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Timestamp: 2019-01-17 16:02:50+00:00

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Corte di Cassazione, sezione feriale, sentenza 15 settembre 2015, n. 37267. L'obbligo di garanzia del direttore di una pista di sci è proiezione di una posizione di garanzia che riguarda anche pericoli atipici, cioè quelli che uno sciatore non si attende di trovare. Pertanto, il gestore deve prevenire quei pericoli fisicamente esterni alle piste a cui può andarsi incontro in caso di uscita di pista, quando la situazione naturale dei luoghi renda altamente probabile che si fuoriesca dalla pista stessa - Renato D'Isa
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SENTENZA 15 settembre 2015, n.37267
La Corte d’Appello di Brescia, con sentenza del 26 novembre 2014, ha confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Brescia il 21 novembre 2013 con la quale, per quanto d’interesse del presente giudizio, T.L. era stato condannato in relazione al reato di cui agli artt. 113 e 589 c.p., comma 1 perchè, in cooperazione con altri, in qualità di direttore delle piste e della sicurezza della S.I.T. s.p.a. (Società Impianti Turistici), società gerente le piste da sci denominate Serodine e Serodine Allenamento, per colpa consistita in negligenza, imprudenza e imperizia nonchè in violazione di normative specifiche e, in particolare, della L. 24 dicembre 2003, n. 363 (Norme in materia di sicurezza nella pratica degli sport da discesa e da fondo) e del Regolamento Regionale Lombardia 6 dicembre 2004, n. 10 (promozione e tutela delle discipline sportive di montagna) cagionava la morte dello sciatore G.F..
Era accaduto, infatti, che G.F., di anni 11, scendendo dalla pista denominata Serodine Allenamento, dopo essersi immesso nello c.d. Skiweg (sentiero di collegamento) che collegava la pista Giuliana alla pista Serodine, era caduto in uno strapiombo di circa 4 metri posto a lato dello Skiweg ed era finito rovinosamente sulla sottostante pista Serodine rimanendo impigliato con gli sci sulla rete di protezione laterale di tale pista e battendo fortemente il capo a terra.
Osservava la Corte d’Appello che l’accaduto era riconducibile alla responsabilità dell’imputato, in quanto il punto in cui lo sciatore era caduto era risultato privo di qualsiasi protezione in un tratto che non era definibile fuori pista, perchè risultava che il G. proveniva dalla pista Serodine Allenamento e si era immesso su un percorso costituente un collegamento con la pista Giuliana comunemente denominato Skiweg, che era un tratto di pista non solo utilizzato da mezzi di servizio e soccorso ma che costituiva un raccordo tra piste ovvero un percorso di collegamento o di trasferimento.
E che non si trattasse di un fuoripista ma di un percorso di transito tra piste abitualmente percorso dagli sciatori si evinceva anche dalle fotografie a colori, eseguite dai Carabinieri subito dopo l’incidente, che evidenziavano i numerosi solchi impressi dagli sci sulla neve battuta nonchè dalle testimonianze degli addetti al servizio di soccorso, maestri di sci e dipendenti della società di gestione.
Pertanto, contrariamente a quanto affermato dalla difesa dell’imputato, non si trattava di un fuoripista e la situazione di grave irregolarità e rischio per l’incolumità degli sciatori era evidenziata dal fatto che al limitare di detto Skiweg non risultava alcuna palina segna pista nè, soprattutto, alcuna rete anticaduta idonea a trattenere gli sciatori dalla caduta nel dirupo laterale.
Avverso la sentenza della Corte d’Appello ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del proprio difensore, lamentando:
Risulta, inoltre, pervenuta una memoria redatta nell’interesse delle parti civili G.M. e S.P., genitori del piccolo F., con la quale si evidenzia l’inammissibilità del ricorso dell’imputato e in particolare l’inesistenza di alcun concorso di colpa sia dello sciatore che del padre.
Risulta, infine, prodotta, a cura della difesa dell’imputato, la sentenza 19 marzo 2015 n. 15711 della Quarta Sezione Penale di questa Corte emessa nei confronti di B.M., coimputato per i medesimi fatti e giudicato con il rito abbreviato.
Invero, la Corte d’appello ha dato conto della dinamica dei fatti sia sulla base delle testimonianze oculari ( F. e Fa.) che dei rilievi effettuati dai Carabinieri di Ponte di Legno nell’imminenza dei fatti ed ha evidenziato come lo sciatore avesse impegnato la pista di destra riservata solitamente agli allenamenti agonistici e denominata Serodine Allenamenti; a valle di tale pista si trovava una rete la cui funzione era quella di impedire che gli sciatori proseguissero in un tratto non battuto ma la rete stessa presentava un largo varco attraverso il quale è passato il G. che, proseguendo lungo il tratto non battuto, si è poi immesso trasversalmente nella bretella di collegamento con la pista Giuliana comunemente denominato Skiweg e da lì, proseguendo nella sua corsa apparentemente fuori controllo, è caduto nel dirupo atterrando nella sottostante pista Serodine.
Ora, a nulla rileva il fatto che il G. non stesse percorrendo regolarmente lo Skiweg dato che egli aveva intrapreso regolarmente la discesa della pista Serodine Allenamenti, l’accesso alla quale non era interdetto pur non essendo stata autorizzata, e, anzichè arrestarsi contro la rete che avrebbe dovuto delimitare la pista nel suo tratto finale, ha imboccato il varco lasciato libero, da lì è proseguito attraverso lo Skiweg ed è poi caduto nel dirupo non protetto.
Dunque non sussiste alcuna illogicità della motivazione sulla base di un travisamento dello stato dei luoghi, avendo la Corte territoriale individuato correttamente nella mancanza di idonee protezioni anticaduta sia alla fine della pista Serodine Allenamenti sia a lato dello Skiweg la causa del sinistro mentre il T., nella sua qualità di direttore delle piste e della sicurezza, avrebbe avuto l’obbligo di porre in essere tali presidi onde prevenire il pericolo che lo sciatore proveniente dalla pista Serodine Allenamento potesse uscire da essa, tenuto conto della pendenza e del fatto che subito dopo vi era un tratto non battuto seguito dalla bretella di collegamento e dal dirupo risultato fatale, il che rendeva probabile il verificarsi dell’incidente.
A ciò si aggiunga come sia stata esclusa la natura di ‘fuoripista’ sia del tracciato denominato Serodine Allenamento sia dei c.d. Skyweg con motivazione del tutto logica (v. pagina 22 della motivazione) sulla scorta dell’accertato utilizzo degli sciatori comuni degli indicati tracciati e senza che vi fossero cartelli o altre segnalazioni o indicazioni circa il divieto di percorrerli a cagione della impraticabilità per non essere i tracciati battuti o inutilizzati dai più.
Quanto al secondo motivo, si osserva che la mancata assunzione di una prova decisiva, quale motivo di impugnazione per cassazione, possa essere dedotta solo in relazione ai mezzi di prova di cui sia stata chiesta l’ammissione a norma dell’art. 495 c.p.p., comma 2, sicchè il motivo non potrà essere validamente invocato nel caso in cui il mezzo di prova sia stato sollecitato dalla parte attraverso l’invito al Giudice di merito ad avvalersi dei poteri discrezionali di integrazione probatoria di cui all’art. 507 c.p.p. e da questi sia stato ritenuto non necessario ai fini della decisione (v. di recente Cass. Sez. 1, 15 aprile 2010 n.16772).
Inoltre, si osserva come l’art. 507 c.p.p. (e l’art. 603 c.p.p. per il grado d’appello) conferisca al Giudice un potere e non un dovere di integrazione probatoria; l’esercizio di tale potere presuppone, poi, la sussistenza dell’assoluta necessità del nuovo mezzo di prova e postula l’apprezzamento e la valutazione al riguardo da parte del Giudice, il quale, ove non eserciti tale potere, non è tenuto a darne espressamente conto, evincendosi implicitamente dall’effettuata valutazione, adeguata e logica, delle risultanze probatorie già acquisite la superfluità di una eventuale integrazione istruttoria (v. Cass. Sez. 6, 16 febbraio 2010 n. 24430); l’iniziativa deve essere, pertanto, ‘assolutamente necessaria’ (sia l’art. 507 che il 603 del codice di rito per l’appello usano questa espressione) e la prova deve avere carattere di decisività (altrimenti non sarebbe ‘assolutamente necessaria’), diversamente da quanto avviene nell’esercizio ordinario del potere dispositivo delle parti in cui si richiede soltanto che le prove siano ammissibili e rilevanti; nella specie, in fatto questa volta, la Corte, di fronte alla richiesta della difesa dell’imputato, ha chiaramente motivato non solo il diniego dell’ammissione della prova ma, altresì, il suo carattere di inammissibilità (v. pagine 18 e 19 della motivazione).
E’ appena il caso di rilevare, peraltro, come secondo l’insegnamento di questa giurisprudenza di legittimità (da ultimo, Cass. Sez. 4, 17 gennaio 2013 n. 7444), deve ritenersi ‘prova decisiva’, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. d), quella prova che, confrontata con le argomentazioni contenute nella motivazione, si riveli tale da dimostrare che, ove esperita, avrebbe sicuramente determinato una diversa pronuncia (v. Cass. Sez. 6, n. 25 marzo 2010 n. 14916), ovvero quella prova che, non assunta o non valutata, vizia la sentenza intaccandone la struttura portante (v. Cass. Sez. 3, 15 giugno 2010 n. 27581).
Con riguardo al procedimento peritale, peraltro, questa stessa Corte di legittimità ha già statuito il principio, consolidatosi nel tempo, in forza del quale la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, giacchè la sua disposizione, da parte del Giudice, in quanto legata alla manifestazione di un giudizio di fatto, ove assistito da adeguata motivazione, è insindacabile ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. d) (v. da Cass. Sez. 5, 6 aprile 1999 n. 12027 e successive conformi fino a Cass. Sez. 4, 22 gennaio 2007 n. 14130).
Il terzo motivo di ricorso è del tutto generico e ai limiti dell’inammissibilità in quanto con esso si contesta, mediante una diversa ed alternativa lettura dello stato dei luoghi così come concordemente evidenziato in entrambi i gradi di merito, la corretta applicazione della normativa regionale circa le segnalazioni e delimitazioni mediante reti o paline delle piste praticabili ovvero delle situazioni di pericolo.
In particolare, si ribadisce inammissibilmente, l’applicabilità della suddetta disciplina alle sole piste battute reiterando l’affermazione, concordemente disattesa nel giudizio di merito, circa la natura di ‘fuori pista’ del tracciato seguito dalla vittima dell’incidente.
Và, innanzitutto, sottolineato che le deduzioni del ricorrente, più che denunciare plateali errori di lettura da parte del Giudice ‘a quo’ di inequivoche rappresentazioni di circostanze di fatto, si risolvono: nella prospettazione, con rilevanti profili di genericità, di punti di vista semplicemente alternativi a quelli fatti propri, nella lettura del fatto, dalla Corte di merito (ad esempio, in ordine alla esistenza di reti di delimitazione e di segnali di indicazione); nella prospettazione apodittica di opinioni generiche del ricorrente (ad esempio, in ordine alla natura di ‘fuoripista’ del tracciato seguito dallo sciatore).
In realtà, le deduzioni del ricorrente non risultano in sintonia con il senso dell’indirizzo interpretativo di questa Corte secondo cui (v. Cass. Sez. 6, 26 settembre 2006 n. 38698) la Corte di Cassazione deve circoscrivere il suo sindacato di legittimità, sul discorso giustificativo della decisione impugnata, alla verifica dell’assenza, in quest’ultima, di argomenti viziati da evidenti errori di applicazione delle regole della logica, o fondati su dati contrastanti con il senso della realtà degli appartenenti alla collettività, o connotati da vistose e insormontabili incongruenze tra loro, oppure inconciliabili, infine, con ‘atti del processo’, specificamente indicati dal ricorrente e che siano dotati autonomamente di forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione disarticoli l’intero ragionamento svolto, determinando al suo interno radicali incompatibilità così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua la motivazione.
Con il quarto motivo, si censura l’impugnata sentenza che non avrebbe correttamente interpretato il rapporto giuridico nascente tra gestore delle piste e sciatore sulla base dell’acquisto del biglietto per l’utilizzazione degli impianti di risalita e delle piste, con particolare riferimento alla minore età dello sciatore deceduto, che avrebbe comportato una diversa e maggiore responsabilità del genitore nel sorvegliare l’attività del figlio.
Quanto all’estensione di tale obbligo, deve ritenersi che, nella concreta fattispecie, correttamente la Corte di merito abbia argomentato nel senso per il quale il pericolo da prevenire, oggetto della posizione di garanzia, non fosse solo quello interno alla pista: ed invero l’obbligo di protezione che è proiezione della posizione di garanzia riguardava anche i pericoli atipici, cioè quelli che lo sciatore non si attende di trovare, diversi, quindi, da quelli connaturati a quel quid di pericolosità insito nell’attività; certo, deve escludersi che un tale obbligo di protezione si possa dilatare sino a comprendervi i c.d. pericoli esterni, ma, nondimeno, il gestore, nel caso in esame, doveva prevenire quei pericoli fisicamente esterni alle piste, ma cui si poteva andare incontro in caso di uscita di pista, giacchè la situazione naturale dei luoghi rendeva altamente probabile, per le ragioni dinanzi citate, che si fuoriuscisse dalla pista.
Privo di fondamento è l’assunto del ricorrente secondo cui il Giudice di secondo grado avrebbe effettuato in maniera superficiale e carente l’operazione del giudizio controfattuale, laddove la stessa Corte di merito ha osservato che ‘la semplice segnalazione di una situazione di pericolo o della presenza di un ostacolo, avrebbe certamente indotto F. a optare per un percorso diverso oppure a ridurre la velocità tenuta, quest’ultima strettamente dipendente da quanto egli poteva percepire dello stato dei luoghi (ed è circostanza pacifica, non intaccata dalle prospettazioni meramente ipotetiche delle difese, che il dislivello esistente non fosse visibile da chi teneva la direzione del G.), apparentemente privi di pericoli’.
Certo, il comportamento del piccolo sciatore fu consapevole e volontario ma tanto non basta ad ipotizzare l’intervenuta interruzione del nesso di causalità, nè possono condividersi le considerazioni in punto di concorso di colpa, che il ricorrente vorrebbe insinuare, in ordine al suo comportamento o a quello del genitore che lo accompagnava.
In altri termini, la responsabilità del destinatario della posizione di garanzia non può essere esclusa, per causa sopravvenuta, una volta riscontrato l’inadempimento dell’obbligo, allorchè il comportamento della vittima, che pure abbia dato occasione all’evento, sia da ricondurre, comunque, alla mancanza o insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio di siffatto comportamento.
Giova, altresì, rammentare come la giurisprudenza civile di questa Corte abbia affermato anche di recente come, in tema di responsabilità da illecito omissivo del gestore di impianto sciistico, l’omittente risponde del danno derivato a terzi non solo quando debba attivarsi per impedire l’evento in base ad una norma specifica o ad un rapporto contrattuale, ma anche quando, secondo le circostanze del caso concreto, insorgano a suo carico, per i principi di solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost., doveri e regole di azione la cui inosservanza integra un’omissione imputabile.
Ne consegue che il medesimo non è tenuto, di norma, a vigilare sulla condotta dei singoli utenti, attesa la natura intrinsecamente pericolosa dell’attività sportiva esercitata sulle piste da sci, le dimensioni solitamente ragguardevoli di queste ultime, nonchè la normale imprevedibilità, anche per la contestuale incidenza di ‘fattori’ naturali non governabili dal gestore, delle condotte degli utenti, salvo che alleghi e provi l’intervenuta segnalazione dell’anomalo comportamento dello sciatore, ovvero la diretta percezione di tale comportamento da parte degli addetti all’impianto (che avrebbero dovuto allertare un accorto titolare della struttura), la cui mancata considerazione costituisce omissione inescusabile (v.Cass. Sez. 3, 22 ottobre 2014 n. 22344).
Tali principi, applicabili anche in tema di fatto illecito costituente reato, sono stati richiamati dalla Corte distrettuale (v.
la citata Cass. Sez. 4, 11 luglio 2007 n. 39619 e più di recente Sez. 4 19 marzo 2013 n. 26239) e rendono pertanto non meritevole di accoglimento il quarto motivo di doglianza posto che si è logicamente motivato in merito alle omissioni realizzate dall’imputato e come il comportamento tenuto sia dal giovane sciatore che dal genitore che l’accompagnava non avessero interrotto il nesso di causalità tra le omissioni dell’imputato e l’evento letale.
Con l’ultimo motivo si censura, del pari, genericamente l’avvenuta condanna al risarcimento del danno nonchè la mancata sospensione della provvisoria esecuzione.
L’affermazione pur non essendo corretta non è contrastata dalla necessaria indicazione, da parte dell’imputato, del ‘grave e irreparabile danno’ che solo potrebbe legittimare, ex art. 600 c.p.p., comma 3 la concessione della chiesta sospensione.
Infine, la decisione di questa stessa Corte emessa nei confronti di altro coimputato giudicato con il rito abbreviato, non può costituire precedente vincolante in quanto l’identità del fatto viene a scontrarsi con l’eventuale diverso titolo di responsabilità dell’imputato e soprattutto con la diversità dei motivi di ricorso, che delimitano l’oggetto della decisione.
Dal rigetto del ricorso deriva, per concludere, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 4 febbraio 2015, n. 5190....

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