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Timestamp: 2020-01-27 00:18:12+00:00

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Invictus – Mos Maiorum
Postato il agosto 13, 2019 agosto 3, 2019 di arjuna7
Herculi Invicto in Circo
Un tempio dedicato a Ercole Vittorioso si trovava in Foro Boario [Liv. X, 23, 3], di forma circolare [Macr. Sat. III, 6, 10; Fest. 242], si ricordano gli affreschi del poeta Pacuvio che lo decoravano [Plin. Nat. Hist. XXXV, 19]. Presso questo tempio si trovava forse un altare dedicato a Pudicitia Patricia [Fest. Cit.; Liv. Cit.]. Questo edificio non era lontano dal Circo Massimo e, nelle sue vicinanze si trovava l’Ara Maxima dedicata sempre ad Ercole, quindi è possibile che in questa data vi si svolgessero dei sacrifici.
I calendari epigrafici, in questo giorno, riportano anche l’anniversario della dedica di un altro tempio, definito ad Circum Maximum [Fast. Amit. ad pr. Id. Aug; CIL I², pg 217; 244; 324]. Non si conosce l’anno in cui fu costruito, ma dovrebbe essere avvenuto all’inizio del III sec. aev. Vitruvio lo descrive come un edificio dall’aspetto arcaico, aerostilo e decorato con statue acroteriali fittili, secondo lo stile etrusco (tuscanico more) [Vitr. III, 3, 5], simile ai templi di Juppiter e Cereris. Conteneva una statua di Ercole scolpita da Mirone [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 57].
L’epiteto di aedis Herculis Pompeiuana con cui è noto rimanda a un restauro compiuto da Pompeo Magno attorno al 70 aev. il suo dies natalis coincideva con le celebrazioni all’Ara Maxima [Fast. Amit. ad pr. Id. Aug., CIL I². pg. 244; 324; Fast. Allif. Ib, 217]. Benché la collocazione dell’edificio non sia del tutto certa, non lo si può identificare con il tempio rotondo ancora visibile nella zona del Foro Boario, né con quello presso la Porta Trigemina.
Il santuario dell’Ara Maxima si trovava nel Foro Boario, presso la porta del Circo Massimo [Serv. Aen. VIII, 271; Schol. Juv. VIII, 13; Schol. Veron. Aen. VIII, 104; CIL VI, 312 – 319], in un angolo del Pomerium romuleo [Tac. Ann. XII, 24]. Fu distrutto durante l’incendio avvenuto sotto il regno di Nerone [Tac. Ann. XV, 41], ricostruito, esisteva ancora nel IV sec. e fu demolita verosimilmente sotto papa Adriano I, alla fine del secolo VIII [Lib. Pont. I pg 509]. Si trattava di un altare circondato da un recinto, conseptum sacellum [Strabo V, 3, 3; Solin. I, 10; Plut. Q. R. 90] in cui si trovava probabilmente una statua di Ercole Trionfatore (Figura 146; Figura 147; Figura 148) eretta, secondo la tradizione, da Evandro [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 33; Macr. Sat. III, 6, 17; Serv. Aen. III, 407; VIII, 288].
L’altare sorgeva nella parte più bassa della Vallis Murcia, laddove il corso d’acqua che la attraversava entrava nel Tevere, formando il bacino paludoso del Portus Tiberinus. Tale collocazione è compatibile col suo carattere “emporico”, sorto probabilmente nei pressi di un sito deputato, tra la fine dell’età del bronzo e l’inizio dell’età del ferro, al commercio del sale, praticato dalla comunità stabilitasi sul prospicente Monte Palatino. Troviamo un’ulteriore indizio della relazione tra Ercole e i commerci e della sua percezione come straniero, su una moneta di Cn. Domitius Ahenobarbus del 128 aev. che rappresenta il Dio sul recto e la prua di una nave sul verso, associazione che ricorda Saturnus (anche lui rappresentato su monete avente al verso la prua di una nave) altro originariamente Dio “straniero” nel Lazio (vedi Saturnalia)
Gli scavi condotti negli anni ’20 del ‘900 sotto la chiesa di S. Maria in Cosmedin e nelle sue vicinanze hanno permesso di identificare sotto l’abside dell’edificio, un’area pavimentata con lastre di travertino, sormontata da una platea in tufo dell’Aniene che è riferibile alla fase tardo-repubblicana del santuario (fino al 179 aev. doveva trattarsi ancora di un fanum [Liv. XL, 51, 6], ossia di un semplice altare posto all’interno di uno spazio recintato; la monumentalizzazione dell’area deve essere avvenuta alla metà del II sec. aev. forse in concomitanza con la costruzione dell’aedes Herculis Aemiliana).
Secondo una tradizione l’Ara Maxima sarebbe stata innalzata da Evandro quando fondò la propria città sul Palatino [Dion. Hal. I, 40, 6; Macr. Sat. III, 11, 7; Tac. Ann. XV, 41; Myth. Vat. II, 153; Strabo V, 3, 3] e dedicata a tutti gli Dei [Serv. Aen. VIII, 271]. Secondo un’altra sarebbe stata costruita da Ercole in onore di Juppiter [Liv. I, 7, 10 – 11; IX, 29, 9; Ov. Fast. I, 581; Prop. IV, 9, 67; Solin. I, 10; Verg. Aen. VIII, 271], mentre una terza vuole che sia stata eretta da Evandro in onore di Ercole, di cui aveva riconosciuto la divinità dopo che ebbe ucciso Cacus [Liv. I, 7, 10 – 11; IX, 29, 9; Dion. Hal. I, 40, 6; Fest. 237; Serv. Aen. VIII, 203; 269 – 71]. Macrobio riporta una versione secondo cui fu costruita dai compagni che Ercole aveva lasciato in Italia mentre tornava in Grecia [Macr. Sat. III, 6, 17].
Cassio Hemina, in un frammento confluito nell’Origo Gentis Romanae attribuisce la fondazione del santuario a un pastore di origine greca, di bellezza e forza eccezionali, di nome Recaranus (o, secondo un’altra versione Garanus [Serv. Aen. VIII, 203]) che uccise Cacus, malvagio servo di Evandro, che gli aveva rubato il gregge. Dopo la scoperta del ladro e la sua uccisione, il pastore consacrò un altare a Pater Inventor [PsAurel. Vict. OGR VI, 1 – 6]. Carmenta, pur essendo stata invitata al sacrificio, non si presentò, per questo Recaranus stabilì che le donne non avrebbero potuto entrare nel santuario [PsAurel. Vict. OGR VI, 7]
Secondo le fonti letterarie [Dion. Hal. I, 40, 6; Serv. Aen. VIII, 269-271; Macr. Sat. III, 6, 17], Evandro sacrificò un vitello che non era mai stato aggiogato in onore di Ercole, la cui origine divina era stata profetizzata da sua madre Carmenta: fu lo stesso Ercole ad istituire il rituale di questo sacrificio e, affinché esso potesse essere perpetuato, lo insegnò a due famiglie patrizie, i Pinarii e i Potitii che l’avrebbero in seguito celebrato per molto tempo, finché il censore Appio Claudio non volle che fosse insegnato anche a servi pubblici che, in seguito all’estinzione delle due gentes, lo celebrarono per conto dello Stato Romano [Fest. 217; Liv. IX, 29, 9 – 10; XXXIV, 18 – 19; CIL VI, 313]. Dalle fonti epigrafiche e da Macrobio [Macr. Sat. III, 12, 2] sappiamo che era presieduto dai pretori urbani che offrivano libagioni di vino [Serv. Aen. VIII, 278] e sacrificavano un vitello (vedi oltre). Alcuni testi delle dediche dei pretori, in occasione di questi sacrifici, per l’età imperiale, sono sopravvisuti [CIL VI, 312 – 19]
… Te precor Alcide sacris / Invicte peractis / rite tuis laetus dona / ferens meritis / haec tibi nostra potest / tenuis perferre camena / nam grates dignas tu / potes efficere / sume libens simulacra / tuis quae munera Cilo / aris urbanus dedicat / ipse sacris… [CIL VI, 312 (p 3004, 3756) = CIL VI, 30735a = AE 2004, 190]
Il rituale si svolgeva in due momenti: al mattino [Serv. Aen. VIII, 269], quando probabilmente le vittime erano immolate e sacrificate, e alla sera, quando si svolgeva il banchetto rituale, preceduto da una processione al lume delle torce [Verg. Aen. VIII, 282]. I celebranti indossavano delle pelli, forse per imitare Ercole vestito della pelle del leone di Nemea [Verg. Aen. VIII, 282; Serv. ad loc.] (Servio ipotizza in alternativa un’imitazione delle usanze degli arcadi di Evandro e un collegamento con Faunus). Secondo la tradizione alla prima parte presenziarono entrambe le famiglie, mentre alla seconda i Pinarii giunsero in ritardo, quando le carni erano già state consumate, per questo motivo essi furono solo ministri del culto (o custodi degli oggetti sacri), ma non poterono partecipare al banchetto sacro, mentre i Potitii partecipavano ad entrambi i momenti del rito [Diod. Sic. IV, 21, 1 – 4; Liv. I, 7, 12 – 14; Dion. H. I, 40, 4 – 5; Fest. 137; 217; Myth. Vat. I, 69; Verg. Aen. VIII, 268 – 84; Serv. Aen. VIII, 269 – 70].
All’interno del recinto del santuario, si svolgevano banchetti pubblici particolarmente sontuosi [Athen. IV, 38, 153e; Plut. Syl. XXXV; Cras. II; Macr. Sat. III, 12, 2]: secondo Varrone, nei tempi antichi gli uomini più ricchi erano soliti offrire la decima parte di quanto possedevano a Ercole [Varr. L. L. VI, 54; Var. apud Serv. Aen. VIII, 363; Macr. Sat. III, 6, 10 – 11; Just. XVIII, 7, 7; Naev. Colax Fr. I pg 12 R apud Prisc. GLK II, 492, 1] e a offrire pubblici sacrifici a cui era invitato tutto il popolo [Var. Sat. Menip. Peri Ker. Fr. 413 apud Macr. Sat. III, 12, 2].
Le cerimonie attorno all’Ara Maxima erano celebrate graeco ritu: erano officiate dal pretore urbano, anziché dai consoli o da sacerdoti, a capo scoperto e coronato, in origine di pioppo [Verg. Ecl. VII, 61; Serv. Aen. VIII, 276; 278], poi di alloro [Macr. Sat. III, 12, 1 – 4]; i partecipanti assistevano indossando corone di pioppo o alloro e il banchetto era consumato seduti e non sdraiati secondo l’uso romano [Macr. Sat. III, 6, 17; III, 12, 2] (vi erano anche vietati i lectisternia, benché fossero collegati al rito greco [Macr. Sat. III, 6, 16; Serv. Aen. VIII, 176]), inoltre non vi era separazione della carne riservata agli uomini e degli exta sacrificati al Dio, ma tutte le parti della vittima erano consumate nel banchetto (usanza tipica del rituale greco) [Fest. 253], nulla di esse poteva essere portato fuori dallo spazio sacro [Serv. Aen. VIII, 183; Var. L. L. VI, 54] e quanto rimaneva delle vittime, ad esempio la pelle, era gettato nel fuoco (in questa accezione va inteso il passaggio di Servio ‘quod ad aram maximam aliquid servari de tauro nefas est; nam et corium illius mandunt’ dove mando non significa tanto mangiare, quanto consumare [sul fuoco]).
Sebbene altre divinità avevano delle loro vittime proprie, a Ercole si poteva sacrificare qualsiasi cosa. In occasione del sacrificio annuale veniva immolato un vitello [Var. L. L. VI, 54] ed era versata una libagione di vino da una coppa di grandi dimensioni di foggia greca, lo skyphus, che si credeva, fosse stato lasciato dallo stesso Ercole [Serv. Aen. VIII, 278; Macr. Sat. V, 21, 11; Athen. XI, 782B; Plut. Alex. LXXV].
Durante la cerimonia non viene nominato nessun altro Dio [Plut. Q. R. 90], poiché Ercole riservò l’altare esclusivamente a se stesso [Serv. Aen. VIII, 271], tale affermazione degli autori romani indica che i sacrifici all’Ara Maxima, celebrati con rito greco, non prevedevano la praefatio, tipica del rito romano.
Non potevano presenziare le donne [Serv. Aen. III, 407; VIII, 288; Macr. Sat. I, 12, 28; III, 6, 16 – 17; Prop. IV, 9; Plut. Q. R. 60] e nel recinto dell’Ara Maxima non potevano entrare cani e mosche [Plut. Q. R. 90; Plin. Nat. Hist. X, 79; Solin. I, 10 – 11].
Oltre al sacrificio di un vitello, sull’Ara Maxima erano pronunciati giuramenti, stretti patti e compiuti sacrifici in adempimento di voti [Dion. Hal. I, 40], inoltre vi si offrivano le decime dei profitti o dei raccolti [Plut. Q. R. 18; Macr. Sat. III, 12, 2]. Questa usanza sarebbe stata inaugurata da Ercole stesso che, oltre al sacrificio di Evandro, offrì la decima parte del bottino che aveva catturato a Caco.
Herculi Invicto
Nel 142 aev, sul lato nord-orientale dell’Ara Maxima, Scipione Emiliano, come censore, fece edificare un tempio dedicato a Hercules Invictus di forma circolare [Liv. X, 23, 3; Fest. 242; Macr. Sat. III, 6, 10], noto come aedes Herculis Aemiliana. Al suo interno si trovava un affresco del poeta Pacuvio [Plin. Nat. Hist. XXXV, 4, 19].
Il tempio esisteva ancora alla fine del 1400, a nord di Piazza di Bocca della Verità, tra questa e Piazza dei Cerchi, come testimoniano i disegni di Baldassare Peruzzi, ma fu distrutto sotto il pontificato di Sisto IV.
È plausibile che il dies natalis coincidesse con le celebrazioni all’Ara Maxima.
Questo edificio fu il primo tempio a pianta circolare dopo l’aedes Vestae, la sua collocazione in opposizione al più tradizionale tempio di Ercole Pompeiano, lascia intendere che Scipione avesse voluto creare un complesso cultuale dedicato a Ercole Dio e eroe di matrice greca; è noto, infatti, che in Grecia il culto di alcuni eroi divinizzati prevedeva due edifici differenti, un tempio per il culto del Dio e un tholos per il culto eroico.
Veneri Victrici, Honori, Virtuti, Felicitati in Teatro Marmoreo
Il primo teatro permanente di Roma, costruito in pietra, fu eretto da Pompeo durante il suo secondo consolato, nel 55 aev. e dedicato lo stesso anno [Tac. Ann. XIV, 20; Cass. Dio. XXXIX, 38] con spettacoli e combattimenti di animali [Cic. in Pis. 65; Plin. Nat. Hist. VII, 158; VIII, 20; Plut. Pomp. LII]. Era chiamato anche: theatrum Pompei, theatrum Pompeianum [Plin. cit. XXXIV, 39; XXXVI, 15; Suet. Tib. 47; Claud. 21; Tac. Ann. VI, 45; Mart. VI, 9; X, 51, 11; XIV 29, 1; 166, 1; Flor. XIII, 8], theatrum marmoreum [Fast. Amit. ad pr. Id. Aug., CIL I², 244], theatrum magnum [Plin. cit. VII, 158], o semplicemente theatrum [Cic. Ad Att. IV, 1, 6; Hor. Carm. I, 20, 3; Suet. Nero 13; Flor. II, 13, 9; Cass. Dio I, 8, 3], poiché fu l’unico teatro fino alla costruzione di quello di Marcello e comunque il più importante.
Il teatro si trovava nel Campo Marzio a nord-est del Circo Flaminio e i suoi resti sono stati trovati sotto la chiesa di S. Maria de Crypta pincta e piazza dei Satiri, quelli del tempio di Venere, sotto Palazzo Pio. Piazza di Grottapinta preserva ancora al forma originale del teatro: la facciata semicircolare della cavea consisteva di tre serie di arcate adorne di colonne doriche, ioniche e corinzie; il diametro della costruzione era di 150-160 metri e la lunghezza della scena di circa 95 metri. Plinio afferma che la cavea poteva contenere 40000 persone [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 115].
Il piano dell’opera fu copiato da quello di Mitilene [Plut. Pomp. XLII] e vi furono poste molte statue di grande bellezza [Plin. cit. VII, 34; XXXVI, 41; Suet. Nero 46; Serv. Aen. VIII, 721]. Per evitate censure per la costruzione di un teatro permanente, egli vi edificò un tempio a Venus Victrix al sommo della parte centrale della cavea, cosicché le gradinate sembrassero gradini che portavano al tempio e lo dedicò nell’insieme come un tempio e non come un teatro [Tert. Spect. X; Gell. X, 1, 7; Plin. cit. VIII, 20].
La dedica avvenne nel 52 aev. e, dalle notizie dei calendari epigrafici, sembra che all’interno vi fossero altari per altre divinità: Honor, Virtus, Felicitas [Fast. Allif. Amit. ad pr. Id. Aug., CIL i², 217; 244; 324; Suet. Claud. 2].
Fu restaurato da Augusto nel 32 aev. che vi pose la statua di Pompeo, davanti alla quale fu ucciso Cesare, che si trovava nella Curia Pompei. Bruciò nel 21 aev. e fu restaurato da Tiberio che vi pose una statua bronzea di Sejano. I lavori furono completati da Caligola e il teatro fu poi dedicato da Claudio che vi aggiunse un arco in onore di Tiberio [Tac. Ann. III, 72; VI, 45; Veil. II, 130; Sen. De Cons. ad Marc. XXII, 4; Cass. Dio. LVII, 21, 3; LX, 6, 8; Suet. Tib. 47; Cal. 21; Claud. 11; 21]. Nell’80 la scena bruciò, ma fu ricostruita in breve tempo [Cass. Dio LXVI, 24, 2]. Sotto Severo vi furono altri lavori di restauro, ma nel 247 il teatro bruciò ancora e fu restaurato da Diocleziano e Massimiano. Nuovi lavori fi furono fatti sotto Arcadio ed Onorio ed infine con Simmaco tra il 507 e il 511. La sua magnificenza è ricordata da Cassio Dione e Ammiano Marcellino [Cass. Dio. XXXIX, 38; Amm. Marc. XVI, 10, 14].
A temple dedicated to Hercules Victorious was in Foro Boario [Liv. X, 23, 3], of circular shape [MACR. Sat. III, 6, 10; Fest. 242], is reminiscent of the frescoes that decorated the Pacuvio poet [Plin. Nat. Hist. XXXV, 19]. At this temple is perhaps was an altar dedicated to Pudicitia Patricia [Fest. cit .; Liv. Cit.]. This building was not far from the Circus Maximus, and, in its vicinity was the Ara Maxima always dedicated to Hercules, so it is possible that on this date were held there for sacrifices.
The epigraphic calendars, on this day, also report the anniversary of the dedication of another temple, called to Circum Maximum [Fast. Amit. to pr. Id. Aug; CIL I², pg 217; 244; 324]. You do not know the year it was built, but it should be done at the beginning of the third century. BCE. Vitruvius describes it as an archaic-looking building, aerostilo and decorated with statues acroterial clay, according to the Etruscan style (Tuscan more) [Vitr. III, 3, 5], similar to the temples of Jupiter and Cereris. It contained a statue of Hercules sculpted by Myron [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 57].
The epithet Aedis Herculis Pompeiuana which is known points to a restoration carried out by Pompey the Great around 70 BCE. his Dies Natalis coincided with the Ara Maxima [Fast celebrations. Amit. to pr. Id. Aug., CIL I². pg. 244; 324; Fast. Allif. Ib, 217]. Although the building’s location is not certain, you can not identify with the still visible round temple in the Forum Boarium, or with that at the Porta Trigemina.
The Ara Maxima sanctuary was located in the Forum Boarium, the Circus Maximus at the door [Serv. Aen. VIII, 271; Schol. Juv. VIII, 13; Schol. Veron. Aen. VIII, 104; CIL VI, 312-319], in a corner of Pomerium Romulus [Tac. Ann. XII, 24]. It was destroyed during the fire occurred in the reign of Nero [Tac. Ann. XV, 41], rebuilt, still existed in the fourth century. and it was demolished probably under Pope Adrian I, at the end of the eighth century [Lib. Pont. I pg 509]. This was an altar surrounded by a fence, conseptum sacellum [Strabo V, 3, 3; Solin. I, 10; Plut. Q. R. 90] in which it was probably a statue of Hercules Triumphant erected, according to tradition, by Evandro [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 33; Macr. Sat. III, 6, 17; Serv. Aen. III, 407; VIII, 288].
The altar stood at the lowest part of the Vallis Murcia, where the stream that ran through entered the Tiber, forming swampy basin Portus Tiberinus. This position is consistent with his character “emporium”, probably built in the vicinity of a Member’s site, between the end of the Bronze Age and Early Iron, the salt trade, practiced by settled communities on Mount prospicente Palatino. We find further evidence of the relationship between Hercules and businesses and its perception as a foreigner, on a Cn currency. Domitius Ahenobarbus of 128 BCE. representing God on the obverse and the prow of a ship on the back, an association that reminds Saturnus (also represented on coins having to toward the bow of a ship) another God originally “stranger” in New York
The excavations carried out in the 20s of ‘900 under the church of S. Maria in Cosmedin and its vicinity have identified under the apse of the building, an area paved with slabs of travertine, topped by an audience of tufa Aniene which is attributable to the late Republican phase of the sanctuary (until 179 BCE. it had to be even a fanum [Liv. XL, 51, 6], which is a simple altar placed inside an enclosed space, the monumentalization area must have occurred to the middle of the second century. BCE. perhaps in conjunction with the construction at Aedes Herculis Aemiliana).
According to one tradition the Ara Maxima would be raised from Evandro when he founded his city on the Palatine [Dion. Hal. I, 40, 6; Macr. Sat. III, 11, 7; Tac. Ann. XV, 41; Myth. Vat. II, 153; Strabo V, 3, 3] dedicated to all the gods [Serv. Aen. VIII, 271]. According to another it would be built by Hercules in honor of Jupiter [Liv. I, 7, 10 – 11; IX, 29, 9; Ov. Fast. I, 581; Prop. IV, 9, 67; Solin. I, 10; Verg. Aen. VIII, 271], while a third says it was built by Evander in honor of Hercules, which had recognized the divinity after he killed Cacus [Liv. I, 7, 10 – 11; IX, 29, 9; Dion. Hal. I, 40, 6; Fest. 237; Serv. Aen. VIII, 203; 269-71]. Macrobius shows a version that was built by the companions that Hercules had left Italy and returned to Greece [Macr. Sat. III, 6, 17].
Cassio Hemina, in a merged fragment nell’Origo Gentis Romanae attributes the foundation of the sanctuary to a Greek shepherd, of exceptional beauty and strength, named Recaranus (or, according to another version Garanus [Serv. Aen. VIII, 203]) that killed Cacus, the evil servant of Evander, who had stolen his flock. After the discovery of the thief and his killing, the pastor consecrated an altar to Pater Inventor [PsAurel. Vict. OGR VI, 1-6]. Carmenta, despite having been invited to the sacrifice, did not show up, why Recaranus ruled that the women could not enter the sanctuary [PsAurel. Vict. OGR VI, 7]
According to literary sources [Dion. Hal. I, 40, 6; Serv. Aen. VIII, 269-271; Macr. Sat. III, 6, 17], Evandro sacrificed a calf that had never been yoked in honor of Hercules, whose divine origin was prophesied by his mother Carmenta: it was the same Hercules to establish the ritual of sacrifice and so that he could be perpetuated, he taught it to two noble families, the Pinarii and Potitii who would later celebrated for a long time, until the censor Appio Claudio did not want it to be taught in public servants, with the end of the two gentes, I celebrated on behalf of the Roman [Fest State. 217; Liv. IX, 29, 9-10; XXXIV, 18-19; CIL VI, 313]. By epigraphic sources and Macrobius [Macr. Sat. III, 12, 2] we know that was chaired by the municipal magistrates who offered libations of wine [Serv. Aen. VIII, 278] and sacrificed a calf (see below). Some texts of the magistrates’ dedications for these sacrifices, for the imperial age, are survivors [CIL VI, 312-19]
… Te precor Alcide sacris / Invicte peractis / rite tuis laetus donates / ferens meritis / haec tibi our potest / tenuis perferre Camena / nam grates Dignas you / potes Efficere / sume Libens simulacra / tuis quae munera Cilo / aris urbanus dedicat / ipse sacris … [CIL VI, 312 (p 3004, 3756) = CIL VI, 30735th = AE 2004, 190]
The ritual took place in two stages: in the morning [Serv. Aen. VIII, 269], probably when the victims were sacrificed, and sacrificed, and at night, when you played the ritual feast, preceded by a procession by torchlight [Verg. Aen. VIII, 282]. The celebrants wore skins, perhaps to imitate Hercules skin of the Nemean lion suit [Verg. Aen. VIII, 282; Serv. Ad loc.] (Servio assumes alternatively an imitation of the customs of the Arcadian Evander, and a connection to Faunus). According to tradition the first part attended by both families, while at the second the Pinarii arrived late, where the meat had already been consumed, for this reason they were only ministers of religion (or guardians of the sacred objects), but they could not participate in the sacred banquet, while Potitii were participating in both moments of the rite [Diod. Sic. IV, 21, 1 – 4; Liv. I, 7, 12 – 14; Dion. H. I, 40, 4 – 5; Fest. 137; 217; Myth. Vat. I, 69; Verg. Aen. VIII, 268-84; Serv. Aen. VIII, 269-70].
Within the Holy Place were held sumptuous banquets particularly public [Athen. IV, 38, 153rd; Plut. Syl. XXXV; Cras. II; Macr. Sat. III, 12, 2]: according to Varro, in the richest men ancient times they used to give a tenth of their possessions to Hercules [Varr. L. L. VI, 54; Var. Apud Serv. Aen. VIII, 363; Macr. Sat. III, 6, 10-11; Just. XVIII, 7, 7; Naev. Colax Fr. I pg 12 R apud Prisc. GLK II, 492, 1] and to offer public sacrifices to which he was invited all the people [Var. Sat. Menip. Peri Ker. Fr. 413 apud Macr. Sat. III, 12, 2].
The ceremonies were celebrated around the Ara Maxima graeco ritu: were officiated by the city magistrate, rather than by the consuls or by priests, bareheaded and crowned, in poplar origin [Verg. Ecl. VII, 61; Serv. Aen. VIII, 276; 278], then bay [Macr. Sat. III, 12, 1-4]; Participants attended wearing poplar crowns or laurel and the feast was eaten sitting and not lying down according to the Roman [Macr. Sat. III, 6, 17; III, 12, 2] (there were also prohibited lectisternia, although they were linked to the greek rite [Macr. Sat. III, 6, 16; Serv. Aen. VIII, 176]), also there was no separation of the reserved meat to men and exta sacrificed to God, but all parts of the victim were consumed in the banquet (typical custom of ritual greek) [Fest. 253], none of them could be brought out of the sacred space [Serv. Aen. VIII, 183; Var. LL VI, 54], and what remained of the victims, such as the skin, was thrown into the fire (in this sense is defined as the passage of Servius ‘quod ad Aram maximam aliquid servari de tauro nefas east; nam et corium illius mandunt’ where control does not mean much to eat, how much to consume [the fire]).
While other gods had their own victims, Hercules could sacrifice anything. On the annual sacrifice a calf was immolated [Var. L. L. VI, 54] and a libation of wine was poured from a large cup of Greek fashion, the skyphus, believed, had been left by the Hercules [Serv. Aen. VIII, 278; Macr. Sat. V, 21, 11; Athen. XI, 782B; Plut. Alex. LXXV].
During the ceremony he is not named any other God [Plut. Q. R. 90], since Hercules reserved the altar only to himself [Serv. Aen. VIII, 271], that statement of the Roman authors indicates that the Ara Maxima sacrifices, celebrated with greek rite, did not foresee the praefatio, typical of the Roman Rite.
They could not attend the women [Serv. Aen. III, 407; VIII, 288; Macr. Sat. I, 12, 28; III, 6, 16-17; Prop. IV, 9; Plut. Q. R. 60] and in the enclosure Ara Maxima could not enter dogs and flies [Plut. Q. R. 90; Plin. Nat. Hist. X, 79; Solin. I, 10 – 11].
In addition to the sacrifice of a calf, altar Maxima were pronounced oaths, pacts and sacrifices made in fulfillment of votes [Dion. Hal. I, 40], there is also offered the tithes of the profits or harvests [Plut. Q. R. 18; MACR. Sat. III, 12, 2]. This custom was inaugurated by Hercules himself who, in addition to the Evandro sacrifice, offered one tenth of the booty that had captured in Caco.
In 142 BCE, on the northeastern side of Ara Maxima, Scipio, as a censor, he built a temple dedicated to Hercules Invictus circular [Liv. X, 23, 3; Fest. 242; Macr. Sat. III, 6, 10], known as aedes Herculis Aemiliana. Inside was a fresco of Pacuvio poet [Plin. Nat. Hist. XXXV, 4, 19].
The temple still existed at the end of 1400, north of Square Mouth of Truth, between this and Piazza dei Cerchi, as evidenced by the drawings of Baldassare Peruzzi, but was destroyed during the papacy of Sixtus IV.
It is plausible that the Dies Natalis celebrations coincide with the Ara Maxima.
This building was the first circular temple after the aedes Vestae, its location as opposed to the more traditional temple of Hercules Pompeiano, suggests that Scipio had wanted to create a cult complex dedicated to Hercules God and hero from Greek roots; It is known, in fact, that in Greece the cult of some deified heroes included two different buildings, a temple for the worship of God and a tholos for the heroic worship.
The first permanent theater in Rome, built in stone, was erected by Pompey during his second consulate, in 55 BCE. and he dedicated the same year [Tac. Ann. XIV, 20; Cass. Dio. XXXIX, 38] with shows and animal fights [Cic. in Pis. 65; Plin. Nat. Hist. VII, 158; VIII, 20; Plut. Pomp. LII]. It was also called: theatrum Pompei, theatrum Pompeianum [Plin. cit. XXXIV, 39; XXXVI, 15; Suet. Tib. 47; Claud. 21; Tac. Ann. VI, 45; Mart. VI, 9; X, 51, 11; XIV 29, 1; 166, 1; Flor. XIII, 8], theatrum marmoreum [Fast. Amit. to pr. Id. Aug., CIL I², 244], magnum theatrum [Plin. cit. VII, 158], or simply theatrum [Cic. Att. IV, 1, 6; Hor. Carm. I, 20, 3; Suet. Black 13; Flor. II, 13, 9; Cass. God, I, 8, 3], because it was the only theater to the building to Marcello and in any case the most important.
The theater was located in the Campo Marzio in the northeast of the Circus Flaminius and his remains were found under the church of St. Mary de Crypt pincta and Piazza of Satyrs, those of Venus’s temple, in the Palazzo Pio. Piazza Grottapinta still preserves the original form of theater: the semicircular facade of the auditorium consisted of three series of arcades full Doric, Ionic and Corinthian; the diameter of the building was of 150-160 meters and the length of the scene of about 95 meters. Pliny says that the auditorium could hold 40,000 people [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 115].
The work plan was copied from that of Mytilene [Plut. Pomp. XLII] and there were many items of great beauty statues [Plin. cit. VII, 34; XXXVI, 41; Suet. Black 46; Serv. Aen. VIII, 721]. To avoid censure for the construction of a permanent theater, he built there a temple to Venus Victrix at the top of the central part of the auditorium, so the stands seemed to steps leading to the temple and dedicated it as a whole as a temple and not as a theater [Tert. Spect. X; Gell. X, 1, 7; Plin. cit. VIII, 20].
The dedication took place in 52 BCE. and, by the news of epigraphic calendars, it seems that inside there were altars to other gods: Honor, Virtus, Felicitas [Fast. Allif. Amit. to pr. Id. Aug., CIL i², 217; 244; 324; Suet. Claud. 2].
It was restored by Augustus in 32 BCE. that he placed the statue of Pompey, before which he was killed Caesar, who was in the Curia Pompeii. He burned down in 21 BCE. and it was restored by Tiberius that he placed a bronze statue of Sejanus. The work was completed by Caligula and the theater was later dedicated by Claudius who added a bow in honor of Tiberius [Tac. Ann. III, 72; VI, 45; Veil. II, 130; Sen. De Cons. to Marc. XXII, 4; Cass. Dio. LVII, 21, 3; LX, 6, 8; Suet. Tib. 47; Cal. 21; Claud. 11; 21]. 80 burnt the scene, but was rebuilt in a short time [Cass. Dio LXVI, 24, 2]. Under Severus there were other restoration work, but in 247 the theater burned again and was restored by Diocletian and Maximian. New fi works were done under Arcadius and Honorius, and finally with Simmaco between 507 and 511. Its magnificence is mentioned by Dio Cassius and Ammianus [Cass. Dio. XXXIX, 38; Amm. Marc. XVI, 10, 14].
Hercules Invicto from Forum Boarium, bronze statue, Capitoline Museum, Rome
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