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Timestamp: 2019-07-16 21:22:37+00:00

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francesco carraro | Responsabile Civile
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Una sentenza della Cassazione penale del 19.10.2018, la n. 47750, si è pronunciata sul dibattuto tema della nozione di ‘incidente stradale’ in ambito penale con precipuo riferimento all’art. 186 comma 2 bis del Codice della Strada
Cogliamo l’occasione per rammentare che l’azione penale è contemplata dall’art. 186 comma secondo lett. b) e c). La lettera a), invece, contempla esclusivamente sanzioni amministrative per il responsabile. Il comma 2 bis dell’art.186 C.d.s., infine, prevede l’aggravante ad effetto speciale ricorrente allorquando si verifica un incidente stradale. Se un conducente, di cui si sia accertata strumentalmente l’ebbrezza, provoca un sinistro, le sanzioni di cui al comma 2 (compresa la sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida) sono raddoppiate ed è disposto il fermo amministrativo del veicolo per 180 giorni, salvo che il veicolo appartenga a persona estranea all’illecito. Inoltre, per il caso in cui venga accertato un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l la patente di guida è sempre revocata.
Come appena evidenziato, il legislatore ha previsto una aggravante nell’ipotesi in cui il reo abbia provocato un incidente stradale. Il quesito che ci si è ripetutamente posti, nelle aule di giustizia e anche a livello di dottrina, concerne la corretta lettura del concetto veicolato dalla prefata norma. Altrimenti detto: provocare un incidente stradale significa essere fattivamente implicati nella genesi eziologica dello stesso ovvero anche solo esserne, anche involontariamente, coinvolti?
In giurisprudenza, sul punto si è creata una divergenza di orientamenti. Per un primo filone ‘provocare un incidente’ significa che è stato accertato il coefficiente causale della condotta rispetto al sinistro, non essendo sufficiente il mero coinvolgimento del soggetto (Sez. 4, n. 33760 del 17.5.17, Sez. 4, n. 37743 del 28.5.13). Secondo altre pronunce, invece, non è necessario l’accertamento del nesso eziologico tra l’incidente e la condotta del supposto responsabile, ma il semplice collegamento materiale tra il sinistro e lo stato di alterazione del guidatore, al quale sia imputabile – proprio per effetto dell’ebbrezza riscontrata – una diminuita capacità di compiere manovre diversive (Cassazione, Sez. 4, n. 54991 del 24.10.17).
La pensione di reversibilità va detratta dall’importo del risarcimento?
Risarcimento e pensione di reversibilità: dopo 10 anni dalle celeberrime sentenze di San Martino, dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ecco un nuovo “parto” quadri-gemellare.
In questo parto quadrigemellare il “prodotto” che ci interessa riguarda la detraibilità della pensione di reversibilità dal risarcimento.
Comunque, ci riferiamo alle quattro sentenze rese in data 22.05.2018 e recanti i numeri 12.564, 12.565, 12.566, e 12.567 che hanno affrontato il tema della cosiddetta compensatio lucri cum damno. Ovverossia, di tutti quei casi in cui, da un determinato evento, discendono – a beneficio e a danno del medesimo destinatario – effetti, nel contempo, benefici e pregiudizievoli.
INPS, CAMBIANO I CRITERI PER LA CONCESSIONE DI INVALIDITÀ CIVILE, CECITÀ E SORDITÀ
Un tè caldo prima della doccia fredda
Novità positive in arrivo per chi nel mondo dell’RCauto appartiene alla parte “debole”: nel nuovo ddl Concorrenza si prevede, tra l’altro, lo stralcio dell’obbligo di accertamento strumentale dei colpi di frusta
Come diceva quel tale: ‘non succede, non succede, ma se succede…’. Per quanto si stenti a crederlo, potrebbero profilarsi delle novità positive per tutti coloro che, nel mondo dell’RCauto, appartengono alla parte debole e non a quella forte. Insomma, alla categoria dei danneggiati, delle vittime di incidenti, dei patrocinatori stragiudiziali e degli avvocati e non a quella delle potentissime lobbies del ramo assicurativo. Vale a dire le corporations che fanno, da decenni, la parte del leone incrementando i propri portafogli sulla pelle di chi li ha già svuotati per pagare i famosi ‘premi’.
Pare, infatti, che nel disegno di legge concorrenza, giacente al Senato in seconda lettura, siano in predicato di passare alcune meritorie e benefiche proposte sotto forma di emendamenti del Movimento 5 stelle, di Forza Italia e di Sinistra e libertà. Ci riferiamo soprattutto allo stralcio dell’obbligo di accertamento strumentale dei colpi di frusta.
Questa assurda imposizione, introdotta nel 2012, ha consentito alle compagnie di ridurre ai minimi termini gli esborsi a titolo risarcitorio, impedendo ai medici legali di riconoscere (in assenza di una radiografia o di un esame equivalente) la sussistenza delle invalidità micro-permanenti causate dai cosiddetti colpi di frusta. Con un tratto di penna, e con l’utilizzo di locuzioni sgrammaticate e di opinabile interpretazione, il legislatore ha cancellato un secolo di letteratura e di dottrina imponendo alla classe dei consulenti specializzati in medicina-legale di svolgere il proprio lavoro come scienza e coscienza comandano. Il tutto in nome di una malintesa e ipocrita moralizzazione del settore RCauto, una crociata animata, in realtà, dalle peggiori intenzioni: puramente lucrative e di crudo business. Ora si pretenderebbe che le stesse intenzioni ispirassero non solo le attività meramente commerciali, ma anche quelle ancora dotate di un dignitoso standard intellettuale ed etico (in primis, il lavoro di chi difende e rappresenta le vittime di eventi avversi o luttuosi).
La norma che i menzionati emendamenti puntano ad abolire, secondo l’Ania, l’associazione delle compagnie assicuratrici, avrebbe permesso “una diminuzione dei danni fisici lievi da 580.000 del 2011 a 370.00 del 2014, con 210.000 feriti in meno e risparmi per 1 miliardo l’anno”. Con una capriola linguistica da applausi, le assicurazioni con-fondono il piano del linguaggio con quello della realtà. E giungono al punto di vantarsi per un ‘fatto’ che ha del miracoloso: la sparizione, con un tocco legislativo, di centinaia di migliaia di lesioni e, quindi, di un esercito di doloranti feriti. In verità, com’è intuitivo anche per l’uomo della strada, le vittime delle microlesioni non si sono affatto smaterializzate nel nulla, ma sono state semplicemente deprivate di un diritto costituzionalmente garantito: quello, sacrosanto, alla tutela della propria salute.
Formulato l’auspicio che la citata proposta di modifica possa varcare indenne le forche caudine di Palazzo Madama, evidenziamo anche un altro interessante emendamento: il divieto (per le imprese del ramo) di offrire ai clienti il servizio delle carrozzerie convenzionate che ha costretto, nel corso del tempo, carrozzieri molti bravi ed esperti a una umiliante corsa al ribasso per inseguire le tariffe irrealistiche e fuori mercato dettate dalle Compagnie.
Infine, c’è un ultimo grido di dolore dell’Ania che ci fa molto piacere: quello levato al cielo di fronte all’ipotizzato aumento dei valori risarcitori attualmente previsti dalle cosiddette tabelle milanesi per le lesioni di rilevante entità. “Se il valore si alza”, si lamentano le Compagnie, “anche l’assicurazione costa di più”. Questo slogan è tanto insistente e pervasivo quanto si sono rivelati sistematici e inesorabili gli incrementi dei premi da parte dei colossi dell’RCauto, a dispetto di tutte le norme ad aziendam di cui gli stessi hanno beneficiato, un anno dopo l’altro. Inevitabile, quando si applica a un settore delicato e di impatto sulla vita degli esseri umani (come quello in questione) l’estetica dell’utile di cassa anziché l’etica dell’utilità per la persona.
La giurisprudenza maggioritaria infatti, si era orientata nel senso di ritenere risarcibile solo il c.d. danno biologico terminale allorquando, tra l’evento dannoso e il decesso, fosse intercorso un apprezzabile lasso di tempo (cfr. Cass. civ. n. 26505/09, Cass. civ. n. 6946/07; Cass. civ. 7632/03; Cass. civ. n. 2775/03) ovvero il danno da lucida agonia quando la vittima fosse rimasta in vita anche per pochissime ore, purché in stato di consapevolezza dell’imminente esito infausto. La giustificazione di tale opzione prendeva le mosse dalla distinzione tra diritto alla salute e diritto alla vita.
Se il danno si sostanzia nelle conseguenze pregiudizievoli di un fatto illecito, dovrebbe essere negata la risarcibilità iure successionis della lesione del diritto alla vita di un congiunto, poiché la morte impedisce che la lesione si traduca in una perdita a carico della persona offesa. Infatti, con il venir meno dell’esistenza in vita della vittima del sinistro si estingue la personalità giuridica di quest’ultima e, quindi, anche la sua attitudine a divenire titolare di un qualsivoglia diritto, ivi compreso quello risarcitorio, trasmissibile agli eredi.
In verità, anche prima della pronuncia della Cassazione del gennaio 2014 vi erano stati alcuni interessanti interventi, sia a livello giurisprudenziale che a livello dottrinario, che avevano per così dire, dissodato il terreno sul quale poi sono germogliati i semi della tesi favorevole alla trasmissibilità iure hereditario del diritto alla vita irrimediabilmente compromesso dall’esito letale dell’evento lesivo.
Ci riferiamo, per esempio, alle riflessioni contenute nella sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 15760/06 che parla di “danno da morte come perdita della integrità e delle speranze di vita biologica, in relazione alla lesione del diritto inviolabile della vita, tutelato dall’art. 2 Cost. (vedi espressamente Corte Costituzionale sentenza del 6 maggio 1985 n. 132) ed ora anche dagli artt. 11-62 Costituzione Europea, nel senso di diritto ad esistere, come chiaramente desumibile dalla lettera e dallo spirito della norma europea. La dottrina italiana ed europea, che riconoscono la tutela civile del diritto fondamentale della vita, premono per il riconoscimento della lesione come momento costitutivo di un diritto di credito che entra istantaneamente come corrispettivo del danno ingiusto al momento della lesione mortale, senza che rilevi la distinzione tra evento di morte mediata o immediata.
La certezza della morte, secondo le leggi nazionali ed europee è a prova scientifica ed attiene alla distruzione delle cellule cerebrali e viene verificata attraverso tecniche raffinate che verificano la cessazione della attività elettrica di tali cellule. La morte cerebrale non è mai immediata, con due eccezioni: la decapitazione o lo spappolamento del cervello. In questo quadro anche il danno da morte, come danno ingiusto da illecito, è trasferibile mortis causa, facendo parte del credito del defunto verso il danneggiante ed i suoi solidali” e, ancora: “questa suggestiva problematica (…) tiene conto della Costituzione europea e del principio di prevalenza della fonte costituzionale europea (art. 1-6) che integra e completa la fonte italiana sul diritto alla vita (art. 2 Cost. e art. 3 Cost. comma 2, tra di loro correlati, essendo la vita la condizione esistenziale della espansione della persona umana)”.
Va anche ricordato che, in data 01 dicembre 2009, con la L. 130/08 l’Italia ratificava il Trattato di Lisbona rendendo immediatamente applicabile nel nostro ordinamento, con rango costituzionale, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, in cui viene espressamente previsto il diritto alla vita (cfr. art. 2.1 CEDU “Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge”). Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, cui sempre il Trattato di Lisbona ha conferito lo stesso valore giuridico dei Trattati dell’Unione Europea, attribuendo a tale documento una forza giuridica preminente sulle norme italiane con esso confliggenti (e conseguente disapplicazione delle norme nazionali in contrasto), prevede espressamente che “ogni individuo ha diritto alla vita” (articolo 2.1).
Pure autorevole dottrina aveva avuto modo di criticare, in più occasioni, le tesi della giurisprudenza dominante: “Al fine di riconoscere il diritto al risarcimento del danno biologico iure hereditatis, appare anacronistico discettare su quanti giorni, minuti e ore si sia protratta la durata della vita della vittima e poi sull’entità del risarcimento parametrato alla residua durata della vita, liquidando il relativo danno rapportandolo ad un’invalidità totale, limitato al solo periodo di sopravvivenza, salvo qualche, purtroppo rara, significativa eccezione nella giurisprudenza di legittimità, distinguendo tra diritto alla vita che si estrinseca nella possibilità di esistenza futura e diritto all’integrità psico-fisica che presuppone l’esistenza in vita del soggetto leso, unico beneficiario e titolare del proprio benessere psicofisico” (Domenico Chindemi, I danni alla persona, Maggioli Editore, 2008).
Tra le pronunce della giurisprudenza di merito, talune, isolate, avevano riconosciuto la risarcibilità del danno tanatologico (cfr. Tribunale di Venezia, sent. del 15.03.04, Tribunale di Venezia, sent. del 15.06.2009; in senso conforme: Tribunale di Venezia, sent. del 20.04.2009; Tribunale di Terni, sent. del 04.03.2008; Tribunale di Brindisi, sent. del 05.08.2002; Tribunale di Messina, sent. del 15.07.2002; Tribunale di Foggia, sent. del 28.06.2002). In tali sentenze i giudici manifestavano di non condividere la tesi che distingueva tra lesione del bene salute e lesione del bene vita e la distinzione tra morte immediata e morte sopravvenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo.
Ebbene, con la sentenza delle Sezioni Unite viene fatta (in)giustizia di tutte queste meritorie pronunce con le quali la giurisprudenza aveva dimostrato il coraggio di individuare una “copertura giuridica” rispetto alla tutela del diritto in assoluto più importante che, altrimenti, rischiava di rimanere paradossalmente misconosciuto e privo di garanzie nel nostro sistema risarcitorio.
In particolare, Le Sezioni Unite, trovano fondamento argomentativo alla loro decisione censoria nei confronti della tutela del diritto alla vita in una ‘secolare’ pronuncia delle medesime Sezioni Unite dell’anteguerra, risalente addirittura al 22 dicembre 1925, n. 3475 laddove si legge: “Se è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita.
Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare che presuppone, appunto e necessariamente, l’esistenza di un subbietto di diritto”. La recentissima sentenza qui commentata ritiene, quindi, di dare continuità all’orientamento tradizionale così statuendo: “anche l’ampia motivazione della sentenza n. 1361 del 2014, che ha effettuato un consapevole revirement, dando luogo al contrasto in relazione al quale è stato chiesto l’intervento di queste Sezioni Unite, non contiene argomentazioni decisive per superare l’orientamento tradizionale.
Il cuore del ragionamento delle Sezioni Unite può essere riassunto nella nota massima del filosofo Epicuro il quale, onde sminuire il minaccioso destino comune a tutti i mortali, affermava che l’uomo non deve temere la morte perché, se c’è lui non c’è la morte e, se c’è la morte, non c’è lui. In definitiva, le conclusioni cui pervengono gli Ermellini, con la sentenza in commento, non sembrano convincenti nè, soprattutto, eque.
Essa, infatti, comporta il rischio concreto di negare agli eredi di un congiunto vittima di un evento letale quel risarcimento assicurato in presenza di altro evento meno grave perché produttivo di lesioni, cui segua a distanza di tempo il decesso della vittima, con il paradossale risultato che “uccidere è più conveniente che ferire”, in aperto contrasto con il fine deterrente, oltre che compensativo, del sistema risarcitorio quale configurato dal nostro ordinamento.
Ci sembra, quindi, opportuno riproporre, nonostante possa apparire paradossale dal punto di vista cronologico (in un’epoca storica in cui il nuovo prevale sempre sul vecchio), il cuore delle argomentazioni della pronuncia che, per qualche mese appena, aveva illuso gli operatori del diritto. Ci riferiamo, ovviamente, alla già richiamata sentenza del 23 gennaio 2014 n. 1361, dove si leggeva: “è necessario allora mettere in discussione i nostri schemi tradizionali modificandone la struttura o forgiandone di nuovi perché le categorie non sono trovate dall’operatore giuridico, ma sono da lui (consapevolmente o inconsapevolmente) costruite in vista del caso pratico che si tratta di risolvere”.
La Corte mostrava di condividere l’assunto per cui, in un ordinamento in cui il diritto alla salute è definito dalla giurisprudenza come “situazione resistente a tutta oltranza” (Cass. S.U. del 06.10.79 n. 5172/79), sia impensabile che invece il diritto alla vita possa degradare ad una tutela meno penetrante e diretta, finendo in qualche modo per dipendere dalla garanzia del primo.
Anche l’argomento dell’assenza della capacità giuridica in capo alla vittima era ritenuto carente laddove non considera che, al momento della lesione mortale, la medesima vittima è ancora in vita, ed è proprio in tale momento che acquista il diritto al risarcimento (principio corrispondente al brocardo ‘momentum mortis vitae tribuitur’). Del resto, anche la tesi dell’incedibilità e dell’intrasmissibilità del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale in quanto strettamente personale è stata superata sia dalla nostra giurisprudenza (Cass. Civ. 22601/13) che nei sistemi di Common Law e di diritto continentale.

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