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Timestamp: 2020-04-05 04:39:19+00:00

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Posted on 17 Gennaio 2018 by Avv. Giuseppe Tripodi
Ud. 01/12/2017 Dep.03/01/2018 Sentenza n.104/2018
1. Con sentenza del 12.10.2016 la Corte d’appello di Milano confermava la sentenza del 5.11.2015 del locale Tribunale di condanna di B.S. alla pena di mesi sei di reclusione per reato di cui all’art. 612 bis c.p., perchè, con condotte reiterate, molestava T.D.V., così da cagionarle un perdurante e grave stato di ansia e di paura, costringendola ad alterare le proprie abitudini di vita.
2. Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso l’imputato a mezzo del suo difensore di fiducia, lamentando, con un unico motivo, l’errata applicazione della legge penale ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), in relazione all’art. 612 bis c.p.; invero, le azioni poste in essere dal ricorrente, diversamente da quanto sostenuto dalla Corte territoriale, configuravano, piuttosto, un corteggiamento non corrisposto, ma sicuramente non tale da determinare nella parte offesa uno stato di ansia ed una modifica delle proprie abitudini di vita; il ricorrente non poneva mai in essere un comportamento minaccioso, aggressivo o molesto, e le azioni venivano compiute nell’arco di tre giorni, tempo sicuramente non sufficiente a scatenare uno stato di ansia grave e perdurante, così come indicato dalla norma incriminatrice, anche in considerazione dell’assenza di offensività delle suddette azioni.
Il ricorso è inammissibile, siccome in più punti generico nonchè ripetitivo di censure già sviluppate in appello alle quali è stata data risposta non illogica.
1. Ed invero, contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, la Corte territoriale dopo aver dato conto delle condotte poste in essere dall’imputato nei confronti della p.o. – ha esposto le ragioni per le quali tali condotte sono da ricondursi al reato di stalking in contestazione. In particolare, la sentenza impugnata – ritenuta la ricostruzione degli avvenimenti effettuata dalla p.o. pienamente attendibile – ha posto in evidenza con assoluta chiarezza il crescendo dei comportamenti invasivi della libertà personale e della sfera personale della persona offesa da parte dell’imputato, comportamenti via via sempre più ossessivi, tradottisi in appostamenti, pedinamenti, avvicinamenti anche fisici, apprezzamenti ecc.; tali condotte hanno determinato nella p.o. uno stato di timore e di ansia, costringendola a modificare i proprio comportamenti
2. In tale contesto correttamente i giudici d’appello: hanno ritenuto sussistenti gli elementi costitutivi del reato di cui all’art. 612 bis c.p., avendo l’imputato posto in essere una pluralità di condotte moleste – tali dovendo ritenersi gli appostamenti, gli avvicinamenti ecc. contrariamente a quanto sostenuto dall’imputato- nonchè reiterate, che hanno prodotto l’evento del reato in questione dello stato d’ansia con modificazione delle abitudini di vita della p.o. e segnatamente cambio dell’orario di gioco al parco con i propri figli; hanno altresì ritenuto non configurabile nella fattispecie il reato art. 660 c.p., non avendo l’imputato recato semplice disturbo alla persona offesa, ma avendo il predetto causato intensi stati d’ansia e di timore alla donna, nonchè avendo costretto la predetta a modificare le sue abitudini di vita e quelle dei suoi figli.
3. Sul punto è sufficiente richiamare i principi affermati da questa Corte, secondo cui, ai fini della integrazione del reato di atti persecutori (art. 612 bis c.p.) non si richiede l’accertamento di uno stato patologico, ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima (Sez. 5, n. 18646 del 17/02/2017).
5. Alla declaratoria di inammissibilità segue per legge la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè, trattandosi di causa di inammissibilità riconducibile a colpa del ricorrente al versamento, a favore della Cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 2000,00, ai sensi dell’art. 616 c.p.p..
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2000,00 in favore della Cassa delle ammende. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto disposto d’ufficio.
Così deciso in Roma, il 1 dicembre 2017.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 606
 sentenza 
 art. 660
 art. 52