Source: http://www.urbium.it/site/ampliamento_edilizio.asp?IDPagina=12
Timestamp: 2013-12-09 20:50:15+00:00

Document:
URBIUM - edilizia ed urbanistica - Ampliamento
Il vincolo paesaggistico impedisce il condono dell'immobile abusivo? Iniziato il 18/09/2009	Sì, sempre
Sì, se anteriore all'edificazione
Sì, se posteriore all'edificazione No, mai
(www.urbium.it - 25 ottobre 2011)
a cura del dr. Paolo Loro, dell'avv. Marco Antoniol e della redazione di www.urbium.it (la rivista dell'edilizia e dell'urbanistica)
1. Nozione di ampliamento edilizio | 2. Alcune questioni giurisprudenziali sull'ampliamento edilizio | 3. Estratti di giurisprudenza sull'ampliamento edilizio
1. Nozione di ampliamento edilizio
La nozione - di uso comune e diffuso - di "ampliamento" non assurge ad autonoma tipologia di intervento edilizio, ma confluisce nel genus di "nuova costruzione", che trova la sua disciplina nell'art. 3 del D.P.R. 6/6/2001 n. 380 (T.U. in materia edilizia - riportato in www.urbium.it) nel quale è stato trasfuso l'art. 31 della legge 5/8/1978 n. 457, ai sensi del quale si intendono « e) "interventi di nuova costruzione", quelli di trasformazione edilizia e urbanistica del territorio non rientranti nelle categorie definite alle lettere precedenti. Sono comunque da considerarsi tali: e.1) la costruzione di manufatti edilizi fuori terra o interrati, ovvero l'ampliamento di quelli esistenti all'esterno della sagoma esistente, fermo restando, per gli interventi pertinenziali, quanto previsto alla lettera e.6); (omissis) e.6) gli interventi pertinenziali che le norme tecniche degli strumenti urbanistici, in relazione alla zonizzazione e al pregio ambientale e paesaggistico delle aree, qualifichino come interventi di nuova costruzione, ovvero che comportino la realizzazione di un volume superiore al 20% del volume dell'edificio principale; (omissis)». Pertanto l'ampliamento, per il quale si prospetta la necessità di titolo edilizio, consiste in una modifica del manufatto tale da determinarne un aumento di sagoma.
2. Alcune questioni giurisprudenziali sull'ampliamento edilizio
La casistica giurisprudenziale sull'ampliamento edilizio (si veda l'area tematica "nuova costruzione" in Urbium.it) è varia,e verte frequentemente attorno a interventi non diretti a creare ambienti chiusi, come ad esempio archi, pensiline, tettoie e simili. E' stato ad esempio deciso che quando la tettoia quando è addossata al fabbricato esistente determina l'ampliamento dell'edificio principale, e pertanto è soggetta al rilascio di un titolo (T.A.R. Veneto Sez. II Sent., 27 luglio 2009, n. 2225).
In materia di demolizione e ricostruzione, il Consiglio di Stato ha ribadito che un ampliamento fuori sagoma in sede di ricostruzione delinea la fattispecie della nuova costruzione e non della ristrutturazione edilizia, per configurare la quale, pur non occorrendo più la "fedele ricostruzione", occorre comunque rispettare sagoma, volume e superficie (Cons. Stato Sez. IV, 30 dicembre 2008, n. 6613). Dubbio è se le Norme Tecniche di Attuazione di un Comune possano consentire un ampliamento di volumetria in sede di ristrutturazione. Il Consiglio di Stato si è pronunciato prevalentemente in senso negativo, ricordando che ai sensi dell'art. 3 del D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, la ristrutturazione edilizia si sostanzia in una attività di riedificazione che rispetti la piena conformità di sagoma, volume e superficie tra il vecchio e il nuovo manufatto ed escludendosi di conseguenza che in sede di riedificazione si possa procedere ad un ampliamento di cubatura dell'edificio in applicazione di una norma tecnica di attuazione del piano regolatore comunale che consente di procedere ad ampliamenti degli edifici esistenti (Cons. Stato Sez. IV, 10 aprile 2008, n. 1550) . Tuttavia il Consiglio di Stato ha anche avuto occasione di affermare che non possa escludersi - in una prospettiva di corretto esercizio dei poteri spettanti al Comune per la disciplina dell'ordinato assetto del territorio e tenuto conto di un certa flessibilità in materia - che l'Ente locale preveda nelle N.T.A., allorché talune modifiche risultino opportune, che la ristrutturazione edilizia implichi anche la possibilità di un certo ampliamento (nella fattispecie del 20%) del volume preesistente (Cons. Stato Sez. IV, 17 dicembre 2008, n. 6250). Purché di ristrutturazione si tratti: l'articolo delle N.T.A. che consenta l'ampliamento di un originario edificio esistente non può certamente ritenersi tale da consentire la realizzazione di una villetta in sostituzione di una precedente baracca destinata al ricovero degli attrezzi (Cons. Stato Sez. IV, 10 aprile 2008, n. 1550).
A questo proposito è opportuno ricordare che mentre l'articolo 3 del DPR 380/2001 definisce gli "interventi di ristrutturazione edilizia" «gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente». Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica L'articolo 10 ammette espressamente la possibilità che gli interventi di ristrutturazione edilizia possano comportare - con la necessità in tal caso del previo rilascio del permesso di costruire - aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, ovvero, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, mutamenti della destinazione d'uso. Questo aspetto è stato colto anche dalla giurisprudenza (si veda a tale proposito il repertorio di giurisprudenza di www.urbium.it). Ad esempio, secondo App. Reggio Calabria Sent., 31 ottobre 2007 il D.P.R. n. 380 del 2001 ha introdotto uno sdoppiamento della categoria delle ristrutturazioni edilizie - assentibili mediante DIA ovvero mediante permesso di costruire - rispetto a come era disciplinata, in precedenza, dalla L. n. 457 del 1978, art. 31, comma 1 - lett. d), riconducendo ad essa anche interventi che ammettono integrazioni funzionali e strutturali dell'edificio esistente, pure con incrementi superficie e di volume, da ritenersi tuttavia limitati. Cioè, secondo la corte reggina conformemente alla giurisprudenza dominante (es. Cass. pen. Sez. III Sent., 26 ottobre 2007, n. 47046), le modifiche del "volume", ora previste dal citato TU., art. 10, possono consistere in diminuzioni o traslazioni dei volumi preesistenti ed in incrementi volumetrici modesti; se infatti - è il ragionamento dei giudici - si ammettesse la possibilità di un sostanziale ampliamento dell'edificio, verrebbe meno la linea di distinzione tra "ristrutturazione edilizia" e "nuova costruzione".
3. Estratti di giurisprudenza sull'ampliamento edilizio
T.A.R. Campania Napoli Sez. VIII, Sent., 01-09-2011, n. 4277: «Svolgimento del processo 1. Col ricorso in epigrafe, notificato il 14 aprile 2010 e depositato il 21 aprile 2010, S.N. impugnava, chiedendone l'annullamento, previa sospensione, i seguenti atti, concernenti i lavori di ampliamento del cimitero del Comune di Cesa: - nota del Comune di Cesa, prot. n. 961, del 10 febbraio 2010; - nota della D.T. s.r.l., prot. n. 775, del 5 febbraio 2010; - deliberazioni della giunta comunale n. 65 del 19 dicembre 2003 (recante l'approvazione del progetto preliminare dell'ampliamento del cimitero), n. 47 del 19 ottobre 2006 (recante l'approvazione del progetto esecutivo dell'ampliamento del cimitero), n. 41 del 22 aprile 2008 (recante l'approvazione della perizia di variante al progetto esecutivo dell'ampliamento del cimitero); - deliberazioni del consiglio comunale n. 43 del 23 dicembre 2003 (recante l'approvazione dello schema di convenzione relativo ai lavori di ampliamento del cimitero), n. 16 del 31 marzo 2004 (disponente la riduzione della fascia di rispetto cimiteriale a m 50), n. 14 del 27 maggio 2009 (recante l'approvazione della seconda perizia di variante al progetto esecutivo dell'ampliamento del cimitero); - determinazioni dirigenziali n. 55 del 20 aprile 2004 (recante l'approvazione del bando e l'indizione della gara relativa ai lavori di ampliamento del cimitero), del 24 giugno 2004 e n. 320 del 9 settembre 2004 (recanti, rispettivamente, l'aggiudicazione provvisoria e definitiva dei lavori di ampliamento del cimitero), n. 157 del 12 giugno 2007 (recante l'affidamento dei lavori di ampliamento del cimitero); - determinazione del commissario ad acta n. 14 del 13 luglio 2001 (recante l'adozione del p.r.g. di Cesa); - decreto del presidente della Provincia di Caserta n. 34/URB/SA del 21 gennaio 2003 e deliberazione del consiglio provinciale di Caserta n. 91 del 27 novembre 2002. 2. In estrema sintesi, stando alla prospettazione di parte ricorrente, i controversi lavori di ampliamento del cimitero di Cesa, eseguiti in area limitrofa all'immobile in proprietà del S. (ubicato alla via Leopardi n. 16), avrebbero comportato una riduzione della fascia di rispetto cimiteriale al di sotto dei previsti m 50 dal centro abitato; riduzione che sarebbe stata erroneamente negata dall'amministrazione comunale sulla base di misurazioni inattendibili, recepite nell'impugnata nota del 10 febbraio 2010, prot. n. 961. 3. A sostegno dell'esperito gravame, venivano dedotte le censure in appresso indicate. 1. Violazione e falsa applicazione dell'art. 2 della l. n. 241/1990. Violazione del giusto procedimento. Contraddittorietà. Illogicità. Violazione e falsa applicazione degli artt. 27 ss. del d.p.r. n. 380/2001. 2. Ulteriore violazione e falsa applicazione dell'art. 2 della l. n. 241/1990 e degli artt. 27 ss. del d.p.r. n. 380/2001. Difetto di attribuzione. Conflitto di interessi. Violazione dei principi di affidamento e di imparzialità. Violazione e falsa applicazione dell'art. 97 Cost. Eccesso di potere per sviamento. 3. Violazione dell'art. 338, comma 4, del r.d. n. 1265/1934. Violazione dell'art. 57, comma 4, del d.p.r. n. 285/1990. Carenza assoluta di presupposti. Eccesso di potere sotto vari aspetti. Violazione degli artt. 32, 42 e 97 Cost. Difetto di istruttoria. 4. Violazione e falsa applicazione del d.p.r. n. 285/1990. Difetto di attribuzione. Ulteriore nullità. Eccesso di potere per sviamento. 5. Ulteriore violazione e falsa applicazione del d.p.r. n. 285/1990. Difetto di istruttoria. 6. Violazione e falsa applicazione dell'art. 338 del r.d. n. 1265/1934. Violazione e falsa applicazione degli artt. 57 ss. del d.p.r. n. 285/1990. Eccesso di potere per insussistenza dei presupposti. Ulteriore difetto di istruttoria. Difetto di motivazione. 7. Ulteriore violazione dell'art. 338, comma 4, del r.d. n. 1265/1934. Ulteriore violazione dell'art. 57, comma 4, del d.p.r. n. 285/1990. Ingiustizia manifesta. Carenza assoluta di presupposti. Violazione degli artt. 32 e 42 Cost. Abuso di potere. Difetto assoluto di motivazione. 8. Mancata previsione di un indennizzo. 4. Costituitosi il Comune di Cesa, eccepiva l'irricevibilità, l'inammissibilità e, nel sostenere la legittimità del proprio operato, l'infondatezza dell'impugnazione proposta ex adverso, di cui richiedeva, quindi, il rigetto. Si costituiva, altresì, la controinteressata D.T. s.r.l., che parimenti eccepiva l'irricevibilità, l'inammissibilità e l'infondatezza del ricorso. 5. In esito al deposito in giudizio di ulteriori atti da parte dell'amministrazione resistente, nonché all'esperito accesso alla documentazione relativa ai controversi lavori di ampliamento del cimitero comunale (in data 22 giugno 2010), il S. proponeva, poi, motivi aggiunti, notificati il 25 giugno 2010 e depositati il 2 luglio 2010. A supporto, oltre a reiterare quelle formulate in sede di ricorso originario, rassegnava le seguenti doglianze: - violazione e falsa applicazione del p.r.g vigente; assenza di variante; difetto di istruttoria; violazione e falsa applicazione del r.d. n. 1265/1934; eccesso di potere per insussistenza dei presupposti; violazione e falsa applicazione dell'art. 57 del d.p.r. n. 285/1990; violazione e falsa applicazione della l. r. Campania n. 14/1982; - violazione e falsa applicazione della l. n. 109/1994; violazione e falsa applicazione del d.p.r. n. 554/1999; eccesso di potere per sviamento. 6. Alla camera di consiglio del 16 giugno 2010, l'avanzata istanza cautelare veniva respinta con ordinanza n. 1247/2010. 7. All'udienza pubblica del 18 maggio 2011, la causa veniva trattenuta in decisione. Motivi della decisione 1. In rito, va disattesa l'eccezione di inammissibilità per difetto di legittimazione attiva del ricorrente, il quale si sarebbe limitato ad asserire la proprietà di un immobile in prossimità del cimitero comunale di Cesa. Al riguardo, il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi dal consolidato orientamento giurisprudenziale che, in ipotesi simili (stabile collegamento o vicinitas), predica la legittimazione attiva in capo ai soggetti titolari di immobili frontisti, confinanti o limitrofi, nonché versanti in situazioni differenziate tutelabili, in quanto almeno potenzialmente suscettibili di essere incise dall'adozione di un provvedimento autorizzativo (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. V, 25 gennaio 2003, n. 339; 15 settembre 2003, n. 5172; sez. IV, 5 novembre 2004, n. 7245; 15 novembre 2004, n. 7373, n. 7450; sez. V, 7 luglio 2005, n. 3757; 31 gennaio 2006, n. 354; sez. IV, 31 maggio 2007, n. 2849; sez. V, 7 maggio 2008, n. 2086; 19 settembre 2008, n. 4528; sez. IV, 12 maggio 2009, n. 2908; 29 luglio 2009, n. 4756; TAR Campania, Napoli, sez. II, 23 aprile 2007, n. 4217; sez. IV, 22 maggio 2007, n. 5529; Salerno, sez. II, 20 giugno 2007, n. 775; Napoli, sez. IV, 31 dicembre 2007, n. 16690; 21 agosto 2008, n. 9955; sez. VIII, 9 settembre 2008, n. 10066; Salerno, sez. II, 3 ottobre 2008, n. 2823; Salerno, sez. II, 13 luglio 2009, n. 3987; TAR Lazio, Roma, sez. I, 28 dicembre 2007, n. 14141; TAR Sicilia, Catania, sez. III, 9 ottobre 2007, n. 1629; 4 novembre 2008, n. 1913; TAR Puglia, Bari, sez. III, 7 maggio 2007, n. 1254; Lecce, sez. III, 18 agosto 2008, n. 2394; Bari, sez. III, 12 settembre 2008, n. 2090; TAR Liguria, Genova, sez. I, 23 febbraio 2009, n. 261; TAR Lombardia, Milano, sez. II, 8 marzo 2007, n. 371; TAR Toscana, Firenze, sez. I, 3 luglio 2007, n. 1043; 3 luglio 2007, n. 1043; 28 febbraio 2008, n. 208; TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, 8 novembre 2007, n. 1674; TAR Emilia Romagna, Parma, sez. I, 18 dicembre 2007, n. 627). In punto di fatto, occorre, poi, soggiungere che il S., in data 16 giugno 2010, ha depositato in giudizio, a comprova della propria posizione qualificata, l'atto notarile (rep. n. 32952; racc. n. 5482) in base al quale la Domus Aurea s.c.r.l. aveva assegnato in suo favore una porzione dell'immobile ubicato in Cesa, alla via Leopardi n. 16, e limitrofo all'area di esecuzione dei lavori di ampliamento del cimitero comunale. 2. Sempre in rito, si rivela, invece, fondata la sollevata eccezione di irricevibilità, limitatamente al sesto motivo di ricorso originario ed all'ottavo dei motivi aggiunti, tra loro perfettamente omologhi, nonché al primo dei motivi aggiunti. Con tali ordini di doglianze, il S. lamenta che il consiglio comunale di Cesa, nel deliberare la riduzione della fascia di rispetto cimiteriale da m 200 a m 50 dal centro abitato e nell'approvare il progetto esecutivo dell'ampliamento del cimitero: a) non avrebbe vagliato la sussistenza o meno delle condizioni alternativamente previste dall'art. 338 del r.d. n. 1265/1934 (che "risulti accertato dal medesimo consiglio comunale che, per particolari condizioni locali, non sia possibile provvedere altrimenti" ovvero che "l'impianto cimiteriale sia separato dal centro urbano da strade pubbliche almeno di livello comunale, sulla base della classificazione prevista ai sensi della legislazione vigente, o da fiumi, laghi o dislivelli naturali rilevanti, ovvero da ponti o da impianti ferroviari"); b) avrebbe violato l'art. 25 delle n.t.a. del p.r.g., che limita a m 100 la facoltà di deroga alla distanza minima di m 200; c) avrebbe previsto la realizzazione del parcheggio all'interno della fascia di rispetto di m 50. 2.1. In proposito, deve, in primis, rilevarsi la impugnata deliberazione consiliare n. 16 del 31 marzo 2004 (disponente la riduzione della fascia di rispetto cimiteriale a m 50) è stata pubblicata sull'albo pretorio comunale quasi sei anni prima della notifica del ricorso (avvenuta il 14 aprile 2010). 2.2. Giova, poi, rimarcare che la citata deliberazione consiliare n. 16 del 31 marzo 2004, così come le deliberazioni consiliari n. 43 del 23 dicembre 2003 (recante l'approvazione dello schema di convenzione relativo ai lavori di ampliamento del cimitero), e n. 14 del 27 maggio 2009 (recante l'approvazione della seconda perizia di variante al progetto esecutivo dell'ampliamento del cimitero), nonché le deliberazioni della giunta comunale n. 65 del 19 dicembre 2003 (recante l'approvazione del progetto preliminare dell'ampliamento del cimitero), n. 47 del 19 ottobre 2006 (recante l'approvazione del progetto esecutivo dell'ampliamento del cimitero), n. 41 del 22 aprile 2008 (recante l'approvazione della perizia di variante al progetto esecutivo dell'ampliamento del cimitero) sono configurabili a guisa di atti propedeutici ed abilitativi all'esecuzione di un'attività edificatoria, consistente nella realizzazione dell'opera pubblica di ampliamento del cimitero comunale di Cesa. In quanto tali, esse si appalesano, dunque, oggettivamente - e sia pure lato sensu - equiparabili alla categoria provvedimentale del permesso di costruire; con la conseguenza che i principi invalsi nelle ipotesi di impugnazione di quest'ultimo sono da ritenersi estensibili - ove compatibili - al rimedio giurisdizionale esperito avverso i medesimi. In particolare, come per il permesso di costruire, anche per i provvedimenti in parola la mera affissione all'albo pretorio comunale non risulta costituire, di per sé, formalità idonea a cristallizzare il dies a quo per l'impugnazione (cfr. Cons. Stato, sez. V, 8 giugno 1998, n. 779; TAR Umbria, Perugia, 12 maggio 2003, n. 332; TAR Lombardia, Milano, sez. II, 10 giugno 2002, n. 2445; 15 ottobre 2002, n. 3941; 27 maggio 2005, n. 1111; TAR Trentino Alto Adige, Trento, 10 aprile 2008, n. 91; TAR Liguria, Genova, sez. I, 25 luglio 2008, n. 1543); cosicché, non essendo, in tal caso, richiesta la notifica ai terzi, il termine in parola decorre, nei confronti di questi ultimi, dalla piena cognizione del provvedimento autorizzativo, la quale deve essere provata dal soggetto eccipiente la tardività del ricorso e si perfeziona da quando è percepibile la lesività dell'opera realizzata, ossia da quando venga conosciuto il contenuto specifico del progetto assentito ovvero da quando detta opera si trovi in fase di avanzata o di completamento (almeno nell'involucro esterno) e riveli, così, in modo certo e inequivoco le sue caratteristiche essenziali e la sua eventuale non conformità alla disciplina urbanistica (cfr. Cons. Stato, sez. V, 23 maggio 2000, n. 2983, sez. VI, 17 maggio 2002, n. 2668; sez. IV, 8 luglio 2002, n. 3805; sez. V, 23 settembre 2005, n. 5033; sez. IV, 19 giugno 2006, n. 3615; 15 settembre 2006, n. 5394; sez. IV, 31 ottobre 2006, n. 6465; 12 febbraio 2007, n. 599; sez. V, 24 agosto 2007, n. 4485; sez. IV, 10 dicembre 2007, n. 6342; sez. V, 4 marzo 2008, n. 885; sez. IV, 31 luglio 2008, n. 3849; sez. VI, 9 febbraio 2009, n. 717; sez. IV, 29 maggio 2009, n. 3358; 18 giugno 2009, n. 4015; TAR Campania, Salerno, sez. II, 19 luglio 2007, n. 860; Napoli, sez. IV, 3 settembre 2008, n. 10036; sez. III, 18 settembre 2008, n. 10354; Salerno, sez. II, 3 ottobre 2008, n. 2823; Napoli, sez. III, 1° dicembre 2008, n. 20723; TAR Piemonte, Torino, sez. I, 26 marzo 2009, n. 795; 5 giugno 2009, n. 1601; TAR Marche, Ancona, sez. I, 31 gennaio 2007, n. 10; TAR Basilicata, Potenza, 21 febbraio 2007, n. 59; TAR Sicilia, Catania, sez. I, 8 febbraio 2008, n. 225; 23 gennaio 2009, n. 168; TAR Toscana, Firenze, sez. II, 30 dicembre 2008, n. 4451). 2.3. Ciò posto, il momento di piena ed effettiva conoscenza da cui far decorrere il termine decadenziale per censurare la divisata riduzione della fascia di rispetto cimiteriale da m 200 a m 50 dal centro abitato e la prevista realizzazione del parcheggio all'interno di quest'ultima è identificabile nel perspicuo manifestarsi delle caratteristiche essenziali dell'opera, allorquando la dilatazione dell'area cimiteriale entro la distanza minima di m 200 e la realizzazione del parcheggio entro quella di m 50 era divenuta ict oculi percepibile. Come dedotto da parte resistente e non efficacemente contestato da parte ricorrente, tale momento è databile tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008 (cfr. relazione del responsabile dell'Ufficio tecnico comunale di Cesa del 27 aprile 2010), allorquando i lavori di ampliamento del cimitero comunale di Cesa risultavano ultimati quanto al muro in cemento armato di recinzione dell'area di ampliamento ed alla realizzazione dei previsti 1366 loculi e 40 ossari su di essa. D'altronde, la stessa documentazione fotografica allegata alla relazione tecnica di parte depositata in giudizio dal S. il 7 aprile 2011 denota uno stato dei lavori sufficientemente avanzato per poter inferire la divisata riduzione della fascia di rispetto cimiteriale di m 200 e la realizzazione del parcheggio adiacente al cimitero entro quella di m 50. Di qui la tardività delle censure richiamate retro, sub n. 2, in quanto proposte (in data 14 aprile 2010) ampiamente dopo lo spirare del termine decadenziale ex art. 21, comma 1, della l. n. 1034/1971 (applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame), decorrente non oltre l'inizio del 2008. 3. Ancora in limine, devono reputarsi inammissibili il quinto motivo di ricorso originario e il sesto dei motivi aggiunti, tra loro perfettamente omologhi, e il settimo dei motivi aggiunti, con i quali viene denunciata la carenza di istruttoria sia quanto all'ubicazione e al dimensionamento della progettata struttura cimiteriale sia quanto alla insussistenza della documentazione richiesta a supporto del progetto preliminare (segnatamente, di uno studio di prefattibilità ambientale). Tali censure si rivelano, innanzitutto, generiche e inconferenti in rapporto al petitum sostanziale, ossia all'azionata pretesa all'osservanza della fascia di rispetto cimiteriale. Per di più, esse presentano una connotazione meramente esplorativa, non essendo sorrette da una compiuta dimostrazione, ai sensi dell'art. 64, comma 1, cod. proc. amm., del lamentato difetto di istruttoria. Il ricorrente non ha, infatti, esibito in giudizio la documentazione integrante il progetto preliminare approvato con deliberazione della giunta comunale n. 65 del 19 dicembre 2003 (ivi compreso lo studio di prefattibilità ambientale) né le relazioni tecniche allegate al progetto esecutivo approvato con deliberazioni della giunta comunale n. 47 del 19 ottobre 2006 e n. 41 del 22 aprile 2008. 4. Del pari inammissibili sono il primo motivo di ricorso originario e il secondo dei motivi aggiunti, tra loro identici, con i quali il S. censura l'inerzia dell'amministrazione resistente in ordine all'asserita inosservanza delle distanze minime dell'area cimiteriale dal centro abitato. La violazione dell'obbligo di provvedere in via repressivoripristinatoria sull'abuso urbanisticoedilizio ipotizzato da parte ricorrente avrebbe dovuto, infatti, essere avversato con lo speciale rito in materia di silenzio ex artt. 2, comma 7, della l. n. 241/1990 (nella versione previgente alla modifica apportata dall'art. 3, comma 2, lett. a, dell'allegato 4 al d.lgs. n. 104/2010) e 21 bis della l. n. 1034/1971 (applicabili ratione temporis alla fattispecie in esame) (sul punto, cfr. Cons. Stato, sez. V, 9 dicembre 2002, n. 6773; 21 ottobre 2003, n. 6531; TAR Lazio, Roma, sez. I quater, 26 gennaio 2005, n. 578; TAR Campania, Napoli, sez. III, 22 febbraio 2010, n. 1056). 5. Venendo ora al merito, infondati risultano il secondo motivo di gravame introduttivo e il terzo dei motivi aggiunti, con i quali il S. lamenta che il Comune di Cesa avrebbe illegittimamente delegato ad un soggetto privato (D.T. s.r.l.) la verifica dell'osservanza della fascia di rispetto cimiteriale. Al riguardo, ritiene il Collegio che nessuna norma precludesse all'amministrazione resistente di avvalersi degli accertamenti svolti dal soggetto concessionario della realizzazione e gestione dell'ampliamento cimiteriale, all'uopo incaricato, in ordine all'osservanza o meno della fascia di rispetto ex art. 338 del r.d. n. 1265/1934 (cfr. note del Comune di Cesa, prot. n. 961, del 10 febbraio 2010 e della D.T., prot. n. 775, del 5 febbraio 2010). Ciò, soprattutto tenuto conto che le risultanze dei predetti accertamenti non sono state acriticamente recepite, ma figurano puntualmente verificate dal responsabile dell'Ufficio tecnico comunale, come emerge dal tenore della relazione da quest'ultimo predisposta in data 27 aprile 2010. 6. Il contenuto delle risultanze in parola vale, altresì, a smentire, in punto di fatto, l'assunto secondo cui il controverso ampliamento cimiteriale sarebbe stato realizzato ad una distanza (m 45,70: cfr. perizia tecnica di parte depositata in giudizio il 21 aprile 2010) inferiore a quella minima (m 50) stabilita dall'art. 338 del r.d. n. 1265/1934 e dalla deliberazione consiliare n. 16 del 31 marzo 2004 (settimo motivo di ricorso originario e nono dei motivi aggiunti). Ed invero, la D.T., nella propria nota del 5 febbraio 2010, prot. n. 775, ha attestato che "il muro perimetrale del cimitero prospiciente il corpo di fabbrica costituito dalle ville a schiera di cui fa parte la proprietà dell'istante sig. S.N. è in ogni punto ad una distanza non inferiore a m 50 dalle costruzioni". A conferma, il responsabile dell'Ufficio tecnico comunale, nella propria relazione del 27 aprile 2010, ha rilevato che il muro di recinzione dell'area cimiteriale "è stato posto rispetto agli edifici a confine, lungo il lato sud ad una distanza superiore a m 50 e precisamente ad una distanza variabile tra m 50,05 a m 50,35 circa" ed ha documentato tale rilievo allegando la planimetria dello stato dei luoghi, ritraente graficamente la misura delle distanze de quibus. In base ad un più approfondito esame, è, peraltro, possibile inferire che la differente misura (m 45,70) indicata da parte ricorrente riviene da un equivoco interpretativo circa il limite esterno del centro abitato da cui far partire la fascia di rispetto cimiteriale. Come si evince dalla rappresentazione grafica fornita nella relazione tecnica di parte depositata in giudizio il 7 aprile 2011, il S. identifica erroneamente detto limite esterno nel confine del fondo in sua proprietà, anziché nella linea muraria del fabbricato sito su quest'ultimo e prospiciente l'area cimiteriale, riconducibile, in quanto tale, al centro abitato in senso proprio. 7. In disparte il rilievo di genericità e inconferenza in rapporto al petitum sostanziale, ossia all'azionata pretesa all'osservanza della fascia di rispetto cimiteriale, neppure coglie nel segno la censura in base alla quale, in violazione dell'art. 338, comma 4, del r.d. n. 1265/1934 e dell'art. 55, comma 1, del d.p.r. n. 285/1990, il progetto di ampliamento del cimitero avrebbe dovuto essere deliberato dal consiglio comunale, e non già dalla giunta comunale, come, invece, avvenuto con la deliberazione n. 65 del 19 dicembre 2003 (quarto motivo di ricorso originario e quarto dei motivi aggiunti). 7.1. In proposito, giova riportare il contenuto delle due norme che si assumono violate. Ai sensi dell'art. 338, comma 4, del r.d. n. 1265/1934, "il consiglio comunale può approvare, previo parere favorevole della competente azienda sanitaria locale, la costruzione di nuovi cimiteri o l'ampliamento di quelli già esistenti ad una distanza inferiore a 200 metri dal centro abitato, purché non oltre il limite di 50 metri". Ai sensi dell'art. 55, comma 1, del d.p.r. n. 285/1990, "i progetti di ampliamento dei cimiteri esistenti e di costruzione dei nuovi devono essere preceduti da uno studio tecnico delle località, specialmente per quanto riguarda l'ubicazione, l'orografia, l'estensione dell'area e la natura fisicochimica del terreno, la profondità e la direzione della falda idrica e devono essere deliberati dal consiglio comunale". 7.2. Ebbene, la prima disposizione citata attribuisce al consiglio comunale la competenza a stabilire la riduzione della fascia di rispetto cimiteriale da m 200 a m 50. Competenza - questa - pienamente osservata nella specie, atteso che detta riduzione risulta ritualmente fissata con la deliberazione consiliare n. 16 del 31 marzo 2004. 7.3. La seconda disposizione citata demanda, ben vero, al consiglio comunale la decisione sui "progetti di ampliamento dei cimiteri esistenti". Essa deve, tuttavia, interpretarsi in correlazione al dettato dell'art. 42, comma 2, lett. b, del d.lgs. n. 267/2000 ("il consiglio comunale ha competenza limitatamente ai seguenti atti fondamentali:... programmi, relazioni previsionali e programmatiche, piani finanziari, programmi triennali e elenco annuale dei lavori pubblici, bilanci annuali e pluriennali e relative variazioni, rendiconto, piani territoriali ed urbanistici, programmi annuali e pluriennali per la loro attuazione, eventuali deroghe ad essi, pareri da rendere per dette materie"), che deputa all'organo elettivo di governo dell'ente locale il livello di indirizzo e programmatico di simili determinazioni. Ora, nel caso in esame, a dispetto dell'assunto di parte ricorrente, il consiglio comunale di Cesa, nell'adottare deliberazione n. 1 del 31 marzo 2004, non ha abdicato alla competenza attribuitagli dalla disciplina sopra richiamata. Il menzionato atto consiliare ha, infatti, per oggetto l'approvazione del programma triennale 20042006 e l'elenco annuale 2004 dei lavori pubblici, tra cui figura puntualmente l'ampliamento del cimitero comunale. E' evidente, poi, che, nel rispetto della linea di indirizzo e programmatica divisata divisato dall'organo elettivo di governo dell'ente locale circa l'ampliamento cimiteriale, le ulteriori determinazioni tecniche ed attuative, ivi compresa, segnatamente, l'approvazione del progetto preliminare ed esecutivo, dovessero rimanere in capo all'organo esecutivo. 8. Privo di pregio è il profilo di doglianza incentrato sulla mancata comunicazione al ricorrente degli atti concernenti il controverso ampliamento cimiteriale (terzo motivo di ricorso introduttivo e quinto dei motivi aggiunti). Ed invero, una simile omissione potrebbe, al più, rilevare nel senso di non innescare il decorso del termine decadenziale di impugnazione degli atti in parola, ma non è, di certo, suscettibile, di per sé, di inficiare la legittimità di questi ultimi. Come osservato retro, sub n. 2.2, gli atti gravati dal S. si appalesano oggettivamente - e sia pure lato sensu - equiparabili alla categoria provvedimentale del permesso di costruire. Ebbene, con riferimento alla categoria dei titoli abilitativi edilizi, non è predicabile un obbligo di comunicazione di avvio del procedimento volto al relativo rilascio nei confronti dei proprietari frontisti o vicini, in quanto gli interessi attinti dall'assentita trasformazione edilizia del territorio sono di tale varietà e ampiezza da rendere difficilmente individuabili i soggetti che potrebbero ricevere nocumento (cfr. TAR Liguria, Genova, sez. I, 22 maggio 2006, n. 480; TAR trentino Alto Adige, Trento, 10 aprile 2008, n. 91; TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 18 novembre 2008, n. 19760; Salerno, sez. II, 16 dicembre 2009, n. 7921). 9. La denunciata circostanza che l'amministrazione resistente, nel deliberare la riduzione della fascia di rispetto cimiteriale, non abbia previsto alcun indennizzo in favore del S. neppure riveste portata viziante o invalidante rispetto agli atti impugnati - come, invece, ipotizzato con l'ottavo motivo di ricorso originario e col decimo dei motivi aggiunti -, ma è soltanto suscettibile di radicare in capo all'interessato la connessa pretesa patrimoniale dinanzi al giudice amministrativo, che sarebbe chiamato a scrutinarne i presupposti (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 3 marzo 2009, n. 1214; sez. VI, 17 marzo 2010, n. 1554; TAR Abruzzo, Pescara, sez. I, 19 novembre 2007, n. 890; TAR Piemonte, Torino, sez. I, 3 maggio 2010, n. 2286; TAR Lombardia, Brescia, sez. I, 27 agosto 2010, n. 3238). 9. In conclusione, stante la ravvisata irricevibilità, inammissibilità e infondatezza di tutte le censure proposte, il ricorso in epigrafe deve essere in parte dichiarato irricevibile, in parte dichiarato inammissibile e in parte respinto. 10. Quanto alle spese di lite, esse devono seguire la soccombenza e, quindi, essere poste a carico della parte ricorrente. Dette spese vanno liquidate in complessivi Euro 1.500,00 in favore dell'amministrazione resistente. Cons. Stato Sez. IV, Sent., 05-01-2011, n. 20 Fatto - Diritto P.Q.M. Svolgimento del processo - Motivi della decisione 1 - Con ricorso al Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa, Sezione Autonoma di Bolzano, la sig.ra S.O. impugnava i seguenti provvedimenti del Comune di Merano: - la concessione edilizia parziale n. 337 del 7 ottobre 2002; - il parere della Commissione edilizia comunale del 29 maggio 2002; - la concessione edilizia n. 205 del 24 giugno 2002; - la concessione edilizia parziale n. 338 del 7 ottobre 2002; - il parere della Commissione edilizia comunale del 31 luglio 2002; - ogni altro provvedimento amministrativo antecedente, presupposto e/o susseguente agli atti su citati. Con motivi aggiunti la medesima ricorrente impugnava, altresì, la concessione edilizia n.33 del 31 gennaio 2003 ed il parere della Commissione edilizia comunale del 29 gennaio 2003. 2. - Con sentenza n. 396 del 17 settembre 2003 l'adito Giudice territoriale ha emesso le seguenti decisioni: 1)- ha dichiarato inammissibile l'intervento in giudizio ad adiuvandum di alcuni cittadini dichiaratisi abitanti nelle vicinanze dell'area interessata dai provvedimenti impugnati; 2)- ha dichiarato l'irricevibilità, per tardività, del ricorso principale, nella parte volta all'annullamento delle concessioni edilizie n. 205 del 2002 e n. 338 del 2002; 3)- ha accolto parzialmente detto ricorso principale soltanto con riguardo alle concessioni edilizie n. 337 del 2002 e n. 33 del 2003 ed ai relativi pareri della Commissione edilizia comunale; 4)- ha rigettato la domanda di risarcimento danni; 5)- ha condannato, in solido, il Comune resistente ed il controinteressato al pagamento delle spese di giudizio. Più in particolare, quanto alla parte di pronunzia espressasi nel merito, il Giudice di prime cure ha affermato quanto di seguito riassunto: - non ha pregio la deduzione della ricorrente (di cui al primo motivo di ricorso) di illegittima applicazione del concetto di "ampliamento alberghiero" - fondata sul presupposto che l'art. 128 della legge urbanistica provinciale n. 13 del 11 agosto 1997 (di seguito: LUP) consentirebbe l'ampliamento di esercizi ricettivi esistenti in data 1 gennaio 1988, ma non la costruzione di un nuovo albergo ubicato a distanza da quello esistente, né la realizzazione di posti letto, o di servizi accessori, in un luogo diverso da quello dell'albergo preesistente - in quanto, da una coordinata lettura delle norme di cui alla legge provinciale sugli esercizi pubblici (LP 14 dicembre 1988, n. 58) e di cui alla LUP, emerge la volontà del legislatore provinciale di consentire che detto "ampliamento" possa essere realizzato anche su area diversa da quella su cui insiste lo stabile principale aziendale; - parimenti infondati sono i motivi di impugnazione secondo e terzo, attinenti specificamente alla C.E. n. 337 del 2002 - nella parte in cui consente la trasformazione dell'intera cubatura della "Villa Buenos Aires" da uso abitativo ad uso alberghiero, nonché la realizzazione dell'intera cubatura ammessa nella zona di completamento B4, sempre ad uso terziario - e denunzianti l'asserita violazione, rispettivamente, dell'art. 28 e dell'art. 27, comma 3, lett. b), della LUP, perché: - le due deroghe previste dalla citate norme sono applicabili soltanto per ampliamenti relativi ad edifici che già ospitano l'azienda alberghiera e non sono cumulabili con quelle previste dagli articoli 128 e 29, comma 3, della LUP per gli ampliamenti qualitativi e quantitativi dei citati esercizi alberghieri; - il legislatore provinciale non ha affatto parlato di "...ampliamento dell'edificio..." in cui si trova l'azienda, bensì di "...ampliamento di azienda...", così intendendo chiaramente agevolare l'ampliamento delle aziende di prestazione di servizi; - diversamente opinando, la non applicabilità delle citate norme, concernenti la salvaguardia del patrimonio abitativo (minimo 60%) e l'obbligo di convenzionamento, non è in armonia con lo spirito e il tenore letterale delle due disposizioni in questione, che, in sintesi, presuppongono solo l'esistenza di un'azienda di prestazione di servizi (quale è indubbiamente qualificabile l'azienda della società controinteressata) e il carattere razionale dell'ampliamento, mentre non impongono affatto che l'azienda che si intende ampliare sia già operativa nell'edificio oggetto di ampliamento, come assume la ricorrente; - l'uso effettuato dal legislatore dell'aggettivo "esistente" sarebbe superfluo, non potendosi concepire un ampliamento di un esercizio inesistente e il requisito della razionalità va riconosciuto soltanto agli ampliamenti tecnicamente sostenibili in rapporto all'oggetto dell'azienda produttiva; - è fondata, invece, la doglianza della ricorrente dell'impossibilità di cumulare la deroga all'obbligo di convenzionamento di cui all'art. 27, comma 3, lettera c), invece prevista dalla C.E. n. 33 del 2003, essendo già prevista una deroga specifica (quella di cui alla lettera b della stessa norma) per l'ampliamento di aziende di prestazioni di servizi; - sono infondati il quarto, settimo e decimo motivo di ricorso, relativi ai posti letto da realizzarsi, alla stregua di quanto risulta dalla tavola 9 del primo progetto e tenuto conto del disposto normativo di piano, così come è parimenti infondato il sesto motivo in quanto non è dubitale l'attribuibilità della richiesta di concessione edilizia in capo alla controinteressata, tenuto conto della rituale firma di tutti gli atti progettuali e della sua esclusiva proprietà degli immobili oggetto dei contestati interventi; - è fondato anche l'ottavo motivo, di violazione dell'art. 128 e 29 della LUP e dell'art. 33 del relativo regolamento di esecuzione, nonché dell'art. 9 delle NTA al PUC, - formulato con riferimento alle CC.EE. n. 337 del 2002 e n. 33 del 2003 - per aver l'Amministrazione consentito il cumulo della cubatura prevista in base all'indice di densità edilizia (art. 9 citato) con la cubatura consentita in base alle norma di ampliamento quantitativo e qualitativo (artt. 29 e 128 citati) - in quanto le predette concessioni edilizie sono da considerarsi illegittime, nella parte in cui consentono di utilizzare, ai fini dell'ampliamento da realizzarsi in deroga agli indici di edificazione, l'intera cubatura ammessa ai sensi degli artt. 35 e ss. del regolamento di attuazione della LUP, senza tenere conto della cubatura precedentemente già destinata ad uso alberghiero e collegata funzionalmente, secondo progetto, all'albergo Irma per effetto del cambiamento di destinazione d'uso della "Villa Buenos Aires" (sia esso totale o parziale) e della nuova cubatura realizzata in base all'indice di edificabilità previsto per la zona B4; - è assorbita ogni pronunzia sul quinto motivo di ricorso, tenuto conto della già riconosciuta parziale illegittimità delle CC.EE. n. 337 del 2002 e 33 del 2003; - è inammissibile il nono motivo in conseguenza della rilevata tardività della parte di impugnativa relativa alle CC.EE. n. 205 del 2002 e n. 338 del 2002. 3. - Con l'appello in epigrafe la sig. Oberkircher ha chiesto la riforma della citata sentenza "...in parte qua", formulando un unico motivo di impugnazione così rubricato: erroneità della sentenza di primo grado per errore di diritto e falsa applicazione delle disposizioni di legge di cui agli articoli 29 e 128 della L.P. n. 13 del 1997, nonché degli articoli 30 e seguenti del Decreto Presidente Giunta Provinciale n° 5 del 1998 (di seguito: DPGP), concernente il regolamento di esecuzione della legge urbanistica provinciale, e per insufficiente e/o contraddittoria motivazione, "...sempre per quanto riguarda il concetto di ampliamento alberghiero...". Più in particolare ha sostenuto, così espressamente circoscrivendo la propria domanda di appello soltanto alla questione concernente "il concetto di ampliamento alberghiero", che la sentenza appellata avrebbe "...confuso la mera possibilità di esercitare un esercizio alberghiero ricettivo in più stabili con la possibilità di ampliare un esercizio alberghiero composto in origine da uno stabile, mediante la creazione, sempre in sede di ampliamento, di un secondo stabile...". Ha, quindi, soggiunto che una tale applicazione dell'eccezionale normativa urbanistica di cui agli articoli 29 e 128, in quanto permetterebbe di esulare dai comuni indici urbanistici previsti nei vari strumenti di pianificazione, creerebbe un esteso jus aedificandi, sicuramente non previsto dal legislatore provinciale. In via subordinata, ha lamentato che il Giudice territoriale: a) avrebbe "...completamente omesso di verificare nel caso de quo l'effettiva persistenza di un'esistente razionale funzionalità tra l'edificio preesistente, ossia l'Albergo Irma, e la nuova costruzione alberghiera presso l'area della Villa Buenos Aires, da crearsi in sede di ampliamento alberghiero di cui agli artt. 29 e 128 della legge urbanistica provinciale..."; b) per di più, non avrebbe considerato che "...mettono in dubbio o addirittura negano ogni razionale funzionalità tra l'albergo Irma e la dependance ex Villa Buenos Aires..." i seguenti fatti: - distanza di oltre 80 metri tra i due immobili; - assenza di collegamento diretto tra gli stessi immobili; - esistenza, anzi, tra le due proprietà di un sentiero privato di cui la controinteressata non ha l'esclusiva disponibilità, essendone soltanto comproprietaria, e del quale, per di più, gli è stato inibito l'utilizzo con provvedimento giudiziale che vieta il passaggio agli ospiti di Villa Irma; - destinazione urbanistica diversa delle zone su cui insistono i due immobili. Infine, afferma che il TAR avrebbe errato anche nell'interpretare il concetto di "pertinenza", così come enunciato nell'art. 33, comma 3, ultimo periodo del DPGP n. 5 del 1998. 4. - Dei soggetti intimati si è costituita soltanto la controinteressata M.W. & co., s.a.s., che con memoria ha eccepito l'inammissibilità dell'appello e comunque l'infondatezza dello stesso. 5. - Alla pubblica udienza del 26 ottobre 2010 l'appello è stato introitato a decisione. 6. - L'appello è inammissibile. 6. 1 - Giova, innanzitutto, precisare che l'appello in esame, così come ricavabile già dall'epigrafe dell'unico motivo di appello proposto, oltre che dallo sviluppo delle tesi allo scopo allegate, è limitato alla riforma della sentenza impugnata soltanto per il profilo relativo all'interpretazione delle norme disciplinanti l'ampliamento alberghiero, come applicate in sede di rilascio delle concessioni edilizie n. 337 del 2002 e n. 33 del 2003. Infatti, l'asserita erroneità della sentenza di primo grado "...per errore di diritto e/o falsa applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 29 e 128 della Legge provinciale n. 13 del 1997, nonché dell'art. 30 e seguenti del D.P.G.P. n. 5 del 1998, nonché per insufficiente e/o contraddittoria motivazione..." é espressamente riferita alla sola questione riguardante l'ampliamento alberghiero consentito dalle norme urbanistiche vigenti, avendo letteralmente precisato l'appellante che l'impugnazione è stata proposta "...sempre per quanto riguarda il concetto di ampliamento alberghiero...". Va, dunque, dato atto che sulle restanti statuizioni, anche di inammissibilità parziale del ricorso di primo grado, si è formato il giudicato. 6. 2 - La controinteressata Società M.W. & co. ha eccepito, preliminarmente, che, avendo il TAR espressamente accolto, con il punto di motivazione 3.5 della sentenza appellata, l'ottavo motivo del ricorso di primo grado, specificamente concernente le su citate concessioni edilizie n. 337 del 2002 e n. 33 del 2003, per violazione degli articoli 29 e 128 della Legge Urbanistica Provinciale, dell'art. 33 del DPGP n. 8 del 1998 e dell'art. 9 delle NTA al PUC di Merano, le stesse concessioni edilizie devono ritenersi integralmente travolte, per cui sarebbe inammissibile che, nella presente sede di appello, la ricorrente chieda un'ulteriore interpretazione del concetto di "ampliamento alberghiero". L'eccezione è fondata. Ritiene, infatti, il Collegio che l'annullamento integrale delle due concessioni edilizie disposto dal primo Giudice, in accoglimento di specifica censura della ricorrente, comporta la carenza di ogni concreto ed attuale interesse della ricorrente medesima a vedere modificata detta pronunzia, soltanto nella motivazione, essendo già stata pienamente e sostanzialmente soddisfatta la pretesa azionata in primo grado attraverso la già disposta eliminazione dal mondo giuridico dei due provvedimenti in questione. Né consentono di opinare diversamente le deduzioni svolte dall'appellante nella propria memoria del 15 ottobre 2010 circa "...il grande interesse che nutre la ricorrente stessa..." ad una pronunzia di questo Consiglio di Stato sul concetto di "ampliamento alberghiero" effettivamente emergente dalle norme urbanistiche vigenti in Provincia di Bolzano, in quanto dette deduzioni, a ben vedere: - da un lato, manifestano soltanto "le preoccupazioni" della stessa appellante sull'evoluzione futura delle strutture alberghiere della controinteressata M.W. & co. (...cosicché è da prevedere che in futuro la stessa (Meister) proceda ulteriormente all'ampliamento alberghiero nella consueta maniera estensiva...", che, se sono apprezzabili su di un piano metagiuridico, non resistono, invece, ad un vaglio giuridico, qui determinante, difettando certamente il carattere dell'attualità dell'interesse, in disparte la già rilevata piena soddisfazione delle proprie ragioni conseguita dall'appellante per effetto dell'integrale annullamento delle concessioni edilizie impugnate; - dall'altro, paiono rivolte ad ottenere un'inammissibile pronunzia consultiva di questo Giudice, laddove, sempre manifestando preoccupazione per l'eventuale e futura ulteriore espansione edilizia della struttura alberghiera della controinteressata, la ricorrente giustifica la propria domanda di appello affermando che ha agito in questa sede "...per ottenere almeno quale risultato indiretto che in futuro la controinteressata M.W. & co., s.a.s., si debba attenere ad un concetto giuridico di ampliamento alberghiero così come sviluppato in sede giurisdizionale da questo (rectius: codesto) Consiglio di Stato...". Infine, anche il comportamento tenuto dalla ricorrente con riguardo ad altre concessioni edilizie successivamente rilasciate alla controinteressata società induce a confermarsi nell'esposto convincimento di inammissibilità dell'appello, tenuto conto che, secondo quanto dedotto da detta parte controinteressata e non è stato smentito dall'appellante, non risulta impugnata la concessione parziale n. 373 del 12 novembre 2003 concernente la realizzazione di lavori (sulla particella edilizia 844) a titolo proprio di ampliamento quantitativo e qualitativo dell'Hotel Irma, mentre laddove si è nuovamente adito il Giudice Amministrativo, come nel caso della C.E. n. 256 del 9 luglio 2004, non è stata proposta la questione dell'ampliamento alberghiero qui in rilievo. 6.3 - Ferma la suddetta decisione, osserva il Collegio che l'appello è, in ogni caso, infondato anche nel merito perché, in disparte il rilievo che il giudicato si è già formato su tutte le restanti parti della sentenza e, quindi, sulle relative questioni, l'interpretazione fornita dal TAR delle norme di legge, regolamentari e di PUC concernenti l'ampliamento alberghiero sono condivisibili, tenuto conto dell'intendimento manifestato nella Legge Urbanistica Provinciale di favorire lo sviluppo dei servizi alberghieri, in considerazione della vocazione turistica della città di Merano. 7. - Circa le spese del presente grado di giudizio, reputa equo il Collegio non porle a carico della soccombente appellante, sussistendo, comunque, giusti motivi anche di ordine socioeconomico per provvedere in tal modo». T.A.R. Veneto Venezia Sez. II, Sent., 15-02-2011, n. 238: «Svolgimento del processo A. Il ricorrente, con istanza del 16.9.2005, chiedeva il rilascio di un permesso di costruire per la ristrutturazione e l'ampliamento di due distinte abitazioni adiacenti, site in Favaro Veneto, via Colombara e contrassegnate da due diversi numeri civici (77 e 79). B. Il Comune di Venezia, con nota del 28.3.2006, da un lato chiedeva la produzione di documentazione integrativa, e segnatamente dei certificati di residenza del ricorrente e del figlio per verificarne la stabile residenza negli immobili de quibus e di alcuni elaborati grafici ai fini dell'applicabilità dell'art. 44.5. delle N.T.A., e dall'altro precisava che l'istanza era subordinata alla positiva definizione del condono chiesto nel 1995. C. Il ricorrente riceveva, quindi, il preavviso di rigetto impugnato con il quale l'Amministrazione comunicava all'istante che "l'intervento era in contrasto con l'art. 44.5 delle N.T.A. per eccesso di volumetria e superficie (800 mc e 270 mq) e con l'art. 40.4.1. per assenza di fondo rustico e mancanza del requisito soggettivo di imprenditore agricolo a titolo principale". L'Amministrazione comunale faceva, inoltre, presente al ricorrente la mancata corrispondenza tra lo stato attuale dei luoghi come risultante dal progetto e lo stato accertato dall'Ufficio Ispettivo nel corso del sopralluogo del 18.12.2006. D. Quindi il 20.4.2007 il ricorrente presentava un'istanza integrativa di permesso di costruire per l'edificazione di almeno 800 mc, senza però rinunciare a quella di 1600 mc, consentita dalla sommatoria dell'ampliamentodelle due distinte unità immobiliari. E. Con provvedimento prot. n. 2007/282123 del 28.6.2007 il Comune resistente negava la domanda di permesso di costruire relativamente all'edificio bifamiliare previsto a sud del lotto sul quale insiste l'unità contraddistinta dal n. 79 per le ragioni già esposte nel preavviso di diniego. F. Il ricorrente deduce l'illegittimità dei provvedimenti impugnati: 1) per erronea valutazione dei presupposti di fatto, violazione dell'art. 4 della L.R. n. 24/1985, contraddittorietà intrinseca, illogicità, carenza di motivazione in quanto il Comune di Venezia, pur prendendo atto che le due unità immobiliari sono il frutto della modifica di un'unica unità originaria, alla quale è stata aggregata nel tempo un'altra unità immobiliare, ha erroneamente ritenuto che non fosse possibile qualificare le due unità come edifici distinti ai quali applicare la facoltà di ampliamento di 800 mc per ciascuno; 2) per errore di diritto e di presupposto in ordine alla violazione dell'art. 44.5 lett. h) delle N.T.A. e della circolare regionale n. 1/2007, violazione dell'art. 4 della L.R. n. 24/1985, contraddittorietà, carenza di potere, difetto di istruttoria. Ad avviso del ricorrente, l'interpretazione dell'art. 44.5 delle N.T.A., fornita dalla P.A., è in contrasto con l'art. 4 della L.R. n. 24/1985 che correla l'ampliamento alla residenzialità. Peraltro la circolare regionale n. 1/2007 consente l'ampliamento per ciascuna delle case costituenti la schiera in ipotesi di loro aggregazione nel corso del tempo, né nel caso di specie l'assenza di uno scoperto di esclusiva competenza delle abitazioni vale a escludere l'applicazione di tale possibilità; 3) per errore di diritto sulla pretesa violazione dell'art. 40.4.1 delle N.T.A. in quanto l'assenza del fondo rustico e della qualifica di imprenditore agricolo a titolo principale è irrilevante giacché si tratta di ampliamento e ristrutturazione di abitazioni già esistenti in zona E2 e E3 e non di una nuova abitazione; 4) per sviamento dalla funzione e carenza di motivazione, in considerazione della dedotta esistenza di ulteriori abusi che dovrebbero eventualemente formare oggetto di un autonomo procedimento sanzionatorio. Sulla scorta delle predette censure di illegittimità il ricorrente ha, altresì, chiesto il risarcimento dei danni patiti a causa del parziale diniego del permesso di costruire. G. Il Comune di Venezia, ritualmente costituito in giudizio, ha concluso per la reiezione del ricorso evidenziando che l'unico fabbricato originario, successivamente frazionato in due unità abitative con interventi abusivi poi condonati, ha diritto a un unico ampliamento di 800 mc.. H. Alla pubblica udienza del 16.12.2010 la causa è stata trattenuta in decisione. Motivi della decisione 1. Il ricorso non è fondato e va respinto per le ragioni di seguito esposte. 2. Occorre premettere che il fabbricato oggetto dell'istanza di permesso di costruire è ubicato in zona agricola E2. Il detto edificio è stato oggetto di più istanze di condono: la prima, presentata ai sensi della legge n. 47/1985, è stata respinta il 2.4.1990 perché il manufatto, come descritto nella relativa domanda, non risultava né realizzato, né in fase di costruzione alla scadenza prevista per la sanatoria; la seconda, presentata ai sensi della legge n. 724/1994, a seguito dell'ulteriore ampliamento del fabbricato e della sua suddivisione in due distinte unità abitative comunicanti tra di loro mediante una porta, è stata accolta. 2.1. Quindi il 16.9.2005 il ricorrente ha presentato una domanda di permesso di costruire per procedere, ai sensi dell'art. 4 della L.R. n. 24/1985, alla ristrutturazione dell'intero immobile, previa sua completa demolizione e successiva riedificazione in ampliamento, a fronte della quale l'Amministrazione ha ritenuto assentibile l'ampliamento di soli 800 mc, anziché di 1600 mc (800 mc per ciascuna unità abitativa). 3. Con i primi due motivi, che possono essere trattati congiuntamente in considerazione della connessione esistente tra gli stessi, il ricorrente deduce l'illegittimità del diniego impugnato per violazione dell'art. 4 della L.R. n. 24/1985, dell'art. 44.5 lett. h) della N.T.A. del P.R.G. della Terraferma e della circolare regionale n.1/2007, nonché per eccesso di potere per contraddittorietà, illogicità e carenza di motivazione e di istruttoria. 3.1. Ad avviso del ricorrente il Comune ha escluso la possibilità dell'ampliamento di 1600 mc complessivi, vale a dire 800 mc per ciascuna delle due unità abitative, basandosi su un'erronea interpretazione del combinato disposto degli artt. 4 della L.R. n. 24/1985 e 44.5. lett. h) delle N.T.A. secondo i quali l'ampliamento di 800 mc sarebbe consentito con riferimento a singoli e distinti edifici, mentre nel caso di specie vi sarebbe un unico edificio, successivamente frazionato in due unità abitative. Prosegue il ricorrente, posto che l'art. 44.5 lett. h) delle N.T.A. come norma regolamentare mai potrebbe derogare a quanto previsto dalla legge regionale, sia la detta disposizione che l'art. 4 della L.R. n. 24/1985 si riferiscono al concetto di "residenza" e non a quello di edificio, con la conseguenza che nel caso in esame esistono due unità abitative costruite in aderenza, occupate da due distinti nuclei familiari, dotate di forniture di acqua, gas e luce autonome e individuate da differenti numeri civici. Ne discende, quindi, che l'ampliamento va riconosciuto a ogni singola "casa di abitazione", anche se la stessa sia frutto del frazionamento di un unico originario edificio. Né, infine, vale a contraddire tale prospettazione l'ulteriore considerazione secondo la quale l'art. 4 della L.R. n. 24/1985 richiederebbe la sussistenza di due edifici distinti al momento della sua entrata in vigore, avvenuta nel marzo 1986, mentre nel caso di specie il frazionamento in due unità immobiliari è successivo a tale data. 4. Il Collegio non ritiene di poter condividere la prospettazione di parte ricorrente. 5. Secondo il consolidato orientamento di questo Tribunale, confermato anche dal Consiglio di Stato, l'art. 4 della L.R. n. 24/1985, nel consentire, anche a soggetti che non sono imprenditori agricoli, l' ampliamento fino a mc 800 delle "costruzioni esistenti nelle zone agricole", stabilmente occupate a titolo di residenza da almeno sette anni, non condiziona detto ampliamento all'incremento volumetrico dell'unità abitativa preesistente (o delle unità abitative preesistenti), ma, lasciando piena libertà all'occupante di cosa realizzare con la nuova volumetria, si preoccupa soltanto di far sì che l' ampliamento non comporti la creazione di un'unità immobiliare strutturalmente autonoma (cfr. TAR Veneto, II, 7.5.2007, n. 1422; Cons. Stato, IV, 18.3.2008, n.1165). 5.1. Le finalità della citata legge regionale enunciate all'art. 1 sono, infatti, la salvaguardia della destinazione agricola del suolo, attraverso la valorizzazione delle caratteristiche ambientali e delle specifiche vocazioni produttive; la promozione della permanenza nelle zone agricole in condizioni adeguate e civili degli addetti all'agricoltura, mediante il favor per il recupero del patrimonio edilizio rurale esistente soprattutto in funzione delle attività agricole. Orbene è, dunque, in relazione a tali finalità che vengono disciplinate le modalità di utilizzazione dei suoli, i parametri che devono essere presenti, i criteri per l'edificazione in zona agricola, i tipi di intervento consentiti sugli immobili già esistenti e così via. Ne discende, quindi, che dall'esame delle varie disposizioni regionali emerge con tutta evidenza che la normativa regionale è improntata all'esigenza di conservazione e valorizzazione del patrimonio agricolo e di miglioramento delle condizioni di vita dei soggetti istituzionalmente dediti a tale tipo di attività. 5.2. Appare allora consequenziale che il richiesto ampliamento volumetrico di 1600 mc, volto a incrementare di 800 mc le due unità abitative realizzate dal ricorrente mediante il frazionamento - con opere abusive poi sanate - di un unico originario edificio, non può, nonostante gli sforzi argomentativi del ricorrente, rientrare nell'ambito della nozione di ristrutturazione mediante demolizione e ricostruzione contemplata dal citato art. 4 della legge regionale. 5.3. E, infatti, nel caso di specie non è possibile invocare la normativa di cui all'art. 4, trattandosi all'evidenza di consentire una duplicazione dell'ampliamento di 800 mc assentibile in base alla detta norma in relazione a un unico edificio originario, nel tempo frazionato in due unità abitative, con conseguente aumento esponenziale dell'edificabilità nelle zone agricole che si pone in palese contrasto rispetto alle finalità di salvaguardia delle dette zone e della connessa attività rurale che la L.R. n.24/1985 persegue. 5.4. Del resto appare del tutto condivisibile l'interpretazione proposta dalla stessa Amministrazione regionale con la circolare n.1/2007 nella quale si dà atto che "al fine di evitare interpretazioni della norma (art. 48, comma 7 ter, lett. b) della L.R. n. 11/2004) che potrebbero vanificarne la ratio, si precisa che l'ampliamento concesso di 800 mc va riferito all'immobile/edificio considerato nella sua totalità; eventuali successivi frazionamenti del medesimo non consentono ulteriori ampliamenti di ciascuna frazione così ottenuta. Nell'ipotesi di più case aggregate in un processo avvenuto nel corso degli anni e costituenti un edificio del tipo a schiera, l'ampliamentoè ammissibile per ciascuna delle case costituenti la schiera". Alla luce della detta ultima considerazione, ad avviso del Collegio, è ancor più evidente che nella fattispecie non è ammissibile l'assenso a un ulteriore ampliamento di 800 mc oltre quello già autorizzato, poiché a differenza del fenomeno delle case a schiera, frutto dell'aggregazione di più case in un unico edificio, le due distinte unità abitative del ricorrente sono, invece, il risultato del frazionamento dell'unico originario edificio e dell'accorpamento allo stesso di alcune sue pertinenze. Orbene tale situazione di fatto non può essere ricompresa nel concetto di singola unità tipologica, richiamato dalla rammentata circolare regionale e dall'art. 44.5 lett. h) delle N.T.A. che prevede l'ampliamento per ciascuna singola unità residenziale, vale a dire per un unico edificio, a prescindere dai successivi frazionamenti. 5.6. Alla luce delle suesposte considerazioni i primi due motivi di ricorso devono essere respinti. 6. Con riguardo al terzo motivo di ricorso occorre rilevare che con la L.R. n. 11/2004 è venuto meno il requisito previsto dalla L.R. n. 24/1985 concernente la necessaria occupazione residenziale da almeno sette anni, mentre con la successiva L.R. n. 18/2006 è stato eliminato anche il requisito della stabile occupazione residenziale. Infine con la L.R. n. 30/2010, la Regione ha chiarito in sede di interpretazione autentica che al comma 5 dell'art. 44 della legge regionale 23 aprile 2004, n. 11, le parole: "Sono sempre consentiti" sono da intendere nel senso che gli interventi cui si fa riferimento sono ammissibili anche in assenza dei requisiti soggettivi e del piano aziendale di cui ai commi 2 e 3 del medesimo articolo 44, ferme restando le disposizioni più restrittive previste negli strumenti urbanistici, purché le stesse non limitino gli interventi con riferimento ai commi 2 e 3 dell'articolo 44 che non è necessaria la qualifica di imprenditore agricolo per edificare in zona E2 e E3 delle nuove edificazioni.". 6.1. Alla luce delle predette disposizioni non appare, dunque, più rilevante la qualifica di imprenditore agricolo, a prescindere dalla qualificazione dell'intervento oggetto dell'istanza di permesso di costruire. 7. Deve, infine, essere disatteso perché infondato anche il quarto e ultimo motivo con il quale il ricorrente lamenta lo sviamento dalla funzione in quanto il Comune ha prospettato la supposta non corrispondenza tra lo stato dei luoghi rappresentato nel progetto e quello risultante dall'accertamento dell'Ufficio Ispettivo a causa dell'esistenza di box e containers abusivi. Tali elementi sono, infatti, del tutto estranei al procedimento relativo al permesso di costruire e da sanzionare eventualmente mediante l'apertura di un autonomo procedimento. 7.1. Dalla lettura del provvedimento impugnato si evince chiaramente che il diniego parziale del permesso di costruire si fonda sul contrasto dell'intervento con l'art. 44.5 lett. h) delle N.T.A. per eccesso di volumetria e con l'art. 40.4.1 per assenza del fondo rustico e mancanza del requisito soggettivo di imprenditore agricolo a titolo principale, non assumendo alcuna rilevanza a tal fine la presenza di box e containers abusivi, nonché l'accertata diversità di dimensioni di parti dell'edificio rispetto a quanto rappresentato in progetto. 7.2. Del resto proprio nel provvedimento impugnato il Comune dà atto che i predetti abusi "saranno oggetto di procedimento sanzionatorio previsto dalle vigenti norme". 8. Per tutte le ragioni esposte il ricorso deve essere respinto. Alla reiezione del ricorso consegue anche il rigetto della domanda risarcitoria proposta dal ricorrente. 9. Le spese di lite seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo».
T.A.R. Veneto Venezia Sez. II, Sent., 15-03-2011, n. 450: «Svolgimento del processo I signori C.G. e C.B., proprietari in località Quinzano del Comune di Verona (anche per il tramite della società "B.D.U." di cui il primo era Presidente) di un vasto appezzamento di terreno edificabile previa adozione di un piano attuativo, all'inizio del 2004, presentarono una proposta di piano di lottizzazione su cui chiesero parere preventivo al Comune medesimo. Essendo l'ambito territoriale sottoposto a vincolo ambientale, la Commissione Edilizia Integrata, eseguito un sopralluogo, rilasciò in data 1.04.04 un "parere favorevole condizionato" precisando quanto segue: "la CE. condivide con gli uffici le necessità (della cessione...) ed anche l'accorpamento, nella delimitazione della lottizzazione, del perimetro dell'edificio esistente con l'ampliamento indicato con la lettera Lb". Si trattava di un edificio rurale fatiscente, a forma di L rovesciata, con area cortilizia di pertinenza, di proprietà dei medesimi lottizzanti e che gli stessi avevano escluso dall'ambito del piano attuativo. Sulla scorta dell'indicazione fornita dalla Commissione Edilizia Integrata i lottizzanti presentarono in data 10.05.04 la domanda volta all'approvazione del piano attuativo. A fronte di un volume edificabile di circa mc. 50.000, il piano ne prevedeva 18.990 con standard calibrati, tuttavia, su un volume di mc. 24.068. L'ambito della lottizzazione risultava ampliato mediante inserimento del perimetro dell'edificio a forma di L, secondo le indicazioni della C.E.I.., con aumento della superficie e del volume, la prima per mq. 126, il secondo per mc. 438 (ricompresi nella volumetria complessiva di mc. 18990). Il 3.06.04 si tenne in Comune una conferenza di servizi che si espresse favorevolmente, con alcune prescrizioni, sul progetto presentato. La C.E.I. in data 17.06.04 si espresse favorevolmente sul piano, ivi compresi gli elaborati, i planivolumetrici ed il progetto di massima delle opere di urbanizzazione e in data 16.07.04 il Comune rilasciò il decreto ambientale favorevole. La Giunta Comunale con deliberazione n. 189 dell'8.06.05 ed il Commissario ad acta, a fronte del silenzio serbato dal Consiglio Comunale sulla domanda di approvazione, con decreto 23.12.05, adottavano la prima e approvava il secondo il piano di lottizzazione. In data 7.03.06 veniva formalizzata la convenzione di lottizzazione cui faceva seguito l'esecuzione delle opere di urbanizzazione primaria, prodromiche al rilascio dei permessi di costruire. L'attuazione del piano è oggi, secondo quanto si assume nel ricorso, in fase molto avanzata, ad eccezione dell'intervento sull'edificio a forma di L, di cui il piano prevede, come detto, l'ampliamento; intervento che non è stato possibile iniziare proprio in considerazione dei tempi nei quali si è sviluppata l'istruttoria (istanza presentata il 24.12.08) che ha portato al diniego impugnato. Appare utile illustrare sin da subito le previsioni sia normative, sia progettuali, relative alla costruzione di cui sopra. Nella relazione accompagnatoria redatta dai progettisti e che costituisce parte integrante del piano attuativo si legge "La C.E. condivide con gli Uffici... anche l'accorpamento, nella delimitazione della lottizzazione, del perimetro dell'edificio esistente con l'ampliamento indicato con la lettera L. Un ambito particolare (4 edificio L) interessa il recupero funzionale tramite integrazione volumetrica di una residenza rurale a corpo semplice (5.50 m) che prospetta una corte di pertinenza (casa e corte sono entrambi di proprietà della Ditta lottizzante). Il perimetro della lottizzazione, giusta la raccomandazione della CE., ha incorporato questa preesistenza rurale, la quale partecipa alla lottizzazione con il suo volume (che si aggiunge semplicemente a quanto ammesso, dal P.d.L. ed aumentando, anche se in quantità irrisoria, la quantificazione delle aree a standard dovute per quanto di spettanza". Rilevante è anche il contenuto dell'art. 8 della convenzione di lottizzazione che si occupa del "volume edificabile". Indicato il volume massimo realizzabile, la norma dispone che restano ferme "le indicazioni del piano di lottizzazione per ciascun corpo di fabbrica circa le tipologie, le altezze massime, ed ogni altro parametro qualificante il piano stesso, ritenendosi ammissibili unicamente le modifiche compatibili nel passaggio dal planivolumetrico di massima al progetto esecutivo". Sempre con riferimento all'ambito 4, il planivolumetrico approvato (elaborato A 05 - B05) riferendosi all'edificio rurale ed al previsto ampliamento, nel disegnare la sagoma dell'edificio, ne individua la consistenza prevedendo, quanto all'esistente, il mantenimento di un identico e regolare andamento delle falde del manto di copertura in relazione al lato più breve della L e, invece, un diverso andamento del manto di copertura rispetto al preesistente per il lato più lungo. La Tavola, AOI "Il sito e l'intorno", che "'fotografa'" la situazione dell'ambito di lottizzazione, in corrispondenza dell'edificio rurale contiene la dicitura "edificio esistente da mantenere", mentre nelle vicinanze sono indicati due precari agricoli con la dicitura "da demolire". Intendendo intervenire nell'ambito 4 gli odierni ricorrenti conferivano ai progettisti (i medesimi del piano di lottizzazione) l'incarico di predisporre il progetto che desse attuazione alle previsioni del piano medesimo. Il progetto, redatto tenendo conto degli elaborati del piano di lottizzazione approvati dal Comune di Verona, è stato denominato in sede di domanda "Intervento ambito 4 edificio L. Ristrutturazione con ampliamento" ed era accompagnato da una "Relazione Paesaggistica e Tecnica" e da documentazione fotografica, altezze massime, ed ogni altro parametro qualificante il piano stesso, ritenendosi ammissibili unicamente le modifiche compatibili nel passaggio dal planivolumetrico di massima al progetto esecutivo". In data 14 aprile 2009 l'amministrazione comunale inviava ai ricorrenti una comunicazione di preavviso di rigetto ai sensi dell'art. 10 bis L. 241/1990 in cui si affermava che: la demolizione del fabbricato e l'ampliamentoprevisto dal piano configurano una nuova costruzione; che conseguentemente vengono violate le disposizioni in materia di distanze tra costruzioni; che il piano avrebbe comunque imposto il mantenimento del fabbricato. In data 13.08.09 il Comune adottava, infine, l'impugnato provvedimento di diniego. Gli atti impugnati sono censurati per le seguenti ragioni: 1) Eccesso di potere - erronea ed incongrua interpretazione del p.a., degli elaborati progettuali e del "planivolumetrico". 2) Eccesso di potere per erronea e strumentale interpretazione di norme regolamentari e per incoerente riferimento a disciplina dichiarata non applicabile; incongruenza intrinseca all'atto L'amministrazione intimata, per parte sua, si è costituita in giudizio e ha contrastato i motivi di ricorso chiedendone la reiezione con vittoria di spese. A mezzo di successivo ricorso per motivi aggiunti, la parte ricorrente ha impugnato, in corso di giudizio, la nota con cui, a seguito di ordinanza cautelare contenente invito al riesame (cfr. ordinanza n. 1019 dell'11.12.2009) il responsabile del procedimento ha comunicato l'avvio del procedimento di riesame sulla richiesta di permesso di costruire, nella parte in cui è stato fissato il termine di 135 giorni dal 13.11.2009 per la conclusione del procedimento stesso. Contro tale provvedimento sono state dedotte le seguenti censure: 1) violazione dell'art. 2 e 2 bis della l. 241/90; violazione dell'art. 97 Costituzione. 2) violazione dell'art. 2 e 2 bis della l. 241/90 anche in relazione agli artt. 21 octies e 21 nonies; eccesso di potere per contraddittorietà. Infine, con il secondo ricorso per motivi aggiunti, i sig.ri C. impugnano il provvedimento datato 4 aprile 2010, con cui, a seguito di compiuto riesame della domanda, l'amministrazione ha nuovamente denegato il rilascio del permesso di costruire di cui all'istanza presentata il 24 dicembre 2008. Avverso tale provvedimento i ricorrenti deducono i seguenti motivi di censura: 1) Eccesso di potere; erronea applicazione ed interpretazione della disciplina ediliziaurbanistica; erronea ed incongrua interpretazione del P.d.L., Si sostiene che l'interpretazione degli elaborati costituenti il piano attuativo non ha tenuto conto delle ragioni che hanno condotto ad inserire "il perimetro" dell'edificio rurale nell'ambito della lottizzazione: che è stata la commissione edilizia integrata a prevedere l'inserimento dell'ulteriore proprietà dei lottizzanti richiedendo che all'ambito territoriale proposto venisse accorpato "nella delimitazione della lottizzazione il perimetro dell'edificio esistente con l'ampliamento"; che ciò ha comportato oltre all'edificio, anche l'accorpamento dell'area di pertinenza; che, pertanto, come emerge chiaramente dagli atti di causa, sin dall'inizio, non vi è stato alcun riferimento alla conservazione dell'edificio in sé, posto che la commissione edilizia si riferisce al "'perimetro'" della costruzione e che in nessuno degli elaborati progettuali o nella relazione accompagnatoria al piano si fa riferimento ad un qualsiasi "grado di protezione" idoneo a limitare la tipologia degli interventi ammissibili; che il Comune non può opporre all'interpretazione di cui sopra, la circostanza che l'elaborato AOI (B/I) indica la costruzione quale "edificio esistente da mantenere" mentre quanto a due "precari agricoli" indica "da demolire"; che l'elaborato definito "Il sito e l'intorno" descrive la situazione di fatto esistente prima dell'intervento e comunque che la dizione atecnica "da mantenere" è, all'evidenza, utilizzata con riferimento al sedime ed al volume, poi costituente parte integrante del "volume massimo" del P.d.L.; che l'elaborato è stato redatto dai progettisti dei lottizzanti che, attraverso quella generica dizione ("da mantenere") si riferivano alla circostanza che il volume andava mantenuto nell'ambito di quello ammesso dal piano attuativo, che lo stesso piano autorizza, indicandone i limiti, l'ampliamento ammesso rispetto all'edificio esistente, di cui si prevede il "mantenimento" della superficie coperta e, ovviamente, del volume e sagoma; che solo l'ampliamento costituisce, ai sensi dell'art. 3 del T.U. dell'edilizia, una "nuova costruzione" e per esso solo valgono, all'evidenza, le norme sulle distanze dal confine e tra fabbricati, mentre, quanto all'esistente, ogni intervento è ammesso nei limiti della ristrutturazione, e tale è la proposta progettuale presentata al Comune; che dunque, il piano ha previsto la conservazione del volume (come emerge dagli elaborati) ma non ha escluso la ristrutturazione, autorizzando nel contempo la realizzazione di una nuova costruzione corrispondente all'ampliamento ammesso; che decisiva al riguardo è la lettura dell'art. 9 della convenzione di lottizzazione che, dopo aver indicato il volume massimo edificabile precisa "'ferme restando le indicazioni del Piano di Lottizzazione per ciascun corpo di fabbrica circa la tipologia, le altezze massime, ed ogni altro parametro qualificante il piano stesso, ritenendosi ammissibili unicamente le modifiche compatibili nel passaggio da planivolumetrico di massima a progetto esecutivo", ovvero, modifiche di dettaglio, rappresentando il planivolumetrico il riferimento per parametri edilizi (volume, altezza, sedime, superficie) da rispettare in sede esecutiva; che appare evidente che per il tetto, modificato nell'andamento delle falde, era senz'altro prevista la demolizione e ricostruzione, non essendo diversamente realizzabile la modifica dello stesso così come rappresentato nell'elaborato in esame; che data l'erronea definizione dell'intervento ammesso dal piano di lottizzazione, il Comune ha finito per considerare erroneamente l'intervento proposto (ristrutturazione con ampliamento) quale nuova costruzione, con ogni conseguenza in ordine alla disciplina applicabile. 2) Eccesso di potere per erronea e strumentale interpretazione di norme regolamentari e per incoerente riferimento a disciplina dichiarata non applicabile; incongruenza intrinseca all'atto Il provvedimento 13.08.09 afferma che l'intervento progettato sarebbe precluso dalla disciplina dell'art. 70 del Regolamento Edilizio; che la sopracitata disciplina non è affatto ostativa dell'intervento proposto, come sostenuto dal Comune, poichè il progetto dimostra che l'edificio esistente verrebbe ricostruito senza modifica di volumetria e sagoma così che a tale intervento non possono essere applicate le norme relative alle "nuove costruzioni" trattandosi, di mera "ristrutturazione"; che l'ampliamento, concordato in sede di piano attuativo, rispetta pertanto tutte le norme di regolamento e di piano urbanistico (altezza, distanze, standards); che in definitiva l'art. 70 è richiamato sul presupposto dell'erronea qualificazione data dal Comune all'intervento progettato; che inconferente è il richiamo all'intervenuta approvazione del Piano di Assetto del Territorio, posto che le norme in esso previste non si applicano al caso in esame. Il Comune di Verona, che in sede di riesame ha respinto la richiesta di permesso di costruire, resiste al ricorso, contesta tutti i motivi di censura e ne chiede la reiezione con vittoria di spese. All'udienza pubblica del 18 novembre 2010, previa audizione dei difensori delle parti, il ricorso è stato introitato per la decisione. Motivi della decisione 1. Preliminarmente appare necessario definire l'ordine di trattazione dei tre diversi ricorsi (il principale e i due ricorsi per motivi aggiunti) atteso che, come chiarito nell'esposizione di fatto, il primo provvedimento di rigetto della domanda di permesso di costruire è stato sospeso dal Tribunale in sede cautelare e che, successivamente, riavviato il procedimento, l'amministrazione ha adottato un nuovo provvedimento negativo autonomamente motivato, sostanzialmente reiterativo del primo atto reiettivo, che tale diniego sostituisce. 1.1. Conviene quindi seguire l'ordine dei ricorsi giacchè, per effetto della sequenza procedimentale sopradescritta, indotta dal provvedimento cautelare, il primo ricorso può essere dichiarato improcedibile per avere l'amministrazione, in esecuzione dell'ordinanza di riesame, sostituito il diniego impugnato con un nuovo provvedimento, ancorché di contenuto reiettivo e non satisfattivo dell'interesse azionato. 1.2. Anche il primo ricorso per motivi aggiunti, peraltro di dubbia ammissibilità in quanto rivolto contro la comunicazione di avvio del procedimento, che non è atto impugnabile siccome di natura endoprocedimentale (cfr. TAR Veneto sez. 2^ n. 925/2007), può essere dichiarato improcedibile per effetto della seconda pronuncia, rispetto alla quale, a giudizio del Collegio, non rileva il fatto espressamente censurato che il riesame sia avvenuto attivando ab origine un nuovo procedimento piuttosto che confermando, integrando o modificando il provvedimento originario. 1.3. Ciò perchè l'ordinanza cautelare, fermo restando l'obbligo del riesame del provvedimento alla luce di quanto in essa enunciato, lasciava, per come formulata, all'amministrazione la scelta sul come procedere al riesame; una delle opzioni era quindi quella che è stata seguita con il provvedimento da ultimo adottato. 1.4. Contro tale provvedimento, come riportato nella parte in fatto, i ricorrenti hanno dedotto un articolato motivo di ricorso che riassume, nella sostanza, i motivi di gravame già svolti contro il primo diniego e che può essere qui esaminato sotto tutti i profili già ampiamente riassunti e dai quali dipende, quindi, l'esito del giudizio. 2. Ciò premesso, con il primo ed unico motivo di censura i ricorrenti sostengono, nell'ordine delle questioni, che il Comune, nel respingere la loro istanza, avrebbe erroneamente interpretato il piano attuativo in oggetto. che, non avendo previsto alcun grado di protezione per l'edificio avrebbe implicitamente consentito qualunque tipo di intervento, ivi compresa la demolizione e ricostruzione con ampliamento del fabbricato posto nel lotto L4 e, comunque, che il suddetto piano avrebbe dovuto essere interpretato, come essi ritengono, senza alcuna forzatura. in senso favorevole all'intervento proposto dai ricorrenti. 2.1. In particolare costoro assumono che l'interpretazione del piano attuativo (nella parte relativa alle prescrizioni riguardanti l'immobile con dicitura "edificio esistente da mantenere") non poteva prescindere dalla c.d. storia (id est dalle vicende pregresse) del piano stesso, e quindi dalle ragioni che avevano indotto i progettisti del p.d.l. ad inserire il perimetro dell'edificio rurale L4 nell'ambito dell'area oggetto di lottizzazione. 2.1.1. Ragioni che, si legge nel ricorso, consistevano nella richiesta della stessa Commissione edilizia integrata, che, con questo intendeva riferirsi all'acquisizione, nel piano, del perimetro dell'area del lotto e non all'edificio in quanto tale, né, ancor meno, alla sua conservazione, che d'altronde non era giustificata dall'apposizione di un qualsiasi grado di protezione idoneo a limitare la tipologia degli interventi ammissibili su quello stesso immobile. 2.1.2. Ne consegue, per i ricorrenti, che la pretesa dell'amministrazione di escludere dall'attuazione del piano l'intervento di demolizione e ricostruzione (con ampliamento) dell'edificio da essi progettato, oltre che ingiustificata è assolutamente arbitraria, poiché solo l'ampliamento costituisce, ai sensi dell'art. 3 del T.U. dell'edilizia "una nuova costruzione" mentre l'intervento oggetto del diniego impugnato prevedeva la conservazione del volume (come anche emerge dagli elaborati) e, pur se nei limiti dell'ampliamento consentiti dal piano, comportava un poco apprezzabile mutamento di forma e di ingombro volumetrico essenzialmente riferito al tetto della costruzione, il cui andamento della linea di colmo veniva ad essere spostata in proiezione rispetto a quella dell'edificio rurale esistente. 2.2. Questo assunto non appare sostenibile e non persuade. 2.2.1. Invero, il Collegio, che in sede cautelare aveva dubitato della legittimità del provvedimento impugnato sotto il profilo della qualificazione dell'intervento (se fosse, cioè, da qualificare di ristrutturazione, con demolizione e fedele ricostruzione, ovvero come di nuova costruzione) in rapporto all'obbligo di mantenere integra la costruzione siccome parte dell'area del borgo antico disciplinata dall'art. 16 delle N.T.A., ritiene, in questa sede più meditata, che il motivo di censura sia infondato e che esso vada disatteso per le considerazioni che si esporranno di seguito. 3. Va premesso, poiché trattasi di punto rilevante ai fini del decidere, che il piano di lottizzazione approvato con delibera della G.M. n. 189 dell'8 giugno 2005 (che contiene la disciplina speciale dell'area lottizzata), nel prevedere le modalità di esecuzione dell'intervento attuativo, differenziava i lotti oggetto di integrale progettazione e realizzazione (evidenziati nel planivolumetrico A05), tutti collocati in zona 9 (abitazione estensiva) da quello (unico) relativo all'area 4 (mappale 171) compreso in zona 16 - nuclei di antica origine, all'interno del quale si colloca l'edificio oggetto di causa. 3.1. Di quest'ultimo, nell'elaborato A01 (il Sito e l'Intorno) il Piano attuativo prevedeva, infatti, il mantenimento con la formula inequivoca "edificio esistente da mantenere"; diversamente da altri manufatti espressamente qualificati "da demolire". 3.1.1. Ciò significa, come sostiene l'amministrazione e contrariamente a quanto assume parte ricorrente, che per quell'edificio non era prevista, né consentita, la demolizione ma unicamente il restauro conservativo, nei limiti e in conformità alla disciplina urbanistica della zona di appartenenza. 3.1.2. In particolare, come chiarito anche nella parte di fatto, l'allegato B/6 (Relazione illustrativa del piano) prevedeva, in ordine al fabbricato in esame, "un recupero funzionale tramite integrazione volumetrica di una residenza rurale a corpo semplice (5.50 m.) che prospetta su una corte di pertinenza": con ciò intendendosi, evidentemente, un recupero funzionale dell'edificio, suscettibile di un modesto incremento volumetrico da attuarsi senza demolizione del manufatto esistente e conservandone le caratteristiche proprie dei nuclei di antica origine. 3.2. Il fatto che nel suddetto elaborato, l'edificio L non sia stato indicato come "edificio da demolire", similmente agli edifici agricoli precari presenti nelle aree contigue e localizzati nella diversa area urbanistica "zona 9 Abitazioni estensive", d'altronde conferma che il piano attutivo aveva previsto espressamente la conservazione dell'edificio e non solo della sua cubatura, peraltro suscettibile di determinato incremento (mc. 401) nei limiti imposti dal piano stesso. 3.2.1. E questo, ritiene il Collegio, non perché i progettisti del piano non conoscessero la disciplina dell'ambito 4 e quindi abbiano utilizzato il termine "edificio esistente da mantenere" in una accezione ambigua e atecnica (assai difficile da spiegare) ma perché l'edificio di proprietà dei ricorrenti, individuato nel lotto n. 4 del P.U.A. in questione, ricadeva nella Zona n. 16 del P.RG.- Nuclei di antica origine, per la quale vale (tuttora) una disciplina diversa da quella delle aree contermini e in particolare della zona 9: come si può vedere dalle foto di cui al progetto edilizio, infatti, il fabbricato in questione appartiene e si situa nell'antico centro storico di Quinzano, zona in cui sono possibili solo gli interventi tassativamente indicati nelle relative norme attuative del PRG., nessuna delle quali consente la demolizione degli edifici esistenti ma unicamente interventi rientranti nel grado massimo del restauro. 3.3. Né pare decisivo l'argomento che anche la normativa di PRG per la "zona 16" affidava al piano particolareggiato la funzione di determinare il grado di protezione degli edifici esistenti e che il grado di protezione più basso (il numero 4) "edifici di nessun carattere" prevede le seguenti due ipotesi (di intervento demolitorio): 4 a) edifici di cui non sia facilmente riconoscibile il carattere di superfetazione e di cui non si possa escludere la demolizione; 4 b) di evidente carattere di superfetazione per quali è implicita la demolizione. 3.3.1. Si tratta, infatti, di norma che considera l'intervento di demolizione eccezionale e tale da dover essere espressamente previsto, limitatamente alle superfetazioni, posto che la regola generale valida per la zona 16 è che: "In assenza di un piano particolareggiato che preveda espressamente la demolizione sono ammessi solamente interventi di: a) manutenzione ordinaria e straordinaria dei fabbricati; b) interventi sui parametri esterni, purché non interessino notevoli spostamenti di aperture e modifiche dei materiali di facciata; c) risanamenti interni di carattere igienico o distributivo, purché non comportino sostanziali modifiche strutturali o tipologiche; d) restauri conservativi; e) demolizioni di corpi di fabbrica interni privi di valore architettonico. 3.4. Alla luce di quanto sopra descritto si giunge ad un'unica conclusione: la normativa per la zona 16 non prevede l'intervento proposto da parte ricorrente e, pertanto, il piano attuativo adottato in conformità alla normativa urbanistica vigente all'epoca non può essere interpretato, come sostenuto nel ricorso, come piano che consente la demolizione e la ricostruzione dell'edificio in questione. 3. 4.1. Infatti, per quanto si pretenda di definire "restauro conservativo" l'intervento da effettuarsi su un immobile che, nelle intenzioni di parte ricorrente, ne prevede la demolizione e ricostruzione (con modifiche di forma e di ingombro volumetrico rispetto alla preesistenza) al Collegio non sembra che il risultato di tale operazione possa essere classificato come intervento di "ristrutturazione funzionale" ma piuttosto della realizzazione di nuovo edificio che, pur mantenendo la stessa sagoma e lo stesso sedime, una volta demolita la preesistenza non "conserva" più nessuna delle caratteristiche per le quali l'immobile esistente è considerato (e tale deve restare sino a quando lo strumento di pianificazione non ne modifichi le previsioni) componente essenziale del Nucleo di antica origine di Quinzano. 3.4.2. Il che riconduce all'elemento che giustifica il diverso trattamento riservato dallo strumento attuativo a quell'immobile rispetto alla restante parte della lottizzazione. 3.5. Né vale ancora obiettare che essendo stato attratto nel perimetro della lottizzazione anche l'ambito 4, che non appartiene alla zona 9, lo stesso deve ritenersi funzionale alla rilevante trasformazione urbanistica consentita dal piano attuativo e dunque che in tale scelta è implicito che di quel lotto interessava solo l'area e la cubatura ma non la preesistenza e dunque la conservazione dell'immobile che in quell'area rientra; tanto più che l'inserimento dell'ambito 4L nel piano attuativo non inerisce a scelta dei lottizzanti ma della stessa amministrazione (e nello specifico della C.E.I.). 3.5.1. Infatti, anche a voler concedere che l'inclusione dell'ambito 4L nel piano attuativo fosse funzionale a tale obiettivo, e dunque che sia stata effettuata allo scopo di trasferire su quel lotto una parte della volumetria prodotta dal piano stesso, estendendone il perimetro sino a ricomprendere il territorio del nucleo storico di Quinzano, ciò non esclude che come verosimilmente ben sapevano i ricorrenti, che tale ambito non avevano inserito nel P.d.L, il lotto 4 non era suscettibile di trasformazione, e tale sarebbe rimasto, essendo soggetto alla disciplina della zona 16, "Nuclei di antica origine" per cui essi sono ammessi solo nei limiti della previsione di recupero funzionale, che è quella che i lottizzanti rifiutano di accettare. 3.6. Né è fondato l'assunto, destinato a confermare la tesi della possibile demolizione e ricostruzione, che se l'esecuzione del piano fosse stata attuata in due distinti momenti (prima la ristrutturazione prevista dall'art. 70 co. 2 del R.E. e successivamente l'ampliamento previsto dal P.d.L.) l'intervento sarebbe stato possibile ed autorizzabile. 3.6.1. Tale assunto, infatti, muove, innanzitutto, dal presupposto erroneo e quindi inconferente che l'intervento denegato sia qualificabile come ristrutturazione edilizia mentre non solo non si tratta, come già spiegato, di ristrutturazione ex art. 70 co.2^ del R.E. ma di realizzazione di nuovo edificio, e comunque perché i limiti dell'intervento non ineriscono alla sua qualificazione urbanistica (che peraltro è quella di "intervento di recupero funzionale tramite integrazione volumetrica") quanto e soprattutto alle caratteristiche dell'area (del nucleo storico di Quinzano) in cui lo stesso immobile è localizzato e che non consentono, salvo espressa previsione di piano, la demolizione degli edifici esistenti. 4. Previsione ribadita, peraltro, dall'art. 13.16, lett. b) N.T.A. del P.A.T. il quale prescrive che sino all'approvazione del P.I., sugli immobili ricadenti nel Centro Storico e nei Centri Storici Minori (come nel caso di specie la zona 16) sono ammessi esclusivamente gli interventi previsti in attuazione degli strumenti urbanistici attuativi vigenti. 4.1. Infine, quantunque il rigetto dei motivi sin qui esaminati possa essere tale da rendere superflua anche la disamina di ulteriori profili, è altresì evidente che l'intervento progettato implicherebbe, se consentito, anche la violazione dell'art. 3 del T.U. 380/01 relativo alle distanze sulle distanze da altri corpi di fabbrica, laddove si ammettesse l'intervento di demolizione e successiva ricostruzione del manufatto esistente. 4.1.1. La ricostruzione, ancorché fedele, occupando lo stesso sedime o comunque senza avanzamento verso il confine non esclude infatti che, in seguito alla demolizione, l'immobile non possa più conservare i benefici della preesistenza e che debba, quindi, virtualmente rispettare le distanze imposte dalle norme del PRG. 5. Il ricorso è, in conclusione, infondato e va respinto. 6. Le spese e le competenze di causa possono, nondimeno, essere compensate tra le parti, attesa la peculiarità e l'oggettiva complessità delle questioni decise. TAR RC 1417/2005: « Il provvedimento, oggetto del presente giudizio, fonda il diniego di concessione edilizia in sanatoria ex art. 13 l.n. 47/85, per relationem al parere della Commissione edilizia, sul mancato rispetto delle “distanze tra i fabbricati e tra il fabbricato e il confine per le parti in ampliamento rispetto al fabbricato preesistente”.
La ricorrente sostiene che a nulla rilevino le distanze rispetto al confine e o rispetto agli altri fabbricati se l’intervento di ristrutturazione non importa ampliamento e mantiene il preesistente ingombro a terra, come avvenuto nel caso in esame.
Il Collegio osserva come tutti gli elementi acquisiti nel corso del giudizio non confermino l’assunto di parte ricorrente.
2. In primo luogo deve constatarsi che la stessa domanda di concessione in sanatoria muove dal presupposto che vi sia stato un ampliamento originariamente non previsto. Sebbene nella relazione tecnica che accompagna il progetto in sanatoria si affermi che la sanatoria riguardi, tra l’altro, “l’ampliamento di una porzione di fabbricato (della part. n. 461 – vedasi planimetria) che è stata prima demolita e poi in corso d’opera ricostruita” e che in ogni caso “con l’ampliamento il fabbricato ha riacquistato l’originaria sagoma, mantenendo l’ingombro perimetrale esistente a terra”, tali circostanze non trovano alcun riscontro documentale e risultano, invece, contraddette dalla documentazione fotografica prodotta dall’interveniente con memoria del 14 gennaio 2002 e dalla relazione e dagli elaborati grafici presentati al Comune in data 7 gennaio 1998 dalla stessa ricorrente per il rilascio della concessione di ristrutturazione, depositati dall’ente resistente unitamente alla memoria di costituzione, nonché dalla planimetria redatta per la denuncia catastale dell’8 agosto 2000 dalla quale si evince che non vi era un corrispondente ingombro perimetrale, ma solo una tettoia.
In tal senso sono anche i rilievi del consulente d’ufficio (vd. sul punto anche relazione del c.t.u. – IV e V pagina), nonché quelli del tecnico comunale, che nella relazione tecnica del 19 giugno 2001 dà atto che dall’esame degli elaborati “l’edificio realizzato in cemento armato è contenuto all’interno dell’impronta dei vecchi fabbricati tranne per una parte in ampliamento ove non vi sono segni”.
3. Secondariamente deve aggiungersi che il parere sfavorevole della Commissione edilizia, specificamente richiamato nel provvedimento di diniego impugnato (che sinteticamente ne riporta il contenuto) e prodotto in copia dal Comune all’atto della costituzione in giudizio, precisa che il fabbricato non solo non rispetta la distanza dal confine per la parte ampliata in pianta, ma neppure la distanza tra gli edifici … “per la parte eccedente in altezza”.
Su tale profilo, acclarato pure dal consulente (vd. punto 2 delle conclusioni) non vi è alcuna specifica doglianza da parte ricorrente, che, nel rimarcare il carattere di mera ristrutturazione del proprio intervento edilizio, nulla osserva in merito alla documentata realizzazione di un parziale secondo piano fuori terra che raggiunge i mt. 5,56 alla gronda e mt. 6,80 al colmo, a fronte di un preesistente fabbricato ad un unico piano, per il quale era stata assentita una ristrutturazione per un’altezza totale di mt. 5 (mt. 3 piano terra e mt. 2 sottotetto: vd. relazione tecnica allegata al progetto per la ristrutturazione).
4. Sulla base delle predette considerazioni deve in conclusione escludersi che sia stata posta in essere una mera ristrutturazione, ma piuttosto una edificazione ex novo per la quale andavano rispettati i parametri che attengono alle distanze dal confine e dai fabbricati. E’, infatti, solo nel caso di perfetta identità tra la vecchia costruzione e la nuova che l’intervento edilizio non è subordinato al rispetto delle prescrizioni sulle distanze (in termini Cons. St., V, 21 febbraio 1994 n. 112).»
TAR PE 250/2006: « e la prima delle predette interpretazioni appare palesemente contrastante con il dato normativo, in quanto sembra pacifico che possa in realtà essere modificato il volume del fabbricato esistente, quanto alla seconda interpretazione va rilevato che tale soluzione rende in realtà priva di ogni significato la modifica introdotta dalla Provincia e recepita dal Comune in sede di approvazione dello strumento urbanistico, in quanto, essendo ricompresi gli ampliamenti tra le nuove costruzioni, non avrebbe avuto alcun senso vietare le nuove costruzione e non anche gli ampliamenti. Ad avviso del Collegio, volendo dare un senso alla predetta modifica introdotta in sede di approvazione, deve ritenersi che tale art. 18 nella sua nuova formulazione abbia in realtà inteso riferirsi alla fattispecie disciplinata dal predetto punto 1.5.6 del regolamento edilizio, cioè a quegli interventi che comportino la realizzazione di un volume inferiore al 20% del volume dell’edificio principale.
Cioè, in definitiva, la norma in questione può avere un utile significato solo ove interpretata con riferimento al regolamento edilizio nella parte ove esclude tra le “nuove costruzioni” quegli interventi di ampliamento degli edifici esistenti che comportino la realizzazione di un ulteriore volume inferiore al 20% del volume dei manufatti esistenti. E tale interpretazione spiega anche perché nella relazione tecnica allegata al piano si precisi per un verso che con tale normativa sia stata consentita la realizzazione “di limitate cubature”, e per altro verso perché tali nuove cubature da realizzare per la loro limitata incidenza in relazione all’esistente non siano state “considerate nel dimensionamento complessivo del piano”.
In estrema sintesi, ritiene il Collegio che la norma in questa sede in concreto applicata in sede di rilascio dell’impugnato permesso di costruire abbia in realtà consentito di realizzare nella zona in questione le ristrutturazioni c.d. pesanti (con modifica cioè della sagoma degli edifici esistenti), comportanti, però, solo un modesto aumento della cubatura esistente, pari “al 20% del volume dell’edificio principale”; mentre tale norma abbia vietato le realizzazione di “nuove costruzioni”, tra le quali rientrano gli interventi “che comportino la realizzazione di un volume superiore al 20% del volume dell’edificio principale”.»
TAR RM 1846/2002: «Va precisato che con il provvedimento impugnato è stata contestata ai ricorrenti la realizzazione di un ampliamento (per una superficie di mq. 4) di un piccolo locale monopiano posto a ridosso del fabbricato principale (del quale essi sono proprietari) il quale locale monopiano, accedente allo stesso fabbricato, aveva già costituito oggetto di una domanda di condono edilizio che gli attuali istanti avevano presentato al Comune ai sensi della legge n. 724/1994. Tale circostanza viene confermata dal provvedimento impugnato che infatti richiama la richiesta di condono edilizio presentata dagli attuali ricorrenti, sicchè le statuizioni dello stesso provvedimento che dispongono la demolizione delle opere abusive tali rilevate, devono intendersi limitate all’ampliamento, per circa mq. 4, del locale monopiano (oltre ad altre opere relative a lavori di copertura di cui verrà fatta precisazione in prosieguo).
Tanto premesso, va rilevata la esiguità del ritenuto ampliamento contestato come abusivo ai ricorrenti, i quali peraltro contestano la erroneità delle stesse misurazioni effettuate dal Comune, asserendo che il locale monopiano accedente al fabbricato principale è tutt’ora rimasto, invece nella stessa dimensione superficiaria (interna, di mq. 6,6 circa), invariato.
Il Collegio ritiene non necessaria la effettuazione di una istruttoria al riguardo diretta d accertare la effettiva realizzazione di opere abusive in ampliamento, in considerazione della surrilevata esiguità della superficie che il Comune ha ritenuto sanzionabile con l’applicazione della disposizione di cui all’art. 9 della legge n. 47/1985 che, come noto, si riferisce alla demolizione degli interventi di ristrutturazione edilizia, eseguiti in assenza di concessione.
Trattasi infatti di un locale monopiano già realizzato (posto a ridosso di un manufatto principale) per la quale realizzazione i ricorrenti avevano presentato domanda di condono al Comune, che infatti ha inteso perseguire soltanto tale esiguo ampliamento interessante il locale accessorio adibito a servizi (in quanto comprendente una superficie non residenziale) da lungo tempo già esistente.
Va evidenziato che tale ampliamento di lievi dimensioni non appare costituire una trasformazione edilizia di entità tale rispetto alla preesistente conformazione del complesso edilizio costituito dal fabbricato principale e dal piccolo locale allo stesso accedente, da potersi ritenere impositiva la adozione di una misura demolitoria.
Va osservato che la sanzione demolitoria in quanto diretta alla totale eliminazione di opere realizzate senza concessione edilizia (come ritenuto dal Comune nel caso di specie), se si pone quale obbligatoria misura che lo stesso Comune è tenuto applicare, deve comunque ritenersi connessa con la realizzazione abusiva di interventi diretti ad arrecare una effettiva trasformazione all’assetto edilizio preesistente, sicchè la applicazione della stessa grave misura repressiva non può ritenersi giustificata in presenza di interventi di entità tale, riguardati sempre nel contesto edilizio in cui gli stessi vengono eseguiti, da non evidenziare una effettiva ed incisiva trasformazione di natura edilizia.»
CDS 931/2008: « 1. - Nel presente giudizio, sono oggetto di controversia gli atti approvativi della variante n°5, unitamente alle relative norme di attuazione, e la concessione edilizia in sanatoria rilasciata dal Comune di Budoia al controinteressato per la realizzazione, in ampliamento ad edificio residenziale, di due porticati sulla facciata anteriore.
Si può prescindere anche in questa sede dalle eccezioni di tardività del ricorso, superate dai primi giudici, data l’infondatezza nel merito del gravame.
Né si ravvisano ragioni per disporre acquisizioni istruttorie, essendo la causa matura per la decisione.
2. - Con il primo motivo di appello la ricorrente sostiene che le delibere consiliari nn. 10 e 11 del 3 e 4.03.04 (di approvazione della variante n°5 alle NN.TT.AA. del P.R.G. del Comune di Budoia) nonché, in via derivata, la delibera consiliare n°14 del 24.02.2003 (di adozione della medesima variante) e la delibera di Giunta regionale n°1454 del 04.06.2004 (di conferma dell’esecutività delle predette delibere comunali) sarebbero illegittime per violazione dell’art.78, comma 2, D.lvo 18.08.2000 n°267 e dei principi di legalità, imparzialità e trasparenza dell’azione amministrativa, di cui all’art.97 Cost., in quanto adottate con la partecipazione del geom. Giacomo del Maschio, vicesindaco e progettista degli interventi di ristrutturazione e ampliamento contestati.
La norma in discorso stabilisce che “gli amministratori di cui all’art.77 comma 2 devono astenersi dal prendere parte alla discussione ed alla votazione di delibere riguardanti interessi propri o di loro parenti o affini sino al quarto grado. L’obbligo di astensione non si applica ai provvedimenti normativi o di carattere generale, quali i piani urbanistici, se non nei casi in cui sussista una correlazione immediata e diretta fra il contenuto della deliberazione e specifici interessi dell’amministratore o di parenti o affini fino al quarto grado”.
Ne segue che tali delibere consiliari non si pongono in alcuna relazione diretta e immediata con specifici interessi propri del geom. Del Maschio, che peraltro non ha alcun rapporto di parentela/affinità con il controinteressato Italo Zambon, se non relativamente alle dedotte prestazioni professionali.
Per un verso, infatti, l’obbligo di astensione postula la ricorrenza delle stringenti condizioni stabilite dalla norma, e, per altro verso, nel caso di specie, le delibere consiliari denunziate si sono limitate all’approvazione dei criteri tecnico urbanistici, dei principi informatori delle scelte urbanistiche compiute e degli obiettivi generali della disciplina adottata.
D’altro canto si deve pure osservare, con riferimento all’asserita incompatibilità, che l’intenzione di dare corso a variante venne manifesta dalla Giunta Comunale con delibera n°39 del 13.03.2001, le direttive sono state impartite dal Consiglio Comunale con delibera n°7 del 06.06.2002, la zonizzazione e la perimetrazione degli interventi previsti ha riguardato l’insieme del territorio comunale, delle frazioni e dei nuclei storico – ambientali.
La doglianza è, quindi, da disattendere perché priva di pregio.
3. - Infondata è anche la seconda censura con cui la ricorrente chiede l’annullamento della concessione edilizia in sanatoria, adducendo che la realizzazione dei due porticati non sarebbe conforme alle vigenti prescrizioni edilizio-urbanistiche, volte a preservare il vecchio tessuto edilizio, che l’Amministrazione si sarebbe prefissata con l’art.15 delle NN.TT.AA. al P.R.G.C. e con l’art.7 del quaderno delle norme n°1 allegato alle NN.TT.AA. del P.R.G..
Il suddetto art.15 delle N.T.A., nel dettare la disciplina per la zona “A.O.” dei vecchi nuclei abitati (S. Lucia, Budoia e Derdago), in linea generale ammette interventi di manutenzione, restauro, risanamento, ristrutturazione, demolizione con o senza ricostruzione degli edifici privi di valore storico ambientale e ampliamenti igienico-funzionali; circa i materiali da adottare e i caratteri architettonici (fori, intonaci, serramenti, manti di copertura, eccetera) dispone che essi dovranno avere le stesse caratteristiche di quelli tradizionali; rinvia allo “abaco degli elementi architettonici” da utilizzare come riferimento alla progettazione esecutiva e al “quaderno di norme” allegato alle N.T.A. di P.R.G..
Questo quaderno, nel disciplinare all’art.7 la zona A.O.6, individua le aree libere edificabili attraverso una “sagoma edilizia” che rappresenta il limite massimo entro il quale è consentito realizzare le nuove costruzioni ammesse (ampliamenti di edifici esistenti per motivi igienico-funzionale; ricostruzione di volumi esistenti soggetti a demolizione; tettoie e porticati; accessori e impianti), prevede inoltre che dette edificazioni “dovranno inserirsi nella struttura edilizia esistente in modo da raccordarsi armonicamente ad essa utilizzando la stessa pendenza della copertura dell’edificio esistente, la stessa tipologia e morfologia edilizia individuata nell’edificio principale esistente o degli edifici significativi vicini. I materiali saranno anch’essi scelti sulla base dei riferimenti architettonici prevalenti o dell’edificio preesistente o di quelli immediatamente vicini”.
L’art.11 del medesimo quaderno regola, in particolare, la realizzazione dei porticati, come si vedrà meglio in appresso, e dispone che “l’uso e la scelta dei materiali e della tipologia devono avvenire in rapporto alle caratteristiche architettoniche del fabbricato principale. Sono consentite strutture orizzontali e verticali in legno, o pietra con legno, con sovrastante copertura in coppi”.
Dopo la suesposta ricostruzione si deve allora concludere che giustamente i primi giudici hanno ritenuto la censura in esame – secondo cui i porticati in discussione mal si inserirebbero nel tessuto edilizio preesistente – impingere nel merito e non sembrare manifestamente illogica la contraria valutazione operata dalla Commissione edilizia che ha assentito in sanatoria l’intervento (non essendo stata ritenuta sufficiente la DIA).
Chiaramente, infatti, si discute di concreti valori estetico – tipologici riservati all’Amministrazione, una volta dimostrato che le norme edilizie in vigore ammettono l’intervento in parola con le caratteristiche morfologiche e strutturali desumibili anche dalla documentazione fotografica agli atti processuali, che non sembrano affatto stridere con l’edificio preesistente ampliato o con quella della vicina (entrambi non riconosciuti dal quaderno a valore storico-ambientale).
Il motivo è dunque da respingere.
4. - La ricorrente, con il terzo motivo di appello, afferma che la concessione edilizia rilasciata all’odierno controinteressato sarebbe illegittima anche in relazione ai limiti dimensionali dettati dall’Amministrazione per l’ampliamento degli edifici esistenti nelle zone A.O., in quanto la superficie dei porticati non potrebbe superare i 20 mq. previsti dall’art.15 comma 7 delle NN.TT.AA..
L’assunto trova smentita, innanzitutto, nella predetta N.T.A. che parla di 20 mq. a proposito di ampliamenti per accessori (centrali termiche, legnaie, ripostigli, cantine, garages e simili) che non è la fattispecie di causa relativa a porticati. Inoltre, la deducente non ha contrastato l’opposizione che la porzione di cortile ove è realizzato il porticato di cui al mapp. 85 è inserita in zona A.O.6. (area libera edificabile), mentre il mappale 84 è invece inserito in zona A.O.7 (aree libere inedificabili): in ogni caso la dedotta circostanza è ininfluente perché anche in area A.O.7 sono ammessi i porticati, purchè accorpati al fabbricato principale, come accade nella specie.
Ancora, l’art.7 del quaderno delle norme n°1 stabilisce per la zona A.O.6. che il “piano individua le aree libere dell’edificazione attraverso una sagoma che rappresenta il limite massimo entro il quale è consentito realizzare le nuove costruzioni relative a…..tettoie e porticati”: la superficie massima utilizzabile per la costruzione dei porticati è, pertanto, determinata dalla sagoma edilizia individuata nel P.R.G. Comunale.
Infine, l’art.11 del quaderno delle norme per le zone A.O. prevede che quando il fronte degli edifici prospicienti la corte interna non è sottoposto al vincolo di facciata è consentita la realizzazione di porticati e che i porticati accorpati al fabbricato principale sono consentiti anche quando occupano lo spazio di zona A.O.7., purché accorpati al fabbricato principale: “la dimensione non potrà superare il 50% della superficie coperta del fabbricato principale e può essere realizzato lungo tutto il prospetto interessato, purché non abbia una profondità superiore a mt. 2,50”.
Anche questa doglianza è dunque da disattendere.
5. - Con il quarto mezzo d’appello la ricorrente chiede l’annullamento dell’art.15 comma 3 delle NN.TT.AA. del P.R.G. comunale, il quale prevede che “il piano individua le sagome limite entro le quali sono consentiti gli interventi di ricostruzione o di ampliamento” in quanto, a suo dire, la norma consentirebbe di costruire senza alcun limite di distanza; per l’effetto, con il quinto motivo, sul presupposto della caducazione del gravato art.15 NN.TT.AA., si invoca la riviviscenza del previgente art.18 comma 3, che stabiliva il rispetto della distanza dal confine di mt. 3,50.
Sul punto merita ricordare che il piano regolatore del Comune di Budoia, attraverso lo strumento delle sagome limite fissa, in tal modo, le distanze minime dai confini e tra fabbricati (art.15, punto 3, N.T.A.): non corrisponde dunque a realtà che tale normativa “deroga alle distanze legali”.
D’altro canto nel caso in cui il piano regolatore non contenga disposizioni relative alle distanze legali tra i vicini devono applicarsi pur sempre le norme del codice civile.
Ebbene, nel concreto, l’appellante non ha avversato la deduzione di controparte secondo cui il muro di confine “è di altezza pari a mt. 2,60” e non ha neanche contestato la sentenza nella parte in cui è affermato che il muro è “di altezza inferiore ai tre metri”: ne deriva che, nella specie, non si discute di muro di fabbrica, per il quale vige l’obbligo della distanza legale. L’art.878 comma 1 c.c., infatti, stabilisce che “il muro di cinta….che non abbia un’altezza superiore ai tre metri non è considerato per il computo della distanza indicata nell’art.873 c.c.”.
Il muro di cinta di altezza non superiore ai tre metri, pur essendo una costruzione in senso materiale, non è considerato tale ai fini delle distanze legali per la sua mancanza di autonomia strutturale, costituendo una semplice protezione del fondo: per il computo delle distanze tra costruzioni vanno quindi presi in considerazione gli edifici che si trovano rispettivamente al di qua e al di là del muro di cinta, come se questo non esistesse, per cui la distanza di legge va computata tra l’edificio preesistente e la nuova costruzione ovvero ampliata.»
TAR PA 3830/2002: « D’altra parte, occorre anche osservare che l’applicazione del disposto dell’art. 49, comma 2, D.P.R. n. 218 del 6 marzo 1978 (“Fino al 31 dicembre 1980 le opere occorrenti per il primo impianto di stabilimenti industriali tecnicamente organizzati e delle costruzioni annesse, e per l'ampliamento, la trasformazione, la ricostruzione, la riattivazione e l'ammodernamento degli stabilimenti già esistenti, nei territori di cui all'art. 1, sono dichiarate di pubblica utilità, urgenti ed indifferibili a tutti gli effetti di legge”) richieda pur sempre la verifica della possibilità giuridica del presupposto che è alla base della applicazione normativa e, cioè, la possibilità di operare, nel rispetto delle leggi, l’ampliamento di stabilimenti già esistenti. Appare evidente, allora, che l’impossibilità di operare l’ampliamento in vista della destinazione dell’area a zona di recupero (C.G.A. n.98 del 26 febbraio 1998 “Nel caso in esame, è fuori discussione che l’area in questione ricadesse in una zona che il Comune aveva individuato come area da recuperare, nella quale non erano consentite nuove costruzioni. Perciò è palese l’illogicità della approvazione di un progetto di ampliamento di un opificio industriale, comportante dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dell’opera medesima, in un’area in cui quell’ampliamento era vietato dalla normativa urbanistica fino all’adozione di determinati strumenti pianificatori. Non vale dire, come ha fatto il giudice di primo grado, che per la maggior parte delle opere occorreva soltanto l’autorizzazione; dal momento che le nuove opere erano vietate indipendentemente dal fatto che fossero soggette a regime concessorio o autorizzatorio; né è pertinente la circostanza che, al momento della decisione della causa, una di tali autorizzazioni fosse stata rilasciata”), impedisca qualsiasi automaticità rispetto alla dichiarazione di pubblica utilità (come osservato anche dal Tribunale di Marsala nella sentenza n. 210 dell’11 aprile 2002 “L’applicazione dei superiori principi, del tutto consolidati, al caso in esame non può venir messa in discussione dalla considerazione, dedotta dall’opponente, che nella fattispecie la pubblica utilità discendeva ex lege all’approvazione del piano di ampliamento dello stabilimento industriale, nell’ambito della normativa relativa agli interventi nel mezzogiorno (D.P.R. 218/78), secondo cui le opere occorrenti per l’ampliamento di stabilimenti industriali tecnicamente organizzati e delle costruzioni annesse sono dichiarate di pubblica utilità, urgenti ed indifferibili a tutti gli effetti di legge, con termine sino al 31.12.1993 (art. 49, 2° co., T.U. leggi sugli interventi a favore del mezzogiorno). Tale previsione legislativa, infatti, non ha sicuramente l’effetto di conservare la “qualità” giuridica (di pubblica utilità) dell’opera cui è finalizzato il procedimento espropriativi indipendentemente dalle vicende degli atti amministrativi che, nell’ambito del procedimento stesso, tale utilità dichiarano e riconoscono; è piuttosto finalizzata, a motivo delle finalità politiche sottese alla legislazione speciale di volta in volta considerata, a rendere più celere e spedita l’espropriazione, mediante l’eliminazione della fase endoprocedimentale (necessaria nei casi non contemplati da tali leggi speciali) finalizzata alla dichiarazione di pubblica utilità dell’opera. Poste tali precisazioni, appare di tutta evidenza che il ricorso alla dichiarazione di pubblica utilità ex lege non esime, anzi richiede, l’emanazione di provvedimenti amministrativi cui è rimessa la verifica dei suoi presupposti; nel nostro caso la stessa è infatti implicita, ma al contempo subordinata, all’approvazione del progetto di ampliamento industriale. Orbene, venuti meno, per effetto dell’annullamento da parte del Consiglio di Giustizia Amministrativa, i decreti prefettizi con sui si erano approvati i progetti di ampliamento in discorso - non potendo non rilevare l’assoluta illogicità dell’approvazione del progetto di ampliamento di un opificio industriale, comportante dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dell’opera medesima, in un’area in cui quell’ampliamento era vietato dalla normativa urbanistica vigente - è pertanto venuta meno la dichiarazione di pubblica utilità che, pur fondandosi sulla normativa del T.U. n. 218/78, è decaduta per effetto di tale pronuncia”; nello stesso senso si veda anche Cass., Sez. Un., n. 724/99 “La declaratoria - prodromica alla successiva espropriazione di un immobile di un terzo - che un’opera è di pubblica utilità presuppone l’accertamento della giuridica realizzabilità dell’opera stessa; e che questo accertamento deve essere compiuto anche nelle ipotesi in cui - come nella specie - tale qualifica consegua, per legge, alla approvazione dell’opera; che alla data del decreto accertante la pubblica utilità dell’ampliamento del pastificio Poiatti - 17 settembre 1987 - il fondo Licari era giuridicamente in edificabile in quanto: era ubicato - quale area libera interna - nell’ambito di un agglomerato che il Comune di Mazara del Vallo aveva individuato come “area di recupero” assoggettata alla disciplina di cui alla L.R. Sicilia 10 agosto 1985 n. 37, dettante norme in materia di controllo dell’attività urbanistico-edilizia, riordino urbanistico e sanatoria delle opere abusive; il Comune di Mazara del Vallo non aveva ancora approvato il “Piano particolareggiato” attraverso il quale, così come previsto dall’art. 14 della stessa fonte legislativa, si realizza il recupero urbanistico degli agglomerati individuati come aree da recuperare; pertanto, e giusta il disposto dell’art. 21 della medesima L.R. Sicilia n. 37/1985 - per il quale dalla data della deliberazione con la quale vengono individuati gli agglomerati edilizi e fino alla approvazione del Piano particolareggiato di recupero urbanistico nessuna concessione può essere rilasciata sulle aree libere ubicate all’interno dell’agglomerato - in relazione al fondo Licari sussisteva, per legge, un divieto di rilascio di concessioni per la sua edificabilità; che, conseguentemente, a quella data - e non già in assoluto - l’opera non poteva che essere qualificata come giuridicamente non realizzabile”).»
TAR BA 2995/2003: « 1. Con il primo motivo di ricorso (Assenza e/o incompletezza della motivazione), lamenta la ricorrente che l’atto impugnato non si premura di chiarire i veri motivi che lo hanno ispirato, considerato che dal progetto sono ben visibili sia le costruzioni esistenti che il loro ampliamento e risultano i calcoli dai quali emerge il pieno rispetto delle cubature consentite. L’atto impugnato si limita a rinviare ad un altro atto, il verbale della C.E.C., il quale, a sua volta, è totalmente immotivato in quanto rinvia ad un aprioristico e immotivato “parere negativo del relatore”, nonché ad un’altra procedura completamente estranea a quella avviata dalla ricorrente, la quale trova fondamento normativo nell’art. 6.6 bis delle Norme tecniche di esecuzione del P.R.G.
Ritiene al contrario il Collegio che la censura dedotta sia palesemente infondata per come emerge dalle stesse tesi difensive esplicitate dalla ricorrente.
Infatti, con il secondo e il terzo motivo di ricorso e con la memoria difensiva depositata in data 1/7/2003, la ricorrente dimostra di ben comprendere le motivazioni sottese al provvedimento di diniego tanto da essere in grado di confutarle con lo svolgimento di ampie ed articolate censure.
Rileva, d’altra parte, il Collegio che la motivazione per relationem è, per costante orientamento della giurisprudenza amministrativa, perfettamente ammissibile e conforme al disposto di cui all’art. 3 l. 241/90 quando, come è avvenuto nel caso di specie, l’atto richiamato sia reso disponibile al destinatario del provvedimento impugnato, così da consentirgli di conoscere l’iter logico sotteso alla determinazione finale della p.a. e di esercitare pertanto il diritto di difesa.
Segue da ciò l’infondatezza del primo motivo di ricorso.
2. Ritiene il Collegio di dover procedere all’esame congiunto del secondo (Irragionevolezza e contraddittorietà della motivazione) e del terzo (Violazione di leggi e regolamenti) motivo di ricorso.
Lamenta in sostanza la ricorrente che la motivazione contenuta nel provvedimento di diniego è illogica, vaga ed arbitraria, che l’art. 6.6 bis delle Norme tecniche di esecuzione del P.R.G., consente, nella zona di completamento nella quale rientra il lotto di proprietà degli eredi di Porro Luciano, la realizzazione di “interventi di ampliamento anche in sopraelevazione”, senza prevedere alcun limite a tale possibilità, e che è irrilevante sia che l’intervento edilizio debba operare su due particelle distinte, sia che l’intervento debba riguardare due distinti corpi di fabbrica, essendo rispettati i limiti di cubatura e superficie.
Ritiene al contrario il Collegio che la motivazione del provvedimento di diniego sia logica e congruente con le previsioni contenute nelle N.T.E. del P.R.G.
Recita il provvedimento impugnato: “visto che la C.E.C., nella seduta del 06/03/97, ha espresso parere negativo in quanto l’intervento proposto di ampliamento del manufatto va ad interessare due distinte particelle catastali, che, sia pure contigue, sono distinte dal corpo di fabbrica; inoltre l’intervento di ampliamento non è accoglibile atteso che lo stesso deve essere riferito a interventi la cui entità non superi per dimensione (superficie o volumi) i valori delle preesistenze al fine di non alterare i parametri urbanistici che consentirebbero, in maniera artificiosa la verifica di cui all’art. 3 della l.r. n. 6/85.”.
Infatti, la prima ragione sulla quale si fonda il diniego è data proprio dal fatto (non certo irrilevante) che “l’intervento proposto di ampliamento … va ad interessare due distinte particelle catastali, che, sia pure contigue, sono distinte dal corpo di fabbrica”.
La tipologia dell’intervento richiesto dalla ricorrente è dalla stessa qualificato come “ristrutturazione edilizia con ampliamento e sopraelevazione fabbricato per civile abitazione e locale”.
Orbene, per come previsto dalle N.T.E. del P.R.G., la zona di completamento è quella parte del territorio comunale ove una accettabile struttura urbana consente interventi di completamento e/o miglioramento a fini prevalentemente di insediamento residenziale.
In tale zona sono consentite, tra le altre, le seguenti forme di intervento edilizio: la “ristrutturazione edilizia” (che è il complesso degli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente … tali interventi comprendono anche la variazione delle dimensioni con mantenimento della posizione e della forma delle strutture perimetrali …), peraltro con il limite del divieto della alterazione dei volumi esistenti, l’“ampliamento” (che è l’aumento della estensione o delle dimensioni di una costruzione esistente con la creazione di uno spazio supplementare – chiuso o aperto che sia), la “sopraelevazione” (che è l’estensione in senso verticale di tutta o parte, della costruzione esistente), la “nuova costruzione” (cioè qualsiasi opera edilizia emergente dal suolo e riguardante il sottosuolo e qualsiasi manufatto in grado di costituire unità abitativa, ovvero unità utilizzabile in qualsivoglia maniera), a condizione che sia realizzata nell’ambito di maglie costituenti “tessuto edificato” a norma dell’art. 3 della l.r. 6/85.
Orbene ritiene il Collegio che insistendo sul fondo della ricorrente due distinti fabbricati, e visto che l’intervento per il quale è richiesta la concessione è volta a realizzare un unico fabbricato, esso, anche a prescindere da qualsiasi verifica di ordine tecnico, non possa essere definito come una mera ristrutturazione edilizia, ancorché con ampliamento e sopraelevazione.
Infatti, tanto l’intervento della ristrutturazione, che quello dell’ampliamento e della sopraelevazione, presuppongono che i manufatti preesistenti continuino ad esistere, seppur con nuove caratteristiche (anche dimensionali), e non che vengano meno, essendo del tutto stravolti nella loro intrinseca natura.
Ritiene infatti il Collegio che anche l'ampliamento sia concetto riferibile solo ad interventi su manufatti preesistenti (con palesi caratteristiche di completezza), al fine di poterne maggiorare, entro limiti predeterminati, la volumetria complessiva e non può pertanto condurre alla realizzazione di costruzioni del tutto nuove e distinte, insistenti anche su area separata, sebbene contigua a quella del manufatto che dovrebbe essere ampliato, ancorché la nuova costruzione risulti collegata al fabbricato preesistente.
Conclusivo appare a questo punto il richiamo, nell’atto impugnato, al parere reso dalla C.E.C. in data 6/3/97, il quale motiva la negativa decisione finale (“esaminata la proposta progettuale e rilevato che l’intervento richiesto, definito ampliamento, non ha le caratteristiche dimensionali che lo rendono tale, oltre ad interessare due distinte unità catastali”), rinviando al parere n. 8 dell’11/9/96, ove si legge: “visto che per ampliamento si intende un aumento delle dimensioni di una costruzione esistente con la creazione di uno spazio supplementare; ritenendo inoltre che l’ampliamento non possa costituire stravolgimento strutturale e/o funzionale dell’esistente”.
Ritiene il Collegio, alla luce delle considerazioni che precedono, che tale motivazione non solo non sia carente, ma sia anche logica e congruente con una esatta definizione del concetto di “ampliamento”.
Segue da ciò che, contrariamente a quanto prospettato in ricorso la locuzione “interventi la cui entità non superi per dimensione (superficie o volumi) i valori delle preesistenze” non solo non è priva di significato (in quanto chiarisce ulteriormente che tramite un mero ampliamento non si possono di fatto eliminare due manufatti preesistenti, separati e insistenti su due diverse particelle catastali, per crearne uno nuovo del tutto diverso), ma costituisce logica interpretazione e concreta applicazione del criterio di massima recepito tramite il rinvio dal parere della C.E.C. n. 2 del 6/3/97 al precedente parere n. 8 dell’11/9/96, di per sé logico e congruente.»
TAR PR 78/2000 « Essi sostengono, infatti, che l’intervento edilizio non era soggetto a contribuzione alcuna perché: 1) l’edificio ricade in zona agricola e il suo restauro serve agli esponenti nella loro qualità di agricoltori (art.9 lett. a)); 2) l’intervento è classificabile come manutenzione straordinaria (art.9 lett. c); 3) o tuttalpiù esso consiste sostanzialmente in modifiche interne ed è servito per migliorare le condizioni igieniche dell’edificio (art.9 lett.e); 4) nel caso lo si voglia qualificare quale ristrutturazione o risanamento conservativo, esso riguarda un edificio unifamiliare e l’ampliamento realizzato è contenuto nel limite del 20% stabilito dalla norma per usufruire della gratuità della concessione edilizia (art.9 lett. d).
Il Collegio deve osservare che le suesposte considerazioni non sono meritevoli di accoglimento.
In primo luogo occorre rilevare che i ricorrenti, i quali, del resto, hanno ammesso di essere nella situazione di pensionati, non hanno comprovato di possedere i requisiti di professionalità e di reddito previsti dall’art.12 della L. 9/5/1975 n.153 per essere considerati imprenditori agricoli a titolo principale e per potere beneficiare, così, dell’esonero da contribuzione edilizia di cui all’art. 9 lettera a) del citato art.9 della L. n.10 del 1977 (v. T.A.R. Lombardia –BS- 20/11/1995 n.1183).
Ugualmente risulta che essi non possono usufruire della gratuità della concessione prevista dalle lettere c) ed e) dello stesso articolo, in quanto il complesso intervento edilizio effettuato sull’edificio, comprensivo anche di sopralzo e di ampliamento di superficie utile, non è in alcun modo riconducibile ad interventi classificabili quali “manutenzione straordinaria” od “opere interne”.
Per quanto riguarda, invece, l’ipotesi contemplata dalla lettera d) del più volte citato art.9, è ben vero che la norma riguarda una tipologia d’interventi: restauro, risanamento conservativo e soprattutto ristrutturazione, che di certo ricomprendono anche l’intervento edilizio realizzato dai ricorrenti ed è inoltre vero che l’edificio ristrutturato è destinato all’abitazione di un solo nucleo familiare, ma è altrettanto indubitabile il fatto che, nel caso di specie, non risulti sussistente l’ulteriore requisito, parimenti previsto dalla normativa “de qua”, dell’ampliamento contenuto entro il limite del venti per cento della superficie del manufatto preesistente.
Nel caso di specie risulta chiaro dagli atti di causa ed incontroverso tra le parti, che la linea di confine rappresentata dalla percentuale di ampliamento del 20% risulta superata solo se si considerano rilevanti, come ha ritenuto l’Amministrazione Comunale, ai fini del calcolo dell’ampliamento, anche le superfici risultanti dall’eliminazione di pareti interne dell’edificio.
L’opposta tesi, sostenuta ovviamente da parte ricorrente, si fonda essenzialmente su quanto previsto dalla circolare del Ministero dei Lavori Pubblici n.3357/25 del 30/7/1985, laddove questa, fornendo chiarimenti circa la connotazione e la disciplina afferente le “opere interne” previste dall’art.26 della L. n.47 del 1985, precisa che “non costituisce aumento della superficie utile l’eliminazione o lo spostamento di pareti interne o di parti di esse”.
Il Collegio deve osservare che le riferite considerazioni ricorsuali non paiono condivisibili, in quanto pare indubitabile, come ha correttamente evidenziato la difesa dell’Amministrazione Comunale, che l’irrilevanza delle superfici risultanti dall’eliminazione di pareti interne, sia funzionale e comunque debba essere circoscritta esclusivamente alla connotazione di una determinata tipologia d’interventi quali, appunto, le c.d. “opere interne”, dato che per diversi e più incisivi tipi d’intervento, qual è quello in esame, e per diverse finalità, qual è quella di determinare l’entità di un ampliamento, devono necessariamente considerarsi quale superficie utile tutte le superfici nette di calpestio, così come definite dal Decreto del Ministero dei Lavori Pubblici 10 maggio 1977, comunque ricavate dalle modifiche apportate al preesistente edificio.
Per quanto sopra esposto, pertanto, l’intervento edilizio non poteva essere assentito gratuitamente, non essendo risultate applicabili, al caso in trattazione, alcuna delle disposizioni previste dall’art.9 della L. n.10 del 1977 e invocate dai ricorrenti che esonerano i richiedenti la concessione edilizia dal pagamento dei relativi contributi urbanistici.»
TAR CT 1629/2007: « Ciò posto, il piano sottostrada rappresentato nel progetto in sanatoria (C.E. n. 15 del 21.10.2005) prevedel'ampliamento (indicato in rosso nei grafici di progetto, cfr. allegato n. 2 CTU) della porzione di 1/3 di fabbricato.
Sovrapponendo idealmente i due elaborati (quello assentibile) e quello di cui si chiede il condono, ad avviso del Collegio, emerge quanto segue:
a) il poligono irregolare delimitato in rosso accanto alla rappresentata scala si pone pressocché totalmente, se non completamente (il “se” é d'obbligo, vista l'approssimazione degli elaborati grafici) a destra della linea di confine sopra descritta quale limite di legittimità impressa dal parere soprintendizio e, pertanto, é sicuramente non sanabile;
b) l'altro poligono trapezoidale delimitato in rosso può definirsi sanabile nonostante sia un corpo ulteriormente aggiunto a quello originariamente assentito, non già per effetto della delimitazione sopraindicata (che si esprime, appunto, in termini di proporzioni - 1/3 sanabile, 2/3 non sanabile -), ma in quanto, seguendo la ratio del parere soprintendizio, é posto evidentemente al di sotto del limite stradale;
c) la scala é rappresentata a destra della predetta linea e, pertanto, non è sicuramente sanabile.
Pertanto, risulta condivisibile la criptica conclusione del CTU che ha rilevato che tale ampliamento - unitamente alla realizzazione del vano scala - si pone in contrasto con le limitazioni imposte dalla Soprintendenza e dal Comune, di eliminare proprio la parte relativa i 2/3 della pianta del primo piano sottostrada per come indicato in rosso nelle relative planimetrie.
In altri termini, é corretto che é ravvisabile una contraddizione nella concessione edilizia in sanatoria n. 15 del 21.10.2005. Infatti, i grafici di progetto autorizzati, prevedono il mantenimento dell'esistente ampliamento del piano sottostrada e la realizzazione
del vano scala; mentre la medesima C.E. impone quale condizione esplicita quella di eliminare la parte relativa i 2/3 della pianta del primo piano sottostrada per come indicato in rosso nelle relative planimetrie del progettooggetto di concessione edilizia n. 6 del 30.04.1987 e ciò, si rammenta, allo scopo “di mantenere le libere visuali verso valle, nella zona di maggior significato panoramico oltre che a contenere il peso volumetrico della costruzione entro limiti di compatibilità con le caratteristiche ambientali della località” (cfr. parere Soprintendenza prot. N. 1318 del 10.05.1982).
Si deve concludere, pertanto, che il motivo di gravame può essere accolto, nella misura in cui si dia prevalenza all'assentimento dei grafici progettuali, che, quindi, nel senso sopra prospettato, vanno emendati.
Consegue, assorbiti gli ulteriori motivi di gravame, l'accoglimento del ricorso.
3.c. La seconda concessione edilizia impugnata (la n. 1 del 9 febbraio 2006) risulta emanata su istanza corredata da un progetto sostenuto dai della C.E.C. e della Soprintendenza BB.CC.AA. di Messina.
Il primo é stato esitato in maniera favorevole alle condizioni del verbale relativo alla seduta n. 10 del 20.11.2001, che così recita: “La C.E.C. visto il progetto allegato alla C.E. n. 6/87 ed il relativo computo volumetrico dal quale si evince che la volumetria ammissibile per il lotto era di mc. 1263; vista l'istanza di condono edilizio 724/94 ed i relativi grafici allegati; visto il parere della Soprintendenza prot. n. 719 del 27.10.1998 reso sulla citata istanza di condono e che richiama il precedente parere del 10.05.1982; visto il D.A. n. 298/41 del 4.7.2000; considerato che la volumetria proposta con ampliamento eccede quella ammissibile; considerato che la ditta non ha fornito idonea documentazione circa la completa disponibilità dell'area; considerato che la commissione ritiene l'iniziativa lodevole sotto il profilo occupazionale è sostanzialmente favorevole al completamento delle strutture per il decoro urbano. Tutto ciò premesso e considerato, esprime parere favorevole al rilascio della C.E. alle seguenti indispensabili condizioni:
1) che venga dimostrata la disponibilità di tutta l'area impegnata;
2) che venga rilasciata la concessione edilizia in sanatoria di cui alla istanza n. 1178 del 28.02.1995;
3) che l'ampliamento sia strettamente limitato ai volumi tecnici necessari per l'accesso all'edificio (scala ed ascensore)”.
2) Nulla osta della Soprintendenza di Messina del 20.9.2002, ai sensi dell'art. 151 del T.U. di cui al D.gs n. 490 del 29.10.1999, alle condizioni di cui alla nota n. 4414 del 20.09.2002; quest'ultima, ai fini della tutela paesaggistica-ambientale della località, reca parere favorevole all'approvazione, ribadendo le condizioni della Soprintendenzia sopra citata (prot. N° 719 del 27/10/98) ed alle ulteriori seguenti condizioni:
- la pavimentazione del lastrico solare nonché dei percorsi orizzontali e verticali esterni sia finita con elementi del tipo cotto siciliano;
- gli intonaci esterni siano realizzati a calce o ai silicati aventi tonalità cromatiche analoghe alle preesistenze locali, con tassativa esclusione del bianco assoluto;
- le chiusure degli infissi esterni siano realizzate in legno ad anta a battente;
- eventuali muri di sostegno e/o recinzioni siano rivestiti in pietra locale sbozzata a mano e senza listatura dei giunti, in ottemperanza al disposto di cui all'art. 13 della L.R. 37/85.
La concessione edilizia in questione (n. 1 del 09.02.2006) riporta le seguenti condizioni, in accordo ai pareri della C.E.C. e della Soprintendenza citati: a) “rilascia alla ditta Spadaro …. la concessione edilizia relativa all'esecuzione dei lavori in premessa specificati, limitando l'ampliamento previsto ai soli volumi tecnici necessari per l'accesso all'edificio (scala ed ascensore), in conformità al progetto allegato e depositato all'Ufficio Tecnico del Comune …” (cfr. pag. 2 della C.E.);
b) Altre condizioni, che: (1) la pavimentazione del lastrico solare nonché dei percorsi orizzontali e verticali esterni sia finita con elementi del tipo cotto siciliano; (2) gli intonaci esterni siano realizzati a calce o ai silicati aventi tonalità cromatiche analoghe alle preesistenze locali, con tassativa esclusione del bianco assoluto;(3) le chiusure degli infissi esterni siano realizzate in legno ad anta a battente; (4) eventuali muri di sostegno e/o recinzioni siano rivestiti in pietra locale sbozzata a mano e senza listatura dei giunti, in ottemperanza al disposto di cui all'art. 13 della L.R. 37/85; (5) i pluviali siano in rame ed alle condizioni della Soprintendenziale prot. N. 719 del 27.10.1998 che richiama le condizioni di cui alla nota prot. N. 1318 del 10.05.1982 della Soprintendenza BB.CC.AA. di Catania”.
In conclusione, così come evidenziato nella CTU, dall'esame degli atti impugnati, costituiti dalla concessione edilizia n. 1 del 09.02.2006, dal relativo progetto e dai pareri ivi riportati e richiamati, si è accertato che anche in questo caso vi è perfetta coincidenza tra le condizioni imposte nella concessione edilizia predetta e quelle (cumulativamente) imposte dalla C.E.C., con parere espresso nella seduta n. 10 del 20.11.2001, dalla Soprintendenza con parere di cui alla nota prot. n. 4414 del 20.09.2002 (per quanto attiene le modalità costruttive delle rifiniture indicate da 1 a 4 nel precedente paragrafo) e dalla Soprintendenza con parere espresso con nota prot. n. 719 del 27.10.98, limitatamente però alla sola condizione n. 5 del precedente paragrafo e cioè “che i pluviali siano in rame”.
È da ritenere, come già chiarito, che il richiamo posto nella C.E. n. 1/06 “ed alle condizioni della Soprintendenziale prot. N. 719 del 27.10.1998 che richiama le condizioni di cui alla nota prot. N. 1318 del 10.05.1982 della Soprintendenza BB.CC.AA. di Catania” non possa intendersi riferito “ai pluviali in rame” od alle altre modalità costruttive estetiche, ma si riferisca, invece, a tutte le altre condizioni contenute nelle richiamate Soprintendenziali, così come avvenuto per la C.E. in sanatoria n. 15/05.
Ed invero, a parte il dato testuale inequivoco, seppur non di immediata percezione, una diversa interpretazione condurrebbe alla produzione di quell'impatto paesaggistico scongiurato dai precedenti pareri e dal contenimento della costruzione al di sotto del livello della strada.
Questa esposizione, come già cennato, risulta confermata dalla relazione esplicativa prot. n. 1964 dell'1.3.2007, con la quale la Soprintendenza specifica che “per quanto sopra, in merito alla verifica richiesta si rileva che, pur essendo stata ribadita la esclusione della volumetria già non autorizzata con la nota prot. N. 1318 del 10.05.1982 dalla Soprintendenza di Catania, sono da intendersi ricompresi nelle opere autorizzate i volumi tecnici relativi alla scala ed all'ascensore, compreso gli sbarchi a norma di legge, fino al raggiungimento della quota strada, essendo gli stessi indispensabili poiché unico accesso possibile alla struttura alberghiera”.
Occorre, anche in questo caso, verificare in concreto quali siano le effettive limitazioni costruttive imposte dai predetti pareri facendo riferimento al progetto di cui alla concessione edilizia n. 1 del 9.2.2006 (cfr. allegato n. 4 CTU) in raffronto con quello oggetto della C.E. in sanatoria n. 15 del 21.10.2005.
Come chiarito dal CTU, dall'esame e confronto dei due progetti discende che in tutti e due è stata totalmente eliminata la parte relativa al piano d'ingresso.
Nel piano sottostrada (quota - 4 m), invece, tutti e due i progetti prevedono l'ampliamento (indicato in rosso nei grafici di progetto in sanatoria ed oggi esistente, cfr. all'allegato n. 2) della porzione di 1/3 di fabbricato e la realizzazione del vano scala in c.a.. Il progetto relativo alla C.E. n. 1/06 prevede altresì la realizzazione di un vano ascensore in c.a..
Tali manufatti (l'ampliamento della porzione di 1/3, il vano scala e quello ascensore in c.a.) si pongono in contrasto - per come esposto sub 3.b. - con le limitazioni imposte dalla Soprintendenza di eliminare proprio la parte relativa i 2/3 della pianta del primo piano sottostrada per come indicato in rosso nelle relative planimetrie del progetto relativo alla C.E. n. 6/87 secondo le “condizioni della Soprintendenziale prot. N. 719 del 27.10.1998 che richiama le condizioni di cui alla nota prot. N. 1318 del 10.05.1982 della Soprintendenza BB.CC.AA. di Catania”.
In altri termini, con discorso sovrapponibile a quanto già chiarito sub 3.b. in riferimento alla concessione in sanatoria n. 15/2005, vi è una contraddizione anche nella concessione edilizia n. 1/06. Infatti, i grafici di progetto, autorizzati con la citata C.E., prevedono il mantenimento dell'esistente ampliamento del piano sottostrada, la realizzazione (a completamento) del vano scala ed anche la realizzazione di un vano ascensore, questo all'interno del vano scala da ritenere non sanabile.»
TAR RM 7475/2008: « - Con il ricorso in esame si censura l’ordinanza comunale n. 234/2005, con la quale si dispone il rilascio delle aree su cui insiste un fabbricato asseritamene abusivo e si dichiara l’inammissibilità della domanda di condono edilizio presentata in data 10.12.2004, concernente la parte di esso costituente ampliamento di quello realizzato originariamente.
1.1 - Il ricorso è infondato.
2 - Il ricorrente assume, senza peraltro produrre documentazione a comprova di ciò (manca, in particolare, il titolo in base al quale l’asserito suo dante causa ne avrebbe acquistato la proprietà), di avere “un titolo attestante la proprietà degli immobili de quo”. Allega provvedimenti emessi dal giudice penale, di sospensione del processo, a fronte di un’azione civile di revindica della proprietà promossa dal medesimo non ancora definita.
2.1 - Al contrario, il Comune di Ardea fornisce sentenze che attestano o presuppongono l’assenza del diritto di proprietà in capo all’assunto dante causa del ricorrente, vale a dire suo padre Sebastiano Daga.
In particolare, nella sentenza della Corte d’Appello di Roma 29.1.1988, n. 3606/87, passata in giudicato, che dichiara il disconoscimento di ogni efficacia nei confronti del nuovo proprietario (il Comune) del contratto agrario avente ad oggetto il terreno in questione, subentrato al precedente contraente, presuppone la proprietà in capo dapprima a quest’ultimo e di seguito al Comune stesso, al quale essa è stata ceduta.
Nella sentenza del Tribunale di Roma 13.2.1996, n. 2153, anch’essa passata in giudicato, non viene accolta la domanda di Sebastiano Daga di riconoscimento del perfezionarsi dell’usucapione rispetto al terreno ed al fabbricato che vi insiste di che trattasi. 2.2 - Ne deriva che la doglianza in esame è infondata.
3 - Altrettanto è a dirsi in ordine alla censura con cui si contesta la dichiarazione di inammissibilità della domanda di condono presentata il 10.12.2004, pure contenuta nel provvedimento impugnato.
L’oggetto di detta domanda è rappresentato dall’ampliamento di un fabbricato, anch’esso abusivo; deve considerarsi, infatti, che anche la domanda di sanatoria del manufatto iniziale su menzionato è stata respinta con provvedimento rimasto inoppugnato, per cui correttamente l’Amministrazione comunale ha allegato un ostacolo insormontabile alla concessione del condono edilizio riferito a tale ampliamento. 4 - Non possono poi costituire oggetto di disamina da parte del Tribunale i motivi di doglianza contenuti nella memoria depositata dal ricorrente in Segreteria in data 30.5.2008, perché si determinerebbe un inammissibile ampliamento del thema decidendum, in assenza di notifica dell’atto, necessaria per consentire il corretto instaurarsi del contraddittorio.»
CDS 4568/2003: « 4.6.1. Si può prescindere dalla questione se gli alberghi siano o meno qualificabili come opere di interesse pubblico, risolta sinora in maniera oscillante e non univoca dalla giurisprudenza soprattutto a proposito dell’ammissibilità della concessione edilizia in deroga (ammessa per gli impianti e edifici pubblici o di interesse pubblico) in senso negativo, v. Cass., VI, 26 marzo 1999: “La ristrutturazione di un albergo non rientra fra le opere pubbliche o di interesse pubblico per le quali, ai sensi dell’art.1, 1º comma, lett. l), d.l. 4 novembre 1988 n.465, conv. con modif. in l. 30 dicembre 1988 n.556, la dichiarazione di compatibilità con i vincoli ambientali e con gli strumenti urbanistici, ai fini dell’ottenimento del contributo finanziario dello Stato, può essere sostituita da una deliberazione del consiglio comunale, adottata ai sensi dell’art.1, 4º comma, l. 3 gennaio 1978 n.1”.
C. Stato, sez.V, 11 dicembre 1992, n.1428: “Ai sensi dell’art.30 l.reg. Puglia 31 maggio 1980 n.56, la concessione edilizia in deroga può essere rilasciata «limitatamente ai casi di edifici ed impianti pubblici o di interesse pubblico», tra i quali non può includersi un albergo, atteso che l’espressione impianti «di interesse pubblico», deve essere interpretata in senso restrittivo, facendovi rientrare solo quegli interventi che, seppure eseguiti da privati, corrispondono a compiti assunti direttamente dalla p.a. (quali, per esempio, la realizzazione di una strada o di un acquedotto)”.
C. Stato, sez.V, 25 novembre 1988, n.774: “In forza dell’art.41-quarter, l. 17 agosto 1942, n.1150, introdotto con l’art.16, l. 6 agosto 1967, n.765, la deroga alle norme del piano regolatore generale o del regolamento edilizio, può essere esercitata «limitatamente ai casi di edifici ed impianti pubblici o d’interesse pubblico» e non anche per l’ampliamento di un edificio privato con destinazione alberghiera pur se situato in una zona turistica (nella specie, si è ritenuto che l’interesse turistico ad una maggiore ricettività alberghiera non potesse essere preminente rispetto a quello configurato dalle norme del regolamentoedilizio”.
In senso affermativo v. C. Stato, sez.IV, 28 ottobre 1999, n.1641 e C. Stato, sez.V, 15 luglio 1998, n.1044: “L’ampliamento di una struttura alberghiera rientra fra gli impianti di interesse pubblico per i quali è consentito il rilascio di concessione edilizia in deroga ai sensi dell’art.41 quater l. 17 agosto 1942 n.1150”.
C. Stato, sez.V, 10 novembre 1992, n.1257: “La costruzione da adibire ad esercizio di affittacamere, è annoverabile nell’ambito degli edifici di interesse pubblico, avuto riguardo alla sua natura alberghiera, per cui ben può godere del beneficio previsto dall’art.80 l.reg. Veneto 27 giugno 1985 n.61 (concessione in deroga alle norme e previsioni nello stesso indicate)”.
C. Stato, sez.IV, 6 ottobre 1983, n.700: “Ai sensi dell’art.16 l. 6 agosto 1967, n.765, per la qualificazione di edifici ed impianti di interesse pubblico, occorre avere riguardo all’interesse pubblico, inteso nella sua accezione tecnico-giuridica come tipico, qualificato per la sua corrispondenza agli scopi perseguiti dall’amministrazione, a prescindere dalla qualità pubblica o privata dei soggetti che realizzano la costruzione: rientra pertanto nella previsione dell’art.16 l’edificio alberghiero che, per le sue strutture, realizzi funzionalmente l’interesse turistico, cui la rilevanza pubblica è strettamente connessa”).
4.6.2. Invero, anche a voler qualificare gli alberghi, in via di mera ipotesi, come opere di interesse pubblico, tale qualificazione non crea alcun obbligo, per l’amministrazione, né di rilasciare la concessione edilizia in deroga, né di adottare una variante dello strumento urbanistico.
Invero, sia la concessione in deroga, sia la variante dello strumento urbanistico, non sono atti dovuti a fronte di opere di interesse pubblico, ma sono oggetto di poteri discrezionali, che devono comparare l’interesse alla realizzazione dell’opera di interesse pubblico con molteplici altri interessi, quali quello urbanistico, edilizio, paesistico, ambientale.
Sin da ora si può osservare, anche al fine dell’esame dei motivi di ricorso relativi al difetto di motivazione degli atti impugnati, quanto segue.
4.6.3. Il progetto di ampliamento e ristrutturazione dell’albergo, nel caso di specie, era in contrasto con la destinazione di zona dell’area secondo il vigente strumento urbanistico del Comune di Peschici.
Sicché, non era ammissibile la concessione edilizia in deroga, consentita dall’art.41 quater, l. 17 agosto 1942, n.1150, per gli edifici e impianti pubblici e di interesse pubblico, purché la deroga non riguardi le destinazioni di zona (in tal senso C. Stato, sez.IV, 1 luglio 1997, n.1057: “L'art.41-quater della legge 17 agosto 1942 n.1150 e l'art.3 della legge 21 dicembre 1957 n.1357, che disciplinano la possibilità di rilasciare concessioni edilizie in deroga ai piani regolatori ed alle norme di regolamento edilizio, vanno interpretati restrittivamente, nel senso che tali deroghe non possono travolgere le esigenze di ordine urbanistico a suo tempo recepite nel piano; ne consegue che non possono costituire oggetto di deroga le destinazioni di zona che attengono all'impostazione stessa del piano regolatore generale e ne costituiscono le norme direttrici”, e, ora, espressamente, l’art.14, t.u. edilizia, non ancora in vigore, ma che qui si richiama per il suo valore esegetico, secondo cui il permesso di costruire in deroga è ammissibile solo se la deroga riguardi i limiti di densità edilizia, di altezza e di distanza tra i fabbricati).
4.6.4. Né il rilascio della concessione edilizia si poteva giustificare qualificando l’intervento come mera ristrutturazione, per la quale occorre avere riguardo alla destinazione urbanistica vigente all’epoca dell’opera originaria, e non al momento in cui si chiede l’assenso alla ristrutturazione (C. Stato, sez.V, 10 agosto 2000, n.4397), in quanto il progetto per cui è causa non prevede la mera ristrutturazione, bensì l’ampliamento dell’edificio, con aumento dei piani e dei volumi.»
CDS 1165/2008: « FATTO - (...) - Con deliberazione n. 302 del 8 aprile 1987, il Consiglio Comunale ha fornito una chiara indicazione politico - amministrativa agli organi operativi (allora il Sindaco, oggi i dirigenti) chiamati ad applicare l'art. 4 della legge regionale veneta 5 marzo 1985, n. 24, affermando che "il comma 4 dell'art. 4 della L.R. V. n. 24 del 5.3.1985, va inteso nel senso che non è vietata la possibilità che in fase di ampliamento il fabbricato rurale stabilmente abitato da 7 anni venga recuperato ed adattato con diversa distribuzione interna ed ad uso plurifamiliare".
Il dirigente chiamato ad applicare la norma non può discostarsi dall'indicazione politico amministrativa del Consiglio, ove questa sia legittima.
3. Violazione della prassi amministrativa legittima. Illogicità della motivazione. Eccesso di potere.
Nel Comune di Chioggia esiste da oltre venti anni una prassi, secondo la quale la norma della legge regionale in questione è pacificamente interpretata nel senso di consentire l'ampliamento, non solo per la realizzazione di un'unica unità abitativa, ma anche per la realizzazione, nei limiti di volume previsti di 800 mc, di più unità abitative. L'esistenza di questa prassi non è contestata dal Comune, ed anzi, è confermata indirettamente dalla assenza di ogni contestazione sul punto.
Tale prassi interpretativa si impone anche al dirigente, pena l’illegittimità del provvedimento adottato in difformità dalla medesima, tanto più quando, come nella fattispecie, detta prassi si è consolidata da moltissimi anni.
4. Violazione di legge. A) Violazione dell'art. 4 della legge regionale 5 marzo 1985, n. 24. Illegittima interpretazione riduttiva della norma. Difetto di istruttoria. Omessa considerazione della giurisprudenza pregressa e non corretta applicazione della giurisprudenza richiamata. B) Contraddittorietà. illogicità e perplessità della motivazione. Incongruenza tra premesse e conclusioni. Illegittima equiparazione della domanda di ampliamento e frazionamento con la domanda di nuova costruzione. C) Disparità di trattamento con posizioni identiche in cui il frazionamento sia già presente. Eccesso di potere.
A sostegno della propria tesi, il Comune sostiene che l'intervento richiesto contrasterebbe con il disposto dell'art. 7, ultimo comma, e dell'art. 4, primo comma, che consentirebbero l'ampliamento di volume, ma non per ricavarne più unità abitative. Si tratterebbe quindi, non di un ampliamento di volume, ma di un allargamento dell'unità esistente.
La ratio della norma sarebbe quella di consentire, a chi abita in campagna, migliori condizioni di vita con l'allargamento e/o la creazione di nuovi vani, ma non con la creazione di distinte unità abitative, anche se all'interno della casa originaria.
Ciò sarebbe ricavabile dal fatto che il legislatore regionale ha regolamentato diversamente l'ampliamento (artt. 7 e 4 l.r.v. 24/85) dalla costruzione di nuove abitazioni (art. 3 e 5 l.r.v. 24/85) riservando tale diritto solo ai coltivatori diretti che dispongano di fondi adeguati, distinguendo l'ipotesi di allargamento dell'unità esistente (una), da quella di costruzione di nuove abitazioni. Il tutto in ossequio alle finalità della legge di salvaguardare la destinazione urbanistica del suolo, di promuove la permanenza degli agricoltori, di favorire il recupero del patrimonio edilizio rurale per finalità agricole.
Le argomentazioni del comune confondono i piani delle diverse questioni e, pur operando una lettura con un ottica non del tutto esatta, giungono a conclusioni totalmente sbagliate.
Non vi è dubbio che il legislatore abbia disciplinato in modo distinto l'edificabilità di nuovi immobili dal restauro e ampliamento degli immobili esistenti. Parimenti non vi è nessun dubbio che il legislatore regionale non ha vietato in alcun modo il frazionamento degli immobili esistenti. In questo contesto, non pare dubitabile che la manutenzione ordinaria e straordinaria, i restauri e la ristrutturazione di un immobile esistente in zona agricola, senza ampliamento, possa avvenire anche con frazionamento dell'unità immobiliare in più residenze.
In quest'ottica, nessun motivo impedisce la ristrutturazione con ampliamento, consentita espressamente dall'art. 4, comma 1, l.r.v. 24/85, con contestuale frazionamento. Sono quindi le conclusioni del Comune che paiono inaccettabili.
Del resto l'art. 3 della regionale richiamata disciplina espressamente la "costruzione [ex novo] di case di abitazione nelle zone agricole", mentre l'art. 5 disciplina la costruzione ex novo di "un 'altra casa" nei fondi rustici nei quali esista già una casa. Invece l'art. 4 della medesima legge disciplina solo "l'ampliamento delle costruzioni esistenti". I concetti sono nettamente diversi e non possono essere tra loro confusi. Un ampliamento dell'esistente resta un ampliamento dell'esistente, indipendentemente dal numero di unità immobiliari che ne conseguono, ed è un concetto giuridico ben distinto dalla costruzione ex novo di una o più case. La diversa terminologia e la diversità dei requisiti, confermano l'evidente volontà del legislatore di differenziare l'allargamento della costruzione ex novo di edifici (case). Ma questo però, non nel senso di vietare la realizzazione di un allargamento con frazionamento. E, infatti, il frazionamento non da luogo alla edificazione ex novo di costruzioni (artt. 3 e 5 L. 24/85). Al frazionamento consegue una diversa configurazione del medesimo immobile, della medesima costruzione, della medesima casa, non un edificio o una costruzione nuova. La costruzione frazionata resta la medesima costruzione allargata e non diventa una costruzione ex novo.
Del resto, in questi sensi sarebbe la costante giurisprudenza del TAR adito, secondo il quale, nel caso di allargamento costruzioni nelle quali siano già ricavate più unità abitative, il limite di 800 mc deve essere riferito unitariamente alla costruzione in sé e per sé, indipendentemente dal numero di unità abitative in cui la costruzione è frazionata.
Pertanto, se è corretto affermare che l'ampliamento e la creazione di una nuova residenza non appaiono in contrasto tra loro, altrettanto corretto è affermare che anche l'ampliamento e il frazionamento del bene ampliato non sono in contrasto tra loro. Da qui l’illegittimità del diniego del permesso di costruire ad un progetto che preveda l'ampliamento ed il frazionamento.
B) La motivazione espressa dal Comune, per altro verso, è contraddittoria, illogica ed incongruente rispetto alle premesse.
Se è corretto affermare che vi è differenza di disciplina tra ampliamento e nuove costruzioni, non si vi è ragione per la quale il Comune debba pretendere di applicare la disciplina della nuova costruzione alla domanda di ampliamento. Né pare legittimo sostenere che la presenza del successivo frazionamento trasformi l'ampliamento in una nuova costruzione. Così facendo si darebbe luogo ad una in accettabile disparità di trattamento tra le abitazioni già frazionate e poi ampliate e le abitazioni prima ampliate e poi frazionate. Invero nel primo caso l'aumento di cubatura fino a 800 mc. sarebbe legittimo, nel secondo caso no. Anche in questo senso sussistono i vizi di difetto e perplessità della motivazione, soprattutto laddove, nella legge è realisticamente individuabile una diversa logica.
Il Comune intimato resisteva al ricorso, deducendone l’infondatezza e chiedendone, pertanto, il rigetto.
Il ricorso veniva respinto dal TAR con la sentenza in epigrafe specificata, contro la quale è stato proposto il presente appello.
L’appellante contesta le conclusioni del giudice di primo grado e chiede l’integrale riforma della sentenza impugnata.
Il Comune si è costituito anche in questo grado del giudizio.
Le parti hanno ulteriormente illustrato le rispettive tesi difensive con apposite memoria.
L’appello è stato trattenuto in decisione alla pubblica udienza del 11 dicembre 2007.
1. In via prioritaria, conviene precisare quale sia l’esatta statuizione del TAR, atteso che l’appellante sia con l’atto di appello (punto 3 pag. 14) sia con la memoria illustrativa del 26 novembre 2007 (pagg. 1 e 2), assume che il primo giudice ha sostanzialmente accolto i motivi del ricorso di primo grado, anche se poi ha fatto un’errata applicazione del principio da esso enunciato.
Si tratta, in particolare, della parte iniziale della decisione, nella quale il primo giudice richiama il proprio orientamento, secondo cui l’art. 4 della legge regionale 5 marzo 1985, n. 24, allorché consente, anche a soggetti che non sono imprenditori agricoli, l’ampliamento fino a mc. 800 delle “costruzioni esistenti nelle zone agricole” stabilmente occupate a titolo di residenza da almeno sette anni, non condiziona detto ampliamento all’incremento volumetrico dell’unità abitativa preesistente (o delle unità abitative preesistenti), ma lascia piena libertà all’occupante di cosa realizzare con la nuova volumetria, preoccupandosi soltanto di evitare che l’ampliamento comporti la creazione di un’unità immobiliare strutturalmente autonoma (per il quale è il successivo art. 5, dedicato alla famiglia rurale) e, poi, in linea di stretta consequenzialità, chiarisce che, in presenza dei presupposti richiesti dalla norma per realizzare l’ampliamento (rispetto dei limiti di volumetria, mantenimento della destinazione d’uso), l’impiego della parte ampliata quale ulteriore unità abitativa non può costituire ostacolo al rilascio del titolo richiesto, potendo anche questo caso essere ricondotto alla necessità di assicurare il miglioramento delle condizioni di vita di coloro che abitano in zona agricola.
Ad avviso dell’appellante, questa affermazione del giudice di primo grado costituisce un capo autonomo della sentenza che, non essendo stato contestato dal comune con appello incidentale, è passato in giudicato e non può più essere messo in discussione, come pretenderebbe l’amministrazione comunale.
L’assunto non può essere condiviso per due ordini di motivi.
Sotto un primo profilo, si deve osservare che, come appare chiaramente dal contenuto delle affermazioni del TAR, il primo giudice si è limitato solo a ribadire un proprio orientamento interpretativo.
Sotto un secondo, e più decisivo aspetto, va rilevato che la questione dell’esatta interpretazione dell’art. 4, nei termini enunciati dal TAR, non formava oggetto di controversia e, quindi, non poteva costituire un capo autonomo della sentenza.
Questa conclusione si ricava agevolmente dalle successive affermazioni del TAR – queste sì costituenti la vera statuizione – nelle quali si sottolinea che, nel caso di specie, oggetto del progetto è la traslazione, ai sensi dell’art. 7 della legge regionale in combinato disposto con l’art. 4, dell’edificio preesistente sito in area di rispetto e la sua riedificazione in area adiacente, con impiego della volumetria degli annessi rustici e conseguente ampliamento sino al limite di 800 mc., con l’effetto di realizzare nuove unità immobiliari strutturalmente autonome, costituite da quattro unità residenziali indipendenti tra di loro, con scoperto ed accessi pedonali e carrai esclusivi. Con la conseguenza, posta in luce dal primo giudice, che nella fattispecie non è possibile invocare la normativa di cui all’art. 4, trattandosi all’evidenza della realizzazione, grazie al recupero della volumetria dell’edifico preesistente più quella degli annessi rustici, di nuove unità abitative, strutturalmente autonome, e non della ricostruzione con ampliamento dell’edificio a destinazione residenziale preesistente. (...)»
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References: art. 31
 Cass. 
 art. 10
 art. 21
 art. 338
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 4
 articolo 44
 art. 70
 art. 13
 art. 18
 art.15
 art.15
 art.18
 sentenza 
 sentenza 
 art.9
 art.9
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 art. 5
 sentenza 
 art. 171