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Timestamp: 2018-11-18 19:08:32+00:00

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Sezioni unite superate dall’autodichia della Cassa - Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense
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di Gioia Rita Telli
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 3461 del 13 febbraio 2018 ha confermato il più recente orientamento della giurisprudenza costituzionale e di legittimità sui poteri normativi degli enti previdenziali privatizzati.
La Corte si è pronunciata all’esito di un giudizio nel quale è stata contestata la legittimità dell’art. 49 del Regolamento Generale della Cassa Forense, nella parte in cui prevede che le pensioni sono rivalutate per la prima volta a partire dal secondo anno successivo a quello di decorrenza, norma ritenuta dal ricorrente in contrasto con il principio generale espresso dagli artt. 16 e 27 della legge n. 576/80, nonché con l’orientamento ripetutamente espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione in materia.
Appare opportuno rammentare, al riguardo, che le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, in alcune sentenze emesse fino all’anno 2004, avevano ritenuto che il sistema di adeguamento previsto dall'art. 16 della legge 20 settembre 1980 n. 576 comportasse che le pensioni liquidate dalla Cassa Forense dovessero essere rivalutate fin dall’anno successivo a quello di maturazione del diritto a pensione.
L’art. 49 del Regolamento Generale della Cassa - così come modificato con delibera del Comitato dei Delegati del 28.02.2003, approvata dal Ministero del Lavoro con nota del 28.06.2004 - il quale ha espressamente previsto che “gli importi delle pensioni erogate dalla Cassa sono aumentati annualmente, per la prima volta a far tempo dal secondo anno successivo a quello di decorrenza”, è stato, pertanto, sottoposto al vaglio della Suprema Corte, alla luce dell’interpretazione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione di cui sopra.
La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame, ha ritenuto pienamente legittima la modifica dell’art. 49 del regolamento Generale della Cassa, dando l’ennesima conferma dell’autodichia dell’Ente e della conseguente delegificazione della materia. Facendo espressamente seguito alle precedenti pronunce n. 19981/2017, n. 12209/2011 e n. 24202/2009, la Suprema Corte ha ritenuto di dare continuità all’orientamento della precedente giurisprudenza non solo di legittimità, ma anche costituzionale, che ha ritenuto che l’art. 2, comma 1, del D.Lgs. n. 509/94 - che ha attuato la delega per il riordino o la soppressione di enti pubblici di previdenza e assistenza, secondo il disposto dell’art. 1, comma 32, della L. n.537/93 -, secondo il quale gli enti privatizzati hanno “autonomia gestionale, organizzativa e contabile nel rispetto dei principi stabiliti dal presente articolo nei limiti fissati dalle disposizioni del presente decreto, in relazione alla natura pubblica dell’attività svolta”, non fa altro che fissare i limiti apposti all’autonomia che gli enti previdenziali privatizzati possiedono per il fatto stesso della loro natura privata e tali limiti sono da ritenersi legittimi, se funzionali ad una migliore realizzazione delle finalità perseguite.
Pertanto, tali Enti, che non fruiscono di finanziamenti o di altri ausili pubblici di carattere finanziario e mantengono la funzione di enti senza scopo di lucro, cui continuano a fare capo i rapporti attivi e passivi ed il patrimonio dei precedenti enti previdenziali, hanno assunto la personalità giuridica di diritto privato con il mantenimento dei poteri di controllo ministeriale sui bilanci e di intervento sugli organi di amministrazione (cfr. art. 14 l. n. 111/2011) in aggiunta alla generale soggezione al controllo della Corte dei Conti ed a quello politico da parte della Commissione parlamentare di cui all’art. 56 della legge n. 88/1989.
La Suprema Corte, come già affermato dalla Corte Costituzionale, con sentenza n. 248/97, ha evidenziato che la modifica degli strumenti di gestione, legati alla differente qualificazione giuridica dei detti Enti, non ha, peraltro, mutato il carattere pubblicistico dell’attività istituzionale di previdenza e assistenza svolta dall’ente originario, permanendo l’obbligatorietà della contribuzione a conferma della rilevanza pubblicistica dell’inalterato fine previdenziale, oltre che del principio di autofinanziamento (cfr. anche Corte Cost, n. 15/1999) La Suprema Corte, richiamando anche la recente ordinanza della Corte Costituzionale n. 254/2016 – che, con riferimento ai Regolamenti emanati dalla Cassa, aveva affermato che “sono riconducibili ad un processo di privatizzazione degli enti pubblici di previdenza e assistenza che si inserisce nel contesto del complessivo riordinamento o della soppressione di enti previdenziali” e che “questo assetto è stato realizzato attraverso una sostanziale delegificazione della materia, come osservato anche dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 16 novembre 2009, n. 24202” -, ha, pertanto, nuovamente ribadito che il riconoscimento, operato dalla legge in favore dei nuovi soggetti, dell’autonomia gestionale, organizzativa, amministrativa e contabile, pur con l’eventuale imposizione di limiti al suo esercizio, ha realizzato una sostanziale delegificazione, attraverso la quale, nel rispetto dei limiti imposti dalla stessa legge, è concesso agli Enti previdenziali privatizzati di regolamentare le prestazioni a proprio carico anche derogando a disposizioni di legge (conforme anche la più recente sentenza della Suprema Corte n. 4980/2018).
La Suprema Corte ha, quindi, definitivamente confermato l’ampiezza dei poteri normativi della Cassa, inquadrandoli nello schema della delegificazione, che trova al tempo stesso fondamento e limite nell’equilibrio di bilancio, che l’Ente è tenuto a mantenere (cfr. art. 14 l. n. 111/2011), arrivando a concludere che “e’, altresì, evidente che alla luce del nuovo contesto normativo non assuma alcun rilievo l’orientamento giurisprudenziale formatosi in relazione alla previgente disciplina che prevedeva che gli aumenti annuali delle pensioni a carico della Cassa Forense […] dovessero essere applicati” a partire dall’anno successivo alla decorrenza delle dette pensioni e, quindi, in sostanza, che la potestà regolamentare dell’ente può operare in difformità della fonte primaria di legge, pur in presenza di un orientamento giurisprudenziale consolidato in senso contrario.
Si rileva, inoltre, che anche la Corte Costituzionale, con sentenza n. 67/2018, proprio a seguito di rimessione da giudizio avente come parte la Cassa Forense, ha nuovamente confermato i principi già espressi in precedenza in ordine all’autonomia regolamentare che caratterizza gli enti previdenziali privatizzati, richiamando proprio la pronuncia in esame della Corte di Cassazione, ritenendo che “l’abbandono di un sistema interamente disciplinato dalla legge, dopo la trasformazione della Cassa in fondazione di diritto privato, al pari di altre Casse categoriali di liberi professionisti, in forza del D.Lgs. n. 509/1994, e l’apertura all’autonoma regolamentazione del nuovo ente non hanno indebolito il criterio solidaristico”, “con il citato D.Lgs. n. 509 del 1994, il legislatore delegato, in attuazione di un complessivo disegno di riordino della previdenza dei liberi professionisti, ha arretrato la linea d’intervento della legge (si è parlato in proposito di delegificazione della disciplina: da ultimo, Cassazione Civile, n. 3461/2018), lasciando spazio alla regolamentazione privata delle fondazioni categoriali, alle quali è assegnata la missione di moderare tale forma di previdenza”.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 14
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