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Timestamp: 2020-05-27 22:08:23+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 23567 del 09/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23567 del 09/10/2017
Cassazione civile, sez. II, 09/10/2017, (ud. 14/09/2017, dep.09/10/2017), n. 23567
L.R., rappresentato e difeso dagli Avvocati Renato Sirna,
avverso la sentenza della Corte d’appello di Brescia n. 214/2009 in
data 17 febbraio 2009;
settembre 2017 dal Consigliere Alberto Giusti;
Con tale provvedimento sanzionatorio la CONSOB ha applicato la sanzione amministrativa pecuniaria di Euro 885.606, la sanzione accessoria dell’interdizione dagli uffici direttivi per un periodo di nove mesi nonchè la confisca per equivalente di beni di proprietà del trasgressore per un valore di Euro 6.182.919.
2. – All’esito dell’udienza pubblica svoltasi il 5 giugno 2015, questa Corte, con ordinanza 14 settembre 2015, n. 18026, ha sollevato questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 58 del 1998, artt. 187-sexies e della L. n. 62 del 2005, art. 9, comma 6, in riferimento all’art. 3 Cost., art. 25 Cost., comma 2, e art. 117 cost., comma 1, quest’ultimo in relazione all’art. 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
inammissibile la questione avente per oggetto il D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-sexies perchè tale disposizione non ha la portata lesiva che il giudice rimettente le attribuisce. Infatti ha sottolineato il giudice delle leggi – “la norma in questione si limita a disciplinare la confisca per equivalente, mentre è soltanto alla L. n. 62 del 2005, art. 9, comma 6, che va attribuita la scelta del legislatore di rendere questo istituto di applicazione retroattiva, dando così luogo al dubbio di costituzionalità che ha animato il giudice a quo”;
inammissibile la questione di costituzionalità della L. n. 62 del 2005, art. 9, comma 6, perchè basata “su un erroneo presupposto interpretativo”, ossia “sulla base di una considerazione parziale della complessa vicenda normativa verificatasi nel caso di specie”. L’ordinanza di rimessione ha “omesso di tenere conto del fatto che la natura penale, ai sensi dell’art. 7 della CEDU, del nuovo regime punitivo previsto per l’illecito amministrativo comporta un inquadramento della fattispecie nell’ambito della successione delle leggi nel tempo e demanda al rimettente il compito di verificare in concreto se il sopraggiunto trattamento sanzionatorio, assunto nel suo complesso e dunque comprensivo della confisca per equivalente, si renda, in quanto di maggior favore, applicabile al fatto pregresso, ovvero se esso in concreto denunci un carattere maggiormente afflittivo. Soltanto in quest’ultimo caso, la cui verificazione spetta al giudice a quo accertare e adeguatamente motivare, potrebbe venire in considerazione un dubbio sulla legittimità costituzionale della L. n. 62 del 2005, art. 9, comma 6, nella parte in cui tale disposizione prescrive l’applicazione della confisca di valore e assoggetta pertanto il reo a una sanzione penale, ai sensi dell’art. 7 della CEDU, in concreto più gravosa di quella che sarebbe applicabile in base alla legge vigente all’epoca della commissione del fatto”.
La CONSOB, ritenuta accertata la violazione di cui al D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-bis, comma 4, dopo aver disposto a carico di L.R. la misura del sequestro di beni di sua pertinenza, fino al raggiungimento del valore equivalente al prodotto dell’illecito, ha applicato a carico del medesimo la sanzione amministrativa pecuniaria di Euro 885.606, la sanzione accessoria dell’interdizione dagli uffici direttivi per un periodo di nove mesi D.Lgs. n. 58 del 1998, ex art. 187-quater nonchè, ai sensi dell’art. 187-sexies stesso TUF, la confisca di beni di sua proprietà per un valore di Euro 6.182.919.
2. – L.R. ha proposto opposizione dinanzi alla Corte d’appello di Brescia; la CONSOB si è costituita e ha chiesto il rigetto dell’opposizione.
La Corte territoriale ha escluso che la depenalizzazione abbia portato ad un aggravio della sanzione applicata al L., rilevando che la nuova disciplina, conseguente alla riforma del 2005, è più favorevole rispetto alla precedente, giacchè la condotta integra un illecito amministrativo punito con una sanzione amministrativa pecuniaria e non più un delitto per il quale era prevista anche la pena della reclusione. La Corte di Brescia ha altresì escluso l’incostituzionalità della retroattività della confisca per equivalente, e ciò data la sua natura amministrativa. I principi di legalità e di irretroattività – hanno affermato i giudici di appello – sono oggetto di copertura costituzionale soltanto per la materia penale, sicchè il legislatore, quanto all’illecito depenalizzato di abuso di informazioni privilegiate, ben può prevedere lo strumento della confisca per equivalente anche per i comportamenti precedenti alla entrata in vigore della L. n. 62 del 2005, non configurandosi in tal modo nessuna violazione della L. 24 novembre 1981, n. 689.
4. – Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello il L. ha proposto ricorso, affidato a nove motivi.
5. – Con il primo motivo di ricorso il L. denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, artt. 3, 5 e 11 e del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-bis, comma 5, così come introdotto dalla L. n. 62 del 2005, art. 9. Nel ritenere legittima la sanzione pecuniaria applicata dalla CONSOB, la Corte d’appello avrebbe addebitato a ciascun incolpato la complessiva operazione di acquisto delle obbligazioni, così prescindendo dal piano individuale di valutazione della gravità della condotta e dell’elemento soggettivo, apprezzando una gravità d’insieme della condotta in spregio al principio della responsabilità personale e della rilevanza della personalità dell’agente e delle sue condizioni economiche ai fini della determinazione della sanzione.
Con il secondo motivo il L. denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-bis in relazione alla L. n. 689 del 1981, artt. 3,5 e 12 nonchè omessa e contraddittoria motivazione. La censura si riferisce alla dichiarata sussistenza, da parte della Corte d’appello, di un concorso di persone nel medesimo illecito, pur se nella ricostruzione della vicenda la stessa Corte ha rilevato che le condotte significative erano state poste in essere prevalentemente dalla Ga. (assistente dello G.). In sostanza, la Corte d’appello si sarebbe limitata a indagare in ordine alla unitarietà del contesto temporale e spaziale nel quale maturarono gli eventi, desumendone la sostanziale riferibilità della condotta ad un unico agente, ma imputando l’illecito a più persone in asserito concorso tra loro.
Con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 117 e 97 Cost. con riguardo alla direttiva 2003/6/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio; solleva altresì questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-bis per violazione degli artt. 117 e 97 Cost., in relazione alla direttiva 2003/6/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, con relativa istanza di rimessione della questione alla Corte costituzionale, nonchè contraddittoria motivazione sul punto. Il ricorrente si duole del fatto che la Corte d’appello abbia ritenuto “congrua e adeguata” la misura della sanzione pecuniaria irrogata dalla CONSOB in suo danno, e sostiene che vi sarebbe stata la violazione dei principi del diritto comunitario, vincolanti per il giudice nazionale ex art. 117 Cost., comma 1. In particolare, il ricorrente rileva che nel mentre la citata direttiva prescrive che le sanzioni siano sufficientemente dissuasive e che a tal fine debbano essere proporzionate alla gravità della violazione e agli utili realizzati e applicate coerentemente (considerando n. 38), e tiene distinte le ipotesi in cui la provenienza dell’informazione sia legata a una professione o a una funzione e quella in cui la fonte sia connessa allo svolgimento di attività criminali (considerando n. 17) ovvero ancora l’ipotesi in cui l’abuso delle informazioni venga effettuato sapendo o dovendo sapere del loro carattere privilegiato (considerando n. 18), il legislatore nazionale avrebbe accomunato nell’unico trattamento sanzionatorio più condotte di abuso di informazioni privilegiate diverse tra loro. L’art. 187-bis TUF- rileva il ricorrente – prevede la medesima sanzione edittale per l’insider primario, per l’insider in grado di operare a seguito di attività delittuose, per gli insider secondari che agiscono con la consapevolezza della natura privilegiata della informazione della quale dispongono e per gli insider secondari che agiscono con colpa, dovendo conoscere in base all’ordinaria diligenza il carattere privilegiato della informazione. Inoltre, a tutte le categorie considerate viene applicato lo stesso regime di aggravamento della sanzione (comma 5).
Con il quarto mezzo il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-sexies, comma 2, per avere la Corte d’appello disatteso il principio tempus regit actum, avendo applicato retroattivamente l’istituto della confisca per equivalente di cui alla L. n. 62 del 2005, art. 9, comma 6, vale a dire una normativa meno favorevole per l’autore della condotta rispetto a quella vigente al momento della commissione del fatto.
Il quinto motivo riguarda la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-sexies, comma 2, e della L. n. 62 del 2005, art. 9, comma 6, anche in relazione agli artt. 3 e 25 Cost. Con esso il ricorrente eccepisce l’illegittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 187-sexies, comma 2 TUF e della L. n. 62 del 2005, art. 9, comma 6, in relazione agli artt. 3 e 25 Cost. e all’art. 117 Cost., per violazione dell’art. 7 CEDU. Secondo il ricorrente, la confisca per equivalente difetterebbe della finalità di prevenzione tipica delle misure di sicurezza, essendo diretta a privare il reo di qualsiasi beneficio economico derivante dal comportamento criminoso, aggredendo anche beni manchevoli del carattere della pericolosità e della pertinenza con l’illecito stesso.
Con il sesto motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 187-octies, comma 3, lett. d) TUF e della L. n. 62 del 2005, art. 9, comma 6, prospettando l’illegittimità costituzionale del combinato disposto degli articoli ora richiamati, in relazione agli artt. 3,25 e 117 Cost., quest’ultimo come conseguenza della violazione dell’art. 7 CEDU, con relativa istanza di rimessione alla Corte costituzionale. La complessiva doglianza si riferisce alla natura di “misura penale a carattere preventivo” del sequestro dei beni che possono formare oggetto di confisca ex art. 187-sexies TUF, con la conseguente illegittimità della applicazione retroattiva dell’istituto, nonchè all’incompetenza dell’Ufficio di Procura della Repubblica che ha disposto l’autorizzazione del sequestro per equivalente.
Con il settimo motivo di ricorso il L. deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, art. 1 ed eccepisce l’illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 58 del 1998, artt. 187-sexies, comma 2, e L. n. 62 del 2005, art. 9, comma 6, per violazione dell’art. 3 Cost. e dei principi di ragionevolezza, legalità e irretroattività delle sanzioni amministrative L. n. 689 del 1981, ex art. 1.
L’ottavo mezzo concerne la denuncia di violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-bis, comma 5, e art. 187-sexies, comma 2, anche in relazione ai principi sanciti nella direttiva 2003/6/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio. Con esso viene eccepita l’illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-sexies anche in combinato disposto con l’art. 187-bis stesso d.lgs., per violazione dell’art. 117 Cost.
Con il nono motivo di ricorso il L. denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-bis anche in combinato disposto con l’art. 187-sexies, comma 2 TUF, in relazione all’art. 14 della direttiva 2003/6/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio; solleva questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-sexies anche in combinato disposto con il citato art. 187-bis, per violazione degli artt. 117,3 e 97 Cost. A conclusione del motivo il ricorrente formula il quesito di diritto se, in sede di determinazione della sanzione dell’illecito di abuso di informazioni privilegiate, di cui all’art. 187-bis testo unico della finanza, l’autorità irrogante debba attenersi – alla stregua di quanto disposto dall’art. 14 della direttiva 2003/6/CE – anche al rispetto del criterio della proporzionalità delle sanzioni in concreto applicate, e se queste ultime debbano intendersi come il complesso delle penalità amministrative irrogate all’insider, ivi compresa la misura della confisca per equivalente.
6. – Il ricorso incidentale condizionato della CONSOB è affidato a tre motivi.
Con il primo motivo, la CONSOB censura nullità della sentenza e del procedimento per violazione e falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, artt. 22 e 23 e del D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-septies nonchè violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato.
Con il secondo motivo, la CONSOB denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, artt. 19, 20, 22 e 23, art. 100 c.p.c., del D.Lgs. n. 58 del 1998, artt. 187-sexies, 187-septies e 187-octies nonchè violazione dei principi generali in tema di interesse ad agire, legitimatio ad processum e principio della domanda, criticando la sentenza nel capo in cui la Corte d’appello ha esaminato il motivo di opposizione relativo al sequestro, pur reputandolo infondato in relazione a ciascuna censura sollevata da parte ricorrente.
Con il terzo motivo di ricorso incidentale, la CONSOB denuncia altra violazione e falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, artt. 19, 20, 22 e 23, art. 100 c.p.c., del D.Lgs. n. 58 del 1998, artt. 187-sexies, 187-septies e 187-octies nonchè violazione dei principi generali in tema di interesse ad agire, legitimatio ad processum e principio della domanda, sostenendo l’inammissibilità del motivo inerente al sequestro sotto il diverso profilo della carenza di interesse, per il L., nel formulare un motivo di opposizione avente ad oggetto vizi propri del sequestro, non idonei a confutare il successivo potere, riservato alla CONSOB, di emanare il provvedimento di confisca.
1. – Con il provvedimento sanzionatorio adottato dalla CONSOB è stata applicata, oltre alla sanzione amministrativa pecuniaria di Euro 885.606 e alla sanzione accessoria dell’interdizione dagli uffici direttivi per un periodo di nove mesi, la misura della confisca per equivalente di beni di proprietà del trasgressore per un valore di Euro 6.182.919, giudicata legittima dalla Corte d’appello.
La giurisprudenza delle Sezioni penali di questa Corte è univoca in tal senso con riferimento alle disposizioni che prevedono la confisca per equivalente quale misura applicabile a seguito della commissione di specifici reati per i quali la detta misura è espressamente prevista. Cass. pen., Sez. 2, n. 31988 del 2006 ha così affermato che, nel caso in cui il delitto di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche sia costituito da più violazioni commesse prima e dopo l’entrata in vigore della legge che ha previsto per detto reato l’applicazione della confisca per equivalente, questa misura può riguardare esclusivamente le violazioni commesse successivamente all’entrata in vigore della legge stessa. In questa medesima direzione, Cass. pen., Sez. U., n. 18374 del 2013 ha affermato che la confisca per equivalente, introdotta per i reati tributari alla L. n. 244 del 2007, art. 1, comma 143, ha natura eminentemente sanzionatoria e, quindi, non essendo estensibile ad essa la regola dettata per le misure di sicurezza dall’art. 200 c.p., non si applica ai reati commessi anteriormente all’entrata in vigore della legge citata.
Soprattutto, è la giurisprudenza della Corte costituzionale a riconoscere la natura prevalentemente afflittiva e sanzionatoria di questa peculiare forma di confisca. Le ordinanze n. 97 del 2009 e n. 301 del 2009 hanno infatti affermato che la confisca per equivalente prevista dall’art. 322-ter c. p. non può avere natura retroattiva, perchè “in ragione della mancanza di pericolosità dei beni che ne costituiscono oggetto, unitamente all’assenza di un rapporto di pertinenzialità’ (inteso come nesso diretto, attuale e strumentale) tra il reato ed i beni” – dà luogo a una misura “eminentemente sanzionatoria, tale da impedire l’applicabilità a tale misura patrimoniale del principio generale della retroattività delle misure di sicurezza, sancito dall’art. 200 c.p.”. E – con specifico riferimento alla confisca per equivalente prevista dall’art. 187-sexies TUF – la sentenza n. 68 del 2017 ha già statuito che “(e)ssa si applica a beni che non sono collegati al reato da un nesso diretto, attuale e strumentale, cosicchè la privazione imposta al reo risponde ad una finalità di carattere punitivo, e non preventivo”, precisando che “lo stesso legislatore si mostra consapevole del tratto afflittivo e punitivo proprio della confisca per equivalente, al punto da non prevederne la retroattività per i fatti che continuano a costituire reato (D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187)”.
Del resto, le nozioni di sanzione penale e di sanzione amministrativa non possono essere desunte, semplicemente, dal nomen iuris utilizzato da legislatore, nè dall’autorità chiamata ad applicarla, ma devono essere ricavate, in concreto, tenuto conto delle finalità e della portata del precetto sanzionatorio di volta in volta contemplato. La preoccupazione di evitare che singole scelte compiute da taluni degli Stati aderenti alla Convenzione, nell’escludere che un determinato illecito ovvero una determinata sanzione restrittiva appartengano all’ambito penale, possano determinare un surrettizio aggiramento delle garanzie individuali che la CEDU riserva alla materia penale, è alla base dell’indirizzo interpretativo che, fin dalle sentenze 8 giugno 1976, Engel c. Paesi Bassi, e 21 febbraio 1984, O’zteirk contro Germania, ha portato la Corte di Strasburgo all’elaborazione di propri criteri, in aggiunta a quello della qualificazione giuridico-formale attribuita nel diritto nazionale, al fine di stabilire la natura penale o meno di un illecito e della relativa sanzione. Tali criteri sono stati individuati nella rilevante severità della sanzione, nell’elevato importo di questa inflitto in concreto e comunque astrattamente irrogabile, nelle complessive ripercussioni sugli interessi del condannato, nella finalità sicuramente repressiva.
– l’individuazione del regime di maggior favore per il reo ai sensi dell’art. 2 c.p. deve essere operata in concreto, comparando le diverse discipline sostanziali succedutesi nel tempo (Cass. pen., Sez. 4, n. 49754 del 2014).
Il complessivo trattamento sanzionatorio per il delitto di abuso di informazioni privilegiate, previsto al momento della commissione del fatto dal D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 180 era della reclusione fino a due anni, congiunta con la multa da venti a seicento milioni di Lire, cui doveva aggiungersi la confisca soltanto in forma diretta.
Il trattamento sanzionatorio di cui alla L. n. 62 del 2005, art. 182 consiste, invece, nella sanzione amministrativa pecuniaria da Euro ventimila a Euro tre milioni di cui al D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-bis (non potendosi tener conto dell’ulteriore modifica apportata dalla L. n. 262 del 2005, art. 39, comma 3, che ha quintuplicato la sanzione).
Anche in questo caso il citato art. 187-bis, comma 5 prevede che le sanzioni possano essere aumentate fino al triplo o fino al maggiore importo di dieci volte il prodotto o il profitto conseguito dall’illecito quando, per le qualità personali del colpevole ovvero per l’entità del prodotto o del profitto conseguito dall’illecito, esse appaiono inadeguate anche se applicate nel massimo.
L’affermazione secondo la quale la pena detentiva deve sempre considerarsi come più gravosa rispetto a quella pecuniaria trova significative eccezioni nei casi in cui la stessa pena detentiva non possa essere eseguita per effetto dell’applicazione di altri istituti, come, ad esempio, la sospensione condizionale della pena ex art. 163 c.p. e ss.. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, infatti, in tema di successione di leggi penali, con riguardo ai reati attribuiti alla competenza del giudice di pace (nella specie si trattava del delitto di lesioni), non può applicarsi il trattamento sanzionatorio previsto del D.Lgs. n. 274 del 2000, art. 52 ancorchè in linea di principio più favorevole, qualora sia stata concessa la sospensione condizionale della pena, in quanto il successivo art. 60, escludendo esplicitamente la concessione del beneficio della pena sospesa, rende in concreto le nuove disposizioni meno favorevoli all’imputato (Cass. pen., Sez. 5, n. 7215 del 2006; Cass. pen., Sez. 5, n. 46793 del 2004).
7.4. – Deve precisarsi che, nella specie, non emerge dagli atti l’esistenza di situazioni impeditive della concessione, in favore del ricorrente, della sospensione condizionale della pena.
Nei suoi confronti, dunque, l’applicazione della sanzione penale in concreto sarebbe stata più favorevole rispetto alla sanzione pecuniaria amministrativa irrogata, oggetto di certa riscossione, di ammontare massimo notevolmente superiore e, si ribadisce, con l’aggiunta di una sanzione accessoria del tutto nuova, imprevedibile ed estremamente gravosa quale quella della confisca per equivalente per un valore pari a Euro 6.182.919.
7.5. – Questa valutazione trova conferma nel trattamento penale applicato al concorrente nel reato, G.E., insider primario, il quale ha riferito la notizia privilegiata all’odierno ricorrente.
Come risulta dalla documentazione prodotta dalla difesa del ricorrente – produzione ammissibile in quanto rilevante ai fini della individuazione in concreto del trattamento più favorevole -, G. è stato condannato con sentenza del Tribunale di Milano del 25 ottobre 2006 alla pena della reclusione di sei mesi e al pagamento di Euro 100.000 di multa con pena sospesa. Questa pronuncia è stata parzialmente riformata dalla Corte d’appello di Milano che, con sentenza pronunciata in data 12 novembre 2007 sull’accordo delle parti, ritenuta la continuazione tra i fatti oggetto del giudizio e altri reati giudicati con pregressa sentenza della Corte d’appello di Brescia irrevocabile dal 10 luglio 2006, ha rideterminato la pena complessiva a suo carico in Euro 140.520 di multa, ferma la pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici e dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e della incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione per un anno e due mesi. La pena è stata calcolata partendo da una pena base di mesi sei di reclusione – reclusione convertita, ai sensi della L. n. 689 del 1981, art. 53in 6.840 Euro di multa e aumentata fino ad Euro 20.520, pari al triplo della pena convertita ex art. 133-bis c.p., L. n. 689 del 1981 e 180, art. 53, comma 2, D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 180, comma 4 – ed Euro 120.000 di multa.
Pertanto, il complessivo trattamento sanzionatorio dell’originario concorrente nel reato, Emilio G., si è concretizzato nella complessiva multa di Euro 10.000, nonostante questi fosse l’insider primario, la cui condotta doveva ritenersi necessariamente più grave di quella del ricorrente, tanto da continuare ad essere penalmente rilevante.
La CONSOB, invece, all’esito del procedimento sanzionatorio, ritenuta sussistente la violazione di cui al D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187 bis, ha applicato al ricorrente la sanzione amministrativa pecuniaria di Euro 885.606, la sanzione accessoria dell’interdizione degli uffici direttivi per un periodo di nove mesi D.Lgs. n. 58 del 1998, ex art. 187-quater nonchè, ai sensi dell’art. 187-sexies del medesimo decreto, la confisca per equivalente di beni di sua proprietà per un valore di Euro 6.182.919.
8. – A parere di questo collegio ciò che risulta determinante ai fini della valutazione di maggiore gravosità è proprio l’applicazione retroattiva della sanzione accessoria della confisca per equivalente D.Lgs. n. 58 del 1998, ex art. 186-sexies sanzione non prevista e non prevedibile al momento della consumazione dell’illecito.
Tale sanzione accessoria, infatti, determina una tale sproporzione nella pena complessivamente inflitta, rispetto a quella che sarebbe scaturita dall’applicazione del citato D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 180 da rappresentare l’elemento che rende in concreto maggiormente af-flittivo il complessivo trattamento sanzionatorio derivante dalla legge di depenalizzazione.
9. – Di qui la sollevata questione di legittimità costituzionale, in riferimento all’art. 3 Cost., art. 25 Cost., comma 2, ast. 117 Cost., comma 1, quest’ultimo in relazione all’art. 7 della CEDU, della L. n. 62 del 2005, art. 9, comma 6, nella parte in cui prescrive l’applicazione della confisca di valore e assoggetta pertanto il trasgressore a una sanzione penale in concreto più gravosa di quella che sarebbe applicabile in base alla legge vigente all’epoca della commissione del fatto.
In primo luogo osta alla configurabilità stessa dell’efficacia riflessa della sentenza emessa in un giudizio penale, la disposizione di cui al D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-duodecies a norma del quale “il procedimento amministrativo di accertamento e il procedimento di opposizione di cui all’art. 187-septies non possono essere sospesi per la pendenza del procedimento penale avente ad oggetto i medesimi fatti o fatti dal cui accertamento dipende la relativa definizione”. Premesso che non rilevano, nella specie, le problematiche concernenti la possibilità della applicazione di una doppia sanzione – amministrativa e penale – per il medesimo fatto a carico del medesimo soggetto, la richiamata disposizione stabilisce un regime di assoluta autonomia tra procedimento penale e procedimento sanzionatorio amministrativo, sicchè risulta esclusa la possibilità stessa di far valere nel procedimento amministrativo l’efficacia della pronuncia adottata in sede penale; senza dire che, nel caso di specie, non ricorre neanche una situazione di opponibilità a CONSOB della pronuncia adottata in sede penale in considerazione del fatto che CONSOB non risulta essere stata parte di quel procedimento.
La Corte, visti l’art. 134 Cost. e la L. 11 marzo 1953, n. 87, art. 23:
– dichiara rilevante e non manifestamente infondata, in riferimento all’art. 3 Cost., art. 25 Cost., comma 2, art. 117 Cost., comma 1, quest’ultimo in relazione all’art. 7 della CEDU, la questione di legittimità costituzionale della L. 18 aprile 2005, n. 62, art. 9, comma 6, (Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee – Legge comunitaria 2004), nella parte in cui prevede che la confisca per equivalente, disciplinata dall’art. 187-sexies testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (TUF), approvato con il D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, si applica, allorchè il procedimento penale non sia stato definito, anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore della stessa L. n. 62 del 2005 – che le ha depenalizzate introducendo l’autonomo illecito amministrativo di abuso di informazioni privilegiate, configurato ora dall’art. 187-bis TUF -, e ciò pur quando il complessivo trattamento sanzionatorio generato attraverso la depenalizzazione sia in concreto meno favorevole di quello applicabile in base alla legge vigente al momento della commissione del fatto;

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 9
 art. 25
 art. 117
 art. 187
 art. 9
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 art. 187
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 art. 1
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 art. 187
 art. 100
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 Cass. 
 Cass. 
 art. 1
 sentenza 
 art. 187
 art. 180
 art. 182
 art. 187
 art. 39
 art. 187
 art. 163
 art. 52
 art. 60
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 53
 art. 133
 art. 53
 art. 180
 art. 187
 art. 187
 art. 186
 art. 180
 art. 25
 art. 9
 sentenza 
 art. 187
 art. 23
 art. 25
 art. 117
 art. 9