Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2014/03/
Timestamp: 2018-03-17 20:20:19+00:00

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Studio Legale Mancino: marzo 2014
Affinché di malattia possa parlarsi, ai fini della sussistenza del reato di lesione personale di cui all’art. 582 c.p., è sufficiente qualsiasi alterazione anatomica e funzionale dell’organismo, anche localizzata, lieve e non compromettente le condizioni organiche generali... come un semplice graffio. È quanto stabilito dalla Cassazione nella sentenza 51393/13. Il caso Una donna ricorre in Cassazione avverso la sentenza del Tribunale di Massa che aveva assolto una sua rivale in amore, la quale, durante un alterco, le aveva procurato un graffio sul viso e una prognosi di dieci giorni. É incongrua e giuridicamente erronea l’affermazione secondo la quale il graffio riportato dalla ricorrente non fosse qualificabile come lesione, nell’accezione penalistica, in palese dissonanza con il pacifico insegnamento giurisprudenziale di legittimità. In un suo precedente, la Suprema Corte ha chiarito che per la configurazione della nozione di "malattia", «rilevante ai fini della sussistenza del reato di lesione personale di cui all'art. 582 c.p., è sufficiente qualsiasi alterazione anatomica o funzionale dell'organismo, ancorché localizzata, di lieve entità e non influente sulle condizioni organiche generali, onde lo stato di malattia perdura fino a quando sia in atto il suddetto processo di alterazione». Sulla base di ciò, il ricorso deve essere accolto e la sentenza impugnata annullata.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Rivali in amore si prendono a botte: basta un graffio e scatta la condanna per lesioni
Nessuna contestazione è stata mai mossa nei confronti del possessore, che ha goduto del bene in via esclusiva insieme alla moglie e alla figlia, facendo lavori e pagando le tasse: il proprietario è lui (Cassazione, sentenza 28346/13).
Tre proprietari pro indiviso di 8/10 di un immobile, convenivano in giudizio altre 2 persone al fine di ottenere pronuncia di scioglimento della comunione ereditaria in relazione all’immobile stesso. La questione, però, arriva in Corte di Cassazione, dove i giudici - con la sentenza n. 28346/13 depositata il 18 dicembre scorso – si esprimono sul quesito di diritto proposto dagli attori. In pratica, viene chiesto alla S.C. se, «in presenza di comproprietà tra soggetti legati da vincoli parentali, l’accertamento del possesso esclusivo animo domini di uno di loro deve limitarsi all’accertamento di quanto questo abbia esattamente maturato anche solo all’approssimarsi del decorso del tempo necessario ad usucapire, o viceversa, deve estendersi all’accertamento che tale animo sia perdurato per l’intero tempo necessario ad usucapire e sia stato sin dall’inizio palesato o comunque reso riconoscibile agli altri comproprietari prossimi congiunti». Possedere in maniera esclusiva. La Cassazione, tuttavia, ritiene corretta la decisione della Corte di secondo grado, la quale aveva sottolineato che il coerede o il partecipante alla comunione può usucapire l’altrui quota indivisa della cosa comune estendendo la propria signoria di fatto sulla res communis in termini di esclusività dimostrando l’intenzione di possedere non a titolo di compossesso, ma di possesso esclusivo per il tempo prescritto dalla legge senza la necessità di compiere atti di interversio possesionis. Il congiunto si è sempre comportato come se fosse l’unico proprietario del bene. Nel caso di specie, infatti, nessuna contestazione è stata mai mossa nei confronti del possessore, che ha goduto del bene in via esclusiva insieme alla moglie e alla figlia. Senza contare che, tra l’altro, egli ha eseguito opere di ordinaria e straordinaria amministrazione, ha assolto nell’intero arco temporale tutti gli oneri fiscali gravanti sull’immobile e ha provveduto ad ottenere le autorizzazioni amministrative per la realizzazione delle notevoli migliorie. E i coeredi non hanno mai contestato. I ricorrenti, visto che non avevano mai contestato il fatto che nel comportamento del loro congiunto era ravvisabile un esercizio del possesso animo domini con la manifesta intenzione di non riconoscere nei confronti degli altri coeredi alcun diritto sul bene in questione, si sono visti rigettare in toto il ricorso dalla Cassazione.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Un coerede possiede in maniera esclusiva un immobile? Il silenzio degli altri congiunti fa di lui l’unico proprietario
Il proprietario della maggior parte di un palazzo aveva convenuto in giudizio i proprietari di un appartamento sito nello stesso stabile, al fine di sentir dichiarare illegittimo e inibire il parcheggio delle loro autovetture nell’androne o cortile. I convenuti avevano eccepito la natura condominiale del cortile in questione e la legittimità dell’uso da loro fattone, che, in considerazione dell’ampiezza dell’area, non impediva il concorrente godimento della parte attrice di accedere alle autorimesse di sua proprietà. La Corte di Appello aveva confermato l’esclusione del diritto di parcheggiare dei convenuti, in quanto il relativo esercizio, «oltre a rendere scomodo il raggiungimento a piedi delle singole unità immobiliari», avrebbe impedito all’altro condomino, parte attrice, di utilizzare il cortile «per l’introduzione di automezzi nei vani di sua proprietà posti a pianterreno». Contro tale sentenza, i coniugi convenuti hanno proposto ricorso per cassazione, censurando l’affermazione della Corte distrettuale circa l’incompatibilità dell’utilizzo a parcheggio del cortile con la destinazione dello stesso, richiamando la giurisprudenza di legittimità, da cui deriverebbe la necessità di verificare, caso per caso, l’idoneità a tale uso. La Suprema Corte ha considerato la censura non meritevole di accoglimento. Valutazione delle caratteristiche dimensionali e funzionali del cortile incensurabile. Gli Ermellini hanno ritenuto che la doglianza non evidenzia alcun malgoverno del fondamentale principio regolatore della comunione, risolvendosi in una sostanziale censura in fatto avverso l’accertamento compiuto dal giudice di merito. Questi, per Piazza Cavour, sulla base di una incensurabile valutazione in concreto delle caratteristiche dimensionali e funzionali del cortile, è pervenuto alla motivata conclusione dell’inidoneità obiettiva dello stesso a consentire l’esercizio della facoltà di parcheggio. Tale conclusione, secondo il Collegio, non si pone in contrasto con la giurisprudenza richiamata dai ricorrenti, non essendo basata sulla negazione, in linea astratta e di principio, della compatibilità dei cortili comuni con siffatto uso, ma su di un apprezzamento delle specifiche caratteristiche dell’area in questione, in considerazione delle quali è stato ritenuto - senza incorrere in vizi logici o lacune argomentative - che lo stesso non si prestasse al parcheggio di autovetture, «ma soltanto al passaggio delle persone e al transito dei veicoli diretti nelle rimesse, aventi accesso dal medesimo, facoltà il cui esercizio sarebbe stato ostacolato o reso incomodo dalla presenza di veicoli in sosta». Tale argomentazione, per il S.C., è perfettamente rispondente alla fondamentale regola di cui all’art. 1102 (uso della cosa comune), comma 1, c.c., secondo la quale l’uso della cosa comune da parte di ciascun partecipante non può alterarne la destinazione, da intendersi in concreto in considerazione delle caratteristiche obiettive e funzionali, e non può impedire il concorrente uso degli altri comunisti, secondo il loro diritto. Alla luce di ciò, il ricorso è stato rigettato.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Parcheggiare le auto nel cortile condominiale: quando non è possibile
By Avv. Emiliano Mancino a marzo 11, 2014
Diritto di cronaca con garanzie anche sul web
Massima cautela nell'esercizio del sequestro preventivo per gli articoli pubblicati sul web. È quanto raccomanda in sintesi la Corte di cassazione con la sentenza n. 10594 della Quinta sezione penale depositata ieri che ha annullato il provvedimento del tribunale di Roma con il quale veniva confermata la misura cautelare per alcuni articoli usciti sul sito del quotidiano «Il Fatto» nei quali si accusava Andrea Carandini all'epoca presidente del Consiglio dei Beni culturali, di una gestione privatistica e personalistica della sua carica istituzionale. Di qui l'avvio di un procedimento per il reato di diffamazione.
La Cassazione, nella sua riflessione, parte sottolineando che per blog, mailing list, chat, newsletter, e-mail, newsgroup, la tutela costituzionale prevista dall'articolo 21 per la libertà di stampa non scatta.
fonte: ilsole24ore.com/Diritto di cronaca con garanzie anche sul web

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