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Timestamp: 2020-01-26 11:18:27+00:00

Document:
Malattia, visite fiscali ed obbligo di reperibilità: quando l’assenza dal domicilio diventa giusta causa per il licenziamento – Sentenza n. 2003 del 13 febbraio 2012 – Confederazione Giudici di Pace
Procedimento: Sentenza n. 2003 del 13 febbraio 2012
Malattia, visite fiscali ed obbligo di reperibilità: quando l’assenza dal domicilio diventa giusta causa per il licenziamento
Secondo la Corte di Cassazione (sent. 2003 del 13 febbraio 2012), il datore di lavoro è legittimato a licenziare il proprio dipendente assente dal lavoro per malattia, che non si renda reperibile durante le visite mediche di controllo e che continui a far pervenire certificati successivi al termine indicato all’origine della condizione di impossibilità a recarsi al lavoro a causa di una infermità provvisoriamente inabilitante.
Con lo stesso parere, nel caso sottoposto alla Cassazione, si erano espressi sia il Giudice monocratico che la Corte d’Appello che avevano così respinto la domanda del lavoratore interessato ad ottenere la dichiarazione di illegittimità del licenziamento operato dal datore di lavoro.
A giudizio della Suprema Corte, il lavoratore con il suo comportamento ha dimostrato “pervicace volontà intenzionalmente mirata a pregiudicare” l’interesse del datore di lavoro “ad esser posto in condizione di effettuare un’adeguata verifica dello stato di malattia del dipendente assente”. Fatto che viene riconosciuto tale da incrinare il vincolo fiduciario instaurato tra le parti con l’assunzione e che è venuto meno sia per il reiterarsi, in breve tempo, del comportamento del lavoratore che non si è fatto trovare in casa per i controlli sanitari, sia per il fatto che l’interessato non è riuscito a opporre valide giustificazioni del suo comportamento.
In generale, “per stabilire in concreto l’esistenza di una giusta causa di licenziamento, che deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e in particolare di quello fiduciario, occorre valutare la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva del medesimo, alle circostanze nelle quali sono stati commessi e all’intensità dell’elemento intenzionale nonché la proporzionalità tra tali fatti e la sanzione inflitta, stabilendo se la lesione dell’elemento fiduciario su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro sia in concreto tale da giustificare o meno la massima sanzione disciplinare (Cassazione, Sent. 21437/2011).
Sempre in tema di visite fiscali ed obbligo di reperibilità va tuttavia segnalata una sentenza della corte di Cassazione del 2008 (n. 1942/90) con la quale è stato affermato come una volta ricevuta la visita fiscale che conferma la prognosi il lavoratore non è più soggetto alle fasce di reperibilità in quanto “già controllato”.
Ulteriori richieste di visite da parte dei datori di lavoro configurano il reato di vessazione con conseguente risarcibilità del danno causato al lavoratore dalla richiesta da parte del datore di lavoro di continue visite domiciliari, che ignorano l’esito di precedenti controlli che confermano la persistenza della malattia e che configurano un intento persecutorio suscettibile di causare addirittura un aggravamento della malattia del dipendente. Il caso nella fattispecie riguardava un lavoratore che era uscito dopo la visita fiscale e che era stato sanzionato dall’Inps, che riteneva di avere diritto a disporre un ulteriore controllo medico dopo la prima visita fiscale. Secondo l’ente previdenziale, infatti, il lavoratore in malattia, anche se debitamente accertata da un medico di controllo, sarebbe tenuto per tutta la durata della malattia stessa a rispettare le fasce orarie di reperibilità per consentire accertamenti sul permanere delle sue condizioni patologiche.
Tesi, questa, che è stata rigettata totalmente dalla Corte di cassazione che, per contro, ha affermato la piena facoltà del lavoratore assente per malattia di poter disporre liberamente del proprio diritto alla «locomozione». A patto che il medico fiscale abbia già visitato l’interessato. Secondo i magistrati superiori, «la limitazione alla libertà di locomozione imposta dal regime delle cosiddette fasce orarie di reperibilità» assume carattere eccezionale. E quindi, una volta accertato lo stato di salute (e cioè la malattia del lavoratore), la persistenza dell’obbligo si tradurrebbe in una imposizione di un riposo orario forzato quotidiano, che potrebbe addirittura non essere compatibile o comunque non avrebbe ragione riguardo a determinate forme patologiche la cui terapia potrebbe richiedere, per esempio, l’allontanamento dal luogo abituale di residenza per località più consone alle condizioni patologiche del soggetto (si pensi ai casi di asma allergica). La limitazione potrebbe incidere cioè sui criteri e i metodi di cura della malattia i tempi e i luoghi di essa. La Corte ha sottolineato, inoltre, che il legislatore ha inteso rendere meno gravose le limitazioni delle fasce orarie di reperibilità, disponendo che il servizio di controllo dello stato di malattia e gli accertamenti preliminari al controllo stesso siano fatte nel più breve tempo possibile, nello stesso giorno, anche se domenicale o festivo. Secondo la Suprema corte, dunque, è evidente che il legislatore non ha voluto tutelare soltanto l’interesse del datore di lavoro al pronto accertamento della malattia, ma ha tenuto conto che non sempre uno stato morboso, che pur non rende idoneo il prestatore d’opera a determinati lavori, comporta necessariamente, per tutto il corso della malattia che egli rimanga nel suo domicilio o non svolga altre attività. Pertanto «accertato da competenti organi tecnici lo stato di malattia e formulato un giudizio prognostico», si legge nel provvedimento, «il legislatore non poteva strutturare un meccanismo restrittivo estendendolo ad ipotesi successive assolutamente eventuali fondate sul sospetto di un errore diagnostico valutativo da parte del medico che abbia effettuato il controllo o di un comportamento simulatorio o fraudolento del lavoratore».
Dott. STILE Paolo – Consigliere
Dott. Meliadò Giuseppe – Consigliere
S.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIEMONTE 39/A, presso lo studio dell’avvocato TOMASELLI EDMONDO, che lo rappresenta e difende, giusta delega in atti;
T.N.T. GLOBAL EXPRESS S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANASTASIO II 416, presso lo studio dell’avvocato RADICIONI STEFANO, rappresentata e difesa dall’avvocato CIVITELLI TOMMASO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 4347/2008 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 09/01/2009 R.G.N. 2231/07;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/12/2011 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE BRONZINI;
udito l’Avvocato MURANO GIULIO per delega TOMASELLI EDMONDO;
udito l’Avvocato RADICIONI STEFANO per delega CIVITELLI TOMMASO;
S.M. impugnava il licenziamento per giusta causa intimatogli dal datore di lavoro TNT Global express spa chiedendo la dichiarazione di illegittimità dello stesso con le conseguenze risarcitorie di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18 nonché con il risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale derivato dalla condotta mobbizzante del datore di lavoro. La TNT contestava la fondatezza delle domande di cui chiedeva il rigetto.
Circa la sussistenza della giusta causa la Corte osservava che non era contestato l’invio tardivo di certificati, la mancata presentazione alla visita di controllo nella data indicata dall’INPS, le ripetute assenze alle visite di controllo per le assenze di malattia. Stante la reiterazione dei fatti in un breve arco di tempo e l’assenza di credibili giustificazioni, il comportamento tenuto, visto nel suo complesso, era di gravità tale da ledere il vincolo fiduciario.
Non era stato, inoltre, supportato con “un adeguato impianto allegatorio” il dedotto demansionamento, non essendo stato neppure operato un confronto tra mansioni svolte da ultimo di “addetto alle partenze” e quelle precedentemente di “responsabile recupero crediti”.
In primo luogo va osservato che, pur essendo stata la sentenza impugnata pubblicata il 9.1.2009, non è stato formulato il cosiddetto quesito riassuntivo ex art. 366 bis c.p.c. (“chiara indicazione del fatto controverso, in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione”), previsto dalla norma “a pena di inammissibilità”. Inoltre il CCNL, richiamato in vari passaggi del motivo, non è stato prodotto in copia integrale, né si è indicato con chiarezza l’incarto processuale ove il CCNL sia in ipotesi reperibile (cfr. da ultimo cass. – sez. un.- n. 22726/2011), non essendo sufficiente la mera trascrizione di alcune norme contrattuali (cfr. cass. n. 14595/2009) nel corpo del ricorso.
Sul motivo si è già detto supra. Anche a voler prescindere dalla mancata produzione del CCNL già segnalata (o anche dall’indicazione dell’incarto processuale ove si possa trovare in ipotesi il detto contratto in versione integrale), il motivo si fonda sulla tesi per cui le violazioni contestate unitariamente al ricorrente debbano essere guardate atomisticamente e ricondotte, una per una, alle singole fattispecie previste da clausole contrattuali, il che va escluso per quanto prima osservato (cfr. cass. 6454/2006, cass. 19329/2007). Le plurime violazioni poste in essere dal ricorrente in brevissimo arco temporale sono state unitariamente contestate ed unitariamente valutate. La Corte di appello con motivazione congrua e logicamente coerente ha valutato il comportamento tenuto dal ricorrente di tale gravità da ledere il vincolo fiduciario tra le parti; il giudizio espresso dalla Corte appare dettagliatamente motivato, con specifico riferimento agli elementi emersi a carico del ricorrente. Si tratta di un accertamento di merito, cui il secondo motivo finisce con il muovere censure non pertinenti perché relative ad una atomistica e separata considerazione delle contestazioni mosse al ricorrente che non può esser condivisa per le ragioni prima ricordate.
LA CORTE Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 40,00 per esborsi, nonché in Euro 2.500,00 per onorari di avvocato, oltre IVA, CPA e spese generali.

References: Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 18
 sentenza 
 art. 366
 cass. 
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 cass. 
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