Source: http://www.paolosoro.it/it/news/792/transfer-pricing-e-arms-length-la-cassazione-interpreta-ad-libitum.html
Timestamp: 2017-05-28 04:44:24+00:00

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Il transfer pricing si applica anche ai finanziamenti che la controllante eroga alla sua controllata e il tasso di interesse si presume sulla base del “valore normale”. Questo il principio di diritto affermato da una recentissima pronuncia contraria al consolidato orientamento. C’era il tempo della certezza del diritto, dei consolidati orientamenti della Cassazione e delle incontrovertibili decisioni delle Sezioni Unite. Purtroppo, quel tempo è ormai definitivamente perduto, e la Magistratura – almeno per questo – può dare la colpa solo a sé stessa.
“La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto e la causa rinviata ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Lombardia, la quale si uniformerà al principio di diritto enunciato al par. 3.5.” Prima, però, di andare a vedere di quale principio si tratta, avremo un quesito da rivolgere a qualunque giudice di Cassazione che abbia la bontà di rispondere. Quando la Cassazione afferma un principio di diritto, tale principio assume valenza con riguardo a tutte le fattispecie simili; ergo, le varie Commissioni Tributarie (Provinciali e Regionali) dovrebbero regolarmente applicare questo principio. Orbene, allorché (come nel caso qui in discussione), una Cassazione esprima un principio di diritto dopo aver espressamente precisato che il principio affermato da altri Giudici di Legittimità non è corretto, qual è, tra i due principi, quello che assume valenza generale e che occorrerà applicare d’ora in avanti?
Va premesso che la normativa in esame non integra una disciplina antielusiva in senso proprio, ma è finalizzata alla repressione del fenomeno economico del transfer pricing (spostamento d'imponibile fiscale a seguito di operazioni tra società appartenenti al medesimo gruppo e soggette a normative nazionali differenti) in sé considerato, sicché la prova gravante sull'Amministrazione finanziaria non riguarda la maggiore fiscalità nazionale o il concreto vantaggio fiscale conseguito dal contribuente, ma solo l'esistenza di transazioni, tra imprese collegate, ad un prezzo apparentemente inferiore a quello normale, incombendo, invece, sul contribuente, giusta le regole ordinarie di vicinanza della prova ex art. 2697 c.c. ed in materia di deduzioni fiscali, l'onere di dimostrare che tali transazioni siano intervenute per valori di mercato da considerarsi normali alla stregua di quanto specificamente previsto dal citato art. 9, comma 3, del TUIR (da ult., Cass. n. 18392 del 2015). Ci sembra che vi sia un evidente equivoco di fondo. La normativa in tema di transfer pricing (che, per inciso, è proprio il tipico caso di elusione – almeno stando a leggere le relazioni dell’OCSE), concerne le transazioni commerciali infra-gruppo; non certo i finanziamenti di capitale eseguiti dalla controllante per consentire alla controllata di far fronte alle sue necessità di gestione o per coprire le eventuali perdite maturate. Anche perché, se è vero (come è vero) che – giusta la stessa affermazione del giudice in discorso – il transfer pricing concerne lo spostamento d’imponibile fiscale a seguito di operazioni tra società appartenenti allo stesso gruppo, quale mai potrebbe essere detto spostamento di imponibile in siffatta operazione di ordinario finanziamento della controllante alla controllata? Insomma, quale mai potrebbe essere il vantaggio economico degno di produrre materia imponibile in tal caso?
Ciò posto, secondo un recente orientamento di questa Corte, la stipula di un finanziamento non oneroso erogato dalla società controllante a favore delle controllate, riconducibile allo schema del mutuo a titolo gratuito, non subisce limitazioni per il fatto che la controllante, residente nello Stato, e le società residenti in altri Paesi appartengano al medesimo gruppo societario, realizzando quindi una operazione infragruppo transfrontaliera, non contrastando la gratuità della operazione, che esclude la pattuizione di interessi corrispettivi dovuti dalla mutuataria, con la previsione dell’art. 76, comma 5, cit.: ciò in quanto l’applicazione della norma è subordinata dalla legge alla duplice condizione che dalla operazione negoziale infragruppo derivino per la società contribuente componenti (positivi o negativi) reddituali e che dalla applicazione del criterio del valore normale derivi un aumento del reddito imponibile; e tali condizioni non risultano integrate nella concessione del mutuo non oneroso, essendo estranea a tale schema negoziale la stessa prestazione – avente ad oggetto la corresponsione di interessi corrispettivi – che costituisce il necessario termine di comparazione rispetto ai valore normale (Cass. N. 27087 del 2014; v. anche Cass. N. 15005 del 2015). In sostanza, tale Giurisprudenza di Legittimità, correttamente, si pone la stessa domanda che abbiamo espresso noi in precedenza; e cioè: quale sarebbe la capacità reddituale che deriverebbe da tale operazione?
II principio non è condivisibile. Viene, invece, affermato un nuovo principio di diritto:
Si tratta, infatti, di esaminare la sostanza economica dell'operazione intervenuta e confrontarla con analoghe operazioni realizzate, in circostanze comparabili, in condizioni di libero mercato tra soggetti indipendenti e valutarne la conformità a queste (cfr., sui criteri di individuazione del valore normale, Cass. n. 9709 del 2015): pertanto, la qualificazione di infruttuosità del finanziamento, eventualmente operata dalle parti (sulle quali incombe il relativo onere probatorio, dato il carattere normalmente oneroso del contratto di mutuo, ai sensi dell'art. 1815 c.c.), si rivela ininfluente, essendo di per sé inidonea ad escludere l'applicazione del criterio di valutazione in base al valore normale. Va aggiunto che sarebbe chiaramente irragionevole, e fonte di condotte agevolmente dirette a sottrarsi alla normativa de qua, ritenere che l'amministrazione possa esercitare tale potere di rettifica in caso di operazioni con corrispettivo inferiore a quello normale ed anche irrisorio, mentre ciò le sia precluso nell'ipotesi di contratti a titolo gratuito. Ci permettiamo di formulare al riguardo le seguenti considerazioni.
È noto che l’OCSE fornisce raccomandazioni e linee guida, ma la sua policy non ha alcuna forza di legge, salvo non venga appositamente e ufficialmente ratificata da una specifica normativa nazionale. In questo caso, come lo stesso giudice scrive, si tratta di una “possibilità”. Non esiste alcuna normativa che preveda un obbligo di tassazione in proposito.
Atteso che l’organo giudicante in questione non ha considerato le raccomandazioni espresse dall’OCSE in tutti i documenti licenziati ultimamente, possiamo legittimamente ipotizzare che la decisione assunta sia sicuramente rivedibile in sede europea, di guisa che il principio di diritto affermato risulti ben lungi dall’assumere una qualsiasi portata di carattere generale, auspicando che le varie Commissioni Tributarie Provinciali e Regionali continuino regolarmente viceversa ad applicare quanto statuito – in modo del tutto condivisibile – dal preesistente consolidato orientamento formatosi a seguito delle già citate Cass. N. 27087 del 2014 e Cass. N. 15005 del 2015. Please enable JavaScript to view the comments powered by Disqus.

References: sentenza 
 art. 2697
 art. 9
 Cass. 
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