Source: http://ildirittopenale.blogspot.com/2010/
Timestamp: 2017-10-18 20:27:13+00:00

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Il diritto penale: 2010
La questione giuridica affrontata nella sentenza in commento è quella di stabilire se la nozione di possesso in campo penale vada ricondotta a quella ristretta di cui all’art. 1140 c.c. ovvero se debba intendersi comprensiva anche della mera detenzione, con la conseguente possibilità per il responsabile di un esercizio commerciale di sporgere querela per un furto subito.
Il caso è quello di Tizia che era stata condannata ai sensi dell’art. 624 c.p. per essersi impossessata di cosmetici ed integratori alimentari sottraendoli ad un supermercato che li deteneva.
Avverso la sentenza di merito veniva proposto ricorso in cassazione per aver disatteso una preliminare eccezione di improcedibilità del reato per mancanza di querela. Questa era stata proposta da Caio, nella sua qualità di "responsabile esercizio commerciale"; ma dall'atto non emergeva "una formale enunciazione del potere di rappresentazione del querelante" e l'indicazione della predetta qualifica era "di per sè equivoca e non idonea a far ritenere il querelante titolare ex lege di poteri di rappresentazione".
La Suprema Corte, rigettando il suddetto motivo, procede ad una attenta disamina della nozione di possesso al fine di stabilire se il responsabile dell’esercizio commerciale possa considerarsi soggetto passivo dal reato e perciò titolare del diritto di querela.
Nella sentenza si afferma che con l'incriminazione del reato di furto si tutela il possesso di cose mobili, tali qualificandosi anche le energie aventi valore economico, ai sensi del secondo comma della norma incriminatrice. Il possesso, a tali fini, non va inteso negli stretti termini di cui all'art. 1140 c.c., ma è sufficiente anche una detenzione che non presenti tutti i requisiti indicati da tale norma civilistica. In tal senso, specificamente, una, ancorchè risalente ma mai successivamente contestata, pronuncia di questa Suprema Corte, Sez. 2, 8 febbraio 1965, n. 181:
"nell'ambito del diritto penale, il concetto di possesso non deve essere assunto secondo la nozione civilistica, che esige il concorso dell'elemento materiale (corpus, cioè disponibilità e potere fisico sulla cosa) e dell'elemento spirituale (animus, cioè proposito di comportarsi come titolare del diritto di proprietà o altro diritto reale), ma in un senso più ampio e comprensivo della detenzione a qualsiasi titolo, esplicantesi al di fuori della diretta vigilanza del possessore (in senso civilistico) e di altri che abbia sulla cosa un potere giuridico maggiore".
Per mutuare l'espressione di autorevole dottrina, "con l'incriminazione del furto si protegge la detenzione delle cose mobili come mera relazione di fatto, qualunque sia la sua origine, costituisca o meno possesso nel senso del diritto civile"; e s'è altra volta chiarito che, proprio perchè il concetto di detenzione richiamato dall'art. 624 c.p. non coincide con i concetti civilistici di detenzione o di possesso, dovendosi ritenere compresa nella sua più ampia portata qualunque relazione di mero fatto, quindi anche quella costituitasi senza un titolo legittimo o in modo clandestino, persino "il ladro può divenire soggetto passivo del reato del delitto di furto, quando altri si impossessi della cosa da lui precedentemente sottratta" (Sez. 2, 9 febbraio 1966, n. 2).
Se, dunque, oggetto specifico della tutela penale nel furto è il possesso, nei termini testè indicati, ancora con autorevole dottrina deve ritenersi che "è il possessore colui che immediatamente subisce il reato", e, quindi, che "soggetto passivo del delitto (persona offesa dal reato, secondo la terminologia del codice) deve ritenersi il possessore della cosa mobile. A costui, quindi, spetta il diritto di querela nei casi in cui il furto... non è perseguibile di ufficio". Ha al riguardo chiarito questa Suprema Corte che "la nozione di persona offesa, ossia di soggetto passivo del reato, e di danneggiato non coincidono: l'una è propria del diritto penale in quanto attiene ad un elemento strutturale del reato, l'altra concerne il riflesso privatistico dell'illecito penale. Persona offesa del delitto di furto è chi sia stato spossessato della cosa, ossia il detentore; il proprietario è soggetto passivo del reato in quanto sia anche detentore, diversamente è soltanto un danneggiato dal reato" (Sez. 2, 17 maggio 1967, n. 930).
Nella specie, come ricorda la ricorrente, la querela venne presentata da soggetto indicato come "responsabile esercizio commerciale" in cui venne consumato il fatto, ed il giudice del merito, nella ordinanza impugnata unitamente alla sentenza, ha rilevato che, per questa sua qualità, tale soggetto "deve considerarsi detentore della merce avendo sulla stessa il dovere di custodia" (in tal senso, di recente, Sez. 5, 18 marzo 2009, n. 26220). La ricorrente non sembra specificamente contestare tale circostanza, ma lamenta, come si è sopra ricordato, "l'assenza di una formale enunciazione della fonte del potere di rappresentazione del querelante" e ritiene la suddetta qualifica "di per sè equivoca e non idonea a far ritenere il querelante titolare ex lege di poteri di rappresentazione".
Epperò, in tal guisa, si prospetta come necessario che il detentore debba avere anche poteri di rappresentanza del proprietario della cosa, quasi che il diritto di querela debba in ogni caso spettare solo al proprietario o a soggetto che di questo abbia poteri di rappresentanza. Ma così non è, per quanto sopra si è detto, persona offesa del reato essendo il detentore e non il proprietario non detentore, danneggiato dallo stesso. Una volta che non si contesti specificamente la qualità di "responsabile dell'esercizio commerciale", comportante l'obbligo di custodia delle cose ivi contenute e la conseguente detenzione delle stesse, appare del tutto ultroneo il riferimento a "poteri di rappresentanza" del proprietario delle cose medesime (per ricordare l'ipotesi del furto commesso in danno del ladro, di cui sopra si diceva, ognun vede che sarebbe kafkaniamente assurdo pretendere che il ladro, soggetto passivo del reato, debba avere poteri di rappresentanza del proprietario della res furtiva sottrattagli).
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La questione giuridica affrontata nelle sentenza in esame è quella di stabilire se il proprietario di un appartamento che affida lavori di ristrutturazione ad un lavoratore autonomo si trovi, o meno, nella stessa posizione di garanzia che l’ordinamento riconosce al datore di lavoro nei confronti di un lavoratore subordinato. Da una soluzione nell’uno o nell’altro senso dipende per il proprietario, in caso di morte del lavoratore, la sua responsabilità per omicidio colposo, ai sensi dell’art. 589 c.p..
Il caso è quello di Tizio a cui viene contestato di aver cagionato per colpa la morte di Caio perché, in qualità di committente di lavori edili da svolgersi nella sua abitazione, consentiva a Caio, da lui incaricato, di svolgere i detti lavori in assenza di qualsiasi cautela atta a scongiurare i rischi di caduta dall’alto (le indagini avevano individuato lo svolgimento di attività lavorativa ad altezza superiore ai metri due), sicché il Caio, in occasione del lavoro assunto, precipitando da una impalcatura non munita di parapetti con le cautele di cui all’art. 27 DPR 27/4/1955 n. 547 e non essendo provveduto di cintura di sicurezza, veniva a morte.
Tizio veniva ritenuto responsabile in primo e secondo grado del delitto di cui all’art. 589 c.p., avendo svolto i lavori in economia senza avere preventivamente verificato la idoneità del lavoratore non iscritto in alcun albo artigiano o ad alcuna lista della Camera di commercio, senza nominare un direttore dei lavori e dunque assumendosi interamente il maggior rischio di una così fatta organizzazione.
La Cassazione, che conferma integralmente la sentenza impugnata, chiarisce la indivisibilità di tutele apprestate al lavoratore subordinato e al lavoratore autonomo, con conseguente equiparazione della posizione di garanzia del datore di lavoro e del proprietrio-commitente.
La Corte rileva che la unitaria tutela dei diritto alla salute indivisibilmente operata agli artt. 32 Cost., 2087 c.c., 1 co. 1° L. 23/12/1978 n. 833 impone la utilizzazione dei parametri di sicurezza stabiliti espressamente per i lavoratori subordinati nell’impresa, per ogni altro tipo di lavoro.
Tale indivisibilità delle tutele è evidente nella loro progressiva estensione a forme di lavoro equiparate e a situazioni di istruzione (art. 3 co. 2 DPR 547/1955) e nella progressiva amplificazione del campo di applicazione delle norme antinfortunistiche anche oltre la organizzazione di impresa (artt. 1 e 2 D.Lvo 19/9/94 n. 626) fino all’esercizio dell’artigianato (artt. 1 e 4 del DPR 30/6/1965 n. 1124 come inciso da Corte Cost. 26/7/1988 n. 880) agli associati in partecipazione (art. 4 sopra menzionato come inciso da Corte Cost. 15/7/1992 n. 332).
In una lettura diacronica della legislazione alluvionale in tema di tutela della salute (e dunque di perimetrazione delle posizioni di garanzia identificabili nel sistema delle leggi) la Suprema Corte (Cass. Pen. Sez. IV ud. 10/11/2009 Gazzotti e altri imp.) ha già affermato che le misure apprestate dal D.Lvo 19/9/1994 n. 626 a tutela della salute per la sicurezza dei lavoratori durante il lavoro, in tutti i settori di attività privati e pubblici, costituiscono il sistema di protezione più ampio che la strumentazione giuridica attraverso i suoi metodi definitori possa realizzare.
Invero il D.Lvo 626/1994 appresta protezione per il diritto alla salute e per la sicurezza dei lavoratori dipendenti di un imprenditore che svolgono attività di lavoro nell’ambito della sua organizzazione di impresa, per i lavoratori impiegati da imprese appaltatrici che lavorino all’interno di una azienda o di una unità produttiva, per i lavoratori autonomi affidatari di lavori all’interno di una azienda o di una sua unità produttiva ex art. 7 D.Lvo 626/1994. La legge penale modula dunque la figura del datore di lavoro e la assunzione di obbligazioni di garanzia coerenti alle tutele di legge, su una pluralità di modelli di lavoro in settori pubblici e privati, di lavoro subordinato direttamente utilizzato e di lavoro subordinato contrattato con terzi, di lavoro subordinato e di lavoro autonomo certamente eccedente la sola figura del lavoro subordinato come è fatto chiaro dalla lettera dell’art. 7 del D.Lvo 626/1994 e come, a livello di assetto di sistema, consegue alla moltiplicazione delle forme di lavoro introdotta con la legislazione dei primi anni 2000 (a partire dai Decreti Legislativi del settembre 2003).
La formula utilizzata dal D.Lvo. 626/1994 supera la ristrettezza della definizione della rubrica dell’art. 3 del DPR 27/4/1955 n. 547 che, peraltro, nella combinazione (art. 3 co. 1 e co. 2 dello stesso DPR) tra definizione di lavoratore subordinato e lavoratore equiparato al lavoratore subordinato agli effetti della applicazione della normativa antinfortunistica, già dal 1955 evidenzia la erroneità della tesi di diritto secondo la quale l’ordinamento positivo italiano appresta la tutela della salute per i soli lavoratori subordinati.
In ogni caso la costante giurisprudenza della Cassazione ha tenuto ben fermo che per chiunque gestisce imprese, opifici, cantieri, oltre alla obbligazione di garanzia relativa ai lavoratori dipendenti dell’imprenditore o comunque presenti nei luoghi di lavoro per causa di lavoro, si aggiunge una ulteriore obbligazione di garanzia verso chiunque acceda a quegli impianti, obbligazione correlata agli obblighi specifici di sicurezza che cautelano le attività organizzate ma anche agli obblighi generali di non esporre alcuno a rischi generici o ambientali (Cass. 14/7/2006 n. 30587 citata dallo stesso ricorrente) derivati dalla attività del soggetto gravato per legge per contratto o per assunzione di fatto, dalla obbligazione di garanzia
In virtù dunque delle considerazioni svolte in tema di individuazione della posizione di garanzia del proprietario (committente) che affida lavori edili in economia a lavoratore autonomo di non verificata professionalità e in assenza di qualsiasi apprestamento di presidi anticaduta a fronte di lavorazioni in quota superiore ai metri due, i giudici di legittimità definiscono come errata la tesi in diritto secondo la quale in caso di prestazione autonoma (d’opera) il lavoratore autonomo sia comunque l’unico responsabile della sua sicurezza.
Contro la tesi deve aggiungersi che l’evidenza del rischio a cui il lavoratore fu concretamente esposto (assenza di qualsiasi presidio di sicurezza per lavori in quota superiore a metri 2) delinea al meglio le omissioni addebitate e puntualmente accertate a carico del proprietario committente.
Pubblicato da Giulio Forleo a 11:13 0 commenti
Etichette: "omicidio colposo" "datore di lavoro" "lavoratore autonomo"
Pubblicato da Giulio Forleo a 19:29 0 commenti
La questione giuridica affrontata dalla Cassazione è quella di stabilire se l’attività del direttore di una testata on line sia, o meno, assimilabile a quella del direttore di un giornale di carta stampata, con conseguente sussumibilità sotto l’art. 57 c.p. della condotta di omesso controllo sul contenuto di articoli diffamatori pubblicati sul suo periodico.
Il caso è quello di Tizio, direttore del periodico telematico ildirittopenale.blogspot.com, sul quale risultava pubblicata una lettera ritenuta diffamatoria nei confronti del ministro della Giustizia Caio e del suo "consulente per l'edilizia penitenziario" Sempronio.
L'art. 57 c.p. punisce, come è noto, il direttore del giornale che colposamente non impedisca che, tramite lo pubblicazione sul predetto mezzo di informazione, siano commessi reati.
Il codice, per altro, tra i mezzi di informazione, distingue la stampa rispetto a tutti gli altri mezzi di pubblicità (art. 595 comma III c.p.) e l'art. 57 si riferisce specificamente alla informazione diffusa tramite lo "carta stampata".
La lettera della legge è inequivoca e a tale conclusione porta anche l'interpretazione "storica" della norma.
D'altra parte, è noto che la giurisprudenza ha concordemente negato (ad eccezione della sentenza n. 12960 della Sez. feriale del 12.12.2000, ric. Cavallino, non massimata) che al direttore della testata televisiva sia applicabile la normativa di cui all'art. 57 c.p., stante la diversità strutturale tra i due differenti mezzi di comunicazione (la stampa, da un lato, la radiotelevisione dall'altro) e la vigenza nel diritto penale del principio di tassatività.
Secondo la quinta sezione penale della Cassazione, “analogo discorso deve esser fatto per quel che riguarda l’assimilabilità di internet (rectius del suo "prodotto") al concetto di stampato.
L'orientamento prevalente in dottrina è stato negativo, atteso che, perché possa parlarsi di stampa in senso giuridico (appunto ai sensi del ricordato art. 1 della legge 47/48), occorrono due condizioni che certamente il nuovo medium non realizza:
Ad abundantiam si può ricordare che l'art. 14 D. L. vo 9.4.2003 n. 70 chiarisce che non sono responsabili dei reati commessi in rete gli access provider, i service provider e -a fortiori- gli hosting provider (cfr. in proposito ASN 200806046-RV 242960), a meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso del messaggio diramato (ma, in tal caso, come è ovvio, essi devono rispondere a titolo di concorso nel reato doloso e non certo ex art 57 c.p.).
Peraltro, anche nel caso oggi in esame, sarebbe, invero, ipotizzabile, in astratto, la responsabilità del direttore del giornale telematico, se fosse stato d'accordo con l'autore della lettera (lo stesso discorso varrebbe per un articolo giornalistico). A maggior ragione, poi, se lo scritto fosse risultato anonimo. Ma -è del tutto evidente- in tal caso il direttore avrebbe dovuto rispondere del delitto di diffamazione (eventualmente in concorso) e non certo di quello di omesso controllo ex art 57 c.p., che come premesso, non è realizzabile da chi non sia direttore di un giornale cartaceo.
Allo stato, dunque, "il sistema" non prevede lo punibilità ai sensi dell'art 57 c.p. (o di un analogo meccanismo incriminatorio) del direttore di un giornale on line”.
Pubblicato da Giulio Forleo a 22:53 0 commenti
Etichette: direttore testata online omesso controllo 57 c.p.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 7
 sentenza 
 art. 1