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Timestamp: 2018-06-21 16:10:03+00:00

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Licenziamento e malattia: i motivi di licenziamento legati alla malattia
La malattia può costituire causa di licenziamento, sia per giustificato motivo soggettivo, sia per giustificato motivo oggettivo, sia, infine, per giusta causa. L'art. 2110 c.c. contempla esplicitamente l'ipotesi della malattia quale causa di licenziamento per impossibilità sopravvenuta della prestazione (giustificato motivo oggettivo). In particolare l'art. 2110 c.c. secondo comma prevede che il datore di lavoro possa recedere dal rapporto qualora il lavoratore, a causa di malattia, risulti assente per un periodo superiore a quello: "stabilito dalla legge, dagli usi o secondo equità". In tali ipotesi si a parla di comporto secco quando il licenziamento è determinato da un'unica malattia o di comporto frazionato quando il licenziamento è determinato da una serie di malattie in un determinato arco temporale. Di norma sia il periodo di comporto secco, sia quello di comporto frazionato vengono determinati dal CCNL applicabile al rapporto. In giurisprudenza si è sovente posta la questione della computabilità (esclusa dalla giurisprudenza), ai fini del superamento del periodo di malattia necessario per l'intimazione del licenziamento per G.M.O., della malattia addebitabile al datore di lavoro per la mancata predisposizione delle misure di salvaguardia della salute del lavoratore.
La malattia può anche essere occasione di licenziamenti comminati per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa. La giurisprudenza ha, infatti, più volte avuto modo di occuparsi del caso in cui il lavoratore non venga trovato a casa durante la visita di controllo e della connessa ipotesi in cui il lavoratore, durante il periodo di malattia, svolga una diversa attività lavorativa (anche non in concorrenza con quella del datore di lavoro).
Licenziamento e malattia: la normativa
Infortunio, malattia, gravidanza, puerperio.
In caso d'infortunio, di malattia, di gravidanza o di puerperio, se la legge [o le norme corporative] non stabiliscono forme equivalenti di previdenza o di assistenza, è dovuta al prestatore di lavoro la retribuzione o una indennità nella misura e per il tempo determinati dalle leggi speciali, dagli usi o secondo equità.
licenziamento e malattia: la giurisprudenza
licenziamento e malattia: l'allontanamento dall'abitazione in costanza di malattia
L’allontanamento del lavoratore dipendente dalla propria abitazione in costanza di malattia configura un grave inadempimento comportante un serio pregiudizio all’interesse del datore di lavoro, in virtù del mero pericolo di aggravamento delle condizioni di salute o di ritardo nella guarigione del lavoratore medesimo, perchè risultano violati gli obblighi di buona fede e correttezza nell’esecuzione del rapporto di lavoro allorché la natura dell’infermità’ sia stata giudicata, con valutazione "ex ante", incompatibile con la condotta tenuta dal dipendente. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, rilevandone l’adeguatezza e la logicità della motivazione anche sotto il profilo del giudizio di proporzionalità della sanzione espulsiva, con la quale era stata respinta l’impugnativa del licenziamento intimato nei confronti di una lavoratrice e fondato - unitamente alla valutazione di altre assenze ingiustificate alle cui contestazioni non era seguita l’irrogazione di alcuna sanzione, invece inflitta, nella forma della sospensione, per un episodio di rifiuto di espletamento delle proprie mansioni - sull’accertato ulteriore comportamento consistito nell’allontanamento dalla sua abitazione durante un periodo di malattia a cui si era accompagnato addirittura il prolungamento dell’assenza dal luogo di lavoro oltre la prognosi attestata dalla certificazione medica).
licenziamento e malattia: il datore di lavoro non ha l'onere di avvisare il lavoratore del possibile superamento del periodo di comporto
Nella fattispecie di recesso del datore di lavoro per l'ipotesi di assenze determinate da malattia del lavoratore, tanto nel caso di una sola affezione continuata, quanto in quello del succedersi di diversi episodi morbosi (cosiddetta eccessiva morbilità), la risoluzione del rapporto costituisce la conseguenza di un caso di impossibilità parziale sopravvenuta dell'adempimento, in cui il dato dell'assenza dal lavoro per infermità ha una valenza puramente oggettiva; ne consegue che non rileva la mancata conoscenza da parte del lavoratore del limite cosiddetto esterno del comporto e della durata complessiva delle malattie e, in mancanza di un obbligo contrattuale in tal senso, non costituisce violazione da parte del datore di lavoro dei principi di correttezza e buona fede nella esecuzione del contratto la mancata comunicazione al lavoratore dell'approssimarsi del superamento del periodo di comporto, in quanto tale comunicazione servirebbe in realtà a consentire al dipendente di porre in essere iniziative, quali richieste di ferie o di aspettativa, sostanzialmente elusive dell'accertamento della sua inidoneità ad adempiere l'obbligazione.
Cassazione civile , sez. lav., 28 giugno 2006 , n. 14891
licenziamento e malattia: comporto per sommatoria determinato dal giudice di merito in difetto di previsioni del CCNL
In relazione alla cosiddetta eccessiva morbilità, il comporto per sommatoria, ove la contrattazione non lo preveda e non vi siano usi utilmente richiamabili, va determinato dal giudice con impiego della cosiddetta equità integrativa. In tal caso le determinazioni del giudice circa i termini cosiddetti interni ed esterni del comporto - durata complessiva delle assenze tollerate e ampiezza del relativo periodo di riferimento - sono censurabili in sede di legittimità solo sotto il profilo della logicità e della congruità della motivazione. In particolare è immune da rilievi l'operato del giudice che collochi il termine iniziale del periodo di riferimento, procedendo a ritroso dalla data del licenziamento, anche in epoca anteriore all'inizio della vigenza del contratto collettivo, in quanto tale criterio vale ad evitare che di fatto sia preclusa la possibilità del superamento del periodo di comporto in tutti i casi in cui le assenze per malattia si verifichino tra la vigenza di due contratti collettivi, e che si verifichino ingiustificate disparità di trattamento. E inoltre giustificato - soprattutto se la durata del comporto è stabilita in mesi - il computo anche dei giorni non lavorativi che cadono nel periodo di assenza per malattia, potendosi presumere la continuità dell'episodio morboso, a meno che non sia fornita la prova contraria. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito nella quale il giudice d'appello aveva preso come parametro di riferimento sia per il termine c.d. interno che per quello c.d. esterno il contratto di fatto applicato, la cui durata era di più facile conoscenza per il lavoratore rispetto alla durata media dei contratti).
Cassazione civile , sez. lav., 23 giugno 2006 , n. 14633
licenziamento e malattia: giusta causa se il lavoratore malato lavora per altri (anche non concorrenti) durante la malattia
Il datore di lavoro può recedere per giusta causa qualora il lavoratore abbia, durante il periodo di malattia, lavorato per conto di terzi anche se in attività non concorrenti.
Tribunale Lecce, sez. lav., 29 dicembre 2005
licenziamento e malattia: il lavoratore malato non può lavorare per altri (anche non concorrenti) durante la malattia
Lo svolgimento da parte del dipendente di altra attività lavorativa durante il periodo di malattia è vietato, integrando un inadempimento degli obblighi ricadenti sul prestatore (particolarmente del dovere di fedeltà di cui all'art. 2105 c.c. ed in generale dell'obbligo di eseguire il contratto secondo buona fede e correttezza), in tutti i casi in cui evidenzi la simulazione delle infermità ovvero ne ritardi o comprometta la guarigione per inosservanza del dovere di porre in essere tutte le cautele necessarie ad un rapido recupero delle energie lavorative. In caso contrario deve essere ritenuto ammissibile e deve, pertanto, ritenersi illegittimo il provvedimento di licenziamento o la diversa sanzione disciplinare adottati in conseguenza dello stesso.
Cassazione civile , sez. lav., 06 ottobre 2005 , n. 19414
licenziamento e malattia: non si computano i periodi di malattia addebitabili ex art. 2087 c.c. al datore di lavoro
Nel periodo di conservazione del posto previsto dall'art. 2110 c.c. cosiddetto periodo di comporto, si computano le assenze sia per malattia che per infortunio. L'assenza deve essere, invece, esclusa dal computo del comporto quando l'infermità trovi causa in specifici, e non generici, fattori di nocività presenti nello svolgimento dell'attività lavorativa di cui il datore di lavoro sia responsabile per avere contravvenuto agli obblighi dell'art. 2087 c.c.
Tribunale Torino, 15 settembre 2005
licenziamento e malattia: il superamento del periodo di comporto è un fatto puramente oggettivo
Nella fattispecie di recesso del datore di lavoro per l'ipotesi di assenze determinate da malattia del lavoratore, tanto nel caso di una sola affezione continuata, quanto in quello del succedersi di diversi episodi morbosi (cosiddetta eccessiva morbilità), il dato dell'assenza dal lavoro ha una valenza puramente oggettiva, con la conseguenza che il datore di lavoro, da un lato, non può unilateralmente recedere o, comunque, far cessare il rapporto di lavoro prima del superamento del limite di tollerabilità dell'assenza (cosiddetto periodo di comporto), predeterminato per legge, dalla disciplina collettiva o dagli usi, oppure, in difetto di tali fonti, determinato dal giudice in via equitativa, e, dall'altro, che il superamento di quel limite è condizione sufficiente di legittimità del recesso, nel senso che non è all'uopo necessaria la prova del giustificato motivo oggettivo nè della sopravvenuta impossibilità della prestazione lavorativa, nè della correlata impossibilità di adibire il lavoratore a mansioni diverse, senza che ne risultino violati disposizioni o principi costituzionali. (Nella specie, la S.C. ha confermato sul punto la sentenza di merito, che aveva ritenuto illegittimo il licenziamento ed irrilevante l'erroneo convincimento del datore di lavoro dell'avvenuto superamento del comporto, benché dovuto al mancato adempimento dei doveri di informazione a carico del lavoratore circa la natura della malattia che ne aveva provocato l'assenza dal luogo di lavoro, dovuta ad infortunio "in itinere" e quindi non computabile nel periodo di comporto).
Cassazione civile , sez. lav., 06 settembre 2005 , n. 17780
licenziamento e malattia: sempre necessario il superamento del periodo di comporto
In caso di malattia del lavoratore, l'art. 2110, comma 2, c.c. il quale prevede che il recesso del datore di lavoro può essere esercitato solo dopo il protrarsi dell'impossibilità della prestazione per il periodo di tempo stabilito dalla legge, dalle norme collettive, dagli usi e secondo equità (cosiddetto comporto) - non va riferito esclusivamente alla malattia a carattere unitario e continuativo, ma deve ritenersi comprensivo anche dell'ipotesi di un succedersi di malattie a carattere intermittente o reiterato, ancorché frequenti e discontinue in relazione ad uno stato di salute malfermo (cosiddetta eccessiva morbilità). Ne consegue, stante la prevalenza dell'art. 2110 c.c. (disposizione speciale) sulla disciplina generale della risoluzione del rapporto di lavoro, che, anche nella ipotesi di reiterate assenze per malattia del dipendente, il datore di lavoro non può licenziarlo per giustificato motivo, ai sensi dell'art. 3 l. 15 luglio 1966 n. 604, ma può esercitare il recesso solo dopo il periodo all'uopo fissato dalla contrattazione collettiva, ovvero, in difetto, determinato secondo equità.
Cassazione civile , sez. lav., 22 luglio 2005 , n. 15508
licenziamento e malattia: giusta causa se il lavoratore in malattia lavora per altri (anche non concorrenti) durante la malattia
Lo svolgimento di altra attività lavorativa da parte del dipendente assente per malattia può giustificare il recesso del datore di lavoro, in relazione alla violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà, non solo allorché tale attività esterna sia di per sè sufficiente a far presumere l'inesistenza della malattia, dimostrando, quindi, una fraudolenta simulazione, ma anche nell'ipotesi in cui la medesima attività, valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, possa pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro in servizio. Tuttavia, la sussistenza della giusta causa rispetto ad entrambi i suddetti profili non può fondarsi esclusivamente su valutazioni medico - legali espresse dal testimone, anche se nella qualità di medico ne abbia i titoli professionali, atteso che il mezzo di prova testimoniale deve avere come oggetto fatti obiettivi e non apprezzamenti tecnici e non può tradursi in un'interpretazione del tutto tecnica, e comunque essenzialmente personale, dei fatti. (Nella specie la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza di merito che - sulla base del solo certificato medico confermato in sede testimoniale - aveva ritenuto illegittimo il licenziamento di un lavoratore affetto da sindrome depressiva che nelle ore notturne svolgeva attività di sorvegliante presso discoteche).
Cassazione civile , sez. lav., 06 giugno 2005 , n. 11747
licenziamento e malattia: nel periodo di malattia può essere intimato il licenziamento per giusta causa
Lo stato di malattia del lavoratore preclude al datore di lavoro l'esercizio del potere di recesso solo quando si tratta di licenziamento per giustificato motivo; esso non impedisce, invece, l'intimazione del licenziamento per giusta causa, non avendo ragion d'essere la conservazione del posto di lavoro in periodo di malattia di fronte alla riscontrata esistenza di una causa che non consente la prosecuzione neppure in via temporanea del rapporto.
Cassazione civile , sez. lav., 01 giugno 2005 , n. 11674
licenziamento e malattia: la malattia non impedisce il licenziamento ma ne sospende l'efficacia
Lo stato di malattia del lavoratore, che non incide sul regime di stabilità del rapporto di lavoro e quindi sull'operatività delle causali di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo del licenziamento, non impedisce l'intimazione del licenziamento ma incide solo, temporaneamente, sulla sua efficacia; di conseguenza lo stesso stato non può considerarsi incidente sull'operatività di una clausola del contratto collettivo che, nel regolare il procedimento disciplinare, preveda che le giustificazioni si riterranno accolte qualora il datore di lavoro non assuma un provvedimento disciplinare entro un certo termine. (Principio affermato dalla S.C. con riferimento all'art. 52 del c.c.n.l. per i dipendenti delle aziende esercenti attività di lavanderia industriale e affini).
Cassazione civile , sez. lav., 26 maggio 2005 , n. 11087
licenziamento e malattia: il supermaneto del periodo di comporto integra un G.M.O.
Il licenziamento per superamento del periodo di comporto è assimilabile non già ad un licenziamento disciplinare, sibbene ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, causale di licenziamento a cui si fa riferimento anche per le ipotesi di impossibilità della prestazione riferibile alla persona del lavoratore diverse dalla malattia. Solo impropriamente, riguardo ad esso, si può parlare di contestazione delle assenze, non essendo necessaria la completa e minuta descrizione delle circostanze di fatto relative alla causale e trattandosi di eventi, l'assenza per malattia, di cui il lavoratore ha conoscenza diretta. Ne consegue che il datore di lavoro non deve indicare i singoli giorni di assenza, potendosi ritenere sufficienti indicazioni più complessive, idonee ad evidenziare un superamento del periodo di comporto in relazione alla disciplina contrattuale applicabile, come l'indicazione del numero totale delle assenze verificatesi in un determinato periodo, fermo restando l'onere, nell'eventuale sede giudiziaria, di allegare e provare, compiutamente, i fatti costitutivi del potere esercitato.
Cassazione civile , sez. lav., 26 maggio 2005 , n. 11092
licenziamento e malattia: sulla sospensione del periodo di preavviso in costanza di malattia
In riferimento al licenziamento con preavviso, la sospensione - fin dal momento della sua intimazione - della efficacia del licenziamento nel caso di malattia del lavoratore già in atto, e la sospensione della decorrenza del periodo di preavviso in caso di malattia sopravvenuta, sono effetti, più o meno ampi, ma della stessa natura, dell'applicazione del medesimo principio della sospensione del rapporto di lavoro in caso di malattia per il periodo previsto dalla legge, dal contratto collettivo, dagli usi o secondo equità, discendente dall'art. 2110 c.c.; ne consegue che dedotta inizialmente dal lavoratore l'inefficacia del licenziamento per la durata della malattia e il diritto alla retribuzione per lo stesso periodo, non può considerarsi una domanda diversa la richiesta di considerare la sospensione dipendente dalla malattia incidente sulla ulteriore decorrenza del periodo di preavviso, con le relative conseguenze sul piano economico.
Cassazione civile , sez. lav., 11 aprile 2005 , n. 7369
licenziamento e malattia: non possono essere considerate malattie ulteriori rispetto a quelle presenti nella contestazione
Anche nel caso di licenziamento per superamento del periodo di comporto, vale la regola generale dell'immodificabilità delle ragioni comunicate come motivo di licenziamento, posta a garanzia del lavoratore - il quale vedrebbe altrimenti frustrata la possibilità di contestare la risoluzione unilaterale e la validità dell'atto di recesso - con la conseguenza che, ai fini del superamento del suddetto periodo, non può tenersi conto delle assenze non indicate nella lettera di licenziamento, sempre che il lavoratore abbia contestato il superamento del periodo di comporto e che si tratti di ipotesi di comporto per sommatoria, essendo esclusa, invece, l'esigenza di una specifica indicazione delle giornate di malattia nel caso di assenze continuative.
Cassazione civile , sez. lav., 22 marzo 2005 , n. 6143
licenziamento e malattia: sospensione dell'efficacia
Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato durante la malattia del dipendente non è nullo, ma rimane sospeso fino alla guarigione del dipendente, e da quel momento torna a riprendere la sua efficacia.
Cassazione civile , sez. lav., 07 gennaio 2005 , n. 239
licenziamento e malattia: nel licenziamento per superamento del periodo di comporto non è necessaria l'immediatezza del licenziamento
Mentre nel licenziamento disciplinare vi è l'esigenza della immediatezza del recesso, volta a garantire la pienezza del diritto di difesa all'incolpato, nel licenziamento per superamento del periodo di comporto per malattia l'interesse del lavoratore alla certezza della vicenda contrattuale va contemperato con un ragionevole "spatium deliberandi" che va riconosciuto al datore di lavoro perché egli possa valutare convenientemente nel complesso la sequenza di episodi morbosi del lavoratore, ai fini di una prognosi di compatibilità della presenza in azienda del lavoratore in rapporto agli interessi aziendali; ne consegue che in questo caso la tempestività del licenziamento non può risolversi in un dato cronologico fisso e predeterminato, ma costituisce valutazione di congruità che il giudice di merito deve fare caso per caso, con riferimento all'intero contesto delle circostanze significative, e la cui valutazione non è sindacabile in Cassazione ove adeguatamente motivata. (Nella specie, la S.C ha ritenuto la valutazione del giudice di merito, secondo il quale, in relazione alle dimensioni dell'ente datoriale, al comportamento del datore di lavoro successivo al superamento del periodo di comporto e alla riservatezza che dopo tale superamento il lavoratore era ancora rimasto assente per malattia, la tempestività del licenziamento andava valutata con riferimento non al momento di superamento del comporto, bensì al momento di rientro in sevizio del lavoratore).
Cassazione civile , sez. lav., 07 gennaio 2005 , n. 253
Lo svolgimento di attività esterna costituisce inadempimento contrattuale non solo allorché tale attività sia per sè sufficiente a far presumere l'inesistenza della malattia, dimostrando, quindi, una fraudolenta simulazione, ma anche nell'ipotesi in cui la medesima attività, valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, possa pregiudicare o compromettere la guarigione ed il rientro in servizio.
Corte appello Milano, 22 dicembre 2004
licenziamento e malattia: le assenze per infortunio sono computabili ai fini del superamento del periodo di comporto
Le assenze del lavoratore dovute ad infortunio sul lavoro o a malattia professionale - al pari delle assenze per malattie comuni - sono riconducibili, in linea di principio, all'ampia e generale nozione di infortunio o malattia (di cui all'art. 2110 c.c.), e tali sono parimenti computabili - in difetto di contraria (o comunque diversa) previsione della contrattazione collettiva - nel periodo di comporto. Coerentemente la prospettata computabilità può essere esclusa - anche nel caso di assenze del lavoratore dovute ad infortunio sul lavoro o a malattia professionale - soltanto se l'infermità sia, comunque, imputabile a responsabilità del datore di lavoro, in dipendenza della nocività delle mansioni o dell'ambiente di lavoro, che lo stesso datore - in violazione dell'obbligo di sicurezza (art. 2087 c.c.) o di norme specifiche - abbia omesso di prevenire o eliminare.
Cassazione civile , sez. lav., 25 novembre 2004 , n. 22248
licenziamento e malattia: si contano anche le festività
Nella determinazione del periodo di comporto, sia esso secco o per sommatoria, si deve tener conto, salvo che sia diversamente stabilito dal contratto individuale o collettivo, anche dei giorni non lavorati (domeniche, festività infrasettimanali) che cadono nel periodo di assenza per malattia, dovendosi presumere la continuità dell'episodio morboso e la conseguente indisponibilità del lavoratore in tali giorni, a meno che il medesimo fornisca la prova contraria.
Cassazione civile , sez. lav., 19 ottobre 2004 , n. 20458
Nel rapporto di lavoro i principi di correttezza e buona fede rilevano, come norme di relazione con funzione di fonti integrative del contratto (art. 1374 c.c.), ove ineriscano a comportamenti dovuti in relazione ad obblighi di prestazione imposti al datore di lavoro dal contratto collettivo o da altro atto di autonomia privata; ne consegue che, in assenza di qualsiasi obbligo previsto dalla contrattazione collettiva, il datore di lavoro non ha l'onere di avvertire preventivamente il lavoratore della imminente scadenza del periodo di comporto per malattia al fine di permettere al lavoratore di esercitare eventualmente la facoltà di chiedere tempestivamente un periodo di aspettativa, come previsto dal contratto collettivo stesso.
Tribunale Milano, 31 agosto 2004
licenziamento e malattia: incomputabili i periodi di malattia dovuti all'adibizione a mansioni incompatibili con lo stato di salute
Nel periodo di comporto del lavoratore invalido assunto obbligatoriamente non devono essere computati i giorni di malattia causati dall'adibizione del lavoratore a mansioni incompatibili con il suo stato di salute.
Cassazione civile , sez. lav., 23 aprile 2004 , n. 7730
L'onere della prova del nesso causale tra la malattia che ha determinato il superamento del periodo di comporto e il carattere morbigeno delle mansioni espletate incombe sul lavoratore.
licenziamento e malattia: omessa tempestiva presentazione del certificato medico
Ove la contrattazione collettiva preveda, quale ipotesi di giusta causa di licenziamento, l'omessa o tardiva presentazione del certificato medico in caso di assenza per malattia oppure l'inadempimento di altri obblighi contrattuali specifici da parte del lavoratore, la valutazione in ordine alla legittimità del licenziamento, motivato dalla ricorrenza di una di tali ipotesi, non può conseguire automaticamente dal mero riscontro che il comportamento del lavoratore integri la fattispecie tipizzata contrattualmente, ma occorre sempre che quest'ultima sia riconducibile alla nozione legale di giusta causa, tenendo conto della gravità del comportamento in concreto del lavoratore, anche sotto il profilo soggettivo della colpa o del dolo. A maggior ragione tale verifica è necessaria allorché la norma contrattuale si riferisca, come nella specie, alla più grave ipotesi dell'assenza ingiustificata protratta nel tempo e non già alla mera tardiva presentazione della documentazione medica a giustificazione dell'assenza per malattia.
Cassazione civile , sez. lav., 04 marzo 2004 , n. 4435
licenziamento e malattia: la malattia sospende il preavviso anche in caso di compimento dell'età pensionabile
Anche nell'ipotesi di raggiungimento dell'età pensionabile nel corso del periodo di preavviso, quest'ultimo mantiene, di regola, efficacia reale e viene sospeso dalla malattia. È fatto, comunque, salvo il caso in cui, una clausola del contratto di lavoro preveda l'automatica risoluzione del rapporto al momento del detto raggiungimento; infatti la risoluzione del rapporto e il raggiungimento del diritto a pensione escludono la ragion d'essere del preavviso.
Cassazione civile , sez. lav., 06 febbraio 2004 , n. 2318
licenziamento e malattia: imputazione a ferie di un periodo di assenza
Nel caso di assenza dal lavoro per malattia, è possibile che, su richiesta del lavoratore interessato - da effettuarsi prima del supero del comporto o prima dell'intimazione del licenziamento -, un periodo di assenza venga imputato, al fine di sospendere l'ulteriore decorso del comporto, alla fruizione delle ferie già maturate.
Tribunale Ravenna, 09 ottobre 2003
licenziamento e malattia: ammissibile il licenziamento per giusta causa
Lo stato di malattia del lavoratore, mentre preclude al datore di lavoro l'esercizio del potere di recesso per giustificato motivo, non gli impedisce l'intimazione del licenziamento per giusta causa, eventualmente preceduta da una sospensione cautelare, non avendo ragion d'essere la conservazione del posto in periodo di malattia di fronte alla riscontrata esistenza di una causa che non consente la prosecuzione neppure in via temporanea del rapporto).
Cassazione civile , sez. lav., 25 agosto 2003 , n. 12481
licenziamento e malattia: il licenziamento per giustificato motivo si sospende
Il preavviso di licenziamento - anche se intimato per giustificato motivo oggettivo rappresentato da sopravvenuta inidoneità fisica del lavoratore - è soggetto a sospensione per sopravvenuta malattia del prestatore fino al termine dell'ultima prognosi riconosciuta dal sanitario, nei limiti del periodo di comporto.
Cassazione civile , sez. lav., 27 giugno 2003 , n. 10272
licenziamento e malattia: ancora sulla sospensione del periodo di preavviso
La sospensione del termine di preavviso del licenziamento durante il decorso della malattia del lavoratore, con conseguente inefficacia del licenziamento fino alla cessazione della malattia o dell'esaurimento del periodo di comporto, costituisce un effetto che deriva direttamente dalla legge e, quindi, si produce per il solo fatto della sussistenza dello stato morboso, indipendentemente dalla comunicazione della malattia che, di regola, a seconda della disciplina collettiva, può essere effettuata entro tre giorni dall'insorgenza della malattia. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto inefficace il licenziamento, reputando irrilevante che la comunicazione della malattia fosse avvenuta poche ore dopo quella del recesso, una volta accertato che detta malattia preesisteva rispetto al recesso).
Cassazione civile , sez. lav., 20 giugno 2003 , n. 9896
licenziamento e malattia: il superamento del periodo di comporto è un fatto oggettivo
Le regole dettate dall'art. 2110 c.c. per le ipotesi di assenze determinate da malattia del lavoratore, tanto nel caso di una sola affezione continuata quanto in quello del succedersi di diversi episodi morbosi, prevalgono, in quanto speciali, sia sulla disciplina dei licenziamenti individuali di cui alle leggi n. 604 del 1966, n. 300 del 1970 e n. 108 del 1990 che su quella degli art. 1256 e 1464 c.c., sostanziandosi la specialità e il contenuto derogatorio delle regole anzidette nell'impedire al datore di lavoro di porre fine unilateralmente al rapporto sino al superamento del limite di tollerabilità dell'assenza (c.d. comporto) predeterminato dalla legge, dalle parti o, in via equitativa, dal giudice, e, al tempo stesso, nel considerare quel superamento unica condizione di legittimità del recesso, nel senso della non necessità della prova del giustificato motivo e della sopravvenuta impossibilità della prestazione lavorativa.
Cassazione civile , sez. lav., 08 maggio 2003 , n. 7047
Nell'ipotesi di licenziamento del lavoratore per superamento del periodo di comporto, non è inoperante il criterio della tempestività del recesso, ma, difettando gli estremi dell'urgenza che si impongono nell'ipotesi di giusta causa, la valutazione del tempo decorso fra la data di detto superamento e quella del licenziamento - al fine di stabilire se la durata di esso sia tale da risultare oggettivamente incompatibile con la volontà di porre fine al rapporto - va condotta con criteri di minor rigore, apprezzando l'intero contesto delle circostanze all'uopo significative, in modo tale che risultino contemperate le esigenze del lavoratore alla certezza della vicenda contrattuale e quella del datore di lavoro di accertare e valutare la gravità di tale comportamento, soprattutto con riferimento alla sua compatibilità o meno con la continuazione del rapporto. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva escluso che il comportamento del datore di lavoro fosse interpretabile quale rinunzia a far valere il potere di recesso, rilevando come non vi fosse stata, da parte del datore di lavoro, alcuna effettiva accettazione della prestazione lavorativa resa per tempi brevissimi dal lavoratore dopo il superamento del comporto, ed ha ritenuto che la richiesta, dopo il decorso del periodo di comporto, di accertamenti sullo stato di salute del lavoratore fosse funzionale alla soddisfazione di vari interessi - primo fra i quali quello di accertare la veridicità dello stato di malattia per poter adottare in caso negativo i provvedimenti opportuni - e non avesse alcun univoco valore di rinunzia alla facoltà di recedere).
licenziamento e malattia: ancora sull'imputazione a ferie di un periodo di assenza
Il lavoratore assente per malattia non ha incondizionata facoltà di sostituire alla malattia la fruizione delle ferie, maturate e non godute, quale titolo della sua assenza, allo scopo di interrompere il decorso del periodo di comporto, ma il datore di lavoro, di fronte ad una richiesta del lavoratore di conversione dell'assenza per malattie in ferie, e nell'esercitare il potere, conferitogli dalla legge (art. 2109, comma 2, c.c.), di stabilire la collocazione temporale delle ferie nell'ambito annuale armonizzando le esigenze dell'impresa con gli interessi del lavoratore, è tenuto ad una considerazione e ad una valutazione adeguate alla posizione del lavoratore in quanto esposto, appunto, alla perdita del posto di lavoro con la scadenza del comporto; tuttavia, un tale obbligo del datore di lavoro non è ragionevolmente configurabile allorquando il lavoratore abbia la possibilità di fruire e beneficiare di regolamentazioni legali o contrattuali che gli consentano di evitare la risoluzione del rapporto per superamento del periodo di comporto ed in particolare quando le parti sociali abbiano convenuto e previsto, a tal fine, il collocamento in aspettativa, pur non retribuita. (Nella specie, la S.C., enunciando tale principio e dando altresì conto dell'evoluzione giurisprudenziale in materia, ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto la correttezza del comportamento datoriale sul presupposto che il lavoratore, pur a fronte di avvisi inviatigli dal datore di lavoro, non aveva inteso richiedere la conversione in ferie del proprio periodo di malattia e neppure avvalersi del periodo di aspettativa previsto contrattualmente).
Cassazione civile , sez. lav., 09 aprile 2003 , n. 5521
Lo svolgimento di una attività lavorativa da parte del dipendente, assente per malattia, può giustificare il recesso del datore di lavoro, in relazione alla violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede, solo se tale attività sia di per sè sufficiente a far presumere l'inesistenza della malattia e quindi una sua fraudolenta simulazione oppure quando l'attività lavorativa possa pregiudicare o ritardare la guarigione ed il rientro in servizio del lavoratore (nella specie il tribunale, in applicazione di tali principi di diritto ha ritenuto la illegittimità del licenziamento intimato ad un lavoratore, assente per malattia, impegnatosi in lavori edili per un fabbricato destinato ad abitazione del fratello).
Tribunale Vasto, 07 marzo 2003
Il lavoratore che, assente per malattia ed impossibilitato a riprendere servizio intenda evitare la perdita del posto di lavoro a seguito dell'esaurimento del periodo di comporto, deve comunque presentare la richiesta di fruizione delle ferie, affinché il datore di lavoro possa concedere al medesimo di fruire delle ferie durante il periodo di malattia, valutando il fondamentale interesse del richiedente al mantenimento del posto di lavoro, nè le condizioni di confusione mentale del lavoratore per effetto della malattia fanno venir meno la necessità di una espressa domanda di fruizione delle ferie, indispensabile a superare il principio di incompatibilità tra godimento delle ferie e malattia.
Cassazione civile , sez. lav., 27 febbraio 2003 , n. 3028
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Dal 12/06/09 15522819

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 2087
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 1256
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