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Timestamp: 2020-05-26 13:12:24+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 24170 del 13/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24170 del 13/10/2017
Cassazione civile, sez. I, 13/10/2017, (ud. 22/06/2017, dep.13/10/2017), n. 24170
D.D.F., elettivamente domiciliato in Roma, Via Principessa Clotilde
n.2, presso lo studio dell’avvocato Perrettini Enzo, rappresentato e
difeso dall’avvocato Gaeta Maurizio, giusta procura a margine del
F.V., A.A., in proprio e nella qualità di
soci e legali rappresentanti della cessata società l’avv. di
F. e A. S.n.c., elettivamente domiciliati in Roma, Via della
Giuliana n.74, presso lo studio dell’avvocato Porpora Raffaele,
rappresentati e difesi dall’avvocato De Nicola Fausto, giusta
avverso la sentenza n. 163/2010 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,
pubblicata il 15/02/2010;
la curatela del fallimento di (OMISSIS) s.r.l. conveniva in giudizio la Fiav s.n.c. con azione revocatoria di una vendita immobiliare avvenuta nell’anno (1989) anteriore alla dichiarazione di fallimento – vendita avente a oggetto un appartamento e un box auto facenti parte di un complesso edilizio realizzato in (OMISSIS), asseritamente posta in essere nella consapevolezza del dissesto o, alternativamente, a un prezzo non proporzionato al valore del bene; proponeva subordinate domande di risarcimento dei danni estese anche al socio illimitatamente responsabile, A.A., convenuto in separato giudizio, poi riunito;
nel contraddittorio dei convenuti, l’adito tribunale di Salerno accoglieva la domanda proposta ai sensi dell’art. 67, comma 2, legge fall. e, preso atto dell’avvenuta vendita del bene a terzi, convalidava un sequestro autorizzato in pregiudizio di A. e condannava questi e la società, in solido, al pagamento del controvalore del bene medesimo, con interessi e spese;
invero osservava che, sebbene a fronte dei protesti (e di dedotte istanze di fallimento già in essere al momento del contratto), non erano emerse circostanze indicative di inadempimenti suscettibili di cadere sotto la diretta percezione della società acquirente o che tale società avrebbe potuto e dovuto conoscere con l’ordinaria diligenza, e che elementi di segno contrario erano invece da desumere dall’attestata inesistenza di procedure esecutive mobiliari e immobiliari a carico della venditrice, nonchè dall’avvenuta regolare vendita di altri appartamenti del medesimo complesso immobiliare;
a giudizio della corte d’appello, poi, la condizione personale degli acquirenti, soci di una società di odontotecnici, non qualificati nel settore delle compravendite immobiliari, e l’inesistenza di elementi indicativi di una situazione di allarme circa la solidità patrimoniale della venditrice deponevano nel senso di essere l’acquirente esonerata dall’onere di ulteriormente attivarsi per saggiare l’effettiva consistenza patrimoniale della controparte; nel contempo il tipo di contratto (una vendita immobiliare) non era tale da richiedere in sè la consultazione, con l’ordinaria diligenza, del bollettino dei protesti, in cerca di eventuali previe inadempienze di ordine pecuniario in capo alla venditrice;
il primo motivo – che denunzia la contraddittorietà e l’insufficienza della motivazione della sentenza in relazione al valore presuntivo dei protesi – è inammissibile, perchè risolto in sindacato di fatto in ordine alla valutazione della prova: la corte d’appello non ha contraddetto il valore presuntivo insito nella pluralità di protesti a carico della fallita, ma ha ritenuto che la valenza di simile elemento fosse stata adeguatamente contrastata dalle modalità concrete mediante le quali la vendita era stata fatta, quanto alla situazione di apparente solidità della venditrice desunta dalla regolare stipulazione di altre vendite nello stesso complesso immobiliare, alla condizione dell’acquirente (società di professionisti immuni da esperienza qualificata nel settore) e alle caratteristiche dell’atto (non involgente obbligazioni pecuniarie della venditrice); nè la ricorrente ha avuto cura di evidenziare su quale ulteriore fatto, rispetto a quelli considerati, la corte avrebbe dovuto più specificamente motivare;
il secondo motivo – che denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 67, comma 2, legge fall. e artt. 2727 e 2729 cod. civ. – è manifestamente infondato: si censura la sentenza perchè non vi sarebbe stata alcuna analisi dei cinquantadue protesti pubblicati in pregiudizio della società venditrice nell’arco di dodici mesi, i quali protesti non sarebbero stati considerati nel numero e nel regolare susseguirsi nel tempo fino a raggiungere un importo elevato;
in contrario deve ribadirsi che la corte territoriale ha esplicitamente esaminato la questione dell’esistenza dei protesti, senza disconoscere la loro rilevanza presuntiva, ma ne ha motivatamente escluso la decisività ai fini della prova della scientia decoctionis valorizzando le ulteriori specifiche circostanze del caso concreto;
in tal modo la sentenza non si è discostata dai principi affermati da questa Corte in materia di revocatoria fallimentare, posto che i protesti cambiari (e, più in generale, i protesti di titoli di credito), in forza del loro carattere di anomalia rispetto al normale adempimento dei debiti d’impresa, potendo cagionare all’imprenditore la perdita del credito commerciale, s’inseriscono nel novero degli elementi rilevanti, in via indiziaria, agli effetti della prova presuntiva della scientia decoctionis da parte del terzo acquirente; e tuttavia quella sottostante rimane una presunzione semplice, che, in quanto tale, deve formare oggetto di valutazione concreta e puntuale da parte del giudice di merito, da compiersi in applicazione del disposto degli artt. 2727 e 2729 cod. civ.; pertanto, l’avvenuta pubblicazione di una pluralità di protesti a carico del fallito può costituire presunzione tale da esimere il curatore dall’onere della prova che gli stessi fossero concretamente noti al convenuto in revocatoria, su quest’ultimo risultando, in tal caso, traslato l’onere di dimostrare il contrario e senza che, però, ciò esima il giudicante dalla considerazione di rilevanza, caso per caso, del loro numero, qualità, ammontare, collocazione cronologica, luogo di pubblicazione oltre che dello status professionale della parte che avrebbe dovuto averne conoscenza (v. Cass. n. 10209-09; Cass. n. 391-10; Cass. n. 526-16);
in particolare: (i) col terzo motivo, denunziando la violazione e falsa applicazione dell’art. 115 cod. proc. civ., la ricorrente assume che la corte d’appello abbia incentrato la decisione sul notorio aumento dei prezzi del mercato immobiliare nel periodo in questione, in contraddizione al principio dispositivo; (ii) col quarto motivo, denunziando la contraddittorietà e l’insufficiente motivazione della sentenza, la ricorrente ascrive alla corte del merito di essersi discostata dalle risultanze della c.t.u., pedissequamente aderendo a quanto accertato in una consulenza relativa a differenti immobili;
i motivi sono inammissibili perchè genericamente intesi a una rivisitazione del giudizio di fatto;
premesso che già il tribunale aveva ritenuto la c.t.u. deficitaria, per non aver dato alcun conto di indagini di mercato allo scopo di stabilire il valore dell’immobile, a fronte di un’ubicazione di questo al piano rialzato di uno stabile sito su strada statale definita “molto trafficata”, e di una conseguente sua scarsa appetibilità commerciale, vi è che la corte d’appello ha motivato in modo puntuale la ragione di dissenso dalla valutazione rese dal c.t.u.;
lo ha fatto valorizzando quanto emergente da altra relazione tecnica eseguita su incarico del giudice delegato al fallimento, evidenziante valori prossimi a quelli, ma di due anni anteriori; sicchè, adottando come parametro di valutazione tali emergenze, in quanto più convincenti in ragione delle peculiarità dell’immobile e della sua minore appetibilità, ne ha stimato il valore in Lire 103.500.000, a fronte del prezzo risultante dall’atto (Lire 90.000.000);
considerata la differenza in termini percentuali, la corte non ha ritenuto integrata la sproporzione di cui all’art. 67, comma 1, legge fall.;
la valutazione resa a tal riguardo è insindacabile perchè il controllo del giudice del merito sui risultati dell’indagine svolta dal consulente tecnico d’ufficio costituisce un tipico apprezzamento di fatto, in ordine al quale il sindacato di legittimità è limitato alla verifica della sufficienza e correttezza logico giuridica della motivazione;
invero il giudice di appello può pervenire a valutazioni divergenti da quelle del c.t.u., senza essere tenuto a effettuare una nuova consulenza, qualora, nel suo libero apprezzamento, ritenga, dandone adeguata motivazione, che le conclusioni dell’ausiliario non siano sorrette dai necessari approfondimenti o non siano condivisibili per altre specifiche convincenti ragioni (v. per tutte Cass. n. 19661-06; Cass. n. 25569-10);
a sua volta la valutazione sulla notevole sproporzione tra le prestazioni eseguite e le obbligazioni assunte dal fallito e ciò che a lui è stato dato o promesso, necessaria per la dichiarazione di inefficacia del negozio ai sensi dell’art. 67, comma 1, n. 1), legge fall. nella versione applicabile ratione temporis, deve essere effettuata ex ante, ovverosia al momento della conclusione del contratto; e certamente può prescindere da una misura fissa o parametro da cui desumere il depauperamento patrimoniale del debitore (analoga, per esempio, alla lesione ultra dimidium propria della rescissione), nel senso che basta – è vero – per la sua configurabilità che tale depauperamento sia consistente, ma il relativo giudizio integra, esso pure, un apprezzamento di fatto, riservato al giudice di merito e insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato (v. ex aliis Cass. n. 13881-15);

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