Source: http://perlaterra.net/2013/post/interviste/la-lunga-storia-della-cab-prima-cooperativa-ortofrutticola-italiana-certificata-il-racconto-di-gaetano-fortunato/
Timestamp: 2018-04-23 01:42:04+00:00

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La lunga storia della Cab: prima cooperativa ortofrutticola italiana certificata. – Perlaterra
“La cooperativa CAB nasce nel 1991 per volere di 11 aziende agricole provenienti dalla cooperativa Futura che si occupava di all’ortofrutta. In qualità di suo presidente ricoprivo incarichi di:
– membro del consiglio di amministrazione del Consorzio di II° Ortofrutta che acquisì Carapelli, Gelorsud e Brina;
– membro del consiglio generale confcooperative regionale;
– componente della giunta agricola cofcooperative;
– membro del consiglio provinciale Confcooperative.
In tutti gli organismi ho sempre difeso gli interessi degli associati soprattutto per quanto riguardava il giusto pagamento delle produzioni conferite; per tale motivazione godevo di consenso e prestigio non solo all’interno della mia cooperativa ma anche dei soci dell’intero movimento cooperativo.
Fu la dura e ferrea opposizione in fase precongressuale che trasformava le società cooperative (all’epoca con notevole risorse finanziarie per aver incassato fondi del terremoto) in un’unica impresa finanziaria a determinare la mia espulsione da tutti gli organi decisionali e che mi impedì di partecipare al congresso che mise fine a quella che era stata una entusiasmante esperienza che iniziava a dare risposta ai nostri territori.
I conflitti iniziarono con la vendita delle quote zucchero al Molise; decisione avvenuta con il consenso unanime di tutta la politica, della regione Basilicata, del comune di Policoro e delle organizzazioni agricole di Coldiretti e Confagricoltura.
In questo stato di cose gli agricoltori furono sacrificati per 10 miliardi delle vecchie lire provenienti dalla quota zucchero e 150 miliardi di fondi pubblici per la riconversione bieticola saccarifera, perdendo così una coltivazione a reddito certo.
A quel punto, soprattutto a causa dei 150 miliardi, ci fu la rottura tra il gruppo confcooperative lucane e quello emiliano.
Il Conerpo di Bologna, capofila del progetto Campo Verde che aveva bisogno di produttori locali per la progettazione esecutiva e coinvolse la cooeperativa CAB, che ormai con cinque anni di attività a fatturati crescenti rappresentava, per questo, una garanzia.
Si manifestarono subito le prime grandi difficoltà perché il Conerpo di Bologna iniziò a stravolgere il progetto iniziale. Con la nostra opposizione ai loro propositi pagammo un duro prezzo che ammontò a circa 500 milioni delle vecchie lire. Questa fase coinvolse sia la RIBS che il Ministero Agricoltura ma non produsse risultati utili nè per quanto riguardava la vertenza relativa allo stravolgimento del progetto né tantomeno per i soldi ‘truffati’ ai nostri produttori.
Questo accordo produsse poca roba: gli investimenti realizzati a Policoro furono di pochi miliardi e i fatturati per rendicontare gli investimenti recuperati in Calabria, spiccioli. Credo invece che molti furono i miliardi sottratti agli agricoltori che dopo la Cab ebbero la sventura di avere rapporti con campo verde o Allione.
La CAB invece si trovò ad effettuare investimenti, organizzandosi nel 1997, per la fase di lavorazione, condizionamento, spedizione e commercializzazione avendo stabilito un accordo con la Cassa Rurale di Policoro. Un progetto innovativo e rivoluzionario che portò la banca a finanziare i soci in base ai fabbisogni finanziari per i costi di coltivazione e di cui la cooperativa CAB era garante per l’intera operazione.
Una gelatura tardiva compromise i raccolti di fragole e la banca si trovò commissariata e non certo per i fidi concessi alla CAB.
Il commissariamento vide CAB costretta ad accettare la proposta dell’UNACOA di Luigi Salvi a commercializzare il prodotto . L’esperienza risultò positiva, ignari che il comportamento commerciale corretto durante questa prima fase, fosse finalizzato all’acquisizione da parte dei produttori della cooperativa nella sua interezza. L’acquisto si rendeva necessario per la costituzione di un Consorzio Jonico ortofrutticolo: il CJO. Il Consorzio nacque come associazione di produttori e della macro organizzazione commerciale MOC UNACOA SPA e fu finanziato con un progetto di circa 9 milioni di euro di cui il 75% a fondo perduto.
Acquisita la nostra disponibilità, il 30 Aprile del 1998, si costituì a Matera il CJO con Salvi presidente. Solo nel 2000 venivamo a conoscenza che, nella stessa data a Battipaglia, era stata costituita la MOC UNACOA SPA.
Appena costituito il CJO e ottenuta la programmazione e l’impegno di conferimento per la coltivazione fragole per l’anno 1999/2000 iniziarono tutta una serie di tentativi per acquisire anche la gestione della cooperativa CAB. Tutti i soci furono fermi e decisi a respingere l’offerta di cessione della nostra azienda; vani risultarono da parte loro i tentativi di acquisirne il controllo nell’arco di tempo che andò, dalla costituzione del Consorzio alla rottura totale, verificatosi nel maggio 2000.
Innumerevoli riunioni per finte programmazioni finivano puntualmente in litigi, diffamazioni con false informazioni alimentavano le argomentazioni di discussione dei molti agricoltori, fragolicoltori in particolare.
Tutti elementi che mantenevano in uno stato di perenne tensione i nostri soci e le nostre famiglie. Particolarmente violenti furono i contrasti con l’avvicinarsi della raccolta fragole del 1999, infatti minacce frontali pronunciati dai suoi uomini tipo ” farete una brutta fine”, “abbandoneremo la campagna a metà”, verso i soci presi singolarmente furono comportamenti che, ancora oggi, solo a pensarci fanno rabbrividire. Il nostro rifiuto poi di utilizzare in maniera illegale la certificazione ISO 9002 appena conseguita (la CAB è stata la prima cooperativa ortofrutticola italiana certificata) accentuò ulteriormente lo scontro.
A metà campagna inoltre, ci fu l’abbandono della commercializzazione con circa 8.000 quintali di fragole non raccolte e circa 3.000 quintali contestati dopo 15 giorni. Alla contestazione e abbandono, era stata già meticolosamente preparata, una campagna di diffamazione e calunnie a cui purtroppo partecipò anche un nutrito gruppo di agricoltori.
Il senso di responsabilità ci portò a non rompere il rapporto in modo definitivo sia perchè nessun altro acquirente avrebbe potuto acquistare le nostre fragole sia per non fare uno sgarro al gestore dell’accordo di cartello, presente in questo territorio da quarant’anni.
Finita la campagna ai soci rimaneva oltre un miliardo di debiti verso i fornitori e nessuna risorsa per continuare a sostenere le famiglie e proseguire la coltivazione. Le banche da quel momento non vollero più sostenerci, venuti a conoscenza della nostra fase fallimentare, e l’organizzazione Salvi aveva fatto un ottimo lavoro di diffamazione e informazione cattiva nei confronti di chiunque intratteneva rapporti con la CAB e i singoli soci.
L’aiuto economico venne da Salvi che si fece carico di anticiparci 1 miliardo delle vecchie lire impegnando i soci a coltivare 50 ettari di fragole. L’accordo avvenne, come richiesto, alla presenza di tutti i produttori. In quella sede però, vennero capovolti i termini dell’accordo e 500 milioni Salvi ce li fece avere dalla Cassa di Risparmio di Ferrara a firma personale degli amministratori mentre i restanti 500 milioni come anticipazioni CJO dopo aver effettuato gli impianti di fragole.
Il rapporto diretto con i soci che mirava ad acquisire in maniera democratica la cooperativa finì con l’inasprire i rapporti tanto che, il consiglio di amministrazione, fu costretto a vietare a Salvi di entrare nelle aziende: la strategia di sostituire il consiglio di amministrazione e lasciargli il prestito da pagare non andò a buon fine!
Intanto si acquisivano nuovi elementi e la certezza che si era trattata di una truffa veniva confessata in un incontro chiarificatore con il consiglio di amministrazione CAB, da Luigi Salvi e suo figlio Marco. In quella occasione il Salvi proferì contro la mia persona la seguente minaccia “spenderò qualunque cifra e ti distruggerò“.
Il consiglio di amministrazione, avuta la certezza assoluta che si era trattata di una truffa organizzata e gestita direttamente da Luigi Salvi, accertò in maniera meticolosa che la perdita economica era stata 2,658 milirdi di vecchie lire.
L’assemblea dei soci promossa il 14 febbraio del 2000 approvò questa perdita notificandola al CJO. Tale perdita risultò avvalorata dal giudizio penale emesso dalla Procura di Matera. Prima del consiglio di amministrazione CJO in cui si doveva approvare il bilancio di gestione, il consigliere Grossi tentò di comporre bonariamente la contestazione con l’offerta, da parte di Luigi Salvi, di 300 milioni in nero. Alla mia esplosione di rabbia per questa offerta il Grossi, con tono pacato, disse “Salvi ti consiglia di ritirare la lettera”. Con molta difficoltà, insieme al vice presidente, votammo contro l’approvazione di bilancio in cui si ratificavano anche investimenti MOC perchè ne eravamo a conoscenza solo in minima parte e in modo superficiale.
All’approvazione del bilancio in assemblea fummo cacciati: un vero e proprio cordone di forza. Iniziarono le contestazioni legali e le minacce giudiziarie, calunnie e avvertimenti presero il sopravvento.
La CAB iniziò a commercializzare le fragole direttamente e nonostante tutto fu un enorme successo: una rete capillare in tutta Europa e nord Italia iniziò a darci notevole soddisfazione anche se non mancarono i boicottaggi commerciali prima in Svizzera e poi in Nord Europa, mercati di assoluto dominio di Salvi. La siccità compromise infine quella che era iniziata come una splendida campagna.
Nonostante i continui boicottaggi commerciali e gli notevoli investimenti effettuati (celle frigorifere, macchine confezionatrice ed altre attrezzature) senza soldi pubblici, in un’epoca in cui scorrevano verso non più di dieci aziende (Salvi, Campo Verde), le liquidazioni dei conferimenti furono i migliori del territorio ed anche per questo la CAB divenne il bersaglio preferito non più solo di Salvi ma di tutte le strutture commerciali.
Dopo questo incredibile risultato aumentarono ancor più le ritorsioni contro la CAB: dal furto di documenti nella cooperativa ai furti nella mia azienda, ad azioni continue e costanti non solo giudiziarie di Salvi ma di chiunque gli ruotava intorno.
Questo contribuì a ridurre l’attività. La vertenza CJO/ CAB passò al collegio arbitrale e contemporaneamente 8 soci CAB denunciarono il consiglio d’amministrazione lasciando un debito in CAB di circa 300 milioni. nel contempo la CAB aveva anticipato materiali e denaro conferendo le fragole a Luce Lucana di Salvi. Altri 300/400 milioni furono i debiti degli altri soci verso la cooperativa mentre solo il consiglio di amministrazione non lasciò debiti.
Dal fermo tecnico avvenuto all’emissione della sentenza del lodo arbitrale l’attività fu bloccata e la mia azienda costretta a continuare a lavorare in condizioni sempre più disperate. La chiusura della debitoria verso la Banca MPS, presso la quale avevamo le scoperture, fu chiusa con i ricavi della mia produzione; praticamente da quella campagna fragole ho visto poco ma tutti i costi, ad eccezione di 7.500 euro ottenuto dal fondo regionale antiraket, sono stati da me assorbiti. La condanna di 428.823.573 milioni emessa dall’arbitrato fu comunque superiore alla stessa richiesta CJO perchè dei 500 milioni richiesti furono sottratti 144.295.262 di lire diventando 355.704.738; a questo bisognava aggiungere i costi pagati a Marinelli e agli arbitri, pari a 150 milioni.
La vertenza dell’arbitrato consisteva in un anticipazione di 500 milioni da parte di CJO e in una nostra richiesta di 2,658 milioni; da premettere che la CAB avanzava, anche secondo i loro conti, oltre 170 milioni dalla liquidazione finale del 1999 e altri 89 milioni che erano stati trattenuti per coprire materiali fatturati come Luce Lucana.
Ma se la CAB riusciva ancora a lavorare, dopo il 2000 non riuscì superare la seconda fase e nel 2003 il collegio arbitrale rigettò tutte le nostre richieste dichiarando CJO creditore per una somma notevolmente superiore anche alla loro stessa richiesta. I miei legali mi consigliarono di non fare opposizione altrimenti Salvi avrebbe preteso ed avuto anche il resto. La sorpresa fu quando, leggendo gli atti del collegio arbitrale, constatai che sarebbe stato mio diritto presenziare a tutte le sedute, diritto, che mi era stato negato dal mio avvocato. L’opposizione alla sentenza in sede civile si risolse a nostro svantaggio ed anche molti procedimenti in sede penale si conclusero con l’assoluzione del collegio arbitrale e di Salvi.
In seguito grazie al rapporto con la Cassa Rurale di Castellana Grotte, dopo la fusione con la cassa rurale di Policoro, chiesi, in qualità di rappresentante insieme ad altri 3 soci, che i territori di Scanzano Jonico e Policoro non fossero svantaggiati nel rapporto raccolta/impieghi rispetto alla Puglia: l’accordo venne da me illustrato nell’assemblea di fusione. Fu dopo la lite con CJO, durante la quale avevo osato criticare la gestione clientelare del credito in fase di rinnovo di cariche sociali, che per ritorsione non confermarono, per il Presidente le maggioranze bulgare del passato e, mi fu protestato un titolo.
L’iscrizione del reato di usura da parte della Procura di Bari consentì alla CAB di proporre domanda di accesso al fondo che comportò la sospensiva dei termini ai sensi Legge 44/99. Le anticipazioni finanziarie nonostante il parere del PM di Bari non furono elargite e la CAB fu fermata. Il Procuratore, unico responsabile, con la nuova modifica Legge 44/99, negò il rinnovo della prescrizione dei termini per cui i processi esecutivi furono particolarmente accelerati. Problematica fu anche il rapporto con il fondo antiusura e antiraket. La Prefettura si oppose con fermezza alla volontà del Commissario nazionale Lauro al fondo perduto e al mutuo. A nulla valse il contatto con il FAI di Napoli che, anzi, strinse alleanza con la Prefettura per la non elargizione delle provvidenza.
Delle 30 aziende che costituivano la cooperativa, che all’epoca dei fatti impegnava complessivamente 45 mila giornate lavorative, solo due ancora lavorano. Fatto sconcertante è che le attrezzature sono state vendute all’asta il 18 gennaio, nonostante lo stato di vittima ai sensi L. 44/99.
La procedure civili sono state inventate da una delle tante società operative di UNACOA, con falsi documenti contabili. Il Giudice dell’esecuzione che per questa procedura è indagato presso la procura di Catanzaro, ha autorizzato anche la vendita di beni personali e a nulla sono valse le tante opposizioni. Ma c’è di più, il 14 gennaio sono venuto a conoscenza che la cooperativa Luce Lucana è stata cancellata dal registro delle imprese e dal bilancio di liquidazione dichiarando che non ci sono crediti da incassare. Sconcertante è comunque stato che né il G.E. né il Tribunale hanno sospeso la procedura esecutiva di fronte a una società cancellata. Anomalo è stato anche il comportamento dell’incaricato delle vendite giudiziarie che ha fatto l’asta nonostante gli avessi dichiarato che c’era un bene immobile. E’ strano se ricordo che anni fa un carrello elettrico non lo vollero vendere perchè non corrispondeva il numero di matricola! Ho subito processo penale per sottrazione di beni e svariate proposte mi furono rivolte per ritirare la denuncia. Ovviamente la mia caparbietà di non cedere ai ricatti è prevalsa.
Il processo penale contro la UNACOA SPA, che aveva 11 rinviati a giudizio, ad opera della CAB che si era costituita insieme a 10 soci conferenti come parte civile, si è concluso in 1 grado con l’assoluzione. Nella sentenza di secondo grado da parte della corte di appello di Salerno si legge: “la corte dichiara inammissibile l’appello proposto dal Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Salerno e dal Procuratore Generale avverso alla sentenza emessa il 9/12/2010 che ha assolto Salvi e più dieci nominativi dal reato oggetto dall’imputazione formulato a loro carico perchè il fatto non sussiste”.
Per aver partecipato a tutte le udienze, in cui risulto verbalizzato come P.O., ritengo di aver assistito a un processo la cui sentenza non rende giustizia!
A questo stato di cose si aggiunge la decisione, più volte formulata, del Ministero delle politiche agricole di rifiutarsi di costituirsi parte civile danneggiando ancor più la nostra posizione.
La richiesta di condanna di otto mesi di carcere del P.M. per tutti gli imputati, l’opposizione secondo cui non era stata provato l’innocenza, la testimonianza del dirigente del Ministero in pensione che ha candidamente dichiarato di non aver esercitato i dovuti controlli e visionato le attrezzature di cui ne aveva autorizzato il pagamento, la sentenza di primo grado emessa 20 giorni prima della prescrizione, la stessa opposizione formulata (tenendo conto che un Procuratore di Corte di Appello propone un ricorso), sono tutti elementi di inaudita gravità che minano in maniera irreversibile la nostra democrazia.
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