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Timestamp: 2018-11-14 02:53:29+00:00

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Il principio dell'inerenza e della competenza al vaglio della Cassazione | Commercialista Telematico
Il principio dell'inerenza e della competenza al vaglio della Cassazione
Con sentenza n. 10981 del 13 maggio 2009 (ud. del 16 aprile 2009) <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Corte di Cassazione ha affrontato due dei principi che presiedono la determinazione del reddito d’impresa: il principio di inerenza e il principio di competenza.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Dalla lettura della sentenza sopra indicata emerge che “in tema di determinazione del reddito di impresa, l’utile economico rilevante è solo quello effettivamente ritratto dal contribuente e non pure quello ricavato da altri soggetti di cui quello si sia avvalso per realizzare un’operazione economica, nel caso di specie appunto. Infatti la partecipazione societaria di un soggetto ad un altro non consente di annullare, neppure a fini fiscali, la soggettività del partecipato e, quindi, di contestare l’attribuzione allo stesso le non già al partecipante) dei risultati economici prodotti dall’attività imprenditoriale posta in essere dal partecipato medesimo (Cfr. anche Cass. Sentenze n. 20392 del 28/09/2007, n. 8089 del 1987)”.
La Corte, inoltre, collega l’inerenza con il divieto di abuso del diritto che “si traduce in un principio generale antielusivo, il quale preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quei benefici. Tale principio trova fondamento, in tema di tributi non armonizzati, nei principi costituzionali di capacità contributiva e di progressività dell’imposizione, e non contrasta con il principio della riserva di legge, non traducendosi nell’imposizione di obblighi patrimoniali non derivanti dalla legge stessa, bensì nel disconoscimento degli effetti abusivi di negozi posti in essere al solo scopo di eludere l’applicazione di norme fiscali. Esso comporta l’inopponibilità del negozio all’Amministrazione finanziaria, per ogni profilo di indebito vantaggio tributario che il contribuente pretenda di far discendere dall’operazione elusiva, anche diverso da quelli tipici eventualmente presi in considerazione da specifiche norme antielusive entrate in vigore in epoca successiva al compimento dell’operazione (V. pure Cass. Sez. U, Sentenza n. 30055 del 23/12/2008)”.
La Corte di Cassazione, nella sentenza in commento, lega l’inerenza all’abuso del diritto, che come sappiamo altro non è che l’uso distorto del diritto.
In pratica, la violazione del principio di inerenza, che è il presupposto prodromico e necessario per la deducibilità dei componenti negativi, determina un abuso del diritto, cioè una forma di particolare di evasione.
In ordine al principio di competenza la Corte – nella sentenza in esame – premette che in tema di reddito d’impresa, le regole sull’imputazione temporale dei componenti negativi, dettate in via generale dall’ex art. 75 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, “sono inderogabili, non essendo consentito al contribuente scegliere di effettuare la detrazione di un costo in un esercizio diverso da quello individuato dalla legge come esercizio di competenza, così da alterare il risultato della dichiarazione. Ne l’applicazione di detto criterio implica di per se la conseguenza, parimenti vietata, della doppia imposizione, che è evitabile dal contribuente con la richiesta di restituzione della maggior imposta, la quale è proponibile, nei limiti ordinari della prescrizione ex art. 2935 cod. civ., a far data dal formarsi del giudicato sulla legittimità del recupero dei costi in relazione alla annualità non di competenza (Cfr. anche Cass. Sentenze n. 16819 del 30/07/2007, n. 24474 del 2006, n. 16198 del 2001)”.
La violazione del principio di competenza – regolamentata oggi dall’art. 109 del T.U. n. 917/86 – investe spesso aspetti meramente formali che non recano danni all’Erario, (fatte salve le dovute eccezioni).
Tuttavia, la giurisprudenza della Cassazione è ormai attestata sulle posizioni dell’Amministrazione finanziaria che ha ritenuto risolutivo, ai fini fiscali, l’art. 14 del D.P.R. n. 600/73, in base al quale le società e gli enti il cui bilancio è soggetto per legge o per statuto all’approvazione dell’assemblea, possono effettuare nelle scritture contabili gli aggiornamenti conseguenziali all’approvazione stessa fino al termine per la presentazione della dichiarazione.
La giurisprudenza, nel corso di questi anni, come dicevamo, ha più volte manifestato il suo pensiero.
Fra le ultime si segnala la sentenza n. 6331 del 20 dicembre 2007, depositata il 10 marzo 2008 – secondo cui “posto che l’imputazione di un determinato costo ad un esercizio anziché ad un altro ben può, in astratto, comportare l’alterazione dei risultati della dichiarazione, mediante i meccanismi di compensazione dei ricavi e dei costi nei singoli esercizi – deve ritenersi rigorosamente preclusa in tema di reddito d’impresa, ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 75, la detrazione di costi in esercizi diversi da quello di competenza, giacché il contribuente non può essere lasciato arbitro della scelta del periodo in cui registrare le passività (v. Cass. 3809/07, 16198/01, 7912/00)”. Prosegue la Corte: “la pratica conseguenza di una vietata (v. D.P.R. n. 917 del 1986, art. 127) doppia imposizione, paventata dalla società ricorrente in rapporto alle circostanze del caso concreto, non risulta evento irrimediabilmente connesso all’applicazione del criterio sopra enunciato (del resto, immediatamente scaturente dalla legge), giacché, in base ai principi generali, può essere evitata (cfr., in materia di iva, Cass. 8965/07) mediante l’esercizio da parte del contribuente – con istanza di rimborso e conseguente impugnazione, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, del silenzio rifiuto su di esso eventualmente formatosi – dell’azione di restituzione della maggior imposta indebitamente corrisposta per la mancata esposizione nell’annualità di competenza dei costi negati in relazione a diversa imputazione temporale. Ciò, a decorrere dal perfezionamento del giudicato sulla legittimità del recupero dei costi in relazione all’annualità non di competenza, che, nella prospettiva di cui all’art. 2935 c.c. (applicabile, anche in tema di decadenza: v. Cass. 9151/91), segna – pur in presenza di termini per l’emendabilità della dichiarazione (cfr. il D.P.R. n. 322 del 1998, art. 2, comma 8 bis, ratione temporis peraltro inapplicabile alla fattispecie) – il momento in cui il diritto al rimborso può essere fatto valere”.
E la sentenza qui in esame si attesta su questa posizione.
Sul punto va pure ricordata la sentenza della Cassazione n. 6331/2008, secondo cui per gli esercizi successivi a quello di accertamento ritiene applicabile l’art. 110, comma 8, del T.U. n. 917/1986, mentre per gli esercizi precedenti a quello di accertamento ritiene che il contribuente possa presentare istanza di rimborso, i cui termini di presentazione incominciano a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere: cioè dal passaggio in giudicato della sentenza che accerti la legittimità del recupero effettuato dall’Amministrazione finanziaria.

References: sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. Sez. 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 75
 art. 2935
 Cass. 
 sentenza 
 art. 75
 Cass. 
 art. 127
 Cass. 
 art. 19
 Cass. 
 art. 2
 sentenza 
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