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Timestamp: 2019-09-17 18:53:54+00:00

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Appunti su confisca
Confisca diprevenzione e confisca allargata
L’Autore, dopo aver passato in rassegna gli istituti della confisca di prevenzione e della confisca “allargata” ex art. 12 sexies della legge n. 356/92, vale a dire gli strumenti più incisivi nell’azione statale di contrasto patrimoniale alla criminalità organizzata – cui è stato impresso un più vigoroso impulso dalle novelle legislative della recente stagione delle riforme sulla sicurezza pubblica, compendiate nel primo “pacchetto sicurezza” del 2008 e nel “collegato sicurezza del 2009” –, ne rimarca i profili differenziali, soffermandosi, infine, sui più recenti arresti della giurisprudenza di legittimità che, sebbene non ancora univoci, hanno determinato un’inversione di tendenza nell’approccio esegetico tradizionale. La valorizzazione della comune natura di misure di sicurezza patrimoniali dei due moduli ablativi e una nuova lettura giurisprudenziale del dato testuale dell’art. 2-ter della legge n. 575/65 hanno, infatti, consentito il sorgere di un’impostazione interpretativa che, ribaltando l’orientamento consolidato, tende a ritenere irrilevante, ai fini della confisca di prevenzione, la maggiore o minore risalenza temporale degli acquisti rispetto all’epoca di commissione del delitto presupposto e l’esistenza di un vincolo pertinenziale specifico e diretto tra attività illecita ed acquisizione del bene, esattamente come era stato statuito dalle Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza Montella del 2004, in materia di confisca “allargata”. Il che ha comportato intuibili difficoltà nell’approccio ermeneutico ai due istituti, da ritenere, di tal guisa, in via di sostanziale “sovrapposizione” interpretativa ed operativa. Di simili criticità si rende interprete l’Autore, il quale evidenzia le distinzioni ontologiche che hanno tradizionalmente caratterizzato i due modelli ablativi, ponendone in luce il difficoltoso isolamento esegetico che alimenta l’attualità del dibattito dottrinale.
SOMMARIO. 1.- Premessa. 2.- I moduli ablativi prevenzionali dopo le riforme sulla sicurezza pubblica: base soggettiva di operatività, poteri di impulso e Tribunale competente. 3.- Il novellato art. 2-ter della legge n. 575/65: lineamenti procedurali. 4.- La natura giuridica della confisca di prevenzione. 5.- I presupposti di operatività della confisca “allargata” ex art. 12 sexies d.l. 306/92 conv. in l. n. 356/92. 6.- I profili di affinità tra i due istituti e Cass., Sez. Un., n. 920/2004, Montella. 7.- I lineamenti differenziali “genetici” tra i due moduli ablativi. 8.- I più recenti orientamenti della giurisprudenza di legittimità. 9.- Un difficoltoso isolamento esegetico per i due istituti.
Il vigente ordinamento giuridico penale contempla, tra i più incisivi strumenti di contrasto patrimoniale alla criminalità organizzata, accanto alla confisca di prevenzione ante causam, ex art. 2-ter, co. III, l. n. 575/65, anche l’istituto della confisca “allargata” o “speciale” post delictum introdotta dal’art. 12-sexies del d.l. n. 306/92, recante “Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa”, convertito con modifiche in legge n. 356/92. Trattasi, in entrambi i casi, di moduli ablativi preposti all’apprensione di beni e patrimoni mettenti capo al soggetto responsabile di gravi illeciti penali: in materia, infatti, il legislatore ha inteso azionare in via alternativa o cumulativa sia la confisca di prevenzione sia la confisca considerata quale misura di sicurezza. A rigore, tuttavia, le analogie dovrebbero cessare qui, reggendosi i due istituti su presupposti non pienamente coincidenti.
Dalla giurisprudenza di legittimità provengono, invece, segnali sempre più concreti di tendenziale equiparazione tra i due modelli ablativi. Appare, pertanto, necessario ricostruire i più significativi lineamenti istituzionali dei due istituti al fine di comprendere la portata dei più recenti arresti giurisprudenziali.
2.- I moduli ablativi prevenzionali dopo le riforme sulla sicurezza pubblica: base soggettiva di operatività, poteri di impulso e Tribunale competente.
La materia delle misure di prevenzione patrimoniali è stata oggetto di un radicale riassetto normativo dapprima con l’entrata in vigore del cd. “pacchetto sicurezza” – introdotto con decreto legge 23 maggio 2008, n. 92, recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, convertito, con modifiche, in legge 24 luglio 2008, n. 125 –, ispirato alla finalità di adeguare, intervenendo sul dato testuale della legge n. 575/65, le forme di contrasto statale alle associazioni criminali di tipo mafioso ed alle organizzazioni antigiuridiche ad esse assimilate, alle peculiarità ed alle più moderne caratteristiche di simili compagini malavitose, quindi con l’approvazione della legge 15 luglio 2009, n. 94, recante “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” (trattasi del cd. “collegato sicurezza” o “nuovo pacchetto sicurezza”), che ha modificato persino il “titolo” della stessa legge, sostituito dal seguente: “Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere”[1]. Simili riforme appaiono ispirate dall’esigenza adeguare l’azione di contrasto statale alla natura transnazionale ed alla connotazione imprenditoriale che la criminalità organizzata, specie di tipo mafioso, tende ad assumere nell’attuale epoca della globalizzazione, al fine di proteggere l’economia pulita e di reprimere gli interessi mafiosi, che intendono condizionarla fino a compenetrarsi in essa, mediante il ricorso a moduli idonei a consentire alle istituzioni pubbliche una più duttile e agevole ablazione di beni e capitali provenienti dall’illecito[2]. Trattasi, pertanto, di intervento normativo rivestente natura marcatamente “reattiva”.
La normativa prevenzionale prevede, dunque, accanto all’intervento personale della “sorveglianza speciale di P.S.”, due moduli ablativi: il sequestro cautelare, se del caso “anticipato” con provvedimento presidenziale ex art. 2-bis, co. IV e V, della legge n. 575/65, e la successiva confisca, in cui può essere convertito dal Tribunale il primo provvedimento.
La novella ha ampliato, sul versante dei soggetti passivi, il perimetro di operatività dell’intervento ablativo prevenzionale, al ricorrere dei relativi presupposti di carattere soggettivo ed oggettivo, estendendolo altresì nei confronti di individui indiziati dei reati idonei a radicare la competenza della Direzione Distrettuale Antimafia, e cioè, oltre che nei confronti dei soggetti indiziati per i delitti di associazione di tipo mafioso ex art. 416 bis c.p., nell’ampliamento alle associazioni anche straniere, così come disposto dall’art. 1, co. I, lett. b-bis, della legge n. 125/2008 e ribadito dalla legge n. 94/2009, anche quando si tratti dei procedimenti per i delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dal citato art. 416 bis c.p. ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni ivi contemplate ex art. 7 del d.l. n. 152/91 convertito in legge n. 203/91, nonché per il delitto di associazione dedita al narcotraffico ex art. 74 d.P.R. n. 309/90, per i delitti, consumati o tentati, di cui agli artt. 416, co. VI, c.p. (associazione per delinquere dedita alla commissione di taluno dei delitti di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, tratta di persone e acquisto ed alienazione di schiavi), 600 c.p. (riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù), 601 c.p. (tratta di persone), 602 c.p. (acquisto e alienazione di schiavi) c.p. – questi ultimi delitti-fine anche isolatamente considerati –, 630 c.p. (sequestro di persona a scopo di estorsione), 291 quater d.P.R. n. 43/73 (associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri). A tanto si aggiunga che, ai sensi dell’art. 2, co. IV, della legge n. 94 del 2009, in ulteriore ampliamento delle categorie dei destinatari dell’intervento prevenzionale “qualificato”, è previsto che all’articolo 1 della legge n. 575/65 siano aggiunte, infine, le seguenti parole: “ovvero del delitto di cui all’art. 12-quinquies, comma 1, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356” (cd. “trasferimento fraudolento di valori”)[3].
Il legislatore della riforma ha, inoltre, esteso l’ambito dei soggetti legittimati alla proposta prevenzionale patrimoniale, prevedendo specifici poteri di impulso, ex art. 2 della legge n. 575/65, in capo al Procuratore nazionale antimafia, per persone dimoranti nell’intero territorio nazionale, al Procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo di distretto (Procuratore distrettuale) ove dimori la persona proposta per la misura, al Questore, competente in relazione al luogo di dimora della persona del proposto, al Direttore della Direzione investigativa antimafia. È, inoltre, previsto autonomo potere di impulso in capo al Procuratore circondariale, relativamente alle proposte nei confronti dei soggetti indiziati della commissione di delitti sintomatici di “pericolosità comune”, ai sensi dell’art. 1, nn. 1) e 2), della fondamentale legge n. 1423/56 – trattasi dei soggetti abitualmente dediti ai traffici delittuosi ovvero che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi del delitto –, nei cui confronti, dopo l’abrogazione dell’art. 14 della legge n. 55/90 che ne limitava l’ambito applicativo, è altresì oggi comunemente ammesso l’intervento ablativo[4].
Nessun problema si pone, anche all’indomani della riforma, per l’individuazione del Tribunale competente, che, ai sensi dell’art. 4, co. I, II e VI della fondamentale legge n. 1423/56, rimane quello del capoluogo di provincia in cui dimora il proposto[5].
3.- Il novellato art. 2-ter della legge n. 575/65: lineamenti procedurali.
In forza degli artt. 1 e 2-ter, co. II, della legge n. 575/65, il Tribunale, anche d’ufficio, ordina, con decreto motivato, il sequestro, in via cautelare, dei beni dei quali i soggetti indiziati di appartenere ad associazioni di tipo mafioso, alla camorra o ad altre associazioni, comunque localmente denominate, che perseguono finalità o agiscono con metodi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso, nonché, secondo le modifiche introdotte nel testo dell’art. 1 dal d.l. n. 92/2008, convertito in legge n. 125/2008, i soggetti indiziati di uno dei reati previsti dall’art. 51, co. 3 bis, c.p.p. risultino poter disporre, direttamente od indirettamente, quando il loro valore risulti sproporzionato al reddito dichiarato o all’attività economica svolta ovvero quando, sulla base di sufficienti indizi, si ha motivo di ritenere che gli stessi siano il frutto di attività illecita o ne costituiscano il reimpiego. La norma prevede, quindi, termini stringenti per la convalida collegiale, che deve avvenire entro dieci giorni, agli esiti di un riesame in camera di consiglio, pur non essendovi preclusioni alla presentazione di memorie difensive da parte degli interessati.
Il dettato normativo appena esposto fissa il vigente paradigma dell’intervento prevenzionale “qualificato”, vale a dire effettuato ai sensi della normativa antimafia e di normative a questa assimilate, così denominato per differenziarlo rispetto alle proposte prevenzionali fondate sulla pericolosità “comune”, previste dalla fondamentale legge n. 1423/56: applicazione della misura personale della sorveglianza speciale di P.S. ed obbligo di soggiorno nel comune di residenza anche senza preventivo avviso orale e applicazione della misura patrimoniale della confisca, previo sequestro cautelare dei beni provenienti dall’illecito. A norma dell’art. 2-bis, co VI bis, della legge n. 575/65, è oggi ammessa l’applicazione disgiunta della misura di prevenzione patrimoniale rispetto a quella personale anche indipendentemente dall’attualità della pericolosità sociale del proposto.
Per l’applicazione della misura prevenzionale personale “qualificata” è, dunque, richiesto al Collegio un giudizio ad inferenza probabilistica in ordine all’appartenenza del proposto all’organizzazione di tipo mafioso, risultando sufficiente, in tal senso, l’esistenza di meri indizi fattuali idonei a supportare, in termini di ragionevole probabilità, simile delibazione per la quale non è necessario un giudizio da compiersi in termini di assoluta certezza o di elevata probabilità[6].
Ai fini dell’adozione della misura patrimoniale cautelare del sequestro, una volta accertata, sulla base di “elementi di fatto”, la sussistenza dei presupposti di carattere soggettivo – e cioè: esistenza del sodalizio o del reato tipico; indizi idonei a fondare l’appartenenza del proposto al sodalizio predetto ovvero la commissione del delitto tipico previsto dalla norma; attitudine del proposto al delitto, tradizionalmente intesa quale pericolosità “qualificata” del predetto, anche ove nei suoi confronti non sia stata raggiunta la prova di reità –, occorre, altresì, accertare, relativamente ai beni in esame, il ricorrere dei presupposti di carattere oggettivo: vale a dire la disponibilità, diretta od indiretta, dei beni in capo al proposto; la sproporzione tra il valore dei beni ed i redditi dichiarati o l’attività svolta; il ricorrere di sufficienti indizi idonei a lasciar ritenere che tali beni siano essi stessi il frutto dell’attività illecita ovvero ne costituiscano il reimpiego.
Alla fase cautelare segue la verifica in sede di udienza camerale, nel corso della quale, nel contraddittorio delle parti, è possibile offrire al Collegio tesi ed allegazioni difensive che, se idonee, possono impedire, in tutto od in parte, l’adozione del provvedimento di confisca e consentire la restituzione in favore dell’avente diritto dei beni in sequestro. L’accertamento di fondatezza della proposta deve essere effettuato sulla scorta degli elementi offerti dall’organo che ha proposto il sequestro cautelare ovvero acquisiti attraverso l’eventuale ricorso ai poteri officiosi di indagine che l’art. 2-ter, co. I, della legge n. 575/65 riserva al Tribunale, tenuto conto delle contrarie allegazioni difensive.
Ove la proposta risulti fondata, a norma del novellato art. 2-ter, co. III, della legge n. 575/65, “con l’applicazione della misura di prevenzione il tribunale dispone la confisca dei beni sequestrati (il testo previgente recitava: “dei quali non sia stata dimostrata la legittima provenienza”; n.d.e.) di cui la persona, nei cui confronti è instaurato il procedimento, non possa giustificare la legittima provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulti essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito, dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o alla propria attività economica, nonché dei beni che risultino essere frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego”. In proposito, va precisato che, quanto al concetto di titolarità dei beni, non pare dubbio che con esso si faccia riferimento ad uno qualsiasi dei diritti reali su beni immobili, mobili e registrati, mentre, quanto al concetto di disponibilità, esso indica la titolarità della cosa da un punto di vista effettivo e non formale, vale a dire la possibilità per il soggetto di determinare la destinazione o l’impiego del bene. Pertanto, nella nozione in parola è riconducibile, in concreto, una gamma variegata di situazioni di fatto che si estendono dal diritto di proprietà sino alla mera soggezione del bene rispetto al potere del proposto, anche mediante intestazione fittizia a terzi[7].
Sul punto, appare opportuno precisare che, in ogni caso, il sequestro e, soprattutto, la successiva confisca di prevenzione non potranno colpire indiscriminatamente tutti i beni complessivamente imputabili ad un soggetto del quale sia stata accertata la pericolosità sociale: se la legge richiede i sufficienti indizi con riferimento al solo sequestro, ai fini della confisca il novellato testo normativo richiede, più incisivamente, che risultino o la sproporzione tra il valore del bene ed il reddito dichiarato o l’attività economica svolta ovvero la derivazione del bene, quale frutto o reimpiego, da attività illecite, il che sembra indicare la necessità dell’accertamento dell’origine illecita del bene, richiedendosi quantomeno la “prova indiziaria”, il cui contenuto viene ancorato ai parametri di gravità, precisione e concordanza scanditi dal’art. 192 c.p.p. È, in ogni caso, demandata al giudice l’indagine sul nesso tra la condotta o, in senso più ampio, l’attività illecita svolta dal proposto e l’uso o l’acquisto del singolo bene, ritenendosi, comunque, sufficiente, ai fini della confisca, che l’accusa faccia emergere una serie di circostanze concrete, tali da dare vita ad una prova indiziaria, dalle quali venga in luce l’origine illecita del bene e che venga, altresì, in rilievo la mancanza di giustificazione alternativa in ordine alla provenienza dello stesso bene[8].
4.- La natura giuridica della confisca di prevenzione.
Rileva il più autorevole insegnamento della Corte di legittimità, espresso in Cass., Sez. Un., n. 18 del 17.7.1996 (c.c. 3.7.1996), P.G. in proc. Simonelli ed altri[9], come la confisca di prevenzione non abbia né il carattere sanzionatorio di natura penale, né quello di un provvedimento di prevenzione in senso stretto, ma vada ricondotta nell’ambito di quel tertium genus costituito da una sanzione amministrativa, equiparabile, quanto al contenuto e agli effetti, alla misura di sicurezza prevista dall’art. 240, co. II, c.p., applicata, per scelta insindacabile del legislatore, nell’ambito dell’autonomo procedimento di prevenzione previsto e disciplinato dalla legge n. 575/65. Ne deriva che la confisca dei beni rientranti nella disponibilità di soggetto proposto per l’applicazione di una misura di prevenzione personale – una volta che siano stati accertati i presupposti di pericolosità qualificata del soggetto stesso, nel senso della sua appartenenza a un’associazione di tipo mafioso e della indimostrata legittima provenienza dei beni confiscati – non viene meno a seguito della morte del proposto, intervenuta prima della definitività del provvedimento di prevenzione.
Più specificatamente, osservano le Sezioni Unite come la ratio dell’istituto della confisca, applicabile, nell’ambito del procedimento prevenzionale, quale misura di sicurezza patrimoniale, cui risulta equiparabile quanto al contenuto ed agli effetti, sia assimilabile, sebbene in un ambito di estensione non identico, a quella propria delle ipotesi di confisca obbligatoria previste dall’art. 240, co. II, nn. 1) e 2), c.p. che si connotano per la oggettiva inerenza della pericolosità al bene e la conseguente obbligatorietà dell’ablazione persino in caso di proscioglimento, qualunque sia la formula adottata, ai sensi dell’art. 205 c.p. La confisca, pertanto, essendo applicabile anche prescindendo dall’accertamento di una specifica responsabilità penale, rimane soggetta, secondo la tesi delle Sezioni Unite, al solo principio di legalità, sancito, per le misure di sicurezza, dall’art. 25, co. III, Cost., imponendosi, in ogni caso, che il provvedimento sia espressamente previsto da una norma di legge [10].
L’insegnamento è stato meglio esplicitato circa un anno più tardi dalla prima sezione penale della Suprema Corte – il principio è espresso in Cass., sez. I, n. 6379 del 26.1.1998 (c.c. 13.11.1997), P.M. in proc. Di MARTINO ed altri –, la quale ha rimarcato che, in sede di procedimento prevenzionale “qualificato”, il decesso della persona sottoposta a misura di prevenzione, una volta accertata la sua organicità ad un sodalizio di stampo mafioso e rimasta indimostrata la provenienza legittima dei beni, non fa venir meno la predetta misura, atteso che le finalità perseguite dal legislatore non prescindono dalla preesistenza del soggetto e neppure possono ritenersi necessariamente legate alla sua permanenza in vita. Infatti, il fine perseguito a mezzo della normativa antimafia in tema di misure di prevenzione patrimoniali è quello di eliminare dal circuito economico beni rientranti nella disponibilità di un soggetto collegato con un’organizzazione criminale di stampo mafioso e connotati dal requisito della presunta illecita acquisizione, in modo tale da impedire la riproducibilità, mediante uso diretto ovvero reinvestimento dei medesimi, di ricchezza inquinata all’origine, di guisa che i beni assoggettati a confisca finiscono con l’essere oggettivamente pericolosi di per sé, a prescindere dall’eventuale decesso del soggetto sottoposto a misura di prevenzione personale, in quanto strumento di sviluppo dell’organizzazione mafiosa e dei suoi membri.
Muovendo da simili coordinate ermeneutiche, la Suprema Corte è, quindi, pervenuta a ritenere obbligatoria – accertati sempre i presupposti di pericolosità qualificata del soggetto sottoposto a misura prevenzionale e di indimostrata legittima provenienza dei beni a lui riconducibili – l’applicazione della confisca, benché tale risultato possa conseguire solo all’intervenuta definitività del provvedimento ablativo prevenzionale, anche ove disposta nei confronti di persona che si era vista revocare la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di P.S. per esserne cessata la pericolosità sociale in seguito alla sua ammissione a programma di protezione dei collaboratori di giustizia, rimanendo ferma la finalità della confisca prevenzionale, insita nella sua stessa ratio di sanzione amministrativa intesa a sottrarre definitivamente i beni di provenienza illecita dal circuito economico originario per inserirli in altro contesto, libero da condizionamenti criminali di sorta e, dunque, rimanendo indenne l’ablazione di detti beni da qualsivoglia effetto risolutivo discendente dal venir meno della pericolosità del sottoposto ovvero dal suo decesso (in termini Cass., sez. II, n. 12541 del 14.2.1997, Nobile ed altri)[11].
Ogni problema esegetico risulta oggi risolto dalla formulazione testuale del nuovo art. 2-bis, co. VI bis, della legge n. 575/65, che recependo l’insegnamento del giudice di legittimità, prevede espressamente che le misure patrimoniali possono essere applicate anche in caso di morte del proposto.
5.- I presupposti di operatività della confisca “allargata” ex art. 12 sexies d.l. 306/92 conv. in l. n. 356/92.
Ai sensi dell’art. 12-sexies del d.l. n. 306/92, quale recepito nella legge di conversione n. 356/92, è sempre disposta la confisca da parte del giudice di merito[12] – ed è, dunque ammesso, in via cautelare, il sequestro preventivo – del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il condannato, anche in seguito ad applicazione della pena su richiesta a norma dell’art. 444 c.p.p., per taluni reati previsti dalla legge non può giustificare la provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulta essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato rispetto al proprio reddito dichiarato o alla propria attività economica. La intuibile ratio di detta previsione normativa si rinviene nella presunzione iuris tantum del legislatore che un soggetto abitualmente dedito a traffici delittuosi di spiccato allarme sociale e particolarmente lucrosi, abbia potuto investire i proventi illeciti accumulati nell’acquisto a titolo oneroso di beni rientranti nella sua diretta disponibilità e, dunque, suscettibili di confisca.
I reati per i quali è prevista tale sanzione accessoria, in seguito ai ripetuti interventi novellatori del legislatore, spaziano dai delitti di associazione per delinquere dedita alla riduzione in schiavitù o tratta di esseri umani, associazione di tipo mafioso ovvero delitti commessi in presenza della circostanza aggravante mafiosa ad effetto speciale ex art. 7 l. 203/91, riduzione o mantenimento in schiavitù, tratta di persone, acquisto e alienazione di schiavi, estorsione, sequestro di persona a scopo di estorsione, usura, ricettazione, salvo ipotesi di particolare tenuità, riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, trasferimento fraudolento di valori, associazione dedita al narcotraffico ex art. 74 d.P.R. n. 309/90, ai reati inerenti gli stupefacenti di cui all’art. 73 d.P.R. n. 309/90, salvo l’ipotesi di lieve entità ex co. V, contrabbando aggravato ex art. 295, co. II, d.P.R. n. 43/73 fino ai delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale[13] e, da ultimo, a gravi delitti contro la Pubblica Amministrazione, tra i quali il peculato, la malversazione in danno dello Stato, la concussione o la corruzione[14]. La novella del 2008 ha inciso ulteriormente sul tessuto della norma, pervero già emendato in sin troppe circostanze, introducendovi i commi 2-ter, riguardante l’esperibilità di una forma di confisca “per equivalente” in caso di impossibilità dell’intervento ablativo ordinario, e 2-quater, che estende l’applicabilità al caso di specie delle norme di cui agli artt. 2-novies, 2-decies e 2-undecies della legge n. 575/65, relative alla devoluzione allo Stato ed alla destinazione ed assegnazione dei beni confiscati, sinora previste, in seguito all’intervento interpolatorio dell’art. 1, co. 220, lett. a), della legge n. 296/2006, recante la “legge finanziaria 2007”, solo in caso di confisca per taluno dei delitti contro la P.A. predetti[15].
Da ultimo, la legge n. 94/2009 ha modificato ulteriormente il dato testuale dell’art. 12-sexies del d.l. n. 306/92, ampliando le fattispecie di confisca per equivalente ed agganciandosi, per quanto riguarda l’esecuzione e la gestione dei beni in sequestro, alle norme dettate in materia di prevenzione.
6. I profili di affinità tra i due istituti e Cass., Sez. Un., n. 920/2004, Montella.
Certamente innegabili appaiono le affinità intercorrenti tra i due istituti, sebbene tradizionalmente differenziati, perché la confisca antimafia è sempre stata vista, sia in dottrina che in giurisprudenza, come intervento ablativo ante causam, fondato, secondo il testo della norma previgente alla recente novella, sul difetto di dimostrazione della legittima provenienza dei beni da parte di soggetti indiziati di appartenenza a sodalizi di tipo mafioso od a questi assimilabili e, per tale ragione, socialmente pericolosi, mentre la confisca “allargata” ex art. 12-sexies del d.l. n. 306/92 si connotava dalle origini quale intervento ablativo post delictum, scevro da valutazioni di sorta circa l’attitudine criminale del reo e fondato sulla sproporzione tra capacità reddituale del condannato e valore del bene, nonché sulla circostanza che il condannato non potesse giustificarne la provenienza, operando nei suoi confronti una presunzione legislativa iuris tantum di derivazione illecita[16]. In dottrina, peraltro, non si era mancato di rilevare come l’elemento, apparentemente comune ad entrambi i modelli di confisca, della sproporzione, in sé neutro, giacché ipoteticamente riferibile ad una pluralità di evenienze, acquisisse valenza probatoria significante, in sede di confisca prevenzionale, se ed in quanto posto in connessione con lo status di indiziato di appartenenza ad associazione di tipo mafioso del proposto: solo in tal caso la sproporzione diviene sintomatica di un vizio genetico o funzionale della disponibilità patrimoniale, di una sua scaturigine dall’attività illecita[17].
Inoltre, al pari di quanto affermato dalle Sezioni Unite della Suprema Corte in materia di confisca di prevenzione ex lege n. 575/65, la giurisprudenza, nonostante talune riserve della dottrina, muovendo dall’esclusione di necessità di collegamento pertinenziale alcuno tra beni ablati e specifico delitto presupposto, riconduceva la natura della confisca ex art. 12-sexies l. 356/92 nel novero delle misure di sicurezza patrimoniali, quantunque atipiche[18].
In particolare, intervenendo proprio sulla tematica della confisca ex art. 12-sexies d.l. n. 306/’92, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione – con la celebre sentenza n. 920 del 19.1.2004 (c.c. 17.12.2003), MONTELLA – avevano avuto modo di rimarcare come detta forma di confisca conseguisse a condanna per uno dei reati tipici, allorché risulti provata l’esistenza di una sproporzione tra il reddito dichiarato dal condannato o i proventi della sua attività economica e il valore economico dei beni da confiscare e non risulti una giustificazione credibile circa la provenienza di essi, di talché, essendo irrilevante il requisito della pertinenzialità del bene rispetto al reato per cui si è proceduto, la confisca dei singoli beni non è esclusa per il fatto che essi siano stati acquisiti in epoca anteriore o successiva al reato per cui è intervenuta condanna ovvero perché il loro valore superi il provento del medesimo reato.
Muovendo dalle descritte coordinate esegetiche e probabilmente sopravvalutando i profili di affinità tra i due istituti, ribaditi anche a cura delle Sezioni Unite della Corte nella sentenza n. 29022 del 17.7.2001 (c.c. 30.5.2001), DEROUACH, un filone giurisprudenziale – riflesso nell’interpretazione, resa specie da parte di taluni giudici di merito[19], del principio espresso, sia pure incidentalmente, in Cass., sez. II, n. 10455 del 16.3.2005 (c.c. 17.2.2005), SBEGLIA ed altri, ed, in qualche maniera, ripreso, pressoché contestualmente, da Cass., sez. II, n. 10456 di pari data, Saraceno, secondo cui “…la situazione, delineata dall’art. 12 sexies, d.l. 8.6.92, n. 306, è del tutto analoga a quella dell’art. 2-ter, comma 3, l. 31.5.’65, n. 575… entrambe peraltro dettate in tema di contrasto alla criminalità mafiosa[20] – aveva finito per estendere tralaticiamente l’applicabilità, anche nel procedimento di prevenzione patrimoniale, dei principi enunciati, in materia di confisca “allargata” ex art. 12-sexies del d.l. n. 306/’92, nella menzionata sentenza MONTELLA. I due istituti venivano a presentare, d’altronde, comune natura di misure di sicurezza atipiche con funzione dissuasiva.
Eppure, l’esistenza di parallelismi ed affinità tra i due istituti apparentemente “gemelli” non può automaticamente significare identità o piena coincidenza tra i medesimi.
7.- I lineamenti differenziali “genetici” tra i due moduli ablativi.
Sennonché, l’esistenza di innegabili parallelismi ed affinità tra i due istituti apparentemente “gemelli” non può automaticamente significare identità o piena coincidenza tra i medesimi.
I proposito, appare opportuno rilevare l’esistenza di un primo profilo differenziale in ordine al requisito della pertinenzialità.
In tema di confisca “allargata” ex 12-sexies, detto intervento ablativo, secondo quanto ribadito anche nella citata sentenza MONTELLA delle Sezioni Unite della Suprema Corte, discende dalla condanna per la commissione di uno dei reati tipici, sempre che ricorra il requisito della sproporzione tra capacità reddituale del reo e valore del bene e sempre che questi non sia in grado di giustificare la provenienza lecita della res ablata, senza che occorrano ulteriori accertamenti circa l’attitudine criminale del titolare del bene od il collegamento pertinenziale tra res ablata e reato commesso. Vi è, cioè, pericolosità presente, direttamente riflessa nella irrogazione della sentenza di condanna, e detta pericolosità, come già ribadito, non è in alcun modo esclusa dalla risalenza temporale dell’acquisto dei beni.
In materia di confisca prevenzionale antimafia ex lege n. 575/65, invece, il legislatore intende sanzionare la stessa disponibilità di beni di provenienza illecita in capo all’indiziato di commissione del delitto previsto dall’art. 416 bis c.p. e delitti a questo assimilati. Si configura, cioè, un vincolo più stringente tra proposto e reato tipico presupposto.
Un secondo profilo differenziale attiene, invece, al momento processuale.
Al fine di pervenire al risultato ablatorio della confisca antimafia, l’impianto della legge n. 575/65 richiede, più rigorosamente di quanto non avvenga nel paradigma processuale della confisca “allargata” ex 12 sexies, una doppia “prova”: in primo luogo, la dimostrazione dell’esistenza di indizi di carattere soggettivo in ordine all’adesione del proposto ad un’associazione di tipo mafioso od a sodalizi a questa assimilati; in secondo luogo, la dimostrazione dell’esistenza di indizi di carattere oggettivo, in quanto specificamente inerenti a ciascun bene in sequestro, idonei a far ritenere che detto bene sia frutto di attività illecite o ne costituisca il reimpiego, ma anche idonei a confortare la compatibilità temporale dell’acquisto di ciascun bene illecito con la predetta pericolosità sociale del proposto e, cioè, a far ragionevolmente ritenere che i beni da confiscare siano entrati nella disponibilità del proposto non già anteriormente, bensì successivamente od almeno contestualmente al suo inserimento nelle maglie endoassociative[21]. Ed infatti, lungo tali direttive temporali potrebbe, ad esempio, fornire adeguate giustificazioni il proposto sotto la vigenza del novellato art. 2-ter, co. III, della legge n. 575/65.
Identica impostazione appare, peraltro, seguire una recente pronuncia della Suprema Corte – trattasi di Cass., sez. V, n. 3413 del 22.1.2008 (c.c. 12.12.2007), GIAMMARCO e MINEO – che ha ribadito la necessità, in tema di misure di prevenzione patrimoniali, di “verificare la necessaria relazione di connessione temporale tra la pericolosità del proposto e l’acquisizione dei beni oggetto del provvedimento ablativo”, unitamente al nesso pertinenziale intercorrente tra beni in sequestro e piattaforma indiziaria posta alla base della misura di prevenzione personale, non potendosi ritenere legittima la confisca di beni entrati nel patrimonio dell’indiziato di adesione ad un sodalizio mafioso in epoca in alcun modo riconducibile a quella della accertata pericolosità dello stesso.
Trattasi, comunque, di tesi non pienamente condivisa da parte di taluni orientamenti della giurisprudenza di merito[22] e di alcuni autori che, senza nulla eccepire con riferimento ad acquisti avvenuti in epoca significativamente risalente rispetto all’ingresso del proposto nelle maglie associative, valorizzano, in senso contrario, l’autonomia della previsione normativa del requisito della accertata sproporzione tra redditi dichiarati e valore del bene, ex art. 2-ter della legge n. 575/65, rispetto al requisito del momento dell’acquisizione del bene medesimo, ritenuto non presente nelle coordinate normative di riferimento[23].
8.- I più recenti orientamenti della giurisprudenza di legittimità.
Va, tuttavia, rilevata la tendenza della più recente giurisprudenza di legittimità, quantunque attestata su orientamento non univoco, a rimodulare i presupposti di operatività della confisca di prevenzione sul modello della confisca “allargata” o “speciale” ex art. 12 sexies d.l. n. 306/92, prescindendo dalla valorizzazione della maggiore o minore risalenza temporale dell’acquisto del bene, principio, peraltro, non codificato nell’art. 2-ter della legge n. 575/65.
Il riferimento è, in particolare, a Cass., sez. II, n. 21717 del 29.5.2008 (c.c. 8.4.2008), FAILLA e altro, alla cui stregua “in tema di misure di prevenzione antimafia, sono sequestrabili e confiscabili anche i beni acquisiti dal proposto, direttamente o indirettamente, in epoca antecedente a quella a cui si riferisce l’accertamento della pericolosità, perché l’unico presupposto di legge per l’adozione dei provvedimenti di sequestro e confisca è l’inizio di un procedimento d’applicazione di misura di prevenzione personale nei confronti di persona pericolosa che disponga di beni in misura sproporzionata rispetto al reddito, e di cui non sia provata la legittima provenienza”.
Detta impostazione ermeneutica risulta sostanzialmente recepita, in seguito, da Cass., sez. II, n. 25558 del 18.6.2009 (c.c. 16.4.2009), Di SALVO, che ne fa discendere le descritte conseguenze dalla natura di misura di sicurezza atipica della confisca prevenzionale, in quanto tale caratterizzata dalla preminente funzione di togliere dalla circolazione quei beni che, al di là del dato temporale, sono stati acquisiti al patrimonio del prevenuto in modo illecito. Né, più di recente, pare discostarsi da simile arresto Cass., sez. I, n. 35175 dell’11.9.2009 (c.c. 4.6.2009), SICOLO ed altri, alla cui stregua è da ritenere legittima la confisca di beni acquistati dal sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di P.S. anche prima dell’inizio della sua appartenenza all’associazione mafiosa, in quanto la norma dell’art. 2-ter della legge n. 575/65, nei limiti della ragionevolezza, non obbliga alla correlazione temporale con la contestazione associativa per i beni di cui la persona non possa giustificare la legittima provenienza e disponga in valore sproporzionato rispetto al proprio reddito.
Trattasi di tendenza interpretativa sempre più accentuata della giurisprudenza di legittimità che pare assottigliare sempre più i profili differenziali tra i due moduli ablativi “gemelli”.
9.- Un difficoltoso isolamento esegetico per i due istituti.
L’intervento novellatore del legislatore del 2008, peraltro, non pare essersi orientato nella direzione della individuazione di un più rigido solco di demarcazione tra i due istituti “gemelli”.
Se nessuna modifica legislativa ha riguardato l’art. 2-ter, co. II, della legge n. 575/65, che prevede i presupposti per l’adozione, in via cautelare, del sequestro, a ben guardare la novella del 2008, a parte i già esposti interventi interpolatori sul tessuto dell’art. 12-sexies della legge n. 356/92, ha, invece, inciso sul testo del previgente art. 2-ter, co. III, della legge n. 575/65, nella parte in cui prevedeva che “con l’applicazione della misura di prevenzione il tribunale dispone la confisca dei beni sequestrati (dei quali non sia stata dimostrata la legittima provenienza)”, sopprimendo l’inciso riportato tra parentesi e sostituendolo con la più articolata previsione “…di cui la persona, nei cui confronti è instaurato il procedimento, non possa giustificare la legittima provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulti essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito, dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o alla propria attività economica, nonché dei beni che risultino essere frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego”.
Trattasi di autentico intervento di chirurgia legislativa che, se apparentemente introduce innovazioni solo formali nella dinamica prevenzionale, sotto il profilo esegetico e sotto quello processuale viene a determinare significative ragioni di riflessione critica.
Sul piano testuale appare, infatti, evidente come la novella del 2008, nel fare riferimento, quale destinatario della confisca prevenzionale, alla persona che “non possa giustificare la legittima provenienza” dei beni ed alla circostanza del risultare questa “titolare o avere la disponibilità, a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito, dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o alla propria attività economica” dei beni medesimi, riecheggi sin quasi al plagio, la lettera dell’art. 12-sexies, co. I, del d.l. n. 306/92 alla cui formulazione rimane estraneo il solo inciso riguardante i “beni che risultino essere frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego”.
Sotto il profilo logico e, soprattutto, sul piano processuale, lo spirito della novella, inoltre, introduce, un ulteriore elemento già presente nel testo dell’art. 12-sexies della legge n. 356/92: il passaggio dalla più ampia previsione di intervento ablativo prevenzionale sui beni sequestrati “dei quali non sia stata dimostrata la legittima provenienza”, a quella, più stringente, che legittima siffatto intervento sui beni di cui il proposto “non possa giustificare la legittima provenienza” ha dato la stura ad interpretazioni dottrinali della novella che ravvisano l’introduzione, anche in materia di confisca di prevenzione, di quella presunzione legislativa iuris tantum di illecita provenienza dei beni da confiscare che già connotava, e distingueva rispetto all’istituto prevenzionale “gemello”, la confisca “allargata” prevista dall’art. 12-sexies del d.l. n. 306/92[24].
Il che, anche alla luce della più recenti opzioni ermeneutiche della Corte di legittimità, non agevola l’isolamento esegetico dei pur significativi profili differenziali intercorrenti tra i due istituti.
[1] Nella pubblicistica che maggiormente ha approfondito la recente riforma delle misure di prevenzione patrimoniali si segnalano, in particolare, CASSANO (a cura di), Le misure di prevenzione patrimoniali dopo il “pacchetto sicurezza”, Roma, 2009; MAZZA-VIGANO’, Il “pacchetto sicurezza”, Torino, 2009; MATTENCINI, Modifiche in tema di prevenzione antimafia e di confisca ex art. 12 sexies legge n. 356 del 1992 in AA.VV., Sistema Penale e sicurezza pubblica, commento alla legge 24 luglio 2008 n. 125, Bari, 2008; nonché, da ultimo, ABBATTISTA-MONTARULI-POLIGNANO, I reati associativi e gli strumenti di contrasto patrimoniale alla criminalità organizzata, Torino, 2010. Tra i “classici” in materia occorre, poi, doverosamente citare MOLINARI-PAPADIA, Le misure di prevenzione nella legge fondamentale e nelle leggi antimafia, Milano, 2002; GUERRINI-MAZZA-RIONDATO, Le misure di prevenzione, profili sostanziali e processuali, Padova 2004; MANGIONE, La misura di prevenzione patrimoniale tra dogmatica e politica criminale, Padova, 2001; CASSANO, Misure di prevenzione patrimoniali e amministrazione dei beni, Milano, 1998; FIANDACA, Misure di prevenzione (profili sostanziali), in Dig. disc. pen., Torino, 1994.
[2] Si legge, infatti, nei lavori preparatori della riforma del 2008, che la novella legislativa persegue l’obiettivo di porre rimedio alla ritenuta obsolescenza della normativa prevenzionale inglobante le fondamenta positive delle tradizionali metodologie di aggressione dei beni mafiosi ed alle sue difficoltà operative, ritenute elemento determinante del “profondo senso di insicurezza e timore” che attanaglia la popolazione italiana nel presente momento storico. In termini la relazione introduttiva al disegno di legge di conversione del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, comunicato alla Presidenza del Senato il 26 maggio 2008, in Atti parlamentari, Senato della Repubblica, n. 692 - XVI legislatura, disegni di legge e relazioni, documenti, 3.
[3] Le altre novità più rilevanti introdotte ad opera della legge n. 94/2009 si possono così riassumere: 1) conferimento, ex art. 2, co. VI, del potere di richiesta di sequestro anticipato e dello svolgimento di indagini in capo al Direttore della D.I.A., nonché della competenza all’avvio di indagini patrimoniali nei confronti dei destinatari della legge n. 575/’65, oltre che in capo al Questore ed al Direttore della D.I.A., al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale del capoluogo del distretto; 2) estensione, ex art. 2, co. X, che sostituisce l’art. 2-quater della legge n. 575/1965, delle modalità di esecuzione del sequestro preventivo, come disciplinate dall’art. 104 disp. att. c.p.p., al sequestro di prevenzione; 3) radicale modifica, ex art. 2, co. da XI a XVII, della disciplina di conservazione ed amministrazione dei beni sequestrati nel procedimento prevenzionale; 4) affidamento in custodia giudiziale da parte dell’A.G. – previo parere favorevole dell’amministratore giudiziario –, ex art. 2, co. XVIII, dei beni mobili registrati sottoposti a sequestro nell’ambito dei procedimenti prevenzionali antimafia agli organi di polizia, anche per le esigenze di polizia giudiziaria; 5) sganciamento, ex art. 2, co. XXII, del preliminare vaglio di pericolosità sociale del proposto all’epoca della richiesta rispetto all’applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali.
[4] In termini, ex plurimis, Cass., sez. I, n. 6000/2009, Ausilio; Cass., sez. II, n. 33597/2009, P.G. in proc. MONTICELLI; nonché, da ultimo, sia pure in via incidentale, Cass., Sez. Un., n. 13426/2010, CAGNAZZO e altri.
[5] Ai fini della determinazione del concetto di dimora del proposto, rilevante per l’individuazione del Tribunale territorialmente competente all’applicazione delle misure di prevenzione, occorre avere riguardo non già alla angusta nozione civilistica del termine, ma ai presupposti ed agli scopi della legge n. 1423/’56 e della legge n. 575/’65, che sono rapportati alla pericolosità sociale del proposto ed al luogo in cui essa si manifesta: sicché per dimora deve intendersi, ai fini prevenzionali, il luogo in cui il soggetto proposto ha tenuto comportamenti sintomatici di tale sua pericolosità, traendo vantaggi per la propria attività (in tal senso, ex plurimis, Cass., sez. I, 5.2.1993, CIANCIMINO; Cass., sez. VI, 16.3.1999, GRANDE). Nel caso di persona indiziata di appartenenza ad una associazione mafiosa deve, dunque, farsi riferimento al luogo in cui l’associazione opera – e, cioè, esplica in modo prevalente la propria attività illecita, manifestando la forza di intimidazione che le è propria – e dove si manifesta, quindi, la pericolosità del soggetto (in tal senso Cass., sez. I, n. 559 del 17.3.1982, BENIGNO).
[6] In tal senso Cass., sez. I, n. 3191 del 12.9.1992 (c.c. 3.7.1992), BARBARO.
[7] In termini Cass., sez. V, n. 1520 del 6.4.2000 (c.c. 17.3.2000), CANNELLA.
[8] In concreto, l’insegnamento della Corte di legittimità precisa che, essendo mirata la confisca a sottrarre alla disponibilità dell’indiziato di appartenenza a sodalizi di tipo mafioso tutti i beni che derivino da attività illecite o che dell’illecito costituiscano il reimpiego, non ha pregio distinguere se tutte le attività illecite poste a monte dell’intervento ablativo siano o meno di tipo mafioso e, quindi, non riveste rilievo, nel provvedimento di carattere ablativo, l’assenza di motivazione in ordine al nesso causale tra la presunta condotta mafiosa ed il profitto illecito, ritenendosi sufficiente la dimostrazione della illecita provenienza dei beni confiscati, qualunque essa sia, ivi compresa l’evasione fiscale, particolare che assume estrema rilevanza specie con riferimento al profilo del reimpiego dei proventi dell’illecito: appare, peraltro, evidente come, a causa dell’indeterminatezza ed indeterminabilità dell’imponibile evaso, oltre che in ragione della rilevanza penale perdurante dell’evasione fiscale, l’eventuale allegazione difensiva in ordine all’acquisto dei beni con proventi derivanti dall’evasione (e, dunque, l’allegazione riguardante il relativo reimpiego) non potrà essere in alcun modo valutata quale dimostrazione (o giustificazione) della provenienza legittima del denaro impiegato per l’acquisto (cfr. Cass., sez. VI, n. 30131 del 24.7.2007, FRANGIAMORE e altri). Nello stesso senso, la Corte ha ribadito l’irrilevanza della circostanza che nel provvedimento ablativo manchi la motivazione in ordine al nesso causale fra presunta condotta mafiosa e illecito profitto, essendo sufficiente la dimostrazione dell’illecita provenienza dei beni confiscati, qualunque essa sia (cfr. Cass., sez. VI, n. 950 del 6.7.1999, RIELA e altri). Al riguardo, non si è mancato di rimarcare la peculiarità, strettamente discendente dall’autonomia intercorrente tra processo penale di merito e procedimento prevenzionale e dalle rispettive, ed altrettanto distinte, finalità, di un sistema in cui indizi ritenuti sicuramente insufficienti a soddisfare la condizione di colpevolezza nel giudizio di merito possono essere ritenuti ampiamente validi ad integrare il minore standard probatorio richiesto in sede di giudizio prevenzionale, mentre, di converso, soggetti indiziati che siano stati assolti dal giudice penale per non essere stata raggiunta certezza in ordine all’affermazione della loro responsabilità penale in ordine a taluni dei reati indicati dal menzionato art. 51, co. 3 bis, c.p.p., possono divenire destinatari di provvedimenti applicativi di misure prevenzionali. Sul punto, peraltro, la giurisprudenza ha avuto modo di ribadire che “in tema di applicazione delle misure di prevenzione la pericolosità sociale può essere desunta anche da indizi che, pur non essendo idonei a sfociare in una sentenza di condanna per un determinato reato, possono comunque essere utilizzati, unitamente ad altri indizi, al fine della formazione del convincimento in ordine alla sussistenza della pericolosità; invero, il quadro indiziario ben può ritenersi sussistente anche se non ha superato la soglia della concludenza e non ha quindi consentito di pervenire ad un giudizio di certezza sulla responsabilità penale” (in termini Cass., sez. I, 7.4.1994, n. 1575, SORGIOVANNI).
[9] In Foro. it., 1997, 1, II, 18.
[10] L’insegnamento è stato ribadito ed ancor più efficacemente esplicitato successivamente da Cass., sez. I, n. 6379 del 26.1.1998 (c.c. 13.11.1997), P.M. in proc. Di MARTINO ed altri, la quale ha rimarcato che, in sede di procedimento prevenzionale “qualificato”, il decesso della persona sottoposta a misura di prevenzione, una volta accertata la sua organicità ad un sodalizio di stampo mafioso e rimasta indimostrata la provenienza legittima dei beni, non fa venir meno la predetta misura, atteso che le finalità perseguite dal legislatore non prescindono dalla preesistenza del soggetto e neppure possono ritenersi necessariamente legate alla sua permanenza in vita. Infatti, il fine perseguito a mezzo della normativa antimafia in tema di misure di prevenzione patrimoniali è quello di eliminare dal circuito economico beni rientranti nella disponibilità di un soggetto collegato con un’organizzazione criminale di stampo mafioso e connotati dal requisito della presunta illecita acquisizione, in modo tale da impedire la riproducibilità, mediante uso diretto ovvero reinvestimento dei medesimi, di ricchezza inquinata all’origine, di guisa che i beni assoggettati a confisca finiscono con l’essere oggettivamente pericolosi di per sé, a prescindere dall’eventuale decesso del soggetto sottoposto a misura di prevenzione personale, in quanto strumento di sviluppo dell’organizzazione mafiosa e dei suoi membri.
[11] Nello stesso senso, ex plurimis, Cass., sez. I, n. 20451 del 18.5.2001 (c.c. 1.3.2001), SIINO ed altri; Cass., sez. I, n. 27433 del 22.7.2005 (c.c. 15.6.2005), Libri.
[12] Pervero la giurisprudenza di legittimità ammette la confisca anche in sede di incidente di esecuzione. In termini Cass., Sez. Un., 17.7.2001 (c.c. 30.5.2001), n. 29022, DEROUACH, in C.E.D. Cass. (rv. 219221).
[13] Trattasi di reati – quelli commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale – introdotti dapprima dall’art. 24 l. 13.2.2001, n. 45 e successivamente dall’art. 7 l. 11.8.2003, n. 228.
[14] Detta interpolazione è stata inserita dall’art. 1, co. 220, lett. a), l. 27.12.2006, n. 296 (legge finanziaria 2007) che ha introdotto il co. 2 bis nel testo originario della norma.
[15] Per un approfondimento sulla portata della norma, le cui frequenti modifiche legislative sono state censurate in dottrina, cfr. MAUGERI, La lotta contro l’accumulazione di patrimoni illeciti da parte di organizzazioni criminali: recenti orientamenti, in Riv. trim. dir. pen. economia, 2007, 487.
[16] Sul parallelismo tra i due istituti cfr. ANGLANA, Un accostamento suggestivo: confisca di prevenzione e confisca di cui all’art. 12-sexies, d.l. n. 306/1992, in DE PALMA, Manuale delle misure di prevenzione, linee teoriche ed operative, Bologna, 2008, 181 ss.
[17] Così GIALANELLA, Il rapporto tra il sequestro e la confisca contemplati dagli artt. 321 c.p.p., 416 bis c.p., 12-sexies della legge n. 356/1992 e 2-ter e ss. della legge n. 575/1965 e succ. modificazioni., in Atti dell’incontro di studio “Le misure cautelari personali e reali e i procedimenti incidentali”, C.S.M., Frascati, 20-22 febbraio 1997.
[18] In tal senso, ex plurimis, Cass., sez. II, 25.11.1998 (c.c. 23.9.1998), SIMONI ed altri (rv. 211909).
[19] Si fa espresso riferimento al decreto emesso dalla Corte di Appello di Palermo, in data 16.12.2005-5.4.2006, nei confronti di tali MUSSO e CIAVIRELLA, citato in GIALANELLA, La confisca di prevenzione antimafia, lo sforzo sistemico della giurisprudenza di legittimità e la retroguardia del legislatore, in CASSANO (a cura di), Le misure di prevenzione patrimoniali, op. cit., 163 ss.
[20] Di detta motivazione, riguardante, pervero, un caso in materia di 12 sexies, il cui testo è disponibile in CED Cass., si riportano alcuni passaggi: “… la situazione, delineata dall'art. 12 sexies, d.l. 8.6.92., n. 306, è del tutto analoga a quella dell'art. 2 ter, comma 3, l. 31.5.65, n. 575, recante disposizioni contro la mafia. Quest'ultima disposizione prevede, infatti, la confisca dei beni dei quali non sia stata dimostrata la legittima provenienza. La norma stabilisce espressamente che è sempre ordinata la confisca, del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il condannato per uno dei delitti contemplati non può giustificare la provenienza e di cui, anche per interposta persona, risulta essere titolare o aver la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito, dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o alla propria attività economica. Tali disposizioni, come ha osservato questa Corte, ‘mirano a sottrarre alla disponibilità dell'indiziato di appartenenza a sodalizi di tipo mafioso tutti i beni che siano frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego, senza distinguere se tali attività siano o meno di tipo mafioso, non assume rilievo, nel provvedimento ablativo, l’assenza di motivazione in ordine al nesso causale fra presunta condotta mafiosa ed illecito profitto, essendo sufficiente la dimostrazione dell’illecita provenienza dei beni confiscati, qualunque essa sia’. Ne consegue che è legittimo il provvedimento di confisca di beni del prevenuto che ne giustifichi il possesso dichiarando di averli acquistati con i proventi dell'evasione delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto; né assume rilievo, in proposito, la circostanza che a seguito del perfezionamento dell'iter amministrativo previsto dalla legge 30 dicembre 1991 n. 413 (c.d. condono “tombale”) le somme di cui all’evasione fiscale siano entrate a far parte legittimamente del patrimonio del prevenuto medesimo, dal momento che l’illiceità originaria del comportamento con cui se le è procurate continua a dispiegare i suoi effetti a fini della confisca (Cass., sez. 2, 6.5.99, Sannino, rv. 213853)”.
[21] In tal senso, in giurisprudenza, cfr., ex plurimis, Cass., sez. V, n. 5365 del 3.2.’98 (c.c. 25.11.’97), DAMIANI(rv. 210230); Cass., sez. I, n. 2654 del 15.7.1995 (c.c. 2.5.1995), GENOVESE (rv. 202142), sentenza, quest’ultima, in cui viene, altresì, ribadito il principio secondo cui, in tema di applicazione delle misure di prevenzione, nessuna norma impone il contemporaneo svolgimento del giudizio diretto alla irrogazione della misura reale, anche se la seconda presuppone necessariamente la prima, per cui il relativo giudizio non può che essere eventualmente successivo: la definitività del decreto di applicazione della misura personale, pertanto, non rende improcedibile la richiesta di applicazione della misura reale, restando in tale secondo giudizio, inoltre, preclusa ogni questione relativa alla pericolosità sociale del prevenuto, oramai accertata, sempre che il bene oggetto della misura risulti acquisito nel periodo al quale la suddetta pericolosità è riferita); nonché Cass., sez. V, n. 24778 del 18.7.2006 (c.c. 13.6.2006), COSOLETO e altri (rv. 234733); Cass., sez. I, n. 21048 del 28.5.2007 (c.c. 16.4.2007), FALDETTA ed altri. In dottrina, cfr. GIALANELLA, La Corte di Cassazione e l’Incompiuta della prevenzione patrimoniale antimafia, tra razionalità garantista e relativismi funzionalistici, in Atti dell’incontro di studio organizzato dal C.S.M. in Roma, 24-26 settembre 2008, sul tema “Dalla tutela del patrimonio alla tutela dai patrimoni illeciti”, 27 ss.
[22] In tal senso, ad esempio, in Trib. Palermo, decreto Catanese del 21.7.2006.
[23] È l’impostazione di NICASTRO, La confisca nella legislazione patrimoniale antimafia, in MAUGERI (a cura di), Le sanzioni patrimoniali come moderno strumento di lotta contro il crimine, reciproco riconoscimento e prospettive di armonizzazione, Milano, 2008, 310 ss., il quale osserva che “l’autonomia legislativamente sancita della sproporzione rispetto al frutto o reimpiego del bene da attività illecite (ciò non significa che, in termini di astratta logica anche la sproporzione non sia apprezzabile come prezioso ed emblematico sintomo dell’origine illecita di un certo bene) consente di ritenere che perché possa decretarsi la confisca non è necessario che alla sproporzione debba accompagnarsi l’acquisizione del bene in un periodo contestuale o successivo al manifestarsi dell’appartenenza del bene in un periodo contestuale o successivo al manifestarsi dell’appartenenza del proposto….se tale assunto può condividersi allorquando si discuta di un bene sottoposto a confisca quale frutto o reimpiego di attività illecite, postulando quest’ultimo concetto proprio un nesso di derivazione del bene dall’attività delittuosa (pur se, come pacificamente ritenuto, nemmeno necessariamente realizzata nell’ambito della consorteria mafiosa), in presenza dell’accertata sproporzione tra redditi dichiarati e valore del bene la necessità del nesso in parola e quanto meno discutibile non essendovi alcuna espressa previsione in merito contenuta nell’art. 2 ter, né potendosi lo stesso logicamente trarre dalla predetta sproporzione che, peraltro,…è presupposto autonomo dal frutto o reimpiego del bene da attività illecite”.
[24] Cfr. FILIPPI, Il sistema delle misure di prevenzione dopo la “controriforma” del 2008, in Atti dell’incontro di studio organizzato dal C.S.M. in Roma, 24-26 settembre 2008, “Dalla tutela del patrimonio alla tutela dai patrimoni illeciti”, 23 ss., in cui l’Autore appare categorico nel ritenere attuata, con la riforma, una autentica inversione dell’onere della prova in danno del proposto. In senso contrario, GIALANELLA, La Corte di Cassazione e l’incompiuta, op. cit., 37 – ma trattasi della posizione dottrinale che può ormai ritenersi prevalente – osservano come nessuna novità sostanziale venga introdotta nel sistema dalla riformulazione dell’art. 2-ter, co. III, della legge n. 575/65, giacché, l’evocare il legislatore, allo scopo di fondare la possibilità dell’ablazione, un difetto di giustificazione della legittima provenienza del bene, costituente oggetto di apprensione prevenzionale, da parte di chi ne abbia la disponibilità, in luogo del limitarsi, lo stesso legislatore, al rinvio, già contenuto nella pregressa formulazione della norma, ad una mancanza di dimostrazione della legittima provenienza del bene, non altererebbe certo i termini logici del meccanismo processuale dimostrativo della patologia del cespite da confiscare. Si è, perciò, sostenuto che l’intervento novellatorio sul punto appare ispirato alla sola esigenza di “adeguare la formula normativa a quella utilizzata nel secondo comma dello stesso art. 2-ter in relazione all’oggetto del sequestro disposto dal Tribunale nel corso del procedimento di prevenzione”. D’altronde, l’utilizzo, nel nuovo testo dell’art. 2-ter, co. III, della legge n. 575/65, dell’espressione “risultino”, con riferimento all’origine dei beni (e del verbo “risulti” con riferimento al requisito della sproporzione) – sintomatica di un procedimento fondato su solide basi dimostrative –, pare consentire un’interpretazione non coincidente con la tesi dell’assunta inversione dell’onere della prova. Del pari, in senso contrario rispetto all’introduzione dell’inversione dell’onere della prova ad opera del “pacchetto sicurezza”, si esprime la relazione dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione (rel. n. III/11/2008 del 29.7.2008) avente ad oggetto la legge di conversione del d.l. n. 92 del 23.5.2008 (fl. 15).
ARTICOLO TRATTO DALLA RIVISTA WWW.NELDIRITTO.IT DI ROBERTO GAROFOLI
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