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Timestamp: 2019-01-24 04:08:19+00:00

Document:
SULLA PENSIONE DI REVERSIBILITÀ ALL'EX CONIUGE DIVORZIATO
lunedì 07 gennaio 2019 - 09:27
Il caso: Muore un uomo. L'ex moglie, superstite, fa ricorso al Giudice per ottenere una quota della pensione di reversibilità del medesimo (rapportata all'assegno che riceveva mensilmente dal defunto, in seguito ad accordo privato, non ufficializzato, intervenuto tra i coniugi all'udienza di comparizione personale nel giudizio di divorzio)
Il Tribunale le riconosce una quota pari al 30%, la differenza (pari al 70%) viene assegnata alla persona con cui il defunto aveva contratto un nuovo matrimonio dopo il divorzio. Questa ricorre in Appello e successivamente in Cassazione, vantando il diritto sull'intera pensione di reversibilità.
La sentenza: la Corte di cassazione, con la sentenza n. 25053/ 2017, ha accolto il ricorso del coniuge (contro l'ex, quindi) con queste motivazioni:
-" l'ex moglie non era titolare di assegno divorzile, in quanto l'importo corrispostole mensilmente dall'ex marito non aveva costituito oggetto di determinazione giudiziale, ma di un accordo intervenuto tra i coniugi all'udienza di comparizione personale nel giudizio di divorzio"
In definitiva si è stabilito il principio per cui si può attribuire una quota della pensione di reversibilità all'ex coniuge solo nel caso in cui questi sia titolare di assegno divorzile determinato dal Giudice (cioè tradotto in sentenza, e quindi ufficializzato dalle parti). Non è sufficiente un accordo privato, benché adempiuto spontaneamente
SEPARAZIONE CONIUGALE E RICHIESTA DI INDENNIZZO PER RISTRUTTURAZIONE DI IMMOBILE
giovedì 03 gennaio 2019 - 19:21
Il Caso: una coppia si separa. Fra le varie questioni trattate processualmente ne emerge una inerente una richiesta di indennizzo. In particolare il marito chiede alla moglie la metà delle spese sostenute dopo la separazione per la ristrutturazione di uno stabile, acquistato al grezzo e successivamente sensibilmente aumentato di valore.
Dopo il giudizio presso il Tribunale e la Corte d'appello la causa perviene in Cassazione.
La sentenza: la Cassazione con la pronuncia n. 24160/ 2018 ha stabilito che non può presumersi, in via automatica, una "finalità di liberalità in favore del coniuge" a fronte dei "pagamenti fatti o alle spese sostenute per l'immobile in comproprietà anche dopo la separazione".
Di conseguenza, ecco la massima, "eventuali conferimenti e spese successivi alla separazione, non sussistendo la finalità di liberalità, dovranno essere considerati esclusivamente spese sostenute da uno dei comproprietari in favore del bene in comunione, e quindi il giudice di merito dovrà valutare se la moglie possa essere condannata a restituirne il 50% al marito facendo applicazione delle regole ordinarie applicabili in materia di comunione ordinaria"
IN OGNI GRADO DI GIUDIZIO IL GIUDICE PUÒ VALUTARE ANCHE NUOVE PROVE, QUANDO RISULTINO UTILI PER TUTELARE AL MEGLIO GLI INTERESSI DEI MINORI
mercoledì 07 novembre 2018 - 17:46
Il caso: Marito e moglie si separano giudizialmente. Il Tribunale dispone che il padre debba corrispondere 350 euro mensili per il mantenimento di due figli.
In Appello viene tuttavia raddoppiato il contributo per il mantenimento a carico del padre sulla base del fatto che la moglie, tramite un investigatore, aveva successivamente scoperto e quindi provato che il marito aveva un reddito mensile maggiore di quello dichiarato in precedenza in Tribunale. Contro la decisione il marito ricorreva in Cassazione: la relazione investigativa era stata a suo avviso presentata tardivamente, quando già si era esaurito il primo grado di giudizio.
La pronuncia (ordinanza n. 21178/ 2018) : La Cassazione ha respinto l'istanza del marito con queste motivazioni: - " è fatto sempre salvo il potere del giudice di adottare d'ufficio, in ogni stato e grado del giudizio di merito, tutti i provvedimenti necessari per la migliore protezione dei figli, ivi compresi quelli di attribuzione e determinazione del quantum del contributo di mantenimento da porre a carico del genitore non affidatario ".
La Cassazione non ha pertanto ritenuto violata la norma che non consente la produzione in appello di nuovi documenti, o nuove prove, in virtù dell'esigenza pubblicistica di tutela della prole, sottratta all'iniziativa e alla disponibilità delle parti.
VERIFICA DELLA SITUAZIONE PATRIMONIALE E REDDITUALE DEL CONIUGE IN SEDE DI SEPARAZIONE: ACCESSO AI DATI DELL'AGENZIA DELLE ENTRATE
venerdì 26 ottobre 2018 - 16:59
Il caso: in pendenza del giudizio di separazione giudiziale la moglie presenta istanza all'Agenzia delle entrate per accedere all'archivio dei rapporti finanziari del coniuge, ma l'Agenzia respinge l'istanza. La signora ricorre al Tribunale.
La sentenza: il Tar Puglia, sentenza 31 gennaio 2017 n. 94 ha accolto il ricorso con queste motivazioni:
-" La giurisprudenza è ormai consolidata nel riconoscere il diritto del coniuge, anche in pendenza del giudizio di separazione o divorzio, di accedere alla documentazione fiscale, reddituale e patrimoniale dell'altro coniuge, al fine di difendere il proprio interesse giuridico, attuale e concreto, la cui necessità di tutela è reale ed effettiva e non semplicemente ipotizzata"
- "Da ultimo, giova rilevare come sia altrettanto pacifico che, con la modifica della legge n. 241 del 1990, operata dalla legge 11 febbraio 2005, nr. 15, è stata codificata la prevalenza del diritto di accesso agli atti amministrativi e considerato recessivo l'interesse alla riservatezza dei terzi, quando l'accesso sia esercitato prospettando l'esigenza della difesa di un interesse giuridicamente rilevante".
– "L'istanza di accesso deve, quindi, ritenersi meritevole di accoglimento, rinvenendosi in capo alla ricorrente la sussistenza di un interesse qualificato"...con l'ordine all'amministrazione di ostensione dei dati richiesti, nella forma della sola visione"-
GRAVIDANZA INDESIDERATA: NIENTE RISARCIMENTO DANNI AL PADRE NATURALE
giovedì 25 ottobre 2018 - 16:07
Il caso :Una coppia ha un rapporto sessuale. Non viene presa alcuna precauzione al fine di evitare una gravidanza, in quanto la donna dichiara al partner di essere in quel momento non fertile. Viene concepito un figlio e il padre ricorre al tribunale per essere risarcito dei danni derivanti da quella che asserisce essere una sorta di "truffa", avendo la donna al momento del rapporto mentito intenzionalmente.
La sentenza: la Suprema Corte, con sentenza n. 10906/maggio/2017 ha rigettato il ricorso con queste motivazioni:
" una persona che è in grado di svolgere un atto sessuale completo, infatti, non può – alla luce del notorio – ignorare l'esistenza di mezzi contraccettivi, il cui reperimento e utilizzo sono di tale agevolezza che non possono non essere ascritti alla "ordinaria diligenza" per chi, appunto, in quel determinato caso intende esclusivamente soddisfare un suo desiderio sessuale e non vuole invece avvalersi delle sue potenzialità generative".
"Su questa linea, in effetti, condivisibilmente si colloca la vera e propria ratio decidendi della sentenza impugnata. Osserva infatti la corte territoriale, alla conclusione del suo iter motivazionale, che l'attuale ricorrente, "in quanto portatore di un così forte e intenso desiderio di non procreare, avrebbe dovuto adottare sicure misure precauzionali", onde, non facendolo, egli stesso ha "assunto il rischio delle conseguenze dell'azione".
DOPO IL DIVORZIO SI PUÒ COMUNICARE TRAMITE UNA APP: PRIMA SENTENZA IN ITALIA
mercoledì 24 ottobre 2018 - 16:03
Il Caso: Una coppia divorzia e si accorda per utilizzare un'applicazione telematica, allo scopo di comunicare meglio, gestire i rapporti con i figli e dirimere eventuali controversie, anche in relazione alle spese straordinarie.
Tra le varie applicazioni di questo strumento informatico: programmazione degli impegni dei figli (visite mediche, gite scolastiche..), informazioni e verifiche sull'andamento scolastico.
La sentenza: il Tribunale ( Modena , sentenza n. 2259/2017) ha stabilito che " ben possono essere recepite le condizioni concordate dalle parti, in quanto non contrarie a legge e nell'interesse della prole".
DIRITTO DI FAMIGLIA. MANTENIMENTO DEI FIGLI MAGGIORENNI
giovedì 24 agosto 2017 - 12:41
Se il figlio prosegue gli studi dopo la laurea breve non viene meno l'obbigo di mantenimento.
Il caso: Due coniugi divorziano e nella sentenza si dispone che il padre versi un assegno mensile di 850 euro per il mantenimento della figlia, non ancora indipendente economicamente.
In seguito il genitore ricorre al Tribunale per revocare o almeno ridurre l'assegno, dal momento che la figlia ha conseguito una laurea triennale e potrebbe quindi attivarsi per entrare nel mondo del lavoro e rendersi indipendente. La figlia decide invece di proseguire gli studi, per ottenere una laurea definitiva. Sia in primo grado che in appello il ricorso è respinto e la causa perviene all'esame della Cassazione.
La sentenza: la Suprema Corte (ordinanza n.10207/2017) rigetta il ricorso confermando le pronunce precedenti e dando quindi torto al genitore onerato (il padre, nella fattispecie). Con questa motivazione: " la cessazione dell'obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti deve essere fondata su un accertamento di fatto che abbia riguardo all'età, all'effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica, all'impegno rivolto verso la ricerca di un'occupazione lavorativa nonché, in particolare, alla complessiva condotta personale tenuta, da parte dell'avente diritto, dal momento del raggiungimento della maggiore età".
Nella fattispecie la Suprema Corte ha avvalorato la tesi della Corte di appello secondo cui la scelta di proseguire gli studi era meritevole di essere assecondata, in quanto finalizzata a un utile inserimento nel mondo lavorativo corrispondente alle inclinazioni personali della giovane figlia (ventiseienne) e si profilava in linea con le condizioni socio – economiche della sua famiglia.
DIRITTO DI FAMIGLIA - ASSEGNO DIVORZILE
giovedì 08 giugno 2017 - 21:16
La Cassazione sentenzia: niente assegno divorzile se il coniuge è economicamente autonomo
Il caso: Due coniugi divorziano. Sia in primo che in secondo grado i Giudici negano l'assegno divorzile richiesto dalla ex moglie, coniuge economicamente più debole.
Viene presentato dalla moglie ricorso per Cassazione.
La sentenza: la Corte di Cassazione, con la sentenza n.11504/2017 respinge il ricorso della moglie, confermando la non debenza di alcun assegno divorzile, con motivazioni che segnalano una profonda modifica nei criteri da adottare per l'assegnazione dell'assegno divorzile stesso. Riportiamo di seguito il passaggio chiave estrapolato dalla sentenza in esame:
-"Si deve quindi ritenere che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell'ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale. L'interesse tutelato con l'attribuzione dell'assegno divorzile non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica ....Il Collegio ritiene che .... se è accertato che quest'ultimo (il coniuge richiedente l'assegno, n.d.r.) è economicamente indipendente o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto".
Quanto al concetto di indipendenza economica la Corte di Cassazione precisa che la stessa si configura allorquando sussistono i seguenti parametri:
3) la capacità e la possibilità effettiva di lavoro;
Breve commento: La sentenza in esame sicuramente segnala un mutamento significativo del diritto di famiglia, non solo, peraltro, nella materia dell'assegno divorzile. Tuttavia va contestualizzata e occorre precisare:
a- che già i Giudici di primo e secondo grado avevano negato l'assegno divorzile alla moglie, segno che i Giudici di legittimità con la loro sentenza non hanno fatto altro che certificare pronunce di grado inferiore dello stesso segno (sia pure con motivazione di diritto differenti); in questo senso l'eco della sentenza sui media è sicuramente eccessiva, perché nella pratica quotidiana gli avvocati si erano già imbattuti in sentenze di analogo segno;
b- che nella fattispecie la moglie in questione era una imprenditrice, quindi sicuramente una persona sufficientemente abbiente (ogni caso, ecco cosa vogliamo dire, va assolutamente contestualizzato);
c- che la pronuncia in esame è di una sezione semplice, quindi nulla esclude che a breve altre sezioni della Cassazione possano esprimersi in maniera differente. Sarà solo il futuro intervento delle Sezioni Unite a fornire un quadro più stabile e coordinato dell'indirizzo giurisprudenziale;
d- che la pronuncia in esame, in ogni caso, è applicabile unicamente al procedimento di divorzio, non alla separazione.
giovedì 23 febbraio 2017 - 21:40
Polizza scaduta: la Compagnia assicuratrice deve egualmente liquidare il sinistro avvenuto entro 15 dalla scadenza.
Il caso: in un cantiere il dipendente di un'azienda muore per un incidente. Il datore di lavoro viene condannato a risarcire i congiunti della vittima. A questo punto chiede alla propria Assicurazione, con la quale ha stipulato una polizza a copertura del rischio responsabilità civile, di liquidare il sinistro ai terzi. La Compagnia eccepisce che la polizza non è più operativa: il sinistro era infatti avvenuto dopo la scadenza (seppure entro i 15 giorni dalla stessa).
La sentenza: Sul caso si è espressa la Corte di Cassazione con sentenza n. 26104/2016 confermando un principio già enunciato in sentenze precedenti : "il mancato pagamento, da parte dell'assicurato, di un premio successivo al primo determina, ai sensi dell'articolo 1901 c.c., comma 2, la sospensione della garanzia assicurativa non immediatamente, ma dopo il decorso del cosiddetto periodo di tolleranza o di rispetto e, cioè, di quindici giorni dalla scadenza del premio medesimo".
Il ricorso del soggetto assicurato è stato quindi accolto.
DIRITTO CIVILE. COGNOME DEI FIGLI
domenica 19 febbraio 2017 - 15:14
Cognome di entrambi i genitori : ora si può
Il caso: una coppia chiede all'Ufficiale di Stato Civile di attribuire il cognome materno al proprio figlio, in aggiunta a quello paterno. Di fronte al diniego da parte dell'Ufficiale la coppia si rivolge al Tribunale, ma il ricorso viene respinto.
Sul caso è chiamata a pronunciarsi la Corte Costituzionale.
La sentenza: Con la sentenza 286/2016 la Corte ha evidenziato che "nella famiglia fondata sul matrimonio rimane tuttora preclusa la possibilità per la madre di attribuire al figlio, sin dalla nascita, il proprio cognome, nonché la possibilità per il figlio di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome della madre. Questa preclusione pregiudica il diritto all'identità personale del minore e, al contempo, costituisce un'irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell'unità familiare".
Di conseguenza, anche sulla base di ulteriori argomentazioni giuridiche, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di tutta una serie di norme civilistiche – e dell'ordinamento di stato civile - nella parte in cui non consentono ai genitori, anche adottivi, di comune accordo, di trasmettere al figlio, al momento della nascita (o dell'adozione), anche il cognome materno.
In conclusione con la sentenza citata è ora possibile attribuire il doppio cognome ai figli, ma questo solo nel caso di accordo tra i genitori. La Consulta ha comunque sottolineato la necessità "di un indifferibile intento legislativo, destinato a disciplinare organicamente la materia, secondo criteri finalmente consoni al principio di parità". Non è quindi escluso che il Legislatore, accanto alla facoltà del doppio cognome, possa prevedere anche il diritto della coppia di attribuire unicamente quello della sola madre, in alternativa a quello del padre.

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