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Timestamp: 2020-02-18 11:40:59+00:00

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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 23 aprile 2014, n. 9226. Il diritto di esclusiva costituisce un elemento naturale, non già essenziale, del contratto di agenzia, sicché esso può essere validamente oggetto di deroga ad opera della volontà delle parti, deroga che può desumersi anche in via indiretta, purché in modo chiaro ed univoco dal regolamento pattizio del rapporto, ove in concreto incompatibile con il detto diritto - Renato D'Isa
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sentenza 23 aprile 2014, n. 9226
In particolare, in ordine all’appello principale della “Metso Minerals”, premetteva che “il diritto di esclusiva… è elemento non essenziale ma naturale del contratto… derogabile per concorde volontà delle parti… esplicitamente o tacitamente, per facta concludenza” (così sentenza d’appello, pag. 7); indi evidenziava che “nel caso specifico… la Dynapac, fino dal 30 luglio 1984, aveva revocato, come è pacifico, l’esclusiva concessa alla Arta” (così sentenza d’appello, pag. 8); che “a tale inequivoca comunicazione, la Arta non risulta avere in alcun modo replicato, almeno fino al 1987” (così sentenza d’appello, pag. 8); che le risultanze probatorie, sia documentali che testimoniali, non valevano a smentire “il comportamento del tutto passivo, rispetto alla revoca 30 luglio 1984, tenuto dalla Arta fino al 1987, malgrado la chiarezza e gravità del contenuto della lettera citata” (così sentenza d’appello, pag. 8); che, in pari tempo, non rivestiva valenza la circostanza che un nuovo esclusivista fosse stato nominato solo nell’anno 1987, “considerando che anche in assenza di un altro esclusivista, la revoca comportava la perdita delle provvigioni per gli affari conclusi direttamente dalla preponente” (così sentenza d’appello, pag. 9).
All’uopo adduce che, “ammesso e non concesso che la proposta di modifica del contratto di agenzia possa ritenersi accettata dall’Atta, la Corte ha, comunque, errato nel dichiarare non dovute le provvigioni indirette” (così ricorso, pagg. 4 – 5); che, alla stregua dell’art. 1748, 2 co., c.c., nella formulazione applicabile ratione temporis al caso di specie, “il presupposto del diritto alle provvigioni… è solo ed esclusivamente la circostanza che gli affari debbano avere esecuzione nella zona. Non il diritto di esclusiva” (così ricorso, pag. 5); che “negare… le provvigioni indirette… solo ed esclusivamente perché è stato annullato il diritto… di esclusiva è la conseguenza di… una inammissibile interpretazione ed erronea applicazione della norma di cui al secondo comma dell’art. 1748 c.c.” (così ricorso, pag. 5); che propriamente l’inciso “salvo che sia diversamente pattuito”, figurante nell’abrogato testo del 2 co. dell’art. 1748 c.c., “non sta per salvo che non venga derogata l’esclusiva, come inammissibilmente ritenuto dalla sentenza impugnata: significa semplicemente che le parti possono stabilire liberamente come calcolare, sulla base di criteri diversi dal luogo di esecuzione dell’affare, le provvigioni” (così ricorso, pagg. 6 – 7); che, per altro verso, facta condudentia, cui il secondo giudice ha inteso ancorare la deroga convenzionale all’esclusiva, non potevano esser scorti in un puro e semplice comportamento passivo; che invero, alla stregua della giurisprudenza di questa Corte di legittimità, “il comportamento passivo può… assumere il valore negoziale di consenso, ma occorre o che il comune modo di agire o la buona fede, nei rapporti instauratisi tra le parti, impongano l’onere o il dovere di parlare” (così ricorso, pag. 8); che nei tre anni successivi alla lettera del 30.7.1984, essa ricorrente ha ricevuto il pagamento delle provvigioni, sicché in difetto di apparenti modifiche non aveva alcuna ragione per protestare; che “il comportamento passivo dell’Arta nei tre anni, dal 1984 al 1987, non ha di per sé significato alcuno e andava, comunque, interpretato in uno con quello della Metso, che soltanto nel 1987 ha nominato nelle tre province un altro agente” (così ricorso, pag. 8).
Limitatamente, in secondo luogo, alla pretesa inconfigurabilità dei facta concludenza affermati dal secondo giudice a riscontro della tacita accettazione della revoca, va opportunamente specificato che la deroga all’esclusiva può desumersi anche dal comportamento delle parti successivo alla stipulazione del contratto (cfr. Cass. 7.12.1960, n. 3198).
Si tratta, piuttosto, di attender alla “lettura” del contegno delle parti all’insegna del paradigma della buona fede, non solo e non tanto, nel solco della previsione dell’art. 1375 c.c., in sede di esecuzione del contratto, quanto, precipuamente, in sede di interpretazione delle intese a valenza modificativa di pregressi accordi, nel solco, evidentemente, della previsione dell’art. 1366 c.c..

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