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Timestamp: 2017-12-14 06:09:03+00:00

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﻿ CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 02 dicembre 2016, n. 24678 - Inps - Ex combattenti, profughi e categorie assimilate - Maggiorazioni previdenziali - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 02 dicembre 2016, n. 24678 – Inps – Ex combattenti, profughi e categorie assimilate – Maggiorazioni previdenziali
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 02 dicembre 2016, n. 24678
Inps – Ex combattenti, profughi e categorie assimilate – Maggiorazioni previdenziali – Riconoscimento
1. Con sentenza pubblicata l’8 luglio 2010 la Corte di Appello di Roma ha rigettato l’impugnazione proposta da G.A. contro la sentenza del Tribunale di Latina, che aveva rigettato la domanda dell’appellante, avente ad oggetto il diritto al riconoscimento dei benefici e delle maggiorazioni previdenziali previsti per gli ex combattenti, profughi e categorie assimilate, ai sensi della L. 15/4/1985, n. 140, art. 6, L. 24/5/1970, n. 336, art. 1, e L. 29/12/1988, n. 544, art. 6, con la condanna dell’Inps al relativo pagamento.
2. G.A. ricorre per la cassazione della sentenza sulla base di cinque motivi, cui resiste l’Inps con controricorso. Nella memoria difensiva ex art. 378 cod.proc.civ. la A. dà atto che la sentenza impugnata è stata revocata dalla Corte d’appello di Roma con sentenza pubblicata il 13/5/2014, in seguito a ricorso per revocazione da lei proposto, e che contestualmente è stata accolta la sua domanda. Chiede pertanto che sia dichiarata cessata tra le parti la materia del contendere, con la condanna dell’Inps al pagamento delle spese processuali. L’Inps concorda sulla sola richiesta di cessazione della materia del contendere, non anche sulle spese.
3. Il collegio autorizza, come da decreto del Primo presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della motivazione in forma semplificata.
1. In ragione della sentenza di revocazione, emessa dalla Corte d’appello di Roma sul ricorso della odierna ricorrente e pubblicata in data 13/5/2014, deve dichiararsi cessata tra le parti la materia del contendere.
2. Permane tuttavia il contrasto tra le parti sul regolamento delle spese del giudizio di cassazione, il che impone al collegio di delibare il fondamento del ricorso per regolare le spese secondo il principio della soccombenza virtuale.
3. Il primo motivo di ricorso è fondato sulla violazione degli artt. 83, 125, 414, 416 e 112 c.p.c., nonché sulla omessa pronuncia e si lamenta che la corte non avrebbe pronunciato sulla eccezione di nullità della costituzione dell’Inps per il mancato deposito della procura.
4. Il secondo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 112, nonché il vizio di omessa pronuncia su tutti i motivi dell’appello, rilevando che la Corte aveva provveduto solo su quello relativo alla violazione di legge.
5. Il terzo motivo è anch’esso fondato sulla violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. sotto il profilo del vizio di extra petizione, sul presupposto che la Corte aveva posto a fondamento della sua decisione fatti e circostanze mai allegate. In particolare, la circostanza di fatto secondo cui essa ricorrente sarebbe stata rimpatriata in Italia della Libia il 18/6/1970 per eventi non provocati direttamente dalla guerra o dal trattato di pace era smentito dai documenti in atti.
6. Il quarto motivo denuncia la violazione e la falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. nonché l’omesso esame di documenti relativi a fatti decisivi della controversia, già illustrati nel terzo motivo, e riguardanti i documenti che, ove fossero stati esaminati, avrebbero escluso per la decisiva circostanza del rimpatrio in Italia successivo all’agosto del 1969.
7. Il quinto motivo ha ad oggetto la violazione e la falsa applicazione degli artt. 115, 421, 437 e 445 c.p.c. e l’omessa motivazione in ordine alla mancata ammissione dei mezzi di prova richiesti fin dal giudizio di primo grado e reiterati in appello in funzione della loro essenzialità ai fini dell’accertamento della verità.
8. Il primo motivo sarebbe stato dichiarato inammissibile, per l’evidente difetto di interesse. La decisione della Corte si fonda su un’unica ragione, ritenuta assorbente, costituita dall’interpretazione della legge del 1970, n. 336 – quest’ultima non oggetto di censura da parte della ricorrente – e dalla sua inapplicabilità al caso concreto in mancanza, nella ricorrente, della qualità di profugo di guerra idonea a legittimare il riconoscimento dei benefici previsti per gli ex combattenti. La sentenza non è fondata su eccezioni e/o prove offerte dall’INPS, né la causa è stata decisa sulla base delle regole in tema di onere probatorio, sicché anche la questione relativa alla non contestazione è eccentrica rispetto alle ragioni della decisione. Il mancato esame degli altri motivi di ricorso, di cui la parte si duole nel secondo motivo, è conseguente alla ratio decidendi della Corte la quale, dopo aver escluso che la ricorrente potesse essere considerata come una profuga di guerra, ha evidentemente ritenuto irrilevanti tutti gli altri motivi di appello riguardanti la mancata ammissione e l’esatta valutazione delle prove.
9. Il terzo ed il quarto motivo (con conseguente assorbimento del secondo e del quinto), che per l’evidente connessione che li lega sarebbero stati trattati congiuntamente, sono parimenti inammissibili perché con essi la parte sostanzialmente prospetta un errore revocatorio della Corte d’appello di Roma.
10. La Corte ha infatti deciso senza tener conto della documentazione prodotta dalla ricorrente da cui emergeva inequivocabilmente che il rimpatrio della sua famiglia era avvenuto nel 1942, ovvero sette mesi prima della nascita della stessa ricorrente: la decisione fondata sulla circostanza, smentita dei documenti in atti, che invece il rimpatrio era avvenuto dopo l’agosto del 1969 è evidentemente frutto di un errore percettivo, avendo la Corte ritenuto esistente un fatto inequivocabilmente escluso dagli atti di causa. Così, peraltro, si è espressa la Corte d’appello di Roma nella sentenza di revocazione.
11. La sentenza impugnata è dunque frutto di un travisamento dei fatti, ossia di un errore revocatorio, da rimuoversi a mezzo dello specifico strumento di impugnazione disciplinato dall’art. 395 cod. proc. civ. – come peraltro correttamente ha fatto la parte, rimanendo esclusa la possibilità di avvalersi del ricorso per cassazione (cfr. Cass. 20 dicembre 2011, n. 27555; Cass. 14/03/2006, n. 5450).
12. Conseguentemente, ove non fosse cessata tra le parti la materia del contendere, il presente ricorso sarebbe stato dichiarato inammissibile, con conseguente applicazione del principio della soccombenza per la regolamentazione delle spese del giudizio. Tuttavia, poiché la parte ha reso l’autodichiarazione prevista dall’art. 152 disp. att. c.p.c., nel testo modificato testo dal d.l. n. 269/2003, art. 42, convertito in L. n. 326/2003, ed applicabile ratione temporis, essendo stato il ricorso introduttivo della lite depositato in data 2 agosto 2006, nessun provvedimento sulle spese deve essere adottato.
Dichiara cessata tra le parti la materia del contendere. Nulla per le spese del presente giudizio.

References: Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 6
 art. 1
 art. 6
 sentenza 
 art. 378
 sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 sentenza 
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 Cass. 
 Cass. 
 art. 42