Source: https://primadituttolibere.wordpress.com/2013/09/25/manifesto-per-una-carta-dei-viventi/
Timestamp: 2017-11-24 07:19:10+00:00

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Manifesto per una carta dei viventi | PRIMA DI TUTTO LIBERE 4,5,6 MARZO 2016, PAESTUM
Il superamento del sapere formalizzato è scalzato ormai da una pratica riflessiva che si attua a partire dall’infanzia (philosophy for children) e che assume, nell’arco della vita di ogni essere, carattere performativo. Preso atto poi del fatto che la riflessione filosofica laica odierna è orientata a una dura critica di tutte quelle concezioni metafisiche, teleologiche o escatologiche, variamente ricomprese sotto l’espressione di “filosofie della storia”, è ormai assodato che decostruzione, negazione e perdita dei fondamenti sono necessari a costruire il nuovo, e che una filosofia per la vita non può che riproporre con forza il dibattito sulla modernità, a partire però dall’invito a risignificare e a ricollocare le tradizionali categorie filosofiche in un orizzonte complessivo sempre nuovamente elaborato; dopo la disgiunzione, si tratterebbe di ricomporre, anzitutto in noi donne, fautrici e costruttrici di vite, nuovi linguaggi e nuovi schemi di pensiero, riformulando tutte le nozioni finora acquisite entro la gabbia mentale del pensiero dominante padricentrico.
Ma, a partire da dove?
La risposta che sento, e che per avversione a ogni apodissi rimetto sempre al dialogo è: a partire dal mondo in cui viviamo, ovvero dalla Natura, nella quale siamo per prime in quanto al genere ‘radicate’, nel costruire, mettere al mondo e nutrire il vivente.
La dea, ricordiamo, avvertì Parmenide che l’errore risiede nell’ammettere il non essere. Ella, in sintesi (ad orientare interpretazioni confuse al riguardo), ammonì il filosofo (disorientato sulla strada da intraprendere) che ogni cosa va ricondotta e reinterpretata nell’essere, e che il pensiero dei mortali tende a separare e ad opporre ciò che in realtà è tutto uguale nell’essere (comprensivo di vita e morte). Lo stesso apparire, pertanto, è esistenza delle apparenze, data nell’ambito e nella dimensione dell’essere. Tuttavia, sappiamo bene come il pensiero maschile fa, da secoli, un uso strumentale dei saperi e della sapienza femminile, praticando la tecnica del ‘rovesciamento’ anche allorquando s’illumina di feconde intuizioni.
È evidente che il sistema patriarcale era ed è interessato a forgiare una teoria filosofica blindata in categorie rigide, escludenti e contraddittorie ma che di fatto sostengono un agire improntato alla violenza e al dominio. Non si può che condividere quanto dice Carla Lonzi in “Sputiamo su Hegel”: Della grande umiliazione che il mondo patriarcale ci ha imposto noi consideriamo responsabili i sistematici del pensiero: essi hanno mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo per la riproduzione dell’umanità, legame con la divinità o soglia del mondo animale; sfera privata e pietas. Hanno giustificato nella metafisica ciò che era ingiusto e atroce nella vita della donna. Hanno giustificato e continuano a non considerare i danni all’ambiente in cui essi stessi vivono. Come non riconoscere che quasi esclusivamente sono queste ultime a prodigarsi per sostenere la Vita, con il loro lavoro costante di cura per la prole, le lotte contro la discriminazione in tutte le sue forma, l’impegno sociale e civile, spesso mal retribuito se non del tutto gratuito. Eppure, tutta l’umanità è parte della natura, radicata in essa, al pari degli esseri animali e vegetali, e come tali ‘sentiamo’ per il nostro essere costruiti come esseri innanzitutto senzienti. Ed è per questa ‘sensibilità’ corporea, tanto disprezzata dal pensiero filosofico androcentrico, che si attiva il pensiero, senza separazione alcuna (Angela Giuffrida, Il corpo pensa, Prospettive ed.), motivo per cui l’agire politico-economico delle società e la sua ripercussione sulla gestione delle risorse del pianeta dovrebbe inscriversi necessariamente in una logica di filosofia per la vita.
Abbondano riflessioni aggiornate in merito ad una migliore interazione tra gli esseri viventi, fondate su esperimenti in atto basati sul principio che tutti i sistemi naturali del nostro pianeta sono in grado di rinnovarsi e di generare la vita (life-support system). Ebbene, tale principio, pur condiviso da scienziati uomini, non trova collocazione alcuna negli interventi dell’economia moderna, a partire grosso modo dalla Rivoluzione francese ad oggi, improntata invece alla conquista di ciò che non possediamo e che impone alla natura i più astrusi artifici partoriti dalla mente umana (androcentrica). L’obiettivo è stato e continua ad essere quello di sottrarre al nostro pianeta risorse utili al benessere esclusivo della specie umana, senza alcun riguardo per gli equilibri dell’ecosistema.
È facile comprendere, pertanto, la necessità di definire una “Carta dei diritti di tutti i viventi”, che ribadisca come fine ultimo di ogni azione, politica, economica o scientifica che sia, il rispetto e la cura di ogni essere vivente, superando l’ottusa ottica dello specismo, in quanto essenziale alla vita del nostro pianeta. L’esperienza vissuta, in particolar modo dalla mia generazione (anni ‘60), nella piena consapevolezza della necessità del cambiamento, testimonia quanto risultino irrealistiche e contrarie alla vita le scelte volte all’incremento dell’industrializzazione prima e allo sviluppo tecnologico poi. Il danno maggiore, che continua a produrre le crisi che ci attanagliano e a cui cerchiamo invano di porre rimedio, è dato dalla diseguale distribuzione della ricchezza. L’ Istituto Mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo evidenzia che meno della metà della popolazione mondiale detiene circa l’1% della ricchezza globale. E’ sufficiente questo dato per provocare incredulità sui possibili benefìci insiti nell’attuale modo di concepire un’economia globalizzata.
Il periodo geologico (Olocene dell’era Quaternaria) nel quale attualmente viviamo è stato definito Antropocene (definizione del premio Nobel Paul Crutzen) per meglio indicare la consapevolezza, ampiamente accettata negli ambienti scientifici, circa gli effetti del nostro intervento distruttivo nei confronti degli ecosistemi. Ciò nonostante, i potentati maschili dominanti continuano a produrre armi e a fomentare guerre. La forma più aberrante, nonché la causa prima di ogni rovina. Se gli ecosistemi inglobano le attività umane e le organizzazioni sociali, è l’evoluzione della vita nelle sue diverse forme che è messa in gioco. Se il nostro pianeta è tormentato da crisi economiche, finanziarie, ambientali, alimentari e di combustibili, è evidente che il potere dominante maschile ne è il principale responsabile e che non può di fatto essere al contempo il protagonista del cambiamento, se non viene educato e guidato a correggere i mali finora prodotti da menti predisposte e coscienti di dover difendere la Vita, atte cioè a far prevalere la ‘logica della vita’.
L’utilità di una messa a fuoco delle principali direttive da seguire appare dettata, pertanto, da necessità. Per un cambiamento epocale della società, infatti, è indispensabile trasformare innanzitutto il nostro modo di concepire la vita associata partendo dai suoi fondamenti, ovvero dal diritto alla vita, principio già sancito nella “Carta dei diritti umani”, per la quale peraltro si batté una donna, Jane Hersch, ma che non può essere scisso dal dovere del rispetto della vita di ogni essere vivente, fatto proprio il concetto di ‘radicamento’. Tale concetto assume ampiezza di significato, che definirei “materietico”, per il rimando alla natura corporea dei viventi quanto alla necessità del pensarci viventi in simbiosi con gli altri esseri, pena l’estinzione della stessa vita sul pianeta.
Sancire nuovi principi regolativi fondanti una Filosofia per la vita sta ad indicare, dunque, la volontà di ricercare, nella più ampia condivisione possibile, comportamenti e azioni comunitarie oneste e rispettose delle diverse esigenze vitali di tutti gli esseri conosciuti e conoscibili.
Manifesto per una nuova episteme
I rapidi mutamenti dei sistemi sociali, e dunque dei desideri e dei bisogni individuali, orientati dal globalrole del pensiero dominante padricentrico, generano sia nei cittadini delle aree più ricche del nostro pianeta sia in quelli delle aree più povere, un profondo senso di impotenza e di frustrazione, laddove non si associno a forme di drammatica sopravvivenza o si trasformino in atti conflittuali. Le nuove generazioni pagano il prezzo più alto, riguardo alla necessità di orientare la coscienza critica e l’esercizio del senso di responsabilità, sottoposte come sono al criterio dell’efficientismo e della competizione. Inoltre, la scarsa incidenza di sostegni educativi adeguati alle moderne esigenze di affermazione sociale, un’educazione familiare e scolare spesso disattenta all’ascolto e improntata alla facilitazione, depotenziano di fatto l’autostima e l’impegno.
L’offerta formativa, nel dover rispondere a bisogni allargati e molteplici, si attesta sempre più su risposte di ridotta portata culturale, cercando sussidi di confuse didattiche multimediali e adottando l’arido strumento dei test per valutare i meriti. Pur riconoscendo validità alle odierne possibilità di accesso e di fruizione dei mezzi informatici, spesso queste creano aspettative superiori alle capacità effettive dei singoli.
In Italia, in particolar modo, da molti anni non si presta la dovuta attenzione alla cultura e all’istruzione. Piuttosto che elevare l’offerta didattica, si tende ad uniformarla verso il basso e a rivolgere scarsa attenzione alla formazione e alla valorizzazione del talento. La cultura delle differenze e del l’integrazione culturale, poi, restano in gran parte delle generiche linee programmatiche. Le energie ministeriali si concentrano quasi esclusivamente su aspetti burocratici e sulla riduzione dei costi, traendone risultati di gran lunga qualitativamente inferiori a quelli di altri paesi che hanno invece posto l’investimento culturale tra le priorità. E’ evidente, pertanto, quanto sia necessaria una nuova forma di episteme, capace sia di far valere la sua determinata volontà di interrogarsi sulle cause e i significati degli eventi, sia di pensare proposte migliorative e soluzioni valide a soddisfare le esigenze culturali di uomini e donne che vivono questo difficile rapporto con il mondo ‘tecnomorfizzato’.
Se la principale funzione della filosofia risiede nella promozione del dialogo, occorre far convergere in essa le diverse modulazioni dei linguaggi performativi, quali le espressioni artistiche, la poesia, la letteratura, la musica e le arti figurative, al fine di alimentare e di riutilizzare la matrice euristico-maieutica, propria della filosofia, e riconoscere ad essa il ruolo di mediatrice tra la vita tecnico-pratica e civile e l’esistenza della persona. Tale concetto di ‘integrazione’, fatto proprio il principio dell’interezza come modalità del pensiero, si fonda sull’auspicio che la conoscenza vada a cogliere le singolarità e le specificità come fonti originarie di possibili linee comuni. Una corretta pratica di filosofia integrata deve mirare, pertanto, a potenziare la libera creatività e ad arricchire il dialogo sulla contemporaneità fuori da schemi precostituiti che ingabbiano la coscienza individuale e impoveriscono la vita di relazione. Momenti di elaborazione teorico-concettuale e momenti creativi sono di fatto correlati. Fare esperienza dei due momenti in modo libero e cosciente può costituire l’inizio di un percorso di analisi che consenta una disamina del nostro essere in tutte le sue varie componenti, delle quali il linguaggio ne è la più ampia risultanza. Assumendo quest’ultimo, pertanto, come ‘termometro rivelatore’ dello stato dell’essere, come non tener conto del fatto che esso, oltre alla sua funzione espressiva, esercita anche quella ordinatrice e selettiva nei confronti della realtà? In ogni espressione artistica è racchiusa una piccola verità intelligibile, a condizione che si sappia leggerne la dinamica più profonda.
Il nuovo paradigma femminile
Una filosofia per la vita non può che contenere l’idea di ‘integrazione’ come su esposta. Tuttavia, sappiamo che il nostro cervello non fabbrica i pensieri negli stessi modi diretti in cui i muscoli sviluppano forza, ma elabora idee, e per fare ciò mette in gioco enormi organizzazioni mentali atte a svolgere un’ampia varietà di compiti. Vi è stato in questi anni un proliferare di studi sull’interazione mente-corpo, sulla morfologia della mente e le dinamiche cognitive, e un dato è certo: nasciamo solo potenzialmente intelligenti, lo diventiamo se veniamo educati in modo adeguato ad esercitare la nostre attitudini nel contesto di sviluppo dei sistemi di comunicazione del nostro tempo di vita. Pertanto, concetti e idee derivano, per la maggior parte, dall’ambiente nel quale siamo cresciuti e dalle esperienze compiute, tanto da vedere o inibite o rafforzate la nostra autonomia di pensiero. Le tradizionali mansioni di tipo sessista dell’era postindustriale ad esempio, hanno relegato ai margini il lavoro manuale, maschile e femminile, prediligendo ed elevando sempre più quello intellettuale nella forma evoluta della funzione manageriale e dirigenziale. La qual cosa ha determinato, sul finire del secolo xx, la ‘femminilizzazione’ di certi settori, nel terziario e nelle professioni di cura e assistenza, e inducendo una larga parte delle delle donne a conquistarsi ruoli di eccellenza per antonomasia riservati agli uomini. In seguito a questo spostamento di livelli e di trasposizione forzata dei ruoli, dove spesso le donne occupano di fatto il ruolo di subalterne, è possibile rilevare una serie di disparità sul piano della competizione, della libertà e dell’autostima di noi donne, quali: la demotivazione del compito materno, l’assorbimento delle energie femminili in tempi e modi prettamente maschili, la compromissione dei desideri e dell’idea di piacere, dello svago e del tempo libero, della salute e della procreazione e persino della relazione fra le stesse donne. Quasi che, si potrebbe dire’ come la Wollstonecraft ebbe a dire nel 1792, ” in breve, le donne hanno acquisito, come i ceti ricchi, tutte le follie e i vizi della civilizzazione mancando di coglierne i frutti preziosi”.
Si fa un gran parlare di incentivazione dell’occupazione femminile in Europa e in Occidente, ma con risultati deludenti. In molti paesi l’occupazione femminile si attesta su obiettivi del 60% per il 2020, compresa l’Italia, mentre solo in quei paesi dove il ruolo delle donne è realmente paritario, se non prevalente nei ruoli amministrativi e dirigenziali, l’occupazione auspicabile/prevista è pari a oltre l’80%. È evidente che l’accesso al mercato del lavoro per le donne è ostacolato dalla carenza di servizi per l’infanzia e per la cura degli anziani, dallo scarso coinvolgimento nelle iniziative di formazione permanente, da un trattamento fiscale che penalizza il secondo reddito nella famiglia, da uno squilibrio di genere nel tempo dedicato alle attività di cura domestica, e da altro, come si apprende dal documento della Commissione Europea – Programma Nazionale di Riforma italiano (18 aprile 2012).
Laddove, dunque, il pensiero fattivo delle donne è riuscito a modificare la staticità egotistica del dominio maschile il vantaggio risulta clamoroso. Un vantaggio, si badi bene, di cui profitta l’intera comunità. La‘razionalità empatica’ di cui il cervello femminile è dotato va spontaneamente a sostegno della vita, fondamento del bene e della pacifica interazione tra i viventi, senza distinzioni di specie. Il punto di vista delle donne costituisce un potenziale immenso non ancora del tutto conosciuto, deprivato com’è stato della sua rilevanza sociale, oltre che individuale, misconosciuto e tutt’oggi mistificato dal pensiero maschile dominante. Io, in quanto donna, penso che la filosofia è vita, non una riflessione sulla vita. Essa costituisce l’asse portante di tutti gli aspetti della vita umana, animale e vegetale, dal momento che in tutte le forme di vita esiste un principio logico e una finalità che ne plasmano la forma. Accrescere il dialogo e il confronto per comprendere meglio come viviamo serve a non ottenebrare il senso della vita. Fare filosofia significa analizzare il significato dell’esperienza vivente, rispettare il vissuto dei singoli e trasformarlo in risorsa etica per la vita comunitaria. Il dominio culturale delle vecchie idee, di matrice virocentrica, continua, invece, a perseguire gli obiettivi della crescita economica materiale, fondata sull’aumento del Prodotto interno lordo delle nazioni e l’accrescimento dei consumi. Esso è responsabile di una
esasperata competitività politica che genera conflitti, anche nella forma del malessere individuale e sociale. Se si vuole uscire dal corso forzoso della supremazia economica, è evidente che occorre cambiare l’assetto cognitivo su cui si fonda l’impianto filosofico di base che ha prodotto questa concezione del mondo.
La sfida per l’attuazione di una ‘filosofia per la vita’ consiste, pertanto, nel definire e apprezzare la priorità del sentire femminile, la cui razionalità contiene l’antidoto ai veleni immessi da secoli nella gestione politica delle società industriali e postindustriali. Gli uomini sono chiamati, pertanto, ad un gesto di umiltà, se vogliono operare un cambiamento di rotta; dovranno apprendere dalla razionalità empatica delle donne le ragioni della manifesta tendenza della loro mente alla separatezza. Urge, in definitiva, la necessità che venga assimilata a livello politico la teorizzazione della differenza sessuale affinché al femminile venga riconosciuta la sua natura peculiare, ovvero, di essere in sintonia con l’esperienza del corpo, capace di accogliere nella mente il reale, contenendolo nella sua interezza, complessità e intima coesione. La comprensione di ciò che un vivente è, la matura accettazione delle sue possibilità e dei suoi limiti caratterizzano la razionalità femminile che, nutrendosi di vita non di illusioni, è in grado di gestire sistemi aperti quali noi siamo. (v. Angela Giuffrida, La razionalità femminile unico antidoto alla guerra, Bonaccorso editore).
Per gli uomini, non si tratta di abdicare alla natura del loro essere, bensì di valutarne le eccellenze che le sono proprie, fuori e oltre gli schemi precostituiti e consolidati dal loro stesso genere, di ristretta o dubbia valenza morale. Ogni uomo dovrà prendere coscienza di appartenere ad un genere delle cui nefandezze si è reso o si rende complice, ha raggiunto le dimensioni di un vero e proprio ‘crimine contro l’umanità’ che si perpetua ogni giorno sotto gli occhi di milioni di testimoni: la violenza degli eserciti, gli assassini dei bambini e delle donne, la diseguale distribuzione dei beni e il potere dei monopoli, la distruzione dell’ambiente per lo sfruttamento delle risorse, l’assassinio legalmente perpetrato a danno della fauna e della flora del nostro pianeta. Difronte a tutto questo, non è sufficiente dichiararsi persone buone e non violente. Per incidere sulla realtà occorre avere coscienza dei limiti imposti alla coscienza da una razionalità che non rispetta la vita, dell’adesione a schemi culturali e sociali ormai obsoleti e dannosi, delle difficoltà effettive nelle quali il pensiero maschile si muove per risolvere i problemi che ci affliggono.
Per le donne, che hanno già compiuto un percorso di analisi e di confronto autocosciente, si tratta di predisporre i loro figli e i loro compagni, cosa non facile a farsi in un contesto educativo-formativo in cui gli schemi cognitivi sono stati impostati per la più efficiente macchina sociale al servizio dell’uomo, dalla scansione dei ritmi di lavoro all’organizzazione dei sistemi politici. La maggior parte delle donne sono di fatto sottomesse al pensiero maschile dominante per poter sopravvivere con la loro prole e affermarsi come persone. Esse arricchiscono di saperi ed esperienze ormai ogni campo delle attività umane, almeno nei paesi delle aree più ricche e progredite del mondo. Ciò nonostante, faticano a far emergere il loro personale punto di vista su come organizzare al meglio e far coincidere produttività ed esigenze vitali, economie ed equa distribuzione delle ricchezze, poteri e rispetto delle differenze, culture, fruizione della cultura e sviluppo della creatività per realizzare una armoniosa visone della vita.
Le donne sono da sempre propugnatrici della Filosofia per la vita, per il semplice fatto che sono costruttrici di vita. Il genere maschile, naturaliter, ha molto da imparare riguardo alla vita. Ad eccezione dei suoi difensori, cui va riconosciuto il primato di una geniale sensibilità – tra i quali va ricordato sicuramente Henry Syephens Salt (1851- 1939) difensore dei diritti degli schiavi, delle donne, dei bimbi, di tutti gli oppressi, al di là delle differenze di razza di sesso e di specie – la maggioranza del genere maschile, pur amando la vita, o almeno dichiarandosi pronto a difenderla, esercita di fatto sul mondo il proprio pre-dominio, grazie al quale non solo si comporta da “cattivo allievo” ma, furbescamente, tende a formare educatori a sua immagine.
Libro bianco per la redazione di una carta dei viventi
(si è invitati ad aggiungere articoli o a suggerire modifiche ai seguenti)
Art. 1- La vita è uguale per tutti
Questo primo punto si fonda sulla comprensione del flusso inesauribile di cui è capace la natura. Essa possiede una portentosa forza creativa, una costante capacità di adattamento e una fonte inesauribile di energia, tre doti, scientificamente sancite, necessarie affatto a tutti i viventi, di cui pure essi diversamente sono dotati e che esplicano in modalità differenti, eleggendo il principio della diversità a valore primario della vita. A questo punto si accompagna quello della comune esperienza del dolore: “Siamo tutti soggetti al dolore. Il dolore è dolore sia esso inflitto all’uomo o alla bestia” (1776 Humphrey Primatt)
Art. 2 – Cercare e Realizzare soluzioni armoniose, nel rispetto delle vite
I sistemi socio-politici ed economici dovrebbero svilupparsi secondo il concetto dell’armonia. La globalizzazione non dice più di tanto al mio sentire la vita, dal momento che credo non risolva né tanto meno comprenda la vita di tutti gli esseri viventi, ma piuttosto ingloba, entro lo schema umano dei monopoli, con pochi attori dominanti, ogni realtà, allo scopo di trarre per quei pochi sempre maggiori profitti.
Le dispute tra partiti, ad esempio, acquisterebbero un senso se attivate sul piano di un comune senso di giustizia e di parità sentite, aggiungo, in quanto essenziali alla vita e non come meri principi giuridici;
Art.3 – Abolire ogni forma di oppressione e di dominio
Tutti gli esseri, umani e animali, a prescindere dalle loro differenze, hanno in comune un bisogno essenziale: ricreare la loro esistenza. Affinché questo bisogno possa essere sempre più ampiamente soddisfatto, sono necessarie la pace e la giustizia sociale, attuabili soltanto nel riconoscimento e nell’ascolto dell’altro e dell’ altra parte, ovvero, dei vinti, degli oppressi e degli ultimi, tra cui gli animali, disprezzati e sfruttati da molti, affinchè non esistano più tali disparità.
Si avverte il bisogno impellente che la politica reinventi il proprio linguaggio, riveda la propria visione del mondo, adeguando l’azione al bene di una comunità allargata, quella che i tempi e le esigenze della mondializzazione richiedono. L’ascolto diviene, pertanto, il principale motore dell’azione politica, poiché i partiti dovrebbero divenire i portavoce delle diverse esigenze dei cittadini, come dovrebbero farsi interpreti delle esigenze e del rispetto di tutte le specie viventi;
Art.4 – Prendersi cura della natura, poiché siamo natura
Nessun essere in natura è marginale. Dall’antichità abbiamo ereditato medicamenti portentosi scoperti dal trattamento delle piante, ancora oggi validissimi per la cura di molte patologie. Con ciò non si vuole disconoscere il progresso raggiunto nel campo della farmacologia, che pure utilizza su vasta scala principi attivi naturali, sebbene rivalutarne l’efficacia il più possibile sul piano della bioetica, grande conquista filosofica del secolo scorso, di ispirazione laica (Van Rensselaer Potter, 1970).
Innanzitutto occorre battersi per abolire definitivamente la sperimentazione sugli animali. E’ una crudeltà inammissibile, priva inoltre di utilità e di veridicità, ma ancora largamente praticata, nonostante le continue innovazioni tecnologiche garantiscano oggi altissimi livelli qualitativi e di affidabilità. Sappiamo tutti delle “Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate” (Legge 20 luglio 2004, n.189)? Ciò nonostante, violenze e vere e proprie torture sono motivate dagli scienziati come “mali necessari”, abusato concetto che si trova alla base della propaganda giustificazionista di tante guerre, passate e presenti.
Se poi ci accostiamo alla naturopatia, al rispetto delle biodiversità, alla blu economy e a ogni studio e attenzione oggi rivolto alla tutela dell’ambiente, non si può che ritenere superato il pregiudizio specista, ovvero di discriminazione sulla base della specie di appartenenza: esso equivale, di fatto, al razzismo riguardo alla razza umana. (Vegetarianesimo e femminismo in Carol J.Adams)
Art.5 – Trasformare tutti i luoghi di detenzione in luoghi di accoglienza e cura
Per tutti gli esseri viventi la reclusione, in ogni sua forma, è una delle torture più atroci. Privare un altro essere della libertà di decidere della propria vita, qualsiasi sia la specie di appartenenza, è un grave atto di vigliaccheria. Anche a coloro i quali hanno commesso crimini, e devono giustamente scontare una pena detentiva, è necessario assicurare (durante lo stato provvisorio stabilito dalla legge) tutto quanto è necessario per condurre una vita dignitosa e programmata secondo itinerari rieducativi e di reinserimento sociale (come previsto dall’ art 27 della Cost. it.).
Un progresso civile e sociale, pertanto, non può essere disgiunto dalla totale abolizione dei luoghi di segregazione, a scopo preventivo o temporaneo (sedicenti centri di accoglienza per immigrati, strutture per anziani o disabili dove non è praticata la cura nel modo dovuto, canili municipali, allevamenti intensivi, macelli e ogni altro luogo dove si pratica tortura e repressione della dignità degli esseri) e dalla riconversione di questi siti in ospedali e dimore accoglienti, nei quali umani e animali possano risanare, aiutati da personale esperto, e affrontare la vita o la morte nel migliore dei modi possibili.
Art. 6 – Consentire il testamento biologico
Consentire che ogni essere umano, nel pieno potere delle proprie facoltà mentali, possa redigere il proprio testamento biologico, scegliere consapevolmente i tempi, i luoghi e le modalità di cura, concordandole con medici e familiari. Rispettare la vita vuol dire anche rispettare la morte e sollevare dal dolore con ogni mezzo chi soffre a livello fisico e psichico, in vita come negli ultimi istanti di vita.
Art. 7 – Abolire la produzione di armi
La produzione e l’esportazione di armi e servizi militari sono la causa e al contempo la conseguenza dei conflitti che affliggono molte popolazioni, così come di tutte le forme di povertà e di molte delle malattie esistenti sul nostro pianeta.
Si potrebbe pensare ad una limitata produzione di armi e servizi militari soltanto a scopo di difesa di ogni singolo Stato. Tuttavia, la pacificazione tra gli Stati (v. Art. 2) l’adeguato utilizzo delle risorse naturali, l’equa distribuzione delle risorse del pianeta toglierebbero ogni motivo di conflittualità tra gli Stati e di conseguenza anche la necessità di doversi difendere da eventuali aggressioni.
Art.8 Affermare il valore centrale della cultura, della creatività e dell’istruzione, nonché la necessità di dialogo tra le culture.
Art. 9 – Riconoscere la ‘logica del dono’ come logica economica materna, una logica di distribuzione diretta di beni e servizi ai bisogni.
← Mama-non-mama
Contributo al laboratorio “Cura di sé, delle relazioni e del mondo” →

References: Art. 1

Art. 2

Art.3

Art.4

Art.5

Art. 6

Art. 7
 Art. 2

Art.8

Art. 9