Source: http://frontierenews.it/2017/03/gli-haitiani-nel-limbo-morti-civili-in-repubblica-dominicana/
Timestamp: 2017-12-13 13:16:58+00:00

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Gli haitiani nel limbo, “morti civili” in Repubblica Dominicana – Frontiere
Gli haitiani nel limbo, “morti civili” in Repubblica Dominicana 200mila dominicani di origine haitiana hanno perso la cittadinanza a causa di una discussa legge. Ne abbiamo parlato con la missionaria Idalina Bordignon
Published 5 marzo 2017 by Redazione in Sud America
In Repubblica Dominicana, una discussa sentenza della Corte Costituzionale ha revocato la cittadinanza a oltre 200mila persone di origine haitiana determinando una situazione di forte conflitto sociale dai risvolti inquietanti. Abbiamo deciso di parlarne con Idalina Bordignon.
Missionaria scalabriniana, Idalina Bordignon è direttrice del Centro de Atencion Jesus Peregrino, ONG religiosa che con il supporto dell’UNHCR è impegnata nella difesa e nella tutela dei diritti dei migranti. Fondato nel 1991 a Consuelo, nella provincia di San Pedro de Macoris – regione orientale della Repubblica Dominicana -, il CAJP svolge un lavoro prezioso, soprattutto in area di supporto legale, per migliaia migranti haitiani colpiti da una sentenza clamorosa.
Per cominciare vorrei chiederle un commento sulle elezioni presidenziali del 15 maggio. Il successo che ha riconfermato Danilo Medina, secondo molti osservatori, si deve ai dati molto positivi sulla crescita economica (+7% PIL) e agli investimenti che il governo ha realizzato nel settore educativo, oltre che alla rinegoziazione della concessione mineraria con la multinazionale Barrick Gold. D’altro canto, però, molti accusano Medina di essere un populista denunciando come oltre il 40% della popolazione viva in povertà. Qual è la sua idea?
Devo dire che per ciò che riguarda la politica in generale io stessa ne apprendo dai mezzi di informazione. Mi concentro sulla missione per la quale mi trovo in questo paese, che è quella di difendere i diritti dei migranti e dei loro discendenti. Ad ogni modo trovo che si evidenzino molte criticità a livello istituzionale, prima fra tutte la corruzione pubblica e dunque lo sperpero del denaro dei contribuenti, in particolare in campagne a favore di chi oggi governa. Rispetto alla realtà sociale e alla crescita economica del paese, che si presume di misurare attraverso il PIL, basta guardare le condizioni nelle quali vive la maggioranza delle persone. La crescita economica che si vende nei media non rispecchia la realtà: la verità è che povertà e miseria sono in aumento. Il sistema educativo continua ad essere di cattiva qualità nonostante si facciano degli sforzi per migliorare e per quanto riguarda la rinegoziazione della concessione della miniera Barrick Gold tutto pare essere stato un circo nel quale ha regnato il populismo, già che non si è verificato nessun beneficio per la società. Per concludere, in Repubblica Dominicana la maggioranza della popolazione vive senza avere garantiti i più fondamentali diritti, che siano acqua corrente, elettricità, assistenza sanitaria, educazione, giustizia.
Molti organismi internazionali hanno criticato la sentenza della Corte Costituzionale dominicano secondo la quale era da considerarsi nulla la nazionalità acquisita tramite ius soli, soprattutto in virtù dell’applicazione retroattiva della legge a partire dal 1929, cosa che di fatto ha determinato la revoca della cittadinanza a oltre 200mila persone. Come stanno el cose?
Ritengo che la Corte Costituzionale, attuando in modo generico, non considerò le conseguenze che avrebbe determinato su quattro generazioni di persone. Ma ciò che resta incomprensibile è come abbia potuto emettere una sentenza avversa a quanto afferma la Costituzione, oltretutto applicando la legge in modo retroattivo. Non solo. Si tratta di una sentenza che viola anche i trattati e le convenzioni internazionali relative alla salvaguardia dei diritti umani, dunque una sentenza che mette il paese in una situazione molto complicata anche da un punto di vista diplomatico.
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Per quanto ci riguarda il nostro Centro ha ricevuto molte denunce di deportazioni da parte di migranti e discendenti. Ci hanno chiesto aiuto affinché non venissero arrestati e deportarti. Ma questo per noi è sempre stato un tema all’ordine del giorno e ciò che ci allarma da sempre è che i rimpatri avvengono in modo irregolare e non con i criteri che stabilisce la legge. Questo ha determinato nelle persone spavento e disperazione, perchè persino coloro che hanno un documento vengono arrestati, allora la domanda è: cosa significa accedere al Piano Nazionale di Regolarizzazione se anche con il documento in mano si viene arrestati dalla polizia?
I bateyes sono piccole comunità di migranti che si trovano tra le piantagioni di canna da zucchero. Chi vive nei bateyes sono fondamentalmente migranti senza documenti, che parlano un’altra lingua, che risiedono in una casa fornita dall’impresa e che lavorano la terra dell’impresa. Le case che l’impresa mette a disposizione sono vere e proprie baracche dove dormono tra i sei e gli otto migranti durante la stagione del raccolto; non hanno servizi igienici, non hanno acqua potabile, non hanno un posto per cucinare e molte di queste comunità non dispongono nemmeno di energia elettrica. Finita la stagione del raccolto coloro che non rientrano ad Haiti cercano di arrangiarsi come possono, solo per sopravvivere. Le relazioni tra i lavoratori e gli impiegati dell’impresa sono relazioni di potere e dominio. Essendo senza documenti, i lavoratori non hanno assicurazioni mediche né pensione, così una volta raggiunta l’anzianità la maggior parte di loro muore per denutrizione. Io ho sempre immaginato il batey come un carcere senza sbarre. Dio salvi chi può.
In generale per il migrante haitiano, prima ancora che della sua lotta per la sopravvivenza, deve farsi carico di tutti i pregiudizi, le discriminazioni e il razzismo che il sistema fomenta contro di lui per mera convenienza politica. La Repubblica Dominicana non è mai stata interessata a una politica migratoria chiara rispetto agli haitiani perché nei momenti di crisi gli haitiani rappresentano la soluzione a tutti i problemi. Si riversa su di loro la colpa di tutto, si fanno retate per requisire i loro averi e vengono fermati costantemente affinché paghino tangenti alla polizia…sono pratiche quotidiane e generalmente accettate da tutti.
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Bisogna partire dal presupposto che i migranti sono persone che per le grandi disuguaglianze sociali vengono private dei diritti umani basici come la salute, il lavoro, l’abitazione, ecc. Ed è per questo che sono obbligate a migrare, per poter sopravvivere, affrontando tutte le vulnerabilità che ciò implica. Capisco benissimo che per la società globale il migrante è visto come un oggetto di consumo, o come un’opportunità da economizzare, per arricchirsi, ed è sempre utilizzato per giustificare la vulnerabilità delle leggi della grande maggioranza dei paesi recettori di mano d’opera migrante, così come è utilizzato dai trafficanti di droga, di armi, di persone e di organi, poiché si servono della necessità di chi è vulnerabile.
Detto questo, io parto dall’idea che la migrazione è un fenomeno che è sempre esistito e che esisterà sempre. Niente e nessuno può fermare i flussi umani per quanto le diverse epoche storiche abbiano determinato modifiche nella quantità e nella qualità di questi spostamenti. Ci sono molteplici fattori che portano le masse a muoversi. I migranti dei paesi poveri si muovono alla ricerca di una vita migliore, con l’illusione di stabilirsi, e questo li distingue dal concetto politico che interpreta gli spostamenti solo in funzione di interessi economici. Io credo che i movimenti umani rappresentino una grande ricchezza per il mondo e per quanto l’ibridazione delle culture stia mettendo in crisi il sistema politico attuale, credo che i migranti si riveleranno un grande contributo per tutti e sono convinta che in futuro le politiche che regolano i controlli di frontiera a livello mondiale dovranno necessariamente rendersi più flessibili. La sfida più grande è quella di creare una coscienza collettiva circa l’importanza dei migranti che sia capace di lottare al loro fianco nella rivendicazione dei diritti, affinché si possa incidere politicamente e si determinino piccoli cambiamenti in vista di grandi conquiste future.
*Raúl Zecca Castel, antropologo e documentarista, è autore del libro “Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero in Repubblica Dominicana”, Edizioni Arcoiris, 2015.
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