Source: http://leonia.izmo.it/st/law/50978fd374fe7fa652000006
Timestamp: 2017-06-25 06:56:18+00:00

Document:
Leonia - How to bring waste in Italy
How to bring waste in Italy
"Rifiuti" - Come procurarseli
Qui di seguito si forniscono a designer, artisti, artigiani italiani alcune indicazioni su come appropriarsi di "rifiuti" o "materiali di recupero" al fine di realizzare oggetti di design / d'artigianato e installazioni / opere d'arte. La ricerca è aggiornata ad aprile 2012 e riferita alla normativa europea e italiana vigente in materia.
SI - Prima che diventi rifiuto
Utilizzare prodotti o beni (es. oggetti vecchi o beni e prodotti ceduti da aziende) → si devono intercettare tali oggetti o materiali prima che si manifesti nel proprietario l’intenzione di disfarsene (vedi il concetto di “disfarsi”). È tuttavia importante tenere presente che la pratica del rovistaggio nei cassonetti in Italia non è consentita.
Nel caso di beni o prodotti di proprietà delle aziende, queste possono decidere di venderli o di cederli gratuitamente, senza un corrispettivo in denaro (ad es. fatturando a 0 €). Per poter trasportare questi beni/prodotti è sufficiente essere in possesso di un Documento di trasporto (DDT) che giustifichi il trasferimento di un materiale da cedente a cessionario.
Utilizzare sottoprodotti (es. scarti e sfridi di produzione) → una sostanza od oggetto derivante da un processo di produzione il cui scopo primario non è la produzione di tale articolo è considerato sottoprodotto, e non rifiuto, se sono soddisfatte le seguenti condizioni:
Se dunque un oggetto/materiale soddisfa tutti questi requisiti viene classificato come “sottoprodotto”, e ad esso non si applica il regime dei rifiuti.
Infatti, viene a mancare il requisito della “decisione di disfarsi” del bene o sostanza e materiale residuale di produzione o di consumo:
a) se gli stessi possono essere e sono effettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo produttivo o di consumo, senza subire alcun intervento preventivo di trattamento e senza recare pregiudizio all'ambiente;
b) se gli stessi possono essere e sono effettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo produttivo o di consumo, dopo aver subito un trattamento preventivo senza che si renda necessaria alcuna operazione di recupero.
NO - Rifiuto
Per rifiuti si intende qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi. È necessario dunque che concorrano due elementi: quello oggettivo, dato dalla sostanza, dall’oggetto o dal materiale; e quello soggettivo, dato dall’intenzione di disfarsene.
Il concetto di “disfarsi” è stato oggetto di interpretazione autentica[1] nell’art. 14 del D.L. 138/2002: con esso si fa riferimento alla volontà, all’obbligo o a qualsiasi comportamento attraverso il quale una sostanza/materiale/oggetto sono avviati o sottoposti ad attività di smaltimento o di recupero. Nel momento in cui un prodotto viene destinato verso lo smaltimento o verso il recupero, assume automaticamente lo status giuridico di "rifiuto".
Pertanto, solo quando non ricorre la volontà di disfarsi dell’oggetto/materiale/sostanza si può derogare alla nozione generale di rifiuto[2].
In tutti gli altri casi, quando cioè si ha a che fare con un rifiuto, è necessaria l’autorizzazione, l'iscrizione o la comunicazione (disciplinate dagli artt. da 208 a 216 del D.Lgs. 152/2006, modificato dal D.Lgs. 205/2010) per poter effettuare attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti. SI - Dopo che ha cessato di essere rifiuto
La Commissione Europea ha avviato un progetto relativo allo sviluppo dei criteri “End of Waste”, direttamente collegato con l’art. 6 della Direttiva 2008/98/CE.
I criteri “End of waste” specificano a quali condizioni alcune tipologie di rifiuti cessano di essere tali e ottengono lo status di prodotto o quello di materia prima seconda (MPS).
Alcuni rifiuti specifici cessano infatti di essere tali quando siano sottoposti ad un'operazione di recupero (incluso il riciclaggio e la preparazione per il riutilizzo) e soddisfino criteri specifici, da elaborare in conformità con alcune condizioni legali:
L’art. 6 della Direttiva attribuisce agli Stati membri la facoltà di «decidere, caso per caso, se un determinato rifiuto abbia cessato di essere tale, tenendo conto della giurisprudenza applicabile», nel caso in cui non siano stati stabiliti criteri a livello comunitario. Al momento sono stati elaborati i criteri per ferro, acciaio e rottami di alluminio (Regolamento UE n. 333/2011). Questo Regolamento rappresenta un primo concreto tentativo di superamento della complessità dell’attuale sistema di recupero dei rifiuti: prevede infatti una dichiarazione di conformità da parte di chi effettua le operazioni di recupero, con una notevole semplificazione delle procedure.
In ogni caso, perché si abbia cessazione della qualifica di rifiuto deve esserci stata un’operazione di recupero, quindi un’attività di gestione dei rifiuti (che, in quanto tale, necessita di autorizzazione regionale ex artt. 208 ss. D.Lgs. 152/2006). L'allegato 1 del D.M. 5 febbraio 1998 individua le attività, i procedimenti e i metodi di riciclaggio e di recupero di materia, che devono garantire l'ottenimento di prodotti o di materie prime o di materie prime secondarie con caratteristiche merceologiche conformi alla normativa tecnica di settore o, comunque, nelle forme usualmente commercializzate. Tale Decreto Ministeriale, ad oggi, rappresenta l’unico riferimento nazionale in materia di criteri e standard per il recupero dei rifiuti.
Ai sensi dell’art. 184-ter del D.Lgs. 152/2006, l'operazione di recupero può consistere semplicemente nel controllare i rifiuti per verificare se soddisfano i criteri elaborati.
Sino alla cessazione della qualifica di rifiuto si continua ad applicare la disciplina in materia di gestione dei rifiuti.
La ricerca si è avvalsa del Coordinamento scientifico di Environment Park.
[1] Con interpretazione autentica si intende la lettura, retroattiva e vincolante erga omnes, che il legislatore fornisce per chiarire il significato di una norma.[2] http://www.simoline.com/clienti/dirittoambiente/file/rifiuti_articoli_459.pdf
Rovistare nei cassonettiLa pratica di "rovistare nei cassonetti" (dumpster diving) è vietata in Italia. In alcuni casi è prevista una specifica norma che vieta espressamente questa attività, e numerosi interventi normativi su questo tema, da parte di Enti locali italiani, sono riscontrabili con riferimento ai contenitori dei rifiuti collocati all'interno di centri di raccolta (quelli che, prima del D.M. 8/4/2008, si chiamavano isole ecologiche, ecocentri o ecopiazzole). A titolo di esempio ne citiamo due, dei comuni di Trapani e San secondo parmense. Inoltre, occorre tener presente l'art 15 del Codice della strada, che stabilisce (comma 1, lettere F e F-bis) il divieto di "depositare rifiuti o materie di qualsiasi specie, insudiciare e imbrattare comunque la strada e le sue pertinenze e insozzare la strada o le sue pertinenze gettando rifiuti o oggetti dai veicoli in sosta o in movimento". Per l'accesso alla discarica, invece, è solitamente richiesta una documentazione d'accesso. A titolo di esempio citiamo le istruzioni per l'uso della discarica "Basse di Stura" di Torino.
Anche in mancanza di espresse previsioni normative, è comunque possibile far risalire il divieto al fatto che il rovistaggio si configura senza dubbio come attività che si esplica su rifiuti (è infatti indubbio che ci fosse una "intenzione di disfarsi" degli oggetti gettati in un cassonetto), che in quanto tale va autorizzata.
Le maggiori problematiche connesse al rovistare tra i rifiuti riguardano il fenomeno del trashing, che consiste nel tentativo di risalire ad informazioni riservate e dati sensibili attraverso il setacciamento dei rifiuti della vittima (come resoconti, bollette, corrispondenza) e che spesso è collegato a fenomeni di furto d'identità o truffa.
"Dumpster Diving" for Fun and Profit
Quelli che vivono rovistando nei cassonetti
Rom, da “rovistatori” di cassonetti a operatori di isole ecologiche
Left 2 dicembre 2011: La seconda vita delle cose
Per non buttare via ricordi ed emozioni arriva il progetto Rifiuto con Affetto Trashing
SottoprodottoLa definizione di sottoprodotto si ricava dall’art. 5 della Direttiva 2008/98/CE, ripreso dall’art. 184-bis D.Lgs. 152/2006 (introdotto dal D.Lgs. 205/2010): una sostanza od oggetto è considerato sottoprodotto, e non rifiuto, se sono soddisfatte le seguenti condizioni: è originato da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto.
e' certo che sarà utilizzato nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi.
può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale; l’ulteriore utilizzo è legale, ossia sono soddisfatti, per l'utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell'ambiente.
Vengono dunque sottratti al regime dei rifiuti quei prodotti che, pur non costituendo “lo scopo primario delle produzione”, ne formano parte integrate, e possono essere ulteriormente e legalmente utilizzati per sé o per altri, senza trattamento ulteriore o con un trattamento che rientra nella “normale pratica industriale”[1]. I quattro requisiti sopra segnalati devono coesistere. La Corte di Cassazione italiana ha inoltre evidenziato[2] che quella sui sottoprodotti è una disciplina che prevede l’applicazione di un diverso regime in condizioni di favore, con la conseguenza che l’onere di dimostrare l’effettiva sussistenza di tutte le condizioni di legge incombe su colui che l’invoca. Infine, per escludere l'applicazione della disciplina sui rifiuti, a destinare il sottoprodotto al riutilizzo senza ulteriori trattamenti deve essere lo stesso produttore e non un semplice detentore cui la sostanza sia stata conferita a qualche titolo.
Analizziamo ora in dettaglio ogni singola condizione.
Prodotto come parte integrante di un processo di produzione il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto: come la Commissione CE ha già avuto modo di chiarire[3], ogni volta che l’oggetto o la sostanza siano prodotti intenzionalmente, essi costituiranno prodotti industriali primari, mentre ciò che è prodotto non intenzionalmente sarà, a seconda dei casi, rifiuto o sottoprodotto.
Per ciò che attiene, invece, all’essere parte integrante del processo produttivo,
rispondono sicuramente a questo requisito tutte le sostanze che decadono in via continuativa, periodica o comunque non saltuaria dal processo di produzione di un determinato bene intenzionalmente prodotto (es. sfridi di un’industria metallurgica, trucioli di un mobilificio)[4]. Al contrario, non potrebbe invece essere considerato sottoprodotto tutto ciò che non sia originato con regolarità dal ciclo produttivo, venendo generato solo in modo episodico e rappresentando piuttosto un’anomalia del processo produttivo.
Utilizzo certo: deve esserci certezza rispetto al fatto che la sostanza o l’oggetto saranno utilizzati, nel corso dello stesso e/o di un successivo processo di produzione e/o di utilizzazione. La certezza del riutilizzo sussiste ogni qualvolta esista una prassi consolidata e dimostrabile per cui un determinato oggetto o sostanza viene ad essere inviato con regolarità ad un ciclo produttivo atto ad impiegarlo all’interno dei propri processi[5]. Si individua quindi un sottoprodotto quando il riutilizzo di un oggetto o di una sostanza sia non solo eventuale, ma certo, senza previa trasformazione, ed avvenga nel corso di un processo di produzione o di utilizzazione.
Senza dubbio l’esistenza di rapporti contrattuali tra chi genera il residuo e chi lo riceve può contribuire a dimostrare la certezza del futuro riutilizzo: la Comunicazione della Commissione CE 21 febbraio 2007 n. 59 ha infatti precisato che “l'esistenza di contratti a lungo termine tra il detentore del materiale e gli utilizzatori successivi può indicare che il materiale oggetto del contratto sarà utilizzato e che quindi vi è certezza del riutilizzo”.
Per quanto riguarda invece l’indicatore rappresentato dal valore di mercato delle sostanze/oggetti (presente nel D.Lgs. 4/2008 ma eliminato nel D.Lgs. 205/2010), esso non rileva automaticamente ai fini della distinzione tra rifiuto e sottoprodotto: si evidenzia infatti come un rifiuto possa essere un bene che ha ancora un valore, e che può quindi essere venduto o comprato, senza per questo perdere la sua natura di rifiuto. Ciò nonostante, la giurisprudenza della Corte Europea[6] ha stabilito che “il fatto che un fabbricante possa vendere un determinato materiale ricavandone un profitto indica una maggiore probabilità che tale materiale venga riutilizzato, anche se questo elemento non costituisce un indizio sufficiente”. La Commissione sottolinea inoltre come sia importante, quando si prende in considerazione questo elemento, valutare i costi di trattamento dei rifiuti, poiché vi è il rischio che sia proposto un prezzo simbolico affinché il materiale non sia classificato come rifiuto, per poi trattarlo al di fuori di impianti di trattamento adeguati. Un prezzo elevato, invece, che rientra nella media dei prezzi di mercato o superiore, può indicare che il materiale non è un rifiuto.
Infine, per quanto riguardala necessità di usare il sottoprodotto nel medesimo o in diverso ciclo produttivo, la nuova nozione non richiede che l’oggetto o la sostanza siano utilizzati all’interno dello stesso processo produttivo che li ha originati, né che siano destinati a produrre un diverso tipo di bene.
Utilizzo diretto senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale: stabilire cosa debba intendersi con “normale pratica industriale” è sicuramente l’aspetto più ostico della definizione di sottoprodotto, quello su cui la dottrina si è più a lungo interrogata. In assenza di una esplicita definizione giurisprudenziale, si può ritenere che con tale locuzione ci si riferisca al complesso di quelle fasi di produzione che, secondo una prassi tecnico-produttiva consolidata, caratterizzano un dato ciclo produttivo in un determinato momento[7]. In sostanza, per “normale” deve intendersi quella ordinariamente in uso nello stabilimento nel quale il sottoprodotto verrà utilizzato[8]. Possono dunque essere ricondotte alla normale pratica industriale tutte quelle attività industriali che possono essere indifferentemente condotte con un sottoprodotto piuttosto che con una materia prima o un prodotto senza che ciò comporti aggravi sotto il profilo dell’impatto ambientale[9].
Si dovrebbe poter parlare di normale pratica industriale se le caratteristiche merceologiche del prodotto non sono alterate, ma sulla portata di questo ulteriore concetto la dottrina si divide. Da un lato c’è infatti chi ritiene che il residuo, per essere gestito come sottoprodotto, debba essere utilizzato tal quale ed essere pronto per il nuovo impiego fin dalla sua origine. Da questo punto di vista, anche le operazioni minimali, come la cernita, la vagliatura, la frantumazione, la macinazione ecc., pur non intervenendo in modo radicale sull’identità merceologica della sostanza, modificano comunque il materiale per consentirne il suo inserimento in un nuovo ciclo produttivo[10]. Dall’altra, c’è chi ravvisa in una sentenza della Corte di giustizia CE[11] una pronuncia a favore dell’ammissibilità di tutti quei trattamenti che non incidono sull’identità merceologica e sulle qualità ambientali del bene e, per ciò stesso, sono denominabili come “minimali”[12].
La Corte di giustizia, dal canto suo, ha ritenuto[13] che se un materiale necessita di un'operazione di recupero per poter essere riutilizzato esso va considerato rifiuto fino al completamento dell'operazione. Se tuttavia la preparazione del materiale per il suo riutilizzo avviene nel corso del processo di produzione e il materiale è successivamente spedito per poter essere riutilizzato, si ha allora un sottoprodotto.
Come si può vedere, la questione è ancora ben lontana dal poter dirsi risolta.
Utilizzo legale: l’ultima condizione per poter qualificare una sostanza o un oggetto come sottoprodotto è che il suo ulteriore utilizzo sia legale, ossia che la sostanza o l’oggetto soddisfi, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porti a impatti complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana.
Comunicazione Commissione Ce 21 febbraio 2007, n. 59 – Rifiuti e Sottoprodotti
Allegato I – Esempi di rifiuti e non rifiuti:
SCARTI E ALTRI MATERIALI ANALOGHI
La segatura, i trucioli e i cascami di legno non trattato sono prodotti nelle segherie o nell'ambito di operazioni secondarie, come la fabbricazione di mobili o pallet e il confezionamento, contemporaneamente al prodotto principale, ovvero il legno lavorato. Questi elementi sono poi impiegati come materie prime per la produzione di pannelli in legno, come quelli in truciolato, o nella fabbricazione della carta. Il loro utilizzo è certo, rientra nel processo di produzione e non necessita di trasformazione previa, se non quella necessaria a ridurre tali materiali alle dimensioni richieste per poterli integrare nel prodotto finale.
Di norma, i residui provenienti da un processo di produzione principale, o i materiali che presentano solo difetti superficiali ma la cui composizione è identica a quella del prodotto principale, come le miscele di gomma o i composti per vulcanizzazione, trucioli e pezzetti di sughero, scarti di plastica e altre materie simili, possono essere considerati sottoprodotti. Affinché sia così devono potere essere riutilizzati direttamente nel processo di produzione principale o in altre produzioni che siano parte integrante di tale processo e per le quali il loro utilizzo sia altrettanto certo. Si può ritenere che anche questo tipo di materiali non rientra nella definizione di rifiuto. Laddove questi materiali richiedano un'operazione completa di riciclaggio o di recupero, o se contengono sostanze inquinanti che occorre eliminare prima di poterli riutilizzare o trasformare, essi devono essere considerati rifiuti fino al completamento dell'operazione di riciclaggio o di recupero.
L’allegato 2 contiene uno schema di sintesi che consente di stabilire quando un materiale è da ritenersi rifiuto o sottoprodotto (occorre comunque ricordare che la Comunicazione è del 2007, quindi precedente tanto alla Direttiva Quadro quanto al D.Lgs. 205/2010)
[1] Prati L., La nuova definizione di sottoprodotto ed il trattamento secondo la “normale pratica industriale”, in http://www.ambientediritto.it[2] Cass., sent. n. 16727/2011.[3] Comunicazione della Commissione CE 21 febbraio 2007 n. 59.[4] Prati L., ibidem.[5] Prati L., ibidem.[6] Causa C-9/00 Palin Granit Oy, racc. 2002, pag. I-3533.[7] Giampietro P., Scialò A., I residui dell’industria cartaria: rifiuti o sottoprodotti?, 2011, in www.ambientediritto.it[8] Paone V., I sottoprodotti e la normale pratica industriale: una questione spinosa (nota a Cass. n. 16727/2011), in www.lexambiente.it[9] Prati L., ibidem.[10] Paone V., ibidem.[11] Cause riunite C-418/97 e C- 419/97, Arco Chemie Nederland LT, sentenza del 15 giugno 2000.[12] Giampietro P., Quando un residuo produttivo va qualificato «sottoprodotto» (e non «rifiuto») secondo l’art. 5 della Direttiva n. 2008/98/Ce, in www.ambientediritto.it.[13] Causa C-114/01 AvestaPolarit Chrome Oy , sentenza dell'11 settembre 2003.
Classificazione dei rifiutiI rifiuti sono classificati dal D.Lgs. 152/2006, secondo l'origine, in rifiuti urbani e rifiuti speciali e, secondo le caratteristiche di pericolosità, in rifiuti pericolosi e rifiuti non pericolosi.
b) i rifiuti non pericolosi provenienti da locali e luoghi adibiti ad usi diversi da quello di civile abitazione;
d) i rifiuti di qualunque natura o provenienza, giacenti sulle strade ed aree pubbliche o sulle strade ed aree private comunque soggette ad uso pubblico o sulle spiagge e sulle rive dei corsi d'acqua;
f) i rifiuti provenienti da esumazioni ed estumulazioni, nonché gli altri rifiuti provenienti da attività cimiteriale;
b) i rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione,nonché i rifiuti che derivano dalle attività di scavo;
Sono rifiuti pericolosi i rifiuti non domestici indicati con un asterisco nell’elenco di cui all’allegato D alla parte quarta del D.Lgs. 152/2006.
L'allegato A individua invece le categorie di rifiuti:
Q1 Residui di produzione o di consumo in appresso non specificati Q2 Prodotti fuori norma Q3 Prodotti scaduti Q4 Sostanze accidentalmente riversate, perdute o aventi subito qualunque altro incidente, compresi tutti i materiali, le attrezzature, ecc. contaminati in seguito all'incidente in questione Q5 Sostanze contaminate o insudiciate in seguito ad attività volontarie (ad esempio residui di operazioni di pulizia, materiali da imballaggio, contenitori, ecc.) Q6 Elementi inutilizzabili (ad esempio batterie fuori uso, catalizzatori esausti,ecc.) Q7 Sostanze divenute inadatte all'impiego (ad esempio acidi contaminati, solventi contaminati sali da rinverdimento esauriti, ecc.) Q8 Residui di processi industriali (ad esempio scorie, residui di distillazione, ecc.) Q9 Residui di procedimenti antinquinamento (ad esempio fanghi di lavaggio di gas, polveri di filtri dell'aria, filtri usati, ecc.) Q10 Residui di lavorazione/sagomatura (ad esempio trucioli di tornitura o di fresatura, ecc.) Q11 Residui provenienti dall'estrazione e dalla preparazione delle materie prime (ad esempio residui provenienti da attività minerarie o petrolifere, ecc.) Q12 Sostanze contaminate (ad esempio olio contaminato da PCB, ecc.) Q13 Qualunque materia, sostanza o prodotto la cui utilizzazione è giuridicamente vietata Q14 Prodotti di cui il detentore non si serve più (ad esempio articoli messi fra gli scarti dell'agricoltura, dalle famiglie, dagli uffici, dai negozi, dalle officine, ecc.) Q15 Materie, sostanze o prodotti contaminati provenienti da attività di riattamento di terreni Q16 Qualunque sostanza, materia o prodotto che non rientri nelle categorie sopra elencate
Procedura di iscrizione ordinaria: La procedura di iscrizione ordinaria riguarda i soggetti di cui all'articolo 212, comma 5, del D.Lgs. 152/06. Si tratta di imprese che svolgono attività di raccolta e trasporto rifiuti, di bonifica dei siti, di bonifica dei beni contenenti amianto, di commercio ed intermediazione dei rifiuti senza detenzione dei rifiuti stessi: l'iscrizione all'Albo nazionale gestori ambientali è requisito per lo svolgimento di tali attività. La procedura prevede la presentazione della domanda d'iscrizione alla Sezione regionale o provinciale nel cui territorio è sita la sede legale dell'impresa (per le imprese con sede legale all'estero la domanda di iscrizione è presentata alla Sezione regionale o provinciale nel cui territorio è istituita la sede secondaria con rappresentanza stabile). Tali iscrizioni devono essere rinnovate ogni cinque anni ai sensi dell'art. 212, comma 6 del D.Lgs. 152/06. L'iscrizione all'Albo è subordinata alla prestazione di idonee garanzie finanziarie a favore dello Stato i cui importi e modalità sono stabiliti con uno o più decreti del Ministro dell'ambiente.
Procedura di iscrizione semplificata: Il regime semplificato (Direttiva 74/442/CEE modificata dalla Direttiva 91/156/CEE; art. 216 D.Lgs. 152/2006) si configura come un beneficio concesso dalla legge, al quale l'interessato può liberamente rinunciare, assoggettandosi così alla procedura ordinaria.
L’art. 216 del D.Lgs. 152/2006 prevede che l'esercizio delle operazioni di recupero dei rifiuti possa essere intrapreso decorsi novanta giorni dalla comunicazione di inizio di attività alla competente Sezione Regionale dell'Albo, che ne dà notizia alla provincia territorialmente competente, entro dieci giorni dal ricevimento della comunicazione stessa.
Nelle ipotesi di rifiuti elettrici ed elettronici, di veicoli fuori uso e di impianti di co-incenerimento, l'avvio delle attività è subordinato all'effettuazione di una visita preventiva, da parte della provincia competente per territorio, da effettuarsi entro sessanta giorni dalla presentazione della comunicazione.
Con la comunicazione la ditta è iscritta in un apposito Registro delle imprese che operano in procedura semplificata e le viene attribuito un numero di posizione.
Poiché la comunicazione attiene all'esercizio delle operazioni di recupero di rifiuti individuati dalle norme tecniche, il soggetto che la presenta deve dimostrare di essere già in possesso delle autorizzazioni richieste dalle norme vigenti in materia di qualità dell'aria e di inquinamento atmosferico da impianti industriali, relativamente allo specifico impianto in cui intende effettuare il recupero di rifiuti individuati. La comunicazione deve essere rinnovata ogni cinque anni e comunque in caso di modifica sostanziale delle operazioni di recupero.
I Decreti Ministeriali attuativi della norma agevolativa sono il D.M. 5 febbraio 1998 (rifiuti non pericolosi), modificato e integrato dal D.M. 186/2006, il D.M. 161/2002 (relativo ai rifiuti pericolosi) e il D.M. 65/2010 (RAEE). Le operazioni di recupero devono essere conformi, per provenienza, per caratteristiche del rifiuto, per modalità di recupero e per prodotti ottenuti alle disposizioni tecniche descritte negli allegati ai decreti ministeriali citati (principio di esclusività e tassitività): una caratterizzazione dei rifiuti diversa da quella descritta o una diversa provenienza del rifiuto rispetto a quella imposta nella norma comporta una specifica violazione.
Cessazione della qualifica di rifiuto e Progetto End of WasteLa Commissione Europea ha avviato un progetto relativo allo sviluppo dei criteri “End of waste”, direttamente collegato con l’art. 6 della Direttiva 2008/98/CE. I criteri “End of waste” specificano a quali condizioni alcune tipologie di rifiuti cessano di essere tali e ottengono lo status di prodotto o quello di materia prima seconda (MPS). Ai sensi dell'articolo 6 della Direttiva quadro sui rifiuti, infatti, alcuni rifiuti specifici cessano di essere tali quando siano sottoposti ad un'operazione di recupero (incluso il riciclaggio) e soddisfino criteri specifici, da elaborare in conformità con alcune condizioni legali:
d) l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana. L’art. 6 della Direttiva non costituisce una norma immediatamente operativa, ma attribuisce agli Stati membri la facoltà di «decidere, caso per caso, se un determinato rifiuto abbia cessato di essere tale tenendo conto della giurisprudenza applicabile». La competenza degli Stati membri è sussidiaria e residuale, ossia interviene solamente se “non sono stati stabiliti criteri a livello comunitario”. Una metodologia per lo sviluppo dei criteri è stata elaborata dal Joint Research Centre, e la Commissione sta preparando un gruppo di criteri “End of waste” per i flussi di rifiuti considerati prioritari. Al momento sono stati elaborati i criteri per ferro, acciaio e rottami di alluminio (Regolamento UE n. 333/2011). I prossimi flussi di rifiuti per i quali la Commissione ha deciso di elaborare i criteri “End of waste” sono: rottami metallici di rame, carta da macero, rottami di vetro, plastica e rifiuti biodegradabili / compost. I criteri “End of waste”, oltre a promuovere il riciclaggio, hanno come ulteriori obiettivi:
il miglioramento del funzionamento del mercato interno;
l’incremento della potenzialità di riciclaggio;
la rimozione degli oneri burocratici inutili;
la promozione di una elevata qualità dei materiali secondari;
il miglioramento della percezione del consumatore
In Italia, è l'art. 184-ter del D.Lgs. 152/2006 (introdotto dal D.Lgs. 205/2010) a introdurre il concetto di "Cessazione della qualifica di rifiuto": "Un rifiuto cessa di essere tale, quando è stato sottoposto a un'operazione di recupero, incluso il riciclaggio e la preparazione per il riutilizzo, e soddisfi criteri specifici ... adottati in conformità a quanto stabilito dalla disciplina comunitaria ovvero, in mancanza di criteri comunitari, caso per caso per specifiche tipologie di rifiuto attraverso uno o più decreti del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare". La norma specifica inoltre che l'operazione di recupero può consistere semplicemente nel controllare i rifiuti per verificare se soddisfano i criteri elaborati conformemente alle predette condizioni.
Riutilizzo e Preparazione per il riutilizzo: prevenzione o recupero?Questa distinzione è fondamentale per capire se per svolgere queste attività è necessaria l’autorizzazione regionale prevista dagli artt. 208 e ss. DLgs 152/2006, che appunto obbligano chi interviene attivamente su un rifiuto ad essere previamente autorizzato a farlo[1].
Prendendo le mosse da un illuminante articolo dell’avv. Daniele Carissimi e considerando il recupero (attività che senza dubbio necessita di autorizzazione)come la pietra angolare che orienta il sistema, occorre collocare ciascuna delle due pratiche (riutilizzo e preparazione per il riutilizzo) all’interno o al di fuori di questa categoria, per cercare di dare un’interpretazione concretamente utile alle norme che regolano la materia.
In altre parole, occorre capire se il riutilizzo e la preparazione per il riutilizzo si configurino come attività che hanno ad oggetto rifiuti (nel qual caso tutte le operazioni devono essere autorizzate dall’autorità competente) o, invece, come attività che hanno ad oggetto beni o prodotti (in questo caso, non trattandosi di rifiuti, non è necessario il vaglio autorizzativo).
Viene definito per la prima volta all’art. 6, 1° comma, lettera h del DLgs. 22/1997 (c.d. Decreto Ronchi) come una fase della gestione dei rifiuti, che si identifica con le operazioni previste nell'allegato C. Questa definizione è stata poi ripresa testualmente dal DLgs. 151/2005 (Attuazione delle direttive 2002/95/CE, 2002/96/CE e 2003/108/CE, relative alla riduzione dell'uso di sostanze pericolose nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche, nonché allo smaltimento dei rifiuti).
Nel 2008 è la Direttiva 2008/98/CE a darne una definizione puntuale, senza più richiamare il tipo di attività, ma dando invece importanza a concetti di utilità e impatto ambientale. Il recupero è definito come “qualsiasi operazione il cui principale risultato sia di permettere ai rifiuti di svolgere un ruolo utile sostituendo altri materiali che sarebbero stati altrimenti utilizzati per assolvere una particolare funzione o di prepararli ad assolvere tale funzione, all’interno dell’impianto o nell’economia in generale”.
L’art. 10 del DLgs. 205/2010 ha recepito questa definizione pressoché integralmente, introducendola all’art. 183 del DLgs. 152/2006: “qualsiasi operazione il cui principale risultato sia di permettere ai rifiuti di svolgere un ruolo utile, sostituendo altri materiali che sarebbero stati altrimenti utilizzati per assolvere una particolare funzione o di prepararli ad assolvere tale funzione, all'interno dell'impianto o nell'economia in generale”.
Alla luce di queste definizioni, non ci sono dubbi che le attività di recupero necessitino dell’autorizzazione regionale di cui agli artt. 208 e ss., trattandosi di attività che vengono eseguite sui rifiuti[2].
È definita dall’art. 3 della Direttiva 2008/98/CE come l’insieme delle “misure adottate prima che una sostanza, un materiale o un prodotto diventi rifiuto, che riducono: 1) la quantità dei rifiuti, anche attraverso il riutilizzo dei prodotti o l'estensione del loro ciclo di vita; 2) gli impatti negativi dei rifiuti prodotti sull'ambiente e la salute umana; 3) il contenuto di sostanze pericolose in materiali e prodotti.
È evidente, in questo caso, che le attività non si esplicano su rifiuti ma su beni, per tanto in questo caso non si applica la normativa sui rifiuti e non è richiesta l’autorizzazione[3].
Riutilizzo Per tracciare i confini di questa attività occorre partire dal D.Lgs. 151/2005, che all’art. 3 definisce il concetto di reimpiego: “le operazioni per le quali i RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) o i loro componenti sono utilizzati per lo stesso scopo per il quale le apparecchiature erano state originariamente concepite ...”.
Con la Direttiva 2008/98/CE e il D.Lgs. 205/2010 si sostituisce al concetto di reimpiego quello di riutilizzo, utilizzando un definizione quasi identica (ed estendendone il campo di applicazione al di là dei RAEE): qualsiasi operazione attraverso la quale prodotti o componenti che non sono rifiuti sono reimpiegati per la stessa finalità per la quale erano stati concepiti.
Con il termine riutilizzo si intende quindi “il passaggio di mano in mano di oggetti che possono continuare a svolgere la loro funzione originaria (ad esempio una sedia che, grazie al settore dell’usato, può continuare a essere usata come sedia invece di essere smaltita in discarica)”[4].
A questo punto occorre chiedersi se il riutilizzo abbia ad oggetto rifiuti o beni, per cercare di stabilire se le conseguenti operazioni necessitino o meno di autorizzazione. La risposta non è semplice né univoca, stante la poca chiarezza del contesto normativo di riferimento, che si presta a diverse, e spesso opposte, interpretazioni.
A mio parere il riutilizzo è un’attività che non necessita di autorizzazioni, avendo ad oggetto beni e prodotti, e non rifiuti. Questo per 4 motivi:
la definizione normativa di riutilizzo parla espressamente di prodotti o componenti che non sono rifiuti.
il riutilizzo viene citato nella definizione di prevenzione, attività che, senza dubbio, si riferisce a prodotti non ancora diventati rifiuti (misure, prese prima che una sostanza, un materiale o un prodotto sia diventato un rifiuto, che riducono la quantità dei rifiuti, anche attraverso il riutilizzo dei prodotti o l’estensione del loro ciclo di vita)
l’art. 4 della Direttiva[5], che stabilisce la gerarchia in materia di prevenzione e gestione dei rifiuti, parla alla lettera D di “recupero di altro tipo”, lasciando intendere che le precedenti lettere B e C siano da intendere come tipologie di recupero, ma non cita il riutilizzo, che quindi, a mio parere, andrebbe ricompreso nelle attività di prevenzione.
l’art. 184-ter del D.Lgs. 152/2006 (introdotto dal D.Lgs.205/2010), in tema di cessazione della qualifica di rifiuto, stabilisce che “un rifiuto cessa di essere tale, quando e' stato sottoposto a un'operazione di recupero, incluso il riciclaggio e la preparazione per il riutilizzo ...”. L’articolo in esame non menziona il riutilizzo, che dunque ritengo sia da ritenersi escluso dal concetto di recupero, ricollegandosi invece alla nozione di prevenzione.
È però assolutamente condivisibile l’osservazione[6] secondo la quale l’art. 180-bis del D.Lgs. 152/2006 inserisce un ulteriore elemento di ambiguità, affrontando congiuntamente il tema del riutilizzo e quello della preparazione per il riutilizzo e prevedendo iniziative dirette a favorire queste pratiche. È senz’altro auspicabile un intervento chiarificatore che possa aiutare ad orientarsi tra queste spinose questioni.
La definizione di preparazione per il riutilizzo si ricava dagli artt. 3, 1° comma, n. 16 della Direttiva 2008/98/CE e 183, 1° comma, lettera Q del D.Lgs. 152/2006: “le operazioni di controllo, pulizia e riparazione attraverso cui prodotti o componenti di prodotti diventati rifiuti sono preparati in modo da poter essere reimpiegati senza altro pretrattamento”.
È dunque una nuova forma di recupero il cui scopo è quello di preparare rifiuti per sostituire altri materiali che sarebbero stati altrimenti utilizzati per assolvere una particolare funzione[7].
Data la definizione e i ragionamenti fatti a proposito di riutilizzo, appare evidente che la preparazione per il riutilizzo si riferisca a prodotti diventati rifiuti, si inserisca a pieno titolo nella categoria del recupero e debba, pertanto, essere necessariamente sottoposta al vaglio autorizzativo dell’autorità competente.
Interrogazione parlamentare 9 febbraio 2009 - Risposta data da Stavros Dimas a nome della Commissione
La normativa comunitaria ha l'obiettivo di promuovere attivamente la raccolta, il riutilizzo e il riciclaggio dei rifiuti, comprese le apparecchiature elettriche ed elettroniche. Va osservato che la riparazione e la manutenzione dei RAEE non vengono considerate attività di riciclaggio ma attività di riutilizzo. La versione riveduta della Direttiva quadro sui rifiuti (Direttiva 2008/98/CE) introduce la distinzione tra riutilizzo dei rifiuti («preparazione per il riutilizzo») e riutilizzo dei prodotti («riutilizzo», cioè l'attività di prevenzione dei rifiuti). La direttiva istituisce altresì una gerarchia dei rifiuti che dà priorità alla prevenzione dei rifiuti e alla preparazione per il riutilizzo rispetto al riciclaggio. Inoltre, prevede l'obbligo per gli Stati membri di adottare misure, ove necessario, al fine di promuovere il riutilizzo dei prodotti e la preparazione per le attività di riutilizzo, in particolare incoraggiando lo sviluppo e il supporto delle reti di riutilizzo e riparazione.
Tuttavia, la normativa comunitaria non interferisce con la classificazione nazionale delle attività di riparazione e manutenzione come attività artigianali o di altro genere, né influenza in alcun modo la relativa tassazione nazionale. La questione è di competenza degli Stati membri, che hanno il dovere di adottare le misure necessarie al fine di garantire l'adempimento degli obblighi ai sensi della normativa comunitaria sui rifiuti. Trattandosi di una questione di competenza nazionale, la Commissione non possiede una visione d'insieme delle classificazioni delle attività di riparazione e di manutenzione nei diversi Stati membri.
Progetto CERREC
Il Progetto CERREC (Central Europe Repair & Re-use Centres and Networks) è un progetto europeo, realizzato nell’ambito del Programma Europa Centrale e cofinanziato dal fondo FESR; è iniziato ad Aprile 2011 e durerà sino a luglio 2014. In questo periodo 9 partners provenienti da 7 Paesi dell’Europa Centrale realizzano la valutazione, la gestione qualitativa e la diffusione nell’ambito della riparazione e del riutilizzo dei rifiuti come nuova forma di gestione dei rifiuti sia a livello nazionale che transnazionale.
Il capofila del progetto l’Associazione di Comuni per la Gestione dei Rifiuti del Mid-Tyrol (ATM) in Austria. I Paesi coinvolti sono: Austria, Rep. Ceca, Ungheria, Germania, Italia, Polonia e Slovacchia.
Il progetto CERREC si propone di adempiere le disposizioni della nuova Direttiva Europea sui Rifiuti (Direttiva Quadro 2008/98/CE) e favorire la predisposizione al riutilizzo come nuova forma di gestione dei rifiuti.
L’obiettivo specifico del progetto CERREC è supportare l'istituzione di centri e reti per la riparazione ed il riuso adattandole alle specifiche condizioni dei paesi partecipanti . Per questo verranno sviluppati diversi strumenti, quali proposte per centri e reti sul riutilizzo, linee guida sugli standard di qualità, trasferimento di conoscenza ed un manuale sui sistemi di accreditamento.
Il progetto intende sviluppare strumenti e standard per le reti ed i centri di riparazione e riutilizzo e quindi anche opportunità economiche e prodotti ad essi collegate. I gruppi target per l’applicazione pratica sono organizzazioni del settore della gestione dei rifiuti come anche enti appartenenti al sociale. CERREC contribuisce a collegare tra loro tutti i processi individuali degli attori coinvolti in ambito transnazionale, al fine di adottare una strategia comune sul riuso nell’area dell’Europa Centrale ed un approccio integrato sovranazionale.
Gruppi di interesse transnazionali:
- stabilire reti nazionali e transnazionali di partecipazione di esperti e stakeholder, che garantiranno la conoscenza ed il trasferimento di buone prassi, scambio di esperti, valutazione dei risultati come anche lo sviluppo di competenze nel corso del progetto ed oltre la sua durata.
Centri e reti per la riparazione ed il riuso:
- sviluppare proposte per l’accreditamento di centri e reti per il riuso e la riparazione, linee guida sugli standard di qualità, sistemi di accreditamento ed una piattaforma transnazionale di scambio delle informazioni sul riutilizzo.
Attività principali del progetto CERREC:
identificare una rete nazionale per l’implementazione di centri e reti di riparo e riuso (flussi rilevanti di rifiuti, buone pratiche, nicchie di mercato e ricerca di idee su prodotti e servizi, gruppi di esperti e stakeholder riuniti per incontri e attività di rete)
identificare stakeholder chiave a livello nazionale e transnazionale per coinvolgerli nel progetto (analisi e strategia per una implementazione nazionale del riuso, stabilire uno scambio tra esperti con un alto livello di qualità e rilevanza pratica)
sviluppare procedure di accreditamento e standard di qualità per i centri di riparo e riuso e le reti per il riuso dei prodotti
sviluppare una cooperazione transnazionale per uno scambio transfrontaliero di rifiuti riutilizzabili e prodotti per il riuso basato sugli standard di qualità e sui regolamenti per la spedizione transfrontaliera dei rifiuti
sviluppare una cassetta degli attrezzi con le linee guida, manuali, strategie ed esempi di buone pratiche per i centri e le reti regionali di riuso coerentemente alla DQR e alle leggi nazionali così come ai bisogni regionali.
Il partner italiano del progetto è l'Agenzia di sviluppo LAMORO, con sede ad Asti, che svilupperà una piattaforma regionale per l’implementazione di centri e reti di riparo e riuso, finalizzata allo scambio di conoscenze, domanda ed offerta di prodotti.
Prossimamente diventerà partner anche la Provincia di Rimini. [1] Art. 208 D.Lgs. 152/2008, 1° comma: “I soggetti che intendono realizzare e gestire nuovi impianti di smaltimento o di recupero di rifiuti, anche pericolosi, devono presentare apposita domanda alla regione competente per territorio, allegando il progetto definitivo dell'impianto e la documentazione tecnica prevista per la realizzazione del progetto stesso dalle disposizioni vigenti in materia urbanistica, di tutela ambientale, di salute di sicurezza sul lavoro e di igiene pubblica. Ove l'impianto debba essere sottoposto alla procedura di valutazione di impatto ambientale ai sensi della normativa vigente, alla domanda e' altresì allegata la comunicazione del progetto all'autorità competente ai predetti fini; i termini di cui ai commi 3 e 8 restano sospesi fino all'acquisizione della pronuncia sulla compatibilità ambientale ai sensi della parte seconda del presente decreto”.[2] D. Carissimi, Preparazione per il riutilizzo, riciclo, recupero: questo è il problema..., in Ambiente & sviluppo n. 7/2011, p. 613.[3] D. Carissimi, ibidem, p. 616.[4] Fonte: http://www.ilcambiamento.it/riuso_riciclo/nuovo_decreto_rifiuti_riutilizzo.html[5] Art. 4, 1° comma: La seguente gerarchia dei rifiuti si applica quale ordine di priorità della normativa e della politica in materia di prevenzione e gestione dei rifiuti: a) prevenzione; b) preparazione per il riutilizzo; c) riciclaggio; d) recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia; e) smaltimento.[6] D. Carissimi, ibidem, p. 619.[7] Fonte: http://www.fondazionesvilupposostenibile.org/f/direttiva+rifiuti/recepimento_nuova_direttiva_nepi.pdf
"Waste" - How to get it in Italy
Below we provide Italian designers, artists, craftsmen with some pointers on how to take possession of "waste" or "recycled materials" in order to create objects of design / craft and installations / works of art. The search was updated in April 2012 and referred to the European and Italian legislation in force.
YES - Before it becomes waste
1. Use products or goods (e.g. old objects or goods and products sold by companies) → these objects or materials must be intercepted before it manifests in the owner's intention to discard it (see the concept of "discarding"). However, it is important to note that the practice of dumpster diving in Italy is not allowed.
2. In the case of goods or products owned by companies, they may decide to sell or dispose of them for free, without a cash consideration (e.g. Invoicing € 0). In order to transport these goods / products it is enough to be in possession of a transport form to justify the transfer of material from the transferor to the transferee.
3. Use byproducts (e.g. waste and loss of production) → a substance or object, resulting from a production process whose primary purpose is not the production of that item is considered a byproduct, and not waste, if the following conditions are met:
it will serve further use;
it can be used directly without any further treatments that are not those of normal industrial practice;
it is produced as an integral part of a production process;
further use is lawful, or rather all relevant requirements are met for the concerning the specific use of the products and the protection of health and the environment.
If, therefore, an object / material meeting all these requirements is classified as a "by-product", it does not apply to the rules of waste.In fact, it lacks the requirement of a "decision to dispose" of the property or substance and residual material production or consumption:a) if they can be and are effectively reused in the same or a similar or different production or consumption cycle, without undergoing any prior treatment and without harming the environment;b) if they can be and are effectively reused in the same or a similar or different production or consumption cycle, after undergoing prior treatment without requiring any recovery operation.
NO - Waste
Waste is any substance or object which the holder discards or has the intention or is required to discard. It is therefore necessary that two elements are present: the objective, given by the substance or object or material, and the subjective, given by the intention to discard it.The concept of "discarding" has been the subject of authentic interpretation [1] Art. 14 of Decree 138/2002: this refers to the will, obligation or any conduct whereby a substance / material / object is disposed of or subjected to disposal or recovery. The moment a product is intended to be disposed of or to be recovered, it defaults to the legal status of "waste".Therefore, only when one does not want or have to get rid of the object / material / substance can there be derogation to the general notion of waste [2].In all other cases, i.e. when it has to do with waste, you need the authorization, registration or communication (governed by Articles. 208 to 216 of Legislative Decree no. 152/2006, as amended by D. Decree 205/2010) in order to make the collection, transport, recovery, disposal, trade and brokerage of waste.
YES - After it has ceased to be waste
The European Commission has launched a project to develop the criteria "End of Waste", directly connected with the art. 6 of Directive 2008/98/EC. The criteria "End of waste" specify the conditions under which certain types of waste ceases to be waste and have the status of product or secondary raw materials. Certain specified waste shall cease to be waste when it is subjected to a recovery (including recycling and preparation for re-use) and complies with specific criteriai to be developed in accordance with certain legal conditions:
a) the substance or object is commonly used for specific purposes;
b) there is a market or existing demand for such a substance or object; c) the substance or object fulfills the technical requirements for the specific purposes and meets the regulations and existing standards applicable to products; d) the use of the substance or object will not lead to overall adverse environmental or human health.
Article. 6 of the Directive gives Member States the right to "decide case by case whether the waste has ceased to be such, taking into account the applicable case law," if the criteria have not been established at Community level. At the moment they drew up criteria for iron, steel and aluminum scrap (EU Regulation no. 333/2011). This Regulation is the first real attempt to overcome the complexity of the current system of waste recovery: provides for a declaration of compliance by the person making the recovery operations, with a significant simplification of procedures. In any case, because you have end-of-waste must have been a recovery, then the waste management activity (which, as such, requires regional authorization under Articles. 208 ff. Leg. 152/2006).Annex 1 of the Ministerial Decree February 5, 1998 identifies the activities, procedures and methods of recycling and recovery of materials, which guarantee obtaining products or raw materials or secondary raw materials with product characteristics conform to the technical regulations or industry, however, in forms usually marketed. This Ministerial Decree, to date, is the only national reference regarding the criteria and standards for waste recovery.
Article. 184-ter of Legislative Decree no. 152/2006, the recovery can be as simple as checking of waste to verify that they fulfill the criteria developed. Until the end-of-waste continues to apply the rules on waste management.

References: sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 216
 Art. 208
 Art. 4
 Art. 14
 art. 6