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Timestamp: 2019-02-22 05:49:10+00:00

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By Federico Ceci on	 October 12, 2018 Comments, Note
TAGS: Amministrazione della giustizia, Art. 10 Cedu, Autorità del potere giudiziario, Avvocati, libertà di espressione
La sanzione disciplinare disposta contro un avvocato che aveva criticato, durante un’intervista al termine di un processo, la sentenza di una corte d’assise costituisce una violazione dell’art. 10 Cedu, in quanto misura non necessaria in una società democratica. Nonostante le aspre osservazioni dell’avvocato rimproverassero la composizione della giuria e fossero potenzialmente lesive dell’autorità giudiziaria, sono da considerare incluse nella tutela della libertà di espressione offerta dall’art. 10 Cedu, essendo inquadrabili in un dibattito di interesse generale relativo al funzionamento della giustizia penale. La condanna del ricorrente costituisce dunque un’ingerenza sproporzionata anche in considerazione del fatto che le affermazioni erano giudizi di valore fondati su basi fattuali sufficienti, riconducibili alla strategia difensiva adottata per l’interesse del cliente.
Sommario: 1. Premessa. – 2. La vicenda all’origine della pronuncia della Corte europea. – 3. L’ampia tutela offerta dalla Corte europea in ragione dello specifico status dei soggetti coinvolti. – 4. Il bilanciamento degli interessi in gioco: libertà degli avvocati e protezione dell’autorità del potere giudiziario quali tasselli inscindibili di un unico mosaico.
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Ottan c. Francia, depositata il 19 aprile 2018, ha nuovamente definito gli elementi caratterizzanti la libertà di espressione degli avvocati in relazione alla limitazione posta, ex art. 10, par. 2, Cedu, a garanzia dell’autorità e dell’imparzialità del potere giudiziario. La norma indicata, come è noto, da una parte, riconosce il diritto di libertà di espressione e, d’altra parte, indica le possibili restrizioni all’esercizio dello stesso, per la garanzia di altri valori fondamentali. Nel complesso contemperamento fra libertà di critica sull’operato delle corti e necessità di mantenere la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti delle stesse, la Corte ha considerato la sanzione disciplinare imposta ad un avvocato per aver duramente commentato una sentenza di assoluzione, emessa in un processo che vedeva un poliziotto indagato per omicidio, in contrasto con la suddetta norma. In particolare, considerando che seppur con osservazioni dure, riferite alla composizione della giuria popolare ed attraverso una dichiarazione resa alla stampa, l’avvocato avesse mosso una critica al sistema giudiziario francese partendo da una questione di interesse collettivo, i giudici di Strasburgo hanno colto l’occasione per riaffermare la necessità di un’intensa tutela della libertà di espressione degli avvocati. Alla luce della particolare funzione svolta da questi ultimi, intermediari fra la società e le corti, la sentenza in esame ha segnato un ulteriore passo nella delimitazione dell’ampiezza della libertà di espressione loro riservata, avallando un consolidato orientamento giurisprudenziale sviluppatosi negli ultimi venti anni. Sebbene ad una prima lettura la pronuncia possa dunque sembrare la naturale prosecuzione del percorso intrapreso dalla Corte europea, una più attenta analisi della sentenza concede invece spazio, oltre che per la definizione dei limiti generali all’esercizio della libertà d’espressione nei confronti dell’autorità giudiziaria, per alcune riflessioni sull’evoluzione dello status degli avvocati nella giurisprudenza europea e sui possibili sviluppi della tutela loro offerta.
La vicenda all’origine della sentenza
Il caso ha avuto origine dalle dichiarazioni rese da un avvocato al termine di un processo dinanzi alla Cour d’Assises du Gard, terminato con l’assoluzione di un membro delle forze dell’ordine francese, sul quale gravava l’accusa di aver causato colposamente la morte di un minorenne attraverso l’utilizzo di un’arma da fuoco. L’avvocato, difensore del padre della vittima costituitosi parte civile nel processo, aveva rilasciato ai giornalisti presenti un commento molto critico, soffermandosi sulle problematiche sociali che la pronuncia rispecchiava e sottolineando altresì la drammaticità della situazione, dovuta alla scarsissima equità e uguaglianza del sistema giudiziario. Nello specifico, evidenziava che l’assoluzione non lo avesse sorpreso poiché la giuria era composta da membri «exclusivement blanc» e non risultavano dunque rappresentate le diverse comunità che costituiscono il popolo francese. Alla luce della portata delle dichiarazioni rese, il procuratore generale della Corte d’Appello di Montpellier aveva avviato un procedimento contro l’avvocato davanti al Consiglio di disciplina, per aver imputato alla Corte ed alla giuria pregiudizi razziali e xenofobi, in violazione dei principi etici della professione forense, e conseguentemente dell’art. 183 del Décret n. 91-1197 sull’organizzazione della stessa professione.
L’ampia tutela offerta dalla Corte europea in ragione dello specifico status dei soggetti coinvolti
L’avvertimento disposto contro il ricorrente è, infatti, una delle sanzioni previste dall’art. 184 del Décret n. 91-1197 per qualsiasi violazione di norme di condotta professionale, e nello specifico per gli oltraggi «à l’honneur ou à la délicatesse». Una disposizione analoga è altresì prevista nell’ordinamento italiano dall’art. 342 c.p., che commina una pena pecuniaria per chiunque offenda l’onore e il prestigio del corpo giudiziario[4].
In questa prospettiva, è opportuno svolgere alcune osservazioni preliminari relative allo status giuridico dei soggetti coinvolti, ricostruendo, in breve, il percorso intrapreso negli ultimi anni dai giudici di Strasburgo. La stessa Corte, nel caso in esame, dopo aver accertato che l’ingerenza contestata fosse prevista dalla legge e rispondesse ad un legittimo obiettivo, per valutarne la necessità in una società democratica ha ancorato la sua analisi alla specificità della qualificazione soggettiva del ricorrente. Sebbene, infatti, il margine di libertà di espressione nei confronti del potere giudiziario sia generalmente molto circoscritto[8], le limitazioni risultano meno incisive per la categoria professionale degli avvocati.
Il buon funzionamento del sistema giudiziario è un elemento essenziale per il mantenimento dello Stato di diritto e, pertanto, è parimenti fondamentale che la fiducia dell’opinione pubblica e dei cittadini in coloro che amministrano la giustizia non venga minata da critiche che, senza sufficienti basi fattuali, ne possono compromettere l’imparzialità e l’autorità. Il classico paradigma per il quale la libertà d’espressione, condizione ed estrinsecazione della democraticità della società, costituisce una garanzia contro le ingerenze dell’autorità pubblica[9] subisce un capovolgimento in favore della limitazione a tutela dell’integrità giudiziaria[10]. Le critiche al sistema giudiziario sono dunque ammesse ma, nell’ormai costante prospettiva adottata dalla Corte europea, l’esercizio concreto del diritto della libertà d’espressione è, in questi casi, condizionato da restrizioni più rigide. Se, da un lato, per essere considerate soggette all’ambito di applicazione e tutela dell’art. 10, le osservazioni devono riferirsi a questioni di interesse generale ed essere poste su solide basi fattuali, dall’altro lato, non si ritengono in qualunque caso ammesse affermazioni provocatorie[11] o attacchi distruttivi nei confronti dei magistrati. Come in precedenza osservato, tuttavia, la prevalenza della limitazione a garanzia del sistema giudiziario sulla libertà di espressione, con particolare riferimento al diritto di cronaca dei giornalisti, sembra trovare un differente, e meno rigido, equilibrio quando coloro che muovono le critiche sono avvocati.
Il diritto di libertà di espressione degli avvocati ha subito una concreta evoluzione[12], in termini di rafforzamento della tutela offerta, con l’affermazione di specifici principi enunciati nella sentenza Schöpfer c. Svizzera[13]. In particolare, la Corte europea, nonostante non avesse riscontrato l’incompatibilità con l’art. 10 Cedu di una sanzione amministrativa comminata contro un avvocato che aveva sostenuto la violazione continuata dei diritti umani da parte di una corte, ha colto tale opportunità per collocare la posizione degli avvocati all’interno di una società democratica. Affidando loro un ruolo centrale per l’amministrazione della giustizia, in qualità di «intermediaries between public and courts», la Corte europea ha sottolineato l’importanza di garantire un ampio perimetro alla libertà di espressione degli avvocati, al fine di incrementare la fiducia della collettività nel sistema giudiziario, ed al contempo tutelare concretamente il diritto alla difesa in tutte le sue svariate forme[14]. L’esercizio di quest’ultimo risulta, infatti, strettamente e funzionalmente legato alla libertà di espressione. Questa correlazione è anzitutto determinante per comprendere come i confini della libertà di critica nei confronti dell’operato della magistratura siano notevolmente più estesi quando gli avvocati si esprimono all’interno delle aule giudiziarie, ed ovviamente più ristretti, e caratterizzati da una tutela meno intensa, quando invece gli stessi compiono osservazioni in contesti diversi e attraverso mezzi mediatici[15]. Se, come nel caso in oggetto, le affermazioni contestate vengono effettuate al di fuori della fase meramente giudiziale, gli avvocati non possono godere dell’“immunità” processuale[16] e della conseguente tutela. Ciononostante, considerando che la professione forense ha affrontato una notevole evoluzione, parallela a quella che ha visto coinvolti i mezzi di comunicazione di massa, è opportuno chiedersi se la diversa tutela concessa alla libertà di espressione degli avvocati fuori e dentro le aule giudiziarie sia, ad oggi, un valido criterio di differenziazione, o se, piuttosto, possa considerarsi un approccio ormai anacronistico. Frequentemente accade, infatti, che particolari vicende giudiziarie, concernenti delicate problematiche sociali, stimolino l’interesse della collettività, con conseguente emersione del diritto della stessa ad essere informata su questioni attinenti l’amministrazione del potere giudiziario. D’altro canto, risulta analogamente frequente l’utilizzo, da parte degli avvocati, di dichiarazioni a mezzo stampa per integrare o sviluppare le proprie strategie difensive[17]. Questi elementi hanno condotto la Corte europea[18] a definire l’estensione del perimetro del diritto di libertà di espressione degli avvocati in funzione della difesa degli interessi dei propri clienti[19]. In altri termini, oltre alla tutela rafforzata in ragione del loro particolare ruolo nel sistema giudiziario, gli avvocati beneficiano di più ampi margini di critica nei confronti della magistratura quando le osservazioni compiute, anche all’esterno dei tribunali, siano inquadrabili nell’esercizio del diritto di difesa degli interessi dei loro clienti[20].
Il bilanciamento degli interessi in gioco: libertà degli avvocati e protezione dell’autorità del potere giudiziario quali tasselli inscindibili di un unico mosaico
La Corte europea ha dunque identificato i criteri per operare un contemperamento fra la necessità di riconoscere una più effettiva tutela della libertà di espressione degli avvocati e l’esigenza di garantire l’autorità del potere giudiziario. Nella sentenza Morice c. Francia[21], la Grande Camera ha infatti stabilito che, per vagliare se la limitazione del diritto di critica nei confronti dell’operato dei giudici sia necessaria in una società democratica, è opportuno inquadrare le osservazioni degli avvocati nella «mission de défense de son client» e valutare il contributo delle stesse ad un dibattito di interesse generale, tenendo conto, inoltre, della natura delle dichiarazioni contestate, delle particolari circostanze del caso e della proporzionalità della sanzione. In particolare, con la suddetta pronuncia, rivelatasi fondamentale anche per l’analisi del caso Ottan, la Corte europea ha stabilito che, per essere considerate incluse nell’ambito di applicazione della tutela convenzionale, le affermazioni dell’avvocato, rese fuori dai tribunali, devono contribuire direttamente alla difesa del cliente[22]. A tal fine, il processo giudiziario deve essere suscettibile di subire l’influenza delle pressioni esterne dei difensori. In aggiunta, oltre a rimarcare la necessità di inquadrare le dichiarazioni all’interno di un dibattito di interesse pubblico, i giudici di Strasburgo, nella loro composizione più autorevole, hanno chiaramente delineato la distinzione fra asserzioni di fatti e giudizi di valore, applicandola alla fattispecie. Mentre le prime possono e devono essere dimostrate, la veridicità dei giudizi di valore non è, al contrario, suscettibile di essere provata, essendo la libertà di opinione un elemento fondamentale del diritto protetto dall’art. 10 Cedu[23]. Ciononostante, qualora le osservazioni siano identificabili come giudizi di valore, questi devono fondarsi su adeguate basi fattuali, senza le quali l’ingerenza può essere altrimenti considerata (s)proporzionata.
Tenendo conto degli elementi suesposti, la Corte europea ha dunque stabilito che la sanzione disciplinare[27] comminata nei confronti del ricorrente costituisse un’ingerenza sproporzionata, e non necessaria in una società democratica e, pertanto, ha rilevato una violazione dell’art. 10 Cedu. Nonostante la sentenza esaminata si ponga perfettamente in linea con la posizione adottata negli ultimi anni dalla Corte, la reiterata enunciazione di principi chiari e prevedibili a tutela della libertà di espressione degli avvocati potrebbe essere, a nostro avviso, interpretata quale volontà di attribuire loro un ruolo sempre più protagonista, anche per la garanzia del potere giudiziario. Difatti, malgrado la protezione degli avvocati non sia stata caratterizzata dalla «évolution spectaculaire»[28] che ha invece visto protagonisti i giornalisti, sono stati raggiunti, anche per tali professionisti, importanti traguardi in termini di ampiezza e funzionalità della tutela offerta. Ancorare la libertà di espressione all’esercizio del diritto di difesa ha infatti permesso alla Corte, nei casi di interesse pubblico e nel rispetto dei limiti analizzati, di svincolarsi dal classico dualismo che identificava l’elemento di differenziazione nel luogo, ossia dentro o fuori i tribunali, in cui le critiche alla magistratura venivano compiute.

References: Art. 10
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