Source: https://www.laleggepertutti.it/365968_tfr-interessi-ultime-sentenze
Timestamp: 2020-07-03 16:39:08+00:00

Document:
Scopri le ultime sentenze su: indennità di fine rapporto corrisposta in buoni postali fruttiferi e relativi interessi; liquidazione del trattamento di fine rapporto; interessi maturati su buoni postali; somme corrisposte in buoni postali fruttiferi.
1 Tfr corrisposto mediante buoni postali
2 Insolvenza del datore di lavoro
3 Trattamento di fine rapporto: ricorso per mancato pagamento
4 Quota corrisposta in buoni postali fruttiferi e relativi interessi
5 Danno da ritardata costituzione del rapporto di impiego
6 Fondo Trattamento fine rapporto lavoro privato
7 Imposta sul reddito delle persone fisiche e gli importi erogati a titolo di Tfr
8 Tfr: investimento in buoni postali fruttiferi o in titoli di Stato
9 Calcolo interessi e rivalutazione
10 Domanda giudiziale per l’ottenimento della rivalutazione monetaria
11 Buoni postali fruttiferi
12 Liquidazione Tfr
Il credito del lavoratore per l’erogazione del TFR, delle spettanze di fine rapporto e degli emolumenti relativi agli ultimi 3 mesi di lavoro non muta la propria natura retributiva nel momento in cui sia fatto valere nei confronti di un fondo gestito dall’INPS in ragione dell’insolvenza del datore di lavoro. Di conseguenza su detta somma sono dovuti anche gli interessi legali e la rivalutazione monetaria.
Tribunale Taranto sez. lav., 22/11/2018, n.4065
Trattamento di fine rapporto: ricorso per mancato pagamento
A seguito della successione “ex lege” dell’Inps all’Inpdap, in caso di accoglimento di ricorso proposto avverso l’Inpdap per mancato pagamento di interessi maturati sul t.f.r. la condanna va pronunciata nei confronti dell’Inps.
T.A.R. Potenza, (Basilicata) sez. I, 31/03/2014, n.204
Quota corrisposta in buoni postali fruttiferi e relativi interessi
In tema di imposta sui redditi, quando sui buoni postali corrisposti al dipendente a titolo di indennità di fine rapporto emessi dopo il 20 settembre 1986, e quindi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta ex d.l. 19 settembre 1986 n. 556, conv. nella l. 17 novembre 1986 n. 759, siano maturati interessi non riscossi dal datore di lavoro, e perciò non assoggettati a ritenuta, i suddetti interessi non possono essere tassati sia a titolo di ritenuta, che al momento di liquidazione del Tfr.
Ne consegue che, per evitare la doppia imposizione, la tassazione su tali interessi deve essere limitata all’eventuale differenza tra l’aliquota applicata su tutta la indennità e quella relativa alla ritenuta a titolo di imposta operata sugli interessi dei buoni postali fruttiferi.
Cassazione civile sez. trib., 10/01/2013, n.451
Danno da ritardata costituzione del rapporto di impiego
Il quantum del risarcimento spettante in caso di ritardata costituzione di un rapporto di impiego va determinato in misura pari: a) alle retribuzioni perse, ivi comprese le quote di t.f.r. a carico dell’Amministrazione, con detrazione in via equitativa di una percentuale pari al 50%, tenuto conto che in concreto l’interessato, nel periodo considerato, privo degli impegni derivanti dal lavoro, ha fruito della possibilità di un positivo diverso utilizzo delle proprie energie per la cura di interessi personali e familiari; b) al valore delle corrispondenti contribuzioni previdenziali che in relazione agli importi sub a) l’Amministrazione sarebbe stata tenuta a versare all’ente di previdenza obbligatoria; c) alla rivalutazione monetaria in base agli indici Istat e agli interessi nella misura legale dalle singole scadenze e fino al soddisfo. In ordine a quest’ultima voce, si sottolinea che ad essa non sia applicabile il divieto di cumulo degli interessi legali e della rivalutazione sancito dall’art. 22 comma 36, l. 23 dicembre 1994 n. 724 e dall’art. 16 comma 6, l. 30 dicembre 1991 n. 412, atteso che la somma capitale spettante ha natura non retributiva né previdenziale ma risarcitoria.
T.A.R. Roma, (Lazio) sez. I, 13/07/2010, n.25003
Fondo Trattamento fine rapporto lavoro privato
La relazione ha ad oggetto la verifica della gestione delle relazioni finanziarie tra il Ministero dell’interno e le Autonomie territoriali, e, in particolare, le modalità di utilizzazione della parte del Fondo Trattamento fine rapporto lavoro privato (t.f.r.) destinata a finanziare specifici interventi di investimento delle Autonomie territoriali. In particolare nella relazione risultano evidenziati i seguenti aspetti: 1) le procedure di accertamento del t.f.r. da versare nelle casse dello Stato appaiono lunghe ed incerte; 2) l’assenza di poste passive finalizzate alla ricostituzione del fondo in questione produce la sostanziale erosione del capitale destinato al trattamento previdenziale dei lavoratori dipendenti; 3) la classificazione di spesa di investimento attribuita al contributo corrente agli enti locali sull’ammortamento dei vecchi mutui altera i saldi afferenti alle spese di investimento sovradimensionandoli; 4) la classificazione di spesa di investimento attribuita agli ordinativi in favore di Cassa dd.pp., per ammortamento in conto interessi e capitale dei mutui contratti per ripianare i bilanci degli enti dissestati, altera i saldi afferenti alle spese correnti e al rimborso quote capitale, nonché all’indebitamento, sottodimensionali, mentre accresce quelli inerenti alle spese di investimento; 5) il risanamento delle situazioni di dissesto finanziario appare problematico: il riequilibrio dei bilanci degli enti dissestati è particolarmente difficile, in quanto spesso, nel breve e nel medio periodo, si riproducono fenomeni analoghi, a causa di una normativa che non prevede una vigilanza puntuale sull’adempimento dei rimedi strutturali previsti dai piani di risanamento finanziario; 6) particolarmente critica appare la tenuta della copertura delle spese pluriennali nell’intero arco temporale di riferimento, dal momento che benefici disposti con provvedimenti risalenti di oltre venti anni hanno dovuto trovare copertura attraverso la straordinaria applicazione del t.f.r.; 7) non risulta ancora regolarizzata la gestione dei fondi anticipati agli enti locali nel periodo 1997-2002: ben 8,896 miliardi di euro sono, infatti, ancora registrati in conto sospesi collettivi al di fuori del bilancio dello Stato.
Considerata l’entità della somma e l’assoluta insufficienza dei residui passivi conservati nelle pertinenti poste di spesa del Ministero dell’interno, la regolarizzazione di dette anticipazioni non sembra possibile senza aggiuntivi mezzi di copertura.
Corte Conti sez. contr., 03/02/2010, n.2
Imposta sul reddito delle persone fisiche e gli importi erogati a titolo di Tfr
In tema di imposte sui redditi, il t.f.r. e le indennità equipollenti, comunque denominate, ai sensi degli art. 16 e 17 d.P.R. n. 917/86, sono soggetti, con tassazione separata, all’imposta sul reddito delle persone fisiche e gli importi erogati a titolo di t.f.r. non mutano natura solo perché corrisposti sotto forma di buoni postali fruttiferi (con i relativi interessi) al dipendente dal datore di lavoro.
Non osta alla tassazione la circostanza dell’originaria intestazione dei buoni postali anche al lavoratore (al quale i titoli saranno poi consegnati dallo stesso datore di lavoro all’atto della cessazione del rapporto), poiché tale intestazione implica un vincolo di destinazione dei titoli (e delle somme rappresentate), a garanzia del pagamento dell’indennità, affinché il datore di lavoro non possa diversamente utilizzarli, ma non comporta che i titoli medesimi entrino, sin dal loro acquisto e in costanza del rapporto di lavoro, nella disponibilità del lavoratore, il quale, invece, ne acquista il possesso e la legittimazione a disporne solo nel momento in cui si realizza il presupposto della tassazione disciplinata dagli art. 16 e 17 del d.P.R. n. 917/86.
Cassazione civile sez. trib., 06/04/2009, n.8259
Tfr: investimento in buoni postali fruttiferi o in titoli di Stato
Ai sensi dell’art. 2 d.P.C.M. 8 giugno 1946, le somme accantonate e versate nei conti individuali del personale del Cnr sia dal Consiglio che dal singolo dipendente, a titolo di t.f.r., devono essere investite in buoni postali fruttiferi o in titoli di Stato o garantiti dallo Stato entro e non oltre l’anno successivo a quello di riferimento, con la conseguenza che in caso di ritardo da parte del Consiglio sono dovuti dallo stesso ai dipendenti collocati a riposo gli interessi che le relative somme, spettanti a titolo di indennità di anzianità, avrebbero prodotto ove fossero state investite nei termini e con le modalità prestabilite.
Consiglio di Stato sez. IV, 12/03/2009, n.1445
Il credito per rivalutazione ed interessi illegittimamente non corrisposti va quantificato osservando le seguenti modalità: la rivalutazione monetaria e gli interessi legali vanno conteggiati separatamente sull’originario importo nominale del credito (nella specie t.f.r.), stante la diversa funzione che detti corrispettivi accessori sono chiamati ad assolvere, nel primo caso, risarcitoria del danno da svalutazione, nel secondo, compensativa della perdita subita da chi riceve tardivamente una somma di danaro, fruttifera per definizione; sulla somma dovuta per rivalutazione monetaria non vanno calcolati interessi legali in base ad una progressiva e frazionata valutazione del danno da svalutazione nel periodo afferente al ritardato pagamento; infine ai sensi l’art. 16 comma 6 della l. 30 dicembre 1991 n. 412, recante disposizioni sul cumulo fra credito per interessi e rivalutazione monetaria, l’importo dovuto per interessi va portato in detrazione della somma spettante a ristoro del danno sofferto per svalutazione monetaria.
Consiglio di Stato sez. VI, 06/05/2008, n.1995
Domanda giudiziale per l’ottenimento della rivalutazione monetaria
In base al sistema risultante dall’art. 76 d.P.R. 20 dicembre 1979 n. 761, nel giudizio promosso dai dipendenti dei soppressi enti mutualistici transitati nelle unita sanitarie locali, per ottenere il pagamento della c.d. eccedenza – derivante dai conteggi effettuati dall’Inadel (ora Inpdap) sulla somma allo stesso versata dall’ufficio liquidazioni del Ministero del Tesoro, a titolo di indennità già maturata, una volta determinata la somma necessaria alla ricongiunzione dei servizi utili ai fini del t.f.r. – oppure per conseguire (come nella controversia dedotta nella fattispecie) gli interessi legali e il risarcimento del maggior danno per il non ragionevole ritardo nel relativo pagamento (nell’eventualità di intempestività nella predisposizione del titolo di spesa da parte di detto Ministero), passivamente legittimato è sempre l’Inadel (ora Inpdap) e non il Ministero del Tesoro, dovendo l’attribuzione della legittimazione essere collegata alla struttura del rapporto obbligatorio, come delineata dalla fattispecie astratta prevista dalla legge, a prescindere, quanto all’obbligazione relativa agli accessori, dall’addebitabilità del ritardo all’uno o all’altro soggetto.
Peraltro, pur dovendosi applicare tale criterio in relazione alle suddette pretese dei lavoratori, l’Inpdap (subentrato in sostituzione dell’Inadel) non viene a subire un danno irreversibile, per il ritardo nel versamento della richiamata indennità da parte del citato Ministero alla cui attività esso è estraneo, perché, quantunque il lavoratore non possa agire nei confronti dello stesso Ministero (per l’evidenziato difetto di legittimazione passiva), ciò non pregiudica i rapporti tra i soggetti del procedimento amministrativo in relazione a fatti addebitabili ad un soggetto, del quale debba rispondere altro soggetto in relazione alla pretesa del lavoratore.
(Nella specie, la S.C., alla stregua dell’enunciato principio, ha accolto il ricorso proposto da alcuni lavoratori dipendenti delle Usl in ordine al riconoscimento dei predetti accessori sulle somme liquidate dall’ex Inadel nei confronti dell’Inpdap, con rinvio ad altro giudice, rigettandolo nei riguardi del Ministero del tesoro, ora dell’Economia e delle finanze) .
Cassazione civile sez. lav., 21/06/2007, n.14479
In tema di imposte sui redditi e di indennità di fine rapporto corrisposta in buoni postali fruttiferi e relativi interessi, con riferimento agli interessi maturati su buoni postali emessi dopo il 20 settembre 1986 — soggetti alla ritenuta alla fonte a titolo di imposta, introdotta dal d.l. 19 settembre 1986 n. 556, convertito nella l. 17 novembre 1986 n. 759 — è da escludere che, qualora detta ritenuta sia stata applicata sugli interessi eventualmente riscossi dal datore di lavoro (nella specie, Cnr), nel periodo di tempo in cui i titoli sono rimasti nella sua disponibilità e prima della loro consegna al dipendente alla cessazione del rapporto di lavoro, si configuri un’ipotesi di illegittima duplicità di imposizione sugli interessi medesimi (ritenuta alla fonte a titolo di imposta e tassazione separata sull’indennità di fine rapporto, comprensiva di detti interessi, corrisposta al dipendente all’atto della cessazione del rapporto di lavoro).
Cassazione civile sez. trib., 30/03/2007, n.7959
La somma accantonata dal datore di lavoro, quale provvista di un futuro adempimento, ed investita, fin dall’origine, in buoni postali fruttiferi intestati al dipendente che alla cessazione del rapporto percepirà il t.f.r., non muta, per l’effetto, la propria natura, poiché quella intestazione vale solo alla individuazione del beneficiario con la conseguenza che i buoni postali fruttiferi per il tramite dei quali il Cnr abbia in parte adempiuto alla prestazione indennitaria nei confronti dei dipendenti, costituiscono solo una porzione dell'”unicum” sul quale va calcolata l’imposta da liquidare per tassazione separata, senza che, per l’effetto, vi possa essere duplicazione d’imposta in relazione alla pregressa tassazione per ritenuta alla fonte degli interessi maturati, espressione della redditività dei predetti titoli.
Comm. trib. prov.le Roma sez. XXXVI, 14/12/2004, n.39
10/03/2020 alle 19:01
La legge sul divorzio prevede che il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio abbia diritto, se non passato a nuove nozze e solo se già titolare di assegno di mantenimento, ad una percentuale del Tfr percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza. Tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Ciò sulla base della considerazione in relazione alla quale, secondo l’ordinamento ciascun coniuge contribuisce col suo aiuto ai guadagni esterni dell’altro, tra i quali, dunque, è da ricomprendere il Tfr che è considerato una retribuzione differita.
10/03/2020 alle 19:03
se la quota di Tfr spetti all’ex coniuge qualora detta indennità sia maturata e percepita prima della sentenza di divorzio e, addirittura, in pendenza del giudizio di separazione. Presupposto ai fini del versamento del Tfr è, infatti, ai sensi di legge, che i coniugi abbiano ottenuto una sentenza di divorzio. Precisa, peraltro, la disposizione che il diritto sorge anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza.
Quando all’ex coniuge spetta una quota del Tfr???
10/03/2020 alle 19:09
Un importante intervento chiarificatore della Cassazione ha specificato che: se l’indennità viene percepita da un coniuge durante il matrimonio, e la coppia è sposata in regime di comunione dei beni, cade in comunione anche il Tfr e, al momento della separazione, la quota residua spetterà a ciascuno dei coniugi nella misura del 50%;se il Tfr viene percepito durante il matrimonio da un coniuge in regime di separazione dei beni, appartiene a colui che l’ha percepito, e potrà solo rilevare in sede di determinazione dell’assegno a seguito della separazione o del divorzio. In pratica, il giudice verifica l’intera ricchezza del coniuge tenuto a versare l’assegno mensile, tenendo conto anche del Tfr che ha ricevuto dall’azienda;se il Tfr viene percepito in pendenza della separazione giudiziale (ossia durante la causa di separazione) cade altresì in comunione. Infatti, il regime patrimoniale legale si scioglie solo quando la sentenza di separazione giudiziale diventa definitiva o con l’omologa della separazione consensuale da parte del tribunale;se, infine, l’indennità matura dopo la sentenza di separazione non deve essere diviso. Ma il giudice ne tiene conto al fine di quantificare le condizioni economiche del soggetto obbligato. La donna che percepisce il mantenimento non può, quindi, chiedere il 40% del Tfr, ma solo una modifica delle condizioni di separazione per via dell’incremento patrimoniale ricevuto dall’ex coniuge.
10/03/2020 alle 19:04
Che succede al Tfr in caso di morte dell’ex coniuge obbligato?
10/03/2020 alle 19:08
Secondo la Cassazione, in caso di morte del coniuge tenuto a corrispondere all’altro la quota del Tfr percepita all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, tale obbligo, qualora sia rimasto inadempiuto, rientra nell’asse ereditario. Spetta, quindi, agli eredi del de cuius liquidare il Tfr all’ex coniuge di quest’ultimo. Pertanto, nell’eventualità in cui il de cuius sia passato a nuove nozze l’obbligo grava sul coniuge superstite. Inoltre, ai fini della ripartizione della indennità di fine rapporto tra coniuge divorziato e coniuge superstite del defunto, aventi entrambi i requisiti per la relativa attribuzione, la giurisprudenza applica il criterio della durata dei rispettivi matrimoni, previsto in relazione alla ripartizione della pensione di reversibilità.
Per riscuotere il tfr del lavoratore defunto non occorre accettare l’eredità: la relativa somma spetta agli eredi automaticamente alla morte del dipendente.
10/03/2020 alle 19:05
La morte di un lavoratore dipendente determina due accadimenti fondamentali:dà luogo alla successione nel patrimonio ereditario del lavoratore defunto;il contratto di lavoro cessa automaticamente. Ciò significa che il datore di lavoro deve corrispondere agli eredi non solo la retribuzione dell’ultimo periodo di lavoro, ma anche l’indennità sostitutiva del preavviso (dovuta nei casi di cessazione dei rapporti di lavoro da parte del soggetto che recede senza rispettare il preavviso; la sua funzione è quella di compensare la parte che subisce il recesso immediato) e il trattamento di fine rapporto (tfr).
Al momento del decesso di un lavoratore esistono, di norma, delle spettanze retributive già maturate ma non ancora liquidate tra le quali ricorre, appunto, il tfr. Esse non confluiscono indistintamente nell’asse ereditario del defunto come se si trattasse di normali crediti verso una persona o un ente (ad esempio il conto corrente presso un istituto bancario), ma vengono assoggettati a una particolare disciplina. Proprio a proposito del tfr maturato in costanza di rapporto di lavoro dal lavoratore dipendente, esso si devolve agli eredi come diritto proprio e personale e non come diritto successorio. In parole povere, non entra a far parte dell’attivo ereditario.
10/03/2020 alle 19:06
I chiamati alla successione del lavoratore defunto possono rinunciare all’eredità di questi e, allo stesso tempo, chiedere il pagamento del tfr. I due atti non sono fra loro incompatibili. Per dirla al contrario, l’eventuale richiesta al datore di lavoro relativamente alla corresponsione del tfr maturato dal lavoratore deceduto, non incide minimamente su un’eventuale decisione di rinunciare all’eredità.
10/03/2020 alle 19:17
Il trattamento di fine rapporto garantisce al lavoratore un importo (cosiddetto liquidazione o buonuscita), accantonato dal datore di lavoro, commisurato alla sua retribuzione e corrisposto al momento di cessazione del rapporto di lavoro, per licenziamento, o dimissioni, o raggiungimento dell’età pensionabile o qualsiasi altra causa di interruzione definitiva. Si tratta, in sostanza, di una retribuzione differita nel tempo, posticipata nel momento della percezione, ma incrementata ed anche rivalutata, secondo l’indice Istat, per ogni anno di lavoro, cui hanno diritto tutti i lavoratori subordinati. Il lavoratore, inoltre, può chiedere al datore di lavoro di accantonare il Tfr in un fondo di previdenza complementare, sfruttandone tutte le caratteristiche e i vantaggi, dalla deducibilità fiscale dei contributi versati alla possibilità di garantirsi una forma di pensione integrativa. Si ricorda che la previdenza complementare è una forma di previdenza che si aggiunge a quella obbligatoria, ma non la sostituisce. E’ fondata su un sistema di finanziamento a capitalizzazione che consiste nella creazione, per ogni iscritto, di un conto individuale cui affluiscono i versamenti contributivi, investiti nel mercato finanziario. All’iscritto, al momento del pensionamento, verrà liquidata, a sua scelta, una rendita periodica o vitalizia, oppure l’intero capitale in unica soluzione.Se l’avente diritto muore in costanza di rapporto di lavoro, il Tfr maturato sino a quel momento spetterà al coniuge, ai figli, e, se vivevano a carico del lavoratore, ai parenti entro il terzo grado ed agli affini entro il secondo; in assenza di costoro, esso sarà devoluto agli eredi testamentari o, in mancanza, agli eredi legittimi.Il diritto al Tfr si prescrive dopo cinque anni dal momento in cui è sorto, e dunque dalla cessazione del rapporto di lavoro. Per interrompere il decorso della prescrizione basterà un atto scritto e ritualmente notificato che manifesti l’intenzione di avvalersi del diritto alla sua riscossione.
Quando cessa il rapporto di lavoro – per licenziamento, dimissioni o risoluzione del contratto – il lavoratore subordinato ha diritto a percepire la famosa liquidazione (o buonuscita), vale a dire una somma di denaro aggiuntiva alla retribuzione, chiamata Tfr (Trattamento di fine rapporto). Ci sono dei casi, tuttavia, in cui il lavoratore può chiedere un anticipo sul Tfr quando il rapporto di lavoro è ancora in corso. Potete dirmi qunando si può chiedete l’anticipo sul Tfr?
10/03/2020 alle 19:22
In alcuni casi e con determinati limiti il lavoratore può chiedere all’azienda un’anticipazione del trattamento di fine rapporto accumulato.Nonostante la funzione fondamentale del TFR sia la tutela del lavoratore che perde il posto, è pur vero che i soldi accantonati a titolo di TFR sono pur sempre un pezzo di stipendio del lavoratore. Proprio per questo la legge [4] consente al dipendente, in determinati casi e con determinati limiti, di chiedere all’azienda una anticipazione del TFR accantonato.Vediamo quali sono i limiti e le condizioni che devono essere rispettate per consentire ad un lavoratore di chiedere una anticipazione del TFR accantonato.Innanzitutto è bene premettere che non tutti i dipendenti hanno diritto a chiedere l’anticipazione del TFR. Questa possibilità è, infatti, offerta solo ai dipendenti che abbiano maturato almeno otto anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro.Inoltre la legge, considerando la funzione di tutela del TFR in caso di cessazione del rapporto di lavoro, non consente comunque al dipendente di svuotare del tutto la somma accantonata: il lavoratore, infatti, può chiedere, in costanza di rapporto di lavoro, una anticipazione non superiore al 70% sul trattamento cui avrebbe diritto nel caso di cessazione del rapporto alla data della richiesta.La legge si preoccupa anche di evitare che le richieste di anticipazione del TFR possano mettere in difficoltà l’azienda dal punto di vista contabile.Se molti dipendenti, infatti, chiedono insieme un’anticipazione del TFR pari al 70% dell’accantonamento, l’azienda potrebbe ritrovarsi a sborsare, tutta insieme, una somma di denaro considerevole che potrebbe metterla in difficoltà dal punto di vista della liquidità.Per questo le aziende sono tenute a soddisfare le richieste di anticipazione del TFR entro certi limiti. In particolare, ogni anno, le richieste sono soddisfatte entro i seguenti limiti:10% degli aventi titolo, ossia dei dipendenti con almeno 8 anni di anzianità di servizio maturati presso lo stesso datore di lavoro;4% del numero totale dei dipendenti.

References: art. 16
 art. 16
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza