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Timestamp: 2019-03-25 12:29:19+00:00

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Concessionarie di automobili e finanziarie: la tutela dell'acquirente
La Corte di Giustizia Europea, con pronuncia del 23 aprile 2009 (proc. C-509/07), ha stabilito che qualora il consumatore (ad esempio, l'acquirente di un'automobile) non riesca ad ottenere l'adempimento del fornitore (ad esempio la consegna dell'auto dalla concessionaria presso la quale l'aveva acquistata a rate mediante stipula di un contratto di finanziamento), ha sempreil diritto di risolvere il contratto di finanziamento e chiedere la restituzione del denaro già pagato.
Tale importante pronuncia della Corte di Giustizia Europea nasce dal caso di un cittadino italiano (signor S.) che, acquistata un'auto a rate presso una concessionaria di Bergamo, comincia a pagare le rate; ma dell'auto neanche l'ombra.
Stufo di aspettare (e pagare) inutilmente, il signor S. decide di interrompere il pagamento delle rate e la finanziaria gli notifica un decreto ingiuntivo per il pagamento del residuo. E, come se non bastasse, la concessionaria di auto fallisce.
Il signor S. decide allora di opporsi al decreto ingiuntivo e richiedere a sua volta la restituzione di quanto sino a quel momento pagato.
La finanziaria invoca le disposizioni di legge nazionali e comunitarie, in particolare la direttiva sul credito al consumo e la legge italiana di recepimento (art. 42 D. Lgs. 6 settembre 2005, n° 206) e, sulla base di queste, sostiene che se il consumatore non riceve il bene per cui sta pagando le rate, ha il diritto di chiedere indietro i soldi alla finanziaria solo nel caso in cui tra venditore e società di finanziamento ci sia un regime di esclusiva; in caso contrario, il consumatore deve comunque continuare a rimborsare le rate e, per avere indietro i suoi soldi, dovrà fare causadirettamente al fornitore.
Il Tribunale di Bergamo, accertato che tra la finanziaria e la concessionaria di auto non vi era un rapporto di esclusiva, decide di sospendere il giudizio e di sottoporre la questione alla Corte di Giustizia Europea.
Il Giudice chiede in sostanza che sia precisato se, in base alla direttiva sul credito al consumo correttamente interpretata, in caso di inadempimento del venditore, sia possibile al consumatore chiedere alla finanziaria la risoluzione del contratto di finanziamento e la restituzione delle rate già pagate, anche quando tra venditore e finanziatore non vi sia un accordo di esclusiva.
Con molta chiarezza i giudici europei dichiarano che l'esistenza di un accordo di esclusiva tra finanziatore e fornitore non è necessario per chiedere l'interruzione del finanziamento e il rimborso delle rate pagate. Il rapporto di esclusiva potrebbe, invece, essere richiesto per far valere altri diritti, non previsti dalle disposizioni nazionali, come il diritto al risarcimento del danno causato da un'inadempienza del fornitore.
Lo Stato non attua le direttive UE? Risarcisca il danno!
Con un'importante sentenza a Sezioni Unite (Cass. civ., S.U., 17/04/2009 n° 9147), la Cassazione ha stabilito che "In caso di omessa o tardiva attuazione di direttive comunitarie, lo Stato membro non risponde del danno derivante dalla mancata attuazione della direttiva nei termini prescritti a titolo di responsabilità extracontrattuale. Il diritto al risarcimento del danno deriva, infatti, da una obbligazione ex lege dello Stato inadempiente, di natura indennitaria per attività non antigiuridica. Il risarcimento del danno prescinde, pertanto, dalla sussistenza del dolo o della colpa e deve essere determinato in modo da assicurare un'idonea compensazione della perdita subita, restando soggetto all'ordinario termine decennale di prescrizione.
Titoli e perdite: banche responsabili
Quando le perdite sulle compravendite di titoli di un cliente si fanno pesanti, la banca deve sempre chiedere il suo consenso prima di eseguire ulteriori operazioni. E tutte le informazioni fornite dagli intermediari finanziari devono essere chiare e trasparenti. Questa la vicenda: un risparmiatore che ha subìto perdite per circa 75 mila euro in una serie di operazioni di Borsa si è rivolto al Tribunale e poi alla Corte di appello, per chiedere il risarcimento. Il risparmiatore incolpava la propria banca di avergli proposto gli investimenti senza fornire sufficienti informazioni sulla correttezza e sui rischi, oltre che sulle caratteristiche dei prodotti.
Tribunale e Corte d’appello di Torino hanno respinto le richieste del risparmiatore, sostenendo che la responsabilità per le perdite in Borsa non possono essere attribuite dell’intermediario. Secondo i giudici il risparmiatore era stato messo al corrente dei rischi dell’investimento quando aveva sottoscritto i contratti relativi alle operazioni borsistiche.
La Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’appello di Torino, affermando prima di tutto che l’intermediario deve costantemente agire in buona fede, osservando la giusta prudenza sia nella fase preliminare delle trattative sia dopo la conclusione del contratto. I giudici hanno chiarito che, per evitare che il cliente finisca per trovarsi in una situazione di eccessivo rischio, oltre alle norme previste dal Tuf (Testo unico in materia finanziaria), l’intermediario deve rispettare anche la disciplina fissata dalla Consob, cioè l’organismo che sovraintende alle attività di Borsa. Ne consegue che la banca, nei confronti dei comuni investitori, “ha il dovere di fornire informazioni appropriate e l’obbligo di astenersi dall’effettuare operazioni non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza o dimensioni, se non sulla base di un ordine impartito dall’investitore per iscritto”.
Nel caso specifico, l’inadeguatezza delle operazioni compiute dall'istituto di credito è emersa dagli estratti conto del cliente, dai quali risultava che erano stati stipulati dai quindici ai diciotto contratti al giorno e questo nonostante i regolamenti internidella banca prescrivessero l’autorizzazione da parte della filiale di non più di due contratti al giorno per investitore. La Corte ha quindi chiarito che non basta che la banca comunichi periodicamente al cliente l’esito delle sue operazioni perché queste ultime vengano considerate adeguate. Quando le perdite diventano preoccupanti, l’intermediario ha il dovere di avvertire il cliente per dargli modo di rientrare e contenere i danni e può eseguire altre operazioni solo se autorizzato. Quindi la banca risponde per i danni causati al cliente se non informa correttamente l’investitore prima e dopo la firma del contratto d’intermediazione. La banca deve consegnare al cliente la documentazione informativa e acquisire informazioni sulla sua situazione finanziaria, in modo da operare senza rischi eccessivi. L’intermediario deve sempre porre il cliente in condizioni di valutare e conoscere tutti i fatti che possono avere ricadute sui suoi investimenti.
Corte di cassazione, n. 3773, 17 febbraio 2009
Le S.U. sulla decurtazione punti-patente
Con innovativa sentenza n° 22235/2009 le S.U. della Suprema Corte di Cassazione hanno affermato il principio secondo cui la sanzione accessoria della decurtazione dei punti-patente è autonomamente impugnabile.
Quando il vicino è moroso
La Cassazione ha stabilito un nuovo principio in caso di morosità di qualche condomino. In caso di spese per lavori, cade l'obbligo della solidarietà passiva del condominio, ovvero quanto previsto finora dall'art. 1294 del Codice Civile. Pertanto, se nel palazzo qualcuno non paga le rate che gli spettano, gli altri condomini non devono rimediare pagando per lui. La decisione della Corte ha introdotto quindi un'importante novità al diritto da applicare alle parti coinvolte, ovvero creditori e condomini. in caso di mancato pagamento, l'impresa o il fornitore di servizi non potrà più rivalersi sull'intero condominio, ma solo sul singolo debitore. Lo stesso accade per l'amministratore, che non può più usare l'intero condominio come cuscinetto ammortizzatore, ma dovrà risolvere la questione rivalendosi sul condomino moroso (Cassazione Civile, sentenza n° 9148/08).
Anche le coppie fertili accedono alla procreazione assistita
Arriva dal Sud una sentenza innovativa: Il Tribunale di Salerno, infatti, ha autorizzato, per la prima volta in Italia, la diagnosi genetica preimpianto ad una coppia fertile portatrice di una grave malattia ereditaria, l'Atrofia Muscolare Spinale di tipo 1.
Questa malattia causa la paralisi di tutta la muscolatura scheletrica e costituisce oggi la più comune causa genetica di morte dei bambini nel primo anno di vita, con una morte per asfissia.
La coppia non aveva potuto consentire l'accesso alle pratiche di procreazione medicalmente assistita perché la legge 40 del 2004 lo consente solo per casi di sterilità e di infertilità.
"Il diritto a procreare - si legge nelle motivazioni del Tribunale - e lo stesso diritto alla salute dei soggetti coinvolti, verrebbero irrimediabilmente lesi da una interpretazione delle norme in esame che impedissero il ricorso alle tecniche di pma da parte di coppie, pur non infertili o sterili, che però rischiano concretamente di procreare figli affetti da gravi malattie, a causa di patologie geneticamente trasmissibili; solo la pma, attraverso la diagnosi preimpianto, e quindi l'impianto solo degli embrioni sani, mediante una lettura "costituzionalmente" orientata dell'art. 13 L.cit., consentono di scongiurare tale simile rischio".
No ai privati nelle multe
Secondo la Cassazione, le multe per eccesso di velocità interamente delegate ai privati sono annullabili, specie se al momento del rilievo fotografico non presenzia un organo di polizia stradale. Situazione che si verifica frequentemente nei piccoli comuni, ove spesso le multe per eccesso di velocità vengono rilevate e inviate da società private (Cassazione, Sez. II Civ., sentenza n. 1955/2010)

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