Source: http://notaiocolangeli.it/category/news/page/14/
Timestamp: 2019-08-26 01:32:09+00:00

Document:
NOTAIO COLANGELI | NEWS
Ottobre 28, 2015 /in NEWS /da LAURA PETRI
Fonte: Diritto Civile Commerciale – Rivista trimestrale di Diritto Civile.
SUPERAMENTO DELLA PROPORZIONE MASSIMA CONSENTITA TRA AZIONI ORDINARIE E AZIONI SENZA DIRITTO DI VOTO O CON DIRITTO DI VOTO LIMITATO O SUBORDINATO – 1° pubbl. 9/15 – motivato 9/15
Ottobre 23, 2015 /in NEWS, SOCIETA' E IMPRESA /da LAURA PETRI
AUMENTO A PAGAMENTO DEL CAPITALE IN PRESENZA DI AZIONI GRAVATE DA USUFRUTTO – 1° pubbl. 9/15 – motivato 9/15
Ottobre 7, 2015 /in NEWS, SOCIETA' E IMPRESA /da LAURA PETRI
FINANZIAMENTI. CAMBIA L’ORIENTAMENTO SULL’APPLICABILITA’ DELL’IMPOSTA SOSTITUTIVA SUL CAPITALE EROGATO – MUTUI, LA STANGATA DELLA CASSAZIONE – CASSAZIONE, CON SENTENZA DEL 6 FEBBRAIO 2015, N. 2188
Ottobre 1, 2015 /in NEWS /da LAURA PETRI
(di Angelo Busani, il Il Sole 24 Ore, Norme e Tributi del 10 Giugno 2015)
Qualora un contratto di mutuo contenga una clausola che consente alla Banca mutuante di recedere in presenza di giustificato motivo, il contratto non sconta l’imposta sostitutiva.
Secondo la Corte di Cassazione, l’imposta sostitutiva (nel caso in oggetto dello 0,25%) sul capitale erogato non è dunque applicabile al contratto di mutuo nel quale sia contenuta una clausola che consente all’istituto mutuante di recedere per un «giustificato motivo». Solitamente detta clausola è presente, seppur con diverse sfaccettature, in qualsiasi contratto di finanziamento; secondo i giudici di Cassazione, in tal caso il mutuo andrebbe tassato con l’imposizione ordinaria e cioè, tra l’altro, con l’ipotecaria ad aliquota 2% sull’importo garantito e, quindi, con un carico fiscale maggiorato.
Nel caso concreto l’Agenzia del Territorio di Milano aveva revocato i benefici fiscali concessi ai sensi del D.P.R. n. 601 del 1973, ex art. 15 ed aveva emesso avviso di liquidazione per il recupero delle maggiori imposte in relazione ad un contratto di apertura di credito in conto corrente con garanzia ipotecaria stipulato da una società in accomandita semplice con un istituto di credito, in quanto le parti avevano previsto per laBanca la facoltà di recedere in qualsiasi momento dall’apertura di credito ipotecario al ricorrere di un giustificato motivo in contrasto con la disciplina agevolativa di cui all’art. 15.
Avverso l’avviso di recupero dell’imposta ipotecaria e di bollo le contribuenti proponevano ricorso davanti alla Commissione Tributaria provinciale di Milano che lo accoglieva con sentenza confermata su appello dell’Ufficio dalla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia.
Avverso la sentenza della Commissione Tributaria regionale della Lombardia aveva dunque proposto ricorso per Cassazione l’Agenzia del Territorio.
Con nota critica l’Autore evidenzia come la sentenza in oggetto si inserisca in una sorta di linea che, di fatto, determina un disincentivo alla finanziabilità delle imprese e ciò tenuto conto anche della sentenza del 16 gennaio 2015 n. 695 (*) con cui la Cassazione ha ritenuto dovute imposte che la stessa Agenzia delle Entrate riteneva di non dovere riscuotere (risoluzione n. 121/2011).
La sentenza della Corte di Cassazione in oggetto muta drasticamente il pregresso orientamento secondo cui, ai fini dell’assoggettabilità del finanziamento ad imposta sostitutiva, risultava indifferente la presenza nel contratto di clausole di recesso «non meramente potestative».
L’Autore evidenzia come le poche righe che la Corte di Cassazione dedica alla motivazione della sentenza, disorientano, in quanto sembra che la Suprema Corte confonda la clausola di recesso ad nutum (cioè completamente discrezionale) con quella per giustificato motivo.
In forza della clausola di recesso “ad nutum”, una delle parti contraenti può far cessare gli effetti del contratto e, se il recesso è esercitato dall’istituto di credito, la Banca può richiedere che la parte mutuataria restituisca con effetti immediati il capitale mutuato.
Se, invece, la parte che esercita il recesso “ad nutum” è quella mutuataria, essa sarà tenuta a restituire con effetti immediati il capitale mutuato e gli interessi dovuti.
In presenza di una clausola di recesso ad nutum, l’Autore evidenzia come la giurisprudenza della Corte di Cassazione (4792/2002) (**) e la prassi (risoluzione n. 3/2001/T) sono consolidate nel senso di ritenere il finanziamento a medio-lungo termine meritevole dell’imposta sostitutiva se si tratta di un recesso consentito al mutuatario.
Invece, l’imposta sostitutiva non si renderebbe applicabile se il recesso ad nutum fosse consentito alla banca mutuante, in quanto tale facoltà toglierebbe al contratto di finanziamento la possibilità di essere considerato a medio-lungo termine (e cioè di durata superiore a 18 mesi); caratteristica basilare ai fini dell’applicabilità al mutuo dell’agevolazione suddetta.
L’altra ipotesi analizzata è quella relativa al contratto di mutuo contenente una clausola di recesso per giustificato motivo.
In tale caso la prassi era consolidata nel ritenere la presenza della clausola in parola non ostativa all’applicazione dell’imposta sostitutiva, come confermato dalle risoluzioni n. 68/1998/T e 1/2003/T, nonché, dalla circolare n. 8/2002.
Spesso, tra l’altro, la clausola di recesso per giustificato motivo riproduce il contenuto dell’art. 1186 cod.civ., consentendo al creditore di «chiamare al rientro» il debitore qualora divenga insolvente o non presti le garanzie promesse o diminuisca, per fatto proprio, le garanzie che aveva dato. E proprio il fatto che sia la legge stessa a concedere al creditore la possibilità di recedere da un contratto di finanziamento, nei casi previsti dall’art. 1186 del codice civile, era l’argomento cardine che fino alla sentenza n. 2188/2015 ha
supportato l’applicabilità dell’imposta sostitutiva al mutuo contenente una clausola di recesso non meramente discrezionale.
Cass. civ., sez. trib., 16 gennaio 2015, n. 695, in Giustizia Civile Massimario 2015, secondo cui “In tema di agevolazioni tributarie per il settore del credito, le operazioni di finanziamento, a cui l’art. 15 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 601 accorda un trattamento fiscale di favore, vanno individuate – in base alla “ratio legis” ed al principio secondo cui le norme agevolative sono di stretta interpretazione – in quelle che si
traducono nella provvista di disponibilità finanziarie, cioè nella possibilità di attingere denaro, da impiegare in investimenti produttivi. Ne consegue che i negozi di finanziamento aventi ad oggetto i “rimborsi dei finanziamenti a breve termine”, garantiti da iscrizioni ipotecarie, non avendo ad oggetto un finanziamento, nel senso precisato, ma piuttosto le modalità ed i tempi di recupero del credito già erogato,esulano dall’ambito applicativo della menzionata disciplina”.
Cass. civ., sez. trib., 3 aprile 2002, n. 4792, in Giur. imp. 2002, 1386, secondo cui “La clausola che permette all’azienda di credito di recedere per giusta causa anche prima della scadenza dei 18 mesi previsti come durata di un contratto di finanziamento, pienamente legittima sul piano civilistico, vale a privare dall’origine il credito della sua natura temporale (medio lungo) richiesta dalla norma di agevolazioni tributarie, degradando la durata del rapporto ad elemento variabile in funzione dell’interesse
Settembre 30, 2015 /in NEWS, SOCIETA' E IMPRESA /da LAURA PETRI
Luglio 21, 2015 /in NEWS, SOCIETA' E IMPRESA /da postmaster_g69opb83
OPERAZIONI STRAORDINARIE – S.P.A. – RIDUZIONE DI CAPITALE SOCIALE ED EMISSIONE DI PRESTITO OBBLIGAZIONARIO – NON SUSSISTE L’ABUSO DI DIRITTO ***
(Cass.civ., sezione tributaria, sentenza del 15 luglio 2015, n. 14761, in www.cassazione.net)
Secondo i giudici della Corte di Cassazione (i quali ripercorrono la posizione della Corte di legittimità in tema di abuso del diritto nell’ambito delle ristrutturazioni societarie, richiamano la relativa elaborazione da parte della giurisprudenza comunitaria e fanno persino riferimento alle intenzioni future del legislatore nazionale legge
n. 23 del 11.03.2014 in tema di delega fiscale), invece, una simile operazione deve ritenersi legittima in quanto frutto di «specifiche scelte di politica d’impresa rispetto all’organizzazione produttiva» e, quindi, di «scelte di mercato e conseguenti piani finanziari».
LIQUIDATORE DI SOCIETA’ – RESPONSABILITA’ PER OMESSO VERSAMENTO IVA ***
Luglio 21, 2015 /in DONAZIONE IMMOBILIARE, NEWS /da postmaster_g69opb83
(Cass.pen., sezione terza, sentenza del 15 luglio 2015, n. 30492, in ww.quotidianodiritto.ilsole24ore.com)
«[C]olui che assume la carica di liquidatore [,al pari di chi assume quella di amministratore,] si espone volontariamente a tutte le conseguenze che possono derivare da pregresse inadempienze».
Di conseguenza, il liquidatore di società appena nominato è penalmente responsabile per l’omesso versamento dell’IVA anche qualora abbia assunto la carica pochi giorni prima della scadenza del termine previsto per effettuare il versamento e, quindi, poco prima che si perfezionasse la fattispecie criminosa.
Nel caso concreto, una società posta in liquidazione aveva nominato un liquidatore (in data 18 dicembre 2006) il quale, non essendo riuscito a far fronte (in data 27 dicembre 2015 – data di versamento dell’acconto Iva) ai versamenti di imposta dichiarati prima che questi assumesse la carica di liquidatore, è stato chiamato a rispondere per l’inadempimento per violazione dell’art. 10 ter del D.Lgs. 74/2000.
La Corte di Cassazione, respingendo il ricorso proposto dal neo liquidatore, il quale aveva evidenziato come fosse stato violato il principio di responsabilità personale dell’imputato ha evidenziato che nelle società di capitali la responsabilità per i reati tributari è attribuita all’amministratore o a coloro che rappresentano l’ente, tra cui i liquidatori i quali, assumendo la carica, si espongono volontariamente a tutte le conseguenze
che possono derivare da pregresse inadempienze.
I giudici sottolineano che ” il nuovo amministratore o il liquidatore … deve chiedere di visionare la documentazione fiscale e ci sono verifiche assai semplici e coincidenti con i minimi riscontri d’obbligo che devono essere eseguiti prima del subentro nella carica, in difetto delle quali egli accetta il rischio che ci possa essere qualcosa che non va di cui è chiamato a rispondere anche penalmente.”
DONANTE SOCIO DI SOCIETA’ DI PERSONA DICHIARATO FALLITO – REVOCATORIA NEI DUE ANNI – ART. 64 L.FALL. ***
Luglio 20, 2015 /in NEWS, SOCIETA' E IMPRESA /da postmaster_g69opb83
(Cass.civ., sezione prima, sentenza del 24 giugno 2015, n. 13087, in www.cassazione.net)
L’atto di donazione con il quale viene trasferito un immobile dal marito (socio di società di persone) a favore della moglie, nei due anni anteriori la dichiarazione di fallimento, seppur rientrante nel perimetro degli accordi stipulati in vista della separazione personale fra i coniugi, è soggetto a revocatoria ai sensi dell’art. 64 l.fall. e, quindi, inefficace
nei confronti dei creditori del coniuge poi dichiarato fallito.
Nel caso concreto, prima di addivenire alla separazione il marito aveva compiuto un atto a titolo gratuito a favore della moglie con l’accordo che, una volta divenuti maggiorenni i figli, a questi ultimi sarebbe spettata la nuda proprietà.
Secondo i giudici il trasferimento seppure effettuato in vista della separazione, era comunque contraddistinto da causa gratuita e, dunque, assoggettabile a revocatoria secondo le regole relative a tali tipo di atto.
Per di più, la donna era economicamente autosufficiente, al punto da aver rinunziato all’assegno che, eventualmente, il marito le avrebbe dovuto versare.
Non può essere infine accolta l’eccezione sollevata per la quale il trasferimento immobiliare era da considerare contraddistinto da causa onerosa perché il marito era in
ogni caso tenuto a far fronte alle «esigenze dei minori», subordinatamente a «motivate richieste presentata di volta in volta» dalla moglie

References: SENTENZA 
 art. 15
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 ART. 64
 sentenza