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Timestamp: 2018-11-15 03:12:38+00:00

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Una nuova frontiera per la laicità nella scuola
Mai come quest’anno la battaglia contro l’attribuzione del credito scolastico assegnato anche al docente di Religione cattolica ha dimostrato di segnare il passo.
Tutta l’attenzione del mondo della scuola è stata alacremente rivolta alla contestazione del ddl “buona scuola” e alla riproposizione di un’alternativa democratica rappresentata dalla Legge di Iniziativa Popolare “Per una buona scuola per la Repubblica”(LIP). Il rispetto per la laicità della scuola esula dal disegno renziano. Anzi, è notizia recente che la ministra Giannini avrebbe promesso al NCD che di cultura ispirata alla teoria del “gender” non si sarebbe proprio più parlato nelle scuole. Il sindaco di Venezia ha addirittura diramato una circolare nella quale si invitano le scuole della città in possesso di testi relatìvi all“Educazione di genere” a consegnarli a un apposito incaricato.
Il rito dell’Esame di Stato si è consumato nella disattenzione generale, senza alcuna protesta nei confronti dell’O.M. 11 del 29 maggio 2015 (disposizioni per l’Esame di Stato), che riproducendo le precedenti degli ultimi anni omette ancora una volta di precisare che il pronunciamento del docente di religione cattolica nell’attribuzione del credito scolastico deve avvenire esclusivamente “all’interno della banda di oscillazione” come stabilito nella sentenza del Consiglio di Stato n.2749/2010. Un riferimento esplicito alla banda di oscillazione, le ultime O.M. lo dedicano infatti soltanto a coloro che hanno scelto l’opzione “studio individuale”, non assegnati ad alcun docente specifico.
(L’omissione del riferimento alla banda di oscillazione nelle O.M. per gli Esami di Stato non è indolore: non mancano infatti casi in cui il docente di attività alternativa, in nome della dicitura “partecipano a pieno titolo alle deliberazioni del Consiglio di classe concernenti l’attribuzione del credito scolastico”, chiede l’espressione del voto numerico in modo da incidere sulla media dei voti, trascinando nella sua scia – nel caso di consessi poco esperti della normativa – anche il docente di religione cattolica).
È questo il punto che ci interessa approfondire.
La citata sentenza del Consiglio di Stato, respingendo la sentenza 7076 / 2009 del TAR del Lazio – che aveva accolto in pieno i ricorsi presentati da numerose associazioni laiche, confessioni religiose, associazioni professionali di docenti tra il 2006 e il 2008 dichiarando illegittimo il pronunciamento del docente di r.c. nell’attribuzione del credito scolastico – riconosceva al docente di r.c. il diritto-dovere di pronunciarsi nella banda di oscillazione circa l’interesse e il profitto ricavato dai propri alunni; analoga prerogativa fu riconosciuta in seguito anche al docente incaricato di un’attività alternativa, presenza necessaria, quest’ultima, che – secondo il Consiglio di Stato – avrebbe sollevato l’irc da ogni accusa di discriminazione.
Ma andiamo a vedere come si è formata la norma che dispone la partecipazione del docente di r.c. al Consiglio di Classe.
La prima legge di riferimento è la L. 824/1930 applicativa del Concordato fascista del 1929 che istituisce in ogni ordine di scuola l’insegnamento religioso divenuto obbligatorio. Ai docenti di r.c. sono riconosciuti gli stessi diritti e doveri degli altri docenti. La ratio del provvedimento risiede sia nella vigenza dello Statuto Albertino che riconosce la religione cattolica come la sola religione dello Stato italiano, sia nell’obbligatorietà della frequenza (salvo richiesta di esonero, data la natura religiosa dell’insegnamento).
La valutazione dell’irc avviene secondo modalità particolari (giudizio, non voto), ma la scheda viene inserita nella pagella scolastica.
L’art.9 del Nuovo Concordato (1984) rappresenta la quintessenza dell’abilità nell’elaborazione di un testo in cui gattopardescamente nulla cambia se non il linguaggio.
Lo spartiacque è rappresentato dall’Art.3 / Cost, che non riconosce più la religione cattolica come la sola religione della Repubblica italiana, e dal principio della facoltatività dell’irc introdotto col Nuovo Concordato.
Il mutato contesto imponeva un nuovo linguaggio. Il Nuovo Concordato non usa più il termine “insegnamento religioso”, inammissibile nel nuovo quadro costituzionale. L’ art.9 attribuisce all’irc una connotazione culturale: viene riconosciuto il valore della “cultura religiosa” e ,tenuto conto che i principi del cattolicesimo “fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”, l’insegnamento della religione cattolica continuerà ad essere assicurato “nel quadro delle finalità della scuola”. Un vero capolavoro: l’insegnamento religioso non viene cancellato ma solo abilmente travestito.
L’Intesa applicativa del Nuovo Concordato (DPR 751/1985) tira dritto nell’arrogante costruzione di un ibrido: tutto rimane nelle mani delle gerarchie cattoliche,concessione e revoca dell’idoneità, libri di testo forniti di imprimatur, programmi, rosa di nominativi proposta ai dirigenti scolastici, tutto questo con vistosa lesione della libertà d’insegnamento (Art.33/Cost), allo Stato le retribuzioni e gli aspetti contrattuali. In seguito, nel 2000, l’ibrido si trasferirà sulle modalità del concorso per l’accesso dei docenti di r.c. al tempo indeterminato.
Nell’Intesa i docenti di r.c. continuano a mantenere gli stessi diritti e doveri degli altri insegnanti (2.7), pur essendo mutata radicalmente la loro natura rispetto alla Legge 824, che non conosceva l’art.33 della Costituzione e non faceva questione di “libertà di insegnamento”.
La formula “con gli stessi diritti e doveri degli altri insegnanti” viene ripresa nel T.U. della legislazione scolastica (DPR 297/94, art.309) e sarà poi di lì calata in tutte le Circolari e Ordinanze ministeriali come se tra i due Concordati nulla fosse mutato, come se la religione cattolica continuasse a essere la sola religione dello Stato italiano e i docenti fossero assunti nelle scuole per un “insegnamento religioso obbligatorio” come prevedeva la legge 824/1930.
Il travestimento dell’irc da “confessionale” a “culturale” comportò una serie di interventi per mitigare le discriminazioni peraltro adombrate nel Nuovo Concordato: come se un insegnamento di fatto confessionale potesse trovare alternative omologhe di carattere culturale. Un docente di attività alternative è dipendente dello Stato e tutelato dal principio della libertà di insegnamento (art.33/Cost); un docente di r.c. è dipendente dal Vaticano, condizionato nella libertà di insegnamento; dipendente dello Stato solo per quanto riguarda gli aspetti contrattuali /economici.
I decenni che ci separano dall’entrata in vigore del Nuovo Concordato (1985-86) hanno ospitato più volte la rappresentazione plastica di questa ambigua realtà (idoneità ritirate unilateralmente dall’autorità ecclesiastica per ragioni insindacabili, confusione tra compiti di insegnamento della religione cattolica e predisposizione di atti di culto in orario scolastico e/o in locali scolastici, sottovalutazione della facoltatività sancita dal Nuovo Concordato).
Ma l’occasione per un'ulteriore riflessione ci è stata offerta in maniera imprevista dalla grande adunanza di famiglie cattoliche, integraliste o semplicemente conservatrici, nella Piazza San Giovanni di Roma il 20 giugno scorso, unite nella protesta contro il ddl Cirinnà sui matrimoni omosessuali e adozioni, e contro il ddl Fedeli sulla "teoria del gender ".
Non vogliamo entrare qui nel merito di una questione dalle molte sfaccettature; ciò che intendiamo sottolineare è la lettera esplicita rivolta dal Vicariato di Roma, NON a tutti i credenti affinché prendano un’aperta posizione contro quei ddl , ma ai docenti di r.c. , chiamati a contestarli “in quanto docenti”, con funzioni educative trattandosi di "temi squisitamente educativi". Per il Vaticano si tratta di un boomerang, per le associazioni laiche dell’emersione palese di quanto da sempre sostenuto. L’irc non è un insegnamento culturale,come affermato all’art.9 del Nuovo Concordato, ma un insegnamento confessionale, come da decenni continuiamo a sostenere.
Abbiamo mosso ricorsi, sporto denunce, promosso iniziative, ottenendo al massimo l’organizzazione di attività alternative, ma non siamo mai andati al cuore, ossia alla radice da recidere. Il pronunciamento del Vicariato romano indica finalmente la nuova frontiera della nostra lotta per la laicità della scuola.
Esso mette in discussione quella disposizione del T.U. art.309 fin qui considerata l’architrave su cui posa tutta la normativa che regola lo status dei docenti di r.c.: “ fanno parte della componente docente con gli stessi diritti e doveri degli altri docenti”.
Come possono essere equiparati ai diritti doveri dei docenti dello Stato, diritti e doveri di docenti cui viene imposto un mandato di natura confessionale, che travalica palesemente l’ambito culturale? Non è più tollerabile adattarsi ad ogni marchingegno possibile pur di garantire un diritto /dovere che può essere continuamente inficiato da rapporti che possono investire la libertà di coscienza di alunni e alunne.
Da questa vicenda dobbiamo trarre la determinazione per affrontare alle radici il problema dell’irc. Non si tratta di escogitare possibili alternative, né di preoccuparci di salvaguardare la parità di diritti e doveri rispetto agli altri docenti.
La figura del docente di r.c. è quella di chi impartisce un insegnamento confessionale. Non ha pari diritti e doveri poiché il suo insegnamento non è libero (art.33/Cost). L’irc non può quindi far parte dell’orario scolastico obbligatorio, né la sua frequenza può comportare crediti scolastici o formativi incentivanti.
E dal T.U. deve essere abrogata la disposizione “fanno parte della componente docente con gli stessi diritti e doveri degli altri docenti” (fatto salvo ovviamente il rapporto contrattuale con lo Stato!).

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art.9
 art.309
 art.309