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Timestamp: 2020-03-30 08:20:53+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 6927 del 11/03/2020 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6927 del 11/03/2020
Cassazione civile sez. I, 11/03/2020, (ud. 14/01/2020, dep. 11/03/2020), n.6927
sul ricorso n. 4487/2019 proposto da:
I.J., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza dei Consoli, 62
presso lo studio dell’avvocato Enrica Inghilleri e rappresentato e
difeso dall’avvocato Lucia Paolinelli per procura speciale in calce
avverso la sentenza n. 1039/2018 della Corte di appello di Ancona
depositata il 22.06.2018;
1. La Corte di appello di Ancona con la sentenza in epigrafe indicata ha rigettato, pronunciando ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35, l’impugnazione proposta da I.J. avverso l’ordinanza del locale Tribunale del 18.09.2016 che aveva respinto l’opposizione del primo avverso il diniego della competente Commissione territoriale al riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria ed umanitaria.
I.J. ricorre per la cassazione dell’indicata sentenza con due motivi.
1. Con il primo motivo il ricorrente, nigeriano del Delta State, di etnia Agbor e di religione cristiana – che nel racconto reso alla competente Commissione territoriale aveva dichiarato di aver abbandonato il proprio Paese, verso la Libia e quindi l’Italia, per essere rimasto solo ed impaurito, dopo la morte del padre a seguito di un incidente stradale e l’uccisione degli altri congiunti rimasti vittime di scontri tra coloro che detenevano il potere locale, perchè disponevano di ingenti mezzi economici, e dell’azione di mercenari, gli Uche Irenuma, organizzati in gruppi armati, e gli oppositori -, deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 1, 2, 3, 4 e 5, e art. 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8, comma 3, e art. 11 e vizio di motivazione.
La vicenda personale narrata dal ricorrente, semplice e lineare, era stata svalutata e la Corte di appello di Ancona aveva erroneamente escluso nella prima i presupposti per la configurazione della persecuzione e del danno grave rispettivamente legittimanti il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria. La Corte di merito non avrebbe esaminato autonomamente i parametri normativi della credibilità delle dichiarazioni del ricorrente, che avrebbe fatto ogni sforzo nel circostanziare il racconto e contestualizzare la vicenda narrata rispetto alla situazione nel paese di origine.
I giudici di appello avrebbero omesso di verificare se in concreto gli episodi di violenza riferiti avessero assunto il livello di intollerabilità denunciato a causa del conflitto etnico religioso in atto in Nigeria come riferito da fonti specialistiche e dai “media” con rischio di grave compromissione dei diritti umani fondamentali del richiedente, quali quello alla vita, alla salute ed al lavoro, in caso di rientro forzoso.
Nel ricorso di primo grado era stata allegata, dedotta e dimostrata la situazione interna del Paese, che aveva fatto da sfondo alla vicenda sofferta dal richiedente e ne aveva determinato la fuga, e che si protraeva anche al tempo in cui la domanda di I. era stata esaminata, come riferito dagli Osservatori Internazionali e dal Ministero degli Affari Esteri e dell’Unità di crisi sul sito “viaggiare sicuri.it”, la cui scheda aggiornata riportava l’esistenza di attacchi terroristici di Boko Haram, segnalando come aree di particolare cautela anche quella del Delta del Niger ove si registrava un’elevata attività criminale ed in cui scontri tra fa gruppi armati nel contesto di faide locali potevano sfociare in atti di violenza indiscriminata contro civili.
Gli attacchi terroristici di Boko Haram avrebbero potuto registrarsi ovunque e tanto avrebbe imposto particolare cautela per le zone, tra le altre, poste nel centro-sud e sud-est del Paese ed in particolare nella zona de Delta del Niger e quindi nell’Edo State, area a sud del Delta del Niger, secondo quanto riportato dal rapporto “Nigeria Security Situation” pubblicato sul sito (OMISSIS), in cui si rilevava dal 2009 al 2016 l’aumento di morti durante i conflitti e di episodi di violenza politica, proteste e dispute sulla terra e di violenza legata al cultismo anche nell’Edo State.
I giudici di appello avrebbero quindi respinto la domanda di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c) omettendo ogni disamina necessaria e senza aver acquisito le informazioni necessarie sulla situazione del paese di provenienza.
La Corte di merito non avrebbe neppure indicato le fonti di informazione assunte, salvo a trarne conclusioni opposte all’evidenza delle risultanze ed avrebbe mancato all’onere di informarsi D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 8, comma 3, attraverso l’acquisizione dei dati elaborati dalla Commissione Nazionale per il diritto di asilo secondo quanto fornito dall’ACNUR e dal M.A.E.
L’Italia pur avendo recepito con il D.Lgs. n. 18 del 2014 la Direttiva 2011/95/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 1112.2011 sui rimpatri, non avendone espressamente richiamato l’art. 8, non avrebbe reso possibile il rimpatrio del richiedente secondo un approccio settoriale della pericolosità del paese di provenienza.
L’accertamento delle attuali condizioni della Nigeria, in relazione al Pil pro-capite, che lo avrebbe reso uno dei Paesi più poveri al mondo, sarebbe poi stato necessario per scrutinare la sussistenza delle condizioni di rilascio di un permesso di soggiorno e tanto insieme alle condizioni personali del richiedente ed al grado di integrazione raggiunto in Italia dove aveva un autonomo alloggio ed aveva ottenuto l’assunzione nel settore agricolo.
Il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, stabilisce poi che là dove vi sia un difetto di prova, la veridicità delle dichiarazioni del richiedente deve essere valutata alla stregua dei seguenti indicatori: a) il compimento di ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda; b) la sottoposizione di tutti gli elementi pertinenti in suo possesso e di una idonea motivazione dell’eventuale mancanza di altri elementi significativi; c) le dichiarazioni del richiedente debbono essere coerenti e plausibili e non essere in contraddizione con le informazioni generali e specifiche pertinenti al suo caso, di cui si dispone; d) la domanda di protezione internazionale deve essere presentata il prima possibile, a meno che il richiedente non dimostri un giustificato motivo per averla ritardata; e) la generale attendibilità del richiedente, alla luce dei riscontri effettuati.
Il contenuto dei parametri sub c) ed e), sopra indicati, evidenzia che il giudizio di veridicità delle dichiarazioni del richiedente deve essere integrato dall’assunzione delle informazioni relative alla condizione generale del paese, quando il complessivo quadro di allegazione e prova che sia stato fornito non risulti esauriente, purchè però il giudizio di veridicità alla stregua degli indici di genuinità intrinseca sia positivo (Cass. 24/9/2012, n. 16202 del 2012; Cass. 10/5/2011, n. 10202).
La Corte di merito ha, per vero, ritenuto che il richiedente non avesse superato il vaglio di credibilità soggettiva per la genericità del racconto nella inverosimiglianza del timore manifestato di essere ucciso dai gruppi armati in caso di rientro nel proprio Paese senza che il primo avesse circostanziato le ragioni per le quali non aveva denunciato il fatto alla polizia, conseguentemente escludendo l’obbligo di esercizio, in via ufficiosa, della collaborazione istruttoria.
Si tratta invero di figura in ragione della quale, nel pieno rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369, comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. 22/09/2014, n. 19881; Cass. 07/04/2014, n. 8053).
Tanto, per vero, non è accaduto nella specie in cui il pure denunciato vizio di motivazione non si fa neppure carico di individuare il fatto storico decisivo ai fini della decisione che sia mancato nell’esame dei giudici di appello.
La Corte di merito ha sul punto evidenziato, il carattere privato delle dedotte vicende nella incapacità di definire una persecuzione ai danni del richiedente nel carattere non verosimile del racconto e la non spiegata ragione della impossibilità di rivolgersi alle autorità nigeriane.
Il ricorrente offre delle fonti dedotte in ricorso (Rapporto Nigeria Security Situation pubblicato nel sito (OMISSIS); dichiarazioni degli Osservatori Internazionali e dal Ministero degli Affari Esteri e dell’Unità di crisi sul sito “(OMISSIS)”) una lettura contrapposta ai differenti apprezzamenti svolti, sulle prime, dalla Corte di merito che ha ritenuto, per le medesime fonti – tanto è dedotto in ricorso -, l’esistenza nel Delta State di una situazione “critica sotto il profilo dei diritti umani”, ma non capace di sostenere la “situazione di conflitto armato” sopra descritta.
3.1.5. L’ulteriore questione sulla settorialità dei fattori di rischio nel Paese di provenienza è oggetto di un riferimento non pertinente, e quindi inammissibile, all’art. 8 della Direttiva 2004/83/CE.
Va anzitutto rilevato che la disciplina di cui al D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. n. 132 del 2018, che ha, tra l’altro, sostituito la disciplina del permesso di soggiorno per motivi umanitari, con la previsione di casi speciali di permessi di soggiorno, non trova applicazione in relazione alle domande proposte, come nella specie, prima della sua entrata in vigore, che vanno valutate in base alla disciplina preesistente (Cass. n. 4890 del 2019) in forza della quale il motivo è inammissibile.
4.1.1. Quanto alla protezione umanitaria ed alla denuncia della mancata valutazione delle situazioni di vulnerabilità anche in ragione delle condizioni del paese di provenienza, con il motivo il ricorrente non fa valere di aver tempestivamente dedotto una siffatta situazione che, pur atipica e riconducibile ad un catalogo aperto e non standardizzato, ex art. 10 Cost. e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, deve pur sempre essere oggetto di allegazione.
4.1.2. La valutazione della condizione di vulnerabilità che giustifica il riconoscimento della protezione umanitaria deve essere correlata ad una valutazione individuale, da spendersi caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia che va comparata con la situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza ed alla quale egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio.
Tanto è destinato a valere in ragione del giudizio espresso dalla Corte di merito – non censurabile per le ragioni esposte in questa sede – sulla inattendibilità del racconto che quelle situazioni descrive.
3. Il ricorso è in via conclusiva inammissibile.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, D.P.R. n. 115 del 2002, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 35
 sentenza 
 art. 3
 art. 14
 art. 11
 art. 14
 art. 8
 art. 3
 Cass. 
 art. 369
 sentenza 
 Cass. 
 art. 10
 art. 19
 art. 1
 art. 13