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Merce congelata senza indicazione e frode in commercio - R&P Legal - Studio Associato
Merce congelata senza indicazione e frode in commercio
08 January 2014 |
“La mera detenzione all’interno di un frigorifero di merce congelata e la mancata indicazione nella liste delle vivande di detta qualità integra l’ipotesi di tentativo di frode in commercio e ciò a prescindere dall’inizio di una concreta contrattazione con il singolo avventore”
Cassazione Penale, sezione III, 2 ottobre 2013, n. 44643
Il reato di frode in commercio, previsto all’art. 515 c.p., punisce la condotta di chi “nell’esercizio di una attività commerciale, ovvero di uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità diversa da quella dichiarata o pattuita”.
Si tratta di una norma già prevista dal codice Zanardelli (ovvero il codice penale precedente all’attuale Codice Rocco, in vigore dal 1930) e posta, in prima battuta, alla tutela dell’onesto svolgimento del commercio e, più indirettamente, anche alla difesa dell’interesse patrimoniale dei singoli, siano essi consumatori o produttori.
Con la sentenza sopra massimata la Sezione Terza della Suprema Corte si è nuovamente pronunciata su tale reato occupandosi, in particolare, della configurabilità del tentativo, questione non banale già affrontata – ma, come vedremo, senza giungere ad univoche conclusioni - dalla giurisprudenza degli ultimi decenni.
Il problema concerne la necessità di individuare, in buona sostanza, il minimum in presenza del quale la condotta diviene penalmente rilevante o, in altre parole, il momento iniziale da cui configurare il reato tentato in applicazione dell’art. 56 c.p., secondo il quale “chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, risponde di delitto tentato se l’azione non si compie o l’evento non si verifica”.
A parere di un primo orientamento il tentativo di frode in commercio sarebbe stato tale solo in presenza di un effettivo accordo tra l’esercente ed il potenziale acquirente e quindi, in altre parole, esclusivamente a fronte di un “inizio di pattuizione” tesa a consegnare un prodotto diverso da quello contrattato; in applicazione di tale principio, pertanto, si era ritenuto - giungendo così a conclusioni del tutto opposte a quelle del 2013 ivi commentate - che la mera detenzione in una cella frigorifera di un ristorante di cibi congelati (senza che ciò fosse specificato nel menu) non fosse sufficiente ad integrare gli estremi del tentativo di frode nell'esercizio del commercio (Cass. Pen. III, 1/10/99, n. 12204; si vedano anche Cass. Pen. III, 26/6/98, n. 2038; Cass. Pen. III, 13/10/94, n. 11258; Cass. Pen. VI, 10/1/90 n. 7239).
Al contrario, secondo un opposto orientamento, il tentativo si sarebbe perfettamente realizzato anche in presenza della sola detenzione o della mera esposizione sul banco della merce in quanto anche tale condotta sarebbe stata comunque idonea e diretta in modo non equivoco alla consumazione del reato (Cass. Pen. III, 3/11/99, n. 14161; Cass. Pen. III, 7/7/94; Cass. Pen. VI, 13/4/92, n. 7746, Cass. Pen. VI, 6/10/89; Cass. Pen. VI, 30/3/86).
Tale contrasto è stato poi affrontato e risolto, almeno apparentemente, dalle Sezioni Unite nel 2000 (25 ottobre 2000, n.28, CED 217295) le quali, però, affrontando la questione sotto un particolare e diverso profilo di ragionamento, hanno introdotto un ulteriore distinguo rispetto a quello caratterizzante i due orientamenti di cui si è appena detto.
Il ragionamento delle Sezioni Unite, in particolare, muove dall’esame del concetto di “univocità” della condotta tentata che potrà dirsi tale solo se idonea a dimostrare - per le sue caratteristiche oggettive ed in virtù dell’id quod plerumque accidit - le intenzioni dell’agente univocamente dirette a commettere la frode. Sulla base di tale presupposto, pertanto, la mera detenzione di prodotti “diversi”, senza che questi siano esposti o offerti al pubblico, non potrà integrare nemmeno il tentativo trattandosi di una condotta priva del requisito della “univocità”, mentre, viceversa, l’esposizione al banco o l’offerta al pubblico, anche se priva di un “inizio di pattuizione” con il consumatore, potranno essere idonee a dimostrare univocamente le intenzioni dell’agente e, in ultima analisi, a realizzare il reato tentato.
Riassumendo il pensiero le Sezioni Unite del 2000, quindi, affinché vi sia frode tentata la merce dovrà essere quantomeno esposta al banco, non essendo sufficiente la mera detenzione della merce e non essendo necessario l’instaurarsi di un rapporto contrattuale tra agente e acquirente.
Curiosamente, però, tale dotta ed autorevole interpretazione non ha affatto risolto la querelle in quanto, da allora fino ad oggi, si sono registrate ulteriori pronunce di legittimità che - più o meno implicitamente, come si vedrà - hanno sostanzialmente ignorato tali principi ed il distinguo operato dalle Sezioni Unite.
In alcune decisioni, infatti, si è ritenuto, nuovamente, che in assenza di un rapporto contrattualistico o di un accordo teso a consegnare all’acquirente un prodotto diverso da quello oggetto di pattuizione, il reato non potrà dirsi nemmeno tentato (Cass. Pen. III, 18/11/08, n. 6885; Cass. Pen. III, 11/6/2003, n. 28828; Cass. Pen. III, 25/9/02, n. 37569; Cass. Pen. III, 22/6/01, n. 35743).
Altre e più recenti sentenze, invece, hanno stabilito che anche la semplice detenzione della merce potrà costituire un dato sufficientemente univoco per realizzare il tentativo (Cass. Pen. III, 19/9/13, n. 41699; Cass. Pen. III, 28/10/10, n. 41758; Cass. Pen. III, 18/12/08, n. 3479; Cass. Pen. III, 5/11/08, n. 1454; Cass. Pen. III, 9/7/04, n. 36056).
Ebbene, il caso in esame (in cui si punisce, come già detto, la mera detenzione della merce “congelata” senza la relativa indicazione nel menu) rientra evidentemente in tale ultimo orientamento.
La lettura integrale della sentenza, però, ci induce ad una ulteriore e conclusiva osservazione. La Sezione Terza, come già detto, non ha recepito quanto stabilito dalle Sezioni Unite, ma, in un passaggio iniziale della motivazione, ha, invece, sorprendentemente dichiarato di condividere tale indirizzo e di volerlo applicare al caso in discussione! In altre parole, da una parte, dice di voler aderire alle Sezioni Unite del 2000, ma, dall’altra, giunge a conclusioni del tutto diverse: una logica non solo criticabile, ma anche, e soprattutto, incompatibile con il ruolo della Suprema Corte che, invece, dovrebbe chiarire ogni suo ragionamento, anche – e soprattutto - ove intende distaccarsi da precedenti e più autorevoli pronunce.
In conclusione, quindi, in tema di tentativo di frode in commercio ex artt. 56 e 515 c.p. non vi sono ancora né univocità di vedute, né chiarezza di intenti e da tale situazione di incertezza, probabilmente, non potranno che scaturire ulteriori e, si auspica, più precise ed attente pronunce.
Art 515 cp
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