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Timestamp: 2018-06-18 21:31:02+00:00

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Autovelox, che differenza c’è tra verifica di funzionamento, taratura e omologazione?
Autovelox, una sentenza del giudice di pace specifica la differenza tra verifica di funzionamento, taratura e omologazione.
Non bisogna confondere la verifica di funzionamento di un autovelox con la sua taratura e omologazione. E’ quanto chiarisce il Giudice di Pace di Benevento nella recente pronuncia n. 944/2017.
In particolare, il Giudice afferma che “la verifica di funzionamento non va confusa con la taratura e l’omologazione né queste ultime possono sostituire o comprendere il controllo”.
Autovelox, importanza della verifica di funzionamento
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9645/2016, ha fatto propria la decisione n. 113/2015 della Corte Costituzionale. Le due Corti hanno infatti stabilito il principio secondo il quale tutte le apparecchiature di misurazione della velocità devono essere periodicamente sottoposte a verifica di funzionamento e taratura.
Un automobilista si è rivolto al Giudice di Pace di Benevento sostenendo che era stato sanzionato a seguito di un accertamento di velocità. L’accertamento era stato effettuato con un’apparecchiatura Autovelox 106 non sottoposta a idonea procedura di verifica del funzionamento.
Il Giudice di Pace ha dato ragione all’automobilista.
Si legge infatti in sentenza che “l‘assenza di tale verifica rende qualsiasi apparecchiatura elettronica inattendibile e non idonea a provare la fondatezza dell’accertamento amministrativo“. E, inoltre, all’amministrazione non basta produrre il certificato di taratura.
Ciò perché “da quanto statuito risulta, dunque, un complesso sistema di controlli – preventivi, in corso di utilizzazione e successivi – tale da garantire il cittadino assoggettato all’accertamento da quelle disfunzioni nelle apparecchiature che, ove insuscettibili di verifica, potrebbero determinare quelle lesioni al diritto di difesa del cittadino stesso ed alla legittimità dell’azione amministrativa“.
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Negli incidenti stradali il danno subito da un’auto va integralmente risarcito, anche se supera il valore di mercato della vettura?
Una sentenza innovativa. Il Giudice di Pace di Vibo Valentia, il dottor Ilario Giuseppe Longo, ha stabilito che la provincia dovrà liquidare un automobilista per un danno causato da una buca. La novità è che questo risarcimento, dovrà avvenire integralmente. A prescindere dal reale valore di mercato della vecchia vettura.
La sentenza offre sicuramente uno spunto di riflessione per quanti siano rimasti vittima di incidenti stradali. Nel caso di specie, il Giudice di Pace ha motivato la propria decisione, spiegando che “nella determinazione del danno si deve preferire un criterio soggettivo che tenga conto del rapporto tra il bene medesimo e la sua utilizzazione economica”. Dunque, oltre al valore di mercato, si deve tenere in considerazione il valore d’uso di un mezzo.
Secondo il GdP “il risarcimento del danno in forma specifica si giustifica per l’infungibilità del bene danneggiato”. Una considerazione che è anche figlia di un “condiviso indirizzo che – si legge nelle motivazioni della sentenza – trae fondamento da un’accezione della nozione di patrimonio, inteso non solo come un insieme di beni, ma soprattutto di valori e utilità”.
Il risultato è che la provincia di Vibo Valentia è chiamata a risarcire il proprietario che ha subito un grave danno alla propria auto. La cifra che gli verrà corrisposta, lo deve infatti mettere in condizione di effettuare una legittima scelta: riparare l’automobile oppure tenere la somma ottenuta, eventualmente, ma non necessariamente, per acquistarne un’altra.
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Telefonia, risarcimento del danno se il gestore attiva servizi non richiesti
Il cliente può richiedere, oltre alla liquidazione delle somme indebitamene sottratte, anche il risarcimento del danno non patrimoniale derivante dal disagio subito
La mancata attivazione di servizi telefonici richiesti dagli utenti, così come, d’altro canto, l’attivazione di servizi non richiesti, hanno arricchito negli ultimi anni la giurisprudenza di sentenze che hanno sancito il riconoscimento a favore dei clienti del danno non patrimoniale derivante da inadempimento contrattuale o dall’illiceità del comportamento tenuto dalla gestore ai sensi della normativa in materia di privacy e di contratti a distanza.
In entrambe le fattispecie i giudici di merito hanno ritenuto di dover risarcire il pregiudizio non patrimoniale patito dagli utenti e consistente ad esempio, nel non aver usufruito del servizio per un lungo periodo, nell’aver dovuto sollecitare la società telefonica affinché adempiesse all’impegno assunto, oppure nell’aver subito condizioni di disagio, frustrazione o stress legate alla posizione dominante dell’azienda telefonica.
E’ quanto avvenuto al cliente di una compagnia telefonica che ha chiamato in causa davanti al Giudice di Pace di Roma il proprio gestore di telefonia fissa per ottenere la restituzione della somma da questi indebitamente percepita per l’attivazione non autorizzata del servizio di preselezione automatica e contestuale disattivazione dello stesso servizio da parte di un altro gestore. L’utente chiedeva inoltre il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti a causa del comportamento illegittimo della controparte.
Nel corso del giudizio il gestore aveva comunicato di aver provveduto a restituire le somme indebitamente trattenute, ritenendo tuttavia di non dover offrire ulteriori cifre per le altre voci di danno richieste. Il cliente, tuttavia, aveva prodotto in sede di istruttoria la prova di avere più volte richiesto in via stragiudiziale la restituzione delle somme dovute oltre ad aver dovuto attendere a lungo il ripristino della situazione per poter riattivare la preselezione automatica con l’operatore telefonico prescelto. Il Giudice di Pace, con sentenza n. 2774/2004 gli dava quindi ragione, condannando la compagnia telefonica al risarcimento dei danni non patrimoniali patiti.
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Giudici di pace in sciopero, 150 mila processi a rischio
Dal 19 al 22 dicembre i giudici di pace scioperano per chiedere stabilizzazione, sono 150 mila i processi a rischio
Dopo le agitazioni dello scorso novembre i giudici di pace tornano a scioperare per quattro giorni. A rischio, fa sapere l’Unione Nazionale dei giudici di pace che ha organizzato la protesta, è la celebrazione di 150mila processi, penali e civili.
La mobilitazione ha lo scopo di sollecitare il governo Gentiloni all’immediata approvazione di un decreto legge che sani “le violazioni comunitarie ed internazionali contestate dalle più alte autorità europee”. Ossia, i giudici di pace chiedono che gli vengano riconosciuti la continuità del servizio, la previdenza, l’assistenza sociale in caso di malattia, maternità o infortuni, le ferie e un compenso dignitoso che ne garantisca l’indipendenza.
Si legge nella nota dell’Unagipa “l’Europa ha già chiesto all’esecutivo italiano di intervenire con urgenza per sanare le tante violazioni del diritto comunitario ed internazionale perpetrate a danno dei giudici di pace, dapprima con l’avvio di una procedura preliminare di infrazione per violazione della direttiva comunitaria sul lavoro a tempo determinato da parte della Commissione Europea, ora investita anche dal Parlamento Europeo, da plurime petizioni ed interrogazioni a risposta scritta, di recente con la decisione del Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa, che ha condannato l’Italia per violazione della Carta Sociale Europea”.
Secondo i giudici di pace, l’avvio della procedura di infrazione contro il nostro paese costerebbe “miliardi di euro di risarcimenti e sanzioni che graverebbero sul popolo italiano”, mentre l’ascolto delle loro richieste eviterebbe di infrangere ulteriormente la normativa europea.
E sono gli stessi giudici di pace a starsi muovendo sul fronte giudiziario: in 300 infatti si sono rivolti al Tar Lazio per chiedere la stabilizzazione e, promettono, è in arrivo l’avvio di centinaia di azioni. Perché, dichiarano i giudici, non vogliono più essere i precari e i lavoratori in nero della giustizia.

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