Source: https://federicotulli.com/2013/06/22/la-sentenza-geneticamente-modificata/
Timestamp: 2017-04-26 17:37:32+00:00

Document:
La sentenza geneticamente modificata | I miei articoli e altre storie
Inviato da Federico Tulli ⋅ 22 giugno 2013	⋅ Lascia un commento
Archiviato in Angelina Jolie, Dna, Genetica, Marcello Buiatti, Ogm, Salute, Test Dna	L’essere umano non può essere brevettato, afferma la Corte Suprema, negli Stati Uniti. Ma chi esulta per la sconfitta delle multinazionali biotech potrebbe andare incontro a un’amara sorpresa
Federico Tulli, Left 24/2013
Un’arma a doppio taglio. La sentenza della Corte Suprema Usa con cui si è stabilito che nessuna parte del corpo umano (un organo, un tessuto, un singolo gene, l’intero genoma o delle cellule) può essere oggetto di un brevetto né può diventare proprietà privata, argina solo in parte le pressioni delle multinazionali biotecnologiche che si fatturano miliardi con le royalties su scoperte legate alla decodificazione del genoma umano. Chiudendo un annoso dibattito, i giudici americani hanno stabilito un principio fondamentale nel campo della genetica umana: il nostro corpo è un bene comune e nessuna sua parte può essere oggetto di esclusiva proprietà da parte ad esempio di un’azienda. A maggior ragione, questo vale per il Dna, lo scrigno in cui sono riposte le informazioni biologiche necessarie per costruirlo e farlo funzionare.
La specie umana, dunque, considerando il patrimonio genetico in comune tra le singole persone, non può essere brevettata. E questo segna una differenza sostanziale con ciò che invece già avviene per quelle piante che sono al centro del fiorente commercio dei brevetti sugli Ogm vegetali (Organismi geneticamente modificati) considerati tra i principali responsabili della progressiva perdita di biodiversità nel nostro Pianeta. Ma è davvero così? «In realtà – spiega a left Marcello Buiatti, biologo molecolare e genetista dell’Università di Firenze – pur potendo nessuna azienda si è mai arrischiata a imboccare la via verso l’Homo brevettato. Probabilmente non per questioni etiche ma per puro calcolo commerciale. Infatti, fino a oggi chi ha isolato e brevettato un pezzo di Dna è diventato proprietario di tutti i materiali genetici che contengono quella particolare sequenza di Dna. In teoria, il patrimonio genetico in comune tra gli esseri umani avrebbe quindi potuto far sì che qualcuno ne rivendicasse la “proprietà” complessiva». La sentenza Usa dice che questo oggi non è più possibile ma al tempo stesso lascia una porta aperta a soluzioni alternative. Essa infatti stabilisce che mentre è vietato brevettare i geni estratti dal corpo umano isolando il Dna, è possibile ottenere un brevetto per il materiale genetico prodotto sinteticamente. «Se così fosse – precisa Buiatti – alla fine della fiera poco è cambiato. Anzi nulla. Perché è sufficiente “estrarre” una parte di Dna e modificarla aggiungendo ad esempio una molecola sintetica, come si fa per creare le piante Ogm, per poterla brevettare».
La sentenza è stata innescata dalla Myriad Genetics inc., una società di biogenetica americana detentrice di numerosi brevetti di cDna, cioè di Dna sintetico. Dopo il verdetto il suo titolo in borsa è aumentato immediatamente dell’8 per cento. Il business ruota intorno ai brevetti sui biomarcatori molecolari, particolari sequenze di Dna che associate a una parte specifica di genoma umano danno determinate informazioni. Tra cui la scoperta di mutazioni genetiche analoghe a quelle che hanno spinto l’attrice Angelina Jolie a sottoporsi alla mastectomia perché probabile portatrice di uno dei geni a rischio tumore al seno. L’esame cui si è sottoposta la Jolie è sotto il brevetto della Myriad e costa alcune migliaia di dollari, ma l’industria biogenetica Usa ritiene indispensabile detenere i brevetti per garantire gli investimenti fatti e per sostenere la ricerca medica. «Questa sentenza – osserva Buiatti – è senza dubbio un passo in avanti dal punto di vista epistemologico. Per la prima volta è messo nero su bianco che “io” non posso essere brevettato. Resta il forte dubbio sulla possibilità di aggirare il divieto estraendo il “mio” Dna e modificandolo». Come avviene con i biomarcatori. «Nel caso della Jolie i marcatori Brc1 di proprietà della Myriad avevano indicato una alta probabilità di sviluppare un tumore. In teoria l’attrice, poiché Brc1 è Dna sintetico, rischia di essere brevettata. Del resto è quanto già accade con le piante. Oggi non si può brevettare una varietà vegetale mentre lo si può fare per una pianta in cui è stato isolato un gene oppure una sequenza di genoma nel quale viene introdotto un pezzo di Dna brevettato: ed ecco un Ogm».
Va infine evidenziato un altro aspetto al centro di un vibrante dibattito in seno alla comunità scientifica. L’assenza di brevetti all’inizio degli anni ’50 ha dato alla ricerca internazionale sui tumori un impulso senza precedenti grazie alle cosiddette cellule immortali di Henrietta, la donna americana malata di tumore (la cui storia è stata raccontata anche in queste pagine) che donò alla ricerca le sue cellule, dalle quali sono state derivate le prime linee cellulari impiegate nella ricerca sul cancro. Guardando anche all’esperienza “collettiva” del Progetto genoma umano – scienziati di Paesi diversi riuniti in consorzio decisero di pubblicare subito ogni scoperta, affinché le informazioni fossero disponibili gratuitamente e non brevettabili -, da un lato c’è chi sostiene che la possibilità di brevettare il Dna umano interferisce con la ricerca scientifica e medica, e che la sentenza apre nuove opportunità per lo sviluppo dei servizi diagnostici, compresa la possibilità di analizzare un maggior numero di geni in una volta. L’altra parte invece afferma che senza la copertura commerciale di un brevetto, nessun tipo di medicina, di cura o di esperimento diagnostico potrebbe essere portato avanti. La decisione pilatesca della Corte suprema Usa sembra offrire motivi di entusiasmo a entrambe le scuole di pensiero.
Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).	Visualizza tutti i messaggi di Federico Tulli »	« Medicina geniale
Darwin e la religione cattolica, ritratto di un eretico cortese »

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza