Source: http://www.assistenzalegaleroma.org/2015/12/
Timestamp: 2020-02-16 22:18:25+00:00

Document:
dicembre 2015 - Assistenza Legale Roma
Assistenza Legale Roma > Legal News > 2015 > dicembre
La cantina interrata non rientra nel calcolo della superficie rilevante per la qualificazione dell’immobile come ‘di lusso’
Di Cristiana Centanni il 29 dicembre 2015 con 0 Commenti
Corte di Cassazione, Sez. VI Civile – T, 22.12.2015 n. 25818
Alla attenzione della Corte di Cassazione il ricorso proposto dalla Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Toscana che, integralmente riformando la decisione della Commissione Tributaria Provinciale, ha ritenuto la cantina non compatibile ai fini della determinazione della superficie utile a qualificare l’abitazione come ‘di lusso’.
La vicenda riguardava l’opposizione di una neo acquirente [contribuente] avverso l’avviso di liquidazione con il quale l’Agenzia delle Entrate aveva revocato l’agevolazione fiscale per l’acquisto della prima casa, con aliquota IVA ridotta (4%) prevista per le abitazioni non di lusso, sul presupposto che dovesse computarsi nella superficie della villetta acquistata anche il locale che, nonostante fosse indicato in catasto come ‘cantina’, possedeva la stessa tipologia di finiture ed impiantistica del resto dell’appartamento.
La Commissione Tributaria Provinciale aveva rigettato il ricorso con decisione che, appellata dalla contribuente, è stata integralmente riformata dalla Commissione Tributaria Regionale che riteneva la cantina non compatibile.
Adìta la Suprema Corte, gli Ermellini, inserendosi nel solco ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità, hanno ricordato che, in tema di imposta di registro, «per stabilire se un’abitazione sia di lusso e, quindi, sia esclusa dall’agevolazione per l’acquisto della “prima casa”, di cui all’art. 1, terzo comma, della tariffa, Parte prima, Tariffa allegata al d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, occorre fare riferimento alla nozione di “superficie utile complessiva”, di cui all’art. 6 del d.m. Lavori Pubblici 2 agosto 1969, in forza del quale è irrilevante il requisito dell’“abitabilità” dell’immobile, siccome da esso non richiamato, mentre quello dell’“utilizzabilità” degli ambienti, a prescindere dalla loro effettiva abitabilità, costituisce parametro idoneo ad esprimere il carattere “lussuoso” di una abitazione» (tra le altre, Cass. Civ., 15.11.2013, n. 25674).
Tuttavia, fatta questa premessa, gli Ermellini nel passaggio seguente, hanno osservato che «la qualificazione di uno spazio non abitabile, p.es. una cantina, spazio di cui l’art. 6, D.M. cit. non tiene conto ai fini della determinazione della superficie, è questione di fatto che non implica un error in iudicando e che può essere, pertanto, denunciata esclusivamente sotto il profilo del vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, …e, nella specie, con il ricorso non si censura, in alcun modo, tale accertamento in fatto compiuto dal Giudice di merito il quale ha ritenuto che il locale, indicato in catasto quale cantina, non avesse caratteristiche omologhe a quelle del resto dell’abitazione trattandosi di un locale sito in un piano completamente interrato, privo di autonomi punti luce e con altezza di mt.2,55».
La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 25818 del 22.12.2015, ha respinto, dunque, il ricorso della Agenzia delle Entrate.
Licenziato chi usa i permessi della legge 104/1992 per soddisfare esigenze personali
Di Cristiana Centanni il 21 dicembre 2015 con 0 Commenti
Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, 30.04.2015 n. 8784
Legittimo il licenziamento del lavoratore che aveva chiesto un giorno di permesso retribuito – ex art. 33, terzo comma, della legge n.104, come modificata dalle leggi n.53 del 2000 e n.183 del 2010 – per “dedicarsi a qualcosa che nulla aveva a che vedere con l’assistenza” [ovverosia per recarsi ad una festa danzante].
Alla attenzione degli Ermellini la decisione della Corte territoriale che, in riforma di quella del Tribunale, rigettava la domanda del ricorrente, avente ad oggetto l’impugnativa del licenziamento intimatogli dalla Società in cui prestava la propria attività lavorativa, per aver partecipato ad una serata danzante, appunto durante la fruizione del permesso per assistere la madre disabile grave.
Con la sentenza in commento la Corte di Cassazione ha definito legittimo il licenziamento per utilizzo improprio dei permessi legge 104/92, anche in caso di mancata affissione in azienda del codice disciplinare. La decisione della Suprema Corte si basa non sul tipo di assistenza prevista ai sensi della legge, quanto sulle conseguenze dell’utilizzo delle giornate di permesso per finalità diverse da quelle consentite.
A nulla sono valse le giustificazioni del lavoratore, a sua discolpa, che aveva sostenuto che alcune ore del permesso retribuito erano state effettivamente utilizzate per assistere la madre, che, quindi, non era stata applicata correttamente la normativa prevista dalla legge 104/92, e che la Corte d’Appello non aveva tenuto conto della mancata affissione in azienda del codice disciplinare. Questo, secondo gli Ermellini, non cambia i termini della questione; infatti, «E’, quindi, evidente che nell’economia motivazionale della sentenza impugnata la ragione fondante del decisum non è la mancata prova della avvenuta assistenza alla madre per le ore residue, ma, come, detto, la utilizzazione, in conformità alla contestazione disciplinare (così come riprodotta dal ricorrente nel ricorso), di una parte oraria del permesso in esame per finalità diverse da quelle per il quale il permesso è stato riconosciuto. Conseguentemente non hanno valenza decisiva le censure che riguardano la mancata dimostrazione della utilizzazione delle ore residue del permesso e, quindi, in particolare la deduzione della violazione dell’onere della prova e della mancata ammissione della prova per testi sul punto in esame».
In caso di uso distorto (per fini personali) dei permessi della legge 104, il comportamento del dipendente si macchia di un “disvalore sociale” che può arrivare a giustificare il licenziamento. E ciò perché, così facendo, egli scarica sulla intera collettività, oltre che sull’azienda, i costi della propria pigrizia ed infedeltà: i permessi, infatti, vengono retribuiti in via anticipata dal datore di lavoro, il quale poi soltanto in un secondo momento viene rimborsato dall’Inps del relativo onere anche ai fini contributivi. Senza considerare, ribadisce la Corte, che un simile comportamento induce il datore di lavoro a dover riorganizzare il lavoro costringendo altri dipendenti (che devono in tal guisa sostituire il lavoratore assente) ad un maggiore impegno nella prestazione lavorativa.
Si legge, infatti, nella sentenza: «Questo comportamento, secondo la predetta Corte, implicava “un disvalore sociale giacché il lavoratore aveva usufruito di permessi per l’assistenza a portatori di handicap per soddisfare proprie esigenze personali scaricando il costo di tali esigenze sulla intera collettività, stante che i permessi sono retribuiti in via anticipata dal datore di lavoro, il quale poi viene sollevato dall’ente previdenziale del relativo onere anche ai fini contributivi e costringe il datore di lavoro ad organizzare ad ogni permesso diversamente il lavoro in azienda ed i propri compagni di lavoro, che lo devono sostituire, ad una maggiore penosità della prestazione lavorativa“». Il peso sulle spalle della collettività non è quindi soltanto economico.
Per questo motivo non ha alcun rilievo la circostanza della mancata affissione del codice disciplinare in azienda, elemento che, in presenza di un licenziamento disciplinare, potrebbe avere la sua importanza. È infatti un principio consolidato nella giurisprudenza della Corte di legittimità che per i licenziamenti disciplinari non si applica il principio di necessaria pubblicità del codice disciplinare mediante affissione in luogo accessibile a tutti.
Secondo la Corte, invece, ciò che maggiormente rileva ai fini del licenziamento è che la condotta del lavoratore aveva compromesso il rapporto di fiducia con il datore di lavoro ponendo in dubbio la futura correttezza dell’adempimento della prestazione lavorativa; infatti «Ne conseguiva, asseriva la Corte di Appello, che “proprio per gli interessi in gioco, l’abuso del diritto, nel caso di specie, era particolarmente odioso e grave ripercuotendosi senz’altro sull’elemento fiduciario trattandosi di condotta idonea a porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento in quanto sintomatica di un certo atteggiarsi del lavoratore rispetto agli obblighi assunti”».
Una sentenza, quella in commento, che attiene ad un tema, quello dei permessi da legge 104 per assistere un familiare disabile, sempre molto agitato, poiché rappresenta una delle tutele alle quali si fa più ricorso. Oltre alla naturale riprovazione sociale della vicenda, più volte ribadita dai giudici di merito e della Cassazione (ed equiparabile, in tutto, alla indebita fruizione di prestazioni a carico della collettività), la condotta è tale da trascendere la violazione di un singolo dettato disciplinare e non può essere assimilata a una semplice assenza ingiustificata o ad altra forma di inosservanza di norme che potrebbe giustificare una sanzione conservativa.
Usare e non abusare dei diritti, quindi, resta il modo più adeguato per farli valere !
Reati connessi all’uso dei parcheggi: il reato di violenza privata
Di Cristiana Centanni il 11 dicembre 2015 con 0 Commenti
A tutti può capitare di trovare una automobile, parcheggiata in modo ‘selvaggio’, che impedisce di fatto il transito alla nostra autovettura che, per tale circostanza, rimane intrappolata nell’area di parcheggio; non tutti sanno, però, che chi parcheggia la propria vettura dinanzi ad un fabbricato o un posteggio (pubblico o privato) in modo da bloccare il transito ad un’altra auto, impedendole l’accesso o l’uscita, rischia non soltanto il carroattrezzi ma, addirittura, il procedimento penale.
La giurisprudenza di Cassazione ha affrontato in più occasioni il tema relativo alle condotte, chiamiamole ‘incivili’, degli utenti della strada, precisando la circostanza che costituisce reato lasciare il proprio mezzo parcheggiato in modo tale da impedire agli altri il passaggio, ossia l’uscita o l’entrata, a titolo esemplificativo, da/in un parcheggio pubblico, un cortile condominiale privato, un cancello, un box auto.
Si tratta di mezzi di costrizione dell’altrui libertà contrari all’ordinamento e che, oltre ad integrare illeciti amministrativi per violazione del codice della strada (si pensi al divieto di parcheggio, al passo carrabile, ecc.), possono far scattare un procedimento penale a carico del conducente, integrando il reato di violenza privata.
Ebbene, in che cosa consiste il reato di violenza privata? Esso si configura, secondo l’art. 610 c.p., quando “chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa”. La pena prevista è la reclusione fino a quattro anni, aumentata se concorrono le circostanze aggravanti di cui all’art. 339 c.p., se la violenza o la minaccia sono commesse con armi, da persone travisate, da più persone riunite, con scritto anonimo, in modo simbolico o valendosi della forza intimidatrice derivante da associazioni segrete, esistenti o supposte.
In altri e più chiari termini, nel reato di violenza privata il requisito della violazione, ai fini della configurabilità del delitto, si identifica con qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente della libertà di determinazione e di azione l’offeso il quale sia, pertanto, costretto a fare, tollerare od omettere qualcosa contro la propria volontà (Cass., Sez. V Pen., 12.01.2012 n. 603); nella specie, gli Ermellini, nell’esaminare il ricorso, sulla base della propria giurisprudenza, hanno ricordato che «Occorre prendere le mosse dal rilievo, già formulato dai giudici del merito e non censurato dal ricorrente, secondo cui l’elemento della violenza nella fattispecie criminosa di violenza privata si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza “impropria”, che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione (Rv. 246551; Massime precedenti Conformi: N. 1195 del 1998 Rv. 211230, N. 3403 del 2004 Rv. 228063). Si conviene anche sulla osservazione che quando la violenza privata sia configurata con riferimento ad un atto di violenza (in alternativa a quello della minaccia) tale violenza possa essere individuata in un’energia fisica esercitata, come detto, vuoi sulle persone o, in alternativa, anche sulle cose (Rv. 184195; Rv. 247757) e deve essere idonea ad incidere sulla libertà psichica (di determinazione e azione) del soggetto passivo». Nel caso di specie, l’imputato aveva parcheggiato in modo da intralciare il passaggio, specificando poi di non avere alcuna intenzione di rimuovere la sua autovettura. In conclusione, dice la Cassazione confermando la condanna, «se è del tutto condivisibile che costituisca il reato in esame la condotta di chi effettui il parcheggio di un’autovettura in modo tale da impedire intenzionalmente a un’altra automobile di spostarsi per accedere alla pubblica via e accompagnato dal rifiuto reiterato alla richiesta della parte offesa di liberare l’accesso (Rv. 234458; Massime precedenti Conformi: N. 4093 del 1981 Rv. 148695, N. 2545 del 1985 Rv. 168350, N. 10834 del 1988 Rv. 179650, N. 40983 del 2005 Rv. 232459), sarebbe irragionevole non ritenere reato anche soltanto la seconda parte della condotta appena descritta nella quale la costrizione, con violenza, della altrui volontà è determinata dal mantenimento della vettura nella posizione irregolare in cui è stata messa dallo stesso agente: mantenimento capace di determinare la costrizione psicologica della persona offesa né più e né meno dell’intenzionale parcheggio ostruttivo». Nel delineato contesto la Suprema Corte, cioè, ha affermato che, se da un lato è pacifico che costituisce il reato di violenza privata la condotta di chi effettua il parcheggio della propria autovettura in modo tale da impedire intenzionalmente a un’altra persona di uscire dal parcheggio comune, accompagnato dal reiterato rifiuto alla richiesta della parte offesa di liberare l’accesso, dall’altro è ragionevole ritenere reato anche il rifiuto di spostare l’auto. In tale seconda condotta la costrizione con violenza dell’altrui volontà è determinata dal mantenimento della vettura nella posizione irregolare. Il mancato rispetto dell’altrui diritto di godere liberamente degli spazi condominiali e dei beni comuni può dunque portare a conseguenze a volte inimmaginabili.
Per integrare il reato di violenza privata basta la consapevolezza del parcheggio eseguito in modo da bloccare eventuali altri automobilisti. Il che può derivare anche da semplice incuria o per totale indifferenza alle norme stradali. Al riguardo, la decisione recente della Suprema Corte (sez. V penale, sentenza 9 ottobre – 7 dicembre 2015, n. 48346), ha precisato che «Sul punto, occorre ricordare la giurisprudenza di questa Corte di legittimità laddove ha più volte affermato che l’elemento della violenza nella fattispecie criminosa di violenza privata si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza “impropria”, che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione (Cass., Sez. 5, n. 11907 del 22/01/2010, Cavaleri ). Ed invero, più precisamente è stato anche affermato che integra il delitto di violenza privata la condotta di colui che parcheggi la propria autovettura dinanzi ad un fabbricato in modo tale da bloccare il passaggio impedendo l’accesso alla parte lesa, considerato che, ai fini della configurabilità del reato in questione, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione ( Cass., Sez. 5, n. 8425 del 20/11/2013 – dep. 21/02/2014, Iovino)».
In conclusione, parcheggiare male può costituire reato: se si blocca il passaggio alle altre autovetture, infatti, è integrato il delitto di violenza privata. A dirlo (rectius, a ribadirlo) è dunque la Corte di Cassazione in numerose occasioni, con sentenze (si veda anche 16.05.2006 n.16571), che si collocano nel solco di una giurisprudenza che va consolidandosi in materia di cd. atti emulativi della strada. La sentenza da ultimo richiamata, ad esempio, ha descritto un fatto di voluta intenzione dell’imputato di mantenere il proprio veicolo – già parcheggiato irregolarmente in un’area condominiale alla quale non aveva diritto di accedere (“condominio a lui estraneo”) – in modo tale da impedire alla persona offesa di transitare con il proprio veicolo per uscire sulla pubblica via, rifiutando reiteratamente di liberare l’accesso, pretendendo «con evidente protervia ed arroganza» che la persona offesa attendesse secondo proprie necessità (la «discesa» della sorella), e tanto basta, hanno sostenuto gli Ermellini, per integrare la violenza quale normativamente prevista.
Attenzione, pertanto, a come si parcheggia, anche perché gli Ermellini sembrano, e sono, particolarmente sensibili al problema !!!
Riforma giustizia: il pignoramento di pensioni e stipendi e le nuove soglie di pignorabilità
Di Cristiana Centanni il 9 dicembre 2015 con 0 Commenti
L’art. 13 del decreto legge n. 83 del 27.06.2015, recante ‘Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria’, convertito con modifiche in legge 06.08.2015, n.132, ha introdotto importanti novità in tema di pignoramento di pensioni e stipendi, andando a modificare gli articoli 545 e 546 del codice di procedura civile.
Fino all’entrata in vigore del d.l. n. 83/2015, il creditore che, per soddisfare il proprio credito, avesse deciso di pignorare lo stipendio o la pensione con atto notificato direttamente al datore di lavoro o all’ente di previdenza, poteva farlo – almeno teoricamente – nei limiti di un quinto dell’importo complessivo.
Cosa accade dopo la riforma:
-all’articolo 545 c.p.c. sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
«Le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà. La parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal terzo, quarto e quinto comma nonché dalle speciali disposizioni di legge.
L’inefficacia è rilevata dal giudice anche d’ufficio».
-all’articolo 546, primo comma, è aggiunto, in fine, il seguente periodo:
«Nel caso di accredito su conto bancario o postale intestato al debitore di somme a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza, gli obblighi del terzo pignorato non operano, quando l’accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento, per un importo pari al triplo dell’assegno sociale; quando l’accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente, gli obblighi del terzo pignorato operano nei limiti previsti dall’articolo 545 e dalle speciali disposizioni di legge».
I nuovi commi dell’art. 545 c.p.c., come stabilito dall’art. 23 del decreto, sono immediatamente operativi e trovano applicazione anche nei procedimenti già pendenti alla data di entrata in vigore del d.l. n. 83/2015, ovverosia, come detto, dal 27.06.2015.
– con riferimento alle pensioni, il nuovo sesto comma, aggiunto dal decreto legge, all’art. 545 c.p.c., prevede che le somme dovute non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà. Solo la parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal terzo, quarto e quinto comma di detto articolo nonché dalle speciali disposizioni di legge ovvero nel limite di 1/5. Ovverosia, solo l’eccedenza rispetto alla somma costituita della misura dell’assegno sociale + ½ sarà pignorabile nel limite di 1/5.
– con riferimento al pignoramento degli stipendi accreditati sul conto corrente, l’attuale ultimo comma aggiunto all’art. 545 c.p.c. stabilisce un regime diverso rispetto alla data di accredito: (i) se l’accredito in banca è avvenuto prima del pignoramento, le somme possono essere pignorate per l’importo che eccede il triplo dell’assegno sociale; (ii) per gli stipendi versati, invece, contestualmente o successivamente al pignoramento, la porzione pignorabile sarà quella prevista dalla legge ovvero nella misura concessa dal giudice e, in ogni caso, mai oltre il quinto.
In termini pratici, in precedenza era previsto che stipendi, salari, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego (per esempio il TFR) e pensioni non potessero essere pignorati se non nella misura di un quinto. Tuttavia, nessuna norma prevedeva espressamente che tutte le pensioni (come quelle di anzianità) avessero una soglia di impignorabilità, anche se dopo un’importante sentenza della Corte Costituzionale del 2002 (che aveva stabilito l’impignorabilità delle pensioni nella parte necessaria alle esigenze minime di vita), i Tribunali si sono spesso orientati a ritenere pignorabile, nei limiti del quinto, solo la parte della pensione eccedente l’assegno sociale, pur con qualche discrezionalità nell’individuazione dell’importo ‘intoccabile’ dai creditori. Ora, nel nuovo art. 545 c.p.c. viene inserito un nuovo comma (comma 7) che stabilisce che le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità, che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale aumentato della metà (in pratica euro 672,78): si tratta di una modifica importantissima, venendo a chiarire in modo opportuno e puntuale la parte di reddito pensionistico assolutamente non pignorabile, ed altresì venendo ad estendere il limite a tutte le pensioni od altra indennità pensionistica. A titolo esemplificativo: se un pensionato percepisce 1000 euro mensili, il pignoramento del quinto della pensione dovrà essere calcolato solo sulla differenza tra 1000 (pensione) e 672,78 (minimo non pignorabile): quindi, 1000 – 672,78 = 327,22. Il creditore potrà pertanto ricevere 1/5 di 327,22, ovverosia 65,44 euro.
Se il pignoramento viene eseguito su somme maggiori rispetto a quelle stabilite dal novellato art. 546 c.p.c., è considerato parzialmente inefficace violando i divieti ed i limiti in questione e l’inefficacia potrà essere rilevata anche d’ufficio dal giudice. Di talché, resta valido il pignoramento effettuato entro la soglia mentre, per quanto riguarda la parte eccedente, si considera come se non fosse mai avvenuto ed il debitore potrà tornare nella disponibilità delle proprie somme.
Offendere il coniuge integra il reato di maltrattamenti, anche dopo tanto tempo
Di Cristiana Centanni il 7 dicembre 2015 con 0 Commenti
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PEN., 27.10/27.11.2015 N. 47209
Quale è il limite oltre il quale i comportamenti di un coniuge verso l’altro, che sfociano in atti di violenza fisica o prevaricazione psicologica, sono tali da integrare il reato di maltrattamenti previsto dall’art. 572 c.p., tenuto conto che sempre più spesso le notizie di cronaca mettono in luce episodi di maltrattamenti in famiglia da parte di uomini violenti?
Si tratta di un reato disciplinato, appunto, dall’art. 572 c.p. che, come confermato dall’orientamento dominante in giurisprudenza, presuppone l’abitualità dei comportamenti maltrattanti, tali da cagionare sofferenza, umiliazioni e prevaricazione, fonti di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza.
Il delitto di maltrattamenti in famiglia si realizza quando si accerti l’esistenza di una condotta abituale che si concretizza in (più) fatti lesivi dell’integrità fisica, o morale o della libertà o del decoro del soggetto passivo, nei confronti del quale viene posta in essere una condotta di sopraffazione sistematica, in modo tale da rendere la stessa convivenza particolarmente mortificante e dolorosa: atti sorretti dal dolo generico integrato dalla volontà cosciente di ledere l’integrità fisica o morale della vittima.
In altri e più chiari termini, nella nozione di maltrattamenti possono rientrare non solo atti di violenza fisica in senso stretto (percosse, lesioni) ma anche atti di disprezzo, e di sopruso, e di offesa alla dignità del partner, tali da incidere in modo significativo sulla personalità del soggetto maltrattato che, a causa della reiterazione di simili condotte nel corso del rapporto familiare, ne subisce sofferenza morale o fisica. Rientra tra questi ultimi atti l’atteggiamento di complessiva svalutazione della moglie, tenuto dall’uomo durante tutto il corso della vita coniugale. È stato così riconosciuto dal giudice nomofilattico che tali condotte, costantemente ripetute, non hanno fatto altro che evidenziare l’esistenza di un programma criminoso diretto a ledere l’integrità morale della persona offesa, di cui i singoli episodi, da valutare unitariamente, costituiscono l’espressione ed in cui il dolo si configura come volontà comprendente il complesso dei fatti e coincidente con il fine di rendere disagevole e penosa l’esistenza della moglie (Corte di Cassazione, Sez. VI Penale, 28.12.2010, n. 45547).
Si inserisce nel solco delle numerose decisioni giurisprudenziali intervenute la sentenza in commento con il presente scritto (n.47209/2015), con cui gli Ermellini riferiscono che non può essere assolto l’uomo che, in tanti anni di matrimonio, maltratta la propria moglie, neanche se questa, inizialmente, tace e sopporta per amore dell’unione familiare; come irrilevante è la sporadicità delle condotte del marito: a rilevare deve essere la valutazione del complessivo atteggiamento dell’uomo. Per la condanna ai fini del reato di maltrattamenti, sottolinea la Corte, rileva l’atteggiamento di complessiva svalutazione della moglie, tenuto dall’uomo durante tutto il corso della vita coniugale. In questa ottica vanno riconsiderati anche gli episodi verificatisi dopo la comunicazione, da parte della donna, di procedere alla separazione. Di conseguenza è logico qualificare la condotta del marito “in termini di abitualità”, essendo evidente nei confronti della donna “la volontà di sopraffazione, tipica dei maltrattamenti”, volontà concretizzatasi nel corso degli anni e successivamente acuitasi a seguito della decisione della donna di separarsi. “Sul punto giova evidenziare che tale caratteristica non richiede lo svolgimento della condotta maltrattante per un periodo minimo, al di sotto del quale la sussistenza del reato debba necessariamente escludersi, ma può ravvisarsi tutte le volte in cui atteggiamenti prevaricatori, svalutanti o violenti si susseguano e risultino connessi alla concreta volontà di mortificazione dell’autonoma valutazione del componente del nucleo familiare, situazione che nella specie, risulta non negabile alla luce sia del complessivo atteggiamento tenuto nei confronti della moglie nell’arco della vita matrimoniale, che da quanto risultante dichiarato dalla donna, ed accertato in fatto dallo stesso giudice di primo grado, che ha sostenuto la decisione assolutoria esclusivamente sulla base di una determinazione di non abitualità superata in maniera argomentata e conforme ai principi applicativi della giurisprudenza di questa Corte sul punto dalla Corte territoriale”.
Le decisioni degli Ermellini in materia sono tuttavia frequenti, come purtroppo noto, arrivando a precisare che, affinché sia applicabile tale statuizione normativa, è necessario accertare lo stato di soggezione e di inferiorità psicologica della vittima (Corte di Cassazione, Sez. VI Penale, 04.06.2015, n. 30903) di talché, in ossequio ad un orientamento giurisprudenziale come detto consolidato, la fattispecie dei maltrattamenti in famiglia si realizza laddove sussista una “condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze”.
In conclusione, il reato di maltrattamenti in famiglia si caratterizza per l’abitualità del comportamento lesivo realizzato tramite una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali, isolatamente considerati, potrebbero anche essere non punibili ovvero non perseguibili, e di cui, tuttavia, la reiterazione del tempo ne determina la rilevanza penale; si tratta di un reato che non può rinvenirsi in singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni né tanto meno in un precedente specifico.
Resta da dire che se, come visto, può capitare che la moglie sopporti tali atteggiamenti per amore dell’unione familiare, ove detti episodi di violenza perdurino con la fine del matrimonio ovverosia in caso di divorzio, non si può configurare il reato di maltrattamenti in famiglia, tenuto conto che in effetti, in caso di divorzio, di famiglia non si può più parlare (Corte di Cassazione, Sez. VI Penale, 13.12.2013 n. 50333). Dunque, il reato può essere commesso solo all’interno del matrimonio o quando i coniugi sono in fase di separazione, mentre se i maltrattamenti vengono posti in essere dopo il divorzio tale reato non può essere contestato, potendosi invece configurare altre tipologie di reato, ma non è questa la sede per discorrerne in merito.

References: sentenza 
 Cass. 
 art. 33
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
in fine
in fine
 sentenza 
 art. 545
 art. 546
 sentenza