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Timestamp: 2017-10-20 23:19:56+00:00

Document:
L'alta sartorialità ermeneutica della Corte trentina e le nuove vesti di legittimità giuridica della maternità surrogata in Italia | Il dono della vita
Siamo un popolo di creativi!
Irriducibilmente, incontenibilmente, inesorabilmente creativi!
È un dato noto a tutti i popoli, indiscusso motivo di sano orgoglio patriottico: creatività nella moda, nella cucina, nel mondo dell’automobilismo, del motociclismo e dell’arredo, nello stile in genere. Ma possiamo vantare anche altri primati, quanto alla genialità creativa tutta italiana: penso, da un lato, alla creatività, scomposta, in materia legislativa, che ha finito col creare quell’assurda situazione di ipertrofia normativa tristemente famosa nel mondo anch’essa e, dall’altro, alla creatività dei nostri organi giudiziari, che sempre più spesso, forse dimentichi del fatto di essere chiamati ad agire all’interno di una cornice ordinamentale di civil law puro, offrono interessanti saggi dell’italico genio creativo finendo col disciplinare, per via di sentenze, o di ordinanze finanche, come nel caso in discussione, ambiti che il legislatore potrebbe aver deliberatamente scelto di non normare affatto (è il caso della stepchild adoption, la cui regolamentazione ha recentissimamente costituito oggetto di uno stralcio parlamentare esplicito dal testo del disegno di legge in materia di “unioni civili”), o, al contrario, di normare imperativamente per mezzo di precetti presidiati da sanzioni penali, i quali tuttavia, nel magmatico fluire di un’inventiva di cui sempre più spesso fanno opinabile sfoggio performativo i giudici italiani, vengono artisticamente trasformati in soluzioni normative poco più che opzionali (è il caso del divieto espresso di ricorrere alle tecniche di maternità surrogata contemplato nell’articolo 12 della Legge 40/2004, divieto penale, edittalmente assistito dalla previsione di sanzioni pecuniarie e carcerarie).
La questione che si poneva ai giudici di Trento, dunque, veniva a riguardare essenzialmente la valutazione, rispetto al principio cardine dell’agire conforme all’ordine pubblico interno ed internazionale, della possibilità di rendere efficace nel nostro ordinamento un atto che riconosceva la potestà genitoriale anche al genitore non biologico. E qui ha inizio il magnifico ed artistico intarsio di argomentazioni giuridiche che la Corte di Appello di Trento ritaglia, con maniacale e ricercata acribia, da una pronuncia, solo un po’ anteriore, della Suprema Corte di Cassazione, che nella Sentenza n. 19599/2016 aveva ampiamente discusso e deliberato su un caso simile. Ma l’abilità nel taglio sempre domanda di essere altresì versati in un’arte ulteriore, quella del cucito! Così, mostrando un’insolito talento nell’una come nell’altra, i giudici trentini giungono alla stesura, per mezzo dell’ausilio di nuclei argomentativi tratti proprio dalla sentenza della Suprema Corte citata innanzi, di un’ordinanza la cui trama, per la verità, è apparsa da subito un po’ ardita, data la tessitura inorganica delle sue maglie concettuali, il taglio frettoloso ed impreciso dei fili del suo discorso, la composizione precaria e incerta del suo ordito argomentativo. Ma andiamo con ordine, risalendo nodo per nodo, ai tre principali gangli argomentativi cui la Corte ha fatto ricorso per giustificare: 1) la non violazione dell’ordine pubblico nel riconoscere efficacia, nell’ordinamento italiano, ai certificati di nascita esteri dei due minori; 2) l’obbligo di procedere al riconoscimento della genitorialità legale dell’uomo non legato biologicamante agli stessi; 3) l’irrilevanza di tutti i divieti che ad oggi “bandiscono”, letteralmente, nell’ordinamento interno e internazionale, la maternità surrogata, tecnica per mezzo della quale gli stessi minori sono venuti al mondo.
Il punto è esattamente questo. Una pratica come quella della maternità surrogata – che attenta chiarissimamente ai diritti fondamentali tanto della madre gestante, costretta e mercificare il suo corpo, normalmente in cambio di un’utilità, di qualsiasi genere essa sia, quanto del figlio che ella dà alla luce, costretto alla nascita ad essere separato dalla sua madre biologica per essere, come nel caso di specie, assicurato alle cure di una coppia che giammai potrà soddisfare il suo naturalissimo, umanissimo e normalissimo desiderio ad avere una madre appunto– come non può definirsi in contrasto con i principi cardine del nostro ordinamento, penso in particolare al principio che riconosce la dignità personale di ogni essere umano e, dunque, como può non essere in contrasto con l’ordine pubblico? O forse il fatto che il ricorso a tale pratica di surrogazione sia avvenuto all’estero –e non poteva essere diversamente visto il divieto penale vigente in Italia rispetto a tale pratica– può valere a giustificare il suo avallo legale nel nostro ordinamento giuridico? O, ancora, un risultato –in questa caso la nascita di un figlio– comunque ottenuto, purché conseguito, vale a suffragare sempre la moralità dei mezzi prescelti per lucrarlo? Sì, perché pare sia stata esattamente questa la logica, tristemente ed insopportabilmente machiavellica, cinicamente seguita dai giudici trentini. A ben vedere, infatti, i due uomini che pretendevano di essere riconosciuti quali genitori dei minori, avrebbero tranquillamente potuto rivolgersi ad una delle tantissime donne che nei Paesi più poveri dell’Asia vivono letteralmente segregate in baby farm come in autentiche batterie di incubatrici umane, senza che questo valesse ad alterare minimamente il sereno lavoro di ricamo degli stessi giudici, che con asettico disincanto hanno anzi fieramente sottolineato la “perfetta indifferenza della tecnica di procreazione prescelta”! Dunque, se ai loro occhi la tecnica di procreazione è “indifferente”, ciò significa che nessun tipo di sindacato di legittimità è stato fatto su di essa all’atto di stilare l’ordinanza; detto altrimenti, il rilievo circa la presunta “democraticità” degli ordinamenti in cui la maternità surrogata è legalmente disciplinata, semplicemente non è stato oggetto di esame da parte del collegio giudicante. Ecco perchè sarebbe stato esattamente lo stesso, agli occhi “indifferenti” di quanti lo componevano, se i due uomini avessero scelto quale luogo di realizzazione del loro desiderio procreativo la “democrazia” birmana, o vietnamita, o russa, per citarne qualcuna. Il punto è questo, ribadiamo, nessun altro!
Eppure nel caso specifico deciso nella sentenza della Suprema Corte –che, ripetiamo, i giudici trentini hanno strumentalmente utilizzato per costruire le loro artefatte e carenti argomentazioni– il contrasto con l’odine pubblico era stato espressamente escluso solo perché la nascita del minore, il riconoscimento del cui certificato era in discussione, non era avvenuta per mezzo del ricorso alla maternità surrogata, essendo le ricorrenti due donne, e non perché la madesima tecnica fosse stata giudicata, da qualche parte nella sentenza, dai giudici supremi in armonia con il nostro ordinamento. Così si esprimeva, anzi, la Corte Suprema: «Per surrogazione di maternità o maternità surrogata (o gestazione per altri) si intende la pratica con la quale una donna assume l’obbligo di provvedere alla gestazione e al parto per conto di altra persona o di una coppia sterile, alla quale si impegna a consegnare il nascituro: in tal caso, una donna utilizza il corpo di un’altra donna che presta il proprio al solo fine di aiutarla a realizzare il suo esclusivo desiderio di avere un figlio. Nel caso in esame, invece una donna (la M.) ha partorito un bambino (anche) per sè, sulla base di un progetto di vita della coppia costituita con la sua partner femminile (la B.): quest’ultima non si è limitata a dare il consenso all’inseminazione da parte di un donatore di gamete maschile (evidentemente esterno alla coppia), ma ha donato l’ovulo che è servito per la fecondazione ed ha consentito la nascita di T. (partorito dalla M.), frutto dell’unione di due persone coniugate in Spagna. È questa una fattispecie diversa e non assimilabile ad una surrogazione di maternità» (Sentenza Cass. n. 19599/2016, punto 10.1). E, poco più avanti, nel punto 10.2 del medesimo dispositivo: «Pertanto, la pratica fecondativa utilizzata nel caso in esame non è configurabile come una maternità surrogata […]. Si deve affermare il seguente principio di diritto: in tema di PMA, la fattispecie nella quale una donna doni l’ovulo alla propria partner (con la quale, nella specie, è coniugata in Spagna) la quale partorisca, utilizzando un gamete maschile donato da un terzo ignoto, non costituisce un’ipotesi di maternità surrogata o di surrogazione di maternità, ma un’ipotesi di genitorialità realizzata all’interno della coppia, assimilabile alla fecondazione eterologa». Dunque, nella sentenza della Suprema Corte, presa a modello dai giudici trentini ai fini della realizzazione dell’improbabile collage giustificatorio oggetto della presente riflessione, veniva escluso il contrasto con l’ordine pubblico semplicemente perché il caso in esame non era configurabile come un’ipotesi di maternità surrogata, come lo stesso giudice nomifilattico si premura di precisare per ben tre volte nel breve volgere di qualche rigo. E invece, il caso esaminato dai giudici di Trento, si originava esattamente dal fatto che i ricorrenti chiedevano il riconoscimento di certificati di nascita inerenti minori nati proprio da maternità surrogata. Dunque, il richiamo fatto nell’ordinanza della Corte di Appello di Trento alla Sentenza della Cassazione n. 19599/2016 per escludere il contrasto con l’ordine pubblico è quanto meno improprio, meglio sarebbe definirlo controfattuale, dato che i giudici trentini hanno cercato di giustificare per mezzo di quel dispositivo qualcosa che quel dispositivo ha espressamente evitato di trattare, perché fuori dell’oggetto del suo giudizio!
lo stralcio, dalla legge sulla Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, meglio conosciuto come “ddl Cirinnà”, dal nome della sua prima firmataria, la senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà, della disciplina in materia di stepchild adoption, quell’istituto giuridico che consentirebbe ai figli di essere adottati dal partner del proprio genitore biologico, così da essere legalmente riconosciuti come suoi figli anche. Ovvero, ciò che in una democrazia, costituzionale e parlamentare come la nostra, l’organo titolare della funzione legislativa rifiuta deliberatamente di contemplare, all’interno di una disciplina legale ad hoc, come possibile oggetto di una regolamentazione giuridica espressa, i giudici, come nel caso in esame, pensano bene di normare per mezzo del ricorso ad un provvedimento giusdizionale;
la sentenza della Gran Camera della Corte europea dei diritti del’uomo del 24 gennaio 2017 sul caso Paradiso-Campanelli, nella quale i supremi giudici riconoscevano la legittimità dell’operato delle Autorità nazionali italiane, rispetto al contenuto dell’articolo 8 della Convenzione, nel disporre l’allontanamento dai genitori committenti del minore nato da maternità surrogata all’estero. A parere della Corte, infatti nel caso di specie, avrebbero avuto un valore di non trascurabile peso gli interessi pubblici in gioco tali da giustificare perfino la compressione dell’interesse dei ricorrenti ad avere una relazione con il minore dagli stessi allontanato, dal momento che, la permanenza del minore con questi ultimi avrebbe voluto dire legalizzare una situazione dagli stessi creata, in violazione di importanti norme della legge italiana, quale appunto quella della maternità surrogata.
antonio casciano, maternità surrogata

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