Source: http://www.avvocatoveronatosi.com/2018/04/16/il-danno-esistenziale-non-costituisce-autonoma-categoria-di-danno/
Timestamp: 2019-03-26 12:34:44+00:00

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Il 'danno esistenziale' non costituisce autonoma categoria di danno
Il ‘danno esistenziale’ non costituisce autonoma categoria di danno
In recente sentenza, la Cassazione ha ribadito che nel nostro ordinamento non è ammissibile l’autonoma categoria di ‘danno esistenziale’, inteso quale pregiudizio alle attività non remunerative della persona, atteso che ove in essa si ricomprendano i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell’art. 2059 c.c., interpretato in modo conforme alla Costituzione. Da ciò si desume che la liquidazione di questa categoria di danno comporterebbe una duplicazione risarcitoria.
Il Tribunale riconosceva la responsabilità contrattuale di un medico per lesione alla integrità psicofisica cagionata a una paziente nel corso di un intervento di appendicectomia, avendo il medico – di propria iniziativa – asportato una cisti sebacea inguinale, senza eseguire correttamente l’operazione dalla quale erano derivati esiti invalidanti permanenti incidenti sulla sfera dei rapporti di relazione e della vita sessuale, e condannava il convenuto al risarcimento dei danni.
La paziente proponeva appello lamentando la inadeguata liquidazione risarcitoria non essendo stato risarcito autonomamente il danno da omessa acquisizione del consenso informato relativamente all’intervento. La Corte d’appello rigettava il gravame rilevando che: a) la danneggiata nell’atto di citazione non aveva richiesto il risarcimento di danni diversi da quelli arrecati alla salute, essendo quindi inammissibile la domanda nuova di risarcimento da lesione della libertà di autodeterminazione, non avendo neppure allegato che, qualora fosse stata correttamente informata, avrebbe rifiutato tale intervento o prestato assenso ad un intervento diverso; b) alcuna contestazione era stata mossa alle indagini svolte dal collegio peritale nominato ufficio in primo grado, nè la danneggiata, con l’atto di appello, aveva allegato errori o lacune nelle indagini dei CC.TT.UU., od aggravamenti sopravvenuti dei postumi invalidanti; c) la liquidazione del danno non patrimoniale operata dal Tribunale con riferimento a ciascuna distinta voce di danno biologico, morale soggettivo ed esistenziale, alla stregua delle Tabelle del Tribunale di Milano 2007, portava ad importi notevolmente superiori di quelli riconoscibili in applicazione dei principi di diritto enunciati dalla sentenza n. 26972/2008 delle SS.UU. della Corte di cassazione, e ripresi nelle Tabelle del Tribunale di Milano 2013 che richiedevano di procedere a liquidazione unitaria di tale tipo di danno evitando duplicazioni, e dunque si palesava infondata il gravame sulla misura – asseritamente ridotta – del risarcimento liquidato dal primo giudice.
La sentenza di appello è stata impugnata per cassazione dalla signora con due motivi.
Diversamente da quanto opinato dalla difesa della ricorrente – che nella esposizione del motivo individua il fondamento della decisione in una proposizione estrapolata dal contesto motivazionale e dalle compiute ragioni in diritto espresse nella sentenza di appello – la Corte distrettuale ha dichiarato inammissibile, per novità, il motivo di gravame con il quale la paziente aveva lamentato il mancato risarcimento del danno derivante dalla omessa acquisizione da parte del medico del “consenso informato” in ordine alla asportazione della cisti sebacea, in quanto nell’atto di citazione introduttivo l’attrice aveva “chiesto di essere risarcita per i danni alla salute psicofisica conseguenti all’essere stata operata senza alcuna informazione circa l’intervento di asportazione della cisti”, sicchè non poteva, per la prima volta in grado di appello, mutare domanda ed invocare il risarcimento di una voce di danno diversa – e cioè nel pregiudizio derivante dalla lesione della propria libertà negoziale di autodeterminazione nell’assenso al trattamento terapeutico – rispetto al danno alla salute derivante dalla lesione del diritto alla integrità psicofisica.
Con il secondo motivo la ricorrente deduce contestualmente il vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ed il vizio di violazione e falsa applicazione degli artt. 2056e 2059 c.c., sostenendo che la Corte d’appello era incorsa in errore nella parte in cui aveva ritenuto infondato il motivo di gravame volto ad ottenere una maggiore liquidazione del danno sul presupposto che non spettasse comunque la risarcibilità del “danno esistenziale”, atteso che anche tale tipo di danno avrebbe dovuto essere invece autonomamente considerato.
Ed infatti, come emerge dalla sentenza di appello, il Tribunale aveva liquidato anche la voce di “danno esistenziale” (ravvisato nella incidenza negativa dei postumi sulla vita sessuale) nella misura di dieci volte l’ammontare del danno biologico: il Giudice di appello si è limitato a prendere atto della indicata liquidazione, pur se ritenuta non conforme ai principi di diritto enunciati dal precedente di questa Corte Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008 -secondo cui “Non è ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria di “danno esistenziale”; ove nel “danno esistenziale” si intendesse includere pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, tale categoria sarebbe del tutto illegittima, posto che simili pregiudizi sono irrisarcibili, in virtù del divieto di cui all’art. 2059 c.c. “-rilevando, da un lato, che alla stregua dei criteri tabellari vigenti (Tabelle del Tribunale di Milano 2013, redatte in applicazione dell’arresto delle SS.UU. n. 26972-26974/2008), la danneggiata avrebbe avuto diritto ad un importo risarcitorio notevolmente minore a quello riconosciutogli dalla decisione di prime cure; dall’altro che in assenza di impugnazione sul punto da parte dei soccombenti in primo grado non le era consentito procedere ad una “reformatio in pejus” in danno della parte vittoriosa.
Vale osservare inoltre che la statuizione della Corte d’appello secondo cui il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici, è immune da errori di diritto e – diversamente da quanto sostenuto dalla ricorrente – trova conferma anche nel precedente di questa Corte Sez. 3, Sentenza n. 23147 del 11/10/2013 , avendo in quel caso la Corte ribadito che il “danno esistenziale” “non esiste come autonoma categoria di danno ma…costituisce sintagma ampiamente invalso nella prassi giudiziaria” e che la incidenza negativa della lesione della salute sulle relazioni sessuali, così come qualsiasi altra incidenza negativa sulla vita di relazione, integra una “deminutio” della sfera di realizzazione della persona umana, e come tale deve essere specificamente considerata ai fini della piena reintegrazione del danno.
Cassazione civile , 27 marzo 2018, n.7537, sez. III

References: sentenza 
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 art. 360
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