Source: http://vitadigitale.corriere.it/2010/02/24/processo_vivi_down_google_cond/
Timestamp: 2018-12-19 07:52:00+00:00

Document:
Processo Vivi Down, Google condannato | Vita Digitale
FRED_03 28 febbraio 2010 | 16:29
La responsabilità per i contenuti postati deve rimanere individuale, e non a carico di chi offre il servizio.Come ha fatto notare un lettore, non si può chiedere all’ erogatore del servizio di conoscere preventivamente tutti i contenuti che vengono postati, e ne’ di filtrarli, se non ricorrendo ad una pericolosa censura preventiva.
Detto questo: credo si possa essere tutti d’ accordo, invece , sul fatto che chi offre il servizio abbia la responsabilità di rimuovere tempestivamente i contenuti che rappresentano un reato (come la violazione della privacy, l’ ingiuria, violenza ecc…),una volta che questi vengano segnalati.
Qualcuno ha detto che Google, dal momento in cui è stato segnalato il video, ha fatto passare due mesi prima di toglierlo. E’ vero? Qualcuno è informato su questo? Ho avuto modo di leggere il botta e risposta tra accusa e difesa, ma non ne emerge una verità chiara su questo punto. Se fosse vero, però, mi pare che la sentenza sarebbe sacrosanta, e, pur condividendo le preoccupazioni sacrosante sul pericolo di censura preventiva, non si tratterebbe di questo.
manlio.tummolo 26 febbraio 2010 | 23:18
Aggiungo a quanto detto sopra: questi tenaci difensori della libertà di comunicazione che sono gli Stati Uniti e la loro classe politico-dirigente, diffusori di pace e democrazia, si sono scordati che, per far tacere la Televisione di Belgrado, accusata a torto o a ragione qui non conta, di propalare menzogne, è stata ridotta al silenzio a suon di missili, facendo anche qualche morticino ? E poi vengono a lamentarsi per una condanna in primo grado ? ma questo comporta la conseguenza che Google è squisitamente un prodotto americano, tutelato dal governo americano. Dicano dunque che noi siamo liberi di esprimerci esclusivamente nel modo da loro voluto: saranno più chiari. Manlio Tummolo
cunctator_64 26 febbraio 2010 | 10:29
Non ho visto il video e forse non capisco qualcosa…
Ma quale privacy è stata violata, quella del povero ragazzo Down picchiato, oppure quella dei seviziatori?
Chi ha fatto la figuraccia? E’ evidente che sono i cosidetti normali!
Chi è stato eventualmente diffamato (perché è stata chiesta per Google anche la condanna per diffamazione, che poi non è stata data)? Il ragazzo non è stato certo diffamato… semmai per lui è stato un vantaggio che la cosa sia divenuta pubblica.
E’ come dire che non vogliamo più vedere scene in tv di bambini africani che stanno morendo di fame per violazione della privacy degli stessi!
Sono scondertato da una sentenza di questo genere… Ormai l’Italia è in caduta libera!
tizimotti 25 febbraio 2010 | 17:17
“Sbagliato censurare internet, bisogna invece poter identificare e colpire chi commette abusi sulla Rete”. E’ questo in sintesi il pensiero dell’eurodeputato reggiano Tiziano Motti, che da mesi sta conducendo al Parlamento Europeo una battaglia per la difesa della dignità e della privacy delle persone contro gli illeciti commessi su internet.
Tutto il mondo discute della sentenza del Tribunale di Milano, che ha condannato a 6 mesi tre dirigenti di Google, colpevoli di violazione della privacy per non aver impedito la pubblicazione di un video nel quale un ragazzo affetto dalla sindrome di Down veniva picchiato e insultato.
“Personalmente sono particolarmente favorevole all’istituzione dell’anonimato protetto in Rete – dice l’onorevole Motti – che consentirebbe l’identificazione preventiva, da parte dei service providers, di chiunque utilizzi la Rete, garantendone in pubblico l’anonimato ed assicurando nel contempo una rapida individuazione da parte dell’autorità giudiziaria nel caso si verificasse un abuso nell’utilizzo di internet, che deve continuare ad essere spazio libero e democratico e di rispetto della dignità umana”.
L’istituzione dell’anonimato protetto, tramite cui i dati degli utenti che veicolano contenuti sarebbero conosciuti unicamente dai gestori del servizio, permetterebbe di liberare questi ultimi da qualsiasi responsabilità penale, garantendo l’immediata identificazione degli utenti che commettono illeciti, e assicurando nel contempo l’anonimato pubblico.
“In tal modo – prosegue l’eurodeputato – si allontana la pericolosa deriva del ricorso alla censura preventiva. In merito, ho già presentato un’interrogazione alla Commissione Europea, che ha ottenuto un’apertura al dialogo da parte della vicepresidente Reding ed intendo dare seguito ad iniziative propositive in seno alle Istituzioni europee”.
La vicenda della condanna a Google, che ha provocato indignazione soprattutto nel mondo dei blogger, è soltanto l’ultimo caso nel quale è emersa la necessità di avere nuove regole per la Rete. In passato la riflessione è stata sollecitata dalla presenza di siti pedofili o che inneggiavano alla violenza.
“La sentenza del Tribunale di Milano – dice l’onorevole Motti – pone la necessità di una riflessione in seno alle istituzioni europee sull’attribuzione delle responsabilità relativamente agli eventuali contenuti illeciti caricati in Rete, si tratti di un motore di ricerca, forum, blog o social network. Da una parte è innegabile che gli operatori di Rete si trovino in molti casi nell’impossibilità oggettiva di poter valutare i contenuti pubblicati in internet, e pertanto una censura preventiva oltre a rivelarsi impraticabile, porrebbe in discussione la natura stessa della Rete come luogo di libertà d’espressione. D’altra parte, la capacità di diffusione della Rete, rende particolarmente pregiudizievoli eventuali contenuti illeciti e dovrebbe garantire l’identificazione immediata e certa degli utenti che li caricano”.
Secondo il deputato dell’Udc “è auspicabile che sia estesa anche ai motori di ricerca ed ai fornitori in Rete di contenuti la direttiva CE 2006/24, riguardante la conservazione di dati generati o trattati nell’ambito della fornitura di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico o di reti pubbliche di comunicazione”.
Ralf72 25 febbraio 2010 | 14:57
Da: mc1966
“In realtà, dietro alla sentenza, non faccio fatica a vedere la solita ideologia sessantottina che considera la grande impresa colpevole a prescindere, e nell’individuo (chi ha commesso l’atto di bullismo e messo su il video) un poveretto incolpevole perché spinto dalla cattiva società.”
Impossibile non quotarti: e’ proprio cosi’. Giudici che spinti dalla propria ideologia vogliono plasmare la societa’ secondo la propria etica e sensibilita’ di stampo ex-sessantottino, a prescindere dalle motivazioni, abusando dell’ampia discrezionalita’ che dal nostro codice viene loro data nel condannare o assolvere.
troggot 25 febbraio 2010 | 10:53
Sono dell’avviso che se i fornitori di servizi collaborano con le autorita’ e si rendono disponibili alla rimozione di contenuti illegali questi non debbano essere considerati responsabili. Mi auguro che questa sentenza sia pienamente ribaltata in appello.
leprechaun 25 febbraio 2010 | 10:35
I fornitori di servizi di accesso e di comunicazione devono essere tenuti responsabili unicamente dell’accertamento dell’identità *e della maggiore età* dei loro clienti, perchè alla bisogna vengano comunicati alle autorità. Questa è civilità giuridica, tecnicamente fattibile, ed efficace nello scoraggiare comportamenti illeciti, che sono favoriti dall’illusione dell’anonimato. Il modello dei giornali (di carta) con direttore responsabile (una barbarie giuridica anche esso) non è tecnicamente replicabile sul web, che è un contesto diverso.
giavlaz 25 febbraio 2010 | 10:32
Non so sono perplesso. Abbiamo tutti i giorni esempi di grandi manager che si dichiarano ignari di quello che fanno i loro sottoposti (Telecom, Fastweb, Protezione Civile). E’ stata appena approvata una legge che toglie la responsabilità penale ai generali che hanno inviato i soldati senza protezioni in ambienti contaminato da uranio impoverito. Poi si condannano PENALMENTE i manager di google per video postati da terzi. Che ci sia una certa loro responsabilità è chiaro ma che questa sia penale mi lascia dubbioso.
McSxp74 25 febbraio 2010 | 10:31
In questo paese l’ignoranza di chi giudica sta creando dei danni mostruosi alla società civile. Lasciando perdere a priori il discorso politico che è fuori tema.
Un’altra sentenza Stupida come questa da aggiungere a mille altre. Sono sentenze come queste che minano profondamente le libertà degli onesti. Sentenze come quelle a carico degli insegnanti che hanno completamente delegittimato la loro figura, tanto che adesso siamo privi di un sistema educativo avendoli disarmati non consentendogli di punire per paura di denunce. Continue sentenze che ti puniscoscono qualunque cosa fai, se vai in macchina mille sanzioni, se tuo figlio gioca in cortile, multa, se scii un metro fuori pista multa, se fai le corna a uno che ti taglia la strada galera, se inciampi devi stare attento a dove cadi o ti denunciano. Se bevi un bicchiere di vino rischi macchina e galera. Poi abbiamo vie delle nostre città trasformate in Far West, laboratori clandestini, corrotti, evasori, inquinatori, sofisticatori e chi più ne ha più ne metta liberi come l’aria di fare i porci comodi… Il Bel Paese!?! Il cittadino onesto ha la libertà di un iraniano, il disonesto anarchia..
elwood. 25 febbraio 2010 | 10:28
il vero obbiettivo è controllare la rete. In un regime come l’ Italia dove la TV è controllata interamente dalla politica non è tollerabile che ci siano spazi di libertà. E’ giusto che ci sia più attenzione da parte dei socialnetwork e affini ma da lì a condanne penali per i loro gestori.
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