Source: https://olympus.uniurb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=18500:cassazione-penale,-sez-4,-18-maggio-2018,-n-22034-forte-esplosione-durante-il-taglio-con-un-flessibile-del-coperchio-di-un-fusto-metallico-chiuso-contenente-gasolio-abnormit%C3%A0-del-comportamento-del-lavoratore-e-interruzione-del-nesso&catid=17&tmpl=component&print=1&layout=default&Itemid=138
Timestamp: 2020-02-17 09:41:12+00:00

Document:
"La Corte territoriale, con motivazione priva di aporie logiche, rileva che nel caso di specie, deve essere riconosciuta l'abnormità del comportamento del lavoratore, essendosi l'evento verificato perché un dipendente dell'imputato, del tutto inopinatamente, ha ceduto gratuitamente un fusto di gasolio di proprietà del suo datore di lavoro, ormai vuoto il cui uso normale era quello di un qualunque recipiente di combustibile, utilizzato per contenerlo e trasportarlo , al dipendente di un'altra impresa attiva nello stesso cantiere, che lo ha richiesto per farne un uso personale e privato, in nulla attinente al lavoro che si svolgeva in loco. E quest'ultimo ha compiuto sul fusto una manovra del tutto imprevedibile, perché estranea alla destinazione e alle modalità di utilizzo della cosa, ovvero il taglio della lamiera con un flessibile munito di disco abrasivo, con l'assistenza del lavoratore poi infortunato.
Logico, oltreché corretto in punto di diritto, è stato l'aver ritenuto che si tratti di comportamenti che, per anormalità, atipicità ed eccezionalità, sono tali da interrompere il nesso eziologico tra l'evento lesivo e la condotta inosservante addebitata all'imputato, essendo irrilevante che il fatto si sia verificato sul luogo in cui i predetti prestavano attività lavorativa, poiché deve escludersi ogni relazione tra i comportamenti in questione e il lavoro cui gli stessi erano addetti.
Né, evidentemente, può ritenersi, come afferma il ricorrente, che la cessione del fusto ad un estraneo possa rientrare tra le modalità normali di smaltimento dello stesso, rischio che doveva essere governato dal datore di lavoro."
Presidente: PICCIALLI PATRIZIA Relatore: PEZZELLA VINCENZO Data Udienza: 12/04/2018
1. La Corte di Appello di Genova, pronunciando nei confronti di A.E., con sentenza del 15/2/2017, ha confermato la sentenza del 15/7/2015, appellata dalla parte civile, con la quale il Tribunale di Genova, aveva assolto l'imputato perché il fatto non costituisce reato, dall'imputazione per il reato di cui agli artt. 590, commi 1, 2, 3 cod. pen., 583, comma 1, n. 1 cod. pen., in relazione all'art. 163 comma 1 D.L.vo 81/2008, perché, nella qualità di datore di lavoro dell'impresa "E.LC.I. s.r.l.", cagionava a P.A. lesioni personali gravi, consistite in ustioni di terzo grado con perdita di sostanza agli arti inferiori; per colpa consistita in imprudenza, negligenza, imperizia, inosservanza delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro ed in particolare per non avere provvisto ad alcuna indicazione o segnalazione di pericolo, né all'affissione di alcuna istruzione circa le cautele da osservarsi sul fusto metallico impiegato per contenere gasolio (violazione dell'art. 163 comma 1 D.L.vo 81/2008); cosicché P.A., dipendente dell'impresa "C.E.S.I. s.r.l." con la qualifica di operaio specializzato di terzo livello; mentre stava "assistendo il collega F.F., che stava tagliando con un flessibile il coperchio di un fusto metallico chiuso che aveva contenuto gasolio, di proprietà dell'impresa "E.LC.I. srl", che F.F. aveva ricevuto da M.G., dipendente di "E.LC.I. s.r.l."; era investito dalle fiamme sprigionate nell'esplosione provocata dall'innesco tra i vapori di gasolio presenti nel fusto e le scintille e il calore generati dal contatto del disco abrasivo sulla lamiera, esplosione che proiettava il coperchio contro le gambe di P.A., che riportava le ustioni sopra descritte; fatto aggravato dalla gravità delle lesioni, avendo il fatto provocato una malattia della durata superiore ai quaranta giorni e perché commesso con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. In Genova, 12/09/2012.
2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo del proprio difensore di fiducia, la parte civile P.A., ai soli effetti della responsabilità civile, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall'art. 173, comma 1, disp. att., cod. proc. pen.:
a. Violazione di cui all'art. 606, comma I, lett. b) in riferimento agli artt. 40 e 41 cod. pen. e artt. 590 commi 1,2,e 3 e 583 comma 1, n. 1 cod. pen., in relazione all'art. 163 comma 1 D.L.vo 81/2008.
Il ricorrente rileva che le conclusioni del provvedimento impugnato, sulla riconosciuta esclusione della responsabilità del datore di lavoro a causa della natura esorbitante e abnorme del lavoratore con conseguente interruzione del nesso di causalità tra l'infortunio e l'inosservanza delle norme antinfortunistiche, non sarebbero condivisibili né sul piano logico né su quello giuridico. L'istruttoria dibattimentale aveva accertato l'avvenuta violazione di una serie di norme antinfortunistiche rappresentata dall'utilizzo di fusti non adeguati, sprovvisti della necessaria segnalazione del pericolo, e dalla mancata istruzione e formazione del personale sul loro corretto utilizzo e smaltimento, nonché la sussistenza del nesso causale tra la condotta del datore di lavoro e l'evento. L'incidente avveniva a seguito della cessione di un fusto, da parte di un dipendente della EL.C.I., società amministrata dall'imputato, ad un collega della parte civile. Il fusto veniva trasportato a poche decine di metri, sempre all'interno del cantiere, dove poi avveniva l'infortunio. La cessione e l'inconsapevole utilizzo del fusto pericoloso sarebbero avvenuti a causa della mancata formazione del personale, che non conosceva le norme di sicurezza. Pertanto la condotta dell'A.E. sarebbe stata causa e non semplice occasione del comportamento imprudente del dipendente.
Il ricorrente ritiene che la condotta del lavoratore non possa considerarsi imprevedibile, né tantomeno esorbitante, dal momento che lo smaltimento dei fusti era un'attività normale, svolta ordinariamente dal lavoratore.
Il dipendente della E.L.C.I., in mancanza di una corretta formazione e della necessaria conoscenza dei rischi e delle regole per la sicurezza, avrebbe ceduto il fusto al dipendente F.F. della Cesi, che, a sua volta, non ravvisandone la pericolosità ha creduto di poterlo modificare per le proprie esigenze senza alcun rischio. Tale operazione avrebbe determinato l'infortunio.
b. Violazione di cui all'art. 606, comma I, lette) cod. proc. pen.
Il ricorrente definisce la motivazione del provvedimento impugnato illogica e contraddittoria, in quanto il comportamento del lavoratore è stato definito abnorme senza chiarire in cosa sarebbe consistita tale abnormità, dal momento che nelle mansioni del M.G. rientrava proprio lo smaltimento dei fusti usati e tale pratica era svolta senza particolari attenzioni o precauzione.
L'avvenuta cessione del fusto, percepito come non pericoloso, avrebbe rappresentato solo un modo di liberarsene come un altro.
Pertanto, tenuto conto che l'attività del dipendente rientrava tra i suoi compiti, la stessa era certamente prevedibile in assenza delle dovute informazioni e risulta evidente la responsabilità del datore di lavoro nel determinarsi dell'evento.
Infine rileva il ricorrente che l'impugnato provvedimento, nel ritenere abnorme la condotta dei lavoratori, nulla avrebbe detto sull'effettiva incidenza causale dell'inosservanza della normativa da parte dell'A.E..
Chiede, pertanto, l'annullamento e/o la riforma della sentenza impugnata con ogni conseguenziale provvidenza di legge.
2. Va evidenziato che siamo di fronte ad una "doppia conforme", in questo caso di assoluzione (e va ricordato che l'assoluzione non presuppone la certezza dell'innocenza dell'imputato, ma la mera non certezza della colpevolezza dello stesso cfr. ex plurimis, Sez. 3, n. 42007 del 27/9/2012, M. e altro, Rv. 253605), in cui le motivazioni della pronuncia di primo grado e di quella di appello, fondendosi, si integrano a vicenda, confluendo in un risultato organico ed inscindibile al quale occorre in ogni caso fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione. Ciò tanto più ove, come in casi qual è quello che ci occupa, i giudici dell'appello abbiano esaminato le censure con criteri omogenei a quelli usati dal giudice di primo grado e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione, di guisa che le motivazioni delle sentenze dei due gradi di merito costituiscano una sola entità (confronta l'univoca giurisprudenza di legittimità di questa Corte: per tutte Sez. 2 n. 34891 del 16/05/2013, Vecchia, Rv. 256096; conf. Sez. 3, n. 13926 del 1/12/2011, dep. il 2012, Valerio, Rv. 252615: Sez. 2, n. 1309 del 22/11/1993, dep. il 1994, Albergamo ed altri, Rv. 197250).
Nella motivazione della sentenza il giudice del gravame di merito non è tenuto, inoltre, a compiere un'analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo invece sufficiente che, anche attraverso una loro valutazione globale, spieghi, in modo logico e adeguato, le ragioni del suo convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo. Ne consegue che in tal caso debbono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (cfr. sez. 6, n. 49970 del 19/10/2012, Muià ed altri Rv.254107).
La motivazione della sentenza di appello è del tutto congrua, in altri termini, se il giudice d'appello abbia confutato gli argomenti che costituiscono l'"ossatura" dello schema difensivo dell'appellante, e non una per una tutte le deduzioni difensive della parte, ben potendo, in tale opera, richiamare alcuni passaggi dell'iter argomentativo della decisione di primo grado, quando appaia evidente che tali motivazioni corrispondano anche alla propria soluzione alle questioni prospettate dalla parte (così si era espressa sul punto sez. 6, n. 1307 del 26.9.2002, dep. il 2003, Deivai, Rv. 223061).
3. Sulla scorta di tali premesse, va evidenziato che la parte civile chiede a questa Corte di legittimità una nuova valutazione dell'esistenza di una responsabilità dell'imputato nel prodursi dell'evento dannoso, ai fini di un'affermazione di responsabilità civile.
I proposti motivi, come si anticipava, sono, tuttavia, infondati.
Le sentenze di merito, con motivazioni prive di aporie logiche e corrette in punto di diritto, e pertanto immuni dai denunciati vizi di legittimità, hanno escluso l'esistenza di un nesso causale tra la condotta dell'imputato, datore di lavoro, che utilizzava dei fusti per il gasolio privi di dell'indicazione della natura e pericolosità del contenuto, e la condotta del tutto imprevedibile prima del proprio dipendente che cedeva gratuitamente un fusto vuoto ad un dipendente di altra ditta, che effettuava lavori per proprio conto, e poi del lavoratore di questa ditta che, per fare un uso personale del fusto, decideva di tagliarlo con un flessibile munito di disco abrasivo.
Correttamente l'impugnata sentenza ha ritenuto l'interruzione del nesso causale tra la condotta colposa del datore di lavoro e l'evento dannoso a causa dell'imprevedibilità ed abnormità della condotta del lavoratore che esorbitava completamente dalle sue attribuzioni e dall'uso degli strumenti di lavoro in relazione alle mansioni affidategli. Del resto coerentemente, già il giudice di primo grado senza, peraltro, che quella sentenza venisse attinta da specifici motivi critici in appello aveva sottolineato come la cessione a terzi e l'uso abnorme del bene non potevano essere in alcun modo prevedibili dal datore di lavoro dell'impresa E.L.C.I. srl, sicché la responsabilità connessa a siffatto uso non poteva essergli imputata. Ciò sul corretto rilievo che è vero che l'incidente sarebbe stato potenzialmente prevenibile attraverso un'indicazione di pericolo apposta sul fusto, ma che l'omissione in imputazione (omessa indicazione/segnalazione del pericolo) non può essere addebitata all'odierno imputato per qualsivoglia evento occorso nel cantiere, atteso che la norma contestata non pone un obbligo gene
rale di garanzia nei confronti della generalità dei soggetti, ma un dovere specifico di prevenzione da parte del datore di lavoro connesso al contatto degli operai con potenziali fonti di pericolo operanti nello svolgimento dell'attività lavorativa.
Più in particolare, veniva evidenziato come nel caso che ci occupa non risulti contestata la violazione di un obbligo generale di apporre indicazioni sui fusti contenenti combustibili (analogamente alle norme che regolano la circolazione dei prodotti pericolosi), prospettiva, invero, è del tutto estranea all'Imputazione. E', invece, contestata la violazione di un dovere generico di prevenzione di pericoli per le lavorazioni di cantiere. E sul punto, come rilevano i giudici di merito, non è emersa alcuna prova che i fusti rappresentassero in sé un pericolo per le operazioni di cantiere prevedibili, avendolo invece rappresentato solo ed esclusivamente in relazione ad una deviazione del tutto anomala dalle operazioni medesime (condotta deviante posta in essere nel caso specifico come già detto da soggetto estraneo all'impresa, per interesse suo proprio, previo acquisto non autorizzato del bene, con imprudenza).
4. Rileva, condivisibilmente, la Corte territoriale, che in un caso come quello che ci occupa occorre accertare in concreto la colpa del datore di lavoro, individuando la regola di condotta generica o specifica che si assume violata, la prevedibilità e l'evitabilità dell'evento lesivo, il rapporto causa effetto tra violazione ed evento, e se la regola violata era funzionale a evitare il tipo di evento in concreto verificatosi. Ne consegue che l'anzidetta responsabilità deve essere esclusa per gli eventi estranei alla funzione propria della regola violata, anche se cagionati dalla condotta inosservante.
In tal senso non pare conferente con il caso che ci occupa la denunciata violazione dell'obbligo di formazione del dipendente. Ciò per due ordini di ragioni. La prima è che si tratterebbe di un profilo di colpa non contestato. L'altra, sostanziale, è che, secondo il costante orientamento di questa Corte di legittimità, lavoro risponde dell'Infortunio occorso al lavoratore, in caso di violazione degli obblighi, di portata generale, relativi alla valutazione dei rischi presenti nei luoghi di lavoro nei quali siano chiamati ad operare i dipendenti, e della formazione-informazione dei lavoratori, ma relativamente ai rischi connessi alle mansioni loro affidate, anche in correlazione al luogo in cui devono essere svolte (Sez. 4, n. 45808 del 27/6/2017, Catrambone ed altro, Rv. 271079; conf. Sez. 4, n. 39765 del 19/5/2015, Vallani, Rv. 265178).
In altri termini, anche l'obbligo di formazione-informazione, è causalmente orientato, nel senso che vi è un generale obbligo del datore di lavoro di valutare tutti i rischi presenti nei luoghi di lavoro nei quali sono chiamati ad operare i dipendenti, ovunque essi siano situati (art. 15 d.lgs. n. 81/08) un parimenti generale obbligo di formare i lavoratori, in particolare in ordine ai rischi connessi alle mansioni loro affidate (art. 37, co. 1, lett. b) d.lgs. n. 81/08). E comunque, anche ad interpretare estensivamente la norma, tale obbligo di formazione informazione deve riguardare anche rischi non specificamente legati alle mansioni affidate al singolo, ma ad attività lavorative non eccentriche rispetto a quelle tipiche di quel tipo e luogo di lavoro.
5. Non è fondata la doglianza proposta dalla parte civile ricorrente, su cui è imperniato il proposto mezzo di impugnazione, su un'assunta mancanza, contraddittorietà o insufficienza di motivazione in relazione all'abnormità del comportamento dell'A.E. dipendente dell'imputato. L'impugnata sentenza ha chiaramente esposto, infatti l'imprevedibilità dell'evento non solo della cessione ma anche dell'utilizzo del tutto imprevedibile e avventato del fusto cedutogli da parte di un terzo estraneo al rapporto di lavoro.
Va ricordato come, secondo il dictum di questa Corte di legittimità, il datore di lavoro, e, in generale, il destinatario dell'obbligo di adottare le misure di prevenzione, è esonerato da responsabilità quando il comportamento del dipendente sia abnorme, dovendo definirsi tale il comportamento imprudente del lavoratore che sia stato posto in essere da quest'ultimo del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli e, pertanto, al di fuori di ogni prevedibilità per il datore di lavoro o rientri nelle mansioni che gli sono proprie ma sia consistito in qualcosa radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nell'esecuzione del lavoro.
Si può dunque attribuire il carattere di abnormità non solo alla condotta del tutto estranea al processo produttivo o alle mansioni attribuite (come ad esempio, nel caso che il lavoratore si dedichi a un'altra macchina o a un altro lavoro, magari esorbitando nelle competenze attribuite ad altro lavoratore), ma anche a quella che, pur rientrando nelle mansioni proprie del lavoratore, sia consistita in qualcosa di radicalmente, ontologicamente lontano dalle pur ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nell'esecuzione del lavoro.
Questa Corte di legittimità ha recentemente chiarito e va qui ribadito, giungendosi sulla base dell'affermazione del medesimo principio a conclusioni diverse che, in tema di prevenzione antinfortunistica, perché la condotta colposa del lavoratore possa ritenersi abnorme e idonea ad escludere il nesso di causalità tra la condotta del datore di lavoro e l’evento lesivo, è necessario non tanto che essa sia imprevedibile, quanto, piuttosto, che sia tale da attivare un rischio eccentrico o esorbitante dalla sfera di rischio governata dal soggetto titolare della posizione di garanzia (così Sez. 4, n. 15124 del 13/12/2016 dep. il 2017, Gerosa ed altri, Rv. 269603 che in quel caso ha escluso l'abnormità della condotta di due lavoratori che erano deceduti, per mancanza di ossigeno, all'interno di una cisterna in cui si erano calati per svolgere le proprie mansioni, ma senza attendere l'arrivo del responsabile della manutenzione e senza utilizzare dispositivi di protezione).
Ed è proprio il caso che ci occupa, in cui tanto la cessione ad un estraneo del fusto da parte del dipendente dell'odierno ricorrente (e già ciò bastava) che l'utilizzo che ne ha fatto il terso risultano accadimenti eccentrici rispetto alle mansioni specificamente assegnate nell'ambita del ciclo produttivo.
La Corte territoriale, con motivazione priva di aporie logiche, rileva che nel caso di specie, deve essere riconosciuta l'abnormità del comportamento del lavoratore, essendosi l'evento verificato perché un dipendente dell'imputato, del tutto inopinatamente, ha ceduto gratuitamente un fusto di gasolio di proprietà del suo datore di lavoro, ormai vuoto il cui uso normale era quello di un qualunque recipiente di combustibile, utilizzato per contenerlo e trasportarlo , al dipendente di un'altra impresa attiva nello stesso cantiere, che lo ha richiesto per farne un uso personale e privato, in nulla attinente al lavoro che si svolgeva in loco. E quest'ultimo ha compiuto sul fusto una manovra del tutto imprevedibile, perché estranea alla destinazione e alle modalità di utilizzo della cosa, ovvero il taglio della lamiera con un flessibile munito di disco abrasivo, con l'assistenza del lavoratore poi infortunato.
Né, evidentemente, può ritenersi, come afferma il ricorrente, che la cessione del fusto ad un estraneo possa rientrare tra le modalità normali di smaltimento dello stesso, rischio che doveva essere governato dal datore di lavoro.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza