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Timestamp: 2020-06-04 15:38:07+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 11938 del 10/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11938 del 10/06/2016
Cassazione civile sez. trib., 10/06/2016, (ud. 22/02/2016, dep. 10/06/2016), n.11938
sul ricorso nr. 14605/2015 proposto da:
AGENZIA DELLE ENTRATE, rappresentata e difesa dall’Avvocatura dello
Stato presso cui è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, 12;
L.S.G., rappresentato e difeso dagli avvocati
Musto e Della Valle, e domiciliato presso lo studio del primo, in
Roma via Tembien n. 15;
avverso la sentenza n 7872/6/14 della Commissione Tributaria
Regionale di Roma depositata il 23.12.2014;
febbraio 2016 dal CONSIGLIERE dott. GIUSEPPE CRICENTI;
uditi gli avvocati Barbara Tidore e Eugenio della Valle;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale,
Dott.ssa MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per l’accoglimento
del ricorso principale e la dichiarazione di inammissibilità di
L’Agenzia delle Entrate ha proceduto a rettifica del reddito, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37, nei confronti di L. S.G., imputando a quest’ultimo redditi formalmente realizzati dalla società Credit Securization LLC, controllata da “Joguvi”, a sua volta controllata dallo S., sul presupposto che la società fosse un soggetto meramente interposto.
La vicenda può cosi riassumersi.
LLC ha acquistato crediti che Federconsorzi vantava nei confronti dello Stato e della Regione Puglia, riuscendo, dopo qualche tempo, ad incassarne li pagamento.
LLC, all’epoca, era formalmente una società americana.
Una volta acquistati i crediti da Federconsorzi, LLC ha costituito in Italia la Credsec, come sua stabile organizzazione societaria, cedendole i crediti acquistati da Federconsorzi. Come corrispettivo della cessione è stato pattuito che Credsec si accollasse la restituzione di un finanziamento infruttifero erogato da L. S. a LLC. L’Agenzia ha ritenuto, sul presupposto della fittizietà del finanziamento, che il profitto della cessione dei crediti, fosse direttamente di S., che lo avrebbe percepito sotto forma di restituzione del finanziamento, in realtà mai da lui erogato alla cedente (LLC).
Inoltre, l’Agenzia ritiene fittizi i finanziamenti ricevuti da L.S. da parte di alcune società di cui era amministratore di fatto. l’Agenzia ha contestato l’assenza di elementi sufficienti a provare l’effettiva ragione di quei versamenti, ragione che invece la CTR ha rinvenuto nei contratti stessi di finanziamento. L.S. ha impugnato l’avviso di accertamento, assumendo di essere estraneo al guadagno connesso alla cessione dei crediti, in realtà realizzato da LLC e non da lui; di essere comunque residente e cittadino britannico e dunque di non trovarsi, in ipotesi, nella condizione di soggetto fiscale in Italia.
Quanto al secondo aspetto della vicenda, ha invece sostenuto che le somme ricevute dalla società da lui di fatto amministrate costituivano effettivamente dei finanziamenti.
Su appello del contribuente, la Commissione regionale ha riformato la decisione di primo grado, riconoscendo che i redditi vanno imputati alla società, e che comunque lo S., avendo residenza fiscale inglese, non è soggetto al Fisco italiano.
Si è costituito con controricorso il contribuente, che ha proposto ricorso incidentale condizionato depositando altresì memoria aggiuntiva.
La ricorrente in appello aveva fatto valere un argomento preciso a sostegno della mera interposizione di LLC. Aveva cioè depositato una schermata tratta dal sito internet americano dedicato alla registrazione delle società commerciali, da cui risultava che la LLC era stata registrata in America come società di comodo e che in quel paese non risultava di fatto operante.
Più precisamente, si trattava di una nota interna cui era allegato tale documento informatico, successivamente tradotto in italiano dalla stessa Agenzia delle Entrate.
Secondo la ricorrente la decisione impugnata non avrebbe tenuto in alcuna considerazione questo atto di prova, decisivo per la dimostrazione della interposizione della LLC nella operazione di acquisto dei crediti.
2.- Con il secondo motivo si denuncia omessa motivazione su un fatto rilevante e controverso. La decisione impugnata non avrebbe motivato sulla questione relativa alla assenza di prova dei finanziamenti che il contribuente assume di avere erogato a LLC. 3.- Il terzo motivo denuncia erronea interpretazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37.
L’Agenzia aveva fatto valere l’interposizione della LLC, invocando l’art. 37, in base al quale era da presumere che i redditi fossero effettivamente dello S.. La norma dispone, infatti, nel senso che sono imputati al contribuente i redditi di cui appaiono titolari altri soggetti quando sia dimostrato, anche per presunzioni, che egli ne è l’effettivo titolare, anche per interposta persona.
4.- Con il quarto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2729, nonchè art. 2 T.U.I.R. e art. 43 c.c., relativamente alla residenza fiscale.
L’Agenzia parte dall’assunto per cui l’iscrizione del contribuente nei registri AIRE non è affatto determinante per ritenerlo soggetto d’imposta in paese diverso. Nonostante l’iscrizione AIRE, infatti, si può ritenere fiscalmente residente in Italia un contribuente qualora proprio in Italia costui abbia il centro principale dei suoi affari ed interessi.
Secondo la ricorrente la residenza fiscale italiana era stata presunta sulla base di una serie di elementi, che andavano valutati complessivamente ai fini dell’accertamento del luogo di residenza, mentre la decisione impugnata si è limitata ad un esame separato, escludendo caso per caso, e senza una valutazione complessiva, che ciascuno di essi potesse indicare una residenza fiscale italiana.
Ritiene che la sentenza impugnata abbia errato nell’intendere il significato delle disposizioni del Trattato, il quale prevede che solo in caso doppia residenza si applica il criterio dell’abitazione permanente, mentre nel caso di specie, lo stesso contribuente sosteneva di avere una residenza sola, nel Regno Unito, caso nel quale dunque quel criterio non vale, e l’Agenzia può ritenere la residenza fiscale come diversa da quella anagrafica.
Tuttavia, anche ad utilizzare il criterio della “abitazione permanente”, la sentenza sarebbe errata, proprio perchè, dall’insieme dei dati raccolti, l’abitazione permanente sarebbe in Italia, mentre non è emerso alcun segno di residenza nel Regno Unito.
7.- Con il settimo motivo l’Agenzia denuncia violazione di legge nella parte in cui il giudice di secondo grado ha immotivatamente ritenuto la nullità dell’avviso di accertamento, dovuta ad una pretesa contraddittorietà della motivazione dell’atto impositivo.
Secondo la decisione di secondo grado, infatti, l’avviso di accertamento sarebbe stato, da un lato, basato sulla interposizione fittizia della società e dall’altro su quella reale, due asserzioni tra loro ritenute incompatibili.
Deduce l’Agenzia che invece non v’è alcuna contemporanea affermazione della reale e della fittizia interposizione, quanto, piuttosto, la tesi che la società era comunque un soggetto interposto, e fittizi erano i finanziamenti.
Con l’ottavo motivo, in via subordinata, il ricorrente lamenta il mancato esame della correttezza dell’accertamento 8.- Con il nono motivo si fa valere violazione e falsa applicazione degli artt. 100, 101, e 112 c.p.c., lamentando che erroneamente la sentenza impugnata aveva ritenuto preclusa dai limiti della domanda una qualificazione della fattispecie in termini di abuso del diritto senza considerare che l’Ufficio aveva ritenuto complessivamente elusivo il procedimento posto in essere dal contribuente.
Si è trattato dunque della mera qualificazione delle questioni comunque poste dalla parte, e non già di pronuncia su questioni mai introdotte.
9.- Con il decimo motivo, infine, l’Agenzia denuncia nullità della sentenza, in quanto la motivazione costituirebbe la pedissequa ripetizione dei motivi di appello, anzi l’esatta ripetizione di quello, al punto che sembra incorporarlo meramente.
In primo luogo, la decisione impugnata ha ritenuto infondata la tesi dell’Agenzia secondo cui la società LLC è meramente interposta;tesi consistente nel ritenere che i redditi da cessione dei crediti, che formalmente figurano come prodotti dalla società LLC, in realtà sono stati di fatto percepiti dal controricorrente.
In secondo luogo, la sentenza di secondo grado ha ritenuto che, anche ammesso che i redditi debbano imputarsi allo S., costui non ha l’obbligo di dichiararli in Italia, essendo soggetto fiscalmente residente nel Regno Unito.
Sulla questione della interposizione l’Agenzia fa valere, con il terzo motivo, una violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37, la cui erronea interpretazione ha portato i giudici di secondo grado ad escludere l’abuso ed a ritenere effettiva l’operazione.
L’accoglimento di questo motivo, nei termini che seguono, determina l’assorbimento dei motivi primo, secondo, quinto, ed ottavo.
La decisione di secondo grado ha escluso l’applicazione di quella norma, e dunque ha evitato di valutare gli elementi alla luce di essa, sostenendo la tesi che l’art. 37 si riferisce alla sola interposizione fittizia, e che, essendo invece la società LLC effettivamente esistente, non poteva ritenersi soggetto fittiziamente interposto.
Conseguentemente la conclusione assunta dal giudice di appello ha come presupposto l’avere interpretato l’art. 37, come riferito alle sole interposizioni fittizie, o alle operazioni simulate.
Questo assunto è infondato, sia perchè l’interposizione fittizia non richiede affatto l’inesistenza del soggetto interposto sia perchè il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37, comma 3 (“sono imputati al contribuente i redditi di cui appaiono titolari altri soggetti quando sia dimostrato, anche sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti, che egli ne è l’effettivo possessore per interposta persona”) è norma, invece, che si riferisce a qualsiasi ipotesi di interposizione, anche a quella reale.
Come ripetutamente affermato da questa Corte, con orientamento ormai costante: “in tema di accertamento rettificativo dei redditi, la disciplina antielusiva dell’interposizione, prevista dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 37, comma 3, non presuppone necessariamente un comportamento fraudolento da parte del contribuente, essendo sufficiente un uso improprio, ingiustificato o deviante di un legittimo strumento giuridico, che consenta di eludere l’applicazione del regime fiscale che costituisce il presupposto d’imposta; ne deriva che il fenomeno della simulazione relativa, nell’ambito della quale può ricomprendersi l’interposizione fittizia di persona, non esaurisce il campo di applicazione della norma, ben potendo attuarsi lo scopo elusivo anche mediante operazioni effettive e reali.” (Cass. 25671 del 2013; Cass. n. 21794 del 2014; Cass. 21952 del 2015).
Il fatto dunque che la società LLC fosse reale e che avesse effettivamente acquistato i crediti, di per sè, non poteva costituire ragione per ritenere inapplicabile il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37.
L’infondatezza della tesi del secondo grado è nell’aver ritenuto l’ambito della norma come limitato alle operazioni simulat e, e di avere di conseguenza concluso che quelle effettive non possano prestarsi ad eludere l’applicazione del regime fiscale di riferimento.
L’art. 37, invece, secondo l’insegnamento costante di questa Corte, colpisce ogni uso improprio o ingiustificato di strumenti giuridici, pur di per sè legittimi, quando l’uso che se ne fa è volto a realizzare l’elusione.
La sentenza va pertanto cassata con affermazione del principio di diritto per cui il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37, comma 3, va inteso nel senso che imputa al contribuente i redditi che siano formalmente di un soggetto interposto, quando, in base a presunzioni gravi, precise e concordanti, risulti che il contribuente ne è l’effettivo titolare; senza che si debba distinguere tra interposizione fittizia e reale. Conseguentemente, il suo contenuto non è limitato alle operazioni simulate, come ha ritenuto la decisione impugnata.
12- Da quanto detto risulta fondato il settimo motivo. La decisione impugnata, proprio assumendo la riconducibilità all’art. 37, della sola interposizione fittizia ha ritenuto contraddittoria la motivazione dell’accertamento (ed anche della sentenza di primo grado) laddove veniva dato rilievo sia ai pretesi fatti simulatori (relativi al finanziamento ed al relativo accollo) sia a fatti di pretesa interposizione (relativi alla titolarità dei crediti oggetto di cessione).
In realtà, l’Agenzia aveva contestato una interposizione nel possesso dei redditi caratterizzata dall’uso elusivo e strumentale della operazione posta in essere, senza distinguere tra i fatti simulatori e quelli di interposizione reale.
La decisione impugnata erroneamente ha ritenuto dunque che l’avviso di accertamento contestasse la sola ipotesi di interposizione fittizia, mentre invece ha contestato l’elusione di cui all’art. 37, comma 3. Elusione, che, come si è detto, si sarebbe realizzata attraverso operazioni effettivamente poste in essere, così come attraverso simulazioni. Con la conseguenza che non sussiste la ritenuta contraddizione logico-giuridica.
Restano perciò assorbiti il primo, il secondo, l’ottavo ed il nono motivo.
13.- Il quarto motivo è relativo ad una questione logicamente subordinata. Nell’ipotesi in cui si accertasse l’interposizione, il contribuente contesta comunque di dover dichiarare i redditi in Italia essendo soggetto fiscale britannico.
Sulla residenza fiscale italiana, l’Agenzia aveva addotto alcuni elementi, che la decisione impugnata ha ritenuto, singolarmente considerati, come irrilevanti. Il giudice di secondo grado non ha proceduto alla complessiva valutazione di quegli elementi proprio sull’assunto che, da soli, singolarmente intesi, non indicassero alcunchè circa la residenza fiscale italiana.
Infatti è giurisprudenza costante di questa Corte che: “in tema di prova per presunzioni, il giudice, posto che deve esercitare la sua discrezionalità nell’apprezzamento e nella ricostruzione dei fatti in modo da rendere chiaramente apprezzabile il criterio logico posto a base della selezione delle risultanze probatorie e del proprio convincimento, è tenuto a seguire un procedimento che si articola necessariamente in due momenti valutativi: in primo luogo, occorre una valutazione analitica degli elementi indiziari per scartare quelli intrinsecamente privi di rilevanza e conservare, invece, quelli che, presi singolarmente, presentino una positività parziale o almeno potenziale di efficacia probatoria; successivamente, è doverosa una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi isolati per accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva, che magari non potrebbe dirsi raggiunta con certezza considerando atomisticamente uno o alcuni di essi. Ne consegue che deve ritenersi censurabile in sede di legittimità la decisione in cui il giudice si sia limitato a negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziaria, non fossero in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi, nel senso che ognuno avrebbe potuto rafforzare e trarre vigore dall’altro in un rapporto di vicendevole completamento” (Cass. n. 9108 del 2012; Cass. 19894 del 2005; Cass. sez. u. 584 del 2008).
Il giudice di rinvio dovrà, pertanto, nel valutare se gli indizi di residenza fiscale italiana, allegati dall’Agenzia siano sufficienti, attenersi alla predetta massima di giudizio.
14.- Diversamente, i motivi 9 e 10 fanno riferimento ad una vicenda autonoma rispetto a quella della cessione dei crediti e della interposizione, e riguardano finanziamenti avuti dallo S. da alcune società di cui pure era socio.
Si tratta di motivi volti ad affermare la tesi della fittizietà di tali erogazioni, da ritenersi infondati.
L’Agenzia denuncia difetto di motivazione.
Invero la sentenza di secondo grado ha espressamente ritenuto che si è trattato effettivamente di finanziamenti fatti allo S. da società terze, sebbene partecipate dallo stesso beneficiario.
La decisione impugnata, per ritenere che quei finanziamenti fossero effettivi, ha fatto leva in primo luogo sulla documentazione offerta dallo stesso ricorrente, che conteneva tra l’altro una dichiarazione con la quale la stessa Agenzia delle Entrate, in sede di transazione, aveva riconosciuto come finanziamenti quei versamenti, ed inoltre su quanto attestato dai curatori delle società che avevano ritenuto effettiva l’erogazione delle somme, agendo, anzi, per la restituzione. Inoltre la CTR ha tenuto conto di alcune decisioni di merito, che avevano già accertato che quei versamenti in favore dello S. erano effettivamente finanziamenti in suo favore.
L’Agenzia ritiene insufficienti questi richiami, e cosi del tutto carente la motivazione.
La motivazione può dirsi omessa quando la sua mancanza risulti dal testo, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali (Cass. sez. un. n. 8053 del 2014).
Invece in questo caso emergono chiaramente le ragioni su cui il giudice di secondo grado ha basato la sua conclusione (documenti provenienti dalle parti e dalla stessa Agenzia, sentenze precedenti di merito).
A ben vedere con i due motivi in questione si tenta piuttosto di censurare non il difetto di motivazione ma la pretesa erronea valutazione probatoria degli indizi in atti, senza denunciare neppure violazione dell’art. 2729 c.c..
15.- L’ultimo motivo, che denuncia nullità della sentenza, per coincidenza della motivazione con i motivi di appello, è infondato alla luce di Cass. sez. un. n. 642 del 2015: “Nel processo civile ed in quello tributario, la sentenza la cui motivazione si limiti a riprodurre il contenuto di un atto di parte (o di altri atti processuali o provvedimenti giudiziari), senza niente aggiungervi, non è nulla qualora le ragioni della decisione siano, in ogni caso, attribuibili all’organo giudicante e risultino in modo chiaro, univoco ed esaustivo, atteso che, in base alle disposizioni costituzionali e processuali, tale tecnica di redazione non può ritenersi, di per sè, sintomatica di un difetto d’imparzialità del giudice, al quale non è imposta l’originalità nè dei contenuti nè delle modalità espositive, tanto più che la validità degli atti processuali si pone su un piano diverso rispetto alla valutazione professionale o disciplinare del magistrato”.
16.- Va dichiarato invece inammissibile il ricorso incidentale condizionato.
L’appellante si duole del fatto che la sentenza di secondo grado ha rigettato l’appello nella parte in cui denunciava nullità della decisione di primo grado per difetto assoluto di motivazione.
In realtà l’impugnazione, in tali termini, della decisione di secondo grado è inammissibile per difetto di interesse.
Infatti, anche se la sentenza di secondo grado avesse dichiarato (accogliendo l’appello) la nullità di quella di primo grado, per difetto di motivazione, avrebbe dovuto conseguentemente pronunciare nel merito. Ciò che in effetti è avvenuto, con decisione favorevole al contribuente, che dunque non ha interesse a ricorrere per Cassazione.
La decisione va dunque cassata per i motivi suddetti e rinviata alla Commissione Tributaria regionale di Roma, in diversa composizione, che provvederà altresì alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.
La Corte accoglie il terzo, il quarto ed il settimo motivo, del ricorso principale rigetta il nono, decimo e dodicesimo, assorbiti tutti gli altri; dichiara inammissibile il ricorso incidentale. Cassa la decisione impugnata con rinvio alla Commissione Tributaria regionale del Lazio, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 37
 art. 37
 art. 2
 art. 43
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 art. 37
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