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Timestamp: 2018-01-20 17:14:49+00:00

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Corte Costituzionale n° 226/2004
Ordinanza n° 226 del 15 luglio 2004
Giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale. Straniero - Detenuto in espiazione di pena non superiore a due anni - Espulsione a titolo di sanzione alternativa alla detenzione - Assunto contrasto con la funzione rieducativa della pena, irragionevolezza e lesione del principio di eguaglianza rispetto ai condannati non stranieri - Manifesta infondatezza della questione. - D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 16, comma 5 e seguenti, come modificato dalla legge 30 luglio 2002, n. 189. - Costituzione, artt. 3 e 27.
La Corte Costituzionale. composta dai signori:
nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 16, comma 5 e seguenti, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come modificato dall’art. 15 della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), promossi, nell’ambito di diversi procedimenti di sorveglianza, dai Magistrati di sorveglianza di Alessandria con ordinanza del 10 dicembre 2002, di Cagliari con ordinanza del 22 gennaio 2003, di Reggio Emilia con ordinanza del 6 marzo 2003, di Bologna con ordinanza del 1° marzo 2003, di Reggio Emilia con ordinanza del 29 marzo 2003 e di Bologna con ordinanza del 3 aprile 2003, rispettivamente iscritte ai numeri 26, 207, 342, 391, 509 e 510 del registro ordinanze 2003 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica numeri 6, 17, 24, 26 e 32, 1ª serie speciale, dell’anno 2003.
Ritenuto che il Magistrato di sorveglianza di Alessandria (r.o. n. 26 del 2003) ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3 e 27 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 16, comma 5 e seguenti, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come modificato dalla legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), in quanto prevede, a titolo di "sanzione alternativa", l’espulsione dello straniero che debba scontare una pena detentiva, anche residua, non superiore a due anni;
che ad avviso del rimettente tale disciplina contrasterebbe con l’art. 27 Cost., anche in rapporto agli artt. 2 e 3 Cost;
che infatti, essendo la misura della espulsione dal territorio dello Stato priva di contenuto e finalità rieducativi, la normativa censurata potrebbe giustificarsi sul piano costituzionale soltanto se si dovesse ritenere che nelle ipotesi in esame l’espulsione non può essere assimilata né a una pena né a una misura alternativa, e costituisce invece una mera "sospensione della pena, una temporanea rinuncia dello Stato ad applicarla", come affermato dalla stessa Corte costituzionale, fra l’altro, nella sentenza n. 62 del 1994, in relazione alla così detta espulsione "a richiesta" dello straniero prevista dall’art. 7, commi 12-bis e 12-ter, del decreto-legge 30 dicembre 1989, n. 416, convertito nella legge 28 febbraio 1990, n. 39, nel testo introdotto dall’art. 8, comma 1, del decreto-legge 14 giugno 1993, n. 187, convertito nella legge 12 agosto 1993, n. 296;
che l’espulsione in esame è invece del tutto "automatica", dovendo essere disposta sulla base della mera ricognizione della sussistenza dei presupposti fissati dalle disposizioni censurate, e si fonderebbe quindi sulla presunzione assoluta e invincibile che la parte di pena espiata ha già raggiunto la finalità rieducativa, in contrasto con gli artt. 3 e 27 Cost;
che sarebbero inoltre irragionevolmente equiparate situazioni affatto diverse, quali quella del detenuto che abbia tenuto "una condotta penitenziaria pessima" e quella di chi abbia invece effettivamente completato il suo percorso rieducativo, e discriminati manifestamente i soggetti legittimati a rimanere in Italia rispetto ai non legittimati, "anticipandosi" nei confronti di costoro l’uscita dal carcere solo perché "clandestini";
che infine, non essendo l’espulsione "condizionata [...] alla volontà del soggetto", la disciplina censurata violerebbe, alla luce di quanto affermato dalla Corte nella sentenza n. 62 del 1994, l’art. 2 Cost;
che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata manifestamente infondata, in quanto "l’espulsione in esame costituisce [...] sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione, onde ad essa non si applica il disposto dell’art. 27, terzo comma, della Costituzione" e "rientra nella discrezionalità del legislatore individuare fattispecie [...] nelle quali lo Stato rinuncia alla propria pretesa punitiva ricorrendo a sanzioni di natura extrapenale";
che il rimettente - premesso di non condividere l’affermazione secondo cui l’espulsione, concretando "una sorta di rinuncia all’esecuzione della pena principale", si tradurrebbe in un beneficio, anche perché in tal caso si sarebbe dovuto consentire "al "beneficiario" di rinunciarvi", mentre la disciplina positiva prescinde dal consenso dell’interessato - ritiene che l’espulsione a titolo di sanzione alternativa, se non si vuol consentire al legislatore "di eludere i limiti posti dalla Costituzione attraverso una sorta di "truffa delle etichette" realizzata con la previsione di un tertium genus di sanzioni penali", abbia sicuramente natura di pena;
che, così inquadrata, la disciplina censurata non si conformerebbe al principio rieducativo di cui all’art. 27, terzo comma, Cost. e violerebbe inoltre gli artt. 2 e 3 Cost., per la irragionevolezza delle scelte legislative che l’assistono e perchè lede diritti inviolabili;
che, in particolare, la normativa denunciata sarebbe caratterizzata da un automatismo espulsivo inconciliabile con il principio della finalità rieducativa della pena e imporrebbe altresì un irragionevole obbligo di disporre l’espulsione di chi ha commesso reati più lievi a fronte del divieto di procedere all’espulsione dei condannati per i reati più gravi elencati nell’art. 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale; obbligo che si porrebbe inoltre in contrasto con l’esigenza - già rappresentata nella sentenza n. 62 del 1994 - dell’impulso della parte privata, a garanzia "di un diritto inviolabile";
che in quest’ottica, proprio perché lo straniero dovrebbe comunque essere espulso a fine pena, il fatto che non si preveda la richiesta del detenuto non recherebbe alcun vulnus all’art. 2 Cost;
che, sulla base di considerazioni analoghe a quelle svolte dal Magistrato di sorveglianza di Cagliari (r.o. n. 207 del 2003), il giudice a quo ritiene che l’espulsione a titolo di sanzione alternativa abbia un evidente contenuto afflittivo, in quanto:
il procedimento è avviato d’ufficio, anche in assenza di una iniziativa di parte (a differenza dell’espulsione a richiesta, oggetto della sentenza n. 62 del 1994);
non occorre l’adesione del condannato né è prevista una facoltà di "rinuncia";
l’espulsione può determinare l’interruzione del trattamento rieducativo in atto ovvero la recisione dei legami familiari;
la misura è del tutto automatica, senza che il giudice possa tenere conto dei risultati dell’osservazione in carcere, del trattamento svolto e dell’adesione mostrata dal condannato;
che del resto la stessa Corte costituzionale nella sentenza n. 62 del 1994 aveva valorizzato, in riferimento alla previgente disciplina della espulsione a richiesta, il fatto che la pronuncia del giudice non fosse obbligatoria e automatica, in quanto il giudice doveva acquisire informazioni dagli organi di polizia, sentire il pubblico ministero e le altre parti, e che sarebbe perciò irragionevole negare - come invece fa la disciplina censurata - analoghi poteri al magistrato di sorveglianza, organo deputato all’applicazione delle misure alternative alla detenzione attraverso un procedimento giurisdizionalizzato che si basa sulla osservazione del condannato e sull’analisi del suo percorso rieducativo;
che il rimettente, premesso che procede nei confronti di uno straniero che si trova in regime di semilibertà, rileva che, nonostante l’espulsione costituisca una "misura alternativa" alla detenzione in carcere, deve essere applicata d’ufficio senza alcuna valutazione discrezionale che tenga conto della pericolosità del soggetto o della sussistenza di un percorso rieducativo in atto, in violazione perciò degli artt. 3 e 27 Cost., per disparità di trattamento, irragionevolezza intrinseca e violazione del principio della finalità rieducativa della pena;
che il giudice a quo invoca perciò una pronuncia della Corte che consenta al magistrato di sorveglianza "di valutare discrezionalmente la necessità di applicare, nel caso concreto, la sanzione alternativa in esame alla stregua delle altre misure e comparativamente con queste, [...] nell’ambito di un procedimento che effettivamente garantisca i diritti della difesa, nel contraddittorio delle parti";
che tale situazione sarebbe compromessa, con inevitabile interruzione del trattamento rieducativo e pericolo di reiterazione di condotte antigiuridiche, per effetto dell’automatismo del provvedimento di espulsione, in contrasto con gli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost;
che il rimettente, al pari degli altri, ritiene che nella disciplina attuale il legislatore abbia mantenuto solo il primo dei tre elementi (limite di pena, discrezionalità del giudice e consenso del condannato) in base ai quali la Corte costituzionale aveva escluso l’illegittimità costituzionale della espulsione "a richiesta";
che il rimettente ritiene che dalla obbligatorietà dell’espulsione discenda altresì la violazione degli artt. 101, secondo comma, e 102 Cost.: la limitazione del sindacato del giudice alla sola valutazione dei presupposti formali, infatti, da un lato precluderebbe l’esercizio delle funzioni giurisdizionali della magistratura di sorveglianza, "svilendole" "a mero esercizio di potestà amministrative"; dall’altro, imponendo l’emissione di provvedimenti incidenti sulla libertà personale in base alla "mera verifica della sussistenza di un requisito amministrativo" (in relazione al quale al giudice non è neppure riconosciuto lo stesso margine di discrezionalità che spetta all’autorità amministrativa), menomerebbe il principio della sottoposizione del giudice solo alla legge;
che anche il giudice di Bologna muove dal riconoscimento del carattere afflittivo della espulsione come sanzione alternativa, ritenendo - sulla base di considerazioni affatto simili a quelle svolte nelle precedenti ordinanze - che l’automatismo della misura sia irragionevole, violi il principio della finalità rieducativa della pena e determini disparità di trattamento fra detenuti extracomunitari. Considerato che i Magistrati di sorveglianza di Alessandria, Cagliari, Reggio Emilia e Bologna hanno sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 13, 24, 25, secondo comma, 27, 97, 101, secondo comma, 102, primo comma, e 111, commi primo e secondo, della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale della disciplina dell’espulsione, a titolo di "sanzione alternativa" alla detenzione, dello straniero che debba scontare una pena non superiore, anche quale pena residua, a due anni di reclusione o di arresto, prevista dall’art. 16, comma 5 e seguenti, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come modificato dalla legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo);
che, in particolare, i rimettenti ritengono violati: l’art. 2 della Costituzione, perché la disciplina censurata non riserva al condannato, quale garanzia del necessario rispetto di un diritto inviolabile dell’uomo, l’iniziativa di chiedere l’espulsione; l’art. 3 Cost., perché l’espulsione in esame opera automaticamente ed indiscriminatamente in relazione a situazioni affatto diverse, quali quella del soggetto che abbia tenuto una condotta penitenziaria pessima e quella di chi abbia invece completato il suo percorso rieducativo, ledendo così il principio di eguaglianza; l’art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza, in quanto l’automatismo della "sanzione alternativa" non si concilia con il sistema penitenziario, all’interno del quale l’espulsione risulta essere l’unica misura che può provocare l’interruzione del percorso rieducativo del condannato, prescindendo dai dati dell’osservazione e del trattamento; l’art. 3 Cost., in quanto l’espulsione dovrebbe fondarsi sulla presunzione che la parte di pena espiata abbia già raggiunto la finalità rieducativa; presunzione che irragionevolmente concernerebbe soltanto stranieri extra comunitari e tra costoro quelli che hanno commesso reati più lievi; gli artt. 3 e 27 Cost., in quanto l’espulsione in esame, nonostante abbia natura di sanzione penale, è in realtà priva di contenuto e finalità rieducativi e deve essere disposta automaticamente e obbligatoriamente, prescindendo da ogni concreta valutazione dell’effettivo percorso rieducativo del condannato, anche quando l’imputato abbia già goduto di benefici penitenziari o si trovi in regime di semilibertà; gli artt. 3 e 13 Cost., perché impone in materia di libertà personale un identico trattamento di situazioni affatto diverse pur all’interno della medesima categoria di soggetti condannati per reati non ostativi e con un residuo pena inferiore a due anni; l’art. 25, secondo comma, Cost., per violazione del principio di irretroattività della legge penale, in quanto è stato introdotto con effetto retroattivo un trattamento sanzionatorio sfavorevole per il condannato già in stato di detenzione; gli artt. 101, secondo comma, e 102, primo comma, Cost., in quanto l’obbligatorietà dell’espulsione preclude di fatto l’esercizio delle funzioni giurisdizionali conferite al magistrato di sorveglianza; l’art. 111, commi primo e secondo, Cost., perché nel procedimento per l’applicazione dell’espulsione a titolo di sanzione alternativa non è garantita la partecipazione delle parti in condizioni di parità nella fase davanti al magistrato di sorveglianza e perché al pubblico ministero è precluso l’esercizio delle sue attribuzioni istituzionali, non essendo in particolare prevista la facoltà di proporre opposizione avverso il provvedimento del magistrato di sorveglianza; infine, l’art. 24 Cost., perché l’omessa previsione della notifica del provvedimento di espulsione al difensore del condannato ne menoma l’esercizio del diritto di difesa ai fini della presentazione dell’opposizione al tribunale di sorveglianza;
dichiara la manifesta infondatezza
delle questioni di legittimità costituzionale
dell’art. 16, comma 5 e seguenti, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), come modificato dalla legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), sollevate, in riferimento agli artt. 2, 3, 13, 24, 25, secondo comma, 27, 97, 101, secondo comma, 102, primo comma, e 111, commi primo e secondo, della Costituzione, dai Magistrati di sorveglianza di Alessandria, Cagliari, Reggio Emilia e Bologna, con le ordinanze in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l’8 luglio 2004. Il Presidente: Zagrebelsky
Il redattore: Neppi Modona

References: art. 16
 sentenza 
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