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Timestamp: 2019-04-23 06:40:36+00:00

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Newsletter - giugno/luglio 2017
Personalizzazione del danno biologico – Prova specifica del danno ulteriore - Tribunale di Ortona – sentenza 06.07.2017, n. 152 – Est. Cozzolino.
Con riguardo alla personalizzazione del danno biologico, le valutazioni di carattere medico-legale in punto di lesioni all’integrità psico-fisica tengono conto anche di tutti gli ordinari riflessi di tipo psicologico delle lesioni subite, e ove il danneggiato sostenga di avere subito danni ulteriori rispetto a quelli ordinariamente riconosciuti dalle tabelle utilizzabili ai fini della decisione è tenuto a fornirne adeguata prova, onde evitare che esso sia già ricompreso nel danno così come liquidato sulla base delle tabelle del Tribunale di Milano.
Contratto di appalto – Responsabilità del committente – Culpa in eligendo – Corte d’Appello de L’Aquila – sentenza 06.07.2017, n. 1305 – Pres. - est. Fabrizio.
In materia di contratto di appalto, qualora si invochi la responsabilità del committente, per danni cagionati a terzi dall'appaltatore nell'esecuzione del contratto sotto il profilo della culpa in eligendo, questa ultima ricorre qualora il compimento dell'opera o del servizio siano stati affidati a un'impresa appaltatrice priva della capacità e dei mezzi tecnici indispensabili per eseguire la prestazione oggetto del contratto senza che si determinino situazioni di pericolo per i terzi.
Obbligazioni - Clausola penale – Responsabilità del debitore – Inadempimento incolpevole – Imputabilità – Insussistenza - Corte d’Appello de L’Aquila – sentenza 06.07.2017, n. 1302 – Pres. Iannaccone - est. D’Orazio.
La clausola penale è il patto che determina in via preventiva e forfetaria il risarcimento del danno per il ritardo o per l’inadempimento dell’obbligazione ai sensi dell’art. 1382 c.c. La pattuizione di una clausola penale non sottrae il rapporto alla disciplina generale delle obbligazioni, per cui deve escludersi la responsabilità del debitore quando costui prova che l’inadempimento colpevole o il ritardo nell’inadempimento dell’obbligazione sia determinato dall’impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile, essendo connotato essenziale di tale clausola la sua connessione con l’inadempimento colpevole di una delle parti e non potendo, pertanto, essa configurarsi allorché sia collegata all’avverarsi di un fatto fortuito o, comunque, non imputabile alla parte obbligata.
Amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi – Incompatibilità con le norme comunitarie – Sussiste in parte - Corte d’Appello de L’Aquila – sentenza 06.07.2017, n. 1290 – Pres. Buzzelli - est. Di Girolamo.
Il d.l. 30 gennaio 1979, n. 26, conv., con modif., in legge 3 aprile 1979, n. 95, sull'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, è incompatibile con le norme comunitarie - in base alle sentenze della Corte di giustizia della Comunità europea 1 dicembre 1998, C-200/97, e 17 giugno 1999, C-295/97, all'ordinanza della stessa Corte 24 luglio 2003, C-297/01 e alla decisione della Commissione 16 maggio 2001, n. 2001/212/CE - non nella sua totalità, ma esclusivamente in relazione a disposizioni che prevedano aiuti di Stato non consentiti ai sensi dell'art. 87 (già art. 92) del Trattato CE, tra i quali non può farsi rientrare la previsione dell'azione revocatoria, essendo priva del requisito della specificità, sotto i due profili della selettività e della discrezionalità, che, alla stregua delle decisioni della Corte di giustizia sopra richiamate, caratterizzano gli aiuti di Stato vietati. Né costituisce aiuto di Stato la stessa apertura della procedura di amministrazione straordinaria (senza la quale neppure è prospettabile l'esercizio dell'azione revocatoria), sotto il profilo che la continuazione dell'impresa, con sacrificio di creditori principalmente pubblici, ed altri vantaggi, con oneri supplementari a carico dello Stato o di enti pubblici, conseguano necessariamente all'ammissione alla procedura: infatti nell'amministrazione straordinaria disciplinata dalla legge n. 95, cit., la continuazione dell'impresa, seppure conseguenza normale, non è conseguenza necessaria dell'apertura della procedura, mentre gli altri vantaggi a carico di risorse pubbliche, individuati dalla sentenza della Corte di giustizia 17 giugno 1999, possono essere disapplicati senza incidere sulla possibilità di una gestione liquidatoria (solo in funzione della quale si giustifica l'azione revocatoria) della medesima procedura. (Nell'affermare il principio di cui alla massima, la S.C. ha precisato che la compatibilità con l'ordinamento comunitario è confermata anche con riguardo ai successivi sviluppi della disciplina dell'amministrazione straordinaria costituiti dall'art. 106 d.lgs. 8 luglio 1999, n. 270, che proroga la vigenza della legge n. 95 del 1979 per le amministrazioni straordinarie in corso, e dall'art. 7 della legge 12 dicembre 2002, n. 273, che prevede la sostituzione del commissario straordinario con un commissario liquidatore.
Lavoro (controversia) - Nozione di dipendenza di cui all’art. 413 c.p.c. - Lavoro (rapporto) - Validità del termine con causale generica apposto ad un primo contratto di durata inferiore a dodici mesi - Nullità del termine apposto ad un secondo contratto per omessa prova della effettività della specifica causale e del nesso tra questa e la stipulazione del contratto- Tribunale di Pescara – sentenza 20.06.2017 n. 506 - est. Colantonio.
1. La nozione di dipendenza aziendale di cui all’art.413 c.p.c. ai fini della competenza territoriale nelle controversie di lavoro, deve intendersi in senso lato, in armonia con la ratio legis finalizzata a favorire il radicamento del foro speciale di lavoro del luogo dello svolgimento dell’attività lavorativa alla sola condizione che l’imprenditore disponga in tale luogo, di un nucleo seppur modesto, di beni organizzati per l’esercizio della impresa.
2. Il termine apposto ad un contratto di lavoro di durata non superiore a 12 mesi è valido, ancorché non siano specificate le ragioni per cui esso è apposto, così come richiede l’art. 1-bis D.Lgs n. 368/01 dello stesso D.Lgs, introdotto dall’art. 1, comma 9, lett. c) L. 92/2012, giacché quest’ultima norma consente l’assunzione a termine acausale, per i contratti di lavoro di tale durata.
3. La stipulazione di un secondo contratto a termine, anteriormente all’entrata in vigore del D.Lgs n. 81/2015 esige che l’apposizione del termine sia giustificata da “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo anche se riferibile alla ordinaria attività del datore di lavoro”. Soddisfa tale requisito l’assunzione “per attività di supporto connesse al riassetto organizzativo del territorio” ma la sussistenza di tali ragioni deve essere effettiva e astretta da nesso causale con la stipula dello specifico contratto (nella specie il termine è stato dichiarato nullo non avendo il datore di lavoro provato l’effettiva sussistenza delle ragioni addotte per l’apposizione del termine e, soprattutto, dell’esistenza di un nesso di causalità con l’assunzione in questione. Di conseguenza, è stata dichiarata la sussistenza inter partes di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con la condanna al ripristino del rapporto ed al pagamento di un indennizzo di cinque mensilità ai sensi dell’art. 32 L. 183/2010.
Misure cautelari - Poteri del Giudice - Correlazione tra imputazione provvisoria ed ordinanza - Tribunale di Chieti - ordinanza 21.06.2017 – G.U.P. De Ninis.
Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone (art. 659 c.p.) - Discrimine tra la fattispecie di cui all’art. 659 co. 1 c.p. e quella di cui all’art. 659 co. 2 c.p. - Nozione di disturbo - Tribunale di Pescara - sentenza 21.06.2017 – est. De Lutiis.
Canone concessorio non ricognitorio – Art. 27 del “Nuovo codice della strada” – Utilizzo del sottosuolo della sede stradale – Mancata preclusione della fruizione pubblica – Inesigibilità - Tar Pescara – sentenza 07.07.2017, n. 214 – Pres. Amicuzzi – est. Tramaglini.
In materia di canone concessorio non ricognitorio, l’art. 27 del del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (‘Nuovo codice della strada’) impone di parametrarne an e quantum alle caratteristiche specifiche del singolo rapporto pubblicistico di utilizzazione del bene pubblico secondo quanto previsto nel titolo concessorio. Il fatto che il Codice abbia operato un espresso richiamo alla sola ‘sede stradale’ (i.e.: alla superficie e non anche al sottosuolo e al soprasuolo) depone nel senso che l’imposizione di un canone non ricognitorio a fronte dell’uso singolare della risorsa stradale è legittima solo se consegue a una limitazione o modulazione della possibilità del suo tipico utilizzo pubblico; ma non anche a fronte di tipologie e modalità di utilizzo (quali quelle che conseguono alla posa di cavi e tubi interrati) che non ne precludono ordinariamente la generale fruizione. Pertanto, vanno escluse dalla legittima esigibilità del canone non ricognitorio le ipotesi di utilizzo del sottosuolo della sede stradale che non impediscano o limitino in alcun modo la fruizione pubblica della sede viaria.
Pesca marittima – Contributo di arresto temporaneo dell’attività di pesca per “fermo biologico” – Presupposto del titolo abilitativo all’attività di pesca e dell’autorizzazione al momento della domanda di contributo – Inesistenza – Diniego - Legittimità – Tar Pescara – sentenza 06.06.2017, n. 183 – Pres. Urbano – est. Balloriani.
1. Per l’esercizio della pesca professionale in mare è necessaria un’apposita licenza rilasciata dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali al proprietario dell’imbarcazione. Le variazioni alla licenza sono disciplinate mediante un’attestazione provvisoria con validità annuale o semestrale, previa presentazione della relativa istanza da parte dell’armatore.
2. La “ratio” della concessione delle indennità e delle compensazioni finanziarie ai pescatori e agli armatori si giustifica per compensarli della loro inattività, e quindi, del conseguente mancato profitto, in caso di arresto temporaneo delle attività di pesca, che vengono disposte al fine di pervenire a un equilibrio sostenibile tra le risorse acquatiche e il loro sfruttamento. Ne consegue che, anche in virtù alla ratio ispiratrice degli aiuti di matrice europea, appare del tutto ragionevole presupporre, per l’accesso al beneficio finanziario, che il peschereccio abbia aderito al fermo-pesca, diminuendo lo sfruttamento possibile dell’attività dal medesimo realmente esercitabile. Viceversa, nel caso in cui il fermo sia dovuto all’impossibilità di esercitare la pesca per mancanza di autorizzazione, è evidente che l’adesione al fermo non realizza alcuna funzione di contenimento del prelievo, e quindi, di risparmio delle risorse ittiche, con la conseguenza che nessun indennizzo di tal genere appare giustificato.
Impugnazione del socio di una società di persone per l’IRPEF dovuta - Accertamento ai fini IVA e IRAP nei confronti della società – Definitività – Insussistenza – Unicità dell’atto di accertamento – Commissione Tributaria Provinciale di Pescara – 16.05.2017 n. 446 – Pres. Perla – est. Tolloso.
In caso di impugnazione, da parte di un solo socio di società di persone, per l’IRPEF da questi dovuta, non è possibile considerare definitivo l’atto di accertamento neppure nei confronti della società, quanto all’IVA ed all’IRAP, né degli altri soci, in virtù dell’unicità dell’atto di accertamento e, dunque, neppure verso tali soggetti, in pendenza del predetto giudizio, può essere posto in riscossione l’intero, ma solo 1/3 degli importi accertati, al netto delle sanzioni.
Decadenza dal beneficio fiscale ex art. 11, comma 3, del D.lgs. n. 228/2001 – Esclusione - Aziende agricole montane - Sussistenza – Concessione in affitto alla società agricola – Presupposti di applicabilità del beneficio – Commissione Tributaria Regionale Abruzzo – 28.02.2017 n. 144 – Pres. Iannaccone – est. Luciotti.
1. L’esclusione della decadenza dal beneficio fiscale in favore del coniuge, dei parenti entro il terzo grado o di affini entro il secondo il secondo grado, di cui all’art. 11, comma 3, del D.lgs. n. 228/2001, trova applicazione anche per le aziende agricole montane di cui all’art. 5 bis della l. n. 97/1994 (per la parte che consente all’acquirente di concedere in affitto il fondo a soggetti pacificamente individuati), avendo il fine di agevolare la formazione e l’arrotondamento della proprietà coltivatrice e va letta in combinazione con l’ulteriore previsione dell’art. 9, a mente del quale “ai soci delle società di persone esercenti attività agricole, in possesso della qualifica di coltivatore diretto o imprenditore agricolo a titolo principale, continuano ad essere riconosciuti e si applicano i diritti e le agevolazioni tributarie e creditizie stabiliti dalla normativa vigente a favore delle persone fisiche in possesso delle predette qualifiche”.
2. Con riguardo alla concessione in affitto alla società agricola, il proprietario del terreno conserva l’agevolazione anche qualora lo conceda in affitto ad un organismo societario, ma soltanto se società di persone che risulti composta dai soggetti contemplati dall’art. 11, comma 3, del D.lgs. n. 228/2001, oltre che dal concessionario medesimo, con la conseguenza che essa va esclusa nell’ipotesi in cui il terreno venga concesso in affitto a società di capitale.
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