Source: http://www.ledaritacorrado.it/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sentenza-del-24-giugno-2014-azienda-agricola-silverfunghi-s-a-s-e-altri-contro-italia-ricorsi-nn-4835707-5267707-5268707-e-5270107-testo/
Timestamp: 2019-05-26 16:10:56+00:00

Document:
Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sentenza del 24 giugno 2014, Azienda Agricola Silverfunghi s.a.s. e altri contro Italia, ricorsi nn. 48357/07, 52677/07, 52687/07 e 52701/07 (testo) | Avv. Leda Rita Corrado | Studio legale e tributarioAvv. Leda Rita Corrado | Studio legale e tributario
“A favore dei datori di lavoro del settore agricolo è concessa, a decorrere dal periodo di paga in corso al 1 gennaio 1987 e fino a tutto il periodo di paga in corso al 30 novembre 1988, per ogni mensilità fino alla dodicesima compresa, una riduzione sul contributo di cui all’articolo 31, comma 1, della legge 28 febbraio 1986, n. 41, di lire 133.000 per ogni dipendente. Da tale riduzione sono esclusi i datori di lavoro del settore agricolo operanti nei territori di cui all’articolo 1 del testo unico delle leggi sugli interventi nel Mezzogiorno, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 6 marzo 1978, n. 218”.
“5. A decorrere dal 1 gennaio 1988, i premi ed i contributi relativi alle gestioni previdenziali ed assistenziali sono dovuti nella misura del 15 per cento dai datori di lavoro agricolo per il proprio personale dipendente, occupato a tempo indeterminato e a tempo determinato nei territori montani di cui all’articolo 9 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 601. I predetti premi e contributi sono dovuti per i medesimi lavoratori dai datori di lavoro agricolo operanti nelle zone agricole svantaggiate, delimitate ai sensi dell’articolo 15 della legge 27 dicembre 1977, n. 984, nella misura del 40 per cento, e dai datori di lavoro operanti nelle zone agricole svantaggiate comprese nei territori di cui all’articolo 1 del testo unico delle leggi sugli interventi nel Mezzogiorno, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 6 marzo 1978, n. 218, nella misura del 20 per cento.
6. Per i calcoli delle agevolazioni di cui al comma 5 non si tiene conto delle fiscalizzazioni previste dai commi 5 e 6 dell’articolo 1 del decreto-legge 30 dicembre 1987, n. 536, convertito, con modificazioni dalla legge 29 febbraio 1988, n. 48.”
51. La legge 24 novembre 2003 n. 326 intitolata “Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici”, per quanto pertinente, recita:
“L’articolo 9, comma 6, della legge 11 marzo 1988, n. 67, e successive modificazioni e integrazioni, si interpreta nel senso che le agevolazioni di cui al comma 5 del medesimo articolo 9, (…), non sono cumulabili con i benefici di cui alla (…) legge 29 febbraio 1988, n. 48.”
F. La giurisprudenza più recente – la sentenza della Corte di Cassazione n. 21692 del 25 giugno 2008
“Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente (…) da un tribunale (…) il quale sia chiamato a pronunciarsi sulle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile (…)”
63. Le società ricorrenti hanno osservato che la legge “interpretativa” era stata promulgata quindici anni dopo la legge originaria e in assenza di una giurisprudenza divergente. Infatti, a decorrere dall’anno 1996 – con la sentenza di primo grado nella causa Floramiata S.p.a. – fino alla modifica legislativa, i tribunali interni si erano costantemente pronunciati a favore di società che si trovavano nella loro situazione. La giurisprudenza consolidata si era basata sull’intenzione del legislatore, che emergeva dalla scheda di lettura emessa dal servizio studi del Parlamento1 e dai relativi lavori preparatori2 , e non si poteva pertanto affermare che la legge promulgata fosse una legge interpretativa, dato che il suo significato era stato del tutto chiaro ai parlamentari. Tale giurisprudenza aveva stabilito che i benefici potevano essere cumulati sia sulla base del significato letterale delle norme applicabili, considerate inequivoche, sia della ratio dei due benefici che avevano una funzione diversa e operavano a livelli differenti. Invero, le società ricorrenti hanno osservato che da un lato le fiscalizzazioni erano uno strumento adottato dal legislatore in luogo di un sussidio statale diretto a tutte le aziende3 , e dall’altro che gli sgravi contributivi erano benefici diretti finalizzati a sostenere i datori di lavoro del settore agricolo che operavano in zone e territori particolarmente svantaggiati. Esse hanno inoltre osservato che la Corte di Cassazione aveva esplicitamente ritenuto che i due benefici non fossero incompatibili e che essi fossero stati introdotti da leggi differenti e avessero fini differenti (si vedano i paragrafi 53 e 54 supra). Alla luce di ciò, secondo le società ricorrenti, la legge non poteva essere considerata interpretativa ed era stata definita tale a livello interno solo per far accettare la sua applicazione retroattiva volta ad agevolare l’INPS, che aveva scelto di non seguire l’evidente significato delle norme applicabili all’epoca.
65. Le società ricorrenti hanno distinto la loro causa dalla causa National & Provincial Building Society, Leeds Permanent Building Society e Yorkshire Building Society c. Regno Unito (nn. 21319/03, 21449/93 e 21675/93, 23 ottobre 1997, Reports of Judgments and Decisions 1997-VII). Hanno osservato di essere state indotte in errore dall’INPS, che aveva immediatamente applicato la legge nella maniera ad esso più favorevole. Ciononostante, alcune società, in particolare la Floramiata S.p.a., avevano immediatamente, già nel 1993, agito contro l’INPS con un’istanza amministrativa e successivamente a livello giudiziario per contestare l’interpretazione della legge da parte di quest’ultimo con circolare n. 160 del 1988. All’epoca, le associazioni dei coltivatori si erano tenute aggiornate sugli sviluppi del procedimento pendente, e ne avevano informato i propri soci. Le società ricorrenti hanno tuttavia ammesso che era stato solo dopo l’esito definitivo positivo per la Floramiata S.p.a., deciso dalla Corte di Cassazione nel 2000 – la prima volta che tale organo aveva statuito sulla materia in questione – che le quattro società ricorrenti avevano introdotto delle istanze amministrative e successivamente dei procedimenti giudiziari. Le società ricorrenti hanno sostenuto che, per quanto riguardava gli anni precedenti, avevano scelto di versare i contributi richiesti dall’INPS (calcolati in base all’interpretazione contestata) per evitare le severe sanzioni pecuniarie civili che sarebbero state loro automaticamente applicate, nonché il rischio di essere perseguite penalmente per omesso versamento dei relativi contributi e qualsiasi conseguente implicazione che avrebbe potuto condurle al fallimento.
81. Nondimeno, la Corte ritiene che, anche assumendo che la legge n. 326/03 avesse effettivamente natura interpretativa, e corroborasse l’intenzione originaria del legislatore – nonostante il fatto che l’intenzione fosse stata ripetutamente interpretata in modo diverso in numerose sentenze, alla luce dell’intero contesto giuridico – tale fatto, da solo, non può giustificare un intervento con effetto retroattivo.
98. La Corte ribadisce che, secondo la propria giurisprudenza, un ricorrente può dedurre la violazione dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 solo nella misura in cui le decisioni che contesta sono relative ai suoi “beni” ai sensi di tale disposizione. I “beni” possono essere “beni esistenti” o valori patrimoniali, ivi compresi, in determinati casi ben definiti, crediti. Affinché un credito possa essere considerato un “valore patrimoniale” rientrante nel campo di applicazione dell’articolo 1 del Protocollo n. 1, è necessario che l’avente diritto dimostri che esso ha un sufficiente fondamento nel diritto interno, per esempio, che esso sia confermato da una consolidata giurisprudenza dei tribunali interni. Una volta che ciò sia dimostrato, può entrare in gioco il concetto di “aspettativa legittima” (si veda Maurice c. Francia [GC], n. 11810/03, § 63, CEDU 2005 IX).
100. La Corte osserva che la presente doglianza non è manifestamente infondata ai sensi dell’articolo 35 § 3 (a) della Convenzione. Osserva inoltre che essa non incorre in altri motivi di irricevibilità. Deve pertanto essere dichiarata ricevibile.
109. L’articolo 41 della Convenzione prevede:
11. Non troviamo motivo per giungere a una conclusione diversa nel caso di specie. Una volta che la Corte ha concluso che non vi era giustificazione dell’ingerenza legislativa in procedimenti pendenti – in particolare nei procedimenti in cui le ricorrenti erano parti – in ragione dell’assenza di “motivi imperativi di interesse generale” (si veda il paragrafo 87), è difficile vedere come, nel caso di specie, potessero esistere motivi di interesse pubblico che giustificherebbero un’ingerenza retroattiva nel diritto delle ricorrenti alla tutela dei propri beni. Ancora una volta, la questione di sapere se il legislatore potesse abolire il beneficio introdotto dal decreto-legge 536/87 con effetto futuro sarebbe, a nostro parere, una questione differente.
3“Diritto e processo del lavoro e della previdenza sociale” G. Santoro Passarelli p.1174
Previdenza: la disciplina che esclude la cumulabilità tra benefici contributivi viola il giusto processo (nota a sentenza Corte Edu del 24 giugno 2014, Azienda Agricola Silverfunghi s.a.s. e altri contro Italia, ricorsi nn. 48357/07, 52677/07, 52687/07 e 52701/07)La disciplina che esclude la cumulabilità tra benefici contributivi viola il giusto processo

References: sentenza 
 articolo 9
 sentenza 
 sentenza 
 § 63
 § 3
 sentenza