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Timestamp: 2019-08-23 17:55:00+00:00

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Corte di Cassazione Civile 20/6/2002 n. 10638; Pres. Giuliani, Est. Malzone
Sussiste la responsabilità del comune in solido con la locale Asl per il risarcimento dei danni riportati da un cittadino che è stato aggredito nel territorio del comune medesimo, da una torma di cani randagi, con lesioni personali e danni agli indumenti, essendo risultato che la situazione di pericolo pubblico dovuta alla presenza degli animali era in atto da tempo, destando allarme nella popolazione e facendo notizia sulla stampa locale
Con citazione 27 luglio 1998 *************** conveniva in giudizio avanti il giudice di pace di l’Aquila la Asl 4 di L’Aquila e il .Comune di L’Aquila, per sentirli condannare al risarcimento dei danni materiali e personali riportati in data 16 luglio 1998 verso le ore 2.45, allorché, camminando per il corso Vittorio Emanuele di L’Aquila, veniva aggredito da una torma di cani selvatici, riportando lesioni al polpaccio sinistro e la rottura dei pantaloni: limitava la richiesta alla somma di lire 2.000.000.
Con il secondo motivo si denuncia il difetto di motivazione sul collegamento tra la presenza in zona di cani randagi segnalata dalla stampa e il cane che avrebbe morsicato il ******** e si sostiene, invece, che mancherebbe del tutto la prova che il ******** sia stato assalito da cani randagi.
Orbene, il fatto, così come dedotto dall’attore, risulta accertato a chiare lettere attraverso la testimonianza di quattro persone che hanno assistito all’episodio: *************** di notte, nelle prime ore del 16 luglio 1998, mentre camminava per il corso Vittorio Emanuele di L’Aquila, fu aggredito da una torma di cani randagi, uno dei quali lo morsicò al polpaccio sinistro, provocandogli lesioni personali e lo strappo dei pantaloni.
Corte di Cassazione Civile sez. I 26/3/2002 n. 4286
Con processo verbale del 26 maggio 1995 i vigili urbani di Cesena accertavano nei confronti del minore A.G., nato il giorno 8 settembre 1981, la violazione dell’art. 193, commi 1 e 2 del codice della strada, perché circolava alla guida di un ciclomotore privo di copertura assicurativa.
Il verbale di accertamento, in conseguenza della minore età dell’A., veniva notificato alla madre, M.C..
I genitori del minore, M. C. e A. P., proponevano ricorso al Prefetto di Forlì, il quale lo respingeva ed emanava ordinanza-ingiunzione di pagamento della sanzione pecuniaria di £ 1.080.000.
M. C. e A.P. hanno proposto opposizione avverso tale ordinanza e il Pretore di Forlì, sezione distaccata di Cesena, con sentenza 25 settembre 1998, accoglieva l’opposizione.
Con il ricorso si premette che l’opposizione è stata accolta per irregolarità delle modalità di accertamento dell’infrazione e si adducono, anche se non fondamentalmente distinti, due motivi di censura.
Erroneamente, pertanto, la sentenza avrebbe ritenuto illegittima la contestazione dell’infrazione.
Con il secondo motivo si deduce che erroneamente il Pretore avrebbe liquidato spese per competenza e onorari professionali in favore delle parti vittoriose, avendo esse proposto l’opposizione senza l’assistenza di un difensore.
In tale caso della violazione risponde chi era tenuto alla sorveglianza dell’incapace, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto.
L’art. 14 dispone che la violazione deve essere contestata immediatamente al trasgressore ove possibile, mente se non avvenuta la contestazione immediata gli estremi della violazione debbono essere notificati agli interessati entro novanta giorni, che in materia di infrazione al codice della strada diventano centocinquanta a norma dell’art. 201 di tale codice.
Il Pretore, con giudizio di merito insindacabile in questa sede, ha sostanzialmente escluso che tale verbale sia stato redatto, ne la parte ricorrente indica specificatamente l’esistenza in atti di un verbale di contestazione non esaminato nei confronti degli obbligati ex art. 2 della legge n. 689 del 1981.
Il ricorso va invece accolto con riferimento alla condanna dell’Amministrazione al pagamento delle spese causa, liquidate nella misura di £ 100.000 per competenze e 200.000 per onorari, non dovuti in quanto gli opponenti si erano difesi di persona, senza avere la qualifica di avvocati o procuratori.
Cassa la decisione impugnata in relazione al motivo accolto e decidendo nel merito dichiara non
dovuti i diritti e gli onorari del giudizio di opposizione.
Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 13/12/2000 n. 15688; Pres. Ianniruberto, G., Est. Mazzarella, G.
Ai fini della responsabilità ex art. 2087 cod. civ. il datore di lavoro, che abbia acquisito conoscenza della malattia del lavoratore, suscettibile, con valutazione prognostica, di probabile od anche solo possibile aggravamento e perciò tendente all’inidoneità alle mansioni affidategli, è legittimato al licenziamento solo previo accertamento di fatto, insindacabile in sede di giudizio di legittimità, ove congruamente e logicamente motivato, della sopraggiunta incompatibilità del dipendente alle mansioni e quindi dell’impossibilità di mantenimento del posto di lavoro in relazione al pregiudizio, da valutarsi in termini di certezza o anche di rilevante probabilità di aggravamento delle sue condizioni di salute per effetto dell’attività lavorativa in concreto svolta.
Con sentenza n.00457/96 resa il 7 giugno 1996 il Pretore di Bergamo, in accoglimento della domanda proposta da E. S. contro la (omissis), di cui era dipendente in qualità di autista ovvero di secondo uomo secondo un turno 5+2 per trasporto valori a bordo di automezzi, riconosceva il diritto dello S. al risarcimento del danno biologico o morale per aggravamento delle condizioni di salute del dipendente, già affetto da spondilopatia lombosacrale, scoliosi, iperlordosi e spondilolispesi, cervico artrosi con discopatia, che liquidava in lire 36.000.000, tenuto conto del concorso di colpa di esso dipendente.
Il Tribunale di Bergamo rigettava l’appello proposto dallo S. in punto riconoscimento del concorso di colpa, e, in accoglimento dell’appello incidentale proposto dalla (omissis), rigettava la domanda di risarcimento del danno proposta dallo S.; spese del doppio grado a carico dello S. stesso.
Osservava il Tribunale in sintesi che: un precedente giudizio promosso dallo S. per il mutamento di mansioni (da autista a mansioni di piantonamento) si era concluso con sentenza di cessazione della materia del contendere, essendosi dato atto tra le parti che l’intervenuta modifica del posto di guida dell’automezzo condotto dallo S. (dotazione di un sedile ortopedico) aveva interrotto dal maggio 1992 l’aggravamento delle condizioni di salute del dipendente; pertanto lo S. non aveva diritto ad ottenere il ristoro per un danno che non si era verificato; quanto al denunziato peggioramento delle condizioni di salute per il periodo pregresso, andava premesso che lo S. aveva rappresentato alla società le proprie difficoltà solo nel 1988, richiedendo nel successivo marzo 1989 di essere adibito a mansioni meno usuranti; che il servizio di medicina del lavoro degli OO.RR. di Bergamo aveva comunicato nel giugno 1989 al medico curante del dipendente l’opportunità di mansioni che evitassero protratti stazionamenti in postura statiche o lunghe permanenze in automezzi, che nell’ottobre 1990 lo stesso servizio aveva consigliato per lo S. mansioni comportanti alternanze di posture e di evitare permanenza dello stesso su automezzi, che una relazione sempre di quel servizio del luglio 1991 aveva attestato la idoneità del lavoratore all’attività di autista, pur rappresentando che il sovrappeso corporeo e posture incongrue costituivano fattori aggravanti dello stato di salute; che nell’ottobre 1991 la Commissione Sanitaria della Regione aveva riconosciuto allo S. una invalidità del 50% elevata al 60% per le patologie riscontrate; che nel dicembre 1991 la società aveva comunicato l’adibizione dello S. a trasporto documenti con autovettura descrivendo nello specifico la mansione; che la società aveva offerto allo S. il servizio di piantonamento fisso, accettato nel corso del 1991 dallo S. tramite il legale, ma in concreto mai adottato; che, infine, nel giudizio definito con sentenza di cessazione della materia del contendere era stato adottato, in accordo tra le parti, la predisposizione del sedile ortopedico; in sostanza, il mutamento di mansioni non era stato effettuato prima solo per la opposizione dello S. al mutamento del turno (6+2, in luogo di quello 5+2), perché a soggetto con delle patologie era sconsigliato il turno di lavoro in postura prolungata eretta e con giubbotto antiproiettile, così come era sconsigliato il turno di piantonamento in guardiola di prolungata posizione a sedere; da tali circostanze non era emerso alcun inadempimento della società né prima né dopo il 1992 neppure sotto il profilo della predisposizione delle cautele necessarie ed opportune ai sensi dell’invocato art.2087 c.c..
Ricorre per cassazione S. E. affidando ad unico motivo di censura il richiesto annullamento della sentenza.
La (omissis) si è costituita con controricorso.
S. E. ha depositato memoria illustrativa.
Con l’unico motivo di ricorso S. E. denunzia violazione dell’art.2087 c.c. e contraddittoria e omessa motivazione su un punto decisivo della controversia: pacifici i dati di fatti come accertati dal giudice di appello, ne erano errate tuttavia conclusione e lettura; la tesi del Tribunale secondo la quale il datore di lavoro poteva adibire il lavoratore, con suo danno e aggravamento fisico, a mansioni per le quali fosse divenuto fisicamente incompatibile, stravolgeva letteralmente il contenuto e la portata dell’art.2087 c.c.; in realtà, in tale ipotesi il datore di lavoro era legittimato al licenziamento proprio perché non poteva continuare ad arrecare danno al lavoratore in violazione all’art.2087 c.c.; contraddittoria con la tesi sopra indicata era poi l’affermazione secondo cui la società andava esente da colpa, avendo usato la diligenza e gli accorgimenti necessari per evitare il danno; sta di fatto che la società poteva ritenersi esente da colpa solo se fosse stata inconsapevole delle precarie condizioni fisiche del dipendente, non potendosi sostenere che il datore di lavoro aveva fatto il possibile per evitare il danno e contemporaneamente permettere il perpertrarsi della conosciuta situazione dannosa per il lavoratore; peraltro, la società ben avrebbe potuto, esercitando correttamente il diritto di cui all’art.2103 c.c., modificare le mansioni dello S. senza il preventivo accordo del lavoratore; conlusivamente, era in contrasto con l’art.2087 c.c., e non esonerativo della relativa responsabilità, continuare a mantenere il dipendente nella medesima conosciuta situazione lesiva.
Una corretta lettura dell’art. 2087 c.c. ("L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro"), con una precisa individuazione dei limiti interni della responsabilità, certamente non di natura oggettiva, facente capo all’imprenditore, esclude, nell’applicazione della norma al caso in esame, che possa condividersi la tesi sostenuta dall’odierno ricorrente. Secondo quest’ultima sussisterebbe l’obbligo di licenziamento, per effetto della comunicazione circa la precarietà delle condizioni di salute del dipendente ogniqualvolta, in concreto, non sia possibile definirsi nell’ambito aziendale uno spazio lavorativo di sicura ininfluenza sulla malattia (nella ipotesi, spondilopatia lombosacrale, scoliosi, iperlordosi e spondilolispesi, cervico artrosi con discopatia).
Il Tribunale è pervenuto al rigetto della domanda di risarcimento dei danni morali, biologici e patrimoniali anche per il periodo anteriore al 1992 – per il periodo successivo, intervenuta l’adozione di un sedile ortopedico, per ammissione dello stesso S. non si sarebbero avuti aggravamenti di sorta – accertando, in sintesi, che la (omissis) aveva avuto un comportamento coerente con il disposto dell’art.2087 c.c.: la società, avuto conoscenza delle condizioni fisiche del dipendente, ed acquisite dalle strutture sanitarie le possibili incidenze dell’attività lavorativa, cui esso era adibito, sull’evoluzione della malattia, si era preoccupata, pur non avendo nella propria disponibilità mansioni comunque in qualche modo non influenti su di essa, di adibire lo S. ad attività meno usurante (trasporto di documenti a bordo di autovetture in luogo di trasporto valori), ovvero di offrirgli mansioni di piantonamento – queste ultime comunque anche esse sconsigliate dalle strutture sanitarie e, peraltro, rifiutate dal lavoratore per ragioni economiche e di comodità – ovvero, infine, di concordare con il dipendente l’adozione di un sedile ortopedico, risultato, poi, risolutivo del problema.
A tale accertamento, pacificamente in fatto, e come tale insindacabile e, in concreto, neanche sindacato, in questa sede (nello specifico non risulta censurato l’accertamento del rifiuto del dipendente alle offerte di mansioni di piantonamento), lo S. contrappone, come si è detto, un vero e proprio obbligo della società di provvedere al licenziamento del dipendente. Tale obbligo, quale estrema ratio per la tutela dell’integrità fisica e della personalità morale del prestatore di lavoro di cui alla norma codicistica, deriverebbe dalle concorrenti argomentazioni della pacifica sussistenza dell’aggravamento riconosciuto allo S. (invalidità dal 50 al 60%) nel periodo dal 1988 (data di comunicazione delle proprie condizioni di salute) al 1992 (data dell’adozione del sedile ortopedico), e della verificata insussistenza di una ricollocazione del dipendente nell’ambito aziendale su posizioni lavorative di sicura ininfluenza sulla malattia.
Dette argomentazioni non appaiono concludenti.
Quanto alla prima, e premesso che "il carattere contrattuale dell’illecito e l’operatività della presunzione di colpa stabilita dall’art.1218 cod.civ. non escludono che la responsabilità ai sensi dell’art.2087 cod.civ. (che non configura un caso di responsabilità oggettiva) in tanto possa essere affermata in quanto sussista una lesione del bene tutelato che derivi causalmente dalla violazione di determinati obblighi di comportamento, imposti dalla legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche", sicché "la verificazione del sinistro non è di per sé sola sufficiente per far scattare a carico dell’imprenditore l’onere probatorio di aver adottato ogni sorta di misura idonea ad evitare l’evento, la prova liberatoria dell’imprenditore presupponendo la dimostrazione, da parte del lavoratore, sia del danno subito che del rapporto di causalità tra la mancata adozione di determinate misure di sicurezza (specifiche o generiche) e il danno predetto" (tra le tante, Cass. 07/08/1998, n.07792), nel caso di specie il rapporto di causalità risulta solo presupposto, apoditticamente dedotto e ipotizzato nelle argomentazioni sviluppate in ricorso, e tuttavia mai, neanche in minima parte, provato o comunque fondato su circostanze concordanti e inequivoche, e ciò tanto più in quanto la sentenza impugnata, nell’accertare l’assenza di un qualsiasi inadempimento ascrivibile alla società "neppure sotto il profilo della predisposizione di tutte le cautele necessarie ed opportune ai sensi dell’art.2087 c.c." esclude, implicitamente, ma essenzialmente, proprio la riconducibilità dell’aggravamento della malattia alla nocività delle modalità di espletamento della prestazione, come predisposte e richieste dalla società nella gestione ed organizzazione aziendale, considerata anche la preesistenza, non certo irrilevante, della medesima patologia alla stessa assunzione al lavoro dello S. Il ricorso in questa sede, cioè, avrebbe dovuto coinvolgere preliminarmente la statuizione sulla insussistenza del nesso di causalità tra aggravamento della malattia e prestazione lavorativa nei termini richiesti dalla società perché potesse poi essere censurata la medesima decisione sulla esclusione della responsabilità per colpa della società ai sensi dell’art.2087 c.c..
Quanto al secondo profilo di censura, non vi è dubbio che esso, così come riportato, è certamente insufficiente.
È facile rilevare, infatti, che una tesi così radicale ed estrema porterebbe il datore di lavoro alla, per molti versi ineluttabile, responsabilità per danni tra illegittimità del licenziamento (insussistenza del giustificato motivo) o aggravamento delle condizioni di salute del dipendente. Ogni ipotesi di malattia, anche la più banale, portata a conoscenza del datore di lavoro, porrebbe il dilemma di cui sopra, quasi un imperativo, quanto meno, di sospensione della prestazione lavorativa in attesa della evoluzione della malattia o degli accertamenti (liberatori) da parte delle strutture sanitarie all’uopo previste; e tanto non è nella ratio e nello spirito dell’art.2087 c.c.. Questa Corte ha già avuto modo più volte di osservare che l’art.2087 c.c. è norma di specifica regolamentazione del rapporto di lavoro nelle sue espressioni più diverse, che vanno dalle reciproche obbligazioni legali e contrattuali, assunte dalle parti, a quelle, a queste ultime, derivanti per effetto della tutela di rango costituzionale dei vari interessi individuali e collettivi, quali quelli della solidarietà economica e sociale (art.2), del lavoro, e della promozione di quanto necessario a tutelarne l’effettivo diritto (art.4), della salute del lavoratore non soltanto come singolo cittadino ma anche come componente di una collettività organizzata ad essa conseguentemente interessata (art.32), della esistenza libera e dignitosa del lavoratore e della sua famiglia (art.36), della libera iniziativa economica, purché nei limiti dell’utilità sociale e nel rispetto della sicurezza, della libertà e della dignità umana (art.41).
Dunque la interpretazione della citata disposizione codicistica non può prescindere dal necessario contemperamento dei singoli interessi sopra indicati, sicché ogni lettura, che si ponga in un’unica ed esclusiva direzione, finisce con il costituire un inaccettabile strumento di indirizzo parziale, e quindi di iniquità e di ingiustizia.
Ed è qui che la tesi del ricorrente, nell’applicazione al caso concreto, trova il suo punto di maggiore debolezza, allorché pretende, in via di principio inderogabile ed esclusivo, che il diritto alla salute del lavoratore debba essere selezionato nell’indifferenza generale di ogni altro interesse pur di rango e livello costituzionali.
Ed allora, non vi è dubbio che, a fronte di una malattia – peraltro, nel caso di specie, di sicura ed irreversibile ingravescenza – non debba potersi valutare, ai fini dell’adozione di un provvedimento quanto mai pregiudizievole, come quello del licenziamento – e tra gli altri – ad esempio, l’interesse del lavoratore al mantenimento del posto di lavoro nella sua variegata incidenza sui diritti alla esistenza libera e dignitosa di sé stesso e della sua famiglia, alla propria dignità morale, a proporsi quale momento attivo della convivenza sociale. In tal senso va integrato il principio di questa Corte (Cass.20 marzo 1992, n.03517), che, per quanto compatibile in relazione alle diverse ipotesi esaminate, trova decisa conferma nelle osservazioni di cui sopra, circa la responsabilità risarcitoria del datore di lavoro che omette il licenziamento del dipendente divenuto inidoneo alle mansioni di assegnazione prima del superamento del periodo di comporto per assenze determinate dall’aggravamento dello stato di salute a causa della continuazione dell’attività lavorativa. La scelta datoriale di esercitare legittimamente il potere di licenziamento ai sensi dell’art.1464 c.c. è pur sempre limitata al rispetto dei principi di cui agli artt.1 e 3 della legge n.604 del 1966 [2], sicché (in tal senso, la dottrina) il ricorso ad ipotesi di estinzione del rapporto di lavoro aldilà dei limiti generali previsti dal sistema vincolistico svuoterebbe il sistema stesso del principio informatore di esso.
In conclusione, ai fini della responsabilità ex art.2087 c.c., il datore di lavoro, che ha acquisito conoscenza di malattia del lavoratore alle proprie dipendenze, suscettibile, con valutazione prognostica, di possibile o anche probabile ingravescenza oltre i limiti della naturale evoluzione negativa di essa, e, per ciò, tendente alla inidoneità (c.d. in pectore) alle mansioni affidategli, per effetto delle modalità di espletamento della propria attività, è legittimato al licenziamento solo previo accertamento di fatto, insindacabile in questa sede ove congruamente e logicamente motivato, della sopraggiunta incompatibilità dell’esigenza del dipendente al mantenimento del posto di lavoro in relazione al pregiudizio, da valutarsi quest’ultimo in termini di certezza o anche di rilevante probabilità di aggravamento delle sue condizioni di salute per effetto dell’attività lavorativa in concreto svolta.
Il ricorso, pertanto, va rigettato; sussistono i giusti motivi per dichiarare interamente compensate tra le parti le spese del giudizio di cassazione.
La CORTE rigetta il ricorso; dichiara interamente compensate tra le parti le spese del giudizio di cassazione.
Con atto notificato il 5.2.1974 Quirinis *******, in proprio e quale rappresentante della figlia minore *********, assumendo che quest’ultima, caduta sopra i vetri di una bottiglia il 4.8.1967, era stata ricoverata d’urgenza presso l’ospedale S. Giacomo in Roma e sottoposta ad intervento chirurgico alla mano destra, eseguito dal dr. ************; che non avendo recuperato la funzionalità della mano, la stessa era operata il successivo 13.12.1967 dal prof. ******************* presso il policlinico Gemelli, con esito non del tutto soddisfacente; che con sentenza istruttoria del 7.3.1969 il dr. Massa era stato prosciolto in istruttoria dal pretore di Roma, conveniva davanti al tribunale di Roma i due chirurghi ed il Pio Istituto di S. Spirito – Ospedali Riuniti di Roma perché fossero condannati in solido al risarcimento dei danni subiti in proprio e dalla figlia.
Il Tribunale, con sentenza del 24.3.1993, dichiarava il difetto di legittimazione passiva della USL e condannava in solido il Massa ed il Comune di Roma al risarcimento dei danni subiti da ******************, liquidati in L. 97.294.000, rigettava la domanda di **************** e quella della minore nei confronti del Fineschi.
Avverso detta sentenza proponeva appello il Massa, nonché appello incidentale il Comune di Roma e ******************.
La Corte di appello di Roma, con sentenza del 19.4.1995, rigettava l’appello principale e quello incidentale del Comune di Roma, mentre, in parziale accoglimento dell’appello incidentale di ******************, condannava il Massa ed il Comune in solido al pagamento nei confronti della Quirinis della somma di L. 113.412.150, oltre interessi.
Riteneva poi il giudice di appello che la responsabilità del Massa nella produzione del danno alla mano della Quirinis, consistente nella limitazione funzionale delle estensione delle articolazioni interfalangee, con ipotrofia muscolare e delle ossa e con riduzione di sensibilità, dipendeva dalla non tempestiva sutura della doppia sezione del nervo mediano e di quello ulnare, la cui lesione non fu né diagnosticata né trattata, come emergeva dalle conclusioni della consulenza collegiale d’ufficio e dalla cartella clinica dell’ospedale S. Giacomo nonché dall’esame elettromiografico preliminare al secondo intervento, mentre, data la posizione dei due nervi, una ferita con recisione dei tendini, interessava necessariamente le dette strutture nervose. Riteneva, quindi la corte che erano da disattendere sia le dichiarazioni rese dal ******** nel procedimento penale contro il Massa, perché generiche ed evasive ed in contrasto con i dati clinici e documentali sia le conclusioni del consulente di parte, poiché l’affermata reazione cicatriziale era, in ogni caso, riconducibile alla mancanza di diligenza e prudenza del primo chirurgo.
Autonomo ricorso ha proposto il Massa, cui resistono con controricorso la Quirinis ed il ********.
Hanno presentato memorie Qurinis Maria, ************ ed il Comune di Roma.
2.4. Inammissibile è la seconda parte del secondo motivo del ricorso del Comune di Roma, con cui lo stesso lamenta che la sentenza impugnata ha travisato i risultati probatori ed in particolare le risultanze delle perizie e la deposizione del prof. ********, che aveva escluso la responsabilità del Massa. Va, infatti, rilevato che il travisamento del fatto non può costituire motivo di ricorso per cassazione, poiché, risolvendosi in un’inesatta percezione da parte del giudice di circostanze presupposte come sicura base del suo ragionamento, in contrasto con quanto risulta dagli atti del processo, costituisce un errore denunciabile con il mezzo della revocazione ex art. 395, n. 4, c.p.c.. (Cass. 15.5.1997, n. 4310; Cass. 2.5.1996, n. 4018).
6.3. Quanto sopra detto si verifica per l’operatore di una professione cd. protetta (cioè una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione da parte dello Stato, art. 348 c.p.), in particolare se detta professione abbia ad oggetto beni costituzionalmente garantiti, come avviene per la professione medica (che è il caso della fattispecie in esame), che incide sul bene della salute, tutelato dall’art. 32 Cost.. Invero a questo tipo di operazione professionale la coscienza sociale, prima ancora che l’ordinamento giuridico, non si limita a chiedere un non facere e cioè il puro rispetto della sfera giuridica di colui che gli si rivolge fidando nella sua professionalità, ma giustappunto quel facere nel quale si manifesta la perizia che ne deve contrassegnare l’attività in ogni momento (l’abilitazione all’attività, rilasciatagli dall’ordinamento, infatti, prescinde dal punto fattuale se detta attività sarà conseguenza di un contratto o meno). In altri termini la prestazione (usando il termine in modo generico) sanitaria del medico nei confronti del paziente non può che essere sempre la stessa, vi sia o meno alla base un contratto d’opera professionale tra i due. Ciò è dovuto al fatto che, trattandosi dell’esercizio di un servizio di pubblica necessità, che non può svolgersi senza una speciale abilitazione dello Stato, da parte di soggetti di cui il "pubblico è obbligato per legge a valersi" (art. 359 c.p.), e quindi trattandosi di una professione protetta, l’esercizio di detto servizio non può essere diverso a seconda se esista o meno un contratto. La pur confermata assenza di un contratto, e quindi di un obbligo di prestazione in capo al sanitario dipendente nei confronti del paziente, non è in grado di neutralizzare la professionalità (secondo determinati standard accertati dall’ordinamento su quel soggetto), che qualifica ab origine l’opera di quest’ultimo, e che si traduce in obblighi di comportamento nei confronti di chi su tale professionalità ha fatto affidamento, entrando in "contatto" con lui. Proprio gli aspetti pubblicistici, che connotano l’esercizio di detta attività, comportano che esso non possa non essere unico da parte del singolo professionista, senza possibilità di distinguere se alla prestazione sanitaria egli sia tenuto contrattualmente o meno. L’esistenza di un contratto potrà essere rilevante solo al fine di stabilire se il medico sia obbligato alla prestazione della sua attività sanitaria (salve le ipotesi in cui detta attività è obbligatoria per legge, ad es. art. 593 c.p., Cass. Pen. 10.4.1978, n. 4003, ********).
10. Da quanto sopra detto consegue è infondata la doglianza secondo cui andava affermata la sola responsabilità dell’ente gestore del servizio ospedaliero, in quanto, accanto alla stessa, di natura contrattuale, ben poteva concorrere quella di eguale natura del medico dipendente. Detta responsabilità andava accertata, come ha fatto la sentenza impugnata, applicando i principi che presiedono alla responsabilità nella prestazione d’opera intellettuale. Avendo la sentenza ritenuto, come ammette lo stesso ricorrente, che gli effetti negativi dell’intervento fossero da ascrivere ad una mancanza di diligenza e prudenza dello stesso, non poteva operarla riduzione di responsabilità prevista dall’art. 2236 c.c., che, come si è detto, è relativa alla sola ipotesi di mancanza di perizia. In ogni caso, perché si potesse applicare la limitazione della responsabilità prevista dall’art. 2236 c.c., gravava sul medico ricorrente l’onere di eccepire (e poi di provare) nelle fasi di merito che l’intervento implicava la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà. Invece – a parte il rilievo, mosso dalla controricorrente ********, che nel giudizio di appello non è stata invocata la limitazione di responsabilità di cui all’art. 2236 c.c. alla sola ipotesi di colpa grave, ma è solo stata affermata l’assoluta mancanza di responsabilità, con conseguente inammissibilità del motivo di ricorso per la novità della questione – va in ogni caso rilevato che neppure in questa sede il ricorrente sostiene che l’intervento chirurgico implicasse la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, mostrando invece di ritenere che la responsabilità del prestatore d’opera professionale intellettuale sia sempre assistita dalla limitazione dell’art. 2236 c.c.. Come si è detto sopra, ciò è errato, poiché detta limitazione è relativa alle sole ipotesi di prestazione di particolare difficoltà (da intendersi nei termini sopra detti) ed attiene non alla negligenza ed imprudenza, ma all’imperizia.
11. Infondato è, infine, il terzo motivo di ricorso, con cui il ***** lamenta la violazione e falsa applicazione delle norme di diritto, l’errata interpretazione delle risultanze istruttorie e l’omessa e contraddittoria motivazione, ex art. 360 n. 3 e 5 c.p.c..
Assume il ricorrente che la sentenza impugnata ha fatto proprie le conclusioni dei consulenti d’ufficio senza considerare né la deposizione resa in sede penale dal ******** né le conclusioni della consulenza di parte da cui emergeva che, essendosi la ferita verificata al palmo della mano e non al polso, non poteva produrre la lesione del condotto unico né poteva procedersi alla anastomosi dei nervi con i tendini. Osserva questa Corte che l’art. 116, 1° c., c.p.c. consacra il principio generale del libero convincimento del giudice, per cui lo stesso deve valutare le prove secondo il suo prudente apprezzamento, salvo che la legge disponga altrimenti. La norma in questione sancisce la fine del sistema fondato sulla predeterminazione legale dell’efficacia della prova, conservando solo specifiche ipotesi di fattispecie di prova legale, e la formula del "prudente apprezzamento" allude alla ragionevole discrezionalità del giudice nella valutazione della prova, che va compiuta tramite l’impiego di massime di esperienze.
Nella fattispecie il giudice di appello ha ritenuto di dover condividere le conclusioni cui era pervenuto il collegio dei consulenti tecnici d’ufficio, in quanto dette conclusioni concordavano con quanto emergeva dalle cartelle cliniche dello stesso ospedale S. Giacomo e con l’esame elettromiografico preliminare al secondo intervento chirurgico. Inoltre la sentenza impugnata ha ritenuto che erano da disattendere sia le dichiarazioni rese dal ******** nel procedimento penale contro il Massa, perché generiche ed evasive ed in contrasto con i dati clinici e documentali, sia le conclusioni del consulente di parte, poiché l’affermata reazione cicatriziale era, in ogni caso, riconducibile alla mancanza di diligenza e prudenza del primo chirurgo. Ne consegue che il giudice di appello ha congruamente motivato le scelte probatorie poste a base della sua decisione e le censure del ricorrente si risolvono in una diversa lettura delle risultanze istruttorie, inammissibile in questa sede di sindacato di legittimità.
Condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità sostenute da ******************, liquidate in L. 124.000, oltre L. ottomilioni per onorario d’avvocato. Compensa le spese di questo giudizio tra il Massa ed il ********.
Con separati ricorsi al Pretore di Palermo in funzione di giudice del lavoro L. V. ed altri litisconsorti, premesso di aver lavorato tra il 1972 e il 1976 alle dipendenze della ******à "Satris Tributaria Siciliana" sulla base di vari contratti a tempo determinato nei quali l’assunzione veniva giustificata, in relazione alla contrattazione collettiva per il personale dipendente della esattoria, di esigenze di lavori di carattere eccezionale, deducevano che il sistema di ripetute assunzioni mirava ad eludere le disposizioni di cui alla legge 18 aprile 1962 n. 230 e che l’attività di notificazione degli atti, cui erano stati adibiti, non poteva essere considerata straordinaria ed eccezionale, ai sensi dell’art. 1, lett. C) della legge citata; chiedevano quindi al Pretore adito che, dichiarata la legittimità dell’apposizione del termine a tutti i contratti, i rapporti venissero considerati a tempo indeterminato sin dalla prima assunzione, con condanna della ******à datrice di lavoro alla ricostruzione delle loro carriere e al pagamento di tutte le differenze salariali previste dalla contrattazione collettiva, nonché al pagamento della svalutazione monetaria.
A seguito di gravame della SATRIS e di appello incidentale degli attori in primo grado il Tribunale di Palermo con sentenza del 18 aprile 1979 in riforma della sentenza impugnata rigettava le domande proposte contro la predetta ******à. I giudici dell’appello, ritenuta l’applicabilità del termine di decadenza di cui all’art. 6 della L. n. 604/1966 alle impugnative delle cessazioni di rapporto di lavoro a termine per scadenza di questo, rilevavano che i vari rapporti posti in essere tra le parti si convertivano non in un unico rapporto, ma in altrettanti contratti a tempo indeterminato.
Non poteva essere riconosciuto il diritto dei lavoratori alla retribuzione per gli intervalli tra un contratto e l’altro, che dovevano considerarsi come periodi di sospensione concordata tra le parti, non essendo stata fornita da parte degli attori la prova di essere rimasti a disposizione della ******à datrice di lavoro durante detti periodi.
Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso principale per undici motivi ************* e otto litisconsorti: la ******à SATRIS, resistendo con controricorso, ha proposto ricorso incidentale per tre motivi; entrambe le parti hanno presentato memoria.
E’ vero che il Tribunale ha tenuto conto di tutto il complesso di contratti a termine di cui la ******à datrice di lavoro si serviva non solo per far fronte a punte "stagionali" di attività, ma anche al di fuori di tali periodi di punta, e quindi anche (ma non solo) di rapporti diversi da quelli concernenti i lavoratori in causa.
8. – Col settimo motivo del ricorso principale si denuncia l’omessa motivazione su un punto decisivo della controversia relativamente alla determinazione delle spettanze economiche dei ricorrenti, consistenti nelle differenze di retribuzione fra quanto da ciascuno dei dipendenti percepito durante i periodi di lavoro effettivamente prestato, e quanto previsto dai contratti collettivi di categoria, determinazione che il Tribunale ha ritenuto di dover compiere in base alle tabelle salariali del settore utilizzate nel secondo elaborato peritale (geom. Vasta) disattendendo il primo (prof. *******) perché sviluppato seguendo dei prospetti paga prodotti dai lavoratori.
Essa si sostanzia – come gli stessi ricorrenti riassuntivamente espongono – nel rilievo del vizio di fondo in cui sarebbe incorso il Tribunale nell’aver dato prevalenza all’elaborato tecnico del c.t. Vasta, rispetto a quello del c.t. *******, spiegando che ciò sarebbe stato frutto dell’errore da questo commesso per aver utilizzato i prospetti paga del dipendente L.; laddove, secondo essi ricorrenti, con la ricostruzione delle retribuzioni percepite i prospetti L. non hanno nulla a che fare, giacché la stessa era il portato di specifiche e individuali confessioni personalmente rese da ciascuno dei ricorrenti al consulente tecnico.
Quanto al profilo concernente il mancato riconoscimento degli aumenti retributivi connessi con il passaggio di categoria, trattasi di tutta evidenza di censura di mero fatto, attinente ai criteri seguiti dal consulente tecnico Vasta, in relazione a quelli di cui alla consulenza *******, e volta ad addebitare al giudice di merito un "errore", che come tale non é deducibile in questa sede.
11. Si deduce col decimo motivo la violazione dell’articolo 112 C.P.C. in relazione alla omessa pronuncia sul capo di domanda relativo alla decorrenza del rapporto di *****************, essendo stata censurata in sede di riassunzione del giudizio la statuizione del Pretore che aveva fissato al 3.7.1982 (anziché al 26.5.1970, data della prima assunzione) l’inizio del rapporto a tempo indeterminato dell’intervallo di circa due anni intercorso tra le due date, senza tener conto della provata disponibilità del lavoratore durante tale periodo e della irrilevanza della durata dello stesso ai fini della continuità giuridica del rapporto.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 2
 art. 2087
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art.2087
 Cass. 
 sentenza 
 art.2087
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 395
 Cass. 
 art. 348
 art. 593
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
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 sentenza 
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