Source: https://massimedalpassato.it/7-ingiurie-dal-passato-vol-i-1884/
Timestamp: 2020-07-09 11:34:17+00:00

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Confesso che le decisioni in materia di ingiuria e diffamazione meriterebbero un discorso a parte, un loro apposito contenitore, tanto numerose e variegate sono.
D’altronde l’offesa è vecchia quanto la parola, e ancora oggi non passa anno che la Cassazione non aggiorni lo speciale e ideale vocabolario dei termini considerati offensivi, aggiungendone di nuovi ed eliminandone di vecchi, ormai considerati sdoganati.
E così passare in rassegna alcune vecchie, vecchissime, sentenze sul tema, è anche un modo per afferrare lo spirito del tempo e comprendere come il linguaggio e la sua percezione si siano evoluti negli anni.
Il primo caso di questa speciale rubrica nella rubrica era stato oggetto di una sentenza della Corte di Cassazione di Firenze del 1884.
Un ex caporale aveva scritto al colonnello Bruto Bruti (che sembra il nome di un cartone animato – che all’epoca non esistevano – e proprio viene da immaginarlo poco simpatico) una cartolina nella quale si lamentava di non aver ricevuto risposta ad una precedente lettera con la quale chiedeva notizie del fratello e alla quale aveva – come era in uso all’epoca – allegato un francobollo per permettere al Colonnello la risposta a zero spese.
Ebbene, in quella seconda comunicazione, l’ex caporale – Giovanni Antonio Baldo da Conegliano Veneto, che doveva essere un tipo che non la mandava a dire – aveva osato scrivere a Bruto Bruti un messaggio del seguente tenore:
« O non avete ricevuta la lettera in parola, ed allora non ho che a lagnarmi del servizio postale; o l’avete ricevuta, e in questo caso vi calcolo maleducato, e reclamo il francobollo di ritorno »
Le parole “maleducato” e la sottile insinuazione introdotta dall’imperativo “reclamo” che il Colonnello si fosse intascato il francobollo furono considerati in tutti i gradi di giudizio termini offensivi.
La sentenza poi si preoccupa di stabilire se costituisse offesa “pubblica” (e quindi punibile) quella contenuta in una cartolina, che è pur sempre una corrispondenza privata.
La sentenza applica il codice penale sardo, e solo per questo motivo vale la pena leggerla.
p.s. – Il Colonnello Bruto Bruti avrebbe fatto poi carriera, diventando prima generale e poi Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, come si legge sul sito dei carabinieri. Di Giovanni Antonio Baldo nessuna altra traccia.
Corte di Cassazione di Firenze, 23 agosto 1884
Deve ritenersi pubblica, e quindi punibile a norma dell’art. 572 cod. pen., l’ingiuria contenuta in una cartolina postale alla quale sia stato dato corso. Non eccede i limiti della imputazione la sentenza che per meglio stabilire l’animo d’ingiuriare tiene conto di alcune parole contenute nello scritto ingiurioso e non riprodotte nell’atto di citazione.
La Corte — Premesso in fatto: Che nel 17 dicembre 1883, Giovanni Antonio Baldo, ex caporale, spediva da Conegliano, luogo di suo domicilio, una cartolina postale diretta al colonnello Bruto Bruti, comandante il sesto reggimento dei bersaglieri di guarnigione in Napoli, nella quale lagnandosi di non avere ricevuta risposta ad una lettera direttagli nel mese precedente col francobollo annesso per la risposta, chiudeva colle seguenti parole: « O non avete ricevuta la lettera in parola, ed allora non ho che a lagnarmi del servizio postale; o l’avete ricevuta, e in questo caso vi calcolo maleducato, e reclamo il francobollo di ritorno ».
Che il colonnello Bruti presentava querela nell’ufficio della regia procura in Napoli, e dichiarava costituirsi, siccome si costituiva, parte civile.
Che il Baldo avanti il pretore del mandamento di Conegliano era chiamato a rispondervi del reato previsto dall’art. 572 del codice penale sardo per avere, con la cartolina postale concepita e spedita come sopra, ingiuriato il prefato colonnello collo scrivergli «che, se pensatamente non aveva risposto ad una sua lettera, lo calcolava un maleducato». Che con sentenza pretoriale 21 maggio, come debitore di ingiuria pubblica,fu il Baldo condannato nella multa di lire 51 e nelle spese.
Che appellatosi il Baldo al tribunale correzionale di Conegliano, questo, con sentenza 14 giugno,che e quella denunciata, confermò pienamente la sentenza di primo grado.
Attesochè col primo mezzo il ricorrente accusa la denunciata sentenza di violazione e falsa applicazione dell’art. 572 del codice penale sardo, perché la sentenza non si occupò, quantunque proposta, della questione concernente la ingiuria condizionata, quale appunto nel caso affermativo si ritiene essere quella contenuta nella surriferita cartolina postale, e conseguentemente non punibile.
Qualunque per altro essere potesse il risultato di questa ispezione che avesse potuto proporsi la Corte di merito, certo e che essa non poté assumerla, non risultando menomamente dal verbale che le sia stata proposta; né di questa indagine poteva ora occuparsi la Corte suprema, essendo notissimo in giurisprudenza il principio, che nel giudizio straordinario di cassazione non possono proporsi questioni non proposte nel giudizio ordinario.
Attesoché col secondo mezzo di nuovo si lamenti la violazione dello stesso art. 572, posto in rapporto non già con la legge 1 giugno 1881, come erroneamente dice il ricorrente, ma col reale decreto 9 settembre 1873, che provvede all’esecuzione della legge 23 giugno di detto anno, art. 16 (Raccolta 1873, n. 1572 serie II), perché anco ammesso che ingiuriosa fosse l’espressione, l’ingiuria non avrebbe rivestito il carattere di pubblicità, come malamente fu dalla denunciata sentenza ritenuto.
In proposito di questo rimprovero ben diceva la sentenza che pure dove occuparsene, essere stata la pubblicità della ingiuria necessaria conseguenza del mezzo, di cui il ricorrente si valse per mettersi mediante la posta in rapporto col colonnello Bruti. Imperocchè, quantunque vero che il citato art. 16 vieti severamente agli impiegati ed agenti delle poste di far conoscere alle persone, cui non sono indirizzate, il tenore ed anco il senso delle comunicazioni scritte sulle cartoline postali, e del pari ammesso dal § 1 del detto articolo, come non può essere a meno, che da dette persone le cartoline sieno osservate; anzi incombe loro l’obbligo di superficialmente osservarle, perché altrimenti resterebbe lettera morta la prescrizione che le cartoline che recassero epiteti, o qualificazioni ingiuriose, non avranno corso, e saranno comprese nei rifiuti.
Appunto e per questo che pubblica debba ritenersi l’ingiuria contenuta nella cartolina postale, non potendo evitarsi che l’ ingiuria possa essere da non pochi conosciuta appena impostata la cartolina che la contiene, considerato il passaggio che questa deve fare da una in altra mano, segnatamente, se, come nel caso, si tratti di corrispondenze dirette al comandante di un reggimento, passaggio che la cartolina deve percorrere prima che possa pervenire nelle mani del destinatario. Atteso che non ha alcun valore neppure il terzo mezzo, fondato sulla pretesa violazione degli art. 373 n. 4, e 323 n. 2 della procedura penale, inquantochè la sentenza nel confermare la reità dell’ appellante avrebbe ritenuta una circostanza non compresa nell’atto di citazione.
All’effetto di meglio stabilire nel Baldo ricorrente l’animo di ingiuriare, la denunciata sentenza tenne conto anco delle parole non riferite nell’atto di citazione, con le quali si chiudeva, come fa premesso, la cartolina postale, cioè, “e reclamo il francobollo di ritorno“; con questo apprezzamento per altro la sentenza non venne ad alterare in danno del ricorrente l’atto di citazione, né ad immutare il titolo del reato, ma soltanto volle così porre maggiormente in chiaro che lo scrivente, il quale non aveva più ragione di ricercare suo fratello, perché già quando veniva scritta la cartolina, non era più al reggimento comandato dal colonnello Bruti e trovavasi in seno alla famiglia, volle unicamente scriverla per fare contumelia al prefato colonnello o col rinfacciargli una pretesa mancanza ai doveri di civiltà per non avere risposto alla sua lettera con cui domandava notizie del fratello, o col curare la restituzione del francobollo da venti centesimi, centesimi, manifestando cosi il supposto che il colonnello volesse appropriarselo, concetti ambedue per esso oltraggiosi, e che pel ricorrente portavano alla medesima giuridica conseguenza. — Per questi motivi, rigetta ecc.
(Il Foro Italiano, vol 10, II, 77)
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Fisco, s.m.

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 art. 572
 art. 16
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 art. 16
 § 1
 art. 373
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