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Timestamp: 2020-08-06 06:23:37+00:00

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Studio n. 26-2010/I - Riviste, Testi e Recensioni - ROMOLOROMANI.IT
Studio n. 26-2010/I
a firma di Mortimello, September 21, 2018 in Riviste, Testi e Recensioni
Mortimello 2
Pubblicato il giorno September 21, 2018
qualcuno possiede lo Studio n. 26-2010/I di A. Ruoloto (“Atti gratuiti e scopo lucrativo”)?
Faden 194
Corte d'Appello:Bologna
COMMISSIONE STUDI D’IMPRESA
ATTI GRATUITI E SCOPO LUCRATIVO
Approvato dalla Commissione Studi d’Impresa il 15 aprile 2010
Lo studio in sintesi (Abstract)
La questione della capacità di donare da parte delle società (di persone e di capitali) attiene fondamentalmente alla compatibilità dell’atto di liberalità con lo scopo lucrativo.
Con la riforma del diritto societario, nelle società di capitali, il problema della donazione da parte di società diviene esclusivamente un problema di responsabilità degli organi e non di capacità a donare, con conseguente ridimensionamento dei profili di inefficacia – nei confronti della società - limitata solo all’ipotesi in cui il terzo abbia agito intenzionalmente a danno della società.
Non è necessaria una esplicita previsione pattizia che contempli la facoltà di fare donazioni se è vero che tali atti possono essere strumentali all'attività assunta e/o alle finalità programmate e che ogni statuto di regola reca la precisazione sulla possibilità di compiere atti direttamente o indirettamente funzionali all’oggetto sociale o allo scopo dell’ente.
La questione si pone in termini simili, ma non identici, nelle società di persone, laddove il regime dell’opponibilità al terzo dell’estraneità dell’atto rispetto all’oggetto sociale si connota per una maggiore ampiezza.
SOMMARIO: 1. Donazione, atto gratuito, liberalità non donativa. Cenni; 2. Il dibattito sulla capacità di donare da parte di enti e società; 3. La compatibilità con lo scopo lucrativo ed il rapporto di strumentalità rispetto all’oggetto sociale, con particolare riguardo alla formulazione dello stesso; 4. Segue: L’indicazione della donazione fra gli atti consentiti; 5. Segue: il problema della validità delle donazioni concretamente poste in essere. I termini della questione ante riforma; 6. Segue: la donazione da parte di società dopo la riforma del diritto societario; 7. Conclusioni.
Sono piuttosto ricorrenti i quesiti che, in vario modo, si incentrano sulla capacità degli enti, ed in particolare, delle società di compiere atti a titolo gratuito. Si tratta di questione non nuova, sulla quale il Consiglio Nazionale ha avuto modo di esprimersi con due studi, uno più risalente, di carattere generale (1), l’altro, più recente, che faceva specifico riferimento alla costituzione di fondo patrimoniale da parte di una società (2).
La questione, come detto, si ripropone con una certa frequenza ed è il caso di verificare, specie dopo la riforma del diritto societario, se sulle conclusioni raggiunte si possa aggiungere qualche elemento di novità.
L’esame della questione necessita, tuttavia di una premessa, che in qualche misura anticipa le conclusioni: la possibilità per la società – di persone o di capitali – di porre in essere negozi donativi non implica un problema di capacità, essendo questa ritenuta generale, bensì di strumentalità rispetto allo scopo lucrativo dalle stesse perseguito. Porre la questione in termini di “capacità” appare, pertanto, fuorviante, posto che il compimento di un atto da parte della società per il tramite dei suoi amministratori implica soprattutto la verifica della rispondenza di tale atto allo scopo della società, da cui consegue, in caso di esito negativo, generalmente, solo una responsabilità dell’agente nei confronti dell’ente.
1. Donazione, atto gratuito, liberalità non donativa. Cenni
La premessa, necessaria, serve da un lato a ridurre il campo dell’indagine, dall’altro lato a ridimensionare il problema.
Il campo di indagine viene circoscritto perché se l’atto di disposizione patrimoniale (apparentemente) senza corrispettivo è in realtà volto a far conseguire alla società una qualche utilità, sia pure solo di immagine, si è fuori dell’ambito della donazione e si rientra nella categoria dei negozi sì gratuiti, ma non liberali.
Al contempo si ridimensiona la questione, posto che un vero problema di non strumentalità rispetto allo scopo lucrativo si verrà concretamente a porre solo per le vere e proprie donazioni.
È, a questo punto necessario, tentare di individuare concretamente l’ambito dell’indagine, avendo presente che sugli istituti della donazione, delle liberalità non donative, degli atti gratuiti la dottrina più autorevole si è espressa con una notevole varietà di posizioni.
Si pensi al fatto che anche il tentativo di ricorrere ad un rapporto di species ad genus, una sorta di insiemi e sottoinsiemi, in cui sarebbe possibile individuare, nell’ambito degli atti gratuiti, la categoria degli atti di liberalità, ed all’interno di quest’ultimo, la donazione (3), risulta vanificato dal rilievo per cui la liberalità può essere attuata anche con un negozio oneroso (contratto di società) o misto (donazione mista) (4).
In tale prospettiva si possono anche ricordare le difficoltà degli interpreti a distinguere dalle liberalità i negozi a titolo gratuito come il mutuo senza interessi, il mandato o il deposito senza corrispettivo ecc. in cui pure una parte offre un vantaggio patrimoniale alla controparte senza corrispettivo.
Il criterio tradizionale, per cui in dette ipotesi, venendo in considerazione un facere e non un dare, non si verificherebbe, sul piano economico, un depauperamento del patrimonio di una parte correlativo all'arricchimento altrui - che secondo autorevole dottrina (5), seguita dalla giurisprudenza (6), costituirebbero l’elemento qualificante la donazione quale atto di liberalità – viene criticato in quanto ancorato ad una concezione non più rispondente alla moderna realtà socio-economica (7) in cui l'avere non si risolve più soltanto nel ristretto ambito di una logica patrimoniale, ma pare estendersi anche alle abilità personali e competenze professionali, con la conseguenza che il facere appare spesso di gran lunga più importante rispetto al dare.
Sicché, in tempi più recenti, si sono configurate diverse ricostruzioni, in cui si propone, ad esempio, che la liberalità sia un fenomeno a sé stante, in cui v’è attribuzione gratuita di beni, che attiva un trasferimento di un diritto reale da un soggetto ad un altro; mentre gli atti gratuiti sarebbero quelli in cui v’è assunzione di obblighi, che trovano la loro disciplina nell’ambito dei contratti (comodato, mutuo gratuito, trasporto gratuito, ecc.) (8).
O, ancora, si evidenzia la differenza esistente fra atti gratuiti appartenenti alla sfera del mercato e atti gratuiti caratterizzati da un interesse non economico del disponente (9), o comunque non patrimoniale (10).
Alcuni Autori, poi, muovendo dalla distinzione fra lo spirito di liberalità esplicitamente previsto dall’art. 769 c.c. ed il motivo oggettivato, individuano varie ipotesi di donazione, differenti in termini di causa e conseguentemente diversamente bisognose di forma, escludendo, quindi, che la forma pubblica sia necessaria laddove entro lo schema formale-causale trovino spazio i motivi che, se oggettivati nell’atto, servono a tutelare gli interessi del donante e/o del donatario (11).
Ai nostri fini, risulta particolarmente utile l’analisi che è stata condotta sull’interesse non patrimoniale che deve animare il donante: questi deve essere mosso da libera scelta, la quale verrebbe meno laddove vi fosse un’obbligazione civile o naturale. Ed è proprio l’assenza di un obbligo civile o naturale nell’attribuzione ed il fatto che questa sia connotata da un interesse di carattere religioso, affettivo o culturale e comunque non patrimoniale che giustifica la forma solenne (12).
Questa, infatti, è imposta in quanto l’interesse che muove il donante è “debole” (privo di quella patrimonialità che è invece alla base del contratto) e può anche non essere espresso: ed alla debolezza dell’interesse deve corrispondere una forma “forte” (13).
Ma la non patrimonialità dell’interesse è assunta, da tale dottrina, anche per distinguere la donazione dai negozi gratuiti, sorretti da un interesse patrimoniale, anche mediato, purché giuridicamente rilevante (14). Solo che l’evidenza dell’interesse si ha solo laddove nell’atto di donazione sia espresso il motivo, cosa che, tuttavia, non sempre avviene (15).
Già da tale premessa, volta, come detto, a circoscrivere l’ambito dell’indagine, risulta evidente come discorrere di “capacità di donare” della società può aver senso solo laddove ci si trovi di fronte ad una attribuzione a terzi senza corrispettivo e senza che, contemporaneamente, vi sia, emergente o latente, un interesse patrimoniale della società.
Paradigmatico, a questo proposito, l’esempio, più volte citato nella letteratura, della società in cui i due unici soci, coniugi, donino al proprio figlio un immobile sociale.
Donazione di cui la dottrina evidenzia la completa alienità rispetto alla attività economica e allo scopo di lucro (16) e rispetto alla quale alcuni autori hanno posto un problema di capacità giuridica, più che d’agire, della società d’esser parte del contratto.
2. Il dibattito sulla capacità di donare da parte di enti e società
Il problema della capacità degli enti, in generale, di porre in essere atti di donazione era a tal punto sentito dal legislatore del codice del 1942 da dedicarvi, nel progetto preliminare del libro sulle successioni e donazioni, un’apposita disposizione, l’art. 400, il quale riconosceva detta capacità, sempre che l’atto di liberalità fosse conforme alla natura dell’ente ed ai suoi fini particolari e alle consuetudini.
Una soluzione che, si evidenziava nella relazione al progetto preliminare, era già adottata nella pratica, considerandosi valide quelle donazioni fatte “da enti o società che esercitano il commercio a scopo pubblicitario o per consuetudine (gratificazione ai dipendenti, doni agli acquirenti”); non mancandosi di sottolineare come, in questi casi, più che di donazione poteva parlarsi di “atto commerciale” (17).
La formulazione limitativa dell’articolo e la illustrazione fattane stavano a dimostrare, però, che i redattori del progetto non ebbero la comprensione precisa della ragione giuridica che sorregge la capacità dell’ente a far donazioni, per cui, in sede di osservazioni, si rivelò l’inutilità della norma che venne soppressa nel progetto definitivo (18).
Nella relazione al progetto definitivo, peraltro, si sottolineava come mentre nella vigenza del codice del 1865 la discussione sulla capacità delle persone giuridiche di porre in essere atti di liberalità dipendeva dalla equiparazione che in detto codice v’era fra capacità a donare e capacità a testare, tale discussione doveva intendersi superata per la contrattualità della donazione riconosciuta dal codice del 1942 (19).
Il silenzio del codice, tuttavia, è stato variamente interpretato dalla dottrina, per negare o affermare la capacità di donare degli enti, ma soprattutto, per rilevare la natura funzionale della capacità riconosciuta ai soggetti collettivi (20).
In seno a tale dibattito, autorevole dottrina aveva, ad esempio, negato la capacità di donare dell’ente per l'impossibilità di una personale manifestazione di volontà da parte della persona giuridica (21); si era, tuttavia, a tal riguardo, replicato che le peculiari modalità di formazione della volontà di tali soggetti, non riconducibili alla rappresentanza volontaria, non incidevano sulla capacità degli stessi, essendo la volontà degli enti espressa dall'organo a ciò preposto e non da un soggetto terzo (22).
Altro argomento contrario si rinveniva nel carattere personalissimo della donazione, che precluderebbe la possibilità della rappresentanza c.d. organica (23); anche qui replicandosi che le limitazioni della rappresentanza in tema di donazione si ispirano all'esigenza di escludere o restringere in questo campo la sostituzione della volontà di altri soggetti a quella del donante, ma che esse non hanno ragione di essere rispetto agli organi delle persone giuridiche, perché questi sono parti costitutive della stessa persona giuridica. Quindi, se la volontà di donare risulta formata e manifestata attraverso detti organi, è da intendersi pienamente rispettato il principio della personalità della volizione liberale (24).
Si è quindi affermato che la capacità di donare, che altro non è se non un aspetto della capacità di agire, viene a ripartirsi fra gli organi che compongono l’ente, riflettendosi soprattutto sull’organo amministrativo cui spetta il potere gestorio e di rappresentanza. Sicché anche lo stato soggettivo (dolo, buona fede, mala fede, colpa) proprio degli amministratori che pongono in essere l’atto all’esterno, spendendo il nome dell’ente, viene, proprio in forza della rappresentanza organica, ad essere imputato oggettivamente all’ente (25).
Invero, parte della dottrina ritiene che la capacità degli enti di disporre per donazione, pur modellata sulla capacità contrattuale generale, non possa essere semplicisticamente affermata senza aver avuto riguardo alle peculiari e singole capacità e, soprattutto, alle funzioni proprie di ciascuna persona giuridica (26).
Si è quindi rilevato come se pure vi possano certamente essere previsioni, legislative o statutarie, limitative della capacità di donare dell’ente, il singolo atto donativo, a prescindere dalle previsioni pattizie - siano queste nel senso dell'ammissibilità, siano nel senso del divieto - può essere in contrasto con gli obiettivi del soggetto collettivo, ma tanto dimostra che l’effettuazione di donazioni da parte degli enti è qualcosa che non attiene al profilo della loro capacità, che di regola deve pertanto considerarsi generale (27).
Con specifico riguardo alle società, si è correttamente affermato come “l’'intreccio tra il singolo atto, l'attività comune e gli scopi perseguiti può di fatto essere tanto articolato da non poter essere astrattamente valutato, per cui può essere apprezzato soltanto dagli organi preposti nelle diverse strutture organizzative alla gestione dell'attività. E questa considerazione finisce per suggerire che il problema della donazione da parte degli enti non è un problema inerente al soggetto collettivo e alla sua capacità ma è un problema attinente ai poteri degli organi e dei legali rappresentanti, è un problema che può concernere i rapporti tra gli associati, è un problema che può riguardare la tutela dei creditori dell'ente e/o l'affidamento dei terzi” (2😎.
Cosicché la stessa prospettiva di articolare la soluzione in relazione alle diverse tipologie di enti sulla base delle loro presunte finalità lucrative o non profit può apparire inutile, “sia perché l'atto donativo può essere di fatto strumentale a finalità egoistiche e concretamente disutile in relazione al perseguimento di finalità altruistiche, sia perché la selezione delle diverse figure organizzative non può più essere effettuata solo con riferimento allo scopo astrattamente ritenuto proprio di ciascun tipo associativo, dovendo considerarsi una possibilità ormai acquisita, per specifiche previsioni di legge o per calibrata scelta negoziale, l'utilizzazione polifunzionale degli anzidetti tipi, da tempo coinvolti in un procedimento teso alla despecializzazione delle "forme", di cui la recente riforma del diritto societario costituisce una delle ultime maglie” (29).
In particolare, per quel che concerne la società, si afferma, in linea di principio, soprattutto da parte della dottrina commercialistica, che a questa vada astrattamente riconosciuta una capacità giuridica generale, cioè la capacità di essere parte di qualsiasi atto o rapporto giuridico, anche non inerente all’oggetto sociale, con esclusione di quegli atti che necessariamente presuppongono l’esistenza di una persona fisica (30).
Sulla capacità di compiere atti gratuiti da parte delle società sono state però mosse diverse obiezioni, che attengono principalmente alla compatibilità di un atto di disposizione patrimoniale, che importa necessariamente un incremento del patrimonio del destinatario e, conseguentemente, un depauperamento di quello del donante, con le finalità lucrative proprie della società; finalità che emergono già dall’art. 2247 cod. civ., laddove, nel definire il contratto di società, il legislatore ne enuncia l’oggetto, consistente nell’esercizio di un’attività economica, e ne evidenzia lo scopo di divisione degli utili.
Per tale ragione, diversi Autori (31) hanno escluso, in linea generale, l’ammissibilità di donazioni da parte di società, e ciò in conseguenza della incompatibilità, tanto con l’oggetto sociale, che deve consistere in un’attività economica, quanto con lo scopo di lucro.
A ciò si aggiunga come parte della dottrina soprattutto in passato, abbia configurato una “capacità funzionale” delle società cioè la capacità di porre in essere solo atti strumentali rispetto all’oggetto sociale (32), secondo una ricostruzione che ispirata al principio anglosassone dell’ultra vires e che però porta, in quel sistema, a ricondurre a radicale nullità – non ratificabile, neppure all’unanimità – gli atti non rientranti nell’oggetto sociale (33); concezione che sembra, peraltro, rappresentare la matrice della prassi, invalsa nei nostri statuti, di ampliare oltremodo la clausola dell’oggetto sociale, integrandola con l’indicazione dei “poteri” degli amministratori.
Tuttavia, secondo la dottrina quasi unanime – ivi compresi gli Autori che sostengono la incompatibilità della donazione con l’oggetto sociale e con lo scopo di lucro - la società potrebbe comunque compiere atti a titolo gratuito, laddove questi risultino strumentali al conseguimento dell’oggetto sociale, e cioè, pur essendo posti in essere per fini immediati diversi, essi perseguano comunque lo scopo ultimo di espandere l’attività economica e di incrementare gli utili della società (34).
Fra gli esempi di “donazioni strumentali” si sogliono, fra gli altri, indicare le donazioni e i contributi a scuole, ospedali, enti culturali, enti di assistenza, enti pubblici, enti religiosi, ecc. (35); inoltre viene ravvisata la “strumentalità” anche per l’ipotesi in cui l’operazione sia stata posta in essere al solo fine di ottenere vantaggi fiscali.
In particolare, in tale ultimo ambito, emblematico è il disposto dell’art. 9 del decreto legislativo sulle ONLUS (d.lgs. 460/1997) che prevede che il trasferimento a titolo gratuito di aziende o beni a favore di enti non commerciali, con atto sottoposto a registrazione entro il 30 settembre 1999, non dà luogo, ai fini delle imposte sui redditi, a realizzo o distribuzione di plusvalenze, ricavi e minusvalenze, compreso il valore di avviamento, non costituisce presupposto per la tassazione di sopravvenienze attive nei confronti dell'ente cessionario, né è soggetto ad alcuna imposta sui trasferimenti, a condizione che l'ente dichiari nell'atto che intende utilizzare direttamente i beni per lo svolgimento della propria attività (36).
Si tratta, evidentemente di un caso, non l’unico, in cui se si aderisse all’orientamento restrittivo sopra richiamato, la qualificazione del negozio posto in essere in termini di vera e propria donazione o meno e, soprattutto, se tale atto sia “strumentale” nel senso sopra precisato diviene fondamentale.
La soluzione dipende dall’impostazione che si segue nel configurare la donazione, e dalla rilevanza che si attribuisce, sotto questo profilo allo “spirito di liberalità” che deve animare il donante: se, infatti, per spirito di liberalità si intende, come sembra preferibile, la coesistenza dei due elementi della spontaneità dell’attribuzione patrimoniale e dell’interesse non patrimoniale del donante, il campo degli atti che costituiscono donazione si restringe notevolmente, poiché il secondo elemento viene a mancare ogni qualvolta l’atto sia posto in essere in dipendenza di un interesse economico del disponente; viceversa, se per spirito di liberalità si intende solo la spontaneità dell’attribuzione, cioè la mancanza di costrizione, si avrà donazione anche nel caso in cui si sia in presenza di un interesse patrimoniale di chi dispone (37).
3. La compatibilità con lo scopo lucrativo ed il rapporto di strumentalità rispetto all’oggetto sociale, con particolare riguardo alla formulazione dello stesso
Il problema si pone, quindi, nel caso in cui il negozio gratuito non appaia immediatamente strumentale al conseguimento dell’oggetto sociale, o sembri comunque estraneo all’attività economica ed allo scopo lucrativo.
A tale riguardo, pur dandosi conto del primo profilo (strumentalità rispetto al conseguimento dell’oggetto sociale), si deve sin da subito chiarire come la vera questione attenga al secondo (compatibilità con lo scopo lucrativo), sebbene nelle varie trattazioni del tema i due aspetti risultino quasi sempre sovrapposti.
Ciò si deve anche al fatto che la questione non involge solo l’ammissibilità del singolo atto di disposizione, ma origina anche dalla circostanza che è frequente l’indicazione, negli statuti, della possibilità per gli amministratori di porre in essere donazioni clausole, sulla cui legittimità si riscontrano posizioni divergenti.
Tale fenomeno si inquadra nella prassi invalsa negli statuti societari di indicare nella relativa clausola una pluralità di attività strumentali all’oggetto sociale, con la precisazione, come più volte affermato negli studi del Consiglio Nazionale (3😎, che v’è a monte un vizio, derivante da una imprecisione terminologica, in quanto non si dovrebbe far riferimento ad "attività strumentali", ma ad "atti" o ad "operazioni" strumentali al conseguimento dell'oggetto sociale.
Come correttamente rilevato, infatti, la nozione di attività «presuppone lo svolgimento coordinato di una serie di atti teleologicamente orientati».
Vari sono i fattori che possono aver contribuito al ricorso di “clausole omnicomprensive”: dagli echi della limitazione della capacità delle società prevista dal codice di commercio all’influenza della prassi anglosassone, sulla scia della teoria dell’ultra vires. Prima della riforma del diritto societario si tendeva ad includere siffatte clausole in relazione all’art. 2384 c.c., che attribuisce agli amministratori che hanno la rappresentanza della società il potere di compiere “tutti gli atti che rientrano nell’oggetto sociale”.
Nel sistema precedente alla riforma del diritto societario, la predisposizione di un elenco generico delle operazioni che potranno essere poste in essere dagli amministratori poteva avere un’apparente giustificazione in funzione “autorizzatoria” anche perché gli operatori professionali, solitamente, richiedono una specifica previsione di poteri (ad esempio, in occasione della concessione di fideiussioni bancarie). In realtà l’art. 2384 c.c., primo comma, richiedeva che risultassero le limitazioni al potere di rappresentanza degli amministratori, non esplicite autorizzazioni.
La prassi - da taluni considerata assurda (39), da altri prudente (40), e da altri ancora inutile (41) - di includere, nella formulazione dell’oggetto sociale, una minuziosa elencazione di atti che potranno risultare utili o opportuni al conseguimento dell’oggetto medesimo, risente del rigoroso e acritico recepimento, da parte degli operatori, di due risalenti sentenze della Cassazione (42). A ben vedere, però, le due sentenze erano incentrate sulla disciplina del conflitto di interessi (si trattava della prestazione di fideiussioni, in nome e per conto di una società, a favore di una banca per garantire le obbligazioni di un’altra società, nella quale erano interessati gli amministratori della prima), e solo in una delle due era contenuto un riferimento, quasi un obiter dictum, alla portata delimitativa dell’oggetto sociale. Ma ciò è bastato a far sviluppare la prassi, che l’abitudine ha consolidato, di cui si è detto.
E questa è la ragione che ha spinto la dottrina ad occuparsi del problema della ammissibilità della indicazione della donazione fra gli atti/attività inseriti nella clausola relativa all’oggetto sociale, considerato anche che, come taluno ha rilevato, questa di per sé comporterebbe una parziale e potenziale esclusione della divisione degli utili conseguiti fra i soci (43) e quindi dello scopo lucrativo.
Il problema si pone quindi a più livelli, sia per la stessa liceità di una previsione statutaria che consenta o imponga tale negozio; sia per quanto concerne la validità dell’atto di donazione posto in essere dalla società, anche a prescindere dalla presenza (o liceità) di tale clausola; sia, infine, in ordine alla responsabilità di chi ha posto in essere il negozio.
4. Segue: L’indicazione della donazione fra gli atti consentiti
Sotto il primo profilo, alcuni Autori (44) escludono che nell’atto costitutivo o nello statuto si possa enunciare la possibilità per la società di compiere donazioni estranee alla sua attività economica, in quanto ciò sarebbe in contrasto, anche se solo in parte, con quell’elemento essenziale delle società lucrative, costituito dallo scopo di lucro e, quindi, renderebbe il contratto di società parzialmente privo di causa.
Viceversa, altri Autori (45), sia pure con diverse sfumature, sostengono l’ammissibilità di tali clausole. In particolare, la validità di una clausola che consenta una parziale elusione della distribuzione degli utili andrebbe senz’altro affermata sulla base dell’autonomia privata, che può decidere di devolvere parte degli utili a fini diversi da quello propriamente lucrativo (46), a condizione che non venga compromesso il conseguimento delle utilità sociali, che non si pregiudichi la consistenza economica della società, riducendo il capitale sociale al di sotto del limite legale, e che tale clausola non costituisca un espediente per attuare una irregolare distribuzione degli utili (47). La possibilità di compiere atti di liberalità, statutariamente prevista, andrebbe pertanto riconosciuta, a condizione che questi atti assumano comunque una rilevanza occasionale e secondaria rispetto all’attività indicata nell’oggetto sociale.
Non potrebbe dunque escludersi la sussistenza del contratto di società quando questo abbia un suo contenuto complessivo – comprensivo dell’oggetto sociale, consistente nell’indicazione del ramo di attività economica nel quale la società è destinata ad operare e delle operazioni preordinate allo svolgimento dell’attività – idoneo a realizzare lo scopo di lucro, ancorché nell’atto costitutivo o nello statuto sia previsto che una parte degli utili possano o debbano essere donati (48). Se, infatti, la società deve mirare al conseguimento di un lucro oggettivo e soggettivo, a tal fine è necessario che l’oggetto sociale, e cioè l’attività, e non i singoli atti in cui essa può articolarsi, sia compatibile con tale fine. Il fatto che qualche attività venga svolta senza previsione di un lucro, non comporta che debba perciò negarsi l’esistenza di una causa del contratto sociale, né snatura l’oggetto dell’attività complessiva (49).
Tali ultime considerazioni appaiono, invero, di per sé decisive per la risoluzione della questione più generale della capacità di donare da parte della società.
Si può, invece, seriamente dubitare, per le ragioni che saranno espresse più avanti, della utilità di una espressa indicazione statutaria della possibilità per la società di compiere atti di liberalità.
5. Segue: il problema della validità delle donazioni concretamente poste in essere. I termini della questione ante riforma
Per quanto concerne la validità della donazione concretamente posta in essere, soprattutto prima della riforma del diritto societario, non si riscontravano posizioni univoche.
Da una parte, infatti, v’era chi riteneva comunque inammissibile che la società potesse compiere un atto di donazione non strumentale al conseguimento dell’oggetto sociale (50). Secondo questa opinione, la donazione non poteva essere consentita, neppure sulla base di una deliberazione assembleare, presa all’unanimità, che autorizzasse il compimento dell’atto ultra vires o ratificasse l’atto già compiuto, con contestuale rinunzia dei soci all’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori che l’avessero posto in essere. La regola, per gli atti ultra vires, era che l’estraneità all’oggetto sociale degli atti compiuti dagli amministratori in nome della società non potesse essere opposta ai terzi in buona fede (art. 2384-bis, cod. civ.).
Con la conseguenza che mentre gli atti estranei all’oggetto sociale erano validi ed efficaci quando il terzo fosse in buona fede, ferma restando la responsabilità degli amministratori nei confronti dei soci (art. 2392), dei creditori e dei terzi, tali atti sarebbero stati inefficaci (51) ovvero invalidi (52) nel caso di mala fede del terzo. Ma, nel caso di donazione pura, secondo i sostenitori della tesi in esame, la buona fede del terzo andava senz’altro esclusa nel donatario, in ragione del fatto che questi era comunque in grado di riconoscere l’estraneità della donazione all’attività economica che costituisce oggetto sociale. Pertanto, il relativo atto di donazione doveva essere considerato annullabile o inefficace, con le ovvie conseguenze sul piano della responsabilità per il notaio che lo avesse ricevuto. Per le società dotate di un’organizzazione di tipo corporativo, poi, si sarebbe dovuta considerare parimenti annullabile la delibera assembleare che avesse autorizzato gli amministratori al compimento di tale atto, in quanto, quand’anche fosse stata presa all’unanimità, questa sarebbe stata pur sempre impugnabile da parte dei sindaci ex art. 2377, comma 2, cod. civ.. Ciò in quanto si sarebbe altrimenti realizzata una modificazione di fatto dell’oggetto sociale (53).
Invero, discorrere di “strumentalità” rispetto all’oggetto sociale appare fuorviante, posto che, semmai, quello che può essere pregiudicato è lo scopo lucrativo (sottraendo risorse della società e sottraendo gli utili alla loro destinazione) piuttosto che l’attività che costituisce l’oggetto sociale.
Peraltro, a ben vedere, per giungere alle conclusioni cui perviene la dottrina sopra richiamata, si doveva necessariamente partire dalla premessa di escludere l’ammissibilità delle donazioni non strumentali.
Al contrario, seguendo l’opposto orientamento che, ricordiamo, è pur sempre stato avvallato da una pronuncia di Cassazione, sebbene non recente, verrebbe meno il presupposto della mala fede nel terzo che vizia l’atto di donazione, rendendolo inefficace o annullabile.
Ove, infatti, si fosse ammessa la liceità di una clausola che limiti, sia pur parzialmente, lo scopo di lucro, allora non si sarebbe più potuta aprioristicamente escludere la buona fede nel terzo donatario. Di conseguenza appariva da questo punto di vista preferibile l’opposta opinione, che riteneva lecita la donazione, evidentemente subordinandola a talune cautele (54).
Già prima della riforma del diritto societario, tale soluzione sembrava meglio rispondere all’esigenza della tutela dei terzi che venivano a contatto con la società. Se alla società non si fossero potuti imputare gli atti estranei all’oggetto sociale, tale esigenza sarebbe rimasta insoddisfatta. In tale prospettiva non si trattava solo di valutare se il compimento di un determinato atto, nel nostro caso la donazione, rientrasse o meno nell’oggetto sociale, poiché l’oggetto sociale è normalmente enunciato già nello statuto in modo vago; senza considerare, poi, che nella prassi vengono introdotte nello statuto espressioni generiche, quali, ad esempio, “… la società potrà compiere inoltre qualsiasi operazione, mobiliare o immobiliare, commerciale, industriale, finanziaria, necessaria o utile per il conseguimento dell’oggetto sociale”. Mancava in tal modo ogni riferimento per giudicare se la singola donazione fosse congruente o meno con l’oggetto sociale. Solo l’inserimento di una clausola che espressamente vietasse la possibilità di procedere a donazioni – divieto che poteva pur sempre essere eliminato, attraverso una modifica dello statuto stesso – si sarebbe potuta dare certezza al terzo in ordine alla non imputabilità dell’atto alla società.
6. Segue: la donazione da parte di società dopo la riforma del diritto societario
Con la riforma del diritto societario questi rilievi appaiono definitivamente aver perso di pregio, per l’eliminazione della previsione di cui all’art. 2384-bis, c.c.
È noto come, in ambito di società di capitali il fenomeno ha subito una profonda evoluzione normativa: dapprima risultava applicabile l’art. 2298 cod. civ., espressamente richiamato dall’art. 2384 cod. civ., nella sua stesura originaria; successivamente, nel 1969, veniva data parziale attuazione alla prima direttiva comunitaria, con la modifica dell’art. 2384 cod. civ. e l’introduzione dell’art. 2384-bis cod. civ.; infine, con la riforma del diritto societario del 2003, viene data completa attuazione al testo della prima direttiva, con la soppressione dell’art. 2384-bis cod. civ. e l’ulteriore modifica dell’art. 2384 cod. civ. (55)
Dalla possibilità, dunque, di poter eccepire in ogni caso l’estraneità degli atti rispetto all’oggetto sociale, o la sussistenza di limitazioni derivanti dall’atto costitutivo o dalla procura, purché iscritte nel registro delle imprese (e, in mancanza di pubblicità, qualora se ne provasse la conoscenza da parte del terzo), il regime si attenua con la riforma del 1969, facendo salvi in ogni caso i diritti dei terzi di buona fede, ed esponendo dunque al rischio di eccezioni di estraneità solo i terzi che agiscano con l’intento doloso di danneggiare la società (circostanza da provare in caso di limitazioni al potere di rappresentanza pubblicate), o in mala fede (per l’estraneità degli atti rispetto all’oggetto sociale), fino a rendere, con la riforma del 2003, del tutto inopponibile ai terzi qualsiasi rilievo inerente limitazioni del potere rappresentativo conferito agli amministratori, a prescindere dallo stato soggettivo dei terzi, con l’eccezione di coloro che abbiano intenzionalmente agito a danno della società (56).
Con la riforma, quindi, il limite della estraneità all’oggetto sociale dell’atto posto in essere dagli amministratori si sposta da una (limitata) rilevanza esterna – e la limitazione è nel fatto della sussistenza della mala fede o colpa grave del terzo – ad una rilevanza meramente interna, salva l’exceptio doli, essendo l’estraneità fonte di responsabilità degli amministratori nei confronti della società e dei soci.
Non solo, perché la formulazione della norma, che parla di “limitazioni ai poteri degli amministratori”, presuppone una indicazione in positivo delle limitazioni stesse.
In altre parole, l’art. 2384 esprime la regola per cui il potere di rappresentanza degli amministratori è generale: l’eventuale presenza di limiti - che possono riguardare l’inibizione al compimento di determinati atti, la necessità della firma congiunta, la necessità di una preventiva autorizzazione (il cui ruolo, come si vedrà, è limitato dalla nuova formulazione dell’art. 2364 c.c.) ecc. – ancorché iscritta, non rende l’atto compiuto inefficace nei confronti della società, a meno che si provi che il terzo abbia agito intenzionalmente in danno della società.
Ne deriva, quindi, che se la capacità d’agire della società è generale, e se la stessa agisce per il tramite dei suoi amministratori rappresentanti, questi hanno anche il potere di porre in essere negozi di donazione, ferma restando la loro responsabilità nei confronti della società quando l’atto si dimostri non strumentale rispetto all’oggetto sociale.
E se anche la donazione fosse inibita, si dovrebbe provare che il terzo abbia scientemente agito in danno della società.
Quanto al secondo rilievo, secondo cui dall’autorizzazione potrebbe derivare una modifica di fatto dell’oggetto sociale (o, per meglio dire, l’elusione dello scopo lucrativo), anche tali considerazioni vengono ampiamente smentite dalla riforma, specie per le società azionarie, in cui la gestione dell’impresa è di esclusiva competenza degli amministratori poiché l’art. 2364, n. 5, infatti, non riproduce il corrispondente art. 2364 n. 4 cod. civ., ma consente unicamente il rilascio di autorizzazioni, se previste statutariamente, per il compimento di determinati atti. Tuttavia, il ruolo di queste autorizzazioni è ridimensionato, esse non sono vincolanti, poiché resta ferma la responsabilità degli amministratori.
Laddove un qualche appiglio in più v’è, invece, nella disciplina delle s.r.l. – dove pure le questioni in tema di capacità rappresentativa si pongono in termini analoghi a quanto avviene per la s.p.a., in ragione della formulazione dell’art. 2475-bis cod. civ., coincidente con l’art. 2384 cod. civ. - in cui ampia è l’autonomia statutaria anche in punto di scelta del sistema di amministrazione ed in cui una rilevanza delle decisioni importanti la modifica di fatto dell’oggetto sociale è riconosciuta ai fini del recesso ai sensi dell’art. 2473 c.c.
Si tratta, peraltro, di materia poco esplorata, rispetto alla quale, comunque, l’autorizzazione al compimento del singolo atto gestorio, anche ove fosse interpretata come modifica di fatto, non dovrebbe comportare mai l’invalidità o inefficacia dell’atto, bensì la responsabilità dell’agente nei confronti della società, ed il diritto di recesso per il dissenziente per il caso in cui l’agente sia stato autorizzato dagli altri soci e nell’atto autorizzato si rinvengano i presupposti della modifica di fatto dell’oggetto sociale.
Sotto il profilo endosocietario, specie con riguardo ai rapporti fra amministratori e compagine sociale, resta comunque particolarmente opportuna in sede di stipula dell’atto una esplicitazione della congruità dell’operazione rispetto all’attività della società, considerando il fatto che il suo ritorno economico non è immediatamente percepibile.
I termini della questione sono invece parzialmente diversi per le società di persone, stante anche il dato normativo dell’art. 2298 c.c. (“L'amministratore che ha la rappresentanza della società può compiere tutti gli atti che rientrano nell'oggetto sociale, salve le limitazioni che risultano dall'atto costitutivo o dalla procura. Le limitazioni non sono opponibili ai terzi, se non sono iscritte nel registro delle imprese o se non si prova che i terzi ne hanno avuto conoscenza”).
La diversità della norma dettata per le società personali rispetto a quelle capitalistiche può sinteticamente individuarsi nel diverso e più ampio regime della opponibilità – e, quindi, dell’inefficacia – dell’atto estraneo all’oggetto sociale che connota le prime (laddove nelle seconde l’estraneità rileva solo laddove il terzo abbia agito intenzionalmente in danno della società).
Regime più ampio che comporta, quindi, la necessità di un vaglio del significato che si intende attribuire al concetto di “estraneità”.
Né l’interpretazione eccessivamente letterale della norma (che sembrerebbe avallare l’assoluta possibilità, a prescindere dallo stato soggettivo del terzo, di far valere l’estraneità dell’atto), né quella, all’opposto, eccessivamente restrittiva, da taluni definita come interpretatio abrogans (la riconoscibilità dell’estraneità di un atto rispetto all’oggetto sociale non sarebbe mai accertabile a priori), appaiono, infatti, convincenti (57).
Né, tuttavia, sembrano completamente appaganti le tesi “intermedie”, che, per esempio, al fine di definire i limiti dell’operato degli amministratori rappresentanti della società, ritengono rientranti nell’oggetto sociale tutti quegli atti concreti che, valutati al momento del loro compimento, si rivelano “idonei alla realizzazione dell’oggetto sociale”, richiedendosi, a tal fine, un riscontro sul loro contenuto in relazione al programma di attività statutariamente prestabilito, verificando se esso sia idoneo a soddisfare le esigenze che in astratto possono sorgere nell’esercizio dell’attività prescelta.
Più recentemente si è prospettata la tesi che, facendo leva sulla distinzione tra atti che sono direttamente e tipicamente strumentali all’attività economica svolta (58) - che tendono, per loro natura, a soddisfare esigenze essenziali per l’impresa (quali ad es. l’acquisto di materie prime, la gestione del personale impiegato, la vendita dei prodotti finiti) - ed atti che non lo sono, richiede, per questi ultimi, la conformità ad un criterio di “normalità”, determinato in relazione alle concrete caratteristiche, anche e soprattutto dimensionali, dell’impresa stessa (59).
Sotto tale profilo, dunque, l’ambito più “ampio” dell’opponibilità al terzo dell’estraneità dell’atto all’oggetto sociale, implica, per le società personali, una maggiore prudenza nella valutazione dell’atto gratuito posto in essere dall’ente.
Fermo restando, peraltro, che, nelle società di persone, il tema dell’inefficacia dell’atto per estraneità all’oggetto sociale si intreccia con quello della sua annullabilità, laddove vi sia, da parte del rappresentante, una situazione di conflitto di interessi (60).
Antonio Ruotolo
(1) Consiglio Nazionale Del Notariato (est. Liguori), Le donazioni delle società, in Studi su argomenti di interesse notarile, III, 1966, 70 ss.
(2) Trapani, La costituzione del fondo patrimoniale da parte di una società - La costituzione del fondo patrimoniale con riserva di proprietà, in Studi e materiali, 6.2, Milano, 2001, 1075 ss.
(3) Ad es., Balbi, Liberalità e donazione, in Riv. dir. comm., 1948, I, 177.
(4) Carnevali, Le donazioni, in Tratt. Rescigno, 4, t. 2, II ed. Torino 1997, 488. Diversamente Gazzoni, Manuale di diritto privato, Napoli, 2006, 833.
(5) Torrente, La donazione, in Tratt. Cicu, Messineo, Milano, 1956, 7
(6) Cass. 26 maggio 2000 n. 6994; Cass. 11 marzo 1996 n. 2001, secondo cui la semplice assenza di corrispettivo, elemento qualificante dei negozi a titolo gratuito, non risulta essere sufficiente a caratterizzare la donazione, per la cui sussistenza deve concorrere, oltre allo spirito di liberalità, l'elemento oggettivo costituito dall'incremento del patrimonio del donatario ed il correlativo depauperamento del patrimonio del donante
(7) Gorla, Il contratto. Problemi fondamentali trattati con il metodo comparativo e casistico, I, Milano 1954, 89, nt. 6 e già Ascoli, Trattato delle donazioni, Milano, 1935, 9.
(8) Piccinini, Gli atti di liberalità, in Trattato breve delle successioni e donazioni - Vol. II: Divisione ereditaria. Donazioni. Profili di diritto tributario, internazionale privato e comparato, dir. Rescigno, cur. Ieva, Padova, 2010, 365
(9) Cecchini, L’interesse a donare, in Riv. dir. civ., 1976, II, 257
(10) Morozzo Della Rocca, Gratuità, liberalità e solidarietà, Milano, 1998, 23 ss.
(11) Palazzo, La crisi della disciplina codicistica delle donazioni, in Vita not., 1992, 989.
(12) Secondo altra impostazione, l’interesse concretamente perseguito dal disponente sarebbe irrilevante, essendo sufficiente a concretare lo spirito di liberalità la mera consapevolezza di conferire ad altri un vantaggio patrimoniale, in assenza di costrizione (Azzariti, Le successioni e le donazioni, Padova, 1982, 778; Calandra Bonaura, Gli atti estranei all’oggetto sociale, in Tratt. Colombo Portale, 4, Torino, 1991, 199 ss.; Sguera, Atti di disposizione a titolo gratuito da parte di società lucrative, in Riv. Not., 1992, 775), con la conseguenza che il novero degli atti gratuiti ascrivibili alla fattispecie donazione sarebbe molto più ampio, tale cioè da comprendere anche le ipotesi in cui il disponente sia animato da un interesse patrimoniale.
(13) Gazzoni, Manuale di diritto privato, Napoli, 2006, 544 s. Cecchini, L’interesse a donare, cit.; Manzini, Spirito di liberalità e controllo giudiziario sull’esistenza della causa donandi, in Contr. e impresa, 1985, 409 ss.
(14) Gazzoni, Manuale di diritto privato, 545 s. e la giurisprudenza ivi citata.
(15) Tale ricostruzione si avvicina molto a quella che, storicamente, riconduceva la donazione pura (che non esprime il motivo) al negozio a causa astratta, o al negozio privo di causa, sostituita in tutto dalla forma solenne (Gorla, Il contratto, cit., 92).
(16) Da ultimo, De Martino, La capacità di disporre e di ricevere per donazione, in Successioni e donazioni, a cura di Di Marzio – Balestra, Padova, 2008, 1632.
(17) Azzariti, Le successioni e le donazioni, Napoli, 1990, 876 s.; Biondi, Le donazioni, in Tratt. Vassalli, Torino, 1961, 209; Torrente, La donazione, in Tratt. Cicu-Messineo, Milano, 2006, 420; Carrabba, Donazioni, in Tratt. CNN-Perlingieri, Napoli, 2009, 192 ss.; Scognamiglio, La capacità di disporre per donazione, in Tratt. breve delle successioni e donazioni, dir. Rescigno, Padova, 2010, II, 477 s. .
(18) Carrabba, Donazioni, cit., 192 ss
(19) Bergonzi Appunti sulle donazioni degli enti collettivi, in Dir. Fam. Pers., 1992, 838.
(20) Biondi, Le donazioni, cit., 209.
(21) Casulli, Donazione, in Enc. Dir., XIII, Milano, 1964, 974.
(22) Scognamiglio, La capacità di disporre per donazione, cit., 504 s.; Carrabba, Donazioni, cit., 193 s.
(23) Biondi, Le donazioni, cit., 147, che a sostegno, evocando anche l’art. 17 c.c., disciplinante l’accettazione della donazione da parte della persona giuridica, affermava come nel pensiero del legislatore ricevere una donazione non potesse essere più grave e meritevole di controlli che accettarla.
(24) Torrente, La donazione, cit., 420.
(25) Tamburrino, Persone giuridiche, in Giur. sist. Bigiavi, Torino, 1997, 289
(26) Scognamiglio, La capacità di disporre per donazione, cit., 507, Messineo, Manuale di diritto civile e commerciale, VI, Milano, 1957, 11 e, da ultimo, Natale, Il donante, in La donazione, in Tratt. Bonilini, Torino, 2001, 375.
(27) Carrabba, Donazioni, cit., 194.
(28) Carrabba, Donazioni, cit., 196.
(29) Carrabba, Donazioni, cit., 196.
(30) Di Sabato, Manuale delle società, Torino, 1987, 45 ss.; F. Ferrara Sr., Le persone giuridiche, in Trattato Vassalli, Torino, 1958, 301 ss.; Barbero, Sistema di diritto privato italiano, Torino, 1962, I, 297; Santoro Passarelli, Dottrine generali di diritto civile, Napoli, 1986, 44; sul punto anche Sguera, Atti di disposizione a titolo gratuito da parte di società lucrative, in Riv. Not., 1992, 782; L. Salvatore, Capacità di donare delle società lucrative, in Contratto e impresa, 1998, 864 ss.; Oppo, Sulle erogazioni “gratuite” delle aziende di credito, in Banca, borsa, tit. cred., 1982, I, 928
(31) Biondi, Le donazioni, cit., 222, secondo il quale l’esclusione si argomenta non solo dal concetto di impresa, che consiste nell’esercizio di una attività economica al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi (art. 2082 c.c.), ma anche dalla definizione di società come contratto con cui due o più persone conferiscono beni o servizi per l'esercizio in comune di una attività economica allo scopo di dividerne gli utili (art. 2247 c.c.). I concetti di attività economica e di lucro sarebbero quindi incompatibili con quello di liberalità, che costituisce l’essenza della donazione; Torrente, La donazione, cit., 421; Carnevali, Le donazioni, in Trattato Rescigno, 6, Torino, 1984, 456; Palazzo, Le donazioni, in Commentario Schlesinger, Milano, 1991, 139.
(32) Fanelli, Le partecipazioni reciproche, Milano, 1957, 166; Romano Pavoni, Le deliberazioni delle assemblee della società, Milano, 1951, 77.
(33) Per queste indicazioni, Salvatore, Capacità di donare delle società lucrative, cit., 865. Ulteriori indicazioni in Paolini, In tema di oggetto sociale: spunti per una riflessione sistematica alla luce della nuova disciplina dei tipi s.p.a. e s.r.l., in Consiglio Nazionale del Notariato, Studi sulla riforma del diritto societario, Milano, 2004, 108 ss.
(34) Biondi, Le donazioni, cit., 223; Carnevali, Le donazioni, cit., 456; Cicolani, Può una società di capitali compiere atti di donazione?, in Riv. Not., 1971, 139
(35) Calandra Bonaura, Gli atti estranei all’oggetto sociale, in Tratt. Colombo Portale, 4, Torino, 1991, 200; Carrabba, Donazioni, cit., 196.
(36) Lo rileva, in particolare, Salvatore, Capacità di donare delle società lucrative, cit., 870.
(37) Salvatore, Capacità di donare delle società lucrative, cit., 873.
(38) Paolini, Oggetto sociale ed attività finanziarie, in Studi e materiali, 2002, 405 ss.; Id. In tema di oggetto sociale: spunti per una riflessione sistematica alla luce della nuova disciplina dei tipi s.p.a. e s.r.l., cit. V. anche Id., I poteri di rappresentanza degli amministratori e i limiti dell'oggetto sociale nelle società di persone a seguito della riforma delle società di capitali, in AA. VV., Riflessi della riforma del diritto societario sulla disciplina delle società di persone, Milano, 2006, 111 ss.
(39) Caselli, Oggetto sociale e atti ultra vires: dieci anni dopo, in Riv. Soc., 1980, 754 ss., 757 e 758
(40) Di Cesare, Gli atti estranei all’oggetto sociale, in Vita not., 1999, II, 377 s.
(41) Weigmann, Rappresentanza e oggetto sociale nelle società di capitali, in Impresa e tecniche di documentazione giuridica, II. Documentazione e vita dell’impresa , Milano, 1990, 256.
(42) Cass. 25 ottobre 1958, n. 3471, e Cass. 20 giugno 1958, n. 2148, in Foro it., 1959, I, 1150 ss., e in BBTC, 1959, II, 27 ss.
(43) Considera necessaria l’espressa previsione statutaria della possibilità di porre in essere donazioni Palazzo, Le donazioni, cit., 139.
(44) Sguera, Atti di disposizione a titolo gratuito da parte di società lucrative, cit., 776; Curti Pasini, Sulle società commerciali. Le donazioni, in Riv. Not., 1951, 642
(45) Liguori, Se le società possono donare, in Riv. Not., 1966, 331 ss.; Cicolani, Può una società di capitali compiere atti di donazione?, cit., 139 ss.; Giuliani, Sugli atti di disposizione a titolo gratuito di beni appartenenti a società commerciali, in Riv. Not., 428 ss.; Pagliani, Associazioni, fondazioni e società commerciali: validità delle donazioni, in Le società, 1994, 1328
(46) Cicolani, Può una società di capitali compiere atti di donazione?, cit., 141 s.
(47) Giuliani, Sugli atti di disposizione a titolo gratuito di beni appartenenti a società commerciali, cit., 428.
(48) Liguori, Se le società possono donare, cit., 333. Nello stesso senso Cass. 14 luglio 1965, n. 1508, in Foro it., 1965, I, 1667
(49) In tal senso, oltre la pronuncia di Cassazione sopra richiamata, anche Consiglio Nazionale Del Notariato (est. Liguori), Le donazioni delle società, in Studi su argomenti di interesse notarile, III, 1966, 70 ss.
(50) Sguera, Atti di disposizione a titolo gratuito da parte di società lucrative, cit., 785 s.
(51) Calandra Bonaura, Gli atti estranei all’oggetto sociale, cit., 209.
(52) Di Sabato, Manuale delle società, cit., 422.
(53) Salvatore, Capacità di donare delle società lucrative, cit., 875.
(54) Liguori, Se le società possono donare, cit., 344 ss.; Giuliani, Sugli atti di disposizione a titolo gratuito di beni appartenenti a società commerciali, cit., 431; Kustermann, Delle società. Commentario, Milano, 1988, 399.
(55) Paolini, In tema di oggetto sociale: spunti per una riflessione sistematica alla luce della nuova disciplina dei tipi s.p.a. e s.r.l., cit.
(56) Paolini, In tema di oggetto sociale: spunti per una riflessione sistematica alla luce della nuova disciplina dei tipi s.p.a. e s.r.l., cit.
(57) Sul punto, ampiamente, Paolini, I poteri di rappresentanza degli amministratori e i limiti dell'oggetto sociale nelle società di persone a seguito della riforma delle società di capitali, cit., 115 ss..
(58) Al riguardo v. anche V. Calandra Bonaura, Potere di gestione e potere di rappresentanza degli amministratori, in Trattato delle società per azioni diretto da G. E. Colombo e G. B. Portale, Vol. 4, Torino, 1990, 183 ss.
(59) Tassinari, La rappresentanza nelle società di persone, Milano, 1993, 76 ss.
(60) Sul punto, ancora, Paolini, I poteri di rappresentanza degli amministratori e i limiti dell'oggetto sociale nelle società di persone a seguito della riforma delle società di capitali, cit., 123 ss., con ampi riferimenti giurisprudenziali.
Pubblicato il giorno September 22, 2018

References: art. 2377
 art. 2364
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.