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⭐«È lecito fermare l aggressore»
«È lecito fermare l aggressore»
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Battistina Abbate
1 MARTEDÌ 19 AGOTO 2014 ANNO N In Italia EURO 1,40 Milano, Via olferino 28 - Tel Roma, Piazza Venezia 5 - Tel Fondato nel 1876 ervizio Clienti - Tel mail: Il fondatore di Wikileaks La sfida di Assange: lascio l ambasciata Dopo due anni. «Presto uscirò ma non mi consegno» di Fabio Cavalera e Viviana Mazza a pagina 15 Con il Corriere Costantini, trilogia noir Il secondo romanzo Oggi in edicola a 9,90 euro più il prezzo del quotidiano L IPOTEI DI TAGLIARE LE PENIONI PIÙ ALTE IL CONTRATTO TRADITO di PIERO OTELLINO Francesco e l Iraq: la scelta sulla modalità d intervento spetta all Onu. E scherza sulla propria morte: 2, 3 anni e via «È lecito fermare l aggressore» Il Pontefice: siamo come nella Terza guerra mondiale, ma a capitoli > Poste Italiane ped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004 art. 1, c1, DCB Milano governativa di toccare le pensioni cosiddette L ipotesi alte per aiutare gli esodati i lavoratori che, in forza di una legge, non hanno più un lavoro, ma neppure la pensione ferma l orologio delle riforme alla redistribuzione della ricchezza (si toglie a qualcuno per dare ad altri) già praticata dai governi precedenti e che ha portato l economia nazionale nella depressione della crescita zero. Le previdenza è una sorta di contratto che il lavoratore stipula con lo tato, in base al quale, dietro il pagamento di contributi durante gli anni lavorativi, il cittadino riceverà una pensione. L assistenza è l aiuto che lo tato (sociale) fornisce ai meno abbienti attraverso la fiscalità generale. Il nostro tato che fa volentieri confusione fra assistenza e previdenza supplisce alle proprie carenze sociali e finanziarie con la redistribuzione della ricchezza. Questa che meglio sarebbe definire distruzione di ricchezza si traduce in una doppia tassazione per chi ha già ha pagato le tasse sui propri guadagni e finisce così col (ri)pagarle, in modo surrettizio, con la sottrazione da parte dello tato di una parte ulteriore di quegli stessi guadagni. e, dunque, lo tato tradisce, o mostra di voler tradire, il contratto previdenziale, non c è più certezza del diritto, il cittadino non è in grado di programmare la propria vita, smette di spendere, gli investimenti si fermano, lo sviluppo si arresta. Così come ha prodotto la fine del socialismo reale, la forzosa redistribuzione della ricchezza minaccia, da noi, di uccidere l economia libera. L idea di prelevare dalle pensioni cosiddette alte le risorse per aiutare i meno fortunati facendo pagare l assistenza a chi ha già pagato previdenza e tasse è un trucco per supplire ai costi e alle carenze di uno tato sociale che non aiuta i meno abbienti, ma fa pubblicità a se stesso e produce consenso a chi governa. Il trucco è, a sua volta, reso necessario dalla carenza di risorse, dall esigenza di reperirle e dalla promessa di riforme che chi ne parla non è, poi, in grado o non ha la volontà politica di fare. È il caso del governo Renzi che si ripromette di essere riformista e si rivela tutt altro che tale. Esso, che piaccia o no, è uguale ai governi che lo hanno preceduto. Non fa, come non hanno fatto quelli, le riforme, soprattutto quella fiscale e amministrativa, che snellirebbero lo tato e gli consentirebbero di spendere meglio le risorse di cui dispone. Un abile e opportuna operazione di marketing a favore di se stesso, diffusa da un sistema informativo inadeguato, ha promosso il governo Renzi a «ultima spiaggia» contro l eventualità di elezioni anticipate. Che nessuno pare volere. enza che i cittadini-elettori manco se ne accorgessero, l Italia è passata, così, dalla condizione di democrazia rappresentativa a quella di democrazia «guidata» da una tecnocrazia. L Italia rimane malgrado l involuzione istituzionale un Paese libero. Ciò non toglie, peraltro, che si sia concretata in parte quella rivoluzione sociale, fallendola, che la sinistra filosovietica avrebbe voluto fare subito dopo la fine della guerra. Rivoluzione che la stessa Costituzione in qualche modo ha favorito con le sue ambiguità. Ancorché condizionata da una burocrazia eccessiva e criminalizzata da una diffusa cultura politica statalista e dirigista, l economia di mercato è da noi (ancora) relativamente in buona salute. Ma non è neppure il caso di ignorare certi sintomi. «Lecito fermare l aggressore ingiusto» ma «nessun Paese può giudicare da solo»: la scelta spetta all Onu, dice papa Francesco. Di ritorno dalla Corea del ud, sul volo che sorvola la Cina, il Pontefice parla dell Iraq e del terrore dell Isis dicendosi pronto ad andare in Kurdistan. Poi Bergoglio aggiunge: «Qualcuno mi ha detto: siamo nella Terza guerra mondiale, ma fatta a pezzi, a capitoli». E scherza sulla propria morte: «Ancora due o tre anni e via, si torna alla casa del Padre». ALLE PAGINE 2 E 3 antevecchi, Vecchi Giannelli Ordinanza a Bologna in favore di due coppie. «Non c è vuoto legislativo» Il tribunale alla clinica: fate l eterologa Meteo e vacanze La ministra non rinvia l inizio della scuola di MARCO GAPERETTI A PAGINA 17 di MARGHERITA DE BAC e MARIO PAPPAGALLO I l presidente della Consulta ha dato il via libera giorni fa, precisando che non c è vuoto legislativo. E allora il tribunale di Bologna dispone che due coppie infertili ricevano subito i trattamenti con gameti di donatori. Ovvero ordina la fecondazione eterologa anche se il governo non ha ancora legiferato sul tema. A PAGINA 16 Il cambiamento di questi mesi di PIERLUIGI BATTITA La parola «guerra» resta bandita. Ma le parole del Papa segnano una correzione significativa nella politica vaticana in Medio Oriente. Motivata dalle dimensioni catastrofiche del massacro di cristiani da parte del Califfato islamico. A PAGINA 3 Il ministro Orlando dal presidente. Le novità: processi rapidi, niente più arretrati, divorzio senza magistrato Giustizia civile, via libera di Napolitano Restano i nodi sulla parte penale, soprattutto sulle intercettazioni Primo via libera del presidente della Repubblica alla riforma della giustizia. Ieri Giorgio Napolitano ha discusso con il Guardasigilli Andrea Orlando i punti fondamentali delle innovazioni. In particolare Orlando ha illustrato al capo dello tato il testo del decreto legge sulla giustizia civile che dovrebbe essere varato dal Consiglio dei ministri il 29 agosto. L obiettivo è la velocizzazione del processo civile, considerato un fattore di competitività del sistema Paese. ulla parte penale (prescrizione, falso in bilancio, intercettazioni) e su quella ordinamentale (revisione del Consiglio superiore della magistratura), il ministro ha presentato solo ipotesi per raggiungere l accordo nella maggioranza di governo, tuttora divisa. ALLE PAGINE 10 E 11 Breda, Labate, Martirano Numero chiuso in piazza Navona I pittori di strada? elezionati con un test BENVEGNÙ, GUAITOLI, LANNUTTI Parole audaci contro l ipocrisia di ALBERTO MELLONI La «Terza guerra mondiale a puntate» che papa Francesco ha fatto sua rimarrà come «l inutile strage» di Benedetto XV? Francesco ha fatto quello che nessun leader era in grado di fare: cioè guardare al mondo con verità. A PAGINA 33 di FLAVIA CICCHITANO A PAGINA 20 ZMNAKO IMAEL / METROGRAPHY Fisco empre più italiani pagano le tasse a rate di M. FRACARO e. TAMBURELLO A PAGINA 6 Conti pubblici Renzi: in nessun caso noi sforeremo il 3% di MARCO GALLUZZO A PAGINA 9 ul fronte Così i curdi con l aiuto Usa lanciano l offensiva verso Mosul di LORENZO CREMONEI Dove cadono le bombe si alzano pennacchi di fumo nero. La brezza porta gli echi dei colpi di cannone o mortaio, lo stridore dei reattori di un jet in picchiata. I combattimenti più intensi presso la diga. Così i curdi con l aiuto americano lanciano l offensiva verso Mosul. ALLE PAGINE 4 E 5 Di tefano, Olimpio, Pinna Politica estera LA GUIDA CHE MANCA ALL EUROPA di ANTONIO ARMELLINI Iministri degli Esteri dell Unione Europea, riuniti a Bruxelles nel giorno di Ferragosto, hanno espresso la loro preoccupazione per l avvitarsi della crisi irachena, condannato come crimini contro l umanità le violenze dell Isis (lo tato islamico), manifestato il loro appoggio ad Haidar Al Abadi, chiamato a sostituire Nuri Al Maliki al traballante timone del governo di Bagdad. Tutte dichiarazioni corrette e direi doverose, dette con una sola voce. CONTINUA A PAGINA 332 2 Primo Piano Martedì 19 Agosto 2014 Corriere della era Il colloquio La anta ede Le tappe Debutto in Asia In ud Corea l incontro con i giovani Il Papa ha scelto la Corea del ud per il suo primo viaggio in Asia. Prima tappa, a Ferragosto, il santuario di olmoe, nel centro del Paese, dove ha incontrato seimila giovani provenienti da tutta l Asia, riuniti per la Giornata continentale della gioventù. Presenti anche giovani cattolici cinesi, riusciti ad arrivare nonostante gli ostacoli burocratici posti dalle autorità L apertura Ai leader cinesi: non veniamo da conquistatori Papa Francesco ha terminato la sua visita in Corea del ud aprendo il dialogo non solo «politico» ma «fraterno» con i «Paesi asiatici con i quali la Chiesa non ha ancora una relazione piena»: Corea del Nord, Vietnam ma soprattutto Cina. Dopo il telegramma inviato al presidente Xi Jinping durante il volo di andata, ieri nel viaggio di ritorno ha parlato di «stima vera per il popolo cinese» In passato Prima in Brasile poi la missione in Terra anta Quello in Corea del ud è il terzo viaggio internazionale di Francesco. Papa Bergoglio si è recato l anno scorso in Brasile, a Rio de Janeiro, per la Giornata mondiale della Gioventù (dal 23 al 28 luglio). La scorsa primavera il viaggio in Terra anta, nei luoghi d origine del cristianesimo. Tre tati: Giordania, Israele e Palestina in tre giorni, durante il quale è maturata l idea di ospitare un incontro di preghiera con i leader israeliano e palestinese Nel 2015 In ri Lanka e Filippine Poi negli Usa Il prossimo anno il Papa ha in programma di tornare in Asia, questa volta con destinazione ri Lanka e Filippine. Ieri Francesco ha anche confermato di voler andare negli tati Uniti: sta prendendo in considerazione un viaggio in tre città nel mese di settembre 2015: Philadelphia per un raduno di famiglie, Washington per un intervento al Congresso e New York per parlare all Onu. DAL NOTRO INVIATO DAL VOLO PAPALE «Qualcuno mi ha detto: padre, siamo nella Terza guerra mondiale, ma fatta a pezzi, a capitoli». Il volo B777 è decollato a eul da una mezz ora e sta per sorvolare la Cina «e ci andrei? Ma sicuro, domani!» quando Francesco raggiunge i settanta giornalisti che lo seguono da tutto il mondo. i mostra sorridente e in forma, a dispetto dei cinque giorni di viaggio in Corea del ud, sulla veste il fiocco giallo che ricorda il naufragio del traghetto ewol, simbolo dei genitori che chiedono giustizia per i ragazzi morti: «Mi suggerivano: meglio toglierlo, ma con il dolore umano non si può essere neutrali». Come sempre il Papa risponde a tutte le domande, per un ora, a cominciare dall Iraq e dal terrore dell Isis: «È lecito fermare l aggressore ingiusto» ma «nessun Paese può giudicare da solo», avverte: la scelta spetta all Onu. Intanto parla pure del successo continentale del an Lorenzo, la squadra del cuore («è una buona notizia, dopo il secondo posto in Brasile!»), racconta che in Vaticano «sono caduti i muri» e fa una vita normale senza più sentirsi prigioniero («prima il Papa non poteva prendere neanche l ascensore da solo») e scherza perfino sulla propria morte, facendo oscillare la mano come chi fa segno di andarsene: «Ancora due o tre anni e via, si torna alla casa del Padre», ride sereno. Ma lo sguardo si oscura quando riflette sul conflitto diffuso e senza regole: «È un mondo in guerra dove si commettono crudeltà. Ora i bambini non contano! Una volta si parlava di guerra convenzionale, non dico che fosse una cosa buona ma oggi la bomba ammazza l innocente con il colpevole, il bambino con la mamma, ammazza tutti. Ma vogliamo fermarci a pensare al livello di crudeltà a cui siamo arrivati? Crudeltà e tortura: oggi la tortura è uno dei mezzi direi quasi ordinari nel comportamento dei servizi di intelligence e in al- Il Papa: «e necessario sono pronto terreno per fermare gli jihadisti? Pensa di poter andare un giorno a pregare in Iraq o in Kurdistan? «Ho già dato la risposta: io sono d accordo soltanto col fatto che, quando c è un aggressore ingiusto, venga fermato. Quanto ad andare, ne abbiamo parlato, era una delle possibilità: se fosse necessario, ci dicevamo, dopo la Corea andiamo là. ono disponibile. In questo momento non è la cosa migliore da fare, ma sono disposto ad andare». Lei è il primo Papa che abbia potuto sorvolare la Cina. ono passi avanti di un dialogo possibile? E avrebbe desiderio di andarci? «All andata, quando stavamo per entrare nello spazio aereo cinese, ero nella cabina di pilotaggio. Il pilota ha chiesto l autorizzazione, una cosa normale, poi ha mandato il telegramma. ono tornato al mio posto e ho pregato tanto per quel bello e nobile popolo cinese. Un popolo saggio: penso ai grandi saggi cinesi, una storia di scienza, di saggezza. Anche noi gesuiti abbiamo una storia, lì, con padre Matteo Ricci. e ho voglia di andare in Cina? Ma sicuro, domani! Noi rispettiamo il popolo cinese, la Chiesa chiede soltanto libertà per il suo lavoro: nessun altra condizione. Resta attuale la lettera fondamentale di Benedetto XVI ai cinesi. E la anta ede è sempre aperta ai contatti, semcuni processi giudiziari. E questo ci deve spaventare. Non è per fare paura. Ma il livello di crudeltà dell umanità in questo momento deve spaventare un po». antità, lei approva il bombardamento Usa sui terroristi in Iraq, per evitare il genocidio e tutelare le minoranze? «In questi casi, dove c è un aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito fermare l aggressore ingiusto. ottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare o fare la guerra, dico fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati. Ma dobbiamo avere memoria, pure: quante volte, con la scusa di fermare l aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una bella guerra di conquista? Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la econda guerra, sono state create le Nazioni Unite: là si deve decidere, come lo fermiamo? olo questo, niente di più. Quanto alle minoranze, mi parlano dei cristiani che soffrono, dei martiri, ed è vero, ci sono tanti martiri. Ma qui ci sono uomini e donne, minoranze religiose non tutte cristiane, e tutte sono uguali davanti a Dio. Fermare l aggressore ingiusto è un diritto che l umanità ha. Ma c è anche un diritto dell aggressore ad essere fermato, perché non faccia del male». arebbe pronto a sostenere un intervento sul In viaggio con il Pontefice di ritorno dall Asia: «Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore» Verso il disgelo? econdo lo studioso Ren Yanli ci sono stati passi avanti diplomatici, ma nessuna vera apertura religiosa Il teologo cinese: segnali da Pechino, ma non illudetevi Dall aereo del Papa che attraversava lo spazio cinese ieri è stato trasmesso un secondo telegramma indirizzato al presidente Xi Jinping con la benedizione per la sua nazione. Il primo, inviato la settimana scorsa mentre Francesco volava verso la Corea del ud, pare si fosse perso per motivi tecnici oscuri. Però, il ministero degli Esteri di Pechino aveva poi comunicato di aver «notato le osservazioni del Papa» e di aver sempre voluto «migliorare le relazioni con il Vaticano». E questo, dopo oltre sessant anni senza rapporti ufficiali, è un buon segno. Ieri l agenzia Xinhua, voce del governo di Pechino, ha finalmente dato notizia del viaggio, riferendo che alla messa di sabato a eul c era un milione di fedeli; ma ha taciuto sul messaggio di Francesco, che fino a ieri sera non aveva avuto alcun cenno di risposta diretta dal leader cinese. ono segnali contrastanti quelli arrivati dalla Repubblica popolare cinese in questi giorni. Il più positivo ed evidente è stato di aver consentito all aereo di Francesco di sorvolare il territorio cinese. Il più negativo è stato il divieto per centinaia di giovani cattolici cinesi di raggiungere la Corea e partecipare agli eventi con il Papa. Ren Yanli, esperto di cattolicesimo e per anni teologo presso l Accademia delle scienze sociali di Pechino (il think tank governativo) ricorda al Corriere che per due volte negli anni 80 Giovanni Paolo II aveva dovuto allungare la rotta per evitare lo spazio aereo cinese mentre era diretto a eul. E spiega che «questa prima apertura concessa a Francesco è stata decisa sicuramente ad altissimo livello». Ren però aggiunge: «i è trattato di una gentilezza che non è da interpretare con ottimismo illusorio, perché lasciar passare un volo ufficiale è una consuetudine diplomatica e anche i due telegrammi del Papa fanno parte del protocollo». Il teologo comunista spiega: «Il Papa è stato considerato come un capo di tato, non come leader religioso. E infatti sul fronte religioso non vedo alcun passo in avanti, come dimostra il divieto di andare in Corea per i cattolici I cattolici in Asia Percentuale rispetto agli abitanti del Paese <1% 1/5% > 5% > 90% PAKITAN ,6% INDIA ,4% Principale gruppo religioso Islamico Buddista Cristiano Induista NEPAL ,03% BIRMANIA % BANGLADEH % Fonte: Union of Catholic Asian News/Vaticano - AFP THAILANDIA ,5% RI LANKA % pre. Perché ha una stima vera per il popolo cinese». La preghiera per la pace con Peres e Abu Mazen è stata un fallimento? «Assolutamente no, io credo che la porta sia aperta. L iniziativa è nata dai due presidenti, loro mi hanno fatto arrivare questa inquietudine. È stata aperta la porta della preghiera, perché la pace si merita con il nostro lavoro ma è un dono. Ciò che è arrivato dopo era congiunturale, la preghiera no. Ora il fumo delle bombe e della guerra non lascia veder la porta, ma la porta è rimasta aperta». Dove andrà nel 2015, dopo ri Lanka e Filippine? «Vorrei andare a Filadelfia all incontro delle famiglie, sono stato anche invitato dal presidente americano al congresso di Washington e dal segretario dell Onu a New York. Forse andrò nelle tre città assieme. I messicani vorrebbero andassi alla Madonna di Guadalupe, si può approfittare di quel viaggio ma non è sicuro. Intanto quest anno è prevista l Albania, per due motivi importanti. Primo, perché sono riusciti a fare un governo di unità nazionale ma pensiamo ai Balcani, eh? tra islamici, ortodossi, cattolici, con un consiglio interreligioso che aiuta tanto, equilibrato e armonico, e questo va bene. La presenza del Papa vuole dire a tutti i popoli che si può lavorare assieme. e MONGOLIA 760 0,03% LAO ,7% CAMBOGIA ,14% CINA % VIETNAM ,6% COREA DEL UD ,7% GIAPPONE ,35% TAIWAN % FILIPPINE %3 Corriere della era Martedì 19 Agosto 2014 Primo Piano 3 Prima di partire Il Papa ieri a eul ha pregato per la riconciliazione delle due Coree (Ap) poi pensiamo alla storia dell Albania, è stato l unico dei paesi comunisti ad avere l ateismo pratico nella Costituzione: se andavi a messa era anticostituzionale! ono state distrutte 1820 chiese, altre trasformate in cinema, teatri, sale da ballo...». Come vive la sua popolarità immensa? «La vivo come generosità del popolo, ringraziando il ignore che il suo popolo sia felice. Interiormente cerco di pensare ai miei peccati, ai miei sbagli, per non credermela («montarmi la testa», ndr), perché io so che questo durerà come me, due o tre anni e poi via, alla casa del Padre!». I suoi rapporti con Benedetto XVI? «Ci vediamo, prima di partire sono andato a trovarlo, mi ha mandato un suo scritto interessante. Abbiamo un rapporto normale. Mi fa bene sentirlo, mi incoraggia. Forse l idea non piace a qualche teologo, però io penso che il Papa emerito non sia una eccezione, ma già una istituzione. I secoli diranno se è così o no. La nostra vita si allunga e a una certa età la salute forse è buona ma non c è più la forza di governare. Benedetto ha compiuto questa scelta nobile e umile. Io pregherò, ma se mi trovassi nella stessa situazione farei lo stesso». Lei ha una vita serrata. Poco riposo, niente vacanze. C è da preoccuparsi? «Io passo le vacanze in casa. Una volta ho letto cinesi». Però, sulla questione dei giovani fermati negli aeroporti cinesi mentre cercavano di imbarcarsi per eul, c è anche un interpretazione meno pessimista: «Non penso che l ordine sia arrivato da Pechino; si è trattato di eccesso di zelo da parte di funzionari locali che temevano guai», dice Anthony Lam dello Holy pirit tudy Center di Hong Kong. Un altro segnale, se non proprio incoraggiante almeno non negativo, viene dal Global Times, tabloid del partito comunista di Pechino, che ieri ha pubblicato una corrispondenza da eul citando tra virgolette un commento della tv coreana: «Francesco ha mostrato forte intenzione di aprire un dialogo attivo e di migliorare i rapporti con la Cina... tra Pechino e Vaticano è stata creata un atmosfera di conciliazione». Anche il Global Times ha chiesto un parere a un esperto. Il professor Qu Xing dell Istituto affari internazionali di Pechino ha risposto: «È il Vaticano che ha più fretta di recuperare un rapporto sereno con la Cina, ma per Pechino non c è urgenza, sa che è la Chiesa di Roma ad averne più bisogno». Guido In Iraq ci sono minoranze non tutte cristiane: tutte sono uguali davanti a Dio e ho voglia di andare in Cina? icuro, anche domani. ono un popolo saggio Prima il Papa non poteva prendere neanche l ascensore da solo ad andare in Iraq» un libro interessante, s intitolava Rallegrati di essere nevrotico! La mia nevrosi è che sono un po troppo legato al mio habitat. L ultima volta che ho fatto vacanze fuori, con la comunità gesuita, è stato nel 75. Cosi faccio vacanza a casa, cambio ritmo: dormo di più, leggo cose che mi piacciono, sento musica, prego di più. E questo mi riposa, a luglio tante volte l ho fatto. È vero, il pomeriggio che dovevo andare al Gemelli non ce la facevo. Erano giorni molto impegnativi. Adesso so che devo essere più prudente». Gian Guido Vecchi In pochi mesi IL MAACRO, LE VITTIME E LA VOLTA DI FRANCECO In volo Papa Francesco risponde ai giornalisti a bordo dell aereo decollato da eul (Ap/Gregorio Borgia) di PIERLUIGI BATTITA Guerre giuste? Il Papa non è bellicista: ma chi cercava protezione in Vaticano per promuovere un pacifismo assoluto non lo troverà La parola «guerra», quella è sempre bandita. Ma la Chiesa cattolica non ha mai disdegnato gli eufemismi per gli interventi militari che si prefiggevano di fermare «la mano dell aggressore» contro le popolazioni civili. L «ingerenza umanitaria» per l intervento armato nel Kosovo. La «polizia internazionale», limitata e circoscritta, per l azione in Afghanistan, all indomani degli attentati dell 11 settembre. Oggi però le parole di papa Francesco segnano una correzione significativa nella politica vaticana in Medio Oriente. Il massacro dei cristiani in Iraq sta assumendo dimensioni apocalittiche. La linea della prudenza appare destinata alla disillusione. La Chiesa di Francesco non è diventata bellicista. Ma difficilmente chi si è sempre nascosto sotto il manto papale per dare autorevolezza a una linea di «pacifismo» assoluto troverà accoglienza a piazza an Pietro. Come accadde nel 1991 e nel 2003, quando la sinistra italiana finì per sfilare sotto le finestre di Giovanni Paolo II, riconoscendo la sua leadership morale nel fronte contrario sia alla guerra promossa da Bush padre che a quella di Bush figlio e di Blair. Non tanti anni, ma pochissimi mesi fa, le parole di Francesco sono apparse come un alt categorico alla tentazione obamiana di intervenire in iria contro la carneficina compiuta da Assad, in un conflitto che conta oggi circa 170 mila vittime, quasi tutte civili. Invece di «fermare l aggressore», la priorità sembrò allora quella di fermare l interventismo ondivago degli tati Uniti. Un digiuno di testimonianza a favore della pace suonò più polemico nei confronti di Obama che non di Assad. Un pacifismo un po strabico, che però poteva essere giustificato dalla necessità di difendere i cristiani di iria dai crimini che i ribelli jihadisti avevano cominciato a perpetrare contro il popolo della croce. La stessa prudenza per le sorti dei cristiani che ha indotto il Vaticano nel corso di questi anni a non chiedere la mobilitazione del mondo contro i regimi islamici (non solo fondamentalisti, ma anche «moderati» come l Arabia audita) che non risparmiano persecuzioni contro i «blasfemi» che osano possedere un crocefisso o un rosario e contro i luoghi di culto cristiano, ostracizzati e martirizzati. Le dimensioni catastrofiche del massacro dei cristiani da parte dei seguaci del Califfato islamico inducono papa Francesco a correggere il tiro. Non si parla certamente di «guerra giusta» lungo una tradizione cattolica ed ecclesiastica che ha segnato secoli di riflessione sull uso degli strumenti bellici da parte degli tati. La deplorazione di papa Benedetto XV contro l «inutile strage» rappresentata dalla Prima guerra mondiale, oramai un secolo fa, esprimeva una nettezza che non dava spazio a interpretazioni equivoche o minimizzanti. E persino nella econda guerra mondiale, di fronte a uno sterminio di proporzioni inusitate, la linea della prudenza consigliava al Vaticano (ma non ai singoli vescovi e agli istituti religiosi) un atteggiamento che non suonasse come elemento ulteriore di conflitto e di divisione. Nel Medio Oriente, poi, la politica vaticana del buon vicinato con il mondo arabo, ha sempre suggerito una linea, se non di aperta ostilità, comunque di diffidenza nei confronti dello tato di Israele. Nella Guerra del Golfo, all indomani della fine della guerra fredda e nella ricerca affannosa di un nuovo «ordine internazionale» garantito dalle Nazioni Unite, il papato di Wojtyla rappresentò la calamita capace di attrarre tutto il variegato mondo contrario all intervento in Iraq, malgrado la palese violazione della legalità internazionale da parte di addam Hussein con l invasione del Kuwait. Nel 2003 le bandiere arcobaleno della pace sventolarono con l appoggio della Chiesa cattolica che pure non si era spesa contro l intervento per estromettere il regime dei talebani in Afghanistan: e anche lì le ragioni geopolitiche si mescolarono a quelle umanitarie, con la persecuzione da parte del regime di addam dei curdi uccisi con il gas e degli sciiti di Bassora. Poi la guerra del Kosovo, che pure cercò di mimetizzarsi come atto di indispensabile «ingerenza umanitaria». Ora la necessità ribadita da Francesco di fermare la mano assassina dell aggressore e impedire ulteriori massacri. Una svolta che può influenzare la politica degli tati. Non una «terza guerra mondiale», ma certamente un ribollire incontrollato dei conflitti.4 4 Primo Piano Martedì 19 Agosto 2014 Corriere della era # Iraq Il conflitto Dalla diga verso Mosul, parte l offensiva curda «Adesso l obiettivo è riprendere i villaggi» I jihadisti piazzano mine e tendono agguati u Tripoli raid aereo anti-milizie di GUIDO OLIMPIO Caccia non identificati hanno colpito ieri posizioni dello «cudo della Libia occidentale» sulla strada da Tripoli all aeroporto civile. Un raid in sostegno al generale laico Haftar impegnato nella lotta contro le milizie foraggiate dalla Fratellanza musulmana, Qatar e Turchia. ulla appartenenza dei caccia si sono scatenate le voci più strane. Per una tv locale erano «italiani», cosa smentita dalla Farnesina. Per altri americani. Poi è arrivato l annuncio dell aviazione libica: siamo stati noi ad attaccare. Un ipotesi è che ai comandi vi fossero piloti locali che volavano su aerei forniti da un Paese vicino. Due i candidati: l Algeria e l Egitto. Entrambi, in modo discreto, appoggiano Haftar in chiave anti-islamista. Compito non facile vista la frammentazione della Libia post-gheddafi. I 20 mila uomini del generale si oppongono allo schieramento integralista dello «cudo», diviso in tre tronconi: occidentale, centrale (irte) e orientale (Bengasi). Decine di migliaia di miliziani che collaborano con i veterani del Gruppo libico islamico combattente di Abdel Hakim Belhadj, rinforzato da un nucleo di guerriglieri rientrati dalla iria dove appoggiavano i ribelli. Ogni fazione cerca di controllare uno scalo aereo. Haftar tiene la pista di Benina, vicino a Bengasi, Tobruk e la lontana base di ebha. A Camp Mitiqa ci sono i mujaheddin di Belhadj. I miliziani di Zintan, amici dell ex premier Jibril e degli Emirati, sono nell aeroporto civile della capitale devastato dagli scontri e non utilizzabile. Come è fuori uso quello di irte. Purtroppo, in questi mesi, la Libia continua ad essere una sorvegliata speciale. Con algerini e egiziani più che mai inquieti. ul piano regionale vogliono contenere la spinta qatariota, su quello locale sventare le manovre di gruppi jihadisti abili nello sfruttare il caos a fini politici e le lunghe frontiere per trafficare. Il classico binomio che unisce i predoni ai terroristi incarnato in Mokhtar Al Mokhtar. Avrebbe messo le tende in Libia, da dove coordina azioni in Tunisia e Algeria. Un vecchio nemico che ha trovato nuovi spazi. DAL NOTRO INVIATO 170 bombe 12 miliardi BADRIKE (Iraq settentrionale) L aviazione statunitense vola alta nel cielo. Dove cadono le bombe, pennacchi di fumo nero si stagliano netti contro l azzurro immobile, reso opaco dal calore estivo. Ogni tanto la brezza pigra che soffia sulla superficie calma del vasto lago artificiale porta rombi profondi, echi di colpi di cannone o mortaio, lo stridore dei reattori di un jet in picchiata. E ovvio che i combattimenti più intensi si svolgono presso la diga, nella parte più meridionale del bacino, dove però nessuno sa, o vuole dire con chiarezza, se davvero sia stata presa dalle brigate curde, oppure resti ancora nelle mani dei guerriglieri dell autoproclamato «Califfato». uperiamo il posto di blocco curdo principale allo snodo di Badrike, vicino alla provinciale che collega Dohuq a Er- 15 raid bil, ma pochi chilometri dopo una postazione d artiglieria costituisce la fine della corsa. «Abbiamo vinto. La diga è quasi nostra!», esclamano gli artiglieri curdi. Ma allora perché non possiamo raggiungerla? Chiediamo. «Impossibile, tutta la zona è imbottita di mine», rispondono mostrando un camion che trasporta nel cassone almeno una trentina di cariche esplosive disinnescate. Fili elettrici, morsetti metallici, bombe artigianali, miste a mine di fabbricazione russa sono accatastati alla rinfusa. Li indicano come un trofeo. Però alla storia della vittoria non ci credono neppure loro. La verità è semmai più ambigua: nonostante il massiccio sostegno dell aviazione Usa, i peshmerga stanno ancora combattendo, la battaglia della diga deve ancora essere completata. Da Washington Obama annuncia: «Continueremo a perseguire una strategia a lungo termine contro i militanti dello tato islamico in Iraq, sostenendo il nuovo governo di Bagdad». Anche Roma è nella partita: «tiamo mettendo insieme una coalizione internazionale per far fronte alle crisi umanitaria», ha detto ancora il presidente Obama, aggiungendo che in questo senso gli Usa «lavoreranno con il governo iracheno e con partner come Gran Bretagna, Canada, Francia, Italia e Australia per fornire acqua e assistenza alle persone che sono state costrette a fuggire dalle loro case». Forse la barriera di cemento sul Tigri è realmente stata ripresa, eppure i miliziani estremisti sunniti si dimostrano nemici coriacei, pronti a morire e soprattutto ben addestrati nelle tecniche della guerriglia. Un ingegnere curdo che osserva la scena così spiega la cautela che impronta gli scambi a fuoco: «La diga ha un difetto di costruzione. E stata eretta su di una base sabbiosa. Da anni ormai è soggetta a lavori di mantenimento periodici per fermare le infiltrazioni e al pericolo di cedimenti strutturali, che comportano soprattutto regolari iniezioni di cemento. Ora sono almeno due mesi che nessuno ci lavora. e crollasse sarebbe una catastrofe». Osservando lo scenario della prima offensiva curda, con la fondamentale copertura aerea Usa, dalle vittorie di inizio agosto del «Califfato» è possibile cogliere le dinamiche dello scontro. Non ci sono massici combattimenti campali e neppure grandi dispiegamenti di forze. La guerriglia sunnita si muove veloce sui gipponi e sugli Humvee blindati ultimo modello catturati a giugno dopo i rovesci subiti dall esercito regolare iracheno. Gli scontri sono fatti di rapide imboscate, attacchi e ritirate compiuti da unità di pochi uomini ciascuna. dislocate dall Isis attorno alla diga, sono state disarmate dai peshmerga di metri cubi la capacità del bacino, che ha una larghezza di 3,5 km Le immagini La ragazza con il fucile e le donne al fronte: «La nostra vendetta» DAL NOTRO INVIATO DAHUK (Iraq settentrionale) «Vendetta»: la parola echeggia ripetuta sempre più forte e rabbiosa, come un urlo di battaglia, un modo per lenire le ferite e trovare una ragione di vita. Non sono soltanto gli uomini a rilanciarla tra la moltitudine dei sopravvissuti umiliati, offesi, feriti nel profondo, delle comunità degli yazidi e dei cristiani iracheni. pesso sono anche le donne. Hanno perso famiglie intere, figli, mariti, genitori. aerei lanciati ieri dagli tati Uniti nell area della diga di Mosul Alcune sono sole. Ora vorrebbero combattere, prendere il fucile e imparare a utilizzarlo. «Mi sono armata e pattuglio il nostro villaggio di Al Qosh con gli uomini della nostra brigata di autodifesa. Non siamo tanti ma possiamo batterci», ci ha detto ieri Basima iffar, 55 anni, inquadrata con fucile e pistola tra i gruppi militarizzati dei villaggi cristiani. Le più determinate sono però le donne yazide. Incarnano direttamente la sfida alla soldataglia del «Califfato» che le usa come schiave Verso Mosul Un peshmerga curdo osserva una colonna di fumo che si leva sulla linea del fronte, venti chilometri a est di Mosul (Afp/Ahmad Al-Rubaye) I curdi temono le mine e le trappole esplosive di cui i nemici sono veri esperti. Hanno imparato a costruirle e posizionarle con il massimo dell effetto letale nei lunghi e sanguinosi anni della guerra contro la presenza americana in Iraq dal 2003 al Il numero delle vittime per il momento resta però relativamente limitato. I peshmerga parlano di una quarantina di cadaveri di jihadisti individuati tra i resti dei loro automezzi carbonizzati dalle bombe e dai razzi Usa. Ieri mattina una decina di combattenti peshmerga erano rimasti feriti da un paio di bombe tirate per errore dai jet americani. «I nostri uomini si sono spinti troppo avanti rispetto alle linee rosse che erano state concordate con gli alleati», ammettono i loro stessi comandi. sessuali, al meglio le converte per allevare la nuova generazione di combattenti per l Islam. Abbiamo colto più volte la volontà di lotta tra queste donne nei campi dei profughi scesi dal caldo soffocante delle montagne di injar. La foto pubblicata oggi dal Corriere in prima pagina ne simboleggia lo spirito. Una giovane, quasi una ragazzina, con il kalashnikov a tracolla segue la folla dei profughi in fuga. Facilmente la donna più matura e la ragazzina alcune decine di metri di fronte a lei sono la madre e la sorella più piccola. L abbiamo mostrata agli yazidi dei campi profughi sul confine tra iria e Iraq. piegano che è stata presa sull unica strada asfaltata che attraversa i monti injar, presso il villaggetto di Kerse, dove si comincia a scendere verso il confine siriano. La ragazza probabilmente ha preso il fucile del fratello, del padre o del marito. «Gli uomini portavano in braccio i figli piccoli, le donne li aiutavano portando le armi», spiegano i testimoni. Ma la forza dell immagine è indubbia. Arri- Nelle ultime 24 ore i raid americani sono stati una quindicina. Circa la metà della settantina di attacchi aerei iniziati l 8 agosto sono stati concentrati sulla diga di Mosul. Al Pentagono dicono di avere distrutto o danneggiato ieri alcune postazioni dello tato Islamico (come sono anche chiamati i guerriglieri), oltre a sei veicoli corazzati, un mezzo armato leggero ed altro equipaggiamento. Tutto sommato, poca roba. La sfida è piuttosto quella del controllo sui villaggi. Appena dopo lo svincolo di Badrike c è per esempio il piccolo nucleo urbano di Babirah, quasi totalmente abitato da sunniti, che sono fuggiti verso le zone pattugliate dagli estremisti. La loro presenza è elusiva, avanzano e al primo allarme spariscono, difficile individuarli grazie al sostegno offerto dalle popolazioni sunnite locali. Più avanti ci sono villaggi cristiani e yazidi che proseguono a raggiera sino a Tell Kief, Qaraqosh e la piana di Ninive. «Presto li prenderemo tutti. Catturata la diga ci apriremo la strada per la liberazione di Mosul», promettono i politici curdi da Erbil. Nel frattempo però le loro popolazioni sono scappate in massa verso nord. Vale anche per il villaggio di Al Qosh, vera culla storica del cristianesimo locale. E posto solo sette chilometri a nord del bacino artificiale. I peshmerga lo hanno circondato con una fitta rete di posti di blocco, eppure meno di 500 dei suoi quasi 8 mila abitanti sono tornati alle loro case. Un esempio delle tecniche di battaglia In fuga Donne della minoranza yazida, in fuga dalla città di injar e dalle violenze degli estremisti islamici dell Isis, vengono aiutate da una combattente curda nei pressi del confine siriano. Decine di migliaia di yazidi sono scappati dalle loro case nel nord del Paese per raggiungere la più sicura provincia di Dahuk (Reuters) vate al sicuro nei campi di tende organizzati dall Onu, alcune donne hanno deciso di imbracciare il fucile e andare a combattere. Quante? Non sappiamo. Dal campo profughi di Faysh Kabur sono partite almeno una decina. «Non si sono unite ai peshmerga iracheni perché si sentono tradite da loro. Promettevano di difendere gli yazidi, ma nel momento del pericolo sono scappati. Per questo gli yazidi ora si offrono volontari nelle brigate curde che operano in iria», ci spiega Youssef Iso Hassan, Vedere altro
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