'articolo 21 della legge n. 241 del 1990:
- la sede dell'impresa, l'attività o le attività dai quali sono prodotti i rifiuti;
- le caratteristiche, la natura dei rifiuti prodotti;
- gli estremi identificativi e l'idoneità tecnica dei mezzi utilizzati per il trasporto dei rifiuti, tenuto anche conto delle modalità di effettuazione del trasporto medesimo;
- il versamento del diritto annuale di registrazione, che in fase di prima applicazione è determinato nella somma di 50 euro all'anno ed è rideterminabile ai sensi dell'articolo 21 del decreto del Ministro dell'ambiente 28 aprile 1998, n. 406.
È evidente che l'attestazione mendace potrà essere valutata in sede penale.
L'impresa è inoltre tenuta a comunicare ogni variazione intervenuta successivamente all'iscrizione.
Per espressa previsione del comma 17, non si applicano alle domande di iscrizione e agli atti di competenza dell'Albo le disposizioni generali in materia di denuncia di inizio attività (d.i.a.).
È invece prevista l'iscrizione all'Albo mediante l'invio di comunicazione di inizio di attività alla Sezione regionale o provinciale territorialmente competente per le imprese che svolgono le attività di raccolta e trasporto dei rifiuti sottoposte a procedure semplificate ai sensi dell'articolo 216 ed effettivamente avviati al riciclaggio ed al recupero.
Tali imprese non sono neppure sottoposte a garanzie finanziarie.
La comunicazione deve tuttavia essere rinnovata ogni cinque anni e corredata da idonea documentazione dalla quale risulti:
- la quantità, la natura, l'origine e la destinazione dei rifiuti;
- la rispondenza delle caratteristiche tecniche e della tipologia del mezzo utilizzato ai requisiti stabiliti dall'Albo in relazione ai tipi di rifiuti da trasportare;
- il rispetto delle condizioni ed il possesso dei requisiti soggettivi, di idoneità tecnica e di capacità finanziaria.
Le dichiarazioni mendaci sono sanzionate con le pene previste dall'articolo 483 C.P.
L'articolo 213 stabilisce, inoltre, che le autorizzazioni integrate ambientali rilasciate ai sensi del D.L.vo 18 febbraio 2005, n. 59 sostituiscono, ad ogni effetto, le autorizzazioni e la comunicazione di cui all'articolo 216 (in tema di operazioni di recupero), limitatamente alle attività non ricadenti nella categoria 5 (gestione dei rifiuti) dell'Allegato I del D.L.vo 18 febbraio 2005, n. 59 che, se svolte in procedura semplificata, sono escluse dall'autorizzazione ambientale integrata, ferma restando la possibilità di utilizzare successivamente le procedure semplificate previste dal capo V. Il D.L.vo 59/2005, come è noto, prevede misure atte ad evitare o, qualora non sia possibile, ridurre le emissioni di determinate attività (descritte nell'allegato 1) nell'aria, nell'acqua e nel suolo, comprese quelle riguardanti i rifiuti e per conseguire un livello elevato di protezione dell'ambiente, nel suo complesso, adottando le migliori tecnologie disponibili.
[CFR. D.L.vo 3 aprile 2006, n. 152, art. 213: “Autorizzazioni integrate ambientali). 1. Le autorizzazioni integrate ambientali rilasciate ai sensi del D.L.vo 18 febbraio 2005, n. 59 sostituiscono ad ogni effetto, secondo le modalità ivi previste: a) le autorizzazioni di cui al presente capo; b) la comunicazione di cui all’art. 216, limitatamente alle attività non ricadenti nella categoria 5 dell’Allegato I del D.L.vo 18 febbraio 2005, n. 59, che, se svolte in procedura semplificata, sono escluse dall’autorizzazione ambientale integrata, ferma restando la possibilità di utilizzare successivamente le procedure semplificate previste dal capo V. - (omississ).]
Le procedure semplificate.
La disciplina delle procedure semplificate è rimasta sostanzialmente invariata rispetto al "decreto Ronchi" anche se il D.L.vo l52/2006 ha tenuto conto della introduzione di nuove disposizioni, quali il già citato D.L.vo 59/2005 in materia di autorizzazioni integrate ambientali ed il D.L.vo l33/2005 in materia di incenerimento di rifiuti.
Al D.L.vo 22/1997 andava ricollegato il D.M. 5 febbraio 1998 recante "Individuazione dei rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero ai sensi degli artt. 31 e 33 del D.L.vo 5 febbraio 1997 n. 22", poi modificato attraverso il D.M. 5 aprile 2006 n. 186 pubblicato successivamente al "testo unico ambientale", tanto che viene posto in dubbio l'ambito di efficacia del decreto che si riferisce a norme non più in vigore (il D.L.vo 22/1997) e potrebbe spiegare i suoi effetti limitatamente alla disciplina transitoria dettata dagli articoli 264 e 265 del D.L.vo 152/2006 [si veda, sul punto, il commento di BIANCO, La nuova disciplina delle procedure semplificate di recupero dei rifiuti non pericolosi (D.M. 5 aprile 2006 n. 186): decreto attuativo del T.U.?, in Ambiente e Sviluppo n. 8/2006 pag. 709, cit.]
- CFR. D.L.vo 3 aprile 2006, n. 152, art. 264 comma 1 "1. A decorrere dalla data di entrata in vigore della parte quarta del presente decreto restano o sono abrogati, escluse le disposizioni di cui il presente decreto prevede l’ulteriore vigenza:
i) il D.L.vo 5 febbraio 1997, n. 22. Al fine di assicurare che non vi sia alcuna soluzione di continuità nel passaggio dalla preesistente normativa a quella prevista dalla parte quarta del presente decreto, i provvedimenti attuativi del citato D.L.vo 5 febbraio 1997, n. 22, continuano ad applicarsi sino alla data di entrata in vigore dei corrispondenti provvedimenti attuativi previsti dalla parte quarta del presente decreto;
- CFR D.L.vo 3 aprile 2006, n. 152, art. 214 commi 2 e 5 “2. Con decreti del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio di concerto con i Ministri delle attività produttive, della salute e, per i rifiuti agricoli e le attività che danno vita ai fertilizzanti, con il Ministro delle politiche agricole e forestali, sono adottate per ciascun tipo di attività le norme, che fissano i tipi e le quantità di rifiuti, e le condizioni in base alle quali le attività di smaltimento di rifiuti non pericolosi effettuate dai produttori nei luoghi di produzione degli stessi e le attività di recupero di cui all’Allegato C alla parte quarta del presente decreto sono sottoposte alle procedure semplificate di cui agli artt. 215 e 216. Con la medesima procedura si provvede all’aggiornamento delle predette norme tecniche e condizioni.
(ommissis)
5. Sino all’emanazione dei decreti di cui al comma 2 relativamente alle attività di recupero continuano ad applicarsi le disposizioni di cui ai decreti del Ministro dell’ambiente 5 febbraio 1998 e 12 giugno 2002, n. 161.”
Nonostante l'articolo 214, nel determinare i presupposti per il ricorso alle procedure semplificate preveda che le stesse debbano garantire in ogni caso un elevato livello di protezione ambientale e controlli efficaci ai sensi e nel rispetto di quanto disposto dall'articolo 178, nella realtà quotidiana il ricorso a tali procedure si è spesso rivelato un comodo espediente per sottrarre al regime autorizzatorio ordinario attività che, al contrario, avrebbero dovuto rientrarvi a tutti gli effetti.
Sono sottoposte alle procedure semplificate, in base alle norme che fissano i tipi e le quantità di rifiuti nonché le condizioni di ammissibilità da individuarsi con decreti ministeriali (comma 2):
- le attività di smaltimento di rifiuti non pericolosi effettuate dai produttori nei luoghi di produzione degli stessi (autosmaltimento);
- le attività di recupero di cui all'Allegato C alla parte quarta del decreto che devono avvenire, come indicato nella premessa all'allegato, senza pericolo per la salute dell'uomo e senza usare procedimenti o metodi che possano recare pregiudizio all'ambiente.
Analogo richiamo è contenuto nel quarto comma dell'articolo 214, ove si specifica che le norme e le condizioni di cui si è detto e le procedure semplificate devono garantire che i tipi o le quantità di rifiuti ed i procedimenti e metodi di smaltimento o di recupero siano tali da non costituire un pericolo per la salute dell'uomo e da non recare pregiudizio all'ambiente.
Con riferimento alle attività di trattamento termico e di recupero energetico, richiamato il contenuto del D.L.vo 133/2005 (per una disamina approfondita dei contenuti del D.L.vo 133/2005 v. MURATORI, GARZIA, ROETTGEN, FURFARO, incenerimento dei rifiuti: in vigore anche in Italia le nuove regole, inserto in Ambiente e Sviluppo n. 9/2005), si richiede che siano rispettate le seguenti, ulteriori condizioni:
- siano utilizzati combustibili da rifiuti urbani oppure rifiuti speciali individuati per frazioni omogenee;
- i limiti di emissione non siano inferiori a quelli stabiliti per gli impianti di incenerimento e coincenerimento dei rifiuti dalla normativa vigente;
- sia garantita la produzione di una quota minima di trasformazione del potere calorifico dei rifiuti in energia utile calcolata su base annuale;
- siano rispettate le condizioni, le norme tecniche e le prescrizioni specifiche di cui agli articoli 215 e 216.
Pare superfluo osservare che la sussistenza dei requisiti richiesti per l'accesso alle procedure semplificate sia presupposto necessario in mancanza del quale devono ritenersi applicabili le disposizioni generali in materia di gestione di rifiuti, il cui regime autorizzatorio è del tutto differente ed autonomo
anche in considerazione delle diverse finalità e dei requisiti richiesti (cfr. sul punto quanto evidenziato in Cass. Sez. III n. 1492 del 6 aprile 2000, P.M. in proc. Pantano, in Riv. Giur. Circ.ne e Trasp. n. 6/2001 pag. 798 con nota di BELTRAME, Responsabilità per il trasporto di rifiuti e profili di operatività delle procedure semplificate. V. anche, con riferimento all'autosmaltimento, Cass. Sez. III n. 41290 del 18 dicembre 2006, Rando).
Come espressamente stabilito nel D.L.vo 3 aprile 2006, n. 152, art. 215 - “A condizione che siano rispettate le norme tecniche e le prescrizioni specifiche di cui all’art. 214, commi 1, 2 e 3, le attività di smaltimento di rifiuti non pericolosi effettuate nel luogo di produzione dei rifiuti stessi possono essere intraprese decorsi novanta giorni dalla comunicazione di inizio di attività alla provincia territorialmente competente (1), che ne dà notizia alla provincia territorialmente competente, entro dieci giorni dal ricevimento della comunicazione stessa. - (omissis) ”
Pertanto l'attività di autosmaltimento riguarda, esclusivamente, le attività di smaltimento di rifiuti non pericolosi effettuate nel luogo di produzione dei rifiuti stessi.
Ogni altra attività, quale ad esempio quella di smaltimento di rifiuti pericolosi e di discarica, rientra pertanto nel regime ordinario come espressamente indicato nell'ultimo comma dell'articolo 215.
Detto articolo elenca anche quali condizioni per lo svolgimento dell'autosmaltimento:
- la preventiva comunicazione di inizio di attività alla Provincia territorialmente
competente (prima dell'entrata n vigore del D.L.vo 4/2008 era competente la Sezione regionale dell'Albo che ne dava notizia alla provincia), che iscrive l'impresa in un apposito registro e verifica d'ufficio la sussistenza dei presupposti e dei requisiti richiesti. Alla comunicazione è allegata una relazione dalla quale deve risultare il rispetto delle condizioni e delle norme tecniche specifiche ed il rispetto delle norme tecniche di sicurezza e delle procedure autorizzative previste dalla normativa vigente. La comunicazione deve essere rinnovata ogni cinque anni e, comunque, in caso di modifica sostanziale delle operazioni di autosmaltimento;
- il rispetto delle norme tecniche e le prescrizioni specifiche di cui all'articolo 214 delle quali si è detto in precedenza. Le norme tecniche devono prevedere, in particolare, il tipo, la quantità e le caratteristiche dei rifiuti da smaltire; il ciclo di provenienza dei rifiuti; le condizioni per la realizzazione e l'esercizio degli impianti; le caratteristiche dell'impianto di smaltimento e la qualità delle emissioni e degli scarichi idrici nell'ambiente.
Il mancato rispetto può determinare (comma 4) il divieto di inizio ovvero di prosecuzione dell'attività.
Anche l'attività di recupero deve sottostare al rispetto delle norme tecniche e delle prescrizioni specifiche ed all'obbligo di comunicazione di inizio di attività di cui si è appena detto con riferimento all'autosmaltimento (anche in questo caso rinnovabile dopo un quinquennio e, comunque, in caso di modifica sostanziale delle operazioni di recupero).
Con riferimento ai rifiuti elettrici ed elettronici, ai veicoli fuori uso ed agli impianti di coincenerimento, l'avvio delle attività è subordinato all'ulteriore requisito della visita preventiva, da parte della provincia territorialmente competente.
Le condizioni e le norme tecniche sono individuate, dall'articolo 216, con riferimento alla tipologia dei rifiuti e riguardano:
- le quantità massime impiegabili;
- la provenienza, i tipi e le caratteristiche dei rifiuti utilizzabili nonché
le condizioni specifiche alle quali le attività medesime sono sottoposte alla disciplina prevista dall'articolo citato;
- le prescrizioni necessarie per assicurare che, in relazione ai tipi o alle quantità dei rifiuti ed ai metodi di recupero, i rifiuti stessi siano recuperati senza pericolo per la salute dell'uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all'ambiente;
Per i rifiuti pericolosi
- la provenienza, i tipi e le caratteristiche dei rifiuti;
- le condizioni specifiche riferite ai valori limite di sostanze pericolose contenute nei rifiuti, ai valori limite di emissione per ogni tipo di rifiuto ed al tipo di attività e di impianto utilizzato, anche in relazione alle altre emissioni presenti in sito;
- gli altri requisiti necessari per effettuare forme diverse di recupero;
- le prescrizioni necessarie per assicurare che, in relazione al tipo ed alle quantità di sostanze pericolose contenute nei rifiuti ed ai metodi di recupero, i rifiuti stessi siano recuperati senza pericolo per la salute dell'uomo e senza usare procedimenti e metodi che potrebbero recare pregiudizio all'ambiente.
Le imprese che effettuano la comunicazione sono iscritte in apposito registro previa verifica d'ufficio della sussistenza dei presupposti e dei requisiti richiesti. Tale verifica è fondata anche sul contenuto della relazione da allegare alla comunicazione dalla quale deve risultare:
- il rispetto delle norme tecniche e delle condizioni specifiche di cui al comma I;
- le attività di recupero che si intendono svolgere;
- lo stabilimento, la capacità di recupero e il ciclo di trattamento o di combustione nel quale i rifiuti stessi sono destinati ad essere recuperati nonché l'utilizzo di eventuali impianti mobili;
Anche con riferimento al recupero è previsto il divieto di inizio ovvero di prosecuzione dell'attività in caso di mancato rispetto delle norme tecniche e delle condizioni suddette.
La procedura semplificata disciplinata dall'articolo 216 sostituisce, inoltre, limitatamente alle variazioni qualitative e quantitative delle emissioni determinate dai rifiuti individuati dalle norme tecniche che già fissano i limiti di emissione in relazione alle attività di recupero, l'autorizzazione alle emissioni in atmosfera (articolo 269) in caso di modifica sostanziale dell'impianto.
La disciplina in esame non è applicabile alle attività di recupero dei rifiuti urbani, ad eccezione di quelle per il riciclaggio e per il recupero di materia prima secondaria e di produzione di compost di qualità dai rifiuti provenienti da raccolta differenziata e di quelle di trattamento dei rifiuti urbani per ottenere combustibile da rifiuto, effettuate nel rispetto delle norme tecniche di cui al primo comma dell'articolo 216.
Tra le operazioni di recupero, infine, quelle di messa in riserva dei rifiuti pericolosi (articolo 216) sono sottoposte alle procedure semplificate di comunicazione di inizio di attività solo se effettuate presso l'impianto dove avvengono le operazioni di riciclaggio e di recupero previste ai punti da R1 a R9 dell'Allegato C.
Autorizzazione dell'Impianto di “Co-Incenerimento”
Con riferimento al D.L.vo 11 maggio 2005, n. 133, art. 5 commi 1 e 2:
art. 5. (Realizzazione ed esercizio di impianti di coincenerimento). - 1. Ai fini dell’esercizio degli impianti di coincenerimento:
a) per gli impianti non sottoposti ad autorizzazione integrata ambientale ai sensi del decreto legislativo 18 febbraio 2005, n. 59, si applicano le disposizioni di cui all’articolo 28 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22;
a) per gli impianti non sottoposti ad autorizzazione integrata ambientale ai sensi del decreto legislativo 18 febbraio 2005, n. 59, si applicano le disposizioni di cui all’articolo 27 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22;
b) per gli impianti sottoposti ad autorizzazione integrata ambientale ai sensi del decreto legislativo 18 febbraio 2005, n. 59, si applicano, al riguardo, le disposizioni del medesimo decreto legislativo.”.
Pertanto l'autorizzazione ambientale integrata ai sensi del dlgs. 18 febbraio 2005 nr. 59, è incompatibile con le vigenti norme, in quanto l'oggetto della richiesta di autorizzazione riguarda un impianto di "co-incenerimento" di rifiuti speciali con potenza termica di combustione inferiore a 33 MWth (CFR. SIA 1di4 pag 7, SIA 2di4 pag. 184, ELT 00.02 pag. 13), e tale impianto non è previsto nelle categorie di attività industriali di cui all'articolo 1 dlgs. 59/2005, individuati dall'allegato I del medesimo decreto.
Con riferimento al D.L.vo 11 maggio 2005, n. 133, art. 21 comma 4 (disposizioni transitorie e finali):
4.- Agli impianti di coincenerimento non sottoposti ad autorizzazione integrata ambientale ai sensi del decreto legislativo 18 febbraio 2005, n. 59, con l'esclusione degli impianti che utilizzano rifiuti pericolosi, possono essere applicate le procedure semplificate di cui agli articoli 31 e 33 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22. L'ammissione delle attività di coincenerimento dei rifiuti alle procedure semplificate è subordinata alla comunicazione di inizio di attività che dovrà comprendere, oltre a quanto previsto dall'articolo 5, commi 5 e 6, la relazione prevista dall'articolo 33, comma 3, del citato decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22. Per l'avvio dell'attività di coincenerimento dei rifiuti la regione può chiedere la prestazione di adeguata garanzia finanziaria a suo favore nella misura definita dalla regione stessa e proporzionata alla capacità massima di coincenerimento dei rifiuti. L'avvio delle attività è subordinato all'effettuazione di una ispezione preventiva, da parte della provincia competente per territorio, da effettuarsi entro sessanta giorni dalla data di presentazione della predetta comunicazione. Le ispezioni successive, da effettuarsi almeno una volta l'anno, accertano:
a) la tipologia e la quantità dei rifiuti sottoposti alle operazioni di coincenerimento;
b) la conformità delle attività di coincenerimento a quanto previsto dagli articoli 31 e 33 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e relative norme di attuazione.”
L'impianto di co-incenerimento di cui è stata richiesta l'autorizzazione non è quindi sottoponibile ad autorizzazione integrata ambientale ai sensi del decreto legislativo 18 febbraio 2005, n. 59, e per esso si applicano le disposizioni di cui all’articolo 27 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 e successive modifiche.
CONCLUSIONE DELL'OSSERVAZIONE
L'autorizzazione dell'impianto ricade nella disciplina della “Procedura Semplificata” di cui ai sopraccitati artt. 214, 215, 216 D.L.vo 3 aprile 2006 nr. 152, che si collega al D.M. 5 febbraio 1998, il quale fissa precisi limiti qualitativi e quantitativi al rifiuto da conferire all'impianto, come specificato nelle nostre precedenti osservazioni protocollate presso codesto spettabile ente in data 31 ottobre 2008.
L'attività di autosmaltimento riguarda, esclusivamente, le attività di smaltimento di rifiuti non pericolosi effettuate nel luogo di produzione dei rifiuti stessi. La Cartiera Lucchese pertanto non può essere autorizzata a smaltire nello stabilimento di Diecimo i fanghi di Porcari in regime di procedura semplificata.
Lucca, lì 31 ottobre 2008
1) VARIAZIONE DELL'OGGETTO DELL'ITER AMMINISTRATIVO;
2) QUALITA' DEI FANGHI
1) VARIAZIONE DELL'OGGETTO DELL'ITER AMMINISTRATIVO
"In data 14 giugno 2004 Cartiera Lucchese attiva la procedura prevista dall’articolo 12 del D. Lgs. n. 387/2002 ai fini del rilascio della autorizzazione per la costruzione e l’esercizio di un impianto di generazione di energia elettrica alimentato da fonte rinnovabile.” (CFR.pag 4 SIA 1di4);
•	“Il 13 luglio 2004 viene convocata la conferenza dei servizi prevista dall’articolo 12 del D. Lgs n. 387/2003 in cui viene esaminata la richiesta di autorizzazione presentata da Cartiera Lucchese e viene decisa la sospensione della procedura autorizzativa in attesa della conclusione della procedura di verifica di VIA." (CFR.pag 4 SIA 1di4).
Ciò premesso la Cartiera Lucchese ha attivato in data 18 settembre 2008 di una procedura di compatibilità ambientale ai sensi dell'art. 14 della L.R. 79/98 per la realizzazione di modifiche impiantistiche presso l'attuale stabilimento di Diecimo (Borgo a Mozzano), finalizzate alla costruzione di un impianto di “Co-Incenerimento” ai sensi del D.lgs 11 maggio 2005, n. 133 “Attuazione delle direttive 2000/76/CE, in materia di incenerimento dei rifiuti” (CFR. SIA 1di4) che rappresenta una variazione impiantistica alle precedenti autorizzazioni. Nella fattispecie la valutazione d'impatto ambientale dell'impianto per cui è stata chiesta l'autorizzazione il 14 giugno 2004 era soggetta alla normativa di cui al D.M. 5 febbraio 1998, dovendo essere alimentato da “fanghi di cartiera” autoprodotti da Cartiera Lucchese, che si generano dal processo di disinchiostrazione, e da biomasse. Quest'ultimo era pertanto classificabile come “impianto dedicato” (CFR. D.M. 5 febbraio 1998 articolo 2) per il recupero energetico di rifiuti ammessi a beneficiare del regime giuridico riservato alle fonti rinnovabili, mentre l'autorizzazione richiesta attualmente riguarda un impianto di “co-incenerimento” ai sensi del D.lgs 11 maggio 2005, n. 133 “Attuazione delle direttive 2000/76/CE, in materia di incenerimento dei rifiuti”.
Va notato, tra l'altro, che già l'impianto così come descritto non sarebbe stato autorizzabile nel quadro del D.M. 5 febbraio 1998, più che per gli effetti ambientali paventati, per l'essere in contrasto con l'articolo 1 comma 4 (“Le procedure semplificate disciplinate dal presente decreto si applicano esclusivamente alle operazioni di recupero specificate ed ai rifiuti individuati dai rispettivi codici e descritti negli allegati.”) e l'articolo 2 comma b ( “impianto dedicato: impianto destinato esclusivamente al recupero energetico dei rifiuti, compreso il combustibile da rifiuto (CDR)” ), relativi alle procedure applicabili ed alla destinazione dell'impianto, nonché da quanto stabilito dall'“Allegato 2 suballegato 1” - “Norme Tecniche per l'utilizzazione dei rifiuti non pericolosi come combustibili o come altro mezzo per produrre energia” - comma 12); anche i parametri relativi alla qualità del rifiuto da conferire all'impianto di cui si chiedeva l'autorizzazione non sono stai presi nel debito conto, il tutto per ottenere che l'autorizzazione da richiedere avesse come organo di riferimento la Provincia piuttosto che la Regione. Difatti le procedure semplificate in questo caso non possono essere invocate in quanto le modifiche apportate all'esercizio dell'impianto richiedono l'applicazione dell'articolo 210 comma 1 del dlgs 3 aprile 2006, n. 152 - “Coloro che alla data di entrata in vigore della parte quarta del presente decreto non abbiano ancora ottenuto l’autorizzazione alla gestione dell’impianto, ovvero intendano, comunque, richiedere una modifica dell’autorizzazione alla gestione di cui sono in possesso, ovvero ne richiedano il rinnovo presentano domanda alla regione competente per territorio, che si pronuncia entro novanta giorni dall’istanza. La procedura di cui al presente comma si applica anche a chi intende avviare una attività di recupero o di smaltimento di rifiuti in un impianto già esistente, precedentemente utilizzato o adibito ad altre attività. Ove la nuova attività di recupero o di smaltimento sia sottoposta a valutazione di impatto ambientale, si applicano le disposizioni previste dalla parte seconda del presente decreto per le modifiche sostanziali.”
L'iter amministrativo ha visto variare l'oggetto della richiesta autorizzativa, pertanto esso non può in nessun caso fare riferimenti a risultati conseguiti nell'iter precedente.
L'impianto dovrebbe essere alimentato da fanghi residui della disinchiostrazione, codice CER [030305] (CFR D.lgs 3 aprile 2006, n. 152 Allegato D Codici “CER”, SIA 2di4 pag 279, “Gruppo Cartiera Lucchese Dichiarazione EMAS 2007” tabella 8 Comprendio dati quantitativi rifiuti pag. 35);
•	La gestione dei rifiuti, in riferimento al flusso di massa in entrata, è soggetto alle procedure semplificate, di cui al D.L.vo 3 aprile 2006, n. 152, art. 214 e del relativo decreto attuativo D.M. 5 febbraio 1998, Suppl. Ordinario alla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 88 del 16 aprile 1998: “Individuazione dei rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero ai sensi degli articoli 31 e 33 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22.”
•	La Cartiera Lucchese, a seguito dell'approvazione della VIA da parte di codesta spettabile Amministrazione, verrebbe ad operare in regime di autosmaltimento di rifiuti prodotti dal proprio ciclo industriale, così come definito dal dlgs 152/2006 articolo 214 comma 2 - “Con decreti del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio di concerto con i Ministri delle attività produttive, della salute e, per i rifiuti agricoli e le attività che danno vita ai fertilizzanti, con il Ministro delle politiche agricole e forestali, sono adottate per ciascun tipo di attività le norme, che fissano i tipi e le quantità di rifiuti, e le condizioni in base alle quali le attività di smaltimento di rifiuti non pericolosi effettuate dai produttori nei luoghi di produzione degli stessi e le attività di recupero di cui all’Allegato C alla parte quarta del presente decreto sono sottoposte alle procedure semplificate di cui agli artt. 215 e 216. Con la medesima procedura si provvede all’aggiornamento delle predette norme tecniche e condizioni.” - ed al comma 5 - “Sino all’emanazione dei decreti di cui al comma 2 relativamente alle attività di recupero continuano ad applicarsi le disposizioni di cui ai decreti del Ministro dell’ambiente 5 febbraio 1998 e 12 giugno 2002, n. 161.”: si deduce quindi che vadano applicati in ogni casi i parametri limitativi qualitativi e quantitativi del D.M. 5 febbraio 1998. La Lucart a pag 263 della SIA 2di4 afferma che: “Il fango può essere bruciato dopo una riduzione del contenuto di acqua. In analogia alle prescrizioni del DM 05.02.1998 (anche se non direttamente applicabili al progetto che non prevede un’autorizzazione semplicata al recupero di rifiuti non pericolosi ma una più complessa Autorizzazione Integrata Ambientale) l’impianto proposto sarà alimentato con fanghi aventi umidità massima del 20%.”, ma tale argomentazione analogica non può essere invocata dal momento che per i fanghi da conferire all'impianto di co-incenerimento valgono ben altre considerazioni che qui vengono esposte.
Si sottolinea, infatti, che i fanghi di disinchiostrazione di cui al CER 030305 NON hanno le qualità minime di PCI (potere calorifico inferiore) minimo stabilito dalla legge: difatti il PCI medio dei fanghi in questione è di 4953 kJ/kg (CFR. tab. 20 pag. 286 SIA 2di4), rispetto al limite minimo di legge di 6000 kJ/kg sul tal quale (CFR. D.M. 5 febbraio 1998, Allegato 2 suballegato 1 “Norme Tecniche per l'utilizzazione dei rifiuti non pericolosi come combustibili o come altro mezzo per produrre energia” comma 12).
La Lucart vorrebbe ovviare a questa vistosa carenza di requisiti utilizzando il cippato legnoso da miscelare al rifiuto -fanghi da disinchiostrazione CER 030305- in misura tale da poter controbilanciare il basso potere calorifero di questi ultimi: questa soluzione però è solamente un “escamotage”, anche perchè la biomassa legnosa a fronte di una presenza nella miscela combustibile in una proporzione variabile fra il 14 % ed il 20%, nell'ipotesi di “alta disponibilità dei fanghi” “punto A1” di lavoro (fanghi al 50% di ceneri ), contribuiscono rispettivamente al 21% ed al 40% del potere calorifico della miscela; mentre nel caso di “alta disponibilità dei fanghi” “punto A2” di lavoro (fanghi al 65% di ceneri ), la biomassa legnosa a fronte di una presenza nella miscela combustibile in una proporzione variabile fra il 20 % ed il 40% contribuisce rispettivamente al 31% ed al 43% del potere calorifico della miscela. Il contributo della biomassa legnosa al potere calorifico della miscela è ancora maggiore nell'ipotesi “punto B” di lavoro (“minima combustione oraria di fanghi e la massima combustione di biomassa, nelle differenti percentuali di inerti presenti nei fanghi”), in cui la biomassa è presente ponderalmente nella miscela in una percentuale variabile al 44%, presenta “rapporti fra le energia termiche entranti oscillano come segue: fanghi (28%-38%), biomasse (55%-64%), gas naturale (7%-8%)” - (CFR. capitolo 1.3.6 pag 226, 227, 228 e paragrafi 1.3.6.1 -“Potenza termica/flussi orari di combustibile”- , 1.3.6.2 -“Portate annuali in massa di combustibile”-, 1.3.6.3 - “Flussi di energia e di massa nel recupero di materia”- SIA 2di4). In definitiva anche impiantisticamente i fanghi da valorizzare hanno caratteristiche assai modeste, ben distanti anche dalle valutazioni effettuate nell'Allegato 11 alla SIA “Analisi delle tecnologie alternative per il trattamento termico ed il recupero energetico dai fanghi di disinchiostrazione” dove il PCI dei fanghi di disinchiostrazione – CER 030305 – avrebbero i requisiti di legge (CFR. tabelle 2-3, 2-4, 2-5, 2-6, 2-7 pag 13 e 14). Nel sopraccitato allegato al paragrafo 5.2 “Caratterizzazione dei fanghi in ingresso” - pag. 120 e 121 - il PCI sul secco è conseguentemente sovrastimato in 7773 kJ/kg. Pertanto le conseguenti simulazioni per “confrontare dal punto di vista del recupero energetico e dell’impatto ambientale le diverse possibilità di trattamento termico per i fanghi di disinchiostrazione” sono alterate.
La scelta impiantistica della Lucart di utilizzare per la combustione la tecnologia a letto fluido implica valori minimi di potere calorifico inferiore della miscela di combustibile da bruciare che per motivi impiantistici si deve collocare in un intervallo fra 7-28 MJ/kg (CFR. Rosanna Laraia, Flavia Chiampo, Jorg Kruger - “Analisi e Comparazione delle Tecnologie più idonee per il secondo impianto di trattamento area Nord dei Rifiuti Urbani, assimilati e fanghi della provincia di Torino” - Commissione Altamente Specializzata per la realizzazione di un impianto di valorizzazione dei rifiuti, costituita con DPG n. 971 – 348920 del 26 luglio 2005). Tale “escamotage” non può essere considerato accettabile in quanto il PCI (Potere Calorifico Inferiore) è in riferimento al rifiuto in sè e non alla miscela.
Ritornando correttamente all'esame analitico dei fanghi di disinchiostrazione (CER 030305), così come riportati nell'“Allegato 1” “Certificato di analisi dei fanghi relativi ai sottoflussi di disinchiostrazione di fanghi di cartiera”, relativamente ai rapporti di prova nr:
•	3917
•	10607
•	6969
•	3916
•	10606
•	11111
•	11112
è possibile constatare come il PCI sia quasi sempre costantemente sotto il limite di legge: la prova più sfavorevole, la nr. 11112, arriva ad un valore di PCI sul tal quale di 3642 kJ/kg, inferiore del 40 % del limite di legge).
A margine di queste evidenze pare quasi superfluo far notare come in nessun caso sia lecito parlare di biomasse in riferimento ai fanghi di disinchiostrazione aventi codice CER 030305, non essendo questi classificati come tali dall’Allegato 1 suballegato B del D.M. 5 maggio 2006. Il D.M. 5 maggio 2006 permette di affermare che i fanghi prodotti dal disinchiostraggio (CER [030305]), impiegati per la valorizzazione energetica nell’ambito del proprio impianto o distretto industriale, sono ammessi a beneficiare del regime giuridico riservato alle fonti rinnovabili nel rispetto della gerarchia comunitaria che regola le operazioni di riuso, riciclo e smaltimento dei rifiuti (CFR art. 3 commi 1, 2 e 3 ed Allegato 1 suballegato B al D.M. 5 maggio 2006) - D.M. 5 maggio 2006, art. 3 “ 1. Il rispetto della gerarchia comunitaria di trattamento dei rifiuti di cui all’allegato 1, suballegato A, è assicurato mediante la valorizzazione energetica. La produzione energetica degli impianti che utilizzano i predetti rifiuti ha diritto ai certificati verdi nella misura stabilita nelle direttive di cui all’art. 11 del decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, e successive modificazioni e aggiornamenti, con particolare riguardo al disposto del decreto di cui all’art. 20, comma 8, del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387.
2. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il Ministro delle attività produttive e il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio concludono uno o più accordi di programma con le associazioni maggiormente rappresentative dei soggetti che effettuano raccolta differenziata e selettiva di rifiuti, di cui all’allegato 1, suballegato B, dei soggetti che effettuano il riutilizzo e il riciclo dei medesimi rifiuti, e dei soggetti che eserciscono impianti di valorizzazione energetica dei medesimi rifiuti. L’accordo è finalizzato alla individuazione di specifiche tipologie di rifiuti, di cui all’allegato 1, suballegato B, per i quali sono definiti termini, condizioni e modalità per la destinazione dei medesimi rifiuti alle attività di riutilizzo, riciclo e valorizzazione energetica, nel rispetto della gerarchia comunitaria di trattamento degli stessi. Al termine del periodo di vigenza dell’accordo, le parti possono protrarne la validità, anche modificandone i termini. La stipula dell’accordo di programma di cui al presente comma, la cui efficacia è subordinata all’intesa con la Conferenza unificata, è comunque condizione necessaria e propedeutica perché i soggetti che utilizzano per il recupero energetico i rifiuti di cui all’allegato 1, suballegato B, abbiano diritto ai certificati verdi nella misura stabilita dalle direttive di cui all’art. 11 del decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, e successive modifiche e aggiornamenti, con particolare riguardo al disposto del decreto di cui all’art. 20, comma 8, del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387.
3. Non si applica il disposto di cui al comma 2 ma la disciplina di cui al comma 1:
a) quando i rifiuti siano utilizzati per recupero di energia nello stesso sistema produttivo locale o distretto industriale, di cui alla legge 5 ottobre 1991, n. 317, e successive modificazioni e integrazioni, nel quale i rifiuti sono stati prodotti;
(omissis) ” - .
Come ultima considerazione, ove e qualora dovesse essere considerato l'impianto di Diecimo come impianto destinato all'autosmaltimento entrerebbero pur sempre in gioco altre limitazioni derivanti pur sempre dal complesso delle leggi che regolano questa procedura, soprattutto i parametri quantitativi e qualitativi. In ogni altro caso non possono essere ammessi gli incentivi relativi alle fonti rinnovabili, non potendosi più intendere l'impianto come produttore di energia da fonti rinnovabili ma come puro e semplice inceneritore non potendosi più applicare le norme relative di cui al sopraccitato D.M. 5 maggio 2006.
Lucca, lì 03 ottobre 2008
Le biomasse e la combustione
Al fine di rendere chiari concetti implicitamente sottointesi nelle normative e nei vari elaborati tecnici portati a sostegno di varie tesi riteniamo opportuno precisare alcuni concetti che spesso vengono confusi o male interpretati.
Di seguito cliccando sulle immagini è possibile scaricare alcuni documenti divulgativi della Stazione Sperimentale per i Combustibili (SSC), ente pubblico.
Lucca, lì 02 ottobre 2008
La “pubblicità” sul sito WEB Lucart e la VIA presentata agli Uffici competenti
Segnaliamo la palese contraddizione fra l’opuscolo Lucart, che aveva la pretesa di informare la popolazione sulla cosiddetta “Centrale a Biomasse”, oggetto della “Valutazione d’Impatto Ambientale” che l’Azienda intendeva presentare in Provincia, corroborato anche dalla documentazione lacunosa disponibile sul sito internet della Lucart: nella normativa di riferimento non ci si riferisce al D.lgs 11 maggio 2005, n. 133, mentre la richiesta di realizzazione dell’impianto di “co-incenerimento” è stato presentato agli Uffici competenti ai sensi del D.lgs 11 maggio 2005, n. 133 “Attuazione delle direttive 2000/76/CE, in materia di incenerimento dei rifiuti”.
D.lgs 11 maggio 2005, n. 133
“1. (Finalità e campo di applicazione). 1. Il presente decreto si applica agli impianti di incenerimento e di coincenerimento dei rifiuti e stabilisce le misure e le procedure finalizzate a prevenire e ridurre per quanto possibile gli effetti negativi dell’incenerimento e del coincenerimento dei rifiuti sull’ambiente, in particolare l’inquinamento atmosferico, del suolo, delle acque superficiali e sotterranee, nonchè i rischi per la salute umana che ne derivino.
c) i criteri e le norme tecniche generali riguardanti le caratteristiche costruttive e funzionali, nonchè le condizioni di esercizio degli impianti di incenerimento e di coincenerimento dei rifiuti, con particolare riferimento alle esigenze di assicurare una elevata protezione dell’ambiente contro le emissioni causate dall’incenerimento e dal coincenerimento dei rifiuti;
2. (Definizioni). 1. Ai fini del presente decreto si intende per:
a) rifiuto: qualsiasi rifiuto solido o liquido come definito all’articolo 6, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22;
b) rifiuto pericoloso: i rifiuti di cui all’articolo 7, comma 4, del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive modificazioni;
c) rifiuti urbani misti: i rifiuti di cui all’articolo 7, comma 2, del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, ad esclusione dei rifiuti individuati ai sottocapitoli 20.01 oggetto di raccolta differenziata e 20.02 di cui all’allegato A, sezione 2 del decreto legislativo n. 22 del 1997 e sue modificazioni;
d) impianto di incenerimento: qualsiasi unità e attrezzatura tecnica, fissa o mobile, destinata al trattamento termico di rifiuti ai fini dello smaltimento, con o senza recupero del calore prodotto dalla combustione. Sono compresi in questa definizione l’incenerimento mediante ossidazione dei rifiuti, nonchè altri processi di trattamento termico, quali ad esempio la pirolisi, la gassificazione ed il processo al plasma, a condizione che le sostanze risultanti dal trattamento siano successivamente incenerite. La definizione include il sito e l’intero impianto di incenerimento, compresi le linee di incenerimento, la ricezione dei rifiuti in ingresso allo stabilimento e lo stoccaggio, le installazioni di pretrattamento in loco, i sistemi di alimentazione dei rifiuti, del combustibile ausiliario e dell’aria di combustione, i generatori di calore, le apparecchiature di trattamento, movimentazione e stoccaggio in loco delle acque reflue e dei rifiuti risultanti dal processo di incenerimento, le apparecchiature di trattamento degli effluenti gassosi, i camini, i dispositivi ed i sistemi di controllo delle varie operazioni e di registrazione e monitoraggio delle condizioni di incenerimento;
e) impianto di coincenerimento: qualsiasi impianto, fisso o mobile, la cui funzione principale consiste nella produzione di energia o di materiali e che utilizza rifiuti come combustibile normale o accessorio o in cui i rifiuti sono sottoposti a trattamento termico ai fini dello smaltimento. La definizione include il sito e l’intero impianto, compresi le linee di coincenerimento, la ricezione dei rifiuti in ingresso allo stabilimento e lo stoccaggio, le installazioni di pretrattamento in loco, i sistemi di alimentazione dei rifiuti, del combustibile ausiliario e dell’aria di combustione, i generatori di calore, le apparecchiature di trattamento, movimentazione e stoccaggio in loco delle acque reflue e dei rifiuti risultanti dal processo di coincenerimento, le apparecchiature di trattamento degli effluenti gassosi, i camini, i dispositivi ed i sistemi di controllo delle varie operazioni e di registrazione e monitoraggio delle condizioni di coincenerimento. Se il coincenerimento avviene in modo che la funzione principale dell’impianto non consista nella produzione di energia o di materiali, bensì nel trattamento termico ai fini dello smaltimento dei rifiuti, l’impianto è considerato un impianto di incenerimento ai sensi della lettera d);
Non c’è che dire, un vero esempio di stile: la nostra comunità avrà il privilegio di avere il primo inceneritore al mondo in area esondabile!
Quanto sopra cambia il riferimento di alcune fonti legislative dello studio pubblicato su questo sito in data 5 settembre 2008, che si riferisce ad impianti dedicati per la produzione di energia elettrica da rifiuti ammessi a beneficiare del regime giuridico riservato alle rinnovabili, come quello pubblicizzato sino a pochi giorni or sono sul sito internet Lucart.
Progetto Centrale a Biomasse
Documenti VIA impianto di
"co-incenerimento"
Lucca, lì 05 settembre 2008
Le fonti legislative di riferimento
Tecnicamente parlando il progetto proposto dalla Lucart ai sensi del D.M. 5 maggio 2006 è un “impianto dedicato” per il recupero energetico di “rifiuti ammessi a beneficiare del regime giuridico riservato alle fonti rinnovabili” e come tale soggetto alla normativa di cui al D.M. 5 febbraio 1998, dovendo essere alimentato da “fanghi di cartiera che si generano dal processo di disinchiostrazione” e da biomasse. Le leggi ed i decreti vigenti a cui fare riferimento, come implicitamente riconosciuti dalla stessa LUCART, sono pertanto:
D.M. 5 febbraio 1998, Suppl. Ordinario alla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 88 del 16 aprile 1998: “Individuazione dei rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero ai sensi degli articoli 31 e 33 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22.” art. 2 - “impianto dedicato: impianto destinato esclusivamente al recupero energetico dei rifiuti, compreso il combustibile da rifiuto (CDR)”, e modifiche successive.
Decreto Legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 (Suppl. Ordinario n.17 alla Gazzetta Ufficiale Serie Gen. - n. 25 del 31 gennaio 2004) - “Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità” e modifiche successive.
D.lgs 3 aprile 2006, n. 152, Gazzetta Ufficiale n. 88 del 14 aprile 2006 - Supplemento Ordinario n. 96 - "Norme in materia ambientale" e modifiche successive.
Decreto Interministeriale 5 aprile 2006, n.186 (Gazzetta Ufficiale n. 115 del 19-5-2006), “Regolamento recante modifiche al decreto ministeriale 5 febbraio 1998 «Individuazione dei rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero, ai sensi degli articoli 31 e 33 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22»”.
D.M. 5 maggio 2006, Gazzetta Ufficiale Serie Gen n. 125 del 31 maggio 2006 - “Individuazione dei rifiuti e dei combustibili derivati dai rifiuti ammessi a beneficiare del regime giuridico riservato alle fonti rinnovabili”) e modifiche successive (NB).
(NB) Nota sul Decreto Interministeriale 5 aprile 2006
Considerato che ai sensi dell'articolo 33, comma 7, del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, la procedura semplificata sostituisce l'autorizzazione di cui all'articolo 15, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 24 maggio 1988, n. 203, limitatamente alle variazioni qualitative e quantitative determinate dai rifiuti sottoposti ad attivita' di recupero semplificate;
Visto il decreto ministeriale 5 febbraio 1998, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 88 del 16 aprile 1998, recante l'individuazione dei rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero ai sensi degli articoli 31 e 33 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22;
Considerato che la Corte di Giustizia europea, con sentenza del 7 ottobre 2004, ha stabilito che la Repubblica italiana, non avendo precisato nel sopra citato decreto ministeriale 5 febbraio 1998 le quantita' massime di rifiuti, per tipo di rifiuti, che possono essere oggetto di recupero in regime di dispensa dall'autorizzazione, e' venuta meno agli obblighi che incombono in forza degli articoli 10 e 11, paragrafo 1, della direttiva 75/442/CEE del Consiglio del 15 luglio 1975, relativa ai rifiuti, cosi' come modificata dalla direttiva 91/156/CEE del Consiglio del 18 marzo 1991;
Considerata altresi' la necessita' di adeguare sollecitamente e compiutamente lo stesso decreto 5 febbraio 1998 alle indicazioni fornite dalla sentenza della Corte di Giustizia europea del 7 ottobre 2004;
Sentito il parere della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, espresso nella seduta del 24 novembre 2005;
Udito il parere del Consiglio di Stato, espresso dalla Sezione consultiva per gli atti normativi nell'adunanza del 30 gennaio 2006;
Vista la comunicazione al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai sensi della citata legge n. 400 del 1988, effettuata con la nota del 27 febbraio 2006, n. 1441/UL/2006;
Che l’impianto non sia tecnicamente parlando un inceneritore, anche se impiantisticamente esso non si discosta molto da quest’ultimo, è confermato dal fatto che la LUCART nei richiami legislativi di cui sopra, non fa assolutamente riferimento al D.lgs 11 maggio 2005, n. 133 “Attuazione delle direttive 2000/76/CE, in materia di incenerimento dei rifiuti”, che è la norma di riferimento per la materia riguardante gli inceneritori.
Per la cronaca riportiamo la definizione di legge di inceneritore:
“d) impianto di incenerimento: qualsiasi unità e attrezzatura tecnica, fissa o mobile, destinata al trattamento termico di rifiuti ai fini dello smaltimento, con o senza recupero del calore prodotto dalla combustione. Sono compresi in questa definizione l’incenerimento mediante ossidazione dei rifiuti, nonchè altri processi di trattamento termico, quali ad esempio la pirolisi, la gassificazione ed il processo al plasma, a condizione che le sostanze risultanti dal trattamento siano successivamente incenerite. La definizione include il sito e l’intero impianto di incenerimento, compresi le linee di incenerimento, la ricezione dei rifiuti in ingresso allo stabilimento e lo stoccaggio, le installazioni di pretrattamento in loco, i sistemi di alimentazione dei rifiuti, del combustibile ausiliario e dell’aria di combustione, i generatori di calore, le apparecchiature di trattamento, movimentazione e stoccaggio in loco delle acque reflue e dei rifiuti risultanti dal processo di incenerimento, le apparecchiature di trattamento degli effluenti gassosi, i camini, i dispositivi ed i sistemi di controllo delle varie operazioni e di registrazione e monitoraggio delle condizioni di incenerimento;” (CFR. D.lgs 11 maggio 2005, n. 133, art. 2)
Considerazioni sul progetto Lucart alla luce delle vigenti normative
Nell’esaminare la Valutazione d’Impatto Ambientale che la Lucart dovrà chiedere all’Amministrazione Provinciale quest’ultima non potrà non tenere conto che la sopraccitata vigente normativa regola le quantità massime di rifiuti non pericolosi impiegabili in relazione alle diverse attività di recupero ammesse a procedura semplificata, nonchè la quantità massima di quelli messi in riserva.
Impropriamente si parla da più parti di “centrale a biomasse”. La Lucart cita nel proprio “Rapporto Ambientale 2007” la “legge n° 387 del 29-12-2003” per asserire che i “fanghi residuali del processo di disinchiostrazione nel riciclaggio della carta” [030305] siano classificabili come biomasse. La legge in questione non può che esprimere concetti generali che vengono poi analiticamente normati e specializzati da successivi decreti attuativi. Nella fattispecie il Decreto Attuativo attualmente in vigore, che norma i principi generali espressi dal D.lgs 387 sopraccitato, è il D.M. 5 maggio 2006 , che all’art. 1 recita:
“Ai sensi dell’art. 17, comma 3, del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387,
a) individua i rifiuti e combustibili derivati dai rifiuti che, in aggiunta a quelli indicati nell’art. 17, comma 1, del medesimo decreto legislativo, sono ammessi a beneficiare, anche tramite il ricorso a misure promozionali, del regime giuridico riservato alle fonti rinnovabili;
b) stabilisce i valori di emissione consentiti alle diverse tipologie di impianto utilizzanti i predetti rifiuti e combustibili derivati dai rifiuti;
c) stabilisce le modalità con le quali viene assicurato il rispetto della gerarchia comunitaria di trattamento dei rifiuti, di cui al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in particolare per i rifiuti a base di biomassa.”
Riteniamo un modo curioso di interpretare la legge quello proposto dalla Lucart di pretendere di associare un suo specifico rifiuto ad una definizione del tutto generale di biomassa come quella dettata dall’art 2. del D.lgs n. 387 del 2003:
“2. (Definizioni). 1. Ai fini del presente decreto si intende per:
a) fonti energetiche rinnovabili o fonti rinnovabili: le fonti energetiche rinnovabili non fossili (eolica, solare, geotermica, del moto ondoso, maremotrice, idraulica, biomasse, gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas). In particolare, per biomasse si intende: la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali) e dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani;
(...)” (D.lgs n. 387 del 2003, art 2)
I fanghi residuali del processo di disinchiostraggio della cartiera della Lucart sono classificati con la sigla CER [030305] (CFR D.lgs 3 aprile 2006, n. 152 - Allegato D - Codici “CER” (Catalogo europeo dei rifiuti) e “Gruppo Cartiera Lucchese Dichiarazione EMAS 2007” - tabella 8 Comprendio dati quantitativi rifiuti pag. 35).
Il codice rifiuto CER [030305] NON è classificato come “biomassa” dall’Allegato 1-suballegato B del D.M. 5 maggio 2006.
I rifiuti etichettati con la lettera B sono classificati come rifiuti a base di biomassa, o comunque come fonti rinnovabili, come definite all'articolo 2, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387. Il Gestore della rete di trasmissione nazionale provvede a includere la relativa produzione di energia elettrica tra le produzioni di energia elettrica da fonti rinnovabili, anche nell'ambito del bollettino di cui alle direttive emanate ai sensi dell'articolo 11 del decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, e successive modificazioni e aggiornamenti.
Allegato 1 - suballegato A
Il presente suballegato A include i rifiuti per i quali la gerarchia comunitaria di trattamento è rispettata mediante la valorizzazione energetica.
COD CER * DENOMINAZIONE CER
03 01 04 * segatura, trucioli, residui di taglio, legno, pannelli di truciolare e piallacci contenenti sostanze pericolose B
03 02 rifiuti del trattamenti conservativi del legno
03 03 07 scarti della separazione meccanica nella produzione di polpa da rifiuti di carta e cartone B
03 03 08 scarti della selezione di carta e cartone destinati ad essere riciclati B
Allegato 1 - suballegato B
Il presente suballegato B include i rifiuti per i quali la gerarchia comunitaria di trattamento è rispettata applicando i criteri individuati all'articolo 3 del presente decreto.
03 01 01 scarti di corteccia e sughero B
03 01 05 segatura, trucioli, residui di taglio, legno, pannelli di truciolare e piallacci diversi da quelli di cui alla voce 03 01 04 B
03 03 01 scarti di corteccia e legno B
03 03 02 fanghi di recupero dei bagni di macerazione (green liquor) B
03 03 10 scarti di fibre e fanghi contenenti fibre, riempitivi e prodotti di rivestimento generati dai processi di separazione meccanica B
(omissis)” CFR. Allegato 1-suballegato B del D.M. 5 maggio 2006
Pertanto si parla impropriamente di biomasse. Il D.M. 5 maggio 2006 permette di affermare che i fanghi prodotti dal disinchiostraggio (CER [030305]), impiegati per la valorizzazione energetica nell’ambito del proprio impianto o distretto industriale, sono ammessi a beneficiare del regime giuridico riservato alle fonti rinnovabili nel rispetto della gerarchia comunitaria che regola le operazioni di riuso, riciclo e smaltimento dei rifiuti.
L’uso della biomassa legnosa è una necessità tecnica per controbilanciare il basso potere calorifico dei fanghi: la scelta impiantistica della Lucart di utilizzare per la combustione la tecnologia a letto fluido implica valori minimi di potere calorifico inferiore della miscela di combustibile da bruciare che per motivi impiantistici si deve collocare in un intervallo fra 7-28 MJ/kg (CFR. Rosanna Laraia, Flavia Chiampo, Jorg Kruger - “Analisi e Comparazione delle Tecnologie più idonee per il secondo impianto di trattamento area Nord dei Rifiuti Urbani, assimilati e fanghi della provincia di Torino” - Commissione Altamente Specializzata per la realizzazione di un impianto di valorizzazione dei rifiuti, costituita con DPG n. 971 – 348920 del 26 luglio 2005). La biomassa legnosa sebbene costituisca circa un quinto della miscela combustibile assicurerebbe circa un terzo del potere calorifico della miscela stessa e permetterebbe di alzare il potere calorifico del combustibile a valori più idonei alle necessità tecniche impiantistiche.
Il progetto Lucart è soggetto alla normativa di cui ai D.M. 5 febbraio 1998 e DM 5 maggio 2006: riguarda quindi il progetto di un “impianto dedicato” per il recupero energetico di “rifiuti ammessi a beneficiare del regime giuridico riservato alle fonti rinnovabili” finanziato dagli incentivi della voce A3 della bolletta elettrica che sovvenziona le fonti di energia rinnovabile (cioè da tutti noi cittadini che paghiamo la bolletta della luce e il cui spirito è quello di privilegiare le energie rinnovabili). Come tale l’impianto deve soggiacere alle limitazioni quantitative di rifiuto da valorizzare (CFR. D.M. 5 febbraio 1998 “DETERMINAZIONE DELLE QUANTITÀ MASSIME DI RIFIUTI NON PERICOLOSI DI CUI ALL'ALLEGATO 2, SUBALLEGATO 1 DEL D.M. 5 FEBBRAIO 1998) che per l“Utilizzo dei rifiuti come combustibile o come altro mezzo per produrre energia in impianti dedicati” stabilisce i rifiuti di cui al codice CER [030305], “Fanghi essiccati di depurazione di acque dell'industria cartaria”, possano essere trattati in una quantità massima di 10000 tonnellate anno.
Riteniamo importante puntualizzare i concetti sopra esposti in quanto troppo spesso si utilizzano artatamente ed in maniera distorta termini impropri, che altro non fanno che aggiungere confusione ad una materia, come quella della legislazione ambientale, cha ha avuto sviluppi travagliati.

References: art. 24
 art. 7
 articolo 8
 § 3
 § 3
 § 2
 Cass. Sez. 
 art. 213
 art. 264
 art. 214
 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 art. 215
 art. 5

art. 5
 art. 21
 articolo 2
 art. 214
 articolo 214
 art. 3
 art. 3
 art. 2
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2