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Timestamp: 2020-08-03 21:45:32+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 25576 del 13/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25576 del 13/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 13/12/2016, (ud. 19/10/2016, dep.13/12/2016), n. 25576
Dott. FIRNANDES Giulio – rel. Consigliere –
sul ricorso 20769/2015 proposto da:
INTESA SANPAOLO S.P.A. (quale incorporante il SANPAOLO IMI S.P.A.),
difende unitamente all’avvocato PAOLO TOSI, giusta procura speciale
C.G., G.G., M.C., P.C.;
avverso la sentenza n. 1539/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
emessa il 17/02/2015 e depositata il 27/02/2015;
19/10/2016 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIO FERNANDEZ.
“Con sentenza n. 1539/2015 del 27 febbraio 2015, la Corte di appello di Napoli, riformando la decisione del primo giudice che l’aveva rigettata, accoglieva la domanda proposta da C.G., G.G., M.C. e P.C., tutti ex dipendenti del Banco di Napoli e collocati in quiescenza con decorrenza anteriore al 31/12/1990, e condannava Intesa Sanpaolo al pagamento in favore dei suddetti delle differenze economiche sul trattamento pensionistico per i periodi e gli importi indicati in ricorso. Ciò in base al mantenimento del meccanismo perequativo aziendale di cui alla delibera dell’Istituto del 17/1/1983. La pretesa dei ricorrenti traeva titolo da una precedente sentenza del Pretore del lavoro di Napoli (n. 17809/1994), che aveva loro riconosciuto il diritto di conservare il sistema di perequazione automatica delle pensioni, come disciplinato anteriormente all’entrata in vigore del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 503. La suddetta sentenza era stata confermata in grado di appello dal Tribunale di Napoli; successivamente le Sezioni Unite della Cassazione, con sentenza n. 9024/2001, avevano cassato con rinvio la sentenza di appello, riconoscendo tuttavia il diritto dei pensionati al mantenimento del regime perequativo aziendale, ove cessati dal servizio prima del 31 dicembre 1990 e limitatamente al periodo 1.1.1994-26.7.1996.
La Corte di appello di Napoli, nel giudizio di rinvio, aveva riconosciuto il diritto dei pensionati (tra cui gli odierni intimati) a conservare il suddetto regime perequativo aziendale relativamente al periodo 1.1.1994-26.7.1996, condannando per l’effetto la Sanpaolo Imi S.p.A. (incorporante del Banco di Napoli S.p.A.) alla corresponsione dei relativi aumenti di pensione. La pronuncia era stata confermata da questa Corte con sentenza n. 19937 del 19 maggio 2004 – 6 ottobre 2004 (che si era limitata ad una modifica della statuizione solo nella sola parte concernente il regime degli accessori), con conseguente formazione del giudicato. Riteneva la Corte territoriale, nella decisione ora impugnata, irrilevante ai fini della regolamentazione dei rapporti tra le parti lo ius superveniens costituito dalla L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55, in ragione dell’intervenuto giudicato ed escludeva, altresì, che la base di computo delle prestazioni per il periodo successivo potesse essere depurata degli incrementi erogati in virtù del regime perequativo poi abrogato, ciò sulla base del criterio di calcolo definitivamente accertato con riguardo agli anni 1994/1996, il cui risultato era destinato a stabilizzarsi anche per gli anni successivi.
C.G., G.G., M.C. e P.C. non hanno svolto attività difensiva.
Con l’unico motivo di ricorso la ricorrente denuncia: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 324 c.p.c. e dell’art. 2909 c.c., in relazione al D.Lgs. n. 503 del 1992, artt. 9 e 11, come interpretati autenticamente dalla L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 (art. 360 c.p.c., n. 3)”. Si duole del fatto che la Corte partenopea abbia attribuito una erronea portata alla norma di interpretazione autentica della citata L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55, ed ai suoi rapporti con il giudicato, rendendo il trattamento perequativo degli originari ricorrenti, andati in pensione prima del 31 dicembre 1990, sostanzialmente indifferente alla esistenza o meno della suddetta norma di interpretazione autentica in forza della quale, come chiarito da consolidata giurisprudenza di legittimità, il sistema di perequazione automatica aziendale è abrogato, per tutti i pensionati (ante e posi 31 dicembre 1990), a far data dal gennaio 1994. Conseguentemente, in relazione al diritto di conservare, successivamente al mese di luglio 1996, gli aumenti perequativi ottenuti in virtù del sistema previgente, non venendo in rilievo il principio di intangibilità del giudicato, nè il divieto del ne bis in idem, la pretesa azionata avrebbe dovuto essere decisa alla luce della ridetta norma di interpretazione autentica, e non già in base alla regula iuris affermata dalla sentenza passata in giudicato, siccome sostituita ab origine dalla normativa di interpretazione autentica. Ciò in quanto il diritto alla conservazione dell’assegno perequativo non è parte integrante del giudicato, bensì un diritto conseguente che permane, rebus sic stantibus, al permanere della relativa fonte costitutiva.
Successivamente al consolidarsi della giurisprudenza di questa S.C. intervenuto la L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55, che ha stabilito che la normativa sopra richiamata deve intendersi nel senso che la perequazione automatica delle pensioni, come prevista dal D.Lgs. n. 503 del 1992, art. 11, si applica al complessivo trattamento percepito dai pensionati di cui al D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 3.
Una diversa opzione ricostruttiva sarebbe costituzionalmente impraticabile per lesione del principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost. (letto in chiave a quello di certezza del diritto), del principio di separazione dei poteri (artt. 101 cpv. e art. 104 Cost., comma 1) e dell’art. 117 Cost., attraverso la norma interposta dell’art. 1 prot. Protocollo) aggiuntivo n. 1 alla CEDU come interpretato dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, secondo la quale i diritti pensionistici costituiscono un bene ai sensi, appunto, dell’art. 1 del Protocollo n. 1 aggiuntivo alla Convenzione (si vedano, ad esempio, le sentenze della Corte EDU Lakieevie e altri c. Montenegro e Serbia; Grudie c. Serbia; Pejeie c. Serbia; Stefanetti e altri c. Italia).
Pertanto, sebbene l’intangibilità del giudicato riguardi solo quanto sia stato oggetto del giudicato stesso, con esclusione di quanto non fosse deducibile nel giudizio in cui esso si è formato, tale non deducibilità non può ricollegarsi alla mera sopravvenienza di una norma che, senza introdurre una nuova azione, si sia limitata ad interpretare autenticamente una disposizione precedente (cfr., ex aliis, Cass. n. 1583/2010; Cass. n. 18339/2003; Cass. n. 4630/2000; Cass. n. 12701/1995; Cass. n. 8797/1995).
Nè può ritenersi che tale norma di interpretazione autentica venga ad incidere sugli effetti futuri del giudicato sostanziale, posto che, giusta l’interpretazione resane dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr., e plurimis, Cass. n. 16206/2009; Cass. n. 22700/2006), la stessa non introduce una nuova disciplina della normativa di riferimento, destinata ad esplicare la propria efficacia sui rapporti giuridici di durata a cui si applica; conformemente alla propria natura interpretativa, essa individua soltanto la corretta portata precettiva della normativa già esistente, la stessa, cioè, sulla base della quale si è formato il giudicato sostanziale.

References: Sentenza 
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 art. 1
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 art. 1
 art. 11
 art. 3
 art. 3
 art. 104
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