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Timestamp: 2019-07-20 12:12:55+00:00

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La sentenza della Suprema Corte che ha messo un paletto importante agli assegni di divorzio, fin ad oggi basati sul tenore di vita goduto durante il matrimonio, è stato un vero e proprio terremoto. Una rivoluzione, all’interno del diritto di famiglia e non solo.
Ho ricevuto moltissime chiamate con richieste di chiarimento. Perché in effetti la sentenza va a scardinare quelle che, fino a qualche tempo fa, erano delle vere e proprie certezze. Tipo il concetto del matrimonio come modo per sistemarsi a vita.
Ma cos’è cambiato o, meglio, cosa cambierà dopo la sentenza 11504?
Intanto, facciamo un passo indietro: per più di 40 anni l’articolo 5 della legge sul divorzio è stato applicato nella medesima maniera, e cioè sulla base del principio secondo il quale la persona che gode di una situazione economica più favorevole garantisce all’ex coniuge di mantenere lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio. Quindi, in sede di divorzio, il fatto di dover consegnare all’avvocato – e questi al Tribunale – copie di scontrini, carte di credito, documenti di vario tipo che attestavano proprietà, yacht, regali a cinque- sei zeri, pellicce e quant’altro, era diventata una consuetudine, che doveva dimostrare lo standard economico goduto.
La sentenza della Suprema Corte resetta tutto ciò: il matrimonio non è visto più come un affare economico. E, per quantificare l’assegno di mantenimento, il principio di base è quello che fa riferimento all’autosufficienza. Ma non dobbiamo pensare che questa “rivoluzione” si sia abbattuta come un tornado nel diritto di famiglia. Tutt’altro.
In trent’anni la situazione è drasticamente cambiata: se negli anni’80 nel 60%dei casi veniva riconosciuto l’assegno divorzile, oggi siamo scesi al 19% e queste percentuali qualcosa devono pur significare. E questa inversione di tendenza significativa nel riconoscere l’assegno di mantenimento non può non far riferimento anche a ciò che accade negli altri Paesi europei.
Perché le società cambiano, le dinamiche relazionali anche e così anche i rapporti che regolano la vita delle persone, sia sentimentali che economici. Così, si inizierà a valutare se la persona può provvedere a sè, se ha uno stipendio, una rendita sufficiente.
Sia chiara una cosa: non c’è una norma universalmente valida. Nel senso che ogni caso viene di volta in volta valutato: già oggi, ad esempio, il giudice tiene ben fermo il principio dell’economia territoriale, perché nella quantificazione dell’assegno, è bene tener presente che un conto è vivere a Milano, altra cosa è vivere a Fermo. Una cosa, comunque, è certa: se oggi una giovane donna pensa che sposando il calciatore di turno potrà poi avere, in caso di divorzio, una “rendita” fissa mensile a quattro zeri e oltre, potrebbe restare molto delusa.
Tengo, infine, a sottolineare un altro aspetto va tenuto ben presente: per chi non possiede barche extralusso, gioielli, pellicce e quanto possa far pensare ad una vita nell’agio assoluto e sfrenato, non cambia nulla. Così come non cambia nulla nel caso del mantenimento dei figli, che segue un altro iter.
A mio avviso, dunque, questa sentenza – che costituisce un orientamento e dunque non è vincolante per le future decisioni dei giudici- aprirà le porte ad altri cambiamenti, Ne anticipo uno: i patti prematrimoniali. Il loro ingresso potrebbe risolvere uno dei problemi più annosi, e cioè le cosiddette Guerre dei Roses nei Tribunali. D’altra parte pensiamoci bene: stabilire prima quali siano le regole, potrebbe davvero evitare tsunami all’interno di coppie scoppiate che, spesso, hanno epiloghi gravissimi. In altri Paesi europei esistono, da noi ancora no. C’è un disegno di legge che giace in Commissione Giustizia: credo sia arrivato il momento di fare questo passo. E, perché no, iniziare a pensare al matrimonio come un atto sicuramente di grande coraggio ma, soprattutto, d’amore.

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