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Timestamp: 2019-09-17 11:06:36+00:00

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E’ responsabile anche di concussione il medico ospedaliero che pratica interruzioni di gravidanza clandestine nello studio privato. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
E’ responsabile anche di concussione il medico ospedaliero che pratica interruzioni di gravidanza clandestine nello studio privato.
Si segnala ai lettori del blog la sentenza di legittimità n.13411/2019, depositata il 27 marzo 2019, in materia di reati contro la pubblica amministrazione commessi da esercenti le professioni sanitarie che hanno praticato delle interruzioni di gravidanza clandestine nello studio privato.
La Corte di appello di Messina, in riforma della sentenza emessa dal Giudice dell’udienza preliminare del locale Tribunale limitatamente alla dosimetria della pena, confermava la penale responsabilità di due dirigenti medici di un locale ospedale, rispettivamente dei reparti di ostetricia e ginecologia e di anestesia e rianimazione, in ordine a una serie di delitti contro la pubblica amministrazione loro ascritti.
I giudici hanno riconosciuto i prevenuti colpevoli dei delitti di concussione, peculato, omissione di atti d’ufficio, truffa ai danni dello Stato oltre alla violazione della l. n. 194/1978 in materia di interruzione volontaria della gravidanza, per avere costretto, nella qualità di pubblici ufficiali ovvero di incaricati di pubblico servizio, quattro donne in gravidanza a dare/promettere loro denaro per sottoporsi a interventi illegali di interruzione della gravidanza presso lo studio privato, non abilitato a tale procedura, di uno dei due imputati, facendo apparire falsamente come impraticabile o difficoltoso l’iter regolamentato dalla legge per la procedura di interruzione della gravidanza presso una struttura pubblica.
Dalla lettura della sentenza si ricava che per consumare i delitti loro contestati, i due sanitari si appropriavano, altresì, di farmaci e strumenti chirurgici destinati alle sole strutture pubbliche, percependo, tra l’altro, uno dei due, indebitamente da parte dell’ente pubblico, l’indennità per aver dichiarato di operare in regime di esclusività presso la struttura, omettendo di segnalare l’esercizio della professione presso lo studio privato.
Contro la sentenza resa dalla Corte territoriale proponevano ricorso le difese dei due sanitari denunciando plurimi vizi di legge e di motivazione, stigmatizzando, tra l’altro, l’attribuzione ai giudicabili della qualifica di pubblico ufficiale ovvero incaricato di pubblico servizio, loro ascritta per potergli ascrivere i reati contro la pubblica amministrazione.
La Suprema Corte rigetta i ricorsi presentati dai difensori dei due sanitari.
Di seguito si riportano, i passaggi motivazionali interessanti l’aspetto della attribuzione agli imputati della qualità di pubblici ufficiali ed alla violazione delle norme che regolamentano l’interruzione volontaria della gravidanza:
“…gli anzidetti reati erano stati commessi dagli imputati nella loro veste di dirigenti medici di un nosocomio pubblico e in rapporto di dipendenza con un ente pubblico, e che il (omissis) si era, altresì, relazionato con le pazienti nella sua specifica veste di medico di quell’ospedale cui, come non obiettore di coscienza, era stato affidato l’esercizio di compiti, di evidente rilevanza pubblicistica, previsti e disciplinati dalla legge del 1978 sulle interruzioni di gravidanza.
(…) sono prive di pregio le doglianze mosse dalla difesa in ordine ad una asserita violazione di legge, posto che la decisione dei giudici di merito appare corretta con il consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità (si veda, ad esempio, Sez. 2, n. 12736 del 26/02/2014, P.M. in proc. Zanola, Rv. 258623) che ha ritenuto sussistente il delitto di concussione, e non anche quello di estorsione aggravata commesso dal privato (…) situazione riconoscibile nelle iniziative del (omissis) il quale, indipendentemente dal fatto di aver ricevuto le persone offese nel proprio studio privato, aveva posto in essere quelle condotte costrittive appunto abusando della sua qualità di medico dell’ospedale pubblico incaricato di gestire il protocollo delle interruzioni di gravidanza, dunque ponendo in essere un’azione illecita strettamente “interconnessa” (come si legge nella sentenza gravata) con le mansioni pubbliche affidategli dall’ente di riferimento, e non anche un’azione solo occasionalmente collegabile con quella sua funzione pubblicistica.
(…) Le quattro donne, dunque, non avevano accettato di promettere o di consegnare la somma di denaro loro rispettivamente richiesta, in quanto da loro dovuta, sulla base di una libera determinazione né per effetto di una relazione contrattuale paritaria (…) ma perché vittime della pressione psicologica esercitata dal (omissis) che, in ciascuno di quegli episodi, abusando nei termini indicati della sua qualità di medico dell’ospedale dove l’interruzione di gravidanza sarebbe stata effettuata gratuitamente e con le massime garanzie sanitarie, aveva rappresentato alle pazienti un male ingiusto, consistente in una danno alla loro salute e alla riservatezza, se non avessero accettato l’unica soluzione prospettata come praticabile, quella di sottoporsi ad un aborto clandestino nello studio dietro il pagamento di una somma di denaro evidentemente non dovuta.
In altri termini, i giudici di merito avevano correttamente escluso che le condotte accertate avessero integrato gli estremi del meno grave reato di induzione indebita, in quanto le donne in gravidanza non avevano subito una forma di blanda o tenue pressione morale, tale da consentire loro di conservare un margine di scelta, ma avevano patito da quei medici una forma di brutale limitazione della loro libertà di autodeterminazione, accettando di dare o promettere una somma di denaro indebita solo per evitare il pregiudizio che era stato loro indicato”.
Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da sei a dodici anni.
Art. 19 L. n. 194/1978.
La donna è punita con la multa fino a euro 51.
**Ai sensi dell’articolo 1, comma 1, del D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 8, sono depenalizzate tutte le violazioni per le quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda e, pertanto, soggette alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro. Per l’ammontare della sanzione amministrativa vedi, in particolare, l’articolo 1, comma 5, lett. a) del D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 8. In caso di reiterazione specifica di una delle violazioni di seguito indicate per la qualificazione di recidiva quale reiterazione dell’illecito depenalizzato vedi, inoltre, l’articolo 5, comma 1, del presente decreto**
Quadro giurisprudenziale di riferimento in materia di illecita interruzione della gravidanza:
Cassazione penale sez. V, 25/02/2015, n.14218
Integra il reato di illecita interruzione volontaria di gravidanza di cui all’art. 19 l. n. 194 del 1978 la condotta della gestante che abbia assunto con modalità off-label un noto farmaco abortivo (Cytotec) in assenza di patologie in atto tali da giustificarne l’utilizzo e in situazione di ricovero presso una struttura ospedaliera, quindi senza motivo di assumere iniziative autonome di tipo farmacologico omettendo l’avallo dei sanitari.
Cassazione penale sez. I, 10/10/2013, n.43565
È contraddittorio riconoscere, accogliendo la tesi del consulente tecnico, medico legale, la presenza di pregressi segni indicativi di vita extrauterina in un feto, comprovanti la morte per asfissia, avvenuta nelle ultime fasi del parto o immediatamente dopo l’espulsione, ma non ritenere prospettabile l’accusa di omicidio volontario assumendo, invece, di dovere procedere per procurato aborto, muovendo dalla assenza di tracce di compiuta respirazione; la vita autonoma del feto, criterio distintivo tra i reati di procurato aborto ed omicidio, comincia, infatti, con l’inizio della fase del parto, identificato nella rottura del sacco delle acque amniotiche, ed è, durante detta fase, incompatibile ed indipendente dalla avvenuta prima respirazione.
Cassazione penale sez. V, 25/10/2012, n.8777
La condotta del marito che, con violenza e minaccia, costringa la moglie ad interrompere la gravidanza integra il delitto di aborto procurato e non quello meno grave previsto dall’art. 611 c.p., atteso che l’interruzione della gravidanza da parte della donna non è un fatto costituente reato a meno che non ricorra la speciale ipotesi di cui all’art. 19 l. n. 194 del 1978.
Cassazione civile , sez. III , 01/12/1998 , n. 12195
Dopo il novantesimo giorno di gravidanza, la gestante può esercitare il diritto all’aborto, ai sensi del combinato disposto degli art. 6 e 7, comma 3, l. 22 maggio 1978 n. 194, solo in presenza di tre condizioni legali, due positive ed una negativa e, cioè: a) sussista un processo patologico (fisico o psichico, anche indotto da accertate malformazioni del feto) in atto per la madre; b) sussista il pericolo (da accertare con valutazione “ex ante”) che tale processo patologico degeneri, arrecando un danno grave alla salute della madre; c) non sussista possibilità di vita autonoma per il feto. Ne consegue che il medico, il quale per negligenza od imperizia, ometta di avvertire la madre dell’esistenza di gravi malformazioni del feto, viola il diritto della madre all’aborto, così ponendo in essere una condotta illecita fonte di responsabilità, soltanto ove sussistano tutti e tre i requisiti sopra descritti. Ne consegue altresì che il giudice, chiamato ad accertare la responsabilità del medico, deve stabilire (con valutazione da compiersi “ex ante”, vale a dire con riferimento al momento in cui il medico omise la corretta informazione) se la conoscenza della reale situazione patologica d…
Giurisprudenza di riferimento in tema di concussione commessa dall’esercente la professione medica:
Cassazione penale, sez. VI, 15/11/2016 , n. 53444
Cassazione penale, sez. VI, 15/11/2016 , n. 1082
Cassazione penale, sez. VI, 11/02/2013 , n. 11793
Cassazione penale, sez. VI, 21/10/2009 , n. 1998
Solo il collegamento strumentale tra reato fallimentare e cosa sequestrata rende... Omesso versamento delle ritenute certificate: la competenza territoriale si...

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Art. 19
 art. 6