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Timestamp: 2017-06-24 03:36:48+00:00

Document:
Enti Locali: certificazione del rispetto degli obiettivi del pareggio di bilancio per l´anno 2016 - Gazzetta Amministrativa
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mercoledì 22 marzo 2017 20:21
Enti Locali: certificazione del rispetto degli obiettivi del pareggio di bilancio per l´anno 2016
Segnalazione del decreto del MEF pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale N. 67 del 21.3.2017, È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale N. 67 del 21.3.2017 il decreto del MINISTERO DELL´ECONOMIA E DELLE FINANZE DECRETO 6 marzo 2017 recante "Certificazione del rispetto degli obiettivi del pareggio di bilancio degli enti locali, per l´anno 2016. Scarica il provvedimento.
Informazioni per accedere al provvedimento
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domenica 19 luglio 2015 09:49
L'efficacia nel giudizio amministrativo della sentenza penale irrevocabile di condanna o di assoluzione
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3556
Nella sentenza del 16 luglio 2015 n. 3556 la Sesta Sezione del Consiglio di Stato chiarisce la portata del vincolo che deriva dal giudicato penale formatosi sulla sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione. Ad avviso del Collegio occorre, a tal proposito, muovere dall’art. 654 Cod. proc. pen..
In base a tale previsione, la sentenza penale irrevocabile di condanna o di assoluzione pronunciata in seguito a dibattimento ha efficacia di giudicato: - nel giudizio civile o amministrativo, quando in questo si controverta intorno a un diritto o a un interesse legittimo il cui riconoscimento dipende dall’accertamento degli stessi fatti materiali che furono oggetto del giudizio penale; - nei confronti dell’imputato, della parte civile e del responsabile civile che si sia costituito o che sia intervenuto nel processo penale; - purché i fatti accertati siano stati ritenuti rilevanti ai fini della decisione penale e purché la legge civile o amministrativa non ponga limitazioni alla prova della situazione soggettive controversa. In disparte la condizione (negativa), rappresentata dall’assenza di limiti alla prova della situazione giuridica controversa (limiti che nel processo amministrativo sono in gran parte venuti meno con l’introduzione della prova testimoniale e della consulenza tecnica d’ufficio anche nei giudizi relativi ad interessi legittimi), l’art. 654 Cod. proc. pen., nel delineare l’efficacia extra moenia del giudicato penale prevede, comunque, due limiti fondamentali, uno soggettivo e l’altro oggettivo. Sotto il profilo soggettivo, il giudicato è vincolante solo nei confronti dell’imputato, della parte civile e del responsabile civile che si sia costituito o che sia intervenuto nel processo civile. Non, quindi, nei confronti di altri soggetti che siano rimasti estranei al processo penale, pur essendo in qualche misura collegati alla vicenda penale (ad esempio, il danneggiato che non si sia costituito parte civile, la persona offesa dal reato, il responsabile civile che non sia intervenuto o non si sia costituito). Sotto il profilo oggettivo, il vincolo copre solo l’accertamento dei “fatti materiali” e non anche la loro qualificazione o valutazione giuridica, che rimane circoscritta al processo penale e non può condizionare l’autonoma valutazione da parte del giudice amministrativo o civile. Da ciò deriva che l’eventuale qualificazione giuridica in termini di invalidità (annullabilità o nullità) che il giudice penale dovesse attribuire al provvedimento amministrativo rilevante nella fattispecie di reato esulerebbe, in quanto tale, dal vincolo del giudicato, atteso che il giudizio di invalidità non riguarda l’accertamento del fatto, ma la sua qualificazione giuridica.
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Nella sentenza del 16 luglio 2015 n. 3556 la Sesta Sezione del Consiglio di Stato chiarisce la portata del vincolo che deriva dal giudicato penale formatosi sulla sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione. Ad avviso del Collegio occorre, a tal proposito, muovere dall’art. 654 Cod. proc. pen. ... Continua a leggere
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venerdì 6 giugno 2014 17:20
Lottizzazione abusiva e acquisizione al patrimonio comunale: la confisca quale sanzione amministrativa obbligatoria discendente dalla sentenza penale irrevocabile che abbia accertato la lottizzazione abusiva va effettuata anche se per una causa diversa, quale la prescrizione, non si pervenga alla condanna dei suoi autori e alla conseguente irrogazione della pena
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 27.5.2014
L’art. 19 della L. 47 del 1985 (ora art. 44, comma 2, T.U. edilizia), dispone che “la sentenza definitiva del giudice penale che accerta che vi è stata lottizzazione abusiva, dispone la confisca dei terreni, abusivamente lottizzati e delle opere abusivamente costruite .Per effetto della confisca i terreni sono acquisiti di diritto e gratuitamente al patrimonio del comune nel cui territorio è avvenuta la lottizzazione abusiva. La sentenza definitiva è titolo per la immediata trascrizione nei registri immobiliari”.La disciplina ora riferita configura la confisca (e la successiva pedissequa trascrizione nei registri immobiliari) quale sanzione amministrativa obbligatoria discendente in via inderogabile dalla sentenza penale irrevocabile che abbia accertato l’avvenuta lottizzazione abusiva; essa identifica tale accertamento penale quale presupposto necessario e sufficiente per l’acquisizione al patrimonio immobiliare del Comune dei terreni abusivamente lottizzati e delle opere su di essi realizzate: e ciò, si badi, anche se, per una causa diversa, qual è ad esempio la prescrizione (e come, per l’appunto, avvenuto nel caso di specie) non si pervenga alla condanna dei suoi autori e alla conseguente irrogazione della pena (così, ex plurimis, Cass. Pen., Sez. III, 30 aprile 2009 n. 21188).In tal senso, quindi, la confisca in esame differisce dalla confisca facoltativa di cui all’art. 240, comma 1, cod. pen., la quale invece presuppone sempre la condanna e l’acquisizione al patrimonio statale dei beni confiscati; e differisce, altresì, dall’ulteriore tipologia di confisca disciplinata dal comma 2, n. 2, dello stesso articolo del codice penale, la quale, pur essendo obbligatoria e prescindendo dalla condanna, riguarda cose intrinsecamente criminose, la cui fabbricazione, uso, porto, detenzione o alienazione costituisce reato.Risulta pertanto del tutto irrilevante, ai fini della legittimità del provvedimento amministrativo adottato in esecuzione del giudicato penale:a) ogni eventuale, ulteriore ed ultroneo apprezzamento svolto dall’amministrazione comunale procedente in ordine alla residenzialità, o meno, dell’immobile confiscato;b) la circostanza che il titolo edilizio sulla cui base è stato realizzato l’edificio appreso risulti ad oggi formalmente efficace; se è vero, infatti, che in tema di lottizzazione abusiva il rilascio di una pluralità di concessioni edilizie nella zona interessata dai nuovi insediamenti non rende lecita un’attività che tale non è, ed il cui accertamento è istituzionalmente riservato all’autorità giudiziaria (così Cass. Pen., Sez. III, 21 aprile 1989 n. 6160), il reato di cui trattasi è configurabile anche in presenza del provvedimento d’assenso della P.A., nel caso in cui quest’ultimo contrasti con gli strumenti urbanistici vigenti, e il relativo accertamento giudiziale prescinde da qualunque giudizio sul titolo edilizio senza necessità di operare alcuna disapplicazione di tale provvedimento amministrativo, a’ sensi dell’art. 5 della L. 20 marzo 1865, n. 2248 all. E., (cfr. al riguardo, ad es., Cass. pen., Sez. III, 11 giugno 2008 n. 37274).Per completezza si rileva che in tema di reati edilizi, il condono previsto dall’art. 39 della L. 23 dicembre 1994, n. 724 non si applica al reato di lottizzazione abusiva, in qualunque forma commessa (negoziale, materiale o mista; cfr. sul punto Cass. pen., Sez. III, 21 novembre 2007 n.9982). Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".
L’art. 19 della L. 47 del 1985 (ora art. 44, comma 2, T.U. edilizia), dispone che “la sentenza definitiva del giudice penale che accerta che vi è stata lottizzazione abusiva, dispone la confisca dei terreni, abusivamente lottizzati e delle opere abusivamente costruite .Per effetto della confisca i ... Continua a leggere
martedì 24 novembre 2015 10:55
Abusi edilizi: l'ordine di demolizione impartito dal giudice penale non deve essere eseguito dal Comune
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 24.11.2015 n. 5324
La giurisprudenza penale della Corte di Cassazione (Cass., SS.UU., 24 luglio 1996, n. 15; III, 12 dicembre 2006; 8 settembre 2010, n. 32952; 21 novembre 2012, n. 3456) ha chiarito che l’ordine di demolizione delle opere abusive impartito dal giudice penale in sentenza di condanna per violazioni alla normativa urbanistico-edilizia non deve essere eseguito dalla pubblica amministrazione ma, al contrario, la caratterizzazione che tale provvedimento riceve dalla sede in cui viene adottato conferma la giurisdizione del giudice ordinario riguardo alla pratica esecuzione dello stesso. La giurisprudenza penale della Corte di Cassazione ha affermato la natura autonoma dell’ordine di demolizione contenuto nella sentenza penale di condanna, rilevando l’assenza di norme specifiche che riconducano all’autorità amministrativa l’esecuzione dell’ordine di demolizione emesso dal giudice penale e, dunque, l’assoggettamento della demolizione alla disciplina dell’esecuzione prevista dal Codice di procedura penale. Questi i principi sanciti dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza n. 5324 del 24.11.2015 con la quale conseguentemente ha affermato che, non essendo ipotizzabile che l'esecuzione d'un provvedimento adottato dal giudice venga affidata alla pubblica amministrazione, salvo che la legge non disponga altrimenti in modo espresso, l'organo promotore dell'esecuzione, secondo la citata giurisprudenza, va identificato nel Pubblico ministero, con connessa parallela funzione del giudice dell'esecuzione per quanto di specifica competenza. Aggiunge il Collegio che ordine di demolizione irrogato in sentenza, costituendo una misura amministrativa caratterizzata dalla natura giurisdizionale dell'organo istituzionale al quale ne è appunto attribuita l'applicazione, non passa in giudicato essendo sempre possibile la sua revoca quando risulti assolutamente incompatibile con atti amministrativi della competente autorità intervenuti anche successivamente. È però compito esclusivo del giudice penale (anche dell'esecuzione) verificare la sussistenza dei presupposti per un’eventuale revoca della sanzione .
Nel caso oggetto del presente giudizio, peraltro, tali conclusioni sono avvalorate dalla circostanza che l’esecuzione in sede penale risulta, peraltro, già in corso. L’iniziativa assunta dall’Amministrazione con l’adozione delle ordinanze impugnate, pertanto, oltre a rappresentare di per sé un ipotesi di sconfinamento e di indebito esercizio di competenze riservate alla giurisdizione penale, rischia anche di sovrapporsi ed interferire sull’incidente di esecuzione pendente in sede penale. I provvedimenti amministrativi impugnati sono stati, quindi, adottati in carenza di potere da parte del Comune e vanno, pertanto, annullati.
La giurisprudenza penale della Corte di Cassazione (Cass., SS.UU., 24 luglio 1996, n. 15; III, 12 dicembre 2006; 8 settembre 2010, n. 32952; 21 novembre 2012, n. 3456) ha chiarito che l’ordine di demolizione delle opere abusive impartito dal giudice penale in sentenza di condanna per violazioni all ... Continua a leggere
domenica 12 marzo 2017 16:51
Cassazione: il conducente deve esigere che il passeggero indossi la cintura di sicurezza
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte di Cassazione Sez. IV Penale del 9.3.2017
«Il conducente di un veicolo è tenuto, in base alle regole della comune diligenza e prudenza, ad esigere che il passeggero indossi la cintura di sicurezza ed, in caso di sua renitenza, anche a rifiutarne il trasporto o ad omettere l'intrapresa della marcia. Ciò a prescindere dall'obbligo e dalla sanzione a carico di chi deve fare uso della detta cintura»
È questo il principio ribadito dalla Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione nella sentenza pubblicata in data 9.3.2017 (Presidente: ROMIS Relatore: CENCI - Data Udienza: 09/02/2017) in virtù del quale è stato rigettato il motivo di ricorso del conducente di un veicolo che, a seguito di un sinistro nel quale perdeva la vita la trasportata, si difendeva sostenendo l'impossibilità o difficoltà di constatare, in ragione del buio, il mancato uso della cintura di sicurezza da parte della trasportata, sbalzata fuori dall'auto nel corso dell'incidente.
Per approfondire scarica il testo integrale della sentenza.
«Il conducente di un veicolo è tenuto, in base alle regole della comune diligenza e prudenza, ad esigere che il passeggero indossi la cintura di sicurezza ed, in caso di sua renitenza, anche a rifiutarne il trasporto o ad omettere l'intrapresa della marcia. Ciò a prescindere dall'obbligo e dalla sa ... Continua a leggere
sabato 25 febbraio 2017 10:32
Abusi edilizi: l'ordinanza di demolizione penale non si prescrive
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte di Cassazione Sez. III pubblicata il 23.2.2017
Si segnala la sentenza della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione depositata in data 23 febbraio 2017 che si è soffermata ad analizzare la natura dell'ordine di demolizione del manufatto abusivo disposto con la sentenza di condanna al fine di valutare il motivo di ricorso con il quale la ricorrente (condannata con sentenza divenuta irrevocabile) ha invocato l'intervenuta prescrizione, a norma dell'art. 173 del codice penale della pena accessoria dell'ordine di demolizione, in ragione della sua natura penale. La Corte sul punto ha richiamato i precedenti giurisprudenziali in materia laddove hanno affermato che l'ordine di demolizione del manufatto abusivo, avendo natura di sanzione amministrativa di carattere ripristinatorio, non è soggetto alla prescrizione stabilita dall'art. 173 cod. pen. per le sanzioni penali, né alla prescrizione stabilita dall'art. 28 della legge 24 novembre 1981, n. 689, che riguarda unicamente le sanzioni pecuniarie con finalità punitiva.
La Corte peraltro, richiama altresì la sentenza resa dalla Terza Sezione n. 9949 del 20/01/2016 che appunto conclude ribadendo che la demolizione del manufatto abusivo, anche se disposta dal giudice penale ai sensi dell'art. 31, comma 9 del d.P.R. 380 del 2001, qualora non sia stata altrimenti eseguita, ha natura di sanzione amministrativa, che assolve ad un'autonoma funzione ripristinatoria del bene giuridico leso, configura un obbligo di fare, imposto per ragioni di tutela del territorio, non ha finalità punitive ed ha carattere reale, producendo effetti sul soggetto che è in rapporto con il bene, indipendentemente dall'essere stato o meno quest'ultimo l'autore dell'abuso. Per tali sue caratteristiche la demolizione non può ritenersi una «pena» nel senso individuato dalla giurisprudenza della Corte EDU e non è soggetta alla prescrizione stabilita dall'art. 173 cod. pen..
In ogni caso, l'art. 31 Testo Unico dell'edilizia disciplina l'ingiunzione alla demolizione delle opere abusive, adottata dall'autorità amministrativa nel caso non venga disposta la demolizione d'ufficio; in caso di inottemperanza, è prevista l'irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria, e, comunque, l'acquisizione dell'opera abusiva al patrimonio del Comune, finalizzata alla demolizione 'in danno', a spese dei responsabili dell'abuso, salvo che con specifica deliberazione consiliare non venga dichiarata l'esistenza di prevalenti interessi pubblici, e sempre che l'opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici ed ambientali. Il comma 9 del medesimo art. 31 prevede che la demolizione venga ordinata dal giudice con la sentenza di condanna, "se ancora non sia stata altrimenti eseguita". Una lettura sistematica della disposizione, dunque, conduce la Corte a ribadire la natura amministrativa, e la dimensione accessoria, ancillare, rispetto al procedimento penale, della demolizione, pur quando ordinata dal giudice penale. Conclude poi la Corte precisando come sia pacifico che l'ordine 'giudiziale' di demolizione è:
- suscettibile di revoca da parte del giudice penale allorquando divenga incompatibile con provvedimenti amministrativi di diverso tenore, in tal senso non mutuando il carattere tipico delle sanzioni penali, consistente nella irretrattabilità, ed è impermeabile a tutte le eventuali vicende estintive del reato e/o della pena (ad esso non sono applicabili l'amnistia e l'indulto); - resta eseguibile, qualora sia stato impartito con la sentenza di applicazione della pena su richiesta, anche nel caso di estinzione del reato conseguente al decorso del termine di cui all'art. 445, comma 2, codice procedura penale.
Per approfondire vai al testo integrale della sentenza.
Si segnala la sentenza della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione depositata in data 23 febbraio 2017 che si è soffermata ad analizzare la natura dell'ordine di demolizione del manufatto abusivo disposto con la sentenza di condanna al fine di valutare il motivo di ricorso con il quale la ... Continua a leggere
giovedì 18 maggio 2017 11:52
Abusi edilizi: nessuna sanzione in caso di inottemperanza a ordini di demolizione di manufatti sottoposti a sequestro penale
La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 17 maggio 2'17 ha affermato che "Risulta, in particolare, fondata l’argomentazione, svolta soprattutto nel terzo motivo di appello, con cui la società appellante sostiene l’inapplicabilità delle sanzioni previste per l’inottemperanza a ordini di demolizione di manufatti abusivi, nelle ipotesi, quale quella in esame, in cui l’immobile sia sottoposto a sequestro penale.
La questione, quindi, si risolve nella disamina della validità o dell’efficacia dei provvedimenti sanzionatori adottati sulla base del rilievo dell’omessa esecuzione di presupposti ordini di demolizione (o di riduzione in pristino) di opere abusive, che esulano, tuttavia, dalla disponibilità del destinatario dell’ordinanza rimasta inattuata, in quanto sequestrati dal giudice penale.
Tale problema, tuttavia, implica anche la soluzione della (logicamente) presupposta questione della validità (e dell’efficacia) dell’ordine di demolizione, per la cui inottemperanza sono state irrogate le misure sanzionatorie previste dall’art. 31 del d.P.R. n.380 del 2001.
Il Collegio non ignora che l’indirizzo giurisprudenziale prevalente, sia amministrativo (cfr. ex multis Cons. St., sez. VI, 28 gennaio 2016, n.283), sia penale (Cass. Pen., sez. III, 14 gennaio 2009, n.9186), ritiene irrilevante la pendenza di un sequestro, ai fini della legittimità dell’ordine di demolizione, della sua eseguibilità e, quindi, della validità dei conseguenti provvedimenti sanzionatori, sulla base della non qualificabilità della misura cautelare reale quale impedimento assoluto all’attuazione dell’ingiunzione, in ragione della possibilità, per il destinatario dell’ordine, di ottenere il dissequestro del bene ai sensi dell’art.85 disp. att. c.p.p.; ma reputa di dissentire da tale orientamento, per le ragioni di seguito sinteticamente (tenendo conto, per quanto possibile, della forma semplificata della presente sentenza) esposte.
Con una prima, e, per certi versi, dirimente, argomentazione, l’ordine di demolizione di un immobile colpito da un sequestro penale dovrebbe essere ritenuto affetto dal vizio di nullità, ai sensi dell’art.21-septies l. n.241 del 1990 (in relazione agli artt. 1346 e 1418 c.c.), e, quindi, radicalmente inefficace, per l’assenza di un elemento essenziale dell’atto, tale dovendo intendersi la possibilità giuridica dell’oggetto del comando.
In altri termini, l’ingiunzione che impone un obbligo di facere inesigibile, in quanto rivolto alla demolizione di un immobile che è stato sottratto alla disponibilità del destinatario del comando (il quale, se eseguisse l’ordinanza, commetterebbe il reato di cui all’art. 334 c.p.), difetta di una condizione costituiva dell’ordine, e cioè, l’imposizione di un dovere eseguibile (C.G.A.R.S., Sezioni Riunite, parere n. 1175 del 9 luglio 2013 – 20 novembre 2014, sull’affare n.62/2013).
In quest’ordine di idee, l’ordine di una condotta giuridicamente impossibile si rivela, quindi, privo di un elemento essenziale e, come tale, affetto da invalidità radicale, e, in ogni caso, per quanto qui rileva, inidoneo a produrre qualsivoglia effetto di diritto.
A tale conclusione si ritiene potersi pervenire con riguardo ai casi in cui – come in quello di specie – l’ordine di demolizione (o di riduzione in pristino stato) sia stato adottato nella vigenza di un sequestro penale (di qualsiasi genere; ma sulla distinzione tra i diversi tipi di sequestro del processo penale si tornerà infra).
L’affermazione dell’eseguibilità dell’ingiunzione di demolizione di un bene sequestrato, per quanto tralatiziamente ricorrente nella giurisprudenza amministrativa, non può, infatti, essere convincentemente sostenuta sulla base dell’assunto della configurabilità di un dovere di collaborazione del responsabile dell’abuso, ai fini dell’ottenimento del dissequestro e della conseguente attuazione dell’ingiunzione.
Tale argomentazione dev’essere, infatti, radicalmente rifiutata: sia perché riferisce a un’eventualità futura, astratta e indipendente dalla volontà dell’interessato la stessa possibilità (giuridica e materiale) di esecuzione dell’ingiunzione, mentre, come si è visto, l’impossibilità dell’oggetto attiene al momento genetico dell’ordine e lo vizia insanabilmente all’atto della sua adozione; sia perché, assiomaticamente, finisce per imporre al privato una condotta priva di qualsivoglia fondamento giuridico positivo; sia, infine, perché si risolve nella prescrizione di una iniziativa processuale (l’istanza di dissequestro) che potrebbe contraddire le strategie difensive liberamente opzionabili dall’indagato (o dall’imputato) nel processo penale, peraltro interferendo inammissibilmente nell’esercizio di un diritto costituzionalmente protetto, quale quello di difesa (basti porre mente, in proposito, al caso che il mantenimento del sequestro penale –sub specie probatorio, ex art. 253 c.p.p. – risulti funzionale ad assicurare, per il seguito delle indagini o per il dibattimento, la prova che quanto realizzato non fosse abusivo, o non fosse conforme a quanto contestato o ritenuto dalla pubblica accusa, ovvero avesse altre caratteristiche scriminanti o anche solo attenuanti l’illiceità penale del fatto ascritto).
Si aggiunga, ancora, che le misure contemplate dall’art. 31, commi 3 e 4-bis, del d.P.R. n.380 del 2001, rivestono carattere chiaramente sanzionatorio e, come tali, esigono, per la loro valida applicazione, l’ascrivibilità dell’inottemperanza alla colpa del destinatario dell’ingiunzione rimasta ineseguita, in ossequio ai canoni generali ai quali deve obbedire ogni ipotesi di responsabilità.
Sennonchè, nella situazione considerata, non è dato ravvisare alcun profilo di rimproverabilità nella condotta (necessariamente) inerte del destinatario dell’ordine di demolizione, al quale resta, infatti, preclusa l’esecuzione del comando da un altro provvedimento giudiziario che gli ha sottratto la disponibilità giuridica e fattuale del bene.
Come si vede, quindi, l’irrogazione di una sanzione (chè di questo si tratta) per una condotta che non può in alcun modo essere soggettivamente ascritta alla colpa del soggetto colpito dalla sanzione stessa, non può che essere giudicata illegittima per il difetto del necessario elemento psicologico della violazione.
Fermo restando il carattere assorbente delle considerazioni appena svolte, resta da aggiungere un argomento, tutt’altro che secondario, di equità (ma, come tosto si dirà, non solo equitativo): non può esigersi – e, giuridicamente, non lo si può soprattutto in difetto di un’espressa previsione di legge in tal senso, stante anche il divieto di prestazioni imposte se non che per legge, ex art. 23 Cost. – che il cittadino impieghi tempo e risorse economiche per ottenere la restituzione di un bene di sua proprietà, ai soli fini della sua distruzione.
Si tratta di un’argomentazione la cui valenza logica e intuitiva esime da ogni ulteriore spiegazione, restando immediatamente percepibile l’iniquità dell’imposizione di un dispendioso onere di diligenza, finalizzato solo alla distruzione del bene (ancora) di proprietà del destinatario dell’ingiunzione.
Per ulteriori considerazioni critiche in proposito – se il dissequestro, più o meno legittimamente, fosse negato, vi sarebbe anche un onere di gravame? E fino a che grado? O andrebbe riproposta l’istanza? E quando, e quante volte? – può rinviarsi al cit. parere del C.G.A.R.S. n. 62/2013; del quale però merita condividersi la conclusione, nel senso che “la tesi [qui avversata] si appalesa, quindi, poco approfondita in punto di diritto e apoditticamente sostenuta”.
Essa implica, infatti, l’imposizione di un onere di diligenza per il quale – al di là della sua assertiva invocazione ad opera di alcune prospettazioni giuridiche, che potrebbero forse sembrare più inopinatamente zelanti nella repressione degli abusi edilizi che adeguatamente attente al rispetto dei principi fondanti dell’ordinamento giuridico (ivi incluso quello ex art. 23 Cost., che si è già richiamato supra) – risulterebbe davvero complicato rinvenire un convincente fondamento normativo positivo; che, anzi, sembra da escludere, purché si tenga in adeguata considerazione l’esigenza che le sanzioni (non solo quelle penali: nemo tenetur se detergere; ma anche quelle amministrative) siano, almeno tendenzialmente, strutturate per essere applicate dai pubblici poteri, piuttosto che autoeseguite a proprio danno dallo stesso soggetto destinatario di esse.
Nondimeno – sia per l’ipotesi che si ritenesse di poter prescindere dalla più persuasiva prospettazione, che si è sin qui illustrata, che qualifica in termini di nullità il vizio che affligge l’ordinanza di demolizione emanata nella pendenza del sequestro dell’immobile di cui trattasi; sia, comunque, con riferimento ai casi in cui l’ordine demolitorio o ripristinatorio sia stato adottato (e, in tal caso, validamente) in un momento in cui il bene non fosse sequestrato, ma venga invece sequestrato successivamente e nella pendenza del termine assegnato per ottemperare all’ingiunzione de qua – va ulteriormente indagato, per completezza di sistema, il tema dell’incidenza del sequestro penale (se non, in queste ipotesi, sulla validità) sull’efficacia dell’ordine di demolire e, derivativamente, sulla decorrenza o meno del termine a tal fine assegnato fintanto che il sequestro permanga efficace.
Limitandocisi in questa sede a un mero richiamo delle argomentazioni dogmatiche più approfonditamente svolte nel più volte cit. parere del C.G.A.R.S. n. 62/2013 – in tema di distinzione tra nullità, come difetto strutturale originario di uno degli elementi essenziali dell’atto giuridico (sub specie, qui, di possibilità dell’oggetto), e inefficacia, allorché tali elementi essenziali (e qui, dunque, la ridetta possibilità), originariamente sussistenti, vengano meno successivamente in modo temporaneo o definitivo, in quest’ultimo caso dandosi adito a una causa estintiva degli efficacia dell’atto (per impossibilità sopravvenuta) e invece nel primo solamente a una temporanea sospensione di tale efficacia – occorre evidenziare che, finché il sequestro perdura, la demolizione (anche se validamente ingiunta: vuoi perché disposta anteriormente al sequestro, ossia in un momento in cui il suo destinatario, essendo in bonis, aveva la possibilità giuridica di ottemperarvi; vuoi, ipoteticamente, perché non si condivida la tesi, invero dogmaticamente più coerente, della nullità per impossibilità giuridica dell’oggetto del provvedimento che abbia ingiunto la demolizione in costanza di sequestro) certamente non può eseguirsi.
A questo semplice rilievo consegue necessariamente – e perfino a prescindere dall’incoerente assunto, che pure si è già confutato, secondo cui il destinatario dell’ordine demolitorio sarebbe tenuto ad attivarsi per chiedere il dissequestro ai soli fini della demolizione: giacché certamente non lo si potrebbe pure onerare del fatto del terzo, ossia di ottenere tale risultato entro il termine di 90 giorni normalmente assegnatogli – che, per tutto il tempo in cui il sequestro perdura (e, qui si aggiunge, indipendentemente dalla condotta attiva o passiva serbata dall’autore dell’abuso rispetto al sequestro stesso), la non ottemperanza all’ordine di demolizione non può qualificarsi non iure, appunto a causa della già rilevata oggettiva impossibilità giuridica di procedervi.
Ciò non può non implicare, come conseguenza giuridicamente necessaria, l’interruzione o, quantomeno, la sospensione del decorso del termine assegnato per demolire, per tutto il tempo in cui il sequestro rimane efficace.
Detto termine, dunque, inizierà nuovamente a decorrere – per intero ovvero per la sua parte residua, secondo che si opti per l’interruzione o per la sospensione di esso in costanza di sequestro – solo allorché il sequestro venga meno, per qualunque ragione.
Merita evidenziarsi che l’assunto, qui propugnato, che il destinatario dell’ordine di demolizione non possa considerarsi giuridicamente onerato di richiedere il dissequestro per poter demolire non implica affatto né che ciò gli sia precluso (potrebbe, infatti, avervi interesse, per esempio per azzerare la situazione di abusivismo e poter così richiedere ex novo un titolo edilizio urbanisticamente conforme per riprendere l’attività edificatoria secundum legem); né che il dissequestro non possa essere richiesto all’Autorità giudiziaria penale da parte di chiunque altro vi abbia interesse: ossia, in primis, dalla stessa Amministrazione che abbia ingiunto (prima del sequestro, secondo la tesi qui condivisa) o che intenda ingiungere (non appena venuto meno il sequestro) la demolizione, con l’effetto di far ripartire prima possibile il decorso del termine per demolire e di far produrre, in difetto, le ulteriori conseguenze (acquisitive) che la legge riconnette all’inutile decorso di detto termine; ma anche, nei congrui casi, ai soggetti pubblici e privati controinteressati al mantenimento dell’opera edilizia abusiva, che abbiano comunanza di intenti e di interessi con l’Amministrazione procedente.
Infatti, il venir meno del sequestro – da chiunque provocato o indotto, e anche se spontaneamente disposto dall’Autorità giudiziaria procedente – consente ex se all’Amministrazione di ingiungere, o di reiterare, la demolizione; ovvero produce, parimenti in via automatica, l’effetto di far cessare la causa di sospensione (o interruzione) del decorso del termine entro cui deve essere eseguita la demolizione, con ogni ulteriore conseguenza di legge in difetto.
Sicché, come ognun vede, si riduce a una mera petizione di principio – non suffragata, però, da adeguati indici normativi a suo supporto – l’assunto che il sistema non possa prescindere dall’onerare il proprietario di richiedere, contra se, il dissequestro al fine di demolire, e che perciò tale onere sia necessariamente insito nel sistema stesso.
Tutto all’opposto, non solo di tale onere non è dato rinvenire alcun fondamento positivo – e neppure nell’art. 85 disp. att. al c.p.p., che viene solitamente invocato a tal fine, giacché esso contempla un’ipotesi, e peraltro soltanto “se l’interessato consente”, ma non radica alcun obbligo in proposito – ma anzi i principi fondamentali dell’ordinamento sembrano deporre nel senso della sua esclusione: viepiù ove si consideri che la funzionalità dell’istituto in discorso (ossia dell’ordine di demolizione) è comunque assicurata, pur di fronte all’inerzia dell’Autorità giudiziaria procedente, dalla facoltà di attivarsi per richiedere a quest’ultima il dissequestro che deve riconoscersi all’Amministrazione, oltre che a ogni altro soggetto che possa vantare analogo interesse.
Beninteso, l’Autorità giudiziaria adita da un’istanza di dissequestro, da chiunque proposta, potrebbe disporlo – benché “ai soli fini della demolizione” – solo laddove il mantenimento del sequestro non sia (più) funzionale alle pertinenti esigenze processuali penali: ossia, fisiologicamente, solo in casi tendenzialmente abbastanza limitati e particolari.
Come è noto, infatti, il codice di procedura penale conosce essenzialmente tre tipologie di sequestro: quello (c.d. probatorio penale) ex art. 253 c.p.p., che disciplina “il sequestro del corpo del reato e delle cose pertinenti al reato necessarie per l'accertamento dei fatti”; quello (c.d. preventivo) ex art. 321 c.p.p., che è volto a prevenire “che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati”; e quello (c.d. conservativo) ex art. 316 c.p.p., che è volto a evitare “che manchino o si disperdano le garanzie per il pagamento della pena pecuniaria, delle spese di procedimento e di ogni altra somma dovuta all’erario dello Stato”.
È del tutto evidente che solo il sequestro preventivo può considerarsi normalmente “cedevole” rispetto alle esigenze della demolizione (giacché essa tendenzialmente elide le conseguenza del reato e ne previene la commissione di ulteriori); laddove, almeno in linea di massima, le esigenze probatorie del sequestro penale e quelle di garanzia del sequestro conservativo dovrebbero essere considerate prevalenti su ogni altra.
In tal senso pare in effetti disporre, abbastanza univocamente, l’art. 262 c.p.p., che disciplina la “Durata del sequestro e restituzione delle cose sequestrate” (“1. Quando non è necessario mantenere il sequestro a fini di prova, le cose sequestrate sono restituite a chi ne abbia diritto, anche prima della sentenza. Se occorre, l'autorità giudiziaria prescrive di presentare a ogni richiesta le cose restituite e a tal fine può imporre cauzione. 2. Nel caso previsto dal comma 1, la restituzione non è ordinata se il giudice dispone, a richiesta del pubblico ministero o della parte civile, che sulle cose appartenenti all'imputato o al responsabile civile sia mantenuto il sequestro a garanzia dei crediti indicati nell'articolo 316. 3. Non si fa luogo alla restituzione e il sequestro è mantenuto ai fini preventivi quando il giudice provvede a norma dell'articolo 321”)
Dall’esame congiunto dei suoi tre commi pare potersi cogliere, dunque, una comprensibile prevalenza delle esigenze sottese al c.d. sequestro probatorio penale, rispetto alle quali sono accessorie quelle tutelate dal sequestro conservativo; mentre risultano sostanzialmente residuali quelle sottese al sequestro preventivo.
Nella misura in cui queste considerazioni colgano nel segno, risulterebbe fortemente svalutata nel sistema la tematica connessa alle istanze di dissequestro; il che costituirebbe un ulteriore argomento esegetico nel senso della fallacia delle tesi che non solo vorrebbero onerare (quantomeno praeter legem) il destinatario dell’ordine demolitorio a richiederlo, ma che tendono altresì a sanzionare l’inottemperanza a tale preteso onere con l’acquisizione. La quale, invece, sembra essere prevista dalla legge solo a fronte di una condotta, parimenti omissiva, ma ben diversa: ossia per chi, ovviamente potendolo giuridicamente fare, non demolisca l’immobile (e non anche per chi, assertivamente tenuto a chiedere al giudice il dissequestro, ometta di formulare istanze in tal senso).
Sicché è anche il fondamentale principio di tipicità delle sanzioni a ulteriormente confortare la conclusione cui il Collegio qui perviene.
Per approfondire vai alla sentenza.
La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 17 maggio 2'17 ha affermato che "Risulta, in particolare, fondata l’argomentazione, svolta soprattutto nel terzo motivo di appello, con cui la società appellante sostiene l’inapplicabilità delle sanzioni previste per l’inottemperanza a ordi ... Continua a leggere
domenica 7 giugno 2015 17:55
Procedimento disciplinare a carico del dipendente pubblico: gli effetti della sentenza penale irrevocabile e la motivazione per relationem del provvedimento disciplinare
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 5.6.2015
Ai sensi dell’art. 653, co. 1 bis, cod. proc. pen., la sentenza penale irrevocabile di condanna esplica efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare quanto all'accertamento della sussistenza del fatto e della sua illiceità penale ed all'affermazione che l'imputato lo ha commesso, con conseguente preclusione di ogni correlativo potere di differente valutazione della rilevanza penale del fatto in questione in sede disciplinare, ma fermo restando che il medesimo fatto va apprezzato nel diverso contesto disciplinare.
Al riguardo si osserva che, secondo consolidato orientamento di questo Consiglio di Stato, l'Amministrazione è titolare di un'ampia discrezionalità in ordine alla valutazione dei fatti addebitati al dipendente, circa il convincimento sulla gravità delle infrazioni addebitate e sulla conseguente sanzione da infliggere, in considerazione degli interessi pubblici che devono essere tutelati attraverso tale procedimento. In tale quadro, il provvedimento disciplinare sfugge ad un pieno sindacato giurisdizionale del giudice amministrativo, non potendo in nessun caso quest'ultimo sostituire le proprie valutazioni a quelle operate dall'Amministrazione, salvo che le valutazioni siano inficiate da travisamento dei fatti ovvero il convincimento non risulti formato sulla base di un processo logico e coerente (cfr. Cons. St., sez. III, 2 luglio 2014 n. 3324 nonché, ex multis, sez. IV, 9 maggio 2014 n. 2381)....D’altronde, sotto un aspetto più generale, è ben noto che la motivazione del provvedimento disciplinare non deve contenere una contestazione analitica della tesi difensiva, essendo sufficiente che l'Amministrazione abbia esplicitato, ancorché sinteticamente, l'autonomo percorso valutativo seguito nel corso dell'iter disciplinare svoltosi in contraddittorio con il soggetto interessato, per il resto dovendo ritenersi che il provvedimento sia legittimamente motivato per relationem agli atti ed alla documentazione sottostante (cfr., ad es., Cons. St., sez. V, 21 gennaio 2011 n. 425).
Ai sensi dell’art. 653, co. 1 bis, cod. proc. pen., la sentenza penale irrevocabile di condanna esplica efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare quanto all'accertamento della sussistenza del fatto e della sua illiceità penale ed all'affermazione che l'imputato lo ha commesso, con conseguent ... Continua a leggere
lunedì 16 gennaio 2012 08:55
Effetti della sentenza penale di patteggiamento nel giudizio innanzi alla Corte dei Conti Corte dei Conti
Il giudice contabile nella sentenza in esame procede ad una ampia disamina del quadro normativo e giurisprudenziale afferente la valenza nel giudizio contabile della sentenza penale di patteggiamento giungendo ad affermare che non solo la sentenza penale emessa a seguito di patteggiamento può essere oggetto di autonoma valutazione da parte del Giudice contabile che, nell’esercizio del suo prudente apprezzamento, può ritenerla atta fondare il proprio convincimento, ma anzi la giurisprudenza ha riconosciuto a tale pronuncia di condanna un particolare valore probatorio vincibile solo attraverso specifiche prove contrarie.
Il giudice contabile nella sentenza in esame procede ad una ampia disamina del quadro normativo e giurisprudenziale afferente la valenza nel giudizio contabile della sentenza penale di patteggiamento giungendo ad affermare che non solo la sentenza penale emessa a seguito di patteggiamento può esser ... Continua a leggere
venerdì 26 luglio 2013 16:46
La realizzazione dei parcheggi è soggetta ad autorizzazione gratuita solo se il parcheggio e' realizzato nello stesso fabbricato ove sono situate le unità immobiliari di cui il parcheggio costituisce pertinenza
Realizzare un parcheggio al piano terra di un edificio diverso, sebbene adiacente, da quello oggetto come nel caso di specie dell’attività alberghiera comporta l’obbligo di pagamento del contributo di concessione, questo il principio sancito dalla Quarta Sezione del del Consiglio di Stato che nella sentenza in esame precisa che l'art. 9 della Legge n. 122/1989 trova applicazione solo nei casi espressamente e tassativamente considerati, trattandosi di norma eccezionale che deroga agli strumenti urbanistici e ai regolamenti edilizi vigenti. In particolare essa “presuppone che il parcheggio venga realizzato nello stesso fabbricato ove sono situate le unità immobiliari di cui il parcheggio costituisce pertinenza” (cfr. CdS, sez. VI, n. 844/2003), mentre nella fattispecie è stato realizzato nel quadro di un intervento ristrutturativo di altro edificio seppur adiacente. a cura del Prof. Avv. Enrico Michetti
Realizzare un parcheggio al piano terra di un edificio diverso, sebbene adiacente, da quello oggetto come nel caso di specie dell’attività alberghiera comporta l’obbligo di pagamento del contributo di concessione, questo il principio sancito dalla Quarta Sezione del del Consiglio di Stato che nella ... Continua a leggere
lunedì 22 maggio 2017 14:07
Abusi edilizi: la sanzione amministrativa della demolizione
segnalazione del Prof. Avv. Enrico michetti della sentenza del Consiglio di Stato sez. VI del 22.5.2017
La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza pubblicata in data 22 maggio 2017 ha affermato che "La sanzione amministrativa della demolizione ha ad oggetto esclusivamente la res abusiva; non consiste in una misura afflittiva volta a punire la condotta illecita bensì a ristabilire l’equilibrio urbanistico violato.A corollario, l’ingiunzione di demolizione, in ossequio ai principi di stretta nominatività, Tipicità e legalità sostanziale delle sanzioni (cfr. art. 31e ss. d.P.R n. 380/2001), quale atto vincolato, ha ad oggetto il singolo e specifico intervento eseguito senza titolo edilizio o in difformità da esso: non già l’attività che ha dato luogo alle opere abusive.Viceversa il Comune – richiamando significativamente nella memoria di costituzione di prime cure un orientamento del giudice penale fatto proprio dai giudici di prime cure – ha considerato unitariamente gli interventi realizzati su ciascun lotto quali episodi di un’unica condotta che complessivamente considerata (ad instar del vincolo della continuazione di stampo penale) avrebbero dato luogo ad un nuovo organismo edilizio. Ossia ad un’entità edilizia che, senza alcuna considerazione del singolo intervento, della lesione all’equilibrio urbanistico da esso recato e delle opere già legittimamente realizzate, in violazione degli artt. 31 e 32 d.P.R. 380/2001, giustificherebbe ex se la sanzione della demolizione (cfr., Cons.Stato, sez. IV, 10 luglio 2013 n. 3676; Id, sez. VI, 23 settembre n2014 n. 4790).Sanzione ripristinatoria che – va sottolineato – non sarebbe materialmente eseguibile contraddicendo la natura stessa dell’ordinanza–ingiunzione – ossia di un titolo ex se esecutivo – che la contiene: non avendo distinto i manufatti edificati in forza di titolo edilizio e d’autorizzazione paesaggistica, il ripristino dello status quo riferito ad un generico ed indefinito “nuovo organismo” non individua in che misura e con quali modalità, salvaguardando il preesistente, l’ingiunzione possa essere materialmente portata ad esecuzione".Per approfondire vai alla sentenza.
La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza pubblicata in data 22 maggio 2017 ha affermato che "La sanzione amministrativa della demolizione ha ad oggetto esclusivamente la res abusiva; non consiste in una misura afflittiva volta a punire la condotta illecita bensì a ristabilire l’equili ... Continua a leggere
giovedì 22 giugno 2017 08:11
Cosa cambia con la riforma del sistema penale
nota dell'Avv. Luca Petrucci e Avv. Giulio Vasaturo
La Camera dei Deputati, nel corso della seduta parlamentare del 14 giugno scorso, ha definitivamente approvato con 267 voti favorevoli e 136 contrari, la legge di riforma del codice penale, del codice di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario. Il legislatore ha così varato una revisione sistemica del nostro ordinamento punitivo, intervenendo sia sul piano sostanziale che sotto il profilo processuale ed esecutivo. Alcune fra le principali novità introdotte dal provvedimento in esame sono destinate ad entrare in vigore già nelle prossime settimane, trascorsi trenta giorni dalla pubblicazione del testo normativo in Gazzetta Ufficiale, ancorché occorra far attenzione alle specifiche regole di diritto transitorio che vanno a delimitare l’efficacia temporale di talune singole disposizioni. Altre rilevanti modifiche del rito penale e della disciplina penitenziaria saranno invece definite entro un anno dal Governo, in forza dell’ampia delega conferita dal Parlamento.
Ecco, in sintesi, i contenuti dell’importante riforma normativa.
DIRITTO PENALE SOSTANZIALE
La novella legislativa introduce da subito una nuova causa estintiva dell’illecito penale a seguito di condotte riparatorie; cambia radicalmente il regime di prescrizione dei reati ed inasprisce il trattamento sanzionatorio per i delitti di furto, rapina e scambio elettorale politico-mafioso.
Estinzione del reato per condotte riparatorie: Il nuovo art. 162 ter del codice penale stabilisce che nei casi di procedibilità a querela soggetta a remissione, il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ha riparato interamente, entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e ha eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato. L’istituto normativo presuppone la preliminare verifica dell’entità del danno e della congruità del correlato risarcimento, consolidando un peculiare profilo “civilistico” di competenza del giudice penale. Al reo che dimostri di non aver potuto adempiere all’onere riparatorio per fatto a lui non addebitabile, il giudice può concedere una dilazione del termine (non superiore ad ulteriori sei mesi) per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento. La pronuncia del giudice varrà ad arginare, a fronte dell’obiettiva sussistenza di una condotta riparatoria in grado di sanare integralmente gli effetti lesivi del reato, tutti quegli atteggiamenti ostruzionistici ed emotivi della persona offesa che, a volte, può essere indotta a respingere a priori ogni ipotesi “conciliativa”. La nuova causa di estinzione del reato trova applicazione anche ai processi in corso alla data di entrata in vigore della legge e, in ambito transitorio, anche in relazione a condotte riparatorie poste in essere successivamente alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado. Anche per i giudizi già in fase dibattimentale, si potrà dunque chiedere, alla prima udienza utile, la fissazione di un termine non superiore a sessanta giorni, per provvedere alla restituzioni, al pagamento di quanto dovuto a titolo di risarcimento e all’eliminazione, ove possibile, delle conseguenze dannose o pericolose del reato.
Inasprimento delle pene per alcuni reati contro il patrimonio: la riforma sancisce l’aumento dei minimi edittali delle pene detentive, nonché un incremento delle pene pecuniarie per i reati di furto in abitazione e scippo (art. 624 bis c.p.) e per rapina (art. 628 c.p.), oltre ad una serie di modifiche in tema di circostanze aggravanti. Sono inoltre aumentate le pene per il reato di scambio elettorale politico-mafioso (art. 416 ter c.p.), per il quale si prevede la reclusione da 6 a 12 anni (sinora la pena prevista era da 4 a 10 anni). L’opzione del legislatore recepisce la crescente richiesta di severità punitiva che proviene dall’opinione pubblica, con riguardo a quelle fattispecie di criminalità predatoria e politica che vengono diffusamente percepite come straordinariamente odiose.
Riforma della disciplina della prescrizione: la riforma introduce l’istituto della c.d. “prescrizione allungata” che è già oggetto di critiche vivacissime da parte dell’avvocatura e di taluni dubbi di costituzionalità, alla stregua diritto primario, certamente riconoscibile anche e soprattutto all’imputato, alla “ragionevole durata del processo penale” (art. 111 Cost.).
- Decorrenza dei termini di prescrizione per reati in danno di minori: la novella prevede che, per alcuni delitti commessi a danno di minori (maltrattamenti in famiglia, tratta di persone, sfruttamento sessuale, violenza sessuale), il termine di prescrizione cominci a decorrere al compimento del diciottesimo anno di età della vittima, salvo che l’azione penale non sia stata esercitata in precedenza (nel qual caso il termine di prescrizione va computato a partire dal giorno dell’acquisizione della notitia criminis);
- Sospensione della prescrizione: viene introdotta una inedita ipotesi di sospensione dei termini prescrittivi, a seguito della sentenza di condanna di primo grado. Il termine di prescrizione resta sospeso fino al deposito della sentenza di appello, e comunque per un tempo non superiore a 1 anno e 6 mesi. Successivamente alla decisione di secondo grado, il termine di prescrizione resta sospeso fino alla pronuncia definitiva e, comunque, per un ulteriore tempo non superiore a 1 anno e 6 mesi. La portata di questa disposizione che muta radicalmente la norma di cui all’art. 159 c.p. è evidente. Anche con riferimento a fattispecie che non destano particolare allarme sociale, viene consentito di protrarre il giudizio penale per un tempo amplissimo che, in taluni casi, può astrattamente coincidere con la parte preponderante della vita dell’imputato che pure è da ritenersi, in ogni caso, per un principio di eminente civiltà giuridica, presunto innocente (art. 27 Cost.). Si precisa, tuttavia, che in caso di assoluzione dell’imputato in appello, ovvero di annullamento della sentenza di condanna nella parte relativa all’accertamento della responsabilità o di dichiarazione di nullità della decisione di primo grado, i periodi di sospensione di un anno e sei mesi (per il giudizio di appello) e di un anno e sei mesi (per il giudizio di Cassazione) vanno ricomputati pro reo ai fini del calcolo del termine di prescrizione;
- Effetto interruttivo della prescrizione derivante dall’interrogatorio di p.g.: viene disposto che anche l’interrogatorio reso dall’indagato alla polizia giudiziaria su delega del Pubblico Ministero determina l’interruzione (e non già la mera sospensione) del corso della prescrizione;
- Estensibilità degli effetti dell’interruzione della prescrizione: la nuova disciplina stabilisce che l’interruzione della prescrizione opera con riguardo a tutti coloro che hanno commesso il reato, mentre la sospensione ha efficacia solo per gli imputati nei confronti dei quali si procede. In altri termini, colui che riesce a sottrarsi, almeno in una prima fase del procedimento, alle indagini ed al giudizio penale sarà comunque soggetto ai più gravosi effetti interruttivi della prescrizione mentre non verrà scalfito dai periodi di mera sospensione dei termini estintivi del reato che andranno ad incidere, esclusivamente, sui correi condannati in primo e secondo grado. L’interruzione della prescrizione non potrà comportare, ad ogni modo, l’aumento di più della metà del tempo massimo di prescrizione anche per le principali fattispecie di reato contro la pubblica amministrazione.
Delega al Governo per la modifica del codice penale. La legge appena approvata attribuisce al Governo la delega per procedere, entro un anno, ad un’ulteriore riforma del codice penale (che entrerà in vigore dunque solo in futuro, allorché sarà definitivamente approntata dall’esecutivo). Il mandato del Parlamento prevede un penetrante intervento normativo sui seguenti istituti di diritto penale sostanziale:
Regime di procedibilità per alcuni reati: andrà prevista la procedibilità a querela di parte offesa per i reati contro la persona puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore, nel massimo, a 4 anni, fatta eccezione dei seguenti casi (per cui permarrà la procedibilità d’ufficio): - delitto di violenza privata (art. 610 c.p.) e reati contro il patrimonio;
- quando la persona offesa è incapace per età o per infermità;
- quando ricorrono particolari circostanze aggravanti;
- nei reati contro il patrimonio, quando il danno arrecato alla persona offesa sia di rilevante gravità.
Riforma delle misure di sicurezza personali: dovrà essere espressamente sancito il principio di irretroattività delle misure di sicurezza personali, per cui le stesse non potranno essere più applicate a seguito di fatti non preveduti come reato nel momento in cui sono stati commessi. Viene invocata la rivisitazione, con riferimento ai seminfermi di mente, del regime del cosiddetto «doppio binario», limitando l’applicazione congiunta di pena e misure di sicurezza personali solo ai soggetti responsabili dei reati di maggior allarme sociale (ex art. 407, comma 2, lett. a, c.p.p.), nella prospettiva del minor sacrificio possibile della libertà personale. Negli altri casi, dovrà essere prevista una forma di applicazione alternativa della sanzione propriamente punitiva rispetto alla misura di sicurezza e dovrà essere potenziato un diverso trattamento sanzionatorio del folle-reo, volto primariamente ad affrontare la patologia psichiatrica mediante il ricorso a trattamenti terapeutici o riabilitativi e mediante l’accesso a misure alternative, fatte salve eccezionali esigenze di tutela della collettività. Dovrà essere esplicitamente stabilita anche la durata massima delle misure di sicurezza personali e dovranno essere indicati nuovi strumenti per garantire l’accertamento periodico della pericolosità sociale dell’internato e, quindi, la revoca immediata delle misure di sicurezza personali allorché venga a cessare la pericolosità del reo. Di grande rilievo anche il mandato conferito al Governo per la revisione del modello definitorio dell’infermità mentale, con una peculiare considerazione, in conformità a consolidate posizioni scientifiche, dei disturbi della personalità. Verrà inoltre prevista, in caso di non imputabilità del reo per infermità totale di mente, l’adozione di nuove misure terapeutiche e di controllo da applicare tenendo conto della necessità di cura. Riforma del casellario giudiziale: Il Governo è delegato ad adottare un decreto legislativo per la revisione della disciplina del casellario giudiziale volto a favorire una maggiore protezione dei dati personali, la semplificazione e la riduzione degli adempimenti amministrativi, l’eliminazione delle iscrizioni pregiudizievoli al cittadino dopo un tempo ragionevole in relazione a fatti di modesta entità.
La riforma interviene immediatamente sulla disciplina dell’incapacità dell’imputato a partecipare al processo; sulle disposizioni in materia di elezione di domicilio; sulle regole imposte nell’ambito delle indagini preliminari e sulle procedure inerenti l’archiviazione del procedimento penale.
Definizione del procedimento per incapacità irreversibile dell’imputato: il nuovo art. 72 bis c.p.p. stabilisce che se lo stato mentale dell’imputato è tale da impedirne, in maniera irreversibile, la cosciente partecipazione al procedimento, il giudice pronuncia sentenza di proscioglimento, salvo che ricorrano i presupposti per l’applicazione di una misura di sicurezza diversa dalla confisca.
Elezione di domicilio presso il difensore di ufficio: la novella legislativa emenda l’art. 162 bis c.p.p., disponendo, al comma 4 bis, che l’elezione di domicilio presso il difensore di ufficio non ha effetto in assenza di esplicito consenso del difensore domiciliatario, ritualmente comunicato all’autorità giudiziaria.
Colloqui del difensore con il proprio assistito in custodia cautelare: la possibilità del GIP di impedire per non più di cinque giorni, su richiesta del Pubblico Ministero, i colloqui del difensore con il proprio assistito, a seguito di una misura restrittiva eseguita nel corso delle indagini preliminari, viene ora riconosciuta non più in via generalizzata ma, esclusivamente, con riguardo ai reati di maggior allarme sociale di cu all’art. 51, commi 3 bis e 3 quater, c.p.p. (nuovo art. 104, comma 3, c.p.p.).
Informazioni sullo stato del procedimento alla persona offesa dal reato: viene espressamente previsto che la persona offesa dal reato possa chiedere informazioni sullo stato del procedimento penale, decorsi sei mesi dalla presentazione della sua denuncia o querela. Le informazioni potranno essere rese dall’autorità procedente a condizione che non pregiudichino il segreto investigativo (art. 335, comma 3 ter, c.p.p.).
Accertamenti tecnici non ripetibili: ai sensi del nuovo art. 360, comma 4 bis, c.p.p., la riserva di promuovere incidente probatorio, espressa dall’indagato prima del conferimento dell’incarico al consulente del Pubblico Ministero, perde efficacia se l’incidente probatorio non è effettivamente richiesto entro dieci giorni;
Avocazione delle indagini da parte del procuratore generale in caso di inerzia decisionale del PM: la riforma introduce una disposizione che mira concretamente a velocizzare l’iter decisionale del Pubblico Ministero. Viene stabilito che, allo scadere del termine di durata massima delle indagini preliminari, il PM dovrà decidere entro tre mesi se chiedere l’archiviazione o esercitare l’azione penale, non potendo dilungare ulteriormente il termine così fissato per ogni sua ineludibile determinazione circa la notizia di reato. In caso di inerzia decisionale del PM, l’indagine sarà avocata dal procuratore generale presso la Corte di Appello. Suscita qualche perplessità la previsione in forza della quale viene conferito allo stesso Pubblico Ministero l’onere di dare immediata comunicazione, al procuratore generale, della propria biasimevole negligenza decisionale. È facile ipotizzare che, prima che il PM proceda ad “autodenunciarsi” al procuratore generale, sarà ben più facile che lo stesso provveda alla valutazione della fondatezza della notizia di reato. Rimane ovviamente immutata, ancorché non esplicitamente prevista, la possibilità che la persona offesa o lo stesso indagato sollecitino direttamente l’avocazione delle indagini da parte del procuratore generale. Tale disposizione è stata fortemente osteggiata dagli organi di rappresentanza associativa della magistratura che hanno intravisto, nel nuovo termine perentorio imposto alle statuizioni interenti l’esercizio dell’azione penale, una intollerabile interferenza lesiva dell’autonomia del pubblico ministero. Termine per formulare opposizione alla richiesta di archiviazione: il termine concesso alla persona offesa per opporsi alla richiesta di archiviazione del procedimento penale passa da 10 a 20 giorni, in forza della modifica apportata all’art. 408, comma 3, c.p.p.. In caso di furto in abitazione o con strappo, oltre che per i delitti commessi con violenza alla persona, il termine per proporre opposizione alla richiesta di archiviazione viene invece incrementato sino a 30 giorni (e non più 20).
Tempi del procedimento di archiviazione: la riforma indica tempi (ordinatori) precisi per la definizione del procedimento di archiviazione della notizia di reato. Nel caso in cui non condivida la richiesta del pubblico ministero, il giudice delle indagini preliminari dovrà fissare entro tre mesi la data dell’udienza in camera di consiglio e, successivamente ad essa, dovrà provvedere entro l’ulteriore termine di tre mesi nel caso in cui non ritenga necessarie altre investigazioni. Anche questa disposizione mira ad evitare dilatazioni eccessive nella durata delle indagini preliminari. Vengono inoltre previste alcune nuove cause di nullità del provvedimento di archiviazione del GIP che possono essere censurate dall’interessato, con apposito reclamo, innanzi al Tribunale in composizione monocratica (art. 410 bis c.p.p.).
Impugnazione della sentenza di non luogo a procedere: la sentenza di non luogo a procedere emessa dal GUP all’esito dell’udienza preliminare è ora impugnabile in appello, anziché direttamente in Cassazione, a seguito della modifica legislativa incidente sull’art. 428 c.p.p.. Il provvedimento del giudice di appello potrà essere a sua volta censurato innanzi alla Suprema Corte ma solo per alcune specifiche violazioni di diritto.
Giudizio abbreviato: la novella prevede, nel caso in cui la richiesta di rito abbreviato venga presentata dall’imputato subito dopo il deposito dei risultati delle indagini difensive, che il giudice provveda entro sessanta giorni, consentendo al pubblico ministero che ne faccia richiesta, di procedere ad indagini suppletive limitatamente ai temi introdotti dalla difesa. In tal caso l’imputato ha però facoltà di revocare la richiesta (art. 438, comma 4, c.p.p.). Viene formalmente specificato, a fronte di talune divergenze dottrinali e giurisprudenziali, che unitamente alla richiesta di giudizio abbreviato c.d. condizionato va proposta, quale istanza subordinata all’eventuale rigetto della scelta preferenziale del rito speciale, la richiesta di abbreviato c.d. secco, oppure di patteggiamento (art. 438, comma 5 bis, c.p.p.). Si stabilisce, inoltre, che la richiesta di giudizio abbreviato proposta nell’udienza preliminare vale a determinare la sanatoria delle nullità, sempre che non siano assolute, e la non rilevabilità delle inutilizzabilità, ad eccezione di quelle derivanti dalla violazione di un divieto probatorio. La scelta del rito abbreviato preclude altresì ogni questione sulla competenza per territorio del giudice (art. 438, comma 6 bis, c.p.p.). In caso di contravvenzione, la riduzione di pena prevista per la scelta del rito abbreviato viene aumentata alla metà e non già solo ad un terzo, come sin qui previsto.
Patteggiamento: la riforma limita la possibilità di impugnare in Cassazione la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti (c.d. patteggiamento), stabilendo che sia lo stesso giudice che ha emesso la sentenza a procedere, anche d’ufficio, alla correzione della specie o della quantità della pena applicata, in caso di mero errore nella denominazione o nel computo della sanzione penale. Il ricorso in Cassazione del PM o dell’imputato avverso la sentenza di patteggiamento può essere presentato, d’ora in poi, soltanto per motivi attinenti all’espressione della volontà dell’imputato, al difetto di correlazione tra la richiesta e la sentenza, all’erronea qualificazione giuridica del fatto e all’illegalità della pena o della misura di sicurezza (art. 448, comma 2 bis, c.p.p.).
Requisiti della sentenza: la novella individua con rinnovata precisione i requisiti formali di cui il giudicante deve tener conto all’atto della redazione della sentenza. In tal senso, la pronuncia del giudice dovrà contenere la concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la decisione è fondata, con l’indicazione dei risultati acquisiti e dei criteri di valutazione della prova adottati e con l’enunciazione delle ragioni per le quali il giudice ritiene non attendibili le prove contrarie, con riguardo: 1) all’accertamento dei fatti e delle circostanze che si riferiscono all’imputazione e alla loro qualificazione giuridica; 2) alla punibilità e alla determinazione della pena e della misura di sicurezza; 3) alla responsabilità civile derivante dal reato; 4) all’accertamento dei fatti dai quali dipende l’applicazione di norme processuali (nuovo art. 546, comma 1, lett. e, c.p.p.). Disciplina delle impugnazioni: la legge appena varata dal Parlamento introduce rilevanti novità anche in tema di impugnazioni penali. Il ricorso in Cassazione, d’ora in avanti, non potrà più essere proposto personalmente dall’imputato ma sempre e solo a mezzo del suo difensore. L’atto di impugnazione dovrà inoltre contenere, a pena di inammissibilità, anche l’indicazione delle prove delle quali si deduce l’inesistenza o l’omessa o erronea valutazione, nonché delle richieste «anche istruttorie» (nuovo art. 581 c.p.p.).
Concordato sui motivi in appello: la riforma reintroduce l’istituto del c.d. concordato sui motivi in appello, per cui le parti potranno accordarsi sull’accoglimento, in tutto o in parte, dei motivi appello, con rinuncia agli altri eventuali motivi. Se i motivi dei quali viene chiesto l’accoglimento comportano una nuova determinazione della pena, il pubblico ministero, l’imputato e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria indicano al giudice anche la pena sulla quale sono d’accordo. Tale forma di “giustizia concertata” è esclusa con riguardo ai procedimenti relativi ai reati di maggior allarme sociale (mafia, terrorismo ecc.), nonché per i delitti sessuali e, comunque, posti in essere da delinquenti abituali, professionali o per tendenza. La norma di cui all’art. 599 bis c.p.p., stabilisce espressamente altresì che spetterà al procuratore generale presso la Corte di Appello, sentiti i magistrati dell’ufficio e i procuratori della Repubblica del distretto, il compito di indicare «i criteri idonei a orientare la valutazione dei magistrati del pubblico ministero nell’udienza, tenuto conto della tipologia dei reati e della complessità dei procedimenti».
Rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in caso di appello: ai sensi del nuovo comma 3 bis che viene introdotto all’art. 603 c.p.p., nel caso di appello del pubblico ministero avverso una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa, il giudice deve necessariamente disporre la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale. Viene in tal senso formalmente recepita un’indicazione giurisprudenziale già espressa nell’ambito della giustizia comunitaria.
Ricorso in Cassazione: la riforma introduce misure volte a contenere ogni strumentale e dilatorio ricorso alla Suprema Corte. Con il provvedimento che dichiara inammissibile o rigetta l’impugnazione, la Cassazione potrà infatti condannare la parte privata che l’ha proposta a pagare una somma (da euro 258 ad euro 2065) che può essere aumentata fino al triplo, in ragione della causa di inammissibilità o di rigetto (art. 616 c.p.p.). Viene riconosciuta alla Corte la possibilità di dichiarare, senza alcuna formalità particolare, l’inammissibilità del ricorso nei casi di più lampante pretestuosità ed irregolarità ex art. 591 c.p.p.. A seguito di conferma della sentenza di proscioglimento da parte del giudice di appello, il ricorso per Cassazione è ora possibile solo per i vizi non strettamente attinenti alla pretesa illogicità della motivazione o alla mancata assunzione di una prova decisiva. La novella impone alle sezioni semplici della Suprema Corte di adire le Sezioni Unite, allorché non concordino con un principio di diritto già enunciato dal più eminente consesso della Cassazione.
Rescissione del giudicato: alla stregua del nuovo art. 629 bis c.p.p., il condannato o il sottoposto a misura di sicurezza con sentenza passata in giudicato, nei cui confronti si sia proceduto in assenza per tutta la durata del processo, può ottenere la rescissione del giudicato qualora provi che l’assenza è stata dovuta ad una incolpevole mancata conoscenza della celebrazione del processo.
Informazioni sull’azione penale relativa ai reati ambientali: la riforma dispone che il Pubblico Ministero, allorché esercita l’azione penale per i reati previsti nel codice dell’ambiente o per reati comunque comportanti un pericolo o un pregiudizio per l’ambiente, ha l’obbligo di dare «notizia dell’imputazione» anche al Ministero dell’Ambiente ed alla Regione interessata.
Priorità ai processi per corruzione: fra i processi a cui va assicurata «priorità assoluta», ai sensi dell’art. 132 bis, disp. att. c.p.p., vengono ora annoverati, in forza dell’esplicita integrazione normativa, i giudizi per concussione e per le varie ipotesi di corruzione.
Partecipazione al dibattimento a distanza: con la riforma del processo penale, la partecipazione a distanza al dibattimento penale, così come alle udienze civili, diviene regola imprescindibile per quanti si trovano in carcere per uno dei delitti previsti dall’art. 51, comma 3 bis, e 407, comma 2, lett. a), n. 4, c.p.p., fra cui risultano, fra gli altri, i reati di mafia e terrorismo. Anche al di là di tali ipotesi obbligatorie, il giudice può disporre con decreto motivato la partecipazione a distanza quando sussistano ragioni di sicurezza, qualora il dibattimento sia di particolare complessità e sia necessario evitare ritardi nel suo svolgimento, ovvero quando si deve assumere la testimonianza di persona a qualunque titolo in stato di detenzione presso un istituto penitenziario. Delega al Governo per la riforma del processo penale e dell’ordinamento penitenziario: nell’ambito dell’opera sistematica di revisione del codice di rito, viene attribuita al Governo la delega ad adottare decreti legislativi per la riforma della disciplina in materia di intercettazione di conversazioni o comunicazioni e di giudizi di impugnazione nel processo penale, nonché per la riforma dell’ordinamento penitenziario. A tali future e pur radicali innovazioni del nostro ordinamento è appena il caso di far richiamo, in questa sede, nell’attesa che si proceda concretamente alle singole modifiche normative, secondo i principi ed i criteri direttivi indicati dal Parlamento. L’intervento legislativo demandato all’esecutivo dovrà, in linea di massima, assicurare maggiore riservatezza alle registrazioni di conversazioni telefoniche e ambientali o alle comunicazioni informatiche e telematiche contenenti dati sensibili non penalmente rilevanti; dovrà regolare l’utilizzo dei captatori informatici (c.d. trojan) per fini investigativi; dovrà arginare ulteriormente il ricorso a pratiche dilatorie di impugnazione dei provvedimenti giudiziari. Il Governo viene inoltre sollecitato ad operare una integrale riforma dell’ordinamento penitenziario che sia in grado di favorire l’accesso alle misure alternative alla detenzione, la diffusione delle esperienze di giustizia riparativa, il lavoro intramurario, la tutela delle donne recluse e delle detenute madri. La delega legislativa in materia di intercettazioni dovrà essere esercitata dall’esecutivo entro tre mesi, mentre per le altre riforme in materia di impugnazioni ed ordinamento penitenziario si dovrà provvedere entro un anno dall’entrata in vigore della legge.
Avv. Luca Petrucci – Avv. Giulio Vasaturo
La Camera dei Deputati, nel corso della seduta parlamentare del 14 giugno scorso, ha definitivamente approvato con 267 voti favorevoli e 136 contrari, la legge di riforma del codice penale, del codice di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario. Il legislatore ha così varato una revisione ... Continua a leggere
domenica 20 luglio 2014 14:27
Licenziamento senza preavviso del personale delle aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo: l’art. 38, comma 7, del c.c.n.l. del 5 aprile 1996 che prevede che il "procedimento disciplinare … è sospeso fino alla sentenza definitiva” va inteso nel senso che è lo stesso inizio del procedimento disciplinare ad essere sospeso e l’Amministrazione ha poi 180 giorni “da quando … ha avuto notizia della sentenza definitiva” per iniziare il procedimento, oltre che per riattivare quello già iniziato e sospeso
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 7.7.2014
L’art. 38, commi 5 e 6, del c.c.n.l. del 5 aprile 1996 del comparto del personale delle aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo - che prevede che la sanzione disciplinare del licenziamento senza preavviso si applica per "commissione in servizio di gravi fatti illeciti di rilevanza penale per i quali sia fatto obbligo di denuncia" e che l'Amministrazione inizia il procedimento disciplinare ed inoltra la denuncia penale, ma il procedimento disciplinare rimane sospeso fino alla sentenza definitiva - deve essere interpretato nel senso che, laddove l'Amministrazione sia venuta a conoscenza di gravi fatti illeciti penalmente rilevanti e sia tenuta per legge a denunciarli, e' anche facoltizzata ad attivare subito il procedimento disciplinare, che rimane sospeso fino alla sentenza definitiva.
Ma ciò non si verifica allorché la denuncia dei “gravi fatti illeciti” sia stata fatta da un terzo ( nella fattispecie, sotto forma di un esposto alla competente Procura della Repubblica presso il Tribunale ) ed abbia comportato l’avvio del procedimento penale.
Legittimamente, quindi, l’Amministrazione, in tale ipotesi, attende, come nel caso di specie ha fatto, l’ésito del giudizio penale prima di avviare il procedimento disciplinare ( Cassazione civile, sez. lav., 10/03/2010, numero 5806 ); ésito, peraltro, correttamente da essa poi individuato nella sentenza della Corte d’Appello di Cagliari che ha dichiarato il non luogo a procedere in ordine al reato ascritto ( art. 314 c.p. ).
Pertanto, l’art. 38, comma 7, del citato c.c.n.l., cui è riconducibile la fattispecie all’esame, laddove prevede che, al di fuori dei casi previsti dal comma 6 ( che sono quelli in cui “l’amministrazione inizia il procedimento disciplinare ed inoltra la denuncia penale” ), “il procedimento disciplinare … è sospeso fino alla sentenza definitiva”, va inteso nel senso che in tal caso è lo stesso inizio del procedimento disciplinare ad essere sospeso; sì che poi l’Amministrazione ha 180 giorni “da quando … ha avuto notizia della sentenza definitiva” ( comma 8 dello stesso art. 38 ) per iniziare il procedimento, oltre che, eventualmente, per riattivare quello già iniziato e sospeso.
Del resto, anche la L. 27 marzo 2001, n. 97, mirata specificamente a dettare norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare e sugli effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, all'art. 5, comma 4 ( cui peraltro il T.A.R. ha fatto espresso riferimento nel ritenere il contestato avvio del procedimento amministrativo conforme alle disposizioni vigenti, con statuizione rimasta esente da critiche e dunque inoppugnata e quindi, in quanto passata in giudicato, idonea di per sé a rendere non più contestabile tale conformità, con ricadute sulla stessa ammissibilità della censura all’esame ), dispone che, nel caso sia pronunciata sentenza penale irrevocabile di condanna nei confronti dei dipendenti pubblici privatizzati, ancorche' a pena condizionalmente sospesa, l'estinzione del rapporto di lavoro o di impiego puo' essere pronunciata a seguito di procedimento disciplinare; e il procedimento disciplinare deve avere inizio, o, in caso di intervenuta sospensione, deve proseguire, entro il termine di novanta giorni dalla comunicazione della sentenza all'amministrazione o all'ente competente per il procedimento disciplinare.
In tal modo le due norme ( la previsione contenuta nel comma 4 dell'art. 5 della legge n. 97 del 2001 è espressamente riferita ai soli casi di sentenza irrevocabile di condanna intervenuta per reati contro la Pubblica Amministrazione da cui possa conseguire l'estinzione del rapporto di lavoro, mentre per tutte le altre ipotesi, ed in assenza di specifiche previsioni diverse, trova applicazione l'art. 38 cit. ) ben si raccordano, nel senso che in entrambe le ipotesi, laddove la pendenza di un procedimento penale abbia determinato il mancato inizio o la sospensione del procedimento disciplinare per gli stessi fatti oggetto del primo, entro un determinato termine decorrente dalla ricezione da parte dell’Amministrazione della comunicazione dell’intervenuta sentenza definitiva deve intervenire l’inizio ( od il riavvio ) del secondo.
Nella specie – come correttamente ritenuto dal Giudice di primo grado – il suddetto termine di 180 gg. dalla ricezione della comunicazione della sentenza, intervenuta il 21 febbraio 2005, è stato ampiamente rispettato, essendo stata poi fatta la contestazione dell’addebito il successivo 5 marzo, notificata all’interessato il 15 dello stesso mese; donde l’irrilevanza delle deduzioni dell’interessato circa la natura recettizia dell’atto di contestazione, dal momento che anche la relativa notifica risulta ampiamente in termini rispetto al detto arco temporale.
Né rilevano le osservazioni dell’appellante circa la non addebitabilità al suo comportamento del fatto che, nel caso di specie, l’Amministrazione abbia ricevuto la comunicazione della sentenza definitiva più di sei mesi dopo il suo passaggio in giudicato........Ed invero la veduta disposizione del contratto collettivo è inequivoca nel riferire il decorso del termine stabilito alla “notizia”, che l’Amministrazione abbia avito della sentenza definitiva.
La fissazione del predetto termine risponde poi con tutta evidenza, da un lato, all’esigenza di non procrastinare eccessivamente il potere disciplinare dell’Amministrazione, così tutelandosi il diritto del lavoratore all’affidamento sulla stabilità e continuità del rapporto; dall’altro, alla necessità di non far decorrere il termine stesso prima del passaggio in giudicato della sentenza penale e prima che l’Amministrazione datrice di lavoro abbia avuto conoscenza della sentenza stessa, così evitandosi che il termine decorra in un periodo nel quale la predetta Amministrazione sia oggettivamente impossibilitata ad esercitare ogni valutazione in ordine alla instaurazione, ovvero alla riattivazione, della procedura disciplinare ( Cassazione civile, sez. lav., 22/10/2009, numero 22418 ).
Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".
L’art. 38, commi 5 e 6, del c.c.n.l. del 5 aprile 1996 del comparto del personale delle aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo - che prevede che la sanzione disciplinare del licenziamento senza preavviso si applica per "commissione in servizio di gravi fatti illeciti di rile ... Continua a leggere
giovedì 17 maggio 2012 11:13
Il Giudice dell'ottemperanza infligge alla P.A. la sanzione di € 50 per ogni giorno di ritardo nell'esecuzione della sentenza
Nel caso di specie il Collegio ha accolto la specifica domanda presentata dalla parte ricorrente ex articolo 114, comma 4, lettera e) del codice del processo amministrativo, che ha introdotto, in via generale, nel processo amministrativo, l’istituto della cd. penalità di mora, già regolato per il processo civile, con riguardo alle sentenze aventi per oggetto obblighi di fare infungibile o di non fare, dall’art. 614 bis del codice di procedura civile, aggiunto dall’art. 49 della legge 18 giugno 2009, n. 69. Anche con la sentenza di ottemperanza, può invero essere fissata, salvo che ciò sia manifestamente iniquo, e in assenza di ulteriori ragioni ostative, su richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dal resistente per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell'esecuzione del giudicato, con una statuizione costituente titolo esecutivo. La misura prevista dall’art. 114 comma 4 lettera e) del c.p.a. va infatti considerata applicabile anche alle sentenze di condanna pecuniarie della p.a., trattandosi di un modello normativo caratterizzato da importanti differenze rispetto alla previsione di cui all’art. 614-bis c.p.c., (applicabile solo alla violazione di obblighi di fare infungibile o di non fare). La citata misura (Consiglio di Stato, sez. V, sentenza 6688 del 20 dicembre 2011), assolve infatti ad una finalità sanzionatoria e non risarcitoria in quanto non è volta a riparare il pregiudizio cagionato dall’esecuzione della sentenza ma a sanzionare la disobbedienza alla statuizione giudiziaria e stimolare il debitore all’adempimento. Nel processo amministrativo l’istituto presenta un portata applicativa più ampia che nel processo civile, in quanto l’art. 114, comma 4, lettera e), del codice del processo amministrativo non ha riprodotto il limite, stabilito della norma di rito civile, della riferibilità del meccanismo al solo caso di inadempimento degli obblighi aventi per oggetto un non fare o un fare infungibile. Detta soluzione va ricondotta alla peculiarità del rimedio dell’ottemperanza che, grazie al potere sostitutivo esercitabile dal giudice in via diretta o mediante la nomina di un commissario ad acta, non trova, a differenza del giudizio di esecuzione civile, l’ostacolo della non surrogabilità degli atti necessari al fine di assicurare l’esecuzione in re del precetto giudiziario; ne deriva che, nel sistema processuale amministrativo, lo strumento in esame non mira a compensare gli ostacoli derivanti dalla non diretta coercibilità degli obblighi di contegno sanciti dalla sentenza del giudice civile mentre del rimedio processule civilistico è volto alla generale finalità di dissuadere il debitore dal persistere nella mancata attuazione del dovere di ottemperanza. Nel caso di specie risultano sussistenti tutti i presupposti stabiliti dall’art. 114 cit. per l’applicazione della sanzione: la richiesta di parte, formulata con il ricorso, l’insussistenza di profili di manifesta iniquità e la non ricorrenza di altre ragioni ostative. La misura della sanzione va dunque effettuata, in difetto di disposizione sul punto da parte del codice del processo amministrativo, ai parametri di cui all’art. 614 bis del codice di procedura civile e si deve valutare congrua, in ragione della gravità dell’inadempimento, del valore della controversia, della natura della prestazione, dell’entità del danno e delle altre circostanze, oggettive e soggettive, del caso concreto, la misura di € 50 al giorno, da corrispondere per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione della sentenza dopo il decorso dei termini prima assegnati di sessanta giorni dalla comunicazione o, se anteriore, notificazione della presente sentenza e di sessanta giorni per l’effettivo pagamento, e fino all’effettivo pagamento ad opera dell’amministrazione o del Commissario ad acta.
Nel caso di specie il Collegio ha accolto la specifica domanda presentata dalla parte ricorrente ex articolo 114, comma 4, lettera e) del codice del processo amministrativo, che ha introdotto, in via generale, nel processo amministrativo, l’istituto della cd. penalità di mora, già regolato per il p ... Continua a leggere
venerdì 24 febbraio 2017 13:28
Parcheggio interrato: il principio di generale rilevanza paesaggistica
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 24.2.2017
La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza depositata il 24 febbraio 2017 ha affermato che "Anche la realizzazione di un parcheggio interrato comporta alterazione dell’aspetto visibile dei luoghi attraverso le necessarie opere complementari fuori terra -ad esempio l’accesso e le prese d’areazione- per le quali un problema di compatibilità paesaggistica si pone: così in un caso analogo si è espressa la sentenza della Sezione 3 giugno 2014, n. 2835.
Vale poi quanto affermato, sempre in un caso analogo, dalla sentenza della Sezione 11 settembre 2013, n. 4503.
L’art. 167 del d. lgs. 42/2004, comma 2 lettera a), non consente la sanatoria di lavori “realizzati in assenza o difformità dall'autorizzazione paesaggistica”, i quali abbiano comunque determinato “creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”, e quindi non distingue fra costruzioni fuori terra e costruzioni interrate o seminterrate.
Se ne ricava, in base alla comune logica, un principio di generale rilevanza paesaggistica anche delle costruzioni di questo tipo, che devono quindi essere autorizzate al pari delle costruzioni fuori terra quando siano oggetto di nuove opere, restando soggette a tutti i divieti e limiti come quello che qui rileva.".
Per approfondire leggi il testo integrale della sentenza.
La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza depositata il 24 febbraio 2017 ha affermato che "Anche la realizzazione di un parcheggio interrato comporta alterazione dell’aspetto visibile dei luoghi attraverso le necessarie opere complementari fuori terra -ad esempio l’accesso e le prese d ... Continua a leggere
venerdì 18 ottobre 2013 11:47
Azioni impeditive dell’attività di vigilanza posta in essere dagli Ispettori del Lavoro
segnalazione del Prof. Stefano Olivieri Pennisi della sentenza della Corte di Cassazione
Qualsiasi condotta tesa ad ostacolare la funzioni svolte dal personale ispettivo di Tutela del Lavoro è passibile di sanzione, sia essa di natura penale ovvero amministrativa. Specificamente, si fa riferimento alla sanzione penale scaturente dal rifiuto di fornire notizie come anche notizie errate od incomplete. Infatti, ai sensi della legge n.628/1961 art.4 comma7… è penalmente sanzionato con l’arresto sino a due mesi o l’ammenda sino a 516,oo euro il comportamento di “coloro che legalmente richiesti dall’Ispettorato di fornire notizie (…) non le forniscono o le diano scientemente errate od incomplete”.
Con la sentenza della Cassazione sez. III penale da ultimo depositata si è inteso affermare che il reato in questione si configura anche per l’omessa esibizione di documentazione che permetta agli Ispettori del Lavoro di vigilare compiutamente sull’osservanza delle norme in materia di rapporti di lavoro, previdenza e assistenza sociale, prevenzione e igiene del lavoro, nonché applicazione dei contratti collettivi categoriali, ivi comprese le norme assunzionali e relativi obblighi contributivi.
Qualsiasi condotta tesa ad ostacolare la funzioni svolte dal personale ispettivo di Tutela del Lavoro è passibile di sanzione, sia essa di natura penale ovvero amministrativa. Specificamente, si fa riferimento alla sanzione penale scaturente dal rifiuto di fornire notizie come anche notizie errate ... Continua a leggere
giovedì 29 marzo 2012 11:42
Il Giudice amministrativo può utilizzare come fonte anche esclusiva del proprio convincimento le prove raccolte nel giudizio penale conclusosi con sentenza non esplicante autorità di giudicato nei confronti di tutte le parti della causa amministrativa
Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha affermato che sebbene la sentenza penale dibattimentale di assoluzione non può esplicare autorità di cosa giudicata nel giudizio amministrativo ex art. 654 cod. proc. pen., non essendosi il Comune costituito parte civile nel processo penale, né essendo provato che lo stesso sia stato posto in grado di costituirsi in tale veste, tuttavia, secondo i principi generali che presiedono alla valutazione delle risultanze istruttorie, enunciati dall’art. 116 cod. proc. civ. ed oggi espressamente codificati nel processo amministrativo dall’art. 64 cod. proc. amm., il giudice amministrativo (o civile) ben può utilizzare – in mancanza di qualsiasi divieto di legge e in ossequio al principio dell’atipicità delle prove – come fonte anche esclusiva del proprio convincimento le prove raccolte nel giudizio penale conclusosi con sentenza non esplicante autorità di giudicato nei confronti di tutte le parti della causa amministrativa (o civile), e ricavare gli elementi di fatto dalla sentenza e dagli altri atti del processo penale, purché le risultanze probatorie siano sottoposte a un autonomo vaglio critico svincolato dall’interpretazione e dalla valutazione che ne abbia già dato il giudice penale, e purché la valutazione del materiale probatorio sia effettuata in modo globale e non frammentaria e limitata a singoli elementi di prova (v. in tal senso, per tutte, Cass. 29 ottobre 2010, n. 22200; Cass. 2 marzo 2009, n. 5009; Cass. 7 febbraio 2005, n. 2409).
Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha affermato che sebbene la sentenza penale dibattimentale di assoluzione non può esplicare autorità di cosa giudicata nel giudizio amministrativo ex art. 654 cod. proc. pen., non essendosi il Comune costituito parte civile nel processo penale, né essen ... Continua a leggere
mercoledì 7 marzo 2012 09:30
Il sequestro penale del manufatto abusivo non impedisce l'esecuzione dell'ingiunzione comunale di demolizione e di ripristino dello stato dei luoghi Consiglio di Stato
Il sequestro penale del manufatto abusivo non impedisce l'esecuzione dell'ingiunzione comunale di demolizione e di ripristino dello stato dei luoghi
In tema di tutela penale del territorio, l'esistenza di un sequestro penale sul manufatto abusivo oggetto di ingiunzione comunale di demolizione e di ripristino dello stato dei luoghi non determina la sospensione del termine di novanta giorni, il cui decorso comporta, in caso di inottemperanza, l'acquisizione gratuita di diritto al patrimonio del comune (art. 31 d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380). (In motivazione la Corte, nell'enunciare il predetto principio, ha precisato che il sequestro non rientra tra gli "impedimenti assoluti" che non consentono di dare esecuzione all'ingiunzione, stante il disposto dell'art. 85 disp. att. c.p.p.).”(Cassazione penale , sez. III, 14 gennaio 2009 n. 9186).
In tema di tutela penale del territorio, l'esistenza di un sequestro penale sul manufatto abusivo oggetto di ingiunzione comunale di demolizione e di ... Continua a leggere
sabato 14 dicembre 2013 14:02
Dipendenti di amministrazioni statali: le condizioni per ottenere il rimborso delle spese legali relative alla difesa nel procedimento penale conclusi con sentenza o provvedimento che escluda la responsabilità
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III
L’art. 18 del d.l. 67/1997 dispone che “Le spese legali relative a giudizi per responsabilità civile, penale e amministrativa, promossi nei confronti di dipendenti di amministrazioni statali in conseguenza di fatti ed atti connessi con l'espletamento del servizio o con l'assolvimento di obblighi istituzionali e conclusi con sentenza o provvedimento che escluda la loro responsabilità, sono rimborsate dalle amministrazioni di appartenenza nei limiti riconosciuti congrui dall'Avvocatura dello Stato”. Si tratta – si è osservato - di una forma di tutela che si giustifica nel fatto, e sul presupposto, che il dipendente pubblico, che viene convenuto in giudizio in tale sua veste, non è portatore di un interesse suo proprio ma della pubblica amministrazione per la quale ha agito.
Di conseguenza, nella misura in cui il dipendente sia portatore di un interesse altruistico, a beneficio della collettività di cui l’amministrazione è espressione, ovvero “al servizio esclusivo della Nazione”, per riprendere l’impegnativa formula dell’art. 98 Cost., si pone l’esigenza che la P.A. (e per essa la comunità degli amministrati) tenga indenne il dipendente stesso per le spese legali che dovrebbe sostenere o che ha realmente sostenuto ogni qualvolta è chiamato a rispondere del suo operato pubblico in sede penale, civile ed amministrativa.
In una logica più privatistica del rapporto, si è fatto anche richiamo al modello del mandato di diritto civile e alla previsione di cui all’art. 1720 c.c. - secondo cui “il mandante deve rimborsare al mandatario le anticipazioni….. dal giorno in cui sono state fatte, e deve pagargli il compenso che gli spetta. Il mandante deve, inoltre, risarcire i danni che il mandatario ha subito a causa dell’incarico” - per affermare l’esistenza di un principio generale, immanente nel sistema, e di un limite, non meno generale, dato dal fatto che il mandatario abbia pur sempre agito in vantaggio e non in danno del mandante (v. Cons. St., V, n. 6113/2009). La tutela legale, sia in generale che nell’ipotesi specifica dell’art. 18 d.l. 67/1997 che si riferisce ai soli dipendenti di amministrazioni statali, postula una serie di condizioni, ossia che:
-1) il giudizio (in questo caso, penale) sia promosso nei confronti del (e non dal) dipendente pubblico;
-2) il soggetto abbia la qualifica di dipendente pubblico (nel caso in esame, di dipendente dell’amministrazione dello Stato);
-3) vi sia una connessione dei fatti contestati con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali;
-4) una sentenza o un provvedimento ne abbia escluso la responsabilità;
-5) le spese siano state ritenute congrue dall’Avvocatura dello Stato.
L’art. 18 del d.l. 67/1997 dispone che “Le spese legali relative a giudizi per responsabilità civile, penale e amministrativa, promossi nei confronti di dipendenti di amministrazioni statali in conseguenza di fatti ed atti connessi con l'espletamento del servizio o con l'assolvimento di obblighi is ... Continua a leggere
domenica 30 novembre 2014 10:00
Responsabilità penale e contabile: quando nei confronti della stessa persona pendano contemporaneamente procedimento penale e procedimento contabile, la sospensione di quest’ultimo è rimessa alla discrezionalità del giudice segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte dei Conti Sezione giurisdizionale per il Lazio del 24.11.2014
Nel giudizio in esame la Corte dei Conti ha respinto la richiesta di sospensione del giudizio contabile in attesa dell’esito del giudizio penale.In sostanza il Collegio - fermo il principio dell’autonomia dei giudizi penale e amministrativo contabile, ribadito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza 19 febbraio 1997, n. 1532), nel senso che la sospensione è necessaria solo quando la previa definizione di altra controversia ( penale ) pendente davanti ad altro giudice sia imposta da un’espressa disposizione di legge ovvero quando rivesta un carattere di pregiudizialità tale da costituire indispensabile antecedente logico giuridico dal quale dipenda la decisione della causa pregiudicata ed il cui accertamento sia richiesto con efficacia di giudicato – ritiene che la sospensione, quando cessa di essere necessaria, diviene facoltativa, e rientra nel potere discrezionale del Giudice di merito.In conclusione, come la stessa giurisprudenza della Corte dei conti ha avuto modo di stabilire (fra le molte: Sezione I centrale, 16 giugno 2003, n. 210/A e 3 marzo 2003, n. 14; Sezione II centrale, 28 ottobre 2003, n. 440/A), quando nei confronti della stessa persona pendano contemporaneamente procedimento penale e procedimento contabile, quest’ultimo non deve essere necessariamente sospeso (mancando la norma che a ciò obblighi il Giudice della responsabilità e per la mancanza di una imprescindibile pregiudizialità logico giuridica tra i processi), ma potrebbe esserlo soltanto ove il Giudice della responsabilità ritenga discrezionalmente che ne risulti l’opportunità processuale.Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte dei Conti Sezione giurisdizionale per il Lazio del 24.11.2014
Nel giudizio in esame la Corte dei Conti ha respinto la richiesta di sospensione del giudizio contabile in attesa dell’esito del giudizio penale.In sostanza il Collegio - fermo il principio dell’autonomia dei giudizi penale e amministrativo contabile, ribadito dalle Sezioni Unite della Corte di Cas ... Continua a leggere
mercoledì 4 gennaio 2012 09:43
Il dipendente pubblico condannato in sede penale ha diritto di recuperare le retribuzioni perse durante il periodo di sospensione cautelare dal servizio
In base all’articolo 96, comma 2, del d.P.R. n. 3/1957, un pubblico dipendente, già cautelativamente sospeso dal servizio, condannato in sede penale e sottoposto a procedimento disciplinare definito con una sanzione diversa dalla destituzione dell’impiego, ha diritto alla restituito in integrum per il periodo di sospensione cautelare sofferto in eccedenza rispetto alla durata della sanzione disciplinare. Dal quantum dovuto a titolo di restituzione delle retribuzioni perse durante il periodo di sospensione cautelare, va però dedotto l’importo delle retribuzioni corrispondenti al tempo della condanna penale detentiva, quand’anche questa non sia stata interamente scontata (nello stesso senso: Cons. Stato, VI, 3 febbraio 2009, n. 575): invero, la restituzione inerisce, nella sua sostanza giustificativa, all’immediata emersione della non imputabilità al pubblico dipendente del rapporto di servizio e della prestazione lavorativa cui è tenuto. Nel caso di sospensione facoltativa dal servizio, l’interruzione della prestazione lavorativa è imputabile ad una valutazione discrezionale dell’Amministrazione, con riguardo non solo alla opportunità, ma anche alla durata e al mantenimento della sospensione. Il che rende ininfluente che il dipendente sia stato assolto con sentenza definitiva.
In base all’articolo 96, comma 2, del d.P.R. n. 3/1957, un pubblico dipendente, già cautelativamente sospeso dal servizio, condannato in sede penale e sottoposto a procedimento disciplinare definito con una sanzione diversa dalla destituzione dell’impiego, ha diritto alla restituito in integrum per ... Continua a leggere
giovedì 23 febbraio 2017 14:12
Militari: la sospensione precauzionale facoltativa connessa a procedimento penale
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 8.2.2017
L’art. 916 d. lgs. 15 marzo 2010 n. 66 (Codice dell’ordinamento militare), all’art. 916, nell’ambito della Sezione IV (Capo II del Titolo V), dedicata ai casi di “sospensione dall’impiego”, prevede, oltre alla “sospensione a seguito di condanna penale” (art. 914), ed alla “sospensione precauzionale obbligatoria” (art. 915), anche la “sospensione precauzionale facoltativa connessa a procedimento penale” (art. 916), la quale “può essere applicata nei confronti di un militare se lo stesso è imputato per un reato da cui può derivare la perdita del grado” e non può avere comunque durata superiore a cinque anni (art. 919, co. 1).
Sulla base di tale richiamo normativo la Quarta sezione del consiglio di stato con sentenza depositata in data 8 febbraio 2017 ha affermato che "Ciò, dunque, che funge da necessario presupposto perché l’amministrazione militare possa valutare se disporre (o meno) la sospensione precauzionale facoltativa – che ha natura di misura cautelare e non già di sanzione - è l’essere il militare imputato per un reato da cui può derivare la perdita del grado.
Quest’ultima (che è “sanzione disciplinare di stato”) può essere conseguenza:
-	o di procedimento disciplinare (art. 865);
-	ovvero (senza procedimento disciplinare), per i casi in cui vi sia “condanna definitiva, non condizionalmente sospesa, per reato militare o delitto non colposo che comporti la pena accessoria della rimozione o della interdizione temporanea dai pubblici uffici, oppure una delle pene accessorie di cui all’art. 19, comma 1, numeri 2) e 6) del codice penale” (art. 866).
In particolare, per quel che interessa nella presente sede, giova ricordare che l’art. 29 cod. pen., prevede che la interdizione temporanea dai pubblici uffici consegua ad una condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a tre anni.
In virtù dei rinvii effettuati dalle norme ora indicate, può dunque affermarsi che l’applicazione della sospensione precauzionale facoltativa può aversi allorchè il militare sia imputato (cioè vi sia stato esercizio nei suoi confronti dell’azione penale, in uno dei modi previsti dal c.p.p.) e che lo sia per un reato per il quale la eventuale futura condanna possa comportare l’applicazione della pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici, e cioè per un delitto la cui pena edittale massima sia pari o superiore a tre anni.
In altre parole, l’art. 916 del Codice dell’ordinamento militare, nell’individuare il presupposto perché l’amministrazione possa valutare l’applicazione (o meno) della misura cautelare facoltativa fa riferimento a reati (e più precisamente, a delitti) che “possono” astrattamente comportare l’applicazione della pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici, e non già alla pena irrogata in concreto.
Quanto ora affermato per un verso risponde alla normale tecnica di rinvio degli istituti di diritto penale sostanziale e processuale, in assenza di diverse e specifiche indicazioni, sia in quanto l’art. 916 si riferisce ad un militare “imputato” e, dunque, ad un soggetto non già condannato bensì nei confronti del quale si procede per uno dei reati per i quali potrebbe trovare (in astratto) applicazione la pena accessoria considerata.
Ovviamente, ferma la necessità che si proceda nei confronti del militare per uno dei reati (delitti) ora indicati, stante la natura facoltativa della misura cautelare, compete all’amministrazione militare vagliare, in esercizio della propria potestà discrezionale, la opportunità dell’applicazione della misura, per il tramite di un giudizio congruamente motivato.
Tale giudizio – ferma la verifica dell’esistenza dei presupposti di legge e della competenza dell’autorità che dispone la misura – è sottoposto al sindacato di legittimità del giudice amministrativo - onde non invadere il “merito” amministrativo – nei limiti del difetto di motivazione ovvero della irragionevolezza o illogicità di quanto disposto.
Nella vicenda esaminata dal Collegio, un carabiniere è stato condannato, all’esito del giudizio di I grado, ad un anno e sei mesi di reclusione per i delitti di simulazione di reato e di falso materiale in atto pubblico; delitti per i quali il limite massimo edittale di pena è, rispettivamente, di tre anni (nel caso della simulazione: art. 367 c.p.) e di sei anni, nel caso di falso materiale (art. 476 c.p.), elevato a dieci anni, se si tratta di atto che faccia fede fino a querela di falso (art. 476, cpv.).
Come è dato osservare, si tratta di delitti per i quali l’applicazione della pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici è astrattamente possibile, e, dunque, di reati per i quali, in base a quanto innanzi esposto, può trovare applicazione la misura cautelare della “sospensione precauzionale facoltativa”.
A fronte di tali considerazioni, non assume rilievo:
- né che vi sia stata condanna in I grado, ben potendo la misura cautelare essere applicata (ovvero permanere) fintanto che è pendente il giudizio penale, nei limiti temporali previsti dall’art. 919 cod. mil.;
- né che la pena irrogata in concreto sia stata inferiore a tre anni, e dunque non abbia comportato l’interdizione temporanea dai pubblici uffici, posto che – come si è detto – l’art. 916 fa riferimento alla pena editale massima per i delitti ivi indicati, e non già a quella irrogata in concreto.
Né, a maggior ragione, possono essere condivise le argomentazioni dell’appellato, laddove fa riferimento:
-	ad una applicazione della misura precauzionale per i casi di condanna penale (pag. 15 memoria 31 ottobre 2016), poiché non è necessaria la intervenuta sentenza di condanna;
-	ovvero laddove afferma che “una volta pronunciata la decisione, anche di I grado, la concreta irrogazione della sospensione non può prescindere dall’esito del giudizio, poiché altrimenti si rischierebbe di consentire l’adozione di una sanzione in assenza dei presupposti essenziali” (pagg. 19-20), poiché, come s è detto, la sospensione precauzionale è misura cautelare e non ha natura di sanzione."
Per continuare la lettura della sentenza accedi al data base
L’art. 916 d. lgs. 15 marzo 2010 n. 66 (Codice dell’ordinamento militare), all’art. 916, nell’ambito della Sezione IV (Capo II del Titolo V), dedicata ai casi di “sospensione dall’impiego”, prevede, oltre alla “sospensione a seguito di condanna penale” (art. 914), ed alla “sospensione precauzionale ... Continua a leggere
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LA GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA IN CODICE ROSSO: DIAGNOSI e CURAa cura della Prof.ssa Clara Di Maggio e del Pres. Franco Bianchi
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 art. 367
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