Source: http://terpuglia.it/inaugurazione2010.html
Timestamp: 2018-02-20 07:34:34+00:00

Document:
Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese| Inaugurazione2010
Relazione Prof. Giuseppe Dalla Torre
Saluto del Moderatore S. Ecc. Rev.ma Mons. Francesco Cacucci
“Nella nostra civiltà il matrimonio, quale tale civiltà lo ha inteso, è nato dentro la società cristiana e, per così dire, sui ginocchi della Chiesa” (Giacchi, Riforma del matrimonio civile e diritto canonico, in Jus, 1974, p. 21).
“La loi ne considère le mariage que comme contrat civil” (art. 7 tit. II della Costituzione rivoluzionaria francese del 1791, passato poi nella legge 20-25 settembre 1792 e quindi nell’art 165 del codice napoleonico 1803).
Per il matrimonio civile non si ricorse al modello romano, ma si assunse il modello canonico, laicizzandolo. Anzi, si assunse la struttura e la disciplina del matrimonio canonico, tagliando solo le disposizioni con valenza propriamente religiosa (si pensi ad esempio agli impedimenti dell’ ordine sacro o del voto religioso solenne). Si trattò di una disciplina caratterizzata da:
- una concezione contrattuale sui generis, perché fortemente impregnata di elementi istituzionistici
- una concezione fondata sul voluto (la dichiarazione di volontà nuziale) e non sul vissuto; un voluto nel quale è compreso tutto il vissuto a venire - una concezione che vedeva la struttura giuridica del matrimonio (matrimonio-atto; matrimonio in fieri) articolata nei tre elementi della capacità a contrarre, della assenza di impedimenti, della forma ad validitatem
Questo modello e la relativa disciplina furono esportati e divennero comuni a livello planetario (cfr. Prader, Il matrimonio nel mondo, 2ª ed., Padova 1986). Un fenomeno che va oltre le dimensioni del “colonialismo politico” per assumere quelle più proprie del “colonialismo culturale” (oggi diremmo: della “globalizzazione culturale”).
Il modello del matrimonio civile paradigmato sul modello canonistico durò a lungo.
Questo è stato vero in particolare nel nostro Paese, per una serie di ragioni (soprattutto la tradizione cattolica), al punto che nel lungo periodo che va dal 1865 (codice civile Pisanelli ed introduzione del matrimonio civile obbligatorio) al 1929 (con la cosiddetta “riconfessionalizzazione” dell’ordinamento a seguito dei Patti Lateranensi), cioè nel periodo di un liberalesimo inclinante a forme di laicismo e di un ordinamento evolventesi fortemente in forme secolaristiche, rimase fermo nel matrimonio civile uno dei caratteri fondamentali del matrimonio canonico: l’indissolubilità. Nonostante vari tentativi, in età liberale non venne mai recepito il divorzio, per quanto la concezione accentuatamente contrattualistica del matrimonio civile di allora potesse più facilmente, dal punto di vista della cultura giuridica, indurre ad ammettere forme di recesso.
In qualche modo il Concordato del 1929, con le note disposizioni dell’art. 34, contribuì a mantenere l’uniformità di modelli matrimoniali. Del resto il matrimonio civile era, dal punto di vista statistico-sociologico, davvero del tutto residuale rispetto al matrimonio canonico, destinato ad acquistare effetti civili con la trascrizione.
La disciplina contenuta nel codice civile del 1942 – tra l’altro con un avvicinamento ulteriore alla disciplina canonistica: es. l’età nuziale – dimostra chiaramente quanto il matrimonio civile fosse ancora nient’altro che il matrimonio canonico secolarizzato.
I segni di un divaricamento di modelli, e quindi di un progressivo divaricamento della disciplina giuridica, si colgono tra gli anni sessanta e settanta del secolo che abbiamo alle spalle.
Dal punto di vista storico, si possono oggi individuare le ragioni del fenomeno e comprendere l’esattezza della diagnosi fatta a suo tempo (La “nuova cristianità” perduta, Roma 1985) da Pietro Scoppola, per il quale i cattolici italiani del secondo dopoguerra, allevati all’ideale mariteniano di una “nuova cristianità”, mentre si battevano contro le vecchie (i residui del laicismo risorgimentale) e le nuove ideologie (il comunismo), non si accorgevano che il nemico veniva silenziosamente ed inavvertitamente alle spalle, nelle forme di una società consumistica destinata a modificare profondamente cultura e costumi degli italiani in senso secolaristico.
Dal punto di vista giuridico, in particolare legislativo, lo scollamento di modelli – e quindi di disciplina giuridica – avviene con la legge sul divorzio del 1970, con la riforma del diritto di famiglia del 1975 (anche se in essa possono cogliersi elementi contraddittori), con la stessa legge sull’interruzione volontaria della gravidanza del 1978. Nella nuova disciplina civilistica via via elaborata dagli interventi del legislatore – che prosegue, seppure con interventi più radi e più specifici, negli anni successivi – diviene sempre più difficile rintracciare la sostanza dei capisaldi del matrimonio canonico costituiti, nella ben nota rappresentazione agostiniana, dal bonum prolis, dal bonum fidei, dal bonum sacramenti.
Non è qui il caso di entrare nel dettaglio.
Ma già nel 1979 un grande civilista, Luigi Mengoni, poteva dire che il diritto positivo veniva a svilupparsi in tre precise e distinte direzioni:
“ a) indebolendo le prerogative giuridiche del matrimonio nei confronti dell’unione libera, e in particolare togliendo alla famiglia legittima la funzione di istituzione che conferisce uno status;
“ b) rendendo disponibili da parte dei coniugi certi obblighi precedentemente inderogabili;
“ c) privando gli obblighi derivanti dal matrimonio di sanzione giuridica, e così riducendo l’enunciazione di essi nella legge all’additamento di un ideale matrimoniale la cui attuazione più o meno piena è rimessa al grado di sensibilità dei coniugi ai valori” (La famiglia nell’ordinamento giuridico italiano, in Aa.Vv., La famiglia crocevia della tensione tra “pubblico” e “privato”, Milano 1980, p. 276).
Il resto è stato fatto dalla giurisprudenza, sia nella – per dir così – pars destruens, cioè nella applicazione del diritto positivo caratterizzata da una accentuata interpretazione evolutiva, che allontanava vieppiù il “diritto vivente” dal modello canonistico; sia nella – sempre per dir così – pars construens laddove, dinnanzi a fenomeni sociali crescenti nel tempo, è venuta ad elaborare – nonostante le resistenze fin qui mostrate dal giudice costituzionale – frammenti di disciplina della c.d. “famiglia di fatto”, cioè della famiglia non fondata sul matrimonio. Così il modello canonistico è del tutto abbandonato e per certi aspetti ci si avvicina molto al modello romanistico.
Il divaricamento dei modelli e delle discipline dà ragione – ma non a ragione – del fenomeno di strisciante, ma crescente, svuotamento delle disposizioni concordatarie sul matrimonio, in particolare per ciò che attiene alla delibazione delle sentenze ecclesiastiche di nullità.
Al riguardo giova soffermarsi su due necessarie premesse.
Innanzitutto si deve ricordare, in rapporto al non contrasto con i limiti dell’ordine pubblico italiano (art. 797, comma 1 n. 6 c.p.c.), che secondo la Corte costituzionale questo è da intendersi come «ordine pubblico internazionale», cioè come le «regole poste dalla Costituzione e dalle leggi a base degli istituti giuridici in cui si articola l’ordinamento positivo nel suo perenne adeguarsi all’evoluzione della società» (Corte cost., 2 febbraio 1982, n. 18).
Da parte sua la giurisprudenza della Cassazione, ed al massimo livello (Cass., sez. un., 1 ottobre 1982, n. 5026), aveva messo in evidenza come con la singolare natura del rapporto fra Stato e Chiesa, definito dall’art. 7 Cost., dovesse contemperarsi il riferimento al tradizionale concetto di ordine pubblico internazionale, anche perché la specialità del regime matrimoniale concordatario costituisce una delle “regole fondamentali” in cui quell’ordine pubblico si sostanzia. Ciò significa che l’ordine pubblico internazionale al quale va commisurato il giudizio rivolto alla delibazione della sentenza canonica non coincide perfettamente con quello evocabile nella delibazione di sentenze straniere. In quella sentenza la Suprema Corte precisava che “la dichiarazione di esecutività può essere negata infatti soltanto in presenza di una contrarietà ai canoni essenziali cui si ispira in un determinato momento storico il diritto dello Stato ed alle regole fondamentali che definiscono la struttura dell’istituto matrimoniale così accentuata da superare il margine di maggiore disponibilità che l’ordinamento statuale si è imposto rispetto all’ordinamento canonico”. Pertanto per la dichiarazione di esecutorietà “non ha portata impeditiva una pur rilevante differenza di disciplina fra le cause di nullità del matrimonio considerate nei due ordinamenti che non superi quel livello di maggiore disponibilità tipico dei rapporti fra Stato e Chiesa cattolica”.
Questi principi di diritto, posti dalla giurisprudenza di legittimità alla vigilia dell’Accordo di Villa Madama del febbraio 1984, hanno sostanzialmente guidato la revisione concordataria ed il richiamo che l’art. 8 n. 2 lett. c) fa, in ordine alla delibabilità della sentenza ecclesiastica di nullità, “alle condizioni richieste dalla legislazione italiana per la dichiarazione di efficacia delle sentenze straniere”, con le precisazioni contenute nell’art. 4 lett. b) del Protocollo addizionale agli art- 796-797 c.p.c. (ora abrogati).
Ed in effetti, nel primo quindicennio di applicazione delle nuove disposizioni concordatarie, la giurisprudenza ha generalmente seguito tali principi, se si eccettua sostanzialmente il caso delle pronunce che hanno escluso la delibazione di sentenze di nullità per simulazione unilaterale del consenso, se non conosciuta o non conoscibile dall’altra parte. Si tratta di un orientamento giurisprudenziale che si è consolidato sin dalla fine degli anni ’80, ritenendosi la fattispecie de qua in contrasto con il principio di buona fede e di tutela dell’affidamento.
Peraltro nell’ultimo decennio si nota una giurisprudenza, in particolare della Cassazione, tendente ad un progressivo restringimento di quella “maggiore disponibilità” dell’ordinamento italiano a recepire, grazie al Concordato, sentenze matrimoniali canoniche, che la stessa Cassazione aveva affermato.
Basti in questa sede citare qualche caso.
È del 2004 la sentenza che esclude la delibazione di sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale qualora proposta dagli eredi del coniuge deceduto, in quanto la legittimazione a chiedere la delibazione “spetta esclusivamente a coloro i quali, secondo l’ordinamento italiano, sono legittimati a promuovere l’azione di impugnazione del matrimonio prevista dal cod. civ., non rilevando, in contrario, che nell’ordinamento ecclesiastico gli eredi del coniuge deceduto sono invece legittimati ad instaurare il giudizio di nullità del matrimonio religioso” (Cass. civ., sez. I, 1 dicembre 2004, n. 22514).
Del 2006 è una sentenza in materia di nullità canonica per “vis et metus”, ove si afferma che l’eventuale delibazione deve essere subordinata all’accertamento da parte del giudice italiano delle condizioni secondo le quali il timore è riconosciuto in Italia quale causa di nullità del matrimonio ex art. 122 c.c. (Cass. civ., sez. I, 6 luglio 2006, n. 15409).
Del 2008 è una decisione ove si afferma che in sede di delibazione non è consentito al giudice italiano procedere al riesame del merito né al rinnovo dell’istruttoria, ma non gli è precluso “provvedere ad un’autonoma e diversa valutazione del medesimo materiale probatorio secondo le regole del processo civile, eventualmente disattendendo gli obiettivi elementi di conoscenza documentati negli atti del giudizio ecclesiastico” (Cass. civ., sez. I, 1 febbraio 2008, n. 2467).
Da ultimo è da ricordare una sentenza delle sezioni unite della Cassazione civile del 2008, dai contenuti potenzialmente dirompenti. Secondo tale decisione, in materia di errore indotto da dolo, “sono delibabili le sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniali, fondate su errori riguardanti fatti oggettivi, anche diversi da quelli di cui all'art. 122 c.c., purché incidenti su connotati o “qualità” ritenute significative in base ai valori usuali e secondo la coscienza sociale comune, che abbiano determinato al matrimonio chi è caduto in errore (cfr. Cass. 16 novembre 2005 n. 23073). In caso di dolo, pertanto, non basta accertare che l'errante non avrebbe prestato il suo consenso senza tale indotta falsa rappresentazione della realtà di fatto, ma occorre che quest'ultima riguardi casi comparabili con quelli oggettivi, permanenti e tassativi di cui sopra” (Cass. civ., sez. un., 18 luglio 2008, n. 19809).
Anche la giurisprudenza delle Corti di Appello si è progressivamente orientata per una interpretazione restrittiva delle disposizioni concordatarie. Per esempio si è esclusa la delibazione di una sentenza eccl. di nullità matrimoniale per “amentia” di un coniuge emessa su istanza dell’altro, qualora il primo si opponga al riconoscimento civile, in quanto ritenuta contraria all’ordine pubblico dell’ordinamento italiano, il quale - diversamente da quello canonico - prevede delle limitazioni alla legittimazione ad impugnare il matrimonio a tutela del coniuge incapace (Corte di Appello civile di Roma, 7 settembre 2005).
Non si intende qui entrare nel merito della difformità di trattamento che, dopo la legge n. 218 del 1995 di riforma del d.i.p., penalizza la recezione nel nostro ordinamento delle sentenze canoniche rispetto alle sentenze straniere; una difformità di trattamento che ha invero ragioni normative, ma che la giurisprudenza pare aver accentuato. Così pure non si intende entrare nel merito di una evidente incongruenza, sul piano fattuale, data dal voler paradigmare ai fini della delibabilità le nullità canoniche a quelle civili, certamente assai restrittive ma sostanzialmente superate nella esperienza giuridica concreta da una prassi divorzista assai larga.
In questa sede si vuole sottolineare come in sostanza la giurisprudenza “novatrice” della Cassazione, che ha teso a porre progressivamente un “filtro” alla delibazione delle sentenze matrimoniali ecclesiastiche fissando la disciplina del matrimonio civile come paradigma di riferimento, si sia allontanata per almeno un duplice profilo dalla Costituzione.
Innanzitutto perché, grazie al richiamo delle norme pattizie nella Carta costituzionale, di cui al secondo comma dell’art. 7, appare assai arduo negare la sussistenza di un ordine pubblico concordatario, più largamente aperto alla recezione delle sentenze canoniche e non riconducibile all’ordinario “ordine pubblico internazionale”. Quella categoria di ordine pubblico che era del resto sottesa alla ricordata giurisprudenza dei primi anni ’80 della Corte costituzionale, ma della stessa Cassazione, laddove parlava di una “maggiore disponibilità” dell’ordinamento italiano alla recezione di sentenze matrimoniali canoniche.
In secondo luogo perché l’art. 29 Cost., per il quale “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, non pone un modello di matrimonio, sul quale paradigmare la disciplina civilistica e, conseguentemente, valutare la ricevibilità di atti giuridici provenienti dall’esterno dell’ordinamento italiano; semmai pone un modello di famiglia, caratterizzato da un lato dalla costituzione per mezzo di matrimonio e dall’altro dai caratteri naturali – e come tali irreformabili (l’immagine dell’ “isola” proposta a suo tempo da Jemolo) – dell’istituto (come ad esempio l’eterosessualità degli sposi).
Proprio il richiamo alla Costituzione, sia nella disposizione attinente alla famiglia sia nella disposizione attinente alla concreta disciplina concordataria dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica in Italia, consente di dire che nell’ordinamento italiano sussistono due modelli di matrimonio, idonei a costituire la famiglia: quello civile e quello canonico. Ed il principio della laicità dello Stato, che comporta imparzialità rispetto alle istanze etiche e religiose sussistenti nella società, preclude di ritenere il primo come paradigma assoluto cui il secondo deve uniformarsi, al fine di poter produrre effetti nell’ordinamento italiano.
Ma qui giova spostare l’attenzione su di un’ altra prospettiva.
Nell’attuale fase storica la disciplina civilistica del matrimonio, nonostante alcune forti affermazioni di principio, sembra essere più espressione di alcune tendenze culturali ed istanze presenti nella società, frutto di una cultura individualista ed utilitarista, che non strumento paidetico nei confronti di determinati valori che pure sono rintracciabili nell’ordinamento.
Viceversa accade per la disciplina canonistica che, partendo dai caratteri naturali – quindi irreformabili – del matrimonio, propone un paradigma valoriale che postula un consenso adesivo da parte dei nubendi e, in questo modo, viene ad avere anche una chiara funzione educativa.
Una funzione educativa i cui risultati non sono irrilevanti per la società.
Bari 13 febbraio 2010
Rivolgo il mio più cordiale benvenuto a voi, graditissimi ospiti, che avete voluto accogliere l’invito a partecipare all’annuale cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese.
Un fraterno e grato saluto a S. E. Mons. Angelo Massafra, Arcivescovo di Scutari e Moderatore del Tribunale Ecclesiastico di Albania, di cui il nostro Tribunale è sede di Appello. Saluto il Prof. Giuseppe Dalla Torre, Rettore dell’Università LUMSA di Roma. A lui va il più vivo ringraziamento per aver accolto l’invito a tenere la Prolusione per questo tradizionale appuntamento annuale. Il tema scelto per il suo autorevole intervento sarà occasione di riflessione proficua per ciascuno di noi che, da prospettive diverse, ci occupiamo dell’Istituto matrimoniale.
Saluto con deferenza le Autorità presenti, che hanno voluto onorare con la loro partecipazione questo appuntamento significativo per la vita del Tribunale e per l’intera Comunità ecclesiale pugliese. La loro presenza è segno di una costruttiva interazione e collaborazione tra Istituzioni poste, nello stesso territorio, ad operare in modo unanime al servizio del bene comune.
Con viva cordialità porgo il mio benvenuto ai rappresentanti del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese di Appello di Benevento. Mi pregio di attestare che con il vostro impegno quotidiano, solerte e puntuale siete chiamati a portare a compimento il ministero del nostro Tribunale, in modo competente e con notevoli sacrifici personali.
Con particolare gratitudine saluto gli operatori della giustizia ecclesiastica intervenuti: i giudici, i difensori del vincolo, gli avvocati, i minutanti. Solo il comune e generoso lavoro di tutti può generare i frutti tangibili di quel peculiare servizio che è espressione autentica della più ampia azione pastorale della chiesa.
I Vescovi pugliesi, mio tramite, esprimono sincera riconoscenza per il servizio, faticoso e discreto, che ognuno di voi, nei diversi uffici, offre per il bene della Chiesa. La presidenza di Mons. Luca Murolo, vicario giudiziale, garantisce quella serenità e quel rigore necessari affinché l’opera della giustizia risponda, con la sollecitudine consentita, alle legittime esigenze dei fedeli della nostra Regione. Come ogni anno, gli avvicendamenti nei ministeri giudiziali sono per noi motivo di gratitudine e di speranza. Esprimo, pertanto, riconoscenza per don Nunzio Palmiotti che nel settembre scorso ha cessato il suo trentennale servizio di giudice. Così come esprimo gratitudine per l’ingresso nello stesso ministero di don Emanuele Tupputi, dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, e di p. Giuseppe Tomiri, religioso dei frati minori. So bene che l’unico elemento di criticità del nostro Tribunale consiste nella carenza di giudici che possano far fronte alle numerose richieste che provengono da tutta la regione. A questo proposito, assicuro l’impegno e la sollecitudine dei Vescovi pugliesi nell’individuare e incoraggiare quei sacerdoti che si mostrino sensibili e idonei ad intraprendere il servizio giudiziale.
Profittiamo volentieri della circostanza dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale per soffermarci a riflettere sulla situazione delle cause di dichiarazione di nullità del matrimonio nella nostra regione, così come fra poco farà il Vicario giudiziale. Nello stesso tempo, in questa occasione, è utile ritornare su alcune considerazioni che il Santo Padre, Benedetto XVI, ha voluto proporre durante il Suo recente discorso per l’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana.
In quella solenne circostanza il Papa ha voluto soffermarsi, in particolare, «sul nucleo essenziale del vostro ministero, cercando di approfondirne i rapporti con la giustizia, la carità e la verità». È rischio diffuso, infatti, quello di slegare i tre elementi richiamati nell’esercizio giudiziale, anche all’interno della chiesa. Dietro il comodo paravento di una carità, spesso non del tutto rettamente intesa, si tende spesso a ridimensionare le esigenze della giustizia e della verità. Con molta incisività il Papa nota che «alcuni ritengono che la carità pastorale potrebbe giustificare ogni passo verso la dichiarazione della nullità del vincolo matrimoniale per venire incontro alle persone che si trovano in situazione matrimoniale irregolare». Alla luce di ciò, ciascuno finisce per ritenersi arbitro di ciò che è giusto e bene nel caso specifico. Se è vero che la carità ha un ruolo privilegiato nella vita ecclesiale e si declina essenzialmente nel fatto che, come afferma il Pontefice, «lo sguardo e la misura della carità aiuterà a non dimenticare che si è sempre davanti a persone segnate da problemi e da sofferenze», così come si tradurrà nello «sforzo di instaurare tra le parti un clima di disponibilità umana e cristiana» è anche vero che, continua il Papa, «tutti coloro che operano nel campo del Diritto, ognuno secondo la propria funzione, devono essere guidati dalla giustizia». Il richiamo, a questo punto, si estende opportunamente anche all’impegno degli avvocati «i quali – sottolinea il Santo Padre – devono non soltanto porre ogni attenzione al rispetto della verità delle prove, ma anche evitare con cura di assumere, come legali di fiducia, il patrocinio di cause che, secondo la loro coscienza, non siano oggettivamente sostenibili». Aggiungo che lo stile e l’etica propria di un avvocato iscritto all’Albo di un Tribunale Ecclesiastico deve esprimersi anche in foro civile. Giungono talvolta segnali allarmanti sull’atteggiamento di taluni patroni che, in quella sede, sono motivo di scandalo per i fedeli, attraverso azioni giudiziarie tese a mera venalità e eccessiva conflittualità, che spesso finisce per violare anche il rispetto della dignità della persona, seppure nella veste della controparte.
Molto opportunamente il Santo Padre fissa un riferimento alto per tutti nel fatto che «sia la giustizia, sia la carità, postulino l'amore alla verità e comportino essenzialmente la ricerca del vero. In particolare, la carità rende il riferimento alla verità ancora più esigente», dal momento che «senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente».
Affido alla riflessione di tutti tali autorevoli considerazioni, mentre rinnovo il mio ringraziamento per la vostra qualificata presenza.
Presidente della C. E. P.
Moderatore del T. E. R. P.
Relazione dell’attività dell’anno 2009
In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2010
1)Porgo il mio deferente saluto e il mio ringraziamento a tutti voi che avete voluto partecipare a questa cerimonia di inaugurazione ufficiale dell’anno giudiziario del nostro Tribunale Regionale.
In modo particolare saluto S. E. Mons. Francesco Cacucci, Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese e Moderatore del Tribunale. Egli rappresenta tutti i Vescovi della nostra Regione e con la Sua vicinanza cordiale e i Suoi paterni consigli non fa mancare a noi Operatori del Tribunale l' incoraggiamento e l'apprezzamento di tutti i Vescovi per il nostro lavoro. E' questa l'occasione per dirgli il nostro grazie.
Quest'anno tra noi c'è S. E. Mons. Angelo Massafra, Arcivescovo di Scutari, che saluto con cordialità. Egli è il Moderatore del Tribunale Interdiocesano (Nazionale) di Albania di cui il nostro Tribunale Pugliese, già dal 2004 con Decreto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica fu designato come sede di Appello.
Do il benvenuto al Chiarissimo Prof. Giuseppe Dalla Torre, Rettore della Università LUMSA, il quale terrà la prolusione sul tema: “Il matrimonio tra ordinamento canonico e ordinamento civile”. Sin da ora gli esprimo il ringraziamento più cordiale.
2) Propongo alla vostra attenzione l’attività svolta dal nostro Tribunale Regionale durante l’anno 2009, con le cifre che riguardano il numero delle cause, i motivi su cui si fondano in fatto e in diritto le richieste di nullità di matrimonio e la durata delle convivenze coniugali. Questi dati non hanno un fine di mera notizia-curiosità, bensì vogliono offrire motivi di riflessione ai responsabili pastorali e a coloro che nelle diocesi, nei consultori familiari e nella società civile sono impegnati per la famiglia.
A) Nel 2009 sono stati introdotti 221 nuovi libelli(11 in meno del 2008);
sono state concluse con decisioni 254 cause(tante quante nel 2008);
con dispensa super rato 1 cause ne sono state archiviate 22;
al 31 Dicembre 2009 risultano pendenti 577 cause (al 31 Dicembre 2008 risultavano pendenti 633 cause)
Delle cause concluse con decisione
197 si sono concluse affermativamente , cioè con la dichiarazione di nullità del matrimonio
57 si sono concluse negativamente , cioè con il riconoscimento della validità del matrimonio
- 81 per esclusione della indissolubilità
- 64 per esclusione della prole ;
- 48 per mancanza di uso di ragione, difetto di discrezione di giudizio e per incapacità
ad assumere gli obblighi coniugali (iuxta can. 1095,n.1, n. 2 e n. 3);
- 47 per simulazione totale del consenso ;
- 6 per esclusione della fedeltà ;
- 2 per esclusione del bonum coniugum ;
- 1 per errore di qualità (iuxta can. 1097 § 2);
- 1 per impotenza;
- 1 per vincolo precedente;
dai 221 libelli presentati nel 2009 risulta che 179 unioni matrimoniali sono durate tra 7 giorni e 10 anni.
Mi sembra opportuno rilevare che se nel 1998 furono introdotti 300 libelli, e nel 2001 ne furono introdotti 311, il 2009 ha registrato una diminuzione di libelli introdotti: 221.
A - Per quanto riguarda la spiegazione del fenomeno del numero delle richieste di nullità,
mi sento di confermare quanto riferii nella mia relazione dello scorso anno e cioè:
è evidente la fiducia dei fedeli nella Chiesa alla quale (nella maggior parte dei casi) essi si rivolgono per far chiarezza circa il proprio stato di vita matrimoniale per quindi intraprendere un cammino spirituale proficuo;
B – Per quanto riguarda i capi di nullità
resta sempre alto il numero delle sentenze di nullità a motivo della simulazione totale del consenso e della esclusione della indissolubilità, della prole e della fedeltà e a motivo del grave difetto di discrezione di giudizio e della incapacità ad assumerre gli obblighi essenziali del matrimonio per cause di natura psichica.
Da questi dati risulta che molti giovani si accostano al matrimonio o con serie fragilità psicologiche o con superficialità circa gli impegni che lo stesso matrimonio comporta per tutta la vita.
Nella fase istruttoria del processo, dalle deposizioni delle parti interessate, emerge che durante la preparazione remota e prossima al matrimonio qualcosa non ha funzionato.
Pertanto forse bisognerebbe insistere molto nel rendere i cosiddetti “corsi per fidanzati” veri e propri itinerari di evangelizzazione del sacramento del matrimonio in cui il parroco e gli operatori suoi collaboratori, in un clima di serena fiducia personale con i nubendi, possano verificare per quanto possibile le loro reali intenzioni e la loro effettiva preparazione al sacramento.
Papa Benedetto XVI, lunedì scorso 8 Febbraio, nell'udienza ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha parlato espressamente e in maniera “molto alta” della preparazione prossima dei fidanzati al matrimonio sacramento.
Egli ha detto che “dovrebbe configurarsi come un itinerario di fede e di vita cristiana, che conduca ad una conoscenza approfondita del mistero di Cristo e della Chiesa,dei significati di grazia e di responsabilità” e che “occorre...porre particolare cura perchè in tale occasione i fidanzati ravvivino il proprio rapporto personale con il Signore Gesù, specialmente ascoltando la Parola di Dio, accostandosi ai Sacramenti e soprattutto partecipando all'Eucarestia: Solo ponendo Cristo al centro dell'esistenza personale e di coppia è possibile vivere l'amore autentico e donarlo agli altri”.
* Lo stesso “processetto” dovrebbe essere valorizzato come preziosa occasione pastorale.
Se alla fine dei vari momenti di verifica sorgesse un dubbio, il parroco con molta discrezione dovrebbe comunicare ai fidanzati che vi è qualcosa su cui devono confrontarsi o da approfondire, successivamente egli potrà valutare se gli eventuali problemi siano stati risolti o meno.
Se, nonostante tutti i leciti e possibili tentativi, rimanesse il dubbio circa l'effettiva preparazione dei nubendi, qualora esso non tocchi la validità del matrimonio, il parroco non può rifiutare il matrimonio (per il diritto che ogni persona ha di sposarsi): tuttavia non mancherà di far presente alla coppia i possibili rischi a cui va incontro, magari per la loro immaturità o per la fragilità della relazione o per alcune circostanze esterne.
Se invece vi fosse certezza della presenza di un problema che tocca la validità delle nozze, allora il parroco non può procedere al matrimonio, essendo questa una decisione molto delicata e grave, egli potrà opportunamente chiedere un parere alla sua Curia.
Mi piace qui riportare quanto affermato nelle premesse del nuovo Rito del Matrimonio:
n. 20: “Nello svolgimento della preparazione, considerata la mentalità del popolo circa il matrimonio e la famiglia, i pastori si impegnino ad annunciare alla luce della fede il significato evangelico del vicendevole amore dei futuri sposi. Anche i requisiti giuridici riguardanti la celebrazione valida e lecita del matrimonio possono essere utili a promuovere tra i fidanzati una fede viva e un amore fecondo per costituire una famiglia cristiana”.
n. 21: “Se però, risultato vano ogni sforzo, i fidanzati apertamente ed espressamente affermano di respingere ciò che la Chiesa intende quando si celebra il matrimonio di battezzati, non è lecito al pastore d'anime ammetterli alla celebrazione. Sebbene a malincuore, deve prendere atto della realtà e spiegare agli interessati che non la Chiesa, ma loro stessi, in tali circostanze, rendono impossibile quella celebrazione che peraltro chiedono (F.C. n.68)”.
Voglio ricordare che se una delle parti è stata causa di nullità per dolo o per simulazione, il Tribunale, considerate tutte le circostanze del caso, appone il divieto di contrarre un nuovo matrimonio senza la previa consultazione dell’Ordinario del luogo in cui il nuovo matrimonio deve essere celebrato (cfr. Istr. “Dignitas Connubii”, art. 251 § 2). L’Ordinario del luogo rimuoverà il divieto dopo che l’interessato avrà dimostrato un vero cambiamento di mentalità e con serietà avrà pronunciato un giuramento di impegno di accettare il matrimonio sacramento senza riserve sugli elementi e sulle proprietà essenziali dello stesso.
Nell’anno 2010 sono state decise 254 cause. Le Le cause pendenti (che al 31 Dicembre del 2009 erano state 633, al 31 Dicembre 2009 risultano 577.
Posso attestare che tutti i giudici e gli uditori hanno svolto il loro servizio con sacrificio, specialmente se si tiene conto che molti di essi contemporaneamente hanno altri impegni pastorali nelle proprie diocesi.
Il Tribunale potrebbe dare risposte più sollecite ai fedeli che si rivolgono se ci fossero altri giudici.
Come ha già riferito S.E. Il Moderatore, nel settembre scorso don Nunzio Palmiotti ha cessato il suo servizio di giudice. Anche io a nome di tutti gli Operatori del Tribunale esprimo a lui la gratitudine per il suo zelo e la sua competenza dimostrata in trenta anni di impegno.
A p. Giuseppe Tomiri, religioso dei frati minori, e a don Emanuele Tupputi della Diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, che quest'anno iniziano il loro servizio come giudici, va l'augurio di buon lavoro.
Confido molto nella sensibilità e attenzione dei Vescovi pugliesi che tramite S.E.Mons. Cacucci, nostro Moderatore, sentiamo vicini alla nostra attività. Sono sicuro che essi, convinti della valenza pastorale del nostro impegno, non faranno mancare la presenza di altri sacerdoti competenti e disponibili nel servizio giudiziale.
Per la formazione degli Operatori del Tribunale è stata incentivata la partecipazione a diverse occasioni culturali.
Due giudici e un uditore hanno partecipato al IV Corso residenziale di Diritto canonico applicato (Cause matrimoniali) che si è tenuto dal 30 agosto al 2 settembre 2009 a Perugia, organizzato dalla Redazione di “Quaderni di Diritto Ecclesiale”.
Otto Giudici, due Difensori del Vincolo, due Notai e diciotto Avvocati hanno partecipato al Congresso Nazionale di Diritto Canonico sul tema “La giurisprudenza della Rota Romana dal 1908 al 2008 “, svoltosi a Spoleto dal 7 al 10 Settembre 2009, organizzato dall’Associazione Canonistica Italiana.
L’ATTIVITÀ DEL NOSTRO TRIBUNALE COME SEDE DI APPELLO PER IL
TRIBUNALE NAZIONALE DI ALBANIA
Come vi informai nella relazione dello scorso anno, già con Decreto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica del 23 Gennaio 2004 il nostro Tribunale Regionale fu designato come Tribunale di seconda istanza per le cause trattate in primo grado dal Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano (nazionale) di Scutari (Albania). Nel Dicembre del 2008 pervennero le prime due cause riguardanti la nullità di matrimonio, una per esclusione del matrimonio stesso da parte dell'attrice e l'altra per esclusione della fedeltà da parte del convenuto.
Esse, nei mesi di Marzo e di Maggio del 2009, sono state definite con Decreto di ratifica. Secondo gli accordi tra gli Ecc.mi Moderatori Mons. Cacucci, Arcivescovo di Bari e Mons. Angelo Massafra, Arcivescovo di Scutari, questo ulteriore lavoro con piacere vogliamo svolgerlo nello spirito di collaborazione e di servizio tra Chiese sorelle. Perciò abbiamo salutato con gioia la presenza di Mons. Massafra a questa cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario.
Il titolare dell’Ufficio di Difensore del Vincolo è Mons. Felice Posa. Con lui hanno collaborato come difensori del Vincolo sostituti 2 sacerdoti e 9 laici. Tutti hanno svolto il loro compito con impegno e competenza.
Anche nell’anno 2009 l’Ufficio di Promotore di Giustizia è stato svolto da Mons. Felice Posa e quando ciò è risultato incompatibile, perché impegnato come “Difensore del Vincolo”, detto incarico è stato svolto dal Sac. Ignazio Pansini.
Per quanto riguarda i costi delle cause,torno a ricordare, perché se ne abbia una larga informazione,che il contributo delle parti alle spese processuali è il seguente:
La parte attrice, che invoca il ministero del Tribunale, è tenuta a versare Euro 500,00 al momento della presentazione del libello;
la parte convenuta non è tenuta ad alcuna contribuzione, ove partecipi all’istruttoria senza patrocinio. Nel caso in cui nomini un patrono di fiducia o ottenga di usufruire dell’assistenza di un patrono stabile, è tenuta a versare Euro 250,00.
Per quanto riguarda la durata delle cause, stando al numero di esse e alla disponibilità dei giudici,è non meno di due anni.
Certe volte i tempi si allungano perché quando il capo di nullità è la incapacità psichica o psicologica (e sono sempre in aumento) è necessaria la perizia di un perito d’ufficio, psichiatra o psicologo.
I Patroni Stabili del nostro Tribunale sono l’avv. Franca Maria Lorusso e l’avvocato rotale Concetta Farinato. Poiché il numero dei fedeli che chiedono le consulenze e l’assistenza tecnica dei Patroni Stabili è abbastanza considerevole, il nostro Tribunale ha chiesto alla CEI la possibilità di nominare un terzo patrono stabile.
Siamo contenti che la Conferenza Episcopale Regionale, nella sessione del 6 ottobre 2009, ha nominato come terzo patrono stabile, l'avv. Antonella Angelillo della Diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva.
Voglio ancora ricordare, perché sia noto ai fedeli, che secondo il can. 1490 del Codice di Diritto Canonico e dell’art. 6 delle Norme della CEI “circa il regime amministrativo dei Tribunali Ecclesiastici Regionali Italiani e l’attività di patrocinio svolta presso gli stessi” i Patroni Stabili fanno parte dell’organico del Tribunale.
Secondo le suddette Norme, ai Patroni stabili i fedeli possono rivolgersi per ottenere la consulenza canonica circa la loro situazione matrimoniale e per avvalersi del loro patrocinio.
Il servizio di consulenza avviene ordinariamente nella sede del Tribunale e, una volta al mese, nelle sedi delle Diocesi dei capoluoghi di provincia, e da quest'anno anche nella provincia BAT, in un ufficio delle rispettive Curie, così come stabilito dal nostro Regolamento.
Per potersi avvalere del patrocinio di uno dei Patroni Stabili, la parte che ne abbia interesse deve farne richiesta scritta e motivata al Preside del Collegio giudicante. Questi accoglie la richiesta, tenuto conto delle ragioni addotte e delle effettive disponibilità di servizio.
Il Patrono Stabile non riceve alcun compenso dai fedeli né per la consulenza, né per il patrocinio o la rappresentanza in giudizio, in quanto alla retribuzione dei Patroni Stabili provvede il Tribunale, attingendo dalle risorse messe a disposizione a tal fine dalla CEI.
I nostri Patroni Stabili durante l’anno 2009 hanno introdotto n.36 libelli.
n. 134 a Bari, n. 32 a Foggia, n. 12 a Brindisi, n. 54 a Taranto, n. 89 a Lecce.
Attualmente, i nostri Patroni Stabili tra le cause introdotte nel 2009 e quelle degli anni precedenti, stanno seguendo n. 114 cause: 47 l’avv. Concetta Farinato e 67 cause l’avv. Franca Maria Lorusso.
Intanto mi sembra necessario e doveroso ricordare che il Patrono stabile non è l’Avvocato d’ufficio, poiché alle situazioni di indigenza è possibile provvedere con il gratuito patrocinio assicurato dai liberi professionisti iscritti all’Albo, secondo un turno determinato dal Vicario Giudiziale.
Nell'albo del nostro Tribunale sono iscritti gli avvocati residenti nella Regione Puglia. Ritengo ancora utile che sia a tutti noto l’elenco aggiornato degli avvocati residenti in Puglia, ammessi a patrocinare nel nostro Tribunale perché ai fedeli che si rivolgono alle Curie Diocesane o ai Consultori Familiari siano date esatte informazioni.
L’Albo è costituito da 17 professionisti che hanno conseguito il titolo di Avvocato Rotale, da 53 Laureati in Diritto Canonico, da 10 Licenziati “vere periti” in Diritto Canonico e da 5 Licenziati in Diritto Canonico ammessi “ad biennium” al fine di concedere la possibilità di conseguire il dottorato.
Il Consiglio Episcopale Permanente della CEI, stabilì già dal 2007 che l’onorario per i Patroni di fiducia è determinato dal Preside del Collegio giudicante (e non dall’avvocato), tra un minimo di Euro 1.500 ed un massimo di Euro 2.850 (escluso IVA e ulteriori oneri, sostenuti dal Patrono, che non possono essere compresi in tali onorari).
LA CANCELLERIA E LA SEDE DEL TRIBUNALE
La Cancelleria, retta da don Vito Spinelli, svolge un lavoro encomiabile.
Con il Cancelliere collaborano dieci impiegati i quali, oltre a soddisfare il rapporto con il pubblico e con gli avvocati, assistono i giudici, come notai, seguono tutte le pratiche: ricezione dei libelli, contabilità amministrativa, spedizione di quanto è necessario alla sede del Tribunale di Benevento,
Il nostro Tribunale ha il sito internet: www.terpuglia.it visitando il quale si possono apprendere tutte le notizie utili riguardanti l’indirizzo della sede, l’organico del Personale che opera, l’elenco degli avvocati, il Regolamento del Tribunale e le Norme della CEI “circa il regime amministrativo dei Tribunali Ecclesiastici Regionali Italiani e l’attività di patrocinio svolta presso gli stessi”, le statistiche annuali, e le relazioni dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.
La sede del Tribunale è in Largo S. Sabino 1 Bari
Voglio concludere assicurando che nel nostro lavoro siamo in piena collaborazione con i nostri Vescovi e con tutti coloro che nelle diocesi si dedicano alla preparazione dei giovani al matrimonio e nel sostenere le famiglie: Consultori familiari e Operatori di pastorale familiare.
Il nostro impegno vuole essere in sintonia con il magistero del Papa Benedetto XVI.. Ci sono come luce-guida queste espressioni che Egli ha detto nel recente discorso al Tribunale della Rota Romana :
“l'azione di chi amministra la giustizia non può prescindere dalla carità”...
“l'amore verso Dio e verso il prossimo deve informare ogni attività...”
“Lo sguardo e la misura della carità aiuterà a non dimenticare che si è sempre davanti a persone segnate da problemi e da sofferenze...”
“la giustizia, la carità postulano l'amore alla verità e comportano la ricerca del vero” .
Nella funzione giudiziaria esercitata nelle cause di nullità di matrimonio intendiamo dimostrare l’amore pastorale della Chiesa verso i fedeli che soffrono a causa di relazioni familiari difficili, mettendo a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.
A tutti i Giudici, gli Uditori, i Difensori del Vincolo, al Cancelliere, ai Notai, ai Periti, ai valenti Avvocati e a tutti coloro che, a vario livello, collaborano, la più viva gratitudine e l’augurio di buon lavoro.
Relazione al 31/12/2009
Cause decise
81 affermative
64 affermative
47 affermative
19 affermative
6 affermative
Esclusione della comunione di vita
0 affermative
Impedimento per vincolo precedente
Diocesi di provenienza delle 221 cause introdotte nell'anno 2009
TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE - BARI
PROFESSIONI DI
FORZE DELL' ORDINE/MILITARI
Durata della convivenza matrimoniale delle coppie che hanno introdotto il libello nell’anno 2009
Coppie non dichiarate

References: sui generis
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 122
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 § 2
 art. 251
 § 2