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Timestamp: 2017-02-28 14:55:25+00:00

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Sentenza n. 5090 del 25 settembre 2012 Consiglio di Stato | Tutto Stranieri
Annullamento del permesso di soggiorno – emersione dal lavoro irregolare
ex artt. 38 e 60 cod. proc. amm.sul ricorso numero di registro generale 6195 del 2012, proposto da: *****, rappresentato e difeso dagli avv. Michele Cipriani e Marco Ruzzini, con domicilio eletto presso Aldo Pinto in Roma, via G. Ferrari, n. 11;
Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Generale dello Stato, anche domiciliataria in Roma, via dei Portoghesi, 12;
della sentenza breve del T.A.R. LOMBARDIA – SEZ. STACCATA DI BRESCIA, SEZIONE I, n. 00081/2012, resa tra le parti, concernente annullamento del permesso di soggiorno.
Relatore nella camera di consiglio del giorno 31 agosto 2012 il Cons. Pierfrancesco Ungari e uditi per le parti l’avvocato Galella su delega di Cipriani e l’avvocato dello Stato Galluzzo;
1. L’appellante, cittadino cinese, aveva beneficiato della procedura di emersione dal lavoro irregolare ai sensi della legge 102/2009, di conversione con modifiche del d.l. 78/2009, ottenendo in data 4 novembre 2010 dalla Questura di Brescia un permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato.
2. Essendo emerso, a seguito di verifiche effettuate presso l’Agenzia delle Entrate, che le dichiarazioni dei redditi presentate dal dichiarante non erano veridiche e che quindi risultava carente il requisito reddituale minimo richiesto dall’articolo 1-ter, comma 4, della legge 102/2009, l’U.T.G.- Sportello Unico per l’Immigrazione di Brescia, con decreto prot. 111422 in data 21 settembre 2011, ha revocato il beneficio dell’emersione.
3. Richiamando detto provvedimento, la Questura di Brescia, con decreto prot. Cat.A-11/2011/Immig/2^sez/db in data 27 settembre 2011, ha annullato il suddetto permesso di soggiorno (peraltro, nel frattempo scaduto).
4. Il ricorso proposto avverso detto ultimo provvedimento è stato respinto dal TAR della Lombardia, sezione staccata di Brescia, con sentenza (emessa ex art. 60 cod. proc. amm.) 20 gennaio 2012, n. 81, oggetto dell’attuale appello.
La sentenza è motivata con la natura vincolata, dal venir meno dell’emersione, del provvedimento impugnato; nonché (per l’ipotesi – che il TAR ha tuzioristicamente preso in considerazione, pur escludendone la sussistenza – nella quale il provvedimento presupposto si dovesse ritenere compreso nell’impugnazione) con l’impossibilità di applicare l’articolo 5, comma 5, del d.lgs. 286/1998, per superare la mancanza di requisiti che, trattandosi di una procedura di sanatoria/condono, in ogni caso avrebbero dovuto essere posseduti entro il termine di presentazione della domanda di emersione (30 settembre 2009) previsto dalla legge 102/2009.
5. Nell’appello, il ricorrente ripropone le censure di violazione e falsa applicazione degli articoli 5, comma 5, e 6, comma 5, del d.lgs. 286/1998, 21-octies e 21-nonies, della legge 241/1990, nonché di eccesso di potere per carenza di motivazione, difetto di istruttoria ed ingiustizia manifesta.
Lamenta l’omessa applicazione in suo favore dell’articolo 5, comma 5, del d.lgs. 286/1998 (con riferimento alla circostanza di avere in corso dal 14 giugno 2011 un nuovo rapporto lavorativo, apprezzabile alla stregua di “nuovo sopravvenuto elemento” idoneo a consentire il rilascio del titolo di soggiorno), sottolineando che la disposizione ha carattere generale e che è richiamata dall’articolo 1-ter, comma 12, della legge 102/2009.
Lamenta altresì che l’annullamento, in violazione dell’articolo 21-nonies, della legge 241/1990, non sia stato preceduto dalla valutazione comparativa dell’interesse pubblico all’autotutela e di quello del ricorrente (alla luce del tempo trascorso, della mancanza di pericolosità e dell’inserimento sociale e lavorativo del ricorrente).
6. Il Collegio ritiene di definire l’appello nel merito all’esito della Camera di Consiglio cautelare.
I due profili di censura prospettati dal ricorrente si risolvono nell’invocare l’applicazione dell’orientamento di questa Sezione (espresso, in particolare, con la decisione 5 ottobre 2011, n. 5472 – peraltro, non concernente una vicenda di emersione dal lavoro irregolare) propenso a riconoscere, in caso di autotutela sul titolo di soggiorno, la necessità che l’interesse al ripristino della legalità venga adeguatamente comparato con la situazione sociale e famigliare dello straniero.
Tuttavia, il (condivisibile) rilievo della natura vincolata del provvedimento impugnato, su cui si basa la sentenza di primo grado, evidenzia (prima ancora che l’infondatezza delle doglianze di eccesso di potere, in assenza di discrezionalità – rilevata dal TAR) come l’interesse del ricorrente possa essere soddisfatto soltanto rimuovendo il presupposto provvedimento negativo adottato dall’U.T.G. di Brescia in data 21 settembre 2011. Infatti, mancando un diverso legittimo titolo di ingresso in Italia, il permesso di soggiorno può essere mantenuto o rinnovato al ricorrente, se ed in quanto mantenga effetti la procedura di emersione che ne ha consentito il rilascio.
E’ dunque quello adottato dall’U.T.G. in data 21 settembre 2011, di “revoca” della procedura di emersione, il provvedimento che il ricorrente avrebbe anzitutto dovuto impugnare, invocando le sopravvenienze a lui favorevoli ed il rispetto dei principi che disciplinano l’autotutela.
Ma detto provvedimento, come esposto, non è stato impugnato nel presente giudizio, né risulta impugnato autonomamente.
Al riguardo, nella memoria presentata in data 15 giugno 2012 dal ricorrente alla Questura di Firenze (alla quale aveva richiesto il rinnovo del permesso di soggiorno oggetto dell’annullamento in questione, ricevendo un preavviso di rigetto), acquisita al fascicolo processuale, si legge che il ricorrente si riservava di impugnare il decreto dell’U.T.G. di Brescia in data 21 settembre 2011 entro il termine di decadenza, a suo dire decorrente dal 24 maggio 2012, data in cui, in mancanza di notificazione, assumeva di averne avuto conoscenza a seguito di istanza di accesso. Occorre, viceversa, rilevare che il decreto 21 settembre 2011 risulta puntualmente richiamato nelle premesse del decreto della Questura oggetto del presente giudizio, che di detto provvedimento presupposto riporta gli estremi, l’effetto giuridico e la motivazione – così da determinarne la piena conoscenza da parte del ricorrente e da far decorrere nei suoi confronti il termine di impugnazione, almeno a far data dal momento in cui ha conosciuto il provvedimento conseguente, momento comunque antecedente alla proposizione del ricorso al TAR Lombardia.
Ciò dimostra che il decreto presupposto, se anche dovesse risultare impugnato nelle more della presente decisione, non può essere stato impugnato tempestivamente dal ricorrente, posto che il ricorso al TAR Lombardia risulta depositato in data 12 dicembre 2011.
7. Può condividersi la sentenza di primo grado in ordine alla sussistenza di giusti motivi per disporre l’integrale compensazione tra le parti delle spese di giudizio.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, in riforma della sentenza impugnata, dichiara inammissibile il ricorso introduttivo.
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 art. 60
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