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Azerbaijan. Lo stato ti "regala" una porzione di terreno togliendola al tuo confinante!Diritti Europa
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Posted by: Luca Gulino in Categorie Violazioni CEDU, Diritto ad un equo processo, I diritti in Europa, In evidenza 3 gennaio 2013
Equo processo – Sentenza Heydarova v. Azerbaijan, 18 dicembre 2012
C’è sicuramente da meravigliarsi se, da un giorno all’altro, il nostro vicino comincia a costruire sul nostro terreno, forte di una concessione amministrativa che gli permette, a nostra insaputa, di utilizzare magari quel prato in cui fino a qualche giorno prima ci eravamo distesi o rilassati godendoci la nostra casa. Il diritto di proprietà è proprio questo per definizione, godere liberamente dei propri beni, riconosciuti dalla documentazione in nostro possesso e tutelati dalle interferenze altrui. Ma cosa fare se ciò che è nostro, all’improvviso viene riconosciuto ad altri senza un apparente motivo? Il caso esaminato in questo articolo ha ad oggetto proprio il diritto di proprietà di un cittadino residente in Azerbaijan che un giorno cambia, si riduce e viene addirittura inglobato dallo stesso diritto del suo confinante, in forza di un atto comunale. Questo senza il consenso, qualsiasi forma di contraddittorio e all’insaputa del legittimo proprietario.
IL CASO – La signora Heydarova è proprietaria di una casa di 315 mq costruita su un terreno di 615 mq; tutto ciò è documentato e certificato da un atto datato gennaio 1991. Fino al 1957, il signor J.E confinante della ricorrente, possedeva un terreno della grandezza di 346 mq, tuttavia nel 1992, un atto dell’ufficio locale sulla proprietà immobiliare (Lankaran Inventory Office) ha esteso la proprietà di questo terreno a 938 mq, comprendendo una porzione di terra appartenente alla signora Heydarova. Le motivazioni di questa modifica dei confini e quindi della proprietà sono rimaste nascoste. Che sia stato un atto volontario, un errore voluto o un semplice errore di trascrizione non si sa, l’unica cosa certa è che una porzione di terreno legittimamente riconosciuta ad un soggetto è stata inglobata in maniera totalmente oscura al terreno di un’ altra persona.
Da questo momento (anno 1991) è cominciata la querelle giudiziaria tra i due confinanti. La ricorrente, mediante azione legale infatti ha chiesto ed ottenuto l’annullamento dell’atto prodotto dall’ufficio e le sue certificazioni successive, ritenendole illegittime, errate e lesive del suo diritto di proprietà. Nel 1992, in base al codice di procedura civile in vigore all’epoca dei fatti, la Procura del distretto di Lankaran è intervenuta a favore della signora Heydarova avviando un’azione giudiziaria sia nei confronti dell’Ufficio autore della concessione errata, sia nei confronti di I.E, confinante, figlio ed erede naturale di J.E (che era morto nel frattempo). Sette anni dopo, nel 1999, a conclusione dell’indagine giudiziaria, il tribunale ha deciso di accogliere la richiesta di annullamento degli atti prodotti e in virtù della legislazione nazionale la sentenza è diventata definitiva ed esecutiva.
Fin qui tutto bene verrebbe da dire, ma purtroppo l’oggetto della questione non ha cessato di esistere. Il problema è sorto infatti dopo la pronuncia della sentenza, quando l’ufficio sulla proprietà immobiliare di Lankaran, destinatario di questo provvedimento, non ha eseguito il contenuto del dispositivo anche a distanza di molti anni, sostenendo di dover fare le opportune verifiche da un punto di vista materiale e le relative correzioni su tutta la documentazione prodotta. Questo ritardo protrattosi negli anni ha fatto in modo che nel frattempo una parte del terreno della ricorrente venisse puntualmente occupata e utilizzata dal soggetto confinante e, non avendo una documentazione che ne dimostrasse le ragioni invocate, la signora Heydarova è rimasta “vittima” di questa violazione territoriale senza poter far nulla per impedirla. Solo nel 2010, quindi undici anni dopo, l’ufficio ha dato esecuzione al provvedimento esecutivo di annullamento e correzione dell’atto e documentazione precedente!
Per questo motivo, invocando la violazione dell’Art 6 Cedu (Diritto ad un equo processo) e dell’Art 1 del Protocollo n.1 (tutela della proprietà), la ricorrente ha portato a conoscenza della Corte di Straburgo la mancata esecuzione della sentenza da parte dello stato azero, sottolineando come il notevole ritardo nell’applicare il provvedimento sia da considerare come un vero e proprio fallimento da parte delle autorità dello stato nonché impedimento al godimento di un proprio diritto.
CORTE EDU – La Corte, valutata la documentazione, ha evidenziato come primo elemento rilevante il fatto che effettivamente per un undici anni quel dispositivo contenuto nella sentenza era rimasto inapplicato, ma soprattutto non erano stati concessi risarcimenti o indennizzi alla ricorrente per “ripagarla” del danno subito in tutto quel periodo, e questo perché, anche se effettivamente applicata dopo undici anni, le misure adottate sono state ritenute insufficienti per rimuovere quello “status di vittima” che era iniziato e si era protratto per tutto quel tempo di attesa della decisione. Si è reputato inconcepibile per la Corte il ritardo accumulato nel caso di specie, un ritardo che ha messo in pericolo l’essenza del diritto stesso tutelato, privando anzi la ricorrente dei benefici sulla sua proprietà che il contenzioso aveva prodotto in suo favore ma che non erano dimostrabili da una documentazione scritta. Tutto questo aveva infatti impedito alla signora Heydarova di utilizzare parte del suo terreno poiché lo stesso era occupato dal suo confinante.
Per questo motivo, i giudici di Strasburgo hanno dichiarato la violazione dell’Art 6 Cedu. L’applicazione dell’Art 6, come sappiamo prevede delle garanzie da un punto di vista procedurale per i soggetti all’interno degli stati, ma, nel caso di specie, lo Stato ha correttamente assicurato alla ricorrente l’accesso ad un tribunale nazionale, ma non si è preoccupato di garantire l’esecuzione delle decisioni giudiziarie che, essendo state emesse da un giudice sono da considerarsi come parte integrante del processo, ai sensi appunto dell’Art 6 Cedu. Per le stesse motivazioni (ingerenza nel diritto del ricorrente al pacifico godimento dei suoi beni) la Corte ha rilevato la violazione dell’Art 1 del Protocollo 1. Lo Stato azero per questi motivi è stato quindi condannato al versamento di 3.600€ a titolo di danno procurato e di 500€ per i costi e le spese processuali sostenute dalla ricorrente.
Cosa si può dire davanti ad una vicenda simile? Si spera ovviamente che tutto sia stato causato dall’errore del funzionario comunale che trascrivendo i dati del terreno “incriminato” ha modificato le reali proporzioni dello stesso. Se ci fosse una precisa volontà dietro si aprirebbe un “nuovo mondo”, davvero inquietante! Basterebbe infatti un semplice atto dello Stato per modificare le proporzioni di quello che si possiede e che legittimamente viene riconosciuto ai cittadini. La beffa poi sarebbe dimostrare l’errore ma soprattutto farsi giustizia in breve tempo, così come è successo alla ricorrente del caso appena trattato.
La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Heydarova v. Azerbaijan del 18 dicembre 2012.
Art 1 Protocollo 1 Art 6 CEDU Azerbaijan Nina Vajić Prima Sezione	2013-01-03
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