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Timestamp: 2019-06-17 06:42:11+00:00

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﻿ Diffamazione a mezzo stampa e applicazione della pena detentiva (sospesa): la Corte Edu condanna ancora l’Italia | ilpenalista.it
11 Aprile 2019 | Angelo Salerno
Corte Edu, 7 marzo 2019, Causa Sallusti c. Italia ric. n.22350-13.pdf
Viola l’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo l’irrogazione di una pena detentiva per il delitto di diffamazione, anche se convertita in pena pecuniaria o sospesa condizionalmente, quando disposta fuori dalle ipotesi eccezionali di grave lesione di diritti fondamentali, come in caso di discorsi di odio o di istigazione alla violenza.
La sentenza in esame è stata pronunciata dalla Corte di Strasburgo a seguito di ricorso proposto in data 18 marzo 2013 da un giornalista, a seguito della condanna in appello per i delitti di diffamazione a mezzo stampa e omesso controllo sul contenuto degli articoli pubblicati sul giornale dallo stesso diretto, per violazione del diritto alla libertà di espressione, garantito dall’art. 10 della Convenzione.
A seguito della pubblicazione, nel 2007, di due articoli a contenuto diffamatorio, ai danni di una minore, dei suoi genitori e del giudice tutelare, riguardo alla procedura di aborto cui la prima era stata autorizzata, il ricorrente è stato condannato, in primo grado, alla pena pecuniaria della multa di 5.000,00 euro, oltre al risarcimento dei danni arrecati alle persone offese e al pagamento delle spese processuali.
Detta pena è stata ritenuta, in grado di appello, eccessivamente mite a fronte della ritenuta gravità dei fatti commessi dall’imputato, e sostituita quindi con quella detentiva di un anno di reclusione, oltre a quella della multa di pari importo, confermata dalla Corte di Cassazione.
Il Tribunale di Sorveglianza ha quindi disposto l’esecuzione della pena detentiva agli arresti domiciliari, prima che il Presidente della Repubblica, adito dal ricorrente, la commutasse in pena pecuniaria, a seguito tuttavia dell’espiazione di ventuno giorni di detenzione, ai sensi dell’art. 87, comma 11, Cost.
La pena detentiva irrogata nei confronti del ricorrente e parzialmente eseguita, sebbene in regime domiciliare, è stata ritenuta violativa dell’art. 10 della Convenzione, nella parte in cui tutela il diritto di informazione e di libera manifestazione del pensiero e il ricorso è stato ritenuto ricevibile dalla Corte di Strasburgo, in quanto non manifestamente infondato.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è stata così chiamata nuovamente a pronunciarsi in merito alla compatibilità con la Convenzione dell’irrogazione, nei confronti di un giornalista, di una pena detentiva e ai limiti entro cui è possibile ricorrere a tale forma di sanzione.
Viene dunque in rilievo la tutela del diritto all’informazione, contrapposto agli interessi lesi dalla condotta criminosa, nonché la necessaria verifica del carattere necessario e proporzionato di una pena detentiva nei confronti del giornalista che, nell’esercizio della propria attività professionale, violando le norme etiche e penali che la regolano, sia incorso nella commissione di un reato.
La questione su cui la Corte di Strasburgo è stata chiamata a pronunciarsi è dunque la seguente: se l’ingerenza da parte dello Stato italiano, mediante irrogazione di una pena detentiva nei confronti del ricorrente, fosse prevista dalla legge, se perseguisse uno o più fini legittimi previsti dallo stesso art. 10 Cedu, e se fosse necessaria in una società democratica per conseguire il fine o i fini pertinenti.
Sul punto la Corte ha preliminarmente sottolineato che il criterio della necessità in una società democratica impone di accertare se l’ingerenza lamentata corrispondesse a una “pressante esigenza sociale”, se i motivi addotti dalle autorità nazionali per giustificare l’ingerenza fossero “pertinenti e sufficienti” e se la sanzione inflitta fosse “proporzionata al fine legittimo perseguito”.
Nell’esaminare la questione, la Corte dà preliminarmente atto del parere reso dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa del 2013, n. 1920, intitolata Lo stato della libertà dei mezzi di informazione in Europa, col quale la Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto, c.d. Commissione di Venezia, è stata incaricata di redigere un parere in merito alla compatibilità della legislazione italiana in materia di diffamazione con l’articolo 10 della Convenzione.
Tale parere, n. 715/2013, reso il 9 novembre 2013, dava atto del progetto di riforma all’epoca presentato al Parlamento, volto a eliminare la pena detentiva della reclusione, limitando la risposta sanzionatoria alla sola pena pecuniaria, ritenuta tuttavia, ove di importo elevato, quale “minaccia avente un effetto dissuasivo quasi pari alla reclusione”, pur rappresentando comunque un miglioramento della legislazione nazionale.
Tanto premesso, i giudici sovrannazionali osservano che pacificamente l’ingerenza da parte dello Stato italiano, lamentata dal ricorrente, è dotata di sufficiente base legale, individuata negli artt. 57 e 595 c.p., nonché nell’art. 13 della c.d. legge sulla stampa n. 47 del 1948.
Nel contempo, la Corte ritiene sussistente un fine legittimo perseguito dallo Stato italiano, ravvisato nella protezione della reputazione e dei diritti delle persone offese dal reato.
Viene quindi, nella sentenza in commento, presa in esame la questione principale, relativa al predetto requisito della necessità e proporzione della sanzione applicata al ricorrente, in una società democratica, di cui al secondo paragrafo dell’art. 10 Cedu.
La norma prevede infatti la possibilità di limitare l’esercizio della libertà di espressione, ivi comprese la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni, di cui al primo paragrafo, nei casi previsti dalla legge, mediante “formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni”, che “costituiscono misure necessarie, in una società democratica” a perseguire uno dei fini legittimi previsti dalla stessa disposizione (tra cui la prevenzione di reati e la protezione della reputazione o dei diritti altrui).
Sul punto, la Corte fa richiamo dei propri precedenti, tra cui la sentenza Belpietro contro Italia, del 2015, sottolineando che «il criterio della “necessità in una società democratica” esige che essa determini se l’ingerenza lamentata corrispondesse a una “pressante esigenza sociale”, se i motivi addotti dalle autorità nazionali per giustificare l’ingerenza fossero “pertinenti e sufficienti” e se la sanzione inflitta fosse “proporzionata al fine legittimo perseguito"».
Tale principio di diritto, applicato al caso di specie, ha condotto a ritenere che le condotte del ricorrente, erano state correttamente ritenute integranti i delitti ascritti all’imputato, commessi in violazione dell’etica del giornalismo (avendo questi divulgato informazioni false senza controllarne prima la veridicità), sicché la repressione delle stesse soddisfaceva una “pressante esigenza sociale”.
In merito tuttavia al requisito di proporzione della sanzione inflitta rispetto all’illecito accertato, la Corte ha ritenuto che «l’irrogazione di una pena detentiva, ancorché sospesa, per un reato connesso ai mezzi di comunicazione, possa essere compatibile con la libertà di espressione dei giornalisti garantita dall’articolo 10 della Convenzione soltanto in circostanze eccezionali, segnatamente qualora siano stati lesi gravemente altri diritti fondamentali, come, per esempio, in caso di discorsi di odio o di istigazione alla violenza».
Tali eccezionali ipotesi non sono state ritenute sussistenti in concreto, specie a fronte della pur parziale esecuzione, per ventuno giorni, della pena detentiva.
Richiamando pertanto i summenzionati precedenti, in sentenze Belpietro contro Italia e Ricci contro Italia, i giudici di Strasburgo hanno statuito che l’irrogazione di una sanzione detentiva non fosse giustificata, stante l’effetto dissuasivo che ne deriva, quand’anche se ne disponga la sospensione condizionale ovvero la commutazione in pena pecuniaria, dal momento che si tratta di scelte discrezionali.
Ne consegue che sussiste, secondo l’impostazione accorta dalla Corte Edu, una manifesta sproporzione rispetto al fine legittimo perseguito, con conseguente eccesso del limite di necessarietà della limitazione alla libertà di espressione del ricorrente e violazione dell’art. 10 della Convenzione, con condanna dell’Italia alla rimozione delle conseguenze derivatene ai sensi dell’art. 41 Cedu.
La sentenza conferma, a distanza di oltre cinque anni dai precedenti registratisi in materia, con le citate sentenze, e nonostante il parere della Commissione di Venezia, espresso nel 2013, la violazione del diritto della Convenzione e, in specie, della libertà di espressione di cui all’art. 10, mediante la irrogazione di pene detentive per reati commessi mediante mezzi di comunicazione, in specie da parte di giornalisti.
Questi ultimi sono stati definiti dai giudici della Corte Edu quali “watch dogs”, ossia cani da guardia, della democrazia (sentenza Fatullayev contro Azerbaijan del 2010) e il secondo comma dell’art. 10 della Convenzione, oggetto della sentenza in commento, riserva al diritto di informazione una tutela rafforzata, richiedendo che ogni eventuale ingerenza da parte degli Stati membri, sotto forma di previsione di formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni, debba trovare una base legale e costituire una misura necessaria, in termini di extrema ratio, nel contesto della società democratica, al perseguimento di finalità specifiche, quali la sicurezza nazionale, l’integrità territoriale o la pubblica sicurezza, ovvero la difesa dell’ordine e la prevenzione dei reati, o ancora la protezione della salute o della morale, della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario.
Come osservato, il requisito di necessarietà implica quello di proporzione dell’ingerenza concretamente operata da parte dello Stato rispetto al fine perseguito e, proprio in relazione a tale profilo, la Corte ha ravvisato una violazione del citato art. 10 mediante l’irrogazione di una pena detentiva, precisando che a nulla rileva l’eventuale sospensione condizionale della stessa o la commutazione in pena pecuniaria.
Secondo l’impostazione accolta dai giudici sovrannazionali, infatti, tali esiti, solo eventuali e comunque frutto della discrezionalità delle Istituzioni, non escludono l’effetto dissuasivo della previsione astratta di una pena detentiva e della possibilità per il giudice di irrogarla, di per sé violativo della libertà di espressione tutelata dalla Convenzione.
A fronte della chiara e confermata presa di posizione della Corte Edu, dunque, il giudice nazionale, fuori dalle ipotesi eccezionali che consentono l’irrogazione di una pena detentiva, dovrà optare, nei casi disciplinati dall’art. 595 c.p., per la pena pecuniaria, prevista in via alternativa dal legislatore.
Più problematica appare la fattispecie aggravata ai sensi dell’art. 13 legge stampa, che prevede l’irrogazione congiunta della pena detentiva, fino a sei anni di reclusione, e pecuniaria, con inevitabile violazione dell’art. 10 della Convenzione, in caso di condanna.
A seguito della ulteriore condanna dell’Italia per la predetta violazione, intervenuta con la sentenza in commento, con disegno di legge A.C. 416 è stata proposta l’abolizione della pena detentiva, mediante riscrittura dell’art. 13 legge stampa, elevando nel contempo la pena pecuniaria a quella di 10.000 euro nel massimo edittale, ove sia riconosciuta l’aggravante speciale prevista dalla norma citata.
Fintanto che la proposta non verrà approvata dal Parlamento, sussisterà tuttavia un potenziale contrasto tra la disciplina nazionale predetta e la Convenzione Edu, insuscettibile di essere superato mediante una interpretazione convenzionalmente orientata e che quindi solo la Corte Costituzionale potrebbe prevenire e risolvere.
CHIAVARIO, I rapporti giustizia-media nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, in Foro it., 2000, V, 220;
CIANCIO, PUSTORINO, Cedu, giornalisti e pene detentive, in Giur. It., 2014, 2;
PADOVANI, Informazione e giustizia penale: dolenti note, in Dir. Pen. proc., 2008, 691;
RESTA, Libertà d’informazione e giustizia: la prospettiva della Corte di Strasburgo, in Dignità, persone, mercati, Torino, 2014, 232.

References: sentenza 
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