Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-2818-codice-civile-provvedimenti-da-cui-deriva
Timestamp: 2018-12-13 23:35:01+00:00

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Art. 2818 codice civile: Provvedimenti da cui deriva | La Legge per tutti
Ogni sentenza che porta condanna al pagamento di una somma o all’adempimento di altra obbligazione ovvero al risarcimento dei danni da liquidarsi successivamente è titolo per iscrivere ipoteca sui beni del debitore (1).
Risarcimento del danno: [v. Libro IV, Titolo IX]; Ipoteca (giudiziale): [v. 2808].
Nel processo civile, in particolare, la sentenza può essere di mero accertamento, di condanna o costitutiva, a seconda che si limiti ad accertare l’esistenza di una data situazione giuridica, che condanni una parte ad un determinato comportamento, o che dia luogo ad una modificazione della situazione giuridica preesistente.
Provvedimento giudiziale: atto, emanato dal giudice, nel corso o alla fine di un giudizio instaurato dalle parti.
(1) Un provvedimento giudiziale che non sia sentenza non costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca se non è previsto direttamente dalla legge.
L’ipoteca giudiziale è riconosciuta in base alla particolare tutela prevista per il provvedimento giurisdizionale.
Le obbligazioni aventi a oggetto un fare infungibile se non possono dare luogo a esecuzione forzata diretta ("nemo ad factum cogi potest"), non per questo soffrono limitazioni nel processo di cognizione. In una tale eventualità, infatti, non è preclusa - perché "inutiliter data" - la pronuncia di condanna: non solo in quanto potenzialmente idonea a produrre i suoi effetti tipici, stimolando la eventuale esecuzione volontaria da parte del debitore, ma altresì perché produttiva di conseguenze risarcitorie per equivalente, suscettibili di lievitazione progressiva, in caso di persistente inadempimento del debitore, eventualmente assistite da garanzia ipotecaria ex art. 2818 c.c.
L'iniziativa della parte di chiedere al giudice penale di pronunciare sul merito della domanda già proposta al giudice civile, a condizione che tale trasferimento sia ammissibile (art. 75, comma 2, c.p.p.), determina l'effetto che il giudizio aperto dalla domanda per l'emissione di decreto ingiuntivo e proseguito per effetto dell'opposizione formulata dall'ingiunto non possa continuare davanti al giudice civile e si debba, dunque, arrestare con la sua dichiarazione di estinzione, cui deve correlarsi l'ordine di cancellazione dell'ipoteca iscritta sulla base di decreto provvisoriamente esecutivo, divenuto inefficace. A quest'ultimo fine non può trovare applicazione la disciplina prevista dall'art. 653 c.p.c. per il caso di estinzione del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo poiché, nella suddetta ipotesi del trasferimento dell'azione civile nel giudizio penale in virtù dell'opzione manifestata dalla parte creditrice opposta, è proprio quest'ultima a voler sottoporre la propria pretesa ad un accertamento condotto secondo diverse regole processuali e dovendosi del resto rilevare che, sul piano generale, l'art. 653 c.p.c. è applicabile anche al caso della rinuncia agli atti solo quando è l'opponente a rinunciare alla propria opposizione e, quindi, ad una pronuncia di merito che rigetti la domanda proposta nei suoi confronti, mentre non trova applicazione quando è l'attore-opposto che rinuncia alla statuizione sul merito della propria domanda, sottraendo al giudice il potere di esaminarla, come accade proprio quando il creditore-opposto manifesti la sua volontà di trasferire l'azione civile nel processo penale.
Il principio secondo il quale il creditore che abbia ottenuto una pronuncia di condanna nei confronti del debitore ha esaurito il suo diritto di azione e non può, per difetto di interesse, richiedere "ex novo" un decreto ingiuntivo contro il medesimo debitore per lo stesso titolo e lo stesso oggetto trova deroga nei casi in cui la domanda di condanna rivolta al giudice, nella preesistenza di altro ed analogo titolo giudiziale, non mira alla duplicazione del titolo già conseguito, ma è diretta a far valere una situazione giuridica che non ha trovato esaustiva tutela, suscettibile di conseguimento di un risultato ulteriore rispetto alla lesione denunziata. (In applicazione del succitato principio di diritto la S.C. ha dichiarato improponibile, per difetto di interesse ad agire, la domanda di condanna all'adempimento del credito derivante dall'assegno di mantenimento stabilito in sede di separazione consensuale, dato che il relativo decreto di omologazione, a seguito della sentenza della Corte cost. n. 186 del 1988, costituisce un titolo esecutivo, in forza del quale è anche possibile iscrivere ipoteca giudiziale).
Cassazione civile sez. I 10 settembre 2004 n. 18248
Il principio secondo il quale il creditore che abbia ottenuto una pronuncia di condanna nei confronti del debitore ha esaurito il suo diritto di azione e non può, per difetto di interesse, richiedere "ex novo" una pronuncia di condanna contro il medesimo debitore per lo stesso titolo e lo stesso oggetto trova deroga tutte le volte in cui la domanda di condanna rivolta al giudice, pur nella preesistenza di altro ed analogo titolo giudiziale, non risulti diretta alla duplicazione del titolo già conseguito, ma faccia, per converso, valere una situazione giuridica (che non abbia già trovato esaustiva tutela) suscettibile di conseguimento di un risultato ulteriore rispetto alla lesione denunciata. (Nell'affermare il principio di diritto la S.C. ha confermato la sentenza del giudice di merito sulla premessa che il provvedimento di liquidazione degli onorari al c.t.u., benché titolo esecutivo, non fosse idoneo ad ottenere l'iscrizione di ipoteca giudiziale; di qui l'esistenza dell'interesse a promuovere un giudizio contenzioso).
Cassazione civile sez. I 21 luglio 2004 n. 13518

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