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Timestamp: 2017-03-25 01:47:40+00:00

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senato.it - Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 791 del 23/03/2017
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Seguito della discussione del disegno di legge: (2705) - Protezione internazionale e contrasto immigrazione illegale
MARIN (FI-PdL XVII)
Ripresa della discussione del disegno di legge: (2705) - Protezione internazionale e contrasto immigrazione illegale
CONTE (AP-CpE)
Saluto ad una rappresentanza di studenti e ad una delegazione di parlamentari albanesi
DI BIAGIO (AP-CpE)
Integrazione all'intervento della senatrice Cirinnà nella discussione generale del disegno di legge n. 2705
1-00752
3-03611
3-03612
3-03613
3-03614
3-03615
3-03616
Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 791 del 23/03/2017
RESOCONTO STENOGRAFICO Presidenza del vice presidente GASPARRI PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,31).
SCOMA, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 16 marzo.
(La seduta, sospesa alle ore 9,35, è ripresa alle ore 9,55).
PRESIDENTE. Passiamo nuovamente alla votazione del processo verbale.
MARTELLI (M5S). Signor Presidente, rinnoviamo la richiesta di verifica del numero legale.
Sospendo pertanto i nostri lavori.
(La seduta, sospesa alle ore 9,58, è ripresa alle ore 10,18).
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 10,19).
(2705) Conversione in legge del decreto-legge 17 febbraio 2017, n. 13, recante disposizioni urgenti per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell'immigrazione illegale (Relazione orale)(ore 10,19)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 2705.
Ricordo che nella seduta di ieri i relatori hanno svolto la relazione orale, è stata respinta una questione pregiudiziale e ha avuto inizio la discussione generale.
È iscritta a parlare la senatrice Ginetti. Ne ha facoltà.
GINETTI (PD). Signor Presidente, il decreto-legge oggetto di conversione, recante disposizioni per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell'immigrazione illegale, dimostra come accoglienza e sicurezza non sono finalità alternative o antagoniste; anzi, vuole dimostrare come la tutela dei diritti alla protezione internazionale richieda come condizione l'adempimento anche rigoroso di obblighi, dalla registrazione, all'identificazione e al trattenimento, in conformità peraltro alle direttive europee in materia di procedure, status e accoglienza: tasselli di un unico puzzle.
Di fronte a un aumento esponenziale dal 2013 ad oggi delle richieste di asilo, passate da 26.000 a oltre 123.000 e con un 40 per cento di riconoscimenti, tra status di rifugiato, protezione sussidiaria o umanitaria, la definizione di tali procedimenti richiede tempi maggiormente congrui e certi, anche in relazione al relativo aumento del numero di impugnazioni e dei ricorsi in sede giurisdizionale contro i dinieghi. Semplificazione, dunque, da attuare anche con la soppressione di un grado di appello avverso le decisioni, purché nella garanzia del rito collegiale e del giusto processo, tra videoregistrazioni e garanzia del contraddittorio.
In questa direzione i lavori svolti dalle Commissioni riunite hanno dato un contributo importante nella definizione di aspetti particolarmente delicati, tra esigenza di accelerazione dei tempi di esame delle domande e garanzia dei diritti nei confronti di persone particolarmente vulnerabili, anche in attuazione in sede di prima istanza della direttiva 2013/32/UE, nonché al fine di uniformare l'ordinamento ai rilievi di cui alla procedure d'infrazione in materia di annotazione nel permesso di soggiorno dello Stato membro di attribuzione dello status. Un risultato significativo di tale lavoro è rappresentato dall'estensione delle sedi dei tribunali di prima impugnazione con le sezioni specializzate, ampliate da 14 a 26, e dunque coincidenti con i capoluoghi di ciascun distretto.
Altra esigenza perseguita dalle disposizioni del decreto-legge, come evidenziato anche dalla relazione annuale del garante Palma che sarà presentata alla Camera, è quella di enucleare con maggior rigore le attività di identificazione e riconoscimento dei migranti, sino a considerare il rifiuto come legittimo motivo di trattenimento per pericolo di fuga, e assicurare l'effettività degli eventuali provvedimenti di espulsione e allontanamento attraverso i nuovi centri di permanenza per una capienza ampliata a 1.600 posti.
Nuovi stanziamenti sono previsti per i rimpatri volontari e per l'attivazione del sistema automatizzato per la gestione dei procedimenti riguardanti l'ingresso e il soggiorno degli irregolari, collegati con altre piattaforme: interoperabilità delle banche dati necessaria in vista del rafforzamento della cooperazione giudiziaria europea e di polizia.
Particolare rilievo in tale quadro ordinamentale assume l'assunzione di figure professionali esperte, nonché la previsione di specifica formazione dell'organo giurisdizionale di impugnazione, cui eravamo stati richiamati peraltro dall'Alto commissariato per i rifugiati dell'ONU: norme di implementazione di un sistema in grado di governare un fenomeno di portata sovranazionale con complessi risvolti internazionali.
Una sfida che non riguarda solo l'Italia, né solo l'Europa. È una sfida mondiale in un contesto di instabilità e di una geopolitica in continua evoluzione. Purtuttavia, il Mediterraneo rappresenta un confine e senza dubbio il campo di prova, per noi e per l'Europa, della capacità di affrontare tale emergenza umanitaria, e da qui il destino, il futuro e la tenuta dello stesso processo di integrazione europea verso uno spazio unico di libertà, sicurezza e giustizia. Uno spazio unico che richiede un impegno maggiore verso una comune politica di immigrazione, di difesa e di politica estera europea.
Sono oltre due anni che in quest'Aula ripetiamo quanto resti ancora da fare per dare completa attuazione a quel Titolo V del Trattato di Lisbona e in particolare per un'unica politica per le migrazioni, ed un'unica politica di asilo, con il presupposto imprescindibile che a uno spazio interno di libera circolazione di beni, servizi e persone debba corrispondere un'unica frontiera esterna dell'Unione europea. Lo ripetiamo oggi in concomitanza con le celebrazioni dei sessant'anni dalla firma dei Trattati di Roma. Per questo credo che, sul piano operativo, il rafforzamento dell'agenzia Frontex, il potenziamento delle operazioni Triton e Poiseidon, la nuova Guardia di frontiera e costiera europea e l'implementazione della presenza dell'EASO (Ufficio europeo di sostegno per l'asilo) con Europol nei punti di crisi hotspots rappresentino gli strumenti per arrivare a uniformare la disciplina di procedure istruttorie, accoglienza e status, secondo le nuove normative, a partire da comuni elenchi di Paesi di origine sicuri e rimpatri veloci ed effettivi.
In questa stessa direzione, l'accordo di collaborazione con la Libia per la formazione di una Guardia costiera libica, che possa svolgere il servizio di controllo e soccorso nelle acque locali, rappresenta un importante passo in avanti per scongiurare quelle partenze; partenze spesso senza sbarchi e con stragi in mare che hanno causato oltre 4.500 vittime nel solo 2016. Il richiamo forte formulato dal presidente Grasso a non creare un'equivalenza tra migrazione e fenomeno del terrorismo e di radicalizzazione islamica è in questa direzione condivisibile, ma praticabile nell'immaginario collettivo solo se condizione per l'accoglienza sia la garanzia di una risposta normativa per una maggior sicurezza pubblica, l'ordine e la legalità, senza deroghe. Ma occorrono anche norme di disciplina delle procedure di accoglienza chiare e semplificate e soprattutto un maggior impegno politico, internazionale oltreché europeo, convergente, con più efficaci politiche di vicinato e politiche di sostegno allo sviluppo e di cooperazione con le aree destabilizzate e di crisi, che vanno dall'Africa settentrionale, al Corno d'Africa, al Medio Oriente, dando seguito agli strumenti di dialogo regionale avviati già nel 2006 con il processo di Rabat e con il processo di Kartoum del 2014, anche a partire dal rafforzamento della rete diplomatica in quei luoghi, come disposto nel decreto-legge oggetto di conversione.
Occorre avviare una gestione più efficace di ingresso delle frontiere esterne e di accoglienza nel sistema Schengen, anche con la rivisitazione, già in corso di discussione, dell'accordo di Dublino; accordi che non si limitino a sostenere meccanismi di ricollocazione, compiuti con difficoltà e resistenze, come evidenziato nell'ultima relazione della Commissione europea. È necessario dare completa attuazione all'agenda europea sulla migrazione, per una responsabilità condivisa ma non divisa, unica e integrata. Anche sulla capacità dell'Europa di gestione delle migrazioni si misurerà la forza di proseguire con determinazione nel processo di integrazione europeo, cui ci ha richiamato ieri il presidente della Repubblica Mattarella, visto che anche su tali problematiche irrisolte si è giocato il referendum sulla Brexit.
È necessario un sistema interno di accoglienza diffuso, che si basi su appalti conformi alla comunicazione della Commissione europea per la fornitura dei servizi, come richiesto anche dall'ANAC; un sistema di controllo e verifica che scongiuri che questi luoghi di attesa, sin troppo lunga, non si trasformino in luoghi di disagio ed emarginazione, tra violenze e traffici illegali. Un impegno mirato, quello nella lotta al traffico di esseri umani, dai luoghi di partenza ai luoghi di approdo e di permanenza, a partire dalla creazione di rotte legali di ingresso, alternative e sicure, che sottraggano risorse alla tratta e alla criminalità organizzata.
Infine, una questione importante riguarda l'accoglienza dei minori, di cui abbiamo discusso la scorsa settimana in questa Aula in occasione dell'approvazione della specifica normativa, cui peraltro il decreto-legge fa rinvio. Ci riferiamo ai minori non accompagnati, perché i numeri ci parlano di troppe vite di cui si perdono le tracce, con un'indignazione che rischia di essere soffocata dall'indifferenza e dalla paura dell'altro da sé, che ci allontana non dal sentimento di solidarietà e vicinanza da concedere, ma dal sentimento più profondo di comune appartenenza ad un unico e interdipendente destino, quello di una umanità più ampia. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marin. Ne ha facoltà.
MARIN (FI-PdL XVII). Signor Presidente, membri del Governo, colleghi, sembra strano dover parlare di un decreto-legge come quello al nostro esame. La domanda che mi pongo e che pongo alla maggioranza che credo voterà in modo convinto questo decreto è la seguente: rispetto alla situazione, su cosa incide realmente questo provvedimento? Saranno i corsi la priorità? Quando si fermano gli italiani per strada e si chiede loro come occorra affrontare il tema dell'immigrazione nel nostro Paese, che purtroppo è ridotto a un grande parcheggio della disperazione (quando va bene), rispondono forse che occorre che i magistrati facciano i corsi e parlino l'inglese (o forse il francese, come suggerivamo noi con un emendamento)? È così che si tratta il tema dell'immigrazione? Credo che dobbiamo riportare il tema a quello che è realmente.
L'anno scorso ci sono stati circa 181.000 arrivi di migranti in Italia, il 20 per cento in più rispetto ai 153.812 arrivi dell'anno precedente. In questi primi tre mesi gli arrivi sono raddoppiati (la fonte dei dati è il Ministero dell'interno). Solo nei primi tre mesi dell'anno (marzo deve ancora finire e basta ricordare i 3.500 arrivi dello scorso fine settimana), i numeri sono più che raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2015 e ancora aumentati rispetto agli arrivi del 2014.
Tutti questi arrivi dobbiamo fermarli o riteniamo che il nostro sia un Paese dove debbano esserci 134.000 domande di asilo? Poi bisogna andare a vedere, perché bisognerà confrontarsi con la realtà: quante di queste persone ospitate nei cosiddetti centri di accoglienza - poi parlerò di un impegno che ha preso il Ministro l'altro giorno in Veneto e che ha subito disatteso - che presentano queste domande ne hanno veramente diritto? La percentuale sarà intorno al 10 per cento.
Con questo decreto avete deciso di "mettere i puntini sulle i" non su come bloccare gli arrivi, ma sull'aspetto burocratico delle commissioni territoriali e, poiché porrete la fiducia sul decreto, anche su questo aspetto avete pensato di intervenire. Quando una domanda di asilo viene respinta la prima volta, perché si deve poter ricominciare con i ricorsi una seconda volta, peraltro con il patrocinio gratuito dello Stato, avviando così la macchina burocratica? Il patrocinio gratuito comporta spese per 45 milioni e non per la prima domanda, ma per le richieste che derivano dal primo diniego che c'è stato. Con questi interventi sul funzionamento delle commissioni è come se lo Stato italiano affermasse che se non si ha diritto allo status di richiedente asilo si dà il via, con il patrocinio gratuito, ai ricorsi e naturalmente si rimane nei centri di accoglienza (o di prima accoglienza) a spese del contribuente italiano.
Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 10,31)
(Segue MARIN). Il problema che un decreto-legge sull'immigrazione dovrebbe porsi è come si bloccano gli arrivi e cosa fare per far sì che questa invasione - perché ormai nel nostro Paese, purtroppo, si parla di un'autentica invasione - venga fermata.
Un altro dato su cui inviterei la maggioranza ed il Governo a riflettere è che quest'anno, stando ai numeri dell'anno scorso, gli arrivi saranno più di 250.000 (sono stati 181.000 l'anno scorso). Quante di queste persone, ad oggi, sappiamo dove sono, se si trovano nei centri o - come dovrebbe essere - se si sono inseriti nella vita sociale? Quasi tutti sono tuttora nei centri di assistenza - grazie all'assistenzialismo cronico, di cui parlerò più avanti, tanto caro alle cooperative - oppure sono spariti: non sappiamo dove sono, come vivono e cosa fanno. Questa domanda noi non ce la poniamo: facciamo un decreto-legge sull'immigrazione i cui i primi punti sono dedicati a stabilire se il magistrato parli l'inglese o no, che ci deve essere l'interprete e tutto deve essere tradotto. Non può essere questo il modo di affrontare il tema.
A questo proposito, faccio un inciso territoriale. Qualche giorno fa il ministro dell'interno Minniti, in occasione di una sua visita a Bagnoli di Sopra, in Veneto (dove ventiquattr'ore fa c'è stato un arresto perché due operatrici di un centro di accoglienza hanno subìto un tentativo di violenza), ha incontrato i sindaci che lavorano sul territorio ed ha garantito - do una notizia alla maggioranza - non solo che non sarebbe arrivato più nessuno, ma che il centro di Bagnoli di Sopra ed altri della zona sarebbero stati chiusi e spostati altrove. Ebbene, do notizia ai colleghi del Gruppo del Partito Democratico che ancora ieri sono arrivati prima 35 e poi, con un'altra direttiva della prefettura, altre 15 persone. Altri arrivi, quindi, in un centro che il Ministro, solo ventiquattr'ore fa, ha detto che avrebbe chiuso.
A me dispiace che la politica ed il Governo del mio Paese perdano credibilità in questo modo, dicendo, nel giro di ventiquattr'ore, che il centro sarà chiuso mentre continuano gli arrivi. Non è rimasto altro da fare che riversare sugli amministratori il fallimento di una politica migratoria che è nata con Mare Nostrum, è proseguita con Frontex ed ha avuto il suo culmine quando quest'Assemblea ha deciso di depenalizzare il reato di immigrazione clandestina: neanche quel deterrente abbiamo deciso che dovesse esserci. Avete detto (voi, non noi, perché grazie al Cielo non ci prenderemo mai questa responsabilità politica): «Porte aperte per tutti, più ne vengono meglio è». Avete rivendicato un grande successo quando avete detto che ci sarebbe stata questa sussidiarietà, questo aiuto all'Italia e alla Grecia, e cioè che circa 20.000 migranti sarebbero stati inviati ad altri Paesi europei, ma anche in questo caso, siccome i numeri non hanno colore politico, i ricollocamenti in Europa l'anno scorso sono stati appena 4.170. Questo 20 per cento, che è aumentato costantemente, ritorna anche nei ricollocamenti. Promettete ricollocamenti, fate festa e vendete questo grande successo, ma poi vediamo che i ricollocamenti sono in numero assolutamente esiguo.
Qual è il problema, allora? La politica migratoria italiana. Questo mi sarebbe piaciuto sentire e ci sarebbe piaciuto dare un contributo alla discussione tramite emendamenti e ordini del giorno, toccando anche le coscienze di qualcuno. Siete proprio così sicuri di fare la cosa giusta? Siamo in grado di reggere a un'autentica invasione e a una tale ondata migratoria? No, non lo siamo.
Le persone che arrivano nel nostro Paese per lavorare e migliorare le proprie condizioni di vita e quelle della loro famiglia sono ben accette, ci mancherebbe altro. Chi viene qua, però, ha tre possibilità e la prima è cadere vittima del lavoro nero. Chi viene nel nostro territorio ed è in regola - come abbiamo già detto - trova le braccia aperte ad accoglierlo e ne ha diritto; è giusto che ci sia e ce ne prendiamo carico. Con questi numeri, però, o si cade vittima del lavoro nero o - ancora peggio - si delinque, e ne vediamo di casi. Bisognerà poi anche leggere i numeri della popolazione carceraria del nostro Paese? Dovremo confrontarli, altrimenti di cosa parliamo? Parliamo di nulla. Fa bene allora chi dice che la politica e questo Governo hanno stancato e noi ci chiamiamo fuori dalla politica che non agisce. Bisognerà guardare i numeri concreti.
La seconda possibilità è delinquere, mentre la terza possibilità per chi da noi arriva è continuare a vivere nelle cooperative da vittima dell'assistenzialismo cronico, che evidentemente piace molto alle stesse cooperative. Di assistenzialismo cronico si tratta, secondo la logica dello «State qua, con telefonino, televisioni e richieste varie, tutto il giorno a non far nulla». D'altronde, l'assistenzialismo cronico è talmente culturale che diciamo di essere contrari all'assistenza continua dello Stato, perché crediamo che le persone debbano essere libere e autonome.
Non esito dunque a definire «fallimentare» questo decreto-legge, che probabilmente voterete - evidentemente, in maggioranza o nel Partito Democratico si fa così - senza neanche leggerlo e senza essere andati a vedere cosa c'è in esso di concreto. Fossi un parlamentare di maggioranza, mi chiederei che cosa mi stanno facendo votare. Non è indicata una sola cosa. La domanda è: dobbiamo fermare gli arrivi di migranti o secondo il Governo devono essere continui, in aumento esponenziale giorno per giorno, mese per mese, anno per anno? Dobbiamo fermare gli arrivi dei migranti? Guardate che negli altri Paesi europei stanno diminuendo, mentre noi siamo in una situazione diversa (e certo abbiamo anche confini difficili, rappresentati per i tre quarti da coste).
Se dobbiamo fermare gli arrivi dei migranti, mi spiegate qual è il punto del provvedimento che lo prevede? Non c'è e per un semplice motivo: abbiamo un'idea diversa di questo Paese. Voi siete contenti che le nostre città sono grandi parcheggi della disperazione (e poi ci sono i tre aspetti che abbiamo visto prima: delinquenza, lavoro nero e assistenzialismo cronico). Se va bene, dunque, parliamo di grandi parcheggi della disperazione, ma l'Italia che abbiamo in mente noi è completamente diversa.
Sbandierate anche l'accordo con la Libia e arrivate a posizioni che sono state dei Governi Berlusconi, che riuscivano a bloccare gli arrivi. L'avete sbandierato; ci hanno chiesto le barche, gli 800 milioni, la formazione e in questi giorni non c'è un miglioramento che sia uno. E vi ricordo che gli scafisti che guidano le barche sono mercanti di morte: purtroppo, infatti, grazie a questa politica migratoria, sono aumentati anche i decessi dei migranti nel Canale di Sicilia. Ma ciò è ovvio, se passa il messaggio che si parte in qualsiasi condizione e poi, comunque, c'è qualcuno che li prende. Quando parliamo di vite umane, credo dispiaccia a tutti sapere che purtroppo i decessi sono aumentati.
Grazie a questa politica migratoria, le cose non cambieranno e le posizioni non si invertiranno. Il nostro Paese continuerà a essere invaso, giorno per giorno, sempre di più. E non sarà in grado di dare una vita dignitosa alle persone che se lo meritano e che arrivano per migliorare le condizioni della loro vita e quella della loro famiglia, e peggioreremo anche la sicurezza dei nostri concittadini.
Questa è l'Italia che state disegnando: grazie al cielo, presto si voterà, e credo che gli italiani decideranno che il Paese che vogliono per loro sia completamente diverso. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti dell'Istituto comprensivo «Ilaria Alpi» di Ladispoli, in provincia di Roma, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2705 (ore 10,40)
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Cirinnà. Ne ha facoltà.
CIRINNA' (PD). Signor Presidente, colleghi, abbiamo lungamente lavorato nelle Commissioni congiunte affari costituzionali e giustizia su questo testo, che ha a che fare con la vita di persone disperate. È bene chiarirlo, dopo gli interventi che abbiamo sentito negli ultimi minuti. Ed è bene chiarirlo davanti ai giovani studenti delle nostre scuole che saranno il futuro del nostro Paese.
Quanto può essere disperata una madre, una giovane donna in gravidanza per affrontare il mare su un gommone o, peggio, per metterci sopra da solo un minore non accompagnato? Chi di noi metterebbe il proprio bambino in questa condizione, in mano a persone senza scrupoli, pur di salvarlo dalla disperazione? Su questo noi stiamo lavorando e su questo abbiamo riflettuto con alcuni colleghi nelle Commissioni congiunte: penso ai colleghi Manconi e Lo Giudice.
Stiamo esaminando un decreto-legge che si occupa di due questioni: protezione internazionale e contrasto all'immigrazione illegale. In particolare, l'articolo 10-bis del Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e delle norme sulla condizione dello straniero (di cui conosciamo testi normativi del 1988 e del 2009) ha introdotto nel nostro ordinamento il reato d'ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato - quello che viene chiamato reato di immigrazione clandestina - punito con una ammenda da 5.000 a 10.000 euro.
L'articolo 2 della legge n. 67 del 2014 reca una delega al Governo per la riforma del sistema sanzionatorio dei reati. Tra i principi e i criteri direttivi per l'esercizio di questa delega viene prevista espressamente l'abrogazione del reato di ingresso e soggiorno illegale, con la sua trasformazione in un illecito amministrativo, pur mantenendo rilievo penale delle condotte di violazione dei provvedimenti amministrativi adottati in materia. Quindi, nessuno potrà non rispettare provvedimenti amministrativi già presi.
La depenalizzazione di questo reato, però, ci viene chiesta in particolare dai magistrati. E va premesso che la delega non è stata ancora attuata. Anche il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Franco Roberti, specifica che i dati disponibili evidenziano che la previsione del reato di immigrazione clandestina nel nostro ordinamento non ha avuto finora alcuna efficacia dissuasiva sull'immigrazione irregolare. Anzi, molto spesso, ha costituito un ostacolo per le indagini.
Lo stesso ministro della giustizia, Andrea Orlando, nel corso dell'audizione alla Commissione affari costituzionali del Senato nel mese di luglio 2015 ha dichiarato che il reato di immigrazione clandestina ha avuto un efficacia limitata, se non addirittura nulla, sul piano della deterrenza e che i flussi non sono diminuiti per la minaccia o il rischio di avere delle sanzioni. D'altra parte, l'abrogazione del reato di immigrazione clandestina - dice il nostro Guardasigilli - non solo comporterà un risparmio in termini di risorse giudiziarie e amministrative, ma avrà anche effetti positivi per l'efficacia delle indagini in materia di favoreggiamento e traffico di migranti.
Noi abbiamo approvato un ordine del giorno in Commissioni congiunte 1a e 2 a, con il quale abbiamo chiesto di adottare opportuni provvedimenti volti alla depenalizzazione del reato d'ingresso e soggiorno nel territorio dello Stato.
Veniamo a un'altra parte di lavoro, sempre svolto in Commissione, in particolare di concerto con i colleghi Manconi e Lo Giudice. Con essi ci siamo soffermati sull'articolo 17 del testo che abbiamo in esame, che reca una serie di disposizioni per l'identificazione dei cittadini stranieri rintracciati in posizione di irregolarità sul territorio nazionale o soccorsi nel corso di operazioni di salvataggio in mare.
L'ipotesi è quella di aggiungere un articolo, che dovrebbe essere il 10-ter, all'interno del Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme delle condizioni dello straniero, di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998. Si prevede, in particolare, che lo straniero che abbia irregolarmente...
PRESIDENTE. Senatrice, deve terminare.
CIRINNA' (PD). Presidente, mi è stato detto dal Gruppo che avevo a disposizione dei minuti in più.
PRESIDENTE. A me ne avevano segnati cinque e gliene ho dato uno in più.
CIRINNA' (PD). La ringrazio. Avrò bisogno almeno di altri tre. Adesso mi ha anche fatto perdere il filo.
L'ipotesi, per i punti d'identificazione, è di avere norme più specifiche che abbiano attenzione per alcune questioni, perché non stiamo parlando di valigie smarrite, di pacchi o pratiche burocratiche. Stiamo parlando di persone in stato di bisogno. Stiamo parlando di regolare le procedure più rapide per la richiesta di diritto di asilo e per le espulsioni. Faremo accordi bilaterali. Stiamo parlando di persone che vivono un disagio: se sei un migrante irregolare, sei comunque una persona in stato di necessità; se sei una persona che chiede protezione internazionale, lo sei ancora di più. In entrambi i casi sui tratta sempre di persone vulnerabili e abbiamo bisogno di capire se hanno dei bisogni particolari. E i bisogni possono essere relativi all'identità di genere. Possono essere donne maltrattate o persone perseguitate per motivi politici o religiosi. Il personale che dovrà lavorare nei centri non sa chi ha di fronte, non sa quali necessità di delicatezza quelle persone hanno.
Faccio un ultimo richiamo - Presidente, la ringrazio - a un caso appena accaduto al Centro di identificazione ed espulsione (CIE) di Brindisi, dove una giovane donna transessuale brasiliana, per aver semplicemente perso il permesso di soggiorno avendo perso il lavoro, è stata detenuta nel braccio maschile per otto giorni. Ha dovuto fare lo sciopero della fame per chiedere di essere spostata dove sono detenute le donne. Le questioni che riguardano l'identità delle persone creano certamente ulteriori situazioni di disagio.
Ringrazio il ministro Minniti e ancora di più le associazioni che si sono fatte carico della tragedia che stava vivendo quella donna per aver risolto temporaneamente la questione. Ma tutto questo andrà regolato bene anche per il futuro, perché abbiamo a che fare con persone che hanno subìto un disagio e che probabilmente non possono essere accolte senza guardare alla loro singola situazione. Ciò che è accaduto a Brindisi non si deve più verificare.
Signor Presidente, chiedo alla Presidenza l'autorizzazione a consegnare la restante parte del mio intervento. (Applausi dal Gruppo PD).
È iscritto a parlare il senatore Conte. Ne ha facoltà.
BIANCONI (AP-CpE). No, interviene dopo.
PRESIDENTE. Scusate, ma non sono in Presidenza a gestire ciò che fate al momento. Se ho un elenco, lo rispetto e concedo i tempi che mi vengono richiesti dai Gruppi.
È iscritta a parlare la senatrice Bertorotta. Ne ha facoltà.
BERTOROTTA (M5S). Signor Presidente, il decreto-legge in esame si inserisce nella scia di quelli di fattura renziana: roboanti nelle intenzioni e caotici e incostituzionali alla prova dei fatti.
Volevate affrontare il problema dell'immigrazione, ma - diciamoci la verità - lo avete fatto con la solita fretta elettoralistica: in sostanza, in pochi mesi vorreste risolvere i problemi che avete ignorato per anni, con un occhio all'elettorato di estrema destra. Se per anni avete difeso la magistratura, oggi vi sostituite a essa, non solo alterando la legge, ma addirittura modificando i gradi di giudizio a vostro piacimento. Così, se insieme a Lega Nord, Forza Italia e Gruppetti vari in Parlamento avete inserito un quarto grado di giudizio, salvando Minzolini dalla sorte a cui era destinato dalla legge Severino, con i migranti vi siete dimostrati meno indulgenti, togliendo un grado di giudizio. Per i vostri sodali inserite gradi di giudizio, sospendete la legge e reinventate le procedure a vostro piacimento; mentre per i migranti, agnello sacrificale delle campagne elettorali, li togliete, sospendendo le garanzie costituzionali.
Noi vi abbiamo sempre detto che il problema va affrontato all'origine, cooperando con i Paesi di provenienza con accordi di rimpatrio, incentivando soprattutto il rimpatrio volontario che, a conti fatti, allo Stato italiano costa meno di un'accoglienza a tempo indeterminato e di qualsiasi altra procedura di espulsione, finanche del reato di clandestinità, agitato dalla Lega Nord come spauracchio da mostrare ai migranti che, dopo aver attraversato il Sahara, la Libia e il Mediterraneo, dovrebbero poi aver paura di un reato che li mette in carcere per qualche mese, con conseguente intasamento degli istituti penitenziari e uno spropositato aumento dei costi, senza che ciò produca di per sé alcun beneficio evidente.
Il fallimento dell'accordo con il pupazzo al-Sarraj - mi perdonerete per l'infelice paragone, ma di questo si tratta - non ci fa avanzare da questo punto di vista. Un Governo che fallisce in tema di accordi di cooperazione sui rimpatri vorrebbe invece rifarsi con un pesante e ingiustificato abbassamento delle garanzie costituzionali verso il cittadino straniero, creando una sorta di diritto speciale in materie che riguardano i principi fondamentali di pari dignità e uguaglianza di tutte le persone. È un iter discriminatorio che oggi viene applicato sui migranti e che domani potrebbe essere applicato ai cittadini italiani, magari per snellire i procedimenti giudiziari. Siamo al paradosso, alla creazione di muri giuridici che prima o poi andranno a colpire i cittadini italiani e che fanno emergere una pesante contraddizione della Sinistra europea: da una parte si critica Trump per la gestione dei flussi migratori negli Stati Uniti; dall'altra si agisce peggio di Trump, distruggendo le garanzie dello Stato liberale con la pretesa di agire in sua difesa. È un corto circuito politico e giuridico vergognoso e indegno per la nostra democrazia.
Voi non avete alcuna legittimità per legiferare in questo tema per tre motivi: il primo è che in tre anni di Governo Renzi non avete voluto affrontare il tema, lasciando tutto come era e facendovi coinvolgere in continui scandali sulla gestione dei centri di accoglienza. In secondo luogo, non avete alcun tipo di supporto da parte di chi si occupa del fenomeno migratorio, ovvero dalle associazioni, dai Comuni, dalle organizzazioni dei magistrati che ritengono il presente decreto-legge deleterio e pericoloso. In terzo luogo, con il voto di scambio della settimana scorsa improntato al principio per cui "Io ti salvo Lotti e tu mi salvi Minzolini", non solo avete introdotto un quarto grado di giudizio, quello del Parlamento, ma avete dimostrato ancora una volta, tutti insieme, di essere casta, di avere disprezzo della legge e di essere incapaci di legiferare per il bene del Paese.
Siamo di fronte all'ennesimo provvedimento inutile, che non passerà l'esame della Corte costituzionale e farà la fine dell'Italicum, della legge Madia e della riforma costituzionale con cui avete tenuto questo Paese bloccato per due anni.
Concludo, signor Presidente, dicendo che il Paese merita di meglio ma, a giudicare dal livello di questa classe politica autoreferenziale, non ci vorrà molto a cancellare le vostre nefandezze. Andiamo alle elezioni e chiudiamo questa pagina vergognosa della democrazia italiana. (Applausi dal Gruppo M5S).
MALAN (FI-PdL XVII). Signor Presidente, il provvedimento in esame contiene alcuni aspetti positivi nel migliorare la procedura per le espulsioni. Sebbene ci sia qualche miglioramento su questo aspetto, che forse potrà portare - credo sia una stima molto ottimistica - ad avere un migliaio di espulsioni in più all'anno, noi assistiamo giorno per giorno a un arrivo di persone soccorse e recuperate in mare di gran lunga maggiore a quello dei primi mesi del 2016, anno in cui si è di gran lunga battuto il record del 2015, quando era già aumentato il numero degli arrivi rispetto al 2014.
Si tratta di una situazione di cui non si vede la fine, né la possibilità di una soluzione pensabile, ma soprattutto non viene proposta dal Governo alcuna soluzione. A fronte di questo blandissimo provvedimento, che forse consentirà di espellere un migliaio di persone, abbiamo una serie di situazioni che non vengono assolutamente affrontate.
Un'altra affermazione del Governo italiano è che anche gli altri Paesi europei devono ospitare i migranti. Si parla del grande problema dell'Ungheria, che dovrebbe accogliere più o meno 700 persone, secondo calcoli decisi da qualcuno che non è né il popolo ungherese né italiano. E 700 persone dovrebbero toccare - non si capisce bene come mai - all'Ungheria. Allora, appioppando 700 o 400 persone anche all'Ungheria si risolverebbe forse il problema? Ricordo che l'anno scorso, secondo i dati ufficiali, 181.000 persone sono entrate in questo modo. E ciò non vuol dire che ci sono stati 181.000 immigrati, perché gli immigrati sono stati molti, ma molti di più. Sono solo quelli arrivati attraverso la rotta dei barconi. E queste sono le soluzioni che vengono prospettate.
Proprio ieri, nel celebrare i sessant'anni dai Trattati di Roma, il presidente della Repubblica Mattarella ha ricordato un dato molto semplice: oggi l'Africa ha circa un miliardo di abitanti e, all'attuale ritmo di crescita, questo numero dovrebbe raddoppiare nei prossimi venticinque anni. Siccome già oggi molti di quei Paesi soffrono di gravi ed enormi carenze, dove molte persone, specialmente bambini, ogni giorno lottano contro la fame e muoiono per fame o per debolezza organica, la soluzione, allora, è di importare in Europa? E in particolare di importare in Italia che, grazie alle politiche del Governo, nei primi tre mesi del 2017 ha avuto oltre l'80 per cento di tutti gli immigrati, profughi o presunti tali di tutta l'Europa? L'85 per cento circa dei nuovi arrivi quest'anno in Europa si è verificato in Italia. Cosa facciamo, allora? Il miliardo di africani in più (soprannumerari) dei prossimi venticinque anni verrà fatto venire in Europa, di cui 800 milioni in Italia (l'80 per cento) e 200 milioni negli altri Paesi? Questa è la soluzione? E la soluzione sta nel fatto che magari ne espelliamo 1.000 o riusciamo ad appiopparne 700 al popolo ungherese? Francamente non mi sembra questa la soluzione.
Solo la Nigeria, uno dei Paesi da cui proviene una percentuale molto significativa dei migranti che giungono in Italia, ogni anno aumenta la sua popolazione di 2.800.000 persone e ripeto: "ogni anno". Le accogliamo in Italia? O anche solo - si fa per dire - l'80 per cento dei nigeriani in più accogliamo in Italia? E non parliamo poi di tutto il resto dell'Africa.
Ma poi leggiamo delle cose davvero sorprendenti, di cui nessuno approfondisce il portato. Nell'ambito degli arrivi recentissimi - parecchie migliaia di nuovi immigrati sono arrivate in un giorno solo - molti vengono dal Bangladesh. Al di là dell'India, del Pakistan e al di là dell'Iran, quelle persone, che sarebbero molto più vicine al Giappone o addirittura ai tratti estremi del continente americano, dal Bangladesh arrivano in Italia.
Bisognerebbe allora intervenire nei Paesi d'origine. Con il denaro con cui manteniamo 100 persone che arrivano nel nostro Paese e vengono poi accolte in tutti i modi che conosciamo, si potrebbero salvare molte migliaia di vite in Africa, compresi tutti coloro che non hanno i 2.000, 3.000 o 4.000 euro da dare agli scafisti, con i quali si finanzia il terrorismo o altri traffici immondi. Quelli sì che bisognerebbe aiutarli: costerebbe molto di meno e si potrebbero costruire realtà a lungo periodo in Africa. E invece no: investiamo tutto nel recuperare le persone a pochissimi chilometri dalla Libia.
Ieri ho presentato in Commissione alcuni ordini del giorno, sottoscritti da tutti i componenti del Gruppo Forza Italia, con cui si chiede al Governo di impegnarsi, al di là del testo del provvedimento. Cosa si chiedeva con quegli ordini del giorno, che sono stati tutti respinti? Ne cito uno non nostro, ma sottoscritto dal senatore Calderoli e da altri colleghi della Lega Nord, con cui si chiedeva di adottare le opportune iniziative per individuare gli stranieri in soggiorno irregolare in Italia. Il parere del Governo è stato contrario e la maggioranza ha votato in conformità, respingendolo. Pazienza per chi soggiorna irregolarmente in Italia. Non si parlava di legalità. Si sono dette tante cose sulla legalità. Ma la legalità vale solo per qualcuno?
Un ordine del giorno sottoscritto da me e da altri senatori del Gruppo Forza Italia intendeva impegnare il Governo a occuparsi di quelle organizzazioni che - secondo la denuncia dell'organismo internazionale Frontex - collaborano e sono conniventi con gli scafisti e sono complici del traffico di merce umana che causa migliaia di morti. L'ordine del giorno è stato respinto dal Governo e dalla maggioranza.
Abbiamo chiesto che ci si attenga all'area di intervento prevista dall'operazione Triton, che dovrebbe essere vincolante per l'Italia. Anche questo ordine del giorno è stato respinto.
Un altro ordine del giorno chiedeva al Governo di adoperarsi affinché non tutti i migranti che vengono recuperati nel Mediterraneo vengano portati in Italia. Questa cosa sembrerebbe elementare: quando una nave è danese, olandese o tedesca è territorio del rispettivo Paese e, quindi, è giusto che i migranti vengano portati in Danimarca, Olanda e Germania. Al contrario, i migranti vengono portati tutti in Italia, a causa in parte di determinati accordi e in parte della passività del Governo italiano. Il parere sull'ordine del giorno è stato contrario, quasi a significare che li vogliamo tutti in Italia. Di fronte a queste prospettive c'è veramente da chiedersi quale sia l'intendimento del Governo.
Concludo ricordando un altro ordine del giorno, che è stato respinto, con cui si chiedeva al Governo di programmare e studiare - quindi non doveva farlo nell'immediato - delle misure affinché ogni famiglia italiana con minore abbia aiuti pari a un quarto del costo che comporta un profugo richiedente asilo o immigrato (chiamiamolo come vogliamo). L'ordine del giorno è stato respinto: un italiano non vale neanche un quarto di uno straniero. Per questo motivo, ci troviamo nella situazione per cui in Italia la differenza di popolazione tra italiani e stranieri scende ogni giorno di 1.600 persone. È come se ogni quattro giorni un Comune italiano di media grandezza diventasse straniero.
Se questa è la prospettiva che si vuole offrire, indubbiamente il provvedimento in esame va in quella direzione, che è sbagliata, in quanto contro gli italiani e la nostra civiltà, che - grazie a come è e al benessere che si è guadagnata - può aiutare degli stranieri, ma non tutti, altrimenti finiamo come i Paesi dai quali quelle stesse persone provengono. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Conte. Ne ha facoltà.
CONTE (AP-CpE). Signor Presidente, il decreto‑legge che ci accingiamo a convertire fa i conti con la straordinaria pressione migratoria che abbiamo sotto gli occhi e che soprattutto dobbiamo saper governare sempre meglio.
È stato detto che i numeri dei migranti che rischiano la vita per raggiungere il nostro Paese sono sconvolgenti e in continuo aumento. Nel 2013 le domande di asilo sono state pari a 26.620 e nel 2016 a 123.600. Nel 2017 il numero è in forte incremento: solo nei primi mesi, 15.844 migranti sono arrivati in Italia via mare, il 74 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
II continuo incremento dei flussi, e di conseguenza delle richieste di protezione internazionale, naturalmente preoccupa. Abbiamo visto che fino a ora le commissioni territoriali si sono trovate in grandissima difficoltà nello smistamento delle domande e nell'organizzazione dei rimpatri per i migranti irregolari. Questo fatto non ci deve sorprendere: gli strumenti a disposizione erano - e il decreto-legge in esame mette mano a questi aspetti - inadeguati per fronteggiare un numero di persone così ingente.
Lasciatemi dire che valuto complessivamente positive le norme contenute nel decreto-legge, che assume l'impegno a ridurre i tempi delle domande e a rendere più snella la presa in carico dei migranti da destinare alle forme di accoglienza previste, dalla ricollocazione fino al rimpatrio forzato.
Sappiamo che questo decreto-legge non si configura come una ricetta risolutiva - semmai ve ne fosse una - perché sono necessari politiche diverse, interventi diversi, politiche internazionali differenti. Il decreto-legge al nostro esame non è altro che un aggiustamento del quadro legislativo e delle politiche che dobbiamo realizzare, sapendo che sono molteplici e riconducibili a grandi filoni di intervento come quello più volte citato teso a evitare la partenza delle persone soprattutto dalle coste libiche e africane, come gli accordi di riammissione che possano consentire di accompagnare indietro - in molti casi anche contro la loro volontà - gli immigrati che non hanno diritto a un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Sono necessari, inoltre, maggiori investimenti nei Paesi da cui provengono gli immigrati e una maggiore cooperazione internazionale.
Queste e altre azioni rappresentano le grandi politiche che naturalmente devono avere anche altri luoghi di indirizzo legislativo in cui possono essere ancor meglio messe a punto. In parte sono misure che possono trovare già oggi, con questo quadro legislativo, aggiustamenti e implementazioni attraverso gli atti di Governo.
Il decreto-legge si concentra, in particolare, sulle procedure giudiziarie, in base alle quali si valuta la legittimità delle richieste di protezione presentate a parte dei richiedenti asilo, e in qualche modo punta a snellire quelle che si sono indubitabilmente rivelate eccessivamente farraginose. Lo snellimento delle procedure non può, tuttavia - e il lavoro fatto in Commissione certamente lo conferma - mettere in alcun modo in discussione i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti in nome del rispetto della persona umana, ma anche dei tanti trattati internazionali che tutelano le persone migranti.
L'altra questione piuttosto importante che viene affrontata riguarda le modalità attraverso cui esercitare un contenimento, anche in questo caso, rispettoso dei diritti e della dignità delle persone in custodia, qualora si sia di fronte a persone che hanno commesso reati passati in giudicato e per i quali è previsto un procedimento di espulsione attraverso l'accompagnamento coatto. Questa ulteriore questione viene affrontata attraverso una visione intelligente e cioè con una spalmatura dei centri per il rimpatrio, attraverso strutture di dimensioni più piccole, che possano consentire maggiore efficacia, ma anche maggiore rispetto della vita delle persone in custodia.
Queste sono sostanzialmente le sfide di questo decreto-legge, che pare possano essere individuate come positivamente affrontate.
Presidenza del vice presidente GASPARRI (ore 11,09)
(Segue CONTE). In una logica di completamento delle politiche per l'immigrazione, occorre orientarsi non solo a una giusta gestione dei flussi, anche in riferimento alla necessità di evitare forme di invasione, ma anche a una politica di gestione delle presenze e dei nuovi arrivi. Siamo, infatti, di fronte non a un'invasione, ma a un fenomeno che può tornare - ed è già tornato - fortemente utile alla nostra economia e alle nostre comunità. Pensiamo ai tanti lavori che vengono svolti anche in sostituzione di quelli una volta realizzati dagli italiani e che ora gli italiani stessi fanno fatica ad accettare di svolgere. Proprio in forza di questa ricchezza che l'immigrazione sta portando nel nostro Paese, dobbiamo essere capaci di accogliere i nuovi arrivi nel modo più efficace, più attento e più promozionale.
Giudico inoltre positivamente il potenziamento delle commissioni territoriali, finanziariamente nella specializzazione del personale e nel numero, nonché la formazione di sezioni specializzate per quanto riguarda i tribunali. Ritengo prioritario, fondamentale e positivo il fatto che in ogni Regione d'Italia sia stato istituito un tribunale della corte d'appello dedicato espressamente allo smaltimento dei ricorsi decisionali da parte dei migranti.
Le Commissioni riunite hanno approvato l'emendamento 1.10000 (testo 2), interamente sostitutivo dell'articolo 1.
L'emendamento, riformulato tenendo conto dei rilievi della Commissione bilancio, propone un ampliamento del numero delle sezioni specializzate, prevedendo che esse siano istituite presso i tribunali ordinari del luogo nel quale ha sede la corte d'appello. Tale ampliamento non comporta ulteriori oneri o la necessità di incrementi di organico, in quanto vi si deve provvedere nell'ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente.
L'istituzione di sezioni specializzate, secondo quanto precisato nella relazione, risponde all'esigenza di assicurare una maggiore celerità ai ricorsi giurisdizionali in materia di immigrazione, a fronte del significativo aumento delle richieste di protezione internazionale registratosi negli anni 2013-2016 in conseguenza dell'eccezionale afflusso di migranti. L'esponenziale aumento delle domande dirette alle commissioni territoriali si è tradotto in un altrettanto esponenziale incremento del numero delle impugnazioni in sede giurisdizionale delle decisioni amministrative, che ha interessato in particolare alcuni distretti di corte d'appello. I 14 tribunali (individuati ai fini dell'istituzione delle sezioni specializzate) sono stati scelti proprio sulla base dei dati relativi al numero delle domande di protezione internazionale esaminate negli ultimi due anni da ciascuna commissione territoriale o sezione distaccata.
La previsione di sezioni specializzate non costituisce una novità nell'ordinamento processuale italiano. A ben vedere, infatti, il secondo comma dell'articolo 102 della Costituzione stabilisce che possono essere istituite sezioni specializzate per determinate materie, anche con la partecipazione di cittadini idonei, estranei alla magistratura. Fra i giudici specializzati togati si possono annoverare le sezioni lavoro istituite presso i tribunali e le corti d'appello, per tutte le controversie di lavoro e della previdenza sociale, nonché, più recentemente, i cosiddetti tribunali delle imprese, sezioni specializzate istituite presso i tribunali e le corti d'appello con sede nel capoluogo di ogni Regione con competenza in materia di impresa. Così - ad esempio - una Regione come il Friuli-Venezia Giulia, prima gravata da consistenti flussi migratori derivanti dal cosiddetto corridoio Adriatico-Baltico, si trovava inizialmente ad avere il tribunale specializzato più vicino a Venezia, chiamato peraltro a coprire la giurisdizione di tutto il Triveneto (Trentino, Veneto e Friuli-Venezia Giulia). Ovviamente questo fatto sarebbe stato disfunzionale, proprio a causa dell'alto numero di transiti dei migranti e delle distanze non indifferenti tra i centri per il rimpatrio e Venezia. È quindi positivo che anche la Commissione si sia fatta carico della questione e abbia portato a 26 il numero di tali tribunali.
Per la formazione dei magistrati che intendono acquisire una particolare specializzazione in materia è prevista l'organizzazione di corsi di formazione da parte della Scuola superiore della magistratura, in collaborazione con l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo, istituito dal regolamento (UE) n. 439/2010 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 maggio 2010, e con l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Costituisce titolo preferenziale, ai fini dell'assegnazione alle sezioni specializzate, l'essere già stati addetti alla trattazione dei procedimenti in materia di immigrazione per almeno due anni, l'aver partecipato ai corsi di formazione organizzati dalla Scuola superiore della magistratura o avere una particolare competenza in materia, per altra causa. In secondo luogo, fa bene il Ministero ad aumentare il numero del personale specializzato a più stretto contatto con i migranti, come ad esempio nel caso degli interpreti che, dopo una formazione specifica, possono dare un notevole contributo alla conoscenza dello status e delle esigenze dei migranti in arrivo.
Trovo inoltre utile la definizione che il decreto-legge ha dato dei tempi di permanenza dei migranti irregolari all'interno delle strutture specializzate, e quindi anche lo snellimento dei tempi di espulsione. I corsi di formazione dei magistrati prevedono specifiche sessioni dedicate alla valutazione delle prove, ivi incluse le tecniche di svolgimento del colloquio. È valutata positivamente, altresì, la conoscenza della lingua inglese, come era previsto originariamente nel testo. A seguito dei lavori in Commissione, si è aggiunto come titolo preferenziale anche la conoscenza della lingua francese per motivi facilmente intuibili: il francese e l'inglese sono le lingue prevalentemente parlate dagli immigrati e la loro conoscenza consente un più diretto rapporto tra chi dovrà procedere all'interrogatorio e all'esame di quelle persone e gli interessati stessi. Inoltre, al fine di assicurare la formazione continua dei magistrati addetti alle sezioni, è stato previsto che, nei tre anni successivi all'assegnazione alla sezione specializzata, i giudici debbano partecipare, almeno una volta l'anno, a sessioni di formazione professionale. Negli anni successivi hanno comunque l'obbligo di partecipare, almeno una volta ogni biennio, a corsi di aggiornamento professionale.
Da ciò si evince la grande attenzione che il Governo ha voluto dedicare a questa categoria di magistrati che si devono occupare di una materia delicata. Prevedere un livello estremamente alto di specializzazione ci consente anche di presagire che queste sezioni avranno magistrati di competenze particolarmente elevate, che sapranno affrontare i problemi che nella quotidianità si stanno presentando oggi nel rapporto con gli immigrati.
Gli aspetti fondamentali sono stati affrontati dalle Commissioni la e 2a riunite, cercando di trovare soluzione ai quattro nodi che si sono presentati nel corso della discussione. In particolare, il primo nodo era il numero delle sedi, mentre il secondo grande tema era l'udienza del magistrato dopo il primo colloquio che si ha nelle commissioni territoriali. Il problema è stato risolto a seguito di un grande confronto con le opposizioni ed è stato deciso che il giudice possa non solo sempre disporre l'udienza per ascoltare l'interessato, come era già previsto nel testo originale del decreto-legge, ma anche, in casi particolari, disporre effettivamente l'udienza.
In conclusione, si tratta di un provvedimento necessario che contempla le esigenze di celerità con la tutela dei diritti umani e pertanto ne auspico convintamente una rapida approvazione.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Guerra. Ne ha facoltà.
GUERRA (Art.1-MDP). Signor Presidente, il decreto-legge che oggi discutiamo rappresenta un serio tentativo di velocizzare i procedimenti in materia di protezione internazionale e di rivedere la normativa di contrasto dell'immigrazione illegale. Infatti, la rinnova su alcuni punti, che sono stati anche significativamente migliorati nel corso del lavoro in Commissione, quali l'istituzione delle sezioni specializzate, il potenziamento delle commissioni territoriali, la disciplina delle attività amministrative di notifica, la previsione della possibilità dei richiedenti protezione internazionale di partecipare ad attività di utilità sociale, le modifiche in materia di permesso per motivi umanitari e di protezione internazionale in caso di permesso di soggiorno e il riconoscimento di protezione riconosciuti da due Stati membri UE diversi.
C'è però un insieme di argomenti molto rilevanti che avrebbero richiesto e richiedono ancora interventi urgenti e profondi di revisione di un quadro normativo insoddisfacente che resta invece immodificato: mi riferisco a materie fondamentali come la regolamentazione degli hot spot, gli ex CIE ora ribattezzati centri di permanenza per i rimpatri, e la disciplina dei flussi regolari. Su questi temi il provvedimento interviene solo per aspetti specifici, marginali, mentre sarebbe necessario un ripensamento profondo che si basi su un esame dei limiti della situazione attuale, ripensamento che dovrebbe essere agevolato da dati e notizie da mettere a disposizione del Senato per agevolarne l'iniziativa parlamentare.
Mi soffermo un attimo sugli importanti temi trascurati dal decreto-legge: occorre una razionalizzazione del sistema dell'accoglienza e mi riferisco in particolare alla disciplina degli hot spot, per i quali non è solo necessario un attento monitoraggio dell'azione amministrativa, ad esempio attraverso la definizione e il rispetto degli standard da garantire su tutto il territorio nazionale, ma anche un intervento normativo visto che le norme di riferimento sono state predisposte con la legge Puglia del 1995, in un contesto cioè in cui l'immigrazione non si presentava con gli elementi di strutturalità che oggi conosciamo e si seguiva quindi un approccio emergenziale.
Allo stesso modo, una riflessione richiede la condizione degli ex CIE, così come è stata fotografata dal rapporto prodotto e aggiornato nel gennaio 2017 dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato. Ne emerge una situazione a volte drammatica, aggravata dagli scandali che si continuano a registrare in relazione all'affidamento della gestione dei centri. Anche in questo caso è richiesto un doppio livello di intervento: sul piano amministrativo, su cui qualcosa si sta facendo (il Ministro dell'interno, con la collaborazione dell'ANAC, ha infatti predisposto un contratto tipo), ma anche sul piano della revisione normativa. Bisogna che sia meglio chiarito chi entra nei nuovi centri, quali sono le condizioni in cui le persone devono essere trattenute, quale monitoraggio deve essere compiuto per evitare il ripetersi del fenomeno dei trattamenti disumani che a volte si sono verificati.
Insomma, il cambio di nome da centri di identificazione ed espulsione a centri di permanenza per i rimpatri richiede un cambiamento radicale di prospettiva, che il decreto-legge, invece, purtroppo non ha neppure iniziato.
Infine, ma non ultimo per importanza, il blocco dell'immigrazione regolare è risultato inefficace nel fermare l'arrivo in Italia di migranti economici; espone, quindi, gente che fugge dalla miseria e dalla fame a enormi sacrifici e a rischio della vita per ricercare condizioni di vita migliori per sé e per le proprie famiglie. La normativa relativa va, quindi, radicalmente ripensata, ad esempio pensando da accordi di migrazione circolare, ad esempio favorendo gli ingressi regolari di persone che hanno maggiori possibilità di occupabilità.
A questo si affianca l'enorme problema, da risolvere, legato alla presenza in Italia di 435.000 irregolari, le cui richieste di asilo sono scadute o in procinto di esserlo. Questi invisibili sono il principale bacino di manodopera per la criminalità organizzata, per il lavoro nero e per l'estremismo che definiamo religioso. La prima cosa da fare è renderli visibili; per questo occorre abolire da subito il reato di ingresso e soggiorno illegale (cosiddetto reato di clandestinità), come noi abbiamo provato a fare già da questo provvedimento con un emendamento di tutto il nostro Gruppo MDP, dichiarato, però, inammissibile dalla Commissione.
La legge in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio, che reca disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili (legge n. 67 del 2014), recava all'articolo 2 una delega al Governo per la riforma del sistema sanzionatorio dei reati. Tra i principi e i criteri direttivi per l'esercizio della delega vi era anche l'abrogazione del reato di ingresso e soggiorno illegale, trasformato in illecito amministrativo. Il decreto legislativo n. 7 del 2016 di attuazione di questa legge non ha, però, previsto l'abrogazione del reato.
È stato un errore del precedente Governo non aver voluto procedere all'eliminazione di questo reato, che si è rivelato inutile e dannoso. È urgente porre rimedio a questo errore e non farlo in questo decreto-legge è stato perdere un'occasione.
Bisogna inoltre creare nuove opportunità a questi invisibili, ad esempio prevedendo - come autorevolmente suggerito anche da Emma Bonino - la possibilità di un permesso di soggiorno per comprovata integrazione e di un permesso temporaneo per la ricerca di lavoro; una proposta utile per favorire l'emersione di immigrati illegali e per contrastare il caporalato stagionale.
Voglio concludere il mio intervento con un'osservazione di carattere generale. «Volem acollir», Vogliamo accogliere: con queste semplici parole un mese fa, il 18 febbraio, alcune centinaia di migliaia di persone si sono radunate a Barcellona per dire basta ai muri e alla xenofobia; una manifestazione plurale e spontanea, una sfida democratica e popolare al nazionalismo e alle destre. Anche in Italia siamo pronti ad accogliere questa sfida. Le politiche di accoglienza sono per noi un dovere anche morale, perché nella condizione di chi emigra da guerre, povertà e disastri climatici riconosciamo un'umanità sofferente, cui non possiamo rimanere indifferenti.
Quello che più ci preoccupa è il continuo accostamento tra il bisogno di sicurezza e paura, quando non criminalizzazione, nei confronti degli stranieri. Noi pensiamo, al contrario, che il giusto bisogno di sicurezza sia prevalentemente garantito da politiche di integrazione. Anche per questo, il tema del riconoscimento della cittadinanza e, quindi, l'approvazione dello ius soli è in cima agli impegni che chiediamo a noi stessi e a questo Parlamento. (Applausi dal Gruppo Art.1-MDP).
PRESIDENTE. Stanno seguendo i nostri lavori gli studenti e i docenti del collegio «Villoresi San Giuseppe» di Monza, che salutiamo e ringraziamo per la loro presenza. (Applausi).
Stanno assistendo ai nostri lavori anche alcuni parlamentari albanesi. Salutiamo la delegazione in visita a Roma e in Italia, con l'amicizia tipica dei nostri popoli. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2705 (ore 11,25)
FATTORINI (PD). Signor Presidente, vorrei intervenire su due aspetti: il primo riguarda l'inquadramento generale, di tipo storico-politico, sull'immigrazione; l'altro riguarda, invece, alcuni aspetti specifici attinenti alle competenze della Commissione affari esteri di cui faccio parte.
Quindi vi sono ragioni economiche e di mancata integrazione sociale, ma, come abbiamo sempre detto, vi è anche la mancanza di una cultura in grado di produrre quest'integrazione. Come parlamentari del Mediterraneo e come OSCE, abbiamo svolto molto lavoro su questo punto, per verificare come la dimensione del dialogo interreligioso e interculturale possa essere veramente di aiuto per un'integrazione che non sia solo economica, che però è certamente la base. Insomma, si tratta di tutto quanto concorre a evitare quello che viene malamente definito - ma che pure è vero - come uno «scontro di civiltà». Abbiamo cercato di conoscere, come OSCE e come Assemblea parlamentare del Mediterraneo, anche gli imam moderati e non radicali, che contribuiscono alla formazione dei nostri cittadini musulmani.
LUMIA (PD). Signor Presidente, colleghi, anche intorno a questo decreto-legge emergono approcci culturali e politici molto diversi.
In fondo a questa diversità possiamo trovare chi considera l'immigrazione al tempo della globalizzazione un problema e altri, invece, che, come me, la considerano una risorsa. Il conflitto è aperto e così rimarrà, chissà per quanto tempo.
In ogni democrazia avanzata ci si interroga su questo dilemma. Spesso il conflitto è strumentale. Più volte serve a nascondere i limiti strutturali in cui versano tutti i soggetti politici. Certo, i movimenti populisti capeggiano l'approccio che vede nell'immigrazione solo un problema per raccogliere un consenso elettorale che, diversamente, difficilmente sarebbero capaci di attrarre.
Quelli come me che, invece, considerano l'immigrazione una risorsa naturalmente devono prestare attenzione alla portata dei flussi, che comunque crescono e sono consistenti, ad esempio nel nostro Paese. Si scatenano paure e reali problemi che non vanno demonizzati. Semmai, vanno governati.
Ma anche quelli che considerano l'immigrazione un problema devono misurarsi con il fatto che è un fenomeno inarrestabile, storico, globale. Anche per loro bisogna chiamare alla responsabilità di Governo, piuttosto che all'esercizio della demonizzazione. In Italia, cari colleghi, abbiamo la memoria per trovare l'equilibrio giusto tra problema e risorsa. L'italiano onesto che migrava negli Stati Uniti era considerato spesso un problema. Invece, l'italiano mafioso era accolto come una risorsa. Così, cari colleghi, abbiamo conosciuto la storia della nostra emigrazione all'estero.
Io appunto ho ricordato la più consistente che abbiamo conosciuto, quella verso gli Stati Uniti. Un errore tragico, che spostava agli italiani onesti, siciliani, calabresi, campani e veneti, spesso maltrattati, anche nella loro dignità, verso la protezione dei mafiosi. Errore che non dobbiamo consumare oggi nei confronti degli immigrati che arrivano in Italia sulle nostre coste.
Lasciatemi dire senza retorica che l'immigrato onesto, che cerca protezione internazionale sulle nostre coste, è un fratello, una sorella, un bambino, un essere umano da accogliere ed integrare. Guai a nascondere l'umanità che accompagna la loro tragedia, la loro fuga dalle guerre, la loro disperazione.
L'immigrato disonesto che non segue quelle rotte è il problema. L'immigrato che si fa mafioso, che si fa criminale: quello sì che va colpito e va allontanato dal nostro Paese. Di fronte all'immigrato disonesto la democrazia deve essere forte, rigorosa e non viceversa, come spesso accade. Quando di fronte a una donna che viene ridotta in condizioni di schiavitù, maltrattata e violentata la democrazia diventa lugubre, fredda e cinica, allora perdiamo tutti, cari colleghi, sia quelli che considerano l'immigrazione un problema, sia quelli che la considerano una risorsa. Ecco perché dobbiamo tutti cambiare approccio. Tutti siamo chiamati a vivere questa sfida con un passo diverso. Più interventi nei Paesi di origine? Sì, altro che. Più integrazione? Senz'altro, nel nostro Paese. Più Europa? Chi potrebbe essere contrario? È dall'integrazione di questi tre fattori che alla fine potremo trovare un cammino comune, un'ipotesi di lavoro condivisa e potremo affrontare seriamente questo problema.
Per quanto riguarda l'integrazione nel nostro Paese, tutti gli esperti ci dicono che il reato d'immigrazione clandestina si è di fatto trasformato in una bufala, crea solo problemi e intasa solo i nostri tribunali. Non è in grado assolutamente di dare una risposta anche a chi vede - a mio avviso in modo sbagliato - l'immigrazione come un problema. Forse dovremmo invece concentrarci sull'approvazione di una legge che riconosca lo ius soli, perché la cittadinanza moderna che integra è la migliore soluzione. È quella che evita che l'altro sia considerato una minaccia; è quella che fa in modo che l'altro partecipi alla vita della nostra società e delle nostre democrazie e che si possa evitare quanto sta succedendo in Europa. Mi riferisco anche alle seconde e terze generazioni che, alla fine, di fatto si sono sentite estranee culturalmente alla nostra vita culturale, ai nostri valori e, spesso, si sono trasformati in manovalanza per il terrorismo. Non facciamo questo errore; non chiudiamoci alla prospettiva dell'integrazione. Ci vogliono più Europa, più quote e più risorse. Più quote servono per condividere la necessità inevitabile di una dimensione di accoglienza. L'Europa gioca con l'Italia; non deve fare la furba e la cinica, dando in teoria disponibilità quando nella pratica non l'abbiamo ancora vista. C'è poi il peso degli investimenti che il nostro e gli altri Paesi, per le loro caratteristiche geografiche, sono chiamati a sopportare in termini di accoglienza con riferimento ai flussi migratori. Più interventi nei Paesi di origine? Certo, in Africa dobbiamo intervenire con massicci investimenti. Dobbiamo considerare quegli investimenti una risorsa per l'Europa e le nostre società, perché fanno in modo che l'immigrazione non sia così consistente come lo è oggi. È giusto che quelle donne, quei bambini e quegli uomini possano avere una chance di vita e di lavoro nei loro territori. Quegli investimenti, che a livello internazionale dobbiamo mettere insieme, sono baciati dal Signore, utili e positivi e tutti insieme dobbiamo lavorarci.
Non disdegno neanche, sul piano degli interventi nei Paesi di origine, interventi repressivi di polizia internazionale. Colleghi, possiamo tollerare che in alcuni Paesi africani ci siano dei veri e propri lager dove sono ammassati esseri umani, privati di qualsiasi libertà e dignità? Possiamo accettare passivamente, come avvenne durante la Seconda guerra mondiale, quei lager su cui anche allora si tergiversava, si negava e minimizzava? Anche noi abbiamo una realtà presente oggi in questi Paesi. Penso alla Libia e ad altri Paesi dove si concentrano i cammini e le tappe dell'immigrazione, dove si trasformano spesso quegli immigrati in schiavi, dove la tratta viene esercitata continuamente. Anche interventi repressivi e selettivi di polizia internazionale capeggiati dell'ONU devono trovare uno spazio in questa globale e integrata strategia.
Ecco perché, cari colleghi, non c'è spazio per le divisioni, né per utilizzare strumentalmente un diverso approccio nei confronti degli immigrati.
Presidenza della vice presidente LANZILLOTTA (ore 11,46)
(Segue LUMIA). Il presente decreto-legge cerca di migliorare la condizione dell'accoglienza nel nostro Paese e nello stesso tempo interviene sull'immigrazione clandestina. È stato detto che in Commissione giustizia qui in Senato abbiamo molto migliorato il testo e ciò è avvenuto con il contributo di tutti i Gruppi parlamentari, di maggioranza e di opposizione. Anche noi del Partito Democratico abbiamo presentato emendamenti e ci siamo preoccupati di rendere questo testo solido da un punto di vista costituzionale, perché le garanzie nei confronti delle persone deboli ed esposte come gli immigrati non sono mai troppe. In Commissione abbiamo contribuito a migliorare la scelta positiva fatta dal Governo di istituire delle sezioni specializzate che si occupano proprio delle controversie, e che sono chiamate a pronunciarsi sul diritto di protezione e di asilo; si tratta, quindi, di una scelta condivisibile che abbiamo già conosciuto nel nostro meccanismo ordinamentale della giustizia, come le sezioni famiglia e impresa che stiamo costituendo. In Commissione abbiamo discusso del numero delle sedi dei tribunali dove allocare le sezioni specializzate; il Governo nel decreto-legge ne prevedeva 14: ad esempio in Sicilia si prevedevano sezioni specializzate solo nei tribunali di Palermo e Catania e veniva escluso quello di Caltanissetta. Ho presentato degli emendamenti, così hanno fatto altri colleghi e alla fine è prevalsa la decisione giusta ed equilibrata di mantenere in piedi i 26 tribunali allocati nelle corti d'appello. Mi sembra che questa sia la decisione più equilibrata e più rispondente alla necessità di coprire l'intero territorio ed evitare che ci possano essere territori privi di un giudice che sia qualificato, ben formato, preparato e specializzato.
Cari colleghi, abbiamo altresì migliorato alcuni punti di garanzia costituzionale per fare in modo che la difesa e il contraddittorio non siano richiamati dai cultori del garantismo solo per i cittadini italiani, mentre nei confronti dell'immigrato debole sia esercitata la pessima cultura non garantista. Abbiamo quindi lavorato per migliorare l'udienza, la collegialità, la videoregistrazione e abbiamo preteso una maggiore qualificazione dei magistrati; inoltre, quando ci siamo trovati di fronte alla necessità di avere e di condividere procedure più snelle e veloci, abbiamo fatto in modo che ciò avvenisse nel pieno esercizio delle garanzie.
Ugualmente, abbiamo fatto in modo che anche nelle commissioni, che sono il primo nucleo di valutazione della richiesta di protezione e di diritto d'asilo, ci fossero più persone e persone più qualificate.
Ora saremo chiamati a una sfida che si eserciterà nel concreto realizzarsi del superamento dei CIE e nell'avvio su nuove basi dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Per quanto il nostro Paese abbia cercato in tutti i modi di evitarlo, in questi contesti abbiamo conosciuto troppe violazioni di diritti umani. Per questo il decreto-legge in esame è un buon provvedimento, che va accompagnato nella realtà e concretamente monitorato; penso che questa scelta, che alla fine è stata condivisa al di là delle posizioni formali di maggioranza e di opposizione che in Aula che si assumeranno, possa qualificare il lavoro parlamentare e l'intervento del Senato. (Applausi dei senatori Dirindin e Lo Giudice).
GASPARRI (FI-PdL XVII). Signora Presidente, parto dalle considerazioni che sono state appena fatte dal rappresentante del Partito Democratico. Il Gruppo di Forza Italia ha affrontato e sta affrontando con spirito costruttivo e positivo questi due provvedimenti sulla sicurezza: il primo è quello che riguarda la sicurezza sulle città, che è stato esaminato dalla Camera e che ora è arrivato in Senato, il secondo è il decreto-legge sull'immigrazione in discussione.
Abbiamo anche, ove è stato possibile e ove c'è stata possibilità di ascolto, inserito norme più utili, più efficaci e tese a migliorare la qualità di questi provvedimenti. Penso alla possibilità dell'arresto differito, che nel provvedimento sulla sicurezza nelle città è stato inserito partendo da emendamenti che il Gruppo di Forza Italia ha presentato e che poi il relatore ovviamente ha voluto riformulare, per non far vedere che si approvava un emendamento dei nostri parlamentari; ma l'iniziativa era chiaramente riconducibile a Forza Italia.
Stesso atteggiamento abbiamo avuto qui al Senato; tuttavia l'ascolto è stato scarsissimo e insufficiente. Non intervengo sugli aspetti tecnico-giuridici, che meglio di me il senatore Caliendo tratta in quest'Aula e ha trattato in Commissione, dove ha rappresentato le difficoltà dell'accorciamento dell'iter per l'esame della domanda di asilo, che noi condividiamo. Il fatto di fare prima per distinguere un profugo che ha diritto all'asilo da un clandestino è un aspetto fondamentale per gestire meglio le politiche dell'immigrazione. Noi condividiamo questo accorciamento della filiera, però ritenevamo che la corte di appello fosse la sede propria per questo esame e abbiamo sostenuto questa posizione con dovizia di argomenti; lo hanno fatto la senatrice Bernini, il senatore Caliendo, il senatore Palma e altri nelle Commissioni riunite. Ma, al di là di qualche aggiustamento tecnico sul numero delle sedi competenti, non c'è stata la capacità di ascolto di una valutazione che era fondatissima in termini giuridici e che noi inviteremmo l'Aula a ripensare, se non ci fosse il capestro del voto di fiducia. Questo per dire che noi, sul piano dei fatti, abbiamo dato un contributo di un certo tipo, che però non è stato ascoltato e recepito.
Dopodiché questo decreto-legge, che fa tecnicamente male ciò che fa e che noi condivideremmo come principio, è soprattutto carente per quello che non fa. Noi abbiamo presentato una serie di emendamenti che sono stati considerati improponibili o inammissibili e che sono stati cancellati, ma che invece riguardavano tutta una serie di questioni. Penso in primo luogo al permesso di soggiorno per motivi umanitari, di cui si abusa e che diventa il passepartout per far rimanere chiunque in Italia. Così come abbiamo contestato alcune norme in un precedente provvedimento sui minori, di cui si è occupata la senatrice Rizzotti. Noi siamo per il rispetto dei minori; ma il riconoscimento dei minori dai falsi minori e tutte le possibilità per aggirare la normativa sono stati sottovalutati. Avevamo chiesto diverse modalità per il fermo per l'identificazione e un lasso di tempo maggiore in termini di ore, ma anche questo è stato definito addirittura improponibile. Si è detto "no" all'istituzione del registro pubblico delle moschee e dell'albo degli imam; e la cronaca ci dice quanto sia urgente una verifica più attenta di coloro che vogliono esercitare il diritto costituzionale alla loro libertà religiosa e di quanti invece avvelenano, con la predicazione del fondamentalismo islamico, le città dell'Italia e dell'Europa. Abbiamo visto anche bocciati a prescindere come improponibili tutti i nostri emendamenti per restringere il concetto della protezione per motivi umanitari e tante altre norme per facilitare le procedure di identificazione.
Quindi noi siamo assolutamente insoddisfatti del modus operandi del Governo e della maggioranza. Vedete, non basta un atteggiamento un po' più deciso - ci voleva poco, del resto - dell'attuale Ministro dell'interno rispetto ai suoi predecessori per risolvere i problemi. Guardate che sui giornali di oggi trova spazio una verità che noi denunciamo da tempo: l'atteggiamento ambiguo delle organizzazioni non governative. Il «Corriere della Sera» di oggi, ma anche altri giornali (perfino «il Fatto Quotidiano» e «La Stampa») sono stati costretti a prenderne atto. Ieri in Parlamento il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro ha detto le stesse cose che diciamo noi, cioè che le organizzazioni non governative non svolgono un'azione umanitaria, ma aiutano gli scafisti a portare i clandestini in Italia e in Europa. Questo stanno facendo; se poi lo fanno con dolo o lo fanno interpretando malamente il loro ruolo, di questo se ne sta occupando la procura di Catania. Vorrei anche dire al procuratore Zuccaro, che ho citato, che però non siamo d'accordo con lui quando dice che lo scafista è incolpevole, perché, poverino, agisce sotto la costrizione del trafficante di persone. No, procuratore, lo scafista fa parte della catena del crimine, che sfrutta la disperazione delle persone e si arricchisce, perché questa gente paga per avere questo tipo di transito. Quindi anche il procuratore dice una verità importante, ma poi fa una valutazione francamente disarmante su questo giustificazionismo nei confronti degli scafisti.
Noi abbiamo chiesto - lo ha fatto il presidente Paolo Romani e penso che tale decisione sarà presa - che il Senato della Repubblica convochi queste organizzazioni non governative nelle nostre Commissioni, per capire quale ruolo svolgono. Se Medici senza frontiere o altre organizzazioni devono aiutare i poveri derelitti, questo è giusto e vanno anche sostenute; si fanno per questo sottoscrizioni, raccolte, c'è lo strumento del 5 per mille. Ma se poi, di fatto, queste organizzazioni devono andare nelle acque libiche ad aiutare coloro che portano la gente, questi utilizzano gommoni destinati a navigare poche miglia ormai, perché tanto lo sanno che non devono attraversare il Mediterraneo e più partenze ci sono, più speculazioni ci sono, più morti ci sono. Quindi le organizzazioni non governative alimentano, insieme alla debolezza dei Governi, per primo quello italiano, questa strage nel Mediterraneo.
Poi c'è la storia dei nostri migranti. Mi spiace che non si possano mettere agli atti le fotografie: mostro una foto di mio nonno, che, negli anni Venti-Trenta, è emigrato in America, è stato li alcuni anni e questa foto lo ritrae. Lavorava come tecnico. E non è vero, senatore Lumia, che gli emigranti erano tutti in mano alla mafia perché non c'era il soccorso: c'è gente che è andata onestamente all'estero, ha onorato l'Italia ed è poi tornata nel nostro Paese dove ha educato i figli e i nipoti con sani valori. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII e del senatore Giovanardi. Commenti del senatore Lumia).
Cito un caso di famiglia, per dire che non sono ostile all'immigrato perché tutti abbiamo nelle nostre famiglie, soprattutto chi viene dal Sud, queste origini. Sul sito Internet di Ellis Island, consultabile da tutti, sono stati catalogati tutti i migranti, con il nome della nave da cui sono sbarcati e nell'elenco si trova anche il nome di mio nonno, con l'indicazione della nave e della data di arrivo. Quindi, c'era anche un modo di individuare e gestire quell'immigrazione. Poi, percentualmente, ci sarà stato - ahimè - qualche italiano che non ha onorato il proprio Paese, questo lo so anche io. Al riguardo, peraltro, c'è un dibattito se siano stati i criminali ad aver fatto degenerare alcuni italiani e l'accusa di mafiosità sia ingiusta e spesso sia un luogo comune, tanto che anche ieri, mi pare un olandese, ha dato un'immagine "allegorica" dell'Italia, sia pure per altre ragioni, e addirittura ho letto stamattina che un'agenzia di viaggi organizza il mafia tour in Sicilia. Sappiamo tutti che in Italia ci sono pagine drammatiche e negative da combattere, ma è sbagliato dare un'immagine denigratoria dell'Italia, che avrà anche avuto i suoi problemi, ma ha avuto anche Leonardo da Vinci, Guglielmo Marconi e Cristoforo Colombo, visto che stiamo parlando di America.
In conclusione, noi riteniamo che i flussi migratori siano un fatto della storia dell'umanità che tutti i popoli hanno vissuto. Attualmente però la situazione non è gestibile, perché tutti sappiamo che oggi l'afflusso eccessivo arriva non solo dalle zone di guerra, ma anche dall'Africa subsahariana e che la situazione instabile della Libia facilita questi traffici.
Prendiamo atto dei tentativi di fare conferenze internazionali. Anche all'inizio di questa settimana ce ne è stata una, con rappresentanti dell'Italia, della Germania e di altri Paesi, nonché con il rappresentante della Libia. Non riapro la polemica sulle guerre giuste e le guerre sbagliate, perché quanto alla vicenda della Libia, come abbiamo detto più volte in quest'Assemblea e come ricorderemo sempre, se oggi il Paese è così, è per le colpe di coloro - i Sarkozy, gli Obama, le Clinton e anche qualche senatore a vita di quest'Assemblea - che ritenevano che la guerra in Libia fosse la prima necessità della democrazia. (Applausi dei senatori Razzi e Rizzotti). Vediamo quanto è complicato gestire la transizione verso la democrazia di Paesi che - ahimè - faticano ad approdarvi.
Riteniamo che il decreto-legge in esame, che si inserisce in questa situazione, sia un atto di consapevolezza che le cose non potevano andare avanti come stavano e stanno andando avanti. Purtroppo però esso è una risposta, assolutamente labile e debole, anche perché non c'è l'atteggiamento politico e lo si è visto in questi giorni. Il ministro Minniti è stato criticato anche da sinistra, perché vuol fare dei centri, che si chiamano non più centri di trattenimento, ma in un altro modo, con 1.600 posti. Senatore Alicata, lei viene da Siracusa: quante persone sono sbarcate l'altro ieri ad Augusta? Stiamo parlando di 1.600 persone sbarcate l'altro ieri e di 7.000 nelle ultime settantadue ore, le quali sono ora in giro per l'Italia. Quindi, alla fine, caro ministro Minniti, è inutile che si fa attaccare per 1.600 posti di trattenimento quando si esauriscono nel giro di ventiquattr'ore.
Riteniamo dunque che il provvedimento in esame sia insufficiente e che l'Italia abbia accolto e accoglierà migliaia di persone, ma anche che abbiamo superato i livelli di guardia. Riteniamo che questa politica di debolezza abbia favorito il crimine internazionale che perfino le organizzazioni che hanno una finalità umanitaria stiano - consapevolmente o no (su questo forse ci risponderà il procuratore di Catania) - alimentando questi traffici. Il provvedimento è carente sotto il profilo tecnico per quanto ho detto all'inizio circa il mancato ruolo delle corti d'appello e le decisioni che avete assunto, perché non è intervenuto con più chiarezza sui trattamenti umanitari, che spesso vengono estesi e abusati. Si poteva e si doveva fare molto meglio.
Apporre poi la fiducia rappresenta, francamente, un ulteriore errore. Non so il numero degli emendamenti, ma credo fosse nell'ordine di 300-400 o forse meno e non capisco perché non si possa più discutere dei provvedimenti esaminando gli emendamenti.
Qui ci sono parlamentari esperti: senatore Colucci, quante volte si sono discussi provvedimenti con 200-300 emendamenti? Lo facciamo anche noi. Abbiamo svolto discussioni con migliaia di emendamenti, ma non le voglio evocare. Quindi, l'invito al Governo è anche a non avere paura della discussione parlamentare. Capisco che adesso le maggioranze sono labili e ogni giorno si fonda un partito, un Gruppo parlamentare: si viene la mattina e si esce la sera che sono nati altri partiti, altri Gruppi parlamentari, con conseguenze politiche; ahimè, questo è il tempo in cui viviamo. Credo, però, che non si debba temere la discussione parlamentare, perché in queste Aule ci sono competenze e contributi che possono migliorare la qualità dei provvedimenti, mentre la fiducia spesso li peggiora, perché impedisce quel confronto che noi invece auspichiamo per rendere l'Italia più sicura, senza razzismi ma anche senza le demagogie che voi state alimentando, anche con le scelte di questi giorni. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).
GIOVANARDI (GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL, RI)). Signora Presidente, vediamo un attimo di riavvolgere il nastro, visto che si dice che la storia è maestra di vita, per capire come storicamente interi sistemi sono stati travolti dal fenomeno migratorio. Mi riferisco all'impero romano che, come sapete, le tentò tutte per regolamentare questo fenomeno. Lo fece attraverso la forza militare ma anche attraverso un'intelligente politica di integrazione, tentando di assimilare e di far diventare cittadini romani, con tutti i crismi dei vantaggi della cittadinanza romana, quelli che venivano da aree dove, allora si diceva, c'erano i «barbari», tanto è vero che, per certi aspetti, questa politica funzionò talmente che gli ultimi grandi generali romani Ezio e Stilicone erano barbari che si erano integrati.
Non tutti lo sanno, ma quando venne saccheggiata Roma dai goti venne risparmiata l'area attorno a via dei Serpenti, la vecchia Suburra, perché quei quartieri erano interamente abitati non da latini, ma - al pari dei quartieri oggi abitati dai cosiddetti extracomunitari - da popolazioni che venivano dall'Illiria, dalla Francia o addirittura da persone che venivano da Paesi germanici o dai goti. E arrivo all'attualità della nostra discussione.
Perché Roma venne saccheggiata? Perché l'imperatore fece entrare di là dal Danubio i goti, premuti a loro volta da popoli asiatici che mettevano a rischio la loro libertà, la loro autonomia e la loro vita, e incominciò lo psicodramma di un'intera popolazione trasportata dai romani al di là dal Danubio. Purtroppo, come avviene oggi, l'inefficienza della burocrazia e le promesse inevase nei confronti di questa popolazione la costrinsero in qualche modo a ribellarsi. Ci fu la famosa battaglia di Adrianopoli e da lì i barbari, i goti, penetrati nell'impero non con la forza delle armi ma attraverso un processo - ahimè, fallito - di integrazione, di assimilazione, arrivarono a saccheggiare Roma.
Lo dico perché, dal punto di vista storico, non fu leggero quello che capitò in quei secoli di crisi. Ci fu poi l'arrivo dei longobardi e al riguardo apro una parentesi: Salvini ha un bel dire e lamentarsi, ma io con Bossi scherzavo sempre ricordando che io, modenese, ho come santo San Giminiano, morto nel 396 dopo Cristo; fece il concilio di Milano con Sant'Ambrogio, ma Ambrogio e Giminiano erano romani e i longobardi arrivarono dopo il 500, quando l'impero romano era già caduto; erano brutti, sporchi e cattivi, erano i peggiori dei barbari e poi sono diventati i lombardi di oggi. Adesso alcuni storici - vedo Sergio Zavoli, che si diletta di queste cose - dicono che addirittura non saremmo nel 2017 perché negli anni che vanno dal 700 al 1100 nelle cronologie sono stati aggiunti due secoli che in realtà non ci sono stati, talmente c'è il buio nell'epoca della guerra gotica-bizantina, talmente è stata la decadenza, per due-tre secoli, di quello che è stato l'impero romano. Certamente, prendo atto che i lombardi di oggi sono i successori diretti di quelli che erano i barbari più feroci. C'è, però, un problema non secondario: i longobardi sono diventati cristiani; l'impero, pur dopo la caduta, attraverso la funzione della Chiesa, unificò l'Italia e tutta l'Europa all'insegna del classicismo, salvato dai conventi e da una visione che era quella cristiana.
Oggi abbiamo un fenomeno di dimensioni esattamente uguali a quelle di quel tempo ma abbiamo un problema in più: l'immigrazione è in larga parte musulmana, quindi di popolazioni con religione, modi di vivere, concezione della donna totalmente diversi dai nostri. E, come è stato più volte detto stamattina, ammontano a decine o a centinaia di milioni le persone che dall'Africa o da altri Continenti in questo momento vorrebbero venire in Europa.
Dunque la domanda da porsi, che ho sentito declinata in varie maniere, è la seguente: che cosa devono fare l'Europa e l'Italia per tentare una politica seria di integrazione, diversa da quella degli Stati Uniti, che è durata cento, duecento o trecento anni? Si tratta infatti di fenomeni che rischiano di essere giocati in tempi storicamente brevissimi, in una manciata di anni.
Ho ascoltato l'intervento del collega Cociancich, che ha detto una cosa, a mio avviso, disarmante nella sua ingenuità, ovvero che siamo tutti uguali e che, come gli italiani emigrarono in America, in Australia o in Svizzera, così tutti gli africani vogliono venire in Italia. Il senatore Cociancich ha detto che ci sarebbe un salto logico, da parte di chi la pensa come me o come tanti altri colleghi che sono intervenuti: come sostenere che fosse giusto che gli italiani emigrassero in America e non sostenere che sia altrettanto giusto che milioni di africani giungano in Italia?
A me le situazioni sembrano totalmente diverse, innanzitutto perché gli italiani si recavano in Svizzera o negli Stati Uniti o in Australia mediante un rigoroso meccanismo di selezione in entrata, attraverso visti regolari, in un fenomeno che si è spalmato per decenni. Mi sembra che questo non abbia nulla a che fare con la situazione che stiamo vivendo.
Tutti dicono che i migranti fuggono dalla guerra, ma bisogna fare attenzione, perché dicendo così, sembra che i loro Paesi siano stati aggrediti. Purtroppo, nei Paesi africani, il fenomeno più consueto è quello delle guerre civili: si tratta di guerre fra di loro. Questo è quello che accade in Nigeria, tra musulmani e cristiani, ed è quello che è accaduto tra hutu e tutsi, in Ruanda, tanto da coinvolgere nei massacri fatti con i machete addirittura parroci e suore. Gli hutu massacravano i tutsi per ragioni ancestrali: l'Africa è un continente terribile. Possiedo ad esempio delle immagini, che non si possono neanche far vedere, perché si vedono persone massacrate e bruciate vive lentamente, perché cristiani. Si tratta di immagini davvero terrificanti, però al Ministero degli affari esteri mi hanno detto che l'Africa è anche questa.
Dunque, dall'Africa provengono le vittime, che vanno tutelate, ma provengono anche delle culture, che trasferiscono qui da noi le lotte tribali. Nelle nostre città, infatti, non è che tra le varie etnie ci sia una grande amicizia. Qui si ripercuotono e si ripropongono le divisioni, che magari verranno superate nel corso dei secoli, ma che attualmente costituiscono un rischio davvero reale. Basta vedere la cronaca europea, che testimonia come la visione secondo cui, in Gran Bretagna o in Francia, si sarebbe potuto risolvere il problema attraverso situazioni di extraterritorialità, con interi quartieri in cui viene addirittura applicata la sharia e in cui i magistrati non entrano a sindacare i diritti delle donne o il fatto che vengano applicate leggi, che per noi sono aberranti, abbia portato alle conseguenze che viviamo.
Personalmente convengo con la collega Bertorotta: sono sempre stato contrario al fantomatico reato di immigrazione clandestina, che è tragicomico e non so perché i Governi non lo aboliscano. Non ho cambiato idea quando ero in maggioranza e non cambio idea ora, che sono all'opposizione: vorrei capire a cosa serva avviare milioni di processi, che alla fine, collega Bertorotta, non finiscono con l'incarcerazione, ma con una multa e credo che nessuno di coloro che sono stati condannati abbia mai pagato una multa in riferimento a questo fantomatico reato, che ha soltanto intasato le procure e il lavoro degli avvocati d'ufficio, senza ottenere alcun risultato.
Altra cosa sono invece il respingimento o l'espulsione. Anche in questo caso, però, dobbiamo essere chiari: il respingimento e l'espulsione non sono una pena carceraria, non sono nulla di diverso dal fatto di rilevare, semplicemente, che una persona è entrata in Italia in maniera irregolare. Se una cosa del genere viene fatta in Australia o negli Stati Uniti - non parliamo dei Paesi arabi! - semplicemente la persona viene ricondotta al Paese d'origine, o si tenta di farlo. I missionari e le persone che sono in prima linea in quei Paesi continuano a spiegarci che, finché le persone più giovani, più attive e intraprendenti, che possiedono 3.000 o 4.000 euro, che fanno parte di una certa borghesia, se ne andranno in massa, quegli stessi Paesi saranno in preda alla disperazione, perché non avranno la capacità di sviluppare autonomamente la propria economia, a causa di un depauperamento delle classi dirigenti, i cui membri vengono in Europa a milioni, rischiando anche di morire.
Questo è il quadro nel quale ci muoviamo.
Come ha ricordato qualche collega, in Commissione ieri sono stati presentati due ordini del giorno, che anch'io ho sottoscritto, uno dei quali diceva una cosa molto semplice: se si verifica che le organizzazioni non governative effettivamente scavalcano lo Stato e mettono in moto un meccanismo tale per cui, in combutta con i trafficanti di uomini, è sufficiente una segnalazione perché le ONG vadano a prendere questi migranti, almeno lo Stato italiano smetta di finanziarle, perché i morti in mare sono poi addebitabili, appunto, a questo fenomeno. I trafficanti non devono più mettere i migranti su barconi che devono fare la traversata del Mediterraneo, perché con questo meccanismo li mettono su delle bagnarole, perché è sufficiente che non affondino per qualche ora nella speranza che arrivino a raccoglierli. Se arrivano in tempo, bene; se arrivano tardi, male, perché con cinismo li lasciano affogare. Questo ordine del giorno è stato respinto. Vorrei capire dal Ministro degli affari esteri perché un ragionamento così semplice, nella stessa giornata in cui il procuratore di Catania ha fatto questa denuncia, sia stato respinto.
Anche l'altro ordine del giorno era molto semplice: chiedeva al Governo di lavorare in Europa affinché, quando le navi raccolgono questi migranti, non debbano obbligatoriamente portarli in Italia, ma possano portarli anche nei porti di Francia, Malta, Croazia e Slovenia, che sono Europa come noi e dovrebbero farsi carico del fenomeno come noi. Anche questo ordine del giorno è stato respinto.
Al di là dei tecnicismi, anch'io riconosco, con un po' di ironia (nel limite di tempo che ancora ho a disposizione, ma credo di avere più di dieci minuti, essendo l'unico a parlare a nome del mio Gruppo), come sia pretestuosa tutta la polemica contro i CIE e i centri di raccolta, dove vengono trattenuti coloro che devono essere espulsi e che magari sono già stati in carcere e sono stati identificati. Poi arriva un ministro come Minniti e scopre l'acqua calda e cioè che ci dovrà pure essere un posto dove trattenere queste persone, visto anche che hanno precedenti penali, prima che, davanti alle nostre case o nelle strade, facciano crescere la rivolta popolare nei confronti di scippi, rapine o altre situazioni di invivibilità che, per evidenti ragioni, alimentano xenofobia e razzismo. Nel decreto-legge ci sono quindi aspetti positivi che condivido, ma sono inseriti in un quadro in cui non si capisce assolutamente, come ho sentito negli interventi degli amici di maggioranza, che cosa si voglia fare.
Prima si è parlato della mafia e della 'ndrangheta, ma è stata la polizia a dire che a Fermo, ai funerali del nigeriano rimasto ucciso in quel famoso episodio di cui abbiamo parlato in quest'Aula, quelli che tenevano la bara probabilmente facevano parte della mafia nigeriana, perché come la mafia italiana si è infiltrata in America, ci sono anche organizzazioni criminali "a seguito di", non solo terroristiche, che si infiltrano in Italia. Dunque, tutti quelli che arrivano sono buoni? Coloro che arrivano per sfuggire davvero alla guerra, assolutamente sì, ma quello dei 200 milioni di persone che vogliono venire in Italia perché ritengono che in Italia si stia meglio è un fenomeno che va governato.
È chiaro che la fiducia taglia la testa al toro, perché se il Governo chiede la fiducia sul provvedimento e non lo fa votare dal Parlamento, il nostro - per le ragioni che ho appena indicato - non potrà che essere un voto contrario e di sfiducia.
PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti dell'Istituto per la formazione professionale nel terziario «Enjoy» di Porto Ferraio, in provincia di Livorno, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).
Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2705 (ore 12,13)
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Lo Moro. Ne ha facoltà.
LO MORO (Art.1-MDP). Signora Presidente, è già intervenuta per il mio Gruppo la collega Guerra, per cui raccolgo il suo testimone, vado avanti nella discussione e non parlerò delle cose che mancano in questo provvedimento, se non per dire che abbiamo presentato un ordine del giorno, che è stato approvato in Commissione, proprio per impegnare il Governo e, per quanto di competenza, il Parlamento a provvedere a colmare le lacune che ci sono nel provvedimento.
In realtà, il fatto che ci siano lacune nel provvedimento è conseguente al fatto che siamo davanti a un decreto-legge, che dichiaratamente vuole accelerare le procedure in materia di protezione internazionale e intervenire nel contrasto all'immigrazione illegale, senza quindi affrontare l'intera tematica dell'immigrazione, ma soltanto alcuni temi. Se anche appare un provvedimento molto corposo, com'è in effetti, le lacune ci sono: lo abbiamo già detto e le lasciamo da parte. È un provvedimento corposo per il fatto che innova in maniera piuttosto pesante le procedure e quindi deve entrare nei dettagli procedurali per rendere il tutto leggibile.
Vediamo allora quali sono i paletti che abbiamo rispettato in questo provvedimento. Intanto, le sezioni specializzate. Si poteva certamente fare diversamente: per risolvere il problema bastavano probabilmente le tabelle cui stava lavorando il Consiglio superiore della magistratura, con una risoluzione che pure ci ha fatto avere; ma il Governo ha scelto le sezioni specializzate e noi non abbiamo avuto motivo di contrastare questa assunzione di responsabilità. Siamo intervenuti su questo aspetto solo per correggere il numero delle sezioni specializzate, perché ci sembrava di dover garantire la presenza presso i tribunali di tutte le corti d'appello; sotto questo profilo la Commissione è intervenuta, sicuramente aiutata anche dalle audizioni. Dobbiamo dirci la verità, infatti: abbiamo avuto audizioni di particolare qualità, che hanno impedito uno scontro frontale su temi che potevano sembrare prese di posizione. Tra le persone che abbiamo audito voglio ringraziare, in particolare, il presidente Cosentino, dell'Associazione nazionale magistrati, e, soprattutto, il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura Legnini, che ha reso un'audizione eccezionale proprio per il ruolo costituzionale del CSM, i quali hanno fatto giustizia delle osservazioni che stavano emergendo, che sono apparse subito non ideologiche o politiche, ma basate sulla necessità di contemperare l'accelerazione voluta dal Governo e da noi condivisa con il diritto alla difesa e i diritti umani.
Abbiamo, perciò, allargato la competenza (è stato accettato l'allargamento della competenza anche alla materia del diritto di cittadinanza) e abbiamo mantenuto le sezioni specializzate, che però ora sono 26 e non il numero inferiore precedentemente previsto.
L'altro punto particolare presente nel provvedimento, che abbiamo accettato, anche se abbiamo cercato di arginarlo, riguarda la disciplina dettagliata della procedura presso le commissioni territoriali, alla quale si annette molta importanza. In particolare, viene introdotto uno strumento, quello della videoregistrazione, che poi, nell'evoluzione successiva, se vi dovesse essere un ricorso davanti a un giudice, acquista una rilevanza probatoria particolarmente pesante. In questo caso, siamo intervenuti cercando di tenere distinte le commissioni territoriali dalla fase successiva.
In qualche momento è sembrato quasi che queste commissioni territoriali potessero essere un primo grado di giudizio: non è così. I gradi di giudizio possono anche non essere due di merito e uno di legittimità ed essere solo uno di merito e uno di legittimità - cosa che abbiamo accettato, mettendo dei paletti dal punto di vista procedurale e della tutela dei diritti nella sostanza - ma era assolutamente necessario tenere le due cose completamente distinte. C'era nel provvedimento qualche elemento di confusione, ma noi abbiamo tenuto distinte le due fasi pretendendo e ottenendo che il ricorrente possa essere ascoltato, sia pure a seguito di una richiesta motivata (cosa che nei processi ordinari non c'è: il ricorrente viene sempre ascoltato, è obbligatorio ascoltare un ricorrente che lo richieda). In questo caso è stato messo un filtro (altri sono presenti in fasi successive) e il ricorrente può essere ascoltato se motiva la sua richiesta e se il giudice accoglie questa richiesta perché la ritiene essenziale ai fini della decisione. Resta, tuttavia, il principio di un contraddittorio che, sia pure motivato e condiviso dal giudice, rimane possibile.
L'altro elemento che non ci sembrava soddisfacente e che abbiamo ribaltato con una serena discussione, alla quale hanno partecipato tutte le forze politiche, comprese quelle di minoranza, che, per la verità, sono state particolarmente attente nella discussione generale e nell'approvazione degli emendamenti, è il seguente. Nell'ambito delle procedure di competenza della sezione specializzata le materie sono tante, ma il decreto si sofferma soprattutto su una materia specifica, che è quella della protezione internazionale, trattata all'articolo 35-bis del decreto legislativo n. 25 del 2008, dove però era prevista la non reclamabilità. Mentre per tutte le altre materie c'è il decreto ex articolo 737 del codice di procedura civile, ma c'è una possibilità di appello, per questa materia, proprio per la necessità di accelerare che ha portato alla videoregistrazione e alle cose di cui ho detto, era stata posta come obiettivo irrinunciabile dal Governo e, per il Governo, dal ministro Minniti, che lo ha detto chiaramente anche in sede di audizione, la non reclamabilità del decreto. Anche in questo caso abbiamo accettato questo paletto benché non fosse facile farlo, perché non ci sono molti casi, nel diritto italiano, in cui viene meno la collegialità quando non c'è il grado di appello, ma lo abbiamo accettato a condizione che venisse introdotto il principio della collegialità e quindi per questi provvedimenti specifici è previsto che non sia un giudice monocratico a provvedere, ma un giudice collegiale.
Sono tante, quindi, le modifiche che sono state introdotte. Il nostro è stato un approccio di grande disponibilità nei confronti del Governo, che non è stato certamente aiutato dall'impatto iniziale. Anche nelle audizioni, infatti, il fatto che stessimo discutendo di un provvedimento trasmesso qualche giorno prima di un altro provvedimento come quello sulla sicurezza urbana, che ha creato molte discussioni, ha fatto sì che si sia parlato di entrambi contestualmente ed esisteva la possibilità che in qualche modo si confondessero gli argomenti. Parlando di immigrazione, e quindi di un problema che è fortemente sentito in Italia e che va affrontato celermente, si sarebbe potuto parlare anche di sicurezza, ma noi abbiamo cercato di tenere distinti i due argomenti e siamo così arrivati serenamente ad una definizione, con i paletti su cui in parte ho riferito e che complessivamente sono stati il frutto di una discussione serena.
L'altro punto strategico che segnalava il Governo è quello relativo agli ex centri di identificazione ed espulsione (CIE). La senatrice Guerra ha spiegato per quali motivi non ci soddisfa la normativa sul punto; io aggiungo che, ferma restando la necessità di normare gli ex CIE e di fare in modo che non abbiano più niente a che fare con i CIE che sono stati anche oggetto di indagine da parte della Commissione e che sono luoghi di detenzione anche se non dovrebbero esserlo, l'esigenza che ha posto il Governo e che noi abbiamo rispettato è quella di fare in modo che questi centri siano presenti diffusamente sul territorio e quindi in tutte le Regioni. Anche questo paletto è stato rispettato, quindi complessivamente la normativa che ne risulta è una normativa sicuramente più rispettosa dei diritti dei ricorrenti, quindi dei richiedenti asilo, più rispettosa complessivamente delle norme costituzionali, ma anche dei paletti che aveva posto il Governo.
Concludo, in questa fase di discussione generale, dicendo che mi fa piacere che siano in tanti a considerare urgente l'abrogazione del reato di clandestinità. Quello che non avevamo condiviso nella discussione in Commissione era la votazione dell'emendamento che poi è stato espunto dal Presidente del Senato in fase di discussione in Aula, sulla Croce rossa. In realtà, abbiamo cercato di fare in modo che questo decreto fosse un decreto sull'immigrazione e abbiamo difeso tutto questo fino alla fine. Certo è stato sorprendente che non si potesse discutere il reato di clandestinità, perché non volevamo introdurre elementi di tipo penalistico, ma se il punto era di ridurre la presenza ed accelerare le procedure, non si poteva non sapere, anche perché è stato detto diffusamente che la pendenza di ricorsi giudiziari ovviamente obbliga le persone interessate (l'imputato ed i condannati in primo grado) a restare sul territorio italiano se non autorizzati ad allontanarsi e questo crea una pressione artificiosa che poteva ben essere risolta con l'abrogazione del reato di clandestinità.
Questo è quanto, dunque, siamo serenamente pronti ad affrontare per la prossima fase in Assemblea.
Voglio aggiungere che non condivido che si ponga la questione di fiducia sul provvedimento, perché molti degli emendamenti li abbiamo presentati noi per tutti i Gruppi: per esempio, sull'articolo 1 ce ne saranno uno o due, come quello cui ha fatto riferimento il senatore Gasparri, ma ce ne possono essere anche su molti altri articoli. Un Governo che ascolta e lavora con noi in Commissione e poi mette la questione di fiducia è una contraddizione. Lo dico perché presto arriverà il decreto sulla sicurezza e mi auguro che ci sia la stessa capacità di ascolto, altrimenti la cosa diventerebbe complicata. Il Governo sappia quindi che possiamo tollerare la questione di fiducia anche quando non la condividiamo, ove però gli argomenti e gli emendamenti vengono discussi in maniera approfondita in Commissione e si arriva a un punto di condivisione. (Applausi dal Gruppo Art.1-MDP).
MAZZONI (ALA-SCCLP). Signora Presidente, credo che per esaminare compiutamente il senso di questo decreto-legge sia necessario contestualizzarlo con i dati più recenti forniti dal Ministero dell'interno.
A dicembre 2016, i migranti ospitati nelle diverse tipologie dei centri di accoglienza italiani erano circa 176.000, il 70 per cento in più del 2015. Si è fatta la scelta di puntare sull'accoglienza diffusa, che non è semplice da gestire, ma è sicuramente la migliore, e di procedere al superamento dei grandi centri, dove è molto più difficile garantire standard efficienti e costruire politiche d'integrazione.
Diamo atto al ministro Minniti del tentativo di uscire dall'approccio emergenziale a un fenomeno ormai definitivamente strutturale, come quello dell'immigrazione. I migranti devono essere distribuiti sul territorio in modo più omogeneo di quanto succede adesso: si tratta di una strada che si è iniziata a percorrere con la possibilità dei sindaci di presentare progetti territoriali nell'ambito del sistema SPRAR e con il criterio dei tre migranti per 1.000 abitanti, per governare un fenomeno che altrimenti i territori rischierebbero solo di subire. Sono già 1.200 i Comuni che adottano lo SPRAR e molti altri stanno completando le domande, la cui prima scadenza è fissata alla fine di marzo.
L'Associazione nazionale dei Comuni, partendo dalla ripartizione delle quote per Regione stabilite nel 2014, ha proposto una distribuzione più equilibrata, sulla base della popolazione residente, per evitare situazioni drammatiche, come la concentrazione di oltre 1.000 migranti su un territorio di circa 3.000 abitanti, com'è successo nei due Comuni limitrofi di Cona e Bagnoli, in Veneto. L'impatto in questi casi rischia di essere difficilmente sostenibile, sia per i migranti sia soprattutto per i residenti. Il sistema SPRAR, opportunamente rivisto, consente quindi, su base volontaria, a ogni sindaco e a ogni raggruppamento di piccoli Comuni, di gestire l'accoglienza sulla base delle specifiche caratteristiche delle città e dei territori. Aderire al sistema dello SPRAR significa anche garantire una distribuzione più equilibrata del flusso migratorio sul territorio.
Il Governo ha preso alcune misure negli ultimi mesi, dai 500 euro per ciascun migrante ospite, riconosciuto nella legge di bilancio dei Comuni, al potenziamento delle Commissioni territoriali, al tentativo, con questo decreto-legge, di semplificare le procedure di ricorso, per dimezzare i tempi d'attesa per l'esame delle richieste sul diritto di asilo. Come ho spiegato illustrando la questione pregiudiziale, però, il provvedimento contiene misure semplificatorie che rischiano di incorrere in una raffica di ricorsi alla Consulta, per la loro più che sospetta incostituzionalità.
Il decreto Minniti-Orlando apporta infatti significative modifiche di segno restrittivo alla disciplina della limitazione della libertà dei migranti in condizioni d'irregolarità e della tutela giurisdizionale dei richiedenti asilo.
Anzitutto, nonostante la dimostrata inefficacia del trattenimento nei centri d'identificazione ed espulsione rispetto all'obiettivo di agevolare le procedure d'identificazione e rimpatrio, il Governo ha scelto non solo d'investire ancora su questo istituto, ma addirittura di rafforzarlo. Si estende infatti ulteriormente di quindici giorni la durata del trattenimento nel centro del migrante già detenuto nei casi di particolare complessità delle procedure di identificazione e organizzazione del rimpatrio, previa convalida da parte del giudice di pace. Rispetto alla espulsione a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione si prevede anche che, quando non sia possibile effettuare il rimpatrio dello straniero per causa di forza maggiore, sia ripristinato lo stato di detenzione, sia pure per il tempo strettamente necessario all'esecuzione del provvedimento espulsivo. Inoltre, si dispone l'ampliamento della rete dei centri, pur tenendo conto, nella individuazione dei locali idonei, della necessità di realizzare strutture di capienza più limitata rispetto ai CIE.
Fortemente ridimensionata risulta poi, con questo decreto-legge, la tutela giurisdizionale del richiedente asilo rispetto al provvedimento di diniego di questo status. Il procedimento di ricorso avrà, infatti, natura esclusivamente camerale e prevalentemente cartolare con una significativa attenuazione della presenza del contraddittorio. Ai fini della decisione, il giudice utilizzerà infatti essenzialmente la videoregistrazione del procedimento amministrativo che si è tenuto davanti alla commissione territoriale. La comparizione del richiedente sarà invece disposta solo qualora il giudice lo ritenga necessario a seguito della visione della videoregistrazione e quando il giudice, appunto, consideri indispensabile l'acquisizione di chiarimenti delle parti. La contrazione delle garanzie del contraddittorio così prevista è stata denunciata, tra gli altri, dallo stesso primo presidente della Corte di cassazione, che ha sottolineato come la garanzia del contraddittorio presupponga l'effettiva parità delle parti, mentre in alcuni casi il procedimento speciale prefigurato dal decreto Minniti-Orlando per le controversie in materia di protezione internazionale è a contraddittorio puramente eventuale.
Il problema è che pretendere la semplificazione delle procedure non può significare in alcun modo la soppressione delle garanzie. Ciò è tanto più rilevante se si considera che con il decreto-legge si esclude anche l'appello contro la decisione del tribunale. Il decreto finisce, insomma, con l'aggiungere ulteriori deroghe di segno restrittivo al diritto comune nei confronti dei soli stranieri, già di per sé destinatari di un sottosistema giuridico peculiare. Si pensi, per tutti, all'istituto della detenzione amministrativa nei centri.
Peraltro, il Governo non ha colto l'occasione per disciplinare quello che oggi costituisce un vero e proprio limbo giuridico, ovvero la permanenza negli hotspot. Ciò sarebbe stato opportuno anche alla luce della sentenza della Corte europea dei diritti umani del dicembre scorso, che ha condannato l'Italia per l'illegittimità del trattenimento di molti migranti nel periodo della primavera araba nel centro di accoglienza di Lampedusa. La Corte ha stigmatizzato l'assenza di una base giuridica adeguata che legittimasse il trattenimento dei migranti.
L'impressione complessiva, insomma, è che ancora una volta le modifiche normative in materia di immigrazione, sia pure con l'intento opportuno di accelerare procedure amministrative il cui numero è cresciuto esponenzialmente negli ultimi tempi, finiscano con il determinare un'ulteriore limitazione alla libertà e ai diritti dei migranti.
Voglio sottolineare che gli hotspot ancora non hanno un quadro normativo certo. Sono una sorta di limbo giuridico ed è assolutamente necessario precisare nella normativa nazionale e comunitaria quanto avviene in questi centri: a livello europeo non si è ritenuto di dover emanare regolamenti o direttive, perché si ritiene bastino i quadri regolatori delle agenzie europee che operano nei centri di identificazione e registrazione; a livello nazionale si è proceduto solo attraverso circolari ministeriali invece che sulla base di una legge. Nati come risposta della Commissione europea all'aumento del numero di migranti e alle perdite di vite umane nel Mediterraneo, gli hotspot sono stati introdotti in Italia dalla circolare del Ministro dell'interno del 6 ottobre 2015. Su questi centri resta (e colpevolmente in questo decreto-legge non si è voluto intervenire sul punto) un alone di nebulosità intorno alle basi giuridiche che reggono l'approccio hotspot, nel quale si rileva l'assenza di una cornice giuridica. Nessun atto normativo, infatti, né italiano, né europeo, disciplina quanto avviene all'interno di questi centri. Ciò avviene a dispetto della riserva costituzionale prevista dall'articolo 10, comma 2, della Costituzione, secondo cui la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge. L'unica normativa di riferimento resta infatti quella del 1995, la cosiddetta legge Puglia, ripresa dal recente decreto legislativo n. 142 del 2015.
A gennaio il ministro dell'interno Minniti ha annunciato dei cambiamenti che coinvolgeranno gli attuali Centri di identificazione ed espulsione (CIE), parlando di un profondo cambio di rotta, con una governance trasparente e migliori condizioni di vita all'interno. I nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) dovrebbero essere più piccoli e più numerosi, uno per Regione nei pressi degli aeroporti. Attualmente i CIE attivi sono cinque: Roma, Bari, Caltanissetta, Torino e Trapani. Il fatto che ne siano rimasti solo cinque indica proprio la presa d'atto del loro gigantesco fallimento, per gli elevati costi, per le condizioni degradanti e il numero limitato di stranieri effettivamente rimpatriati, evidenziato anche da tutti gli studi indipendenti, oltre che dalla Corte dei conti e dalle relazioni delle Commissioni parlamentari di inchiesta, cosa che ha indotto i Governi precedenti a diminuirne drasticamente il numero. Questi cambiano nome: non si chiameranno più così, ma CPR.
Nelle intenzioni del Ministero dell'interno il modello rinnovato deve apparire meno vessatorio possibile eliminando i concetti di identificazione ed espulsione, però rimarranno comunque strutture da cui non si potrà uscire, anche se diventano solo centri finalizzati ai rimpatri e non quasi carceri di tipo amministrativo per punire i clandestini. Come ho già detto e voglio ripetere, anche con questo decreto si è persa l'occasione di fornire un'adeguata cornice normativa a questi centri.
Presidente, la filosofia di fondo che permea la politica del Governo è, dunque, quella di espellere quanti più migranti possibili. È una misura che si potrebbe definire difensiva visto che anche nel 2017 si prevede che il numero di migranti in arrivo dalla rotta del Mediterraneo aumenti in modo esponenziale. Per perseguire questo ragionevole obiettivo, cioè la velocizzazione delle procedure di richiesta di asilo e lo snellimento del sovraccarico del sistema di accoglienza, la soluzione adottata è quella di comprimere le garanzie attraverso l'abolizione di un grado di giudizio per chi ha visto la propria istanza rigettata in primo grado. L'asilo non dovrebbe essere trattato al pari di una qualsiasi questione di diritto civile. Stiamo parlando, infatti, di un diritto considerato dalla Costituzione come diritto inalienabile della persona, un diritto soggettivo pieno, di cui questo decreto, pur mirando a obiettivi condivisibili, non ha tenuto debitamente conto.
L'ultima occasione che si è persa è quella di abolire il reato di immigrazione clandestina. Ricordo che nel 2014 il Parlamento italiano ha approvato una legge con la quale si delegava specificamente il Governo ad attivarsi per l'abolizione di questo reato, che si è dimostrato inutile e ha intasato i nostri tribunali, ma tutti gli emendamenti riferiti a questo punto sono stati dichiarati inspiegabilmente inammissibili.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Albertini. Ne ha facoltà.
ALBERTINI (AP-CpE). Signora Presidente, inizierò il mio breve intervento con un'analisi aritmetica di due dati, ricavati dalla relazione al disegno di legge e che riguardano il numero di persone che hanno richiesto la protezione internazionale, in due anni di raffronto e ricomposizione interna.
Nel 2013, quando già abbondantemente si stava allargando il fenomeno migratorio, che poi assunse nel tempo e in circostanze più recenti dimensioni adeguatamente descritte da più persone come bibliche, il numero di persone - ho ricavato il dato da un testo inoppugnabile contenente le stime ufficiali del Ministero - che avevano domandato la protezione internazionale al nostro Paese era di 26.620 unità; a circa il 12 per cento di queste è stato riconosciuto lo stato status di rifugiato (3.078 persone). Passano tre anni, siamo nel 2016 e questo numero base passa da 26.620 a 123.600 unità: è quasi quintuplicato in tre anni. Tuttavia il dato più interessante e allarmante per inquadrare gli interventi legislativi cui stiamo dedicando la nostra attenzione è il secondo: su questa mole così imponente di domande di protezione internazionale, che come si diceva è quasi quintuplicata, soltanto a circa il 4 per cento (non più il 12 per cento di tre anni fa), pari a 4.808 persone, è stato riconosciuto lo status giuridico di rifugiato. Pertanto, le due cifre concernenti la dimensione strettamente umanitaria rispettosa delle nostre leggi, in applicazione della Costituzione che dà diritto d'asilo ai rifugiati, ci dicono che essa si è un po' accresciuta passando da 3.078 a 4.808, ma a fronte di una situazione che è quasi quintuplicata.
Questo dato deve farci enormemente riflettere su quello che è già accaduto e che può accadere in futuro in termini estremamente allarmanti, in merito a ciò che in uno scenario certamente drammatico può essere giustificato sotto vari profili, non solo umanitari, ma anche di applicazione delle leggi del diritto vigente in cui crediamo e della scala di valori in cui ci riconosciamo. In questo flusso che ha tali connotati si inseriscono cifre esponenziali: potenzialmente sono milioni le persone che possono desiderare di trasferirsi dai Paesi poveri in quelli ricchi, con ciò cercando di risolvere un problema di distribuzione del reddito in modo improprio; il numero di persone potenzialmente avvicinabili e che non rientrano nella categoria dei rifugiati può assumere dimensioni da vera e propria invasione.
Ricordo un episodio personale che ha a che fare con la mia passata esperienza di sindaco di Milano. Mi riferisco alla decisione di consegnare la massima onorificenza cittadina a Oriana Fallaci, che si trovava a New York in stato di malattia molto aggravato, tanto da non poter recarsi a Milano a ritirare questa benemerenza. Oriana Fallaci mi fece una telefonata molto ampia in cui conobbi molti aspetti della sua personalità, oltre a quelli che già conoscevo per averla letta, e mi citò una frase, che in questi anni sembra diventare realtà, riferita a un leader del mondo arabo (mi pare fosse Boumediene) che disse: «Noi vi conquisteremo con il ventre delle nostre donne». Ebbene, se i dati che ho riferito sono appropriati e se la numerosa compagine di immigrati (non solo quelli che secondo le nostre leggi hanno caratteristiche di rifugiato) assume queste dimensioni, mi sembra che tale profezia possa avverarsi con drammatici esiti per la nostra civiltà e la nostra vita sociale.
Ho iniziato quest'intervento da un aspetto critico, da un aspetto inquietante, da un contesto allarmante, per poi evolvere però con una descrizione apprezzabile di quello che stiamo facendo per affrontare sia l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale - questo argomento ci viene contestato dall'Unione europea proprio perché non siamo abbastanza efficienti, dato il numero di domande di questo tipo di servizio, a definire lo status giuridico di chi viene nel nostro Paese - ma anche per contrastare l'immigrazione illegale.
In effetti, percorro molto brevemente qualche traccia del provvedimento, che è stato già ampiamente descritto dai colleghi (non voglio aggiungere ripetitivamente frasi già ascoltate), l'insieme del provvedimento verte soprattutto sull'istituzione di sezioni specializzate, ad esempio, in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini presso i tribunali ordinari dove hanno sede le corti d'appello. Vengono istituite ben 26 sezioni con competenza specifica in materia di immigrazione, utilizzando magistrati già in servizio. Questo certamente favorirà la definizione di questi casi e il discernimento tra chi ha titolo o no a restare nel nostro Paese, nel rispetto delle nostre leggi.
Viene stabilito, come già è stato descritto, che questa professionalità sia specializzata e sia acquisita anche attraverso corsi di formazione, con particolare attenzione a poter assicurare una dottrina e una capacità di intervento adeguate allo scopo. È previsto anche che i magistrati destinati a queste funzioni, non solo nell'avvio della loro nuova dimensione di competenza funzionale, ma anche negli anni successivi, abbiano la necessità cogente, e credo anche apprezzata da loro stessi, di un aggiornamento professionale e di un proseguimento della formazione in itinere.
Va anche ricordato, sotto questo profilo di accelerazione e di efficientamento del sistema giudiziario di riferimento per il controllo di questi scenari, che tutti i procedimenti in materia migratoria rientrano nella giurisdizione ordinaria del giudice monocratico. L'articolo 4 individua la competenza delle sezioni specializzate a seconda del territorio, inquadrandola con appropriati indici di riferimento, in particolare per quanto riguarda gli aventi diritto o, meglio, i ricorrenti; sul tema di accoglienza si fa riferimento al luogo in cui si trovano (l'istituzione pubblica dove sono ricoverati). Così per molti altri scenari, che vengono puntualmente affrontati in questa revisione dell'impianto organizzativo, come ad esempio l'accelerazione delle procedure di appello o l'inserimento molto diffuso delle modalità telematiche sia per la connessione dei dati e la trasmissione delle informazioni riguardanti il richiedente asilo sia per quanto riguarda le condizioni in cui si svolge l'interrogatorio o l'udienza, ove ci sia un dibattito sulla questione che riguarda il richiedente asilo. Quindi c'è tutto uno scenario che dà spazio a un efficientamento di funzionalità del sistema, oltre che all'aumento delle corti dedicate alla funzione.
Questo nostro intervento si inquadra in uno scenario internazionale in cui non solo ci impegniamo a rispettare le leggi, e in particolare la disciplina europea sullo status di protezione internazionale, ma ci adeguiamo anche alla capacità organizzativa che altri Paesi, magari con dimensioni meno rilevanti delle nostre come impatto con l'immigrazione, sono riusciti a realizzare.
Trascuro altri dettagli sullo stesso tema della giurisdizione su questo argomento, per affrontare un aspetto un po' più critico di questo provvedimento che ci apprestiamo ad approvare, complessivamente con consenso e con una ragionevole e convinta consapevolezza che stiamo facendo qualcosa di utile e di appropriato.
Nel corso del dibattito sugli emendamenti che ha impegnato le due Commissioni in sedute anche notturne molto complesse, con scambi dialettici abbastanza "tonici" tra diverse posizioni, si sono affrontati alcuni temi particolarmente delicati.
Vorrei qui fare una riflessione che non vuole contraddire quanto ho detto finora in termini di appoggio a questa linea del Governo, più severa per certi aspetti di contrasto all'immigrazione irregolare, e, per converso, più rispettosa dei diritti veri dei rifugiati in quanto tali. Negli ultimi giorni si è diffusa, non solo nelle sedi istituzionali di cui stiamo parlando, ma anche nella Rete e nei mezzi di informazione, qualcosa che lascia perplessi, su cui raccomando l'attenzione del Governo e anche dei colleghi. Credo che molti di voi sanno che esiste un sistema - AIS (Automatic identification system) - che, per quanto riguarda le navi che hanno un dislocamento adeguato per navigare oltre le acque territoriali, quindi in mare aperto, è qualcosa di simile, dal punto di vista tecnologico, al transponder degli aerei. Questo sistema consente a meccanismi di controllo satellitare o di altro genere di individuare in ogni momento del giorno e dell'anno dove si trovi una determinata nave.
C'è anche un sito Internet - Marine Traffic - attraverso il quale, pagando un abbonamento modesto, certamente alla portata non solo del nostro Governo, ma anche dei singoli, si può monitorare dove ciascuna di queste navi si trova. Ebbene, non voglio approfondire i dettagli, ma tramite questo sito è emerso che in giorni particolari - sono definiti giorno, ora e luogo - si sono verificati dei casi particolarmente singolari, che meritano la nostra attenzione. A poche miglia dalla costa libica sia navi della Guardia costiera italiana (mi riferisco alla motonave Peluso), sia navi noleggiate da organizzazioni non governative, ancorché battente bandiera riconducibile a paradisi fiscali (penso alle motonavi Aquarius e Golfo Azzurro), si sono recate a poche decine di miglia dalle acque territoriali libiche, hanno raccolto centinaia - se non migliaia - di migranti che si trovavano su imbarcazioni con destinazione Italia e li hanno portati nel nostro territorio.
Voi sapete che il codice della navigazione prevede che quando si verifica un naufragio, ancorché potenziale, le operazioni di soccorso devono essere concluse con il ricovero delle persone nel porto più vicino al luogo di intercettazione. Nel caso di specie, quindi, si tratta certamente non delle coste della Sicilia davanti a Tripoli (che distano 250 miglia) ma piuttosto del porto di Zarzis, in Tunisia, (che si trova a 90 miglia), oppure di Malta (che è a 180 miglia dal luogo di prelievo). Questo scenario è particolarmente inquietante e va monitorato se si tiene conto che i costi che affronta il nostro Paese sono valutati in 3 miliardi di euro. Pensate che la manovra che dovrebbe essere attuata nell'autunno di quest'anno, che sembra inquietare il nostro Governo e noi tutti e scuotere i nostri bilanci, è intorno ai 3,4 miliardi di euro.
Ebbene, il costo dell'immigrazione così congegnata è quasi l'equivalente di questa manovra, e noi percepiamo una cifra irrisoria dall'Unione europea per fronteggiare questo fenomeno, con i nostri valori umanitari e i nostri criteri razionali e di persone civili. Tuttavia, quello che sta avvenendo - ho citato alcuni casi - è davvero inquietante perché sembra che ci sia una connessione tra chi va a raccogliere i potenziali "clienti" - mi si passi il termine prosaico per persone che vivono certamente una grande sofferenza o per le guerre da cui sfuggono o per la povertà che vogliono lasciare - e quelle organizzazioni, che poi raccolgono queste persone e le ospitano, a 35 euro al giorno, nei luoghi dove vengono umanitariamente ospitati. Credo, allora, che su questi argomenti non si possa e non si debba scherzare perché dietro questi aspetti, ammantati di generosa umanità, si nasconde in realtà in modo per sottrarre energie, che sarebbero meglio spese per altre destinazioni, e soprattutto per favorire quel commercio di esseri umani che sottende a questi fenomeni.
Mi avvio alla conclusione nei tempi che mi sono stati assegnati, confermando che il provvedimento nel suo insieme interviene certamente con appropriata organizzazione del sistema per favorire l'accelerazione dell'individuazione dello status di rifugiato. Esso ha però talune lacune nell'altro versante, quello, cioè, del contrasto all'immigrazione irregolare, soprattutto laddove non interviene adeguatamente - e non è difficile conoscere questo assetto se è stato accessibile a me come semplice cittadino - nel sorvegliare e nel controllare che non ci sia una connessione impropria tra l'apparente desiderio umanitario di soccorrere la sofferenza di esseri umani e il business che ne deriva dal fatto di andare a 250 miglia nelle acque territoriali libiche a raccogliere naufraghi per poi portarli nelle ONG finanziate dallo Stato italiano e lasciarli stanziali in questo territorio che, per quanto ispirato, nella nostra legislazione e nella nostra storia, ai valori umanitari, non è certamente nelle condizioni - né deve esserlo - di farsi carico di problemi che sono ben più ampi e ben diversi dalle sue risorse e soprattutto dalla volontà di affrontarli in questo modo.
MUSSINI (Misto). Signora Presidente, innanzitutto mi soffermo sul decreto-legge in sé. Il titolo stesso ci incoraggia a fare una riflessione su quella che evidentemente viene sentita come una necessità urgente: razionalizzare e rendere spedite le procedure. Per fare questo vengono esaminati con competenze tecniche gli aspetti che sono considerati una perdita di tempo, ciò sul quale comunque si può pensare di risparmiare tempo: in particolare, le notificazioni, il colloquio e l'impugnazione. Vorrei trasformare queste parole in tre concetti che per me sono la trasparenza, la conoscenza e il controllo. Se dalla procedura passo invece a quei contenuti di diritto che stanno dietro alla procedura medesima, sto parlando di tre elementi che non sono irrilevanti: la trasparenza, la conoscenza e il controllo. Essendo elementi che riguardano procedure di chi è richiedente protezione o asilo, ovvero un soggetto che si allontana evidentemente da una condizione di grave disagio e anche di pericolo, trasparenza, conoscenza e controllo (trasparenza di quello che riguarda lui, conoscenza della sua situazione e controllo anche delle scelte che vengono fatte su di lui) sono aspetti particolarmente rilevanti, perché stiamo parlando di soggetti che sono comunque in una condizione di inferiorità e di debolezza.
Da un lato il decreto-legge decide di risolvere la situazione attraverso strumenti che vorrebbero essere di razionalizzazione e di semplificazione, prima di tutto attraverso mezzi informatici, secondo una logica che abbiamo visto spessissimo, volta ad affidare a degli strumenti meccanici la capacità di risolvere delle procedure che, se dipendenti dal solo contributo umano, sono considerate eccessivamente lunghe. Colleghi, desidero solo farvi osservare che, il momento della conoscenza - quando cioè il giudice dovrà mettersi in relazione con un soggetto che avanza delle richieste specifiche - potrebbe avvenire attraverso una videoconferenza, così come avviene per i carcerati sottoposti a condizioni di massima sicurezza, connesse soprattutto ai reati di mafia. Tutto ciò contrasta sensibilmente con il concetto di specializzazione, su cui poi desidero tornare. Se vogliamo avere un giudice specializzato, dobbiamo anche avere un giudice avvertito, ovvero capace di avere un contatto con il soggetto e con la situazione che sta vivendo. Data la peculiare situazione di tali soggetti, tale capacità ben difficilmente potrà essere sviluppata attraverso una videoconferenza. È dunque necessaria una conoscenza specializzata rispetto alle condizioni del soggetto e alle informazioni che il soggetto potrebbe non volere o non poter dare attraverso una videoconferenza.
Desidero mettere in luce anche un altro aspetto, che potrebbe poi far naufragare il provvedimento in esame e perfino la volontà di introdurre elementi e strumenti che velocizzino tali procedure. Quando parliamo di informatica, di videoconferenza e di videoregistrazione, stiamo parlando di elementi che, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista della preparazione delle persone che dovranno occuparsi di tali procedure, richiedono investimenti congrui, sulle attrezzature e sulle persone; ma di tali congrui investimenti non vediamo traccia.
Anche per ciò che riguarda l'istituzione delle 14 sezioni, fortunatamente portate al 26, troviamo una serie di contraddizioni. Tali 14 sezioni furono identificate come tali sulla base di dati storici. A parte che nel corso delle audizioni ci è stato fatto notare che questi dati storici in realtà non sono stati presi e considerati secondo una modalità corretta, ma comunque occorre considerare che il volume di questi dati è destinato ad aumentare. Le sezioni sono state portate a 26, sulla base di una richiesta fatta in modo trasversale ed accolta, ma il modo stesso di immaginare queste sezioni indica una volontà che è quantomeno priva di visione. Parliamo di sezioni specializzate, ma nell'istituirle viene prevista un'indennità, come se si trattasse di sedi disagiate. Mi viene dunque da pensare che, più che di specializzazione, dovremmo forse parlare di ghettizzazione. Quando parliamo di specializzazione in quest'Aula, ci troviamo davanti ad un atteggiamento abbastanza schizofrenico. Non abbiamo il tempo di fare un confronto puntuale - ma spero che ce ne sarà il tempo quando arriverà il momento opportuno - tra le sezioni specializzate che si vogliono istituire e il trattamento che riceverà il tribunale per i minorenni, che è un soggetto portatore di una specifica specializzazione. C'è dunque una certa contraddizione nell'istituire delle sezioni specializzate, che hanno un certo tipo di competenze territoriali, quando un soggetto che invece ha una storia di contenuti specialistici, lo si va a disperdere in sezioni, per le quali verrebbe negata l'autonomia e l'esclusiva. Chiedo dunque al Governo di chiarire che cosa intenda per specializzazione. Se quello della specializzazione è una sorta di un mantra, che viene invocato ogni volta che abbiamo bisogno di tranquillizzare un uditorio, è un conto. Se invece, quando parliamo di specializzazione, davvero intendiamo intraprendere la strada delle competenze specialistiche, allora a questa misura bisogna far conseguire sia un'adeguata destinazione di risorse sia una visione complessiva, che non deve poi frammentarsi in un'affermazione e in una contemporanea negazione.
C'è soprattutto un aspetto che inquieta nel decreto-legge ed è il sacrificio che viene fatto dei diritti costituzionali in nome di un risparmio e di una velocizzazione. Questo è un tema scottante e credo sia il momento di porsi una domanda: vogliamo essere un Paese civile? Vogliamo essere un Paese che risponde alla sua Costituzione, oppure non intendiamo esserlo? E se non intendiamo esserlo perché non intendiamo destinare risorse, allora bisogna che ce lo diciamo chiaramente.
C'è un altro tema sul quale per ragioni di tempo non posso dilungarmi, ma che non posso fare a meno di toccare, che è il problema reale dell'immigrazione. Innanzitutto vorrei chiarire che rifiuto la logica per cui l'immigrato è qualcuno che viene a prendersi qualcosa che non è suo e viene qui a inquinare una cultura e una civiltà che non sono le sue, prima di tutto perché una civiltà - secondo quanto ho detto prima - deve possedere i propri strumenti interni per affermare i propri valori e deve essere capace di farlo non certamente con le armi della contesa e della contestazione dei valori altrui, ma con il significato profondo, intrinseco, liberatorio e civile che questi valori devono sempre richiamare. Se si perde la capacità di affermarli, non sarà per via di una legge o militarizzando un territorio che saremo capaci di farlo. Dico questo anche in relazione all'altro decreto-legge di cui presto discuteremo in quest'Aula.
Vorrei sottolineare che ci sono grandi responsabilità, di cui sono portatori anche soggetti eletti in questa legislatura, ma che sono stati parlamentari in tante altre legislature precedenti. In primo luogo, vi è l'incapacità di governare la globalizzazione e attuare una politica estera veramente efficiente e capace di una visione globale. L'Italia autorizza missioni di pace che dovrebbero prima di tutto rispondere a quella che oggi viene vista come un'emergenza; non è il segmento finale dell'emergenza cui si dovrà rispondere, ma è tutto ciò che sta alle sue spalle. Mi domando: che risultati danno le missioni di pace in termini di certezze per coloro che devono allontanarsi dai propri Paesi? Noi siamo incapaci di autocritiche e correzioni per quanto riguarda le nostre missioni di pace.
Mi fanno quasi tenerezza i venti contrattisti che verranno destinati all'Africa dal Ministero degli affari esteri, come se venti contrattisti assunti in loco potessero dare la risposta che tutto il nostro impianto di politica estera non è riuscita a dare; qui parlo della politica estera che facciamo noi come Paese e su cui siamo carenti sia quanto a visione sia quanto a coinvolgimento dei cosiddetti convitati di pietra. Oggi i convitati di pietra sono tutti coloro che con l'Africa fanno affari, perché ci sono e non sono mai stati tirati in ballo e considerati responsabili di un progetto politico diverso che l'Italia deve elaborare nei confronti dell'Africa.
Voglio concludere il mio intervento suggerendovi un'idea: ricordo che nella mia parrocchia c'era un manifesto in cui era rappresentata l'immagine di un cocomero tagliato a metà, ma c'era un problema, perché la polpa del cocomero era tutta attaccata alla parte superiore della buccia. Sotto c'era scritto: «Nord e Sud parti uguali: restituite la differenza». Quindi, o accettiamo l'idea che qualcuno sia venuto a prendersi questa differenza, oppure cambiamo passo e cominciamo a valutare la questione in modo diverso e non come un peloso e purtroppo spesso evidente tentativo di fare degli immigrati un interesse, attraverso i centri o attraverso un lavoro sottopagato.
È giunto il momento di chiamare questi convitati di pietra e cominciare a chiedere loro di rispondere delle loro responsabilità, altrimenti tutto il resto sarà, per l'ennesima volta, solo una risposta posticcia a un'emergenza che continuerà a creare confusione e a degradare quella che in quest'Aula ho sentito definire come la nostra cultura e la nostra civiltà. (Applausi della senatrice Bencini).
MARTELLI (M5S). Signora Presidente, chiederei la gentilezza di far togliere le tessere dei colleghi assenti rimaste nei dispositivi di votazione, che sono un po' brutte da vedere. Se non c'è la persona, dobbiamo far togliere la tessera.
PRESIDENTE. Invito gli assistenti parlamentari a rimuovere dai dispositivi di votazione le tessere non corrispondenti ad un senatore. (Gli assistenti parlamentari provvedono a rimuovere le tessere).
È iscritto a parlare il senatore Buccarella. Ne ha facoltà.
BUCCARELLA (M5S). Signora Presidente, preliminarmente vorrei fare con voi, pochi colleghi, una considerazione su quello che stiamo facendo adesso in questa sede: una discussione generale ad Aula quasi completamente vuota, dopo tre giorni di voti serrati in Commissioni riunite, giustizia e affari costituzionali, con un testo coordinato finale che non è ancora nella nostra disponibilità, non per colpa degli Uffici, ma perché evidentemente le modalità di lavoro parlamentari presentano delle carenze. Infatti, qualsiasi persona si affacciasse qui per vedere come siamo costretti a lavorare converrebbe con noi che non siamo messi nelle condizioni di lavorare al meglio: di produrre il meglio di ciò che ciascuno di noi può fare.
Non è tanto la mancanza di un testo coordinato, dovuta alla calendarizzazione affannosa che la Presidenza impone a quest'Assemblea; è un'altra la circostanza su cui dovremmo fare una riflessione: stiamo parlando di un testo che ancora sostanzialmente non conosciamo. Già ora sappiamo che il Governo interverrà con un maxiemendamento, su cui verosimilmente sarà posta la fiducia la settimana entrante; quindi interveniamo su un testo che teoricamente potrebbe essere diverso. Sappiamo che, per un discorso di coerenza, non lo sarà, ma certamente in parte sarà diverso. Magari il maxiemendamento governativo interverrà su una questione che ha occupato le Commissioni nell'ultima mezz'ora della loro convocazione, ossia sull'emendamento che riguarda la Croce Rossa italiana. Vedremo, ma il fatto stesso che in questo momento si stia discutendo su un testo che teoricamente potrebbe essere stravolto o modificato, in particolari piccoli o rilevanti, dovrebbe farci considerare l'opportunità di modificare i Regolamenti parlamentari o, magari, di far sì che, qualora il Governo ritenga di dover intervenire con un maxiemendamento su cui porre la fiducia, questo tipo di discussione generale non abbia luogo o abbia luogo successivamente e non solo con il dibattito sulla fiducia, per dare la possibilità ai Gruppi e a ogni singolo parlamentare di intervenire avendo davanti il testo del disegno di legge, che noi ora oggettivamente non abbiamo. Pertanto, ogni considerazione che io e i miei colleghi abbiamo fatto e faremo successivamente sconta questo vizio logico, su cui occorrerebbe fare tutti insieme una riflessione, per dare un po' di credibilità al lavoro che svolgiamo e che viene percepito all'esterno del palazzo.
In questi tre giorni di votazioni febbrili su centinaia di emendamenti possiamo dire che qualche risultato è stato raggiunto, rispetto al giudizio completamente negativo che avevamo sul decreto-legge così come era stato presentato dal Governo. Infatti, pensiamo che, soprattutto grazie all'apporto anche delle altre opposizioni e a una certa, seppur moderata, disponibilità dei relatori e del Governo, siamo riusciti a limitare il danno; il danno a quei principi di civiltà giuridica che molto spesso sono evocati in questa sede, come anche recentemente è avvenuto in maniera pomposa. Mi riferisco ai diritti alla difesa, al diritto al contraddittorio, ai diritti civili, che spesso sono qui evocati a tutela di chi siede su una poltrona parlamentare o su uno scranno governativo. Mi riferisco all'ovvio dibattito che vi è stato e alle votazioni che noi continuiamo a ritenere scandalose sulla decadenza del senatore Minzolini e, prima ancora, sulla sfiducia al ministro Lotti. Quei principi, rispettabilissimi in astratto, rischiano di vacillare - se non di crollare - quando, come nel caso di cui ci stiamo occupando, si parla dei diritti dei richiedenti asilo e dei richiedenti la protezione internazionale: sono gli ultimi degli ultimi, come sappiamo bene.
Si tratta soprattutto di coloro che poi non votano e, quindi, non hanno alcun consenso elettorale da coltivare, anzi diventano oggetto e strumento della polemica politica da una parte o dall'altra, e le cui storie e vissuti, spesso tragici, sono oggetto della diatriba politica e falso-ideologica. E alla fine, chi ne fa le spese sono, oltre che i nostri cittadini, gli stessi richiedenti asilo.
Come dicevo, si è riusciti quantomeno a limitare un danno, sempre confidando che il testo del maxiemendamento riproporrà ciò che è venuto fuori dal lavoro delle Commissioni. Siamo riusciti a fare in modo che un principio di civiltà giuridica, peraltro riaffermato di recente anche dalla nostra Corte di cassazione, nonché dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, ossia la necessità della pubblicità dell'udienza in un procedimento giurisdizionale, venisse almeno parzialmente recuperato dopo il lavoro emendativo. Mi riferisco al fatto che, sulla base del decreto-legge pervenutoci, il richiedente asilo rifiutarsi il riconoscimento da parte delle commissioni territoriali avrebbe potuto affrontare un iter giudiziario davanti alle istituende sezioni specializzate dei tribunali senza avere la possibilità, teorica ma anche pratica, di poter mai vedere in faccia il proprio giudice.
Come sappiamo, essendo stato abolito un grado di impugnazione, ossia l'appello o la reclamabilità dei provvedimenti di questo tribunale - non c'è più, e questo è uno dei problemi della tenuta giuridica del decreto, a nostro modo di vedere - siamo riusciti ad ampliare i casi in cui il richiedente asilo, dopo l'esame che il giudice dovrà fare della videoregistrazione del colloquio tenuto davanti alle commissioni, abbia la possibilità in un certo numero di casi di poter essere convocato in udienza e finalmente comparire personalmente. Il richiedente potrà avere magari a fianco il proprio legale, che conosce meglio il complesso apparato normativo nazionale, e avrà la possibilità di chiarire aspetti su circostanze di fatto che possono essere determinanti per la concessione o il diniego del riconoscimento della protezione internazionale. Questo è un bene.
È stato poi aumentato il numero delle sezioni specializzate dei tribunali, come abbiamo visto. Anche il Movimento 5 Stelle ha sostenuto la necessità che in ambito nazionale si portasse da quattordici a ventisei il numero delle suddette sezioni, pari al numero dei tribunali dove ha sede la corte d'appello in tutta Italia. E questo favorirà una maggiore distribuzione e una migliore aspettativa di giudizi più equi e più facilmente reperibili.
Siamo riusciti a garantire il rifiuto legittimo alla videoregistrazione davanti alle commissioni territoriali in tutti i casi in cui, per motivi di persecuzione politica, il richiedente, con motivazione, possa rifiutarsi di apparire in videoregistrazione, con il rischio che quel documento multimediale posso entrare nella disponibilità di regimi dittatoriali che perseguano anche con la tortura la violenza gli oppositori politici.
Siamo riusciti a garantire la collegialità del giudice. Abbiamo perso, però, l'occasione di sfruttare le istituende sezioni specializzate dei tribunali per raccogliere un criterio di unicità della giurisdizione. Ancora oggi, se questo sarà il testo del decreto-legge che passerà, per una serie di tematiche attinenti ai richiedenti asilo e ai cittadini extracomunitari rimarranno le competenze funzionali di altri giudici, come - ad esempio - il giudice di pace per il tanto "beneamato" reato di immigrazione clandestina, o i tribunali amministrativi. Si è quindi persa l'occasione per concentrare la competenza e la giurisdizione davanti allo stesso organo e questo avrebbe facilitato l'impossibilità di conflitti di competenza o di giurisdizione tra le varie autorità giudiziarie.
Signora Presidente, non so quanto tempo ho ancora a disposizione.
PRESIDENTE. Lo ha terminato. Si avvii, pertanto, a concludere il suo intervento.
BUCCARELLA (M5S). Non avendo altro tempo a disposizione per il mio intervento, concludo con un richiamo alla questione del reato di immigrazione clandestina, reato introdotto con l'articolo 10-bis del Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione, che - come è noto a tutti - è stato un provvedimento adottato con la legge n. 67 del 2014. La depenalizzazione di tale reato è stata proposta dal Movimento 5 Stelle in Commissione giustizia e - mi piace ricordarlo - è stata anche votata dalla Rete. Il Governo non ha esercitato quella delega. Eppure, oggi abbiamo ascoltato esponenti anche della maggioranza, e soprattutto del Partito Democratico, auspicare la necessità e l'opportunità di abrogare un reato inutile, dannoso e costoso per le tasche degli italiani, che non disincentiva l'arrivo di chi non hai il diritto di richiedere l'asilo politico.
Per favore, si faccia finalmente questa benedetta abrogazione, perché renderà più semplice tutto l'iter per i richiedenti asilo e magari permetterà di destinare risorse - parliamo di decine di milioni di euro - in favore del miglioramento della funzionalità delle commissioni territoriali, dell'accoglienza e magari anche del respingimento. Sono risorse economiche che si devono e si possono recuperare facilmente abrogando questo benedetto reato che sembra essere il più resistente nel nostro panorama penale nazionale. (Applausi dal Gruppo M5S).
CALIENDO (FI-PdL XVII). Signora Presidente, anche per questo provvedimento noi avevamo dato tutta la nostra disponibilità perché ritenevamo che trattasse un problema serio. Abbiamo però dovuto registrare l'assenza di qualsiasi possibilità di dialogo con il Governo, che è rimasto fermo su una indicazione non corretta. Mi riferisco alla competenza relativa alla valutazione delle commissioni territoriali.
Innanzi tutto, le commissioni territoriali - è colpa non sua, signor sottosegretario Chiavaroli, ma del Ministero dell'interno - dovevano essere una per provincia. Lo Stato ha lottato contro il terrorismo nel nostro Paese assicurando una serie di garanzie processuali e sostanziali e non si può pensare di istituire le commissioni soltanto nei 20 capoluoghi di Regione, perché dovrebbero essere una per ogni provincia se si vuole realizzare l'obiettivo della velocità.
Qual è la ratio di questo provvedimento? Accelerare i tempi di verifica di chi ha diritto allo stato di rifugiato e all'asilo. Anziché fare questo, avete complicato le cose. Non solo restano solo 20 commissioni, ma avete voluto anche mantenere una competenza del tribunale, anche se con le nostre indicazioni siete addivenuti almeno al compromesso di prevederne 26, come i distretti di corte d'appello. Questa scelta, però, è distonica rispetto all'ordinamento del nostro Paese, il quale prevede una serie di impugnative e di attività svolte da organi amministrativi, come le commissioni territoriali, che sono impugnabili davanti alle corti d'appello. Nessun caso prevede il tribunale. E siete stati costretti, per riprendere ciò che avviene negli altri procedimenti, e cioè appello e Cassazione, che sono due gradi, a prevedere il tribunale senza possibilità di appello e senza il passaggio in Cassazione. Questa è una scelta sbagliata, e non solo per profili di incostituzionalità, ma la cosa più grave è che non è funzionale. Noi avevamo anche proposto, per quanto riguardava sia la corte d'appello che il tribunale, una responsabilità del Ministro della giustizia per la determinazione delle piante organiche delle sezioni specializzate. Ci avete detto che non era necessario.
Mi dispiace, signora Sottosegretario, ma l'organizzazione giudiziaria è una questione tecnica e bisogna conoscerla per poterla applicare. Voi scrivete che i giudici che saranno assegnati a quelle sezioni dovranno avere delle specializzazioni e, dopo tre anni, dovranno fare dei corsi e quant'altro. Ciò lascia presupporre che resteranno in quelle sezioni per un lungo periodo di tempo, almeno cinque o sei anni, per avere la specializzazione. Come sono determinate queste certezze dal momento che non c'è una pianta organica? Anzi, voi dite che devono essere aumentate le dotazioni organiche. Ovviamente, vi riferite all'organico del tribunale. Certo, più che dotazioni sarebbe stato meglio scrivere piante organiche.
Vediamo, però, cosa avverrà. All'articolo 2 fate una lunga e bella esposizione della specializzazione di questi giudici e poi attribuite il potere di determinarne il numero a chi non ha però il potere di provvedere, e cioè al Consiglio superiore della magistratura. Voi attribuite al Consiglio superiore della magistratura il compito di determinare il numero dei giudici di quelle sezioni in relazione ai flussi.
Ma lei si rende conto, signora Sottosegretario, che il Consiglio superiore della magistratura non può intervenire sulla pianta organica? Può solo, nella formazione delle tabelle, tenere conto di quanto ha detto il Presidente del tribunale. Quando, per esempio, gli date anche un termine, ai sensi dell'articolo 21, comma 1, il Consiglio superiore della magistratura come farà? Potrà dire - ad esempio - che su dieci persone in organico al tribunale di Bolzano o di Trento, tre si occuperanno di queste materie. E se, per ipotesi, il CSM dovesse riscontare che sarebbe molto più giusto che fossero, invece di tre, cinque i giudici, non potrà fare nulla.
Invece, il Ministro della giustizia ha già la possibilità - non c'è infatti necessità di un decreto del Presidente della Repubblica - con un decreto ministeriale, di determinare le piante organiche. E sarebbe molto giusto sapere quanti devono essere i giudici di ciascuna sezione specializzata tenendo conto dei flussi, mentre il Consiglio superiore della magistratura può solo determinarlo in base a quelli presenti. Si rende conto allora che tutto diventa una farsa. Dire che i giudici avranno una specializzazione e la possibilità di operare tutto sommato non avrà il beneficio che si vorrebbe ottenere.
Vi è però di più. Sapete meglio di me che sono ormai vent'anni che magistrati hanno operato in queste materie e hanno una specializzazione. Ma molte volte non sono più giudici di tribunale, e prima erano in pretura o in altri uffici. E lei, Sottosegretario, si rende anche conto di che cosa avrebbe significato utilizzare quanto voi correttamente prevedete all'articolo 2: stabilire chi sono e come sono i giudici che dovrebbero svolgere questa funzione specializzata. Ma i giudici di cui all'articolo 2 sono solo quelli di quel tribunale. E, se non ve ne sono, non è possibile provvedere diversamente. Al contrario, determinando le piante organiche e attribuendo anche al Consiglio superiore della magistratura la possibilità, con i concorsi, di trasferire persone da un luogo all'altro probabilmente avremmo ottenuto un risultato migliore.
Fate una riflessione ulteriore quando andate alla Camera. Ripensateci e valutate l'opportunità di ritornare alle sedi di corte d'appello, perché significa avere un organismo collegiale e garanzie. Bisogna applicare a tutti il procedimento camerale e non - come avete fatto - solo ai rifugiati. Giudicare, invece, tutte le altre materie di cui all'articolo 3, compresa l'apolidia e l'accertamento dello stato di cittadinanza con il processo sommario di cognizione e il giudice monocratico, è una vergogna! Significa non garantire i diritti e non dare le stesse garanzie, le garanzie che dobbiamo assicurare a tutti per fare una politica seria dell'immigrazione. Ma voi non volete fare una politica dell'immigrazione.
Il titolo del provvedimento cita il contrasto all'immigrazione illegale e, pertanto, noi avevamo presentato degli emendamenti che riguardavano il fermo di polizia soltanto nella ipotesi in cui ricorrano sufficienti indirizzi di falsità nelle dichiarazioni che attengono alla propria identità o di falsità dei documenti prodotti ad attestazione della propria identità.
Per un falso burocratismo, però, si è ritenuto inammissibile questo emendamento sotto il profilo del diritto sostanziale. Come si è ritenuto altresì inammissibile, con parere contrario del Governo, la modifica dell'articolo 349 del codice di procedura penale.
Quale contrasto all'illegalità, allora, se, rispetto al caso in cui vi sono sufficienti indizi della falsità dei documenti prodotti da chi arriva, avete detto che la modifica non si deve fare con parere contrario del Governo?
Questa è la logica del provvedimento, nei confronti del quale, per le ragioni addotte, saremo costretti a votare contro, anche se volevamo dare un contributo serio a rendere finalmente funzionale un controllo della legalità, come abbiamo fatto quando eravamo al Governo riducendo gli ingressi a 2.750. E parlo degli ingressi dal mare, perché nella relazione non sono calcolati nemmeno quelli da terra. E basta vedere i numeri.
Di fronte a questo, abbiamo una protezione umanitaria che occorre rivedere per le centinaia di migliaia di persone che abbiamo; una protezione umanitaria che solo noi abbiamo grazie alla legge Turco-Napolitano, aggiustata poi dal Governo Belusconi, e che ha anche la Germania, sebbene abbia molti problemi per il riconoscimento in modo da ridurre il numero al minimo.
Tutti coloro che con la protezione umanitaria sono nel nostro Paese vi rimangono, perché non si ha la possibilità di mandarli negli altri Paesi che non la riconoscono. (Applausi del senatore Carraro).
PAGLIARI (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, mi rendo conto che l'ora mi impone di restringere al massimo l'intervento sacrificando considerazioni che avrei voluto svolgere, ma che in parte ho sentito in altri interventi e, quindi, a quelli mi rifaccio.
Penso ci sia un'annotazione di base che riguarda il decreto-legtge in esame e che lo collega al decreto sulla sicurezza urbana. Siamo di fronte a un tentativo serio e vero di assumere le emergenze del nostro Paese in modo deciso e, per certi versi, nuovo, perché tale è l'approccio: non è più l'approccio di chi, di fronte a un fenomeno che subisce, si difende. È l'approccio di chi assume la complessità e la delicatezza del fenomeno e cerca di aggredirlo per governarlo, nella consapevolezza che non è facile farlo, ma che questa è la missione della politica.
In questo senso si muove il decreto-legge, tentando di razionalizzare il sistema complessivo dal punto di vista delle misure che riguardano soprattutto il problema della tutela giudiziaria, e sforzandosi di rendere quello dell'accoglienza un sistema garantito anche dalla legalità nella gestione della situazione degli immigrati e dalla ricerca di condizioni di effettività e tempestività della tutela e anche dei rimpatri.
Questo è molto semplicemente e sinteticamente il senso del provvedimento che credo si muova al di là della retorica e con grande responsabilità, ponendo l'attenzione ai diritti, alla legalità e al rispetto delle persone in un quadro di equilibrio. Rispettare gli immigrati è, infatti, un dovere fondamentale, ma trovare l'equilibrio con le esigenze degli indagini è parimenti fondamentale. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Caliendo).
CUCCA, relatore. Signora Presidente, considerata l'ora tarda e il fatto che il dibattito è stato particolarmente lungo e complesso, le chiederei, anche a nome del senatore Mancuso, di poter replicare martedì, alla ripresa dei lavori.
PRESIDENTE. La Presidenza accoglie la sua richiesta in tal senso.
PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti dell'Istituto comprensivo statale «Beppe Fenoglio» di Bagnolo Piemonte, in provincia di Cuneo, che stanno assistendo ai nostri lavori, che purtroppo sono quasi giunti alla loro conclusione. Si tratta, quindi, di una fase poco significativa della seduta dal punto di vista dell'esempio di quello che si fa generalmente in Senato. Credo comunque che avrete interesse a vedere l'Aula. (Applausi).
DI BIAGIO (AP-CpE). Domando di parlare.
DI BIAGIO (AP-CpE). Signora Presidente, l'articolo 153 del Regolamento del Senato dispone che il Ministro competente risponda entro venti giorni all'interrogante che abbia richiesto risposta scritta, legittimando un'opportuna celerità nel dare riscontro ad atti di sindacato ispettivo, che sono espressione di trasparente e lecita attuazione delle regole di democratica operatività di questi palazzi.
In questa sede non si pretende di chiedere, anche se sarebbe cosa giusta e legittima, che il riscontro venga dato in venti giorni, ma quanto meno che non si assista ad atti lasciati in giacenza per anni, malgrado solleciti continuamente ripetuti. E su questo credo di interpretare veramente il pensiero di tutti i colleghi.
Mi rivolgo pertanto alla Presidenza; a lei, signora Presidente, conoscendone la sensibilità, e agli uffici competenti dei Dicasteri, al fine di sollecitare una rigorosa presa di coscienza, e una conseguente responsabilità di chi di dovere, sulla gestione di uno spaccato di attività parlamentare che purtroppo è ingiustamente sottovalutata e che in questo modo rischia di incrinare la già debole immagine di quest'Aula agli occhi della cittadinanza che attende risposte e chiarimenti.
Chiedo pertanto alla Presidenza di adoperarsi in maniera vigorosa affinché vengano definiti termini più stringenti di gestione degli atti di sindacato ispettivo, per un rispetto reale del Regolamento e delle inderogabili regole democratiche che lo sottendono. (Applausi del senatore Liuzzi).
PRESIDENTE. La Presidenza si farà carico di sollecitare il Governo nell'adempimento del suo obbligo di risposta alle interrogazioni.
La seduta è tolta (ore 13,39).

References: Art.1
e contrario
 articolo 737
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 sentenza 
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