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Timestamp: 2020-02-18 04:32:15+00:00

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Non si può frazionare la tutela giurisdizionale derivante da un unico fatto illecito • IUSinAction
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Il caso. F.G. conveniva, davanti al tribunale di Lucca, il Comune di Lucca chiedendone la condanna al risarcimento dei danni alla persona subiti in occasione del sinistro stradale in cui aveva riportato, oltre al danno materiale al proprio ciclomotore, anche lesioni personali.
Il Tribunale e la Corte d'appello rigettavano le richieste attoree, sul presupposto che da un unico fatto illecito non potevano derivare più giudizi.
La decisione. La Suprema Corte, con la pronuncia n. 28286/11, ha aderito alle tesi e alle argomentazioni espresse dai giudici di merito.
Il punto nodale della quaestio iuris sottesa alla fattispecie de qua risiede proprio nella struttura unitaria dell'illecito, le cui conseguenze dannose si erano già definitivamente verificate al momento dell'instaurarsi del primo giudizio.
Da ciò consegue come la proposizione di più cause relative al risarcimento delle singole voci di danno, derivanti dallo stesso fatto illecito, comporti una violazione del generale canone di buona fede e correttezza, operante anche in sede processuale.
Infatti, non bisogna mai dimenticare come, oltre al danneggiato, esista altresì una controparte, i cui interessi meritano “un'equilibrata tutela, senza consentirne alterazioni ad opera del danneggiato-creditore, con il prolungamento ed i costi ulteriori di una inutile duplicazione dell'azione processuale per i danni conseguenti ad unico fatto illecito”.
Tale “disarticolazione” della tutela giurisdizionale si risolve, quindi, a parere della Suprema Corte, in un abuso dello strumento processuale, che non può essere consentito nemmeno nel caso (come quello in questione) in cui il danneggiato abbia, nel primo giudizio, fatto espressa riserva di far valere ulteriori voci di danno in un successivo procedimento.
Sentenza 22 dicembre 2011, n. 28286
Ad eguale conclusione perveniva la Corte d'Appello che, con sentenza del 29.4.2009, rigettava l'appello proposto dal F.
I motivi rispettano i requisiti richiesti dall'art. 366 bis c.p.c.
Che è ciò che si verificherebbe con il consentire la “parcellizzazione” della tutela processuale dell'azione extracontrattuale per i danni materiali e personali da circolazione stradale, davanti al giudice di pace ed al tribunale in ragione delle rispettive competenze per valore, quando le conseguenze dannose derivanti dal fatto illecito si siano puntualmente e definitivamente verificate.
Con la violazione anche della finalità deflattiva insita nella norma costituzionale dell'art. 111, per il paradosso esistente tra la moltiplicazione dei processi e la possibile limitazione della relativa durata.
Nel caso in esame, i criteri identificativi della domanda erano gli stessi, il rapporto era identico, il fatto illecito generatore del danno era unico e le sue conseguenze dannose si erano definitivamente verificate, sia in rapporto alle conseguenze
materiali, sia a quelle personali, delle quali l'originario attore chiedeva il risarcimento.
Emerge, infatti, dagli atti che, al momento della proposizione della domanda davanti al primo giudice, l'odierno ricorrente fosse pienamente conscio anche dei danni personali conseguenti al fatto illecito (consolidamento dei postumi invalidanti – invalidità riconosciuta dall'INAIL).
E ciò, neppure con la riserva di far valere ulteriori e diverse “voci di danno” in altro procedimento, che l'attuale ricorrente aveva inserito nella domanda proposta con il primo giudizio.
La strumentante di una tale condotta frazionata è – come già detto – evidente, ma non è consentita dall'ordinamento che le rifiuta protezione per la violazione di precetti costituzionali e valori costituzionalizzati, concretizzandosi, in questo caso, la proposizione della seconda domanda, in un abuso della tutela processuale, ostativa al suo esame.
Per le caratteristiche del caso in esame – in cui il danno derivante dall'unico fatto illecito riferito alle cose ed alla persona si era già verificato nella sua completezza -, il consentire un uso parcellizzato della tutela processuale colliderebbe con i principi ricordati, nel mutato, ed attuale, assetto dei valori costituzionali, cui deve necessariamente ispirarsi anche il processo civile.
Con il secondo motivo si denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell'art. 11 disp. gen. (R.D. 16 marzo 1942, n. 262), art. 25 Cost., comma 2, e art. 5 c.p.c.
Il “giusto processo” espresso dalla norma dell'art. 111 Cost., come riformato con la legge costituzionale 23.11.1999 n. 2, sulla scia dei principi enunciati dalla Convenzione Europea dei diritti dell'uomo (art. 6), è principio che nella giurisprudenza della Corte di cassazione, dopo la sua emersione, ha subito una maturazione interpretativa.
Le linee che si sono così delineate sono state caratterizzate dal legame inscindibile che ha legato la “giustezza” del processo alla meritorietà della tutela giurisdizionale della situazione fatta valere dall'interessato e delle sue modalità di attuazione; di modo che una condotta che si fosse caratterizzata per l'uso strumentale del processo non avrebbe potuto trovare tutela nell'ordinamento (v. ad es. Cass. 10.10.2011 n. 20798; Cass. 10.5.2010; Cass. Ord. 3.5.2010 n. 10634; Cass. Ord. 5.2.2011 n. 2799; S.U. 14.1.2009 n. 553; Cass. 3.12.2008 n. 28719; Cass. 11.6.2008 n. 15476).
Ora, è opportuno sottolineare che il precedente delle Sezioni Unite richiamato a proprio favore dal ricorrente (S.U. 10.4.2000 n. 108) – che consentiva il frazionamento della domanda relativa ad unico rapporto obbligatorio – era stato emesso in sede di risoluzione di contrasto fra le sezioni semplici, segno questo della non univocità, nel tempo, di una tale l'interpretazione giurisprudenziale.
Ma quel che più conta è che il concetto di giusto processo, con la riforma costituzionale dell'art. 111 (anno 1999), ancora non aveva subito – per la sua recente introduzione rispetto al momento della pronuncia delle sezioni unite richiamata (2000) – quella maturazione di interpretazione conclusasi con il definitivo approdo del 2007 (S.U. 15.11.2007 n. 23726).
In sostanza, ciò che si vuol dire è che la meritorietà della tutela, nella interpretazione della Corte di cassazione, si è evoluta fino ad acquisire un ruolo determinante come ratio decidendi della controversia; nel senso che non può essere accordata protezione ad una pretesa priva di meritorietà.
Non coglie nel segno, pertanto, il riferimento, cui fa cenno il ricorrente in memoria, circa il concetto di overruling (con la cit. Cass. 17.6.2010 n. 14627), anche perchè la rimessione in termini disposta dalla Corte, – a fronte di una possibile pronuncia di inammissibilità e di improcedibilita – , in quel caso, conseguiva ad una preclusione all'esame dell'atto di impugnazione – derivante da un mutamento di orientamento interpretativo – ; preclusione non prevista al momento del deposito dell'atto.
Ma il tema dell'overruling è stato oggetto di esame anche da parte delle Sezioni Unite di questa Corte di legittimità (S.U. 11.7.2011 n. 15144) la quale – con riferimento al tema qui in discussione – ha sancito che il mutamento della propria precedente interpretazione della norma processuale da parte del giudice della nomofilachia (c.d. overruling), il quale porti a ritenere esistente, in danno di una parte del giudizio, una decadenza od una preclusione prima escluse, opera – laddove il significato che essa esibisce non trovi origine nelle dinamiche evolutive interne al sistema ordinamentale – come interpretazione correttiva che si salda alla relativa disposizione di legge processuale ora per allora; nel senso di rendere irrituale l'atto compiuto od il comportamento tenuto dalla parte in base all'orientamento precedente.
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References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 25
 art. 5
 Cass. 
 Cass. 
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