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Ungheria: L'interesse di un padre non coincide sempre con il benessere della figliaDiritti Europa
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Posted by: Oxana Mikhaylova in Categorie Violazioni CEDU, I diritti in Europa, In evidenza, Sistema CEDU 25 febbraio 2013
Diritto al rispetto della vita familiare – Sentenza Krisztán Bananábas Tóth v. Hungary, 12 febbraio 2013
Il riconoscimento della paternità biologica è un diritto essenziale, perché può concretizzare a livello giuridico la legittima aspirazione di un padre di avere dei legami con il proprio figlio, soprattutto se è costretto a stargli lontano. Questo caso è caratterizzato dalla tenacia di un padre che mediante molti tentativi e ricorsi cerca di ottenere la paternità biologica di sua figlia, ma senza alcun risultato. In questa vicenda gli interessi e la stabilità emotiva della bambina hanno prevalso sugli interessi del padre naturale.
IL CASO – Il ricorrente, il sig. Krisztán Bananábas Tóth, cittadino ungherese, dal Gennaio del 2004 è stato sposato con la sig.ra H.K., che il 5 Aprile del 2004 rimase incinta. Ma, purtroppo, nel Settembre del medesimo anno il loro matrimonio finì. Nel Novembre del 2004 il signor P., compagno dell’ex moglie del ricorrente, riconobbe la paternità del nascituro con il consenso della madre. Intanto la bambina della sig.ra H.K nacque il 4 Gennaio 2004 e nove giorni dopo il signor P. adottò la bambina, sempre con il consenso della madre.
Quando il ricorrente venne a conoscenza di questo fatto, il 20 Gennaio del 2005 decise di richiedere, prima, all’Ufficio amministrativo di Pest la nominare di un tutore per la bambina e, poi, nel frattempo presentò un ricorso interno per stabilire la paternità biologica della bambina.
La controversia venne giudicata dal Consiglio della Custodia di Gymendrőd che rifiutò di nominare il tutore, affermando che non era nell’interesse della bambina (dal punto di vista psicologico) che questo caso fosse portato in tribunale. Ma il 15 Settembre del 2005, il sig. Tóth, non accettando la sentenza di primo grado, depositò un ricorso al Békés Country Regional Cort; ma anche quest’ultimo verrà respinto, con la stessa motivazione che ha fornito il Consiglio della Custodia di Gymendrőd.
Il caso arriverà, il 17 Maggio del 2006, anche in ultimo grado, presso la Corte Suprema che respingerà la domanda di riesame del caso. Nella sentenza la Corte Suprema, però, ha affermato che se la bambina vorrà sapere chi fosse il suo padre biologico, dovrà indagare ed iniziare le dovute analisi solo una volta compiuti quattordici anni d’età.
Non riuscendo ad ottenere risposte alla sua istanza per vie interne, il ricorrente, il 24 Novembre del 2006, ha presentato un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro l’Ungheria, denunciando la violazione dell’articolo 8 CEDU, riguardante l’impossibilità di poter stabilire la sua paternità biologica e l’incapacità delle autorità ungheresi di trovare un giusto equilibrio tra l’interesse del padre e quelli della bambina.
IL GOVERNO – afferma che non c’è stata alcuna violazione dell’articolo 8 §1 della convenzione, per il fatto che non c’era alcuna “vita famigliare” tra il ricorrente e la bambina, nel momento in cui ha richiesto di essere riconosciuto come il suo padre biologico. Poiché il suo interesse nei confronti della figlia si è manifestato soltanto dopo la sua nascita, visto che egli non ha riconosciuto la sua paternità prima del concepimento. Infine, secondo il governo ungherese le autorità interne hanno garantito un equo bilanciamento tra l’interesse della bambina e quello del padre.
LA CORTE – con la sentenza del 12 Febbraio 2012, rigetta all’unanimità il ricorco del il sig. K. B. Tóth.
Nella sentenza afferma, in particolare, che la convivenza del ricorrente con la madre della bambina era finita prima che partorisse e che, poco dopo la nascita, essa decise di acconsentire che il compagno adottasse la bambina, senza chiedere il consenso ovvero il parere del ricorrente. Per la Corte, questi elementi rivelano che non c’era nessun’intenzione da parte della madre di considerare il ricorrente come il padre della bambina o come colui con con cui poter costruire una vita familiare. Inoltre osserva che, nel non consentire un’azione di paternità, le autorità nazionali volevano salvaguardare l’interesse superiore della stabilità della bambina.
La Corte, per quanto concerne l’operato delle autorità nazionali, ritiene inoltre che non abbiano agito in modo sommario, ma che (le autorità) avrebbero dovuto effettuare un esame più approfondito degli interessi delle persone coinvolte, garantendo una particolare rilevanza degli interessi del bambino, senza, però, ignorare l’interesse del ricorrente. Di fronte a queste osservazioni, la corte conclude che, nell’esercizio del loro potere discrezionale, le autorità comunque non hanno oltrepassato il margine di discrezionalità lasciato loro in questo campo. E pertanto le ragioni addotte dalle autorità nazionali, per giustificare l’interferenza con i diritti del ricorrente, erano pertinenti e sufficienti.
Concludendo, è opinione di chi scrive che, prendendo spunto dal caso appena illustrato, ogni persona che vuole riconoscere la sua paternità oppure maternità deve avere la possibilità di farlo; naturalmente non ci si deve soffermare solo su questo diritto, bisogna anche considerare le conseguenze che può avere sull’altre persone, il loro stato d’animo, soprattutto bisogna preservare l’interesse supremo della stabilità famigliare ed emotiva del bambino coinvolto. Quindi, come nel caso di specie, non è sempre di maggior importanza stabilire chi è il padre biologico, ma la tranquilla e la stabilità della bambina. Forse in alcuni casi è meglio che siano i bambini, una volta cresciuti, a scegliere se voler conoscere i propri genitori biologici o considerare come tali coloro che non lo sono.
La sentenza è reperibile qui: Case of Krisztián Barnabás Tóth v. Hungary del 12 febbraio 2013
Guido Raimondi Seconda Sezione Ungheria	2013-02-25
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