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Timestamp: 2017-05-29 09:35:00+00:00

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Il blog di Dario Campolo: ottobre 2013
di Aaron Pettinari Antonio Gioè
27 ottobre 2013 - Era la notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993 quando il boss di Altofonte Antonino Gioè (foto) venne ritrovato impiccato con i lacci delle scarpe nella cella in cui trascorreva la detenzione nel carcere di Rebibbia. Erano trascorse appena poche ore dalle bombe delle stragi di via Palestro a Milano e delle due basiliche di Roma. Le indagini ufficiali bollano il fatto come un suicidio. Secondo gli inquirenti di allora con quel gesto il capomafia, che si trovava a Punta Raisi il giorno della strage di Capaci, si sarebbe tolto la vita prima che fosse la stessa Cosa nostra ad intervenire. C'erano intercettazioni in cui il boss aveva parlato dell' “Attentatuni” ed anche altri riferimenti su possibili attentati al Palazzo di Giustizia di Palermo o contro gli agenti di polizia penitenziaria in servizio a Pianosa. E nella conversazione intercettata dalla Dia c'è anche un riferimento al suo “padrino”, Leoluca Bagarella. “Ma ' stu Bagarella cu cazzu si senti? Oh, lo dico per scherzare, ah” disse al telefono. Ma queste non sono prove schiaccianti sulla morte, e quei fatti non hanno mai convinto troppo. Vi fu anche un'indagine giudiziaria a carico di tre agenti penitenziari che furono indagati per istigazione al suicidio di Gioè, ma vennero prosciolti senza chiarire i dubbi. E proprio partendo dal faldone di quest'ultima indagine che i due giornalisti Maurizio Torrealta ed Emanuele Lentini sono partiti per pubblicare un'inchiesta sull’ultimo numero del settimanale Left.
Anche l'autopsia fornisce diversi elementi che andrebbero chiariti. Gioè aveva la sesta e la settima costole di destra fratturate “a causa del massaggio cardiaco praticato su di esso”. Singolare che queste siano leultime due costole della gabbia toracica mentre il massaggio cardiaco si esegue ben più in altro ad altezza del plesso solare. I due giornalisti pongono anche l'attenzione su una escoriazione in fronte a destra e una ecchimosi bluastra al sopracciglio sinistro, come se in quei punti fosse stato colpito. Senza considerare che il rachide cervicale era intatto, e ciò significa che il boss di Altofonte non è morto per la classica strattonata dell'impiccagione. Sotto accusa di Torrealta e Lentini anche la ricostruzione dei fatti messa a verbale dagli agenti per cui Gioé si sarebbe ucciso con un rudimentale cappio fatto con i lacci delle scarpe da ginnastica, quindi si sarebbe appeso alla grata della finestra. I giornalisti sottolineano, osservando le foto, “che è impossibile che un uomo possa suicidarsi appendendosi a una grata della finestra sotto la quale è collocato un tavolo che rende impossibile che il corpo rimanga sospeso”. Ed è su quel tavolo che erano stati rinvenuti anche tre fogli scritti a mano da Gioè. “Stasera ho ritrovato la pace e la serenità che avevo perduto 17 anni fa” aveva scritto il boss. Per gli inquirenti un semplice ultimo addio. Per gli autori dell'inchiesta di Left la possibilità di una futura collaborazione con la giustizia. Del resto Gioè è anche uno degli uomini chiave della trattativa Stato-mafia, non solo perché a lui si era rivolto il cugino Francesco Di Carlo dopo un incontro “con agenti segreti che parlavano inglese e italiano”, ma anche per quegli incontri con Paolo Bellini, estremista di destra, depistatore, nonché esperto d'arte. Torrealta e Lentini ricordano anche come il magistrato Loris D’Ambrosio, consigliere del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sospettava che Gioè fosse stato ucciso. A Nicola Mancino, in una delle intercettazioni con l'ex Ministro, diceva: “Questa storia del suicidio di Gioè secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso... non è mica chiaro a me questa cosa”. Ai magistrati di Palermo ha poi spiegato: “A me quel suicidio non mi è mai suonato... Insomma che cosa in realtà è accaduto nelle carceri in quel periodo, questa è la vera domanda che mi pongo io al di là del 41 bis... insomma questo suicidio così strano... ecco mi... ha turbato, mi turbò nel ’93 e mi turba ancora”. Un turbamento interiore che aveva manifestato anche al Presidente della Repubblica Napolitano nella sua lettera di dimissioni (poi respinte) in cui scriveva “vivo timore di essere stato considerato un umile scriba usato come scudo ad indicibili accordi”. Vent'anni dopo dubbi e misteri su quel suicidio tornano a galla. Ed è forse ora di fare veramente luce su questi fatti.
Salvatore Borsellino: "Inaccettabili le parole di Teresi nei confronti di Antimafia Duemila"
22 ottobre 2013 - Dire che sono rimasto sconcertato o allibito significa non esprimere compiutamente quello che ho provato nel leggere la 'ritrattazione' di Vittorio Teresi a fronte del voto (4-) che aveva attribuito ai magistrati ed alle motivazioni della sentenza di assoluzione del processo Mori-Obinu per la mancata cattura di Provenzano. Una simile marcia indietro, a fronte delle critiche ricevute dalla Giunta dell'ANM, tale da arrivare a definire "infelici e improvvide" le proprie stesse parole e "legittime tutte le reazioni, anche le più dure", lascia perlomeno perplessi sulle reali motivazioni che lo possano avere spinto a questo vero e proprio 'auto da fè', ma quello che ritengo in alcun modo non accettabile sono le parole e il tono usato nei confronti dell'articolo di Antimafia Duemila sullo stesso argomento a firma di Giorgio Bongiovanni. L'articolo viene definito "violento e delirante" e la sua pubblicazione "un delirante atto criminale mosso da intenti diffamatori e provocatori" dal quale "differenziarsi con orrore".
Sono parole inaccettabili per un articolo (che abbiamo pubblicato anche su questa pagina) di cui mi sento di condividere il contenuto a costo di essere accusato a mia volta di delirio. Non sarà ne la prima ne l'ultima volta. A Giorgio Bongiovanni e a tutta la redazione di Antimafia Duemila va tutta la mia solidarietà e la mia riconoscenza per l'impareggiabile lavoro che hanno svolto in questi anni.
21 ottobre 2013 - Ci hanno impiegato sette mesi prima di nominarne i componenti. Ma appena deputati e senatori hanno messo piede a Palazzo San Macuto, lo stallo è tornato a regnare sovrano: Pd e Pdl non riescono a mettersi d’accordo per nominare il nuovo presidente della Commissione parlamentare Antimafia. Un bel problema, dato che tra veti incrociati, nomi bruciati e candidati impallinati dagli stessi colleghi di partito, i tempi per dare il via ai lavori della nuova commissione si stanno protraendo all’infinito. E pur di non andare allo scontro aperto, che potrebbe essere micidiale per le sorti del governo Letta, democratici e pidiellini preferiscono disertare la commissione, lasciando vacante la poltrona più alta dell’antimafia parlamentare. In un primo momento il Pd aveva proposto Rosi Bindi, ma il niet del Pdl è stato categorico: i berlusconiani dell’ex ministro della Sanità non si fidano. Aver lasciato che un uomo a loro estraneo come Dario Stefàno venisse eletto alla presidenza della giunta per le elezioni è costato carissimo ai fedelissimi di B, che adesso hanno imparato la lezione: al vertice dell’antimafia deve finire un fidatissimo. Non si sa mai.
17 Ottobre 2013 - II presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sarà testimone nel processo per la trattativa Stato-mafia. Così ha deciso la corte d'assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto, accogliendo la richiesta presentata dalla Procura. I pm Teresi, Di Matteo, Del Bene e Tartaglia vogliono sentire il presidente Napolitano su un episodio in particolare: "Le preoccupazioni espresse dal suo consigliere giuridico Loris D'Ambrosio nella lettera del 18 giugno 2012", questo hanno scritto i magistrati nella lista dei 177 testimoni da citare in corte d'assise. In quella lettera - resa nota dal Quirinale nel volume "La Giustizia. Interventi del Capo dello Stato e Presidente del Csm. 2006 -2012" - D'Ambrosio esprimeva il "timore" di "essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi, e ciò nel periodo fra il 1989 e il 1993". In quegli anni, D'Ambrosio era stato in servizio all'Alto commissariaro per la lotta alla mafia e poi al ministero della Giustizia. Nella lista testi, la Procura spiega di voler chiedere a Napolitano ulteriori notizie su quella lettera e su quello sfogo. E la Corte fissa con la sua ordinanza proprio questo limite: la lettera di D'Ambrosio. Napolitano non potrà essere sentito su altre circostanze inerenti il suo ufficio, così come ribadito dalla Corte Costituzionale all'esito del conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale nei confronti della Procura di Palermo. Ecco il testo dell'ordinanza della Corte d'assise nel capitolo su Giorgio Napolitano: "La testimonianza del Presidente della Repubblica è espressamente prevista dal Codice di procedura penale che disciplina infatti le modalità della sua assunzione, tuttavia deve tenersi conto dei limiti contenutistici che si ricavano dalla sentenza della Corte costituzionale del 4 dicembre 2012 e pertanto la testimonianza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano richiesta dal pubblico ministero può essere amessa nei soli limiti delle conoscenze del detto teste che potrebbero esulare dalle funzioni presidenziali, pur comprendendo in esse le attività informali". I giudici hanno anche ammesso un'altra richiesta della Procura: la trascrizione delle conversazioni telefoniche fra Loris D'Ambrosio e l'ex ministro degli Interni Nicola Mancino, che era intercettato dalla Procura di Palermo nell'ambito dell'indagine sulla trattativa Stato-mafia. Fra i testimoni della Procura ci sarà pure il procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani: "In ordine alle richieste provenienti dall'imputato Nicola Mancino - ha scritto il pm nella lista testi - aventi ad oggetto l'andamento delle indagini sulla cosiddetta trattativa, l'eventuale avocazione delle stesse e/o il coordinamento investigativo delle Procure interessate". I pm vogliono ricostruire il contesto in cui maturarono le telefonate fra Mancino e D'Ambrosio, che ora sono agli atti del processo. Mancino si lamentava per "il mancato coordinamento" delle indagini sulla trattativa. Dopo una lettera del segretario generale della Presidenza della Repubblica, il procuratore generale della Cassazione convocò il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che poi respinse qualsiasi ipotesi di avocazione dell'indagine.
I pm hanno ottenuto anche la citazione di Grasso, oggi presidente del Senato. Così spiegano i magistrati nella lista testi depositata in cancelleria: "Il dottor Grasso dovrà riferire in ordine alle richieste provenienti dall'odierno imputato Nicola Mancino aventi ad oggetto l'andamento delle indagini sulla trattativa, l'eventuale avocazione delle stesse e/o il coordinamento investigativo delle Procure interessate". LA LETTERA DI D'AMBROSIO
Dunque, anche il consigliere D'Ambrosio avrebbe avuto dubbi su quella terribile stagione del 1992-1993. La Procura vuole chiedere al presidente Napolitano se abbia mai ricevuto altre confidenze dal suo consigliere giuridico. L'AVVIO DEL PROCESSO
La prossima udienza è stata fissata per il 24 ottobre. Si inizia con i testi del pubblico ministero. Verranno ascoltati Susanna Lima, la figlia dell'eurodeputato Dc ucciso nel marzo 1992, e Rino Germanà, ex capo della squadra mobile di Trapani. Il pm Nino Di Matteo ha annunciato di voler citare per le prossime udienze i pentiti Giovanni Brusca, Leonardo Messina e Nino Giuffrè. Brusca è stato il primo collaboratore di giustizia a parlare di una trattativa mafia-Stato, nel 1997. repubblica.it
“Boss, mollate i politici: siete all’ergastolo e loro la fanno franca”
Appello "al contrario" del procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi sui rapporti mafia-politica: "Mi voglio rivolgere a Riina, Provenzano, Messina Denaro. Pagate solo voi, loro sono a piede libero". Attacco ai colleghi sulla sentenza Mori: "Gli darei quattro meno".
Bisogna spezzare il legami tra mafia e politica. Un appello sentito mille volte, ma questa volta il pm palermitano Vittorio Teresi lo rovescia. Non si rivolge ai politici, ma ai mafiosi. Perché mollino i loro referenti nel Palazzo, dato che “la fanno sempre franca”, mentre i boss restano “sommersi di ergastoli”. “Voglio fare un appello diverso, questa volta non mi rivolgo ai rappresentanti delle istituzioni per chiedere loro di recidere i legami con la mafia, ma mi voglio rivolgere ai vertici di Cosa nostra, ai vari Riina e Provenzano, ma anche al latitante Messina Denaro: recidete i legami con i vostri politici di riferimento. Voi siete sommersi da ergastoli e loro la fanno sempre franca e si arricchiscono e sono tutti a piede libero”. E’ questo l’inedito appello del Procuratore aggiunto di Palermo, lanciato a margine di una conferenza stampa sull’arresto a Montelepre di sette presunti estorsori legati a Cosa nostra . “Come fanno ad avere ancora rapporti con elementi dello Stato – ha aggiunto Teresi rivolgendosi a capimafia detenuti – quando a pagare sono soltanto loro? Mentre i boss sono in carcere i politici di riferimento restano liberi. Perché non spezzano queste catene?”. Dovrebbero farlo, anche perché tanto “i legami dei boss con i politici sono risultati operazioni perdenti“. Il magistrato antimafia è entrato anche nelle polemiche giudiziarie seguite alle motivazioni della sentenza di assoluzione del generale Mori e del colonnello Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Motivazioni che si sono riverberate in considerazioni trancianti su fatti oggetto di altri procedimenti penali , in particolare la trattativa Stato-mafia e la strage di via D’Amelio. “Se fossi un insegnante metterei alla sentenza Mori un quattro meno perché chi l’ha scritta è andato fuori tema”, ha detto Teresi. Dedicare le prime ottocento pagine a un tema che è stato trattato dall’accusa solo come ipotesi di movente e occuparsi solo in minima parte del tema principale del processo, cioè la mancata cattura di Provenzano, – aggiunge – è un modo curioso che ha scelto l’estensore di scrivere le decisioni”. I giudici del processo Mori mettono in dubbio sia l’esistenza della trattativa, sia che questa abbia avuto un ruolo nel muovere gli assassini di Paolo Borsellino nel 1992. “Per quanto mi riguarda la trattativa tra Stato e mafia c’è stata”, conclude Teresi. “Anche se io preferisco definirla un’estorsione di un pezzo dello Stato nei confronti dello Stato”. ilfattoquotidiano.it
Secondo i magistrati “in realtà, una lettura del capo di imputazione, – prosegue la nota – nonché il richiamo alle regole ordinarie di funzionamento del processo, rende evidente che solo la competente magistratura di Caltanissetta potrà direttamente intervenire sugli aspetti che riguardano il barbaro eccidio di Paolo Borsellino. Il Tribunale palermitano, dunque, ha potuto esaminare solo indirettamente (e probabilmente con un diverso compendio probatorio) questa vicenda di competenza nissena, – conclude – e solo al fine di rispondere a quello che era il vero tema del processo: la mancata cattura dell’allora latitante Bernardo Provenzano”. Una critica al verdetto arriva anche dal procuratore aggiunto di Palermo Vittori Teresi che parla di una sentenza da 4 meno. “Dedicare le prime ottocento pagine a un tema che è stato trattato dall’accusa solo come ipotesi di movente e occuparsi solo in minima parte del tema principale del processo, cioè la mancata cattura di Provenzano, – aggiunge – è un modo curioso che ha scelto l’estensore di scrivere le decisioni”.
Provenzano, la Dna apre alla revoca del 41 bis
ROMA - 10 Ottobre 2013 - La Direzione Nazionale Antimafia ha aperto alla possibilità di revocare il 41 bis al capomafia Bernardo Provenzano. Davanti al tribunale di sorveglianza di Roma, che deve decidere sull'istanza di revoca presentata dai legali del boss, il pm Gianfranco Donadio ha sollecitato una nuova perizia medica sulle condizioni di salute di Provenzano e, in subordine, ha chiesto l'accoglimento della richiesta dei legali del padrino di Corleone.
I legali di Provenzano, gli avvocati Rosalba di Gregorio e Maria Brucale, a sostegno della loro richiesta avevano depositato l'ultima perizia sulle condizioni del boss, fatta su input del gip di Palermo nel procedimento sulla trattativa Stato-mafia. Nella relazione i periti diagnosticavano "disabilità motoria e cognitiva tali da non consentire a Provenzano alcuna partecipazione al processo in termini coscienti". Donadio ha chiesto nuovi accertamenti per capire se l'incapacità di cui i periti parlano è relativa e riguarda solo la partecipazione al processo o è assoluta e ''quindi inficia tutta la sfera cognitiva del boss": poi in subordine il magistrato si è associato all'istanza dei legali: una novità per la Dna che si è sempre detta contraria alla revoca del carcere duro. Nei mesi scorsi, infatti, mentre i pm di Firenze, Palermo e Caltanissetta si erano detti favorevoli a fare cessare il 41 bis per il capomafia, la Direzione nazionale aveva espresso parere negativo sostenendo che Provenzano è ancora capace di mandare messaggi all'esterno e quindi resta un soggetto pericoloso, requisito che la legge richiede per il mantenimento del regime detentivo speciale. Il tribunale di sorveglianza si è riservato la decisione e si pronuncerà nei prossimi giorni.
La cimice al palazzo di giustizia - Vertice Scarpinato-Viola
TRAPANI - Il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, assieme ad alcuni sostituti della Dda ha incontrato oggi a Trapani il procuratore capo Marcello Viola ed i pm. Al centro della riunione i messaggi intimidatori rivolti ai magistrati trapanesi e la cimice scoperta recentemente in un'area del Palazzo di giustizia riservata ai pm. Sull'incontro il procuratore Viola non ha rilasciato alcuna dichiarazione.
Indagato Antonio Ingroia per fuga di notizie su Provenzano 8 Ottobre 2013 - La Procura di Caltanissetta ha iscritto nel registro degli indagati, per l'ipotesi di violazione del segreto istruttorio, l'ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia: l'inchiesta si riferisce a un esposto presentato dai figli di Bernardo Provenzano, Angelo e Francesco Paolo, per le notizie pubblicate dal "Fatto Quotidiano" sull'interrogatorio del boss, seguito al presunto tentativo di suicidio di cui "Binnu" sarebbe stato protagonista, nel maggio dell'anno scorso. I pm presenti all'audizione erano due, Ingroia e Ignazio De Francisci, ma secondo i pm nisseni la fuga di notizie sarebbe da addebitare al solo ex magistrato. Ingroia replica parlando di "fantasia totale".
Saverio Masi condannato a 6 mesi
(AGI) - Palermo, 8 ottobre 2013 - Il maresciallo dei carabinieri Saverio Masi, che figura nella lista dei testimoni del processo per la trattativa Stato-mafia, e' stato condannato a 6 mesi, con pena sospesa, per falso con l'accusa di avere alterato la firma di un suo superiore in un foglio di autorizzazione allo svolgimento di un servizio di osservazione. La sentenza e' della seconda sezione della Corte d'Appello di Palermo, che ha leggermente ridotto la pena rispetto agli 8 mesi inflitti al militare dal Gup col rito abbreviato. Masi, che e' stato teste nel processo Mori e la cui audizione e' stata sollecitata anche nel processo Stato-mafia, era sostenuto oggi in aula da alcuni appartenenti ad associazioni antimafia e dalle "Agende rosse", il movimento presieduto da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Secondo l'accusa il carabiniere, oggi caposcorta del Pm Nino Di Matteo, titolare delle indagini sui processi Mori e trattativa, per giustificare il proprio comportamento e un eccesso di velocita' realizzato con l'automobile di un familiare avrebbe fatto risultare di essere in servizio nella ricerca di un latitante di mafia. L'imputato ha sostenuto di utilizzare un'auto non di servizio, nemmeno 'civetta', per il timore che gli uomini vicini a Bernardo Provenzano potessero individuarlo. Il maresciallo di recente e' stato protagonista di denunce contro i suoi superiori, accusati di non avere voluto catturare Provenzano e Messina Denaro, che lui ha sostenuto di avere visto mentre erano latitanti. La sua vicenda e' stata ricostruita anche da importanti quotidiani nazionali e da Servizio pubblico, la trasmissione di La7 condotta da Michele Santoro. (AGI) .
8 Ottobre 2013 - Oltre Cosa Nostra, l'estremismo nero. Per la prima volta riguardo alle responsabilità della strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, si aprono nuove piste. Come riporta in un articolo il Fatto Quotidiano. Lui è un dirigente di polizia in pensione con il volto deturpato da un colpo d'arma da fuoco, e per questo soprannominato "il bruciato" o "faccia di mostro". Lei è una donna addestrata, forse nei campi paramilitari sardi utilizzati da Gladio. Entrambi sarebbero vicini ad ambienti dell'eversione nera. Il primo, Giovanni Aiello, è formalmente indagato per strage; la seconda, "la segretaria Antonella", è in corso di identificazione da parte della procura di Caltanisetta che ha riaperto il fascicolo della strage di Capaci, puntando per la prima volta verso responsabilità oltre Cosa Nostra.
7 ottobre 2013 - Martedì 8 ottobre è prevista a Palermo la sentenza d’appello di un processo che sta passando nel più completo silenzio. Riteniamo importante raccontarvi la storia di questo processo e dell’uomo che lo sta subendo: nel 2008 un maresciallo dei carabinieri prende la sua macchina e, in un’operazione di polizia giudiziaria antimafia, va a parlare con un confidente. Ha fretta e durante il tragitto prende una multa. Mesi dopo arriva la contravvenzione e il carabiniere in questione, dopo aver controllato le date, scrive una relazione che attesta che la macchina privata era stata usata per motivi di servizio, vi allega una lettera di accompagno di un suo superiore, e manda il tutto alla prefettura. Poco dopo giunge al comando dei Carabinieri una richiesta di conferma che accerti che il carabiniere in questione fosse veramente in servizio quel giorno ma il suo superiore, invece di confermare, manda un avviso di notizia di reato alla Procura competente e il carabiniere del nostro racconto viene rinviato a giudizio e processato per i reati di falso materiale, falso ideologico e truffa.
Questi sono i fatti. Poi ci sono delle considerazioni che non possiamo esimerci dal fare, che riguardano l‘uomo dietro alla divisa da maresciallo capo, che ha un nome e un cognome: Saverio Masi. Quest’uomo ha investigato per anni la criminalità organizzata, prima la camorra a Napoli e poi la mafia a Palermo, molto spesso utilizzando auto private, pagando la benzina e le riparazioni necessarie di tasca sua; deve ancora compilare decine e decine di richieste di rimborso che spettano ai carabinieri che rimangono oltre un certo limite di ore lontano dalla città dove prestano servizio, per un ammontare complessivo che supera di gran lunga i centosei euro della multa da cui è scaturito questo processo penale. Rimborsi che Masi non ha mai avuto intenzione di chiedere. Possiamo credere che sia diventato tutto ad un tratto così attaccato ai soldi da commettere dei reati che gli avrebbero fatto rischiare la destituzione da un lavoro che, per sua stessa ammissione, ama? La seconda considerazione è relativa alla figura di testimone di Saverio Masi che, depose il 21 dicembre 2010 nel processo contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano e che deporrà nel da poco aperto processo per latrattativa Stato-mafia per riferire, come si legge nella lista testimoniale della procura, sugli “ostacoli incontrati nell’ambito della sua attività investigativa finalizzata alla cattura di Bernardo Provenzano”.
le firme di Schifani e Lo Sicco 1 Ottobre 2013 - Nell’anno delle stragi, il 1993, l’ex presidente del Senato, Renato Schifani, e il costruttore di fiducia dei terroristi di Cosa nostra stavano dalla stessa parte.
Da allora non sono mai arrivate risposte. Se volete riproporre le domande, questo è l’indirizzo email istituzionale: renato.schifani@senato.it
di Fabrizio Gatti gatti.blogautore.espresso.repubblica.it

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