Source: http://doczz.it/doc/2717548/percorso-tematico-il-giudice-minorile
Timestamp: 2018-12-09 21:37:03+00:00

Document:
Percorso tematico Il giudice minorile
COP. estratto rass 2_2009:COP. estratto rassegna 3_2005
Il giudice minorile
N U O VA S E R I E
n. 2 - 2009
Estratto rass 2_2009:01 rassegna 3-4_2006 (001-064)
Francesco Paolo Occhiogrosso (presidente),
Valerio Belotti (coordinatore scientifico),
Roberto G. Marino, Salvatore Me,
Maria Teresa Tagliaventi, Raffaele Tangorra,
di documentazione per l’infanzia
Enzo Catarsi, Giovanni Lattarulo,
Anna Maria Maccelli, Antonella
Schena, Paola Senesi, Maria Teresa
Anna Buia, Barbara Giovannini,
Il giardino dell’estate di Zhao Lun Liu
(Pinacoteca internazionale dell’età
evolutiva Aldo Cibaldi del Comune
di Rezzato - www.pinac.it)
La sezione presentata è tratta
dalla Rassegna bibliografica
Nuova serie, numero 2 - 2009
Periodico trimestrale registrato
con n. 4963 del 15/05/2000
tel. 055/2037343 - fax 055/2037344
sito Internet: www.minori.it
Il mestiere di giudice minorile
Docente di diritto minorile all’Università LUMSA di Roma,
1. La Cassazione e il
Il 16 maggio 2008, cento anni dopo la
circolare dell’11 maggio 1908 con cui il
guardasigilli Vittorio Emanuele Orlando
disponeva per la prima volta che i processi a carico di minorenni fossero trattati da
giudici specializzati (il testo si può leggere
in Novelli, 1934, p. 802), la Corte di cassazione ha pronunciato su questo argomento una sentenza di grande interesse
(sez. V pen., 16 settembre 2008 n. 38481,
in Guida al diritto. Famiglia e minori, 2008,
n. 11, p. 60). Nel respingere un ricorso del
pubblico ministero contro una decisione
del giudice delle indagini preliminari del
Tribunale per i minorenni di Ancona, la
Corte ha infatti recisamente affermato che
il giudice delle indagini preliminari del tribunale per i minorenni, benché organo togato monocratico che decide da solo e senza il contributo dei giudici onorari, deve
comunque essere considerato un giudice
specializzato essendo dotato «di una particolare professionalità settoriale», e pertanto può procedere al giudizio abbreviato
con pienezza di poteri, e quindi anche
condannare il minore imputato a pena detentiva o disporne la messa alla prova.
Nella motivazione del provvedimento
si dice che il sistema giudiziario minorile
«vede comunque una magistratura togata
“specializzata” [virgolette nel testo,
n.d.a.] in ragione della particolare professionalità, acquisita sia attraverso corsi di
formazione e di aggiornamento, sia favorendo l’esperienza giudiziaria di settore»:
cosicché «sia la specifica professionalità
dei magistrati togati, sia la particolare formazione dei collegi giudicanti, caratterizzano nel senso della specializzazione il sistema giudiziario minorile».
La singolare coincidenza centenaria
pone in risalto una questione di non poca cosa, e la decisione della Suprema
Corte è stata considerata in contrasto
con i principi ispiratori del sistema minorile (Mazzucato, 2008). Infatti sin dalle sue origini, risalenti al lontano 1934,
la natura di giudice specializzato del tribunale per i minorenni si giustifica con
la sua composizione collegiale mista:
due magistrati professionali e due privati cittadini (in origine uno soltanto), nominati giudici onorari in ragione della
loro competenza ed esperienza nei problemi dell’età evolutiva (Serra, 2006). Ne
consegue che il sapere giuridico di cui
sono portatori i giudici professionali
(c.d. togati) e quello tecnico dei giudici
onorari devono essere sempre compresenti e integrarsi tra loro (Dusi, 1993;
Andria, 2003; Moro, 2005).
Di fronte a questa radicata concezione, la Cassazione sembra invece individuare nel giudice togato minorile un ulteriore elemento che non riguarda soltanto il sapere relativo a un particolare settore del diritto (e cioè la legislazione sui minori), ma un quid pluris che la Corte lascia
imprecisato ma che ne costituirebbe la
professionalità specifica, rendendolo atto
a giudicare un minore.
L’esistenza di una tale professionalità
non sembra invece condivisa dalla Corte costituzionale. Nell’ordinanza del 27
ottobre 2003 n. 330 (consultabile in
www.cortecostituzionale.it), dichiarando
manifestamente infondata un’eccezione
proposta dal Tribunale per i minorenni
di Catanzaro, essa ha infatti affermato
che – anche nel caso limite della sostituzione integrale della componente togata
del tribunale per i minorenni – «la specializzazione del giudice minorile […] è
assicurata dalla struttura complessiva di
tale organo giudiziario, qualificato dall’apporto degli esperti laici». È quindi la
presenza di questi ultimi a specializzare
l’organo: dal che si deduce che senza
quella non esiste giudice minorile specializzato.
In epoca assai più recente, l’esigenza
della composizione collegiale mista è stata confermata e rinforzata dall’art. 50 bis
cpv dell’Ordinamento giudiziario, introdotto dall’art. 14 del DPR 22 settembre
1988, n. 449 (Approvazione delle norme per
l’adeguamento dell’ordinamento giudiziario
al nuovo processo penale). Quella norma stabilisce infatti che il giudice dell’udienza
preliminare minorile, diversamente da
quello della preliminare ordinaria, deve
essere collegiale e non monocratico e con
maggioranza dei giudici onorari sui giudici togati (due onorari e un togato).
E dunque, se per giudicare il minore è
necessario un giudice specializzato e se
questo giudice, secondo la Cassazione,
può essere anche il solo magistrato professionale, in cosa consiste questa sua specializzazione? Come si crea quella particolare professionalità settoriale? In altre
parole: che cos’è il mestiere di giudice minorile?
2. I primordi: la circolare
Nella nostra cultura giuridica di tradizione romanistica il giudice è considerato
il peritus peritorum, cosicché il concetto di
specializzazione è stato a lungo estraneo
al mondo giudiziario (Turri, 1997; Spina,
2008a), fatta salva una certa distinzione
tra civilisti e penalisti, peraltro più attinente al prestigio interno che alle tecniche professionali. Ancor più estranea è
stata ed è la specializzazione nel mondo
forense, dove solo adesso cominciano a
spuntare un po’ in disordine le prime iniziative di formazione specializzata.
Con la circolare del 1908 Vittorio
Emanuele Orlando cercava invece per la
prima volta di introdurre una forma di
specializzazione per giudici minorili professionali, disponendo che nei tribunali
uno dei giudici si occupasse in special
modo dei procedimenti contro imputati
minorenni, con «l’inestimabile vantaggio» di acquisire una specializzazione nella materia minorile e di dedicarsi «con
animo quasi paterno a studiare la psicologia dell’imputato, trattandolo alla buo-
na e senza intimidazioni, cercando di
guadagnarne la confidenza, e riuscendo a
fargli comprendere la necessità dell’osservanza delle leggi».
Il giudice non doveva limitarsi ad accertare il fatto delittuoso nella sua materialità, ma doveva anche indagare sulla situazione personale e familiare del minorenne. Tutto ciò al duplice scopo di valutare meglio la responsabilità del minore e
di esaminare la necessità di interventi nei
confronti dei genitori in caso di loro trascuratezza o immoralità o di ambiente familiare patogeno.
A questo proposito, la circolare stimolava i pubblici ministeri a promuovere
d’ufficio, «con maggiore sollecitudine frequenza ed energia», i procedimenti di
controllo della patria potestà, ricordando
loro che il non farlo sarebbe stata «grave
colpa». La circolare sollecitava poi i giudici a coordinarsi con l’assistenza pubblica e a essere in relazione continua con i
dirigenti delle istituzioni che si interessano della protezione dell’infanzia, allo
scopo di adottare provvedimenti concretamente utili al recupero del minore (Novelli, 1934).
Una verifica sull’attuazione della circolare Orlando effettuata l’anno seguente diede tuttavia risultati desolanti. Si accertò che nel corso del 1909 in tutta Italia, comprese le Isole, con una media annua di 33.500 minorenni condannati, le
disposizioni ministeriali avevano trovato
applicazione soltanto 287 volte, vale a
dire nello 0,85% dei casi. Vi erano stati
cioè solo 241 provvedimenti per abuso
della patria potestà, e appena 46 per abbandono della casa paterna (De Gennaro, 1931).
La circolare Orlando rispondeva in
maniera del tutto empirica all’esigenza di
specializzazione, facendola sostanzialmente derivare dall’animo “quasi paterno” dei giudici e dalla pratica quotidiana.
Ma in un elaborato progetto di Codice
per i minorenni (Quarta, 1912; Novelli,
1934, p. 803), predisposto pochi anni dopo da un’apposita Commissione per iniziativa dello stesso Orlando, la specializzazione del giudice minorile togato era ritenuta «indiscutibilmente, sotto ogni rispetto, nonché utile, necessaria» e doveva
effettuarsi fin dal tirocinio iniziale, scegliendo giovani magistrati cultori delle discipline biologiche, pedagogiche e sociali.
In un secondo tempo si sarebbero dovuti
prevedere appositi concorsi o esami per
accertare l’attitudine e la necessaria competenza tecnica. Malgrado tutto ciò, il
progettato Codice per i minorenni non
vide mai la luce.
3. Il tribunale per i minorenni
La questione del giudice minorile specializzato fu ripresa solamente vent’anni
dopo, in piena epoca fascista, da Alfredo
Rocco, ministro della Giustizia e autore
del codice penale ancora oggi vigente (Verelli, 1934). Con la circolare del 24 settembre 1929, n. 2236, il Ministro istituiva
nei dieci maggiori capoluoghi sezioni
sperimentali del tribunale ordinario, funzionanti come sezioni penali per i minorenni (Novelli, 1934, p. 811 e ss.). A queste dovevano essere addetti «magistrati
particolarmente dediti allo studio dei problemi minorili». Nelle udienze i giudici
non dovevano indossare la toga; i proces-
si nei confronti di minorenni dovevano
essere celebrati in un’aula che non avesse
le apparenze di un’aula di tribunale e fosse possibilmente ubicata in edificio diverso dal palazzo di giustizia.
Il giudice doveva interrogare il minorenne «paternamente»; al processo, celebrato a porte chiuse, potevano assistere
soltanto i genitori e il rappresentante dell’Opera nazionale per la protezione della
maternità e dell’infanzia (ONMI); era obbligatoria l’assistenza di un avvocato difensore del minore, se necessario nominato d’ufficio. I giudici erano esortati a
non comportarsi severamente, dove ciò
fosse consigliabile per il recupero del minore: ma, per quanto riguarda la loro capacità professionale e la loro formazione,
nulla era previsto oltre al fugace accenno
a una particolare dedizione allo studio
dei problemi minorili.
Neppure questo esperimento, che in
certa misura ricalcava la vecchia circolare
Orlando, dovette dare buoni risultati. Cinque anni dopo, infatti, il Governo rinunciava definitivamente all’opzione volta a
formare e specializzare dei magistrati professionali con funzioni minorili esclusive,
ed emanava il regio decreto legge 20 luglio
1934, n. 1404, Istituzione e funzionamento del
tribunale per i minorenni (Baviera, 1976; Moro, 1976a; La Greca, 1987). Convertito nella legge 27 maggio 1935, n. 835, quel regio
decreto è tuttora vigente per l’aspetto ordinamentale e disciplina il più vetusto organo giudiziario dell’Italia repubblicana.
L’attuale tribunale per i minorenni è
dunque oggi come allora un organo collegiale che giudica in composizione mista
di quattro giudici, cioè due magistrati
professionali (cosiddetti giudici togati) e
due giudici onorari, privati cittadini – un
uomo e una donna – «benemeriti dell’assistenza sociale scelti tra i cultori di biologia, di psichiatria, di antropologia criminale, di pedagogia, di psicologia», nominati per un triennio dal Consiglio superiore della magistratura. Esso ha sede in
ciascun capoluogo di corte d’appello e ha
competenza per l’intero distretto (che
spesso coincide col territorio dell’intera
regione). Sono dunque 29 i tribunali per
i minorenni in Italia, e vi operano poco
meno di 200 giudici professionali e poco
meno di 700 giudici onorari. Sono anche
29 le procure della repubblica presso il
La competenza del tribunale per i minorenni è triplice: penale (relativa cioè ai
reati commessi da minorenni), rieducativa (relativa ai minori di condotta irregolare) e civile (relativa in origine ai soli procedimenti di limitazione della potestà genitoriale, ma poi, come vedremo, fortemente ampliata ad altre competenze civili). Si parla perciò di competenza unitaria
e di unicità della giurisdizione minorile.
La scelta della competenza unitaria è
frutto della convinzione del legislatore
del 1934, il quale volle che le tre competenze fossero collegate tra loro, perché «il
problema della salvezza del fanciullo è
unitario» (Fera, 1935): cosicché era ed è
possibile sul piano tecnico che un minorenne imputato sia prosciolto sul piano
penale, ma sottoposto a una misura rieducativa, oppure fatto oggetto di un
provvedimento civile che in pari tempo
limiti la potestà dei suoi genitori e disponga un intervento di sostegno e controllo da parte dei servizi sociali. Questo
concetto, già adombrato nella circolare
Orlando del 1908, è stato fatto proprio in
modo esplicito dalla Suprema Corte, che
ancora nella sentenza 19 gennaio 1982 n.
6979 così si esprimeva:
Secondo il sistema delineato dalla legge istitutiva del tribunale per i minorenni, ogni reato
commesso dal minore non deve essere considerato isolatamente ai fini penali, ma come occasione per un intervento, da parte del tribunale
per i minorenni, di natura civile o amministrativa. Invero […] il legislatore ha creato un sistema armonico, in virtù del quale, una volta
che un minore ha commesso un reato, il procedimento penale segue il suo corso, ma a esso si
affianca il procedimento amministrativo o
quello civile, che vigilano a protezione del minore ogni qual volta le esigenze del primo procedimento si siano esaurite e il minore sia ancora abbisognevole di cure.
nella stessa persona il possesso di tali elementi.
D’altra parte, lo sviluppo dato alle funzioni giuridiche del tribunale, anche nel campo del diritto privato, non consentiva di rinunciare all’intervento del magistrato ordinario (Novelli,
La scelta del Governo non diede però
i risultati sperati. Appena un anno dopo la
nascita dei tribunali per i minorenni veniva notato che la specializzazione era gravemente compromessa dalla scarsa preparazione scientifica dei giudici, dalla non
esclusività delle funzioni e dalla mancanza di autonomia dal tribunale ordinario,
di cui il tribunale per i minorenni finiva
per essere una specie di appendice. Inoltre, ci si doleva che molte competenze civili concernenti i minori fossero rimaste al
giudice ordinario, mentre «la difesa del
La scelta della collegialità mista, netta- fanciullo non può essere compiuta a spicmente in contrasto con i precedenti pro- chi [...], ma nell’insieme delle forze […]
che concorrono nella formazione della
getti e sperimentazioni, è così spiegata:
sua personalità» (Agostini, 1936).
L’inclusione di un componente privato nella formazione del collegio [giudicante] è giustificata dalla considerazione che la funzione giudiziaria nei riguardi dei minorenni deve essere
animata da un soffio vivo e palpitante di umanità e nutrita di conoscenza specifica almeno di
alcuna delle scienze che più efficacemente contribuiscono alla conoscenza della personalità
del minore e di mezzi più idonei per correggerne le deficienze. […] Il riconoscimento della
utilità della persona scientificamente specializzata nella funzione del giudice minorile spiega
la preferenza avuta per il sistema collegiale in
luogo di quella del giudice unico, auspicato da
una parte della dottrina e accolto da alcune legislazioni. […] Elementi giuridici ed elementi
scientifici devono concorrere al successo della
difficile missione, e non si può affermare, senza rinnegare la realtà, che sia frequente trovare
4. Il giudice educatore
Il problema della carente professionalità del giudice minorile si ripropose con
forza nella seconda metà degli anni Cinquanta, in seguito e a causa delle riforme
introdotte dalla legge 25 luglio 1956, n.
888 (Modificazioni al regio decreto-legge 20 luglio 1934, n. 1404, convertito in legge 27 maggio 1935, n. 835, sull’istituzione e funzionamento del tribunale per i minorenni) tra cui la
nuova misura della libertà assistita, strutturata sullo schema del probation system dei
Paesi anglosassoni (Radaelli, 1958).
Uberto Radaelli, magistrato, illuminato direttore dell’ufficio ministeriale pre-
posto ai servizi e alle strutture rieducative
minorili (La Greca, 2009), fu subito consapevole che l’applicazione della nuova
misura e, più in generale, di ogni misura
di protezione o di recupero del minore,
chiamava in causa una professionalità
specifica del giudice togato, in quanto
non si tratta di risolvere una controversia o di
punire un’infrazione, ma di accertare e valutare
una condizione soggettiva di disadattamento o
di bisogno al fine di scegliere la misura sostanzialmente più adatta a conseguire la normale
evoluzione o la rieducazione del minore; il giudice fa quindi una valutazione di utilità, di opportunità, di convenienza, cioè una valutazione discrezionale, tipica della funzione amministrativa (Radaelli, 1962).
Senonché, come riconosce un coraggioso rapporto ufficiale dell’epoca redatto
dallo stesso autore (Italia. Ministero di
grazia e giustizia, 1955), gli sforzi dell’amministrazione giudiziaria per migliorare la qualità degli interventi erano spesso annullati dall’impreparazione dei giudici togati, assegnati ai tribunali per i minorenni non in funzione della loro capacità ma «con criteri assai limitati e unilaterali», e cioè «col convincimento che, se
non occorre essere dei giuristi raffinati
per l’esercizio della funzione, non occorra alcun altro requisito di intelligenza e di
sensibilità, o al più basti un poco di bonarietà».
Nel rapporto si riconosce lealmente
che le “speciali ricerche” prescritte dall’art. 11 del decreto del 1934 allo scopo di
determinare la personalità del minore e le
cause della sua condotta irregolare (cioè
quelle che già la circolare Orlando prescriveva) sono state fatte poco e male; che
sono mancati assistenti sociali e psicoloRassegna bibliografica 2/2009
gi; che la carcerazione preventiva non
permette un’attendibile osservazione della personalità; che i processi penali minorili vengono celebrati dai giudici con un
“comportamento processuale indifferenziato”, e cioè con le stesse modalità dei
processi penali ordinari, senza alcuna attenzione per l’impatto dell’udienza sul
minore e senza saperne cogliere e sfruttare le potenzialità educative implicite.
Tutto ciò viene ancora una volta ricondotto alla carente preparazione professionale dei giudici togati:
solo un organo dotato di una approfondita preparazione è in grado di comprendere il nesso
eziologico tra un determinato comportamento
e talune anche remote situazioni familiari, o di
prevedere le possibili conseguenze psichiche
educative e sociali di anormali situazioni in cui
un fanciullo venga a trovarsi. Solo un tale organo può, con cognizione di causa e senza aggiungere pregiudizio a pregiudizio, adottare caso per caso il provvedimento più conveniente,
nei limiti di quella discrezionalità che la legge
il giudice dei minori […] non può essere solo
un giurista, ma deve conoscere tutte le condizioni per il buon adattamento sociale di base
del fanciullo, così come le modalità di insorgenza e di sviluppo del disadattamento sociale,
l’interazione dei vari fattori, la loro possibile rilevanza. Deve inoltre conoscere nei loro termini generali i metodi in uso per la protezione e
il recupero dei minori e la loro efficacia nelle
diverse ipotesi, per poter valutare le scelte proposte in sede diagnostica e i risultati conseguiti
in sede di trattamento. Non può trattarsi naturalmente né di una preparazione meramente
teorica né di una semplice conoscenza empirica, ma di una approfondita acquisizione dottri-
naria unita a un preliminare tirocinio pratico.
È significativo che alla metà degli anni Cinquanta, vent’anni dopo l’inserimento dei giudici onorari nei collegi giudicanti minorili, non si faccia mai menzione del loro apporto specialistico. E
dunque, sino ad allora sapere giuridico e
sapere tecnico non si erano integrati (Pocar e Ronfani, 2004). Il ruolo del giudice
onorario era rimasto soffocato da quello
di un giudice togato generalista e chiuso
nei suoi stereotipi, privo di motivazione
professionale specifica, incapace di interagire con altre professionalità (Cappelli e
Cividali, 1974). Per di più, l’assenza di
una rete di servizi sociali per i minorenni
rendeva ancor più difficile il dialogo tra le
due figure (Cividali, 1971).
Solo a partire dagli anni Settanta,
quando questi limiti saranno gradualmente rimossi e i giudici minorili togati
potranno finalmente acquisire una loro
professionalità e specializzazione, anche
la figura del giudice onorario potrà essere
da loro compresa e valorizzata e potrà ottenere il giusto riconoscimento. Ma nelle
sezioni per i minorenni delle corti di appello, dove i giudici togati svolgono di
solito funzioni promiscue e sono privi di
specializzazione, questo traguardo è ancora molto lontano (Fadiga, 2003).
Nonostante i limiti oggettivi indicati
sopra, le innovazioni introdotte alla metà
degli anni Cinquanta stimolarono isolate
ma eminenti figure di magistrati a dedicarsi con passione e competenza al settore minorile. Tra queste non va dimenticato Gian Paolo Meucci, a lungo presidente
del Tribunale per i minorenni di Firenze,
uomo di cultura e figura carismatica di
giudice minorile educatore, che visse il
proprio ruolo come un impegno civile:
un ruolo di autorità che può assumere valenze educative ove però non sia svolto
nella forma dell’autoritarismo, ma rendendo partecipe e coinvolgendo il minore e tutelandone i diritti (Meucci, 1980).
con la legge 25 luglio 1956, n. 888 […] si sovvertiva rivoluzionariamente il rapporto tra minore disadattato e intervento del giudice: il giudice
dei minori non doveva tanto punire attraverso
misure di carattere parapenalistico [casa di rieducazione, n.d.a.], ma doveva proporsi l’applicazione di misure rieducative a schema libero
[…]. Più che il rappresentante della pretesa punitiva dello Stato, egli diventava il tutore del diritto del minore a essere educato (Meucci, 1991).
5. La legge sull’adozione
Questa concezione del minore titolare
di diritto, che Meucci già scorgeva nella
legge 888/1956 e che precede di ben tre
lustri la Convenzione delle Nazioni unite
del 1989 sui diritti del fanciullo, viene ripresa e ampliata a livello normativo dalla
legge 5 giugno 1967, n. 431 sull’adozione
speciale, intitolata Modifiche al titolo VIII
del libro I del codice civile “Dell’adozione” e
inserimento del nuovo capo III con il titolo
“Dell’adozione speciale”.
Attraverso l’adozione legittimante dei
minori abbandonati, la legge sull’adozione
speciale pone infatti la prima pietra di quel
diritto del minore alla famiglia che troverà
ulteriore e definitiva conferma nella legislazione degli anni successivi. Attribuendo
al tribunale per i minorenni la competen-
za ad accertarne lo stato di abbandono e a
reperire un’idonea famiglia adottiva, essa
inoltre incide ancor più profondamente
nel ruolo del giudice minorile, chiamato a
un compito di promozione e affermazione
dei diritti del minore e non più soltanto al
controllo sociale delle devianze adolescenziali (Moro, 1976b). Infine, ponendo in
contatto il giudice minorile con i nascenti
servizi del territorio (Battistacci, 1975; Vercellone, 1980), lo spinge a trovare modalità operative nuove e a confrontarsi con
saperi e con linguaggi ancora sconosciuti
alla cultura giuridica tradizionale.
Appena quattro anni dopo, come ulteriore conseguenza di quelle spinte innovative, sarà finalmente raggiunto il traguardo
dell’esclusività delle funzioni. Vi provvede
la legge 9 marzo 1971, n. 35, Determinazione delle piante organiche dei magistrati addetti
ai tribunali per i minorenni e alle procure della
Repubblica presso gli stessi tribunali. D’ora in
avanti i giudici minorili e i magistrati delle
relative procure, benché in numero estremamente esiguo, eserciteranno in maniera
esclusiva le loro funzioni, e non potranno
esserne distolti per supplire alle esigenze di
servizio del tribunale ordinario, del quale
cessano di far parte.
Trentasette anni dopo la sua istituzione, il tribunale per i minorenni diventa
dunque un organo autonomo rispetto al
tribunale ordinario, del quale prima costituiva di fatto una sezione. Si può ragionevolmente affermare che solo da questo momento nasce in Italia il giudice minorile professionale (Cappelli e Cividali,
1974), e di conseguenza il suo avvertito
bisogno di una formazione specifica. Il
tribunale per i minorenni – come afferma
in quell’epoca un documento dell’AssoRassegna bibliografica 2/2009
ciazione italiana dei giudici per i minori –
si va così configurando come garante dei
diritti fondamentali dei minori, diritti che
hanno la loro radice nella Costituzione e
che il tribunale tutela nei casi di inadempienza e di conflitto.
Tra i primi a percepire il cambiamento
è Italo Cividali, allora giudice del Tribunale per i minorenni di Bologna, il quale constatando le difficoltà incontrate dalla nuova legge così si esprime:
[se] la legge sull’adozione speciale è stata poco
applicata […] non è dovuto solo alla scarsezza
o carenza dei giudici minorili […] ma ciò che
è più grave alla loro stessa impreparazione e difettosità di formazione, che è solo tecnico-giuridica, là dove la base culturale deve essere ben
altra e spaziare invece nelle scienze umane e
sociali (Cividali, 1970).
la figura del giudice minorile esperimenta ogni
giorno un ruolo completamente diverso […].
Un ruolo di avvicinamento della parte, di persuasione, di chiarimento civico della responsabilità che incombe al genitore […]. I problemi
di tecnica giuridica non sono prioritari, ma
semmai posteriori in siffatta materia. […]
Quando si parla di giudici della famiglia, si
chiede un giudice che non saprà porsi solo il
problema di interpretazione della legge […]
egli deve riempire i principi generali con conoscenze della realtà, e se non vogliamo assistere
al triste spettacolo di magistrati che al di fuori
della tecnica giuridica sanno solo esprimere
pregiudizi o giudizi banali […] dobbiamo subito e senza indugi pensare alla loro formazione
che, si badi bene, non si fa solo con l’esercizio
ma richiede strutture e iniziative esterne.
Altri magistrati in quel periodo danno
un forte contributo di scienza e di esperienza, sostenendo l’autonomia scientifica del diritto minorile (Baviera, 1965);
studiando le interazioni tra giudice minorile, enti locali e servizi del territorio (Battistacci, 1975); approfondendo gli aspetti
della nuova legge sull’adozione speciale
(Moro, 1976). A livello accademico, invece, la cultura giuridica si mostra distratta
e quasi inconsapevole di questa mutazione. Molto più attenti gli studiosi di sociologia, che percepiscono ben presto la necessità di superare l’inadeguatezza istituzionale nei confronti della devianza minorile e ne fanno oggetto di studio (Ardigò, 1977).
6. Il giudice promotore
e l’interesse del minore
È di quel tempo il forte sviluppo se
non la nascita della nozione di interesse
superiore del minore. Si tratta di una formula secondo alcuni ambigua e contraddittoria (Dosi, 1995; Pocar e Ronfani,
2004), secondo altri fondamentale come
criterio guida in quelle decisioni che non
possono trovare nelle norme scritte precisi parametri di giudizio (Moro, 2000). Essa costringe il giudice minorile a rivedere
il proprio ruolo. Investito dall’ordinamento del fine preciso di tutelare e sviluppare l’interesse del minore a una più
adeguata crescita umana, egli
non può essere più l’asettico e isolato proclamatore di una generica voluntas legis, ma diviene il catalizzatore e, al tempo stesso, il garante
che nessuna manipolazione dell’uomo avvenga
e che sia svolto un progetto educativo che tenga conto dei diritti di tutti i soggetti coinvolti
nella vicenda umana in esame, sacrificandoli
eventualmente solo quando ciò sia assolutamente indispensabile per attuare l’interesse del
minore (Moro, 1996, p. 30).
Questa prospettiva dà origine a una
più precisa richiesta di formazione professionale, in consonanza con quanto
avviene in quegli anni nel processo del
lavoro: sotto la spinta degli stessi organismi dei lavoratori, la specializzazione
del giudice attraverso corsi permanenti
riesce facilmente a diventare un obbligo
di legge (Cappelli e Cividali, 1974).
Il Consiglio superiore della magistratura dell’epoca se ne fa interprete e così si
esprime nella sua Relazione sullo stato
della giustizia del 1971, dall’accattivante
titolo Società italiana e tutela giudiziaria dei
L’esigenza di una particolare formazione
del magistrato preposto alla tutela dei diritti
dei minori e della famiglia – e quindi della
sua specializzazione – è largamente sentita. In
realtà i magistrati addetti al nuovo organo
giudiziario devono svolgere un ruolo che è sostanzialmente diverso da quello tradizionale,
e devono operare con metodi che sono sostanzialmente diversi da quelli usati dagli altri
magistrati. […] Il magistrato minorile […]
viene sempre più a configurarsi come garante
del diritto dei minori alla educazione e alla
formazione della loro personalità con funzioni di tutela e di protezione. Egli si sostituisce
alla volontà dei genitori e ne integra l’opera.
[…] [egli] ha poteri ampiamente discrezionali e di scelta nell’adozione dei suoi provvedimenti, sia per il contenuto che per i modi.
(Italia. Consiglio superiore della magistratura,
1971, p. 492 e ss.)
Le osservazioni del Consiglio (che chiama “nuovo” il tribunale per i minorenni in
ragione della sua raggiunta autonomia)
non menzionano la componente onoraria
e si riferiscono al solo giudice professionale, affermando l’insufficienza del suo sapere giuridico e la peculiarità del suo operare.
Appare così adombrata per la prima volta,
a livello di organo di autogoverno, la figura di un giudice minorile professionale specializzato, prefigurata in origine dalla circolare Orlando e poi dal progetto Quarta
di Codice per i minorenni, ma – come si è
visto – abbandonata dal RDL 1404/1934 a
favore della collegialità mista.
È l’effetto indiretto di due cause concomitanti: la già segnalata insufficienza
del sistema collegiale misto ai fini della
specializzazione dell’organo e la innovativa procedura introdotta dalla legge
431/1967 sull’adozione speciale, che dava
largo spazio alla figura del giudice delegato togato e monocratico. Quest’ultima figura verrà poi ulteriormente rafforzata
dalla legge 4 maggio 1983, n. 184, Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori, favorendo l’emergere di una consapevolezza di ruolo mai raggiunta in precedenza e stimolando ulteriormente il bisogno di formazione per far fronte alle
nuove esigenze professionali.
La legge 431/1967 e più ancora la legge
184/1983 pongono infatti il giudice togato
di fronte a un’esperienza nuova, non affrontabile con le sole conoscenze giuridiche. Il diretto contatto con genitori e figli
interessati al procedimento e le valutazioni
connesse con la loro audizione fanno
emergere il bisogno di saper condurre un
colloquio e di comprendere la personalità
degli interlocutori. L’interazione con i serRassegna bibliografica 2/2009
vizi di protezione dell’infanzia e con la cultura specialistica pone il giudice a confronto con nuove figure professionali, nuove
metodologie e linguaggi inconsueti. La necessità di progettare l’intervento e di verificarne l’esito lo coinvolgono nella fase dell’esecuzione, abitualmente trascurata e demandata ad altri nella cultura giudiziaria
tradizionale (Cividali, 1997). Nasce così
una figura di giudice minorile di tipo nuovo, attento ai diritti del minore, in stretto
contatto con i servizi del territorio, preoccupato che la decisione giudiziaria sia utile
ed efficace al fine di realizzare l’interesse
preminente del minore (Vercellone, 2007).
D’altro lato, il venir meno della stabilità e della immutabilità della cosa giudicata produce incertezza e ansia e spinge il
giudice professionale a cercare il supporto degli esperti, rivalutando sotto altro
profilo la figura del giudice onorario e
aprendogli nuovi spazi. Il CSM, sia pure
con fasi alterne (Dusi, 1998), favorisce
questa tendenza, cui peraltro non sono
estranee impellenti necessità di supplire
all’esiguo organico dei giudici togati. La
rarefatta presenza dell’avvocato, non
sempre necessaria nei procedimenti civili
secondo la normativa dell’epoca, favorisce intanto strappi procedurali, destinati a
diventare cattive prassi. Dal canto suo, la
carenza di servizi sociali spinge a volte il
giudice all’assunzione di ruoli impropri.
7. Critiche al giudice
minorile promotore
Anche a causa di ciò, questa nuova figura di giudice minorile, benché in certa
misura fatta propria dall’organo di auto-
governo, non raccoglie completo consenso al di fuori della ristretta cerchia dei giudici minorili e neppure di tutti. Anche tra
i magistrati minorili infatti c’è chi la avversa, perché scorge «un pericolo di suggestioni pantocratiche» nell’ampio potere
attribuito al giudice delegato, ed è contrario a quella stessa denominazione, che
«evoca per consonanza l’immagine del
delegato di polizia» (Sacchetti, 1986, p.
129). Altri (Dogliotti, Ghiara, Monteverde, 1980) negano la stessa specificità del
giudice minorile, che avrebbe subito
un processo di enfatizzazione […] costituito
dall’entrata in vigore della legge sull’adozione
speciale, che è stata considerata non come un
rimedio necessario per sottrarre i figli degli
emarginati al destino riservato nell’attuale struttura sociale ai loro genitori (questo era ed è il
suo reale significato), ma come una grossa conquista di civiltà.
Pertanto, per quegli autori
il ruolo del giudice minorile non appare diverso da quello proprio del giudice ordinario […].
Il giudice non ha il compito di difendere o di
promuovere i diritti del minore, ma quello suo
tipico di garantirli nei confronti delle inadempienze dei genitori o dei servizi sociali.
Nello stesso senso vanno le critiche
provenienti dal mondo forense. Così la senatrice Elena Marinucci, all’epoca sottosegretario alla Sanità, in un’intervista rilasciata al quotidiano Avanti! del 21 aprile
1989 parla di una «cultura che produce disastri», di una pericolosa «ideologia» del
giudice minorile, nata dallo svolgimento
di ruoli di supplenza, favorita dalla separatezza dell’organo giudiziario minorile e
dal conseguente «isolamento» in cui i giuRassegna bibliografica 2/2009
dici minorili si sarebbero venuti a trovare.
Secondo questa tesi, ribadita dalla stessa
Marinucci nella relazione al ddl 1589/S,
presentato al Senato durante la IX legislatura, tutto ciò ha portato la figura del giudice minorile «a un progressivo allontanamento da quella degli altri giudici, spesso
alla sua immedesimazione in funzioni tipicamente amministrative e assistenziali».
Sono tesi estreme, ma il problema esiste. Come è stato sottolineato più pacatamente e con chiarezza,
il nodo problematico di base della questione
minorile […] [costituisce] [...] una forma di paradosso […]. Poiché la minore età, come condizione sociale e giuridica, non ha una rappresentanza diretta dei propri diritti e dei propri interessi, le politiche sociali e l’attenzione giuridica
a favore di questi soggetti sono necessariamente
mediate, filtrate da altri soggetti sociali. Così
può avvenire che l’aumento di attenzione e l’innovazione nel campo dei diritti dei minori porti come conseguenza inevitabile l’aumento dei
soggetti sociali (giudici e giuristi, operatori sociali ai vari livelli) che mediano selezionano e
interpretano i nuovi diritti del minore. Ciò spesso diffonde effetti di attenuazione, di confusione” delle garanzie formali e della certezza del
rapporto fra minori e loro diritti (De Leo, 1990).
È di quegli anni la Convenzione delle
Nazioni unite sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 19 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con la legge 27 maggio
1991, n. 176 (Moro, 1996). Essa proclama
solennemente che anche le persone minori di età devono essere considerate titolari di diritti, ma non rinuncia tuttavia alla nozione di interesse del minore. Anzi,
nel suo art. 3 espressamente sancisce che
«in tutte le decisioni relative ai fanciulli,
di competenza sia delle istituzioni pub-
bliche o private di assistenza sociale, dei
tribunali delle autorità amministrative o
degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente».
Ciò permette alla cultura giuridica
minorile dell’epoca di non avvertire subito e di trascurare le potenzialità innovative della Convenzione (Pocar e Ronfani, 2004), e di cercare piuttosto una
conciliazione (Moro, 2000) tra due termini che altri avevano ritenevano inconciliabili (Dosi, 1995). Dal canto suo, la
giurisprudenza non si mostra particolarmente attenta ai nuovi diritti introdotti
dalla Convenzione, fino a che, all’inizio
degli anni Duemila, la Corte costituzionale non le darà la sveglia con la sentenza del 16 gennaio 2002, n. 1 (consultabile in www.cortecostituzionale.it), che riconosce al minore la qualità di parte nei
procedimenti civili di limitazione della
potestà dei genitori (Tommaseo, 2002).
C’è poi da notare che in quegli stessi
anni, in alternativa e in contrasto con la
tendenza verso un giudice unico togato e
specializzato, si sviluppa in alcune sedi la
ricerca di una collegialità esasperata, recuperando il concetto base della legislazione
del 1934 e dell’integrazione necessaria dei
saperi (Losana e Bouchard, 1994). Nell’operatività quotidiana questa via si rivelerà
ben presto impercorribile, ma a livello teorico avrà un peso molto forte, tanto da
portare pochi anni dopo, durante i lavori
preparatori del nuovo processo penale minorile, a una lunga situazione di stallo fra
le contrapposte preferenze per un giudice
dell’udienza preliminare monocratico oppure collegiale; risolta infine con la vittoria della tesi favorevole alla collegialità miRassegna bibliografica 2/2009
sta, e con maggioranza dei giudici onorari
sui togati (Fadiga, 2009a, p. 53 e ss.).
8. Il processo penale minorile
La riforma che avrà conseguenze non
meno incisive per la giustizia minorile e
per il ruolo del giudice è quella introdotta dal DPR 22 settembre 1988, n. 448, recante Disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni (Palomba, 1989;
Giannino, 1994; Di Nuovo e Grasso,
1999). La portata delle nuove norme supera l’ambito strettamente processuale e
si riflette sullo stesso ruolo del giudice, a
cui vengono richieste per la prima volta
in modo esplicito capacità di comunicazione con i minorenni (De Leo, 1997) e
di interazione con i servizi sociali.
Infatti, in base all’art. 1 comma 2, il
giudice «illustra all’imputato il significato
delle attività processuali che si svolgono
in sua presenza nonché il contenuto e le
ragioni anche etico-sociali delle decisioni». E in base all’art. 28, il giudice può anche sospendere il processo e mettere alla
prova il ragazzo, sulla base di un progetto elaborato dai servizi sociali che può
prevedere anche modalità di riconciliazione con la persona offesa: il modello è
una restorative justice ancora ignota alla
cultura giuridica italiana.
Parallelamente, la riforma si preoccupa
della formazione e della specializzazione
non solo del giudice, ma di tutti gli attori
del processo penale minorile, ivi compresi
gli avvocati, gli operatori dei servizi e la
polizia giudiziaria, in un’ottica che supera
la tradizionale partizione tra competenze
penali e civili e che, considerando unitaria
la funzione del giudice dei minori, punta a
favorire «la diretta esperienza di ciascun
giudice nelle diverse attribuzioni della funzione giudiziaria minorile» (art. 2 DLGS 28
luglio 1989, n. 272, Norme di attuazione, di
coordinamento e transitorie del decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n.
448, recante disposizioni sul processo penale a
carico di imputati minorenni).
Non tutti peraltro valutano positivamente lo sforzo del legislatore delegato.
Così c’è chi vi scorge un tentativo di «riconquista dei territori perduti» (Gatti e
Verde, 1989, p. 72) e chi paventa la «razionalizzazione tecnocratica delle agenzie
del sistema della giustizia penale» (Pavarini, 1991, p. 109). Sono timori infondati:
le innovazioni più rilevanti del processo
penale minorile, e più temute da quegli
autori – in particolare la sospensione del
processo, la messa alla prova e la mediazione – riceveranno una certa attenzione
sul piano teorico ma una ben modesta applicazione concreta, e ciò non solo per carenza di personale tecnico ma, soprattutto, per le resistenze al nuovo da parte di
non pochi magistrati minorili giudicanti e
requirenti, prigioneri di quella routine
quotidiana (Mestitz, 2007) nella quale la
circolare Orlando e – ahimé – la stessa
Cassazione hanno visto invece un’occasione (l’unica) di specializzazione.
9. Il fai da te della formazione
tagna (Agnello Hornby, 2008), e nella vicina Francia per mezzo dell’Ecole nationale
de la magistrature. Tale offerta a livello istituzionale mancò e in sua vece, come rileva lo stesso Consiglio superiore della magistratura nella Relazione sullo stato della
giustizia del 1994, si svilupparono momenti di elaborazione spontanea, talora
sfociati in attività di gruppi informali, talora raccordati con le sedi istituzionali.
È stata molto intensa al riguardo l’azione di stimolo dell’Associazione italiana dei
magistrati per i minorenni e per la famiglia
(Spina, 2008a). A questo proposito vanno
ricordate le innovative Linee guida per la formazione dei magistrati dei minorenni e della famiglia (Consiglio direttivo AIMMF, 1997),
che mettono in luce le caratteristiche proprie di un tale sistema formativo. Esso infatti dovrebbe tener conto di tre fattori: in
primo luogo, l’oggetto di lavoro (che attiene ad ambiti poco abituali per gli operatori giuridici); secondariamente, le sue caratteristiche (quali la sistematica interazione
con altre istituzioni e altre culture come ad
esempio quella dei servizi); infine,
il fatto che il giudice minorile è giudice della persona, e come tale in continuo contatto con il dolore e la sofferenza dei minori e delle persone
che si occupano o dovrebbero occuparsi di loro.
È una situazione che coinvolge profondamente
la personalità del magistrato e le sue emozioni,
che rischiano, se non conosciute e governate, di
condizionare non solo il rapporto con gli utenti,
ma anche le decisioni. […] Il magistrato minorile e della famiglia deve acquisire [perciò] conoscenze e competenze […] di “sapere”, “saper fare” e “saper essere” (ivi, p. 169).
In effetti, un complesso di spinte innovative come quello prodotto dalle due
riforme sopra accennate avrebbe richiesto
È stato però rilevato che il fai da te delun’offerta formativa massiccia e organizzata, come ad esempio avviene in Gran Bre- la formazione presenta un gravissimo liRassegna bibliografica 2/2009
mite. Esso infatti, basato per i giudici minorili solo sulle forti motivazioni di pochi, non è stato così diffuso come ottimisticamente sembrava credere il CSM. In tale situazione, l’accesso a funzioni nuove
molto specialistiche senza alcuna formazione preventiva altro non è che un esperimento in corpore vili, che trasferisce sull’utente il costo dell’adattamento iniziale
del magistrato. Non solo: in mancanza di
un sistema strutturato di formazione e aggiornamento, la tensione cui è sottoposto
il giudice minorile «può divenire insostenibile, e portare allo sconforto e alla rinuncia; o generare un atteggiamento di
imposta durezza» (Turri, 1997).
Meglio si potrebbe fare incentivando
l’autoformazione con l’attribuzione di
crediti formativi da utilizzare nell’assegnazione delle sedi, così come avviene in
molti altri settori. In mancanza di disposizioni di legge che lo prevedano, il CSM
cerca di introdurre nell’assegnazione un
criterio preferenziale che dia peso, sotto il
profilo dell’attitudine, a una preesistente
formazione o quanto meno a esperienze
utili a tal fine. Tuttavia, tale azione muta
di intensità con il mutare delle consiliature fino a essere in certi periodi evanescente, e sempre si scontra con il criterio dell’anzianità, che prevale sugli altri titoli e
favorisce l’accesso agli uffici giudiziari
minorili di magistrati anziani, privi di
motivazione, desiderosi di sedi considerate tranquille e prive di rischi.
Solo per gli uffici direttivi di presidente di tribunale per i minorenni e di procuratore della Repubblica presso lo stesso
tribunale viene riconosciuto un certo peso ai titoli sotto il profilo dell’attitudine,
a prescindere dall’anzianità. Per tali funRassegna bibliografica 2/2009
zioni, e per quelle di presidente di tribunale di sorveglianza, la circolare 8 luglio
1999 modificata nel 2005 attribuisce infatti rilievo «alla professionalità e alle
esperienze specifiche acquisite rispettivamente nei settori minorile e della sorveglianza, desunte concretamente dalla
qualità e dalla durata per almeno quattro
anni negli ultimi quindici, della pregressa
attività giudiziaria e dall’impegno culturale esplicati nei medesimi settori».
Nessun richiamo esplicito viene fatto
alla partecipazione a corsi di formazione.
Novità di rilevo dovrebbero intervenire a
questo proposito con la Scuola superiore
della magistratura istituita col DLGS 30
gennaio 2006, n. 26, essa però dopo più
di tre anni non è ancora entrata in funzione.
10. I giudici onorari
Per lungo tempo nessuna offerta formativa ufficiale è esistita per i giudici
onorari. Si riteneva infatti che, per il fatto
stesso di essere nominati in quanto esperti dell’età evolutiva, nessuna formazione
fosse per loro necessaria: dimenticando
così l’esigenza di fornire loro, nella fase
iniziale, almeno le nozioni fondamentali
del contesto giuridico e istituzionale in
cui si venivano a trovare.
Solo da pochi anni il Consiglio superiore della magistratura si è fatto in parte
consapevole di tale esigenza, ma le occasioni formative sono limitate e sporadiche (Serra, 2006, p. 59). L’Associazione
italiana dei magistrati per i minorenni e
per la famiglia ha supplito in parte a questa carenza organizzando sul proprio sito
Internet (www.minoriefamiglia.it) corsi di
e-learning particolarmente apprezzati (Spina, 2008b).
Per converso, di ampio spessore è stato il contributo formativo che i giudici
onorari hanno indirettamente dato alla
formazione professionale dei giudici togati in tanti anni di presenza nei tribunali minorili (Fadiga, 2006). Dopo la fase
iniziale di reciproca indifferenza, a partire dagli anni Settanta si è venuta infatti a
creare nella giustizia minorile un’interazione forte tra momento giuridico e momento psicosociale, tra giudici togati e
giudici onorari. E mentre questi si facevano consapevoli di quanto sia arduo il dovere di decidere, quelli apprendevano a
dialogare con i servizi, a comunicare con
le persone, ad ascoltare i ragazzi, a progettare un intervento di recupero, a verificarne lo sviluppo: a fare i magistrati minorili specializzati.
A riprova di quanto sia stata forte la
positiva influenza dei giudici onorari sui
togati, basti considerare come invece è
stata lenta (e come sia ancora in corso)
l’acquisizione di quelle capacità da parte
dei magistrati del pubblico ministero. Gli
uffici di procura, composti da soli magistrati professionali di cultura prevalentemente penalistica, hanno infatti lungamente trascurato i poteri di iniziativa che
la legge attribuisce loro in gran numero
nelle materie civili (Sellaroli, 2006), privilegiando le competenze penali tradizionali. Solo di recente, sulla spinta della legge 28 marzo 2001, n. 149, Modifiche alla
legge 4 maggio 1983 n. 184, recante Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori,
il pubblico ministero minorile comincia
ad assumere nella materia civile un ruolo
attivo di stimolo, filtro e linea di confine
tra amministrazione e giurisdizione (Maggia e Pinna, 2008): ruolo che già cento anni or sono la circolare del ministro Orlando si era illusa di potergli affidare.
La figura del giudice onorario sta tuttavia subendo una profonda mutazione
(Fadiga, 2009b), dovuta principalmente
alla mancanza di una legge che ne definisca ruolo e compiti (Rossini, 2008) e al
suo indiscriminato utilizzo nelle istruttorie civili in supplenza dei giudici togati.
Questo secondo fattore è l’effetto del progressivo sovraccarico di lavoro riversatosi
sui tribunali per i minorenni, cui hanno
contribuito l’improvvisa entrata in vigore
della parte processuale della legge
149/2001 sull’adozione e l’affidamento e
la decisione della Corte di cassazione di
attribuire alla loro competenza tutto il
contenzioso della famiglia di fatto, come
disciplinato dalla legge 8 febbraio 2006,
n. 54 sull’affidamento condiviso (Cass.,
ordinanza 3 aprile 2007, n. 8362).
Per effetto di ciò, il delicato equilibrio
tra giudici togati e giudici onorari, venutosi a creare (e non dovunque) per la raggiunta specializzazione dei primi e per la
maggior consapevolezza di ruolo dei secondi, comincia a scricchiolare. Per di più,
la classe forense è in gran parte contraria
al giudice onorario nei procedimenti civili minorili (Abbruzzese, 2006) e ne vedrebbe con favore l’abolizione. In questo
senso andava nella XIV legislatura un ddl
governativo presentato dal ministro della
Giustizia dell’epoca Claudio Castelli
(2517/C, Delega al Governo per l’istituzione
delle sezioni specializzate per la famiglia e i minori), oggetto di autorevoli critiche (Moro,
2001) e caduto su una pregiudiziale di co-
stituzionalità. Nell’attuale XVI legislatura
lo stesso Castelli, ancora deputato ma non
più ministro della Giustizia, lo ha ripresentato al Senato (n. 178/S), dove tuttavia
non risulta ancora assegnato ad alcuna
11. Quale futuro
per il giudice minorile?
Anche la figura e il ruolo del giudice
minorile togato sono in fase di profonda
evoluzione. Dall’inizio del nuovo millennio, una complessa serie di cause sta incidendo in maniera profonda sulla giustizia
minorile italiana, spingendola in disordine
verso mete ancora confuse e incerte (Sergio, 2002, 2004). Tra queste cause, va indicata la riforma dell’art. 111 della Costituzione in virtù della legge costituzionale 23
novembre 1999, n. 2, Inserimento dei principi del giusto processo, che ha inteso garantire
in ogni processo l’assoluta terzietà del giudice e la sua imparzialità nei confronti delle parti (Pocar e Ronfani, 2004, p. 58). La
nuova formulazione dell’art. 111 comma 1
della carta fondamentale così oggi stabilisce: «La giurisdizione si attua mediante il
giusto processo regolato dalla legge. Ogni
processo si svolge nel contraddittorio tra le
parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale».
La riforma ha avuto ripercussioni rilevanti nel campo della giustizia minorile
(Dusi, 2000; Morozzo Della Rocca,
2007), che come si è visto aveva dato spazio a una figura di giudice promotore dei
diritti del minore, comunque attento a
privilegiarne il superiore interesse. Secondo alcuni è stata enfatizzata oltre misura
(Vaccaro, 2000), ma per altri è da applicare nel modo più rigoroso, anche utilizzando il rito contenzioso ordinario (Proto Pisani, 2000). Una posizione intermedia è favorevole a un adattamento del rito ai principi del giusto processo quanto
meno nell’immediato (Ruo, 2009), mentre una tesi più radicale sostiene la necessità di regole processuali apposite per tutta la materia familiare (Tommaseo, 2004).
Altri ancora valorizzano il ruolo della mediazione nel processo e nella giurisdizione, attribuendole l’effetto di creare un
nuovo modo di essere del giudice dei minori e della famiglia (Martinelli, 2008;
Occhiogrosso, 2008).
Consensi molto vasti raccoglie attualmente l’idea (non certamente nuova: cfr.
Cividali, 1970) di istituire un apposito tribunale per la famiglia, unificandovi tutte
le competenze familiari e minorili ora
sparse fra molteplici organi giudicanti
(Andria, 2003, 2008; Moro, 2005; Picardi
et al., 2008; Tommaseo, 2009). L’ipotesi è
suggestiva, ma l’apparente unanimismo
che essa raccoglie non regge a un’analisi
ravvicinata delle proposte. Basti considerare al riguardo la diversa rilevanza che esse danno alla figura del giudice onorario
o all’ambito territoriale di competenza.
Come conseguenza di queste molteplici pulsioni, anche la figura del giudice
minorile professionale, così come quella
del giudice onorario, sta subendo una
modificazione profonda. Il paradigma
della protezione-promozione, che per tre
quarti di secolo bene o male ha caratterizzato il sistema della giustizia minorile
non solo in Italia (Trepanier, 2000) e ha
originato quello specifico professionale
individuato dalla sentenza della Cassazio-
ne citata all’inizio, sembra non reggere ulteriormente.
Di fronte al mutamento dei modelli
familiari, all’ampliamento delle competenze civili, all’esigenza di maggiori garanzie procedurali, alla crisi dei sistemi di
welfare, quel ponte che faceva dialogare
giudice togato minorile e servizi sociali si
è interrotto, o si è ridotto a un’esile passerella della cui resistenza è prudente diffidare. E, in tale contesto, diviene forte
per il giudice togato la tentazione di rientrare nella casa comune e di rifugiarsi nel
tecnicismo giuridico delegando al giudice
onorario – fino a quando questa figura ci
sarà – l’incontro col minore e il suo ascolto: momenti che costituiscono invece il
proprium della sua professione, lo specifico ineludibile che ne giustifica l’esistenza.
Tutto questo è il frutto di mancate
scelte a livello legislativo e prima ancora a
livello politico e culturale. Nessun settore, nessun organo del sistema giudiziario
italiano postunitario ha avuto una vita
così lunga come il tribunale per i minorenni. È avvenuto per la giustizia minorile qualcosa di simile a ciò che si è verificato nel campo delle politiche familiari,
dove l’esistenza di una forte tradizione familiare ha dato per lungo tempo alla classe politica il pretesto e l’alibi per rimanere assente o per esprimere politiche «riluttanti e ambivalenti soprattutto perché risultato di un’assenza» (Saraceno, 1998).
Ciò ha comportato uno sviluppo rigoglioso ma caotico di questo delicato settore della giustizia, dando spazio a una
crescita generosa ma spontaneistica (Cividali, 2005). Il mestiere di giudice minorile ha retto mediamente in modo più che
onorevole fino a oggi, ma il suo futuro è
incerto e denso di incognite.
Avvocati e giudici onorari, un rapporto difficile, in «Minori giustizia», n. 1, p. 116-123
Agnello Hornby, S.
Ascolto del minore, sua rappresentanza e sua difesa nel processo in Gran Bretagna, in «Minori giustizia», n. 2, p. 167-172
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L’indispensabilità di una buona riforma della giustizia minorile, in «Minori giustizia»,
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Diritto minorile: i soggetti, le istituzioni, sistema penale, rieducazione, affiliazione, patria
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PERCORSO FILMOGRAFICO
La scena negata:
rappresentazioni problematiche
della giustizia minorile nel cinema
Critico cinematografico, consulente del Centro nazionale di documentazione e analisi
Il rapporto che si instaura tra un minore e la giustizia, in particolare attraverso
la figura del giudice minorile, riflette e riproduce – spesso nel bene, a volte nel male – quello tra mondo adulto e mondo
dell’adolescenza. L’analisi del ruolo della
magistratura in un caso in cui sia coinvolto un minore, dunque, non implica soltanto una valutazione della bontà degli
strumenti approntati per fronteggiare gli
aspetti più problematici della condizione
minorile, ma anche una riflessione sulla
rappresentazione che la società riesce a dare di se stessa e del suo rapporto con i suoi
membri più giovani: a volte, infatti, il legislatore sembra promulgare a partire dall’immagine riflessa della realtà restituita
da statistiche e media. Se una riflessione si
impone soprattutto per quanto riguarda la
rappresentazione che i mezzi di informazione danno dell’universo giudiziario, altrettanto importante può essere valutare i
media che analizzano la questione attraverso la mediazione di un dispositivo atto
a produrre una rappresentazione in senso
proprio, primi fra tutti cinema – sia nella
sua accezione di documentario, che va in
quella di fiction – e teatro.
Sguardi in cella: ritratti
Quanto complessa possa essere tale relazione (tra informazione, opinione pubblica e politica attorno al tema della giustizia minorile) lo si evince da un film tra i
meno conosciuti di un importante regista
italiano, La fine del gioco (1970) di Gianni
Amelio. In questa sua prima prova per il
grande schermo l’autore mette l’uno di
fronte all’altro un regista televisivo che, armato di tutte le migliori intenzioni, sta
conducendo un’inchiesta sulla giustizia
minorile e un ragazzino recluso in un
riformatorio del Sud d’Italia. Al termine
delle riprese il giovane Leonardo (che dal
regista è stato scelto come portavoce di
tutti i suoi compagni di prigionia) metterà
il suo intervistatore con le spalle al muro,
rivelando di aver raccontato solo ciò che i
“superiori” gli avevano imposto di dire e
accusandolo di non essere stato realmente
in grado di mettersi al servizio della realtà
o, per lo meno, di averne omesso una parte essenziale per farne un uso strumentale
e paternalistico. I ruoli si ribaltano e sul
banco degli imputati sale l’informazione,
La scena negata: rappresentazioni problematiche della giustizia minorile
accusata di rappresentare non già i fatti ma
di seguire semplicemente gli umori dell’opinione pubblica da un lato e di spalleggiare il potere politico dall’altro.
Attorno alla relazione che si instaura
tra la legge – rappresentata dal giudice minorile – e il minore sottoposto alla sua tutela o al suo giudizio, si rideterminano,
dunque, i limiti e le possibilità di una più
generale relazione tra società e individuo:
partendo dall’anello più delicato della catena. Il rapporto con la giustizia può essere analizzato in profondità e nei suoi
aspetti più contraddittori e, nel caso in
cui sia il cinema a occuparsene, anche i
più eclatanti. A dominare le rappresentazioni cinematografiche sulla giustizia minorile, infatti, sono soprattutto le “emergenze sociali”, i casi limite, le vicende
connotate da comportamenti patologici –
che vanno, ovviamente, sanzionati ed
emendati, ma che costituiscono una parte non così significativa del totale dei procedimenti – mentre decisamente più rare
sono le occasioni in cui a finire sotto i riflettori è il ruolo di tutela del giudice nei
confronti del minore in tutti quei casi in
cui il minore sia non già il protagonista,
bensì la vittima di una violenza.
Nella memoria, tanto dello spettatore
quanto del critico, restano impresse immagini entrate nella storia del cinema soprattutto per la forza della loro denuncia:
Sciuscià (1946) di Vittorio De Sica ci ricorda che in un passato non troppo lontano la devianza e il disagio giovanile venivano “corretti” con la reclusione; Pixote,
la legge del più debole (1980) di Hector Babenco o Salaam Bombay! (1988) di Mira
Nair ci ammoniscono sulla puntuale negazione dei diritti civili, anche e sopratRassegna bibliografica 2/2009
tutto verso i minori, nelle aree più povere
del mondo; Vito e gli altri (1991) di Antonio Capuano e Mery per sempre (1989) di
Marco Risi ci dicono quanto sia difficile
per i giovani reclutati dalla malavita organizzata riuscire a imboccare un vero percorso di recupero. Si tratta di opere che
mettono in evidenza come, sia all’esterno
sia all’interno delle quattro mura del carcere, violenza e sopraffazione dominino
incontrastate e come la reclusione non
possa costituire per i ragazzi una reale
possibilità di recupero ma, semmai, un’ulteriore tappa di un lungo viaggio nel degrado. Ciò che emerge, in particolare, è
l’irriducibilità di questi adolescenti alle logiche adulte, tanto malavitose quanto legali, per una sostanziale impossibilità a riconoscersi in quelle che, innanzitutto, sono le false rappresentazioni di una società
in cui povertà e ignoranza non sono mali
da curare con l’integrazione e l’accoglienza ma colpe da punire con l’isolamento e
Lo spazio carcerario diventa, dunque,
il luogo privilegiato della rappresentazione del rapporto tra i giovani protagonisti
e la legge: restano fuori campo tutte quelle fasi intermedie (indagini, istruttoria,
processo) del giudizio che, in questo modo, si palesa solo nel suo esito estremo e
più eclatante e che impedisce di comprendere appieno i meccanismi della giustizia, soprattutto quelli delicatissimi della giustizia minorile. È significativo che,
proprio in due dei film italiani poc’anzi
citati – Sciuscià e Vito e gli altri –, che mettono in scena anche le fasi processuali,
venga sottolineata soprattutto la natura
paternalistica, fittizia e ipocrita di un giudizio che non tiene conto dell’origine so-
ciale, delle condizioni di vita, della personalità dei giovani protagonisti ma si concentra solo sugli aspetti tecnici e procedurali. Paradossalmente, a fronte di una
simile rappresentazione delle aule giudiziarie (luoghi freddi e spogli che mettono
in soggezione l’imputato) e di coloro che
vi operano (giudici e avvocati ritratti impietosamente come i depositari di un potere assoluto sui comuni mortali, racchiuso in formule giuridiche imperscrutabili),
il carcere diviene una dimensione carica
di umanità e solidarietà, i cui codici morali, il cui linguaggio, la cui umanità (o disumanità) sono, agli occhi dei protagonisti, familiari, immediati, spontanei.
Esistono, ovviamente, delle eccezioni
in un panorama che sembra voler negare
l’esistenza di una figura così importante
come quella del giudice, puntando esclusivamente agli aspetti più vistosi del fenomeno della giustizia minorile, ovvero la
carcerazione nelle sue manifestazioni più
eclatanti. Con Juìzo (2007) Maria Augusta
Ramos si cala nella realtà della giustizia
minorile brasiliana, osservandola da due
distinti punti di vista che, allo stesso tempo, risultano complementari: da un lato
le ricostruzioni delle udienze di una corte di giustizia minorile, volte a mostrare il
lato più formale e allo stesso tempo
“umano” della legge, dall’altro le immagini che ci mostrano la vita in un carcere
minorile brasiliano in tutta la sua crudezza. Juìzo segue fedelmente tutte le tappe
del procedimento (dall’arresto, alla condanna, fino all’incarcerazione o all’affido
ai servizi sociali) contro alcuni minori
giudicati presso la Corte di giustizia minorile di Rio de Janeiro. Il film, tuttavia,
non ha la pretesa di costituirsi in quanto
brano di verità catturato direttamente dalla realtà, se non in parte. La legge brasiliana a tutela dei minori condannati o
sottoposti a giudizio impone di non riprendere in volto i giovani protagonisti
delle vicende documentate: la regista ha
cercato dei ragazzi originari degli stessi
contesti sociali di provenienza di quelli
coinvolti nelle udienze, prevalentemente
dalle favelas di Rio de Janeiro, vera e propria fucina di degrado, povertà e, purtroppo, di delinquenza minorile. Più che
attori, dunque, possiamo considerare
questi giovani dei doppi, dei “sostituti” o,
purtroppo, dei possibili (se non probabili) “successori” dei loro alter ego reali, in
un futuro neanche troppo anteriore. Tutti
gli adulti che compaiono sullo schermo,
invece, sono i reali protagonisti delle vicende: giudici, avvocati, poliziotti, agenti
di custodia, assistenti sociali e persino i
familiari dei ragazzi ascoltati nel corso
delle udienze, spesso chiamati a garantire
per i figli, interpretano se stessi, vengono
ripresi nel momento del vero e proprio
procedimento, quasi a voler sottolineare
il loro ruolo (sulla “scena” e nella realtà)
di individui adulti, tutti più o meno responsabili di quanto sta accadendo1.
Impossibile non ricordare, tra i documentari più significativi sulla carcerazione minorile, altri titoli come Nisida. Grandir en prison (Francia/Italia, 2007) di Lara Rastelli, Allein in Wier Wänden (Germania, 2007) di Alexandra
Westmeier, Love letters from a children’s prison (Russia, 2004) di David Kinsella.
Attraverso il meccanismo escogitato
per bypassare la legge che tutela l’immagine dei minori Maria Augusta Ramos
mette in scena il “processo al processo”.
Tramite la ricostruzione e la ricomposizione delle varie fasi dei procedimenti ricalca il lavoro a cui assistiamo nel corso
di un’udienza: analizzare i fatti, tentare di
comprenderne le cause, individuare le responsabilità di ognuno degli “attori”. Tuttavia, c’è un passaggio di questo procedimento al quale il film non si adegua: è
l’ultimo, quello del giudizio (e non è un
caso se il suo film si intitola proprio in
questo modo), che la regista decide di
non esprimere, lasciando nelle mani dello spettatore una serie di domande e, forse, una possibile risposta.
Alle immagini delle udienze si alternano le sequenze girate nel carcere minorile di Rio: qui si documenta il volto più
duro della giustizia minorile, la parte repressiva e punitiva dell’iter giudiziario,
quella che dà esecuzione alla pena. Allo
spazio asettico e formalmente impeccabile dell’aula del tribunale, dominato dalla
figura del giudice togato, vero e proprio
deus ex machina del procedimento, si sostituiscono quelli angusti, male illuminati, spesso poco decorosi del carcere. Oltre
ai giovani detenuti, i protagonisti qui sono gli agenti di custodia, voci autoritarie
che impartiscono ordini e minacce ai reclusi, presenze oscure, sfuggenti, inquadrate spesso di scorcio, simboli di una
giustizia che, dopo aver condannato a viso aperto, punisce e maltratta al chiuso
delle quattro pareti del carcere. Juìzo, infatti è un documentario a più facce anche
sul piano dello stile: da un lato le sequenze girate in tribunale, riprese frontalRassegna bibliografica 2/2009
mente e in campo totale, caratterizzate da
una freddezza dello sguardo che si mette
al servizio dei fatti rappresentati e delle
storie dei singoli, dall’altro quelle girate
nel carcere, connotate da una sofferta distanza (specie nelle riprese dei gruppi di
ragazzi dei quali, ovviamente non è possibile riprendere i volti) o da una ricerca
della verità attraverso l’avvicinamento ai
volti, ai corpi e ai gesti dei giovani che interpretano i reclusi. A emergere è soprattutto la distanza tra questi due mondi
(quello del giudizio e quello della pena) e,
come abbiamo già notato in precedenza,
il divario tra il linguaggio della giustizia e
quello degli imputati, tra la necessità di
utilizzare strumenti di giudizio non sempre flessibili e comprendere le motivazioni diversissime che portano a delinquere.
Il giudice minorile:
Al di là di quest’esempio mirabile nel
campo del documentario, nell’ambito
della fiction si conferma un’immagine del
giudice minorile che, oltre a risultare sgradita a causa del potere che incarna, si rivela come distante e astratta, chiusa in un
mondo di cavilli ed eccezioni privi di un
senso immediato per i comuni mortali.
Un’immagine che non solo è lontana dalla cultura e dal linguaggio dei giovani
protagonisti dei film, ma anche dalle strategie del racconto filmico, dunque di difficile trasposizione in un contesto fittizio
che ha le sue proprie logiche narrative.
Persino in un film come La guerra di Mario (2005) di Antonio Capuano, capace
mettere in scena con innegabile efficacia
le dinamiche e i meccanismi alla base di
un provvedimento poco conosciuto e poco rappresentato come l’affido familiare,
la figura della giudice minorile incaricata
di occuparsi del caso del piccolo Mario
non può che risultare, malgrado tutto, distante e autoritaria. Tolto alla madre naturale a causa dei maltrattamenti subiti, il
piccolo protagonista viene affidato a una
giovane docente di Storia dell’arte in vista
di una possibile adozione: malgrado il
provvedimento della giudice tolga la tutela del bambino al genitore naturale, la
madre affidataria tenta comunque di tenere vivo il legame di Mario con la famiglia d’origine permettendogli di incontrare la vera madre in diverse occasioni. Tale
atteggiamento di apertura della donna nei
confronti di quell’ambiente familiare all’origine del maltrattamento viene stigmatizzato dalla giudice tutelare e dai membri del suo staff e sarà una delle cause del
successivo provvedimento di revoca dell’affido, in vista dell’adozione da parte di
una famiglia in grado di accogliere meglio
Negli occhi dello spettatore resta, in
ogni caso, l’immagine di una figura (quella del giudice) che dispone a suo insindacabile giudizio del futuro del minore, prima sottraendolo a un pessimo genitore (al
quale, tuttavia, il bambino è legato da un
rapporto affettivo indissolubile), poi affidandolo alla tutela di una figura materna
fin troppo sollecita nel compensare le carenze di attenzioni subite dal bambino
ma inadeguata da un punto di vista concreto a fargli da madre (e con la quale,
tuttavia, il bambino instaura un rapporto
affettivamente intenso), infine permettendone l’adozione da parte di una famiglia
ritenuta “normale”. Ciò che sembra restare fuori dal campo delle competenze del
giudice sono i sentimenti del minore,
messi in secondo piano prima dal pur
provvidenziale allontanamento dalla famiglia di origine, poi dalle valutazioni su
una presunta conformità alla media della
famiglia adottiva che, tuttavia, non sembra poter costituire una reale garanzia per
la vita affettiva del bambino.
Quanto emerge anche da questo film
è una domanda (implicita ma presente)
sulla legittimità del ruolo del giudice: è
giusto che costui possa decidere sull’adeguatezza o meno delle relazioni interne a
una famiglia, sull’idoneità di una coppia
a essere genitori, fino al punto di poterne
interrompere (a tempo determinato ma
anche per sempre) i legami con i figli?
Certo, in La guerra di Mario tra le maglie
del racconto emergono anche altri personaggi – una psicologa, un’assistente sociale con il ruolo di giudici onorari – che affiancano e consigliano il giudice togato
nel suo difficile ruolo, ma nelle maglie
strette della narrazione cinematografica
anche la funzione di queste figure risulta
irrigidita e marginalizzata. Se è vero che la
giustizia minorile non si occupa (come la
giustizia ordinaria) soltanto dell’accertamento dei fatti così come sono avvenuti,
ma si deve preoccupare di considerare
una situazione dinamica (in sintonia con
la giovane età dei soggetti tutelati), guardando al passato ma anche prefigurando
un possibile futuro, il cinema riesce a restituire con molta difficoltà tale processo.
Esso, infatti, in quanto arte eminentemente narrativa, poggia fondamentalmente su una declinazione al presente degli eventi raccontati e molto meno su una
proiezione dello spettatore in un futuro
possibile, sostanzialmente non-rappresentabile all’interno dell’hic et nunc della narrazione.
A ulteriore riprova dell’ipotesi fin qui
formulata – l’espunzione della figura del
giudice da un immaginario cinematografico, magari minimo – conviene citare
un altro film italiano, molto significativo nella rappresentazione del rapporto
tra i minori e la giustizia in Italia: in
Jimmy della Collina (2006) di Enrico Pau,
che segue fedelmente il protagonista –
Jimmy, diciassettenne inquieto che finisce in carcere per aver tentato una rapina a mano armata – attraverso tutte le
tappe del suo percorso giudiziario, l’unico passaggio lasciato fuori campo è proprio quello del processo e della sentenza. Il destino del protagonista risulta ancor più ineluttabile (la sentenza “cala
dall’alto”, come se fosse emessa da
un’entità ultraterrena) e la sua figura solitaria e orgogliosa emerge ulteriormente
rafforzata grazie a tale elisione che, tuttavia, relega in un angolo oscuro del film
una figura essenziale come quella del
giudice. Jimmy della Collina, tuttavia, ha
il merito di mostrare non solo il volto repressivo e restrittivo della giustizia, ma
anche quello riabilitativo e rieducativo:
la seconda parte del film, infatti è ambientata quasi interamente in una comunità per il recupero dei giovani messi alla prova dall’autorità giudiziaria, una
scelta che risulta importante per due motivi. Da un lato Pau lega il suo film a una
rappresentazione delle dinamiche della
giustizia minorile più aderente alla
realtà: soltanto una minima parte dei minori sottoposti a giudizio subiscono
provvedimenti di restrizione estremi come il carcere, mentre è significativo notare che la maggior parte di essi viene affidato a comunità di recupero attraverso
provvedimenti di messa alla prova. Dall’altro, scegliendo di girare all’interno
della vera comunità, La collina fondata
da don Ettore Cannavera in Sardegna e
coinvolgendo nelle riprese anche alcuni
dei veri ospiti del centro, ha dimostrato
come tali strutture possano costituire
realmente una dimensione protetta in
cui i ragazzi possono continuare ad arricchire il proprio patrimonio di conoscenze attraverso l’esperienza diretta.
Del resto, anche le sequenze della prigionia di Jimmy sono state girate on location, cioè nel vero carcere minorile di
Quartucciu, nei pressi di Cagliari, a testimonianza della volontà dell’autore di
calarsi completamente in una realtà per
comprenderla appieno, ma anche della
capacità da parte dell’amministrazione
carceraria di aprirsi a sguardi e contributi esterni. «Siamo nel territorio della finzione», ha affermato Pau a proposito del
film, «ma lo spazio non è stato ricostruito […] gli attori partecipavano osservando la realtà che avevano attorno come se
vivessero una sorta di privilegio. C’era
l’emozione dell’incontro con i ragazzi, il
desiderio d’essere fedeli a quello che loro vivono, l’unicità di un’esperienza: solitamente il cinema entra negli ambienti
e li cambia. In questo caso è successo il
contrario. Sono i luoghi che hanno cambiato i cinematografari». Una situazione
molto distante, per fortuna, da quella
denunciata da Amelio nel suo La fine del
gioco, un segno piccolo ma tangibile di
Il teatro delle voci di dentro ha ideate (il Kismet) e sostenute (il Ministero di grazia e giustizia, l’Ente teatrale
Quanto afferma Pau a proposito della italiano), dunque girato a uso e consumo
sua esperienza cinematografica è ancor delle istituzioni: fare questo significherebpiù vero nel caso di un documentario che be “passare sopra le teste” dei protagonitestimoni un’attività svolta all’interno di sti o, peggio, utilizzarli strumentalmente
un carcere minorile, in particolare se tale a fini politici. Non è teatro filmato, una
attività consiste nel mettere in scena il semplice ripresa dello spettacolo dal vivo
gioco delle identità negate dalla carcera- diretta a conservare la memoria di un
zione attraverso il teatro. Falsa testimo- evento, per quanto importante o insolito
nianza di Piergiorgio Gay è il risultato di esso sia. Non è neanche una documentaun lavoro sul campo pluriennale svolto zione sul lavoro preparatorio della messa
presso l’Istituto penale minorile Fornelli in scena, atta a testimoniare, magari a fini
di Bari dal Teatro Kismet OperA, una del- di studio, le tecniche e i procedimenti
le realtà di ricerca teatrale più interessanti adottati dal regista per perfezionare la
del nostro Paese. Tale attività si struttura performance degli interpreti. Falsa testimofin dal 1997 come un vero e proprio la- nianza è un po’ tutte queste cose ma è soboratorio permanente che trova la sua se- prattutto l’occasione per conoscere mede nella Sala prove, allestita in alcuni lo- glio i destinatari (non esclusivi) dell’atticali dello stesso Istituto Fornelli con il vità della Sala prove, coloro che interprecontributo degli ospiti della struttura e tano il testo teatrale, ovvero i ragazzi delgrazie alla collaborazione delle istituzioni l’IPM Fornelli. Il video di Gay si propone
(prime fra tutte lo stesso Istituto penale come dimensione transitoria tra l’espeminorile di Bari, il Dipartimento di giu- rienza della messinscena, i ragazzi coinstizia minorile e l’Ente teatrale italiano). volti nella lavorazione e lo spettatore, con
Falsa testimonianza, una scrittura originale il preciso obiettivo di restituire ai protadi Lello Tedeschi per la regia di Enzo To- gonisti quell’identità spesso negata dalla
ma, è uno degli spettacoli-laboratorio na- carcerazione. Montando insieme le ripreti tra le quattro mura del Fornelli, all’in- se delle prove, i brani tratti dello spettaterno della Sala prove: uno spazio protet- colo e le testimonianze di alcuni dei rato ma di scambio, che si nutre proficua- gazzi, mostrando per quasi tutta la sua
mente della contraddizione di essere un durata la serietà del loro impegno, il duro
territorio aperto (anche verso altre asso- lavoro sulla scena e gli straordinari risulciazioni teatrali che vogliano utilizzare la tati raggiunti e rivelando solo nel finale la
struttura per provare e mettere in scena i loro identità di reclusi, il video è realloro spettacoli coinvolgendo i giovani de- mente una “falsa testimonianza”, questa
tenuti) all’interno di un luogo per defini- volta, tuttavia, fondamentale per smontazione chiuso e isolato. Falsa testimonianza re facili stereotipi, luoghi comuni e inutinon è il classico filmato promozionale fi- li pregiudizi.
nalizzato semplicemente a illustrare proDifatti, è soltanto nel finale che i ragetti e attività svolte e a dar voce a chi le gazzi rivelano la propria condizione di
reclusi, dichiarando nell’ordine il proprio
nome, il reato per il quale sono stati condannati (o, in molti casi, il fatto che sono
in attesa di giudizio) e la data in cui terminerà la loro pena. Il gioco è fatto: il
pre-giudizio è stato evitato proprio perché lo spettatore non è stato avvertito
della reale condizione dei protagonisti e
non ha potuto frapporre tra sé e la visione tutti quegli schermi di difesa che
avrebbero fatto ricadere ciò che ha visto
all’interno di questa o quella categoria.
Se esiste una condizione che soffre il pregiudizio della società, è probabilmente
quella di coloro che scontano la loro pena in carcere e, probabilmente, è ancor
più ingiusto che a dover subire il preconcetto di uno sguardo superficiale sia proprio chi un’identità se la sta costruendo
faticosamente, a cavallo tra adolescenza e
maturità, vivendo la contraddizione dello scontro tra le regole del mondo adulto e una personalità in crescita, spesso
trovandosi a dover scegliere tra legalità e
crimine o, peggio ancora, trovandosi a
non poter scegliere affatto.
La realtà del teatro in carcere si compone di tanti piccoli segnali che rivelano
una realtà, forse ancor meno conosciuta
di quella cinematografica fin qui documentata, ma probabilmente molto più
importante, almeno dal punto di vista di
coloro che sono ristretti tra le quattro mura del carcere. Quella dei teatri di ricerca
e sperimentazione, delle associazioni e
degli enti che negli ultimi anni hanno lavorato alla produzione di spettacoli teatrali all’interno di una realtà difficile come quella degli istituti penali minorili è
una realtà quasi del tutto sconosciuta (almeno al grande pubblico). Non si tratta
di banali attività ricreative, palliative per
la routine e la noia di chi è costretto a passare il proprio tempo in cella (un tedio
ancor più palpabile se a viverlo sono adolescenti o giovani) né, semplicemente, di
uno spazio in cui dare sfogo alla libertà di
espressione dei ragazzi. Il tempo del lavoro dedicato alla preparazione e alla produzione degli spettacoli è certamente per
gli “ospiti” degli istituti penali minorili
un tempo sottratto alla monotonia, ma la
libertà, proprio come dovrebbe avvenire
attraverso un rigoroso percorso carcerario, è un valore da conquistare con fatica
e da ricercare attraverso il duro lavoro che
comporta l’apprendimento di una pratica
impegnativa come quella teatrale.
Oltre al Teatro Kismet OperA di Bari
e alla sua attività svolta presso l’IPM Fornelli, vale la pena citare almeno altre tre
importanti realtà teatrali che operano all’interno delle carceri e nelle cosiddette
“aree penali esterne” (i luoghi di attuazione delle misure alternative al carcere
come comunità e case famiglia) organizzando attività e spettacoli, ovviamente
giustizia - Dipartimento giustizia minorile. Si tratta di iniziative che raramente
nascono a livello centrale (come nel caso del progetto nazionale I mestieri del
teatro organizzato dall’Ente teatrale italiano e dal Ministero della giustizia) ma
che hanno creato una sorta di “zona grigia” all’interno delle carceri minorili,
luoghi per definizione chiusi ma che,
proprio attraverso tali attività, si aprono
verso l’esterno, accogliendo esperienze
estranee alla reclusione e, al tempo stesso, offrendo l’occasione a chi sta fuori
dalle quattro mura degli IPM di com-
prendere meglio quali siano i percorsi di
entrata in tale realtà e, soprattutto, quelli di uscita. Il teatro, in quanto dimensione totalmente altra, simbolicamente
condivisa e votata storicamente all’incontro tra esperienze diverse, si propone
naturalmente come spazio privilegiato
È proprio nella direzione del confronto tra le due dimensioni del carcere e
dell’esterno che si muove il Teatro del
Pratello di Bologna. Il Centro teatrale interculturale adolescenti e giustizia minorile con sede presso il Teatro stesso, è uno
spazio dedicato all’adolescenza, a ragazze e ragazzi dai 15 ai 20 anni che desiderano cimentarsi in pratiche di teatro e artistiche (video e di scrittura) nell’incontro tra culture diverse, privilegiando occasioni di lavoro con minori sottoposti a
procedimento penale, in progetti di teatro civile. Le iniziative rivolte al mondo
dei giovani reclusi sono essenzialmente
tre: 1) il laboratorio sperimentale di pratiche teatrali presso l’IPM di Bologna: un
progetto teatrale realizzato dal regista
Paolo Billi, che cerca attraverso il comune lavoro tra ragazzi ospiti dell’IPM, ragazzi provenienti da comunità e studenti
di istituti superiori, di dar vita a un teatro
che possa fare da “ponte” tra il Pratello e
la città, tra adolescenze dentro e fuori dal
carcere; 2) i laboratori sperimentali per i
ragazzi dell’area penale esterna nei quali
giovani in carico ai servizi sociali e in
uscita dal circuito penale partecipano direttamente agli spettacoli come attori o
come aiutotecnici; 3) l’area scuola e formazione che opera negli istituti superiori
con il progetto Dialoghi – che ha coinvolto, nelle sue tre annualità, 9 istituti suRassegna bibliografica 2/2009
periori di Bologna e provincia – e con il
progetto Laboratorio sul pregiudizio, che
ha coinvolto 3 istituti superiori. Tra le
iniziative più interessanti promosse dal
Teatro del Pratello c’è la produzione di
materiale audiovisivo che documenta sia
le attività interne all’area penale, sia quelle condotte con gli allievi degli istituti superiori e a questi ultimi rivolte con finalità di sensibilizzazione.
Più orientato a offrire concreti sbocchi lavorativi e ampi spazi di visibilità e
sensibilizzazione nei confronti della
realtà carceraria minorile è il Teatro Puntozero di Milano animato dal regista
Beppe Scutellà. Il progetto realizza laboratori teatrali mirati al reinserimento sociale di soggetti in difficoltà e, in questo
ambito, si segnalano i laboratori tenuti
dall’associazione presso il carcere minorile Cesare Beccarla di Milano. Scenografie, costumi, trucchi e musiche vengono
realizzati dai minori detenuti che hanno
frequentato i laboratori teatrali all’interno dell’Istituto penale e nella sede di
PuntozeroTeatro. Grazie al sostegno del
Centro giustizia minorile per la Lombardia, del personale dell’Istituto penale Cesare Beccaria e del corpo di Polizia penitenziaria è stato possibile dare vita a una
compagnia stabile, in cui i giovani detenuti si sono cimentati nella produzione
di spettacoli tratti dai grandi classici del
teatro come l’Antigone o il King Lear, recitando il duplice ruolo di tecnici e attori. «Prima valenza assoluta del progetto»,
afferma Scutellà nella pagina di presentazione del progetto, «è l’aspetto relazionale che sfocia in una vera e propria collaborazione di squadra, in cui le competenze acquisite nei laboratori e gli sforzi
dei singoli tendono alla realizzazione di
un unico risultato finale che è al tempo
stesso ludico e professionalizzante».
Officine Ouragan (Palermo) è un’associazione teatrale animata dal regista Claudio Collovà che organizza attività per i ragazzi dell’IPM Malspina e per i giovani a
rischio dei quartieri degradati di Palermo
con laboratori di scenografia e scenotecnica, di sartoria teatrale, di multimedialità
e immagine, di movimento e training fisico. L’associazione promuove, inoltre, un
progetto che si articola attraverso canali
musicali teso alla prevenzione sul campo,
rivolta proprio a quei ragazzi che hanno
maggiori possibilità di delinquere e finire
tra le maglie della giustizia. Anche in questo caso il processo pedagogico e formativo è intimamente collegato al processo
produttivo. I due piani – quello della formazione e quello della produzione di
uno spettacolo teatrale – non sono separati e costituiscono entrambi parte essenziale dell’intero progetto.
Sciuscià, Vittorio De Sica, Italia 1946*
La fine del gioco, Gianni Amelio, Italia 1970
Pixote, la legge del più debole, Hector Babenco, Brasile 1980*
Salaam Bombay!, Mira Nair, India, Francia, Gran Bretagna 1988*
Mery per sempre, Marco Risi, Italia 1989*
Falsa testimonianza, Piergiorgio Gay, Italia 1999
La guerra di Mario, Antonio Capuano, Italia 2005
Jimmy della Collina, Enrico Pau, Italia 2006
Juízo, Maria Augusta Ramos, Brasile 2007
I film contrassegnati con asterisco sono disponibili presso la Biblioteca Innocenty Library.
Per ulteriori informazioni sulle possibilità di utilizzo dei film e sulle attività di CAMeRA:
• www.minori.it
3 Percorso di lettura
25 Percorso filmografico
La scena negata: rappresentazioni problematiche
della giustizia minorile nel cinema e nel teatro
presso la Litografia IP, Firenze
“Lavoro minorile” di Victor Hugo
La Campagna "Acquisti trasparenti. Per una produzione
ASSEMBLEA GENERALE ANNUALE DELL`ASSOCIAZIONE
www.volontariato.lazio.it I bambini che cuciono Analisi della
Apri - Oltre noi… la vita
Molte cose sono cambiate dai tempi di Oliver Twist, ma ancora oggi
23° Convegno Nazionale di Studio A.I .M.M.F. ancora Ragazzi

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 art. 111
 art. 111
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