Source: http://www.studiofalcone.net/mantenimento-lecito-compensare-crediti-e-debiti-del-marito/
Timestamp: 2018-09-21 00:25:50+00:00

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Mantenimento: lecito compensare crediti e debiti del marito? – Avvocato Luca Falcone
Mantenimento: lecito compensare crediti e debiti del marito?
Se la moglie è debitrice del marito, quest’ultimo può compensare i propri crediti con le somme a lei dovute a titolo di mantenimento?
Immaginiamo che un uomo e una donna si siano separati dopo alcuni anni di matrimonio; con la sentenza di separazione, confermata poi dalla quella successiva di divorzio, il giudice condanna l’ex marito a versare alla moglie un assegno di mantenimento di circa 400 euro al mese. Senonché, dopo alcuni mesi, la donna, non sazia di ciò, propone un nuovo ricorso in tribunale per ottenere un aumento dell’importo essendo venuta a sapere che lui ha ricevuto una promozione e un aumento di stipendio. Il tribunale rigetta però la sua richiesta, conferma il precedente importo di 400 euro e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali per circa 2mila euro complessivi. Lei, un po’ per dispetto, un po’ per incapacità economica, non adempie all’obbligo del giudice, cosicché il marito, per recuperare quanto a lui dovuto, nei cinque mesi successivi non le versa l’assegno. Insomma effettua quella che, in gergo tecnico, viene chiamata compensazione tra un credito e un debito, sfruttando il fatto di essere nello stesso tempo debitore dell’assegno di mantenimento e creditore delle spese legali. Quattro mensilità da 400 euro, per cinque volte, fa appunto 2mila euro, quanto il giudice gli aveva riconosciuto per aver vinto la causa. Può farlo? Si può compensare il mantenimento coi crediti del marito? La risposta è stata fornita da un’ordinanza della Cassazione di qualche giorno fa [1].
Per legge esistono dei crediti disponibili, quelli cioè che possono essere ceduti, venduti, rinunciati e compensati, e crediti invece non disponibili i quali, per la loro natura di carattere sociale o assistenziale o comunque necessaria alle esigenze di vita non possono essere oggetto di rinuncia o di transazione. Tra questi vi rientrano gli “alimenti”, quelli cioè dovuti per legge ai familiari che versano in una situazione di grave e oggettivo bisogno fisico ed economico (quindi non solo l’ex moglie ma anche i figli, i genitori, i nonni, i nipoti). È ciò che succede quando l’interessato è nell’impossibilità di badare a se stesso e di provvedere alle proprie esigenze primarie di vita (ad esempio a causa di una malattia). Leggi sul punto Come chiedere gli alimenti.
Gli alimenti sono quindi cosa ben diversa dal mantenimento sia per presupposti (gli alimenti scattano solo in caso di oggettivo e grave stato di necessità mentre il mantenimento a seguito della separazione e della diversità di reddito tra i due coniugi) che per entità (gli alimenti sono rivolti a procurare lo stretto indispensabile per la sopravvivenza, mentre il mantenimento deve tendere a garantire una vita decorosa, compatibilmente con le condizioni economiche del soggetto obbligato al versamento).
Posta quindi la natura e lo scopo degli alimenti, in quanto diretti a tutelare la sopravvivenza, essi sono un credito “indisponibile”, che non può cioè essere oggetto di compensazione con altri debiti gravanti sul bisognoso. Così, ad esempio, chi deve versare 100 euro al mese al proprio genitore a titolo di alimenti, ma a sua volta avanza da questi 200 euro per altre ragioni, non può compensare due mensilità di alimenti con il proprio credito: dovrà quindi pagare e poi recuperare le proprie somme in altro modo.
Sorge a questo punto il problema se il mantenimento vantato dall’ex moglie sia un credito equiparabile agli alimenti, e come tale indisponibile e quindi non compensabile, o invece ha natura diversa e pertanto può essere oggetto di compensazione. Sul punto si scontrano due opposte tesi.
Secondo una interpretazione più datata, affermata comunque dalla Cassazione [2], il mantenimento può essere oggetto di compensazione. Secondo questa linea di pensiero, la “compensabilità” dell’assegno di mantenimento si giustifica per via del fatto che esso serve a garantire l’assistenza dell’ex coniuge e non un sostegno alimentare a una persona bisognosa e che non è in grado di provvedere a sé stessa. Proprio questa profonda differenza tra i due crediti fa sì che il mantenimento abbia una disciplina diversa e che pertanto può essere compensato – a differenza degli alimenti – con altri crediti vantati dall’ex marito nei confronti dell’ex moglie.
Occorre precisare però che la compensazione può avere ad oggetto il solo assegno di mantenimento in favore del coniuge (non quello alimentare), e non quello in favore dei figli [3]. Questo significa, ad esempio, che se il marito deve versare come mantenimento 200 euro alla moglie e 300 euro ai figli, oggetto della compensazione può essere solo il primo importo e non il secondo.
La seconda tesi, invece, è quella più recente appena sancita sempre dalla Cassazione [1]. Secondo questa opposta linea di pensiero, il credito derivante dal mantenimento dovuto dall’ex marito all’ex moglie, avendo «carattere sostanzialmente alimentare», non è “disponibile” e di conseguenza non può essere né oggetto di rinuncia, né opposto in compensazione con un altro credito per il quale l’ex moglie risulta debitrice.
In buona sostanza, il marito è sempre tenuto a versare il mantenimento alla moglie anche quando quest’ultima è sua debitrice per altre ragioni; non può quindi compensare le due poste per recuperare i soldi che gli sono dovuti.
A questa seconda interpretazione erano giunti già altre pronunce in un passato non troppo remoto. Si cita, ad esempio, la sentenza del tribunale di Catania [4] secondo cui non può formare oggetto di compensazione il credito relativo ad assegni di mantenimento. Il giudice ritiene che se si consentisse la compensazione dell’assegno di mantenimento se ne snaturerebbe la sua funzione alimentare: proprio in virtù della sua natura alimentare (in senso lato), deve essere esclusa la compensazione del credito relativo all’assegno di mantenimento con altri crediti. Si può infatti applicare in via analogica la normativa sugli alimenti anche all’ipotesi dell’assegno di mantenimento per la moglie ed i figli in caso di separazione o divorzio. Benché – prosegue il giudice siciliano – l’assegno di mantenimento non ha una valenza alimentare in senso stretto, posta la distinzione tra diritto al mantenimento e diritto agli alimenti, tuttavia è innegabile che esso conserva comunque una valenza anche alimentare, avuto riguardo alla considerazione in sé non banale che il diritto al mantenimento presuppone come base minima il diritto agli alimenti; finalità e funzione rendono assimilabili obblighi alimentari e di mantenimento, entrambi posti a tutela dei doveri di solidarietà nascenti dai rapporti di coniugio e di filiazione. Tanto ciò vero che l’obbligo di prestare gli alimenti sono tenuti, nell’ordine, per primi il coniuge, i figli (e, in loro mancanza, i discendenti prossimi) ed i genitori (e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi). L’obbligo di mantenimento ha solo un contenuto più ampio di quello alimentare, che comunque è ricompreso in esso, come nel più ci sta il meno, ma ambedue servono pur sempre a soddisfare un bisogno fondamentale della persona.
Ed è sempre stata la Cassazione, nel 2016, ad offrire la medesima interpretazione: il carattere sostanzialmente alimentare dell’assegno di mantenimento a beneficio dei figli, in regime di separazione, comporta la non operatività della compensazione del suo importo con altri crediti [5].
In sintesi, se il marito è creditore della moglie e nello stesso tempo suo debitore per l’assegno di mantenimento non può sospendere il pagamento dell’assegno mensile fino a quando non ha recuperato le somme a lui dovute.
[1] Cass. ord. n. 11689/2018 del 14.05.2018.
[2] Cass. sent. n. 6519/1996 Trib. Bologna sent. del 3.02.2006.
[3] Trib. Modena sent. n. 206 del 3.02.2013.
[4] Trib. Catania sent. n. 4575/2017.
[5] Cass. sent. n. 23569/2016.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 7 marzo – 14 maggio 2018, n. 11689
C.M. propone due motivi di ricorso per cassazione illustrati da memoria avverso la sentenza della Corte d’Appello di Roma n. 785 del 2017, depositata il 2.2.2017.
L’intimato M.M. non ha svolto attività difensiva in questa sede.
Questa la vicenda, per quanto qui ancora interessa.
il M. notificava alla ricorrente un precetto, relativo al pagamento di spese di lite; la C. proponeva opposizione, opponendo in controcredito alcuni ratei per il mantenimento suo e delle figlie, non corrisposti dal M. .
Il Tribunale di Cassino rigettava l’opposizione, ritenendo che il credito della C. fosse precedente alla formazione giudiziale del titolo vantato del M. , e che pertanto in quella sede dovesse essere fatto valere.
La Corte d’Appello confermava il rigetto della opposizione, sebbene sulla base di una diversa motivazione. Riteneva che il credito opposto in compensazione dalla C. non fosse né certo né liquido né esigibile, in quanto la ricorrente opponeva in compensazione il credito derivante dal mancato pagamento, da parte dell’ex coniuge, di alcuni ratei dell’assegno di mantenimento cumulativamente dovuto sia per la C. che per le due figlie, mentre avrebbe potuto opporre in compensazione solo un credito proprio, e che non fosse neppure chiaro come imputare il pagamento parziale fatto dall’ex marito.
Con il primo motivo, la ricorrente si limita ad asserire, senza neppure provare ad argomentare, che la decisione del giudice di merito sul punto sia priva di una logica motivazione. Ridotto ad una mera affermazione, il motivo è inammissibile.
Con il secondo motivo indica la violazione degli artt. 156, 155 e 337 ter c.c. laddove la corte di merito ha affermato che il suo controcredito non fosse opponibile in compensazione al credito vantato dall’ex marito perché non certo, in quanto nella somma della quale ella si dichiarava debitrice sarebbero confluite somme dovute dal M. alla C. e somme da questi dovute alle figlie.
Sostiene la ricorrente che avrebbe errato il giudice di merito nel ritenere incerto l’importo effettivamente dovuto, in quanto della somma complessiva sarebbero state creditrici, senza che la C. precisasse gli importi, sia la ricorrente che le figlie.
Sostiene che sia che il credito relativo al contributo al mantenimento, fosse dovuto al mantenimento proprio sia che fosse dovuto a quello delle figlie, era comunque un credito proprio, e come tale compensabile, a prescindere dall’ammontare del contributo per le figlie.
La ricorrente non tiene conto del fatto che il carattere sostanzialmente alimentare dell’assegno di mantenimento a beneficio dei figli, in regime di separazione, comporta la non operatività della compensazione del suo importo con altri crediti (Cass. n. 23569 del 2016). Il credito per il contributo al mantenimento, non essendo disponibile né rinunciabile, non era neppure compensabile. A ciò si aggiunga che la corte di appello ha escluso, con accertamento in fatto non in questa sede rinnovabile, che il credito che la C. intendeva opporre in compensazione fosse certo, liquido ed esigibile, atteso che non risultava chiaro né quanta parte dell’assegno fosse correlata al mantenimento della ricorrente e quanta al mantenimento delle figli, né a quali importi imputare gli acconti versati dall’ex marito.
Il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, e la ricorrente risulta soccombente, pertanto egli è gravato dall’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dell’ art. 13, comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002.
La Corte rigetta il ricorso. Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.
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 art. 13