Source: https://www.laleggepertutti.it/211667_percepire-la-pensione-del-genitore-morto-conseguenze
Timestamp: 2018-10-20 01:14:59+00:00

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Percepire la pensione del genitore morto: conseguenze
Possibile la confisca della casa dell’erede che non ha comunicato all’Inps il decesso del familiare: non importa che l’obbligo spetti al Comune.
L’Inps ha messo al setaccio le pensioni erogate sui conti correnti di persone ormai defunte. A quanto sembra, sono numerose le famiglie che comunicano con ritardo – o non lo fanno affatto – il decesso di un genitore. Il vantaggio è chiaro: continuare a percepire i ratei pensionistici nonostante la scomparsa dell’avente diritto. Anche se devono essere i Comuni a informare l’Inps della morte dell’iscritto all’anagrafe locale – il che dovrebbe avvenire entro due giorni dall’evento e in via telematica – ciò spesso succede dopo diverso tempo; nel frattempo, le famiglie fanno finta di niente e continuano a ricevere bonifici non dovuti. Quali sono i rischi di questo comportamento? Trattenere la pensione dei defunti è un reato ma solo se le somme superano 3.999,96 euro. Sul punto è intervenuta una recente sentenza della Cassazione [1] che ha fatto un po’ di chiarimenti. Ma procediamo con ordine e vediamo quali sono le conseguenze del percepire la pensione del genitore morto.
Se hai letto il nostro articolo Se un genitore muore e non lo comunico all’Inps che rischio? saprai già che gli eredi di un pensionato devono comunicare tempestivamente all’Inps il decesso del loro familiare. Lo possono fare consegnando il certificato di morte allo sportello dell’Ente di previdenza oppure valendosi di un Caf. Quest’obbligo permane qualora non vi abbia già provveduto il Comune, cui ufficialmente è demandata la trasmissione dell’atto di morte entro 48 ore dal verificarsi dell’evento. Il cittadino è quindi tenuto a verificare se l’amministrazione ha adempito al proprio dovere; diversamente sarà egli stesso responsabile – nei termini in cui diremo a breve – per le pensioni percepite e non dovute, senza poter scaricare la colpa sull’ente locale.
Se, dopo la morte e prima della comunicazione di decesso, dovessero arrivare dei ratei pensionistici sul conto corrente della persona scomparsa, gli eredi sono tenuti a restituirli immediatamente all’Inps. Se non lo fanno rischiano una incriminazione per il reato di «indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato» [2]. La punizione è la reclusione da sei mesi a tre anni.
Il reato però scatta solo per importi superiori a 3.9996 euro. In tali ipotesi è lo stesso Inps a comunicare il fatto alla Procura della Repubblica affinché avvii il procedimento penale.
Se invece le pensioni percepite sono inferiori a tale soglia scatta una sanzione amministrativa non per questo meno grave: la “multa” infatti va da 5.164 euro a 25.822 euro. Anche in questo caso, la segnalazione alle autorità viene fatta dall’Ente di previdenza che tuttavia può valersi anche dell’ausilio della Guardia di Finanza.
Attenzione: le conseguenze di cui abbiamo appena parlato non riguardano solo la pensione di vecchiaia, ma anche la pensione di invalidità e quella di accompagnamento. Insomma, per qualsiasi assegno erogato dall’Inps c’è l’obbligo di immediata restituzione. Resta poi la possibilità di chiedere – ma solo per chi ne ha dritto – la pensione di reversibilità.
Oltre a ciò, chi percepisce la pensione del genitore morto può subire la confisca dei soldi ricevuti. In base a quanto previsto dal codice penale [3], infatti, per i reati contro la pubblica amministrazione ivi individuati, è sempre prevista la confisca del profitto del reato. Quindi, se si tratta di denaro, è possibile la confisca diretta di una somma corrispondente a quella sottratta all’Inps presente sul conto corrente. Se invece il colpevole dovesse risultare privo di conto, è possibile la confisca di beni di pari valore al reato (cosiddetta «confisca per equivalente»). Così, ad esempio, è possibile confiscare la casa di proprietà dell’erede che non ha comunicato all’Inps il decesso del familiare. La confisca – in relazione all’importo complessivamente illegittimamente acquisito – è possibile anche se la proprietà dell’immobile è solo di una quota (in caso di cointestazione).
In tema di confisca, la Corte evidenzia come la stessa sia una misura che non costituisce pena accessoria, ma ha carattere direttamente sanzionatorio.
[1] Cass. sent. n. 24156/18 del 29.05.2018.
[2] Art. 316-ter cod. pen.
[3] Art. 322-ter cod. pen.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 16 gennaio – 29 maggio 2018, n. 24156
1. La Corte di appello di Catanzaro, su appello dell’imputata e della parte civile INPS, in riforma della sentenza del Tribunale di Paola del 20 maggio 2014, riqualificati i fatti come fattispecie prevista dall’art. 316-ter cod. pen., ha rideterminato in mesi quattro di reclusione la pena inflitta a C.A.S. . Ha confermato la condanna dell’imputata al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile INPS, rimettendone la liquidazione al giudice civile. Ha, infine, confermato la confisca della somma di Euro 20.791,05 e di un immobile di proprietà dell’imputata per un valore equivalente alla somma di Euro 38.235,95, quale importo complessivamente pari alla somma di cui si era appropriata l’imputata.
2. La C. , quale delegata alla riscossione della pensione di invalidità civile e della indennità di accompagnamento della madre, aveva omesso di comunicare il decesso della genitrice, avvenuto il (OMISSIS) , procurandosi così l’ingiusto profitto della riscossione dei ratei di pensione e dell’indennità di accompagnamento fino al dicembre 2012, per il complessivo importo di Euro 59.027,00, con corrispondente danno per l’ente pubblico erogatore.
3. Propongono ricorso per la cassazione della sentenza, con motivi di seguito sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen., l’imputata e la parte civile.
4. L’imputata denuncia l’erroneità della disposta confisca per equivalente dell’immobile, costituito da due vani ed accessori, e costituente quota di un antico immobile di famiglia, indiviso tra più fratelli, estranei al reato, del valore catastale di Euro 100,00, e, quindi la legittimità del provvedimento ablatorio in quanto avente ad oggetto un bene che non costituisce profitto né prezzo del reato. La intervenuta riqualificazione del reato imponeva alla Corte di appello la revoca della confisca dell’immobile tenuto conto che per il reato di cui all’art. 316 – ter cod. pen. era consentita, fino alla data del 14 novembre 2012, solo la confisca del prezzo del reato e non anche del profitto del reato, nozione nella quale non rientra il bene in sequestro, trattandosi di un bene di famiglia indiviso tra i coeredi. La motivazione della Corte di merito, sul punto, è generica e disposta in violazione degli artt. 2, 322-ter cod. pen. e 321 cod. proc. pen. poiché la confisca avrebbe dovuto essere limitata al profitto conseguito dal reato soltanto per la parte conseguita nel periodo successivo al novembre del 2012, data di entrata in vigore della legge n. 190, avendo la C. riscosso nel dicembre 2012 l’ultimo rateo di pensione.
5. La parte civile INPS, denuncia:
5.1 la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata e vizi di travisamento della prova documentale e delle norme di legge (artt. 2, 74, 538, 539 cod. pen. e 2033 e 2036 cod. civ.). Rileva la erroneità della decisione, nella parte in cui ha disatteso il primo motivo di appello proposto dalla parte civile volto a conseguire la condanna al risarcimento dei danni nell’ammontare risultate dagli atti acquisiti e, cioè l’importo dei ratei riscossi dalla C. – pacificamente risultante dai prospetti allegati all’informativa – e che è quantificabile sulla base di una mera operazione aritmetica, importo che la Corte ha contraddittoriamente ritenuto accertato ai fini penali ma non anche ai fini della condanna civile rinviando, ai fini delle attività satisfattive, ad un’ipotetica e futura restituzione da parte dello Stato, a cui favore le somme sono state confiscate, e, peraltro, rimettendone la quantificazione al giudice civile, in violazione del disposto di cui all’art. 538 cod. proc. pen.;
5.2 erronea applicazione della legge penale, in relazione agli artt. 240, 316 ter, 322 – ter cod. pen e 321 cod. proc. pen.. La Corte ha erroneamente qualificato la disposta confisca della somma di denaro (Euro 20.971,05), come confisca per equivalente, poiché, invece, ogniqualvolta il profitto di uno dei reati di cui all’art. 322-ter cod. pen. sia costituito da danaro, il giudice, attesa la fungibilità del bene che ne costituisce oggetto, deve disporre la confisca diretta. Di conseguenza le somme, previa revoca della disposta confisca in primo grado, andavano considerate di appartenenza dell’Istituto ricorrente, perché profitto del reato, al quale andavano restituite;
5.3. inosservanza o erronea applicazione della legge penale, in relazione agli artt. 322- ter, 316, 321 e 324 comma 4 cod. proc. pen. poiché la Corte non ha accolto la richiesta di sequestro conservativo dell’immobile di proprietà dell’imputata sulla base dell’erroneo presupposto che la misura del sequestro preventivo e della confisca per equivalente erano prevalenti sulla richiesta di sequestro conservativo, a garanzia delle obbligazioni civili derivanti da reato, richiesto dalla parte civile.
1. I ricorsi dell’imputata e della parte civile devono essere rigettati perché infondati.
2. Ai fini della disamina delle censure sollevate con i ricorsi sia dell’imputata che della parte civile è necessario premettere brevi nozioni sulla natura della confisca e delle sue species alle quali, per vero non in termini univoci, è pervenuta la giurisprudenza di questa Corte.
3. Imprescindibile, ai fini della ricostruzione dello statuto della confisca, e di quella del profitto di reato in particolare, è la natura della misura in esame che, anche alla stregua delle coordinate sovranazionali rivenienti dalla giurisprudenza della Corte EDU, non costituisce pena accessoria, ma ha carattere eminentemente sanzionatorio e misura ablatoria, con finalità ripristinatoria, diretta o per equivalente, a seconda dell’oggetto del profitto (Sez. 3, n. 43397 del 10/09/2015, Lombardo, Rv. 265093; Sez. 3, n. 6047 del 27/09/2016, dep. 2017, Zaini, Rv. 268829).
4. Controversa, in presenza di cd. profitto accrescitivo è la natura – diretta ovvero per equivalente – della confisca che abbia per oggetto somme di denaro. Secondo un più recente orientamento, in vero, in relazione a somme depositate su conto corrente e per le quali vi era prova della non provenienza dal reato si è affermato che in tema di sequestro preventivo funzionale alla confisca, la natura fungibile del denaro non consente la confisca diretta delle somme depositate su conto corrente bancario del reo, ove si abbia la prova che le stesse non possono in alcun modo derivare dal reato e costituiscano, pertanto, profitto dell’illecito (Sez. 3, n. 8995 del 30/10/2017, dep. 2018, P.M. in proc. Barletta e altro, Rv. 272353).
5. Il principio ora richiamato è contrastato dal quell’orientamento giurisprudenziale, secondo il quale, qualora il prezzo o il profitto c.d. accrescitivo derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme di cui il soggetto abbia comunque la disponibilità, deve essere qualificata come confisca diretta e, in considerazione della natura fungibile del bene, destinato a confondersi con le altre disponibilità economiche del reo, non necessita della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della ablazione e il reato (Sez. 5, n. 23393 del 29/03/2017 – dep. 12/05/2017, P.M. in proc. Garau, Rv. 270134), conclusione, questa direttamente riveniente dalla nota sentenza Lucci resa da questa Corte a Sezioni Unite (Sez. U, n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, Rv. 264437).
6. In materia di reati contro la pubblica amministrazione, ed incentrando l’attenzione dell’interprete sulla natura fungibile del denaro, questa Corte, in più occasioni, ha affermato che qualora il profitto tratto da uno dei reati indicati nell’art. 322 ter cod. pen. sia costituito dal danaro, il giudice – attesa la fungibilità del bene – deve disporre la confisca obbligatoria del profitto in forma specifica, ai sensi della prima parte del comma primo del citato art. 322 ter, e non la confisca per equivalente ai sensi della seconda parte del predetto comma (Sez. 7, n. 50482 del 12/11/2014, Castellani, Rv. 261199; Sez. 6, n. 21327 del 04/03/2015, Antonelli, Rv. 263482; Sez. 2, n. 21228 del 29.4.2014, Riva Fire S.p.A., Rv. 259717), principio ribadito anche in materia di responsabilità da reato degli enti (Sez. 6, n. 2336 del 07/01/2015, Pretner Calore, Rv. 262082). In altri termini il denaro sottoposto a vincolo di indisponibilità deve soltanto corrispondere al valore della somma formata dal prezzo o dal profitto del reato, non occorrendo accertare alcun nesso pertinenziale tra il reato contestato e il cespite monetario da sottoporre a futura confisca (v. in termini: Sez. 3, n. 1261 del 25.9.2012, dep. 2013, Marseglia, Rv. 254175) e, qualora il profitto tratto da taluno dei reati per i quali è prevista la confisca per equivalente sia costituito da denaro, l’adozione del sequestro preventivo non è subordinata alla verifica che le somme provengano dal delitto e siano confluite nella effettiva disponibilità dell’indagato, in quanto il denaro oggetto di ablazione deve solo equivalere all’importo che corrisponde per valore al prezzo o al profitto del reato, non sussistendo alcun nesso pertinenziale tra il reato e il bene da confiscare.
7. Come già anticipato nel ritenuto in fatto, in materia di reati contro la pubblica amministrazione, solo con la legge n. 190 del 6 novembre 2012, pubblicata nella G.U. del 13 novembre 2012 ed entrata in vigore il 28 novembre 2012, fu inserita nella disposizione di cui all’art. 322 ter. comma 1, ult. parte, cod. pen. la previsione della confisca per equivalente del profitto del reato (….la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo e profitto) ma tale previsione non è affatto di ostacolo, secondo la ricostruzione dell’imputata ricorrente, a ritenere illegittima la conferma della confisca, già disposta in primo grado ai sensi dell’art. 240 cod. pen. e con riguardo al reato di cui all’art. 640 bis cod. pen. in origine contestato, una volta che il reato ascritto alla C. sia stato qualificato come delitto di cui all’art. 316-ter cod. pen., sull’assunto che la confisca per equivalente non era prevista, in relazione a detta fattispecie incriminatrice, con riguardo al profitto del reato. Secondo la tesi della ricorrente C. , l’affermata natura sanzionatoria della confisca ne consente l’adozione, come per il trattamento punitivo, solo con riguardo alle condotte commesse dopo la entrata in vigore della legge n. 190 del 2012, e, nel caso, con riferimento all’ultimo rateo di pensione riscosso dall’imputata.
8. Tale assunto si rivela, tuttavia, infondato atteso che questa Corte ha già avuto modo di precisare, in tema di prescrizione, che il momento consumativo del reato di cui all’art. 316 – ter cod. pen. coincide con quello della cessazione dei pagamenti (Sez. 2, n. 48820 del 23/10/2013, Brunialti, Rv. 257431; Sez. 3, n. 6809 del 08/10/2014 – dep. 2015, P.G. in proc. Sauro e altri, Rv. 26254901) perdurando il reato fino a quando non vengono interrotte le riscossioni. In tali casi, vertendosi della ricezione di indebite prestazioni di emolumenti e previdenze maturate periodicamente, non si configura un reato permanente né un reato istantaneo ad effetti permanenti, bensì un reato a consumazione prolungata, giacché il soggetto agente, sin dall’inizio, ha la volontà di realizzare un evento destinato a protrarsi nel tempo. In tali casi, dunque, perdurando il reato fino alla riscossione dell’ultimo rateo, ed il danno addirittura incrementandosi, ai fini della confisca, la consumazione del reato coincide con la cessazione dei pagamenti. Facendo applicazione di tale principio alla fattispecie in esame nella quale è incontestato che l’imputata ha percepito l’ultimo rateo di pensione – relativo al mese di dicembre 2012 – nel gennaio 2013, devono ritenersi del tutto legittime le conclusioni alle quali è pervenuto il giudice di appello che, ritenuto il reato ancora perdurante al momento di entrata in vigore della legge n. 190 del 6 novembre 2012, ha disposto la confisca del profitto del reato, in relazione all’importo complessivamente illegittimamente fruito dalla C. , confisca che si atteggia a confisca cd. diretta della somma di denaro già oggetto di sequestro preventivo – misura non contestata dalla C. attraverso il ricorso – e quale confisca per equivalente (ovvero per valore corrispondente), dell’immobile di proprietà dell’imputata. La diversa qualificazione, del reato ovvero della natura della confisca, non ridonda a danno dell’imputata, quale reformatio in peius della sentenza di primo grado, poiché ciò che rileva è l’effetto derivante dalla misura applicata, che resta immutato, rientrando nei poteri del giudice la corretta qualificazione giuridica della misura, come diretta ovvero per equivalente (Sez. 6, n. 13844 del 02/12/2016, dep. 2017, Aracu e altri, Rv. 270372).
9. Solo labialmente, e con l’odierno ricorso, la C. ha allegato che l’immobile oggetto di confisca costituisce oggetto di proprietà indivisa con i fratelli, circostanza che non di per sé ostativa alla disposta misura che può riguardare, nella loro interezza, anche i beni in comproprietà con un terzo estraneo al reato, qualora essi siano indivisibili o sussistano inderogabili esigenze per impedirne la dispersione o il deprezzamento, essendo altrimenti assoggettabile alla misura cautelare soltanto la quota appartenente all’indagato (Sez. 3, n. 29898 del 27/03/2013, Giorgiani, Rv. 256438), circostanze queste che possono essere oggetto di verifica in sede di esecuzione.
10. Le considerazioni fin qui svolte offrono le coordinate per la disamina dei motivi di ricorso proposti dalla parte civile che va rigettato per la infondatezza delle questioni devolute, per alcuni aspetti manifesta.
11. È manifestamente infondato e indeducibile il terzo motivo di ricorso con il quale viene direttamente impugnato il rigetto della richiesta di sequestro conservativo avente ad oggetto l’immobile di proprietà dell’imputata avanzata dalla parte civile, poiché in tema di sequestro conservativo è ammesso il riesame contro l’ordinanza applicativa, ma non è previsto alcun rimedio nei confronti del provvedimento di diniego del sequestro, scelta legislativa che non può ritenersi limitativa dei diritti della parte danneggiata dal reato che, mediante l’esercizio dell’azione civile, ha la possibilità di una tutela primaria e diretta delle sue pretese) (Sez. 2, n. 23086 del 14/05/2015, Consorzio Di Casalpalocco, Rv. 263999), azione civile che, nel caso, è stata già esperita e pervenuta alla condanna generica al risarcimento dei danni nei confronti dell’INPS.
12. Anche gli ulteriori motivi di ricorso proposti dalla parte civile si rivelano infondati.
13. Secondo un risalente orientamento di questa Corte la parte civile non è legittimata ad impugnare la sentenza con la quale l’imputato è stato condannato, anche nell’ipotesi in cui al fatto sia stata data una qualificazione giuridica diversa rispetto a quella contenuta nell’imputazione e oggetto della costituzione di parte civile, potendo, al più sollecitare l’impugnazione del pubblico ministero, che potrà rigettare l’istanza con decreto motivato (Sez. 3, n. 11429 del 02/10/1997, Palmieri, Rv. 209643; Sez. 4, n. 13220 del 27/10/2000, Arancio, Rv. 218687). Da altro orientamento si sostiene, invece, che, ferma la legittimazione, sussiste l’interesse della parte civile ad impugnare ai fini civili la sentenza di condanna che dia al fatto una diversa qualificazione giuridica allorché da quest’ultima possa derivare una differente quantificazione del danno da risarcire, cui si pervenga tenendo conto anche della gravità del reato e dell’entità del patema d’animo sofferto dalla vittima (Sez. 4, n. 39898 del 03/07/2012, Giacalone, Rv. 254672; Sez. 5, n. 12139 del 14/12/2011 – dep. 2012, Martinez, Rv. 252164; Sez. 5, n. 4303 del 04/12/2002, Gunnella, Rv. 223769; Sez. 5, n. 8577 del 26/01/2001, Chieffi, Rv. 218427).
14. Nel caso in esame la proposta impugnazione della parte civile, pur in presenza di sentenza con la quale si è intervenuti sulla qualificazione giuridica del fatto, non investe affatto detto profilo ma involge questioni direttamente afferenti al diniego di liquidazione del danno, insistendo sulla possibilità di computo del danno corrispondente ai ratei pensionistici riscossi dalla C. , affermazione che, tuttavia, non si confronta affatto con le conclusioni alle quali è pervenuta la sentenza impugnata ove si assume non dimostrato (cfr. pag. 3 della sentenza impugnata) il danno conseguenza, ovvero ulteriore, subito dall’ente Previdenziale ai fini della quantificazione del danno subito.
15. Non merita miglior sorte il secondo motivo di ricorso. Ritiene il Collegio erroneo il presupposto in forza del quale la parte civile rivendica l’assegnazione diretta delle somme in quanto di sua appartenenza perché profitto del reato.
16. Correttamente, invece, alla stregua delle coordinate tracciate al punto 3. la Corte di merito ha ritenuto ostativa all’accoglimento della richiesta la natura obbligatoria della disposta confisca, natura che corrisponde alla finalità sanzionatoria dell’istituto, in relazione all’accertata condotta di reato e, in senso lato, riparatoria e ripristinatoria ma non anche funzionale e servente a soddisfare le richieste della parte civile che, non a caso, aveva richiesto, ai fini della soddisfazione delle proprie pretese risarcitorie, la revoca della disposta confisca e l’assegnazione delle somme.
17. Se è vero, infatti, che in presenza di accertata integrale restituzione delle somme alla persona offesa non vi è materia per l’applicazione della confisca (in questo senso confronta Sez. 3, n. 10120 del 01/12/2010 Rv. 249752 proprio in fattispecie che aveva ad oggetto, la avvenuta restituzione all’INPS delle somme indebitamente percepite sull’assunto che la restituzione elimina in radice lo stesso oggetto sul quale dovrebbe incidere la confisca e fa venir meno lo scopo che con essa si intende perseguire, pena una inammissibile duplicazione sanzionatoria a carico del reo), non può, per contro, sostenersi che la confisca diretta, in presenza di costituzione di parte civile, implichi l’assegnazione alla parte civile della somma che costituisca profitto del reato, venendo, per tale via, ad annullarsi la natura sanzionatoria dell’istituto in esame.
18. A tal fine non appare rilevante, come invece sostenuto nella sentenza impugnata, il rischio di una duplicazione di conseguenze patrimoniali sfavorevoli per gli imputati a causa della previsione di cui all’art. 322-ter cod. pen., che impone la confisca dei beni che costituiscono il prezzo o il profitto del reato o di beni di valore corrispondente, e la funzione del risarcimento del danno correlata alla costituzione di parte civile nel processo. La funzione dell’istituto della confisca e quello del risarcimento del danno sono, infatti, nettamente differenziate tra di loro poiché l’istituto della confisca vuole evitare che il reo tragga un vantaggio economico dal reato; non opera a vantaggio della vittima e anche nel caso in cui sia disposto in forma diretta ha natura specificamente sanzionatoria (come innanzi accennato) mentre il secondo, mira specificamente al ristoro del danneggiato e prescinde dall’esistenza di vantaggi conseguiti dal reo, che potrebbero anche non essersi realizzati. La costituita parte civile, assume la posizione di vittima e non vi sono ragioni per escludere l’applicabilità della previsione di cui all’art. 185, secondo comma, cod. pen., fermo restando, come innanzi accennato, l’apprezzamento riservato al giudice di merito, per individuare il concreto contenuto del danno non patrimoniale e l’adozione, ai fini del perseguimento del ristoro del danno subito, delle procedure di legge a tanto preposte, e che non possono essere superate mediante la retrocessione alla parte civile della somma di denaro confiscata.
19. Al rigetto delle impugnazioni segue per legge la condanna delle ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Rigetta i ricorsi e condanna le parti ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 316
 Art. 322
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 art. 322
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