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Timestamp: 2018-01-24 05:23:55+00:00

Document:
Anatocismo - contestazione estratti conto. Tribunale di Catania - Sez. IV civ. 5 - 6 agosto 2010
Lavoro PP. AA.
Tracciatura Posta
Giudice Fichera
La corresponsione di interessi ultralegali, in assenza di valida pattuizione, lungi dall'essere avvertita come un obbligo "naturale", è percepita dalla coscienza comune scaturente dalla posizione di forza del contraente banca.
La mancata contestazione degli estratti conto via via inviati al correntista può comportare l'incontestabilità delle operazioni contabili annotate ma nessun effetto sanante può spiegare su profili di validità del contratto, né può valere ad integrare il contenuto del contratto in relazione a pattuizioni mancanti.
Se il saldo del conto corrente può essere ricostruito in modo attendibile solo in presenza di tutti gli estratti conto, deve rilevarsi che tale conclusione non può acriticamente, accettarsi quando sia il correntista a rivestire il ruolo di attore in giudizio.
Omissis conveniva in giudizio la Banca omissis. Esponeva di aver intrattenuto con la convenuta il rapporto di conto corrente n. omissis dal 1982 al 15.6.04. Lamentava: a) la nullità (ex art. 1284 c.c.) della clausola determinativa del tasso di interesse mediante il rinvio, per relationem, agli usi su piazza; b) la nullità della clausola che prevede la capitalizzazione trimestrale degli interessi in quanto causa di anatocismo; c) l'applicazione di commissioni e spese non dovute.
Tanto esposto, chiedeva di accertare - tenuto conto delle nullità presentate dal contratto di conto corrente - l'esatto ammontare del saldo del conto corrente e di condannare la banca alla restituzione di quanto indebitamente percepito.
La banca convenuta, costituitasi, eccepiva in via preliminare la prescrizione decennale. Nel merito, contestava puntualmente e sotto ogni profilo la fondatezza della domanda proposta e ne chiedeva il rigetto.
In corso di causa veniva esperita ctu.
All'udienza del 30.03.10 la causa veniva posta in decisione, assegnando i termini di legge.
La domanda proposta nei confronti di Unicredit Banca spa è infondata per difetto di legittimazione passiva della stessa, avendo essa trasferito il ramo d'azienda afferente ai rapporti "corporate" (nel quale rientra quello in esame) a Unicredit Banca d'Impresa spa a seguito di scissione parziale del 01.01.03.
La domanda proposta nei confronti di UniCredit Banca d'Impresa spa è fondata e va, pertanto, accolta.
Il termine di prescrizione dell'azione di ripetizione dell'indebito volta ad ottenere la restituzione delle somme trattenute dalla banca a titolo di interessi è il termine ordinario decennale di cui all'art. 2946 c.c. ed inizia a decorrere dalla chiusura del conto corrente.
Tale rapporto contrattuale, infatti, è un rapporto di durata che si connota per la sua unitarietà e dà luogo ad un unico rapporto anche se articolato in una pluralità di atti esecutivi e, dunque, è soltanto con la chiusura del conto che si stabiliscono definitivamente i crediti e i debiti delle parti (cfr. Cassazione civile, sez. I, 9 aprile 1984 n. 2262, Corte Appello Lecce 22.10.2001 in Foro It. 2002, I, 555).
Non può poi applicarsi la prescrizione quinquennale di cui all'art. 2948 n. 4 c.c. relativa agli interessi perché questa norma riguarda gli interessi dovuti mentre l'azione di ripetizione ha ad oggetto gli interessi non dovuti, cioè l'indebito.
Poste tali premesse in linea di principio, si rileva che - avuto riguardo alla data di chiusura del rapporto ed alla data di notificazione dell'atto introduttivo del presente giudizio - la prescrizione non è maturata con conseguente infondatezza della relativa eccezione.
SOLUTI RETENTIO EX ART. 2034 CC
La banca convenuta con la domanda di ripetizione dell'indebito ha eccepito che il pagamento di interessi in misura superiore a quella dovuta costituisce adempimento di un'obbligazione naturale e che, pertanto, non ne è dovuta la restituzione.
La linea difensiva esposta dalla banca ricalca l'impostazione tradizionale secondo la quale il pagamento di interessi in misura ultralegale, pur non validamente pattuita, costituiva adempimento di un'obbligazione naturale in quanto effettuato in conformità di doveri sociali morali e sociali con conseguente irripetibilità della somma pagata.
Il concetto di dovere morale e sociale è per antonomasia contingente e mutevole e deve essere oggetto di indagine caso per caso da parte dell'interprete con riferimento alla valutazione corrente nella società attuale. Tale valutazione induce a ritenere che il pagamento di interessi in misura non validamente pattuita superiore al tasso legale non può più - ammesso che lo fosse prima - considerarsi conforme all'etica sociale e che quindi sia avvenuto spontaneamente perché il correntista si riteneva socialmente tenuto all'adempimento.
In realtà la corresponsione di interessi ultralegali, in assenza di valida pattuizione, lungi dall'essere avvertita come un obbligo "naturale", è percepita dalla coscienza comune scaturente dalla posizione di forza del contraente banca.
Non può, in definitiva, applicarsi la disciplina delle obbligazioni naturali in quanto manca la spontaneità dell'adempimento, essendo la banca che, valendosi della propria posizione di contraente forte, unilateralmente, addebita gli interessi sul conto senza autorizzazione del cliente (cfr. Cassazione civile, sez. I, 9 aprile 1984 n. 2262).
Ciò trova riscontro nella più recente legislazione in materia bancaria che ha dettagliatamente disciplinato le convenzioni relative ai tassi praticati nelle operazioni bancarie sanzionando con nullità le pattuizioni difformi e configurando come reato la pattuizione di interessi superiori al tasso soglia.
MANCATA CONTESTAZIONE DEGLI ESTRATTI CONTO
INCOMPLETEZZA DEGLI ESTRATTI DI CONTO CORRENTE
La convenuta ha eccepito l'incompletezza degli estratti del conto corrente rilevando che ciò comporta la mancata prova della domanda e l'inattendibilità della c.t.u.
Risulta provato che il rapporto di conto corrente è iniziato in data anteriore rispetto al primo degli estratti conto prodotti in atti, palesandosi così: a) la mancanza parziale degli estratti conto; b) l'esistenza senza soluzione di continuità degli estratti conto dal 1995 in poi fino alla chiusura del conto.
In questa situazione l'incompletezza degli estratti del conto corrente - determinata peraltro anche dalla mancata ottemperanza della convenuta all'ordine di esibizione emesso ex art. 210 cpc - non produce effetti ostativi alla verifica del saldo del conto corrente.
Per quanto in linea di principio sia corretto ritenere che il saldo del conto corrente può essere ricostruito in modo attendibile solo in presenza di tutti gli estratti conto, deve rilevarsi che tale conclusione non può, acriticamente, accettarsi quando sia il correntista a rivestire il ruolo di attore in giudizio.
L'omessa produzione integrale degli estratti conto - ove quelli prodotti non presentino soluzione di continuità e coprano un intero periodo che cessa con la chiusura del conto - non comporta un'impossibilità di ricalcolo del saldo ma solo l'impossibilità di pervenire all'esatto saldo.
Venendo alla fattispecie in esame, la mancanza di parte degli estratti conto (dall'inizio del rapporto al 1995) comporta che detto periodo non può essere oggetto di ricalcolo e che il ricalcolo può (e deve) avvenire prendendo quale saldo iniziale quello recato dal primo estratto conto disponibile.
Vero che, come detto, il risultato cui perviene il c.t.u. non può rappresentare l'esatto saldo (in mancanza di una parte degli estratti conto) ma ciò rappresenta esclusivamente un pregiudizio per l'attore in quanto se gli estratti conto fossero stati acquisiti nella loro integralità il credito che - all'esito del ricalcolo del saldo - l'attore vanta verso la banca convenuta sarebbe stato ben maggiore.
Il parziale inadempimento dell'onere probatorio non si riverbera, dunque, sulla idoneità della prova documentale a fondare la domanda, né sulla attendibilità della c.t.u. (nel senso che come detto l'inattendibilità è riferibile non ai calcoli eseguiti ma esclusivamente all'impossibilità di determinare il saldo in relazione all'intera durata del rapporto; fatto, questo, che per le ragioni sopra esposte non impedisce, tuttavia, l'utilizzazione della relazione del c.t.u. per l'accertamento del - parziale e ridotto - credito vantato dall'attore).
TASSO INTERESSE.
Il contratto di conto corrente in esame presenta l'assoluta indeterminatezza del tasso di interesse (nel senso che ne è stata del tutto omessa l'indicazione). La (valida) previsione di un tasso di interesse ultralegale presuppone un'apposita pattuizione scritta in assenza della quale non può che procedersi all'applicazione del tasso legale.
È il caso di precisare che il requisito della determinazione del tasso ultralegale per iscritto non può ritenersi soddisfatto per effetto della successiva comunicazione del tasso applicato (che di solito è contenuta negli estratti conto periodicamente inviati dalla banca al correntista) non potendo tali successive unilaterali comunicazioni valere ad integrare un requisito di validità del contratto che doveva sussistere al momento della stipula.
Le difese di entrambe le parti palesano che il tasso di interesse sarebbe stato determinato mediante il rinvio agli usi su piazza.
Su tale questione, ritiene questo giudice condivisibile l'orientamento ormai consolidato espresso dalla Corte regolatrice (cfr. Cass. civ. sez. I, 23 settembre 2002 n. 13823; Cass. civ. sez. I, 28 marzo 2002 n. 4490, in Giust. civ. 2002, I, 1857; Cass. civ. sez. I, 1 febbraio 2002 n. 1287, in Foro it. 2002, I, 1411; Cass. civ. sez. III, 18 aprile 2001 n. 5675; Cass. civ. sez. III, 15 novembre 2000 n. 15024, in Giust. civ. 2001, I, 689; Cass. civ. sez. I, 19 luglio 2000 n. 9465, in Foro it. 2001, I, 155; Cass. civ. sez. I, 23 giugno 1998 n. 6247; Cass. civ. sez. I, 11 maggio 1998 n. 4735, in BBTC 2000, II, 110; orientamento fatto proprio anche da questo Tribunale: cfr. Trib. Catania, decr., 29-7-1998 e Pret. Catania, decr. 30-7-1998, entrambi in Foro it., 1998, I, 2997, nonché Trib. Catania, ord., 4-5-2000 ed, altresì, nello stesso senso, tra le tante, Trib. Catania, 5 ottobre 2000, Banca di Roma c. Fall. Maiorca; Trib. Catania, 8 febbraio 2001, Banco di Sicilia c. Fall. Rizzo; Trib. Catania, 17 ottobre 2003, Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. c. Fallimento s.d.f. Grasso-Brancato), in virtù del quale, pur riconoscendosi che il requisito della determinatezza del saggio può essere soddisfatto anche per relationem attraverso il richiamo a criteri prestabiliti ed elementi estrinseci, purché obiettivamente individuabili, viene oggi negata univocità alla clausola contenuta nelle Nub e normalmente utilizzata nei contratti di conto corrente bancario che, in assenza di una precisa determinazione numerica del saggio di interessi contrattualmente adottato, si limita ad un mero riferimento alle condizioni usualmente praticate sulla piazza. Clausola, questa, esplicitamente ritenuta illegittima dalla legge n. 154/92 e, seppure con la configurazione della mera nullità relativa, dal D.Lgs. n. 385/93, che la giurisprudenza di legittimità ritiene oggi comunque in contrasto con il disposto dell'art. 1284 c.c., perché la determinazione per relationem può considerarsi sufficiente soltanto ove esistano vincolanti discipline del saggio fissate su scala nazionale (cfr. Cass. nn. 9465/00 e 5675/01 cit.), mentre è noto che gli accordi di cartello, spesso richiamati a sostegno del contrario orientamento per lungo tempo espresso dalla Suprema Corte, non costituiscono parametro centralizzato e vincolante (limitandosi le rilevazioni effettuate e diffuse dall'ABI e dalla Banca d'Italia a recepire i tassi mediamente applicati dagli istituti di credito) sì che i tassi variano da piazza a piazza e da cliente a cliente, senza assicurare quel grado di certezza imposto dall'art. 1346 c.c..
La violazione dei suesposti principi comporta l'indeterminatezza del tasso di interesse e la nullità della relativa clausola con la conseguenza che il rapporto andrà regolato con l'applicazione del tasso legale di interesse.
L'applicazione al rapporto del tasso legale per le ragioni sopra esposte comporta l'assorbimento di ogni questione relativa alla verifica del rispetto del tasso soglia.
APPLICAZIONE TASSO SOSTITUTIVO
Il contratto di conto corrente in esame risulta stipulato in data anteriore all'entrata in vigore della L. 154/92 (entrata in vigore il 9.7.1992) ed, ovviamente, del successivo D.Lgs. 385/1993 (T.U.L.B.).
Posto che la citata normativa è irretroattiva non può applicarsi alla fattispecie e non può, quindi, procedersi alla sostituzione del tasso di interesse debitore applicato dalla banca con il criterio integrativo di cui all'art. 5 della legge n. 154/92 né con quello di cui all'art. 117, comma settimo, Tulb alla luce dell'univoco disposto dell'art. 166, comma sesto, Tulb.
TASSO INTERESSE APPLICABILE AL SALDO CREDITORE
Il ricalcolo del saldo del conto corrente è stato eseguito applicando sulle poste a credito del correntista il tasso di interesse legale.
La banca convenuta ritiene che tale remunerazione del capitale non sia corretta non potendosi pretendere per gli intessi attivi il requisito della pattuizione scritta richiesto dall'art. 1284 c.c. e sostiene che andasse applicato il tasso creditore convenzionale.
Tale tesi non convince. Premesso che è indubitabile che il saldo creditore debba essere remunerato tramite corresponsione di un interesse, la necessità di individuare la misura della remunerazione nasce proprio dalla constatazione che, sul punto, il contratto di conto corrente non presenta alcuna pattuizione.
Tale problema non può però essere risolto ritenendo applicabile il tasso di interesse creditore di volta in volta applicato dalla banca sol perché non ultralegale e, quindi, non necessitante di pattuizione scritta. Si tratterebbe, infatti, di determinazione di una delle clausole contrattuali rimessa alla unilaterale ed arbitraria volontà di una delle parti.
In ipotesi, a conclusioni diverse sarebbe potuto giungersi ove si fosse allegata e provata la determinabilità (al momento della stipula del contratto) per relationem del tasso di interesse creditore. Tale prova, tuttavia, manca.
Rimane, quindi, da determinare il tasso di interesse creditore applicabile. La questione può, tuttavia, agevolmente risolversi sulla base del disposto dell'art. 1284, co. 2, c.c. a mente del quale "allo stesso saggio (cioè legale) si computano gli interessi convenzionali, se le parti non ne hanno determinato la misura".
Posta tale conclusione, appare corretta l'applicazione del tasso di interesse legale sul saldo creditore.
CLAUSOLA DI CAPITALIZZAZIONE TRIMESTRALE DEGLI INTERESSI DEBITORI
La problematica della c.d. capitalizzazione degli interessi è stata al centro di un deciso (ed ormai noto) revirement della giurisprudenza della Suprema Corte.
La Corte di legittimità che per lunghi anni aveva ritenuto, con orientamento costante, che nella materia de qua sussistessero usi normativi idonei a consentire, in deroga all'art. 1283 c.c., l'anatocismo nei rapporti bancari, nella forma della capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente alla banca (cfr. Cass. civ. sez. I, 18 dicembre 1998 n. 12675 e Cass. civ. sez. I, 17 aprile 1997 n. 3296).
Negli ultimi anni, con un orientamento, inaugurato dalla decisione n. 2374/99 (cfr. Cass. civ. sez. I, 23 marzo 1999 n. 2374, in Foro it. 1999, I, 1153) e rapidamente consolidatosi (cfr. Cass. civ. sez. III, 30 marzo 1999 n. 3096, in Giust. civ. 1999, I, 1585; Cass. civ. sez. I, 11 novembre 1999 n. 12507, in Corr. giur. 1999, 1485, nonché, da ultimo, Cass. civ. sez. I, 20 agosto 2003 n. 12222; Cass. civ. sez. I, 13 giugno 2002 n. 8442, in Giust. civ. 2002, I, 2109; Cass., s.u., 21095/04), nel rivisitare l'argomento che occupa, la S.C. ha negato la natura normativa degli usi in materia bancaria, che consentivano di garantire legittimità all'anatocismo bancario (sub specie di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti alla banca dal cliente), in deroga alla regola generale sancita dall'art. 1283 c.c. e ritenuto la nullità delle clausole bancarie che prevedevano gli interessi anatocistici.
Sul punto, il Tribunale di Catania, con orientamento dal quale non sussistono ragioni per discostarsi, ha seguito in numerose sentenze l'iter argomentativo sposato dalla Corte di legittimità nelle segnalate decisioni che prende le mosse proprio dalla incontroversa affermazione in virtù della quale solo gli usi normativi possono consentire una deroga al divieto dell'anatocismo sancito dall'art. 1283 c.c., per poi pervenire a negare che "le cosiddette norme bancarie uniformi in materia di conto corrente di corrispondenza e servizi connessi, predisposte dall'ABI (per la prima volta con effetto dall'1-1-1952), nella parte in cui dispongono che i conti che risultino anche saltuariamente debitori siano regolati ogni trimestre e che con la stessa cadenza, gli interessi scaduti producano ulteriori interessi, attestino l'esistenza di una vera e propria consuetudine", concretandosi le stesse in mere prassi negoziali "cui non può riconoscersi efficacia di fonti di diritto obiettivo se non altro per l'evidente difetto dell'elemento soggettivo della consuetudine. Dalla comune esperienza emerge, infatti, che l'inserimento di clausole prevedenti la capitalizzazione degli interessi ogni tre mesi a carico del cliente (ed ogni anno a carico della banca) è acconsentito da parte dei clienti non in quanto esse siano ritenute conformi a norme di diritto oggettivo già esistenti, ma in quanto comprese nei moduli predisposti dagli istituti di credito, in conformità con le direttive dell'associazione di categoria, insuscettibili di negoziazione individuale e la cui sottoscrizione costituisce al tempo stesso presupposto indefettibile per accedere ai servizi bancari. Atteggiamento psicologico ben lontano da quella spontanea adesione a un precetto giuridico in cui, sostanzialmente, consiste l'opinio iuris ac necessitatis, se non altro per l'evidente disparità di trattamento che la clausola stessa introduce tra interessi dovuti dalla banca e interessi dovuti dal cliente".
Può così conclusivamente ritenersi che "la capitalizzazione trimestrale degli interessi da parte della banca sui saldi di conto corrente passivi per il cliente non costituisce un uso normativo, ma un uso negoziale, essendo stata tale diversa periodicità della capitalizzazione (più breve rispetto a quella annuale applicata a favore del cliente sui saldi di conto corrente per lui attivi alla fine di ciascun anno solare) adottata per la prima volta in via generale su iniziativa dell'ABI nel 1952 e non essendo connotata la reiterazione del comportamento dalla opinio iuris ac necessitatis" (cfr. Cass. civ. sez. III, 30 marzo 1999 n. 3096 cit., in motivazione).
Neppure può trovare accoglimento la tesi della banca convenuta secondo cui almeno per il periodo anteriore al c.d. revirement giurisprudenziale, inaugurato da Cass. n. 2374/99, dovrebbe ritenersi sussistere l'uso normativo che renderebbe legittima la capitalizzazione trimestrale.
Per fondare tale conclusione è sufficiente richiamare Cass. s.u. n. 21095/04 secondo cui "... le clausole anatocistiche stipulate in precedenza, siffatte clausole, secondo i principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, sono disciplinate dalla normativa anteriormente in vigore e, quindi, sono da considerare nulle in quanto stipulate in violazione dell'art. 1283 c.c., perché basate su un uso negoziale, anziché su un uso normativo, mancando di quest'ultimo il necessario requisito soggettivo, ... Infatti, va escluso che detto requisito soggettivo sia venuto meno soltanto a seguito delle decisioni della Corte di cassazione che, a partire dal 1999, modificando il precedente orientamento giurisprudenziale, hanno ritenuto la nullità delle clausole in esame, perché non fondate su di un uso normativo, dato che la funzione della giurisprudenza è meramente ricognitiva dell'esistenza e del contenuto della regola, non già creativa della stessa, e, conseguentemente, in presenza di una ricognizione, anche reiterata nel tempo, rivelatasi poi inesatta nel ritenerne l'esistenza, la ricognizione correttiva ha efficacia retroattiva, poiché, diversamente, si determinerebbe la consolidazione "medio tempore" di una regola che avrebbe la sua fonte esclusiva nelle sentenze che, erroneamente presupponendola, l'avrebbero creata".
Tanto premesso, deve escludersi che la capitalizzazione degli interessi con computo trimestrale applicata dalla banca al contratto di conto corrente garantito da fideiussione possa ritenersi conforme al principio inderogabile sancito dall'art. 1283 c.c., sì che la stessa, in quanto affetta da nullità assoluta, suscettibile anche di rilievo officioso da parte dell'organo decidente, non va presa in considerazione ai fini della determinazione del credito vantato dalla banca.
Va, infine, disatteso l'assunto della banca ricorrente in base al quale andrebbe comunque conteggiata la capitalizzazione con periodicità semestrale ovvero annuale.
La tesi della capitalizzazione annuale degli interessi è stata sposata da un settore della giurisprudenza di merito che ha implicitamente ritenuto, sebbene le pronunce non presentino sul punto motivazioni particolarmente diffuse, l'esistenza di un uso normativo che consenta una convenzione anatocistica antecedente alla scadenza degli interessi, pena la nullità della capitalizzazione degli interessi dovuti dalla banca al cliente (cfr. Trib. Monza, 16 febbraio 1999, e Trib. Terni, 16 gennaio 2001, in Foro it. 2001, I, 1772 i quali affermano rispettivamente, e senza ulteriore motivazione sul punto, il primo che "il credito della banca ... deve essere ricalcolato ... mediante applicazione del diverso criterio di capitalizzazione applicato dalla banca alla propria clientela" e il secondo che "l'importo dovuto ... dovrà essere rideterminato attraverso la capitalizzazione annuale, e non più trimestrale, degli interessi").
Siffatta opinione non trova, a ben vedere, riscontro nel sistema del diritto positivo: non è infatti dato rinvenire alcun uso normativo che consenta la capitalizzazione annuale degli interessi in modo da sfuggire alla sanzione prevista dall'art. 1283 c.c..
Autorevole indirizzo dottrinario, partendo dalla premessa che la produzione di interessi su interessi (scaduti) non sia altro che una forma (forfettaria) di risarcimento del danno da inadempimento dell'obbligazione di interessi e che l'art. 1283 c.c. abbia la funzione di consentire la liquidazione convenzionale di tale danno solo al ricorrere delle condizioni previste nella norma (interessi dovuti da almeno sei mesi, posteriorità della convenzione), ha osservato: a) che un meccanismo anatocistico legale deve ovviamente basarsi su condizioni diverse, "sostitutive" di quelle espresse dall'art. 1283 c.c., in particolare per quel che concerne la periodicità di capitalizzazione; b) il divieto di cui all'art. 1283 c.c. investe il fenomeno degli interessi scaduti e presuppone, pertanto, il ritardo del debitore nell'adempimento il quale genera interessi; c) la fonte di tale meccanismo andrebbe individuata nell'art. 1284 c.c., norma che - nell'affermare che "il saggio di interessi legale è determinato ... in ragione di anno" - non si limiterebbe a risolvere un problema di determinazione della misura del tasso degli interessi dovuti per legge, ma conterrebbe un'altra regola (o indicherebbe l'esistenza di un principio latente nel sistema): quella, in difetto di patto diverso, della scadenza annuale dell'obbligazione degli interessi, sicché se per legge gli interessi "scadono" ogni anno (in mancanza di diversa convenzione o uso), in questo momento si producono tutti gli effetti propri della scadenza dell'obbligazione, per cui, trattandosi di obbligazione pecuniaria, scatterà il meccanismo del danno secondo la regola dell'art. 1224 c.c..
La tesi ora riferita, seppure suggestiva, non appare condivisibile, esponendosi ai seguenti rilievi critici:
a) se il legislatore avesse voluto dettare una regola quale quella in discorso, l'avrebbe formulata in via espressa, tenuto conto dello sfavore che il nostro ordinamento - e la cultura giuridica che lo ispira - ha mostrato in passato e mostra, a ben vedere, tuttora per il principio della fecondità del denaro e, comunque, dell'attenzione che dedica al tema degli interessi (si pensi, a tacer d'altro, alla pervasività del disposto dell'ultimo comma dell'art. 1284 c.c.), e l'avrebbe inserita non già nell'art. 1284 c.c., bensì nell'art. 1283 c.c. che è la norma che si occupa specificamente di anatocismo;
b) risulterebbe singolare, perché in distonia con il noto (e comunemente accolto) principio di accessorietà dell'obbligazione di interessi rispetto all'obbligazione principale, la previsione per cui, salva espressa convenzione delle parti, l'obbligazione per prima indicata presenti una scadenza autonoma rispetto alla seconda;
c) risulta erronea la premessa dalla quale muove la tesi qui criticata, id est la qualificazione degli interessi (sia semplici che anatocistici) che decorrono in costanza di rapporto di conto corrente come moratori. I detti interessi, infatti, non hanno natura moratoria, trattandosi piuttosto di interessi compensativi (cfr. Cass. civ. sez. I, 17 aprile 1999 n. 3845, secondo cui "gli interessi maturati nel corso del rapporto hanno natura compensativa e sono quindi diversi da quelli - di natura moratoria - dovuti sul saldo finale del conto").
Come non può dirsi riuscito il tentativo di individuare un criterio positivo ex lege di capitalizzazione annuale degli interessi, correlandolo al disposto dell'art. 1284 c.c., così siffatto principio non sembra poter essere ricavato da altre singole disposizioni che, in ipotesi, prevedano la capitalizzazione annuale con una ricorrenza tale da far ritenere che questa particolare "cadenza anatocistica" costituisca la regola legale (eventualmente applicabile analogicamente), in mancanza di una diversa pattuizione delle parti o di usi.
Gli esempi in cui singole leggi (o altri atti normativi) hanno previsto la produzione di interessi sugli interessi, indicando l'anno come periodo da considerare ai fini della capitalizzazione - ipotesi che coesistono con fattispecie che vietano espressamente l'anatocismo -, non sembra possano considerarsi indicativi di un principio generale che in ogni tipo di rapporto e a favore di qualsiasi creditore preveda come "normale" (in mancanza di convenzione delle parti o di domanda giudiziale) la capitalizzazione annuale degli interessi.
La tesi dell'ammissibilità della capitalizzazione annuale degli interessi è stata fatta discendere anche dal disposto dell'art. 1232 cod. civ. del 1865 il quale prevedeva che "l'interesse convenzionale o legale di interessi scaduti per interessi civili non comincia a decorrere, se non quando trattasi di interessi dovuti per un'annata intera". In siffatta prospettiva le varie raccolte di usi accertati presso le camere di commercio potrebbero avere valenza normativa almeno nella parte in cui fanno riferimento all'ipotesi di capitalizzazione annuale, limitandosi a recepire una previsione normativa preesistente allo stesso codice civile del 1942.
Sul punto, va osservato, per quanto occupa, che il codice civile del 1865 non prevedeva affatto la capitalizzazione degli interessi sulla sola base che "trattasi di interessi dovuti per un'annata intera", subordinando, di contro, l'anatocismo, oltre che alla scadenza degli interessi da almeno un anno, alla ulteriore compresenza della domanda giudiziale ovvero della convenzione posteriore: situazione, questa, del tutto analoga, eccezion fatta per il riferimento al termine annuale, a quella tenuta in considerazione dall'art. 1283 c.c. (Trib. Brindisi, 13 maggio 2002, cit.).
D'altro canto, come già evidenziato in giurisprudenza, poiché l'inadempimento dell'obbligazione di pagamento degli interessi non resta privo di risposta da parte dell'ordinamento, essendo sanzionato il detto inadempimento dalla somma via via crescente che il debitore dovrà pagare a titolo di interessi per il protrarsi del proprio inadempimento, non risulta in alcun modo necessario escogitare rimedi idonei a colmare inesistenti vuoti di tutela.
Non sembra condivisibile neppure l'opinione di quanti ritengono ipotizzabile una capitalizzazione semestrale, in luogo di quella trimestrale invalida.
È nota a questo giudice la posizione di un settore della giurisprudenza di merito per cui la regola in parola troverebbe fondamento nella esistenza, prima del codice del 1942, di usi normativi che prevedevano la capitalizzazione semestrale degli interessi a favore delle banche - legittimamente formatisi posto che i limiti posti dal legislatore del 1865 nell'art. 1232 c.c., riguardavano l'anatocismo in materia civile e non in quella commerciale, per la quale la norma rinviava agli usi - e tenuti in conto dal disposto dell'art. 1283 c.c.. vigente (cfr., in tal senso: Trib. Monza, 7 maggio 2002, in Giur. milanese, 2002, 312; Trib. Monza, 23 agosto 2002, in Giur. merito, 2003, 244).
E, tuttavia, il riferito indirizzo ermeneutico non sembra idoneo a superare il rilievo in base al quale, anche a ritenere esistenti gli usi anzidetti anteriori al codice del 1942, essi sono caduti in desuetudine, a seguito dell'affermazione della prassi della capitalizzazione trimestrale.
Non appare, del resto, applicabile, nella specie, l'istituto della "conversione" della clausola di capitalizzazione trimestrale in una clausola di capitalizzazione semestrale (conforme all'art. 1283 c.c.) - sul presupposto che ciò si possa considerare conforme all'ipotetica volontà delle parti se avessero avuto consapevolezza della nullità della clausola - atteso che: i) nel nostro ordinamento la conversione ex art. 1424 c.c. riguarda l'intero contratto illecito per contrarietà a norma imperativa, all'ordine pubblico e al buon costume e non la singola clausola, con riguardo alla quale sono previste altre tecniche di intervento (nullità parziale, sostituzione automatica di clausole, etc.).
Anche il tentativo di riferirsi all'istituto della "sostituzione automatica di clausole" - in base al quale si considera di diritto inserito nel contratto, in sostituzione della clausola anatocistica nulla, il termine di capitalizzazione di sei mesi di cui all'art. 1283 c.c. - non è rimasto esente da rilievi critici.
Basta qui richiamare quanto osservato da autorevole dottrina sul punto e cioè che l'art. 1283 c.c. contiene un precetto di liceità e non di doverosità della capitalizzazione semestrale degli interessi, sicché a rigore il termine in questione non può dirsi imposto dalla legge (come sembrerebbe richiedere l'art. 1339 c.c.); né la clausola di capitalizzazione degli interessi può ritenersi essenziale ai fini e per gli effetti di cui all'art. 1419 co. 1 c.c., avuto riguardo al tenore dell'art. 117, comma 7 del D. Lgs. n. 385/93 che individua un meccanismo di sostituzione automatica in altre fattispecie (ipotesi di mancata indicazione del tasso di interesse - in violazione del comma 4 - o di indicazione della stessa mediante rinvio agli usi - in violazione del comma 6).
CAPITALIZZAZIONE POST DELIBERA CICR 09.02.2000
La convenuta assume che in ogni caso la capitalizzazione degli interessi operata sarebbe da ritenersi legittima in applicazione dell'art. 7, co. 2, della delibera CICR del 09.02.2000, almeno per il periodo successivo alla detta delibera.
Tale tesi, a giudizio del decidente, non può essere condivisa, atteso che la norma appena citata deve essere disapplicata trattandosi di atto regolamentare illegittimo (così, Trib. Torino, 05.10.07, in Foro it., 2008, I, 646). In vero, l'art. 120, co. 3, del d.lgs. 385/93, introdotto dall'art. 25, co. 3, d.lgs. 342/99, prevedeva che "le clausole contenute nei contratti stipulati anteriormente all'entrata in vigore della delibera di cui al comma 2 sono valide ed efficaci fino a tale data e dopo di essa devono essere adeguate al disposto della menzionata delibera che stabilirà altresì le modalità e i tempi di adeguamento".
Tale norma, tuttavia, è stata dichiarata incostituzionale (con sentenza n. 425/00) e, dunque, l'acclarata l'inefficacia ex tunc di quella norma avente forza di legge (il citato art. 120, co. 3, T.U.B.) che conferiva al CICR la potestà di dettare disposizioni transitorie di natura regolamentare per i contratti bancari in corso, si è indefettibilmente riverberata sulla norma secondaria adottata (art. 7 delibera C.I.C.R. 7.2.2000), la quale in parte qua deve ritenersi illegittima, poiché chiamata a derogare una disciplina avente forza di legge senza alcun fondamento in una norma di pari grado.
Il contratto di conto corrente non prevede alcunché in merito (e ciò rende illegittima la pretesa della convenuta del pagamento di tale inesistente elemento contrattuale).
La c.m.s. non può, dunque, trovare applicazione nel ricalcolo del saldo.
IMPUTAZIONE DEI VERSAMENTI EFFETTUATI DAL CORRENTISTA
Il Tribunale di Catania ha sovente fatto applicazione del criterio dettato dall'art. 1194 c.c., per l'imputazione delle rimesse effettuate dal correntista sul conto corrente.
A siffatta conclusione il Tribunale è pervenuto non tanto sulla base della norma dell'art. 1194 c.c., inapplicabile alla subiecta materia per l'insussistenza dei presupposti cui l'ordinamento ne subordina l'applicazione, quanto piuttosto in considerazione, per un verso, dei principi che sovrintendono la disciplina dettata dal legislatore in tema di interessi e, per altro verso, della regolamentazione pattizia intercorsa tra le parti del rapporto contrattuale oggetto di causa.
La costante giurisprudenza della Corte regolatrice è, in vero, nel senso che la disposizione prevista dal citato art. 1194 c.c. - secondo cui il debitore non può imputare il pagamento al capitale piuttosto che agli interessi e alle spese senza il consenso del creditore - presuppone la simultanea esistenza della liquidità e della esigibilità sia del credito per capitale che del credito accessorio (per interessi o per spese), sicché fino a quando sia incerto, illiquido o inesigibile il credito per capitale o quello accessorio, il debitore non è soggetto al divieto di imputare il pagamento al capitale (cfr. Cass. civ. sez. III, 27 luglio 2001 n. 10281; Cass. civ. sez. III, 26 giugno 1997 n. 5707; Cass. civ. sez. lav., 1 luglio 1994 n. 6228; Cass. civ. sez. III, 18 ottobre 1991 n. 11014; Cass. civ. sez. III, 8 marzo 1988 n. 2352).
Ora, è ius receptum che i saldi passivi trimestrali (o anche a diversa cadenza temporale) in corso di rapporto e prima della chiusura del conto corrente bancario non possono qualificarsi quali debiti liquidi ed esigibili ad opera dell'istituto bancario, sì da potere ad essi imputare, alla stregua dei criteri indicati dall'art. 1194 c.c., le rimesse via via effettuate sul conto dal correntista.
Posta tale premessa in linea di principio, può, comunque, pervenirsi alla conclusione che le rimesse effettuate dal correntista debbano essere imputate prima agli interessi contabilizzati periodicamente nel corso del rapporto e poi al capitale.
Deve, infatti, evidenziarsi come nel contratto di conto corrente con apertura di credito, il correntista usufruisce di una certa somma di danaro messagli a disposizione dalla banca, sicché è ovvio che gli interessi maturati in relazione a tale disponibilità vanno ricompresi tra quelli cc.dd. corrispettivi o compensativi, ovverosia dovuti per il semplice godimento del capitale.
Devesi osservare che la regolamentazione pattizia del rapporto di conto corrente bancario, fino al mutato orientamento giurisprudenziale in materia di capitalizzazione trimestrale, contemplava all'art. 7 co. 2 n.u.b. la previsione della contabilizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal correntista: "i conti che risultino, anche saltuariamente, debitori vengono chiusi contabilmente, in via normale, trimestralmente ... applicando agli interessi dovuti dal correntista e alle competenze di chiusura valuta data di regolamento del conto...".
Ora, se è vero che la clausola summenzionata deve ritenersi affetta da nullità, per come sopra evidenziato, avuto riguardo, tra l'altro, alla parte in cui prevede il c.d. anatocismo bancario per violazione dell'art. 1283 c.c., vero è anche che la detta clausola nelle sue due articolazioni segnalate (commi 2 e 3) mantiene una sua rilevanza giuridica ai fini della ricostruzione della comune volontà negoziale delle parti, con particolare riferimento alla debenza degli interessi dovuti dal correntista sulle somme messegli a disposizione dalla banca.
Non può infatti seriamente dubitarsi del fatto che gli interessi in questione risultino dovuti, alla stregua della pattuizione citata, a cadenza trimestrale, in forza della chiusura contabile del conto prevista per l'appunto alla fine di ogni trimestre.
Il fatto, poi, che la clausola in esame non possa ritenersi operante ai fini della capitalizzazione trimestrale non toglie che essa valga ad individuare la debenza degli interessi alla fine di ogni trimestre.
Non appare configurabile nel sistema alcuna norma che precluda alle parti di prevedere una scadenza trimestrale della obbligazione da interessi per la messa a disposizione di somme di denaro da parte dell'istituto bancario.
Siffatta scadenza trimestrale risulta emergere dalla chiusura contabile con pari cadenza del conto.
La facoltà per il correntista di utilizzare del denaro messogli a disposizione dalla banca e, soprattutto, la facoltà allo stesso espressamente riconosciuta dal contratto di ripristinare l'originaria disponibilità non incide sulla debenza periodica degli interessi quale compenso del capitale messo a disposizione e si spiega semplicemente con la caratteristica strutturale dell'apertura di credito a tempo indeterminato che consente alle parti appunto di procrastinare la fine del rapporto contrattuale, nell'osservanza di quelle condizioni che assicurino la convenienza economica della continuazione nel tempo del rapporto: il ripristino della disponibilità è ovviamente una condizione di sicurezza per la banca.
Nella fattispecie in esame, l'assenza nel contratto di conto corrente di ogni previsione relativa alla capitalizzazione degli interessi rende inapplicabile il ragionamento fin qui esposto e, per conseguenza, l'adozione del criterio di imputazione dettato dall'art. 1194 c.c..
Inquadrata la fattispecie nei termini esposti, il saldo del conto corrente in esame risulta esattamente quantificato nella relazione di consulenza redatta dal ctu, in conformità al mandato conferitogli, pienamente condivisibile sia in merito ai criteri di calcolo applicati sia quanto alle conclusioni raggiunte (esposte alla voce "metodo B").
Alla stregua del ricalcolo eseguito, il credito della società attrice risulta pari ad euro 208.806,53.
Unicredit Banca d'Impresa spa va, dunque, condannata al pagamento della detta somma oltre interessi al tasso legale dalla domanda fino al momento del pagamento.
È, invece, infondata la domanda di risarcimento del maggior danno proposta dall'attrice per difetto di prova del maggior danno; l'attrice non ha, infatti, provato (ma neppure allegato) l'impiego del denaro che avrebbe fatto (ove ne avesse avuto la disponibilità) e che avrebbe consentito di lucrare somme maggiori rispetto alla remunerazione al tasso legale del capitale.
Le spese del giudizio, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.
Le spese di ctu, come liquidate nel relativo decreto, vanno definitivamente poste a carico della banca convenuta.
Il giudice unico, definitivamente pronunziando nella causa n. 6075/05 R.G., così statuisce: rigetta la domanda proposta nei confronti di Unicredit Banca spa e compensa interamente le spese del giudizio tra quest'ultima e l'attore; condanna Unicredit Banca d'Impresa spa al pagamento in favore di parte attrice della somma di euro 208.806,53 oltre interessi al tasso legale dalla domanda fino al momento del pagamento; rigetta ogni altra domanda; condanna Unicredit Banca d'Impresa spa al pagamento delle spese del giudizio in favore della società attrice che si liquidano in euro omissis per
spese, euro omissis per diritti ed euro omissis per onorario, oltre spese generali, iva e cpa come per legge; pone le spese di ctu, come liquidate nel relativo decreto, definitivamente a carico di Unicredit Banca d'Impresa spa.
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References: art. 1284
 ART. 2034
 art. 210
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 art. 1424
 sentenza 
 art. 120
 art. 1194
 Cass. 
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 Cass.