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⭐LA CONCORRENZA NEL CODICE CIVILE
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1 CRISTOFORO OSTI E ROBERTO PARDOLESI LA CONCORRENZA NEL CODICE CIVILE LE Lab Working Paper No. AT (Bozza non citare)2 Cristoforo Osti e Roberto Pardolesi (bozza non citare) 1.- La disciplina della concorrenza come risulta dal disegno originario del codice civile-- governa il concorso, anche eventuale, d una pluralità d imprenditori sullo stesso mercato: ora ammettendo (o sancendo) limitazioni all esercizio dell attività, ora temperandone le modalità, in vista dei possibili riflessi sui terzi (imprenditori). La sua strutturazione è, per così dire, verticale. Un pugno di disposizioni generali doveva, nelle intenzioni del legislatore codicistico, fornire la cornice d insieme. Ecco, allora, l art. 2595, col suo monito affinché il cimentarsi dell impresa nel mercato non solo rispettasse i limiti stabiliti dalla legge (e, nemmeno a dirlo, dalle norme corporative), ma soprattutto non andasse a discapito degli interessi dell economia nazionale; nel che era implicito il riferimento ad un livello superiore di controllo del fenomeno economico complessivo, che rimaneva estraneo al tessuto codicistico, a mo di prius sostanzialmente eteronomo. Per parte sua, l art dava ingresso a restrizioni concorrenziali, vuoi orizzontali vuoi verticali (profilo, quest ultimo, assai controverso, anche in ragione della possibilità di far leva, per singole fattispecie, a normative specifiche, quali gli artt. 1374, 1567 e 1568, nonché, con aspirazioni di maggior generalità, l art. 1379), a condizione che ne fosse data prova per iscritto e che le limitazioni convenzionali fossero circoscritte a zone ed attività determinate e non eccedessero la durata di un lustro. La norma dettava, dunque, limiti ai limiti che potevano essere fissati come esplicazione dell autonomia privata: e il suo obiettivo ce lo rammenta inequivocamente la Relazione al codice civile (n. 1045)-- era rappresentato, piuttosto che dalla salvaguardia di una qualche misura di tensione competitiva, dalla tutela della personalità contro anomale compressioni della libertà individuale nel perseguimento di un attività economica. Infine, l art norma di sicura originalità rispetto al panorama del tempo-- scandiva l obbligo di contrarre, con tanto di rispetto della parità di trattamento, a carico del monopolista legale. Ad un livello immediatamente inferiore veniva delineata, con maggior dovizia di regole, la repressione della concorrenza sleale: espressione coerente della necessità di disciplinare i rapporti interimprenditoriali rispetto al mercato,3 in forza della naturale propensione dell atto competitivo a risolversi in pregiudizio per i rivali: quanto dire che l imprenditore è, sì, libero di muovere alla conquista dell altrui clientela, purché lo faccia nel rispetto delle regole del gioco, ossia senza far leva su mezzi ritenuti scorretti. Il carattere verticale dell impianto normativo appariva qui evidente: la generalità delle disposizioni dettate per l innanzi cedeva il passo ad un complesso di precetti che rimontavano, per origine, respiro e logica applicativa, ad una matrice di categoria, esemplarmente catturata dal concetto di correttezza professionale. La concorrenza sleale era provincia dei rapporti d impresa. Guai a dimenticare, comunque, che il titolo X del codice civile s intitolava alla disciplina della concorrenza e dei consorzi; e che a questi ultimi --contratti (tra imprenditori esercenti una medesima attività economica o attività economiche connesse ) deputati, tra l altro, a propiziare il coordinamento della produzione (più in chiaro: al suo contingentamento, v. art. 2603, comma 3, a tutt oggi formalmente in vigore) e degli scambi era dedicato l intero capo II. Quanto dire che, agli occhi del legislatore fascista, le organizzazioni consortili (in taluni casi obbligatorie) non andavano riguardate con disfavore: piuttosto, se ne doveva assicurare la conformità di funzionamento alla politica economica autarchica, ovvero agli interessi generali della produzione. Ad ogni buon conto, la coesione primigenia dell impianto codicistico venne meno con la caduta del regime che l aveva tenuto a battesimo. Di lì a poco, l art. 41 della Carta repubblicana, col supporto ancor più sbilanciato-- dell art. 43, avrebbe vistosamente ridefinito, nel segno del divieto di recar danno alla libertà, sicurezza e dignità umana e della necessaria conformità al principio (indefinito) dell utilità sociale, il quadro entro cui si sarebbe dovuta dispiegare la libertà d iniziativa economica privata, compromissoriamente affiancata all intervento pubblico in economia. Senza neppure bisogno di ripercorrere una vicenda che altri ha sapientemente ricostruito, basterà ricordare come, sotto l egida di quell art. 41 (e della funzionalizzazione che ad esso veniva considerato immanente, sub specie di predisposizione di limiti positivi ed interni, piuttosto che negativi ed esterni), il nostro sistema abbia sperimentato la forma più intensa di statizzazione dell economia registratasi nei quadranti occidentali nell ultimo scorcio del millennio scorso. Tutto noto quanto basta per poterci qui limitare all evocazione di slogans quali terza via, Stato programmatore, impresa pubblica come impresa yardstick (libera dall obbligo di fare profitti in quanto condizionata soltanto dall obiettivo di chiudere i conti in pari e, per ciò, capace di inettare competitività autentica dall interno del sistema), ripudio dell antitrust come utopia nostalgica. Nella supposta endiadi stato-mercato, l enfasi si appuntava tutta sul primo termine: Bozza non citare 34 CRISTOFORO OSTI E ROBERTO PARDOLESI col mercato lasciato in penombra ed assediato dal dirigismo economico, che si andava declinando in termini di programmazione generale e settoriale, controllo dei prezzi, sovvenzioni pubbliche, concessioni per i servizi d interesse generale o gestione diretta della mano pubblica etc. Paradossalmente, lo svolgersi di questa pagina della nostra storia economico-giuridica procedeva in parallelo al processo che avrebbe condotto al suo superamento. Solo un anno dopo l affossamento dei progetti autoctoni di legge antimonopolistica, la firma del Trattato di Roma, nel 1957, avrebbe posto la prima pietra di una Comunità europea, fondata sul mercato (e sulla forza che dovrebbe trascorrerlo, la concorrenza) e destinata a trasformarsi in senso federalista, iniettando dall esterno, quasi a viva forza, una logica schiettamente liberista, di cui il retaggio culturale dominante aveva da tempo immemorabile perso le tracce. Il processo si è compiuto nel 1990, con l emanazione della l. 287, contenente norme sulla tutela della concorrenza e del mercato, che ha drasticamente rivoluzionato l ordito della disciplina deputata a governare l attività d impresa sul mercato. Di scorcio, varrà la pena di sottolineare che quella normativa, tanto eversiva rispetto al bagaglio culturale ed ideologico che aveva tenuto banco sino a quel momento e che, in ragione del suo profondo radicamento, avrebbe contribuito a rendere tutt altro che semplice il decollo del nuovo approccio disciplinare--, venne investita del compito di dare attuazione all art. 41 Cost.: declamazione che innesca interrogativi davvero delicati (ma estranei alla presente riflessione) sulla reale consistenza della costituzione economica materiale. Sta di fatto che questa tormentata evoluzione ha inciso in profondità sul modo di pensare l ordito complessivo della disciplina concorrenziale. Per molto tempo, la dottrina più avveduta è stata costretta ad interrogarsi sul significato e la portata della letargia legislativa in materia antitrust 1. E non sono mancati i tentativi di supplire in via ermeneutica alla mancanza di disciplina espressa, magari argomentando dalla libera competizione come principio d ordine pubblico (economico) nell interesse dei consumatori, per negare che l iniziativa economica potesse ritorcersi in loro danno, svolgendosi in contrasto con l utilità sociale: ciò che, secondo quest impostazione, avrebbe dovuto indurre a toccare con mano che il privato non disponeva di strumenti legali per estromettere dal mercato gli operatori già presenti o impedire l accesso di nuovi (c.d. intento monopolistico), con tanto di nullità da causa o motivo illeciti per i patti miranti 1 Per una presentazione riassuntiva dello stato dell arte, come si presentava nel momento culminante dell esperienza che oggi si è soliti etichettare (alternativamente con dispetto o rimpianto) come Prima Repubblica, v. R. PARDOLESI, Impresa, mercato e intervento statale, in N. Lipari (a cura di), Diritto privato. Una ricerca per l insegnamento, Bari, 1974, 677, specie 702 ss. Bozza non citare 45 a tali risultati 2. Oppure, su un piano totalmente diverso, ipotizzando che, col realizzarsi di una concreta integrazione europea, sarebbe risultato vieppiù implausibile parlare di mercato interno e di pratiche restrittive destinate ad esaurire nel contesto municipale i propri effetti: con l evidente obiettivo di svalutare l argine all immediata applicabilità del diritto comunitario costituito dal necessario riscontro di un pregiudizio al commercio interstatuale 3. Altro filone di pensiero ha saggiato la possibilità di recuperare, all interno del paradigma della slealtà concorrenziale, la rilevanza degli interessi dei consumatori. Di là dalla (labile) pretesa che il criterio di prevalenza fra opposte istanze imprenditoriali possa essere costituito dalla tutela delle esigenze del pubblico (donde scaturirebbe, nel segno di una virtuosa coincidenza d interessi, l affidamento all imprenditore corretto del compito di garantire, oltre che il proprio interesse, quello della generalità ad un limpido svolgimento della gara competitiva e, in definitiva, una protezione mediata del consumatore), si è fatta leva sul n. 3 dell art. 10 bis della Convenzione Unione di Parigi (introdotto nella revisione di Lisbona), che introduceva una nuova categoria di atti tipicamente sleali, quelli suscettibili d indurre il pubblico in errore, per ipotizzare che fra i presupposti dell azione non figurasse più l idoneità dell atto recettivo a pregiudicare gli interessi degli imprenditori concorrenti. Con il che, si voleva spianare la strada ad una radicale inversione di tendenza: infatti, una volta ammesso che l interesse protetto è quello dei consumatori, ne sarebbe seguita la necessità logica di allargare loro la legittimazione ad agire. Impostazione a dir poco preveggente, se solo si tiene conto del fatto che nel giugno 2003 la Commissione europea ha presentato una proposta di direttiva, volta a ravvicinare le legislazioni nazionali degli Stati membri dell UE in materia di pratiche commerciali sleale tra imprese e consumatori, che si muove appunto secondo le linee dianzi indicate. Oggi, in un ambiente giuridico (e socio-politico) profondamente mutato, c è spazio per riletture ben altrimenti ambiziose. Una, in particolare, attrae l attenzione 4 ; e vale la pena di considerarla più da presso, anche in ragione delle sue molte implicazioni. A fronte di un ormai compiuta costituzionalizzazione sostanziale progressiva della nozione di concorrenza, si dà ormai per acquisita 2 La teoria dell intento monopolistico reca l impronta inconfondibile di T. ASCARELLI (v., ad es., Esclusiva e boicottaggio, in Problemi giuridici, II, Milano, 1959,773 ss. 3 Fra i (non molti) tentativi di argomentare in tal senso, v., in prospettiva economica, S. LOMBARDINI, La legislazione antimonopolistica nella politica economica, in La libertà di concorrenza, Milano, 1970, 58, e, per il controcanto giuridico, l intervento di F. CAPOTORTI, ibid., 103 ss. 4 Si allude al lavoro di G.M. BERRUTI, la concorrenza sleale nel mercato. Giurisdizione ordinaria e normativa antitrust, Milano, 2002, da cui sono tratte le citazioni che seguono nel testo. Bozza non citare 56 CRISTOFORO OSTI E ROBERTO PARDOLESI l idea che la disciplina del codice, a partire dalla lettera informe dell art. 2595, non possa non riguardare il medesimo mercato cui si rivolge la normativa antitrust. Di qui a teorizzare la coerenza delle norme codicistiche con la legislazione antimonopolistica, interna ed europea, e quindi la straordinaria modernità del codice, capace di sopporta[re] l innesto nell ordinamento di un concetto quale quello di mercato concorrenziale che almeno nella sua centralità comunitaria esso non conosceva e, soprattutto, di sostenere un adeguamento rapido e moderno dell illecito individuale di cui precipuamente si occupa, il passo è ragionevolmente breve. Poiché, si osserva, il mercato deve essere organizzato in modo da conservare la sua qualità di luogo della libertà economica, la sua funzione deve essere difesa da attività che impediscono la concorrenza. Ne consegue che, se da un lato [l]a legge ordinaria realizza la premessa costituzionale mediante l introduzione di una tecnica d intervento pubblico che rafforza il legittimo esercizio individuale del diritto d intrapresa e si affianca alla preesistente tutela individuale, concepita nella prospettiva civilistica della riparazione della lesione patrimoniale, dall altro occorre riconoscere che la prospettiva antitrust [ ] ha ampliato la nozione di illecito concorrenziale perché ha immesso nella considerazione esplicita dell interprete il mercato concorrenziale. Si concretizza, allora, il ripudio della correttezza professionale come mero strumento di difesa corporativa rispetto alla regola legale: piuttosto, e con il solito limite di una rilevanza circoscritta ai rapporti interindividuali, essa deve includere il divieto di comportamenti che risultino pregiudizievoli per il concorrente in quanto negatori della logica del mercato concorrenziale. Passo breve, si diceva, ma non semplice. E neppure necessariamente appagante. Non c è dubbio, infatti, che all impostazione dianzi sommariamente evocata vada ascritto il merito di recuperare la dimensione privatistica della disciplina antimonopolistica, riscattandola da una sorta di ghettizzazione che la voleva confinata nel solo ambito del diritto pubblico. Che l obiettivo dell intervento antitrust sia quello di salvaguardare una dimensione sopraindividuale la viabilità di un mercato concorrenziale, con le ruvide virtù che vi sono connesse è realtà indiscussa, ma per null affatto incompatibile con la possibilità che la condotta in grado di soffocare l afflato competitivo sia altresì capace d incidere negativamente sulla sfera giuridicoeconomica di un singolo concorrente. Non a caso, l art. 33, comma 2, l. 287/90 facoltizza l operatore pregiudicato da un comportamento illecito a chiedere il risarcimento del danno, magari deducendo, a mo di danno ingiusto, la lesione di un ipotetico diritto di concorrenza. E non sarà vano ricordare come il Reg. 1/2003 5, sulla 5 Reg. (Ce) n. 1/2003 del Consiglio del 16 dicembre 2002 concernente l applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 e 82 del trattato, in G.U.C.E. del 4 gennaio 2003, L 1. Bozza non citare 67 modernizzazione delle regole di applicazione degli artt. 81 e 82 del Trattato CE, nell elidere i tratti caratteristici del modello comunitario di diritto della concorrenza notificazione preventiva delle intese a fini di esenzione dal divieto d intese restrittive, gestione accentrata del potere di esenzione, ispirazione multi-valued--, chiami le autorità giudiziarie nazionali a tutelare i diritti soggettivi garantiti dal diritto comunitario nelle controversie tra privati, in particolare accordando risarcimenti alle parti danneggiate dalle infrazioni : a veder bene, l attribuzione ai giudici nazionali del potere di applicare, parallelamente alla Commissione, l art. 81 nella sua interezza, unitamente all esplicita enunciazione che tale norma punta a tutelare la concorrenza sul mercato (cfr. il Considerando n. 9 del su citato Reg. 1/2003) e l efficiente allocazione delle risorse (in tal senso si esprime il progetto di Comunicazione della Commissione sull applicazione dell art. 81, par. 3, consultabile al sito Internet della Commissione) contribuiscono a mettere in esponente l aspetto privatistico del diritto antitrust, come pure il ruolo delle posizioni giuridiche soggettive suscettibili di essere lese da condotte illecite. Sotto questo profilo, per intendersi, non fa differenza che l illecito fatto valere in giudizio sia sancito come tale dall art o dagli artt. 2 e 3 della l. 287/90: per saltare subito ai casi-limite, chi abbia a lagnarsi di un boicottaggio illecito o di vendite sottocosto, lo potrà fare invocando la contrarietà al parametro della correttezza professionale, ovvero deducendo la violazione del divieto di intese cartellistiche (se mai, il problema consisterà nel verificare la compatibilità di approcci che muovono da presupposti alquanto diversi, avallando, se del caso, una qualche stratificazione gerarchica o, in alternativa, ricostruendo fattispecie diversificate per l uno e l altro calco disciplinare). Assai più discutibile che detto recupero debba avvenire per il tramite del n. 3 dell art Anche a voler dare per scontato il superamento della sua matrice corporativa, resta il fatto che la norma rimane saldamente ancorata al suo rapporto di verticalità rispetto alla disciplina della concorrenza: più in chiaro, essa continua a presidiare i rapporti interimprenditoriali e si presta, al più, a propiziare la tutela dei concorrenti, lasciando ineluttabilmente fuori quadro gli altri soggetti interessati. In effetti, seguendo questa logica, è del tutto congruo approdare alla conclusione, puntualmente sottoscritta dalla Cassazione 6, che l azione di risarcimento del danno ex art. 33, comma 2, l. 287/90, in un caso in cui si assumeva accertata un intesa tra compagnie assicurative in danno dei sottoscrittori di polizze r.c.a., sia preclusa ai consumatori. Poco importa che il mercato non sia costituito soltanto da chi vi opera professionalmente, appunto le imprese; e che, anzi, la domanda provenga, per lo più, da soggetti che vi si affacciano occasionalmente, per esigenze di consumo, senza per questo perdere la loro ovvia identità di attori di quel mercato. Se la tutela fa perno sull iniziativa economica privata, è persino ovvio ch essa abbia a valere a solo vantaggio di chi l esercita 7. Per inciso, va rilevato che si tratta di un esito sconvolgente, 6 Cass. 9 dicembre 2002, n , in Foro it., 2003, I, Agli occhi della Sezione Prima della Corte di legittimità, nella sentenza citata alla nota precedente, la l. 287/90 è caratterizzata dalla prospettiva privilegiata dell impresa quale Bozza non citare 78 CRISTOFORO OSTI E ROBERTO PARDOLESI perché, sulla scorta di un approccio in odore di formalismo oltranzistico, relega i consumatori nell ingrato ruolo di figli di un dio minore, prigionieri di un paternalismo condiscendente e distratto. E vien fatto di precisare, percorrendo il discorso a ritroso, che quella così prospettata non è un opzione dogmatica obbligata. Se è vero, infatti, che come insegna l ormai celebre sentenza n. 500/SU del qualunque interesse, in qualche modo riconosciuto rilevante dall ordinamento, integra, in quanto violato, gli estremi potenziali del danno ingiusto, non si vede perché l utente finale, direttamente pregiudicato dalla stipulazione mettiamo-- di una polizza assicurativa che prevede premi gonfiati per effetto della collusione a monte, non potrebbe vendicare le proprie ragioni sul piano risarcitorio. Qualche tempo fa, ove solo fosse stata prospettata una siffatta eventualità, si sarebbe denunciato con orrore lo sconfinamento nella Differenztheorie; oggi, invece, nessuno (o quasi) si azzarderebbe a negare che il danno sofferto dal consumatore integra gli estremi di un vulnus ad un interesse che l ordinamento mostra, in molti e tangibili modi, di riconoscere come bisognoso e meritevole di protezione. E ciò basta, presumibilmente, a smentire l idea che le maglie larghe dell art. 2598, n. 3, possano/debbano valere ad assorbire in toto le ricadute, a livello interindividuale, di illeciti anticompetitivi. C è ragione di credere, dunque, che la disciplina della concorrenza sia ancora in attesa di una (ri)sistemazione in autentica sintonia con il mutato quadro d insieme: forse perché l operazione va oltre il mero dato ermeneutico. Inutile, nella sostanza, intestardirsi nella ricerca di una qualche alchimia interpretativa capace di rivitalizzare una norma, quale l art. 2595, forse avvizzita già al momento della sua emanazione. E sarebbe altrettanto vano nascondersi che le due disposizioni successive, se pur formalmente vigenti, sono rese, se non obsolete, recessive, nel senso di cedere sistematicamente il passo alla ben altrimenti incisiva disciplina dettata dalla l. 287/90. Ma la cornice entro la quale deve potersi dispiegare l iniziativa economica privata ha pur sempre da esservi. E non basta, per ovviare allo sfilacciarsi della trama codicistica, far riferimento alla legge antitrust, quand anche costituzionalizzata nella sua linea ispiratrice di fondo: l esperienza dimostra che il nesso costituito dall ammissibilità dell azione risarcitoria è troppo labile per dar conto del fatto che la tutela del mercato ha ricadute immediate e dirette sulla sfera giuridico-economica dei suoi singoli attori, siano essi operatori professionali ovvero semplicemente fruitori occasionali o episodici di beni o servizi (ma pur sempre partecipi, in prima persona, della vicenda economica in atto). La verticalità tratto originario dell impronta codicistica va preservata, proprio per rimarcare che la disciplina generale della concorrenza ha una valenza (di termine comunque privilegiato del dinamismo del mercato, sì che gli stessi divieti di cui all art. 2 assumono essi stessi la prospettiva privilegiata del modello del impresa e della concorrenza quali fattori [ ] da preservare rispetto a tutta una serie di eventi perturbativi quali le possibili intese ed i possibili accordi fra singole imprese, aventi la capacità di alterare il gioco delle condizioni per il formarsi della domanda e dell offerta, e per il permanere o per l ingresso delle singole imprese nel mercato. 8 Cass., sez. un., 22 luglio 1999, n. 500, in Foro it., 1999, I, Bozza non citare 89 consumer welfare? 9 ) ben più estesa di quella, sotto-ordinata e monodimensionale, della concorrenza sleale. A. I limiti negoziali alla concorrenza * 1. L'art è stato, di fatto, spazzato via dal nuovo diritto della concorrenza, quello economico, vulgo antitrust. La cosa non sorprende, in quanto esso non è tanto, o solo, incompatibile con questo - sarebbe possibile, infatti, azzardarne una lettura tanto restrittiva e relativistica da renderlo potenzialmente operativo - quanto, per dir così, disassato, esorbitante e, in sostanza, superfluo, per non dire pericoloso per quell'imprenditore che su di esso volesse, e ve ne sono, fare ancor oggi affidamento. Sorprende piuttosto che esso abbia resistito tanto a lungo successivamente all'adozione delle regole del Trattato di Roma, ciò che è evidenza del ritardo col quale la cultura - più semplicemente, la realizzazione dell'esistenza delle regole - della concorrenza ha attecchito nel nostro ordinamento, e solo grazie all'opera dell'autorità garante, a seguito dell'adozione della disciplina interna. Di questo, di questo suo disassamento, gli interpreti più avveduti e/o liberali si erano accorti per tempo, talvolta anche, sull'esempio della legislazione americana, prima o quasi dell'entrata in vigore delle norme del Trattato stesso 10, ovvero ne avevano messo in luce il disegno a dir poco conservatore rispetto ad un'interpretazione giurisprudenziale anteriore al codice più liberale - nel senso proprio del termine, e quindi, nel caso, più restrittiva Se sia questo il parametro cui rapportare l efficienza allocativa quale stella polare dell enforcement antimonopolistico, o si debba piuttosto tener conto di una platea più ampia d interessi, è questione che può qui rimanere impregiudicata. Senza che ciò valga ad avallare la sostanziale ipocrisia di chi, dopo aver demonizzato opzioni angustamente e miopemente inquadrative dei fenomeni del mercato, che finiscono in qualche modo per ignorare come, ovviamente, il consumatore finale rappresenti egli stesso un termine imprescindibile di riferimento del più generale fenomeno del mercato, il quale ultimo acquisisce esso stesso finale senso proprio in funzione dello sbocco dei beni e dei servizi presso i consumatori finali (si tratta, ancora una volta, di un passo tratto da Cass /2002), non esita a servirsi della prospettiva privilegiata dell impresa per togliere consumatori e utenti finali dal giro dei soggetti tutelati. * Di Cristoforo Osti. 10 T. ASCARELLI, Teoria della concorrenza e dei beni immateriali, 2a ed., Milano, 1958, 85: "la disciplina tra noi dettata riesce spesso inadeguata, avendo trascurato di considerare proprio [l']aspetto" della "necessità di una tutela della libertà del mercato". 11 G. GHIDINI, in Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell'economia, dir. da F. GALGANO, vol. IV, La concorrenza e i consorzi, cap. primo, I limiti negoziali alla concorrenza, 31; risolve la questione non trattandone, G. GUGLIELMETTI, Limiti negoziali della concorrenza, Milano, 1961, 116 s., considerando che, poiché per l'applicazione della norma è richiesto il pregiudizio al commercio tra Stati membri, essa non ha portata generale ed è dunque "inapplicabile nella grande maggioranza dei casi". L'autore, per la verità, elabora successivamente la teoria Bozza non citare 910 CRISTOFORO OSTI E ROBERTO PARDOLESI 2. Si può astrattamente ipotizzare una ulteriore applicazione della norma in quelle situazioni nelle quali la regola di concorrenza non è applicabile. Queste potrebbero immaginarsi, in sostanza, quali quella della restrizione non significativa, quella dell'applicazione dell'eccezione prevista all'art del trattato CE e 8.2 della legge n. 287 del 1990, e quella del patto limitativo concluso tra soggetti dei quali almeno uno non rivesta la qualità di impresa ai sensi delle norme concorrenziali. La rilevanza di tali precisazioni è tuttavia dubbia. Si cominci infatti con l'osservare che non si ritiene che il principio de minimis sia applicabile alle c.dd. restrizioni gravi, tra le quali rientra senz'altro quella della limitazione della concorrenza tra concorrenti, in quanto essa, in sostanza, pone in essere una ripartizione del mercato, in senso geografico o merceologico 12. Quanto all'art e 8.2 che, si ricorda, prevedono un'eccezione all'applicazione delle regole concorrenziali laddove si tratti di un comportamento necessitato da un obbligo di pubblico servizio 13, è difficile, anche in considerazione dell'interpretazione estremamente restrittiva ricevuta dalla norma, sia in sede interna sia comunitaria 14, le situazioni della sua applicabilità. Quanto infine alla possibile applicazione ai soggetti non impresa, ai quali pertanto la norma non sarebbe applicabile, è anche qui il caso di ricordare che, da una parte, la nozione di impresa nel diritto concorrenziale è estremamente vasta 15 ; dall'altra, anche nella più liberale delle interpretazioni dell'art c.c., questo non è mai stato considerato applicabile a dell'illiceità di tutte quelle restrizioni concorrenziali che siano caratterizzate da intento monopolistico in quanto lesive del principio della tutela della libertà del mercato (ivi, 124 ss.). 12 Comunicazione della Commissione relativa agli accordi di importanza minore che non determinano restrizioni sensibili della concorrenza ai sensi dell'articolo 81, paragrafo 1, del trattato che istituisce la Comunità europea, in GUCE n. C 368, p. 13. Sul principio de minimis cfr. anche Cass. 1 febbraio 1999, n. 827, in Foro it., 1999, I, 831, con nota di L. LAMBO, ove la Corte osserva che la non applicazione della disciplina sulla concorrenza non è solo questione di (un'applicazione teorica che rimane tuttavia inattuata per assenza di) rilevanza ma deriva dal fatto che si tratta di un comportamento che non "in grado di toccare, appunto per la sua grandezza, la struttura concorrenziale del mercato", onde esso è del tutto sottratto all'applicazione delle regole di concorrenza. 13 Per la simile considerazione, che nell'ambito di tale eccezione potrebbero trovare ancora applicazione gli artt e 2597 c.c. in materia di obbligo a contrarre, cfr. M.LIBERTINI, P.M.SANFILIPPO, Obbligo a contrarre, cit. a nt. ***, Con un'unica, antica, eccezione, per quanto concerne l'autorità garante: il provvedimento 27 maggio 1992, n. 519 (A19), M.Y.C./S.I.A.E., in Boll. n. 10/1992, 8, subito smentito dal provvedimento 28 luglio 1995, n (A48) S.I.L.B./S.I.A.E., in Boll. n. 30/1995; Cfr. recentemente Consiglio di Stato, 4 gennaio 2002, n. 33, Ibar c. Aeroporti di Roma, con espresso riferimento alla giurisprudenza comunitaria.. 15 L'impresa è stata infatti definita "un'attività economica": sentenza della Corte di giustizia, causa C-41/90, Höfner e Elser c. Macrotron, in Raccolta, 1993, I-1979, 21. Bozza non citare 1011 soggetti che non esercitino attività economica, onde, di nuovo, la sovrapposizione è completa Interessante notare, se non altro sotto il profilo sistematico, che l'istituto appena considerato ha, nelle sua pratica applicazione, alcune comunanze con una dottrina, quella delle restrizioni accessorie, tuttora sancita ed applicata nel diritto concorrenziale. Si ricordi intanto che nel sistema del codice, la norma in questione aveva la funzione di tutelare la libertà economica individuale dei contraenti 17 - in contrapposizione, pertanto, alla tutela del funzionamento del mercato complessivamente ed organicamente inteso 18 - ponendo, appunto, limiti di tempo e di luogo alla possibilità di limitare tale libertà. Ora, a partire da una sua pronuncia del 1985, la Corte di giustizia ha elaborato una dottrina che, sulla base della astratta considerazione che, per determinare la restrittività di una clausola, occorre chiedersi quale sarebbe lo stato della concorrenza in sua assenza, ha considerato che i patti di non concorrenza che abitualmente si accompagnano ai trasferimenti di azienda e simili, non sono restrittivi e pertanto non ricadono nel campo di applicazione delle regole del trattato, in quanto in loro assenza sarebbe spesso impossibile convenire sul trasferimento di un'azienda e la concorrenza ne risulterebbe pregiudicata. La Corte, tuttavia, ha anche considerato che, perché tale valutazione possa essere fatta, è necessario che la clausola in questione sia "necessari[a] per il trasferimento dell'impresa ceduta e che la [sua] durata e il [suo] campo di 16 Cfr. G. GHIDINI, in Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell'economia, dir. da F. GALGANO, vol. IV, La concorrenza e i consorzi, cap. primo, I limiti negoziali alla concorrenza, 38, per la giurisprudenza che ritenne la norma fosse applicabile ai professionisti, artisti, proprietari di attività economiche, imprednitori in fieri. Cfr. anche G. GUGLIELMETTI, Limiti negoziali della concorrenza, Milano, 1961, 187 ss. 17 Relazione al codice, n Per una tale contrapposizione, ma con le norma di concorrenza sleale, cfr. Cass. 1 febbraio 1999, n. 827, in Foro it., 1999, I, 831, con nota di L. LAMBO, ove si legge: "L'art c.c., come è noto, pone in essere limiti alle restrizioni contrattuali della concorrenza in vista dell'interesse del singolo a non vedersi privato per troppo tempo della propria libertà di impresa (Cass. n del 1977) [ ]. Il rilievo della concorrenza oggetto dell'intesa è, invece, assente nella prospettiva del legislatore del Perché a fondamento delle tutele che la legge introduce sta il libero mercato in quanto tale, cioè l'interesse pubblico a conservarlo e non quello del singolo a difendere il proprio diritto". Simile la posizione, se pure la pronuncia non sia sempre di immediata interpretazione, Cass. 9 dicembre 2002, n , in Foro it., 2003, I, 1121, con note di A.PALMIERI, Intese restrittive della concorrenza e azione risarcitoria del consumatore finale: argomentazioni "extravagantes" per un illecito inconsistente, e E. SCODITTI, Il consumatore e l'antitrust, ove, in sostanza, l'accento è su un diritto della concorrenza nella "prospettiva privilegiata dell'«impresa» quale termine comunque principale del dinamismo del «mercato»" rispetto a norme rivolte al consumatore finale. Bozza non citare 1112 CRISTOFORO OSTI E ROBERTO PARDOLESI applicazione siano strettamente limitati a tale obiettivo 19 ". Successivamente tali considerazioni sono state estese, oltre che appunto ai patti di non concorrenza accessori ai trasferimenti, ai contratti di licenza, a quelli che prevedono certi obblighi di fornitura e di acquisto successivamente all'acquisizione, a quelli di outsourcing, di distacco e di non assunzione del personale, e così via dicendo 20. In particolare, tale dottrina, nel suo attuale stato di applicazione, stabilisce certe concrete limitazioni nella durata (due o tre o cinque anni 21 ), nonché nel territorio e nell'attività oggetto del patto di non concorrenza, limitazioni che risultano del tutto simili a quelle previste dall'art c.c (e ancor più, evidentemente, all'art cc.) 22. Ora, tale istituto si ispira, a cominciare dal nome (in inglese, ancillary restraints) ad una dottrina piuttosto diffusa nel common law che, per opera di un ingegnoso giudice americano, trovò applicazione anche nel settore del diritto della concorrenza. Procedendo infatti dalla convinzione che il diritto antitrust null'altro rappresentasse che il perfezionamento del common law, e in particolare di quella teoria del common law che, da secoli, voleva i patti di non concorrenza nulli ut sic in quanto contrari all'ordine pubblico 23, quel giudice considerò che tuttavia, sempre nell'applicazione del diritto antitrust, dovesse trovare ospitalità anche la dottrina degli ancillary restraints, che di quella prima teoria rappresentava una mitigazione, in quanto ammetteva la restrizione laddove essa svolgesse una funzione meritevole di tutela. A condizione, tuttavia, che essa fosse limitata nella durata e nell'oggetto a quanto strettamente necessario ad adempiere a quella funzione. E questo, soggiunse il medesimo giudice, per una ragione duplice: da una parte, la restrizione della concorrenza costituisce una forte limitazione della libertà individuale del pasciscente - e qui la ratio è eguale, dunque, a quella della norma codicistica - e, in secondo luogo, perché "tende al monopolio" e crea pertanto un problema per la collettività nel suo insieme Sentenza della Corte di giustizia, causa 42/84, Remia BV e altri c. Commissione, in Racc. 1985, 2545, punti 18 ss., punto Cfr. la comunicazione della Commissione sulle restrizioni direttamente connesse e necessarie alle operazioni di concentrazione, in GUCE n. C 188 del 2001, p Cfr. la comunicazione della Commissione cit. alla nt. Precedente, parr. 15 (due anni di regola, tre nel caso di trasferimento comprensivo di avviamento e know-how) e 36 (cinque anni per le imprese comuni). 22 Su di essa cfr. anche recentemente la sentenza del Tribunale di primo grado, causa T-112/99, Métropole télévision (M6), Suez-Lyonnaise des eaux, France Télécom e Télévision française 1 SA (TF1) c. Commissione, in Racc., II Il "perfezionamento" si ravvisava nel fatto che il diritto antitrust non si limitava a contemplare la nullità del patto, ma vi aggiungeva sanzioni penali, la possibilità di richiedere il risarcimento dei danni e quella di ottenere una misura di urgenza (injunction). 24 U.S. Court of Appeals for the Sixth Circuit, U.S. v. Addyston Pipe, in 85 F. 271 (1898), specie 279 ss. L'estensore della sentenza, Taft, più tardi presidente della Corte Suprema il quale, come detto, espose la teoria secondo la quale il diritto antitrust non rappresentava altro che l'evoluzione della dottrina del restraint of trade, nell'analizzare quest'ultima considerò che anch'essa Bozza non citare 1213 B. L'obbligo legale a contrarre Meno semplice è approfondire la questione dell'attualità dell'obbligo legale a contrarre, previsto agli artt c.c. in via generale, e, per talune specifiche attività, all'art c.c. Quanto alla ratio della prima norma, non si può che seguire la strada da altri seguita 26, e cioè riandare alla Relazione al codice che la interpreta come concretizzazione di un principio che si impone a difesa del consumatore come necessario temperamento della soppressione della concorrenza 27. Quanto invece alla seconda norma, si è a ragione fatto notare che la sua ratio non può ristare nella esclusività del diritto, come risulta da certi passi della stessa Relazione dai quali emerge la consapevolezza del legislatore circa la natura non monopolistica di molti tra i servizi ai quali la norma si riferisce, e deve invece riscontrarsi nella alta utilità pubblica che riveste il servizio richiesto 28. La contrapposizione, quindi, è razionale anche in quanto sembra colmare ogni lacuna: il consumatore/utente è protetto sia quando tratta con il monopolista ove gli spetta protezione in quanto mancano le alternative sia quando il bene e servizio offerto, pur non essendo monopolizzato è, in un qualche modo, essenziale al soddisfacimento dei suoi bisogni. Tale distinzione è tra l altro perfettamente in linea con il pensiero dell autore che più di ogni altro ha influenzato la redazione delle norme codicistiche: a suo dire, infatti, l obbligo legale di contrarre sarebbe già esistito - per il caso del monopolio legale, vale precisare - prima dell adozione del nuovo codice, indipendentemente da espresse disposizioni legislative e in base alla opinione dominante, in quanto tacitamente imposto dalla stessa legge, che toglie la possibilità della concorrenza, la quale [legge] implicitamente provvede a togliere al monopolista la facoltà di rifiutare a suo arbitrio le prestazioni richieste dai singoli, che si trovano nella assoluta necessità di rivolgersi all opera di chi gode del monopolio 29. Lo stesso autore considera anche più avanti: io assolvesse a tali due funzioni (di tutela della libertà individuale, da una parte, e del commercio in generale, a beneficio della collettività, dall'altra) ma ritenne che, in una situazione economica ove il poter compiere un mestiere specifico non era più condizione di sussistenza, fosse soprattutto la seconda a rilevare per l'interpretazione delle regole antitrust. 25 La discussione affrontata in questa lett. B e nelle successive lett. C e D si fonda su C. OSTI, Nuovi obblighi a contrarre, ***, cui si rimanda per ulteriori approfondimenti. 26 P.MARCHETTI, Boicottaggio e rifiuto di contrattare, Padova, 1969, 324 s. 27 Relazione, n P.MARCHETTI, Boicottaggio e rifiuto di contrattare, Padova, 1969, 370 ss. 29 M.STOLFI, L obbligo legale a contrarre, in Riv. dir. civ., 1932, 105, 126, s. Quale opinione dominante, l a. cita A. BRUSCHETTINI, Del contratto di trasporto, Commentario al codice di Commercio redatto da A. BENSA, Milano, vol. IV., 227 (il quale in realtà si limita a riportare le disposizioni legislative che contemplano l'obbligo legale a contrarre già prima del nuovo codice, a partire dalle convenzioni ferroviarie); C. VIVANTE, Trattato di diritto commerciale, 5a ed., vol. IV, Milano, 29, nt. 31 (ma si tratta in realtà di pag. 23, nt. 30); A. SCIALOJA, Il diritto di salire in tram, in Bozza non citare 1314 CRISTOFORO OSTI E ROBERTO PARDOLESI ritengo [ ] che l obbligo legale a contrarre a carico di chi esercita un pubblico servizio esista, goda egli o non di una condizione monopolistica. Infatti l obbligo dello Stato o dei suoi concessionari di soddisfare le richieste di coloro che domandano di valersi del pubblico servizio dipende dalla natura pubblica di esso, e non dall elemento del monopolio 30. Con il che si ricostruisce, insieme a parte della dottrina 31, esattamente la logica del codice per quanto questo abbia poi, ovviamente, limitato la seconda ipotesi ai soli servizi pubblici di linea. Logica, si noti solo di passaggio, tutt altro che ineccepibile: da una parte, infatti, non si vede bene perché l utente debba ottenere protezione laddove vi siano diversi monopolisti legali che possono offrire gli stessi o comparabili beni o servizi, ovvero più imprese incaricate di un pubblico servizio; dall altra, non è chiaro perché della medesima tutela debba essere privato chi contrae con l unico monopolista di fatto. Senza contare appunto che del tutto assurdo è prevedere una tutela per i servizi pubblici di linea come fa la regola dell art e non per altri, che possono provvedere a interessi più vitali di quelli assicurati dai servizi di trasporto. Da quanto precede sembrerebbero ricavarsi due constatazioni complessive: (i) la ratio dell art c.c. e quella dell art c.c. non coincidono, in quanto il comando della prima norma è giustificato dall esclusività, il secondo dalla natura pubblica del bene o servizio offerto; Saggi di vario diritto, 1927, vol. I, 145, e già in Foro it., 1905, 932, (che ricollega la coazione non all'interesse pubblico ma al fatto che la legge che assegna il monopolio "tacitamente" impone un tale obbligo, "non essendo ammissibile" che essa consenta di escludere i consumatori dal diritto di usufruire "dei prodotti di questa industria"); V. SALANDRA, I contratti di adesione, in Riv. dir. comm., 1928, 1, 428. Cfr. inoltre, A. SCIALOJA, L'offerta a persona indeterminata ed il contratto concluso mediante automatico, Città di Castello, 1902, 70; L. BARASSI, Il contratto di lavoro nel diritto positivo italiano, vol. II, 2a ed., Milano, 1917, 121; A. ASQUINI, Del contratto di trasporto, Torino, 1925, 17 s., nt. 1; R. FRANCESCHELLI, Ambito e condizioni delle clausole che limitano od escludono la responsabilità del vettore marittimo, in Riv. dir. nav., 1938, II, 352; ID., Le clausole di irresponsabilità nei trasporti marittimi ed il problema della protezione del contraente più debole nei contratti a serie, ivi, I, M.STOLFI, L obbligo legale a contrarre, in Riv. dir. civ., 1932, 105, 129 s., corsivo aggiunto. 31 A cominciare da A. ASQUINI, Del contratto di trasporto, Torino, 1925, 17 s., nt. 1, il quale dapprima riprende la tesi, a nostro avviso assai puerile, di E. MOLITOR, Zur Theorie des Vertragszwangs, cit. a nt. 1, 21, che anche i monopoli di fatto "riposano su un diritto attribuito dalla legge, precisamente sul diritto di proprietà"; e poi, approvando la tesi della dottrina francese, ove il monopolio è fondato sul pubblico servizio, vi aggiunge la necessaria presenza del requisito che si tratti di imprese monopolistiche di pubblici servizi "organizzate dagli enti pubblici". La stessa contrapposizione si legge, oltre che in P. MARCHETTI, Boicottaggio e rifiuto di contrattare, Padova, 1969, 370 ss.; in L. NIVARRA, L obbligo a contrarre e il mercato, Padova, 1989, 15 ss.; N.VISALLI, Il contratto imposto, in Riv. dir. civ., 1999, 193, 219; R.SACCO, in R.SACCO, G.DE NOVA, Il contratto, II, in Trattato di diritto civile diretto da R. SACCO, Torino, 1993, 306 ss. Bozza non citare 1415 (ii) poiché l art c.c. si fonderebbe sul principio della tutela dei consumatori in assenza di concorrenza, sul quale visibilmente si fonda anche il diritto della concorrenza, o si tratta di due concetti di concorrenza diversi, o l'art c.c. e le norme antitrust hanno la medesima ratio. 2. A ben vedere, tuttavia, la prima affermazione non ha senso se non ulteriormente qualificata, e la seconda implica in primo luogo che sia chiarito cosa significa concorrenza e in secondo luogo, cosa non facile, che sia definita la ratio del diritto della concorrenza. Quanto al primo aspetto, infatti, non potrebbe ritenersi che il semplice fatto che una certa attività sia assoggettata al regime di servizio pubblico chiunque la eserciti sia tenuto a fornire il prodotto in questione. Se ne deduce agevolmente, quindi, che non è tanto il regime di pubblico servizio quanto la rispondenza ad un interesse pubblico essenziale al godimento del servizio o bene prodotto, a giustificare un obbligo a contrarre; rispondenza la determinazione della quale sarebbe implicita nell assoggettamento della corrispondente attività ad un regime di servizio pubblico 32. E di interesse pubblico si dovrà trattare, ché altrimenti l obbligo a contrarre graverebbe su attività ove la regolazione pubblicistica è imposta per ragioni che non hanno nulla a che fare con la natura di interesse pubblico essenziale del godimento del servizio. E appena il caso di notare, d'altronde, perché fin troppo noto, che nella rispondenza al pubblico interesse, e secondo altra giurisprudenza, nell essenzialità del bene in questione per soddisfare bisogni vitali si vede una delle condizioni, insieme alla situazione di monopolio, per l applicazione della teoria dell obbligo a contrarre nell ordinamento germanico 33. E che non molto dissimile è la situazione con riferimento alla duty to carry del common carrier nel diritto anglo-americano Contra, L.NIVARRA, La disciplina della concorrenza. Il monopolio, in Il codice civile. Commentario diretto da P. Schlesinger (art. 2597), Milano, 1992, 13, il quale osserva che la norma del codice libera il campo dai problemi definitori che, per es., ancora oggi [ ] affliggono la dottrina tedesca, e che scaturiscono dalla necessità di distinguere tra beni e servizi di prima necessità e beni o servizi voluttuari, essenziali e non essenziali. L a. cita anche WIMPFHEIMER, Kontrahierungszwang für Monopole, in KR, 1929, 24, proprio sul fatto che l obbligo a contrarre debba conseguire al monopolio anche nel caso questo tocchi un bene di lusso. 33 Cfr. in via generale E. KRAMER, in Münchener Kommentar zum Bürgerlichen Gesetzbuch, 4a ed., Vol. 1, Monaco, 2001, ad 145, parr. 13 ss.; nonché W. KILIAN, Kontrahierungszwang und Zivilrechtssystem, in Archiv für den civilistischen Praxis, 1980, 47, 58, che cita i seguenti principi elaborati dalla giurisprudenza: determinazione del fine istituzionale dell ente da parte della mano pubblica, o irrinunciabilità per il bene comune o il commercio, o interesse della collettività, o messa in pericolo delle esigenze o della proprietà dei singoli (le parti in corsivo si riferiscono alle espressioni elaborate appunto dalla giurisprudenza e da questa frequentemente utilizzate). 34 Cfr. J.ROSSI, The common law duty to serve and protection of consumers in an age of competitive retail public utility restructuring, in Vanderbilt Law Journal, 1998, 1233, che chiarisce come quella teoria si applichi (fin dai suoi primi sviluppi nei secoli XVI e XVII) tanto ai monopoli di diritto Bozza non citare 1516 CRISTOFORO OSTI E ROBERTO PARDOLESI Tale ratio, da un punto di vista economico, si identifica dunque con un motivo distributivo: prevedere che certi servizi essenziali siano disponibili a tutti, equivale in sostanza ad imporre ai soggetti più abbienti, che verosimilmente quei servizi potrebbero comunque permettersi, di sovvenzionare i meno abbienti affinché anche essi possano disporre di tali servizi, ritenuti di pubblico interesse. Ché, se così non fosse, si frustrerebbe, da una parte, la ratio dell obbligo in altri termini, se il bene o servizio è di pubblico interesse, è per definizione essenziale che tutti ne possano profittare e, dall altro non si vede bene come si potrebbe efficacemente osservare sia l obbligo a contrarre sia la parità di trattamento: solo attraverso la sovvenzione incrociata tra utenti e consumatori, infatti, potrà l impresa in questione concludere l affare con (ragionevolmente) tutti i richiedenti. Ne consegue anche che l obbligo a contrarre in tali casi non può non accompagnarsi ad un obbligo di praticare condizioni sostenibili dalla generalità del pubblico. Il che può appunto anche comportare la necessità di un trasferimento di ricchezza da una tipologia di consumatori e/o di imprenditori ad un altra, o da una regione ad un altra. Si tratterebbe, in sostanza, di quelle attività che con termine più moderno si potrebbero definire di servizio universale, attività, cioè, la regolazione delle quali è preceduta da un giudizio di valore del legislatore, che considera che esse debbano essere prestate alla generalità del pubblico, a condizioni accessibili. Da questo punto di vista, quindi, l obbligo di servizio universale che grava, ad esempio, sull operatore nazionale di telecomunicazioni 35, costituisce la compiuta e moderna attuazione dell idea di un obbligo a contrarre che gravi sui prestatori di attività di alta utilità, per usare la corretta definizione sopra riportata, ben più soddisfacente dell imposizione di tale obbligo meramente in capo agli operatori dei servizi di trasporto di linea. Attuazione che, tuttavia, resta ancorata alla lettera della legge, in quanto non consta che alcuno abbia mai proposto una applicazione del concetto di servizio universale ad attività per le quali tale regime non è espressamente previsto dalla legge. 3. Quanto alla ratio della disposizione contenuta all art. 2597, ci si contenta di norma di ripetere che essa sta nell eliminazione della concorrenza. L obbligo, si dice, rappresenta la contropartita del diritto di esclusività 36. E di contropartita parlava già quanto a quelli di fatto, laddove comunque la domanda per quel servizio o prodotto sia toccata dal pubblico interesse [citando da una risalente decisione della Corte Suprema dell Indiana: State ex rel. Wood v. Consumers Gas Trust Co., in 61 N.E. 674, 677 (Ind. 1901)]. 35 Cfr. la Direttiva 2000/22/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002 relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica, in GUCE n. L 108 del 24 aprile 2002, p. 33, considerando (10), relativo al "prezzo abbordabile", nonché amplius, per ulteriori riferimenti normativi, alla parte III, lett. E. 36 A.ASQUINI, Del contratto di trasporto, in Il codice di commercio commentato, coordinato da L. BOLAFFIO, A. ROCCO, C. VIVANTE, artt , Torino, 1935, 7 ss., nt. 3. Bozza non citare 1617 l iniziatore della moderna teoria dell obbligo a contrarre 37. Ora, non è ben chiaro perché l esclusività debba avere una contropartita. E anche chi, insoddisfatto della prima giustificazione, si chiede correttamente perché la soluzione accolta da tale norma rappresenti, nella valutazione politica del legislatore, l unica soluzione che la logica stessa degli interessi in conflitto rende possibile, non sembra proporre una risposta del tutto convincente laddove egli parla di compensazione del monopolio, richiesta da una concezione liberistica del contratto, e nega che possa trattarsi di una deviazione eccezionale di quell ordine 38. Sempre di contropartita, infatti, si tratta. Tale giustificazione non è logicamente del tutto conferente. Di contropartita, infatti, si potrebbe solo parlare se: (i) il monopolista legale fosse l unico produttore e fornitore per quel prodotto o servizio sul mercato rilevante, inteso nel senso della disciplina della concorrenza 39 : onde i consumatori solo ad esso possano rivolgersi, e (ii) il prodotto o servizio in questione soddisfacesse direttamente o indirettamente, ad esempio, perché ulteriormente trasformato da altro imprenditore - un bisogno, il soddisfacimento del quale è considerato di interesse essenziale 40, del consumatore o utente. La qualificazione di interesse essenziale, ovviamente, è criticabile e non brilla per chiarezza 41 ma, almeno, risponde ad un chiaro intento, abbiamo detto, redistributivo, teso ad equalizzare le chances di ognuno. Qualcuno si rifà autorevolmente ad una nozione di bisogno normale per circoscrivere l'oggetto dell obbligo, nella prospettiva, difficilmente condivisibile, di permettere il funzionamento del mercato, che verrebbe oliato proprio dalla concessione ad ognuno della possibilità di soddisfare i propri bisogni, appunto, normali 42. Più perspicua appare peraltro la giustificazione fornita dallo stesso autore prima citato, il quale, con una modernità di visione e linguaggio per molti versi notevole, afferma: "per impedire che l'impresa abusi della sua posizione monopolistica a danno degli utenti, sottraendo arbitrariamente al pubblico il godimento del servizio monopolizzato, 37 Gegenstück : J.BIERMANN, Recthszwang zum kontrahiren [sic], in Jherings Jahrbücher, vol. 32, Jena, 1893, 267, P.MARCHETTI, Boicottaggio e rifiuto di contrattare, Padova, 1969, 326 ss., Cfr. infra, parte IV; contro l assimilazione dei due concetti, L.NIVARRA, La disciplina della concorrenza. Il monopolio, in Il codice civile. Commentario diretto da P. Schlesinger (art. 2597), Milano, 1992, V. supra, in questo paragrafo, i criteri elaborati in proposito dalla giurisprudenza germanica. 41 In questo senso, si è visto, L.NIVARRA, La disciplina della concorrenza. Il monopolio, in Il codice civile. Commentario diretto da P. Schlesinger (art. 2597), Milano, 1992, 15 ss. 42 F.BYDLINSKI, Zu den Grundfragen des Kontrahierungszwang, in Archiv für den civilistischen Praxis, 1980, 1, 37. Bozza non citare 1718 CRISTOFORO OSTI E ROBERTO PARDOLESI la legge toglie all'impresa monopolistica la facoltà di rifiutare arbitrariamente le prestazioni richieste dai singoli utenti e ricostituisce così in via d'autorità quella posizione di uguaglianza tra gli aspiranti ad usare del pubblico servizio, che in regime di concorrenza è assicurata dal gioco naturale delle leggi economiche" 43 ; ratio - e si noti anche il richiamo al principio di eguaglianza 44 - estremamente vicina a quella delle norme di concorrenza, ed estremamente vicina, altresì, a quella espressa nella Relazione al codice la quale, trattandosi di quella che il legislatore aveva in mente quando ha adottato la norma, è a mio avviso, in ogni caso la più rilevante al fine della nostra analisi, come si conferma anche dall esame dell elaborazione dottrinale che quella norma ha preceduta. 4. Resta ora da considerare il rapporto tra la ratio degli istituti appena riguardati e la disciplina sulla concorrenza. E qui l esame è paradossalmente più semplice. Quanto alla ratio in sé considerata, occorre ricordare che l antitrust, è stato detto, ha innumerevoli anime, e non tutte candide 45. Conviene lasciare tale questione nel suo rapporto con il problema dell obbligo a contrarre a quella parte dell opera ove si affronteranno espressamente gli aspetti rilevanti di tale disciplina. Per il momento ci si limiti ad osservare che la giustificazione del diritto della concorrenza si è di volta in volta vista nella limitazione del potere politico assunto dalle grandi aggregazioni economiche 46 ; nella tutela della piccola impresa 47 ; nell ostacolare il trasferimento di ricchezza dal consumatore all impresa 48 ; nel preservare l efficienza allocativa 49, cioè a dire mantenere il prezzo dei beni e servizi offerti al livello del loro costo marginale; nel preservare l efficienza dinamica del mercato, in altre parole, la sua capacità di innovazione e di miglioramento qualitativo 50. Alcuni tra tali fini sono chiaramente 43 A. ASQUINI, Del contratto di trasporto, Torino, 1925, Che era nello Statuto albertino, all'art. 24: e a questa norma si richiama infatti lo stesso Asquini, in Sulla natura contrattuale dei trasporti nel campo dei pubblici servizi monopolistici, Milano, 1919, 18 (e già in Rivista del diritto commerciale, 1919, I). In tale articolo si legge anche l'interessante notazione: "non si può allegare il principio liberale in difesa del monopolista per affermare il suo diritto di rifiutare o di concedere arbitrariamente il servizio monopolizzato ai consumatori. Il principio liberale è già stato disapplicato dall'ordinamento giuridico creante il monopolio", ivi, 17, corsivo nel testo. 45 Praticamente in apertura della sua monografia F. DENOZZA, Antitrust, Bologna, 1988, R.PITOFSKY, The political content of antitrust, in University of Pennsylvania Law Review, 1979, 1051, 1053 ss. 47 S. ROSS, Network economic effects and the limits of GTE Sylvania s efficiency analysis, in Antitrust Law Journal, 2001, 945, R. LANDE, Wealth transfer as the original and primary concern of antitrust: the efficiency interpretation challenged, in Hastings Law Journal, 1982, Questo è senz altro il fine che, dalla scuola di Chicago in poi, ha più a lungo tenuto banco: v. tra tanti P.AREEDA, H. HOVENKAMP, Antitrust Law, New York, vol. I, ed. 1997, 111; R. BORK, The antitrust paradox: a policy at war with itself, New York, 1978, 81 ss. 50 J.F.BRODLEY, The economic goals of antitrust: efficiency, consumer welfare, and technological progress, in New York University Law Review, 1987, 1020 ss. Bozza non citare 1819 inconciliabili tra loro si pensi alla protezione della piccola impresa e la preservazione dell efficienza allocativa; altri non hanno chiaramente molto a che vedere con la ratio dell istituto dell obbligo a contrarre; altri ancora, infine, quali quello inerente al trasferimento di ricchezza, possono facilmente farsi coincidere con il fine distributivo che, abbiamo visto, alle disposizioni in parola potrebbe essere attribuito. 5. In conclusione sul punto, si può pertanto affermare che la ratio dell'art c.c. è diversa da quella sottostante all'art e che, per quanto riguarda quest'ultima, essa è estremamente vicina a quella delle norme concorrenziali 51, restando avvertito il lettore che la ratio delle regole di concorrenza è essa stessa interpretata in modo di volta in volta assai diverso e perfino contraddittorio. In fine di discorso si può forse fare menzione, a conforto della tesi di una sostanziale divergenza, di quella pronuncia nella quale si considera si considera che l'obbligo a contrarre civilistico e le norme concorrenziali "si iscrivono [ ] nella stessa prospettiva" 52. Ne discende a nostro avviso l'incoferenza della teoria più largamente accolta, anche in via mediata dalla nostra giurisprudenza di legittimità 53, secondo la quale l art tutelerebbe gli interessi del consumatore, indipendentemente da quelli delle altre imprese e, in genere, dal funzionamento del mercato 54, laddove il diritto della 51 Cfr. già T. ASCARELLI, nella seconda ed. del suo Teoria della concorrenza e dei beni immateriali, 2a ed., Milano, 1957, 85: "è questa considerazione [che la disciplina codicistica è inadeguata rispetto alla tutela della libertà del mercato] che, d'altra parte, ispira, mutatis mutandis, la disciplina dell'obbligo a contrarre del monopolista". 52 Tar Lombardia, sez. I, 19 gennaio 1998, n. 57, in Trib. amm. reg., 1998, I, Il riferimento è ovviamente a Cass. 1 febbraio 1999, n. 827, in Foro it., 1999, I, 831, con nota di L. LAMBO, ove si legge: "L'art c.c., come è noto, pone in essere limiti alle restrizioni contrattuali della concorrenza in vista dell'interesse del singolo a non vedersi privato per troppo tempo della propria libertà di impresa (Cass. n del 1977) [ ]. Il rilievo della concorrenza oggetto dell'intesa è, invece, assente nella prospettiva del legislatore del Perché a fondamento delle tutele che la legge introduce sta il libero mercato in quanto tale, cioè l'interesse pubblico a conservarlo e non quello del singolo a difendere il proprio diritto". Il riferimento, la contrapposizione, è ovviamente alla disciplina sulla concorrenza sleale, piuttosto che all'obbligo legale a contrarre. Ma essi certamente valgono per noi quanto alla visione che esprimono per la disciplina sulla concorrenza, senza contare che l'obbligo a contrarre si lega nella stessa struttura del codice alle regole che vietano la concorrenza sleale. Notazioni simili, pur in una certa generale opacità della pronuncia, sono anche in Cass. 9 dicembre 2002, n , in Foro it., 2003, I, 1121, con note di A.PALMIERI, Intese restrittive della concorrenza e azione risarcitoria del consumatore finale: argomentazioni "extravagantes" per un illecito inconsistente, e E. SCODITTI, Il consumatore e l'antitrust, ove, in sostanza, l'accento è su un diritto della concorrenza nella "prospettiva privilegiata dell'«impresa» quale termine comunque principale del dinamismo del «mercato»" rispetto a norme che rivolte al consumatore finale. 54 In questo senso esplicitamente P. MARCHETTI, Boicottaggio e rifiuto di contrattare, Padova, 1969, 331 s; nello stesso senso recentemente e con riferimento alla dottrina dell obbligo a contrarre nel diritto germanico J.BUSCHE, Privatautonomie und Kontrahierungszwang, Tubinga, 1999, 302; in Bozza non citare 1920 CRISTOFORO OSTI E ROBERTO PARDOLESI concorrenza avrebbe quale fine la tutela della concorrenza intesa come concorrenzialità del mercato. 6. Le considerazioni sopra svolte sono a nostro avviso rilevanti sotto un profilo storico e sistematico. Occorre tuttavia senz altro e senza troppo rammarico ammettere che l introduzione della disciplina sulla concorrenza ha sminuito notevolmente la rilevanza pratica delle norme sull obbligo a contrarre. Quanto profetizzato da Frignani 55 è di fatto e puntualmente avvenuto anche da noi dopo, non a caso, essersi verificato più o meno nello stesso modo nell ordinamento tedesco. La dottrina germanica ammette infatti senza troppe perifrasi che, a seguito dell introduzione in quell ordinamento di un diritto della concorrenza propriamente detto, questo ha quasi completamente estromesso l istituto dell obbligo a contrarre 56, che ha quindi mantenuto unicamente una rilevanza residuale 57. Da questo punto di vista, la disciplina sulla concorrenza ha al contempo un ambito di applicazione più ampio e più ristretto della disposizione in esame: più ampio, in quanto essa si applica non solo alle imprese in posizione di monopolio legale 58, ma anche a quelle che pur condividendo il mercato con altri concorrenti, vi svolgono un ruolo preminente, così come a quelle che condividono con altre imprese una posizione dominante oligopolistica, o collettiva 59. Ché anzi, tale ruolo si è ulteriormente ampliato con la introduzione nel nostro ordinamento, attraverso la l. n. 192 del 1998, dell istituto della posizione dominante relativa, quella, cioè, che genera una situazione di dipendenza economica. Non è dubbio, infatti, che l obbligo a contrarre tipico dell impresa in posizione dominante si estenda anche all impresa relativamente dominante che partecipi di un rapporto di dipendenza senso analogo v. anche L. NIVARRA, L obbligo a contrarre e il mercato, Padova, 1989, 103 ss.; ID., La disciplina della concorrenza. Il monopolio, in Il codice civile. Commentario diretto da P. Schlesinger (art. 2597), Milano, 1992, 46 s. 55 A. FRIGNANI, Ambito di applicazione e rapporti con l ordinamento comunitario, in AA.VV., Diritto antitrust italiano, Commento alla legge 10 ottobre 1990, n. 287, a cura di A.FRIGNANI, R.PARDOLESI, A.PATRONI GRIFFI e L.UBERTAZZI, vol. I, Bologna, 1993, ad art. 1, 102 s. 56 H.HEINRICHS, in PALANDT, Bürgerliches Gesetzbuch, 58a ed., Monaco, 1999, Introduzione, 145, 9; nello stesso senso, F.BYDLINSKI, Zu den Grundfragen des Kontrahierungszwang, in Archiv für den civilistischen Praxis, 1980, 1, 29; J.BUSCHE, Privatautonomie und Kontrahierungszwang, Tubinga, 1999, 170, W. KILIAN, Kontrahierungszwang und Zivilrechtssystem, in Archiv für den civilistischen Praxis, 1980, 47, Le quali, secondo una risalente e consolidata giurisprudenza della Corte di giustizia, rappresentano il caso emblematico di impresa in posizione dominante; cfr. tra tante, sentenza della Corte di giustizia 10 dicembre 1991, causa C-179/90, Merci convenzionali porto di Genova c. Siderurgica Gabrielli, in Racc., I-5889, al punto Anche qui, si tratta di un istituto ormai consolidato nel diritto comunitario e interno: cfr. per la giurisprudenza sentenza della Corte di giustizia 31 marzo 1998, cause riunite C-68/94 e C- 30/95, Repubblica francese e aa. c. Commissione, in Racc., I-1375, punti 138 ss. Bozza non citare 20 Vedere altro
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References: art. 2595
 art. 1379
 art. 2603
 art. 41
 art. 43
 art. 41
 art. 41
 art. 10
 art. 2595
 art. 33
 art. 81
 art. 81
 art. 33
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2598
 art. 2595
 art. 2
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 2597
In fine
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
 sentenza 
 ART. 2598
 ART. 2598
 art. 1
 articolo 11
 Sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 art. 38
 articolo 38
 art. 10
 art. 10
 art. 2082
 art. 32
 ART. 9
 ART. 9
 art. 35
 sentenza 
 sentenza 
 SENTENZA 
 sentenza 
 art. 3
 art. 1
 art.1372
 art.1372
 art. 1372
 art. 2549
 Art. 3
 art. 1
 art. 59
 Cass. 
 articolo 8
 articolo 8
 art. 2564