Source: http://bioetiche.blogspot.it/2010_01_01_archive.html
Timestamp: 2017-04-28 10:20:20+00:00

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Bioetica: gennaio 2010
Stefano Ceccanti, senatore del Partito Democratico, uno dei padri dei non compianti DiCo, ha firmato lo scorso dicembre assieme ad altri colleghi una proposta di legge in tre commi che regola l’esposizione nelle aule scolastiche del crocifisso:1. In considerazione del valore della cultura religiosa, del patrimonio storico del popolo italiano e del contributo dato ai valori del costituzionalismo, come segno del valore e del limite delle costituzioni delle democrazie occidentali, in ogni aula scolastica, con decisione del dirigente scolastico, è affisso un crocifisso.2. Se l’affissione del crocifisso è contestata per motivi religiosi o di coscienza dal soggetto che ha diritto all’istruzione, ovvero dai suoi genitori, il dirigente scolastico, sulla base del princìpio di autonomia scolastica, nel rispetto dei princìpi di tutela della privacy e di non discriminazione nonché tenendo conto delle caratteristiche della comunità scolastica, cerca un accordo in tempi brevi, anche attraverso l’esposizione di ulteriori simboli religiosi.3. Qualora non venga raggiunto alcun accordo ai sensi del comma 2, nel rispetto dei princìpi di cui al medesimo comma 2, il dirigente scolastico adotta, previo parere del consiglio di circolo o di istituto, una soluzione che operi un giusto contemperamento delle convinzioni religiose e di coscienza di tutti gli alunni della classe coinvolti e che realizzi il più ampio consenso possibile. La proposta si ispira dichiaratamente alla legge bavarese sull’educazione e l’istruzione pubblica, Bayerisches Gesetz über das Erziehungs- und Unterrichtswesen (BayEUG), approvata il 23 dicembre 1995 dal Parlamento del Land Baviera ed entrata in vigore il 1º gennaio 1996. A proposito di quest’ultima, ecco cosa scrive Susanna Mancini in un bell’articolo di prossima pubblicazione («La supervisione europea presa sul serio: la controversia sul crocifisso tra margine di apprezzamento e ruolo contro-maggioritario delle Corti», Giurisprudenza Costituzionale, n. 5, 2009, alla nota 95):Nel 1995, la Corte Costituzionale tedesca stabilì l’incostituzionalità dell’articolo 13.13 della legge bavarese che obbligava all’esposizione della croce nelle aule della scuola dell’obbligo (1 BvR 1087/91, d.d. “Kruzifix-Urteil”). Con l’ovvio intento di aggirare il disposto di questa sentenza, il legislativo bavarese ha adottato un nuovo atto, il quale “in considerazione della connotazione storica e culturale della Baviera” obbliga ad esporre il crocifisso in tutte le aule. Se tuttavia qualcuno obietta “per ragioni serie e comprensibili inerenti alla fede o a una visione del mondo”, il preside della scuola deve condurre un procedimento di conciliazione. Se non si raggiunge nessuna soluzione, il preside deve ricercare una soluzione ad hoc che rispetti la libertà religiosa del dissenziente, realizzi un bilanciamento tra le convinzioni ideologiche e religiose di tutta la classe e, come se non bastasse, prenda anche in considerazione la volontà della maggioranza (Art. 7, Bayerische Gesetz über das Erziehungs und Unterrichtswesen, BayEUG). L’ambiguità di questa procedura è emersa chiaramente quando una scuola e, successivamente, la corte amministrativa della Baviera hanno rigettato le obiezioni dei genitori di uno scolaro, definendole “pretestuose e polemiche” ed affermando che l’ateismo della famiglia non costituisce un motivo serio per obiettare all’esposizione del crocifisso. In ultima istanza la Corte Suprema Amministrativa (Bundesverwaltungsgericht) ha accolto invece le argomentazioni dei genitori dissenzienti, affermando che la libertà di coscienza include anche quella di non credere (Bundesverwaltungsgericht, sentenza n. 21/1999, 21 aprile 1999). Ma veniamo al disegno di legge di Ceccanti & Co. C’è subito da rilevare la conferma della tendenza recente a infarcire i preamboli dei testi di legge con roboanti dichiarazioni di principio, quasi che gli estensori ci vogliano far ingollare, oltre alla norma concreta, anche la loro personale (e spesso discutibilissima) visione del mondo; rimando per il resto alle caustiche osservazioni di Galatea sul comma 1 della proposta di legge.In secondo luogo, va notata l’ambiguità del testo, da cui non si riesce a capire se sia possibile o meno che in una classe non venga esposto il crocifisso; solo da un accenno della relazione introduttiva («non per questo diventa immediatamente legittimo o, quanto meno, opportuno il suo contrario, ovvero l’obbligo di esposizione senza alcuna possibilità di eccezione») sembra di poter concludere che l’eccezione sia ammessa. La vaghezza della legge sarà senza dubbio foriera di futuri contenziosi, esattamente come nel caso del modello bavarese.Ma il punto principale è che la proposta di legge è del tutto incompatibile con il principio di laicità. Essa individua ancora una confessione privilegiata, quella cattolica, il cui simbolo è esposto per default, mentre gli appartenenti ad altre religioni sono costretti all’iter di una apposita richiesta, il cui esito, per giunta, non sembra neppure scontato. Il richiamo alla privacy del disegno di legge assume qui tutti i caratteri dell’ipocrisia: il singolo, per vedere rispettata anche la propria confessione – magari poco popolare o controversa agli occhi della maggioranza – deve uscire allo scoperto, mentre ai cattolici è risparmiato ogni sforzo. Da notare come non si faccia neppure cenno, con insensibilità rivelatrice, ai costi degli altri simboli da esporre: saranno a carico delle famiglie o dell’istituzione scolastica? Questi rilievi farebbero pensare a una possibile incostituzionalità di una legge articolata su queste linee, per violazione dell’art. 3 Cost. prima ancora che dell’art. 8.Sarebbe possibile una legge che ammetta la presenza dei simboli religiosi senza incorrere in questi rilievi? In teoria sì, almeno in parte: bisognerebbe abolire ogni obbligo e ogni ruolo attivo delle istituzioni, lasciando le pareti scolastiche a disposizione degli alunni, che – su richiesta – sarebbero liberi di appendere i loro simboli. Ma è chiaro che questa proposta non potrebbe essere fatta propria dalla maggior parte dei cattolici, compresi quelli «progressisti» (come dimostra la proposta Ceccanti), perché renderebbe concreta la possibilità che in alcune aule si debba procedere alla rimozione del crocifisso per mancata richiesta, e soprattutto perché farebbe venire meno l’esemplarità del simbolo, dissolvendo la sua «certificazione» statale. In ogni caso, anche questa proposta sarebbe imperfettamente laica, lasciando pregiudicata la posizione degli indifferenti al fatto religioso – non tanto gli atei quanto gli agnostici – per i quali sarebbe problematico concepire un simbolo apposito. E ci si potrebbe interrogare sulla sensatezza di concedere attivamente spazio a segni di divisione in un contesto, come quello scolastico, che dovrebbe promuovere per quanto è possibile l’integrazione dei cittadini in una comunità civile unita.Aggiornamento: tutto da leggere il severo commento di Francesco Costa alla proposta di legge.
Da Repubblica.it, edizione di Milano («Il giudice: “Figli di una coppia di lesbiche? Nessun disagio per loro dall’omosessualità”», 28 gennaio 2010):Il tribunale dei minorenni di Milano ha riconosciuto che l’omosessualità non è causa di disagio per i figli voluti da una coppia di lesbiche che, prima della separazione, li ha cresciuti secondo «uno schema tipicamente familiare». È questo il senso di un provvedimento firmato dal giudice Emanuela Aliverti. La vicenda ha al centro la separazione di una coppia di donne, che hanno convissuto per nove anni (fino al 2003) e assieme hanno deciso, tramite l’inseminazione artificiale, di avere due figli, entrambi dati alla luce da una delle due.Una delle due donne – quella che non è la madre biologica e che non ha alcun legame giuridicamente tutelato con i due bimbi, aveva presentato ricorso al Tribunale dei minori per l’affidamento condiviso e la regolarizzazione del diritto di visita – dopo che la mamma naturale dei bimbi le aveva imposto l’interruzione dei rapporti con i piccoli. Il ricorso venne dichiarato inammissibile per «difetto di legittimazione» e gli atti trasmessi al pm affinché valutasse l’apertura di un procedimento a tutela dei due ragazzini, un maschio e una femmina che ora hanno rispettivamente otto e dieci anni.I giudici, rilevando l’indubbio legame affettivo tra la ex compagna della madre e i bimbi, avevano espresso preoccupazione per lo stato «psico-fisico» dei due a causa dell’interruzione dei rapporti con una figura che si era posta come genitore e per il loro «inserimento in un contesto caratterizzato da una potenziale confusione di ruoli». All’esito dell’istruttoria, a metà gennaio, il tribunale ha archiviato il caso avendo verificato l’adeguatezza della madre biologica, assistita dall’avvocato Marzia Simionato, a svolgere il proprio ruolo di genitore a prescindere dalla sua omosessualità, e l’assenza di pregiudizio per i due bimbi per l’interruzione dei rapporti con la ex compagna della mamma.I bimbi, come è emerso, non hanno sofferto disagi per il contesto di vita in cui hanno vissuto e vivono: una madre che prima aveva una compagna e ora ne ha un’altra e un padre biologico che conoscono e che vive con un uomo. Bene; ma c’era davvero bisogno che lo dicesse un giudice?Aggiornamento 20/2: Panorama dà qualche dettaglio in più sulla vicenda e sulla sentenza (Maurizio Tortorella, «Se mamma si separa da mamma», 25 febbraio, p. 80).
«La mia non è una battaglia per la morte - afferma - ma per la vita». «Io farò tutto questo - aggiunge - e camminerò con la testa alta perché ho combattuto per la vita di mio fratello [Salvatore Crisafulli]. Lui non morirà di stenti, ma se ne andrà via dormendo»..
Michele Ainis interviene sul tema della proibizione del velo integrale islamico – burqa o niqab – che sull’onda di quanto si appresterebbe a fare la Francia è tornato di attualità anche da noi («Se lo Stato laico invade le identità», La Stampa, 27 gennaio 2010, p. 1).Proviamo allora a soppesare gli argomenti a favore o contro tale soluzione. E proviamo a farlo – giustappunto – laicamente, senza preconcetti ideologici né tanto meno religiosi.Primo: la sicurezza. Se ti copri fino ai piedi con un vestito afghano, come potrò esser certo che non nascondi sotto il burqa qualche chilo di tritolo? E come farò a identificarti, se del tuo volto posso vedere solo gli occhi? Preoccupazione legittima, ma allora per simmetria dovremmo proibire anche il passamontagna, il casco dei motociclisti, la maschera di Paperino a Carnevale. Dovremmo impedire la circolazione ai signori troppo intabarrati, con questo freddo poi, come si fa. No, non è la sicurezza l’alibi di ferro per importare quel divieto, lo prova il fatto che esso non s’estende ad altri tipi di mascheramento. E del resto consentire il burqa non significa consentire d’incollarlo al corpo con il mastice, se un poliziotto ti chiede di sollevarlo per guardarti dritto in faccia, tu comunque hai l’obbligo di farlo.Secondo: la tutela delle islamiche rispetto alla prepotenza del gruppo cui appartengono. Difatti il burqa evoca un atto di sottomissione, la condizione della donna come figlia di un dio minore. Vero, due volte vero; ma siamo certi che sia giusto proibirlo anche quando chi l’indossa abbia deciso spontaneamente di vestirsene? Non c’è forse l’ombra di un imperialismo culturale in tale atteggiamento? Non puzza un po’ di Stato etico, non è paternalistica l’idea che i pubblici poteri debbano liberare gli individui dai condizionamenti sociali o familiari? E perché allora non vietare pure il battesimo ai minori, la circoncisione dei bambini ebrei, la prima comunione? No, l’identità – di singolo e di gruppo – è sempre il frutto di una scelta, mai di un’imposizione; è questione culturale, che va aggredita quindi con strumenti culturali, non attraverso il bastone della legge. Sempre ammesso che sia desiderabile forgiare una società omogenea come un plotone militare. Ci aveva provato Mao Tse-tung, ordinando ai cinesi d’indossare tutti la medesima divisa. La nostra idea di laicità è l’opposto, muove dal diritto di vestirci un po’ come ci pare. Un Carnevale che dura tutto l’anno. A parte una formula un po’ ambigua – in che senso l’identità di gruppo è sempre il frutto di una scelta? – non si può che concordare con quanto dice Ainis: proibire il burqa con la scusa della sicurezza è un alibi ipocrita, e bisogna ammettere che spesso l’adesione alle norme del gruppo è spontanea e sincera (nei limiti in cui lo è sempre il conformarsi a una norma culturale).In teoria il velo integrale potrebbe essere bandito in nome di una terza esigenza, che Ainis non esamina: come il «comune senso del pudore» giustifica tuttora il divieto di andare in giro nudi negli spazi pubblici, così – all’estremo opposto – si potrebbe vietare il burqa in nome del turbamento che provoca nella maggioranza di noi. Ma se il burqa e il niqab sono indubbiamente orribili a vedersi, lo sono davvero di più di certe tenute che non ci sogneremmo mai di proibire, per quanto sconcertanti? Il nostro turbamento è davvero così istintivo, oppure è in realtà il frutto di un pregiudizio ideologico? E non rischiamo in questo caso di discriminare su base religiosa? In dubio pro libertate è forse la conclusione inevitabile.
SCATTI stipendiali per gli insegnanti, ma solo per quelli di religione. Lo ha stabilito il ministero dell'Economia lo scorso 28 dicembre. Mentre i sindacati della scuola sono alle prese con un complicato rinnovo del contratto in favore di tutti i docenti e gli Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) della scuola, alla chetichella quelli di religione nella busta paga del mese di maggio troveranno una gradita sorpresa: il "recupero" degli scatti (del 2,5 per cento per ogni biennio, a partire dal 2003) sulla quota di retribuzione esclusa in questi anni dal computo. Supplenti compresi.A spiegare la portata del provvedimento, che porterà nelle tasche degli interessati un bel gruzzoletto, è lo Snadir (il sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione). "Gli aumenti biennali per gli insegnanti di religione, che in precedenza venivano calcolati nella misura del 2,5 per cento del solo stipendio base, dovranno ormai ammontare al 2,5 per cento dello stipendio base comprensivo della Indennità integrativa speciale". Una cosetta di non poco conto visto che l’Indennità integrativa speciale rappresenta circa un quarto dell’intera retribuzione dell’insegnante e che gli anni da recuperare sono tanti, quasi quattro bienni.Continua (e fa molto indispettire): Aumenti ai prof di religione. È la "sorpresa" di Tremonti, la Repubblica, 16 gennaio 2010.
Il commento migliore alla sentenza del giudice Antonio Scarpa del Tribunale di Salerno, che ha autorizzato per la prima volta in Italia la diagnosi genetica di preimpianto per una coppia fertile portatrice di una gravissima malattia ereditaria, è forse quello di Giordano Bruno Guerri, apparso ieri sul Giornale («Dico no a una norma feroce che finge d’amare la natura e non ama l’essere umano», 14 gennaio 2010, p. 15). Ne riporto la parte finale:Il caso della famiglia lombarda di cui parliamo sembra fatto apposta non per aprire una discussione – come accadrà – ma per chiuderla. La povera madre (che abbraccio), ha avuto cinque gravidanze per ottenere un solo figlio sano. Un’altra figlia è nata, e morta a sette mesi, perché la coppia è portatrice di una tremenda malattia ereditaria. L’Atrofia Muscolare Spinale di tipo 1 causa la paralisi di tutta la muscolatura e porta a una dolorosissima morte per asfissia dopo una vitanonvita di agonia. È, secondo le statistiche, la più comune causa genetica di morte dei bambini nel primo anno di vita. Mia madre, che ha novant’anni, piange ancora (e non per modo di dire) una bambina che le morì a sette mesi – per polmonite – più di sessant’anni fa. Alzi la mano chi di voi è pronto a condannare quella donna e quell’uomo per avere deciso tre aborti che avrebbero portato bambini malati di quella crudeltà della natura. Se qualcuno l’ha alzata, si tratta di mani che non sono disposto a stringere, neanche appartenessero all’uomo più pio della terra. Il più buono non può esserlo di certo. Si alzeranno molte mani, piuttosto, per dire che allora quella coppia doveva rinunciare a fare altri figli, piuttosto che ricorrere alla diagnosi genetica preimpianto, ovvero a selezionare gli embrioni sani. Sono mani di amanti della vita immaginari, ai quali chiedo: è meglio nascere sani o malati? Chiedo: è meglio nascere o non nascere? Chiedo: quanti feti già sviluppati, di molte settimane, subiscono un aborto – chirurgico e legalissimo – dopo un’amniocentesi? Quel bambino «selezionato geneticamente» non è un esperimento hitleriano per produrre una razza di superuomini. Gli viene garantito soltanto che sarà in grado di vivere. Che altro si vuole da lui e per lui? Che altro dolore si vuole imporre a quei due genitori che desiderano soltanto averlo e amarlo senza sofferenza? Sia data lode – la mia ammirazione senz’altro – al giudice Antonio Scarpa, che ha autorizzato la diagnosi preimpianto, smentendo una legge assurda e feroce che – fingendo di amare la natura – non ama l’essere umano. Da leggere, sempre sul Giornale, anche l’intervento del deputato del PdL Melania Rizzoli, «Caro sottosegretario Roccella, non è reato volere dei figli sani» (15 gennaio, p. 11).
Marina Corradi commenta la sentenza sulla legge 40 con le solite presunte argomentazioni.Un passaggio è particolarmente gustoso (Gli embrioni «sbagliati» sono morte data, sono lutti, Avvenire, 15 gennaio 2010): Non è ancora figlio quel grappolo di cellule, ci diciamo per tollerare l’aborto. Ma lo sappiamo invece, e lo conferma la scienza, che a poche ore dal concepimento il disegno è già vergato, unico, non ripetibile: il disegno di quell’ uomo.Poveretta: è evidente che non riesca proprio a comprendere quanto scienza e disegno stonino messi insieme così. Ma il dubbio è sempre lo stesso: malafede o ignoranza?
Ricevo da Filomena Gallo, Presidente Associazione Amica Cicogna ONLUS, e volentieri posto.Salerno, 11 gennaio 2010Il giudice autorizza l’accesso alla fecondazione assistita con diagnosi genetica preimpianto ad una coppia fertileIl Giudice Antonio Scarpa del Tribunale di Salerno autorizza, per la prima volta in Italia, la diagnosi genetica preimpianto ad una coppia fertile portatrice di una grave malattia ereditaria, l’Atrofia Muscolare Spinale di tipo 1 (SMA1).Questa malattia causa la degenerazione e la morte motoneuronale con la conseguente inarrestabile paralisi e atrofia di tutta la muscolatura scheletrica e costituisce oggi la più comune causa genetica di morte dei bambini nel primo anno di vita, con una morte per asfissia.La coppia si è rivolta al ginecologo Domenico Danza, per accedere alla procreazione medicalmente assistita e poter effettuare la diagnosi preimpianto con tecniche combinate di citogenetica e di genetica molecolare al fine di avere un figlio che potesse vivere. Lo specialista non ha potuto consentire l’accesso alle pratiche di procreazione medicalmente assistita perché la legge 40 del 2004 lo consente solo per casi di sterilità/infertilità.Il Giudice Antonio Scarpa, ha così motivato la sentenza:“Il diritto a procreare, e lo stesso diritto alla salute dei soggetti coinvolti, verrebbero irrimediabilmente lesi da una interpretazione delle norme in esame che impedissero il ricorso alle tecniche di pma da parte di coppie, pur non infertili o sterili, che però rischiano concretamente di procreare figli affetti da gravi malattie, a causa di patologie geneticamente trasmissibili; solo la pma attraverso la diagnosi preimpianto, e quindi l’impianto solo degli embrioni sani, mediante una lettura “costituzionalmente” orientata dell’art. 13 L.cit., consentono di scongiurare tale simile rischio”.Il Tribunale di Salerno, per la prima volta in assoluto, ha consentito di ricorrere alla procreazione assistita preceduta da diagnosi genetica preimpianto alla coppia fertile e che ha già avuto altre 4 gravidanze naturali, ordinando il trasferimento in utero dei soli embrioni sani, superando con una interpretazione della legge 40/04 in linea con la Carta Costituzionale, il disposto dell’art. 1 comma 2 e art. 4 comma 2 della L. 40/04 che stabilisce il divieto ad accedere alla fecondazione assistita a chi non ha problemi di sterilità.Dichiara l’Avv. Filomena Gallo, legale della coppia ricorrente, “i miei assistiti hanno chiesto l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita perché è l’unica speranza per avere un figlio che viva, poiché la malattia di cui sono portatori è la forma più grave, fa nascere bambini morti o che non sopravvivono oltre l’anno di vita. Il tribunale di Salerno con l’ordinanza del Giudice Scarpa, ha emesso una decisione chiara e rispettosa dei diritti dei soggetti coinvolti. Sono stati oggi riconosciuti e affermati diritti inviolabili, trascurati dalla legge 40/04 e invece tutelati costituzionalmente, quali: 1) tutela del diritto alla salute della donna; 2) tutela del diritto all’informazione nel trattamento sanitario; 3) tutela del diritto alla procreazione cosciente e responsabile.Il tribunale di Salerno ha operato per la salvaguardia della supremazia del diritto e delle connesse libertà della coppia tutelate dalla Carta Costituzionale, ha operato una interpretazione della legge sulla fecondazione assistita costituzionalmente orientata, nel rispetto del diritto alla salute ma in questo caso anche alla vita di un figlio che diversamente sarebbe morto.
Per ulteriori informazioni sugli argomentati del convegno: Diritto all'epidurale negato.
Proprio così. Il giorno che ricorderemo come l’inizio della rivolta di Rosarno, Panebianco dedica un capoverso del suo atto di accusa a quelle scuole (cinque? Sei? Fossero anche una dozzina?) che per risibili questioni di integrazione non hanno fatto il presepe. Altro che topi nelle baracche: il presepe. È quello il problema, secondo Panebianco.Continua qui.
Aiuto, qualcuno protegga i nostri soldi da Guido Bertolaso. Ora che la Protezione civile diventa una società per azioni nessuno potrà più chiedere conto al governo su appalti ed eventuali spese allegre. Pochi giorni fa, il 17 dicembre, Gianni Letta ha fatto approvare al Consiglio dei ministri il decreto studiato e voluto dal Guido più amato dagli italiani, e da Silvio Berlusconi, in cambio del ritiro delle sue annunciate dimissioni. Un'altra mossa che toglie di mezzo il Parlamento. Il passaggio chiave è scritto in poche parole: «Il rapporto di lavoro dei dipendenti della società è disciplinato dalle norme di diritto privato». Scende così un ulteriore velo di riservatezza su forniture, contratti, progetti per centinaiae centinaia di milioni di euro all'anno, e su assunzioni e consulenze, che non dovranno più passare sotto la lente della trasparenza pubblica. Una scorciatoia che unita alle ordinanze di urgenza e ai poteri di emergenza di cui gode la Protezione civile, trasformerà Bertolaso, 60 anni il 20 marzo prossimo, in un vicerè dalle mani d'oro a completo servizio del presidente del Consiglio di turno. Come già succede ora, ma con meno obblighi da rispettare.Su l'Epresso, di Fabrizio Gatti.
Sul numero in edicola del bimestrale di divulgazione scientifica Darwin compare anche un mio pezzo (Giuseppe Regalzi, «Prigioniero del proprio corpo», pp. 64-65):Cos’è che ci colpisce tanto nel caso di Rom Houben, l’uomo che per 23 anni è stato erroneamente ritenuto in stato vegetativo? A cosa si deve l’attenzione che per molti giorni i mezzi di comunicazione hanno dedicato alla sua vicenda? Quale parte del nostro immaginario ne è stata stimolata, forse anche perturbata?Riassumiamo i fatti. Nel 1983 Rom Houben, belga di 20 anni, subisce un grave incidente automobilistico. Dopo un periodo di coma sembra entrare in stato vegetativo: è sveglio, ma non risponde agli stimoli esterni e appare privo di ogni funzione cognitiva. La situazione rimane immutata per 23 lunghi anni, finché nel 2006 un’équipe guidata da Steven Laureys, un neurologo dell’Università di Liegi, applica a Houben la versione riveduta della Coma Recovery Scale (un sistema di valutazione del comportamento) e rileva tracce di coscienza nel paziente. […]Il fascino morboso esercitato da storie come questa dipende, credo, dalle innegabili analogie con fenomeni che hanno affascinato e terrorizzato molte generazioni passate: la morte apparente e il seppellimento prematuro. La sindrome locked-in, con il suo soggetto consapevole rinchiuso in un corpo immobile, che non riesce ad avvertire gli altri di ciò che gli succede e delle proprie reali condizioni, richiama subito alla mente la morte apparente, sindrome scientificamente assai meno definibile, ma il cui ricordo vive ancora, per esempio nei racconti di Edgar Allan Poe. […]
Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, è tornato ad occuparsi della Corte europea dei diritti dell’uomo (Gianfranco Amato, «I consueti bersagli “cattolici” dell’ormai solita Corte», 7 gennaio 2010, p. 2). Questa volta la materia del contendere non è il crocifisso ma l’aborto: tre donne irlandesi, costrette ad andare ad abortire in Gran Bretagna, hanno fatto ricorso alla Corte contro il loro paese, che non consente l’interruzione volontaria di gravidanza se non in caso di grave pericolo per la vita della donna (e anche qui solo in teoria: la legge che dovrebbe regolare questi casi ancora non esiste).A prescindere dal merito dei singoli casi pendenti avanti la Corte (prima il crocifisso, ora l’aborto), la questione più generale che si pone è di capire se sia ammissibile che la cultura, la tradizione, i valori e persino le norme approvate in Parlamento attraverso un processo democratico possano essere messe in discussione da un organismo internazionale artificialmente creato e del tutto avulso dal contesto che è chiamato a giudicare. Il paradosso si ingigantisce se si considera che quella cultura, quelle tradizioni, quei valori e quelle leggi appartengono a uno Stato membro dell’Unione Europea e possono essere smantellate da un organismo che con l’Unione non ha nulla a che vedere. Sì, perché la «Corte europea dei diritti dell’uomo», non è un’istituzione della Ue e non va confusa, come spesso accade, con la Corte di giustizia europea, che invece è, a tutti gli effetti, un’importante componente dell’architettura istituzionale comunitaria.Gli strenui difensori dei princìpi liberali e democratici si dovrebbero porre il problema se sia giusto consegnare la sovranità popolare di un Paese membro della Ue nelle mani di 17 uomini delle più disparate estrazioni, visto che fanno attualmente parte della Corte anche giudici provenienti da Turchia, Macedonia, Albania, Montenegro, Moldavia, Georgia e persino dall’Azerbaigian. Sono costoro che hanno la facoltà di giudicare cultura, tradizioni, valori e leggi di Paesi civili e democratici del Vecchio Continente come l’Irlanda e l’Italia, accomunati – guarda caso – dal «difetto» di essere entrambi di tradizione cattolica. A leggere queste righe, sembra quasi che l’Irlanda sia stata invasa in un recente passato da un esercito di Turchi, Albanesi e persino Azerbaigiani, che l’avrebbero costretta a sottostare a un iniquo trattato. E invece la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali è stata liberamente ratificata il 25 febbraio 1953 dalla Repubblica Irlandese, sesto stato a farlo. Si tratta di un trattato internazionale che vincola chi l’ha firmato, e che può comunque essere denunciato in qualsiasi momento, secondo le modalità previste dal suo stesso articolo 58.Incomprensibile appare poi l’osservazione sul fatto che la Corte europea dei diritti dell’uomo non è un’istituzione dell’Unione Europea. Giusto correggere la confusione che molti (soprattutto integralisti cattolici) continuano a fare; ma l’autore sembra trarne per conseguenza una qualche mancanza di legittimità. Sì, la Corte è un’istituzione del Consiglio d’Europa (di cui l’Irlanda è, al pari dell’Italia, uno degli stati fondatori), non dell’Unione; e con ciò? Forse il problema è la presenza di stati non sufficientemente «civili» e «democratici», i cui giudici sono chiamati a giudicare modelli di virtù come l’Italia e l’Irlanda? Lasciamo stare il politicamente corretto: in effetti alcuni membri del Consiglio d’Europa, e quindi della Corte, non hanno tutte le credenziali democratiche a posto (solo alla Bielorussia, l’ultima vera e propria dittatura del continente, è stato impedito di aderire; un altro stato europeo ha scelto autonomamente di non entrare a farne parte). Ma ad Amato sembra sfuggire l’enorme importanza di quella presenza: i cittadini di quei paesi hanno la possibilità di adire la Corte per la difesa dei propri diritti fondamentali. Sarebbe difficile garantire questa possibilità senza trattare allo stesso tempo quegli stati da pari; del resto, la Corte offre sufficienti garanzie, mi pare, di un giusto processo. E ovviamente a finire sul banco degli imputati non ci sono solo sempre i poveri paesi cattolici...Si consoli comunque Gianfranco Amato: coi tempi che corrono, è del tutto possibile che – almeno nel nostro paese – qualcuno decida che la Tradizione e i Valori e le Leggi non debbano più sottostare a questa strana invenzione nordica che sono i diritti umani, e che l’Italia abbandoni di conseguenza il Consiglio d’Europa. Per decisione autonoma, o perché buttata fuori a calci.
Credo che nessuna donna è favorevole all’aborto e chi vi è ricorsa si porta dietro per tutta la vita una ferita difficilmente rimarginabile.(Da un forum sull’aborto. Per precisione l’estensore della frase riportata si dichiara a favore del diritto di scegliere, ma non è questo che mi interessa in questo momento).
Ovvero partorire in analgesia (se lo si desidera: chi volesse partorire con dolore per chissà quale ragione è, ovviamente, libera di farlo).L’AIPA, Associazione Italiana Parto in Analgesia, è una associazione nata dallo sforzo e dalla volontà di un gruppo di cittadine mosse dall’urgenza di garantire alle donne un diritto inviolabile, quello di poter liberamente scegliere un parto che eviti o riduca loro le sofferenze, usufruendo di pratiche antalgiche efficaci e sicure e dell'analgesia epidurale in particolare.La presidente Paola Banovaz lo spiega qui.L’Associazione si prefigge lo scopo di tutelare il diritto di libera scelta, l’assicurazione ad un parto rispettoso e la garanzia di un’informazione seria su temi riguardanti gravidanza, parto e puerperio.L’epidurale in Italia non è un diritto, negata nell’84% degli ospedali pubblici e nelle cliniche convenzionate. Nel restante 16% si nascondono centri che formalmente la garantiscono ma di fatto la negano senza nessuna ragione medica valida. Vuoi perchè la dilatazione non è mai a 5 cm o perché è stata superata quella limite dei 6 cm, o perché prima si deve tentare la vasca, la doccia, il massaggio.L’epidurale non rientra tra i servizi che candidano una struttura sanitaria al bollino rosa. Gli ospedali amici delle donne spesso non garantiscono alle donne che ne fanno richiesta una cura valida al dolore in travaglio di parto.In nome di una naturalità del parto da difendere l’Italia sacrifica il diritto delle donne, le mortifica imponendo un trattamento sanitario discriminatorio. Perché per nessun paziente è tollerabile uno stato di sofferenza prolungata senza che venga somministrata una cura efficace che lenisca il dolore.Le gravide - e quindi come tali donne - sono le uniche pazienti che possono essere lasciate ore, in alcuni casi si potrebbe parlare di giorni, senza che venga loro somministrato alcunché.L’AIPA promuove una petizione popolare per garantire l’epidurale gratuita e garantita a tutte quelle donne che ne faranno richiesta, prima e/o durante il parto.Qui il blog Diritto all’epidurale negato.
Susanna Turco intervista Renata Polverini, candidata del PdL alla presidenza della Regione Lazio («“Io sarei una di sinistra? Sui temi etici proprio no...”», L’Unità, 31 dicembre 2009, pp. 16-17):Esamino di ortodossia finiana su temi etici. Cosa pensa del biotestamento?«Penso che la vita non sia nella nostra disponibilità. E quando è toccato a me decidere, ho fatto tutto il possibile perché una persona a me molto cara, il marito di mia madre, restasse in vita».Quindi? La legge ora in discussione in Parlamento?«Beh, bisogna cercare una convergenza. Se non riusciamo a trovarla nemmeno sulla vita e la morte... ».Le segnalo che l’impresa si sta rivelando ardua. Procreazione assistita: pensa ancora che la legge 40 non abbia dei limiti?«All’epoca del referendum per modificare quella legge votai no. Lo confermo».Ru 486. È giusto commercializzare la pillola del giorno dopo?«Va somministrata in ospedale. Non è un farmaco qualsiasi, provoca un aborto, è giusto che la donna sia assistita». Bocciata. Avanti un altro.

References: sentenza 
 sentenza 
In dubio
 sentenza 
 sentenza 
 art. 4
 articolo 58