Source: https://bottegadinazareth.com/2020/04/18/per-la-vita-del-mondo-verso-un-ethos-sociale-della-chiesa-ortodossa-i-introduzione-e-tempo-di-servire-il-signore/
Timestamp: 2020-06-02 22:48:19+00:00

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Per la vita del mondo. Verso un ethos sociale della Chiesa ortodossa – I. Introduzione: È tempo di servire il Signore | La Bottega di Nazareth
È tempo di servire il Signore
§1. La Chiesa Ortodossa comprende la persona umana come creata a immagine e somiglianza di Dio (Genesi 1,26). Essere fatti a immagine di Dio significa essere fatti per una comunione libera e cosciente e per una unione con Dio in Gesù Cristo, in quanto l’uomo è stato creato per mezzo di lui e in vista di lui. (Colossesi 1,16). San Basilio il Grande ci dice che, di tutti gli animali, l’essere umano è stato creato in posizione verticale in modo che possa alzare gli occhi fino a vedere Dio, adorarlo e riconoscerlo come sua fonte e origine. Invece di “trascinarsi sulla terra. . . la sua testa è sollevata in alto verso le cose di lassù, così egli può alzare gli occhi fino a ciò che è simile a lui.”[1] Ireneo di Lione scrive che – siccome l’uomo è stato creato per essere in comunione con Dio in Gesù Cristo, – è stato fatto a “immagine di Cristo”[2] (2 Corinzi 4,4). Questo servire attraverso la preghiera e l’azione sgorga dall’amorevole lode e dalla riverente gratitudine per la vita e per tutti i doni che Dio conferisce attraverso suo Figlio e nel suo Spirito. Il nostro servire Dio è fondamentalmente dossologico in quanto alla natura e fondamentalmente eucaristico in quanto al carattere.
§2. Dire che siamo fatti per servire Dio, significa dire che siamo fatti per una comunione d’amore: comunione con il Regno del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; e attraverso la comunione con il Dio Trino, gli esseri umani sono anche chiamati ad una comunione d’amore con il loro vicino e con l’intero cosmo. Le nostre azioni devono sgorgare dall’amore di Dio e da una unione d’amore con lui in Cristo e attraverso Cristo, nel quale incontriamo e consideriamo il nostro fratello e la nostra sorella, come la nostra stessa vita.[3] Questa comunione con Cristo di fronte al prossimo costituisce il fondamento del primo e grande comandamento della Legge, ossia amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi (Matteo 22,37–39).[4]
§3. Ogni persona, essendo stati creta a immagine e somiglianza di Dio, è unica e infinitamente preziosa e ognuna è oggetto speciale dell’amore di Dio. Come ha insegnato Cristo, “anche i capelli del vostro (nostro) capo sono tutti contati.”(Luca 12,7). L’immensità e la particolarità dell’amore di Dio per ciascuno di noi e per tutta la creazione, supera la comprensione umana. Ci viene distribuito con assoluta generosità da un Dio consapevole non dei nostri peccati e che non vuole che alcuno perisca (2 Pietro 3,9), ma piuttosto che tutti debbano essere salvati e venire a conoscenza della verità (1 Timoteo 2,4). È quindi un amore che cerca di formare ciascuno di noi in modo sempre più conforme alla bontà di Dio e che quindi ci ingiunge instancabilmente di cercare di coltivare in noi stessi, nel pensiero, nelle parole e nei fatti, un amore per il prossimo e per tutte le creature, secondo il volere proprio di Dio (Matteo 5,43–48). Ci chiama a una comunione sempre più grande gli uni con gli altri, con tutti coloro con cui veniamo a contatto, con la pienezza della creazione e quindi con Colui che è il creatore di tutto. Il destino ultimo, inoltre, al quale siamo chiamati, non è altro che la nostra theosis: la nostra divinizzazione e trasfigurazione da parte dello Spirito Santo in membri del corpo di Cristo, uniti nel Figlio al Padre, per cui diventiamo veri partecipi della natura divina. In accordo con San Atanasio: “Il Figlio di Dio si è fatto uomo perché noi diventassimo dei.”[5] Di conseguenza, questo deve avere un indirizzo collegiale, che avviene solo attraverso la nostra partecipazione alla comunità del corpo di Cristo, ove ognuno di noi, come oggetto unico dell’amore divino, può entrare in piena unione con Dio. La nostra vita spirituale, quindi, non può essere altro che una vita sociale. La nostra pietà non può non essere che un ethos, un modo di vivere.
§4. Il mondo nel quale abitiamo, è un mondo decaduto, frantumato e oscuro, schiavo della morte e del peccato, tormentato dalla violenza e dall’ingiustizia. Questa non è la condizione che Dio desidera per la sua creazione; è la conseguenza di un antico allontanamento del nostro mondo dal suo creatore. Come tale, è una realtà che non può in alcun modo dettare o determinare i limiti delle nostre responsabilità etiche nei confronti delle nostre creature. Siamo chiamati a servire un Regno non di questo mondo (Giovanni 18,36), a servizio di una pace che questo mondo non può dare (Giovanni 14,27). Siamo chiamati, quindi, a non accontentarci delle pratiche esigenze del mondo come lo troviamo, ma siamo chiamati invece a lottare sempre e ancora contro il male, per quanto invincibile possa a volte apparire, e a lavorare per l’amore e la giustizia, per quanto impraticabili possano a volte dimostrarsi, che Dio richiede dalle sue creature. Sulla via della comunione con Dio, vi è la vocazione dell’umanità non solo di accettare, ma piuttosto di benedire, elevare e trasfigurare questo mondo, affinché la sua bontà intrinseca si possa rivelare anche in mezzo alla sua caduta. Questo è lo scopo speciale della vita umana, la chiamata archieratica di creature dotate di libertà e coscienza razionali. Sappiamo, naturalmente, che quest’opera di trasfigurazione non sarà mai completa in questa vita, e può raggiungere il suo completamento solo nel Regno di Dio; tuttavia, le nostre opere d’amore portano frutto in questa vita, e sono richieste a tutti coloro che vogliano entrare nella vita del mondo che verrà (Matteo 25,31–46). La Chiesa sa che tali sforzi non sono mai vani, inoltre, perché lo Spirito Santo è anche all’opera in tutti gli sforzi dei fedeli, portando tutto al loro buon fine, a tempo debito (Romani 8,28).
§5. Come le esigenze dell’amore Cristiano sono inesorabili, coloro che sono uniti a Cristo possono, in molte occasioni, essere chiamati a perseguire la bontà di Dio fino al sacrificio di sé, secondo l’esempio del loro Signore. Il compito di trasfigurazione del cosmo è anche lotta contro tutto ciò che è distorto e maligno, sia in noi stessi che nella struttura danneggiata e nel tessuto di una creazione sofferente; e ciò significa che, inevitabilmente, questo compito deve costituire un lavoro ascetico. In larga misura, siamo chiamati a lottare contro l’ostinato egoismo delle nostre inclinazioni peccaminose e a compiere un costante sforzo per coltivare in noi stessi l’occhio della carità, che da solo è in grado di vedere il volto di Cristo, nel volto di ogni nostro fratello e sorella, “il più piccolo di questi”, che incontriamo come se ciascuno di loro fosse Cristo stesso (Matteo 25,40-45). Da qui l’uso da parte dell’apostolo Paolo dell’immagine dell’atleta che si allena, come metafora della vita cristiana (1 Corinzi 9,24–27). Ma questo sforzo dovrebbe anche essere intrapreso in comune, come lo sforzo collegiale di un unico corpo, i cui molti membri si sostengono e si supportano a vicenda in una vita di amore e servizio condivisi. Questa è veramente un’opera d’amore, non di paura. È la naturale espressione di una vita trasfigurata dallo Spirito Santo, una vita di gioia, al cui cuore comune si erge l’Eucaristia, la celebrazione sempre rinnovata della splendida autodonazione di Dio, la condivisione della sua stessa carne e del suo sangue per la vita del mondo. Nel donarsi ogni volta di nuovo nel mistero eucaristico, Cristo ci attira per sempre a sé e quindi ci attira l’uno verso l’altro. Egli ci concede anche un assaggio di quella festa di nozze del Regno a cui tutte le persone sono chiamate, anche quelle che sono attualmente al di fuori della comunione visibile della Chiesa. Per quanto grandi siano le fatiche dei Cristiani in questo mondo, per obbediere alla legge dell’amore divino, esse sono sostenute da una gioia più profonda e in definitiva irreprensibile.
§6. L’autorità più sicura e il carattere di un ethos sociale Ortodosso si trovano, prima di tutto, negli insegnamenti di Cristo. Nessuna caratteristica del Vangelo di nostro Signore è più rivelante e costante della sua assoluta preoccupazione e compassione per i poveri e i diseredati, i maltrattati e negletti, i carcerati, gli affamati, gli affaticati e coloro che portano un grande peso, i disperati. La sua condanna per il lusso dei ricchi, l’indifferenza per la situazione degli oppressi e lo sfruttamento degli indigenti sono inflessibili e inequivocabili. Allo stesso tempo, la tenerezza del suo amore per “il più piccolo di questi” è sconfinata. Chi aspira ad essere un discepolo di Cristo deve imitare la sua indignazione per l’ingiustizia e il suo amore per gli oppressi. Con questo spirito, gli insegnamenti di Cristo confermano, rendendole ancora più urgenti, le più grandi e universali richieste etiche avanzate dalla Legge e dai Profeti d’Israele: provvedere agli indigenti, curare lo straniero, giustizia per i torti, misericordia per tutti. Troviamo gli esempi più splendenti della etica sociale cristiana, infatti, nella vita della Chiesa Apostolica la quale, durante il periodo imperiale, ha creato per sé un nuovo tipo di forma di governo, distinta dalle gerarchie di governo degli uomini e da tutte le violenze sociali e politiche, croniche e acute, su cui si fondano queste gerarchie. I primi Cristiani furono una comunità impegnata in una vita d’amore radicale, in cui tutte le altre alleanze – nazione, razza, classe – sono state sostituite da una singolare fedeltà alla legge di carità di Cristo. Era una comunità stabilita nella consapevolezza che in Cristo non c’è né ebreo né greco, né schiavo né libero, né alcuna divisione nella dignità tra uomo e donna, perché tutti sono uno (Galati 3,28). Essa era inoltre, una comunità che condivideva tutte le cose in comune, che provvedeva ai bisognosi, che permetteva a coloro che avevano i mezzi, di condividere per il bene comune, la generosità che avevano raccolto dalla creazione (Atti 2, 42–46; 4, 32–35), e ciò non richiedeva né leggi, né poteri di applicazione, se non quelli dell’amore. Anche se la Chiesa Ortodossa sa che la società, nel suo insieme, opera su principi diversi da questi e che i Cristiani hanno il potere di porre rimedio ai mali sociali solo in misura limitata, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, tuttavia sostiene l’ideale della Chiesa Apostolica, come la più pura espressione della carità cristiana, come logica sociale e pratica comunitaria, giudicando tutte le disposizioni politiche e sociali umane, alla luce di quel modello divinamente ordinato.
§7. Tutti i popoli possiedono una certa conoscenza del bene e tutti sono in grado, in una certa misura, di percepire le esigenze della giustizia e della misericordia. Anche se i figli d’Israele sono stati benedetti in modo particolare nel ricevere la Legge di Mosè, e anche se la Chiesa gode di una particolare conoscenza dell’amore di Dio come rivelato nella persona di Cristo, ancora i comandamenti etici più profondi della legge di Dio sono iscritti in ogni cuore umano (Romani 2,15) e parlano all’intelletto umano e alla volontà, come suggerimenti della coscienza. Così, come dice Ireneo, i precetti divini necessari per la salvezza sono impiantati nell’umanità fin dall’inizio dei tempi;[6] e queste leggi, “che sono naturali, nobili e comuni a tutti” furono poi amplificate, arricchite e approfondite nella nuova alleanza di libertà accordata da Cristo alla sua Chiesa.[7] Questi precetti sono “la legge della mente”; [8] sono tra i principi razionali più profondi, gli eterni logoi, scritti sulle fondamenta della creazione e prerogativa eterna del Logos, il Figlio divino. [9] Quindi, in molti casi, “la coscienza e la ragione sono sufficienti al posto della Legge. [10] “Ma in Cristo abbiamo ricevuto una nuova effusione dello Spirito e siamo diventati un nuovo popolo sacerdotale, sotto questa nuova alleanza di libertà -un’alleanza che non abolisce la legge naturale, ma piuttosto allarga la sua portata e ci rende le sue richieste assolute. Ciò significa che ai Cristiani è permesso, o piuttosto fatto obbligo, di agire come presenza profetica nel mondo, parlando non solo alla comunità chiusa dei battezzati, ma alla intera creazione, richiamando gli esseri umani, ovunque si trovino, a seguire gli imperativi, scolpiti nella loro stessa natura, esortandoli al lavoro santificante della giustizia e della misericordia. Prendiamo qui ad esempio, la Madre di Dio, nel suo libero assenso di diventare il luogo dell’avvento dell’amore divino in persona – nella sua cooperazione (sinergia) con Dio – che ci ha lasciato in eredità il modello più puro della vera obbedienza alla legge di Dio: la volontà di offrirsi interamente alla presenza del Figlio di Dio, di diventare il rifugio e il tabernacolo per abitare in questo mondo, di ricevere il Logos di Dio allo stesso tempo, come la più alta vocazione e il più grande adempimento della nostra natura.
[1] Basilio di Cesarea, Discorso 2, 15: Sull’origine dell’umanità, in Sulla condizione umana, Crestwood, NY: St Vladimir’s Seminary Press, 61. (In inglese)
[2] Ireneo di Lione, Esposizione della predicazione apostolica, Ubaldo Faldati, Libreria di cultura,1923
[3] Detti dei padri del deserto, Antonio il Grande, 9, 3. PG 65,77B.
[4] Vedi Basilio, Etica 3–5. Vedere Sull’Etica cristiana, Yonkers, NY: St. Vladimir’s Seminariy Press, 2015.
[5] Atanasio Sull’Incarnazione 54.3. PG 25b,192B. Vedere Atanasio: Contra Gentes e De Incarnatione, Oxford, Regno Unito: Oxford University Press, 1971, 268.
[6] Ireneo Contro le Eresie 4.15.1. Vedi Fonti Cristiane 100, Parigi: Cerf, 1965, 548–549.
[7] Ireneo Contro le Eresie, 4.16.5. Vedi Fonti Cristiane 100, Parigi: Cerf, 1965 571–572.
[8] Giovanni di Damasco, La fede Ortodossa, 4.22. PG 94.1200B. Vedi San Giovanni di Damasco: Scritti, I Padri della Chiesa 37, Washington, DC: Università Cattolica d’America Press, 1958, 389.
[9] Massimo il Confessore, Ambiguum 42. PG91.1329C. Vedi Sulle Difficoltà nei Padri della Chiesa, Dumbarton Oaks Medieval Library 28, Cambridge, MA: Harvard University Press, 2014, 2, 123–187.
[10] Giovanni Crisostomo, Epistole ai Romani, Omelia 5.5 PG 60.429.
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§6

§7