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Timestamp: 2020-01-21 00:12:17+00:00

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Blog di Live Consulting
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 18250 del 26 agosto 2014, è tornata sul tema degli effetti che la cancellazione di una società dal registro delle imprese produce sulla ripartizione di eventuali rapporti attivi pendenti ma non contemplati in sede di liquidazione, o perché trascurati, o perché sconosciuti in quel momento. La Suprema Corte, sulla base dell’estendibilità a tutte le società (cooperative comprese) dei criteri fissati inizialmente dalle Sezioni Unite soltanto per le società di capitali, ha stabilito che non può essere riaperta la procedura di liquidazione per i crediti divenuti esigibili soltanto dopo l’estinzione della società cooperativa. Come noto inoltre rimane valido il principio secondo il quale la “cancellazione della cancellazione” di una società dal registro delle imprese può essere richiesta solo qualora non ricorrano le condizioni di legge per l’iscrizione della cancellazione della società, ossia quando la società abbia proseguito l’attività sociale anche dopo la cancellazione (Cass. Sez. Un., 9 aprile 2010, n. 8426).Diverso è il regime che caratterizza i rapporti attivi in quanto i diritti e i beni compresi nel bilancio di liquidazione si trasferiranno ai soci in regime di contitolarità o comunione indivisa. Non si trasferiranno, invece, le mere pretese, anche se azionate o azionabili in giudizio, ed i diritti di credito incerti o illiquidi allorchè detti elementi attivi, benchè conosciuti, non siano stati presi in considerazione dalla società e dagli organi che hanno provveduto alla liquidazione.
posted by Walter Pacelli
Cass., Sez. III Civile, 11 settembre 2014, n. 19149 Con la sentenza in esame la Suprema Corte ribadisce l’orientamento secondo cui il giudice prefallimentare che ha deciso negativamente in ordine al ricorso del creditore – ex art. 6 l.f.. – ha competenza funzionale ed inderogabile non solo sul rimborso delle spese processuali, ma anche sul risarcimento dei danni da responsabilità aggravata a norma dell’art. 96 c.p.c. La ratio di tale impostazione, già percorsa dal giudice di legittimità in diverse pronunce (tra le altre, Cass. Civ., sez. I, sentenza 28 febbraio 2000, n. 2216), risiede nel rispetto del principio sancito dall’art. 111 Cost. che vieta interpretazioni delle norme processuali volte a dilatare l’attività giurisdizionale. In altre parole, non vi è motivo di demandare la decisione sulla responsabilità aggravata ad un secondo e separato giudizio quando tutto potrebbe risolversi all’interno del medesimo procedimento. L’assunto in questione è stato altresì corroborato da Corte Cost. 20 luglio 1999, n. 328, la quale ha ritenuto costituzionalmente illegittimo l’art. 22, comma 2, l.f. nella parte in cui non prevede che avverso il decreto di rigetto dell’istanza di fallimento possa proporre reclamo alla corte d’appello il debitore in relazione al mancato accoglimento da parte del tribunale di domande proposte dallo stesso debitore. La mancata pronuncia da parte del tribunale adito, dunque, comporterebbe la violazione degli artt. 91 e 96 c.p.c. ed insieme del principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato contenuto nell’art. 112 c.p.c. E’ bene infine ricordare che il giudice investito di tale decisione potrà e dovrà svolgere comunque un’istruttoria piena e completa, compiendo tutti gli accertamenti necessari (compreso, se del caso, acquisire documenti, assumere prove testimoniali, disporre consulenze ecc.).
Nel caso in cui l’azienda cessionaria ponga in essere operazioni societarie esclusivamente finalizzate all’elusione della pretesa del creditore, questa può essere chiamata a rispondere dei debiti dell’azienda ceduta in forza della teoria dell’abuso del diritto. Così ha stabilito il Tribunale di Reggio Emilia nella sentenza del 16 giugno 2015, n. 964, nello specifico un creditore prima di ottenere il titolo esecutivo nei confronti della società debitrice vedeva quest’ultima cedere tutti i suoi rami d’azienda ad altra società in nome collettivo avente quasi la stessa compagine sociale, la srl debitrice veniva così messa in liquidazione e cessata dal registro delle imprese. A questo punto la società creditrice aggrediva con atto di precetto la nuova cessionaria la quale si opponeva al titolo esecutivo ritenendo che i debiti contratti dalla società cedente e non contabilizzati, non potevano essere imputati a loro, in tal senso l’articolo 2560 cc statuisce al secondo comma che “nel trasferimento di un azienda commerciale risponde dei debiti suddetti anche l’acquirente dell’azienda, se essi risultano dai libri contabili obbligatori,”. Il Tribunale nel caso che occupa ha evidenziato l’operazione economico-giuridica posta in essere dalla società debitrice che ha ceduto l’intera azienda ad altra società (new company) con compagine sociale quasi identica alla precedente società debitrice, e contestuale messa in liquidazione e cancellazione di quest’ultima, per l’effetto l’organo giudicante ha qualificato tale cessione come un abuso del diritto, in quanto operazione oggettivamente e sostanzialmente volta ad eludere quindi le ragioni dei creditori. In conclusione secondo dottrina e giurisprudenza si ha abuso di diritto quando “l’esercizio del diritto da parte del titolare si esplicita attraverso l’uso abnorme delle relative facoltà ed è indirizzato a un fine diverso da quello tutelato dalla norma”,così da ritenere che la buona fede costituisce uno dei cardini della disciplina legale delle obbligazioni e formando un vero e proprio dovere giuridico. ( Cass. n. 10568/2013, Cass. n. 17642/2012, Cass. n. 13208/2010, Cass. n. 20106/2009).
Le Sezioni Unite tornano sul rapporto tra concordato preventivo e fallimento con la sentenza n. 9935 del 15 maggio 2015 secondo le Sezioni Unite non può dichiararsi il fallimento fino a che non si chiude la procedura di concordato preventivo per «chiusura» si intende non già il definitivo esaurimento della procedura «minore» bensì – la sua «prima definizione» negativa, ovvero la dichiarazione di inammissibilità della proposta di concordato, con la sua mancata approvazione, con la revoca dell’ammissione alla procedura ovvero, ancora, col diniego di omologazione (artt. 162, 179, 173 e 180, l. fall.). Il principio di prevalenza fissa, un ordine tra decisioni e non tra procedimenti e, cioè, scandisce una cronologia tra provvedimenti.
L’articolo 66 l.fall. ripropone, in ambito fallimentare, la revocatoria ordinaria codicistica. L’unica differenza fra la revocatoria L.F. , ex articolo 66 e la revocatoria ex articolo 2901 cod. civ. e’ l’ambito di efficacia: la prima, esercitata dal curatore, giova a tutti i creditori, la seconda giova soltanto al creditore che ha esercitato l’azione. Ma le caratteristiche dell’azione sono le medesime, trattandosi dello stesso istituto trasposto in un diverso settore dell’ordinamento. Ragion per cui in tema di revocatoria ordinaria, il curatore non è gravato dalla prova della conoscenza da parte del terzo dello stato di insolvenza del debitore, come avviene in caso di revocatoria fallimentare L.F. , ex articolo 67; e’ in realta’ sufficiente che sia dimostrato il semplice pregiudizio, per la massa dei creditori, dell’atto dispositivo ne consegue che è sufficiente provare la conoscenza, da parte del terzo, del pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore, la norma non richiede, per la sua applicazione, che il debitore sia insolvente, ne’ che il creditore abbia consapevolezza dello stato di decozione del debitore, o della societa’ di cui e’ parte. Ne consegue che non può essere sindacato nella fase di legittimità alcun giudizio di fatto, pertato l’orgnao giudicante deve accertare il requisito della partecipatio fraudis in virtu’ di alcuni indici sintomatici quali : la sussistenza del rapporto parentale (padre-figlio) fra debitore e terzo (Cass. 5 marzo 2009 n. 5359), la situazione di convivenza, etc Si aggiunga inoltre che non è necessario inoltre che il requisito dell’eventus damni richieda una disamina da parte dei giudici di merito, della situazione patrimoniale del debitore, alcuna rilevanza pertanto riveste il fatto che il patrimonio immobiliare del fallito possa ritenersi sufficiente al soddisfacimento dei crediti, atteso che in tema di revocatoria ordinaria, non e’ necessaria una totale compromissione del patrimonio del debitore, ma e’ sufficiente che la soddisfazione dei crediti sia resa piu’ incerta o difficile, il carattere pregiudizievole dell’atto, l’eventus damni, è insito nelle caratteristiche dell’atto stesso (lunga durata del contratto, prezzo notevolmente inferiore al valore di mercato). Cass. [ord.], 07-05-2015, n. 9170.
L’amministratore che, occulta la situazione di crisi e di insolvenza della società alterando documenti contabili, per ricorrere al credito bancario aggravando il passivo patrimoniale è fonte di responsabilità ex artt. 2392-2394 cc. Il danno si configura nelle somme che la società deve restituire alle banche finanziatrici in termini di spese, commissioni e interessi corrispettivi e di mora. Il ricorso abusivo al credito da parte degli amministratori è titolo di responsabilità anche per i sindaci se omettono di azionare gli strumenti di tutela loro consentiti dall’ordinamento (artt. 2403 bis, 2406 e 2409 c.c.). In caso di leasing per beni estranei all’attività tipica d’impresa si determina una responsabilità per gli amministratori, e i sindaci che non hanno adeguatamente vigilato.
La prosecuzione dell’ordinaria attività d’impresa da parte degli amministratori di s.r.l. è illegittima ex art. 2486 c.c., qualora dal bilancio emerga la integrale perdita del capitale sociale e i soci non pongano rimedio al deficit patrimoniale della società. Il danno risarcibile nelle azioni di responsabilità per illegittima e prolungata prosecuzione dell’attività d’impresa dopo la perdita integrale del capitale sociale, in caso di omessa o irregolare tenuta della contabilità, deve determinarsi in via equitativa applicando il metodo della differenza dei c.d. netti patrimoniali. La nomina ad amministratore formale è titolo sufficiente a rendere applicabili le norme che prevedono obblighi e responsabilità per gli amministratori di società di capitali. Colui che eserciti effettivamente e stabilmente un’attività amministrativa corrispondente in fatto a quella di competenza dell’amministratore di diritto, è soggetto agli obblighi e alle responsabilità inerenti alla funzione amministrativa di società di capitali in qualità di amministratore di fatto.
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 art. 6
 Cass. 
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 Cass. 
 Cass. 
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 articolo 66
 articolo 2901
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 art. 2486
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