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1991-1992 Falcone nel "Palazzo Romano"
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Capitolo 21 - 1991-1992: Falcone nel “Palazzo Romano”
La storia in soccorso dell’antimafia
Accade a volte, purtroppo di rado, che la storia con l’imprevedibile incedere dei suoi eventi, corra in aiuto di chi da sempre si è speso e adoperato in favore della giustizia. La difficile condizione dell’antimafia beneficia di una inaspettata boccata d’ossigeno dal nuovo contesto politico nazionale, sul quale si riflettono i mutamenti di uno scenario europeo in evoluzione. Il crollo del muro di Berlino del 1989 innescò un effetto domino in tutta l’area comunista d’Europa. Anche in Italia lo storico PCI era giunto al capolinea, e confluì non senza traumi in un soggetto politico più moderato d’ispirazione socialdemocratica. Lo stagnante panorama politico in auge dal dopoguerra scricchiolava. Si affievolivano le motivazioni di chi per decenni aveva indirizzato il voto a tutti costi verso la DC quale baluardo anticomunista. Il partito dello scudo crociato vide il suo consenso elettorale fortemente ridotto, penalizzato dal propagarsi di una generalizzata corrente di protesta conseguente ai molteplici episodi di corruzione politica che coinvolsero sue figure di spicco. Conquistano spazio ed elettori, nuove identità politiche ispirate a movimenti territoriali indipendentisti come la Lega Nord. Favoriti da questo clima di mutamenti, si fanno largo tra le istituzioni coloro che vincendo l’opposizione dei conservatori, operano per risollevare le sorti di una antimafia accerchiata. Il nuovo Ministro di Grazia e Giustizia è il socialista Claudio Martelli, politico che in passato non aveva sempre sostenuto a spada tratta i magistrati antimafia. Nel febbraio del 1991, Martelli propone a Giovanni Falcone di vestire la carica di Direttore degli Affari Penali del Ministero, con delega di coordinatore nazionale della lotta alla criminalità organizzata. Falcone è titubante. Il nuovo incarico rappresenta una opportunità ed un rischio. A Roma avrà l’autorità e l’occasione per mettere in pratica a livello nazionale quanto gli era impossibile fare al Palazzo di Giustizia di Palermo, stretto oramai nella morsa dei suoi oppositori. Nella stessa capitale però, risiedevano gli artefici di quel piano di isolamento alla base anche del fallito attentato all’Addaura. Il carattere dell’uomo e la spinta a camminare sempre guardando in avanti alla ricerca di nuove sfide del professionista, lo indussero ad accettare. (1)
Falcone nel “Palazzo Romano”
Falcone si apprestava a rivestire un incarico in grado di ribaltare nell’arco di pochi mesi le sorti della guerra alla mafia. In poche settimane di lavoro, il nuovo direttore degli Affari Penali promosse l’istituzione di due nuovi organismi nazionali, tuttora colonne portanti della lotta alla criminalità organizzata: la DIA (Direzione Investigativa Antimafia), che unificò l’azione di Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza nella lotta ai crimini di stampo mafioso, un istituto del tutto simile al FBI americana; la DNA (Direzione Nazionale Antimafia), una procura nazionale che coordina 26 procure antimafia a livello distrettuale.
Inutile dire che furono molti, anche all’interno della magistratura, coloro che si mostrarono non favorevoli alla creazione di queste strutture. Alcuni per partito preso verso Falcone. Altri a sorpresa come lo stesso Borsellino. L’amico magistrato temeva che il destino di un organismo così disegnato, potesse trasformarsi in una sorta di pietra tombale dell’antimafia se guidata da uomini molto distanti da ciò che era Giovanni. Il governo decise di andare sul sicuro e varò la Superprocura per decreto legge, ma fu sulla nomina di chi la doveva presiedere che si innescarono altre polemiche del tutto italiane. Come a Palermo in occasione dell’elezione del Capo dell’Ufficio Istruzione, Falcone era per criteri legati al merito, il candidato più credibile. L’opposizione sconcertante anche di quel PCI ora PDS, che appoggiò un proprio candidato alternativo, indusse il CSM a temporeggiare nella designazione finale, tanto che il plenum non si era ancora pronunciato quando Falcone perse la vita nella strage di Capaci, il 23 maggio 1992. (2)
L’omicidio su commissione del giudice Scopelliti
Operando a Roma, Falcone si pone quale primo obbiettivo quello di donare alle istituzioni una impronta unitaria prima assente nell’azione contro il crimine organizzato. Il consenso politico nei suoi confronti sarà destinato ad aumentare quando l’intero paese si risveglierà dal torpore. Riprende l’azione dei Corleonesi nel pieno di quelle ondate dove la Mafia torna ad essere una “emergenza”. L’opinione pubblica torna a percepire Cosa Nostra come una reale minaccia per la collettività.
Perché ciò avvenisse però, dopo l’uccisione di Rosario Livatino era necessario che altro sangue venisse versato.
Come ogni estate il giudice Antonino Scopelliti ritornava a trascorrere un periodo di vacanza nella natia Campo Calabro, nei pressi di Villa San Giovanni in provincia di Reggio Calabria. Il 9 agosto del 1991, dopo una giornata al mare, sta rientrando in paese a bordo della sua BMW. Giunto in prossimità della località Campo Piale, ad attendere la sua auto vi è un commando composto da almeno due killer, a bordo di una o più motociclette. Al suo passaggio, gli assassini posizionati lungo la carreggiata sparano diversi colpi di fucile caricati a pallettoni calibro 12. Scopelliti viene colpito alla testa e al torace morendo quasi istantaneamente. L’auto priva di controllo finirà fuori strada fermandosi contro un terrapieno, lasciando supporre in un primo istante ad un incidente.
Antonino Scopelliti aveva 56 anni ed era Sostituto Procuratore della Suprema Corte di Cassazione. Un incarico prestigioso frutto di una carriera esemplare nelle procure di Roma, Milano, quindi Procuratore alla Corte D’Appello e infine alla Cassazione. Era entrato in magistratura a 24 anni, giovanissimo. Questo elemento, unitamente alla metodicità della sua vita, e all’aver sempre rifiutato una scorta, lo avvicinano a Rosario Livatino. Come Livatino verrà ucciso anche per l’incarico che stava svolgendo in quel periodo, o meglio, per il potenziale danno che poteva arrecare il frutto del suo lavoro. Scopelliti era un grande magistrato che si occupava di mafia, camorra e terrorismo. In quei giorni stava lavorando alla preparazione del processo in Cassazione per diversi boss mafiosi di primo piano condannati al Maxi Processo. Nella sua casa di vacanza, venne ritrovato un voluminoso fascicolo sulla Cupola di Cosa Nostra. Ad ucciderlo, secondo i pentiti della ‘ndrangheta calabrese Giacomo Lauro e Filippo Barreca, furono killer della stessa ‘ndrangheta per conto di Cosa Nostra. Un favore richiesto alla organizzazione calabra che sarebbe stato lautamente ricompensato. I processi che seguiranno vedranno un susseguirsi di condanne e assoluzioni, ma l’ultimo capitolo datato 2001, rispondente alla Corte D’assise d’Appello di Reggio Calabria, si risolse con una sentenza di non colpevolezza per Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffre' e Benenetto Santapaola, dall’accusa di essere i mandanti dell’omicidio.
Il delitto Scopelliti è rimasto ad oggi senza colpevoli.
In quel giorno d’estate i proiettili mafiosi fendono la vita di un altro uomo colpevole solo di svolgere la sua professione fino in fondo.
Ricordiamo Antonino Scopelliti riportando alcune parole da lui stesso pronunciate nel descrivere il mestiere che amava: «Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso...»
La battaglia di civiltà e legalità di Libero Grassi
La Sigma era una azienda di Palermo di medie dimensioni che produceva biancheria da uomo, pigiami, boxer, slip e vestaglie di qualità medio alta. Si trattava di una impresa a conduzione familiare. Il personale si aggirava sul centinaio di dipendenti, composto per circa il novanta per cento da donne. I suoi lavorati venivano esportati in tutta Europa e vantava una situazione finanziaria florida grazie ad un fatturato annuo che si aggirava sui 7 miliardi di lire.
Il titolare della Sigma si chiamava Libero Grassi. Probabilmente furono le informazioni che gli emissari mafiosi raccolsero a riguardo della redditività dell’impresa, ad attirare l’attenzione degli estorsori. I primi contatti da parte del racket del pizzo, avvennero chiedendo un contributo per i “picciotti” reclusi nel carcere dell’Ucciardone. Grassi si rifiutò di versare a costoro qualsiasi tributo e iniziarono le minacce. Una serie di telefonate minatorie bersagliò l’imprenditore: “Attento al magazzino”, “Attento a tuo figlio”, “Attento a te”. Un uomo che si faceva chiamare Geometra Anzalone, si occupava di garantire i contatti con Grassi, ma Libero non volle intrattenere nessuna trattativa con l’interlocutore mafioso. Dinanzi alla esplicita minaccia di incendio al suo capannone, e alla ferma intenzione di non pagare, l’impresario sceglie di uscire allo scoperto e il 10 gennaio del 1991 scrive una lettera che il quotidiano “Il Giornale di Sicilia” pubblica. L’attenzione di tutta la città ricade sulla Sigma di Libero Grassi. La polizia fornisce la sua protezione, ma nonostante una volante stanzi ad ogni ora nel cortile della azienda, il geometra Anzalone continua con insistenza a recarsi dal signor Grassi per incontrarlo. Anche grazie alla collaborazione dei dipendenti della Sigma, il 19 marzo vengono arrestati i gemelli Antonio e Gaetano Avitabile di anni 26: erano loro, identici come gocce d’acqua, a presentarsi a turno nelle vesti di Anzalone.
L’euforia per la cattura degli emissari e riscuotitori del pizzo mafioso, subisce una flessione quando il Presidente dell’Associazione Industriali di Palermo, Salvatore Cozzo, dichiarò che il signor Grassi con la sua esternazione aveva in sostanza fatto troppo chiasso. La coraggiosa scelta di affrontare a viso aperto il racket delle estorsioni che strangolano le attività economiche dell’isola intera, veniva paragonata ad una “tamurriata”, una rumorosa e quasi inopportuna presa di posizione. Una forma piuttosto singolare di sostenere un imprenditore da parte della associazione preposta anche a quel compito. Un paio di settimane più tardi piove sul bagnato, e la precisa non volontà politica degli industriali nel sostenere Libero Grassi, beneficia di un indiretto consenso dalla sconcertante sentenza del giudice istruttore di Catania Luigi Russo datata 4 aprile 1991. Tra l’incredulità di chi da anni si batte contro il racket, si stabilisce che non è reato pagare la protezione ai boss mafiosi. Un verdetto dello Stato avvalla di fatto il pagamento di tangenti a Cosa Nostra. Grassi reagisce indignato, sostenendo che l’affermazione di un simile principio in Sicilia, risulta ancora più grave della scarcerazione di un boss. Si stimava all’epoca e come sempre per difetto, che il sistema del racket estorsivo in Italia rendesse la cifra iperbolica di 25 miliardi di dollari.
La battaglia di civiltà e legalità di Libero Grassi proseguirà nei mesi, ferma, senza esitazioni, costituendo un esempio per tutti i siciliani strangolati dal pizzo. Rilascerà interviste ai giornali, alle televisioni, partecipando a molte iniziative pubbliche di denuncia. Egli si circonderà di quella notorietà che sosteneva essere la risposta più efficace al silenzio tombale che la mafia imponeva.
Causa di morte: la dignità
La lotta di Libero Grassi verrà crudelmente interrotta in una torrida giornata d’estate, il 29 agosto del 1991. Quel giorno in via Alfieri, un commando composto da Favaloro Marco in veste di autista poi collaboratore di giustizia , e da Salvatore Madonia l’esecutore materiale dell’omicidio figlio del boss Francesco, affiancarono il Grassi e lo freddarono a colpi di pistola. Le successive confessioni di Favaloro furono determinanti nel chiarire i dettagli e le responsabilità. Il pentito affermò che da una settimana pedinava l’imprenditore per accertarsi della assenza di una scorta. Poi quel mattino, Salvatore Madonia scese dall’auto, si avviò dietro alla vittima con una pistola avvolta in un giornale, lo raggiunse alle spalle e senza guardarlo negli occhi gli sparò.
Libero Grassi era nato a Catania il 19 luglio del 1924, ma all’età di 8 anni la sua famiglia si trasferisce a Palermo. Cresce in un ambiente famigliare dove si respira un fervente antifascismo in tempi non facili per chi, specialmente in Sicilia, non si allinea al regime di Mussolini. Nel 1942 emigrerà a Roma per studiare Scienze Politiche, ma dovrà sospendere gli studi ed entrare in seminario per evitare l’arruolamento. Da qui uscirà alla fine del conflitto ma per riprendere gli studi all’università di Palermo, nella facoltà di Giurisprudenza. La desiderata carriera di diplomatico verrà abbandonata per seguire le orme del padre commerciante. Nel 1961 aprirà una propria azienda tessile, ma continuerà nel tempo a scrivere articoli e ad impegnarsi in politica.
La sua uccisione fu descritta dall’ex sindaco Leoluca Orlando, come un evento al contempo tragico e di svolta per la città di Palermo. Dopo la sua scomparsa, la pubblica presa di coscienza alla luce del sole contro il fenomeno del “pizzo” subirà una impennata. Sorgeranno diverse associazioni di imprenditori e commercianti per fornire aiuto a chi sceglie di denunciare gli estorsori, e tra queste una delle più celebri e combattive sarà “Addio Pizzo”, ma non si dimentichi il ruolo negli anni dell’Associazione Nazionale Antiracket, che purtroppo nel tempo sarà anche l’oggetto di politicizzazioni nella designazione del suo direttore. Racket e usura comunque diventeranno il fine di riforme legislative specifiche, che molto lentamente apriranno una breccia nel muro della omertà e della paura.
Per l’omicidio di Libero Grassi verranno condannati all’ergastolo in qualità di mandanti con definitiva sentenza in Cassazione nell’aprile del 2008, Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pietro Aglieri. Francesco e Salvino Madonia, gli esecutori materiali, erano già stati condannati nell’ottobre del 2006.
Lo Stato italiano consegnerà all’imprenditore scomparso l’onorificenza della Medaglia d’Oro al Valor Civile, per il coraggio con il quale si è opposto al racket estorsivo mafioso a rischio della vita.
Aldilà di ogni meritato riconoscimento, noi preferiamo ricordare a tutti come Grassi sia morto in Sicilia ancora una volta per un motivo semplice e terribile. Per questo scegliamo di chiudere l’omaggio a lui dedicato con le parole della moglie, la ex senatrice dei Verdi Pina Maisano: “Libero è stato ucciso perché aveva dignità nel suo lavoro”.
La Cassazione ribalta l’Appello
Queste nuove morte eccellenti alimentano quindi il fiume dei consensi verso quelle forze che tentano di riproporre i Corleonesi come un nemico dello Stato. L’esito a favore di Cosa Nostra, del procedimento di Cassazione sul Maxi Processo non appare più così scontato. Accresce nel frattempo in tutto il paese la protesta per l’operato di giudici come Corrado Carnevale, che verrà ribattezzato dai media come “l’ammazzasentenze”. Carnevale era un magistrato di Cassazione, che divenne celebre per la lunga serie di condanne per mafia che annullò aggrappandosi a cavilli giuridici. Il suo intervento visibilmente a senso unico fu talmente vistoso che si finì per sospettarlo legato a Cosa Nostra, ma nel 2002 sempre la Cassazione, avrebbe annullato una precedente condanna per “concorso esterno in associazione mafiosa”. La più che decennale gogna mediatica e giuridica intanto, scongiurò una sua designazione quale titolare del Maxi Processo in Cassazione.
La tanto attesa sentenza giunse il 31 gennaio del 1992 ed il giudizio della Corte d’Assise d’Appello venne ribaltato. Al termine di due mesi d’udienze vennero riconosciute le tre tesi portanti dell’atto d’accusa mosso da Falcone e Borsellino verso Cosa Nostra in primo grado, così clamorosamente indebolite in Appello. In sostanza veniva confermata l’esistenza di Cosa Nostra e la sua organizzazione legata ad un unico vertice; si riaffermò come i componenti della Commissione erano tutti responsabili allo stesso modo degli omicidi commessi in nome dell’organizzazione; venne riconosciuta attendibile la testimonianza dei pentiti di mafia. Il “teorema Buscetta” era stato accolto nella sua pienezza, convertendo in definitive le 19 sentenze di ergastolo e gli oltre 2600 anni di carcere del Maxi Processo ai boss leader di Cosa Nostra.
Lo Stato italiano aveva finalmente riconosciuto la mafia siciliana come organizzazione che costituiva una minaccia per la vita democratica del paese. L’eco della sentenza ebbe una risonanza planetaria e questo acuì anche nei fautori dell’impresa, la consapevolezza dell’importanza del successo. Per giungere a questo storico risultato si era dovuto attendere oltre 130 anni. In quel giorno l’orgoglio ed il prestigio per una così preziosa vittoria ottenuta contro la più importante associazione criminale del pianeta, affievolì il dolore e l’amarezza per i tanti caduti nel corso di una autentica guerra. Ma si poteva andare oltre. Secondo molti si erano spalancate le porte per Falcone, a vestire quella carica a direttore della neonata Superprocura Nazionale Antimafia.
Un ruolo provvisto dei poteri necessari per infliggere a Cosa Nostra nuove cocenti sconfitte. (3)
Un nuovo scenario tra Stato e mafia
L’esito della sentenza del 31 gennaio era destinato a disegnare un nuovo rapporto di forze tra lo Stato e la mafia. Lo scenario che si andava delineando poneva Totò Riina in una condizione di maggiore difficoltà. Egli aveva assunto impegni gravosi verso l’organizzazione che guidava, ed in ambito mafioso persino una sanguinosa dittatura come quella che il capo dei capi impose in seno a Cosa nostra, poteva vacillare se venivano meno le condizioni in grado di assicurarle introiti e protezioni. Riina aveva fornito garanzie che i magistrati siciliani sarebbero stati imbrigliati, e se i metodi tradizionali quali intimidazione e corruzione non avessero raggiunto l’obbiettivo in pieno, l’opera sarebbe stata ultimata dalle manovre degli amici in Parlamento. La Cassazione aveva fornito una risposta diversa dalle attese e ora si era originato un serio problema. Per la prima volta dal dopoguerra si registrava uno scollegamento tra i vertici mafiosi e la direzione della DC, una sorta di aspra crisi diplomatica tra le due istituzioni più potenti del paese. La strategia di inaudita violenza messa in campo dai corleonesi, costituita da una lunga serie di magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti assassinati, aveva assottigliato in modo esponenziale il numero dei politici disposti ad esporsi in loro favore. Era cambiata l’aria, e sostenere Cosa Nostra anche se in forma più o meno mascherata, equivaleva al rischio di compromettere carriera e potere. Proprio ora che a Riina servivano appoggi ben più consistenti della consueta gamma di favori e protezioni, ma una azione politica in grado di invertire la brusca svolta legislativa imposta dall’antimafia, le connessioni alto locate sembravano girargli le spalle. Questo problema si acuì nella fase in cui Falcone si trasferì a Roma. I vertici mafiosi contavano sulla capacità di impantanarlo nelle melme di quella politica così abilmente articolata dagli uomini giusti, ma quando presero atto di come il giudice continuasse imperterrito a conseguire i risultati prefissati al Ministero di Giustizia, l’allarme scattò. Nell’arco di poche settimane il nemico numero uno di Cosa Nostra riuscì nell’impresa di inanellare una massiccia serie di provvedimenti legislativi in grado di aumentare il numero delle frecce nella faretra dell’antimafia. Venne approvata una riforma in grado di ostacolare molto più robustamente il riciclaggio di denaro sporco; furono introdotte norme che consentivano l’uso delle intercettazioni telefoniche ed ambientali nelle inchieste di mafia; si fornirono al governo in carica i poteri necessari per procedere allo scioglimento delle giunte comunali ove fosse accertata l’infiltrazione della criminalità organizzata.
Furono in molti in seno a Cosa Nostra, a ritenere tutto questo non più sopportabile, ma se Riina fu senza altro tra coloro che impose con forza l’esacerbazione della violenza mafiosa, le condizioni che condussero alla imminente stagione stragista furono il frutto di una serie di contingenze non circoscrivibili alla sola Sicilia.
Nel prossimo capitolo cercheremo di penetrare lo sguardo alla ricerca delle radici di quello che sarà un periodo di terrore e sgomento per l’intero paese. (4)
(1), (2), (3), Fonte “Cosa Nostra, storia della mafia siciliana” – John Dickie – Editori Laterza, 2006 – capitolo “Terra Infidelium” – pag. 423…426
(4), Fonte “Cosa Nostra, storia della mafia siciliana” – John Dickie – Editori Laterza, 2006 – capitolo “Bombe e sommersione” – pag. 430, 431

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