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Il conducente di un veicolo ha l'obbligo di ispezionare la strada costantemente, mantenere sempre il controllo del veicolo e prevedere tutte le situaz
Data :: lun 10/22/2012 @ 02:10
Nel caso di investimento di un pedone, perché possa essere affermata la colpa esclusiva di costui per le lesioni subite o per la sua morte, è necessario che il conducente del veicolo investitore si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido e inatteso e, inoltre, che nessuna infrazione alle norme della circolazione stradale ed a quelle di comune prudenza sia riscontrabile nel comportamento del conducente. Il conducente ha peraltro l'obbligo di ispezionare la strada costantemente, mantenere sempre il controllo del veicolo e prevedere tutte le situazioni di pericolo che la comune esperienza comprende.
Cassazione Penale, Sezione IV, Sentenza n. 44651 del 12/10/2005
1. Con sentenza in data 19 febbraio 2002 il Tribunale di BERGAMO assolveva Enrico LEONINI perché il fatto non costituisce reato dall'accusa di avere, in CLUSONE il 15 luglio 1998, per colpa consistita in negligenza, imprudenza ed imperizia nonché per inosservanza del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, articolo 148 (Nuovo codice della strada), effettuato il sorpasso di un autobus di linea in sosta alla fermata, investito il pedone Ezio BRIGLIA, che, sceso dall'autobus, stava attraversando la strada "da destra a sinistra passando anteriormente all'autobus" e così cagionato al medesimo lesioni, consistite nelle fratture della rotula destra, della clavicola sinistra e di tre coste dell'emitorace sinistro nonché in escoriazioni multiple, dalle quali era derivata una malattia di durata superiore a 40 giorni.
Affermava, in particolare, il Tribunale che BRIGLIA, passeggero dell'autobus arrestatosi sul ciglio destro della Strada Statale n. 671 in località CLUSONE, era sceso dal mezzo, era passato davanti all'autobus ed aveva iniziato l'attraversamento della carreggiata quando l'autovettura condotta dall'imputato lo aveva investito, "caricato" sul cofano e proiettato in avanti.
Ad avviso del primo giudice, peraltro, nessuna colpa era ravvisabile nella condotta del LEONINI perché non sussiste divieto alcuno di sorpassare autobus o altri mezzi pubblici fermi sul margine della strada, perché il pedone aveva violato il D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, articolo 190, comma 6 (Nuovo codice della strada) e perché, come affermato dal perito nel corso del dibattimento, LEONINI viaggiava alla velocità di 75 Km/h in un tratto di strada in cui il limite massimo era di 90.
In altre parole, secondo il Tribunale, LEONINI si era trovato all'improvviso di fronte il pedone e non aveva avuto altra possibilità che quella di frenare e di sterzare verso sinistra; non era però riuscito ad evitare l'impatto.
2. La sentenza veniva impugnata dal difensore della parte civile. L'appellante osservava:
- che l'investimento era avvenuto quando già BRIGLIA aveva superato, nell'attraversamento, la prima metà della carreggiata; - che LEONINI aveva tenuto una velocità comunque eccessiva; - che l'autovettura dell'imputato, come poteva evincersi dal punto d'urto localizzato in prossimità della linea di mezzeria, aveva oltrepassato detta linea; - che, come dimostrato dalla localizzazione delle tracce di frenata, l'imputato aveva cominciato a frenare quando già si trovava nell'opposta corsia, anche perché l'autobus ingombrava, seppur fermo, quasi per intero la corsia di marcia; - che l'imputato era, comunque, tenuto a prevedere e a neutralizzare l'eventuale imprudenza del passeggero che si fosse deciso a passare davanti all'autobus per attraversare.
3. Con sentenza in data 19 febbraio 2004 la Corte di Appello di BRESCIA, in parziale riforma della sentenza impugnata affermava la responsabilità del LEONINI, pur nel concorso di colpa del BRIGLIA quantificato nella misura del 60%, e lo condannava al risarcimento dei danni da liquidarsi dal competente giudice civile di primo grado, assegnando alla parte civile, a titolo di provvisionale provvisoriamente esecutiva, la somma di quindici mila euro. Rilevava la Corte che, pur essendo indiscutibile che in quel tratto di strada il limite di velocità fosse di 90 Km/h, LEONINI non aveva tenuto una condotta di guida prudente e adeguata alle condizioni della strada.
Si era, invero, trovato a passare in uno spazio ristretto e ad oltrepassare la linea continua di mezzeria per l'ingombro determinato dall'autobus fermo, dal quale stavano scendendo i passeggeri. Avrebbe dovuto, pertanto, "regolare" la velocità sia per la ristrettezza del passaggio sia per l'insufficiente visibilità. Aveva tenuto, invece, la velocità di 75 Km/h, scesa a 70 al momento dell'urto dato l'azionamento dei freni.
Secondo la Corte territoriale, dunque, LEONINI aveva violato il disposto dal D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, articolo 141, che prescrive che il conducente deve essere in grado di compiere tutte le manovre in condizioni di sicurezza, specialmente l'arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile.
Ricordava il giudice dell'appello che la giurisprudenza è univoca nel ritenere che "il conducente di un veicolo che incroci o sorpassi un mezzo di trasporto pubblico fermo deve usare una particolare prudenza e mettersi in condizioni di arrestare prontamente la marcia, essendo prevedibile che qualche passeggero, disceso dal mezzo pubblico di trasporto, attraversi la strada passando dietro o davanti al detto mezzo fermo e quindi nascosto alla vista del conducente che sopraggiunge".
4. Contro l'anzidetta sentenza ricorre per cassazione il difensore dell'imputato, che impugna altresì l'ordinanza con la quale la Corte di Appello di BRESCIA ha rigettato la proposta eccezione di inammissibilità dell'appello presentato dalla parte civile. 4.1 Con il primo motivo il ricorrente ripropone l'eccezione di inammissibilità dell'appello. Sul punto osserva:
che in primo grado la persona offesa aveva conferito mandato di rappresentanza all'avv. Franco PIERONI; - che nell'atto di impugnazione BRIGLIA aveva nominato proprio difensore l'avv. Armando CILLARIO di MILANO senza revocare la precedente nomina; - che la parte civile non può nominare più di un difensore e la nomina di altro difensore in eccedenza non abilita il difensore medesimo al compimento di alcuna attività di rappresentanza e di difesa, con conseguente invalidità degli atti "eventualmente compiuti nel periodo per il quale la procura non era operativa"; - che, dunque, non avendo BRIGLIA revocato la prima nomina, tutti gli atti compiuti dall'avv. CILLARIO, compreso l'atto di appello, dovevano essere ritenuti invalidi;
- che la Corte di Appello aveva errato nell'affermare, con l'ordinanza impugnata, che la procura conferita all'avv. PIERONI non conteneva la specifica finalità di proporre impugnazione trattandosi di una procura generale; - che si trattava, infatti, di una procura generale, contenente quindi "anche la difesa nel giudizio di secondo grado"; - che la Corte di merito era incorsa in errore anche là dove aveva affermato che la persona offesa avrebbe potuto "dirimere il contrasto" esplicitando in dibattimento la sua volontà (ciò che BRIGLIA aveva fatto, affermando che intendeva essere difeso dall'avv. CILLARIO e revocando la precedente nomina); che detta dichiarazione di revoca era stata, invero, formulata all'udienza del 19 febbraio 2004 quando ormai erano scaduti i termini per proporre appello; - che rimanevano, pertanto, invalidi tutti gli atti compiuti fino a quel momento, in costanza di una precedente nomina, dall'avv. CILLARIO, compreso l'atto di appello.
4.2 Con il secondo articolato motivo sostiene, ai sensi dell'articolo 606 c.p.p., comma 1, lettere b) ed e), l'inosservanza o l'erronea applicazione della legge penale, nonché la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione. Rileva il ricorrente: - che nel D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, articolo 148, invocato dalla Corte di Appello, non vi è alcuna disposizione che vieti agli automobilisti di effettuare il sorpasso di autobus o di altri mezzi pubblici fermi sul ciglio della strada; - che LEONINI, nel pieno rispetto delle norme, aveva azionato l'indicatore direzionale, verificato che non provenissero autovetture in senso opposto e non vi fossero altri veicoli in sorpasso e, solo dopo, intrapreso la manovra di superamento dell'autobus;
- che la perizia cinematica aveva stabilito che BRIGLIA aveva cominciato l'attraversamento a passo svelto e guardando verso destra (dunque verso la direzione opposta), per poi rallentare, guardare brevemente a sinistra e riprendere l'attraversamento, sempre con passo svelto, fino al punto d'urto, localizzato in prossimità della linea di mezzeria; - che tutti i testimoni escussi sul punto avevano confermato che la manovra di attraversamento era stata repentina ed eseguita in un tratto in cui non erano presenti strisce pedonali; - che LEONINI non aveva superato i limiti di velocità consentiti in quel tratto di strada; - che, come confermato in dibattimento dal conducente dell'autobus, tutti gli altri passeggeri, una volta scesi, si erano fermati per lasciare ripartire l'autobus; - che, in sostanza, la condotta del BRIGLIA era stata imprevedibile e non prevenibile; - che, di riflesso, l'evento doveva ritenersi conseguenza solo di detta condotta;
- che, in ogni caso, la velocità tenuta dall'imputato doveva essere considerata consona in relazione allo stato dei luoghi dato che stava percorrendo una strada rettilinea ed extraurbana.
4.3 Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione con riguardo all'assegnazione della provvisionale, atteso che BRIGLIA non avrebbe documentato le lesioni subite, ne' sul punto sarebbe stata disposta alcuna perizia.
Correttamente il ricorrente afferma che la Corte di Appello ha errato nel ritenere, con l'ordinanza impugnata, che la procura conferita all'avv. PIERONI non contenesse la specifica finalità di proporre impugnazione.L'avv. PIERONI era, invero, legittimato a proporre appello perché munito di procura speciale (mandato alle liti) che, pur non facendo espresso riferimento al potere del difensore di proporre appello, poteva essere interpretata nel senso che il mandato difensivo comprendesse anche un siffatto potere.
Questa Corte (cfr. Cass. S.U. 27 ottobre 2004, De Vita) ha escluso che l'articolo 100 c.p.p., comma 3, imponga, per la procura alle liti, una formula contenente la volontà "espressa" di estendere la procura oltre il primo grado del processo.
L'affermazione secondo cui la procura "si presume conferita soltanto per un determinato grado del processo", contenuta nell'articolo 100 c.p.p., la previsione, in altre parole, di una presunzione, può giustificarsi - ad avviso della Corte - solo muovendo dal presupposto che per il rilascio della procura non è prevista l'adozione di formule sacramentali.
Ne deriva che è compito dell'interprete stabilire se la formula in concreto utilizzata sia idonea a superare l'anzidetta presunzione. E nella procura in esame è contenuta una formula "in ogni fase e grado del procedimento" che vince la presunzione.
Non manca in formule siffatte l'espressa volontà di estendere la procura all'appello; manca semmai, ma il rilievo è meramente formale, la menzione della parola appello, ma non può certo dirsi che non sia chiara la manifestazione di volontà di estendere l'efficacia della procura anche al secondo grado, atteso che il processo si articola in più gradi.
Erra, però, il ricorrente nel trarre le conseguenze di questa affermazione.
Ritiene, in proposito, il ricorrente che, atteso che la parte civile non può nominare più di un difensore, la nomina di altro difensore in eccedenza non abilita il difensore medesimo al compimento di alcuna attività di rappresentanza e di difesa.
Ne conseguirebbe l'invalidità degli atti eventualmente compiuti nel periodo per il quale la procura non era operativa.
Sicché, nella specie, non avendo BRIGLIA revocato la nomina dell'avv. PIERONI, tutti gli atti compiuti dal secondo difensore, avv. CILLARIO, compreso l'atto di appello, dovrebbero essere ritenuti invalidi.
Come già questa Corte ha avuto modo di affermare, non solo non sussiste nullità alcuna qualora la parte civile sia assistita da due difensori, non prevedendo l'articolo 100 c.p.p. alcuna sanzione processuale (cfr. Cass. 3^ 26 febbraio 1998, Querin, RV 210864), ma soprattutto, in tema di nomina di difensore, la revoca delle precedenti nomine, che risultino in eccedenza rispetto al numero consentito, può avvenire anche attraverso "comportamento concludente" (cfr. Cass. 5^, 9 febbraio 1999, P.M. in c. Pucciarelli, RV 212763; Cass. 6^, 31 maggio 1994, Avventurato, RV 199436). Invero, non essendo prevista come obbligatoria la adozione di determinate forme, in base ai principi generali di manifestazione della volontà, qualora la parte, pur senza revocare espressamente il mandato conferito a precedente difensore, ne abbia nominato un altro e di questo solo, in concreto, si sia avvalsa (affidando a lui ogni atto ed adempimento in modo che l'incarico risulti espletato direttamente ed autonomamente da tale professionista), deve riconoscersi la sussistenza di un'inequivocabile volontà dell'assistito, diretta a revocare il precedente mandato. Ed è ciò che si è verificato nel caso in esame in cui BRIGLIA ha espressamente nominato l'avv. CILLARIO (conferendogli, tra l'altro, esplicito mandato ad impugnare la sentenza) e, da quel momento, si è avvalso esclusivamente dell'opera del medesimo.
Correttamente, pertanto, da tale espressa dichiarazione si è desunta la presenza di altra dichiarazione non espressa, quella di revoca della nomina dell'avv. PIERONI.
Deve escludersi, pertanto, l'invalidità degli atti compiuti dall'avv. CILLARIO.
Va solo aggiunto, per completezza, in relazione al "contrasto" che BRIGLIA era stato invitato a "dirimere" nel dibattimento (ciò che BRIGLIA aveva fatto, affermando che intendeva essere difeso dall'avv. CILLARIO e revocare la precedente nomina), che, a ben vedere, non vi era alcun contrasto da dirimere, in quanto la persona offesa aveva già effettuato la propria scelta sia con l'espressa dichiarazione di nomina dell'avv. CILLARIO, sia con il conferimento al medesimo della procura ad impugnare la sentenza, sia infine con la propria inequivocabile condotta, dichiarazioni e comportamenti dai quali doveva desumersi l'intervenuta revoca della nomina dell'avv. PIERONI, senza che fosse necessaria un'esplicita "conferma" in dibattimento della persona offesa.
6. Inammissibile è il secondo motivo di ricorso.
I giudici, all'esito della valutazione degli elementi acquisiti, hanno ritenuto di attribuire rilievo nel determinismo causale dell'evento alla velocità tenuta dall'imputato al momento dell'incidente.
Il giudizio espresso sul punto attiene al merito dei fatti e non è sindacabile in sede di legittimità perché frutto di un apprezzamento delle emergenze processuali, in ordine alla condotta di guida del ricorrente, ai profili di colpa in essa ravvisati ed alla loro incidenza sotto il profilo causale, del quale è stata data congrua e coerente giustificazione.
Non ha, invero, la Corte trascurato di considerare l'anomalia e la repentinità del comportamento del pedone, tant'è che ne ha affermato il concorso di colpa al 60%.
Ha, invece, ritenuto, con motivazione adeguata ed immune da vizi logici, che la velocità tenuta dal LEONINI nella circostanza era eccessiva se rapportata alla situazione concreta; ad una situazione, cioè, caratterizzata dalla necessità di superare l'autobus in uno spazio ristretto oltrepassando la linea continua di mezzeria, dalla circostanza, che il LEONINI aveva pienamente percepito, che in quel momento dall'autobus stavano scendendo i passeggeri e, comunque, dall'insufficiente visibilità determinata dall'ingombro del mezzo. Si trattava, a tutta evidenza, di una situazione che esigeva una particolare prudenza, una condotta che potesse assicurare al conducente la possibilità di arrestare prontamente la marcia del veicolo. Ha, dunque, la Corte territoriale applicato principi più volte affermati dalla giurisprudenza di legittimità. Basti ricordare, anzi tutto, che il conducente è tenuto a vigilare al fine di avvistare il pedone.
L'avvistamento del pedone, poi, implica la percezione di una situazione di pericolo, in presenza della quale ogni conducente è tenuto a porre in essere una serie di accorgimenti (in particolare, moderare la velocità e, all'occorrenza, arrestare la marcia del veicolo) al fine di prevenire il rischio di un investimento. Quanto ai doveri di attenzione del conducente tesi ad avvistare il pedone, questa Corte ha già avuto modo di affermare che il conducente deve continuamente ispezionare la strada che sta per impegnare, mantenendo un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada stessa e del traffico e prevedere tutte quelle situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada (cfr. Cass. 4^, 30 gennaio 1991, Del Frate, RV 187055). Detta affermazione va posta in correlazione con altre, non meno significative, come quella secondo cui "ad escludere il carattere repentino ed improvviso dell'attraversamento della carreggiata da parte di pedoni rileva la loro avvistabilità da parte del conducente del veicolo che li ha investiti" (Cass. 4^, 17 gennaio 1992, Arata) o quella secondo la quale "nel caso di investimento di un pedone, perché possa essere affermata la colpa esclusiva di costui per le lesioni subite o per la sua morte, è necessario che il conducente del veicolo investitore si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido e inatteso; occorre, inoltre, che nessuna infrazione alle norme della circolazione stradale ed a quelle di comune prudenza sia riscontrabile nel comportamento del conducente" (Cass. 4^, 9 novembre 1990, Pascali, RV 186076).
7. Parimenti infondato è il terzo motivo di ricorso.
La pronuncia relativa all'assegnazione della provvisionale in sede penale non acquista efficacia di giudicato in sede civile, mentre la determinazione dell'ammontare della stessa è rimessa alla discrezionalità del giudice del merito che non è tenuto a dare una motivazione specifica sul punto (anche se - è opportuno sottolinearlo - una seppur succinta motivazione è stata, nel caso di specie, fornita).
Ne consegue che il relativo provvedimento non è impugnabile per cassazione in quanto, per sua natura in suscettibile di passare in giudicato, è destinato ad essere travolto dall'effettiva liquidazione dell'integrale risarcimento (v. ex plurimis Cass. 5^, 18 marzo 2004, n. 4010, Farina, rv 230105).
Così deciso in Roma, il 12 ottobre 2005.
Investimento di un pedone e colpa esclusiva di quest’ultimo
Data :: lun 10/22/2012 @ 02:09
Nel caso di investimento di un pedone, perché possa essere affermata la colpa esclusiva del medesimo per le lesioni subite è necessario che il conducente del veicolo investitore si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido e inatteso e, inoltre, che nessuna infrazione alle norme della circolazione stradale ed a quelle di comune prudenza sia riscontrabile nel comportamento dello stesso conducente.
Cassazione Penale, Sezione IV, Sentenza n. 20027 del 16/04/2008
1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Roma confermava la condanna (alla pena di giorni venti di reclusione, riconosciute le circostanze attenuanti generiche) di DI CAGNO Aldo, ritenuto responsabile del reato di lesioni personali colpose (art. 590 c.p.), commesso, con violazione della disciplina della circolazione stradale, in Roma il 6 marzo 1999, per avere, alla guida della propria autovettura, investito il pedone SERGI Giuseppe che stava attraversando la strada "fuori dalle strisce pedonali".
Osservava la Corte: - che la responsabilità era confermata - come ritenuto dal giudice di primo grado - dal fatto che l'imputato, nonostante l'ora notturna, le avverse condizioni atmosferiche (pioggia battente e scarsa visibilità) e la presenza di un semaforo lampeggiante, fosse "uscito da una curva" a velocità certamente sostenuta (secondo quanto riferito dal testimone BALDUCCI e desumibile dalla violenza dell'urto e dalle gravi lesioni riportate dalla persona offesa), da lui stesso stimata in quaranta chilometri orari e, in ogni caso, del tutto inadeguata alle anzidette condizioni di tempo e di luogo; - che, inoltre, lo stesso imputato aveva ammesso, nel corso dell'esame dibattimentale, di avere avvistato il pedone mentre stava attraversando e di avere soltanto "rallentato", là dove un'elementare regola di prudenza, proprio per le condizioni anzidette, gli avrebbe imposto di arrestare la marcia del veicolo.
2.1. Con il primo motivo deduce la manifesta illogicità della sentenza impugnata in relazione all'affermazione di responsabilità dell'imputato. In particolare, la Corte non avrebbe tenuto conto delle "importanti" dichiarazioni rese dall'imputato e del "contributo causale" del SERGI.
2.2. Con il secondo motivo lamenta la mancanza di motivazione in relazione alle doglianze sviluppate nell'atto di appello. In particolare, la Corte avrebbe: - omesso di valutare se la condotta del pedone non avesse "da sola" determinato l'evento;
L'avvistamento era avvenuto "troppo tardi" per evitare l'investimento. Non poteva, pertanto, essere mosso rimprovero alcuno all'imputato per la condotta di guida tenuta, attesa la "repentinità" dell'azione del SERGI posta in essere in violazione del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 190 (infrazione rilevata ed al medesimo contestata).
3.1. Il primo motivo è inammissibile, ex art. 581 c.p.p., comma 1, lett. c), e art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c), perché privo del requisito della specificità.
Il requisito della specificità dei motivi implica non soltanto l'onere di dedurre le censure che la parte intenda muovere in relazione ad uno o più punti determinati della decisione, ma anche quello di indicare, in modo chiaro e preciso, gli elementi che sono alla base delle censure medesime, al fine di consentire al giudice dell'impugnazione di individuare i rilievi mossi ed esercitare il proprio sindacato (cfr. ex plurimis Cass. 5^ 21 aprile 1999, Macis, RV 213812; Cass. 6^ 1 dicembre 1993, p.m. in c. Marongiu, RV 197180; Cass. 4^ 1 aprile 2004, Distante, RV 228586).
Nel caso in esame, invece, il motivo si risolve nella semplice enunciazione del dissenso del deducente rispetto alle valutazioni compiute dalla Corte di merito, che non avrebbe tenuto conto di dichiarazioni la cui "importanza" è soltanto enunciata, ma non argomentata dal ricorrente.
Le doglianze sono, dunque, sotto questo profilo, prive di contenuti di effettiva critica alla giustificazione della decisione impugnata, la quale ha peraltro adeguatamente motivato (v. supra 1) in ordine alla regola cautelare violata ed alla responsabilità dell'imputato. 3.2. Con il secondo motivo del ricorso il difensore dell'imputato si è lamentato - come si è detto - del fatto che la Corte di merito non si fosse pronunciata sull'effettiva incidenza causale del comportamento del SERGI e sulla colpa ascrivibile al DI CAGNO. La doglianza è manifestamente infondata.
Su tutti i punti anzidetti la Corte si è pronunciata sia là dove ha addebitato all'imputato di avere tenuto una velocità eccessiva, sia soprattutto dove si è soffermata sulla circostanza
Si aggiunga che, affinché in caso di investimento sia affermata la colpa esclusiva del pedone, deve realizzarsi una duplice condizione (cfr. Cass. 4^ 9 novembre 1990, Pascali, RV 186076):
- che il conducente del veicolo investitore si sia venuto a trovare, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza e prudenza, nell'oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati invece in modo rapido e inatteso (e così non è stato nel caso in esame, come sopra si è detto); - che, nel comportamento del conducente, non sia riscontrabile alcuna infrazione alle norme della circolazione stradale ed a quelle di comune prudenza (ed anche questa condizione "negativa" non si è verificata nel caso di specie, avendo l'imputato violato il D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 141).
3.3. Il terzo motivo del ricorso è imperniato su censure che attengono alla ricostruzione della dinamica dell'incidente. La ricostruzione di un incidente (segnatamente la valutazione delle condotte dei protagonisti e l'accertamento delle relative responsabilità) è rimessa al giudice di merito ed è integrata da una serie di apprezzamenti di fatto che sono sottratti al sindacato di legittimità se sorretti da adeguata motivazione. I giudici, all'esito della valutazione degli elementi acquisiti, hanno ritenuto di attribuire rilievo nel determinismo causale dell'evento alla velocità tenuta dall'imputato al momento dell'incidente.
La Corte ha ritenuto, con motivazione adeguata ed immune da vizi logici, che la velocità tenuta dall'imputato nella circostanza fosse eccessiva se rapportata alla situazione concreta più volte descritta ed alla circostanza che il DI CAGNO avesse percepito che in quel momento il SERGI stava attraversando la strada.
Si trattava, a tutta evidenza, di una situazione che esigeva una particolare prudenza, una condotta che potesse assicurare al conducente la possibilità di arrestare prontamente la marcia del veicolo.
Ha, dunque, la Corte territoriale applicato principi più volte affermati dalla giurisprudenza di legittimità.
L'avvistamento del pedone implica la percezione di una situazione di pericolo, in presenza della quale ogni conducente è tenuto a porre in essere una serie di accorgimenti (in particolare, moderare la velocità e, all'occorrenza, arrestare la marcia del veicolo) al fine di prevenire il rischio di un investimento.
3.4. Va detto per concludere, con riguardo alla prescrizione del reato, che il relativo termine, tenuto conto dei periodi di sospensione ex art. 159 c.p., è maturato il 2 marzo 2008. La sentenza impugnata è stata, peraltro, pronunciata in epoca anteriore (2 maggio 2007).
Escluso, dunque, che l'estinzione del reato per prescrizione potesse essere dichiarata nel giudizio di merito, va rilevato che neppure può essere dichiarata in questa sede, ostandovi la inammissibilità del ricorso conseguente all'enunciazione di motivi generici (il primo), manifestamente infondati (il secondo) e non consentiti (il terzo) cfr. Cass. S.U. 22 novembre 2000, De Luca; Cass. S.U. 30 giugno 1999, Piepoli.
4. Segue, a norma dell'art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e, non emergendo ragioni di esonero, al pagamento a favore della Cassa delle ammende, a titolo di sanzione pecuniaria, di somma che si stima equo fissare in Euro 1000,00 (mille/00).
L'imputato va altresì condannato al pagamento, in favore delle parti civili costituite Giuseppe SERGI, Eufemia Maria ANDALÒ, SERGI Emilia e Antonio SERGI, tenuto conto di quanto disposto dal D.M. 8 aprile 2004, n. 127, art. 3, comma 1, (Regolamento recante determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità spettanti agli avvocati per le prestazioni giudiziali, in materia civile, amministrativa, tributaria, penale e stragiudiziali), della somma di Euro 2.500,00, oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A. come per legge.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di Euro 1000,00 (mille/00). Lo condanna altresì a rifondere alle parti civili le spese del presente grado di giudizio, spese che liquida in Euro 2.500,00, oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A. come per legge.
Così deciso in Roma, il 16 aprile 2008.
In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, i comportamenti distrattivi devono essere idonei a recare offesa agli interessi della massa dei cre
Data :: lun 01/02/2012 @ 12:18
In materia di bancarotta fraudolenta per distrazione, è necessaria una motivazione, anche implicita, sulla idoneità dei comportamenti distrattivi a recare offesa agli interessi della massa dei creditori, in ragione della perdita di ricchezza che gli stessi hanno determinato e della mancanza di un riequilibrio economico "medio tempore". (Fattispecie nella quale la Corte ha ritenuto priva di rilievo la distanza di tempo dalle condotte distrattive rispetto alla formale dichiarazione di fallimento, essendo emerso che la società si trovava in notevoli difficoltà finanziarie ed economiche sin dall'epoca della contestata distrazione).
In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, i comportamenti distrattivi devono essere idonei a recare offesa agli interessi della massa dei creditori.
Cassazione Penale, Sezione V, Sentenza del 22/11/2006 n. 523
La Corte d'Appello di Lecce ha confermato la condanna, con Sentenza del 7.11.2005, di Vito COFANO e di Luciano CITO, pronunciata dal Tribunale di Brindisi il 12.3.2003, quali responsabili - nella veste di amministratori di IMMOBILIARE ADRIATICA S.n.c. (fallimento dichiarato il 3.10.1997) - del delitto di bancarotta impropria fraudolenta patrimoniale. La decisione dei primi giudici riconobbe anche il vincolo della continuazione tra questo fatto e la condanna pure per bancarotta fraudolenta, già irrevocabile, conseguente al fallimento di CENTRO CERAMICHE MEDITERRANEO S.n.c., altra società facente capo ai predetti, la quale venne ad insolvenza poco tempo prima della società da cui è scaturito l'attuale processo. Avanzano ricorso, con distinti motivi, gli imputati, dolendosi:
- dell'omessa motivazione a fronte di espresso motivo di gravame relativo all'inattendibilità della prova assunta a carico degli imputati, costituita dalla sola CT. disposta dal P.M. sulla quale si modulò la relazione e la dichiarazione del Curatore;
- dell'omessa motivazione sulle singole censure dedotte dalla difesa in sede di appello (allegando i motivi di appello); COFANO:
- dell'omessa considerazione della attenuante del danno lieve (art. 62 c.p., n. 4) nel fissare il reato più grave unificato in sede di continuazione ed eccessivo aumento della continuazione, essendo stata dichiarata la fattispecie di bancarotta semplice prescritta;
- inosservanza della legge penale, avendo gli imputati dato conto della destinazione delle somme prelevate e destinate all'economia della collegata società CENTRO CERAMICHE MEDITERRANEE sicché non è dato ravvisare distrazione penalmente rilevante ed, in ogni caso, i prelievi non ebbero incidenza causale sul dissesto. IN DIRITTO
Generico è il ricorso del CITO che lamenta la mancata attenzione della Corte distrettuale sui punti dedotti nel gravame alla sentenza di primo grado, senza adeguatamente specificare quali passi risultino insufficienti ed a fronte di quali censure, anche se - indubbiamente - la decisione impugnata dedica all'esame dei motivi di appello pochissime righe. Tuttavia, ancorché fosse auspicabile una più attenta giustificazione del convincimento giudiziale, il sintetico contenuto del provvedimento impugnato non integra vizio di motivazione poiché da essa trapela la presa in esame e la valutazione dell'oggetto del gravame. Le ragioni addotte dal COFANO non hanno giuridico fondamento.
La sentenza impugnata respinge espressamente l'opinione per cui le conclusioni del Consulente Tecnico, nominato dal P.M., siano incapaci di fondare convincente prova d'accusa, con ciò rendendo risposta alla istanza del gravame degli imputati.
L'assunto giudiziale è del tutto legittimo: la relazione del detto CT., anche se frutto di attività di indagine di parte, diviene elemento di sostegno al convincimento giudiziale quando non sia validamente contraddetta nel merito da altre risultanze istruttorie o da argomentazioni difensive che ne palesino la parzialità e la inaffidabilità.
Nel caso di specie, i ricorrenti non hanno affatto contestato la materialità del fatto (i prelievi), ne' il curatore ha smentito la circostanza, limitandosi ad avallare l'assunto del Consulente. Correttamente la decisione ha - al contempo - screditato di valore le difese degli imputati. Già le medesime dichiarazioni, riportate nei motivi (ed anche in quelli di appello allegati al ricorso del CITO), attestano l'effettiva condotta di prelievo, nei termini censurati. Esse danno formale giustificazione dell'impiego del denaro, ma allegano ad essa una finalità che non può considerarsi lecita giustificazione del prelievo e che, invece, attesta la condotta di distrazione fraudolenta.
Non è legittimo, invero, il sostegno fornito alla collegata società CENTRO CERAMICHE MEDITERRANEO poiché diretto ad un interesse esterno all'organismo fallito ed, anzi, certamente contrastante con questo. La possibilità, infatti, di un ristoro del prestito, asseritamene effettuato, non appariva - stando al senso della difesa del COFANO - nè immediato ne' sicuro atteso lo stato di incontestabile insolvenza della destinataria: secondo le parole del COFANO quel denaro era richiesto per cercare di indurre i creditori della mutuataria a desistere dalla loro istanza di fallimento. Dunque, nessuna ragionevole e fondata previsione di utilità per le sorti della società per oggi è giudizio, esposta ad un rischio di quasi certo inadempimento da parte dell'organismo collegato (e pur esso di poi fallito). Osservazione che si muove anche in relazione all'elemento soggettivo della fattispecie di cui al novellato art. 2634 c.c., comma 3, oggetto di specifico richiamo da parte dei ricorrenti. Per quanto attiene al delitto di bancarotta, non riveste interesse la distanza di tempo delle condotte distrattive rispetto alla formale dichiarazione di fallimento.
È vero che la disciplina relativa alla bancarotta fraudolenta patrimoniale è in grado, nella sua concreta applicazione, di selezionare i comportamenti in ragione del tempo che li separa dalla pronuncia giudiziale, dovendo il giudice pur sempre dar conto dell'effettiva offesa alla massa dei creditori (oggetto della tutela penale), quale portato del comportamento illecito (anche mediato e consequenziale, derivato dalla perdita di ricchezza e non compensato "medio tempore" da alcun riequilibrio economico). Ma, nella situazione dedotta dall'impugnazione - come attestato dalle stesse parole dei ricorrenti - la società da tempo (ed al tempo della contestata distrazione) si trovava in difficoltà, con una esposizione bancaria elevata e protesa al sostegno anche dell'economia (già in difficoltà) della società ad essa collegata. Non vi è dubbio che, pur cronologicamente lontana dalla sentenza dichiarativa di fallimento, la sottrazione di ricchezza si ripercosse nel tempo direttamente sull'impoverimento dell'asse patrimoniale, con diretto danno per la massa creditoria.
Non assume pregio l'accenno difensivo alla pretesa assenza motiva circa l'asserita carenza dell'elemento psicologico; il dolo, che sorregge la penale responsabilità secondo l'indicazione normativa, è quello meramente generico, polarizzato sull'azione compiuta e non sulla eventuale e futura dichiarazione di insolvenza. Richiamando quanto dianzi detto, vi è ampio riscontro nella condotta degli imputati di questa consapevolezza, che presiedette all'assegnazione di denaro verso un'economia terza e fortemente indebitata.
Inammissibile è il motivo afferente al computo dell'aumento sanzionatorio disposto in sede di continuazione. Non sussiste obbligo di autonoma e specifica motivazione in ordine alla quantificazione dell'aumento per la continuazione, posto che i parametri al riguardo sono identici a quelli valevoli per la pena base.
Giuridicamente scevra di interesse (e, quindi, correttamente trascurato dai giudici dell'appello), la doglianza che invoca l'applicazione - sulla pena/base - dell'attenuante di cui all'art. 62 c.p., n. 4 (ed il discorso si attaglierebbe anche al più specifico L. Fall., art. 219, u.c.) attesa l'entità della distrazione rapportata all'epoca del fatto, manifestamente incomparabile con la "speciale tenuità", connotazione che - in ogni caso e rapportata agli esiti del comportamento illecito comparati alla complessiva risultanza concorsuale - può essere riscontrata in un pregiudizio singolarmente ridotto. Il diniego del riconoscimento dell'attenuante, a fronte di distrazione di L. un centinaio di milioni (importo desumibile dal capo d'accusa) non appare logicamente e giuridicamente lesivo del precetto normativo.
Errata è l'istanza difensiva che vorrebbe scindere, nel contesto del fatto, i singoli episodi di distrazione ed assegnare loro autonoma valenza nell'offesa patrimoniale recata.
Nella configurazione del delitto di bancarotta fraudolenta pre- fallimentare i comportamenti illeciti sono unificati, con riferimento alla data della formale dichiarazione di fallimento: in questo momento, infatti, assumono valenza integrativa del delitto tutte le pregresse condotte. La norma di cui alla L. Fall., art. 219, comma 2, n. 1, (espressione del concetto unitario della bancarotta) non consente di leggere in maniera atomistica i fatti costitutivi del reato ed assegnare a taluno di essi autonomia. Osservazione che spiega il suo rilievo anche con riguardo alla rilevanza del complessivo danno patrimoniale dedotto dalla L. Fall., art. 219, comma 1.
Non risulta, mancando ogni indicazione in tal senso, infine, che i giudici - nel dedicare espressamente un punto della sentenza al computo e rideterminazione della complessiva pena a seguito della ravvisata continuazione con la pregressa condanna - abbiano pretermesso di considerare l'estinzione del delitto di bancarotta semplice, in merito alla quale essi hanno esplicitamente accertato la prescrizione, dichiarandola, ancora, in sede di dispositivo. Nel merito della scelta sulla misura sanzionatoria e sull'applicazione, quindi, dell'art. 597 c.p.p., comma 3, il giudice di legittimità non ha alcun potere di rivalutazione, attesa la adeguatezza della motivazione complessivamente resa al riguardo.
La Corte rigetta i ricorsi e condanna in solido i ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento.
Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del procedimento.
Modifica della nozione di piccolo imprenditore e legge fallimentare applicabile
Data :: lun 01/02/2012 @ 11:47
In tema di reati fallimentari, alle procedure concorsuali e penali avviate prima della data di entrata in vigore della L. n. 5 del 2006, che ha modificato la nozione di piccolo imprenditore contenuta nell'art. 1, comma secondo, L. fall., resta applicabile la legge fallimentare previgente, anche per quanto attiene alla identificazione del soggetto assoggettabile al fallimento ed alla nozione di piccolo imprenditore, considerato che l'art. 150 della L. n. 5 del 2006 detta una chiara disciplina transitoria per la quale "i ricorsi per dichiarazione di fallimento e le domande di concordato fallimentare depositate prima dell'entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2006, nonché le procedure di fallimento e di concordato fallimentare pendenti alla stessa data, sono definiti secondo la legge anteriore".
Cassazione Penale, Sezione V, Sentenza del 20/03/2007 n. 19297
Igor CELOTTI venne condannato dal Tribunale di Udine con sentenza 18.4.2001 quale responsabile del delitto di bancarotta fraudolenta documentale accertato a seguito del fallimento 20.7.1994 di Friulpav s.n.c., società così di recente trasformatasi dalla forma di S.r.l..
La Corte d'Appello di Trieste confermò il 12.10.2005 la decisione ed avverso la stessa interpone ricorso la difesa dell'imputato allegando i seguenti motivi (talora reiteratamente riproposti):
- carente e contraddittoria motivazione della sentenza sia quanto alla ritenuta ricorrenza del profilo oggettivo dell'illecito, non essendo occorsa impossibilità alcuna nella ricostruzione del movimento degli affari della fallita società, sia quanto alla contestazione dell'elemento psicologico dello stesso, discendendo la condanna dall'accertamento di un mero "dolo generico", nella considerazione che il ricorrente era tenuto soltanto alla contabilità "semplificata";
- carente e contraddittoria motivazione della sentenza che riconosce la penale responsabilità senza avere riscontrato danno alcuno, attesa la fattiva collaborazione dell'imputato nei confronti del curatore;
- erronea applicazione della legge penale circa la statuizione sanzionatoria risultando la pena/base da cui si diparte il computo della pena di gran lunga superiore alle premesse logiche di causa. La difesa depositava memoria difensiva in data 5.3.2007: con essa si segnalava la modifica della disciplina fallimentare, a seguito del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5. Segnatamente l'art. 1 che alzando la soglia della categoria di "piccolo imprenditore" ha escluso dalla assoggettabilità a procedura concorsuale tutti gli imprenditori che non rientrano nei nuovi parametri. Consequenzialmente esclude anche tutti costoro dalla fattispecie generale della bancarotta che - nella gran parte dei casi - raffigura la qualità di fallito come indefettibile requisito soggettivo dei vari reati. Di qui l'assenza attuale di un elemento essenziale del reato.
Di preliminare e notevole interesse è l'argomento dedotto nella memoria difensiva prodotta per l'odierna udienza.
a) In linea di diritto, occorre precisare che la riforma della legge fallimentare ha ridisegnato i connotati dei soggetti assoggettabili alla dichiarazione di fallimento ed alle altre procedure concorsuali, restringendo il novero rispetto al passato e delegando alla esecuzione individuale del debitore la soluzione dei crediti rimasti insoluti. Tuttavia, resta invariata sia la nozione di stato di "insolvenza" (art. 5) come quella di "imprenditore", che è sempre collegata alla gestione di attività commerciale (non, quindi, agricoli ex art. 2135 cod. civ., gli enti pubblici, i professionisti nonché esercente attività di mero godimento).
Negativamente, invece, è stata ridefì nita la nozione di "piccolo imprenditore" (art. 1, comma 2) che può essere anche un soggetto societario ("impresa in forma collettiva" con eliminazione della L. Fall., art. 1, comma 2), non assoggettabile alle procedure concorsuali. Tale non è:
- chi ha effettuato investimenti in conto capitale per oltre Euro 300.000 (in sostanza l'attivo dello stato patrimoniale). - chi non ha realizzato ricavi lordi (ufficiali o "in nero") per Euro 200.000 nel corso di tre anni;
- chi si è indebitato per somma superiore a Euro 25.000. Di qui la conclusione che anche la nozione di società soggetta a fallimento deve parametrarsi a queste indicazioni, sicché anche la fattispecie di cui alla L. Fall., art. 223, può considerarsi coinvolta dal mutamento e, con essa, i soggetti attivi indicati da detta norma penale.
11 quesito attiene al riflesso penalistico della modifica della connotazione sostanziale, non potendosi negare - in via astratta - che il restringimento della categoria di "imprenditore" si ripercuote su elementi essenziali del delitto di bancarotta, che postula sia il requisito soggettivo della qualità di "imprenditore" sia il connotato oggettivo costituito dalla dichiarazione di fallimento resa nei confronti di questi. Dunque, più che al generico "favor rei", come vorrebbe la difesa, l'argomento si rapporta direttamente alla possibile fattispecie dell'art. 2 c.p., comma 2.
Sui rapporti tra la normativa fallimentare e le procedure concorsuali giova rammentare gli approdi giurisprudenziali di questa Corte:
- soprattutto in epoca più recente, è ricordato il carattere obiettivo e storicamente incontestabile della dichiarazione di insolvenza resa dal giudice fallimentare, un dato entrato nella realtà giuridica e da cui anche il giudice penale non può sottrarre l'attenzione (cfr. in tal senso, Cass, Sez. 5^, 4.5.1993, Berzanti, CED Cass. 194879; Cass., Cass. Sez. 5^, 24.2.1998, Bertoni, CED Cass. 211139, diretta ad affermare la definitività del dato derivante dalla decisione del giudice fallimentare, proprio in tema di qualifica artigianale dell'imprenditore; Cass., Sez. 5^, 15.4.98, Calabro, Guida Diritto, 9/98, pag. 98; Cass., 31.5.2001, Barni, Guida Diritto, 31/01, pag. 66, ecc.).
Tuttavia, a proposito della essenziale qualifica soggettiva di "imprenditore" questa Corte rammenta che l'accertamento della qualificazione "propria" della fattispecie di bancarotta attiene al giudice penale, come indefettibile requisito del reato(Cass., Sez. 5^, 28.10.2002, Veruschi, n. 36032, in tema di "piccolo imprenditore", la cui qualificazione - al di là del giudizio espresso dal giudice fallimentare - è appannaggio del giudice penale; Cass., Sez. 5^, 3,5,1999, Leo, CED Cass. 213529; Cass., sez. 5^, 29.4.1998, Marcimmo, in Fallimento, 1999, 1135; Cass. Sez. 5^, 1.12.1990, Milazzo, CED Cass. 195947, ecc.). Ovviamente e più semplicemente, l'argomento vale anche per le qualifiche proprie della L. Fall., 'art. 223, (amministratore, direttore generale, sindaco, liquidatore) che non vengono dedotte in se dalla pronuncia di fallimento e che sono sempre state riservate alla valutazione del giudice penale.
- ai fini dell'applicabilita' dell'art. 2 c.p., comma 2, sono norme extrapenali integrataci solo quelle che determinano, o concorrono a determinare, il contenuto del precetto penale. Tali non sono, con riguardo ai reati fallimentari, le norme civilistiche che disciplinano i limiti temporali entro cui deve intervenire la pronuncia della sentenza dichiarativa di fallimento, elemento costitutivo del reato, con la conseguenza che le vicende relative alle predette norme restano ininfluenti rispetto al fatto di reato anteriormente commesso (Cass. Sez. 5^, 26.9.2002, Crescenze CED Cass. 222978, relativamente alla modifica sui termini di decadenza per la dichiarazione di fallimento del socio illimitatamente responsabile), così tratteggiando in questa materia un ulteriore limite all'efficacia della disciplina della successione delle norme nel tempo.
Quest'ultima affermazione non può essere qui accolta, avuto riguardo alla decisi vita della connotazione soggettiva dedotta, la quale stabilisce il novero di quanti possono essere assoggettati a procedura concorsuale e - dunque - suscettibili di qualificarsi soggetti attivi dei reati di bancarotta "propria", e non a qualità o profili secondari. Al contempo le disposizioni incriminatici penali della legge fallimentare sono in grande misura connotate dal rinvio alla disciplina fallimentare: esse si presentano, infatti, quali penali "in bianco", necessariamente integrate dalla limitrofa norma extra-penale che regola la procedura del concorso creditorio. Ma la conclusione che, conseguentemente, deduce dalla essenzialità della novum soggettivo, il vincolo per il giudice penale nell'ottica della "abolitio criminis" è, secondo il Collegio, affrettata ed impropria: essa, oltretutto, porterebbe a risultati del tutto irragionevoli e con profili di illegittimità costituzionale. Il processo formativo di questa novella è stato complesso:
intervenne, dapprima, la L. 14 maggio 2005, n. 80, che ratificò il D.L. 14 marzo 2005, n. 35, portatore di urgenti ed essenziali variazioni alla disciplina, soprattutto in tema di ambiti di libertà personale. Gran parte di queste modifiche incisero direttamente sulle fattispecie penali (cfr. art. 46 relativamente agli artt. 16 e 49 interagenti con la L. Fall., art. 220). Ad esse espressamente il legislatore attribuì vigenza all'atto della pubblicazione (16.1.2006).
Diversamente il D.Lgs. n. 5 del 2006 regola per la gran parte della disciplina: l'art. 150 fornisce una chiara disciplina transitoria, sancendo: "i ricorsi per dichiarazione di fallimento e le domande di concordato fallimentare depositate prima dell'entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2006, nonché le procedure di fallimento e di concordato fallimentare pendenti alla stessa data, sono definiti secondo la legge anteriore".
Dunque, per quanto riguarda gli eventi processuali (concorsuali e penali) avviati prima della data di entrata in vigore (16.7.2006) il referente normativo - anche per quanto attiene alla identificazione del soggetto assoggettabile al fallimento ed alla nozione di "piccolo imprenditore" - resta la "vecchia" legge fallimentare. Non è corretto opinare diversamente. Non soltanto perché il tracciato risulta, all'evidenza, irrispettoso della espressa volontà del legislatore che ha fornito (con logica) espressa cronologia alla vigenza del corpus normativo, ma anche perché:
- se la disciplina civilistica deve integrare quella penale, essa dispone di un ben preciso limite cronologico e non pare processo ermeneutico giustificabile quello che utilizza il momento normativo integratore della fattispecie punitiva in misura eccedente alla naturale vigenza stabilita dal legislatore nella sua sede propria. - La fissazione temporale imposta dall'art. 150 è essenziale all'equità ed alla definizione del portato normativo, chiaro essendo che il decorso del tempo altera il peso dei parametri fissati per il processo di svalutazione monetaria. L'esito risulta, per il comparto penale, essenziale per definire i contorni dell'offesa penale. Infatti, la retroazione nel tempo (seguendo la dinamica dell'art. 2 c.p., comma 2) dei valori stabiliti allarga a dismisura questo novero, in un inammissibile slabbramelo del valore indicato dal testo normativo.
- Che la modifica del referente cronologico sia essenziale alla nozione di "piccolo imprenditore" si ricava direttamente dal testo in esame: la stessa norma (art. 1) allaccia la nozione a possibili variabili connesse all'aggiornamento ISTAT. Il che rende la nozione in discorso estranea e, comunque, incompatibile con il riferimento normativo penale, bisognoso di assoluta certezza prescrittivà v per il principio di stretta legalità.
- La diversa opinione espone il collegamento normativo alla censura di violazione del principio di uguaglianza, trattando in guisa irragionevolmente uguale situazioni che tra loro sono diverse; separa senza logica economica (e, quindi, anche per questo aspetto, senza la ragionevolezza pretesa dalla norma costituzionale) la fisionomia dell'imprenditore (e della sua impresa) dalla misura patrimoniale del patrimonio su cui si rivalgono i creditori e dal danno a costoro cagionato.
La conclusione è, quindi, che intrinsecamente la modifica innovativa portata dal D.Lgs. 9 febbraio 2006, n. 5, non è suscettibile di meccanica trasposizione nelle dinamiche della successione delle leggi penali, senza una espressa disciplina che coordini il versante penalistico con quello fallimentare.
b) Venendo al caso in esame e considerato che, in ogni caso il ricorrente non ha provato in alcun modo che i propri parametri economici segnalati dalla difesa in termini assoluti, possano essere compresi nel D.Lgs. cit, art. 1, la Corte osserva che la censura sulla qualificazione oggettiva del fatto non è fondata. È irrilevante osservare che il ricorrente - attese le dimensioni dell'impresa - fosse autorizzato alla tenuta della contabilità cd. "semplificata". La norma che regola i doveri dell'imprenditore commerciale permane; l'art. 2214 cod. civ. e il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 18 che disciplina l'accertamento in materia di imposte sui redditi, espressamente fa "salvi gli obblighi di tenuta delle scritture previste da disposizioni diverse dal presente decreto". Pertanto le disposizioni del codice civile non sono abrogate e costituiscono un preciso dovere dell'imprenditore individuale o collettivo. Da tanto discende che correttamente i giudici di merito hanno considerato la violazione all'art. 2214 cod. civ. quale presupposto oggettivo della fattispecie di bancarotta. Circostanza che priva di interesse il fatto che i libri fiscali risultassero, come indica il ricorso, in regola.
c) Analogamente infondate sono le doglianze attinenti al profilo soggettivo.
La Corte ha (in epoca recente) ribadito che per la integrazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui alla seconda ipotesi della L. Fall., art. 216, comma 1, n. 2, è sufficiente il dolo generico, ossia la consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio. Il risultato di inquinamento contabile, impeditivo per la ricostruzione della traccia per cui la ricchezza di impresa è stata persa, non è il frutto di una tensione volitiva, quanto una connotazione della condotta dell'agente: la consapevolezza di questo comportamento - durante la gestione dell'impresa - integra il profilo psicologico richiesto dalla norma. La comparazione con la formula letterale rinvenibile nella prima parte dell'art. 216, comma 1, n. 2 - con lo scopo di procurare a se o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori - evidenzia la diversa struttura del dolo.
In questo senso la doglianza del ricorrente è infondata, chiaro essendo, inoltre, che la differenza tra la fattispecie di cui all'art. 216 p.p., n. 2 e quella di cui alla L. Fall., art. 217 comma 2 (figura di reato che l'imputato vorrebbe applicata, in luogo della più grave ipotesi di fraudolenza) riposa sulla diversa fondamentale tipologia di connotazione soggettiva, richiedendo la prima il dolo e la seconda anche la mera forma colposa.
Così come risulta ininfluente in chiave di esimente - alla luce delle precisazioni dianzi esposte - la collaborazione dispiegata dal fallito verso gli organi di Curatela, poiché alla data della dichiarazione di fallimento il delitto trova consumazione e quando occorre successivamente diviene post factum esterno alla fattispecie penale (utile per calibrare la sanzione ai sensi degli artt. 132 e 133 cod. pen.). Ed al riguardo non sfugge che la descrizione normativa della condotta ricalca la connotazione di reato di pericolo: la tenuta "in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari" non sta a restringere l'area di punibilità al raggiungimento effettivo del risultato, bensì censura la potenzialità di ostacolo e di impedimento alla conoscenza dello sviluppo economico dell'organismo fallito. In questa prospettiva ben si comprende come la consumazione del reato può affermarsi anche di fronte ad una mera (seria) difficoltà di ricostruzione, del movimento del patrimonio o degli affari, non già soltanto alla oggettiva impossibilità ricostruttiva.
E, così, la penale responsabilità deve affermarsi anche quando sia stata possibile la lettura delle vicende di gestione soltanto richiamandosi al supporto di fonti cognitive esterne alla documentazione dell'ente fallito.
Tanto giustifica la decisione della Corte territoriale poiché l'omissione si risolve in un grave impedimento alla ricostruzione delle vicende patrimoniali, non già in una difficoltà agevolmente superabile, tant'è che lo stesso imputato rammenta che la Curatela potè (asseritamene) giungere alla ricostruzione "attraverso gli estratti conto bancari e scritture extra-contabili" (ricorso, pag. 4). Pertanto, grazie al supporto di risultanze esterne al compendio documentale proprio dell'impresa ed a fonti cognitive esterne ad essa (cfr. sul punto la costante giurisprudenza Cass., sez. 5^, 22.5.2000, Piana, Ced Cass., rv. 218383).
Orbene, si legge nella decisione impugnata che l'omessa tenuta del libro giornale (la traccia essenziale per rilevare i fatti aziendali) si protrasse per un intero esercizio (1993) ed ad essa si associò la mancata redazione degli inventari per il triennio 1991, 1992 e 1993. Si trattò, quindi, omissioni che giustamente sono state considerate indici di una consapevole grave omissione annotativi,, tale da ostacolare la ricostruzione del movimento degli affari. Ma la decisione appare vieppiù perspicua perché nel biennio 1993/1994 intervenne - in un periodo assai delicato, precedendo di poco la formale dichiarazione di insolvenza - una radicale modifica patrimoniale nella struttura societaria costituita dalla cessione di azienda a favore della ditta individuale della moglie dell'imputato (e socia della fallita società). Operazione che esalta profili di possibile conflittualità tra l'economia societaria e quella personale dell'imputato. La motivazione della decisione impugnata è, dunque, logica e coerente con le indicazioni normative e la lettura giurisprudenziale fornita alle norme incriminatrici. e) Quanto al profilo sanzionatone si evidenzia, invece, una chiara incongruenza logica. La Corte d'Appello ritiene che la fissazione della pena sia stata "determinata in misura prossima al minimo edittale", quando - invece - per il peculiare meccanismo della L. Fall., art. 219, u.c. che abbatte la sanzione "sino al terzo (delle pene stesse, nde.)" e, quindi, con riduzione da un terzo a due terzi della soglia astrattamente stabilita dal giudice (da ultimo Cass., Ord. Sez. 5^, 17.2.2005, PG. in c/Dente, CED Cass. 231201), l'entità afflittiva - considerata la riconosciuta ricorrenza delle attenuanti generiche e la diminuente conseguente al rito abbreviato - appare grandemente superiore e, come esattamente rilevato dal ricorrente, ad anni 3 e mesi sei di reclusione (minimo assoluto edittale: mesi 8 di reclusione).
Al proposito, pertanto, la motivazione risulta contraddittoria e, certamente, carente non avendo, in precedenza, la Corte territoriale segnalato (salvo che per quanto trae ai precedenti penali) motivi di speciale severità.
La Corte, quindi, annulla la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello di Trieste, per nuovo esame. Rigetta nel resto.
annulla la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello di Trieste, per nuovo esame. Rigetta nel resto il ricorso.
Depositato in Cancelleria il 17 maggio 2007
Bancarotta per distrazione e art. 148, comma terzo, legge fallimentare
Il mancato pagamento di un debito regolarmente contabilizzato, contratto, nella qualità di imprenditore individuale, nei confronti di una società in accomandita semplice, di cui si rivesta il ruolo di amministratore e socio accomandatario, non costituisce di per sé il delitto di bancarotta per distrazione, considerato il cosiddetto principio di automaticità di cui all'art. 148, comma terzo, l. fall. - per il quale il credito dichiarato dai creditori sociali nel fallimento della società si intende dichiarato per l'intero anche nel fallimento dei singoli soci - che comporta, in linea generale, che la domanda di ammissione al passivo di una società di persone estenda "ipso facto" i suoi effetti anche allo stato passivo del socio e che tale estensione comprenda anche l'eventuale privilegio generale che assista il credito, in considerazione della causa di questo e dell'unicità del rapporto da cui sorge.
Titolo: Bancarotta per distrazione e art. 148, comma terzo, legge fallimentare.
Cassazione Penale, Sezione V, Sentenza del 19/12/2006 n. 2242
Pastorelli Sergio ricorre per Cassazione contro la sentenza della Corte di appello di Trento del 10 giugno 2005 che ne ha confermato la dichiarazione di responsabilità in ordine ai reati di cui al R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 216, comma 1, n. 1) e comma 2 - art. 323, art. 217, comma 2 - art. 224, per avere, nella sua qualità di amministratore e di socio accomandatario della fallita Teknoimpianti & SaS; 1) distratto dal 1997 alla data del fallimento (13/12/2000) le somme (peraltro sensibilmente minori di quelle di cui all'originaria contestazione) relative al costo di materiali acquistati dalla società, in realtà introitate dall'impresa individuale Pastorelli Sergio a lui facente capo; 2) distratto nel corso della procedura fallimentare la somma complessiva di L. 15.910.020 costituenti l'incasso di fatture emesse in epoca successiva alla dichiarazione di fallimento e 3) omesso la tenuta dei libri contabili e la redazione degli inventari nei tre anni antecedenti la dichiarazione di fallimento. Il ricorrente denuncia violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla ritenuta responsabilità deducendo che, se avesse voluto distrarre le somme, avrebbe potuto semplicemente mandare in passivo l'impresa artigiana che, in quanto tale, non avrebbe potuto fallire mentre non intendeva danneggiare i fornitori i quali avevano come loro interlocutore sempre il Pastorelli, o come rappresentante della società o come artigiano. I crediti erano dell'impresa individuale che aveva realizzato i lavori mentre la società era priva di autorizzazioni.
Quanto al capo sub 2) l'incasso sarebbe avvenuto per equivoco e le somme sono state restituite. Osserva la Corte che il ricorso è fondato.
Si evince, infatti, dalla sentenza impugnata che l'imputato, il quale, essendo titolare di una impresa artigiana, ed avendo costituito una Sas con i propri familiari per la stessa tipologia di attività di impiantistica, essendo detta società per lungo tempo non operativa per ragioni di ritardo amministrativo in autorizzazioni e licenze, eseguì i lavori ed incassò i corrispettivi dai clienti come ditta individuale, mentre effettuò gli acquisti necessari come Sas. In tal modo non vennero corrisposti i dovuti pagamenti ai fornitori per radicale mancanza di liquidità, determinata dal mancato trasferimento dall'impresa individuale alla Sas del corrispettivo degli acquisti dei materiali necessari al compimento dei lavori richiesti.
La sentenza di primo grado, poi, ha ritenuto che fosse sufficiente ad integrare il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione la circostanza che "l'autore fosse consapevole di realizzare una condotta dannosa per la società, come certamente era quella di utilizzarla per l'acquisto dei materiali necessari ai lavori della impresa individuale, e cioè di un soggetto diverso, senza provvedere al pagamento del corrispettivo". Quasi che a realizzare la distrazione fosse sufficiente l'omesso pagamento di un debito contratto dall'imputato, nella qualità di imprenditore individuale, nei confronti della società di persone di cui era socio accomandatario e, dunque, personalmente e illimitatamente responsabile.
Anche la sentenza impugnata sembra motivare in tal senso l'affermazione di responsabilità allorquando sostiene che "Pastorelli, esposto sia come amministratore della Sas che come ditta individuale, non poteva dunque non essere consapevole (e tanto appare sufficiente per la sussistenza del dolo generico) della realizzazione di una condotta dannosa sia per la Sas che per i suoi creditori, proprio per il mancato pagamento dei materiali che essa Sas procurava in modo continuativo per la ditta individuale".
Siffatte affermazioni, peraltro, sembra che non tengano conto del principio per il quale "in tema di fallimento in estensione, il principio c.d. di automaticità dettato dalla L. Fall., art. 148, comma 3 (a mente del quale "il credito dichiarato dai creditori sociali nel fallimento della società si intende dichiarato per l'intero anche nel fallimento dei singoli soci") comporta, in linea generale, che la domanda di ammissione al passivo di una società di persone estenda "ipso facto" i suoi effetti anche allo stato passivo del socio, tale estensione comprendendo, per l'effetto, anche l'eventuale privilegio generale che assista il credito, in considerazione della causa di questo e dell'unicità del rapporto da cui sorge" (Sez. 1^, Sentenza n. 4363 del 25/03/2003). Se, dunque, l'utilizzazione del materiale da parte dell'impresa individuale - come sembra emergere dal testo della sentenza impugnata, come innanzi integrata da quella di primo grado - era regolarmente contabilizzata il mero mancato pagamento delle forniture - tra l'altro, in presenza della sopra evidenziata responsabilità personale del socio-imprenditore individuale - non poteva essere qualificato come condotta distrattiva. Diversa, invece, sarebbe la conclusione se fosse provata quella condotta descritta dalla sentenza impugnata come diretta a far operare la s.a.s. "come una sorta di scatola vuota, costituente punto formale di riferimento per gli acquisti dei materiali necessari all'esecuzione delle commesse, ma ab inizio destinata ad essere insolvente per il sistematico, mancato trasferimento, da parte della ditta individuale pienamente operativa, dei corrispettivi dei materiali stessi", pur in presenza di regolare contabilizzazione delle obbligazioni man mano contratte dal socio. Si impone, pertanto, un nuovo esame sul punto da parte del giudice del merito.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 19 dicembre 2006.
Bancarotta fraudolenta patrimoniale e rilascio di garanzie fideiussorie a favore di altre società del gruppo
Data :: lun 01/02/2012 @ 11:46
In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale societaria, integra l'ipotesi di causazione dolosa del fallimento (art. 223, comma secondo, n. 2, L. fall.) - e non quella di cui all'art. 223, comma secondo, n. 1, L. fall. nel rinvio al fatto disciplinato dall'art. 2634 cod. civ. (infedeltà patrimoniale) - l'assunzione di obbligazioni gravanti sul patrimonio della società e più specificamente il rilascio di garanzie (nella specie fideiussione bancaria) a favore di altre società del gruppo di cui sia noto lo stato di difficoltà, per importi esorbitanti dalla capienza del patrimonio della società garante con ciò determinandone il fallimento, considerato che si tratta di un atto che - addebitando, con valutazione ex ante, un immediato e sproporzionato sacrificio finanziario alla società garante in vista di vantaggi del tutto aleatori o, comunque, con ragionevoli probabilità di insuccesso - è incompatibile con la corretta espressione del potere di amministrazione e, pertanto, al di fuori della sfera punitiva dell'art. 2634 cod. civ., mentre rientra nella sfera previsionale di cui all'art. 223, comma secondo, n. 2, L. fall. che sanziona, in via residuale, condotte di frode ai creditori purché causalmente correlate al fallimento dell'organismo societario e connotate da intrinseca illiceità rapportata ai criteri di corretta gestione e più specificamente comportamenti intrinsecamente estranei all'interesse sociale, in cui l'organismo societario risulti strumentalmente finalizzato per scopi non consentiti dall'ordinamento.
Titolo: Bancarotta fraudolenta patrimoniale e rilascio di garanzie fideiussorie a favore di altre società del gruppo.
Cassazione Penale, Sezione V, Sentenza del 22/02/2007 n. 11019
Ubaldo POLLICE fu tratto a giudizio avanti il Tribunale di Napoli per rispondere di bancarotta fraudolenta impropria connessa al fallimento di IMM. S. MARTINO srl., dichiarata fallita in Napoli il 17.6.1992. A seguito di giudizio abbreviato fu condannato per la violazione della L. Fall., art. 223, comma 2, n. 2, avendo la società - di cui POLLICE era amministratore unico - prestato a favore di altri organismi societari (di poi dichiarati falliti) fidejussione bancaria (verso Banca Popolare dell'Irpinia) per importo di L. 9 miliardi circa, pur conoscendo lo stato di difficoltà delle società garantite.
La Corte d'Appello di Napoli, in data 5.10.2005, confermava la decisione del primo grado.
La vicenda che attiene al presente processo, come si legge (pag. 3- 4) nella decisione impugnata che, per gran parte riporta testualmente quella di primo grado, si snoda nei seguenti passaggi - l'imputato fu consigliere di amministrazione di SOCOFIMM PARTECIPAZIONI Spa., assegnatario di compiti non meramente formali; egli risulta anche amministratore di altre società facenti parti del gruppo SOCOFIMM, e fu presente in ulteriori rilevanti vicende finanziarie del novero, a ciò delegato da tali Rosario IANDOLO e Gilda DA SILVA, indicati come i reali interessati alle varie iniziative industriali;
- nonostante la difesa del POLLICE, che ascrive la reale gestione in capo al già citato IANDOLO, relegando a sè il ruolo di mero prestanome (quale esplicazione di modalità di prestazioni professionali), erano riscontrati effettivi e significativi atti di gestione del POLLICE in seno alla fallita IMM. S. MARTINO Sri. (Sent. pag. 7)
- IMM. SAN MARTINO Sri. stipulò fidejussione nei confronti di Banca dell'Irpinia a sostegno della esposizione bancaria di SOCOFIMM PARTECIPAZIONI Spa., società di vertice, e di altri organismi del gruppo (COSPAR Srl., SERVIZI FINANZIARI Srl.);
- tutte queste società caddero, di poi, in istato di insolvenza e furono dichiarate fallite;
- all'esito dell'accertamento fallimentare, la massa passiva di IMM. SAN MARTINO Sri. Risultò
- su un debito complessivo di L. 14.788.679.859 (Sent. pag. 6) e salve pendenze debitorie strettamente rapportabili alla gestione della società garante per circa L. 6.000.000.000 - gravata da una passività di ben L. 9.405.297.698, per il solo debito conseguente alla garanzia prestata verso Banca Popolare di Irpinia;
- il patrimonio della fallita IMM. S. MARTINO Sri. fu stimato in circa L. 5.000.000.000, sicché risultò chiaro che il gravame di garanzia, esorbitando dai confini della capienza, si rivelò portatore di un indiscutibile dissesto e rappresentò la causa del fallimento della società.
I ricorsi interposti sia dal POLLICE personalmente sia dalla sua difesa eccepiscono:
1) l'erronea applicazione della legge penale e la mancanza, contraddittorietà della motivazione, avendo la Corte distrettuale trascurato la disposizione dell'art. 2634 c.c., comma 3 che ha introdotto nel nostro sistema la nozione di "impresa di gruppo", annullando il principio di stretta autonomia tra le varie società, ritenuto insuperabile dai giudici di appello; l'art. 2497 c.c.,
inoltre, impone alla holding la responsabilità sulla gestione del gruppo, come affermato anche dalla giurisprudenza, profilo essenziale nel vagliare l'evidente persecuzione di un vantaggio di società del gruppo (la SOCOFIMM) e non personale del POLLICE;
2) l'erronea applicazione della legge penale e la mancanza o contraddittorietà della motivazione nella parte in cui ha negato la sospensione condizionale della pena, pur essendo stati gli effetti penali del reato edilizio (precedente penale ritenuto ostativo) estinti dal relativo condono ed avendo i giudici omesso, in violazione dell'art. 603 c.p.p., di acquisire documentazione che attestava il perfezionamento del condono;
3) l'erronea applicazione della legge penale e la mancanza, contraddittorietà della motivazione nella lettura dei rilievi difensivi.
a) sulla consapevolezza del POLLICE circa il pregiudizio derivante dalla concessione delle garanzie, avuto riguardo alla effettiva posizione del POLLICE in seno al gruppo; la carenza di questo aspetto non può determinare la penale responsabilità neanche ex art. 40 c.p., comma 2.
b) sull'esistenza del nesso di causalità tra la condotta di concessione delle garanzie e l'evento del fallimento, alla luce della giurisprudenza delle Sezioni Unite; nel senso che non da spiegazione della inanità di una eventuale resistenza del POLLICE alle direttive gestorie dello IANDOLO, sicché era necessario precisare quale condotta efficace era da attendersi dall'imputato nel caso di dissenso, atteso il "dominio" del primo, con riguardo all'evento fallimento della IMM. SAN MARTINO;
c) sull'impossibilità di ascrivere al POLLICE il mancato impedimento del fallimento del complessivo gruppo, quando si dovesse accedere alla tesi che l'art. 2634 c.c., comma 3 individui l'evento non soltanto in pregiudizio della Srl. di cui era amministratore unico, ma con riguardo al all'intero gruppo;
d) l'erronea considerazione nel considerare l'eccedenza della garanzia sul netto patrimoniale della Sri. IMM. SAN MARTINO e non già, nell'ottica imposta dall'art. 2634 c.c., comma 3 sul montante patrimoniale consolidato del gruppo a cui apparteneva, con esclusione di illiceità; 2) l'erronea applicazione della legge penale e la mancanza, contraddittorietà della motivazione circa la realizzazione di "operazione dolosa" nel rilascio di garanzie eccedenti il netto patrimoniale;
I motivi del difensore riprendono le censure sull'erroneo convincimento dei giudici di merito circa il ruolo di gestore della fallita società svolto dall'imputato, pur essendo il POLLICE un mero dipendente, come risulta anche dalla posizione "dominante" dello IANDOLO. Quale dipendente, professionalmente esperto, non risulta incompatibile con la funzione concretamente espletata, la sottoscrizione di bilanci o lo svolgimento di mansioni apparente rilevanza. Il ricorso si sofferma, infine, sulla mancata conoscenza - in capo all'imputato - dell'effettiva esposizione debitoria delle società garantite.
La maggior parte del ricorso di Ubaldo POLLICE e della sua difesa si richiama ai profili della riforma penale e societaria introdotta nel nostro ordinamento in materia di gruppi societari (art. 2634 c.c., comma 3 e art. 2497 c.c.). Da queste novelle la difesa deduce la radicale modifica de4i parametri di giudizio al riguardo invocando l'"interesse di gruppo" che rende evanescenti alcuni approdi giurisprudenziali sul punto.
La premessa da cui muove l'impugnazione è corretta: il panorama normativo è decisivamente mutato. Il discorso è anche pertinente al caso concreto avuto riguardo alla presenza di un novero societario collegato da interessi comuni e, almeno per l'aspetto finanziario, convergenti, nonché giuridicamente proponibile. Nè, in linea astratta, il Collegio ritiene esistere una assoluta incompatibilità tra le disposizioni codicistiche e la fattispecie della bancarotta fraudolenta impropria. A quest'ultimo proposito, invero, la Corte osserva che la tutela del patrimonio, dispiegata dall'art. 2634 c.c., si traduce non soltanto nella (indiretta) protezione degli interessi dei soci, ma anche dei creditori, che nell'asse attivo societario, rinvengono la garanzia alla soddisfazione delle proprie pretese (art. 2740 c.c.) e che, inoltre, l'evento di danno, previsto quale momento consumativo del delitto di infedeltà patrimoniale, può agevolmente compararsi al dissesto (a cui consegue un'alta probabilità di insoddisfazione nel recupero della pretesa), che analoga funzione riveste in seno alla L. Fall., art. 223, comma 2, n. 1.
Ma la fattispecie dettata dall'art. 2634 c.c., comma 3 non può trovare applicazione nella vicenda qui dedotta. Non perché - come pure ritiene autorevole dottrina - debba considerarsi estranea alla fattispecie del delitto di infedeltà patrimoniale l'assunzione di obbligazioni gravanti sul patrimonio societario e, specificamente, il rilascio di garanzia personale a favore di terzi. Si tratta, infatti, di una lettura eccessivamente formalistica dell'inciso "atto di disposizione dei beni sociali", il quale - descrivendo la condotta illecita sottesa all'art. 2634 c.c. - contiene notazione che, soprattutto se riguardata con la finalità perseguita dal legislatore, allude ad ogni atto di restrizione della sfera patrimoniale e, pertanto, qualsiasi atto negoziale foriero di pregiudizio, anche se privo di immediati effetti. Ma, nel caso in esame, non è dato ravvisare il connotato tipico della fattispecie penal/societaria.
Infatti, la concessione di garanzia a favore di terzi, coinvolgente un forte impegno in vista di un vantaggio del tutto aleatorio e, comunque, assai più contenuto dell'attuale beneficio reso, si palesa un atto incompatibile con la corretta espressione del potere di amministrazione.
Restano al di fuori della sfera punitiva dell'art. 2634 c.c. gli atti non riconducibili ai poteri di gestione dell'esponente societario (ricadenti piuttosto, con il concorso degli ulteriori requisiti, nella sfera punitiva dell'art. 646 c.p.). Tali sono, paradigmaticamente, non soltanto gli atti meramente predatori del patrimonio sociale (per i quali, a fronte dell'impoverimento dell'asse patrimoniale, non è dato ravvisare alcun beneficio per lo stesso), ma anche quelli che sono estranei all'oggetto sociale, inteso quest'ultimo non già soltanto nella sua formale previsione statutaria, ma quale programma imprenditoriale capace di perseguire l'attività sociale prescelta e concordata dai soci e, di poi, consacrata nel patto fondamentale della società. È, dunque, estraneo ai poteri di gestione dell'amministratore l'atto dispositivo dei beni sociali che non possa collocarsi in una prospettiva strumentale e di effettiva idoneità al raggiungimento degli interessi dell'organismo. Valutazione che deve collocarsi ex ante rispetto alla conclusione del negozio, ma che deve delinearsi per rigorosi tramiti propri della scienza economica (e che, in ogni caso, quando non risulti evidente, sia offerta dall'interessato).
Esula, quindi, dallo statuto sociale il contratto che - sia pure con valutazione ex ante - addebiti un immediato e sproporzionato sacrificio finanziario della società in vista di un beneficio che, anche se non astrattamente inesistente, secondo i canoni della ragionevolezza offre probabilità di insuccesso. O il cui rischio, in termini, di correlazione al danno attuale e sicuro, si prospetta grandemente superiore sia per le conseguenze economiche derivanti dalla garanzia rilasciata sia per le possibilità di concreta escussione della garanzia medesima. Tanto più - come per il per la presente vicenda (ed in assenza di diversa e stringente dimostrazione degli interessati) - se si tratta della garanzia assunta dalla controllata, a favore della controllante ("garanzia ascensionale"), che non consente di ipotizzare una diretta e concreta utilità dell'operazione per la garante. E quando, al contrario, si palesa evidente la preordinazione di un subitaneo vantaggio per la società garantita (o per il gruppo stesso). Quando si assiste, in sostanza, ad un sacrificio unidirezionale a favore di un soggetto esterno al primario interesse della società garante. Sacrificio che, con consequenzialità logica, i giudici del merito hanno dunque considerato sproporzionato e non consentito dal nostro sistema societario.
Del resto, l'introduzione nel nostro ordinamento dell'art. 2634 c.c., comma 3, non permette di affermare - come, invece, sembra presupporre il ricorrente - che la presenza di un gruppo societario legittimi per ciò solo qualsiasi condotta di asservimento all'interesse delle partecipi al novero del gruppo. Anche dopo la riforma - soprattutto nel contesto concorsuale - l'autonomia soggettiva e patrimoniale che contraddistingue ogni singola società impone all'amministratore di perseguire prioritariamente l'interesse della specifica società a cui egli preposto, non essendogli consentito di sacrificare l'interesse in nome di un diverso interesse anche se riconducibile a quello di chi è collocato al vertice del gruppo, e che non procurerebbe riflesso alcuno a favore dei terzi creditori dell'organismo impoverito (cfr. Cass. Civ., Sez. I, 24.8.2004 n. 16707). Rilievo che, già di per sè, esclude in radice la possibilità di considerare - come vorrebbe il ricorrente - quale referente per la valutazione dell'impegno finanziario (o quale misura dell'evento dannoso di cui all'art. 2634 c.c., comma 3), sotteso alla fideiussione prestata, non il patrimonio della singola società, bensì quello dell'intero gruppo.
Sono, pertanto, infondati i motivi dell'impugnazione che si ancorano alla disciplina della L. Fall., art. 223, comma 2, n. 1, nel rinvio al fatto disciplinato dall'art. 2634 c.c. Corretto, invece, è il richiamo - dispiegato dal capo di accusa - alla violazione L. Fall., art. 223, comma 2, n. 2, nella sua formulazione connessa alle ed. "operazioni dolose". Invero, la L. Fall., art. 223, comma 2, n. 2, racchiude in sè una fattispecie residuale, a chiusura del compendio punitivo della bancarotta fraudolenta impropria. La norma sanziona condotte di frode ai creditori non riconoscibili nella restante disciplina, purché causalmente correlate al fallimento dell'organismo societario e connotate da intrinseca illiceità ("dolosità") rapportata ai criteri di corretta gestione. In questa funzione accoglie i comportamenti non riferibili alle figure (connotate da specialità) richiamate dalla L. Fall., art. 223, comma 2, n. 1. Più concretamente la L. Fall., art. 223, comma 2, n. 2 accoglie i comportamenti intrinsecamente estranei all'interesse sociale, in cui l'organismo societario risulti strumentalmente finalizzato (anche per la limitazione della responsabilità civile) per scopi non ammessi dall'ordinamento.
Per questa ragione non vi è dubbio che l'abuso (non riconducibile ad altri fatti descritti dai referenti penal/societari) dei poteri di gestione concreta una operazione "dolosa" che, se casualmente collegata al fallimento della società, integra l'elemento oggettivo della fattispecie penal/fallimentare.
Venendo, ora, al contenuto della decisione impugnata si osserva che la motivazione è giuridicamente corretta ed aderisce, per quanto dianzi osservato, alle risultanze di causa (peraltro assai eloquenti). Per altro verso, la concreta valutazione circa la ravvisata sproporzione insita nel rischio assunto da IMM. S. MARTINO Srl., a fronte del vantaggio sperato, ravvisata dai giudici dell'appello nei negozi di garanzia fidejussioria di cui si tratta, attiene al merito e risulta, quindi, incensurabile in seno al giudizio di legittimità.
Le censure vertenti sull'effettivo ruolo svolto dall'imputato, sulle possibilità di cognizione dei dati di conduzione societaria da parte del POLLICE, sulla assenza di "chances" di efficace reazione di fronte all'altrui imposizione, inquadrate nella assenza di un'effettiva capacità di gestione sono pur esse sono deduzioni attinenti al fatto: il ricorso trascura la motivazione della sentenza di appello, integrata - per gli espliciti richiami - da quella del tribunale. I relativi motivi sono, pertanto, inammissibili.
In linea di diritto il ricorso palesa una errata considerazione della rilevanza penale dell'eventuale "dominazione" di terzi negli atti di amministrazione di una società, anche se correlati ad un rapporto di sudditanza connessa all'altrui partecipazione del capitale sociale. La situazione non preclude la responsabilità dell'amministratore formale il quale mantiene intatta la propria posizione di garanzia, con i conseguenti doveri - descritti dall'art. 40 c.p., cpv. - di evitare non tanto l'evento fallimentare quanto piuttosto il pregiudizio ai creditori che da esso possa derivare, che è l'oggetto giuridico della bancarotta. Nè - all'evidenza - la pedissequa attuazione di altrui direttive nel compimento di atti tipici amministrativi in seno alla società in cui si riveste la formale carica gestoria, come la sottoscrizione di bilanci o il rilascio di impegni di garanzia in nome della società, non comprime la responsabilità connessa alla qualifica di amministratore. Al più configura in capo all'istigatore la penale responsabilità, di concorso - ex art. 110 c.p. - nei reati previsti per il soggetto qualificato. L'ultimo motivo attiene all'omessa acquisizione della documentazione amministrativa di condono che avrebbe potuto elidere gli effetti della condanna per la violazione della disciplina edilizia. Ma spetta a colui che invoca l'applicazione di una causa di giustificazione o di esenzione di pena non già di provare, ma almeno di indicare al giudice del merito gli elementi di fatto e la documentazione mediante cui accertare gli elementi sui quali fonda la sua richiesta e tale onere di allegazione è posto nel suo stesso interesse, dato che, senza le sue opportune indicazioni, il giudice non potrebbe essere proficuamente indirizzato a svolgere l'indagine diretta all'accertamento della causa di non punibilità.
Per le ragioni dianzi esposte la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.
Il delitto di bancarotta fraudolenta è configurabile anche per gli atti di distrazione successivi alla sentenza di omologa del concordato fallimentare
Data :: lun 01/02/2012 @ 11:45
Il delitto di bancarotta fraudolenta si configura anche nel caso in cui gli atti di distrazione siano successivi alla sentenza di omologa, ancorché provvisoriamente esecutiva, del concordato fallimentare - che non incide, di per sé sul procedimento pendente nei confronti del fallimento né determina la decadenza degli organi fallimentari, i quali rimangono in carica in relazione al perdurante interesse dei creditori alla conservazione del patrimonio del fallito - in quanto fino alla chiusura del fallimento gli atti di disposizione patrimoniale sono preordinati alla conservazione del patrimonio fallimentare, a garanzia di tutti i creditori; né il sopravvenuto passaggio in giudicato della sentenza di omologazione del concordato fallimentare, che chiude il fallimento, esclude la configurazione dei fatti verificatisi in costanza di fallimento come reato.
Titolo: Il delitto di bancarotta fraudolenta è configurabile anche per gli atti di distrazione successivi alla sentenza di omologa del concordato fallimentare.
Cassazione Penale, Sezione V, Sentenza del 19/02/2008 n. 13514
1 - Il Tribunale di Palermo, richiesto di riesame ai sensi dell'art. 309 c.p.p., (senza motivi e con deposito di documenti in udienza), ha sostituito la misura di custodia in carcere, disposta dal GIP nei confronti di DE LORENZO Luciano, con gli arresti domiciliari. Sono anzitutto imputati fatti di bancarotta fraudolenta commessi durante la procedura fallimentare, con danno patrimoniale di rilevante gravità, quale socio ed amministratore di fatto in concorso con SPOSITO Mariano, amministratore di diritto e con TORTORICI Filippo, curatore della FINASI spa, dichiarata fallita con sentenza del 16.3.84. La fallita era ammessa a concordato fallimentare con sentenza di omologa del 26.3.97, divenuta irrevocabile (T.U.) maggio 2002, con assunzione da parte de La Risanatrice s.r.l, dell'impegno di soddisfazione integrale dei crediti privilegiati ed il pagamento del 30% dei chirografari. Il primo reato (A) consiste nella distrazione dei ricavi (L. 4.896.200.000, equivalenti ad Euro 2.258.676) di vendite di 19 unità immobiliari tra aprile "98 e giugno 2000 e, quindi (B) nella fusione per incorporazione in data 6.6.01 della FINASI ne La Risanatrice, trasformata poi in ELLE ELLE PI spa, cui finivano 9 unità immobiliari della fallita, prima della integrale soddisfazione dei creditori privilegiati e quindi in violazione del concordato. Gli è poi imputato (C) il concorso, quale socio e procuratore speciale, con l'amministratore SPOSITO Mariano nella distrazione delle 9 unità menzionate vendute dalla ELLE ELLE PI sri, dichiarata fallita dal Tribunale di S. Maria C.V. il 23.5.07.
Infine (E) gli è contestata, quale socio concorrente esterno con lo stesso amministratore SPOSITO, la distrazione di beni mobili (arredi ed attrezzature) e risorse finanziarie (ricavato di vendita di biglietti aerei) della EASYISLANDS srl, dichiarata fallita dal Tribunale di Palermo il 17.5.04 (a SPOSITO è imputata anche bancarotta documentale - D).
1.1. - Il Tribunale premette che l'indagato era titolare di quote per il 99% (il restante 1% era intestato alla sorella) FINASI, e quindi del 95% de La Risanatrice poi trasformata in ELLE ELLE PI. Ed è intervenuto in ciascun momento significativo delle operazioni incriminate (come specifica capo per capo). Quanto al capo A spiega che è stato lo stesso De Lorenzo, tramite i concorrenti muniti di poteri formali, ad operare in concreto i movimenti patrimoniali prima che il concordato avesse attuazione. La dismissione degli immobili sarebbe dovuta avvenire entro sei mesi dal passaggio in giudicato della sentenza di omologa, mentre dalle operazioni, volte a sottrarre il patrimonio al fallimento, è derivata insoddisfazione di parte dei creditori.
La fusione incorporazione societaria ha influito sull'inadempimento del concordato, e determinato l'estinzione della FINASI durante il fallimento. Il dirottamento di quanto rimaneva del suo attivo verso altro soggetto ha impedito l'attivazione del meccanismo previsto dalla L. Fall. art. 137, (risoluzione del concordato). Il reato di cui al capo C ha poi svuotato il patrimonio della ELLE ELLE PI, la società cui è pervenuto il patrimonio residuo della fallita, con la vendita delle 9 unita immobiliari (alcune peraltro a parenti di SPOSITO).
Il fatto di cui al capo E concerne altra società facente capo analogamente a DE LORENZO ed a SPOSITO, strettamente collegata alla ELLE ELLE PI, con passaggio di dipendenti dall'una all'altra, e per l'uso del marchio "EASY ISLANDS" appartenente alla prima. De Lorenzo aveva la materiale disponibilità dei beni indicati in imputazione di quest'ultima società, richiesti dal curatore il 21.6.04, e non consegnati.
Ravvisa le esigenze cautelari di natura probatoria e di prevenzione specifica.
1.2 - Il ricorso deduce: 1^ - violazione della L. Fall. art. 216, comma 2, art. 130 u.c., e art. 131 u.c., e art. 124, (nelle formulazioni vigenti al momento dei fatti), in relazione ai capi A, B, C - vizio di motivazione, perché il concordato fallimentare produce i suoi effetti già dal giorno della pubblicazione della sentenza di omologa e non dal suo passaggio in giudicato. Essa, come riconosciuto in dottrina, giusto l'art. 130 u.c., è provvisoriamente esecutiva e gli organi fallimentari sorvegliano l'adempimento (art. 136) secondo le modalità stabilite nella sentenza, e non mantengono le stesse attribuzioni, cosicché il curatore non amministra il patrimonio fallimentare sotto la sorveglianza del giudice delegato. Con il passaggio in giudicato la procedura è chiusa (L. Fall. art. 131), ed il curatore deve (art. 134) rendere il conto (art. 116). Viceversa la L. Fall. art. 137, contempla la risoluzione del concordato, qualora il fallito non adempia agli obblighi derivanti dal concordato e dalla sentenza di omologazione.
Pertanto, non è possibile dopo il passaggio in giudicato della sentenza di omologa e dunque il consolidamento, ipotizzare sussistenza di reati di bancarotta post - fallimentare. Meno ancor lo è, se il concordato è assunto da un terzo, con cessione, come nella specie, di tutte le attività acquisite al fallimento (L. Fall. art. 124), e quindi l'immediata liberazione della società rispetto a tutti i creditori;
2^ - vizio di motivazione rispetto ai fatti sub E, perché non vi è riscontro che la nota del Curatore sia stata mai ricevuta dal ricorrente: risulta indirizzata in luogo ove egli non risiede ed è una mera velina nemmeno sottoscritta;
3^ - vizio di motivazione in punto di esigenze cautelari, per l'argomentazione di pericolo d'inquinamento con riferimento a fatti diversi da quelli contestati, e per l'insufficiente riferimento alle modalità di commissione dei fatti circa il pericolo di reiterazione specifica.
Con motivi aggiunti si denuncia:
1^ - violazione L. Fall. art. 130, u.c. - artt. 131 e 124, - vizio di motivazione circa i capi A, B, C. E si argomenta (1 mot.) a) la necessità di vendere gl'immobili ai fini dell'esecuzione del concordato (è, irrilevante l'adduzione di falsa certificazione al notaio di chiusura del fallimento, in effetti concernente la cancellazione della trascrizione della sentenza dichiarativa di fallimento, con trasferimento immediato dei beni all'assuntrice: si riporta il tenore della sentenza della Corte di Appello); b) l'inconferenza, ai fini di bancarotta post - fallimentare della FINASI, del fallimento della ELLE ELLE PI (nel quale nessuna ipotesi di reato è stata mai contestata, e sul punto il motivo si sofferma circa le deduzioni del l'Avv. SANGIORGI G., per contrastarne logicità ed inferenza); c) il vizio di motivazione in merito al pregiudizio dei creditori, per l'effetto liberatorio del concordato nei loro confronti, e perché quelli indicati in effetti sono stati soddisfatti, già nella misura del 90%; d) il rilievo che DE LORENZO non è amministratore della società (il motivo prosegue con l'illustrazione delle posizioni, sino a sostenere che non potrebbe ipotizzarsi un reale pregiudizio dei creditori, analizzando le posizioni SERIT, Banco di Sicilia, Banco di Roma, Credito Fondiario SPA, INAIL, rimarcando tra l'altro il numero ridotto da i creditori che si dichiarano insoddisfatti e l'estinzione di taluni crediti per prescrizione, etc);
3^ - vizio di motivazione in punto di riferibilità dei fatti al ricorrente (gli si contesta di aver condotto trattative precontrattuali e di esser stato fisicamente presente agli atti di compravendita, dunque non un comportamento illecito, men che significativo di atti di gestione; ne' si può ritenerlo implicato quale procuratore speciale - capo C - dovendo attribuirsi ogni effetto al mandante; e nulla di sospetto vi è nella stretta collaborazione tra Easy Island ed Elle Elle Pi, che si fonda su un contratto di associazione in partecipazione, stipulato il 23.5.03, nè prova dell'ingerenza del ricorrente nelle ipotesi di mala gestio, che sono mere illazioni).
2.1 - Il 1^ motivo offre una premessa maggiore di diritto erronea. La L. Fall. art. 131, afferma che il fallimento è chiuso solo con il passaggio in giudicato della sentenza che omologa il concordato. Pertanto questa Corte ritiene che l'omologazione del concordato fallimentare, ancorché comporti l'assunzione dei relativi obblighi da parte di un terzo, non incide per sè sul procedimento pendente nei confronti del fallimento, ne' determina la decadenza degli organi fallimentari, i quali rimangono in carica in relazione al perdurante interesse dei creditori alla conservazione del patrimonio del fallito, per il buon fine del concordato (come puntualizzato da Cass. Civ. Sez. 1^, n. 3052/1983, Tedeschi; e n. 20565/86, Missiroli). Difatti il concordato fissa solo le modalità esecutive della soddisfazione dei creditori, secondo le disponibilità del patrimonio fallimentare e gl'impegni assunti per soddisfarle, in maniera da portare a conclusione incontroversa la procedura.
Ne segue che, fino a quando non vi sia la chiusura del fallimento, le disposizioni patrimoniali devono rispondere al fine di conservazione del patrimonio fallimentare, a garanzia dei creditori tutti, nessuno escluso. Diversamente possono ben ravvisarsi le ipotesi di bancarotta fallimentare previste dalla L. Fall. art. 216 comma 3. E la configurazione dei fatti verificatisi in costanza di fallimento come reato è esclusa men che dall'esecutività provvisoria della sentenza di omologa, dal sopravvenuto giudicato della stessa sentenza. La questione dunque residua solo sotto il profilo motivazionale, cioè della premessa minore, della sussistenza di gravi indizi di colpevolezza.
2.2 - Il ragionamento svolto in proposito dal Tribunale, ancorché provvisorio come è ovvio in materia cautelare, è compiuto e logicamente corretto.
Esso si fonda implicitamente sul principio di distinzione del patrimonio della società fallita da quello di altre società, pur facenti capo alla stessa persone o allo stesso gruppo. La soggettività di ciascuna è metro incontroverso di diritto vivente per ritenere il passaggio ingiustificato di quanto appartiene al primo patrimonio ad altro, e dunque la bancarotta.
La motivazione quindi s'incentra su due rilievi. L'assuntore dissimulato del concordato è, in realtà, lo stesso DE LORENZO, cui faceva capo la fallita ed hanno fatto capo sia l'assuntrice formale, La Risanatrice in cui FINASI è confluita, che la ELLEELLE PI in cui è poi confluita l'assuntrice. L'amministratore formale all'uopo nominato è la stessa persona in ciascun caso, ed il curatore del fallimento risulta coinvolto nei fatti. Ne segue l'induzione ineccepibile di un'anomalia rilevante sul piano degli estremi di reato nella sparizione giuridica e perciò patrimoniale della fallita, prima della chiusura del fallimento, per l'assorbimento nell'assuntrice. E risulta risolutivo che questa diversa società scompaia anch'essa in costanza di fallimento, dimostrandosi in effetti incapace di assolvere l'impegno concordatario, perché risulta un mero contenitore del patrimonio fallimentare.
È in questo contesto che, ben prima della definitività della sentenza di omologazione, e proprio facendo leva sull'esecutività provvisoria del concordato, con lo schermo della successione tra i soggetti giuridici, sono stati operati gli atti di gestione incriminati, all'evidenza sottrattivi di garanzie dal patrimonio fallimentare. Questo è il senso dell'ordinanza.
E risulta per sè incontestato, posto che il ricorso e i motivi nuovi, premessa la non ravvisabilità dei reati, si premurano di dimostrare in fatto, in questa sede, l'adempimento del concordato, senza soffermarsi sulla valenza intrinseca dei movimenti e nel contesto.
Al riguardo il Tribunale ritiene inconsistente la giustificazione del destino dato ai cespiti scomparsi dal patrimonio fallimentare, osservando che di essi si è anzitutto disposto attraverso la rappresentazione di dati non rispondenti al vero al notaio (che è impossibile qui verificare se abbia frainteso, men che se ne sia stata fraintesa la deposizione).
L'inferenza che i passaggi formali si rapportano intrinsecamente ad un'attività connessa a sottrarre le garanzie patrimoniali della fallita, risulta dunque corretta. Ed è gratuita in particolare la censura dei motivi nuovi che l'ordinanza ritenga estremo dei reati in discorso il fallimento della ELLE ELLE PI(con la conseguente polemica su quel versante, circa la valenza delle opinioni in proposito). Tale fallimento, difatti, ha solo valenza sintomatica conclusiva per quanto interessa la sorte dei valori ricavati dai beni FINASI venduti.
E rileva altresì la presenza di DE LORENZO, in una con
l'amministratore formale, in quel fallimento come nei momenti chiave delle operazioni incriminate. L'ordinanza induce in maniera logica il suo contributo, in più dall'apprestamento dei presupposti degli atti incriminati, nelle vicende relative al patrimonio della FINASI.
Analogamente risulta incensurabile la motivazione per come resa, con riferimento all'ultimo reato. De Lorenzo risulta dimostrato gestore, al di la dell'incarico formale peraltro significativo, visto che aveva disposizione di beni sociali non trovati al momento del fallimento. Sotto questo profilo, prima che inverificabile in questa sede l'asserto dei motivi nuovi che egli non avrebbe ricevuto la richiesta di consegna del curatore fallimentare, risulta manifestamente irrilevante.
Non si tratta di mero inadempimento ad una richiesta formale di alcunché interessi il fallimento, ma proprio dell'assenza di beni del patrimonio, a stregua dell'imputazione formale, cioè di bancarotta fraudolenta (L. Fall. art. 216).
Oltre i motivi di ricorso, e soprattutto quelli nuovi surriferiti, pongono questioni inverificabili oltre il tenore dell'ordinanza, posto che non risultano proposti motivi al Tribunale, e che è impossibile intendere il controllo di legittimità quale verifica suppletiva di fatto. Sembra che il ricorso lo confonda con l'alternativa possibilità di revoca della misura ai sensi dell'art. 299 c.p.p., quando non con le vertenze in sede civile. 2.3 - Quanto alle esigenze cautelari, sono ravvisate entrambe alla luce dei comportamenti, in se stessi incontroversi di DE LORENZO e pertinenti ai reati incriminati, di cui taluno è sottolineato particolarmente significativo del pericolo di inquinamento. L'ordinanza rapporta infine il pericolo di reiterazione specifica ad ulteriori indici concreti. Ed il dettaglio della motivazione dimostra scrupolosa verifica secondo dettato.
Insomma per questo capo l'argomentazione del ricorso, pur dialetticamente assai curata, risulta manifestamente infondata.
Depositato in Cancelleria il 31 marzo 2008
Costituzione di parte civile inamissibile nell'udienza fissata ex art. 447 c.p.p.
Data :: dom 12/19/2010 @ 07:37
Cassazione Penale, Sezioni Unite, 27.11.2008, n. 47803
3.2. Le decisioni che si collocano sull'altro versante interpretativo (il quale, contrariamente a quanto sostenuto nell'ordinanza di rimessione, non trova alcun plausibile aggancio nella sentenza delle Sez. un. 19 maggio 1999, Pediconi), notano, con varie accentuazioni, che anche nel contesto delineato dall'art. 447 c.p.p. si verifica una forma di esercizio dell'azione penale, e dunque, data la generale previsione dell'art. 444 c.p.p., comma 2, che deriva storicamente dal portato della sentenza Corte cost. n. 443 del 1990, sarebbe arbitrario discriminare, quanto alle spese sostenute dalla parte civile, l'udienza fissata a norma di tale disposizione rispetto all'udienza preliminare, atteso che detta parte, a fronte di una richiesta di applicazione di pena, ha interesse a interloquire su ogni aspetto affidato alla valutazione giudiziale dal quale possa derivare un pregiudizio al diritto al risarcimento del danno, sia pure da fare valere in altra sede; essendo peraltro da ritenere legittima la costituzione di parte civile anche prima dell'udienza preliminare, come ricavabile proprio dalla lettera dell'art. 79 c.p.p., comma 1, che non individuerebbe affatto un termine ante quem la costituzione non sia consentita (Sez. 5, 18 novembre 1992, Marani; Sez. 2, 22 febbraio 1999, Volterra; Sez. 5, 7 maggio 2004, Merighi; Sez. 2, 28 settembre 2006, Romano,- Sez. 5, 8 maggio 2007, Albicini; Sez. 2, 24 gennaio 2008, Morelli; Sez. 3, 26 marzo 2008, Rosa; Sez. 5, 28 maggio 2008, Donvito; Sez. 5, 28 maggio 2008, Borrega).
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References: Sentenza 
 sentenza 
 articolo 148
 articolo 190
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 141
 sentenza 
 articolo 148
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Sentenza 
 sentenza 
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 art. 190
 art. 581
 art. 591
 Cass. 
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 Cass. 
 art. 141
 art. 159
 sentenza 
 Cass. 
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 art. 3
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2634
 sentenza 
 art. 219
 art. 219
 art. 219
 sentenza 
 Sentenza 
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 sentenza 
 sentenza 
 art. 2135
 art. 1
 art. 223
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 Cass. Sez. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. Sez. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 46
 art. 220
 art. 1
 art. 18
 art. 216
 art. 217
 art. 219
 Cass. 
 sentenza 
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 art. 148
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 Sentenza 
 sentenza 
 art. 216
 art. 323
 art. 217
 art. 224
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 148
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 art. 223
 art. 40
 art. 2497
 art. 223
 Cass. 
 art. 223
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 sentenza 
 art. 110
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 137
 art. 216
 art. 130
 art. 131
 art. 124
 sentenza 
 art. 131
 art. 137
 sentenza 
 sentenza 
 art. 124
 art. 130
 sentenza 
 sentenza 
 art. 131
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 Cass. 
 art. 216
 sentenza 
 sentenza 
 art. 216
 art. 447
 sentenza 
 sentenza