Source: https://www.slideshare.net/isolapulita1/commissione-iparlamentare-inchiesta-sulla-mafia-2005-lumia-intero-com
Timestamp: 2017-06-27 04:12:29+00:00

Document:
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n. 16-bis
SUL FENOMENO DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA
Giovanni, Bobbio, Boscetto, Brutti Massimo, Bucciero, Calvi, Girami, Crino, Curto, Ferrara,
Fiorino, Gentile, Manzione, Marini, Maritati, Novi, Peruzzotti, Ruvolo, Thaler Ausserhofer,
Veraldi, Vizzini, Zancan; e dai deputati: Ceremigna, Napoli Angela, Vice Presidenti; Parola,
Segretario; Bertolini, Bova, Burlone, Cicala, Cristaldi, Diana, Drago, Fallica, Gambale,
Tagliatatela, Taormina)
presentata nella seduta del 18 gennaio 2006
(Relatore: onorevole LUMIA)
ai sensi dell'articolo 1 della legge 19 ottobre 2001, n. 386
TIPOGRAFIA DEL SENATO (300)
La finalità della relazione e le critiche di fondo alla gestione
della Commissione Antimafia nella XIV legislatura
PagProspettive di lavoro per la prossima legislatura
I Beni Confiscati. Le scelte del Governo e la relazione di minoranza
Mafia e economia. Gli appalti: la riduzione del numero delle
stazioni, il controllo dei cantieri, i protocolli di legalità
Convenzione ONU di Palermo. Lo scandalo del ritardo nella
Racket e usura. Il licenziamento di Tano Grasso e le nostre
Testimoni di giustizia: una risorsa umiliata. Collaboratori di
giustizia: un'opportunità perduta
II documento sugli Enti Locali sottoposti a condizionamento
mafioso: una iniziativa importante ed un'occasione mancata
Nuove prospettive di intervento per le comunità aggredite dalle
mafie. L'antimafia delle regioni e degli enti locali
L'articolo 4l-bis. Le minacce dei boss. L'atteggiamento contraddittorio del governo
E DELLA SUA MAGGIORANZA PARLAMENTARE
La sicurezza nel nostro Paese e il controllo delle mafie di intere aree territoriali; le inadempienze del Governo nel controllo del territorio, colpita la Dia, indebolita l'organizzazione giudiziaria. La delegittimazione della magistratura
Le leggi «privilegio»: l'educazione alla legalità
Pag- 119
L'efficienza della giustizia: le risposte assenti
Legittimo sospetto e mafie
Immigrazione e mafie straniere
Le ricchezze della mafia
Un ricordo di Antonino Caponnetto
II Lazio
II Veneto
Altre aree non tradizionali
Interventi dei componenti dell'opposizione nella discussione
sulla relazione conclusiva
MAFIA E POTERI ISTITUZIONALI
LE MAFIE E LA PRESENZA NEI TERRITORI
LA FINALITÀ DELLA RELAZIONE E LE CRITICHE DI FONDO ALLA GESTIONE DELLA
COMMISSIONE ANTIMAFIA NELLA XIV LEGISLATURA
La XIV legislatura volge ormai al termine e con essa si avvia a scadenza anche il lavoro della Commissione parlamentare antimafia. La
Commissione deve dunque - come prescrive la sua legge istitutiva - relazionare al Parlamento ed al Paese sull'esito complessivo dei suoi lavori.
La relazione conclusiva della Commissione è un atto politico-istituzionale particolarmente significativo ed impegnativo poiché, oltre a rappresentare giudizi e valutazioni sul lavoro compiuto, costituisce punto di
riferimento importante per le iniziative che dovrà assumere il Parlamento
della Repubblica nella prossima XV legislatura.
L'intento delle forze politiche espressione dell'attuale opposizione
(DS, Margherita, Rifondazione Comunista, Verdi, Rosa nel Pugno,
UDEUR, PDCI) era quello di contribuire alla elaborazione di una relazione conclusiva unitaria, in coerenza con l'atteggiamento che ha sempre
caratterizzato la nostra azione nelle attività di questa Commissione.
L'unità delle forze politiche e delle istituzioni nell'impegno contro le
mafie è un valore che ha sempre orientato le nostre scelte nella storia parlamentare di questa Repubblica.
Anche nelle attività di questa Commissione, l'attuale opposizione ha
ispirato la sua azione verso approdi unitari, con l'obiettivo di proporre indirizzi chiari e coerenti alla legislazione antimafia del nostro Paese.
Ma va subito detto che tutte le volte che si è pervenuti a posizioni
condivise (con i documenti sull'articolo 41-bis, sullo scioglimento degli
enti locali, sulla ratifica della convenzione di Palermo, sugli appalti o
sul termine per le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia) si sono dovute superare resistenze e ritardi della attuale maggioranza.
I resoconti parlamentari dei dibattiti sui documenti predetti danno
ampia prova della insufficiente sintonia di questa maggioranza di centro-destra, con l'impegno della società italiana e delle sue istituzioni nella
lotta contro le mafie.
Va poi sottolineato che quasi sempre gli stessi documenti unitari varati dalla Commissione parlamentare antimafia sono stati disattesi dalla
maggioranza parlamentare di centro-destra. E, soprattutto, la maggioranza
della Commissione non ha saputo far seguire a quei documenti, un impegno politico concreto per affermare nel Parlamento gli indirizzi normativi
condivisi, preferendo mantenere un profilo subalterno al Governo.
In realtà, quella che è la vera forza della Commissione, cioè la sua
capacità di operare con un afflato di natura istituzionale, con una visione
ed una pratica politica super partes, esaltando la sua autorevolezza e l'efficacia operativa delle sue proposte, è venuta meno per esplicita responsabilità della maggioranza di centro-destra.
Lo spirito unitario praticato dai commissari dell'opposizione non ha
infatti guidato - purtroppo - molti esponenti, alcuni anche con ruoli di rilievo, della maggioranza. Si è dovuto prendere atto a più riprese che molti
rappresentanti del centro-destra non percepivano la Commissione come la
sede di un impegno istituzionale assai delicato, bensì come l'ennesima palestra nella quale esercitarsi nel duello infinito maggioranza-opposizione
con un'attenzione caviliosa a marcarne con evidenza i confini. L'operato
complessivo della Commissione è risultato pesantemente condizionato.
Invece di ricercare tematiche, percorsi e approdi condivisi, che avrebbero esaltato il prestigio e l'autorità dell'organismo parlamentare, la maggioranza ha voluto farsi veicolo e cassa di risonanza delle posizioni del
Governo, condizionando in tal modo i criteri guida della conduzione della
Significativa di un siffatto tale atteggiamento del centro-destra è l'incredibile vicenda della proposta di relazione finale avanzata dal presidente. Sul piano del metodo, in tal caso, le violazioni delle regole sono
state talmente macroscopiche da rendere necessaria una formale denuncia
ai presidenti di Camera e Senato. È difficile non pensare che si sia cercato
di effettuare un blitz di maggioranza: testi assai ponderosi giunti poche ore
prima della discussione plenaria direttamente in Commissione; nessun passaggio precedente in Ufficio di Presidenza, come prescrivono obbligatoriamente le norme; molti commissari forniti di testi incompleti; soprattutto,
pochissime ore (ore, non giorni) a disposizione per leggere, emendare, discutere ed approvare la relazione finale. La pratica impossibilità di redigere, in caso di forti dissensi, una relazione di minoranza. In pratica,
una vera e propria menomazione dei diritti parlamentari.
La denuncia dell'opposizione, tuttavia, è poi riuscita a guadagnare
tempi politicamente più apprezzabili per esaminare e votare la relazione
Ma, insieme alle questioni di metodo - già di per sé assai indicative
- vi sono importanti problemi di merito, altrettanto fortemente segnati da
visioni di parte.
La relazione di maggioranza presenta una serie di titoli sui quali valutazioni e giudizi ricalcano linearmente posizioni del Governo e della
parte più oltranzista del centro-destra.
La valutazione politica a fronte delle scelte di metodo e di merito
della maggioranza della Commissione è fortemente negativa. Il centro-destra ha puntato, fin dall'inizio, a costruire una «relazione finale di maggioranza» da sottoporre alla discussione e da votare in fretta, prendere o lasciare. Ovviamente dando per scontata - ma cercando di costringerla in
tempi molto stretti - la presentazione di una «relazione di minoranza»
da parte dei commissari dell'opposizione.
Tuttavia critiche - anche di notevole rilievo - di metodo, e soprattutto di contenuto, si sono manifestate nel corso della discussione generale
anche da parte di importanti esponenti della stessa maggioranza.
Viene da sottolineare come il comportamento della maggioranza della
Commissione ha riproposto il profilo culturale che ha contraddistinto il
Governo e la maggioranza parlamentare di centro-destra in questa legislatura: una visibile carenza di senso dello Stato e di responsabilità istituzionale.
Saranno di seguito esposti in dettaglio i provvedimenti, le scelte e gli
atti legislativi che spiegano il fondamento di queste affermazioni, anche se
soltanto riferite a leggi che - direttamente o in via indotta - incrociano
temi di specifica pertinenza della Commissione antimafia.
Abbiamo cercato di ravvisare - nell'elaborato presentato dalla maggioranza - punti sostanziali di possibile convergenza sui quali tentare, attraverso gli emendamenti, approdi condivisi. Non è stato possibile.
Forse la predisposizione, la filosofia stessa della relazione è stata
concepita per evitare suoi cambiamenti veramente significativi.
Nasce da questo insieme di considerazioni l'esigenza - da parte dei
commissari di opposizione - di presentare una relazione di minoranza.
Tale esigenza non intende muoversi, tuttavia, lungo un itinerario
uguale e contrario a quello seguito dalla maggioranza della Commissione.
Non è nostro interesse - né lo è quello vero delle realtà individuali e
collettive alle quali questo lavoro si rivolge - fornire una lettura di parte
della nostra attività, né rendere secondari o inlnfluenti momenti alti di elaborazione della Commissione, che pure ci sono stati, ed ai quali i parlamentari dell'opposizione hanno offerto un contributo determinante.
Ciò che ci siamo sforzati di produrre è un resoconto il più possibile
oggettivo e comunque utile in particolare per chi - dopo di noi e nel
nuovo Parlamento - dovrà affrontare il complesso lavoro di contrasto
alle mafie ed al crimine organizzato.
La legislatura che si sta per concludere è stata caratterizzata da una
politica, quella del governo Berlusconi, che ha avuto due cardini: il primo,
la cancellazione della questione mafia dalle priorità dell'agenda politica
governativa; il secondo, l'attacco ai giudici antimafia nel quadro più complessivo dell'azione di ridimensionamento dell'autorità e del prestigio dell'ordine giudiziario.
All'inizio di questa legislatura è stato uno dei ministri più significativi del governo Berlusconi, il ministro per le infrastnitture Pietro Lunardi,
ad annunciare che bisognava convivere con la mafia.
Il ministro teorizzò il nuovo corso governativo parlando, certo non
casualmente, della necessità di costruire il ponte sullo stretto di Messina.
Come si è visto dopo, quella non era un'uscita estemporanea d'un
ministro tecnico, ma l'espressione di un orientamento pratico, diventato
nel corso della legislatura «linea politica», peraltro perseguita con indubbia coerenza e costanza fino ad oggi.
Nel discorso programmatico del Presidente del Consiglio Berlusconi
- e per vero anche nella replica - mai è comparsa la parola mafia.
Più recentemente il ministro Castelli nella sua relazione per l'inaugurazione dell'Anno Giudiziario 2006 tenuta al Senato ed alla Camera non
usa mai la parola mafia. Non è un caso che qui, in Commissione antimafia
non sia mai venuto, mai, in cinque anni. Parla solo in tre righe di criminalità organizzata per dire che i provvedimenti del Governo si sono dimostrati efficaci, come si siano dimostrati efficaci non lo riesce ad argomentare nemmeno il ministro.
La relazione conclusiva dell'attività della Commissione antimafia offre l'opportunità di una valutazione complessiva sulla produzione normativa della XIV legislatura in materia di criminalità organizzata di stampo
mafioso o similare.
Il giudizio che se ne può trarre è che essa è apparsa inadeguata e incapace di corrispondere alle necessità evidenziate dall'evoluzione dei fenomeni criminali.
Le scelte e le iniziative normative votate in Parlamento dal centro-destra, come vedremo, si sono rivelate spesso inappropriate ed hanno non
per nulla suscitato critiche e allarmi da parte delle categorie chiamate
ad applicare quelle norme.
Le decisioni della maggioranza parlamentare di ridurre ulteriormente
le già esigue risorse finanziarie destinate al contrasto del crimine organizzato, sia con riguardo al funzionamento della giustizia sia soprattutto con
riguardo alle Forze di polizia, rende evidente - al di là di ogni valutazione
di merito delle singole iniziative governative o legislative - perlomeno la
mancanza assoluta di consapevolezza della gravita della minaccia mafiosa.
Il Governo e la sua maggioranza hanno poi mancato appuntamenti
fondamentali che di seguito verranno indicati.
La maggioranza della Commissione antimafia non ha efficacemente
contrastato questa impostazione, ma si è addirittura adagiata su di essa
agevolando in diversi casi i più negativi orientamenti governativi in materia.
In alcune circostanze il centro-destra ha fatto apparire la Commissione, anche operativamente, come una sorta di succursale del Governo
essendo ad esso del tutto subalterna.
Il caso più evidente è stato quello della partecipazione del presidente
Centaro al gruppo di lavoro istituito presso il Governo, per la elaborazione
delle modifiche alla legge sulla confisca dei beni, modifiche definite con
l'avallo improprio dello stesso presidente Centaro. Nella relazione di minoranza sull'argomento, abbiamo con forza denunciato come il sostegno
preventivo e la partecipazione della Presidenza della Commissione antimafia all'elaborazione della linea del Governo realizzi una commistione
di ruoli inaccettabile, che si colloca al di fuori della tradizione, della prassi
e delle regole della Commissione d'inchiesta. Si tratta di una condotta istituzionale non prevista dalla legge, che non può essere giustificata da alcun
preteso spirito di collaborazione istituzionale. Le funzioni dell'Esecutivo e
quelle della Commissione parlamentare di inchiesta sono delineate dalla
Costituzione in modo del tutto differente. La collaborazione istituzionale
tra i due organi si svolge su piani distinti.
Al di là del delle proposte di modifica, il cui merito verrà affrontato
più avanti, quello che colpisce è il fatto che per la prima volta il Presidente di una Commissione bicamerale come la Commissione antimafia abbia partecipato a lavori che avevano quelle caratteristiche senza assicurare
alcuna distinzione di ruoli, funzioni e prerogative tra attività di Governo e
attività di indagine proprie della Commissione antimafia.
Per volere della maggioranza la Commissione parlamentare antimafia
- che avrebbe dovuto fornire atti di indirizzo legislativo e proposte di ordine amministrativo per il migliore coordinamento dell'azione dello Stato,
delle regioni e degli enti locali all'esito della doverosa attività di inchiesta
sulla congruità e sull'attuazione delle vigenti leggi antimafia, così come
impone l'articolo 1 della legge istitutiva - non ha svolto in modo soddisfacente le sue funzioni fondamentali.
Nella storia recente del Parlamento italiano, l'attuale Commissione
parlamentare antimafia della XIV legislatura è quella che non è riuscita
a promuovere una gamma articolata di documenti e relazioni.
Alle numerose missioni in varie parti d'Italia e alle audizioni tenute
nella sede di San Maculo non ha corrisposto un'adeguata produzione di
materiali e documenti di inchiesta su singole questioni o su regioni particolarmente esposte al dominio e all'oppressione delle organizzazioni
Per la prima volta nella storia della Commissione antimafia, il Parlamento, le varie Istituzioni di Governo, gli operatori del settore, gli studiosi, i cittadini non potranno usufruire delle indicazioni e delle analisi
come sempre per il passato era accaduto.
La mancanza di documenti è stata una precisa scelta del centro-destra, necessitata sia dalla rissosità interna alla maggioranza - dove pure
erano presenti istanze e sensibilità diverse - sia dalla volontà di tenere
complessivamente la Commissione in uno schema di basso profilo, al riparo dell'interesse e dai giudizi dell'opinione pubblica.
Ciò ha determinato la singolare circostanza che non siano stati approvati documenti anche per non alimentare un dibattito nella società che
avrebbe avuto il senso di richiamare l'attenzione su un tema, quello della
mafia, che rimane centrale della vita sociale, economica e politica del nostro Paese.
AH'in vi sibilila della mafia - che ha scelto questa via per aggirare le
inchieste della Magistratura e per non destare più l'allarme sociale del
passato - ha corrisposto, almeno su certi temi, una certa invisibilità della
Commissione antimafia; la quale non ha fornito elementi di orientamento
e di quadro generale di riferimento a chi è chiamato giorno dopo giorno a
contrastare l'invadenza delle varie mafie su vecchi e su nuovi territori.
La critica più severa che noi avanziamo nei confronti della maggioranza di questa Commissione antimafia è quella di aver impedito alla
Commissione nel suo insieme di poter elaborare analisi sul fenomeno e
indicazioni legislative moderne, avanzate ed adeguate ai mutamenti intervenuti nel mondo del crimine organizzato che si è andato evolvendo in
questi anni e che non è più lo stesso di quello che era all'inizio della legislatura che si sta concludendo.
Nella storia della Commissione antimafia è stato sempre fatto, da
parte di tutti i componenti, uno sforzo per andare al di là dei rigidi equilibri dei partiti e degli schieramenti di appartenenza.
Pur nella dialettica delle rispettive posizioni politiche e nella divergenza anche aspra, il livello del confronto era alto e le passate Commissioni non avevano mai smarrito il senso dello Stato e la necessità di dotare
chi era chiamato a contrastare il fenomeno a prezzo della loro vita, di strumenti di analisi e di conoscenza che potevano venire da chi, analizzando il
fenomeno da un punto di vista nazionale e generale, era in grado di cogliere meglio i mutamenti e le trasformazioni.
In particolare era in grado di cogliere meglio il nesso esistente tra
mondo criminale e settori del mondo politico.
A questo proposito basti citare un brano della relazione finale del
presidente Cattanei del 1972:
«Si è visto nelle pagine precedenti che la mafia di oggi non è più la
mafia di ieri e che il fenomeno si è manifestato nel tempo informe e modi
diversi adeguandosi alle trasformazioni sociali, economiche e politiche.
Con la sua straordinaria duttilità, la mafia ha sempre saputo sopravvivere
e prosperare in ambienti anche diversi da quello in cui ebbe origine; e
intanto ha potuto farlo, in quanto si è continuamente riproposta come
esercizio di autonomo potere extralegale e come ricerca di uno stretto
collegamento con tutte le forme di potere e in particolare di quello pubblico, per affiancarsi ad esso, strumentalizzarlo ai suoi fini o compenetrarsi nelle sue stesse strutture. Questa ricerca di collegamenti rappresenta l'elemento specifico della mafia rispetto ad altre forme di potere extralegale e si ritrova naturalmente anche nelle manifestazioni attuali del
fenomeno. Anzi, nei tempi più recenti, la maggiore e spesso tumultuosa
rapidità delle trasformazioni sociali e dei mutamenti istituzionali accentua
la necessità, per la mafia, di trovare o creare sempre nuove forme di rapporti con le strutture sociali e pubbliche. Allo stesso modo, la naturale
tendenza della mafia ad adeguarsi all'ambiente in cui opera la porta,
in una società in trasformazione - come è l'attuale, diversamente da
quella agricola precedente - ad aggiornare con pari frequenza i propri
moduli operativi, a modificarli radicalmente, a scegliere secondo le circostanze le strade ritenute più opportune. Oggi, pertanto, la mafia non è
solo diversa rispetto a quella del passato, ma si presenta sempre diversa
rispetto a se stessa, in un groviglio di manifestazioni eterogenee, anche
contrastanti tra loro. Così la Commissione, nata per studiare un fenomeno
che si riteneva relativamente circoscritto, nella sua dimensione territoriale
e nelle articolazioni operative, si è trovata di fronte ad un oggetto di indagine che presenta contorni sfuggenti e spesso nuovi, tali da porre ulteriori impegni di ricerca ogni volta che si riteneva raggiunta una conclusione: la mafia, cioè, non si è mai prestata ad essere fotografata in pose
statiche, ma è apparta, specie negli ultimi tempi, come un fenomeno in
continuo movimento, difficile da cogliere, ma che tuttavia era necessario
inseguire se si voleva comprendere l'intima essenza».
Il riferimento alla ricerca del collegamento tra la mafia e il potere
pubblico con il tentativo di «strumentalizzarlo ai suoi fini o compenetrarsi
alle sue stesse strutture» è abbastanza chiaro e dava l'idea che quell'analisi - sebbene ancora debole e non compiuta - era comunque più avanzata
di quanti ritenevano la mafia addirittura un'invenzione dell'opposizione
politica del tempo, come ebbe a dire il non dimenticato cardinale Ruffini
dopo la strage di Ciaculli.
Inoltre, era ben chiaro l'aspetto del continuo mutamento e del permanente adattamento della mafia alla realtà e la ricerca di rapporti e di collegamenti con il potere pubblico.
Anche la relazione finale firmata nel 1976 dal presidente Luigi Carraro conteneva affermazioni importanti e significative.
Un'intera parte della relazione era significativamente intitolata: «La
mafia e il potere pubblico».
In questa parte emergevano con nettezza due aspetti. Il primo, l'infiltrazione di «Cosa Nostra» negli apparati dei comuni, delle province e
della stessa regione siciliana.
Le indagini fatte in quegli anni erano giunte alla conclusione che c'erano state notevoli violazioni di legge e si erano verificate irregolarità amministrative in un numero rilevante di casi.
Il secondo, la vicenda, per molti versi esemplare e illuminante, delYex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, noto e potente esponente della
Democrazia Cristiana siciliana.
Ciancimino, come assessore ai lavori pubblici e come sindaco (seppure per un breve periodo), è descritto nella relazione come uno dei protagonisti principali dello scempio edilizio di Palermo, dell'assalto al centro
storico, della selvaggia speculazione edilizia di quegli anni caratterizzati
da una compenetrazione sempre più stretta tra potere pubblico e famiglie
mafiose di «Cosa Nostra» che proprio da questo connubio avrebbero ricavato forza e prestigio, oltre che potere economico e politico.
Non c'è dubbio che analisi di questo tipo - pur incomplete e per questo censurate dall'opposizione dell'epoca - erano comunque il segno di
come la maggioranza del tempo, pur espressione dei partiti ed equilibri
politici ben precisi, era comunque in grado di andare oltre e di spingersi
nell'analisi dei fatti ben al di là di quanto facevano - o avrebbero potuto
fare - i rispettivi partiti di appartenenza.
L'attuale maggioranza della Commissione antimafia è inoltre addirittura rimasta entro i rigidi confini stabiliti dalle parti più oltranziste che
compongono la Casa delle libertà.
Peraltro, la relazione finale del presidente da una parte cerca di forzare una lettura strumentale del processo Andreotti, che non è stato affrontato in Commissione, dall'altra parte o vuole dare una credibilità a personaggi già condannati, o sotto processo, come il Presidente della Regione
Sicilia onorevole Cuffaro, dall'altra parte significativamente neanche men-
ziona la condanna in primo grado per concorso esterno in associazione
mafiosa, da parte del Tribunale di Palermo, dell'onorevole Dell'Utri che
si accinge a dirigere la campagna elettorale di Forza Italia, il partito del
Se le cose non cambieranno nei prossimi mesi, Forza Italia e l'UDC
andranno ad affrontare la campagna elettorale con un parlamentare condannato, seppure in primo grado, ed un presidente di regione già a giudizio.
L'attuale maggioranza della Commissione è responsabile di una serie
di omissioni. Ci sono dei grandi vuoti che non sono stati colmati.
Le questioni non affrontate riguardano aspetti cruciali della lotta alla
mafia: il rapporto mafia-economia, il rapporto mafia-politica, un'analisi
della stagione delle stragi del 1992-1993 che rimane, ancora oggi, a distanza di tanti anni, uno dei capitoli più oscuri, più torbidi ed inquietanti
Indagare il rapporto mafia-politica è cruciale se si intende cogliere i
nuovi aspetti del fenomeno nella realtà dell'Italia del nuovo millennio.
Se si volesse usare un paradosso, si potrebbe arrivare a dire che le
oltre 1.500 pagine della relazione inaugurano la stagione della Commissione che indaga su una mafia virtuale che non ha più rapporti significativi con la politica.
Quella relazione giunge ad affermare «la sostanziale incapacità di
«Cosa Nostra» di incidere significativamente sul voto», i rapporti con la
politica si esauriscono «in sede locale» senza «la volontà di incidere ad
alto livello nello scenario politico generale».
Siamo al falso storico, alla negazione dell'essenza stessa della mafia
e soprattutto alla negazione di oltre un secolo di lavori parlamentari, delle
attività di tutte le Commissioni antimafia della Repubblica, delle verifiche
storiche, dei risultati giudiziari, degli accertamenti costruiti con il sacrificio e l'impegno di migliaia e migliaia di cittadini e di servitori dello Stato,
da Li Causi a Pio La Torre a Piersanti Mattarella; da Falcone e Borsellino
a Carlo Alberto dalla Chiesa, da don Puglisi a Giuseppe Impastato, per
La mafia, è bene ricordarlo agli immemori, invece ha avuto da sempre un rapporto con la politica e con le istituzioni poiché è un particolare
sistema di potere che si è storicamente formato da lungo tempo, a partire
dall'unità d'Italia e arrivando sino a noi.
Senza il rapporto con la politica la mafia non sarebbe mafia, ma solo
criminalità comune, e di conseguenza per indagarla non ci sarebbe neppure bisogno di una apposita Commissione.
Su questo punto è bene riportare l'analisi più recente della Direzione
nazionale antimafia, nella relazione firmata da Piero Grasso, che scrive:
«Non siamo più all'interno della tradizionale categoria mafia-politica,
che presuppone l'esistenza di due entità diverse anche se in dialogo tra
di loro, ma in una nuova dimensione, quella della mafia che tende a farsi,
a proporsi, soggetto politico essa stessa, che come tale rivendica ruolo e
visibilità, per contare nelle decisioni strategiche».
A che punto è oggi il rapporto tra mafia e politica?
Nella cosiddetta prima Repubblica il rapporto tra mafia e politica era
forte e talmente stretto da provocare guasti profondi in parti molto vaste
Nella generalità dei casi esso era di mediazione perché la politica non
sempre esprimeva direttamente una rappresentanza mafiosa; e ciò per la
fondamentale ragione che la politica e i partiti erano forti e legittimati
di fronte all'opinione pubblica locale e nazionale.
Non avevano bisogno di avere propri esponenti che si affiliassero alla
mafia e il rapporto era tale che la mafia non era sovraordinata alla politica, ma, al contrario, era la politica ad essere sovraordinata alla mafia.
In altre parole, la politica era più forte della mafia, il potere politico
era più forte del potere mafioso.
Ci sono stati casi clamorosi di grandi mafiosi che, subito dopo la fine
del fascismo, furono posti dagli alleati americani alla guida di importanti
amministrazioni locali in Sicilia; il più noto fu Calogero Vizzini, nominato
Sindaco di Villalba.
Per rimanere sempre nell'ambito della rappresentanza amministrativa
è già stato ricordato il caso di Palermo il cui Sindaco Vito Ciancimino,
esponente di primo piano della DC siciliana e, almeno per un certo periodo, della corrente andreottiana è di recente scomparso, novembre
2002, portandosi dietro molti dei segreti mafiosi riguardanti in particolar
modo i rapporti tra «Cosa Nostra» siciliana e la politica, le istituzioni,
E tuttavia, il dato caratterizzante quell'epoca era la grande capacità di
mediazione politica, di governo dei rapporti tra mafia e politica evitando
sia di renderli eccessivamente conflittuali sia di portarli sino al punto da
valicare in modo abnorme una certa rappresentanza diretta.
Molti uomini politici dei partiti di Governo ricercavano i voti dei mafiosi o erano votati dalla mafia, e non facevano nulla per impedire che ciò
Ciò poteva sfuggire alla censura della Magistratura o incorrere nella
volontà del legislatore che non aveva alcuna intenzione di prevedere sanzioni per l'uomo politico che accettava i voti di mafia, ma certo non sfuggiva al senso comune del territorio dove operava l'uomo politico votato
dal mafioso; tale circostanza, infatti, era ben nota a tutti.
A livello locale, regionale e nelle elezioni politiche per eleggere il
Parlamento nazionale o quello europeo tale prassi era frequente e diffusa;
si può tranquillamente affermare che faceva parte della normalità di ogni
campagna elettorale di una zona di mafia. Il cosiddetto voto di scambio è
una realtà incontrovertibile.
Una dinamica simile si realizzava tra le organizzazioni mafiose ed il
territorio nel suo complesso, dal momento che si era venuto a determinare
un sistema di relazioni che rendeva forte la sua legittimazione, con una
presenza devastante in diversi settori strategici della vita del nostro Paese,
con un radicamento più forte in quasi tutte le aree del Mezzogiorno.
Per varie ragioni - non ultime il crollo del muro di Berlino che rendeva oramai superfluo l'uso della mafia in funzione anticomunista e l'ascesa in «Cosa Nostra» di Totò Riina il quale voleva ribaltare la dipendenza della mafia dalla politica - quel rapporto via via si andò consumando.
Le stragi del '92-'93 hanno segnato il punto più alto e nel contempo
il più forte di una crisi che durava da anni e l'avvio di un nuovo rapporto
che, se non si introducono radicali correttivi, rischia di esser più devastante di quello precedente.
Oggi si va profilando un rovesciamento di quell'antico rapporto per
arrivare ad una rappresentanza diretta di uomini politici e di spezzoni di
partiti direttamente nelle cosche mafiose.
C'è il pericolo, molto concreto, che si arrivi a determinare una simbiosi tra uomo politico e uomo di mafia senza che sia possibile separare e
distinguere l'uomo politico dall'uomo di mafia perché le due funzioni
sono sussumibili nella stessa persona.
Questa tendenza non ha sostituito il voto di scambio perché essa, al
momento, non si è affermata dappertutto.
Dire che questa tendenza coinvolge tutti i partiti e tutti gli schieramenti è un modo per eludere il problema e per non affrontare le questioni
reali che sono squadernate sotto gli occhi di tutti.
Non è vero che tutti i partiti sono infiltrati nella stessa misura e non è
vero che tutti i partiti si comportano allo stesso modo quando ci sono
iscritti o esponenti del partito che risultino coinvolti.
Ci sono partiti che sospendono o fanno dimettere i loro iscritti o li
espellono, ci sono altri partiti che li coprono o li lasciano nei loro incarichi.
Ci sono esponenti di primo piano ed esponenti di secondo piano; e
ciò non ha lo stesso peso politico.
Affermare che ci penserà la Magistratura significa ritornare agli anni
cinquanta e sessanta quando questo ritornello serviva a coprire un rapporto
collusivo tra mafia e politica i cui esiti disastrasi sono noti; basta citare
per tutti il nome di Salvo Lima e il ruolo da lui svolto in Sicilia e a livello
Si è venuto a determinare un aumento della rappresentanza diretta di
uomini politici dentro le organizzazioni mafiose mentre, naturalmente, non
è scomparsa la fase della mediazione.
Mediazione e rappresentanza diretta non sono in contraddizione, sono
solo le facce di una stessa medaglia, quella del rapporto perverso e nel
contempo pervasivo tra mafia e politica, tra mafia e potere pubblico.
Il dato di fondo, incontrovertibile, è che il rapporto tra mafia e politica è notevolmente aumentato ed ha segnato in modo significativo il periodo compreso in questa legislatura.
Esso, peraltro, è destinato ad aumentare ulteriormente se i partiti non
correranno rapidamente ai ripari.
La recente modifica del sistema elettorale con il ritorno al proporzionale pone in capo ai partiti, ancor più che in passato, una responsabilità in
più nella scelta dei candidati.
Nessuno potrà trincerarsi dietro l'alibi di un tempo affermando che la
responsabilità è degli elettori che scelgono gli eletti.
Ora gli elettori sono stati espropriati di questa facoltà e non hanno
neanche la possibilità di esprimere una loro preferenza per un determinato
candidato; possono solo fare una croce sul partito che ha scelto i candidati
e che, soprattutto, ha deciso l'ordine che devono avere in lista, ordine che
è fondamentale per l'elezione.
Per questo motivo è importante che i partiti si dotino di un codice
etico di autoregolamentazione.
Attraverso il codice di autoregolamentazione i partiti si dovrebbero
impegnare ad escludere dalle liste dei candidati al Senato e alla Camera,
alle Assemblee regionali ed ai Consigli provinciali, comunali e circoscrizionali, tutti coloro che siano stati condannati anche solo con sentenza di
primo grado per una serie ben specificata e delimitata di delitti (tra i quali
l'omicidio volontario, le lesioni gravissime, il sequestro di persona, il traffico di droga, l'estorsione, l'usura, i reati di mafia, i casi di concorso nell'associazione mafiosa e di favoreggiamento, la corruzione, la concussione, la bancarotta fraudolenta, il falso in bilancio) e, per i reati più gravi
tra questi, anche coloro che siano stati rinviati a giudizio.
Prescindendo dall'esito finale del giudizio e considerando i coinvolti
come innocenti fino a sentenza definitiva, è legittimo che la politica così
si tuteli.
In tal modo, tra l'altro, si rendono autonomi i partiti dagli esiti giudiziari; sono i partiti che così facendo tutelano se stessi e i propri candidati.
Il principio generale da affermare è che i partiti si impegnano a valutare e scegliere candidati esenti da ogni rischio di inquinamento mafioso, tenendo conto di tutte le conoscenze ed informazioni disponibili e
che sono ben più ampi e più pregnanti di quelli di un magistrato che potrebbe non arrivare a conoscere alcuni fatti che si apprendono, invece, per
altra via, interna alla vita dei partiti.
Anche al di là dell'accertamento giudiziario di responsabilità penali,
sono i partiti che devono assicurare l'indipendenza e la moralità pubblica
di ciascuno degli eletti.
Il ripudio della mafia non può risultare soltanto da un'autocertificazione dei candidati, ma deve essere oggetto di una scelta del partito,
che espressamente garantisce per ciascun candidato.
L'utilizzo del codice etico di autoregolamentazione aiuterebbe molto
a mettere tutti i partiti in condizione di svolgere una duplice funzione essenziale nel contrastare il rapporto mafia-politica: selezionare adeguatamente la propria classe dirigente e determinare una scelta dei candidati libera dai continui tentativi di «condizionamento mafioso».
Ci sono, ad esempio, rapporti consapevoli e devastanti tra boss e politici non sempre sanzionabili penalmente ma tali da essere incompatibili
con l'etica pubblica, con i valori di un partito, con la coscienza democratica di un Paese per cui la responsabilità politica può diventare più incisiva prevedendo la non candidatura o la stessa esclusione da un partito.
Come è evidente, tale approccio è diverso dal sottoscrivere un generico impegno dei candidati contro la mafia che potrebbe essere sottoscritto
anche da Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro ed altri boss o
fiancheggiatori per via del fatto noto che chi appartiene o collude con
la mafia può pubblicamente disconoscere tale legame. Il codice etico di
autoregolamentazione è inoltre un tassello forte del percorso di riforma
della politica, che deve coinvolgere il modo di pensare e praticare la politica in una democrazia avanzata che vuole unire legalità e sviluppo e liberarsi dal peso devastante delle mafie. Se si opera così sarà possibile gettare le basi per scardinare i due principali sistemi di relazione oggi esistenti tra la politica e la mafia.
Il primo è quello di mediazione in cui politica e mafia rimangono due
sfere autonome che si incontrano in modo stabile al fine di realizzare i
propri rispettivi interessi.
E questo un modello che ha avuto in Lima un esempio e che oggi
potrebbe essere valutato attraverso l'esperienza di altri politici, tra cui anche l'attuale presidente della Regione Siciliana, che hanno avuto contatti e
relazione con il sistema mafioso.
Da tempo avevamo proposto che tali politici fossero allontanati dalle
cariche istituzionali, prima che il giudizio penale svolga appieno la sua
funzione, perché siamo già in condizioni di esprimere delle valutazioni negative di per sé capaci di far assumere alla politica un ben preciso orientamento.
Il secondo canale d'ingresso della mafia in politica è raffigurato dal
meccanismo della rappresentanza diretta. In questo caso esponenti strettamente legati a «Cosa Nostra» si proiettano nella politica al fine di tutelarne e rappresentarne gli interessi.
Ciancimino nella prima Repubblica ne rappresentava il paradigma più
evidente, oggi andrebbe considerata la funzione di Dell'Utri in una valutazione politica che anche in questo caso deve prescindere dal giudizio penale.
Il codice etico e la riforma della politica devono dotare la classe dirigente del Mezzogiorno di quella autorevolezza e capacità progettuale tali
da rendere il rapporto legalità costituzionale e sviluppo sostenibile l'innovazione più profonda da realizzare in questo particolare momento della
vita sociale ed istituzionale delle regioni meridionali.
La responsabilità politica deve ritornare a svolgere una propria funzione.
Nel periodo antecedente il «maxi-processo» degli anni '80 l'azione
giudiziaria era debole, spesso assente o persino compiacente e se qualche
magistrato usciva dal coro l'isolamento lo colpiva inesorabilmente. Non si
dimentichi che «Cosa Nostra», prima di colpire Falcone e Borsellino,
aveva ucciso Scaglione, Costa, Terranova e Chinnici. Il primo «maxi-processo», che ha preso il via nel 1985 e si è concluso nel gennaio del 1992
con la nota sentenza della Cassazione, ha suggellato una lenta ma costante
ripresa dell'azione giudiziaria. A questa positiva entrata in scena della responsabilità penale ha corrisposto un lento declino della responsabilità politica. A partire dal periodo successivo alle stragi del '92-'93 l'iniziativa
giudiziaria ha ottenuto risultati inediti per la storia del nostro Paese: centinaia di ergastoli a carico di boss storicamente impuniti oltre al sequestro
e confisca dei beni.
Anche oggi questa attività continua e, nonostante le enormi difficoltà
amministrative e normative che la politica ed il Governo creano nei confronti dell'azione penale contro la mafia e l'intramontato sistema delle
collusioni, si continuano a mietere successi di rilevante portata.
Nel contempo la responsabilità politica si è ulteriormente affievolita
producendo danni incalcolabili alla lotta alle mafie.
E nostra profonda convinzione che sono necessari entrambi i livelli di
La responsabilità politica, in particolare, deve recuperare terreno e diventare una vera e propria risorsa nella lotta alle mafie.
// caso Cuffaro
La vicenda giudiziaria che ha coinvolto il Presidente della Regione
Siciliana, onorevole Salvatore Cuffaro, è di enorme gravita.
Il Presidente di una delle più importanti regioni del nostro Paese è
coinvolto in un devastante sistema di relazioni con esponenti di primo
piano della mafia, anzi sembra essere il perno e il punto di riferimento
dell'area grigia collusiva di «Cosa Nostra».
La rilevanza penale di queste relazioni è stata accertata dalle indagini
della Procura della Repubblica di Palermo guidata dal dottor Piero Grasso.
Sulla base dei risultati di quelle indagini, il Giudice ha disposto il rinvio a giudizio del Presidente della Regione Sicilia, per favoreggiamento
aggravato a «Cosa Nostra».
La vicenda è di straordinaria gravita, sul piano politico e istituzionale, perché essa avviene in una regione dove, storicamente, il rapporto
mafia e politica è un dato strutturale sul quale si è potuto stratificare e
riprodurre il potere di «Cosa Nostra», in un intreccio di sistema con le istituzioni, la società, l'economia.
Ancora una volta i presidi della responsabilità politica e dell'auto-governo della politica non hanno funzionato.
L'infiltrazione diretta della mafia nell'istituzione pubblica e nei partiti è emersa a livello di responsabilità penale. Evidentemente sono inefficienti i meccanismi di controllo e di funzionamento nella stessa organizzazione della democrazia.
Il centro-destra ha reagito facendo quadrato attorno a Cuffaro. Non
solo. La vicenda è stata minimizzata, abilmente occultata alla pubblica
opinione nei suoi profili istituzionali, etici, di responsabilità politica.
Nessun intervento si è avuto dai responsabili delle istituzioni locali e
nazionali governate da esponenti legati alla stessa area politica di Cuffaro,
se non il richiamo alla presunzione di non colpevolezza, fino alla definitiva sentenza giudiziaria: ciò che non è naturalmente in discussione. Perché, com'è chiaro alla coscienza dei cittadini onesti, non occorre attendere
su quei fatti una sentenza definitiva di condanna per incrinare il rapporto
di fiducia tra i rappresentanti delle istituzioni e i cittadini. Specie, quando
i fatti che l'autorità giurisdizionale ha ritenuto meritevoli di rinvio a giudizio, riguardano i rapporti con la mafia, molti dei quali già acquisiti nelle
motivazioni di sentenze di condanna come quella emessa contro il medico
Salvatore Aragona, sodale del boss di Brancaccio Guttadauro e amico di
fiducia dello stesso Cuffaro.
Non vi è stata, da parte della politica, in generale, una reazione adeguata alla portata del grave inquinamento che il rinvio a giudizio dell'onorevole Cuffaro ha determinato alla immagine e alla credibilità di una
istituzione come la Regione Sicilia.
E anche la Commissione parlamentare antimafia, per scelta della
maggioranza, non ha discusso, scandagliato, verificato le posizioni dei diversi rappresentanti politici e istituzionali della Regione Sicilia per verificarne - al di da dei profili di responsabilità penale che saranno accertati
nella sede competente - il grado del loro coinvolgimento, al fine di esprimere il suo autorevole punto di vista in ordine alla oggettiva incompatibilità di quei soggetti con la funzione pubblica rivestita.
Eppure, le missioni svolte dalla Commissione a Palermo, a Trapani e
ad Agrigento offrono in questa direzione, interessanti spunti di riflessione
e di analisi, che, ovviamente, la relazione di maggioranza trascura.
In passato, l'intreccio della mafia con le istituzioni si è articolato nei
settori che uno sviluppo economico distorto, indicava come quelli nei
quali era possibile massimizzare i profitti, tanto della struttura militare
di «Cosa Nostra» quanto dell'area mafiosa concentrica ed organica ad
essa, situata nei gangli essenziali della politica, della finanza, della economia, della società.
E così, partendo dallo sfruttamento dei rapporti agrari è passata alle
speculazioni urbanistiche, al traffico di stupefacenti, agli appalti, per giungere alla sanità, ai rifiuti, alle risorse idriche e all'inserimento diretto del
sistema delle imprese.
Scrive oggi la Direzione nazionale antimafia, sempre nella citata relazione annuale 2005: «Nel rapporto tra mafia e società è dunque rinvenibile un blocco sociale mafioso che è di volta in volta complice, connivente, o caratterizzato da una neutralità indifferente. Tale blocco comprende una "borghesia mafiosa " fatta di tecnici, di esponenti della burocrazia, di professionisti, imprenditori e politici che o sono strumentali o
interagiscono con la mafia in una forma di scambio permanente fondato
sulla difesa di sempre nuovi interessi comuni. La cosiddetta "zona grigia"
rappresenta a ben vedere la vera forza della mafia: essa è costituita da
individui e/o gruppi che vivono nella legalità e forniscono un fondamentale supporto di consulenza per le questioni legali, gli investimenti, l'occultamento di fondi, la capacità di manovrare l'immenso potenziale economico dell'organizzazione criminale».
II settore della sanità è quello che consente di osservare come il sistema mafioso (nei suoi diversi aspetti, da quello militare e analfabeta a
quello della borghesia mafiosa delle professioni) si sia sviluppato e adeguato alle condizioni attuali dello sviluppo economico, vessandolo e distorcendolo con la sua dirompente partecipazione.
Nel caso poi della spesa pubblica nella sanità, si possono ritrovare i
paradigmi attuali del rapporto mafia-istituzioni, mafia-economia.
Non a caso la spesa nel settore della sanità ha toccato il suo culmine.
Nella Regione Sicilia vi è la più alta presenza di convenzioni private (più
di 1.700, un dato che non trova riscontro nel resto dei sistemi regionali)
con un indebitamento di straordinaria rilevanza a cui non corrisponde
un servizio minimamente adeguato di promozione e tutela del diritto
La mafia si fa istituzione: le nomine dei primari e di diversi direttori
generali sono frutto di intermediazione al ribasso grazie alla quale «Cosa
Nostra», con in testa il boss Provenzano, ha svolto un ruolo devastante. Il
caso «Aiello» di Bagheria è emblematico di un tale modello «cuffariano».
E così, la spesa pubblica era intermediata nel retro-bottega di un negozio di Bagheria, dove Cuffaro si incontrava con Aiello; alla direzione
della clinica Aiello viene posto Roberto Rotondo, capogruppo del CDU
in consiglio comunale a Bagheria; la funzione di intermediario per i tariffari veniva svolta dal deputato del partito di Cuffaro eletto a Bagheria ed
ex maresciallo dei carabinieri, Antonio Borzacchelli; a presidente della
Commissione Sanità dell'Ars è collocato l'onorevole Lo Giudice, dello
stesso partito e ristretto anche lui per reati di mafia, nell'ambito dell'operazione «alta mafia». Un quadro che spiega anche come prestazioni radioterapiche del valore di 16.000 euro venivano rimborsate dalla regione ad
Aiello fino a 120.000 euro.
La gestione della spesa pubblica regionale è stata ancora una volta
organizzata attraverso il meccanismo della intermediazione della politica
e della burocrazia trasformando la risposta pubblica ai bisogni sociali in
una mediazione affaristico/clientelare. Una funzione di intermediazione,
quella della mafia, che si è spinta sino ad intercettare a monte il flusso
della spesa pubblica, anche di quella europea.
Il sistema mafioso indicato si propone poi con caratteri di completezza se è vero che, grazie ad Aiello, si è attivato da un lato un sistema
di riciclaggio dei proventi illeciti e, dall'altro, si innescano una serie di
meccanismi di corruzione senza precedenti che hanno coinvolto investigatori ed esponenti di primo piano tra le Forze dell'ordine.
Un modello, quello «cuffariano», che ha favorito «Cosa Nostra» consentendole di penetrare la pubblica amministrazione e di «farsi istituzione» come sembrano dimostrare i casi degli onorevoli regionali ed assessori, Borzachelli, Fratello, Costa, Lo Giudice, Pellegrino, loppolo, Cintola, dei sindaci (l'ultimo quello di Roccamena, Gambino), e dei tanti consiglieri provinciali e comunali coinvolti in indagini giudiziarie per fatti di
Meccanismi di potere mafioso ben rappresentati dalla vicenda emersa
nel caso Mimmo Miceli, dove un giovane medico della borghesia siciliana, che frequenta abitualmente il salotto del boss di Brancaccio Guttadauro, viene da questi candidato alle elezioni regionali nella lista del CDU
di Cuffaro, risultando il primo dei non eletti. Ma è subito risarcito dallo
stesso Cuffaro con la nomina a presidente della società Multiservizi, che
gestisce oltre 1000 LSU nel campo della sanità, e dopo nominato ad assessore alla Sanità al Comune di Palermo, in quota Cuffaro.
Non è un caso che poi, come scrive la Direzione nazionale antimafia,
sempre nella relazione 2005: «È stato inoltre accertato che lo stesso onorevole Cuffaro, unitamente al Riolo e al Borzacchelli, è responsabile della
rivelazione di notizie sulle indagini del procedimento cosiddetto "Ghiaccio" nei confronti del Miceli, dell'Aragona e di Guttadauro Giuseppe,
capo del "mandamento" di Brancaccio, che aveva così potuto ritrovare
e disattivare, il 15 giugno 2001, una delle microspie collocate nella sua
abitazione».
Ci sono aspetti preoccupanti di rapporti organici, di collusione o, dall'altro lato, di minimizzazione delle «relazioni pericolose», che via via si
sono riprodotti nelle istituzioni con effetti devastanti sulla società e sull'economia, specie nei settori della sanità, dei rifiuti, nel sistema idrico e
Queste vicende, per la rete di connivenze e di intrecci che sempre più
emergono nel rapporto tra la politica, l'amministrazione della cosa pubblica e la mafia, in molte parti della regione, impongono alla Commissione - oramai nella prossima legislatura - di aprire una vera e propria
inchiesta per analizzare e per fare luce sul grado di avanzamento del sistema di potere mafioso nelle istituzioni in Sicilia; per poi proporre nelle
sedi legislative, amministrative e giudiziarie, tutte le iniziative necessarie
per colpire al cuore «una mafia che si fa istituzione».
L'analisi del rapporto mafia economia, va condotta all'interno di un
contesto storico che, come quello della globalizzazione, rivela come sia in
atto una fase di transizione nell'intreccio fra economia legale ed illegale.
Si tratta di un punto fondamentale sul piano storico che avrebbe potuto essere il nucleo centrale dell'analisi dei lavori della Commissione e
invece sono rimaste senza risposta domande fondamentali.
Occorre individuare, infatti, l'intreccio fra mafie, amministrazioni,
processi di accumulazione dei capitali che si svolge dentro la globalizzazione. Se ci si sottrae a questo compito e non si coglie la realtà di una
vera e propria borghesia mafiosa che si connette alle organizzazioni criminali, non si coglie l'essenza della mafia moderna: semplicemente si afferma la dissolvenza della mafia.
Per perseguire l'obiettivo dell'accumulazione dei capitali illeciti, le
cosche orientano lo sviluppo economico anche trovando percorsi di distribuzione delle risorse economiche controllabili e deviabili. È un fenomeno
preoccupante, in continua crescita, che si combatte imponendo regole diverse allo sviluppo economico e, naturalmente, soluzioni legislative che
tengano conto anche della dimensione transnazionale. Anche questa è
una dimensione decisiva per una moderna azione antimafia.
Nel Mezzogiorno è necessario liberare il mercato dalla intermediazione mafiosa, ma al contempo vanno avviate politiche di sviluppo locale
che siano in grado di dare al Mezzogiorno una forte base produttiva in
modo da collocarlo nel cuore del ruolo strategico che il Mediterraneo
deve costituire per l'Europa. I prossimi flussi del commercio mondiale,
che dal sud-est asiatico si proiettano al sud dell'Europa, richiedono una
moderna funzione dei territori del Mezzogiorno in grado di esaltarne tutte
le potenzialità. Tutto ciò richiede il potenziamento del sistema intermodale
nei trasporti ed una profonda innovazione nell'intero sistema produttivo,
dall'agricoltura al turismo sino a coinvolgere i centri di ricerca e le università. Ecco perché bisogna far emergere una domanda di rottura con
la mafia anche dall'interno del sistema economico dove valori e convenienza possano conciliarsi ed alimentare una lotta alla mafia efficace e
ben radicata, in grado di mobilitare profondi e cospicui interessi.
Nel rapporto mafia ed economia sono diversi i settori intorno cui proponiamo un salto di qualità dell'azione programmatica. Su racket e usura
riteniamo si debba assumere l'esperienza dell'associazionismo anti-racket
e anti-usura, promossa da Tano Grasso, come criterio guida dell'azione di
Governo. Questa esperienza esplicita chiaramente gli obiettivi che ci proponiamo rappresentati dal sortire insieme, dalla denuncia, dalla promozione del diritto alla libertà di fare impresa in un mercato regolato e
non intermediato dalla mafia. Nel campo dell'anti-racket e anti-usura ci
sembrano ridicole le iniziative prese dalla regione Sicilia, mentre apprezziamo la sperimentazione, ormai in fase avanzata, del lavoro avviato dal
comune di Napoli e dalla regione Campania. A tutti i presidenti delle regioni ed ai sindaci delle principali città del Mezzogiorno proporremo di
sviluppare l'esperienza positiva dell'anti-racket e dell'anti-usura con una
serie di norme regionali e con diverse misure amministrative.
Il secondo aspetto del rapporto mafia-economia riguarda la riforma
degli appalti. In questo ambito proponiamo la riduzione del numero delle
stazioni appaltanti ed il monitoraggio continuo dei cantieri. In sostanza il
nostro obiettivo è di spostare l'azione dello Stato e del mercato al giorno
prima della lotta alla mafia, colpendo la regolazione mafiosa delle opere
pubbliche e incentivando la presenza delle imprese sane.
Il terzo aspetto è legato al rafforzamento dell'azione antiriciclaggio
locale ed internazionale. Le nostre proposte sono tutte dirette a rafforzare
la dimensione preventiva con misure dirette ad impedire l'accumulazione
illecita di denaro e titoli.
Il quarto aspetto riguarda i beni confiscati, su cui abbiamo già avanzato delle proposte chiare e precise in Commissione antimafia ed in Parlamento, al fine di razionalizzare e migliorare la legislazione esistente
senza mettere in pericolo i primi risultati postivi ottenuti in questi anni.
Siamo contrari alla linea proposta dal Governo, che mette in pericolo
i beni già destinati, esautora la Magistratura e le Prefetture e rimette alla
sola Agenzia del demanio compiti complessi che invece vanno affidati ad
un organismo ad hoc, capace di velocizzare i tempi e rafforzare l'uso sociale e produttivo dei beni confiscati. Nel tempo necessario alla definizione di un riordino normativo condiviso - oramai nella prossima legislatura - occorrerà pensare ad una struttura che si faccia carico del coordinamento già assicurato dall'Ufficio del commissario per i beni confiscati,
assurdamente abrogato dal Governo. In questo campo è preziosissima l'esperienza di Libera, che potrà offrirci delle preziose indicazioni verso un
ulteriore salto di qualità in questo settore strategico della lotta alla mafia.
Il quinto aspetto fa riferimento alla necessità di escludere dalla gestione della spesa pubblica l'intermediazione discrezionale della burocrazia e della politica. È ormai chiaro che l'intermediazione costituisce un
canale d'ingresso della mafia sia nell'economia che nelle Istituzioni.
Spesso si instaura un rapporto perverso che trascina l'intermediazione in
un succedersi di passaggi che partono dalla dimensione burocratica e si
spingono via via verso la fase clientelare per poi raggiungere il livello affaristico e mafioso.
Un sesto aspetto coinvolge il rapporto tra sviluppo e settori specifici
dell'economia meridionale, come il settore dell'agricoltura, in cui la presenza della mafia rischia di schiacciare tutte le potenzialità di un comparto
dell'economia ricco di prodotti e di mercati.
Mafia e politica, mafia ed economia, i rapporti tra questi snodi e la
stagione delle stragi del 1992-1993. Sono temi fondamentali sui quali è
mancata una riflessione e un approfondimento da parte della maggioranza
della Commissione parlamentare antimafia.
La maggioranza della Commissione ha impedito alla stessa Commissione di lavorare in profondità su alcuni aspetti molto importanti e particolarmente significativi che avrebbero qualificato la sua attività e la sua
In particolare essa si è rifiutata di istituire un comitato sulle stragi del
1992-1993 e di avviare una indagine sul rapporto tra mafia e politica.
La richiesta di programmare i lavori in questa direzione era stata ripetutamente avanzata dai commissari dell'Ulivo sin dall'insediamento
della Commissione ma ad essa non si è dato seguito poiché in alcun comitato e, tantomeno nel plenum l'argomento ha trovato il necessario momento di approfondimento e di analisi.
La relazione finale di maggioranza si limita ad una rilevazione «amministrativa» delle questioni criminali mafiose e del loro rapporto con la
politica. Vi è un evidente sforzo di minimizzazione di quel rapporto, con
una lettura di causali di carattere locale, senza la capacità e la volontà di
valutare con coraggio politico e con rigore storico, la dimensione sistemica del rapporto delle mafie con la politica e l'economia.
Questo modo di procedere ha impedito di comprendere per tempo, ad
esempio, l'importanza della funzione e del ruolo della 'ndrangheta nel panorama mondiale della criminalità organizzata.
Eppure, già nella precedente legislatura con la relazione firmata dal
senatore Figurelli erano state poste le basi per comprendere l'evoluzione
della mafia calabrese ed erano state avanzate proposte precise.
È opportuno richiamare alcuni passi di quella relazione per ricordare
il punto di approdo a cui era pervenuta la Commissione nella XIII legislatura:
«Oggi è non solo necessario, ma anche possibile, uscire dallo stereotipo duro a morire di un fenomeno tipico dell 'arretratezza, di un 'organizzazione rozza e arcaica, rinchiusa in Calabria o perfino solo in Aspromonte nella monocultura dei sequestri di persona. E ancora di più dallo
stereotipo della strutturale e assoluta, immutabilità della mafia calabrese.
Oggi è non solo necessario, ma anche possibile, bruciare il ritardo di conoscenza, di comprensione e di azione, eliminare il conseguente status di
impunità di cui la 'ndrangheta ha potuto godere e di cui ha fatto uso per
rafforzare, estendere e riprodurre a seguito dei colpi subiti ogni sua ramificazione e attività. Oggi è non solo necessario, ma anche possibile, superare definitivamente l'isolamento in cui sono state lasciate specifiche
denuncie e allarmate e allarmanti analisi fatte da diversi inquirenti lungo
tutti gli anni Ottanta. La possibilità di questa indispensabile svolta è data
innanzitutto dal grande salto di qualità e di quantità compiuto attraverso
le acquisizioni fatte in questi ultimi anni dalle indagini (non solo quelle
promosse o fatte all'interno della Calabria, e non solo quelle condotte
dalle DDA) e dal lavoro di impulso della Direzione nazionale antimafia.
Il salto di qualità e di quantità che è stato operato avrebbe potuto, e potrebbe, essere moltiplicato attraverso una azione nuova, decisa e diffusa
di rottura dell'omertà, come sta a dimostrare il fatto che il fenomeno
del cosiddetto "pentitismo " vi ha generalmente avuto, e continua ad avere,
un ruolo del tutto marginale, una incidenza niente affatto determinante o
paragonabile a quella che si è registrata per la conoscenza e il contrasto
di "Cosa Nostra " e di altre organizzazioni mafiose. E proprio il salto di
qualità e di quantità della conoscenza prodotta dalle indagini di questi
ultimi anni che induce ad apprezzare diversamente rispetto al passato
la forza, la pericolosità, la diffusione nazionale e internazionale della
'ndrangheta e la sua collocazione all'interno del sistema criminale».
In quella descrizione c'era la sottolineatura dei mutamenti intervenuti
nella mafia calabrese; sulla base di queste considerazioni era avanzata una
precisa proposta: «dopo questa relazione sulla Calabria, se ne rende necessaria una organica sulla 'ndrangheta, nella quale sia pienamente utilizzato e sviluppato il vasto materiale già raccolto e che qui, per l'indirizzo prevalentemente territoriale dell 'analisi, non è stato possibile riportare completamente. Questa urgenza è accresciuta da una specificità della
'ndrangheta che ha sempre teso a lavorare al coperto, lontano e distante
dai riflettori dei mass media. Solo in alcuni momenti la 'ndrangheta è
stata al centro dell'attenzione, e segnatamente durante alcuni sequestri
di persona, nel corso della guerra di 'ndrangheta a Reggio Calabria o
in seguito ad omicidi particolarmente significativi, a faide sanguinarie».
Tra le altre proposte concrete avanzate spiccavano quelle indirizzate
ad incidere sul terreno economico: «L'antiriciclaggio deve diventare la
grande priorità. Uscire dalla disapplicazione della legge Mancino e combattere le omissioni di segnalazione delle operazioni sospette. Numerosi e
vari sono stati nella relazione i riferimenti a fatti, denunce, documenti,
operazioni giudiziarie interne ed esterne alla Calabria, comprovanti la
forza e il pericolo della immissione dei capitali criminali nella economia
legale. Non altrettanti possono essere i riferimenti a colpi inferii alla economia 'ndranghetista. La contraddizione è nella realtà, ed è tale da imporre che l'antiriciclaggio sia assunto e fatto concretamente assurgere
a grande priorità della azione antimafia: si tratta di una priorità... Le
grandi potenzialità offerte per tutti questi anni dalla legge Mancino non
risulta che siano state effettivamente riconosciute, valorizzate e messe in
atto. Se le iniziative della Magistratura e delle Forze dell'ordine che
pure sono riuscite a determinare successi rilevanti, e prima impensabili,
contro la 'ndrangheta, si fossero combinate, e tuttora si combinassero,
con la applicazione diffusa della legge Mancino, ne avrebbero certamente
attinto, e potrebbero tuttora ricavarne, non solo ulteriori riscontri, ma
l'indicazione dei campi e delle connessioni assai più vaste delle azioni
criminali e delle cosche individuate e colpite dai processi».
Infine, era segnalata la opportunità e la necessità di una seria prevenzione antimafia negli appalti e la realizzazione di una task farce per l'autostrada Salerno-Reggio Calabria.
In modo significativo in quella relazione c'era scritto: «Gravi e ravvicinati devono ritenersi i pericoli di inquinamento 'ndranghetistico, mafioso e camorristico delle opere di raddoppio e ammodernamento dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria e di quelle relative all'impianto delle
strutture e delle tecnologie previste per applicarvi quelle speciali condizioni di osservazione, controllo, e sicurezza che il programma sicurezza
per il Mezzogiorno predisposto dal Governo prevede».
Le speciali misure di sicurezza basate sull'uso del satellite - che pure
si erano mostrate efficaci tanto che erano diminuite le rapine ai Tir - in
seguito sono state cancellate dal governo Berlusconi per mancanza di
fondi sicché la sicurezza complessiva è diminuita.
Le operazioni condotte dalla D.D.A. calabrese a Cosenza in merito
alle infiltrazioni della 'ndrangheta sui lavori dell'Autostrada del Sole
hanno pienamente confermato le previsioni preoccupate contenute nella
Anche nella relazione finale del presidente Lumia era contenuto un
giudizio sulla 'ndrangheta calabrese che era definita come «l'organizzazione ma/iosa italiana più radicata numericamente più forte sia in Italia
sia all'estero».
Quello che è successo negli anni seguenti ha confermato l'analisi e la
preoccupazione contenute nella relazione finale; oggi la 'ndrangheta continua a mantenere quelle caratteristiche che erano state descritte.
E passata un'intera legislatura da allora e la Commissione antimafia
non solo non ha predisposto la relazione sulla 'ndrangheta come pure era
stato auspicato, ma neanche un aggiornamento sulla realtà calabrese nonostante i numerosi segnali che si andavano raccogliendo nel corso delle audizioni in Calabria.
Che la situazione fosse arrivata ad un grado estremo di pericolosità lo
si è visto con l'assassinio del vice presidente della regione Calabria Francesco Fortugno ucciso nel seggio elettorale dove si era recato a votare per
le elezioni delle primarie dell'Unione.
Prospettive di lavoro per la prossima legislatura
L'approssimarsi della XV legislatura pone l'obbligo di delineare già
in questa sede conclusiva, le principali linee direttrici di lavoro nella prossima Commissione parlamentare antimafia:
a) riaffermare nel Paese la centralità dell'impegno delle Istituzioni
e della società civile contro le mafie per costruire le condizioni di un
nuovo patto sociale ed istituzionale per la legalità nel Mezzogiorno e
nel paese, che fondi sulla cultura e sulla pratica della legalità, l'agire pubblico e le condotte private dei cittadini;
b) promuovere un codice di autoregolamentazione tra le forze politiche, escludere dalla politica le connivenze e i condizionamenti mafiosi,
introdurre nuove norme a tutela dell'amministrazione pubblica e della sua
e) ratificare, finalmente, la Convenzione di Palermo del dicembre
2000 contro il crimine organizzato transnazionale e introdurre nell'ordinamento italiano le norme di adeguamento e innovazione già proposte in
Parlamento e in Commissione antimafia;
d) introdurre nuove norme e misure amministrative in materia di
lavori pubblici e di appalti, contro le interferenze criminali, contro l'usura
e le attività estorsive; adeguare la legislazione italiana a quella europea in
materia di lotta ala riciclaggio, per combattere l'economia mafiosa;
e) riformare le norme in materia di contrasto patrimoniale alle mafie, in particolare dare forza alle misure di prevenzione contro l'accumulazione mafiosa di capitali e garantire la destinazione sociale dei beni confiscati alle mafie; adeguare le disposizioni sull'associazione di tipo mafioso, sullo scambio mafia-politica, sui collaboratori di giustizia; garantire
la corretta applicazione dell'articolo 41-bis, anche attraverso le modifiche
normative proposte nella relazione della Commissione antimafia; riformare le normative in tema di scioglimento degli enti locali secondo le indicazioni fornite nella relazione della Commissione;
f) promuovere la formazione di un'organica normativa europea per
contrastare e punire la criminalità organizzata e il riciclaggio;
g) sostenere l'azione delle regioni e degli enti locali, nella produzione di iniziative legislative e amministrative di contrasto alle mafie, promovendo le relative attività nelle istituzioni locali, nella scuola e nell'università, nella società civile, anche attraverso momenti di raccordo tra le
diverse regioni, specie del Mezzogiorno.
L'inefficacia dell'azione di contrasto all'accumulazione dei patrimoni
illeciti condotta dal Governo è riscontrabile sotto i due diversi aspetti del
sistema di prevenzione per l'apprensione dei patrimoni, e della destinazione dei beni confiscati a fini di utilità sociale.
Il primo aspetto trova rapida esemplificazione nei dati contenuti nel
Rapporto sullo stato della sicurezza in Italia presentato dal Ministro dell'interno nell'agosto 2005, di seguito riassunti:
Rapporto del Ministero dell'interno sullo stato della sicurezza in Italia
Periodo luglio 1997 - giugno 2001
Beni confiscati «Cosa Nostra» n. 1696
Beni sequestrati «Cosa Nostra» n. 3732
Beni confiscati 'Ndrangheta n. 1683
Beni sequestrati 'Ndrangheta n. 3060
Beni confiscati Camorra n. 843
Beni sequestrati Camorra n. 1079
Beni confiscati criminalità organizzata pugliese n. 445
Beni sequestrati criminalità organizzata pugliese n. 1489
Periodo luglio 2001-giugno 2005
Beni confiscati «Cosa Nostra» n. 1358
Beni sequestrati «Cosa Nostra» n. 3100
Beni confiscati 'Ndrangheta n. 780
Beni sequestrati 'Ndrangheta n. 468
Beni confiscati Camorra n. 328
Beni sequestrati Camorra n. 659
Beni confiscati criminalità organizzata pugliese n. 1047
Beni sequestrati criminalità organizzata pugliese n. 962
Nello schema sono riportati i dati raggruppati per periodi omogenei
(luglio 1997-giugno 2001 e luglio 2001-giugno 2005); da essi si evince
che l'attività di sequestro dei beni di provenienza illecita, condotta a carico delle organizzazioni criminali di tipo mafioso tradizionali, è calata
per percentuali variabili che vanno da un meno 20% di beni sequestrati
per ciò che riguarda la mafia, a punte di oltre il 50% in meno per quanto
concerne la n'drangheta; non sono meno sbalorditivi i dati riferiti a camorra (meno 40% circa) e criminalità organizzata pugliese (meno 40%
La medesima sensazione di declino si riscontra all'esame dei dati relativi ai beni confiscati, con percentuali di decremento che raggiungono
circa il 60% nel caso dei beni sottratti alla disponibilità della camorra.
Allo stato attuale, l'azione dello Stato successiva alla definitiva apprensione del bene nella disponibilità del soggetto mafioso, rischia di rendere ineffettive le norme vigenti.
Dall'audizione del Direttore dell'Agenzia del demanio presso la
Commissione si evince che i beni immobili attualmente in carico all'Agenzia e tuttora da destinare sono circa 3300, dislocati per oltre la metà
in Sicilia, per il 18% in Calabria, per il 10% in Campania, per il 7% in
Puglia e con quote significative nel Lazio e in Lombardia.
Quanto alle aziende confiscate il censimento in atto ha consentito di
assumere informazioni su 570 aziende, mentre per altre 70 non si hanno
sufficienti notizie.
Nell'80% dei casi si tratta di aziende che esistono solo formalmente,
non svolgendo alcuna attività e non avendo più dipendenti.
Inoltre, la Corte dei Conti Sezione centrale di controllo sulla gestione
delle Amministrazioni dello Stato, nella relazione presentata nel luglio
2005 sull'applicazione della legge n. 109 del 1996 ha accertato che, nel
periodo 2001-2003 l'Agenzia del demanio ha destinato 1314 beni immobili, di cui 149 ancora da consegnare. Dei 1314 beni, 101 sono stati attribuiti allo Stato e 1213 ai comuni e alle associazioni e cooperative.
Solo nel 2% dei casi, però, sono stati rispettati i centoventi giorni
previsti dal procedimento di destinazione.
Nello stesso periodo sono state gestite 998 aziende, per le quali solo
40 sono stati i provvedimenti finali (affitto, vendita o liquidazione).
Sul tema della disciplina in materia di gestione e destinazione delle
attività e dei beni sequestrati o confiscati ad organizzazioni criminali» è
ancora in discussione in aula alla Camera dei deputati il disegno di legge
n. 5362/C del Governo. Non è difficile prevedere che esso non approderà
alla definitiva approvazione da parte del Parlamento, in questa legislatura.
Dopo la soppressione dell'Ufficio del commissario straordinario del
Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati decisa nel
Consiglio dei Ministri del 23 dicembre 2003, il disegno di legge delega
porta a compimento il disegno di normalizzare e vanificare i percorsi di
attacco, confisca e valorizzazione sociale delle ricchezze della mafia.
Alla Camera, l'opposizione ha presentato le sue articolate proposte,
che rimandano alla relazione presentata dall'Unione in Commissione antimafia, del seguente tenore:
La materia della gestione e destinazione delle attività e dei beni sequestrati o confiscati ad organizzazioni criminali è un capitolo di straordinaria importanza nella strategia del contrasto patrimoniale alle mafie.
La centralità di questa strategia è stata affermata dalla legge Rognoni-La Torre che ha consentito di superare la concezione della lotta
alla criminalità mafiosa incentrata esclusivamente sulla dimensione personale della repressione. L'evoluzione del fenomeno mafioso, infatti, aveva
posto in rilievo la componente economico finanziaria delle organizzazioni
criminali, divenute soggetti economici capaci di agire sui mercati e di distorcerne i meccanismi di funzionamento, attraverso l'utilizzo delle
enormi risorse economiche e finanziarie reperite nella gestione di nuove
attività illecite - dal traffico degli stupefacenti al contrabbando, dalla speculazione edilizia agli appalti pubblici - svolte anche oltre i confini nazionali, e spesso in sinergia con gruppi criminali stranieri.
La legge Rognoni-La Torre ha indicato strumenti e percorsi nuovi per
aggredire le mafie sul terreno economico e finanziario colpendo, anche attraverso le misure di prevenzione patrimoniale del sequestro e della confisca, le ricchezze e le risorse economiche che costituiscono il risultato economico delle illecite attività, la fonte del finanziamento delle stesse organizzazioni criminali mafiose e, dunque, la ragione profonda della loro persistente pericolosità per i sistemi economici e per la convivenza civile.
La piena consapevolezza dell'assoluta importanza dell'aggressione
dei patrimoni e della finanza delle mafie fu raggiunta, come spesso è accaduto in Italia, sull'onda della reazione della società civile agli efferati
crimini perpetrati dalla mafia in danno di esponenti delle Istituzioni;
tale consapevolezza indusse tutte le forze politiche a trovare rapidamente
le soluzioni che condussero il Parlamento a varare la legge 13 settembre
La necessità di una specifica disciplina che assicurasse la razionale
gestione e destinazione dei patrimoni sottratti alle organizzazioni criminali, completando sul piano sistematico un quadro legislativo che - verosimilmente a causa della sua origine emergenziale - aveva trascurato il
problema della sorte dei beni sottratti ai mafiosi, fu al centro di un'intensa
mobilitazione dell'Associazione Libera presieduta da don Luigi Ciotti, che
culminò nella petizione sostenuta da oltre un milione di firme.
L'approvazione della legge n. 109 del 1996, rapidamente intervenuta
in Commissione Giustizia in sede deliberante, alla fine della legislatura, ha
rappresentato un passaggio fondamentale che ha finalmente sbloccato i
meccanismi che fino ad allora impedivano l'uso sociale dei beni confiscati
Gli aspetti qualificanti della legge risiedono proprio nella previsione
della definitiva destinazione dei beni immobili confiscati al patrimonio
dello Stato per espresse finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile o il trasferimento al patrimonio del comune per finalità istituzionali o sociali, con la successiva assegnazione in concessione ad enti,
associazioni del volontariato e della società civile.
La legge sulla confisca dei beni e sul loro riutilizzo a fini sociali costituisce uno strumento importante in grado di distruggere il «capitale sociale» della mafia, vale a dire la sua capacità di stringere rapporti di col-
lusione e complicità con pezzi della politica, delle istituzioni, del mondo
dell'economia e dell'imprenditorialità.
Inoltre la mafia impedisce l'affermazione di un tessuto sociale fondato sulla fiducia e sulla condivisione e si appropria, nelle zone in cui
è fortemente radicata, di questo capitale relazionale, sottraendo risorse all'attuazione di un vero sviluppo nella legalità. Il valore simbolico, educativo e culturale dell'uso sociale dei beni confiscati, produce, quindi, effetti
negativi sul consenso di cui godono i mafiosi che, in molti casi, continua
ad esercitare un forte potere di attrazione.
I beni confiscati rappresentano un valore economico tangibile e costituiscono uno strumento per far crescere le comunità locali sul piano economico e sociale, diventando moltiplicatori di progettualità positiva da
parte dei vari soggetti ed attori coinvolti.
La convinzione profonda è che la lotta per la legalità, contro le mafie, deve essere condotta anche attraverso la promozione sociale e la crescita delle relazioni comunitarie, in un'ottica di prevenzione che accompagni e offra sostegno culturale e politico all'azione delle Forze dell'ordine
II grande valore simbolico della destinazione a fini socialmente utili
dei patrimoni in possesso delle organizzazioni criminali ha rappresentato
per le comunità segnate dalla presenza mafiosa, il segnale più forte e concreto della riaffermazione dell'autorità dello Stato che, attraverso i nuovi
strumenti restituiva alla collettività quanto illecitamente era stato ad essa
sottratto con l'intimidazione e la violenza e mascherato in forma di legittima disponibilità.
Tuttavia, al di là del positivo giudizio sull'impianto della legge, le
previsioni di procedure amministrative più rapide e la semplificazione
delle fasi in cui si articolano i procedimenti di sequestro, confisca e destinazione, non hanno impedito lentezze, ritardi, ostacoli.
La necessità di assicurare un coordinamento centrale delle molteplici
attività previste dalla legge in capo a diversi organi pubblici determinò
dapprima la costituzione di un Osservatorio permanente sui beni confiscati
e, successivamente, nel 1999, l'istituzione di un Ufficio del commissario
straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati ad organizzazioni criminali con lo scopo di assicurare il coordinamento tra le amministrazioni interessate alla materia, nonché il collegamento tra queste e le realtà associative interesssate alla gestione e destinazione dei beni previste dalla legge. Tra i compiti del commissario straordinario risultavano quelli di segnalazione e di impulso dei provvedimenti
amministrativi necessari alla corretta gestione dei beni confiscati, oltre al
controllo sulla effettiva destinazione sociale dei beni.
La positiva esperienza del commissario straordinario, testimoniata
dalle articolate proposte di riforma della disciplina di settore e dal prezioso lavoro di monitoraggio dei beni e dei procedimenti ad essi relativi
con l'elaborazione di una Banca dati dei beni confiscati, è stata, coni'è
noto, bruscamente interrotta dal Governo con la soppressione di quell'ufficio deliberata a sorpresa con decreto del 23 dicembre 2003.
L'esperienza applicativa della legge 109/1996 ha certamente dimostrato il valore decisivo dell'azione di aggressione ai patrimoni ed alle disponibilità finanziarie di una criminalità organizzata che conferma la sua
naturale propensione ad essere presente sui mercati legali, per moltiplicare
i profitti derivanti dagli illeciti traffici cui essa è dedita, ma anche per rivestire di parvenza legale patrimoni che l'ordinamento colpisce con la misura ablatoria.
La stessa esperienza ha però segnalato la necessità di una riforma
della normativa di settore per superare i limiti e le incongruenze evidenziate nel corso di questi anni e per rendere rapide ed efficaci le procedure
che portano al riutilizzo dei beni sottratti alle mafie.
Questo specifico tema è stato oggetto dell'impegno e dell'iniziativa
dei governi della passata legislatura, come dimostrano i risultati dei lavori
della Commissione Fiandaca, voluta dal ministro della giustizia del primo
governo Prodi, e come dimostrano l'istituzione del commissario straordinario per i beni confiscati ed il lavoro svolto da quell'Organo.
Sul piano dell'iniziativa legislativa, quell'impegno si è poi tradotto in
numerosi disegni di legge presentati al Parlamento in questa legislatura dai
partiti dell'opposizione. Tra le altre proposte si ricordano in particolare
la riforma dell'istituto di cui all'articolo 12-sexies;
l'estensione alla Direzione distrettuale antimafia e al Procuratore
nazionale antimafia dell'iniziativa in materia di misure di prevenzione patrimoniale;
il riordino delle disposizioni sulla gestione e destinazione dei beni
le norme per la tutela dei diritti dei terzi.
Nella materia dei beni confiscati, l'iniziativa della Commissione parlamentare antimafia si è sostanzialmente limitata alla valutazione delle
proposte normative all'attenzione del Parlamento. Si tratta di un'attività
indubbiamente positiva, ma essa è sicuramente parziale e insufficiente e
certamente lontana dal terreno proprio dell'azione di un organismo parlamentare d'inchiesta.
A tal proposito va anzitutto stigmatizzato l'iniziale proposito della
Presidenza di limitare l'attività della Commissione alla sola proposta di
legge-delega avanzata del Governo.
Sul tema della riforma delle norme che disciplinano la materia dei
beni confiscati, sono state da tempo presentate nella competente sede parlamentare - e non solo da parte delle forze politiche all'opposizione - diverse proposte di legge.
La necessità che la Commissione potesse discutere di questo importante argomento avendo presente il quadro completo delle opzioni già
avanzate in Parlamento imponeva, dunque, l'acquisizione e l'illustrazione
del contenuto delle scelte maturate sul tema dei beni confiscati tra le forze
politiche di maggioranza e di opposizione, e non già della sola opinione
Ma è la stessa elaborazione del punto di vista di questa Commissione
parlamentare antimafia che doveva seguire un percorso differente, che
pure abbiamo ripetutamente indicato, nel quadro di una diversa visione
della funzione e dei compiti istituzionali di questo Organismo bicamerale
Riteniamo che il lavoro della Commissione antimafia non possa esaurirsi in un'attività, pure importante, di valutazione e di studio dei testi
delle proposte di legge, peraltro rimessi all'esame delle competenti Commissioni permanenti.
Su una materia importante come questa dei beni confiscati, sarebbe
stato indispensabile il coinvolgimento delle esperienze e delle competenze
maturate sul campo: Libera e le associazioni impegnate nella gestione dei
beni, le Forze dell'ordine specializzate nelle indagini patrimoniali, i magistrati delle sezione di prevenzione dei Tribunali maggiormente impegnati,
il mondo delle professioni utilizzato nei compiti di amministrazione giudiziaria, le Prefetture, le Agenzie del demanio, le magistrature contabili e
amministrative. Ecco, l'apporto preventivo e il diretto coinvolgimento di
queste culture specialistiche, sarebbe stato indispensabile ai fini della acquisizione dei dati della realtà. Una siffatta azione di monitoraggio
avrebbe condotto ad una più approfondita conoscenza dello stato di applicazione delle normative sui beni confiscati, premessa necessaria alla individuazione dei punti di criticità e alla elaborazione di soluzioni e proposte
di riforma condivise.
Nella Commissione parlamentare antimafia, nonostante le nostre continue richieste, è stata negata ripetutamente l'audizione del commissario
straordinario per i beni confiscati; non sono stati auditi i soggetti protagonisti dell'applicazione della legge: non si è aperta una fase di conoscenza
diretta dei concreti meccanismi applicativi delle procedure. La stessa audizione del Direttore dell'Agenzia del demanio, intervenuta dopo il dibattito in Commissione, rappresenta plasticamente l'erroneità di un percorso
istruttorio che avrebbe dovuto svolgersi su binari differenti.
Mai come in questa occasione sarebbe stato utile e indispensabile in sede di Commissione o nell'apposito comitato - una vera e propria inchiesta sull'applicazione delle leggi vigenti in tema di prevenzione patrimoniale, con particolare riguardo alla materia della confisca e della destinazione dei beni sottratti alle mafie. Un compito istituzionale esplicitamente fissato nella legge istitutiva della Commissione.
Un lavoro siffatto avrebbe consentito di appurare e valutare anche i
gravi ritardi e i danni che l'azione del Governo ha determinato in questi
anni nel settore dei beni confiscati.
Basterà a tal proposito ricordare la scelta assurda di eliminare l'Ufficio del commissario straordinario.
Su questa vicenda la Commissione parlamentare antimafia non si è
mai pronunciata. A nostro avviso quella decisione è stata assolutamente
negativa. Questa nostra valutazione, condivisa da molti soggetti impegnati
sul campo, come l'Associazione Libera, è stata confermata dagli avvenimenti successivi alla soppressione di quell'ufficio.
Quella del commissario straordinario era una struttura utile al coordinamento e alla sollecitazione delle procedure per la destinazione e l'assegnazione dei beni. Ciò non di meno si è deciso di cancellarla senza prevedere alcuna altra struttura che in qualche modo si facesse carico delle
sue funzioni, con personale specializzato e adeguatamente formato.
Elementari principi di buona amministrazione avrebbero suggerito
l'ulteriore proroga del commissario straordinario fino alla definitiva approvazione della riforma, allo scopo di evitare anche di disperdere l'importante patrimonio di conoscenze ed esperienze, accumulate in questi anni
da quell'ufficio.
E in realtà, esplicita era stata la promessa che la cessazione di quell'ufficio sarebbe avvenuta solo in coincidenza con l'approvazione della
nuova normativa sulla materia e quindi con la contemporanea partenza
di un'altra struttura.
Con il decreto di scioglimento del commissario straordinario, il 23
dicembre 2003 il Governo ha deciso di affidarne i compiti all'Agenzia
del demanio, con il coordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri.
E stata dunque l'Agenzia del demanio (a livello centrale e regionale)
ad occuparsi di beni confiscati e ad essere protagonista del meccanismo di
destinazione degli stessi.
Ma l'inadeguatezza di questa Amministrazione è stata denunciata dal
mondo delle associazioni; si è detto che essa «non è stata in grado di reggere un ruolo che non poteva essere interpretato in modo burocratico per
la complessità delle sue caratteristiche finendo per costituire più un freno
per il successo dei progetti di utilizzo dei beni confiscati che una risorsa».
Si è altresì sottolineata la mancanza di professionalità e competenze specifiche, di strumenti e mezzi adeguati, impegnata com'è, l'Agenzia del demanio, su altri fronti istituzionale e con altri obiettivi.
Basterebbe solo dire che i beni demaniali, di cui l'Agenzia è istituzionalmente preposta ad occuparsi, sono solitamente costituiti da beni immobili e da universalità di beni mobili raramente organizzati sotto forma
d'impresa e di compendi aziendali in genere, che di recente invece rappresentano spesso il cuore pulsante dei sequestri di beni alle organizzazioni
mafiose; né si può pensare che una competenza professionale a gestire
tale genere di beni possa essere nata semplicemente per aver inserito,
solo nel dicembre 2003 quando ci si apprestava a sopprimere l'Ufficio
del commissario straordinario, nello statuto dell'Agenzia del demanio tra i compiti - la gestione dei beni aziendali sequestrati o confiscati ai
sensi della normativa antimafia.
Ma dopo la presentazione del disegno di legge del Governo e dopo il
dibattito in Commissione è intervenuta, il 12 luglio 2005, la relazione
della Corte dei Conti relativa alla «attuazione delle disposizioni sulla riutilizzazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata - legge n. 109
del 1996».
Essa costituisce la migliore conferma dei guasti provocati dall'azione
del Governo e indica con compiutezza di dati i gravissimi limiti, se non il
sostanziale fallimento, che hanno caratterizzato l'attività dell'Agenzia del
demanio nel settore della gestione dei beni confiscati.
La Corte dei Conti ha sottolineato le varie problematicità e criticità
nella gestione e destinazione dei beni confiscati ed in particolare:
a) le difficoltà connesse alla fase giurisdizionale del sequestro e
della confisca (ad es. ritardata trascrizione dei decreti di sequestro e/o confisca e comunicazione tardiva dei decreti definitivi di confisca da parte
delle cancellerie);
b) le difficoltà relative alla gestione dei beni (beni occupati, fabbricati abusivi, sussistenza di diritti di terzi - quali le ipoteche, possesso di
quote indivise del bene confiscato);
e) le problematiche relative alla fase di utilizzazione dell'immobile
confiscato (disinteresse degli amministratori, mancanza di finanziamenti
per la ristrutturazione);
d) le problematiche inerenti la gestione delle aziende.
Un capitolo dell'inchiesta della Corte dei Conti è dedicato alle carenze e alle lacune rilevate nella relazione semestrale del Governo al Parlamento sulla situazione dei beni confiscati (non corrette classificazioni,
incongruenze nella indicazione delle diverse tipologie di destinazione, diffusa incompletezza dei dati, assenza di un'analisi dei costi di gestione...).
L'indagine della sezione di controllo della Corte dei Conti sulla gestione delle amministrazioni dello Stato - svolta nei confronti dei ministeri
interessati (Economia e Finanze, Giustizia e Interno, comprese le Prefetture) e dell'Agenzia del demanio - ha riguardato il periodo dal 1° gennaio
2001 al 31 dicembre 2003.
La Corte dei Conti, nelle sintesi e conclusioni della sua relazione, ha
sottolineato che, nonostante l'impegno dell'Agenzia del demanio, i tempi
procedurali stabiliti dalla normativa di riferimento sono nel complesso ben
lungi dall'essere rispettati, con conseguenti ritardi nell'inizio della concreta utilizzazione a fini sociali dei beni ed il protrarsi nel tempo degli
oneri di gestione.
Diversi problemi continuano a sussistere ed ostacolano il raggiungimento effettivo degli obbiettivi cui tendeva il legislatore del 1996: assicurare l'esclusione dal circuito della criminalità organizzata dei beni confiscati in alcuni casi di cospicuo valore e consentire con celerilà il godimento di detti beni da parte della collettività.
Occorre, continua la Corte dei Conti, intervenire al più presto con ulteriori e mirati interventi, quali: la programmazione delle attività di gestione, il rafforzamento dei rapporti tra l'agenzia del demanio e le altre
amministrazioni ed enti coinvolti nel procedimento (tramite anche la creazione di tavoli tecnico-istituzionali e di conferenze di servizi), una maggiore attività ispettiva e di monitoraggio delle assegnazioni fatte, il controllo dell'attività degli amministratori, la trasparenza degli oneri di gestione dei beni.
Leggendo il Rapporto sullo stato della sicurezza, presentato il 15 agosto scorso dal Ministero dell'interno, suscita allarme e preoccupazione la
cospicua diminuzione del numero dei sequestri e delle confische dei patrimoni illeciti accumulati dalle organizzazioni mafiose nel nostro Paese.
Questi dati sono stati confermati dalla recente relazione sullo stato
della gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, consegnata
il 27 settembre scorso dal Direttore dell'Agenzia del demanio, Architetto
I beni confiscati sono passati da 310 del 2001 a soli 10 nel 2004. I
beni destinati risultano in totale 2962 su un totale di 6556, mentre le
aziende destinate sono solo 227 su 671, di cui solo 54 ancora attive.
Dalla relazione della Corte, infine, emerge l'inadeguatezza del personale specificamente dedicato alla gestione dei beni confiscati: solo 60 dipendenti su un totale di 800.
Nonostante la gravita delle situazioni deficitarie prima indicate, non
si sono proposte o indicate da parte del Governo soluzioni applicabili
nel breve-medio periodo, capaci di far uscire dalla incertezza gli operatori
del settore (associazioni, enti locali, magistrati, pubbliche amministrazioni
periferiche) e che offrissero ad essi una prospettiva di rapida definizione
dei tanti nodi irrisolti, pure chiaramente indicati da quei soggetti.
La valutazione di queste risultanze nell'ambito dei lavori di questa
Commissione - anche con l'audizione dei soggetti interessati - avrebbe
giovato a comprendere meglio la realtà e le responsabilità dei diversi organi pubblici impegnati nella materia.
La relazione della Corte dei Conti, in definitiva, mette in discussione
la centralità e il ruolo esclusivo che il Governo intende attribuire all'Agenzia del demanio. L'intero impianto della proposta governativa, che
fa perno proprio sull'Agenzia, risulta incrinato dai risultati dell'inchiesta
della Magistratura contabile.
Trova conferma, viceversa, la validità delle posizioni espresse nelle
proposte dell'opposizione che mirano ad invertire l'ottica finora dominante di ritenere i beni confiscati alle mafie come ordinar! beni del patrimonio dello Stato, trascurando la specificità propria di essi e il loro valore, anche simbolico.
I risultati dell'inchiesta della Corte dei Conti non solo non sono entrati nel dibattito della Commissione antimafia, ma, quel che è più grave,
di essi non si tiene debito conto neppure in sede di esame e pareri nelle
Commissioni permanenti. Occorrerà attendere il dibattito in Aula. Se e
Quella dei tempi della riforma, costituisce, infatti, una questione di
primaria importanza di rilevante significato politico. Il Governo, infatti,
è stato capace solo, oramai a poche settimane dalla fine della XIV legislatura, di proporre non già una riforma organica e di disciplina diretta del
settore ma semplicemente un disegno di legge delega che, a prescindere
dai rilievi di merito, sui quali più avanti si dirà, rimette la soluzione di
molti punti importanti alle successive indicazioni dei decreti delegati.
Su quella proposta la Commissione ha discusso senza avere preventivamente maturato un'autonoma valutazione all'esito di un lavoro d'inchiesta. Anzi, si è rivendicata la partecipazione e il contributo della Presidenza alle attività del gruppo di lavoro che presso la Presidenza del Consiglio ha elaborato la proposta governativa.
Si tratta di una forma di abdicazione alle funzioni proprie della Commissione; di rinuncia ad un ruolo che avrebbe richiesto l'esercizio degli
strumenti di indagine riconosciuti dalla legge istitutiva - come abbiamo
ripetutamente richiesto - al fine di pervenire ad un indirizzo della Commissione da offrire alla competente sede parlamentare.
Ci si è limitati, invece, ad un'analisi esegetica delle diverse proposte
di legge alla stregua di una normale Commissione permanente e poi alla
confutazione delle osservazioni della opposizione - molte delle quali ritenute fondate - senza tuttavia indicare soluzioni di sintesi o temi condivisi
da offrire al Parlamento. Ma il punto è che la relazione del Presidente assume l'impostazione e financo l'articolato normativo del disegno di legge
del Governo, come base vincolata di discussione. Laddove sarebbe stato
necessario, per tempo, favorire lo studio, l'elaborazione e la ricerca autonoma di soluzioni, anche parziali, condivise unitariamente.
Il sostegno preventivo e la partecipazione della Presidenza all'elaborazione della linea del Governo (nello stesso documento del PresidenteRelatore, a pag. 63, è affermata esplicitamente l'unicità della posizione
tra «i compilatori del DDL» e «questa Commissione quasi che anche
nel corso dei lavori della Commissione le posizioni in campo siano state
direttamente valutate dal Governo congiuntamente alla Commissione (rectius presidenza della Commissione).
Una commistione di ruoli inaccettabile, che si colloca al di fuori della
tradizione e della prassi di questa Commissione d'inchiesta.
Ma vogliamo subito dire che il nostro auspicio è nel senso che si riesca a licenziare una normativa seria e completa e a questo fine rassegniamo queste conclusioni, mentre ci adopereremo in questo senso anche
nella competente sede parlamentare di merito.
E tuttavia non pare che si sia partiti con il piede giusto.
Certo, al fine di una rapida riforma legislativa del settore, un tempestivo lavoro d'inchiesta e di riflessione della Commissione, nei tempi e nei
modi da noi in passato richiesti, avrebbe potuto contribuire a chiarire tanti
punti e ad indicare strade di convergenza e di accordo, che avrebbero facilitato il compito del Parlamento, anche facendo tesoro delle indicazioni
preziose dei soggetti che da decenni operano in questo settore con professionalità e spirito di servizio.
Quelle indicazioni le avremmo discusse ed elaborate e avremmo
portato a sintesi il lavoro con un documento che, come per l'istituto del
4l-bis dell'ordinamento penitenziario, poteva indicare al Parlamento soluzioni condivise.
Lo strumento scelto dal Governo - quello della legge delega - non
pare possa rappresentare una soluzione adeguata alle richieste che ci giungono dalla società civile, dalle associazioni, dal mondo delle professioni,
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References: e contrario
 sentenza 
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