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Timestamp: 2017-07-20 22:38:56+00:00

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blog e riviste letterarie digitali	Chi gestisce un blog è responsabile dei commenti dei suoi lettori?
Sergio Calderale 21 maggio 2013 Pubblicare o non pubblicare sui propri blog, forum, giornali online i commenti? Se sì, attuando quale tipo di filtro? Alcune proposte di legge e una serie di sentenze stanno minando le certezze di chi fa informazione in rete e, più in generale, la sua natura di luogo partecipato. Vediamo cosa succede, facendo anche una panoramica sulle reazioni alla sentenza di condanna che un giudice ha pronunciato nei confronti dell’amministratrice di un forum sull’editoria per i commenti postati da terzi.
L’ARIA NORMATIVA CHE TIRA
Le leggi ci sono, ma come sempre vanno interpretate. E il web pare sia un ambito ancora nuovo per il legislatore, il quale si trova spesso a dover adattare a contesti attuali articoli di legge scritti in un mondo diverso. Nelle ultime ore si è parlato con allarme di un ritorno della norma che era stata chiamata “ammazza-blog“, inclusa nel decreto legge del 2011 sulle intercettazioni firmato da Alfano. La denuncia di quanto sarebbe accaduto il 30 aprile scorso si trova su Sitononraggiungibile.org:
«Le federazioni Confindustria Cultura e Confindustria digitale incontrano, a porte chiuse, con l’assenza di altre associazioni quali quelle dei provider e dei consumatori, il Prof. Angelo Cardani. Il presidente dimostra apprezzamento per l’approvazione della bozza del regolamento sul copyright da parte delle due federazioni di Confindustria. Il regolamento, senza alcun ricorso alla magistratura ordinaria, prevede che su segnalazione del titolare del diritto d’autore, anche presunto, l’AGCOM possa disporre il sequestro/oscuramento di un sito, ed il proprietario debba dimostrare la liceità dei contenuti, ovvero di essere titolare dei medesimi, ribaltando di fatto l’onere della prova (da innocente fino a prova del contrario, a colpevole sino a prova del contrario)».
La reazione arriva immediata con una petizione contro quanto sta accadendo: si tratta di un appello rivolto ad Angelo Cardani (presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, AGCOM), Pietro Grasso (presidente del Senato) e Laura Boldrini (presidente della Camera). Tra i suoi promotori vi sono numerose associazioni che chiedono tra l’altro di «rispettare il ruolo del Parlamento e di non procedere in assenza della determinazione del solo organo deputato ad assumere decisioni in una materia così delicata, il cui impatto sulla libera circolazione delle informazioni e dei contenuti è di tutta evidenza.».
LA SENTENZA A SFAVORE DI LINDA RANDO
La sensazione di dover difendere qualcosa di prezioso si è scatenata in molti dopo che lo scorso 8 aprile il Tribunale di Varese ha depositato le motivazioni della sentenza emessa il 22 febbraio 2013 nei confronti di Linda Rando, amministratrice del sito Writer’s Dream. L’imputazione a suo carico, della quale è stata ritenuta responsabile e condannata a una sanzione pecuniaria, è quella di diffondere «attraverso la rete internet … notizie e scritti …» considerati «una campagna denigratoria nei confronti delle case editrici a pagamento»; e in particolare ledendo «la reputazione» della rappresentante della casa editrice che si è rivolta al giudice…
Poiché questa decisione investe in vari modi il nostro lavoro quotidiano (editoria, informazione online, commenti agli articoli), ci sembra doveroso guardare da vicino quel che è accaduto. La sentenza, che trovate integralmente qui (scansione dell’originale e trascrizione) è interessante anche per un occhio non forense. A sollevare contro Linda Rando le accuse di cui il giudice l’ha ritenuta colpevole (almeno in parte) è stata una casa editrice che si è sentita diffamata. Più precisamente, alcuni commenti avrebbero travalicato il diritto di critica. Delle varie tipologie citate nell’accusa, a ledere «obiettivamente» onore e decoro sono state per il giudice alcune espressioni ingiuriose, mentre non costituisce reato affermare che «la casa editrice … doveva essere considerata “a pagamento”» né gli appellativi di «stampatore, editore che non offre distribuzione e produzione e produttore di libri di pessima qualità». Il giudice ha sancito che «la reale politica editoriale di […] non è oggetto di valutazione in questo processo». E lo ha fatto dopo avere inquadrato in questo modo il contesto:
«… a fronte di pochi autori di testi che incontrano un editore realmente interessato – per motivi culturali o economici – alla pubblicazione e che dunque divengono scrittori editi, molti autori di testi devono rinunciare alle proprie ambizioni oppure accettare compromessi proposti da editori che richiedono, in forma diretta o indiretta, contributi alle spese di edizione; a loro volta questi editori offrono talora una reale attività di editing e una adeguata distribuzione, in altri casi difettano dell’una e dell’altra, mandando gli autori incontro a sicura delusione».
L’ultima frase del giudice sembra ammettere il caso che talvolta gli editori possano difettare della necessaria chiarezza nel comunicare le proprie politiche editoriali e commerciali agli aspiranti autori. Per chi cercasse indicazioni, oltre alla nostra mappatura degli “Editori Trasparenti” – questionario che chiede alle case editrici trasparenza sulle politiche di pubblicazione e non solo – un’ampia discussione in merito, testimonianze e ausilio legale per chi si senta raggirato si può trovare su Scrittori in causa.
PERCHÉ LA SENTENZA FA DISCUTERE
Chi volesse recuperare le precedenti puntate che hanno portato nello specifico alla causa legale intentata contro Linda Rando può tornare indietro nel tempo, all’agosto 2010, quando Linda e la sua accusatrice si erano confrontate in un faccia a faccia nel forum della casa editrice. In aggiunta può spulciare nel dossier realizzato da Writer’s Dream per riassumere la questione. Sono riportate alcune delle espressioni “travalicanti il diritto di critica” comparse poi nella sentenza del giudice. Soprattutto però la rappresentante della casa editrice sosteneva che la Rando andava ritenuta responsabile per quanto scrivono gli utenti del suo forum: «Infine, non ti sei accorta che le cose, almeno per quel che ci riguarda, sono degenerate sul vostro forum? Tu sei l’amministratrice di un forum con obbligo di registrazione e come tale, al contrario di quanto sostieni, hai l’obbligo di moderare gli interventi e placare gli animi». La replica della Rando era di parere opposto: «Per gli utenti: no, non sono responsabile di quanto dicono i miei utenti. Lo confermano un paio d’avvocati, la Polizia Postale e una sentenza» (il riferimento è alla sentenza del 2008 citata più avanti in questo articolo, in cui una casa editrice ha denunciato il blog Riaprire il fuoco per averla definita “editore a pagamento”).
In questo primo grado di giudizio questa sicurezza pare tramontata dato che nella sentenza si legge che «la disponibilità dell’amministrazione del sito Internet rende l’imputata responsabile di tutti i contenuti di esso accessibili dalla Rete, sia quelli inseriti da lei stessa, sia quelli inseriti da utenti; è indifferente sotto questo profilo sia l’esistenza di una forma di filtro … sia l’inesistenza di filtri …». Nel primo caso si deve ritenere, a parere del giudice, che l’amministratore del sito abbia specificamente visionato e approvato anche i commenti ritenuti lesivi; nel secondo caso tale approvazione sarebbe comunque da addebitare all’amministratore proprio per la mancanza di un sistema di controllo caso per caso.
Sul web i pareri provenienti da legali esperti della materia sono stati molto scettici sulla bontà di questa decisione.
L’avvocato Guido Scorza la definisce «un’aberrazione giuridica» con queste argomentazioni:
«La semplice disponibilità tecnica dei contenuti e, dunque, la semplice possibilità di intervenire a rimuoverli, evidentemente, non basta perché, se fosse così – ma la circostanza deve essere sfuggita al magistrato – i gestori delle più grandi piattaforme di social network dovrebbero considerarsi responsabili delle tonnellate di informazioni pubblicate ogni minuto dai propri milioni di utenti. Non esiste, in realtà, nessuna legge che stabilisca una simile responsabilità per il gestore di un forum o di un blog mentre, al contrario, la disciplina europea sulla responsabilità degli intermediari chiarisce che il fornitore di hosting – posizione analoga a quella nella quale si ritrova il gestore di un forum di discussione – non ha alcun obbligo di sorveglianza in relazione ai contenuti pubblicati dagli utenti».
Un altro avvocato, Carlo Blengino, nel suo blog ospitato sulla testata online Il Post, dice:
«Erano scritti oggettivamente diffamatori, che travalicavano il diritto di critica e si ponevano senza dubbio al di fuori dei limiti costituzionalmente garantiti dalla libertà di espressione … Il problema è che quelle frasi offensive e lesive dell’altrui reputazione non erano state scritte dall’amministratrice del sito condannata, ma da un utente, da un improvvido frequentatore di quei luoghi virtuali, che però non è mai stato identificato. Per la verità, da un utente che non è neppure mai stato cercato … e si mette a processo l’amministratore del sito attingendo, un po’ a caso, dalle leggi dettate per la stampa e per la televisione. Peccato che a un blog o a un forum, e in generale ai servizi online della società dell’informazione non siano applicabili quelle normative».
Un altro parere legale, quello postato su Paese Sera dall’avvocato Antonino Polimeni, esperto in diritto di internet, è molto articolato:
«I blogger, i gestori dei forum, gli amministratori dei gruppi dei social network, non rischiano assolutamente nulla per i contenuti e per i commenti inseriti da terzi. Il decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70 in attuazione della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione dedica alcuni articoli alla responsabilità dei provider (intesi in senso lato e nella più ampia accezione immaginabile, incluso chi mette a disposizione uno spazio per commenti o contenuti come il blogger o il creatore di un gruppo).
La normativa stabilisce in modo chiaro ed inequivocabile che nessuno può essere responsabile per i contenuti di terzi inseriti nello spazio messo a loro disposizione, a meno che non vi sia moderazione preventiva (e quindi il blogger o l’amministratore sia a conoscenza dei contenuti illeciti). Il decreto stabilisce inoltre che non vi è l’obbligo di moderazione ma, ammonisce, nel caso in cui il blogger venga a conoscenza del fatto illecito egli deve sospendere il contenuto oppure segnalare i fatti all’autorità giudiziaria».
Anche l’avvocato Daniele Minotti, che si occpua di diritto penale dell’informatica e diritto delle nuove tecnologie, ha espresso in un articolo su Lsdi tutte le sue perplessità:
«… la cosa ancora più inaccettabile è che, seguendo il dictum di questa sentenza, nessun potrebbe più aprire un luogo di discussione (blog, forum, financo mailing list) senza andare indenne da sanzioni in caso di illecito altrui. Cosa che, allora e senza alcuna iperbole, varrebbe anche per i popolari social network. Purtroppo, al di là del ventaglio di interpretazioni possibili, ciò che sostiene certe pronunce è spesso l’ignoranza del mezzo tecnologico, delle sue caratteristiche, delle sue funzionalità, che fa si che si giunga a soluzioni tragicamente lontane dal sentire della gente, con una parola “paradossali”».
La materia si presterà ora ai successivi gradi di giudizio. Linda Rando ha infatti già annunciato che vi ricorrerà. Il suo parere sulla decisione del giudice e sul merito di quanto accaduto lo si può trovare in un paio di interviste uscite su Varese News (qui) e su Valigia Blu (qui).
BLOG E TESTATE ONLINE: VALGONO LE STESSE LEGGI?
Allo stato attuale della legge e della giurisprudenza, testate giornalistiche online e blog non sono la stessa cosa. L’attività della stampa è regolata dalla Legge n. 47 del 1948, estesa dalla Legge n. 62 del 2001 alle testate giornalistiche online; alle quali tuttavia blog e forum non possono essere equiparati come è stato sancito dalla giurisprudenza, in particolare dalla sentenza 10535 del 2008 (l’avvocato-blogger Bruno Saetta, esperto di diritto applicato a internet e nuove tecnologie, dipana bene tali questioni qui e qui).
Ai direttori responsabili di una testata, come ricorda Carlo Blengino nell’articolo sopra citato, può essere imputabile una eventuale «responsabilità per omesso controllo» (art. 57 del Codice Penale). E allora, secondo Blengino, nel caso contro Linda Rando il giudice «tenta di superare l’ostacolo addentrandosi in una singolare interpretazione del web per provare a dimostrare che i nuovi media digitali ben possono esser parificati, tutti, al concetto di “stampa”». E sebbene «escluda che sia applicabile al caso la responsabilità per omesso controllo del direttore responsabile delle testate giornalistiche, giunge con una alchimia giuridica a un inaccettabile principio», e cioè che «la giovane amministratrice del sito è responsabile per il solo fatto di esser l’amministratrice: come un direttore responsabile, anzi peggio, perché non viola un dovere di controllo, ma assume su di sé, senza scampo, tutto ciò che appare sul suo sito.» L’interpretazione del giudice, ancora secondo Blengino, è figlia del clima che si respira dopo le minacce giunte dal web verso la neo Presidente della Camera. Peccato però che, nel tentativo di favorire una «cultura della responsabilità», il magistrato arrivi al risultato opposto in quanto «una errata allocazione delle responsabilità sulla rete aumenta il senso di anarchia, genera confusione e incertezze per i fornitori di servizi».
Per approfondire ulteriormente cosa vada considerato testata telematica si può leggere l’articolo di Deborah Bianchi su Lsdi: Definizione giuridica di Testata telematica: qualche spunto.
Cercando nel vecchio scambio di commenti tra la Rando e la rappresentante della casa edirice si fa una scoperta singolare, dove quest’ultima scriveva: «Voglio anche far presente che fino al 16 marzo 2010 non avevo tempo di curarmi di voi (…) e, pur sapendo di essere precipitata dal “Paradiso” “all’Inferno” [cioè di essere stata inserita nella lista degli editori a pagamento, ndr], non vi ritenevo così dannosi (e sprovveduti). Ma se fino ad allora solo metà dell’Italia aveva letto il vostro forum, il 16/3 un altro 30% di italiani ha letto l’articolo apparso su Il Giornale che, come sai, faceva esplicito riferimento a Linda Rando, alla lista EAP e al WD, e citava nell’elenco degli editori-truffa anche […]!». Il riferimento è all’articolo “Editoria a pagamento: la black list degli sfrutta esordienti“. Sembra insomma, ironia della sorte, che sia stata proprio una testata giornalistica, parlando delle liste di Writer’s Dream, a dare al sito web una visibilità tale da farlo considerare pericoloso per la reputazione della casa editrice che si riteneva diffamata.
ALTRE SENTENZE IN CASI SIMILI
In ultimo proponiamo una breve rassegna di casi giudiziari che sono scaturiti da commenti postati sul web negli ultimi anni. Guardando all’esito pronunciato dai vari giudici, si nota una certa difformità interpretativa.
Nel 2008 una casa editrice non si è vista dare ragione dal giudice nella causa che aveva intentato contro il blog Riaprire il fuoco, accusato di diffazione nei suoi confronti nel definirla “editore a pagamento” e associando a questo varie altre argomentazioni sotto forma di espressioni considerate lesive. La richiesta della casa editrice era che tali contenuti venissero rimossi. L’amministratore del blog aveva riconosciuto di essere obbligato a un «controllo a posteriori da esercitarsi mediante la cancellazione dal sito di quei commenti offensivi e diffamatori per un terzo che ne avesse fatto segnalazione», viceversa si era dichiarato «privo di un potere di controllo preventivo dei messaggi immessi in rete dagli utenti». La sentenza del Tribunale di Bologna gli ha dato ragione respingendo la richiesta della casa editrice.
Anche la direttrice de L’Espresso online ha visto nel 2011 una sentenza a lei favorevole, da parte della Cassazione, dopo essere stata chiamata in causa per alcuni commenti postati dagli utenti del sito. A questa decisione si è però arrivati solo nell’ultimo grado di giudizio, dopo che processo di primo grado e appello avevano emesso una sentenza di condanna.
Altra sentenza recente è quella emessa dal Tribunale di Roma contro il gestore del blog Cartellopoli che denunciava la cartellonistica abusiva installata per le strade della capitale. Stavolta la condanna è per istigazione a delinquere, e a determinarla hanno contribuito alcuni commenti postati da altri utenti dei quali è stato ritenuto responsabile. Spiega bene la questione l’avvocato Fulvio Sarzana nel suo blog sul Fatto Quotidiano: Web e commenti: il primo blogger condannato per istigazione a delinquere. In aggiunta, si trova un’ampia rassegna stampa qui.
Sfavorevole a un altro forum, come nel caso della Rando, anche una sentenza del Tribunale di Firenze che ha visto condannare l’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori, per quanto scritto da un utente proprio in un forum ospitato sul sito dell’ADUC.
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