Source: http://www.ristretti.it/convegni/lavoro/articolato.htm
Timestamp: 2017-12-14 18:53:41+00:00

Document:
Articolato di Alessandro Margara
Conformazione della pena e dei suoi effetti ai principi costituzionali
Le spese processuali e di mantenimento
Gli effetti penali ed extrapenali della condanna
Le risorse necessarie per il funzionamento degli uffici e dei tribunali di sorveglianza
La finalità di risocializzazione e riabilitazione da situazioni di devianza dell’esecuzione penale è chiaramente affermata dalla Costituzione, ribadita nelle articolazioni concrete dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale: sui vedano, in particolare le sentenze 204/74, 343/87 e 282/89.
A tali principi si attiene l’Ordinamento penitenziario, in particolare con lo strumento delle misure alternative alla detenzione. Queste favoriscono la utilizzazione della fase della esecuzione penale come momento di concreta progettazione ed attuazione dell’inserimento sociale del condannato ed in modo specifico del suo inserimento lavorativo. Il riconoscimento e l’attuazione di tali principi è ormai proprio della esecuzione della pena, riferendoci alla pena principale ed in particolare alla pena detentiva.
Per la pena nel suo complesso andrebbe anche sottolineata la necessità della sua "congruenza" rispetto alle proprie finalità, qualità che viene affermata in un’altra sentenza costituzionale, la n° 313/90, che ha portato alla modifica dell’art. 444 del C.p.p. (di recente ulteriormente modificato e non pare nel rispetto della sentenza ora citata), nella parte in cui richiedeva che, in caso di patteggiamento sulla pena, la stessa debba essere "congrua", ovvero adeguata ai fini propri della pena medesima. Ciò che viene richiesto non è solo l’obbligo di "congruenza" circa l’entità minima della pena, ma anche quello sulla entità massima, che non può essere tale da rimettere ad un futuro incerto e remoto la possibilità di orientare la esecuzione penale alla progettazione e allo sviluppo di percorsi di riabilitazione e di inclusione sociale. Si tratta, comunque, di un punto che ci si limita a segnalare, richiedendo, per una proposta di modifica normativa, una sede più vasta di quella attuale.
Questo aspetto riguarda, comunque, la pena nel suo complesso. Ma, come si è accennato, il lavoro che si ritiene necessario affrontare qui riguarda tutti gli aspetti ed effetti ulteriori della pena, sui quali la legislazione vigente attende una verifica costituzionale: in proposito non vi è stato un impegno adeguato o, meglio, per molti aspetti, non vi è stato impegno alcuno.
Non è stata, infatti, compiuta una adeguata ricognizione di tutte quelle disposizioni penali e amministrative che, generalmente alla conclusione della pena e quando, sovente, i percorsi di risocializzazione e riabilitazione sono avviati o conclusi, impediscono un regolare svolgimento di questi o il mantenimento dei risultati raggiunti: sul versante dell’inserimento lavorativo, ma, come si vedrà, anche su altri versanti e soprattutto sulla esigenza essenziale di pervenire ad una situazione definita e definitiva, nella quale la esecuzione della pena e i suoi effetti si possano ritenere conclusi. Sinteticamente: la esecuzione della pena, nel regime attuale, tende a non finire mai.
Le indicazioni che seguono colgono i punti critici più rilevanti, che non pretendono di essere gli unici, e costruiscono delle soluzioni normative che non appaiono irragionevoli, ma, al contrario, riparano alcune irrazionalità che la normativa attuale presenta. Su questo ci soffermeremo nelle brevi relazioni concernenti i singoli punti dell’intervento proposto.
L’esecuzione della pena pecuniaria è uno dei punti che pongono particolari problemi nella fase conclusiva della espiazione. Va anche ricordato che molti dei condannati sono tossicodipendenti e che, per i reati commessi in violazione delle leggi relative (D.P.R. 309/90), si applicano pene molto elevate e che tali sono, in particolare, quelle pecuniarie. L’effettivo pagamento di tali pene è assolutamente infrequente, specie quando le stesse sono molto consistenti: e ciò per la buona ragione che i destinatari sono sovente in pessime condizioni economiche. È poi particolarmente dannoso il sistema che consegue all’inevitabile mancato pagamento: dannoso anche per gli effetti che produce nella sfera di relazioni del soggetto.
In primo luogo, il tempo della procedura di esecuzione è del tutto imprevedibile. È questo un aspetto che contribuisce alla incertezza sulla conclusione della espiazione e lascia il condannato in una situazione precaria, che non contribuisce alla sua ricerca di soluzioni di inserimento costruttive e definitive.
In secondo luogo, il ricorso alla esecuzione forzata, quando arriverà, porta al condannato: precetto e pignoramento di quanto sia pignorabile, in danno generalmente della famiglia del condannato, presso la quale questi è rientrato al termine della pena detentiva . E, inoltre, quando l’esecuzione forzata conferma che non c’è da pagare nulla, arriva, anche questa con tempi imprevisti e imprevedibili, la conversione della pena pecuniaria in libertà controllata, sanzione sostitutiva particolarmente pesante e di durata notevole (data la entità delle pene, fino ad un anno o, in caso di concorso di pene, ad un anno e mezzo), che trova, fra l’altro, applicazione dopo la esecuzione della pena detentiva, anche se si sia trattato di esecuzione in misura alternativa, e quando, pertanto, il processo di riabilitazione è ormai avviato o già concluso.
Per evitare queste conseguenze, si tratta di modificare, per certi aspetti anche radicalmente, il sistema e pare ragionevole distinguere fra coloro che hanno concluso la espiazione della pena detentiva in affidamento in prova al servizio sociale o in liberazione condizionale e coloro che l’hanno, invece, conclusa in altra misura alternativa o con la espiazione effettiva in carcere.
Se è vero che ciò può creare una situazione di disparità, si può osservare: da un lato che questa deriva dal regime diverso attuato in passato (e cioè dalla prassi seguita per molti anni di ritenere estinta la pena pecuniaria a seguito dell’esito positivo della prova in misura alternativa) e che, comunque, la stessa può essere spiegata con la natura maggiormente responsabilizzante e, quindi, più impegnativa, delle due misure alternative che verranno a fruire della soluzione più favorevole.
Esecuzione della pena conclusa in affidamento in prova al servizio sociale o in liberazione condizionale
Il testo del comma 12 dell’art. 47 della L. 26.07.1975, n° 354, è stato a lungo interpretato, da una parte dei magistrati di sorveglianza ed anche dagli uffici della esecuzione penale, nel senso che l’esito positivo della prova in misura alternativa estingueva la pena nella sua interezza, compresa la pena pecuniaria: la cessazione degli effetti penali pareva ribadire tale conclusione. La Corte di Cassazione, dopo decisioni contrastanti, è pervenuta ad una giurisprudenza contraria, in base alla quale si ritiene che l’esito positivo della prova estingue soltanto la pena detentiva, in quanto la normativa sull’affidamento non fa mai riferimento alla pena pecuniaria. Anche la estinzione degli effetti penali si limiterebbe, pertanto, a quelli ricollegabili alla pena detentiva.
La soluzione qui adottata è quella che ha avuto lunghi anni di applicazione, e che sembra anche più logica rispetto al testo della norma. È apparso necessario, comunque, rendere esplicita, per superare la giurisprudenza della Corte di Cassazione, l’effetto della estinzione della pena pecuniaria. L’aggiunta, nel testo che segue, della estinzione delle pene accessorie è spiegato, più oltre, nella parte riservata alle pene accessorie (si tratta, come si vedrà di una puntuale applicazione dell’art. 20 C.p.).
Analoga modifica è da praticare nel comma 2 dell’art. 177 C.p.: il problema interpretativo è lo stesso e richiede analoga soluzione. La modifica del testo del comma 2 dell’art. 177 C. p., propone un ulteriore problema interpretativo sulla revoca delle misure di sicurezza, esplicita in tale norma, ma assente nella normativa sull’affidamento in prova. Si parlerà di questo nella parte che riguarda, appunto, le misure di sicurezza.
L’ultimo comma dell’art. 47 della L. 26.07.1975, n° 354 è sostituito dal seguente: "L’esito positivo del periodo di prova estingue la pena nella sua interezza, compresa la pena pecuniaria, le pene accessorie e ogni altro effetto penale della condanna."
Il comma 2 dell’art. 177 C.p. è sostituito dal seguente: "Decorso tutto il tempo della pena inflitta, ovvero cinque anni dalla data del provvedimento di liberazione condizionale, se trattasi di condannato all’ergastolo, senza che sia intervenuta alcuna causa di revoca, sono estinti la pena nella sua interezza, compresa la pena pecuniaria, le pene accessorie e ogni altro effetto penale della condanna e sono revocate le misure di sicurezza personali, ordinate dal giudice con la sentenza di condanna o con provvedimento successivo."
Esecuzione della pena conclusa in misura alternativa della semilibertà e della detenzione domiciliare, compresa la detenzione domiciliare speciale, nonché in effettiva espiazione della pena in carcere
Come si è accennato, nei casi ora indicati, non vi è spazio ad una soluzione analoga a quella adottata sub A) e si è anche cercato di indicare le ragioni che giustificano questa differenza di trattamento. Comunque, si realizza una serie di interventi che pongono rimedio agli inconvenienti più gravi del regime attuale.
Gli interventi sono di procedura e di sostanza. Gli interventi procedurali cercano semplificare le procedure e, se possibile, di mettere a punto un sistema, rimesso alla iniziativa degli interessati, che sa in grado di eliminare i tempi morti e la lunga durata delle procedure di esecuzione e di conversione nel trattamento sanzionatorio sostitutivo, con allungamento, in larga misura imprevedibile, del periodo conclusivo di espiazione. Gli interventi sostanziali affrontano il problema della conversione delle pene pecuaniarie insolute, sempre rimasto aperto, perché la soluzione della L. 689/81 può suscitare, attraverso la esperienza della concreta applicazione, qualche perplessità.
Per gli interventi procedurali, la fase attuale è particolarmente travagliata. Vi è stata una modifica legislativa della competenza del magistrato di sorveglianza con attribuzione della stessa al giudice della esecuzione. Una recentissima sentenza costituzionale ha ritenuto incostituzionale questo passaggio di competenza, facendo pertanto rivivere quella del magistrato di sorveglianza. Il punto è particolarmente delicato, così che merita un esame a parte, che si svolgerà nella conclusione di questa Parte prima.
E veniamo agli interventi sostanziali. Due sono gli aspetti non persuasivi, specie nell’ottica del presente progetto, nella legislazione introdotta dalla L. 689/81: il primo è rappresentato dal trattamento sanzionatorio conseguente alla conversione: la sanzione sostitutiva della libertà controllata (art. 102 della legge citata); il secondo è che, in caso di violazione delle prescrizioni della libertà controllata, il residuo di tale sanzione è convertito in un periodo uguale alla pena detentiva corrispondente alla pena pecuniaria inflitta. Si ritorna, pertanto, alla fine, ancora al trattamento sanzionatorio definitivo.
Si tratta di ritornare alla sentenza n° 131/79 della Corte Costituzionale, che dichiarava la illegittimità costituzionale dell’art. 136 C.p., che prevedeva che la pena pecuniaria non pagata per insolvenza del condannato venisse convertita, secondo un criterio dato di ragguaglio, nella pena detentiva corrispondente. Osservava la Corte: "La conversione della pena pecuniaria in detentiva alla stregua della normativa vigente, finisce infatti per attuarsi soltanto a carico dei nullatenenti, dei soggetti, cioè, costretti alla solitudine di una miseria che preclude anche ogni solidarietà economica e reca, perciò, l’impronta inconfondibile di una discriminazione fondata sulle condizioni personali e sociali, la cui illegittimità è apertamente, letteralmente, proclamata dall’art. 3 Cost.."
Nell’altra decisione n° 108/87, la Corte precisava che "la sentenza 131/79 (sopra citata) non ha ritenuta illegittima ogni forma di conversione di pena pecuniaria, bensì ha indicato un bilanciamento di valori costituzionali in cui il rilievo preminente del principio di eguaglianza rispetto a quello di inderogabilità della pena impone di agevolare l’adempimento della pena pecuniaria e comunque di prevedere misure sostitutive che riducano al minimo il margine di maggiore afflittività che esse inevitabilmente comportano rispetto all’originaria sanzione, che, pertanto, non rappresenta un ritorno alla previgente disciplina, ritenuta illegittima con la citata sentenza n° 131/79."
Da queste premesse, si può pervenire alle seguenti conclusioni. La Corte non ha ritenuto incostituzionale il regime di conversione della pena pecuniaria previsto dalla L. 689/81. Ciò non toglie che si possa trovare una soluzione diversa, dopo avere verificato, nella esperienza applicativa della legge, che si può realizzare in modo più soddisfacente il rispetto dei principi relativi alla esecuzione della pena, specie di quei principi, richiamati nella relazione introduttiva, sulla finalità risocializzativa che la pena nel suo complesso non deve mai perdere di vista.
La pena pecuniaria colpisce le disponibilità patrimoniali di una persona, esercitando un effetto dissuasivo circa il comportamento antigiuridico posto in essere. Quando la persona è priva di disponibilità patrimoniali, il meccanismo non può funzionare ed, allora, si è ritenuto costituzionalmente legittimo di agire ancora su ciò che una tale persona ha comunque: la propria libertà. Era incostituzionale una limitazione drastica di tale libertà quale veniva posta in essere con la conversione in pena detentiva, ma si poteva arrivare a restrizioni della libertà di tipo non detentivo ed, in ultima istanza, e quando non si rispettavano quelle restrizioni, anche a restrizioni della libertà di tipo detentivo. Due osservazioni sono, però, da fare a sostegno di una risposta diversa rispetto a quella della L. 689/81.
La prima osservazione è ricavata dalla sentenza costituzionale n° 108/87, sopra citata, nella quale si legge che le misure sostitutive da prevedere, in caso di insolvenza del condannato, devono essere tali da "ridurre al minimo il margine di maggiore afflittività che esse inevitabilmente comportano rispetto alla originaria sanzione". La seconda osservazione è che la esperienza applicativa della soluzione della L. 689/91 dimostra che la "riduzione al minimo del margine di maggiore afflittività" può essere raggiunta in modo più soddisfacente di quanto non sia stato fatto e in modo più coerente alla espiazione complessiva della pena e alle sue finalità. L’applicazione della libertà controllata anche per periodi non brevi (fino a un anno o un anno e mezzo), con tutte le limitazioni che comporta, protrae ancora le conseguenze della condanna e limita le possibilità di movimento, di fruizione di occasioni di lavoro e di inserimento, di sistemazione dei regimi di vita. Chi può pagare e paga la pena pecuniaria non deve affrontare nulla di tutto questo. Chi non può, invece, subirà la libertà controllata e, se non rispetterà le prescrizioni della libertà controllata, vedrà riproporsi alla fine la conversione in pena detentiva. Questa ultima e più grave conseguenza può suggerire di cambiare completamente la risposta normativa al mancato pagamento per insolvibilità. L’art. 108, comma 1, in fine, prevede che la pena detentiva (in conversione dalla libertà controllata) può essere eseguita in misura alternativa alla pena detentiva.
La soluzione che qui si propone è allora questa: di mettere al principio ciò che qui si prevede solo alla fine: di scegliere, cioè, per il trattamento sanzionatorio sostitutivo alla pena pecuniaria, non una sanzione sostitutiva, come la libertà controllata, ma la misura alternativa più classica e operativa, che è l’affidamento in prova al servizio sociale; misura la cui capacità costruttiva e riabilitativa è del tutto coerente con la misura alternativa fruita per la esecuzione della pena detentiva (semilibertà, ad es.) o fornisce una opportunità di inserimento e socializzazione che la espiazione della pena in carcere non ha offerto.
Questa soluzione presenta, fra l’altro, un indubbio vantaggio: risolve i problemi posti dalla coesistenza di due trattamenti sanzionatori molto dissimili, come erano la libertà controllata e il lavoro sostitutivo. La sentenza costituzionale 206/96 aveva dichiarato incostituzionale il comma 2 dell’art. 102 della L. 689/81, che limitava la ammissibilità del lavoro sostitutivo alle pene pecuniarie non superiori al milione. Non essendo intervenuta alcuna modifica legislativa, le condizioni esecutive del lavoro sostitutivo restavano fissate entro il limite massimo di sessanta giorni, con la prestazione di almeno una giornata lavorativa settimanale, senza alcuno degli obblighi e degli effetti che l’art. 56 della L. 689/81 fissava per la libertà controllata. La differenza fra le due misure sanzionatorie era stridente e la scelta dell’una o dell’altra era molto legata all’impegno del magistrato di sorveglianza decidente nel ricercare, accettare e costruire, nell’assenza di concreti indirizzi generali, la ipotesi del lavoro sostitutivo. Quindi, poteva capitare, per la stessa pena pecuniaria di avere un anno e mezzo di libertà controllata, con tutti gli obblighi capillari e i pesanti effetti previsti (sospensione della patente, ritiro passaporto o documento equipollente) o sessanta giorni di lavoro sostitutivo, senza obblighi, né effetti. La soluzione qui indicata supera questa situazione di scarsa equità. Si aggiunga che, essendo il lavoro sostitutivo previsto in una fase successiva e a richiesta dell’interessato, lo stesso restava, comunque, misura abbastanza eccezionale e discrezionale.
Fatto questo rilievo, ci si sofferma su due chiarimenti ed una precisazione finale. I chiarimenti. Il primo è che è conveniente abbandonare un ragguaglio puramente aritmetico fra entità della pena pecuniaria e entità della misura alternativa: è preferibile un ragguaglio a scaglioni, che esclude durate minime irrisorie e improduttive e limita comunque le durate massime previste oggi per la libertà controllata. Il secondo chiarimento è che la violazione delle prescrizioni dell’affidamento in prova deve trovare una risposta nello stesso regime, anche se eventualmente aggravato. È un punto delicato, che si è cercato di risolvere nel modo più appropriato. Qui non si tratta tanto, come è previsto nell’art. 47, di verificare se la prova in affidamento ha avuto "esito positivo", quanto se la stessa, per le restrizioni alla libertà del soggetto, gli impegni posti allo stesso e la sua complessiva risposta alle prescrizioni, abbia posto in essere quel "margine di maggiore afflittività… rispetto alla originaria sanzione", che, pur se "ridotto al minimo", deve inerire al trattamento sanzionatorio sostitutivo (le parti fra virgolette appartengono alla sentenza costituzionale 108/87, già citata). Si ripete allora, da parte del magistrato di sorveglianza, al termine del periodo di affidamento in prova, quel giudizio e quella conclusione, affermati nella sentenza costituzionale 343/87, sulla rideterminazione del trattamento sanzionatorio da attuare quando la prova non sia stata positiva: solo che il criterio di valutazione sarà abbastanza diverso (quello sopra indicato) e la conseguenza non sarà la rideterminazione di una pena detentiva residua, ma ancora un periodo di affidamento, sia pure con un rafforzamento delle prescrizioni.
La precisazione finale. Fra le prescrizioni può essere inserita quella relativa allo svolgimento di attività di volontariato o di lavori socialmente utili: può rappresentare, ove occorra, un recupero di quella finalità riparativa, in senso ampio, che può essere attribuita alla pena pecuniaria e che, nel caso dell’insolvente, non può essere compiuta. Infine, va ricordato che le modifiche sono operate sul testo normativo originario del C.p.p., che ha ripreso a valere dopo la sentenza costituzionale n° 212/2003, che ha ritenuto costituzionalmente illegittime le modifiche apportate al testo originario dell’art. 660 C.p.p. e dell’altra normativa connessa.
Parte conclusiva della relazione specifica sugli aspetti procedurali. Due questioni attuali: competenza sulla conversione della pena pecuniaria insoluta e semplificazione delle procedure.
La sentenza costituzionale 212/2003 ha dichiarato la incostituzionalità "degli artt. 237, 238 e 299 – quest’ultimo nella parte in cui abroga l’art. 660 C.p.p. – del d.lgs. 30/5/2002, n° 113 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di spese di giustizia). È pertanto venuta meno la disciplina ora detta nella parte in cui disponeva il passaggio della competenza alla conversione delle pene pecuniarie (nel trattamento sanzionatorio sostitutivo) dalla magistratura di sorveglianza al giudice della esecuzione.
Alla base di questi interventi normativi c’è la difficoltà dei diversi uffici di accettare la gestione di una materia molto problematica, come quella della conversione delle pene pecuniarie insolute e dei trattamenti sanzionatori sostitutivi conseguenti. Materia, fra l’altro, per certi versi, rischiosa, dato che gli uffici ispettivi ministeriali avanzano la tesi che il danno da intervenuta prescrizione della pena pecuniaria sia da addebitare ai funzionari che gestiscono le procedure relative e che dovrebbero pertanto rispondere per l’ammontare delle pene pecuniarie insolute (tesi peregrina, se si vuole, dato che la prescrizione riguarda crediti dello Stato pervenuti alla fase della conversione proprio per la insolvibilità dei debitori; tesi, pur sempre, non meno allarmante, data l’autorità amministrativa da cui proviene). Si noti che la dimensione del lavoro è molto notevole, con un forte carico processuale e burocratico, frutto di una giurisdizionalizzazione esasperata e sovente improduttiva.
La scelta che si ritiene di dovere operare è questa: mantenere la competenza della magistratura di sorveglianza, cui si è ora tornati, con il recupero dell’art. 660 C.p.p. (a seguito della sentenza costituzionale ora citata), ma snellire gli interventi, lasciando pur sempre aperto il ricorso a tutte le garanzie utili, liberando l’attività dal carico burocratico che soffoca gli uffici, senza alcun vantaggio reale del servizio e degli stessi destinatari del medesimo.
Una risposta efficace alla situazione e ai problemi che pone passa, pertanto, attraverso questi punti:
recuperare il sistema previsto dalla L. 689/91, all’art. 107, comma 1, e modificato dall’art. 660, comma 2, C.p.p., sistema nel quale era il pubblico ministero competente alla esecuzione che adottava il procedimento di conversione;
riconoscere al magistrato di sorveglianza e non al giudice della esecuzione la competenza su tutte le attività successive alla conversione: e quelle di cui all’attuale comma 3 dell’art. 660 C.p.p. (rateizzazione o differimento esecuzione), e quelle attinenti alla definizione delle prescrizioni del trattamento sanzionatorio sostitutivo, e quelle, infine, relative alla gestione esecutiva di tale trattamento;
utilizzare per la attività del magistrato di sorveglianza una procedura a contraddittorio eventuale, che assicura egualmente la garanzia dei diritti degli interessati (e, anzi, la migliora, per una maggiore speditezza) e favorisce la reale efficacia della azione giudiziaria, altrimenti affogata dal carico qualitativo e quantitativo di una giurisdizionalizzazione piena;
costruire una soluzione abbreviata, rimessa all’iniziativa dello stesso condannato, che "salti" tutta la fase iniziale della esecuzione e ne anticipi i tempi, prevedendo una richiesta rivolta direttamente al magistrato di sorveglianza;
non intervenire sulla competenza e sulla procedura in materia di esecuzione della libertà controllata e della semidetenzione applicate in sentenza, che mantengono caratteristiche autonome e particolari rispetto alle materie esaminate.
È utile un approfondimento dei singoli punti indicati.
La conversione operata dal pubblico ministero
Si noti che è il passaggio, ex art. 660 C.p.p, di tale competenza al magistrato di sorveglianza, che ha aggravato moltissimo la situazione. Nella vigenza dell’art. 107 della L. 689/91, il P.M. trasmetteva il provvedimento di conversione già effettuato: il magistrato di sorveglianza doveva soltanto, come nel caso di sanzione sostitutiva data in sentenza, stabilire le concrete modalità di esecuzione della sanzione sostitutiva.
che si dovrebbero avere due accertamenti di insolvibilità, sia presso il P.M., sia presso il Magistrato di sorveglianza (comma 2, art. 660 : e vedi anche, tanto per semplificare (!) ulteriormente le cose, l’art. 30 Disp. Regolam. al C.p.p., con la restituzione degli atti dal Magistrato sorveglianza al P.M. e da questi alla cancelleria del giudice dell’esecuzione se la insolvibilità non è confermata): questa è una disposizione di pessima organizzazione, che produce, nei fatti, la deresponsabilizzazione del P.M., che manda ora al Magistrato di sorveglianza tutti i casi di mancato pagamento, senza accertare la insolvibilità. Di qui la crescita esponenziale di questo servizio presso il solo ufficio di sorveglianza;
che siamo, d’altronde, in una fase di esecuzione di una pena già definita con sentenza di condanna, che definisce la entità ella pena pecuniaria senza ombra di dubbio;
che la conversione è disposta in presenza dell’accertamento di un fatto, che è compito del P. M. di verificare (anche secondo l’art. 660 vigente): l’accertamento "della impossibilità di esazione della pena pecuniaria";
che, in qualunque momento, la conversione può essere bloccata con il pagamento: si tratta, quindi, di un provvedimento reso allo stato;
che, inoltre, in qualsiasi momento, è possibile un incidente di esecuzione, questo, si, presso il giudice della esecuzione, finché gli atti sono presso il P.M.;
che nulla vieta, comunque, che, dell’art. 660, C.p.p., venga conservata la possibilità del magistrato di sorveglianza di accedere alle richieste del condannato di rateizzazione o differimento del pagamento: il che avvalora, anche secondo questo ulteriore aspetto, la natura del provvedimento di conversione come non definitivo, reso allo stato e, come tale, quindi, non necessariamente tale da coinvolgere il giudice e, inoltre, con una procedura completamente giurisdizionalizzata.
Si ritiene che, ritornando al sistema di cui al citato art. 107 della L. 689/81, riconfermando al P.M. la competenza alla conversione, si torni alla soluzione più pratica e che tale soluzione non violi in alcun modo le ragionevoli garanzie del condannato. Questa modifica, è da realizzare attraverso una modifica del comma 2 dell’art. 660, il quale potrà fare riferimento al contenuto della conversione indicato nell’art. 102 della L. 689/81, oggetto delle modifiche indicate nelle pagine precedenti.
Ovviamente, come accadeva per la libertà controllata, il pubblico ministero dovrà soltanto indicare la misura dell’affidamento in prova secondo le precise indicazioni normative. La specifica delle prescrizioni apparterrà alla competenza del magistrato di sorveglianza.
Intervenuta la conversione da parte del pubblico ministero, la competenza per le attività ulteriori è del magistrato di sorveglianza
La competenza della magistratura di sorveglianza in merito alla applicazione concreta delle sanzioni sostitutive e, si noti, anche alla loro esecuzione concreta, è apparsa, nella L. 689/81, una scelta sistematica, che individuava, nella magistratura di sorveglianza, quella che doveva affrontare, per le sue caratteristiche, tutte le questioni che attenevano alla concreta esecuzione della pena. Questo vale, in particolare, per la concreta applicazione delle sanzioni sostitutive (fra le quali c’è anche la semidetenzione, che comporta, fra l’altro, anche il riferimento a norme penitenziarie: v. ultimo comma art. 55 L. 689/81); e vale, inoltre, anche per la fase esecutiva (cioè, per la gestione operativa) di tutte le sanzioni sostitutive, sia da sentenza che da conversione di pene pecuniarie. Se tale è il giudice naturale sulla concreta applicazione delle sanzioni sostitutive applicate in sentenza, lo stesso non può non esserlo nel caso di applicazione successiva in conversione di pena pecuniaria non pagata.
È chiaro che, per converso, appare ben definita la competenza del giudice della esecuzione quando è in giuoco la valutazione del titolo di esecuzione; la commistione, a tale competenza sul titolo, di quella sulla concreta esecuzione della sanzione sembra fuori sistema.
In sostanza: nella materia in esame la competenza del magistrato appare quella più logica e naturale, mentre non è così per il giudice dell’esecuzione. Va aggiunto che, il giudice, in materia, affronta problemi che sono inconsueti per il giudice della esecuzione e che, sul piano pratico, possono anche essere di difficile gestione per il giudice della esecuzione. Così, la definizione delle prescrizioni delle sanzioni, che comporta, attraverso la acquisizione della conoscenza delle situazioni di inserimento socio - lavorativo degli interessati, decisioni analoghe a quelle consuete del magistrato di sorveglianza, ma profondamente eterogenee rispetto a quelle del giudice della esecuzione. Così, ancora, le decisioni in materia di modificazioni urgenti delle prescrizioni, che pongono problemi gestionali della attività, consueti per la magistratura di sorveglianza e inconsueti per i giudici della esecuzione. E così, infine, tutti gli interventi valutativi sull’andamento del trattamento sanzionatorio sostitutivo, così come previsto nelle modifiche che si sono proposte, interventi che non possono non essere del magistrato di sorveglianza, naturale gestore di tale trattamento, e che non possono che essere estranee al giudice della esecuzione.
Conclusione: dopo la conversione della pena pecuniaria operata dal pubblico ministero, la competenza per le attività successive è tutta del magistrato di sorveglianza: sia per la rateizzazione e di differimento della esecuzione; sia per la definizione delle prescrizioni dell’affidamento in prova sostitutivo della pena pecuniaria; sia, infine, per la fase della concreta esecuzione dello stesso. Il rinnovato testo dell’art. 660 C.p.p. e degli articoli rilevanti della L. 689/81 indicherà tutto questo.
La semplificazione della procedura
Tutto l’intervento del Magistrato di sorveglianza in sede di concreta applicazione delle sanzioni sostitutive e di modifica delle stesse, è giurisdizionalizzato: v. art. 678, con riferimento all’art. 666 C.p.p.. Per vero, anche di tali garanzie giurisdizionali, si potrebbe fare a meno nei termini attuali, attraverso un sistema basato su un provvedimento senza formalità, da adottare sentito l’interessato, con la previsione di una giurisdizionalizzazione eventuale, attraverso una opposizione con incidente di esecuzione presso il magistrato di sorveglianza. Il termine per la opposizione deve essere breve e la stessa deve avere efficacia sospensiva.
A sostegno di questa soluzione, si può osservare:
la predeterminazione del contenuto delle sanzioni sostitutive pone al giudice limiti di discrezionalità minimi ed è minima pertanto la portata decisoria del provvedimento: di qui la valutazione che una giurisdizionalizzazione piena non è necessaria;
si può osservare che, per la determinazione delle prescrizioni della misura di sicurezza della libertà vigilata, assai simile alla libertà controllata, l’art. 190 Disp. att. al C.p.p, prevede una decisione senza formalità, non menzionando neppure la condizione di sentire l’interessato, prevista dal vecchio codice(art. 636 del vecchio C.p.p.);
anche le prescrizioni della semilibertà, simile alla semidetenzione, sono date, addirittura, con provvedimento amministrativo della direzione penitenziaria, controllato con provvedimento giudiziario del magistrato di sorveglianza adottato senza formalità;
se si vuole, è adottato senza formalità anche il provvedimento che definisce le prescrizioni dell’affidamento e, in modo ancora più evidente, quello che le modifica;
la L. 19/12/2002, n° 277, ha introdotto l’art. 69bis nell’Ordinamento penitenziario in materia di decisione sulla liberazione anticipata, prevedendo una procedura nella quale una effettiva giurisdizionalizzazione è eventuale e interviene soltanto in fase di impugnazione. Tutti i casi indicati comportano discrezionalità sovente maggiori perché intervengono rispetto a situazioni non così predeterminate come accade per il trattamento sanzionatorio sostitutivo di cui si sta trattando;
non si dimentichi che si tratta, per la concreta determinazione delle modalità di tale trattamento, conseguente a un provvedimento reso allo stato, che può essere sempre modificato: oggi, sempre con procedura giurisdizionalizzata, che potrebbe, invece, essere, anche questa, semplificata negli stessi termini di cui al procedimento iniziale;
si noti che, ai sensi art. 64 della L. 689/91, come si è ora detto, le modifiche delle prescrizioni delle sanzioni sostitutive dovrebbero essere fatte con procedura giurisdizionalizzata (salvi i casi di urgenza, nei quali si può provvisoriamente adottare un provvedimento senza formalità, cui deve seguire la procedura giurisdizionalizzata): ebbene, nella prassi, si adottano, invece, solo e soltanto, provvedimenti senza formalità, senza la prevista, successiva procedura. Questo dimostra come, nella pratica, il regime di giurisdizionalizzazione attuale è eccessivo e, proprio per questo, non osservato.
Su questo ultimo punto, si ritiene, però, di non modificare l’art. 64 citato, che resta come è, per la esecuzione delle sanzioni sostitutive applicate in sentenza in quanto non si ritiene di modificare tale normativa, come precisato immeditamente di seguito, al punto 4. In materia di conversione delle pene pecuniarie si prenderà atto di quanto ora osservato e si prevederà un intervento assolutamente semplificato.
La procedura abbreviata rimessa all’iniziativa del condannato
La semplificazione procedurali rende possibili tempi più brevi di esecuzione. Ma tali tempi possono continuare a non essere prevedibili e a rimettere in discussione, quando l’intervento giudiziario si concreta, situazioni personali e familiari che, dopo la esecuzione della pena detentiva, sembravano consolidarsi. Si parla anche di situazioni familiari perché l’esecuzione forzata colpisce in particolare modo la famiglia, che ha riaccolto il congiunto condannato, e che vede attaccate le proprie, generalmente molto modeste, disponibilità patrimoniali.
È parso, allora, utile, per rendere meno critico il percorso del condannato finalizzato a chiudere il percorso esecutivo penale, di prevedere, con la sua iniziativa, l’accesso diretto ad una decisione del magistrato di sorveglianza: "saltando", per un verso, la fase iniziale della esecuzione e chiedendo l’accertamento giudiziario che la definisca. Anche questa possibilità trova posto nelle modifiche normative che seguono.
La permanenza del sistema processuale attuale per la esecuzione delle sanzioni sostitutive applicate in sentenza
Le sanzioni sostitutive applicate in sentenza sono in numero limitato. Per le stesse non vi è alcuna possibilità di modificare la sanzione sostitutiva, in quanto la stessa è fissata dalla sentenza. La materia ha pertanto una sua autonomia e non può essere che rischiosa la commistione con i problemi della materia della conversione delle pene pecuniarie che abbiamo esaminato sin qui. Nessuna modifica, pertanto, per questa parte.
Si tratta ora di trarre dalle pagine che precedono le modifiche normative conseguenti.
L’art. 660 C.p.p. è sostituito dal seguente:
Le condanne a pene pecuniarie sono eseguite nei modi stabiliti dalle leggi e dai regolamenti.
Quando è accertata la impossibilità di esazione della pena pecuniaria o di una rata di essa, il pubblico ministero competente per l’esecuzione emette provvedimento di conversione della pena pecuniaria nel trattamento sanzionatorio sostitutivo dell’affidamento in prova al servizio sociale ai sensi dell’art. 102, comma 1, della L. 24.11.1981, n° 689, e lo trasmette al magistrato di sorveglianza del luogo di residenza del condannato.
Il magistrato di sorveglianza, sentito l’interessato, dispone l’esecuzione dell’affidamento in prova al servizio sociale ai sensi dell’art. 107 della L. 24.11.1981, n° 689. Se l’interessato lo richiede, assumendo di trovarsi in una situazione di solo temporanea insolvenza, il magistrato di sorveglianza, prima di adottare i provvedimenti suindicati, può disporre la rateizzazione della pena a norma dell’art. 133ter del codice penale, se essa non è stata disposta con la sentenza di condanna, ovvero può differire la esecuzione per un tempo non superiore a sei mesi e alla scadenza di tale termine, se l’insolvenza perdura, prorogare il differimento per lo stesso tempo. Ai fini della estinzione della pena per decorso del tempo, non si tiene conto del periodo durante il quale la esecuzione è stata differita.
Anche prima che sia iniziata la procedura esecutiva a cura degli uffici competenti, il condannato può proporre istanza al magistrato di sorveglianza al fine della rateizzazione della pena o del differimento dell’esecuzione indicati nel comma precedente in ragione della sua situazione di insolvenza ovvero al fine della conversione della stessa in ragione della sua situazione di insolvibilità.
L’istanza del condannato deve indicare la pena o le pene pecuniarie cui si riferisce e offrire le indicazioni relative alle situazioni di insolvenza o di insolvibilità di cui ai commi precedenti. Il magistrato di sorveglianza richiede al pubblico ministero e, ove occorra, alla cancelleria del giudice della esecuzione, la esatta posizione esecutiva del condannato e lo stato della esecuzione, nonché quanto risulti circa la insolvenza o la insolvibilità indicate nella istanza.
La decisione è adottata dal magistrato di sorveglianza, anche sulla conversione in affidamento in prova, previe le verifiche che si ritengano necessarie, comprese, nel caso di adozione del provvedimento di conversione, quelle indicate dall’art. 107 della L. 24.11.1981, n° 689.
I provvedimenti del magistrato di sorveglianza sono adottati ai sensi dell’art. 678 comma 2.
L’art. 678 C.p.p. è sostituito dal seguente:
(Procedimento di sorveglianza)
Il Tribunale di sorveglianza nelle materie di sua competenza, salvo non sia diversamente disposto, e il magistrato di sorveglianza nelle materie attinenti alla remissione del debito, ai ricoveri previsti dall’art. 148 del codice penale, alla esecuzione della semidetenzione e della libertà controllata applicate in sentenza, alle misure di sicurezza, alla dichiarazione o revoca di abitualità o professionalità nel reato o di tendenza a delinquere, procedono, a richiesta del pubblico ministero, dell’interessato, del difensore o di ufficio, ai sensi art. 666. Tuttavia, quando vi è motivo di dubitare della identità fisica di una persona, procedono a norma dell’art. 667.
Il magistrato di sorveglianza, quando si tratti di decidere, ai sensi del comma 3 dell’art. 660 C.p.p., sulla rateizzazione della pena o sul differimento della esecuzione o sulla esecuzione dell’affidamento in prova al servizio sociale applicato in conversione della pena pecuniaria ai sensi art. 660 e 102 L. 24.11.1981, n° 689, nonché quando si tratti di decidere, su istanza dell’interessato o del suo difensore, sulla rateizzazione della pena o sul differimento della esecuzione o sul caso di conversione della pena, previsti dai commi 4, 5 e 6 dell’articolo 660, C.p.p., provvede con decreto. Prima dell’adozione del provvedimento, nei casi in cui non vi è istanza dell’interessato, questi è invitato a rendere le sue dichiarazioni, se lo crede.
Il provvedimento del magistrato di sorveglianza è comunicato all’interessato e al pubblico ministero, che possono proporre opposizione a mezzo di incidente di esecuzione entro 10 giorni dalla comunicazione e si procede ai sensi del comma 1 di questo articolo. L’opposizione sospende l’esecuzione del provvedimento.
Uniforme al precedente comma 3.
L’art. 102 della L. 24.11.1981, n° 689 è sostituito dal seguente:
Le pene della multa e dell’ammenda non eseguite per insolvibilità del condannato si convertono, ai sensi articolo 660 C.p.p., nell’affidamento in prova al servizio sociale, di cui all’art. 47 della L. 26/7/1975, n° 354, per i seguenti periodi:
mesi uno per le pene della multa fino ad euro 500 e dell’ammenda fino a euro 1.000;
mesi tre per le pene della multa fino ad euro 10.000 e dell’ammenda superiori a euro 1.000;
mesi sei per le pene della multa superiori ad euro 10.000;
mesi nove quando vi è concorso di pene della multa e le stesse superano complessivamente euro 25.000.
Il condannato può sempre fare cessare l’esecuzione della pena convertita pagando la multa o l’ammenda, dedotta la somma proporzionalmente corrispondente alla parte della pena convertita già eseguita, proporzione da operare rispetto alla entità di questa, fissata in sede di conversione.
Gli articoli 103 e 105 sono soppressi.
L’art. 107 è sostituito dal seguente:
(Contenuto provvedimento ammissione)
Il pubblico ministero competente per la esecuzione trasmette il provvedimento di conversione della pena pecuniaria, adottato ai sensi dell’art. 102, comma 1, al magistrato di sorveglianza del luogo di residenza del condannato.
Il magistrato di sorveglianza, sentito il condannato, procede ai sensi art. 678 C.p.p., per l’esecuzione del provvedimento di affidamento in prova al servizio sociale di cui al comma precedente, detta le prescrizioni che il soggetto dovrà seguire in ordine ai suoi rapporti con il servizio sociale e agli altri aspetti indicati nell’art. 47 della L. 26.07.1975, n° 354, previa verifica, da parte dello stesso servizio della situazione dell’interessato in ordine al suo inserimento sociale, familiare e lavorativo.
Nel provvedimento di ammissione è anche previsto lo svolgimento di attività di volontariato o di lavori socialmente utili, in modo però che lo svolgimento di questi non ostacoli lo sviluppo dell’inserimento sociale del condannato e in particolare lo svolgimento dell’attività lavorativa da lui effettivamente svolta, necessaria per soddisfare le sue indispensabili esigenze di vita.
Nel caso di cui ai commi 4 e seguenti dell’art. 660 C.p.p., il magistrato di sorveglianza provvede contestualmente anche alla conversione della pena in affidamento in prova al servizio sociale.
Il provvedimento all’affidamento in prova è trasmesso al Centro servizio sociale adulti territorialmente competente per la redazione del verbale di sottoposizione alle prescrizioni.
Si applicano i commi 8, 9 e 10 dell’art. 47.
L’art. 108 è sostituito dal seguente:
(Inosservanza delle prescrizioni)
Al termine dell’affidamento in prova sostitutivo della pena pecuniaria, questa si considera eseguita.
Sempre al termine dell’affidamento in prova, se sono state segnalate violazioni delle prescrizioni, il magistrato di sorveglianza, in ordine alle stesse, valuta se, con riferimento alle restrizioni della libertà del soggetto, agli impegni da lui assunti e alla sua complessiva risposta alle prescrizioni, sia stato egualmente mantenuto quel margine di maggiore afflittività rispetto alla originaria sanzione, congruo rispetto al trattamento sanzionatorio sostitutivo. Se la valutazione è positiva, la pena si considera eseguita.
Se la valutazione di cui al comma 2 è negativa, il magistrato di sorveglianza, ridetermina, con riferimento ai tempi e all’andamento della prova, il periodo di affidamento in prova che deve essere ancora eseguito, stabilendo un appropriato rafforzamento del regime delle prescrizioni. Tale rideterminazione è disposta una sola volta e, al termine del nuovo periodo di prova, la pena si considera eseguita.
Il magistrato di sorveglianza provvede analogamente anche durante lo svolgimento della prova se le segnalazioni di violazioni delle prescrizioni, per la loro gravità, impongano una nuova determinazione del periodo di prova residuo e un rafforzamento del regime delle prescrizioni. Al termine del periodo di prova così determinato, si procederà ai sensi dei commi 2 e 3 di questo articolo.
Si procede ai sensi dei commi 2 e 3 dell’art. 678 C.p.p..
Vi sono due aspetti negativi nelle pene accessorie. Rispetto al fine che si considera dell’inserimento sociale e in particolare di quello lavorativo, vi sono due aspetti negativi discendenti dalle pene accessorie. Il primo aspetto è che tali sanzioni sono incapacitanti, riducono o limitano, cioè, le possibilità del condannato di accedere a determinate attività o di svolgerle. Il secondo aspetto negativo è che le pene accessorie vanno eseguite al termine dell’esecuzione della pena principale, proprio nel momento, cioè, in cui si deve attuare o si deve consolidare, se già avviato, il problema dell’inserimento sociale e in specie di quello lavorativo della persona.
Anche qui , richiamando in linea generale quanto detto per le pene pecuniarie, possiamo considerare separatamente i casi di coloro che sono stati ammessi all’affidamento in prova e alla liberazione condizionale e li hanno conclusi positivamente dai casi di coloro che hanno espiato la pena in misura alternativa diversa o in carcere senza ammissione a misure alternative.
Al proposito, si deve indicare un argomento decisivo di carattere testuale e sistematico. L’art. 20 C. p. dispone: "Le pene principali sono inflitte dal giudice con sentenza di condanna; quelle accessorie conseguono di diritto alla condanna, come effetti penali di essa." Ora, il testo attuale dell’ultimo comma dell’art. 47 sull’affidamento in prova al servizio sociale dispone testualmente che "l’esito positivo del periodo di prova estingue la pena e ogni altro effetto penale". Pertanto, non vi è dubbio che, quali effetti penali, siano soggette ad estinzione anche le pene accessorie.
Analogamente a quanto si è detto per le pene pecuniarie, la soluzione indicata per l’affidamento in prova vale anche per la liberazione condizionale, il cui contesto interpretativo, come si è osservato per le pene pecuniarie, è molto simile a quello dell’affidamento in prova e consente analoghe conclusioni. D’altronde, si può osservare che una misura casuale e generalizzata come il condono della pena principale, anche se parziale, comporta, il venire meno delle pene accessorie: quantomeno nei provvedimenti di condono recenti, anche se la regola dell’art. 174, comma 1, C.p., è opposta. È utile ricordare che l’ultimo comma dell’art. 47 dell’Ordinamento penitenziario si applica anche all’affidamento in prova in casi particolari: v, comma 6 dell’art. 94 D.P.R. 309/90. Restano estinte pertanto anche le pene accessorie eventualmente applicate ai sensi art. 85 del DPR predetto.
È sufficiente ripetere qui le modifiche normative predisposte per la pena pecuniaria. Le stesse già prevedevano l’effetto estintivo anche per le pene accessorie. Riportiamo quelle modifiche nella sua completezza qui di seguito.
L’ultimo comma dell’art. 47 della L. 26.07.1975, n°354 è sostituito dal seguente: "L’esito positivo del periodo di prova estingue la pena nella sua interezza, compresa la pena pecuniaria, le pene accessorie e ogni altro effetto penale della condanna."
Esecuzione della pena conclusa in semilibertà o in detenzione domiciliare, anche speciale, o in espiazione della pena in carcere.
Se non vi è stata ammissione a misure alternative, occorrerebbe pensare a soluzioni diverse. Il discorso va preliminarmente chiarito prima di dare indicazioni sulle soluzioni.
Le pene accessorie particolarmente problematiche, ai nostri fini, sono due fra quelle previste in generale dal Codice penale, nonché quelle previste per le violazioni delle previsioni penali del D.P.R. 309/90 (Legge stupefacenti).
la interdizione dai pubblici uffici: art. 28 C.p.;
la interdizione legale: art. 32 C.p.;
il divieto di espatrio e il ritiro delta patente di guida: art. 85 T.U. 309/90.
Si possono solo sottolineare sommariamente gli effetti specifici di tali sanzioni ai fini che interessano.
L’interdizione dai pubblici uffici
Ci si sofferma su un aspetto di tale pena accessoria: sull’effettivo contenuto del n° 2 dell’art. 28 C.p.. Interpretata correttamente, tale norma non preclude la assunzione presso pubbliche amministrazioni per attività lavorative che comportano semplici mansioni d’ordine o prestazioni d’opera meramente materiali. Basta al riguardo, leggere, come è necessario, la norma citata alla luce di quanto disposto dal comma 2 dell’art. 358, C.p., che dispone: "Per pubblico servizio deve intendersi una attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di quest’ultima e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale."
È indubbio, pertanto, che le attività ora indicate non sono affatto precluse dalla pena accessoria in questione. Si noti che vi sono amministrazioni comunali che prevedevano l’assunzione di detenuti come netturbino o operatore ecologico in genere o come inserviente in servizi sanitari e simili. Al riguardo, però, molte amministrazioni ritengono precluse le assunzioni dall’interdizione dai pubblici uffici. Si è creata, quindi, una situazione di incertezza interpretativa che va chiarita con un’esplicita previsione di modifica dell’art. 28. Si noti che la possibilità di tali inserimenti lavorativi è uno strumento prezioso per avviare o anche concludere l’inserimento sociale di una persona.
La interdizione legale
La stessa preclude tutte quelle attività che presuppongono il compimento di atti giuridici: che possono andare da uno specifico atto contrattuale per la costituzione di un rapporto di lavoro, subordinato o autonomo, alla partecipazione ad atti, come la costituzione di una società, particolarmente di una società cooperativa, che possono porre le condizioni per un successivo inserimento lavorativo. Quindi, anche questa pena accessoria certamente non agevola, ma più spesso ostacola il percorso di reinserimento del condannato nella società.
Qui si tratta di riflettere sulla ammissibilità della incapacitazione della persona nell’ambito sociale (sembra presente una carica antica di messa al bando del colpevole), che risulta segnata da una filosofia di esclusione sociale del condannato, propria di una concezione della pena esattamente opposta a quella oggi affermata dalla Corte costituzionale. Si noti che qui non vi è un nesso specifico con il reato commesso, ma soltanto con la pena irrogata. Si ritiene che, dinanzi a tale norma, l’unico intervento possibile sia quello della soppressione. Nulla vieta, invece che sopravvivano le interdizioni specifiche previste dagli artt. da 32 bis a 32 quinquies, che hanno contenuto limitato e sono giustificate dai particolari reati commessi.
Le pene accessorie dell’art. 85 del D.P.R. 309/90 (Legge stupefacenti): divieto di espatrio e ritiro della patente di guida
Le pene accessorie in esame hanno l’effetto di ridurre le opportunità di lavoro dei soggetti sanzionati. Il divieto di espatrio impedisce non solo il lavoro all’estero (ed è una possibilità tutt’altro che irrilevante), ma anche il lavoro in Italia che preveda lo svolgimento di prestazioni all’estero (caso dell’autotrasporto, della navigazione, di lavori comunque che si svolgano alle dipendenze di imprese italiane, ma in parte o in toto all’estero).
Il ritiro della patente di guida è un handicap assoluto o relativo: assoluto nelle attività di lavoro in cui la patente è necessaria e relativo in tutte quelle in cui l’uso della stessa è più o meno indispensabile per raggiungere il luogo di lavoro. Non disporre della patente di guida è oggi una forma di grave incapacitazione della persona: è chiaro che la sanzione è stata voluta, in ragione dei suoi effetti dissuasivi, proprio per questo, ma è anche chiaro che, per il risultato incapacitante che produce e, in particolare, per il ritardo nel tempo di produzione dello stesso (alla fine della pena principale), tale sanzione ostacola e riduce fortemente le possibilità di inserimento al lavoro.
C’è anche da chiedersi quale efficacia abbiano tali interventi nei confronti del condannato: non sarà certo ostacolato se intenda tornare a delinquere, mentre sarà ostacolato se intenda seguire un percorso di riabilitazione e di lavoro. Teniamo conto che il tutto avverrebbe quando si è ormai conclusa l’esecuzione delle parti restanti della pena e, quindi, il condannato ha pagato il suo debito con la giustizia.
Una soluzione potrebbe essere quella di prevedere forme di disapplicazione di tali norme, rimesse eventualmente ad un provvedimento dell’A.G. che, previo accertamento della sua situazione attuale, agevoli il processo di inserimento sociale e lavorativo in corso del condannato. Potrebbero essere previste forme di sospensione e successiva revoca, una volta verificato l’uso corretto che è stato fatto della sospensione della sanzione.
Si ritiene, però, che sia preferibile la soluzione più netta della soppressione di tali pene accessorie, proprio in considerazione delle ragioni di questa disposizione normativa: che sono quelle di fare pesare la condanna, di non farne perdere il ricordo, di perseguire ancora il condannato dopo che la parte essenziale della condanna è stata sofferta. Tuttociò, come detto fin dalla relazione generale, è contrario alla nuova finalizzazione della pena affermata dalla Corte Costituzionale e la risposta più logica a tali pene accessorie è quella della loro soppressione.
Nell’art. 28 C.p., dopo l’ultimo comma è aggiunto il seguente:
"L’interdizione dai pubblici uffici non preclude lo svolgimento presso amministrazioni pubbliche di semplici mansioni d’ordine, nonchè la prestazione d’opera meramente materiale: tali attività non sono un pubblico servizio."
L’art. 32 del C.p. è abrogato.
I commi 1 e 2 dell’art. 85 del D.P.R. 9.10.1990, n° 309, sono abrogati.
Le spese di giustizia e la remissione del debito
Da sempre è noto che l’attività necessaria per la riscossione delle spese di giustizia ha un costo decisamente superiore ai ricavi. In questa materia, inizialmente, nei lavori di preparazione per l’Ordinamento penitenziario vi erano state proposte di abolizione del debito del condannato per le spese. Questa soluzione radicale, però, è contrastata anche dal nuovo C.p.p., che, in epoca meno lontana, ha confermato tutte le disposizioni in materia di condanna alle spese. Siamo dinanzi a una questione che non dovrebbe essere abbandonata, ma indubbiamente questa non è la sede per affrontarla.
È invece la sede per cercare di ridurre l’impatto negativo del sistema attuale di esazione delle spese processuali e del beneficio della remissione del debito, che può annullarle. Anche qui si hanno esecuzioni in tempi imprevedibili, con gli stessi effetti negativi che caratterizzano la messa in esecuzione delle pene pecuniarie.
Risultano, comunque, possibili, tre interventi che favoriscono la semplificazione degli accertamenti in merito ai requisiti richiesti per la concessione della remissione del debito e favoriscono anche tempi più celeri nelle decisioni.
Il primo riguarda il requisito delle "disagiate condizioni economiche", sul quale gli accertamenti non sono semplici e che, aggiungo, è fonte di notevoli eterogeneità di valutazione e decisione. Al riguardo si può contestualizzare meglio la situazione, ricordando che la gran parte dei casi riguarda soggetti che non versano in condizioni economiche agiate. I redditi dei condannati sono generalmente medio-bassi ed è raro trovare persone con cespiti patrimoniali immobiliari. Tutto si gioca pertanto sulla valutazione di questi redditi medio-bassi come tali da determinare o meno le situazioni economiche disagiate richieste dalla normativa attuale. In tali situazioni il punto di vista del decidente è decisivo. Se la pena non è molto modesta, si tratta di decidere che un’ulteriore riduzione di redditi medio-bassi per pagare una pena pecuniaria possa essere affermata anche se incida su quote essenziali del reddito, utili per soddisfare indispensabili esigenze di vita. La conclusione è che tale requisito può essere eliminato. Tale eliminazione fa recuperare, d’altronde, la natura sostanzialmente premiale del beneficio, che si basa sulla regolarità della condotta, con la finalità di incoraggiare la stessa, finalità che esiste per tutti coloro che sono sottoposti alla esecuzione di una pena, quali che siano le loro condizioni economiche.
Il secondo intervento riguarda l’altra condizione, attinente, alla regolarità della condotta: si tratta di definire un parametro valutativo di più semplice e significativo accertamento. Si noti che, con sentenza n° 342/91, la Corte costituzionale ha dichiarato "l’illegittimità costituzionale (dell’art. 56 Ordinamento penitenziario) nella parte in cui non prevede che, anche indipendentemente dalla detenzione per espiazione di pena o per custodia cautelare, al condannato possano essere rimesse le spese del procedimento se, in presenza del presupposto delle disagiate condizioni economiche, abbia serbato in libertà una condotta regolare".
Per quest’aspetto, pertanto, l’art. 56 deve essere necessariamente modificato. Si può allora proporre una modifica che riguardi tutte le situazioni e che semplifica e al tempo stesso rende più significativi gli accertamenti sulla regolare condotta.
L’attuale normativa richiede che gli accertamenti siano compiuti con riferimento alla specifica esecuzione penale che ha dato origine al debito e ai connessi periodi di detenzione, il che comporta:
di verificare il periodo o i periodi di detenzione in questione;
di accertare i vari luoghi di detenzione durante quel periodo o quei periodi e la condotta tenuta negli stessi: va da sé che si avranno risposte del tutto formali, data la frequente risalenza nel tempo di molti periodi, e mai esaurienti rispetto alle indicazioni dell’art. 30ter dell’Ordinamento penitenziario.
Tali accertamenti non sono semplici. Sarebbe più agevole e più logico, sempre nel quadro della premialità dell’istituto e della stimolazione alla regolare condotta, il richiamarsi all’attualità di questa. Non sarebbe necessario accertare i periodi di detenzione risalenti e la regolarità di condotta negli stessi, ma il tutto potrebbe essere riferito alla sola situazione attuale. Tale criterio rispecchia anche le indicazioni della sentenza costituzionale citata, sia pure circoscrivendo (ma rendendo così più agevole l’accertamento) il periodo di tempo di riferimento. Sarà bene chiarire che la regolarità della condotta fa riferimento alla finalizzazione della stessa al reinserimento nell’ambito sociale.
Terzo ed ultimo intervento. È indubbio, a mio avviso, che, la proposizione dell’istanza richiede un’unica condizione: la condanna al pagamento delle spese. Non si deve ritenere necessaria anche la liquidazione e la richiesta di pagamento del debito, che, fra altro, arriva sovente con moltissimo ritardo: si tratta di evitare l’effetto "spada di Damocle", che pende, pende e cade poi nel momento meno opportuno. Per la remissione del debito può essere mantenuto la procedura a giurisdizionalizzazione piena oggi prevista.
"L’art. 56 della L. 26/7/1975, n° 354 è sostituito dal seguente:
(Remissione del debito)
Il debito per le spese del procedimento e per il mantenimento nei periodi detentivi è rimesso nei confronti dei condannati e degli internati che hanno tenuto regolare condotta.
Per chi è stato sottoposto a detenzione o è tuttora detenuto, la regolarità della condotta è valutata con riferimento alla condotta attuale del soggetto, anche se in stato di libertà. Per chi non è stato sottoposto a detenzione, la valutazione viene effettuata, con riferimento alla condotta attuale.
La condotta si considera regolare quando è volta a realizzare l’inserimento sociale della persona.
La relativa domanda può essere proposta dal momento in cui sia divenuta irrevocabile la sentenza contenente la condanna al pagamento delle spese e fino a che non sia conclusa la procedura per il recupero delle spese.
Si deve chiarire che ci si riferisce qui alle sole misure di sicurezza nei confronti di soggetti imputabili, che si aggiungono, quindi, alla pena e che sono eseguite al termine della stessa. Questo discorso non coinvolge pertanto la misura di sicurezza dell’ospedale psichiatrico giudiziario.
Anche tali trattamenti penali hanno un effetto negativo sui processi d’inserimento sociale e in particolare su quello lavorativo: sia per gli effetti limitativi della libertà e delle possibilità di spostamento delle persone, sia per le conseguenze giuridiche che si possono accompagnare alla sottoposizione alla misura di sicurezza. Ricordiamo che il ventaglio di tali misure è ampio: ci sono quelle generali, che possono essere detentive o non detentive e sono elencate dall’art. 215 C.p., e quelle previste da normative speciali, come l’espulsione dello straniero dallo Stato, prevista dall’art. 86 T.U. 309/90 (legge stupefacenti).
Affermata la utilizzazione della pena in funzione di riabilitazione e risocializzazione, prevista la sua conclusione attraverso misure alternative alla detenzione per dare concretezza a quella funzione, ci si chiede che senso abbia prevedere, al termine della esecuzione, la possibilità di una permanente valutazione di pericolosità sociale nei confronti di un soggetto e la applicazione di una misura di sicurezza. Certo, è possibile che, nei confronti di chi abbia dato scarse prove di risocializzazione nel corso della pena, un giudizio di pericolosità possa essere mantenuto, ma parrebbe che il c.d. doppio binario - pena + misura di sicurezza - previsto dal Codice Rocco, non sia in sintonia con la sempre più marcata sottolineatura della funzione rieducativa della pena, affermata dalla Corte Costituzionale. Per altro verso, quella parte della teoria penalistica che non condivide la sottolineatura ora detta della funzione rieducativa della pena e la connessa flessibilità della stessa attraverso un sistema di misure alternative in sede esecutiva, e che afferma un ritorno alla concezione classica della pena certa e immodificabile, anche se nel quadro di un diritto penale minimo nelle incriminazioni e nelle pene, non può non contestare la previsione di un ulteriore trattamento penale, per giunta indeterminato nella sua durata, quale quello delle misure di sicurezza. In conclusione: il sistema delle misure di sicurezza dovrebbe avere fatto il suo tempo. Tanto è vero che i progetti di riforma del codice penale (Progetto di legge delega per un nuovo codice penale, predisposto presso il Ministero di grazia e giustizia, c. d. bozza Pagliaro, aggiornato, negli anni più recenti, dai lavori della Commissione Grosso e disegno di legge per la sostituzione del I° libro del Codice penale, presentato da Ritz e altri, nelle legislature scorse), ne prevedono la soppressione. Resta, in sostanza, la sola misura di sicurezza nei confronti di soggetti non imputabili: l’ospedale psichiatrico giudiziario o equivalente.
La prima soluzione del problema è dunque quella ora accennata: sopprimere le misure di sicurezza nei confronti dei soggetti imputabili. Può essere una soluzione non immediata, ma è ormai quella che sembra largamente accettata.
Sono possibili ovviamente soluzioni più immediate e di minore respiro, che sono quelle che si propongono qui. Al proposito, conviene distinguere, ancora una volta, fra i casi in cui la pena è stata eseguita o quantomeno si è conclusa in misura alternativa alla detenzione e i casi in cui ciò non è avvenuto.
La situazione è diversa nei due casi indicati. Nella liberazione condizionale il problema è già risolto dall’art. 177, comma 2, C.p, che dispone: "Decorso tutto il tempo della pena inflitta, ovvero cinque anni dalla data del provvedimento di liberazione condizionale, se trattasi di condannato all’ergastolo, senza che sia intervenuta alcuna causa di revoca, la pena rimane estinta e sono revocate le misure di sicurezza personali, ordinate dal giudice con la sentenza di condanna o con provvedimento successivo."
Di questo testo è stata proposta la modifica nelle pagine che precedono per chiarire che la estinzione della pena investe anche la pena pecuniaria e le pene accessorie. Ma quanto alle misure di sicurezza, lo stesso è già pienamente in linea con quanto sopra sostenuto.
Diverso il discorso per l’affidamento in prova, anche se la soluzione normativa per la liberazione condizionale, risalente fra l’altro, ad anni lontani, indica chiaramente che la stessa soluzione può essere adottata per l’affidamento in prova.
Secondo alcuni interpreti questa è già la conclusione da trarre col testo vigente, anche se l’art. 47 dell’Ordinamento penitenziario non la esplicita. Va, in effetti, ricordato, che il testo originario dell’art. 47, al comma 1, prevedeva che, quando alla pena seguiva una misura di sicurezza detentiva, l’affidamento in prova era inammissibile. Tale previsione è venuta meno con le modifiche della L. 10.10.1986, n° 663. L’affidamento in prova è quindi ritenuto compatibile con la applicazione di una misura di sicurezza detentiva. E se la prova della misura alternativa ha esito positivo, la logica vuole che l’indicazione di pericolosità sociale, insita nella applicazione della misura di sicurezza, perda completamente rilevanza. A questo punto, tenendo conto che, con le successive modifiche in materia d’effettiva esecuzione delle misure di sicurezza, introdotte dagli artt. 658 e 679 C.p.p., occorrerebbe comunque un accertamento di pericolosità sociale attuale del soggetto per applicare la misura di sicurezza, sembra di dovere concludere che, conclusa positivamente la prova in affidamento al servizio sociale, la misura di sicurezza non sia da eseguire. Si ritiene, però, che sia opportuno rendere esplicita questa conclusione, aggiungendo all’ultimo comma dell’art. 47, già modificato nelle pagine che precedono, la stessa parte conclusiva dell’art. 177, comma 2, C.P..
L’ultimo comma dell’art. 47 della L. 26.07.1975, n° 354, calcolate anche le modifiche già previste nella parte I e II, è sostituito dal seguente:
"L’esito positivo del periodo di prova estingue la pena nella sua interezza, compresa la pena pecuniaria, le pene accessorie e ogni altro effetto penale della condanna. Sono inoltre revocate le misure di sicurezza personali, ordinate dal giudice con la sentenza di condanna o con provvedimento successivo."
Esecuzione della pena conclusa in semilibertà o in detenzione domiciliare, anche in detenzione domiciliare speciale, o in esecuzione in carcere.
È indubbio che, nei casi ora in esame, il sistema attuale esclude ogni automatismo, così che la applicazione della misura di sicurezza si ricollega ad una valutazione di pericolosità sociale attuale, che viene operata dal magistrato di sorveglianza, come previsto dagli artt. 658 e 679 C.p.p., già richiamati.
È utile, comunque, sottolineare la esigenza di un accertamento di pericolosità particolarmente completo quando la pena si è conclusa di recente e vi è stata la regolare fruizione di semilibertà o di detenzione domiciliare o, almeno, vi è stata, durante la esecuzione in carcere, la regolare fruizione della riduzione pena per liberazione anticipata o dei permessi-premio o del lavoro all’esterno. Nel caso, comunque, che la misura di sicurezza abbia esecuzione, si dovrebbero porre in evidenza due punti essenziali.
Il primo è che l’esecuzione della misura dovrebbe recuperare le finalità di reinserimento che non hanno avuto attuazione nella esecuzione della pena. Se la misura di sicurezza è detentiva e la pericolosità sociale non venisse esclusa, il magistrato di sorveglianza decidente può richiamare la necessità della utilizzazione del periodo detentivo della misura di sicurezza per offrire, all’internato da parte degli operatori, occasioni di inserimento sociale. Se la misura di sicurezza non è detentiva, le prescrizioni di questa devono essere finalizzate a non ostacolare in alcun modo l’eventuale svolgimento di un’attività di lavoro.
Deve essere, d’altronde, possibile allo stesso magistrato che dispone la esecuzione della misura di sicurezza di disapplicare quelle norme che comunque ostacolino lo svolgimento di attività lavorative durante lo svolgimento delle misure: ci si riferisce alle norme che determinano il mancato rilascio o la revoca della patente di guida (sempre che non se ne attui la abrogazione, come indicato più oltre) o altre norme che ricollegano alla applicazione delle misure di sicurezza conseguenze limitative della possibilità di inserimento e svolgimento di attività di lavoro da parte dell’interessato.
Nell’art. 679 C.p.p., dopo il comma 1, sono aggiunti i seguenti:
L’accertamento della pericolosità sociale attuale dell’interessato, nel caso in cui lo stesso abbia fruito regolarmente di semilibertà o di detenzione domiciliare o, in esecuzione della pena in carcere, abbia fruito, con esito regolare, di permessi premio o di lavoro all’esterno o di liberazione anticipata, deve tenere particolare conto dei dati indicativi predetti, decisivi per il giudizio attuale della pericolosità sociale e prevalenti su quelli ricavati dalla attività criminosa pregressa.
Nel caso in cui il magistrato di sorveglianza disponga la esecuzione della misura di sicurezza, lo stesso, previa verifica della situazione attuale dell’interessato, può sospendere la applicazione di quelle norme che ostacolano lo svolgimento di attività lavorative o comunque utili all’inserimento sociale durante la esecuzione della misura, norme che vietano il rilascio o dispongono la revoca di autorizzazioni amministrative, o stabiliscono limitazioni, giuridiche o di fatto, che impediscono l’inserimento lavorativo dell’interessato.
Le prescrizioni stabilite per la esecuzione della libertà vigilata devono essere compatibili con lo svolgimento della attività lavorativa o comunque utile all’inserimento sociale dell’interessato.
Il comma 2 nel testo attuale diviene il comma 5.
Effetti penali ed extrapenali della condanna
Disposizioni di agevolazione all’inserimento lavorativo
Alle condanne si ricollegano una serie di conseguenze aventi caratteristiche diverse, ma che, sovente limitano le possibilità di inserimento lavorativo degli interessati. Un primo problema è quello degli effetti penali.
Per questi, si è già detto che, nei casi di esecuzione della pena conclusa in affidamento in prova al servizio sociale o in liberazione condizionale, gli effetti penali della condanna si estinguono. Se ne trova una applicazione, indubbiamente rilevante, nell’art. 106 C.p., che dispone:
"Agli effetti della recidiva e della dichiarazione di abitualità o di professionalità nel reato, si tiene conto altresì delle condanne per le quali è intervenuta una causa di estinzione del reato o della pena". "Tale disposizione non si applica quando la causa estingue anche gli effetti penali."
E abbiamo veduto che le due misure alternative alla detenzione citate, estinguono, appunto, gli effetti penali: pertanto, quelli di cui all’art. 106 non si produrranno per le pene che hanno fruito delle misure stesse. Si ritiene che non si possa andare al di là di questo intervento, già compreso e chiarito in modo più esauriente con le modifiche, proposte nelle parti precedenti, dell’art. 47 dell’Ordinamento penitenziario e dell’art. 177 C.p., nel testo vigente. Per gli effetti penali, pertanto, non sembra si possa proporre altro.
Ma vi è poi il problema degli effetti delle normative non penali, discendenti come conseguenza da condanne penali o, in genere, da provvedimenti penali, come la dichiarazione di abitualità e professionalità nel reato o la applicazione di misure di sicurezza.
Un primo rilievo è questo: non si possono avere soluzioni diverse a seconda del diverso regime della esecuzione penale: quali che siano le misure alternative fruite o se le stesse non siano state fruite affatto, gli effetti e i problemi relativi sono identici. Per tali effetti, il problema non è tanto quello di individuarli nella varia legislazione in materia, in cui sono dispersi, ma è, invece, quello di coglierne le conseguenze negative sull’inserimento sociale e, in particolare, su quello lavorativo delle persone e di individuare uno strumento che possa impedire tali conseguenze.
A puro titolo esemplificativo, certamente sommario e non esaustivo, possiamo indicare una breve casistica di tali effetti extrapenali:
l’ostatività di condanne o di pregresse dichiarazioni di abitualità o di applicazioni di misure di sicurezza, alla iscrizione al registro degli esercenti commerciali (REC): evidenti le limitazioni all’inserimento in una attività di lavoro;
l’ostatività di condanne alla iscrizione o reiscrizione ad albi professionali relativi alle più diverse attività, professionali e non;
condanne penali possono essere ostative a tutte quelle attività che sono legate al rilascio di una licenza di polizia;
uno dei casi più rilevanti, per la incidenza pratica che presenta, è quello che riguarda la patente di guida: il rilascio o il mantenimento di questa è legato alla presenza di "requisiti morali di idoneità" (v. art. 120 del Nuovo Codice della Strada), che si ritengono assenti quando ricorrono: precedenti di una certa entità, applicazione di una misura di sicurezza, dichiarazione di abitualità, etc..
Possiamo individuare due tipi d’interventi
In primo luogo, occorrerebbe effettuare una ricognizione delle singole disposizioni a contenuto ostativo, alcune delle quali possono esser ragionevoli, mentre altre non lo sono affatto. In sostanza, in sede di ricognizione, una parte di tali disposizioni dovrebbero venire meno, perché ormai ingiustificate. In presenza di una pena che ha mutato natura e che deve essere volta alla riabilitazione e al reinserimento sociale del condannato, la presenza di norme che ostacolano il suo inserimento sociale impone una ricognizione e verifica della loro compatibilità con le nuove finalità della pena stessa.
Fra normative che si ritiene debbano essere soppresse, se ne può, senz’altro, individuare una ed è quella relativa "ai requisiti morali per ottenere il rilascio della patente di guida", richiesti dall’art. 120 del Codice della strada. Parlare di requisiti "morali" sembra decisamente improprio. Sia perché, per il rilascio e la conservazione della patente, servono requisiti fisici e psichici, sulla cui verifica tutti gli accertamenti sono legittimi. Parlare di requisiti morali, definiti d’altronde, con esclusivo riferimento alla storia giudiziaria di una persona, sembra davvero fuori luogo.
Il discorso, comunque, è semplice: la patente di autorizzazione alla guida di auto e motoveicoli è uno strumento usuale nella vita delle persone; escludere da questo strumento è una forma di incapacitazione della persona, che ha riflesso sulle sue normali possibilità di vita, sul suo inserimento sociale e particolarmente su quello lavorativo. La patente di guida degli auto e motoveicoli è materia del ministero dei trasporti, aprire anche a valutazioni del ministero degli interni, come accade con la normativa in questione, è un modo improprio di affrontare la questione: aprendo ad una possibile gestione di polizia (con gli abusi abbastanza inevitabili) le valutazioni e i pareri da cui può dipendere il rilascio della patente. Questa normativa deve, pertanto, essere soppressa.
Possiamo, però, prevedere anche un intervento più modesto della soppressione delle normative in questione. Si può introdurre nell’Ordinamento penitenziario una disposizione che rimetta a un organo giudiziario, che può essere sempre quello che segue la concreta esecuzione della pena, cioè il magistrato di sorveglianza, la concessione di un nulla osta perché nei singoli casi, a seguito di idonea verifica, possa non tenersi conto della normativa ostativa. Questo non vincola l’organo competente ad adottare una data decisione, ma gli consente di non tenere conto della preclusione stabilita dalla legge. Ed è logico che il nulla osta al superamento della preclusione venga espresso dal magistrato di sorveglianza, che, essendo l’organo che segue la esecuzione della pena, può esprimere una valutazione adeguata al riguardo.
Anche qui si può distinguere fra i casi in cui la pena è stata eseguita o conclusa in misura alternativa, nei quali il nulla osta di cui si è parlato può essere più scontato, e i casi in cui la pena è stata eseguita senza momenti alternativi alla detenzione. In tutti i casi, comunque, il rilascio del nulla osta da parte del magistrato di sorveglianza va rimesso ad una sua verifica, tramite accertamenti del servizio sociale e, ove occorra, anche di polizia, che verifichino la reale utilità dell’intervento nel processo di inserimento sociale e lavorativo del soggetto.
Per vicinanza di tema, è utile inserire, qui, anche alcune riflessioni ed interventi per introdurre disposizioni positive di agevolazione all’inserimento lavorativo. Il tema è strettamente legato, per la sua finalizzazione, a quello esaminato fin qui.
Si mettono in evidenza tre questioni
La prima è quella dei cittadini stranieri sottoposti ad esecuzione penale. Deve essere chiarito, aldilà dei dubbi ingiustificati, ma largamente esistenti, che, quando la persona condannata deve stare nello Stato perché sottoposta ad esecuzione penale, non è necessario alcun permesso di soggiorno per il suo inserimento lavorativo o abitativo. La corretta esecuzione della pena, anche con la fruizione dei benefici penitenziari, dovrebbe poi influire sulla sua espulsione o meno dallo Stato, all’esito della esecuzione stessa.
Seconda questione. Bisogna chiedersi, in tempo di integrazione europea, se sia da escludere ogni possibilità di esecuzione di misure alternative fuori dallo Stato, anche solo con permessi e tempi limitati. Anche questo si riflette in una limitazione delle possibilità di lavoro di un soggetto, ma sono in giuoco anche altre limitazioni personali, di cui si può fare a meno.
Ebbene: si può regolare tale situazione con opportune previsioni, pur senza arrivare ad ipotizzare lo svolgimento della intera misura alternativa all’estero, che presuppone, invece, un confronto fra legislazioni e organizzazioni dei vari Stati, quantomeno della Comunità europea, che non è stato ancora concretamente affrontato.
Terza ed ultima questione. Può considerarsi legittima la richiesta fatta a coloro che vengono assunti in un’impresa privata di produrre il certificato penale? Non è in giuoco anche qui il diritto alla riservatezza? È vero che tale documentazione è richiesta per l’assunzione in un ente pubblico, ma, in tal caso, vi sono disposizioni di legge che giustificano la richiesta. Là dove tali disposizioni mancano, quali risposte si debbono dare alla domanda ora avanzata?
La risposta a tali domande sta nell’effetto della produzione del certificato penale. Si produce una situazione di discriminazione, che rende difficile il recupero sociale di una persona pur dopo che la stessa ha regolarmente espiato la propria pena. E allora non c’è che da vietare tale prassi.
L’articolo 120 del D. Legislativo 30.04.1992, n° 285 (Codice della strada) è abrogato.
Dopo l’art. 57 della L. 26.07.1975, n° 354, sono aggiunti i seguenti:
(Interventi di agevolazione all’inserimento lavorativo e sociale)
A richiesta dell’interessato, quando, a causa di una sentenza o di altro provvedimento del giudice penale, una norma di legge preclude allo stesso interessato l’iscrizione in un registro o in un albo professionale o la ammissione a un provvedimento autorizzativo, dai quali deriva la possibilità di svolgere una attività lavorativa o comunque utile al suo reinserimento sociale, il magistrato di sorveglianza può esprimere il proprio nulla osta a che l’ente o l’organo competente possa provvedere nel merito nonostante la preclusione prevista dalla legge.
Il provvedimento del magistrato di sorveglianza è adottato con decreto motivato previa verifica, a cura del Centro servizio sociale adulti e, ove occorra, anche degli organi di polizia, della situazione e condotta attuale del richiedente e della utilità dell’intervento richiesto al fine del suo inserimento lavorativo e sociale.
Il provvedimento del magistrato di sorveglianza è comunicato all’ente o organo predetti.
Nel provvedere, il magistrato di sorveglianza tiene particolarmente conto dell’esito della esecuzione della pena, particolarmente se il richiedente ha fruito di misure alternative o di altri benefici penitenziari.
(Ammissione a misure alternative di cittadini stranieri
durante l’esecuzione della pena o di misure di sicurezza)
L’esecuzione della pena, in ogni sua parte, compresa la pena pecuniaria, o di misura di sicurezza giustificano, senza bisogno di provvedimento autorizzativo, quali il permesso di soggiorno o equivalente, la presenza del cittadino straniero nello Stato, nel quale, pertanto, potrà essere inserito regolarmente in attività lavorativa, e, se libero, potrà avere regolare domicilio o residenza.
All’esito dei periodi predetti, il magistrato di sorveglianza, ove sia stata disposta la espulsione dallo Stato del cittadino straniero, potrà decidere in merito alla stessa tenendo conto della sua partecipazione all’opera di rieducazione svolta nei suoi confronti.
(Uscita dallo Stato durante la esecuzione di misure alternativa)
Chi si trova in esecuzione di misura alternativa alla detenzione può chiedere di essere autorizzato a recarsi fuori dal territorio dello Stato per un periodo o per più periodi, quando ciò sia indispensabile per esigenze di lavoro o di studio o di salute o di famiglia.
L’autorizzazione è concessa dal magistrato di sorveglianza, previa verifica, attraverso il Centro servizio sociale adulti o altrimenti, delle esigenze dichiarate.
L’esito del periodo di permanenza dell’interessato fuori dal territorio dello Stato sarà verificato, analogamente a quanto disposto dal comma 2, attraverso l’organizzazione di lavoro o di studio o sanitaria o altra a conoscenza della situazione familiare e personale dell’interessato.
Articolo 57 quinquies
(Documentazione richiesta per la assunzione al lavoro nel settore privato)
Nelle assunzioni al lavoro nel settore privato, anche attraverso concorsi o corsi formativi, non può essere richiesta certificazione relativa ai precedenti penali della persona.
Alla stessa non può essere richiesta neppure autocertificazione in proposito.
Tutte le pagine che precedono fanno costante riferimento al magistrato di sorveglianza: cioè al giudice monocratico di sorveglianza. Sullo sfondo potrà esserci anche l’accrescersi dell’impegno dei tribunali di sorveglianza, ma è l’ufficio monocratico che subisce il maggiore impatto dei vari interventi previsti.
Si tenga conto che le funzioni dello stesso si sono accresciute recentemente con la attribuzione allo stesso della competenza a provvedere in materia di liberazione anticipata. È stata recentemente restituita allo stesso ufficio giudiziario la competenza in materia di conversione di pene pecuniarie. Se mai dovesse concludersi il percorso parlamentare del c.d. "indultino", anche questo porterebbe al magistrato di sorveglianza nuove competenze e nuovo lavoro e non di modesta portata.
Che il sistema giudiziario della sorveglianza sia in grave difficoltà lo dimostrano varie circostanze. Da un lato, i lunghi tempi di decisione dei tribunali di sorveglianza, presso i quali giacciono ormai, con esecuzioni sospese per l’intervento della Legge Simeone, un numero di istanze di misure alternative di soggetti in stato di libertà equivalente al lavoro che il sistema dei tribunali di sorveglianza può smaltire in un periodo fra i due e i tre anni. Dall’altro lato, la presenza del magistrato di sorveglianza negli istituti e il suo rapporto con i detenuti sono, in molte realtà, assai ridotti: con la conseguenza che vi è una scarsa conoscenza diretta dei casi e delle richieste dei detenuti e della stessa realtà degli istituti da parte dell’organo giudiziario centrale del sistema.
Si ritengono essenziali tre interventi, da compiere tutti con la modifica dell’art. 68 dell’Ordinamento penitenziario.
Primo intervento. Gli uffici di sorveglianza in situazione più critica sono quelli esistenti nei capoluoghi di distretto di corte dì appello o di sezione distaccata di corte d’appello. In questi si cumulano le funzioni del giudice collegiale e di quello monocratico. È inevitabile che abbia avuto una certa prevalenza nell’assorbimento del personale il giudice collegiale, cioè il tribunale di sorveglianza, a scapito dell’ufficio monocratico del magistrato di sorveglianza: il quale ufficio, essendo collocato nel capoluogo regionale è generalmente quello ampiamente più gravato di lavoro rispetto agli altri uffici monocratici presenti nel distretto. Ora, tali uffici di sorveglianza, con doppia funzione giudiziaria, collegiale e monocratica, hanno sempre avuto un organico unico. Vi è la necessità assoluta di definire un organico distinto per le due funzioni, collegiale e monocratica, di tali uffici.
Secondo intervento. Si deve prevedere legislativamente una ridefinizione dell’organico di tutti gli uffici di sorveglianza dello Stato in occasione della entrata in vigore della presente legge e una sua revisione periodica: tre anni per la prima revisione e cinque anni per le successive.
Terzo intervento. L’attività del magistrato di sorveglianza richiede un livello di conoscenza specifico, che può, in particolare, favorire un più efficace livello di partecipazione a tutte le molteplici attività di competenza. Di qui l’opportunità che sia richiesto ai magistrati per accedere agli uffici una specifica preparazione in materia penitenziaria.
L’art. 68 della L. 26.07.1975, n° 354 è così modificato:
Alla fine del comma 2 è aggiunta la seguente proposizione: "Nella assegnazione dei magistrati si tiene conto della specifica preparazione in materia penitenziaria."
Dopo il quarto (ultimo) comma sono aggiunti i seguenti commi:
"5. Entro tre mesi dalla entrata in vigore della presente legge, vengono definiti, a seguito di revisione dell’effettivo carico di lavoro, gli organici dei magistrati e del personale degli uffici di sorveglianza. Tali organici saranno sottoposti a revisione periodica: entro tre anni, la prima volta, e ogni cinque anni successivamente."
"6. Negli uffici di sorveglianza del capoluogo del distretto di corte di appello o della sezione distaccata di corte di appello, vengono definiti organici del personale distinti per il tribunale di sorveglianza e per l’ufficio del magistrato di sorveglianza".

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in fine
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 sentenza 
 art. 660
 art. 660
 sentenza 
 art. 107
 art. 55
 sentenza 
 art. 678
 art. 64
 sentenza 
 sentenza

 sentenza 
 sentenza 
 art. 666
 art. 660
 articolo 660
 art. 678
 sentenza 
 art. 85
 art. 28
 art. 32
 art. 85
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 sentenza 
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 art. 120
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