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Timestamp: 2018-12-09 20:24:55+00:00

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di Marco Preve e Ferruccio Sansa, da MicroMega 4/2011 - A dieci anni dal tragico G8 di Genova, che fine hanno fatto gli agenti e i medici imputati per violenze, pestaggi, abusi e false testimonianze? Una puntuale inchiesta che ricostruisce dieci anni di impunità grazie a coperture politiche e reati prescritti. Ma i pm del pool non si arrendono e istruiscono l'ultimo processo per le botte ai pacifisti di piazza Manin. E' come un gigante con i piedi di argilla quella polizia che non ha mai chiesto scusa a Daniel Thomas Albrecht, violoncellista di Berlino che la notte del 21 luglio 2001, a Genova, nella scuola Diaz, venne, come recita il referto medico legale, «colpito con manganellate alla testa e in tutto il corpo e con calci al petto e alle gambe: trauma cranico epidurale, ferite lacero-contuse multiple, in regione parietale sinistra, occipitale sinistra e coronarica destra, contusione emitoracica sinistra, ricoverato dal 22 luglio al 1° agosto 2001, con operazione di craniotomia frontale sinistra». Non un semplice agente, nÃ© lâ€™ex capo Gianni De Gennaro o il suo successore Antonio Manganelli hanno mai chiesto scusa a Daniel e agli altri 92 ragazzi della Diaz: non solo per la Â«fredda e calcolata condotta, cinicamente perpetrata con metodo sadicoÂ» ma anche per averli calunniati e arrestati ingiustamente arrivando al punto di falsificare verbali, prove e testimonianze, come spiegano due sentenze di appello in attesa del verdetto della Cassazione.
Ma se a dieci anni di distanza dalla notte cilena e dalla vergogna di Bolzaneto, e proprio nei giorni in cui viene chiesto lâ€™ultimo rinvio a giudizio del G8, quello per la falsa testimonianza di un vicequestore, nessuno ha mai chiesto scusa, un motivo câ€™Ã¨. La polizia italiana non puÃ² fare la minima concessione ad atteggiamenti o dichiarazioni che possano incrinare quel Â«malinteso spirito di corpoÂ» che secondo i giudici della Diaz ha originato anche quella Â«scarsa collaborazione con lâ€™ufficio di procuraÂ» che altro non Ã¨ che un venir meno al proprio dovere istituzionale.
Naturalmente non Ã¨ una banale questione di cameratismo. Ãˆ una precisa scelta strategica che dopo aver dato copertura a scelte operative sbagliate, ha deciso di concederla anche agli uomini che le avevano decise e attuate, e poi di coprire i loro errori, e i reati commessi per nascondere quegli errori. Una lunga catena di eventi. E un seppur minimo cedimento rischierebbe di far crollare lâ€™intero castello. Proprio quando manca cosÃ¬ poco al colpo di spugna.
GiÃ , perchÃ© dieci anni dopo, il G8 di Genova rischia di restare totalmente impunito. A livello giudiziario e sul piano politico. E vi spieghiamo come sia potuto accadere e stia accadendo grazie a ministri e vertici del Viminale, a politici di destra e sinistra, a una parte della magistratura che ha lasciato cadere in prescrizione decine di fascicoli senza neppure aprirli, a un club di giornalisti troppo legati allâ€™epica dei Â«poliziotti simboloÂ» per ricordarsi di trattarli come Â«poliziotti imputatiÂ». Ãˆ una rete, un intreccio trasversale di interessi, amicizie e timori reverenziali che impedisce di chiedere scusa a Daniel ma Ã¨ indulgente con chi lo ha calunniato, accusato ingiustamente e gli ha spaccato le ossa.
Ma la musica non cambia per le sentenze passate in giudicato. Ricordate il volto deformato del diciasettenne romano con lâ€™occhio gonfio come un pallone, disteso a terra mentre un poliziotto in borghese sta per sferrargli un calcio in faccia e altri agenti attorno a lui guardano tranquillamente la scena? Il Â«calciatoreÂ», lâ€™ex vicedirigente Digos Alessandro Perugini per le frottole inventate per giustificare un arresto illegale Ã¨ stato condannato a un anno per falso, mentre i tre ispettori che sottoscrissero quellâ€™atto fasullo a otto mesi. Perugini ha risarcito con 30 mila euro il ragazzo e lâ€™accusa di lesioni Ã¨ rientrata mentre la prescrizione ha cancellato quelle di calunnia e arresto illegale. Perugini Ã¨ uno dei dirigenti della polizia ad Alessandria mentre gli ispettori proseguono la loro attivitÃ in uffici importanti come Digos e squadra mobile. Per tutti a livello disciplinare Ã¨ arrivato solo qualche richiamo. Tra lâ€™altro, la loro scelta di non ricorrere in Cassazione, seppur motivata dal desiderio di non protrarre oltre la vicenda giudiziaria, ha evitato che la Suprema Corte si pronunciasse sul reato di falso con il rischio, cosÃ¬, di creare un precedente per le sentenze piÃ¹ attese, quelle che riguardano gli alti funzionari condannati per lâ€™irruzione alla scuola Diaz.
Ãˆ, questo, il capitolo piÃ¹ spinoso per il ministero dellâ€™Interno. Bastano i nomi dei condannati e un loro breve curriculum a spiegare perchÃ©. Francesco Gratteri, allâ€™epoca direttore del Servizio centrale operativo, lo Sco, diventato prima questore di Bari e ora responsabile della Direzione anticrimine centrale, la Dac: la Corte dâ€™Appello di Genova lo ha condannato a quattro anni per falso. Giovanni Luperi, allâ€™epoca vicecapo dellâ€™Ucigos da cui dipendeva il controllo delle squadre Digos presenti al vertice del G8, oggi capo del Dipartimento analisi dellâ€™Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), lâ€™ex Sisde: quattro anni per falso. Gilberto Caldarozzi era il vice di Gratteri, poi ne ha preso il posto di direttore allo Sco, quindi promosso questore per merito straordinario nel 2006 quando partecipÃ² alla cattura di Bernardo Provenzano: tre anni e otto mesi per falso. Spartaco Mortola era il capo della Digos di Genova, Ã¨ stato quindi promosso a questore vicario di Torino e nellâ€™estate del 2010 mandato a Roma per seguire un corso di specializzazione, una mossa per toglierlo dai riflettori secondo alcuni, la normale procedura per conseguire lâ€™incarico di questore secondo altri. Incarico che Ã¨ stato formalizzato proprio pochi giorni fa: per lui una condanna a tre anni e otto mesi per falso. Vincenzo Canterini, che nel luglio di dieci anni fa guidava i reparti della celere e in particolare quel Nucleo sperimentale di Ponte Galeria poi disciolto, Ã¨ diventato ufficiale di collegamento con lâ€™Interpol a Bucarest: condanna a cinque anni per il reato di falso in continuazione con le lesioni gravi. La terza sezione della Corte dâ€™Appello di Genova ha condannato 25 imputati, ne ha assolto uno mentre altri due condannati in primo grado hanno ottenuto la prescrizione, complessivamente sono stati inflitti 98 anni e tre mesi di reclusione.
Non Ã¨ superfluo ricordare brevemente i fatti. Con la cittÃ devastata da due giorni di guerriglia urbana che hanno evidenziato le falle dellâ€™organizzazione della sicurezza, il governo e la polizia vogliono dare un segnale. La scuola Diaz di via Trento Ã¨ stata trasformata nella sede del Genoa Social Forum e la notte del sabato Ã¨ in realtÃ un dormitorio che accoglie ragazzi provenienti da tutto il mondo. Ma per i migliori investigatori italiani, lÃ dentro ci sono i black bloc. Si organizza la spedizione. Decine di agenti in tenuta antisommossa e con il volto coperto da illegali fazzoletti irrompono nella scuola mentre lâ€™esterno viene blindato e in cielo sorvola un elicottero. I ragazzi vengono pestati senza pietÃ e senza che uno straccio di superiore provi a fermarli. Solo uno lo farÃ , Michelangelo Fournier, vicequestore della Celere.
Ãˆ lui a lasciarsi scappare, davanti ai giudici, quella frase che in due parole racchiude il dramma del G8. Fournier durante il processo racconta di aver assistito a scene da Â«macelleria messicanaÂ». Ãˆ praticamente lâ€™unico, tra decine di uomini delle forze dellâ€™ordine ascoltati dai magistrati, ad aprire uno spiraglio nel muro che circonda la Diaz.
La storia di Fournier Ã¨ diversa dalle altre: Ã¨ lui che nella notte della Diaz, nei corridoi della scuola dove risuonano urla disumane e i muri sono imbrattati di sangue, urla: Â«Basta, bastaÂ». Ãˆ Fournier che fa uscire i suoi uomini. Ma questo dirigente della polizia dai vestiti sempre inappuntabili, dai modi gentili, non squarcia del tutto il velo, si ferma sulla soglia: sarÃ per lo shock o per lo spirito di corpo se anche Michelangelo Fournier non riesce a individuare e denunciare come era suo dovere i picchiatori in divisa?
Â«In mezzo a quellâ€™inferno, in mezzo a tutti quegli uomini con lâ€™elmetto, non si riconosceva nessunoÂ», racconterÃ agli amici.
I giudici gli hanno riconosciuto un ruolo diverso da quello degli altri dirigenti delle forze dellâ€™ordine. E perÃ² non abbastanza da assolverlo. Scrivono i magistrati di secondo grado: Â«Secondo il Tribunale, Fournier, comandante del VII Nucleo, entrÃ² nella scuola Diaz attraverso il portone centrale, subito dopo il suo sfondamento, per cui non Ã¨ possibile che, una volta allâ€™interno della scuola, non si sia reso conto di quanto stava accadendo e delle violenze che avvenivano al piano terreno nel locale adibito a palestra; se si tiene conto della complessiva durata di dette violenze, e cioÃ¨ del tempo trascorso tra lâ€™ingresso delle forze dellâ€™ordine e il grido: â€œBasta, bastaâ€, pur ammettendo che lâ€™imputato sia entrato non tra i â€œprimissimiâ€ ma comunque tra i primi, non Ã¨ invero possibile che nei minuti trascorsi non abbia visto ciÃ² che stava avvenendo. Lo stesso Fournier ha ammesso di aver notato, seppure â€œcon la coda dellâ€™occhio in quei momenti di trambustoâ€, che al piano terreno â€œcâ€™era una persona anziana che era stata picchiataâ€. Fournier, dunque, diede ai suoi uomini lâ€™ordine di uscire e gridÃ²: â€œBasta!â€ soltanto dopo aver visto le gravi condizioni in cui versava Melanie Jonasch [studentessa ventottenne dellâ€™universitÃ di Berlino], che gli fecero temere la possibilitÃ di eventi di particolare gravitÃ . Osserva ancora il primo giudice che lâ€™ordine di uscire dallâ€™edificio venne sentito ed eseguito da tutti i suoi uomini, circostanza che conferma il costante collegamento tra gli appartenenti al VII Nucleo e il fatto che il precedente silenzio da parte di Fournier, mentre le violenze venivano commesse in tutti i piani della scuola, non poteva valere che come conferma dellâ€™accordo esistente di non denunciare eventuali eccessi commessi durante lâ€™operazione. Viene, pertanto, affermata la responsabilitÃ dellâ€™imputato in ordine al reato di cui Ã¨ accusato, con lâ€™eccezione delle lesioni in danno di Heglud Cecilia, che ha escluso di essere stata colpita. Ritenute sussistenti circostanze attenuanti generiche, prevalenti sulle contestate aggravanti, sia per lâ€™incensuratezza sia in considerazione della situazione di stress e di stanchezza in cui maturarono i fatti sia perchÃ© Fournier fu lâ€™unico a intervenire per far cessare le violenze, anche se poi omise di denunciarle, la pena base Ã¨ stata determinata [â€¦] alla misura finale di anni 2 di reclusione [â€¦] sono stati concessi i doppi beneficiÂ».
Colpisce quella frase dei magistrati: Â«Fu lâ€™unico a intervenire per far cessare le violenzeÂ». Colpisce non tanto lâ€™atteggiamento di Fournier, quanto la sua unicitÃ . E, perÃ², la storia dellâ€™allora dirigente del VII nucleo Ã¨ esemplare: poliziotto, secondo le parole dei magistrati, che pare sospeso tra due fedeltÃ , alla legge e al proprio corpo. Che alla Diaz, invece di tutelare la legge, la calpestÃ².
Fournier Ã¨ stato condannato, ma come tanti altri ha ottenuto la prescrizione. Adesso sta aspettando la sentenza della Cassazione che, mantenendo ferma la prescrizione in caso di condanna, potrebbe ancora annullare la sentenza di secondo grado.
Ma lâ€™unicitÃ del comportamento di Fournier che effetti ha avuto? E qui la storia del dirigente del VII nucleo ci racconta un altro almeno apparente paradosso. Â«Non ha avuto nessuna progressione di carriera. Ãˆ funzionario addetto alla Direzione centrale antidrogaÂ», raccontano i suoi colleghi. Aggiungono: Â«Insomma, nessun pregiudizio, ma Ã¨ in una posizione di stalloÂ». A differenza di altri condannati che non hanno urlato Â«bastaÂ», che non hanno parlato di Â«macellerie messicaneÂ» e che invece hanno fatto brillanti carriere.
I superiori di Fournier, tra i quali acclamati cacciatori di mafiosi, terroristi e narcotrafficanti non si accorsero di nulla. E cosÃ¬ firmarono verbali di arresto poi sbriciolati al primo passaggio davanti ai gip, e asseverarono il ritrovamento di prove fasulle come quelle due bottiglie molotov che dentro la scuola fu proprio un loro collega â€“ il vicequestore Pietro Troiani â€“ a portare in un sacchetto che passÃ² di mano in mano, dalla truppa ai graduati.
Il fatto Ã¨ che si puÃ² ipotizzare, in base alle motivazioni della sentenza, che quel blitz avesse scarsissime, se non nulle, fondamenta investigative.
La Corte dâ€™Appello formata dai giudici Salvatore Sinagra, Francesco Mazza Galanti e Giuseppe Diomedea lo spiega cosÃ¬:Â« Si doveva riscattare lâ€™immagine della polizia che nei giorni precedenti era sembrata inerte di fronte ai gravissimi episodi di devastazione e saccheggioÂ», e la Diaz diventa cosÃ¬ il bersaglio di quella Â«finalitÃ mediatica dellâ€™operazione che si intendeva perseguireÂ». Con un solo scopo: Â«procedere in ogni caso agli arrestiÂ». Il risultato Ã¨ Â«unâ€™operazione disastrosaÂ». Val la pena sottolineare il passaggio della sentenza dedicato al primo brutale pestaggio, quello di Mark Covell, giornalista inglese che si trova davanti al cancello della Diaz allâ€™arrivo dellâ€™antisommossa: Â«Gli autori di tale vile massacro, [â€¦] condotte violente sadicamente ripetute fino alla perdita dei sensi di Covell nellâ€™indifferenza generale di tutti i funzionari e dirigenti ivi presentiÂ».
La conclusione Ã¨ un marchio dâ€™infamia internazionale per la polizia italiana: Â«Lâ€™ enormitÃ di tali fatti, che hanno gettato discredito sulla nazione agli occhi del mondo interoÂ», scrivono i giudici, Â«non rende seriamente rintracciabile alcuna circostanza attenuante genericaÂ».
Ma sono parole che non smuovono di un pelo lâ€™indifferenza del governo e dei politici, quelli di destra e quelli di sinistra. Il capo della polizia Antonio Manganelli e il ministro dellâ€™Interno Roberto Maroni spiegano che i condannati hanno la loro fiducia e che bisogna attendere la Cassazione prima di compiere qualsiasi passo. A sinistra non sono da meno. Addirittura saranno ancor piÃ¹ solleciti quando sarÃ la volta di Gianni De Gennaro a essere condannato, anche lui in appello, per istigazione alla falsa testimonianza. Secondo i giudici dâ€™appello De Gennaro (un anno e quattro mesi, il coimputato Spartaco Mortola un anno e due mesi) convinse lâ€™allora questore di Genova Francesco Colucci a modificare la sua deposizione di teste nel processo per i fatti della Diaz per allontanare i sospetti sul ruolo realmente avuto nella gestione, seppur a distanza, dellâ€™operazione Diaz dallâ€™attuale capo dei servizi segreti italiani. Diversamente da quanto dichiarato a caldo in commissione parlamentare, nella sua deposizione Colucci spiegÃ² ai giudici che la presenza a Genova del capo ufficio stampa della polizia, Roberto Sgalla, era stata decisa da lui e non, come precedentemente sostenuto, dal Â«capoÂ» come lo chiamava nelle intercettazioni telefoniche. La Corte dâ€™Appello poi ha spiegato che De Gennaro aveva Â«con evidenza lâ€™interesse a non far trapelare un suo diretto coinvolgimento nella vicenda DiazÂ» alterando Â«lâ€™accertamento dei fatti, delle loro modalitÃ e delle responsabilitÃ politiche e penali dei fatti posti in essere durante lâ€™operazione DiazÂ». Eppure, di fronte a una sentenza che parla di scaricabarile la sinistra alza gli scudi. Andrea Orlando, responsabile giustizia Pd chiede di aspettare la Cassazione prima di decidere la sorte di un Â«funzionario di riconosciute qualitÃ Â», mentre i due ex prefetti Achille Serra e Luigi De Sena, anche loro Pd, sono ancora piÃ¹ decisi: Â«Invitiamo il sistema mediatico e quello politico a non giungere a condanne definitive sulla persona e sul suo lavoro come servitore dello Stato anzitempoÂ». Peccato che Serra non abbia mai spiegato il significato di una telefonata. Quella intercettata dagli inquirenti quando chiama Colucci dopo la clamorosa ritrattazione e gli dice: Â«Hai salvato quel maiale schifoso, dice che De Gennaro ti ha ringraziatoÂ». Probabilmente Ã¨ il gergo dei prefetti. Lâ€™unico a chiedere le dimissioni di De Gennaro, in perfetta solitudine, Ã¨ lâ€™europarlamentare Idv e oggi neosindaco di Napoli Luigi de Magistris. Per il resto tutti ad attendere il pronunciamento divino della Cassazione.
Eppure, per la politica e la storia non ci sarebbe stato bisogno neppure di una sentenza. Sarebbero bastati i processi e quella impressionante e drammatica sfilata di testimonianze a dire che tutta la violenza sfogata quella notte contro degli inermi e innocenti era vera, reale, sanguinosa. E che tutte quelle prove raccolte e quelle accuse sottoscritte e firmate appartenevano solo a un copione mediatico, scritto malamente e ancor peggio interpretato. E che i massimi rappresentanti della polizia non potevano uscirsene solo con silenzi e scaricabarile su Â«qualche mela marciaÂ» e sullâ€™eccesso di testosterone dei celerini. E sarebbe toccato soprattutto alla sinistra evidenziare queste contraddizioni. Invece, Luciano Violante, ex magistrato, una vita in parlamento prima col Pci, poi con il Pds e infine presidente della Camera con i Ds, quando decide di rompere il silenzio sui fatti di Genova e sullâ€™avviso di garanzia a De Gennaro (Ã¨ il 2007 e il prefetto si Ã¨ appena dimesso da capo della polizia, ma poco tempo dopo salirÃ al vertice dellâ€™intelligence) ecco che cosa dice alla Stampa nel momento di massimo isolamento per i pm genovesi Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini: Â«Da sei anni la magistratura di Genova sta indagando e non ha mai trovato nulla nei confronti del capo della polizia; adesso lâ€™avviso di garanzia per una vicenda diversa che francamente mi sembra poco credibile. Non posso immaginare che il capo della polizia dica a un questore di dichiarare il falso allâ€™autoritÃ giudiziaria. Mi sembra si sia trattato di un eccesso di zelo inquisitorioÂ».
Provate per un attimo a immaginare: le stesse parole pronunciate da Silvio Berlusconi. Non sarebbero stati spesi fiumi dâ€™inchiostro in articoli e interrogazioni parlamentari per stigmatizzare lâ€™attacco allâ€™indipendenza della magistratura? Invece il disprezzo di Violante non produce nulla. Nemmeno una riga tre anni dopo per sottolineare che forse come inquirente Ã¨ un poâ€™ arrugginito. Ma dâ€™altra parte câ€™Ã¨ una spiegazione per le posizioni di Violante che fu il primo oppositore a una commissione parlamentare dâ€™inchiesta sul G8. Il motivo Ã¨ il Â«complesso dello sbirroÂ» che perseguita la sinistra e soprattutto gli ex membri del Pci. Se fino agli anni Ottanta il rapporto dei comunisti con la legalitÃ e le forze di polizia Ã¨ stato sempre problematico, oggi sembra che per non rischiare di apparire dei pericolosi sovversivi si debbano tollerare abusi e violazioni dei diritti come per mondarsi del peccato originale.
Per Violante e buona parte della sinistra a Genova sono sÃ¬ accadute torture, violenze e pestaggi, ma quando si deve sporcarsi le mani e cercare i colpevoli sembra che allâ€™origine non vi siano atti e scelte di singoli uomini, bensÃ¬ disorganizzazione e pressappochismo.
Dâ€™altra parte, questo Â«deboleÂ» di una consistente parte della sinistra per quelle divise un tempo tanto odiate, dieci anni fa era cosa nota anche ai vertici della stessa polizia.
Ãˆ significativo un dettaglio dellâ€™interrogatorio a cui, il 16 dicembre del 2002, si sottopone in qualitÃ di testimone lâ€™allora vice capo della polizia Antonio Manganelli che nei giorni del vertice si trovava a Roma. I pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini vogliono chiarimenti circa le decisioni gerarchiche riguardanti il blitz, non sapere chi fossero i suoi ospiti e le loro analisi politiche. Tantâ€™Ã¨, Manganelli trova il modo di dire che lui poche ore prima dellâ€™irruzione nella sede del Genoa Social Forum si trovava nella sua abitazione con Giuseppe Caldarola, giÃ direttore dellâ€™UnitÃ e in quei giorni deputato Ds mentre oggi Ã¨ un collaboratore del Riformista. Insomma, in quei giorni câ€™era chi parlava di polizia fascista e Â«notte cilenaÂ» ma il futuro capo della polizia discorreva con il deputato ex comunista degli scontri di strada e Manganelli, rivolto ai due pm, aggiunge Â«e lâ€™intellettuale impegnato mi faceva notare â€œma tu guarda che rischi di tornare dieci anni indietroâ€ e non câ€™era stata ancora la Diazâ€¦Â».
Anche se le sue amicizie politiche non interessavano agli inquirenti, in quellâ€™interrogatorio, perÃ², il prefetto si lasciava andare a uno sfogo che, riletto nove anni dopo appare come una roboante dichiarazione dâ€™intenti a cui non sono seguiti fatti concreti. La questione affrontata Ã¨ quella delle due molotov che la polizia indicÃ² come Â«armiÂ» nelle mani dei black bloc salvo poi scoprire con tanto di confessione da parte dei due responsabili che furono proprio dei poliziotti a introdurle nella scuola di nascosto a Â«macelleria messicanaÂ» terminata.
Â«Mi Ã¨ sembratoÂ», dice Manganelli, Â«che alla perquisizione Diaz ci fossero un poâ€™ troppi generali senza contestuale distribuzione di compiti e di livelli di responsabilitÃ â€¦ poi tutto va storicizzatoâ€¦ debbo dire che la cosa che mi ha colpito di piÃ¹ in assoluto, che non riesco a digerire Ã¨ la provenienza illegale delle molotov. PerchÃ© guardi, io ne ho viste tante, mi spiace dirlo al registratore, ma ne ho anche fatte tanteâ€¦ situazioni complicate difficiliâ€¦ la Uno Bianca, le stragi a Palermo, i sequestri a Nuoroâ€¦ ma la bustina in tasca allo spacciatoreâ€¦ insomma lâ€™avevo vista nei film ma non credevo potesse succedereÂ». Il fatto Ã¨ che la bustina non era stata messa in tasca a uno spacciatore ma in quelle di 93 ragazzi colpevoli solo di essere manifestanti. Dieci anni dopo il mondo attende ancora di sapere cosa intenda fare Manganelli alle Â«manineÂ» che hanno infangato il nome dellâ€™Italia e delle migliaia di poliziotti onesti.
Comunque sia Luciano Violante puÃ² stare tranquillo. La commissione dâ€™inchiesta parlamentare non Ã¨ stata fatta e la quasi totalitÃ dei reati â€“ calunnia, lesioni non gravi, abusi vari â€“ contestati ai poliziotti della Diaz cosÃ¬ come agli imputati di Bolzaneto sono stati spazzati dalla prescrizione. Restano in piedi le lesioni gravi, che perÃ² vanno in prescrizione dopo dieci anni e sei mesi (gennaio 2012) e i falsi che di anni ne prevedono dodici e mezzo (gennaio 2014). Se si considera che a maggio la sentenza Diaz non era ancora partita per la Cassazione, si ha la certezza che anche le lesioni gravi saranno prescritte mentre per i falsi eventuali intoppi o ritardi tecnici potrebbero dare il colpo di spugna. Ancora minori le possibilitÃ di anticipare i tempi della prescrizione per Bolzaneto â€“ i reati contestati dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati erano abuso dâ€™ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autoritÃ nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dellâ€™ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dellâ€™uomo e delle libertÃ fondamentali â€“ visto che quasi tutti sono giÃ estinti e che le motivazioni della sentenza dâ€™appello sono state depositate solo ad aprile di questâ€™anno.
Ma il processo Bolzaneto ci dimostra che oltre al Viminale anche altri organismi hanno steso un velo sulle azioni dei propri appartenenti. Ricordate Giacomo Toccafondi? Ãˆ uno dei quattro medici condannati perchÃ© partecipi di quel delirio di violenze, sopraffazioni, umiliazioni e libero sfogo alle inclinazioni nazifasciste di troppi poliziotti e agenti penitenziari. Un luogo di Â«orrore percepitoÂ» a tal punto che, scrivono i giudici, Â«lo shock di questa esperienza fu tale per cui a molte donne iniziÃ² il ciclo [mestruale], prima del ritmo naturaleÂ». Toccafondi, prescritto anche lui, ma che dovrÃ rispondere civilmente delle accuse, per la Corte di Appello Ã¨ stato un medico Â«che anzichÃ© lenire la sofferenza delle vittime di altri reati, lâ€™aggravÃ², agendo con particolare crudeltÃ su chi, inerme e ferito, non era in grado di opporre alcuna difesa, subendo in profonditÃ sia il danno fisico, che determina il dolore, sia quello psicologico dellâ€™umiliazione causata dal riso dei suoi aguzziniÂ».
Il dottore che Â«visitavaÂ» in mimetica non ha subÃ¬to nessuna conseguenza per la sua vicenda giudiziaria. Lâ€™Ordine dei medici? Nessun provvedimento. Ma ancor piÃ¹ sorprendente Ã¨ che lâ€™Asl3 genovese di cui Toccafondi Ã¨ un dirigente medico, non solo lo abbia inviato, nel 2004, a fare il capo del Medical Service in Kosovo al seguito dellâ€™esercito, ma nel 2010, lo stesso anno della condanna, gli abbia riconosciuto, oltre allo stipendio, la cosiddetta Â«retribuzione di risultatoÂ» ossia il premio per il conseguimento degli obiettivi, pari a 4.548,79 euro.
Ma câ€™Ã¨ un altro lungo elenco di appartenenti alle forze dellâ€™ordine che non subiranno mai nessuna conseguenza per gli abusi del G8. La loro storia Ã¨ strettamente intrecciata ad alcune centinaia di fascicoli fantasma. Non perchÃ© siano impalpabili o invisibili ma piuttosto perchÃ© sembrano essersi volatilizzati nei corridoi del palazzo di giustizia di Genova. Va qui smentito un altro luogo comune. A fronte di un pool di sostituti procuratori che indagÃ² tra mille difficoltÃ e pressioni esterne, spesso con il parere contrario dei propri superiori (nel libro Lâ€™eclisse della democrazia di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci i pm Enrico Zucca e Patrizia Petruzziello rievocano la proposta di un patto indecente rifiutato: Â«Arriva dalla polizia una richiesta esplicita, una sorta di patto: voi rinunciate ad andare a fondo nelle inchieste sulla polizia, noi facciamo altrettanto nelle indagini sui manifestanti. La proposta Ã¨ decisamente rifiutataÂ») nel complesso le vicende del G8 non ottengono la stessa attenzione dagli altri magistrati.
Uno degli episodi piÃ¹ scandalosi Ã¨ senza dubbio quello che riguarda due alti funzionari di polizia e due ufficiali dei carabinieri. Il 14 dicembre del 2007, nella parte conclusiva della sentenza che condanna a durissime pene i 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, il dispositivo firmato dal presidente del Tribunale Marco Devoto e dal giudice estensore Emilio Gatti ordinava la Â«trasmissione degli atti al pubblico ministero in sede per il reato di cui allâ€™articolo 372Â». Falsa testimonianza. I quattro erano testi dellâ€™accusa sostenuta dai pm Anna Canepa (oggi alla Direzione nazionale antimafia) e Andrea Canciani. Si trattava di Angelo Gaggiano, vicequestore che nel 2001 era il comandante del servizio di ordine pubblico, quello che guidava i reparti di guardia alla zona rossa in via Tolemaide, dove cominciÃ² tutto, dove per capirci iniziarono gli scontri che portarono allâ€™uccisione di Carlo Giuliani; Mario Mondelli, attualmente questore di Biella, allâ€™epoca uno dei capi della celere (sostituÃ¬ Vincenzo Canterini alla guida del Reparto Mobile di Roma); il capitano Antonio Bruno e il tenente Paolo Faedda, il primo comandante, il secondo suo collaboratore, del battaglione Lombardia che fu il primo contingente dellâ€™Arma a partire allâ€™assalto del corteo delle tute bianche.
Secondo i giudici, nel corso delle udienze, nel 2004, i quattro testi avevano mentito. Si badi bene che a dirlo non erano i Â«pm comunistiÂ» o le Â«toghe no globalÂ» per dirla alla Berlusconi, bensÃ¬ proprio quei giudici del Tribunale che avevano avuto mano pesante con i presunti black bloc.
Nella sentenza i giudici sottolineavano le pesanti contraddizioni di Gaggiano che avrebbe riferito situazioni alle quali non era in grado di avere assistito: Â«Questa parte delle dichiarazioni di Gaggiano non Ã¨ attendibile. [â€¦] La circostanza che abbia voluto mantenere ferma la propria deposizione nonostante i diversi elementi di segno contrario [â€¦] non Ã¨ un mero errore nel ricordo ma indizio della volontÃ di riferire un elemento diverso dal veroÂ». Allâ€™allora vicequestore Mondelli, che coordinava il battaglione dei carabinieri, e agli ufficiali dellâ€™Arma Bruno e Faedda i giudici di Genova contestano la falsa testimonianza poichÃ© sostennero di non essersi mai accorti che molti carabinieri della truppa impugnavano non i manganelli regolamentari, i tonfa, bensÃ¬ tubi di ferro e altri sfollagente non consentiti come dimostrato dalle indagini difensive del supporto legale. Â«Non pare credibileÂ», scrivono i giudici, Â«che Faedda non si sia accorto dellâ€™arma impropria come da lui dichiarato alla visione di queste immagini. Non diverse considerazioni devono essere svolte per le analoghe asserzioni di Mondelli e BrunoÂ». Dei bugiardi, insomma, secondo i giudici. La procura, i pm Canepa e Canciani o chi per loro, avrebbero dovuto verificare se le supposizioni dei colleghi del tribunale fossero corrette. Ma il tempo passÃ², i due magistrati vennero trasferiti ad altri incarichi e il fascicolo sui poliziotti e i carabinieri presunti bugiardi Ã¨ finito in prescrizione senza neppure una convocazione, un atto che potesse interromperla. Un suicidio giudiziario.
Ripetuto per decine, forse quasi duecento volte. A tanto ammontano infatti i numeri di fascicoli per gli arresti di strada. Tutti manifestanti che vennero bloccati per strada e che i giudici scarcerarono allâ€™udienza di convalida perchÃ© i verbali di arresto erano incompleti, pasticciati. In molti casi palesemente falsi. E per questa ragione ogni volta che un gip rilevava palesi incongruenze trasmetteva gli atti alla procura perchÃ© procedesse contro il poliziotto, il carabiniere o il finanziere autore dellâ€™arresto illegale. Tutti graziati da una procura che lasciÃ² morire questi fascicoli scomodi.
La mattina del 20 luglio 2001 in piazza Manin un drappello della celere che inseguiva i black bloc irruppe in mezzo al presidio piÃ¹ innocuo di tutto il summit: Rete Lilliput, cattolici veneti, molti dei quali pensionati. Senza un motivo, a freddo vennero pestati dagli agenti dellâ€™antisommossa. Tra questi, anche due ragazzi spagnoli che in un momento di calma si avvicinarono con le mani alzate a un gruppo di agenti per chiedere di poter passare. Manganellati senza pietÃ . Il pm Francesco Cardona Albini dopo lâ€™assoluzione di primo grado ha ottenuto, nel luglio del 2010, la condanna in appello per quattro poliziotti di Bologna responsabili di quellâ€™ennesimo pestaggio. Per ognuno di loro la pena Ã¨ stata di quattro anni per falso ideologico in atto pubblico nel verbale dâ€™arresto. Scrivono i giudici dellâ€™appello: Â«Ãˆ falsa la circostanza secondo cui gli arresti dei due spagnoli sarebbero avvenuti in un contesto di scontri tra manifestanti e polizia. Dai filmati si vede benissimo come gli arrestati si siano diretti a mani nude contro i blindati della poliziaÂ». A sostegno della tesi dello scontro vi fu la deposizione, in aula, dellâ€™ex comandante del Reparto Mobile di Bologna, il vicequestore Massimo Cinti, poi promosso al commissariato di Imola. Secondo i giudici la sua fu una falsa testimonianza e trasmisero gli atti alla procura perchÃ© lo indagasse. Il pm Cardona Albini, a differenza di altri suoi colleghi, il fascicolo non lo sopprime e cosÃ¬, proprio in questi giorni, per il vicequestore Cinti sta per arrivare la richiesta di rinvio a giudizio. Se il gip accetterÃ la tesi della procura il suo sarÃ lâ€™ultimo processo del G8. Avrebbero potuto essercene molti altri. Uno su tutti, una vicenda che ha dellâ€™incredibile e che Ã¨ bene ricordare affinchÃ© non venga trattata dagli storici come un evento di secondo piano. Pensate che il famoso verbale di arresto, quello sottoscritto in fretta e furia da funzionari in cerca di gloria la notte della Diaz e poi trasformatosi in un elemento decisivo per le condanne per falso, bene quel documento porta in calce quattordici firme, tutte identificate tranne una che non Ã¨ mai stato possibile decifrare. Un poliziotto che i pm, attraverso i filmati, avrebbero individuato in un agente in borghese con un particolare anatomico piuttosto evidente: una lunga coda di cavallo. Bene. O costui era un infiltrato dei black bloc, o le capacitÃ investigative dei super poliziotti hanno fatto cilecca quando si Ã¨ trattato di dover identificare Â«uno di loroÂ», oppure non resta che pensare male. Comunque voi la pensiate, nessuno dei tredici firmatari condannati ha riconosciuto il Â«collegaÂ» che quella sera, con calligrafia illeggibile, firmÃ² assieme a loro il verbale, nessuno vedendo i filmati ha saputo o voluto ipotizzare almeno a quale reparto appartenesse. Resta solo un passaggio della sentenza di secondo grado: Â«Il procuratore generale ricorda che nessuno dei colleghi della polizia ha voluto concorrere a identificare, neppure a posteriori, il poliziotto dalle caratteristiche assai peculiari (acconciatura dei capelli a â€œcoda di cavalloâ€) che Ã¨ stato ripreso mentre infieriva su una persona ferma, inerme ed arresa; ricorda anche che nessuno dei colleghi della polizia ha voluto concorrere a identificare, neppure a posteriori, il poliziotto che ha firmato con la sigla i verbali di arresto di cui allâ€™imputazioneÂ».
Ma se questa Ã¨ stata una missione impossibile per i suoi uomini, il prefetto Manganelli avrebbe almeno potuto cavarsela con una sanzione disciplinare, simbolica perlomeno, per unâ€™altra protagonista di uno degli episodi piÃ¹ ripugnanti del G8. Quella poliziotta in servizio al 113 che il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani trova modo di scherzarci sopra con un collega. Anche per lei, nessuna conseguenza.
Eppure la prova era certa perchÃ© arrivava dalle registrazioni della centrale operativa. Ore 21,57 del 21 luglio 2001, poco prima dellâ€™assalto alla Diaz un funzionario chiama via radio la centrale e parla con la collega: Â«Ho visto tutti â€™sti balordi, queste zecche del cazzoâ€¦ comunqueâ€¦Â». La poliziotta rilancia con una battuta sconcertante: Â«Speriamo che muoiano tuttiâ€¦ Tanto uno giÃ va beh e gli altriâ€¦ 1-0 per noiâ€¦ tanto siamo solo sul 113 e registrano tuttoÂ». Tutto Ã¨ registrato in effetti, ma chi se ne frega, dieci anni fa câ€™era chi aveva giÃ capito che lâ€™impunitÃ per i fatti del G8 non era una speranza. Era una promessa.

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e contrario
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