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Timestamp: 2019-09-15 23:21:50+00:00

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Autori Buffo, Paolo
Basso Vercellese.
1203 (ISTAT 2011)
23,24 km2 (ISTAT 2011)
A nord e a nord-ovest Livorno Ferraris, a est Palazzolo Vercellese, a sud Gabiano (AL), a sud-ovest Moncestino (AL), a ovest Crescentino.
«Fontanetum» nel 1014 (MGH, Diplomata III, pp. 404-408, doc. 322), «Funtanetum» nel 1159 (Cancian 1975, p. 63, doc. 4). Nella documentazione moderna e ottocentesca si alternano le varianti «Fontanetto» e «Fontaneto»; la denominazione ufficiale «Fontanetto Po» fu formalizzata nel 1863 (Busnengo 1987, p. 14).
Vercelli, poi (1474-1805) Casale, quindi nuovamente Vercelli.
Il luogo dipese dalla pieve di Palazzolo (ARMO, col. 63, doc. XVIII); la consuetudine, osservata dagli arcipreti di Fontanetto, «di ricevere dal prevosto di Palazzolo gli oli santi nel giorno del sabato santo» sopravvisse fino al 1568 (Ferraris 1995, p. 162).
La parrocchiale di S. Martino è attestata a partire dal 1179; essa fu il solo edificio anteriore al 1323 conservato e inglobato nel nuovo borgo; nel 1715 vi risultavano eretti i benefici di S. Martino e di S. Carlo. Entro il perimetro della vecchia cinta muraria, la chiesa della Ss. Trinità è del 1488; la chiesa dei Ss. Apostoli (sede dell’omonima compagnia, attestata dal 1715) fu costruita intorno all’anno 1700; adiacente alla parrocchiale è la chiesa del Carmine, del secolo XVII. Quanto ai luoghi di culto extramurari, la chiesa di S. Sebastiano è designata da Busnengo come fondazione del secolo XI; una chiesa di S. Maria, attestata a partire dal 1323, deve essere probabilmente identificata appunto con l’attuale S. Sebastiano piuttosto che con un edificio omonimo, S. Maria del Pozzo. La chiesa di S. Rocco è menzionata in documenti a partire dal 1598. Una chiesa di S. Bononio sorgeva presso l’omonima frazione; il catasto del 1699 menziona un’altra chiesa non più esistente presso la cascina Scavarda; un’ulteriore chiesa rurale scomparsa, quella di S. Caterina, è attestata in una scrittura del 1624; in corrispondenza dell’attuale cimitero era sita la chiesa della Madonna dei Prati, accanto alla quale sorgeva un convento di minori osservanti, costruito nel 1616. Un convento delle Orsoline, attestato dal 1702 e soppresso nel 1806, fu poi adibito a municipio. Una compagnia del Corpus Domini è attestata nel 1728 (AST, Camerale, Piemonte, Feudalità, art. 737 Consegnamenti, par. 1 Consegnamenti per il Piemonte escluso il marchesato di Lanzo, m. 335, cc. 41v-44v, Consegnamento della comunità di Fontanetto; AST, Camerale, Piemonte, Giuridico materie civili, art. 616 Declaratorie, m. 1732/1, Sommario nella causa della communità di Fontanetto contro quella di Gabbiano; AST, Corte, Materie economiche, Materie economiche per categorie, Risaie, m. 1, n. 19, Stato de’ possessori delle risere, colla designazione delle giornate da cadauno d’essi possedute ne’ luoghi di Bianzè, Fontanetto, Lamporo, Livorno, Nebbione, S. Genuario, Santhià e Tronzano; Casalis 1840, VI, p. 738; Busnengo 1987, pp. 42, 77; Panero 1988, p. 128; Ferraris 1995, p. 163; Busnengo 2002, pp. 48-51).
La principale cesura nell’assetto dell’abitato coincise con l’edificazione del nuovo borgo, iniziata nel 1323 sotto la spinta di Teodoro I, marchese di Monferrato, e regolata da un arbitrato fra la comunità e il suo dominus, l’abate S. Genuario di Lucedio. L’evento causò l’abbandono di una preesistente «villa fortis vetus», a cui era coerente un «castrum» ancora esistente nel secolo XVII. La costruzione seguì le disposizioni dell’arbitrato con estrema precisione: una cinta muraria quadrangolare, con lati di circa 243 metri, era divisa a metà da una via mediana (che univa le due porte principali), intersecata a propria volta da due vie trasversali (Panero 1988, pp. 119-132). Si ricavarono così sei isolati o, secondo il lessico delle fonti moderne, «cantoni»: nel catasto del 1699 sono denominati Paradore, Chiovenda, Chiusa, Ceretto, Bernaggio, Oltre la Fonna. Il trasferimento della popolazione entro le mura del nuovo borgo produsse un forte accentramento dell’assetto insediativo del territorio; accentramento che non fu posto in discussione dagli sviluppi moderni dell’habitat. Il parziale abbandono delle cascine nel secolo XVII (che sarà oggetto di analisi più approfondita nella parte narrativa al termine della scheda) e, nel XVIII, l’insalubrità del territorio rurale intorno all’abitato (AST, Ufficio generale delle finanze, I archiviazione, Provincia di Vercelli, m. 1, n. 16/1, Relazione dello stato e coltura de’ beni dei territorii delle città e comunità della provincia di Vercelli) sfavorirono l’affermarsi di concentrazioni demiche in grado di rivendicare un’autonomia amministrativa rispetto al capoluogo. Nell’anno 1800 l’insediamento di Fontanetto era formato «da un capoluogo e suoi suborghi, oltre a 15 cassinali e due piccoli cantoni rurali» (BRT, Storia patria 1103, Notizie statistiche di 130 parrocchie del Piemonte).
L’abitato antico, abbandonato a partire dal 1323 in seguito alla costruzione del borgo nuovo, si trovava a sud dell’insediamento attuale, in prossimità del castrum; tale collocazione è ancora attestata nel secolo XV dal toponimo villarium (Panero 1988, p. 131 sg.).
Le prime forme di rappresentanza della comunità, pur funzionali alla stipula di negozi specifici, sono attestate fra il 1263 (allorché quattro «consignatores» presentarono al notaio delegato dal cenobio i «consignamenta hominum loci Fontaneti»: Cancian 1975, p. 101, doc. 18) e il 1319 (quattro rappresentanti degli uomini di Fontanetto compaiono fra i populares in un parlamentum indetto da Teodoro I di Monferrato: Bozzola 1926, p. 12, doc. 1). Le prime notizie certe sulle istituzioni comunali di Fontanetto si riferiscono al terzo decennio del secolo XIV. Al 1320 risale la prima menzione di «commune et homines Fontaneti» (Bozzola 1926, p. 20, doc. 2). Nel 1323 apprendiamo dell’esistenza di un podestà, di una credenza, di «consules» e di «clavarii», oltre che di «camparii» comunali, questi ultimi già responsabili della produzione di registri di accuse (AST, Corte, Paesi, Monferrato, Materie economiche ed altre, m. 8, n. 3, Liber maleficiorum curie domini marchionis; Cancian 1975, p. 149, doc. 35).
Una raccolta di statuti, che comprendeva uno «statutum comunis Fontaneti factum super nemoribus comunis», è attestata nel 1323. Questi statuti furono confermati, con l’aggiunta di sette nuovi capitoli, nel 1483 dal marchese Bonifacio III (AST, Corte, Paesi, Monferrato, Materie economiche ed altre, m. 8, n. 3; Fontana 1907, I, p. 486). Altre conferme sono degli anni 1533, 1546, 1559, 1567, 1598 (AST, Camerale, Piemonte, Indice dei feudi, vol. 314). Nel 1626 furono promulgati alcuni Capitoli da osservarsi nella presa delle farine di frumento (ACFP, categoria 3, fasc. 2), mentre una raccolta a stampa di bandi campestri si riferisce all’anno 1727 (Bandi campestri per il feudo di Fontanetto stabiliti dal sig. marchese Francesco Gaetano S. Martino di Agliè marchese di San Germano, di Fontanetto ecc. unitamente alla communità d’esso luogo, da osservarsi sotto le pene come infra, Torino 1727).
Un registro cartaceo con gravi mutilazioni, della fine del secolo XIV o dell’inizio del XV, contiene l’estimo dei beni immobili siti entro il territorio di Fontanetto, raggruppati in «guarbe» (ACFP; Busnengo 1987, pp. 37-39). Un catasto oggi perduto risaliva al 1586; perduti sono altresì la «misura generale del finaggio» realizzata nel 1629, un «libro […] contenente il ristretto della misura di tutto il finaggio» del 1650 e un altro «libro coperto di corame rosso, continente fogli scritti 413, […] in buona forma, ma non sommato et in molti luoghi sbarrato con diverse linee» (AST, Camerale, Piemonte, Giuridico materie civili, art. 616 Declaratorie, m. 1732/1, Sommario nella causa della communità di Fontanetto contro quella di Gabbiano, cc. 267v. 271v, 277r). Una misura degli immobili della comunità di Fontanetto, sollecitata dal governo sabaudo nel 1643 e intrapresa nel 1677 su disposizione delle autorità comunali, non pervenne a compimento (Busnengo 1987, p. 40); soltanto nel 1699 fu redatto un nuovo catasto (Catastro ordinario della molto magnifica communità di Fontaneto), mentre negli anni 1690 e 1691 era stato prodotta una misura dei boschi (ACFP, fasc. 154). I libri delle mutazioni sono conservati in serie pressoché ininterrotta dal 1714 (ACFP, fasc. 155 sgg.).
La serie degli ordinati, alquanto lacunosa, si conserva a partire dal biennio 1388-1389 (ACFP).
Interessato dalla presenza della curtis regia di Auriola nella prima metà del secolo X, il territorio di Fontanetto fu inquadrato nella marca di Ivrea e nel comitato vercellese fino ai primi anni del secolo successivo (Sergi 1995, p. 149; Banfo 2007, p. 49). Nel 1014 l’imperatore Enrico II trasmise all’episcopio di Vercelli i beni posseduti in Fontanetto da Arduino (MGH Diplomata III, pp. 404-408, doc. 322). La «curtem Fontaneti cum capellis et pertinentiis suis» (Cancian 1975, p. 58, doc. 2) apparteneva alla giurisdizione di S. Genuario di Lucedio già nel 1151, anno in cui i diritti del monastero su quel territorio erano confermati da un privilegio di papa Eugenio III.
San Sebastiano (1429), Gonzaga (1600), San Damiano (1671), San Martino di Agliè (1673).
Il luogo appartenne al marchesato, poi ducato, di Monferrato e fu inquadrato fra le terre «oltre il Po e la Dora» (AST, Corte, Paesi, Monferrato, Ducato, nuova addizione da inventariare, m. 4, n. 1, E. Baronino, Descrizione di tutte le terre, città e castelli del ducato di Monferrato, con dichiarazione quali siano mediate e quali immediate, ed i nomi, cognomi, titoli e qualità di tutti li vassalli in esso esistenti; AST, Corte, Paesi, Monferrato, Materie economiche ed altre, m. 18, n. 17, Calculo delle città, castelli, terre, anime e moggia de’ terreni del ducato di Monferrato). Dopo il passaggio al ducato di Savoia, con il trattato di Cherasco (1631), fu inserito nella provincia di Vercelli e conservò tale afferenza dopo la ristrutturazione amministrativa del 1749; dal 1799, nel quadro dell’occupazione francese, appartenne al dipartimento della Sesia; con la restaurazione tornò a far parte della ricostituita provincia di Vercelli, ridotta poi (1859-1927) a circondario della provincia di Novara (Sturani 1995, p. 107 sgg.).
Le regioni Carpanetto e Torre del Torrione furono aggregate al territorio di Fontanetto nel 1802 (Busnengo 1987, p. 71).
Già nel 1179 un settore del territorio fontanettese era definito «commune Fontanetti» (AST, Camerale, Piemonte, Giuridico materie civili, art. 616 Declaratorie, m. 1732/1, Sommario nella causa della communità di Fontanetto contro quella di Gabbiano, c. 182r). Nel 1323 il comune di Fontanetto rivendicava la proprietà del «boschum Valpellarie», qualificato come «nemus comunis Fontanetti» e oggetto di contesa con la vicina comunità di Palazzolo (AST, Corte, Paesi, Monferrato, Materie economiche ed altre, m. 8, n. 3, Liber maleficiorum curie domini marchionis). Per il tardo medioevo e la prima età moderna, le vicende dei terreni della comunità di Fontanetto, quasi sempre contesi o in cogestione con le comunità limitrofe, sono descritte nella sezione dedicata alle liti territoriali. A partire dai decenni centrali del secolo XVII è avvertibile una progressiva alienazione dei terreni comuni da parte delle istituzioni comunali fontanettesi, bilanciata in parte dall’avocazione alla comunità di proprietà immobiliari abbandonate nel contesto del forte spopolamento subito dal territorio a inizio Seicento. Nel 1632 la comunità, gravata da «urgente necessità […] per causa delle allora passate guerre», alienava ai marchesi Morozzo terreni per 122 giornate, siti presso la cascina Scavarda (lamentando poi, nel secolo successivo, di aver ricevuto una parte soltanto della somma dovuta); sarebbero parimenti appartenute alla comunità le 275 giornate acquisite nel 1652 dal conte di Monasterolo, al 1721 registrate fra i beni immuni (AST, Corte, Archivi privati, Morozzo della Rocca, Famiglia Morozzo della Rocca, Beni patrimoniali e feudali, m. 179, n. 901, Scritture riguardanti cassina Scavarda; n. 902, Progetto di accomodamento tra la città di Crescentino, la comunità di Fontanetto e l’abbazia di S. Genuario, con intervento del sig. marchese Morozzo, sovra la divisione del tenimento del Devesio, commune ed indiviso tra li sovranominati; AST, Ufficio generale delle finanze, II archiviazione, capo 21 Perequazione generale del Piemonte, m. 82, Consegna dei beni comuni della provincia di Vercelli, cc. 71v-72v). Fra il 1683 e il 1686 la cascina Motta, la cascina della Volpe e i terreni della regione Musella furono ceduti all’incanto (Busnengo 1987, p. 63). La fragilità del patrimonio comunale si aggravò nel 1695, allorché le secolari rivendicazioni di un controllo su parte del tenimento delle Apertole furono definitivamente frustrate dalla sua avocazione al demanio regio (Caligaris 1980, pp. 101-107). Secondo il catasto del 1699 (che non tiene conto dei beni posseduti o rivendicati dalla comunità di là dal Po), la comunità possedeva 580 moggia di terreni: 424 fra bosco e gerbido, 130 di pascolo e 26 fra piantato e campo (Busnengo 1987, p. 41). Dalla misura generale eseguita nel 1710 risulta che i terreni comuni si estendevano per 643 giornate. In un consegnamento del 1715, peraltro, le giornate dichiarate si riducono a 102, consistenti in due boschi (di cui uno «paludoso») rispettivamente di 72 e 30 giornate. Nello stesso atto è denunciato il diritto di pascolo, in comune con la comunità di Crescentino, sui tenimenti di Devesio e delle Apertole; diritto che si pretendeva derivante dall’abbazia di S. Genuario, mediante il pagamento di un canone annuo simbolico costituito da un agnello e da un cappone. Nella consegna del 1721 la comunità denunciava la proprietà di 215 giornate di «beni antichi» (divisi in 70 giornate di bosco, 25 di bosco e palude e 120 di palude, in comproprietà con l’abbazia di S. Genuario) e di 220 giornate (80 di gerbo e 140 di bosco) di terreni «abbandonati e ridotti alla comunità nella guerra del 1640»; gli ispettori delle finanze regie, peraltro – attesa la divergenza e la «dubbietà» dei dati del 1715 e del 1721 – calcolarono l’estensione dei terreni comuni in 423 giornate, detraendo la superficie dei terreni abbandonati da quella indicata nella misura generale del 1710, considerata più attendibile. (AST, Ufficio generale delle finanze, II archiviazione, capo 21 Perequazione generale del Piemonte, m. 82, Consegna dei beni comuni della provincia di Vercelli, cc. 71-72.; m. 94, Annotazioni sui beni comuni della provincia di Vercelli,cc. 27v-28v; m. 95, Volume continente il ristretto delle giornate, beni comuni od immuni distinti nelle qualità che appartengono alle comunità del Piemonte, c. 321v; AST, Camerale, Piemonte, Feudalità, art. 737 Consegnamenti, par. 1 Consegnamenti per il Piemonte escluso il marchesato di Lanzo, m. 335, cc. 41v-44v, Consegnamento della comunità di Fontanetto). Nel 1782 la comunità vendeva al regio patrimonio 200 giornate di terreni siti in regione Devesio – fino al 1773-1774 comuni con la comunità di Crescentino e con l’abbazia di S. Genuario – nell’ambito di un progetto di messa a coltura «de’ vasti latifondi gerbidi nelle campagne del Biellese e del Vercellese» (ACFP, fald. 233, Divisione del tenimento Devese con Crescentino e S. Genuario; Duboin 1833, IX, libro VIII, titolo X, p. 284). Nei decenni centrali del secolo XIX ebbe luogo un’ultima e decisiva conversione d’uso dei terreni comunali, con la cessione di buona parte dei restanti boschi e pascoli a un insieme di fittavoli che nel 1907 si costituì in una «Società cooperativa agricola». Alla data del 1937 non risultava a memoria d’uomo l’esercizio di alcun diritto di uso civico sui terreni di proprietà comunale entro il territorio di Fontanetto (CLUC, fasc. 33, Fontanetto Po).
La contesa con la comunità di Crescentino per il controllo dei pascoli delle Apertole si aprì forse dopo che, nel 1335, un arbitrato fra i Crescentinesi da un lato e l’abbazia e gli uomini di San Genuario dall’altro attribuì il possesso dell’area in porzioni eguali alle due parti, prevedendo l’investitura dell’abate alla comunità di Crescentino per la rispettiva quota (AST, Corte, Paesi, Monferrato, Confini, vol. L, n. 1, Volume primo di documenti sui quali fondossi l’abbazia di S. Genuario per difesa delle sue ragioni sopra le Apertole contro la comunitò di Fontanetto e riguardanti anco il gius della comunità di Crescentino sulle medesime, con parte degli atti contro Fontanetto per quelle e Livorno per regioni contigue, fasc. 1). Segno di una conflittualità con Fontanetto per lo sfruttamento dei pascoli è un capitolo degli statuti crescentinesi del 1352, che impediva agli uomini di Fontanetto di far pascolare il proprio bestiame sul territorio di Crescentino (Andreano Roccati 1996, p. 61 sg.). La contesa – complicata nei secoli moderni dall’appartenenza delle due comunità a dominazioni regionali in conflitto – ebbe un primo sbocco nell’arbitrato con cui, nel 1379, un membro della famiglia Tizzoni e un giudice marchionale di Monferrato stabilivano i confini tra i due territori comunali (AST, Corte, Paesi, Monferrato, Confini, vol. L, n. 2, Volume 2° di documenti ai quali s’appoggiarono le ragioni delle comunità di Livorno e Fontanetto contro quella di crescentino e l’abbazia di S. Genuario sulle Apertole, n. 2-4). Già nel 1392, tuttavia, si ha notizia di nuovi contrasti, sempre incentrati sulle Apertole, fra gli uomini di Crescentino da una parte e dall’altra quelli di Fontanetto e di Livorno. Da un esame di testimoni eseguito in quell’anno per ordine di un commissario visconteo risulta come la roggia Stura avesse costituito il limite dell’area di sfruttamento da parte della comunità di Fontanetto a partire almeno dagli anni Quaranta del Trecento; i Fontanettesi avrebbero potuto far pascolare le proprie bestie oltre la Stura, nel territorio delle Apertole, soltanto dietro autorizzazione dell’abbazia di S. Genuario e della comunità di Crescentino. Le rivendicazioni dei Crescentinesi continuavano ad appoggiarsi sulla sentenza del 1335, che escludeva Fontanetto dal controllo delle Apertole e che fu confermata nel 1420 (AST, Corte, Paesi, Monferrato, Confini, vol. L, n. 1, Volume primo di documenti sui quali fondossi l’abbazia di S. Genuario per difesa delle sue ragioni sopra le Apertole contro la comunitò di Fontanetto e riguardanti anco il gius della comunità di Crescentino sulle medesime, con parte degli atti contro Fontanetto per quelle e Livorno per regioni contigue). Malgrado le conferme, le disposizioni della sentenza furono oggetto di continue deroghe e contestazioni. Già nel 1421, per esempio, i Fontanettesi riuscivano a procurarsi dall’abate di S. Genuario l’investitura in enfiteusi perpetua di «omnibus et singulis comunantiis seu comunibus, boschis, gerbis, pratis, ronchis, nemoribus seu de omni predalia, pasquis, brugeriis, lacuminibus, aqui, aquaticis, fructibus, piscariis et terris […] de finibus iurisdictionis et pertinentiis […] monasterii sancti Ianuarii», posti tra i fines di Crescentino, di Livorno, di Fontanetto e del dominio di S. Maria di Lucedio; l’enfiteusi, giustificata dal fatto che «de predictis bonis nullum utile recipere potest dictum monasterium propter […] oppressiones», era rilasciata in cambio di un canone annuo di un agnello e di un cappone e della promessa di difendere il monastero «maxime contra comune Crescentini». Nell’atto dell’investitura si rimarcava, inoltre, la continuità e l’antichità della fruizione di «magna parte» delle Apertole da parte della comunità di Fontanetto (ACFP, fald. 239, Approvazione dell’investitura delle Apertole a favore del comune e uomini di Fontanetto da Po, 1421-1425). L’investitura, in totale contrasto con il testo del 1335, fu contestata dalla comunità di Crescentino, che ottenne da un ulteriore arbitrato, celebrato nel 1422, la sua cancellazione e il ripristino della sentenza del 1335 (AST, Corte, Paesi, Monferrato, Confini, vol. L, n. 1, Volume primo di documenti sui quali fondossi l’abbazia di S. Genuario per difesa delle sue ragioni sopra le Apertole contro la comunitò di Fontanetto e riguardanti anco il gius della comunità di Crescentino sulle medesime, con parte degli atti contro Fontanetto per quelle e Livorno per regioni contigue, fasc. 2); l’investitura a favore dei Fontanettesi era peraltro riportata in auge da una conferma rilasciata da papa Martino V nel 1425 (ACFP, fald. 239, Approvazione dell’investitura delle Apertole a favore del comune e uomini di Fontanetto da Po, 1421-1425). Malgrado la fragilità, sul piano giuridico, della concessione del 1421, quell’atto fu impiegato con continuità dal comune di Fontanetto sino alla fine del Seicento, per rivendicare i propri diritti di sfruttamento delle Apertole. Per esempio, le autorità comunali disposero in più occasioni la consegna all’abate di S. Genuario del censo simbolico di un agnello e di un cappone, che appunto l’atto del 1421 indicava come corrispettivo dell’enfiteusi; gesto che incontrava il sistematico rifiuto dell’abate. Tale circostanza è attestata tra il 1434 e il 1713 (AST, Corte, Paesi, Monferrato, Confini, vol. L, n. 1, Volume primo di documenti sui quali fondossi l’abbazia di S. Genuario per difesa delle sue ragioni sopra le Apertole contro la comunitò di Fontanetto e riguardanti anco il gius della comunità di Crescentino sulle medesime, con parte degli atti contro Fontanetto per quelle e Livorno per regioni contigue, fasc. 1; AST, Camerale, Piemonte, Feudalità, art. 768 Titoli e carte diverse sul tenimento delle Apertole, m. 1, n. 64, Ordinato della comunità di Fontanetto a riguardo della presentazione all’abbate di S. Genuario per consuetudine antica di un agnelo ed un capone in cadun anno, 1695; AST, Camerale, Piemonte, Feudalità, art. 737 Consegnamenti, par. 1 Consegnamenti per il Piemonte escluso il marchesato di Lanzo, m. 335, cc. 41v-44v, Consegnamento della comunità di Fontanetto). Nel corso dei secoli XV e XVII, i contrasti territoriali fra Crescentino e Fontanetto proseguirono incontrando almeno due fasi di intensificazione e di temporanea ricomposizione. La prima ebbe luogo negli anni Cinquanta del Quattrocento, nel contesto di una sistematica puntualizzazione dei limiti delle giurisdizioni locali, promossa dai marchesi di Monferrato nei territori a nord del Po. Nel biennio 1455-1456 – attesa la cronica inosservanza della confinazione del 1379 tra Fontanetto e Crescentino – si procedette a un arbitrato che confermò i confini trecenteschi e stabilì la posa di nuovi termini. L’evento precedette di poco l’acquisizione del pieno controllo su S. Genuario da parte dei marchesi, in seguito alla nomina (1457) del cardinale Teodoro Paleologo ad abate commendatario (Lusso 2005, p. 107). Nel 1458 le pretese di Fontanetto sulle Apertole erano penalizzate da un provvedimento marchionale che inibiva l’uso del tenimento alle comunità monferrine limitrofe, con l’esclusione di Livorno (AST, Corte, Paesi, Monferrato, Confini, vol. L, n. 2, Volume 2° di documenti ai quali s’appoggiarono le ragioni delle comunità di Livorno e Fontanetto contro quella di crescentino e l’abbazia di S. Genuario sulle Apertole; Lusso 2010, p. 68). La seconda fase di conflittualità interessò gli anni immediatamente successivi all’avvicendamento dinastico fra i Paleologi e i Gonzaga e riguardò anche la comunità di Livorno, che era in aperto contrasto con Fontanetto per l’uso dei pascoli delle Apertole almeno dal 1464 (AST, Camerale, Piemonte, Feudalità, art. 768 Titoli e carte diverse sul tenimento delle Apertole, m. 1, n. 3, Ratiocinio sovra le raggioni competenti al reggio patrimonio sovra li beni denominati delle Apertole ad esclusione dell’abatia di S. Genuario, del Marchese di Pianezza et delle comunità di Crescentino e Fontaneto [fine secolo XVII]). Gli assestamenti di metà Quattrocento, fra l’altro, aprirono la strada a una prima intensa fase di bonifica e messa a coltura di parte del territorio delle Apertole, coordinata dai marchesi e durata fino ai decenni centrali del secolo XV (Lusso 2005, p. 108); una fase che non arrestò la conflittualità tra le comunità locali per lo sfruttamento dei terreni rimasti a pascolo. Nel 1541-1542, per esempio, il comune di Fontanetto ricorreva di fronte ai delegati ducali contro la comunità di Crescentino e l’abate di S. Genuario, richiedendo il diritto di pascolo sulle Apertole; nello stesso biennio, il comune di Livorno citava quello di Fontanetto per l’appropriazione indebita di terreni nel medesimo luogo (AST, Corte, Paesi, Monferrato, Confini per A e B, vol. L, n. 1, Volume primo di documenti sui quali fondossi l’abbazia di S. Genuario per difesa delle sue ragioni sopra le Apertole contro la comunitò di Fontanetto e riguardanti anco il gius della comunità di Crescentino sulle medesime, con parte degli atti contro Fontanetto per quelle e Livorno per regioni contigue). La contesa, che sfociò nel 1550 in una causa intentata dai livornesi contro i fontanettesi presso il Senato di Casale, perse di intensità dopo che, nel 1579, il territorio delle Apertole fu oggetto di una nuova ripartizione fra S. Genuario e i duchi di Mantova (Caligaris 1980, p. 103). Un progressivo spegnimento delle pretese di Fontanetto sulle Apertole si ebbe a partire dall’inizio del Seicento. Il tracollo demografico e le devastazioni militari che colpirono l’abitato durante le guerre dei primi decenni di quel secolo – si pensi alla guerra di successione del Monferrato tra il 1628 e il 1631 – diminuirono in modo drastico il peso politico della comunità. Il passaggio del territorio entro i domini sabaudi, in seguito alla pace di Cherasco del 1631, privò la conflittualità tra Fontanetto e Crescentino delle implicazioni politiche regionali che l’avevano sino ad allora caratterizzata; le contese intorno alla proprietà dei terreni delle Apertole furono infine sostanzialmente risolte con l’avocazione del tenimento al patrimonio ducale nel 1695. Dopo quella data, le rivendicazioni del diritto di pascolo sul territorio delle Apertole da parte della comunità di Fontanetto – che si contrapponevano a una tendenza alla chiusura al pascolo e alla messa a coltura da parte dell’amministrazione del demanio – si scollegarono dalla contrapposizione con Crescentino e anzi passarono attraverso un’insistenza (presente per esempio nel consegnamento del 1715) sull’antica pratica dello sfruttamento comune di quei pascoli da parte delle due comunità.
ACFP (Archivio del Comune di Fontanetto Po):
Andreano Roccati Z., a cura di, Statuti di Crescentino, Torino 1996 (Biblioteca storica subalpina, 184/2).

References: art. 737
 art. 616
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 sentenza 
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 art. 768
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