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Timestamp: 2017-07-22 18:43:40+00:00

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PERDITA TESTAMENTO OLOGRAFO , PRESCRIZIONE TESTAMENTO , INVALIDITA’ DEL TESTAMENTO, CAUSE EREDITA’ BOLOGNA Ond'è che, quando consti dell'esistenza del testamento olografo, ma chi lo invoca si trovi nell'impossibilità di produrlo onde dar luogo alla sua pubblicazione - per essere il documento andato distrutto o smarrito, o per altra circostanza equivalente costitutiva di caso fortuito o di forza maggiore - la rispondenza di esso ai requisiti di forma voluti dalla legge ed il suo contenuto possono essere accertati in via giudiziale e tale accertamento viene a sostituirsi alla formalità della pubblicazione legittimando, quindi, la realizzazione coattiva delle pretese su di esso fondate (Cass., 17 luglio 1974, n. 2145, 6 marzo 1956, n. 645). CORTE DI CASSAZIONE Sezione II, sentenza 24 febbraio 2004, n. 3636 Svolgimento del processo. - M. L. (detta M.) D. G., con testamento olografo redatto il 20 agosto 1956, nominava suo erede universale il proprio marito R. G. e detto documento, deceduta la disponente il 5 ottobre 1986, veniva pubblicato il 24 ottobre 1986 per atto notar R. D'A. di A. (rep. n. 9235, racc. n. 1691). Il 9 ed il 19 dicembre 1988 F. G. di C. notificava a F. C. G. ed E. P. atto di citazione innanzi al tribunale di Roma con il quale, assumendo esserle stata legata dalla M. L. D. G. una spilla con grande topazio di F. per codicillo testamentario del 23 febbraio 1986, contenente una serie di disposizioni a titolo particolare in favore di persone care, chiedeva che il primo, quale figlio adottivo ed erede del R. G., e la seconda, quale attuale detentrice materiale, venissero condannati a consegnarle il gioiello. Costituendosi, F. C. G. chiedeva respingersi l'avversa domanda evidenziando come il bene fosse stato donato dai coniugi G. alla E. P. prima della morte della M. L., ciò che aveva comportato l'implicita revoca della disposizione in favore della F. G. di C., e come, inoltre, la disposizione stessa risultasse cancellata nel codicillo. La E. P. non si costituiva. L'adito tribunale, con sentenza 18 gennaio 1995, rigettava la domanda sulla considerazione, tra l'altro, che il codicillo non risultava sottoscritto e che, comunque, la attrice non ne aveva prodotto l'originale, sì che agli atti risultavano due copie della disposizione testamentaria in discussione, una delle quali con evidenti cancellature ed interpolazioni, le cui divergenze ostavano all'accertamento dell'autenticità dell'una o dell'altra per prova testimoniale. Avverso tale decisione la F. G. di C. proponeva gravame cui resisteva il F. C. G. Decidendone con sentenza 11 novembre 1999, la Corte d'appello di Roma lo respingeva sulla considerazione che il codicillo in questione non era stato pubblicato a norma dell'art. 620 c.c. e non costituiva, pertanto, come rilevabile anche d'ufficio, titolo legittimante alla proposizione dell'azione intesa ad ottenere l'esecuzione delle disposizioni in esso contenute; che, comunque, il documento contenente detto preteso codicillo, per il suo tenore letterale e logico, era da considerare non un testamento, contenente disposizioni d'ultima volontà impositive d'oneri a carico dell'erede suscettibili in quanto tali d'esser fatti valere in via giudiziaria, ma l'espressione all'erede del proprio gradimento perché questi, a sua discrezione, volesse autonomamente disporre di taluni beni in favore delle persone indicate, quindi un suggerimento e non una manifestazione di volontà direttamente dispositiva idonea a costituire diritti per i nominati ed obblighi per l'erede. Detta sentenza veniva impugnata dalla F. G. di C. con ricorso per cassazione basato su quattro motivi. Resisteva il F. C. G. con controricorso. Entrambe le parti depositavano memorie. Motivi della decisione. - La ricorrente denunzia, ex art. 360, n. 5 c.p.c.: con il primo motivo, «insufficiente e contraddittoria motivazione circa il punto decisivo della controversia, rilevato d'ufficio in ordine alla legittimazione ad causam della appellante, conseguente alla mancata pubblicazione del testamento dedotto in lite»; con il secondo motivo, ancora «insufficiente e contraddittoria motivazione circa il punto decisivo della controversia sulla mancata sottoscrizione e sulla interpretazione della lettera codicillo 23 febbraio 1986 con conseguente declaratoria d'inapplicabilità dell'art. 590 c.c.»; con il terzo ed il quarto motivo, «omessa motivazione sul punto decisivo relativo alle prove testimoniali dedotte dall'appellante ed insufficiente ed illogica motivazione sul rigetto dell'istanza d'ammissione d'interrogatorio formale di E. P. dedotto dall'appellante». La prima delle riferite censure, che attiene a questione cui la Corte di merito ha correttamente attribuito priorità logica di trattazione ed assorbente rilievo, non merita accoglimento. È opinione del tutto prevalente in dottrina ed in giurisprudenza che la pubblicazione, sebbene costituisca circostanza esterna al testamento olografo - in quanto questo, ove redatto in conformità al modello normativamente previsto e poi mantenuto sino alla morte del testatore, a seguito di tale evento, per il quale si apre la successione, diviene ipso iure efficace - e non possa esserne, pertanto, configurata come requisito di validità o d'efficacia, si ponga non di meno, per l'espresso disposto dell'art. 620/V c.c., come atto preparatorio necessario ai fini della sua coattiva esecuzione e, quindi, come condizione di essa. Ond'è che, quando consti dell'esistenza del testamento olografo, ma chi lo invoca si trovi nell'impossibilità di produrlo onde dar luogo alla sua pubblicazione - per essere il documento andato distrutto o smarrito, o per altra circostanza equivalente costitutiva di caso fortuito o di forza maggiore - la rispondenza di esso ai requisiti di forma voluti dalla legge ed il suo contenuto possono essere accertati in via giudiziale e tale accertamento viene a sostituirsi alla formalità della pubblicazione legittimando, quindi, la realizzazione coattiva delle pretese su di esso fondate (Cass., 17 luglio 1974, n. 2145, 6 marzo 1956, n. 645). È esatta, dunque, la conclusione cui è pervenuta la Corte territoriale laddove ha ritenuto inammissibile l'azione della sedicente legataria - intesa ad ottenere, nei confronti dell'erede, la condanna alla consegna del bene assuntivamente oggetto d'una disposizione in favore d'essa deducente - in quanto promossa esclusivamente sulla base d'una scheda testamentaria per la quale non s'era previamente provveduto alla necessaria pubblicazione. Né rilevava, in relazione ai termini nei quali il giudizio era stato promosso, che alla pubblicazione non si fosse potuto provvedere in quanto del preteso testamento olografo non era disponibile l'originale ma solo una fotocopia. Come si è sopra evidenziato, l'impossibilità della pubblicazione non impedisce a chi ne abbia interesse di promuovere un'azione intesa a far valere disposizioni testamentarie assuntivamente contenute in un testamento olografo, ma detta azione deve, anzi tutto, contenere una domanda d'accertamento dell'esistenza e della persistenza del dedotto testamento, con le invocate disposizioni, al momento della morte del de cuius. Cassazionecivile,sezioneII,sentenza24 febbraio 2004,n. 3636 Poiché il testamento olografo può essere revocato dal testatore anche mediante distruzione o lacerazione (art. 684 codice civile), il suo mancato reperimento giustifica la presunzione che il de cuis lo abbia revocato, distruggendolo deliberatamente, con la conseguenza che per vincere tale presunzione occorre provare o che la scheda testamentaria esisteva ancora al momento dell’apertura della successione e che quindi la sua irreperibilità non può farsi risalire al testatore, oppure che quest’ultimo, benché autore materiale della distruzione, non era animato da volontà di revoca. Cassazionecivile,sezioneII,sentenza22novembre1995, n. 12098 In tema di accettazione della eredità non operano gli atti interruttivi della prescrizione, attesa la natura potestativa del diritto, che si realizza con il compimento dell’atto in cui si concreta l’accettazione; d’altro lato, il termine -definito dalla legge di prescrizione – è soggetto alle cause ordinarie di sospensione e agli impedimenti legali, non ricorrendo altri fatti impeditivi del suo decorso. Articolo 591. Possono disporre per testamento tutti coloro che non sono dichiarati incapaci dalla legge. Sono incapaci di testare: l) coloro che non hanno compiuto la maggiore età; 2) gli interdetti per infermità di mente (414); 3) quelli che, sebbene non interdetti, si provi essere stati, per qualsiasi causa, anche transitoria, incapaci di intendere e di volere nel momento in cui fecero testamento. Nei casi d’incapacità preveduti dal presente articolo il testamento può essere impugnato da chiunque vi ha interesse. L’azione si prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui è stata data esecuzione alle disposizioni testamentarie (590, 620, 621, 623). Testo sentenza, accettazione, eredità, prescrizione Corte di Cassazione sezione II Civile Sentenza 7 luglio – 14 ottobre 2014, n. 21687 Presidente Triola – Relatore Migliucci Svolgimento del processo 1.- L’Unione Italiana dei Ciechi conveniva in giudizio la Regione Lombardia per sentirla condannare, previo accertamento della propria qualità di erede della defunta signora F.M. (deceduta a (omissis) ), alla restituzione dei beni immobili lasciati in eredità, giusta testamento, olografo del 23 maggio 1983, illegittimamente posseduti dalla Regione Lombardia. Chiedeva altresì la restituzione dei frutti percepiti dalla convenuta in quanto possessore di mala fede. Ritualmente costituitasi, la Regione Lombardia eccepiva: la prescrizione del diritto di accettazione dell’eredità F. in capo all’Unione italiana dei Ciechi in quanto esercitata oltre il decennio dalla apertura della successione; l’intervenuto difetto di legittimazione passiva attesa l’entrata in vigore della legge regionale n. 1/2000, che aveva trasferito alla ASL territorialmente competente la gestione della casa di riposo per ciechi Villa Letizia di (…) con conseguente subentro nella titolarità di tutti i diritti, ragioni e rapporti attinenti alla gestione della medesima; nel merito, affermava la propria qualità di erede come desumibile dalla scheda testamentaria. Con sentenza n. 138/03 il tribunale accoglieva la domanda. Con sentenza dep. il 26 novembre 2007 la Corte di appello di Milano rigettava l’impugnazione principale proposta dalla Regione Lombardia, seppure con motivazione in parte diversa. - Dopo avere escluso che la richiesta di autorizzazione governativa potesse integrare, come erroneamente affermato dal tribunale, atto interruttivo della prescrizione del diritto di accettare l’eredità, i Giudici ritenevano comunque tempestiva l’accettazione sul rilievo che, presupposto indispensabile per l’esercizio del diritto, era identificare il soggetto proprietario di Villa Letizia, che la F. aveva inteso istituire erede, secondo quanto riconosciuto dalla stessa Regione; - peraltro, l’accertamento circa la proprietà di Villa Letizia aveva formato oggetto di un contenzioso fra le parti, definito dal Consiglio di Stato con sentenza passata in giudicato che aveva riconosciuto la proprietà in favore dell’”Unione Italiana dei Ciechi, per cui soltanto da tale momento era iniziato a decorrere il termine di prescrizione, che era stato tempestivamente esercitato; - era escluso il difetto di legittimazione passiva della Regione a favore dell’ASL, tenuto conto che, ai sensi dell’art. 111 cod. proc. civ., il giudizio doveva proseguire fra le parti originarie e che il possesso dei beni era rimasto alla Regione; - in base all’interpretazione letterale della scheda testamentaria, che faceva riferimento all’Istituto dei Ciechi di Caravate e non alla Regione, che in esso non era mai menzionata, il soggetto istituito erede doveva identificarsi nell’ente proprietario di Villa Letizia nella quale la testatrice medesima era ospitata. 2. – Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione la Regione Lombardia sulla base di sette motivi illustrati da memoria. Resiste con controricorso la Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Onlus. Motivi della decisione 1.1.- Va innanzitutto esaminato, per la sua priorità logico- giuridica il quinto motivo “sul sopravvenuto difetto di legittimazione passiva, della Regione al sensi della legge regionale n. 1/2000. Mancata, applicazione dell’art. 110 cod. proc. civ. ed erronea applicazione dell’art. 111 cod. proc. civ.”. Deduce che, essendo la ASL succeduta universamente alla Regione nella attribuzione della gestione della casa di riposo Ville Letizia ovvero in tutti i rapporti inerenti a essa, legittimata passiva era la prima. 1.2. Il motivo è infondato. Con l’art. 61 comma 4 della legge n. 1 del 2000, successiva alla introduzione del presente giudizio, la Regione Lombardia trasferiva la gestione della casa di riposo Villa Letizia ovvero i rapporti ad essa inerenti alla Asl, che subentrava alla prima relativamente a essi; ne consegue che, nella specie, si è verificata nel corso del processo una ipotesi di successione a titolo particolare nel diritto controverso, essendo avvenuto il subentro di un altro soggetto limitatamente alla gestione della predetta struttura; pertanto, correttamente è stato applicato l’art. 111 cod. proc. civ. secondo cui, in tal caso, il processo prosegue fra le parti originarie. 2.1. Il primo motivo, lamentando violazione dell’art. 480 cod. civ. ed errata applicazione dell’art. 2943 cod. civ. censura la decisione gravata laddove aveva ritenuto che il termine per accettare l’eredità decorresse dalla accertata qualità di proprietaria di Villa Letizia ovvero dal passaggio in giudicato della sentenza del Consiglio di Stato quando, ai sensi del citato art. 480, il termine decorre dall’apertura della successione, mentre nessuna efficacia interruttiva poteva annettersi all’atto di istaurazione del giudizio promosso dinanzi al T.A.R., tenuto conto della natura del diritto di accettare l’eredità. 1.2. – Il motivo è fondato. L’art. 480 primo comma cod. civ. prevede che il diritto di accettare l’eredita si prescrive in dieci anni; il termine decorre dall’apertura della successione, e in caso di istituzione condizionale dal giorno in cui si verifica la condizione; il secondo comma stabilisce che il termine non corre per i chiamati ulteriori se vi sia stata accettazione da parte dei precedenti chiamati dell’eredità e successivamente il loro acquisto è venuto meno. Orbene, da un canto, va osservato che in tema di accettazione della eredità non operano gli atti interruttivi della prescrizione, attesa la natura potestativa del diritto, che si realizza con il compimento dell’atto in cui si concreta l’accettazione; d’altro lato, il termine -definito dalla legge di prescrizione – è soggetto alle cause ordinarie di sospensione e agli impedimenti legali, non ricorrendo altri fatti impeditivi del suo decorso. Certamente ha natura amministrativa l’autorizzazione, a suo tempo prevista art. 17 cod. civ. per l’accettazione di eredità ed il conseguimento di legati da parte delle persone giuridiche. Infatti, tale provvedimento diretto a rimuovere un limite posto al libero esercizio di un diritto, il quale opera “ab estrinseco”, non condiziona l’esistenza o la validità dell’indicata accettazione, ma attribuisce alla stessa efficacia “ex tunc”, con l’applicabilità, durante il procedimento promosso per ottenere detta autorizzazione, dell’art. 5 disp. att. cod. civ., il quale attribuisce alla persona giuridica la facoltà di compiere gli atti conservativi dei propri diritti. Si è rivelata erronea la sentenza laddove, facendo applicazione dell’art. 2935 cod. civ., ha ritenuto che il diritto di accettare l’eredità non potesse essere esercitato prima del passaggio in passaggio in giudicato della sentenza di accertamento della proprietà di Villa Letizia ovvero prima della individuazione del soggetto che, in quanto proprietario di tale struttura, doveva considerarsi il destinatario dell’istituzione di erede. Ma, in tal modo, i Giudici hanno dato rilevanza a quello che avrebbe potuto considerarsi eventualmente un mero impedimento di fatto che, come tale, è inidoneo a fermare il corso della prescrizione ai sensi dell’art. 2935 cod. civ. Ed invero, l’accertamento della proprietà aveva a oggetto un elemento fattuale concernente la ricostruzione della volontà testamentaria nella individuazione del soggetto istituito erede e certamente non precludeva l’accettazione da parte del soggetto che, peraltro, ne aveva rivendicato la proprietà (poi accertata giudizialmente). Non può condividersi la difforma conclusione alla quale è pervenuto il Procuratore Generale, il quale ha in proposito richiamato la sentenza n. 191 del 1983 della Corte Costituzionale sulla decorrenza del termine di cui all’art. 480 cod. civ. nel caso in cui i figli naturali ottengano la dichiarazione giudiziale di paternità successivamente all’apertura della successione. Al riguardo, va osservato che il principio affermato dalla Corte non è pertinente, posto che nella ipotesi considerata la definizione del giudizio sulla paternità incide sulla capacità a succedere prevista dall’art. 462 cod. civ., che designa le categorie dei successibili: la dichiarazione giudiziale di paternità, riconoscendo lo status giuridico di figlio naturale, rimuove una causa giuridica ostativa all’accettazione da parte di un soggetto che altrimenti non rientrerebbe fra i successibili. Gli altri motivi sono assorbiti la sentenza va cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Milano. P.Q.M. Accoglie il primo motivo del ricorso rigetta il quinto assorbiti gli altri cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Milano. | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
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G. e detto documento, deceduta la disponente il 5 ottobre 1986, veniva pubblicato il 24 ottobre 1986 per atto notar R. D’A. di A. (rep. n. 9235, racc. n. 1691). Il 9 ed il 19 dicembre 1988 F. G. di C. notificava a F. C. G. ed E. P. atto di citazione innanzi al tribunale di Roma con il quale, assumendo esserle stata legata dalla M. L. D. G. una spilla con grande topazio di F. per codicillo testamentario del 23 febbraio 1986, contenente una serie di disposizioni a titolo particolare in favore di persone care, chiedeva che il primo, quale figlio adottivo ed erede del R. G., e la seconda, quale attuale detentrice materiale, venissero condannati a consegnarle il gioiello. Costituendosi, F. C. G. chiedeva respingersi l’avversa domanda evidenziando come il bene fosse stato donato dai coniugi G. alla E. P. prima della morte della M. L., ciò che aveva comportato l’implicita revoca della disposizione in favore della F. G. di C., e come, inoltre, la disposizione stessa risultasse cancellata nel codicillo. La E. P. non si costituiva. L’adito tribunale, con sentenza 18 gennaio 1995, rigettava la domanda sulla considerazione, tra l’altro, che il codicillo non risultava sottoscritto e che, comunque, la attrice non ne aveva prodotto l’originale, sì che agli atti risultavano due copie della disposizione testamentaria in discussione, una delle quali con evidenti cancellature ed interpolazioni, le cui divergenze ostavano all’accertamento dell’autenticità dell’una o dell’altra per prova testimoniale. Avverso tale decisione la F. G. di C. proponeva gravame cui resisteva il F. C. G. Decidendone con sentenza 11 novembre 1999, la Corte d’appello di Roma lo respingeva sulla considerazione che il codicillo in questione non era stato pubblicato a norma dell’art. 620 c.c. e non costituiva, pertanto, come rilevabile anche d’ufficio, titolo legittimante alla proposizione dell’azione intesa ad ottenere l’esecuzione delle disposizioni in esso contenute; che, comunque, il documento contenente detto preteso codicillo, per il suo tenore letterale e logico, era da considerare non un testamento, contenente disposizioni d’ultima volontà impositive d’oneri a carico dell’erede suscettibili in quanto tali d’esser fatti valere in via giudiziaria, ma l’espressione all’erede del proprio gradimento perché questi, a sua discrezione, volesse autonomamente disporre di taluni beni in favore delle persone indicate, quindi un suggerimento e non una manifestazione di volontà direttamente dispositiva idonea a costituire diritti per i nominati ed obblighi per l’erede. Detta sentenza veniva impugnata dalla F. G. di C. con ricorso per cassazione basato su quattro motivi. Resisteva il F. C. G. con controricorso. Entrambe le parti depositavano memorie. Motivi della decisione. – La ricorrente denunzia, ex art. 360, n. 5 c.p.c.: con il primo motivo, «insufficiente e contraddittoria motivazione circa il punto decisivo della controversia, rilevato d’ufficio in ordine alla legittimazione ad causam della appellante, conseguente alla mancata pubblicazione del testamento dedotto in lite»; con il secondo motivo, ancora «insufficiente e contraddittoria motivazione circa il punto decisivo della controversia sulla mancata sottoscrizione e sulla interpretazione della lettera codicillo 23 febbraio 1986 con conseguente declaratoria d’inapplicabilità dell’art. 590 c.c.»; con il terzo ed il quarto motivo, «omessa motivazione sul punto decisivo relativo alle prove testimoniali dedotte dall’appellante ed insufficiente ed illogica motivazione sul rigetto dell’istanza d’ammissione d’interrogatorio formale di E. P. dedotto dall’appellante». La prima delle riferite censure, che attiene a questione cui la Corte di merito ha correttamente attribuito priorità logica di trattazione ed assorbente rilievo, non merita accoglimento. È opinione del tutto prevalente in dottrina ed in giurisprudenza che la pubblicazione, sebbene costituisca circostanza esterna al testamento olografo – in quanto questo, ove redatto in conformità al modello normativamente previsto e poi mantenuto sino alla morte del testatore, a seguito di tale evento, per il quale si apre la successione, diviene ipso iure efficace – e non possa esserne, pertanto, configurata come requisito di validità o d’efficacia, si ponga non di meno, per l’espresso disposto dell’art. 620/V c.c., come atto preparatorio necessario ai fini della sua coattiva esecuzione e, quindi, come condizione di essa. Ond’è che, quando consti dell’esistenza del testamento olografo, ma chi lo invoca si trovi nell’impossibilità di produrlo onde dar luogo alla sua pubblicazione – per essere il documento andato distrutto o smarrito, o per altra circostanza equivalente costitutiva di caso fortuito o di forza maggiore – la rispondenza di esso ai requisiti di forma voluti dalla legge ed il suo contenuto possono essere accertati in via giudiziale e tale accertamento viene a sostituirsi alla formalità della pubblicazione legittimando, quindi, la realizzazione coattiva delle pretese su di esso fondate (Cass., 17 luglio 1974, n. 2145, 6 marzo 1956, n. 645). È esatta, dunque, la conclusione cui è pervenuta la Corte territoriale laddove ha ritenuto inammissibile l’azione della sedicente legataria – intesa ad ottenere, nei confronti dell’erede, la condanna alla consegna del bene assuntivamente oggetto d’una disposizione in favore d’essa deducente – in quanto promossa esclusivamente sulla base d’una scheda testamentaria per la quale non s’era previamente provveduto alla necessaria pubblicazione. Né rilevava, in relazione ai termini nei quali il giudizio era stato promosso, che alla pubblicazione non si fosse potuto provvedere in quanto del preteso testamento olografo non era disponibile l’originale ma solo una fotocopia. Come si è sopra evidenziato, l’impossibilità della pubblicazione non impedisce a chi ne abbia interesse di promuovere un’azione intesa a far valere disposizioni testamentarie assuntivamente contenute in un testamento olografo, ma detta azione deve, anzi tutto, contenere una domanda d’accertamento dell’esistenza e della persistenza del dedotto testamento, con le invocate disposizioni, al momento della morte del de cuius. Cassazionecivile,sezioneII,sentenza24 febbraio 2004,n. 3636 Poiché il testamento olografo può essere revocato dal testatore anche mediante distruzione o lacerazione (art. 684 codice civile), il suo mancato reperimento giustifica la presunzione che il de cuis lo abbia revocato, distruggendolo deliberatamente, con la conseguenza che per vincere tale presunzione occorre provare o che la scheda testamentaria esisteva ancora al momento dell’apertura della successione e che quindi la sua irreperibilità non può farsi risalire al testatore, oppure che quest’ultimo, benché autore materiale della distruzione, non era animato da volontà di revoca. Cassazionecivile,sezioneII,sentenza22novembre1995, n. 12098 In tema di accettazione della eredità non operano gli atti interruttivi della prescrizione, attesa la natura potestativa del diritto, che si realizza con il compimento dell’atto in cui si concreta l’accettazione; d’altro lato, il termine -definito dalla legge di prescrizione – è soggetto alle cause ordinarie di sospensione e agli impedimenti legali, non ricorrendo altri fatti impeditivi del suo decorso. Articolo 591. Possono disporre per testamento tutti coloro che non sono dichiarati incapaci dalla legge. Sono incapaci di testare: l) coloro che non hanno compiuto la maggiore età; 2) gli interdetti per infermità di mente (414); 3) quelli che, sebbene non interdetti, si provi essere stati, per qualsiasi causa, anche transitoria, incapaci di intendere e di volere nel momento in cui fecero testamento. Nei casi d’incapacità preveduti dal presente articolo il testamento può essere impugnato da chiunque vi ha interesse. L’azione si prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui è stata data esecuzione alle disposizioni testamentarie (590, 620, 621, 623). Testo sentenza, accettazione, eredità, prescrizione Corte di Cassazione sezione II Civile Sentenza 7 luglio – 14 ottobre 2014, n. 21687 Presidente Triola – Relatore Migliucci Svolgimento del processo 1.- L’Unione Italiana dei Ciechi conveniva in giudizio la Regione Lombardia per sentirla condannare, previo accertamento della propria qualità di erede della defunta signora F.M. (deceduta a (omissis) ), alla restituzione dei beni immobili lasciati in eredità, giusta testamento, olografo del 23 maggio 1983, illegittimamente posseduti dalla Regione Lombardia. Chiedeva altresì la restituzione dei frutti percepiti dalla convenuta in quanto possessore di mala fede. Ritualmente costituitasi, la Regione Lombardia eccepiva: la prescrizione del diritto di accettazione dell’eredità F. in capo all’Unione italiana dei Ciechi in quanto esercitata oltre il decennio dalla apertura della successione; l’intervenuto difetto di legittimazione passiva attesa l’entrata in vigore della legge regionale n. 1/2000, che aveva trasferito alla ASL territorialmente competente la gestione della casa di riposo per ciechi Villa Letizia di (…) con conseguente subentro nella titolarità di tutti i diritti, ragioni e rapporti attinenti alla gestione della medesima; nel merito, affermava la propria qualità di erede come desumibile dalla scheda testamentaria. Con sentenza n. 138/03 il tribunale accoglieva la domanda. Con sentenza dep. il 26 novembre 2007 la Corte di appello di Milano rigettava l’impugnazione principale proposta dalla Regione Lombardia, seppure con motivazione in parte diversa. – Dopo avere escluso che la richiesta di autorizzazione governativa potesse integrare, come erroneamente affermato dal tribunale, atto interruttivo della prescrizione del diritto di accettare l’eredità, i Giudici ritenevano comunque tempestiva l’accettazione sul rilievo che, presupposto indispensabile per l’esercizio del diritto, era identificare il soggetto proprietario di Villa Letizia, che la F. aveva inteso istituire erede, secondo quanto riconosciuto dalla stessa Regione; – peraltro, l’accertamento circa la proprietà di Villa Letizia aveva formato oggetto di un contenzioso fra le parti, definito dal Consiglio di Stato con sentenza passata in giudicato che aveva riconosciuto la proprietà in favore dell’”Unione Italiana dei Ciechi, per cui soltanto da tale momento era iniziato a decorrere il termine di prescrizione, che era stato tempestivamente esercitato; – era escluso il difetto di legittimazione passiva della Regione a favore dell’ASL, tenuto conto che, ai sensi dell’art. 111 cod. proc. civ., il giudizio doveva proseguire fra le parti originarie e che il possesso dei beni era rimasto alla Regione; – in base all’interpretazione letterale della scheda testamentaria, che faceva riferimento all’Istituto dei Ciechi di Caravate e non alla Regione, che in esso non era mai menzionata, il soggetto istituito erede doveva identificarsi nell’ente proprietario di Villa Letizia nella quale la testatrice medesima era ospitata. 2. – Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione la Regione Lombardia sulla base di sette motivi illustrati da memoria. Resiste con controricorso la Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Onlus. Motivi della decisione 1.1.- Va innanzitutto esaminato, per la sua priorità logico- giuridica il quinto motivo “sul sopravvenuto difetto di legittimazione passiva, della Regione al sensi della legge regionale n. 1/2000. Mancata, applicazione dell’art. 110 cod. proc. civ. ed erronea applicazione dell’art. 111 cod. proc. civ.”. Deduce che, essendo la ASL succeduta universamente alla Regione nella attribuzione della gestione della casa di riposo Ville Letizia ovvero in tutti i rapporti inerenti a essa, legittimata passiva era la prima. 1.2. Il motivo è infondato. Con l’art. 61 comma 4 della legge n. 1 del 2000, successiva alla introduzione del presente giudizio, la Regione Lombardia trasferiva la gestione della casa di riposo Villa Letizia ovvero i rapporti ad essa inerenti alla Asl, che subentrava alla prima relativamente a essi; ne consegue che, nella specie, si è verificata nel corso del processo una ipotesi di successione a titolo particolare nel diritto controverso, essendo avvenuto il subentro di un altro soggetto limitatamente alla gestione della predetta struttura; pertanto, correttamente è stato applicato l’art. 111 cod. proc. civ. secondo cui, in tal caso, il processo prosegue fra le parti originarie. 2.1. Il primo motivo, lamentando violazione dell’art. 480 cod. civ. ed errata applicazione dell’art. 2943 cod. civ. censura la decisione gravata laddove aveva ritenuto che il termine per accettare l’eredità decorresse dalla accertata qualità di proprietaria di Villa Letizia ovvero dal passaggio in giudicato della sentenza del Consiglio di Stato quando, ai sensi del citato art. 480, il termine decorre dall’apertura della successione, mentre nessuna efficacia interruttiva poteva annettersi all’atto di istaurazione del giudizio promosso dinanzi al T.A.R., tenuto conto della natura del diritto di accettare l’eredità. 1.2. – Il motivo è fondato. L’art. 480 primo comma cod. civ. prevede che il diritto di accettare l’eredita si prescrive in dieci anni; il termine decorre dall’apertura della successione, e in caso di istituzione condizionale dal giorno in cui si verifica la condizione; il secondo comma stabilisce che il termine non corre per i chiamati ulteriori se vi sia stata accettazione da parte dei precedenti chiamati dell’eredità e successivamente il loro acquisto è venuto meno. Orbene, da un canto, va osservato che in tema di accettazione della eredità non operano gli atti interruttivi della prescrizione, attesa la natura potestativa del diritto, che si realizza con il compimento dell’atto in cui si concreta l’accettazione; d’altro lato, il termine -definito dalla legge di prescrizione – è soggetto alle cause ordinarie di sospensione e agli impedimenti legali, non ricorrendo altri fatti impeditivi del suo decorso. Certamente ha natura amministrativa l’autorizzazione, a suo tempo prevista art. 17 cod. civ. per l’accettazione di eredità ed il conseguimento di legati da parte delle persone giuridiche. Infatti, tale provvedimento diretto a rimuovere un limite posto al libero esercizio di un diritto, il quale opera “ab estrinseco”, non condiziona l’esistenza o la validità dell’indicata accettazione, ma attribuisce alla stessa efficacia “ex tunc”, con l’applicabilità, durante il procedimento promosso per ottenere detta autorizzazione, dell’art. 5 disp. att. cod. civ., il quale attribuisce alla persona giuridica la facoltà di compiere gli atti conservativi dei propri diritti. Si è rivelata erronea la sentenza laddove, facendo applicazione dell’art. 2935 cod. civ., ha ritenuto che il diritto di accettare l’eredità non potesse essere esercitato prima del passaggio in passaggio in giudicato della sentenza di accertamento della proprietà di Villa Letizia ovvero prima della individuazione del soggetto che, in quanto proprietario di tale struttura, doveva considerarsi il destinatario dell’istituzione di erede. Ma, in tal modo, i Giudici hanno dato rilevanza a quello che avrebbe potuto considerarsi eventualmente un mero impedimento di fatto che, come tale, è inidoneo a fermare il corso della prescrizione ai sensi dell’art. 2935 cod. civ. Ed invero, l’accertamento della proprietà aveva a oggetto un elemento fattuale concernente la ricostruzione della volontà testamentaria nella individuazione del soggetto istituito erede e certamente non precludeva l’accettazione da parte del soggetto che, peraltro, ne aveva rivendicato la proprietà (poi accertata giudizialmente). Non può condividersi la difforma conclusione alla quale è pervenuto il Procuratore Generale, il quale ha in proposito richiamato la sentenza n. 191 del 1983 della Corte Costituzionale sulla decorrenza del termine di cui all’art. 480 cod. civ. nel caso in cui i figli naturali ottengano la dichiarazione giudiziale di paternità successivamente all’apertura della successione. Al riguardo, va osservato che il principio affermato dalla Corte non è pertinente, posto che nella ipotesi considerata la definizione del giudizio sulla paternità incide sulla capacità a succedere prevista dall’art. 462 cod. civ., che designa le categorie dei successibili: la dichiarazione giudiziale di paternità, riconoscendo lo status giuridico di figlio naturale, rimuove una causa giuridica ostativa all’accettazione da parte di un soggetto che altrimenti non rientrerebbe fra i successibili. Gli altri motivi sono assorbiti la sentenza va cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Milano. P.Q.M. Accoglie il primo motivo del ricorso rigetta il quinto assorbiti gli altri cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Milano.
Sentenza 7 luglio – 14 ottobre 2014, n. 21687 Presidente Triola – Relatore Migliucci

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 Articolo 591
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 480
 art. 17
 sentenza 
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