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Timestamp: 2018-04-24 12:47:45+00:00

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Prestanome della società: quali responsabilità?
Lo sai che? Prestanome della società: quali responsabilità?
Lo sai che? Pubblicato il 8 ottobre 2016
> Lo sai che? Pubblicato il 8 ottobre 2016
Il prestanome di una società è chiamato testa di legno perché, di fatto, non svolge alcuna attività di gestione. Ma se si verificano reati fiscali è responsabile? Chi ne risponde?
Quanti di noi hanno mai sentito parlare, in ambito societario e commerciale, di “testa di legno”? No, non è uno scherzo, anzi: si tratta di un’espressione molto comune tra avvocati e amministratori di società.
1 Prestanome di società e amministratore di fatto: differenze
2 Prestanome: quali responsabilità?
3 Prestanome: responsabile solo se ci sono le prove
4 Prestanome: serve il dolo eventuale?
Prestanome di società e amministratore di fatto: differenze
Per capire di cosa parliamo, occorre, per prima cosa, focalizzare l’attenzione su una differenza fondamentale e non sempre compresa a pieno: quella tra amministratore di fatto e prestanome della società. Due ruoli con funzioni diverse rispetto a quelle che appaiono all’esterno, agli occhi di soggetti terzi.
L’amministratore di fatto è colui che, pur non rivestendo formalmente la qualifica di amministratore, esercita, in modo continuativo e significativo, i poteri tipici della qualifica o della funzione di amministratore di diritto (cioè di quello in senso proprio): ad esempio, si occupa del controllo della gestione della società e la sua organizzazione interna ed esterna.
Il prestanome, invece, è la figura inversa, cioè il soggetto che ufficialmente è amministratore, ma di fatto non svolge alcuna attività di gestione. In pratica, il suo è solo un ruolo nominale che non implica nessun coinvolgimento nella vita concreta della società. Ecco perché solitamente si parla di “testa di legno”.
Prestanome: quali responsabilità?
Proprio sulla figura del prestanome, si è pronunciata in numerose occasioni la Corte di Cassazione, secondo la quale, poichè egli non svolge alcuna attività di gestione effettiva e non essendo in grado di presentare la dichiarazione dei redditi (perché non dispone della documentazione contabile), non può essere responsabile di evasione fiscale [1]. In sostanza, la “testa di legno” non risponde dei reati tributari, quando è verificata la sua totale estraneità rispetto all’attività gestoria della società di cui è formalmente legale rappresentante [2]. Il motivo sta nel fatto che mancherebbe la volontà di commettere il reato.
In realtà, sulla questione non c’è mai stata uniformità di vedute: le stessa Cassazione, in altre occasioni, ha affermato che le due figure – prestanome e amministratore di fatto – devono essere parificate, essendo entrambi direttamente responsabili. Se così non fosse, sarebbero addebitate al solo prestanome tutte le omissioni civilmente o penalmente imputabili a colui che di fatto ha gestito la società, mentre rimarrebbe esente da ogni responsabilità colui che avrebbe il dovere e il potere di compiere la presentazione della dichiarazione dei redditi [3].
Prestanome: responsabile solo se ci sono le prove
Recentemente, anche il Tribunale di Firenze ha affrontato la tematica di cui stiamo parlando: il caso è quello di un uomo, legale rappresentate di una società, accusato di omessa dichiarazione fiscale.
La conclusione a cui i giudici toscani giungono è quella secondo cui il prestanome non risponde dei delitti in materia di omessa dichiarazione fiscale solo se è effettivamente privo di qualsiasi possibilità di ingerenza nella gestione della società. L’assenza del potere decisionale, tuttavia, deve essere provata con documenti o prove testimoniali; se la natura solo formale dei poteri non viene dimostrata, invece, la cosiddetta “testa di legno” risponde penalmente dei reati che vengono commessi in ambito societario [4]: secondo questa interpretazione, quindi, in assenza di prove di mancato potere gestorio anche la testa di legno, per quanto dura possa essere, si può rompere!
D’altra parte, il prestanome riveste – anche se solo formalmente – una funzione di garanzia che la vincola a conservare il patrimonio della società e a impedire che si verifichino danni per quest’ultima e per soggetti terzi [5].
Prestanome: serve il dolo eventuale?
Proprio per la mancanza di potere d’ingerenza nella gestione della società, la Cassazione, per poter addebitargli il concorso, già in passato aveva fatto ricorso alla figura del dolo eventuale, sostenendo che il prestanome, accettando la carica, accetta anche i rischi connessi a tale ruolo.
Tesi, questa, che ha suscitato non pochi dubbi, in quanto il dolo eventuale presuppone l’accettazione del rischio di verificazione dell’evento illecito visto come una delle possibili conseguenze della condotta e non si configura semplicemente accettando i rischi connessi ad una carica, spesso apparente.
[1] Cass. sent. n. 23425/2011.
[2] Trib. Milano sent. n. 11706 del 24.10.2013.
[3] Cass. sent. n. 25809 del 12.06.2013.
[4] Trib. Firenze sent. n. 4273 del 04.11.2014.
[5] Cass. sent. n. 47110 del 27.11.2013.
Tribunale di Firenze – Sezione I penale – Sentenza 4 novembre 2014 n. 4273
Il Tribunale di Firenze in composizione monocratica nella persona del Giudice dr. Mario Profeta ha pronunciato la seguente
Mo.Br., n. il 26.12.53 a Firenze, res. Bagno a Ripoli, via (…), elettivamente domiciliato ex art. 161 c.p.p. in Livorno, via (…) presso lo studio legale dell’avv. Lu.Re. libero, presente
assistito e difeso di fiducia dall’avv. Lu.Re., con studio in Livorno, via (…)
A) del delitto di cui all’art. 5 DL n. 74/00 perché in qualità di legale rappresentante della MA. s.c. a r.l. con sede a Firenze, al fine di evadere l’imposta sul valore aggiunto, non presentava, essendovi obbligato, la dichiarazione annuale ai fini dell’IVA relativamente all’annualità 2007, essendo l’IVA evasa pari Euro 135.938,00.
In Firenze, il (…) (data di scadenza per la presentazione della dichiarazione annuale ai fini IVA)
B) del delitto di cui all’art. 5 DL n. 74/00 perché in qualità di legale rappresentante della MA. s.c. a r.l. con sede a Firenze, al fine di evadere l’imposta sul valore aggiunto, non presentava, essendovi obbligato, la dichiarazione annuale ai fini dell’IVA relativamente all’annualità 2008, essendo l’IVA evasa pari Euro 106.969,00. In Firenze, il (…) (data di scadenza per la presentazione della dichiarazione annuale ai fini IVA);
C) del delitto di cui all’art.5 DL n. 74/00 perché in qualità di legale rappresentante della Ga. Società Cooperativa con sede a Firenze, al fine di evadere l’ imposta sul valore aggiunto, non presentava, essendovi obbligato, la dichiarazione annuale ai fini dell’IVA relativamente all’annualità 2008, essendo l’IVA evasa pari Euro 233.853. In Firenze, il (…) (data di scadenza per la presentazione della dichiarazione annuale ai fini IVA);
nel quale costituisce persona offesa: direttore Agenzia delle Entrate Firenze Conclusioni delle parti:
P.M.: condanna alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione, ravvisata la continuazione tra le condotte delittuose contestate
Difesa imputato: assoluzione per insussistenza del fatto o per non averlo commesso ed in ipotesi riconoscimento delle attenuanti generiche e minimo della pena.
Mo.Br. veniva citato a giudizio per rispondere dei delitti di cui in epigrafe, consumati in danno dell’Amministrazione Finanziaria.
Più in particolare, al prevenuto era stato contestato di non avere presentato nella qualità di legale rappresentante di due società cooperative a responsabilità limitata (Ma. e Ga.) le dichiarazioni IVA per gli anni di imposta 2007 (solo Ma.) e 2008 (entrambe le società). In tutte e tre le circostanze, la condotta avrebbe assunto rilevanza penale essendo stata superata la soglia al di sotto della quale le omissioni rilevano sul piano del solo illecito tributario.
L’istruttoria dibattimentale (dopo l’iniziale dichiarazione di contumacia del prevenuto dichiarata all’udienza del 15.11.013 e revocata alla successiva udienza del 24.3.014) si è svolta attraverso l’escussione dei testi indicati dalle parti. L’imputato non ha intesto rendere l’esame chiesto dal P.M.. Sono stati inoltre prodotti dalle parti numerosi documenti.
Dichiarata chiusa l’istruttoria dibattimentale, le parti hanno proceduto alla discussione. A quel punto il Giudice si è ritirato in camera di consiglio, all’esito della quale ha pronunciato il dispositivo letto in udienza.
Si ritiene provata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la penale responsabilità dell’imputato in ordine ai fatti al medesimo contestati.
Si è invero appreso dal teste Va. dell’Agenzia delle Entrate (cfr. verbale del 24.3.2014) che l’accertamento dei fatti era avvenuto attraverso l’analisi delle comunicazioni annuali relative ai versamenti IVA fatte dalle due cooperative. L’Agenzia delle Entrate aveva quindi determinato il debito tributario utilizzando dati ed informazioni fornite dallo stesso contribuente ed avevano altresì accertato che né la Ga. s.c.a.r.l. né la Ma. s.c.a.r.l. avevano presentato dichiarazioni IVA per gli anni di imposta 2007 e 2008. La teste Va. ha in particolare riferito, a proposito del debito tributario della Ga., che i dati IVA forniti dalla società avevano permesso di ricostruire per l’anno di imposta del 2008 operazioni attive per Euro 1.123.263 e con IVA esigibile pari ad euro.233.853,00. Quanto alla Ma., erano state dichiarate per l’anno di imposta 2008 operazioni attive a fini IVA per 534.846, con IVA esigibile pari ad Euro 109.846. Con riferimento invece all’anno di imposta del 2007, le operazioni attive comunicate all’Amministrazione Finanziaria ammontavano ai fini IVA ad Euro 697.691, con un debito tributario esigibile pari ad Euro 135.938 (cfr. c.5 e 6 del verbale 24.3.014). La teste ha infine precisato di essersi recata presso la sede delle due cooperative e di avere ivi trovato attiva ed operativa altra società, che nulla aveva a che fare con le due oggetto della successiva comunicazione di reato. Erano stati successivamente inviati a mezzo raccomandate al legale rappresentante delle due cooperative (l’odierno imputato) gli avvisi di accertamento, ritirati proprio dal Mo. (c. 8), né mai contestati dallo stesso, con conseguente iscrizione a ruolo dell’imposta evasa. Nessun pagamento era stato in seguito effettuato.
A fronte di tale ricostruzione, la Difesa ha inteso da un lato contestare la sussistenza della fattispecie incriminatrice ed in ogni caso dimostrare l’estraneità ai fatti del proprio assistito.
Si è al riguardo appreso dalla teste Ro. (dipendente del Consorzio Logistica 2000, altro ente, con competenze in tema di prevenzione infortuni sul lavoro) che le società Ga. e Ma. erano consorziate e che delle questioni tributarie si occupava lo studio Bl. Le informazioni di cui la teste disponeva sono tuttavia risultate limitate al 2009, avendo la stessa interrotto nel corso di quell’anno la propria attività per ragioni legate alla maternità. Si è anche appreso dalla teste che in seguito il consorzio aveva subito una procedura concorsuale (c.18 del verbale del 24.3.014). La teste ha infine riferito di essere a conoscenza che l’imputato era un delegato e che altre persone si ponevano in posizione più apicale (c.15). La Ro. non ha tuttavia fornito indicazioni in ordine alla qualità ed alla fonte delle informazioni di cui era in possesso e segnalate al Tribunale. La teste D’Ugo si è invece rivelata del tutto ininfluente. Come fatto notare dal Tribunale alla Difesa, si tratta di una centralinista (cfr. c.21 del verbale del 24.3.14), del tutto estranea ai meccanismi decisionali di una società.
La teste Gi. ha infine riferito (cfr. verbale del 6.10.014) di essere stata fino al 2009 dipendente della Bl. s.r.l., per conto della quale aveva elaborato i dati contabili e predisposto le buste paga delle società consorziate alla Logistica 2000. Secondo quanto
riferito dalla teste, il prevenuto riceveva indicazioni operative dalla dirigenza del Consorzio Bl. S.r.l. (c. 6). Si è inoltre appreso dalla teste (non precisa sul punto quanto alle date, ma la documentazione fornita dalla Difesa consente di collocare storicamente il dato tra il 2007 ed il 2008) che il Mo., comunque poco presente nei locali delle società, era stato per un certo periodo assente, a causa di un’impegnativa patologia che lo aveva colpito. Il Consorzio era poi fallito nel 2010 e la teste era anche stata sentita dalla Guardia di Finanza (sul punto non sono formulate domande, non essendo chiaro se si tratti di vicende penalmente rilevanti, con indagini in corso di svolgimento). E’ stato anche chiesto dal Giudice alla teste se avesse ricevuto indicazioni dal prevenuto (con il quale era in rapporti di confidenza; cfr. c. 11) a proposito di un suo eventuale ruolo di c.d. testa di legno in seno al consorzio. La teste ha riferito di non avere al riguardo ricevuto alcuna specifica indicazione, pur avendo avuto quella percezione. Tutto ciò premesso, si ritiene provata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la penale responsabilità del prevenuto in ordine ai fatti al medesimo contestati. Sotto il profilo strettamente oggettivo la fattispecie contestata al prevenuto risulta pienamente integrata, esistendo un obbligo di presentazione della dichiarazione annuale IVA ed avendo le due cooperative negli anni di imposta 2007 e 2008 effettuato attività con operazioni attive la cui esistenza è certa e non presunta, essendo state indicate all’Amministrazione Finanziaria, proprio dalle due società. Si trattava di operazioni idonee a generare un debito tributario che la teste Va. ha descritto nel corso della sua deposizione e che emerge dalla documentazione prodotta. Si tratta di un debito che non risulta nemmeno essere stato contestato dal prevenuto, che ha ricevuto l’avviso di accertamento e non l’ha impugnato, né tanto meno risulta avere corrisposto detta somma. Si tratta infine di un debito che supera la soglia dei 150.000.000 di Lire (oggi 77.469,00 Euro), al di sotto della quale le condotte non assumono rilevanza penale. Si tratta a questo punto di verificare su chi ricadesse l’obbligo di presentazione delle dichiarazioni IVA. In linea di principio si ritiene incontestabile che detto obbligo ricada su chi, in seno ad una struttura societaria, rivesta il ruolo di legale rappresentante della stessa. Appare documentalmente provato che tale ruolo fosse ricoperto proprio dal Mo.
La Difesa ha sostenuto che il proprio assistito fosse in realtà estraneo ai vertici della società e che ricoprisse il ruolo di c.d. testa di legno o prestanome, laddove altri sarebbero stati i veri responsabili del potere decisionale e quindi i destinatari dell’obbligo giuridico che si è assunto essere stato violato.
Deve tuttavia essere obiettato che l’argomento è stato in realtà solo enunciato e non dimostrato, non potendo certo la teste D’U. (centralinista) indirizzare verso tale ipotesi, né tanto meno le testi Ro. (addetta alla tematica della prevenzione infortuni nell’ambito di altra consorziata) e soprattutto Gi. A tale ultimo proposito, va evidenziato che la teste Gi. – dipendente di uno studio incaricato dell’elaborazione dati relativi alle attività delle consorziate – ha riferito sensazioni personali, avvalorate dalla riscontrata scarsa presenza del prevenuto in sede ai locali del consorzio. Sebbene chiamata a riferire in ordine a possibili confidenze ricevute da una persona con la quale vi era un rapporto non strettamente formale, la teste ha escluso di avere appreso dall’imputato tale eventualità, che quindi non si può dare per certa né plausibile, avendo lo stesso liberamente scelto di non sottoporsi all’esame e non avendola nemmeno introdotta nel corso di un momento (quello dell’esame) in cui, in chiave difensiva, possono essere contestate le argomentazioni accusatorie e forniti spunti di riflessione di segno contrario.
Peraltro non può nemmeno essere trascurato il consolidato orientamento giurisprudenziale (cfr. da ultimo Cass. Sez. III n. 47710 del 19.11.2013, RV 258080) secondo cui “in tema di reati tributari, il prestanome non risponde dei delitti in materia di dichiarazione previsti dal D.Lgs. n. 74 del 2000, solo se è privo di qualunque potere o possibilità di ingerenza nella gestione della società”. A tali fini è quindi necessario non solo introdurre con argomenti precisi la circostanza della natura solo formale dei poteri attribuiti all’amministratore, ma anche rendere tali affermazioni plausibili evidenziando con documenti o con prove testimoniali che il soggetto apparentemente responsabile era invece del tutto privo di poteri decisionali e che allo stesso era precluso ogni intervento in seno alla compagine sociale.
In assenza di tali elementi, si deve quindi ritenere provata anche sul piano soggettivo la condotta oggi contestata.
Venendo al trattamento sanzionatorio, possono essere riconosciute al prevenuto le attenuanti generiche, tenuto conto delle condizioni di salute dello stesso e documentate dalla Difesa, così superando il dato – altrimenti rilevante – delle plurime condanne riportate nel tempo dallo stesso. La pena base di mesi nove di reclusione prevista per il più reato di cui al capo c) (di poco superiore al minimo edittale proprio alla luce dei plurimi precedenti riportati nel certificato del casellario giudiziale) deve quindi essere ridotta di 1/3 ex art. 62 bis c.p. ed elevata di mesi tre di reclusione per ciascuno degli ulteriori episodi posti in continuazione. La pena complessivamente inflitta è perciò quella di anni uno di reclusione.
A detta pronuncia segue la condanna dell’imputato al pagamento delle spese processuali. Non si ritiene concedibile il beneficio della sospensione condizionale della pena, tenuto conto dei plurimi precedenti, del tutto ostativi.
Alla condanna seguono le pene accessorie previste dall’art. 12 del d.l.vo 74/2000. Mo.Br. deve quindi essere dichiarato interdetto dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per il periodo di anni uno, incapace di contrattare con la pubblica amministrazione per un periodo di anni uno, interdetto dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria per un periodo di anni uno ed interdetto in perpetua dall’ufficio di componente di commissione tributaria. A tale ultimo riguardo, la scelta di non attestarsi sul minimo edittale si giustifica in relazione ai precedenti del prevenuto ed alla pluralità delle condotte.
Ai sensi dell’art. 36 c.p. deve infine essere disposta la pubblicazione della sentenza nel sito internet del Ministero della Giustizia per la durata di giorni quindici.
Letti gli artt. 533, 535 c.p.p.,
dichiara Mo.Br. colpevole dei reati a lui ascritti e per l’effetto, riconosciute le attenuanti generiche, ravvisata la continuazione tra gli stessi, lo condanna alla pena di anni uno di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali.
Letto l’art. 12 D.lvo 74/00
dichiara Mo.Br. interdetto dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per il periodo di anni uno, incapace di contrattare con la pubblica amministrazione per un periodo di anni uno, interdetto dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria per un periodo di anni uno ed interdetto in perpetuo dall’ufficio di componente di commissione tributaria.
Visto l’art. 36 c.p.
dispone la pubblicazione della sentenza nel sito internet del Ministero della Giustizia per la durata di giorni quindici.
Indica in giorni sessanta il termine per il deposito delle motivazioni della sentenza. Così deciso in Firenze il 6 ottobre 2014.
Depositata in Cancelleria il 4 novembre 2014.

References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Sentenza 
 art. 161
 Cass. Sez. 
 art. 62
 sentenza 
 sentenza