Source: https://www.laleggepertutti.it/96081_residenza-del-figlio-minore-in-caso-di-disaccordo-decide-il-giudice
Timestamp: 2019-04-21 23:29:10+00:00

Document:
31 Agosto 2015 | Autore: Vincenzo Rizza
Affidamento e collocazione dei minori, figli di genitori separati o divorziati: cosa succede se la madre si trasferisce altrove portando con sé il bambino contro la volontà del padre? Si può chiedere al giudice di obbligare la madre a tornare a vivere nel vecchio Comune di residenza?
Tutti i provvedimenti che riguardano i figli sono solo parzialmente lasciati alle libere determinazioni dei genitori. Di norma il Codice Civile e la giurisprudenza rimandano agli accordi tra i due genitori ed è questa la soluzione sempre privilegiata anche nel caso in cui ci sono forti dissapori.
Nel caso di disaccordo sia sull’affidamento, che sulla collocazione del minore la decisione sul luogo in cui il figlio deve risiedere sarà dunque il giudice a stabilirla guardando ad una regola unica ed inderogabile: qual è l’interesse del bambino?
Certamente l’aver trasferito la residenza del minore in un altro luogo di residenza rende molto difficoltosa l’applicazione del principio che viene definito di “bigenitorialità”. Cioè il fatto che deve essere salvaguardato il rapporto del figlio con entrambi i genitori, e che entrambi hanno uguali diritti, ma uguali obblighi. Ma non può certo essere la madre a portare con sé il bambino ovunque le venga comodo: l’interesse del minore, oltre che quello del padre, deve essere tutelato.
Per quanto riguarda l’affidamento, cioè lo svolgimento della responsabilità da parte dell’uno o dell’altro genitore, esso richiede che il Giudice faccia una triplice valutazione:
1) la salvaguardia dell’interesse del bambino;
2) l’idoneità del genitore affidatario;
3) l’inidoneità dell’altro.
La “collocazione”, cioè il luogo in cui il minore vivrà con l’uno o l’altro genitore, dipenderà dalle risposte a questi tre quesiti.
Venendo alla domanda iniziale, non pare che si possa obbligare qualcuno a risiedere in un posto piuttosto che in un altro, su ordine del giudice. Il soggiorno obbligato è previsto solo quale pena accessoria per chi commette determinati reati. Nel caso in esame, pertanto, la madre non potrà essere costretta a vivere in un Comune o nell’altro.
In ogni caso, sarà il Tribunale a stabilire tutto ciò che è necessario per preservare l’interesse del figlio; senza alcun rilievo rispetto alle esigenze di qualunque tipo dei genitori (lavoro, casa di abitazione, o altro).
Non si potrà certamente chiedere che la residenza della madre sia fissata dal Giudice. Si potrà chiedere invece, ed è questo il nocciolo della questione, che il Giudice stabilisca il luogo di residenza del bambino tenendo conto della soluzione che appare più favorevole alla vita ed all’educazione di quest’ultimo.[1]
Da questo discenderà tutto il resto: affidamento, modalità di perseguimento del diritto/obbligo di educazione, istruzione, normale sviluppo dell’affettività del bambino, modalità di visita.
Alla regola dell’affidamento condiviso può derogarsi solo qualora la sua applicazione risulti pregiudizievole per l’interesse dei minori con la conseguenza che l’eventuale pronuncia di affido esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non solo sull’idoneità del genitore affidatario, ma anche sull’inidoneità educativa o carenza dell’altro coniuge. L’oggettiva distanza esistente tra i luoghi di residenza dei genitori non preclude la possibilità di un affidamento condiviso del minore a entrambi i genitori: la lontananza, infatti, incide soltanto sulla disciplina dei tempi e delle modalità della presenza del minore presso ciascun genitore.
L’ipotesi privilegiata dal Codice Civile [2], quella che viene indicata come prioritaria, è pertanto quella dell’affidamento congiunto con determinazione del domicilio abituale presso l’uno o l’altro genitore. Il provvedimento regolamenterà, ovviamente, le modalità di visita e di frequentazione del genitore non collocatario.
Non conta, a questo fine, la distanza tra i luoghi di residenza del padre e della madre.
La Corte di Cassazione ha, infatti, stabilito che di fronte alle scelte insindacabili sulla propria residenza compiute dei coniugi separati, i quali non perdono, per il solo fatto che intendono trasferire la propria residenza lontano da quella dell’altro coniuge, l’idoneità ad essere collocatari dei figli minori, il giudice ha esclusivamente il dovere di valutare se sia più funzionale al preminente interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò incida negativamente sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non collocatario: conseguenza, questa, comunque ineluttabile, sia nel caso di collocamento presso il genitore che si trasferisce, sia nel caso di collocamento presso il genitore che resta.
In caso di separazione o divorzio il coniuge che intenda trasferire la residenza lontano da quella dell’altro coniuge non perde, in definitiva, l’idoneità ad avere in affidamento i figli minori, anche se ciò avrà ripercussioni sulle modalità di esplicazione dei suoi diritti e doveri nei confronti del figlio [3].
Per quanto riguarda la competenza territoriale del Tribunale, occorre ricorrere al criterio della residenza abituale del minore. A tal fine non rileva il profilo anagrafico e quello esclusivamente quantitativo (il luogo ove il minore ha dimorato di più). L’abitualità deve essere verificata mediante un accertamento di fatto che tenga conto del luogo in cui, normalmente, si svolge la vita del figlio. [4]
Le norme ed i principi di cui abbiamo parlato riguardano anche i figli naturali per l’avvenuta equiparazione a quelli legittimi.
Venendo alla domanda iniziale, si potrà concludere che i comportamenti dei genitori, spesso caratterizzati da aspro conflitto, potranno essere valutati sia al fine della decisione sull’affidamento, sia di quello della collocazione presso l’uno o l’altro; in ogni caso il parametro di decisione sarà uno solo: quale soluzione è la migliore per il bambino?
[1] Cass. sent. n. 24526/2010
[2] Art. 337-ter comma 2 cod. civ.
[3] Cass. sent. n. 9633/2015.
[4] Cass. sent. n. 18817/2014.
M.M. (C.F. (OMISSIS)), rappresentato e difeso, per procura speciale in calce al ricorso, dagli avv.ti BENINCASA MAURIZIO (C.F. (OMISSIS)) e Valentino Fedeli (C.F. (OMISSIS)) ed elett.te dom.to presso lo studio di quest’ultimo in Roma, Via Lucrezio Caro n. 62; – ricorrente –
V.M. (C.F. (OMISSIS)), rappresentata e difesa, per procura speciale a margine del controricorso, dal prof. avv. DE MAURO ANTONIO (C.F. (OMISSIS)) ed elett.te dom.ta in Roma, Via L. Mantegazza n. 24, presso il sig. Marco Gardin; – controricorrente – avverso
il decreto della Corte d’appello di Catanzaro pronunciato nel proc. n. 193 R.G.A.V.G. dell’anno 2014 e pubblicato il 2 luglio 2014;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 3 febbraio 2015 dal Consigliere Dott. Carlo DE CHIARA; udito per il ricorrente l’avv. Valentino FEDELI; udito per la controricorrente l’avv. Antonio DE MAURO; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per l’inammissibilità o in subordine il rigetto del ricorso.
La Corte d’appello di Catanzaro, sul reclamo della sig.ra V., ha ribaltato la decisione del Tribunale, confermando il preesistente collocamento delle bambine presso la madre, riconoscendo al padre il diritto di far loro visita in qualsiasi momento, con preavviso di 24 ore, e di tenerle con sè a finesettimana alterni, e ponendo a carico del medesimo un contributo al mantenimento delle figlie di Euro 200,00 mensili, oltre alla metà delle spese straordinarie, in considerazione della sperequazione dei redditi delle parti (l’uno insegnante di liceo, l’altra magistrato).
che la decisione della sig.ra V. di trasferirsi a Lecce (decisione da lei giustificata con le difficoltà e i disagi degli spostamenti giornalieri da (OMISSIS), città nella quale era stata trasferita d’ufficio a seguito della soppressione del Tribunale di Rossano con la relativa Procura della Repubblica, cui ella era addetta quale sostituto procuratore) non era dettata da intenti emulativi volti ad o-stacolare l’esplicarsi del rapporto tra padre e figlie, in violazione del principio di bigenitorialità;
che infatti queste ultime, sebbene potessero ritenersi ormai affrancate da una stretta dipendenza materiale e fisica dalla madre quanto alle esigenze primarie e più elementari di vita, tuttavia erano ancora bisognose della presenza materna, pur sempre apportatrice di una speciale carica affettiva capace di trasmettere senso di protezione e sicurezza, elementi insostituibili, al momento, per garantire alle medesime un corretto ed armonico sviluppo psico- fisico;
che non avevano ragion d’essere gli opposti rilievi, basati sul grave pregiudizio cui le bambine sarebbero state esposte a causa del trasferimento della residenza in un’altra città e del conseguente sradicamento dai vincoli affettivi, ambientali e scolastici da tempo costituiti a Rossano, non potendo ritenersi che il loro grado di ambientamento – neppure quello raggiunto in ambito scolastico dalla maggiore – costituisse ostacolo al trasferimento in un’altra città ove poter ricostituire una nuova rete di conoscenze e relazioni sociali, data la particolare duttilità e capacità di adattamento dei bambini alla novità, tali da rendere più agevole il superamento di eventuali difficoltà iniziali, mentre invece un brusco e prolungato distacco dalla figura materna avrebbe avuto irrimediabili ripercussioni negative sul loro equilibrio e benessere fisico e psico- emotivo.
1- Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione degli artt. 336 bis e 337 ter c.c., dell’art. 12 della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata in Italia con L. 27 maggio 1991, n. 176, e degli artt. 3 e 6 della Convenzione di Strasburgo ratificata con L. 20 marzo 2003, n. 77, nonchè omessa motivazione, si lamenta che i giudici di merito non abbiano proceduto all’audizione delle figlie minori della coppia, quantomeno della più grande, di 9 anni e dunque certamente capace di discernimento, nè abbiano motivato sulle ragioni del mancato ascolto.
Se è vero, infatti, che l’audizione dei minori che abbiano compiuto i dodici anni, o anche di età inferiore ove capaci di discernimento, costituisce, nelle procedure relative al loro affidamento, un adempimento necessario nel primo grado di giudizio, con conseguente nullità della sentenza allorchè sia stato violato tale obbligo, è anche vero che detta nullità può esser fatta valere esclusivamente nei limiti e secondo le regole fissate dall’art. 161 c.p.c. (Cass. 7479/2014, 5847/2013), ossia del principio della conversione delle cause di nullità in motivi di impugnazione.
Il ricorrente, invece, non deduce di aver mai sollevato nel giudizio di reclamo, nè in quello di primo grado tale questione, che pertanto è preclusa.
Nè è esatto che – come sostiene il ricorrente – la questione sarebbe stata sollevata in sede di gravame dalla sig.ra V., limitatasi invece a lamentare che il Tribunale avesse deciso il collocamento delle bambine presso il padre, per porre rimedio ai disagi che altrimenti le avrebbero colpite, “senza che sul punto fosse stata acquisita alcuna prova nè ascoltando la bambina, nè rifacendosi al parere di esperti di psicologia infantile” (così l’atto di gravame, testualmente riprodotto nel ricorso per cassazione), dunque a sollevare una questione di prova, non di nullità; e del resto non potrebbe il ricorrente avvalersi di un motivo di gravame dedotto esclusivamente dalla controparte nel precedente grado di giudizio.
– Con il secondo motivo si denuncia violazione dell’art. 337 bis c.c., degli artt. 709 ter e 710 c.p.c., degli artt. 3 e 9 della già richiamata Convenzione sui diritti del fanciullo, dell’art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo, pure già richiamata, nonchè vizi di motivazione.
Premesso che il giudice ha il dovere di conformare la decisione all’interesse superiore del minore e della prole, che si traduce nell’esigenza del rispetto della bigenitorialità anche nelle situazioni di crisi del matrimonio, e che, con la riforma della filiazione introdotta dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, la “potestà” genitoriale ha assunto la ben diversa configurazione di “responsabilità”, in cui è centrale il punto di vista dei figli piuttosto che quello dei genitori, il ricorrente osserva che pertanto, qualora il genitore collocatario della prole intenda trasferire la propria residenza, fissandola in un luogo distante da quello stabilito in precedenza, il suo diritto di autodeterminazione “si infrange” contro il diritto del figlio minore a mantenere le proprie abitudini e a conservare il rapporto con l’altro genitore.
Dal che deriverebbe, ad avviso del ricorrente, l’illegittimità del decreto impugnato.
Il medesimo provvedimento, inoltre, laddove esclude il carattere emulativo del mutamento di residenza della sig.ra V., sarebbe viziato da omesso esame di fatti decisivi per non avere la Corte d’appello preso in considerazione nè la corrispondenza intercorsa tra le parti prima della presentazione della domanda di trasferimento della sig.ra V., nè le argomentazioni addotte da quest’ultima a sostegno della necessità di trasferirsi a Lecce (corrispondenza e argomentazioni ampiamente illustrate nel ricorso) e conseguente-mente non avere valutato i seguenti aspetti:
– il comportamento della controricorrente, che aveva espressamente dichiarato che le ragioni del suo trasferimento erano legate semplicemente ad una condizione personale di stress a percorrere il breve tragitto da (OMISSIS) fino a (OMISSIS);
– il fatto la medesima non confutava in alcun modo l’ipotesi, prospettata formalmente dal ricorrente, di trasferirsi a Castrovillari, sobbarcandosi in tal caso il ricorrente la breve distanza tra (OMISSIS) e (OMISSIS) per vedere regolarmente le bambine e consentire alle medesime di rimanere nello stesso ambiente di vita;
Nessuna norma, inoltre, impone di privare il coniuge che intenda trasferirsi, per questo solo fatto, dell’affido o del collocamento dei figli presso di sè; la decisione del giudice è discrezionale e deve ispirarsi, come correttamente ricorda il ricorrente, al superiore interesse dei figli minori.
La seconda parte della complessa censura in esame, riguardante l’omesso esame di fatti decisivi, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, (nel testo come sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv.
in L. 7 agosto 2012, n. 134, qui applicabile ratione temporis), a proposito della valutazione di non emulatività della scelta della sig.ra V. di trasferirsi a (OMISSIS), è invece inammissibile perchè le circostanze indicate dal ricorrente non sono decisive e la censura cela, in realtà, il tentativo di coinvolgere il giudice di legittimità in valutazioni che non gli competono sulla opportunità della scelta della madre delle bambine e del collocamento di queste ultime presso di lei.
3- Con il terzo motivo, rubricato come il precedente, si censura la decisione impugnata nella parte in cui la Corte d’appello ha, da un lato, riconosciuto “l’autonomia delle bambine di 9 e 5 anni, per ciò stesso ritenute affrancate da un rapporto di stretta dipendenza fisica e materiale dalla madre dal punto di vista delle esigenze primarie e più elementari di vita” e, dall’altro, asserito che “comunque sarebbero lo stesso bisognose della presenza materna, pur sempre apportatrice di quella carica affettiva tutta speciale capace di trasmettere sostegno, senso di protezione e sicurezza, che al momento si atteggiano quali elementi insostituibili per garantire loro un corretto armonico sviluppo psico-fisico in relazione alla fase delicata di crescita che stanno attraversando”.
Il ricorrente lamenta che i giudici non abbiano operato alcuna comparazione, nell’ambito della disciplina dell’affidamentocondiviso e del principio della bigenitorialità, tra l’interesse delle minori al rapporto con il padre, così come si era negli anni ben consolidato nell’habitat quotidiano di vita, e l’interesse al rapporto con la madre in un ambiente a loro completamente sconosciuto; che la “carica affettiva tutta speciale” della madre, cui hanno fatto riferimento, sia frutto di un mero pre-giudizio; che non abbiano tenuto conto della particolare assiduità e saldezza, risultante dagli atti, del rapporto della bambine con il padre, il quale inoltre avrebbe avuto tempo da destinare all’accudimento personale delle figlie, laddove la madre avrebbe dovuto avvalersi, a (OMISSIS), della collaborazione di estranei anche a causa della gravosità dei suoi impegni lavorativi.
Anzitutto non è esatto che la Corte d’appello non abbia operato un raffronto tra l’interesse delle bambine a rimanere a (OMISSIS) con il padre e l’interesse a trasferirsi con la madre a (OMISSIS). Il senso della decisione impugnata è invece proprio questo, tale essendo la questione che veniva sottoposta alla Corte. Quest’ultima ha osservato che, per quanto affrancate dalla dipendenza fisica e materiale dalla madre, le bambine “tuttavia sono da considerare allo stato comunque bisognose della presenza materna, pur sempre apportatrice di quella carica affettiva tutta speciale, capace di trasmettere sostegno, senso di protezione e sicurezza, che al momento si atteggiano quali elementi insostituibili per garantire loro un corretto ed armonico sviluppo psico-fisico in relazione alla delicata fase di crescita che stanno attraversando”. La valutazione di insostituibilità, al momento, della presenza quotidiana della madre esprime appunto la prevalenza riconosciuta alla necessità di quella presenza rispetto alla presenza del padre.
Quanto alle restanti critiche del ricorrente, va ricordato che la scelta della soluzione in concreto preferibile, nell’interesse della prole, quanto al collocamento della stessa presso l’uno o l’altro dei genitori separati, spetta al giudice di merito ed è censurabile in questa sede soltanto per omesso esame di fatti decisivi, ai sensi del già richiamato art. 360 c.p.c., n. 5. Le circostanze evidenziate dal ricorrente sono invece prive del carattere della decisività, perchè non comportano necessariamente il ribaltamento della valutazione comparativa operata dal giudice di merito.
Nè, infine, è individuabile alcuna contraddizione logica tra il rilievo della non dipendenza materiale e fisica delle figlie dall’accudimento materno e quello della indispensabilità, invece, della presenza della madre sotto il diverso profilo dello sviluppo psicofisico delle medesime.
4- Con il quarto motivo, rubricato come il secondo e il terzo, si censura il passo della motivazione del provvedimento impugnato in cui si osserva che non hanno ragion d’essere i rilievi del padre circa il grave pregiudizio cui sarebbero esposte le bambine a causa dello sradicamento “dai vincoli affettivi, ambientali e scolastici da tempo acquisiti in (OMISSIS)… non potendo ritenersi il grado di ambientamento finora raggiunto dalle bambine, e neppure quello in ambito scolastico della maggiore che ha regolarmente completato la classe quarta elementare, per la loro età di ostacolo al trasferimento in altra città dove potere ricostruire una nuova rete di conoscenze e relazioni sociali, data la particolare duttilità e capacità di adattamento alla novità dei bambini tali da renderne più agevole il percorso di superamento delle eventuali difficoltà iniziali insite nel cambiamento, laddove, invece, un brusco e prolungato distacco delle stesse dalla figura materna senza dubbio non potrebbe allo stato che avere ripercussioni negative irrimediabili e non altrimenti riparabili sul loro equilibrio e benessere fisico e psichico-emotivo”.
In ordine al trauma prodotto da tale perdita, inoltre, la Corte avrebbe omesso di considerare un fatto incontestabile rappresentato dalla “convocazione congiunta dei genitori da parte delle insegnati… in quanto S. improvvisamente aveva avuto una crisi di pianto proprio legata alla paura di essere trasferita da (OMISSIS)”.
5- Con il quinto motivo, rubricato come i precedenti, si censura la statuizione sui tempi di permanenza delle bambine con il padre e sul contributo stabilito a carico di quest’ultimo per il loro mantenimento.
5.1. – Il motivo è inammissibile, sostanziandosi in null’altro che censure di puro merito riguardanti la difficoltà e lunghezza del viaggio del sig. M. da (OMISSIS) a (OMISSIS), che comprime grandemente il tempo da trascorrere assieme alle figlie, nonchè l’adeguatezza della misura del contributo in relazione alle rispettive condizioni economiche dei coniugi.
6- – Il ricorso va in conclusione respinto.
Depositato in Cancelleria il 12 maggio 2015
01/09/2015 @ 21:21
Una sentenza semplicemente vergognosa.
Dovrebbe essere fonte di meditazione e di ispirazione per i propugnatori ed i difensori dell’assurdo principio, che trova grande popolarità tra le teste imbaccuccate della magistratura italica, secondo cui sarebbe indispensabile, nel superiore interesse dei figli minori, che l’abitazione coniugale venga assegnata al genitore “collocatario”, senza alcun rispetto del diritto, costituzionalmente garantito, della proprietà.
Non è affatto vero che i minori, anche in tenera età, non possano cambiare alloggio quando invece si dimostra che perfino il cambio di residenza, anche a centinaia di chilometri, può essere perfettamente compatibile con il loro interesse.

References: Cass. 
 Art. 337
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 360
 sentenza