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Tributaria Archivi - Pagina 2 di 25
Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la regione lazio, sentenza n. 255 del 6 maggio 2015
Trib. Venezia, Sezione Imprese, ord., n. 10396, 29 aprile 2016
Corte Costituzionale, sentenza n. 94 del 20.04.2016
Tribunale di Tivoli, ordinanza n. 451 del 19 aprile 2016
Corte di Cassazione, sez. Tributaria Civile, sentenza 8 aprile 2016
Corte di Cassazione, sez. Tributaria Civile, sentenza 24 febbraio – 8 aprile 2016, n. 6887
Presidente ******** – Relatore Stalla
Transfer pricing, l’onere della prova grava sull’amministrazione
Corte di Cassazione, sez. V Civile, sentenza 27 gennaio – 6 aprile 2016, n. 6656
Presidente Di ***** – Relatore ********
L’Agenzia delle Entrate di Milano ha notificato alla BOLTON MANITOBA SPA un avviso di accertamento, per l’anno 2001, a seguito di una verifica effettuata da funzionari della Direzione Regionale.
L’Agenzia delle Entrate ha, tra l’altro contestato, alla Bolton di non aver contabilizzato 575.454,87 Euro per ricavi derivanti da operazioni intercorse con imprese controllate. In particolare, la Bolton ha sostenuto i costi affrontati dalla ICS Link, operante nella Repubblica Ceca, per la pubblicità di prodotti che la Bolton distribuisce all’estero, assumendo però di avere ricavato dalle vendite introiti inferiori alle spese sostenute. L’Agenzia ha dunque presunto che la differenza tra il costo sostenuto e il ricavo avuto costituisce un trasferimento di reddito all’estero, fatto al fine di eludere la tassazione italiana.
Inizialmente, l’Agenzia ha contestato anche la illegittima deduzione di altri costi. Su questi ultimi, come su quello oggetto di ricorso, sia la Commissione Provinciale che quella Regionale hanno accolto il ricorso della società Bolton.
Ricorre per Cassazione l’Agenzia, soltanto relativamente ai ricavi presunti derivanti da operazioni con le società controllate, chiedendo l’annullamento della sentenza per difetto di motivazione.
Secondo la ricorrente la Commissione regionale avrebbe apoditticamente aderito alla tesi della ricorrente, senza dare conto della sua fondatezza, ed avrebbe errato nell’attribuire all’Amministrazione l’onere della prova.
Resiste con controricorso la società Bolton.
1.- Con l’unico motivo di ricorso l’Agenzia denuncia difetto di motivazione per violazione dell’art. 360 n. 5.
La ragione del ricorso sta nel fatto che la Bolton avrebbe compiuto un’operazione antieconomica, vendendo dei beni, tramite la consociata estera, ad un prezzo minore rispetto a quello di costo. Secondo l’Agenzia si tratterebbe di una operazione fittizia, nel senso che i beni sarebbero invece stati venduti ad un diverso e maggiore prezzo, ed il ricavo ottenuto non sarebbe stato denunciato come tale.
Secondo l’Agenzia la spesa sostenuta da Bolton per fare pubblicità ai prodotti da distribuire all’estero, spesa consistente nel rimborsare ICS dei costi sostenuti per tale promozione, è superiore ai ricavi avuti dalle vendite.
La differenza tra quanto ricavato dalle vendite e quanto effettivamente speso per realizzarle non sarebbe effettiva, ma costituirebbe un reddito che Bolton ha occultato facendolo passare come costo.
E dunque fa applicazione dell’art. 76, comma 5 del DPR n. 917 del 1986 (previgente), secondo il quale: “i componenti del reddito derivanti da operazioni con società non residenti nel territorio dello Stato che, direttamente o indirettamente, controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa sono valutati in base al valore normale dei beni ceduti“.
In sostanza, la norma presuppone che si sia appurato che la società ha prodotto un reddito all’estero.
Richiamando un orientamento di questa Corte (Cass. n. 182 del 2001, tra le altre), l’Agenzia sostiene che nel caso di operazione antieconomica, che il contribuente non sappia adeguatamente giustificare, è legittimo l’accertamento dell’Agenzia, e che il giudice tributario per poter annullare tale accertamento, deve specificare, con validi argomenti, le ragioni per le quali ritiene che l’antieconomicità del comportamento del contribuente non sia sintomatico di possibili violazioni di disposizioni tributarie.
La sentenza impugnata di fatto giustifica l’antieconomicità, secondo l’Agenzia, semplicemente limitandosi a dire che: “appare sostenibile la strategia di marketing adottata dalla ricorrente per la produzione e commercializzazione dei propri prodotti nel mercato della Repubblica Ceca“.
Motivazione che, secondo la ricorrente, insufficiente o meramente apparente.
1.1.- Il motivo va rigettato.
L’onere di dimostrare che un’operazione economica realizzata all’estero, fatta tramite una controllata o controllante avente per l’appunto sede all’estero, costituisce reddito, è posto a carico della Amministrazione, per consolidato orientamento di questa Corte (Cass. 13.10.2006, n. 22023; Cass. 16.5.2007, n. 11226).
La decisione impugnata ha correttamente ritenuto a carico dell’Agenzia l’onere di provare che la differenza tra il costo sostenuto per la pubblicità ed il ricavo delle vendite fosse fittizio, costituendo in realtà un reddito realizzato all’estero e come tale da considerarsi fiscalmente prodotto in Italia.
Va ribadita la regola per cui la prova dell’elusione, e dei suoi presupposti, grava sull’Amministrazione che intende operare le conseguenti rettifiche.
Da questo punto di vista è irrilevante la giurisprudenza citata in tema di costi deducibili, e che pone l’onere di dimostrare la deducibilità in capo al contribuente, poichè non si tratta qui di costi deducibili, ma dell’assumere come reddito occulto una differenza tra costi e ricavi realizzati all’estero.
Con apprezzamento di fatto non censurabile in Cassazione, la Commissione ha ritenuto che l’Agenzia non ha adeguatamente dimostrato perchè, sulla base dei valori normali delle merci vendute, il ricavo avrebbe dovuto essere superiore alla spesa sostenuta per vendere, ritenendo invece che l’Agenzia abbia agito sulla base di una presunzione non convincente: quella per cui la spese sostenute per la pubblicità avrebbero dovuto far conseguire alla società ricavi perlomeno pari alla spesa affrontata.
La motivazione fa, sia pure sinteticamente, la comparazione tra due presunzioni: quella usata dall’Amministrazione e quella, di segno contrario, per cui sarebbe piu’ verosimile che in fase di start up il costo per promuovere il prodotto sia superiore ai ricavi delle vendite.
Fatto valere come vizio di motivazione il motivo è infondato, poichè la decisione impugnata dà conto del ragionamento che l’ha indotta ad assumere quella decisione, ossia la presunzione per cui i costi di pubblicità non sono costi di produzione, e possono superare il prezzo del prodotto reclamizzato.
In sostanza, la ricorrente Agenzia assume un impiego non corretto delle regole di esperienza su un fatto determinante.
In generale, non può ritenersi insufficiente, però, la motivazione quando si comprende quali siano state le ragioni che hanno giustificato la decisione assunta. La sentenza impugnata mostra di motivare perchè ritiene che non è presumibile che da un costo di pubblicità debba ricavarsi necessariamente un guadagno almeno di pari ammontare, in quanto ritiene non correlato quel costo al ricavo dovuto alle vendite.
Nel vecchio teso dell’art. 360 c.p.c., applicabile ratione temporis a questo caso, l’insufficienza della motivazione, quando, come nella fattispecie, è denunciata l’omessa considerazione di un fatto controverso, vale come indice della mancata considerazione di quel fatto. E ciò nel senso che è da ritenersi trascurato un fatto controverso e rilevante quando non vi sia su di esso (rectius sulla sua rilevanza) una motivazione sufficiente.
Nel caso di impiego di regole di esperienza, il vizio denunciato presuppone che il giudice non abbia adeguatamente illustrato quali siano tali regole e come lo hanno portato a far ritenere provato (o non provato) il fatto controverso e decisivo.
In realtà, il giudice di merito adduce una ragione che sta al fondo della regola di esperienza utilizzata per valutare il fatto controverso.
Da un lato infatti ritiene che l’Agenzia non abbia sufficientemente dimostrato il valore normale delle merci, ma soprattuto, dall’altro, assume che dal costo di pubblicità non si può dedurre, come ha fatto l’Agenzia, che si debba avere, necessariamente, pena la non economicità della operazione, un ricavo corrispondente o maggiore, trattandosi di due voci non correlate, nel senso che la spesa di pubblicità non necessariamente assicura ricavi tali da coprirla.
Il giudice di merito ha dunque motivato sulle ragioni che lo hanno indotto a ritenere non fondata la presunzione cui ha fatto ricorso l’Agenzia.
Il ricorso, basato su questo unico motivo, va pertanto respinto, e le spese seguono la soccombenza.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite che liquida in complessive 7 mila Euro, oltre spese prenotate a debito.
Rimborso IVA: la prescrizione è decennale
Corte di Cassazione, sez. Tributaria Civile, sentenza 23 novembre 2015 – 16 marzo 2016, n. 5172
Presidente ****** – Relatore *******
Con sentenza del 29 giugno 2009, notificata il 21 ottobre 2009, la Commissione tributaria regionale del Piemonte rigettava l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate nei confronti di M. A. , con­fermando l’annullamento dell’atto di diniego del rimborso IVA per l’anno d’imposta 1999.
II giudice d’appello premetteva in fatto che il contribuente aveva pre­sentato la dichiarazione IVA per l’anno 1998, contenente l’esposizione “a rimborso” di un credito d’imposta pari 580 milioni di lire e di una ulteriore eccedenza di 55.812.000 di lire da utilizzare in compensazione nell’anno successivo. Sennonché nella dichiarazione per l’anno 1999, per errore, il credito verso l’erario era utilizzato nella minor misu­ra di 35.812.000 di lire. L’ufficio, a fronte della domanda avanzata il 17 maggio 2005, aveva negato rimborso della ulteriore eccedenza di 20 milioni di lire, essendo decorso il termine biennale di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art.21, co.2.
Riteneva, invece, il giudice territoriale che la domanda di rimborso fosse stata tempestivamente avanzata entro il termine decenna­le di prescrizione di cui all’art.2946 cod. civ. e che il credito d’imposta si fosse consolidato una volta decorsi senza rilievi due anni dalla presen­tazione della dichiarazione annuale e gli ulteriori tre mesi per l’esigibilità dei credito stesso.
II 19 dicembre 2009 l’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cas­sazione, affidato a unico motivo; il contribuente, ritualmente intimato nel giudizio di legittimità (rei. not. 23-24-28.12.2009), non svolge attività difensiva.
La difesa erariale sostiene, ai sensi dell’art.360 n.3 cod. proc. civ., che sia errata la sentenza d’appello laddove ritiene operante l’ordina­rio termine prescrizionale decennale (art.2946 cod. civ.), mentre an­che per il diritto al rimborso dell’IVA varrebbe il termine decadenziale biennale di cui all’art.21 D.Lgs. n. 546 del 1992. II ricorso non è fondato.
Infatti, va data continuità all’orientamento – recentemente ribadito dalla sentenza di questa Corte n.6684 del 2 aprile 2015 – secondo cui, in tema di IVA, deve tenersi distinta la domanda di rimborso o restituzione del credito d’imposta maturato dal contribuente – da considerarsi già presentata con compilazione nella dichiarazione annuale del quadro relativo che configura formale esercizio del diritto – rispetto alla presentazione altresì dei modello apposito (VR), che costituisce – ai sensi dell’art.38-bis, co.1, D.P.R. n. 633 del 1972 – solo presupposto per l’esigibilità dei credito e, dunque, adempi­mento per dar inizio al procedimento di esecuzione dei rim­borso.
Ne consegue che, una volta esercitato tempestivamente in dichiarazione il diritto al rimborso, esso non può considerarsi assoggettato al termine biennale di decadenza previsto dall’art.21 D.Lgs. n. 546 del 1992, ma solo a quello di prescrizione ordinario decennale ex art.2946 cod. civ. (coni. Cass. n.14070 del 2012 e n.20039 dei 2011). La soluzione prospettata, oltre ad essere assolutamente maggioritaria e oramai consolidata, è coerente con l’intero sistema fiscale delineato dalla giurisprudenza di legittimità, atteso che da tempo si af­ferma che l’esposizione di un credito d’imposta nella denuncia dei red­diti fa sì che non occorra, da parte dei contribuente, al fine di ottenerne il rimborso, alcun altro adempimento, dovendo solo attendere che l’Amministrazione finanziaria eserciti, sui dati esposti in dichiara­zione, il potere-dovere di controllo secondo la procedura di liquida­zione delle imposte, ovvero, ricorrendone i presupposti, secondo Io strumento della rettifica della dichiarazione.
Sicché una volta che il credito si sia consolidato, l’Amministrazione è tenuta ad eseguire il rimborso e il relativo credito dei contribuente è soggetto alla ordinaria prescrizione decennale (conf. Cass. n. 14070 del 2012 e giurisprudenza ivi cit.).
E’ appena il caso di ricordare, che secondo le regole vigenti all’epoca della presentazione della dichiarazione IVA in questione, i rimborsi previsti nell’art. 30 sono eseguiti, su richiesta fatta in sede di dichiara­zione annuale, entro tre mesi dalla scadenza del termine di presentazione del1a dichiarazione prestando, contestualmente all’esecu­zione del rimborso e per una durata pari al periodo mancante al termine di decadenza dell’accertamento, cauzione ovvero fideiussione.
Inoltre gli stessi rimborsi possono essere richiesti, utilizzando apposita dichiarazione redatta su modello approvato con decreto dirigenziale contenente i dati che hanno determinato l’eccedenza di credito. In tal caso i rimborsi sono eseguiti entro tre mesi dalla presentazione della dichiarazione, che vale come dichiarazione annuale limitatamente ai dati in essa indicati. Infine, i medesimi rimborsi possono essere richiesti con apposita istanza, anche ai competenti concessionari della riscossione secondo le modalità stabilite dalla legge 30 dicembre 1991, n.413, art. 78, co.27 e seg..
Ciò conferma che l’eccedenza d’imposta si ha per azionata anche con la sola esposizione fatta in sede di dichiarazione annuale. Ad analoghe conclusioni si giunge anche riguardo all’armonizzazione della “sesta direttiva” (Cass n.6684 del 2015 e n.14070 dei 2012, cit.). Infatti, se è vero che gli Stati membri adottano le misure necessarie ad assicurare l’osservanza degli obblighi di dichiarazione e di pagamento, l’esatta riscossione dell’imposta e la prevenzione di frodi, tali misure però non possono mai eccedere gli obiettivi sopra indicati (v. C. giust. UE, dec. Ecotrade e ******), posto che per il principio di neutralità il diritto al ristoro dell’IVA versata a monte è principio basilare dei sistema comunitario (cfr. C. giust. UE, dec. Molenheide e altri).
L’orientamento, al quale si dà ulteriore continuità, è stato seguito in altre numerose e costanti decisioni secondo cui, ai fini della manifestazione di volontà di ottenimento del rimborso, deve aversi riguardo al fatto che nella dichiarazione annuale può rinvenirsi l’esplicitazione di una tale volontà, il che sottrae la fattispecie al termine biennale di decadenza, sancito in via residuale (cfr. tra le tante Cass. n.7684, n.7685 e n.152291 del 2012; n.8813 e n.23755 del 2013; n. 2005 e n.3742 del 2014).
Dal rigetto dei ricorso non derivano conseguenze in punto di spese mancando attività difensiva dell’intimato.
Commiss. Trib. Prov. Calabria Crotone Sez. I, Sent., 08-02-2016, n. 28
Commissione Tributaria Provinciale di Catania sez. 3, n. 548, 20/01/2016

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 Cass. 
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 art.2946
 Cass. 
 Cass. 
 art. 78
 Cass.