Source: http://tregeoformazione.blogspot.com/2014/07/
Timestamp: 2019-01-21 13:45:08+00:00

Document:
Tregeoformazione: luglio 2014
Condominio: Fatta la legge trovato l'inganno?
L'art. 63 delle disposizioni di attuazione del codice civile, al comma 2, come modificato dalla riforma del condominio (l. n. 220/2012), prevede che "i creditori non possono agire nei confronti degli obbligati in regola con i pagamenti, se non dopo l'escussione degli altri condomini".
Già in precedenza, era stato evidenziato su questo portale che, sulla base di quanto disposto dalla riforma condominiale a tutela dei condomini virtuosi e nei confronti dei creditori, soprattutto dei fornitori di utenze (acqua, luce, gas, ecc.) molto probabilmente questi ultimi avrebbero atteso molto meno prima di sospendere l'erogazione delle forniture.
Fonte: Condominio: Fatta la legge trovato l'inganno
Servitú volontarie o servitú coattive??
Ai sensi dell’art. 1027 c.c. La servitù prediale consiste nel peso imposto sopra un fondo per l'utilità di un altro fondo appartenente a diverso proprietario.
Fonte http://www.condominioweb.com/differenza-tra-servitu-volontarie-e-servitu-coattive.1198#ixzz38YyIyCJY
Pubblicato da Associazione Tregeoformazione a 11:51 1 commento:
Mansarda «mimetizzata» nel sottotetto. I Giudici non ci cascano…..
Il caso. L'ufficio tecnico comunale riteneva che l'immobile (oggetto della DIA), superava l'altezza massima consentita (13,50 mt.) per quella zona del PRG nel quale sussisteva e tale superamento era dovuto al piano sottotetto ritenuto abitabile e quindi rientrante nel computo dell'altezza complessiva dell'edificio. Anche il Giudice di primo grado rigettava il ricorso della ditta esecutrice, ritenendo il sottotetto idoneo al normale svolgimento della vita domestica, quindi non assimilabile ad un vano tecnico; vi è la presenza, infatti, di elementi univoci che rafforzano l'intenzione di destinare il vano a normale abitazione: oltre ad essere collegato ai locali sottostanti da una scala interna, è dotato di impianto di riscaldamento e impianto elettrico, di servizio igienico ben oltre le minime dimensioni previste dal regolamento edilizio e rifinitura interna dell'intero sottotetto con intonaco. Anche la tamponatura di alcune finestre, eseguita per ridurre il rapporto aero-illuminante, requisito fondamentale per garantire l'abitabilità di un sottotetto, non è stata ritenuta rilevante.
sottotetto lo spazio compreso tra il tetto e il solaio di copertura dell'unità immobiliare posta all'ultimo piano del fabbricato. Per la natura e le caratteristiche intrinseche dell'immobile, esso, di norma, non è destinato a soddisfare esigenze abitative ma, costituendo un volume tecnico, può essere utilizzato come deposito ovvero per ospitare impianti di servizio dell'intero fabbricato. Il sottotetto, a seconda dell'altezza, della praticabilità del solaio, delle modalità di accesso e della presenza o meno di finestre, può assumere diverse destinazioni d'uso: da quella di "camera d'aria" destinato essenzialmente a preservare l'ultimo piano dell'edificio dagli agenti atmosferici, a quella di "soffitta", impiegabile solo come deposito o stenditoio, a quella di "mansarda", quindi locale abitabile, dotato di altezza media rilevante rispetto al piano di gronda.
rapporto aero-illuminante (R.A.I.): il rapporto tra la superficie di calpestio e quella delle finestre, non deve essere inferiore ad un ottavo (deve garantire luminosità e ricambio d'aria sufficiente)
Come già detto, il sottotetto abitabile può definirsi mansarda: lo spazio, destinato alla permanenza di persone, è il risultato della particolare disposizione della falda del tetto. La parte più alta, nonché quella centrale, presenta una pendenza normale (la parte di colmo), mentre la parte più perimetrale ha una inclinazione molto più pronunciata, prossima alla verticalità (zona di gronda). Le finestre aperte nella zona di colmo del tetto, i cosiddetti lucernari, garantiscono il giusto apporto aero-illuminante, requisito fondamentale per l'abitabilità della mansarda. Queste finestre possono presentarsi anche sottoforma di abbaini (finestre verticali) e devono consentire il giusto apporto di illuminazione naturale e di aerazione (il rapporto fra la superficie di calpestio e quella delle finestrature, non deve mai essere inferiore ad 1/8). È facilmente intuibile che la superficie utile della mansarda, lì dove questa risulta di pari superficie rispetto all'appartamento sottostante, non risulta completamente calpestabile, per via dell'inclinazione della falda del tetto né tanto meno fruibile nella sua totalità dall'individuo, soprattutto lì dove le altezze risultano inferiori a 1,80 m.)
Nel caso specifico, l'immobile è soggetto alla normativa della Regione Lombardia (la L. n. 12 del 2005) che definisce come sottotetti i volumi sovrastanti l'ultimo piano degli edifici di cui al co. 2, dei quali sia stato eseguito il rustico e completata la copertura, che abbiano un'altezza media ponderale non superiore a m. 2,40. In particolare, il regolamento edilizio del Comune di Milano prevede che nella superficie s.l.p. (superficie lorda di pavimento) non vanno ricompresi "pur trattandosi di spazi che consentono l'insediamento di abitanti? le superfici dei piani sottotetto che non hanno i requisiti di abitabilità, pari o inferiori alla superficie dell'ultimo piano"; tra l'altro, in questi piani "è sempre ammessa la realizzazione di servizi igienici".
In virtù di queste prescrizioni, il soggetto appellante riportava un preciso dettaglio tecnico a supporto della propria tesi che definiva errato il ragionamento dell'Ufficio Tecnico comunale. Infatti, l'altezza media ponderale del piano sottotetto è inferiore ai 2,40 m. prescritti ai fini dello scomputo del vano dalla s.l.p. (risulta pari a 2,25 m.); presenta servizi igienici, la cui realizzazione è consentita e non vincola necessariamente all'abitabilità del sottotetto; i rapporti aero-illuminanti sono pari a 1/15 e quindi inferiori ai prescritti 1/10 per l'abitabilità di un vano sottotetto; l'immobile, nel complesso, presenta un'altezza calcolata all'intradosso del solaio dell'ultimo piano pari a 13,30 m., quindi inferiore ai 13.50 prescritti dal P.R.G. di zona. In sostanza, secondo la ditta esecutrice, il sottotetto in questione non va considerato locale abitativo ma solo accessorio alla residenza.
Fonte http://www.condominioweb.com/determinare-se-un-locale-abbia-o-meno-i-requisiti-dellabitabilita.11239#ixzz37pDVZthu
Pubblicato da Associazione Tregeoformazione a 17:05 Nessun commento:
Cassazione: le spese per le consulenze tecniche (d'ufficio e di parte) gravano sul soccombente
Corte di Cassazione Civile, sezione terza, sentenza n. 1771 del 28 Gennaio 2014. Principio generale di ogni provvedimento giudiziale - salvo i casi stabiliti dalla legge - è che ogni atto deve essere motivato. Il giudice di legittimità - oltre che al giudice del merito - può infatti procedere ad un controllo sulla logicità e la ragionevolezza della motivazione, individuando altresì i casi in cui la stessa sia del tutto carente. E' ciò che ha fatto la Suprema Corte nella sentenza in oggetto, riguardante impugnazione di sentenza resa dal giudice del merito in esito a giudizio di opposizione ad esecuzione immobiliare.
Secondo giurisprudenza costante, le spese per il c.t.u. rientrano "tra quelle al cui rimborso ha diritto la parte vittoriosa". Non si capisce quindi come abbia potuto il giudice dell'opposizione, in fase di merito, pur accogliendo parzialmente l'opposizione e condannando di conseguenza il creditore procedente alla rifusione delle spese processuali, porre provvisoriamente a carico di entrambe le parti le spese di consulenza tecnica d'ufficio. Va cassata la sentenza impugnata limitatamente all'omessa pronuncia del giudice del merito, relativamente alla liquidazione delle spese di c.t.u. e consulenza di parte (poiché anche di queste spese la parte vittoriosa ha diritto al rimborso, stante la sua natura di allegazione difensiva tecnica). La mancata motivazione della liquidazione provvisoria a carico di entrambe le parti contrasta con il principio generale della soccombenza, relativamente al pagamento delle spese di lite.
Fonte: Cassazione: le spese per le consulenze tecniche (d'ufficio e di parte) gravano sul soccombente
Pubblicato da Associazione Tregeoformazione a 16:50 Nessun commento:
CTU non pagato dalle parti. Ecco una sentenza di Cassazione che fornisce un indirizzo "nuovo"...
E ciò perché "... la consulenza tecnica d'ufficio è strutturata, essenzialmente, quale ausilio fornito al giudice....., piuttosto che quale mezzo di prova in senso proprio e, così, costituisce un atto necessario del processo che l'ausiliare compie nell'interesse generale superiore della giustizia e, correlativamente, nell'interesse comune delle parti.
Da tale intrinseca natura dell'istituto, ed in particolare, dal dato che la prestazione dell'ausiliare è effettuata in funzione di un interesse comune delle parti.......che, cosi, assorbe e trascende quello proprio e particolare......discende... che il regime sull'onere delle spese sostenute dal consulente tecnico per l'espletamento dell'incarico e sull'obbligo del relativo pagamento, deve prescindere sia dalla disciplina sul riparto dell'onere delle spese tra le parti che dal regolamento finale delle spese tra le stesse, che deve avvenire sulla base del principio della soccombenza (cfr. Cass. civ. Sez. 2, 15 settembre 2008 n. 23586; Cass. civ. Sez. 1, 7 dicembre 2004 n. 22962; Cass. civ. Sez. 1, 8 luglio 1996 n. 6199).
Chiarimento della Corte di Cassazione delle spese della CTU (sentenza 14300 del 24/6/2014)
Corte di Cassazione civile, sezione sesta, ordinanza n. 14300 del 24 Giugno 2014.
La compensazione tra le parti delle spese inerenti la consulenza tecnica d'ufficio, non avendo natura di condanna ma solo esclusione del rimborso rende legittima la decisione del giudice di ripartire in parti eguali tra la parte soccombente e quella vittoriosa le spese sostenute in corso di causa per l'espletamento della ctu.
Nel caso preso in esame dai giudici di piazza Cavour, il ricorrente (che aveva ottenuto nel giudizio di merito una sentenza favorevole), aveva lamentato dinanzi ai giudici di legittimità che la sentenza di merito aveva ingiustamente ripartito le spese della consulenza tecnica d'ufficio tra le parti mentre, a suo dire, tali spese dovevano essere poste totalmente a carico della parte soccombente.
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso soffermandosi sulla natura giuridica della consulenza tecnica d'ufficio, che va considerata come un ausilio a disposizione del giudice fornito da un esperto esterno e non tanto come mezzo di prova in senso proprio.
In quest'ottica la ctu può essere qualificata come un "atto compiuto nell'interesse generale della giustizia", dunque nell'interesse comune delle parti nell'ambito dell'attività di ricerca della verità. Motivata adeguatamente la decisione di compensare tali spese, tenuto anche conto del comportamento delle parti in sede extraprocessuale, appare legittima.
In particolare la Corte evidenzia come il giudice di merito abbia applicato correttamente il potere discrezionale che gli è conferito dall'articolo 92 del codice di procedura civile dal momento che, nel caso di specie, era stata rilevata una sproporzione fra la somma richiesta e quella liquidata.
Fonte: Cassazione: la CTU è un "atto compiuto nell'interesse generale della giustizia". Giudice può compensare queste spese
Pubblicato da Associazione Tregeoformazione a 10:41 Nessun commento:
Messa a norma delle canne fumarie e spese legali. Come vengonoripartite le spese? (da condominioweb.com)
Niente spese di lite per i condomini dissenzienti. Richiamando l'orientamento dominante in giurisprudenza, il Tribunale rammenta che “in tema di condominio, è affetta da nullità la delibera dell'assemblea che ponga le spese di lite, in proporzione della sua quota, a carico del condominio che abbia ritualmente manifestato il proprio dissenso rispetto alla lite medesima deliberata dall'assemblea, giacché in tal caso l'art. 1132, comma primo, cod. civ., contemperando l'interesse del gruppo con quello del singolo titolare di interessi contrastanti, riconosce a quest'ultimo il diritto di sottrarsi agli obblighi derivanti dalle deliberazioni assunte sul punto” (Cass. civ., n. 11126 del 2006).
Nella sentenza impugnata si legge: “verificato lo stato delle canne fumarie dei singoli appartamenti, l'assemblea, all'unanimità dei presenti, delibera di eseguire i lavori di messa a norma delle canne fumarie”. Così facendo, l'assemblea è andata oltre le proprie competenze, posto che non poteva deliberare su lavori riferiti alla proprietà esclusiva dei singoli condomini e, nello specifico, sulla ristrutturazione delle canne fumarie dei singoli appartamenti.
Fonte http://www.condominioweb.com/come-vanno-ripartire-le-spese-per-mettere-a-norma-la.11235#ixzz37jK8VxT2
Pubblicato da Associazione Tregeoformazione a 13:14 Nessun commento:
La rovina degli edifici: un pericolo forse troppo diffuso. La Cassazione torna ad occuparsi degli immobili mal tenuti e del pericolo che quindi essi possono costituire per la pubblica incolumità: ce ne siamo interessati agli inizi dello scorso mese di marzo (Si stacca l'intonaco? Il proprietario risarcisce e va in galera.), allorché il Supremo Collegio aveva chiarito come possa integrare gli estremi del reato di cui all'art. 677 cod. pen. (“Omissione di lavori in edifici o costruzioni che minacciano rovina”) anche il solo distacco di parte dell'intonaco dal soffitto di un'abitazione, confermando quindi la sentenza di condanna inflitta a quel proprietario che non aveva rimosso la situazione di pericolo da cui poi era infatti scaturita la caduta di parte del rivestimento murario.
La negligenza del condominio inguaia i singoli condomini. Ma cosa accade quando l'edificio “che minaccia rovina” sia una parte, più o meno estesa, di una struttura condominiale? La responsabilità penale sarà ascrivibile all'inerte amministratore o ai singoli condomini interessati dalle strutture pericolanti?
Applicando di tale principio la Cassazione, con la sentenza n. 14465 del 27/03/2014, ha quindi confermato la responsabilità di alcuni proprietari di un immobile condominiale pericolante, i quali erano stati appunto condannati anche in appello per il reato in parola: per i giudici, infatti, essi non avevano provveduto “ai lavori necessari per rimuovere il pericolo per le persone derivante dallo stato di degrado dell'immobile”.
I solleciti, pur formali, non bastano: occorre obbligare il condominio ad intervenire. La responsabilità dei proprietari-condomini discende dal loro non essersi attivati per eliminare il pericolo, non essendo a ciò sufficiente inviare lettere di diffida al condominio ma restare poi inerti se questo non si attiva per rimuovere la situazione di pericolo: ricorda infatti la Cassazione che “nel caso di mancata formazione della volontà assembleare che consenta all'amministratore di adoperarsi, sussiste a carico del singolo condomino l'obbligo giuridico di rimuovere la situazione pericolosa, indipendentemente dall'attribuibilità al medesimo dell'origine della stessa.”, richiamando una massima sancita per un caso identico nel 2008 (sent. n. 6596 del 17/01/2008), a sua volta confermativa di un più risalente orientamento giurisprudenziale (Cass. Pen., Sez. I, sent. n. 15759 del 06/02/2001).
Ed infatti, come ricorda la stessa Cassazione, in caso di “paralisi deliberativa dell'ente condominiale l'ordinamento prevede specifici strumenti, anche di volontaria giurisdizione, atti a superare gli eventuali ostacoli frapposti alla formazione assembleare finalizzata all'esecuzione dei lavori necessari a rimuovere la situazione di pericolo” (Cass. Pen. sent. n. 14465/2014).
Solo l'effettiva rimozione del pericolo consente l'assoluzione. La responsabilità per il reato contravvenzionale in parola viene meno solo con la rimozione del pericolo e l'inerzia del condominio non costituisce un impedimento insormontabile, una “causa di forza maggiore” che da sé esonera da responsabilità i proprietari.
La contravvenzione di cui all'art. 677 cod. pen. ha infatti carattere permanente ed è “a condotta omissiva”: la responsabilità deriva cioè da un non-comportamento e verrà pertanto meno solo quando colui il quale dovrebbe agire (e non lo fa) interviene per eliminare il pericolo. La responsabilità cessa cioè “solo nel momento in cui viene meno la situazione antigiuridica, per fatto volontario dell'obbligato, o per altra causa” (Cass. Pen. Sez. I, sent. n. 5196 del 28/03/1996).
http://www.condominioweb.com/crollo-parti-delledificio.2179
Pubblicato da Associazione Tregeoformazione a 14:36 Nessun commento:
L'amministratore di condominio è il mandatario dei partecipanti alla compagine. Egli viene nominato dall'assemblea e rappresenta tutti i condomini, tanto quelli che hanno votato per la sua nomina, quanto gli astenuti, gli assenti ed i dissenzienti.
Il mandato conferito all'amministratore comprende la legale rappresentanza dei condomini rispetto ai rapporti giuridici riguardanti la gestione e conservazione delle parti comuni dell'edificio.
Insomma, è cosa nota, l'amministratore può qualificarsi tale e quindi rappresentare la collettività condominiale nei rapporti con i singoli condomini ed in quelli con soggetti estranei al condominio.
In questo contesto va letto l'art. 1131, primo comma, c.c., a mente del quale:
Per riassumere la norma coordinandola con quanto stabilito dall'art. 1130 c.c., si può affermare quanto segue: le attribuzioni dell'amministratore condominiale comprendono il potere del medesimo di agire in giudizio al fine di adempiere correttamente all'incarico assunto.
Classico, in tal senso, l'esempio della possibilità per l'amministratore di agire in giudizio per recuperare il credito del condominio chiedendo l'emissione di un decreto ingiuntivo di pagamento (provvisoriamente esecutivo) ex art. 63 disp. att. c.c.
Alla facoltà d'agire giudizialmente, corrisponde il dovere di resistere alle azioni giudiziali portate contro il condominio.
In tal senso il secondo comma dell'art. 1131 c.c. specifica che l'amministratore di condominio “può essere convenuto in giudizio per qualunque azione concernente le parti comuni dell'edificio; a lui sono notificati i provvedimenti dell'autorità amministrativa che si riferiscono allo stesso oggetto.”
Nel 2010 le Sezioni Unite della Cassazione (sentt. nn. 18331-2) hanno cercato di risolvere l'annosa querelle dei limiti della legittimazione passiva dell'amministratore. Il principio di diritto espresso nella sentenza, a dire il vero, non è stato letto in maniera univoca.
Supponiamo che l'amministratore, il fatto è ricorrente, riceva la notifica dell'atto d'impugnazione di una delibera assembleare.
Che cosa può/deve fare il mandatario? Fino a prima della reintroduzione del tentativo obbligatorio di mediazione (cfr. d.lgs. n. 28/2010 e art. 71-quater disp. att. c.c.) , la risposta era univoca: l'amministratore deve difendere il condominio e può farlo anche autonomamente, vale a dire nominando di sua iniziativa un legale che segua la pratica, firmandogli il mandato e quindi costituendosi in giudizio.
Con l'obbligatorietà della mediazione la situazione è differente. L'impugnazione, infatti, dovrà essere preceduta da un tentativo di conciliazione davanti ad un organismo accreditato presso il ministero. Rispetto a questa procedura l'amministratore ha il mero potere di rappresentante della volontà assembleare; in poche parole egli non ha alcun margine di scelta e deve limitarsi ad eseguire quanto stabilito dall'assemblea.
In buona sostanza ricevuta la comunicazione di convocazione davanti ad un organismo di mediazione in relazione alla contestazione di una delibera assembleare, l'amministratore dovrà convocare l'assemblea per farsi dare istruzioni in merito al da farsi, per poi riconvocarla, qualora si arrivasse ad una proposta di mediazione, per ottenere indicazioni sull'accettazione o meno.
Chiaramente se il tentativo fallisse e l'assemblea non avesse disposto nulla in merito al giudizio d'impugnazione, i poteri dell'amministratore, rispetto al contenzioso tribunalizio, tornerebbero ad essere quelli sopra delineati.
Fonte http://www.condominioweb.com/amministratore-riceve-la-notifica-dellatto-dimpugnazione-della-delibera.11231#ixzz37RMe2NiM
Pubblicato da Associazione Tregeoformazione a 14:54 Nessun commento:
Responsabilitá ampia del Direttore dei Lavori…. recente sentenza del Tribunale di Reggio Emilia
Secondo la giurisprudenza di legittimità, l'appaltatore è il «soggetto obbligato a mantenere il comportamento diligente dovuto per la realizzazione dell'opera commessagli, con conseguente obbligo di adottare tutte le misure e le cautele necessarie ed idonee per l'esecuzione della prestazione secondo il modello di precisione e di abilità tecnica nel caso concreto idoneo a soddisfare l'interesse creditorio. […] E laddove l'appaltatore svolga anche i compiti di ingegnere progettista e di direttore dei lavori, l'obbligo di diligenza è ancora più rigoroso, essendo egli tenuto, in presenza di situazioni rivelatrici di possibili fattori di rischio, ad eseguire gli opportuni interventi per accertarne la causa ed apprestare i necessari accorgimenti tecnici volti a garantire la realizzazione dell'opera senza difetti costruttivi. La maggiore specificazione del contenuto dell'obbligazione non esclude infatti la rilevanza della diligenza come criterio determinativo della prestazione per quanto attiene agli aspetti dell'adempimento» (Cass. civ., 31 maggio 2006, n. 12995).
Ricorre infatti l'ipotesi di nudus minister in capo all'appaltatore quando, per effetto di un penetrante controllo esercitato dal committente, non riconducibile ai normali poteri di verifica, l'appaltatore risulti privato di ogni margine di autonomia, divenendo, in buona sostanza, un mero esecutore di ordini insindacabili. Pertanto, l'esclusione della responsabilità dell'appaltatore per vizi e difformità dell'opera resta esclusa non solo nell'ipotesi in cui questi sia ridotto a nudus minister del committente, ma anche quando quest'ultimo abbia incaricato dell'esecuzione un'impresa che sapeva essere priva delle capacità tecniche ed organizzative necessarie per la realizzazione dell'opera affidatale (App. Napoli, 8 ottobre 2007). L'impresa fa i lavori male? Ha diritto al compenso pattuito.
Fonte http://www.condominioweb.com/impianto-termico-non-funzionante-direttore-dei-lavori-responsabile.11222#ixzz37QvZ4PPw
Pubblicato da Associazione Tregeoformazione a 08:21 Nessun commento:
Installazione di un ascensore a servizio di unitá immobiliare…..
I giudici di legittimità ed assieme ad essi i giudici di merito, ormai da anni, affermano che “per innovazioni delle cose comuni s'intendono, dunque, non tutte le modificazioni (qualunque opus novum), sebbene le modifiche, le quali importino l'alterazione della entità sostanziale o il mutamento della originaria destinazione, in modo che le parti comuni, in seguito alle attività o alle opere innovative eseguite, presentino una diversa consistenza materiale, ovvero vengano ad essere utilizzate per fini diversi da quelli precedenti (tra le tante: Cass.,23 ottobre 1999, n. 11936; Cass., 29 ottobre 1998, n. 1389; Cass., 5 novembre 1990, n. 10602) (così Cass. 26 maggio 2006 n. 12654).
In questo contesto dev'essere inserita la normativa sull'eliminazione delle barriere architettoniche, la quale – sebbene sia dettata in relazione ai quorum deliberativi necessari per l'adozione di simili decisioni da parte della compagine – riverbera i propri effetti anche in relazione al diritto d'uso di cui all'art. 1102 c.c.
E la Corte regolatrice, proprio citando un proprio precedente datato 2012, ha ricordato che l'installazione di un ascensore realizzata ad opere del singolo comproprietario “deve considerarsi indispensabile ai fini dell'accessibilità dell'edificio e della reale abitabilità dell'appartamento, e rientra, pertanto, nei poteri spettanti ai singoli condomini ai sensi dell'art. 1102 cod. civ., senza che, ove siano rispettati i limiti di uso delle cose comuni stabiliti da tale norma, rilevi, la disciplina dettata dall'art. 907 cod. civ. sulla distanza delle costruzioni dalle vedute, neppure per effetto del richiamo ad essa operato nell'art. 3, comma secondo, della legge 9 gennaio 1989, n. 13, non trovando detta disposizione applicazione in ambito condominiale” (Cass. 16 maggio 2014 n. 10852).
Fonte http://www.condominioweb.com/quando-un-condomino-decide-di-installare-lascensore-a-servizio-del.11204#ixzz36PQs94Vy
Pubblicato da Associazione Tregeoformazione a 11:23 Nessun commento:
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 art. 71
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