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Timestamp: 2016-06-26 08:04:07+00:00

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Testo integrale contratti di lavoro CCNL Contratti locazione (pro locatore) Contratti locazione (pro conduttore) Oneri accessori (pro locatore) REGOLAMENTO EX ART. 21COMUNICATO A.GI.FOR.: Paralisi del Giudice di Pace - Ricorso Regolamento Continuità È in arrivo la solita finta riforma della Giustizia. Mentre molti Giudici di Pace rischiano di non poter più esercitare in mancanza di un provvedimento di prorogatio, si prospetta, ex lege, un aumento delle competenze degli stessi Giudici. Il provvedimento legislativo, in dirittura di arrivo, provocherà la paralisi di un Ufficio già sull’orlo del collasso. Si aggraverà irreparabilmente la carenza imbarazzante di personale e la inidoneità delle strutture, nate e progettate per altre finalità e non per ricevere un numero sempre più elevato di persone né per conservare migliaia e migliaia di fascicoli. Sono oltre vent’anni che assistiamo a “Riforme” adottate senza la partecipazione degli Avvocati. La Classe Politica è solo riuscita a peggiorare lo stato della Giustizia danneggiando i Cittadini e gli Operatori del Diritto. È ora di dire BASTA. Vi invitiamo a firmare la petizione di protesta che verrà presentata al Ministro della Giustizia il 5 Maggio p.v. Le firme saranno raccolte dalle ore 10,00 alle ore 12,00 dal 26 Aprile a 4 Maggio p.v. nell’atrio avanti la stanza delle iscrizioni a Ruolo (“luogo simbolo della paralisi dell’Ufficio”). Con la presente intendiamo, altresì, informare le Colleghe e i Colleghi che l’A.GI.FOR. ha predisposto il ricorso da presentare al T.A.R. Lazio per ottenere l’annullamento del Regolamento Continuità pubblicato in G.U. l’8 Aprile 2016. Detto Regolamento fonda la possibilità di permanere nell’Albo degli Avvocati non grazie alla dedizione esclusiva alla Professione o alla osservanza delle regole deontologiche, come richiede la tradizione e il prestigio dell’Avvocatura, ma sulla base del numero di pratiche e di affari ed altri canoni censuari. L’Avvocatura avrà una disciplina diversa dalle altre professioni Ordinistiche ove non è prevista una “pulizia etnica” come sanzione per “inadeguato” successo professionale economicamente riscontrabile. La limitazione del numero degli Avvocati si può e si deve fare rispettando la Costituzione e la dignità professionale degli iscritti, e non parametrando l’esercizio della professione ad “odiose” leggi di mercato. Per questo motivo, abbiamo predisposto un Ricorso avverso di esso da presentare al Tar Lazio per il quale chiediamo un Vostro libero contributo per coprire le ingenti spese del C.U. e voci relative che ogni Collega ben conosce. Effettuare il versamento tramite bonifico bancario sul c/c "Monte Paschi Siena" IBAN : IT 70 E 01030 03206 000002152071 - intestato all'A.GI.FOR - causale: "Ricorso Permanenza Albo Tar Lazio". Si prega di dare riscontro alla mail agifor@viorgilio.it della somma versata per ragioni di rendicontazione. Grazie della Vostra generosità.Avv. Carlo Testa, Presidente Nazionale; Avv. Stefano Galeani, Presidente Sezione di Roma; Avv. Giovanni Marchio, Coordinatore Nazionale; Avv. Gaetano Lauro Grotto, Avv. Ivana Abenavoli, Avv. Carlo Recchia, Avv. Carlo Polidori, Avv. Massimo Zazza, Avv. Leonardo Del Vecchio, Avv. Barbara Stopponi, Direttivo Nazionale A.Gi.For.A.GI.FOR. - Associazione Giovanile Forense in collaborazione con A.N.D. - Accademia Nazionale del Diritto CORSO SPECIALISTICO IN DIRITTO E PROCEDURA CIVILE 2016 CORTE D’APPELLO DI ROMA Via Antonio Varisco, 3/5 - Sala Unità d'Italia - dalle h. 13,00 alle 16,00Date e argomenti delle lezioni: 4 marzo – 18 marzo - 15 aprile – 22 aprile – 6 maggio – 29 maggio – 3 giugno – 10 giugno – 8 luglio - 15 luglio – 14 ottobre relatori: avvocati – magistrati - professori universitari ed operatori del diritto 1) 4/3/16 "Consenso informato: modalità dell'acquisizione e problematiche” Cons. Paola Larosa 2) 18/3/16 "Novità legislative e giurisprudenziali sulla mediazione obbligatoria e sulla negoziazione assistita" Avv. Gaetano Lauro Grotto 3) 15/4/16 “La personalizzazione del danno ex artt. 138 – 139 Codice delle Assicurazioni” 4) 22/4/16 “Le novità introdotte dal DL 13/09/2012 n° 158 (legge Balduzzi) 5) 6/5/2016 – "La valutazione della struttura medica e della struttura sanitaria" 6) 20/5/16 “Responsabilità del medico nella pratica della medicina difensiva positiva e negativa” Cons. Roberto Parziale 7) 3/6/16 “Novità legislative relative al Codice del Consumo – Il foro del consumatore e la sua derogabilità” Avv. Vincenzo Morganti8) 10/6/16 “Le novità legislative e giurisprudenziali sul processo nuovo civile esecutivo” Cons. Pres. Francesco Vigorito 9) 8/7/16 “La morosità del condominio e la conseguente responsabilità dei condomini nei confronti dei terzi; il distacco del condomino dal servizio di riscaldamento e condizionamento comune” Avv. Michele Baldacci"La redazione dell’atto di appello” ed il giudizio di appello” Avv.Michele Baldacci 10) 15/7/16 “Condominio: orientamento giurisprudenziale del Tribunale di Roma e novità legislative” Cons.Pres. Mario Bertuzzi 11) 14/10/16 “Le infezioni nosocomiali” Cons. Massimo Moriconi Coordinatori del corso: Avv. Leonardo Del Vecchio - Avv. Gaetano Lauro Grotto Comitato scientifico: Avvocati: Abenavoli Ivana - Del Vecchio Leonardo - Galeani Stefano – Gaetano Lauro Grotto - Polidori Carlo - Recchia Carlo - Stopponi Barbara - Testa Carlo – Zazza Massimo CREDITI FORMATIVI RICONOSCIUTI DAL COA DI ROMAIscrizioni: l’iscrizione può avvenire solo tramite l’indirizzo e-mail: naico72©hotmail.com e dovrà contenere i seguenti dati: indirizzo (indicare via, cap, comune, provincia); telefono; cellulare; fax; e-mail; codice fiscale. Segreteria organizzativa: Avv. Gaetano Lauro Grotto - info: mail naico72©hotmail.com - cell. 34762633643 Avv. Carlo Testa Presidente Nazionale A.Gi.For. Avv. Stefano Galeani Presidente A.Gi.For. Roma CONVENZIONE AGIFOR - PROMOZIONE FEBBRAIO VODAFONE TELEFONIA MOBILE E FISSA Nuove formule e pacchetti dedicati alla Telefonia Mobile 4G, Telefonia Fissa, Adsl o Fibra, Nuova Tecnologia Centralino in Cloud, App come Smart Mobility (gestire le attività dei collaboratori) o Smart Sales (Cataloghi, Brochure Virtuali con carrello prodotti e Preventivo) Pos Mobile o One Drive (Gratuito), il tutto per migliorare efficienza, risultati economici e risparmio. Inoltre abbiamo sviluppato la tecnologia Voip per la telefonia fissa con Supercordless Gsm di Backup ed altre tecnologie. Il nostro progetto di telecomunicazioni vuole integrare la rete Fissa e Mobile ai massimi livelli con un risparmio sensibile dei costi. Per un piano personalizzato sono a disposizione per un incontro tematico. Grazie per l’attenzioneConsulente Professionista Vodafone-PiramisGroup Augusto Caratelli Mobile: 347.7747707 Email: augusto.caratelli©piramisgroup.com Accademia Nazionale del Diritto A.GI.FOR. Associazione Giovanile Forense Europa 2010 academic impact IN ACTION presentano Convegno specialistico: “IL GIURISTA, COSTRUTTORE DI PACE” Venerdì 11 Marzo 2016 ore 17 / 19:30 Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura” Via Serafico, 1 – Roma (Metro Laurentina) INDIRIZZO DI SALUTO E COORDINAMENTO Prof. Rachele Schettini Presidente Europa 2010 PROLUSIONE Avv. Carlo Testa Presidente Accademia Nazionale del Diritto “Diritto: Relazione tra Pari e Dovere Giuridico. Il giurista costruttore di pace contro criminalità e terrore” Prof. Avv. Vincenzo Lusa Peace Building Management – Per costruire la pace nel mondo Avv. Costanza Castelli La Mediazione Familiare – Il ruolo del Mediatore Familiare Avv. Gaetano Lauro Grotto Processo Civile e Penale Avv. Carlo Recchia La Mediazione Civile e gli Organismi di Mediazione Avv. Stefano Galeani Deontologia e Giovani Avvocati CONSEGNA ATTESTATI DEI CORSI DEL 2015 PRESENTAZIONE DEI CORSI DEL 2016 n. 2 Crediti Formativi COA ROMA Iscrizioni:diritto@studiolegalecarlotesta.it “Sempre la vocazione profonda del giurista è stata la realizzazione di quel coordinamento delle azioni al fine della sussistenza armonica e pacifica della società, in cui consiste l’essenza stessa della giustizia” Sergio Cotta “LA SFIDA TECNOLOGICA” Ed. Il Mulino, pag. 191 Care Colleghe e cari Colleghi, ci permettiamo di chiedere la Vostra attenzione sul proseguimento delle iniziative giudiziarie e politiche della Nostra Associazione: 1) il prossimo 23 febbraio avanti la Terza Sezione Civile del Tribunale, G.U. Dott. Garri, è fissata l'udienza per l'annullamento delle elezioni del Comitato dei Delegati di Cassa Forense. Il Tribunale dovrà confermare, in via definitiva, la illegittimità dell’esclusione dal voto degli Avvocati iscritti ope legis alla Cassa, confermando quanto già enunciato, in relazione al "fumus boni iuris", nell’ordinanza emessa dal Collegio della I Sezione Civile del Tribunale di Roma, in sede di reclamo nel procedimento cautelare. 2) il prossimo 10 marzo avanti il TAR Sezione Terza Bis va a sentenza il procedimento promosso dall’A.Gi.For. per l’annullamento del Regolamento Previdenziale di Cassa Forense per i cd. "sottosoglia" (per chi guadagna fino a 10.300 Euro). Detto Regolamento, per espressa ammissione dei vertici del nostro Ente previdenziale, ha indotto, nel primo anno di vigenza, 8 mila Colleghi a "gettare la spugna", stante l'insostenibilità della contribuzione richiesta, crescente nel tempo. 3) l’Associazione è altresì impegnata a contrastare, sia politicamente che giudizialmente, l'emanando Regolamento Continuità Professionale (cd. di "Bonifica Albo") in via di pubblicazione in G.U. Dall’analisi del testo emergono gravi lesioni delle prerogative e dei diritti degli Avvocati del “libero foro”, con evidenti discriminazioni all’interno della stessa categoria forense. Detto Regolamento ci lascia altresì perplessi sulle possibili modalità di esecuzione. Come sarà effettivamente controllata (a campione) la dichiarazione dell'Avvocato di possedere i requisiti di "continuità"? Verranno negli Studi/case a dire "ma tu qui ci lavori o ci dormi"? Come si farà a controllare se l'utenza telefonica non sia usata "promiscuamente"? Gli Avvocati hanno il diritto, costituzionalmente protetto, di scegliere liberamente come comunicare con i propri Clienti (“dai segnali di fumo” “all'alfabeto Morse”!!) – e viceversa – purché il mezzo non metta in pericolo la riservatezza. Ancora: come farà l’Ordine o il Ministero a ottenere, in concreto, l’esibizione dei fascicoli per i quindici affari triennali (cinque annuali), superando il Segreto professionale che come Avvocati possiamo opporre anche al Giudice? E per chi non ha fascicoli perché ha tutto sul PC(T)? Chi verrà a controllare? L'impiegato dell'Ordine, il suo Presidente, un Consigliere Delegato a ciò? Avrà il permesso dell’Autorità Giudiziaria (siamo pur sempre Avvocati)? All'A.Gi.For. appare che in realtà il Regolamento ha l'intento di costringere all'autodimissione dall'Albo, altri migliaia di Colleghe/i, al di fuori di ogni criterio obiettivamente meritocratico. L’Associazione si augura che l’Ordine, pure in questa situazione di infinita prorogatio, si impegni, con Lei, per combattere le iniquità della legge professionale e per non essere l’esecutore di una "bonifica" per conto della cd. “Casta”. Anche per questo insieme VOLTIAMO PAGINA. Grazie dell’attenzione e cordiali saluti. Avv. Carlo Testa, Presidente Nazionale A.Gi.For. e A.N.D. Avv. Stefano Galeani Presidente Sezione Romana A.Gi.For Avv. Giovanni Marchio, Coordinatore Nazionale A.Gi.For. Avv. Gaetano Lauro Grotto, Coordinatore Corsi A.Gi.For. Direttivo Nazionale A.Gi.For. Si informano le gentili Colleghe e i cortesi Colleghi che hanno richiesto informazioni in tal senso che le cause giudiziarie intraprese dall'A.Gi.For. per la DEMOCRAZIA ELETTORALE (per il diritto di voto dei neoiscritti d'ufficio per il rinnovo dei Comitato dei Delegati di Cassa Forense), per la DEMOCRAZIA PREVIDENZIALE (per la proporzionalità della contribuzione al reddito effettivamente percepito), per la DEMOCRAZIA DISCIPLINARE (no al combinato disposto degli artt. 16 e 70 del Codice Deontologico Forense che violano il principio "nulla poena sine culpa") sono fissate per il 6 ottobre 2015 ore 10.30 avanti il Collegio del Tribunale di Roma, XIII Sezione, annullamento elezioni Comitato dei Delegati di Cassa Forense per violazione del diritto di voto degli iscritti ope legis alla Cassa e per il 22 ottobre 2015 ore 9.45 avanti il Tar Lazio Sezione III BIS (annullamento, previa sospensiva, del Regolamento attuativo dell'art. 21, commi 8 e 9, della Legge n° 247/2012, c.d. Regolamento Previdenziale neoiscritti d'ufficio di Cassa Forense). DIRETTIVO NAZIONALE A.GI.FOR. DOBBIAMO REAGIRE!Riassumiamo ciò che è sotto gli occhi di tutti. Gli attuali Consigli dell’Ordine “rischiano” di rimanere in carica con una prorogatio più lunga della loro durata istituzionale. Privi di un forte mandato elettorale, i Consigli sono costretti solo ad una gestione ordinaria degli affari correnti. Chi ha interesse ad un’Avvocatura sempre più debole? Chi potrà fermare lo sfascio determinato dall’ostilità e dall’incompetenza del potere politico che ha determinato, tra l’altro: a) l’insostenibilità della pressione fiscale e contributiva, b) la diminuzione del contenzioso non per l’efficienza delle strutture, ma per gli eccessivi costi della Giustizia; c) il fallimento delle procedure alternative alla giurisdizione che avrebbero dovuto vedere l’Avvocatura come protagonista; d) l’erosione dei settori di attività professionale; e) l’esplosione degli iscritti all’Albo di chi ha “curricula extranazionali”, grazie a una interessata interpretazione delle normative vigenti???Il CNF, unica Istituzione con una rinnovata attuale legittimazione elettorale, più che difenderci da tutto ciò, oggi ci sorprende e ci sconcerta, favorendo l’emanazione di Regolamenti attuativi della Legge professionale, quali quello sulle Specializzazioni, che, in futuro, ostacoleranno e burocratizzeranno l’esercizio della professione forense. Da questa situazione possiamo “uscire” se sapremo reagire insieme alle realtà associative che abbiamo costruito e rafforzato in questi anni, fedeli ai valori dell’Avvocatura. Ci apprestiamo ad un “autunno caldo” per difendere il nostro lavoro, anche in sede giudiziaria (sono imminenti importanti udienze contro le “vessazioni” della Cassa). Chiediamo la vostra collaborazione e il vostro sostegno, come sempre, per iniziative concrete. AGIFOR Avv. Carlo Testa - Avv. Stefano Galeani - Avv. Gaetano Lauro Grotto - Avv. Carlo Recchia Convenzione tra Agifor e Vodafone – PiramisGroup presentata il 23 Luglio 2015 durante il convegno presso la Corte Appello di Roma. Punti di forza della Convenzione per questo mese in corso è 1) la fornitura gratuita di un POS (pagamenti) da collegare via bluetooth con telefono rete vodafone 2) fornitura di Samsung S6 32 GB IN TECNOLOGIA 4G + 4 GB DI INTERNET A 4G 3) ROAMING ILLIMITATO MINUTI/SMS EUROPA/STATI UNITI E CANADA CON 2 GB DI INTERNET A SOLE 68,90 + IVA AL MESE Augusto Caratelli Consulente PiramisGroup – Vodafone Mobile 347.7747707 Email: augusto.caratelli©piramisgroup.comA.GI.FOR. - Associazione Giovanile Forense in collaborazione con A.F.G. - Alleanza Forense per la Giustizia Care Colleghe e cari Colleghi, trenta anni or sono davanti al Notaio Rossetti, 8 giovani (allora veramente) procuratori legali sottoscrissero l’atto fondativo dell’A.Gi.For., cominciando un’avventura. Sentivamo l’esigenza di creare qualcosa per difenderci nell’impervia strada della professione forense. Dopo trenta anni, purtroppo, la motivazione per cui fondammo l’A.Gi.For è sempre più attuale. Sembra cambiato tutto nell’era della telematica ma, la “lotta per la sopravvivenza” è sempre attuale, se non più dura. Oggi, in più, ci assale un senso di solitudine e di frustrazione poiché le nostre Istituzioni ci appaiono deboli, distanti, se non avverse. I Consigli dell’Ordine, a causa dell’Insensibilità del Ministero della Giustizia agli appelli che chiedevano di non emanare un Regolamento Elettorale che sarebbe finito nel “tritacarne giudiziario”, non sono più legittimati da un attuale consenso elettorale. La Cassa Forense, applicando la Legge Professionale e il Regolamento, si appresta a sanzionare e/o a far cancellare migliaia di Colleghe e Colleghi “strozzati” dalla pressione contributiva e fiscale. Il Consiglio Nazionale Forense ha approvato e sta continuando a “sfornare” regolamenti attuativi della Legge Professionale che complessivamente legittimano un criterio di accesso e di permanenza all’Albo fondato sul censo e non sulla qualità e preparazione deontologica e professionale dell’iscritto. Come ormai da trenta anni, vi chiediamo di partecipare alle nostre battaglie. In questi giorni, in particolare, chiediamo di continuare e sostenere, insieme all’A.F.G. (Alleanza Forense per la Giustizia di Paolo Nesta) la mozione e la campagna per l’abolizione dell’art. 21 della Legge Professionale sull’iscrizione alla Cassa Forense, anche senza reddito minimo, per la diminuzione dei contributi per i redditi minimi, per l’eliminazione di ogni riferimento alla capacità patrimoniale o al numero delle cause per rimanere iscritti, per consentire l’accesso all’Albo solo a chi ha esercitato effettivamente e proficuamente la pratica forense in Italia. Avv. Carlo Testa, Presidente Nazionale A.Gi.For.L'A.Gi.For. informa le Colleghe e i Colleghi che per il Ricorso proposto dall'Associazione Giovanile Forense, con il fattivo aiuto redazionale di importanti e qualificati gruppi forensi FB che si ringraziano tutti, avverso il Regolamento attuativo ex art. 21, commi 8 e 9, Legge n° 247/2012 - emanato dalla Cassa Forense e pubblicato in G.U. ad agosto 2014 - sono stati depositati i seguenti ulteriori atti: 1) istanza motivata di fissazione d'udienza e 2) istanza motivata di prelievo. La Dirigenza Agifor ha, altresì, sollecitato presso il Competente Ufficio Magistratuale un attento esame delle istanze depositate e una fissazione dell'udienza di merito la più prossima possibile. Per quanto attiene al Deposito dei Motivi Aggiunti che non risultava, antecedentemente al 9 marzo 2015, ancora visionabile come attività espletata sul Registro Telematico del sito Giustizia-Amministrativa.it (per il qual fatto si sono ingenerate nei nostri sostenitori ed amici FB vere e proprie ansie, oltre ad essere state elaborate - da chi amico non ci è - financo teorie complottiste) si precisa che le notificazioni dei Motivi Aggiunti ai Resistenti (Ministero del Lavoro, della Giustizia, dell'Economia e delle Finanze, Cassa Forense, Consiglio Nazionale Forense) sono state regolarmente eseguite e che per il TEMPESTIVO DEPOSITO di essi MOTIVI AGGIUNTI il termine da prendere in considerazione è 30 giorni dal perfezionamento della notificazione anche per il destinatario ex art. 45 CPA (45. Deposito del ricorso e degli altri atti processuali 1. Il ricorso e gli altri atti processuali soggetti a preventiva notificazione sono depositati nella segreteria del giudice nel termine perentorio di trenta giorni, decorrente dal momento in cui l'ultima notificazione dell'atto stesso si è perfezionata anche per il destinatario. I termini di cui al presente comma sono aumentati nei casi e nella misura di cui all'art. 41, comma 5. 2. È fatta salva la facoltà della parte di effettuare il deposito dell'atto, anche se non ancora pervenuto al destinatario, sin dal momento in cui la notificazione del ricorso si perfeziona per il notificante. 3. La parte che si avvale della facoltà di cui al comma 2 è tenuta a depositare la documentazione comprovante la data in cui la notificazione si è perfezionata anche per il destinatario. In assenza di tale prova le domande introdotte con l'atto non possono essere esaminate. 4. La mancata produzione, da parte del ricorrente, della copia del provvedimento impugnato e della documentazione a sostegno del ricorso non implica decadenza), di talché essendosi perfezionata l'ultima notificazione ai destinatari in data 16 febbraio 2015, il deposito dei Motivi Aggiunti è stato regolarmente e tempestivamente depositato in data 9 marzo 2015. Non è dato sapere, quindi, come mai si sia potuto gettare ombre sul lavoro defensionale svolto e siamo lieti dell'occasione, ancora una volta, per ringraziare pubblicamente il nostro Difensore Avv. Antonio Gargiulo su cui ricade il peso, anche umano, di queste ansie dei Colleghi. Ricordiamo, inoltre, che è proprio in virtù della concreta attività giudiziaria intrapresa dall'A.Gi.For. che, ormai, quasi tutte le Associazioni Forensi - chi prima chi dopo - ha iniziato a parlare di "problema" dell'art. 21 della Legge Professionale. A tal proposito l'A.Gi.For. esprime netta e decisa contrarietà allo Schema di Regolamento attuativo dell'art. 21 comma 1 della Legge n° 247/2012, inviato dal Ministero della Giustizia al CNF, per il previo parere, che impone, fra le tante criticità, all'art. 4 la cancellazione dall'Albo professionale dell'Avvocato non in regola con la contribuzione previdenziale. Detta contribuzione, oggi, è di fatto insostenibile per la maggior parte dei professionisti forensi titolari di studi artigianali, specie se avvocati neoiscritti d'ufficio, o Colleghe con quotidiani e pressanti impegni familiari, giovani e anziani. L'A.Gi.For. chiede al CNF e ai Coa territoriali di rappresentare al Ministero la necessità di espungere tale motivo come giusta causa di cancellazione dall'Albo e di chiedere al Ministero che intervenga affinché il Parlamento provveda al più presto ad abrogare l'intero art. 21 della Legge Professionale. Tutto il Regolamento c.d. Permanenza Albo, fondando la permanenza dell’iscrizione all’Albo sul numero di affari o pratiche e altre canoni censuari e non sulla dedizione esclusiva alla professione e/o sulla osservanza delle regole deontologiche, positivizza un obbligo di successo professionale in modo contorto ed eccentrico rispetto alle altre professioni ordinistiche, che non prevedono certo una "pulizia etnica" dei Colleghi da parte degli organi esponenziali della Categoria. Invero, nessuna professione ordinistica ha la singolarità che il profilo previdenziale condiziona la possibilità di esercizio della professione, la qual cosa stride fortemente con la tanto mitizzata "solidarietà" della Categoria in tutti i Convegni di aggiornamento professionale ricordata. Tuttavia, non crediamo che infierire da parte dei Coa sui Colleghi più sfortunati, impedendo loro di lavorare, sia degno della Civiltà Giuridica e dello Stato di Diritto per la cui costruzione, storicamente, si è tanto battuta l'Avvocatura Italiana. Come Associazione Giovanile Forense chiediamo, pertanto, al Consiglio Nazionale Forense - cui compete di esprimere parere sullo Schema di Regolamento proposto dal Ministero della Giustizia - di rappresentare la necessità di apportare sostanziali modifiche, eliminando ogni riferimento ai canoni latamente censitari e reddituali tipizzati nel Regolamento, peraltro espressamente esclusi dalla norma primaria (art. 21 commi 1-7). A tal proposito informiamo che nostri attivisti stanno predisponendo una Bozza di Ricorso avverso il Regolamento Continuità, qualora non fossero ascoltate le istanze della base dell'Avvocatura. Tuttavia, reputiamo che, proprio in forza del nuovo assetto ordinamentale dei Coa, di fatto svuotati della loro funzione storica - il controllo deontologico - la funzione "sindacale" è la vera e caratteristica funzione "politica" rimasta in capo ai Consigli dell'Ordine, per cui crediamo che siano essi Coa a dover difendere anche giudizialmente i diritti più elementari della persona-avvocato, come quello di poter continuare ad esercitare la professione, pur se non "avvocato di successo", e, quindi, ad impugnare, quando sarà, il Regolamento Continuità, anche per evitare nei Consiglieri in carica la hegeliana "coscienza infelice" sulla loro persona. Fin da ora, infatti, proviamo grande compassione per i Colleghi Consiglieri cui è addossata dalla Legge Professionale la procedura di"sterminio" dei Colleghi "poco produttivi". Questa procedura normata nell'art. 21, commi 1-7, è talmente farraginosa e mortificante per la dignità dell'Ordine (commissariato se non epura un numero tot di Colleghi) per cui prevediamo che ci saranno non poche obiezioni di coscienza o quantomeno, per l'appunto, coscienze infelici di applicare normativa palesemente disumana. Oltre ad essere fonte di intasamento della Giurisdizione del CNF cui si potrà ricorrere, con effetto sospensivo, avverso il provvedimento di cancellazione. E non finisce qui, perché poi c'è l'ulteriore grado della Cassazione a Sezioni Unite, oltre ad eventuali e probabili rinvii alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia della UE. Inoltre, è obbligatorio guardare le cose come stanno nel mondo effettuale e non nel mondo dei sogni: ai ritmi attuali di produttività nella redazione delle proprie Sentenze come Giudice Disciplinare il CNF, se tutti i Colleghi destinatari impugnassero la cancellazione, ci metterebbe qualche decennio per cancellare il numero di Colleghi auspicati dai Vertici. Insomma, anche per questo è NECESSARIO VOLTARE PAGINA.L'A.Gi.For. esprime netta e decisa contrarietà allo Schema di Regolamento attuativo dell'art. 21 comma 1 della Legge n° 247/2012, inviato dal Ministero della Giustizia al CNF, per il previo parere, che impone, fra le tante criticità, all'art. 4 la cancellazione dall'Albo professionale dell'Avvocato non in regola con la contribuzione previdenziale. Detta contribuzione, oggi, è di fatto insostenibile per la maggior parte dei professionisti forensi titolari di studi artigianali, specie se avvocati neoiscritti d'ufficio, o Colleghe con quotidiani e pressanti impegni familiari, giovani e anziani. L'A.Gi.For. chiede al CNF e ai Coa territoriali di rappresentare al Ministero la necessità di espungere tale motivo come giusta causa di cancellazione dall'Albo e di chiedere al Ministero che intervenga affinché il Parlamento provveda al più presto ad abrogare l'intero art. 21 della Legge Professionale. Tutto il Regolamento c.d. Permanenza Albo, fondando la permanenza dell’iscrizione all’Albo sul numero di affari o pratiche e altre canoni censuari e non sulla dedizione esclusiva alla professione e/o sulla osservanza delle regole deontologiche, positivizza un obbligo di successo professionale in modo contorto ed eccentrico rispetto alle altre professioni ordinistiche, che non prevedono certo una "pulizia etnica" dei Colleghi da parte degli organi esponenziali della Categoria. Invero, nessuna professione ordinistica ha la singolarità che il profilo previdenziale condiziona la possibilità di esercizio della professione. Degno di considerazione e di rilievo è soprattutto l'art. 4 del Regolamento che nella Relazione Illustrativa Regolamento Permanenza Albo così viene descritto: "con l’articolo 4 si è scelto di modulare diversamente sotto il profilo temporale il diritto dell’avvocato che ha subito un provvedimento di cancellazione di iscriversi nuovamente all’albo. In particolare si dispone che, quando la cancellazione ha avuto luogo per mancanza del requisito del numero minimo di 5 affari per anno ovvero di quello relativo all’aggiornamento professionale obbligatorio, la reiscrizione può aver luogo non prima che siano decorsi 12 mesi dal momento in cui la delibera di cancellazione è divenuta esecutiva. Ciò al fine di stabilire un lasso temporale minimo occorrente per acquisire effettivamente i predetti requisiti. In tutti gli altri casi, la reiscrizione all’albo può aver luogo anche subito dopo la cancellazione". Gli estensori dell'art. 4 si rendono,tuttavia, conto che trattare 5 affari riservati all'attività del Legale da parte di un Collega cancellato è esercizio abusivo della professione? E che non si possono acquisire crediti formativi senza essere Avvocati o Praticanti Avvocati, a meno che non venga modificato in quest'ultimo caso il Regolamento Formazione, oltre a scriminare per l'avvocato cancellato la sanzione penale di cui all'art. 348 del C.P. (esercizio abusivo della professione di avvocato)? In ultimo, la previsione del requisito dei 5 "nuovi" affari all'anno si rivela assolutamente irragionevole ed illogica se rapportata alla specifica tipologia di attività svolta dall'Avvocato. Egli solitamente, non conclude contratti ad esecuzione istantanea, come invece accade per un commerciante al minuto. Gli affari dell'avvocato, infatti, si riferiscono a contratti di durata, la cui esecuzione, come noto, richiede anni. Senza tralasciare il fatto che un avvocato impegnato nell'espletamento degli "affari" presi negli anni precedenti, potrebbe ad un certo punto non disporre del tempo o avere un'organizzazione sufficiente ed adeguata per assumere "nuovi" incarichi. Infine, il requisito in esame non potrebbe essere assolto, con evidente disparità di trattamento, da chi lavora per un solo cliente, che, come tale, rappresenta un solo affare. Anche l'ostensione dei casi trattati al Coa per le verifiche a campione viola grandemente il segreto professionale (cosa per noi Avvocati sacra), rendendo di fatto la libera professione una professione dipendente dallo scrutinio del Coa territoriale in cui il professionista è iscritto, perdendo così l'Avvocato la libertà morale di accettare o rifiutare l'incarico, con la deleteria potenziale ma reale conseguenza di una sua ricattabilità dai potenziali patrocinati, per continuare a permanere nell’Albo. Siamo sconcertati per la mancanza reazione degli Organi Professionali a questo ennesimo attacco ed umiliazione della professione forense. Invitiamo, quindi, tutte le Colleghe e i Colleghi a sostenere la nostra petizione per l'abrogazione dell'art. 21 Legge n° 247/2012.Avv. Carlo Testa, Presidente Nazionale A.Gi.For. Avv. Giovanni Marchio, Coordinatore Nazionale A.Gi.For. Direttivo Nazionale A.Gi.For. Comunico a tutti i Colleghi di aver provveduto, in data odierna (27 gennaio 2015), a notificare il ricorso per motivi aggiunti avverso la delibera della Giunta esecutiva di CF che ha determinato l'iscrizione obbligatoria ex art. 21 del regolamento già impugnato. Nei prossimi giorni provvederò a depositare l'istanza di prelievo (motivata) per la fissazione dell'udienza di merito. Ad Maiora. COMUNICATO UDIENZA TAR LAZIO Gent.mi Colleghi, ho avuto modo di leggere, sui vari forum, i commenti inerenti l'esito dell'udienza tenutasi stamane dinanzi al TAR del Lazio avverso il temuto quanto deprecabile provvedimento di iscrizione coatta alla Cassa dei numerosi colleghi ricorrenti e non. Al riguardo, devo precisare che, dopo aver argomentato l'assoluta inesistenza del difetto di giurisdizione e dell'altrettanto inesistente presenza di controinteressati (nella fattispecie, l'INPS) ai quali dover notificare il ricorso, ho ritenuto di dover abbinare al merito la causa per due ordini di ragioni: in primis, la delibera, da parte di C.F., di iscrizione per 40000 avvocati avvenuta il 28 u.s., ha modificato il periculum costringendoci, peraltro, a dover notificare, nei prossimi giorni, motivi aggiunti per l'impugnazione della delibera stessa. In secondo luogo, il Presidente ha tacitamente "caldeggiato" tale scelta chiedendo di proporre al più presto un'istanza di prelievo ben motivata al fine di ottenere, il più rapidamente possibile, una sentenza di merito. Del resto, poiché il difetto di giurisdizione è stato contrastato facendo leva non sul rischio connesso alla contribuzione obbligatoria ma a quello della paventata cancellazione dall'albo, una siffatta ipotesi non ci impedirebbe, in assenza di una soluzione definitiva della controversia, di proporre una nuova richiesta di sospensiva. Spero di aver chiarito, seppur brevemente, le ragioni delle scelte processuali adottate nel corso dell'udienza. Un cordiale saluto a Tutti.Avv. Antonio Gargiulo Carissime Colleghe e gentili Colleghi, Si conclude un anno difficile per l’Italia e, in particolare, per l’Avvocatura. In un clima istituzionale ed economico che, quantomeno, ci sconcerta, dobbiamo unire le forze, credere nei valori della nostra coscienza, compiere i doveri, cioè, fare ogni giorno la nostra piccola parte. Questo è l’augurio che possiamo reciprocamente farci: per costruire un nuovo inizio, per vincere ogni delusione, per liberarci dagli incapaci, per ricominciare nel 2015 con fiducia e determinazione, per “voltare pagina”. Avv. Paolo Nesta e Avv. Carlo Testa Ecc.mo Dott. Mario Bresciano Presidente del Tribunale di Roma, i sottoscritti Avvocati, anche n.q. di Presidenti dell’A.F.G. - Alleanza Forense per la Giustizia e dell’A.Gi.For. - Associazione Giovanile Forense, con la presente missiva raccolgono le più vive preoccupazioni di numerose Colleghe e Colleghi, che ci hanno rivolto anche un’accorata mozione, con prima firmataria l’Avv. Ivana Abenavoli. Dal 1° gennaio 2015 il deposito telematico dovrebbe diventare l’unica modalità di accesso alla Cancelleria per la rituale comunicazione degli atti processuali di parte. A breve la situazione diventerà difficile per tutti e insostenibile per molti. L’inevitabile rodaggio delle strutture telematiche degli Uffici Giudiziari e l’attuale organizzazione di gran parte degli Studi Legali, che pur hanno investito tempo e risorse per l’aggiornamento personale e dei propri staff, rischia di trasformare l’innovazione telematica, se obbligatoria e priva di alternative, nell’ennesima situazione di difficoltà, se non di impossibilità di esercitare serenamente e proficuamente la professione. Parafrasando un profilo del recente accordo tra la S.V. e il Consiglio dell’Ordine di Roma, chiediamo la “cortesia” di destinare, per un periodo non inferiore ad un anno, almeno un Ufficio – una stanza nel Tribunale di Roma – ove sia consentito il deposito cartaceo in alternativa al telematico, soprattutto per gli atti “ultimo giorno” e/o composti da un notevole numero di documenti allegati. Ringraziando per l’attenzione prestata e confidando nella positiva valutazione della presente, porgiamo i migliori ossequi. Avv. Paolo Nesta Avv. Carlo Testa Egregio Onorevole Ministro, Le scriviamo anche a nome di numerose Colleghe e Colleghi nonché a nome di Associazioni Forensi che sono rimaste sconcertate dalla “fuga di notizie” in ordine al definitivo contenuto dell’emanando Regolamento Elettorale per i Consigli dell’Ordine, ai sensi dell’art. 28 della Legge Professionale Forense. Circola sui siti una bozza definitiva di Regolamento che prevede la possibilità che un solo “click”, in occasione del voto elettronico, a favore di una Lista, possa intendersi come voto a favore di tutti i candidati di una Lista, in numero pari al totale dei seggi da assegnare, alla sola condizione che la Lista votata rispetti, nel suo interno, la rappresentanza e l’equilibrio tra i generi. È evidente che detta normativa, pur tutelando l’equilibrio tra i generi ex art. 51 Cost., richiamato dall’art. 28, n. 2 Legge Professionale, viola l’altro principio fondamentale affermato nella medesima normativa primaria: ovvero la tutela della minoranza, come emerge dal n. 3 dell’art. 28 della medesima Legge e dallo spirito della normativa che, nell’ampliare il numero degli eligendi, rispetto alla normativa del 1933, ha ritenuto di dare ai Consigli degli Ordini Territoriali più ampia rappresentatività. Detta finalità della normativa sarebbe frustrata dalla previsione di attribuzione del voto a tutti i componenti della Lista nell’ipotesi di voto espresso in favore di quest’ultima, con l’aberrante conseguenza che la elezione del candidato in grado di raccogliere individualmente un largo consenso, porterebbe alla contemporanea elezione di tutti gli altri componenti della Lista, anche di quelli non in grado autonomamente di conseguire il consenso necessario per l’elezione. Il tutto, inoltre, è reso ancor più grave dal fatto che tale iniquo e antidemocratico sistema si applicherebbe per tutti i Consiglieri da eleggere, senza il rispetto del diritto della minoranza, così consentendo ad una sola persona di gestire di fatto l’Organo Collegiale. L’interpretazione che si intende far valere con la presente è conforme al parere espresso dal Parlamento nel corso della procedura di formazione dell’emanando Regolamento. Si ritiene che il parere della Commissione Giustizia non possa essere disatteso, anche perché, come sopra affermato, conforme al dettato legislativo. Confidiamo nell’intervento degli Organi ministeriali preposti affinché il Regolamento Elettorale, per l’imminente necessario rinnovo del Consiglio dell’Ordine, non risulti lesivo di diritti fondamentali espressi dalla riforma forense ed eviti di ripetere all’interno degli Ordini Forensi la triste esperienza del cd. “Porcellum” delle elezioni politiche. Con ossequio. Avv. Carlo Testa - Avv. Paolo Nesta Presidente Nazionale dell’A.Gi.For. - Presidente A.F.G. Mi sono posto fin’ora la domanda se la mancanza dei “requisiti” stabiliti ex art. 21 L. 247/2012 comma primo debba o non debba essere ricondotta al “comportamento” dell’incolpato, e concluso che, se così fosse, egli potrebbe difendersi adducendo ragioni estranee alla propria sfera di controllo che abbiano determinato la propria condizione…potrebbe persino, secondo me, indicare - a propria discolpa - casi di “mala giustizia”, dei quali egli non sia responsabile, che abbiano pertanto allontanato “ingiustamente” dal proprio studio la clientela …ma così non è. In realtà, per come è delineata, “la teoria dei requisiti” significa, né più ne meno, che non conta affatto l’attribuibilità all’incolpato della condizione in cui egli si trova, bensì unicamente “il fatto oggettivo”. E’ quasi come la consuetudine della rupe Tarpea dalla quale i neonati più deboli venivano gettati ... Il procedimento indicato dalla legge, NON è un procedimento disciplinare, anche se si atteggia ad esso, perché non è diretto ad accertare una responsabilità ma una condizione oggettiva. Il che equivale a privare la professione di avvocato del carattere insito di professione “libera”, come la intende l’art. 33 della nostra attuale Costituzione. Il risultato tecnico di questo sistema è di “impegnare” il professionista a mantenere i requisiti “costi quello che costi”, influenzando in modo potenzialmente pericoloso la sua capacità di giudizio ed accrescendo a dismisura la tendenza a mistificare la realtà pur di raggiungere tale obiettivo. Il risultato socio-economico di tale forma di selezione “avanzata” è ancora peggiore. Infatti, anziché selezionare per la professione i neofiti all’inizio del loro percorso professionale (come dovrebbe avvenire con l’esame di stato), facendo in modo che i giovani che non riescono a superare la prova trovino altre strade per inserirsi nella società, si preferisce accogliere nell’arena i gladiatori, per fare in modo poi che, con periodica cadenza, una massa di emarginati di ogni età si diffonda nel tessuto sociale. Si è normativizzato un elemento di collisione fra l'esercizio etico della professione di avvocato (tutela dei diritti dell'assistito, a prescindere dal compenso) e soddisfazione dei criteri per la permanenza dell'albo. Fosse necessaria conferma, è la prova che l'art. 24 della Costituzione costituisce l'arma negoziale che le alte rappresentanze forensi utilizzano nelle relazioni istituzionali e che tuttavia negano nel rapporto con gli iscritti. Un principio costituzionale capestro dunque, il che tanto dice sulla qualità della nostra rappresentanza.Avv. Roberto Castellano (avvocato pro-(mucho) tempore ex art. 21 comma 1 legge 247/2012 del Foro di Tivoli) PER LA GIUSTIZIA - SIAMO TUTTI IN PERICOLO! Cari Colleghi, il cerchio si sta per chiudere, siamo tutti in pericolo. Senza distinzione di giovani e meno giovani. Anche gli studi avviati e quelli medi devono prendere coscienza che la nuova Legge Professionale (da noi sostenuta al Congresso di Bari a condizione che fossero apportate le necessarie correzioni come dai Deliberati del Congresso) è gravemente lesiva dei nostri interessi e diritti. Il tentativo di dividere l’Avvocatura, fra quella asseritamente marginale e quella “effettiva, abituale e prevalente” delineata dal nuovo ordinamento forense, è solo il primo passo per esodare successivamente gli Studi avviati dei singoli Colleghi e quelli medi a favore degli Studi di grandi dimensioni di tipo americano. Per avere contezza di ciò Vi consigliamo di leggere la! bozza di regolamento sulle specializzazioni in corso di approvazione. In particolare: << Art. 8 Comprovata esperienza.1. Il titolo di avvocato specialista può essere conseguito anche dimostrando: a) di avere maturato un’anzianità di iscrizione all’albo degli avvocati ininterrotta e senza sospensioni di almeno otto anni; b) di avere esercitato negli ultimi cinque anni in modo assiduo, prevalente e continuativo attività di avvocato in una delle aree di specializzazione di cui alla tabella A allegata al presente decreto, mediante la produzione di documentazione, giudiziale o stragiudiziale, comprovante che l’avvocato ha trattato nel quinquennio incarichi professionali fiduciari rilevanti per quantità e qualità, almeno pari a cinquanta per anno.>>. Dobbiamo comprendere l'articolo 8 del regolamento nel suo giusto senso, ovvero di 50 incarichi differenti per una singola area (ad esempio, penale) nell'anno (rectius ! all‘anno), per 5 anni consecutivi. Significa, in pratica, che no n vogliono emarginare solo i piccoli ovvero i piccolissimi Studi, ma anche gli Studi medi. Infatti, il prossimo passo, magari positivizzato in via meramente disciplinare dal CNF, è quello della riserva di attività a favore degli avvocati specialisti con la scusa del dovere di competenza. Qui si vogliono lasciare in piedi soltanto le grandi strutture, le quali avranno gli specialisti al loro interno. E temiamo che poi usciranno norme che consentiranno agli Enti pubblici di conferire incarichi soltanto agli specialisti. Sopravvivrà qualche anno in più, ma farà la stessa fine chi si sta disinteressando della sorte dei più deboli (ossia al problema dell’ art. 21 della legge di riforma che esoda 56 mila Colleghi cui si è negato il diritto di voto nelle elezioni per la Cassa in modo da non avere neppure il fastidio di chiedere il loro voto. E che solo noi abbiamo difeso contrastando tale esclusione in tutt! i le sedi. Per inciso l’udienza del merito del nostro Ricorso è il 1 luglio 2014). Se non troviamo compattezza fra di noi, verremo TUTTI spazzati via, dall'effetto combinato di crisi e modifiche normative pro mega-Studi. L’A.Gi.For. ha denunciato all’Antitrust e alla Commissione Europea le criticità inerenti la nuova Legge Professionale per quanto attiene alla restrizione della concorrenza, all’abuso di posizione dominante, alla politica disciplinare delle Istituzioni Forensi gravemente lesiva della concorrenza e della libera scelta del professionista Avvocato da parte del cittadino e del consumatore (pubblicate sul sito www.agifor.it). Con la presente comunichiamo altresì di aver organizzato la raccolta di firme per una petizione nazionale volta ad abrogare l’art. 21 della Legge 247/2012 per salvare i giovani di qualunque età e salvare al contempo tutti i Colleghi dalla mannaia orchestrata dai poteri forti contro la libertà dell’Avvocato (anche quella di obbligarlo a conseguire un successo economico) per cui ci troverete nei prossimi giorni nelle Curie romane e non solo per chiedere la Vostra adesione. L'art. 21 della L. 247/2012, del quale noi propugniamo la rapida abrogazione, introduce, infatti, una grave discriminazione non solo fra gli avvocati, ma anche fra i cittadini. Interponendo un grave ostacolo di natura economica subordina infatti la possibilità di esercitare una profes! sione (nella specie la professione di avvocato) ad un risultato economico ovvero al possesso di mezzi economici tali da poter contribuire (ad un Ente previdenziale) anche a prescindere dalla concreta capacità di costruirsi un trattamento pensionistico. Tale ostacolo minaccia così di emarginare dalla vita economica e sociale del Paese fino ad 87.000 cittadini, ponendo nel disagio altrettante famiglie. Questo principio, sicuramente contrario a quello di libera concorrenza contenuto nel TUE (art. 3 lett. g), minaccia di essere esteso successivamente, allo scopo di restringere la concorrenza, anche alle altre professioni, accentuando la finalità del profitto presso gli operatori economici. La legittima aspirazione di costruirsi una pensione da parte del professionista viene così elevata a criterio discriminante per poter legittimamente permanere nella professione. La ratio di fondo dell'art. 21 presenta, inoltre, un preoccupante dinamismo, perché l'"ostacolo" segnato dall'onere cont ributivo (svincolato dal diritto di ricevere un adeguato servizio previdenziale) è suscettibile di essere aumentato su proposta proprio dell'Ente preposto al sistema, innescando così una pericolosa "escalation", in un settore dove l'occupazione stabile ed effettiva delle forze di lavoro sarà in futuro irrimediabilmente compromessa. Invitiamo, pertanto, tutti i Colleghi ad unirsi a noi e a coloro che riconoscono la validità di questa critica ad impegnarsi affinché le consapevoli forze parlamentari accelerino l'esame e l'approvazione della proposta di legge AC1171, diretto ad abrogare tale normativa. I soci AGIFOR, raccoglieranno le firme di colleghe e colleghi a sostegno di detta proposta di legge promossa dal Sindacato Avvocati Calabria, che sta avendo adesioni in tutta Italia. A Roma il 2.4.2014 dalle ore 10,00 in poi presso il Tribunale Civile. Grazie per l’attenzione. Avv. Carlo Testa Presidente Nazionale A.Gi.For Avv. Giovanni Marchio Coordinatore Nazionale A.Gi.For Avv. Stefano Galeani Presidente A.Gi.For Roma http://www.vodafone.it/portal/Aziende/Piccole-e-Medie-Aziende/Soluzione-Azienda/Servizi-di-Smart-Working/Servizi-di-SicurezzaConsulente Professionista PiramisGroup – Vodafone Augusto Caratelli Mobile: 347.7747707 Email: augusto.caratelli@piramisgroup.com Il merito ed il metodo. Riassumo rapidamente alcune valutazioni, a mio avviso puramente tecniche, sulla bozza di regolamento inviata ai Ministeri vigilanti dall' "unico" Ente di previdenza per gli Avvocati, la Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense. Confido che tali valutazioni siano fonte di riflessione per tutti gli Amici della Rete FB, sopratutto per coloro che, nell'esercizio di funzioni politiche per la rappresentanza dei cittadini in Parlamento o nell'ambito del Governo, sentono maggiormente la responsabilità delle proprie decisioni, assunte in un Paese giunto ormai a preoccupanti livelli di disoccupazione (ben oltre il 42% di giovani ed oltre il 12% in generale). Per quanto concerne il metodo, vorrei rammentare, con il massimo rispetto e cortesia, la semplice verità e cioè che il Collegio che ha approvato questa bozza di regolamento destinata a segnare le sorti di tutti gli Avvocati non è stato eletto da tutti gli Avvocati, ma soltanto da quelli che erano ed erano rimasti iscritti all'Ente prima dell'entrata in vigore della legge di riforma forense (L. 247/2012). Sono rimasti esclusi dal voto e dalla competizione elettorale oltre 56.000 avvocati, tra i quali moltissimi giovani, da poco risultati idonei all'esercizio della professione con il superamento di un difficile esame di stato. Pende ancora, infatti, avanti la Dott.sa Pratesi della 1^ Sezione Civile del Tribunale di Roma,il coraggioso ricorso presentato dall'AGIFOR diretto ad ottenere l'annullamento delle elezioni dei Delegati. Il minimo che si dovrebbe pretendere, in un Paese democratico, è che tali elezioni vengano spontaneamente dichiarate nulle dallo stesso Comitato e ripetute con la salvaguardia di tutti gli aventi diritto. E' impossibile da sostenere- sotto il profilo logico-giuridico - che coloro che sono stati iscritti "automaticamente" a Cassa Forense, lo siano stati solo per contribuire ma non per votare o essere votati. Per quanto concerne il merito, vorrei sottolineare (ma non sono il solo) che la bozza di regolamento proposta non crea affatto un regime permanente di salvaguardia per coloro i quali hanno un reddito sotto la soglia, bensì una situazione di sconti transitoria che assume la funzione di scoraggiare dalla prosecuzione della professione gli operatori marginali. Questo è contrario alle regole della libera concorrenza del Trattato di Roma, ancorchè vi sia a Bruxelles qualcuno che vuole avocare a sè il diritto di interpretare secondo potere (ma non secondo ragione) i dettami di quel Trattato e delle direttive applicate in modo perfettamente conforme a settori diversi dall'Avvocatura. Sono estranei alla mia comprensione i motivi per i quali all'Avvocatura italiana non dovrebbero essere applicati nello stesso modo. L'influenza della normativa cui alludo è fondata su di un preciso articolo della Costituzione, l'art. 117, che - opportunamento riformato - riafferma con vigore i vincoli dell'ordinamento comunitario sull'attività del nostro Legislatore, la quale non può travalicarne i limiti, come avverrebbe se la bozza di regolamento, coniata da Cassa Forense, venisse approvata come proposta. Noi, "piccoli" avvocati (ma potremmo in futuro non esserlo più tanto "piccoli") non chiediamo altro che di poter lavorare facendo concorrenza ai nostri Colleghi più forti, ragionevolmente riservando al Fisco ed alla solidarietà previdenziale una parte dei nostri guadagni, non chiediamo altro che di poter lavorare con serenità ed onestà, senza doverci domandare con angoscia fino a quando i nostri Colleghi più forti dovranno o potranno tollerare la nostra concorrenza, così come si deduce dai numerosi progetti analoghi a questo che da decenni sono stati proposti in Parlamento. Ma in effetti, tutti i Colleghi devono riconscere che una legislazione equa non può che ispirarsi alla libera concorrenza senza la quale chiunque, (anche coloro che ora sono più fortunati) potrebbe essere colpito. E ciò deve valere non soltanto per gli Avvocati, ma per qualunque professione, urtando contro la logica ed il diritto un sistema che accoglie nel proprio seno un giovane dopo un non semplice tirocinio ed un esame di stato, e poi lo pone in un regime illiberale che rischia di espellerlo dopo pochi anni, senza un lavoro e senza nessuna alternativa. Il minimo che si possa pretendere è una normativa di orientamento, che spinga gli studenti a scegliere una strada diversa (non possiamo fare in Italia tutti gli avvocati...), preferibilmente un numero programmato e, per il momento, che il sistema previdenziale non prevarichi il significato stesso della nostra missione. Questa - priva di libertà ed asservita al raggiungimento di parametri prestabiliti - non potrebbe essere infatti esercitata con quella necessaria serenità e obiettività di vedute che tutti i cittadini onesti sperano di trovare nei nostri studi legali. Buon primo maggio a tutti. Roberto Castellano (Avvocato del Foro di Tivoli)Lo scopo di assicurare a tutti, ex art. 21 comma 9, legge di riforma della professione forense e relativo emanando Regolamento, una copertura previdenziale è fittizio. A mio modesto avviso, i rimedi sono due. Segnalare ai Ministeri vigilanti la vera "funzione" dell'art. 21 L. 247/2012 e del Regolamento delegato, diretta ad introdurre un discrimine tra i cittadini-avvocati fondato sul reddito con l'intento di costringere molti di noi ad abbandonare la professione, (restando senza alcuna possibilità di produrre un reddito, sia pur minimo, e privi di qualsivoglia trattamento pensionistico) ed accrescere il finanziamento dell'Ente sulle spalle dei meno fortunati. Tali fonti confliggono con l'art. 14 CEDU, norma che comunque deve influire sul nostro ordinamento interno, sia che si ritenga immediatamente efficace, dopo il trattato di Lisbona (secondo la dottrina del Prof. Roberto Mastroianni, titolare di cattedra del diritto dell'UE presso la facolta di scienze politiche dell'Un. Federico II di Napoli - cfr. sua relazione presso il Congresso Naz. di Aggiornamento Forense del 2013), sia che si ritenga comunque determinante per il vincolo imposto al nostro Legislatore interno dall'art. 117 Cost. (nuovo testo), che ha introdotto l'obbligo di legiferare in modo conforme all'ordinamento comunitario ed agli obblighi internazionali, secondo l'autorevole dottrina esposta dal Prof. Giuseppe Tesauro (illustre membro della nostra Corte Costituzionale) e ribadita recentemente nella Sua Relazione sottoscritta al convegno in data 3 Giugno 2013, tenuto in Roma ed organizzato dal CSM per l'aggiornamento della Magistratura. Nella segnalazione occorrerebbe sottolineare che gravi motivi di opportunità, legati alle suesposte argomentazioni ed al procedimento civile pendente avanti la Dott. Pratesi della 1^ Sezione Civile del Tribunale di Roma, con il quale l'A.Gi.For. contesta fondatamente la regolarità stessa delle elezioni dal quale è nato il Comitato deliberante, e la cui udienza è fissata per il 1° luglio p.v., indurrebbero a ritenere prudente la SOSPENSIONE del procedimento di approvazione del Regolamento di che trattasi, quanto meno fino all'esito del procedimento giudiziario in questione. Il secondo rimedio, sempre a mio modesto avviso, è, su base politica, sollecitare l'iter del recente ddl 1171-C in atto pendente avanti la 2^ Commissione Giustizia della Camera, facendo leva anche sulla sensibilità giuridica della Presidente di tale Commissione, la quale, in ragione della sua elevata professionalità di Magistrato, sarà sicuramente in grado di comprendere il conflitto segnalato con la normativa CEDU, peraltro notoriamente "comunitarizzata" in seguito alla adesione dell'UE alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. Riterrei inoltre utile alla nostra causa, reperire un Collega che abbia lo studio in Strasburgo per prepararci ad attivare, dopo i rimedi interni, il ricorso per la difesa dei nostri diritti di cittadini europei davanti a quella Corte, in considerazione della valida giurisprudenza reperibile a nostro favore. Roberto Castellano (Avvocato del Foro di Tivoli)La "storia" della L. 247/2012 ha radice lontana. Nei trent'anni di professione ho visto molti tentativi del Legislatore diretti a limitare la concorrenza nel settore dell'avvocatura. Ricordo, ad esempio, che nel 1998 sostenemmo (io e mia moglie insieme con altri Colleghi) una battaglia (anche presso l'Antitrust) contro il disegno di legge “Nuove disposizioni sulla professione di Avvocato”, deliberato dal Consiglio dei Ministri il 6 Agosto 1998 (secondo il testo pubblicato da “La Guida al Diritto” nr. 32 in data 22 Agosto 1998) che era diretto a cancellare dall'albo chi non raggiungeva limiti di reddito stabilti dal Governo. Tale ddl non fu calendarizzato, l'allora governo Prodi cadde, e l'Antitrust archiviò il nostro esposto per "non luogo a procedere". La stessa legge previdenziale nr. 576/80 (simile paraltro a provvedimenti analoghi inerenti altre professioni) è, infondo, diretta a colpire i professionisti marginali attraverso il sistema pensionistico in quanto, in base ai meccanismi in essa contenuti, non tutti i contribuenti raggiungono il diritto a pensione ma solo quelli che rispettano "i parametri" di reddito e di volume d'affari prestabiliti, i quali soli danno diritto (sia pure con qualche temperamento) alla valutazione dell'anno contributivo ai fini pensionistici (c.d. " continuità previdenziale"). Chi non riesce a tenere il passo, può continuare ad esercitare, ma perde contributi e pensione. L'attuale riforma, secondo il progetto originario del Prof. Guido Alpa, subordina persino l'esercizio della professione al raggiungimento di determinati parametri reddituali. Nel corso del lungo iter parlamentare (da noi costantemente seguito) c'è stato un improvviso cambiamento nel senso che si è ritenuto di vincolare anche i c.d. "avvocati minori" al pagamento dei contributi previdenziali, in attesa di definire, secondo schemi diversi dal reddito, il concetto di continuità professionale, requisito senza il quale si verrà cancellati dall'albo attraverso una sorta di procedimento disciplinare. La deviazione è da attribuirsi all'influenza dell'ordinamento comunitario al quale appartengono (dopo il trattato di Lisbona) anche le norme della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. In base a questa l'Italia, ed il suo legislatore (ved. art. 117 cost nuovo testo) si trova vincolato al rispetto di quelle regole tra le quali c'è il divieto di introdurre tra i cittadini discriminazioni fondate sul reddito (art. 14). Per sfuggire alla palese violazione di tale norma, il Legislatore italiano ha ritenuto di non accogliere l'impostazione originaria del progetto "Mugnai-Alpa", ma ha ideato il discorso della previdenza per tutti sotto il segno monopolista della Cassa Forense. Non è chi non veda, tuttavia, che lo scopo di assicurare a tutti una tutela previdenziale è fittizio: infatti chi guadagna poco, anche se fa concorrenza, non è in grado di costruirsi una pensione. Ed è proprio questo fatto che viene preso a pretesto per "favorire" le dimissioni degli avvocati più deboli, i quali "inquinerebbero" la professione forense con la loro attività poco professionale perchè sporadica ed improvvisata. La verità è quella descritta acutamente nel ddl nr. 1171-C diretto ad abrogare l'art. 21 ed a ripristinare le giuste priorità: prima deve venire (libera) professione di avvocato, poi il problema pensionistico. La verità è che, ormai, l'unica nostra tutela giuridica è l'art. 14 CEDU e l'influenza che questo può esercitare in Italia per restituire libertà e vera dignità alla nostra professione, che non è quella dei soldi. Quale libertà potrà mai avere infatti il professionista costretto, in forma diretta o indiretta, a raggiungere un determinato fatturato? E' questo un pericolo "virus" capace di infettare non solo la nostra professione, ma anche le altre e persino le attività artigianali e commerciali, spingendo la nostra economia in un allucinante medioevo sociale. Occorre, pertanto, armarsi di coraggio per resistere a questo indirizzo politico, sensibilizzando sopratutto chi, in parlamento, può ancora presto rimediare. A mio modesto avviso, l' "equilibrio economico" di Cassa Forense, in tempi di forte recessione economica e di "contrazione" del contenzioso - vero campo di azione per gli avvocati (vedi revisione geografia giudiziara e provvedimenti restrttivi sulle impugnazioni) - non può che consistere nel restringere la cerchia dei propri utenti a coloro che, guadagnando molto, sono in grado di: 1. assicurare all'Ente finanziamenti sufficienti a coprire le spese di funzionamento; 2. consentire la formazione di fondi sufficienti a corrispondere trattamenti pensionistici adeguati a tutti coloro i quali contribuiscono. Quindi la Cassa Forense dovrebbe, a mio parere, funzionare soltanto su base volontaria. Rischia invece di trascinare Cassa Forense verso il "default" la pretesa di coinvolgere anche quegli avvocati che, non giungendo a guadagnare quanto necessario, non sono in grado, praticamente, di costruirsi una pensione, anche se, da vecchi. potranno fruire dell'assegno sociale dell'INPS. Tali utenti, per essere veramente utili a Cassa Forense e non divenire per lei un "peso morto", debbono praticamente mantenersi "contribuenti silenti": cioè in pratica aderire solo nell'interesse dei più ricchi, contribuendo "a vuoto". E' intuitivo che il fondamento giuridico di tale sistema non esiste: infatti confligge con la Costituzione e con la logica assicurare "copertura" previdenziale a soggetti che non sono oggettivamente in grado di costruirsela. Inoltre confligge con l'art. 33, 5° comma della Costituzione (oltre che con l'ordinamento comunitario - art. 117 Cost. "pacta sunt servanda") la "soluzione" di subordinare perfino l'esercizio della professione al raggiungimento di un certo reddito ovvero all'iscrizione ope legis all'Ente Previdenziale ed alla contribuzione "silente", perchè la nostra Costituzione condiziona l'esercizio "libero" della professione soltanto ad un esame di Stato. Anzi, la regola dell'art. 33 Cost. è che la professione deve essere "libera" da qualunque condizione: la prescrizione dell'esame di Stato ha carattere di "eccezione" per cui non possono essere introdotte dal legislatore altre eccezioni alla regola generale. Così è, se vi pare. Vorrei, inoltre, esprimere l'auspicio che i Sigg.ri parlamentari favorevoli alle idee di libertà e di giustizia che esse sottendono, vogliano far quanto possibile per provocare un salutare ripensamento sul "sodalizio previdenziale" di Cassa Forense. Non si dimentichi, infatti, che l'art. 21 della L. 247/2012 non si prefigge una finalità "previdenziale", ma quella di espellere dalla professione di avvocato molti colleghi. L'originario progetto "Mugnai - Alpa" mirava, senza tanti giri di parole, ad espellere chi non riuscisse a raggiungere un determinato reddito e/o volume di affari. L'art. 21 rappresenta solo una "variante": il "sodalizio" previdenziale così concepito è un mezzo e non un fine. Si tratta di un condizionamento volto ad eliminare gli "operatori marginali" dal mercato con lo scopo di diminuire la concorrenza ed alzare i prezzi. I piccoli avvocati, è notorio, anche se lavorano poco, fanno concorrenza. Solo la loro presenza sul mercato, infatti, garantisce al pubblico una "opzione" accettabile che è possibile ventilare avanti le "grandi firme" per ottenere un trattamento economico più ragionevole. C'è di più: attualmente esistono due possibilità di "ingaggio". La prima consiste nello stipulare un contratto scritto di mandato, preventivando dall'inizio con il Cliente un determinato compenso. La seconda (del tutto legittima ed ammissibile) consiste nel lavorare "a credito" ripromettendosi in un secondo tempo di far valere, con la parcella, i famosi parametri ministeriali di compenso (non è stato eliminato infatti il potere di parcellazione degli Ordini). Le grandi firme privilegiano quest'ultimo sistema di ingaggio, in virtù dl quale soltanto alla fine della prestazione il Cliente viene a conscenza della somma da pagare. S tratta di un meccanismo per mezzo del quale la "fama" del professionista prevale sul sistema normale di confronto dei prezzi . Gli operatori marginali, che adottano invece il primo sistema di ingaggio "per contratto", disturbano grandemente tale secondo sistema e quindi danno grande fastidio ai c.d. "avvocati maggiori". Questo è il vero motivo per cui è nato il progetto di espulsione (c.d. "Mugnai - Alpa") che poi non è affatto cosa nuova ma risale in effetti a parecchie decine di anni fa. La problematica dell'eccessivo numero di avvocati - che effettivamente sta alla base di quanto sta accadendo - deve essere risolta in qualche modo, ma quello di "espellere" chi ha conseguito l'idoneità non è conforme alla nostra Costituzione e ai principi CEDU/UE. E' indispensabile provvedere limitando il numero dei laureati in legge, ovvero adottando misure sociali di protezione, rispettose delle esigenze degli individui, che favoriscano lo spontaneo abbandono della professione di avvocato, anche se queste avrebbero ovviamente un certo costo per l'Erario. Non è possibile invece creare un sistema capace di creare uno stuolo sempre più esteso di persone prive di lavoro, reddito o pensione. Roberto Castellano Avvocato del Foro di TivoliI rischi del Regolamento ex art. 21 L. 247/2012. Sollecitato da qualche amico a chiarire il mio pensiero a riguardo, sono lieto di precisare quanto segue. Poi ognuno potrà liberamente attingere o criticare. A mio modesto avviso, la problematica di settore si risolve completamente solo in sede politica, abrogando semplicemente l’art. 21, mediante l’approvazione del ddl n. 1171-C in atto pendente alla Camera. Dal punto di vista giuridico e guardando alla questione previdenziale, sempre secondo il mio modesto parere, l’interpretazione costituzionalmente orientata (dottrina del Prof. Giuseppe Tesauro) dell’art. 21 esigerebbe che l’automatica iscrizione di tutti gli operatori del settore a Cassa Forense (=avvocati iscritti all’albo) non comporti alcuna influenza sulla scelta degli operatori marginali (=avvocati con reddito insufficiente o nullo) di abbandonare o restare nel mercato. Solo in “cotal guisa” la norma sarebbe conforme a quanto esigono, per l’art. 117 Cost. (=pacta sunt servanda), l’art. 14 CEDU ed il principio TUE art. 3 lettera g), secondo cui gli Stati membri debbono assicurare un regime inteso a garantire che la concorrenza non sia falsata nel mercato interno (= vincolo a mantenere la parità di concorrenza tra gli imprenditori e divieto degli aiuti di stato). Ricordo a me stesso che per il TUE avvocati = imprenditori in senso comunitario. Stante la disciplina INPS, si tratterebbe di stabilire che lo stesso contributo da pagare all’INPS si paghi invece a Cassa Forense (senza obbligo di alcun minimo fisso, a fronte della mancanza di garanzia di un minimo pensionistico). Praticamente il cambiamento, pur avvantaggiando Cassa Forense, sarebbe “neutro” e quindi legittimo, ancorchè diretto a premiare il “legittimo interesse” dell’Ente in questione. La finalità “sussidiaria” di “spingere” l’operatore marginale a dare le dimissioni, uscendo definitivamente dagli Albi e dal “mercato” in quanto costretto, con reddito insufficiente o nullo, ad indebitarsi per pagare una somma fissa a Cassa Forense, non sembrerebbe, invece, conforme ad una “intepretazione orientata” dell’art. 21, ma rende invece il sistema “norma delegata-regolamento delegante” non conforme alle due norme sopramenzionate, che, dopo la modifica dell’art. 6 TUE avvenuta con il Trattato di Lisbona del 2009, sono da considerarsi sullo stesso piano e parte integrante dell’”ordinamento comunitario”, di cui fa speciale menzione lo stesso art. 117 Cost. (segno, secondo me, che la UE non è un trattato internazionale tanto eguale agli altri, ma un “ordinamento speciale”). Or non è dubbio che tale Regolamento miri proprio a questo e lo dimostra proprio la norma secondo la quale chi subito “si leva dai piedi” (secondo una frase oggi di moda) non paga nulla. Questo interesse non mi pare affatto “legittimo”. E per questo motivo il Regolamento rischia, davanti al TAR Lazio, di essere censurato non solo per il vizio di illegittimità, ma per perseguire uno scopo diverso da quello che vuole l’art. 21 nella versione intepretativa “giusta” (=assicurare un copertura previdenziale a tutti gli operatori del settore sotto l’ala previdenziale di unico Ente, secondo il noto brocardo “non avrai altro Ente al di fuori di me”). Che se poi fosse proprio l’art. 21 a dover essere interpretato diversamente, nel senso cioè di prevedere un “handicap” ai danni degli operatori marginali che avvantaggia quelli più forti, potrebbe incappare anche in qualche critica da parte dell’Antitrust. Roberto Castellano (Avvocato del Foro di Tivoli).IL TESTO DELLA LETTERA INVIATA AL MINISTRO GIOVANNINI No Alla Cassa Forense Obbligatoria Facendo seguito alla precedente comunicazione vi postiamo la lettera che abbiamo scritto. Se qualcuno di voi condivide il contenuto (e non a prescindere, anche se vi ringraziamo!) confermatecelo tramite mail e noi aggiungeremo le vostre generalità. Ovviamente questo contributo non è un ricorso ma soltanto un tentativo di sensibilizzare quanto ci siamo scritti in queste settimane. Siamo un bel gruppo, siamo in tanti e siamo convinti che uniti potremo fare qualcosa di buono! Buona lettura. P.S. non condividetelo perché mancano le vostre firme! Inoltre, ben vengano le critiche. "Al Ministro del Lavoro e Politiche Sociali On.le Prof. Enrico Giovannini Via Veneto n.56 00187 Roma (Rm) OGGETTO: richiesta di sospensione del procedimento di approvazione del regolamento di attuazione dell’art.21 commi 8 e 9 L. n.247/2012, emanato dal Comitato dei Delegati della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense nella seduta del 31 gennaio 2014. Onorevole Ministro Giovannini, Le scriviamo in merito all’emanato regolamento di attuazione ex art.21 commi 8 e 9 L. n.247/2012, approvato dal Comitato dei Delegati della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense nella seduta del 31 gennaio 2014 e attualmente sottoposto alla Sua attenzione per l’approvazione. Il testo diffuso dalle agenzia di stampa e da alcuni colleghi, verosimilmente identico nel contenuto a quello giunto presso il suo dicastero, ha disatteso totalmente le aspettative delle migliaia di avvocati attualmente in difficoltà economiche. Trattasi di una vera e propria ingiustizia poiché il regolamento rappresenta a tutti gli effetti uno strumento giuridico ideato per costringere circa venti mila professionisti privi di adeguato reddito a cancellarsi dall’albo o, ad essere cancellati a seguito di azione disciplinare. L’idea secondo cui il regolamento rappresenterebbe una mediazione tra gli interessi di questi ultimi e le esigenze di equilibrio di bilancio come prontamente si sono affrettati a diffondere alcuni giornali evidentemente di parte e alcuni nostri rappresentanti, non corrisponde al vero. Da mesi, infatti, abbiamo messo in guardia il Comitato dei Delegati dal tentativo di adottare un regolamento in palese violazione dei principi costituzionali di proporzionalità, equità e progressività contributiva, oltre che di uguaglianza. Il nostro accorato suggerimento è stato puntualmente disatteso, né alcuna considerazione è stata riservata a quella parte di avvocatura da noi rappresentata. Prima di illustrare brevemente le nostre ragioni è d’obbligo fare una premessa: anteriormente alla riforma forense l’obbligo dell’iscrizione alla Cassa Forense era previsto esclusivamente a carico dei professionisti con redditi al di sopra dei 10 mila euro. Fa specie che in un momento storico attraversato da una gravissima crisi economica, un legislatore abbia potuto pensare di aggravare la tenaglia contributiva a carico delle fasce deboli, in nome del principio di equilibrio di bilancio della Cassa Forense. Onorevole Ministro questa rappresenta una scusa bella e buona dacché da più parti ed in più occasioni illustri nostri esponenti non hanno perso tempo nel distinguersi affermando che nel futuro l’accesso alla avvocatura dovrà essere riservato esclusivamente al professionista in grado di potersi permettere un adeguato reddito di ingresso. Principio anacronistico apertamente ispirato ad un sistema tutt’altro che meritocratico, perché relega la libera professione a pochi eletti secondo criteri “familistici”. Crediamo che Lei concordi con noi nello stigmatizzare opinioni palesemente in violazione dei più basilari principi di diritto, dettate più per spirito di conservatorismo di alcune caste che di salvaguardia dell’onore e della dignità della professione forense. Ma andiamo ai fatti. Prima dell’entrata in vigore del regolamento in esame, i contributi dovuti dagli iscritti a regime ordinario per ogni anno di iscrizione alla Cassa si distinguevano in contributo soggettivo (per il 2013 €.2.700,00), integrativo (per il 2013 €.680,00) e di maternità (per il 2013 €.132,00), mentre nel medesimo periodo le agevolazioni per i professionisti a basso reddito prevedevano una contribuzione ridotta comprensiva di due soli contributi, soggettivo e maternità, pari a circa €1.800,00 per i primi cinque anni di iscrizione. Con l’entrata in vigore del nuovo regolamento le dette agevolazioni sono state lievemente incrementate ma nessuna ipotesi di esenzione o proporzionalità è stata introdotta come invece da più parti si auspicava. Difatti, per i professionisti percettori di redditi professionali ai fini IRPEF inferiori a € 10.300,00 il regolamento attuale ha previsto la riduzione della metà del solo contributo soggettivo e limitatamente all’arco temporale relativo ai primi otto anni di iscrizione alla Cassa, introducendo altresì il contributo integrativo prima escluso in aggiunta a quello già previsto di maternità. Coloro i quali si avvarranno del periodo di contribuzione agevolata, avranno riconosciuto un periodo di contribuzione di sei mesi in luogo dell’intera annualità sia ai fini del riconoscimento del diritto a pensione sia ai fini del calcolo della stessa, mentre prima la stessa contribuzione ridotta valeva per intero, seppur legata al requisito del reddito minimo conseguito. Come può evincersi, l’importo contributivo agevolato attuale si discosta lievemente dal precedente regime (per circa 200/300 euro) e garantisce solo sei mesi di contribuzione previdenziale anziché dodici. Dopo gli otto anni, gli avvocati saranno costretti a versare il contributo ordinario (circa €.3.700,00 odierno), quasi a ben sperare in una ripresa della economia e un exploit dei redditi che neppure il più ottimista degli economisti oggi intravede. Ma l’irragionevolezza e la mancata lungimiranza dei nostri rappresentanti viene in luce anche sotto altro e diverso profilo. Nei fatti avverrà che un iscritto alla cassa dell’età di 30 anni dopo i primi 8 anni di versamenti ridotti di circa €.700,00 l’anno e i restanti 27 anni con una contribuzione integrale di circa €.3.700,00 avrà diritto a conseguire una pensione a 65 anni dell’importo mensile verosimilmente pari alla pensione sociale, mentre per un professionista iscrittosi a 35/40 anni, le aspettative pensionistiche sono chiaramente peggiori! La Cassa Forense dovrebbe fornire ad ogni iscritto le proiezioni pensionistiche generate da questo ingiusto sistema previdenziale, senza nascondersi dietro semplici slogan. Il nuovo regolamento ha disatteso anche lo spirito della riforma forense secondo cui avrebbe dovuto prevedere delle “eventuali condizioni temporanee di esenzione o di diminuzione dei contributi per soggetti in particolari condizioni” (art.21 L. 247/2012): non solo alcuna esenzione parziale o totale è stata presa in considerazione, ma occorre anche tenere a mente che per molti professionisti già iscritti all’albo, gli otto anni di contribuzione agevolata saranno ridotti nella misura corrispondente ad ogni anno di iscrizione pregressa, rendendo di fatto nullo il beneficio. Costringere chi ha un reddito basso a farsi carico di un contributo fisso seppur edulcorato al “minimo”, rappresenta una evidente violazione del principio di proporzionalità e progressività contributiva previsto dall’art.53 Cost., oltre che un chiaro tentativo di determinare già oggi ex lege una classe di avvocati che beneficerà di un contributo da pensione sociale, ben al di sotto della soglia di povertà! Vi è poi da aggiungere che ad oggi il legislatore continua a considerare disoccupato chiunque percepisca un reddito inferiore a € 4.800,00 e non si comprende come si possa obbligare un avvocato tecnicamente disoccupato al pagamento di contributi in misura maggiore al reddito dichiarato, pena la cancellazione dall’albo. Detta cancellazione, peraltro, confligge con i principi costituzionali italiani ed europei che prevedono la libertà di iniziativa economica, la libera concorrenza, senza alcuna discriminazione e l’accesso alla professione previo superamento del solo esame di stato quale unico presupposto per ottenere l’abilitazione. Onorevole Ministro oggi la professione forense attraversa una crisi economica senza precedenti e tuttavia questo passaggio sembra incredibilmente sfuggire ai nostri rappresentanti: la contribuzione previdenziale così come prevista unitamente a tutte le ulteriori spese (in gran parte aumentate proprio dalla recente riforma forense) che ogni anno il professionista deve affrontare (tasse iscrizione, assicurazione rc e infortuni, spese di studio, pos, ecc), pena la sua responsabilità professionale, rendono la sopravvivenza di molti un vero e proprio miraggio. Non è pensabile scaricare le conseguenze del calo del fatturato della professione sulle fasce più deboli utilizzando l’escamotage della contribuzione obbligatoria, pena la cancellazione dall’albo. Sarebbe stato pertanto più opportuno mantenere una soglia di esenzione per i redditi bassi ed una imposizione contributiva fondata sul criterio della proporzionalità al reddito prodotto. Onorevole Ministro il sistema previdenziale ideato non è più al passo con i tempi attuali e costituisce un fattore di discriminazione dell’accesso alla professione oramai fondata sul reddito: ci si chiede che utilità possa avere un sistema previdenziale che per la sua esosità costringe oggi il contribuente professionista a cancellarsi? Occorre pensare al presente per guardare al futuro e non può esserci futuro senza l’oggi. Noi siamo disposti a collaborare per il bene di tutta l’avvocatura, ma è necessario anche volgere lo sguardo ai troppi errori che in questi anni sono stati causati dai nostri rappresentanti troppo spesso impegnati in proclami pubblici da applausi rimasti poi lettera morta. La realtà purtroppo è ben diversa e vede la convivenza nello stesso albo di avvocati privilegiati e avvocati meno fortunati. Non siamo più disposti a tollerare per l’ennesima volta quella strana visione del diritto per la quale esistono diritti quesiti ed intoccabili: qui, oggi, di intoccabile c’è la dignità di migliaia di professionisti, non le laute pensioni percepite in tempi di “vacche grasse” ed oggi espressione di inaccettabili privilegi. La Cassa Forense non può permettersi di essere retta ancora oggi un sistema retributivo oramai non condiviso da nessun’altro sistema previdenziale (tutti passati al più equo contributivo), quasi a sottolineare una volontà di mantenere vivi vecchi privilegi. Quello dei contributi rappresenta pertanto un ostacolo economico allo svolgimento della professione, un trucco usato al solo scopo di eliminare il soprannumero dei legali italiani, nella piena convinzione che, tutti i costi previsti dalla recente legge di riforma, possano essere un lusso riservato a pochi. La possibilità di arrestare l’incremento del numero degli avvocati deve passare attraverso la previsione obbligatoria di un numero chiuso nelle facoltà di giurisprudenza, un eventuale numero massimo di abilitazioni concesse (magari previo vero e proprio concorso) ma non di certo modificando le regola del gioco in corsa e lasciando in fuori chi ha fatto affidamento su un sistema che a suo tempo concedeva la speranza di credere nel sogno della professione ed ha conseguito una laurea e un titolo legittimamente, con i sacrifici suoi e della sua famiglia. Alla luce delle nostre considerazioni, con la presente Le chiediamo, a nome di tutti i firmatari, di non approvare il testo che Le è stato sottoposto, ma di aprire un vero tavolo di confronto con i nostri rappresentanti per cercare una soluzione più equa e nel pieno rispetto dei principi costituzionali. L’occasione è gradita per porgerLe i nostri più distinti saluti." RICORSO CONTRO IL REGOLAMENTO EX ART. 21 L. 247/2012 COMMI 8 E 9. Valutazioni critiche sul thema decidendum, ovvero sul singolare parallelismo in alcune riflessioni tipiche della materia giuslavoristica contemporanea. Cari Amici, egregi Colleghi, chi segue i miei “post”, ricorderà come io abbia avuto modo di intervenire, qualche tempo fa, per esprimere l’opinione secondo la quale sia alquanto difficile ritenere che la questione preliminare sulla giurisdizione possa essere definita in senso sfavorevole dal TAR, dato che l’ “atto” oggetto di impugnazione è quello “ministeriale”, esercizio di pubblici poteri, manifestazione della funzione amministrativa di controllo sulla delibera del Comitato dei Delegati, “condicio sine qua” quest’ultima non assume alcun effetto giuridico sui “soggetti” la cui iscrizione (è il caso di rammentarlo) non è frutto di una adesione spontanea (come avviene nella altre “fondazioni” di diritto privato) ma è imposta come vera e propria “condizione” per l’esercizio della professione di avvocato. Entrando ora nel merito del “thema decidendum”, vorrei ora accennare all’impostazione di “base” delle nostre giuste obiezioni ad uno “status” giuridico che si atteggia ora, a nostro sommesso avviso, in modo tale da violare quei diritti costituzionali che debbono essere riconosciuti a tutti i cittadini, sia quelli che svolgono un lavoro dipendente, sia a quelli, come noi, che hanno scelto di svolgerne uno autonomo, benchè “regolamentato”. La materia deve essere affrontata con estrema cautela in quanto l’art. 1 Cost. stabilisce che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e quindi quest’ultimo non può essere un privilegio, (non può essere riservato a pochi), ma deve essere riconosciuto a tutti come un vero e proprio diritto-dovere (art.4). In questo senso la condizione dell’esame di stato (art. 33 Cost.) non può essere intesa che come norma “eccezionale”, derogabile solo “in melius”, come di fatto avviene per gli avvocati “stabiliti”. Ciò da un lato. Dall’altro è nota la autonomia normativa più volte riconosciuta, anche dopo la…”privatizzazione” a Cassa Forense, la quale autonomia – in quanto incidente sulla normazione di settore nel campo previdenziale - non può giungere, tuttavia, alla lesione di diritti protetti dalla costituzione, i quali sono irrinunciabili e non possono essere compromessi, nemmeno in nome della tutela dell’”equilibrio finanziario” di Cassa Forense. Va pure rammentato che, stante la vigenza dell’art. 117 Cost., deve essere riconosciuto valore vincolante (sia per il nostro Legislatore che per i nostri Giudici) all’art. 15 della Carta di Nizza, il quale stabilisce che “ogni individuo ha il diritto di lavorare e di esercitare una professione liberamente scelta o accettata” e che “ogni cittadino dell'Unione ha la libertà di cercare un lavoro, di lavorare, di stabilirsi o di prestare servizi in qualunque Stato membro”. Occorre dunque riflettere sul significato del “diritto al lavoro” per un avvocato, sotteso anche dal nostro Codice Deontologico, il quale, all’art. 11, afferma che ogni avvocato “ è libero di accettare l'incarico”. A parte ogni altra citazione normativa, occorre ammettere che, in base alle regole di comune esperienza, l’attività dell’avvocato non è – di regola – fondata su di un rapporto giuridico stabile (come avviene nel lavoro che si svolge sotto direttiva), che anzi – proprio per proteggerne l’indipendenza – si fonda sulla “ricerca” o, se si vuole, sull’”attesa” del caso giudiziario che l’alea professionale “conduce” alla porta del professionista. Quindi il “diritto al lavoro” del professionista non può essere inteso nello stesso modo del diritto esercitato per mezzo dell’inserimento in un azienda privata od in una struttura pubblica alle “dipendenze” di un datore di lavoro ma, per forza di cose, nella opportunità di “proporsi” sul mercato in modo permanente, sol così facendo “concorrenza” agli altri avvocati. Infatti l’imporre come condizione per l’esercizio della professione di avvocato, non già questa situazione “potenziale” di “offerta” delle prestazioni professionali, ovvero di “attesa” del caso giudiziario, (nella salvaguardia della esclusività), bensì la concreta attività professionale in sé stessa è già una violazione del diritto costituzionalmente protetto, in quanto l’avvocato che non può più offrirsi sul mercato perché “lavora poco” ovvero “non lavora affatto”, non potrà mai lavorare e quindi verrà sacrificato il suo diritto di “offrirsi”, ovvero di cercare un lavoro, protetto dall’art. 15 della Carta di Nizza. Peraltro, introdurre altre condizioni, che risultino onerose, (anche dal punto di vista relativo alle capacità patrimoniali del cittadino) e condizionino la sua permanenza sul mercato (intesa come possibilità di “offrirsi” sul mercato) costituisce certamente una sostanziale violazione della Carta di Nizza, a prescindere dalla considerazioni relative alle pari opportunità che dovrebbero essere riconosciute a tutti gli operatori per la tutela della libera concorrenza, che è altra questione, della quale spero di poter scrivere in seguito. Basti qui rilevare che, nel caso di specie, l’approvazione del Regolamento in questione, non garantisce affatto il rispetto dell’art. 15 della Carta di Nizza, e nemmeno dell’art. 3 e 4 Cost. perché soddisfa, probabilmente, l’esigenza di Cassa Forense di attingere a nuove risorse finanziarie, ma – dopo un breve periodo di “agevolazioni” transitorie - richiede a tutti i sottoposti senza distinzione, una contribuzione previdenziale “minima” (ma che bassa non è) che esula dalle capacità economiche del soggetto, posto sullo stesso piano di chi, in quel momento. si trova in una posizione migliore sul mercato (ma, in seguito potrebbe poi trovarsi in sofferenza, dati gli alti e bassi dell’alea professionale). Inutile contrappore il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., in quanto la “solidarietà” deve essere correttamente intesa come un aiuto reso dai più forti ai più deboli e non vicerversa, quando – nella fattispecie – il danno anticostituzionale ed anticomunitario si scarica invece proprio sul più debole, costringendolo, a lungo andare, al sacrificio del suo diritto. Appare peraltro comprensibile perché stia accadendo in Italia questo fenomeno deprecabile: si tratta della naturale reazione di un settore professionale all’accresciuta concorrenza per il gran numero di ammissioni all’esercizio della professione, in presenza contrapposta ad una diminuzione del contenzioso e, in generale, delle “occasioni” di lavoro per gli avvocati. Tale profilo economico non giustifica, tuttavia, nè legittima la vigenza di norme di confilitto con norme di rango superiore di livello costituzionale e, per effetto dell’art. 117 Cost., comunque di carattere strettamente cogente. Concludo quindi illustrando il singolare parallelismo tra due rapporti differenti. Mi riferisco al rapporto che la moderna dottrina giuslavoristica (Prof. Arturo Maresca – Università La Sapienza di Roma) ha individuato, nell’ambito del noto art. 8 della Legge n. 148/2011 , tra la legge e la deroga che l’autonomia collettiva può esercitare oggi anche in pejus (nei confronti dei lavoratori subordinati) nelle materie indicate dall’art. 8 in questione, ed il rapporto che noi dobbiamo individuare tra la legge (art. 21 L. 247/2012) e la delega che quest’ultima affida all’autonomia normativa di Cassa Forense sotto il controllo dei Ministeri Vigilanti, nella materia previdenziale del Regolamento ex. commi 8 e 9. Ebbene io sono fermamente convinto che il parallelismo debba consistere nell’identità del limite che entrambe le forme di autonomia (contrattazione collettiva dei lavoratori subordinati da un lato, autonomia normativa della cassa dei professionisti dall’altro) debbono necessariamente incontrare nelle materie di pertinenza, che è costituito dall’immancabile rispetto che entrambe comunque debbono assicurare alle norme della Costituzione ed a quelle dell’Ordinamento Comunitario, quali quelle – più volte citatate – di cui agli art. 3, secondo comma, 4, 33, 117 della Costituzione e, per tale norma di rinvio, a quelle sancite dall’art. 15 della Carta di Nizza e dalle regole che tutelano la parità di concorrenza. Testimonianza dell’uguale tutela che la nostra Costituzione (art. 35) assicura al lavoro, in tutte le sue forme ed applicazioni (subordinato o autonomo). Roberto CastellanoSecondo il mio modesto parere, l'ormai conclamata "questione forense" andrebbe vista secondo una prospettiva più alta di quella puramente previdenziale. Il cammino intrapreso da molti anni a questa parte, diretto alla adozione di misure "deflattive" del contenzioso non sembra abbia raggiunto obiettivi lusinghieri. Tutt'altro. L' "offerta" di attività succedanee (ma sempre nel settore giustizia, come ad esempio il delegato alle vendite giudiziarie, l'avvocato - mediatore nelle controversie civile, le varie figure di giurisdizione "onoraria" ecc. ecc.) non solo non hanno prodotto i risultati sperati, ma hanno contribuito ad ampliare (se possibile) il senso di frustrazione dell'intera categoria. Gli strumenti adottati, costituiti da surrogati, non hanno munito affatto il nostro Paese di una Giustiza efficiente e rapida come tutti noi speravamo fosse possibile. Io non credo quindi che l'adozione di limitazioni al contenzioso possa raggiungere altro effetto che quello di "ingessare" tutto il sistema, lasciando inascoltate le pressanti domande di giustizia del Popolo Italiano. Più che riforme di procedura, il Paese attende forse una inversione di tendenza. E' questo il motivo per cui l'adozione dell'art. 21 L. 247/2012 non sembra sia ciò di cui il Paese ha bisogno. L'applicazione del secondo comma comporterebbe infatti, verosimilmente, almeno 90.000 disoccupati tra cui 50.000 tra coloro che non erano iscritti a Cassa Forense e 40.000 tra coloro che, iscritti, risultano morosi e quindi in una situazione anche peggiore dei primi. Anche per effetto delle più recenti misure restrittive del contenzioso, dopo la prima "ondata" di cancellazioni, si verificherà un ulteriore forte diminuzione degli occupati del settore, grazie alle adozione dei "criteri" per accertare la mancanza del requisto della "cosidetta" continuità, togliendo a chi lavora poco anche quel poco che riesce a recimolare. Non sarebbe eccessivo pensare quindi alla formazione di almeno altri 60.000 cancellazioni "disciplinari". Il numero dei disoccupati del settore raggiungerebbe così, nell'arco dei prossimi 2-3 anni, il numero di 150.000, mentre i costi del sistema aumenterebbero notevolmente, preparando così altre "ondate" di cancellazioni per via della inevitabile compressione della domanda. Non va sottovalutato poi l'effetto "keynesiano" a segno negativo derivato da queste defezioni. Mi riferisco alla caduta verticale dei profitti delle imprese collegate alla nostra attvità (Telecom, case editrici, insegnanti per la formazione di base e di aggiornamento, proprietari di immobili destinati ad uso ufficio ecc. ecc.). Poichè in economia tutto è collegato, il mancato cambiamento di rotta indurrebbe un'altra tendenza negativa (di ampia portata) nel quadro del sistema economico nazionale. Tendenza tanto più grave quanto maggiore sarebbe la diffusione del malsano principio secondo cui "il professionista che lavora poco non ha diritto di lavorare affatto". Tale pincipio, invero, è infatti suscettibile di propagarsi come un malvagio "virus" anche in altri settori del lavoro autonomo, il quale va certamente, invece, incoraggiato e non represso, adottando opportuni ed effettivi aiuti economici e misure fiscali di alleggerimento. E' certo che tali misure debbano essere condordate in sede europea e l'Italia, sfruttando opportunamente il semestre di presidenza, non dovrebbe lasciarsi scappare l'occasione di influire sull'Unione per un significativo "cambio di passo". In questo senso l'abrogazione dell'art. 21 L. 247/2012 potrebbe acquisire, per il Governo di Matteo Renzi, un elevato valore simbolico, affinchè le professioni libere non divengano caste chiuse, ma occasioni di sviluppo economico e migliore giustizia sociale. Non essendo un “tecnico” in materia previdenziale non so se la mia interpretazione della L. 576/80 può essere condivisa. Quella legge, secondo me, introduce un “concorso” tra tutti gli iscritti a Cassa Forense. Tale concorso può essere “vinto” soltanto dagli Avvocati che riescono a capitalizzare una somma sufficiente ad assicurare loro un trattamento pensionistico. Coloro che perdono il “concorso” perdono la propria contribuzione a favore di chi ha guadagnato di più. Si tratta di un sistema che premia la competitività fra gli avvocati, privilegiando quindi gli operatori “maggiori”. Per questo motivo gli operatori marginali sono stati, fin’ora, tenuti fuori dal meccanismo ed affidati all’INPS, la cui contribuzione non è utile per conseguire un trattamento pensionistico ma si profila logicamente ragionevole perché in qualche modo connessa alla possibilità di percepire, dopo una certa età, l'assegno sociale in presenza di un reddito insufficiente, come per gli altri cittadini. Il doppio binario (se vogliamo chiamarlo così) si giustifica attraverso una diversa finalità attribuita dall’ordinamento ai due sistemi. Il primo è un sistema “premiale” che spinge i professionisti a far “di più e di meglio”. Il secondo è un sistema “sociale” che mira a soddisfare i bisogni primari di chi (anziano) non c’è la fa più ad arrabattarsi per guadagnare quattro soldi. L’unificazione dei due sistemi sotto il segno di Cassa Forense, crea uno scompiglio perché la finalità “sociale” resta confinata all’INPS mentre il regime, da “premiale” per i migliori, diventa “punitivo” per gli operatori marginali (che intanto – a causa della situazione contingente – diventano sempre più numerosi) relegandoli fuori dal contesto sociale senza un lavoro (neanche minimo) e senza reddito o pensione. In realtà la “crisi” della professione (inscindibilmente legata alla restrizione progressiva del contenzioso) mette in sofferenza il regime “premiale” mentre prevale l’esigenza sociale. La “soluzione” del progetto “Mugnai Alpa” è quella di diminuire il numero dei concorrenti, consentendo così la concentrazione della clientela nelle mani di pochi. Ma è una soluzione che sacrifica il profilo sociale, creando una moltitudine di disoccupati e preparando il deflusso dalla professione di molti altri avvocati. E’ poi decisamente sottovalutata la reazione del pubblico alla situazione così definita. Infatti, non appena al corrente della nuova posizione di “sudditanza” del professionista al reddito prodotto, il “fruitore” (che brutta parola!) del servizio mira a pagarlo molto meno oppure a non pagarlo affatto. L’unica difesa (il rifiuto dell’incarico) diventa impossibile con la conseguenza di svilire e far perdere di valore le prestazione con la complicità del carico fiscale diretto ed indiretto che la governa. La struttura preposta al sistema previdenziale si ispira ad una realtà virtuale che non esiste più ed è legata alla convizione (tipica degli anni 80) secondo la quale il professionista “libero” è un evasore e può dichiarare un reddito molto superiore a quello infedelmente dichiarato. Dopo trentanni l’Italia è cambiata e gli avvocati (spero) dichiarano sinceramente quanto guadagnano (io l’ho sempre fatto). Questo però non basta più a reggere il “concorso” nello spirito del quale è informata la legge 576/80 che, forse andrebbe cambiata. E possibile in questa situazione, salvare sia la “zappa” che il “contadino”? Premesso che Cassa Forense ha bisogno di nuovi flussi finanziari, la soluzione più logica è deviare il flusso destinato all’INPS verso Cassa Forense, augurandosi che tale flusso sia finalmente sufficiente a mantenere il suo equilibrio finanziario...per il resto la celebre Fondazione Privata potrà raggiungere il quadro economico ideale per mezzo di sensibili misure di riduzione dei propri costi interni. Cosè è se vi pare (come diceva il Collega Avv. Luigi Pirandello). Molti cordiali saluti. Roberto Castellano Avvocato del Foro di TivoliVALORE POLITICO E COSTITUZIONALE DELL’ABROGAZIONE DELL’ART. 21 DELLA LEGGE n° 247/2012. Lo scrivente non rivendica certo di essere un “Solone”, e tanto meno pretende di insegnare nulla a nessuno. Infatti nei miei trenta anni e passa di professione non ho scritto libri, nè sono “professore”, ma sono stato sempre “in trincea”, affrontando i problemi della gente che ha avuto fiducia nella mia opera. Fatta tale necessaria premessa, vorrei intervenire nuovamente per sottolineare il valore politico e costituzionale della propugnata abrogazione dell’art. 21 L. 247/2012. Tale norma introduce gravi limitazioni alla possibilità di esercitare la professione di avvocato in Italia, sia nel primo comma, ove la condiziona al possesso di taluni “requisiti”, sia nei commi 8 e 9 che, per come si vogliono realizzati, introducono un condizionamento economico indiretto. I “requisiti” non appartengono, si badi bene, al bagaglio tecnico-scientifico necessario all’Avvocato per esercitarla, ma si riferiscono piuttosto ai risultati concreti di tale esercizio, che vedono il soggetto “primeggiare” nel confronto con gli altri professionisti o per l’”intensità” della propria attività o per la capacità di far fronte agli adempimenti previdenziali legati all’ “equilibrio economico finanziario” dell’ente pensionistico della collettività degli avvocati. A parte ogni questione legata alla conformità al dettato costituzionale di tale principio, suscettibile di essere esteso pressochè a qualsiasi attività umana per vietarne lo svolgimento a chi non la pratica con la prescritta intensità, è fin troppo ovvio che si tratta, a prima vista, di una “naturale” reazione storica di una parte specifica dell’avvocatura italiana alla politica generale, che da anni accresce senza sosta il numero di abilitati, implicando così una intuibile reazione da parte del pubblico, sempre meno disposto a retribuire una attività tanto inflazionata. Secondo un più elevato punto di vista, però, non si può negare che l’Avvocato è la cerniera che collega il cittadino al sistema giudiziario, consentendogli di ricorrere all’A.G. per la tutela dei suoi diritti e dei suoi interessi legittimi, considerati anche questi ultimi ormai, dalla più recente dottrina, come “beni della vita” oggetto di piena tutela. Anche fuori dai margini del processo, l’Avvocato resta in Italia lo strumento per mezzo del quale il cittadino può accedere (per mezzo di strumenti come la conciliazione, la negoziazione e la mediazione), a sistemi alternativi di risoluzione delle dispute. La sistematica riduzione degli operatori di settore cui tende l’art. 21 L. 247/2012 per mezzo di ben studiati sistemi di espulsione dalla professione di molti Avvocati, ma soprattutto il pesante condizionamento dell’attività dei superstiti all’interno del sistema giudiziario (del quale infondo ogni avvocato fa parte), i quali dovrebbero vivere nel terrore di “perdere” il cliente, comporterà sicuramente in Italia una enorme difficoltà da parte dei giusti di far valere, sia pure per mezzo di strumenti alternativi, le proprie ragioni, scatenando verosimilmente una competizione “permanente” che va al di là di ogni ragionevolezza, dovendo “spingere” il sistema ad un confronto ad oltranza fra posizione contrapposte. (Un cattivo difensore, stranoto nella iconografia popolare, suggerisce imperterrito all’assassino, sorpreso con la mani insanguinate della propria vittima, “tu nega, nega sempre”). Abrogare l’art. 21 L. 247/2012 non significa solo pertanto restituire serenità agli Avvocati, ma anche permettere un confronto non drammatico fra le posizione contrapposte che si sviluppano fra le parti in lite, contrapposizioni che sono già in gran parte alimentate dalle incertezze di un ordinamento sostanziale già pieno di incertezze ed in perenne rivoluzione. Avv. Roberto CastellanoCari Amici, egregi Colleghi, ho letto su FB molti interventi, alcuni commoventi, altri spregiudicati, altri ancora persino rivoluzionari. Ma tutti i giuristi sanno (e Voi siete giuristi) che occorre valutare le cose in modo realistico, come in amore ed in guerra. Voi sapete che nell'art. 21 L. 247/2012 non è radicato solo il problema "previdenziale": Voi sapete che tale questione è solo "strumentale" perchè con la norma in questione il Legislatore non è certo afflitto dal fatto che i "sottosoglia" resterebbero "privi di copertura". Voi sapete bene che, per i sottosoglia, già esisteva la copertura dell'INPS alla cui iscrizione era legata una contribuzione proprozionale, senza vicolo di contribuzione minima. Avete pure ben compreso che alla contribuzione minima "obbligata", legata alla iscrizione a Cassa Forense non conseguirà il pagamento di una pensione minima, perchè questa esige il rispetto di "requisiti" che, tra l'altro, nel corso del tempo, CF potrebbe mutare, stante la sua nota "autonomia normativa". Insomma appare prevalente nel tempo non già la sicurezza dell'avvocato - contribuente di avere, in vecchiaia, una effettiva fonte di sostentamento, sulla base di regole stabili e facilmente comprensibili, ma l' "equilibrio finanziario" di una Fondazione privata che detta a sè stessa ormai da molti anni le proprie regole come la Cassazione ha più volte ed in più occasioni energicamente ribadito. Occorre prendere atto, con coraggio, del significato che implica la scarsa affluenze alle urne per le elezioni di CF, come nostro “ente esponenziale” (ma dalle ultime elezioni noi siamo rimasti esclusi). Eppure i nostri Giudici e le stesse nostre Istituzioni dovrebbero interrogarsi se conti più la sicurezza del contribuente o conti più la salvezza della Fondazione come tale. Qualcuno dirà che le due cose sono connesse, ma questo è vero solo nella misura in cui sia possibile fare affidamento in regole certe, che poi restino tali nel corso del tempo, in primo luogo, e garantiscano, in secondo luogo, un effettivo "risultato" per chi abbia contribuito con un significativo apporto di capitale. Il contrario di quanto accaduto da più trenta anni a questa parte. Non appare ammissibile che chi abbia contribuito in tal misura si senta, alla fine della propria vita professionale, opporre la mancanza dei "requisiti" che, di volta in volta, l'evoluzione normativa prescriva ai propri sottoposti. Se tali “requisiti” sono troppo gravosi, deve essere consentito a chi è cittadino (prima di essere avvocato) di uscire dal sistema senza essere privato del proprio lavoro ed essere sottoposto alle stesse regole degli altri cittadini. Oppure bisogna cambiare il sistema. Il richiamo al principio di solidarietà ex art. 2 della Costituzione non convince perchè il concetto comune di solidarietà prescrive che siano i più fortunati ad assicurare solidarietà ai meno fortunati e non viceversa. Non è chi non veda, invece, che il sistema previdenziale previsto in Italia per gli avvocati è ispirato a principi opposti, squisitamente privatistici, sottraendo ricchezza ai meno fortunati per favorire gli avvocati più attivi, alterando così, inevitabilmente, le regole della libera concorrenza di mercato a vantaggio dei più forti, i quali non sempre (come insegna la cronaca di ogni giorno) sono effettivamente “i migliori”. Ora però le cose sono peggiorate perchè, di fronte alla crisi economica, il Legislatore ha progettato di privare o meglio già prescrive di privare dell'abilitazione all'esercizio della professione i sottosoglia, sulla base di criteri legati pur sempre all'intensità dell'attività svolta. La professione "libera" dell'avvocato cessa pertanto così di essere tale e diventa condizionata alla misura dell'esercizio, secondo una regola suscettibile di propagarsi anche alle altre professioni e, perchè no, anche alle attività commerciali, in nome di una pretesa tutela dell'utente/consumatore che dovrebbe essere protetto dai "pericolosi" operatori marginali. Tutti sanno in proposito che tale intensità è per molti in calo a causa della politica volta a ridurre in misura sempre maggiore le occasioni di lavoro effettivamente remunerato dell'avvocato, il quale è chiamato invece, in sempre maggiori occasioni, a svolgere in forma gratuita o con remunerazioni puramente simboliche, attività che nulla hanno a che fare con la difesa in giudizio dei diritti dei cittadini nel quadro dell'art. 24 Cost. In altre parole siamo diventati ostaggio di un politica incoraggiata dai nostri concorrenti più forti che rende la nostra permanenza nel mondo del lavoro sempre più difficile, ovvero la subordina a condizioni economiche in conflitto con i principi costituzionali e comunitari. La nostra bella “autonomia” è divenuta ormai un “ghetto” in cui ci troviamo reclusi. Io partecipo sicuramente con fervore alle battaglie giudiziarie intraprese in nostra difesa, o meglio in difesa del principio stesso della libera professione, ma dobbiamo (dovete) comprendere che il sistema si prepara ormai a toglierci l’abilitazione all’esercizio della professione e, con esso, gli stessi strumenti utili per poterci difendere. E dunque dobbiamo domandarci se veramente tra i “grandi” troveremo poi qualcuno che ancora sia disposto a proseguire tali azioni giudiziarie, oggi proposte in nostra difesa ma suscettibili di durare un tempo molto lungo. Ricordo a me stesso che la controversia tra Carbonara e Ventura Alberghiera contro il Comune di Noicottaro, inerente l’occupazione di fatto, lesiva del diritto di proprietà privata (diritto protetto dalla CEDU), iniziò nel lontano 1970 per concludersi (purtroppo) solo nel 2000, ben trentanni dopo. Chi può illudersi che la battaglia giudiziaria iniziata oggi per difendere in Italia l’art. 15 della Carta di Nizza ( Libertà professionale e diritto di lavorare) possa durare un tempo più breve? Sono queste le ragioni per cui confido che in Parlamento ci si convinca che la strada intrapresa, che consiste nell’emarginare sistematicamente dal mondo del lavoro i più piccoli, sia decisamente abbandonata. Infatti che cosa si potrà mai fare delle masse di disoccupati di ogni età che si stanno creando? La parola “liberalizzazione” è stata adoperata per indicare un fenomeno ben diverso, testimoniato dal fatto incontrovertibile che ormai in Italia un giovane su due è disoccupato. Vi sono poi anche coloro che più giovani non sono, i cui bisogni essenziali della vita sono ovviamente più gravi, ai quali si addita ora, impunemente, la strada della miseria e della emarginazione sociale. Confido dunque che gli Amici di FB che possono (perché ormai non tutti possono), agiscano in favore di un mutamento rapido della normativa in vigore (art. 21 L. 247/2012), contro la quale il giudizio della Corte Costituzionale e della Corte Europea di Strasburgo si appalesa verosimilmente troppo lontano. Noi non ci rassegneremo alla emarginazione sociale della “crisi” supportata dai più forti. Roberto Castellano (Avvocato del Foro di Tivoli)BREVI CENNI SULLA ILLEGITTIMITA’ DELL’ART. 21, COMMA 8, Legge n. 247/2012 L’articolo in discorso prevede l’obbligatorietà e l’automatica iscrizione alla Cassa previdenza forense, sganciata da parametri reddituali, come conseguenza della sola iscrizione all’Albo degli Avvocati. Ovviamente, si tratta di una iscrizione non gratuita ma onerosa. Orbene: numerosi sono i profili di illegittimità che colpiscono tale articolo (e molti altri ancora) della Legge n. 247/2012, poiché in contrasto evidente sia con la Costituzione, sia con il dettato normativo europeo. Prima di entrare nel merito della vicenda, occorrerà ricordare che la Costituzione è “Fonte del diritto”, dunque, “Legge delle Leggi”, di fronte alla quale tutte le altre leggi hanno l’obbligo di osservanza. Per converso, con la Legge 247/2012 si assiste alla violazione dei seguenti principi fondamentali: 1) VIOLAZIONE DEI PRINCIPI DI EQUITÀ CONTRIBUTIVA: Il sistema contributivo dell'ente privato Cassa Forense, che gestisce interessi eminentemente pubblici, contrasta con il principio dell'equità fiscale e contributiva. Infatti, tale principio, immanente all'Ordinamento Giuridico, strutturato sul combinato disposto degli articoli 2, 3 e 53 della Costituzione Italiana, delinea le caratteristiche generali del sistema contributivo che devono essere rispettate sia dagli Enti previdenziali pubblici, sia dagli Enti previdenziali privati. Questi, dunque, al pari degli altri soggetti che operano nel territorio, sono tenuti al rispetto delle leggi dello Stato ed, a fortiori, della Costituzione Italiana in forza della quale, il sistema previdenziale, anche di Enti Privati così come strutturato, deve essere tale da realizzare una giustizia fiscale (art. 3 Cost.), solidale (art. 2 Cost.), basata sul criterio della progressività (art. 53 Cost.) dell'imposizione contributiva. A fronte delle Norme su richiamate, costituenti non solo Principi Fondamentali del Diritto ma Fonti di esso, v’è l’attuazione di un sistema contributivo per mezzo dell’emanando Regolamento (di rango quindi inferiore rispetto alle Norme Costituzionali !!) della Cassa Forense che astrae da ogni considerazione sulla capacità contributiva dei singoli, laddove obbliga al pagamento di contributi (c.d. minimi) fissi ed indipendenti da situazioni reddituali (dovuti, infatti, anche in caso di reddito zero), il tutto non a fronte di future erogazioni previdenziali. Ciò collide anche con il dettato Costituzionale dell’art. 3 secondo cui tutti cittadini sono uguali davanti alla Legge. Se così è, come in effetti è, gli Avvocati con reddito inferiore ad €. 4.800,00 conservano lo status di disoccupati e, come tali, dovrebbero ricevere il trattamento di tutti i disoccupati in Italia (ed in Europa) che non sono obbligati al versamento dei contributi previdenziali. Inoltre, stabilire il versamento dei contributi minimi a fronte del reddito zero impone l’apertura di una partita IVA e la tenuta contabilità (sic!) laddove le norme tributarie escludono l’apertura della stessa se non si ha adeguato reddito. 2) LESIONE DI INTERESSE LEGITTIMO La nuova legge sull'Ordinamento Forense affida ai Consigli dell'Ordine il compito di operare il c.d. sfoltimento degli albi (cancellazione), che sostanzialmente si risolverà in una presumibile discriminazione quantitativa dei redditi, anche se formalmente esclusa dalla lettera della legge. Tali azioni collidono con i principi di libertà del lavoro, di cui agli articoli 1, 4 e 35 della Costituzione Italiana, e dell'iniziativa economica e non discriminazione, di cui agli articoli 41 e 3 della Costituzione oltre che con i principio di libera concorrenza previsto dall’Ordinamento europeo. In riferimento al Diritto Comunitario, va detto che la Legge n. 247/2012, partorita dallo scellerato ed incompetente Legislatore italiano, non può che chinare il capo innanzi al principio di preferenza imposto dal diritto dell'Unione europea secondo cui, questo, prevale sul diritto interno dei suoi Stati membri. La preminenza del diritto dell'Unione è sancita dall'articolo 10 della Convenzione Europea: “La Costituzione e il diritto adottato dalle istituzioni dell’Unione nell’esercizio delle competenze a questa attribuite hanno prevalenza sul diritto degli Stati membri” (Convenzione di Bruxelles, art. 10-Diritto dell'Unione Europea, comma 1) In presenza di una legge nazionale che contrasti con una norma comunitaria, pertanto, il giudice ordinario deve disapplicare la legge nazionale nel caso specifico e applicare il diritto dell'Unione, senza porre quesiti di incostituzionalità o attendere che il legislatore nazionale risolva il conflitto di giurisprudenza adeguandolo al diritto dell'Unione. Il principio di libera concorrenza in ambito comunitario è poi richiamato dall’art. 33 comma V della Cost. che prevede l’accesso agli ordini professionali subordinato al solo previo superamento dell’esame di stato. Ebbene la Legge n. 247/2012 vìola anche detto quadro normativo nazionale-europeo. La cancellazione dall’albo, poi, imposta dalla Legge de qua, vìola l’interesse legittimo dell’avvocato che, dopo aver superato il concorso pubblico per l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato, non può vedersi negare il diritto di iscrizione all’Albo solo in forza di un “Regolamento in materia previdenziale” (sic!) che non ha la stessa cogenza della legge, dei principi Costituzionali, dei principi comunitari. Infine, la riforma forense vìola la Legge Professionale (R.D. n. 1578/1933) che dispone il diritto di iscrizione all’Albo degli Avvocati in caso di superamento dell’esame di Stato, nonché la facoltà dell’Avvocato di svolgere la sua professione “gratuitamente”. Il Legislatore, infatti, troppo preoccupato di fare “Cassa” ha dimenticato che l’Avvocato svolge un ruolo istituzionale: egli garantisce l’osservanza della Costituzione e l’applicazione dell’art. 24 di essa. Da questi principi fondamentali la Legge n. 247/2012 non può in alcun modo prescindere. Roma, 22.01.2014 Avv. Stefania ArduiniCari Colleghi ed Amici, desidero in primo luogo ringraziare tutti coloro che, richiamando la nota ministeriale in data 5.6.2014, stanno sensibilizzando con i loro messaggi l’On. Massimo Cassano il quale – nella sua funzione di Sottosegretario di Stato delegato per la vigilanza sugli Enti previdenziali delle libere professioni - non potrà che tenere nelle giuste considerazioni, io sono certo, l’elementare osservazione secondo la quale la proposta di Regolamento recentemente pervenuta da Cassa Forense è ancora molto lontana dall’adeguarsi alla sagge indicazioni fornite dalla Direzione Generale competente del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Un particolare ringraziamento va, specialmente, all’Avv. Paolo Rosa, voce sicuramente tra noi tutti più autorevole, soprattutto per aver sottolineato come l’approvazione di tale Regolamento “provochi migliaia di esodati e almeno 25 mila avvocati avviati alla pensione contributiva senza integrazione al minimo”. Desidero peraltro sommessamente rilevare che, a mio modesto avviso, il compito affidato dalla legge a Cassa Forense, non è arduo. Tale compito si appalesa impossibile. Infatti l’art. 21 della Legge nr. 247/2012 vorrebbe conciliare l’inconciliabile. Non ci si può nascondere infatti che, stante l’attuale congiuntura economica, almeno 100.000 Colleghi si trovano nella impossibilità di conseguire un reddito sufficiente ad accantonare un capitale bastevole ad assicurare (anche secondo il metodo contributivo) un trattamento pensionistico degno di tale nome. Non è esagerato impotizzare che, in futuro, verosimilmente molte migliaia di colleghi si aggiungeranno ad essi. Siamo dunque di fronte ad un dilemma di ordine politico. D’un canto esiste l’eventualità, (a lungo perseguita dal progetto originario “Mugnai-Alpa”), di subordinare il quotidiano esercizio della professione di avvocato (che consiste nella difesa dei diritti dei cittadini nelle aule giudiziarie) a condizionamenti di tipo economico. E poco importa se il condizionamento potrà consistere nell’imporre il raggiungimento di un certo reddito e/o volume d’affari (come originariamente proposto) o nel concorrere obbligatoriamente ad una forte contribuzione economica per un ente previdenziale come Cassa Forense. Infatti il condizionamento di tipo economico, sia esso legato al denaro od alla numerosità dei Clienti, sarà sempre un condizionamento in conflitto con l’art. 3 della Costituzione, secondo comma, il quale impone alla Repubblica – rammento a me stesso – “di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, norma questa, a mio prudente avviso, da leggere certamente in “combinato disposto” con quanto prevede il successivo art. 4, che sancisce il diritto-dovere di ogni cittadino “al lavoro o ad una attività o funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”. Dall’altro canto esiste l’eventualità di lasciare che l’esercizio della professione torni ad essere libero da condizionamenti estranei alla nostra missione più delicata che non consiste, ahimè, nell’amministrare i condomini, nell’aiutare la giustizia per la vendita dei beni pignorati, nell’assicurare la curatela dei fallimenti o delle persone inabili, nell’esercitare le funzioni giudiziarie onorarie, ecc., ma consiste principalmente (è impossibile negarlo) nell’accettare o rifiutare liberamente (secondo scienza e conoscenza) i casi che vengono sottoposti al nostro esame nel segreto dei nostri Studi. Ad essi si rivolgono i cittadini per la protezione dei propri diritti e vi debbono trovare operatori liberi da condizionamenti, che non li constringano, nella necessità, a mistificare la verità, o – peggio – ad alterare la serena applicazione delle norme, in spregio alla verità, alla logica ed alla giustizia. Io confido che ognuno di voi si interroghi e si chieda: “Se io fossi nei guai o non conoscessi la mia vera situazione giuridica, quale uomo o donna vorrei incontrare per trovare soluzione al mio problema? Vorrei porre le mie domande ad un soggetto in permanente stato di condizionamento economico oppure ad un persona libera e serena?” Non è chi non veda che l’art. 21 della L. 247/2012 introduce una inammissibile distorsione, turbando inevitabilmente il quotidiano esercizio della professione di avvocato che, per quanto regolamentata, deve restare libera secondo quanto stabilito dall’art. 33 Cost. sia pure se gravata dai vincoli deontologici e da numersi e delicati doveri di carattere pubblicistico. Ma vi è di più: in quale condizione si troverebbe il Collega, nel pattuire il proprio mandato, se il cliente fosse consapevole che la perdita dell’incarico potrebbe significare per l’Avvocato la perdita della libera facoltà di esercitare la professione? Quest’ultimo sarebbe costretto ad accettare qualunque compenso, anche il meno dignitoso, oppure ad imporre il proprio onorario in forma autoritativa, al termine dell’incarico, secondo una prassi forse tradizionale, ma sicuramente in contrasto con il principi più moderni dell’Unione, che prevedono la libera concorrenza e, con essa, la consapevole scelta tra diversi professionisti, non solo sulla base della fama ma anche, (perché no?), sulla base del corrispettivo richiesto. La situazione di precarietà e debolezza del professionista sarebbe poi ancora più aggravata dalle imposte che si aggiungono al corrispettivo e che qualche cattivo avventore potrebbe invece invitare ad evadere, stante le circostanze. Il condizionamento economico che l’art. 21 L. 247/2012 mira ad introdurre parte, inoltre, da un principio di discriminazione in conflitto con la parità di concorrenza, capace di diffondersi, come un “virus”, anche negli altri settori economici: quello secondo cui chi lavora poco, pur essendo stato giudicato idoneo in un esame di Stato, non ha diritto di lavorare affatto. L’”humus” in cui si può diffondere tale “virus” è particolarmente favorevole, soprattutto nel nostro settore. In questo infatti si assommano d’un canto la crisi economica in cui versa l’Italia e dall’altro la grave crisi che attraversa la Giustizia. Come tutti sappiamo, non passa giorno ormai in cui le sedi giudiziarie, (Tribunali, Giudici di Pace, Tribunali Amministrativi) non si spengano, ormai, come tante candele al soffio del vento Ma proprio per questo è necessario che le regole siano rispettate e che sia lasciato alla libera scelta di ciascuno di noi abbandonare o no la partita, senza “forzature” in conflitto con quell’ordinamento comunitario al quale l’art. 117 della Costituzione ha sottoposto il nostro Legislatore. Vorrei quindi rivolgerVi la preghiera di battervi per la rapida abrogazione dell’art. 21 L. 247/2012 affinchè non solo gli Avvocati, ma anche Cassa Forense possano mantenere la piena propria libertà ed indipendenza. Molti cordiali saluti. Campagnano di Roma, 7 Luglio 2014. Roberto Castellano (Avvocato del Foro di Tivoli)
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Corso diritto penale 2011
Ritiro attestati (agg. al 01/04/2011)

References: ART. 21
 sentenza 
 art. 21
 art. 45
 art. 21
 art. 21
 art. 21
 sentenza 
 art. 51
 art. 21
 art. 21
 Art. 8
 art. 21
e contrario
 art. 21
 art. 117
 art. 117
 art. 21
 art. 3
 art. 117
 art.21
 ART. 21
 art. 8
 art. 3
 art. 2
 art. 10
 art. 4
 art. 21