Source: https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/15_giugno_14/morti-belvedere-parla-domenici-rompo-silenzio-forte-3319d958-1283-11e5-b4ef-51f1408c8d72.shtml
Timestamp: 2018-12-17 05:55:31+00:00

Document:
Morti al Belvedere, parla Domenici:«Rompo il silenzio sul Forte» - CorriereFiorentino.it Corriere Fiorentino
Firenze, 14 giugno 2015 - 13:09
Morti al Belvedere, parla Domenici:«Rompo il silenzio sul Forte»
L’ex sindaco sulla sentenza per la morte della giovane caduta dai bastioni e non solo. «Quel verdetto è inaccettabile e offensivo. La mia condanna? Era già scritta. Una falsità dire che io ero colluso con i privati»
Ci sono condanne che sono più condanne di altre. «Quando uno abbraccia la carriera politica deve essere pronto a sopportare tutto. Ma non a tacere sempre». Leonardo Domenici, ex sindaco di Firenze, ex parlamentare europeo, si è lasciato la politica alle spalle ma non ha archiviato l’amarezza più grande, quella condanna per omicidio colposo per la morte di Veronica Locatelli, la donna di 37 anni precipitata dai bastioni nel luglio 2008, quando lui era al secondo mandato. «Ho sempre pensato che i processi si fanno in tribunale e non fuori dalle aule. Per questo non ho mai parlato dei miei processi. Adesso, con le motivazioni della sentenza d’appello su quella vicenda ho deciso di rompere il silenzio perché mi sento toccato nella dignità di persona e di amministratore. E mi sento libero di dire che quella sentenza è inaccettabile e offensiva». In primo grado Domenici è stato giudicato unico colpevole per quella morte e condannato a dieci mesi. In secondo grado i responsabili sono diventati tre. Oltre al sindaco c’è l’allora direttore alla cultura di Palazzo Vecchio e la presidente della Cooperativa che aveva in gestione il Forte, tutti condannati a un anno e mezzo.
Sono passati sette anni dalla tragedia del Forte. Nelle motivazioni dell’appello i giudici dicono che Veronica sarebbe ancora viva se il sindaco avesse chiuso la struttura. Lei si sente responsabile di quella morte?
«Un sindaco non può non sentirsi responsabile di fronte a una morte così. La domanda me la sono fatta mille volte: cosa potevo fare? Fatta questa premessa le dico però che non mi sento colpevole nei termini in cui dicono i giudici. L’agire del sindaco si basa sui dati dei tecnici. Dopo la morte di Luca, nel settembre 2006, nessuno mi aveva detto di non riaprire il Forte. E l’inchiesta su quella morte si era chiusa con una richiesta di archiviazione del pm».
Agli atti del processo ci sono però le segnalazioni di diversi cani morti, una donna fa anche causa civile al Comune. Poi ci sono i vari carteggi sulla pericolosità del Forte tra il dirigente delle Belle Arti, l’assessore alla Cultura, la sovrintendenza e i vari gestori di eventi. Infine c’è la morte di Luca Raso, nel 2006, e subito dopo la lettera di Bonsanti, ex Presidente di Firenze Mostre, scritta direttamente a lei in cui parla di «incidente annunciato». Difficile sostenere che lei non fosse a conoscenza dei pericoli.
«Quella lettera accorata non era rilevante. Conteneva soluzioni già scartate dalla sovrintendenza. La soluzione, molto diversa, è stata poi individuata dopo la morte di Veronica, quando io non ero più sindaco: arretrare di qualche metro i prati dai parapetti. L’uovo di Colombo, l’ha definito il giudice Maradei. Non spetta al sindaco trovare soluzioni tecniche. Altrimenti dovrebbe essere responsabile anche di ogni incidente agli incroci pericolosi.
Prima un unico responsabile per la morte di Veronica, poi tre responsabili. Il sindaco c’è sempre...
«La sensazione è che fin dall’avvio dell’inchiesta ci sia stata la volontà di puntare in alto per dare una risposta forte. Ma tutti gli anelli per arrivare al sindaco dove sono? Ci sono troppe assenze tra gli imputati di questo processo. Il giudice Maradei nella prima sentenza ha provato a dire che dovevano esserci altre persone sul banco degli imputati ma poi è arrivato a conclusioni originali. È stata spropositata la richiesta di condanna a 4 anni da parte del pm, singolare la sentenza che stabilisce la percentuale di colpa a Veronica e all’unico condannato, cioè io, irricevibile la sentenza di appello che è semplificatoria, ribalta tutto e offre una ricostruzione approssimativa e superficiale».
È mai andato al Forte dopo la morte di Luca e di Veronica?
«No, semplicemente perché non ero io a dover trovare le soluzioni. Ripeto: i referti li fanno i tecnici, il sindaco prende informazioni da loro. E io sapevo che le misure per la sicurezza erano sufficienti per aprire il Forte anche di notte».
Non pensa che avrebbe dovuto fare la scelta di chiudere il Forte?
«Facile dirlo oggi. Col senno di poi dico che avrei dovuto fidarmi meno di quello che mi si diceva».
Nell’ultima sentenza si dice che pur sapendo che la struttura era pericolosa i responsabili di Palazzo Vecchio non esitarono a cedere alle pressioni degli albergatori di far riaprire il Forte, chiuso dopo la morte di Luca Raso.
«Credo che questa sia la parte più offensiva della sentenza. Il nostro obiettivo era restituire il Forte alla città, anche il consiglio comunale lo voleva. Non c’era alcun intento di favorire i privati. Questo per me è il punto cruciale. Credo che sia arrivato il momento di rivendicare la mia onestà di uomo e amministratore. La verità è che in questa sentenza si sente l’eco di un’opinione sconcertante che ha preso corpo in città nel momento in cui è finito il mio mandato: che l’amministrazione Domenici è stata succube di poteri economici e interessi privati. Come nel caso dell’urbanizzazione di Castello, del project financing, del Multiplex e perfino della Fiorentina. Cado dalle nuvole di fronte ad affermazioni totalmente false».
All’epoca dell’inchiesta di Castello lei fu attaccato per quell’intercettazione in cui diceva «il parco mi fa c...are».
«Mi hanno crocifisso per aver detto quello che pensavo. Continuo a ritenere che quello sia il posto ideale per lo stadio, servirebbe anche a riqualificare il parco.
Di fronte a un avviso di garanzia la frase di rito è: ho fiducia nella magistratura. Lo direbbe anche oggi?
«No, non ho la stessa fiducia di prima. Oggi dico che ho sbagliato a non parlare prima. Il mio comportamento è stato erroneamente interpretato come altezzosità. Volevo solo evitare certe derive mediatiche che ho comunque subito. A cominciare dall’invito a comparire ricevuto a mezzo stampa. La regola del silenzio non sempre paga. Oggi i processi si fanno prima sui giornali, poi nelle aule dei tribunali».
14 giugno 2015 | 13:09

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza