Source: https://www.slideshare.net/ilfattoquotidiano/74520-9199
Timestamp: 2017-04-29 17:57:45+00:00

Document:
Rapporto della Commissione per l’elaborazione di proposte per la lotta, anche patrimoniale, alla criminalità
ULTIMOSAURO
PER UNA MODERNA
POLITICA ANTIMAFIA
Con decreto del 7 giugno 2013 il Presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta ha istituito la
Commissione per l’elaborazione di proposte per la lotta, anche patrimoniale, alla criminalità (d’ora
in avanti anche “Commissione”), così costituita:
Roberto GAROFOLI (Magistrato del Consiglio di Stato)
Magda BIANCO (Dirigente Banca d’Italia)
Raffaele CANTONE (Magistrato di Cassazione)
Nicola GRATTERI (Procuratore aggiunto Reggio Calabria)
Elisabetta ROSI (Magistrato di Cassazione)
Giorgio SPANGHER (Professore ordinario di procedura penale)
La Commissione ha ricevuto dal Presidente Letta il compito di elaborare un rapporto recante un’analisi del fenomeno criminale in Italia e la formulazione di proposte per il relativo contrasto, anche
All’approfondimento dei diversi temi, che si è ritenuto di selezionare, la Commissione ha affiancato
un confronto con personalità impegnate sul fronte del contrasto al crimine, oltre che con esperti di
specifici aspetti sui quali ci si è soffermati.
In particolare, nel corso delle audizioni tenutesi a Palazzo Chigi, la Commissione ha incontrato:
• in data 10 luglio 2013, il Prefetto Giuseppe Caruso, Direttore dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, e il
Generale Saverio Capolupo, Comandante generale della Guardia di Finanza;
• in data 3 settembre 2013, il Generale Leonardo Gallitelli, Comandante generale dell’Arma dei
Carabinieri, e il Prefetto Alessandro Pansa, Capo della Polizia di Stato;
• in data 10 settembre 2013, Don Luigi Ciotti, presidente di Libera Associazioni, nomi e numeri contro le
mafie, ed i suoi collaboratori, dottori Davide Pati, Enrico Fontana e Valentina Fiore; il Cons. Francesco Menditto, Procuratore della Repubblica di Lanciano; il prof. Giorgio Pighi, sindaco di Modena,
ed il dott. Antonio Ragonesi per l’A.N.C.I.;
• in data 18 settembre 2013, il dott. Franco Roberti, Procuratore nazionale antimafia.
Hanno affiancato con particolare impegno la Commissione, nell’attività di ricerca e studio, i dott.
A. Bianchi, M.R. Boncompagni, L. Gizzi, V. Tucci.
Un particolare ringraziamento va al Cons. F. Menditto per il contributo tecnico fornito sui temi delle misure di prevenzione patrimoniali e della gestione e destinazione dei beni confiscati e all’avv. M.
Cesare per l’apporto fornito nell’elaborazione delle parti relative ai rapporti tra degrado urbano e
criminalità. Un ringraziamento, inoltre, ai dott. A. Aresu, M. Laudonio, F. Monteleone, F. Palmieri,
G. Pistorio, A. Tonetti e G. Vanacore.
La ripresa del Paese dopo una crisi ormai decennale, che ha colpito duramente l’intera Europa, è obiettivo fondamentale dell’azione di Governo, ma non può esserci una buona crescita senza il rafforzamento della legalità.
A tal fine assume particolare rilievo l’adozione di misure che trasformino i beni sottratti alla mafia in opportunità di
sviluppo per le zone maggiormente incise da fenomeni delinquenziali e di strumenti idonei a contrastare in modo più
efficace l’infiltrazione criminale nell’economia legale. Miliardi di euro sottratti alle mafie e restituiti alla collettività
possono concorrere alla ripresa etica ed economica del Paese.
Impedire alle mafie di prosperare a danno di imprenditori e lavoratori onesti è fondamentale anche per recuperare
Queste le ragioni che mi hanno indotto a porre la lotta alla mafia fra gli obiettivi prioritari dell’attività di Governo
con l’istituzione di una Commissione investita del compito di elaborare un rapporto per analizzare il fenomeno criminale in Italia e formulare concrete proposte per il relativo contrasto, anche patrimoniale.
Le azioni suggerite sono volte a rilanciare una moderna politica antimafia con strumenti diretti a recidere i legami
tra organizzazioni criminali e settori del tessuto istituzionale, sociale ed economico, oltre che con un rafforzamento
dei meccanismi repressivi.
Esprimo, pertanto, pieno apprezzamento per il lavoro di analisi e proposta svolto dalla Commissione.
Presentazione di Enrico Letta	III
INTRODUZIONE ALL’ANALISI ECONOMICA DEL FENOMENO
2. La criminalità organizzata (di stampo mafioso) in Italia	2
2.1. La presenza sul territorio 2
2.2.	Imprese vittime di criminalità 3
2.3. L’impatto della crisi 4
3. Gli investimenti nell’economia illegale e legale	5
3.1. Le attività illecite	5
3.2. Gli investimenti nell’economia legale	6
3.3. L’impatto economico	7
“AGGRESSIONE” AI PATRIMONI DELLE MAFIE E GESTIONE DEI BENI
CAPITOLO I - LE MISURE DI CONTRASTO PATRIMONIALE
1.	2.	Una visione sistematica e comparata	Prospettive europee	15
SEZIONE I – LE MISURE DI PREVENZIONE PATRIMONIALE
1.	2.	3.	4. 4.1.	4.2.	4.3.	4.4. 4.5. 4.6. 5.	Nozione ed evoluzione normativa	Profili di costituzionalità I dati La disciplina Il sequestro e la confisca	Legittimazione e competenza territoriale dell’organo proponente
La competenza dell’organo giudicante Presupposti e procedimento applicativo Il sequestro e la confisca per equivalente Il regime delle impugnazioni Le criticità www.governo.it
5.1.	5.2.	5.3.	5.4. 5.5. 6. 6.1. 6.2. 6.3. 6.4. 6.5. 6.6. L’incoerenza e l’inefficienza della disciplina relativa alla legittimazione a proporre le
misure patrimoniali Il luogo di “dimora” del proposto e l’incompetenza territoriale La mancata previsione della sospensione dell’esecuzione della decisione di
secondo grado I limiti della disciplina della confisca per equivalente La durata del processo di prevenzione Le proposte di intervento La legittimazione del Procuratore nazionale antimafia e il coordinamento delle
indagini e delle proposte volte all’applicazione delle misure di prevenzione L’istituzione di un registro nazionale unico per le misure di prevenzione e il
miglioramento dei flussi informativi tra le forze di polizia Contenimento degli effetti dell’incompetenza territoriale La sospensione dell’esecuzione della decisione della corte d’appello Modifica alla disciplina del sequestro e della confisca per equivalente La velocizzazione del procedimento di prevenzione 27
Sezione II – La confisca c.d. allargata
1. La genesi e l’accertata tenuta costituzionale ed europea 32
2. natura giuridica La
3. I dati 33
4. Le condizioni per l’applicazione della confisca 34
4.1. Titolarità e disponibilità 35
4.2. sproporzione La c.d.
4.3. L’assenza di giustificazione 36
5. Le modalità di applicazione 36
6. La confisca dei beni del terzo 36
7. Il sequestro preventivo 37
8. I rapporti con la confisca di prevenzione 38
9. Gestione e destinazione dei beni confiscati 39
10. Le proposte di intervento 39
10.1. Confisca e prescrizione 39
10.2. Garanzie difensive dei terzi nel processo di cognizione 39
10.3. Condanna definitiva e applicazione, in fase esecutiva, della confisca dopo la morte
del condannato 40
10.4. Applicazione della disciplina dettata dal Codice antimafia in materia di
amministrazione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati in sede di prevenzione 40
10.5. La velocizzazione del procedimento	40
GESTIONE E DESTINAZIONE DEI BENI SEQUESTRATI E CONFISCATI	1.	L’evoluzione normativa 2. contesto sovranazionale Il
3. I dati 4. disciplina La
4.1. I provvedimenti di sequestro e confisca 4.2. L’articolazione del procedimento e il ruolo dell’Agenzia nelle diverse fasi	4.2.1. La gestione delle aziende 4.2.1.1. applicativo	Ambito
4.2.1.2. La procedura 4.2.1.3. La disciplina 4.3. La destinazione dei beni confiscati. Le finalità sociali; la possibile revoca
dell’assegnazione	4.3.1. La destinazione dei beni mobili 4.3.2. La destinazione dei beni immobili 4.3.3. La destinazione dei beni aziendali 5. tutela dei terzi La
5.1. I procedimenti per i quali si applica il Codice Antimafia 5.2. La disciplina dettata dalla legge di stabilità 2013 (legge n. 228 del 2012) 6. Criticità 6.1. Criticità strutturali e finanziarie 6.2. Criticità collegate alla gestione dei beni 6.2.1. L’amministrazione e la gestione dei beni immobili 6.2.2. L’amministrazione e la gestione dei beni aziendali 6.3. La fase della destinazione 7. Le proposte di intervento 7.1. L’Agenzia nazionale. Gli interventi strutturali	7.1.1. Profili funzionali: il rafforzamento dei poteri di controllo e revoca dell’Agenzia 7.2. La gestione dei beni sequestrati e confiscati 7.2.1. immobili I beni
7.2.1.1. La garanzia dell’immediato utilizzo dell’immobile sgomberato 7.2.1.2. Le risorse necessarie alla soddisfazione dei diritti dei creditori e all’utilizzo
dell’immobile 7.2.2. La gestione dei beni e i rapporti dell’Agenzia con gli altri soggetti del procedimento 7.2.3. La gestione delle aziende www.governo.it
7.2.3.1. Anticipazione della possibilità di vendita delle aziende al momento della confisca di
primo grado 7.2.3.2. Fondo di garanzia per il credito bancario e rating antimafia 7.2.3.3. Forme di premialità fiscale e stipulazione di convenzioni per il conseguimento di
commesse pubbliche 7.2.3.4. La prosecuzione dei rapporti pendenti 7.2.3.5. Tutela del patrimonio delle aziende sequestrate e confiscate 7.2.3.6. Gestione manageriale delle aziende 7.2.3.7. lavoratori Tutela dei
7.2.3.8. Tavoli permanenti sulle aziende sequestrate e confiscate presso le prefetture 7.3. La destinazione dei beni confiscati 7.3.1. La finalizzazione sociale delle aziende 7.3.2. La destinazione “anticipata” dei beni 7.3.3. L’ampliamento della vendita sul libero mercato 7.3.4. L’implementazione delle forme di pubblicità 7.3.5. Modifiche alla disciplina della restituzione per equivalente	68
SISTEMA FINANZIARIO E CRIMINALITÀ ORGANIZZATA
1. Introduzione 76
2. La normativa internazionale e nazionale di riferimento 76
3. Le debolezze del sistema italiano	77
3.1. La disciplina dell’autoriciclaggio e le sanzioni 78
3.2. La capacità di valutazione del rischio, il coordinamento tra istituzioni, lo scambio di informazioni	78
3.3. Gli obblighi di segnalazione per i professionisti 78
3.4. Il problema dell’eccesso di segnalazioni	79
3.5. Il superamento degli schermi societari	79
3.6. La più efficace lotta all’uso del contante 79
4. Le proposte	79
4.1. La disciplina dell’autoriciclaggio e il sistema delle sanzioni	80
4.2. Rapporti tra le istituzioni e miglioramento della valutazione del rischio	80
4.3. Miglioramento del sistema di segnalazione previsto per i professionisti	81
4.4. Coordinamento delle istituzioni nella lotta al riciclaggio e maggiore efficienza del
sistema delle segnalazioni sospette	81
L’INTRODUZIONE DEI REATI DI AUTORICICLAGGIO E DI
1. L’attuale disciplina	84
1.1. Il riciclaggio 84
1.1.1. Il soggetto attivo 85
1.1.2. La condotta 85
1.2. L’impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita 86
1.2.1. Il soggetto attivo 86
1.2.2. La condotta 87
2. Criticità e rischi per il sistema economico-finanziario	87
3. Il quadro sovranazionale 89
4. dibattito interno Il
5. Le proposte di modifica già presentate 91
5.1. Mera elisione della clausola di riserva 91
5.2. Unificazione delle fattispecie criminose 91
5.3. Esclusione di talune condotte dall’ambito applicativo dell’autoriciclaggio	91
5.4. Inserimento dei nuovi reati tra i delitti contro l’ordine economico e finanziario	92
5.5. Le due proposte della Commissione Greco 92
6. La proposta della Commissione	93
6.1. L’illustrazione della proposta 93
6.2. Il nuovo articolo 648-bis	95
6.3.	Il nuovo articolo 648-ter	95
6.4. Le modifiche all’art. 648-quater	96
CRIMINALITÀ ED ISTITUZIONI
SCIOGLIMENTO DEI CONSIGLI COMUNALI E PROVINCIALI PER
1. L’introduzione dell’istituto nell’ordinamento giuridico 2. Presupposti e procedimento per giungere allo scioglimento dei consigli comunali
nel sistema antecedente la riforma del 2009 3. Le inadeguatezze normative e la necessità di un miglioramento	4. riforma del 2009 La
4.1. 4.2. 4.3. 4.4. 4.5. 4.6. 4.7. 4.8. 5. Gli elementi d’istruttoria prefettizia L’ampliamento del novero dei soggetti collegati alla mafia Il nuovo iter procedimentale dell’attività inquirente La fase di competenza degli organi centrali L’adottabilità di provvedimenti nei confronti di altri soggetti interni all’ente L’incandidabilità degli amministratori dei consigli sciolti per mafia La comunicazione della relazione prefettizia all’autorità giudiziaria L’obbligatorietà di un provvedimento conclusivo dell’attività di accertamento Conclusioni e proposte di modifica	104
1. Il quadro normativo	112
1.1. L’apporto della giurisprudenza	112
2. disciplina	La
2.1. Scambio elettorale politico-mafioso e concorso esterno: i rapporti tra patto voti-favori
e patto voti-denaro	115
3. Criticità	116
4. dibattito Il
5. Le proposte di modifica già presentate	117
5.1. Mera aggiunta del riferimento ad “altra utilità” 117
5.2. Estensione dell’ambito soggettivo ed oggettivo	118
5.3. L’irrilevanza del “metodo mafioso”	118
5.4.	Proposte della dottrina 118
6. La proposta della Commissione	119
6.1. L’illustrazione della proposta 119
IL RAFFORZAMENTO DEL SISTEMA DI REPRESSIONE PERSONALE
SISTEMA SANZIONATORIO E PROFILI PROCESSUALI
1. Premessa	2. La cornice edittale prevista dall’art. 416-bis c.p. 3. Criticità e proposte	4. Riflessioni processuali	X
1.	Evoluzione normativa 130
1.1. Il regime dell’art. 90 della legge n. 354 del 1975 130
1.2. Le carceri speciali e l’ufficio per il coordinamento dei servizi di sicurezza degli istituti
penitenziari 130
1.3. La legge n. 663 del 1986 e l’introduzione dell’art. 41-bis	130
1.4. Le stragi di mafia del 1992 e il decreto legge n. 306 del 1992: il secondo comma
dell’art. 41-bis 131
1.5. La legge n. 279 del 2002 132
1.6. La legge n. 94 del 2009 132
2. La giurisprudenza costituzionale e della CEDU 134
2.1. La giurisprudenza costituzionale 134
2.2. La giurisprudenza europea 136
3. disciplina La
3.1. I destinatari 137
3.2. L’oggetto 137
3.3. Il procedimento applicativo e il sindacato giurisdizionale 138
4. Criticità e proposte 140
4.1. Misure restrittive diverse da quelle di cui all’art. 41-bis, comma 2-quater, e diritti
intangibili 140
4.2. Semplificazione del procedimento applicativo 141
4.3. Uniformità delle decisioni in tema di regime detentivo differenziato ex art. 41-bis e
relative attuative	misure
4.4. Riduzione degli istituti penitenziari dove applicare il regime detentivo speciale ex art.
41-bis 142
1. Evoluzione normativa 1.1. La legge n. 8 del 1991 1.2. La riforma del 2001	2. disciplina La
2.1. I collaboratori di giustizia 2.1.1. di applicazione L’ambito
2.1.2. Le misure di protezione 2.2. I testimoni di giustizia 2.3. La revoca delle misure di protezione 2.4. L’attuazione delle misure di protezione 2.5. Il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione 3. Criticità e proposte 3.1. L’assunzione delle dichiarazioni rese dal collaboratore 3.2. La Commissione centrale 3.3. Il sistema di videoconferenza 147
CRIMINALITà E CONTESTO SOCIALE
AREE DEGRADATE URBANE E CRIMINALITà
1. Premessa	2. Riqualificazione urbanistica 3. Riqualificazione educativa	4. Riqualificazione occupazionale	5. Rapporti familiari	6. Il sistema di governance	XII
Introduzione all'analisi economica del fenomeno
2. La criminalità organizzata (di stampo mafioso) in Italia	2.1. La presenza sul territorio 2.2.	Imprese vittime di criminalità 2.3. L’impatto della crisi
3. Gli investimenti nell’economia illegale e legale
3.1. Le attività illecite	3.2. Gli investimenti nell’economia legale	3.3. L’impatto economico
La criminalità rappresenta un ostacolo importantissimo
alla crescita di qualunque sistema. Se lo è la criminalità
tout court, quella organizzata, minando alla radice il funzionamento delle istituzioni, incide pesantemente sulle
opportunità di sviluppo sociale ed economico. Rispetto
alla criminalità, essa infatti offre beni e servizi illegali e
dispone di un’organizzazione stabile con proprie risorse
(umane, finanziarie, di capitali), che opera nelle attività
illegali con una ben definita identità collettiva, regole
interne, basate sulla violenza ma con obiettivi non dissimili dalle imprese lecite, legati al profitto.
La criminalità organizzata offre inoltre “leggi”, “ordine”, “sicurezza” nelle aree dove la sua presenza è consolidata. Per mantenere un forte controllo sulle aree di
origine investe risorse nella legittimazione e nel consenso.
La dimensione sovranazionale ne è divenuta una caratteristica rilevante e preoccupante: secondo le Nazioni
Unite “il crimine organizzato è una delle principali minacce alla
sicurezza umana, che impedisce lo sviluppo sociale, economico,
politico e culturale delle società nel mondo”. E tuttavia resta
fondamentale la dimensione locale, il legame con il territorio e il suo controllo come strumento per condurre
Gli effetti negativi sulle possibilità di sviluppo nel lungo
periodo sono evidenti, anche se i canali attraverso cui
ciò avviene sono indagati approfonditamente solo da
Le politiche considerate più efficaci per contrastarla, sin
dalle analisi di Beccaria (1764) e poi da quelle di Becker
(1968)1, fanno riferimento ai benefici per chi commette
il crimine e ai costi ad esso associati: è su entrambi che
occorre incidere per costruire una efficace politica di
contrasto. Lo conferma la letteratura che si sta sviluppando negli ultimi anni. Il primo passaggio deve quindi
essere la conoscenza del fenomeno e gli strumenti attraverso cui si alimenta, per poterne contrastare efficacemente i benefici creando costi adeguati. L’evidenza
relativa agli andamenti della criminalità negli anni recen-
ti è un ulteriore canale per comprendere quali siano le
politiche più efficaci.
Ad esempio, l’esame del declino della criminalità negli
Stati Uniti dagli anni novanta suggerirebbe la rilevanza di fattori quali l’aumento delle forze di polizia, un
incremento della popolazione carceraria, il declino del
mercato del crack2; mentre la crescita della criminalità in
Europa dagli anni settanta (per arrivare a livelli superiori
agli Stati Uniti), la riduzione dagli anni 2000 dei property
crimes e l’aumento di quelli violenti sono tuttora oggetto
di analisi. Secondo alcuni studi, la struttura demografica
(una riduzione dell’età media nel periodo 1970-1990) e
la politica carceraria spiegherebbero una parte di questi
andamenti.
2. La criminalità organizzata (di stampo
mafioso) in Italia
2.1. La presenza sul territorio
La prima necessità, per poter poi discutere gli strumenti
più efficaci per contrastare la criminalità, è quella di conoscere il più approfonditamente possibile la diffusione
e le caratteristiche del fenomeno.
Grazie ad analisi recenti sono ormai disponibili informazioni attendibili e accurate.
In particolare, nell’ambito del PON Sicurezza 20072013, il progetto realizzato congiuntamente da Ministero dell’interno e Transcrime ha consentito di costruire
una mappatura approfondita della presenza della criminalità organizzata sulla base di un indicatore che utilizza informazioni su: omicidi e tentati omicidi di stampo
mafioso; persone denunciate per il delitto di cui all’art.
416-bis; gruppi attivi riportati nelle relazioni DIA e
DNA 2000-2011; beni confiscati alla criminalità organizzata; comuni e pubbliche amministrazioni sciolti per
infiltrazione mafiosa3.
Sulla base di queste informazioni è stata identificata la
presenza della criminalità di stampo mafioso, anche per
tipologie, attraverso la costruzione di un “indice di presenza mafiosa”, che assume valori da 0 a poco oltre 100
E più recentemente in BENSON, ZIMMERMANN 2010, The economics of crime, Edward Elgar; COOK, LUDWIG, McCRARY, Controlling crime,
2012. Strategies and trade offs. University of Chicago Press; COOK, MACHIN, MARIE, MASTROBUONI, 2013, Lessons from the economics of crime, MIT
Si veda LEVITT, 2006.
Cfr. Università Cattolica, Transcrime, 2013, Gli investimenti delle mafie. Progetto realizzato nell’ambito del PON sicurezza 2007-2013.
nelle zone a maggiore densità criminale. Le evidenze
offrono un quadro per molti versi noto, ma con indicazioni di dettaglio, riferite ai singoli comuni.
L’indice “aggregato” (Fig. 1) mostra come in tutte le
regioni italiane vi sia una presenza di criminalità organizzata, ma i valori maggiori si riscontrano nelle regioni
del Sud con una tradizionale presenza mafiosa, con la
Campania che presenta l’indice più elevato, seguita da
Anche all’interno delle regioni è evidente una significativa varianza, che consente di identificare le aree di
origine delle organizzazioni criminali tradizionali (ad
esempio Napoli è la città con l’indice più elevato, seguita da Reggio Calabria e Vibo Valentia, ma Avellino e
Benevento sono al 30° e 31° posto sulle 107 province,
mentre Imperia e Genova sono al 16° e 17° posto, Torino al 20°e Milano al 26°).
Al di fuori di queste regioni, presenze significative sono
riscontrate nel Lazio, in Liguria, Piemonte e Lombardia.
Se si costruisce l’indicatore senza tener conto della
componente relativa alle confische si evidenzia come
in alcune aree (Costa Smeralda, alcuni centri urbani al
Centro – Nord) esso si abbassi significativamente, segnalando che in questi casi la presenza mafiosa sia percepibile per l’elevato numero di confische ma non per
Nel Rapporto viene presentata una mappatura dei diversi tipi di organizzazioni criminali, che ne evidenzia
le diverse presenze e ramificazioni all’interno del Paese, oltre alle regioni di tradizionale insediamento. Cosa
Nostra risulta presente anche nel Lazio, in Emilia, in
Lombardia; la Camorra al Centro e in Lombardia; la
‘Ndrangheta nel Nord Ovest. Roma, Milano, Firenze,
le province di Brescia, Viterbo e l’Aquila mostrano una
presenza di tutti questi gruppi.
2.2. Imprese vittime di criminalità
Un altro indicatore significativo è quello relativo alle
imprese “vittime” di criminalità e alle caratteristiche
Figura 1 - Presenza mafiosa in Italia
Su un campione significativo di imprese (11.477), nel
2008 il 4,5% dichiara di aver subito almeno un reato di
criminalità organizzata, con una percentuale ovviamente più elevata nel Mezzogiorno (2,7% nel NO, 3,6% nel
NE, 4,2% al C, 9,1% nel S, 5% nelle I), dove peraltro
sono sotto la media i reati di criminalità comune.
Se ogni impresa subisce in media 0,06 reati di criminalità organizzata (intimidazioni e minacce, concussione,
estorsione), per quelle vittimizzate almeno una volta la
media annuale di reati subiti è 3. Questi reati hanno,
quindi, anche natura “continuativa”, con alcune imprese che sono “target privilegiati” dell'attività della criminalità, con caratteristiche delle imprese che sembrano
tipiche (oggetto di aggressione da parte della criminalità anche in altri Paesi per le caratteristiche dell’attività
che la rende o più interessante – ad esempio per la disponibilità di liquidità – o più facilmente infiltrabile per
i legami con il settore pubblico): alberghi e ristoranti
(9,6%), altri servizi pubblici, sociali e personali (9,7%),
Fonte: Università Cattolica e Transcrime (2013) costruzioni (9,2%), mentre non sembrano emergere si-
Figura 2 - La presenza delle diverse organizzazioni criminali
Fonte: Università Cattolica e Transcrime (2013)
gnificative peculiarità dimensionali.
Gli autori del reato sono per il 25% “gruppi” di criminalità organizzata (il 52% nel Sud); nel Nord Ovest il
18% è rappresentato da criminalità straniera.
Le denunce sono relativamente elevate per intimidazioni e minacce (35,6%), con cause di mancata denuncia
per lo più legate alla mancanza di prove (40%) o alla
paura di rappresaglie (21%); molto più basse le denunce
per concussione (2%) ed estorsioni (13%), spesso per
timore di ritorsioni.
2.3. L’impatto della crisi
Negli anni recenti si osserva un’evoluzione legata alla
Alcuni studiosi4 mostrano come la crisi abbia avuto un
impatto diversificato sulla criminalità: analizzando l’andamento dei mercati locali del lavoro, gli autori evidenziano un aumento della criminalità di natura “economica” che non richiede “competenze criminali” speciali
(furti, estorsioni) nelle aree dove la recessione è stata
L’effetto della crisi è assai attenuato nelle aree dove la
criminalità organizzata è pervasiva, suggerendone un
Cfr. DE BLASIO-MENON, Down and out in Italian towns: measuring the impact of economic downturns on crime, Temi di discussione della Banca d’Italia, n.
925, 2013.
quasi monopolio sull’attività economica.
Non vi è alcun impatto della recessione sui crimini violenti e, in generale, l’effetto della crisi sulla criminalità
è minore nelle aree in cui il lavoro è più tutelato (attraverso la cassa integrazione o la presenza di schemi
contrattuali flessibili).
Queste indicazioni rappresentano fondamentali punti di partenza per qualunque politica di prevenzione e
repressione. L’esame della localizzazione geografica sia
nelle zone tradizionali di insediamento che in quelle di
espansione, così come l’esame dei settori e delle caratteristiche delle imprese, suggeriscono che vi sono fattori
“locali” svolgenti un ruolo determinante nel favorire il
consolidamento delle attività.
Appare indispensabile ampliare il set informativo sia
per identificare in modo sempre più preciso “dove”
emergono i rischi più gravi di criminalità organizzata,
sia per verificare quali politiche siano state più efficaci
nell’aggredirla e/o prevenirla.
3. Gli investimenti nell’economia illegale e
Oltre a comprendere “dove” e quando sia più frequente
l’emergere di attività criminali, è rilevante comprendere quali siano i ricavi di tali attività. Mentre in passato
le strategie di indagine e aggressione si concentravano
soprattutto sull’identificazione e la condanna dei singoli
soggetti, è attualmente crescente la consapevolezza che
la criminalità è motivata soprattutto da logiche di profitto e di potere (queste ultime a loro volta funzionali
all’accesso a maggiori risorse).
È quindi rilevante comprendere le dimensioni di tali
profitti e in quali attività essi si concentrino. Forse ancora più che i dati sull’attività criminale, la necessità di
affinare la raccolta delle informazioni appare “pressante” data la difficoltà di realizzare stime affidabili.
3.1. Le attività illecite
Stimare il “valore” delle attività illecite è assai complesso (come mostra l’elevata varianza delle stime spesso
Stime accurate e che possono essere replicate ed aggiornate annualmente sono fondamentali in quanto consentono di misurare periodicamente la dimensione e il peso
delle attività illegali, contribuendo ad individuare le priorità in termini di attività di prevenzione e contrasto.
Alcune stime basate sulla “domanda di contante” nel sistema economico, che provano a distinguere quella per
fini leciti da quella legata ad attività illegali (Currency Demand Approach), indicano un peso dell’economia illegale
pari al 10,9% del PIL in media nel periodo 2005-20085.
Stime più recenti dei ricavi a disposizione delle organizzazioni criminali mafiose (considerando attività illegali quelle normalmente attribuite alle organizzazioni
mafiose: sfruttamento sessuale, traffico illecito di armi
da fuoco, droghe, contraffazione, gioco d’azzardo, traffico illecito di rifiuti, traffico illecito di tabacco, usura
ed estorsioni)6 indicano come i ricavi annuali delle mafie
(quindi della sola criminalità organizzata di stampo mafioso) varino tra un minimo di 8,3 e un massimo di 13
mld di euro (in media 10,6, pari allo 0,7 del PIL). In media, le estorsioni fornirebbero il 45% di questo importo,
seguite dalle droghe (23%), usura (10%), contraffazione
e sfruttamento sessuale (8% ciascuna). A livello nazionale, Camorra e ‘Ndrangheta conseguirebbero quasi il
70% dei ricavi delle organizzazioni criminali, mentre
Cosa Nostra realizzerebbe il 18% dei ricavi. A differenza delle altre organizzazioni, che ricavano una parte
consistente dei propri ricavi nella regione di origine (Camorra, Cosa Nostra), i ricavi della ‘Ndrangheta provengono dalla Calabria solo per il 23%, dal Piemonte per
il 21%, dalla Lombardia (16%), dall'Emilia-Romagna
(8%), dal Lazio (7,7%) e dalla Liguria (5,7%), quindi per
il 50% da regioni del Nord-Ovest. In valore assoluto la
Lombardia è la regione che genera maggiori ricavi illegali, seguita da Campania, Lazio, Sicilia. In rapporto al
Cfr. ARDIZZI, PETRAGLIA, PIACENZA, TURATI, Measuring the underground economy with the currency demand approach: a reinterpretation of the
methodology, with an application to Italy, Temi di discussione n. 864, Banca d’Italia, 2012.
Cfr. Università Cattolica e Transcrime, 2013.
PIL regionale, invece, Campania e Calabria presentano i L’esame delle principali aree di investimento in Italia
consente di identificare i settori più a rischio di infiltravalori medi più elevati.
In Italia, le stime basate sui dati dell’Agenzia Nazionale
3.2. Gli investimenti nell’economia legale
per i Beni Sequestrati e Confiscati forniscono un quaNel rapporto realizzato nell’ambito del PON sicurezza dro degli investimenti delle organizzazioni mafiose7. La
2007-2013 vengono analizzate le tipologie di investi- maggioranza degli investimenti sono in immobili, seguimenti delle organizzazioni criminali nelle attività legali. ti da beni mobili registrati, altri beni mobili e aziende.
Una conoscenza approfondita e sistematica di tali attività è anch’essa fondamentale per una strategia efficace Figura 3 - Gli investimenti delle mafie
di prevenzione e repressione.
Per realizzare tali stime è utile distinguere le possibili
motivazioni alla base delle infiltrazioni nell’economia
Tra le principali, la letteratura e le analisi evidenziano:
• motivi di occultamento di attività criminali (riciclag-
gio): con questo obiettivo, vengono privilegiati ambiti/
settori di investimento caratterizzati da una normativa
societaria meno “invasiva”, che quindi facilita il riciclaggio (es: srl);
• motivi strettamente economici (profitto e minimizzazione rischio): in questo caso possono essere privilegiati
gli investimenti in terreni, fabbricati oppure in settori
caratterizzati da sussidi (es. energie rinnovabili) o appalti Vale la pena di notare che tali percentuali hanno mopubblici, concessioni, autorizzazioni (in generale dove strato un’evoluzione temporale, con un progressivo
la concorrenza è meno intensa);
spostamento degli investimenti dagli immobili ad altro
genere di beni (specie i mobili registrati), che può dimotivi “sociali” (ricerca del consenso): che portereb- pendere da molti fattori, da parte delle organizzazioni
bero a privilegiare ambiti di investimento che garanti- criminali: un cambio di strategia sul tipo di investimento
e/o un cambio sulle tattiche utilizzate per effettuare un
scono la possibilità di offrire posti di lavoro;
investimento in beni immobili che ne ha reso più diffi• motivi “strategici” (controllo del territorio): sarebbe- cile la confisca - es. investimento in immobili all’estero;
ro alla base di infiltrazioni nei comparti turistico, della da parte delle agenzie di law enforcement: una più intensa
grande distribuzione, degli appalti, che consentono a attività di indagine in aree a non tradizionale presenza
mafiosa (Nord Italia) che ha fatto emergere investimenloro volta infiltrazioni in altri settori;
ti mafiosi più diversificati e/o una più mirata attività
• motivi culturali o personali, ad esempio associati a di indagine che ha preferito concentrarsi sulla qualità
meccanismi di costruzione di prestigio sociale (es: edi- rispetto alla quantità (beni immobili di maggiore peso
economico rispetto a un maggior numero di beni imlizia).
mobili di modesto valore).
Cfr. Università Cattolica e Transcrime, 2013. Ovviamente il quadro si basa sull’ipotesi che le confische siano rappresentative degli investimenti delle
Con riferimento agli immobili, il profitto economico
non appare come la motivazione principale dell’investimento delle mafie, il prestigio e lo status sociale sono un
fattore importante nella scelta dell’immobile da acquistare, si sceglie di investire soprattutto nelle aree in cui si
esercita un controllo diretto del territorio; sotto questo
profilo vi sono poche differenze tra le diverse mafie,
anche se alcune organizzazioni (Camorra e ‘Ndrangheta) sono leggermente più “aperte” verso nuovi territori.
Con riferimento alle aziende legali, l’investimento criminale è considerato come la strategia di infiltrazione più
pericolosa. La presenza sul mercato di imprese controllate dalle organizzazioni criminali genera, infatti, delle
distorsioni nella concorrenza che possono compromettere l’integrità del tessuto socio-economico.
Le aziende si localizzano soprattutto in territori a tradizionale presenza/attività delle organizzazioni mafiose
e in settori caratterizzati da un basso grado di apertura
verso l’estero, basso livello tecnologico, alta intensità
di manodopera, dimensione contenuta, alto coinvolgimento di risorse pubbliche e P.A. I settori che meglio
rispondono a tali caratteristiche sono quelli tradizionali
(costruzioni, estrazioni e cave, alberghi e ristoranti).
Le diverse mafie presentano, tuttavia, specificità.
Le aziende confiscate a Cosa Nostra, per la maggior
parte in Sicilia, si concentrano nelle costruzioni; quelle
della Camorra sono più diffuse sul territorio e spaziano
da estrazioni e cave (cruciali sia per l’edilizia che per lo
smaltimento illegale di rifiuti) alle attività commerciali
(es. alimentari, abbigliamento, fiori e piante). Gli investimenti della ‘Ndrangheta sono spesso al Nord, con
Milano e Lecco prime province dopo Reggio Calabria,
e con bar e ristoranti tra i settori preferiti assieme alle
La gestione economico-finanziaria delle aziende mafio1983-1989
Aziende e titoli societari
se risponde principalmente ad obiettivi di riciclaggio e
di occultamento delle attività criminali. Queste aziende
mostrano una profittabilità in linea con le concorrenti
“legali” del settore, o peggiore per effetto di una gestione inefficiente. In termini patrimoniali, l’ampia disponibilità di risorse da mercati illeciti consente di finanziare
le aziende senza dover ricorrere all’indebitamento bancario, spesso assente. Prevalgono, invece, debiti commerciali e verso terzi che potrebbero celare iniezioni di
capitale di origine criminale.
La forma giuridica più diffusa è la società a responsabilità limitata, ritenuta il miglior compromesso tra l’agilità
di costituzione e gestione e le esigenze di occultamento
dell’identità criminale (grazie alla frammentazione del
capitale tra più soggetti diversi). A quest’ultimo obiettivo risponde anche l’utilizzo di prestanome, scelti principalmente nella stretta cerchia famigliare e parentale, e
l’utilizzo di strutture di controllo societario a partecipazioni incrociate (“scatole cinesi”).
Gli investimenti finanziari verso l’estero (riciclaggio nei
“paesi e territori a rischio”) rappresentano un fenomeno molto significativo: l’insieme dei Paesi a rischio
assorbe quasi 500 miliardi di euro (quasi il 45% degli
investimenti di portafoglio italiani), con una quota dei
Paesi a opacità medio-alta del 30% circa e specificamente dei “paradisi societari” del 15% del totale. L’evoluzione temporale dei flussi ne mostra la scarsa sensibilità
al ciclo economico: dopo il 2008 i bonifici con l’estero
mostrano una significativa contrazione, che si verifica in
misura assai più contenuta con i Paesi a rischio e quasi
per nulla con quelli ad alta opacità.
3.3. L’impatto economico	Infine, è importante valutare quali siano gli effetti che
la criminalità organizzata determina sul sistema economico.
La consapevolezza relativa ai costi imposti all’economia
e alla società nel suo complesso dalla presenza della criminalità organizzata deve influenzare le scelte di policy,
consentendo una più appropriata analisi di costi e benefici delle politiche di aggressione possibili.
Una letteratura - ancora non vastissima, ma in crescita stima l’impatto della criminalità sull’attività economica
in Italia8, esaminando alcuni canali specifici attraverso
cui la criminalità influisce negativamente sull’economia
In generale, la criminalità distorce l’allocazione delle risorse e del capitale umano verso attività improduttive o
distruttive, riduce gli incentivi all’accumulazione e induce la riallocazione delle risorse verso altre destinazioni
non esposte al rischio criminale.
Una maggiore densità criminale accresce anche il costo
del credito per le imprese, specie quelle di piccola dimensione, e implica una maggiore richiesta di garanzie
da parte delle banche, con potenziali effetti negativi su
investimenti e crescita delle imprese stesse9. Da un lato,
nelle aree a maggiore criminalità i costi per la sicurezza
sono maggiori per le banche, dall’altro in quelle aree la
qualità dei debitori è più difficile da valutare. Un’analisi
condotta su un campione di oltre 300.000 relazioni tra
banche e imprese mostra come – dove il tasso di criminalità è più elevato – il costo del credito sia più alto,
la diffusione delle garanzie reali maggiore e le imprese debbano ricorrere a prestiti di breve periodo autoliquidanti. Anche l’accesso al credito è negativamente
influenzato dalla criminalità. I reati che hanno maggiore
impatto sono quelli che aumentano la fragilità delle imprese (estorsioni e reati commessi dalla criminalità organizzata) e che accrescono la perdita attesa in caso di
Una presenza maggiore di criminalità ha, inoltre, un
effetto negativo – a parità di altri fattori – sugli investimenti diretti dall’estero10: controllando per altre variabili che influenzano tali investimenti, essi appaiono
negativamente correlati con la presenza di criminalità
organizzata nella provincia.
La presenza della criminalità organizzata influisce inol-
tre sulla qualità degli amministratori pubblici locali11: i
politici eletti dopo periodi associati a maggiore violenza
di natura criminale mostrano una più elevata probabilità
di essere poi coinvolti in scandali e hanno un minore
livello di capitale umano (misurato dal grado di istruzione).
Questo a sua volta influenza quantità e qualità degli
investimenti pubblici nelle aree coinvolte12. I maggiori
investimenti pubblici nelle regioni a più elevata densità criminale sono spesso legati alla “cattura” dei politici da parte delle organizzazioni criminali: la presenza
della criminalità organizzata aumenta la probabilità di
ricevere finanziamenti pubblici del 64% e ne aumenta
l’ammontare medio. Questo è associato a più frequenti
episodi di corruzione nella pubblica amministrazione.
Ancora, una maggiore densità criminale ha un impatto
negativo sull’accumulazione di capitale umano, uno dei
principali strumenti attraverso cui è assicurata la crescita
di lungo periodo. Da un lato, essa riduce gli incentivi a
investire in formazione, dall’altro favorisce l’emigrazione dei migliori talenti. Evidenze relative al caso della
Calabria13 confermano la rilevanza del fenomeno.
Tutto ciò si traduce in una perdita di sviluppo delle aree
coinvolte, riassumibile in un minore PIL pro-capite. In
effetti, durante il periodo 1983-2007, le cinque regioni
italiane ad alta densità mafiosa sono anche quelle con
il minor PIL pro capite di tutta la penisola: in particolare
nelle tre regioni in cui si concentra il 75% del crimine
organizzato il valore aggiunto pro capite del settore privato è pari al 45% di quello del Centro Nord. Un tentativo
di attribuire alla criminalità (una parte di) tali differenziali può essere realizzato mediante l’analisi di regioni
caratterizzate da una forte discontinuità nella presenza
delle organizzazioni criminali dal dopoguerra ad oggi
e costruendo un “controfattuale” del loro sviluppo in
assenza di tale mutamento14. L’andamento nel tempo
BARONE-NARCISO, 2012, “The effects of organized crime on public transfers”, IIIS Discussion Paper No. 398; DE BLASIO-MANON, 2012, “Down
and Out in Italian Towns: A Measure of the Impact of Economic Downturns on Crime”, mimeo, Banca d’Italia; Pinotti, P., 2012, “The economic consequences of
organized crime: evidence from southern Italy”; ARDIZZI, et al., 2012, “Measuring the underground economy with the currency demand approach: a reinterpretation of
the methodology, with an application to Italy”; BONACCORSI DI PATTI, E., 2009, “Weak institutions and credit availability: the impact of crime on bank loans”;
CINGANO. PINOTTI, 2009, “Politicians at work. The private returns and social costs of political connections”.
Cfr. BONACCORSI DI PATTI, 2009.
DANIELE-MAEANI, 2008, Organized crime and foreign direct investment: the Italian case, MPRA WP. n. 7217, Munich.
PINOTTI., Organized crime, violence, and the quality of politicians: evidence from southern Italy, mimeo, 2013.
PINOTTI, 2013, e BARONE, NARCISO, 2013.
CONIGLIO, CELI, SCAGLUISI, 2010.
PINOTTI, 2013.
della frequenza dei reati tipici della criminalità organizzata nelle regioni Puglia e Basilicata mostra in effetti
un’impennata alla fine degli anni settanta (confermando
le tesi della letteratura descrittiva secondo cui in quel
periodo Puglia e Basilicata furono almeno parzialmente
contagiate, per prossimità geografica, dalla criminalità
organizzata).
Per misurare il presumibile effetto riduttivo sullo sviluppo economico esercitato dalla neonata criminalità
dalla fine degli anni settanta (momento di discontinuità)
viene quindi identificata una regione “sintetica” simile a
Puglia e Basilicata per grado di sviluppo e caratteristiche
strutturali nel periodo antecedente alla discontinuità, in
modo da valutare la eventuale differenza di traiettoria di
sviluppo nel periodo successivo. Il “gruppo di controllo” selezionato è formato da Molise, Abruzzo, Umbria
Se si confronta il PIL pro capite medio in Puglia e Basilicata con quello “controfattuale” (rappresentato da quello
della regione “sintetica”) dal dopoguerra ad oggi (19512007) si nota come, mentre le differenze tra le condizioni iniziali di Puglia e Basilicata e quelle del “controllo
sintetico” non impattano significativamente sulla capacità di quest’ultimo di replicare efficacemente il PIL pro
capite nel periodo 1951-1965, su cui è minimizzata la distanza (e anche negli anni immediatamente successivi,
lo sviluppo delle due aree rimane estremamente simile,
perlomeno fino ai primi anni settanta, caratterizzati da
una marcata accelerazione della crescita sia in Puglia che
in Basilicata), dalla seconda metà degli anni settanta in
poi, si osserva un progressivo rallentamento delle due
regioni rispetto al controfattuale.
Il radicamento della criminalità organizzata in Puglia e
Basilicata coincide dunque con il passaggio delle due
regioni da un sentiero di crescita elevata ad uno inferiore, che si traduce nell’accumulo di un significativo ritardo durante i decenni successivi fino ad arrivare a una
differenza del 15% nel PIL pro capite negli ultimi anni
"Aggressione" ai patrimoni delle mafie e gestione dei beni
Una moderna politica antimafia va condotta concentrando gli sforzi non sul solo fronte della repressione
personale ma, prima ancora, sul contrasto di tipo patrimoniale. In questo ambito un ruolo centrale va senza
dubbio assegnato al sistema di gestione e destinazione
dei beni confiscati, di cui occorre assicurare una più adeguata efficienza con l’intento di promuovere la riaffermazione della legalità, in uno allo sviluppo dei territori
interessati dal fenomeno mafioso. In questa prospettiva,
si rende necessario predisporre misure che rendano i beni
sottratti alla criminalità mafiosa “presidi di legalità”,
forieri di rinnovate relazioni economiche, sane e legali,
con una particolare attenzione alle aziende sequestrate
e confiscate, perché divengano occasione di rilancio economico, soprattutto per le aree geografiche maggiormente
interessate dal fenomeno mafioso, tra cui le zone economicamente più depresse del Paese, ponendo il lavoro al
centro di un nuovo percorso di riscatto civile e sociale.
All’analisi e alla illustrazione delle proposte elaborate
in tema di gestione e destinazione dei beni confiscati (infra capitolo II) è necessario premettere un’analisi della
disciplina che oggi regolamenta le misure di aggressione
ai patrimoni criminali, disposte sia in via preventiva che
all’esito del giudizio penale; analisi propedeutica alla
segnalazione di talune criticità e alla formulazione di
proposte di rafforzamento e razionalizzazione. Al riguardo, si attenderà alla disamina del sequestro e della
confisca di prevenzione contemplati dal Codice antimafia (capitolo I, sezione I) e, di seguito, della fattispecie
della confisca c.d. allargata (capitolo I, sezione II).
Le misure di contrasto patrimoniale
1.	2.	Una visione sistematica e comparata
Sezione I - Le misure di prevenzione patrimoniale
1.	2.	3.	4.	4.1.	4.2.	4.3.	4.4.	4.5.	4.6.	5.	5.1.	5.2.	5.3.	5.4.	5.5.	6.	6.1. 6.2.	6.3.	6.4.	6.5.	6.6.	Nozione ed evoluzione normativa
Legittimazione e competenza territoriale dell’organo proponente
La competenza dell’organo giudicante
Presupposti e procedimento applicativo
Il sequestro e la confisca per equivalente
L’incoerenza e l’inefficienza della disciplina relativa alla legittimazione a proporre le misure patrimoniali
Il luogo di “dimora” del proposto e l’incompetenza territoriale
La mancata previsione della sospensione dell’esecuzione della decisione di secondo grado
I limiti della disciplina della confisca per equivalente
La durata del processo di prevenzione
La legittimazione del Procuratore nazionale antimafia e il coordinamento delle indagini e delle proposte volte all’applicazione delle misure di prevenzione
L’istituzione di un registro nazionale unico per le misure di prevenzione e il miglioramento dei flussi informativi tra le forze di polizia
Contenimento degli effetti dell’incompetenza territoriale
La sospensione dell’esecuzione della decisione della corte d’appello
Modifica alla disciplina del sequestro e della confisca per equivalente
La velocizzazione del procedimento di prevenzione
Sezione II - La confisca c.d. allargata
1.	La genesi e l’accertata tenuta costituzionale ed europea
2.	3.	4.	4.1.	4.2.	4.3.	5.	6.	7.	8.	9.	10.	10.1.	10.2.	10.3.	10.4.	10.5.	14
Le condizioni per l’applicazione della confisca
Titolarità e disponibilità
La c.d. sproporzione
L’assenza di giustificazione
La confisca dei beni del terzo
I rapporti con la confisca di prevenzione
Gestione e destinazione dei beni confiscati
Confisca e prescrizione
Garanzie difensive dei terzi nel processo di cognizione
Condanna definitiva e applicazione, in fase esecutiva, della confisca dopo la morte del condannato
Applicazione della disciplina dettata dal Codice antimafia in materia di amministrazione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati in sede di prevenzione
La velocizzazione del procedimento
1. Una visione sistematica e comparata
2. Prospettive europee
Da un punto di vista sistematico e muovendo da una
visione comparata, parte della dottrina propone una efficace quadripartizione delle confische, utilizzando una
distinzione che esula da profili strettamente formali e
guarda piuttosto alla portata teleologica della misura di
Anzitutto, esiste, nel panorama internazionale, la ‘confisca generale dei beni’, che prescinde da qualsiasi prova (anche indiziaria) circa la provenienza da delitto dei beni
oggetto di ablazione e viene comminata a coloro che
siano condannati con giudicato definitivo.
In secondo luogo, viene in rilievo la confisca che investe
quei beni cui sia impressa una destinazione illecita, che viene
anche presunta, fondandosi sulla disponibilità di detti
beni in capo agli accoliti di una organizzazione criminale.
Ancora, nel panorama europeo, è sicuramente diffusissima la confisca di quei beni di cui si sospetta l’illecita provenienza, comminata a soggetti che vengano condannati,
in via definitiva, per determinati reati (a questa species di
ablazione è riconducibile la c.d. ‘confisca allargata’ di cui
all’art. 12-sexies del d.l. 8 giugno 1992, n. 306, convertito
dalla l. 7 agosto 1992, n. 356).
Infine, è prevista la confisca disposta sulla scorta di
una procedura (giurisdizionale), anche detta actio in rem,
avente ad oggetto il ‘solo’ patrimonio di una persona
‘indiziata’ di determinati, gravi delitti, senza che sia necessaria la previa condanna del soggetto proposto.
Tale ultima forma di ablazione è tipica degli ordinamenti anglosassoni, laddove essa prende il nome di civil
forfeiture. In tale species si colloca però anche la nostra
confisca come misura di prevenzione patrimoniale, che
si differenzia da quella di common law in ragione del fatto
che la stessa è applicata sulla scorta dell’utilizzo di rigorosi strumenti processualpenalistici, con uno standard
probatorio-indiziario sicuramente più garantistico.
Sul terreno della cooperazione giudiziaria internazionale, nel campo delle misure patrimoniali, si colloca innanzitutto la Convenzione del Consiglio d’Europa, firmata
a Strasburgo l’8 novembre 1990 sul riciclaggio, la ricerca, il sequestro e la confisca dei proventi di reato e recepita dall’Italia con legge 9 agosto 1993, n. 328. Invero, si
tratta di uno strumento normativo piuttosto risalente, la
cui applicazione è circoscritta a provvedimenti ablatori
(pure di natura non penale) adottati a margine di procedimenti per fatti costituenti reato. La Convenzione non
può, dunque, essere utilizzata per quelle misure di prevenzione patrimoniale comminate a soggetti avverso i
quali non sia rivolta alcuna accusa nei classici termini
della colpevolezza personale ovvero per aggredire beni
che non rappresentano vantaggio economico derivato
da reati o strumento per realizzare attività criminale1.
A livello nazionale, con riguardo alle misure di prevenzione, non è stata attuata la delega, prevista originariamente (art. 1, co. 3, lett. b), n. 2, l. 13 agosto 2010, n.
136), al fine di rendere eseguibili le confische di prevenzione in territorio estero. Al riguardo, l’esperienza registra solo alcuni casi di esecuzione di misure di prevenzione patrimoniali all’estero: proprio l’assenza di una
previa condanna in sede penale ha reso sino ad oggi
problematico il riconoscimento, oltre i confini nazionali, del sequestro e della confisca di prevenzione emesse dall’autorità giudiziaria italiana, fatta eccezione per
le ipotesi in cui ricorre la stipulazione di uno specifico
accordo bilaterale2. Ciò contrasta con le esigenze evidenziate anche dal Comandante Generale dell’Arma dei
Carabinieri, Generale Gallitelli, nel corso dell’audizione,
in ordine alla localizzazione dei beni e all’applicazione
delle misure reali anche all’estero, dove si concentrano,
come dimostrato da molteplici indagini, gli investimenti
illeciti della criminalità organizzata3.
Più nel dettaglio, costituisce ostacolo all’esecuzione del-
BALSAMO, CONTRAFATTO, NICASTRO, Le misure patrimoniali contro la criminalità organizzata, Milano, 2010.
MENDITTO, Le misure di prevenzione personali e patrimoniali. La confisca ex art. 12-sexies l. n. 356/92, Milano, 2012, 292 e ss., riporta il caso dell’Accordo
del 16 maggio 1990 tra Italia e Regno Unito in materia di mutua assistenza relativa al traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope e di sequestro e di
confisca dei proventi, ove si prevede, espressamente, l’eseguibilità anche dei decreti applicativi di misure di prevenzione patrimoniali. L’Autore precisa,
altresì, che, talvolta, la confisca di prevenzione è accomunata ad istituti analoghi, rinvenibili negli altri ordinamenti, come nel caso della Svizzera che,
assimilata la procedura di prevenzione patrimoniale italiana a quella prevista per la confisca prevista o riconosciuta dal diritto elvetico, ha aperto alla
cooperazione con le autorità del nostro Paese.
Nell’ambito della reciproca collaborazione tra Paesi si colloca anche l’auspicio della Commissione in ordine alla ripresa del percorso legislativo, avviato
e interrotto nel corso della precedente legislatura, finalizzato al recepimento della decisione quadro 2002/465/GAI del 13 giugno 2002 del Consiglio
la confisca di prevenzione su beni localizzati all’estero
la mancata previsione, mediante gli strumenti di diritto
internazionale, di un principio di reciproco riconoscimento analogo a quello previsto dalla decisione quadro
2006/783/GAI del Consiglio dell’Unione Europea, del
6 ottobre 2006, con riferimento alle confische disposte
a seguito di un procedimento penale4, peraltro non ancora recepita dal nostro ordinamento.
Nell’ambito dell’Unione europea è infatti molto sentita l’esigenza di concepire nuovi mezzi normativi che
consentano un’armonizzazione delle varie legislazioni
in tema di aggressione ai patrimoni criminali ed una efficace cooperazione sul punto tra gli Stati membri, con
riconoscimento e reciproca esecuzione dei rispettivi
provvedimenti di sequestro e confisca, stabilendo però
regole e principi (minimi) comuni, con efficacia deterrente rispetto all’accumulo di ricchezza da parte di una
macro-delinquenza ormai sempre più votata alla transnazionalità. In tale ottica si pone la risoluzione sulla criminalità organizzata nell’Unione Europea, adottata dal
Parlamento Europeo in data 25 ottobre 2011. In riferimento proprio alle misure patrimoniali, sulla base di tale
risoluzione è stata presentata, in data 12 marzo 2012,
una proposta di direttiva sulla procedura di sequestro e
confisca dei proventi di reato, che include la regolamentazione di istituti quali la confisca ‘allargata’ e la confisca
in assenza di condanna, con una attenuazione dell’onere
di provare l’origine illecita dei beni da aggredire nella disponibilità di persone già condannate o semplicemente
imputate per reati connessi alla criminalità organizzata,
anche in caso di intestazione fittizia a terzi.
I requisiti di adozione del provvedimento di confisca in
discussione sul tavolo europeo risultano però diversi da
quelli richiesti nel nostro ordinamento.
L’art. 4, infatti, prescrive la previa condanna del titolare dei beni, insieme ad un peculiare onere di prova:
“l’autorità giudiziaria (deve ritenere) molto più probabile che i
beni in questione siano stati ottenuti dal condannato mediante
attività criminali analoghe, piuttosto che da attività di altra natura”. Nella norma, in punto di ‘poteri estesi di confisca’, è
dunque assente quell’onere attenuato che viene conces-
so alla Pubblica Accusa in tema di ‘confisca allargata
italiana’ ex art. 12-sexies del d. l. n. 306 del 1992. Non
basterebbe provare la sproporzione tra il patrimonio del
condannato e i redditi leciti, ma occorrerebbe la dimostrazione (considerata ‘diabolica’ da alcuni autori) della
‘molto maggiore probabilità’ (concetto peraltro assai sfuggente) della provenienza dei beni da attività criminali
‘analoghe’ a quella per la quale il proposto abbia ricevuto condanna definitiva. L’art. 5 proposto, che disciplina
la ‘confisca non basata sulla condanna’, oltre a prevedere pochissime ipotesi in cui sia legittima una confisca
senza condanna, in parte ispirandosi al garantistico modello tedesco, impone sempre la previa instaurazione
di un procedimento penale; inoltre la misura ablatoria
può essere applicata nei confronti del soggetto defunto
o ammalato, solo se l’azione penale sia stata esercitata quando il proposto era in vita oppure a condizione
che l’intervenuta malattia (ovvero la fuga dell’imputato)
abbia impedito un rapido esercizio della stessa azione
Anche la disciplina proposta nell’art. 6, quanto alla ‘confisca nei confronti dei terzi’, richiede, quale presupposto,
che il bene sia stato acquisito a titolo gratuito o per un
prezzo inferiore al suo valore di mercato.
Da ultimo, ma è ciò che rileva in relazione alla diversa
scelta operata dal nostro ordinamento, la disposizione
di cui all’art. 10 della proposta di direttiva, che attiene
alla ‘gestione dei beni sottoposti a congelamento’, non
include l’obbligo di “destinazione sociale” dei beni definitivamente appresi dallo Stato.
La Commissione LIBE (Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni) del Parlamento europeo ha proposto un emendamento alla descritta proposta della Commissione europea, tentando di disciplinare
in via generale, ed indipendentemente dal procedimento penale a carico del proposto, una actio in rem di natura penalistica, cioè con le stesse garanzie proprie del
procedimento penale. Nell’emendamento la confisca
viene qualificata come sanzione ‘penale’, prescrivendo
l’applicazione di tutti i principi, di matrice garantistica,
enunciati dalla CEDU ed interpretati dalla giurispru-
europeo, recante l’istituzione di Squadre Investigative comuni. Come evidenziato dal Generale Gallitelli nel corso dell’audizione, la compiuta attuazione
della decisione adottata in sede comunitaria “offrirebbe agli operatori di polizia e ai magistrati degli Stati membri la possibilità di operare congiuntamente in più Paesi,
semplificando notevolmente la procedura di acquisizione delle fonti di prova formate all’estero”.
Cfr. PIVA, La proteiforme natura della confisca antimafia dalla dimensione interna a quella sovranazionale, in Diritto penale contemporaneo, 2013, 1.
denza della Corte di Strasburgo a proposito della ‘materia penale’.
1. Nozione ed evoluzione normativa
Le misure di prevenzione sono applicabili a soggetti
considerati a vario titolo socialmente pericolosi rispondendo all’obiettivo di controllarne la pericolosità e di
prevenire la commissione dei reati.
Esse si distinguono dalle pene in senso stretto, oltre che
dalle misure di sicurezza, non tanto sul piano funzionale - atteso che l’effetto preventivo si configura come
dimensione teleologica cui tende l’intero sistema (so-
stanziale e processuale) - quanto sul piano strutturale,
essendo applicabili indipendentemente dalla commissione di un precedente reato. Sono perciò dette misure ante o praeter delictum, di carattere special preventivo,
volte ad agevolare il controllo e la vigilanza di soggetti
ritenuti socialmente pericolosi da parte degli organi preposti a prevenire la commissione di reati1.
Il sistema della prevenzione ante delictum è stato oggetto
di continue dispute, dalla sua nascita fino ad oggi, aventi
ad oggetto la legittimità di misure restrittive della liber-
Secondo una efficace definizione, le misure di prevenzione «consistono in provvedimenti variamente afflittivi che vengono di norma adottati nei confronti di persone
che, pur non avendo, o non avendo ancora, commesso reati, sono considerate, sulla base di parametri di diversa consistenza, pericolose per la società»: così DOLSO,
Misure di prevenzione e Costituzione, in AA.VV., Le misure di prevenzione, a cura di Fiorentin, Torino, 2006, 1-2. Nella copiosa letteratura in argomento, cfr. VASSALLI,
Misure di prevenzione e diritto penale, in Studi Petrocelli, III, Milano, 1972, 1591; NUVOLONE, voce Misure di prevenzione e misure di sicurezza, in Enciclopedia del diritto, XXVI,
Milano, 1977, 631 e ss.; GALLO, voce Misure di prevenzione (profili sostanziali), in Enciclopedia giuridica, XX, Roma, 1990, 1 e ss.; FIANDACA, voce Misure di prevenzione
(profili sostanziali), in Digesto delle discipline penalistiche, VIII, Torino, 1994, 108 e ss.; MILETTO, voce Misure di prevenzione (profili processuali), in Digesto delle discipline penalistiche,
VIII, Torino, 1994, 125 e ss.; MENDITTO, Le misure di prevenzione, cit.
tà del cittadino che prescindono dalla commissione di
un reato, essendo basate su semplici sospetti o indizi di
Ciò nonostante, il sistema della prevenzione è andato
progressivamente espandendosi nel nostro ordinamento, specialmente al fine di fronteggiare nuove forme di
criminalità collettiva, acquisendo col tempo una sempre
più marcata autonomia concettuale rispetto al diritto
penale (in cui pure era nato), e così finendo col formare
oggetto di un separato corpus iuris, dotato di una propria
specifica identità dogmatica, e divenuto via via sempre più
Volendo indicare i più significativi passaggi normativi, occorre prendere le mosse dalla legge 27 dicembre
1956, n. 14232, che rappresenta il testo normativo fondamentale in materia di prevenzione, in forza del quale
è l’autorità giudiziaria (tribunale) ad applicare le misure
incidenti sulla libertà personale (sorveglianza speciale
di pubblica sicurezza, con o senza divieto o obbligo di
soggiorno) su proposta della sola autorità amministrativa individuata nel questore.
Nel quadro normativo delle misure di prevenzione, con
riguardo alla criminalità organizzata, assume particolare
rilievo la legge 31 maggio 1965, n. 5753, poi integrata
dalla legge 13 settembre 1982, n. 646 (c.d. legge Rognoni-La Torre).
Con il primo degli interventi normativi richiamati il legislatore ha esteso l’applicazione delle misure di prevenzione personale (previste dalla legge n. 1423 del 1956)
alle persone indiziate di appartenere ad associazioni ma-
fiose, dunque segnate da una pericolosità “qualificata”4.
Proprio la necessità di accertare il commesso reato da
parte della persona incisa dalla misura, ancorché a livello indiziario e non di prova, ha implicato l’estensione
della legittimazione a richiedere la misura in favore del
procuratore della Repubblica, che va dunque ad affiancarsi al questore.
Successivamente, nell’ambito di un più vasto intervento legislativo volto a combattere la criminalità mafiosa,
la legge Rognoni-La Torre ha arricchito il novero delle
misure di prevenzione patrimoniali contemplate dalla
legge n. 575/65 (recante la cauzione e la sospensione
dell’amministrazione dei beni5), prevedendo il sequestro
e la confisca dei beni di provenienza illecita nella disponibilità, diretta o indiretta, degli indiziati di appartenenza alla mafia6.
Deve peraltro rilevarsi che dette fonti sono state oggetto di continue modifiche ed integrazioni ad opera di
una pluralità di leggi succedutesi nel tempo, col precipuo fine di adeguare l’apparato normativo alla costante
e quanto mai rapida evoluzione dei fenomeni criminosi
di tipo collettivo ed organizzato. Ciò, per altro verso,
ha comportato una notevole stratificazione normativa,
spesso non organica, essendosi l’intervento legislativo,
il più delle volte, limitato ad estendere l’operatività di
determinate previsioni già esistenti anche alle nuove (o
rimodulate) situazioni introdotte con le singole novelle, attraverso un farraginoso e spesso contorto gioco di
rinvii dall’una all’altra legge.
Ne è così scaturito un sistema nebuloso e di difficile in-
La legge n. 1423 del 1956 enuclea tre categorie di persone, ritenute progressivamente più pericolose: 1) coloro che debbano ritenersi, sulla base di elementi
di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi; 2) coloro che, per la condotta ed il tenore di vita, debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono
abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose; 3) coloro che, per il loro comportamento, debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto,
che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità
Il cui titolo originario “Disposizioni contro la mafia” è stato sostituito dall’art. 2 della legge n. 94/2009 col seguente: “Disposizioni contro le organizzazioni
criminali di tipo mafioso, anche straniere”. Sull’effettivo significato da attribuire a tale modifica di carattere formale, cfr. GAMBACURTA, Le modifiche in materia
di misure di prevenzione e misure di sicurezza, in AA.VV., Il sistema della sicurezza cit., 193.
MENDITTO, Le misure di prevenzione, cit., 17, evidenzia che il concetto di pericolosità si emancipa dal collegamento al giudizio su talune categorie di
persone (c.d. pericolosità comune), adattandosi ad una nuova categoria soggettiva che si individua attraverso il riferimento diretto ad una condotta che
“evoca” un reato associativo, sebbene la partecipazione al sodalizio criminale (non ancora specificamente prevista) non debba essere provata, essendo
sufficiente l’indizio della sua sussistenza (pericolosità “qualificata”).
La misura della sospensione dell’amministrazione dei beni è stata introdotta dalla legge 22 maggio 1975, n. 152 (c.d. legge Reale), che ha provveduto
anche all’estensione del sistema della prevenzione ai fenomeni eversivi e terroristici.
Sull’applicazione delle misure di prevenzione patrimoniale alla criminalità si vedano, tra gli altri, COMUCCI, Il sequestro e la confisca nella legge antimafia,
in Riv. it. dir. proc. pen., 1985, 84; MUSCO, La legislazione antimafia al vaglio dell’esperienza, in Leg. pen., 1986, 558; GAROFOLI, Costituzione economica,
trasformazione in atto del modello economico e tendenze evolutive del sistema prevenzionistico patrimoniale, in Giur. cost., 1996, 3889; DELLO IACOVO, L’istituto della
confisca tra finalità preventive e sistema repressivo, in Diritto e formazione, 2002, n. 11; MARZAGALLI, La nozione legislativa di criminalità organizzata e la disciplina
processuale del c.d. doppio binario, in Diritto e formazione, 2003, n. 7, 1093 ss.
terpretazione, che impone all’interprete notevoli sforzi
esegetici già nella stessa fase di individuazione dei concreti presupposti di applicabilità delle misure.
Proprio per questa ragione, del resto, sulla scorta delle pressanti sollecitazioni espresse dalla dottrina e dagli
operatori, è stata sistematicamente adombrata l’esigenza di un’organica rivisitazione del sistema delle misure
di prevenzione, portata a compimento dal decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, recante “Codice delle leggi
antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli
1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136”7. Il provvedimento
è stato, invero, preceduto da corpose innovazioni volute
dal Governo nell’ambito delle politiche per la sicurezza
promosse a far data dal 20088.
Il Codice Antimafia (di seguito anche C.A.) ha operato,
tra l’altro, una rivisitazione sistematica della disciplina
normativa dedicata alle misure di prevenzione9, confluita nel Libro I, che si compone di cinque distinti titoli:
1. Le misure di prevenzione personali;
2. Le misure di prevenzione patrimoniali;
Più specificatamente, i criteri che hanno conformato,
in parte qua, l’attività di redazione del codice antimafia
sono stati quelli della razionalizzazione, semplificazione
e coordinamento della normativa vigente, con l’introduzione nell’ambito del testo delle norme attuative degli
ulteriori principi specificamente individuati dal legislatore delegante. Occorre rilevare, inoltre, che il Codice,
all’art. 120, ha provveduto, contestualmente alla emanazione della nuova disciplina in materia, anche all’abrogazione espressa delle precedenti fonti normative sul
punto, confluite sostanzialmente nelle nuove norme (in
particolare, sono state abrogate le due originarie leggi di
riferimento sopra ricordate: la legge 27 dicembre 1956,
n. 1423 e la legge 31 maggio 1965, n. 575).
Come si evidenzierà anche in seguito, il Codice antimafia è stato oggetto di ulteriori modifiche, apportate dal legislatore nel 2012, in particolare con il decreto
correttivo al Codice antimafia approvato con d.lgs. 15
novembre 2012 n. 218 (limitatamente alla disciplina
dell’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati
e del rilascio della documentazione antimafia) e con la
legge di stabilità 2013 (legge 24 dicembre 2012, n. 228),
intervenuta su taluni profili disciplinatori della confisca.
3. L’amministrazione, la gestione e la destinazione dei 2. Profili di costituzionalità
beni sequestrati e confiscati (sul tema, cfr. infra cap. II);
La Carta Costituzionale nulla dispone in materia di mi4. La tutela dei terzi e i rapporti con le procedure con- sure di prevenzione. Di qui la difficoltà di reperire norme o principi costituzionali atti a conferire al potere di
corsuali;
prevenzione una piena legittimazione10.
Diversamente dalle misure di prevenzione personali, in5. Effetti, sanzioni e disposizioni finali.
torno alla cui legittimità costituzionale si è sviluppato
L’adozione del Codice antimafia si affianca al varo del Piano straordinario contro le mafie, attraverso il quale il Governo ha inteso pianificare una strategia
ad ampio raggio di contrasto alla criminalità organizzata.
Si intende far riferimento in primis al “pacchetto sicurezza” del 2008 (d.l. n. 92 del 2008) e al successivo “collegato sicurezza” del 2009 (legge 15
luglio 2009, n. 94). Il primo degli interventi normativi richiamati ha inciso profondamente sul sistema delle misure di prevenzione, con l’estensione
dell’applicabilità della legge antimafia ai soggetti indiziati di uno dei reati previsti dall’art. 51, co. 3-bis, c.p.p., e l’affermazione del principio di applicazione
disgiunta delle misure di prevenzione, ovvero l’applicabilità delle misure patrimoniali indipendentemente dall’irrogazione della misura personale. La
l. n. 94/09 estende ulteriormente le categorie di persone destinatarie della legge antimafia (indiziate del delitto di cui all’art. 12-quinquies, co. 1, d.l.
n. 306/1992) e incide sulla fase dell’amministrazione dei beni sequestrati. Per un complessivo esame degli interventi normativi citati cfr. AA.VV.,
Il sistema della sicurezza pubblica, a cura di Ramacci e Spangher, Milano, 2009. E’ opportuno ricordare che, ancor prima degli interventi normativi del
biennio 2008-2009, il legislatore, con la legge 19 marzo 1990, n. 55, recante “Nuove disposizioni per la prevenzione della delinquenza di tipo mafioso e di altre
gravi forme di manifestazione di pericolosità sociale”, ha esteso l’applicabilità delle disposizioni della legislazione antimafia, in ordine alle misure di prevenzione
patrimoniali, agli indiziati di appartenenza alle associazioni dedite al traffico di sostanze stupefacenti e alle persone dedite a traffici delittuosi o che vivono
abitualmente col provento di attività delittuosa e quando l’attività delittuosa da cui si ritiene derivino i proventi sia quella prevista dall’articolo 630 c.p., a
cui, successivamente, sono state aggiunte ulteriori fattispecie (artt. 600, 601, 602, 629, 630, 644, 648-bis, 648-ter c.p., contrabbando).
Cfr. GUERRA, La nuova disciplina delle misure di prevenzione alla luce del codice antimafia, in La Rivista Neldiritto, n. 4, 2012, 569 ss.
FIANDACA, voce Misure di prevenzione, cit., 111.
un intenso dibattito11, si perviene in modo più agevole
a sostenere la compatibilità delle misure di prevenzione
patrimoniali con i precetti costituzionali. Anzi, le misure
di carattere reale sono guardate con sostanziale favore
posto che, incidendo su un bene (il patrimonio) assistito da minori garanzie rispetto a quello della libertà
personale, assicurano peculiari risultati nel contrasto dei
fenomeni della criminalità mafiosa.
In proposito, si è osservato che l’art. 41 Cost. vieta che
l’iniziativa economica si svolga in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana e ne
consente l’assoggettamento ai controlli opportuni, individuati dalla legge, perché possa essere indirizzata e
coordinata a scopi sociali; l’art. 42 Cost. tutela la proprietà privata, ma allo scopo di assicurarne la funzione
sociale. La tutela costituzionale della proprietà privata
va perciò esclusa quando la stessa, avendo ad oggetto
beni di illecita provenienza, assume natura antisociale.
Si consideri, peraltro, che lo stesso art. 41 Cost., pur
presidiando il valore della concorrenza e del libero mercato, può integrare la base giustificativa di una disciplina
intesa ad assicurare ragionevoli aggressioni di patrimoni
illeciti, la cui disponibilità spesso costituisce fattore di
profondo inquinamento e di consistente alterazione dei
corretti meccanismi economici.
La Corte Costituzionale12 ha anche escluso l’incompatibilità della disciplina della confisca del Codice antimafia
con il diritto di difesa (art. 24 Cost.) e con il diritto al
giusto processo (art. 111 Cost.), ribadendo le peculiarità
del procedimento di prevenzione rispetto al processo
penale e quindi l’impossibilità di riconoscere le medesi-
me garanzie laddove viene in gioco il patrimonio e non
I dati forniti dal Comando generale della Guardia di finanza evidenziano la portata applicativa delle misure di
prevenzione patrimoniali: il valore dei beni sequestrati nel 2012 ammonta a 1.707.668.202 di euro; il dato
dimostra un progressivo incremento rispetto al 2010
(1.281.403.779 di euro) e al 2011 (1.495.426.367 di
In netta crescita appare il valore delle confische di prevenzione (ancorché di primo grado): nel 2012 sono
stati sottratti beni alla criminalità per un valore di
1.152.668.541 di euro, registrandosi un evidente incremento rispetto a due anni prima, quando nel 2010 il
valore dei beni confiscati ammontava a 134.120.593 di
euro, per poi salire a 932.068.165 di euro nel 2011.
Come sopra anticipato, attualmente il Codice antimafia
(d.lgs. n. 159 del 2011) rappresenta il principale punto di
riferimento in tema di misure di prevenzione.
Più nel dettaglio, il Titolo II del libro I del Codice antimafia è dedicato alle misure di prevenzione patrimoniale, segnate dai differenti effetti prodotti sul patrimonio
del soggetto inciso dal provvedimento. Il sequestro e la
confisca (su cui si soffermerà, successivamente, la trattazione) costituiscono le principali misure di prevenzio-
NUVOLONE, Relazione introduttiva, in Le misure di prevenzione (Atti del convegno di Alghero), Milano, 1975, 15; BARBERA, I principi costituzionali della
libertà personale, Milano, 1967; ELIA, Le misure di prevenzione tra l’art. 13 e l’art. 25 della Costituzione, in Giurisprudenza Costituzionale, 1964, 938 e ss.; BRICOLA,
Forme di tutela “ante delictum” e profili costituzionali della prevenzione, in Le misure di prevenzione (Atti del convegno di Alghero), Milano, 1975, 83 e ss. Nell’ambito
del prevalente orientamento favorevole all’ammissibilità della prevenzione si segnala la posizione dottrinaria secondo cui “prevenire il reato è compito
imprescindibile dello Stato, che si pone come un prius rispetto alla potestà punitiva”, sicché alla prevenzione deve essere riconosciuta “la doverosità
costituzionale” (NUVOLONE, Relazione introduttiva, cit.). In proposito, si richiama l’art. 2 della Costituzione che, nel riconoscere e garantire i diritti
inviolabili dell’uomo, impegnerebbe lo Stato a tutelarli prima che siano offesi.
Nell’ambito dell’orientamento contrario si segnalano le posizioni dottrinarie secondo cui la Costituzione non consentirebbe misure di prevenzione che
restringono la libertà personale, atteso il regime costituzionale cui questo bene è assoggettato. Difatti l’art. 13 Cost., che consente limitazioni alla libertà
personale, non potrebbe essere ritenuto il fondamento delle misure di prevenzione, in quanto norma soltanto “servente” rispetto alle finalità repressive
degli artt. 25 e 27 Cost. In particolare, si è evidenziato che l’art. 25 Cost. presuppone un comportamento qualificabile come reato o come quasi reato,
requisito non richiesto per l’applicazione delle misure di prevenzione.
Al primo degli orientamenti sopra richiamati aderisce la Corte Costituzionale, che ha assunto un indirizzo prevalentemente orientato ad affermare
la legittimità delle misure di prevenzione personali, delle quali ha però corretto le più vistose forzature in modo da attenuarne il possibile conflitto
con la Costituzione. In numerose decisioni la Corte ha affermato che “il principio di prevenzione e di sicurezza sociale affianca la repressione in ogni
ordinamento”, rendendo legittime le restrizioni della libertà che non siano costituzionalmente escluse (si veda, in particolare, Corte cost., 20 giugno
1964, n. 68, in Rivista penale, 1964, II, 797).
Corte Cost., 9 febbraio 2012, n. 21; Id., 30 luglio 2012, n. 216.
ne di carattere reale, a cui si aggiungono:
attribuendola ad una pluralità di soggetti individuati, al
primo comma, nel procuratore della Repubblica presso
il tribunale del capoluogo di distretto ove dimora la perla cauzione e le garanzie reali,
sona, nel questore e nel direttore della Direzione investigativa antimafia (con riferimento alle persone dimo• l’amministrazione giudiziaria di beni personali,
ranti su tutto il territorio nazionale)13. Le autorità sono
• l’amministrazione giudiziaria di beni connessi ad atti- titolari del potere di proposta con riferimento alle diverse categorie di pericolosità elencate dall’art. 16, d.lgs. n.
vità economiche.
159/11, fatta eccezione per le misure destinate alle perLe misure di prevenzione patrimoniali si intersecano sone individuate dall’art. 4, comma 1, lett. c), dunque:
con alcune misure cautelari reali penali, in particolare
il sequestro e la confisca previsti dall’art. 12-sexies d.l. n. • abitualmente dedite a traffici delittuosi;
306/92, convertito dalla l. n. 356/92, per la cui trattazione si rinvia alla sezione II di questo capitolo.
• che vivono col provento dei delitti;
• dedite alla commissione di reati contro i minorenni, la
4.1. Il sequestro e la confisca
sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.
Il sequestro e la confisca, integranti, come già sopra evidenziato, le principali misure di prevenzione patrimoniali, sono strettamente connesse tra loro: il provvedimento cautelare (sequestro), con funzione tipicamente
provvisoria, è prodromico alla misura ablatoria con cui
il bene, oggetto del provvedimento giudiziario, è trasferito coattivamente al patrimonio dello Stato (confisca).
Più nel dettaglio, ai sensi dell’art. 20 Codice antimafia, il
sequestro è il provvedimento emesso dall’autorità giudiziaria inaudita altera parte, funzionale a sottrarre provvisoriamente i beni al destinatario della misura o ai soggetti che li detengano per suo conto. I beni vengono
affidati ad un organo dello Stato che ne cura l’amministrazione mentre si svolge il procedimento per accertare, questa volta in contraddittorio, la sussistenza dei
presupposti per la confisca, disciplinata dall’art. 24 del
Codice antimafia.
Per tali categorie di persone il secondo comma dell’art.
17 prevede che le funzioni e le competenze (dunque il
potere di proposta) spettanti, ai sensi del comma precedente, al procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo del distretto siano attribuite al
procuratore della Repubblica presso il tribunale nel cui
circondario dimora la persona. La norma prevede, tuttavia, la possibilità che, nelle udienze relative ai procedimenti per l’applicazione delle misure di prevenzione,
le funzioni di pubblico ministero possano essere esercitate anche dal procuratore della Repubblica presso il
tribunale competente. Il procuratore distrettuale resta
legittimato per le categorie di persone sopra richiamate
che dimorano nel circondario di sua competenza.
Diversamente da quanto previsto per le misure di prevenzione personali (art. 5 Codice antimafia), non è prevista l’attribuzione del potere di proposta al Procuratore
4.2. Legittimazione e competenza territoriale nazionale antimafia.
Come sopra anticipato, l’art. 17 del Codice antimafia
dell’organo proponente
individua la competenza dell’organo proponente avenL’art. 17 del Codice antimafia disciplina la legittimazio- do riguardo alla “dimora” della persona destinataria della
ne a proporre le misure di prevenzione patrimoniale, misura di prevenzione ovvero al luogo in cui il soggetto
Come osserva MENDITTO, Le misure di prevenzione, cit., 129, la competenza del questore (e del direttore della Direzione investigativa antimafia) si
giustifica in considerazione dell’origine storica delle misure di prevenzione, in specie tenendo conto della iniziale natura meramente amministrativa alle
stesse riconosciuta, oltre che della funzione di carattere preventivo relativa alle attività degli organi titolari della vigilanza e prevenzione in materia di
proposto ha tenuto comportamenti che esprimono la
sua pericolosità14, non assumendo, invece, alcun rilievo il luogo di dimora abituale e neppure il luogo in cui
sono ubicati i beni oggetto della misura patrimoniale,
che possono trovarsi anche fuori del territorio dello Stato.
In applicazione del predetto criterio ai soggetti indiziati
di partecipazione ad associazione mafiosa, ai fini della competenza dell’organo proponente, il riferimento
deve essere al luogo in cui l’associazione svolge prevalentemente l’attività criminale, non assumendo rilievo
eventuali ramificazioni del sodalizio, atteso che la pericolosità del singolo soggetto, inciso dalla misura, conserva il diretto collegamento all’associazione mafiosa.
Ai sensi dell’art. 19 d.lgs. n. 159/2011, le autorità legittimate a proporre la misura patrimoniale procedono,
anche a mezzo della guardia di finanza o della polizia
giudiziaria, ad indagini sul tenore di vita, sulle disponibilità finanziarie e sul patrimonio dei soggetti nei cui confronti possa essere proposta la misura di prevenzione
personale della sorveglianza speciale. Gli organi menzionati dall’art. 17 possono, inoltre, disporre indagini
sull’attività economica facente capo ai predetti soggetti
allo scopo anche di individuare le fonti di reddito. Le indagini sono condotte al fine di accertare, in particolare,
se dette persone siano titolari di licenze, di autorizzazioni, di concessioni o di abilitazioni all’esercizio di attività
imprenditoriali e commerciali, comprese le iscrizioni ad
albi professionali e pubblici registri, se beneficiano di
contributi, finanziamenti o mutui agevolati ed altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concesse o erogate da parte dello Stato, degli enti pubblici o
Ai sensi del terzo comma dell’art. 19, le indagini sono
effettuate anche nei confronti del coniuge, dei figli e di
coloro che nell’ultimo quinquennio hanno convissuto
con i soggetti possibili destinatari della misura della sor-
veglianza speciale, nonché nei confronti delle persone
fisiche o giuridiche, società, consorzi od associazioni,
del cui patrimonio i soggetti medesimi risultano poter
disporre in tutto o in parte, direttamente o indirettamente.
La previsione di poteri di indagine così ampi è giustificata dalla necessità di smascherare intestazioni fittizie
di beni a terzi soggetti, pratica non infrequente tra gli
associati alla mafia, avente il duplice scopo di eludere le
investigazioni dell’autorità giudiziaria e di sottrarre i patrimoni illecitamente acquisiti a misure di tipo ablativo.
4.3. La competenza dell’organo giudicante
Le norme sulla competenza del tribunale sono quelle
previste per l’applicazione delle misure personali, come
richiamate dall’art. 23 del Codice antimafia, sicché la
proposta di misura patrimoniale (congiunta o disgiunta
da quella di applicazione della misura personale) deve
essere depositata nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia in cui la persona dimora15.
I provvedimenti devono essere adottati dal tribunale, ad
eccezione di quelli urgenti di competenza del presidente
del tribunale (art. 22 Codice antimafia) e della fissazione
dell’udienza di competenza del presidente del collegio.
4.4. Presupposti e procedimento applicativo
L’applicazione delle misure patrimoniali è stata interessata, nel tempo, da rilevanti interventi legislativi.
In particolare, nel biennio 2008-2009, il legislatore, in
un’ottica di generale potenziamento dell’efficacia del
sistema di prevenzione, è intervenuto in una triplice direzione16:
• superando definitivamente la regola della necessaria
pregiudizialità tra il procedimento di prevenzione per-
Cass., 14 aprile 2003, n. 21710; Id., 15 aprile 2004, n. 23090; Id., 31 marzo 2010, n. 19067.
Come evidenziato da MENDITTO, Le misure di prevenzione, cit., 397, l’applicazione di detto criterio può comportare che, sul versante dell’organo proponente, non vi sia corrispondenza col pubblico ministero presso tale organo. In particolare:
a) il procuratore della Repubblica distrettuale, competente generalmente per più province, formula la proposta al tribunale competente avente sede in
uno dei capoluoghi di provincia del distretto;
b) il procuratore della Repubblica del circondario, proponente nei confronti delle persone di cui all’art. 4, comma 1, lett. c), Codice antimafia, richiamato
nel testo, formula la proposta al tribunale avente sede nel capoluogo di provincia (che può ricomprendere diversi circondari sub provinciali).
Art. 2-bis, co. 6-bis, legge n. 575/65, introdotto dal d.l. n. 92/2008 (convertito nella legge n. 125/2008), modificato dalla legge n. 94/2009.
sonale e l’applicazione delle misure patrimoniali;
• prevedendo la possibilità di disporre le misure patri-
moniali indipendentemente dal requisito dell’attualità
della pericolosità sociale del soggetto proposto per la
loro applicazione, quale logica conseguenza della realizzata scissione del legame di interdipendenza tra la
misura di prevenzione personale e quella patrimoniale,
ovvero il superamento della accessorietà della seconda
rispetto alla prima;
• stabilendo che le misure patrimoniali possano essere
disposte anche in caso di morte del soggetto proposto
per la loro applicazione. In proposito, per l’evenienza
che la morte sopraggiunga nel corso del procedimento,
si è previsto che lo stesso prosegua nei confronti degli
eredi o comunque degli aventi causa.
Si tratta di modifiche sintomatiche di un nuovo modo di
intendere l’intervento preventivo patrimoniale, basato
sulla intrinseca pericolosità dei beni stessi più che sulla
pericolosità sociale di un determinato soggetto.
Dette novità legislative sono confluite nell’art. 18 del
Codice antimafia che ripropone, in modo più organico, le disposizioni previgenti17: al primo comma fissa
il principio generale di applicazione disgiunta delle misure di prevenzione personali e patrimoniali18, mentre,
nei commi successivi, disciplina alcune ipotesi peculiari
ovvero quelle relative alla morte del proposto o di colui che poteva essere proposto, alla persona residente
all’estero e a quella sottoposta a misura di sicurezza.
Il quadro delle fattispecie di applicazione disgiunta si
completa con l’art. 24, co. 3, che prevede l’adozione dei
provvedimenti di sequestro e revoca anche quando la
misura personale è in atto. Nell’ipotesi disciplinata dal
terzo comma dell’art. 18, ovvero la proposta di misura
patrimoniale in un momento successivo alla morte della
persona, ricorre la previsione di un termine: la richiesta
di applicazione della misura di prevenzione può essere
avanzata nei riguardi dei successori a titolo universale o
particolare entro il termine di cinque anni dal decesso.
Alla luce del quadro normativo tracciato può dunque
affermarsi che la misura preventiva patrimoniale non è
tanto volta a colpire il soggetto socialmente pericoloso
che ha illecitamente acquisito beni nel proprio patrimonio, quanto a sottrarre definitivamente i beni di origine
illecita dal circuito economico del soggetto e dell’associazione nella quale è inserito.
L’introduzione del principio di applicazione disgiunta,
sopra esplicitato, ha conformato, altresì, l’accertamento
del presupposto soggettivo che, in uno a quello oggettivo, deve sussistere perché la misura patrimoniale possa
Più nel dettaglio, alla luce dell’art. 18 Codice antimafia, il presupposto soggettivo consiste nella riferibilità
del bene, oggetto della misura, ad un soggetto nei cui
confronti sia irrogabile o sia stata irrogata una misura
di prevenzione personale e dunque sia accertabile o sia
stata già accertata la sua pericolosità sociale. La disposizione citata si coniuga con l’art. 16 del Codice antimafia (che riunisce le categorie di possibili destinatari
delle misure, prima previste dalle diverse fonti normati-
Art. 18 - Applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali. Morte del proposto. 1. Le misure di prevenzione personali e patrimoniali possono essere richieste
e applicate disgiuntamente e, per le misure di prevenzione patrimoniali, indipendentemente dalla pericolosità sociale del soggetto proposto per la loro applicazione al momento della
richiesta della misura di prevenzione.
2. Le misure di prevenzione patrimoniali possono essere disposte anche in caso di morte del soggetto proposto per la loro applicazione. In tal caso il procedimento prosegue nei
confronti degli eredi o comunque degli aventi causa.
3. Il procedimento di prevenzione patrimoniale può essere iniziato anche in caso di morte del soggetto nei confronti del quale potrebbe essere disposta la confisca; in tal caso la richiesta di
applicazione della misura di prevenzione può essere proposta nei riguardi dei successori a titolo universale o particolare entro il termine di cinque anni dal decesso.
4. Il procedimento di prevenzione patrimoniale può essere iniziato o proseguito anche in caso di assenza, residenza o dimora all’estero della persona alla quale potrebbe applicarsi
la misura di prevenzione, su proposta dei soggetti di cui all’articolo 17 competenti per il luogo di ultima dimora dell’interessato, relativamente ai beni che si ha motivo di ritenere
che siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego.
5. Agli stessi fini il procedimento può essere iniziato o proseguito allorché la persona è sottoposta ad una misura di sicurezza detentiva o alla libertà vigilata.
MENDITTO, Le misure di prevenzione, cit., 358, evidenzia che dal principio di carattere generale di applicazione disgiunta discende dall’applicazione
delle misure patrimoniali anche nel caso in cui la proposta personale non può essere irrogata pur in presenza di persona che è stata pericolosa e nei cui
confronti rimane inalterata l’esigenza di applicare la misura patrimoniale per contrastare l’illecita accumulazione derivante dalla pericolosità manifestata.
L’Autore individua alcuni casi ricorrenti: la non applicabilità della misura personale, pur in presenza di una pericolosità esistente ma mai in precedenza
accertata e non più attuale all’atto della confisca (indipendentemente dal momento in cui è venuta meno l’attualità, nel corso del procedimento ovvero
prima della proposta); la cessazione della misura di prevenzione personale, per naturale decorso del termine di imposizione degli obblighi ovvero per
revoca ex nunc.

References: articolo 648
 articolo 648
 art. 41
 art.
41
 art. 12
 art. 12
 art. 41

Art. 2

Art. 18