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Timestamp: 2017-11-23 10:53:29+00:00

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ART 628 CP –RAPINA –AVVOCATO PENALISTAo diritto penale bologna | penalista esperto difesa penale
ART 628 CP –RAPINA –AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
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Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza alla persona [581 c. 2] o minaccia [612], s’impossessa della cosa mobile altrui [624 c. 2; 812 c. 3 c.c.], sottraendola a chi la detiene, è punito con la reclusione da tre a dieci anni e con la multa da 516 euro a 2.065 euro [380 c. 2 lett. f) c.p.p.]).
Alla stessa pena soggiace chi adopera violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per assicurare a sé o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a sé o ad altri l’impunità [380 c. 2 lett. f) c.p.p.].
La pena è della reclusione da quattro anni e sei mesi a venti anni e della multa da 1.032 euro a 3.098 euro [347 c. 3, 407 c. 2 lett. a n. 2 c.p.p.; 112 att. c.p.p.]:
1) se la violenza o minaccia è commessa con armi [585 c. 2 e 3] o da persona travisata, o da più persone riunite [112 c. 1 n. 1];
2) se la violenza consiste nel porre taluno in stato di incapacità di volere o di agire [605, 613; 1137 c. nav.];
3) se la violenza o minaccia è posta in essere da persona che fa parte dell’associazione di cui all’articolo 416-bis ;
3-bis) se il fatto è commesso nei luoghi di cui all’articolo 624-bis o in luoghi tali da ostacolare la pubblica o privata difesa (3) (4);
3-ter) se il fatto è commesso all’interno di mezzi di pubblico trasporto );
3-quater) se il fatto è commesso nei confronti di persona che si trovi nell’atto di fruire ovvero che abbia appena fruito dei servizi di istituti di credito, uffici postali o sportelli automatici adibiti al prelievo di denaro (3);
3-quinquies) se il fatto è commesso nei confronti di persona ultrasessantacinquenne (5);
Le circostanze attenuanti, diverse da quella prevista dall’articolo 98, concorrenti con le aggravanti di cui al terzo comma, numeri 3), 3-bis), 3-ter) e 3-quater), non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste e le diminuzioni di pena si operano sulla quantità della stessa risultante dall’aumento conseguente alle predette aggravanti).
Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza
30 giugno – 6 settembre 2016, n. 37016
Presidente Diotallevi – Relatore Ariolli Ritenuto in fatto
Con ordinanza in data 4/7/2015, il G.I.P. del Tribunale di Cuneo applicava nei confronti di E. ed E.T. la misura della custodia cautelare in carcere in ordine ai seguenti reati: capo a) tre furti in abitazione consumati; capo b) tre tentativi di furto in abitazione; capo c) rapina, per avere usato violenza nei confronti degli operanti, dopo la commissione dei furti di cui al capo a) e per
assicurarsi l’impunità dai reati di cui al capo b); capo d) furto dell’autovettura Skoda Fabia.
2. Con ordinanza del 19/1/2016 il Tribunale di Torino, Sezione per il riesame, previa riqualificazione dei reati di cui ai capi a) e b) nei reati di cui all’art. 628 cod. pen. (capo a) e 56-628 cod. pen. (capo b) e ritenuto il reato di cui al capo c) assorbito nelle condotte di cui ai capi a) e b), confermava il provvedimento cautelare emesso dal G.I.P. del Tribunale di Cuneo.
3. Avverso l’ordinanza del Tribunale dei riesame, ricorre per cassazione il difensore, nell’interesse degli indagati, chiedendone l’annullamento. Al riguardo, deduce: 1) violazione di legge ed errata qualificazione giuridica del fatto. In particolare, il Tribunale ha errato nel riqualificare i reati di furto e tentato furto di cui ai capi a) e b) rispettivamente in rapina impropria e tentata rapina impropria, ritenendo che la resistenza operata dagli indagati al momento del controllo a cui vennero sottoposti dai Carabinieri fosse avvenuta nel corso della quasi flagranza dei reati di furto e, dunque, fosse finalizzata ad assicurarsi l’impunità. Sussisteva, invece, un apprezzabile lasso di tempo che aveva interrotto il nesso di contestualità dell’azione complessiva, desumibile dal fatto che il telefono cellulare di uno dei due indagati registrava una telefonata
alle ore 4,15 di notte, a fronte di una fascia oraria di commissione dei furti, per come individuata dagli stessi operanti, collocabile tra le ore 1,30 e le 2,30. Né al fine di escludere l’evidente scarto temporale poteva farsi riferimento, come avvenuto da parte del Tribunale, allo svolgimento di indagini posto che il sopralluogo sui luoghi del furto era stato effettuato dopo le ore 3,00 e sino alle ore 3,25 e che l’auto venne individuata a distanza di oltre 16 Km dai comuni ove erano stati perpetrati i reati ed a due ore circa di distanza dalla commissione dei fatti.
II ricorso è manifestamente infondato. Il Tribunale, facendo corretta applicazione dei principi di diritto enunciati da questa Corte, ha correttamente riqualificato i fatti di cui ai capi a) e b) dell’imputazione provvisoria rispettivamente come delitti di rapina impropria consumata e rapina impropria tentata. Nella rapina impropria, infatti, la violenza o la minaccia possono realizzarsi anche in luogo diverso da quello della sottrazione della cosa e in pregiudizio di persona diversa dal derubato, sicché, per la configurazione del reato, non è richiesta la contestualità temporale tra sottrazione e uso della violenza o minaccia, essendo sufficiente
che tra le due diverse attività intercorra un arco temporale tale da non interrompere l’unitarietà dell’azione volta ad impedire al derubato di tornare in possesso delle cose sottratte o di assicurare al colpevole l’impunità. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta la qualificazione come rapina impropria di un furto cui erano seguite immediate indagini di P.G. nell’ambito delle quali gli autori dello stesso, dopo circa due ore, venivano individuati ed arrestati, dopo aver tentato di forzare un posto di blocco).(Sez. 2, sent. n. 43764 del 4/10/2013, Rv. 257310).
Si è ancora precisato che il requisito della immediatezza della violenza o della minaccia va riferito esclusivamente agli aspetti temporali della “flagranza” o “quasi flagranza” e non va interpretato letteralmente nel senso che violenza o minaccia debbono seguire la sottrazione senza alcun intervallo di tempo. (Sez. 2, sent. n. 40421 del 26/6/2012, Rv. 254171). Ed in tema di quasi flagranza, il concetto di “inseguimento” ad opera della forza pubblica, sul quale si fonda la nozione della cd. quasi-flagranza, comprende ogni attività di indagine e ricerca finalizzata alla cattura dell’indiziato di reità, purché detta attività non subisca interruzioni dopo la commissione del reato, ed anche nel caso che si protragga per alcuni giorni. (Fattispecie nella quale un soggetto, datosi con
successo alla fuga dopo essersi liberato al cospetto di alcuni carabinieri dello stupefacente detenuto, è stato rintracciato ed arrestato da altri militari, sette ore dopo il fatto, all’interno di un esercizio pubblico, a seguito di ricerche definite attive ed ininterrotte dalla polizia giudiziaria).(Sez. 4, sent. n. 4348 del 12/11/2002, Rv. 226984).
Tanto premesso in punto di diritto, nel caso di specie, il Tribunale dei riesame ha dato puntualmente atto di come le indagini vennero immediatamente attivate dai Carabinieri a seguito delle numerose
segnalazioni di furti in abitazione che erano pervenute alla centrale operativa nelle prime ore del 28/10/2014. P.S. segnalava che, alle ore 1,30, era stata svegliata dalla segnalazione acustica dell’antifurto installato presso la sua abitazione; alle 2,30 P. C. denunciava che ignoti, dopo aver tentato di accedere al suo appartamento, erano entrati all’interno dell’abitazione della madre ubicata al piano sottostante sottraendo una borsa contenente 50,00 euro; alle ore 2,50 il maresciallo F. procedeva ad accertamenti urgenti mediante sopralluogo presso l’abitazione di P. C. effettuando anche rilievi fotografici; alle ore 3,05 ripeteva gli accertamenti presso l’abitazione di D. G. (altra persona offesa che
aveva subito un furto in abitazione quella notte) ed alle ore 3,25 presso quella di P.S.. Alle ore 4,00 la pattuglia composta dallo steso maresciallo ed altri due Carabinieri fermava la vettura a bordo della quale si trovavano i due indagati, i quali dapprima si dettero alla fuga e poi opposero resistenza ai militari. Risulta, pertanto, che l’orario in cui sono stati commessi i furti o i tentati furti è di poco antecedente a quello del fermo degli indagati e che questi vennero fermati nell’ambito di un’attività di investigazione e di ricerca degli autori che si svolse senza soluzione di continuità. A nulla rileva, pertanto, che gli indagati siano stati fermati alle ore 4,15 anziché alle ore 4,00 e ad una certa distanza dalle abitazioni oggetto di furto, tenuto conto che lo scarto temporale tra l’ultimo sopralluogo effettuato dal maresciallo F. presso l’abitazione della P.S. (avvenuto alle ore 3,25, con rilievi fotografici) e quello dei fermo è comunque assai contenuto e rivela con certezza come i Carabinieri si fossero mossi con la vettura di servizio proprio al fine di ricercare i colpevoli, tanto che sull’auto vi era anche l’ufficiale di polizia giudiziaria che aveva sino a quel momento svolto nell’immediatezza le prime indagini. Di conseguenza la violenza posta in essere dagli indagati nei confronti dei militari, avvenuta dopo la sottrazione dei beni all’interno delle abitazioni, è certamente volta ad assicurarsi
l’impunità dei numerosi furti e tentati furti in precedenza commessi. Ciò peraltro, trova ulteriore conferma anche in altra circostanza che emerge dalla ricostruzione del fatto operata dal Tribunale dei riesame. Invero, all’interno del veicolo sul quale gli indagati vennero fermati furono rinvenute evidenti cose (la refurtiva) e tracce materiali (arnesi da scasso) dei reati in precedenza commessi. Ebbene, questa Corte, in tema di quasi flagranza del reato, ha affermato che il requisito della sorpresa del “reo” con cose o tracce del reato non richiede nemmeno la diretta percezione dei
fatti da parte della polizia giudiziaria, né che la “sorpresa” avvenga in maniera non casuale, ma solo l’esistenza di una stretta contiguità fra la commissione del fatto e la successiva sorpresa dei presunto autore di esso con le “cose” o le “tracce” del reato, e dunque il susseguirsi, senza soluzione di continuità, della condotta del reo e dell’intervento degli operanti a seguito della percezione delle cose o delle tracce. (Sez. 5, sent. n. 44041 del 3/7/2014, Rv. 262097). Requisiti ben presenti nella ricostruzione della vicenda per come operata dai giudici della cautela.
2. II ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile. Ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che
dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere conD.ta al pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della cassa delle ammende della somma di € 1.500,00 così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.
Non conseguendo dall’adozione del presente provvedimento la rimessione in libertà dell’indagato, deve provvedersi ai sensi dell’art. 94, comma 1 ter, disp. att. cod. proc. pen.
Dichiara inammissibile il ricorso e conD. i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.500,00 ciascuno in favore della Cassa delle ammende. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 disp. att. cod. proc. pen..
Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza alla persona o minaccia [612], s’impossessa della cosa mobile altrui sottraendola a chi la detiene, è punito con la reclusione da tre a dieci anni e con la multa da 516 euro a 2.065 euro [380 c. 2 lett. f) c.p.p.] (1).
La pena è della reclusione da quattro anni e sei mesi a venti anni e della multa da 1.032 euro a 3.098]:
3) se la violenza o minaccia è posta in essere da persona che fa parte dell’associazione di cui all’articolo 416-bis (2);
3-ter) se il fatto è commesso all’interno di mezzi di pubblico trasporto (3);
Le circostanze attenuanti, diverse da quella prevista dall’articolo 98, concorrenti con le aggravanti di cui al terzo comma, numeri 3), 3-bis), 3-ter) e 3-quater), non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste e le diminuzioni di pena si operano sulla quantità della stessa risultante dall’aumento conseguente alle predette aggravanti (6).
Orbene, a parere del Collegio, proprio tale riconosciuta finalità integra pienamente il requisito dell’ingiustizia del profitto che l’agente voleva ricavare dall’impossessamento del telefono cellulare della sua fidanzata. L’instaurazione di una relazione sentimentale fra due persone appartiene alla sfera della libertà e rientra nel diritto inviolabile all’autodeterminazione fondato sull’art. 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo (e della donna) senza che sia rispettata la sua libertà di autodeterminazione. La libertà di autodeterminazione nella sfera sessuale comporta la libertà di intraprendere relazioni sentimentali e di porvi termine. Nel caso di specie la pretesa dell’agente di “perquisire” il telefono della ex fidanzata alla ricerca di messaggi – dal suo punto di vista – compromettenti, rappresenta il profitto conseguito e assume i caratteri dell’ingiustizia manifesta proprio perché, violando il diritto alla riservatezza, tende a comprimere la libertà di autodeterminazione della donna e si pone in prosecuzione ideale con il reato di lesioni, avente ad oggetto le lesioni arrecate dall’imputato alla sua fidanzata nel mentre era in preda di una crisi di gelosia.
Con sentenza in data 24.11.2014, la Corte di appello di Milano, con la sola esclusione dell’aggravante di cui all’art. 61 n.1 c.p., confermava la sentenza del Tribunale di Milano, in composizione monocratica, del 15.6.2010, che aveva condannato M.M.L.E. alla pena di anni uno e mesi otto di reclusione ed Euro 600,00 di multa per i reati di rapina e lesioni, con sospensione condizionale della pena.
Quanto ai profili di attualità e concretezza delle esigenze cautelari, deve rilevarsi che, ai fini della valutazione del pericolo che l’imputato commetta ulteriori reati della stessa specie, il requisito della ‘concretezza’, cui si richiama l’art. 274, comma primo, lett. c), cod. proc. pen., riguarda l’indicazione di elementi non meramente congetturali sulla base dei quali possa affermarsi che l’imputato, verificandosi l’occasione, possa facilmente commettere reati che offendono lo stesso bene giuridico di quello per cui si procede (Sez. 3, Sentenza n. 49318 del 27/10/2015 Rv. 265623; Sez. 5, n. 24051 del 15/5/2014, Rv. 260143; Sez. 1, n. 10347 del 20/1/2004, Rv. 22722); il requisito della ‘attualità’ sussiste in relazione alla riconosciuta esistenza di potenziali occasioni prossime favorevoli alla commissione di nuovi reati (Sez. 5, Sentenza n. 24051 del 15/05/2014 Rv. 260143) in ordine alla ricorrenza della quali è onere dei giudice motivare (Sez. 2, Sentenza n. 50343 del 03/12/2015 Rv. 265395) in particolare sulla base della vicinanza ai fatti in cui si è manifestata la potenzialità criminale dell’indagato, ovvero della presenza di elementi indicativi recenti, idonei a dar conto della effettività del pericolo di concretizzazione dei rischi che la misura cautelare è chiamata a realizzare (Sez. 2, Sentenza n. 25130 del 14/04/2016 Rv. 267232).
Nel caso di specie, il giudice territoriale appare avere fatto buon governo di tali principi di diritto indicando elementi assolutamente concreti e relativi alla specifica personalità dell’imputato, in particolare costituiti dalla reiterazione delle condotte, dalla gravità e le modalità concorsuali delle stesse, dalle modalità mafiose, dalla desumibile mancanza di freni inibitori, dalla presenza di recidiva specifica; si tratta di indici idonei a rendere palese sia possibilità di commissione di reati ulteriori, sia la verosimile prossimità di nuove occasioni per la commissione di reati della medesima indole.
Specifica è inoltre la motivazione in ordine alla inidoneità di misura meno afflittiva e specificamente di quella degli AADD, in conseguenza della proclività a delinquere, del carattere concorsuale dell’attività e della negativa prognosi in ordine al rispetto delle misure riguardanti gli AADD medesimi. Si tratta di motivazione che soddisfa i requisiti di legge in relazione al fatto che la prescrizione del cosiddetto ‘braccialetto elettronico’ non configura un nuovo tipo di misura coercitiva, ma un modo di esecuzione ordinaria della cautela domiciliare, con la conseguenza che il giudice, ove, per la pericolosità dell’indagato e le peculiarità del fatto contestato, abbia ritenuto adeguata unicamente la custodia inframuraria, non deve altresì motivare sull’inidoneità degli arresti pur connotati dall’adozione di tale braccialetto (Sez. 6, Sentenza n. 1084 del 12/11/2015 – dep. 13/01/2016 – Rv. 265891).
SENTENZA 11 novembre 2016, n. 47905
Con ordinanza 29 giugno 2016, il Tribunale di Palermo, in funzione di giudice dell’appello cautelare, in accoglimento dell’appello proposto dal pubblico ministero, ha riformato l’ordinanza emessa dal GIP presso il Tribunale di Palermo in data 24 maggio 2016 e. ha applicato a C.E. la misura della custodia cautelare in carcere. L’oggetto della contestazione riguardava due rapine effettuate con metodo mafioso ai danni di altrettanti cittadini extracomunitari rispettivamente di alcuni articoli di bigiotteria e di generi alimentari e bevande.
Avverso tale provvedimento propone ricorso per cassazione l’indagato a mezzo di difensore munito di procura speciale lamentando:
2.1 violazione di legge e motivazione insufficiente, illogica contraddittoria.
Afferma il ricorrente che illegittimamente il Tribunale dell’appello cautelare non ha tenuto conto del fatto che – nella originaria richiesta non vi era alcuna specificazione e articolazione di indizi a carico della C. . Di conseguenza, il provvedimento impugnato risulterebbe illegittimo in quanto in sede di gravame sono stati portati motivi completamente nuovo rispetto a quelli proposti nell’istanza rigettata dal giudice di primo grado. Per altro verso; rileva il ricorrente come – nell’appello articolato dal PM – mancasse ogni riferimento alla sussistenza di esigenze cautelari, con la conseguenza che tale punto non poteva ritenersi devoluto alla cognizione del giudice d’appello.
2.2 violazione di legge con riferimento all’articolo 273 cod. proc. pen. e all’articolo 628 cod. pen. nonché illogica, insufficiente, contraddittoria motivazione.
Secondo il ricorrente, il provvedimento impugnato risulterebbe illegittimo in relazione al fatto che, con riferimento all’imputazione di cui al capo A1), il requisito della violenza stato indicato nella partecipazione ad un’associazione a delinquere che non costituirebbe oggetto dell’impugnazione, di cui nemmeno si capisce perché l’imputato farebbe parte; per altro verso, non si comprenderebbe se vi sia stata un’offerta di pagamento meno da parte dell’agente. Con riferimento all’imputazione di cui al capo A2), il ricorrente contesta che la parte offesa non avrebbe specificato l’effettiva condotta tenuta dall’indagato né se effettivamente l’indagato fosse una delle persone che aveva aggredito senza motivo i suoi clienti, aveva consumato senza pagare e lo aveva minacciato di lesioni e percosse. Il ricorrente evidenzia inoltre che la parte offesa avrebbe indicato lo stesso indagato come soggetto che talvolta pagava le proprie consumazioni, il che introdurrebbe un elemento di contraddizione assoluta.
2.3 violazione di legge con riferimento agli articoli 274 lettera c) e 275 comma 3 e 3 bis cod. proc. pen. e insufficiente o mancante motivazione in punto esigenze cautelari.
In particolare, il ricorrente ritiene che il Tribunale abbia dedotto con motivazione insufficiente la concretezza e attualità del pericolo di reiterazione, abbia formulato un giudizio prognostico assolutamente ipotetico ed astratto ed abbia finanche violato le disposizioni di legge che hanno introdotto uno specifico onere motivazionale in ordine alle ragioni in base alle quali nel caso specifico le misure coercitive diverse dalla custodia in carcere, anche applicate cumulativamente risultano adeguate ed in special modo perché risulti inidonea la misura degli arresti domiciliari con le procedure elettroniche di controllo.
3.1 Con il primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta che erroneamente il Tribunale, in sede di appello cautelare, aveva preso in considerazione profili nuovi e aveva ingiustificatamente esteso il proprio thema decidendum ai profili afferenti alle esigenze cautelari.
Il Tribunale territoriale ha correttamente operato prendendo in considerazione l’integrale contenuto dei fascicolo. Infatti, anche a seguire l’impostazione del ricorrente, deve ricordarsi come la domanda cautelare sia qualificata dall’allegazione degli atti su cui si fonda potendo anche non essere connotata da una specifica e puntuale motivazione, che invece è oggetto di obbligo per il giudice chiamato a provvedere sulla domanda stessa (cfr. Sez. F, Sentenza n. 34201 del 25/08/2009 Rv. 244905). Non sussiste alcun tipo di nullità derivata in conseguenza del prospettato difetto di motivazione della richiesta del P.M. poiché tale tipo di irregolarità sono testualmente previste dall’art. 125, comma terzo, cod. proc. pen., come causa di nullità esclusivamente in riferimento a provvedimenti del giudice, rimanendo al giudice della cautela la possibilità di valutare l’effettivo contenuto degli atti di PG richiamati (cfr. Sez. 6, Sentenza n. 36422 del 30/04/2014 Rv. 259937).
Quanto alla portata dell’effetto devolutivo, va rilevato che l’appello concernente misure cautelari personali, implicando una valutazione globale della prognosi cautelare, attribuisce al giudice ‘ad quem’ tutti i poteri ‘ab origine’ rientranti nella competenza funzionale del primo giudice, ivi compresi quello di decidere in ordine ai gravi indizi (Sez. 5, Sentenza n. 3089 del 24/06/1999 Rv. 214476), pur nell’ambito dei motivi prospettati e, quindi, del principio devolutivo, e anche su elementi diversi e successivi rispetto a quelli utilizzati dall’ordinanza impugnata, applicandosi anche a tale procedimento l’art. 603, secondo e terzo comma, cod. proc. pen. (Sez. 6, Sentenza n. 23729 del 23/04/2015 Rv. 263936) nonché quello di pronunziarsi anche in ordine alla configurabilità delle esigenze cautelari non considerate dal primo giudice (Sez. 6, Sentenza n. 10032 del 03/02/2010 Rv. 246283 e Sez. 5 n. 3089/99 cit.).
Quanto infine alle residue doglianze avanzate nel contesto del primo motivo di ricorso, occorre infine ricordare che difetta del tutto l’interesse da parte dell’imputato a dolersi del provvedimento del giudice di prima istanza che abbia rigettato l’istanza di applicazione di misura cautelare così decidendo in senso favorevole all’indagato medesimo.
3.2 Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente lamenta l’illegittimità del provvedimento impugnato in punto gravi indizi.
In particolare, oggetto della contestazione è innanzitutto la mancanza di minacce o violenza contestuali all’impossessamento.
Deve al proposito rilevarsi che il Tribunale della libertà ha correttamente ritenuto che, quando venga sottratta una cosa mobile alla presenza del possessore dopo che questi abbia subito un tentativo di estorsione e percosse, l’estremo della minaccia come modalità dell’azione della sottrazione ed elemento costitutivo della rapina è ‘in re ipsa’, senza che vi sia bisogno di un’ulteriore attività minacciosa da parte dell’agente direttamente collegata all’azione di apprensione del bene; in tal caso, infatti, si deve avere riguardo alla complessiva attività del colpevole, globalmente volta alla sopraffazione del soggetto passivo, il quale non può non risentire della precedente costrizione nell’assistere impotente all’apprensione della cosa di sua proprietà da parte dell’agente (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 4057 del 24/02/2000 Rv. 215703). Logicamente – peraltro il medesimo Tribunale ricollega le violenze e le minacce precedenti (che con altrettanto logico procedimento si afferma avere ingenerato un clima di terrore e soggezione) agli impossessamenti successivi.
Si tratta di apparato motivatorio effettivo, lineare, congruo e coerente con il contenuto del fascicolo processuale e esente da vizi sindacabili in sede di legittimità. A fronte di ciò, il ricorrente oppone profili fattuali inammissibili in questa sede che non appaiono idonei a inficiare la validità dell’iter logico seguito né a rilevare alcuna effettiva violazione di legge.
3.3 Con il terzo motivo di ricorso l’indagato afferma la insussistenza di esigenze cautelari concrete e attuali, la mancanza di qualsivoglia valutazione sul punto, la mancanza di un giudizio di inidoneità di misure meno afflittive e in particolare degli arresti domiciliari con eventuali dispositivi elettronici di controllo.
Le considerazioni sopra esposte portano al rigetto del ricorso e alla condanna del ricorrente alla rifusione delle spese processuali.
Si provveda a norma dell’art. 28 Reg. esec. cod. proc. pen
In via preliminare va ribadito che, per quanto riguarda i limiti di sindacabilita’ in questa sede dei provvedimenti “de libertate”, secondo giurisprudenza consolidata, la Corte di Cassazione non ha alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, ne’ di rivalutare le condizioni soggettive dell’indagato in relazione alle esigenze cautelari ed alla adeguatezza delle misure, trattandosi di apprezzamenti di merito rientranti nel compito esclusivo del giudice che ha applicato la misura e del tribunale del riesame. Il controllo di legittimita’ e’ quindi circoscritto all’esame del contenuto dell’atto impugnato per verificare, da un lato, le ragioni giuridiche che lo hanno determinato e, dall’altro, l’assenza di illogicita’ evidenti, ossia la congruita’ delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento (cfr ex plurimis Cass., sez. 6, 25 maggio 1995, n. 2146). L’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza ex articolo 273 c.p.p., e delle esigenze cautelari di cui all’articolo 274 c.p.p., e’, quindi, rilevabile in Cassazione soltanto se si traduce nella violazione di specifiche norme di legge od in mancanza o manifesta illogicita’ della motivazione, risultante dal testo del provvedimento impugnato. Il controllo di legittimita’, in particolare, non riguarda ne’ la ricostruzione dei fatti, ne’ l’apprezzamento del giudice di merito circa l’attendibilita’ delle fonti e la rilevanza e concludenza dei dati probatori, per cui non sono consentite le censure, che pur investendo formalmente la motivazione, si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione di circostanze esaminate dal giudice di merito. Sicche’, ove venga denunciato il vizio di motivazione in ordine alla consistenza dei gravi indizi di colpevolezza, e’ demandato al giudice di merito “la valutazione del peso probatorio” degli stessi, mentre alla Corte di cassazione spetta solo il compito “…di verificare… se il giudice di merito abbia dato adeguatamente conto delle ragioni che l’hanno indotto ad affermare la gravita’ del quadro indiziario a carico dell’indagato, controllando la congruenza della motivazione riguardante la valutazione degli elementi indizianti rispetto ai canoni della logica ed ai principi di diritto che governano l’apprezzamento delle risultanze probatorie” (Cass., sez. 4,3 maggio 2007, n. 22500; sez. 3,7 novembre 2008, n. 41825, Hulpan).
Alla luce di queste premesse in diritto, l’ordinanza impugnata resiste alle censure della difesa ricorrente in quanto il Tribunale ha correttamente preso in considerazioni gli argomenti della difesa ed ha osservato che “la ricostruzione dei fatti effettuata dalla persona offesa presenta dei profili di non attendibilita’ che tuttavia non tolgono piena credibilita’ con riguardo al prelievo forzoso e senza consenso degli ovociti”. La credibilita’ del narrato della persona offesa circa la violenza a cui e’ stata sottoposta, trova conferma in una serie di elementi di riscontro che il Tribunale ha compiutamente evidenziato nella motivazione dell’ordinanza impugnata. Fra questi elementi hanno un peso determinante
Violazione di legge e vizio di motivazione in ordine all’affermazione di responsabilita’ per il delitto di rapina per mancanza dell’elemento soggettivo. Rileva che tra i due vi era un rapporto sentimentale e che la causa della lite che ha portato ai fatti in argomento era da rinvenirsi in una “giusta gelosia”.
Violazione di legge e vizio di motivazione in ordine all’affermazione di responsabilita’ per il delitto di lesioni. Sostiene che le minime lesioni prodotte non hanno determinato nella persona offesa alcuna alterazione del viso ne’ tanto meno alcuna sfigurazione estetica considerato che l’aspetto in zona nasale un po’ schiacciato era gia’ sussistente. Sostiene anche che non puo’ essere considerata arma un mestolo da cucina.
Violazione di legge e vizio di motivazione in ordine all’affermazione di responsabilita’ per il delitto di tentata violenza e minaccia per assenza di violenza e minaccia nel comportamento tenuto considerato che la donna e’ immediatamente uscita di casa.
Violazione di legge e vizio di motivazione in ordine al mancato riconoscimento dell’attenuante di cui all’articolo 62 c.p. quali l’avere agito per motivi di particolare valore morale o sociale e l’avere agito in stato determinato dalla provocazione di un fatto ingiusto e dal comportamento altrui, considerato l’intento nobile di non far prostituire la donna.
lamenta la mancata irrogazione della pena nei minimi edittali.
Invero, secondo la giurisprudenza, per cosa mobile – secondo la nozione desumibile, nella sua massima estensione, dall’articolo 624 cpv. c.p. – deve intendersi qualsiasi entita’ di cui in rerum natura sia possibile una fisica detenzione, sottrazione, impossessamento od appropriazione, e che a sua volta possa spostarsi da un luogo ad un altro o perche’ ha l’attitudine a muoversi da se’ oppure perche’ puo’ essere trasportata da un luogo ad un altro. La giurisprudenza ritiene che la qualita’ di cosa mobile possa essere attribuita anche alla cosa che sia stata mobilizzata ad opera dello stesso autore del fatto mediante la sua avulsione o enucleazione (Cass. n. 20647/10). Orbene e’ evidente che il concetto di cosa mobile non puo’ applicarsi con riferimento a parti del corpo umano finche’ la persona e’ in vita. Come giustamente osservato dal Tribunale, le parti del corpo umano diventano “cose” solo dopo essere state separate (per es. il rene,una volta espiantato), ma non sono tali sino a quando fanno parte del corpo vivente. Ne’ a conclusioni differenti si puo’ pervenire con riferimento alla particolare natura degli ovociti prodotti nel corpo della donna e destinati ad essere espulsi o trasformati mediante la fecondazione. E’ discutibile se possano essere assimilati agli organi del corpo umano, ma non puo’ essere revocato in dubbio che facciano parte del circuito biologico dell’essere umano. Pertanto, non possono essere considerati “cose”, solo temporaneamente detenute dalla donna all’interno del proprio corpo. Di conseguenza il prelievo forzoso degli ovociti dall’utero della donna non rientra nell’orizzonte dei delitti contro il patrimonio (come la rapina), ma costituisce un delitto contro la persona, che correttamente il Tribunale ha qualificato ai sensi dell’articolo 610 c.p., nel concorso con le lesioni personali. Nel capo di imputazione la condotta contestata consiste esclusivamente nell’azione di separazione degli ovociti dal corpo della donna, non e’ stata contestata la condotta successiva di impossessamento degli ovociti, una volta separati dal corpo della donna, per fini di profitto, pertanto il fatto non poteva essere diversamente qualificato.
E’ inammissibile il secondo motivo di ricorso con il quale il P.M. ricorrente si duole che il Tribunale non abbia ritenuto il concorso fra il delitto di violenza privata e quello di sequestro di persona. Il delitto di sequestro di persona, contestato al n. 2) del capo di incolpazione originario, e’ stato escluso dal Gip, che lo ha ritenuto assorbito dal delitto di rapina. Non risulta che il P.M. abbia proposto appello avverso il diniego della richiesta di misura coercitiva per il reato di cui all’articolo 605 c.p., pertanto la questione rimane preclusa e non puo’ essere sollevata per la prima volta con il ricorso per cassazione. Inoltre e’ inammissibile la censura con la quale il P.M. ricorrente si duole del fatto che il Tribunale non abbia preso in considerazione la condotta successiva di appropriazione degli ovociti, utilizzati dall’ (OMISSIS) per la fecondazione artificiale perche’ – come gia’ rilevato – tale condotta non e’ ricompresa nella contestazione.
Infine e’ inammissibile il terzo motivo di ricorso con il quale il P.M. ricorrente si duole dell’annullamento della misura cautelare con riferimento al reato di rapina del telefono cellulare, in quanto le censure sollevate postulano un intervento di questa Corte in sovrapposizione argomentativa rispetto alla valutazione degli elementi indiziari effettuata dal Tribunale, le cui conclusioni, sul tema dell’altruita’ del telefono cellulare, sono fondate su una motivazione priva di vizi logico-giuridici, come tale incensurabile in questa sede.
Ricorso di (OMISSIS).
Alla luce di queste premesse in diritto, l’ordinanza impugnata resiste alle censure della difesa ricorrente in quanto il Tribunale ha correttamente preso in considerazioni gli argomenti della difesa ed ha osservato che “la ricostruzione dei fatti effettuata dalla persona offesa presenta dei profili di non attendibilita’ che tuttavia non tolgono piena credibilita’ con riguardo al prelievo forzoso e senza consenso degli ovociti”. La credibilita’ del narrato della persona offesa circa la violenza a cui e’ stata sottoposta, trova conferma in una serie di elementi di riscontro che il Tribunale ha compiutamente evidenziato nella motivazione dell’ordinanza impugnata. Fra questi elementi hanno un peso determinante i seguenti:
– il fatto che i documenti relativi al consenso all’operazione del giorno (OMISSIS) non sono stati sottoscritti dall’interessata poiche’ recano una firma apocrifa (circostanza di fatto che rende non credibili le contrarie dichiarazioni di (OMISSIS));
– il fatto che le lesioni accertate sulla persona offesa sono del tutto compatibili con la circostanza che la stessa sia stata presa di peso e portata in sala operatoria;
– il comportamento successivo all’operazione della persona offesa per come risultante dalle chiamate effettuate al 112 e per quanto costatato de visu dagli agenti di pg. intervenuti sul posto (che hanno trovato la ragazza in lacrime ed agitatissima);
– le intercettazioni telefoniche in atti di colloqui di (OMISSIS) con le sue collaboratrici e della stessa (OMISSIS) con (OMISSIS) e le sue collaboratrici dalle quali emerge che la persona offesa aveva manifestato perplessita’ sull’intervento, che (OMISSIS) era preoccupato che potesse scappare, che si rendeva necessario procedere subito alla sedazione onde non avere sorprese.
sentenza 23 settembre 2016, n. 39541
Dott. ROSSI Elisabetta – Consigliere
Procuratore delle Repubblica presso il Tribunale di Milano, nei confronti di:
avverso l’ordinanza 25/5/2016 del Tribunale per il riesame di Milano;
udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale, Dott. CUOMO Luigi, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio relativamente alla qualificazione giuridica del reato di cui al n. 1) del capo d’incolpazione ed il rigetto del ricorso dell’indagato;
udito per l’imputato, l’avv. (OMISSIS) e l’avv. (OMISSIS) che hanno concluso per l’accoglimento del proprio ricorso e rigetto del ricorso del P.M..
Con ordinanza in data 25/5/2016, il Tribunale di Milano, a seguito di istanza di riesame avanzata nell’interesse di (OMISSIS), confermava la misura cautelare degli arresti domiciliari applicata dal Gip di Milano, con l’ordinanza emessa in data 9/5/2016, pur escludendo il reato di rapina contestato al n. 2) del capo di incolpazione e derubricando il reato di rapina di cui al capo 1) in quello di violenza privata.
Nell’ordinanza genetica la misura cautelare veniva applicata dal Gip in relazione ai seguenti reati:
1) articolo 110 c.p., articolo 628 c.p., commi 1 e 3, nn. 2 e 3, perche’, in concorso con (OMISSIS) e (OMISSIS) e con altra persona allo stato non identificata, all’interno della clinica (OMISSIS), sita in (OMISSIS), al cui (OMISSIS) ricopriva il ruolo di direttore sanitario, per procurarsi un ingiusto profitto e segnatamente al fine di procedere all’impianto di embrioni in altre pazienti, con violenza consistita nel trattenere per le braccia (OMISSIS) e nel sottoporla, contro la sua volonta’, ad anestesia, ponendola quindi in stato di incapacita’ di agire, prelevavano dall’utero della medesima non meno di sei ovociti (intervento materialmente eseguito dall’ (OMISSIS)), sottraendoli alla persona offesa che aveva chiaramente manifestato la sua volonta’ di non autorizzare il prelievo.
Con la circostanza aggravante di avere commesso il fatto in piu’ persone e ponendo la persona offesa in stato di incapacita’ di agire.
2) articolo 110 c.p., articolo 628 c.p., commi 1 e 3, nn. 2 e 3, perche’, in concorso con (OMISSIS) e (OMISSIS) e con altra persona allo stato non identificata, per procurarsi un profitto, mediante la violenza posta in essere con le modalita’ di cui al capo precedente, si impossessavano del telefono I Phone 6 di proprieta’ di (OMISSIS) sottraendolo alla medesima mentre la stessa si trovava in stato di incoscienza per effetto dell’anestesia. Con la circostanza aggravante di avere commesso il fatto in piu’ persone e ponendo la persona offesa in stato di incapacita’ di agire.
3) articoli 110, 582, 585 in relazione all’articolo 61 c.p., n. 2, perche’, in concorso con (OMISSIS) e (OMISSIS) e con altra persona allo stato non identificata, per commettere i reati di cui ai capi precedenti, esercitando nei confronti di (OMISSIS) le condotte violente di cui agli stessi capi e sottoponendola a trattamento di prelievo ovocitario contro la sua volonta’, cagionavano alla medesima lesioni personali consistite in “endometrio iperecogeno” ed ingrossamento delle ovaie, con conseguenti algie pelviche, nonche’ ecchimosi varie sul corpo e sugli arti da cui derivava malattia con incapacita’ di attendere alle ordinarie occupazioni per un periodo di giorni 15 circa.
Con la circostanza aggravante di avere commesso il reato per eseguirne un altro.
3. Il Tribunale riteneva sussistente il quadro di gravita’ indiziaria rispetto ai fatti descritti al n. 1) ed al n. 3) del capo d’incolpazione, ovvero il fatto di aver costretto la persona offesa (OMISSIS) a subire l’espianto violento di sei ovociti e di avere procurato alla medesima le lesioni conseguenti a tale condotta violenta. La gravita’ indiziaria risultava saldamente confermata da una serie di elementi di riscontro delle dichiarazioni della persona offesa. In particolare il Tribunale rilevava che la ricostruzione dei fatti effettuata dalla persona offesa presentava dei profili di non attendibilita’ che, tuttavia, non incidevano sulla piena credibilita’ del narrato con riguardo al prelievo forzoso degli ovociti, che risultava confermato da una serie di indizi convergenti. Fra questi la circostanza che i documenti relativi al consenso all’operazione del giorno (OMISSIS) recavano una firma apocrifa; le lesioni riscontrate sul corpo della donna risultavano compatibili con la dinamica descritta; il comportamento successivo all’intervento, documentato dalle chiamate al 112 e dalle relazioni di servizio degli agenti intervenuti sul posto, che dimostrava lo stato di agitazione della donna ed il clima di costrizione in cui veniva tenuta nella clinica (OMISSIS). Tale quadro indiziario veniva ulteriormente rafforzato dalle intercettazioni telefoniche in atti di conversazioni della (OMISSIS) con (OMISSIS) e con le coindagate (OMISSIS) e (OMISSIS).
Ritenuto provato il fatto nella sua materialita’, il Tribunale, tuttavia provvedeva a riqualificare il reato di cui al capo 1) in violenza privata, anziche’ rapina.
Quanto al reato di rapina di un telefono cellulare, di cui al capo 2), il Tribunale escludeva il reato per difetto di gravi indizi, essendo dubbio il requisito dell’altruita’ della cosa.
Quanto alle esigenze cautelari, il Tribunale riteneva sussistente il pericolo di fuga, di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato, reputando gli arresti domiciliari come l’unica misura adeguata.
Avverso tale ordinanza propongono ricorso il P.M. e l’indagato (OMISSIS).
Il P.M. solleva tre motivi di ricorso con i quali deduce:
7.1 Violazione di legge in relazione all’articolo 628 c.p.. Al riguardo si duole che il Tribunale abbia errato nella qualificazione giuridica del fatto, avendo considerato che le parti del corpo umano possano essere ritenute “cose mobili” soltanto dopo che le stesse siano state separate dal corpo stesso e che non si possa estendere al prelievo degli ovociti l’orientamento giurisprudenziale relativo alla c.d. mobilizzazione da immobili a mobili. L’errore del Tribunale consisterebbe nell’aver considerato gli ovociti organi o comunque parti integranti del corpo umano, mentre, ad opinione del P.M. ricorrente, si tratterebbe di cellule detenute solo temporaneamente nel corpo umano femminile, che possono essere sottratte al legittimo detentore con impossessamento da parte di terzi. Pertanto l’espianto forzato degli ovociti dovrebbe essere ricondotto nell’orizzonte del delitto di rapina.
7.2 Mancanza, contraddittorieta’ ed illogicita’ della motivazione in relazione alla riqualificazione del fatto ai sensi dell’articolo 610 c.p.. In proposito si duole che, riqualificando il fatto come violenza privata, anziche’ rapina, il Tribunale abbia omesso di affermare la sussistenza di un concorso fra il delitto di violenza privata e quello di sequestro di persona in quanto la condotta di immobilizzazione – prima – e – poi – di sedazione/anestesia della paziente (OMISSIS) comporta necessariamente la privazione della liberta’ personale, che e’ elemento costitutivo del reato di cui all’articolo 605 c.p.. Un ulteriore profilo di illogicita’ della motivazione deriverebbe dalla mancata considerazione della condotta successiva al distacco degli ovociti, consistente nell’impossessamento degli ovuli prelevati alla donna, che l’ (OMISSIS) aveva impiegato nelle procedure di fecondazione eterologa dei suoi pazienti e quindi allo specifico fine di trarne profitto.
7.3 Illogicita’ e carenza di motivazione in relazione all’annullamento della misura per il reato di rapina del cellulare di cui al capo 3). Al riguardo eccepisce che non esiste un solo elemento concreto che induca a sostenere che il telefono fosse abitualmente dato in uso a persone della cerchia dell’indagato o di sue donatrici.
(OMISSIS) per mezzo dei suoi difensori di fiducia, avv. (OMISSIS) e avv. (OMISSIS) propone ricorso sollevando due motivi di gravame con il quali deduce:
8.1 violazione dell’articolo 273 c.p.p., per avere con illogicita’ manifesta e con motivazione solo apparente affermato che gli elementi di fatto relativi al comportamento tenuto dalla denunziante potessero condurre alla conclusione che la stessa avesse revocato il consenso alla ovodonazione in data (OMISSIS) e che quindi l’intervento praticato sarebbe stato frutto della violenza denunziata.
Al riguardo la difesa si duole che il Tribunale abbia ritenuto attendibile la versione della (OMISSIS) in ordine al diniego del consenso all’espianto, sebbene fosse emerso da numerosi elementi, ivi comprese le indagini difensive, che la donna aveva indiscutibilmente mentito sulle circostanze relative alla sua conoscenza con (OMISSIS), al suo arrivo in Italia e alla sua adesione al trattamento di ovulo donazione. Deduce, inoltre, l’illogicita’ interna della motivazione che, pur avendo colto la donna in flagrante calunnia per aver accusato l’ (OMISSIS) di averle sottratto il cellulare per impedirle di telefonare alla polizia, non ne aveva tratte le logiche conseguenze in punto di credibilita’ della denunciante. Quanto alla revoca del consenso, la difesa si duole che il Tribunale non abbia valorizzato le dichiarazioni dell’anestesista, prof. (OMISSIS) e della biologa dott.ssa (OMISSIS).
8.2 Violazione dell’articolo 274 c.p.p., per avere, con motivazione manifestamente illogica, affermato l’esistenza di tutte le esigenze cautelari, nemmeno ritenute dal giudice delle indagini preliminari, nonostante il forte ridimensionamento dell’impianto accusatorio e comunque per mancanza dei presupposti di legge, anche in riferimento alla prognosi relativa alla possibile entita’ della pena da infliggere al prof. (OMISSIS).
Al riguardo eccepisce l’illogicita’ della conferma della misura cautelare degli arresti domiciliari, una volta che il Tribunale aveva fortemente ridimensionato l’incolpazione originale, escludendo la rapina del telefono e ridimensionando l’originaria imputazione di rapina degli ovuli in violenza privata. Contesta, inoltre, la valutazione prognostica della pena, osservando che al prof. (OMISSIS), 71enne incensurato difficilmente potrebbe essere irrogata una pena superiore ai due anni e mezzo di reclusione.
Per quanto riguarda il ricorso del Pubblico Ministero, non e’ fondato il primo motivo in punto di qualificazione giuridica del fatto. L’articolo 628 c.p., punisce la condotta di “chiunque, al fine di procurare a se’ o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza alla persona o minaccia, si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene”.
Non puo’ dubitarsi, pertanto, che le conclusioni cui e’ pervenuto il Tribunale in punto di gravita’ del quadro indiziario per l’episodio delittuoso, riqualificato come violenza privata, siano fondate su un percorso argomentativo privo di vizi logico-giuridici e coerente con i principi che governano le condizioni generali di applicabilita’ delle misure cautelari di cu all’articolo 273 c.p.p..
Infine sono infondate anche le censure del ricorrente rivolte sostanzialmente a contestare la fondatezza delle esigenze cautelari.
Al riguardo il Tribunale ha adeguatamente motivato, mettendo in evidenza, oltre la particolare gravita’ ed offensivita’ dei fatti contestati, una serie di elementi negativi del comportamento dell’indagato successivo al reato, osservando come l’ (OMISSIS) abbia ripetutamente insultato la persona offesa, intimandole di ritirare la denuncia, abbia violato le prescrizioni degli arresti domiciliari, abbia espresso l’intenzione di proseguire la sua attivita’ all’estero dove l’interdizione dalla professione medica non sarebbe operativa. Quanto alla circostanza, dedotta dalla difesa, che trattandosi di persona di eta’ superiore ai settant’anni, potrebbe usufruire della sospensione condizionale anche nel caso venisse irrogata una pena superiore ai due anni (entro il limite di due anni e sei mesi di reclusione), l’obiezione non ha pregio in quanto, a norma dell’articolo 164 c.p., la sospensione condizionale della pena e’ ammessa soltanto se, avuto riguardo alle circostanze indicate nell’articolo 133, il giudice presume che il colpevole si asterra’ dal commettere ulteriori reati. Nel caso di specie il Tribunale ha compiutamente spiegato le ragioni per le quali sussiste un grave pericolo di recidiva, prognosi incompatibile con la sospensione condizionale della pena.
Ai sensi dell’articolo 616 c.p.p., con il provvedimento che dichiara rigetta il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento.
From Avvocato Penalista Bologna, post ART 628 CP –RAPINA –AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA-
Questo articolo è stato pubblicato in avvocato difesa penale, Avvocato Penalista Bologna e taggato come ART 628 CP –RAPINA –AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA il 22 dicembre 2016 da Armaroli
← responsabile del reato di bancarotta contestato ai sensi dell’art. 110 c.p., e R.D. n. 267 del 1942, art. 216, STALKING AVVOCATO PENALISTA ATTI PERSECUTORI ART 612 BIS art 612 bis cp testo art 612 bis cp aggiornato art 612 bis cp procedibilit� art 612 bis cp giurisprudenza art 612 bis cp aggiornato 2013 art 612 bis cp 2014 art 612 bis cp stalking art. 612 bis cp competenza art 612 bis cpc →

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