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Timestamp: 2020-06-02 22:56:21+00:00

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Il Commercialista in Rete: Interessi passivi
Il diritto alla detrazione degli interessi passivi pagati in relazione ai mutui ipotecari stipulati per l’acquisto dell’abitazione princip...
La detrazione degli interessi passivi pagati relativamente a un mutuo stipulato per l’acquisto della casa è ammessa a condizione che l’unità immobiliare, entro un anno, sia adibita ad abitazione principale e che l’acquisto sia avvenuto nell’anno antecedente o successivo alla data di stipula del mutuo (articolo 15, comma 1, lettera b, del Tuir). Il diritto al beneficio si perde, a partire dal periodo d'imposta successivo all'evento, se l’immobile non è più utilizzato come abitazione principale. Anche la detrazione a favore dei titolari di contratti di locazione di unità immobiliari spetta a condizione che le stesse siano adibite ad abitazione principale (articolo 16 del Tuir). Conseguentemente, le due agevolazioni sono alternative.
Sono titolare di un contratto di locazione di un immobile nello stesso comune in cui ho acquistato la mia prima casa. Oltre alla detrazione...
Etichette: Interessi passivi, mutuo
alle mercoledì, ottobre 19, 2016
Interessi su prefinanziamento.
È possibile portare in detrazione gli interessi pagati per un prefinanziamento acceso prima della stipula di un mutuo per l’acquisto dell'abitazione principale?
Gli interessi passivi sono detraibili soltanto se sostenuti in dipendenza di mutui garantiti da ipoteca su immobili. Non danno invece diritto a detrazione gli interessi pagati a fronte di un prefinanziamento acceso nelle more della stipula del mutuo ipotecario per l’acquisto della casa di abitazione, in quanto si tratta di un’operazione finanziaria diversa da quella di mutuo, anche se a essa collegata. E' irrilevante se le due operazioni sono effettuate presso lo stesso istituto di credito o presso due diverse banche (circolare 50/E del 2002).
È possibile portare in detrazione gli interessi pagati per un prefinanziamento acceso prima della stipula di un mutuo per l’acquisto dell...
Interessi su indebiti rimborsi Iva.
La fattispecie sub iudice (sentenza 6659/2014) ha a oggetto la corretta individuazione del termine entro il quale si prescrive il diritto alla percezione degli interessi maturati sull’Iva indebitamente rimborsata da parte dell’Amministrazione finanziaria.
Nel caso di specie, la società contribuente aveva maturato, in relazione all’anno d’imposta 1995, un credito Iva che aveva riportato nelle dichiarazioni successive e chiesto a rimborso con la dichiarazione relativa all’anno d’imposta 1997. Analoga istanza di rimborso, tuttavia, era stata al contempo presentata anche al Concessionario per il servizio di riscossione tributi e, conseguentemente, entrambi gli uffici avevano proceduto al medesimo rimborso.
A seguito della restituzione da parte della società contribuente delle somme indebitamente rimborsate, mediante compensazione in dichiarazione, l’ufficio aveva proceduto alla riscossione degli interessi maturati dalla erogazione del rimborso indebito fino alla data di presentazione della dichiarazione Iva nella quale era stata effettuata la restituzione della somma capitale.
In relazione alla richiesta di detti interessi, la società contribuente aveva eccepito l’intervenuta prescrizione, operante a suo avviso nella forma abbreviata di cui all’articolo 2948, comma 1 n. 4, cc.
La Corte di cassazione, chiamata a decidere in merito alla corretta individuazione del termine prescrizionale operante con riferimento alla fattispecie, ha ritenuto di doverlo individuare nella prescrizione ordinaria decennale di cui all’articolo 2946 cc.
A tal uopo, osserva la Suprema corte, diverse sono le ragioni adducibili a sostegno dell’indicato principio di diritto. Innanzitutto, va evidenziata la mancanza, nel caso in esame, di una specifica disciplina normativa derogatoria del principio generale fissato dalla disposizione codicistica.
In secondo luogo, non è possibile applicare alla fattispecie sub iudice le disposizioni recate dalla legge 29/1961, che si riferiscono alla diversa fattispecie degli interessi moratori dovuti a seguito dell’omesso versamento del tributo (in ordine ai quali la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto applicabile la prescrizione abbreviata: Cassazione 4 febbraio 2005, n. 2331, e 14 marzo 2007, n. 5954).
Secondo la Cassazione, viceversa, nella fattispecie in esame sarebbe possibile applicare in via analogica le disposizioni recate dall’articolo 1, comma 16, del Dl 417/1991, posto che le situazioni a confronto risultano oggettivamente comparabili “avuto riguardo alla natura della “causa debendi” principale cui il credito per interessi accede, ovvero alla specifica esigenza di tutela connessa alla posizione della parte che chiede il rimborso”.
In particolare, il richiamato articolo 1, comma 16, prevede che gli interessi accessori ai rimborsi d’imposta spettanti ai contribuenti sono soggetti al termine di prescrizione ordinaria decennale e tale termine dovrebbe essere applicato in via analogica anche agli interessi maturati sul credito restitutorio dell’Erario di cui all’articolo 38-bis, comma 6, del Dpr 633/1972, in relazione ai quali il legislatore non ha dettato alcuno specifico termine prescrizionale.
Del resto, secondo la Suprema Corte, “non è dato ravvisare ragioni giustificative di un diverso trattamento, ai fini della disciplina della prescrizione, tra gli interessi spettanti al contribuente sulla somma chiesta a rimborso IVA e gli interessi spettanti all’Erario, ai sensi del comma 6 dell’art.38 bis Dpr n.633/1972, sulla somma rimborsata in difetto delle condizioni di legge o richiesta in restituzione fino a concorrenza della nuova pretesa impositiva”. E, infatti, il legislatore ha inteso assimilare le due fattispecie, prevedendo per entrambe l’applicazione del medesimo tasso d’interesse.
Peraltro, anche qualora si ritenesse che la fattispecie sub iudice non sia riconducibile all’ipotesi di credito restitutorio erariale, in ogni caso si dovrebbe giungere ad analoga conclusione in ordine all’operatività della prescrizione ordinaria decennale, facendo corretta applicazione della disciplina codicistica dell’indebito oggettivo di cui all’articolo 2033 cc.
Infatti, qualora, come nel caso in esame, l’obbligazione restitutoria insorga in conseguenza di un rimborso erogato al contribuente in totale assenza di un titolo giustificativo, non è in questione alcuna obbligazione tributaria (a differenza delle ipotesi disciplinate dall’articolo 38-bis del Dpr 633/1972), vertendosi in tema di indebito oggettivo ex articolo 2033 cc. Di conseguenza, l’obbligazione avente a oggetto il pagamento degli interessi maturati per ritardata restituzione dell’indebito rimane assoggettata all’ordinaria prescrizione decennale, di cui all’articolo 2946 cc.
La fattispecie sub iudice (sentenza 6659/2014) ha a oggetto la corretta individuazione del termine entro il quale si prescrive il diritto al...
alle martedì, luglio 01, 2014
Corte Ue, no a esenzione fiscale per interessi da banche nazionali.
La questione pregiudiziale ha preso le mosse da un ricorso presentato dalla Commissione europea nei confronti del Belgio per il trattamento fiscale riservato agli interessi bancari corrisposti dagli istituti di credito nazionali. Il regime controverso, infatti, prevede una imposizione discriminatoria degli interessi corrisposti dalle banche non residenti a vantaggio degli interessi corrisposti, invece, da quelle nazionali.
Con apposita lettera, la Commissione diffidava le autorità belghe in merito alla disciplina tributaria riservata al trattamento fiscale degli interessi corrisposti da istituti di credito nazionali. Per tutta risposta il governo belga sottolineava che la normativa controversa era giustificata dalla circostanza che se il trattamento fosse esteso ai depositi al risparmio di banche straniere si verificherebbero discordanze di maggior impatto negativo per i contribuenti interessati. Inoltre, una siffatta misura, garantisce alle autorità nazionali una maggiore efficacia nei controlli fiscali e al contempo una migliore tutela dei piccoli risparmiatori. Non soddisfatta delle motivazioni, addotte in risposta alla lettera di diffida, la Commissione europea presentava ricorso alla Corte di giustizia secondo la procedura comunitaria.
Con il ricorso presentato la Commissione chiede ai giudici europei di dichiarare la normativa tributaria controversa non compatibile con il diritto dell’Unione. Al riguardo, inoltre, riconoscendo che la materia delle imposte dirette non sia competenza esclusiva degli Stati membri, ma che essa sia implicitamente e necessariamente inclusa nella competenza relativa al mercato interno e pertanto condivisa tra gli stessi Stati membri e l’Unione europea.
Contro l’addebito della responsabilità di aver violato quanto stabilito nell’articolo 56 TFUE, il Belgio, in una delle sue argomentazioni a propria difesa, sottolinea che la differenza di trattamento tra i depositi a risparmio ubicati nel territorio nazionale rispetto a quelli oltre confine, trova giustificazione nell’impossibilità di applicare lo stesso regime a entrambe le tipologie di depositi e, per altro verso, nell’esigenza di una tutela contro la doppia imposizione nell’ipotesi in cui il contribuente disponga di depositi al risparmio sia in Belgio che all’estero. Inoltre, se, nel tentativo di rimediare alla disparità di trattamento nonché all’ostacolo alla libera circolazione di capitali e di prestazione di servizi, il governo belga eliminasse l’esenzione in oggetto per i redditi da deposito a risparmio nazionali, ci troveremmo di fronte a una nuova disparità e questa volta ad avere un trattamento meno favorevole sarebbero proprio i depositi a risparmio nazionale. In altri termini, i contribuenti belgi titolari di redditi da depositi di risparmio esteri usufruirebbero di un vantaggio finanziario rispetto ai pari aventi diritto ma con depositi di risparmio nazionali. Nel merito della questione pregiudiziale, i togati europei hanno sottolineato che, rientrando i servizi bancari nel novero dei servizi disciplinati dagli articoli 56 e 57 del TFUE, il loro libero esercizio non può essere assolutamente soggetto a limitazioni da parte di normative nazionali. Il vaglio degli eurogiudici verte nel verificare se la normativa nazionale controversa sia di ostacolo alla libera prestazione di servizi e alla libera circolazione di capitali. Da una ben consolidata giurisprudenza si evince che una limitazione dell’esercizio delle libertà fondamentali sia possibile esclusivamente laddove vi sia un interesse generale da tutelare. Ma le motivazioni apportate dalle autorità belghe non sembrano affatto rientrare in tale fattispecie. Infatti una giustificazione basata sulla lotta alla frode e all’evasione fiscale risulta ammissibile solamente qualora essa abbia ad oggetto costruzioni puramente artificiali, con lo scopo di aggirare la normativa tributaria. Come sottolineano i togati europei, nella fattispecie in esame, la paventata lotta all’evasione fiscale è puramente a carattere di una presunzione di frode. Pertanto la disparità di trattamento fiscale, attraverso il riconoscimento di una apposita esenzione per gli interessi corrisposti da banche nazionali, non trova giustificazione in una concreta lotta alle frodi e all’evasione fiscale. Ne consegue che la misura nazionale controversa è da considerare incompatibile con il diritto dell’Unione.
Gli eurogiudici sono giunti alla dovuta conclusione, frutto delle argomentazioni esposte in sede di dibattimento, seguendo, in particolar modo, sia il punto di vista legato alla libera prestazione di servizi che alla libera circolazione di capitali. Pertanto una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, è da considerare come un regime fiscale di imposizione discriminatorio a vantaggio dei percettori degli interessi corrisposti dalle banche nazionali.
La questione pregiudiziale ha preso le mosse da un ricorso presentato dalla Commissione europea nei confronti del Belgio per il trattamento ...
alle lunedì, giugno 10, 2013
Il conteggio degli interessi comincia dalla liquidazione.
Qualora l’ufficio proceda all’attività di controllo formale di cui all’articolo 36-bis del Dpr n. 600 del 1973, con conseguente iscrizione a ruolo di imposte, sanzioni ed interessi, occorre riferirsi a tale disciplina ai fini del computo dei termini di decadenza. Il termine previsto dall’articolo 36-bis per procedere al controllo formale delle dichiarazioni dei redditi è ordinatorio, così come stabilito dalla Corte costituzionale con sentenza 229 del 1999 e dalla norma di interpretazione autentica (con efficacia retroattiva) di cui all’articolo 28 della legge n. 449 del 1997.
In caso di iscrizione a ruolo di sopratasse, l’ufficio deve procedere ad iscrizione a ruolo entro il termine di prescrizione quinquennale di cui all’articolo 20, comma 3, del Dlgs n. 472 del 1997. In caso di impugnazione della cartella di pagamento, il termine è interrotto e riprende a decorrere dalla definizione del procedimento giurisdizionale.
Sentenza n. 20600 del 7 ottobre 2011 (ud. del 15 giugno 2011)
Corte di cassazione, sezione tributaria – Pres. D’Alonzo, Rel. Olivieri
Attività di controllo delle dichiarazioni – Controllo formale ex art. 36-bis DPR n. 600 del 1973 – Natura ordinatoria del termine – Effetti
Qualora l’ufficio proceda all’attività di controllo formale di cui all’articolo 36-bis del Dpr n. 600 del 1973, con conseguente iscrizione a...
alle mercoledì, ottobre 19, 2011
Corte Ue, su interessi e canoni la tassazione è una soltanto.
La domanda di pronuncia pregiudiziale, sollevata dinanzi alla Corte di Giustizia dalla Corte di Cassazione tedesca, riguarda l’interpretazione dell’articolo 1 della direttiva 2003/49/CE, sul regime fiscale applicabile ai pagamenti di interessi e di canoni tra società consociate di Stati membri diversi. In particolare la controversia coinvolge l’Amministrazione Finanziaria tedesca e una società a responsabilità di diritto tedesco in ordine alla determinazione della base imponibile per il calcolo dell’imposta sul reddito da attività produttive.
L’articolo 1, n. 1 della direttiva 2003/49 prevede l’esenzione da ogni imposta per il pagamento degli interessi o dei canoni, tramite ritenuta alla fonte o previo accertamento fiscale a condizione che il beneficiario effettivo degli interessi o dei canoni sia una società di un altro Stato membro o una stabile organizzazione, situata in altro Stato membro, di una società di uno Stato membro. L’esenzione non trova applicazione con riferimento ad alcune ipotesi disciplinate dal n. 10 dell’articolo 1 della direttiva.
In base a quanto previsto dall’articolo 2 della legge relativa all’imposta sulle attività produttive, ogni attività industriale o commerciale è soggetta, oltre che all’imposta sul reddito o sulle società, all’imposta sul reddito delle attività produttive esercitate sul territorio nazionale. Al riguardo, l’articolo 2 precisa che l’attività svolta dalle società di capitali è sempre considerata a tutti gli effetti attività commerciale o industriale. Infine, secondo l’articolo 6 della legge, i redditi da attività produttive e gli utili societari costituiscono la base imponibile di detta imposta.
La controversia e la richiesta del giudice del rinvio
Una società di capitali di diritto tedesco è controllata da un società olandese, sua azionista al 100%. La società controllata ha ottenuto dalla sua controllante un prestito, che la obbliga alla corresponsione di interessi a quest’ultima. La società controllata ha regolarmente versato alla controllante una somma a titolo di interessi e ha dedotto tale importo dai suoi utili a titolo di spese di gestione.
L’Amministrazione finanziaria tedesca ha tuttavia stabilito che la società controllata aveva titolo per fare valere la deduzione degli interessi dagli utili realizzati, esclusivamente nella misura del 50 per cento dell’importo. Pertanto, la società ha proposto ricorso avverso detta decisione, lamentando un contrasto con l’articolo 1 della direttiva 2003/49. Il ricorso veniva respinto; la società ha pertanto proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione tedesca che ha sospeso il giudizio sottoponendo al vaglio pregiudiziale della Corte di Giustizia la seguente questione. In particolare se l’articolo 1 della direttiva 2003/49 sia in contrasto con una normativa in base alla quale gli interessi sui crediti pagati da una impresa avente sede in uno Stato membro a una impresa consociata di uno Stato membro diverso sono computati in capo alla prima impresa per il calcolo della base imponibile dell’imposta sul reddito da attività produttive.
Premesso che, in ossequio alla vigente normativa interna, l’Amministrazione finanziaria tedesca ha inserito nel calcolo della base imponibile dell’imposta sul reddito da attività produttive, computandola tra gli utili, la metà degli interessi versati dalla società controllata tedesca alla sua controllante con sede nei Paesi Bassi, la società controllata ha lamentato il fatto che il calcolo della base imponibile configura in sostanza un assoggettamento a imposta. La conseguenza è che la normativa interna darebbe luogo a una doppia imposizione economica degli interessi, incompatibile in quanto tale, con l’articolo 1 della direttiva 2003/49.
Al riguardo, la Corte precisa che la direttiva è diretta alla eliminazione delle doppie imposizioni per quanto attiene al pagamento di interessi e di canoni, effettuati tra società consociate di Stati membri diversi, e a stabilire che tali pagamenti siano assoggettati una sola volta ad imposizione in un unico Stato membro.
Tuttavia, l’articolo 1 della direttiva 2003/49 , diretto ad evitare una doppia imposizione giuridica dei pagamenti di interessi transfrontalieri, vietando l’assoggettamento a imposta degli interessi nello Stato membro di origine a danno del loro effettivo beneficiario, trova applicazione esclusivamente con riferimento alla posizione tributaria del creditore degli interessi.
Detto regime pertanto, non trova applicazione con riferimento al soggetto debitore di tali interessi.
Pertanto, la normativa interna oggetto del vaglio della Corte, non comporta una diminuzione del reddito del creditore, non assoggettando il beneficiario degli interessi ad alcuna imposizione. Tale normativa si riferisce esclusivamente alla determinazione della base imponibile relativa all’imposta sul reddito da attività produttive, cui è soggetto il debitore degli interessi versati.
Inoltre, la disposizione recata dall’articolo 1 della direttiva 2003/49 non contempla le modalità del calcolo della base imponibile di chi corrisponde gli interessi.
La Corte osserva anche che le regole relative alla deducibilità di alcune spese in tema di determinazione della base imponibile di chi corrisponde degli interessi, sono espressione della politica tributaria di ogni Stato membro. Pertanto, in mancanza di una espressa previsione al riguardo, l’ambito applicativo dell’esenzione riconosciuta dall’articolo 1 della direttiva 2003/49 non può estendersi al di là di quanto previsto da tale ultima disposizione.
La Corte conclude affermando che l’articolo 1, n. 1, della direttiva 2003/49, deve essere interpretato nel senso che non osta a una disposizione di diritto interno in base alla quale gli interessi relativi a un prestito, versati da una società con sede in uno Stato membro a una società consociata con sede in uno Stato membro diverso, siano computati nella base imponibile dell’imposta sul reddito da attività produttive cui è soggetta la prima società.
La domanda di pronuncia pregiudiziale, sollevata dinanzi alla Corte di Giustizia dalla Corte di Cassazione tedesca, riguarda l’interpretazi...
alle giovedì, luglio 28, 2011
Valgono i limiti al riporto degli interessi passivi indeducibili.
Le disposizioni limitative in materia di riporto di interessi passivi indeducibili, contenute nell¿art. 172, comma 7, TUIR, valgono anche in ipotesi di operazioni di aggregazione aziendale che coinvolgono societÃ che partecipano ad un consolidato fiscale nazionale e che non interrompono la tassazione di gruppo. E¿ questo il chiarimento che si coglie dalla risoluzione n. 42/E/2011.
Con il documento di prassi l’Agenzia delle Entrate ha fugato i dubbi che erano sorti, appunto, in merito alla corretta interpretazione dell’art. 172, comma 7, ultimo periodo, del TUIR, con particolare riferimento ad operazioni di aggregazione aziendale che non interrompono la tassazione di gruppo, ai sensi dell’art. 11, D.M. 9 giugno 2004.
In particolare, il problema si era posto in quanto le disposizioni normative in materia non contengono alcuna specifica previsione in merito alla riportabilità delle citate eccedenze in operazioni di aggregazione aziendale tra società che hanno optato per il regime del consolidato fiscale nazionale.
L’unico riferimento normativo è fornito dall’ultimo periodo del comma 7, dell’art. 172, TUIR il quale prevede che le disposizioni limitative al riporto delle perdite fiscali delle società che partecipano alla fusione (e alla scissione) previste dal citato comma “si applicano anche agli interessi indeducibili oggetto di riporto in avanti di cui al comma 4 dell’articolo 96”; le medesime limitazioni stabilite dall’ordinamento fiscale con riguardo al riporto delle perdite fiscali pregresse sono, in tal modo, estese anche agli interessi passivi, che risultano indeducibili nel periodo d’imposta di contabilizzazione e che potranno essere riportati in avanti e dedotti (ricorrendone le condizioni) dal reddito dei successivi periodi d’imposta.
A seguito dei chiarimenti forniti con la circolare n. 9/E del 9 marzo 2010, in ordine alla disciplina del riporto delle perdite fiscali nelle operazioni di fusione e scissione che coinvolgono società che partecipano ad un consolidato fiscale nazionale (cfr. "", il Quotidiano IPSOA del 10 marzo 2010), è sorto il dubbio tra gli operatori che le considerazioni e le conclusioni raggiunte con riferimento alle perdite fiscali prodotte in costanza di consolidato (i.e., non applicazione delle disposizioni limitative, di cui all’art. 172, comma 7, TUIR, al riporto delle stesse in ipotesi di operazioni non interruttive della tassazione di gruppo), possano valere anche per le eccedenze di interessi passivi generate dalle società partecipanti sempre in costanza di consolidato.
L’Agenzia chiarisce invece che tale norma si applica anche alle operazioni di aggregazione aziendale che coinvolgono società che partecipano ad un consolidato fiscale nazionale e che non interrompono la tassazione di gruppo.
Comunque, la stessa Agenzia ricorda che, poiché le fattispecie citate involgono l’applicazione di norme finalizzate a contrastare possibili comportamenti elusivi, le stesse possono – su specifica richiesta del contribuente - costituire oggetto di apposito esame nell’ambito della procedura di interpello contemplata dall’art. 37-bis, comma 8, D.P.R. n. 600 del 1973.
(Risoluzione Agenzia delle Entrate 12/04/2011, n. 42/E)
Le disposizioni limitative in materia di riporto di interessi passivi indeducibili, contenute nell¿art. 172, comma 7, TUIR, valgono anche in...
I limiti al riporto di interessi passivi indeducibili, previsti nelle ipotesi di fusione e scissione, scattano anche quando l’operazione straordinaria coinvolge società aderenti a un consolidato nazionale che non si interrompe.
Il chiarimento è arrivato da parte dell’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 42/E del 12 aprile.
La norma antielusiva contenuta nell’articolo 172 del Tuir
Allo scopo di arginare il commercio delle cosiddette “bare fiscali”, l’articolo 172, comma 7, del Tuir (e, per rinvio, l’articolo 173, comma 10, nel caso delle scissioni) subordina il riporto delle perdite delle società che partecipano alla fusione prima di tutto al superamento del “test di vitalità” (“sempreché dal conto economico della società le cui perdite sono riportabili, relativo all’esercizio precedente a quello in cui la fusione è stata deliberata, risulti un ammontare di ricavi e proventi dell’attività caratteristica, e un ammontare delle spese per prestazioni di lavoro subordinato e relativi contributi … superiore al 40 per cento di quello risultante dalla media degli ultimi due esercizi anteriori”).
Soddisfatto tale vincolo, l’ammontare riportabile non può superare il patrimonio netto risultante dall’ultimo bilancio della società in perdita o, se inferiore, dalla situazione patrimoniale imposta dall’articolo 2501-quater del codice civile, senza tenere conto dei conferimenti e versamenti fatti nei ventiquattro mesi ante-bilancio o ante-situazione patrimoniale.
Gli stessi limiti sono fissati anche agli interessi indeducibili, oggetto di riporto in avanti, negli esercizi di Rol “capiente” (“gli interessi passivi e gli oneri finanziari assimilati indeducibili in un determinato periodo d’imposta sono dedotti dal reddito dei successivi periodi d’imposta, se e nei limiti in cui in tali periodi l’importo degli interessi passivi e degli oneri assimilati di competenza eccedenti gli interessi attivi e i proventi assimilati sia inferiore al 30 per cento del risultato operativo lordo di competenza” articolo 96, comma 4, del Tuir).
La questione ruotava intorno all’interpretazione fornita sempre dall’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 9/E del 9 marzo 2010. Documento nel quale si legge che, in presenza di operazioni di fusione e scissione che non interrompono la tassazione di gruppo, le disposizioni limitative al riporto delle perdite trovano applicazione solo con riferimento a quelle “pregresse” all’ingresso nel regime consolidato nazionale. Da qui, il dubbio: la neutralizzazione dell’articolo 172, comma 7, per le perdite, nei casi di operazione straordinaria che non interrompe il consolidato, opera anche per il riporto degli interessi passivi?
I casi sono differenti
L’Agenzia delle Entrate ha messo in evidenza come - pur ricordando la previsione in base alla quale, nei casi di consolidato nazionale, l’eventuale eccedenza di interessi passivi indeducibili in capo a una società può essere utilizzata in abbattimento del reddito del gruppo, quando gli altri partecipanti alla fiscal unit presentano, per lo stesso periodo d’imposta, un risultato operativo lordo capiente - nell’ambito della tassazione di gruppo la compensazione intersoggettiva utili-perdite abbia un meccanismo e una natura diversa rispetto a quella interessi passivi indeducibili-Rol.
Mentre, infatti, la prima è automatica, integrale e non derogabile, tanto da determinare una formale “spersonalizzazione” delle perdite, gli interessi passivi restano comunque nella esclusiva disponibilità della società che li ha generati. Il loro trasferimento al gruppo è, cioè, eventuale (occorre, abbiamo visto, un Rol capiente in grado di bilanciarli) e volontario.
Resta comunque a disposizione del contribuente – conclude l’Amministrazione finanziaria – la possibilità di disapplicare la disposizione, ricorrendo all’interpello antielusivo, previsto dall’articolo 37-bis, comma 8, del Dpr 600/1973.
I limiti al riporto di interessi passivi indeducibili, previsti nelle ipotesi di fusione e scissione, scattano anche quando l’operazione str...
alle mercoledì, aprile 13, 2011
La prescrizione del diritto di ripetere gli interessi indebitamente versati alla banca non può decorrere dal giorno dell'annotazione in conto
Tizio conveniva in giudizio la Banca Alfa chiedendo che fosse rideterminato il saldo del conto corrente acceso presso l’Istituto di credito dall’aprile del 1994 al dicembre del 1998. In particolare, chiedeva che i conteggi fossero riformulati tenendo conto dell’ormai consolidato indirizzo giurisprudenziale sulla nullità della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi e della commissione di massimo scoperto, affinché la banca fosse condannata alla restituzione dell’indebito versato.
La Banca convenuta, per parte sua, contestava le richieste avversarie e, per l’effetto, chiedeva il rigetto della domanda.
Il giudice adito ha ritenuto sussistere i presupposti per sollevare questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 61, della Legge n. 10 del 2011, di conversione del Decreto Milleproroghe (D.L. 29 dicembre 2010 n. 225).
Il testo così recita: “In ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l'art. 2935 del codice civile si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall'annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell'annotazione stessa.
In ogni caso non si fa luogo alla restituzione di importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto legge”.
In particolare, il medesimo giudice ha evidenziato più motivi in forza dei quali ritenere fondata la questione di legittimità costituzionale. In primo luogo, il giudice ha sottolineato come la norma in commento violerebbe i limiti individuati dalla Corte costituzionale in ordine all’ammissibilità di una legge di interpretazione.
Invero, l’art. 2, comma 61, della L. 10/2011, ha individuato il dies a quo dal quale deve decorrere il termine di prescrizione del diritto di ripetizione dell’indebito nell’annotazione in conto corrente, circostanza di fatto che esula dalla sfera conoscitiva del cliente, il quale è reso edotto delle movimentazioni del proprio conto solo con la ricezione dell’estratto conto.
Pertanto, ha precisato il giudice, «chi non ha avuto conoscenza (né avrebbe potuto conoscere) dell’esistenza di addebiti in proprio sfavore, perché semplicemente annotati in conto e non anche comunicati, non è nelle condizioni giuridiche di esercitare qualunque pretesa restitutoria o di altra natura».
Una tale soluzione, evidentemente, urta con quanto previsto dall’art. 2935 c.c. il quale va interpretato anche alla luce delle norme specificamente dettate per il diritto di cui si tratta.
Così, ad esempio, nel contratto di apertura di credito, la decorrenza della prescrizione si sarebbe dovuta individuare
- a) nel versamento (nell’ipotesi di conto in passivo, senza affidamento, così come di superamento del limite affidato);
- b) nella chiusura del rapporto (quando non siano effettuati versamenti, in pendenza di rapporto, o quando il versamento, effettuato in pendenza di rapporto, abbia funzione meramente ripristinatoria dell’affidamento).
Ulteriore motivo di dubbia legittimità costituzionale dell’art. 2 comma 61, della Legge n. 10 del 2011 è stato individuato nella sua violazione del principio di azione ex art. 24 Cost., in quanto, impedendo la ripetizione dei versamenti indebitamente eseguiti alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto legge, ha, di fatto, introdotto in via legislativa, il divieto di ripetizione delle somme indebitamente corrisposte dal cliente alla banca.
La norma de qua è stata poi censurata per violazione del principio di uguaglianza e ragionevolezza in quanto avrebbe introdotto, tra l’altro, un’inammissibile disparità di trattamento tra banche e utenti del sistema bancario. Invero, menomando i poteri di reazione processuale dei clienti, assicura un ingiustificato privilegio per le banche.
A tingere di dubbia costituzionalità la norma in esame sarebbe anche la sua violazione dell’art. 111 Cost. sul c.d. giusto processo, andando, considerata la sua portata retroattiva, a paralizzare i processi già pendenti alla data di entrata in vigore della norma stessa, ed aventi ad oggetto proprio la ripetizione degli interessi passivi trimestralmente capitalizzati.
In ultimo, il giudice ha ritenuto non manifestamente infondata la questione di legittimità della norma in esame, anche alla luce dell’art. 117, comma 1, Cost., in relazione all’art. 6 della CEDU.
Invero, il legislatore nazionale ha emanato una norma interpretativa, in presenza di un notevole contenzioso e di un orientamento della Corte di cassazione, sfavorevole alle banche, così violando il principio di «parità delle armi», non essendo prefigurabili «ragioni imperative d’interesse generale» che permettano di escludere la violazione del divieto d'ingerenza in forza del quale, appunto, sarebbe vietato al legislatore di uno Stato contraente di interferire nell’amministrazione della giustizia allo scopo di influire sulla singola causa o su di una determinata categoria di controversie.
La prescrizione del diritto di ripetere gli interessi indebitamente versati alla banca non può decorrere dal giorno dell'annotazione in ...
alle martedì, aprile 12, 2011
Detrazione 55% e 36%: irrilevante l’utilizzo del mutuo o della finanziaria.
È irrilevante sul meccanismo dell’agevolazione fiscale, l’utilizzo di un mutuo o di una finanziaria per ottenere la liquidità necessaria per pagare nel 2011 le spese di ristrutturazioni edilizie, detraibili al 36%, o quelle per gli interventi sul risparmio energetico, detraibili al 55%, anche se l’effettiva uscita finanziaria, sostenuta dalla persona fisica, viene ripartita in più anni. Questa è una delle precisazioni che prende spunto dalle domande inviate al Forum online abbinato alla Guida pratica “Lavori in casa e bonus fiscali”, in edicola con “Il sole 24 ore” del 4 aprile 2011.
È irrilevante sul meccanismo dell’agevolazione fiscale, l’utilizzo di un mutuo o di una finanziaria per ottenere la liquidità necessaria per...
Etichette: Detrazione, Interessi passivi, mutuo
alle giovedì, aprile 07, 2011
Quesito: interessi passivi mutuo cointestato.
fino a settembre 2010 ero cointestataria di mutuo e comproprietaria di prima casa con il mio ex compagno. A settembre ho venduto la mia quota di casa a lui e ho chiuso i miei rapporti con la banca per quanto riguarda la mia parte di mutuo (anche lui ha fatto lo stesso ed ha acceso nuovo mutuo con la medesima per un periodo di tempo superiore).
Ora mi trovo a dover fare la dichiarazione dei redditi (sono dipendente pubblica a tempo indeterminato) ma non ho ricevuto dalla banca alcuna notifica circa la mia parte di interessi passivi per la quota di mutuo che ho sostenuto fino a settembre 2010 e che posso detrarre nel 730. Come mi devo comportare?devo chiederla direttamente alla banca?
fino a settembre 2010 ero cointestataria di mutuo e comproprietaria di prima casa con il mio ex compagno. A settembre ho venduto la mia quot...
alle mercoledì, aprile 06, 2011
Gradirei alcuni chiarimenti sulla somma di interessi passivi da indicare nella prossima dichiarazione.
Sull’estratto che mi è arrivato dalla banca, unitamente alla rata semestrale, sono indicate le seguenti voci:
Quota capitale = 1.670,15 Euro;
Quota interessi = 1.260,08 Euro
Contributi = 764,60.
È esatto considerare come somma di interessi da detrarre 1.260,08?
Gradirei alcuni chiarimenti sulla somma di interessi passivi da indicare nella prossima dichiarazione. Sull’estratto che mi è arrivato dalla...
Etichette: Abitazione principale, Interessi passivi, Quesiti
Deducibilità degli interessi passivi. Le modifiche sul Rol in Unico 2011.
Per i soggetti Ires cambiano, dal periodo d’imposta 2010, le regole per la deducibilità degli interessi passivi. La disciplina è regolamenta...
alle giovedì, gennaio 13, 2011
Interessi passivi su mutuo ipotecario - Restituzione del contributo regionale.
Gli interessi passivi, relativi al mutuo contratto per l’acquisto della prima casa, a suo tempo non detratti poiché coperti da contributo regionale e quindi non a carico, possono essere portati in detrazione nel periodo d’imposta in cui il sussidio è stato restituito, su richiesta dell’ente per verificata carenza dei requisiti del beneficiario.
risoluzione n. 76/e del 2 agosto 2010
Gli interessi passivi, relativi al mutuo contratto per l’acquisto della prima casa, a suo tempo non detratti poiché coperti da contributo re...
Etichette: Interessi passivi, Mutui ipotecari, Prima casa
alle giovedì, settembre 09, 2010

References: articolo 1
 articolo 2033
 sentenza 

Sentenza 
 art. 36
 articolo 96
 art. 24