Source: http://siciliaitalia.blogspot.it/2012/06/
Timestamp: 2017-07-26 08:51:37+00:00

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6/27/2012 07:54:00 AM
Ulteriore sentenza di una Commissione Tributaria Provinciale sulla controversa questione della presunzione di "elusione" nel conferimento di azienda a seguito delle partecipazioni. La Terza Sezione della C.T. Prov. di Milano ha sentenziato che il conferimento d’azienda, seguito dalla cessione delle partecipazioni, non può essere considerato un’operazione finalizzata ad eludere, sul trasferimento del complesso aziendale, l’applicazione delle imposte d’atto secondo la più onerosa disciplina degli atti di cessione d’azienda.
Le contestazioni dell’Amministrazione finanziaria fondate sulla pretesa riqualificazione degli atti di conferimento d’azienda e successiva cessione della partecipazione in atti di cessione d’azienda, con conseguente rideterminazione dell’imposta di registro (e, ove ci sia nell'atto anche la presenza di una componente immobiliare, pure di quelle ipotecaria e catastale) da fissa a proporzionale. La base procedimentale su cui gli Uffici avanzano generalmente le proprie presunzioni fondano la propria ragione in forza dell’art. 20 del DPR 131/1986 (ai sensi del quale l’imposta deve trovare applicazione sulla base dell’effettivo contenuto giuridico dell’atto e non del suo mero nomen iuris) e l’abuso del diritto.
La sentenza inoltre è ancora più marcatamente chiara allorquando rispedisce al mittente la pretesa natura elusiva del comportamento complessivamente tenuto dalle parti. In particolare, è illuminante il dispositivo della sentenza nella parte in cui evidenzia che “le operazioni poste in essere con gli atti sopra descritti non integrano gli estremi del comportamento abusivo, in quanto la finalità elusiva non è stata posta come elemento predominante e assorbente nei medesimi atti”.
6/26/2012 01:46:00 PM
Se il contribuente non fornisce la documentazione richiesta entro il 30 giugno, l’Ufficio comunica l’esito del controllo al contribuente con raccomandata e da quel momento si avranno ulteriori 30 giorni per dare chiarimenti. Solo in caso di ulteriore inerzia, l’ufficio procede all’iscrizione a ruolo e alla conseguente notifica della cartella di pagamento da parte di Equitalia, che ha tempo fino al 31.12 del 4° anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione oggetto di controllo.
6/23/2012 08:42:00 PM
la Corte di Cassazione, nella sentenza 8 settembre 2003 n. 13085, ha affermato che, ai fini della valutazione della fruibilità dell’agevolazione prima casa, riveste importanza fondamentale la “residenza della famiglia”, con la inevitabile conseguenza che l’agevolazione spetta sull’intero immobile acquistato anche se uno solo dei coniugi abbia fissato la residenza nell’abitazione, purché essa sia stata destinata a residenza della famiglia. Tale decisione rende ininfluente, sul piano tributario, la mancanza del requisito della residenza della moglie, ben potendo la moglie avere una esigenza (legittima e riconosciuta dalla legge civile) che la spinge ad avere una residenza diversa”. In tal senso si è espressa la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza 28 gennaio 2009 n. 2109, in cui ha chiarito che, ai fini dell’agevolazione prima casa, è necessario che l’immobile acquistato sia destinato a residenza familiare e si trovi, quindi, nel Comune in cui si trova la residenza della famiglia, mentre non rileva che uno dei due coniugi non abbia la residenza anagrafica in quel Comune, sia nel caso in cui l’immobile sia entrato in comunione in seguito ad acquisto congiunto, che in seguito ad acquisto da parte di un solo coniuge.Infine, con l’ordinanza 1° luglio 2009 n. 15426, la Corte di Cassazione ha riconosciuto il diritto al godimento dell’agevolazione in relazione all’intero immobile, nel caso in cui uno solo dei due coniugi avesse trasferito la residenza nel Comune in cui si trovava l’immobile. In tale pronuncia, la Suprema Corte ribadisce che i coniugi non sono tenuti ad una comune residenza anagrafica, ma solo alla coabitazione, sicché “un’interpretazione della legge tributaria […] conforme ai principi di diritto di famiglia” non può imporre al coniuge di porre (ai fini fiscali) la residenza nell’immobile in cui ha la residenza l’altro coniuge, se ciò non è imposto dal codice civile.In ogni caso ricordo che l’Amministrazione finanziaria, nella circ. 38/2005 (§ 2.1), si è pronunciata in senso opposto, sostenendo, in linea generale, che l’agevolazione prima casa si può applicare solo in relazione al 50% del valore dell’immobile, nel caso in cui solo uno dei coniugi si trovi nelle condizioni di godere dell’agevolazione. Si rileva e si sottolinea che anche un’eventuale successiva separazione dei coniugi non comporta la perdita dell'agevolazione, in quanto non è richiesto dalla norma agevolativa che la residenza (della famiglia) venga conservata nel Comune per un determinato periodo.
Pertanto, accertato che, al momento dell’atto (o entro 18 mesi da esso), la residenza della famiglia era stata fissata in quel Comune, non è rilevante che poi la famiglia si sia “sciolta” e, di conseguenza, la residenza abbia perso la sua originaria connotazione (diventando residenza di uno solo dei coniugi).La separazione personale legale dei coniugi, pur determinando lo scioglimento della comunione legale tra di essi exart. 191 c.c. (con efficacia dal momento del passaggio in giudicato della sentenza di separazione, ovvero dal momento dell’omologazione da parte del Tribunale degli accordi consensualmente raggiunti), non configura un’ipotesi di “trasferimento a titolo oneroso o gratuito” che (se effettuata nei 5 anni dall’acquisto) risulterebbe passibile di determinare la decadenza dall'agevolazione. Lo scioglimento della comunione non determina alcun trasferimento di beni, ma, piuttosto, una trasformazione della comunione legale in una forma speciale di comunione convenzionale che, poi, i coniugi possono sciogliere mediante divisione dei beni (cfr. Cass. 29 marzo 2006 n. 7231). Infine, la separazione di fatto di per sé non è neppure in grado di sciogliere la comunione legale, sicché, in tal caso, non muta neppure la titolarità dell’immobile abitativo (cfr. Cass. 6 ottobre 2005 n. 19447).
unite della Corte di Cassazione hanno finalmente
e per la prima volta dato un'uniforme interpretazione sull'applicazione
dell'articolo 4 della Legge n. 77/55 (come riformato dalla Legge n. 235/00) in
merito al procedimento di cancellazione del protesto dal RIP, ed anche sulla
definizione giuridica in capo al soggetto protestato interessato alla
cancellazione del proprio nominativo. Nel caso di specie si è arrivati all'accoglimento del ricorso incardinato dal soggetto protestato da parte del giudice di pace, poi confermata in appello dal tribunale, avverso il provvedimento di rigetto della competente camera di commercio. La CCIAA, soccombente nei precedenti giudizi di merito, lamentava la mancanza di giurisdizione del giudice ordinario in ragione del generale principio della divisione dei poteri dello stato secondo il quale il giudice ordinario non può sindacare in alcun modo l'operato degli organi amministrativi mediante poteri di riforma, modifica e annullamento di provvedimenti amministrativi, dovendo semplicemente limitarsi a disapplicarli nel caso concreto, spettando solamente alla magistratura amministrativa (tar e consiglio di stato) tale poteri, secondo l'impostazione della Legge n. 2248/1865 sull'ordinamento amministrativo. Con una sentenza alquanto precisa, le Sezioni unite ribaltavano tale impostazione ritenendo infondato il motivo sulla giurisdizione e sostenendo, invece, che il soggetto protestato si trovi in una situazione giuridica consistente in un diritto soggettivo pieno ed integro, ai sensi dell'articolo 4 della Legge n. 77/55 come in seguito modificata, e perciò legittimamente azionabile innanzi al Giudice ordinario, che non potrà semplicemente limitarsi a disapplicare l'atto amministrativo per conseguire siffatta tutela legislativa. La sentenze riveste particolare importanza perché viene inoltre chiarita la natura meramente materiale dell' attivita svolta dalle CCIAA in ordine alla ricezione delle istanze di cancellazione protesti, e di conseguenza la materia del contendere riguarda non un interesse legittimo innanzi ad un potere discrezionale della pubblica amministrazione che come tale sarebbe stato necessariamente devoluto alla giurisdizione del giudice amministrativo. La Corte ribadisce che, per quanto riguarda i mezzi di prova, è necessariamente obbligatorio la produzione del titolo in originale col relativo atto di protesto ai fini della cancellazione. La Corte, inoltre, "pretende", al fine di evitare accordi fraudolenti tra gli obbligati cartolari, non solo la prova certa del pagamento ma anche della relativa data, la quale può esser unicamente offerta mediante presentazione della quietanza o di un deposito bancario vincolato al portatore del titolo in determinate circostanze, cosi da determinare al contempo la sottrazione del titolo alla sua libera circolazione e risultando inammissibile la prova testimoniale nel procedimento de quo. Dott. Victor Di Maria
6/19/2012 12:40:00 PM
L’art. 23 del Decreto approvato lo scorso 15 giugno 2012 dal Consiglio dei Ministri, c.d. Decreto Crescita, torna sul tema della S.r.l. semplificata per eliminare il vincolo anagrafico che lo avrebbe fatto diventare uno dei tanti strumenti “sulla carta” pro-giovani, ma di fatto non “inutilizzati”. Grazie a una proposta emendativa in tal senso, la posizione dell’Italia nella classifica “Doing Business” alla voce "Starting a business- Avvio di un’attività imprenditoriale" salirebbe dall’attuale 77° posto al 71°, scontando prevalentemente i maggiori costi per l'avvio d’impresa. Il Doing Business - Il Doing Business (DB) è l’indagine che il Gruppo Banca Mondiale svolge dal 2003 per offrire una misura quantitativa dello sviluppo di business in cui operano le piccole e medie imprese. Applicata per la prima volta a livello sub-nazionale in Europa, l’indagine “Doing Business in Italy 2012” riguarda la competitività e la capacità di attrazione degli investimenti a livello regionale, con particolare attenzione alle aree del Mezzogiorno. La graduatoria viene compilata su specifici case studies per individuare i maggiori nodi al fare impresa, in particolare nel Mezzogiorno, e attivare opportuni interventi di policy nazionali e locali a costo limitato o nullo per l’erario pubblico. In tale lista tuttavia la fattispecie della Srl semplificata non veniva nemmeno presa in considerazione in quanto limitata ai soli under 35. La rimozione del limite dei 35 anni - La rimozione del vincolo anagrafico, si legge nella relazione illustrativa al Decreto Crescita, consente di uniformarsi agli obiettivi dei concorrenti europei, garantendo effetti positivi diretti ed indiretti sulle dinamiche economico produttive. L’art.3 del DL n.1/2012 è stato, dunque, ulteriormente modificato per tener conto di queste considerazioni. Il nuovo articolo, rubricato “Accesso alla costituzione di società a responsabilità limitata”, presenta sostanziali novità. Le nuove “S.r.l.s.” potranno essere costituite solo da persone fisiche, anche con più di 35 anni, in quanto il comma 1 dell’art. 2463 bis c.c. è stato modificato sopprimendo le parole: ”che non abbiano compiuto i 35 anni di età alla data della costituzione”. Eliminato il limite di età, di conseguenza, viene meno il divieto di cessione delle quote sociali a soggetti con più di 35 anni e l'obbligo di trasferimento delle stesse quote quando i soci superano il fatidico limite anagrafico, precedentemente previsto dal comma 4 dell’art. 2463 bis c.c. Atto costitutivo e statuto standard - L'atto pubblico e l’utilizzo dello statuto standard non modificabile permangono; sarà un atto di natura non regolamentare del Ministro della Giustizia, adottato su proposta del Consiglio nazionale del notariato, che renderà noto il modello standard cui devono conformarsi l’Atto costitutivo e lo Statuto, con la conseguente nullità di ogni clausola modificativa o integrativa, sostituita di diritto dalla corrispondente previsione del modulo. Il 25% dell’utile a riserva indisponibile - La novità sostanziale riguarda l’onere di destinazione di una parte degli utili di bilancio, pari al 25%, a riserva indisponibile sino a quando tale riserva e il capitale non raggiungono complessivamente l'ammontare di euro 10.000. Se la nuova “S.r.l.s.” viene quindi costituita con 1 euro,m la semplificazione è solo formale, in quanto fintanto che il capitale della S.r.l. standard non si è formato, l’utile non può essere distribuito ai soci. Ciò risponde, tuttavia, alle esigenze di garanzia verso i potenziali creditori sociali. Altra modifica riguarda gli oneri notarili, i quali in caso di “S.r.l.s.” costituita da soci under 35 non dovranno essere versati, mentre in caso di soci over 35 saranno dovuti senza alcuna esenzione, pur nei limiti degli importi stabiliti dal Ministero; lo stesso accade per la registrazione al registro imprese dell’atto costitutivo e l’iscrizione della nuova realtà: l’imposta di bollo e i diritti di segreteria saranno dovuti solo dalle persone fisiche over 35. Attendiamo ora la pubblicazione dei modelli standard di atto costitutivo e statuto affinché possa diventare finalmente operativa tale nuova forma di start-up, la cui evoluzione normativa è stata quanto mai ricca di modifiche, ma che non ha ancora potuto vedere la luce.
In base a quanto stabilito dall'art. 7, co. 2-bis, D.L. 13 maggio 2011, n. 70 (conv. con modif. con L. 12 luglio 2011, n. 106), come poi successivamente abrogato dall'art. 13, D.L. 201/2011, ai fini del riconoscimento della ruralità degli immobili, i soggetti interessati dovevano presentare all'Agenzia del Territorio, entro il 30 settembre 2011, una domanda di variazione della categoria catastale per l'attribuzione all'immobile della categoria A/6 per gli immobili rurali a uso abitativo o della categoria D/10 per gli immobili rurali a uso strumentale. Successivamente, con l'art. 13, co. 14-bis, 14-ter e 14-quater, D.L. 201/2011 sono state apportate alcune significative modifiche a tale disciplina, modifiche che esplicano effetti anche ai fini Imu. In particolare, è stato previsto che i fabbricati rurali iscritti al Catasto terreni, con esclusione di quelli che non costituiscono oggetto di inventariazione ai sensi dell'art. 3, co. 3, D.M. 2 gennaio 1998, n. 28, devono essere dichiarati al Catasto edilizio urbano entro il 30 novembre 2012 (art. 13, co. 14-ter). Alla luce di quanto sopraesposto il contribuente dovrà procedere con l’accatastamento entro il 30 novembre 2012 e poi pagare il saldo Imu entro il 16 dicembre 2012.
I fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili, e di fatto non utilizzati, hanno la base imponibile per il calcolo dell'Imu ridotta del 50%. Per beneficiare dello sconto il proprietario è costretto a far fare una perizia a proprie spese o presentare un'autocertificazione. I Comuni accertano le condizioni dello stabile e possono disciplinare le caratteristiche di fatiscenza sopravvenuta del fabbricato.La disciplina Imu degli immobili inagibili o inabitabili è stata resa meno gravosa dalle modifiche inserite in sede di legge di conversione del decreto fiscale (D.L. 16/2012). Si prevede infatti che per queste unità la base imponibile sia ridotta alla metà. Nella formulazione originaria l'imposizione avveniva con le regole ordinarie. Con le modifiche apportate dalla legge di conversione del D.L. 16/2012 per le unità inagibili o inabitabili si verifica un ritorno al passato, poiché nel regime Ici era già disposta la riduzione a metà dell'imposta. L’agevolazione vale limitatamente al periodo dell'anno durante il quale sussistono dette condizioni.La norma prevede che l’inagibilità o l'inabitabilità sia accertata dall'ufficio tecnico comunale con perizia a carico del proprietario, che allega idonea documentazione alla dichiarazione. In alternativa a tale previsione, il contribuente ha facoltà di presentare una dichiarazione sostitutiva ai sensi del testo unico di cui al D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445. Secondo l'orientamento di Cassazione, ai fini dell'applicazione dell'agevolazione non è sufficiente che il bene sia di fatto inagibile o inabitabile, occorrendo la formale comunicazione da parte del contribuente di questo stato di fatto. A meno che il Comune non ne sia già ufficialmente a conoscenza, come accade ad esempio nei casi di ordinanze di sgombero. L’art. 13 del D.L. 201/2011 prevede inoltre che, agli effetti dell’applicazione della riduzione alla metà della base imponibile, i Comuni possono disciplinare le caratteristiche di fatiscenza sopravvenuta del fabbricato, non superabile con interventi di manutenzione. Da tale norma si ricava che il Comune ha il potere di ritenere elusivo del dovere fiscale la mera negligenza nella manutenzione, come la mancata sostituzione di vetri rotti o l'assenza di espurgo fognario. Questi comportamenti non sono quindi utili per ottenere un'inabitabilità e la riduzione della base imponibile Imu.Gli immobili crollati e i ruderi vanno invece accatastati nella categoria F3 (fabbricati “collabenti”), che ha rendita catastale pari a zero: il che comporta l'esenzione dall'Imu, salvo che non insistano su un'area fabbricabile, nel cui caso si dichiara il valore dell'area.
6/18/2012 07:33:00 PM
In forza della stessa circolare 23/2011, i soggetti che formalizzano l’istanza devono individuare le situazioni oggettive che giustificano la disapplicazione della normativa in questione (in altre parole, le cause che hanno determinato la perdita e che legittimerebbero l’esclusione delle penalizzazioni previste dalla disciplina delle società in perdita sistematica). Bisogna fare attenzione, inoltre, che nell’istanza occorre indicare, oltre al periodo d’imposta per il quale si chiede la disapplicazione, anche il periodo d’imposta a cui le stesse situazioni si riferiscono (diversamente, infatti, l’istanza si ritiene inammissibile). Secondo l’Agenzia sarebbero inammissibili le istanze afferenti ai periodi d’imposta anteriori al 2012, a meno che il periodo d’imposta in relazione al quale la situazione oggettiva è stata dedotta sia compreso nel periodo di osservazione afferente al periodo di prima applicazione della disciplina in esame: l’esempio citato nella circolare 23/2012 è quello di una società che avanza istanza di disapplicazione in relazione al 2011 deducendo una situazione oggettiva afferente al 2010: tale istanza è pienamente ammissibile, in quanto l’interesse alla valutazione della sussistenza della situazione specifica del 2010 rileva anche nell’ambito del periodo di osservazione 2009-2011, afferente al 2012. La circolare, inoltre, cita, con riferimento agli acconti relativi al 2012, che potranno verificarsi le seguenti situazioni:
Una norma particolarmente ostile per la quale l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato la Circolare n. 24/E del 15 giugno 2012, fornendo chiarimenti sui beni concessi in godimento ai soci o familiari dell’imprenditore. In particolare, è stato precisato che, nel caso in cui non sia stato determinato correttamente l’acconto seguendo le nuove regole (reddito diverso per l’utilizzatore e indeducibilità dei costi per l’impresa concedente il bene), l’eventuale omesso o non sufficiente versamento d’imposta potrà essere sanato in sede di secondo acconto a novembre, senza sanzioni e applicando gli interessi del 4% annuo. La regola del maggior reddito diverso in capo all’utilizzatore scatta anche quando il bene è concesso in godimento solo per una frazione dell’anno.
Il 14 giugno la Camera dei Deputati ha licenziato, con modifiche, il Disegno di Legge denominato "anticorruzione", che passa ora al Senato.Tra le disposizioni ricordo l'articolo 14 che, modificando le norme del Codice Civile, ne sostituisce l'articolo 2635 (Infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità) introducendo la Corruzione tra privati.
Art. 2635. – (Corruzione tra privati). – Salvo che il fatto costituisca più grave reato, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, che, a seguito della dazione o della promessa di denaro o altra utilità, per sé o per altri, compiono od omettono atti, in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà, cagionando nocumento alla società, sono puniti con la reclusione da uno a tre anni.Si applica la pena della reclusione fino a un anno e sei mesi se il fatto è commesso da chi è sottoposto alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti indicati al primo comma.Chi dà o promette denaro o altra utilità alle persone indicate nel primo comma e nel secondo comma è punito con le pene ivi previste.Le pene stabilite nei commi precedenti sono raddoppiate se si tratta di società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri Stati dell'Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell'articolo 116 del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni.
La fattispecie è inserita nel corpus del Decreto Legislativo 231/2001, mediante l'integrazione dell'articolo 25-ter, comma 1, con la lettera s-bis) per il delitto di corruzione tra privati, nei casi previsti dal terzo comma dell'articolo 2635 del codice civile, la sanzione pecuniaria da duecento a quattrocento quote.
6/18/2012 06:10:00 PM
L'effetto prodotto dall'accantonamento delle imposte nei bilanci delle società di capitali spesso produce un risultato economico in perdita. Per recuperare tale perdita le società ricorrono all'utilizzo del meccanismo della rinuncia da parte dei soci ai propri crediti maturati nei confronti della società. Tale meccanismo consente alla società di ottenere una ricapitalizzazione indiretta, sotto diversi profili: maggiore patrimonializzazione, compensazione di perdite rilevanti ex artt. 2482-bis e ter c.c. per le srl e 2446-2447 c.c. per le spa e infine, laddove possibile, utilizzabilità del conferimento ai fini della fruizione del nuovo beneficio ACE (Aiuto alla Crescita Economica).
Il Decreto 14 marzo 2012 del Ministero dell’Economia e delle Finanze recante disposizioni di attuazione dell’articolo 1 del DL n. 201/2011 concernente l’Aiuto alla Crescita Economica (ACE) all’art. 5, comma 2, prevede, nello specifico, la rilevanza della rinuncia incondizionata dei soci ai crediti societari e vengono accolti come elementi positivi della variazione del capitale. Tale beneficio si ha anche nel caso di compensazione dei crediti in sede di sottoscrizione di aumenti del capitale.La relazione di accompagnamento al Decreto prevede che possano avere valenza ai fini del beneficio ACE soltanto i crediti di natura finanziaria (ad esempio, finanziamento da parte di soci).Molto puntuale è l’analisi fatta da Assonime in merito al caso delle rinunce a crediti da parte dei soci, sia di natura commerciale sia di altra natura. A questo proposito, la circolare dell’Associazione sottolinea come l’esclusione di tali fattispecie dal novero degli apporti in denaro non sempre implichi la loro totale irrilevanza ai fini dell’ACE. Potrebbe, infatti, accadere che la rinuncia al credito commerciale da parte di un socio venga contabilizzata tra le sopravvenienze attive dell’esercizio in cui si perfeziona la rinuncia. Va da sé che tale componente positivo di reddito confluirà nel risultato dell’esercizio che, se accantonato a riserva, concorrerà alla formazione della base di riferimento dell’agevolazione ACE. E' del tutto pacifico, infatti, che la rinuncia del socio al suo credito vantato nei confronti della società va a beneficio di tutti i soci.La risoluzione dell'Agenzia delle Entrate n. 152/2002 ha precisato che, nel caso di rinuncia a un credito commerciale da parte di un socio nei confronti della società, non scatta alcuna sopravvenienza attiva in capo a quest’ultima, in quanto la rinuncia non ha alla base uno spirito di liberalità o una remissione del debito da parte di un terzo, bensì la volontà del socio di patrimonializzare la società. Tale condivisibile interpretazione di matrice fiscale chiarisce bene che, anche ai fini civilistici, la contropartita della rinuncia al credito non possa che essere una riserva del patrimonio netto. In base a tale impostazione contabile viene, però, sacrificata la potenziale agevolazione ACE.L'Assonime delinea altre fattispecie e, volendo ancora allargare la rosa delle possibilità concrete, potremmo parlare anche del caso della rinuncia, a fondo perduto o in conto capitale, a crediti maturati da parte del socio-amministratore nei confronti della società per compensi quale amministratore, per trattamento di fine mandato, e così via.In questi casi la situazione si complica e non di poco. Infatti, da un lato, le predette fattispecie non configurerebbero base riferimento ACE perché non derivanti da precedenti versamenti fatti dai soci e, dall’altro, il socio rinunciante potrebbe essere chiamato a dichiarare i redditi derivanti dalla rinuncia al credito nei confronti della società.Voglio ricordare, per tale fattispecie, la C.M. n. 73 del 27 maggio 1994 la quale ha previsto che la rinuncia ai crediti correlati a redditi che vanno acquisiti a tassazione per cassa (quali, ad esempio, i compensi agli amministratori e gli interessi relativi a finanziamenti soci, il trattamento di fine mandato) presuppongono “l’avvenuto incasso giuridico” del credito e quindi l’obbligo di sottoporre a tassazione il loro ammontare anche mediante l’applicazione della ritenuta d’imposta.Il presupposto giuridico su cui si fonda la ragione dell’Agenzia delle Entrate è l’art. 88, comma 4, del TUIR che testualmente recita: “Non si considerano sopravvenienze attive […] la rinuncia dei soci ai crediti”. A fronte di tale beneficio per la società (che sottende a una finalizzazione della rinuncia al credito da parte del socio allo scopo di patrimonializzare la società), il socio vedrebbe accrescere il valore fiscalmente riconosciuto alla propria partecipazione ai sensi dell’art. 94, comma 6 del TUIR e del chiarimento fornito dall’Agenzia delle Entrate con la propria circolare n. 52/2004.La Cassazione, con la sentenza n. 20026/2010, richiamando implicitamente quanto asserito dal Ministero con la richiamata risoluzione, ha stabilito che la rinuncia a compensi maturati e non erogati comporta tassazione in capo al rinunciante. Ulteriore motivazione addotta è che si tratterebbe, in realtà, di utili di fatto non distribuiti.La presunzione dell’incasso giuridico è stata, comunque, contrastata da altra parte della giurisprudenza (C.T.C., Sez. XIV del 22 aprile 1998 n. 2085; C.T.C., Sez. XIV del 10 novembre 1997 n. 5425).Concludendo, nei casi di rinuncia da parte di un socio-amministratore a compensi o TFM maturati e non corrisposti, l’unico modo per poter beneficiare indirettamente dell’agevolazione ACE sembrerebbe quella di contabilizzare la rinuncia al credito in contropartita della voce sopravvenienze attive del Conto economico, scontando così uno sfasamento temporale rispetto all’esercizio in cui la rinuncia viene effettuata e non applicando le indicazioni del principio contabile OIC 28 che indicherebbe un transito diretto nel patrimonio netto.

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 Cass. 
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Art. 2635
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