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Timestamp: 2020-07-03 22:52:14+00:00

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27 Luglio 1993 Milano. Strage di Via Palestro. Restano uccisi Driss Moussafir, Alessandro Ferrari, Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno. Un cittadino marocchino, tre Vigili del Fuoco e un Vigile urbano: cinque vittime innocenti. -
Luglio 27, 1993 /
Alessandro Ferrari – Carlo La Catena – Sergio Pasotto -Stefano Picerno – Moussafir Driss (Foto da milano.corriere.it )
Strage di Via Palestro. Restano uccisi Alessandro Ferrari, Sergio Pasotto, Carlo La Catena, Stefano Picerno e Moussafir Driss. Un vigile urbano, tre Vigili del Fuoco e un cittadino marocchino.
La strage di via Palestro è stato un attentato dinamitardo avvenuto la sera del 27 luglio 1993 tramite l’esplosione di un’autobomba in via Palestro a Milano, presso la Galleria d’arte moderna e il Padiglione di arte contemporanea.
La sera del 27 luglio l’agente di Polizia Locale Alessandro Ferrari notò la presenza di una Fiat Uno (che risulterà poi rubata qualche ora prima) parcheggiata in via Palestro, di fronte al Padiglione di arte contemporanea, da cui fuoriusciva un fumo biancastro e quindi richiese l’intervento dei Vigili del fuoco, che accertarono la presenza di un ordigno all’interno dell’auto; tuttavia, qualche istante dopo, l’autobomba esplose ed uccise l’agente Alessandro Ferrari e i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno ma anche l’immigrato marocchino Moussafir Driss, che venne raggiunto da un pezzo di lamiera mentre dormiva su una panchina.
L’onda d’urto dell’esplosione frantumò i vetri delle abitazioni circostanti e danneggiò anche alcuni ambienti della vicina Galleria d’arte moderna, provocando il crollo del muro esterno del Padiglione di arte contemporanea. Durante la notte esplose una sacca di gas formatasi in seguito alla rottura di una tubatura causata dalla deflagrazione, che procurò ingenti danni al Padiglione, ai dipinti che ospitava e alla circostante Villa Reale. (Wikipedia)
Articolo di La Repubblica del 28 Luglio 1993
BOMBA CONTRO MILANO: È STRAGE
MILANO – Dove c’era l’autobomba ci sono solamente alberi spezzati e dal tronco spelato, le fiamme che i pompieri non riescono a spegnere, gli scheletri delle finestre. Dove c’era l’autobomba lavoravano quattro uomini, che proteggevano come sapevano fare la notte della città, e un povero cristo, un immigrato marocchino che dormiva all’addiaccio. È bastato un attimo perchè i cinque uomini, i tre vigili del fuoco, il vigile urbano, l’immigrato, venissero spazzati via, proprio come le foglie degli alberi che ora ricoprono l’asfalto di via Palestro. Alle 23.15 la notte di Milano si è incendiata e poi si è spenta, le uniche luci di questa strada del centro della città sono i fari dei soccorritori e il grande falò che nasce dalla buca causata dall’ esplosivo, dove si è spezzata una tubatura del gas.
Dopo la bomba di Firenze, piazzata sotto la torre dei Georgofili, si diceva: “Toccherà a Milano, ci aspettiamo un attentato a Milano”. L’ attentato c’è stato, inevitabile, annunciato, doloroso. Il motore su un balcone La deflagrazione ha sparso detriti nel raggio di 80 metri, ha ammazzato cinque volte, ha devastato un’ ala della galleria d’ arte moderna. Un pezzo del motore della Uno bianca è finito al balcone del terzo piano del numero 6, in linea d’ aria a cento metri dall’ esplosione. Ogni più piccolo pezzo viene segnato, l’ asfalto già prima di mezzanotte è macchiato dai cerchi del gesso degli investigatori della scientifica. Il corpo di un vigile del fuoco è per terra, un braccio insanguinato, a quindici metri dalle fiamme. Non l’ hanno ancora portato via, tutte le autoambulanze sono servite ai sette feriti più gravi, tra i quali i quattro pompieri dell’ equipaggio dei tre caduti, e una decina dei feriti più leggeri. Un suo compagno lo copre e lo ricopre con un pezzo di plastica verde, ma gli spunta sempre fuori qualcosa, il gomito, un pezzo di stivale. Chi sarà? Carlo Lacatena, Stefano Picerno, Sergio Pasotto? Hanno già portato via il vigile urbano, Alessandro Ferrari, il primo che aveva bloccato la strada, temendo lo scoppio della bomba. Lui, che voleva salvare gli altri, non è scampato, le ferite erano gravissime, è stato portato via dall’ urto d’ aria per venticinque metri, ne hanno trovato il corpo nel parco. E là, non lontano da lui, è passato dal sonno alla morte Driss Moussafir, 44 anni, immigrato marocchino, che aveva scavalcato la bassa cancellata dei Giardini pubblici vicini al museo di scienza naturale, si era sdraiato sulla panchina, e là è stato raggiunto da un pezzo di lamiera, ed è morto così, per caso. Le ricostruzioni sono contraddittorie, si aggiornano e si riaggiornano minuto dopo minuto. No, nessuna trappola, nessuna telefonata per uccidere il maggior numero possibile di persone. La ricostruzione più attendibile parla di un passante che vede del fumo uscire dalla Uno bianca, e richiama l’ attenzione di un’ autopattuglia dei vigili di passaggio, “Monza 3”. Il capopattuglia Ferrari, con la radio di bordo, avvisa immediatamente i pompieri e dal deposito di via Benedetto Marcello accorre un’ autopompa, in meno di dieci minuti sono tutti intorno all’ auto, da cui si leva un filo di fumo. I vigili del fuoco si avvicinano alla Uno bianca. C’ è una fiammella, almeno così dice Virginio Tornaghi, 50 anni, operaio Enel, che da corso Venezia andava in bicicletta in piazza Cavour. Il vigile Ferrari lo ferma: “Forse c’ è una bomba, si fermi”. “Vedo più avanti la Fiat, vedo – dice Tornaghi – una fiammella sul davanti, poi i vigili del fuoco intorno, che lavoravano. Me ne sono stato lontano, all’ improvviso c’ è stata un’ esplosione fortissima, che mi ha buttato per terra”. L’ ispettore dei vigili del fuoco, Leonardo Corbo, spiega: “Siamo stati avvisati da una telefonata dei vigili urbani, i vigili del fuoco hanno visto le fiamme dall’ auto, il caposquadra Stefano Picerno si è avvicinato, ha aperto il baule posteriore, ha notato un pacco sospetto. Ha invitato i suoi compagni ad allontanarsi e mentre stava avvisando la questura, perché mandassero gli artificieri c’ è stata l’ esplosione”.
In va e vieni intorno all’ auto dura un paio di minuti. Qualcuno grida: “Via via!”, “Una bomba!”. Dalla radio nel frattempo arriva il messaggio di un capopattuglia: “Andate a vedere la targa”. Ma la frase resta tronca a metà. Una collega del vigile urbano ha appena fatto andar via un camper di turisti tedeschi, genitori e tre figli, che aveva deciso di passare la notte sul marciapiede accanto ai giardini, a venti metri da un distribuotore di benzina Ip con il cartello esaurito. Almeno centocinquanta chili di esplosivo scoppiano, devastano, uccidono. “Gli unici testimoni sono i vigili sopravvissuti. Per adesso è troppo presto per aggiungere altro”, dice il sostituto procuratore incaricatoi delle indagini, Ferdinando Pomarici. Anche il questore Achille Serra parla pochissimo. Nel ‘ 69 era un giorvane funzionario delle volanti quando gli dissero “Corri a piazza Fontana, forse è scoppiata una caldaia”. Era invece la prima strage di quella che venne ribattezzata la strategia della tensione. Ora, da questore, Serra trova una nuova strategia, e nuovi lutti: “Posso dire solo che sul fatto che sia un’ autobomba non ci sono dubbi…”. Va via verso la vicina questura di via Fatebenefratelli. Tutt’ intorno, macerie, vetri spezzati. La casa bassa, a fianco del padiglione d’ arte contemporanea, sembra aver subito un cannoneggiamento, ha tutte le finestre sventrate, sono saltati pezzi di muro, pendono mattoni illuminati dalle fiamme da quel vulcano in cui si è trasformato il tubo del gas spezzato. Le parti del motore arrivano fino a piazza Cavour, la piazza dove hanno sede numerose redazioni di giornali. Lungo tutta la strada ci sono autoambulanze e pezzi di lamiera, un’auto dei vigili del fuoco e uno penumatico trasformato in serpente incendiato, carabinieri e sangue. Non c’ è silenzio, ma un brusio continuo, arrivano centinaia di persone per vedere quello che è successo, la gente chiede, vuol sapere, non si rassegna alle vaghe notizie del servizio d’ ordine che blocca via Palestro da piazza Cavour a via Marina. C’ è molta rabbia, molto dolore. Ma la folla resta fuori dal recinto, dal lavoro che continua senza sosta, con gli uomini della scientifica che cercano di recuperare l’ innesco della bomba, le tracce dell’ esplosivo. Gli alberi della piazza Nello stesso tempo, i camici bianchi degli infermieri risplendono nel parco: accanto ai corpi del vigile urbano e dell’ immigrato, cercano altri resti, temono che la strage possa essere più terribile. Un’ unità di rianimazione chiude lo sportelline, non c’ è più nulla da fare. Piccoli fuochi, ci sono dovunque e l’ effetto della bomba è stato quello di spogliare completamente tutti gli alberi della piazza. I pompieri camminano su un letto di foglie, mentre le autombulanze portano i feriti ai pronto soccorso del Policlinico, del Fatebenefratelli, del San Paolo, i primi soccorsi per i sette feriti più gravi. Mancano pochi minuti alle tre e le fiamme si levano ancora altissime, mentre una ruspa spacca l’ asfalto dieci metri più lontano, per poter intervenire sulla conduttura del gas, per poter evitare il rischio di nuovi scoppi. Il procuratore capo Francesco saverio Borrelli, il sostituto del pool mani Pulite Gherardo Colombo, il prefetto, i responsabili della polizia, dei carabinieri, gli uomoni dell’ antiterrorismo continua a restare là, a fissare le fiamme, a chiedersi perchè è successo, chi vuole trasformare la città in trincea.
Foto da: tg24.sky.it/tg24
Tra i compagni di Stefano, Sergio e Carlo: ” maledetto destino, sembrava routine. . . ” . nella caserma dei vigili del fuoco di via Benedetto marcello il giorno dopo. i ragazzi della squadra C raccontano la storia delle 3 vittime: Picerno Stefano 36 anni che si era appena sposato, Pasotto Sergio 34 anni morto la sera del suo compleanno, La Catena Carlo 25 anni in servizio solo da 2 mesi.
La bandiera a mezz’asta è illuminata da un sole radioso. Ma non c’è un alito di vento e il tricolore che sta esposto sul portone della caserma dei vigili del fuoco è immobile, pare dolente. Sul marciapiedi di via Benedetto Marcello, i fotografi stanno riproducendo i volti dei tre ragazzi in divisa strappati alla vita da una bomba assassina. Il cinico rituale della cronaca. Stefano Picerno aveva 36 anni, Sergio Pasotto 34 e Carlo La Catena 25. Non ci sono più. Resta solo il ricordo del loro sacrificio. Negli occhi cerchiati del piantone che non riesce a stare fermo, nello sguardo assente del funzionario che dovrebbe consolare i suoi uomini, nelle lacrime di quelli che ancora se li vedono lì davanti. Ma anche nel “grazie” mormorato da una signora che stringe commossa le mani che incontra, nel mazzo di fiori che un uomo deposita di fianco ad altri nell’ atrio del palazzo, nel segno della croce che un automobilista fa rallentando davanti al numero 31 della via alberata. Le 10 del mattino e il dolore e la rabbia sono ancora forti. I vigili del fuoco parlano a fatica di quanto accaduto. Non c’è spazio per interpretazioni e dietrologia. Ma in mancanza di un nemico reale, ci si accanisce contro il destino. Quel destino che ha ucciso Stefano Picerno, appena rientrato dal viaggio di nozze e in servizio martedì notte per sostituire un collega che aveva chiesto un giorno di riposo. Stefano sarebbe dovuto essere a casa con la moglie Agnese, invece è andato incontro alla morte. E quella sorte spietata che ha ammazzato Sergio Pasotto proprio nel giorno del suo compleanno, con una bottiglia di spumante che è ancora nel frigorifero della caserma e non sarà mai stappata. Mentre Carlo La Catena, il più giovane, pompiere da un paio di mesi, non aveva fatto ancora in tempo a capire i veri pericoli del mestiere. E in vacanza nella Napoli dei genitori, aveva chiesto di essere messo in quel turno maledetto per stare di più con i suoi. Terribile verità Giovanni Di Cristo, 19 anni, vigile ausiliario, era al centralino l’altra notte. È lui che ha ricevuto la chiamata dalla sala operativa di via Messina. È lui che ha visto la “Squadra C” partire per un’auto in fiamme. Poi il clamore dell’esplosione. La televisione che comincia a riferire di una bomba e i vigili rimasti in sede che tirano il fiato: perchè i loro compagni erano usciti “solo per una macchina in fiamme”. Quindi la terribile verità . “Facciamo 2500 interventi all’anno noi di via Benedetto Marcello, spiega il caposquadra Florindo Luzzi, 45 anni .. E ogni notte abbiamo almeno un paio di auto che bruciano. È routine… No, non penso che siano stati imprudenti. Erano troppo in gamba, sapevano del pericolo. Si sono avvicinati perché il nostro primo dovere è accertare che nella vettura non ci sia qualcuno”. Alcuni vigili portano le borse con gli effetti personali degli scomparsi. Il via vai dei cittadini è continuo, un pellegrinaggio di stima. Passa anche Massimo Salsano, 24 anni, uno dei pompieri feriti in modo leggero e appena dimesso dal San Paolo. Ha tanta voglia di stare solo. L’atmosfera è cupa e anche Black, il pastore tedesco che e’ la mascotte dei vigili, non ha piu’ voglia di scodinzolare. Nell’ atrio, negli uffici e nel cortile adesso c’è solo il desiderio di ricordare chi non c’è più. Stefano Picerno era il veterano del gruppo. Aveva 36 anni e stava per diventare caposquadra. L’altra notte aveva proprio questa mansione per sostituire un collega che aveva chiesto un “riposo”. Faceva il pompiere dalla metà degli anni Settanta e aveva una grande passione per il suo mestiere. Il 2 agosto del 1980 era stato uno dei primi volontari a prestare soccorso alle vittime della strage di Bologna. Si era sposato da meno di un mese con Agnese e viveva in un appartamento in via Raffaello Sanzio al 15. Per il viaggio di nozze, aveva rimesso a posto un vecchio camper e aveva fatto un giro in Spagna e Francia. Era appena tornato. Aveva ripreso servizio dopo la luna di miele. Originario di Terni, amava il mare e stava mettendo in sesto una barchetta.
Festa mancata. I colleghi e gli amici del quartiere lo ricordano come un tipo riservato, ma sempre allegro e con una grande voglia di vivere. Mai triste e sempre ottimista. Milanese, celibe, Sergio Pasotto il giorno della strage aveva compiuto 34 anni. Lasciata la casa di via Nikolajevka 1 dove viveva al quarto piano con i genitori, Angelo e Liberata, era andato in via Benedetto Marcello con una bottiglia di spumante e qualcosina da mettere sotto i denti per festeggiare. Una festa mai celebrata. Pompiere da 13 anni, più per caso che per vocazione, Sergio amava sopra ogni altra cosa i viaggi nei Paesi lontani. Parlava tre lingue e ogni attimo del suo tempo libero veniva investito in escursioni spesso avventurose. Ultimamente si era preso una cotta per la Thailandia e vi era tornato tre volte. Addirittura, raccontano i colleghi, aveva in mente di prendersi qualche mese di aspettativa e di trasferirsi laggiù. Pare avesse trovato anche l’amore, di certo aveva intenzione di metter su una piccola attività. Un ristorante, forse un barettino. Intanto, continuava a fare il suo dovere. Lui che tutti chiamavano “Guerriero della notte”.
Napoletano, 25 anni, Carlo La Catena era diventato vigile del fuoco quest’anno. E dopo il corso a Roma aveva preso servizio in via Benedetto Marcello da un paio di mesi. Tifosissimo del Napoli, appassionato di body building, Carlo era maestro di karate e a Milano aveva già trovato una palestra dove allenarsi. In passato aveva lavorato per qualche anno come rappresentante di elettrodomestici. Prima di trasferirsi, viveva con il padre Giuseppe, macellaio nel centro di Napoli, la madre Rita e quattro sorelle più grandi. Per il week end era tornato a casa. E aveva chiesto di essere messo nel turno di notte di martedì. Il suo ultimo turno.
” Ho sempre negli occhi quell’ inferno di fuoco ”
Parla Katia Cucchi, 27 anni, vigile urbano, l’unica testimone della strage di Milano ” urlai ad Alessandro che l’ auto poteva esplodere, mi rispose: saranno fiori bianchi ” , 5 vittime decine di feriti.
Quell’ inferno di fuoco, di morte, di terrore è ancora impresso negli occhi verdi di Katia Cucchi, 27 anni, vigile urbano, unica testimone della strage di via Palestro. Per tre mesi la ragazza ha vissuto altrove tentando, anche con l’è aiuto degli psicofarmaci, di guarire da una ferita che non si rimarginerà mai. “In un primo momento, sono le sue parole, avrei voluto fuggire lontano. Poi ho capito che sarebbe stato il modo peggiore per ricordare Alessandro, il mio collega ucciso dall’esplosione. Come sto? Sono spossata. È come se mi mancasse la terra sotto i piedi. Non riesco ancora a riacquistare fiducia in me stessa”. Katia è alla sua prima intervista, l’unica rilasciata dopo quel tragico 27 luglio. La accompagnano due colleghe, Paola e Maria Grazia, che lavorano nello stesso ufficio, quello del coordinamento del territorio. Tutte insieme si occupano dei campi nomadi, dello sgombero delle case occupate e dei contatti con i consigli di zona. Nei ritagli di tempo fanno anche il giornale, duemila copie di tiratura, dei vigili urbani. C’è un fotogramma di quella tragedia che non riesce a dimenticare? “Una su tutte. Quando, dopo aver urlato ad Alessandro di tornare indietro perchè quell’auto sarebbe potuta esplodere da un momento all’altro, lui mi ha risposto con una battuta: “saranno fiori bianchi”. Pochi secondi dopo c’è stata la deflagrazione che lo ha ucciso”. Cosa ha fatto da quel momento in poi? “Sono rimasta lucidissima. Ricordo ogni particolare che comunque preferisco tenere per me. Non cerco la commiserazione di nessuno. Ciò che mi sta a cuore è il ricordo del collega, dei suoi 29 anni spezzati dalla follia di qualcuno che continua a rimanere nell’ombra”. Da quanto conosceva Alessandro? “Da un pomeriggio. Sembra strano ma, ripensandoci, ho la sensazione di averlo frequentato per tanto tempo. Mi spiego meglio. Quel giorno, essendo periodo di ferie, sono stata assegnata per la prima volta al servizio di pattuglia serale. Così, alle 17.45, ho preso posto sull’auto della zona Magenta guidata da Alessandro Ferrari”. E poi? “E poi abbiamo cominciato a parlare di tante passioni in comune. Per esempio quella della musica: il mio ragazzo fa il cantante lirico e lui studiava organo da otto anni. E abbiamo scoperto che sua moglie e il mio fidanzato avrebbero desiderato andare a vivere fuori Milano dove l’aria è meno inquinata. “Bene, mi disse, vuol dire che compreremo due appartamenti vicini. Ma non è finita. Sempre quel giorno scoprii che Alessandro aveva una sorella vigile urbano che era stata assunta con me lo stesso giorno, il 28 dicembre dello scorso anno”. Accadde qualcosa di inconsueto quel pomeriggio? “Solita routine: la verbalizzazione del sequestro di un motorino fatto dagli agenti del commissariato di via Poma, il recupero di una motocicletta rubata, l’assistenza per un trattamento sanitario obbligatorio. Tra un intervento e un altro andammo anche a casa delle sorella di Alessandro per salutarla. Ma non la trovammo”. Il passaggio in via Palestro era previsto dal vostro ordine di servizio? “Rispetto alla polizia e ai carabinieri lavoriamo in modo diverso. Nel senso che, quando la centrale operativa non ci segnala interventi particolari, siamo noi a scegliere le strade da controllare”. Allora siete capitati lì proprio per caso. “Sì , è andata proprio così . Abbiamo incontrato quei ragazzi. Loro ci hanno segnalato il fumo che usciva da quella Uno grigia”. Ha seguito sui giornali la ricostruzione dell’attentato? “No. Lo choc è stato terribile. Per tentare di dimenticare non ho mai letto una sola riga. Soltanto una volta, in televisione, ho assistito a un film dossier su quella tragedia e ne sono rimasta sconvolta”. Lei è l’unica testimone ad aver visto in faccia i due ragazzi che poi non si sono mai presentati alla polizia. Pensa fossero gli attentatori? “Non sono in grado di rispondere. Non capisco però per quale motivo quei due hanno preferito far perdere le tracce. Che timore hanno?” Cosa ha fatto dopo quell’inferno? “Avevo la divisa sporca di polvere e calcinacci e nemmeno un graffio. Ero salva. Ma a 150 metri di distanza c’era il corpo senza vita di Alessandro”. È stato in quel momento che le è venuta l’idea di fuggire il più lontano possibile? “Sì, anche se non me lo hanno permesso. Avevo chiesto che la mia identità rimanesse segreta anche perché all’epoca mio padre, che vive a Falconara Marittima, stava male. Invece l’hanno fatta trapelare dimostrando di non avere alcun rispetto per i miei problemi personali. E pensare che il mattino dopo l’attentato avevo chiamato mia madre per tranquillizzarla, inventando che l’esplosione l’avevo sentita soltanto a distanza”. La mattina l’ha comunque passata in questura. “È vero, contrariamente a quello che speravo, mi hanno interrogata fino alle 13. Ho ricostruito l’identikit di quei due. Quindi sono tornata al comando di piazza Beccaria, dove la solidarietà dei miei colleghi si è fatta sempre più stringente. I giornalisti, nel frattempo, hanno cominciato a darmi la caccia. Così, alla fine ho deciso: sono salita quella sera stessa su un aereo e con il mio fidanzato ho raggiunto Falconara Marittima, dove sono rimasta fino a lunedì scorso”. In questi mesi gli amici e i colleghi hanno rispettato la sua volontà di isolarsi con i familiari? “Tutti mi hanno capita fino in fondo. A loro e al mio comandante Eleuterio Rea va tutta la mia gratitudine. Rea, che sta facendo fare al Corpo un salto di qualità, quando sono tornata mi ha comunicato la nuova destinazione: l’ufficio dove ho incontrato due nuove amiche, Paola e Maria Grazia”. Come è stato il suo rientro a Milano? “L’approccio non è stato facile. Giorni fa, passando in auto davanti alla sede della questura, in via Fatebenefratelli, ho visto la strada sbarrata dai poliziotti. C’è stata un’esplosione. Ho gridato pensando a un altro attentato. Un agente, intuita la situazione, si è avvicinato per spiegarmi che si era trattato semplicemente dell’esplosione di una piccola carica utilizzata dagli artificieri per aprire le portiere di un’auto sospetta”. C’è un giorno particolare in cui tornano gli incubi? “Sì, il 27 di ogni mese”. Milano ha voluto ricordare l’altro ieri le cinque vittime della strage con una manifestazione pellegrinaggio in via Palestro e un concerto di musica classica nella basilica di Sant’Ambrogio. C’era anche lei tra la folla. “Sono andata soltanto al concerto. È stato bellissimo” Rimarrà nel Corpo? “Non abbandonerò mai un ambiente come il nostro dove ogni vigile, pur ferito profondamente nell’animo, ha il coraggio di affrontare ogni giorno i pericoli di una città come la nostra”.
Articolo del 23 Luglio 1997 da dust.it
Milano – Gli ultimi minuti dell’egiziano Driss Moussafir
di Nicola Montella
Lo conoscevano tutti a Porta Venezia. In particolare i frequentatori della notte. Era il personaggio più famoso e per tutti era Mustafà. Ecco perché c’è voluto qualche giorno o meglio qualche notte per capire che quel Driss Moussafir saltato in aria con la bomba di via Palestro era proprio lui. Un velo di tristezza ha avvolto un po’ tutta quella zona, di notte così diversa dal giorno, nel sapere che quell’omone alto due metri con il naso lungo e perennemente rosso, dall’andatura ciondolante, non si sarebbe più visto. Lo si incontrava solitamente nei tre chiostri che ci sono attorno a Porta Venezia, in qualche bar della zona, e qualche volta, quando le cose gli erano andate bene (ma raramente) al ristorante «Ciao» di corso Buenos Aires. Viveva come vivono in molti in certe zone, dove quando arriva il buio, il piacere del sesso nascosto nato da un approccio casuale, la fame, la piccola delinquenza, il disperato vagabondare di chi è solo, trovano un punto d’incontro. Aveva anche fatto qualche lavoretto, ma poche volte, anche perché alla vita «normale» aveva detto addio, un addio secco, uno di quelli che non vuol dire arrivederci. Neppure al piccolo spaccio, che molti suoi connazionali effettuavano nella zona, si era mai interessato, troppo normale anche quello. Si arrangiava! Non si è mai saputo da quanto tempo fosse in Italia, né cosa lo avesse spinto a venire, ma nei suoi discorsi ai chiostri o ai bar, non esprimeva nessuna nostalgia o voglia di tornare a casa. Quando lo si incontrava, se aveva con sé dei soldi offriva da bere, chiaramente non a chiunque, aveva le sue antipatie. Non chiedeva mai di ricambiare, non ne aveva bisogno, gli facevano credito tutti. Aveva una sua onestà; quando era senza soldi chiedeva qualche sigaretta o qualche piccolo prestito che puntualmente (o quasi) restituiva. Era comunque un solitario. Ogni tanto «spariva», a volte per settimane a volte per qualche mese, ma poi puntualmente tornava a riprendersi le sue notti. Raramente lo si vedeva litigare: vista la sua stazza, a chi conveniva? Non si è mai capito dove dormisse, unico indizio le candele che abitualmente portava con sé: forse uno scantinato, forse una fabbrica dismessa, chissà. Tutti gli amici con cui abbiamo parlato lo ricordano così, come ricordano quella notte del 27 luglio 1993. È una notte come tante ai bastioni, anche ai chiostri, tranne qualche occasionale, la gente è quella di sempre. Mustafà è lì e beve le sue birre con un amico; chiacchierano tra loro, forse del giorno dopo che come sempre dovranno inventarsi. Ad un certo punto decidono di fare due passi. Si trovano proprio sul vialetto che costeggia i giardini di Porta Venezia. Vi entrano, infilandosi ad arte tra le sbarre di protezione che da tempo qualcuno ha abusivamente allargato per penetrarvi di nascosto quando i cancelli sono chiusi. Il percorso è già deciso: attraverseranno per il lungo per poi sbucare in via Palestro. In quegli anni si poteva trovare di tutto: qualcuno dietro ai cespugli a fare del sesso, qualche banda di teppisti in cerca di portafogli o semplicemente a caccia di omosessuali, qualcuno coraggioso o magari un po’ matto entrato a smaltire una sbronza. Chiunque potessero incontrare, a loro non avrebbe certo messo paura. Lentamente si avvicinano a via Palestro; l’uscita è da questo lato meno agevole: devono scalare il muretto e passare orizzontalmente attraverso la balaustra di protezione. Mentre si apprestano a farlo scorgono le luci di alcune volanti; il pensiero è uno solo: la polizia! Polizia vuol dire noie, vuol dire documenti, quei documenti che non hanno. Si acquattano dietro il muretto di protezione, pensando:«Sarà un controllo, se ne andranno». Passano i minuti, sentono un gran vociare, ma le auto sono ancora lì. Mustafà ne ha abbastanza e decide di uscire. Appena fuori dal parco riconosce le auto dei vigili e tirando un sospiro di sollievo fà segno all’amico di uscire. In quel momento il boato. L’amico di Mustafà, ancora dietro il muretto, viene scagliato lontano. Pur stordito si rialza, esce dal parco e vede Mustafà per terra, attorniato dalle forze dell’ordine. Comincia a ridere:«Mustafà è furbo», pensa; ma è solo un attimo, quando si avvicina capisce che la verità è ben diversa. Mustafà sta morendo. L’amico si trattiene solo qualche istante, potrebbero fermarlo, fargli delle domande: meglio scappare. L’avventura di Mustafà finisce così, ma la gente di Porta Venezia ancora vorrebbe vederlo mentre scherzosamente invita qualcuno a bere.
Biografia da Associazione Vigili del Fuoco Carlo La Catena
Carlo La Catena è nato a Napoli il 14 novembre 1967, minore di cinque figli, unico maschio.
La sua famiglia gestisce una piccola bottega per il commercio di carni.
Era di carattere educato, disponibile e altruista per chi ne avesse bisogno. Un infanzia tranquilla, dedica molto tempo all’Azione Cattolica presso la Parrocchia di Santa Maria degli Angeli alle Croci, dove è ben conosciuto.
Frequenta le scuole medie presso l’Istituto Salvatore di Giacomo e poi prosegue, seguendo le sue passioni, il corso per ottenere la qualifica di autoriparatore, presso l’Istituto Casanova.
Rinuncia al prosieguo degli studi per collaborare nell’attività commerciale del padre, ormai anziano, e nel frattempo, per migliorare la sua situazione economica vende aspirapolveri della Folletto, impegnandosi a tutte le ore del giorno, e nel fine settimana come “PR” per i locali alla moda del tempo.
Ama la vita in tutti i suoi aspetti: si dedica allo sport, ha una passione per i motori oltre ad essere un grande tifoso del Calcio Napoli.
Giunto ai 18 anni, assolve il servizio militare presso l’Esercito Italiano come “Autiere”.
Superato il concorso come Autista nel Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, nel 1993 accede al corso d’addestramento presso la Scuola di Formazione Operativa di Montelibretti – Roma, per poi essere trasferito come Vigile del Fuoco Permanente al Comando di Milano.
Anche se impegnato dal servizio, appena può prende il treno per raggiungere Napoli e la sua famiglia, soprattutto per aiutare il suo papà.
Dopo circa quaranta giorni di servizio presso il Distaccamento “Marcello”, il 27 luglio 1993, un autobomba viene fatta esplodere in Via Palestro – Milano.
Lui, sempre disponibile e generoso, era in prima linea.
* Medaglia d’Oro al Valor Civile Repubblica Italiana
* Medaglia d’Oro al Valor Civile Comune di Milano
* Medaglia d’Oro al Valor Civile Comune di Napoli
* Medaglia d’Argento Camera dei Deputati
* Medaglia d’Oro Lions Club Milano Host International Lions
* Targa d’Argento Associazione Nazionale Combattenti e Reduci
* Premio Internazionale di Protezione Civile e Sicurezza Europea
* Targa “Eroe della Nuova Resistenza” – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
Foto e Nota da memoria.san.beniculturali.it
Sergio Pasotto (1959 – 1993)
Nato a Milano il 27 luglio 1959. Vigile del fuoco permanente.
Fu assunto in servizio il 4 gennaio 1982 con la qualifica di Vigile del fuoco permanente e assegnato al Comando provinciale dei Vigili del fuoco di Milano.
Vittima nella strage di Via Palestro a Milano, il 27 luglio 1993. Insignito della medaglia d’oro al Valor Civile “alla memoria”, il 22 novembre 1993.
Stefano Picerno (1956 – 1993)
Nato a Terni il 12 settembre 1956. Vigile del fuoco permanente.
Fu assunto in servizio il 1° luglio 1976 con la qualifica di Vigile del fuoco permanente e assegnato al Comando provinciale dei Vigili del fuoco di Milano.
Alessandro Ferrari (1963 – 1993)
Nato a Bergamo il 9 ottobre 1963. Vigile urbano.
Fu assunto in servizio il 15 settembre 1986.
Via Palestro, pochi minuti dopo le undici di sera. La Fiat Uno salta in aria. Cinque morti, diversi feriti, il padiglione d’arte contemporanea sventrato. Il terrorismo mafioso colpisce Milano. È il 27 luglio 1993. La Corte condanna sei persone come esecutori materiali. Altri due se ne aggiungeranno poco tempo dopo. Sono i fratelli Formoso, basisti e titolari del “pulciaio” a Caronno Pertusella dove viene nascosto l’esplosivo. L’elenco così si aggiorna a otto. La lista, però, è ancora incompleta. All’appello manca una persona. L’ultimo uomo della strage voluta dai corleonesi e perfezionata dai fratelli Graviano. Chi è e che ruolo ha avuto? Su questo indaga la Procura di Milano. Da oltre un anno, ormai, Ilda Boccassini spulcia atti, compulsa nomi, ascolta le intercettazioni. In calendario, il magistrato ha questo, ma anche la rete milanese dei Graviano: i loro interessi economici soprattutto. Così, in attesa di squadernare i rapporti meneghini dei boss di Brancaccio (arrestati a Milano il 29 gennaio 1994), il fronte criminale va definendosi con l’iscrizione nel registro degli indagati dell’ultimo uomo del 27 luglio 1993.
Si tratta di Marcello Filippo Tutino, palermitano classe ‘61, fratello di quel Vittorio già condannato per via Palestro e la fallita strage dell’Olimpico. Attualmente, Marcello Tutino si trova in carcere con una condanna a undici anni per traffico d’armi assieme ai padrini della ‘ndrangheta. La vicenda viene raccontata da Gaspare Spatuzza durante due interrogatori davanti al Tribunale di Firenze. Si tratta delle audizioni del 3 e 9 febbraio scorso. Il killer di don Pino Pugliesi conferma di averne parlato più volte con la Boccassini, la quale, iscrivendo Tutino nel registro degli indagati dimostra di credere al mafioso di Brancaccio e di aver trovato i riscontri alle sue parole. E questo, in prospettiva, è un dato da non sottovalutare.
Spatuzza, così, racconta come avviene la pianificazione dell’attentato milanese. Comincia “in un’abitazione di corso dei Mille”, dove partecipano “Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giovanni Formoso e i fratelli Tutino”. Di più. Il summit “avviene nella casa della suocera di Marcello Tutino, lì abbiamo messo a punto il gruppo che doveva operare su Milano”. Dopodiché il collaboratore di giustizia entra nei particolari: “Marcello Tutino era stato allontanato negli anni Novanta. Non era a pieno titolo inserito in Cosa Nostra ma era vicino alla famiglia di Brancaccio”. Su di lui pesano certe “scorrettezze”. Ecco perché sale al Nord. “Si era trasferito – prosegue Spatuzza – a lavorare a Milano”. Per questo “era una persona che sapeva muoversi su Milano e quindi era utilissimo per la nostra situazione”.
Il racconto dell’ex braccio destro dei Graviano prosegue: “Una volta arrivati a Milano, fuori dalla stazione abbiamo trovato Marcello Tutino”. Con lui, Spatuzza assieme all’artificiere Cosimo Lo Nigro, si reca “in un’abitazione tipo villetta”. Si tratta del cascinale dei Formoso. Cosa succede qui è cosa nota. L’esplosivo viene scaricato. Il particolare ad oggi ancora ignoto è invece la presenza di Marcello Tutino che, tra l’altro, accompagna Spatuzza a rubare l’auto usata come bomba. Di nuovo Spatuzza: “Siamo usciti dalla casa di Formoso, io, Marcello Tutino e Giuliano Francesco, a compiere il furto della Fiat Uno”.
L’auto, infatti, verrà rubata in via Baldinucci poco dopo le 18,30 del 27 luglio. Ma chi c’era su quella Uno in via Palestro? Spatuzza non lo dice esplicitamente. Ma riferisce due dati. L’auto rubata viene consegnata ai fratelli Tutino e a Giovanni Formoso. Dopodiché il pentito colloca il solo Vittorio Tutino a bordo della Uno in via Palestro. Spatuzza, però, non sa dire quale fosse l’obiettivo dell’attentato. Sappiamo che la bomba esplode davanti al Pac. Ma sappiamo anche, e Spatuzza questo lo conferma, che “la macchina si è fermata prima”. Anzi fa di più: “Per certezza posso dire che non è stato centrato l’obiettivo”. L’ipotesi più concreta, sostengono gli investigatori, è che il luogo prescelto fosse il vicino Palazzo dei Giornali di piazza Cavour. Questi i fatti, che in parte aiutano a chiarire una delle stragi più oscure e inquietanti della storia italiana.
Articolo del 29 Aprile 2012 da ilfattoquotidiano.it
Le parole dell’ex luogotenente dei Graviano riaprono i giochi sulla bomba milanese. Il pentito colma le lacune di una sentenza che ha condannato all’ergastolo i fratelli Formoso. Fa di più: scagiona Tommaso Formoso. Per la prima volta punto per punto dubbi e ombre di una ricostruzione dei fatti fondata su indizi e presunte compatibilità
Nell’Articolo potrete leggere il Verbale dell’udienza di Gaspare Spatuzza
Articolo del 4 Luglio 2013 da apps.facebook.com/corrieresocial
Le verità e i colpevoli che mancano alla strage
Un nuovo indagato, richiesta la revisione del processo. Il giallo dell’esecutore non imputabile
C’è una telecamera fuori da una sala biliardo di via Melzo. L’hanno piazzata quelli della Dia, la Direzione investigativa antimafia, nata pochi mesi prima degli attentati a Falcone e Borsellino. Gli «sbirri» indagano su un traffico di droga tra Palermo e Milano, tra gli uomini dei boss Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca e la «decina» milanese di Cosa Nostra: Tanino Fidanzati, i fratelli Bono, i fratelli Grado e Ugo Martello. Sono le 23,14 di martedì 27 luglio 1993. L’immagine traballa come se una folata di vento l’avesse fatta ondeggiare. È lo spostamento d’aria dell’esplosione di via Palestro. Il filmato non ha audio. Ma il boato è stato fortissimo perché il Padiglione d’arte contemporanea dista meno di un chilometro. Le persone corrono fuori per vedere cosa mai sia potuto succedere. Tutti si muovono verso Porta Venezia. Solo un uomo esce dalla sala biliardo senza neppure guardarsi intorno, cammina a passo svelto ma nella direzione opposta. Sparisce. È Salvatore Enea, detto Robertino , il capo di Cosa Nostra a Milano. È passato meno di un minuto dall’esplosione. Non verrà mai coinvolto nel processo. Ma le indagini sui misteri della strage di via Palestro partono proprio da qui.
Vent’anni di misteri
La vicenda dell’esplosione di via Palestro è una storia ancora oggi piena di misteri, nonostante indagini arrivate al terzo grado di giudizio, nonostante uno sforzo investigativo portato avanti dai magistrati fiorentini Gabriele Chelazzi prima e Giuseppe Nicolosi poi. Perché di fatto l’inchiesta milanese affidata al pm Ferdinando Pomarici nel giro di poche settimane venne trasferita alla Procura di Firenze che già indagava su via dei Georgofili (27 maggio ’93): esplosivo identico. Eppure, come scritto nelle tre sentenze sulle stragi, l’attentato di Milano è rimasto «praticamente oscuro nelle modalità di esecuzione e, in parte negli autori».
Solo grazie alle deposizioni del pentito Gaspare Spatuzza ( u’ tignusu , il calvo) – condannato per le stragi in continente del ’93 – s’è scoperto chi parcheggiò la Fiat Uno imbottita di esplosivo, chi rubò l’auto in via Baldinucci, e dove venne custodita la bomba per quattro giorni. Ma resta il giallo di un autore della strage che solo da pochi mesi è indagato, di un altro assolto nei tre gradi di giudizio e per legge non più imputabile e di chi diede sostegno al gruppo stragista milanese. Nomi che in questi anni si sono intrecciati a quanti, almeno fino al 27 gennaio del 1994, proprio sotto la Madonnina aiutarono e nascosero i boss latitanti Giuseppe e Filippo Graviano, coloro che ordinarono quelle stragi.
L’obiettivo non era il Pac
I misteri delle indagini partono dall’identikit di una donna bionda che venne diffuso dalla Questura. Un testimone la vede due volte nel giro di pochi minuti in via Palestro: scende da un’auto parcheggiata contromano e si allontana su un’altra vettura con due uomini a bordo. La testimonianza viene ritenuta, così come riportato nei primi atti d’indagine della polizia, «molto verosimile». Ma la pista dell’identikit finisce fuori dalle indagini.
Spatuzza, nei suoi ultimi interrogatori davanti al pm Nicolosi, racconta che gli venne riferito che «a Milano sorsero problemi e l’obiettivo venne mancato di 150 metri». Se non si trattava del Pac quale era il bersaglio? Per l’avvocato di Totò Riina, Luca Cianferoni, si trattava del Centro europeo di comunicazione del gran maestro massonico Giuliano Di Bernardo. Via Palestro 6, cento metri dal cratere del Pac. Di Bernardo aveva da poco abbandonato la loggia, si disse perché era venuto a conoscenza del piano stragista con la complicità della massoneria. Ipotesi smentita dallo stesso Di Bernardo: «ma il centro stampa della loggia esisteva veramente». La procura di Firenze lavora oggi sulla tesi che le stragi siano servite a Cosa Nostra per fare pressione sul duo Dell’Utri-Berlusconi. Gli inquirenti si sono concentrati sul palazzo di via Senato 14, che ospita gli uffici di Marcello Dell’Utri: 200 metri da via Palestro. La pista è ritenuta ancora plausibile ma allora non ci furono riscontri. C’è chi ha pensato ai Servizi segreti che hanno il loro ufficio a Milano non molto distante. Ipotesi suggestiva ma inconcludente. La via più recente è che la bomba fosse destinata al Palazzo dell’Informazione di piazza Cavour, allora sede del Giorno , della Stamp a e dell’agenzia Ansa . Quelli erano i giorni di Mani Pulite, del suicidio di Gabriele Cagliari (20 luglio) e Raul Gardini (23 luglio) e degli avvisi di garanzia per il caso Enimont. Milano era il centro d’Italia e i giornali fotografavano il potere che si stava sbriciolando.
In questa storia c’è un esecutore materiale non più condannabile per la legge. Si tratta del siciliano Vittorio Tutino. È stato condannato per le stragi di Firenze e Roma. Ma per quella di Milano l’assoluzione è diventata definitiva dopo il verdetto della Cassazione. Vittorio Tutino, secondo ‘u tignusu , è colui che viene istruito per accendere la miccia: «Lo Nigro (l’artificiere, ndr ) gli disse di usare un sigaro». Secondo il pentito il commando era composto da Giovanni Formoso, Vittorio Tutino e dal fratello Filippo Marcello. Quest’ultimo è in carcere per droga. Ma Spatuzza non ha dubbi: «Era l’unico che si muoveva bene su Milano dove aveva lavorato come imbianchino. È stato lui a guidare l’auto in via Palestro». Oggi è indagato ma a vent’anni dalla strage è stato impossibile trovare prove forti per chiederne l’arresto.
Il terzo uomo è Giovanni Formoso. È finito in carcere nel 2002, insieme al fratello Tommaso, dopo un’inchiesta del pm milanese Luisa Zanetti. È accusato di essere «l’uomo di Arluno», colui che il 23 luglio accoglie al casello dell’A4 (in realtà tra Santo Stefano Ticino e Vittuone) il camionista Pietro Carra e Cosimo Lo Nigro saliti da Palermo con i 90 chili di tritolo. Avrebbe messo a disposizione la casa del fratello Tommaso, in via San Giovanni Bosco 9 proprio ad Arluno, dove è stata portata la Fiat Uno rubata da Spatuzza in via Baldinucci e caricato l’esplosivo. Gli inquirenti, sulla scorta di quanto raccontato dai Tutino a un altro componente del gruppo, Antonio Scarano, («Abbiamo dormito in un pulciaio») hanno a lungo cercato un edificio dismesso, poi identificato in un rudere di Caronno Pertusella (Varese) di proprietà di un nipote di Tommaso Formoso. Secondo le analisi della scientifica lì ci sono tracce latenti di esplosivo.
Ma il racconto di Spatuzza mette in discussione l’idea del «pulciaio». Il pentito dice che Giovanni Formoso, avvisato che l’attentato sarebbe stato spostato di quattro giorni, aveva reagito con rabbia: «Mi mettete in difficoltà, ho mandato via la famiglia ora come faccio?». Spatuzza aggiunge di non aver mai visto Tommaso Formoso. Un anno fa l’avvocato Raffaele Bonsignore, ha chiesto la revisione del processo per Tommaso Formoso. Il Tribunale di Brescia ha bocciato la revisione. Ora il ricorso pende in Cassazione. C’è un innocente all’ergastolo?
Articolo del 13 gennaio 2014 da milano.repubblica.it
Strage di via Palestro, un altro arresto: “Tutino mise l’esplosivo nella Fiat Uno”
La richiesta firmata dai magistrati Boccassini e Storari. I magistrati ritengono credibili le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza su come fu pianificato l’attentato a Milano del luglio 1993
A vent’anni di distanza dalla strage di via Palestro a Milano, in cui persero la vita cinque persone e altre 12 rimasero ferite, è stato individuato e arrestato il basista. Gli uomini della squadra mobile hanno notificato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a Filippo Marcello Tutino, 53 anni (uno degli uomini dei fratelli Graviano), in cella a Opera per la recente condanna inflitta dal gup di Palermo a dieci anni e otto mesi di reclusione per essere un affiliato alla famiglia mafiosa dei Brancaccio e con precedenti anche per armi e stupefacenti.
E’ un altro tassello delle indagini della Dda milanese nella ricostruzione della dinamica, ancora in parte oscura, dell’attentato messo a segno il 27 luglio 1993 davanti al Padiglione d’arte contemporanea di Milano. Indagini coordinate dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal pm Paolo Storari, che hanno chiesto e ottenuto dal gip Anna Laura Marchiondelli l’arresto di Tutino, “scelto” dalla mafia “in quanto conoscitore della città di Milano”: avrebbe fornito supporto logistico, prelevato Gaspare Spatuzza e Francesco Giuliano alla stazione Centrale a avrebbe partecipato al furto della Fiat Uno poi fatta esplodere, così come al trasporto e alla collocazione dell’esplosivo sull’auto.
Per lui l’accusa è di strage, in concorso, fra l’altro, con Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, i fratelli Graviano e Formoso, Matteo Messina Denaro, appunto Spatuzza e Giuliano, il fratello Vittorio Tutino e altre persone ancora da identificare. Strage, scrive il gip, con finalità “terroristica e di agevolazione dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra” e non “di eversione dell’ordine costituzionale”. Infatti, rileva il giudice, la sua “adesione (..) al progetto di strage, manifestata attraverso il compimento di condotte causalmente dirette a realizzare l’attentato terroristico di Milano, configura la volontà di provocare tutti gli effetti che da quell’esplosione derivarono”.
In generale, come si legge nel provvedimento, nell’attentato di via Palestro, che avvenne dopo quelli di Roma e Firenze, “erano morte più persone e decine erano rimaste ferite”. E “tale circostanza – prosegue l’ordinanza – evidentemente nota all’indagato nel momento in cui prestò il proprio contributo all’organizzazione e all’esecuzione dell’attentato (…), palesa la condivisione dell’obiettivo che anche quest’ultima strage intendeva perseguire, cioè quello di colpire obiettivi rappresentativi della cultura nazionale, coinvolgendo indiscriminatamente anche le persone che frequentavano quei luoghi”. “Le condizioni in cui avvenne l’attentato – rileva il gip – confermano che l’obiettivo non era solo la devastazione e il danneggiamento dei luoghi della cultura del nostro Paese, ma riguardava anche le persone”.
A parlare di Tutino, dandogli un ruolo ben preciso nell’attentato, è stato soprattutto Spatuzza. Il quale “ha fornito elementi per ricostruire passaggi ancora sconosciuti” dell’attentato di via Palestro. Con la sua “partecipazione” all’attentato – con il fratello e Giovanni Formoso e su incarico di Graviano – aveva rivelato il pentito, Tutino “sarebbe stato riabilitato” dalla mafia siciliana dopo uno sgarro che aveva compiuto in passato” e per il quale era stato allontanato da Palermo e si era trasferito nel capoluogo lombardo. “L’ho rivisto poco prima della strage – aveva detto – era stato fatto rientrare per partecipare e collaborare nella preparazione della strage”.
Per il nuovo arresto sono arrivati i ringraziamenti alla magistratura e alla squadra mobile dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che ha parlato di “segnale importante”. Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, invece ha rimarcato come a vent’anni di distanza il fatto che “magistrati e forze dell’ordine siano riusciti a continuare le indagini per arrivare all’arresto è un ulteriore esempio del fatto che andiamo avanti insieme. E quando si va avanti insieme realmente, si arriva al risultato”.
Articolo del 13 gennaio 2014
Condannati gli esecutori materiali, ma con qualche dubbio ancora aperto, con un condannato che si dichiara innocente e un assolto non più processabile su cui tornano ad addensarsi i dubbi di colpevolezza. Ancora sconosciuti i cosiddetti “mandanti a volto coperto”
Il botto si sente in tutta Milano, in quell’afosa serata di luglio. Erano le 23,14 e c’era ancora tanta gente in giro, sui Navigli, a Brera. Via Palestro, per fortuna, era deserta. Ma quando l’autobomba esplode, attorno alla Fiat Uno c’erano vigili del fuoco e vigili urbani, chiamati sul posto perché dal cofano di un’auto parcheggiata usciva del fumo. Così la notte del 27 luglio 1993 muoiono Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, vigili del fuoco, e il “ghisa” Alessandro Ferrari. Poco più in là, su una panchina dei giardini pubblici, dormiva Driss Moussafir, arrivato dal Marocco per finire la sua vita in una città dove sarebbe stato considerato uomo di serie B anche da morto. Il Pac, il Padiglione d’Arte Contemporanea di via Palestro, non c’era più. Distrutto dall’esplosione. Accorrono molti milanesi che lasciano la cena o il gelato a metà. Applaudono, quando vedono il pm Gherardo Colombo e il procuratore Francesco Saverio Borrelli, impegnati in quei mesi nelle indagini di Mani pulite. Ma la notte del 27 luglio 1993 è drammatica anche a Roma: poco dopo il botto di Milano, nella capitale esplodono altre due bombe, che danneggiano le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Che cosa sta succedendo nell’Italia che ha scoperto Tangentopoli e che in pochi mesi ha dovuto assistere alle stragi in cui sono morti Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e Paolo Borsellino (19 luglio 1992), e poi a quella di via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993)? Il crollo della Prima Repubblica
Alle elezioni del 5 aprile 1992, con la sconfitta dei partiti delle tangenti, era morta la Prima Repubblica. Quel giorno era iniziata una tumultuosa transizione. Il 21 aprile 1993 Giuliano Amato si dimette da presidente del Consiglio. Il 26 aprile Carlo Azeglio Ciampi riceve l’incarico di formare il nuovo governo. Il 13 maggio il Senato concede l’autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti, che i magistrati palermitani vogliono processare per mafia. Il 14 maggio un’autobomba destinata a Maurizio Costanzo scoppia in via Fauro. Il 27 maggio, a Firenze, esplode una bomba in via dei Georgofili. Il 2 giugno, davanti a Palazzo Chigi, sede del governo, viene individuata una Fiat 500 imbottita d’esplosivo. Il 23 luglio a Milano muore Raul Gardini, ex numero uno della Ferruzzi, e si celebrano i funerali di Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Eni, suicida tre giorni prima in cella. Il 26 luglio la Democrazia cristiana, ininterrottamente partito di governo dal dopoguerra, decide il suo scioglimento. Gli autotrasportatori avevano minacciato uno sciopero a oltranza e la mattina del 27 le prefetture informano il presidente del Consiglio che le agitazioni rischiano di bloccare alimentari e carburante alla vigilia dell’esodo estivo. È in questa situazione cilena che nella notte tra il 27 e il 28 luglio scoppiano quasi contemporaneamente le tre autobombe a Milano e a Roma. Quella notte Palazzo Chigi resta per tre ore misteriosamente isolato e senza possibilità di comunicare con l’esterno.
Le indagini s’indirizzano verso gli uomini di Cosa nostra. Ma Ciampi è preoccupato per lo strano black-out di Palazzo Chigi. Dopo la notte delle bombe, annuncia di voler riformare i servizi segreti e decide, a sorpresa, di partecipare alla manifestazione del 2 agosto 1993 in commemorazione della strage di Bologna del 1980. Dal palco, dirà: “È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”. Anni dopo aggiungerà: “Ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi”. Quale “torbida alleanza di forze” scatenò e gestì le stragi del 1993? Chi, sul fronte della “destabilizzazione politica”, faceva da sponda alla “criminalità comune”? Di quella misteriosa stagione di sangue, messaggi, trattative e “papelli”, la strage di via Palestro resta ancor oggi, vent’anni dopo, la più indecifrabile. Condannati i mandanti militari: i boss di Cosa nostra. Condannati gli esecutori materiali, ma con qualche dubbio ancora aperto, con un condannato che si dichiara innocente e un assolto non più processabile su cui tornano ad addensarsi i dubbi di colpevolezza. Ancora sconosciuti i cosiddetti “mandanti a volto coperto”. Ancora indistinti i contorni delle trattative certamente in corso in quei mesi tra Cosa nostra e Stato, forse anche con altri interlocutori, uomini dei servizi segreti, faccendieri di logge massoniche, imprenditori intenti a fondare nuovi partiti politici. Chi sono le “menti raffinatissime” che hanno suggerito ai mafiosi i sofisticati obiettivi da colpire? La maggior parte dei milanesi non sa, ancora oggi, che cosa sia il Pac: come hanno fatto a individuarlo i boss palermitani, non proprio dei grandi esperti d’arte contemporanea? I buchi nell’indagine
Ecco. I buchi aperti nell’indagine partono da qui. Il Pac: com’è stato scelto l’obiettivo? Da chi? E ancora: era davvero l’obiettivo? Tutte le bombe del 1993 sono rivolte a musei, monumenti, luoghi d’arte. Certo che a Milano, nel campo, c’è di meglio: il Teatro alla Scala, per esempio, non troppo lontano dal Pac. A poca distanza c’è anche il Palazzo dei giornali di piazza Cavour, dove avevano sede il Giorno, la Stampa, l’Ansa. Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza rivela: “A Milano sorsero problemi e l’obiettivo venne mancato di 150 metri”. In via Palestro 6 c’era il Centro europeo di comunicazione, una sede massonica che faceva riferimento al Gran Maestro Giuliano Di Bernardo. Lì vicino c’era una sede coperta dei Servizi segreti. E al numero 14 della vicinissima via Senato ci sono gli uffici di Marcello Dell’Utri. La bomba-segnale scoppiata in via Palestro, che probabilmente doveva esplodere senza fare morti, serviva a mandare messaggi agli uomini dei servizi? A quelli della massoneria? A una vecchia conoscenza di Cosa nostra, Marcello Dell’Utri?
A tutte queste domande non c’è ancora risposta. Le inchieste hanno accertato che l’esplosivo per via Palestro, 100 chili circa di tritolo (dello stesso tipo di quello di Firenze) arriva da Palermo il 23 luglio, su un camion. A bordo ci sono l’autista Pietro Carra e Cosimo Lo Nigro, l’artificiere di Cosa nostra che insegna come dar fuoco alla miccia: “Noi l’accendiamo con un sigaro”. Dalle indagini emerge che coinvolti nell’operazione via Palestro sarebbero Giovanni Formoso e suo fratello Tommaso, Vittorio Tutino e suo fratello Filippo Marcello, oltre a Carra, Lo Nigro, Spatuzza e Francesco Giuliano. Il tritolo viene tenuto per alcuni giorni in un ex pollaio, poi viene caricato su una Fiat Uno rubata da Spatuzza in via Baldinucci, quartiere Bovisa. Infine portato in via Palestro per il gran botto. Restano aperti molti dubbi, specie dopo le nuove rivelazioni di Spatuzza. L’esplosivo viene tenuto nel pollaio di una cascina di Caronno Pertusella (“Abbiamo dormito in un pulciaio”, dicono Lo Nigro e Giuliano), come dicono le sentenze? Oppure ad Arluno, dove abita Tommaso Formoso? Tommaso è stato usato dal fratello, ma senza sapere della strage? É dunque un condannato innocente? E Vittorio Tutino, definitivamente assolto e non più processabile, è invece colui che ha acceso la miccia? Chi guida l’auto fino al Pac? Filippo Marcello Tutino, che abitava a Milano ed era forse l’unico che conosceva la città? C’è qualche altro basista a Milano? Non ne sapevano proprio niente gli uomini di Cosa nostra a Milano guidati da Robertino Enea, che aveva una base proprio in via Baldinucci alla Bovisa? Vent’anni aspettando risposte
Le menti dell’operazione sono i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i boss palermitani di Brancaccio. La notte del 27 luglio sono in una villa di Forte dei Marmi, in Versilia. Il soggiorno è pagato da un imprenditore milanese, Enrico Tosonotti, che gestisce una scuderia dell’ippodromo e che ha contatti con Marcello Dell’Utri. I Graviano sono arrestati un anno dopo, il 27 gennaio 1994, mentre sono a cena nel ristorante “Gigi il Cacciatore” di Elio Boi. Con loro, le fidanzate Rosalia e Francesca e due amici: Salvatore Spataro e Giuseppe D’Agostino, mafiosi di Brancaccio. D’Agostino racconta che era “salito a Milano” perché gli era stato promesso un lavoro all’Euromercato (allora di proprietà di Silvio Berlusconi) e perché suo figlio doveva entrare, grazie a Marcello Dell’Utri, nei pulcini del Milan. Ecco un’altra serie di domande ancora senza risposta: che rapporti c’erano tra i Graviano e Dell’Utri? E tra Dell’Utri e due imprenditori di Milano grandi amici di Vittorio Mangano, Natale Sartori e Antonino Currò, a loro volta in contatto con i fratelli Enrico e Alessandro Di Grusa? Vent’anni dopo, la memoria aspetta risposte.
Articolo del 26 Luglio 2014 da articolotre.com
La strage dimenticata di via Palestro: 21 anni di ombre e misteri
Erano anni particolari. L’Italia stava facendo i conti con Tangentopoli e con le stragi. Falcone e Borsellino erano stati ammazzati da poco più di un anno; una ferita ancora aperta per tutti gli italiani che, frattanto, assistevano al disfacimento della Prima Repubblica. Erano anni in cui tutto il marcio della storia del Paese sembrava in procinto di emergere, invece si insinuava ancora più a fondo. Erano anni in cui istituzioni e poteri deviati scendevano a compromessi, gli anni della cosiddetta trattativa Stato-mafia. Il ’93, nello specifico, era l’anno in cui Cosa Nostra abbandonava la Sicilia per trasferirsi in continente.
Attentare al patrimonio artistico e culturale di un Paese, significa annientarlo. Toglierne la storia, l’identità. “Ti immagini se l’Italia si sveglia e non trova più la Torre di Pisa?”, aveva detto Nino Gioè, nel tentare di convincere la mafia a procedere con gli attentati per tutta la Nazione. A dargli l’idea, forse, la Primula Nera, l’ex terrorista nero e legato ai servizi segreti, Paolo Bellini. Una serie di attentati che avrebbero spinto le istituzioni a cedere alle richieste di Cosa Nostra, rispettare i patti presi, accelerare sui tempi.
Il 27 maggio, ad essere colpita fu Firenze. In via dei Georgofili, a pochi passi dagli Uffizi, trovarono la morte cinque persone. Due mesi dopo, la notte del 27 luglio, altre tre bombe deflagrarono: due si trovavano a Roma, presso le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. La terza esplose a Milano, in via Palestro: il Pac, il Padiglione d’Arte Contemporanea, fu distrutto. A perdere la vita, anche in questo caso, cinque persone: i tre Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, il vigile urbano Alessandro Ferrari e il cittadino del Marocco Moussafir Driss, che dormiva su una panchina a pochi passi dal luogo dell’esplosione.
Un incidente: così vennero definite quelle vite spezzate. Quella sera, a detta di Cosa Nostra, non dovevano registrarsi vittime. Solo che qualcosa non era andato secondo i piani. Non solo, infatti, la Fiat Uno caricata con 90 chili di tritolo esplose un’ora prima del previsto, ma, inoltre, aveva cominciato a perdere fumo dal cofano. Un segnale che preoccupò alcuni passanti, i quali preferirono avvertire le forze dell’ordine e i soccorsi. Quando però le autorità giunsero sul luogo, l’autobomba esplose e lasciò in vita solo Catia Cucchi, la vigilessa che era di pattuglia con Ferrari. Erano le 23.14 e il Pac era ancora in piedi.
Le persone si riversarono in strada e corsero in via Palestro per capire cosa fosse accaduto. Uscirono dai ristoranti, dai bar, e si diressero sul luogo dell’esplosione. Ben pochi, nei paraggi, non lo fecero. Uno in particolare: Roberto Enea, capo di Cosa Nostra a Milano, che si trovava all’interno di una sala da biliardo nei pressi del Pac. Quando scoppiò l’inferno, tutti gli avventori del locale, monitorato dalla Dia, uscirono per controllare cosa fosse accaduto. Lui no: le telecamere degli investigatori lo ripresero mentre, frettolosamente, si allontanava nella direzione opposta. Un atteggiamento sospetto, eppure il suo nome non finì mai nell’inchiesta.
Esattamente come non vi finì mai la “bionda”: una donna che era stata avvistata a Roma, poco prima dell’attentato di via Fauro, a Roma, il cui bersaglio era Maurizio Costanzo. Lei, descritta come magra e bella, fu vista anche quella sera a Milano: secondo due testimoni era stata lei a parcheggiare la Fiat Uno in via Palestro.
Fu lei, forse, a sbagliare anche posizione: come rivelò anni dopo Spatuzza, “a Milano l’obiettivo venne mancato di 150 metri”. Non era il Pac a interessare Cosa Nostra.
Essenziale, in questo senso, visualizzare almeno mentalmente, la mappa della zona: attorno a via Palestro si affacciavano importanti strutture, il cui danneggiamento avrebbe rappresentato chiarissimi segnali, forse addirittura più espliciti della deflagrazione del Padiglione -il quale, alle 4.30 del mattino, a causa di una sacca di gas sotterranea, venne comunque raso al suolo da una seconda, immane, esplosione.-
In primis, a circa cento metri dal museo, si sarebbe trovata una sede massonica: il Centro Europeo di comunicazione, guidato dal Gran Maestro Giuliano Di Bernardo. Poco distante, poi, vi era presumibilmente un ufficio dei Servizi Segreti. E ancora: nei pressi, si trovavano gli uffici di Marcello Dell’Utri, oggi imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, a causa dei suoi rapporti comprovati con membri di Cosa Nostra.
Subito, sul posto, giunsero i pm milanesi, ma ben presto il caso passò in mano alla procura fiorentina: l’esplosivo utilizzato nell’attentato era lo stesso di quello utilizzato in via dei Georgofili. Si parla del tritolo confezionato da Giuliano, Lo Nigro e Spatuzza all’interno del rudere di Mangano. Una prova chiarissima dello stampo mafioso dell’eccidio: eppure, nella sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Firenze, i giudici scrivevano come la strage milanese fosse “rimasta praticamente oscura nelle modalità di esecuzione e, in parte, negli autori.”
Fu necessario attendere il verdetto d’appello per conoscerne qualcuno: “Antonino Mangano, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Gaspare Spatuzza. Alle persone sopra dette, indicate dai collaboratori, vanno aggiunte Giacalone Luigi, Benigno Salvatore e gli stessi Antonio Scarano e Grigoli Salvatore e Pietro Carra”.
Spatuzza ne aggiunse altri: spiegò come l’esplosivo fosse stato consegnato il 23 luglio e trasportato su un camion guidato da Carra e Lo Nigro a Milano, dove, a prender parte all’attentato, vi erano anche Giovanni Formoso e i fratelli Filippo Marcello e Vittorio Tutino. Quest’ultimo, pur essendo condannato per le stragi di Firenze e Roma, è stato assolto in via definitiva per quella di Milano, così che non potrà più essere chiamato alla sbarra. Il fratello, Filippo Marcello, è stato arrestato solo nel gennaio scorso.
Secondo Spatuzza, le menti dell’operazione furono i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Quella notte, però, si trovavano a Forte dei Marmi, ospiti dell’imprenditore milanese Enrico Tosonotti, in rapporti con Dell’Utri. Furono arrestati sei mesi dopo, il 27 gennaio del ’94, scoperti in un ristorante con le fidanzate e due amici, Salvatore Spataro e Giuseppe D’Agostino, entrambi mafiosi di Brancaccio. Tra i due è D’Agostino a richiamare in causa, ancora una volta, Dell’Utri: era salito a Milano, a suo dire, perché gli era stato promesso un lavoro all’Euromercato -ai tempi gestito da Berlusconi- e perché suo figlio era in procinto di entrare nei pulcini del Milan. Ovviamente grazie al braccio destro del futuro premier.
Triangolazioni e punti oscuri che, ancor’oggi, a 21 anni dalla strage, non trovano risposta. L’eccidio di via Palestro è l’attentato di Cosa Nostra meno conosciuto e più misterioso. Ha faticato addirittura ad essere considerato tale: soltanto un anno fa, d’altra parte, la targa che spiccava sulla strada, e che recitava: “vittime innocenti per un vile attentato”, è stata sostituita con un più opportuno e credibile: “strage mafiosa per ricattare lo Stato”.
Articolo del 30 settembre 2014
Il killer dei Graviano è stato citato come teste a Milano contro Filippo Marcello Tutino, accusato dai pm di aver fornito supporto al gruppo che la sera del 27 luglio ’93 fece esplodere l’autobomba uccidendo 5 persone
Strage via Palestro, il pentito Di Carlo: “Misi i servizi in contatto con Riina”
L’ex boss di Altofonte depone al processo per la bomba del 1993 a Milano. E ribadisce le visite in carcere da parte di 007 interessati “a mandare Falcone via da Palermo”. Presente anche il superpoliziotto Arnaldo La Barbera. L’ex terrorista nero Bellini: “Mori mi infiltrò in Cosa nostra”
Agenti dei servizi segreti italiani fecero visita al boss mafioso Francesco Di Carlo mentre era detenuto in Inghilterra per narcotraffico. L’obiettivo? “Mi chiesero se potevano avere un contatto a Palermo“. Di Carlo, negli anni ’70 e ’80 padrino di Altofonte con buone entrature nei servizi e dal ’96 collaboratore di giustizia, mette in fila i ricordi degli anni precedenti alle bombe del ’92-’93 e parla di strani incontri e inquietanti richieste da parte della nostra intelligence a Cosa Nostra. Lo fa come testimone in videoconferenza dal carcere, durante il processo a Milano sulla strage di via Palestro a carico di Filippo Marcello Tutino, che secondo le indagini coordinate dal pm Paolo Storari avrebbe rubato la Fiat Uno che saltò in aria il 27 luglio 1993 davanti al Padiglione d’arte contemporanea uccidendo cinque persone. Per il pentito, la trasferta degli agenti avvenne fra il 1988 e il 1989. Tra gli 007 – racconta – c’era l’allora capo della Squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, il “super poliziotto” – morto nel 2002 – messo a capo del pool di investigatori che, all’indomani della strage di via D’Amelio, doveva dare la caccia agli attentatori. Indagini, si scoprirà in seguito, depistate dal falso pentito Vincenzo Scarantino e sulle quali si sta celebrando a Caltanissetta il processo per fare luce sulla morte di Paolo Borsellino e degli uomini della scorta.
Di Carlo collegato con l’aula di Milano racconta al difensore di Tutino, l’avvocato Flavio Sinatra, di aver messo in contatto gli 007 “con l’imprenditore Ignazio Salvo e poi con Salvatore Riina“. Ma non è la prima volta che l’ex boss di Altofonte parla della strana visita ricevuta mentre si trovava dietro le sbarre in Inghilterra. Lo aveva già fatto durante il processo sulla Trattativa a gennaio 2014, nel quale raccontò anche di aver avuto stretti legami con il generale Vito Miceli, iscritto alla P2 e a capo del Servizio segreto della difesa negli anni ’70, e con il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi. Ai giudici palermitani precisò che gli agenti erano tre: oltre a La Barbera, c’era un certo Giovanni, forse dell’esercito, e una persona inglese. “Giovanni – raccontò in aula il pentito – mi disse che si doveva procedere a fare andare via Falcone da Palermo” perché “stava facendo grossi danni” con le sue indagini. Anche in quella occasione Di Carlo fissò l’incontro a cavallo tra l’88 e l’89, dunque prima del fallito attentato all’Addaura, ma sottolineò che gli 007 “non mi hanno mai parlato di volere uccidere Falcone, ma solo di farlo andare via da Palermo: io a quel punto mandai un biglietto a Salvo Lima, e scrissi che questi amici potevano essere utili a tutti, perché avevano anche promesso di aiutarmi”.
Il boss nell’aula di Milano torna sulla stagione ’92-’93: “Quando ho lasciato Cosa Nostra non si parlava di stragi, era un’associazione un po’ più ‘equilibrata’”. Gli attentati a Falcone e Borsellino e i massacri in Continente – è convinto – vennero “suggeriti da qualcuno”, e avevano l’obiettivo “di destabilizzare il sistema, mandare via Falcone da Palermo e contrastare il regime del 41 bis“. Ma dalla testimonianza di Di Carlo emerge un altro personaggio oscuro di quegli anni: il mafioso Antonino Gioè, che partecipò alla mattanza di Capaci e lasciò una strana lettera in carcere prima di essere ritrovato impiccato. L’ex boss di Altofonte sostiene di essere stato un gancio anche tra lui e altri 007 italiani.
E di Gioè parla anche l’ex estremista di destra vicino ai servizi Paolo Bellini, anche lui ascoltato come teste per la strage di via Palestro in collegamento video dal carcere. “Dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino – dice – incontrai il maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta e chiesi di potermi infiltrare in Cosa Nostra”. Secondo Bellini, il via libera all’operazione arrivò dal generale Mario Mori, imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Davanti ai giudici milanesi Bellini ricorda di aver stretto rapporti con Gioè e parla di un colloquio con lui sul “cambio di strategia” della mafia corleonese negli anni ’90: non bisognava più colpire le istituzioni e i suoi uomini, ma il patrimonio artistico dello Stato. Un passo verso questo cambio di rotta, come hanno spiegato altri collaboratori, consisteva in un attentato alla torre di Pisa. “Gioè mi disse ‘che ne diresti se un giorno scomparisse la torre di Pisa”, ricorda Bellini. “Io gli risposi che avrebbero creato un danno notevole al Paese anche a livello internazionale”.
Articolo del 17 settembre 2015
L’attendibilità di un pentito non basta per condannare il presunto basista dell’attentato al Padiglio d’arte contemporanea: lo sostengono giudici della corte d’assise di Milano, motivando la sentenza con cui avevano assolto il mafioso palermitano
Non basta la testimonianza di un collaboratore di giustizia, seppure attendibile, per condannare il basista di una strage. Lo sostengono i giudici della corte d’assise di Milano, motivando la sentenza con cui lo scorso 26 giugno avevano assolto Filippo Marcello Tutino, accusato dal pentito Gaspare Spatuzza di avere partecipato alla strage di via Palestro, quando il 27 luglio 1993. Quella sera, davanti al Padiglione d’Arte Contemporanea del capoluogo lombardo, venne fatta deflagrare un’auto imbottita di esplosivo, che uccise 5 persone ferendone 12 . Secondo l’accusa, Tutino avrebbe partecipato al furto dell’auto e avrebbe fornito supporto logistico agli esecutori materiali.
Tesi smentita dai giudici della corte d’Assise, presieduta da Guido Piffer, che infatti scrivono nelle motivazioni dell’assoluzione: “le dichiarazioni rese da Gaspare Spatuzza in ordine alla strage di via Palestro, aventi anche carattere autoaccusatorio, appaiono connotate da attendibilità intrinseca in base ai criteri di precisione, coerenza, costanza e spontaneità”. Mentre “appaiono infondate le contrarie deduzioni della difesa dell’imputato”.
L’attendibilità di Spatuzza accertata anche nell’ambito di altri procedimenti sulle stragi compiute da Cosa Nostra, però, “non si deve confondere con la verifica della sussistenza dei necessari riscontri alle dichiarazioni del collaboratore”. Nessuno tra gli elementi forniti da Spatuzza sul coinvolgimento di Tutino i giudici “assume un valore decisivo di riscontro individualizzante” a carico dell’imputato. Così come “nessun concreto elemento è ricavabile dalle dichiarazioni” di altri collaboratori di giustizia. Nonostante la “provata appartenenza” a Cosa Nostra, quindi, i giudici hanno assolto Tutino dall’accusa di strage con la formula “per non aver commesso il fatto”. Il pm della Dda di Milano Paolo Storari, che aveva chiesto la condanna all’ergastolo, presenterà ricorso in appello. Tutino è detenuto nel carcere di Opera per la condanna inflitta dal gup di Palermo a 10 anni e otto mesi di reclusione dopo essere stato riconosciuto affiliato alla famiglia mafiosa dei Brancaccio.
Articolo del 25 aprile 2018
C’è la nuova indagine sulle stragi del 1993 , quella riaperta dalla procura di Firenze per indagare su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. E l’ultima intervista di Paolo Borsellino, che due giorni prima della strage di Capaci parlava dei rapporti tra il leader di Forza Italia, il suo storico braccio destro e Vittorio Mangano. Ci sono le intercettazioni in carcere del boss Giuseppe Graviano, registrato mentre parla di una “cortesia” da fare con “urgenza” a qualcuno che “voleva scendere già nel 1992” ma “era disturbato” perché “lo volevano indagare“. E poi c’è una sentenza che, tra le altre cose, condanna boss e uomini dello Stato a risarcire l’associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili. Perché tre alti ufficiali dei carabinieri, seppur condannati per la Trattativa, dovrebbero pagare i danni ai parenti di cinque persone uccise da Cosa nostra?
Un punto di partenza – Saranno i giudici della corte d’Assise di Palermo a spiegarlo. Autori di una decisione storica ma che non è né una sentenza definitiva e neanche un punto d’arrivo: tutt’altro. Perché le sette condanne emesse alla fine del processo sul patto tra pezzi delle Istituzioni e la mafia sono soltanto una tessera di un puzzle molto più complesso. E ancora tutto da costruire. D’altra parte è proprio questo il senso del commento del pm Nino Di Matteo: “La sentenza – ha detto il magistrato – rappresenta un accertamento giudiziario che può anche essere un punto di partenza per ulteriori indagini sulle stragi che probabilmente non furono opera solo di uomini di Cosa nostra“.
I mandanti al volto coperto – Dopo le condanne emesse dalla corte palermitana tornano quindi d’attualità le piste investigative sulle entità esterne alla mafia che giocarono un ruolo nel biennio al tritolo capace di cambiare per sempre la storia d’Italia. Sono i cosiddetti mandanti a volto coperto, evocati da diversi pentiti ma mai individuati da alcuna indagine. Per questo motivo la procura di Firenze ha di recente iscritto nel registro degli indagati i nomi di Dell’Utri e Berlusconi, accusati di nuovo di concorso nelle stragi del 1993 dopo le archiviazioni del 2011. Valutano di tornare a indagare a loro volta anche i pm di Caltanissetta, che invece sono competenti per le gli eccidi di Capaci e via d’Amelio nel 1992.
Le condanne – Tutti fatti citati dall’indagine sulla Trattativa, ma che non riguardano le imputazioni del processo che si è appena concluso in primo grado. Se l’inchiesta ripercorre un periodo storico che va dal 1989 e il 1996, infatti, la sentenza dei giudici presieduti da Alfredo Montalto è circoscritta al 1993 e al 1994. Per l’anno che sancì la fine della Prima Repubblica sono stati condannati i boss Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e i carabinieri Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni. Per quello che vide la nascita della Seconda, invece, è stato riconosciuto colpevole il fondatore di Forza Italia. Sono tutti accusati di violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato: sarebbero diventati, cioè, gli intermediari del ricatto di Cosa nostra nei confronti del governo. Anzi dei governi: quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi nel caso degli ex vertici del Ros, quello di Silvio Berlusconi per Dell’Utri. Sono quei tre esecutivi le parti lese del processo: per questo motivo i boss, i militari e il fondatore di Forza Italia dovranno risarcire la presidenza del consiglio dei ministri con dieci milioni di euro.
“Carabinieri risarciscono parenti delle vittime” – Ma nel dispositivo della sentenza c’è scritto anche altro. C’è scritto, per esempio, che Bagarella, Cinà, Mori, De Donno e Subranni sono condannati “in solido tra loro al risarcimento dei danni, da liquidarsi davanti al competente giudice civile, in favore della parte civile Associazione tra familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili“. Proprio la sentenza della corte d’Assise di Firenze sul botto del 27 maggio 1993 parla di una trattativa che “indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia”. Adesso saranno i giudici siciliani che dovranno motivare perché quei rappresentanti delle Istituzioni devono risarcire i parenti dei vittime uccise da un’autobomba di Cosa nostra. Vuol dire per caso che l’interlocuzione aperta dai militari con la Cupola convinse i boss mafiosi a continuare la strategia delle bombe? Sarà la corte d’Assise a doverlo spiegarlo nelle motivazioni.
Un pentito di Stato – “I carabinieri che hanno trattato sono stati incoraggiati da qualcuno. Noi non riteniamo che il livello politico non fosse a conoscenza di quel che accadeva. Ci vorrebbe un pentito di Stato, uno delle istituzioni che faccia chiarezza e disegni in modo ancora più completo cosa avvenne negli anni delle stragi”, è un’altra riflessione di Di Matteo. Per il sostituto procuratore (ora in servizio alla Direzione nazionale antimafia) e i suoi colleghi della pubblica accusa i contatti tra i militari e don Vito Ciancimino nel giugno del 1992 hanno ingenerato in Riina la convinzione che la strada delle bombe fosse quella da seguire. È per questo motivo che il 19 luglio del 1992, a soli 56 giorni dall’assassinio di Giovanni Falcone, la mafia decide di eliminare anche Paolo Borsellino? Perché il giudice palermitano era contrario alla Trattativa ed era stato esposto a Cosa nostra come obiettivo da elminare, come ipotizzato dalla procura di Palermo e anche dalla figlia Fiammetta? O perché aveva deciso di andare in fondo all’inchiesta su mafia e appalti in Sicilia, come sostengono i carabinieri del Ros?
I depistaggi su via d’Amelio – Di sicuro c’è solo che la strage di via d’Amelio rimane ancora oggi una delle più oscure in un periodo già di per sé non certamente nitido. Sul botto che uccise Borsellino e cinque agenti di scorta sono stati celebrati quattro processi e le indagini furono depistate dalle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino. I giudici dell’ultimo procedimento aperto sulla strage hanno applicato al balordo della Guadagna il comma terzo dell’articolo 114 del codice penale: l’attenuante cioè della “determinazione al reato” che, diminuendo la pena prevista per la calunnia, ha fatto scattare la prescrizione. In pratica Scarantino è stato indotto a fare le sue false accuse. Già, ma da chi? Anche in questo caso bisognerà attendere le motivazioni, che a un anno dalla sentenza non sono ancora state depositate dai giudici nisseni.
La cortesia a Berlusca – Gli inquirenti palermitani, invece, hanno collegato alla strage di via d’Amelio le intercettazioni in carcere di Giuseppe Graviano, sulle quali si è consumato un duello a colpi di perizie tra l’accusa e la difesa di Dell’Utri: a decidere chi ha ragione saranno i periti di Caltanissetta. “Nel ’92 lui già voleva scendere. Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa“, ha detto il boss di Brancaccio E poi: “Lui era disturbato (…) lo volevano indagare (…) mi ha chiesto questa cortesia per questo c’è stata l’urgenza”, dice registrato in carcere il mafioso palermitano. Chi è che voleva scendere? Forse Berlusconi, visto che per i pm Graviano sembra dire proprio la parola “Berlusca” (per la difesa direbbe invece “bravissimo)? E dove voleva scendere? Forse in politica nonostante all’epoca fosse ancora in piedi la Prima Repubblica? E perché Graviano dice che questo ignoto personaggio “era disturbato” e “lo volevano indagare“? Per provare a rispondere a questa domanda, nei mesi scorsi gli investigatori sono andati a recuperare l’intervista rilasciata da Borsellino al giornalista Fabrizio Calvi il 21 maggio del 1992.
L’intervista scomparsa – È quella commissionata da Canal Plus, che in quel momento si sentiva minacciata dall’attività imprenditoriale di Berlusconi in Francia, e poi mai mandata in onda neanche dopo l’omicidio di Borsellino. “C’era un interesse di Canal Plus per Berlusconi e la mafia. Questo perché Berlusconi era azionista di La Cinq e la voleva trasformare in una tv criptata, entrando in concorrenza diretta con Canal Plus. Il problema è che quando il film era finito, per Canal Plus non era più una storia utile: La Cinq era fallita, Berlusconi non investiva in Francia e loro non volevano più sentirne parlare”, ha raccontato Calvi al fattoquotidiano.it. In quel colloquio con Borsellino il giornalista italo francese registra per la prima volta le dichiarazioni del magistrato su Mangano, lo stalliere di Arcore. “Borsellino parla di inchieste in corso a Palermo su Dell’Utri, è quella era per me era una novità. C’erano procedimenti su Mangano ma a Milano, non si sapeva niente di indagini aperte a Palermo”, ha raccontato sempre Calvi. E in effetti formalmente la prima indagine su Dell’Utri a Palermo risale al 1994, e cioè due anni dopo quell’intervista mai andata in onda: di quale inchiesta parla, quindi, Borsellino già nel maggio del 1992? Di sicuro c’è solo che meno di due mesi dopo aver incontrato Calvi, il giudice salta in aria. E a schiacciare il telecomando che fece esplodere la Fiat 126 ci sarebbe stato – secondo il pentito Gaspare Spatuzza – proprio Graviano. È questa la “cortesia” di cui parla il capomafia di Brancaccio? E quale sarebbe stata l’urgenza? Forse le indagini di Borsellino su Mangano?
Graviano dixit – Interrogato sull’argomento al processo Trattativa, Graviano si è appellato alla facoltà di non rispondere visto che è a sua volta indagato per violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato. Non ha detto nulla anche su un’altra intercettazione captata in carcere: quella in cui parla delle stragi del 1993. “Nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia. Loro dicono che era la mafia”, racconta riferendosi ai botti di Firenze, Milano e Roma, quando per la prima volta Cosa nostra – che nel frattempo è passata sotto la guida di Leoluca Bagarella – colpisce fuori dalla Sicilia. Eccidi che, dopo la sentenza della corte d’Assise, sono da considerarsi a tutti gli effetti messaggi diretti a Palazzo Chigi. “Lo sai cosa scrivono nelle stragi? Nelle sentenze delle stragi, che poi sono state assoluzione la Cassazione e compagnia bella: le stragi si sono fermate grazie all’arresto del sottoscritto“, è un’altra intercettazione di Graviano depositata al processo. Il boss di Brancaccio viene arrestato il 27 gennaio del 1994, ventiquattro ore dopo che Berlusconi ufficializza la sua discesa in campo: da allora non un solo colpo sarà sparato nella Penisola, mentre Cosa nostra comincia a fare campagna elettorale per Forza Italia.
La guerra civile – È per questo motivo che gli investigatori hanno collegato quelle conversazioni al fallito attentato dello stadio Olimpico, che doveva essere compiuto nelle prime settimane del 1994. È il “colpetto” che secondo il pentito Spatuzza si doveva dare per ordine dello stesso Graviano. Il collaboratore ha raccontato di aver incontrato il suo capomafia a Roma il 21 gennaio 1994. “Incontrai Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. Poi mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di Canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani. E per Paese intendo l’Italia. Quindi mi spiega che grazie a queste persone di fiducia che avevano portato a buon fine questa situazione, che non erano come quei quattro crasti (cornuti ndr) dei socialisti”. A quel punto arriva la richiesta: “Graviano mi dice che l’attentato ai carabinieri si deve fare lo stesso perché gli dobbiamo dare il colpo di grazia”.
Cosa nostra come service dell’orrore – Il riferimento è proprio al fallito attentato allo stadio Olimpico contro il pullman dei carabinieri che mantengono l’ordine pubblico durante le partite di calcio. Sarebbe stata la strage numero otto in poco più di un anno e mezzo: numeri da guerra civile. Capaci, via d’Amelio, Roma, Firenze, Milano, ancora Roma (due ordigni senza vittime davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro, la notte del 28 luglio del 1993) e poi appunto il fallito attentato allo stadio: nel periodo in cui i giudici hanno considerato provata la Trattativa, l’Italia è stata praticamente bombardata. La strage numero uno – in ordine cronologico – è quella di Capaci: Falcone poteva essere facilmente assassinato a Roma ma a un certo punto Riina decise di fare le cose in maniera diversa. Dice il pentito Spatuzza: “La genesi di tutto è quando si decise di non uccidere più Falcone a Roma con quelle modalità e si torna in Sicilia: lì cambia tutto e poi non c’è solo mafia”. Resta da capire cosa ci sia stato oltre la mafia: se davvero, cioè, le stragi degli anni ’90 ebbero dei committenti esterni. E se alla fine Cosa nostra non abbia giocato un ruolo da service dell’orrore: metteva le bombe per destabilizzare il Paese. Ma solo perché alla fine qualcun altro potesse arrivare a stabilizzarlo. Questa, però, è solo un’ipotesi nera. Per renderla una storia reale, o anche soltanto un formale atto d’accusa, occorrono – appunto – altre indagini.
Articolo del 27 Luglio 2018
Alle 23.15 del 27 luglio del 1993 in via Palestro un’autobomba esplose nei pressi del Padiglione d’Arte Contemporanea, uccidendo cinque persone. “Siamo qui per ribadire che a Milano la mafia ci prova ma non ce la fa” ha detto il primo cittadino. “Il ricordo di quella terribile notte ci conferma che non si può mai abbassare la guardia” sottolinea il presidente della Lombardia Attilio Fontana
Alle 23.15 del 27 luglio del 1993 un boato scosse Milano. In via Palestro un’autobomba esplose nei pressi del Padiglione d’Arte Contemporanea, uccidendo cinque persone. “Sono passati 25 anni, ma la memoria è ancora molto viva” ha detto il sindaco Giuseppe Sala durante la cerimonia di commemorazione delle vittime della strage. A quell’epoca più arrogante che mai, Cosa Nostra lanciò in una sola notte il suo monito allo Stato con cinque morti, centinaia di chili di tritolo e un atto di terrore nella città simbolo del potere economico. Ma Milano “ricorda anche con estrema ostinazione che la vicenda processuale è ancora molto lontana da una conclusione – ha aggiunto Sala – che sia almeno accettabile. Grazie ai collaboratori di giustizia sono stati individuati gli esecutori materiali e i fiancheggiatori, ma sono ancora ignoti gli ispiratori. È inaccettabile che dopo 25 non ci sia piena luce, una sconfitta per una Milano”.
“Accanto alla memoria dobbiamo continuare con l’impegno milanese nella lotta alla mafia – ha detto ancora il Sindaco – Si tratta di una lotta complessa che richiede un afflato civile forte e una passione vera. Anche oggi noi siamo qui per ribadire che a Milano la mafia ci prova ma non ce la fa, perché è il contrario della mafia”. Dopo la commemorazione e la deposizione delle corone si è tenuto un convegno sulle stragi mafiose nella sede del Pac a cui ha preso parte anche il magistrato del pool antimafia di Palermo Francesco Del Bene. “Ho lavorato per 20 anni a Palermo. Il nostro dovere come magistrati è quello di individuare le responsabilità penali ma è inaccettabile che oggi non sappiamo con certezza chi ha voluto queste stragi – ha sottolineato -. Nel ’93 la mafia decise di colpire le città simbolo d’Italia, Firenze, Roma, Milano perché voleva mandare un messaggio allo Stato”. “È evidente che qualcuno ad alto livello ha ispirato Cosa Nostra – ha concluso – che è stato il braccio armato di apparati che noi dobbiamo cercare di individuare”.
Prima di quel 27 luglio, l’Italia era già stata imbottita di tritolo e terrore: il 14 maggio un’autobomba diretta a colpire Maurizio Costanzo era scoppiata in via Fauro a Roma, il 22 maggio un’altra simile deflagrazione a Firenze in via dei Georgofili vicino agli Uffizi aveva ucciso cinque persone e il 2 giugno, davanti a Palazzo Chigi, era stata trovata una Fiat 500 imbottita di esplosivo. Era l’anno del governo Ciampi, della dissoluzione della Dc, Mani Pulite e soprattutto delle bombe ai luoghi d’arte, che seguiva quello delle stragi di Capaci e via D’Amelio del ’92. E a Milano la notte del 27 luglio 1993 stava terminando una settimana difficile, dopo il suicidio del presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, e poi dell’imprenditore Raul Gardini.
A via Palestro l’auto carica di tnt andò in pezzi alle 23.15 e il boato fu sentito in tutta la città. Nascosto nella Fiat Uno parcheggiata davanti al Padiglione di Arte Contemporanea c’era tanto di quel tritolo che il motore della macchina fu trovato quasi a 300 metri. Intorno a quell’auto c’erano un vigile urbano, Alessandro Ferrari, tre vigili del fuoco, Carlo La Catena, Stefano Picerno e Sergio Pasotto, avvertiti poco prima da una telefonata anonima che aveva segnalato “del fumo uscire da una Fiat Uno parcheggiata in via Palestro”, e Moussafir Driss, un marocchino che stava dormendo su una panchina dei giardini pubblici: nel momento stesso in cui il vigile urbano Alessandro Ferrari, 29 anni, cercò di aprire la portiera di quell’auto grigia, tutti e cinque furono investiti in pieno dalla scoppio.
Mezzora dopo toccò a Roma, che fu svegliata nella notte dalle esplosioni di altre due Fiat Uno, anch’esse cariche di pentrite e T4. Le macchine, rubate, erano state piazzate in pieno centro: una davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano, tre minuti dopo la mezzanotte, l’altra a San Giorgio al Velabro, a pochi metri dal Campidoglio e dai Fori Imperiali, a distanza di quattro minuti dall’altra. Per fortuna nessuno morì, ma ci furono 22 feriti e gravi danni alle chiese. In entrambe le città uno dei protagonisti dell’operazione di terrore fu Gaspare Spatuzza, che dopo anni decise di collaborare con la giustizia. L’obiettivo “erano i monumenti, non le vite umane. Quello che avvenne erano conseguenze non cercate“, disse poi Spatuzza in tribunale vent’anni dopo coinvolgendo Filippo Marcello Tutino, che secondo le sue dichiarazioni avrebbe avuto il ruolo di basista in via Palestro. Ma questo non è mai stato provato: solo qualche giorno fa la Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’Assise in Appello, assolvendo Tutino definitivamente. Le accuse però non sono cadute per i fratelli Formoso e i Graviano, oltre alle condanne per Riina, il super latitante Messina Denaro, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella fino allo stesso Spatuzza.
“Oggi come allora – ha detto il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana – il ricordo di quella terribile notte ci conferma che non si può mai abbassare la guardia nella lotta a qualunque forma di criminalità. Un compito che chi rappresenta le istituzioni ha il dovere di far diventare centrale nella propria azione di governo”. La commemorazione continuerà in serata, a partire dalle ore 21, con letture, musiche e testimonianze di persone che quella notte rimasero ferite e con gli interventi del vicesindaco Anna Scavuzzo e del presidente della Commissione consiliare Antimafia David Gentili. Alle ore 23.15 il suono della sirena inviterà tutti i presenti a un momento di raccoglimento, nell’attimo esatto in cui l’auto imbottita di tritolo esplose esattamente davanti al Pac. Per tutta la giornata, fino alle 24, sarà possibile visitare il Pac con ingresso gratuito.
27 luglio 1993Alessandro Ferrari (30 anni)Carlo La Catena (25 anni)immigratoMilanoMoussafir DrissSergio Pasotto (34 anni)Stefano Picerno (36 anni)Strage di Via Palestrovigile del fuocovigile urbano

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