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Timestamp: 2020-02-20 11:34:15+00:00

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Cassazione: gli imballaggi terziari non possono essere assimilati e sono da trattare come rifiuti speciali - Dettaglio Notizia - MarcoAurelio
Cassazione: gli imballaggi terziari non possono essere assimilati e sono da trattare come rifiuti speciali
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La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 11 maggio 2018, n. 11451, ha ribadito che gli imballaggi terziari (o per il trasporto) e quelli secondari (o multipli) in assenza di attivazione della raccolta differenziata non possono essere assimilati ai rifiuti solidi urbani. I regolamenti che prevedono l’assimilazione degli imballaggi terziari (e di quelli secondari in assenza di raccolta differenziata) vanno disapplicati, per tale parte, dal giudice tributario. Questo, però, non comporta che tali categorie di rifiuti siano di per sé esenti dal tributo, ma che ad esse si applica la disciplina stabilita per i rifiuti speciali. Nella stessa sentenza, la Suprema Corte tratta della questione dell’irregolare svolgimento del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, individuando il discrimine per il diritto alla riduzione nella concreta possibilità di utilizzazione del servizio e non nel suo effettivo uso.
I rifiuti degli imballaggi terziari, nonché di quelli secondari, qualora non sia attivata la raccolta differenziata, non possono essere assimilati dai Comuni ai rifiuti urbani.
L’imballaggio terziario è concepito per facilitare la manipolazione e il trasporto di un certo numero di unità di vendita oppure d’imballaggi multipli per evitare la loro manipolazione e i danni connessi al trasporto.
L’imballaggio secondario (detto anche multiplo) costituisce il raggruppamento di un certo numero di unità di vendita che, solitamente, può essere rimosso dal prodotto senza alternarne le caratteristiche.
Gli imballaggi terziari (o per il trasporto) rientrano nella categoria dei rifiuti speciali non assimilati, stante il divieto sancito dall'allora vigente articolo 43 del D. Lgs. n. 22/1997 di immettere gli stessi nel circuito dei rifiuti urbani, mentre quelli secondari possono essere conferiti al servizio pubblico mediante raccolta differenziata.
I regolamenti che prevedono l’assimilazione degli imballaggi terziari (e di quelli secondari in assenza di raccolta differenziata) vanno disapplicati, per tale parte, dal giudice tributario. Questo, però, non comporta che tali categorie di rifiuti siano di per sé esenti dal tributo, ma che ad esse si applica la disciplina stabilita per i rifiuti speciali, dettata dal D.Lgs. n. 507/1993, art. 62, comma 3.
L’ha stabilito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza 11 maggio 2018, n. 11451, che ha, inoltre, trattato la questione dell’irregolare svolgimento del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, individuando il discrimine per il diritto alla riduzione nella concreta possibilità di utilizzazione del servizio.
Per gli imballaggi terziari e secondari, l’esclusione della tassa è dovuta per la sola parte della superficie in cui, per struttura e destinazione, si formano esclusivamente rifiuti speciali (vedi anche sentenza Corte di Cassazione n. 627/2012) o per la percentuale prevista dal regolamento comunale.
Incombe sull’impresa contribuente l’onere di fornire all’amministrazione comunale i dati riguardanti l’esistenza e la delimitazione delle aree che, per il detto motivo, non concorrono alla quantificazione della complessiva superficie imponibile.
Per i rifiuti speciali assimilati a quelli urbani (e assimilabili), che sono soggetti al pagamento della TARSU, il D.P.R. n. 158 del 1999, art. 7, prevede non già l’esenzione dall’imposta, ma soltanto una sua riduzione nel caso in cui i predetti rifiuti, siano avviati al recupero direttamente dal produttore (purché il servizio sia istituito e sussista per il contribuente la possibilità dell’utilizzazione).
Riguardo al regime transitorio per la soppressione della TARSU e l’operatività della TIA, la Suprema Corte aveva già affermato “che l’esonero dalla privativa comunale, previsto appunto in caso di comprovato avviamento al recupero dall’art. 21, comma 7, del decreto Ronchi, determina sia la riduzione della superficie tassabile, prevista dal D.Lgs. n. 507 del 1993, citato art. 62, comma 3, per il solo caso di produzione di rifiuti speciali (non assimilabili o non assimilati, come i rifiuti tossici e gli imballaggi terziari), sia il diritto ad una riduzione tariffaria (per i rifiuti speciali assimilati agli urbani) determinata in concreto – a consuntivo – in base a criteri di proporzionalità rispetto alla quantità effettivamente avviata al recupero (in virtù di quanto previsto, in generale, già dal D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 67, comma 2, e poi, più specificamente, dall’art. 49, comma 14, del decreto Ronchi e dal D.P.R. n. 158 del 1999, art. 7, comma 2, il quale, nell’approvare il “metodo normalizzato per la determinazione della tariffa di riferimento per la gestione dei rifiuti urbani”, può, nella fase transitoria, essere applicato dai comuni anche ai fini della TARSU)”.
L’art. 7, comma 2. D.P.R. n. 158/1999, prevede, comunque, che “per le utenze non domestiche, sulla parte variabile della tariffa è applicato un coefficiente di riduzione, da determinarsi dall’ente locale, proporzionale alle quantità di rifiuti assimilati che il produttore dimostri di aver avviato a recupero mediante attestazione rilasciata dal soggetto che effettua l’attività di recupero dei rifiuti stessi”. Nel caso d’inadempienza del Comune tale coefficiente di riduzione, in presenza dei presupposti indicati dalla norma, può essere individuato dal giudice tributario, non potendosi far ricadere sul contribuente inadempienze ascrivibili al Comune (Cass. n. 6358/2016).
Se il servizio di raccolta, sebbene istituito ed attivato, non viene svolto nella zona ove è ubicato l’immobile (ovvero lo svolgimento è effettuato in modo irregolare, in grave violazione delle prescrizioni del regolamento comunale), ciò comporta la riduzione del tributo ma non la completa esenzione.
Con la sentenza n. 627/2012, la Corte di Cassazione aveva già affermato come l’istituzione e l’attivazione del servizio fosse cosa diversa dall’effettività dello stesso, cioè il suo concreto svolgimento nella zona di ubicazione dei locali e delle aree del contribuente.
Nel caso in esame, il Comune aveva istituito ed attivato il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti sul territorio di sua competenza, ma il contribuente non ne aveva mai usufruito, avendo provveduto direttamente alla gestione dei rifiuti prodotti tramite soggetti privati.
La sentenza della CTR aveva operato una sorta di equiparazione fra mancata istituzione e attivazione del servizio, che consentono di individuare i potenziali utenti, e mancata prestazione in concreto del servizio nell’area di residenza o operatività dell’utente, che per essere considerato soggetto al pagamento della tassa deve essere posto nelle condizioni di poter utilizzare in concreto il servizio.
La Corte di Cassazione, però, chiarisce che, in generale, la tassa è dovuta indipendentemente dal fatto che l’utente utilizzi il servizio di smaltimento dei rifiuti, in quanto la ragione istitutiva del relativo prelievo sta nel porre le amministrazioni locali nelle condizioni di soddisfare interessi generali della collettività, piuttosto che nel fornire, secondo una logica commutativa, prestazioni riferibili a singoli utenti (Cass. n. 21508/2005).
La tassa è un tributo che il singolo soggetto è tenuto a versare in relazione all’espletamento da parte dell’ente pubblico di un sevizio nei confronti della collettività, che da tale servizio riceve un beneficio, e non già in relazione a prestazioni fornite ai singoli utenti, per cui “sarebbe (…) contrario al sistema di determinazione del tributo pretendere di condizionare il pagamento al rilievo concreto delle condizioni di fruibilità che del resto, per loro natura, oltre ad essere di difficile identificazione mal si prestano a una valutazione economica idonea a garantire una esatta ripartizione fra gli utenti del costo di gestione.” (Cass. n. 21508/2005, n. 18022/2013).
Il giudice tributario non può limitarsi ad annullare gli atti impositivi ma deve determinare l’esatta misura della TARSU dovuta, ai sensi dell’art. 59, commi 2 e 4, D.Lgs. n. 507/1993, considerato che l’obbligo di pagamento del tributo sussiste indipendentemente dal fatto che si utilizzi il servizio esercitato in regime di privativa, essendo sufficiente che se ne abbia la possibilità.
La Corte di Cassazione ricorda che “il processo tributario non è annoverabile tra quelli d’impugnazione–annullamento, bensì tra quelli di impugnazione–merito, in quanto non diretto alla mera eliminazione dell’atto impugnato ma alla pronunzia di una decisione di merito sostitutiva sia della dichiarazione resa dal contribuente sia dell’accertamento dell’amministrazione finanziaria, come nella specie. Ne consegue che il giudice, ove ricorrano i necessari presupposti processuali della sua rituale investitura, ha il potere-dovere di esaminare anche tutti i possibili aspetti persino del potere sanzionatorio esercitato dall’ente impositore, nonché quello di determinare l’entità delle sanzioni effettivamente dovute, ovviamente nell’ambito delle richieste delle parti (V. pure Cass. Sentenze n. 25376 17/10/2008, n. 17127 del 2007)” (Cass. n. 17519/2012).
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References: articolo 43
 art. 62
 sentenza 
 art. 7
 art. 62
 art. 67
 art. 7
 sentenza 
 sentenza 
 Cass.