Source: http://bancadati.ilgiuslavorista.it/GiusLavorista/Sentenze?idDocMaster=7180568&idDataBanks=3&idUnitaDoc=0&nVigUnitaDoc=1&pagina=1&NavId=751714135&IsCorr=False
Timestamp: 2018-03-21 18:40:45+00:00

Document:
Cassazione penale, 10/10/2017, (ud. 10/10/2017, dep.31/01/2018), n. 4564
Dott. SAVANI   Piero          -  Presidente   -
Dott. GRAZIOSI Chiara         -  Consigliere  -
Dott. ACETO    Aldo           -  Consigliere  -
Dott. DI STASI Antonella      -  Consigliere  -
Dott. MENGONI  Enrico    -  rel. Consigliere  -
generale Dr. Salzano Francesco, che ha concluso chiedendo il rigetto
udito il difensore della parte civile, avv. Antonio Raffo, che ha
concluso chiedendo la conferma della sentenza impugnata, come da
richieste scritte depositate in udienza;
udito il difensore dell'imputato, avv. Ciro Buccoliero, che ha
concluso chiedendo l'accoglimento del ricorso.
3.5.Attualmente, a seguito delle modifiche introdotte, da ultimo, con D.Lgs. 24 settembre 2016, n. 185, la norma così recita: "1. Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali. In alternativa, nel caso di imprese con unità produttive ubicate in diverse province della stessa regione ovvero in più regioni, tale accordo può essere stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. In mancanza di accordo, gli impianti e gli strumenti di cui al primo periodo possono essere installati previa autorizzazione delle sede territoriale dell'Ispettorato nazionale del lavoro o, in alternativa, nel caso di imprese con unità produttive dislocate negli ambiti di competenza di più sedi territoriali, della sede centrale dell'Ispettorato nazionale del lavoro. I provvedimenti di cui al terzo periodo sono definitivi.
3.6.La "tutela del patrimonio aziendale", quale fatto giustificativo della installazione di impianti audiovisivi e di altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori, è stata espressamente codificata dal D.Lgs. n. 151 del 2015, art. 23, comma 1, - cd. Jobs act - che ha interamente riscritto l'art. 4, St. Lav.. In precedenza non si era mai dubitato che si ponessero fuori dell'ambito applicativo della norma i cd. "controlli difensivi", volti ad accertare condotte illecite del lavoratore che non si traducano in meri inadempimenti della prestazione lavorativa (Sez. L. n. 10855 del 27/05/2015, Rv. 635531 - 01; Sez. L. n. 2722 del 23/02/2012, Rv. 621115 - 01; Sez. L. n. 4746 del 03/04/2002, Rv. 553469 - 01; nonchè, oltre la giurisprudenza citata più avanti, Cass. pen., Sez. 2, n. 2890 del 16/01/2015, Boudhraa, Rv. 262288; Cass. pen., Sez. 5, n. 34842 del 12/07/2011, Volpi, Rv. 250947; Cass. pen. Sez. 5, n. 20722 del 18/03/2010, Baseggio, Rv. 247588). Nell'ambito dei "controlli difensivi" rientravano certamente, nei limiti di cui oltre si dirà, anche quelli volti a tutelare il patrimonio aziendale da condotte illecite e infedeli di lavoratori dipendenti: chiaro, al riguardo, il principio tralaticiamente affermato dalle sezioni penali si questa Corte con le sentenze appena citate secondo il quale "sono utilizzabili nel processo penale, ancorchè imputato sia il lavoratore subordinato, i risultati delle videoriprese effettuate con telecamere installate all'interno dei luoghi di lavoro ad opera del datore di lavoro per esercitare un controllo a beneficio del patrimonio aziendale messo a rischio da possibili comportamenti infedeli dei lavoratori, perchè le norme dello Statuto dei lavoratori poste a presidio della loro riservatezza non fanno divieto dei cosiddetti controlli difensivi del patrimonio aziendale e non giustificano pertanto l'esistenza di un divieto probatorio". Anche per tale ragione, questa Corte ha affermato il principio (che deve essere qui ribadito) secondo il quale sussiste continuità di tipo di illecito tra la previgente fattispecie, prevista dalla L. 20 maggio 1970 n. 300, art. 4 e art. 38, comma 1, (cd. Statuto dei lavoratori) e D.Lgs. n. 196 del 2003, artt. 114 e 171, e quella attuale rimodulata dal D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 151, art. 23, (attuativo di una delle deleghe contenute nel cd. Jobs Act), avendo la normativa sopravvenuta mantenuto integra la disciplina sanzionatoria per la quale la violazione dell'art. 4, cit. è penalmente sanzionata ai sensi dell'art. 38, cit. (Sez. 3, n. 51897 del 08/09/2016, Bommino, Rv. 268399).
3.7.L'inserimento della tutela del patrimonio aziendale tra le ragioni che legittimano l'installazione di impianti audiovisivi e di altri strumenti di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori solo previo accordo sindacale ovvero autorizzazione della competente Direzione territoriale del lavoro, amplia le garanzie a favore di questi ultimi rendendo penalmente illecita l'installazione non autorizzata di tali impianti. In precedenza, come detto, i cd. "controlli difensivi" giustificavano, nei limiti di cui oltre si dirà, l'installazione non concordata, nè autorizzata, di impianti e strumenti di controllo a distanza.
3.8.Orbene, come anticipato, secondo la giurisprudenza civile di questa Corte, non era soggetta alla disciplina della L. n. 300 del 1970, art. 4, comma 2, (cd. Statuto dei lavoratori), l'installazione di impianti ed apparecchiature di controllo poste a tutela del patrimonio aziendale dalle quali non derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività lavorativa, nè risulti in alcun modo compromessa la dignità e riservatezza dei lavoratori, atteso che non corrisponde ad alcun criterio logico-sistematico garantire al lavoratore, in presenza di condotte illecite sanzionabili penalmente o con sanzione espulsiva, una tutela maggiore di quella riconosciuta ai terzi estranei all'impresa (Sez. L, n. 22662 del 08/11/2016, Rv. 641604 - 01; Sez. L, n. 19922 del 05/10/2016, Rv. 641350 01, secondo cui l'effettività del divieto di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori richiede che anche per i cd. controlli difensivi trovino applicazione le garanzie della L. n. 300 del 1970, art. 4, comma 2; ne consegue che se, per l'esigenza di evitare attività illecite o per motivi organizzativi o produttivi, il datore di lavoro può installare impianti ed apparecchi di controllo che rilevino anche dati relativi alla attività lavorativa dei dipendenti, tali dati non possono essere utilizzati per provare l'inadempimento contrattuale dei lavoratori medesimi; nello stesso senso Sez. L, n. 16622 del 01/10/2012, Rv. 624112 - 01, nonchè Sez. L. n. 4375 del 23/02/2010, Rv. 613412 - 01, secondo cui in tema di controllo del lavoratore, le garanzie procedurali imposte dalla L. n. 300 del 1970, art. 4, comma 2, - espressamente richiamato anche dal D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 114 e non modificato dalla L. n. 547 del 1993, art. 4, che ha introdotto il reato di cui all'art. 615 ter c.p. - per l'installazione di impianti ed apparecchiature di controllo richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori, trovano applicazione anche ai controlli c.d. difensivi, ovverosia a quei controlli diretti ad accertare comportamenti illeciti dei lavoratori, quando tali comportamenti riguardino l'esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro e non la tutela dei beni estranei al rapporto stesso, dovendo escludersi che l'insopprimibile esigenza di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti possa assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore). Più recentemente, Sez. L, n. 10636 del 02/05/2017, Rv. 644091 - 01, ha precisato che la collocazione, da parte dell'azienda, di strumenti di controllo (nella specie, telecamere) all'interno di locali dove si siano verificati dei furti integra un'ipotesi di controllo difensivo a distanza, estraneo all'ambito di applicazione dell'art. 4 dello statuto dei lavoratori qualora attuato con modalità non invasive e rispettose delle garanzie di libertà e dignità dei dipendenti, con conseguente legittimità del licenziamento per giusta causa intimato al lavoratore di cui si sia, mediante le riprese, accertata la responsabilità dei furti).
3.9.In conclusione, i cd. "controlli difensivi" legittimavano, nel periodo antecedente alle modifiche introdotte con D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 151, l'installazione, non concordata con le organizzazioni sindacali, nè autorizzata dalla Direzione provinciale del Lavoro, di impianti e apparecchiature di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori solo se il controllo non riguardava l'esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro e purchè fosse attuato con modalità non invasive e rispettose delle garanzie di libertà e dignità dei lavoratori dipendenti. Tale principio non contrasta con quanto affermato dalle citate sentenze, Sez. 2, n. 2890 del 16/01/2015, Boudhraa, Rv. 262288, Sez. 5, n. 34842 del 12/07/2011, Volpi, Rv. 250947, Sez. 5, n. 20722 del 18/03/2010, Baseggio, Rv. 247588, in nessuna delle quali si era posto il problema della tutela della riservatezza del lavoratore dipendente, posto che i luoghi oggetto di controllo erano costituiti, in quei casi, da esercizi pubblici e non, come nel caso in esame, dall'ufficio nel quale la lavoratrice disimpegnava in piena solitudine la propria attività lavorativa.
3.11.Tralasciando, per un momento, il fatto che nel caso di specie la dedotta sottrazione di documenti aziendali riguardava la società cooperativa "La Vela", estranea al rapporto di lavoro della D.P. con la RistorPlus (si rimanda alle considerazioni svolte in sede di esame del secondo e del terzo motivo di ricorso), resta il fatto che la tutela della dignità e della riservatezza di quest'ultima costituisce, come già detto, un limite oggettivo invalicabile all'esercizio incondizionato del diritto del datore di lavoro a tutelare il patrimonio aziendale che, se attuato senza le cautele procedimentali imposte dalla L. n. 300 del 1970, art. 4, nella versione vigente prima delle citate modifiche legislative, rende penalmente illecita la condotta. Il Tribunale ha fatto buon governo dei principi sopra esposti, avendo correttamente affermato che "qualsiasi finalità del controllo - di tutela dei beni aziendali, di accertamento e prevenzione dei comportamenti illeciti - non può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore". Ne consegue che, questa essendo la "ratio decidendi" e fermo restando quanto già detto in ordine alla natura della perizia, la richiesta di quest'ultima non era decisiva.
4.5. In ogni caso, a prescindere dall'esistenza o meno di una delega formale da parte della legale rappresentante della "RistorPlus" a favore del M., è certo che questi si identifica nell'autore materiale della condotta posta in essere per esigenze (controllo difensivo) che il ricorrente rivendica come proprie. Ed è qui che si annida la contraddittorietà della tesi difensiva: l'imputato deduce la necessità di un controllo difensivo relativo alla società cooperativa La Vela del tutto estranea al rapporto di lavoro della D.P. con la RistorPlus (la donna, si ricorda, era solo socia della cooperativa), ma nel far ciò installa telecamere nel luogo nel quale quest'ultima espletava le proprie mansioni lavorative a favore della RistorPlus. Sicchè, nella dichiarata finalità di tutelare il patrimonio aziendale della società cooperativa La Vela, vengono installati impianti che controllano direttamente la prestazione lavorativa disimpegnata dalla D.P. a favore di altro datore di lavoro e proprio nell'unico luogo di lavoro a ciò deputato. Il fatto che l'imputato abbia potuto disporre in modo esclusivo del luogo nel quale quest'ultima lavorava dimostra ulteriormente il proprio dominio sull'azione, sufficiente a configurare la responsabilità per il reato a lui attribuito che può essere commesso da chiunque, non necessariamente, nè in via esclusiva dal datore di lavoro, tanto meno previo rilascio di una specifica delega.

References: sentenza 
 art. 23
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 4
 art. 38
 art. 23
 art. 4
 art. 4
 art. 4
 art. 114
 art. 4
 art. 4