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Timestamp: 2019-06-16 08:43:26+00:00

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Cassazione civile sez. lav. sentenza 04/06/2015 n.11547
In tema di mobbing, va esclusa la sussistenza di una condotta persecutoria nella contestazione di una serie di addebiti al lavoratore (rientro in azienda, dopo le festività di fine anno, in ritardo; abbandono del posto di lavoro; non corretta esecuzione delle prestazioni lavorative; “disordine nella postazione di lavoro»; assenza non giustificata) allorchè in nessuno dei casi specificamente presi in considerazione risulti l’assoluta insussistenza degli addebiti, l’evidente sproporzione dei richiami o altro sintomo che consenta di ravvisarvi un carattere meramente pretestuoso o discriminatorio, atteso che l’intento persecutorio del datore di lavoro non può ricavarsi dalle iniziative disciplinari poste in essere dal medesimo, avverso le quali è pur sempre consentito al lavoratore tutelare le proprie ragioni attraverso gli specifici rimedi apprestati dalla legge.
Cassazione civile sez. lav. sentenza 28/05/2015 n.11051
In materia di indennità di disoccupazione, ove il rapporto di lavoro sia cessato a seguito di dimissioni del lavoratore, non riconducibili a sua libera scelta, perché indotte da comportamenti altrui idonei ad integrare la condizione dell’improseguibilità del rapporto, ex art. 2119 c.c., viene a delinearsi uno stato di disoccupazione involontaria, ai sensi dell’art. 38 della Costituzione, con conseguente diritto all’indennità stessa.
Cassazione civile sez. lav. sentenza 28/05/2015 n.11056
1. La Corte d’Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, pronunciando sull’impugnazione proposta da M.M. A. nei confronti della Banca Carime spa, in ordine alla sentenza resa tra le parti dal Tribunale di Taranto, n. 6815/09, rigettava l’appello.
2. Il giudice di primo grado aveva respinto la domanda proposta dal M. nei confronti della suddetta Banca, volta ad ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare, intimatogli con lettera raccomandata del 15 ottobre 2004, e la conseguente applicazione della tutela di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18.
3. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre il M., prospettando tre motivi di ricorso, assistiti da memoria depositata in prossimità dell’udienza.
4. La Banca Carime spa resiste con controricorso.
1. Occorre premettere che il licenziamento disciplinare trovava ragione nella riconduzione a M.M.A., impiegato della Banca Carime spa, della proposta rivolta a S. G., di finanziare la sas Arredare di Castellana Grotte per la realizzazione di un capannone con l’utilizzo di somme provenienti dallo smobilizzo di capitali che lo stesso S. aveva presso la Banca, con conseguente conflitto tra l’interesse del dipendente e quello del datore di lavoro, e la violazione del dovere di riservatezza, utilizzando la conoscenza della situazione finanziaria dello S. per metterlo in contatto con i soggetti interessati al prestito.
2. Tanto premesso può passarsi ad esaminare i motivi di ricorso.
3. Con il primo motivo di ricorso è dedotto difetto di motivazione riferito ai mezzi istruttori.
Il ricorrente riporta le dichiarazioni rese il 31 luglio 2008 alla Guardia di Finanza di Taranto dallo S., assumendo la non tardività della produzione del documento in giudizio, e la decisività delle stesse quanto all’esclusione di qualsiasi coinvolgimento del M. con i contatti intercorsi con la Ditta Arredare sas, nonchè il difetto di motivazione circa il rapporto tra procedimento disciplinare e processo penale.
Analoghe considerazioni svolge il ricorrente per l’acquisizione, nel giudizio di primo grado, del decreto di archiviazione del GIP presso il Tribunale di Bari in ordine ai fatti contestati al M..
La Corte d’Appello, infatti, riteneva che, correttamente, all’udienza del 19 gennaio 2009, il giudice di primo grado, aveva respinto la produzione del suddetto verbale della Guardia di finanza, in quanto lo S. era già stato esaminato nella qualità di teste all’udienza del 22 giugno 2007, ed aveva, in detta sede, precisato che, tre anni prima, aveva sporto denuncia per truffa nei confronti, fra gli altri, del dipendente M..
Il diniego alla produzione, trovava ragione non nella tardività della stessa, ma nella ininfluenza della medesima, atteso che già era in atti la deposizione testimoniale resa sotto giuramento, e l’eventuale difformità dalla versione resa dallo S. avrebbe dovuto essere fatta valere con gli appropriati rimedi processuali, non essendo sovrapponile la vicenda relativa al licenziamento con l’illecito penale, ovvero solo civile, denunciato dallo S..
3.1. Il motivo non è fondato e deve esser rigettato. Va precisato, rispetto al decreto di archiviazione del GIP di Bari, che il decreto di archiviazione emesso dal giudice penale non ha autorità di cosa giudicata nel giudizio disciplinare, non essendo equiparabile ad una sentenza definitiva di assoluzione per insussistenza del fatto o per non averlo l’imputato commesso (Cass., n. 16277 del 2010).
Con riguardo al verbale della Guardia di finanza, che comunque, per come trascritto in ricorso, riporta che lo S. dichiarava di avere denunciato/querelato anche il M., la motivazione della Corte d’Appello è corretta e congrua, atteso che lo S. veniva sentito come teste nel giudizio avente ad oggetto al specifica vicenda disciplinare e che, dunque, in sede di escussione, andavano richiesti chiarimenti, tenuto conto, altresì che gli accertamenti in sede penale non precludono una autonoma valutazione dell’incidenza dei medesimi fatti sul rapporto professionale, dovendosi negare – in linea con gli orientamenti della Corte costituzionale (sentenze n. 971 del 1988 e n. 197 del 1993), che ha riferito l’autonomia del procedimento disciplinare al criterio di razionalità, con conseguente esclusione di ogni automatismo di valutazione – che sussista incompatibilità tra la necessaria autonomia del procedimento disciplinare, che riflette garanzie fondamentali della persona del lavoratore, e le connessioni che si instaurano con la giurisdizione penale, in funzione delle esigenze di economicità dei giudizi e di salvaguardia dei principi di imparzialità (Cass., n. 15890 del 2011, relativa a fattispecie diversa dalla presente, di sentenza penale di applicazione della pena su richiesta delle parti, ma che qui si richiama in ragione del principio generale enunciato con riguardo al rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare).
Nè, ai fini della rilevanza, atteso quanto sopra riportato circa la dedotta denuncia/querela del M., il ricorrente chiarisce quali divergenze per lui significative erano ravvisabili rispetto all’esito della prova per testi dello S. alla quale fa riferimento la Corte d’Appello.
4. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta vizio ex art. 360 c.p.c., n. 5, con riferimento agli artt. 115 e 166 c.p.c..
Insufficiente e contraddittoria – motivazione in ordine alla valutazione della prova orale acquisita.
Il ricorrente censura la statuizione della Corte d’Appello, relativa alla ricostruzione dei fatti, in ordine al ruolo svolto da esso ricorrente nel bonifico richiesto dallo S. alla propria Banca Carime a favore della società Arredare sas, in quanto affetta da vizio di ragionamento che non consentirebbe di controllarne l’iter logico seguito.
L’unico teste a sfavore era il D., denunciato per falsa testimonianza, anch’esso dipendente della Banca e con interesse precipuo, ignorato senza motivazione dal giudice di appello, ad addossare le responsabilità al collega M., che si era limitato a cambiare un assegno al portatore di Euro 3.510.000, emesso dallo S. e consegnato a Montanaro Angelo della Arredare sas.
Nè, valore poteva attribuirsi al rapporto degli ispettori della Banca, per non essere gli stessi pubblici ufficiali, mentre fede privilegiata aveva il verbale della Guardia di Finanza ch
e non era stato ammesso, peraltro in contrasto con gli artt. 115 e 166 c.p.c..
4.1. Il motivo non è fondato e deve esser rigettato.
Quanto alla mancata ammissione del verbale della Guardia di finanza, non è ravvisabile la suddetta censura atteso l’espletamento della prova per testi dello S. e le considerazioni sopra svolte.
Rispetto alla valutazione delle prove raccolte va ricordato come con la proposizione del ricorso per Cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sè coerente;
l’apprezzamento dei fatti e delle prove, infatti, è sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che nell’ambito di detto sindacato, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione.
In tema di prova, altresì, spetta in via esclusiva al giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, assegnando prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, nonchè la facoltà di escludere anche attraverso un giudizio implicito la rilevanza di una prova, dovendosi ritenere, a tal proposito, che egli non sia tenuto ad esplicitare, per ogni mezzo istruttorio, le ragioni per cui lo ritenga irrilevante ovvero ad enunciare specificamente che la controversia può essere decisa senza necessità di ulteriori acquisizioni.
Nella fattispecie in esame, la Corte d’Appello ha rilevato come il giudice di primo grado aveva valutato con attenzione l’interrogatorio formale, e passato in rassegna le deposizioni assunte. Il Tribunale dava atto, altresì, dei riscontri documentali raccolti in sede di verifica ispettiva e relativi alle operazioni effettuate per il rimborso delle quote e obbligazioni e per lo smobilizzo dei fondi nella titolarità dello S..
Peraltro non solo il teste D.R., ma anche il teste Longo Francesco, riferivano del comportamento del M. in termini tali da potersene dedurre la consapevolezza dei reali contorni dell’operazione effettuata dallo S., dell’interesse a non comparirvi e della volontà di liberare il collega D. da ogni responsabilità per i negativi sviluppi della vicenda.
Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, ove la testimonianza abbia ad oggetto fatti che espongano il dichiarante a responsabilità penale non si pone una questione di incapacità a deporre, nè di esonero dall’obbligo di deporre, ma solo, in ipotesi, di attendibilità del teste (Cass., n. 24580 del 2013), che afferisce alla veridicità della deposizione e il giudice deve discrezionalmente valutare alla stregua di elementi di natura oggettiva (la precisione e completezza della dichiarazione, le possibili contraddizioni, ecc.) e di carattere soggettivo (la credibilità della dichiarazione in relazione alle qualità personali, ai rapporti con le parti ed anche all’eventuale interesse ad un determinato esito della lite), con la precisazione che anche uno solo degli elementi di carattere soggettivo, se ritenuto di particolare rilevanza, può essere sufficiente a motivare una valutazione di inattendibilità.
Nella specie, la attendibilità ritenuta dalla Corte d’Appello, atteso che il D. non era interessato al giudizio, è contestata in modo generico e non adeguato da parte del ricorrente, in quanto genericamente e senza riferimenti/riscontri temporali o procedimentali/processuali, è prospettato che lo stesso sarebbe stato denunciato per falsa testimonianza ed essendo l’unico autore dei fatti avrebbe avuto interesse ad addossare le proprie responsabilità al ricorrente.
Infine, va rilevato che la Corte d’Appello poichè richiama la verifica ispettiva, specificatamente con riguardo alle operazioni bancarie effettuate rispetto alla posizione dello S., non supplisce all’onere probatorio gravante sulle parti.
5. Con il terzo motivo di ricorso è dedotta omessa e insufficiente motivazione in ordine alla sussistenza della giusta causa di licenziamento e al rapporto di proporzionalità tra addebiti contestati e sanzione applicata (art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 2106 e 2119 c.c., e all’art. 36 del CCNL, art. 360 c.p.c., n. 5).
Il ricorrente, nel richiamare la giurisprudenza di legittimità, contesta la motivazione sul punto, in ragione del verbale della Guardia di finanza e del decreto di archiviazione del GIP di Bari, ricorda le dichiarazioni di plauso ricevute per l’espletamento delle proprie mansioni, l’assenza di interesse per sè medesimo, nonchè di danno per la Banca in ordine ai fatti in questione, e la circostanza che il D., anch’egli oggetto di procedimento disciplinare, era stato solo trasferito.
Non possono trovare accoglimento in ragione di quanto già sopra detto le argomentazioni relative al verbale della Guardia di finanza e al decreto di archiviazione del GIP. Tanto premesso, si rileva che a prescindere dall’inammissibilità della censura formulata con riguardo al CCNL di settore, del cui art. 30, non è riportato il testo, va ricordato che la giusta causa di licenziamento è nozione legale e il giudice non è vincolato dalle previsioni del contratto collettivo; ne deriva che il giudice può ritenere la sussistenza della giusta causa per un grave inadempimento o per un grave comportamento del lavoratore contrario alle norme della comune etica o del comune vivere civile ove tale grave inadempimento o tale grave comportamento, secondo un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, abbia fatto venire meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore; per altro verso, il giudice può escludere altresì che il comportamento del lavoratore costituisca di fatto una giusta causa, pur essendo qualificato tale dal contratto collettivo, in considerazione delle circostanze concrete che lo hanno caratterizzato (Cass., n. 4060 del 2011).
E’ necessario accertare se, in relazione alla qualità del singolo rapporto intercorso fra le parti, ed alla qualità ed al grado di fiducia che il rapporto comporta, la specifica mancanza risulti oggettivamente e soggettivamente idonea a ledere in modo grave, così da farla venir meno, la fiducia che il datore ripone nel proprio dipendente, senza che possa assumere rilievo l’assenza o la modesta entità del danno patrimoniale subito dal datore.
L’irrogazione della massima sanzione disciplinare, dunque, risulta giustificata solamente in presenza d’un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali, ovvero di un comportamento tale che non consenta la prosecuzione del rapporto di lavoro.
La valutazione della gravità del comportamento e della sua idoneità a ledere irrimediabilmente la fiducia che il datore di lavoro ripone nel proprio dipendente (giudizio da effettuarsi considerando la natura e la qualità del rapporto, la qualità ed il grado del vincolo di fiducia connesso al rapporto, l’entità della violazione commessa e l’intensità dell’elemento soggettivo) è funzione del giudice del merito, che, adeguatamente motivata, in sede di legittimità è insindacabile.
La Corte d’Appello, correttamente, e con congrua motivazione, tenuto conto anche del rigore con cui l’elemento fiduciario deve essere valutato nel settore bancario, ha ritenuto intervenuta la violazione dei doveri di fedeltà e riservatezza e la lesione del vincolo fiduciario. Va considerato, altresì, che nel caso di licenziamento per giusta causa, ai fini d
ella valutazione della proporzionalità tra fatto addebitato e recesso viene in considerazione non l’assenza o la speciale tenuità del danno patrimoniale ma la ripercussione sul rapporto di una condotta suscettibile di porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento in quanto sintomatica di un certo atteggiarsi del lavoratore rispetto agli obblighi assunti (cfr, Cass., n. 14507 del 2003, n. 19684 del 2014).
Nè il diverso esito disciplinare per altro dipendente può assumere rilievo, in quanto ai fini della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento, qualora risulti accertato che l’inadempimento del lavoratore licenziato sia stato tale da compromettere irrimediabilmente il rapporto fiduciario, è di regola irrilevante che un’analoga inadempienza, commessa da altro dipendente, sia stata diversamente valutata dal datore di lavoro (Cass., n. 10550 del 2013), non venendo peraltro messe a confronto le relative contestazioni ai fini di prospettare l’identità delle situazioni riscontrate.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in Euro cento per esborsi, Euro tremilacinquecento per compensi professionali, oltre accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 29 gennaio 2015.
Depositato in Cancelleria il 28 maggio 2015
Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto del Lavoro.
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References: sentenza 
 sentenza 
 art. 2119
 sentenza 
 sentenza 
 art. 18
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 360
 art. 30
e contrario