Source: http://www.laleggepertutti.it/114313_coltivazione-di-cannabis-e-reato
Timestamp: 2016-12-08 11:56:30+00:00

Document:
Coltivazione di cannabis: è reato
RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	La disparità di trattamento con il consumo a uso personale, dove però il quantitativo di droga è certo e determinato.
La coltivazione di cannabis per uso personale resta un reato. È questo il responso della Corte Costituzionale diffuso ieri con una sentenza di ieri [1], al termine della decisione sulla costituzionalità del trattamento sanzionatorio di tale illecito. Le motivazioni saranno depositate tra qualche tempo, ma nel frattempo si può tracciare qualche conclusione.
Il reato per coltivazione di cannabis è legittimo
Il comunicato stampa della Consulta recita nel seguente modo
“La Corte costituzionale in data odierna ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte di appello di Brescia sul trattamento sanzionatorio della coltivazione di piante di cannabis per uso personale.
La decisione è riferita all’art. 75 del testo unico in materia di stupefacenti ed è stata assunta nel solco delle sue precedenti pronunce in materia”.
La Corte, dunque, ci tiene a sottolineare di aver deciso secondo le proprie precedenti pronunce sul medesimo tema, prima tra tutte una del 1995 [2] in cui aveva affermato che «la condotta di coltivazione di piante da cui sono estraibili i principi attivi di sostanze stupefacenti ben può valutarsi come “pericolosa”, ossia idonea ad attentare al bene della salute dei singoli per il solo fatto di arricchire la provvista esistente di materia prima e quindi di creare potenzialmente più occasioni di spaccio di droga; tanto più che – come già rilevato – l’attività produttiva è destinata ad accrescere indiscriminatamente i quantitativi coltivabili. Si tratta quindi di un tipico reato di pericolo (…)”.»
Non è punito chi detiene stupefacenti a uso personale
La questione di costituzionalità era stata posta dalla Corte d’appello di Brescia secondo cui, alla luce dei recenti interventi in materia, si sarebbe creata una disparità di trattamento e violazione del principio di uguaglianza: da un lato, infatti, non è penalmente punibile chi detiene stupefacenti destinati a uso personale anche se in precedenza coltivati o altrimenti prodotti; dall’altro lato, invece, si prevede il reato per chi è sorpreso a coltivare e produrre stupefacenti da destinare al proprio consumo personale, quindi in un’attività addirittura prodromica all’uso stesso della droga. E allora ci si è chiesto perché, se l’uso personale non è punibile, lo è invece l’atto anteriore della produzione?
Questo e gli altri argomenti sollevati dalla Corte bresciana [3], però, non hanno convinto la Corte Costituzionale. Quest’ultima, nei propri precedenti, aveva spiegato che la disparità di trattamento sanzionatorio si spiega per il fatto che nella detenzione, acquisto e importazione di droga, il quantitativo di sostanza stupefacente è determinato e certo, per cui è facile stabilire se esso è destinato o meno al consumo personale. Non è così, invece, nel caso di coltivazione: la quantità di prodotto ricavabile dalla coltura non è “certa”; pertanto «anche la previsione circa il quantitativo di sostanza stupefacente alla fine estraibile dalle piante coltivate, e la correlata valutazione della destinazione della sostanza stessa ad uso personale, piuttosto che a spaccio, risultano maggiormente ipotetiche e meno affidabili».
In altre occasioni, i giudici costituzionali hanno affermato che la detenzione, l’acquisto e l’importazione di sostanze stupefacenti per uso personale si collegavano immediatamente e direttamente all’uso stesso, rendendo non irragionevole un atteggiamento meno rigoroso; la coltivazione si collocava, invece, all’esterno dell’area contigua al consumo, il che giustificava un possibile atteggiamento di maggior rigore, rientrando nella discrezionalità del legislatore anche la scelta di non agevolare comportamenti propedeutici all’approvvigionamento di sostanze stupefacenti per uso personale.
La sentenza Corte Costituzionale, sentenza 9 marzo – 20 maggio 2016, n. 109
Presidente Grossi – Relatore Frigo
Al riguardo, la Corte rimettente osserva che, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, né la quantità dello stupefacente rinvenuto presso l’imputato – quello pronto all’uso e quello ricavabile dallepiantine una volta giunte a maturazione (quantità non rilevante sia per valore economico che in relazione al numero di dosi ottenibili) – né alcun altro elemento consentirebbero di ritenere raggiunta la prova che lo stupefacente stesso fosse destinato, in tutto o in parte, ad essere ceduto a terzi.
L’imputato dovrebbe essere, pertanto, assolto dal reato contestatogli con riguardo alla detenzione dei 25 grammi di marijuana, la quale risulterebbe penalmente irrilevante per l’espresso disposto dell’art. 75 del d.P.R. n. 309 del 1990. Altrettanto non potrebbe dirsi, invece, per la coltivazione delle otto piantine di cannabis. L’interpretazione adeguatrice prospettata dalla difesa, intesa a far refluire anche la coltivazione per uso personale tra le condotte sanzionate in via amministrativa dalla norma censurata, resterebbe, infatti, esclusa alla luce di un orientamento ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità. Quest’ultima, per oltre un decennio, è stata «sostanzialmente granitica» nell’affermare l’impraticabilità di una simile interpretazione. Dopo un tentativo, operato da un indirizzo minoritario, di limitare la nozione di «coltivazione» alla sola attività gestita con caratteri di imprenditorialità, facendo rientrare la cosiddetta coltivazione “domestica” nel generico concetto di detenzione di cui all’art. 75 del d.P.R. n. 309del 1990, sono intervenute le sezioni unite della Corte di cassazione con la sentenza 24 aprile-10 luglio 2008, n. 28605, ribadendo il principio per cui «costituisce condotta penalmente rilevante qualsiasi attività non autorizzata di coltivazione di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, anche quando sia realizzata per la destinazione del prodotto ad uso personale»: principio al quale si è attenuta la giurisprudenza di legittimità successiva.
Osserva, in questa ottica, la Corte rimettente che l’art. 75 del d.P.R. n. 309 del 1990 configura come mero illecito amministrativo il fatto di chi,«per farne uso personale, illecitamente importa, esporta, acquista, riceve a qualsiasi titolo o comunque detiene sostanze stupefacenti o psicotrope». La legge considererebbe, dunque, penalmente irrilevante la condotta di chi detiene lo stupefacente a fini di consumo personale, quale che sia il comportamento pregresso che ha originato tale detenzione («comunque detiene»). Rientrerebbe, pertanto, tra i semplici illeciti amministrativi anche la detenzione, a detto fine, di sostanza stupefacente ricavata da piante coltivate dallo stesso detentore.
Tale disciplina violerebbe il principio di eguaglianza (art. 3 Cost.), assoggettando a trattamenti diversi comportamenti identici, o almeno del tutto assimilabili. La denunciata sperequazione non potrebbe essere giustificata con il rilievo che la condotta di detenzione – a differenza di quella di coltivazione – è collegabile immediatamente e direttamente al successivo uso personale, finalità che sola giustifica l’applicazione del regime sanzionatorio meno rigoroso previsto dall’art. 75 del d.P.R. n. 309 del 1990. La maggiore «distanza» della condotta di coltivazione rispetto all’utilizzo finaledello stupefacente potrebbe rendere più difficoltoso, in punto di fatto, l’accertamento della finalità di consumo personale, ma risulterebbe inidonea ad imprimere un maggior disvalore alla condotta, una volta che detta finalità sia stata comunque accertata.
Chela protezione della salute o dell’incolumità individuale dell’agente da comportamenti autolesivi sia estranea non solo al sistema normativo in esame, ma all’intero ordinamento penale, lo dimostrerebbe, d’altronde, il fatto che non solo altri comportamenti notoriamente nocivi per la salute di chi li pone in essere (quali il tabagismo e l’abuso di sostanze alcooliche), ma persino la più grave delle condotte autolesive, e cioè il tentativo di suicidio, restino privi di rilevanza penale.
1.1.– È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difesodall’Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile.
2.– La Corte d’appello di Brescia ha sollevato identicaquestione con successiva ordinanza dell’11 giugno 2015 (r.o. n. 200 del 2015), emessa nell’ambito del giudizio di appello avverso altra sentenza del Tribunale ordinario di Brescia, che aveva dichiarato l’imputato colpevole dei reati di «illecita detenzione di sette piante di marijuana» e di porto ingiustificato di un coltello a serramanico.
Sarebbe, di conseguenza, purenel frangente rilevante la questione di legittimità costituzionale dell’art. 75 del d.P.R. n. 309 del 1990, nella parte in cui non include la coltivazione di piante di cannabis, finalizzata in via esclusiva al consumo personale, tra le condotte punibili con sole sanzioni amministrative: questione la cui non manifesta infondatezza viene motivata con considerazioni identiche a quelle svolte nell’ordinanza r.o. n. 98 del 2015.
La stessa destinazione all’uso personale si presta, d’altro canto, ad essere apprezzata in termini diversi nelle due ipotesi. Nella detenzione,infatti, essendo il quantitativo di sostanza stupefacente certo e determinato, è possibile, alla luce delle circostanze oggettive e soggettive, un giudizio prognostico circa la destinazione della sostanza. Nel caso della coltivazione, invece, la quantità di prodotto estraibile dalle piante coltivate non è apprezzabile con sufficiente grado di certezza, sicché la correlata valutazione in ordine alla destinazione della sostanza ad uso personale, anziché di spaccio, risulta maggiormente ipotetica e meno affidabile.
Nel caso della coltivazione, la pericolosità astratta della condotta incriminata sarebbe, peraltro, innegabile, stante la sua idoneità ad accrescere indiscriminatamente i quantitativi di stupefacente disponibili e ad aumentare le occasioni di spaccio, attentando, così, al bene giuridico protetto. La circostanza, poi, che la specifica condottasottoposta all’esame del giudice a quo non presenti nemmeno in grado minimo il requisito dell’offensività, lungi dal poter fondare la questione di costituzionalità sollevata, implicherebbe soltanto un giudizio di merito devoluto al giudice comune.
Ad avviso della Corte rimettente, risulterebbe in tal modo violato il principio di eguaglianza (art. 3 della Costituzione), sotto il profilo della ingiustificata disparità di trattamento fra chi detiene per uso personale sostanza stupefacente ricavata da piante da lui stesso precedentemente coltivate – assoggettabile soltanto a sanzioni amministrative, in forza della disposizione denunciata – e chi è sorpreso mentre ha in corso l’attività dicoltivazione, finalizzata sempre al consumo personale: condotta che assume, invece, rilevanza penale.
Secondo la difesa dello Stato, la questione sarebbe inammissibile in quanto volta ad aggiungere unaulteriore fattispecie nella norma sanzionatoria amministrativa censurata: operazione che, oltre a non apparire costituzionalmente obbligata, si scontrerebbe con il «rigorosissimo» principio di legalità che regge la materia penale e, amplius, sanzionatoria.
La pronuncia richiesta non comporterebbe,d’altra parte, alcuna opzione discrezionale fra più possibili alternative. Se le censure del giudice a quo fossero fondate, questa Corte si limiterebbe, infatti, ad estendere alla fattispecie considerata (coltivazione per uso personale) il trattamento stabilito dal legislatore per il tertium comparationis (detenzione per uso personale).
La disposizione in esame rappresenta il momento saliente di emersione della strategia – cui si ispira la normativa italiana in materia di sostanze stupefacenti e psicotrope a partire dalla legge 22 dicembre 1975, n. 685 (Disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope. Prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza) – volta a differenziare, sul piano del trattamento sanzionatorio, la posizione del consumatore della droga da quelle del produttore e del trafficante. L’idea di fondo del legislatore è che l’intervento repressivo debba rivolgersi precipuamente nei confronti dei secondi, dovendosi scorgere, di norma, nella figura del tossicodipendente o del tossicofilo una manifestazione di disadattamento sociale, cui farfronte, se del caso, con interventi di tipo terapeutico e riabilitativo.
Questo fa perno, in concreto, su un dato inerente all’intenzione dell’agente: la finalità di «uso personale» dellasostanza. Configurata in origine come causa di non punibilità correlata ad un limite quantitativo non definito (la «modica quantità» dello stupefacente oggetto della condotta: art. 80 della legge n. 685 del 1975), detta finalità è stata successivamente trasformata – con soluzione di maggior rigore – in elemento che “degrada” l’illecito penale in illecito amministrativo, nel rispetto di un limite quantitativo più stringente (la «dose media giornaliera» determinata dall’autorità amministrativa: art. 75 del d.P.R. n. 309 nel 1990, nel testo originario); limite venuto poi a cadere per effetto del referendum abrogativo del 18-19 aprile 1993. La perdurante presenza di un apparato sanzionatorio amministrativo, composto da un ventaglio di misure non pecuniarie di significativo spessore (a cominciare dalla sospensione della patente di guida degli autoveicoli), attesta, peraltro, come anche all’attività di assunzione di sostanze stupefacenti vengano annessi connotati di disvalore (sentenza n. 296 del 1996): ciò, pur tenendo conto della possibilità, offerta all’autore dell’illecito, di evitare l’applicazione delle sanzioni sottoponendosi, con esito positivo, ad un programma terapeutico e socio-riabilitativo (art. 75, comma 11, del d.P.R. n. 309 del 1990).
Sotto il profilo che qui più interessa, una costante della disciplina in discorso èrappresentata dalla “selettività” del trattamento più benevolo connesso alla finalità di uso personale, il quale – nella logica dianzi indicata – risulta circoscritto ad una parte soltanto delle numerose condotte relative agli stupefacenti suscettive di assumere rilevanza penale. Ne restano escluse, infatti, non solo le condotte che implicano il trasferimento della droga a terzi (o propedeutiche ad esso), e perciò strutturalmente incompatibili con il consumo della sostanza da parte dell’agente (vendita, commercio, cessione e via dicendo), ma anche plurime condotte cosiddette “neutre”, compatibili, cioè, tanto con il fine di uso personale che con quello di cessione a terzi. Il trattamento più favorevole era, in effetti, inizialmente riservato alle sole condotte di acquisto e di detenzione (art. 80 della legge n. 689 del 1975), per essere poi progressivamente esteso anche a quelle di importazione (art. 75 del d.P.R. n. 309 del 1990, nel testo originario), esportazione e ricezione a qualsiasi titolo (art. 75 del d.P.R. n. 309 del 1990, come sostituito dall’art. 4-ter del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, recante «Misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali, nonché la funzionalità dell’Amministrazione dell’interno. Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi e modificheal testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309», convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2006, n. 49).
Tra le condotte ammesse a fruire del trattamento di minor rigore non risulta, dunque, inclusa – né mai lo è stata – la coltivazione non autorizzata di piante dalle quali possono estrarsi sostanze stupefacenti (quale la cannabis): attività che figura, per converso, in testa all’elenco dei comportamenti penalmenterepressi dalla norma chiave del sistema – l’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990 – e la cui equiparazione quoad poenam alla fabbricazione illecita della droga è ribadita, altresì, dall’art. 28, comma 1, del medesimo decreto.
Un tentativo di “rivitalizzare” l’esegesi in discorso è stato operato, a distanza di un decennio, da alcune sentenze della sesta sezione penale della Corte di cassazione, facendo leva sull’assunto che la nozione penalmente rilevante di «coltivazione» dovesse ritenersi evocativa della solacoltivazione «in senso tecnico-agrario», o «imprenditoriale»: con la conseguenza che la coltivazione cosiddetta “domestica” (effettuata, cioè, tramite messa a dimora delle piante in vasi presso l’abitazione dell’agente, come nei casi oggetto dei giudizi a quibus) sarebbe ricaduta tra le fattispecie di «detenzione», sanzionate in via amministrativa dalla norma denunciata, ove finalizzate al consumo personale (per tutte, Corte di cassazione, sezione sesta, sentenza 18 gennaio-10 maggio 2007, n. 17983).
Tale ricostruzione non ha trovato, tuttavia, l’avallo delle sezioni unite, le quali, con due sentenze “gemelle” del 2008, hanno confermato la validità dell’indirizzo tradizionale. Rilevato come l’ipotizzata esegesi restrittiva della nozione penalmente rilevante di «coltivazione» non trovi conforto – come si sosteneva – nella disciplina delle autorizzazioni all’esercizio di tale attività, recata dagli artt. 26 e seguenti del d.P.R. n. 309 del 1990, il supremo organo della nomofilachia ha ribadito il principio per cui «costituisce condotta penalmente rilevante qualsiasi attività non autorizzata di coltivazione di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, anche quando sia realizzata per la destinazione del prodotto ad uso personale» (Corte di cassazione, sezioni unite, sentenze 24 aprile-10 luglio 2008, n. 28605 e n.28606).
Nel vigore della legge n. 685 del 1975, la Corte ha, in particolare, escluso che il mancato assoggettamento della coltivazione alla medesima disciplina stabilita per la detenzione di modiche quantità di stupefacente per uso personale potesse ritenersi contrastante con i principi di eguaglianza e di ragionevolezza (art. 3 Cost.). Ciò, in quanto la condotta in discussione presentava un più accentuato disvalore rispetto alla seconda, trattandosi di «comportamento idoneo ad accrescere il quantitativo di stupefacenti presenti sul territorio nazionale», e maggiormente pericoloso anche dell’importazione, «non essendo valutabile a priori il quantitativo di droga potenzialmentericavabile» (ordinanza n. 231 del 1982, confermata dalle ordinanze n. 136 del 1987, n. 308 del 1985, n. 260 e n. 258 del 1984, n. 189 e n. 91 del 1983).
Ad analoga conclusione la Corte è pervenuta in rapporto alla disposizione dell’art. 75 del d.P.R. n. 309 del 1990, quale risultante all’esito del referendum abrogativo, censurata nella parte in cui non omologava, sotto l’aspetto considerato, la coltivazione alle fattispecie della detenzione, dell’acquisto e dell’importazione. Al riguardo, si è rilevato come la condotta in questione non fosse, in realtà, comparabile con quelle addotte come tertia comparationis. La detenzione, l’acquisto e l’importazione di sostanze stupefacenti per uso personale si collegavano, infatti, immediatamente e direttamente all’uso stesso, e ciò rendeva non irragionevole un atteggiamento meno rigoroso nei confronti di chi aveva già operato una scelta che – ancorché valutata sempre in termini di illiceità – l’ordinamento non intendeva contrastare con lo strumento più rigido della sanzione penale. La coltivazione si collocava invece all’esterno dell’«area contigua al consumo»: il che giustificava «un possibile atteggiamento di maggior rigore, rientrando nella discrezionalità del legislatore anche la scelta di non agevolare comportamenti propedeutici all’approvvigionamento di sostanze stupefacenti per usopersonale». La più accentuata pericolosità della condotta di coltivazione derivava, peraltro – oltre che dalla minore affidabilità della prognosi circa la destinazione all’uso personale, conseguente all’impossibilità di determinare con sufficiente certezza la quantità di sostanza stupefacente ricavabile dalle piante coltivate – anche dal fatto che, come già rilevato nel precedente contesto normativo, «l’attività produttiva è destinata ad accrescere indiscriminatamente i quantitativi coltivabili e quindi ha una maggiore potenzialità diffusiva delle sostanze stupefacenti estraibili» (sentenza n. 360 del 1995, confermata, in parte qua, dalla sentenza n. 296 del 1996 e dalle ordinanze n. 414 e n. 150 del 1996).
Pronunciando su questione concernente la norma incriminatrice di cui all’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990, questa Corte ha escluso, altresì, che la sottoposizione a pena della coltivazione, indipendentemente dalla destinazione del prodotto, collidesse con il principio di necessaria offensività del reato. Si è, infatti, osservato che la fattispecie criminosa considerata, nella sua configurazione astratta, poggiava su una presunzione di pericolo non irragionevole, inerendo a condotta «idonea ad attentare al bene della salute dei singoli per il solo fatto di arricchire la provvista esistente di materia prima e quindi di creare potenzialmentepiù occasioni di spaccio di droga»: e ciò tanto più a fronte della rilevata attitudine dell’attività produttiva ad incrementare in modo indefinito i quantitativi coltivabili. Quanto, poi, all’offensività della singola condotta in concreto accertata, la sua eventuale carenza non radicava alcuna questione di costituzionalità, ma implicava «soltanto un giudizio di merito devoluto al giudice ordinario», all’esito del quale la punibilità poteva essere esclusa (sentenza n. 360 del 1995).
La violazione dell’art. 3 Cost. viene dedotta sotto un profilo particolare e specifico: quello, cioè, della ingiustificata disparità di trattamento fra chi detiene per uso personale sostanza stupefacente ricavata da piante da lui stesso in precedenza coltivate – condotta inquadrabile nella formula «comunque detiene», presente nella norma censurata, e dunque sanzionata (in assunto) solo in via amministrativa – e chi è invece sorpreso mentre ha ancora in corso l’attività di coltivazione, finalizzata sempre all’uso personale, trovandosi con ciò esposto – secondo il “diritto vivente” – alle sanzioni penali previste dall’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990.La rilevanza, amministrativa o penale, dell’illecito finirebbe, in altre parole, per dipendere – irrazionalmente – dal momento della scoperta: il coltivatore per proprio consumo andrebbe incontro a semplici sanzioni amministrative se ha già raccolto il prodotto; risponderebbe penalmente se non lo ha ancora fatto.
8.–Considerazioni un poco più articolate merita la seconda doglianza, afferente al principio di necessaria offensività del reato.
Quanto al primo versante, il principio di offensività “in astratto” non implica che l’unico modulo di intervento costituzionalmente legittimo sia quello del reato di danno. Rientra, infatti, nella discrezionalità del legislatore l’opzione per forme di tutela anticipata, le quali colpiscano l’aggressione ai valori protetti nello stadio della semplice esposizione a pericolo, nonché, correlativamente,l’individuazione della soglia di pericolosità alla quale riconnettere la risposta punitiva (sentenza n. 225 del 2008): prospettiva nella quale non è precluso, in linea di principio, il ricorso al modello del reato di pericolo presunto (sentenze n. 133 del 1992, n. 333 del 1991 e n. 62 del 1986).
Ad avviso del giudice a quo, tale conclusione – formulata ponendo come termine di riferimento del giudizio di pericolosità il «bene della salute dei singoli» – meriterebbe di essere rivista alla luce di due (asseriti) elementi di novità: l’evoluzione della giurisprudenza di legittimità in ordine alla ratio delle norme incriminatrici di settore e la normativa sovranazionalesopravvenuta.
L’assunto troverebbe confermanella decisione quadro 25 ottobre 2004, n. 2004/757/GAI (Decisione quadro del Consiglio riguardante la fissazione di norme minime relative agli elementi costitutivi dei reati e alle sanzioni applicabili in materia di traffico illecito di stupefacenti), la quale – dopo aver enumerato le condotte connesse al traffico di stupefacenti che gli Stati membri dell’Unione europea sono chiamati a configurare come reati (tra cui anche la coltivazione della cannabis: art. 2, paragrafo 1) – esclude dal proprio campo applicativo le condotte (coltivazione compresa) «tenute dai loro autori soltanto ai fini del […] consumo personale quale definito dalle rispettive legislazioni nazionali» (art. 2, paragrafo 2).
Neppure è accreditabile comenovità significativa, ai presenti fini, la decisione quadro n. 2004/757/GAI, la quale reca solo «norme minime» in
Il legislatore ha negato, cioè, rilievo alla predetta finalità – oltre che in rapporto alle condotte con essa logicamente incompatibili, perché implicanti la “circolazione” della droga («vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunquescopo») – anche rispetto alle condotte “neutre” che hanno la capacità di accrescere la quantità di stupefacente esistente e circolante, agevolandone così indirettamente la diffusione («coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina»).
Inoltre – come ampiamente rimarcato dalla giurisprudenza di legittimità – la coltivazione presenta l’ulteriore peculiarità di dare luogo adun processo produttivo in grado di “autoalimentarsi” e di espandersi, potenzialmente senza alcun limite predefinito, tramite la riproduzione dei vegetali.
Al riguardo, giova ribadire quanto già rimarcato nella sentenza n. 360 del 1995: e, cioè, che la strategia d’intervento volta a riservare, per le ragioni precedentemente indicate, un trattamento meno rigoroso al consumatore dello stupefacente – lasciando, peraltro, ferma la qualificazione delle sue scelte in termini di illiceità – non esclude che il legislatore, nell’ottica di prevenire i deleteri effetti connessi alla diffusione dell’abitudine al consumo delle droghe, resti libero di non agevolare (e, amplius, di contrastare) i comportamenti propedeutici all’approvvigionamento dello stupefacente per uso personale. Allo stesso modo in cui detta strategia nonrende illegittima la sottoposizione a pena del cedente “al minuto” che fornisce la sostanza al tossicofilo, malgrado ciò si risolva in un evidente ostacolo all’approvvigionamento (con particolare riguardo al cedente a titolo gratuito, sentenza n. 296 del 1996), essa non impedisce neppure al legislatore di considerare penalmente rilevante, ex se, l’attività intesa a produrre nuova droga.
Si tratta, del resto, di una indicazione ampiamente recepita – nei suoi termini generali – dalla giurisprudenza di legittimità, secondo la quale compete al giudice verificare se la singola condotta di coltivazione non autorizzata, contestata all’agente, risulti assolutamente inidonea a porre a repentaglio il bene giuridico protetto e, dunque, in concreto inoffensiva, escludendone in tal caso la punibilità (Corte di cassazione, sezioni unite, sentenze 24 aprile-10 luglio 2008, n. 28605 e n. 28606). Risultato, questo, conseguibile sia – secondo l’impostazione della sentenza n. 360 del 1995 – facendo leva sulla figura del reato impossibile (art. 49 del codice penale); sia– secondo altra prospettiva – tramite il riconoscimento del difetto di tipicità del comportamento oggetto di giudizio.
[1] C. Cost. sent. n. 109 del 9.03.2016- 20.05.2016
[2] C. Cost. sent. n. 360/1995.
[3] Per i giudici bresciani la previsione di una sanzione penale detentiva e pecuniaria a carico del coltivatore a uso personale è in contrasto anche con il principio di offensività. Infatti, l’incriminazione della di una condotta che non ha come obiettivo la cessione a terzi dello stupefacente coltivato è, nella lettura della Corte d’appello, del tuto estranea alla lesione o messa in pericolo dei valori che la norma intende tutelare (la salute e l’ordine pubblico). Del resto, ricordava ancora l’ordinanza, la tutela della salute o dell’incolumità personale da atti autolesivi, come nel caso del consumo di tabacchi o alcolici, è estranea all’intero ordinamento penale.
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