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Timestamp: 2018-12-12 14:46:05+00:00

Document:
In caso di revoca dell'amministratore di società azionaria, alla responsabilità contrattuale ex art. 2383 cod. civ. relativa al lucro cessante per i compensi residui non percepiti, derivante dal fatto stesso del recesso senza giusta causa dal rapporto di amministrazione, può aggiungersi la responsabilità, sempre di natura contrattuale, per la violazione delle regole di buona fede e correttezza, oppure una responsabilità extracontrattuale della società o di soggetti in concorso con essa, solo in presenza di condotte che costituiscano un quid pluris, diverso ed ulteriore, rispetto alla revoca in sé, come allorché le stesse ragioni esternate della revoca.
Decisione: Sentenza n. 2037/2018 Cassazione Civile - Sezione I
Parole chiave: #amministratori, #revocapergiustacausa, #risardimentodeldanno, #fulviograziotto, #scudolegale
L'amministratore di una SPA era stato revocato dalla società per giusta causa, motivandola con esigenxze di auto-organizzazione dell'organo di gestione, e da dissidi insorti all'interno del consiglio di amministrazione.
L'amministratore revocato ricorreva per la cassazione della sentenza che gli aveva negato il cospicuo risarcimento richiesto per il danno all'immagine e alla vita di relazione, riconoscendogli solo gli emolumenti fino alla scadenza del mandato.
Nell'esaminare la questione, anzitutto il Collegio ricorda che «La "giusta causa" di revoca è nozione distinta sia dal mero "inadempimento", sia dalle "gravi irregolarità" di cui all'art. 2409 cod. civ.: essa riguarda circostanze sopravvenute, anche non integranti inadempimento, provocate o no dall'amministratore stesso, che però pregiudicano l'affidamento dei soci nelle sue attitudini e capacità: in una parola, il rapporto fiduciario tra le parti».
Precisa anche che «Nonostante l'espressione tradizionale - la stessa degli artt. 2259 e 2476 cod. civ. - si tratta, peraltro, di un potere di recesso ex lege, ponendo fine ex nunc al rapporto giuridico sorto dal contratto, non investendo invece l'atto di nomina».
A questo punto, inquadra la nozione nell'ambito delle forme di autotutela privata: «Trattandosi di facoltà di recesso attribuita ex lege, la società gode sul punto di una forma di autotutela privata, non avendo essa, per sciogliere il rapporto gestorio pure in mancanza di espressa pattuizione ex art. 1373 cod. civ., necessità di ricorrere al giudice, ma potendo senz'altro porre in essere la deliberazione ad effetto estintivo del rapporto di amministrazione; in seconda battuta, il controllo sulla revoca spetta al giudice, ai soli fini della liquidazione dell'eventuale risarcimento. Il potere discende dall'esercizio dell'autonomia privata; tale esercizio è libero; il confine di questa libertà è nella giusta causa della revoca», chiarendo che può parlarsi «non già di un potere illimitato dell'assemblea, ma di una facoltà discrezionale e controllata, che è limitata, ovviamente, non già in vista del conseguimento degli interessi e degli obiettivi societari ma solo in considerazione del rispetto della posizione sociale ed economica dell'amministratore di società. Ossia in ragione della dignità e del sacrificio economico imposto alle persone che rivestono la carica amministrativa e che, in ragione dell'atto di revoca, vedono sacrificata, in una misura più o meno ampia, la propria posizione».
Per la Suprema Corte, «La facoltà di revocare a propria discrezione gli amministratori trova, pertanto, un limite nel presupposto della «giusta causa»: non, però, nel senso che questa sia condizione di efficacia della deliberazione di revoca, la quale resta in ogni caso ferma e non caducabile (salvi eventuali vizi suoi propri), assumendo, invece, la giusta causa il più limitato ruolo di escludere in radice l'obbligo risarcitorio, altrimenti previsto a carico della società per il fatto stesso del recesso anticipato dal rapporto prima della sua scadenza naturale, come stabilita all'atto della nomina. Può dirsi che la responsabilità per i danni costituisca la tutela di tipo obbligatorio che la legge appresta per l'amministratore revocato senza giusta causa, cui non spetta, invece, la tutela reale».
Poi la Cassazione fa un'altra considerazione che riguarda l'onere della prova: «se, in ipotesi di controversia, le ragioni enunciate nella deliberazione di revoca sono le sole che possono e debbono essere allegate e provate dalla società, la quale non può dedurne (o lo farà in modo irrilevante) ulteriori o diverse, ne deriva che alla società compete la posizione di attore sostanziale in giudizio. Si pensi al caso similare dell'esclusione del socio, di cui all'art. 2287 cod. civ. (ma anche artt. 24, 2473-bis, 2533 cod. civ.), dove, nel cd. giudizio di opposizione all'esclusione (lì, con tutela reale), la situazione sostanziale di attore è in capo alla società, sebbene questa sia convenuta in senso formale. Ciò vuol dire che la società, nel giudizio di opposizione, è onerata di provare i fatti costitutivi della fattispecie di esclusione, come previsti dalla legge o dall'atto costitutivo. Analogamente, quando l'amministratore revocato agisce in giudizio, contestando la sussistenza della giusta causa e facendo valere il diritto al risarcimento del danno, la posizione sostanziale di attore spetta alla società, onerata della prova della giusta causa di revoca, secondo i caratteri avanti indicati, mentre l'amministratore è il convenuto sostanziale».
Per il Collegio, «La giusta causa è fatto costitutivo della facoltà della società di recedere senza conseguenze risarcitorie», con la conseguenza che, essendo «fatto costitutivo del diritto della società, nei termini illustrati, il giudice dunque valuta se esista o no la giusta causa, in séguito alla stessa domanda attorea: la relativa allegazione da parte dell'amministratore ha lo scopo di sollecitare l'attenzione del giudice sull'assenza di un requisito intrinseco della legittimità dell'operato assembleare. L'assenza di ragioni integranti la giusta causa non è, pertanto, l'oggetto di un'eccezione in senso stretto, ma contestazione del fatto costitutivo della domanda: com'è noto, ove un elemento integri un fatto costitutivo del diritto vantato (profilo sostanziale), l'onere della allegazione e della prova è in capo a chi lo fa valere e la controparte potrà opporvi anche solo una mera difesa (profilo processuale).»
Quindi, ribadita la regola secondo cui «anche nelle azioni di responsabilità contrattuale grava sull'attore la prova dell'elemento oggettivo della fattispecie, composto da condotta, danno e nesso causale tra i medesimi, solo l'elemento soggettivo essendo oggetto di inversione dell'onere probatorio ex art. 1218 cod. civ.», chiarisce alcuni aspetti in tema di risarcimento del danno, precisando che «La revoca anticipata senza giusta causa dell'amministratore dalla carica, mentre comporta il ristoro per la perdita dei residui compensi (ma anche ciò va delimitato, dovendosi pur sempre applicare le regole di cui agli art. 1223-1227 cod. civ.), non necessariamente produce tuttavia altro tipo di danno, neppure alla reputazione».
Richiamandosi a precedente propria giurisprudenza, la Suprema Corte ricorda che «nel caso di revoca dell'incarico di amministratore, il danno consiste "nel lucro cessante, e cioè nel compenso non percepito per il periodo in cui l'amministratore avrebbe conservato il suo ufficio, se non fosse intervenuta la revoca", in riferimento a questa voce di danno non sussistendo inoltre ragione di ricorrere alla liquidazione equitativa; l'amministratore potrebbe, bensì, ottenere la liquidazione di danni ulteriori e diversi rispetto a quelli consistenti nel lucro cessante, ma di tali danni deve offrire puntuale allegazione e prova».
Prima di affermare il principio di diritto, il Collegio precisa che «alla responsabilità contrattuale ex art. 2383 cod. civ. per la lesione del diritto alla prosecuzione della carica gestoria sino alla naturale scadenza, la quale sorge già per il fatto che la deliberazione enunci ragioni inidonee a fondare il potere di legittimo recesso, può affiancarsi una responsabilità per i danni ulteriori, quando: a) i fatti enunciati nella deliberazione integrino specifica violazione delle regole di buona fede e correttezza, ad esempio siano fatti rivelatisi diffamatori; oppure, in via concorrente, b) le concomitanti e concrete modalità della cessazione del rapporto, esterne alla deliberazione, si palesino contra ius.
In tali casi, anche il pregiudizio ai diritti della persona (onore, reputazione, identità personale, con le eventuali ricadute patrimoniali) diviene risarcibile. Occorre, tuttavia, un quid pluris, rispetto alla mera mancanza di giusta causa. L'assenza di giusta causa di revoca non comporta - di per sé ed automaticamente - la risarcibilità, in particolare, del danno alla reputazione o prestigio professionale dell'amministratore revocato, e delle ulteriori conseguenze economiche, in termini di mancato guadagno, che se ne assumano derivate: a differenza della perdita del diritto al compenso per il periodo successivo alla revoca e sino alla prevista scadenza del mandato (il quale può desumersi in via presuntiva, salvo che circostanze concrete non lo escludano), il preteso pregiudizio per la lesione della reputazione e per i mancati guadagni da discredito reputazionale deve essere specificamente allegato e dimostrato come ulteriore conseguenza immediata e diretta della revoca (sebbene anche in via presuntiva), alla stregua soprattutto delle ragioni, esplicitate nella deliberazione ed eventualmente diffuse in un dato ambiente economico, poste a suo fondamento».
Infine, la Suprema Corte afferma il seguente principio di diritto: «In caso di revoca dell'amministratore di società azionaria, alla responsabilità contrattuale ex art. 2383 cod. civ. relativa al lucro cessante per i compensi residui non percepiti, derivante dal fatto stesso del recesso senza giusta causa dal rapporto di amministrazione, può aggiungersi la responsabilità, sempre di natura contrattuale, per la violazione delle regole di buona fede e correttezza, oppure una responsabilità extracontrattuale della società o di soggetti in concorso con essa, solo in presenza di condotte che costituiscano un quid pluris, diverso ed ulteriore, rispetto alla revoca in sé, come allorché le stesse ragioni esternate della revoca, in luogo che essere semplicemente insussistenti o inidonee a fondare il potere di recesso, oppure le concrete modalità della cessazione del rapporto, connotate da colpa o dolo, siano tali da ledere un diritto della persona (come onore, reputazione, identità personale, con le eventuali conseguenti ricadute patrimoniali) distinto dal diritto dell'amministratore alla prosecuzione della carica sino alla sua naturale scadenza».
La Cassazione ha affrontato il tema della risarcibilità dei danni agli amministratori revocati senza giusta causa, ritenendo che i danni diversi da quelli riconducibili al lucro cessante (cioè gli emolumenti fino alla scadenza del mandato) possano essere riconosciuti solo fornendo prova della violazione delle regole di buona fede e correttezza o di condotte ulteriori che esulano dal legittimo esercizio della revoca in sé.
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References: art. 2383
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 1373
 art. 1218
 art. 1223
 art. 2383
 art. 2383

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