Source: https://www.forelsket.it/diritto-all-oblio/
Timestamp: 2019-09-18 08:23:51+00:00

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Un paio di mesi fa da tutto il web si levava chiaro e inequivocabile il grido Je suis Charlie: un’espressione di solidarietà verso le vittime di una tragedia, ma anche e soprattutto un manifesto collettivo per ribadire la nostra posizione ferma e decisa contro qualsiasi forma di censura. Tutti eravamo uniti nel difendere la libertà di pensiero, di parola e di espressione. Tutti, nessuno escluso, abbiamo voluto rimarcare il diritto di ogni individuo ad esprimere la propria opinione attraverso i mass media senza sentirsi in alcun modo minacciato.
In fondo è anche l’assioma su cui si basa l’intero mondo digitale: essere liberi di diffondere qualsiasi contenuto sul web, liberi di accedere a tutta la storia di internet, liberi di cercare, documentarci, confrontare diversi punti di vista e trovare esattamente ciò di cui abbiamo bisogno in pochi click.
Ma c’è qualcuno che questa libertà l’ha pagata a caro prezzo.
Sono le “vittime di Google”, persone che in passato hanno avuto problemi di qualsiasi entità (legali, economici, lavorativi) diventati di dominio pubblico tramite un articolo di giornale, un video, un blog o un registro pubblico. E ovviamente indicizzati dai motori di ricerca.
Questi individui, dopo aver superato con fatica le loro difficoltà ed essersi rifatti una vita, non sfuggono alla memoria secolare di internet (anche quando tutti i loro amici e famigliari hanno ormai dimenticato i loro trascorsi). E incappano nel loro scomodo passato proprio nel momento del bisogno.
Qualsiasi agente immobiliare, datore di lavoro o istituto di credito potrebbe cambiare opinione su di loro nello spazio di un click digitando su Google il loro nome.
Et voilà, un’opportunità bruciata grazie alla non-censura del web.
E se vi state chiedendo a chi potrebbe capitare qualcosa di così assurdo o chi mai cercherebbe il vostro nome su Google, ecco la storia da cui ha avuto origine il dibattito:
Il caso Costeja Gonzalez
Lo spagnolo Mario Costeja Gonzalez negli anni ’90 accumulò un gran numero di debiti, al punto tale che la sua casa venne sequestrata e messa all’asta. La notizia, all’epoca, venne riportata da alcuni quotidiani locali e in seguito digitalizzata e indicizzata da Google.
Gonzalez, che nel mentre era riuscito faticosamente a ripagare i suoi debiti, qualche anno dopo scoprì con disappunto che digitando il suo nome e cognome su Google comparivano come primi risultati gli articoli che riportavano il suo caso di bancarotta.
Indignato e preoccupato per il futuro, Gonzalez si rivolse all’equivalente del nostro Garante per la privacy per chiedere la rimozione dei link incriminati, sostenendo che il contenuto “violava la sua privacy e non era più rilevante come informazione sui suoi problemi economici”.
Il caso, dopo essere rimbalzato tra Google Spagna e Google US, finì nientemeno che alla Corte di giustizia dell’Unione Europea.
La sentenza, emanata a maggio del 2014, diede ragione a Gonzalez e impose a Google di rimuovere dall’indice i risultati che lo riguardavano. Non solo: decretò che è pieno diritto di qualunque cittadino europeo richiedere a un motore di ricerca la rimozione di link personali il cui contenuto sia “non più rilevante” o “non adatto”.
Il gestore di un motore di ricerca è obbligato a sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita.
Cosa significa in soldoni? Se io dovessi cercare su Google il mio nome e trovare un qualsiasi risultato che riguarda il mio passato e che non ha più alcuna incidenza sul presente, o che mi offende direttamente, o che lede alla mia dignità, potrei rivolgermi direttamente a Google per chiedere la rimozione del link dai suoi risultati appellandomi alla sentenza del processo di Gonzalez. Google, una volta appurata la veridicità delle mie affermazioni, sarebbe costretto a obbedire e deindicizzare il contenuto, anche se questo rimanesse presente sul web.
È l’ennesimo capitolo della lotta per il diritto all’oblio, una forma di garanzia che in Paesi come Italia, Francia e Spagna esisteva già al di fuori di internet e che, come Wikipedia recita,
prevede la non diffondibilità, senza particolari motivi, di precedenti pregiudizievoli dell’onore di una persona, per tali intendendosi principalmente i precedenti giudiziari di una persona.
Insomma, abbiamo per legge il diritto ad essere dimenticati. Il nostro passato, i nostri errori, tutte le informazioni che potrebbero in qualche modo alterare il normale corso della nostra vita dopo aver pagato i debiti con la giustizia (o con le banche), non possono e non devono essere diffuse.
Il discorso non vale soltanto per i trascorsi legali o i problemi economici: per assurdo, se io anni fa avessi partecipato a una gara per mangiatori di hot dog e oggi dopo aver cambiato stile di vita fossi la presidentessa di un’associazione di vegani, il video di YouTube che mi ritrae mentre divoro senza ritegno carne di maiale potrebbe compromettere – e non poco – la mia posizione. Perciò sì, anche in questo caso potrei tranquillamente richiedere a Google di rimuoverlo dall’indice.
In Spagna negli ultimi anni si sono verificati più o meno 180 casi simili a quello di Costeja Gonzalez, tutti culminati in richieste di deindicizzazione dei contenuti.
La questione del diritto all’oblio oggi è più dibattuta che mai e i pareri che si sono levati dopo la sentenza della Corte europea sono parecchi – e parecchio discordanti tra loro.
Il diritto all’oblio è una censura?
Nell’era della libertà di espressione, dove tutti siamo Charlie e tutti appoggiamo la natura emancipata del world wide web, il diritto di essere dimenticati può essere considerato una forma di censura?
Google sostiene proprio questa tesi: la società americana ha sempre ribadito – prima, durante e dopo il processo – che la rimozione dei link dal suo indice equivale a censurare contenuti provenienti da altri siti.
Di fatto, la decisione della Corte europea delega in tutto e per tutto la gestione dei singoli casi a Google, che ha dovuto lavorare non poco per stabilire il modus operandi da adottare.
Il risultato? Un report dettagliatissimo, redatto da un comitato consultivo (una sorta di “consiglio dei saggi” di Big G), che sancisce le disposizioni in materia di diritto all’oblio. E che è stato sviluppato a partire da una domanda inequivocabile: “Come dovrebbe essere bilanciato il diritto all’oblio di una persona con il diritto all’informazione del pubblico?”
Innanzitutto, le de-indicizzazioni non sono globali. In pratica, essendo la sentenza strettamente legata all’Unione Europea, soltanto le estensioni europee di Google subiranno il provvedimento. I link che potrebbero potenzialmente compromettere la mia vita spariranno da Google Italia, ma resteranno comunque presenti su Google.com.
Insomma, una censura a metà.
La questione dell’editore. Ovvero il blogger, il giornalista, il web master, colui che ha di fatto prodotto il contenuto incriminato. La sentenza non lo cita neppure, ma Google nel suo report sancisce che il “content-publisher” può essere considerato a tutti gli effetti una parte attivamente coinvolta nella causa, e quindi venire informato delle deindicizzazioni dei suoi contenuti.
Il concilio di Google, infine, si è interrogato sull’entità dei contenuti che andrebbero sottoposti a censura. La conclusione è che per le opinioni espresse su tematiche filosofico-religiose la procedura per la rimozione del link può essere velocizzata rispetto ad altri contenuti.
Difficile, a questo punto, capire se si tratti di giustizia o ingiustizia. Se io – cittadino europeo – volessi cercare lavoro negli Stati Uniti, i risultati sul mio passato comparirebbero comunque nell’indice di ricerca (e si sa, i datori di lavoro americani sono molto più propensi di noi a googlare i nomi dei loro candidati). Forse la mia dignità ha il diritto ad essere tutelata solo in territorio europeo?
E ancora: il concetto di tematica filosofico-religiosa è molto ampio. E soprattutto soggettivo. Potrei per assurdo stendere un articolo che confuta le tesi di un filosofo con la paura quel filosofo possa chiedere di deindicizzarle?
Quel che è certo è che i saggi di Google non hanno raggiunto un’opinione univoca sui provvedimenti da adottare. Leggendo attentamente il report si notano parecchie note e riserve (tra cui quella di Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia) che si dicono contrarie a qualsiasi forma di censura.
Fondamentalmente il concilio ha visto contrapporsi due culture agli antipodi: quella europea, che da sempre ha un occhio di riguardo verso la privacy dei cittadini, e quella americana, paladina indiscussa della libertà di espressione.
Di sicuro vedere queste due righe in calce alla pagina dei risultati suscita un misto tra timore, sospetto e rassegnazione:
La domanda resta più che mai viva e insistente nella mia testa: siamo protetti o censurati?
Quindi il provvedimento è troppo esagerato?
In questa faccenda non si scava mai abbastanza a fondo, per questo ho voluto portare a galla anche un parere sulla questione ben diverso da quello di Google.
In un articolo pubblicato sul sito del New Yorker nel settembre 2014 il professor Viktor Mayer-Schönberger (toh, un europeo) riflette sulle radici culturali del diritto alla privacy. E in particolare si sofferma sull’attitudine degli europei a proteggere i propri dati, ben più radicata e profonda rispetto a quella degli americani.
La lezione della storia europea
“Le radici della protezione dei dati in Europa provengono dalla sanguinosa storia del ventesimo secolo. I comunisti hanno combattuto i nazisti con un’ideologia basata sull’umanesimo, sperando che si sarebbe potuta realizzare una società più giusta ed equa. E a cosa somigliava? Si è rivelata la stessa, vecchia società basata sulla sorveglianza totalitaria. Con la Stasi, nella Germania dell’Est, il compito di carpire informazioni e di utilizzarle per promuovere il potere dello Stato fu reintrodotto e perfezionato dalla società. Così abbiamo avuto due ideologie radicali, fascismo e comunismo, ed entrambe sono sfociate in stati di strettissima e rigidissima sorveglianza.”
Mayer-Schönberger è anche autore del libro “Delete: la virtù del dimenticare nell’era digitale”, che esamina minuziosamente la storia europea dal dopoguerra fino all’avvento di internet, seguendo passo passo l’evoluzione del concetto di privacy.
Il professore afferma che Google, utilizzato da più del 90% degli europei che navigano in internet, non fa un uso improprio delle informazioni a sua disposizione. Ma aggiunge un parallelismo parecchio inquietante: negli anni ’30, il governo olandese gestiva un registro della popolazione comprensivo di tutti i dati personali degli abitanti (nome, indirizzo, data di nascita, etnia e religione). All’epoca, scrive Mayer-Schönberger nel suo libro, “il registro fu accolto come uno strumento innovativo per facilitare l’amministrazione e migliorare l’economia.”
Ma quando i nazisti invasero l’Olanda utilizzarono il registro per rintracciare con facilità (e catturare) ebrei e zingari, trasformando informazioni raccolte innocuamente in veri e propri strumenti per lo sterminio.
Potremmo sentirci al sicuro in una repubblica democratica. Ma così si sentivano anche gli olandesi. Non possiamo sapere se i governi del futuro onoreranno la fiducia che abbiamo riposto in loro e proteggeranno le nostre informazioni.
Che gli europei si siano in gran parte schierati dalla parte della privacy è ormai indubbio: il commissario della Giustizia dell’Unione Europea, Viviane Reding, a seguito della sentenza del 2014 pubblicò addirittura su Facebook un post che la definiva “una chiara vittoria per la protezione dei dati personali”.
Già nel 2012 la Commissione Europea aveva pubblicato un primo piano per adottare una legge che tutelasse il diritto all’oblio più ampiamente rispetto alla legislazione vigente all’epoca. E finora, a un anno dalla sentenza e a pochi mesi dalla sua effettiva applicazione, ancora non si sono scatenate grosse polemiche nel vecchio continente.
Ma al di là dell’oceano Atlantico il dibattito non si placa: per le grandi aziende questa procedura è a tutti gli effetti etichettata come un attacco alla libertà di espressione. Per alcuni cittadini è invece ingiusto che solo chi è residente in Europa abbia questo “privilegio”.
Gonzalez, l’uomo che ha acceso la miccia sulla questione, dichiara apertamente di essere a favore della libertà di espressione e contrario alla censura. La sua battaglia, dice, non è contro i motori di ricerca, bensì a favore di chi viene personalmente toccato da una questione delicata (già risolta) che essendo online compromette la sua immagine. Si potrebbe affermare che, più che il diritto a essere dimenticati, Gonzales difenda il nostro diritto di essere chi siamo veramente.
Arrivati a questo punto, il mondo (almeno quello virtuale) è nettamente diviso in due: americani senza possibilità di cancellare il proprio passato dal web (con tutte le conseguenze che ciò comporta) ed europei soggetti a una forma (seppur lieve) di censura.
Certo è che le informazioni sul nostro conto a disposizione di multinazionali come Google e Facebook sono innumerevoli. Non ci credete? Provate a visitare questo link.
In attesa che si venga a capo di un dibattito tanto delicato e profondo, i primi a tutelarci dobbiamo essere noi. Non inviando nelle chat dati sensibili. Non caricando video compromettenti su YouTube. Evitando di insultare su Twitter il nostro capo. Non postando foto da ubriachi su Facebook.
Scegliendo, in generale, di mostrare sul web solo cose che ci farebbe piacere rivedere in un futuro remoto. E qui non si tratta di censura, ma di semplice buon senso.
Una risposta chiara e inoppugnabile alla questione della privacy online ancora non c’è, e forse non potrà mai esserci.
Ci siamo professati Charlie a gran voce, contrari a ogni forma di censura o limitazione, ma non abbiamo mai preso in considerazione la ferrea memoria di internet, che sa quasi tutto di noi e non si lascia sfuggire alcun dettaglio sul nostro passato (specie se abbiamo qualche scheletro nell’armadio).
Forse, e questa è davvero dura da digerire, non abbiamo mai considerato internet come un potenziale nemico.
Ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla
FAQ di Google sulla deindicizzazione dei contenuti
Star curvy? Ci pensa David Lopera García!

References: sentenza 
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e contrario