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Timestamp: 2017-12-12 02:42:38+00:00

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STALKING ART 612 BIS STALKING ART 612 BIS CP- PROCESSO PENALE-DIRITTO PENALE
STALKING ART 612 BIS CP
ai fini della integrazione del reato di cui all’art. 612-bis cod. pen. devono concorrere tre elementi costitutivi: reiterazione di minacce o molestie; idoneità di tali condotte a determinare nella persona offesa un “perdurante e grave stato di ansia o di paura” ovvero un fondato timore per la propria incolumità o per quella di persone a lei vicine, ovvero ancora tali da indurre un’alterazione delle proprie abitudini di vita – ha ritenuto che, nel caso di specie, fossero sussistenti tutti e tre gli elementi costitutivi della fattispecie incriminatrice, e segnatamente, per quanto riguarda le conseguenze determinate dalla condotta illecita nella persona offesa, la ingenerazione di un “progressivo stato di disagio psicologico” (v.
pag. 9), che si è concretizzato “una forma ansiosa che è apparsa evidente a tutti coloro che le parlavano della vicenda” (v. pag. 11).
Una tale valutazione, nel mentre risponde pienamente alla descrizione della fattispecie incriminatrice, trova sostegno, sul piano probatorio, nelle fonti riferite analiticamente a pag. 10 della sentenza impugnata: “la signora P. ha riferito che alla fine dei colloqui la Dott.ssa Ma. era scossa, sfinita, turbata (…) e che in un caso al termine di una telefonata con il Dott. M. era talmente irritata da indurre la stessa signora P. a proporle di andare in ospedale (…); – il Dott. C. ha testimoniato del timore della Dott.ssa Ma. per iniziativa del Dott. M. nei suoi confronti, del turbamento che il comportamento del Dott. M. provocava nella Dott.ssa Ma. ed ha riferito che, anche a suo avviso, la misura era colma (…); – il Dott. D.M. ha riferito della situazione di grave imbarazzo e turbamento che viveva la Dott.ssa Ma. (…); – il Dott. D.N., Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’appello di (OMISSIS), ha riferito che la Dott.ssa Ma. gli era apparsa visibilmente accorata e turbata (…)”.
Orbene, la qualificazione dello stato soggettivo della persona offesa dal reato, sulla base delle richiamate indicazioni, in termini di forma ansiosa, se, da un lato, risulta adeguatamente motivata, dall’altro, appare altresì rispondente alle indicazioni che sul punto sono state fornite dalle sezioni penali di questa Corte.
Premesso, infatti, che “il delitto di atti persecutori cosiddetto stalking (art. 612-bis cod. pen.) è un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione di ciascuno dei quali è idonea ad integrarlo e che pertanto, ai fini della sua configurazione, non è essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, essendo sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità” (Cass. pen., sez. 5, n. 29872 del 2011), si è anche chiarito che “la prova dell’evento del delitto in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata” (Cass. pen., sez. 5, n. 14391 del 2012).
D’altra parte, se pure si è ritenuto che lo stato d’ansia è “configurabile in presenza del destabilizzante turbamento psicologico” (Cass. pen., sez. 5, n. 11945 del 2011), non può non considerarsi che l’apprezzamento della soglia rilevante possa variare in relazione alle singole persone offese e che quindi comportamenti che, per alcuni destinatari, pur essendo molesti, non raggiungono la soglia della condizione di un perdurante stato di ansia, possono viceversa integrare uno degli elementi alternativi che integrano il reato in questione ove rivolti ad altri soggetti. In ogni caso, si è anche precisato che “ai fini della integrazione del reato di atti persecutori (art. 612-bis cod. pen.) non si richiede l’accertamento di uno stato patologico ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori – e nella specie costituiti da minacce e insulti alla persona offesa, inviati con messaggi telefonici o via internet o, comunque, espressi nel corso di incontri imposti – abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612-bis cod. pen. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (art. 582 cod. pen.), il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica” (Cass. pen., sez. 5, n. 16864 del 2011).
Se cosè è, appare evidente che l’apprezzamento della rispondenza delle manifestazioni di disagio nella persona offesa indotte dalla condotta dell’agente al “perdurante e grave stato di ansia”, integra un tipico accertamento di fatto, insuscettibile di sindacato in questa sede ove, come nella specie, sia sorretto da idonea, logica e congrua motivazione, puntualmente supportata da riscontri probatori.
–perdurante e grave stato di ansia o di paura: detto stato, infatti, appare individuare situazioni di squilibrio psicologico sicuramente non transeunte che, non necessariamente inquadrabili in patologie psichiatriche o in disturbi psichici, deve comunque essere oggetto di una rigorosa prova che, nel caso di specie, sicuramente non può dirsi raggiunta semplicemente perché la minore era scoppiata in lacrime durante la redazione del p.v. di querela così come altrettanto insufficiente ai fini probatori appare il referto in cui si indica uno stato ansioso reattivo senza neanche la formulazione di una prognosi.
b) –un fondato timore per l’incolumità propria o dei di lei familiari: l’adozione da parte del legislatore dell’aggettivo “fondato” rende evidente che l’evento del reato debba rivestire una dimensione oggettiva, che non si esaurisca, cioè, in una mera percezione soggettiva e che debba essere anch’esso, quindi, oggetto di rigorosa prova.
c) – Alterazione delle proprie abitudini di vita; la norma, proprio per la sua formulazione piuttosto ampia, richiede necessariamente che, nel concreto, ci si adegui nella ricostruzione delle vicende al principio di offensività, ricadendosi, al contrario, nell’arbitrio interpretativo; in altre parole, il mutamento delle abitudini di vita deve essere specificamente delineato e soprattutto deve essere rigorosamente provato.
E’ configurabile il delitto di “stalking” quando, come previsto dall’articolo 612 bis cod.pen., comma 1, il comportamento minaccioso o molesto di taluno, posto in essere con condotte reiterate, abbia cagionato nella vittima o un grave e perdurante stato di turbamento emotivo ovvero abbia ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero ancora abbia costretto lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita, bastando, inoltre, ad integrare la reiterazione quale elemento costitutivo del suddetto reato come dianzi affermato, anche due sole condotte di minaccia o di molestia (v. Cass. Sez. V 1 dicembre 2010 n. 8832, Sez. V 11 gennaio 2011 n. 7601 e Sez. V 09 maggio 2012 n. 24135).Trattasi, in tutta evidenza, di un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione di ciascuno dei quali è, dunque, idonea ad integrarlo (v. Cass. Sez. V 19 maggio 2011 n. 29872), dovendosi, in particolare, intendere per alterazione delle proprie abitudini di vita, ogni mutamento significativo e protratto per un apprezzabile lasso di tempo dell’ordinaria gestione della vita quotidiana, indotto nella vittima, come nel caso in esame, dalla condotta persecutoria altrui (quali danneggiamenti e atti idonei a provocare lesioni), finalizzato ad evitare l’ingerenza nella propria vita privata del molestatore.Trattandosi di reato abituale di evento, è sufficiente ad integrare l’elemento soggettivo il dolo generico, quindi la volontà di porre in essere le condotte di minaccia o di molestia, con la consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente necessari per l’integrazione della fattispecie legale, che risultano dimostrate proprio dalle modalità ripetute ed ossessive della condotta persecutoria compiuta dal ricorrente e delle conseguenze che ne sono derivate sullo stile di vita della persona offesa.Infine, non occorre una rappresentazione anticipata del risultato finale, ma, piuttosto, la costante consapevolezza, nello sviluppo progressivo della situazione, dei precedenti attacchi e dell’apporto che ciascuno di essi arreca all’interesse protetto, insita nella perdurante aggressione da parte del ricorrente della sfera privata della persona offesa.
Il delitto di atti persecutori anche due sole condotte tra quelle descritte dall’art. 612 bis cod.pen., come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice (ex multis Sez. 5, n. 46331 del 5 giugno 2013, D. V., Rv. 257560). Invece, un solo episodio, per quanto grave e da solo anche capace, in linea teorica, di determinare il grave e persistente stato d’ansia e di paura che è indicato come l’evento naturalistico del reato, non è sufficiente a determinare la lesione del bene giuridico protetto dalla norma in esame, potendolo essere, invece, alla stregua di precetti diversi: e ciò in aderenza alla volontà del legislatore il quale, infatti, non ha lasciato spazio alla configurazione di una fattispecie solo “eventualmente” abituale (Sez. 5, n. 48391 del 24/09/2014, C, Rv. 261024).
Il legislatore ha preso atto però che la violenza (declinata nelle diverse forme delle percosse, della violenza privata, delle lesioni personali, della violenza sessuale) spesso è l’esito di una pregressa condotta persecutoria; pertanto, mediante l’incriminazione degli atti persecutori si è inteso in qualche modo anticipare la tutela della libertà personale e dell’incolumità fisio­psichica attraverso l’incriminazione dì condotte che, precedentemente, parevano sostanzialmente inoffensive e, dunque, non sussumibili in alcuna fattispecie penalmente rilevante o in fattispecie per così dire minori, quali la minaccia o la molestia alle persone.
È peraltro utile ricordare come, per il consolidato insegnamento di questa Corte, integrano il delitto di atti persecutori anche due sole condotte tra quelle descritte dall’art. 612 bis cod.pen., come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice (ex multis Sez. 5, n. 46331 del 5 giugno 2013, D. V., Rv. 257560). Invece, un solo episodio, per quanto grave e da solo anche capace, in linea teorica, di determinare il grave e persistente stato d’ansia e di paura che è indicato come l’evento naturalistico del reato, non è sufficiente a determinare la lesione del bene giuridico protetto dalla norma in esame, potendolo essere, invece, alla stregua di precetti diversi: e ciò in aderenza alla volontà del legislatore il quale, infatti, non ha lasciato spazio alla configurazione di una fattispecie solo “eventualmente” abituale (Sez. 5, n. 48391 del 24/09/2014, C, Rv. 261024).
La donna si era determinata a presentare la querela dopo che erano rimasti senza esito i tentativi di far desistere l’uomo dal suo comportamento e dopo un ennesimo episodio, cui aveva assistito pure il marito: in data 27 novembre 2010, mentre lei si trovava sul balcone, il M., seduto nella cucina della propria casa, spostata la tenda, si “toccava le parti intime”.
4. Tale ricostruzione dei fatti è stata operata dai giudici di merito sulla base delle risultanze dell’istruttoria dibattimentale, di cui si è dato conto in maniera congrua e logica sia nella sentenza di appello che in quella di primo grado, alla quale la prima ha fatto anche legittimamente rinvio.
A questa Corte, però, non possono essere sottoposti giudizi di merito, non consentiti neppure alla luce del nuovo testo dell’art. 606, lettera e), cod. proc. pen.; la modifica normativa di cui alla legge 20 febbraio 2006 n. 46 lascia infatti inalterata la natura del controllo demandato alla Corte di cassazione, che può essere solo di legittimità e non può estendersi ad una valutazione di merito. Il nuovo vizio introdotto è quello che attiene alla motivazione, la cui mancanza, illogicità o contraddittorietà può essere desunta non solo dal testo dei provvedimento impugnato, ma anche da altri atti del processo specificamente indicati; è perciò possibile ora valutare il cosiddetto travisamento della prova, che si realizza allorché si introduce nella motivazione un’informazione rilevante che non esiste nel processo oppure quando si omette la valutazione di una prova decisiva ai fini della pronunzia.
Nel caso in esame è stato genericamente dedotto il travisamento della prova, ma l’analisi del provvedimento impugnato consente di apprezzare come la motivazione sia congrua ed improntata a criteri di logicità e coerenza, proprio con riferimento alla valutazione sia delle risultanze processuali, dalle quali emerge la responsabilità dell’imputato, sia della conseguente infondatezza delle argomentazioni difensive.
E’ opportuno evidenziare per quel che concerne il significato da attribuire alla locuzione “oltre ogni ragionevole dubbio”, presente nel testo dell’art. 533 cod.proc.pen., che ne costituiscono fondamento il principio costituzionale della presunzione di innocenza e la cultura della prova e della sua valutazione.
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