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Timestamp: 2019-11-18 05:55:34+00:00

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Corte di Cassazione Civile sez. III 3/12/2007 n. 25173; Pres. Mazza, F., Est. Mazza, F.
Il condominio del palazzo (OMISSIS) sito in (OMISSIS), otteneva, in data 13.5.1999, dal Giudice di pace di quella città, l’emissione di un decreto ingiuntivo per la somma di L. 4.245.274, a carico del condomino M.A., a titolo di pagamento della quota relativa a lavori di ristrutturazione dello stabile condominiale. L’ingiunto proponeva opposizione deducendo che la delibera assembleare avente ad oggetto i lavori in questione era nulla e che il giardino di sua proprietà esclusiva era stato danneggiato a causa della esecuzione dei lavori predetti. Affermava che l’entità del danno da lui riportato superava sensibilmente l’entità della somma chiesta dal condominio. Chiedeva quindi l’accertamento del suo credito, che opponeva in compensazione al credito eventuale del condominio. Il condominio si costituiva chiedendo il rigetto della opposizione e della domanda proposta dal M. in riconvenzione. Chiedeva altresì chiamarsi in causa la srl Edilgarda appaltatrice dei lavori di ristrutturazione. Il Giudice di pace, con sentenza 31.5.2001, rigettava l’opposizione, avendo osservato che il condominio era privo di legittimazione passiva sostanziale, in quanto i lavori erano stati eseguiti in regime di appalto, e che la domanda del M. non era stata estesa alla srl Edilgarda. Il M. proponeva appello, cui resisteva il condominio. Non si costituiva la soc. appaltatrice. Il Tribunale di Foggia, con sentenza 13.5.2003, in accoglimento dell’appello, dichiarava il condominio responsabile del danno lamentato dal M. per entità pari alla somma di cui al decreto ingiuntivo e applicava la richiesta compensazione. Avverso tale sentenza il condominio propone ricorso per cassazione affidato a quattro mezzi di gravame. Il condomino M. resiste con controricorso. La srl Edilgarda non svolge difese.
Il Giudice a quo ha ritenuto la responsabilità del condominio per culpa in eligendo, sull’assunto della scarsa professionalità della ditta appaltatrice. Ha altresì osservato che, avendo il M. affermato che il condominio assunse la direzione dei lavori, poteva ricorrere l’ipotesi della culpa in vigilando. Ha quindi determinato il danno in L. 4,400.000, di cui L. 2.4 00.000 per ripulitura del giardino, come attestato da una fattura, e L. 2.000.000, in via equitativa, per altri danni al giardino.
Con il primo mezzo di gravame, il ricorrente condominio lamenta la violazione dell’art. 2049 c.c.. Osserva che il giudice a quo non ha considerato che, per il principio della autonomia dell’appaltatore, il committente non è responsabile dei danni cagionati a terzi a causa della esecuzione dell’opera appaltata, se non nella ipotesi di affidamento dei lavori ad impresa assolutamente inidonea o nel caso in cui, per patti contrattuali, l’appaltatore abbia agito quale nudus minister del committente. La censura è inammissibile per difetto di interesse. Con essa infatti il ricorrente condivide lo stesso principio di interpretazione normativa affermato sinteticamente dal giudice a quo, che ha ritenuto la responsabilità per colpa in eligendo del condominio. Con la seconda censura il ricorrente condominio lamenta la violazione dell’art. 2051 c.c. e, pur osservando che nella sentenza impugnata non è stato fatto riferimento alcuno alla responsabilità prevista dalla predetta norma, afferma che il danno lamentato dal M. non è derivato da difetti del fabbricato condominiale, ma da erronea installazione del ponteggio da parte dell’appaltatore. Anche tale censura è inammissibile per difetto di interesse, in quanto proposta in relazione ad una ipotetica motivazione decisionale di cui non sussiste traccia nella sentenza, come del resto ha ammesso lo stesso ricorrente. Con il terzo mezzo di gravame il condominio denuncia difetto assoluto di motivazione su un punto decisivo della controversia, che indica nella ritenuta culpa in eligendo. Osserva che il giudice a quo nulla ha esposto a sostegno di tale affermata responsabilità, che ha ritenuto sussistente sulla sola base dell’evento dannoso dedotto in lite. Rileva ancora che il Tribunale, pur avendo adombrato la sussistenza di una ipotesi di culpa in vigilando, ha ugualmente omesso ogni indagine e motivazione su tale aspetto della controversia. La censura merita accoglimento per quanto attinente alla ritenuta culpa in eligendo. La erronea scelta dell’appaltatore, perchè assolutamente inidoneo, integra la violazione di una regola di cautela imposta dalla norma dell’art. 2043 c.c. e, come tale, deve essere provata da colui che la invoca, e il capo decisionale che ne ritenga la sussistenza deve essere sostenuto da adeguata motivazione, basata su argomentazioni riferibili al momento della scelta. Il giudice deve infatti accertare se in tale momento l’impresa appaltatrice presentasse o meno caratteristiche tali da evidenziarne l’assoluta inidoneità a compiere l’opera oggetto di appalto. Siffatta motivazione è del tutto assente nella impugnata sentenza, avendo il giudice ritenuto la colpa in eligendo soltanto in esito ad un giudizio ex post basato esclusivamente sul fatto che si fosse verificato l’evento dannoso.
Non è invece sostenuto da interesse il secondo punto della censura, attinente alla culpa in vigilando. Infatti devesi rilevare che la decisione assunta con l’impugnata sentenza non è fondata sulla culpa in vigilando, che è citata soltanto come mera ipotesi non valorizzata. Infine il condominio, con l’ultima censura, lamenta il difetto assoluto di motivazione in ordine alla determinazione della entità del danno. Osserva che la fattura indicata nella sentenza a riprova della pulitura del giardino non ha valore probatorio perchè proveniente dal terzo e non asseverata in giudizio, nè utilizzata dal giudice sotto il profilo del suo eventuale valore indiziario; che il ricorso alla liquidazione equitativa del danno è stato effettuato pur nella possibilità di una precisa determinazione dell’ammontare del danno.
La sentenza impugnata deve essere quindi cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio al Tribunale di Foggia, che provvederà anche al regolamento delle spese del giudizio di cassazione.
Corte di Cassazione Civile sez. III 28/11/2007 n. 24759; Pres. Preden R.
I genitori di **** ( P.A. e S.M.L.), in proprio e nella qualità, citavano (il 24 aprile 1989) dinanzi al Tribunale di Lucca, l’ostetrico dr. T.G. e l’ente ospedaliero (USL (omissis)) chiedendone la condanna in solido al risarcimento di tutti i danni, iure proprio e nell’interesse della neonata, che aveva subito lesioni gravissime nel corso della nascita avvenuta nell’Ospedale il (omissis) dopo le ore 21,45.
Si costituivano i convenuti: l’ostetrico sosteneva che l’intervento venne effettuato in sua assenza da altro sanitario e che nulla gli era imputabile per il ritardato ricovero; l’ente sanitario sosteneva di essere estraneo a qualsiasi titolo di responsabilità.
La domanda di condanna era proposta nei confronti del medico per responsabilità professionale per colpa omissiva e nei confronti della struttura sanitaria sotto il profilo del contatto sociale e della colpa organica del datore di lavoro.
Il Tribunale di Lucca, con sentenza del 15 febbraio 2000, accertava la responsabilità del T. per colpa professionale e quella della ULS di cui il medico era dipendente (c.d. colpa datoriale) e condannava i convenuti in solido al risarcimento dei danni, liquidati in complessivi 300 milioni già versati dall’impresa assicuratrice della Usl. La decisione era appellata con appello principale dal T. e con appello incidentale dai P., anche in punto di condanna dell’ente per contatto sociale e per difettosa gestione del parto, nonchè dalla Usi in punto di responsabilità datoriale.
La Corte di appello di Firenze, con sentenza del 10 febbraio 2003 così decideva: in accoglimento dell’appello principale del T. e di quello incidentale della USL, ed in riforma della sentenza del tribunale di Lucca, rigetta le domande dei P. e li condanna alla rifusione delle spese dei due gradi del giudizio.
Contro la decisione ricorrono i P. e P.E. divenuta maggiorenne, deducendo quattro motivi di censura, illustrati da memoria, cui resistono le controparti con controricorso e memoria.
Preliminarmente, in rito devono disattendersi le eccezioni sollevate dal T. circa la ritualità della notifica del ricorso è là difettosità della procura a margine del ricorso, circa la prima eccezione si osserva che essa è avvenuta nel domicilio eletto a mani dello avvocato ******* collega di studio del difensore **********, sicchè la notifica è rituale; quanto alla seconda eccezione si osserva che la procura è a margine della prima pagina del ricorso per cassazione, onde la formula si integra con il contesto, senza possibilità di equivoci anche in ordine alla data.
Nel merito il ricorso dei P. è fondato per il terzo motivo, dovendosi rigettare gli altri, per le seguenti considerazioni.
A. ESAME DEI MOTIVI INFONDATI. Precede l’esame dei motivi infondati, a partire da quarto, che ha carattere preliminare, attenendo alla ammissibilità dello appello incidentale della USL. Nel quarto motivo si deduce l’error in procedendo (per la violazione degli artt. 325, 334, 327 c.p.c.) sul rilievo che è stato proposto appello incidentale adesivo, oltre il termine di cui all’art. 327 c.p.c., e che tale tardività era rilevabile di ufficio.
In senso contrario si osserva che correttamente la Corte di appello ha ritenuto (a ff 14 della motivazione, dove si precisa l’inscindibilità delle posizioni solidali) la ammissibilità, in quanto la impugnazione è avvenuta da parte di litisconsorte solidale e sostanziale e per la responsabilità datoriale. (Cfr: per il contraddittorio sostanziale, Cass. 10 maggio 2002 n. 5957 e per il litisconsorzio processuale, vedi Cass. 29 settembre 2005 n. 19155). Bene poteva la Corte di appello esaminare lo appello incidentale tardivo e valutarne la fondatezza.
Tanto premesso occorre considerare il primo ed il secondo motivo.
Nel PRIMO MOTIVO si deduce l’error in procedendo sulla ammissione dei mezzi di prova, chiesti in appello dal T. ed il vizio della motivazione sul punto.
In senso contrario si osserva che la Corte di appello (ff 7 ed 8 della motivazione) abbia rilevato da un lato che i mezzi di prova dedotti non risultavano rinunciati e d’altro lato la rilevanza ai fini del decidere, sicchè le prove dedotte in appello dallo ostetrico si sono svolte nel contraddittorio tra le parti.
Nel SECONDO MOTIVO si deduce invece l’error in iudicando e il vizio della motivazione in punto di valutazione delle prove. In senso contrario si osserva come la censura intenda contrastare la analitica ricostruzione delle vicende che precedettero il ricovero e della condotta tenuta dall’ostetrico che ebbe a ricevere le telefonate della sua paziente (v. diffusamente da pag. 8 a pag. 11 della motivazione) per inferire l’assenza di una colpa omissiva causalisticamente determinata alla produzione dell’evento nefasto a carico della neonata.
SI TRATTA di un prudente apprezzamento delle prove, analiticamente e congruamente motivato e non più sindacabile in questa sede.
B. ESAME DEL TERZO MOTIVO DEL RICORSO INERENTE ALLA RESPONSABILITA’ DELLO ENTE OSPEDALIERO. Il motivo deduce: "Violazione e falsa applicazione di legge, difetto illogicità e contraddittorietà della motivazione, sul punto della responsabilità contrattuale dello ente, ai sensi dell’ art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5".
Il motivo è fondato ed in vero correttamente deducono i ricorrenti che sin dallo atto introduttivo la responsabilità civile dell’ente ospedaliero è stata dedotta sia per il fatto del proprio dipendente, sia per la inadempienza dell’obbligo contrattuale, gravante sull’ente di fornire adeguata prestazione assistenziale attraverso la predisposizione di strutture e risorse umane efficienti.
Risulta anche che nella costituzione del giudizio di appello, promosso tardivamente dalla USL, i P. ebbero ad insistere anche su tale specifica causa petendi. Appare allora evidente l’errata pronuncia (ff 13) della Corte di appello, che tiene conto del devolutimi incidentale della USL, per escluderne la responsabilità datoriale, avendo esclusa la responsabilità dello ostetrico per colpa omissiva e sotto il profilo causale, ma non del devolutum dei genitori della neonata e delle pretese della menomata divenuta nel frattempo maggiorenne, circa la valutazione della prestazione di garanzia dell’ente sanitario, a seguito di contatto sociale (o di contratto con contenuto di garanzia sociale) che appare gravemente carente, e che esige una congrua valutazione iuxta alligata et probata, incluse le valuta-zioni e le descrizioni delle modalità del parto e dello staff medico intervenuto in emergenza.
L’accoglimento del ricorso su tale motivo determina cassazione con rinvio.
La Corte del rinvio dovrà attenersi al seguente principio di diritto: accerti la Corte, iuxta allegata et probata, e tenendo conto del dovolutum delle parti ed lese (vittima primaria e suoi genitori), se la gestione del parto podalico in condizioni di emergenza, ma in struttura pubblica, sia avvenuta in modo da adempiere agli standard di efficienza e sicurezza, esigibili all’epoca del fatto, tenendo conto che in tema di inadempimento contrattuale è l’ente che ha l’onere della prova di dimostrare di aver adempiuto esattamente secondo gli standards di professionalità, o di aver operato in condizioni di emergenza tali da procurare un danno iatrogeno, giustificato dall’intento di salvare la vita alla neonata ed alla gestante (cfr. artt. 1218 e 2236 c.c., tra di loro coordinati e Cass. 22 gennaio 1999 n. 589, costituente ‘incipit della teoria del contatto sociale, e successive tra cui Casa. 29 settembre 2004 n. 19654 e 21 giugno 2004 n. 11488, Cass. 26 maggio 2006 n. 1698).
All’accoglimento del terzo motivo segue la cassazione con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Firenze, che si atterrà al principio di diritto come sopra enunciato, provvedendo anche sulle spese del giudizio di Cassazione.
Accoglie il terzo motivo del ricorso, rigetta gli altri, cassa in relazione e rinvia anche per le spese del giudizio di cassazione, ad altra sezione della Corte di appello di Firenze.
Corte di Cassazione Civile sez. II 19/11/2007 n. 23982
S. e C.P. impugnano per cassazione i capi 1 e 2 della sentenza 21.2.05 con la quale il G.d.P. di Treviglio ha rigettato, dopo averle riunite, le opposizioni che ciascun d’essi aveva proposte avverso il verbale d’accertamento di violazione n. (omissis) del (omissis) redatto dalla polizia municipale del Comune di Ciserano.
Attivatasi procedura ex art. 375 c.p.c., il Procuratore ******** fa pervenire requisitoria scritta nella quale, concordando con il parere espresso nella nota di trasmissione, conclude chiedendo la reiezione del ricorso siccome manifestamente infondato.
Al riguardo le considerazioni svolte dal Procuratore ******** e la conclusione cui è pervenuto sono senza dubbio da condividere.
Con unico complesso motivo, i ricorrenti si dolgono – denunziando violazione del D.D.L. n. 121 del 2002, art. 4, comma 3 e L. n. 168 del 2002, dell’art. 142 C.d.S., comma 6 nonchè vizi di motivazione – che il giudice a quo abbia disatteso la loro argomentazione difensiva basata sull’inidoneità allo scopo, in relazione alla richiamata normativa, dell’apparecchiatura di rilevamento delle infrazioni per eccesso di velocità denominata TELELASER in quanto priva di dispositivo d’accertamento fotografico dell’identità del veicolo cui è addebitata la trasgressione.Censura in tal senso è manifestamente infondata alla luce della giurisprudenza di legittimità formatasi sull’argomento e dalla quale questo Collegio non ha ragione di discostarsi (e pluribus, da ultimo, Cass. 24.4.06 n. 9532, 26.4.05 n. 8675, 20.4.05 n. 8232).
L’art. 142 C.d.S., comma 6, dispone che "per la determinazione dell’osservanza dei limiti di velocità sono considerate fonti di prova le risultanze di apparecchiature debitamente omologate, nonchè le registrazioni del cronotachigrafo e i documenti relativi ai percorsi autostradali, come precisato dal regolamento".
L’art. 345 del regolamento di esecuzione, sotto la rubrica "Apparecchiature e mezzi di accertamento della osservanza dei limiti di velocità", a sua volta, dispone, al comma 1, che "Le apparecchiature destinate a controllare l’osservanza dei limiti di velocità devono essere costruite in modo da raggiungere detto scopo fissando la velocità del veicolo in un dato momento in modo chiaro ed accettabile, tutelando la riservatezza dell’utente"; al secondo comma, che "le singole apparecchiature devono essere approvate dal Ministero dei lavori pubblici"; al comma 4, che "per l’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità, le apparecchiature di cui al comma 1 devono essere gestite direttamente dagli organi di polizia stradale di cui all’art. 12 C.d.S. e devono essere nella disponibilità degli stessi".
Le apparecchiature elettroniche di controllo della velocità devono, dunque, essere omologate, devono consentire di fissare la velocità del veicolo in un dato momento in modo chiaro ed accettabile e possono essere utilizzate esclusivamente dagli organi di polizia stradale di cui all’art. 12 C.d.S. (comma 1: "L’espletamento dei servizi di polizia stradale previsti dal presente codice spetta: a) in via principale alla specialità Polizia Stradale della Polizia di Stato; b) alla Polizia di Stato; c) all’Arma dei carabinieri; d) al Corpo della guardia di finanza; d – bis) ai Corpi e ai servizi di polizia provinciale, nell’ambito del territorio di competenza; e) ai Corpi e ai servizi di polizia municipale, nell’ambito del territorio di competenza; f) ai funzionar del Ministero dell’interno addetti al servizio di polizia stradale; f – bis) al Corpo di polizia penitenziaria e al Corpo forestale dello Stato, in relazione ai compiti di istituto").
La norma regolamentare, alla quale rinvia l’art. 142 C.d.S., comma 6, stabilisce i requisiti ai quali è subordinata l’omologazione delle apparecchiature elettroniche, tra i quali l’idoneità a consentire la rilevazione della velocità del veicolo in modo chiaro ed accertabile, requisito che presuppone unicamente la determinazione inequivoca della velocità del veicolo, ben potendo poi l’individuazione di questo essere demandato all’agente di polizia addetto all’apparecchiatura stessa, come prescritto dal surrichiamato art. 345 reg. C.d.S., e ciò fa senza alcun esplicito riferimento alla documentazione fotografica od altrimenti meccanica dell’individuazione stessa.
Nè potrebbe arguirsi l’indispensabilità di detta documentazione, per rendere la rilevazione della velocità chiara ed accertabile, dal fatto che la disposizione regolamentare prescriva che l’accertamento debba avvenire tutelando la riservatezza dell’utente, in quanto dalla previsione esplicita, tra l’altro a diverso fine, d’una modalità d’accertamento, riferibile all’eventuale documentazione fotografica dell’infrazione commessa, non può trarsi la conseguenza ch’essa costituisca l’unica modalità d’individuazione del veicolo normativamente consentita od obbligatoria.
In considerazione della materia oggetto di regolamentazione e della rapida evoluzione tecnologica, deve, anzi, ritenersi che opportunamente la fonte regolamentare si sia limitata a prevedere che le apparecchiature debbano consentire di fissare la velocità del veicolo in un determinato momento in modo chiaro e accertabile, e non abbia, viceversa, delineato anche le caratteristiche ne-cessarie per l’omologazione, attestandosi sulla tipologia delle apparecchiature all’epoca esistenti.
Alle esaminate disposizioni di carattere generale si è successivamente aggiunta – ma non sostituita, in ragione della specificità delle ipotesi previste e regolate – la norma speciale posta dal D.L. 20 giugno 2002, n. 168, art. 4 come convertito con modificazioni dalla L. 1 agosto 2002, n. 168, con la quale il legislatore, dopo aver disposto, al comma 1, che sulle particolari strade indicatevi possano essere utilizzati od installati dispositivi o mezzi tecnici di controllo del traffico … finalizzati al rilevamento a distanza delle infrazioni alle norme di comportamento di cui agli artt. 142 e 148 C.d.S., prescrive, al comma 3, che, in tal caso, la violazione debba essere documentata con sistemi fotografici, di ripresa video o con analoghi dispositivi che … consentano di accertare, anche in tempi successivi, le modalità di svolgimento dei fatti costituenti illecito amministrativo nonchè i dati d’immatricolazione del veicolo ovvero il responsabile della circolazione, specificando, altresì, che gli apparecchi di rilevamento automatico della violazione debbono essere approvati od omologati ai sensi dell’art. 45 C.d.S. ove utilizzati senza la presenza od il diretto intervento degli agenti preposti.
Un’interpretazione letterale e razionale della norma in esame, con particolare riferimento ai due periodi dei quali si compone il comma 3, evidenzia come la previsione d’apparecchiature capaci di documentare mediante fotografia o simili le modalità della violazione e l’identificazione del veicolo attenga alle ipotesi nelle quali l’accertamento abbia luogo in un momento successivo, id est in base alla lettura della documentazione stessa (previa stampa di quanto registrato su pellicola o memory stick o altro supporto), essendo mancata la presenza degli agenti al momento della violazione;
diversamente, nelle ipotesi in cui la violazione si verifichi su strade diverse da quelle considerate, con apparecchiature non predisposte per la memorizzazione fotografica dell’infrazione e, comunque, alla presenza degli agenti, rimane valida l’applicazione della normativa generale, per la quale, come si è visto, questi ultimi possono rilevare mediante lo strumento il dato tecnico della violazione e contestualmente procedere di persona all’identificazione del veicolo.
Al qual riguardo, è noto che, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità (e pluribus, nel tempo, S.U. 25.11.90, n. 12545; 5.12.95, n. 12846; 22.3.95, n. 3316, 5.2.99 n. 1006, 8.3.01 n. 3350, 3.12.02 n. 17106), nel giudizio d’opposizione avverso l’ingiunzione di pagamento di una sanzione amministrativa, il verbale d’accertamento dell’infrazione fa piena prova, fino a querela di falso, dei fatti in esso attestati dal pubblico ufficiale come avvenuti in sua presenza, descritti senza margini d’apprezzamento, nonchè della sua provenienza dal pubblico ufficiale medesimo, stante l’efficacia probatoria privilegiata attribuita all’atto pubblico dall’art. 2700 c.c. in ragione della cui ratio debbono, per converso, ritenersi prive di efficacia probatoria le valutazioni soggettive del verbalizzante.
Ne consegue che l’accertamento delle violazioni alle norme sulla velocità deve ritenersi provato sulla base della verbalizzazione dei rilievi tratti dalle apparecchiature previste dal detto art. 142 C.d.S. e delle constatazioni personali degli agenti – constatazioni che, attenendo a dati obiettivi quali la lettura del display dello strumento e la rilevazione del numero della targa, non costituiscono "percezioni sensoriali" implicanti margini d’apprezzamento individuali, come ritenuto dal giudice a quo – facendo infatti prova il verbale fino a querela di falso dell’effettuazione di tali rilievi e constatazioni, mentre le risultanze di essi valgono invece fino a prova contraria, che può essere data dall’opponente in base alla dimostrazione del difetto di funzionamento dei dispositivi, anche occasionale in relazione alle condizioni della strada e del traffico al momento della rilevazione, da fornirsi in base a concrete circostanze di fatto (Cass. 5.7.06 n. 15324, 29.3.06 n. 7126, 10.1.05 n. 287, 20.4.05 n. 8232, 24.3.04 n. 5873, 12.7.01 n. 9441, 25.5.01 n. 7106).
Orbene, con riferimento all’apparecchiatura denominata TELELASER, debitamente omologata, è ingiustificata la tesi dei ricorrenti intesa ad escludere che l’accertamento della velocità, con riferimento ad un singolo determinato veicolo, potesse essere idoneamente documentato dal verbale degli agenti addetti alla rilevazione, essendo il relativo verbale assistito di efficacia probatoria fino a querela di falso quanto ai dati in esso attestati dal pubblico ufficiale, ed altrettanto ingiustificata è la tesi per cui la dizione dell’art. 345 reg. C.d.S. d’esecuzione "in modo chiaro e accertabile" implichi la necessità che l’apparecchiatura elettronica fornisca anche prova documentale, fotografica od altrimenti meccanica automatica, dell’individuazione del veicolo e non solo della velocità dello stesso.
D’altra parte, all’esame dell’impugnata sentenza – che non viene espressamente impugnata sul punto per omessa pronunzia ex art. 112 c.p.c., e art. 360 c.p.c., n. 4 – non risulta che gli opponenti avessero dedotto elementi dai quali desumere un cattivo funzionamento dell’apparecchio utilizzato nella circostanza, donde doveva essere tratta la conclusione che le risultanze dell’accertamento compiuto con l’apparecchiatura elettronica non erano state vinte da prova contraria.
In difetto della qual deduzione e prova del difettoso funzionamento dell’apparecchiatura di rilevamento devesi concludere che l’accertamento dell’infrazione è valido e legittimo, dacchè, da un lato, l’apparecchiatura telelaser consente la visualizzazione della velocità rilevata e rilascia anche uno scontrino contenente i dati rilevati, dall’altro, la riferibilità della velocità ad un veicolo determinato discende dall’operazione di puntamento e, quindi, d’identificazione del veicolo stesso effettuata dall’agente di polizia stradale che ha in uso l’apparecchiatura in questione.
Corte di Cassazione Civile Sezioni unite 15/11/2007 n. 23726; Pres. Carbone V.
1. Con quattro distinti ricorsi (R.G. nn. da 13142 a 13145/05), la Autocori s.r.l. ha impugnato per cassazione le sentenze da n. 28 a 31 del 28 febbraio 2005, con le quali il Giudice di Pace di Giulianova – in parziale accoglimento di altrettanti opposizioni proposte dalla DE.MA.CA. s.n.c. avverso i decreti ingiuntivi (dell’importo, rispettivamente, di Euro 825,70, Euro 902,80, Euro 985,60 ed Euro 984,00) emessi in favore di essa società ricorrente – ha confermato, nel merito, la condanna della medesima opponente al pagamento delle somme portate dai singoli provvedimenti monitori, previa revoca, però, dei decreti opposti – dichiarati nulli, in condivisione della tesi della DE.MA.CA., per cui sarebbe stato contrario a buona fede e correttezza da parte della società opposta aver chiesto ed ottenuto un distinto decreto ingiuntivo per ogni fattura (o gruppo di fatture) non pagata, ben potendo essa chiedere un solo decreto ingiuntivo per la totalità del preteso credito – ed ha compensato, quindi, le spese di lite, in ragione appunto della reciproca soccombenza.
Con i due motivi, di cui si compone ciascuno dei quattro riferiti ricorsi la Autocori, rispettivamente, denuncia ora violazioni di legge (artt. 1175, 1374, 1181 c.c.; art. 633 c.p.c.) e vizi di motivazione, sostenendo che il G. di P. abbia, in primo luogo, errato, in linea di principio, con il ritenere contraria a correttezza e buona fede la parcellizzazione in plurime e distinte domande di un unico credito pecuniario; ed abbia altresì, in fatto, poi del pari errato nel non rilevare che, nella specie, non si trattava comunque di un unico credito ma di crediti distinti e diversi per ciascuna fattura posta a base delle istanze monitorie.
Resiste in tutti i giudizi, la DE.MA.CA., in ciascuno preliminarmente eccependo l’inammissibilità del ricorso avversario, sul rilievo che, alla domanda azionata in sede monitoria dalla Autocori s.r.l., si sarebbe aggiunta quella risarcitoria da essa proposta, con superamento, quindi, del limite di valore delle controversie entro il quale soltanto sarebbe possibile ricorrere direttamente per cassazione.
Con ordinanza interlocutoria 21 maggio 2007 della Sezione Terza, i quattro giudizi, previa loro riunione, sono stati rimessi al Primo Presidente che li ha quindi assegnati a queste Sezioni Unite, per risolvere la questione di massima – sottesa al primo motivo dei ricorsi, e ritenuta comunque di particolare importanza – "se sia consentito al creditore chiedere giudizialmente l’adempimento frazionato di una prestazione originariamente unica, perchè fondata sullo stesso supporto". 2. Per la sua natura pregiudiziale, va, però, esaminata preliminarmente la formulata eccezione di inammissibilità dei ricorsi.
E ciò per l’assorbente considerazione che l’istanza risarcitoria, formulata dalla DEMACA nei giudizi a quibus in ragione della dedotta "malafede processuale" ravvisata nel frazionamento del credito operato, da controparte, non è altrimenti configurabile che come domanda di condanna dell’avversario per lite temeraria ai sensi dell’art. 96 c.p.c., per cui attiene, propriamente ed esclusivamente, al profilo del regolamento delle spese processuali e non incide, quindi, sul valore della controversia che resta perciò contenuto, in ciascuno dei su riferiti giudizi, nel limite di valore entro il quale il G. d. P. decide (ex art. 113 c.p.c.) secondo equità, con conseguente diretta ricorribilità, appunto, delle correlative decisioni, direttamente in Cassazione.
3. Può quindi passarsi all’esame della questione di massima devoluta a queste Sezioni Unite.
La quale, qui, per altro, rileva unicamente con riguardo alla pronuncia del G. di P. sulle spese – per il profilo della loro mancata attribuzione alla Autocori, per sua parziale soccombenza – e non anche ala statuizione di accoglimento, e di presupposta ammissibilità dell’esame, delle domande di pagamento frazionato del credito, in ordine alla quale non è stata proposta impugnazione incidentale da parte dell’odierna resistente.
4. Con la sentenza n. 108 del 2000, in sede di composizione di precedente contrasto, queste Sezioni Unite si sono, per altro, già pronunziate, in senso affermativo, sul tema della frazionalità della tutela giudiziaria del credito. Ritenendo, in quella occasione, "ammissibile la domanda giudiziale con la quale il creditore di una determinata somma, derivante dall’inadempimento di un unico rapporto, chieda un adempimento parziale, con riserva di azione per il residuo, trattandosi di un potere non negato dall’ordinamento e rispondente ad un interesse del creditore, meritevole di tutela, e che non sacrifica, in alcun modo, il diritto del debitore alla difesa delle proprie ragioni". 5. Nel rimeditare questa soluzione – come sollecitato con la su riferita ordinanza di rimessione – il Collegio ritiene ora però di non poterla mantenere ferma, in un quadro normativo nel frattempo evolutosi nella duplice direzione, sia di una sempre più accentuata e pervasiva valorizzazione della regola di correttezza e buona fede – siccome specificativa (nel contesto del rapporto obbligatorio) degli "inderogabili doveri di solidarietà", il cui adempimento è richiesto dall’art. 2 Cost. – sia in relazione al canone del "giusto processo", di cui al novellato art. 111 Cost..
In relazione al quale si impone una lettura "adeguata" della normativa di riferimento (in particolare dell’art. 88 c.p.c.), nel senso del suo allineamento al duplice obiettivo della "ragionevolezza della durata" del procedimento e della "giustezza" del "processo", inteso come risultato finale (della risposta cioè alla domanda della parte), che "giusto" non potrebbe essere ove frutto di abuso, appunto, del processo, per esercizio dell’azione in forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela dell’interesse sostanziale, che segna il limite, oltrechè la ragione dell’attribuzione, al suo titolare, della potestas agendi.
5/1. Per il primo profilo, viene in rilievo l’ormai acquisita consapevolezza della intervenuta costituzionalizzazione del canone generale di buona fede oggettiva e correttezza, in ragione del suo porsi in sinergia con il dovere inderogabile di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., che a quella clausola generale attribuisce all’un tempo forza normativa e ricchezza di contenuti, inglobanti anche obblighi di protezione della persona e delle cose della controparte, funzionalizzando così il rapporto obbligatorio alla tutela anche dell’interesse del partner negoziale (cfr., sull’emersione di questa linea di indirizzo, Cass. sez. 1^ n. 3775/94; Id. n. 10511/99; Sez. un. 18128/2005).
Il che, però, è quanto, appunto, accadrebbe in caso di consentita parcellizzazione giudiziale dell’adempimento del credito. Della quale non può escludersi la incidenza, in senso pregiudizievole, o comunque peggiorativo, sulla posizione del debitore: sia per il profilo del prolungamento del vincolo coattivo cui egli dovrebbe sottostare per liberarsi della obbligazione nella sua interezza, ove il credito sia nei suoi confronti azionato inizialmente solo pro quota con riserva di azione per il residuo come propriamente nel caso esaminato dalla citata Sez. un. n. 108/00 cit., in cui la richiesta di pagamento per frazione era finalizzata ad adire un giudice inferiore rispetto a quello che sarebbe stato competente a conoscere dell’intero credito, sia per il profilo dell’aggravio di spese e dell’onere di molteplici opposizioni (per evitare la formazione di un giudicato pregiudizievole) cui il debitore dovrebbe sottostare, a fronte della moltiplicazione di (contestuali) iniziative giudiziarie, come nel caso dei processi a quibus.
Non rilevando in contrario che il frazionamento del credito, come in precedenza affermato, possa rispondere ad un interesse non necessariamente emulativo del creditore (come quello appunto di adire un giudice inferiore, più celere nella soluzione delle controversie, confidando nell’adempimento spontaneo da parte del debitore del residuo debito), poichè – a parte la pertinenza di tale considerazione alla sola ipotesi (di cui alla sentenza 108/00) del frazionamento non contestuale – è decisivo il rilievo che resterebbe comunque lesiva del principio di buona fede, nel senso sopra precisato, la scissione del contenuto della obbligazione operata dal creditore, per esclusiva propria utilità con unilaterale modificazione aggravativa della posizione del suo debitore.
5/2. Oltre a violare, per quanto sin qui detto, il generale dovere di correttezza e buona fede, la disarticolazione, da parte del creditore, dell’unità sostanziale del rapporto (sia pur nella fase patologica della coazione all’adempimento), in quanto attuata nel processo e tramite il processo, si risolve automaticamente anche in abuso dello stesso.
Ulteriore vulnus al quale deriverebbe, all’evidenza, dalla formazione di giudicati (praticamente) contraddittori cui potrebbe dar luogo la pluralità di iniziative giudiziarie collegate allo stesso rapporto.
Mentre l’effetto inflattivo riconducebile ad una siffatta (ove consentita) moltiplicazione di giudizi ne evoca ancora altro aspetto di non adeguatezza rispetto all’obiettivo, costituzionalizzato nello stesso art. 111 Cost., della "ragionevole durata del processo", per l’evidente antinomia che esiste tra la moltiplicazione dei processi e la possibilità di contenimento della correlativa durata.
5/3. L’esaminato primo motivo del ricorso va quindi respinto, enunciandosi, in ordine alla questione di massima ad esso sotteso, il principio (con il quale risulta in linea la sentenza impugnata) per cui è contraria alla regola generale di correttezza e buona fede, in relazione al dovere inderogabile di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., e si risolve in abuso del processo (ostativo all’esame della domanda), il frazionamento giudiziale (contestuale o sequenziale) di un credito unitario.
8. L’esistenza di un difforme orientamento giurisprudenziale in ordine alla questione principale dibattuta nel presente giudizio, giustifica la compensazione delle spese correlative tra le parti.
Corte di Cassazione Civile sez. II 19/10/2007 n. 22020
Con atto di citazione notificato il 18.2.1998 L.G.M. C. e la figlia G.D. convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Palermo L.G.G., rispettivamente loro sorella e zia, e, premesso che il 2.4.1997 era deceduta in Palermo G.M.C., zia "ex sorore" di M.C. e L.G.G., esponevano che la defunta aveva disposto delle sue sostanze istituendo eredi universali la nipote C.M. con testamento pubblico dell’11.11.1987 e legando ad entrambe le sorelle i mobili, gli arredi e tutti i beni siti in via (omissis).
Le attrici assumevano di aver successivamente appreso di essere state denunciate per furto il 7.4.1997 da ******, novantasettenne marito della defunta zia, il quale aveva dichiarato di essere stato informato dalla convenuta dell’avvenuta sottrazione di pellicce e gioielli già appartenenti alla moglie ad opera delle esponenti nel corso di una visita di condoglianze in data 5.4.1997, presente la nipote G. ed a sua insaputa.
L.G.M.C. e G.D. aggiungevano che il contenuto della denuncia era stato confermato dalle dichiarazioni rese dalla convenuta agli organi di PG ed al magistrato inquirente, che peraltro aveva chiesto l’archiviazione poi disposta dal GIP il 23.5.1987, essendo emerso dalle dichiarazioni di entrambi i genitori che le due sorelle L.G. avevano deciso concordemente di mettere al sicuro gli oggetti di valore e le pellicce già appartenenti alla zia per evitare che gli stessi potessero essere sottratti dalle persone che prestavano assistenza all’anziano zio.
Le attrici, quindi, rilevato che la denuncia per furto effettuata nella piena coscienza della sua infondatezza da parte di L.G. A. – nel frattempo deceduto -su istigazione della convenuta integrava gli estremi della calunnia, chiedevano la condanna di L.G.G. in proprio e quale erede universale dello zio autore della suddetta denuncia al risarcimento dei danni morali subiti.
Costituendosi in giudizio la convenuta contestava il fondamento della domanda attrice di cui chiedeva il rigetto asserendo che la stessa si inseriva in un contenzioso apertosi con la sorella a seguito del decesso della zia G.M.C. e dell’esercizio dell’azione di riduzione delle disposizioni testamentarie da parte del coniuge pretermesso L.G.A. nei confronti di L. G.M.C.; in particolare sosteneva che il secondo testamento della zia conteneva delle "istitutiones ex re certa" e non solo legati, affermando che l’impossessamento da parte della sorella di beni almeno parzialmente non suoi senza il consenso del possessore rispondeva a verità.
Il Tribunale adito con sentenza del 5.10.1999 condannava L.G. G. al pagamento in favore di ciascuna delle attrici della somma di L. 30.000.000, ritenendo sussistere la diffamazione per la convenuta ed il suo dante causa e la calunnia solo per la prima, escludendo relativamente a quest’ultimo reato la responsabilità di ****** per assenza di prova sull’elemento psicologico.
A seguito di gravame da parte di L.G.G. cui resistevano L.G.M.C. e G.D. la Corte di Appello di Palermo con sentenza del 17.7.2002, in parziale accoglimento dell’impugnazione proposta, ha ridotto a L. 12.000.000 la somma di denaro dovuta dall’appellante in favore di ciascuna delle due appellate a titolo di risarcimento del danno, ha compensato per un terzo le spese del giudizio di primo e secondo grado ed ha condannato l’appellante al pagamento dei residui due terzi di esse.
Il giudice di appello, premesso che l’inesistenza di una pronuncia del giudice penale non costituiva impedimento all’accertamento da parte del giudice civile della sussistenza degli elementi oggettivi e soggettivi costitutivi del reato ai fini della statuizione su una domanda di natura risarcitoria, ha poi ritenuto irrilevante qualificare il testamento olografo del 23.3.1992 di G.M. C. come istitutivo di disposizioni a titolo universale o a titolo particolare, non interferendo tale questione con "il contenuto della denuncia di furto sporta da L.G.A. e con le dichiarazioni rese da L.G.G., la cui natura calunniosa e diffamatoria costituiva la "causa petendi" della domanda introdotta nel presente giudizio.
La sentenza impugnata, poi, sulla scorta delle dichiarazioni rese da L.G.F.P. e G.G. ha evidenziato che le loro figlie G. e L.G.M.C. avevano deciso di comune accordo di portar via dalla casa della defunta zia i gioielli e le pellicce per evitare eventuali sottrazioni da parte di persone di servizio, come si era verificato in passato; restava così escluso che L.G.M.C. si fosse impossessata dei beni suddetti, cosicchè era falsa la versione dei fatti riferita da L.G.G. allo zio L.G.A. in base alla quale costui aveva sporto denuncia in danno delle due appellate, versione poi esposta dalla stessa appellate il 7.4.1997 in sede di assunzione di sommarie informazioni testimoniali e confermata al P.M. il 16.4.1997; la consapevolezza da parte dell’appellante dell’innocenza delle appellate era poi dimostrata dal fatto che L.G.G. sapeva che la sorella aveva portato via i beni per custodirli per averlo con lei stessa concordato. Il giudice di appello ha invece rilevato la fondatezza dell’assunto dell’appellante principale in ordine alla insussistenza di qualsiasi sua responsabilità per la denuncia presentata dal suddetto zio, essendo stato ritenuto quest’ultimo non responsabile per il dubbio sulla consapevolezza dell’innocenza della incolpata. Infine la Corte territoriale ha accolto altresì il motivo di appello relativo alla diffamazione avendo per un verso ritenuto che la denuncia orale per il furto da parte di ****** era stata raccolta da un ufficiale di P.G. verbalizzante, mentre non vi era prova che la notizia fosse stata riferita dall’appellante ad altri dopo l’inizio delle indagini, oltre che in sede di audizione a sommarie informazioni ed al P.M., e per altri versi avendo escluso valenza diffamatoria sia alle affermazioni rese da L.G.G. in sede di esame da parte degli inquirenti sia alla precedente comunicazione effettuata soltanto ad L.G.A..
Per la cassazione di tale sentenza L.G.G. ha proposto un ricorso affidato a sei motivi cui L.G.M.C. e G.D. hanno resistito con controricorso proponendo altresì un ricorso incidentale basato su due motivi la ricorrente principale ha a sua volta resistito concontroricorso; entrambe le parti hanno depositato successivamente delle memorie.
Preliminarmente deve procedersi alla riunione dei ricorsi in quanto proposti contro la medesima sentenza. Occorre poi osservare sempre in via preliminare che con la memoria ex art. 378 c.p.c. del 27.10.2006 la ricorrente principale, sul presupposto dell’avvenuto decesso nelle more del presente giudizio del difensore di L.G.G. avvocato S.P.S., ha rilasciato procura in calce alla memoria medesima agli avvocati A.M. ed S.A.; orbene tale procura è invalida, posto che nel giudizio di Cassazione la procura speciale non può essere rilasciata a margine o in calce di atti diversi dal ricorso o dal controricorso, stante il tassativo disposto dell’art. 83 c.p.c.,comma 3, che implica la necessaria esclusione della utilizzabilità di atti diversi da quelli suindicati; pertanto, se la procura non è rilasciata contestualmente a tali atti, è necessario il suo conferimento nella forma prevista dal secondo comma dello stesso articolo, ovvero con atto pubblico o con scrittura privata autenticata; nè ad una conclusione diversa può pervenirsi nell’ipotesi – ricorrente nella fattispecie – in cui debba sostituirsi il difensore nominato con il ricorso, deceduto nelle more del giudizio, non rispondendo alla disciplina del giudizio di cassazione il deposito di un atto redatto dal nuovo difensore su cui possa essere apposta la procura speciale (Cass. S.U. 5.7.2004 n. 12265).
Conseguentemente la procura rilasciata dalla ricorrente principale ai nuovi difensori con la suddetta memoria è invalida, cosicchè di tale atto difensivo e del documento ivi allegato (prescindendo quindi dalla deliberazione sulla ammissibilità o meno di quest’ultimo) non può tenersi conto.
A tal punto, una volta ritenuta invalida tale costituzione in giudizio, non occorre peraltro rinviare a nuovo ruolo la causa dandone comunicazione alla parte personalmente onde consentirle di provvedere alla nomina di un nuovo difensore, come pure affermato dalla recente pronuncia delle S.U. di questa Corte del 13.1.2006 n. 477: infatti tale necessità, determinata dall’esigenza di avvertire la parte dell’avvenuto decesso dell’unico difensore dopo il deposito del ricorso e prima dell’udienza di discussione (decesso attestato dalla relata di notifica dell’avviso di udienza), è superata nella fattispecie dalla constatazione che la ricorrente principale è già a conoscenza di tale evento, come comprovato dal rilascio della procura ai nuovi difensori nella menzionata memoria; il fatto poi che tale procura è invalida non comporta certamente l’inammissibilità del ricorso, come pure richiesto nella discussione orale dal difensore delle controricorrenti ed in via principale dal P.M., posto che l’invalidità della nuova procura è del tutto equiparabile all’ipotesi che la parte, una volta ricevuta la comunicazione del rinvio della causa a nuovo ruolo per l’avvenuto decesso del suo unico difensore, rimanga inerte e non provveda alla nomina di un nuovo difensore: invero, considerato che la possibilità di consentire alla parte una tale nuova nomina è giustificata dalla tutela dell’interesse della parte stessa all’esercizio del diritto di difesa, la mancata nomina di un nuovo difensore in sostituzione di quello deceduto determina soltanto il venir meno dei presupposti per reiterare gli adempimenti prescritti dall’art. 377 c.p.c., comma 2 (Cass. S.U. 13.1.2006 n. 477).
Venendo quindi all’esame del ricorso principale, deve anzitutto essere disattesa l’eccezione delle controricorrenti di inammissibilità del ricorso per mancata compiuta esposizione dei fatti di causa, atteso che in realtà la narrativa delle vicende che hanno dato luogo alla presente controversia riportata nel ricorso suddetto consente di assumere adeguata percezione della natura e del contenuto delle censure in esso formulate. Ciò premesso, si rileva che con il primo motivo del ricorso principale L.G.G., deducendo violazione degli articoli 37 c.p.c., art. 2059 c.c., artt. 185 e 598 c.p., nonchè vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver accertato la sussistenza degli elementi costitutivi di un reato in assenza dei presupposti di legge, posto che nella specie non vi era alcun impedimento all’eventuale accertamento del reato di calunnia da parte del giudice penale, atteso in particolare che al momento della proposizione della domanda introduttiva del giudizio di primo grado da parte di L.G.M. C. e di G.D. il suddetto reato non era ancora prescritto; pertanto il giudice civile era carente "della competenza funzionale" per procedere all’accertamento della sussistenza del reato.
La ricorrente principale richiama a sostegno del suo assunto la pronuncia di questa Corte a Sezioni Unite del 29.11.1996 n. 10677. La censura è infondata.
Invero secondo l’orientamento consolidato di questa Corte, cui si ritiene di dover pienamente aderire, la risarcibilità del danno non patrimoniale a norma dell’art. 2059 c.c., in relazione all’art. 185 c.p. non richiede che il fatto illecito integri in concreto un reato punibile per il concorso di tutti gli elementi a tal fine rilevanti per la legge penale, essendo sufficiente che il fatto stesso sia astrattamente preveduto come reato e sia, pertanto, idoneo a ledere l’interesse tutelato dalla norma penale (Cass. 12.8.1995 n. 8845);
pertanto ai fini del risarcimento del danno non patrimoniale derivante da un fatto illecito astrattamente integrante gli estremi di reato, l’inesistenza di una pronuncia del giudice penale non costituisce impedimento all’accertamento da parte del giudice civile della sussistenza degli elementi costitutivi del reato (Cass. 6.11.2000 n. 14443; Cass. 15.3.2001 n. 3747; Cass. 27.10.2004 n. 20814); il richiamo poi della ricorrente principale alla pronuncia a Sezioni Unite di questa Corte 29.11.1996 n. 10677 è inconferente, non avendo tale decisione escluso il potere del giudice civile di accertare "incidenter tantum" la configurabilità in astratto di un fatto come reato ai fini del risarcimento del danno. Con il secondo motivo la ricorrente principale, denunciando violazione dell’art. 588 c.c. e vizio di motivazione, assume che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di appello, qualificare il testamento olografo di G.M.C. del 23.2.1998 come contenente due istituzioni di erede "ex re certa", come sostenuto dall’esponente o come invece istitutivo di disposizioni a titolo particolare era questione rilevante, posto che la controversa legittimazione di L.G.M.C. ad appropriarsi dei beni ereditari relitti dalla "de cuius" era uno degli elementi fondamentali e qualificanti del comportamento posto in essere da L.G. G.. La censura è infondata.
Invero il convincimento del giudice di appello in ordine alla ininfluenza nella presente controversia della qualificazione di erede o legataria di L.G.M.C. sulla base della interpretazione del testamento olografo del 23.2.1992 è condivisibile, posto che, in riferimento alla domanda introdotta nel giudizio di primo grado da L.G.M.C. e G. D., occorreva soltanto verificare se effettivamente queste ultime si fossero rese responsabili del furto dei beni mobili presenti nella casa di G.M.C. e, in ipotesi di esito negativo di tale indagine, accertare se L.G.G. fosse stata o meno consapevole della innocenza in proposito delle controparti; una volta quindi proceduto alla ricostruzione di tale vicenda ed avere da un lato escluso che L.G.M.C. e G.D. avessero commesso il furto dei suddetti beni, e dall’altro rilevato che L.G.G. era consapevole della innocenza della sorella (oltre che della nipote) per aver concordato con quest’ultima il prelevamento dei beni suddetti dalla abitazione della "de cuius" per custodirli altrove, correttamente la Corte territoriale ha ritenuto assorbita la questione relativa alla legittimazione di L.G.M.C. a portar via dalla casa della defunta la totalità dei beni mobili, oppure una parte di essi proporzionale alla propria quota ereditaria o nessuno di tali beni per essere gli stessi di proprietà di ******; invero l’accertata insussistenza del furto di tali beni da parte di L. G.M.C. ha determinato logicamente l’irrilevanza in radice della qualificazione della natura del diritto di quest’ultima sui beni medesimi.
Con il terzo motivo la ricorrente principale, deducendo violazione e falsa applicazione degli articoli 113 – 115 – 244 e 251 c.p.c. nonchè vizio di motivazione, assume che illegittimamente il giudice di appello ha maturato il suo convincimento sulla calunniosità delle affermazioni rese dall’esponente al P.M. fondandosi esclusivamente sulle dichiarazioni rese in sede di sommarie informazioni dai genitori di G. e L.G.M.C. nell’ambito del processo penale, senza considerare che tali dichiarazioni potevano semmai costituire un semplice indizio ma non una autonoma fonte di prova nel processo civile. L.G.G. aggiunge che comunque la circostanza che le due sorelle L.G. avessero deciso di comune accordo di asportare i gioielli e le pellicce dalla casa della defunta zia non escludeva la materialità del fatto, ovvero dell’impossessamento di tali beni da parte di L.G.M. C. senza il consenso dell’avente diritto L.G.A..
La ricorrente principale sostiene inoltre di essersi limitata ad affermare dinanzi agli organi di P.G. che la sorella si era impossessata di gioielli e pellicce rinvenuti in casa della zia senza peraltro averla accusata di aver commesso un furto.
Sotto un primo profilo deve rilevarsi che in base al principio del libero convincimento ogni elemento dotato di efficacia probatoria può essere utilizzato dal giudice attraverso una sua autonoma valutazione e, naturalmente, nel contraddittorio tra tutte le parti partecipanti al giudizio; in tale contesto è stato quinti ritenuto che il giudice civile può utilizzare come fonte del proprio convincimento le prove raccolte in un processo penale (Cass. 25.5.1993 n. 5874; Cass. 11.8.999 n. 8585), nonchè i rapporti ed i verbali degli organi di P.G. (Cass. 11.1.1989 n. 57); correttamente quindi il giudice di appello ha apprezzato sotto il profilo probatorio le dichiarazioni rese dai genitori delle parti in sede di sommarie informazioni testimoniali, avendo evidenziato la loro genuinità in quanto provenienti da soggetti legati dagli stessi vincoli di parentela con G. e *********
Deve poi osservarsi che nella specie il giudice civile ha logicamente escluso lo stesso fatto materiale costitutivo del reato di furto, una volta accertato che il prelevamento dei gioielli e delle pellicce dalla casa della zia defunta da parte delle due sorelle era stato dettato dall’intento non già di impossessarsene ma semplicemente di evitare che tali beni venissero sottratti da persone di servizio, come già avvenuto in passato.
Infine la circostanza che l’attuale ricorrente principale non abbia mai accusato la sorella di furto ma solo dell’impossessamento di determinati oggetti è irrilevante, posto che i datti esposti nella querela presentata da L.G.A. e successivamente da L.G.G. dinanzi agli inquirenti erano idonei ad integrare il reato di furto, come confermato dalle indagini in tal senso promosse dal P.M.. Con il quarto motivo la ricorrente principale, deducendo omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, sostiene che la Corte territoriale ha fondato il suo convincimento in ordine al comportamento calunnioso della esponente sulla base del semplice comportamento del P.M., che in seguito alla suddetta querela ed alle successive dichiarazioni rese da L.G. G. aveva instaurato un procedimento penale nei confronti delle appellate per il reato di furto; tale assunto secondo la ricorrente principale è fondato su un presupposto inesistente, ovvero la pretesa infallibilità del P.M..
L.G.G. inoltre evidenzia la contraddittorietà dell’affermazione del giudice di appello in ordine alla ritenuta idoneità a promuovere un procedimento penale a carico della appellata anche della denuncia presentata da ******, nonostante che costui fosse stato ritenuto non responsabile di calunnia. La censura è infondata.
La Corte territoriale, avendo accertato che la denuncia sporta da L.G.A. e le successive dichiarazioni rese agli organi inquirenti da parte dell’attuale ricorrente principale avevano determinato l’instaurazione di un procedimento penale per furto a carico di L.G.M.C. e di G.D. risultate poi innocenti, ha ritenuto sussistente un comportamento calunnioso riferibile a L.G.G.; tale convincimento è immune dai pretesi vizi argomentativi evidenziati con la censura in esame, avuto riguardo all’interesse tutelato dall’art. 368 c.p., attinente al pericolo di deviazioni nell’amministrazione della giustizia, pericolo sicuramente sussistente nella specie sulla base della semplice constatazione dell’avvenuto promovimento del suddetto procedimento penale conseguentemente alle sopra enunciate iniziative di ******* E’ poi appena il caso di aggiungere che il fatto che ****** sia stato ritenuto non responsabile di calunnia per difetto di prova circa la sua consapevolezza dell’innocenze delle incolpate non incide sull’autonomo comportamento calunnioso posto in essere da L.G.G., consistente nell’aver esposto agli organi inquirenti fatti idonei a determinare l’incolpazione per il reato di furto di L.G.M.C. e G.D. essendo consapevole della loro innocenza.
Con il quinto motivo la ricorrente principale, deducendo omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, censura la sentenza impugnata per non aver fornito adeguate argomentazioni in ordine alla determinazione del danno morale liquidato nella somma di L. 12.000.000 per ciascuna delle controparti, da ritenere sicuramente eccessiva; inoltre l’equiparazione del danno subito da L.G. M.C. e G.D., pur nella diversità delle loro posizioni, era incongrua.
La sentenza impugnata, avendo escluso la sussistenza della diffamazione e del concorso di L.G.G. nella calunnia di cui alla denuncia di L.G.A., ha ridotto equitativamente il danno morale in L. 12.000.000 per ciascuna delle due appellate, avuto riguardo alla concreta entità del fatto, quale riconducibile da un lato alla diffusione della falsa incolpazione del furto e dall’altro alla pesantezza dell’accusa di furto per le circostanze di tempo e di luogo di cui lo stesso sarebbe avvenuto; ha poi escluso ogni incongruenza nella liquidazione dello stesso ammontare del danno per ciascuna delle due appellate nonostante le loro diverse qualità (una imprenditrice, l’altra studentessa), posto che il danno morale non è suscettibile di diversa determinazione per effetto dell’attività lavorativa svolta dal danneggiato.
Orbene, premesso che la liquidazione del danno morale è necessariamente equitativa tenendo conto, tra l’altro, della gravità del reato (vedi "ex multis" Cass. 25.10.2002 n. 15103; Cass. 31.5.2003 n. 8827), è evidente che il giudice di appello ha dato compiutamente conto delle circostanze di fatto da lui considerate nel compimento della valutazione equitativa e dell’"iter" logico che lo ha condotto alla suddetta determinazione del danno, cosicchè tale statuizione è immune dai profili di censura sollevati con il motivo in esame.
Con il sesto motivo la ricorrente principale, deducendo violazione e falsa applicazione degli articoli 91 e 92 c.p.c. e vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver condannato l’esponente al rimborso di due terzi delle spese del secondo grado di giudizio nonostante che l’appello è stato accolto sia pure parzialmente e che quindi L.G.G. è risultata la parte vittoriosa.
Il giudice di appello, in considerazione dell’esito complessivo della lite e del parziale accoglimento dell’impugnazione, ha compensato per un terzo le spese del grado, ed ha posto a carico dell’appellato i residui due terzi di esse.
Tale statuizione è corretta sul piano logico-giuridico considerato che, fatta eccezione per quella parte dell’appello ritenuta meritevole di accoglimento, le residue censure sollevate (tendenti ad ottenere il rigetto integrale della domanda delle controparti) erano state respinte, cosicchè la condanna dell’appellante al rimborso dei due terzi delle spese del grado è conforme al principio della soccombenza.
Precedendo quindi all’esame del ricorso incidentale, si rileva che con il primo motivo L.G.M.C. e G.D., denunciando violazione e falsa applicazione degli articoli 110 e seguenti – 185 – 368 e segg. c.p. e art. 2059 c.c., nonchè vizio di motivazione, censurano la sentenza impugnata per aver escluso la responsabilità di L.G.G. con riferimento alla calunnia contenuta nella denuncia presentata a suo tempo da ******* nei confronti delle attuali ricorrenti incidentali;
costoro assumono che L.G.G. era pienamente consapevole dell’innocenza delle esponenti in ordine al denunciato reato di furto e che al fine di far promuovere nei loro confronti un procedimento penale aveva mentito allo zio inducendolo a presentare la denuncia senza la quale nessuna indagine sarebbe stata possibile; ciò dimostrava il suo concorso nel delitto di calunnia ai danni della sorella e della nipote.
Il giudice di appello, una volta accertato il passaggio in giudicato del capo della sentenza di primo grado riguardante la ritenuta non responsabilità di ****** relativamente alla calunnia contenuta nella denuncia da lui presentata per difetto di prova circa la sua consapevolezza dell’innocenza delle incolpate, ha conseguentemente escluso il concorso di L.G.G. in tale reato; tale logica conclusione è pienamente condivisibile, non potendo ammettersi la responsabilità di un soggetto quale concorrente nel delitto di calunnia allorchè l’autore della pretesa calunnia sia stato assolto proprio in ragione del dubbio sulla consapevolezza dell’innocenza dell’incolpato (Cass. Pen. 17.6.1995 n. 6990); correttamente quindi il giudice di appello, esclusa la responsabilità di L.G.G. per il concorso nel delitto di calunnia riconducibile alla denuncia presentata da L.G. A., ha equitativamente ridotto l’ammontare del danno da essa dovuto alle controparti.
Con il secondo motivo le ricorrenti incidentali, deducendo violazione degli articoli 110 e segg. c.p., artt. 185 – 195 c.p. – art. 2043 c.c. e segg. e art. 2059 c.c., nonchè vizio di motivazione, assumono che erroneamente il giudice di appello ha escluso la configurabilità del reato di diffamazione nei fatti che hanno dato luogo alla presente controversia; esse rilevano che dai documenti prodotti e dallo stesso contenuto della sentenza impugnata emergeva che l’offesa all’onere ed alla reputazione delle esponenti per essere stata qualificate come responsabili di furto era stata portata a conoscenza di una pluralità di soggetti. Le ricorrenti incidentali aggiungono poi che illogicamente e contraddittoriamente la sentenza impugnata ha definito lecito il comportamento di ****** per difetto di prova sulla consapevolezza dell’innocenza delle incolpate, posto che lo stesso giudice di appello ha accertato che le esponenti erano state ingiustamente accusate di un furto non commesso e che ************* per tale ragione aveva posto in essere un comportamento calunnioso in danno della sorella e della nipote. La censura è infondata.
La Corte territoriale ha rilevato all’esito di un accertamento di fatto sorretto da adeguata e logica motivazione che la denuncia di furto da parte di ****** era stata raccolta da un ufficiale di P.G. verbalizzante, e che non vi era prova che la notizia fosse stata riferita da L.G.G. dopo l’inizio delle indagini ad altri soggetti, oltre che in sede di audizione a sommarie informazioni testimoniali ed ala P.M.; pertanto la censura in esame al riguardo tende inammissibilmente a prospettare una diversa ricostruzione di tali circostanze senza oltretutto riportare il contenuto dei documenti dai quali sarebbe confortato l’assunto delle ricorrenti incidentali. Correttamente poi la sentenza impugnata, una volta richiamata la statuizione del giudice di primo grado passata in giudicato in ordine alla assenza di prova circa il dolo della calunnia riguardo ad L.G.A., ha rilevato che costui, denunciando il suddetto furto, aveva esercitato legittimamente il suo diritto di richiedere agli organi a ciò istituzionalmente preposti lo svolgimento di indagini; in proposito deve pure osservarsi che la denuncia di un reato perseguibile d’ufficio (come nella specie il furto) non è fonte di responsabilità per danni a carico del denunciante ex art. 2043 c.c. anche in caso di proscioglimento o assoluzione del denunciato, se non quando essa possa considerarsi calunnia; al di fuori di tale ipotesi, infatti, l’attività pubblicistica dell’organo titolare dell’azione penale si sovrappone alla iniziativa del denunciante, togliendole ogni efficacia causale ed interrompendo così il nesso causale tra tale iniziativa ed il danno eventualmente subito dal denunciato (Cass. 20.10.2003 n. 15646).
Anche il ricorso incidentale deve pertanto essere rigettato.
Ricorrono giusti motivi, dato la reciproca soccombenza, per compensare interamente tra le parti le spese di giudizio.
Così deciso in Roma, il 8 novembre 2006.
Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 12/10/2007 n. 21447; Pres. Senese S.
Con ricorso depositato in data 19 gennaio 1998, la Casa di Cura Villa Chiarugi s.r.l. proponeva appello avverso la sentenza del Pretore di Nocera Inferiore con cui veniva dichiarata l’inammissibilità dell’opposizione al decreto ingiuntivo reso in proprio danno, per il pagamento di contributi previdenziali omessi e relative sanzioni civili (relativamente al periodo dal 1 gennaio 1980 al 31 dicembre 1990). Chiedeva la riforma della decisione, con accoglimento dell’opposizione e la revoca del decreto ingiuntivo.
Si costituiva l’INPS, insistendo per la conferma della sentenza, ribadendo l’inammissibilità dell’opposizione, in quanto proposta oltre il termine perentorio di legge.
Con sentenza del 23 giugno 2000 il Tribunale di Nocera Inferiore rigettava l’appello, confermando la decisione impugnata, sul rilievo che la spedizione del ricorso a mezzo del servizio postale non costituiva valida modalità di deposito dell’atto stesso, dovendo questo avvenire mediante consegna materiale dell’atto nelle mani del cancelliere, sicchè la prescelta modalità di proposizione dell’opposizione al decreto era da ritenersi affetta da nullità ai sensi dell’art. 156 c.p.c., comma 2, nullità non sanata dalla pur avvenuta iscrizione a ruolo della causa.
Avverso tale pronuncia la società soccombente proponeva ricorso per cassazione con un unico motivo, sollevando, in memoria, questione di legittimità costituzionale dell’art. 415 c.p.c., (concernente le controversie di lavoro e previdenziali), per contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui detta norma non consente l’utilizzo del mezzo postale per la proposizione del ricorso, sostenendo l’eccezione di incostituzionalità con il richiamo alla sentenza della Corte costituzionale 18 marzo 2004 n. 98, dichiarativa della illegittimità costituzionale della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 22, ("Modifiche al sistema penale") nella parte in cui tale norma non consentiva l’utilizzo del mezzo postale per la proposizione dell’opposizione alla ordinanza ingiunzione ivi prevista. Questa corte, ritenuta la questione rilevante e con manifestamente infondata, sospendere il giudizio rimettendo gli atti alla Corte costituzionale ordinanza depositata il 6 12 2004.
Con ordinanza n. 34 del 9 febbraio 2007, la Corte costituzionale ha dichiarato la manifesta infondatezza della sollevata questione, con conseguente riattivazione del giudizio sospeso ed esame dell’unico motivo di ricorso proposto dalla Casa di Cura Chiarugi, ulteriormente illustrato da memoria, cui resiste l’INPS con controricorso.
Con l’unico motivo di ricorso, la società Casa di Cura Villa Chiarugi, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 156, c.p.c., comma 2, lamenta che l’orientamento restrittivo,che fa discendere la nullità del deposito del ricorso, spedito a mezzo posta, del richiamato art. 156, comma 2, seguito dal Tribunale di Nocera Inferiore, non appare corretto, pur in presenza della pronuncia della Corte Cost. n. 34 del 2007, poichè non tiene conto del comma terzo dello stesso articolo, che prevede la sanatoria della nullità qualora l’atto abbia raggiunto lo scopo a cui è destinato.
Va preliminarmente puntualizzato che, ai sensi dell’art. 645 c.p.c., l’opposizione a decreto ingiuntivo da luogo ad un ordinario, autonomo giudizio di cognizione, che, sovrapponendosi allo speciale e sommario procedimento monitorio (artt. 633, 644 c.p.c., e segg.), si svolge nel contraddittorio delle parti secondo le norme del procedimento ordinario (ex plurimis Cass. 4 dicembre 1997 n. 12311). Con riguardo, poi, al procedimento di ingiunzione per i crediti previdenziali – finalizzato ad ottenere il decreto ingiuntivo per il pagamento degli stessi, emesso dal giudice del lavoro ai sensi dell’art. 637 c.p.c., al quale può seguire l’opposizione proposta davanti allo stesso giudice con le forme del rito del lavoro ex artt. 413 e 415 c.p.c., vi è nella prima fase un procedimento speciale a cognizione sommaria, retto dalle disposizioni sue proprie; mentre solo la seconda, quella dell’opposizione, è regolata dalle norme sul processo del lavoro (ex plurimis, Cass. 20 marzo 1999 n. 2630), con l’ulteriore conseguenza che il ricorso in opposizione contro l’ingiunzione di pagamento non può essere proposto a mezzo del servizio postale, ma deve essere depositato presso la cancelleria di detto giudice con consegna "a mani" del cancelliere.
Invero, il deposito dell’atto costituisce il necessario strumento per portare all’esame del giudice adito l’atto introduttivo del giudizio, ed, inoltre, il deposito medesimo è effettuabile a mezzo del servizio postale solo in presenza di una specifica norma che preveda le relative modalità di introduzione del giudizio (quale l’art. 134 disp. att. c.p.c., inerente al deposito del ricorso e del controricorso nel giudizio di legittimità a mezzo della posta, che, in quanto norma eccezionale, non può essere suscettibile di interpretazione analogica) (cfr. Cass. 6 febbraio 2003 n. 1813).
Nè può condividersi l’orientamento espresso con la sentenza n. 6968 del 1997 (richiamata dalla ricorrente e rimasta isolata), secondo cui, qualora risulti incontrovertibilmente dagli atti la data del deposito e possa, dunque, ritenersi raggiunto lo scopo, essendo possibile in tal caso la verifica della tempestività dell’opposizione, il giudice non potrebbe dichiarare inammissibile il ricorso, ostandovi l’art. 156 c.p.c., comma 3, essendo, stata questa decisione superata dal più recente orientamento giurisprudenziale espresso da questa Corte ed in particolare dalle sentenze n. 1262 e 2450 del 1999, che, in motivato dissenso dalla citata sentenza n. 6968 del 1997, hanno ritenuto l’impossibilità di configurare qualsiasi tipo di sanatoria in relazione ad un’attività inidonea a realizzare la corrispondente fattispecie legale determinativa della proposizione del ricorso (cfr. più di recente, Cass. n. 1813 del 2003 cit.). Come anche rilevato nella sentenza n. 4130 del 1988, resa a sezioni unite, ad evitare la pronuncia di inammissibilità dell’opposizione non proposta nel termine di legge non basta, infatti, la volontà di proporre opposizione in qualsiasi modo manifestata, atteso che la perentorietà del termine e la decadenza determinata dalla sua inosservanza esigono che il comportamento imposto alla parte al fine di evitare conseguenze ad essa sfavorevoli sia precisamente individuato in astratto e sia compiutamente tenuto in concreto secondo le modalità prescritte dalla legge.
L’esame delle disposizioni processuali attinenti al rito delle controversie di lavoro induce, dunque, a concludere che l’atto introduttivo del giudizio davanti al giudice del lavoro deve essere depositato nella cancelleria del relativo ufficio giudiziario: tanto dispone espressamente l’art. 415 c.p.c., per il processo del lavoro ed analogo principio di desume dal complesso delle disposizioni processuali attinenti alla costituzione della parte anche nel giudizio ordinario.
Per converso la spedizione a mezzo del servizio postale alla cancelleria integra una modalità non prevista in via generale (salva l’espressa eccezione rappresentata dall’art. 134 disp. att. c.p.c.), e non può condurre alla valida costituzione in giudizio dell’attore e alla regolare iscrizione della relativa causa nel ruolo generale civile, per cui la stessa risulta radicalmente inidonea ad investire validamente il giudice della cognizione e della decisione. In altre parole la spedizione dell’atto introduttivo a mezzo della posta è carente del requisito formale indispensabile (il deposito in cancelleria, appunto) per il raggiungimento dello scopo, cui questo è destinato dalla legge, dovendo perciò concludersi che la prescelta modalità di proposizione dell’opposizione è nulla ai sensi dell’art. 156 c.p.c., comma 2, e tale vizio è assoluto, rilevabile d’ufficio ed insanabile, anche se il cancelliere abbia erroneamente proceduto all’iscrizione a ruolo della causa relativa.
Ne discende allora che proprio l’insanabilità della dedotta patologia priva di ogni rilievo processuale la circostanza che – come nella specie. Tatto sia pervenuto in cancelleria entro il termine perentorio, non essendo configurabile la sanatoria per raggiungimento dello scopo, atteso che la spedizione non lascia configurare nel ricorso spedito a mezzo posta, un atto equipollente al deposito, pur se compiuto nei termini di legge.
La correttezza di tali considerazioni, fatte proprie dal Giudice a quo ha trovato, del resto, pieno riscontro nella richiamata pronuncia n. 34 del 2007 della Corte cost., la quale, nell’evidenziare le diversità riscontrabili dal raffronto tra l’opposizione ad ordinanza – ingiunzione e l’opposizione a decreto ingiuntivo, ha osservato, tra l’altro, che è da escludere che la procedura per la opposizione a sanzione amministrativa della L. n. 689 del 1981, art. 22. e quella di opposizione a decreto ingiuntivo in relazione alle somme dovute per violazioni delle disposizioni in materia di previdenza ed assistenza obbligatoria siano assimilabili, se non quanto alle violazioni che vi danno rispettivamente luogo, sì da rendere irragionevole il diverso regime relativo alle modalità di deposito dell’atto introduttivo delle rispettive controversie, che esclude, per la seconda, la deroga alla regola generale prevista per la prima;
e che l’introduzione della possibilità dell’utilizzo del servizio postale nel processo del lavoro, caratterizzato da una struttura processuale piuttosto complessa, sarebbe destinata, da un lato, a ripercuotersi negativamente sul funzionamento del sistema processualistico dello stesso rito del lavoro nel suo complesso e, dall’altro, determinerebbe una irragionevole disparità di trattamento, costituzionalmente rilevante, fra controversie soggette a tale rito, nella insussistenza di condizioni particolari che la giustifichino.
Tali considerazioni costituiscono ulteriori ragioni per escludere la correttezza di una interpretazione – quale quella propugnata dalla ricorrente anche successivamente alla pronuncia della Corte cost. n. 34 del 2007, con conseguente rigetto del ricorso, essendo stata l’opposizione al decreto ingiuntivo proposta con modalità non consentite dalla legge, così come ritenuto dalla impugnata sentenza.
La complessità della questione, che ha richiesto l’intervento della Corte costituzionale, induce a compensare le spese del presente giudizio.
Corte di Cassazione Civile sez. III 8/10/2007 n. 20986; Pres. Di Nanni, F., Rel. Talevi, A.
Affinché ricorra la responsabilità della p.a. per un fatto lesivo posto in essere dal proprio dipendente, deve sussistere la riferibilità all’amministrazione del comportamento stesso, la quale presuppone che l’attività posta in essere dal dipendente sia e si manifesti come esplicazione dell’attività dell’ente pubblico e cioè, tenda pur se con abuso di potere, al conseguimento dei fini istituzionali nell’ambito delle attribuzioni dell’ufficio o del servizio cui il dipendente è addetto. Tale riferibilità viene meno quando il dipendente agisca come un semplice privato per un fine strettamente personale ed egoistico che si riveli assolutamente estraneo all’amministrazione o addirittura contrario ai fini che essa persegue, ed escluda ogni collegamento con le attribuzioni proprie dell’agente, atteso che in tale ipotesi cessa il rapporto organico fra l’attività del dipendente.
Nell’impugnata decisione lo svolgimento del processo é esposto come segue.
"Con atto di citazione notificato il 24/11/1994 ed il 19/12/1994, De Nuzzo *****************Luc***********cute; De Nuzzo ****************** due quali genitori ed il terzo come fratello di De Nuzzo **************vano in giudizio innanzi al Tribunale di Brindisi Braccio Cosimo, vigile urbano alle dipendenze del Comune di Oria e lo stesso Comune di Oria assumendo che l’11/8/1991, presso lo stadio Comunale di Oria, durante la manifestazione folcloristica "Torneo dei Rioni" il menzionato Braccio aveva sparato un colpo di pistola che aveva attinto il proprio congiunto De Nuzzo **************olo.
Aggiungevano gli istanti che, per tale fatto, il Braccio era stato sottoposto a procedimento penale conclusosi con sentenza di condanna ad anni 16 di reclusione, sentenza di condanna pronunciata in danno di costui per omicidio volontario dalla Corte di Assise di Brindisi in data 21/05/1992 e confermata con decisione 4/2/1993 dalla Corte di Assise di Appello di Lecce prima e con decisione 23/10/1993 dalla Corte di Cassazione poi.
Precisavano i medesimi istanti che dette sentenze avevano posto a carico del Braccio anche il risarcimento dei danni nei confronti di essi congiunti, parti civili costituite, e concludevano chiedendo la condanna di costui e del Comune di Oria al pagamento solidale in proprio favore di tali danni, danni che quantificavano in £. 600.000.000 (ovvero in quella somma maggiore o minore risultante in corso di causa) instando altresì per la refusione delle spese sostenute nel procedimento penale in ragione di £. 6.910.000.
Instauratosi il contraddittorio, il Comune di Oria contestava la domanda sostenendo che le sentenze penali dedotte in causa non gli erano opponibili in quanto non aveva mai partecipato al giudizio penale come responsabile civile.
In ogni caso sempre a parere dell’Ente convenuto, la dinamica dei fatti come ricostruita con la sentenza penale di condanna escludeva che la condotta delittuosa fosse inquadrabile nell’ambito dei fini istituzionali cui era preposto il Braccio.
Concludeva il Comune di Oria instando per il rigetto della domanda con vittoria di spese di lite.
Braccio Cosimo rimaneva contumace.
Con sentenza 16/12/2000 il G.O.A. presso il Tribunale di Brindisi condannava entrambi i convenuti, in solido al pagamento in favore degli attori, della somma di £. 320.000.000 oltre interessi dalla data della sentenza al saldo e spese di lite.
Riteneva il primo giudice che in virtù del rapporto di dipendenza esistente tra il Comune di Oria ed il Braccio, vigile urbano presso detto Comune, poteva affermarsi la responsabilità del primo in solido con il secondo riconosciuto autore del fatto delittuoso.
Questo perché, sempre secondo il primo giudice, la esclusione della responsabilità extracontrattuale della P.A. poteva essere determinata soltanto ove dimostrata l’autonoma volontarietà dell’azione delittuosa realizzata al di fuori dei compiti istituzionali.
Così argomentando il primo giudice riconosceva, quale danno morale, £. 130.000.000 ciascuno ai genitori della vittima e £. 60.000.000 al fratello dello stesso.
Diversamente, lo stesso primo giudice negava il rimborso delle spese sostenute nel giudizio penale svoltosi in assenza del Comune mai citato quale responsabile civile.
Avverso tale sentenza interponeva appello il Comune di Oria.
Resistevano De Nuzzo ****************************zo ******************tutti spiegavano appello incidentale.
Avverso la medesima sentenza interponeva autonomo appello Di Palmo Pal***********qualità di tutore del marito Braccio C**************sistevano De Nuzzo ****************uc***********zo ****************** spiegavano appello incidentale.
I giudizi così instaurati venivano riuniti con provvedimento 18/7/2001. All’udienza del 7/3/2003, sulle conclusioni in epigrafe trascritte, la controversia veniva riservata per la decisione.".
Con sentenza 2.5 – 4.7.2003 la Corte decideva come segue. "…pronunciando sull’appello 16/03/2001 e su quello 13/04/2001, appelli proposti rispettivamente dal Comune di Oria e da Da Palmo Palma, quale tutore del marito Braccio C**************la sentenza 16/12/2000 del G.O.A. presso il Tribunale di Lecce, nei confronti di De Nuzzo ******************uc***********o ****************acute; sull’appello incidentale da questi ultimi spiegato così provvede:
1) Dichiara nei confronti di Braccio Cosimo, la nullità della citazione e di tutti gli atti susseguenti ivi compresa la sentenza in esame;
2) Rigetta l’appello avanzato dal Comune di Oria;
3) Ridetermina l’ammontare del danno che viene liquidato in C. 75.000,00 per il padre De Nuzzo ****************nd;. € 75.000,00 per la madre Mazza Luc*********** 50.000,00 per il fratello De Nuzzo ******************ltre rivalutazione secondo indici istat, a decorrere dall’i 1/08/1991 fino alla data della presente sentenza ed interessi di legge, per lo stesso periodo da calcolarsi prima sulle sorti capitali e quindi sui successivi adeguamenti annuali secondo indici istat;
4) Condanna il Comune di Oria al pagamento delle spese processuali per questo grado del giudizio, spese liquidate in complessive €. 7.800,00 di cui E. 300,00 per spese, E. 2.500,00 per diritti, C. 5.000,00 per onorari oltre 10% rimborso spese forfetarie ed iva e cap come per legge.
5) Dichiara compensate le spese nei confronti di Di Palmo **************utore di Braccio Cosimo.
6) Conferma nel resto.".
Contro questa decisione ha proposto ricorso per cassazione il Comune di Oria.
Ha resistito con controricorso Di Palmo Pal***********trice di Braccio Cosimo.
Hanno resistito con controricorso ed hanno proposto ricorso incidentale De Nuzzo*******************Lu***** D*****zo **************** Palmo Pal***********trice di Braccio Cosimo ha depositato memoria.
Il ricorrente principale Comune di Oria, con il primo motivo, denuncia "Violazione e falsa applicazione dell’art. 354 cpc, dell’art.299 cpc e dell’art.102 cpc in relazione all’art.360 n.3) e 4), nonché del successivo n. 5) per contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia" esponendo doglianze che possono essere riassunte come segue. E’ pacifico tra le parti che la originaria citazione avanti al Tribunale di Brindisi fu fatta nei confronti di Braccio Cosimo ed a costui notificata il 19.12.94, a mani proprie nel carcere di Turi, pur essendo lo stesso legalmente interdetto in forza della sentenza di condanna (pena accessoria) della Corte di Assise.
Donde esattamente la Corte di Lecce ha dichiarato la nullità della atto di citazione, di tutti i susseguenti atti, nonché della sentenza appellata. La Corte di Lecce, avendo esattamente rilevato la nullità della citazione nei confronti di uno dei litisconsorti, ingiustamente ha limitato nei confronti del solo Braccio la declaratoria di nullità della sentenza. Infatti, la nullità della sentenza andava estesa necessariamente a tutti i litisconsorti (la parte ricorrente cita Cass. 03-07- 1978, n. 3282 e Cass. 16.05.1997 n.4360). Il Braccio ed il Comune sono litisconsorti necessari, sia per le ovvie ragioni processuali, sia per la inscindibilità del rapporto sostanziale. Proprio la sentenza impugnata ha ben evidenziato il rapporto di immedesimazione organica esistente tra l’Ente ed il proprio funzionario. Non può asserirsi la illiceità della condotta dell’Ente, se antecedentemente o coevamente non venga accertata la illiceità della condotta del dipendente che ha materialmente agito, attraverso un giudizio che veda validamente coinvolto anche quest’ultimo.
Il motivo è privo di pregio. La citazione in giudizio del Comune e del Braccio ha infatti comportato la contemporanea esistenza di cause che non sono né inscindibili né fra loro dipendenti (non sussistendo alcuna delle varie ipotesi di dipendenza; osserva a tal proposito il collegio che tra l’altro non sussiste una domanda del Comune contro il vigile); si è invece di fronte ad una mera responsabilità solidale che non comporta la sussistenza del dedotto litisconsorzio (cfr. Cass. Sentenza n. 16957 del 16/08/2005: "La responsabilità solidale nei confronti del danneggiato tra gli autori del fatto illecito – anche nel caso in cui questo costituisca reato – ed il responsabile civile non dà luogo ad un’ipotesi di litisconsorzio necessario e, quindi, il creditore può agire nei confronti di uno qualsiasi dei debitori tenuti in solido, non rilevando, in contrario, che l’obbligazione del responsabile civile presuppone l’accertamento della commissione del fatto reato da parte dell’autore materiale, poiché, essendo effettuato detto accertamento soltanto incidentalmente da parte del giudice civile, non si rende necessaria la presenza in giudizio dell’autore materiale.").
Con il secondo motivo il comune ricorrente denuncia "Violazione artt. 2043 e 2049 c.c.. art.28 Cost in relazione all’art.360 n.3) cpc, nonché del successivo n.5) per insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia" esponendo doglianze che vanno riassunte come segue. La sentenza afferma la responsabilità del Comune ai sensi e per gli effetti di cui agli art.2043 c.c. ed art.28 Cost. Infatti, l’Ente ed il suo funzionario agente stanno in rapporto di immedesimazione organica, cosicché il fatto illecito commesso dal funzionario è immediatamente e direttamente riferibile all’Ente pubblico.
La Corte di Lecce ha pure richiamato i risultati ermeneutici raggiunti dalla giurisprudenza della S.C. sul concetto di "occasionalità necessaria", che non viene esclusa neppure dal fatto doloso del funzionario, il comportamento di costui, ancorché anomalo ed illecito, sia comunque riconducibile ad attività ed a finalità istituzionali dell’Ente. Nella specie, ad un certo punto sopraggiungeva il Vigile Urbano Braccio Cosimo il quale rimproverava i ragazzi per la scalata abusiva, ritendendo (e sbagliando in questo) che anche il secondo gruppo di giovani volesse imitare i tre già inerpicati sul muro di cinta. Dal gruppo di giovani si staccava il De Nuzzo,********le intendeva protestare con il vigile per il trattamento riservatogli il giorno precedente, allorquando in pieno centro cittadino gli aveva detto: multa non te ne faccio ma ti spezzo le ossa." Il vigile Braccio rispondeva: se non te le ho date ieri te le do ora." Quindi il Braccio si toglieva il berretto, prendeva a schiaffi e calci il De Nuzzo,********difendeva e dimenava, cercava di sfuggire alla presa del vigile, cadeva e si rialzava, avrebbe voluto scappare; il Braccio estraeva la pistola dalla fondina, armava il carrello e, continuando a strattonarlo esplodeva a bruciapelo il colpo di pistola. Quindi, non c’è chi non veda che il movente del delitto è la brutale ed insana determinazione di Braccio di riaffermare platealmente la sua supremazia attraverso una sonora lezione da infliggere al Braccio alla presenza di tutti i suoi amici.
Il motivo è fondato nei limiti che verranno esposti.
Va anzitutto confermato il seguente principio di diritto: "Affinché ricorra la responsabilità della P.A. per un fatto lesivo posto in essere dal proprio dipendente – responsabilità il cui fondamento risiede nel rapporto di immedesimazione organica – deve sussistere, oltre al nesso di causalità fra il comportamento e l’evento dannoso, anche la riferibilità all’amministrazione del comportamento stesso, la quale presuppone che l’attività posta in essere dal dipendente sia e si manifesti come esplicazione dell’attività dell’ente pubblico, e cioè tenda, pur se con abuso di potere, al conseguimento dei fini istituzionali di questo nell’ambito delle attribuzioni dell’ufficio o del servizio cui il dipendente è addetto. Tale rifèribilità viene meno, invece, quando il dipendente agisca come un semplice privato per un fine strettamente personale ed egoistico che si riveli assolutamente estraneo all’amministrazione – o addirittura contrario ai fini che essa persegue – ed escluda ogni collegamento con le attribuzioni proprie dell’agente, atteso che in tale ipotesi cessa il rapporto organico fra l’attività del dipendente e la P.A." (Cass. Sentenza n. 24744 del 21/11/2006; cfr. anche Cass. n. 10803 del 12 .08.2000).
Ciò premesso si osserva che la Corte di Lecce ha concluso per la sussistenza della responsabilità del comune, in quanto:
-1) Cosimo Br**************urbano, "…..si trovava il loco "comandato in servizio" in viale Grande Europa, con il compito di vigilanza all’ingresso Stadio e vigilanza sosta in viale Grande Europa….";
-2) "…nell’espletamento di tale compito di sorveglianza si inquadra la vicenda poi degenerata nell’omicidio del De Nuzzo:********ile che aveva sorpreso tre giovani mentre scavalcavano il muro dello stadio per assistere gratuitamente allo spettacolo, contesta alla vittima, che si trovava nei pressi dello stesso muro, le medesime intenzioni suscitando reazioni verbali che lo indispettiscono alimentando il risentimento nei confronti del ragazzo con il quale, sempre nell’espletamento della propria attività (il vigile aveva sorpreso il minore a bordo di un motociclo su cui trasportava un passeggero) aveva avuto un battibecco il giorno prima…";
-3) "…rientra nei compiti istituzionali del vigile urbano il controllo del territorio ai fini della prevenzione e repressione di eventuali reati: per l’effetto, il Braccio, in presenza di una violazione di legge (scavalcamento del muro dello stadio) avrebbe dovuto comunque intervenire ancorché non preposto alla vigilanza sul posto….".
Tale motivazione, alla luce del sopra citato principio di diritto, deve ritenersi insufficiente.
Infatti la Corte di appello ha omesso di valutare (sulla base della predetta sua ricostruzione dei fatti) se il vigile, pur trovandosi in un primo tempo ad agire solo nell’espletamento di un compito istituzionale, successivamente e cioè una volta provato (o provato in misura maggiore) il suddetto "…risentimento.." abbia (o meno) cessato di agire per finalità coerenti con quelle in vista delle quali le mansioni in questione gli furono affidate ed abbia (o meno) invece iniziato ad agire per un fine strettamente personale ed egoistico (ad es. lo sfogo del risentimento predetto) assolutamente estraneo agli scopi dell’amministrazione, o addirittura contrario ai fini che essa persegue; e quindi per un fine privo di ogni collegamento con le attribuzioni proprie dell’agente (con conseguente cessazione del rapporto organico fra l’attività del dipendente e la P.A.).
Il motivo di ricorso va dunque accolto (ex art. 360 n. 5 c.p.c.; le ulteriori doglianze debbono ritenersi assorbite).
L’accoglimento di tale motivo (concernente l’an debeatur) ha effetto assorbente sul terzo e sul quarto motivo del ricorso principale e sull’unico motivo del ricorso incidentale, che concernono (sotto vari profili) il quantum debeatur (Con il terzo motivo il comune ricorrente denuncia "Violazione dell’art.1226 c.c. e dei principi codicistici in materia di quantificazione e liquidazione dei danni in relazione all’art.360 n.3) cpc nonché del successivo n.5) per insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia" lamentando che la Corte ha proceduto alla liquidazione dei danni morali, addirittura aumentando quelli già elevatissimi, liquidati dal primo giudice, senza nulla dire sui criteri che l’hanno indotta a siffatta liquidazione.
Con il quarto motivo il Comune denuncia "Violazione del principio della necessaria correlazione tra chiesto e pronunciato, ultra ed extra petizione danni in relazione all’art. 360 n.3) cpc, nonché del successivo n.5) per insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia" esponendo doglianze che vanno riassunte nel modo seguente. La impugnata sentenza così riporta le conclusioni rassegnate dal procuratore dei sigg. DE NUZZO:********..2) accogliere l’appello incidentale e condannare in solido il Comune di Oria ed il V.U. Braccio C**************o di risarcimento di tutti i danni morali e materiali, al pagamento in favore degli attori della somma di £ 600.000.000 il tutto oltre interessi dal momento del fatto fino all’integrale soddisfo…". Pur non essendo stata chiesta nelle conclusioni la rivalutazione, la sentenza ha statuito che ai De Nuzzo ********anche la rivalutazione, con evidente violazione dei suddetti principi in tema di ultra ed extra petizione.
I ricorrenti incidentali De Nuzzo ******************uc***********oni**********ano "Violazione degli artt. 1223, 1226, 2043 e 2056 c.c. e dei principi codicistici in materia di liquidazione dei danni patrimoniali in relazione all’art. 360 n° 3 nonché del successivo n° 5) cpc per insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia" lamentando che la Corte d’Appello ha ritenuto di non dover liquidare alcun danno patrimoniale, ritenendo non raggiunta la prova in questione neppure sotto l’espetto presuntivo, in mancanza di dati relativi, alla vittima ed ai genitori, mentre invece la liquidazione era possibile).
La sentenza impugnata va dunque cassata in relazione al motivo accolto (nei limiti suddetti).
La causa va rinviata alla Corte di Appello di Lecce in diversa composizione.
A detto Giudice del rinvio va rimessa anche la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.
La Corte riunisce i ricorsi. Rigetta il primo motivo del ricorso principale; accoglie il secondo motivo del ricorso principale; dichiara assorbiti il terzo ed il quarto motivo di detto ricorso, nonché il ricorso incidentale; cassa l’impugnata sentenza; e rinvia la causa, anche per la decisione sulle spese del giudizio di cassazione, alla Corte di Appello di Lecce in diversa composizione.
Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 12/9/2007 n. 19107
Anche l’infarto miocardico insorto durante il lavoro, a causa dello stress subito dal lavoratore, può costituire “evento violento” con conseguente diritto dell’interessato o dei suoi eredi al trattamento INAIL. Mezzo idoneo all’accertamento del nesso causale tra l’evento lesivo e l’attività lavorativa svolta è la consulenza tecnica d’ufficio.
1. Con ricorso depositato in data 23.4.2004 S.C., in proprio e quale esercente la potestà di genitore nei confronti di B.M. e B.F., proponeva appello avverso la sentenza del Tribunale di Agrigento 2.10.2003, la quale aveva respinto la domanda volta a conseguire la rendita ai superstiti per il decesso di B.P., rispettivamente marito e padre delle attrici, avvenuto a causa di infortunio sul lavoro del 19.2.2000. Previa costituzione ed opposizione dell’INAIL, la Corte di Appello confermava la sentenza di primo grado, così motivando:
– in data 19.2.2000, B.P., autista alle dipendenze della società Etna Trasporti, mentre era alla guida di un autobus di linea, a causa di un malore perdeva il controllo del mezzo, urtava una pensilina e finiva contro un palo di cemento;
– secondo le attrici, il decesso sarebbe avvenuto a causa delle lesioni riportate nel trauma; dalle certificazioni rilasciate dall’ospedale di Gela e dall’ASL n. (OMISSIS) il lavoratore risulta invece deceduto per infarto del miocardio;
– i testi escussi hanno riferito che il B. giungeva all’ospedale di Gela in arresto cardiaco; inoltre egli fu visto accasciarsi sul sedile di guida e successivamente perdere il controllo dell’automezzo;
– le lesioni esterne erano superficiali, tali da non giustificare il decesso;
– si deve ritenere che il decesso non sia intervenuto a causa del trauma, ma dell’infarto che si verificò prima dell’incidente;
non sussiste collegamento causale tra l’evento e l’attività lavorativa, sicchè il fatto "è estraneo alla nozione di occasione di lavoro"; le spese non sono ripetibili.
2. Hanno proposto ricorso per Cassazione le attrici, deducendo un morivo. Resiste con controricorso l’INAIL.
3. Con l’unico motivo del ricorso, le ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione, a sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 del D.P.R. n. 1124 del 1985, artt. 2, artt. 113,116 e 132 c.p.c., art. 118 disp. att. c.p.c.; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa punti decisivi della controversia, ex art. 360 c.p.c., n. 5 Deducono le ricorrenti che anzitutto la Corte di Appello avrebbe dovuto rilevare come anche l’infarto sia insorto in occasione di lavoro, presumibilmente a causa dello "stress" da guida e che anche un infarto miocardico insorto durante il lavoro può costituire evento violento in occasione di lavoro. Le produzioni effettuate (buste paga) dimostrano il sovraccarico di orario cui il B. era sottoposto. La sentenza non può stabilire l’estraneità dell’evento mortale rispetto al lavoro sulla base di semplici referti medici, in mancanza di autopsia e di idonea consulenza tecnica di ufficio.
4. Nel controricorso, l’INAIL eccepisce che le deduzioni avversarie comportano un inammissibile riesame del merito della causa, essendo incensurabile l’individuazione compiuta dal giudice di merito del nesso di causalità tra l’evento lesivo denunciato e l’attività lavorativa svolta. Deduce ancora l’INAIL che la prospettazione di un infarto da "stress" costituisce modificazione (inammissibile) del fatto posto a base della domanda giudiziale.
5. Il ricorso è fondato e va accolto. Prendendo le mosse dalle considerazioni formulate per ultime dalle ricorrenti, va sottolineato come una sentenza di merito, per poter escludere l’occasione di lavoro ed il nesso causale relativamente ad un infortunio mortale occorso durante il lavoro, deve basarsi su prove certe, congruamente apprezzate, e su di un "iter" logico scevro da lacune o contraddizioni. Nella specie, la principale lacuna consiste nel non avere il giudice di merito disposto idonea consulenza tecnica di ufficio, atta a fugare ogni dubbio circa la ricollegabilità dell’evento mortale ad occasione di lavoro. Nè i referti medici possono supplire al riguardo, essendo mancato ogni riscontro in ordine a presumibili lesioni interne presentate dal paziente ed in ordine al momento in cui insorgeva l’infarto, se anteriore o successivo al trauma, non essendo allo scopo sufficienti le dichiarazioni di testimoni i quali avrebbero visto il B. accasciarsi sul sedile di guida, senza ovviamente poter dire se l’infarto fosse già in atto. Apodittica ed indimostrata rimane quindi l’affermazione, anch’essa contenuta nella sentenza impugnata, che "il fatto è estraneo alla nozione di occasione di lavoro". 6. La sentenza impugnata deve essere pertanto cassata ed il processo va rinviato alla Corte di Appello di Caltanissetta, anche per le statuizioni circa le spese.
La CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Caltanissetta.
Corte di Cassazione Civile sez. III 22/8/2007 n. 17844; Pres. Varrone M., Est. Scarano L. A.
Con atto di citazione ritualmente notificato il 28/5/1993 la sig.ra G.F. conveniva il Comune di Augusta avanti al Tribunale di Siracusa per ivi sentirlo condannare al pagamento della somma di L. 41.040.000 a titolo di canoni non corrisposti in relazione a contratti stipulati in data 12/5/1987 con i quali aveva al medesimo concesso in locazione gli immobili siti nella locale via (OMISSIS) angolo (OMISSIS), da adibirsi l’uno a scuola elementare e l’altro a scuola materna (verso il canone, rispettivamente, di L. 1.920.000 e di L. 1.500.000 mensili), per aver smesso di pagare i canoni in ragione del relativo danneggiamento a seguito del sisma del dicembre 1990.
Nella resistenza dell’Amministrazione convenuta l’adito giudice condannava quest’ultima al pagamento dei canoni per l’ammontare di L. 41.040.000, oltre ad interessi e spese di lite.
Ritenendo ricorrere nel caso un’ipotesi di impossibilità sopravvenuta totale e definitiva della prestazione, con conseguente scioglimento ipso iure del contratto ed esonero del conduttore dall’obbligo di versamento dei canoni, atteso che – non potendo "in alcun modo utilizzare l’immobile tra il momento in cui il terremoto si era verificato ed il momento in cui, valutando non più utile la prosecuzione del rapporto", aveva rilasciato gli immobili locati, dei quali era stato d’altro canto dalla P.A. disposto lo "sgombero immediato" in ragione del "rischio che ne derivava alla incolumità degli occupanti"-, la Corte d’Appello di Catania riteneva il Comune invero non tenuto a corrispondere il canone di locazione, e in parziale riforma della decisione impugnata dal Comune di Augusta con sentenza del 14/2/2002 rigettava la domanda di pagamento dei canoni non corrisposti, condannando l’originaria attrice G. al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.
Resiste con controricorso il Comune di *******.
Con unico motivo la ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 1591 c.c..
Lamenta essere stata dalla corte di merito erroneamente disattesa la domanda di risarcimento del danno da ritardata restituzione dell’immobile.
Si duole dell’"assai poco convincente" motivazione al riguardo da parte della corte di merito, che "invertendo l’onere della prova, pretende dalla locatrice la prova di non avere potuto utilizzare i locali detenuti dal Comune di Augusta e non riconsegnati", mentre ai sensi dell’art. 1591 c.c., il conduttore è comunque tenuto a corrispondere al locatore il canone convenuto fino alla riconsegna, salvo il risarcimento del maggior danno.
Lamenta che, scioltisi incontestatamente ipso iure i contratti di locazione de quibus al verificarsi del sisma, è stato invero ingiustamente disatteso il suo diritto a conseguire il risarcimento del danno da ingiustificata ritardata restituzione dei medesimi ex art. 1591 c.c. essendo stati i locali liberati sin dal febbraio 1991, giusta il relativo verbale di riconsegna, sicchè gli stessi sono stati indebitamente sottratti alla sua disponibilità laddove, seppure inutilizzabili per l’uso contrattuale convenuto, essi erano "certamente ripristinabili indipendentemente dal resto dell’edificio".
Va anzitutto posto in rilievo come, diversamente che in occasione di altri eventi del genere, non risulta in relazione all’evento sismico de quo emanata una specifica disciplina legislativa volta a regolare (anche) le vicende dei contratti di locazione aventi ad oggetto gli immobili rimasti conseguentemente lesionati.
Nè può d’altro canto farsi nel caso applicazione di quanto disposto in particolare dal D.L. n. 333 del 1981, conv. in L. n. 456 del 1981, in tema di provvidenze in favore delle popolazioni colpite dal terremoto del 1980 secondo cui, fermo restando quanto previsto dal D.L. n. 776 del 1980, art. 4 ter "il locatario di immobili dichiarati inagibili è esentato dal pagamento del canone fino al collaudo dei lavori che consentano l’agibilità e l’abitabilità degli immobili medesimi", durante il periodo di esecuzione dei lavori, e sino alla dichiarazione di agibilità e di abitabilità dell’immobile, le parti sono esentate per legge dalle reciproche obbligazioni (art. 5 quater), sicchè il relativo mancato adempimento non depone per la tacita risoluzione consensuale della locazione (v. Cass., 10/6/2005, n. 12319), come pure della disciplina di cui al D.Lgs. n. 76 del 1990, art. 17, dettato per gli eventi sismici del novembre 1980, del febbraio 1982 e del marzo 1982 per le regioni Basilicata, Campania e Calabria secondo cui "1. Il locatario di immobili dichiarati inagibili, per i quali occorrono opere urgenti di riattuazione, ha diritto a conservare il rapporto locatizio anche se è costretto ad allontanarsi temporaneamente dall’alloggio ed è esentato dal pagamento del canone fino al collaudo dei lavori che consentano l’agibilità e l’abitabilità degli immobili medesimi".
Trattasi infatti di leggi speciali, e alla relativa applicazione analogica osta il divieto di cui all’art. 14 preleggi.
Nel caso, attesa la situazione determinatasi in conseguenza del sinistro di impossibilità di godere gli immobili locati e di utilizzarli per l’uso (scuola pubblica) cui gli stessi erano adibiti, tanto da essere conseguentemente oggetto di ordinanze sindacali di sgombero e di inagibilità, è invero la disciplina generale in tema di estinzione del rapporto contrattuale per sopravvenuta impossibilità della prestazione non imputabile alle parti ex art. 1463 ss. c.c. (cfr. Cass., 16/2/2006, n. 3440; Cass., 9/6/2003, n. 9199) a venire in considerazione, quale rimedio all’alterazione del ed, sinallagma funzionale che rende irrealizzabile la causa concreta (v. Cass., 25/5/2007, n. 12235), comportante l’automatica risoluzione ex lege del contratto, con liberazione del debitore dall’obbligazione divenuta impossibile che nello stesso trovava fonte.
L’estinzione dei rapporti locatizi in argomento costituisce questione del resto ormai coperta dal giudicato, atteso che la declaratoria di scioglimento ipso iure dei medesimi ex art. 1463 c.c. contemplata nella decisione della corte di merito è rimasta invero priva di impugnazione.
Dall’estinzione dei contratti di locazione de quibus per impossibilità sopravvenuta del godimento degli immobili discende il conseguente esonero delle parti dalle rispettive obbligazioni.
In particolare, all’impossibilità di godimento ed utilizzazione degli immobili in questione corrisponde la cessazione per il conduttore dell’obbligazione di pagamento del canone (cfr. Cass., 30/1/2006, n. 1980; Cass., 25/8/2003, n. 12439; Cass., 9/6/2003, n. 9199; Cass., 2/4/2001, n. 4799).
Lo scioglimento del rapporto rende peraltro attuale l’obbligazione di riconsegna dell’immobile oggetto di locazione, in base ai principi generali, all’esito della risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta della prestazione per le restituzioni si applicano le norme relative alla ripetizione dell’indebito (art. 1463 c.c.).
Ne consegue che, in base ai principi generali in tema di restituzioni (v., con riferimento all’art. 1458 c.c, Cass., 3/2/2006, n. 2439;
Cass., 20/10/2005, n. 20257; Cass., 16/6/2004, n. 11340; Cass., 19/5/2003, n. 7829; Cass., 12/3/2001, n. 3608) nonchè secondo quanto da questa Corte – seppure con riferimento a diverse fattispecieaffermato specificamente in tema di impossibilità sopravvenuta della prestazione ex art. 1463 c.c., per far valere il diritto alla restituzione è necessaria apposita domanda da parte del creditore (v. Cass., 6/5/1980, n. 2973).
La ragione della domanda per la restituzione della cosa all’esito dell’estinzione del contratto per impossibilità sopravvenuta della prestazione ex art. 1463 c.c. è – come per la costituzione in mora da ravvisarsi nell’esigenza di vincere la presunzione di tolleranza dell’adempimento dilazionato (cfr. Cass., 10/4/1986, n. 2500; Cass., 28/12/1973, n. 3456; Cass., 2/9/1971, n. 2602. V. anche Cass., 23/7/1991, n. 8199; Cass., 3/4/1980, n. 2210. V. anche Cass., 27/1/2003, n. 1149), valendo esse a rendere il ritardo imputabile al debitore (conduttore).
Si pone ulteriormente la questione se in ipotesi -come nella speciedi ritardata riconsegna dell’immobile già oggetto di locazione, trovi altresì applicazione la specifica disciplina di cui all’art. 1591 c.c..
Tale norma ha riguardo alle ipotesi di cessazione del rapporto alla scadenza di legge o di contratto, al cui verificarsi consegue per il conduttore l’obbligo di riconsegna della cosa.
In giurisprudenza di legittimità tale disciplina si ritiene invero applicabile anche in caso di cessazione anticipata – rispetto alla data di scadenza legale o convenzionale – del rapporto locatizio (cfr. Cass., 13/3/1995, n. 2910) e di risoluzione di diritto del contratto (cfr. Cass., 15/10/1997, n. 10115).
Il conduttore, il quale dopo la estinzione (per naturale scadenza) o per risoluzione del contratto sia rimasto nel godimento della res, si ritiene generalmente tenuto al corrispettivo fino alla effettiva riconsegna, salvo l’obbligo di risarcire il maggior danno (v. Cass., 7/2/2006, n. 2525; Cass., 27/4/2004, n. 7982; Cass., 24/5/2003, n. 8240), quand’anche abbia cessato di utilizzarlo secondo la destinazione convenuta (v. Cass., 10/2/2003, n. 1941).
L’obbligo di restituzione ivi previsto si afferma insorgere alla scadenza ed essere di natura contrattuale (v. Cass., 15/5/2007, n. 11189; Cass., 14/2/2006, n. 3183; Cass., 8/3/1997, n. 2109; Cass., 29/3/1996, n. 2910; Cass., 28/10/1993, n. 10733; Cass., Sez. Un., 2577/1964, n. 2061. Contra, per la natura extracontrattuale, v. invece Cass., 27/3/1958, n. 1019; Cass., 26/10/1956, n. 3954), di tipo contrattuale conseguentemente essendo la responsabilità insorgente per la ritardata riconsegna della cosa (v. Cass., 15/12/2004, n. 23368; Cass., 12/9/2002, n. 13294; Cass., 23/5/2002, n. 7546).
L’obbligo, per il conduttore in mora (da intendersi propriamente come ritardo imputabile al debitore: cfr. Cass., 15/10/1997, n. 10115) nella restituzione dell’immobile oggetto della locazione, di corresponsione dell’indennità – commisurata all’ammontare del canone locativo – successivamente alla scadenza o alla cessazione del contratto ex art. 1591 c.c. trova ragione nel persistente godimento della cosa già concessa in locazione, naturalmente produttiva di utilità, benchè venuto meno il titolo in base al quale lo stesso era stato conseguito (cfr. Cass. 7/2/2006, n. 2525; Cass., 24/5/2003, n. 8240), salvo il risarcimento dell’eventuale maggior danno dal locatore subito per non aver potuto utilizzare direttamente e tempestivamente il bene o locarlo a canone più elevato, ovvero per aver perduto occasioni di vendita ad un prezzo conveniente, o, ancora, per altre particolari situazioni pregiudizievoli, la cui prova specifica incombe al locatore (v. Cass., 27/3/2007, n. 7499;
Cass., 13/7/2005, n. 14753; Cass., 8/1/2005, n. 268; Cass., 15/11/2004, n. 21581; Cass., 28/1/2002, n. 993; Cass., 10/2/1999, n. 1133; Cass., 15/10/1997, n. 10115. Diversamente, nel senso che anche per la prova del maggior danno di cui all’art. 1591 c.c., il locatore, cui incombe di provarlo in concreto secondo le regole ordinarie, può avvalersi di elementi presuntivi dotati dei requisiti previsti dall’articolo 2729 c.c. purchè consentano di ritenere l’esistenza di soggetti seriamente disposti ad assicurarsi il godimento dell’immobile dietro corrispettivo, v. peraltro recentemente Cass., 22/3/2007, n. 6958; Cass., 23/1/2006, n. 1224).
L’obbligo di restituzione per indebito presuppone viceversa normalmente il difetto del titolo.
Diversamente dall’ipotesi della scadenza o della cessazione anche anticipata del rapporto sottesa alla disciplina di cui all’art. 1591 c.c. per l’ipotesi in cui persiste il godimento dell’immobile pur essendo venuto meno il titolo in base al quale era stato conseguito, fondando la debenza della relativa remunerazione mediante indennità di ammontare ragguagliato al canone, nell’ipotesi di cui all’art. 1463 c.c. le prestazioni risultano invero impossibili in ragione del verificarsi di evento non imputabile al debitore. E laddove l’impossibilità affetti una sola delle obbligazioni, l’estinzione ipso iure del rapporto si spiega nel non trovare più l’obbligazione non colpita da impossibilità remunerazione nell’altra venuta viceversa meno.
Un tanto appare sintomaticamente confermato, argomentandosi a contrario, dal principio secondo cui in presenza di declaratoria di nullità del contratto di locazione, pur conseguendone in linea di principio il diritto per ciascuna delle parti di ripetere la prestazione effettuata, si esclude per chi ha usufruito del godimento dell’immobile la possibilità di ottenere la restituzione di quanto versato a titolo di corrispettivo per tale godimento, venendo altrimenti a conseguirne un inammissibile arricchimento senza causa in danno del locatore (v. Cass., 3/5/1991, n. 4849).
Rimanendo come nella specie invero inconfigurabile il godimento – anche di mero fatto – del bene oggetto di locazione, è allora da ritenersi non più dovuto il corrispettivo, che non può essere preteso e, se corrisposto, determina un ingiustificato arricchimento per converso da parte del (già) locatore.
Nell’ipotesi in considerazione deve pertanto escludersi l’applicabilità dell’art. 1591 c.c. (cfr. Cass., 17/12/1999, n. 14243).
Nel caso che ne occupa è rimasto in sede di giudizio di merito pacificamente accertato che l’asporto degli arredi e delle suppellettili dai locali de quibus è stato effettuato nel febbraio del 1991, con riconsegna delle chiavi avvenuta nel novembre del 1991, laddove i lavori di riattamento sono iniziati solamente nel giugno del 1992.
Emerge evidente, a tale stregua, che la riconsegna degli immobili è in effetti avvenuta senza (previa richiesta nè costituzione in mora da parte della locatrice ed odierna ricorrente, ben anteriormente alla proposizione (28/5/1993) della domanda stessa introduttiva del presente giudizio in primo grado, come indicato nell’impugnata sentenza ("il Comune di Augusta ha dato riscontro che le opere di manutenzione straordinaria iniziarono parecchi mesi dopo l’avvenuto rilascio, sicchè deve escludersi che la loro esecuzione sia stata intralciata dal conduttore").
Richiesta nel caso vieppiù necessaria, va osservato, in presenza di assoluta e generale impossibilità di godimento e di utilizzazione degli immobili in questione all’esito del sisma e della conseguente emanazione di ordinanze sindacali di relativo sgombero ed inagibilità (riguardanti invero non solo gli immobili oggetto di locazione in argomento ma l’intero stabile condominiale di cui i medesimi facevano parte). Con il venir meno pertanto anche dell’interesse della stessa amministrazione comunale alla relativa utilizzazione per gli scopi cui gli stessi erano adibiti, senza d’altro canto risultare per la locatrice ed odierna ricorrente nemmeno configurabile la possibilità di una utilizzazione diretta o di un reimpiego dei medesimi nel periodo tra la cessazione dei contratti e la loro effettiva riconsegna.
Correttamente la corte di merito ha dunque affermato nell’impugnata sentenza che, nell’ambito del "rapporto sinallagmatico" avvincente le fondamentali obbligazioni del locatore e del conduttore, con obbligo "rispettivamente di fornire un bene idoneo all’uso convenuto e di pagare il canone pattuito quale corrispettivo", il Comune di Augusta, non potendo "utilizzare l’immobile tra il momento in cui il terremoto si era verificato ed il momento in cui … lo aveva rilasciato", non era invero più tenuto "a corrispondere il canone locativo".
Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 14/8/2007 n. 17676; Pres. Ciciretti S., Est. Lamorgese A.
In tema di infortuni sul lavoro, lo sforzo fisico al quale possono essere equiparati stress emotivi e ambientali, costituisce la causa violenta ex art. 2 del d.p.r. 30 giugno 1965 n. 1124 che determina la lesione.
Con ricorso del 23 aprile 2001 S.R. e i figli L. e F.F. adivano il Tribunale di Isernia, chiedendo che per la morte del loro congiunto F.G., avvenuta a seguito di infarto del miocardio, fosse dichiarata la dipendenza da causa di servizio, con la condanna dell’Inail alle prestazioni economiche di legge.
Nella resistenza dell’Istituto, il Tribunale, con sentenza del 20 novembre 2003, accoglieva la domanda e condannava l’ente previdenziale convenuto a costituire in favore dei ricorrenti la rendita vitalizia a decorrere dal giorno successivo al decesso.
La decisione, appellata dall’Inail, era riformata dalla Corte di appello di Campobasso con pronuncia depositata il 22 luglio 2004.
Il giudice del gravame, premesso che i ricorrenti avevano basato la loro pretesa sulla esistenza della malattia professionale e che questa si differenzia rispetto alla infermità per causa di servizio in considerazione del diverso grado di incidenza dei fattori lavorativi, riteneva – condividendo il parere del consulente tecnico di ufficio, il quale aveva concluso per la ricollegabilità dell’evento a causa di servizio – che la morte, avvenuta lontano dal luogo di lavoro e immediatamente dopo la giornata di riposo settimanale, non poteva essere ricondotta, sotto il profilo causale, alla attività lavorativa espletata.
Per la cassazione di questa sentenza i soccombenti hanno proposto ricorso, affidato a tre motivi.
L’Inail ha resistito con controricorso, illustrato con memoria.
Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 345 e 437 c.p.c. e deduce che "pur avendo l’appellante eccepito la carenza di legittimazione passiva e la genericità della domanda soltanto in secondo grado, la Corte di appello, incurante delle doglianze dell’appellato non ha rigettato tale eccezione sia pur argomentando sulla loro infondatezza".
La censura è inammissibile. Ritenuto con interpretazione non sottoposta a censura, che la domanda avanzata dagli odierni ricorrenti era rivolta ad ottenere la condanna dell’Inail alla corresponsione della rendita da malattia professionale da cui era affetto il loro congiunto e dante causa, il giudice di merito l’ha rigettata non per difetto della titolarità in capo all’ente previdenziale del rapporto dedotto in giudizio, ma per l’inesistenza del nesso causale fra attività lavorativa e patologia cardiaca. In tal modo la questione di carenza di legittimazione passiva sollevata dall’appellante è stata risolta negativamente, per implicito, dalla Corte territoriale, e i ricorrenti, non essendo stati soccombenti sul punto, non possono avere alcun interesse ad impugnare la sentenza di appello per la anzidetta affermazione.
Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 3. Erroneamente il giudice del gravame ha concluso che il consulente tecnico di ufficio aveva ravvisato la dipendenza della morte da causa di servizio, escludendo la malattia professionale, in quanto l’ausiliare nella relazione in atti aveva evidenziato che la infermità era stata contratta nell’esercizio ed a causa delle lavorazioni, come appunto richiede la norma denunciata.
Il terzo motivo, nel denunciare vizio di motivazione, critica la sentenza impugnata perchè ha accolto l’impugnazione dell’Inail, così trascurando la formulazione della domanda introduttiva del giudizio, diretta, come pure quella in via amministrativa, ad ottenere il riconoscimento della malattia professionale, e le conclusioni del consulente tecnico di ufficio, il quale aveva ascritto la morte del dipendente a "causalità di servizio", nel senso cioè di collegamento dell’evento all’attività lavorativa.
Questi due motivi, da trattare congiuntamente in quanto si riferiscono alla eziologia lavorativa della patologia, non possono essere accolti, anche se deve rilevarsi l’errore in cui è incorsa la sentenza impugnata nel ritenere che la patologia in relazione alla quale era stata richiesta la rendita costituiva una malattia professionale, secondo pure la specificazione datane dai richiedenti.
Si deve infatti osservare che, in base all’accertamento compiuto in sentenza, la morte del F.G. fu determinata da un infarto acuto, e secondo l’evoluzione giurisprudenziale tale evento, in quanto caratterizzato da rapidità e concentrazione della causa, va inquadrato, sempre che sìa riconducibile sotto il profilo eziologico all’attività lavorativa, come infortunio sul lavoro, e non come malattia professionale, la quale è invece connotata da una causa con sviluppo lento.
In tema di infortuni sul lavoro si è affermato che lo sforzo fisico, al quale possono essere equiparati stress emotivi e ambientali, costituisce la causa violenta, D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, ex art. 2, che determina con azione rapida e intensa la lesione (Cass. 23 dicembre 2003 n. 19682; Cass. 29 agosto 2003 n. 12685; Cass. 26 ottobre 2000 n. 14085, ove si è precisato, con riferimento ad analoga fattispecie di evento che aveva colpito il lavoratore, mentre si trovava nel proprio domicilio, che al fine di determinare se a un infarto cardiaco – il quale di per sè rappresenta una rottura dell’equilibrio nell’organismo del lavoratore concentrata in una minima misura temporale e quindi integra una "causa violenta" – sia riconoscibile un’eziologia lavorativa, occorre accertare se l’attività lavorativa, non necessariamente caratterizzata da sforzi particolari, abbia esercitato il ruolo di elemento causale, anche se concorrente con preesistenti fattori patologici, e se sussista tra la stessa attività e l’evento una contiguità temporale).
Tuttavia l’errore di diritto compiuto dal giudice del merito, al quale spetta la qualificazione dell’evento tutelato dall’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, se cioè infortunio sul lavoro o malattia professionale (Cass. 21 dicembre 2001 n. 16138), non da luogo alla cassazione della sentenza, essendo il dispositivo conforme a diritto, e si deve procedere soltanto alla correzione della motivazione nei termini di cui innanzi.
Relativamente al nesso causale fra attività lavorativa ed evento, la sentenza impugnata ne ha ritenuto la insussistenza, riportandosi al parere del consulente tecnico di ufficio e richiamando, sulla scorta della consolidata giurisprudenza di questa Corte (di cui ha citato le pronunce, 23 maggio 2001 n. 7050 e 18 marzo 1997 n. 2372), la diversa incidenza causale del fattore lavorativo fra il beneficio dell’equo indennizzo e la prestazione della rendita da malattia professionale.
E pur affermando le condizioni di stress da lavoro per il F. G. – questi doveva assicurare quale responsabile dell’ufficio e malgrado le deficienze di organico nel reparto da lui diretto, l’efficienza del servizio – il medesimo giudice ha però sottolineato le condizioni fisiche del lavoratore, il quale presentava dislipidemia e ipertensione arteriosa, e la circostanza che l’evento letale era avvenuto ben al di fuori delle occupazioni lavorative, e cioè nella propria abitazione e immediatamente dopo il giorno di riposo settimanale, così concludendo per l’impossibilita di ritenere che quelle condizioni lavorative fossero state "assolutamente predominanti nella produzione di situazione critica a livello cardiaco sfociata nel decesso".
Tale giudizio sulla incidenza del fattore lavorativo come condizione indispensabile nella causazione dell’evento non risulta adeguatamente censurata dai ricorrenti, i quali si sono limitati ad affermare che dalla consulenza tecnica espletata risultava la dipendenza dell’infarto da "causalità di servizio", trascurando però che la dipendenza da causa di servizio di una infermità o di una lesione sufficiente per il riconoscimento del beneficio dell’equo indennizzo, non ha rilievo decisivo ai fini della decisione, in quanto non coincide, così come ha più volte evidenziato la giurisprudenza di questa Corte, con il presupposto richiesto per l’attribuzione della diversa prestazione a carico dell’Inail della rendita per malattia professionale o da infortunio sul lavoro (v. oltre alle due decisioni innanzi citate 7050/01 e 2372/97, fra più recenti: Cass. 26 agosto 2005 n. 17353, Cass. 19 agosto 2005 n. 17053, Cass. 14 luglio 2004 n. 12997, Cass. 20 dicembre 2002 n. 18204).
Nè i ricorrenti hanno riportato le parti della relazione della consulenza tecnica di ufficio, che varrebbero ad avvalorare l’assunto della diversa e più incisiva influenza del fattore lavorativo sulla insorgenza dell’infarto che aveva colpito il loro congiunto.
Ai sensi dell’art. 152. disp. att. c.p.c., i ricorrenti, sebbene soccombenti, restano esonerati dal pagamento delle spese del giudizio di cassazione.

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