Source: http://ildirittopenale.blogspot.com/2014/03/
Timestamp: 2017-04-30 14:45:49+00:00

Document:
Il diritto penale: marzo 2014
La confisca di prevenzione: una pena senza processo.
del Dott. Davide Cappa*.
ordinanza del 30 gennaio 2014, la sesta sezione penale della Suprema Corte ha
rimesso alle Sezioni Unite la controversa questione circa l’applicabilità del
principio di irretroattività alla disciplina normativa della confisca di
prevenzione. In attesa di leggere ed annotare tale provvedimento, si intende offrire
ai gentili lettori alcuni spunti di riflessione in ordine a questa particolare
forma di ablazione patrimoniale. Confisca: il
sostantivo ricorre frequente ogniqualvolta si parli di criminalità organizzata.
Molto spesso, infatti, i media riferiscono di operazioni di polizia che
portano alla «confisca dei beni» nella disponibilità di individui
particolarmente vicini ad ambienti mafiosi. Accade non di rado, però, che il
termine sia utilizzato generalmente, senza che ad esso venga attribuito il nomen
iuris corretto. Nell'ottica
di una efficiente politica criminale volta a colpire le associazioni di tipo
mafioso sul versante finanziario, la confisca di prevenzione è, senza dubbio,
la misura patrimoniale maggiormente utilizzata. Il tema è di
enorme attualità e, recentemente, la disciplina è stata rivisitata dal c.d. Codice
Antimafia[1] il
quale, tuttavia, non sembra aver risolto i problemi attinenti all’istituto
oggetto d’esame. La confisca
di cui si discute appartiene al genus delle misure di prevenzione e,
pertanto, dovrebbe essere finalizzata a prevenire la commissione di reati
interrompendo il nesso di disponibilità tra un bene ed una persona considerata
socialmente pericolosa, a prescindere che la stessa sia condannata in seguito
all'accertamento di un fatto-reato. Eppure, risulta difficile considerarla
tale: è innegabile, infatti, il suo contenuto afflittivo che, come noto, è
«carattere essenziale e costante dello stesso concetto di pena»[2]. Ed
infatti, se da un lato il decreto adottato dal tribunale per disporla devolve
allo Stato i beni che ne sono oggetto in via definitiva, diversamente dai veri
provvedimenti di prevenzione per loro natura temporanei giacché condizionati al
permanere dello stato di pericolosità sociale, dall'altro, le recenti riforme
l'hanno spinta sempre più sotto l'egida di una vera e propria sanzione
patrimoniale, permettendone l'applicazione a prescindere dalla preventiva irrogazione
di una misura personale, sganciandola, così, da qualsiasi giudizio circa la
personalità del suo destinatario. Insomma,
nonostante l'etichetta formale che il legislatore le ha attribuito, il
contenuto effettivo di tale confisca appare identico a quello di una vera e
propria misura sanzionatoria. Ebbene,
qualora tale misura seguisse l'accertamento di un fatto penalmente rilevante,
nessuna critica le dovrebbe muoversi; l'istituto, però, è a dir poco assurdo
ove se ne considerino i presupposti applicativi. Dal punto di visto soggettivo, l'art. 16 Cod.
Ant. prescrive che la misura si applica agli «indiziati di appartenere ad
associazioni di tipo mafioso»; pertanto, un mero indizio di partecipazione ad
un sodalizio criminale è da solo sufficiente a giustificare l'azione di
prevenzione con la precisazione che, qualora il quadro indiziario sia grave
preciso e concordante, è doveroso esperire quella penale volta all'accertamento
del fatto-reato di cui all'art. 416 bis c.p. Dal punto di
vista oggettivo, poi, l'articolo 24 Cod. Ant. prescrive che il tribunale
dispone la confisca dei beni nella disponibilità dell'indiziato qualora
quest'ultimo non sia in grado di giustificarne la legittima provenienza e
questi risultino di origine illecita, ovvero quando il loro valore risulti
sproporzionato al reddito dichiarato ai fini fiscali o alla attività economica
del proposto. L'ipotesi in cui sia fornita in giudizio la
prova, anche indiziaria, dell'origine illecita di uno o più beni non appare
particolarmente problematica. Tutt'altre considerazioni, invece, devono farsi
con riferimento all'elemento della sproporzione. La norma citata legittima il
provvedimento di confisca anche nel caso in cui il giudice ravvisi,
semplicemente, una discrepanza tra il valore dei beni nella disponibilità del
proposto e la sua dichiarazione dei redditi. La semplice sperequazione tra
reddito e valore dei beni, tuttavia, altro non è, a ben vedere, che un mero
indizio di origine illecita degli averi dell'indiziato. Orbene, come
è noto, l'art. 192 del codice di rito ammette la prova indiziaria nel solo caso
in cui ricorrano indizi gravi precisi e concordanti; così, non può dedursi la
partecipazione di Tizio ad una consorteria di stampo mafioso da un mero ed isolato
indizio, né può provarsi l'origine illecita dei suoi averi o addirittura
dell'intero suo patrimonio sulla scorta del solo elemento della sproporzione.
Eppure, a ben vedere, in un numero statisticamente imponente di casi, la
confisca di prevenzione si fonda esclusivamente proprio sulla somma algebrica
di tali indizi. In altri
termini, si applica una misura sostanzialmente repressiva senza che sussista
alcuna prova circa la partecipazione del proposto ad una consorteria di stampo
mafioso, né sia provata l'origine illecita dei suoi averi. Ed infatti, i
presupposti fondanti il provvedimento definitivo di confisca, ancorati allo
scivoloso terreno dell’indizio, sono assolutamente cementati nell'incertezza. La misura, pertanto,
lungi dall'essere effettivamente preventiva, volta cioè a prevenire la
commissione di futuri reati, sembra finalizzata, piuttosto, a disarticolare le
organizzazioni criminali sul versante finanziario facendo a meno di qualsiasi
tipo di accertamento; così, mentre nel processo penale è necessario addurre
prove per addivenire alla dichiarazione della penale e personale responsabilità
dell’imputato, nel procedimento di prevenzione il legislatore si accontenta,
invece, di meri indizi per devolvere in via definitiva allo Stato i beni nella
disponibilità di un soggetto che neppure è stato condannato. Nonostante
la finalità ultima di tale istituto sia senza dubbio meritevole, è assurdo, francamente,
che in uno Stato democratico si possa applicare una misura squisitamente
sanzionatoria sulla scorta di meri indizi, in esito ad un procedimento dove
regna sovrana la più totale rinunzia a qualsivoglia tipo di accertamento[3]. A ben
vedere, peraltro, esistono altri istituti che perseguono le medesime finalità e
che sembrano meglio garantire alcuni diritti costituzionalmente garantiti. Si
pensi, ad esempio, alla confisca ex art. 12 sexies D.l.
08.06.1992, n. 306, conv. in legge 07.08.1992, n. 356, i cui presupposti sono i
medesimi previsti per la confisca di prevenzione se non fosse per la necessaria
e preventiva condanna del destinatario che, pertanto, salva questa particolare
misura di sicurezza da tutte le considerazioni critiche appena fatte. Potrebbe
obiettarsi a tali conclusioni che la misura è assolutamente efficace nonché legittimata
da evidenti ragioni pratiche. Tali rilievi sono solo in parte condivisibili; è
impensabile, infatti, dimenticare e maltrattare quel ventaglio di principi
costituzionali cui si ispira l'intera materia penale al solo fine di fronteggiare
un fenomeno, quello dell’associazionismo criminale, che ben può essere contrastato
con strumenti simili ma, al contempo, più rispettosi della carta fondamentale. *Davide Cappa nasce a Camposampiero (Padova) l’11 maggio 1988. Dopo il diploma di maturità scientifica, consegue la laurea magistrale in Giurisprudenza
presso l’Università degli studi di Ferrara, discutendo nel dicembre 2013 una
tesi in Diritto Processuale Penale riportando la votazione di 110/110. E’ praticante avvocato presso un noto studio legale di Padova che si
occupa principalmente di diritto penale. E’ fortemente interessato, in
particolare, al diritto penale tributario, fallimentare ed ambientale nonché agli
strumenti di contrasto alla criminalità organizzata. Intende ottenere l’abilitazione all’esercizio della professione forense e
partecipare, poi, al concorso in magistratura. CONTATTI: E-mail: davide.cappa@yahoo.it
[1] Il riferimento è allo ormai noto D. Lgs. 06 settembre
2011, n. 159. [2] Il rilievo è di F. Mantovani, Diritto Penale. Parte Generale, 2007, p. 713.
[3] Circa il difficile (impossibile?) rapporto tra la
democrazia e la presenza in un determinato territorio di una criminalità
organizzata economicamente forte, si leggano le belle pagine di L. Ferrajoli,
Criminalità organizzata e democrazia,
in Studi sulla questione criminale,
3, 2010, pp. 15-23. Pubblicato da
La confisca di prevenzione,
del Dott. Fabio Bisceglie.
La truffa viene classificata da dottrina e giurisprudenza come reato plurioffensivo, in quanto si pone non solo a tutela del
patrimonio, ma anche a tutela della libertà del consenso dell’autonomia della
libertà, le quali sono minacciate dalle condotte poste in essere dal soggetto
Il delitto in esame è
regolamentato dall’art. 640 c.p. Al primo comma, il legislatore stabilisce che:
con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un
ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a
tre anni e con la multa da euro 51 a euro 1.032”.
Dall’articolo in questione si
evince che il delitto di truffa non richiede necessariamente che la persona
danneggiata dal reato sia la stessa che è stata indotta in errore dal soggetto
attivo(dunque può non esservi
identità tra il soggetto passivo del reato e la vittima dell’inganno).
Detta definizione, è pacificamente sostenuta dalla giurisprudenza di merito, la
quale enuncia che l’integrazione del reato di truffa non implica la necessaria identità fra la persona indotta in errore e
la persona offesa, e cioè titolare dell’interesse patrimoniale leso, ben
potendo la condotta fraudolenta essere indirizzata ad un soggetto diverso del
patrimonio. In tal caso, ai fini della configurabilità del reato di truffa, è indispensabile che tra i due sussistita un
rapporto di rappresentanza legale o negoziale, in virtù del quale il
rappresentante, che subisce il comportamento delittuoso dell’agente, abbia la
possibilità di incidere giuridicamente sul patrimonio del rappresentato. (Cass.
Sez. II, 10 aprile 2012, N. 16630).
A titolo esemplificativo si
pensi alla truffa subita da un agente di commercio di una società che produce
capi di abbigliamento a seguito della stipula di un contratto avente ad oggetto
la vendita di un determinato quantitativo di merce.
oggettivi: a) gli artifizi e i raggiri
Da un’analisi prettamente
oggettiva, gli elementi costitutivi del delitto de quo, sono essenzialmente tre:
art. 640 c.p.,
Fabio Bisceglie,
La Cassazione sul rapporto tra rapina e sequestro di persona.
I, 17 maggio 2013, n. 23937
Integra il
delitto di cui all'art. 605 cod. pen. e non quello di cui all'art. 630 cod.
pen. la condotta di chi prende in ostaggio una persona, cui toglie la libertà
per mantenere il profitto già conseguito con la commissione di altro reato.
(Fattispecie relativa a sequestro di persona commesso a seguito di una rapina
in banca, per agevolare la fuga).
1. Con ordinanza
in data 04.01.2013 il Tribunale di Messina, costituito ex art. 309 c.p.p.,
adito dall'indagato T. G., confermava il provvedimento 15.12.2012 con il quale
il Gip della stessa sede aveva applicato nei confronti del predetto la misura
cautelare della custodia in carcere per concorso in rapina aggravata, tentato
omicidio ed altro (come meglio specificato in atti), qualificando peraltro il
reato ascritto al capo 3) della provvisoria incolpazione, addebitato ex
art. 630 c.p., quale sequestro di persona ex art. 605 c.p..
riteneva detto Tribunale come fossero pacifici i fatti, del resto ammessi dal
predetto indagato, arrestato in flagranza degli stessi, nonchè chiaramente
risultati dalle pronte indagini: il T., fatta irruzione armata in una banca
insieme ad un complice, sottratta una pistola ad una guardia giurata, prelevati
novemila Euro, aveva preso in ostaggio dapprima una donna e poi un ragazzo;
quindi, inseguito nella fuga da agenti di Polizia, aveva sparato al loro
indirizzo un colpo di pistola ad altezza d'uomo; infine veniva catturato.
Sussistevano,
pertanto, gravi indizi di colpevolezza rilevanti ex art. 273 c.p.p.,
dovendosi peraltro qualificare - osservava ancora il Tribunale - come sequestro
di persona ex art. 605 c.p., il fatto contestato come reato di cui all'art.
630 c.p., sul rilievo che la relativa condotta era stata posta in essere al
fine di assicurarsi la fuga e l'impunità.
Sussistevano poi
esigenze cautelari che imponevano, ai sensi dell'art. 274 c.p.p., la misura
carceraria - riteneva sempre il Tribunale - per il pericolo di reiterazione di
consimili delitti in considerazione delle modalità esecutive di fatti tanto
gravi, denotanti spiccata professionalità, e della negativa personalità
dell'indagato desumibile dai plurimi precedenti penali anche specifici.
2. Avverso tale
ordinanza proponevano ricorso per cassazione sia il Procuratore della
Repubblica presso l'anzidetto Tribunale che la difesa dell'indagato T..
Cassazione penale rapina sequestro di persona art. 635 c.p. 630 c.p. blog avvocato forleo giulio
Risultati in percentuale esame avvocato 2013/2014: prime indiscrezioni!
Per rimanere aggiornati sui risultati reali e sulle prossime indiscrezioni CLICCATE sul tasto MI PIACE qui al lato ------->
Brescia corretta da Cagliari 35%
Ancona corretta da Messina 40%
Perugia corretta da Ancona 33-35%
Trento corretta da Campobasso 42-45%
Cagliari corretta da L'Aquila 35%
Genova corretta da Reggio Calabria 38-40%
Reggio Calabria corretta da Brescia 30%
L'Aquila corretta da Genova 30-33%
Catania corretta da Lecce 40%
Lecce corretta da Palermo 35%
Bari corretta da Bologna 30%
Firenze corretta da Venezia 38-40%
Torino corretta da Catanzaro 42-45%
Napoli corretta da Milano 25-28%
Roma corretta da Napoli 40%
Milano corretta da Roma 35%
bari lecce palermo roma l'Aquila Messina Milano Napoli Salerno Venezia Campobasso Brescia,
indiscrezioni risultati,
Le Sezioni Unite sul furto aggravato dal mezzo fraudolento.
penale, SS. UU., 30 settembre 2013, n. 40354.
– Il bene giuridico protetto dal delitto di furto è individuabile
non solo nella proprietà o nei diritti reali personali o di
godimento, ma anche nel possesso - inteso come relazione di fatto che
non richiede la diretta fisica disponibilità - che si configura
anche in assenza di un titolo giuridico e persino quando esso si
costituisce in modo clandestino o illecito, con la conseguenza che
anche al titolare di tale posizione di fatto spetta la qualifica di
persona offesa e, di conseguenza, la legittimazione a proporre
querela. (In applicazione del principio, la Corte ha riconosciuto al
responsabile di un supermercato la legittimazione a proporre
– Nel reato di furto, l'aggravante dell'uso del mezzo fraudolento
delinea una condotta, posta in essere nel corso dell'azione
delittuosa dotata di marcata efficienza offensiva e caratterizzata da
insidiosità, astuzia, scaltrezza, idonea, quindi, a sorprendere la
contraria volontà del detentore e a vanificare le misure che questi
ha apprestato a difesa dei beni di cui ha la disponibilità. (In
applicazione del principio, la Corte ha escluso la configurabilità
dell'aggravante nel caso di occultamento sulla persona o nella borsa
di merce esposta in un esercizio di vendita "self-service").
A seguito di giudizio abbreviato, il Tribunale di Sulmona ha
affermato la responsabilità di S.M. in ordine al reato di furto
aggravato di cui all'art. 624 c.p., e art. 625 c.p., comma 1, n. 2.
sentenza è stata confermata dalla Corte di appello dell'Aquila.
quanto ritenuto dai giudici di merito, l'imputata sottraeva dagli
scaffali di un grande magazzino denominato Oviesse alcuni capi
d'abbigliamento per bambini ed un top da donna privi di placche
antitaccheggio, li occultava in una grande borsa che appariva piena,
passava la cassa senza pagare, usciva dall'esercizio e veniva fermata
dai Carabinieri cui era nota per precedenti, analoghi illeciti.
Nell'occultamento
della merce è stata ravvisata l'aggravante dell'uso di mezzo
fraudolento di cui al richiamato art. 625. Si è ritenuto che tale
condotta, improntata ad astuzia e scaltrezza, abbia costituito un
espediente utile per eludere i controlli visivi del personale e
superare le casse senza essere fermata.
Ricorre per cassazione l'imputata deducendo tre motivi.
Con il primo motivo si prospetta la mancanza, contraddittorietà,
manifesta illogicità della motivazione con riguardo alla ritenuta
esistenza della circostanza dell'uso del mezzo fraudolento. Si
argomenta che l'aggravante in questione richiede un comportamento
ingegnoso, un sotterfugio o un particolare accorgimento che abbia
consentito all'autore del reato di eludere o superare gli ostacoli
materiali o personali volti ad impedire la sottrazione del bene. La
ratio della detta circostanza va ricercata nell'intenzione del
legislatore di colpire con una sanzione più grave l'agente che,
mostrando particolari capacità criminose, riveli una spiccata
sezioni unite furto aggravato dal mezzo fraudolento cassazione penale 2013 n. 40354
La confisca di prevenzione: una pena senza process...
La Cassazione sul rapporto tra rapina e sequestro ...
Risultati in percentuale esame avvocato 2013/2014:...
Le Sezioni Unite sul furto aggravato dal mezzo fra...

References: art. 12

art. 640
 art. 309

art. 630
 art. 605
 art. 273
 art. 605
 art. 635
 art. 625

sentenza 
 art. 625