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Timestamp: 2019-02-22 23:00:02+00:00

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Corte di Cassazione, S.U.P., sentenza 2 maggio 2013, n. 19054. La condotta del pubblico agente che, utilizzando illegittimamente per fini personali il telefono assegnatogli per ragioni di ufficio, produce un apprezzabile danno al patrimonio della pubblica amministrazione o di terzi o una concreta lesione alla funzionalità dell'ufficio, è sussumibile nel delitto di peculato d'uso di cui all'art. 314 c.p., comma 2. - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, S.U.P., sentenza 2 maggio 2013, n. 19054. La condotta del pubblico agente che, utilizzando illegittimamente per fini personali il telefono assegnatogli per ragioni di ufficio, produce un apprezzabile danno al patrimonio della pubblica amministrazione o di terzi o una concreta lesione alla funzionalità dell’ufficio, è sussumibile nel delitto di peculato d’uso di cui all’art. 314 c.p., comma 2.
La condotta del pubblico agente che, utilizzando illegittimamente per fini personali il telefono assegnatogli per ragioni di ufficio, produce un apprezzabile danno al patrimonio della pubblica amministrazione o di terzi o una concreta lesione alla funzionalità dell’ufficio, è sussumibile nel delitto di peculato d’uso di cui all’art. 314 c.p., comma 2.
SENTENZA 2 maggio 2013, n. 19054
1. Con sentenza del 16 aprile 2009 il Tribunale di Roma condannava V.U.A. e S.B.G. alle pene, rispettivamente, di anni due e mesi otto di reclusione, e di mesi dieci di reclusione, in quanto ritenuti responsabili:
– il V., del reato di peculato continuato (capo sub A) di cui all’art. 81 cpv. c.p., e art. 314 c.p., comma 1, perchè, avendo, nella qualità di ambasciatore e capo della Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea, il possesso di varie utenze cellulari belghe, le utilizzava, nel periodo compreso fra il settembre 2001 e il dicembre 2003, per l’effettuazione di numerose telefonate di carattere privato, per importi consistenti;
– entrambi, del reato di falso ideologico (capo sub C) di cui agli artt. 110 e 479 c.p., materialmente commesso, su istigazione del V., dal S., nella qualità di cancelliere contabile presso la predetta Rappresentanza, e consistito nella falsa attestazione, in un atto a sua firma intestato alla “Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea”, recante la data del 22 gennaio 2004 e avente ad oggetto un resoconto di spese a carico del V., di aver ricevuto da quest’ultimo, a titolo di conguaglio per le spese non di servizio relative all’anno 2003 per una delle utenze, il rimborso pari alla somma di Euro 11.650,67, che in realtà all’epoca non era ancora avvenuto (in quanto verificatosi quasi tre mesi dopo, ossia il 6 aprile 2004);
– il S., inoltre, del reato di favoreggiamento personale aggravato (capo sub D) di cui all’art. 378 c.p., e art. 61 c.p., n. 9, contestato in relazione alla commissione della condotta delittuosa di falso.
Il Tribunale di Roma, quindi, concesse le attenuanti generiche e unificati i reati ex art. 81 cpv. c.p., condannava il V. alla pena di due anni e otto mesi di reclusione (così determinata: p.b.
ridotta ex art. 62 bis c.p., per il ritenuto più grave delitto di falso: un anno e quattro mesi, aumentata sino all’inflitto per la continuazione con gli episodi di peculato), con la pena accessoria della interdizione di pari durata dai pubblici uffici, e il S. alla pena di dieci mesi di reclusione (così determinata: p.b. ridotta ex art. 62 bis c.p., per il ritenuto più grave delitto di falso: otto mesi, aumentata sino all’inflitto per la continuazione con il delitto di favoreggiamento).
2. Su appello degli imputati, la Corte di appello di Roma, con sentenza dell’8 giugno 2011, assolveva il S. dal reato di cui al capo sub D (con eliminazione del relativo aumento di pena ex art. 81 c.p., comma 2) perchè il fatto non costituisce reato (mancando la prova che il predetto avesse agito con intenti ulteriori rispetto a quello di salvaguardare le aspettative di carriera del V., evitandogli problemi disciplinari) e riconosceva al V. l’attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 4, relativamente al reato di peculato di cui al capo A (venendo in rilievo, a tale effetto, i singoli episodi delittuosi), con conseguente diminuzione a un anno della pena applicata come aumento per la continuazione, confermando, nel resto, la pronuncia di primo grado.
Per la conferma della responsabilità del V. in ordine al delitto di peculato di cui all’art. 314 c.p., comma 1, la Corte di merito si basava sul consolidato e prevalente orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo il quale, nella condotta di indebito utilizzo del telefono d’ufficio da parte del pubblico funzionario, ciò che viene in rilievo agli effetti penali è l’appropriazione delle energie costituite dagli impulsi elettrici, occorrenti per realizzare la comunicazione, entrate a far parte del patrimonio dell’amministrazione.
Secondo la Corte capitolina, all’epoca dei fatti nessuna fonte consentiva al personale degli affari esteri l’utilizzo per fini privati del telefono cellulare assegnato per motivi d’ufficio. In particolare la c.d. direttiva “Frattini” n. 3/2001 subordinava espressamente la possibilità di un tale utilizzo alla esistenza di un contratto c.d. dual billing, idoneo cioè a consentire una fatturazione differenziata per le telefonate private. Nè alcun valore potevano avere, in quanto contrastanti con l’inequivoco tenore della detta direttiva, i chiarimenti ministeriali successivi alla vicenda di causa, secondo i quali, in caso di mancata attivazione del dual billing, le telefonate private potevano ugualmente farsi, senza limiti di spesa, salvo l’obbligo di rimborso, e senza vincoli temporali, da parte del pubblico funzionario. Prassi in tal senso, pur tollerate, erano palesemente illegittime. Nè il caso di specie, per le sue particolarità e per la condotta tenuta dall’imputato, offriva alcun appiglio per ritenerne sussistente la buona fede.
Riguardo al falso, la Corte ne confermava la sussistenza in base alle caratteristiche formali e al chiaro tenore dell’atto, al suo raffronto con l’omologa attestazione datata 6 aprile 2004 e ai rilievi effettuati in sede di ispezione dal 24 al 27 febbraio 2004.
3. Avverso la sentenza della Corte di appello entrambi gli imputati hanno proposto ricorso per cassazione a mezzo dei rispettivi difensori di fiducia.
3.1. Il V., che ha impugnato la sola condanna per il delitto di peculato, ha formulato i seguenti tre motivi.
a) Erronea applicazione dell’art. 314 c.p., e motivazione apparente, illogica e contraddittoria.
Secondo il ricorrente, nel caso di uso indebito dell’apparecchio cellulare da parte del pubblico ufficiale, non è configurabile il delitto di peculato ordinario di cui all’art. 314 c.p., comma 1, in quanto i cosiddetti impulsi elettronici non possono essere sussunti nella nozione di cosa mobile suscettibile di appropriazione, perchè, venendo ad esistenza a seguito e per effetto della condotta contestata, non costituiscono entità materiale ad essa preesistente e già nel possesso o nella disponibilità del soggetto agente. Nè varrebbe invocare in contrario la disposizione del capoverso dell’art. 624 c.p., posto che anche in tal caso l’energia sottraibile deve preesistere alla sottrazione. La configurazione dell’impulso elettronico quale possibile oggetto di condotta appropriativa rilevante ai fini del peculato si porrebbe, quindi, in contrasto con il principio di tassatività della fattispecie penale e con il divieto di interpretazione analogica.
Richiamando inquadramenti diversi del fenomeno in esame offerti dalla stessa giurisprudenza, comportanti l’opportuna assegnazione della causa alle Sezioni Unite, il ricorrente prospetta che esso potrebbe, al più, sussumersi nella fattispecie dell’abuso d’ufficio ex art. 323 c.p., ovvero, sul rilievo dell’indebito utilizzo dell’apparecchio telefonico in quanto tale, in quella del peculato d’uso di cui all’art. 314 c.p., comma 2: fattispecie entrambe, peraltro, prescritte.
b) Inosservanza della norma penale di cui al combinato disposto dell’art. 59 c.p., comma 4, e art. 47 c.p., nonchè vizio della motivazione sul mancato riconoscimento dell’esimente putativa del consenso dell’avente diritto.
Secondo il ricorrente, la Corte distrettuale, pur avendo riconosciuto, sulla base della documentazione prodotta (da ultimo, una nota dello stesso Ministro Frattini sulla possibilità di un rimborso successivo all’erario, consentito senza limitazione di tempi e di costi), l’esistenza di una situazione di tolleranza, da parte dell’amministrazione di appartenenza, costituente una manifestazione almeno tacita, o apparente, di consenso, ha poi erroneamente parlato al riguardo di prassi contra legem, laddove, nel caso di specie, si versa in una ipotesi di errore non sulla legge penale, bensì su atti amministrativi e comportamenti concludenti della pubblica amministrazione.
c) Vizio della motivazione in ordine alla ritenuta insussistenza della fattispecie di peculato d’uso, perchè la Corte distrettuale avrebbe solo richiamato i precedenti giurisprudenziali, senza rispondere specificamente ai rilievi d’appello relativi al fatto concreto, nel quale l’appropriazione dell’apparecchio sarebbe stata comunque temporanea e con successivo integrale rimborso delle somme addebitate.
3.2. Con motivi nuovi, depositati, con allegati, il 18 maggio 2012, la difesa del V. ha puntualizzato che l’impiego del cellulare per uso privato comporta solo un obbligo di rimborso della telefonata a carico dell’utente, il cui inadempimento integra un illecito di natura civile, in quanto l’utilizzatore delle onde magnetiche – delle quali nessuno ha la disponibilità o la possibilità di appropriarsi – si limita ad usufruire, dietro compenso, di un servizio prestato dalla società concessionaria, con la conseguenza che sull’utente grava un obbligo di tipo civilistico che consiste appunto nel pagamento delle prestazioni godute. Nè potrebbe certamente ritenersi, in tale situazione, la sussistenza del possesso o della disponibilità di denaro altrui anteriormente alla effettuazione delle telefonate: l’amministrazione di riferimento, infatti, paga il complessivo ammontare della fattura presentata periodicamente dalla società concessionaria, restando semplicemente in credito, nei confronti dell’utente, del rimborso dell’importo relativo alle telefonate di natura privata da lui effettuate.
Tale ricostruzione sarebbe in linea con la corretta interpretazione della c.d. “direttiva Frattini” n. 3/2001, e con la riconosciuta prassi, ritenuta ad essa conforme (come da circolare ministeriale n. 1 del 10 febbraio 2005 e nota della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 13 giugno 2005), di ritenere lecito l’uso per finalità private del cellulare ricevuto per esigenze di servizio anche in caso di mancata stipulazione di un contratto di dual billing, mediante l’adozione di un sistema alternativo di individuazione delle telefonate private, idoneo a caricarne il costo sull’interessato.
E’ stata eccepita, poi, la mancanza di motivazione in ordine alla qualificazione del fatto in termini di peculato d’uso, in quanto la condotta del ricorrente non sarebbe stata mai animata dall’intenzione di appropriarsi di una cosa mobile della p.a.: del resto, qualora si considerasse come oggetto materiale del reato il cellulare di servizio, questo sarebbe sempre rimasto nella disponibilità della pubblica amministrazione, aspetti, questi, sui quali l’impugnata pronuncia cadrebbe in palesi errori di valutazione e carenze motivazionali.
In data 6 luglio 2012 è stata presentata altra memoria difensiva che ripropone il punto della non configurabilità della condotta di peculato ordinario per l’uso personale di telefono mobile del quale si abbia il possesso per ragioni d’ufficio, in ragione delle modalità tecniche di funzionamento dello strumento.
3.3. Il S. ha proposto tre motivi di doglianza relativi al reato di cui al capo sub C:
a) violazione di legge e carenza di motivazione sulla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato ex artt. 43 e 479 c.p., non potendosi la stessa concretizzare nella mera immutatio veri;
b) violazione di legge e carenza di motivazione in ordine all’elemento oggettivo, in quanto, da un lato, a fronte dell’ambiguità del termine “provveduto” (da ricollegare al mero resoconto fornito dal V. e non all’avvenuto rimborso delle somme), doveva escludersi la prova certa del falso, e, dall’altro, l’esclusione della fondatezza dell’assunto che nella specie l’atto incriminato fosse un mero pro-memoria era stata basata sulla ritenuta unicità di esso, contrastata dalla documentazione in atti;
c) motivazione contraddittoria e illogica in relazione alla sussistenza dell’elemento psicologico, configurata e ravvisata in origine in maniera congiunta per il delitto di favoreggiamento e per quello di falso, in relazione alla medesima scrittura del 22 gennaio 2004, e poi mantenuta ferma per il solo falso, pur dopo l’esclusione dell’intento di favorire il V. nella sua pendenza giudiziaria, della quale si è escluso che all’epoca il S. fosse a conoscenza.
3.4. Il 2 luglio 2012 la difesa del S. ha depositato motivi aggiunti, riprendendo e sviluppando la tesi della necessità di una componente sostanziale di nocività o inganno per la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato ex art. 479 c.p. – oltre che per la sua stessa configurabilità oggettiva -, componente certamente da escludere nel caso di specie.
4. Con ordinanza n. 36760 del 18 luglio – 24 settembre 2012 la Sesta Sezione penale, assegnataria del ricorso, dopo aver ricordato l’insegnamento consolidato secondo il quale “il delitto di peculato si configura quando l’appropriazione abusiva ha leso la funzionalità della pubblica amministrazione e ha causato un danno patrimoniale apprezzabile, trattandosi di reato plurioffensivo”, che si realizza con una “condotta del tutto incompatibile con il titolo per cui si possiede e da cui deriva un’estromissione totale del bene dal patrimonio dell’avente diritto”, ha rilevato in particolare, sulla questione dell’utilizzo (anche) a fini privati del telefono assegnato per esigenze d’ufficio, che la giurisprudenza individuò l’atto appropriativo, in un primo tempo, “nell’uso del telefono quale apparato fisico (con la – allora coerente – configurabilità della fattispecie del peculato d’uso, in relazione al carattere momentaneo di detto uso e all’immediata restituzione dell’apparato”), e successivamente, invece, secondo un indirizzo che si è poi consolidato, “nel consumo delle energie costituite dagli impulsi elettronici, o elettrici (…), attraverso i quali si trasmette la voce (impulsi la cui appropriazione non può che essere definitiva, con la conseguente configurabilita del peculato ordinario disciplinato dall’art. 314 c.p., comma 1, e l’irrilevanza dell’eventuale successivo rimborso risarcitorio”).
4.1. Secondo l’ordinanza di rimessione, “la specifica doglianza secondo cui la lettura che individua l’oggetto dell’appropriazione negli impulsi elettronici che consentono la trasmissione della voce si allontana in modo intollerabile dal concetto di entità materiale suscettibile di appropriazione, per accogliere un’interpretazione dell’art. 314 c.p., che, ben oltre il dato letterale, appare in netto contrasto con il principio di tassatività della fattispecie penale e con il divieto di interpretazione analogica, merita un’attenta riflessione, il cui esito può condurre ad un ripensamento delle conclusioni cui questa Corte Suprema è da tempo pervenuta”.
L’interpretazione finora accolta, infatti, riconduce al concetto normativo di “energia che abbia un valore economico”, suscettibile di sottrazione (e quindi di appropriazione), gli “impulsi elettronici”, che in realtà non preesistono all’uso illecito ma sorgono con esso e a sua causa e, inoltre, non esauriscono il costo del “servizio” oggetto del contratto, sul quale incidono in realtà una molteplicità di elementi (infrastrutture, risorse umane e tecniche, ecc.).
Ne discende, ad avviso della Sezione rimettente, la necessità di verificare se in relazione all’uso indebito dell’apparato telefonico non sia più appropriato ricorrere ad altra qualificazione giuridica, quale potrebbe essere “quella dell’abuso d’ufficio (potendosi ravvisare la violazione della disciplina sull’uso del servizio telefonico cellulare e comunque dei principi generali, anche di rilievo costituzionale, di contabilità dello Stato (…), l’ingiusto vantaggio patrimoniale dell’utilizzatore infedele e il danno ingiusto dell’Amministrazione), ovvero quella della truffa aggravata ai sensi dell’art. 640 c.p., comma 1, n. 1 (quando la mancata segnalazione delle telefonate personali, ricorrendo i parametri prima ricordati, sia riconducibile ad una inveritiera dichiarazione)”.
La delicatezza della questione e l’inopportunità di una pronuncia in qualche modo “esplorativa” in direzione contraria all’indirizzo dominante hanno indotto il Collegio della Sesta Sezione a ritenere doverosa la rimessione del processo alle Sezioni Unite di questa Suprema Corte ai sensi dell’art. 618 c.p.p..
5. Con decreto in data 1 ottobre 2012 il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica.
6. In data 29 novembre 2012 i difensori del V. hanno presentato un’ulteriore memoria ai sensi degli artt. 121 e 611 c.p.p., riproponendo anzitutto la tesi della insussistenza del reato di peculato.
Al riguardo, si ribadiscono:
a) la assoluta inaccettabilità della sussunzione, nel concetto normativo di “cosa mobile”, dei fenomeni fisici attraverso i quali la voce, previamente codificata in impulsi elettrici, viene trasmessa, tramite onde elettromagnetiche, a distanza: l’operazione tecnica, infatti, avviene con il supporto del gestore telefonico, che non “vende” onde elettromagnetiche appropriagli, ma “eroga” servizi di telefonia mobile;
b) il dato della materiale indisponibilità dell’onda elettromagnetica, sia nel patrimonio del soggetto passivo del reato che del soggetto attivo del reato, anteriormente alla realizzazione della presunta condotta appropriala : l’onda, infatti, viene generata proprio dall’utilizzo, corretto o meno, dell’apparecchio telefonico.
Si sottolinea inoltre che gli addebiti sulle utenze mobili, che avvengono in base alle telefonate effettuate, non sono diretta espressione del valore economico degli impulsi generati durante le conversazioni, in quanto le chiamate fungono solo da criterio di computo degli addebiti medesimi, che sono, per contro, direttamente collegati alla fruizione, da parte dell’utente, di tutta una serie di servizi messi a disposizione dalla compagnia telefonica (ripetitori, personale, infrastrutture, elaboratori informatici, ecc.).
Anche per tale via, dunque, l’impulso elettromagnetico non può ritenersi una “cosa mobile” ai sensi dell’art. 624 c.p.: esso non è valutabile economicamente, mentre è valutabile sul piano economico il servizio di telefonia reso dal gestore all’utente attraverso la complessiva organizzazione che consente la ricezione, lo smistamento e la trasmissione dei segnali elettromagnetici generati con l’apparecchio telefonico.
Più congrua, eventualmente, potrebbe ritenersi la sussunzione del comportamento contestato in altre fattispecie penali, quali quelle di cui agli artt. 323 o 640 c.p..
In ordine al reato di falso, la difesa del V., ricollegandosi ai motivi non personali di impugnazione presentati dal S., pacificamente estensibili ai sensi dell’art. 587 c.p.p., sottolinea anzitutto che difetta nella specie la univoca falsa rappresentazione della realtà. All’annotazione “provveduto”, riportata nell’atto incriminato, in sè comunque non collegabile a uno specifico obbligo di riferire l’effettiva realtà, doveva infatti attribuirsi – anche alla luce dell’ulteriore documentazione acquisita nel dibattimento di primo grado – il corretto significato di “annotato, contabilizzato”, pienamente compatibile con la natura di “mero promemoria, suscettibile di costante aggiornamento” che il redattore stesso intendeva rappresentare, e che, in quanto tale, doveva condurre all’esclusione dell’ipotesi delittuosa in contestazione, potendosi ritenere falso solo ciò che, per come rappresentato, deve ritenersi contrario alla realtà, non consentendo alternative interpretazioni.
Sul piano probatorio, si ribadisce poi la censura, già formulata nei motivi di appello, di omessa vantazione della documentazione – prodotta dal P.m. in corso di istruttoria dibattimentale – che constava di un promemoria di stampo identico a quello oggetto di asserita falsificazione (relativo alle spese sostenute per il precedente anno) e di una ricevuta rilasciata dal cancelliere contabile a fronte dell’effettivo versamento della relativa somma.
Si chiede, conclusivamente, l’annullamento dell’impugnata sentenza di condanna sia in ordine al reato di peculato che a quello di falso ideologico, con l’affermazione del principio per cui, nella condotta di indebito utilizzo dell’utenza cellulare assegnata per ragioni d’ufficio, da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, non è ravvisabile il reato di peculato. In subordine, si chiede di riqualificare il fatto contestato, ai sensi dell’art. 521 cod. proc. pen., come reato di peculato d’uso o abuso d’ufficio, ovvero truffa aggravata, dichiarando non doversi procedere per intervenuta estinzione per prescrizione del reato, nonchè di dichiarare l’intervenuta estinzione, per decorso del termine prescrizionale, anche del reato contestato sub C.
Si precisa peraltro che in tanto è configurabile il peculato ordinario, in quanto possa riconoscersi un apprezzabile valore economico agli impulsi utilizzati per ogni singola telefonata, ovvero anche per l’insieme di più telefonate, quando queste siano così ravvicinate nel tempo da poter essere considerate come un’unica condotta (Sez. 6, n. 25273 del 09/05/2006, Montana, Rv. 234838; v. anche, sul punto, Sez. 6, n. 256 del 20/12/2010, dep. 2011, Di Maria, Rv. 249201). Sul piano della applicazione concreta possono segnalarsi casi di chiamate a linee telefoniche a contenuto erotico dall’importo assai elevato (Sez. 6, n. 21335 del 26/02/2007, Maggiore e altro, Rv. 236627; Sez. 6, n. 2963 del 04/10/2004, dep. 2005, Aiello, Rv. 231032), ovvero a Paesi esteri per scopi ludici (Sez. 6, n. 21165 del 29/04/2009, G.A.), o comunque personali (Sez. 6, n. 2525 del 04/11/2009, dep. 2010).
3.3. In una prospettiva affine ma non sovrapponibile si muove altro orientamento dottrinale, che, assimilando l’uso indebito del telefono a quello dell’autovettura ed escludendo che l’oggetto della condotta, ricadente palesemente in entrambi i casi sul bene fisico impiegato, possa identificarsi con l’energia in sè e per sè considerata che ne esprime il funzionamento, rileva che non sussiste alcun valido motivo per escludere a priori che l’uso possa costituire, nello schema del novellato art. 314 c.p., una forma di manifestazione della condotta appropriativa, richiedendosi solo, a tal uopo, che la condotta di abuso possessorio si estrinsechi attraverso i due momenti realizzativi dell’espropriazione (ossia, l’estromissione totale – ma non necessariamente definitiva – del legittimo proprietario dal rapporto con la cosa) e dell’impropriazione (ossia, il disconoscimento dell’altrui signoria attraverso atti dominicali incompatibili con l’interesse del vero avente diritto). In presenza di siffatti presupposti, opererebbe come criterio di distinzione “interna” tra il peculato comune e il peculato d’uso l’elemento della definitività dell’esclusione del dominus dal rapporto con la cosa: l’uso protratto per un tempo limitato e seguito dall’immediata restituzione sarà riconducibile al capoverso dell’art. 314 c.p., mentre quello prolungato o comunque non seguito dalla restituzione della res rientrerà nella più grave fattispecie del peculato comune.
E’ interessante notare che anche in relazione al delitto di appropriazione indebita di cui all’art. 646 c.p., che non ha mai incluso formalmente la condotta di distrazione, prevale l’opinione che ritiene tale condotta – intesa nel suo significato di “deviare la cosa dalla sua destinazione o nel divergerla dall’uso legittimo”- riconducibile sostanzialmente a quella appropriativa (Sez. U, n. 9863 del 28/02/1989, Vita, Rv. 181789; Sez. U, n. 1 del 28/02/1989, Cresti, Rv. 181792; Sez. 2, n. 5136 del 04/04/1997, Bussei, Rv. 208059; Sez. 2, n. 2829 del 19/11/1991, Griffa, Rv. 189314; Sez. 2, n. 5523 del 27/02/1991, B.N.L., Rv. 187512).
Discorso analogo, per il delitto di cui all’art. 646 c.p., si fa anche per l’uso indebito della cosa, ove esso si connoti per l’eccedenza dai limiti del titolo in virtù del quale l’agente deteneva in custodia la stessa, di modo che l’atto compiuto comporti un impossessamento, sia pur temporaneo, del bene (Sez. 2, n. 47665 del 27/11/2009, Cecchini, Rv. 245370; Sez. 2, n. 5136 del 04/04/1997, Bussei, Rv. 208059; Sez. 3, n. 3445 del 02/02/1995, Carnovale, Rv. 203402; Sez. 2, n. 2954 del 15/12/1971, dep. 1972, Rv. 120966).
“tutto incluso” – non è accettabile, non corrispondendo alla realtà del fenomeno in discorso, in quanto posticipa artificialmente il vantaggio, che il pubblico agente ritrae immediatamente dalla sua indebita condotta, al momento successivo, ed effetto di questa, in cui la p.a. ne sostiene l’onere economico. Le somme di cui si discute non sono certamente oggetto di previo possesso in capo all’infedele funzionario, nè il loro esborso è ricollegabile a un suo potere giuridico di disposizione, ma è solo la oggettiva conseguenza di una condotta fattuale che si inserisce nel vincolo esistente fra la p.a. e il gestore di telefonia.
Ciò chiarito, non può non rilevarsi, giusta quanto già segnalato nell’analisi generale del peculato (ma la sottolineatura è qui particolarmente doverosa), che il raggiungimento della soglia della rilevanza penale presuppone comunque l’offensività del fatto, che, nel caso del peculato d’uso, si realizza con la produzione di un apprezzabile danno al patrimonio della p.a., o di terzi ovvero (ricordando la plurioffensività alternativa del delitto di peculato: v. sopra par. 4.1.) con una concreta lesione della funzionalità dell’ufficio: eventualità quest’ultima che potrà, ad esempio, assumere autonomo determinante rilievo nelle situazioni regolate da contratto c.d. “tutto incluso”. L’uso del telefono d’ufficio per fini personali, economicamente e funzionalmente non significativo, deve considerarsi, quindi (anche al di fuori dei casi d’urgenza, espressamente previsti dal D.M. 28 novembre 2000, art. 10, comma 3, o di eventuali specifiche e legittime autorizzazioni), penalmente irrilevante.
“La condotta del pubblico agente che, utilizzando illegittimamente per fini personali il telefono assegnatogli per ragioni di ufficio, produce un apprezzabile danno al patrimonio della pubblica amministrazione o di terzi o una concreta lesione alla funzionalità dell’ufficio, è sussumibile nel delitto di peculato d’uso di cui all’art. 314 c.p., comma 2”.
6.3. Discende da quanto sopra che deve ritenersi assorbita la questione della possibilità, prospettata nell’ordinanza di rimessione, di ricondurre il fenomeno dell’uso indebito del telefono della p.a. alla fattispecie dell’abuso d’ufficio. Al di là, infatti, dei problemi concreti che la prospettazione de qua può porre (v. sopra, paragrafi 2.4. e 3.5.), non c’è dubbio che tale figura, formalmente sussidiaria in relazione ai reati più gravi (in ragione della espressa clausola di riserva contenuta nell’incipit dell’art. 323 c.p.), è comunque da considerarsi, rispetto al peculato d’uso, punito con identica pena edittale, e contraddistinto dall’elemento specifico dell’appropriazione temporanea di una res, figura di carattere residuale e non concorrente, in quanto avente genericamente ad oggetto il conseguimento di un ingiusto vantaggio patrimoniale derivante dalla violazione di norme di legge o di regolamento posta in essere dal pubblico agente nello svolgimento delle funzioni o del servizio (v. in tal senso Sez. 6, n. 353 del 07/11/2000, dep. 2001, Veronesi, n.m.).
La descritta motivazione appare conforme alla giurisprudenza di questa Corte (Sez. 6, n. 35813 del 21/06/2007, Bensi, Rv. 237767; Sez. 3, n. 28397 del 16/04/2004, Giordano, Rv. 229060; Sez. 3, n. 22813 del 15/04/2004, Ferri, Rv. 229228; Sez. 6, n. 5117 del 19/12/2000, dep. 2001, Aliberti, Rv. 217862; Sez. 6, n. 6776 del 22/03/2000, Fanara, Rv. 216319) e scevra da vizi apprezzabili in questa sede: vizi la cui eventuale sussistenza sarebbe comunque irrilevante al fine di impedire la declaratoria della causa estintiva del reato, in quanto comporterebbe un annullamento con rinvio della sentenza impugnata, precluso dall’obbligo di immediata declaratoria della detta causa.
Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 27 maggio 2013 n. 22644....

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SENTENZA 
 sentenza 
 art. 314
 art. 61
 art. 81
 art. 62
 art. 62
 sentenza 
 art. 81
 sentenza 
 art. 323
 art. 47
 art. 479
 sentenza 
 art. 314
 art. 10
 sentenza 
 sentenza