Source: https://danielemajori.com/2016/11/18/sul-rilascio-del-porto-darmi-e-sulla-legittmita-della-motivazione-dei-provvedimenti-di-rigetto-delle-istanze/
Timestamp: 2020-07-16 16:21:06+00:00

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Rilascio del porto d’armi: la motivazione dei provvedimenti di rigetto delle istanze può basarsi sull’assenza di specifiche circostanze tali da indurre a disporne l’accoglimento e l’interessato può lamentare la sussistenza di profili di eccesso di potere, qualora vi sia stata una inadeguata valutazione in concreto delle circostanze (ad es., sono configurabili profili di eccesso di potere qualora l’Amministrazione – nel respingere l’istanza in quanto formulata da un appartenente ad una categoria per la quale non si sono ravvisati particolari esigenze da tutelare col rilascio della licenza di porto d’armi – abbia invece accolto l’istanza di chi versi in una situazione sostanzialmente equivalente; nel caso di specie, però, il Tar ha riconosciuto la correttezza dell’apprezzamento degli elementi rilevanti esercitato dalla competente Autorità). | Avvocato Daniele Majori
Autorizzazioni, Licenze, Ordine pubblico, Pubblica sicurezza
Archiviato in art. 10-bis l. n. 241 del 1990 e s.m.i., art. 100 r.d. 18 giugno 1931 n. 773, art. 11 del TULPS, art. 21-octies l. n. 241/1990, art. 43 del TULPS, art. 7 l. n. 241/1990, autorizzazioni di polizia, diniego, eccesso di potere, licenza di portare armi, motivazione, R.D. 18 giugno 1931 n. 773, revoca anticipata degli effetti delle licenze di polizia, rilascio del porto d'armi, Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza
(Tar Calabria, Reggio Calabria, 3 novembre 2016, n. 1083)
«La normativa suscettibile di applicazione alla controversia all’esame è rappresentata:
Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione.”
Il Testo Unico, nel disciplinare il rilascio della «licenza di porto d’armi», mira a salvaguardare la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica.
La giurisprudenza (cfr., ex plurimis, Cons. Stato, sez. III, 28 aprile 2015 n. 2162 e 14 ottobre 2014 n. 5398) ha, poi, affermato che “la valutazione al riguardo dell’Autorità di pubblica sicurezza, caratterizzata da ampia discrezionalità, persegue lo scopo di prevenire, per quanto possibile, l’abuso di armi da parte di soggetti non pienamente affidabili, tanto che il giudizio di “non affidabilità” è giustificabile anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza, ma a situazioni genericamente non ascrivibili a “buona condotta” (Cons. Stato, sez. III, 19 settembre 2013 n. 4666)”.
Nell’osservare come l’autorizzazione al possesso delle armi non integri un diritto, ma costituisca, piuttosto, il frutto di una valutazione discrezionale nel quale devono unirsi la mancanza di requisiti negativi e la sussistenza di specifiche ragioni positive, deve ritenersi che la regola generale sia rappresentata dal divieto di detenzione delle armi, che la autorizzazione di polizia è suscettibile di rimuovere in via di eccezione, in presenza di specifiche ragioni e in assenza di rischi anche solo potenziali, che è compito dell’autorità di pubblica sicurezza prevenire.
Va, poi, rilevato che il Ministero dell’Interno, nelle sue articolazioni centrali e periferiche, ben può effettuare valutazioni di merito in ordine ai criteri di carattere generale per il rilascio delle licenze di porto d’armi, tenendo conto del particolare momento storico, delle peculiarità delle situazioni locali, delle specifiche considerazioni che – in rapporto all’ordine ed alla sicurezza pubblica – si possono formulare a proposito di determinate attività e di specifiche situazioni.
Gli organi del Ministero dell’Interno, ad esempio, possono decidere di restringere la diffusione e l’uso delle armi, quando occorra affrontare le situazioni locali ove sono radicate organizzazioni criminali.
A parte l’esigenza di affrontare le emergenze della criminalità organizzata, gli organi del Ministero dell’Interno possono tener conto anche di considerazioni di carattere generale, coinvolgenti l’ordine e la sicurezza pubblica.
Spetta infatti al legislatore introdurre una specifica regola se l’appartenenza ad una ‘categoria’ giustifica il rilascio di tali licenze e la possibilità di girare armati (tale rilascio è previsto, ovviamente, per gli appartenenti alle Forze dell’Ordine, nei limiti stabiliti dagli ordinamenti di settore).
Le relative valutazioni degli organi del Ministero dell’Interno – anche quando si tratti di istanze di licenze volte alla difesa personale – possono e devono tener conto delle peculiarità del territorio, delle specifiche implicazioni di ordine pubblico e delle situazioni specifiche in cui si trovano i richiedenti, ma si possono basare anche su criteri di carattere generale, per i quali l’appartenenza in sé ad una categoria non ha uno specifico rilievo.
Qualora l’organo periferico del Ministero dell’Interno si orienti nel senso che l’appartenenza in sé ad una categoria non ha uno specifico rilievo, le relative scelte di respingere le istanze di rilascio (o di rinnovo) delle licenze costituiscono espressione di valutazioni di merito, di per sé insindacabili da parte del giudice amministrativo.
La motivazione dei provvedimenti di rigetto delle istanze può basarsi dunque sulla assenza di specifiche circostanze tali da indurre a disporne l’accoglimento e l’interessato può lamentare la sussistenza di profili di eccesso di potere, qualora vi sia stata una inadeguata valutazione in concreto delle circostanze (Cons. Stato, sez. III, 6 giugno 2016 n. 2417).
Ben diverso è l’onere di motivazione, qualora l’Amministrazione decida di disporre la revoca anticipata degli effetti delle licenze di polizia, prima della scadenza dei loro effetti.
Può, sinteticamente, affermarsi che:
– il giudizio di “non affidabilità” è giustificabile anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza, ma a situazioni genericamente non ascrivibili a “buona condotta” (Cons. Stato, sez. III, 27 aprile 2015 n. 2158 e 14 ottobre 2014 n. 5398).
Inoltre, va rammentato come il nostro ordinamento sia ispirato a regole limitative della diffusione e possesso dei mezzi di offesa, tant’è che i provvedimenti che ne consentono la detenzione ed utilizzo vengono ad assumere – su un piano di eccezionalità – connotazioni concessorie di una prerogativa che esula dall’ ordinaria sfera soggettiva delle persone.
Con riguardo, ulteriormente, alle formalità che devono assistere il procedimento culminante con l’adozione del provvedimento in materia di armi, costante giurisprudenza afferma che non sussiste l’obbligo di preventiva comunicazione di avvio, ai sensi dell’art. 7 della legge 241/1990 nel caso in cui l’urgenza, che consenta tale omissione, è rinvenibile ex se nel pericolo di compromissione degli interessi pubblici dell’ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini, rappresentato dalle circostanze prese a presupposto per l’emanazione della misura di sicurezza pubblica quale è, appunto, il divieto di porto d’armi ai sensi dell’art. 39 T.U.L.P.S. (cfr. Cons. Stato, sez. III, 12 novembre 2014 n. 5581 e 14 luglio 2014 n. 3609; nonché sez. VI, 7 febbraio 2007 n. 509).
Né è suscettibile di accoglimento l’argomentazione con la quale il ricorrente si duole della violazione della previsione di cui all’art. 10-bis della legge 241/1990, in quanto l’insussistenza del diritto a detenere armi è fattore di per sé idoneo a dequotare il mancato preavviso di rigetto a vizio non invalidante, ai sensi dell’art. 21-octies, comma 2, 2° parte, della stessa legge 241, atteso che, quand’anche vi fosse stato tale preavviso, il provvedimento finale avrebbe avuto identico tenore contenutistico (cfr. T.A.R. Valle d’Aosta, 11 febbraio 2015 n. 9; T.A.R. Puglia, Lecce, sez. I, 24 gennaio 2014 n. 230).
La disposizione sul preavviso di rigetto, come la giurisprudenza ha più volte precisato, deve, infatti, essere interpretata alla luce del successivo art. 21-octies, comma 2, della stessa legge 241: tale articolo 21-octies dovendo ritenersi applicabile anche nelle ipotesi di omessa comunicazione del preavviso di rigetto, per cui, laddove il ricorrente sollevi un vizio di natura formale come quello in esame, è imposto al giudice di valutare il contenuto sostanziale del provvedimento, e quindi non annullare l’atto nel caso in cui la violazione formale non abbia inciso sulla legittimità sostanziale del provvedimento impugnato, non essendo al riguardo rilevante la natura vincolata o discrezionale del provvedimento adottato senza il prescritto preavviso (cfr., ex plurimis, Cons. Stato, sez. V, 19 giugno 2009 n. 4031).
Cioè, in definitiva, il provvedimento amministrativo non è comunque annullabile per mancata comunicazione dell’avvio del procedimento qualora l’Amministrazione dimostri in giudizio che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.
Alla luce di quanto sopra rappresentato, ritiene la Sezione che la denunciata violazione della norma sul procedimento non abbia inciso, tenuto conto degli atti del procedimento, sulla legittimità sostanziale dell’atto impugnato, in quanto l’interessato non avrebbe potuto al riguardo apportare alcun elemento ulteriore di valutazione; né, peraltro, alcun elemento aggiuntivo ha in concreto apportato in questa sede, per cui il provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.
Con riferimento alla presente controversia, quanto precedentemente esposto persuade il Collegio che il discrezionale apprezzamento esercitato dalla competente Autorità – e sostanziatosi nell’adozione del gravato provvedimento – abbia correttamente apprezzato gli elementi aventi rilevanza ai fini del rilascio del titolo abilitativo di che trattasi.
Rileva infatti, nel caso di specie, la tenuta di un comportamento, da parte dell’odierno ricorrente (impregiudicata, ovviamente, la valutazione che alla stessa è stata data in sede penale: nella quale, è bene precisarlo, l’archiviazione della posizione dell’interessato è avvenuta non già in relazione all’esclusa configurabilità della rilevanza penale della condotta, quanto, piuttosto, a seguito di richiesta di ammissione ad oblazione), suscettibile di inalveare legittimamente un giudizio prognostico di non affidabilità quanto ad un corretto uso delle armi, in presenza di circostanze di fatto rivelanti significativa specificità con riferimento ad un corretto uso delle armi e del titolo ad esso presupposto».
« Sulle differenze tra l’azione di risarcimento dei danni da provvedimento illegittimo ex art. 30, comma 3, c.p.a. e l’azione di risarcimento dei danni connessi alla mancata esecuzione del giudicato ex art. 112, comma 3, c.p.a.: soltanto alla prima si applica il termine decadenziale di proposizione sancito dall’art. 30, comma 3, c.p.a., che – nel caso di azione non contestuale al ricorso demolitorio – è di 120 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza di annullamento del provvedimento causativo del danno; inoltre la prima azione soggiace a una differente disciplina processuale, sia in termini di proposizione (opportunamente venendo formalizzata come tale già nell’impostazione e nella rubrica dell’atto introduttivo), sia di rito, che è quello ordinario, e non quello celere e preferenziale dell’ottemperanza, trattata con il rito camerale; le due azioni, infine, divergono per il diverso ammontare del contributo unificato (per il Tar, invece, non si ravvisano profili differenziali nei presupposti sostanziali dell’azione ex art. 112, comma 3, c.p.a. rispetto a quella generale di condanna ex art. 30, comma 3, c.p.a.).
La rideterminazione degli oneri concessori può essere effettuata dal Comune solo qualora sia stata prevista una riserva di conguaglio che consenta il superamento dell’applicazione del principio di irretroattività degli atti amministrativi (nella fattispecie, il Tar ha rilevato che il provvedimento, con cui il Comune aveva quantificato gli oneri dovuti per la concessione in sanatoria, non conteneva nessun riferimento a eventuali successive rideterminazioni). »

References: art. 10
 art. 100
 art. 11
 art. 21
 art. 43
 art. 7
 art. 21
 articolo 21
 art. 30
 art. 112
 sentenza 
 art. 112
 art. 30