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Timestamp: 2018-09-24 07:20:30+00:00

Document:
corte di cassazione - sezioni semplici - imputato
Imputato – diritto di difesa – assenza del difensore – scelta difensiva – abuso del processo
La mancata comparizione del difensore oggettivamente ascrivibile ad una scelta difensiva non può, al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, incidere né sull’obbligatorietà dell’azione penale (visto che il processo penale è strumento non disponibile dalle parti per l’accertamento della verità), né sul prevalente (e cogente) interesse pubblico alla definizione dei processi penali in tempi ragionevoli. Ciò sul rilievo che l’abuso del processo consiste in un vizio, per sviamento, della funzione, ovvero in una frode alla funzione, e si realizza allorché un diritto o una facoltà processuali sono esercitati per scopi diversi da quelli per i quali l’ordinamento processuale astrattamente li riconosce all’imputato, il quale non può in tale caso invocare la tutela di interessi che non sono stati lesi e che non erano in realtà effettivamente perseguiti.
Imputato - diritto al silenzio - esercizio in sede di convalida dell'arresto - conseguenze - diniego del beneficio della non menzione - illegittimità
La decisione del giudice a quo di basare il diniego del beneficio della non menzione sull’esercizio, da parte della persona indagata, del diritto di avvalersi della facoltà di non rispondere, in sede di interrogatorio di fronte al g.i.p., è del tutto incompatibile con i princìpi-cardine del sistema processuale penale, in quanto la facoltà di non rispondere è testualmente prevista dall’art. 64, comma 3, lett. b) c.p.p. e il legittimo esercizio, da parte dell’indagato, di un diritto attribuitogli dalla legge non può mai essere valutato negativamente e posto a fondamento di situazioni in malam partem.
Cass. pen. Sez. VI, 11 Aprile 2014, n. 24653
Imputato minorenne - dichiarazioni rese dinanzi al giudice civile - utilizzabilità
Nei procedimenti a carico di minorenni, la definizione del giudizio nell'udienza preliminare in base al modello procedimentale delineato dal D.P.R. n. 448 del 1988, art. 31 e art. 32, comma 1, risulta equiparata ai procedimenti rebus sic stantibus, ovvero "a prova contratta", previsti nel rito ordinario (patteggiamento e giudizio abbreviato), nei quali l'utilizzazione, anche in danno dell'interessato, di atti assunti al di fuori del dibattimento è resa possibile dall'adesione espressa dall'imputato.
Proprio per tale motivo, la scelta di accedere al rito semplificato minorile non può che essere configurata - alla stregua della (ed in analogia alla) disciplina generale dell'accesso alle procedure alternative - come personalissima e conseguentemente riservata all'interessato, il quale può esprimerla solo direttamente, ovvero a mezzo di un procuratore speciale.
Pienamente utilizzabile, pertanto, è stato ritenuto il verbale delle spontanee dichiarazioni rese dalla minore al Giudice delegato nell'ambito del procedimento di volontaria giurisdizione pendente dinanzi al Tribunale per i minorenni (nella fattispecie, nel verbale, successivamente acquisito al fascicolo del P.M. e valutato ai fini della responsabilità in ragione del consenso prestato alla definizione del procedimento in sede di udienza preliminare, la minore ha ammesso di aver telefonato alla sua ex insegnante, e di averla "minacciata qualora avesse ripetuto al Giudice le cose già dette in precedenza", precisando altresì di aver saputo dal padre che la stessa doveva deporre al processo).
Irrilevante, peraltro, deve ritenersi l'obiezione incentrata sul fatto che quelle dichiarazioni siano state rese senza la presenza del difensore, siccome non prevista nella relativa sede processuale.
Sul punto, invero, occorre considerare le implicazioni della linea interpretativa tracciata dalla Corte costituzionale (C. cost., 20 - 27 aprile 1995, n. 136) con riferimento alla prospettata possibilità di equiparazione, ai fini previsti dall'art. 63 del codice di procedura penale, tra l'autorità giudiziaria ed il giudice civile e, dunque, tra l'interrogatorio dell'imputato o dell'indagato e l'interrogatorio formale, o comunque l'audizione, di una parte processuale nell'ambito dei modelli propri del rito civile.
Nella prospettiva seguita dalla Corte costituzionale, infatti, il riferimento all'autorità giudiziaria, contenuto nell'art. 63 c.p.p., è preordinato al solo fine di ricomprendere nella nozione di genere non soltanto il giudice penale, ma anche il pubblico ministero.
Mentre non può in essa essere ricondotto il giudice civile, il quale, pure ove in sede di interrogatorio formale vengano ammessi dalla parte fatti costituenti reato, non può certo fare ricorso al regime previsto dalla su menzionata disposizione processuale, essendo, semmai, tenuto, ai sensi dell'art. 331 c.p.p., comma 4 - come, del resto, in ogni altra ipotesi in cui risulti un fatto nel quale si può configurare un reato perseguibile di ufficio - a redigere ed a trasmettere senza ritardo la denuncia al Pubblico Ministero.
Del tutto "impercorribile", dunque, deve ritenersi, secondo il Giudice delle leggi, l'estensibilità dello specifico regime normativo dettato dall'art. 63 c.p.p. al di fuori del suo ambito di applicazione, nei confronti di un atto perseguente finalità probatorie del tutto diverse da quelle proprie del processo penale, non essendo ricavabile da alcuna norma del rito civile un principio che imponga al giudice civile di sospendere l'acquisizione di un atto dell'istruzione probatoria in funzione di esigenze teleologiche esclusive del processo penale (arg., sia pure indirettamente, ex art. 295 c.p.p., come sostituito dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, art. 35 e art. 211 norme coord. c.p.p.).
Se è vero, sotto altro ma connesso profilo, che le disposizioni contenute nell'art. 63 c.p.p., dando attuazione al fondamentale principio di garanzia nemo tenetur se detegere, debbono, in linea generale, essere interpretate nel senso di assegnare loro il più ampio ambito operativo (per un esempio significativo di tale tendenza v. Sez. Un., n. 45477 del 28/11/2001, dep. 20/12/2001, Rv. 220291, con riferimento alle dichiarazioni rese nel corso di un'attività ispettiva o di vigilanza da soggetto poi sottoposto a procedimento penale), è pur vero che il contenuto degli obblighi e delle relative sanzioni non può essere indebitamente allargato al di fuori dei confini applicativi propri del processo penale, sino ad inficiare l'utilizzabilità di verbali istruttori che, raccolti nell'ambito di un procedimento di volontaria giurisdizione avviato dinanzi al Giudice civile ex art. 330 c.c., non perdono certo la loro natura sol perchè confluiti negli atti di un procedimento penale definito con forme semplificate, rispondendo i canoni della loro formazione, per contro, a regole e finalità proprie di un percorso procedimentale la cui base cognitiva si delinea nel rispetto di un quadro di principii e di garanzie del tutto diverso da quello tipicamente rilevabile nell'ambito del rito penale.
Cass., sez. IV, 7.3.2013, n. 10661
Imputato – diritto di difesa - gratuito patrocinio – requisiti di ammissione – mutamento condizioni economiche - rilevanza - limiti
Il giudice chiamato nella sede di merito a decidere circa la revoca (art. 112 d.P.R. 112/2002) di ammissione al gratuito patrocinio è chiamato a una valutazione che riguarda tutto il periodo in cui l’atto di ammissione ha operato, essendo ben possibile che, sussistendo in origine i requisiti reddituali, la situazione sia successivamente mutata nel corso del tempo con l’acquisizione di disponibilità economiche incompatibili con la fruizione del beneficio in questione. In tal caso, la revoca non potrà riguardare, naturalmente, l’attività difensiva svolta nel periodo in cui esisteva una situazione reddituale utile alla fruizione del patrocinio a spese dello Stato; dovrà invece individuare il momento in cui si è determinata la nuova situazione che determina l’esclusione dal beneficio e dovrà disporre la revoca a far tempo da tale ultima epoca.
Cass., sez. IV, 3.1.2013, n. 76
Riparazione per ingiusta detenzione – diritto degli eredi – pregiudizio subito – onere probatorio – esclusione
Cass., sez. VI, 27 marzo 2012, n. 11678, Pres. Di Virginio, Rel. Carcano
Imputato – legittimo impedimento – presupposti
L'assoluta impossibilità a comparire derivante da infermità fisica, come causa ostativa del giudizio contumaciale, non va intesa in senso esclusivamente meccanicistico, come impedimento materiale dell'imputato a fare ingresso nell'aula di udienza che sia superiore a qualsiasi sforzo umano e che prescinda dalle condizioni psicofisiche in cui versa il soggetto. Ed invero la facoltà di comparire è estrinsecazione dell'esercizio del diritto di difesa, sicchè deve affermarsi che la garanzia sottesa a questo diritto comporta che l'imputato sia in grado di presenziare al processo a suo carico come parte attiva della vicenda che lo coinvolge.

References: Cass. 
 art. 31
 art. 32
 art. 295
 art. 35
 art. 211
 art. 330