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Timestamp: 2019-02-20 16:39:27+00:00

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Corte Europea | Studio Legale Gennaro Orlando
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La Corte Ue entra a gamba tesa su uno dei cardini del nostro diritto penale, la prescrizione. E, con le conclusioni dell’Avvocato generale depositate ieri nel caso Taricco (causa C-42/17), prende una posizione netta: chi commette un reato deve anche potere sapere, sulla base del principio di legalità, la condotta penalmente rilevante, la sanzione relativa, ma anche il limite di tempo entro il quale il procedimento potrà essere iniziato a suo carico. Però, ed è questo il passaggio più rilevante, quando entro il termine previsto il procedimento è iniziato, allora la persona interessata non deve più potere contare sulla prescrizione iniziale che ormai si è interrotta. A quel punto, deve prevalere sul diritto interno un concetto uniforme di interruzione della prescrizione, secondo il quale ogni atto d’imputazione oppure ogni atto che ne rappresenta la prosecuzione, interrompe il termine, cancellandolo, e sostituendolo con un nuovo termine di durata identica, calcolato a partire dal compimento dell’atto interruttivo. Soluzione abbastanza dirompente, se calata nel nostro ordinamento. Sotto una pluralità di punti di vista. A partire dalla prevalenza del diritto comunitario, come interpretato dalla Corte, su quello nazionale su un punto cardine del diritto penale sostanziale, portando a una disapplicazione in possibile contrasto con i principi supremi dell’ordine costituzionale. Forti infatti erano state le perplessità della stessa Corte costituzionale che, per la seconda volta nella storia, si era rivolta appunto alla Corte Ue per un chiarimento sulla necessità della disapplicazione. Necessità che adesso sono ribadite dalle conclusioni dell’Avvocato generale. Che alla fine torna a ribadire quanto affermato nella sentenza dei giudici europei che nel 2015 ha dato origine a tutta la vicenda. Allora, la Corte europea affermò l’inefficacia della disciplina italiana della prescrizione, in particolare per quanto riguarda il regime della sospensione: a venire compromessa sarebbe stata infatti la possibilità di infliggere sanzioni effettive e dissuasive per i casi di truffa in materia di Iva. Le conclusioni dell’Avvocato generale ora sono molto chiare sul punto. E precisano che le maggiori garanzie all’imputato, offerte dall’ordinamento italiano non possono compromettere il livello di tutela previsto dalla Carta né il primato, l’unità e l’effettività del diritto dell’Unione. Affermazioni tanto più pesanti, se si tiene conto che, tra pochi giorni, entrerà in vigore una riforma della prescrizione che non si allinea comunque a quanto detto dall’Avvocato generale, legando semmai il prolungamento della sospensione in appello e Cassazione alla condanna nel grado di giudizio precedente. Ad attenuare, sul piano pratico, la portata delle affermazioni c’è la parte delle conclusioni dedicata alla nozione di gravità della frode Iva che renderebbe necessaria la disapplicazione delle misure sulla prescrizione. Nella sentenza Taricco, ammettono le conclusioni, non esiste una definizione di gravità, tuttavia si può fare riferimento a quanto affermato in sede di negoziati in vista dell’approvazione della direttiva sulla tutela degli interessi finanziari dell’Unione, dove vengono definiti gravi quegli illeciti che hanno un nesso con almeno due Stati membri e che hanno come conseguenza un danno complessivo superiore a 10 milioni di euro. Se la sentenza della Corte Ue confermerà, come di solito avviene, le conclusioni dell’Avvocato generale, la questione tornerà a essere affrontata dalla Corte costituzionale. Che, nell’ordinanza n. 24 di quest’anno, ha già lasciato trapelare la possibilità di utilizzo dei cosiddetti controlimiti, soluzione anch’essa dirompente, che sterilizzerebbe però la portata delle pronunce Ue.
Rientra nel margine di apprezzamento degli Stati la decisione di sospendere la ventilazione artificiale e di non consentire l’accesso a cure sperimentali delle quali non è stata dimostrata l’efficacia. L’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che assicura il diritto alla vita, non può essere interpretato nel senso di affermare un obbligo per gli Stati di fornire farmaci e cure non autorizzate a livello nazionale. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la decisione Grad e altri contro Regno Unito (ricorso n. 39793/17) depositata il 27 giugno (GARD AND OTHERS v. THE UNITED KINGDOM), con la quale Strasburgo ha dichiarato irricevibile il ricorso di una coppia di genitori che chiedeva di poter iniziare una cura sperimentale per il proprio figlio, colpito da una malattia genetica rara e con prognosi infausta. I medici inglesi, tenendo conto dell’assenza di prospettiva realistica di miglioramento nella gravissima malattia del bambino, avevano deciso di sospendere la ventilazione artificiale e procedere unicamente con cure palliative. I genitori si erano opposti a questa scelta chiedendo di provare cure sperimentali somministrate negli Stati Uniti ma i giudici nazionali avevano dato ragione ai medici anche tenendo conto dell’interesse superiore del minore. Di qui il ricorso alla Corte europea che, però, ha respinto le richieste dei genitori, di fatto condividendo l’operato dei giudici interni che in diversi gradi di giudizio hanno esaminato la drammatica vicenda. Per Strasburgo, chiarito che il caso proposto è diverso dalla precedente vicenda Lambert contro Francia perché si tratta di scelte di fine vita relative a un neonato, l’articolo 2 non fissa alcun diritto ad accedere a cure sperimentali che le autorità nazionali, dopo un’indagine scientifica, ritengono non valide e senza prospettive di successo. La Corte ricorda, inoltre, che sulle questioni legate al fine vita e allo stop al funzionamento di dispositivi che assicurano una vita “artificiale”, manca un consenso tra gli Stati, con la conseguenza che ciascun Paese mantiene un ampio margine di apprezzamento, con la possibilità di regolare l’accesso a trattamenti sperimentali. Passa il vaglio della Corte anche l’operato delle autorità giurisdizionali interne che hanno sentito esperti di tutto il mondo, a stretto contatto con i genitori e hanno preso in considerazione l’interesse superiore del minore alla luce della circostanza che il neonato sarebbe stato esposto a sofferenze e che il bimbo aveva diritto a morire con dignità.
Un vaccino può essere ritenuto la causa dell’insorgere di una malattia anche se manca il «consenso scientifico». Lo sostiene la Corte di giustizia europea nella causa C-621/15. È necessario, però, precisa la Corte che il giudice si trovi davanti a un «complesso di indizi gravi, precisi e concordanti, qualora tale complesso di indizi gli consenta di ritenere, con un grado sufficientemente elevato di probabilità, che una simile conclusione corrisponda alla realtà». A portare la Sanofi Pasteur in tribunale è stata la famiglia del signor W, che dopo essersi sottoposto al vaccino contro l’epatite B tra la fine dell’anno 1998 e la metà dell’anno 1999 nell’agosto del 1999 ha iniziato ad accusare una serie di disturbi che hanno condotto, nel novembre 2000, alla diagnosi di sclerosi multipla.Nel 2006 il signor W, e la sua famiglia decidono di adire le vie legali e chiedere un risarcimento all’azienda produttrice del vaccino. La Corte d’appello di Parigi respinge il ricorso per mancanza del nesso di consenso scientifico che riconoscesse un nesso di causalità tra vaccino e malattia. Ma la famiglia del signor W non demorde e presenta appello alla Corte di cassazione di Parigi che decide di coinvolgere la Corte Ue chiedendo se «nonostante l’assenza di consenso scientifico e tenuto conto del fatto che, secondo la direttiva dell’Unione sulla responsabilità per danno da prodotti difettosi, spetta al danneggiato provare il danno, il difetto e il nesso di causalità, il giudice possa basarsi su indizi gravi, precisi e concordanti per ravvisare il difetto del vaccino e il nesso di causalità tra il vaccino e la malattia». A far protendere i giudici europei verso il nesso di causalità tra vaccino e l’insorgere della malattia è lo stato di perfetta salute del signor W prima della vaccinazione, la mancanza di precedenti familiari, la concomitanza tra la vaccinazione e la comparsa della malattia oltre all’esistenza di un numero significativo di casi repertoriati di comparsa di tale malattia a seguito di simili somministrazioni. Nella sentenza viene ricordato che secondo la direttiva dell’Unione europea sulla responsabilità per danno da prodotti difettosi (Direttiva 85/374/CEE ), spetta al danneggiato provare il danno, il difetto e il nesso di causalità. Una premessa che però, secondo la Corte Ue, non permette di escludere qualunque modalità di prova diversa dalla prova certa tratta dalla ricerca medica, altrimenti diventerebbe estremamente difficile, se non impossibile per il danneggiato far valere la responsabilità del produttore, il che comprometterebbe l’effetto utile della direttiva nonché i suoi obiettivi (ossia tutelare la sicurezza e la salute dei consumatori e garantire una giusta ripartizione dei rischi inerenti alla produzione tecnica moderna tra il danneggiato e il produttore).
Dopo la celebre sentenza Zambrano (C-34/09), la Corte di Giustizia aggiunge un ulteriore tassello chiarificatore in merito alla questione della concessione di un diritto di soggiorno sul territorio dell’Unione europea a cittadini di Paesi terzi, derivante dall’essere genitori di figli minori in possesso della cittadinanza europea. Nella recente sentenza Chavez-Vilchez e altri (C-133/15), la Corte ha chiarito, in particolare, quali elementi devono essere tenuti in considerazione dalle autorità nazionali competenti per verificare se un minore, cittadino dell’Unione, può definirsi “dipendente”, da un punto di vista affettivo e materiale, dal genitore extracomunitario. La vicenda, giunta davanti alla Corte di Giustizia tramite rinvio pregiudiziale, riguardava diverse madri, cittadine di Stati terzi, con uno o più figli di cittadinanza olandese, nati da relazioni poi terminate. I padri dei minori, tutti cittadini olandesi, avevano riconosciuto i figli, ma erano le madri che se ne occupavano in via pressoché esclusiva nel quotidiano. Queste ultime si erano viste tutte rifiutare gli aiuti sociali e gli assegni familiari dalle autorità olandesi, a causa della mancanza di un titolo di soggiorno. Dopo il rigetto dei loro ricorsi in primo grado, nel corso dell’appello il giudice olandese aveva deciso di sospendere il procedimento per domandare alla Corte di Giustizia se le ricorrenti, in quanto madri di minori cittadini dell’Unione europea, potevano vantare un diritto di soggiorno sulla base dell’articolo 20 TFUE e di conseguenza ottenere gli aiuti sociali e gli assegni familiari per provvedere al mantenimento dei propri figli. In particolare, il giudice del rinvio era interessato a comprendere se, alla luce delle precedenti sentenze Zambrano e Dereci (C-256/11), la presenza dei padri dei minori, cittadini olandesi anch’essi, nel territorio dell’Unione, poteva significare che i figli di tali coppie, seppur dipendenti dalle madri per il loro mantenimento quotidiano, non sarebbero stati obbligati a lasciare il territorio dell’Unione nel caso in cui a queste ultime fosse stato rifiutato un diritto di soggiorno, potendo i padri potenzialmente occuparsene. Inoltre, secondo gli organi amministrativi olandesi, spetta al genitore, cittadino di un Paese terzo, che vuole ottenere un permesso di soggiorno derivato dall’essere l’unica figura genitoriale di riferimento del minore, dimostrare che l’altro genitore non è in grado di occuparsi del figlio, né da solo né con l’aiuto di terzi. La Corte di Giustizia ha chiarito unicamente che le condizioni per la concessione di un diritto di soggiorno ai familiari extra-UE di un cittadino dell’Unione devono essere le medesime, ai sensi dell’art. 21 TFUE e della direttiva 2004/38, sia nel caso in cui detto cittadino abbia esercitato il suo diritto di libera circolazione nell’Unione, stabilendosi in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, che nel caso in cui il cittadino dell’UE abbia deciso di far rientro nello Stato membro di cui ha la cittadinanza. In merito, invece ai casi in cui il cittadino dell’UE non ha mai esercitato il suo diritto alla libera circolazione nell’Unione, la Corte di Giustizia ha ribadito quanto enunciato, per la prima volta, nel caso Zambrano, ovvero che la decisione delle autorità nazionali di rifiutare un diritto di soggiorno ai familiari, cittadini di Stati terzi, non deve avere l’effetto di privare il cittadino dell’UE del godimento effettivo del contenuto essenziale dei diritti discendenti dal possesso della cittadinanza europea, tra i quali figura, in particolare, la libertà di circolazione. Nel caso specifico di cittadini europei minori di età, la Corte ha sancito l’importante principio per cui un diritto di soggiorno derivato deve essere accordato al genitore cittadino extra-UE ove sia accertato che il suo rifiuto porterebbe il minore a lasciare il territorio dell’Unione globalmente inteso e, di conseguenza, a rinunciare ai diritti connessi al possesso della cittadinanza europea.
Suonano un po’ anche come un assist al Governo le conclusioni dell’Avvocato generale della Corte Ue depositate ieri in materia di procedimento sui migranti. Perchè, mentre il Parlamento sta discutendo il decreto legge che rivede tutto il procedimento per la concessione dello status di rifugiato, sulla scia dell’emergenza degli uffici giudiziari invasi dalle richieste presentate dopo l’aumento degli sbarchi sulle nostre coste, dalla Corte Ue arrivano osservazioni che appaiono in sintonia con le norme appena varate (ma in vigore solo dall’estate). Qui il tema è quello della partecipazione dello straniero a un procedimento che si articola in due fasi, una amministrativa e una giurisdizionale. I fatti: nel 2016, la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale presso la Prefettura di Milano, dopo l’audizione di un cittadino del Mali, ne ha respinto la richiesta, negandogli lo status di rifugiato o di beneficiario della protezione. La Commissione ha accertato invece l’esistenza di ragioni solo economiche e, in particolare, l’inesistenza di probabili rischi di persecuzione. Il cittadino maliano ha quindi impugnato il rifiuto della Commissione davanti al Tribunale di Milano, aprendo la fase giurisdizionale). Il Tribunale ritiene che la richiesta di asilo sia manifestamente infondata nel merito, essendo stato verificato che egli l’ha presentata mosso soltanto dalla propria condizione di estrema povertà. In questo contesto, il Tribunale ha chiesto, in via pregiudiziale, alla Corte di Giustizia se, in base al diritto Ue, il Tribunale può decidere immediatamente oppure se deve procedere a una nuova audizione del richiedente asilo. Per il diritto italiano, infatti, nella fase giurisdizionale non è necessario che il richiedente asilo sia sentito nuovamente, se egli è già stato sentito nella fase amministrativa.
Per l’avvocato generale presso la Corte di giustizia Ue nella causa Abercrombie/Bordonaro (causa C 143/16) spetta al giudice nazionale valutare la legittimità della discriminazione di età stabilita dalle norme sul contratto di lavoro intermittente o job on call. Un contratto di cui si discute molto oggi, il contratto di lavoro intermittente è indicato, anche nel dibattito politico-mediatico, come il principale strumento per gestire esigenze di lavoro occasionale dopo l’abrogazione dei voucher attuata con il Dl 25/2017. Si prospetta infatti l’ipotesi di liberalizzare il contratto a chiamata, oggi possibile solo per determinate attività ed esigenze (individuate dai contratti collettivi e da un decreto ministeriale) oppure, in ogni caso, per soggetti con particolari requisiti di età (meno di 24 anni – purché le prestazioni vengano svolte entro il 25° anno – o più di 55). Ed è proprio sul requisito dell’età, quale condizione unica di accesso a una tipologia contrattuale flessibile, a prescindere da ogni altra situazione oggettiva, che si incentra la questione all’esame della Corte.

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