Source: https://www.laleggepertutti.it/94069_si-telecamera-nascosta-sul-lavoro-come-prova-del-furto-dei-dipendente
Timestamp: 2019-09-17 09:22:36+00:00

Document:
Sì telecamera nascosta sul lavoro come prova del furto dei dipendenti
Legittima la videosorveglianza dell’investigatore privato e il licenziamento del dipendente scovato a sottrarre soldi dalla cassa: telecamere, furto, appropriazione indebita, controllo.
Il datore di lavoro può incaricare un investigatore privato di inserire una telecamera nascosta sul luogo di lavoro per scovare eventuali reati dei dipendenti, come il furto o la sottrazione di denaro dalla cassa: in tal caso, l’uso della “videosorveglianza” è del tutto legittimo perché non ha la finalità – vietata dallo Statuto dei lavoratori – di controllare il lavoro dei dipendenti.
Le videoriprese effettuate dal datore di lavoro dunque sono utilizzabili nel processo come prova. Non regge la tesi a favore del dipendente secondo cui l’installazione della telecamera sarebbe avvenuta abusivamente perché volutamente nascosta ai dipendenti. Tale obiezione è inaccettabile secondo la Cassazione, secondo cui l’impiego, tramite un investigatore privato, di una telecamera nascosta è legittimo se deciso dal datore di lavoro non per il controllo a distanza dei dipendenti, bensì per la “difesa del patrimonio aziendale, attraverso la documentazione di attività potenzialmente criminose. E, difatti, le videoriprese possono certificare il reato del dipendente, beccato a rubare merce dal magazzino o a sottrarre denaro dalla cassa.
[1] Cass. sent. n. 2890/15
Presidente Iannelli – Relatore Gallo
1. Con sentenza in data 28/2/2014, la Corte di appello di Ancona, in parziale riforma della sentenza dei Tribunale di Ancona, in data 17/1/2011, qualificato il fatto come appropriazione indebita aggravata anziché furto, riduceva la pena inflitta a B.N., rideterminandola in mesi uno di reclusione ed €. 80,00 di multa, confermando le statuizioni civili.
2. La giurisprudenza delle Sezioni penali di questa Corte è pacifica nell’ammettere l’utilizzabilità nel processo penale delle videoriprese effettuate con telecamere installate nei luoghi di lavoro per accertare comportamenti potenzialmente delittuosi. E’ stato statuito, infatti, che sono utilizzabili nel processo penale, ancorché imputato sia il lavoratore subordinato, i risultati delle videoriprese effettuate con telecamere installate all’interno dei luoghi di lavoro ad opera del datore di lavoro per esercitare un controllo a beneficio dei patrimonio aziendale messo a rischio da possibili comportamenti infedeli dei lavoratori, perché le norme dello Statuto dei lavoratori poste a presidio della loro riservatezza non fanno divieto dei cosiddetti controlli difensivi del patrimonio aziendale e non giustificano pertanto l’esistenza di un divieto probatorio (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 20722 del 18/03/2010 Ud. (dep. 01/06/2010 ) Rv. 247588; Sez. 5, Sentenza n. 34842 del 12/07/2011 Ud. (dep. 26/09/2011 ) Rv. 250947) .
3. Nel caso di specie, come rileva la stessa difesa dei ricorrente, il datore di lavoro aveva installato, tramite un investigatore privato una telecamera nascosta nel suo negozio di Ancona, dove risultavano degli ammanchi. Dalle videoriprese emergeva che una dipendente, in più occasioni, si impossessava di somme di denaro ricevute dai clienti. Quindi provvedeva a far installare una telecamera nascosta nel suo negozio di Falconara Marittima, puntata nella zona della cassa. Dall’esame delle videoriprese emergeva che la dipendente B.N. prelevava indebitamente somme dalla cassa. Lo svolgimento dei fatti dimostra in modo inequivocabile che le videoriprese sono state finalizzate, non al controllo dei lavoratori a distanza, come vietato dalla Statuto dei lavoratori, bensì alla difesa dei patrimonio aziendale attraverso la documentazione di attività potenzialmente criminose. Pertanto i risultati delle videoriprese non possono considerarsi prove illegali, illegittimamente acquisite, ex art. 191 cod. proc. pen., bensì prove documentali, acquisibili ex art. 234 cod. proc. pen.
4. Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che rigetta il ricorso, l’imputata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento.

References: Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 art. 191
 art. 234