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Timestamp: 2019-05-25 11:34:10+00:00

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CINISMO INCOSTITUZIONALE VERSUS DIRITTI FONDAMENTALI. L’AFFAIRE DICIOTTI - Judicium
CINISMO INCOSTITUZIONALE VERSUS DIRITTI FONDAMENTALI. L’AFFAIRE DICIOTTI
Di Rosario Russo - 14 marzo 2019
I. La vicenda nei documenti – I.A. La richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero – I.B. Il provvedimento del Tribunale dei Ministri – I.B.1. In fatto – I B.2. In iure – I.B.3. Il capo d’imputazione – I.C. Reiterazione? La nave Sea Watch 3 – I.D. La difesa del Ministro dell’Interno – I.E. La memoria del Presidente del Consiglio dei Ministri – I.F. La memoria degli on. L. Di Maio e D. Toninelli – I.G. La consultazione on line – I.H. I lavori della Giunta – I.I. Relazione della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari (relatore Gasparri) – II. Il reato ministeriale – II.A.Dal passato non commendevole alla prova attuale – II.B. Premessa – II.C. Le esemplificazioni – II.C.1.Tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante – II.C.2. Il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo – II.D. Il punctum dolens– II.E.Sindacabilità – II.F. Effetti extrapenali – III. Le valutazioni – III.A. La fase giudiziaria (il reato) – III.B. Le tesi difensive del Ministro indagato – III.C. Gli intervenienti difensivi – III.D. Gli argomenti della Giunta.
«Legum omnes servi sumus ut liberi esse possimus»: M.T. CICERONE, Pro Aulo Cluentio Habito, 66 a.c.
«Grande è il potere degli argomenti quando gli argomenti sono al potere» (MILAN BEŠTIĆ)
«Può essere considerata antigiuridica una condotta adottata per la tutela di valori costituzionalmente significativi? Essa sarà piuttosto illegale, ma pur sempre conforme ad una fonte del diritto superiore alla legge» L. ELIA, Le nuove regole sui reati ministeriali, in Legislazione Penale, 1989, p. 468-471.
«Non ha occhi un ebreo? Non ha mani, organi, statura, sensi, affetti, passioni? Non si nutre anche lui di cibo? Non sente anche lui le ferite? Non è soggetto anche lui ai malanni e sanato dalle medicine, scaldato e gelato anche lui dall’estate e dall’inverno come un cristiano? Se ci pungete non diamo sangue, noi? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate non moriamo?» (W. SHAKESPEARE, Il mercante di Venezia, atto III, scena I).
1.LA VICENDA NEI DOCUMENTI
Per consentire la più neutrale valutazione sul delicato tema, la complessa vicenda ed il suo contesto storico sono descritti mediante lo stralcio o la sintesi dei documenti ufficiali, integralmente comunque allegati.
I.A. LA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE DEL PUBBLICO MINISTERO
A) «La riconducibilità al Ministro dell’interno Salvini della decisione di trattenere i migranti su nave Diciotti per il periodo in contestazione può ritenersi accertata al di là di ogni ragionevole dubbio, e ciò in primo luogo sulla base delle stesse pubbliche esternazioni dell’interessato, che possono ritenersi fatto notorio per l’ampio risalto mediatico voluto dallo stesso, che ha rivendicato la paternità di tali scelte riconducendole alla strategia politica da lui vigorosamente sostenuta sia nella sua veste di leader del partito della Lega, che del controllo dei flussi migratori ha fatto uno dei temi principali del suo programma politico, sia nella veste istituzionale di vice Presidente del Consiglio dei Ministri e di Ministro dell’Interno, iscrivendo tale problematica tra i punti principali dell’agenda politica di governo.»
B) «Accertata, pertanto. la riferibilità allo stesso Ministro dell’Interno, pur in assenza di un provvedimento formale, della decisione di trattenere i migranti a bordo di nave Diciotti dal 20 al 25 agosto 2018, occorre chiedersi se tale decisione abbia o meno rilevanza penale, avendo avuto incidenza sulla libertà personale, che costituisce diritto inviolabile garantito dalla Costituzione italiana, che all’art. 13 prevede per la sua restrizione una doppia riserva, di legge e di giurisdizione.».
C) «Alla stregua di tali principi, occorre allora valutare se il ritardo nell’indicazione del porto sicuro derivante dalla mancata autorizzazione allo sbarco da parte del Ministro dell’Interno trovi o meno giustificazione in un potere conferito allo stesso Ministro dell’Interno e, in caso positivo, se il potere sia stato esercitato nell’interesse pubblico»
D) « In tale contesto, la decisione del Ministro Salvini di rinviare all’ esito della riunione della Commissione europea dei 24 agosto l’assegnazione del POS appare esercizio di una scelta politica che gli competeva nella sua veste istituzionale e che risponde a ad un precipuo interesse nazionale a che la gestione dei flussi migratori provenienti dall’Africa subsahariana, che aveva assunto dimensioni non gestibili nell’’ambito di un solo Paese e che in prospettiva minaccia di assumere proporzioni ancor più ingenti in mancanza di idonee iniziative da assumere a livello internazionale, venisse assunta dalla Unione europea, tanto più in una situazione, come quella in discussione, in cui non sarebbe toccato all’Italia, secondo le convenzioni internazionale, assumersi l’onere dell’accoglienza. Appare inoltre, di tutta evidenza che non assume rilievo nel caso di specie la titolarità o meno in capo ai migranti a bordo di nave Diciotti del diritto a vedersi riconoscere, in ragione dell’età o del Paese di provenienza, l’asilo o la protezione internazionale, atteso che tale questione restava impregiudicata, in quanto le Autorità italiane non avevano attuato un respingimento preventivo, che sarebbe stato illegittimo, bensì avevano richiesto l’intervento europeo per la gestione del problema dell’accoglienza all’interno del confine europeo comune».
E) «Alla luce dei principi di diritto sopra enunciati, l’omessa indicazione del POS da parte del Ministro Salvini sino al 25 agosto 2018 costituisce esercizio di un potere politico o quanto meno di alta amministrazione a lui attribuito dall’ordinamento e finalizzato al perseguimento di un interesse pubblico nazionale, come tale insindacabile da parte del giudice penale per il principio della separazione dei poteri. Ed anche sotto il profilo della razionalità del contemperamento dei contrapposti interessi in gioco, la decisione adottata appare incensurabile sotto il profilo penale, tenuto conto della solerzia con cui l’equipaggio della Diciotti ha saputo fronteggiare le molteplici esigenze alimentari, sanitarie e fisiologiche dei numerosi migranti a bordo, la cui situazione personale è stata costantemente monitorata dalla Guardia Costiera, prontamente intervenuta nel disporre l’evacuazione per motivi sanitari delle persone in difficoltà tutte le volte che se ne è presentata la necessità e considerata, altresì, la tempestività con cui è stata accolta dal Ministero dell’Interno la richiesta avanzata dal Procuratore della Repubblica per i Minorenni di Catania di far sbarcare nel locale porto i minori non accompagnati, per i quali più urgente appariva l’esigenza del ricovero in una struttura di accoglienza idonea.»[1]. (V. all. n. 1).
I.B. IL PROVVEDIMENTO DEL TRIBUNALE DEI MINISTRI
I.B.1. IN FATTO
Riassumendo la dotta relazione (all. n. 2) del Tribunale dei Ministri di Catania (infra: T.M.), la condotta attribuita al Ministro dell’Interno (infra: M.I.), per altro ripresa in diretta dalla televisione, si può riassumere nel modo che segue.
a) Nell’indifferenza delle autorità maltesi, il 16 agosto 2018 due motovedette della Guardia Costiera italiana soccorrevano 190 naufraghi, poi trasferiti sulla motonave U. Diciotti, il cui Comandate disponeva che 13 di essi fossero sbarcati a Lampedusa, in quanto bisognosi di cure immediate
b) il Comando Generale ordinava al medesimo Comandante di portarsi prima a Pozzallo e poi a Catania, nel cui porto la nave attraccava alle ore 23,49 del 20 agosto 2018, con l’ordine tuttavia di “non calare la passerella e lo scalandrone”
c) per tre volte (il 15, il 17 ed il 24 agosto) era stata negata dal Ministro dell’Interno l’assegnazione del POS (place of safety: cioè luogo di approdo sicuro e di sbarco), invocata dalle competenti autorità;
d) il 22 agosto veniva disposto lo sbarco soltanto dei minori non accompagnati, come motivatamente richiesto dalla competente Procura presso il Tribunale per i Minorenni; nel pomeriggio del 25 agosto venivano sbarcati sei naufraghi bisognosi di cure immediate e soltanto alle ore 00,08 del 26 agosto il Ministro dell’Interno consentiva lo sbarco degli altri.
I.B.2. IN IURE
La Relazione del T.M. articola inoltre un’ampia argomentazione, qui ridotta all’essenziale.
e) «…va in primo luogo osservato come l’obbligo di salvare la vita in mare costituisce un preciso dovere degli Stati e prevale su tutte le norme e gli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell’immigrazione irregolare»; – «La Convenzione di Amburgo denominata “SAR” (che ha trovato in Italia concreta attuazione con il D.P.R. n. 662/1994), invece, obbliga gli Stati parte a ” … garantire che sia prestata assistenza ad ogni persona in pericolo in mare … senza distinzioni relative alla nazionalità o allo status di tale persona o alle circostanze nelle quali tale persona viene trovata” (Capitolo 2.1.10) ed a” … fornirle le prime cure mediche o di altro genere ed a trasferir/a in un luogo sicuro”»; – «…la richiamata direttiva SOP 009/15, inoltre, prevede che il Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione, nell’assegnazione del POS, oltre alle eventuali problematiche tecnico-nautiche che gli saranno rappresentate dal Comando richiedente e ad eventuali indicazioni o necessità rappresentate da MRCC Roma connesse alle operazioni SAR in atto, “terrà in considerazione le citate previsioni delle pertinenti convenzioni internazionali, avendo cura di limitare, per quanto possibile, la permanenza a bordo delle persone soccorse e di far subire alle navi soccorritrici la minima deviazione possibile dal viaggio programmato”»;
f) «ai fini del giudizio sulla ministerialità del reato, accanto alla particolare qualificazione giuridica soggettiva dell’autore del reato nel momento in cui questo è commesso, occorre ricercare un rapporto di strumentale connessione fra la condotta integratrice dell’illecito e le funzioni esercitate dal Ministro, rapporto che sussiste tutte le volte in cui l’atto o la condotta siano comunque riferibili alla competenza funzionale del soggetto, dovendo invece ritenersi che siano esclusi dalla categoria quei reati in cui sia ravvisabile un rapporto di mera occasionalità tra la condotta illecita del ministro e l’esercizio delle funzioni (così anche Cass. 34546/2014 e Cass. 8854/1998).»; «Tanto premesso, venendo all’esame del caso di specie, ritiene questo Tribunale che la condotta ascritta al Sen. Matteo Salvini sia certamente sussumibile nell’ambito del “reato ministeriale”, in quanto strettamente connessa all’abuso dei poteri dallo stesso esercitati nella sua qualità di Ministro, per quanto di seguito esposto»;
g) «In conclusione, avuto riguardo alla piena validità della richiesta di POS del 17 agosto, ritiene questo Tribunale come l’omessa indicazione del “place of safety” da parte del Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione, dietro precise direttive del Ministro dell’Interno, ha determinato, dopo che alle ore 23:49 del 20 agosto l’unità navale “U. Diciotti” raggiungeva l’ormeggio presso il porto di Catania (così creando le condizioni oggettive per operare lo sbarco), una situazione di costrizione a bordo delle persone soccorse fino alle prime ore del 26 agosto (quando veniva avviata la procedura di sbarco a seguito dell’indicazione del POS rilasciato nella tarda serata del 25 agosto dal competente Dipartimento, dietro nulla osta del Ministro), con conseguente apprezzabile limitazione della libertà di movimento dei migranti, integrante l’elemento oggettivo del reato ipotizzato»;
h) dal punto di vista soggettivo, il Tribunale ha verificato: « la sussistenza e configurabilità dei seguenti elementi positivi e negativi del reato: i) La riconducibilità dell’omessa indicazione del POS e del correlato divieto di sbarco ad una precisa direttiva del Ministro dell’Interno; ii) L’accertamento del carattere illegittimo della privazione dell’altrui libertà, in quanto adottata contra legem; iii) L’assenza di cause di giustificazione con valenza scriminante ex art. 51 c.p.»; ed ha concluso che: «Dunque, in realtà, la decisione del Ministro non è stata adottata per problemi di ordine pubblico in senso stretto, bensì per la volontà meramente politica – “estranea” alla procedura amministrativa prescritta dalla normativa per il rilascio del POS (in base alla quale l’indicazione del POS è un atto dovuto, residuando una limitata discrezionalità sul quomodo collegata a “ragioni tecniche”, insussistenti nel caso di specie) – di affrontare il problema della gestione dei flussi migratori invocando, in base a un principio di solidarietà, la ripartizione dei migranti a livello europeo tra tutti gli Stati membri.»; che «Il Ministro ha agito al di fuori delle finalità proprie dell’esercizio del potere conferitogli dalla legge, in quanto le scelte politiche o i mutevoli indirizzi impartiti a livello ministeriale non possono ridurre la portata degli obblighi degli Stati di garantire nel modo più sollecito il soccorso e lo sbarco dei migranti in un luogo sicuro (place of safety); obblighi derivanti, come già detto, da Convenzioni internazionali che costituiscono una precisa limitazione alla potestà legislativa dello Stato in base agli artt. 10, 11 e 117 della Costituzione» e che: «La stessa Corte Costituzionale, in diverse circostanze, ha avuto modo di evidenziare che la discrezionalità nella gestione dei fenomeni migratori incontra chiari limiti, sotto il profilo della conformità alla Costituzione e del bilanciamento di interessi di rilievo costituzionale, nella ragionevolezza, nelle norme di trattati internazionali che vincolano gli Stati contraenti e, soprattutto, nel diritto inviolabile della libertà personale (art. 13 Cost.), trattandosi di un bene che non può subire attenuazioni rispetto agli stranieri in vista della tutela di altri beni costituzionalmente tutelati. Più in particolare, nella sentenza n. 105/2001, la Corte Costituzionale ha rilevato che “per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell’immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi problemi di sicurezza e ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati, non può risultare minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”. Principio, questo, che vale anche nei confronti degli immigrati irregolari, ai quali la Costituzione riconosce i diritti inviolabili su cui si fonda la dignità umana e la tutela della persona.».
i) «Nel caso di specie, alla stregua delle superiori considerazioni, ritiene il Tribunale che oggetto di valutazione non sia un “atto politico” (in senso stretto), bensì una condotta (diniego del rilascio del POS e correlato diniego allo sbarco) che costituisce atto amministrativo endo-procedimentale “dovuto” (privo di discrezionalità nell’an) – che si inserisce nell’ambito di una normativa sovranazionale vincolante per lo Stato italiano – di competenza del dirigente responsabile del Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione, quale articolazione del Ministero dell’Interno. L’unica “discrezionalità” prevista per l’indicazione del POS è di tipo “tecnico-amministrativo” mentre si è visto come le ragioni sottese al veto posto dal Ministro dell’Interno al rilascio del POS fossero unicamente di tipo “politico”. Quanto sopra, tuttavia, non trasforma l’atto amministrativo in atto politico insindacabile tout court sol perché ispirato da un “movente politico”. L’atto del Ministro Sen. Matteo Salvini costituisce piuttosto un atto amministrativo che, perseguendo finalità politiche ultronee rispetto a quelle prescritte dalla normativa di riferimento, ha determinato plurime violazioni di norme internazionali e nazionali, che hanno comportato l’intrinseca illegittimità dell’atto amministrativo censurata da questo Tribunale.».
I.B.3. IL CAPO D’IMPUTAZIONE
«Il Tribunale dei Ministri, visto l’art. 8, comma 1, Legge Costituzionale n. 1/89, dispone la trasmissione degli atti e del presente provvedimento al Procuratore della Repubblica di Catania affinché ne curi l’immediata rimessione al Presidente del Senato per l’avvio della procedura prevista dall’art. 9 Legge Cost. citata per il rilascio dell’autorizzazione a procedere nei confronti del Senatore Matteo Salvini in ordine al reato di sequestro di persona aggravato p. e p. dall’art. 605, comma I, II n. 2 e III, c.p., “per avere, nella sua qualità di Ministro dell’Interno, abusando dei suoi poteri, privato della libertà personale 177 migranti di varie nazionalità giunti al porto di Catania a bordo dell’unità navale di soccorso “U. Diciotti” della Guardia Costiera italiana alle ore 23:49 del 20 agosto 2018. In particolare, il Sen. Matteo Salvini, nella sua qualità di Ministro, violando le Convenzioni internazionali in materia di soccorso in mare e le correlate norme di attuazione nazionali (Convenzione SAR, Risoluzione MSC 167- 78, Direttiva SOP 009/15), non consentendo senza giustificato motivo al competente Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione – costituente articolazione del Ministero dell’Interno – di esitare tempestivamente la richiesta di POS (place of safety) presentata formalmente da IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Center) alle ore 22:30 del 17 agosto 2018, bloccava la procedura di sbarco dei migranti, cosi determinando consapevolmente l’illegittima privazione della libertà personale di questi ultimi, costretti a rimanere in condizioni psico-fisiche critiche a bordo della nave “U. Diciotti” ormeggiata nel porto di Catania dalle ore 23:49 del 20 agosto e fino alla tarda serata del 25 agosto, momento in cui veniva autorizzato lo sbarco. Fatto aggravato dall’essere stato commesso da un pubblico ufficiale e con abuso dei poteri inerenti alle funzioni esercitate, nonché per essere stato commesso anche in danno di soggetti minori di età.
Fatto commesso in Catania, dal 20 al 25 agosto 2018″[2]».
I.C. REITERAZIONE? LA NAVE SEA WATCH 3
Detta imbarcazione, dopo avere operato il 19 gennaio 2019 il salvataggio in mare di 47 persone (tra cui alcuni minori non accompagnati), per alcuni giorni è rimasta ancorata in acque territoriali italiane, a un miglio dal porto di Siracusa, a seguito del divieto di sbarco emesso, anche questa volta, al fine di ottenere che lo stato olandese, della cui bandiera si fregiava la nave, si dichiarasse disposto a prendere in carico i naufraghi. Interpellata sia dal nostro Stato (che deduceva, a quanto riferito dalla stampa, la giurisdizione dell’Olanda) che da taluni dei naufraghi, la Corte di Strasburgo, omettendo qualunque decisione in tema di giurisdizione, si è limitata ad emettere un provvedimento d’urgenza così descritto: «…la Corte non ha accolto le richieste dei richiedenti di essere sbarcati. Ha chiesto al governo italiano «di adottare tutte le misure necessarie, al più presto, per fornire a tutti i richiedenti un’adeguata assistenza medica, cibo, acqua e beni di prima necessità, se necessario. Per quanto riguarda i 15 minori non accompagnati, al governo viene richiesto di fornire un’adeguata assistenza legale (ad es. Tutela legale). Il governo è inoltre invitato a tenere la Corte regolarmente informata sugli sviluppi della situazione dei richiedenti» (comunicazione ufficiale della CEDU[3]).
Anche questa volta, lo sbarco è stato consentito soltanto il 31 gennaio 2019 a Catania (dove è stata indirizzata la nave), dopo che alcuni paesi hanno dichiarato la loro disponibilità all’accoglienza.
Essendo stata presentata formale denuncia su questa vicenda, è presumibile che essa sia al vaglio delle competenti autorità.
I.D. LA DIFESA DEL MINISTRO DELL’INTERNO
In data 6 febbraio 2019 il M.I. ha depositato, presso la Giunta delle elezioni e delle immunità, una memoria (all. n. 3), deducendo sostanzialmente quanto segue, con riferimento all’affaire Diciotti.
1) «L’impostazione del Tribunale di CATANIA calpesta le più elementari regole del diritto internazionale e della nostra Costituzione, invadendo poi una sfera di esclusiva prerogativa dell’Autorità di Governo. Ed infatti la soluzione delle controversie internazionali – e che qui vi fosse una controversia tra l’Italia e l’altro Paese appare evidente (” … è guerra con Malta … “) – rientra in via esclusiva nella intangibile competenza sottesa alle scelte dello Stato Italiano di esercitare le proprie prerogative – paritariamente a quelle degli altri Stati – nell’ambito appunto dei principi ispiratori della Carta Costituzionale. Al riguardo, l’art. 11 Cost. dispone che la limitazione della sovranità nazionale avviene nel rispetto e nei limiti a che anche l’altrui sovranità nazionale rispetti i medesimi limiti nonché comunque per la soluzione delle controversie internazionali in modo pacifico, e l’art. 117 Cost. attribuisce rilevanza costituzionale alla corretta attuazione degli obblighi derivanti dal diritto dell’Unione Europea e quindi ad ogni iniziativa politica tendente ad ottenerne una modifica.».
2) «Risulta infatti per tabulas che le strutture del Ministero degli Esteri hanno posto in essere tutti i passi necessari a compulsare le Istituzioni Comunitarie per una soluzione del problema.»
3) «Non si è trattato quindi – come dice il Tribunale di CATANIA – di una mera personale iniziativa politica assunta nella qualità di Ministro dell’Interno volta a coinvolgere l’Europa sulla scorta di linee meramente programmatiche e non vincolanti, risultando anzi il contrario. È sufficiente esaminare nella giusta chiave di lettura la “nota verbale” del 19.08.2018, n. 6707, della Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea per capire che non si era in presenza di una mera personale iniziativa politica del Ministro, bensì di una iniziativa dello Stato Italiano (Governo) conforme a una precedente prassi che si è consolidata a livello di consuetudine».
4) «Emerge chiaramente come proprio sulla specifica vicenda “Diciotti” si è in presenza di una iniziativa del Governo Italiano coerente con la politica dello Stato sui flussi migratori, peraltro risultante anche dal Contratto di Governo, che non può essere svilita come mera presa di posizione politica avulsa dal contesto generale delle strategie governative, specialmente in occasione di un salvataggio avvenuto solo per far fronte alle omissioni di MALTA».
5) «In buona sostanza, a fronte della palese violazione di un obbligo da parte di uno Stato membro dell’Unione, i rimedi necessari alla soluzione della controversia (la Capitaneria aveva parlato di ” … una guerra con Malta … ”) rientrano nell’ambito del perseguimento di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante (concreta attuazione degli obblighi internazionali da parte di tutti i membri dell’Unione Europea, applicazione del regime consuetudinario di soluzione delle controversie stesse: artt. 11 e 117 Cost.), nonché del preminente interesse pubblico a un corretto controllo e a una corretta gestione dei flussi migratori, ed infine ad una piena tutela dell’ordine pubblico; tutti rimessi direttamente al Governo ed ai Ministri responsabili. È evidente quindi che tutto il Governo ha agito unicamente per il raggiungimento di entrambi gli interessi ora ricordati».
6) «Non cambia certo questo discorso la circostanza che la nave “Diciotti” avesse o meno attraccato al porto di Catania, non potendosi a questo proposito sovvertire il principio giuridico della responsabilità e degli oneri di primaria accoglienza in capo all’altro Stato (MALTA, Stato di primo contatto e nella cui zona SAR si è svolto l’evento) solo per il posizionamento della nave “Diciotti”, con una traslazione degli obblighi del tutto irragionevole e comunque oggettivamente infondata.»
7) «La nave “Diciotti”, infatti, ben avrebbe potuto sostare in mezzo al mare in una posizione equidistante ancora per un lungo tempo, non potendo certo sottrarsi l’altro Stato agli obblighi impostigli dalla normativa internazionale solo per il decorso del tempo, decorso del tempo che anzi ne avrebbe aggravato la posizione. Lo scalo tecnico a CATANIA è stata una scelta dell’Autorità marittima esclusivamente per ragioni di comodità legate ai rifornimenti di cibo, acqua ed altro, rifornimenti che potevano avvenire tranquillamente anche in mezzo al mare».
8) «Non può infine sottacersi che l’azione attuativa dell’indirizzo governativo (risultante nel caso di specie dal punto 13 del Programma di Governo) già di per sé stessa costituisce perseguimento di un preminente interesse pubblico, peraltro rappresentato anche dalla salvaguardia dell’ordine e della sicurezza pubblica che sarebbero messe a repentaglio da un indiscriminato accesso nel territorio dello Stato, così come indicato dal Sig. Presidente del Consiglio Prof. Avv. Conte nella informativa del 12.09.2018 all’assemblea del Senato. La conferma che la questione dei flussi migratori – in particolar modo quelli provenienti dalla LIBIA – ha evidente attinenza con la sicurezza e l’ordine pubblico risulta, del resto, dall’audizione del Ministro dell’Interno svolta in data 21.11.2018 avanti il Comitato Parlamentare per la Sicurezza Pubblica ove appunto detta questione ha costituito oggetto, tra l’altro, specifico dell’audizione (cfr. scheda 5 flussi migratori). Si legge (cfr. in particolare pag. 8) espressamente dell’attività finalizzata a porre in essere misure di contrasto e prevenzione a fenomeni di terrorismo proprio attraverso il controllo dei flussi di migranti ” … al fine di scongiurare l’eventualità che estremisti islamici possano fare ingresso/transitare in Europa servendosi delle rotte utilizzate dai trafficanti di esseri umani o battute dai profughi richiedenti protezione internazionale … ” e che la quasi totalità dei migranti dalla LIBIA è giunta sulle nostre coste a seguito di eventi SAR. »
I.E. LA MEMORIA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Il Presidente ha tenuto a precisare principalmente che: «Le azioni poste in essere dal Ministro dell’interno si pongono pertanto in attuazione di un indirizzo politico – istituzionale, che il Governo da me presieduto ha sempre coerentemente condiviso fin dal suo insediamento. Di questo indirizzo, come della politica generale del governo, non posso non ritenermi responsabile ai sensi dell’art. 95 della Costituzione.» (all. n. 4).
I.F. LA MEMORIA DEGLI ON. L. DI MAIO E D. TONINELLI
«…le determinazioni assunte per la gestione delle procedure di salvataggio in mare da parte della Nave “U. Diciotti sono riconducibili ad una linea politica sull’immigrazione condivisa da tutto il Governo;
assurge, infatti, a punto cardine del programma di Governo l’abbattimento della pressione migratoria alimentata da fondi pubblici nazionali spesso gestiti con poca trasparenza e permeabili alle infiltrazioni della criminalità organizzata;
l’intera compagine governativa, sin dal suo insediamento, propugna una revisione del Regolamento di Dublino volta a garantire il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli Stati membri dell’Unione Europea, conformemente al principio di equa ripartizione delle responsabilità sancito dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea;
questa linea programmatica è stata costantemente seguita nella concreta azione di Governo, con vigoria espletata anche in sede sovranazionale;
in particolare, nel corso della riunione del Consiglio europeo del 28 giugno 2018, in accoglimento di una proposta formulata dal governo italiano, si è pervenuti alle seguenti conclusioni:
– “il Consiglio europeo ribadisce che il buon funzionamento della politica dell’UE presuppone un approccio globale alla migrazione che combini un controllo più efficace delle frontiere esterne dell’UE, il rafforzamento dell’azione esterna e la dimensione interna, in linea con i nostri principi e valori. È una sfida, non solo per il singolo Stato membro, ma per l’Europa tutta.
– “Nel territorio dell’UE coloro che vengono salvati, a norma del diritto internazionale, dovrebbero essere presi in carico sulla base di uno sforzo condiviso e trasferiti in centri sorvegliati istituiti negli Stati membri, unicamente su base volontaria; qui un trattamento rapido e sicuro consentirebbe, con il pieno sostegno dell’UE, di distinguere i migranti irregolari. che saranno rimpatriati, dalle persone bisognose di protezione internazionale, cui si applicherebbe il principio di solidarietà:
proprio in quest’ottica, partendo dalla necessità di considerare le frontiere italiane come frontiere esterne dell’Unione Europea, sulla base degli impegni presi in seno al Consiglio Europeo – e pur nella consapevolezza che le misure di “ricollocazione e reinsediamento… saranno attuate su base volontaria” – il Governo, collegialmente, ha esplorato la possibilità di un’equa ripartizione tra i Paesi dell’Ue degli immigrati a bordo della nave Diciotti, per dare sostanza effettiva alle proclamazioni e agli impegni assunti in sede europea;
le suddette richieste di collaborazione non hanno però avuto l’esito sperato, essendosi incontrate molte resistenze dei partner europei;
nel caso di specie, la responsabilità del salvataggio e della presa in carico dei migranti, in base alle convenzioni internazionali, spettava, in prima istanza, a Malta, Tuttavia, nonostante il diniego da parte di quest’ultima di offrire un POS, l’Italia non ha esitato ad offrire – come del resto ha sempre fatto in analoghe circostanze – il sostegno necessario ai 177 migranti;
la nave “U Diciotti” attraccava, così, nel Porto di Catania, in data 20 agosto 2018, dove veniva garantita una costante assistenza sanitaria senza esitare a trasferire, in strutture ospedaliere, i migranti che necessitavano di cure;
dopo alcuni giorni di trattative, grazie ad un’efficace azione diplomatica e politica, si è riusciti a ricollocare i migranti presenti sulla Diciotti presso le strutture messe a disposizione dalla CEI, ottenendo anche la disponibilità di Albania e Irlanda ad accoglierne una quota;
il Governo Italiano, senza mai rinunciare alla solidarietà e all’accoglienza e assicurando il pieno rispetto dei diritti umani ed in primis del diritto alla salute, è quindi riuscito ad ottenere, coinvolgendo Paesi terzi, un’assunzione di responsabilità nella gestione dei flussi migratori;
in questa fase, i suddetti membri del Governo – il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli in qualità di responsabile delle operazioni in mare e il Vicepresidente del Consiglio dei ministri Luigi Di Maio nelle vesti di capo politico della forza di maggioranza relativa in Parlamento – hanno condiviso le modalità delle operazioni di salvataggio, sempre garantendo il rispetto delle condizioni di salute ed assicurando che non mancasse cibo, acqua e cure ai migranti presenti sulla nave in questione;
in più occasioni, infatti, personale sanitario è salito a bordo della Diciotti per monitorare lo stato di salute delle persone ivi presenti, nonché per dare loro te cure necessarie ed indifferibili;
l’azione del Governo nella gestione delle operazioni di salvataggio della nave ”U. Diciotti” e le decisioni del Ministro dell’Interno ad essa relative, sono, pertanto, da imputarsi collegialmente in capo anche ai sottoscritti.
Alla luce di quanto sopra rilevato, i sottoscritti dichiarano che le decisioni assunte in merito alla vicenda in oggetto sono state frutto di una condivisione politica quanto alla gestione delle operazioni di salvataggio dei migranti a bordo de l’unità navale “U. Diciotti”.» (All. n. 5)
I.G. LA CONSULTAZIONE ON LINE
In vista della pronuncia della Giunta, uno dei partiti al governo ha indetto una consultazione on line del seguente tenore: «Il ritardo dello sbarco della nave Diciotti, per redistribuire i migranti nei vari Paesi europei, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato?». È agevole osservare non solo che decisivi termini del quesito (‘ritardo’ – «interesse dello Stato») ripetono quelli adottati in seno al parere espresso dal Pubblico Ministero (v. retro sub I.A), ma soprattutto, per un verso, che il quesito non tiene conto del fatto che nella fase parlamentare non può degradarsi a mero ‘ritardo’ quello che in sede giudiziario è stato qualificato tecnicamente come imputazione di sequestro e, per altro verso, che per impedire legittimamente il processo penale non basta l’individuazione di un generico «interesse dello stato». È dubbio se sia più grave attribuire ad ignoranza giuridica la sviante formulazione del quesito ovvero a preordinata mistificazione.
Il responso finale della consultazione (30.948 voti a favore del diniego del procedimento penale, contro 21.469 voti contrari) è ritenuto vincolante per i parlamentari del partito promotore, in sfregio all’art. 67 Cost.; senza dire che la delicata valutazione sulla procedibilità del reato ministeriale è gelosa e responsabile prerogativa dei parlamentari all’interno della Camera competente, certamente non delegabile legittimamente agli elettori.
Infine, va notato che il Capo politico del medesimo partito, on. Di Maio, si era espresso pubblicamente a favore dell’autorizzazione a procedere, allorché il M.I. inquisito aveva dichiarato di volere essere processato; ma il Segretario stesso, tosto che l’indagato aveva pubblicamente invocato il diniego dell’autorizzazione e ancor prima dell’esito della menzionata consultazione, aveva espresso opposto avviso, inviando alla Giunta una motivata dichiarazione (quanto meno) di solidarietà (v. infra sub III. B. 4. i).
I.H. I LAVORI DELLA GIUNTA
Legislatura 18ª – Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari – Resoconto sommario n. 22 del 19/02/2019: Autorizzazione a procedere ai sensi dell’articolo 96 della costituzione
Per gli interventi dei Senatori GASPARRI, GIARRUSSO, GRASSO, DE FALCO, DURNWALDER, BALBONI, BONIFAZI, PILLON e MALAN v. all. n. 6.
L’intervento del Presidente della Giunta, Sen. Gasparri, è trattato infra sub par. III.B.2.
I.L. RELAZIONE DELLA GIUNTA DELLE ELEZIONI E DELLE IMMUNITÀ PARLAMENTARI (RELATORE GASPARRI)
«DIRITTO
Dopo il vaglio di ministerialità del reato, occorre che si verifichi se sussista, nel caso di specie, una delle due esimenti extra ordinem previste dal comma 3 dell’articolo 9 della legge costituzionale n. 1 del 1989, ossia se l’interessato abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo.
Se sulla natura ministeriale del reato concordano pubblico ministero e Tribunale dei Ministri, non vi è invece concordanza sull’imputazione, atteso che il pubblico ministero di Catania ha chiesto l’archiviazione per infondatezza della notitia criminis, mentre il Tribunale dei Ministri non ha accolto tale richiesta di archiviazione ed ha formulato un’imputazione coatta.
Chiariti i profili metodologici fin qui evidenziati, occorre soffermarsi sulle circostanze dalle quali emerge la valenza governativa delle scelte effettuate dal Ministro Salvini.
In sede di informativa sulla vicenda della nave “Diciotti”, nella seduta del Senato del 12 settembre 2018, il Presidente del Consiglio dei Ministri – nel ricostruire le varie fasi degli eventi – ha precisato testualmente che “sin dai giorni successivi all’arrivo nel porto di Catania, esperiti inutilmente i tentativi di intesa con le autorità maltesi, che confermavano la loro posizione di non voler interferire e di non assumersi alcuna responsabilità, il Governo italiano avviava interlocuzioni con le istituzioni europee, al fine di condividere un piano di ripartizione dei migranti, analogamente a quanto già avvenuto in occasione dello sbarco verificatosi nel porto di Pozzallo […]” (brano estratto dal resoconto stenografico della seduta dell’Assemblea del Senato del 12 settembre 2018).
Già con riferimento a questo primo elemento appare del tutto infondata l’obiezione, emersa nel dibattito pubblico dell’ultimo periodo, relativa alla mancata adozione di una formale delibera del Consiglio dei Ministri su tale vicenda. Infatti, l’indirizzo politico non sempre e non necessariamente si estrinseca attraverso atti formali. Il coordinamento della politica dell’Esecutivo, spettante al Presidente del Consiglio dei Ministri, in molti casi si attua attraverso comportamenti concludenti, che non hanno necessariamente la forma della deliberazione del Consiglio. L’informativa al Parlamento sulla vicenda “Diciotti” costituisce un indice sintomatico decisivo circa la “valenza governativa” delle scelte adottate.
c) Valutazioni conclusive della Giunta
Il Collegio (pagine 34 e seguenti della Relazione del Tribunale) esclude nel caso di specie la configurabilità di una causa di giustificazione ex articolo 51 del codice penale (e cioè la scriminante dell’esercizio di un diritto o adempimento di un dovere). Si osserva, con riferimento a tale ultimo profilo, che le cause oggettive di esclusione del reato (o cause di giustificazione, o anche scriminanti) sono particolari situazioni in presenza delle quali un fatto, che altrimenti sarebbe da considerarsi reato, tale non è perché la legge lo consente, lo impone o lo tollera (articoli 50 e seguenti del codice penale).
La dottrina dominante ritiene che le scriminanti ineriscano alla struttura del reato, come cause di esclusione dell’antigiuridicità oppure come elementi negativi del fatto, che devono quindi mancare perché il fatto costituisca reato.
Rispetto ad un reato di sequestro di persona la scriminante dell’adempimento di un dovere può in astratto escludere la configurabilità del reato, ossia può escludere che il fatto accertato possa essere qualificato come penalmente rilevante. L’accertamento della presenza o meno di una scriminante è tuttavia demandato all’esclusiva competenza dell’autorità giudiziaria, l’unica alla quale nel nostro ordinamento costituzionale è attribuito il potere di accertare la sussistenza degli elementi costituitivi del reato (quindi anche di quelli “negativi”, ossia l’assenza di cause di giustificazione).
L‘ambito della scriminante di cui all’articolo 51 del codice penale è quindi palesemente diverso rispetto a quello dell’esimente di cui al comma 3 dell’articolo 9 della legge costituzionale n. 1 del 1989, su cui si fonda la procedura che il Senato è chiamato ad applicare nel caso di specie.
Nel primo caso ci si basa sul principio di non contraddizione (se l’ordinamento prevede un dovere non può comminare anche la punizione di comportamenti necessari per l’adempimento del dovere stesso), mentre nel secondo caso ci si occupa della salvaguardia della funzione di Governo.
Essendo diversa la ratio delle due fattispecie prima richiamate, risulta del tutto differente il criterio valutativo adottabile in ordine alle stesse. Infatti, se nella scriminante dell’adempimento del dovere la giurisprudenza penale ha configurato una serie di requisiti senza i quali la scriminante non sussiste (ad esempio la stretta correlazione, sul piano della necessità ed indispensabilità, tra atto contrario a norme penali e adempimento del dovere), al contrario l’esimente di cui all’articolo 9, comma 3, della legge costituzionale n. 1 del 1989, proprio per la sua valenza extra ordinem e proprio per la sua funzione diversa rispetto alle comuni scriminanti, non può essere valutata con gli stessi criteri delle scriminanti ordinarie. In particolare, nel caso di esimente di cui all’articolo 9 della legge costituzionale n. 1 del 1989, la valutazione può prescindere dalla stretta necessità tra l’atto e la funzione governativa, nel senso che il Ministro è scriminato anche se l’interesse pubblico governativo poteva essere parimenti realizzato con un comportamento diverso.
Anche in tal caso la conferma della correttezza di tale ricostruzione si ha anche leggendo la relazione del Tribunale dei Ministri, nella quale si afferma che non sussiste la causa di giustificazione di cui all’articolo 51 del codice penale (non ricorrendo, secondo il Tribunale, i presupposti necessari per la configurabilità di tale causa di giustificazione) e pur tuttavia si demanda alla prerogativa esclusiva del Senato la valutazione della particolare esimente costituzionale relativa al perseguimento dell’interesse pubblico governativo, come detto del tutto diversa dalla scriminante ordinaria dell’adempimento del dovere.
In relazione alla configurabilità, nel caso di specie, dell’esimente inerente al perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo, di cui all’articolo 9, comma 3, della legge costituzionale n. 1 del 1989, si rileva che dall’esame dei fatti svoltisi tra il 14 agosto 2018 e il 25 agosto 2018 emerge che la decisione di non comunicare con maggiore sollecitudine il POS alla nave “Diciotti” si inquadri in una controversia di natura internazionale tra Italia e Malta a seguito dell’inadempimento, da parte di quest’ultimo Stato, alla normativa internazionale che impone al Governo responsabile dell’area di salvataggio di esercitare la primaria responsabilità dell’evento e di indicare il POS di accoglimento dei soggetti salvati.
L’interesse pubblico perseguito consisteva anche nel tentativo di dare una regolamentazione più rigorosa e corretta alla gestione dei flussi migratori, al duplice scopo di disincentivare il traffico degli immigrati e i conseguenti naufragi, oltre che delimitare il numero di accessi irregolari clandestini sul territorio nazionale. Che gli obiettivi perseguiti dal Ministro fossero quelli testé menzionati può essere agevolmente evinto anche dalla “valenza governativa” che aveva assunto la vicenda della nave “Diciotti”, come emerge anche dall’informativa all’Assemblea del Senato del Presidente Conte, nella seduta d’Aula del 12 settembre 2018. Si rileva poi che la sussistenza di un preminente interesse pubblico inerente alla funzione di Governo può essere desunta anche attraverso un ragionamento “a contrario”. Se nel caso di specie non fosse ipoteticamente ravvisabile il predetto interesse pubblico, occorre chiedersi di quale natura sarebbe l’interesse perseguito dal Ministro nel caso di specie.
Se ci trovassimo di fronte ad un reato di peculato, la risposta sarebbe evidente e scontata, essendo il profitto proprio o altrui un elemento costitutivo della fattispecie in questione. Un Ministro accusato di peculato non potrebbe mai invocare l’interesse pubblico governativo, essendo tale reato ontologicamente orientato al perseguimento di un interesse privato. Nell’esempio ipotizzato, il reato di peculato sarebbe ministeriale (in quanto commesso in occasione dell’esercizio delle proprie funzioni) ma l’esimente dell’interesse pubblico governativo non sarebbe sicuramente configurabile.
Sempre ragionando secondo una prospettiva logica “a contrario”, ipotizziamo che l’interesse perseguito dal Ministro Salvini sia di tipo “politico-partitico” e non governativo. Anche tale ipotesi non regge ad un vaglio oggettivo, avendo assunto il Presidente del Consiglio Conte una posizione ufficiale rispetto alla vicenda in questione, nel contesto (si sottolinea “ufficiale” o meglio istituzionale) dell’informativa all’Assemblea del Senato del 12 settembre 2018. Solo una presa di posizione contraria, espressa in tale sede istituzionale, avrebbe legittimato una diversa configurazione del profilo teleologico della condotta del Ministro Salvini. In particolare, se il Presidente del Consiglio – che ha compiti di coordinamento della politica del Governo – avesse assunto una posizione di distanza o di contrarietà rispetto alle decisioni del Ministro Salvini sul caso “Diciotti”, allora avremmo potuto ipotizzare un interesse partitico e non governativo. Ma questo non è avvenuto nella vicenda in esame.
Tale ricostruzione risulta confermata anche alla luce dalla posizione espressa in sede di Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea, in relazione alla quale è stata dal Ministro Salvini citata nella memoria la “nota verbale” del 19 agosto 2018. In tale “nota verbale” si precisa che «soltanto un’azione decisa da parte delle istituzioni europee, che l’Italia è naturalmente pronta a sostenere, potrà consentire di superare le attuali difficoltà che impediscono l’individuazione di un porto di sbarco delle persone soccorse dalla nave “Diciotti”» (vedi pagina 10 della memoria del Ministro Salvini). Va inoltre evidenziato che, nella riunione del 13 giugno 2018 del Comitato Nazionale dell’Ordine e della Sicurezza Pubblica, il Direttore Generale del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza sottolineava rischi terroristici legati ai flussi migratori (vedi pagina 14 della memoria del Ministro Salvini), prospettando in tal modo un pericolo per l’interesse pubblico alla sicurezza nazionale – senza dubbio preminente – ed una conseguente esigenza di tutela dello stesso.
È necessario a questo punto precisare che l’autonomia della funzione di Governo – che costituisce la ratio giustificativa dell’esimente extra ordinem di cui alla legge costituzionale n. 1 del 1989 – va tuttavia vagliata innanzitutto nell’ambito della valutazione della “precondizione” inerente alla ministerialità del reato. È in questa fase “valutativa”, infatti, che si collocano, sul piano sistematico e procedurale, le riflessioni circa la non configurabilità dei reati ministeriali in relazione a fattispecie criminose che ledano in modo irreversibile determinati diritti fondamentali.
Quindi, non sono idonee a superare il vaglio in ordine alla “precondizione” della ministerialità del reato quelle situazioni in cui possa configurarsi una lesione irreversibile di diritti fondamentali. In tali casi il superamento dei limiti suddetti sarebbe palesemente contra constitutionem ed in quanto tale inciderebbe in modo decisivo sulla configurazione “ontologica” del reato, che non sarebbe più ministeriale in tale ipotesi, ma comune e pertanto soggetto alla competenza esclusiva del giudice penale, senza necessità di alcuna autorizzazione a procedere da parte del Senato. Se giungesse, quindi, una richiesta di autorizzazione a procedere per un omicidio di cui fosse mandante un Ministro, che abbia ad esempio ordinato indebitamente (e senza la ricorrenza di alcuna delle scriminanti ordinarie previste dal codice penale) di sparare sui manifestanti, il Senato dovrebbe dichiarare la propria incompetenza e rimettere gli atti all’autorità giudiziaria perché il procedimento prosegua nelle forme ordinarie, non essendo il reato ministeriale. La configurazione di ministerialità di un reato si arresta quindi alle soglie della lesione irreversibile di diritti fondamentali, essendo talmente grave l’ipotetica lesione – palesemente contra constitutionem – di tali diritti, da alterare la natura precipua del reato e da sottrarlo conseguentemente dall’area della connessione funzionale e della ministerialità.
Si evidenzia che nel caso di specie nessuna lesione irreversibile può configurarsi rispetto a diritti fondamentali. È indubbio che gli immigrati in questione siano dovuti rimanere, a causa della mancata autorizzazione allo sbarco, per cinque giorni in più a bordo della nave “Diciotti”. Tuttavia, tale nave poteva considerarsi luogo sicuro essendo ancorata in porto ed essendo costantemente assistita da medici e rifornita dei generi di prima necessità occorrenti. Va inoltre menzionato il fatto che gli immigrati in precarie situazioni fisiche e i minori non accompagnati erano già stati fatti sbarcare.
In altri termini, non sono noti specifici danni subiti dagli immigrati a causa di tale attesa a bordo della nave, considerata la predetta costante assistenza loro riservata a bordo e l’intervenuta autorizzazione allo sbarco per minori non accompagnati e soggetti in precarie condizioni fisiche.
Va altresì evidenziato che, una volta sbarcati, gli immigrati in questione non sarebbero stati liberi di circolare sul territorio italiano ma sarebbero stati accompagnati nei centri hotspot per le procedure di identificazione. In altre parole, il diritto compresso nel caso di specie non sembra essere quello della libertà personale tout court, ma quello della libera circolazione (ove in astratto sussistente).
In ogni caso il diritto degli stranieri ad accedere e circolare sul suolo italiano non è un diritto assoluto ed inviolabile, potendo prevedere una compressione a fronte del diritto-dovere dello Stato di identificare gli stranieri e disciplinarne e limitarne gli accessi. Lo stesso articolo 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo prevede la possibilità della compressione del diritto fondamentale della libertà personale per impedire gli accessi illegali nel territorio di uno Stato straniero.
Escluso dunque che i diritti compressi nel caso di specie possano annoverarsi tra i diritti fondamentali per così dire “incomprimibili” – quali la vita o la salute – la fattispecie in questione è conseguentemente idonea a superare il vaglio della ministerialità.
Ciò posto, si propone che nel caso in esame venga riconosciuta innanzitutto la sussistenza della “precondizione” della ministerialità, aderendo a quanto peraltro riconosciuto univocamente sia dal pubblico ministero Zuccaro che dal Tribunale dei Ministri di Catania.
Essendo quindi ministeriale il reato – a seguito dei criteri valutativi di tale configurazione fin qui utilizzati – ed essendo altresì evidente, per i motivi fin qui esposti, che sussiste in maniera inequivocabile l’esimente del preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo, si ritiene di proporre il diniego della richiesta di autorizzazione a procedere in esame.
Si ritiene utile infine precisare, sul piano meramente metodologico, da un lato l’esigenza di evitare che il sindacato dell’Assemblea scivoli verso le frontiere del sindacato ispettivo, atteso che – come evidenziato nella proposta – nelle sedi “politiche” ciascun parlamentare potrà sindacare le scelte governative assunte in ordine alla vicenda “Diciotti” con atti di indirizzo, interrogazioni o interpellanze o, addirittura, con la mozione di sfiducia individuale, ma nell’ambito del Senato, in tal sede, tale sindacato deve essere escluso, confondendosi altrimenti la valutazione della prerogativa – prevista dalla legge costituzionale n. 1 del 1989 – con la valutazione dell’azione di Governo, attività del tutto diverse per oggetto, modi e finalità.
Dall’altro lato, occorre evitare che il sindacato del Senato si estenda ad ambiti ed a profili di competenza esclusiva del giudice penale, non essendo il procedimento in Giunta e in Assemblea una sorta di “quarto grado”: queste ultime, ai sensi dell’articolo 9, comma 3, della legge costituzionale n. 1 del 1989, devono limitarsi a valutare se il Ministro abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo. Ove si ravvisi una delle due predette esimenti e l’autorizzazione a procedere venga denegata, il procedimento penale cessa in base all’articolo 96 della Costituzione ed alla legge costituzionale n. 1 del 1989, mentre ove si propendesse per la tesi contraria, spetterà all’autorità giudiziaria accertare in sede processuale la sussistenza o meno del reato di sequestro di persona.
La Giunta, per tutti i motivi fin qui evidenziati, propone, a maggioranza, all’Assemblea il diniego della richiesta di autorizzazione a procedere, attesa la sussistenza nel caso di specie dell’esimente del perseguimento del preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo di cui all’articolo 9, comma 3, della legge costituzionale n. 1 del 1989.»
IL REATO MINISTERIALE
II.A. DAL PASSATO NON COMMENDEVOLE ALLA PROVA ATTUALE
Il tema dei reati ministeriali gode di pessima fama nella nostra storia costituzionale. Perciò qualunque valutazione giuridica sull’affaire Diciotti non può non prendere l’avvio dalle ragioni della riforma (nel 1989) della disciplina dei reati ministeriali. Tutti coloro che se ne sono occupati non hanno potuto fare a meno di condividere il motivato avviso secondo cui il previgente sistema di accusa parlamentare «venne sistematicamente impiegato dalle forze politiche dominanti nei primi quarant’anni di storia repubblicana come mezzo di copertura delle responsabilità dei membri del Governo (e di insabbiamento delle connesse vicende giudiziarie), favorendone la sostanziale impunità»[4]. Nella dimostrata resistenza della Casta, tanto interessata quanto potente, il Popolo italiano (mai, come in questo caso, efficacemente e direttamente ‘sovrano’), con l’esito plebiscitario del referendum svoltosi nel novembre 1987 (22.117.684 voti favorevoli all’abrogazione della L. n. 170 del 1978 contro 3.890.111 voti contrari), dimostrò che non si trattava di «eliminare un tipo di procedimento a favore di un altro, bensì quello ben più radicale di eliminare la Commissione inquirente e, ancor più in radice, superare almeno per quanto riguarda i reati ministeriali questa forma di giustizia politica»[5]. La disciplina vigente (l. cost. n. 1 del 1989, L. 219 del 1989, regolamenti del Senato e della Camera) ha invece carattere compromissorio, con le seguenti precisazioni.
a) Gran parte del procedimento è regolato da una norma costituzionale, sicché è destinato ad incrementarsi il disvalore giuridico-politico della sua violazione e della conseguente responsabilità politica
b) Nella fase giudiziaria dell’indagine preliminare, per stabilire se archiviare o esperire l’azione penale è istituito un Collegio di tre magistrati (c.d. Tribunale dei Ministri), estratti a sorte ogni due anni, che sostituisce il monocratico Pubblico Ministero; il cui ruolo residuale consiste principalmente, essendogli preclusa ogni indagine[6], nella individuazione ictu oculi del reato ministeriale e conseguente doverosa trasmissione al Collegio stesso. Ovviamente la specialità dell’organo (collegiale, temporaneo, eletto a sorte) vale a renderlo maggiormente affidabile sotto ogni profilo.
c) Qualora il T.M. abbia esperito l’azione penale, dopo l’attività referente della Giunta, la Camera ovvero (in questo caso) il Senato può impedire l’ulteriore corso del procedimento soltanto se, a maggioranza assoluta dei suoi componenti «reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo.», con esclusione dunque di qualunque valutazione penalistica riservata all’autorità giudiziaria.
Tale essendo la ridotta e tipizzata ‘concessione’ fatta alla «giustizia politica», a fronte della plebiscitaria aspirazione alla completa parificazione di ministri e cittadini di fronte alla responsabilità penale, per impedire che essa continui a trascendere in vistosa «ingiustizia politica» (come è accaduto in passato) è necessario ‘comprendere’[7] – e correttamente applicare – la delicatissima valutazione riservata alle camere parlamentari. Il che potrà avvenire soltanto se, in ossequio al principio costituzionale di uguaglianza, la maggioranza di cui il governo è espressione non senta come attacco a sé medesima l’imputazione penale al ministro della propria parte politica, schierandosi perciò al suo fianco[8]; o, – ancor peggio – non si degradi a tal segno da fare mercimonio politico della responsabilità penale stessa (v. infra sub par. n. III.C).
II.B. PREMESSA
La competente Camera è tenuta a considerare intangibile il responso dell’autorità giudiziaria «nel proprio ordine». Invece, l’impedimento al processo penale, configurato come condizione di procedibilità (alla stregua del diritto positivo) ovvero come causa di giustificazione (secondo la ricostruzione teorica)[9], può essere disposto in sede parlamentare per due (problematicamente) diverse ragioni, e cioè se l’inquisito abbia agito A) per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante: B) ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo.
Il fondamento – per così dire esistenziale – di questa disposizione si rinviene in un’osservazione empirica: a differenza dei Parlamentari e dello stesso Capo dello Stato, in determinati ed eccezionali frangenti (soltanto) i Ministri (individualmente o collegialmente: art. 95 Cost.) possono essere chiamati ad emettere atti di governo extra ordinem, anche penalmente rilevanti, per assicurare salus rei publicae; ebbene, in forza delle residue prerogative della «giustizia politica», essi in questi casi non devono subire, né temere di subire, le conseguenze penali (di diritto comune) del loro agire. Tuttavia, in uno stato di diritto a costituzione rigida, qual è (per fortuna) il nostro, non può conferirsi rilievo scriminante alla generica, polisensa e storicamente superata «ragion di stato», intesa come «stato di necessità politica» esorbitante dagli estremi dell’art. 54 c.p. e delle altre esimenti codificate. Da qui l’esigenza, ove si voglia mantenere una specifica normativa, di introdurre una articolata disciplina dei reati ministeriali, tesa a delimitare, con una norma costituzionale di strettissima interpretazione, i casi eccezionali in cui la «ragion di stato» assurge a «ragione costituzionale» di esonero da responsabilità penale.
II.C. LE ESEMPLIFICAZIONI
Per consentire di ‘comprendere’ ictu oculi la portata delle due eccezioni, si impone un tentativo di illustrazione esemplificativa, avvertendo subito che la loro distinzione non è agevole e che soltanto dalla loro convergenza se ne può estrarre la ratio.
II.C.1. TUTELA DI UN INTERESSE DELLO STATO COSTITUZIONALMENTE RILEVANTE
È la fattispecie più elementare, così elementare da diventare ovvia, pur restando illuminante. Nel caso più semplice, essa presuppone una divergenza tra una legge ordinaria e la Costituzione, in una situazione di emergenza che non consenta di adottare le procedure ordinarie per fare prevalere la seconda sulla prima. Ce ne rendiamo agevolmente conto se proviamo a capovolgere la situazione che ha impegnato il T.M.; ipotizzando – per esempio – che fosse stata emessa una disposizione di legge che imponesse al M.I. d’impedire, con atto espresso, il salvataggio in mare vel l’approdo nei porti italiani vel lo sbarco nel territorio nazionale dei naufraghi provenienti dall’Africa[10]. Ebbene, in tale evenienza, proprio alla stregua della disposizione in esame, il Senato legittimamente e doverosamente impedirebbe il processo penale, se il T.M. avesse promosso l’azione penale nei confronti del M.I., indagato per omissione di atti d’ufficio, per avere frontalmente violato la predetta legge (siccome vistosamente incostituzionale), ordinando con specifico atto il salvataggio dei naufraghi e la loro assistenza nel territorio nazionale; e ciò – è necessario precisare – ancorché non fosse intervenuta la Corte Costituzionale, per sancire l’incostituzionalità della norma subvalente.
In casi come questo l’impunità penale è determinata dalla ovvia prevalenza della disposizione costituzionale su quella ordinaria, sempre che la situazione contingente non consenta altri rimedi.
II.C.2. IL PERSEGUIMENTO DI UN PREMINENTE INTERESSE PUBBLICO NELL’ESERCIZIO DELLA FUNZIONE DI GOVERNO
Al fine di ‘comprendere’ ci soccorre questa volta innanzi tutto la vissuta storia parlamentare. Per giustificare la giustizia politica, nella seduta del 10 marzo 1947 Vittorio Emanuele Orlando ricordò all’Assemblea costituente che durante la Grande Guerra si era assunto, come Primo Ministro, la responsabilità di firmare migliaia di passaporti falsi (per evidenti ragioni di controspionaggio), per dimostrare che «il Ministro ha bisogno di un giudice politico se il suo reato è ministeriale»[11]. È appena il caso di aggiungere che in un caso siffatto spetterebbe alla competente Camera il compito di stabilire se la falsità ministeriale sia stata motivata realmente dall’esigenza di tutelare la sicurezza dello Stato ovvero per salvare un ebreo dalla camera a gas[12] ovvero per salvare un migrante dal naufragio, anziché – per esempio – dal pravo proposito di danneggiare un partito politico avverso ovvero soltanto per fare prevalere una personale linea politica, fruttuosa dal punto di vista elettorale ma costituzionalmente insostenibile.
D’altronde, l’esemplificazione più convincente (probabilmente in rapporto ad entrambe le ipotesi) è quella offerta dallo stesso M.I. indagato; il quale più volte, ed anche nel corso della vicenda in esame, ha fatto pubblicamente capo, per giustificare le proprie opzioni operative in tema d’immigrazione, proprio all’esigenza suprema di difendere la Patria (art. 52 Cost.) e i suoi confini. La giustificazione così ventilata – questa sì – è astrattamente idonea allo scopo; e certamente il Senato sarebbe obbligato a impedire la condanna penale del M.I. indagato, sol che riuscisse a motivatamente sostenere che, dopo essere stati salvati, i naufraghi della Diciotti – a bordo di una nave della Marina militare italiana (dotata di quattro mitragliatrici MG e di un elicottero, con un equipaggio di quaranta militari) – abbiano conquistato il comando dell’imbarcazione e tentato di occupare in armi il porto etneo, arrestando ogni proposito di bellica invasione allorché … il M.I. ha impedito (o ‘ritardato’) lo sbarco. Siffatta inverosimile giustificazione evidenzia piuttosto che egli aveva presente gli effettivi limiti costituzionali del proprio agire.
II.D. IL PUNCTUM DOLENS
In sede di teoria generale, unanimemente la Dottrina riconosce che «dall’intreccio tra predeterminazione dei presupposti, fissazione della maggioranza assoluta e implicito obbligo della motivazione si ricava complessivamente una griglia di limiti alla libertà delle Camere ai fini del diniego di autorizzazione che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe garantire che il nuovo procedimento non venga impiegato in modo strumentale a fini “partigiani” di copertura della delle responsabilità dei ministri», come è avvenuto in passato. Deve considerarsi acquisito «punto fermo che in ambo i casi legittimanti il diniego di autorizzazione si debba trattare di interessi riferibili direttamente o indirettamente alla Costituzione ovvero, come è stato specificato, di beni ed interessi direttamente ed esplicitamente protetti nella Carta Costituzionale, nella prima delle due ipotesi; e di beni o interessi tutelati indirettamente od implicitamente, nella seconda. In ogni caso nella valutazione delle Assemblee non dovrebbe trovare credito la considerazione di interessi meramente settoriali, ovvero di gruppi, di partito o di correnti (come a fortiori sottolinea la necessità della maggioranza qualificata), né, tantomeno, possono venire in rilievo i motivi personali del soggetto agente. Si tratta, infatti, di valutare interessi che costituiscono espressione di scopi costituzionalmente rilevanti o di preminente vantaggio per l’azione di governo. In questa seconda ipotesi, la riduzione dell’arbitrio insito nell’ammettere il sacrificio di beni ordinariamente riconosciuti come meritevoli di protezione penale dall’ordinamento dinnanzi ad interessi che risultano fondamentali nel perseguimento dell’azione di governo esige che l’area del “politicamente preminente venga circoscritta attraverso il riferimento a valori che, comunque, attengano alla tutela del “costituzionalmente rilevante”, sia pure indirettamente ed in modo meno evidente rispetto alla prima delle due ipotesi contemplate dalla disposizione in commento»[13]. È probabile che la testuale duplicità delle due ipotesi giustificatrici nasconda un’endiadi, ma è certo che soltanto così i reati ministeriali restano compatibili con lo Stato di diritto a costituzione rigida, che non può accettare alcuna concessione alla «ragion di stato», se diversa dalla «ragione della Costituzione stessa».
In apicibus, il tema non si confonde, ma è prossimo con quello della legge ingiusta (trattato in teoria generale e soprattutto dalla filosofia del diritto) rinverdito soprattutto dopo i disastri provocati dal nazifascismo e dalla seconda guerra. Come G. RADBRUCH si poneva il problema della sorte della legge ingiusta, concludendo che «il diritto positivo dev’essere osservato e applicato anche quando il suo contenuto è ingiusto e inadeguato rispetto allo scopo «a meno che il contrasto tra la legge positiva e la giustizia giunga a un tale grado di intollerabilità che la legge in quanto ‘diritto ingiusto’ debba arretrare di fronte alla giustizia» (c.d. «Formula di Radbruch»[14]), così, in tema di reati ministeriali, anche L. ELIA si è posto lo speculare quesito «può essere considerata antigiuridica una condotta adottata per la tutela di valori costituzionalmente significativi? Essa sarà piuttosto illegale, ma pur sempre conforme ad una fonte del diritto superiore alla legge». Se allora ci si pone in questa ottica illuminante («la contrapposizione tra diritto costituzionale e diritto legislativo, tra jus positum che ha fonte nella Costituzione e quello posto dalla fonte della legge»[15]), e la si invera nel vissuto dell’attività governativa, ci si rende conto dell’ambito estremamente circoscritto in cui la competente Camera può legittimamente inibire il processo penale, alla stregua degli esempi sopra proposti: in un caso (nella statica governativa), allorché la previsione penalistica dettata da una fonte subordinata collide intollerabilmente con una norma costituzionale, che il Ministro competente deve perciò fare prevalere (anche a prescindere dall’intervento della Corte Costituzionale, normalmente necessario); nell’altro caso (nella dinamica governativa, in cui s’impongono decisioni tanto supreme quanto immediate ed extra ordinem), quando un potere dev’essere esercitato a difesa di un interesse costituzionalmente preminente e prevalente rispetto ad interessi ictu oculi subvalenti e recessivi, non essendo consentita hic et inde diversa soluzione. Mentre dunque la «Formula di Radbruch» ha comportato il rinnovato interesse per il diritto naturale (la cui storia comincia con Antigone), in tema di reati ministeriali la «Formula di Elia» (in esergo rammentata) statuisce la persistente prevalenza della Costituzione (persino) nell’attività di governo extra ordinem: in casi estremi i Governanti possono impunemente violare la legge penale, ma soltanto se la loro condotta sia volta all’affermazione – ovvero alla difesa – di un valore di livello costituzionale, palesemente ed indiscutibilmente sovraordinato rispetto a quello per tal via sacrificato. Perfino nello «stato di eccezione» (à la manière de Carl Schmitt), i governanti devono dunque preferire la decisione maggiormente aderente al dettato costituzionale, se vogliano essere legittimi ‘sovrani’[16].
Se si accetta tale impostazione, deve prendersi atto del fatto che la disciplina dei reati ministeriali, lungi dal creare spazi di franchigia penale o accreditare forme insidiose di ragion di stato, impone ai governanti di rispettare – e fare rispettare – i dettami costituzionali, perfino in spazi operativi non coperti dalla legislazione ovvero nelle «zone grigie» o contraddittorie da essa inevitabilmente relitte. E alla verifica di tale doveroso rispetto da parte dei Ministri è coerentemente chiamata la competente Camera, siccome tenuta – al pari del Governo e dei suoi Ministri – al rispetto innanzi tutto della Legge Fondamentale nell’esercizio dell’attività legislativa sua propria; oltre che a verificare la tenuta della fiducia accordata al Governo stesso. È appena il caso di precisare, alla luce della «Formula di Elia», quanto tale ricostruzione sia lontana dal tralatizio principio per cui «il fine giustifica i mezzi» (di cui è discussa l’attribuzione al Machiavelli); giacché, al contrario, soprattutto i Governanti sono tenuti ad utilizzare soltanto mezzi costituzionali per fini costituzionali primari, sicché la libertà individuale, diritto fondamentale protetto dall’art. 13 Cost. oltreché dall’art. 605 c.p., può essere impunemente sacrificata soltanto motivatamente in vista (non di un obiettivo genericamente elettorale, personale, partitico, generale, politico, elettoralistico, pubblico, popolare, populista, razzista, buonista, sovranista, nazionalista, suprematista, ma) soltanto di un superiore e (sol per questo) vincente valore costituzionale. Il che nella fattispecie in esame non è dato riscontrare, dacché, tenuto per legge a fare sbarcare e ad assistere immediatamente i naufraghi, il M.I. li ha tenuti invece in vinculis al solo scopo di costringere gli altri Stati a collaborare, e quindi usando gli stessi naufraghi come mezzi, anziché come fini, in frontale contrasto con gli artt. 2 e 10 Cost.
II.E. SINDACABILITÀ
L’art. 9, 3° della L. cost. n. 1 del 1989 qualifica ‘insindacabile’ soltanto la valutazione con cui la Camera competente nega l’autorizzazione a procedere penalmente. Trattandosi di norma eccezionale rispetto alla generale previsione dell’art.134 Cost., si è ritenuto – quanto meno – che, mentre il provvedimento interdittivo sia sindacabile (non possa non essere sindacabile) per motivi attinenti non alla valutazione finale, ma al rito (per esempio mancanza della maggioranza prevista), il provvedimento concessivo sia sempre sindacabile. Ma da questo singolare e sperequato trattamento si è ulteriormente argomentato che «dinanzi al diniego di autorizzazione, la magistratura potrebbe sollevare conflitto per menomazione dinanzi alla Corte costituzionale se dal modo in cui il Parlamento ha usato i propri poteri, in violazione delle regole procedurali poste dalla legge cost. n. 1/1989, sia derivata la lesione delle attribuzioni dell’autorità giudiziaria o, comunque, l’indebita interferenza nell’esercizio della funzione giurisdizionale. Inoltre, stante la fissazione legislativa di precisi criteri che l’Assemblea deve seguire onde pervenire al diniego di autorizzazione, non pare si possa escludere l’ammissibilità del ricorso proposto dal potere giudiziario avverso il rifiuto di autorizzazione motivato con riferimento ad interessi diversi da quelli indicati dall’art. 9, comma 3, legge cost. n. 1/1989 o, peggio, fondato solo su motivi di opportunità politica. Invero, considerati i margini ridotti entro i quali le Camere possono disporre il diniego di autorizzazione, la Corte costituzionale dovrebbe potersi spingere a sindacare quelle delibere che appaiono viziate dallo sviamento rispetto alle finalità considerate dalla legge di revisione (una sorta di vizio di “eccesso di potere”). Ciò sarebbe in armonia, d’altronde, con la stessa ratio sottesa alla previsione di forme di cosiddetta giustizia politica, in cui alle Camere è demandato un apprezzamento correlato non al libero esercizio della funzione parlamentare, ma, piuttosto, alla tutela di interessi superiori che, in quanto permanentemente riferibili alla collettività, esigono di essere sottoposti a limiti e controlli da parte del supremo organo di garanzia costituzionale. Alla luce di quanto detto, appare, pertanto, giustificata la pretesa di sottoporre ad un controllo di legittimità l’operato delle Camere, per cogliere i vizi della pronuncia di rifiuto di autorizzazione al procedimento per i reati ministeriali, attraverso una valutazione della motivazione del diniego che palesi l’irragionevolezza, per difetto dei presupposti minimi di identificazione delle ipotesi scriminanti a tenore della legge costituzionale.
Rimarrebbe perciò precluso esclusivamente il sindacato sul merito delle valutazioni compiute dalle Assemblee, quando esse abbiano legittimamente individuato l’interesse costituzionalmente rilevante o preminente nella funzione di Governo, che prevale, a loro insindacabile giudizio, sull’interesse tutelato dalla norma incriminatrice violata dal ministro inquisito.
In conclusione, l’insindacabilità della deliberazione parlamentare può ritenersi circoscritta all’esame degli interessi legislativamente previsti ed all’accertamento che il ministro abbia agito per tutelarli.»[17].
Più puntualmente si è fatto capo all’orientamento con cui, a partire dalla sent. n. 1150/ 1988[18], la Corte Costituzionale ha ritenuto, con riferimento all’art. 68 Cost. (nella versione anteriore alla riforma del 1993), che «La prerogativa del primo comma (c.d. insindacabilità) attribuisce alla Camera di appartenenza il potere di valutare la condotta addebitata a un proprio membro, con l’effetto, qualora sia qualificata come esercizio delle funzioni parlamentari, di inibire in ordine ad essa una difforme pronuncia giudiziale di responsabilità, sempre che, come sarà precisato appresso, il potere sia stato correttamente esercitato» E la Consulta ha infatti specificato che «In quanto è attribuito nei limiti della fattispecie indicata dall’art. 68, primo comma, e solo entro questi limiti legittimamente esercitato, il potere valutativo delle Camere non è arbitrario o soggetto soltanto a una regola interna di self-restraint. Nella nostra Costituzione, che riconosce i diritti inviolabili dell’uomo (fra cui il diritto all’onore e alla reputazione) come valori fondamentali dell’ordinamento giuridico e prevede un organo giurisdizionale di garanzia costituzionale, il detto potere è soggetto a un controllo di legittimità, operante con lo strumento del conflitto di attribuzione, a norma degli artt. 134 Cost: e 37 della legge n. 87 del 1953, e perciò circoscritto ai vizi che incidono, comprimendola, sulla sfera di attribuzioni dell’autorità giudiziaria. Qualora il giudice di una causa civile di risarcimento dei danni, promossa da una persona lesa da dichiarazioni diffamatorie fatte da un deputato o senatore in sede extraparlamentare, reputi che la delibera della Camera di appartenenza, affermante l’irresponsabilità del proprio membro convenuto in giudizio, sia il risultato di un esercizio illegittimo (o, come altri si esprime, di <cattivo uso>) del potere di valutazione, può provocare il controllo della Corte costituzionale sollevando davanti a questa conflitto di attribuzione».
Correggendo tale impostazione, con le sentt. nn. 10 e 11 del 2000, la Corte Costituzionale ha poi statuito che «Nei conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato originati dal contrasto tra le valutazioni del Senato, o della Camera dei deputati, e l’autorità giudiziaria procedente, in ordine all’applicazione dell’art. 68, primo comma, Cost., la Corte costituzionale non può limitarsi a verificare la validità o la congruenza delle motivazioni – ove siano espresse – con le quali la Camera di appartenenza del parlamentare abbia dichiarato insindacabile una determinata opinione, come se il suo fosse un giudizio solo sindacatorio (assimilabile a quello del giudice amministrativo su un atto cui si imputi il vizio di eccesso di potere) su una determinazione discrezionale dell’assemblea politica. Chiamata a svolgere, in tale controversie, in posizione di terzietà, una funzione di garanzia, da un lato, dell’autonomia della Camera di appartenenza del parlamentare, dall’altro, della sfera di attribuzione dell’autorità giurisdizionale, la Corte non può infatti verificare la correttezza, sul piano costituzionale, di una pronuncia di insindacabilità, senza verificare – e in questo senso va precisato e in parte corretto quanto affermato, circa i caratteri di tale controllo, nella sua pregressa giurisprudenza – se, nella specie, l’insindacabilità sussista, e cioè se l’opinione di cui si discute sia stata espressa nell’esercizio delle funzioni parlamentari, alla luce della nozione di tale esercizio che si desume dalla Costituzione.»[19].
Allo stesso modo potrebbe essere sottoposta al sindacato della Corte Costituzionale la decisione con cui la competente Camera interdica il procedimento penale optando per una qualificazione giuridica del fatto-reato diversa da quella dettata dal T.M., così vistosamente invadendo il potere riservato all’Autorità Giudiziaria [20].
II.F. EFFETTI EXTRAPENALI
Qualora la Camera autorizzi il procedimento penale, la sentenza che lo concluderà, divenuta irrevocabile, avrà gli ordinari effetti esterni previsti dall’art. 651 c.p.p. (se di condanna) ovvero dall’art. 652 c.p.p. (se assolutoria).
Qualora invece venga interdetto il procedimento penale con decisione (in ipotesi) non annullata dalla Corte Costituzionale in sede di conflitto, diventa rilevante la questione qualificatoria del provvedimento riservato alla Camera (se condizione di procedibilità ovvero esimente), qui soltanto accennata (v. retro sub II.B).
Inoltre, quale che sia la soluzione di tale problema, resta da stabilire se le vittime del sequestro possano agire contro lo Stato ed il M.I. al fine di essere risarcite per il danno (anche non patrimoniale) subito[21].
III. LE VALUTAZIONI
III.A. LA FASE GIUDIZIARIA (IL REATO)
Il T.M. ha esercitato l’azione penale ed ha formulato il capo d’accusa in forza di un sorite logico-giuridico così cadenzato:
– leggi (ordinarie e costituzionali) e diritto internazionale imponevano al M.I. di indicare il POS e di fare sbarcare immediatamente i naufraghi (tra cui alcuni minori non accompagnati), salvati dal mare ove stavano per soccombere;
– la violazione di questo dovere ha comportato che i naufraghi sono stati privati della libertà per cinque giorni;
– sussistono perciò i requisiti oggettivi e soggettivi del reato di sequestro, esclusivamente imputabile al M.I.;
– deve escludersi l’esimente di cui all’art. 51 c.p. non essendo emerso alcun impedimento oggettivo o esigenza di ordine pubblico allo sbarco;
– il denegato sbarco non può considerarsi atto politico, come tale incensurabile in sede penale;
– la vera ragione, ostentata pubblicamente e reiteratamente dal M.I., del divieto di sbarco è consistita nel tentativo di ‘indurre’ con esso gli altri paesi dell’Unione europea a farsi carico dei naufraghi dopo lo sbarco, tant’è che esso è stato autorizzato, facendo cessare la permanenza del sequestro, allorché alcuni paesi e la CEI hanno aderito a tale pressante ‘invito’.
Tale essendo l’accusa formulata del competente T.M. e consegnata all’esame del Senato (cui compete soltanto la diversa valutazione ad esso riservata), ovviamente restano privi di qualunque residuale rilievo giuridico sia le conclusioni del Pubblico Ministero (che aveva ritenuto insindacabile il divieto di sbarco), sia le argomentazioni del T.M. di Palermo (dichiaratosi incompetente per territorio). Il compito istituzionale riservato al Senato di certo non esclude che si apra un civile (e documentato) dibattito tra quanti, attenti ai valori costituzionali e … informati dei fatti, sentano il dovere di contribuire alla corretta applicazione della Costituzione.
III.B. LE TESI DIFENSIVE DEL MINISTRO INDAGATO
L’assetto difensivo, espresso in varie occasioni dal M.I., è tanto composito quanto ambulatorio
1. Più volte e pubblicamente, per giustificare le proprie scelte ministeriali, egli (a differenza degli altri Ministri) ha fatto capo alla difesa della Patria (ex art. 52 Cost)., e precisamente dei suoi confini. Come già accennato (v. retro subC.2), puntualmente contestare tale tesi difensiva sarebbe come… attardarsi a «cercare farfalle sotto l’arco di Tito» ovvero, mutatis mutandis, nella non mera prestigiosa aula del Senato[22]. Piuttosto va rimarcato che strumentalmente parificare naufraghi indifesi provenienti dall’Africa (meritoriamente salvati dalla nostra Marina militare) a barbari invasori contrasta con la dignità che deve essere riconosciuta, a norma della Costituzione e di note Convenzioni internazionali, a tutti gli esseri umani, avallando così un profondo ed inammissibile intento discriminatorio, foriero di più temibili conseguenze già sperimentate nella storia del Novecento (come rammentato in esergo). Certamente il corso degli eventi esposti sarebbe stato ben diverso qualora i naufraghi fossero stati turisti in crociera, accompagnati da graziosi barboncini, azzimati chihuahua e preziosi (gatti) persiani (animali tutti che persino un pregevole messaggio pubblicitario invita a non abbandonare). Parificare il fenomeno migratorio all’invasione barbarica significa, d’altronde, volere dimenticare le responsabilità, passate e persistenti, dei paesi europei colonialisti[23]. Significa volere disconoscere che «Dopo l’orrore della Seconda guerra mondiale, epilogo tragico e inevitabile dell’aggressività, imperialista e razzista, di alcuni grandi Stati europei, eredi degeneri di grandi civiltà, si sentì il bisogno di affermare solennemente, nelle costituzioni nazionali e in carte internazionali, la necessità di tradurre in formule concrete il principio di “fraternità”, contenuto nella Dichiarazione del 1789, ma non molto coltivato sia nella teoria politica e giuridica, sia nella prassi sociale e istituzionale. La Costituzione italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, prevede e garantisce una serie di diritti fondamentali, tra cui, all’art. 10, terzo comma, il diritto di asilo, attribuito, senza condizioni ed eccezioni, né vincolo di reciprocità, allo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana»[24]. Volere negare tutto ciò significa omettere infine, e soprattutto, che i migranti scommettono la loro vita, facendo affidamento esclusivamente su un’unica spuntatissima ‘arma’: la capacità dei paesi europei (per restare fedeli ai propri conclamati principi) di mantenere ed attuare gli ideali di fraternità e di umanità maturati in tanti secoli di storia, e specialmente dopo gli immani disastri del «secolo breve». Non nel «tramonto dell’Occidente»[25], ma soltanto nella «notte dell’Occidente» e dell’U.E., nonché nel «sonno della ragione»[26], poteva accadere che un Ministro della Repubblica Italiana (massima ‘esportatrice’ di emigranti in tutto il mondo) si arrogasse il diritto di utilizzare l’illegittima ‘detenzione’ di inermi naufraghi, per costringere altri renitenti paesi a prendersi carico di essi ovvero a partecipare alla loro doverosa accoglienza: una situazione così surreale che soltanto l’«Urlo di E. MUNCH» può esprimere adeguatamente.
2. Sostiene infatti il M.I. indagato che il divieto di sbarco era ‘giustificato’ sia dal diniego ingiustamente opposto dallo Stato di Malta a prendere in carico fin dall’inizio i naufraghi, sia dalla analoga resistenza opposta dagli altri paesi dell’U.E. Questa sì è la vera ‘causale’ (il concreto movente), ma non la ‘giustificazione’ giuridica del reato di sequestro imputatogli. Ben vero, in ossequio alla Legge Fondamentale (art. 13 Cost.), il codice penale punisce l’illegittima privazione della libertà personale (art. 605 c.p.), che dunque non può essere impunemente asservita al conseguimento da parte dell’agente dei suoi fini, quali che siano: la libertà personale dei naufraghi – e la loro stessa dignità umana – è garantita dalla nostra Costituzione come un fine primario e preminente, e non come un mezzo. È operazione eticamente[27]e politicamente cinica, ancor prima che criminale, quella di ‘utilizzare’ la segregazione coatta dei soccorsi naufraghi (taluni perfino minori), e quindi la loro indotta ed aggiuntiva sofferenza, per sanzionare l’inadempimento dello Stato di Malta, oppure per ‘forzare’ gli altri Paesi (Malta compresa) sia ad accettare regole generali più eque nella distribuzione dei migranti, sia a prendere in carico una parte di quelli appositamente segregati[28]. Anche nel diritto civile, risulterebbe scioccamente strabica ed illegittima un’eccezione di inadempimento con cui, per reagire all’inadempimento del contraente Tizio, l’altro contraente Sempronio rifiutasse di adempiere la prestazione dovuta a Caio, estraneo al rapporto tra Tizio e Sempronio. E perfino nel diritto internazionale, i Protocolli addizionali adottati a Ginevra e ratificati dallo Stato italiano con la legge 11 dicembre 1985, n. 762 hanno (nuovamente) statuito l’assoluto divieto della rappresaglia (ammessa per altro soltanto tra Stati belligeranti) e di ogni forma di repressione collettiva contro la popolazione civile, di qualunque nazionalità[29]. Il movente (difensivo-redistributivo, ma sostanzialmente coattivo), esibito a propria giustificazione dal M.I. in definitiva convalida la sussistenza del reato contestato ed è definitivamente coonestato dal fatto indiscutibile per cui la cessazione del sequestro è di fatto avvenuta, con lo sbarco, allorché alcuni paesi (Albania ed Irlanda) ed istituzioni (la CEI), subendo la coazione e per fare cessare la violenza posta in essere dal M.I., si sono dichiarati finalmente disposti ad accogliere alcuni dei naufraghi. Altrettanto rabberciata e confutabile si rivela la notazione sfuggita al Presidente della Giunta in sede di discussione (v. all. n. 5), allorché ha sostenuto, nella seduta del 19 febbraio 2019, che «Tuttavia, tale nave poteva considerarsi luogo sicuro essendo ancorata in porto ed essendo costantemente assistita da medici e rifornita di generi di prima necessità occorrenti. Va inoltre menzionato il fatto che gli immigrati in precarie situazioni fisiche e i minori non accompagnati erano già stati fatti sbarcare. Quindi non sono noti specifici danni subiti dagli immigrati a causa di tale attesa a bordo della nave, considerata la predetta costante assistenza loro riservata a bordo e l’intervenuta autorizzazione allo sbarco per minori non accompagnati e soggetti in precarie condizioni fisiche». Ben vero, per un verso, è stato proprio il trattenimento coatto sull’imbarcazione (che ovviamente non può considerarsi luogo sicuro[30]) l’unico strumento con cui il M.I. è riuscito a ‘costringere’ gli altri paese a collaborare; e per altro verso, nel sequestro di persona la restrizione della libertà resta illegittima anche se gli ‘ostaggi’ siano alimentati e curati (come avviene non solo, ovviamente, nella legittima detenzione carceraria, ma soprattutto nei sequestri a scopo di estorsione), giacché (pur ammettendo anche il possibile movente umanitario in capo ai sequestratori) soltanto la permanente vitalità dell’ostaggio garantisce la persistente efficacia della coazione. È decisivo infine rilevare che l’inquisito non ha neppure provato ad allegare che siano incostituzionali le disposizioni di diritto interno e internazionale che, secondo il T.M., gli imponevano di disporre l’immediato sbarco dei naufraghi (v. retro sub II.C.1), sicché la ‘giustificazione’ addotta dal M.I. risulta completamente infondata
3. Del tutto eccentrica (e contraddittoria) rispetto alle difese sopra confutate si palesa l’ulteriore prospettazione che fa capo all’«attività finalizzata a porre in essere misure di contrasto e prevenzione a fenomeni di terrorismo proprio attraverso il controllo dei flussi di migranti ” … al fine di scongiurare l’eventualità che estremisti islamici possano fare ingresso/transitare in Europa servendosi delle rotte utilizzate dai trafficanti di esseri umani o battute dai profughi richiedenti protezione internazionale … ” e che la quasi totalità dei migranti dalla LIBIA è giunta sulle nostre coste a seguito di eventi SAR.». È troppo agevole obiettare che non solo tale non circostanziata asserzione è tanto generica da potersi considerare un mero flatus voci, ma soprattutto che: a) il motivato provvedimento del T.M. (davanti al quale il M.I. non ha prospettato alcuna difesa), in parte qua non contestato puntualmente dall’imputato, ha escluso, sulla base delle prove raccolte, qualunque esigenza di ordine pubblico; b) la permanenza del sequestro è cessata non quando si è appurato che a bordo non si nascondessero radicalizzati estremisti islamici, ma soltanto allorché alcuni Paesi e istituzioni hanno espresso una caritatevole (ancorché coatta) accondiscendenza all’accoglienza; c) all’atto dello sbarco nessuno dei naufraghi (tutti finalmente restituiti alla loro libertà) è stato – ovvero è risultato – oggetto di indagine penale; d) difatti neppure il competente Pubblico Ministero ha motivato in tal modo la propria richiesta di archiviazione
4. Infine, il Ministro indagato ha tenuto a precisare che «proprio sulla specifica vicenda “Diciotti” si è in presenza di una iniziativa del Governo Italiano coerente con la politica dello Stato sui flussi migratori, peraltro risultante anche dal Contratto di Governo, che non può essere svilita come mera presa di posizione politica avulsa dal contesto generale delle strategie governative, specialmente in occasione di un salvataggio avvenuto solo per far fronte alle omissioni di MALTA». Sul punto è necessario fare chiarezza, giacché:
a. a norma dell’art. 95 Cost., il Presidente del Consiglio dei ministri è politicamente responsabile dell’indirizzo politico del Governo;
b. i ministri, responsabili collegialmente degli atti del Consiglio, sono individualmente responsabili degli atti del loro dicastero (e trattasi, in entrambi i casi, di responsabilità politica)
c. le leggi elencate dal T.M. attribuiscono specificamente al M.I. la competenza a disporre o a negare lo sbarco, tant’è che la liberazione dei naufraghi è avvenuta soltanto quando lo ha deciso l’unico ministro per legge competente, e cioè il M.I.
d. per altro è stato lo stesso M.I. a volersi riservare l’ultima parola sullo sbarco[31]
e. perciò, non è seriamente discutibile la paternità dell’accusa mossa al M.I. competente, che è personale (art. 27 Cost) ed è connessa alla sua funzione di capo del dicastero cui è preposto;
f. parimenti indiscutibile è teoricamente la sua diretta responsabilità (non solo politica, ma) anche civile per violazione dei diritti fondamentali ex art. 28 Cost.
g. indubbia è altresì – almeno teoricamente – la responsabilità esclusivamente politica del Presidente del Consiglio dei ministri ex art. 95, 1° Cost
h. non altrettanto può ripetersi per la responsabilità penale (art. 27 Cost.) del medesimo Presidente e degli altri Ministri intervenuti a difesa del M.I., giacché: h1) l’adesione morale (o teorica o politica) e perfino l’apprezzamento entusiasta di un atto penalmente rilevante, esplicitati dopo la sua consumazione, non solo non bastano a configurare il concorso nel reato (art. 110 c.p.) ma neppure valgono ad alleviare il disvalore penale del sequestro imputato al M.I.[32]; h2) l’imputazione qui al vaglio si focalizza nella specifica decisione impeditiva dello sbarco emessa dal competente Ministro, che ne aveva l’esclusiva responsabilità (amministrativa, civile e penale) e che l’ha più volte e pubblicamente rivendicata; né (atteso che «a posse ad esse non currit illatio») è dato stabilire un convincente nesso (illatio) tra il vago posse di una strategia politica (perciò stessa generica e soggettivamente indeterminata) e l’esse del reato hic et inde imputato, specialmente in difetto di adeguata prova documentale (per esempio: verbale del Consiglio dei Ministri), idonea a dimostrare il previo concerto ed il contributo morale o materiale dei sedicenti correi; h3) al postutto, tutto ammesso e concesso, tanto la “strategia governativa” quanto il ‘contratto’ ventilati dal M.I. indagato, invece di scagionarlo, varrebbero soltanto a rendere plurale e concorsuale la stessa imputazione, fin qui singolare
i) infine, già in punto di fatto, «la strategia politica» ostentata a sua difesa dal M.I. e coonestata dagli interventi difensivi (v. infra sub III.C ) non doveva essere così consolidata ed ecumenica, se uno degli intervenienti (Vice presidente del Consiglio dei ministri e Dirigente del partito più votato nell’ultima consultazione politica elettorale) ha ritenuto di disporre successivamente al proprio intervento (e prima del voto della Giunta) una consultazione on line (assertivamente vincolante anche per i membri della Giunta e per i Senatori dello stesso partito), al fine di verificare l’orientamento della base elettorale.
III.C. GLI INTERVENIENTI DIFENSIVI
Niente altro che interventi difensivi si possono considerare le missive del Presidente del Consiglio dei Ministri nonché di due Ministri (di cui uno Vice Presidente), prodotte alla Giunta dal M.I. inquisito. Interventi difensivi che – alla luce delle precisazioni testé svolte – si rivelano prive di qualunque efficacia. Interventi difensivi che, non contenendo alcuna confessione (o autoaccusa) neppure possono integrare autocalunnia (art. 369 c.p.). Interventi difensivi gravemente scorretti dal punto di vista costituzionale, giacché: a) illegittimamente l’intervento del Capo del Governo, siccome non ‘coperto’ da una delibera del Consiglio, può impegnare tendenzialmente anche tutti i Ministri[33]; b) entrambi gli interventi soprattutto possono ‘inquinare’ il voto (della Giunta e) del Senato, sostanzialmente ventilando la ‘caduta’ del Governo, qualora non sia negata l’autorizzazione a procedere; c) aggiungono perciò un’ulteriore illegittima ‘pressione’ (in danno questa volta di organi costituzionali) alla violenza perpetrata dal M.I. indagato nei confronti dei naufraghi; d) dimenticano che, volta che il Governo sia stato gratificato dalla fiducia parlamentare, esso rappresenta – e deve tutelare – lo Stato ed il popolo sovrano tutto (art. 1 Cost.), innanzi tutto rispettando – e facendo rispettare – la Legge Fondamentale, e quindi le prerogative costituzionali del Senato.
III.D. GLI ARGOMENTI DELLA GIUNTA.
A) «…il pubblico ministero di Catania ha chiesto l’archiviazione per infondatezza della notitia criminis, mentre il Tribunale dei Ministri non ha accolto tale richiesta di archiviazione ed ha formulato un’imputazione coatta».
– (in sede meramente consultiva) il Pubblico Ministero, pur considerando riconducibile esclusivamente alla decisione del M.I. la violazione della libertà dei naufraghi, ha ritenuto che «l’omessa indicazione del POS da parte del Ministro Salvini sino al 25 agosto 2018 costituisce esercizio di un potere politico o quanto meno di alta amministrazione a lui attribuito dall’ordinamento e finalizzato al perseguimento di un interesse pubblico nazionale, come tale insindacabile da parte del giudice penale per il principio della separazione dei poteri»;
– il T.M., esclusivo organo di propulsione penale per i reati ministeriali, non ha formulato alcuna imputazione ‘coatta’ (tecnicamente quella imposta, nell’ordinario giudizio penale, dal G.I.P. al Pubblico Ministero, ai sensi dell’art. 409 c.p.p.), ma si è limitato ad esercitare l’azione penale, ritenendo di dovere motivatamente escludere la caratura politica della condotta criminosa addebitata al M.I., siccome posta invece a fondamento dell’archiviazione postulata dal Pubblico Ministero;
– comunque sia, di per sé né «il perseguimento di un interesse pubblico nazionale» né il principio della separazione dei poteri scriminano i reati ministeriali (V. retro sub par. II.D)
B) «L’informativa [N.R.: del Presidente del Consiglio dei Ministri] al Parlamento sulla vicenda “Diciotti” costituisce un indice sintomatico decisivo circa la “valenza governativa” delle scelte adottate».
In realtà, la frenetica attività svolta dal Governo italiano a livello diplomatico ed internazionale (su cui si attarda per molte pagine la relazione della Giunta) per ‘con-vincere’ gli altri paesi ad una più equa ripartizione dell’accoglienza dei migranti, lungi dal giustificare il reato contestato dal T.M., dimostra viepiù che, per ‘vincere’ l’altrui resistenza, il M.I. si indusse perfino a ‘sequestrare’ gli stessi naufraghi, fintanto che altri Stati dell’U.E. non avessero assicurato la loro collaborazione, come poi è avvenuto: una sorta di extrema ratio o di «ragion di stato», dunque, che tuttavia non può incastonarsi nella previsione dell’art. 9 della L. cost. n. 1/ 1989, se non altro perché la libertà degli incolpevoli naufraghi è un diritto fondamentale, costituzionalmente garantito (art. 13 Cost.), certamente non strumentalizzabile per dirimere le controversie internazionali tra Stati. In definitiva l’argomento speso sul punto dalla Giunta omette di considerare che l’extrema ratio o la «ragion di stato», che ha ispirato la condotta penalmente rilevante del M.I. e che ora la Giunta deduce a sua difesa, tutto è tranne che una «ragion di stato costituzionale», l’unica in grado di scriminare il grave reato addebitato al M.I. (v. retro sub II.D). Per di più, può apparire particolarmente censurabile, oltre che giuridicamente strabico, che, nell’impossibilità o nell’incapacità di conseguire regole europee più eque, sia stata ‘usata’ – e soprattutto strumentalizzata, abusata e violata – la libertà proprio di coloro della cui accoglienza si trattava, e perciò per definizione più deboli e indifesi.
C) Secondo la Giunta:«…se nella scriminante dell’adempimento del dovere la giurisprudenza penale ha configurato una serie di requisiti senza i quali la scriminante non sussiste (ad esempio la stretta correlazione, sul piano della necessità ed indispensabilità, tra atto contrario a norme penali e adempimento del dovere), al contrario l’esimente di cui all’articolo 9, comma 3, della legge costituzionale n. 1 del 1989, proprio per la sua valenza extra ordinem e proprio per la sua funzione diversa rispetto alle comuni scriminanti, non può essere valutata con gli stessi criteri delle scriminanti ordinarie. In particolare, nel caso di esimente di cui all’articolo 9 della legge costituzionale n. 1 del 1989, la valutazione può prescindere dalla stretta necessità tra l’atto e la funzione governativa, nel senso che il Ministro è scriminato anche se l’interesse pubblico governativo poteva essere parimenti realizzato con un comportamento diverso».
Davvero difficile immaginare una asserzione tanto apodittica e giuridicamente spericolata, quanto ‘suicida’ dal punto di vista argomentativo, come quella qui al vaglio.
Ben vero:
– legittimamente esercitando il proprio potere – dovere, il T.M. ha escluso l’esimente di cui all’art. 51 c.p.c., assumendo che: « …lo sbarco di 177 cittadini stranieri non regolari non potesse costituire un problema cogente di “ordine pubblico” per diverse ragioni, ed in particolare a) in concomitanza con il “caso Diciotti”, si era assistito ad altri numerosi sbarchi dove i migranti soccorsi non avevano ricevuto lo stesso trattamento; b) nessuno dei soggetti ascoltati da questo Tribunale ha riferito (come avvenuto invece per altri sbarchi) di informazioni sulla possibile presenza, tra i soggetti soccorsi, di “persone pericolose” per la sicurezza e l’ordine pubblico nazionale»;
– il T.M. ha inoltre soggiunto che: «Le persone soccorse, invero, ben potevano – in conformità alle Convenzioni internazionali vigenti – essere tempestivamente sbarcate ed avviate all’hotspot di prima accoglienza per l’attività di identificazione, salvo poi, in caso di esito positivo della riunione del 24 agosto, essere smistate negli hotspot di destinazione secondo gli accordi eventualmente raggiunti a livello europeo»;
– ebbene, è ora la stessa Giunta ad ammettere che, come esattamente testé specificato dal T.M., «l’interesse pubblico governativo poteva essere parimenti realizzato con un comportamento diverso»; il che univocamente significa che, perfino nell’ottica della “valenza governativa” delle scelte adottate (e cioè per ottenere maggiore solidarietà dagli Stati renitenti), il sequestro dei naufraghi non era affatto necessario, sicché deve necessariamente escludersi l’esimente prevista dall’art. 9 della L. cost. n. 1/ 1989, invece accordata dalla Giunta stessa: come dire che «neppure il fine giustificava il mezzo penalmente rilevante»;
– inoltre, non è affatto condivisibile, in linea generale, che una condotta penalmente rilevante, ma fungibile e quindi non necessaria (nella specie il sequestro dei naufraghi), possa ergersi tout court a specifica esimente, quale dettata dalla predetta norma costituzionale;
– in ogni caso, la valenza ovvero l’interesse governativo ha effetto scriminante soltanto se costituzionalmente rilevante o costituzionalmente prevalente rispetto al bene della libertà tutelato dall’art. 13 Cost. e dall’art. 605 c.p.; il che nella specie è escluso.
D) Sostiene inoltre il Relatore della Giunta: «se il Presidente del Consiglio – che ha compiti di coordinamento della politica del Governo – avesse assunto una posizione di distanza o di contrarietà rispetto alle decisioni del Ministro Salvini sul caso “Diciotti”, allora avremmo potuto ipotizzare un interesse partitico e non governativo. Ma questo non è avvenuto nella vicenda in esame». In altri termini, secondo la Giunta, ancorché il sequestro sia stato deciso – come motivato dal T.M. – dal M.I. (perciò penalmente inquisito), il fatto che il Presidente del Consiglio non abbia manifestato il suo dissenso impedisce di qualificare partitico e non governativo il movente del M.I. stesso.
– innanzi tutto, al fine di individuare l’esimente del reato ministeriale, è decisiva non l’approvazione o la disapprovazione, anteriore o postuma del Presidente del Consiglio, ma che, nell’ambito del bilanciamento tra il bene della libertà sacrificato dal sequestro e l’interesse perseguito dall’agente (il M.I.), il primo risulti- al motivato vaglio del Senato – costituzionalmente subvalente e recessivo:
– e – come più volte ripetuto – specialmente se il sacrificio della libertà dei naufraghi non era affatto necessario (come conclamato qualche riga prima dalla stessa Giunta), nella fattispecie in esame deve escludersi in radice la sussistenza della scriminante, ancorché l’interesse del M.I. non fosse (in ipotesi) personale né ‘partitico’.
E) «Se giungesse, quindi, una richiesta di autorizzazione a procedere per un omicidio di cui fosse mandante un Ministro, che abbia ad esempio ordinato indebitamente (e senza la ricorrenza di alcuna delle scriminanti ordinarie previste dal codice penale) di sparare sui manifestanti, il Senato dovrebbe dichiarare la propria incompetenza e rimettere gli atti all’autorità giudiziaria perché il procedimento prosegua nelle forme ordinarie, non essendo il reato ministeriale. La configurazione di ministerialità di un reato si arresta quindi alle soglie della lesione irreversibile di diritti fondamentali, essendo talmente grave l’ipotetica lesione – palesemente contra constitutionem – di tali diritti, da alterare la natura precipua del reato e da sottrarlo conseguentemente dall’area della connessione funzionale e della ministerialità.» In breve, ritiene la Giunta che, se veramente il M.I. avesse leso con il sequestro la libertà individuale dei naufraghi (espressamente incastonata tra i diritti fondamentali), non si tratterebbe di reato ministeriale e quindi la decisione sul reato spetterebbe soltanto al Giudice penale. Se tale regula iuris fosse corretta, ne conseguirebbe la seguente alternativa: se fosse riscontrabile la lesione di diritti fondamentali, la Giunta dovrebbe restituire al Giudice penale la cognizione del reato (siccome non ministeriale); altrimenti, la decisione spetterebbe soltanto alla Giunta. Ebbene essa, escludendo la lesione di diritti fondamentali (v. infra sub F), ha trattenuto la causa e deciso sul reato ministeriale. Ma la correttezza della regula iuris anzidetta continua ad essere rilevante per la ipotesi (nella fattispecie ricorrente) in cui sussista la lesione di diritti fondamentali.
In realtà, come già puntualmente precisato dal T.M.[34], dottrina[35] e giurisprudenza concordano da tempo nell’affermare che «ai fini del giudizio sulla ministerialità del reato, accanto alla particolare qualificazione giuridica soggettiva dell’autore del reato nel momento in cui questo è commesso, occorre ricercare un rapporto di strumentale connessione fra la condotta integratrice dell’illecito e le funzioni esercitate dal Ministro, rapporto che sussiste tutte le volte in cui l’atto o la condotta siano comunque riferibili alla competenza funzionale del soggetto, dovendo invece ritenersi che siano esclusi dalla categoria quei reati in cui sia ravvisabile un rapporto di mera occasionalità tra la condotta illecita del ministro e l’esercizio delle funzioni» (così anche Cass. 34546/2014 e Cass. 8854/1998).
Consegue che, essendo il reato imputato al M.I. correttamente qualificabile ‘ministeriale’ – ancorché con esso siano stati conculcati diritti fondamentali (al di fuori di un rapporto di mera occasionalità) – il Senato resta costituzionalmente competente al riscontro delle esimenti (o condizioni di procedibilità) previste dalla legge costituzionale.
F) «Si evidenzia che nel caso di specie nessuna lesione irreversibile può configurarsi rispetto a diritti fondamentali. È indubbio che gli immigrati in questione siano dovuti rimanere, a causa della mancata autorizzazione allo sbarco, per cinque giorni in più a bordo della nave “Diciotti”. Tuttavia, tale nave poteva considerarsi luogo sicuro essendo ancorata in porto ed essendo costantemente assistita da medici e rifornita dei generi di prima necessità occorrenti. Va inoltre menzionato il fatto che gli immigrati in precarie situazioni fisiche e i minori non accompagnati erano già stati fatti sbarcare.».
Viene così reiterato un argomento già sopra confutato (v. retro sub par III.B.2). Qui si deve ulteriormente obiettare che: a) la nave non doveva essere considerata ‘luogo sicuro ’ specialmente se, come è pacificamente ammesso, da essa furono sbarcati (cioè ‘liberati’) minori e naufraghi in precarie situazioni fisiche; b) proprio lo stato di minorata libertà di tutti i naufraghi fu il mezzo (penalmente rilevante) con cui il M.I. intese ‘con-vincere’ gli altri paesi a collaborare, tanto che essi furono tutti ‘liberati’ allorché taluni Paesi si dichiararono disponibili all’accoglienza (proprio al fine di fare cessare l’ulteriore sofferenza dei naufraghi); c) in ogni caso, e più radicalmente, il Senato non è competente a smentire la valutazione giuridica del T.M. in termini di sequestro (e cioè di significativa e duratura privazione della libertà); e qualora ciò avvenisse, il T.M. sarebbe legittimato a invocare l’intervento della Corte Costituzionale, per fare invalidare il provvedimento interdittivo del processo penale (v. retro sub II.E).
G) «La Giunta, per tutti i motivi fin qui evidenziati, propone, a maggioranza, all’Assemblea il diniego della richiesta di autorizzazione a procedere, attesa la sussistenza nel caso di specie dell’esimente del perseguimento del preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo di cui all’articolo 9, comma 3, della legge costituzionale 1 del 1989.»
In contrario deve concludersi che in nessun modo la relazione della Giunta è riuscita a motivare la sussistenza di un interesse pubblico costituzionalmente soverchiante il gravissimo disvalore penale insito nella privazione della libertà dei naufraghi; privazione che ha addirittura considerato non necessaria per il conseguimento dei fini perseguiti dal M.I. (v. retro, in questo par., sub lett. c).
All. n. 1 Conclusioni del P.M.
All. n. 2 Relazione del T.M.
All. n. 3 Memoria difensiva del Ministro Salvini
All. n. 4 Memoria del Presidente del Consiglio dei Ministri
All. n. 5 Memoria degli On. Di Maio e Toninelli
All. n. 6 Interventi nella Giunta delle elezioni.
All. n. 7 La relazione della Giunta.
[1] L’enfasi tipografica non si rinviene nell’originale.
[2] L’enfasi tipografica si rinviene nell’originale.
[3] In seno alla medesima comunicazione ufficiale si legge che «La Corte ammette solo eccezionalmente richieste di provvedimenti provvisori, [«nei casi»: N.R.] in cui, in assenza di tali misure, i richiedenti sarebbero esposti a un rischio reale di danni irreparabili.». In altri termini, la CEDU, certamente non interpellata sulla sussistenza del reato di sequestro, si è limitata ad ordinare allo Stato Italiano di garantire sia la sopravvivenza dei naufraghi (la quale a sua volta non è affatto incompatibile con la predetta ipotesi delittuosa), sia la tutela legale dei minori non accompagnati (come postulato dalla competente P.R. per i minorenni).
[4] A. CIANCIO, Art. 96, Commentario della Costituzione, a cura di R. Bifulco, A. Celotto, M. Olivetti, Torino, 2006, p. 1862. In senso adesivo, M. BELLACOSA, I profili penali del reato ministeriale, 2012, p. 51.
[5] In tal senso E. ROSSI, Il processo penale costituzionale, in Aggiornamenti in tema di processo costituzionale (1987-1989), a cura di R. Tomboli, Torino, 1990, p. 298.
[6] Qualunque sia l’interpretazione di tale disposizione (art. 6, 2° L. n. 1 del 1989), platealmente sconfinerebbe dai poteri assegnatigli il Pubblico Ministero (ovvero il T.M). che chiedesse (o disponesse) l’archiviazione facendo capo alle ragioni che consentono soltanto alla competete Camera di impedire l’ulteriore corso del procedimento penale ai sensi dell’art. 9, 3° della stessa legge. Correttamente dunque lo stesso T.M, dopo avere svolto il compito affidatogli, ha declinato espressamente (v. pag. 48) ogni valutazione sul punto.
[7] Secondo la visione storicistica di G. DILTEY (1833 – 1911), le scienze della natura ‘spiegano’ le leggi fisiche; le scienze dello spirito mirano invece a ‘comprendere’ il senso della vita umana, avvicinandosi progressivamente allo scopo ultimo: la conoscenza di sé stesso da parte dell’uomo.
[8] In tal senso, assai autorevolmente, L. CARLASSARE, Il Consiglio dei Ministri (sub art. 96), in Commentario della Costituzione, a cura di G. Branca- A. Pizzorusso, Bologna – Roma, 1994, pag. 430.
[9] Sul punto, v. M. BELLACOSA, op. cit., pag. 93 e, ampiamente, P. DELL’ANNO, Il procedimento per i reati ministeriali, Milano, 2001, pag. 201 e ss.
[10] L’ipotesi non è così peregrina, avendo proprio il M.I. dichiarato di avere disposto studi propedeutici volti all’introduzione di una norma che imponga la chiusura dei porti alle ONG, che si occupano – (fino a prova contraria) per motivi umanitari – del salvataggio in mare dei migranti.
[11] V. Atti Assemblea Costituente, seduta del 10 marzo 1947, Roma, 1970, IV, p. 1937. L’episodio è citato anche da M. BELLACOSA, op, cit, pag. 144.
[12] E come dimenticare l’odissea della nave Exodus, con cui, dopo la seconda guerra, migliaia di ebrei, sfollati dai campi di concentramento in Austria e in Germania, decisero di spostarsi nei porti del Mar Mediterraneo per tornare in Palestina?
[13] A. CIANCIO, Il reato ministeriale. Percorsi di depoliticizzazione, Milano, 2000, pag. 242. Nello stesso senso L. CARLASSARE, op. cit. pag. 462; M. BELLACOSA, op. cit., pag. 71. L’enfasi tipografica è di chi scrive.
[14] «Il diritto positivo, tutelato per mezzo dell’ordinamento e del potere, ha la precedenza anche se esso è ingiusto e inadeguato sul piano del contenuto, a meno che il contrasto della legge positiva nei confronti della giustizia non raggiunga un livello così insopportabile (cd. soglia di tollerabilità), che la legge, come diritto ingiusto, debba far posto alla giustizia. […] Laddove la giustizia non venga nemmeno desiderata, laddove l’uguaglianza, che costituisce il cuore della giustizia, sia stata negata di proposito nella creazione del diritto positivo, qui la legge non è solamente – diritto ingiusto -, ma è piuttosto del tutto priva di natura giuridica». (GUSTAV RADBRUCH, Gesetzliches Unrecht und übergesetzliches Recht, 1946
[15] L. ELIA, Le nuove regole sui reati ministeriali, in Legislazione Penale, 1989, p. 468-471.
[16] «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione». In circostanze particolarmente gravi, è il capo del governo a poter decidere di dichiarare questo stato per salvaguardare il paese anche a costo di ledere i diritti individuali. Tale la nota tesi di Carl Schmitt (1888-1985).
Davvero difficile individuare nella vicenda della Diciotti uno stato di eccezione.
[17] M. BELLACOSA, op. cit. p. 72. Nello stesso senso A. CIANCIO, Art. 96 cit., p. 1879 e L. CARLASSARE, op. cit. pag. 471.
[18] Richiamata da A. CIANCIO, art. 96 cit. pag. 1880.
[19] Sul punto v. A. PACE, Il modello di giudizio prefigurato dalla sent. n. 1150 del 1988 per la risoluzione dei conflitti tra poteri ex art. 68, comma 1, cost. può essere abbandonato o solo migliorato? in Giur. cost., fasc. 5, 2006, pag. 3535; F. M. PALOMBINO, Il diritto di accesso ad un tribunale secondo la Corte di Strasburgo e l’insindacabilità parlamentare prevista dall’art. 68, comma 1, della Costituzione italiana, in Giur. cost., fasc.3, 2005, pag. 2235.
Importanti accenni anche in Cass. pen, Sez. 6, n. 40347 del 02/07/2018 – dep. 11/09/2018, Berlusconi e altri, Rv. 27379201.
[20] In tal senso A. CIANCIO, op. ultima cit., pag. 1881.
[21] Secondo notizie di stampa, un’azione di questo genere è stata proposta davanti al Tribunale di Roma, mentre altri hanno adito la CEDU.
[22] G. CARDUCCI, Odi barbare, libro I,
«Non curioso a te de le cose piccole io vengo:
chi le farfalle cerca sotto l’arco di Tito?».
[23] Per una sorta di «astuzia della ragione», in quasi tutti gli Stati africani a sud del Sahara, donde provengono quasi tutti gli immigrati, la lingua ufficiale è un idioma di origine europea (tipicamente l’inglese, il francese o il portoghese o l’italiano) eredità delle conquiste coloniali, che consente loro di chiedere per telefono aiuto, allorché vengono abbandonati dagli scafisti.
Dopo l’emigrazione di dieci milioni d’italiani, nel 1911 il governo Giolitti intraprese la conquista della Libia proprio per assicurare alla poverissima Italia uno «spazio vitale»,
[24] G. SILVESTRI, Intervento tenuto al corso della Scuola superiore della magistratura “Il diritto ad una tutela giudiziaria effettiva dei richiedenti protezione internazionale” (Catania, 12-14 settembre 2018).
[25] «Di tali tramonti, quello dai tratti più distinti, il «tramonto del mondo antico», lo abbiamo dinanzi agli occhi, mentre già oggi cominciamo a sentire in noi e intorno a noi i primi sintomi di un fenomeno del tutto simile quanto a decorso e a durata, il quale si manifesterà nei primi secoli del prossimo millennio, il «tramonto dell’Occidente» O. SPENGLER, da Il tramonto dell’Occidente, Guanda, traduzione italiana di Julius Evola, 1991.
[26] «Il sonno della ragione genera mostri» («El sueño de la razón produce monstruos») è un’acquaforte dipinta nel 1797 dal pittore spagnolo F. GOYA.
[27] Quanto meno a volere ricordare l’imperativo di E. KANT “agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.” (Fondazione della metafisica dei costumi, in Scritti morali, traduzione di Pietro Chiodi, UTET, 1995, pp. 88).
[28] Sotto questo importante profilo la fattispecie addebitata al M.I. è incastonabile nell’ambito della previsione dell’art. 289 ter c.p. (sequestro a scopo di coazione), più severamente sanzionato rispetto al sequestro di persona contestato; nella cui formulazione testuale non compare la sicura finalità di coazione, che perfino il M.I. adduce a propria ‘giustificazione’.
[29] Art. 51, 6° «Sono vietati gli attacchi diretti a titolo di rappresaglia contro la popolazione civile o le persone civili».
[30] Lo contesta motivatamente il provvedimento del T.M. (pag. 29).
[31] Dichiarazioni rese dal Prefetto Pantalone (T.M., pag. 35): «Da quando è in carica il Ministro Salvini, lo stesso, con riferimento alle note politiche di redistribuzione degli immigrati in ambito Europeo, ha rallentato le procedure riservandosi di interloquire tramite il suo Capo di Gabinetto Prefetto Piantedosi. In buona sostanza, oggi, senza il benestare dell’Ufficio di Gabinetto del Ministro, non si comunica alle altre Autorità interessate il POS di sbarco” (s.i.t. rese al P.M. di Agrigento in data 25 agosto); “… prima del Ministro Sa/vini, una volta individuato il POS in via generale, il POS individuato dal mio dipartimento veniva accolto o, in qualche occasione, veniva disposto un POS diverso, frutto di valutazioni politiche … Dopo l ‘insediamento del Ministro Sa/vini, la procedura burocratica è rimasta identica. Nelle valutazioni politiche, però, si è ampliato il ventaglio, inserendo nel processo decisionale anche la disponibilità europea ad accogliere i migranti sbarcati. In sintesi, il Ministro, pensando che i migranti che sbarcano in Italia non arrivano solamente nel nostro paese, ma raggiugono il territorio europeo, pensa che il problema del/ ‘accoglienza debba essere condiviso con le autorità comunitarie … ” (dichiarazioni rese in data 25 settembre al Tribunale dei Ministri di Palermo).». Pertanto, le disposizioni del M.I. sul punto vanno qualificati in termini di ‘ordini’, anziché di ‘direttive’ (come sono state qualificate dal T.M.): soltanto i primi non lasciano alcuna discrezionalità nell’esecuzione.
[32] È noto il più enfatico – e incomparabilmente più grave – di tali proclami, tutti comunque in sé penalmente irrilevanti: «Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi.» (B. MUSSOLINI, Discorso alla Camera dei Deputati del 3 gennaio 1925).
[33] Art. 5, 2° l. n. 400 del 1988: «Il Presidente del Consiglio dei ministri a nome del Governo: d) concorda con i ministri interessati le pubbliche dichiarazioni che essi intendano rendere ogni qualvolta eccedendo la normale responsabilità ministeriale, possano impegnare la politica generale del Governo;».
Il citato art. 5 elenca minuziosamente le attribuzioni del Presidente del Consiglio, colmando così l’angusta disciplina costituzionale.
[34] Relazione pag. 12 e segg. nonché retro sub par. n. I.B.2.f.
[35] A. CIANCIO, Il reato ministeriale cit., pag. 139; Eadem, art. 96 cit, pag. 1869; M. BELLACOSA, op. cit. pag. 124.

References: Cass. 
 Cass. 
 art. 51
 sentenza 
 articolo 51
 articolo 5
 art. 95
 sentenza 
 art. 52
 art. 28
 art. 95
 Cass. 
 Cass. 
 Art. 96
 art. 96
 Art. 96
 art. 96
 art. 68
 Cass. 
 Art. 51
 Art. 5
 art. 5
 art. 96