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Timestamp: 2020-07-03 17:24:01+00:00

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Cassazione Sezione Lavoro Sentenza n. 132 / 2008 - testo integrale Sentenza
Cassazione Sezione Lavoro Sentenza n. 132 / 2008
Lavoro · licenziamento · rapporto di fiducia · deontologia · banche
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deposito del 08 gennaio 2008
"il giudice non ha tenuto conto soltanto della sentenza di patteggiamento, e neppure soltanto di essa e delle dichiarazioni delle presunte vittime di reato, ma ha coordinato questi elementi con altri deducibili dal comportamento stesso del B., in particolare l’inesistenza, la mancata allegazione, di motivi diversi da una probabile condanna per chiedere l’applicazione, attraverso il patteggiamento, di una pena concordata, e la mancata contestazione dei fatti riferiti dai testimoni nel corso delle indagini preliminari, e, d’altra parte, non ne ha dedotto la commissione dei fatti dei quali il ricorrente era stato imputato nel giudizio penale, ma, più semplicemente, il compimento di gravi irregolarità e violazioni delle norme interne che il ricorrente era tenuto ad osservare nella gestione del credito, ed ha ritenuto che queste condotte contrastassero con i doveri fondamentali derivanti dalla deontotologia del dipendente bancario, e rivestissero una gravità tale da far venir meno il rapporto di fiducia della banca nel suo funzionario, e da integrare perciò una giusta causa di licenziamento senza preavviso."
Con atto notificato, in termine, il 16 marzo 2005, con tre motivi, il signor B. G. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza n. 24/04, depositata in data 29 marzo 2004, della Corte d’Appello di Napoli, che aveva confermato la sentenza di primo grado del Tribunale di Napoli, che aveva respinto la domanda proposta dallo stesso ricorrente di impugnazione del licenziamento intimatogli il primo ottobre 1998 dal Banco di Napoli.
L’intimata San Paolo Imi s.p.a., cui il ricorso è stato notificato nella sua qualità di incorporante per fusione della società Banco di Napoli s.p.a., resisteva con controricorso notificato, in termine, il 31 aprile 2005.
1. Con il primo motivo di impugnazione il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 444 e 445 c.p.p., dell’art. 116 c.p.c. e dell’art. 2726 c.c. e dell’art. 111 della Costituzione.
Parte dal rilievo che l’avvenuta formulazione a carico di lavoratore di una imputazione per reati connessi con il rapporto di lavoro non costituiva giusta causa di licenziamento qualora non fosse stata dimostrata la colpevolezza del dipendente.
Solamente nel caso in cui il processo penale si fosse chiuso con una sentenza di condanna definitiva i fatti posti a base della condanna penale dovevano ritenersi accertati nella loro materialità anche nel giudizio civile.
Quando invece, come nel caso di specie, vi era stata applicazione della pena su richiesta ai sensi dell’art. 444 c.p.p., il patteggiamento non costituiva ammissione di colpa, e perciò le risultanze non potevano essere utilizzate in sede civile.
La pronunzia di patteggiamento non accertava la responsabilità dell’imputato ma soltanto la rinunzia dello stesso a far valere le proprie ragioni con la garanzia dell’integrità del suo diritto di difesa in tutti i giudizi successivi, anche civili, in cui i fatti potessero avere rilievo. Secondo il ricorrente, inoltre, costituiva un diritto costituzionale delle parti, anche nel processo civile, partecipare in contraddittorio alla formazione della prova.
Quando il giudice civile doveva basarsi sulle prove raccolte in un altro processo doveva assicurarsi che quelle prove fossero state raccolte nel rispetto del principio del contraddittorio.
Invece i giudici di primo e di secondo grado avevano ritenuto di trarre elementi probatori dalla lettura della sentenza di patteggiamento e in particolare dalle dichiarazioni rese dalle vittime del reato, nonostante che si trattasse di dichiarazioni rese nella fase preliminare del processo penale senza che l’imputato avesse la possibilità di controinterrogare i dichiaranti, e nemmeno di assistere alle loro dichiarazioni.
I testi avrebbero dovuto essere sentiti dal giudice civile con le garanzie di legge.
2. Con il secondo motivi il ricorrente denunzia l’errata e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2697 e segg. c.c., e la contraddittorietà della motivazione.
Lamenta che la sentenza di appello abbia ritenuto di poter utilizzare come validi indizi gli elementi di responsabilità dell’imputato indicati nella motivazione della sentenza di patteggiamento.
Nell’esaminare i fatti accertati dal gip nella sentenza di patteggiamento il giudice d’appello aveva richiamato dichiarazioni rese da informatori e fatti di cui la sentenza non faceva cenno, senza chiarire da dove tali dichiarazioni e tali fatti erano stati assunti.
I fatti perciò posti alla base del licenziamento non erano stati provati né direttamente né per presunzioni, mancando i requisiti della precisione, gravità e concordanza.
3. Infine con il terzo ed ultimo motivo il ricorrente lamenta l’errata applicazione dell’art. 116 c.p.c.
Sottolinea che le circostanze poste a base della decisione impugnata erano state tratte da dichiarazioni rese dalle vittime del reato e non in contraddittorio con l’imputato, e lamenta che, invece, non erano state ammesse le prove orali richieste dal ricorrente.
È infondato, innanzi tutto, il primo motivo di impugnazione. Come giustamente rilevato (a pag. 39) nella sentenza impugnata, la sentenza penale di applicazione della pena su richiesta delle parti (il cosiddetto patteggiamento) intervenuta nel procedimento penale non fa stato in ordine alla responsabilità dell’imputato, non impedisce però che nello stesso giudizio si proceda ad un autonomo accertamento dei fatti oggetto delle imputazioni del procedimento penale, e, d’altra parte, questo autonomo accertamento non deve necessariamente concretizzarsi nella reiterazione dell’istruttoria, ma può consistere anche in un nuovo esame degli elementi già raccolto, condotto secondo i criteri di valutazione di un procedimento civili.
Secondo i principi affermati dalla giurisprudenza di questa Corte, e pienamente condivisi dal Collegio, “la sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. (cosiddetto “patteggiamento”) costituisce indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità, ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione. Detto riconoscimento, pertanto, pur non essendo oggetto di statuizione assistita dall’efficacia del giudicato, ben può essere utilizzato come prova nel corrispondente giudizio di responsabilità in sede civile” (Cass. civ., 21 marzo 2003, n. 4193; nello stesso senso, 10 novembre 1998, n. 11301; 24 febbraio 2001, n. 2724; 19 dicembre 2003, n. 19505; 5 maggio 2005, n. 9358; 30 settembre 2005, n. 19251; 26 ottobre 2005, n. 20765).
Nel caso di specie, in cui come risulta dalla sentenza impugnata e dallo stesso ricorso per cassazione era rimasto coinvolto in un procedimento penale per usura il B. G. ha definito la propria posizione sul piano penale con una sentenza di patteggiamento.
Il ricorrente ha chiesto l’applicazione concordata della pena, e questo comportamento poteva essere apprezzato in sede civile come indizio, anzi doveva esserlo, perché il ricorrente per cassazione non spiega in alcun modo le ragioni per cui ha richiesto il patteggiamento, pur negando la propria responsabilità in ordine ai fatti che erano oggetto dell’imputazione, e nonostante che quest’ultima avesse ad oggetto per un delitto doloso perseguibile d’ufficio (e non per un fatto colposo o per una semplice contravvenzione). Il giudice del merito, d’altra parte, non si è limitato a prendere atto dell’esistenza di una richiesta di patteggiamento avanzata congiuntamente dalle parti, e di una sentenza che ha applicato la pena in conformità, ma ha esaminato in dettaglio, anche nella motivazione, la sentenza di patteggiamento, confrontandola con le risultanze delle indagini preliminari, e con il comportamento complessivo del ricorrente.
5. Il secondo ed il terzo motivo di ricorso, entrambi in materia di prova, sono strettamente connessi e possono essere esaminati congiuntamente. Sono anch’essi infondati.
Non va dimenticato che il giudice civile (a differenza di quello penale) può trarre argomenti di prova da tutti gli elementi in suo possesso, compresa la sentenza di patteggiamento e gli altri documenti che provengano dal procedimento penale. Nel giudizio civile d’altra parte, potevano essere utilizzate come indizi anche le dichiarazioni rese, in sede penale, nel corso delle indagini preliminari, ancorché non confermate in sede dibattimentale; come ogni altro genere di indizi, debbono, però, essere gravi, precise e concordanti.
La Corte d’Appello di Napoli ha ritenuto rilevante, in particolare, che le dichiarazioni dei testi sentiti nel corso delle indagini preliminari, non apparivano contestate dall’interessato nel merito dei singoli episodi, ed è giunta così alla conclusione che l’insieme degli elementi raccolti fossero sufficientemente precise e concordanti per dimostrare comportamenti che si concretizzavano non solo nel compimento di gravi irregolarità e violazioni delle norme di gestione, ma in una fattiva collaborazione con il principale imputato, e che tutto questo comportasse la violazione dei doveri fondamentali scaturenti dal rapporto di lavoro e legittimasse il recesso senza preavviso.
In sostanza il giudice non ha tenuto conto soltanto della sentenza di patteggiamento, e neppure soltanto di essa e delle dichiarazioni delle presunte vittime di reato, ma ha coordinato questi elementi con altri deducibili dal comportamento stesso del B., in particolare l’inesistenza, la mancata allegazione, di motivi diversi da una probabile condanna per chiedere l’applicazione, attraverso il patteggiamento, di una pena concordata, e la mancata contestazione dei fatti riferiti dai testimoni nel corso delle indagini preliminari, e, d’altra parte, non ne ha dedotto la commissione dei fatti dei quali il ricorrente era stato imputato nel giudizio penale, ma, più semplicemente, il compimento di gravi irregolarità e violazioni delle norme interne che il ricorrente era tenuto ad osservare nella gestione del credito, ed ha ritenuto che queste condotte contrastassero con i doveri fondamentali derivanti dalla deontotologia del dipendente bancario, e rivestissero una gravità tale da far venir meno il rapporto di fiducia della banca nel suo funzionario, e da integrare perciò una giusta causa di licenziamento senza preavviso.
6. Il ricorso dunque è infondato, e non può che essere rigettato.
Le spese, liquidate nella misura indicata nel dispositivo, seguono la soccombenza in danno del ricorrente.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese che liquida in Euro 19,00, oltre ad Euro 3.000,00 (tremila/00) per onorari, oltre a spese generali, Iva e Cpa.
Lavoro Licenziamento Rapporto di fiducia Deontologia Banche

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