Source: https://www.laleggepertutti.it/174009_i-diritti-di-chi-soffre-dansia
Timestamp: 2018-07-16 01:18:26+00:00

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I diritti di chi soffre d'ansia
Lo sai che? I diritti di chi soffre d’ansia
Può essere licenziato chi non comunica il proseguimento di questa malattia? E che succede con la visita fiscale? Cosa rischia se va spesso in ospedale?
«Che ansia», si dice spesso. L’apprensione per un problema complicato da risolvere capita a tutti. La depressione per un problema che sembra impossibile da risolvere è preoccupante. Ma l’ansia vera e propria per un qualsiasi ostacolo ci si trovi davanti è una patologia. E, trattandosi di una questione estremamente soggettiva (non tutti vanno nel panico per lo stesso motivo) i disturbi cambiano da una persona all’altra. C’è ci vive questa situazione quando deve fare un esame, quando deve guidare in una grande città, quando deve affrontare un compito importante al lavoro, quando si trova davanti un cane. C’è anche chi non soffre di ansia solo quando vive un episodio isolato ma subisce questo stato perennemente: «Che starà facendo mio figlio adesso? Avrà ancora la tosse di ieri sera? Forse sarebbe meglio chiamare il dottore. No, anzi: chiedo la giornata libera in ufficio e vado a prenderlo a scuola.»
«Che ansia», direbbero i colleghi. Certo perché, appunto, di tratta di una malattia che presenta come sintomo la paura o la preoccupazione grave e persistente di fronte a situazioni in cui chiunque altro non si sentirebbe non già minacciato ma neppure a disagio.
L’ansia, dunque, non è sempre ed in ogni caso una componente del carattere ma può essere una patologia da tenere in seria considerazione. Quali sono, allora, i diritti di chi soffre di ansia?
1 I diritti al lavoro di chi soffre di ansia
1.1 Visita fiscale per chi soffre di ansia
2 Chi soffre di ansia quante visite può chiedere?
3 I diritti di chi soffre d’ansia: l’invalidità
I diritti al lavoro di chi soffre di ansia
La Corte di Cassazione ha stabilito che chi soffre di ansia non è punibile da un punto di vista disciplinare, quindi non può essere licenziato [1]. Anche se non comunica al datore di lavoro la prosecuzione della malattia.
Nella sentenza in commento, la Suprema Corte ritiene che i disturbi d’ansia e di adattamento documentati dal lavoratore almeno un anno prima della data di licenziamento si debbano ritenere un impedimento talmente grave da giustificare la sua inerzia nell’inviare la comunicazione in azienda. Insomma, la patologia del dipendente, se certificata da tempo, può giustificare la mancata comunicazione della prosecuzione della malattia.
Se documentata e certificata, però: non è che da oggi siamo tutti in ansia, restiamo a casa in malattia e non siamo licenziabili.
Visita fiscale per chi soffre di ansia
Sempre la Cassazione ha stabilito che la sindrome ansioso-depressiva può giustificare l’assenza da casa nelle ore in cui il lavoratore dovrebbe essere reperibile per la visita fiscale [2]. E che, pertanto, il dipendente affetto da quella patologia non è licenziabile in quella circostanza.
La Suprema Corte, nel caso specifico, ha confermato la sentenza della Corte d’appello di Lecce [3] riguardante la causa di una donna che soffriva di sindrome ansioso-depressiva, assente al primo controllo del medico fiscale. Secondo i giudici di merito, l’assenza era giustificata «sia dalla natura della patologia da cui l’appellata era affetta (sindrome depressiva ansiosa), sia dalla necessità sopravvenuta di rivolgersi al suo sanitario di fiducia, per l’insorgere improvviso – documentalmente provato – di un evento morboso diverso da quello prima diagnosticato».
Inoltre, sempre secondo la Cassazione, l’azienda non può sottovalutare la gravità dello stato patologico della dipendente e le sue manifestazioni, richiedenti trattamenti terapeutici anche urgenti.
Chi soffre di ansia quante visite può chiedere?
Chi soffre di ansia non ha un limite di visite da richiedere, sebbene poi sarà facoltà del personale medico valutare la gravità della situazione e considerare l’eventuale necessità di una visita più approfondita [4]. Insomma, il paziente ha il diritto di chiedere mentre il sanitario ha l’obbligo di capire dove finisce la malattia fisica e inizia quella psicologica.
Non si può, quindi, rimproverare di molestie e minacciare di una querela chi soffre di ansia e si presenza più volte, anche in maniera ossessiva, all’interno di una corsia di ospedale, perché pretende in tutti i modi di essere visitato. Il reato di «molestie» richiede la consapevolezza di agire per un biasimevole motivo o con petulanza, la quale consiste in un modo di agire pressante e indiscreto, tale da interferire sgradevolmente nella sfera privata altrui [5]: circostanze queste che non ricorrono nel caso di un soggetto che soffre di ansia. L’illecito penale scatta solo se si riesce a dimostrare che il malato immaginario è consapevole del fatto che la sua condotta limita la sfera di libertà del medico e degli infermieri. Non si può allora condannare il paziente che non accetta la diagnosi del medico ospedaliero, secondo cui è guarito, e dà in escandescenze perché vuole essere visitato ancora: la sanzione penale può scattare soltanto quando si dimostra che l’ammalato sa perfettamente di essere petulante ma non recede comunque dal suo proposito.
Secondo la Cassazione, l’abituale frequentatore dell’ospedale che soffre di ansia, anche se fa pressioni sullo staff medico per risolvere la sua malattia immaginaria, non ha la consapevolezza di far dispetto ai sanitari, circostanza che sola caratterizza il reato di molestie. Se il malato si presenta in ospedale sempre con la prenotazione per la visita e mai pretende di passare avanti agli altri pazienti che, come lui, sono in attesa, né chiede l’erogazione di prestazioni non previste, non può essere querelato perché non sta commettendo alcun illecito. Se quindi non viene dimostrato che il paziente è consapevole che il suo comportamento interferisce in modo inopportuno nella sfera di libertà dei sanitari non scatta la punizione per le insistenti richieste di visita.
I diritti di chi soffre d’ansia: l’invalidità
Se i diritti di chi soffre d’ansia sono riconosciuti nel mondo del lavoro, è più difficile, invece, vedersi riconosciuta un’invalidità civile. Nelle tabelle ufficiali che stabiliscono la riduzione della capacità lavorativa, cioè la percentuale di invalidità, la parola «ansia» la si trova solo legata alla patologia «nevrosi ansiosa». La relativa percentuale è del 15%, il che non dà diritto ad alcuna agevolazione.
[1] Cass. sent. n. 11798/2012.
[2] Cass. sent. n. 21621/2010.
[3] Corte d’appello di Lecce, sent. del 1 giugno 2007.
[4] Cass. sent. n. 31467/2017.
[5] Cass. sent. n. 31740/2014.
annazonetti@gmail.com ha detto:
05/09/2017 alle 07:59
A tal proposito segnalo come le assicurazioni nei viaggi e quindi nel rimborso per tale patologia siano veramente indecenti bisogna tutelare di più il povero ammalato esperienza personale .

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 Cass. 
 Cass. 
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