Source: https://www.laleggepertutti.it/144803_che-rischio-se-non-dico-che-sono-stato-licenziato
Timestamp: 2018-04-20 03:21:56+00:00

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Che rischio se non dico che sono stato licenziato?
Lo sai che? Che rischio se non dico che sono stato licenziato?
Colloquio di lavoro: il dipendente che omette di indicare, in un questionario relativo a una domanda di assunzione, che è stato in precedenza licenziato per giusta causa, non rischia il posto.
È vero: anche prima dell’inizio di un rapporto contrattuale, le parti si devono comportare secondo buona fede e non tacere nulla di ciò che potrebbe incidere sulla volontà dell’altra, ma questo principio – a detta della Cassazione – non vale in modo radicale nell’ambito di un colloquio di lavoro: pertanto, se il dipendente tace sul fatto di essere stato, in precedenza, licenziato da un’altra azienda per una sua grave mancanza (licenziamento per giusta causa) e, anche grazie a questo, viene assunto, poi non può essere mandato via quando il suo trascorso viene a galla. In sostanza non si può licenziare un dipendente che, al momento del colloquio di lavoro, tace su un provvedimento disciplinare espulsivo subìto nell’ambito di un pregresso rapporto di lavoro.
1 Colloquio di lavoro: un licenziamento macchia la “fedina” del dipendente?
2 Curriculum falsificato al colloquio di lavoro: che rischio?
3 Che rischio se non dico, al colloquio di lavoro che sono stato licenziato?
4 Quando un licenziamento può essere una macchia per il candidato
Colloquio di lavoro: un licenziamento macchia la “fedina” del dipendente?
Un licenziamento non viene mai a galla: non esistono certificati o registri nei quali viene raccolta la storia dei lavoratori. Chi viene licenziato a causa del proprio comportamento negligente o in malafede, oppure si dimette per motivi personali può mantenere il riserbo massimo su detti aspetti “curriculari”. Non è tenuto a comunicarli, se non richiesto in un successivo colloquio di lavoro, né l’ufficio del lavoro può conservare tali notizie che restano, in buona sostanza, fatti «personali» tra l’azienda e il proprio ex dipendente.
Curriculum falsificato al colloquio di lavoro: che rischio?
Esiste però un principio di carattere generale nel nostro codice civile che obbliga due soggetti, che stanno per concludere un contratto ma ancora non l’hanno sottoscritto, di comportarsi secondo buona fede e non tacere nulla di ciò che potrebbe incidere sull’altrui scelta (cosiddetta «responsabilità precontrattuale»). Le parti non sono ancora legate da un vero e proprio rapporto negoziale, ma già dal momento delle trattative non possono essere reticenti e far credere all’altro qualcosa di diverso sul proprio conto, sulle proprie qualità o della propria merce. Diversamente, colui che si sente “fregato” può chiedere lo scioglimento del contratto.
È indubbio che questo principio si applichi anche nell’ambito dei rapporti di lavoro. Quindi l’aspirante candidato al posto, il quale millanti delle competenze in realtà non esistenti e mai acquisite, e magari produca un curriculum falsificato, può rischiare il licenziamento se poi si dimostra totalmente inadatto al ruolo rivestito. Difatti, anche il rapporto di lavoro è un normale contratto come tanti altri (anche se regolato in modo particolare) e il licenziamento non è che la sua risoluzione.
Che rischio se non dico, al colloquio di lavoro che sono stato licenziato?
Secondo una sentenza della Cassazione di qualche giorno fa [1], la risoluzione del contratto di lavoro (ossia il licenziamento) non può però scattare se il dipendente, in sede di colloquio di lavoro, non informa la nuova azienda di essere stato, in passato, licenziato da un’altra azienda per un suo grave comportamento: la reticenza sul pregresso licenziamento disciplinare non è una condotta tanto grave da porte essere sanzionata con la perdita del nuovo lavoro. Alla fine – volendo interpretare sinteticamente il pensiero della Suprema Corte – ciò che conta non è tanto il passato di un dipendente, ma il suo presente, ossia come questi si sta comportando con il nuovo datore di lavoro. Dunque se la sua condotta è impeccabile e non è mai stata macchiata da procedimenti disciplinari, gli scheletri rimangono dentro l’armadio e, anche se qualcuno apre le ante, il precedente licenziamento non essere una “macchia” sul nuovo rapporto di lavoro.
Quando un licenziamento può essere una macchia per il candidato
In termini generali, perché l’omessa comunicazione di un precedente licenziamento possa giustificare il licenziamento richiede che la nuova azienda dimostri in quale misura, sul rapporto di lavoro, ha inciso detta bugia e per quale ragione essa, sapendo invece il passato del proprio dipendente, non lo avrebbe mai assunto.
[1] Cass. sent. n. 27585/2016.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 13 ottobre – 30 dicembre 2016, n. 27585
Presidente Nobile – Relatore Venuti
1. Con il primo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 cod. civ., rileva che, diversamente da quanto sostenuto dalla Corte di merito, la gravità dei fatti doveva essere valutata con riferimento al loro compimento e non alla loro scoperta, avvenuta successivamente, nonché in relazione alla loro portata soggettiva ed oggettiva, alle circostanze in cui erano stati commessi e all’intensità dell’elemento intenzionale. Non poteva pertanto la sentenza impugnata attribuire rilevanza, ai fini dell’esclusione della proporzionalità della sanzione, al comportamento tenuto dal lavoratore nel periodo successivo alla commissione dei fatti oggetto di contestazione.
2. Con il secondo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 106 c.c. e dell’art. 7 della L. n. 300 del 1970, deduce che di nessun rilievo è la circostanza che il lavoratore non abbia commesso altre mancanze né assume all’una rilevanza il comportamento tenuto dal lavoratore successivamente ai fatti che diedero luogo alla contestazione. I comportamenti disciplinari in tanto possono assumere rilievo in quanto commessi prima della condotta oggetto della contestazione disciplinare.
3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti (art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ.), rilevando che con il ricorso in appello era stata dedotta anche la lesione dell’immagine aziendale, essendo stata la società oggetto di critiche da parte di alcune organizzazioni sindacali, circostanza questa non tenuta in considerazione dalla sentenza impugnata.
4. Con il quarto motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 3 della L. n.604 del 1966, deduce che il fatto contestato al lavoratore integra quanto meno l’ipotesi del giustificato motivo soggettivo del licenziamento, ove la condotta a lui ascritta non sia sussumibile sotto la fattispecie della giusta causa.
Ed infatti, come risulta dalla sentenza impugnata, le parti in data 7 novembre 2008 sottoscrissero un verbale in sede sindacale, con il quale veniva transatta e conciliata “ogni pretesa derivante dai precedenti rapporti a termine a fronte dell’assunzione a tempo indeterminato quale esattore, con orario di tempo parziale, assunzione che aveva effettivamente luogo in data 8.11.07”. Tale assunzione dunque avvenne non già perché la società fu indotta in errore dal dipendente, ma in forza della rinuncia del medesimo ad ogni pretesa derivante dai pregressi rapporti di lavoro, con esclusione quindi di ogni collegamento fra i due eventi.

References: sentenza 
 Cass. 
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