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Timestamp: 2019-02-19 02:12:49+00:00

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Legge 40 toccala: 2012
La legge 40 di nuovo alla Consulta. "Via il divieto di sperimentazione sugli embrioni"
La Repubblica - 12 dicembre 2012
Il giudice civile di Firenze solleva la questione di legittimità costituzionale sulla norma che vietala la sperimentazione scientifica sugli embrioni non utilizzati e su quella che impedisce di revocare il consenso al trattamento
Parte da Firenze un nuovo ricorso alla Corte Costituzionale sulla legge 40. Il giudice civile ha sospeso il giudizio sul caso di una coppia sollevando la questione di legittimità costituzionale della parte della norma che vieta la sperimentazione scientifica sugli embrioni che non vengono utilizzati per la pma. La Consulta dovrà così decidere su un nuovo aspetto della legge sulla fecondazione assisitita, già modificata in molti aspetti dalla magistratura negli ultimi anni.
Gli embrioni da destinare all'attività scientifica sono quelli crioconservati e rimasti inutilizzati dopo i trattamenti di pma (perché malati o in sovrannumero) e per questo destinati all'autodistuzione dopo qualche anno. "In tal caso il divieto di utilizzo, a maggior ragione nell'ipotesi di precisa indicazione, come in questo caso, dei generanti, per finalità costituzionalmente rilevanti quali la ricerca finalizzata collegata alla tutela della salute degli stessi pazienti o della collettività risulterebbe del tutto illogico e irragionevole", spiega l'avvocato Gianni Baldini, che assiste la coppia da cui è partito il ricorso. Il giudice civile di Firenze si è attestato sulla stessa linea. Del resto, spiega il giudice Patrizia Pompei, l'articolo 9 delle Costituzione promuove la ricerca scientifica quando questa sia collegata alla tutela della salute individuale o collettiva prevista dall'articolo 32. Tra l'altro la legge italiana permette di fare sperimentazione su linee embrionali provenienti dall'estero.
Ma il ricorso alla Corte Costituzionale riguarda anche il consenso informato. Secondo la legge 40 la donna dopo aver accettato di sottoporsi alla pma e aver creato l'embrione non può in nessun caso revocare il proprio consenso al trattamento. Teoricamente, se ad esempio litiga con il compagno, deve comunque avviare la fecondazione e casomai dopo interrompere chirurgicamente la gravidanza. Sempre secondo Baldini si tratta di una cosa illogica e irragionevole. Il giudice ha ritenuto che tale situazione è contraria ai principi generali secondo i quali il consenso informato costituisce la condizione di legittimità di qualsiasi trattamento che può essere revocata in qualsiasi momento. In caso contrario si configurerebbe un'ipotesi di trattamento sanitario obbligatorio, tso.
Il giudice rileva anche che la scarsa chiarezza sul concetto di embrione, mai precisamente definito dalla legge, ha implicazioni sia sulla libertà di ricerca che sull'irrevocabilità del consenso.
Legge 40, ricorso del governo contro sentenza della Corte europea sulla diagnosi preimpianto
Repubblica - 28 novembre 2012
La decisione italiana di presentare la domanda di rinvio per riesame alla Grand Chambre della Corte Europea per i Diritti dell'Uomo si fonderebbe sulla necessità di salvaguardare l'integrità e la validità del sistema giudiziario nazionale.
Legge 40, l’Italia ricorre contro la sentenza della Corte europea
La Stampa - 28 novembre 2012
Il governo: decisione che si fonda sulla necessità di salvaguardare l’integrità e la validità del sistema giudiziario nazionale
Allo scadere previsto dei termini, il governo italiano ha chiesto il riesame della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che boccia la legge 40 sulla procreazione assistita. La sentenza, emanata lo scorso 28 agosto, prevedeva tre mesi di tempo per l’eventuale presentazione del ricorso. E la decisione di `opporsi´ è stata comunicata oggi da palazzo Chigi, accendendo immediatamente le polemiche.
«Il Governo italiano ha depositato presso la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, quale Giudice di seconda istanza, la domanda per il riesame» della sentenza Costa-Pavan sulla procreazione assistita, annuncia una nota di Palazzo Chigi. E precisa: «La decisione italiana di presentare la domanda di rinvio alla Grande Chambre della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo si fonda sulla necessità di salvaguardare l’integrità e la validità del sistema giudiziario nazionale, e non riguarda il merito delle scelte normative adottate dal Parlamento né eventuali nuovi interventi legislativi». La domanda di rinvio, infatti, si è resa necessaria, sottolinea palazzo Chigi, «in quanto l’originaria istanza è stata avanzata direttamente alla Corte europea per i diritti dell’uomo senza avere prima esperito - come richiede la Convenzione - tutte le vie di ricorso interne e senza tenere nella necessaria considerazione il margine di apprezzamento che ogni Stato conserva nell’adottare la propria legislazione, soprattutto rispetto a criteri di coerenza interni allo stesso ordinamento». La Corte cioè, si sottolinea, «ha deciso di non rispettare la regola del previo esaurimento dei ricorsi interni, ritenendo che il sistema giudiziario italiano non offrisse sufficienti garanzie».
Sulla decisione di presentare ricorso, duro il giudizio di Livia Turco (Pd): «Molti di noi - afferma - avevano chiesto al governo di venire a spiegare in Parlamento le ragioni di un’eventuale decisione in questo senso. Mi dispiace molto che il governo, invece, non abbia sentito il dovere di farlo, scegliendo in modo clandestino di presentare ricorso. Una decisione, secondo me, del tutto sbagliata». Di «fatto gravissimo» parla il senatore del pd Ignazio Marino, sottolineando come «sarebbe sorprendente che un governo tecnico ed europeista in economia non fosse altrettanto tecnico ed europeista quando ci sono da tutelare i diritti e la salute delle persone e anzi agisca in danno dei cittadini più poveri. Questi, in caso di ricorso - rileva - si vedranno discriminati nel loro desiderio di maternità e paternità mentre i più ricchi potranno rivolgersi alle cliniche per l’infertilita’ degli altri Paesi europei». Il ricorso, commenta Filomea Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni, rappresenta un «tentativo disperato di salvare l’insalvabile: ovvero una legge 40 che 19 decisioni italiane ed europee stanno smantellando, perché incostituzionale ed ideologica». Il portavoce di Fli, Giulia Bongiorno, affida invece a twitter il proprio commento: «Gravissimo errore ed ennesimo schiaffo alle donne la scelta di ricorrere alla Grand Chambre per salvare la legge 40».
Di segno opposto il giudizio del presidente Udc Rocco Buttiglione: «Se come pare il Governo avesse presentato ricorso alla Corte Europea a difesa della Legge 40 avrebbe fatto correttamente il suo dovere. Il Governo - afferma - è tenuto a difendere in sede europea gli atti della Repubblica italiana».
È vero che il comitato etico, nel consentire la conservazione dei gameti da parte di transessuali prima dell'intervento che ne cambierà il sesso, subordina "un loro eventuale utilizzo" a un'autorizzazione del giudice, ma è innegabile il valore che la decisione assume nella vita di questa donna che, nel travaglio della sua identità sessuale, non vuole disperdere per sempre quel pezzo di sé che è l'istinto della maternità.
Il caso è nato nella clinica universitaria di psichiatria del professor Orlando Todarello che aveva in "cura" la paziente pronta a cambiar sesso ma dilaniata dal dubbio: poter avere un figlio anche nell'ipotesi di ritornare donna. Non un dubbio da poco perché, rispetto alla possibilità di procreare, la scelta di un transessuale è irreversibile. Un transessuale può anche decidere di ritornare alla sua iniziale identità sessuale, ma, in quel caso, ha perso per sempre la capacità di procreare. Perché i genitali si possono ricostruire, ma l'apparato riproduttivo è perso per sempre nel primo intervento.
L' era delle post-mamme record d' ovociti congelati / 'Mamme sì, ma domani' così manager e single fermano l' orologio biologico
Francesca Vecchioni, figlia di Roberto: “Ho avuto due gemelle con la mia compagna”
OGGI - 2 luglio 2012
La figlia di Roberto Vecchioni svela di essere diventata madre con la fecondazione artificiale. E racconta il suo amore per Alessandra
Francesca Vecchioni, figlia di Roberto, sceglie Oggi, in edicola da mercoledì, per raccontare il suo amore per la compagna Alessandra. E per svelare che hanno avuto due gemelle con la fecondazione eterologa, in Olanda. Pratica vietata in Italia, un divieto che recentemente la Corte europea ha giudicato legittimo, come confermato anche dalla Corte costituzionale italiana.
“SIAMO UNA FAMIGLIA” – “Voglio rendere pubblica la mia storia”, dice Francesca Vecchioni a Oggi, “per dimostrare che la famiglia nasce da un’unione sentimentale onesta e profonda che prescinde dal sesso dei suoi componenti”. Il parto delle due gemelle è avvenuto due mesi fa. “Mi sembra superfluo sottolineare che l’omosessualità non è una malattia, né un devianza. Io e la mia compagna Alessandra ci amiamo, abbiamo due figlie e vorremmo che fossero tutelate attraverso l’affermazione dei nostri diritti. È assurdo che, per esempio, nel caso io venissi a mancare la mia compagna per la legge italiana sarebbe una perfetta estranea rispetto alle bambine, le quali sarebbero le prime vittime di una situazione ingiusta”. E tornano in mente le le recenti parole di Antonio Cassano sui gay, con polemiche annesse e connesse.
IN OLANDA - Racconta a Oggi Francesca Vecchioni: “Io e Alessandra siamo andate in Olanda dove nessuno si è meravigliato per la nostra unione, trovando strano solo il fatto che non fossimo sposate. Abbiamo scelto l’Olanda perché in questo Paese la donazione è considerata un servizio sociale. Chi dona il seme lo fa gratuitamente e non può restare nell’anonimato. Se le nostre figlie vorranno, al compimento del sedicesimo anno potranno conoscere il loro padre biologico”.
E IL PADRE? - Non crede che ogni bambino dovrebbe avere un padre e una madre, chiede Oggi. “La domanda è inevitabile, ma tutte le recenti ricerche dimostrano che la capacità genitoriale prescinde dal sesso. Non per niente le più avanzate democrazie occidentali, come il Canada, la Gran Bretagna, la Germania e il Belgio hanno da tempo leggi che tutelano genitori e figli nella situazione mia e di Alessandra”, risponde Francesca. Che aggiunge: “Spero tanto che un giorno potremo sposarci. Potremmo farlo subito, a New York o a Oslo, dove il matrimonio omosessuale è consentito anche alle coppie non residenti. Ma io e Alessandra vogliamo sposarci in Italia. Ormai di famiglie come la nostra ce ne sono tante e non possono essere ignorate”.
FISICHELLA: “NON E’ RISPETTOSO PER I FIGLI” - All’intervista-confessione, Oggi accompagna un’inchiesta con il parere di sessuologi, psicologi, esperti di infanzia. E con l’autorevole opinione di monsignor Rino Fisichella. “Quando nasce una nuova vita il primo sentimento deve essere sempre quello della gioia. Sono contento per Nina e Cleo e le benedico”, scrive monsignor Fisichella. Che però precisa la posizione della Chiesa: “Un figlio non può essere solo la conseguenza del desiderio irrefrenabile di una persona adulta, ma frutto di un amore che, nella complementarità, permette la crescita e lo sviluppo armonico dei figli. Ciò che si ritiene un diritto per sé, non sempre è rispettoso del diritto del figlio che vorrebbe avere anche un padre!”.
«Detesto tutti i ritardi. Tranne uno».
Ci sono figli cercati con un’ostinazione cristallina, perché il tarlo della loro assenza scava fino a occupare tutto lo spazio di una vita. Quando Carla comincia a frequentare il «reparto delle donne sbagliate», scopre un esercito allegro e disperato di donne normali», vitalissime, che percorrono la strada della fecondazione artificiale come la loro personale via crucis. Un eccentrico gineceo, ma soprattutto una specie di grande famiglia, di rete carbonara invisibile a occhio nudo, che protegge e sostiene.
Carla ha quasi quarant’anni, un compagno praticamente perfetto, un lavoro stimolante e un certo fascino. Ma non riesce ad avere un figlio. E per una come lei, abituata a centrare l’obiettivo, il senso di fallimento brucia senza consumarsi. Perché l’ossessione della maternità si può affinare al punto da dare dipendenza. Le donne che Carla incontra quando tenta la fecondazione assistita stanno tutte in fila, mese dopo mese, per eseguire lo stesso rituale: gli ormoni, il pick-up, il transfer, l’attesa. Conoscono il proprio corpo e i suoi segnali con una precisione maniacale.
Usano un oscuro gergo da iniziate. Perché loro non aspettano un bimbo, « fanno la cova», non rimangono incinte, «s’incicognano».
Nel suo viaggio alla ricerca della maternità e di una forma di saggezza che pare sempre scivolarle fra le dita , Carla può contare su di loro, ma anche su due guide spirituali d’eccezione: Seneca, oggetto dei suoi studi di latinista, e nonna Rina, che prima di diventare solida come una quercia era stata fragile come un albero rinsecchito.
Nonostante persino la Bibbia sia piena di vecchie sterili che all’improvviso riescono a procreare, Carla forse deve mettersi in testa che un figlio non è un diritto, come le dice Marco, il suo compagno, con quella sua franchezza generosa e un po’ leggera.
Eleonora Mazzoni è un’attrice italiana che ha interpretato molti ruoli in teatro, in televisione e al cinema. Le difettose è il suo primo romanzo.
http://ledifettose.it/
Fecondazione eterologa, la battaglia di una coppia bresciana
Corriere della Sera - 23 maggio 2012
Due anni fa hanno presentato ricorso al tribunale di Firenze contro la legge 40 del 2004. La donna: “Pronti a rivolgerci alla corte europea per i diritti dell'Uomo”
Tutto è iniziato con Giulia e Sergio. Una coppia giovane - i nomi sono di fantasia - con il desiderio di avere un figlio. La legge 40 glielo ha negato e loro, decisi a non darsi per vinti, hanno presentato un ricorso, per avere la possibilità di utilizzare quell'unica tecnica che potrebbe rendere possibile il loro sogno: la fecondazione eterologa. Il loro ricorso, che definiscono una «battaglia per la giustizia», è arrivato fino alla Consulta, che il 22 maggio ha deciso di restituire gli atti ai Tribunali che l'avevano investita del caso. Giulia e Michele vivono a Brescia, poco più di 30 anni lei e 35 anni lui. Michele è sterile. L'idea di rivolgersi a qualche centro estero per effettuare la fecondazione eterologa la escludono sin da subito: hanno paura, troppe le storie di esperienze negative di loro amici o conoscenti. E poi c'è il fattore, non trascurabile, di natura economica: hanno entrambi un lavoro dipendente e non abbastanza soldi per affrontare un simile «viaggio della speranza».Da qui la decisione, due anni fa, di rivolgersi ad un avvocato, per «affermare i propri diritti proprio qui, in Italia». Il ricorso è stato presentato al tribunale di Firenze, ed il giudice decide di sollevare il dubbio di legittimità costituzionale per il divieto dell'eterologa. Altre due ordinanza sulla stessa questione, dei tribunali di Catania e Milano, sono state riunite con il provvedimento del tribunale di Firenze ai fini del pronunciamento della Consulta. «Non so se riuscirò mai ad avere una gravidanza - afferma Giulia - ma volevo affermare un diritto. La nostra, arrivata fino alla Consulta, è una battaglia di giustizia. Siamo pronti, nel caso di un pronunciamento negativo, a rivolgerci alla Corte europea dei diritti dell'uomo». La decisione della Consulta. La decisione della Consulta è stata definita interlocutoria. I magistrati che hanno sollevato dichiarazione di incostituzionalità dovranno riformulare il quesito, basandosi solo sulle norme nazionali e non avendo come parametro la sentenza della Corte Ue per i diritti dell'uomo che trattava del divieto parziale alla fecondazione eterologa riferito alla legge austriaca.
Eterologa, la Consulta non boccia la legge. "Non viola i princìpi Ue, decidano i tribunali"
Repubblica - 22 maggio 2012
La Corte Costituzionale ha invitato i giudici che avevano sollevato la questione (Firenze, Catania e Milano) a riconsiderare quanto deciso nel novembre 2011 dalla Corte europea che non ha ravvisato violazioni dei diritti dell'uomo: "I tribunali ora valutino se infrange la Costituzione italiana e nel caso formulino nuovi ricorsi"
La decisione di oggi della Consulta dunque non boccia la questione di incostituzionalità né dà un via libera definitivo alla legge 40. Spiega Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale e attualmente docente di Giustizia costituzionale presso l'università degli Studi di Milano: ''La Corte Costituzionale ha deciso di riproporre ai giudici di primo grado la questione, dicendogli di tenere conto di quanto deciso dalla Corte di Strasburgo'', la cui decisione è arrivata dopo che era stata sollevata dai tribunali la questione di costituzionalità.
''I giudici dovranno perciò rivalutare la questione - conclude - e decidere se riproporre il giudizio di costituzionalità alla Consulta, perché secondo loro continua a sussistere un contrasto con la Costituzione italiana, o invece valutare che, alla luce della sentenza europea, l'incostituzionalità non esiste più''.
Una sentenza accolta con toni decisamente favorevoli dai sostenitori della legge (come il Movimento per la Vita). Ma - sulla scia della spiegazione dei costituzionalisti - gli avvocati delle coppie che hanno sollevato la questione già annunciano la possibilità di un ricorso per la violazione del diritto all'uguaglianza sancito dalla Costituzione italiana.
LE SENTENZE DI STRASBURGO. In una prima sentenza, il primo aprile 2010, la Corte di Strasburgo aveva dato ragione alle due coppie, per le quali l'unico modo per avere un figlio è il ricorso alla fecondazione eterologa in vitro, ma il governo austriaco, sostenuto da quello italiano e quello tedesco, aveva chiesto una revisione del caso davanti alla Grande camera. A novembre la Corte ha invece ribaltato il proprio giudizio esaminando una legge austriaca, sottolineando che, viste le questioni etiche sollevate ma anche la rapidità dei progressi medici, ogni paese ha un ampio margine di manovra nel normare questa materia, e quindi la decisione di Vienna non lede di per sé i diritti delle due coppie.
LE REAZIONI. "Con il rinvio della questione di costituzionalità del divieto italiano di fecondazione eterologa ai giudici a quo, la Corte ha ritenuto preminente la soluzione negativa sul tema della discriminazione offerta dai giudici europei nel simile caso austriaco, ma ha lasciato aperta la questione in ordine a conflitti del divieto con altri principi costituzionali, non dando così una lettura definitiva". Con queste parole ha commentato la sentenza il prof. Alberto Gambino, ordinario di diritto Civile e direttore del dipartimento di Scienze umane dell'Università europea di Roma. "Mi dichiaro soddisfatto della decisione della Corte sulla fecondazione eterologa perché si allinea con la decisione del 3 novembre scorso della Corte europea dei diritti umani. La sentenza della Grande Camera non si era limitata a distruggere l'argomento con il quale i giudici ordinari avevano dubitato della costituzionalità del divieto di pma eterologa. La sentenza finale infatti nega che il divieto di pma eterologa violi i diritti umani e di conseguenza lascia liberi gli Stati di decidere sulle modalità della pma. E questo legittima le scelte che in Italia erano state fatte con la legge 40". Una decisione 'discutibile', secondo Marilisa D'Amico, ordinario di Diritto costituzionale all'Università degli Studi di Milano e legale di alcune coppie, "la decisione della Corte Costituzionale di restituire gli atti ai tribunali anziché esaminare la legittimità o meno del divieto di fecondazione eterologa stabilito dalla legge 40, come invece abbiamo chiesto nell'udienza di stamattina. Noi andremo comunque avanti". Non vede nella scelta della Consulta di non decidere un segnale del tutto negativo Maria Paola Costantini, uno dei legali delle coppie sterili i cui casi sono giunti oggi davanti alla Corte: "La Corte costituzionale, in pratica, ha deciso di non decidere. Ma se avesse dichiarato costituzionalmente legittimo il divieto di fecondazione eterologa previsto dalla legge italiana, nel nostro Paese questa pratica non sarebbe stata possibile per molti anni. La questione, in questo modo - dice Costantini - non è affatto chiusa". Di "sentenza positiva, anche se interlocutoria" parla Filomena Gallo, segretario dell'associazione Luca Coscioni e legale di una delle coppie coinvolte: "La Consulta poteva dichiarare che il divieto di fecondazione eterologa è costituzionale, invece ha rinviato la questione ai tribunali ricorrenti invitandoli a tener conto della sentenza di Strasburgo. La Consulta ha respinto le tesi dell'avvocatura di Stato - spiega Gallo - e ha accolto le nostre. La sentenza di Strasburgo è vero che sanciva la legittimità del divieto di eterologa, ma in modo parziale: si prescrive infatti ai singoli stati di adeguare la propria legislazione ai progressi delle tecniche. Ora i tribunali potranno riformulare l'eccezione di costituzionalità in maniera più precisa alla luce della sentenza di novembre della Corte europea, e ritornare alla Consulta, che a quel punto non potrà che dichiarare incostituzionale la legge 40".
L'ITER DAVANTI ALLA CONSULTA. Due ore di udienza pubblica, poi i giudici della Corte Costituzionale si sono ritirati in camera di consiglio per raggiungere il verdetto sul divieto di fecondazione eterologa - ossia con ricorso a ovociti o gameti non appartenenti alla coppia - stabilito dalla Legge 40 del 2004 che regola in Italia la disciplina della procreazione assistita. Il dubbio che i giudici dovevano sciogliere era quello sulla possibile incostituzionalità del divieto, sollevato con ordinanza di rinvio alla Consulta da tre tribunali in seguito al ricorso di tre coppie sterili che si ritevano discriminate dal comma 3 dell'articolo 4 della legge 40. Ma, alla fine, la Consulta ha scelto di non decidere.
L'udienza pubblica, che si è aperta con l'intervento del giudice Giuseppe Tesauro, riguardava tre specifiche ordinanze con cui si sono rimessi gli atti alla Corte Costituzionale: quella emanata il 6 settembre 2010 dal Tribunale di Firenze 1, con cui per la prima volta in Italia un giudice ordinario ha ritenuto costituzionalmente illegittimo il divieto di procreazione eterologa per una coppia in cui l'uomo soffre di mancanza di spermatozoi causata da terapie fatte in adolescenza; quella del Tribunale di Catania 2 del 21 ottobre 2010, riguardante il caso di una coppia in cui la donna ha problemi di fertilità per una menopausa precoce; e quella del 2 febbraio 2011 del Tribunale di Milano, legata a una coppia in cui l'uomo è affetto da infertilità totale e irreversibile.
In realtà, teoricamente, l'abolizione del divieto non comporterebbe la "caduta" dell'intera legge perché questa disciplina l'intera materia della fecondazione assistita e della tutela dell'embrione. Il vuoto normativo eventuale riguarderebbe di fatto la decisione, tutta politica, di consentire alle coppie sterili italiane di ricorrere alla fecondazione eterologa in patria, senza dover andare all'estero, come anche l'anno scorso hanno fatto oltre 4mila coppie con problemi di sterilità.
È su questo punto che si è sempre acceso il dibattito, con il centrodestra e la Chiesa saldamente immobili nel negare questo diritto con una posizione che isola l'Italia dal resto d'Europa.
La truffa dei centri per l'infertilità, 4 arresti. Falsi tumori per lucrare sui farmaci gratis
Repubblica - 18 maggio 2012
Quattro ginecologi ai domicialiari, tra cui uno del policlinico di Bari. Diagnosticavano gravi malattie inesistenti alle aspiranti mamme per caricare sul servizio sanitario nazionale i costi dei medicinali e ofrrire prezzi vantaggiosi per la fecondazione assistita. Indagati altri tre medici e due pazienti
Prescrivevano farmaci per curare tumori al seno o altre gravi malattie alle stesse donne che tre settimane dopo si sottoponevano a fecondazione assistita. Un'anomalia possibile solo nel piano messo a punto dalla 'cricca' dei ginecologi pugliesi accessibili a prezzi concorrenziali, in virtù del fatto che i costi dei medicinali sommistrati in clinica venivano addebitati al Servizio sanitario nazionale. Quattro ginecologi sono stati arrestati dai carabinieri del Nas con le accuse di truffa aggravata ai danni dello Stato e diverse ipotesi di falso materiale e ideologico. I professionisti, due donne e due uomini, sono in servizio presso i centri per la cura dell'infertilità San Luca di Bari Pro Andros di Barletta, perquisizioni anche nell'Amalthea di Lecce; uno di loro è anche in servizio presso il Policlinico di Bari: Franco Causio. Con lui, nei guai, anche Simona Geusa e Teresa Leonetti che con lui operavano nel centro di procreazione assistita San Luca e nella Pro Andros di Barletta. L'altro arrestato è Edoardo Di Naro. Altri tre ginecologi pugliesi e loro due pazienti risultano indagati.
I fatti contestati si riferiscono agli anni compresi tra il 2008 e il 2011, nel corso dei quali i medici, secondo la ricostruzione effettuata dai militari dell'Arma, avrebbero effettuato una serie di diagnosi evidentemente non corrette, con tanto di certificati medici e piani terapeutici, per spingere le pazienti ad effettuare cure tramite costosi farmaci, che alle cliniche venivano poi rimborsati dal Servizio sanitario nazionale.
E se le diagnosi e le conseguenti cure erano del tutto false, veri risultavano invece i rimborsi agli istituti privati, che ammonterebbero a circa 200.000 euro. E' questa la cifra che i quattro operatori sanitari avrebbero indebitamente ottenuto a danno dello Stato. Nel corso delle indagini sono stati effettuati capillari controlli sulle aspiranti mamme, che negli anni sono state curate nelle tre cliniche, e sulle patologie ad esse diagnosticate, che hanno fatto emergere l'esistenza di un sistema truffaldino a detta degli investigatori ben collaudato. L'inchiesta è stata coordinata dal sostituto procuratore Michele Dentamaro, mentre l'applicazione delle misure cautelari è stata disposta dal gip Michele Parisi.
L'inchiesta della Procura di Bari, delegata ai carabinieri del Nas, nasce da una segnalazione di un dirigente della Asl Bt che evidenziava alcune anomalie relative alla prescrizione di un farmaco a pazienti alle quali veniva diagnosticata una grave malattia (tumore alla mammella, endometriosi, fibromi uterini...). In virtù della presenza di queste gravi diagnosi il medicinale era a totale carico del Servizio Sanitario nazionale. Poi, però, alle stesse pazienti dopo tre settimane, veniva prescritto un altro farmaco che invece, serve nella seconda fase della fecondazione assistita. Di qui i sospetti denunciati dal dirigente sanitario della Asl della Bat: donne affette da gravi malattie mai avrebbero potuto assumere il secondo farmaco a meno che il primo non fosse stato utilizzato per un altro scopo terapeutico: quale, appunto, la prima fase della fecondazione assistita.
Quindi le diagnosi che davano diritto alla prescrizione gratuita del costoso farmaco potevano essere false. In realtà, secondo l'accusa, servivano solo per la fecondazione assistita, ma in quel caso il costo sarebbe dovuto essere a carico del paziente o del Centro al quale si rivolgeva per iniziare un percorso di Procreazione medica assistita (Pma). Lo stesso dirigente denunciava anche che le maggiori prescrizioni anomale veniva effettuate da una precisa Clinica ginecologica del Policlinico di Bari. Gli accertamenti dei militari del Nas, coordinati dalla Procura, sono così risaliti a un vero e proprio "modus operandi" che permetteva agli arrestati non solo di essere concorrenziali rispetto ad altre Centri di procreazione assistita perchè il costo dei farmaci era sostenuto dalla Sanità pubblica, ma anche di truffare sul costo dei medicinali che in alcune occasioni veniva addebitato in fattura alla paziente. Da primi accertamenti risulta che sarebbero stati truffati almeno 200mila euro al Ssn.
In modo particolare i medici-ginecologi che operavano, come ricercatori al Policlinico di Bari, rilasciavano falsi certificati di diagnosi di gravi malattie a donne che in realtà si rivolgevano a loro solo con la speranza di diventare mamme. Queste donne poi venivano indirizzate nei Centri di Pma privati e qui iniziavano le procedure assumendo i suddetti e costosi farmaci forniti dagli stessi Centri che riuscivano a procurarseli a carico della Sanità pubblica, ma che venivano calcolati direttamente o indirettamente nel "pacchetto terapeutico" (composto di quattro fasi) che le donne acquistavano.
Barry e i suoi seicento fratelli il papà era il dottore della clinica
La Repubblica - 10 aprile 2012 — pagina 20 sezione: CRONACA
LONDRA - Quando negli Anni ' 40 il biologo Bertold Wiesner e sua moglie, la dott.ssa Mary Barton, fondarono una clinica per la fecondazione assistita a Londra, le loro attività furono presto definite alla Camera dei Lord "opera di Belzebù". Chissà che si sarebbe detto se si fosse saputo che lo stesso Weisner era il padre naturale di almeno 2/3 degli oltre 1500 bambini che la coppia aiutò a concepire tra il 1943 e il 1962. A scoprirlo mezzo secolo dopo sono stati due dei suoi circa 600 ignari figli biologici: un documentarista canadese, Barry Stevens, e un avvocato londinese, David Gollancz. Appreso a 12 anni di essere stato concepito grazie all' inseminazione artificiale, Gollancz ha prima individuato il suo padre biologico in Wiesner e si è poi messo alla ricerca dei suoi fratellastri rintracciandone almeno 11, tra cui Stevens. Insieme hanno scoperto che 12 persone su 18 concepite nella "clinica Barton", com' era chiamata, erano figli di Wiesner. «Secondo stime al ribasso, potrebbe avere fatto 20 donazioni l' anno e aver messo al mondo tra 300 e 600 bambini», ha detto Gollancz al Sunday Times. «Persino 1000», azzarda Stevens. Calcoli considerati "plausibili" dagli esperti. Oggi sarebbe vietato. Più che per delirio d' onnipotenza, Weisner donò per necessità. «Tutti i donatori sono molto intelligenti», diceva la dottoressa Barton nel ' 59. Del resto, date le alte parcelle, la clientela era altolocata, o persino aristocratica, e quindi esigente. Ma i donatori scarseggiavano, troppi tabù. «Non mi piace l' idea di essere un "prodotto" su larga scala. Ma incontrare i fratellastri che sono riuscito a rintracciare è stato emozionante», ha detto Gollancz. «È però frustrante sapere che molti non li incontrerò mai». La dottoressa Barton distrusse gli archivi prima di morire: la maggior parte della cosiddetta "Prole di Barton" non conoscerà mai la sua vera storia familiare.
Verso la fecondazione di ovuli ottenuti da staminali
La Repubblica - 7 aprile 2012
Se le autorità britanniche daranno il via libera, l'esperimento potrebbe essere effettuato entro l'anno nei laboratori del Regno Unito. Al progetto lavorano gli scienziati dell'Università di Edimburgo e della Harvard Medical School
LONDRA - Le prime cellule di ovulo umano cresciute interamente in laboratorio potrebbero essere fecondate entro l'anno in laboratori britannici, sempre che le autorità sanitarie del Regno Unito diano il via libera. Lo scrive oggi il quotidiano The Independent in un articolo dedicato alle ricerche che potrebbero portare scienziati britannici e americani a riscrivere le regole della riproduzione: i biologi dell'Università di Edimburgo e della Harvard Medical School, a lungo rivali, lavorano ora assieme per produrre i primi ovuli umani maturi da cellule staminali isolate da tessuto ovarico di donne. Finora era stato possibile isolare un numero relativamente piccolo di cellule di ovulo mature direttamente dalle ovaie di donne stimolate con ormoni. Questa limitazione tecnica aveva fatto sì che il numero di queste cellule, o ovociti, fosse limitato.
L'esperimento rivoluzionario, se e quando sarà autorizzato, potrebbe aiutare donne sterili ad avere figli ma avrebbe anche il potenziale di evitare l'insorgere della menopausa e prolungare la vita riproduttiva femminile.
Fatto il primo passo - riporta The Independent - gli scienziati vogliono adesso tentare di fecondare gli ovociti cresciuti in laboratorio con sperma umano. Evelyn Telfer, dell'Università di Edimburgo, ha contattato informalmente la Human Fertilisation and Embryology Authority in vista della richiesta ufficiale per avere luce verde. "La fecondazione potrebbe avvenire entro l'anno", ha detto la Telfer al giornale.
Gli embrioni che risulteranno dall'esperimento saranno studiati per un periodo fino a 14 giorni, il massimo consentito dalla legge, per vedere se sono normali: non saranno mai impiantati in un utero umano perché considerati materiale da sperimentazione ma saranno congelati o lasciati morire.
Se dal test usciranno embrioni sani le implicazioni potrebbero essere enormi: gli scienziati che adesso parlano della prospettiva di creare un 'elisir della vita' probabilmente esagerano ma se si dimostrerà che gli ovuli da laboratorio si comportano esattamente come normali ovuli umani una conseguenza potrebbe essere l'addio alla menopausa, scrive il giornale britannico.
L'esperimento parte dal lavoro di uno dei componenti del team, Jonathan Tilly di Harvard, tra i primi in Occidente a confutare il cosiddetto 'dogma di Zuckerman', dal nome dello scienziato britannico Sir Solly Zuckerman che negli anni Cinquanta proclamò "inequivocabilmente" che le ovaie umane hanno un numero limitato di ovuli in esaurimento. Ricerche condotte negli ultimi otto anni hanno invece dimostrato che le ovaie dei mammiferi sono molto più versatili e contengono cellule in grado di produrre una costante riserva di ovociti.
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