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Timestamp: 2019-10-16 00:54:43+00:00

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Giusta causa di licenziamento: l’intercettazione di nascosto delle conversazioni tra colleghi o con il superiore di lavoro consentono il licenziamento in tronco.
La legge consente a chiunque di registrare le conversazioni tra presenti purché fuori dall’abitazione, residenza, dimora, ufficio, automobile o in qualsiasi altro luogo ove si svolge la vita privata della persona “intercettata”. Tale divieto si estende anche al posto di lavoro.
Il dipendente, infatti, non può effettuare registrazioni clandestine di conversazioni fra colleghi o con il superiore o, addirittura, con lo stesso datore di lavoro. Ciò in quanto l’uso di impianti o strumenti di controllo dell’attività dei lavoratori è consentito solo al datore di lavoro per ben individuate esigenze organizzative e produttive o per tutelare la sicurezza del lavoro e la tutela del patrimonio aziendale, in forza di accordo sindacale o di autorizzazione della direzione territoriale del lavoro.
Il chiarimento è stato più volte fornito dalla Cassazione [1].
Pertanto è vietato al lavoratore di utilizzare registratori in ufficio per finalità proprie. Il divieto vale anche se la registrazione serve per precostituirsi prove da far eventualmente valere in causa contro il proprio datore di lavoro o contro i propri colleghi, in quanto tale comportamento implica la lesione del diritto dei lavoratori a non essere sottoposti a controlli a distanza al di fuori delle ipotesi contemplate dalla legge.
La registrazione dei colleghi o del datore di lavoro, all’insaputa di questi, può però legittimamente avvenire fuori dall’azienda, in qualsiasi altro luogo (purché, come detto, non si tratti della loro dimora, residenza o ufficio). Infatti, come chiarito dalla Cassazione [2], “chi dialoga accetta il rischio che la conversazione sia registrata”. Non c’è quindi alcuna violazione della privacy.
[1] Cass. sent. n. 10430/2007; Cass. sent. n. 3837/1997.
[2] Cass. sent. n. 18908/2011.
Cass. 3 maggio 1997 n. 3837
Con ricorso depositato in data 10 ottobre 1992, Luigi Scopece impugnava dinnanzi al Pretore di Foggia la sanzione disciplinare della sospensione di dieci giorni dal lavoro e dalla retribuzione, inflittagli dalla s.p.a. Italgas Sud per avere egli conservato in cassaforte la somma di lire 15.085.710 in data 13 agosto 1992, somma sottratta da ignoti ladri la notte successiva, così contravvenendo, secondo l’assunto della società, a precise disposizioni aziendali circa l’ammontare massimo del contante da mantenere in cassa a fine giornata. Il ricorrente, addetto al settore amministrativo/contabile dell’ufficio di Ascoli Satriano della suddetta società, deduceva a sostegno della sua richiesta l’assenza di qualunque normativa al riguardo e comunque la prassi consolidata di mantenere in cassaforte somme di denaro consistenti per fare fronte ai pagamenti previsti per la giornata successiva.
In pendenza di tale giudizio lo Scopece, con successivo ricorso depositato in data 29 novembre 1993, adiva il medesimo pretore di Foggia perché venisse dichiarata la illegittimità del licenziamento disciplinare intimatogli dalla società con atto del 21 ottobre 1993. A tale riguardo contestava le motivazioni addotte a sostegno del provvedimento disciplinare, deduceva la mancanza di una giusta causa o di un giustificato motivo di licenziamento, e chiedeva la declaratoria di illegittimità del licenziamento con ordine di reintegra e risarcimento del danno.
Dopo la costituzione della società, il Pretore con sentenza del 20 giugno 1994, dichiarava in relazione al primo ricorso l’applicabilità della sanzione di cui all’art. 50 par. 4 c.c.n.l., nella misura massima ivi prevista, ed accoglieva la domanda di cui al ricorso del 29 novembre 1993 dichiarando l’illegittimità dell’intimato licenziamento ed ordinando l’immediata reintegra nel posto di lavoro.
A seguito di gravame proposto dalla società, il Tribunale di Foggia decideva la controversia con sentenza 6/17 luglio 1995. Per la parte che ancora interessa in questa sede, il Tribunale rigettava la domanda proposta dallo Scopece con il ricorso depositato in data 10 ottobre 1992; dichiarava legittimo il licenziamento intimato dalla società Italgas allo stesso Scopece; e dichiarava interamente compensate tra le parti le spese del doppio grado di giudizio.
Nel pervenire a tale decisione il Tribunale osservava in relazione alla sanzione disciplinare inflitta che la società aveva dato la prova della esistenza di disposizioni interne concernenti limiti di importo, per i residui di cassa a fine giornata, di gran lunga inferiori ai 15 milioni. Una nota interna dell’11 giugno 1991, firmata dallo stesso Scopece, prescriveva espressamente, in previsione del bilancio semestrale del 28 giugno 1991, che era obbligatorio attenersi a quanto già disposto in precedenti comunicazioni e, quindi, si doveva limitare la giacenza del saldo di banca entro i 10 milioni e di quello di cassa entro i 2 milioni.
Questa comunicazione era stata confermata da altra successiva del 14 luglio 1992, che seppure non sottoscritta dallo Scopece, non poteva non ritenersi conosciuta dal personale dal momento che era stata posta in essere in conseguenza di rilevate inottemperanze alle piu volte richiamate disposizioni gia in vigore. Né la prassi, richiamata dal lavoratore, di tenere in cassa somme superiori di quelle indicate nelle comunicazioni per far fronte ad esigenze concrete, poteva nel caso di specie costituire motivo giustificativo della condotta sanzionata, sia perché tale prassi non era stata mai avallata dall’azienda, sia perche lo Scopece non aveva fornito alcuna prova delle effettive necessità di effettuare in data 14 agosto 1992 i pagamenti che aveva elencato sin dal ricorso introduttivo del giudizio, neppure spiegando, tra l’altro, le ragioni per le quali tali pagamenti dovevano essere rimandati al giorno successivo, dal momento che vi era disponibilità di cassa per eseguirli già il 13 agosto 1992.
La sanzione inflitta al lavoratore appariva legittima e proporzionata all’infrazione commessa per essere diretta a punire un comportamento gravemente negligente, contrario agli obblighi di correttezza nell’esecuzione della prestazione da parte del lavoratore, e per di più foriero di conseguenze dannose per l’azienda.
Anche l’intimato licenziamento doveva ritenersi legittimo. Ed invero le infrazioni contestate al lavoratore, considerate nel loro complesso, tenuto conto della sussistenza di quella oggetto della sanzione disciplinare, e quindi della recidiva, costituivano un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali, tale da legittimare la risoluzione con preavviso del rapporto.
Più specificamente la differenza negativa di lire 179.650 tra il saldo contabile ed i valori di cassa, emersa a seguito di una ispezione interna del 23 giugno 1993, non poteva, diversamente da quanto ritenuto dal primo giudice, considerarsi irrilevante ai fini della decisione, in quanto era addebitabile allo Scopece che, senza alcun valido motivo, aveva riposto la somma in questione non nella cassaforte, come prescritto, ma in un cassetto dove era stata dallo stesso Scopece successivamente rinvenuta.
Doveva essere, inoltre, valutata negativamente anche la circostanza che il lavoratore reiteratamente non aveva rispettato le fasce orarie di reperibilità al domicilio dichiarato alla azienda per le visite di controllo. Non impediva l’esercizio del potere disciplinare dell’imprenditore la perdita del trattamento economico per i primi dieci giorni di assenza alla stregua dell’art. 5 del d.l. 1983/463, non potendo tale normativa impedire una sanzione aggiuntiva a tutela di interessi diversi da quelli dalla suddetta norma tutelati.
Giustificata doveva ritenersi la contestazione con la quale la società aveva addebitato allo Scopece di avere offeso la riservatezza di una cliente, tale Carmela Voce, alla quale aveva ricordato in luogo pubblico ed in presenza di altre persone la sua morosità per un consistente debito verso la società stessa.
Particolarmente grave doveva, infine, ritenersi il fatto che lo Scopece registrava le conversazioni tenute dai suoi colleghi in ufficio. Tale condotta del lavoratore, inizialmente scoperta con uno stratagemma da due suoi colleghi, era poi venuta a conoscenza degli altri dipendenti della società. Ciò però non rendeva legittimo il comportamento dello Scopece, perché gli stessi motivi che impedivano l’utilizzo degli impianti audiovisivi al datore di lavoro ex art. 4 stat. lav. non potevano non valere anche per il lavoratore potendo questi trasmettere al datore di lavoro le sue indagini private o utilizzarle per ancora meno tollerabili finalità, diverse ed occulte. Per concludere, quindi, il Tribunale affermava che l’infrazione consistita nell’illecito, reiterato ed, alla fine, ostentato uso di un registratore sul posto di lavoro da parte dello Scopece costituiva la più grave delle contestazioni mosse al lavoratore in sede di licenziamento. Tale infrazione, valutata unitamente alle precedenti, tenuto conto della recidiva e del lasso di tempo relativamente contenuto, nel corso del quale erano stati posti in essere tutti i fatti contestati, configurava un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del lavoratore e, quindi, un giustificato motivo soggettivo legittimante il recesso del datore di lavoro, seppure con preavviso ai sensi dell’art. 3 della legge n. 604/1966.
Avverso tale sentenza Luigi Scopece propone ricorso per cassazione affidato a tre motivi.
Resiste con controricorso la s.p.a Italgas.
Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 2119 c.c. e 1, 3, 4 e 5 della legge 15 luglio 1966 n. 604, nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. In particolare il ricorrente lamenta che il giudice d’appello non ha tenuto nel dovuto conto che il vero motivo sotteso al provvedimento di espulsione adottato dalla società nei suoi confronti doveva ravvisarsi in uno scopo, a dir poco, “estorsivo”, perché ” sin dal momento in cui aveva iniziato una vertenza di lavoro in danno della società per il riconoscimento di mansioni superiori effettivamente svolte presso la sede di Ascoli Satriano era stato continuamente sottoposto a vessazioni ed atti persecutori da parte dell’azienda”. Ne conseguiva che l’indagine doveva essere condotta con riguardo alle previsioni dell’art. 4 della legge 15 luglio 1966 n. 604, che commina la nullità del licenziamento “indipendentemente dalla motivazione addotta”.
Tutto ciò trovava conforto anche nella circostanza che nessuna delle infrazioni addebitategli rivestiva gli estremi del notevole inadempimento contrattuale.
In relazione, poi, all’episodio della somma di quindici milioni trafugata, il ricorrente deduce che il ragionamento seguito dal Tribunale per dedurne la sua colpevolezza non era condivisibile perché mentre il primo documento utilizzato dal giudice di merito era relativo alla sola chiusura contabile di una precisa giornata (28 giugno 1991) in previsione della redazione del bilancio semestrale del 30 giugno 1991, sull’autenticità del secondo documento dovevano muoversi riserve, non potendo non sorgere seri dubbi sulla sua falsità, quale prova creata ad hoc posteriormente ed artatamente dall’azienda; e tutto ciò in un contesto in cui il datore di lavoro non aveva provato l’esistenza di “disposizioni generali” in materia.
Ugualmente non particolare gravità rivestivano gli altri episodi contestati.
Per quello relativo alla differenza di lire 179.650 tra saldo contabile e valori di cassa il suo significato era stato ampliato dal datore di lavoro, in quanto l’azienda non aveva accusato di furto il dipendente, non esisteva una recidiva con il precedente episodio riguardante la maggiore somma di 15 milioni (esso ricorrente era stato prosciolto in sede di autonomo procedimento penale), e si trattava, infine, di una somma di modesta entità. L’avere invitato la signora Voce Carmela, cliente morosa della società, ad estinguere il suo debito nei riguardi della Italgas, non poteva, poi, assumere alcuna rilevanza, come aveva del resto ritenuto il primo giudice, in quanto il comportamento tenuto dal dipendente non era stato lesivo dell’immagine della società ma anzi attestava una spiccata sensibilità del dipendente stesso per gli interessi della società anche al di fuori dell’ufficio.
Con il secondo motivo il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., in relazione all’art. 50 del contratto di categoria, dell’art. 5 della legge n. 638 del 1983 (NDR: D.L. 12.09.1983 n. 463 art. 5), nonché omessa e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. In particolare lamenta che il Tribunale ha errato nel ravvisare, senza fornire alcuna motivazione, nel disposto dell’art. 50 del contratto collettivo di categoria una volontà sanzionatoria dell’assenza ingiustificata alle visite di controllo, durante le fasce orarie di reperibilità.
Per di più l’art. 5 della legge n. 638 del 1983 in materia di visite di controllo doveva ritenersi una norma di carattere speciale, con una dettagliata e completa regolamentazione, che in quanto tale impediva l’applicazione di altre disposizioni di carattere generale, ed in particolare dell’art. 5 della legge 20 maggio 1970 n. 300, il quale pur attribuendo un potere di controllo al datore di lavoro, non faceva riferimento alcuno a sanzioni disciplinari.
Con il terzo ed ultimo motivo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 4 della legge 20 maggio 1970 n. 300, nonché omessa e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Afferma che l’utilizzazione del registratore del lavoratore, al fine di tutelarsi da abusi ai suoi danni, non poteva legittimare il potere disciplinare del datore di lavoro perché mancava agli atti la prova della detenzione occulta di detto registratore. Anzi tale condotta era nota ai dipendenti della società, che non attribuivano ad essa alcun rilievo. Il riferimento poi al disposto dell’art. 4 stat. lav. non appariva conferente per avere riguardo detta disposizione all’utilizzazione di impianti audiovisivi da parte del datore di lavoro per fini di controllo a distanza sull’attività dei lavoratori, laddove nel caso di specie era in discussione una condotta adottata da un singolo dipendente a tutela delle proprie ragioni.
Per concludere, quindi, le infrazioni addebitate ad esso ricorrente si concretizzavano in una serie di episodi non integranti un notevole inadempimento, e che, quindi, non potevano configurare un giustificato motivo soggettivo di licenziamento.
I suddetti motivi, da esaminarsi congiuntamente perché attinenti a fatti tra loro connessi ed i implicanti la risoluzione di questioni strettamente interdipendenti, vanno rigettati essendo privi di fondamento.
Va preliminarmente osservato come con alcune censure il ricorrente lamenti una errata valutazione del materiale probatorio acquisito in giudizio, e , tra l’altro, delle disposizioni interne della società sulla custodia delle somme di denaro, assumendo che alla stregua di detti elementi probatori doveva escludersi qualsiasi sua colpa nei fatti addebitati. Orbene, va ricordato che il giudice di merito è libero di formarsi il proprio convincimento Utilizzando gli elementi probatori ritenuti rilevanti per la decisione, senza la necessità di prendere in considerazione tutte le risultanze processuali e di confutare ogni argomentazione prospettata dalle parti, essendo sufficiente che indichi gli elementi sui quali fondi il proprio convincimento, dovendosi ritenere per implicito disattesi tutti gli altri rilievi e circostanze che, sebbene specificamente non indicati, risultino incompatibili con la decisione adottata.
Nella fattispecie in esame il Tribunale ha sorretto le sue conclusioni con una motivazione adeguata e priva di salti logici e con una esatta valutazione del materiale probatorio. In particolare il Tribunale ha evidenziato i profili di colpevolezza rimproverabili allo Scopece in relazione sia agli episodi riguardanti le somme di denaro sia al richiamo effettuato fuori dai locali dell’ufficio alla Carmela Voce, ritenuto, per le modalità offensive con le quali era stato attuato, lesivo dell’immagine della società.
La decisione del giudice di merito non può essere censurata alla stregua del disposto dell’art. 360 n. 5 c.p.c., in quanto il vizio di omessa ed insufficiente motivazione sussiste solo se nel suo ragionamento, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, avendo la Corte di Cassazione non il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione del giudice di merito, al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza e scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (cfr. ex plurimis : Cass. 22 ottobre 1993 n. 10503; Cass. 14 giugno 1992 n. 6752; Cass. 19 febbraio 1987 n. 1795).
Anche sotto gli altri profili il ricorso si mostra infondato. Ed invero non assume alcun rilievo l’assunto dello Scopece secondo cui il Tribunale non avrebbe valutato l’aspetto “ritorsivo” del licenziamento, ricollegabile, a suo dire, al fatto che esso Scopece aveva convenuto in giudizio la società datrice di lavoro, per vedere riconosciuti i suoi diritti, ingiustamente disconosciuti.
Il Tribunale a seguito di una indagine, estremamente rigorosa e sulla base di argomentazioni, ancora una volta, ineccepibili sul piano logico-giuridico, ha ritenuto sussistente un giustificato motivo di licenziamento.
Al riguardo va precisato come non assuma alcun rilievo il richiamo effettuato dal ricorrente al disposto dell’art. 4 della legge 15 luglio 1966 n. 604, il cui contenuto è stato rafforzato dal disposto dell’art. 15 della legge 20 maggio 1970 n. 300, e nuovamente ribadito dall’art. 3 della legge 11 maggio 1990 n. 108. Invero il divieto sancito dalle suddette norme è stato considerato estensibile anche ai licenziamenti per “ritorsione”, attuati cioé a seguito di comportamenti risultati sgraditi all’imprenditore. A ciò si è pervenuto sia attraverso una estensione dell’area dei singoli moventi vietati dall’art. 4 della citata legge n. 604 del 1966, sia consentendo la verifica del motivo illecito, che abbia avuto efficacia esclusiva nella determinazione della volontà del recedente. Comunque, in ogni caso l’onere riguardante la prova del fattore discriminatorio o dell’esistenza del motivo illecito e della sua efficienza causale grava sul lavoratore alla stregua delle regola generale in tema di onere della prova ex art. 2697 c.c. (cfr. in relazione agli atti discriminatori ex plurimis: Cass. 8 ottobre 1994 n. 8237; Cass. 23 giugno 1992 n. 7656; Cass. 4 giugno 1994 n. 6810; Cass. 25 febbraio 1988 n. 2025; Cass. 21 gennaio 1987 n. 551, che, per il licenziamento determinato da motivo illecito, precisa come non operi l’inversione dell’onere della prova previsto dall’art. 5 della legge n. 604 del 1966, aggiungendo anche che, ove nella determinazione della volontà del datore di lavoro concorra oltre al motivo di ritorsione anche altro motivo lecito, il licenziamento non è affetto da nullità e spiega la sua efficacia risolutiva del rapporto).
Nel caso in esame lo Scopece, alla stregua delle regole ora enunciate, avrebbe dovuto dimostrare l’esistenza di un intento “vendicativo” del datore di lavoro, come motivo determinante del licenziamento, non potendo tale elemento evincersi sulla base del mero riferimento ad un precedente giudizio instaurato dal lavoratore contro la società.
Risulta priva di fondamento anche la censura con la quale si deduce la violazione dell’art. 5 della legge n. 638 del 1983 e si sostiene che il disposto di tale norma non impedisce l’esercizio del potere disciplinare del datore di lavoro.
Come è noto, la disciplina legale dei controlli sulle assenze per malattia dei lavoratori dipendenti ha trovato la propria regolamentazione nella legge 11 novembre 1983 n. 638 (di conversione, con modifiche, del d.l. 12 settembre 1983 n. 496 (NDR: così nel testo)) e nei relativi decreti ministeriali di accompagnamento (d.m. 25 febbraio 1984 e d.m. 15 luglio 1986). Introducendo il sistema delle “fasce orarie” (già recepito in molti contratti di categoria), entro le quali devono essere effettuati dai servizi competenti i controlli sui dipendenti assenti dal lavoro, il legislatore ha inteso combattere il fenomeno dell’assenteismo, stabilendo al riguardo con l’art. 5, quattordicesimo comma, della suddetta legge n. 638 del 1983 che ” qualora il lavoratore pubblico o privato, risulti assente alla visita di controllo, senza giustificato motivo, decade dal diritto a qualsiasi trattamento economico per l’intero periodo sino a dieci giorni e nella misura della metà per l’ulteriore periodo”.
La suddetta disposizione con sentenza della Corte Costituzionale 26 gennaio 1988 n. 78, è stata ritenuta illegittima per violazione dell’art. 38, 2 comma, Cost. nella parte in cui “non prevede una seconda visita medica di controllo, prima della decadenza dal diritto a qualsiasi trattamento economico di malattia, nella misura della metà per l’ulteriore periodo successivo ai dieci giorni”. Il giudice delle leggi con la citata decisione ha, altresì, ricordato che la decadenza in questione ” è diretta a garantire la necessaria efficienza del funzionamento del sistema assicurativo e il corretto espletamento della funzione previdenziale nonché a realizzare la finalità di evitare abusi”. La procedura di cui all’art. 5 della legge n. 638 del 1983 attenendo, quindi al rapporto assicurativo e rientrando nel potere esclusivo dell’INPS, travalica l’ambito interno del rapporto di lavoro e non costituisce esercizio del potere disciplinare del datore di lavoro al quale, peraltro, la contrattazione collettiva, in aggiunta, può riconoscere la facoltà di infliggere sanzioni disciplinari (cfr. in tali sensi Corte Cost.
26 gennaio 1988 n. 89 cit.).
In altri termini, la decadenza del trattamento economico può essere annoverata tra le sanzioni a carattere amministrativo, che trovano fondamento nel potere-dovere degli enti erogatori di prestazioni previdenziali di accertare nell’ambito della loro gestione amministrativa l’esistenza del rischio posto a base delle prestazioni stesse. Corollario della indicata natura amministrativa della sanzione in esame, è che a detta sanzione può aggiungersi un ulteriore misura di carattere punitivo, espressione del potere disciplinare del datore di lavoro, ove la condotta del dipendente importi la violazione di obblighi derivanti dal contratto di lavoro ( vedi sul punto Cass. 20 maggio 1991 n. 5639; Cass. 4 aprile 1990 n. 2788).
Lo stesso fatto, sanzionato alla stregua dell’art. 5 della legge n. 638 del 1983, può, così, essere valutato e punito sotto il profilo strettamente disciplinare con il rispetto della procedura ex art. 7 stat. lav. , qualora sia ravvisabile la violazione da parte del dipendente degli obblighi contrattuali di fedeltà e diligenza cui esso è tenuto.
Alla luce di quanto sinora non merita alcuna censura la decisione impugnata che, sull’esatto presupposto che la decadenza ex art. 5, quattordicesimo comma, della legge n. 638 del 1983 non impedisce l’esercizio del potere disciplinare del datore di lavoro, ha valutato ai fini della integrabilità del giustificato motivo di licenziamento la circostanza che lo Scopece ripetutamente non si sia fatto trovare nel proprio domicilio alle visite di controllo durante le prescritte fasce orarie, osservando come il disposto dell’art. 50, comma 1, par. 3, della contrattazione collettiva del settore contempli specificamente la sanzionabilità di detti comportamenti.
Per concludere, priva di fondamento risulta pure la censura con la quale il ricorrente addebita al tribunale una errata applicazione dell’art. 4 stat. lav.
Il Tribunale, dopo avere premesso che era risultato dalle prove testimoniali espletate che lo Scopece aveva posto vari registratori nei diversi cassetti dell’ufficio di Ascoli Satriano ed anche in quello del suo superiore gerarchico, e che lo stesso Scopece aveva parlato della sua come una abitudine sistematica, ha evidenziato come tale condotta non potesse considerarsi meno grave solo perche era ormai noto a tutti i suoi colleghi che lo Scopece fosse solito registrare le conversazioni nei luoghi di lavoro.
Le considerazioni del giudice di merito, oltre a risultare sorrette da logica motivazione, si presentano come ineccepibili anche sul piano giuridico.
L’art. 4 della legge 20 maggio 1970 consente solo al datore di lavoro, e solo per ben individuate esigenze (organizzative e produttive ovvero per la sicurezza del lavoro) e dietro accordo con le rappresentanze sindacali aziendali (oppure, in assenza di queste, con le commissioni interne; o, in mancanza, con un atto di prescrizione dell’Ispettorato), l’uso di impianti o apparecchiature di controllo dell’attività dei lavoratori. Pur non essendo suscettibile di applicazione analogica perché penalmente sanzionabile (cfr. al riguardo: Cass. 25 gennaio 1995 n. 829; Cass. 9 giugno 1990 n. 5599), la suddetta disposizione, con il consentire, come detto, al solo datore di lavoro i controlli sui lavoratori, attesta che il legislatore ha inteso vietare ogni forma di controllo (occulto o palese) effettuato con modalità diverse da quelle da esso indicate ed ad opera di soggetti diversi dal datore di lavoro o dal personale addetto alla vigilanza (cfr.: art. 3 stat. lav.). L’assolutezza del divieto, che accompagna la previsione legislativa, si giustifica in ragione del rispetto della “personalità” del lavoratore e della sua dignità, che impongono che non siano annullati quei margini di riservatezza nella “vita aziendale” che ogni lavoratore ha diritto a vedere osservati. A ciascun lavoratore deve, pertanto, riconoscersi la titolarità di un vero e proprio diritto soggettivo a non essere sottoposto a controlli a distanza al di fuori delle ipotesi contemplate dalle legge, sicché è suscettibile di sanzione disciplinare il lavoratore che tale diritto abbia leso per finalità proprie, ad esempio, per precostituirsi attraverso l’uso di registratori in ufficio prove da far eventualmente valere contro il proprio datore di lavoro o contro i propri colleghi.
Ricorrono giusti motivi per compensare interamente tra le parti le spese del presente giudizio di cassazione.
La Corte rigetta il ricorso e compensa interamente tra le parti le spese del presente giudizio di cassazione.
Cass. 8 maggio 2007 n. 10430
Il Tribunale di Prato con sentenza n. 4 del 2002 rigettava la domanda proposta da D.N.A. contro PACINI INVEST SAS di PACINI Luigi e C. per ottenere il risarcimento del danno da mancato guadagno per L. 26.533.652, conseguente alle dimissioni dal lavoro rassegnate a causa delle ingiurie e molestie ricevute in ufficio e oggetto di denuncia penale.
Il Tribunale non riteneva provata la domanda, in quanto non era ammissibile l’interrogatorio formale di PA.Lu., non rivestendo la carica di legale rappresentante della società, nè essendo ammissibile ai sensi dell’art. 2712 c.c. la consulenza tecnica di ufficio, volta alla trascrizione del nastro magnetico, in quanto la convenuta aveva contestato l’esistenza delle asserite conversazioni e della loro conformità ai fatti.
L’anzidetta decisione, impugnata dalla D.N., è stata riformata, previo espletamento di consulenza fonografica, dalla Corte di Appello di Firenze con sentenza n. 213 del 2004, che, in parziale accoglimento dell’appello, ha condannato la Giotto Immobiliare al pagamento a favore dell’appellante della somma di Euro 8367,29, oltre rivalutazione monetaria ed interessi.
La Corte territoriale ha ritenuto ammissibile la consulenza tecnica per valutare gli elementi probatori desumibili dalle registrazioni fonografiche effettuate dalla D.N., in quanto il disconoscimento della conformità ai fatti rappresentati non impedisce al giudice di trarre in via presuntiva argomenti di giudizio anche dalle riproduzioni meccaniche, ove sorrette da elementi gravi, precisi e concordanti.
Ciò premesso, il giudice di appello ha osservato che le risultanze della microcassetta registrata di cui alla consulenza tecnica confermavano il clima di particolare ostilità di PA.Lu. in reazione alla richiesta di ferie della dipendente, come evidenziato dalle contestazioni disciplinari mosse e dalla minaccia di denuncia ai Carabinieri per contestati ammanchi, ove la D.N. non avesse presentato a breve la lettera di dimissioni, pur dichiarandosi la stessa disposta alla restituzione.
In questa situazione, ad avviso della Corte, erano da ritenersi giustificate sotto l’aspetto psicologico le dimissioni anticipate dalla D.N. al 6 dicembre 1996 rispetto alla scadenza del contratto a termine nel giugno successivo.
Circa l’entità del danno risarcibile la Corte ha liquidato l’anzidetto importo di Euro 8367,29, pari alle retribuzioni maturate fino alla scadenza del contratto.
La società ricorre per cassazione contro l’anzidetta sentenza con due motivi, illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c..
La D.N. resiste con controricorso.
1. Con il primo motivo la ricorrente deduce violazione e falsa l’applicazione dell’art. 2712 c.c., art. 116 c.p.c., e art. 2729 c.c., nonchè vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5).
La Giotto Immobiliare sostiene che il giudice di appello non ha fatto buongoverno delle richiamate norme, in particolare dell’art. 2712 c.c., con riguardo all’ammissibilità della trascrizione del nastro magnetico, in quanto la stessa ricorrente, in sede di comparsa di costituzione e risposta dinanzi al primo giudice, aveva disconosciuto la conformità ai fatti della registrazione prodotta dalla controparte e comunque che la conversazione registrata sul nastro fosse avvenuto con il tenore ivi risultante.
Ad avviso della ricorrente, l’art. 2712 c.c., se correttamente applicato, avrebbe dovuto escludere la possibilità da parte della Corte di Appello di provvedere alla trascrizione del nastro magnetico e di utilizzarne, quindi, il contenuto.
Da parte sua la controricorrente ha contestato le avverse deduzioni ed argomentazioni e ha concluso per il rigetto del ricorso, ritenendo corretta la sentenza impugnata sia in ordine alla decisione di ammissione della trascrizione del nastro magnetico e della conseguente utilizzazione degli elementi di fatto emersi da tale trascrizione, sia in ordine alla decisione di trarre argomenti di giudizio anche dalle riproduzioni meccaniche, ove sorretti, come nel caso di specie, da elementi gravi, precisi e concordanti.
Le statuizioni del giudice di appello sono condivisibili e non in contrasto con l’art. 2712 c.c., giacchè la contestazione della società non ha riguardato il fatto della registrazione, ma le sue risultanze, valutate, come già detto, dallo stesso giudice in base ad elementi presuntivi ex art. 2729 c.c., quali il clima di particolare ostilità di PA.Lu. in reazione alla richiesta di ferie della dipendente D.N. e alla minaccia di denuncia penale ai Carabinieri per contestati ammanchi di cassa, ove la D.N. non avesse presentato a breve la lettera di dimissioni. Sotto tale profilo può richiamarsi l’indirizzo giurisprudenziale il quale sostiene che il disconoscimento, che fa perdere alle riproduzioni meccaniche la loro qualità di prova e va distinto dal mancato riconoscimento – diretto o indiretto – che non esclude il libero apprezzamento da parte del giudice delle riproduzioni legittimamente acquisite, deve essere chiaro e circostanziato ed esplicito con allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra realtà fattuale e realtà riprodotta (Cass. n. 8998 del 2001).
Il giudice di appello ha fatto corretta applicazione di tale orientamento, avendo ritenuto con apprezzamento in fatto, non censurato dalla ricorrente, che la contestazione mossa dalla difesa della società fosse generica, dal che la possibilità di un libero apprezzamento degli anzidetti elementi presuntivi ex art. 2729 c.c..
Questo Collegio non ignora altro indirizzo secondo il quale il disconoscimento delle riproduzioni meccaniche (nella specie cassetta audiofonica) di cui all’art. 2712 c.c. non consente la formazione di prova piena (Cass. n. 12715 del 1998), ma ciò non può precludere al giudice la ricostruzione del contenuto della registrazione, contestato in modo generico, attraverso elementi gravi, precisi e concordanti, la cui consistenza nel caso di specie, come già evidenziato, è stata acclarata dalla Corte territoriale con accertamento adeguatamente motivato.
2. Con il secondo motivo la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 c.c. e art. 1453 e seguenti c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3).
Al riguardo osserva che il giudice di appello ha in modo erroneo liquidato il danno nella misura delle retribuzioni maturande fino alla scadenza del contratto, laddove il pregiudizio, in mancanza di prova da parte della lavoratrice di un diverso e maggiore danno, è rappresentato unicamente dall’indennità sostitutiva del preavviso ex art. 2119 c.c., che richiama l’art. 2118 c.c., comma 2.
La decisione del giudice di appello non è suscettibile di censura, in quanto nella specie non trattasi di rapporto a tempo indeterminato, in relazione al quale è prevista l’indennità sostitutiva del preavviso, ma di rapporto a termine, sicchè correttamente il danno, subito dalla lavoratrice in conseguenza delle dimissioni per giusta causa, è stato determinato nella misura pari alle retribuzioni che la stessa avrebbe percepito fino alla scadenza del contratto (in questo senso si richiama Cass. n. 924 del 1996;
Cass. n. 6439 del 1995; Cass. n. 5600 del 1987).
Claudio Bertoni ha detto:
10/08/2016 alle 18:41
non è vero il lavoratore PUO’ registrare le conversazioni tra lui e il datore ( evitando i colleghi ) per dimostrare le angherie. CORTE DI CASSAZIONE CIVILE SENTENZA N.10430 DEL 8 MAGGIO 2007
La Cassazione conferma un orientamento già espreso a SS.UU. in sede penale, e cioè che è legittima la registrazione di conversazioni purchè chi registra sia presente alla conversazione; la “intercettazione”, perseguibile penalmente, avviene solo quando chi registra non sia presente.Nel caso in specie poi la registrazione eseguita per fornire prova delle angherie subite al posto di lavoro costituisce anche esercizio del diritto del lavoratore alla tutela della sua salute e del diritto di difesa.
nicola Parenti ha detto:
Salve sono un dipendente comunale don menutenzione a gli edifici , non ho una sede e sono stato accusato ingiustamente di aver timbrato il cartelino e non rientrato nell’ufficio quando io non ho una sede lavorativa e timbro poi sempre con la mia macchiana raggiungo la macchina di servizio e raggiungo i vari edifici per fare manutanzione, negli atti hanno sbagliato anche la mia sede scrivendo che io sono dipendente di quello ufficio dove ho l’orologio e dovevo rientrare, quando io sono assegnato all’edilizia scolastica, ho l’orario flessibile non avendo una sede fissa timbro solamente entrata e uscita in quell’ufficio, poi giro per gli edifici a fare manutenzione, può essere uno vizio di forma sbagliando la scrittura su gli atti della mia qualifica e la mia sede di appartenenza, scrivendo che sono dipendente di quello ufficio accusandomi di eesere uscito dopo dopo la timbratura dell’entrata facendo i fatti miei e non rientrando nell’ufficio non della mia sede? Spero di eesere stato chiaro scusi per la mia spregisione Saluti Nicola
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References: Cass. 
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 art. 378
 art. 116
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 art. 1453
 art. 2119
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