Source: http://www.associazioneilcerchio.it/wordpress/2020/05/21/meta-dello-stato-delloklahoma-e-ancora-una-riserva-indiana-forse/
Timestamp: 2020-08-06 16:08:17+00:00

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METÀ DELLO STATO DELL’OKLAHOMA È ANCORA UNA RISERVA INDIANA … FORSE | Coordinamento di sostegno ai/dai Nativi Americani
Questa la domanda presentata alla Suprema Corte: “Se i confini territoriali del 1866 della Nazione Creek all’interno dell’ex Territorio Indiano dell’Oklahoma orientale costituiscano una riserva indiana oggi”. Da ciò derivano due sub-domande: (1) quando un qualunque atto abbia concesso la giurisdizione all’Oklahoma sulle procedure di crimini commessi dagli indiani all’interno dei confini territoriali del 1866 della Nazione Creek, non rispettando lo status di riserva dell’area; e (2) se ci siano circostanze in cui la terra della Nazione Creek si qualifica come riserva indiana, ma non coincide con la definizione di Paese Indiano come previsto nella sentenza 18 U.S.C. §1151 (Solem vs. Bartlett).
Questa causa è nata dal ricorso in appello di Patrick Dwayne Murphy, un membro della Nazione Creek condannato a morte, ai sensi della legge dello stato dell’Oklahoma, per l’omicidio di George Jacobs, che era membro della stessa Nazione, commesso, nel 1999, all’interno del territorio dell’originaria riserva dei Creek. Murphy ha sostenuto che lo Stato dell’Oklahoma non ha giurisdizione su di lui ai sensi del Major Crimes Act, la legge federale che disciplina i reati commessi da indiani contro altri indiani all’interno delle riserve. Con una sentenza del 27 novembre 2018, il Decimo Circuito di Corte d’Appello ha accettato gli argomenti di Murphy e, applicando quanto già stabilito dalla sentenza della Corte Suprema Solem vs. Bartlett, ha concluso che il Congresso degli Stati Uniti non ha mai estinto la riserva dei Creek. La sentenza afferma chiaramente che solo il Congresso può estinguere una riserva e cedere la sua terra, e che il suo intento deve essere “chiaramente” mostrato. Per la Corte, il crimine si era quindi verificato nel Paese Indiano, il che significa che l’Oklahoma non aveva giurisdizione sul caso perché essa era in capo al governo federale.
Foto M. Galanti (2019)
Com’è noto, i Creek sono una delle “Cinque tribù civilizzate” che furono trasferite con la forza in Oklahoma attorno al 1830. All’epoca, furono stipulati trattati con cui il Congresso promise che fino a quando le Cinque Tribù avessero occupato le loro nuove terre, avrebbero potuto auto governarsi, non sarebbero mai state soggette alle leggi di alcuno Stato o Territorio e la loro terra non sarebbe mai stata resa parte di alcuno Stato. Poi, violando come sempre i trattati, nel 1893, il Congresso incaricò il senatore Dawes di condurre negoziati con i Creek, e le altre quattro tribù, allo scopo di estinguere il titolo tribale alle terre della riserva mediante cessione, assegnazione o altri mezzi. Ma i Creek si rifiutarono di negoziare con il governo degli Stati Uniti e di conseguenza il Congresso procedette unilateralmente lottizzando, assegnando e vendendo le terre delle riserve. Successivamente, il Congresso approvò una serie di leggi, fra cui quella istitutiva dello Stato dell’Oklahoma, relative alla giurisdizione tribale sulle terre e sull’autogoverno, ma quelle leggi non abolirono mai espressamente né la riserva dei Creek, né quelle delle altre quattro tribù. La Nazione Creek, nonostante otto diverse leggi abbiano ridotto e limitato la sua sovranità, non ha mai ceduto il suo territorio.
Per questo, il Decimo Circuito di Corte d’Appello ha stabilito che l’esistenza dello Stato dell’Oklahoma non si basava su una “sezione specifica” di qualsiasi legge che avesse abolito la riserva dei Creek, ma piuttosto sulla forza cumulativa di otto leggi separate che certamente limitavano la sovranità della Nazione Creek ma che non ne abolivano la riserva. Inoltre, in forza dell’Oklahoma Indian Welfare Act del 1936, i Creek elaborarono la propria Costituzione dove affermarono che i confini della loro Nazione erano gli stessi della loro riserva come stabiliti nel 1866. Poi la sottopose al Congresso degli Stati Uniti per la ratifica che avvenne senza che fosse sollevata alcuna eccezione. Ancora una volta il Congresso non espresse la chiara volontà di abolire la riserva.
Naturalmente lo Stato dell’Oklahoma si è rivolto alla Corte Suprema con l’intento di annullare la sentenza del Decimo Circuito di Corte d’Appello sostenendo che la conferma dell’esistenza di una riserva nell’Oklahoma orientale porterebbe alla revisione di migliaia di condanne penali inflitte dallo Stato in vari decenni con la possibile scarcerazione dei criminali condannati.
In linea generale, gli stati non hanno giurisdizione su reati commessi da Indiani su territorio indiano perché in quel caso la giurisdizione è in capo al governo federale e agli organi giudiziari della tribù. Però l’Oklahoma esercita da più di un secolo giurisdizione penale sul territorio in questione. Quindi lo stato dell’Oklahoma sostiene che, dato che complessivamente ci sono cinque tribù che condividono una storia giuridica molto simile, la decisione della Corte Suprema – a seconda di come sarà formulata – potrebbe interessare complessivamente 19 milioni di acri, vale a dire il 43 per cento del territorio dello Stato. In una memoria, lo stato dell’Oklahoma ha messo in guardia sul fatto che, qualora la Corte Suprema avesse sentenziato che la metà orientale dello stato era territorio indiano, “migliaia di condanne inflitte dallo Stato” sarebbero state ricusate e avrebbero dovuto essere ridiscusse in tribunali federali. Però “a causa dei termini di prescrizione, di prove prescritte o di risorse insufficienti”, questi nuovi processi non avrebbero portato a delle nuove condanne, ma alla scarcerazione di violenti criminali.
Mentre lo stato dell’Oklahoma, nei suoi ragguagli alla Corte Suprema, fa riferimento a 1887 Indiani d’America detenuti, una ricerca indipendente ha dimostrato che solo una piccola percentuale dei casi esaminati avrebbe realmente i requisiti per poter chiedere un nuovo processo. Tra quei 1887 Indiani, detenuti in seguito a condanne pronunciate nell’Oklahoma orientale, sono stati selezionati quattro gruppi per vedere chi potesse avere i requisiti per accedere a questo provvedimento. Il risultato è stato che meno del 10% di quei detenuti avrebbe i requisiti per richiedere l’avocazione federale e che anche per loro le prospettive di essere rimessi in libertà sono molto scarse.
Nell’agosto del 2019, il Tribunale Federale Distrettuale dell’Oklahoma Orientale competente per ha già deliberato su un ricorso presentato da un detenuto dopo il termine di un anno dalla sentenza di condanna, affermando che era ormai troppo tardi perché, citando dei precedenti, il termine di un anno dalla condanna si può prorogare “solo in circostanze rare ed eccezionali” e che la delibera della Corte d’Appello del Decimo Distretto non aveva portato nessun elemento nuovo “alla base fattuale della rivendicazione del Ricorrente”. In altre parole, una nuova decisione della Corte Suprema sulla esistenza o meno delle riserve non era un motivo sufficiente per prorogare la scadenza prevista dalla legge per ricorrere per il fatto che quelli dell’Oklahoma orientale siano sempre stati, o meno, territori con lo status di riserve non è una questione nuova di rilevanza legale e i ricorrenti avrebbero potuto appellarsi su questo punto in ogni momento.
Sollevando davanti alla Corte Suprema la questione che una decisione a conferma dello status di riserva su parte del territorio dello Stato darebbe la stura a una valanga di ricorsi, l’Oklahoma ha trascurato il fatto che l’argine era già saltato. È da quando il tribunale del Decimo Distretto si è pronunciato a favore del ricorso di Murphy nel 2017 che in tutto lo Stato gli avvocati assistono i detenuti nella presentazione di ricorsi e ingiunzioni su quella falsariga. In certe prigioni i ricorsi crescono come funghi; c’è chi addirittura ha preparato un modulo standard da compilare inserendo il proprio nome e la storia del proprio caso. Però, fino ad ora, questi ricorsi e ingiunzioni non hanno provocato una sfilza di nuovi processi davanti a tribunali federali, bensì una serie di rifiuti e rigetti. Tra tutti i casi emersi dal 2017, solo un piccolo gruppo, meno di 40, è stato tenuto in sospeso dai tribunali dell’Oklahoma in attesa della decisione della Corte Suprema. In ultima analisi, anche se la Corte Suprema dovesse deliberare che l’Oklahoma orientale è in gran parte territorio con lo status di riserva, l’impatto netto di tre anni di ricorsi di detenuti che si sono appellati alla questione della riserva dovrebbe portare solo ad alcune decine di nuovi processi.
Inoltre avere i requisiti per chiedere l’avocazione federale non significa automaticamente che tale avocazione sia conveniente per il recluso. Vincere un ricorso non vuol dire scarcerazione del detenuto. Vuol dire semplicemente essere sottoposto a un nuovo processo federale e che mentre sarebbero in attesa di questi procedimenti, i detenuti verrebbero semplicemente trasferiti da una prigione di stato a una federale. E per molti casi, in particolar modo quelli inerenti a reati legati al narcotraffico, le sentenze federali potrebbero essere addirittura più pesanti di quelle comminate dallo Stato. Inoltre non è chiaro se il tempo scontato per una condanna inflitta da un tribunale di Stato possa essere detratto da una condanna federale; il che vuol dire che facendo appello federale si potrebbe rischiare di prolungare la propria permanenza dietro le sbarre.
Ma lo stato dell’Oklahoma non cerca di spuntarla solo a livello dell’interpretazione testuale delle leggi, ma anche di vincere con la paura: con il timore cioè che riaffermare lo status di riserva su quasi metà dello Stato non solo porti al riesame di “migliaia di condanne penali inflitte dallo stato” ma, poiché gl’indiani all’interno delle riserve non sono soggetti a tassazione, possa anche permettere ai membri delle tribù di chiedere “rimborsi fiscali per milioni di dollari”, e “far piombare lo Stato in una condizione d’insicurezza per i prossimi decenni”. Ma come nel caso dell’ipotesi sulla revisione delle condanne statali già passate in giudicato, questi ipotetici timori avanzati dall’Oklahoma non sembrano essere supportati da numeri reali né da ricerche documentate. E come per i pro e i contro della procedura dei ricorsi penali, le numerose leggi già esistenti – in materia di territori liberi, giurisdizione civile delle tribù, e inerenti persino all’applicazione di leggi sull’ambiente in Oklahoma – dovrebbero ridimensionare i timori sollevati dallo stato dell’Oklahoma.
Per poter influenzare il voto dei giudici, le eventuali conseguenze derivanti dalla conferma delle riserve nell’Oklahoma orientale dovrebbero essere fondate sulla realtà, basate su fatti reali, e dimostrate. E questo non sembra proprio essere il caso, nonostante le rivendicazioni avanzate dall’Oklahoma davanti alla Corte Suprema.
Staremo a vedere come andrà a finire, ricordando sempre che il Congresso, se lo decide, può, in qualunque momento, estinguere e abrogare qualunque riserva indiana.
Foto: M. Galanti (2019)
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