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Timestamp: 2020-02-27 20:06:12+00:00

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Corte Suprema di Cassazione sentenza 13748/2018
Ordinanza 13748/2018
Responsabilità civile - Atti vandalici e criminosi perpetrati durante il trasporto ferroviario - Carenza di dotazioni di bordo antincendio
Nel quadro delle obbligazioni assunte dal vettore, in forza di trasporto ferroviario di tifoseria calcistica, vi è quella di far viaggiare i convogli con la dotazione antincendio; sicché, nel caso di atti vandalici e criminosi perpetrati durante il viaggio, laddove la successiva prosecuzione dopo una sosta presso una stazione sia avvenuta nella consapevole assenza di tale dotazione (nella specie, estintori), l'omesso "blocco" del treno da parte del gestore del servizio ferroviario integra inadempimento contrattuale idoneo ed esplicare contributo causale rispetto al decesso di un passeggero per incendio doloso commesso da terzi, non assumendo il predetto incendio doloso rilievo causale esclusivo all'esito dell'enunciato "controfattuale" proprio della causalità ipotetica.
Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Ordinanza 31 maggio 2018, n. 13748 (CED Cassazione 2018)
1. La s.p.a. (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione contro (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), avverso la sentenza del 6 novembre 2013, con la quale la Corte d'Appello di Salerno, in riforma della sentenza resa in primo grado dal Tribunale di Salerno il 30 giugno 2009, che l'aveva rigettata, ha parzialmente accolto la domanda, proposta nel dicembre del 2003 dagli intimati, quali eredi di (OMISSIS), per ottenere che la s.p.a. (OMISSIS) (per cui si costituiva la qui ricorrente in forza di successione intervenuta nel luglio del 2001) fosse condannata a risarcire i danni sofferti in conseguenza della morte del figlio e fratello, avvenuta il (OMISSIS) sul convoglio ferroviario n. (OMISSIS), il quale, proveniente da (OMISSIS) e destinato a (OMISSIS) ed adibito a trasporto della tifoseria della squadra calcistica (OMISSIS), dopo avere imboccato la galleria (OMISSIS) veniva dolosamente incendiato da (OMISSIS) e (OMISSIS).
Costoro venivano condannati in sede penale, ma gli attori assumevano che la società ferroviaria era responsabile sotto vari profili in relazione all'attività di gestione del convoglio da parte del suo personale.
2. Al ricorso, che è affidato ad otto motivi, hanno resistito con congiunto controricorso gli intimati, svolgendo ricorso incidentale sulla base di due motivi. La ricorrente principale ha resistito con controricorso.
3. La trattazione del ricorso è stata fissata in camera di consiglio ai sensi dell'articolo 380-bis c.p.c., comma 1 e non sono state depositate conclusioni scritte dal Pubblico Ministero, mentre sono state depositate memorie dalle parti.
1. Con il primo motivo di ricorso principale si deduce "violazione dell'articolo 2909 c.c., in relazione all'articolo 360 c.p.c., n. 3".
Con il secondo motivo si denuncia "violazione dell'articolo 12 disp. gen., in relazione all'articolo 360 c.p.c., n. 3".
Con il terzo motivo si prospetta "violazione e falsa applicazione dell'articolo 324 c.p.c., in relazione all'articolo 360 c.p.c., n. 3".
Con il quarto motivo si fa valere "violazione e falsa applicazione dell'articolo 329 c.p.c., in relazione all'articolo 360 c.p.c., n. 3".
Con il quinto motivo "violazione e falsa applicazione dell'articolo 112 c.p.c. (quale norma di giudizio i senso stretto, posta a presidio della valutazione del prodotto dell'attività giurisdizionale compiuta), in relazione all'articolo 360 c.p.c., n. 3".
2. Questi primi cinque motivi possono essere trattati congiuntamente, in quanto pertengono tutti alla correttezza della motivazione con cui la corte territoriale, dopo avere in via preliminare ritenuto che l'azione dovesse esaminarsi solo sotto il profilo della responsabilità contrattuale, così reputando formulata la domanda, e dopo avere esaminato una questione inerente alla prescrizione ed altra relativa alla pretesa incidenza di un giudicato penale, si è così espressa:
"Nel merito osserva la Corte che preliminarmente si pone una questione di interpretazione della domanda, poichè la stessa è stata proposta dagli odierni appella(n)ti nella dedotta qualità di legittimi eredi del defunto (OMISSIS), con la richiesta di condannare la convenuta "al risarcimento del danno morale ed esistenziale particolarmente grave, data la tragicità dell'evento, e quant'altro previsto dalla legge, in favore dei sigg.ri (OMISSIS)...., (OMISSIS)...., e (OMISSIS).... rispettivamente genitori e sorella e quindi legittimi eredi del defunto sig. (OMISSIS), terzo trasportato (v. atto di citazione in primo grado). Il risarcimento del danno morale, biologico patrimoniale compete iure successionis ai prossimi congiunti della persona deceduta, che abbiano agito in qualità di eredi e nei limiti della relativa quota, onde ottenere la riparazione dei danni sofferti in vita dal defunto è così da far valere il diritto al risarcimento già entrato a far parte del patrimonio del defunto. La proposizione di domanda risarcitoria al suindicato titolo non è peraltro preclusa dalla presentazione della domanda volta a conseguire, nella qualità di prossimi congiunti del defunto, il risarcimento del danno morale e di quello biologico o patrimoniale, a ciascuno di essi spettante iure proprio a causa della morte del congiunto (cfr. Cass. 25/02/1997, n. 1704). Il giudice di merito deve quindi accertare se sia stata proposta una domanda di risarcimento del danno, nelle sue varie componenti, iure proprio o iure hereditatis ovvero entrambe. Nella fattispecie il giudice di primo grado non si è pronunciato, in quanto ha preliminarmente escluso che ricorresse la responsabilità della società ferroviaria per la morte di (OMISSIS). A giudizio della Corte è opportuno in questa sede procedere preliminarmente all'interpretazione della domanda e stabilire se essa investa solo gli assunti danni subiti dal de cuius, richiesti quindi iure hereditatis dagli attori, ovvero i danni subiti dagli attori iure proprio, quali congiunti di (OMISSIS), ovvero entrambi. Secondo i principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità, ai fini dell'interpretazione della domanda giudiziale non sono applicabili i criteri utilizzati in campo contrattuale dall'articolo 1362 c.c., poichè non esiste una comune intenzione delle parti da individuare e soprattutto perchè, quale che sia la soggettiva intenzione della parte, uno dei fondamenti della regola della corrispondenza tra chiesto e pronunciato posta dall'articolo 112 c.p.c., deve essere individuato nel rispetto del principio del contraddittorio, garantito solo dalla possibilità per il convenuto di cogliere l'effettivo contenuto della domanda formulata nei suoi confronti e di svolgere dunque una effettiva difesa (Cass. 06/07/2001, n. 9028). Occorre premettere che la assai scarna attività di allegazione (da parte degli attori) e di argomentazione difensiva (da parte del convenuto) in punto di danno rende piuttosto difficoltosa l'attività di interpretazione. Nondimeno mette conto di rilevare che fin dall'atto introduttivo del procedimento di primo grado gli attori si sono qualificati non solo eredi, ma anche congiunti di (OMISSIS) ed hanno chiesto il risarcimento del "danno morale ed esistenziale". Avuto riguardo alla definizione del danno esistenziale nella giurisprudenza anteriore a Cass. sez. un. 11.11.2008 n. 26972 e 26973, come pregiudizio alle attività non remunerative della persona, concernenti gli aspetti relazionali della vita (....) è evidente che tale pregiudizio non può essere riferito alla persona di (OMISSIS), deceduto nei pochi minuti tra l'innesco dell'incendio e l'arrivo del treno a destinazione, ma esclusivamente ai prossimi congiunti che hanno proseguito la loro vita senza di lui. Quanto alla posizione della società convenuta, deve rilevarsi che essa sia nella comparsa di costituzione e risposta in primo grado che nella successiva memoria istruttoria del 4.5.2005 non ha mostrato di cogliere alcuna differenziazione tra la posizione degli attori iure proprio e quella iure hereditatis. Tanto è legittimo desumere dalla eccezione di inammissibilità di improponibilità della domanda risarcitoria, formulata con riguardo al risarcimento già riconosciuto ai signori (OMISSIS) - (OMISSIS) in sede penale: invero, per quel che costa dalle sentenze penali in atti (non essendo stato prodotto l'atto di costituzione di parte civile), gli imputati (OMISSIS) e (OMISSIS) sono stati condannati al risarcimento del danno in favore dei genitori e della sorella di (OMISSIS) in proprio. Solo con la memoria istruttorie del 5.5.2005 gli attori hanno chiesto la "nomina di CTU per l'accertamento e la quantificazione del danno esistenziale-biologico di natura psichica da reazione post traumatica da effettuarsi sugli attori", così intendendo il danno riferito a se stessi, come conseguenza della morte del congiunto. Nel replicare alla memoria istruttoria da ultimo menzionata, la società convenuta, ancora una volta, non ha formulato osservazioni o eccezioni sulla natura del diritto azionato, ma ha genericamente contestato la richiesta di nomina del CTU con riferimento alla funzione del mezzo istruttorio ed alla impossibilità di ricorrere ad esso per sopperire alle esigenze istruttorie in cui la parte attrice sia incorsa, reiterando, peraltro, l'eccezione di improponibilità ed inammissibilità della domanda per effetto del risarcimento già riconosciuto in sede penale (v. memoria istruttoria di replica del 25.5.2005). Tanto premesso, a giudizio della Corte la domanda va interpretata come formulata (dagli attori) e percepita (dalla convenuta) come avente ad oggetto i danni subiti in proprio, quali prossimi congiunti del defunto oltre che nella dedotta qualità di eredi".
2.1. Può ora passarsi all'esame dei primi cinque motivi, tenendo conto della sopra riportata motivazione.
3. Con il primo motivo si censura la sentenza impugnata per avere ritenuto - espressamente procedendo all'interpretazione della domanda e sull'assunto che in proposito il primo giudice non si era pronunciato, in quanto aveva escluso la responsabilità della convenuta - che essa fosse stata proposta sia iure proprio, sia iure hereditario.
La corte territoriale, in tal modo, avrebbe violato la cosa giudicata che si era formata in ordine alla qualificazione della domanda siccome proposta solo iure hereditatis per effetto della decisione di primo grado, là dove la sentenza del Tribunale aveva nel suo dispositivo provveduto in questi termini: "definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), quali eredi di (OMISSIS), nei confronti di (OMISSIS) Società per azioni in persona del legale rappresentante pro tempore, respinta ogni altra istanza, deduzione ed eccezione, così provvede: 1) rigetta la domanda degli attori; 2) compensa le spese tra le parti".
La prospettazione di questo motivo, ancorchè non lo si dica espressamente, postula che la statuizione del dispositivo riportato avesse avuto la idoneità, ove non fosse stata impugnata, a determinare il passaggio in cosa giudicata della riferibilità della domanda agli attori solo per il risarcimento iure hereditatis, in forza dell'applicazione dell'articolo 329 c.p.c., comma 2.
3.1.1. In primo luogo nella sua illustrazione non si fornisce l'indicazione specifica di cui all'articolo 366 c.p.c., n. 6, quanto alla localizzazione in questo giudizio di legittimità della sentenza di primo grado e, dunque, è violata detta norma, atteso che essa imponeva quell'onere come contenuto del requisito da essa previsto. In particolare, parte ricorrente non ha precisato nè se ha prodotto la sentenza e dove, nè, avvalendosi beneficiando di quanto consentito da Cass., Sez. Un., n. 22726 del 2011 all'eventuale scopo di esentarsi dal produrla ai sensi dell'articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4, ha dichiarato di voler fare riferimento alla presenza di quella sentenza nel fascicolo d'ufficio del giudice a quo. Dichiarazione che in tale caso sarebbe stata necessaria secondo le Sezioni Unite al fine di rispettare l'onere di indicazione specifica di cui all'articolo 366 c.p.c., n. 6.
3.1.2. In secondo luogo (e tanto rappresenta una seconda ragione di inammissibilità), la struttura del motivo è inidonea ad integrare la critica rivolta alla sentenza impugnata, in quanto: a) non solo nulla si dice sul tenore della motivazione della sentenza di primo grado, sicchè la statuizione del dispositivo, pur evocativa della qualità di erede, non può essere reputata significativa di una intentio del primo giudice di rendere la prospettata statuizione, atteso che le sentenze (quando il dispositivo non venga pronunciato in via immeditata) si interpretano nella combinazione fra motivazione e dispositivo; b) ma, inoltre, se pure così non fosse e fosse possibile considerare quanto risulta dal dispositivo come una statuizione sulla qualificazione della domanda, l'illustrazione della pretesa formazione di cosa giudicata al riguardo avrebbe postulato la precisa indicazione del tenore dell'appello dei qui resistenti, al fine di far constare che tale ipotetica statuizione non era stata impugnata per il tramite di esso.
Invece nessuna indicazione si fornisce sotto entrambi i profili indicati al riguardo si fornisce. Indicazioni circa il tenore dell'appello si forniscono, per la verità, nella successiva illustrazione del terzo motivo, ma il superamento del relativo rilievo lascia intatte le altre manchevolezze: tanto si osserva anche a non volere rilevare che quelle indicazioni si dovrebbero utilizzare ancorchè prospettate in altro motivo e, dunque, procedendo ad un'opera di supplenza ricostruttiva di quello in esame.
3.1.3. In terzo luogo, è vero che, per corroborare la lettura della statuizione del dispositivo, si fa riferimento all'epigrafe della citazione introduttiva del giudizio di primo grado, nella quale i qui resistenti si erano qualificati "quali legittimi eredi" ed al tenore delle conclusioni, dove gli attori si erano qualificati come "rispettivamente genitori e sorella e quindi legittimi eredi del defunto"; ma tali risultanze non vengono considerate al lume di quelle altre che, a proposito dell'atto introduttivo, ha evidenziato la sentenza impugnata nella riportata motivazione.
Sicchè, la critica rivolta alla sentenza impugnata non si correla alla sua complessa ed articolata motivazione, con la conseguenza che il motivo appare inidoneo allo scopo e, dunque, inammissibile sotto tale ulteriore profilo (Cass., Sez. Un. n. 7074 del 2017).
3.1. Il primo motivo è, pertanto, inammissibile.
4. Con il secondo motivo si sostiene che la corte territoriale avrebbe a torto, nel ragionamento svolto per ritenere che la domanda fosse stata proposta sia iure proprio che hereditatis, utilizzato come argomento a pagina 11 il fatto che in sede penale gli attori avevano fatto valere un danno iure proprio. La critica si risolve nel riprodurre, per documentare tale circostanza, il dispositivo della sentenza penale della corte d'assise di appello, sottolineando che esso conteneva una elevazione della provvisionale già riconosciuta agli "eredi" di (OMISSIS).
4.1. Anche tale motivo è inammissibile per violazione dell'articolo 366 c.p.c., n. 6, atteso che anche qui non viene localizzata in questo giudizio di legittimità la sentenza penale evocata.
In secondo luogo ed ulteriormente, il motivo è inammissibile per inidoneità della sua struttura argomentativa, in quanto, al di là del fatto che non si comprende la ragione dell'evocazione della norma dell'articolo 12 preleggi (che non è spiegata), in via preliminare si rileva che anche in questo caso non è dato comprendere come si possa pretendere di argomentare da un dispositivo, senza nulla far constare della motivazione della sentenza penale e ciò a maggior ragione per il fatto che qui si parla genericamente di "eredi" e non di "qualità di eredi", sicchè l'impiego della prima parola non ha nessuna capacità di suggestione idonea a far reputare che si sia inteso alludere ad una situazione agita nel processo penale solo nella detta qualità.
Si aggiunga che l'essere la parola "eredi" posta fra virgolette nel dispositivo riprodotto induce il dubbio che sia stata usata solo per identificare la relazione soggettiva con i qui resistenti.
5. Il terzo motivo argomenta che l'espressione del dispositivo della sentenza di primo grado asseritamente qualificatoria dell'azione come proposta iure hereditatis non sarebbe stata impugnata e lo fa questa volta facendo leva sull'assenza nell'atto di appello di deduzioni volte a censurare detta qualificazione e riferendo, per corroborare la prospettata esegesi del dispositivo stesso, alcune parti dell'atto di appello e fra esse le conclusioni.
5.1. Senonchè, anche in tal caso restano decisivi i rilievi di inammissibilità svolti a proposito del primo motivo, sia in punto di omessa localizzazione della sentenza di primo grado, sia in ordine alla impossibilitò di intendere nel senso voluto dalla ricorrente il dispositivo della sentenza di primo grado senza conoscere la motivazione della sentenza di primo grado.
A ciò si aggiunge che nelle stesse conclusioni si evoca, come rilevato dalla sentenza quì impugnata, il danno esistenziale e il danno parentale, estranei al danno iure hereditatis ed anche tale circostanza, valorizzata dalla sentenza impugnata, assume rilevanza tale da rendere assolutamente ambigua e non significativa di un decisum la formulazione del dispositivo. Con la conseguenza che nuovamente il motivo è inammissibile perchè non si fa carico, a maggior ragione in presenza della sua evocazione, del complessivo discorso svolto dalla sentenza impugnata.
5.2. Tanto non esime, ferma la valutazione di inammissibilità, dal rilevare che il motivo risulterebbe pure privo di fondamento, atteso che, se si considera la complessiva motivazione della sentenza impugnata e quanto essa ha messo in evidenza, dovrebbe ritenersi il motivo privo di fondamento, atteso che non si sarebbe potuto reputare che i qui resistenti, nell'appellare la sentenza di primo grado, in presenza dei dati messi in rilievo dalla corte territoriale, fossero onerati di articolare l'appello con una censura di una qualificazione della domanda per effetto dell'inciso del dispositivo e che, in mancanza di essa, la corte territoriale non potesse procedere alla qualificazione senza vincolo di giudicato ai sensi dell'articolo 329 c.p.c., comma 2.
Alla luce delle indicazioni fornite dalla sentenza qui impugnata quell'inciso, infatti, risultava del tutto inidoneo ad esprimere un decisum.
6. Le considerazioni svolte sub 5.1. palesano pure l'inammissibilità della prospettazione del quarto motivo, dove si evoca l'articolo 329 c.p.c., comma 2, per sostenere che fosse impedito alla corte salernitana di procedere alla qualificazione della domanda.
7. Sempre le medesime considerazioni evidenziano l'inammissibilità della prospettazione del quinto motivo, dove l'esercizio del potere di qualificazione della domanda da parte del giudice d'appello viene prospettato come esercitato in violazione dell'articolo 112 c.p.c., adducendo il rilievo del dispositivo della sentenza della corte d'assise.
8. I primi cinque motivi, dunque, sono conclusivamente inammissibili, dovendosi rilevare anche che nella loro articolazione non si sono fatti carico della complessiva motivazione della sentenza impugnata.
9. Con il sesto motivo si denuncia "violazione e falsa applicazione dell'articolo 41 c.p., in relazione all'articolo 360 c.p.c., n. 3".
L'intestazione del motivo suggerirebbe che dalla relativa attività illustrativa debba emergere una denuncia del modo in cui il paradigma dell'articolo 41 c.p., sarebbe stato violato o falsamente applicato dalla sentenza impugnata.
Nè l'una nè l'altra alternativa, invece, vi risultano prospettate o almeno lo sono con una correlazione alla effettiva motivazione di detta sentenza.
Tanto ne comporta l'inammissibilità, alla luce del principio di diritto (ribadito recentemente dalla già citata Cass., Sez. Un. n. 7074 del 2017 e che qui si riproduce espressamente) secondo cui: "Il motivo d'impugnazione è rappresentato dall'enunciazione, secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, della o delle ragioni per le quali, secondo chi esercita il diritto d'impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che, in quanto, per denunciare un errore bisogna identificarlo e, quindi, fornirne la rappresentazione, l'esercizio del diritto d'impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell'esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo. In riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un non motivo, è espressamente sanzionata con l'inammissibilità ai sensi dell'articolo 366 c.p.c., n. 4".
9.1. Queste le ragioni.
L'illustrazione del motivo inizia alla pagina 18 con l'affermazione della condivisione della recezione da parte della sentenza impugnata del "fatto storico" emergente dalla sentenza della Corte d'Assise di Salerno, atteso il carattere vincolante di essa quanto all'accertamento dei fatti.
Si riproduce, quindi, la parte della motivazione della sentenza impugnata nella quale i giudici salernitani, dopo avere rilevato che "secondo la Suprema Corte, la sentenza penale passata in giudicato è vincolante per il giudice civile per quanto concerne l'accertamento dei fatti", ha, poi soggiunto se ne riproduce il tenore nei termini rascritti dalla ricorrente) che: "quando alle valutazioni e qualificazione giuridiche agli effetti civili della pronuncia..., quali sono quelle che attengono all'individuazione delle conseguenze dannose che possono dare luogo a fattispecie di danno risarcibile (Cass. 8.4.2010 n. 8360)....Non è dunque precluso al giudice civile, alla stregua dei suddetti principi, di esaminare la vicenda con riferimento al comportamento di altro soggetto (nella specie, il vettore ferroviario) per impedirne una responsabilità solidale nella produzione dell'evento dannoso. Nell'accertamento della dedotta concausa, il giudice civile non è vincolato dalle statuizioni che, in sede penale, hanno accertato la responsabilità di (OMISSIS) e (OMISSIS) per la morte di (OMISSIS)".
Quindi, dopo l'evocazione di un ulteriore passo motivazionale nel quale la sentenza impugnata si riferisce all'articolo 41 c.p., quale norma di carattere generale applicabile, si riproduce un ampio brano della motivazione della sentenza impugnata fino alla pagina 20 del ricorso, attribuendogli il valore di ricostruzione del fatto storico.
Successivamente, dalla metà della pagina 20 sino alle prime tre righe della pagina 24, si procede all'enunciazione delle ragioni del motivo.
9.2. Senonchè, la tesi che viene argomentata per negare la responsabilità concorrente dell'ente ferroviario, ritenuta sul piano causale della sentenza impugnata, risulta esposta non solo correlandosi a quella che si dice come ricostruzione del fatto storico, emergente dalle parti della sentenza impugnata riprodotte, là dove invece non risultano riprodotte le vere considerazioni che hanno indotto la corte territoriale a ravvisare il nesso causale sulla base di quel fatto, ma, inoltre, in conseguenza di una parziale considerazione della stessa ricostruzione del fatto storico, vengono svolte ignorandole e, quindi, in modo non corrispondente alla motivazione effettiva della sentenza.
Sicchè, il motivo non risulta idoneo a criticare l'effettiva motivazione della sentenza.
9.3. Sotto il primo aspetto, nel dar conto della ricostruzione del fatto, l'illustrazione del motivo omette di considerare che la sentenza impugnata ha rilevato che, sebbene a causa del comportamento dei tifosi, le condizioni del treno erano tali, allorquando partì dalla stazione di (OMISSIS), (a) che esso era privo degli estintori antincendio, (b) che di tale mancanza il personale del treno era consapevole e (c) che la partenza del treno non fu affatto imposta da un ordine dell'autorità di polizia.
Tali elementi sono riferiti e considerati dalla sentenza impugnata in parti della motivazione successive a quelle che la ricorrente ha riprodotto assumendo che fotografassero il "fatto storico". E si tratta di elementi che essi stessi fanno parte del "fatto storico" per come ricostruito ed apprezzato dalla sentenza impugnata.
Il motivo, dunque, risulta porre a base della critica un "fatto storico" che non coincide complessivamente con quello affermato dalla sentenza impugnata e, dunque, non si correla alla motivazione di quest'ultima per tale ragione.
9.4. Sotto il secondo aspetto, le considerazioni in iure svolte nel motivo, in quanto correlate alla pretesa ricostruzione del fatto storico da parte della sentenza nient'affatto corrispondente a quella effettiva, risultano automaticamente prive di qualsivoglia idoneità a criticare la sentenza impugnata, là dove, ignorando il fatto per come effettivamente ricostruito, vorrebbero sostenere che l'articolo 41 c.p., sarebbe stato violato perchè l'evento della morte del de cuius sarebbe dipeso esclusivamente dalla causa sopravvenuta rappresentata dal comportamento criminoso di coloro che appiccarono l'incendio ad una carrozza del treno e non anche da un comportamento del personale della ricorrente, individuato nell'avere consentito la ripartenza del treno alla stazione di (OMISSIS) nonostante la percezione che esso era rimasto privo degli estintori, circostanza che, una volta scatenatosi l'incendio, avrebbe impedito di farvi fronte ed evitare l'evento.
9.5. Mette conto, in proposito di riprodurre, per evidenziare come il motivo non se ne faccia effettivo carico, la motivazione resa dalla Corte territoriale per affermare il concorso causale del comportamento del personale della ricorrente.
Essa è stata la seguente, che viene enunciata da quella Corte dopo che, dalla pagina 15 sino alle prime sette righe della pagina 17 Essa ha fatto la "cronaca" degli accadimenti occorsi durante il viaggio del convoglio.
I giudici salernitani si sono così espressi:
"Risulta dunque dimostrato che durante l'intero viaggio gli occupanti del treno sfogarono una rabbia folle per l'esito negativo dell'incontro di calcio, abbandonandosi ad atti vandalici e criminosi quali la distruzione degli igienici, la frantumazione dei vetri dei finestrini e delle porte degli scompartimenti, lo svellimento dei sedili e delle intelaiature delle porte, oggetti che furono poi, insieme a sassi e bottiglie, scaraventati fuori dal treno in corsa oppure durante le soste in stazione. La verifica eseguita dai consulenti tecnici del P.M. (....) (v. relazione in produzione appellanti) conferma le pessime condizioni in cui il treno si trovava già alla stazione di (OMISSIS): i tecnici hanno rilevato enormi danni alle strutture ed alle suppellettili in quasi tutti gli scompartimenti, oltre a rinvenire segni di piccoli incendi anche nei bagni di carrozze diverse da quelle (la quinta e la sesta) dove fu appiccato l'incendio che cagionò la morte di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS). I tecnici hanno altresì rilevato che in tutte le carrozze non sono stati rinvenuti gli estintori normalmente presenti (almeno uno per carrozza), nè nei rispettivi alloggiamenti, nè altrove, ad eccezione di un estintore scarico rinvenuto nel bagno della carrozza n. 3. Dagli elementi acquisiti risulta, a giudizio della Corte, la violazione da parte del vettore ferroviario delle norme regolamentari che impongono al personale viaggiante di assicurarsi, prima della partenza e nei limiti delle sue mansioni, che il treno, essendo in ordine, possa regolarmente partire e che prescrivono al medesimo personale, allorchè noti qualche anormalità o irregolarità che potrebbe compromettere la sicurezza del proprio o di altri treni, di arrestare il convoglio ed informare il capotreno (articoli 9 e 10 della "Istruzione per il servizio del personale di scorta ai treni" delle (OMISSIS)). Peraltro, nella situazione di grave pericolo cagionato dal descritto comportamento dei passeggeri, la prosecuzione della marcia del treno sia a (OMISSIS) che a (OMISSIS) che, soprattutto, a (OMISSIS) costituisce comportamento contrario alle comuni regole di prudenza, adeguatamente riferite ad una attività rischiosa quale il trasporto ferroviario. Ed invero, la devastazione del treno, rilevabile anche all'esterno a casa dei finestrini rotti o mancanti; il lancio di oggetti di qualsiasi specie sia contro le stazioni che contro gli altri convogli; l'eliminazione degli estintori, scaricate e poi lanciate all'esterno durante la corsa o nelle stazioni; la rabbia crescente di tutti i passeggeri che a partire da (OMISSIS) avevano intensificato i loro comportamenti criminosi (v. esame del teste (OMISSIS)); l'accensione di fumogeni ed altro da parte dei teppisti allorchè il treno era fermo alla stazione di (OMISSIS) (v. sentenza della Corte d'Assise di Salerno pagg. 278 seg. E 282 segg.); in definitiva, la complessiva situazione del treno, definita testualmente dal teste (OMISSIS), vice capo scorta sul convoglio, "vergognosa, pericolosissima e molto brutta" (ibidem, pag. 278) consentivano personale ferroviario, viaggiante ed in servizio nelle stazioni, di rendersi conto non dell'esistenza di una "anomalia del servizio", ma che il treno ormai era tutto un'anomalia e andava fermato. Con particolare riferimento agli estintori (dato il collegamento causale diretto tra la loro mancanza e l'incendio che cagionò la morte dei quattro passeggeri), osserva la Corte che l'appellata ha espressamente ammesso in comparsa conclusionale di primo grado e nella comparsa di costituzione e risposta del presente grado d'appello che essi, originariamente presenti sul treno nella dotazione prescritta (uno per ogni carrozza), furono oggetto della furia dei teppisti i quali "ponevano in essere reiterati atti di vandalismo e di distruzione, anche mediante la riduzione degli estintori posizionati all'interno delle varie carrozze ed il lancio degli stessi all'esterno del convoglio sul quale viaggiavano, dopo aver scaricato il contenuto, durante la marcia e presso le varie stazioni ove sostava il treno" (v. comparsa di costituzione e risposta in appello). Ora, da un Iato il personale ferroviario dislocato nelle stazioni lungo il percorso del treno ebbe modo in generale di rendersi conto che gli estintori venivano lanciati fuori dal treno e che dunque il convoglio viaggiava privo della necessaria dotazione antincendio. Dall'altro, uno di tali episodi si verificò proprio alla stazione di (OMISSIS) e proprio ai danni del capotreno, il quale, come si è visto, fu investito dal getto violento di un estintore mentre si recava a riassettare il freno di emergenza. La responsabilità del vettore ferroviario non può essere esclusa, a giudizio della Corte, dalle pressioni che il personale ricevette dalle forze di polizia presenti nelle varie stazioni affinchè il treno ripartisse. Sul comportamento delle forze di polizia, è condivisibile il giudizio espresso dalla Corte d'Assise di Salerno la quale, dopo aver premesso che il convoglio era una specie di "bomba ad orologeria" che ad un certo punto poteva "esplodere", ha individuato la "filosofia unica alla base del comportamento di tutte le strutture preposte alla tutela dell'incolumità pubblica disseminate sul territorio lungo il passaggio del treno" nel fare in modo che il convoglio proseguisse il viaggio fino a Salerno, ritenendo presumibilmente che a destinazione la bomba potesse essere "disinnescata con l'abbandono del convoglio da parte dei viaggiatori e di loro le rispettive abitazioni" (e peraltro alla stazione di Salerno erano state concentrate risorse di polizia più consistenti per "accogliere" i passeggeri: v. sentenza Corte d'Assise, pagg. 243 e 245). Questa "filosofia" fu alla base delle pressioni e sollecitazioni che il capotreno, dopo aver manifestato l'intenzione di non far ripartire il treno, ricevette sia a (OMISSIS), sia a (OMISSIS), sia a (OMISSIS), come sopra descritto. E tuttavia, in nessun caso il capotreno o il dirigente della stazione ricevette un ordine di partenza, proveniente dalla competente autorità di pubblica sicurezza ed impartito, nella forma e nella sostanza, in modo tale da liberare il vettore da ogni responsabilità al riguardo, con il trasferimento di responsabilità in capo all'ordinante. La circostanza emerge dall'esame dei testi (OMISSIS), che esercitò la funzione di capotreno dalla stazione di (OMISSIS) a quella di destinazione e che, specialmente per i fatti avvenuti a (OMISSIS) ed a (OMISSIS), ha fatto riferimento, come si è visto, a suggerimenti ovvero ad un'opera di convincimento esercitata dalle forze di polizia presenti in stazione. Deve dunque concludersi che non ricorre una ipotesi di "factum principis" tale da escludere la responsabilità del vettore ferroviario, il quale in ogni occasione avrebbe potuto, nell'esercizio delle proprie prerogative (oltre che nell'osservanza delle norme regolamentari e di prudenza sopra richiamate), impedire che il treno ripartisse".
9.6. Come emerge dalla lettura della riportata motivazione (cui segue, poi, l'argomentazione circa la sussistenza dell'elemento soggettivo), il ragionamento della corte territoriale è stato il seguente: poichè il personale del convoglio aveva avuto la percezione che il treno mancava degli estintori ed ha consentito la ripartenza del treno dalla stazione di (OMISSIS) pur nella consapevolezza che si doveva attraversare una lunga galleria, tale comportamento, o meglio l'omissione dell'adozione di un comportamento di fermo del treno in quella stazione, in quanto determinativo di una situazione di moto del treno, nella quale, ove si fosse sviluppato un incendio, non sarebbe stato possibile intervenire con la ordinaria dotazione di sicurezza, rappresentata dall'estintore presente in ogni carrozza, ha svolto un rilievo concausale nella determinazione dell'evento, sebbene l'incendio fosse stato appiccato dolosamente da terzi. Il comportamento di costoro è stato ritenuto, quale causa sopravvenuta rispetto al comportamento omissivo, inidoneo ad assumere nella causazione della morte del (OMISSIS), rilievo sufficiente a determinare esso solo in via esclusiva l'evento.
Ebbene l'illustrazione del motivo prescinde dal ragionamento così effettivamente svolto dalla corte territoriale e, dunque, il motivo è per ciò solo inammissibile, in quanto non critica l'effettiva motivazione della sentenza impugnata.
Tanto è dirimente, non senza che debba osservarsi che il ragionamento, se si fosse potuto sindacare nel merito perchè attinto dal motivo, sarebbe risultato anche corretto in iure a fronte del paradigma normativo dell'articolo 41 c.p.c., comma 2.
9.7. Invero, vertendosi in tema di addebito di una condotta omissiva - realizzante, si badi, un inadempimento contrattuale, dato che la responsabilità del vettore è stata collocata su quel piano - rappresentata dal non avere fermato il treno facendolo ripartire privo di estintori di sicurezza (e, tra l'altro, ma sarebbe profilo rilevante sul successivo piano soggettivo, quando nell'immediato avrebbe dovuto attraversare una galleria lunga 10 km e con a bordo passeggeri che avevano già posto in essere gravissime condotte di violenza), il giudizio che deve compiersi per stabilire se siffatto inadempimento realizzatosi per la condotta omissiva abbia potuto essere eliso nella sua rilevanza quale concausa dell'evento dannoso, la morte del (OMISSIS), dal fatto illecito dei terzi che appiccarono il fuoco e causarono l'incendio rivelatosi esiziale, bene risulterebbe espresso dalla corte salernitana in senso negativo.
Invero, poichè nel quadro delle obbligazioni assunte dal vettore vi è quella di far viaggiare i convogli ferroviari con la dotazione di un estintore antincendio e nella specie la prosecuzione del viaggio è avvenuta nella consapevole assenza di tale dotazione, il contributo causale dell'inadempimento realizzatosi mediante l'omissione della tenuta del comportamento di "blocco" del treno alla stazione risulta evidente, perchè, fermo che se l'estintore fosse stato presente avrebbe potuto usarsi per impedire che l'incendio appiccato dai terzi producesse i suoi nefasti effetti, il giudizio controfattuale che apprezza il processo causale ipotizzando cosa sarebbe successo se il treno non fosse stato fatto partire, si risolve certamente in modo positivo, sì che bene sarebbe stato escluso che il comportamento illecito dei detti terzi avesse potuto assumere rilievo causale esclusivo.
L'illustrazione del motivo ragiona, invece, pretermettendo la contraria motivazione della decisione impugnata, nel presupposto che la ripartenza dalla stazione di (OMISSIS) fosse dipesa da un ordine rivolto al personale ferroviario dell'autorità di polizia, ma in tal modo si disinteressa dell'ampia motivazione con cui la sentenza impugnata ha escluso tale circostanza.
Ne consegue la già sopra prospettata valutazione di inammissibilità per mancanza di correlazione alla motivazione della sentenza impugnata.
10. Con il settimo motivo si fa valere "violazione e falsa applicazione dell'articolo 40 c.p., in relazione all'articolo 360 c.p.c., n. 3".
Il motivo si dilunga a sostenere che nessuna condotta rilevante ai sensi dell'articolo 40 c.p., comma 1, sarebbe stata addebitabile al personale ferroviario, in quanto impedire la ripartenza del treno spettava alle forze di polizia, che avevano il controllo del convoglio.
Ma ciò è stato espressamente escluso dalla sentenza impugnata e l'esposizione del motivo si disinteressa ancora una volta della motivazione (già sopra riportata) con cui la sentenza impugnata lo ha fatto.
Ne segue che anche tale motivo è inammissibile perchè non si correla alla motivazione.
11. In fine, con l'ottavo motivo, si denuncia "violazione e falsa applicazione dell'articolo 11 delle condizioni e tariffe per il trasporto di persone ex R.Decreto Legge n. 1948 del 1934, convertito in L. n. 911 del 1935, in relazione all'articolo 360 c.p.c., n. 3".
Il motivo è inammissibile, posto che nuovamente argomenta nella supposizione che la ripartenza del treno fosse stata ordinata dall'autorità di polizia.
12. Il ricorso principale è conclusivamente dichiarato inammissibile, stante l'inammissibilità di tutti i suoi motivi.
13. Il ricorso incidentale ha natura di impugnazione incidentale tardiva, in quanto, pur proposto ritualmente nel termine previsto per la notificazione del controricorso, risulta notificato oltre il termine c.d. lungo dalla pubblicazione della sentenza impugnata, che, al lordo della sospensione per il periodo feriale dal 1 agosto 2014 al 15 settembre 2014, cioè di 46 giorni, veniva a scadere il 22 dicembre 2014, mentre la notifica del controricorso è avvenuta il 27 gennai 2015 (dal punto di vista dei notificanti).
Ne consegue che il ricorso incidentale, stante l'inammissibilità del principale, diventa a questo punto inefficace, ai sensi dell'articolo 334 c.p.c., comma 2, sicchè non è possibile procedere all'esame dei suoi due motivi che, dunque, non occorre riferire.
14. Le spese seguono la soccombenza, che è da ascrivere alla ricorrente, giusta il principio di diritto, secondo cui: "In caso di declaratoria di inammissibilità del ricorso principale, il ricorso incidentale tardivo è inefficace ai sensi dell'articolo 334 c.p.c., comma 2, con la conseguenza che la soccombenza va riferita alla sola parte ricorrente in via principale, restando irrilevante se sul ricorso incidentale vi sarebbe stata soccombenza del controricorrente, atteso che la decisione della Corte di Cassazione non procede all'esame dell'impugnazione incidentale e dunque l'applicazione del principio di causalità con riferimento al "decisum" evidenzia che l'instaurazione del giudizio è da addebitare soltanto alla parte ricorrente principale" (Cass. n. 4074 del 2014; n. 23469 del 2014, ex multis).
Le spese si liquidano in dispositivo ai sensi del Decreto Ministeriale n. 55 del 2014.
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1-quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato articolo 13, comma 1-bis.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale ed inefficace il ricorso incidentale. Condanna la ricorrente alla rifusione a favore dei resistenti delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro cinquemilaottocento, oltre Euro duecento per esborsi, le spese generali al 15% e gli accessori come per legge. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato articolo 13, comma 1-bis.

References: sentenza 
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 Cass. 
 Cass. sez. 
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In fine
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