Source: https://www.gvvassociati.it/news/
Timestamp: 2019-05-21 01:49:15+00:00

Document:
News - Commercialisti Bologna
20 Maggio 2019 /in News, Normativa /da gvv
Possono accedere al regime dell’imposta sostitutiva le locazioni di immobili di categoria catastale C/1 stipulati con persone fisiche (o società) che svolgono attività commerciale
Nell’ambito applicativo della cedolare secca sul reddito da locazione degli immobili di categoria catastale C/1 (novità introdotta dalla legge di bilancio 2019) rientrano anche i contratti conclusi con conduttori (persone fisiche e società) che svolgono attività commerciale.
È questo, in sintesi, quanto precisato nella risoluzione 50/2019, con la quale l’Agenzia delle entrate, sollecitata dalle richieste di alcuni uffici territoriali, fornisce chiarimenti in merito alla corretta interpretazione della norma dell’ultima legge di bilancio che ha esteso il regime agevolativo alla locazione di negozi e botteghe.
Il dubbio, in particolare, riguarda la possibilità o meno di avvalersi della cedolare secca nel caso di locazione di un immobile C/1 a un conduttore che agisce nell’esercizio di attività d’impresa.
La legge di bilancio per il 2019 (articolo 1, comma 59, legge 145/2018) ha ammesso al regime della cedolare secca, con aliquota del 21%, anche le unità immobiliari di categoria catastale C/1 (vale a dire botteghe e negozi destinati ad attività commerciale di vendita o rivendita di prodotti) e relative pertinenze (se locate congiuntamente all’immobile). Inoltre, per usufruire del regime agevolato, l’unità immobiliare, oggetto della locazione, deve avere una superficie complessiva, al netto delle pertinenze, non superiore a 600 metri quadrati.
Peraltro, l’applicazione della cedolare secca ai locali commerciali è possibile per i contratti stipulati nel 2019, fatta eccezione per il caso in cui alla data del 15 ottobre 2018 risulti in corso un contratto non scaduto, tra gli stessi soggetti e per lo stesso immobile, interrotto anticipatamente rispetto alla scadenza naturale.
La cedolare secca (articolo 3, Dlgs 23/2011), in precedenza, era riservata esclusivamente agli immobili abitativi (categorie catastali da A/1 ad A/11, esclusa la A/10, e relative pertinenze), locati con finalità abitative – e non anche per uso ufficio o promiscuo – non nell’ambito di un’attività d’impresa o di arti e professioni a conduttori che non esercitano attività d’impresa o di lavoro autonomo (come chiarito dalla circolare 26/2011).
Con il lasciapassare normativo concesso ai locali commerciali, tale ultima condizione viene meno perché, nel caso di locazione di immobili rientranti nella categoria C/1, si deve considerare che questi non possono che essere destinati ad attività commerciale.
In conclusione, quindi, la risoluzione precisa che possono accedere alla cedolare secca anche le locazioni di immobili di categoria catastale C/1 stipulati con conduttori, sia persone fisiche sia società, che svolgono attività commerciale.
Resta fermo, invece, per quanto riguarda la figura del locatore, titolare del diritto di proprietà o di altro diritto reale di godimento sugli immobili, che lo stesso sia una persona fisica che non agisce nell’esercizio dell’attività d’impresa o di arti e professioni.
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17 Maggio 2019 /in Giurisprudenza, News /da gvv
Sapia Rutigliano – Fisco Oggi
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16 Maggio 2019 /in Attualità, News /da gvv
Cresce ancora la platea dei “candidati” con poco meno di 5mila le domande di ammissione che sono state presentate entro lo scorso 7 maggio, di cui più del 71% sono del volontariato
Confermato il trend positivo del 5 per mille. Sono oltre 61mila gli iscritti 2019: gli elenchi provvisori dei potenziali beneficiari sono da oggi online sul sito internet dell’Agenzia delle entrate (sezione Enti e Pa > Agevolazioni > Agevolazioni fiscali > 5 per mille).
La prossima data da ricordare è il 20 maggio, termine entro cui gli enti del volontariato e le associazioni sportive dilettantistiche possono chiedere la correzione di eventuali errori di iscrizione negli elenchi. Le liste aggiornate saranno, quindi, pubblicate entro il prossimo 25 maggio.
Nel dettaglio, le richieste dei potenziali beneficiari sono 61.052, i nuovi iscritti ammontano, invece, a 4.254 per le varie categorie. Oltre l’80% dei soggetti in corsa, 49.391, sono realtà che operano nel volontariato, mentre 11.050 sono associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni ai fini sportivi.
A seguire, gli enti della ricerca scientifica e dell’Università, con 504 in lista, e quelli della salute, che sono 107.
Il 20 maggio 2019 è il termine per la presentazione all’Agenzia delle entrate delle richieste di correzione di errori di iscrizione negli elenchi provvisori degli enti del volontariato e delle associazioni sportive dilettantistiche.
Entro il 1° luglio deve essere, invece, effettuato l’invio delle dichiarazioni sostitutive da parte degli enti del volontariato e, all’ufficio del Coni territorialmente competente, da parte delle associazioni sportive dilettantistiche, per i nuovi iscritti del 2019 che non sono già presenti nell’elenco permanente degli iscritti.
Infine, il 30 settembre scade il termine per la regolarizzazione della domanda di iscrizione al 2019 e/o delle successive integrazioni documentali.
Pubblicazione 14 maggio 2019 – nuovi iscritti (entro il 7-05-2019)
DOMANDE D’ISCRIZIONE 2019 TRASMESSE ENTRO il 7 maggio 2019
DOMANDE D’ISCRIZIONE PER ENTI GIÀ PRESENTI IN ELENCO PERMANENTI
DOMANDE DI ISCRIZIONE PER NUOVI ENTI
ENTI PRESENTI IN ELENCO PERMANENTI del 29 marzo 2019
TOTALI ENTI ISCRITTI
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15 Maggio 2019 /in News, Normativa /da gvv
Gennaro Napolitano – Fisco Oggi
https://www.gvvassociati.it/wp-content/uploads/2015/05/news-featured.jpg 198 700 gvv https://www.gvvassociati.it/wp-content/uploads/2013/04/Logo-Gvv-Associati-Header.png gvv2019-05-15 09:58:542019-05-15 09:58:54Pubblicato il decreto crescita: analisi delle misure tributarie
Operatore economico autorizzato: ok alla raccolta di dati personali
13 Maggio 2019 /in Giurisprudenza, News /da gvv
È ammessa nei soli confronti di chi è responsabile del richiedente lo status di Aeo o esercita il controllo sulla sua gestione e di chi è responsabile delle questioni doganali al suo interno
Con la sentenza in rassegna (causa n. C-496/17), la Corte di giustizia si è pronunciata nell’ambito di una controversia relativa alla natura e alla portata dei dati personali di soggetti terzi che un’impresa è tenuta a presentare per ottenere il riconoscimento dello status di operatore economico autorizzato (Aeo).
Com’è noto, l’autorizzazione che riconosce lo status di Aeo costituisce una via privilegiata di accesso a rilevanti semplificazioni e benefici nel nuovo sistema normativo di riferimento in materia doganale, costituito dal Codice doganale dell’Unione e dalle relative norme integrative, attuative e transitorie (“pacchetto Cdu”).
Al riguardo, tra i requisiti soggettivi per la concessione dello status di Aeo, l’articolo 39, lettera a), del regolamento (Ue) n. 952/2013, istitutivo del predetto Codice, prevede l’assenza di violazioni gravi o ripetute della normativa doganale e fiscale, compresa l’assenza di trascorsi di reati gravi in relazione all’attività economica del richiedente.
Sul punto, l’articolo 24, paragrafo 1, secondo comma, del regolamento (Ue) n. 2015/2447, recante modalità di applicazione di talune disposizioni del Codice doganale dell’Unione, precisa che, nel caso in cui il richiedente non sia una persona fisica, il criterio di cui all’articolo 39, lettera a), è considerato soddisfatto se, “nel corso degli ultimi tre anni, nessuna delle persone di seguito indicate ha commesso violazioni gravi o ripetute della normativa doganale e fiscale o ha avuto precedenti di reati gravi in relazione alla propria attività economica: a) il richiedente; b) la persona responsabile del richiedente o che esercita il controllo sulla sua gestione; c) il dipendente responsabile delle questioni doganali del richiedente”.
Nel caso di specie, la controversia si riferisce a una società che – nell’ambito di un procedimento di riesame di alcune autorizzazioni, di cui era già titolare, in materia doganale – era stata invitata a identificare con precisione i membri dei comitati consultivi e dei consigli di sorveglianza, i principali dirigenti (direttori generali, capi di dipartimento, amministratori dei servizi di contabilità, responsabili degli affari doganali, eccetera) e le persone responsabili della gestione delle questioni doganali, oppure incaricate del loro trattamento, anche mediante la trasmissione dei relativi numeri di identificazione fiscale nonché delle coordinate degli uffici delle imposte competenti nei loro confronti.
Al riguardo, l’Autorità doganale precisava che, in assenza di proficua collaborazione della società in questione, non sarebbe stato possibile accertare se le nuove condizioni di autorizzazione previste nel Codice doganale dell’Unione fossero soddisfatte e che – in tale ipotesi, o se le condizioni non fossero più state soddisfatte – avrebbe revocato le autorizzazioni di cui essa beneficiava.
Sul punto, la società presentava ricorso, contestando l’obbligo di trasmettere all’Autorità doganale i numeri di identificazione fiscale delle persone considerate e le coordinate degli uffici delle imposte competenti nei loro riguardi, sostenendo che tale adempimento non sarebbe né necessario né pertinente per accertare la propria affidabilità ai fini doganali e che la verifica della situazione fiscale personale dell’insieme dei soggetti considerati risulterebbe sproporzionata rispetto a tale obiettivo.
La Corte di giustizia ha ritenuto di dover escludere un’interpretazione delle citate disposizioni dell’articolo 24 del regolamento che ne estenda l’ambito di applicazione a persone fisiche diverse da quelle che, nell’organizzazione del richiedente, sono responsabili di quest’ultimo o esercitano il controllo sulla sua gestione ovvero sono responsabili delle questioni doganali al suo interno.
Conseguentemente, secondo i giudici eurounitari, non sono interessati da dette disposizioni i membri di comitati consultivi e di consigli di sorveglianza di una persona giuridica, i capi di dipartimento (a meno che siano responsabili delle questioni doganali del richiedente), gli amministratori dei servizi di contabilità, nonché le persone incaricate del trattamento delle questioni doganali; i direttori generali, dal canto loro, possono doversi conformare anch’essi ai requisiti enunciati dalle suddette disposizioni se, nel caso di specie, risultassero responsabili del richiedente o fossero considerati esercitare il controllo sulla sua gestione.
Per le Autorità doganali, il riconoscimento dello status di Aeo a un operatore equivale, de facto, a delegare a quest’ultimo una parte delle funzioni di controllo della normativa doganale. Pertanto, risulta essenziale che, prima di accordare tale status, dette Autorità possano beneficiare di informazioni sull’affidabilità del richiedente lo status stesso in fatto di osservanza delle prescrizioni doganali e su quella delle persone fisiche menzionate all’articolo 24, paragrafo 1, secondo comma, del regolamento, quanto alla loro ottemperanza alla normativa doganale e alle disposizioni fiscali che le concernono.
Secondo la Corte, quindi, la raccolta dei numeri di identificazione fiscale delle sole persone fisiche menzionate in detto articolo, nonché delle coordinate degli uffici delle imposte competenti nei loro riguardi, costituisce una misura adeguata e pertinente per consentire alle Autorità doganali di verificare se una qualunque di tali persone abbia commesso una delle infrazioni enunciate in detto articolo e, più in generale, di ottenere informazioni relative alle infrazioni gravi o ripetute della normativa doganale o delle disposizioni fiscali, oppure ai reati gravi commessi da tali persone fisiche in relazione alla loro attività economica.
In conclusione, alla luce delle soprariportate considerazioni, la Corte di giustizia ha affermato il principio secondo cui l’articolo 24, paragrafo 1, secondo comma, del regolamento n. 2015/2447, letto alla luce delle disposizioni unionali in materia di protezione e trattamento dei dati personali (cfr direttiva 95/46/Ce del 24 ottobre 1995 e regolamento Ue n. 2016/679), deve essere interpretato nel senso che le Autorità doganali possono esigere dal richiedente lo status di Aeo che esso comunichi i numeri di identificazione fiscale, attribuiti ai fini del prelievo dell’imposta sul reddito, delle sole persone fisiche che siano responsabili del richiedente o esercitino il controllo sulla sua gestione e di quelle che siano responsabili delle questioni doganali al suo interno, nonché le coordinate degli uffici delle imposte competenti nei riguardi dell’insieme di tali persone, nei limiti in cui tali dati consentono alle medesime Autorità di ottenere informazioni relative alle infrazioni gravi o ripetute della normativa doganale o delle disposizioni fiscali, oppure ai reati gravi, commessi da tali persone fisiche in relazione alla loro attività economica.
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Definizione avviso Iva indetraibile: ok al rimborso a favore del cedente
10 Maggio 2019 /in Attualità, News /da gvv
È possibile recuperare una somma pari all’importo restituito al cessionario che non può comunque essere superiore a quanto da questi effettivamente pagato per la regolarizzazione
È questa, in sintesi, la soluzione prospettata dall’Agenzia delle entrate a due istanze di interpello presentate, in relazione allo stesso caso concreto, da due società (risposte 128/2019 e 129/2019).
Il caso sottoposto all’attenzione dell’Amministrazione riguarda alcune cessioni di beni e di crediti commerciali intercorse tra due società. Queste operazioni sono state oggetto di una verifica fiscale, all’esito della quale alla cessionaria è stato consegnato un processo verbale di constatazione, in cui sono state evidenziate violazioni in materia di Iva. Più precisamente, nel Pvc, le cessioni sono state riqualificate come un unico trasferimento di ramo d’azienda, da assoggettare a imposta proporzionale di registro, mentre le due società avevano applicato l’Iva.
Sulla base dei rilievi formulati nel Pvc, quindi, la competente direzione provinciale dell’Agenzia ha notificato alla cessionaria un avviso di accertamento per il recupero dell’Iva indebitamente detratta in conseguenza dell’acquisto dei singoli beni dalla cedente.
Inoltre, con un avviso di liquidazione notificato sia alla cedente sia alla cessionaria, lo stesso ufficio ha chiesto il pagamento dell’imposta di registro, pari al 3% del valore del presunto ramo d’azienda ceduto, e della sanzione del 120%.
Sia l’avviso di accertamento sia l’avviso di liquidazione sono stati impugnati: il primo dalla cessionaria, il secondo da entrambe le società con un unico ricorso.
In pendenza dei giudizi, il 24 ottobre 2018 è entrata in vigore la disciplina della definizione agevolata delle controversie tributarie (articolo 6, Dl 119/2018).
Le due società intendono accedere alla procedura di regolarizzazione e, a tal fine, si sono rivolte all’Agenzia per sapere se:
l’eventuale perfezionamento della definizione agevolata relativa alla controversia sull’avviso di accertamento per il recupero dell’Iva indetraibile in capo alla cessionaria costituisca accertamento “in via definitiva” della non debenza dell’imposta da parte della cedente
una volta perfezionata la definizione (con il versamento dell’intero importo dovuto per la regolarizzazione) e restituito nella stessa misura il tributo alla cessionaria, la cedente possa presentare all’Agenzia delle entrate la domanda di rimborso dell’Iva erroneamente applicata alle cessioni di beni e di crediti commerciali.
Nell’articolare il proprio parere, l’Agenzia, dopo aver illustrato sinteticamente la disciplina della definizione agevolata delle controversie tributarie, ricorda che, nell’ipotesi di ricorso pendente in primo grado, la lite può essere definita con il pagamento di un importo pari al 90% del suo valore.
Rispetto al caso oggetto dell’istanza di interpello viene in rilievo anche la norma del decreto Iva in base alla quale, “nel caso di applicazione di un’imposta non dovuta a una cessione di beni o a una prestazione di servizi, accertata in via definitiva dall’Amministrazione finanziaria, la domanda di restituzione può essere presentata dal cedente o prestatore entro il termine di due anni dall’avvenuta restituzione al cessionario o committente dell’importo pagato a titolo di rivalsa” (articolo 30-ter, comma 2, Dpr 633/1972). In un’ipotesi del genere, quindi, il presupposto per presentare la domanda di restituzione è rappresentato dalla circostanza che l’imposta non dovuta sia stata definitivamente accertata dall’Amministrazione.
Fatta questa premessa, l’Agenzia sottolinea che, per la soluzione del caso sottoposto alla sua attenzione, è necessario chiarire se quando il cessionario/committente abbia aderito alla definizione agevolata della controversia tributaria, il cedente/prestatore possa avvalersi, nei limiti delle somme corrisposte dal cessionario/committente per la regolarizzazione, della disposizione dell’articolo 30-ter.
A tal fine, l’Amministrazione, richiamando quanto precisato nella circolare n. 23/2017 in relazione alla precedente ipotesi di regolarizzazione agevolata prevista dal Dl 50/2017 (articolo 11), sottolinea che, con la definizione agevolata ex Dl 119/2018 della controversia avente a oggetto l’avviso di accertamento per il recupero dell’Iva indetraibile in capo alla cessionaria, il procedimento può considerarsi concluso in via definitiva al momento del passaggio in giudicato della pronuncia giurisdizionale che dichiara l’estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere a seguito della regolarizzazione. Di conseguenza, il cedente è legittimato a presentare la domanda di restituzione dell’importo pagato a titolo di rivalsa.
In conclusione, nell’ipotesi di definizione ex articolo 6, Dl 119/2018 della controversia tributaria da parte del cessionario che abbia detratto l’Iva indebitamente addebitatagli a titolo di rivalsa, il cedente può presentare domanda di rimborso in base all’articolo 30-ter del decreto Iva:
entro il termine di due anni dalla data di restituzione al cessionario dell’importo pagato a titolo di rivalsa
per un importo pari a quanto restituito al cessionario, che non può essere superiore a quanto da questi effettivamente pagato per la definizione e, quindi, al massimo, nel caso in esame, pari al 90% del valore della controversia (in caso di pagamento dilazionato, rilevano le rate effettivamente pagate).
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Politiche fiscali anni 2019-2021: l’obiettivo è un sistema più equo
9 Maggio 2019 /in Attualità, News /da gvv
Pubblicato l’Atto di indirizzo del Mef, con la descrizione degli ambiti di attività ritenuti prioritari e le linee di azione assegnate alle varie componenti dell’Amministrazione finanziaria
Realizzazione di un sistema fiscale più equo e orientato alla crescita economica, contrasto all’evasione e conseguente calo del tax gap (perdita di gettito), riduzione della pressione fiscale sui contribuenti compliant, miglioramento della performance dell’Amministrazione finanziaria (Af) nel suo complesso: sono questi gli obiettivi di fondo indicati nell’Atto di indirizzo per il conseguimento degli obiettivi di politica fiscale per gli anni 2019-2021, elaborato dal ministero dell’Economia e delle Finanze e pubblicato oggi.
Il documento, in linea con quanto previsto dal Documento di economia e finanza (Def), delinea gli sviluppi futuri e gli obiettivi strategici della politica tributaria ed è suddiviso in due parti:
nella prima sono descritti gli indirizzi generali, gli ambiti di azione prioritari e le linee di attività ritenute particolarmente rilevanti
nella secondo vengono indicati gli obiettivi operativi rivolti a ciascuna componente dell’Amministrazione finanziaria.
Nel corso dei prossimi tre anni verrà ulteriormente consolidato il processo di miglioramento della performance dell’Amministrazione finanziaria, con l’obiettivo fondamentale di contrastare l’evasione, ridurre la perdita di gettito, abbassare la pressione fiscale nei confronti dei contribuenti “virtuosi” e, quindi, delineare un sistema fiscale sempre più equo e favorevole allo sviluppo dell’economia nazionale. In questa prospettiva, da un lato sarà consolidata la governance dei vari attori dell’Amministrazione e, dall’altro, si proseguirà l’azione di semplificazione degli adempimenti e dei servizi offerti ai cittadini.
Nel solco di questa linea strategica di fondo, in concreto saranno attuate una serie di misure operative contenute, tra l’altro, nei seguenti ambiti di azione:
governance del sistema fiscale (coordinamento e complementarietà delle diverse componenti dell’Af, potenziamento delle sinergie con autorità europee e internazionali, miglioramento del sistema informativo della fiscalità)
compliance volontaria e sostegno alla competitività delle imprese e alla crescita del sistema-Paese (misure per l’attrattività degli investimenti e certezza del diritto per gli operatori)
propensione all’adempimento degli obblighi tributari e riduzione del tax gap (prevenzione degli inadempimenti, maggiore qualità dei controlli, riscossione più efficace)
innalzamento del livello di legalità negli scambi internazionali e nel settore dei giochi
amministrazione del patrimonio immobiliare statale secondo criteri di economicità ed efficienza.
Nell’ambito dei ricordati settori di intervento, particolare attenzione sarà riservata, tra l’altro, alle seguenti attività:
analisi e studio della tax non compliance
intensificazione del coordinamento tra le diverse componenti dell’Af attraverso iniziative congiunte e piani di intervento integrati
potenziamento delle sinergie operative con le autorità straniere (mediante lo scambio di informazioni e gli strumenti di cooperazione internazionale)
collaborazione tra l’Af centrale e gli enti territoriali
miglioramento del sistema informativo della fiscalità (anche attraverso l’attuazione di misure di cybersecurity)
potenziamento dei servizi telematici
dematerializzazione dei modelli di dichiarazione
calendario strutturato delle scadenze fiscali
rendere quella precompilata la forma ordinaria di dichiarazione dei redditi
previsione di appositi indicatori finalizzati alla misurazione dei tempi e della qualità di erogazione dei servizi nonché del livello di soddisfazione degli utenti
accelerazione dei rimborsi
miglioramento della qualità delle informazioni catastali
ulteriore potenziamento di strumenti quali la cooperazione rafforzata, l’interpello sui nuovi investimenti, gli accordi preventivi per le imprese con attività internazionale, il regime patent box, le procedura amichevoli
ottimizzazione delle comunicazioni per la promozione della compliance
applicazione e aggiornamento degli indici sintetici di affidabilità fiscale
miglioramento delle attività di controllo attraverso, tra l’altro, il monitoraggio dei comportamenti dei soggetti a elevata “pericolosità fiscale” e lo “sfruttamento” degli effetti della fatturazione elettronica
completamento delle procedure di “pacificazione fiscale” (rottamazione, saldo e stralcio)
ottimizzazione dei tempi di lavorazione delle cartelle di pagamento
miglioramento dello scambio informativo tra l’agente della riscossione e gli enti impositori.
Nella seconda parte del documento vengono illustrati gli obiettivi che, alla luce degli indirizzi generali, dovranno essere perseguiti dai diversi enti che compongono l’Amministrazione finanziaria: dipartimento delle Finanze, Agenzia delle entrate, Agenzia delle entrate-Riscossione, Guardia di finanza, Agenzia delle dogane e monopoli, Agenzia del demanio.
In particolare, l’Agenzia delle entrate, nel rispetto del suo mandato istituzionale, provvederà a:
favorire la compliance volontaria di cittadini e imprese
assicurare la riduzione strutturale del tax gap
rafforzare il rapporto fiduciario e ridurre la conflittualità con i contribuenti
aumentare la certezza fiscale per le imprese
assicurare la collaborazione con gli uffici tecnici del Mef e di altre istituzioni pubbliche (anche internazionali) per la predisposizione di legge e regolamenti
intensificare le azioni di contrasto al fenomeno delle frodi (con particolare riguardo a quelle finalizzate all’utilizzo in compensazione di crediti inesistenti e all’indebita fruizione dei rimborsi fiscali)
potenziare gli strumenti tecnologici a sostegno della lotta all’evasione
rafforzare le iniziative congiunte con la Guardia di finanza
utilizzare in modo mirato e sistematico le informazioni e i dati di fonte estera (anche di natura finanziaria) per il contrasto ai fenomeni di evasione internazionale
presidiare la qualità e la completezza delle banche dati catastali
proseguire le azioni di potenziamento dell’Anagrafe tributaria
assicurare l’utilizzo sistematico dei servizi telematici nell’ambito del contenzioso tributario.
Dal canto suo, invece, l’Agenzia delle entrate-Riscossione sarà chiamata a:
garantire il costante miglioramento della relazione con i contribuenti in un’ottica di trasparenza e fiducia reciproca
assicurare lo scambio informativo con gli enti impositori
migliorare le tecniche di analisi delle posizioni debitorie per innalzare il livello di efficacia delle azioni di recupero
incrementare il livello di efficienza e contribuire al progressivo contenimento dei costi.
I due enti, peraltro, rafforzeranno il coordinamento delle loro azioni e quello con altre pubbliche amministrazioni e collaboreranno fattivamente per superare frammentazioni e duplicazioni di attività con l’obiettivo di incrementare l’efficienza dei servizi offerti, aumentare l’efficacia delle procedure di recupero coattivo e incentivare il livello di adempimento spontaneo degli obblighi tributari.
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Fmi: il Fiscal monitor fa il punto sul contrasto alla corruzione
8 Maggio 2019 /in Dal mondo, News /da gvv
Il ritrovamento di appunti personali o brogliacci e le informazioni fornite dallo stesso imprenditore rappresentano validi elementi indiziari, dotati dei requisiti di gravità, precisione e concordanza
Alessandra Gambadoro – Fisco Oggi
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Contabilità in nero sufficiente per sostenere l’analitico-induttivo
7 Maggio 2019 /in Giurisprudenza, News /da gvv
Massimo Varriale – Fisco Oggi
La Corte di cassazione, con l’ordinanza della sezione tributaria n. 8184 del 22 marzo 2019 ha rappresentato che è “fermo indirizzo di questa Corte – recentemente espresso in materia di accertamento delle imposte dirette, ma riferibile anche alla rettifica delle dichiarazioni IVA – per il quale: “In tema di accertamento delle imposte sui redditi, la “contabilità in nero”, costituita da appunti personali e da informazioni dell’imprenditore, rappresenta un valido elemento indiziario, dotato dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, prescritti dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, perché nella nozione di scritture contabili, disciplinate dagli artt. 2709 c.c. e s.s., devono ricomprendersi tutti i documenti che registrino, in termini quantitativi o monetari, i singoli atti d’impresa, ovvero rappresentino la situazione patrimoniale dell’imprenditore ed il risultato economico dell’attività svolta, spettando poi al contribuente l’onere di fornire adeguata prova contraria.” (Cass. 30/10/2018, n. 27622)”.
In particolare, nel caso oggetto di disamina, la suprema Corte ha rilevato che “la CTC, discostandosi da questa regola di diritto, ha negato contra legem che l’omessa fatturazione delle cessioni di merce (carni lavorate fresche e conservate), da parte della contribuente, potesse desumersi dalla “contabilità parallela” (integrativa di quella ufficiale) riprodotta nel brogliaccio reperito”, ritenendo erroneamente “che tale elemento indiziario dovesse essere supportato da ulteriori riscontri, della cui allegazione e dimostrazione era onerata l’Amministrazione finanziaria”.
Al riguardo, si osserva che l’articolo 39, comma 1, lettera d), del Dpr 600/1973, prevede che “Per i redditi d’impresa delle persone fisiche l’ufficio procede alla rettifica: …..
d) se l’incompletezza, la falsità o l’inesattezza degli elementi indicati nella dichiarazione e nei relativi allegati risulta dall’ispezione delle scritture contabili e dalle altre verifiche di cui all’articolo 33 ovvero dal controllo della completezza, esattezza e veridicità delle registrazioni contabili sulla scorta delle fatture e degli altri atti e documenti relativi all’impresa nonché dei dati e delle notizie raccolti dall’ufficio nei modi previsti dall’articolo 32. L’esistenza di attività non dichiarate o la inesistenza di passività dichiarate è desumibile anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti”.
Tale disposizione risulta “composta” da due diverse previsioni:
il caso in cui “l‘incompletezza, la falsità o l’inesattezza degli elementi indicati nella dichiarazione e nei relativi allegati risulta dall’ispezione delle scritture contabili e dalle altre verifiche di cui all’articolo 33 ovvero dal controllo della completezza, esattezza e veridicità delle registrazioni contabili sulla scorta delle fatture e degli altri atti e documenti relativi all’impresa nonché dei dati e delle notizie raccolti dall’ufficio nei modi previsti dall’articolo 32” del citato Dpr 600/1973
quello per il quale “L’esistenza di attività non dichiarate o la inesistenza di passività dichiarate” risulta “desumibile sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti”
e risulta altresì applicabile anche nel caso risultino verificate le fattispecie disciplinate dall’articolo 62-sexies del Dl 331/1993 e, in particolare, quando siano rilevate “gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta, ovvero dagli studi di settore[1] elaborati ai sensi dell’articolo 62-bis” del medesimo decreto legge.
Il tema delle presunzioni è trattato, in ambito civile, all’articolo 2727 del codice, il quale dispone che la presunzione è “la conseguenza che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignorato”.
Il successivo articolo 2729 tratta l’utilizzo delle presunzioni semplici, purché[2] gravi precise e concordanti, disponendo che “Le presunzioni non stabilite dalla legge sono lasciate alla prudenza del giudice, il quale non deve ammettere che presunzioni gravi, precise e concordanti”.
Quindi l’utilizzo delle presunzioni si basa sul fatto che, partendo da un “fatto noto”, si giunge alla determinazione di quello ignoto sintomatico di evasione: il fatto noto risulta quindi l’elemento essenziale della presunzione e alla sua mancanza consegue l’inesistenza della presunzione stessa, questo anche laddove siano riscontrati i citati requisiti di gravità, precisione e concordanza.
Il fatto noto deve essere, di conseguenza, certo o oggettivamente determinabile; la giurisprudenza di legittimità (ordinanza n. 18822/2018) ha poi precisato come “non occorra che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, ma è sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo un criterio di normalità; occorre, al riguardo, che il rapporto di dipendenza logica tra il fatto noto e quello ignoto sia accertato alla stregua di canoni di probabilità, con riferimento ad una connessione possibile e verosimile di accadimenti, la cui sequenza e ricorrenza possono verificarsi secondo regole di esperienza (vedi Cass. 31/10/2011 n. 22656)”.
Non è possibile porre alla base di una presunzione un’altra presunzione, in quanto la seconda non è un fatto noto e non risulta dotata di certezza storica.
Il divieto di utilizzo di presunzioni di secondo grado è anche denominato divieto di praesumptum de praesumpto (divieto di presunzioni a catena); sul tema, si segnala che la Corte di cassazione (n. 12438/2007) ha ammesso, con riferimento ad accertamenti basati sul consumo unitario di tovaglioli, “l’utilizzo di “presunzioni di secondo grado”, in cui si deduce da un fatto noto, nella specie, dal numero di tovaglioli, un primo fatto ignoto, il numero dei coperti e da questo fatto un terzo elemento, il reddito (Cass. 21.5.2001, n. 6886 ; 6.9.2001, n. 11455)”.
Sul tema, si richiama anche la più recente sentenza della Cassazione n. 8822 del 23 marzo 2019, che ha precisato come “Questa Corte ha costantemente affermato (cfr. Cass. n. 9884/2002; n. 16048/2005;n. 20060/2014;n. 25129/2016) che in tema di accertamento presuntivo del reddito, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), è legittimo l’accertamento che ricostruisca i ricavi di un’impresa di ristorazione sulla base del consumo unitario dei tovaglioli utilizzati (risultante per quelli di carta dalle fatture o ricevute di acquisto e per quelli di stoffa dalle ricevute della lavanderia), costituendo dato assolutamente normale quello secondo cui per ciascun pasto ogni cliente adoperi un solo tovagliolo e rappresentando quindi il numero di questi un fatto noto idoneo anche di per sé solo a lasciare ragionevolmente presumere il numero dei pasti effettivamente consumati, pur dovendosi ragionevolmente sottrarre dal totale una certa percentuale di tovaglioli normalmente utilizzati per altri scopi, quali i pasti dei dipendenti, l’uso da parte dei camerieri e le evenienze più varie per le quali ciascun cliente può essere indotto ad utilizzare più tovaglioli (cfr. Cass. n. 15808/2006; n. 13068/2011; n. 91108/2012)”; tale sentenza chiarisce altresì che “Detto criterio unitamente con la determinazione del prezzo medio applicabile a ciascun pasto, desunto dalle fatture e/o ricevute emesse, consente peraltro di mantenere l’accertamento ancorato alla specifica realtà aziendale piuttosto che a parametri di riferimento esterni”.
Inoltre, si osserva che la giurisprudenza della Corte di cassazione (ordinanza n. 19987/2018) ritiene che:
“in tema di presunzioni semplici, gli elementi assunti a fonte di prova non debbono essere necessariamente più d’uno, dovendo il requisito della “concordanza” ritenersi menzionato dalla legge solo in previsione di un eventuale ma non necessario concorso di più elementi presuntivi (Cass., sez. 5, 29/07/2009, n. 17574, Rv. 609153 – 01)”
“potendo, pertanto, il convincimento del giudice fondarsi anche su di un solo elemento, purché grave e preciso, la valutazione della cui rilevanza, peraltro, nell’ambito del processo logico applicato in concreto, non è sindacabile in sede di legittimità ove sorretta da motivazione adeguata e logicamente non contraddittoria (Cass., sez. 5, 15/01/2014, n. 656, Rv. 629325 -01)”.
Tanto premesso, si rileva che il caso oggetto di disamina dalla suprema Corte con l’ordinanza 8184/2019 non risulterebbe riferibile all’utilizzo, in fase accertativa, di presunzioni “legali”[3], atteso lo specifico richiamo alla sussistenza dei “requisiti di gravità, precisione e concordanza”[4] presente nel relativo testo.
Dovrebbe di conseguenza rientrare nell’alveo dell’utilizzo delle presunzioni semplici.
Si potrebbe, quindi, affermare che la prima parte della citata lettera d) dell’articolo 39 del Dpr 600/1973 tratta di “particolari” presunzioni semplici la cui gravità, precisione e concordanza, trovano fondamento nella specifica attività svolta dall’ufficio e dal tipo di documentazione dallo stesso analizzata (è legge che tipizza la fattispecie), mentre la seconda pone in capo allo stesso ufficio la necessità di motivare, con riferimento alla specifica fattispecie oggetto di accertamento, in merito alla sussistenza dei requisiti di gravità, precisione e concordanza.
In particolare, nel caso di specie, il fatto noto, da cui discende quello ignoto, sintomatico dell’evasione, è tratto dal confronto tra la “contabilità in nero”, reperita dall’ufficio e riferibile al contribuente, e quella “ufficiale” dello stesso.
Di conseguenza, in tali casi, è posto in capo al contribuente l’onere di fornire prova contraria[5], ad esempio dimostrando che tale “contabilità in nero”, benché reperita dagli organi di controllo presso la sede della sua attività, non è riferibile alla sua posizione soggettiva.
[1] Accertamenti esperibili con riferimento alle annualità di imposta sino al 2017. A partire dall’annualità 2018, gli studi di settore sono stati sostituiti dagli indici sintetici di affidabilità fiscale, disciplinati dall’articolo 9-bis del Dl 50/2017, per i quali non è previsto dalla norma l’utilizzo autonomo e diretto delle relative risultanze in sede accertativa.
[2] In merito alla portata di tali requisiti, si richiama una definizione fornita della stessa Cassazione (n. 7931/1996): “Devesi tener presente al riguardo: che “gravi” sono gli elementi presuntivi oggettivamente e intrinsecamente consistenti e come tali resistenti alle possibili obiezioni, “precisi” sono quelli dotati di specificità e concretezza e non suscettibili di diversa altrettanto (o più) verosimile interpretazione, e “concordanti” sono quelli non confliggenti tra loro e non smentiti da altri dati ugualmente certi. In altre parole, la gravità dell’elemento indiziario ne esprime la capacità dimostrativa in funzione del tema della prova, la precisione risponde a un’esigenza di univocità, e la concordanza soddisfa la necessità di una valutazione integrata e complessiva di tutti gli elementi che presentino singolarmente una almeno parziale rilevanza probatoria positiva”.
[3] L’articolo 2728 del codice civile dispone che “Le presunzioni legali dispensano da qualunque prova coloro a favore dei quali esse sono stabilite. Contro le presunzioni sul fondamento delle quali la legge dichiara nulli certi atti o non ammette l’azione in giudizio non può essere data prova contraria, salvo che questa sia consentita dalla legge stessa”. Le presunzioni legali si distinguono quindi in “assolute” (iuris et de iure) e “relative” (iuris tantum), ossia che prevedono la possibilità di fornire prova contraria. Con riferimento alle presunzioni legali “assolute” si richiama, ad esempio, quanto previsto all’articolo 2, comma 2 del Tuir, per le presunzioni legali “relative” quanto statuito al successivo comma 2-bis.
[4] A parere dello scrivente la fattispecie risulterebbe potersi riferire, invero, alla casistica delle presunzioni legali relative, laddove la rettifica è basata sulle differenze tra la “contabilità in nero” e quella ufficiale, ponendosi in capo al contribuente l’onere di provare il contrario.
[5] Di fatto, si avrebbero i medesimi effetti dell’utilizzo delle presunzioni legali relative.
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6 Maggio 2019 /in Analisi, News /da gvv
In controtendenza al risultato generale, in 22 Paesi su 36 si è registrato un aumento del cuneo fiscale inferiore al mezzo punto percentuale
Vito Rossi – Fisco Oggi
Nel 2018, il cuneo fiscale medio dell’area Ocse è stato del 36,1%, segnando una diminuzione media di 0,16 punti percentuali rispetto al 2017.
È il principale risultato del Rapporto Taxing wages 2019 che analizza i dati della contribuzione e della tassazione dei redditi da lavoro nei 36 Stati aderenti all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.
Il recente calo del cuneo fiscale medio dei 36 Paesi membri è stato determinato dalla contrazione del dato avvenuta in 16 Paesi, anche se con notevoli differenze tra una realtà e un’altra. Infatti, in 4 delle nazioni prese in esame dal rapporto si sono registrate notevoli diminuzioni, mentre in 10 il calo è stato poco accentuato.
Infine, nei restanti 22 (quasi due terzi degli Stati affiliati all’organizzazione internazionale) si è verificato un lieve aumento, comunque sempre inferiore al mezzo punto percentuale.I principali risultati del rapporto
Come noto, il cuneo fiscale misura il rapporto tra i costi del lavoro e la retribuzione netta ricevuta dal lavoratore. Nel calcolo dei costi del lavoro vengono prese in considerazione sia le imposte sul reddito delle persone fisiche che i contributi previdenziali a carico dei dipendenti e dei datori di lavoro. Nel 2018, i cunei fiscali medi più elevati sono stati rilevati in Belgio (52,7%), Germania (49,5%), Italia (47,9%), Francia (47,6%) e Austria (47,6%). I cunei più bassi si sono registrati in Cile (7%), Nuova Zelanda (18,4%) e Messico (19,7%). Tra il 2017 e il 2018, il cuneo fiscale è aumentato in 22 Paesi su 36 ed è diminuito in 14 Paesi. In quattro di questi, le diminuzioni rilevate sono state superiori a un punto percentuale. Tra gli Stati dove il cuneo fiscale è aumentato, l’incremento più rilevante è stato osservato in Corea del sud (dell’ordine di 0,49 punti percentuali).
Alle cause della contrazione
Come detto, nel 2018 il cuneo fiscale medio dell’area dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico è calato – in media – rispetto all’anno precedente, soprattutto a causa delle accentuate diminuzioni registrate in 4 Stati. Guardando al peso della riduzione del cuneo, invece, l’organizzazione di Parigi sottolinea come significativo il dato dell’Estonia (-2,54 punti percentuali), seguita dagli Stati Uniti (-2,19 punti percentuali), dall’Ungheria (-1,11 punti percentuali) e dal Belgio (-1,09 punti percentuali). L’Ocse segnala che questo è avvenuto per due cause diverse: in un caso perché sono state realizzate riforme tributarie che hanno inciso sulla tassazione dei redditi (in Estonia e negli Stati Uniti), in un altro perché è diminuito l’impatto dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro (in Ungheria e in Belgio). Per realizzare il dato medio complessivo, a queste quattro diminuzioni, considerate le più degne di nota, vanno sommate quelle più lievi registrate in altri dieci Paesi dell’organizzazione (per un valore sempre inferiore al punto percentuale) e il leggero aumento del cuneo fiscale registrato in altri 22 Stati (in tutti i casi al di sotto del mezzo punto percentuale).
Il cuneo fiscale per le coppie monoreddito
Da un’altra prospettiva, il cuneo fiscale medio dell’area Ocse è rimasto invariato. Questo se si guarda al dato delle famiglie con un solo reddito da lavoro, che non è cambiato rispetto al 2017, attestandosi al 26,6%. Questo dato però è in diminuzione in 16 dei Paesi considerati. In particolare in Nuova Zelanda (-4,52), in Lituania (-2,50), negli Stati Uniti e in Estonia (-2,41 punti percentuali). Il cuneo fiscale per questo tipo di famiglia monoreddito non è invece cambiato in Cile mentre è aumentato negli altri 19 Stati membri dell’organizzazione. In ogni caso, in nessun Paese dell’Ocse è stato registrato un aumento del cuneo superiore a 1 punto percentuale per questa categoria di famiglie. Unica eccezione è la Polonia, dove si è registrato un aumento di 10,33 punti percentuali a seguito della riduzione degli assegni familiari.
Interessante anche osservare il peso di tributi e contributi sul salario medio delle coppie monoreddito con due figli. In questo caso, i risultati più alti sono stati osservati in Francia (39,4%) e in Italia (39,1%), mentre in Austria, Belgio, Finlandia, Grecia, Svezia e Turchia i cunei fiscali si sono attestati tra il 37% e il 38%. Per concludere, la Nuova Zelanda ha registrato il cuneo fiscale più basso (1,9%). Dietro, ma a una certa distanza, si piazzano il Cile (7,0%) e la Svizzera (9,8%).
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References: sentenza 
 articolo 6
 art. 39
 articolo 2729
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
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 Cass. 
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