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Timestamp: 2019-08-23 18:11:08+00:00

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Tributaria Archivi - Pagina 4 di 25
Nullo l’avviso di accertamento firmato da un funzionario illegittimo (CTP di Lecce, 21/05/2015, n. 1789/02/2015)
La Coop C.S.S. R. – ******à Cooperativa a r.l. – propone ricorso contro l’avviso di accertamento – n.(omissis) – con il quale l’Agenzia delle Entrate notificava di aver proceduto alla rettifica della dichiarazione dei redditi attribuibili alla stessa per l’anno d’imposta 2009; risulta dall’avviso opposto che tale rettifica trae la sua origine da una verifica, sulle attività sociali di alcune unità operativa della stessa Coop, posta in essere da parte della Guardia di Finanza, dell’Arma dei Carabinieri, dell’Ispettorato del Lavoro e dell’Azienda Sanitaria Locale, nel periodo 17/11/2010-26/10/2011; il verbale redatto il 26/10/2011, a conclusione della verifica aveva evidenziato la sussistenza di alcune irregolarità per gli anni dal 2006 al 2010, che costituivano indice di costituzione fittizia di società cooperativa, con carattere commerciale dell’attività, con distribuzione indiretta di utili ai soci, con la conseguente perdita del diritto alle agevolazioni previste per le Coop, ed il recupero a tassazione dei ricavi.
In particolare, per l’anno 2009, veniva accertato un reddito imponibile di €. 343.960,13 a fini Irpef un maggior valore della produzione di €. 283.108,13 a fini Irap, una maggiore imposta dovuta di iva in €. 26.744,37, nonché recuperata l’*** non detraibile in €. 6.530,23; venivano irrogate sanzioni in conseguenza.
La ricorrente eccepisce l’illegittimità dell’avviso suddetto, per violazioni delle norme riguardanti lo svolgimento della verifica nelle sedi dell’azienda, nonché per difetto di motivazione e di sottoscrizione dell’atto e per la carenza di prova dei fatti contestati; nel merito lamenta l’infondatezza delle contestazioni, e conseguentemente l’illegittimità delle sanzioni; chiede l’annullamento dell’atti.
Si è costituita l’Agenzia, la quale ha sostenuto la regolarità e legittimità della condotta degli agenti nell’esecuzione delle operazioni di verifica; ha confermato la sufficienza della motivazione dell’avviso, dato che fa riferimento ad atti conosciuti dalla contribuente; nel merito ha sostenuto la fondatezza dei rilievi con precisione e chiarezza contestati, e la conseguente legittimità della sanzioni irrogate.
Con successive memorie (in data 14/10/2013, in data 22/11/2013 ed in data 17/11/2014) la ricorrente si è riportata al ricorso ed ha insistito sulla regolarità del suo comportamento fiscale, neanche sulla sussistenza del carattere di mutualità e dell’azienda, allegando copia dell’atto di verifica effettuata con esito favorevole dal Ministero delle Attività Produttive – Direzione Generale Ente Cooperative – ente cui è delegata la vigilanza sulle Coop.
Con ulteriore memoria, qui pervenuta in data 13/4/2015, la ricorrente ha ulteriormente insistito nella richiesta di annullamento dell’avviso contestato per illegittimità della sua sottoscrizione, invocando a tal fine la Sentenza della Corte Costituzionale 17/3/2015, n. 7.
Nell’odierna seduta di trattazione del ricorso il difensore di parte ricorrente, nel riportarsi ai propri scritti di causa, preliminarmente chiede che sia disposto l’annullamento dell’atto impugnato per il motivo, riguardante la mancanza di legittimità della sottoscrizione dello stesso, a seguito della sopravvenuta sentenza della Corte Costituzionale del marzo 2015; il funzionario dell’agenzia si è riportata alle controdeduzioni ed ha contestato l’eccezione pregiudiziale riguardante la mancanza di legittimità relativa alla sottoscrizione dell’avviso opposto. Al termine dell’udienza il Collegio, riunito in camera di consiglio ha così deciso.
La Commissione ritiene preliminarmente necessario decidere sulla pregiudiziale posta dalla ricorrente, riguardante la contestata legittimità dell’avviso di accertamento che ha dato origine alla vertenza di che trattasi.
Occorre premettere che l’art. 42 del D.P.R. 29/9/1973, n. 600, al comma 1 dispone che:
“Gli accertamenti in rettifica e gli accertamenti d’ufficio sono portati a conoscenza del contribuenti mediante la notificazione di avvisi sottoscritti dal capo dell’ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato.
Ciò posto, si osserva, in buona sostanza, che l’Agenzia delle Entrate, allo scopo di assicurare la funzionalità operativa delle proprie strutte e, contemporaneamente, la legittimità degli atti dalle stesse poste in essere, ha provveduto, nelle more dell’espletamento di procedure concorsuali per la copertura di funzioni dirigenziali vacanti, all’attribuzione di incarichi dirigenziali a propri funzionari, individuati con prova selettiva, con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata era fissata in relazione al tempo necessario per la copertura dei posti vacanti tramite concorso; ad operare con tale modalità di attribuzione delle funzioni dirigenziali l’Agenzia era autorizzata dall’art.8, comma 24, del D.L. 2 marzo 2012, n.16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della L. 26/4/2012, n. 44.
Con la Sentenza cui si appella la contribuente, emessa in data 17/3/2015, n.37, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della suddetta norma autorizzativa, insieme con le disposizioni che consentivano la proroga dei termini previsti nella stessa (D.L. n.150/2013, convertito in L. n. 12/2014, ed al D.L. 31/12/2014, n. 192).
La Corte ha anche precisato, nelle motivazioni, che “”Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, nessun dubbio può nutrirsi in ordina al fatto che il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica debba avvenire previo esperimento di un pubblico concorso, e che il concorso sia necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio. Anche il passaggio ad una fascia dirigenziale superiore comporta “l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regala del pubblico concorso” (sentenza n. 194 del 2002; ex plurimis, inoltre, sentenze n. 217 del 2012, n. 7 del 2011, n. 150 del 2010, n. 293 del 2009).””.
Ha ulteriormente riconosciuto all’amministrazione la possibilità di “ricorrere all’istituto della delega, anche a funzionari, per l’adozione di atti a competenza dirigenziale – come affermato dalla giurisprudenza tributaria di legittimità sulla provenienza dell’atto e sulla sua idoneità ad esprimerne all’esterno la volontà (ex plurimis, Corte di cassazione, sezione tributaria civile, sentenza 9 gennaio 2014, n. 220; 10 luglio 2013, n. 17044; 10 agosto 2010, n. 18515; sezione sesta civile – T. 11 ottobre 2012, n.17400) – la funzionalità dell’Agenzia non è condizionata dalla validità degli incarichi dirigenziali previsti dalla disposizione censurata.
Da quanto sopra discende, in estrema sintesi, che: a)- il conferimento di incarichi dirigenziali deve avvenire previo espletamento di concorso pubblico, e ciò anche nel caso di affidamento di tali incarichi anche a dipendenti già in servizio, e b)- è legittimo l’affidamento, anche a funzionari, di incarichi per l’adozione di atti a competenza dirigenziale.
Ulteriore necessaria conclusione è che deve ritenersi illegittimo il conferimento dell’incarico – ex art.42, c. 1, dpr. 600/73 – a soggetto che non sia risultato vincitori di concorso pubblico per il posto nella carriera direttiva, con la conseguente nullità, per difetto assoluto di attribuzione, degli atti a competenza dirigenziale dallo stesso adottati (L. n. 241/1990, art. 21 septies).
Con riferimento al caso di specie, si osserva che la ricorrente ha eccepito la nullità dell’avviso di accertamento, contestando il difetto di attribuzione della funzione dirigenziale del delegante, e la conseguente nullità dell’avviso di accertamento perché sottoscritto in assenza di delega validamente attribuita; sui punto la rappresentante dell’Amministrazione finanziaria ha genericamente contestato la suddetta eccezione, senza, peraltro, motivare tale linea di difesa: trattandosi di difendere la legittimità dell’atto contestato, sarebbe stato necessario che l’Amministrazione finanziaria avesse confermato, fornendone adeguata dimostrazione, il possesso dei requisiti voluti dall’art. 42 del D.P.R. n. 600 del 1973 per la sottoscrizione dell’avviso di accertamento, ossia la sussistenza del potere di delega in capo al delegante direttore dell’ufficio, nonché il possesso della qualifica di funzionario direttivo da parte del delegato; l’ufficio non poteva esimersi dal dare le dette dimostrazioni, necessarie in presenza di eccezione da parte del contribuente, eccezioni dallo stesso poste già con le memorie depositate in data 13 aprile 2015 – ossia dieci giorni prima dell’odierna seduta di trattazione – e poi ribadite in udienza. La immotivata mancanza di dimostrazione della legittimità della sottoscrizione dell’atto ne fa ritenere la mancanza; consegue la nullità dell’avviso di accertamento impugnato.
I restanti motivi di ricorso rimangono assorbiti.
Per i suesposti motivi il ricorso merita di trovare accoglimento.
La spese di giudizio vanno interamente compensate, attesa la novella portata dalla indicata Sentenza della Corte Costituzionale.
Lecce, 23 aprile 2015.
Giusto processo nel contenzioso tributario (CTP Reggio Emilia, 23/9/2014, n. 280/3/2014)
La notifica della cartella esattoriale effettuata nella sede sociale e non nella sede effettiva della società è comunque valida (Cass. n. 27677/2013)
3.4. Né conseguenza alcuna puo trarsi – dipoi – dal fatto che la raccomandata, che notiziava la destinataria dell’avvenuto deposito del1’atto nell’albo del comune,
sia stata ricevuta da un preteso rappresentante dell’ente, presso la sede sociale. Il che, ad avviso della contribuente, confermerebbe l’esistenza e la reperibilità della sede legale della società, contrariamente a quanto affermato nella relata di notifica dal messo notificatore. Ed invero, non e possibile desumere con certezza dagli atti, non avendo provveduto la ricorrente ad una compiuta indicazione e specificazione delle modalità di spedizione e di ricezione di detta raccomandata, se la stessa – peraltro, come si dirà in prosieguo, del tutto irrilevante, ai fini della validità del procedimento notificatorio – sia stata spedita effettivamente all’indirizzo della sede legale, o piuttosto presso altra sede secondaria o stabilimento della società.
4. Con il terzo, quarto e quinto motivo di ricorso – che, per la loro evidente connessione, vanno esaminati congiuntamente – la F.P. s.r.l. denuncia la violazione degli artt. 112 c.p.c. e 7 l. 890/82, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., nonché l’omessa motivazione su un fatto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.
Studi di settore: non si possono applicare all’impresa in difficoltà finanziaria (Cass. n. 27166/2013)
Ritardo nella presentazione della dichiarazione dei redditi: legittimo l’accertamento induttivo a carico del contribuente, che risulta responsabile in prima persona, anche se si è avvalso di un intermediario (Cass. n. 27282/2013)
3. – Ciò posto, va chiarito che il 6° comma dell’articolo 3 del d.p.r. 322/98, nel testo ratione temporis applicabile, prescrive che <<i soggetti di cui ai commi 2-bis e 3 rilasciano al contribuente o al sostituto di imposta ricevuta di presentazione della dichiarazione nonché copia della dichiarazione contenente l’impegno a trasmettere in via telematica all’amministrazione finanziaria i dati in essa contenuti>>, là dove l’8° comma della norma aggiunge che <<la dichiarazione si considera presentata nel giorno in cui è consegnata dal contribuente alla banca, all’ufficio postale o a uno dei soggetti di cui ai commi 2-bis e 3 ovvero è trasmessa direttamente all’amministrazione finanziaria mediante procedure telematiche>> e il l0° comma della norma specifica che <<la prova della presentazione della dichiarazione è data dalla ricevuto della banca, dell’ufficio postale o di uno dei soggetti di cui ai commi 2-bis e 3 o dalla ricevuta di invio della raccomandata di cui ai comma 5, ovvero dalla comunicazione dell’amministrazione finanziaria attestante l’avvenuto ricevimento della dichiarazione presentata direttamente in via telematica>>.
3.1. – Il legislatore, dunque, nel regime normativo applicabile al caso in esame, richiede, come prova della presentazione della dichiarazione, nelle ipotesi disciplinate dai commi 2 e 2bis dell’art. 3, la <<ricevuta di uno dei soggetti di cui ai commi 2 bis e 3>>; ricevuta, che non soltanto prova ********* consegna da parte del contribuente, ma è necessaria al fine di verificare la tempestività di tale consegna, al ñne di propiziare il controllo sul regolare adempimento degli obblighi di presentazione della dichiarazione, pur sempre sul contribuente gravanti.
Non deve versare l’Irap il professionista che sostiene molte spese per spostamenti (Cass. n. 27213/2013)
Il contribuente che rinuncia all’eredità ha diritto all’annullamento della cartella esattoriale (Cass. n. 27093/2013)
La CTR di Milano ha respinto l’appeilo dell’Agenzia -appello proposto contro la sentenza n. 19/05/2006 della CTP di Bergamo che aveva accolto il ricorso di **** – ed ha perciò annullato la cartella di pagamento concernente sanzione per omesso versamento di IVA (accertata con avviso divenuto definitivo per mancanza di impugnazione e non versata) relativa all’anno l998. L’avviso in questione era stato notificato alla Z. quale esercente la potestà di genitore su G.D. che era ritenuto responsabile per l’obbligazione di imposta siccome erede di G.S.
Sul punto controverso, con indirizzo ormai costante questa Corte ha ritenuto (per tutte Cass. Sez. 5, Sentenza n. l3998 del 12/11/2001) che:”L’art. 12 della legge 7 gennaio 1929. n. 4, in tema di repressione delle violazioni delle leggi finanziarie, con riguardo alle infrazioni che comportano soprattassa o pena pecuniaria, commesse da persone fisiche che abbiano la rappresentanza di enti privati forniti di personalita giuridica.
prevede la responsabilità solidale dell’ente, in aggiunta a quella dell’autore dell’illecito, mentre non contempla l’ipotesi inversa, con la conseguenza che, alla stregua della predetta disposizione, in caso di infrazioni direttamente imputabili all’ente quale soggetto passivo del rapporto tributario, sia pure in forza di atti o comportamenti del suo organo, resta esclusa la possibilità di affermare la responsabilità del rappresentante in solido con quella del rappresentato. ll principio della identificazione del trasgressore, soggetto passivo della sanzione, con l’autore materiale della violazione risulta, invece, accolto più di recente dal legislatore con il D.Lgs n. 472 del 1997, abrogativo, tra l’altro, della descritta normativa, che, all’art. 2, comma secondo, considera la persona fisica che ha posto in essere il compoitamento trasgressivo come unico centro d’imputazione della sanzione, e, all’art. 11, ha poi esteso la responsabilità dell’autore della violazione, in via solidale, al contribuente, che ben può essere un ente, con o senza personalità giuridica”.
che la predetta relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notiticata agli avvocati delle parti;
Venendo perciò al secondo motivo di ricorso (che si è detto essere improntato alla violazione dell’art. 60 comma 1 del DPR n. 633/l972; dell’art. l3 commi l e 2 del D.Lgs. 471/1997; dell’art. 11 del D.Lgs. 472/1997) l’assunto di parte ricorrente èfondato sul fatto che l’ufficio abbia “correttamente irrogato, nei confronti della signora Z., la sanzione del trenta per cento accertata e divenuta definitiva”, sicchè “erroneamente” la CTR ha ritenuto che la cartella di pagamento dovesse indicare la qualità di coobligata, anzicchè considerarla come diretta responsabile dell’omesso pagamento per essere stata autrice della violazione, sia pure nella qualita di rappresentante legale dell’effettivo obbligato al pagamento dell’imposta (e cioè il figlie minore G.D.).
Orbene, da parte il dubbio se un siffatte “errere” imputate alla CTR debba costituire oggetto di una censura centrata sulla violazione di legge ovvero sul vizio di motivazione, ciò che conta concretamente mettere in rilievo è che la ricostruzione della vicenda di fatto prospettata dalla parte ricorrente come premessa della richiamata censura appare del tutte difforme da quella che può ricavarsi (nen senza difficoltà) dalla sentenza impugnata e che non è stata oggetto di esplicita censura da parte dell’Agenzia ricorrente, se non -appunto- come divergente ricostruzione delle premesse di fatto.
Risulta invece dalla narrativa dei fatti di causa contenuta nella pronuncia qui impugnata (che costituiscono la premessa logica delle determinazioni conclusive adottate dalla CTR) che l’accertamento e la cartella di cui qui si tratta si ri ferisceno ad IVA non versata relativa all’anno l998, epoca nella quale è da escludersi che la Z. potesse considerarsi “persenalmente” obbligata al versamento omesso, sia pure nella veste di legale rappresentante del minore, proprio atteso che e sempre la sentenza qui impugnata a riferire che nell’accertamento presupposto della cartella sia la Z. che il G.D. erano stati attìnti come soggetti di imposta nella sola qualità di “erede di G.S.”.
Cartella di pagamento, emissione, previa comunicazione dell’esito del controllo al contribuente (Cass. n. 26482/2013)
Il relatore cons. *******************, letti gli atti depositati.
La CTR di Palermo ha respinto l’appello dell’Agenzia – appello proposto contro la sentenza n. 24/04/2008 della CTP di Caltanissetta che aveva accolto il ricorso della società contribuente “Gluttony Veneto sas” – ed ha così annullato la cartella di pagamento per IVA- IRPEF relativa all’anno d’imposta 2003 per le somme iscritte a ruolo a seguito di controllo automatizzato della dichiarazione D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36 bis.
La predetta CTR ha motivato la decisione ritenendo (per quanto qui ancora interessa) che la omessa previa comunicazione al contribuente dell’esito della rettifica operata, in presenza di incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione – come previsto dalla L. n. 212 del 2000, art. 6, comma 5, nonchè dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, comma 3 – costituisce ragione di nullità della cartella esattoriale.
Infatti, con il secondo ed il terzo motivo di impugnazione (il terzo improntato alla violazione L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 6, comma 5; il secondo alla violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, entrambi in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3; motivi che devono essere esaminati a preferenza del primo perchè più liquidi e di pronta soluzione) la ricorrente si duole del fatto che il giudice di appello abbia condizionato l’esito del controllo automatizzato sulla dichiarazione ad una previa comunicazione al contribuente, attribuendo a tale comunicazione il carattere sostanziale di condizione di procedibilità, per quanto si fosse trattato di mera omissione o ritardo di versamento di quanto autoliquidato in dichiarazione (di che la parte ricorrente ha dato conto con modalità idoneamente autosufficienti che la parte controricorrente non ha debitamente contestato nel proprio atto difensivo).
La doglianza appare manifestamente fondata, alla luce della pregressa giurisprudenza di questa Corte (Sez. 5, Sentenza n. 17396 del 23/07/2010) secondo la quale: “L’emissione della cartella di pagamento con le modalità previste dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, comma 3, (in materia di tributi diretti) e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 bis, comma 3, (in materia di IVA) non è condizionata dalla preventiva comunicazione dell’esito del controllo al contribuente, salvo che il controllo medesimo non riveli l’esistenza di errori essendovi, solo in tale ipotesi di irregolarità riscontrata nella dichiarazione, l’obbligo di comunicazione per la liquidazione d’imposta, contributi, premi e rimborsi. (In applicazione del principio, la S.C. ha confermato la sentenza della Commissione tributaria regionale che aveva considerato legittimamente emessa la cartella di pagamento, in assenza di comunicazione al contribuente, per l’importo riferito ad un’istanza di condono L. n. 289 del 2002, ex art. 9 bis, non seguita dal versamento di quanto dovuto)”.
Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta fondatezza, sicchè poi la Corte potrà anche risolvere la controversia nel merito (respingendo l’impugnazione della società contribuente) non ravvisandosi necessità di ulteriori accertamenti di fatto.
La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso del contribuente avverso il provvedimento impositivo. Condanna la parte contribuente a rifondere le spese di lite di questo grado, liquidate in Euro 4.000,00 oltre spese prenotate a debito e compensa tra le parti le spese dei gradi di merito.
Errore sostanziale sull’accertamento: la Ctp oltre ad annullare l’atto impositivo deve ricalcolare il reddito (Cass. n. 26157/2013)
Da un canto il giudicante ha qualificato come “induttivo” (senza fornire di questa qualificazione la minima giustificazione argomentativa) l’accertamento che invece – secondo quanto analiticamente ricostruito dall`Agenzia nel ricorso introduttivo di questo grado- appare (per ciò che concerne le imposte sui redditi e diversamente da quanto espressamente riferito -invece- alla ricostruzione del volume d’affari ai fini IVA) incardinato sia su elementi positivi di reddito registrati sia su ricavi non dichiarati ricostruiti a mezzo di un “procedìmento di carico e scarico a quantità di tutti gli articoli rappresentativi dell’attività svolta nei periodi di imposta 2001 e 2002”.
In termini giova richiamare l’insegnamento di questa Corte altre volte espresso (per tutte Cass. Sez. 5, Sentenza n. 15825 del 12/07/2006) in fattispecie consimili:” Dalla natura del processo tributario – il quale non e annoverabile tra quelli di “impugnazione-annullamento”, ma tra i processi di “impugnazìone-merito”, in quanto non è diretto alla sola eliminazione giuridica dell’atto impugnato, ma alla pronuncia di una decisione di merito sostitutiva sia della dichiarazione resa dal contribuente che dell’accertamento dell’ufficio – discende che ove il giudice tributario ritenga invalido l’avviso di accertamento per motivi non formali, ma di carattere sostanziale, non può limitarsi ad annullare Patto impositivo, ma deve esaminare nel merito la pretesa tributaria e, operando una motivata valutazione sostitutiva, eventualmente ricondurla alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte. (Nella specie, la sentenza impugnata – a fronte dell’avvenuta rideterminazione dell’imponibile da parte dell’ufficio, in occasione della costituzione in giudizio, in somma minore di quella già determinata in sede di accertamento sintetico del reddito – si era limitata ad annullare l’avviso di accertamento impugnato, sul rilievo che non fosse compito dei giudici tributari procedere “alla liquidazione delle imposte e delle relative penalita”.
Dunque, non è chi non veda che (per un verso e per l’altro) l’intiero procedimento logico di ricostruzione della base imponibile effettuata dal giudicante sia da rinnovare (rinnovo nel quale resta coinvolto anche Vapprezzamento della base imponibile ai fini IVA, con conseguente assorbimento del quinto motivo di impugnazione, espressamente intitolato ad omessa pronuncia sulla censura a cio relativa) ai quali fini necessita senz’altro cassare la decisione e restituire la controversia al giudice di appello, in funzione di giudice del rinvio.
Contribuente si rifiuta di rispondere al questionario sulla contabilità: confermato l’accertamento sulla base degli studi di settore
La CTR di Napoli ha respinto l’appello dell’Agenzia delle Entrate -appello proposto contro la sentenza n. 271/06/2008 della CTP di Avellino che aveva accolto il ricorso della parte contribuente M. S. ed ha così annullato l`avviso di accertamento per IVA-RPEF-IRAP relativo agli anni 1998 e 1999 nella parte in cui venivano ripresi a tassazione ricavi non dichiarati, mediante ricostruzione induttiva del reddito di impresa ed applicazione dei “parametri” quale strumento presuntivo di detti maggiori ricavi, atteso che il contribuente (convocato in ufficio per l’esibizione della documentazione contabile con questionari) non aveva ottemperato a tale richiesta.
La predetta CTR ha motivato la decisione nel senso che l’art. 39 del DPR n. 600/1973 non giustifica la rettifica del reddito dichiarato in forza della sola omessa risposta al questionario ma in presenza di gravi inadempienze. D`altronde l’Agenzia non aveva in alcun modo contestato la regolarità della contabilità aziendale sicchè l’accertamento dei maggiori ricavi non poteva essere affidato alla considerazione dei valori medi del settore economico di appartenenza, inidonei a configurare presunzione grave e precisa.
L`Agenzia ha interposto ricorso per cassazione affidato a unico motivo.
Il ricorso – ai sensi dell’art. 380 bis cpc assegnato allo scrivente relatore, componente della sezione di cui all’art. 376 cpc- può essere definito ai sensi dell’art. 375 cpc. infatti, con il motivo unico di impugnazione (centrato sulla violazione dell’art. 39 comma 2 lett. d e dell’art. 41 DPR n. 600/1973, dell’art. 55 del DPR 633/1972 nonché degli art. 2697 cod. civ. e 116 cpc) la ricorrente Agenzia -dopo avere premesso che, per eftetto della omessa presentazione delle menzionate documentazioni contabili, aveva provveduto alla ricostruzione induttiva dell’imponibile, prescindendo da eventuali scritture contabili ed avvalendosi di presunzioni semplici, quali appunto l’applicazione del metodo parametrico- evidenziava l’erroneità della pronuncia impugnata alla luce della lettera dell’art. 39 dianzi citato, nella parte in cui legittima appunto un siffatto metodo di accertamento “quando il contribuente non ha dato seguito agli inviti disposti dagli uffici ai sensi dell’art.32 primo comma n. 3 e 4 …. “.
Ed invero, è giurisprudenza pacifica della Suprema Corte che: “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, il comportamento del contribuente che ometta di rispondere ai questionari previsti dall’art. 32, n. 4, del d.P.R. n. 600 del 1973 e non nttemperi alla richiesta di esibizione di documenti e libri contabili relativi all’impresa esercitata, impedendo in tal modo, o comunque ostacolando, la verifica dei redditi prodotti da parte dell’Ufficio, vale di per sé solo ad ingenerare un sospetto sull’attendibilità di dette scritture, rendendo “grave” la presunzione di attività non
dichiarate desumibile dal raffronto tra le percentuali di ricarico applicate e quelle medie del settore, e, conseguentemente, legittimo l’accertamento induttivo emesso su quella base dall’Ufficio ex art. 39, primo comma, lett. d), del d.P.R. n. 600 del 1973″ (per tutte, Sez. 5, Sentenza n. 19014 del 28/09/2005).
Non vi è dubbio perciò che sussistessero i presupposti per la rideterminazione induttiva del reddito d’impresa, in termini tali che sarebbe spettato poi al giudice del merito acclarare non già se la determinazione dell`imponibi1e fosse stata effettuata con modalità analitiche e con riferimento alla contabilità d’impresa ma se -a fronte delle induzioni semplici sulle quali l’accertamento appariva fondato- la parte contribuente aveva addotto le opportune prove contrarie ai tini della dimostrazione della produzione di un reddito inferiore a quello induttivamente acclarato.
Non essendosi attenuto il giudice del merito al principio di diritto sopra enunciato, non resta che cassare la decisione impugnata e restituire la controversia al giudice del merito per un nuovo esame delle censure di appello, alla luce della corretta regula iuris.
Si ritiene -perciò- che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta fondatezza-
La Corte accoglie il ricorso. Cassa la decisione impugnata e rinvia alla CTR Campania che, in diversa composizione, provvederà anche sulle spese di lite del presente grado.

References: Sentenza 
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 art.42
 art. 21
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 Cass. Sez. 
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