Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2009/11/accesso-in-azienda-per-un-controllo-fiscale-i-gravi-indizi.html
Timestamp: 2017-12-13 07:19:44+00:00

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Accesso in azienda per un controllo fiscale: i gravi indizi
Sul punto si rileva che la Corte di Cassazione, con sentenza n. 9611 del 21 marzo 2008 (dep. l’11 aprile 2008), ha affermato che l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica all’accesso ai locali, necessaria per entrare in quelli destinati promiscuamente ad abitazione ed all’esercizio di attività commerciali, non richiede la enunciazione di “gravi indizi” di violazione delle norme in materia di IVA. La sentenza impugnata aveva ritenuto che il provvedimento del Procuratore della Repubblica, che autorizzava l’accesso presso altro locale locato a società in liquidazione adibito anche ad abitazione del ricorrente, ai sensi dell’art. 52, del D.P.R. n. 633 del 1972, fosse illegittimo in mancanza nella motivazione dell’atto della indicazione del requisito dei gravi indizi e di conseguenza ha ritenuto che ne derivasse la nullità dell’avviso di rettifica IVA fondato su documentazione acquisita in detto accesso.
L’ULTIMO PRONUNCIAMENTO DELLA CORTE
Con sentenza n. 21974 del 16 ottobre 2009 (ud. dell’11 giugno 2009) la Corte di Cassazione ha ritenuto che costituisce ius receptum nella giurisprudenza di legittimità il principio secondo il quale l’autorizzazione all’accesso domiciliare rappresenta un provvedimento amministrativo endoprocedimentale e strumentale rispetto all’avviso di accertamento e dal quale deve rilevarsi la sussistenza degli elementi atti ad assumere natura di gravi indizi, attesa la inviolabilità del domicilio ex art. 14 Cost.. Al giudice tributario è devoluto non semplicemente il controllo sull’adempimento dell’obbligo di motivazione del decreto di autorizzazione ma altresì l’apprezzamento circa la valenza indiziaria degli elementi indicati quali gravi indizi.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate hanno proposto ricorso per cassazione nei confronti della Catalano s.r.l. (che resiste con controricorso) e avverso la sentenza n. 269/01/02, depositata il 30.12.02, con la quale, previa riunione, accoglieva gli appelli proposti dalla società avverso le quattro sentente di primo grado (che avevano rigettato tre dei ricorsi proposti dalla contribuente contro gli avvisi per cui è causa e accolto solo parzialmente il quarto), rilevando che nel decreto di autorizzazione all’accesso domiciliare non erano stati indicati, nemmeno in maniera indiretta e sintetica, i gravi indizi di violazioni di norme fiscali richiesti dal D.P.R. n. 633 del 1977, art. 52, e che la suddetta autorizzazione era stata concessa nei confronti della persona giuridica (mentre il provvedimento aveva riguardato una persona fisica) ed in essa era stato omesso sia il nome del destinatario che il luogo dell’accesso.
Col primo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52, oltre che vizio di motivazione, i ricorrenti rilevano che: la valutazione in ordine alla sussistenza dei gravi indizi è rimessa al giudice penale inquirente e deve ritenersi escluso dal sindacato del giudice tributario; che, anche ritenendo la natura amministrativa dell’atto di autorizzazione, dovrebbe escludersi la cognizione del giudice tributario per mancata previsione di tale atto tra quelli impugnabili; che, in ogni caso, la motivazione riguardo i gravi indizi può esprimersi anche in modo indiretto tramite il riferimento ai dati allegati dall’autorità richiedente (come nella specie, in cui l’autorizzazione all’accesso è stata giustificata dalla necessità di reperire gli elementi accertati nel p.v.c.); che l’acquisizione irrituale di elementi rilevanti ai fini dell’accertamento fiscale non comporta l’inutilizzabilità degli stessi in mancanza di espressa previsione in tal senso; infine che, anche ritenendo l’illegittimità dell’autorizzazione, la C.T.R. avrebbe dovuto valutare l’idoneità degli elementi acquisiti a comprovare la fondatezza della pretesa erariale, non potendo ritenersi esaustiva la motivazione formulata in proposito nella sentenza impugnata al punto 4), penultimo capoverso.
Aggiungono i ricorrenti che, in ordine alla eccezione relativa alla concessione dell’autorizzazione nei confronti di persona giuridica, mentre il provvedimento aveva riguardato una persona fisica, ed alla circostanza che in esso era stato omesso sia il nome del destinatario che il luogo dell’accesso, la motivazione della sentenza sarebbe insufficiente e contraddittoria.
Per la Corte di Cassazione, la prima censura esposta nel motivo in esame è infondata.
La giurisprudenza della Corte (alla quale il collegio intende assicurare continuità in assenza di valide ragioni per discostarsene) “ha infatti affermato che l’autorizzazione del procuratore della Repubblica all’accesso domiciliare, prevista, in presenza di gravi indizi di violazioni delle norme tributarie, dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52, comma 2, in materia di imposta sul valore aggiunto (reso applicabile anche ai fini dell’accertamento delle imposte sui redditi dal richiamo operato del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 33), costituisce un provvedimento amministrativo che si inserisce nella fase preliminare del procedimento di formazione dell’atto impositivo ed ha lo scopo di verificare che gli elementi offerti dall’ufficio tributario (o dalla guardia di finanza nell’espletamento dei suoi compiti, in collaborazione con detto ufficio) siano consistenti ed idonei ad integrare gravi indizi”.
Da tale natura e funzione dell’autorizzazione discende – anche in considerazione del fatto che l’autorizzazione trova base logica nell’art. 14 Cost. sull’inviolabilità del domicilio – che il giudice tributario, davanti al quale sia in contestazione la pretesa impositiva avanzata sui risultati dell’accesso domiciliare, può essere chiamato a controllare l’esistenza del decreto del pubblico ministero e la presenza in esso degli indispensabili requisiti, tenendo conto, quanto al requisito motivazionale, che l’apprezzamento della gravità degli indizi è esternabile anche in modo sintetico, oppure indiretto, tramite il riferimento ai dati allegati dall’autorità richiedente (v. tra le atre per tutte S.U. n. 16424 del 2002 e, da ultimo, Cass. n.6836/2009).
“In ordine all’affermazione della ricorrente secondo la quale l’acquisizione irritale di elementi rilevanti ai fini dell’accertamento fiscale non comporta l’inutilizzabilità degli stessi in mancanza di espressa previsione in tal senso, giova rilevare che, secondo la citata giurisprudenza, il giudice tributario, in sede di impugnazione dell’atto impositivo basato su libri, registri, documenti ed altre prove reperite mediante accesso domiciliare autorizzato dal procuratore della Repubblica, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52, in tema di imposta sul valore aggiunto – reso applicabile anche ai fini dell’accertamento delle imposte sui redditi dal richiamo operato dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 33 -, ha il potere-dovere (in ossequio al canone ermeneutico secondo cui va privilegiata l’interpretazione conforme ai precetti costituzionali, nella specie agli artt.14 e 113 Cost.) – oltre che di verificare la presenza, nel decreto autorizzativo, di motivazione – sia pure concisa o per relationem, mediante recepimento dei rilievi dell’organo richiedente – circa il concorso di gravi indizi del verificarsi dell’illecito fiscale – anche di controllare la correttezza in diritto del relativo apprezzamento, nel senso che faccia riferimento ad elementi cui l’ordinamento attribuisce valenza indiziaria, e pertanto, nell’esercizio di tale compito, il giudice deve negare la legittimità dell’autorizzazione emessa esclusivamente sulla scorta di informazioni anonime, valutando consequenzialmente il fondamento della pretesa fiscale senza tenere conto di quelle prove (v. la già citata S.U. n. 16424 del 2002 e Cass. n. 15209/2001, secondo la quale l’autorizzazione all’accesso nei locali dell’impresa ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52 deve essere rilasciata per iscritto dall’autorità competente, essendo eccezionali le ipotesi – relative a casi in cui l’atto scritto è reso impossibile da situazioni di fatto o di assoluta urgenza – in cui l’Amministrazione agisce, con rilevanza verso i terzi, con atti meramente verbali, e alla mancanza del requisito della forma scritta dell’autorizzazione consegue l’inutilizzabilità degli atti eseguiti in base ad essa, essendo sottoposta a controllo giudiziario la legittimità dell’acquisizione degli elementi forniti dall’Amministrazione), laddove la giurisprudenza citata da parte ricorrente si riferisce alla diversa ipotesi di mancanza o irritualità delle autorizzazioni (D.P.R. n. 600 del 1973, art. 33 o D.P.R. n. 633 del 1972, art. 63) poste a tutela della riservatezza delle indagini penali”.
Quanto alla deduzione che, sia pure in maniera indiretta, nell’autorizzazione in esame vi era la motivazione in ordine sussistenza dei “gravi indizi”, trattasi – per la Corte – “di affermazione che tende a porre in discussione l’accertamento in fatto operato dal giudice di merito e che, in ogni caso, è priva di autosufficienza, non essendo stata in ricorso riportata integralmente e testualmente la suddetta autorizzazione”.
Per quanto concerne la censura di difetto di motivazione con riguardo alla circostanza che l’autorizzazione era stata concessa nei confronti di una persona giuridica (mentre il provvedimento aveva riguardato una persona fisica) ed alla circostanza e che in essa era stato omesso sia il nome del destinatario che il luogo dell’accesso, deve rilevarsene l’inammissibilità per carenza di interesse, posto che essa colpisce solo alcune delle ragioni addotte a sostengo della affermata illegittimità dall’autorizzazione all’accesso e che, ritenuta l’infondatezza delle precedenti censure riguardanti altra ragione posta a sostegno della suddetta illegittimità (in particolare, la mancanza di una chiara enunciazione – sia pure sintetica o indiretta – di gravi indizi di violazioni di norme fiscali), la sentenza impugnata resterebbe pur sempre sostenuta dalla ratio decidendi che ha resistito alle censure precedentemente esaminate.
Quanto infine alla censura secondo la quale, ritenuta l’illegittimità dell’autorizzazione, i giudici della C.T.R. avrebbero dovuto ugualmente valutare l’idoneità degli elementi acquisiti a comprovare la fondatezza della pretesa erariale – non potendo ritenersi esaustiva la motivazione formulata in proposito nella sentenza impugnata al punto 4), penultimo capoverso – deve rilevarsi che essa presenta diversi profili di inammissibilità.
“Dalla sentenza impugnata emerge infatti che i giudici d’appello non hanno proceduto all’esame degli elementi acquisiti a sostegno della pretesa erariale avendo ritenuto che gli avvisi opposti, in quanto motivati con riferimento a dati acquisiti a seguito di accessi non (o illegittimamente) autorizzati, erano da ritenersi invalidi e insuscettibili di produrre effetti, e tale affermazione non risulta censurata in questa sede né in fatto né in diritto, non potendosi ritenere tale una censura che non individua l’affermazione della sentenza censurata – se non per il riferimento ad un non meglio identificato punto 4), peraltro non rinvenibile nella sentenza de qua – e che non esplicita il tenore delle censure, se non in ragione di una generica non esaustività della sentenza impugnata sul punto”.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 14
 sentenza 
 art. 52
 art. 52
 sentenza 
 sentenza 
 art. 52
 art. 33
 Cass. 
 art. 52
 art. 33
 Cass. 
 art. 52
 art. 33
 art. 63
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza