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Timestamp: 2020-05-29 04:59:02+00:00

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§. 8. Altre cose da osservarsi circa la predica.
I. Delle funzioni che sogliono farsi in fine della predica.
In fine dell'atto di dolore il predicatore due o tre volte dentro le prediche si batterà colla fune: dico fune, non catena; perché la catena, se è di anelli massicci, può far molto nocumento al predicatore, che, ritrovandosi nel fervore, facilmente si percuoterà con indiscretezza; se poi è di piastre, questa già ognuno vede che ad altro non serve che a far romore, senza dolore. Prenderà dunque la fune in queste due o tre sere e si batterà per qualche spazio notabile, acciocché non sembri una semplice apparenza. Ma si asterrà dallo stringer la fune al collo in atto di volersi affogare, come fanno alcuni: il che bene apparisce essere una pura finzione. Avverta il predicatore, prima di battersi, a dire che quella penitenza non la fa per li peccati suoi (come dicono taluni), ma che la fa per impetrare da Dio il perdono a qualche anima ostinata che si ritrova nella chiesa.
Nella predica della morte, prima dell'atto di dolore, suol dimostrarsi un teschio di morto, dicendo il predicatore verso del teschio: Dimmi, capo di morto, l'anima tua dove sta? in paradiso o all'inferno? Dimmi: nel giorno del giudizio come avrò da vederti? coronata di stelle o pure cinta di serpi e di fuoco? dimmi: sei stato
uomo o donna? Se sei stato uomo dimmi: dove sono andati tutti i tuoi disegni di farti ricco, gran mercante, barone? Dov'è andata la tua superbia: tu che dicevi che non ti facevi passar la mosca per lo naso? E se sei stata donna, dov'è andata la tua bellezza? che se ne son fatti i tuoi bei capelli? oimè! ci han fatto il nido gli scarafaggi (secondo il volgo gli scarafoni). Dove sono i tuoi belli occhi? se li han mangiati i sorci. Dov'è la tua lingua, con cui cantavi quelle belle canzoni? se l'han divorata i vermi. Insomma tu ti vantavi di esser così bella, ed ora sei così brutta che metti paura a chi ti vede. Il predicatore, dopo aver detto ciò, rivolto al popolo dirà: Fratello, sorella, com'è questo capo di morto, così hai da diventare tu pure. Non c'è rimedio, s'ha da morire, s'ha da morire. E qui s'introdurrà all'atto di dolore.
Nella predica dell'inferno si usa di mostrare l'immagine d'una persona dannata: nelle nostre missioni è accaduto che taluno che era stato duro a tutte le altre prediche, alla vista poi d'una tale immagine si è mosso e convertito. Questa funzione si farà così: il predicatore, fatto che avrà l'atto di dolore, dirà: Ecco questa sera ho fatto la predica dell'inferno, ma che ne ho detto io dell'inferno? niente. L'inferno non lo sa se non chi lo prova. Oh se uscisse stasera un'anima dannata e vi parlasse; quella saprebbe dirvi che viene a dire inferno. Almeno, peccatori miei, lasciate ch'io vi faccia vedere stasera la figura d'un'anima dannata, acciocché quella vi parli a suo modo per me. Eccola. Peccatore, specchiati in quell'immagine e vedi quello che dovresti essere tu per li peccati tuoi. Quest'immagine si porterà alzata da un padre dieci o dodici palmi da terra, e due altri padri andranno avanti con torce grandi di pece; ma questi avvertano a tener le torce basse ed alquanto lontane dall'immagine, altrimenti il fumo ne occuperà la veduta. Il padre che la porterà uscirà da sovra l'altare maggiore e la porterà sino alla porta per mezzo al popolo; ma in portandola dovrà fermarsi di quando in quando con girarla posatamente or verso l'uno, or verso l'altro lato; ed in fine la darà al predicatore, il quale dal pulpito la dimostrerà, e poi finalmente, lasciandola sul pulpito a vista di tutti sino alla sera seguente, prenderà il crocifisso e darà la benedizione.
Riesce ancora molto tenera la funzione di portare in processione alla chiesa la statua di Maria in fine della predica. E si farà così. In ogni sera la detta statua starà esposta, ma in quella sera si toglie dalla chiesa; terminato poi l'atto di dolore (appuntando prima tutto) si aprirà la porta, e compariranno tutti i sacerdoti con cotte e torce accese, portando sopra il pallio la statua di Maria, la quale, passando per mezzo all'uditorio, si collocherà al solito sito accanto al pulpito. Giova ancora in una delle sere far la processione di tutti i missionarj in abito di penitenza, coperti di cenere e con fune al collo: i quali, venendo dalla porta in processione, faranno poi la disciplina in mezzo alla chiesa. Ed una simile processione può farsi in un'altra sera dai preti del paese.
Giova ancora in una delle sere dopo la predica e dopo l'atto di dolore far fare la pace universale al popolo con fare abbracciare le donne con le donne e gli uomini con gli
uomini. Ma prima di venire all'atto, il predicatore dica che tutti s'alzino in piedi; e poi dica che, facendosi la pace, le figlie vadano a cercar perdono alle madri, i figli a' padri, e le persone offese vadano a trovare chi le ha offese. Avvertano i missionarj ad assistere tutti, mentre si fa questa funzione acciocché gli uomini sian divisi dalle donne e non succeda qualche disordine. Di più quando il popolo sta duro, giova qualche volta far uscire i padri a gridare ed a muovere il popolo.
Del piantar le croci.
Questa funzione riesce molto tenera e si fa nel seguente modo. Dopo l'ultima meditazione dell'esercizio divoto pubblicherà il predicatore che, per memoria così della passione di Gesù Cristo, come della missione, si pianteranno le croci le quali ognuno che poi andrà a visitarle, guadagnerà dieci mila anni d'indulgenza, recitando cinque Pater ed Ave in memoria della passione di Gesù Cristo o de' dolori di Maria1.
Terminata dunque la meditazione, usciranno i padri da dietro l'altar maggiore, ciascuno portando la sua croce sulle spalle, andando in fila l'uno appresso all'altro con due torce davanti ad ogni croce, Giunti che saranno poi al luogo destinato a piantarsi le croci, le medesime si porranno distese a terra, e poi si farà per ogni croce che si pianta il suo sentimento. Avverta il predicatore a dire che, nell'uscir la detta processione dalla chiesa, prima escano gli uomini poi le donne, per evitare che non si mischino insieme donne e uomini; e quando si fanno i sentimenti attendano i padri a fare star divisi gli uomini dalle donne, acciocché non succeda qualche inconveniente, essendo tempo di notte in cui ordinariamente occorre a farsi la suddetta funzione. Questi sentimenti saranno brevissimi, acciocché riescano fervorosi e senza tedio del popolo che assiste. Le croci saranno cinque, e cinque saranno i sentimenti in memoria dei cinque misteri principali della passione, che sono gli stessi del rosario: orazione all'orto, flagellazione, coronazione di spine, viaggio al calvario e crocifissione. Ciascun sentimento conterrà tre parti: l'esposizione del mistero, l'enunciazione della grazia che si dimanda e la preghiera. Per prima dunque si esporrà il mistero in memoria di cui si pianterà quella croce. Per seconda si enunzierà la grazia che dovrà domandare all'eterno Padre per li meriti di Gesù Cristo; ciascuno che poi visiterà quella croce, giusta il mistero che si enunzia, v. gr. all'orazione nell'orto, si cerca il perdono de' peccati: alla flagellazione, la virtù della castità: alla coronazione, la vittoria contro i mali pensieri: al viaggio al Calvario, la pazienza ne' travagli: alla crocifissione, la santa perseveranza. Per terza, in alzarsi ogni croce, si domanderà attualmente la grazia, secondo si è divisato. Ed in fine d'ogni sentimento poi si canterà da un padre la seguente canzoncina:
Io ti adoro, o santa croce,
Duro letto del mio Signore;
Io ti adoro con tutto il cuore
E ti lodo colla voce:
Io ti adoro, o santa croce.
Esempio del primo sentimento.
A questo primo sentimento, a differenza degli altri quattro susseguenti, precederà una breve introduzione, e poi seguiranno le tre parti mentovate di sopra.
Introduzione. Fratelli, già sta in fine la missione e finisce con lasciarvi a considerare quanto patì Gesù Cristo per salvarci. Acciocché dunque non vi scordiate mai per lo avvenire dell'amore che vi ha portato il vostro Redentore nella sua passione, e insieme delle grazie che questa missione vi ha dispensate e delle promesse all'incontro che voi gli avete fatto, a questo fine si piantano le presenti croci. I. Esposizione del mistero. Questa prima croce si pianterà in memoria del sudore di sangue che patì Gesù Cristo quando fece orazione nell'orto. Allorché voi verrete a visitar questa croce, dite un Pater noster ed un'Ave Maria, e ricordatevi del sudore di sangue e dell'agonia che patì Gesù Cristo nell'orto, pensando alla vostra ingratitudine ec. II. Enunciazione della grazia. E per li meriti di questa pena che patì Gesù Cristo nell'orto cercherete all'eterno Padre che vi conceda un gran dolore de' vostri peccati, col perdono. III. Domanda della grazia. Eh via su, cominciamo a farlo da stasera. Alzate questa croce (qui si farà alzar la croce da terra e si farà tener elevata). Inginocchiatevi tutti. Adoriamo questa croce e facciamo la preghiera: Santa croce, noi vi adoriamo in memoria del sudore di sangue e dell'agonia che patì Gesù Cristo nell'orto; e voi, eterno Padre, per li meriti di queste pene che patì il vostro diletto Figlio, donateci un gran dolore de' nostri peccati e il perdono di tutte le offese che vi abbiamo fatte. Indi s'intonerà la canzoncina posta di sopra: Io vi adoro, o santa croce ec. Nello stesso modo seguiranno a farsi gli altri sentimenti per le altre quattro croci.
Della situazione dell'uditorio e del pulpito.
Molto importa al buon riuscimento della missione la situazione dell'uditorio e del pulpito; e perciò il superiore dee molto badare a questo punto. L'uditorio dee collocarsi così: le donne debbono stare unite davanti al pulpito dalla parte di sopra, cioè dall'altar maggiore; gli uomini all'incontro uniti dalla parte della porta della chiesa, ma che non istiano molto lontani dal pulpito; altrimenti, vedendo essi il predicatore da lontano, poco lor farà impressione quel che dice, parendo che il predicatore parli per gli altri, non per essi. Pertanto il pulpito dee collocarsi in mezzo o quasi in mezzo tra gli uomini e le donne. E perciò nelle nostre missioni noi sogliamo predicare non sopra del pulpito, ma sulle cattedre, così a fine di poterle facilmente collocare in mezzo nel modo suddetto, come anche perché il parlar familiare (ch'è il parlar solito delle missioni) più conviene alla cattedra che al pulpito. È vero nonperò che in quelle terre dove il popolo è numeroso e le chiese son grandi, specialmente dove son molto lunghe, il predicar sulle cattedre (le quali per lo più sogliono esser basse) non riesce opportuno; poiché allora da quei che stanno lontani, il predicatore poco si vede e poco si sente, restando come suol dirsi affogata la voce: sicché allora è necessario predicare sul pulpito. Sempre poi si procuri, per quanto si può, che con panni o scanni gli uomini vengano a star divisi dalle donne in modo che neppure possano mirarle. Nelle nostre missioni poi non si usa di far l'esposizione del Venerabile in ogni giorno; solamente si fa nell'ultima predica della benedizione. Vicino al pulpito
suol mettersi una statua grande della ss. Vergine, la quale dee collocarsi in tal modo che la pedagna della statua quasi eguagli l'altezza della cattedra.
Dell'ora di far la predica.
Alcuni parrochi vogliono che la predica finisca di giorno, col dire che terminando di notte possono succedere molti scandali. Ma questo è un mero pregiudizio, anzi un vero inganno, parlandosi di missioni. Nelle missioni il popolo, e specialmente delle ville, per lo più è composto di faticatori che vivono alla giornata; ond'essi son necessitati a faticare ogni giorno per vivere. Posto ciò, quando la predica si fa di giorno, non vi assisteranno se non i preti e quei pochi galantuomini che vi sono e quattro bizzocche o donne divote che possono lasciar la fatica; ma all'incontro la maggior parte delle donne, e specialmente degli uomini che ne hanno più bisogno, non vi assisteranno. Appena vi verranno nei giorni di festa e nell'ultimo giorno della benedizione, ed allora verranno duri per non avere inteso le prediche: per lo che non saranno assoluti e resteranno nel loro malo stato, come prima si trovavano; e così la missione sarà perduta, come so per esperienza essere accaduto in qualche luogo, per essersi ivi predicato prima che gli uomini si ritirassero dalla campagna. Ed intendasi che il maggior frutto della missione è la conversione degli uomini; perché se gli uomini resteran cattivi, saran cattive anche le donne.
Ma replica taluno che, facendosi la missione di notte ne avverranno molti inconvenienti, e ognuno sa che non sunt facienda mala ut eveniant bona. Rispondo: il detto dice: non sunt facienda mala, ma non dice: non sunt permittenda mala ut eveniant bona. Molte volte è bene permettere qualche male, acciocché non si tralasci il bene, specialmente se il bene è ben comune: altrimenti se dovessero evitarsi tutti gl'inconvenienti che possono avvenire negli esercizj sacri, avrebbonsi da abolire nella chiesa tutte le festività, tutte le processioni, l'esposizione del Venerabile ed anche le confessioni e comunioni, perché in tutte queste opere accadono degl'inconvenienti. Ma la chiesa giustamente permette quest'inconvenienti, acciocché non si tralasci il ben comune. Inoltre rispondo che in tempo della missione difficilmente succedono questi scandali ideati: allora la gente sta più timorosa; anche i cattivi si astengono allora di fare qualche impertinenza, per non esser chiamati uomini che han perduta la fede; almeno se ne asterranno, giudicando che non troveranno corrispondenza dalle persone che volessero tentare. Ma Dio mio! questi empj di mala intenzione han tanto tempo e modo di far male, e si ha da supporre che non abbiano altro tempo e modo di farlo che quando si fa la missione? Si aggiunge che, parlandosi di scandali disonesti, allora moralmente non v'è questo pericolo, perché in quanto alla chiesa vi son molti lumi (al che dee attendersi che vi sieno sempre bastanti lumi in tempo di notte) e vi sono molti occhi; in quanto poi alle vie, le donne per la via ritiransi alle case sempre accompagnate da altre persone che hanno orrore a vedere in quel tempo qualunque scandalo senza rimproverarlo. Ma via, concediamo che succedesse
talvolta qualche inconveniente in alcun luogo, qual male è peggiore? Il permettere qualche raro inconveniente di questi, o pure il lasciare il paese come si trovava cogli stessi peccati, male pratiche, coscienze rovinate di vizj abituati, di sacrilegj, di scandali? Io per me non intendo quale zelo sia questo di taluni, che, per lo timore di qualche inconveniente raro e difficile ad avvenire, debba impedirsi il profitto certo della missione, togliendo alla gente il comodo di sentir la predica. In tempo di primavera, quando le giornate son lunghe, allora può riuscire di farsi la predica di giorno. Ma in tempo d'inverno è impossibile che riesca la missione terminando la predica prima delle ventiquattro ore. In tal tempo la predica almeno dee cominciare alle ventitré ore; e dove la campagna è lontana dal paese alle volte bisognerà cominciarla a ventiquattro ore e qualche volta più tardi.
1 Viva in ap. Iubil. in calce Trutinae §. ult.

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