Source: http://manageriando.blogspot.com/2010/03/
Timestamp: 2017-05-23 20:35:16+00:00

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Manageriando: marzo 2010
Pochi fenomeni sono riusciti a stravolgere la coscienza collettiva degli italiani come ha fatto la flessibilizzazione del mercato del lavoro negli ultimi anni. Dopo questi dieci anni la sensazione è che la flessibilità sia andata ben oltre i suoi numeri, nel senso che ha prodotto più mutamenti psichici che non strutturali. Dal 1998, entrata a regime della flessibilità, la quota del lavoro a termine, che rappresenta lo zoccolo duro della flessibilità italiana, è passato dal 8,2% al 9,8%. Su 2.631.000 nuovi posti di lavoro creati nell’ultimo decennio, la maggioranza pari a 1.990.000 sono stati a tempo indeterminato, mentre il lavoro temporaneo pur crescendo del 33,7% contro il 15,4% del lavoro a tempo indeterminato, ha contribuito con 572.000 nuovi occupati. Anche sommando i numeri del lavoro atipico per antonomasia, il co.co.co., che secondo l’ISTAT rappresenta il 2,1% della forma lavoro occupata, sommato il lavoro a termine porterebbe l’incidenza della flessibilità sul totale a 11,9%.Inizialmente la flessibilità è stata un volano che ha permesso l’esplosione, a partire dal 1996, dei co.co.co., dei contratti temporanei e del lavoro interinale che hanno favorito l’ingresso nel mondo del lavoro delle donne e dei giovani in genere. Tra il 1998 e il 2007 a fronte di un incremento dell’occupazione femminile del 20,4%, quella delle donne con contratto a termine è aumentata del 47,2% portando l’incidenza del lavoro flessibile sull’occupazione femminile al 15,7% contro l’analogo dato maschile fermo al 9,4%.La struttura occupazionale è rimasta ancorata allo zoccolo duro dei lavori standard senza riuscire ad evolversi verso un modello che favorisca una sofisticata cultura del rapporto di lavoro, anche tramite l’elasticità degli orari, il part-time e aiuti quella mobilità che l’avrebbe resa sicuramente più accettabile.E’ emblematico come il mercato del lavoro sia rimasto impermeabile a processi di vera mobilità: tra gli occupati con contratti a tempo determinato o con co.co.co. solo il 19,9% riesce a passare a forme di lavoro stabile, mentre il 78% resta nella condizione flessibile.Indicativo è anche il ricorso al lavoro part-time che, nonostante la crescita dell’occupazione femminile, è rimasto stabile: dal 12,4% del 1998 al 13,6% del 2007.Infine la flessibilità, secondo un’indagine CENSIS del 2007, è servita alle aziende per ridurre i costi e per affrontare l’esigenza di picchi produttivi. Questo spiega perché il 48% delle aziende utilizzi lavoratori cui non può offrire un futuro né stabile né flessibile, mentre il 24% non sa se potrà continuare a lavorare o meno. Dal profilo socio-anagrafico dei lavoratori atipici emerge che il 51,5% è costituito da donne di giovane età. Si consideri che il 57% dei precari ha meno di 35 anni ed il 23,7% ha un’età compresa fra 35 e 70 anni, concentrati soprattutto nel terziario per un 67,9% del totale occupazione atipica, nel campo sanitario, nei servizi sociali e formativi dove si concentra da solo il 18,9%.Inoltre a metà degli anni’90 il nostro Paese è stato il primo al mondo in cui la quota di “anziani” ha superato quella dei giovani fino a 15 anni: un record negativo su cui non si riflette ancora abbastanza.Le conseguenze sono che ai lavoratori anziani arrivano sollecitazioni contraddittorie: da un alto sono richieste di posticipare il pensionamento per il contenimento dei costi previdenziali e dall’altro sono accusati di non lasciare spazio ai giovani per favorire il ricambio generazionale. Per questi motivi la flessibilità ha finito per diventare, non solo l’icona di un malessere sociale profondo che trova le sue ansie e inquietudini di una collettività che cambia rapidamente e vede crescere i margini d’insicurezza e rischio, ma anche il capro espiatorio dei ruoli del mercato del lavoro incapace di coinvolgere la qualità dell’offerta con le aspettative della domanda.I cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro non richiedono il “posto fisso” con tutti gli oneri che ne derivano, ma politiche capaci di coniugare protezione sociale, rigore di bilancio, sviluppo occupazionale.Il Paese è già troppo bloccato ed ingessato: c’è bisogno di merito, di mobilità sociale, poiché i giovani, che sono la risorsa per il futuro, sono molto penalizzati e un ritorno al “posto fisso” significherebbe non avere la precarietà diffusa bensì la disoccupazione.Per avere sviluppo occupazionale credo che sia necessario, soprattutto, creare le condizioni affinché le imprese possano produrre ed espandersi. Ma allora i giovani devono essere messi in grado di offrire al mercato una preparazione scolastica di eccellenza oltre all’acquisizione, attraverso il lavoro, delle competenze professionali che saranno richieste. Essi dovranno dimostrare alle aziende una concreta disponibilità all’assunzione di responsabilità per essere tangibilmente una “risorsa” indispensabile alla crescita di impresa. Questa “risorsa” sarà sicuramente tenuta stretta, valorizzata attraverso al formazione e gratificata con un riconoscimento del merito sia sul piano economico sia quello professionale.Il “merito” è un argomento che è riemerso come un fiume in piena dopo essere rimasto per decenni sepolto sotto le scorie di un pensiero ispirato a una concezione radicale del principio di uguaglianza che non accettava qualsiasi criterio di differenziazione. Il nostro Paese e non solo lui, ha pagato duramente quest’utopia che umiliava tutte quelle persone che prestavano la loro attività con il massimo impegno personale, serietà professionale e senso di responsabilità. Dall’aumento retributivo uguale per tutti al posto fisso il passo è breve ed ha creato facili illusioni che hanno penalizzato la crescita del Paese, anzi, ne hanno favorito la stagnazione economica, come dimostrano i dati OCSE
contratti atipici,
La figura dell’ Amministratore Delegato è disciplinata dagli Artt. 2380 ss. del c.c. In Particolare, in tema di responsabilità dell’ amministratore, l’ Art. 2392 del c.c. dispone che “gli amministratori devono adempiere i doveri ad essi imposti dalla legge e dallo statuto con la diligenza richiesta dalla natura dell'incarico e dalle loro specifiche competenze. Essi sono solidalmente responsabili verso la società dei danni derivanti dall'inosservanza di tali doveri, a meno che si tratti di attribuzioni proprie del comitato esecutivo o di funzioni in concreto attribuite ad uno o più amministratori”. E prosegue dicendo che “in ogni caso gli amministratori, fermo quanto disposto dal comma terzo dell'articolo 2381, sono solidalmente responsabili se, essendo a conoscenza di fatti pregiudizievoli, non hanno fatto quanto potevano per impedirne il compimento o eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose”Nei confronti dell’Amministratore, la Società può esperire, dunque, l’ azione sociale di responsabilità ex Art. 2393 c.c., entro cinque anni dalla cessazione dell’ amministratore dalla carica; tale azione, inoltre, può essere esercitata anche dai soci che rappresentino almeno un ventesimo (nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischi, altrimenti un quinto) del capitale sociale (o la minore misura prevista dallo Statuto) ex Art. 2394. L’Amministratore Delegato, poi, ai sensi dell’ Art. 2394, risponde “verso i creditori sociali per l'inosservanza degli obblighi inerenti alla conservazione dell'integrità del patrimonio sociale. L'azione può essere proposta dai creditori quando il patrimonio sociale risulta insufficiente al soddisfacimento dei loro crediti. In caso di fallimento o di liquidazione coatta amministrativa della società, l'azione spetta al curatore del fallimento o al commissario liquidatore. La rinunzia all'azione da parte della società non impedisce l'esercizio dell'azione da parte dei creditori sociali. Giova evidenziare che, dopo la riforma del 2003, la diligenza richiesta non è più quella del “buon padre di famiglia”, non è più quella del mandatario, bensì è “la diligenza richiesta dalla natura dell’ incarico e dalle specifiche competenze”. La valutazione viene così ad essere svolta sulla base di un doppio parametro: la natura dell’ incarico, parametro oggettivo e generale, applicabile a qualsiasi amministratore di s.p.a. in quanto tale; ed un parametro meramente personale che analizza le specifiche competenze di chi ricopre la carica di amministratore, analisi svolta sulle competenze specifiche della persona, sul suo curriculum, sulle esperienze professionali e formative. Va precisato che la legge non pretende che gli amministratori siano esperti in contabilità, in gestione finanziaria o altro, ma si chiede che le loro scelte siano meditate e ponderate, informate e basate sul rischio calcolato, non frutto di improvvisazioni e/o negligenti valutazioni. La posizione di ciascun amministratore solidalmente responsabile verrà valutata distintamente, in relazione alle circostanze di ciascuno ed in relazione ai diversi obblighi in capo a ciascuno. La responsabilità degli amministratori è infatti una responsabilità per colpa e per fatto proprio. Tuttavia, l’ Art. 2381 c.c., III comma, attribuisce agli amministratori deleganti il “controllo degli assetti”, con obbligo di rendicontazione. Il combinato disposto degli Artt. 2392 e 2381 c.c., autorizza quindi a pensare che tutti gli amministratori sono solidalmente responsabili degli atti gestori. Si rammenti, infine, la disciplina sul c.d. conflitto di interessi dell’ Art. 2391 c.c.: L’ amministratore deve dare notizia di questo interesse verso la nuova attività a tutti gli amministratori e sindaci, ma anche deve precisarne “la natura, i termini, l’ origine e la portata”, non deve invece più astenersi dalle votazioni nelle deliberazioni in cui versi in conflitto di interessi. Una volta dichiarato ed esplicitato il proprio interesse, ha diritto di esprimere il suo voto sull’ operazione oggetto di delibera, se tuttavia è nella posizione di amministratore delegato, allora deve astenersi dal compiere l’ operazione “investendo della stessa l’ organo collegiale”.La disciplina sopra riportata si applica anche agli Amministratori delle Srl, giusto il richiamo operato dall’ Art. 2487 c.c. Accanto alla responsabilità civile dell’ Amministratore per “mala gestio”, ci sono numerosi altri profili di responsabilità. In particolare: Responsabilità penale per reati (propri o a titolo di concorso, attivi o omissivi) commessi nella gestione: oltre ai reati previsti dal codice penale e da altre leggi speciali (in particolare i c.d. reati fallimentari, fiscali e societari), il Legislatore ha inserito nel c.c. alcune disposizioni penali in materia di società (titolo XI del Libro V); nello specifico, il capo secondo ( Artt. 2626-2641) disciplina gli illeciti commessi dagli amministratori, con sanzioni assai pesanti. Qualche esempio: concorso in bancarotta fraudolenta ex Art. 223 legge fallimentare (reclusione da 3 a 10 anni); ricorso abusivo al credito ex Art. 225 legge fallimentare (reclusione da 6 mesi a 3 anni); denuncia di crediti inesistenti ex Art. 226 legge fallimentare (reclusione da 6 a 18 mesi); dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti ex Art. 2 d. lgs 74/2000 (reclusione da 1 anno e 6 mesi a 6 anni); sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte ex Art. 11 d. lgs 274/2000 (reclusione da 6 mesi a 4 anni); formazione fittizia di capitale ex Art. 2632 c.c. (reclusione fino ad un anno); aggiotaggio ex Art. 2637 c.c. (reclusione da 1 a 5 anni). Come noto, ai fini della configurabilità della responsabilità penale, di regola è necessario il dolo (e talvolta il dolo specifico), ma ciò non esclude il rischio di un’ azione penale esercitata nei confronti di un Amministratore Delegato, con tutto ciò che ne consegue (e a prescindere dall’ esito finale). Non mancano, tuttavia, ipotesi di responsabilità colposa, come ad esempio la bancarotta semplice ex Art. 224 (con reclusione da sei mesi a due anni). Responsabilità connesse al D. Lgs. 231/01, che ha introdotto la c.d. “responsabilità amministrativa degli enti”: si tratta di una responsabilità sostanzialmente penale in capo alla Società (in deroga al principio “societas delinquere non potest”), per reati commessi nell’ interesse o a vantaggio dell’ ente da soggetti funzionalmente legati ad esso (sia in posizione apicale sia sottoposti all’ altrui direzione). In relazione a tale disciplina, l’Amministratore Delegato deve predisporre dei modelli organizzativi tali da evitare la commissione dei reati (c.d. compliance programs), in assenza dei quali la Società può essere condannata sia a sanzioni pecuniarie sia interdittive. Si capisce, quindi, che all’Amministratore è chiesto un surplus di responsabilità, atteso che questi deve vigilare anche sulla realizzazione e sul corretto funzionamento dei suddetti modelli organizzativi. A prescindere dai profili patrimoniali (cioè quelli legati alla responsabilità per danni economici che deriverebbero alla Società in conseguenza di un processo “penale” a suo carico), è facile immaginare un coinvolgimento penale diretto dell’Amministratore Delegato per sue eventuali responsabilità omissive. Responsabilità connessa alla violazione di norme sulla sicurezza sui luoghi di lavoro: il nuovo testo unico sulla sicurezza (d. lgs. 81/2008) ha individuato una serie di obblighi in capo al soggetto responsabile dell’ organizzazione aziendale, quale è l’ Amministratore, nell’ ambito delle competenze a lui delegate. L’Amministratore Delegato (quale alter ego del datore di lavoro) è a tutti gli effetti “debitore di sicurezza” nei confronti di tutti i soggetti che operano in azienda (non soltanto i lavoratori subordinati, ma qualsiasi soggetto che si trovi all’ interno della struttura aziendale). Le responsabilità che derivano da questa posizione di garanzia in cui si viene a trovare l’Amministratore delegato sono sia di natura penale (laddove previsto, anche da leggi speciali: si va dalla mera violazione di norme antinfortunistiche, passando per le lesioni colpose, fino all’ omicidio colposo) sia di natura civile (risarcimento del danno). Pubblicato da
responsabilità civile dirigenti

References: Art. 2392
 Art. 2393
 Art. 2394
 Art. 2394
 Art. 2381
 Art. 2391
 Art. 2487
 Art. 223
 Art. 225
 Art. 226
 Art. 2
 Art. 11
 Art. 2632
 Art. 2637
 Art. 224