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Timestamp: 2018-05-25 05:06:35+00:00

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IL REGIME FISCALE DELLE CRIPTO-VALUTE: TRA INTERPRETAZIONE GIURIDICA E CONCETTO MACROECONOMICO |
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INCERTEZZA DEFIFINITORIA DEL TERMINE “CRIPTO-VALUTA”
Lo sviluppo di nuovi strumenti virtuali di pagamento, ha comportato negli ultimi tempi, la crescita esponenziale delle c.d. cripto-valute, ovverosia una forma di valore potenzialmente idonea a rivestire tutte la caratteristiche proprie della moneta. Sulla base della teoria macroeconomica generale, possono essere individuate tre macro funzioni della moneta
Moneta come unità di conto, cioè come mezzo che veicola un valore
Moneta come strumento di pagamento, cioè come strumento funzionale alla conclusione di contratti di compravendita di beni e servizi
Moneta come strumento liberatorio da debito
Moneta come riserva di valore, ossia come mezzo funzionale ad incanalare il risparmio e l’investimento
La cripto-valuta si manifesta come un fenomeno economico che, dal punto di vista dogmatico, si imposta sulla linea delle funzioni della moneta tradizionale, che costituisce il cuore dell’intero sistema economico-sociale imponendosi come il mezzo privilegiato di misura del valore secondo le sue finalità classiche, ma che proprio per la peculiarità di un mondo sempre più globalizzato ed improntato agli scambi internazionali e sovranazionali, possiede delle caratteristiche ulteriori che si pongono in modo problematico rispetto alla sua qualificazione giuridica. Ciò posto che la cripto-valuta soddisfi le caratteristiche tradizionalmente intese dall’economia classica come proprie del mezzo-moneta.
La cripto-moneta si innesta in quello che è il sistema della valuta (che normalmente assume la forma della moneta o dell’aggregato monetario), cioè quello di creazione una unità di scambio finalizzata a facilitare la circolazione di beni e servizi. Le principali novità chela cripto-valuta introduce nel sistema monetario classico sono fondamentalmente tre. La cripto-moneta è una valuta
Essa ha il principale vantaggio di usare i principi di crittografia per creare riserve di valore aggiunto e convalidare le transazioni sulla base di una rete c.d. peer to peer (p2p). Conseguenza di ciò è quella per cui il mercato della cripto-valuta si comporta sostanzialmente come un mercato OTC, privo di autorità di controllo e regolamentazione, che può quindi essere gestito attraverso circuiti esterni al sistema bancario, configurandosi come alternativa ai tradizionali sistemi di pagamento e di riserva di valore, garantita dall’anonimato causato dalla pseudonimia degli utilizzatori.
Nonostante questi sistemi di scambio siano ancora nelle fasi iniziali di sviluppo, la capitalizzazione di mercato delle cripto-valute ha superato i 600 miliardi di $ a dicembre 2017, con una lieve flessione in corrispondenza delle prima decade di febbraio 2018, quando un repentino rialzo dell’indice VIX ha fatto crollare il bitcoin sotto la soglia dei 6000 $. (Il sole 24 ore 7/02/2018)
Nonostante l’opacità del mercato della moneta virtuale, si conta che nel gennaio di questo anno siano almeno 1400 le cripto-valute che operano su varie piattaforme di exchange. Un numero impressionante se si considera che nel 2009, anno simbolo perché caratterizzato dalla nascita della valuta elettronica principe (bitcoin), se ne contavano poco meno di una cinquantina, con una crescita esponenziale nel corso dell’annata 2017.
Agenzia delle Entrate, ha scelto di orientare la propria interpretazione del fenomeno bitcoin a fine impositivo, definendo la cripto-valuta come una moneta alternativa a quella tradizionale. Ciò presuppone la necessità di una definizione di moneta come valore liberatorio. Per funzione liberatoria, si intende l’ attitudine conferita dalla legge alla moneta emessa da un ente avente potestà monetaria , di estinguere qualunque debito che il detentore di tale bene vanti nei confronti di un terzo, tramite la sua cessione e la sua accettazione come mezzo di pagamento. Agenzia delle Entrate recepisce tale tesi, e nella Risoluzione N.72/2016 afferma che “La circolazione dei bitcoin […] si fonda sull’accettazione volontaria[…] come corrispettivo nello scambio di beni e servizi”.
L’atteggiamento assunto dall’ente fiscale nazionale, può essere criticato sotto numerosi aspetti, infatti in un articolo apparso su “Il sole 24 ore” il 17 gennaio 2018, la definizione di bitcoin come moneta in senso classico sarebbe difficilmente accettabile se non a patto di analizzare i diversi fenomeni che tenderebbero a differenziare nettamente i due concetti. Il bitcoin viene comparato ( e criticato) rispetto alle funzioni tradizionali della moneta.
Secondo Ferdinando Ametrano, docente Bitcoin e Blockchain Tecnologies all’Università Bicocca di Milano, il bitcoin non soddisfa il requisito di funzione come unità di conto perché l’offerta finale del numero di bitcoin è definita. È proprio ciò che lo rende molto più volatile rispetto alle valute tradizionali.
Le cripto-valute risultano però munite della caratteristica funzione di mezzi di scambi, in quanto lo scambio è caratterizzato da una funzione atemporale (Fantacci): la possibilità di scambio è in questo senso garantita dalle caratteristiche intrinseche stesse del mezzo, dipendenti, a differenza ad esempio dell’oro, dalla tecnologia su cui si basa la generazione di moneta virtuale (scarsità, fungibilità, incorruttibilità ed omogeneità).
Il punto più complicato da sciogliere è quello che vede la cripto-valuta raffrontata rispetto alla funzione di mezzo di pagamento (o valore liberatorio). Spiega infatti Massimo Amato, docente nell’Università Bocconi: “di una moneta non ci si deve preoccupare. Nelle transazioni commerciali non può diventare un problema la denominazione dell’operazione in una determinata valuta”. E conclude: “È difficile immaginare un sistema socio-economico-giuridico che attribuisca al bitcoin il potere liberatorio dal debito”. Infatti riprendendo la lezione del noto Satoshi Nagamoto nel mondo del bitcoin, non deve esserci una parte centrale che legittima il potere liberatorio dal debito. Con la conseguenza che il bitcoin emesso da un ente sovrano risulterebbe nullo.
Infine rispetto alla funzione di riserva di valore, il bitcoin manca totalmente (o quasi) di una simile capacità. Ciò a causa della iper-volatilità provocata da un’offerta troppo rigida (anelastica) che comporta una domanda troppo “sensibile” alle sue variazioni.
Ciò che agenzia delle entrate sembra invece recepire conformemente alla dottrina dominante in materia di cripto-valute, sono le caratteristiche di tale sistema innovativo. Nella risoluzione sopracitata Agenzia delle Entrate definisce il bitcoin come sistema di pagamento decentralizzato, che utilizza una rete di soggetti paritari (peer to peer) non soggetto ad alcuna disciplina regolamentare specifica né ad una Autorità centrale che ne governa la stabilità nella circolazione.
Inoltre vengono individuate due caratteristiche fondamentali:
La natura digitale, non fisica, del mezzo. Le cripto-valute sono infatti memorizzate ed utilizzate su un dispositivo elettronico, c.d. wallet, liberamente accessibili e trasferibili, senza limiti di tempo, e senza la necessità di intermediari.
Il funzionamento a base crittografica. I bitcoin vengono infatti generati tramite un processo complesso denominato mining (letteralmente estrazione) , con la conseguenza i codici potranno essere scambiati dagli operatori (users) solo alla condizione per cui questi ne vengano in possesso in tre modalità:
Acquisto in cambio di valuta legale corrente
Accettazione come corrispettivo in pagamento
Provento speculativo in relazione ad un determinato tasso di cambio (es. BTC/EURO, BTX/$…)
LA DISCIPLINA EUROPEA: IL RICONOSCIMENTO DELLA CRIPTO VALUTA COME STRUMENTO SOLUTORIO DEL DEBITO
Il problema principale che impone la cripto-valuta, accanto a quello della necessità di tracciamento degli scambi, è sicuramente quello della sua tassazione. Soprattutto era in passato sentita la necessità di giustificare la pretesa impositiva sulle plusvalenze derivate dalla circolazione di moneta virtuale ( che in alcuni casi possono risultare parecchio elevate, soprattutto dove derivanti da operazioni speculative).
A fini dell’IVA, il nodo, piuttosto complesso e dipendente dalla configurazione dogmatica della cripto-valuta rispetto alla moneta tradizionale, è stato sciolto nel 2016 da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza C-264/14 del 25 ottobre, nell’ambito della risoluzione di un incidente di pregiudizialità sollevato dal sig. Hedqvist contro Svezia.
Il caso trae origine dalla pretesa impositiva che l’agenzia di riscossione tributaria svedese aveva vantato nei confronti del signor Hedqvist. Il contrasto era originato nonostante l’esistenza di una pronuncia della sezione di consulenza della medesima agenzia, la quale aveva dichiarato che nonostante l’operazione del ricorrente, consistente nello scambio di cripto-valuta contro valuta tradizionale al fini di incamerarne il differenziale tra prezzo di acquisto e di vendita(plusvalenza) , costituisse prestazione di servizio a titolo oneroso, essa ricadeva nelle esenzioni di cui all’art 135, paragrafo 1, lettera e) della Direttiva 2006/112, c.d. Direttiva IVA. Ciò si poneva inoltre in linea di conformità con la legge svedese in materia di tributi sul valore aggiunto, che prevede l’esenzione da tassazione per tutte le operazioni relative a monete e banconote con valore liberatorio, ad eccezione degli oggetti da collezione che non sono normalmente usati per il loro valore liberatorio o che posseggono interesse numismatico.
Tale metodo interpretativo risulta valido nella misura in cui si circoscriva l’ambito di applicabilità dell’esenzione alle sole banconote e monete letteralmente intese. Si legge nella Sentenza “l’ espressione mezzi di pagamento con «valore liberatorio» di cui all’articolo 135, paragrafo 1, lettera e), della direttiva IVA sarebbe utilizzata per circoscrivere l’ambito dell’esenzione relativa alle banconote e alle monete. Ne deriverebbe che la disposizione dovrebbe essere letta nel senso che è riferita solo alle banconote e alle monete, ma non alla valuta”.
Un elemento non secondario è poi rappresentato dal fatto che la CGUE nella Sentenza medesima, traccia un confine piuttosto netto tra valuta virtuale, genus in cui fa rientrare il bitcoin, e moneta elettronica. La differenza risiede nel fatto che nelle monete virtuali, i fondi non vengono espressi nell’unità di calcolo tradizionale, ma in una unità di conto virtuale, con tutte le difficoltà definitorie connesse ed esposte nel paragrafo precedente.
Il primo quesito posto dal sig. Hedqvist riguarda la possibilità di determinare se l’operazione di cambio di moneta virtuale in moneta legale, e viceversa, effettuate a fronte del pagamento di una somma di denaro corrispondente al margine tra prezzo di acquisto e di vendita, costituisca una forma di prestazione di servizio a titolo oneroso. Sul punto la corte rileva in primo luogo che la valuta virtuale non può essere ritenuta un bene materiale ai sensi dell’art. 14 Direttiva IVA, e quindi non può costituire una forma di “cessione di beni”, in quanto la cripto-valuta possiede esclusivamente una finalità di pagamento.
In secondo luogo occorre rilevare come le “prestazioni di servizi a titolo oneroso” risultino esenti IVA se e solo se sussiste un nesso diretto tra servizio prestato e corrispettivo ricevuto dall’amministrato, nesso che risulta esistente “qualora tra il prestatore e il destinatario intercorra un rapporto giuridico nell’ambito del quale avvenga uno scambio di reciproche prestazioni e il compenso ricevuto dal prestatore costituisca il controvalore effettivo del servizio prestato al beneficiario” come emerso dalle sentenze Loyalty Management UK e Baxi Group, C-53/09 e C-55/09 e soprattutto Le Rayon d’Or, C-151/13.
Nel caso in esame tra la società del ricorrente e le altre parti contraenti, emergerebbe quindi un rapporto sinallagmatico. Inoltre data la natura retributiva della prestazione a favore della società del sig. Hedqvist, allora sussisterebbe un nesso diretto tra servizio prestato e controprestazione ricevuta, con la conseguente classificabili dell’operazione come prestazione di servizio svolto a titolo oneroso ex art. 2, paragrafo 1, lett. c) della Direttiva.
Il secondo quesito, posto che l’operazione di cui al punto 1 costituisce prestazione di servizio a titolo oneroso, attiene alla possibilità di far valere per tali operazioni l’esenzione di cui all’art. 135, comma 1, lettere d),e),f) della Direttiva.
Secondo la giurisprudenza consolidata della corte, sentenza Skandinaviska Enskilda Banken, C-540/09, le nozioni della direttiva sono funzionali ad armonizzare l’applicazione dei tributi negli Stati Membri, con la conseguente necessità di una loro interpretazione in senso restrittivo, dato il principio generale per cui l’IVA è riscossa per ogni prestazione di servizi effettuata tra soggetti passivi ed a titolo oneroso.
Secondo l’orientamento giurisprudenziale dominante tracciato dalla corte nelle sentenza Velvet & Steel Immobilien, C-455/05 , le deroghe di cui alle lettere d),e),f), dell’art. 135 sono “dirette ad ovviare alle difficoltà collegate alla determinazione della base imponibile nonché dell’importo dell’IVA detraibile”.
Alla lettera d) della Direttiva si legge infatti che risultano esentate da pretese impositive “le operazioni, compresa la negoziazione, relative ai depositi di fondi, ai conti correnti, ai pagamenti, ai giroconti, ai crediti, agli assegni e ad altri effetti commerciali, ad eccezione del ricupero dei crediti”. Sul punto la CGUE accerta che tali operazioni riguardano servizi o strumenti la cui gestione implica necessariamente la creazione di un cash flow a favore o contro determinati soggetti. Ciò, attenendosi strettamente alle distinzioni ed alle qualificazioni dogmatiche esposte sopra, comporterebbe una esclusione delle operazioni aventi ad oggetto la valuta, disciplinate nello specifico dalla lettera e) della Direttiva. Afferma la Corte “La valuta virtuale bitcoin, essendo un mezzo di pagamento contrattuale, non può essere considerata, da una parte, né come un conto corrente né come un deposito di fondi, un pagamento o un versamento. D’altra parte, a differenza dai crediti, dagli assegni e dagli altri effetti commerciali, di cui all’articolo 135, paragrafo 1, lettera d), della direttiva IVA, essa costituisce un mezzo di pagamento diretto tra gli operatori che l’accettano”, con la logica conclusione per cui le operazioni intraprese dal sig. Hedqvist non ricadono nel campo di applicazione dell’esenzione di cui all’art.135, comma 1, lett. d).
Per quanto attiene al riferimento compiuto dalle parti all’esenzione descritta dalla lettera e) della medesima disposizione, esse prevede che sono escluse da tassazione a fini IVA “le operazioni, compresa la negoziazione, relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio, ad eccezione delle monete e dei biglietti da collezione ossia monete d’oro, d’argento o di altro metallo e biglietti che non sono normalmente utilizzati per il loro valore liberatorio o presentano un interesse per i numismatici”. Occorre in questo caso soffermarsi sull’interpretazione del concetto di “ banconote e monete avente valore liberatorio”: la tesi dell’esenzione può essere accettata solo dove si intenda la cripto-valuta come tale, con tutte le difficoltà che derivano dalla teoria macroeconomica ad identificare il bitcoin in primo luogo come una “moneta”, ed in secondo luogo come dotato di funzione solutoria del debito.
La CGUE presuppone che le esenzioni previste dalla direttiva siano funzionali ad evitare le difficoltà che potrebbero derivare da
Determinazione dell’importo IVA detraibile
In questo senso le operazioni compiute con la mediazione di valute non tradizionali, quali la cripto-valuta, rappresentano operazioni finanziarie, solo nella misura in cui tali valute vengano accettate tra le parti, sulla base di un corrispettivo rapporto sinallagmatico, come mezzo di pagamento alternativo. E ciò proprio in virtù del fatto che la cripto-moneta per le sue caratteristiche intrinseche, soprattutto a livello di coefficiente liquidabilità e spettro di diffusione, non è sicuramente assimilabile ad una valuta tradizionale.
L’operazione ermeneutica che compie la Corte, evidenzia da un lato l’aspetto sui generis della nuova fattispecie monetaria, ma dall’altro mira ad equiparare, non già il mezzo, bensì la tipologia di operazione svolta ai canoni tradizionali di servizio finanziario. L’attenzione del giudice europeo si sposta così dal mezzo (cripto-valuta) al fine (svolgimento di un servizio riconducibile nel solco della mediazione finanziari in cui si scambiano valute aventi valori nominali differenti al fine di incamerare quale capital gain o capital loss, ossia la differenza tra prezzo a cui l’operatore acquista le valute e prezzo al quale le vende ai suoi clienti). Nel procedimento principale svolto dal sig. Hedqvist è quindi assodato che la cripto-valuta assuma la finalità esclusiva di mezzo di pagamento, accettato da alcuni operatori soltanto. Si deduce in tal modo che l’esenzione di cui all’art. 135, comma 1 , lett. e) colpisce anche le operazioni oggetto dell’attività del ricorrente.
Per quanto attiene alla deroga prevista ai sensi della lett. f), si legge nella direttiva che sono esenti IVA “le operazioni, compresa la negoziazione ma eccettuate la custodia e la gestione, relative ad azioni, quote parti di società o associazioni, obbligazioni e altri titoli, ad esclusione dei titoli rappresentativi di merci e dei diritti o titoli […]” . Si deduce che essa abbia quale oggetto principale di disciplina strumenti che conferiscono un diritto, sostanzialmente assimilabile alla proprietà, su soggetti dotati di personalità giuridica, o su strumenti partecipativi assimilabili (sentenza Granton Advertising, C-461/12) . Risulta da ciò confermato come la cripto-valuta non costituisca ovviamente un titolo che conferisce un diritto di proprietà su persone giuridiche, e che pertanto risulti esclusa dall’ambito di applicabilità della norma.
Alla luce di quanto esposto, è possibile concludere che la Corte effettua una operazione ermeneutica notevole giungendo ad una triplice conclusione:
l’articolo 135, paragrafo 1, lettera e), della direttiva IVA, va interpretato nel senso che prestazioni che consistono nel cambio di valuta tradizionale avverso valuta virtuale (e viceversa), effettuate a fronte del pagamento di una somma corrispondente al margine ottenuto come differenza tra, il prezzo al quale l’operatore interessato acquista le valute e il prezzo al quale le vende ai suoi clienti, costituiscono operazioni esenti dall’IVA ai sensi di tale disposizione
l’articolo 135, paragrafo 1, lettera d) della direttiva IVA, va interpretato nel senso che siffatte prestazioni di servizi non ricadono nella sfera di operatività della disposizione
Idem per la lettera f)
LA PRASSI TRIBUTARIA NAZIONALE
Nel disciplinare la materia della cripto-valuta, La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, opera nel senso di traslare il fulcro interpretativo dal mezzo al fine. La sua attenzione non si concentra tanto sulle caratteristiche del sistema bitcoin, quanto piuttosto sul genere di servizio concretamente erogato avendo quale oggetto o mezzo di corrispettivo la moneta virtuale.
Su una linea interpretativa analoga a livello sostanziale, ma diversa a livello formale, si è posta anche l’Agenzia delle Entrate. Nella risoluzione n. 72 del 2016, la sezione consulente dell’ente fiscale ha infatti preso le mosse da considerazioni di ordine generale sulla cripto-valuta per poi operare in una duplice direzione.
In una prima direttrice ha confermato quanto previsto dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea, prevedendo che:
l’attività di commercializzazione di bitcoin deve essere qualificata quale prestazione di servizi effettuata a titolo oneroso
le prestazioni in esame, pur riguardando operazioni relative a valute non tradizionali (e cioè diverse dalle monete con valore liberatorio in uno o più Paesi), “costituiscono operazioni finanziarie in quanto tali valute siano state accettate dalle parti di una transazione quale mezzo di pagamento alternativo ai mezzi di pagamento legali e non abbiano altre finalità oltre a quella di un mezzo di pagamento”
Da ciò la conseguente conferma dell’esenzione, a fini IVA delle prestazioni di tali tipologie di servizio, ai sensi dell’art.135, paragrafo 1, lettera e), della Direttiva 2006/112, così come recepita ex art. 10, comma 1 , n.3) del DPR n.633/1972, che rubricato “operazioni esenti dall’imposta, classifica come non imponibili “le operazioni relative a valute estere aventi corso legale e a crediti in valute estere, eccettuati i biglietti e le monete da collezione e comprese le operazioni di copertura dei rischi di cambio”.
Contestualmente però, l’Agenzia delle Entrate non esclude che l’esenzione di cui sopra, comporti anche l’irrilevanza fiscale dell’attività ai fini delle imposte dirette, in particolare IRES ed IRAP.
Si deduce così che la Società deve assoggettare al computo della base imponibile di tali imposte, i componenti di reddito, positivi o negativi, che derivano dall’attività di vendita o acquisto di cripto-valuta, al netto dei costi di produzione del reddito medesimo. In particolare per ordini di acquisto, il cliente anticipa le risorse finanziarie, con la conseguenza che la società dovrà registrare nel portafogli virtuale del compratore-cliente i codici relativi alla cripto-valuta acquistata; in caso invece di ordine di vendita, la società preleva dal cliente i bitcoin e gli accredita in cambio la somma che questi riceve come controvalore.
Il differenziale, positivo o negativo, ottenuto dalla sottrazione tra quanto anticipato dal cliente e quanto speso dalla società, o tra quanto incassato da quest’ultima e quanto riversato alla controparte costituisce il capital gain o il capital loss della Società. Tale elemento è quindi rappresentativo di un ricavo (differenziale positivo) o di un costo (differenza negativa) tipico derivante dall’attività di intermediazione, che costituisce materia imponibile soggetta a tassazione ordinaria per IRES ed IRAP. Per quanto attiene alla determinazione della base imponibile, i bitcoin che ricadono nella proprietà della società a fine esercizio, allora dovranno essere valutati secondo il tasso di cambio che era in vigore alla data di chiusura dell’esercizio, che assume rilevanza ai sensi dell’art 9 TUIR dedicato alla determinazione del valore normale dei beni soggetti ad imposizione. Il medesimo articolo prevede inoltre che nel caso di impossibillità di determinazione del valore sulla base del criterio generale del valore di quotazione dal momento di chiusura dell’esercizio, è prospettabile, ma esclusivamente in via residuale, determinare detto valore come media aritmetica “delle quotazioni ufficiali rinvenibili sulle piattaforme on-line in cui avvengono le compravendite di bitcoin”.
Per quello che riguarda il versante dell’imposizione fiscale delle persone fisiche (IRPEF) l’Agenzia nella medesima risoluzione n. 72 del 2016, ha stabilito che per “persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, si ricorda che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa”, con la riflessa conseguenza per cui si esclude del tutto che la società debba operare qualsiasi tipo di ritenuta alla fonte agendo come sostituto d’imposta. Tale orientamento è stato parecchio controverso in dottrina. Secondo autorevoli opinioni (il Sole 24 ore) infatti, Agenzia delle Entrate ha operato la scelta di tassare solo le plusvalenze, su valute estere acquistate o detenute per finalità speculative. Al fine di semplificare il Legislatore ha effettuato la scelta di considerare tenute per tale finalità solamente le valute estere cedute a termine o risultanti da depositi o conti correnti. La conclusione più logica che si è giunti a trarre è stata quindi quella per cui, pur assimilando il bitcoin ad una valuta (estera?), non esistendo conti su cui siano rinvenibili le cripto-monete, le plusvalenze da queste derivanti non siano imponibili. Un simile orientamento presenta però alcuni punti di debolezza
se si accettano i principi macroeconomici generali, il bitcoin non è formalmente una moneta, in quanto mezzo di pagamento a base volontaria
la normativa italiana non da una definizione di moneta o valuta (estera)
Una parte della dottrina ha perciò tentato di assimilare le cripto-valute non già a valori esteri, bensì a titoli non rappresentativi di merci, auspicandone la tassabilità, tentando di fare rientrare il reddito derivante da operazioni di vendita o scambio di valori virtuali, incamerando il differenziale tra prezzo di vendita e di acquisto, all’interno della categoria dei c.d. redditi diversi ai sensi dell’Art.67 TUIR, lettera C-ter).
Non solo, anche un’opinione dell’ European Banking Authority evita questo accostamento, affermando già come preambolo: “questo documento riguarda il fenomeno comunemente denominato “monete virtuali”. Come sarà evidente, l’uso del termine “moneta” è ingannevole per molte ragioni”. Le tesi a sostegno della posizione assunta sono sostanzialmente le stesse elencate nella parte iniziale dell’articolo, per cui la cripto-moneta risulta;
un modello digitale di valuta
non emesso da una autorità o banca centrale
non fissata ad una c.d Fiat currency
usata convenzionalmente tra persone fisiche o giuridiche quale mezzo di pagamento
trasferibile, vendibile, scambiabile elettronicamente
Da quanto esposto, emerge ancora una volta come il carattere innovativo e peculiare di un fenomeno, nelle sue fasi embrionali esclusivamente economico e sociale, abbia presto sviluppato una influenza anche nel mondo giuridico. Ciò a fronte di un percorso che fa risaltare la complessità di un mondo sempre più aperto alla evoluzione tecnologica, legata soprattutto alle difficoltà definitorie di concetti sempre più vaghi ed astratti (quello di cripto-valuta ne è un esempio lampante), frutto di interpretazioni spesso contrastanti a seconda dei soggetti che sono portatori di interessi diversi rispetto ad una tale portata innovativa.
Macroeconomia, Sloman John , Wride Alison e Garratt Dean, a cura di F. Reganati, edizioni Pearson collana Economia, 2013
La moneta, Andrea Terzi, Bologna, Il Mulino, 2002
Bitcoin, ecco perché non è una moneta. Il vero valore? La blockchain, di Vittorio Carlini, Il Sole 24 ore, 17/01/2018
Bitcoin e tasse, domanda: il privato cittadino deve dichiarare le plusvalenze o no?, Il Sole 24 ore,
Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System, Satoshi Nakamoto, disponibile su org, ottobre 2008
Risoluzione n. 72/2016 Agenzia delle Entrate (disponibile on line)
Sentenza C264/14 CGUE, 25 ottobre 2015 (disponibile on line)
EBA Opinion, 4/07/2014 (disponibile on line)

References: sentenza 
 Sentenza 
 CGUE 
 Sentenza 
 art. 2
 sentenza 
 sentenza 
 CGUE 
 CGUE 
sui generis
 art. 10

Sentenza