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Timestamp: 2020-08-05 08:11:38+00:00

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Art. 979 codice civile - Durata - Brocardi.it
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Articolo 979 Codice civile
Dispositivo dell'art. 979 Codice civile
La durata dell'usufrutto non può eccedere la vita dell'usufruttuario(1).
L'usufrutto costituito a favore di una persona giuridica non può durare più di trent'anni(2).
(1) L'usufrutto presenta, a differenza degli altri diritti reali di godimento, la peculiarità della durata limitata nel tempo.
E', peraltro, contemplata l'ipotesi dell'usufrutto congiuntivo, tramite l'attribuzione a più soggetti del diritto in oggetto, e con la possibilità di attribuire la quota spettante ad uno degli usufruttuari a quelli superstiti, senza, dunque, ricadere in un'ipotesi di nuda proprietà (art. 678 del c.c.).
E' ammissibile, inoltre, il c.d. usufrutto successivo, purché costituito tra vivi e a titolo oneroso (artt. 698 e 796), il quale implica che il diritto in esame spetti all'inizio ad un primo soggetto, per, poi, trasferirsi, dopo la morte di quest'ultimo ad una seconda persona, se superstite, poi ancora ad una successiva, etc.
(2) I giudici hanno specificato che il divieto non riguarda gli enti pubblici e l'ipotesi in cui lo stabile faccia parte del suo patrimonio indisponibile, sia, cioè, soggetto alla disciplina della pubblica utilità, dalla quale può smarcarsi soltanto nei casi previsti dalla legge. Ne è esempio l'ipotesi in cui l'immobile sia deputato a finalità di pubblico ufficio.
L'usufrutto ha una durata temporanea per impedire la «disgregazione della proprietà», allo scopo di favorire la libera circolazione dei beni.
“ Perpetuus nulli datur usus ”
A nessuno è concesso il godimento perpetuo
Spiegazione dell'art. 979 Codice civile
La temporaneità dell'usufrutto
Carattere essenziale dell'usufrutto è la temporaneità, non potendosi ammettere che la separazione fra nuda proprietà e usufrutto possa durare in perpetuo. Ma tale carattere è accentuato dalla legge, la quale inderogabilmente stabilisce il termine massimo di durata del diritto, che per le persone fisiche coincide con la morte e per le persone giuridiche non può superare il trentennio, salvo che non si verifichi prima l'estinzione dell'ente. La Commissione Reale aveva proposto una notevole innovazione con una norma che concedeva alle parti di stipulare la durata dell'usufrutto per un termine non superiore a trent'anni, nel qual caso, se l'usufruttuario fosse morto prima della scadenza del termine, l'usufrutto si sarebbe trasmesso agli eredi per il tempo residuo. La proposta, che pure era stata approvata dalla Commissione delle Ass. Leg. ed era ispirata al fine di favorire le iniziative dell'usufruttuario per una migliore utilizzazione della cosa, non è stata accolta nel testo legislativo, essendo sembrato « antieconomico consentire un prolungamento dello stato di disintegrazione della proprietà, nel quale il titolare di questo diritto non ne ha l'esercizio ».
La morte dell'usufruttuario. Usufrutto congiuntivo e successivo
Quando le parti o il testatore hanno apposto un termine alla durata dell'usufrutto, è chiaro che l'estinzione del diritto per scadenza del termine è subordinata al fatto che prima non si sia verificata la morte dell'usufruttuario. Il codice del 1865 stabiliva (art. 517) che se il termine fosse stato stabilito con riferimento al raggiungimento di una data età da parte di una terza persona, l'usufrutto continuava, malgrado la morte di questa, fino al tempo in cui essa avrebbe raggiunto l’ età determinata. La norma non è stata riprodotta nel nuovo codice probabilmente perché la questione è sembrata di natura essenzialmente interpretativa e come tale da affidarsi all'apprezzamento del giudice. Ma non v’è dubbio che normalmente l'intento pratico delle parti sarà nel senso di non condizionare la durata dell'usufrutto alla permanenza in vita del terzo.
Alla morte dell'usufruttuario va parificata, ai fini della consolidazione della proprietà e dell'usufrutto, la dichiarazione di morte presunta del titolare dell' usufrutto (art. 58 del c.c.), salva la possibilità che, per effetto del ritorno del presunto morto, si consideri non avvenuta l’ estinzione dell'usufrutto medesimo.
Il principio per cui l'usufrutto si estingue in ogni caso con la morte dell'usufruttuario deve essere ulteriormente precisato per il caso in cui il diritto sia stato attribuito congiuntamente o successivamente a più persone. Se l'usufrutto è attribuito congiuntamente a più persone, il principio generale è che con la morte di ciascuna di esse l'usufrutto si estingue pro parte. Ma se l'usufrutto congiuntivo su una cosa è stato costituito mediante disposizione testamentaria e il testatore non ha diversamente disposto, allora opera l'accrescimento e perciò l'usufrutto si estingue soltanto con la morte dell'ultimo dei cousufruttuari (art. 678 del c.c.). Se invece l'usufrutto congiuntivo e costituito per atto inter vivos a titolo gratuito, l'accrescimento può operare solo se è stato disposto dal donante nel contratto di donazione (art. 796 del c.c.). Altrettanto si può dire, malgrado la questione non sia pacifica, nel caso in cui il titolo costitutivo dell' usufrutto sia un contratto a titolo oneroso: in tal caso non pare si debba escludere che d’ accordo fra ii costituente e i cousufruttuari si possa stabilire che operi 1' accrescimento.
Se la legge ammettesse incondizionatamente la validità dell'usufrutto successivo, allora il carattere di temporaneità del diritto e la correlativa esigenza di limitare nel tempo la disintegrazione della proprietà sarebbero gravemente pregiudicate. Perciò la legge è piuttosto ostile ad ammettere l'usufrutto successivo. Questo non può essere costituito per disposizione testamentaria (art. 224 del Libro delle Successioni) ed è ammesso in limiti ben definiti nel caso di donazione con riserva di usufrutto (art. 796 del c.c.). È da ritenersi che quest'ultima norma secondo la quale « è permesso al donante di riservare l'usufrutto dei beni donati a proprio vantaggio, e dopo di lui a vantaggio di un'altra persona o anche di più persone ma non successivamente trovi applicazione anche al caso in cui si tratti di donazione di usufrutto che il proprietario faccia a un terzo ». Probabilmente però il divieto dell'usufrutto successivo non ha senso nei contratti a titolo oneroso, quando i successivi usufruttuari sono persone determinate che prendono parte direttamente al contratto ovvero sono beneficiari di un'attribuzione a loro favore.
Quando l'usufruttuario è una persona giuridica, l'usufrutto, come si è accennato, non può avere una durata maggiore del trentennio e a tale durata si riduce l'usufrutto che sia stato stabilito per un termine maggiore. Naturalmente se prima dello scadere del termine la persona giuridica si estingue, anche l'usufrutto si estingue. Non si produce invece l'effetto estintivo del diritto di usufrutto nel caso di trasformazione dell'ente (art. 26 del c.c.).
Si può dubitare se la limitazione dell' usufrutto al trentennio operi anche nel caso in cui l'usufrutto sia costituito a favore di una società commerciale: problema questo che viene complicato dal nuovo sistema del codice che, se riconosce espressamente la personalità giuridica alle società per azioni e a quelle a responsabilità limitata con effetto dal momento della iscrizione di esse nel registro delle società (art. 2463 del c.c. e ss.), sembra escluda la personalità per gli altri tipi di società.
Ora per quanto riguarda le società considerate come persone giuridiche non vi è dubbio che il limite del trentennio trovi senz'altro la sua applicazione sia nel caso di usufrutto costituito da un estraneo a favore della società a titolo gratuito od oneroso, sia nel caso di usufrutto che rappresenti il conferimento di uno dei soci.
Invece per quanto riguarda le società che non sono persone giuridiche l'usufrutto si deve intendere costituito a favore di tutti i soci (il che non può essere in contrasto con l'autonomia patrimoniale che pure a quelle società e riconosciuta) e perciò durerà sino allo scioglimento della società ovvero sino al momento in cui muoiono tutti i soci che ne erano stati investiti (o quelli la cui morte importa scioglimento della società) fra i quali opererà, in base al normale intento) delle parti, l'accrescimento.
468 Una notevole modificazione rispetto al codice del 1865 apportava il progetto della Commissione Reale (art. 113, secondo comma), consentendo di fissare alla durata dell'usufrutto un termine, non superiore ai trent'anni, indipendente dalla vita del titolare, di modo che, se questi fosse morto prima della scadenza del termine, l'usufrutto si sarebbe trasmesso agli eredi per li tempo residuo. L'innovazione, per quanto ispirata alla finalità di incoraggiare iniziative dirette alla migliore utilizzazione della cosa, non mi è sembrata meritevole di accoglimento: ho preferito tener fermo il principio tradizionale che lega l'usufrutto alla vita dell'usufruttuario e non ammetterne la trasmissibilità ereditaria. Ho considerato anti-economico consentire un prolungamento dello stato di disintegrazione della proprietà, nel quale il titolare di questo diritto non ne ha l'esercizio.
Massime relative all'art. 979 Codice civile
Cass. civ. n. 8911/2016
A norma degli artt. 979 e 980 c.c. la durata dell'usufrutto non può eccedere la vita dell'usufruttuario o, qualora sia concesso "pro quota" ad una pluralità di soggetti (e in assenza di usufrutto congiuntivo, che comporta l'accrescimento a favore dei superstiti), quella di ciascuno di essi per la quota attribuita; l'usufruttuario, peraltro, con atto "inter vivos", può cedere il suo diritto (o la quota a lui spettante) per un certo tempo o per tutta la sua durata, sicché, in tale evenienza, il diritto limitato di godimento è suscettibile di successione "mortis causa" ove il cessionario deceda prima del cedente, perdurando fino a quando rimanga in vita quest'ultimo.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 8911 del 4 maggio 2016)
Cass. civ. n. 10453/2011
L'istituto dell'usufrutto perpetuo di cui al codice civile del 1865 non è più previsto dal codice civile vigente, il cui art. 979, secondo comma, stabilisce che l'usufrutto non può avere una durata maggiore di trent'anni se costituito a favore di una persona giuridica; pertanto - poiché l'art. 252 disp. att. c.c. dispone che, quando per l'esercizio di un diritto o per la prescrizione o per l'usucapione il codice stabilisce un termine più breve di quello fissato dalle leggi anteriori, il nuovo termine si applichi anche all'esercizio dei diritti sorti anteriormente, con decorrenze diverse a seconda del diritto in questione - il diritto di usufrutto perpetuo, convertito in usufrutto trentennale, comincia a decorrere dal 28 ottobre 1941 e si estingue, perciò, in data 28 ottobre 1971.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 10453 del 12 maggio 2011)
Cass. civ. n. 4376/2002
A norma degli artt. 979 e 980 c.c. la durata dell'usufrutto non può eccedere la vita dell'usufruttuario, il quale, peraltro, può cedere il suo diritto per un certo tempo o per tutta la sua durata. La temporaneità del diritto, pertanto, esclude che esso possa formare oggetto di disposizione testamentaria o ricadere nell'ambito di una successione mortis causa; tuttavia, una volta che l'usufrutto sia stato ceduto per atto inter vivos, esso, fino alla morte dell'originario e primo usufruttuario, si rende suscettibile di successione mortis causa ove l'originario cessionario deceda prima del cedente, e, se il concessionario in questione non ne abbia disposto per atto di ultima volontà esso si trasmette per legge agli eredi dello stesso (ed è suscettibile di successive trasmissioni mortis causa), non essendosi estinto e continuando a far parte del patrimonio relitto fino alla sua estinzione per morte del primo usufruttuario.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4376 del 27 marzo 2002)
relative all'articolo 979 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 979 Codice civile - Durata | Quesito Q201821018
Paolo B. chiede
domenica 18/03/2018 - Emilia-Romagna
“Immobile civile acquistato con rogito del 1981 da parte di 2 soggetti aventi al 50% la nuda proprietà e la presenza di 3 soggetti con diritto di usufrutto. Questi ultimi acquistano per l'usufrutto con la condizione di " usufrutto generale fra loro congiuntivo e successivo".
Sulla base della suddetta condizione alla morte di uno degli usufruttuari, e così via per i successivi, il diritto di usufrutto del deceduto si estende ai restanti usufruttuari o avviene di volta in volta il consolidamento con la nuda proprietà?
P. B.”
L’usufrutto fa parte dei diritti reali su cosa altrui.
Tale istituto è disciplinato dagli articoli 978 e seguenti del codice civile e consiste nella facoltà di godimento di un bene che appartiene al nudo proprietario.
Quando ci sono più usufruttuari contemporaneamente si parla di cousufrutto.
Quando invece il nudo proprietario attribuisce il diritto di usufrutto ad un soggetto e, successivamente, alla morte di questo, ad un altro, si parla di usufrutto successivo. Tale fattispecie è oggetto di divieto nel nostro codice civile sia all’art. 698 c.c. qualora si tratti di disposizioni testamentarie sia all’art.796 c.c. in ipotesi di donazione.
Tale divieto, tuttavia, non sussiste per gli atti inter vivos diversi dalla donazione. Ciò è stato ribadito anche dalla Suprema Corte nella sentenza n. 7710/2016 secondo cui “l'usufrutto successivo "improprio", che ricorre allorché il costituente trasferisca, per atto "inter vivos" diverso dalla donazione, la nuda proprietà di un immobile, riservando a sé e, per il periodo successivo alla propria morte, ad uno o più terzi, l'usufrutto sul bene, così da farne coincidere la durata con la vita del più longevo degli usufruttuari, è ammissibile e resta sottratto al divieto di cui all'art. 698 c.c., in quanto la fattispecie negoziale costitutiva dei diversi usufrutti si perfeziona con la conclusione del contratto, rappresentando la premorienza del costituente un fatto puramente accidentale e non causale rispetto alla produzione degli effetti. “
L’usufrutto congiuntivo è invece una particolare figura di cousufrutto (usufrutto di più soggetti assieme) la cui caratteristica consiste nell’accrescimento della quota da un cousufruttuario all’altro in caso di morte. In sostanza, quindi, si verifica l’accrescimento della corrispondente quota in favore degli altri usufruttuari superstiti.
Tale principio è desumibile dall’art. 678 del codice civile ma è valido anche per gli atti tra vivi (come un contratto di compravendita).
Sul punto, citiamo una massima della Corte di Cassazione secondo cui: “In tema di usufrutto congiuntivo - quale istituto caratterizzato dal diritto di accrescimento tra i contitolari, tale da impedire la consolidazione di qualsiasi quota dell'usufrutto con la nuda proprietà finché rimane in vita almeno uno dei contitolari originari - anche l'atto "inter vivos" a titolo oneroso, oltre che il legato, può costituire la fonte del diritto di accrescimento tra cousufruttuari, ove siffatto diritto sia previsto in modo inequivoco (pur se implicitamente) dalla concorde volontà delle parti risultante dall'atto costitutivo” (Cass. n. 24108/2011).
Ciò precisato, andiamo a rispondere alla domanda contenuta nel quesito.
Nell’atto notarile del 1981 si fa espressa menzione di usufrutto “congiuntivo e successivo”. Leggiamo anche che l’immobile è stato “acquistato”, e dobbiamo pertanto presumere si tratti di un contratto di compravendita (per il quale non valgono i divieti normativi sopra citati).
Dunque, appare pacifico che alla morte di uno degli usufruttuari il diritto di usufrutto, come sopra specificato, si accresca ai restanti usufruttuari. Ciò chiaramente finché rimanga in vita almeno uno degli usufruttuari originari, considerato che per espressa previsione normativa (art. 979 c.c.) “la durata dell'usufrutto non può eccedere la vita dell'usufruttuario”. Soltanto alla morte dell’ultimo usufruttuario si avrà l’estinzione dell’usufrutto ed il consolidamento con la nuda proprietà.

References: Articolo 979

Articolo 979

Cass. 
 sentenza 

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