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Timestamp: 2020-08-06 10:40:12+00:00

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La moglie ha un carattere forte: Allora maltrattarla non è reato | Studio Legale Parenti
La moglie ha un carattere forte: Allora maltrattarla non è reato
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Corte di Cassazione, sentenza n. 27587 del 30.07.2010
Chiedere rapporti ‘particolari’ alla propria consorte mette a rischio di una condanna penale per stupro. L’avvertimento arriva dalla Corte di Cassazione secondo cui si tratta di violenza sessuale anche se lei, inizialmente, ha accettato quel tipo di rapporti. E’ quanto emerge da una sentenza (n.27587/2010) con cui la Suprema Corte ha confermato una condanna per violenza sessuale inflitta ad un 48enne che costringeva la sua compagna ad avere rapporti anali. Nella ricostruzione del fatto la Corte evidenzia che lei, inizialmente, aveva accettato di avere rapporti ‘non convenzionali’ con il partner ma poi, aveva iniziato a negarli. Il marito a quel punto l’aveva costretta a subirli ancora ricorrendo anche a minacce. Anche la Corte di Appello di Salerno aveva emesso una sentenza di condanna che ora Piazza Cavour ha confermato. In Cassazione l’uomo si è difeso deducendo che quei rapporti erano stati sempre accettati da lei anche prima del matrimonio. Respingendo il ricorso la Suprema Corte ha fatto notare il semplice fatto ch lei abbia inizialmente detto si non vale a giustificare la condotta prevaricatrice quando è sopraggiunto il dissenso della moglie. Tale dissenzo implicitamente da lui confermato quando ha dichiarato che la stessa aveva abbandonato il letto coniugale andando a dormire in un’altra stanza sul divano o a terra, avvolgendosi in una coperta”. Tanto basta, secondo Piazza Cavour, per ritenere che sussistano “specifici e concreti elementi comprovanti la sua responsabilita’”.
Corte di Cassazione, sentenza n.31684 del 11.08.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che viola il codice penale chi rifiuta di dare le sue generalità ai carabinieri anche se questi sono in borghese e a bordo di un’auto civetta. La sanzione non si evita neppure se subito dopo si corre in caserma a fornire i propri dati. La Corte di Cassazione con la sentenza in oggetto ha confermato la condanna di un giovane che non aveva voluto dare indicazioni sulla sua identità personale a due carabinieri che si erano presentati in abiti civili e con una macchina priva dei segni distintivi dell’Arma. I carabinieri erano intervenuti perché avevano ricevuto una telefonata anonima che segnalava un’auto bloccata nel fango. Non è andata però a buon fine l’intenzione del solerte cittadino di dare una mano all’automobilista in panne. L’uomo, uscito dal terreno melmoso grazie all’aiuto gratuito offerto dal conducente di un trattore, è stato condannato a pagare 130 euro di ammenda per essersi rifiutato di mostrare i documenti ai carabinieri. Il ricorrente alla richiesta di farsi identificare era ripartito in tutta fretta dichiarando “io non do niente”. Un comportamento inammissibile – per il supremo collegio – che ritiene non convincente la tesi difensiva, secondo cui l’automobilista aveva dei dubbi sulla reale identità dei militari e si era detto disponibile a consegnare personalmente i suoi documenti in caserma come in realtà era avvenuto. Secondo gli ermellini “non è necessaria la conoscenza della qualifica di pubblico ufficiale del richiedente, ma basta la semplice rappresentabilità da parte di chi rifiuta di obbedire all’ordine, della sussistenza, nel richiedente, della predetta qualifica”. Come dire nel dubbio “pro arma”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 27550 del 16.07.2010
Non è soggetta a confisca per equivalente la cessione di un credito pro-solvendo. Lo ha stabilito la Suprema Corte, respingendo un ricorso della Procura di Palermo. I giudici della sesta sezione penale hanno precisato che è illegittimo il sequestro per equivalente disposto nei confronti di una cessione pro-solvendo di crediti, essendo individuabile il profitto del reato soltanto in un effettivo arricchimento patrimoniale acquisito e non nella semplice esistenza di un credito, per così dire, “virtuale”, in quanto non riscosso, e meno che mai nella cessione pro solvendo dello stesso credito, non ancora liquido ed esigibile, a garanzia di una linea di affidamento accordata alla cedente dalla banca e che, pur concretandosi in una temporanea anticipazione di liquidità comporta comunque contestualmente l’assunzione di un debito di corrispondente importo.
Corte di Cassazione, sentenza n. 25138 del 2.7.2010
La moglie ha un carattere forte e non si lascia intimorire da minacce e percosse. Non sussiste il reato di maltrattamenti contestato al marito violento. Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione ha annullato senza rinvio “perché il fatto non sussiste” la condanna a 8 mesi di reclusione (condizionalmente sospesa) inflitta ad un uomo dalla Corte d’appello di Milano per maltrattamenti in famiglia. La Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso con cui l’imputato rilevava che gli stessi giudici del merito avessero sottolineato il “carattere forte” della moglie, per nulla “intimorita” dalla sua condotta. L’uomo, quindi, lamentava il fatto che la Corte d’appello avesse scambiato per “sopraffazione” un mero “clima di tensione tra coniugi”. Gli ermellini, ricordando che “perché sussista il reato di maltrattamenti in famiglia occorre che sia accertata una condotta (consistente in aggressioni fisiche o vessazioni o manifestazioni di disprezzo) abitualmente lesiva della integrità fisica e del patrimonio morale della persona offesa che, a causa di ciò diversa in una condizione di sofferenza”, hanno annullato la condanna dell’imputato osservando che “i fatti incriminati sono solo genericamente richiamati nella sentenza impugnata” e “appaiono risolversi in alcuni limitati episodi di ingiurie, minacce e percosse nell’arco di circa 3 anni”, che “non rendono di per sé integrato il connotato di abitualità della condotta di sopraffazione richiesta per l’integrazione della fattispecie in esame”; tanto più, si legge nella sentenza, “la condizione psicologica” della donna “per nulla intimorita dal comportamento del marito, era solo quella di una persona scossa, esasperata, molto carica emotivamente”. Dunque, conclude la Cassazione, “non risulta offerta dai giudici di merito alcuna indicazione che deponga per la sussistenza, in capo all’imputato, di una volontà sopraffattrice idonea” per integrare il reato contestato.
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