Source: https://www.geropa.it/2017/07/
Timestamp: 2019-05-24 12:12:09+00:00

Document:
luglio 2017 - Geropa Srl - Gestione Entrate e Riscossione Entrate Locali ' : ''; var month = [1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12]; var month2 = ["Jan","Feb","Mar","Apr","May","Jun","Jul","Aug","Sep","Oct","Nov","Dec"]; var day = postdate.split("-")[2].substring(0,2); var m = postdate.split("-")[1]; var y = postdate.split("-")[0]; for(var u2=0;u2
Allacciandoci ai precedenti articoli sull'autotutela comprendiamo come è sicuramente frequente e comunque possibile che l’Amministrazione, in corso di giudizio o nell'espletamento dell’ordinaria attività amministrativa si trovi di fronte all'esigenza di dover modificare e pertanto annullare o rettificare taluni fra gli atti emessi dallo stesso Ufficio.
Capita invero che si riscontri l’esigenza di dover diminuire la pretesa tributaria inizialmente imputata con un generico avviso di accertamento, così, nella piena facoltà di intervenire in autotutela ad esempio, l’ufficio apporti all'atto originario una revoca parziale. Revoca che ai fatti corrisponde in una mera modifica dell’importo dunque, giammai degli effetti dell'avviso emesso.
A tal proposito rammentiamo che la rettifica di un atto amministrativo consiste nell'eliminazione di errori ostativi o materiali in cui l’amministrazione sia incappata, di natura non invalidante ma che diano luogo a mere irregolarità. Di conseguenza il provvedimento in rettifica è espressione di un ulteriore atto di contenuto identico al precedente ma corretto dai suoi vizi.
Le azioni quindi si sostanziano in due momenti, il ritiro dell’atto impositivo originario e la successiva emanazione dell'atto con le modifiche apportate, ma identico nel contenuto.
Tale facoltà di rettifica è ravvisabile nel potere di sostituzione, meglio conosciuto come autotutela sostitutiva, che viene a compiersi ogniqualvolta l’atto originario non deve necessariamente essere annullato, ma semplicemente “rimpiazzato” da altro corrispondente. L’avviso di accertamento emesso in sostituzione, viziato da errore materiale evidente, non costituisce dunque espressione del potere di autotutela integrativa, ed è esperibile anche in assenza di sopravvenuti nuovi elementi che danno facoltà all'Ufficio di muovere le proprie tutele.
Appare pertanto più che condivisibile l’orientamento giurisprudenziale che viene confermato dalla Suprema Corte con sentenza 17516 del 14 Luglio scorso, andando ad ingrossare il già ampio bacino di sentenza aderenti allo stesso principio (cass. civ. 11699/2016, cass. civ. 22019/2014, cass. civ. 21567/05, cass. civ. 12814/2000) per il quale, la modificazione in diminuzione della pretesa originaria - proprio perché non mira ad identificare una pretesa tributaria "nuova" rispetto a quella precedente - si risolve in una mera riduzione e, quindi, in una revoca parziale del relativo avviso di accertamento e non richiede necessariamente la formalizzazione in atto impositivo integralmente sostitutivo del precedente. Ne consegue che è errato ritenere che l'emanazione degli avvisi in rettifica possa determinare la caducazione degli avvisi di accertamento originari.
Anche se viene a dichiararsi che non è necessario la formalizzazione di atto sostitutivo non dobbiamo farci trarre in inganno, infatti, quello che si sostiene anzitutto è che l'avviso di accertamento successivamente notificato rappresenta espressione del potere di autotutela e non di integrazione o modifica in aumento, ex art.43 comma 3 DPR 600/1973 dell'Amministrazione finanziaria, implicante l'eliminazione di un precedente atto, illegittimo, e la sua contestuale sostituzione con un nuovo provvedimento.
Pertanto, l’atto in rettifica non annulla il precedente ne modifica o integra alcuna parte, andando così a modificarne gli effetti. L’atto in rettifica è copia esatta, riproduzione fedele di quello che fu, pertanto non smette di essere efficace o viene disconosciuto dall'Ufficio, al contrario esso ha solo rettificato, dunque revocato una parte di esso. In tal caso, la diminuzione della pretesa tributaria equivale all'errore materiale, non invalidante, in cui l'Ufficio pare essere incappato.
Potremmo concludere che l’atto rettificato in realtà si sostanzia nello stesso atto originario, non se ne sostituisce nuovo all'originario, ne viene solo parzialmente revocata una parte. Parte che rimane elemento dell'avviso precedente.
SOCIETA' AGRICOLE COME L'IMPRENDITORE AGRICOLO PROFESSIONALE
Ci troviamo nuovamente ad affrontare la disciplina dell’esenzione Imu sui terreni condotti e/o posseduti da imprenditori agricoli e coltivatori. Analizziamo però l’intera materia partendo da quelli che sono i cardini normativi che hanno dato vita a tutto l’iter legislativo che negli ultimi anni ha contribuito a riempire ed affollare le aule delle Commissioni tributarie.
La legge 5 marzo 2001, n. 57 recante “Disposizioni in materia di apertura e regolazione dei mercati”, collegato alla manovra di finanza pubblica per il 2000, sancisce al Capo II la previsione di una delega al Governo finalizzata alla modernizzazione del settore dell’agricoltura, delle foreste, della pesca e dell’acquacoltura. Questo è senza alcun dubbio il punto dal quale partire per un’analisi normativa e strutturale che ci proponiamo di affrontare nelle righe che seguono.
Così sono tre i decreti legislativi che hanno fatto seguito a questa previsione, tutti pubblicati nel Suppl. Ord. n. 149 alla G.U. n. 137 del 15 giugno 2001:
1) Il D. Lgs. 18 maggio 2001, n. 226: Orientamento e modernizzazione del settore della pesca e dell'acquacoltura, a norma dell'articolo 7 della legge 5 marzo 2001, n. 57.
2) Il D. Lgs. 18 maggio 2001, n. 227: Orientamento e modernizzazione del settore forestale, a norma dell'articolo 7 della legge 5 marzo 2001, n. 57.
3) Il D. Lgs. 18 maggio 2001, n. 228: Orientamento e modernizzazione del settore agricolo, a norma dell'articolo 7 della legge 5 marzo 2001, n. 57.
Al D.Lgs. n. 228 del 2001 ha fatto seguito il D. Lgs. 29 marzo 2004, n. 99, successivamente modificato dal D. Lgs. 15 giugno 2005, n. 101, il quale ha portato rilevanti novità che noi ricondurremo a quelle che appaiono più significative per la nostra analisi:
b) ha esteso tale qualifica anche alle società, e ha affidato alle Regioni l’accertamento e la certificazione del possesso dei requisiti per accedere alle provvidenze previste dalla normativa statale in materia di agevolazioni fiscali e previdenziali.
E’ inoltre con questa ultima revisione che si conclude la riforma agricola in coerenza con la politica agricola dell’Unione Europea.
Dunque, il decreto legislativo n. 228 del 2001 ridefinisce, all’articolo 1, comma 1, la nozione civilistica di imprenditore agricolo, sostituendo l’articolo 2135 del Codice civile. Secondo il nuovo articolo 2135: "1. E' imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse. 2. Per coltivazione del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine. 3. Si intendono comunque connesse le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall'allevamento di animali, nonchè le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l'utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell'azienda normalmente impiegate nell'attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge".
Nell’ottica di completamento del processo di modernizzazione del comparto agricolo, si fa strada l’introduzione nel nostro ordinamento della figura, di derivazione comunitaria, dell’“imprenditore agricolo professionale”. L’imprenditore agricolo professionale (IAP) “colui il quale, in possesso di conoscenze e competenze professionali ai sensi dell'articolo 5 del regolamento (CE) n. 1257/1999 del Consiglio, del 17 maggio 1999, dedichi alle attività agricole di cui all'articolo 2135 del codice civile, direttamente o in qualità di socio di società, almeno il cinquanta per cento del proprio tempo di lavoro complessivo e che ricavi dalle attività medesime almeno il cinquanta per cento del proprio reddito globale da lavoro”.
Dunque due sono i requisiti essenziali:
a) che venga dedicata all’attività agricola almeno il 50% del proprio tempo di lavoro complessivo;
b) che si ricavi dalle attività svolte almeno il 50% del proprio reddito globale da lavoro.
Nell’intento di superare le precedenti interpretazioni che limitavano il riconoscimento della qualifica di imprenditore agricolo alla sola persona fisica, la legge di orientamento 5 marzo 2001 n. 57 e le disposizioni di cui all’art. 10 del D. Lgs. n. 228/2001, hanno esteso tale riconoscimento anche alle persone giuridiche. L’articolo 1, comma 3 del D. Lgs. n. 99/2004 ha previsto le seguenti condizioni affinchè le società vengano considerate imprenditori agricoli professionali:
Analizzata tale condizione vediamo come per analogia devono considerarsi parte delle agevolazioni inerenti i fondi coltivati anche tali categorie, a dar forza a tale tesi interviene la Commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna con la sentenza 1835/1/2017.
Innanzitutto l’articolo 13, comma 2, del Dl 201/2011 dispone che, ai fini Imu, i soggetti che usufruiscono delle agevolazioni relativamente ai terreni sono anche gli Iap di cui all’articolo 1 del Dlgs 99/2004 iscritti nella previdenza agricola. Tale norma come ampiamente descritto annovera anche le società. La questione sollevata da un Comune emiliano nel ricorso scaturente la sentenza citata, consisteva nel limitare le agevolazioni alle sole persone fisiche, in quanto sono le uniche che possono essere iscritte in una gestione previdenziale.
In effetti relativamente all’Ici era così, in quanto la norma interpretativa contenuta nell’articolo 58 del Dlgs 446/97 limitava le agevolazioni alle persone fisiche iscritte nella previdenza agricola ai fini assicurazione per la invalidità e vecchiaia. Però si deve considerare che la norma sull’Imu richiama l’articolo 1 del Dlgs 99/2004 citato in precedenza, il quale contempla anche le società che possono ottenere la qualifica di Iap qualora l’oggetto sociale come su detto preveda l’esercizio esclusivo delle attività agricole
Secondo la prassi del Mef le società agricole con la qualifica di Iap possono usufruire delle agevolazioni in materia di Imu sui terreni, a condizione che la persona fisica che attribuisce la qualifica alla società sia iscritta nella previdenza agricola. Nello specifico i giudici emiliani hanno confermato l’applicazione dei benefici. Nella sentenza viene anche apprezzata l’ipotesi di incostituzionalità che si verificherebbe in caso di limitazione dei benefici alle sole persone fisiche. Anche la Cassazione con l’ordinanza 375/2017 ha parificato le società in possesso della qualifica di Iap alle persone fisiche. Ovvio è che la sentenza della Commissione assume particolare rilevanza proprio perché dal 2016 i titolari della qualifica di coltivatore diretto o Iap, con iscrizione nella gestione previdenziale, sono esenti da Imu sui terreni coltivati direttamente.
Numerosi spunti normativi e giurisprudenziali sono stati offerti dal Legislatore relativamente alla tassazione dei terreni agricoli.
Cerchiamo ora di ripercorrere la storia normativa della tassazione agricola per cercare di stabilire un ordine e focalizzare l’attenzione su quelle che appaiono essere le principali nozioni da utilizzare e conoscere, ai fini di comprendere al meglio la logica di tale istituto.
E’ noto infatti come l’imponibilità dei terreni agricoli ai fini ICI e IMU ha creato grosse controversie e numerosi ostacoli nell’applicazione dell’imposta, non solo ai contribuenti ma anche agli uffici tributi. Le numerose modifiche nel corso degli anni hanno apportato confusione, molteplici sono state le strade che si sono intraprese, percorse e spesso interrotte.
Partendo dalla primitiva imposizione, ovvero l’ICI, la caratteristica rilevante è senza alcun dubbio la nozione di comune “montano”. Condizione che si realizza se quest’ultimo è compreso nell’elenco di cui alla circolare del Ministero delle Finanze n. 9 del 14 Giugno 1993, poiché in tal caso opera l’esenzione di cui all’art. 7 comma 1 lettera h) del D.lgs 504/1992.
Quanto detto produce una duplice regola, difatti per tutti i comuni non rientranti in tale circolare, i terreni sono soggetti al pagamento dell’ICI, la cui base imponibile è costituita dal reddito dominicale aumentato del 25% e moltiplicato per il coefficiente pari a 75.
Ovvio è che il tutto apre poi alle agevolazioni disciplinate nel dettaglio dei casi di specie.
L’art. 9 del D.lgs. n. 504/1992 ove si legge che “I terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli che esplicano la loro attività a titolo principale, purché dai medesimi condotti…”, usufruiscono di particolari agevolazioni risultando soggetti all’imposta limitatamente alla parte di valore eccedente l’importo di € 25.822,84 e con le seguenti riduzioni:
• del 70 % dell’imposta gravante sulla parte di valore eccedente € 25.822,84 e fino a € 61.974,82;
• del 50 % di quella gravante sulla parte di valore eccedente € 61.974,82 e fino a € 103.291,00;
• del 25 % di quella gravante sulla parte di valore eccedente € 103.291,00 e fino a € 129.114,00.
Pertanto, i due requisiti indispensabili e contestuali al fine di poter usufruire di detta agevolazione sono:
il possesso da parte di coltivatori diretti o imprenditori agricoli
la conduzione diretta da parte dei medesimi soggetti.
Ultima nota è che una eventuale affitto da parte di un imprenditore agricolo di un terreno ad altro imprenditore agricolo, comporterebbe ipso fatto la perdita del diritto all’agevolazione in quanto verrebbe meno il requisito della conduzione diretta da parte del soggetto passivo d’imposta.
Con la nascita dell'IMU nel 2012 è entrato in vigore l’IMU che ha preso il posto della precedente ICI con la quale sono apportate numerose novità. L’art. 13, comma 8 bis, del D.L. n. 201/2011 effettua un espresso riferimento ai “... terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli professionali di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99, e successive modificazioni, iscritti nella previdenza agricola…”. Si istituisce con questo la figura degli imprenditori agricoli professionali (IAP), a norma D.lgs 99/2004, la cui definizione è colui che dedica alle attività agricole, direttamente o in qualità di socio di società, almeno il 50% del proprio tempo di lavoro complessivo e che ricava inoltre dalle attività medesime almeno il 50% del reddito globale da lavoro.
Altro requisito previsto dall’art. 1, comma 5-bis, del D.lgs. n. 99/2004 è che “… l’imprenditore agricolo professionale persona fisica, anche ove socio di società di persone o cooperative, ovvero amministratore di società di capitali, deve iscriversi nella gestione previdenziale ed assistenziale per l’agricoltura”.
Appare evidente che la vera rivoluzione consiste nel fatto che oltre alla figura del coltivatore diretto, tra i fruitori dei benefici fiscali vengono considerate anche le società, siano esse di capitale o di persone; le agevolazioni di cui trattasi consistono in:
• riduzioni dell’imposta;
• applicazione di coefficienti moltiplicativi ridotti;
• applicazione della c.d. “finzione giuridica” per quanto attiene le aree fabbricabili.
Il comma 8-bis dell’art. 13 del D.L. n. 201/2011 stabilisce anche che i terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti e da IAP iscritti nella previdenza agricola, purché dai medesimi condotti, sono soggetti all’imposta limitatamente alla parte di valore eccedente € 6.000,00 e con l’applicazione delle seguenti riduzioni:
• del 70 dell’imposta gravante sulla parte di valore eccedente i predetti euro 6.000 e fino a euro 15.500;
• del 50 % dell’imposta gravante sulla parte di valore eccedente euro 15.500 e fino a euro 25.500;
• del 25 % dell’imposta gravante sulla parte di valore eccedente euro 25.500 e fino a euro 32.000.
Concludendo, per tale annualità, relativamente al pagamento, i contribuenti dovevano effettuare il versamento dell'imposta, per un ammontare pari al 3,8 per mille, con il modello F24 a favore dello Stato; la differenza tra l'aliquota deliberata dai comuni e l'aliquota del 3,8 andava versata al Comune con l'apposito codice.
Passando all'anno 2013, troviamo subito l'abrogazione del comma 11 dell'articolo 13 del DL 201/2011 con la contestuale scomparsa della quota di spettanza allo Stato. Tale manovra viene compiuta con la Legge 228/2012, con la conseguenza che il gettito IMU relativo ai terreni agricoli diviene di assoluta competenza dell'ente locale.
Nel corso dell'anno successivamente all'emanazione del DL 54/2013, all'articolo 1 si dispone una sospensione del pagamento della rata di acconto di giugno per tutti i possessori dei terreni agricoli. Tale sospensione verrà a tramutarsi in abolizione definitiva della rata di acconto ai sensi dell'art. 1 del DL 102/2013. Il saldo di dicembre è stato regolato dall'articolo 1 del DL 133/2013 il quale operò una restrizione alle agevolazioni, tornando sui passi del precedente emendamento che includeva tutti i possessori, senza alcuna discriminazione. Pertanto, l'agevolazione fu estesa solo ai terreni posseduti e condotti da coltivatori diretti e IAP, per i restanti l'imposta doveva essere versata interamente.
Dunque nel 2013 si registrò un clamoroso cambio di tendenza per l'acconto e il saldo, le condizioni fissate per giugno non corrispondevano per l'adempimento di dicembre.
Il paradosso continua nell'anno 2014, più precisamente con il Decreto interministeriale del 28/11/2014, retroattivo al 01/01/2014, viene rivista la classificazione dei Comuni montani, introducendo il parametro dell'altitudine dal livello del mare.
A rigore di ciò, si dispone l'esenzione dell'IMU per i terreni agricoli dei comuni situati ad una altitudine di 601 metri e oltre. Tale modifica in itinere rese necessaria l'introduzione di una proroga dei termini di pagamento, sia di acconto che di saldo al 26 gennaio 2015. Tutte le problematiche sorte a seguito di tale manovra che il Governo con DL 4 del 2015 optò per un ripristino della precedente classificazione.
Così il 2015 si apre con tale novità che ha però i contorni del passato, parafrasando potremmo dire, "tutto cambia per non cambiare nulla". Si torna alla vecchia classificazione dei comuni montani in base all’elenco Istat e rinviava ulteriormente il termine di pagamento al 10 febbraio 2015. Viene inoltre prevista l'applicazione di una detrazione pari a 200,00 Euro per i terreni posseduti e condotti da coltivatori diretti o IAP che in base alla classificazione descritta sopra non risultino esenti.
Arriviamo dunque all'annualità 2016, la normativa prevede ulteriori radicali cambiamenti, l’art. 1, comma 13, della Legge di stabilità n. 208 del 28/12/2015, dispone infatti che l’esenzione dall’IMU di cui all’art. 7 comma 1 lettera h), del D.lgs. n. 504/92 per i terreni agricoli ricadenti in zone montane o collinari, si applica nuovamente sulla base dei criteri individuati dalla Circolare 14 giugno 1993 n. 9.
Viene, quindi, abbandonato l’inutilizzabile elenco Istat e si torna al vecchio sistema. Vengono conseguentemente abrogate le disposizioni contenute nei commi da 1 a 9-bis dell’art. 1 del D.L. n. 4/2015, ovvero:
• l’esenzione dei terreni agricoli ubicati nei Comuni classificati totalmente montani previsti dall’elenco ISTAT;
• la detrazione di € 200,00 per i terreni posseduti e condotti da coltivatori diretti e IAP iscritti nella previdenza agricola, ubicati nei comuni previsti nella circolare n. 9/1993 e non più esenti nel 2015;
• l’esenzione per i terreni posseduti dai coltivatori diretti e IAP e concessi in affitto o comodato a coltivatori diretti e IAP iscritti nella previdenza agricola.
Infine, viene prevista l’esenzione totale dal pagamento IMU dei terreni agricoli purché posseduti e condotti da coltivatori diretti e IAP, indipendentemente dal Comune di ubicazione.
E' così che si ritorna al passato... Pertanto, terreni agricoli posseduti e condotti da coltivatori agricoli e IAP possono godere delle agevolazioni per il versamento del tributo sulla proprietà del terreno agricolo.
Accade che l’Ufficio impositore dell’Ente commetta degli errori nella redazione degli atti, errori che nell’interesse stesso della Pubblica Amministrazione o anche del pubblico interesse e perché non dell’interesse privato del singolo contribuente, vengano riesaminati. Autotutela amministrativa, così è denominato il potere della Pubblica Amministrazione di tutelare per sè i propri interessi e la propria sfera d'azione. Istituto giuridico rispondente alle specifiche esigenze di buon andamento, legalità e imparzialità postulate dall’articolo 97 della Costituzione. Non solo, tale istituto pone le sue radici anche nei principi di economicità, efficienza e trasparenza ai sensi dell’articolo 1, comma 1 della Legge 241/1990 a cui tutte le Amministrazioni sono tenute a sottostare.
La nozione di autotutela amministrativa però è tuttora oggetto di un ampio dibattito interpretativo, fondamentalmente alimentato dalla mancanza di un preciso riferimento normativo cui vincolare con certezza le linee cardine dell'istituto. L’autotutela dunque potrebbe intendersi come “la possibilità per la pubblica amministrazione di risolvere conflitti, attuali o potenziali, eventualmente insorgenti con soggetti interessati dai suoi provvedimenti, senza che sia necessario l'intervento di un giudice.”
In primo luogo è importante sottolineare come l’autotutela amministrativa si colloca nell’ambito dei provvedimenti amministrativi di secondo grado. Questi infatti, intervengono su precedenti provvedimenti regolando determinati rapporti indirettamente mediante una modificazione o eliminazione del provvedimento di primo grado, così come confermando la determinazione assunta dall'amministrazione in prima battuta.
Altro aspetto da menzionare è che gli atti generati in via di autotutela sono ricettizi ed è, quindi, necessario portare gli stessi a piena conoscenza delle controparti interessate affinché traggano piena efficacia.
A fronte di tale potere, le Pubbliche Amministrazioni, nell’esercizio dell’autotutela, non possono soltanto rivedere i loro precedenti provvedimenti amministrativi e ritirarli, quando questi siano viziati o inopportuni, ma dispongono della facoltà, altresì, medio tempore di sospenderne cautelativamente e temporaneamente gli effetti.
Un provvedimento che viene adottato in autotutela deve recare indicazione delle ragioni attuali e specifiche di interesse pubblico che lo sorreggono. Nello specifico si usa distinguere tra autotutela facoltativa, da esercitarsi mediante provvedimenti di secondo grado d'annullamento d'ufficio, autotutela doverosa, in sede d'esercizio del potere di controllo, autotutela in sede contenziosa a seguito di ricorso dell'interessato.
La prima forma di autotutela sopra descritta ricorre quando la risoluzione dei conflitti avviene attraverso provvedimenti amministrativi. L’autotutela facoltativa o decisoria ha portata generale e viene ammessa anche nei casi in cui la legge non la prevede espressamente. Dunque si esprime così la possibilità per l’Amministrazione di riesaminare, attraverso un procedimento di secondo grado, le proprie precedenti determinazioni, mediante l’emanazione di un provvedimento in funzione di ritiro o di conservazione. Orbene, l’autotutela decisoria può essere esercitata in funzione giustiziale, in funzione di controllo ed in funzione di riesame su iniziativa unilaterale della Pubblica Amministrazione procedente.
Invece, l’autotutela esecutiva o doverosa ricorre quando si pongono in essere comportamenti per portare ad esecuzione, coattivamente, le proprie decisioni anche contro la volontà dei destinatari, così da adeguare la situazione di fatto a quella di diritto disposta con il provvedimento. Tuttavia in tali casi è sempre necessaria una specifica previsione di legge che, volta per volta, conferisca tale potere.
Ne consegue che contro il diniego dell’Amministrazione di procedere all’esercizio del potere di autotutela può essere proposta l’impugnazione soltanto per dedurre eventuali profili di illegittimità del rifiuto e non per contestare la fondatezza della pretesa tributaria. (Cassazione civile, sezione V, sentenza 12 maggio 2010, n. 11457).
In conclusione, si può affermare che l’esercizio del potere di autotutela consiste nella rimozione di provvedimenti amministrativi sino a quel momento produttivi di effetti per i relativi destinatari. Il fondamento del predetto potere si reperisce nella potestà generale che il vigente ordinamento giuridico riconosce ad ogni singola Amministrazione di intervenire, unilateralmente, con i mezzi a sua disposizione per tutelare la propria sfera d’azione.
A tale istituto vengono apportate delle modifiche di rilievo, la Legge 124/2015 riforma in parte la Legge 241/1990 nel dettaglio del potere di annullamento. È stato osservato che l’annullamento d’ufficio, alterando un assetto consolidato, deve costituire l’extrema ratio e la sua adozione deve essere giustificata da ragioni di interesse pubblico esplicitate attraverso un corredo motivazionale completo. In questo senso all’alterazione postuma della realtà giuridica e ai possibili pregiudizi soprattutto economici che questa può arrecare ai destinatari dei provvedimenti annullati fa da contraltare il potenziamento degli strumenti di tutela il quale avviene prioritariamente attraverso la previsione di un onere motivazionale rinforzato, tale da rendere conto non solo dell’illegittimità in sé del provvedimento ma soprattutto delle esigenze che ne hanno imposto la rimozione. Inoltre la Legge 241/1990 che nella sua formulazione attuale, in vigore dal 28 Agosto 2015, fissa il termine massimo di 18 mesi ai fini della legittima adozione del provvedimento di annullamento d’ufficio. Il comma 2-bis aggiunto all’articolo 21-nonies dalla legge nr 124/2015 prevede, comunque, un’eccezione in forza della quale è possibile l’esercizio dell’annullamento d’ufficio anche dopo il decorso del termine di 18 mesi. L’eccezione in commento è rappresentata dai provvedimenti basati sul falso che potranno essere annullati anche oltre il termine di un anno e mezzo.
Pertanto, il Legislatore ha munito la Pubblica Amministrazione di un mezzo efficiente ed ora anche costituito da tempi certi per risolvere i potenziali conflitti senza l’intervento legale, così da contribuire alla definizioni delle liti in sede stragiudiziale.

References: sentenza 
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 cass. 
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 cass. 
 art.43
 articolo 2135
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