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Timestamp: 2018-12-14 02:56:09+00:00

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Amministratore di sostegno: è possibile una nomina su tutto?
Pubblicato su 13 Nov 2017 di Studio Duchemino
Si è più volte parlato dei due istituti dell’amministrazione di sostegno e dell’interdizione: si tratta degli strumenti con cui l’ordinamento rende possibile alla persona parzialmente o totalmente incapace di intendere e di volere un supporto nella propria gestione personale e patrimoniale.
E’ possibile nominare un amministratore di sostegno su tutto? Cioè che si occupi di tutti gli aspetti di gestione dell’incapace, nessuno escluso? La risposta è negativa.
Occorre dire che quando si ha un parente incapace di intendere e di volere, con vario livello di incapacità, bisogna muoversi per tempo, prima che la situazione si aggravi notevolmente rendendo inutile ogni intervento successivo, viste anche le lungaggini di queste procedure. Bisogna rivolgersi allo studio legale a Torino, che si occupa proprio di procedimenti relativi alla capacità delle persone, esponendo all’avvocato gli aspetti della vicenda. Quale è il grado di incapacità del parente? Quali atti riesce a compiere da solo?
A settembre 2017, con sentenza Trib. Torino, Sent., 22-09-2017, il Tribunale di Torino ha nuovamente specificato che non è possibile la nomina di un amministratore di sostegno che de facto si occupi di tutte le questioni relative all’incapace, in quanto in tale modo l’interdizione, come istituto, ne verrebbe svuotata del suo contenuto a favore di un istituto – l’amministrazione di sostegno – che dovrebbe salvaguardare la persona relativamente incapace, consentendogli di occuparsi almeno parzialmente di se stessa.
L’avvocato spiega al cliente come il Tribunale imposta il rapporto tra i due istituti:
Un provvedimento di Amministrazione di Sostegno non può che essere strutturato attraverso l’indicazione di singoli atti, o categorie di atti che l’Amministratore di Sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto dell’amministrato ovvero in assistenza del medesimo (artt. 405 nn. 3 e 4 c.c.); per tutti gli altri atti il beneficiario conserva la capacità d’agire e, in ogni caso, può compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana
Infatti, ricorda il Tribunale piemontese:
Invero, un provvedimento di Amministrazione di Sostegno che autorizzi tutti gli atti necessari alla gestione personale e patrimoniale, pare in contrasto con l’interpretazione della Corte Costituzionale, la quale, nella sentenza n. 440/05, ha affermato che l’Amministrazione di Sostegno è strumento applicabile ai soggetti che, pur non presentando una vera e propria infermità mentale, si trovino in condizioni di menomazione fisica o psichica che non li renda completamente incapaci di provvedere ai propri interessi, tanto che il provvedimento di Amministrazione di Sostegno può riferirsi solo ai singoli atti laddove l’interdizione è caratterizzata da un generico e generale ambito di attività (rappresentanza) e, comunque, in nessun caso i poteri dell’amministratore possono coincidere integralmente con quelli del tutore pena la violazione di principi di rango costituzionale, fra i quali quello del c.d “giusto processo”
E’, quindi, evidente, come in relazione al problema procedurale già analizzato, del passaggio in corso di causa dall’interdizione all’amministrazione di sostegno e, viceversa, dell’impossibilità di trasformare l’amministrazione in interdizione, che la scelta va fatta prima oculatamente; il cliente deve rivolgersi allo studio legale spiegando di quali documenti è in possesso e parlarne con il legale, che lo indirizzerà verso l’istituto più confacente, analizzando la documentazione.
Non è, infatti, possibile concepire uno svuotamento dell’interdizione, al punto da concepire una amministrazione di sostegno che sia dotata di un contenuto totalizzante e ablativo di ogni residua possibilità di autogestione dell’incapace, perchè questo sarebbe oltretutto contrario ai valori costituzionali.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 13 novembre 2017
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Come nominare un tutore a Torino?
Pubblicato su 30 Gen 2017 di Studio Duchemino
A tutti capita di avere un parente incapace di intendere e di volere; oppure di chiedersi come nominare un tutore a Torino, una persona che si occupi di chi non è più in grado in nessun modo di amministrarsi da solo.
Anche allo studio legale arrivano richieste di questo tipo. Bisogna sapere, infatti, che laddove un soggetto sia incapace di intendere e di volere, lo Stato mette a disposizione una procedura legale che consente di arrivare alla nomina di un tutore per l’interessato. Lo Studio legale a Torino si occupa, quindi, di avviare e gestire la procedura di tutela, affinché sia nominato un tutore alla persona incapace di intendere e di volere.
E’ bene non rimandare nel tempo la nomina di un tutore. Infatti, molti si pongono il problema quando ormai è troppo tardi e la procedura di nomina del tutore richiede comunque tempi tecnici, essendo una procedura giudiziaria che si svolge davanti al Tribunale di Torino.
Il rischio, infatti, è dover accettare la nomina di un tutore provvisorio, invece che definitivo, oppure di dover portare la persona interessata in Tribunale per l’interrogatorio che serve a vagliare la sua capacità di intendere e di volere.
Perchè incaricare lo studio legale, quindi? Lo studio legale a Torino si occupa, sostanzialmente, di tutte le pratiche burocratiche che servono alla nomina del tutore: predispone gli atti, informa il cliente delle norme, presenta il ricorso in Tribunale, lo notifica agli interessati, gestisce l’udienza …
Nominare un tutore a Torino è facile: è sufficiente rivolgersi allo studio legale, che una volta espletate le formalità, depositerà un ricorso in Tribunale. Il tutore può essere un parente o un estraneo, ciò dipende molto dalla situazione concreta.
A cosa serve la nomina di un tutore a Torino? Serve a garantire all’interessato la nomina di una persona che si occupi di mettere la firma per le questioni patrimoniali e di salute – ad esempio il consenso alle cure -; il tutore una volta nominato prenderà possesso di una guida che gli consente di svolgere l’incarico, relazionando ogni anno al Giudice tutelare.
Se vuoi nominare un tutore a Torino, contatta lo Studio Duchemino, per un preventivo di spesa.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 30 gennaio 2017
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Interdizione e inabilitazione: soppressione vicina?
Pubblicato su 24 Feb 2016 di Studio Duchemino
Il disegno di legge presentato in data 24 gennaio 2014 e ora in discussione in Parlamento prevederebbe, in sostanza, la soppressione dell’interdizione e il rafforzamento dell’amministrazione di sostegno.
Con la proposta di legge n. 1985 della Camera, sono in discussione, infatti, le “Modifiche al codice civile e alle disposizioni per la sua attuazione, concernenti il rafforzamento dell’amministrazione di sostegno e la soppressione degli istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione“.
L’esame del disegno di legge è iniziato il 9 settembre 2015.
Gli operatori pratici sanno che il rapporto tra amministrazione di sostegno e interdizione non è sempre facile; non è facile individuare la gravità della patologia del cliente interdicendo e spesso le lungaggini del procedimento permettono un aggravamento della stessa. Ci siamo già occupati del fenomeno relativo al passaggio da un procedimento all’altro, che consiglia di intraprendere l’interdizione, piuttosto che l’amministrazione di sostegno – https://www.studioduchemino.com//tag/interdizione -. L’amministrazione di sostegno può essere respinta, non consentendo la legge al Giudice un passaggio all’istituto peggiorativo dell’interdizione, con conseguenti perdite di soldi e di tempo per l’assistito.
In ogni caso, il disegno di legge discute proprio del problema. In effetti, dai buoni propositi di dieci anni fa, quando si sperava che l’amministrazione di sostegno divenisse l’istituto preferibile, ad oggi conviene maggiormente l’interdizione, proprio per le problematiche descritte nell’articolo citato. Scopo del disegno di legge è superare queste criticità.
L’amministrazione di sostegno verrebbe estesa a tutti i casi di incapacità legale, anche quelli attualmente “tutelati” da interdizione e inabilitazione e il cambio di paradigma e mentalità consisterebbe nell’accezione funzionale dell’istituto, che non riguarerebbe più l’intera persona, ma singoli atti. E questo anche nei casi di incapacità più gravi, quelli che un tempo avrebbero dato origine ad una interdizione.
L’amministratore di sostegno avrebbe un ruolo “totale”, tuttavia sempre revocabile e modificabile, cioè un ruolo di natura temporanea e funzionalmente connesso alla singola incapacità. Scomparirebbero gli istituti dell’interdizione e inabilitazione e anche l’incapacità legale.
Gli articoli del disegno di legge in esame riguardano, quindi, tutte le conseguenze dell’amministrazione di sostegno sulla vita dell’amministrando, con riferimento al matrimonio e alla filiazione, alla responsabilità genitoriale e alla tutela dei minori, con particolare riguardo a donazioni, successioni, contratti e titoli di credito, e fatti illeciti.
Un ruolo centrale avrebbe il difensore legale, un avvocato, che dovrebbe essere nominato a tutela dell’amministrando. Ovviamente, nell’interesse del medesimo verrebbe inoltrato un invito alla nomina. Gli atti personali continuerebbero ad essere attuabili dall’interessato, nonostante la nomina dell’amministratore di sostegno. L’amministrazione di sostegno non potrebbe essere trasformata in interdizione e inabilitazione. Il giudice tutelare può nominare un coamministratore di sostegno nell’interesse del beneficiario.
Attendiamo, quindi, i dettagli della riforma.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 24 febbraio 2016
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Amministrazione di sostegno: criticità e prospettive di riforma
Pubblicato su 7 Nov 2015 di Studio Duchemino
ALCUNE APORIE NELLA DISCIPLINA SULL’AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO (E DELLA GIURISPRUDENZA): PROSPETTIVE DE JURE CONDENDO
A volte all’interno della disciplina di un determinato istituto anche assai utilizzato nella prassi possono trovarsi lacune assai significative, le quali, tuttavia, proprio nella prassi giudiziaria, possono portare a conseguenze al limite dell’aberrazione.
Una di tali situazioni si rinviene nel possibile “intreccio processuale” che può verificarsi fra amministrazione di sostegno, da un lato, e interdizione, dall’altro.
Prima di approfondire la questione, appare opportuno rapidamente ricapitolare lo “stato dell’arte” dell’elaborazione giurisprudenziale nel rapporto fra amministrazione di sostegno, inabilitazione e interdizione.
La giurisprudenza di legittimità ha precidato in proposito che l’amministrazione di sostegno si distingue dai due istituti “tradizionali” per la sua particolare “elasticità”, in quanto – a differenza dei questi ultimi – il suo campo di applicazione
va individuato con riguardo non già al diverso, e meno intenso, grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia, ma piuttosto alla maggiore capacità di tale strumento di adeguarsi alle esigenze di detto soggetto, in relazione alla sua flessibilità ed alla maggiore agilità della relativa procedura applicativa” essendo rimessa al giudice di merito la valutazione sulla congruità della misura a tali esigenze, “tenuto conto essenzialmente del tipo di attività che deve essere compiuta per conto del beneficiario, e considerate anche la gravità e la durata della malattia, ovvero la natura e la durata dell’impedimento, nonchè tutte le altre circostanze caratterizzanti la fattispecie” (Cass. Civ., n. 3584/2006).
Il problema assume particolare delicatezza, come è evidente, nel caso in cui si tratti di persona affetta da disturbi mentali, data la maggiore “concorrenza” che, sotto questo profilo, l’amministrazione di sostegno può conoscere rispetto (specialmente) all’interdizione, nonché la maggiore probabilità di ricorso alla prima.
Secondo la Corte di Cassazione una simile ipotesi non pregiudica affatto la scelta per l’amministrazione di sostegno, atteso che i principi introdotti dalla L. n. 6/2004 sono proprio volti ad incidere il meno possibile sulla capacità di agire del soggetto, attraverso l’assunzione di provvedimenti di sostegno temporaneo o permanente (Cass. Civ., n.4866/2010).
Insomma, come anche rilevato dalla dottrina,
“L’equazione perdita completa della capacità di esprimere la propria cosciente volontà = interdizione non può più essere accolta, ben potendosi procedere con la misura del sostegno non soltanto nei casi di grave compromissione delle capacità psico-fisiche, ma anche in quelli in cui si accerti una perdita completa di autonomia del soggetto, e anche nei casi border line di perdita completa di coscienza (ad es.coma vegetativo traumatico, o patologia degenerativa delle facoltà intellettive in stadio avanzato)” (FAROLFI, 2014).
In effetti, la giurisprudenza pare essersi spinta più in là e ritenere che, data la “elasticità” dell’istituto di cui alla L. n. 6/2004, il decreto che dispone l’amministrazione di sostegno ben può prevedere incisioni nella sfera giuridica dell’interessato analoghe a quelle proprie delle pronunce di interdizione e di inabilitazione (cfr. Cass. Civ. n. 25366/2006).
In altre parole, l’ambito operativo dell’amministrazione di sostegno risulterebbe potenzialmente tanto ampio, da “erodere” il perimetro tradizionale dell’interdizione, la quale sembrerebbe così destinata ad un’applicazione meramente residuale, ed alla sostanziale elisione, di fatto, dell’inabilitazione.
La giurisprudenza di merito, ciononostante, sembra meno propensa ad autorizzare l’applicazione della misura di cui all’art. 404 c.c. per soggetti che presentino significative minorazioni fisiche e (soprattutto) psichiche. Interessante è, tuttavia, la conseguenza dal punto di vista processuale che implica tale orientamento, allorché – per venire alla questione accennata in esordio – il Giudice Tutelare, in sede di ascolto dell’amministrando, ritenga che quest’ultimo versi in condizioni di infermità psichica tali da non considerare sufficiente il ricorso all’istituto di cui agli artt. 404 ss. c.c., ritenendo invece più consona l’applicazione dell’inabilitazione o, più probabilmente, dell’interdizione.
L’interesse sorge poiché né il codice civile, né quello di rito (come già rilevato da CHIARLONI, 2005) stabiliscono quali debbano essere gli adempimenti del Giudice in tale circostanza.
Problema che risulta peraltro acuito dal fatto che, come è noto, i due tipi di giudizi sono sottoposti alla cognizione di due diversi uffici giurisdizionali ovvero, rispettivamente, il Giudice tutelare (art. 404 c.c.) ed il Tribunale in composizione collegiale (art. 50-bis c.p.c.) e ciò rende naturalmente impossibile una “soluzione interna” allo stesso giudice per mezzo di una sorta di riqualificazione giuridica della domanda (peraltro problematica nel senso che verrà approfondito infra).
Non si rinviene, in altre parole, una norma paragonabile all’art. 418, c. 3, c.c., che regola l’inversa ipotesi per la quale, se nel corso del giudizio di interdizione o di inabilitazione appare più opportuno applicare l’amministrazione di sostegno, è prevista la trasmissione del procedimento al giudice tutelare.
L’unica ipotesi avvicinabile al caso di specie è rappresentata dall’art. 413, c. 3, c.c., il quale contempla il passaggio dall’amministrazione di sostegno all’interdizione allorché la prima “si sia rivelata inidonea a realizzare la piena tutela del beneficiario. In tale ipotesi, se ritiene che si debba promuovere giudizio di interdizione o di inabilitazione, ne informa il pubblico ministero, affinché vi provveda”. Tale disposizione non appare tuttavia applicabile al caso sopra esposto, dal momento che, come si evince dal dato letterale, essa andrebbe applicata solamente dopo che l’amministrazione di sostegno stessa sia stata già autorizzata e, nella sua concreta attuazione, prolungata per un certo periodo, si sia rivelata inadeguata (LUPOI, 2009) ed essa appare piuttosto porsi in posizione di specularità rispetto all’art. 429 c.c.. In effetti, il giudizio di “inidoneità” previsto dalla norma presuppone necessariamente la pre-esistenza di un’applicazione dell’istituto, che abbia condotto a tale valutazione; ciò che non accade se nemmeno si accede a questo provvedimento.
Una soluzione parzialmente condivisibile risulta quella assunta da Trib. Campobasso 2005 e, più recentemente, da Trib. Torino 2015, che – per l’appunto, ritenendo (contrariamente alla Cassazione) non applicabile l’istituto dell’amministrazione di sostegno per questi soggetti le cui “incapacità” impediscono loro la cura ottimale della propria persona o dei propri interessi, a vantaggio – mediante applicazione analogica del citato art. 413 c.c. ha disposto nel caso in cui vada ritenuto opportuno procedere ad interdire il soggetto la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero.
Contrariamente all’orientamento subalpino – il quale risulta propenso al rigetto tout court dell’istanza, senza disporre provvedimenti temporanei – quello molisano dispone, contestualmente, alla trasmissione degli atti al PM, la nomina di un amministratore di sostegno provvisorio e l’adozione di provvedimenti più opportuni per la cura dell’infermo e del suo patrimonio ex art. 405, c. 4 c.c.
Dalla decisione del Giudice molisano sembrerebbe in sostanza potersi derivare il principio secondo il quale l’amministrazione di sostegno debba essere necessariamente disposta, sia pure in via provvisoria, in attesa della sentenza di interdizione (salva naturalmente l’ipotesi di rigetto, qualora non sussistano neppure i presupposti di cui all’art. 404 c.c.).
Sotto questo profilo, tale orientamento si dimostra maggiormente condivisibile rispetto a quello sostanzialmente “pilatesco”, ed in ultima analisi contraddittorio, di quello torinese che, per non volere sottoporre l’infermo ad una misura ritenuta insufficiente … di fatto lo lascia privo, per un periodo indeterminato, di qualsiasi sostegno giuridico alla cura dei propri interessi e della propria persona. Almeno, ciò è quanto accade sotto la Mole. Resterebbe da dire, ovviamente, che non è nemmeno possibile accedere a questa soluzione, considerato che il percorso battuto dal P.M. finisce per implicare un ruolo dell’Assistente sociale che appare destituito di ogni necessità nella maggior parte delle ipotesi in cui è stato introdotto il giudizio di amministrazione di sostegno.
Entrambe le soluzioni, producono infatti un ulteriore problema che rischia di essere peggiore di quello iniziale.
Nel momento in cui vengono rimessi gli atti al P.M. affinché avvii di propria iniziativa la domanda di interdizione, infatti, la situazione – dal momento che si tratta di un procedimento a giurisdizione oggettiva – sostanzialmente “sfugge di mano” all’iniziale promotore dell’amministratore di sostegno – di solito i figli dell’amministrando – che, come dispone lo stesso art. 406 c.p., può essere lo stesso beneficiario.
Ora, nel procedimento di interdizione non è prevista una norma, quale l’art. 408 c.c. riferito all’amministrazione di sostegno, che per un verso consente all’istante di designare il proprio tutore e, per altro verso, indica al Giudice un ordine di preferenza nella scelta del soggetto, nell’ambito della cerchia familiare.
Si può dire che l’assenza di una simile previsione vada a tutela dell’interdicendo contro eventuali intenti “rapaci” che possono sussistere in taluni prossimi congiunti, ma si può obiettare osservando che il decreto che apre l’amministrazione di sostegno – stando alla richiamata giurisprudenza di legittimità – ben può attribuire all’amministratore una capacità di disposizione del patrimonio del beneficiario assolutamente paragonabile. In ogni caso, ciò che rileva è che in tal modo una “innocua” domanda di amministrazione di sostegno, presentata dai familiari più stretti di una persona significativamente “debole” onde amministrarne il patrimonio – anche urgentemente – al fine di provvedere alla sua sistemazione presso una casa di cura o presso una casa di riposo, subisca una “mutazione genetica” che li esautora e che può condurre alla nomina, quale tutore, di soggetti istituzionali quali il Servizio Sociale e/o il consueto funzionario comunale, che nulla hanno a che vedere con la famiglia.
Una simile conclusione contrasta, come si può vedere, con il principio del minor sacrificio della sfera soggettiva di colui che comincia come “benficiando” di un’amministrazione di sostegno e rischia di ritrovarsi interdetto e “tutelato” da soggetti estranei, il tutto a causa di una falla legislativa.
Va nondimeno ritenuto – e auspicato – che, in sede di udienza ex art. 714 c.p.c., il Giudice Istruttore, in tali casi, sia orientato a nominare quale tutore il soggetto inizialmente “offertosi” quale amministratore di sostegno oppure che adotti i criteri preferenziali di cui all’at. 408 c.c.
In una prospettiva de jure condendo, più in generale, parrebbe piuttosto opportuno ripensare le categorie dell’amministrazione di sostegno, dell’interdizione e dell’inabilitazione nel segno di una sintesi fra questi istituti, sembrando invero più adeguato concepire un unico istituto di rappresentanza legale per soggetti variamente incapaci di provvedere compiutamente alla propria sfera giuridica. Alla luce del richiamato orientamento della Cassazione, si potrebbe infatti concepire un unico provvedimento dai contenuti “elastici” – qual è il decreto ex art. 405 c.c. – che, in relazione alla concreta condizione del singolo soggetto esaminato, consenta al giudice (che sembrerebbe opportuno immaginare essere il Tribunale collegiale, conformermente al disposto dell’art. 50 bis c.p.c.) di modulare il regime coprendo l’intero spettro delle soluzioni attualmente suddivise fra i tre istituti.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 7 novembre 2015
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References: sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 413
 art. 405
 sentenza 
 art. 406
 art. 714
 art. 405