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I punti salienti della delibera impugnata sono diversi, ma quello forse più rilevante è dato dall'avvertita necessità di porre una «premessa di metodo» per l'esame della richiesta autorizzatoria. E il «metodo», secondo la Camera dei deputati, consisterebbe nell'assenza di criteri diversi dalla pura discrezionalità politica dell'assemblea legislativa. Si legge infatti nell'atto che l'art. 6, comma 2, della legge n. 140 del 2003, nell'affidare «alla Camera di appartenenza il potere di autorizzare l'acquisizione degli atti relativi alle captazioni nel procedimento penale a carico dei parlamentari», «non detta un criterio, ma rimette la concessione o il diniego dell'autorizzazione ad una decisione dell'Assemblea», la quale, quindi, «può scegliere il criterio e dimostrarne, secondo la propria elaborazione politica e concettuale, la ragionevolezza». Le «ragionevoli» valutazioni esplicitate nella delibera parlamentare, in base a tanta premessa, si lasciano riassumere anzitutto nella pretesa necessità di coerenza tra la decisione da prendere nella specie e quella, sempre negativa, che in precedenza era stata assunta circa la richiesta di autorizzare l'esecuzione di una misura cautelare personale nei confronti del parlamentare inquisito, anche data l'assenza di «profili di novità» delle risultanze.
Può essere utile notare che, dopo la dichiarazione di ammissibilità del conflitto e l'effettuazione regolare delle notifiche prescritte dalla legge, la Camera dei deputati non ha ritenuto di costituirsi nel giudizio. 4. La Corte costituzionale, nell'accogliere il ricorso (con conseguente annullamento dell'impugnata delibera parlamentare), ha recepito buona parte delle critiche prospettate dal Tribunale di S. Maria Capua Vetere.
[3] Brevemente si può ricordare che il nodo è stato affrontato anzitutto mediante le sentenze n. 113 e n. 114 del 2010. La Corte aveva chiarito, in sostanza, come una intercettazione che nasce casuale non necessariamente conserva tale caratteristica per tutta la sua durata. Dal momento in cui si constata, o si dovrebbe constatare, che l'indagine in atto consente un controllo sulle conversazioni di un parlamentare, è dovere dell'Autorità procedente interrompere l'intercettazione e munirsi, se del caso, di autorizzazione preventiva. Nel caso definito con la prima delle due sentenze citate, il giudice ricorrente aveva limitato la propria necessaria valutazione circa il carattere effettivamente «casuale» del controllo alle circostanze che avevano portato ad avviare l'intercettazione di una determinata utenza, senza chiarire se già risultassero elementi per ipotizzare una sua riferibilità al parlamentare, e soprattutto senza darsi carico di verificare, di fronte ad un controllo poi proseguito nel tempo e con ripetute conversazioni del parlamentare in questione (ad un certo punto iscritto nel registro degli indagati) se l'indagine fosse rimasta «casuale». Nella fattispecie invece definita con la sentenza n. 114 si era chiarito un principio ovvio, e cioè che il giudice non può limitarsi a constatare l'intestazione formale di una utenza a persona priva di mandato parlamentare. Ma v'era anche una rilevante puntualizzazione quanto ad un principio già espresso dalla sentenza 320 del 2007, e cioè che non può escludersi a priori il carattere causale di una intercettazione per il sol fatto che la stessa sia stata disposta in un procedimento che già veda indagato il Parlamentare poi intercettato. Fermo restando il principio, la Corte aveva affermato che è necessaria una particolare severità di controllo in chiave di contrasto a comportamenti elusivi degli inquirenti. Si può ancora aggiungere che il nodo della legittimità costituzionale della norma (di rango ordinario) che subordina l'utilizzazione delle intercettazioni casuali contro il parlamentare ad una autorizzazione della Camera di appartenenza non è stato ancora sciolto. Alcune ordinanze di inammissibilità delle relative questioni incidentali, poste con riguardo all'art. 6, si sono fondate anche sul rilievo che i rimettenti non avevano documentato, a fini di rilevanza, l'effettiva casualità delle captazioni operate nei casi di specie. Il che ha costituito occasione per enucleare, al proposito, una serie di fattori sintomatici: la preesistente iscrizione del parlamentare nel registro degli indagati, il grado di prossimità dell'intestatario formale dell'utenza, il numero e la frequenza delle comunicazioni coinvolgenti il soggetto immune, ecc. (così l'ordinanza n. 263 del 2010). Ecco una citazione testuale dall'ordinanza n. 171 del 2011: « l'ordinanza di rimessione risulta carente, in particolare poiché manca di precisare con la necessaria univocità quando il parlamentare sia divenuto indagato, in rapporto all'epoca in cui fu captato, o comunque quando siano emersi indizi di reità a suo carico, al fine di escludere poi, con altrettanta esaustività, che l'intercettazione delle utenze dei terzi, anche alla luce della durata di esse, sia divenuta uno strumento impiegato dall'Autorità giudiziaria al fine di acquisire elementi di prova a carico del membro del Parlamento [...] infatti, in tale ultimo caso l'intercettazione non potrebbe ritenersi casuale». [4] La fattispecie concreta aveva avuto notevole risonanza. L'ipotesi d'accusa era che un sottosegretario alla Giustizia, membro del Senato, avesse avvertito una persona, tramite un intermediario, che l'Autorità giudiziaria stava effettuando intercettazioni telefoniche in suo danno. Dunque, ipotesi di favoreggiamento personale, sostenuta dalle dichiarazioni del beneficiario dell'attività illecita, e dai contatti, riscontrati mediante i cd. tabulati telefonici, tra il componente del Governo ed il presunto tramite dell'informazione. Il Giudice per le indagini preliminari aveva chiesto al Senato l'autorizzazione ad utilizzare nei confronti del sottosegretario le risultanze del già acquisito tabulato del mediatore. Il pubblico ministero, dal canto proprio, aveva chiesto al Senato l'autorizzazione ad acquisire i tabulati direttamente concernenti le utenze in uso al sottosegretario. Le due richieste erano state esaminate congiuntamente dal Senato, che, con deliberazione del 21 dicembre 2007, aveva negato entrambe le autorizzazioni. Gli uffici giudiziari avevano sollevato distinti conflitti di attribuzione, dichiarati dalla Corte ammissibili, ma poi nel merito respinti, appunto, con la sentenza n. 188 del 2010.

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