Source: https://www.laleggepertutti.it/272296_meglio-lannullamento-del-matrimonio-o-il-divorzio
Timestamp: 2019-02-23 17:57:32+00:00

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La dichiarazione di nullità del matrimonio, pronunciata dalla Sacra Rota, ha effetti retroattivi e cancella anche l’assegno di mantenimento a patto che intervenga prima del passaggio in giudicato della sentenza di divorzio.
Quando il matrimonio finisce, ci sono due vie per dirsi addio: la prima è quella tradizionale della separazione e del successivo divorzio davanti al tribunale civile; la seconda è quella della sentenza emessa dal tribunale ecclesiastico con cui viene dichiarata la nullità del matrimonio. Anche se l’obiettivo di entrambi i procedimenti è quello di slegare per sempre i coniugi, le differenze in termini pratici sono notevoli. Notevoli perché in un caso (separazione e divorzio) si prende atto della cessazione di un rapporto che, comunque, ha avuto effetti nel passato (e, in parte, li continua a spiegare anche per il futuro); nell’altro caso invece (nullità del matrimonio) il rapporto tra i coniugi viene cancellato del tutto, con effetto retroattivo, come se i due non si fossero mai sposati. Questo porta a chiedersi spesso se è meglio l’annullamento del matrimonio o il divorzio.
Premesso che l’espressione più corretta, sotto un profilo giuridico, non è “annullamento” ma “nullità”, la risposta a questo interessante quesito non è facile: tutto dipende infatti da qual è l’obiettivo che si prefigge la parte. Ad esempio, se ci si vuole risposare in chiesa la via obbligata è quella della nullità. Se invece si preferisce mantenere l’assegno di mantenimento si deve optare per il procedimento davanti al tribunale ordinario con separazione e successivo divorzio.
Si tenga peraltro conto che il procedimento presso la Corte di Appello che “convalida” la sentenza del tribunale ecclesiastico può sopraggiungere anche dopo la sentenza di separazione e finanche dopo il divorzio (in quest’ultimo caso, però, come vedremo a breve, affinché abbia effetti deve intervenire prima che tale sentenza diventi definitiva).
In questo articolo cercheremo di analizzare tutti i vantaggi delle due procedure e spiegare se è meglio un matrimonio nullo o un divorzio?
1 Le cause che consentono il divorzio e quelle che consentono la nullità del matrimonio
2 Sposarsi una seconda volta
3 L’assegno di mantenimento
4 Reversibilità, eredità e Tfr
5 Tempi e costi del processo
Le cause che consentono il divorzio e quelle che consentono la nullità del matrimonio
Per ottenere la separazione e il divorzio è sufficiente che vi sia la crisi coniugale, ossia il venir meno della comunione spirituale e materiale tra i coniugi. Questo elemento peraltro non deve essere dimostrato: si presume per il solo fatto che viene depositato il ricorso in tribunale. Con la conseguenza che separarsi e divorziare è molto semplice. La difficoltà interviene solo quando le parti non si mettono d’accordo sul mantenimento o sull’affidamento dei figli, nel qual caso bisogna istruire una causa lunga e a volte costosa.
matrimonio non consumato: significa che marito e moglie non hanno avuto un rapporto sessuale completo;
La nullità del matrimonio ha effetto retroattivo: implica cioè la cancellazione di tutti gli effetti del matrimonio. Se quindi è vero che un matrimonio non è mai esistito, non è dovuto neanche il mantenimento. Quindi, è chiaro che chi ha un reddito più elevato riterrà più conveniente chiedere la nullità del matrimonio, mentre chi ha un reddito più basso o è disoccupato perderà in tal caso il contributo mensile. Di solito, l’ex marito ricorre al tribunale ecclesiastico proprio allo scopo di non dover pagare nulla alla moglie. La sentenza di nullità del matrimonio, che per essere valida per lo Stato italiano deve essere delibata (ossia “approvata”, “certificata”, “convalidata”) dalla Corte di Appello competente, può intervenire anche dopo la sentenza di separazione, così cancellando tutti gli effetti in termini di mantenimento, ivi compreso l’obbligo di pagare l’assegno. Può anche intervenire dopo la sentenza di divorzio, ma in tal caso, per avere una concreta utilità, dovrà essere delibata prima che questa diventi definitiva, ossia passi in giudicato. Se infatti scadono i termini per impugnare la sentenza di divorzio, la delibazione della sentenza di nullità non cancella più gli effetti della pronuncia del tribunale ordinario che ha condannato l’ex coniuge al pagamento del mantenimento. L’ex coniuge ha diritto all’assegno se il divorzio passa in giudicato prima della delibazione ecclesiastica di nullità del matrimonio.
Leggi sul punto: Mantenimento: viene revocato con l’annullamento del matrimonio?
Ne abbiamo parlato più approfonditamente in Conviene divorziare o restare separati?
[1] Cass. ord. n. 1882/19 del 23.01.2019.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 13 dicembre 2018 – 23 gennaio 2019, n. 1882
Nelle more, con sentenza del 5.3.2010, il Tribunale, all’esito dei disposti accertamenti tramite la GdiF, riconosceva, per quanto ancora d’interesse, il diritto della Gr. all’assegno divorzile e lo determinava in Euro 1.000,00, decisione che veniva confermata, con sentenza dell’11.6.2014, dalla Corte d’Appello di Torino, secondo cui: a) la delibazione, intervenuta nel corso del giudizio d’appello in data 14.2.2011, della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio concordatario non valeva ad escludere il diritto all’assegno, essendo in precedenza passata in giudicato la sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio, con conseguente validità per lo Stato Italiano del vincolo coniugale; b) l’ammontare dell’assegno determinato dai primi giudici era congruo, in relazione ai redditi dell’obbligato, alla durata del matrimonio ed al presunto tenore di vita condotto dalla coppia, né era determinante la pregressa attività lavorativa che la moglie, onerata delle cure del figlio autistico, aveva svolto nella Società riferibile alla famiglia del marito.
3. Così convenendo, la questione della spettanza e della liquidazione dell’assegno divorzile non è preclusa quando l’accertamento inerente all’impossibilità della prosecuzione della comunione spirituale e morale fra i coniugi – che, come si è detto, costituisce il titolo giuridico dell’obbligo qui in discussione – sia passato in giudicato prima della delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del medesimo matrimonio, come si verifica nell’ipotesi in cui nell’ambito di un unico giudizio la statuizione relativa allo stato sia stata emessa disgiuntamente da quelle inerenti ai risvolti economici. E, nella specie, tanto è accaduto: per effetto della sentenza di questa Corte n. 24990 del 10.12.2010 l’accertamento inerente all’impossibilità della continuazione della comunione spirituale e morale fra i coniugi è passato in giudicato prima della delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del 14.2.2011, sicché la valutazione di spettanza e quantificazione dell’assegno divorzile è ben ammissibile, non potendo in contrario dedursi che in caso di delibazione della sentenza ecclesiastica di annullamento del matrimonio concordatario le conseguenze economiche siano disciplinate dagli artt. 129 e 129 bis c.c., in tema di matrimonio putativo, dettando tali articoli una normativa che, nel caso di passaggio in giudicato della sentenza di divorzio prima della delibazione della sentenza ecclesiastica, va, appunto, coordinata con i principi che regolano il giudicato, in applicazione dei principi già enunciati dalla giurisprudenza sopra citata al § 2.
6. La Corte del merito si è in concreto attenuta a tali nuovi criteri, laddove ha considerato la sussistenza sia del presupposto assistenziale (mancanza di attività lavorativa) che del criterio perequativo, essendo stato valutato l’apporto della moglie al menage familiare specie riconnesso alla cura del figlio autistico delle parti, di talché il riferimento al (presunto) tenore di vita goduto in costanza di convivenza si risolve in un formale rispetto del pregresso consolidato orientamento in materia, che non ha, in concreto, avuto valenza decisiva sulla determinazione del quantum. Non può sottacersi, peraltro, che la censura è volta, nella sua sostanza, alla richiesta di una rivisitazione del reddito percepito dallo stesso ricorrente, come dalle prodotte dichiarazioni fiscali, ed all’incidenza dell’onere di mantenimento di un altro figlio, il che attiene al giudizio di fatto ed è inammissibile in questa sede di legittimità.
Rigetta il ricorso principale, assorbito l’incidentale, e compensa le spese del presente giudizio di legittimità, Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento del doppio del contributo unificato. In caso di diffusione del provvedimento dispone omettersi le generalità e gli altri dati identificativi delle parti, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

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 Cass. 
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 § 2
 art. 13
 art. 52