Source: https://www.laleggepertutti.it/109482_assegno-senza-data-puo-scattare-il-reato-se-a-vuoto
Timestamp: 2018-12-10 12:06:44+00:00

Document:
Assegno senza data: può scattare il reato se "a vuoto"
Assegno senza data: può scattare il reato se “a vuoto”
Assegno con data in bianco: è insolvenza fraudolenta se, all’atto dell’emissione del titolo, non vi è provvista sul conto corrente che, pertanto, è vuoto.
Emettere un assegno privo di data o con data postdatata non è un illecito né civile, né penale, ma legittima il prenditore (colui, cioè, che intasca il titolo) a negoziarlo in qualsiasi momento, portandolo in banca per l’incasso. Ma che succede se il debitore, nel momento stesso in cui stacca l’assegno, è consapevole che, sul proprio conto, non ci sono soldi e, tuttavia, assicura il creditore del contrario? Scatta un reato: la cosiddetta “insolvenza fraudolenta”. Si tratta di un illecito molto simile alla truffa per via del fatto che il colpevole simula – di fronte all’altra parte contrattuale – una situazione che è diversa da quella che è effettivamente, solo per danneggiarlo o per trarne un profitto proprio. Così, se non costituisce reato il non adempiere ai propri debiti (si tratta, infatti, solo di un illecito civile), lo diventa invece nel momento in cui il debitore finge, dinanzi al creditore, di possedere le risorse per pagare, mentre invece non è così.
Pertanto, chi emette un assegno a vuoto, pur sapendo in quello stesso momento che il conto è scoperto non commette reato. Lo commette, invece, chi, nel momento in cui stacca il titolo e lo consegna al creditore, lo tranquillizza (esplicitamente o con comportamenti tali da far desumere ciò) sulla presenza di fondi per poter coprire il pagamento. Il che potrebbe sembrare un controsenso: meglio tacere, per non commettere un reato, che parlare troppo. Ma tant’è.
Questo principio è stato di recente esteso anche a un’altra fattispecie: quella dell’emissione di assegno senza data. Secondo, infatti, una recentissima sentenza della Cassazione [1], integra il reato di insolvenza fraudolenta il pagare un creditore con un assegno sprovvisto di data sapendo di non avere copertura in banca. L’assegno privo di data non è infatti equiparabile a un assegno postdatato, bensì a un titolo che il creditore può incassare in qualsiasi momento e che favorisce il beneficiario e non il contrario.
Nella sentenza in commento, si legge che in tema d’insolvenza fraudolenta, la prova del proposito di non adempiere alla prestazione dovuta sin dalla stipula del contratto, può essere desunta anche dal semplice pagamento effettuato con un assegno privo di data ove si accerti che, già al momento della consegna del titolo, il debitore era insolvente e che aveva nascosto tale stato al venditore.
Un soggetto, con una serie di artifici e raggiri, consistiti nel simulare una situazione di solidità economica, aveva effettuato un ordine di 9.460 kg di olio extravergine di oliva per un importo di 27.907 euro rilasciando al titolare del frantoio un assegno sprovvisto di data, ma, anche di provvista. Infatti, perfezionata la compravendita, il truffatore, accompagnato per la trattativa da un agente di commercio, aveva pregato il venditore di non incassare subito l’assegno. Per ribadire la richiesta aveva anche inviato un telegramma. Insospettitosi il titolare dell’oleificio è andato in banca per scoprire che il titolo era privo di copertura.
Dura la posizione della Corte: non può assolutamente essere accettata la tesi secondo cui, se il creditore accetta l’assegno privo di data è perché è consapevole del fatto che il pagamento viene rinviato al momento in cui l’acquirente ha maturato la provvista. Avrebbe in tal caso potuto postdatare l’assegno a 30, 60 o 90 giorni. La responsabilità è certa e le sue doglianze non possono essere accolte in sede di legittimità.
[1] Cass. sent. n. 3012 del 22.01.2016.
Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 17 dicembre 2015 – 22 gennaio 2016, n. 3012
1. Con sentenza del 19/06/2014, la Corte di Appello di Lecce confermava la sentenza pronunciata in data 03/03/2010 con la quale il Tribunale di Brindisi – sez. distaccata di Ostuni – aveva ritenuto C.G. colpevole del delitto di insolvenza fraudolenta a danno di D.V.D. (così riqualificata l’originaria imputazione di truffa), perché, quale acquirente, “con artifici e raggiri consistiti nel simulare una situazione di solidità economica attraverso l’effettuazione di un ordine complessivo di kg. 9.460 di olio extravergine d’oliva per un importo di L. 27.907,00 nonché la consegna di un assegno bancario, di pari importo, n. (omissis) tratto sulla banca Intesa di Trani sul c/c n. (omissis) , inducendo in errore D.V.D. — presidente e legale rappresentante dell’Oleificio Cooperativo Coltivatori Diretti e produttori di Ostuni — che così si determinava a fornire la citata mercé, si procurava un ingiusto profitto con altrui danno per £ 27.907,00 poiché l’assegno era privo di provvista. In (…) fino al (omissis)”.
La Corte, in punto di fatto, accertava che l’imputato, insieme a tale M. (agente di commercio, poi assolto) “si era presentato presso l’oleificio in questione, l’uno quale agente di commercio l’altro mero acquirente, garantendo il pagamento immediato della fornitura richiesta. Successivamente alla definizione della compravendita, perfezionatasi qualche giorno dopo, i due avrebbero pregato il venditore di non incassare subito il titolo rilasciatogli, richiesta avanzata ripetutamente finanche a mezzo telegramma. Quando l’assegno era stato poi portato all’incasso era risultato privo di provvista”.
La Corte, in ordine alla responsabilità dell’imputato osservava che “[…], nella prassi commerciale il rilascio di un assegno privo di data è comportamento che favorisce il beneficiano e non il contrario. Sempre nella prassi commerciale laddove l’incasso non è possibile effettuarlo contemporaneamente al rilascio del titolo si usa postdatare lo stesso di 30-60-90 gg. In tal caso, laddove siffatta pattuizione fosse stata stabilita al momento della conclusione della vendita il rilascio a 30 gg, sebbene non corretto sotto il profilo normativo, sarebbe stato accettato di buon grado.
Al contrario, ciò che deve aver preoccupato non poco il beneficiario deve essere stata proprio la pressante richiesta di non porre all’incasso il titolo, successiva alla conclusione del contratto. Tant’è che solo a seguito del telegramma in atti, datato 3.02.2011, ed in cui, guarda caso, non si fa riferimento a precedenti intese, il D. si preoccupava di apporre la data del 1.02.2007 e versare per l’incasso l’assegno in data 6.02.2007, in quanto evidentemente allarmato da tale richiesta.
Tali considerazioni di ordine logico, anche fondate su fatti di comune esperienza, avvalorano la parola della persona offesa.
D’altra parte sono rimaste mere affermazioni quelle relative all’insorgere di imprevisti di natura economica che avrebbero impedito al C. di adempiere. A tal proposito si rileva che anche successivamente alla data del 5.03.2007, indicata quale quella in cui l’assegno avrebbe trovato capienza, non vi è mai stato adempimento dell’obbligazione contratta, tant’è che solo in data 17.04.2011 il D. si sarebbe determinato a presentare querela.
Inoltre la visura camerale effettuata sul conto dell’imputato in parola evidenzia l’esistenza di numerosi protesti per l’anno 2006 in date molto prossime a quella in cui è stato commesso il reato oggetto del presente procedimento.
Conseguentemente deve ritenersi accertata la condotta di dissimulazione dello stato di insolvenza del C. al momento in cui egli contraeva l’obbligazione in questione, così come ritenuto dal primo Giudice”.
2. Contro la suddetta sentenza, l’imputato, in proprio, ha proposto ricorso per cassazione deducendo la violazione dell’art. 641 cod. pen. in quanto le parti “avevano inteso concludere un accordo in cui la controprestazione in denaro non aveva termini certi. In sostanza se il creditore ha accettato un assegno privo di data è perché era consapevole del fatto che il pagamento sarebbe stato rinviato al momento in cui l’odierno imputato avrebbe maturato la provvista. In tal modo il creditore ha mostrato di essere consapevole dell’altro rischio dell’operazione commerciale. La sua volontà di contrarre non è stata viziata da altri comportamenti dissimulatori giacché i successivi solleciti a non incassare l’assegno erano legati al fatto che al titolo di credito non era stata, consensualmente, apposta una data. Della situazione descritta hanno dato atto i Giudici di merito senza trame le debite conclusioni. Infatti, in tema di insolvenza fraudolenta sono principi consolidati quelli per cui la dissimulazione dello stato di insolvenza richiede un comportamento idoneo a ingenerare nella controparte la solvibilità del creditore. La volontà di non adempiere deve preesistere all’assunzione dell’obbligazione e deve essere qualificata dalla specifica intenzione di non assolvere l’obbligazione giacché non è sufficiente che il contraente sia in dolo eventuale”.
3. In punto di diritto, in tema di insolvenza fraudolenta, sono pacifici i seguenti principi reiteratamente ribaditi da questa Corte di legittimità (ex plurimis Cass. 6350/1974 Rv. 128047; Cass. 34192/2006 Rv. 234774; Cass. 39890/2009 Rv. 245237; Cass. 6847/2015 Rv. 262570):
– L’art. 641 c.p., ha come finalità la tutela del diritto del creditore adempiente contro particolari, preordinati, successivi inadempimenti fraudolenti, consumati dalla controparte, di un’obbligazione di contenuto patrimoniale e di fonte contrattuale; inadempimenti realizzati con modalità tali da rendere inadeguata la tutela apprestata dalla legge civile;
– il proposito dell’agente di non adempiere l’obbligo deve sussistere nel momento in cui questo prende giuridica consistenza, perché, se sopravvenisse, non avrebbe alcuna rilevanza, nonostante la condizione obiettiva del mancato pagamento. Infatti, Il discrimine tra mero inadempimento di natura civilistica e commissione del reato poggia sull’elemento ispiratore della condotta; con la conseguenza che il comportamento consistente nel tenere il creditore all’oscuro dello stato di insolvenza in cui si versa al momento di contrarre l’obbligazione ha rilievo quando sia legata al preordinato proposito di non effettuare la dovuta prestazione, mentre l’inadempimento contrattuale non preordinato non costituisce tale delitto e ricade, normalmente, solo nell’ambito della responsabilità civile;
– la prova del preordinato proposito di non adempiere alla prestazione dovuta sin dalla stipula del contratto, dissimulando lo stato di insolvenza, può essere desunta anche da argomenti induttivi seri e univoci, ricavabili dal contesto dell’azione e dal comportamento successivo all’assunzione dell’obbligazione, ma non esclusivamente dal mero inadempimento che, in sé, costituisce un indizio equivoco del dolo.
Alla stregua dei suddetti principi, la decisione della Corte Territoriale si sottrae pertanto, ad ogni censura in quanto la Corte, in punto di fatto, ha accertato che:
a) fra le parti era stato pattuito che la fornitura d’olio sarebbe stata pagata immediatamente: a tal fine, l’imputato consegnò un assegno privo di data che, quindi, facoltizzava il venditore ad incassarlo anche subito;
b) successivamente alla definizione della compravendita, l’imputato chiese al venditore di non incassare subito il titolo rilasciatogli, richiesta avanzata ripetutamente finanche a mezzo telegramma;
c) erano rimaste mere affermazioni quelle relative all’insorgere di imprevisti di natura economica che avrebbero impedito al C. di adempiere;
d) a carico del ricorrente, in date molto prossime a quella in cui era stato commesso il reato, erano stati elevati numerosi protesti.
Invero, i suddetti elementi evidenziano come, al momento della stipula del contratto, il ricorrente era ben consapevole di non poter adempiere e ciononostante stipulò il contratto appropriandosi di una ingente fornitura e ciò fece perché trasse in inganno il venditore dissimulando il proprio stato d’insolvenza, stato che certamente sussisteva come desumibile anche dal fatto che l’assegno non fu mai onorato.
Non è, quindi, vero come sostiene il ricorrente che, se il creditore accettò “un assegno privo di data è perché era consapevole del fatto che il pagamento sarebbe stato rinviato al momento in cui l’odierno imputato avrebbe maturato la provvista”: l’assegno privo di data non è, infatti, equiparabile ad un assegno posdatato in quanto, contrariamente a questo, è un titolo che il creditore può incassare in qualsiasi momento e, quindi, come ha correttamente rilevato la Corte “favorisce il beneficiario e non il contrario”.
In conclusione il ricorso dev’essere dichiarato inammissibile alla stregua del seguente principio di diritto: “In tema d’insolvenza fraudolenta, la prova del preordinato proposito di non adempiere alla prestazione dovuta sin dalla stipula del contratto, può essere desunta anche dal pagamento effettuato con un assegno privo di data ove si accerti che, già al momento della consegna del titolo, l’agente era insolvente e che aveva dissimulato tale stato al venditore”.
Alla declaratoria di inammissibilità consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento in favore della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro 1.000,00.
Essendo stati tutti i motivi del ricorso dichiarati inammissibili, trova applicazione il principio di diritto secondo il quale “l’inammissibilità del ricorso per cassazione dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto d’impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell’art. 129 c.p.p.”: ex plurimis SSUU 22/11/2000, De Luca, Riv 217266 – Cass. 4/10/2007, Impero.

References: sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.