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Timestamp: 2020-06-06 17:46:58+00:00

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Sabato, 26 Novembre 2016 09:37 Written by Gian Paolo Pucciarelli
Non sembra abbastanza diffusa fra gli italiani la sensazione che le riforme costituzionali, destinate, secondo i promotori del SÌ, ad agevolare e semplificare le procedure di piena attuazione di uno Stato democratico, produrranno precisamente l’effetto opposto. Non occorre essere allarmisti, per convincersi che la vittoria dei “SÌ” al Referendum del 4 dicembre, con le conseguenze a latere, non certo evidenziate nella legge Renzi-Boschi, permetterà la concentrazione di ulteriori, rilevanti poteri nell’Esecutivo, limiterà l’esclusiva facoltà di rappresentanza popolare del Parlamento, consentendo di operare facilmente, in breve tempo, la prevista svolta autoritaria del governo nel nostro Paese.
Preoccupazione legittima e giustificata da fatti che evidenziano, sul piano formale e sostanziale, l’intento propagandistico di un governo, alla ricerca del consenso popolare e della legittimazione di una riforma della Costituzione, che gli consentirà di acquisire un’autorità aggiunta, assolutamente contraria alle fondamentali norme, contenute nella Carta del 1948. Infatti, se osserviamo il testo del quesito referendario, che così recita:
« Approvate il testo della legge costituzionale concernente“disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016? »
ci rendiamo immediatamente conto dell’intento demagogico dell’estensore di un quesito referendario, che definire disomogeneo sembra troppo garbato. In modo tutt’altro che imparziale, questo non si limita a formulare una domanda, ma invita l’elettore ad approvare “la legge costituzionale, con il “SÌ”, perché così potrà “beneficiare” del “contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni”e della “soppressione del CNEL” (nelle sedi opportune è stata accertata l’esistenza dei presupposti per considerare ingannevole il testo del quesito e illegittimo il conseguente, implicito invito a votare “SÌ”, contenuto nella pubblicità trasmessa dalle emittenti TV nazionali).
Fatta questa doverosa premessa, si dovrebbe presumere che l’elettore medio conosca non solo il testo della legge costituzionale che dovrebbe approvare, con un SÌ, oppure respingere, con un NO, ma sia anche consapevole dei motivi che hanno indotto 126 deputati a richiedere di sottoporre a Referendum la legge di riforma costituzionale “Renzi – Boschi”, approvata con la maggioranza assoluta delle due Camere, ma non con la maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti della Camera e del Senato, cosa che ha reso possibile il Referendum stesso (come disposto dall’articolo 87 della Costituzione). Se così non fosse, la formulazione e il contenuto del quesito referendario, in cui si chiede all’elettore di approvare il testo di una legge costituzionale, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, risulterebbero senza dubbio imprecisi e fuorvianti per l’uomo comune, non sufficientemente edotto in materia, e potrebbero indurre lo stesso elettore, disattento e disinformato, ad optare per il “SÌ”, perché ignora che il Parlamento, cui si fa riferimento nel quesito, è stato eletto, secondo i criteri di una legge elettorale (il “Porcellum”), dichiarata incostituzionale dalla Consulta con sentenza 1/2014. La “porcata” (così ha definito questa legge, proprio colui che ne fu estensore e proponente, cioè, l’onorevole Calderola), ha continuato tuttavia a rilasciare i suoi sconcertanti effetti, derivanti dall’accertata impossibilità di stabilire il giusto rapporto di rappresentanza tra elettori ed eletti, in un Parlamento, per questa ragione, illegittimo, eppure ancora in grado di svolgere il suo ruolo “istituzionale”, con l’approvazione della stessa Consulta, in virtù dell’applicazione del principio di “continuità dello Stato”, che ha permesso alla maggioranza di governo, cui fu concessa la fiducia da un Parlamento illegittimo, di trasformarsi in “maggioranza costituente”, per elaborare il progetto di riforma della Costituzione.
Per meglio chiarire, osserviamo quanto dispone la legge elettorale ordinaria 270/2005, detta anche “Porcellum” (grazie all’ironico e vano eufemismo di Giovanni Sartori):
questa legge aveva disposto che l’elezione dei Deputati alla Camera doveva avvenire secondo il sistema proporzionale, a “liste bloccate” (all’elettore è negata la libertà di esprimere preferenze per i candidati), e che alla coalizione che avesse ottenuto il maggior numero di voti sarebbe stato attribuito il premio di maggioranza (non essendo previsto dalla legge “Porcellum” il raggiungimento di una soglia minima della percentuale dei voti)
mentre l’elezione del Senato doveva avvenire secondo il sistema a base regionale, con un premio di maggioranza, non legato ad una soglia minima della percentuale dei voti, da attribuirsi su base regionale.
La Corte Costituzionale, con sentenza 1/2014, ha dichiarato anticostituzionale il Porcellum, con le seguenti motivazioni: legge che…(relativamente all’elezione della Camera)…”non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti” trasforma una minoranza in maggioranza con un meccanismo di attribuzione del premio “manifestamente irragionevole” e tale da costituire una grave alterazione della rappresentanza democratica” che è base e fondamento della Costituzione della Repubblica Italiana.
Relativamente all’elezione del Senato, la stessa Corte ha sentenziato l’anticostituzionalità della legge Porcellum, poiché: “stabilendo che l’attribuzione del premio di maggioranza è su scala regionale, produce l’effetto che la maggioranza in seno all’assemblea del Senato sia il risultato casuale di una somma di premi regionali, che può finire per rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o coalizioni di liste su base nazionale, favorendo la formazione di maggioranze parlamentari non coincidenti nei due rami del Parlamento”.
Il criterio delle “liste bloccate” obbliga gli elettori a votare solo un partito e a non esprimere alcuna preferenza.
Risultano quindi eletti i candidati che venivano, dai partiti, posizionati nei primi posti della lista.
“il cittadino è chiamato a determinare l’elezione di tutti i deputati e di tutti senatori, votando un elenco spesso assai lungo (nelle circoscrizioni più popolose) di candidati, che difficilmente conosce. Questi, invero, sono individuati sulla base di scelte operate dai partiti, che si riflettono nell’ordine di presentazione, sì che anche l’aspettativa relativa all’elezione in riferimento allo stesso ordine di lista può essere delusa, tenuto conto della possibilità di candidature multiple e della facoltà dell’eletto di optare per altre circoscrizioni sulla base delle indicazioni del partito”.
Le condizioni indicate dal “Porcellum” sono state, dunque, dalla Corte definite:
“tali da alterare per l’intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza fra elettori ed eletti”, condizioni che impediscono questo rapporto e “coartano la libertà di scelta degli elettori nell’elezione dei propri rappresentanti in Parlamento, che costituisce una delle principali espressioni della sovranità popolare, e pertanto contraddicono il principio democratico, incidendo sulla stessa libertà del voto di cui all’art. 48 della Costituzione”.
La Corte, tuttavia, ha sostenuto che gli atti di questo Parlamento sono validi e lo saranno anche in materia di leggi elettorali”, disponendo l’applicazione del “principio della continuità dello Stato” che consentirebbe all’attuale Parlamento di continuare a svolgere il suo ruolo “istituzionale” a condizione che ciò avvenga entro i limiti stabiliti dal principio stesso e si adottino soluzioni idonee alla creazione di un sistema elettorale che non sia, come il “Porcellum”, in contrasto con la Costituzione. Condizioni disattese, poiché questo Parlamento, creato per mezzo di una legge elettorale, dichiarata anticostituzionale, ha approvato il testo della legge costituzionale per la riforma della Costituzione (ben 47 articoli!) (vedi Gazzetta Ufficiale n.88 del 15 aprile 2016).
Evidenti le contraddizioni! Basterebbero queste a convincere il cittadino italiano, onesto e informato, a votare per un deciso NO, al Referendum del prossimo 4 dicembre!
Evitando così di essere vittima di un inganno ben congegnato e nascosto dalle troppe chiacchiere renziane, recitate ad arte dall’attuale premier, discepolo obbediente della potentissima e semi segreta “Accademia del Potere” made in USA, che si chiama Council On Foreign Relations, e pronto ad eseguire gli ordini che gli pervengono dall’altrettanto potente organismo bancario, JPMorgan, severo controllore degli sviluppi economici e politici dell’Unione Europea e in particolare dell’Italia.
Ma proseguiamo con la nostra analisi, osservando che l’articolo 138 della nostra Costituzione (la sfrontatezza dei “deformatori” non è giunta al punto di proporne la modifica, perché sarebbe risultata impopolare e …anticostituzionale) dispone quanto segue:
“Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione [cfr. art.72 c.4].
Le leggi stesse sono sottoposte areferendumpopolare [cfr. art.87 c.6] quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta areferendumnon è promulgata [cfr. artt.73 c.1, 87 c.5 ], se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo areferendumse la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”.
Dunque il Referendum costituzionale (detto impropriamente “confermativo”, che è stato richiesto da un quinto dei componenti della Camera - 126 su 630 - entro i termini stabiliti, poiché nella seconda votazione la legge non è stata approvata da ciascuna Camera con la maggioranza, qualificata, di due terzi dei suoi componenti), offrirà al cittadino elettore la facoltà di scegliere tra l’inizio della fine della democrazia in Italia, con il suo SÌ, e il miglioramento delle garanzie costituzionali che tutelano il sacrosanto diritto di ogni elettore di essere ancora democraticamente rappresentato dai suoi eletti, votando NO.
Ma, attenzione! Il Referemdum costituzionale non prevede alcun “quorum” (il raggiungimento della percentuale minima degli aventi diritto al voto), ma dà luogo alla promulgazione della legge, se è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
È dunque indispensabile la grande partecipazione al voto referendario di tutti i cittadini responsabili che intendano salvaguardare la Costituzione e i fondamentali diritti che ancora essa garantisce, votando NO. No alle riforme scriteriate e illiberali, no alla concentrazione dei poteri nel governo, no allo smantellamento del sistema bicamerale perfetto, no alla rinuncia alla piena partecipazione dei cittadini all’elezione del Parlamento.
Thomas Jefferson, terzo Presidente degli Stati Uniti d’America, sosteneva che “The best government is that which governs least”. (Il miglior governo è quello che governa meno”).
Intendendo con questo che ogni limitazione del diritto del popolo di essere rappresentato attraverso l’organo istituzionale che lo garantisce, cioè il Parlamento, privilegiando la crescente autorità del potere Esecutivo, è chiara prova di un’azione tesa a creare, aldilà delle apparenze, un governo autoritario.
Ma procediamo nella nostra analisi, osservando che la nuova legge elettorale ordinaria n. 15/2015, in vigore dal 1 luglio 2016, detta anche “Italicum” è perfettamente funzionale ai meccanismi, previsti dalla legge di riforma della Costituzione, sottoposta al Referendum. Quanto al nome attribuito alla legge elettorale, “Italicum”, ci sarebbe da chiedersi se è solo casuale il fatto che i “Think Tank” nazionali, istruiti dai loro omologhi d’Oltreoceano, dopo l’evidente tentativo di “brain washing”, contenuto nel quesito referendario, hanno inteso risvegliare il patriottismo degli elettori, per convincerli, con giochetti tipicamente “yankee”, che il loro SÌ sarà per il bene della Nostra Italia.
Infatti, la legge di riforma costituzionale, sottoposta a Referendum, prevede, fra l’altro, “il superamento del bicameralismo paritario e la riduzione del numero dei Parlamentari” e, qualora prevalessero i “SÌ”, l’Italicum dovrebbe quindi regolare l’elezione della Camera dei Deputati, che sarà la sola ad essere elettiva e ad avere facoltà di dare fiducia al governo, pur permanendo, nel nuovo schema costituzionale, il Parlamento bicamerale. Per il Senato non è prevista l’elezione diretta, poiché la legge costituzionale Boschi-Renzi dispone che i Senatori, il cui numero sarà ridotto da 315 a 100, saranno nominati dai consigli regionali e potranno in sostanza rappresentare soltanto le forze politiche che in questi prevalgono e non le istituzioni, né il popolo sovrano (vedi art. 67 e 121 della Costituzione, in merito al “vincolo di mandato” e ai limiti di rappresentanza dei Senatori).
Ma osserviamo quanto l’Italicum dispone per l’elezione della Camera. Esso prevede il sistema proporzionale e assegna il premio di maggioranza alla lista che raggiunge la soglia del 40% dei voti; qualora questa percentuale non sia raggiunta, si va al ballottaggio, che assegnerà il premio di maggioranza alla lista che prevale, cioè, in pratica, alla lista (non alla coalizione) che ha ottenuto un solo voto in più, rispetto alle altre. Nell’attuale quadro politico si prevede che il ricorso al ballottaggio sarà necessario nel novanta per cento dei casi. Ora, occorre ricordare che al ballottaggio, in cui non è previsto il raggiungimento di una soglia minima di voti (quorum), né una soglia di sbarramento, la percentuale dei votanti scende in modo rilevante. E può, quindi, facilmente accadere che una lista che rappresenta un’esigua parte dell’elettorato, ottenga la maggioranza dei seggi alla Camera (lo stesso paradosso creato dal Porcellum, dichiarato anticostituzionale). Da notare comunque che anche nel caso in cui una lista raggiunga, al primo turno, il 40% dei voti, otterrà il premio di maggioranza, pari a 340 seggi, che non saranno interamente occupati da Deputati, liberamente eletti dal popolo, poiché ben 109 di essi saranno “nominati” dalle forze politiche dei cento collegi plurinominali, con capolista bloccato e dei nove collegi uninominali delle province autonome. Per la stessa ragione, qualora un partito riuscisse ad ottenere 100 seggi, questi sarebbero assegnati ad altrettanti Deputati, non eletti, ma nominati.
Ma non è tutto. Qualcuno ha riscontrato varie affinità tra la legge Italicum e le due leggi del ventennio fascista, una del 1923, nota come legge Acerbo, voluta da Mussolini per assicurare la maggioranza parlamentare al PNF. Questa legge assegnava un premio di maggioranza, pari a 2/3 dei seggi, al partito che avesse superato il quorum del 25%. L’altra legge è la n. 2263 del 24 dicembre 1925, che definendo le prerogative del Capo del Partito, lo trasformava automaticamente, una volta eletto, in Capo del Governo. Leggi che, in seguito, aprirono la strada alle cosiddette leggi fascistissime. Analogamente, l’Italicum dispone che le forze politiche, nel momento in cui presentano il loro programma e le liste devono indicare il “capo (sic) della forza politica”. Il giurista Zagrebelksky ci fa notare che l’Italia e l’Ungheria, in questo momento sono i soli paesi dell’Unione Europea che possono attribuire la maggioranza assoluta a un unico partito. Una legge elettorale ordinaria (l’Italicum), favorendo la concentrazione di poteri nell’Esecutivo, sta dunque trasformando l’Italia in una Repubblica Presidenziale o in un governo con poteri illimitati. L’esempio viene dagli Stati Uniti, dove il potere legislativo del Congresso continua a venir meno, poiché le decisioni politiche si prendono alla Casa Bianca, in cui opera da tempo la marionetta, cioè il Presidente USA, manovrata dall’Alto. Il signor Renzi non è stato in grado di spiegare come mai gli è sfuggita, nel suo disegno riformistico, la modifica dell’articolo 92 della Costituzione che attribuisce al Presidente della Repubblica l’esclusiva facoltà di nominare il Presidente del Consiglio.
“Prima ancora che incostituzionale l’Italicum è una legge irrazionale, insensata, contraddittoria e, essendo una legge elettorale e quindi fondamentale per gli equilibri democratici, intrinsecamente pericolosa, del tutto in linea con il disegno di accentramento al potere esecutivo e di depotenziamento del sistema parlamentare”.
La tanto propagandata riforma della Costituzione che il signor Renzi continua a dichiarare essenziale per il rinnovamento del nostro Paese, è quella che dovrebbe realizzare la semplificazione della funzione legislativa del nuovo Parlamento.
Ma se osserviamo le disposizioni in materia, previste dalla legge di riforma costituzionale, possiamo trarre, senza ombra di dubbio, le seguenti conclusioni: la legge di riforma Renzi – Boschi non semplifica un bel niente, ma complica l’iter legislativo in modo assai rilevante, rispetto a quanto prevede, in modo chiaro e forma concisa, la Costituzione del 1948; una verifica che ci consente di mettere in guardia l’elettore, ancora indeciso, invitandolo a non correre il rischio di cadere vittima dell’ennesimo raggiro. Rischio che può evitare, soltanto votando NO.
Entriamo brevemente nei dettagli e vediamo che cosa accadrebbe tra Montecitorio e Palazzo Madama, nel malaugurato caso in cui al Referendum prevalessero i “SÌ”.
Operato il superamento del bicameralismo paritario e ridotto il numero dei parlamentari,e dunque limitata sensibilmente la facoltà del Parlamento di svolgere il suo compito istituzionale, che è quello di rappresentare gli elettori e di estendere le possibilità della democrazia partecipativa, si beneficia dell’irrisorio contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni.
Deputati e Senatori si trovano di fronte all’articolo n. 70 riscritto nella Costituzione riformata che “semplifica” la funzione legislativa del nuovo Parlamento, disponendo ben quattro procedure diverse, cioè quattro modi diversi di fare le leggi (La costituzione del 1948 ne prevede uno solo, quello che risulta dalla funzione legislativa esercitata collettivamente dalle due camere, come recita l’articolo 70 non riscritto).
Ma la semplificazione si… complica, perché, secondo le quattro procedure, si fanno quattro leggi diverse, che nell’ordine sono:
1) leggi bicamerali;
2) leggi approvate dalla sola Camera, con possibile esame del
Senato entro dieci giorni;
3) leggi approvate dalla sola Camera, con necessario esame del
4) leggi approvate dalla sola Camera, con necessario esame del
Senato entro quindici giorni.
Sentiamo in proposito il commento di Luca Benci, giurista, “Laboratorio politico - Per un’altra città” - Firenze:
Leggi bicamerali
“È la stessa procedura che da sempre conosciamo: stesso testo approvato da Camera e Senato. L’elenco delle leggi bicamerali è lungo ed è suddiviso per materia. Riguardano le leggi costituzionali e di revisione costituzionale, sulle minoranze linguistiche, sui referendum, su comuni e città metropolitane, sulla partecipazione e all’attuazione delle norme sull’unione europea, sull’eleggibilità dei senatori, sulla legge elettorale del senato, sulla ratifica dei trattati dell’unione europea, sull’ordinamento di Roma, sul regionalismo differenziato, sulla partecipazione delle regioni speciali alla formazione e all’attuazione di norme Ue, sulle intese internazionali delle regioni, sul patrimonio degli enti territoriali, sui principi della legge elettorali delle regioni ordinarie, sul passaggio di un comune da una regione all’altra”.
Leggi approvate dalla sola Camera, con possibile esame del Senato entro dieci giorni
“Il Senato, per tutte le leggi approvate dalla Camera e che non sono riportate nell’elenco delle leggi bicamerali (su cui ha piena potestà, come abbiamo visto), entro dieci giorni su richiesta di un terzo dei senatori, può esaminarle e proporre modifiche nel testo entro un termine di trenta giorni. Successivamente la Camera deciderà se accogliere o meno le modifiche”.
Leggi approvate dalla sola Camera, con necessario esame del Senato entro dieci giorni
“Ipotesi che si verifica quando la Camera vota sulle materie previste dall’articolo 117 della Costituzione che sono riservate alle Regioni e di cui lo Stato decide di intervenire scavalcando le competenze regionali: c.d. “clausola di supremazia statale”.
Lo Stato, cioè, invade le competenze regionali quando, su “proposta del Governo”, interviene su materie riservate alle Regioni.
La motivazione di detta invasione è relativa alla “tutela dell’unità giuridica o economica della repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. Lo chiede il Governo, la Camera approva la legge, ma in questo caso il Senato deve necessariamente esaminare la legge e la Camera – se sono proposte delle modifiche da parte del Senato – può disattendere le richieste del Senato solo pronunciandosi nella votazione finale a “maggioranza assoluta dei propri componenti”.
Leggi approvate dalla sola Camera, con necessario esame del Senato entro quindici giorni
“Questa ipotesi riguarda le leggi di bilancio e la legge di stabilità.
La più importante legge dello stato sarebbe quindi approvata dalla Camera, trasmessa obbligatoriamente al Senato che entro quindici giorni delibera le proposte di modifica. Su queste deciderà in via definitiva la Camera senza maggioranze particolari.
In sintesi quindi esisterebbero leggi approvate da entrambe le camere, leggi di cui il senato può chiedere le modifiche, leggi in cui il senato deve chiedere le modifiche.
Oltre a questi procedimenti – che potremo definire generali – vi sono altri sottoprocedimenti che rendono ancora più complicato il processo di produzione normativa. Ad esempio sulle leggi elettorali di camera e senato può essere chiesto il controllo preventivo di costituzionalità da parte di un quarto dei deputati e un terzo dei senatori. Il tutto entro dieci giorni dall’approvazione. Questa disposizione costituzionale appare, oggi, del tutto ragionevole visto quello che è successo con il Porcellum, ma con un legislatore assennato che non piega le leggi elettorali ai sondaggi del momento appare eccessiva. Procedimenti speciali ci sono per le leggi che sono state avviate prima in senato, per le leggi che il Governo dichiara essenziali all’attuazione del programma, le leggi dichiarate urgenti, le conversioni dei decreti legge, le leggi di iniziativa popolare. Alla fine si contano – tra procedimenti e sottoprocedimenti – dieci modi diversi di produrre atti normativi primari.
Il senato depotenziato dalla riforma trova però i suoi poteri aumentati con la elezione dei membri della corte costituzionale.
Nella Carta costituzionale vigente i cinque membri spettanti al Parlamento vengono eletti in seduta comune tra Camera e Senato. Il Senato della riforma renziana ne eleggerebbe ben due con soli cento senatori (la camera gli altri tre con seicentotrenta deputati).
Non sono rilievi di poco conto tenuto conto della funzione di garanzia che esercita la corte costituzionale e della strana composizione del ‘Senato delle regioni’ renziano”.
4. I rapporti tra Governo e Parlamento
Se al Referendum del prossimo 4 dicembre prevalgono i SÌ, dovremo assistere ad un vistoso squilibrio fra le facoltà attribuite al potere legislativo e quelle attribuite al potere esecutivo, il Governo, a tutto vantaggio di quest’ultimo e a detrimento sostanziale del primo (il Parlamento), che vedrà, con l’approvazione della legge di riforma della Costituzione, ulteriormente limitato il suo compito istituzionale, che è quello di rappresentare i cittadini elettori della Repubblica Parlamentare Italiana, garantendo la piena realizzazione della democrazia rappresentativa.
La legge elettorale ordinaria, Italicum, come abbiamo ricordato nei precedenti commenti, sembra fatta apposta per dare luogo a questo pericoloso squilibrio, rivelandosi “complementare” all’applicazione del disposto della legge di riforma costituzionale, poiché, consentendo ad un partito, che non ha ottenuto la maggioranza dei voti espressi, di ottenere invece la maggioranza in Parlamento (alla sola Camera, visto che il Senato non sarà più elettivo) e l’automatica elezione a Capo del Governo del “capo della forza politica” dal partito indicato, nonché l’inedito “diritto” di condizionare i lavori parlamentari, con l’istituzione del cosiddetto “voto a data certa”, in virtù del quale il Parlamento avrebbe l’obbligo di iscrivere un disegno di legge all’ordine del giorno, entro il termine di cinque giorni dal ricevimento (vedi art. 72 della Costituzione, sottoposto a riforma) potrebbe, non solo facilitare la ratifica e la conversione in legge di ddl ritenuti essenziali per l’attuazione del programma di governo (quale?), ma anche, e soprattutto,
le condizioni per il graduale smantellamento del nostro sistema democratico, favorendo la (evidentemente prevista) svolta autoritaria del governo del nostro Paese.
(ricordiamo i vari espedienti, ai quali è ricorso l’Esecutivo, per modificare a proprio vantaggio il testo legislativo, come i maxiemendamenti e i “canguri” cosiddetti ghigliottine).
Riferiamoci anche all’elezione del Presidente della Repubblica. Nella riforma di Renzi, solo i parlamentari sono grandi elettori, che si riuniscono per eleggere il Presidente. Sono previsti quattro scrutini, con un quorum pari a 2/3 dei voti espressi nell’Assemblea riunita, fra i quali sono determinanti quelli della Camera, in cui, grazie all’Italicum, prevale la maggioranza di un solo partito. Dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza dei 3/5 dei votanti. Dunque il partito premiato dall’Italicum potrebbe da solo votare per eleggere il “suo” Presidente.
Osserviamo la riforma dello strumento di democrazia diretta, il Referendum, proposta con l’aumento a 800.000 firme di richiedenti, come soglia minima, affinché il Referendum possa essere indetto, invece delle 500.000 attualmente previste.
Nonché le proposte di legge di iniziativa popolare, previste dall’articolo 71 della Costituzione, che, riscritto, innalza il numero delle richieste da 50.000 a 150.000 quale soglia minima necessaria a sottoporre la proposta di legge popolare o petizione alla discussione e alla deliberazione parlamentare.
E infine, ricordiamo che la riforma permetterebbe ad un partito, minoritario nel Paese, e maggioritario alla Camera, grazie all’Italicum, di nominare oltre la metà dei membri della Corte Costituzionale.
Dunque, un NO forte e deciso, per garantire il rispetto del Nostro Popolo e salvaguardare quanto ancora rimane della Nostra Libertà.
Lunedì, 31 Ottobre 2016 14:05 Written by Carlotta Caldonazzo
I continui fallimenti diplomatici rendono sempre più difficile una conclusione del conflitto; ignorato, finora, l'esperimento della costituzione promulgata nel Rojava
Ammesso che ci sia ancora bisogno di dimostrazioni, gli oltre cinque anni di conflitto in Siria, come le guerre che si sono susseguite dalla metà del secolo scorso, hanno reso evidente che gli esiti degli interventi di una coalizione internazionale a guida unica non sono meno nefasti di quelli delle operazioni militari a più teste. Una delle principali ragioni di queste disfatte è la sistematica mancanza di considerazione degli interessi delle popolazioni coinvolte. Inoltre, rispetto al contesto monopolare a guida statunitense delle “guerre umanitarie”degli anni Novanta e Duemila, nell'ultimo decennio l'assetto mondiale sta mutando, lasciando emergere almeno altre due potenze concorrenti, ossia Cina e Russia. L'impossibilità di imporre un'unica visione del Medio Oriente è appunto una delle cause del protrarsi indefinito del conflitto in Siria, ma solo perché simili cambiamenti geopolitici, invece di favorire una democratizzazione dell'ordine mondiale, sono sfociati nello scontro di più pensieri unici.
Al contempo causa e conseguenza delle catastrofi delle “guerre umanitarie” o “preventive” è l'impotenza degli organismi sovranazionali come l'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), o l'Alleanza atlantica (NATO), anche perché sono espressione di un mondo “bipolare”, diviso nelle sfere di influenza di Stati Uniti e Unione Sovietica. Queste istituzioni, sorte alla fine della Seconda guerra mondiale, hanno una struttura intrinsecamente dialettica: possono esistere e svilupparsi solo se esistono due poli che si controllano a vicenda. Basti pensare all'atteggiamento della Turchia, in particolare dopo il “fallito golpe” di luglio: alle minime tensioni con Washington, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha immediatamente ripristinato le relazioni diplomatiche ed economiche con Mosca. Considerando anche che la Turchia ha il secondo esercito nella NATO dopo quello degli USA, si può comprendere quanto timore abbia suscitato alla Casa Bianca la sua improvvisa “deviazione”. Occorre poi tener presente che gli USA e l'Unione Europea (come dimostra l'accordo su richiedenti asilo e migranti) contano da decenni sul baluardo turco in Medio Oriente e perderlo in un momento in cui diversi attori si contendono il ruolo di potenza egemone sarebbe un danno.
Tuttavia, una pacificazione stabile e duratura non può essere fondata sulla sottomissione delle popolazioni coinvolte agli interessi delle grandi potenze. È un po' come la storia del patto iniquo di cui scriveva il filosofo ginevrino Jean-Jacques Rousseau: voi avete bisogno di me perché io sono ricco e voi poveri; stipuliamo dunque un accordo tra noi: permetterò che abbiate l'onore di servirmi a patto che mi diate il poco che vi resta in cambio del disturbo che mi prenderò dandovi degli ordini. Secondo lo stesso Rousseau, un patto simile, ben lungi dal porre fine ai conflitti ne semina di nuovi, poiché ratifica una condizione di diseguaglianza e ingiustizia. Così, sulle spartizioni coloniali (i cui effetti deleteri sono ancora osservabili) se ne innestano altre più indirette, che rendono sempre più complicata una soluzione autentica. Eppure, nel 2014 le Regioni Autonome di Afrin, Jazira e Kobane, multietniche a maggioranza curda, si sono date una costituzione, sotto la guida del Partito dell'unione democratica (PYD, il principale partito curdo siriano). Questa costituzione è stata chiamata contratto sociale, proprio come quello che proponeva Rousseau nell'opera omonima, e i suoi principi fondamentali sono il diritto all'autodeterminazione, il municipalismo democratico e la pacifica coesistenza delle comunità, tra le quali viene sancita l'uguaglianza. Nel preambolo si legge che l'obiettivo è riconciliare il ricco mosaico siriano attraverso una fase transitoria dalla dittatura, dalla guerra civile e dalla distruzione, verso una nuova società democratica in cui saranno preservate la vita civile e la giustizia sociale.
Martedì, 18 Ottobre 2016 15:03 Written by Fabrizio Federici
Martedì, 04 Ottobre 2016 13:24 Written by Roberto Fantini
Martedì, 13 Settembre 2016 13:31 Written by Carlotta Caldonazzo
Domenica, 04 Settembre 2016 17:31 Written by Alessandro Tudino
Se la campagna presidenziale americana diventa una scelta tra la libertà di espressione e la tutela della dignità della persona.
La notizia dell’endorsement di fatto di Clint Eastwood per Donald J. Trump Presidente ha fatto il giro del mondo.
The 86-year-old four-time Oscar winner, durante un’intervista alla rivista Esquire, ha dichiarato di preferire il candidato repubblicano come prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America (per leggere l’intervista http://www.esquire.com/entertainment/a46893/double-trouble-clint-and-scott-eastwood/).
…Parole chiare per Clint!
Trump è sul pezzo (così forse potremmo tradurre correttamente he's onto something, letteralmente “lui è su qualcosa”) perché, secondo Eastwood, ha preso atto che parte dell’opinione pubblica è stanca del political correctness: è per questo che viene “apprezzato”.
Ricorda che When he grew up nessuno si sarebbe sognato di dire, così facilmente come ora, a una persona che è razzista per il solo fatto di aver espresso un legittimo dubbio (fa riferimento alla vicenda relativa ad alcune dichiarazioni di Trump su un giudice di origine messicana).
In sostanza, Eastwood rifiuta la pussy generation nel quale gli U.S.A. stanno vivendo anzi, ritiene che questa kiss-ass generation è un momento triste per la loro storia.
Che cos’è la pussy generation? chiede il Direttore della rivista.
«Tutte queste persone che ti dicono “Oh, non puoi fare questo, non puoi fare quell’altro e non si può dire quello”. Io credo che questi sono i tempi in cui ci troviamo».
Su Hillary Clinton ammette che potrebbe essere una “dura” ma che ha deciso di seguire le orme di Obama, quindi non ritiene di appoggiarla.
La notizia dovrebbe lasciare il tempo che trova, essendo la celebrated star of “The Good, the Bad and the Ugly” un repubblicano convinto da tempo.
Ciò nonostante, le sue dichiarazioni possono accendere, a mio avviso, una riflessione molto importante che sembrerebbe non sia stata tenuta in considerazione dal dibattito politico americano e internazionale.
Mi riferisco alla secolare disputa tra due principi fondamentali delle moderne democrazie occidentali, e segnatamente a quella tra la libertà di espressione e la tutela della dignità della persona.
Oggi più che mai, con lo sviluppo dei mass media e dei social network, l’incontro e lo scontro tra questi due principi è costante, continuo, mai interrotto. Oggi più che in passato la giurisprudenza e la dottrina sono chiamate a stabilire quale dei due principi debba prevalere.
Il bilanciamento a favore dell’uno o a favore dell’altro non è mai scontato. Tuttavia, è possibile affermare, in via generale, che gli ordinamenti di Common Law tendono a favorire una maggiore applicazione del principio di libertà di espressione al contrario di quanto succede negli ordinamenti di Civil Law dove la tutela della dignità della persona è un principio che limita quasi sempre quello della libertà di espressione (ovviamente ci sono le eccezioni).
Le motivazioni di queste scelte risiedono indubbiamente nella storia dei Paesi interessati (per citarne alcuni: USA, Gran Bretagna da una parte, Italia, Francia e Germania dall’altra) e nell’analisi della giurisprudenza delle proprie Corti Costituzionali.
Negli Stati Uniti d’America la libertà di espressione in ogni sua forma è sancita nella Carta Costituzionale dal 1° Emendamento (ripreso poi nel Bill of Rights):
Il principio di freedom of speech, or of the press è l’architrave del sistema giuridico e politico statunitense. “James Madison, padre della patria americana e coautore del Federalist con Hamilton e Jay, ne spiegò il principio sottostante in questi termini: nella forma di governo degli Stati Uniti, fondata sulla sovranità popolare, «the censorial power is in the people over the Government, and not in the Governement over the people»[1]”.
Si tratta di un principio che fonda l’intero ordinamento costituzionale, l’intero Stato americano: la libertà di espressione equivale a dire che la sovranità appartiene al popolo.
Ciò posto, secondo Eastwood negli States di questi tempi non si può parlare liberamente. In coerenza con quanto ritiene e in modo palese sceglie Trump perché il candidato repubblicano dice what’s on his mind anche se sometimes it's not so good o addirittura se dice a lot of dumb things.
Eastwood, da “vero” americano (?), difende la libertà di espressione e probabilmente vede nel candidato repubblicano alla Casa Bianca colui il quale, una volta eletto Presidente, potrebbe maggiormente garantire e tutelare tale principio.
Hillary Clinton, invece, viene osservata come la naturale prosecutrice delle politiche Obamiane, caratterizzate da una maggiore attenzione verso le minoranze e le fasce deboli della società americana[2] : ergo una politica orientata alla tutela della dignità della persona.
Direi di no. Non tutte le leggi adottate da Obama, ovviamente, erano dirette in favore dei più deboli o comunque per la tutela della dignità della persona né lo saranno, probabilmente, quelle della Clinton.
Del pari, non saranno “un sacco di cose stupide” dette da Trump a poter stabilire che, qualora eletto, questi attui politiche a tutela della libertà di parola e di stampa, ovvero che non ponga in essere iniziative in favore della dignità della persona.
Per concludere, ciò non toglie la possibilità che l’idea della star possa essere ritenuta corretta da moltissimi altri elettori, soprattutto nell’ambito di una campagna elettorale dove contano più gli slogan che i contenuti programmatici e politici (n.b. quello di Trump è per l’appunto “I am Your Voice” - “Make America Great Again”).
E in tal senso, vista la sensibilità del popolo americano alla libertà sancita dal primo emendamento, le probabilità di vittoria per Trump risulterebbero concrete.
A ciò si aggiunga che la spregiudicata campagna elettorale del miliardario newyorkese non sembra incontrare un’efficace risposta dalla Clinton che, sebbene proponga questioni politiche rilevanti e forse più realistiche (rivolte maggiormente in favore delle nuove generazioni di cittadini americani?), non dispone, a mio avviso, di quella eccezionale capacità comunicativa del suo illustre predecessore, Barack Obama.
Yes we can…again? Agli elettori americani la decisione.
[1] DE CAIRA Riccardo, La libertà di espressione negli Stati Uniti d’America, Rivista trimestrale di diritto pubblico, Giuffré Editore, 2010
[2] E’ chiaro che i nessi qui proposti possono essere considerati semplici e generici. Tuttavia, si può accettare il fatto che Obama viene rappresentato dalla pubblica opinione come un politico attento ai più deboli. Con riferimento alla Clinton si può evidenziare che in campagna elettorale abbia più volte sostenuto di voler attuare politiche per uno Stato più inclusivo e giusto e in favore della middle class, proseguendo, quindi, almeno a parole, alcune delle politiche tanto care a Obama.
Venerdì, 26 Agosto 2016 02:36 Written by Flip
Venerdì, 12 Agosto 2016 14:45 Written by Carlotta Caldonazzo
Lunedì, 01 Agosto 2016 18:09 Written by Carlotta Caldonazzo
Lunedì, 01 Agosto 2016 01:30 Written by Laura Frustaci
15 novembre 2015, Parigi: Bataclan, il concerto della Rockband del momento; 22 marzo 2016, Bruxelles: sala partenze dell’aeroporto ...; 1 luglio 2016, Dacca: cena di chiusura della stagione lavorativa; 14 luglio 2016, Nizza: festeggiamenti in onore della giornata di festa nazionale sul lungomare affollato di vacanzieri; 26 luglio 2016, Rouen: una chiesa violata, un anziano parroco sgozzato....
Azioni terroristiche ....attacchi senza un reale filo conduttore...
Eppure sono “Brandelli di vita quotidiana portati via alla normalità per diventare momenti di paura e di morte...”
Ecco cosa sono gli attacchi terroristici, nulla più di questo...e la religione è solo un pretesto; l’ideologia o la provenienza geografica sono solo illusioni e l’unico risultato è l’ODIO.
Siamo caduti nella trappola della paura e i gruppi che si organizzano per ripulire paesi e città dai cittadini stranieri, musulmani e non musulmani... (in fondo non importa: l’importante è che chiunque è diverso da me, sia cacciato via!!) non sono altro che la negazione della Civiltà, della Democrazia e della Libertà di ogni uomo a sperare in un futuro dignitoso.
Abbiamo passato secoli ad erigere confini tra i popoli, a difendere territori e beni, ad alimentare l’intolleranza e il disprezzo e abbiamo dimenticato che non esistono razze superiori o religioni giuste...esiste, come sosteneva Einstein già nel 1933, soltanto la Razza Umana.
Quando arrivò negli Stati Uniti, anche al grande scienziato Albert Einstein gli impiegati dell'ufficio immigrazione chiesero di indicare su un modulo a quale razza appartenesse. E Einstein spiazzò tutti scrivendo: «umana». Allora sembrò una provocazione: era il 1933 e lo scienziato, fuggiva dalla sua Germania proprio perché erano iniziate le persecuzioni contro gli ebrei come lui.
Per fortuna, la scienza si è resa conto che dividere gli uomini in razze è semplicemente un errore. Quello che si può fare è individuare "popoli" o "etnie", cioè gruppi identificati da un insieme di caratteristiche che, nel loro complesso, li rendono unici. Ma non (o almeno non solo) caratteristiche fisiche, come il colore della pelle o dei capelli: decisivo, per identificare un popolo, è riconoscere una cultura comune. Come c'insegnavano gli antichi.
Ma purtroppo non basta cancellare la parola “razza” per cancellare l'atteggiamento di chi insulta le persone che ritiene "diverse" da sé.
E allora dobbiamo essere concreti e interrogarci sugli errori fatti fino ad ora, su come abbiamo gestito i flussi di uomini che, nel corso degli ultimi decenni hanno preferito affrontare i pericoli dei deserti, le insidie del mare, la cattiveria degli sfruttatori e degli aguzzini, per cercare, oltre i confini della propria Patria, una vita dignitosa, lontana dalle guerre, dalla fame e dall’assoluta assenza di libertà.
Quante delle nostre politiche migratorie sono basate sullo studio della Geopolitica, sulla conoscenza delle motivazioni profonde che portano interi popoli a cercare “vita” in terre lontane?
Credo che il massiccio fenomeno migratorio che stiamo vedendo sotto i nostri occhi, meriti una analisi più attenta, più accurata e soprattutto intesa a cercare soluzioni.
Quello che avviene nelle nostre città ha bisogno di una gestione esperta, che tenga conto dei pericoli che sono nascosti nei cittadini immigrati di seconda generazione, che frequentano le scuole dei nostri figli, che occupano posti di lavoro al fianco dei coetanei “nativi” e non certo per trovare ragioni di opposizione, ma piuttosto per cercare punti di incontro, reali scambi culturali e condivisioni.
In fondo esiste una precisa e puntuale normativa che spinge in questa direzione e sono sempre più convinta che la civile convivenza non possa non passare attraverso la reale conoscenza della legislazione, della cultura e delle abitudini del Paese che ci ospita. L’abbiamo visto nei nostri padri, che nel dopoguerra hanno lasciato campagne e abitazioni, per aspirare ad una vita migliore per se e per i propri figli...nulla di strano, dunque, nelle motivazioni di base che portano giovani disperati e numerose famiglie a tendere alla vita (migliore) in un Paese lontano dal proprio!
Ma non possiamo cavalcare la PAURA...questa distruggerà ogni buon proposito e alla fine distruggerà tutti noi!
Il primo segnale concreto, Domenica 31 luglio: una giornata memorabile!
23 mila musulmani sul territorio italiano hanno risposto all’appello del Prof. Foad Aodi, Presidente del Co-mai e del Movimento Uniti per Unire e Focal Point per l’Integrazione in Italia per l’Alleanza delle Civiltà (UNAOC) ed hanno portato il loro saluto a tutte le Chiese di Italia. Il messaggio del Presidente Aodi “Solo con l’unione possiamo far desistere gli assassini delle religioni dalla loro opera di massacro. Siamo stanchi di violenza che non ha Dio e siamo stanchi delle strumentalizzazioni del mondo arabo e musulmano ...”
... ancora il Presidente Aodi rinnova l’invito a tutte le comunità musulmane ad andare “oltre le divisioni di cultura di provenienza, di ideologia politica e di religione per sconfiggere il male comune”.
Questa è l’unica strada possibile!
Lunedì, 18 Luglio 2016 13:34 Written by Carlotta Caldonazzo
Nella storia della Repubblica turca, il ruolo dell'esercito è da sempre quello di garante dei princìpi di laicità e ordine pubblico cui si ispirava Mustafa Kemal Atatürk; gli ultimi due colpi di stato militari riusciti, nel 1980 e nel 1997, molto diversi tra loro, sono stati realizzati in momenti di grave instabilità politica: i conflitti armati tra formazioni di destra e di sinistra nel primo caso, una “rischiosa” islamizzazione della società nel secondo
La schiacciante vittoria dell'AKP alle elezioni parlamentari del 2002 ha innescato in Turchia sviluppi politici simili a quelli degli anni '80 e '90, connessi con due colpi di stato militari che, sia pure con modalità diverse, avevano come obiettivi primari la liquidazione delle forze della sinistra e l'imposizione di ordine e stabilità. Quello del 1980, guidato dal generale Evren, aveva favorito l'ascesa di Turgut Özal, un “tecnocrate” incaricato di pianificare imponenti riforme di stampo liberista. Evren, a differenza degli ufficiali che avevano realizzato i colpi di stato del 1960 e del 1971, rigorosamente laici, utilizzava le confraternite religiose, profondamente radicate a livello sociale, senza che queste arrivassero a diventare soggetti politici. Ma dopo la vittoria elettorale del 1983, il partito della Madrepatria (ANAP) fondato da Özal mise in atto la sua vera linea politica: una sintesi di eredità islamica e ottomana, entrambe respinte dalle forze politiche che avevano fondato la moderna repubblica turca, militari e kemalisti (questi ultimi rappresentati dal Partito repubblicano del popolo – CHP).Özal infatti si serviva delle confraternite religiose, allora messe al bando, per assicurarsi un capillare controllo della società, ma a differenza di Evren, permise ad esse di emergere sulla scena politica. A ciò aggiungeva una politica estera pragmatica, filo-statunitense e filo-europea, esemplificata dall'adesione alla prima guerra del Golfo. Unica “concessione” ai nazionalisti laici fu l'istituzione in ogni villaggio di corpi paramilitari per combattere il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).
In tale contesto, si inserì appunto Necmettin Erbakan, che nel 1983 fondò il Partito della prosperità (RP), primo partito islamico turco, con una struttura simile alle confraternite religiose. A differenza di Özal, Erbakan introdusse nella sua retorica politica le aspirazioni dei nostalgici della grandezza ottomana, anti-occidentali e scontenti del liberismo degli anni precedenti: “sviluppo spirituale”, giustizia sociale, lotta alla corruzione, contrasto a “capitalismo, imperialismo e sionismo”. Nella sua ottica, la religione sarebbe stata un efficace collante sociale, utile anche nella soluzione della “questione curda” (molti curdi sunniti vengono cooptati in questo modo). Un ruolo essenziale era giocato inoltre dai legami internazionali dell'RP con le comunità turche all'estero e con i musulmani balcanici e caucasici. Dopo un decennio di marginalizzazione, l'RP ottenne grandi successi all'inizio degli anni '90, talvolta servendosi di alleanze tattiche con l'MHP. Divenuto primo ministro, Erbakan fu però costretto alle dimissioni da un nuovo golpe dei militari, che nel 1997 intimarono al governo di imporre controlli e restrizioni alle formazioni religiose, nel rispetto della laicità sancita dalla costituzione. Erbakan si dimise, il suo partito venne sciolto e dalle sue ceneri, nel 2001, nacque appunto l'AKP.
Memori dell'esperienza di Erbakan, i quadri dell'AKP, in particolare Abdullah Gül e l'allora sindaco di Ankara Erdoğan, hanno tentato una strategia più pragmatica, assegnando il ruolo che in passato era delle confraternite religiose al movimento del predicatore islamico Fethullah Gülen, in esilio volontario negli USA dal 1999, che coniuga da sempre un islam moderato (è stato il primo leader islamico a condannare gli attentati dell'11 settembre 2001) e orientato al sociale, con una politica estera filo-occidentale e filo-europea. Il suo movimento, Hizmet, ha milioni di seguaci in Turchia, soprattutto nella polizia (meno nell'esercito, elemento che ha destato perplessità su un suo possibile coinvolgimento nel tentativo di colpo di stato di quest'anno), nella magistratura, nei media e nell'istruzione, apparati chiave per il controllo di una società. Quindi, se da un lato Erdoğan sperava di volgere a suo favore l'influenza da lui esercitata a distanza, dall'altro ha sempre covato una profonda diffidenza. Dopo una prima rottura nel 2010 (in occasione della spedizione della Freedom Flotilla), la loro fragile alleanza si è infranta nel 2013, quando Gülen condannò la brutale repressione delle proteste di Gezi Park. Emblematico di questo sviluppo è l'imponente inchiesta della magistratura sulla presunta organizzazione eversiva Ergenekon: nel 2013 erano state condannate più di 250 persone, tra cui diversi alti ufficiali dell'esercito (le forze armate, per Erdoğan come in passato per altri leader islamici, sono un settore da controllare, anche servendosi di un alleato “infido” come Gülen), ma la sentenza è stata annullata lo scorso aprile dalla Corte Suprema turca, che ha definito il processo una montatura di settori della magistratura vicini a Gülen. Sempre nel 2013, decine di personaggi legati al governo dell'allora primo ministro Erdoğan sono finiti sotto processo per corruzione, altro episodio che Ankara ha definito un tentativo di golpe da parte dei gülenisti.

References: sentenza 
 sentenza 
 art.72
 art.87
 art. 67
 art. 72
 sentenza