Source: https://www.giustiziadipace.it/gli-insulti-al-tempo-di-facebook/
Timestamp: 2019-11-21 10:12:54+00:00

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Gli insulti al tempo di Facebook – Confederazione Giudici di Pace
I social network hanno ormai raggiunto una diffusione così capillare da essere diventati uno dei principali mezzi di comunicazione. E c’è poco da stupirsi, dunque, se parecchi processi di diffamazione abbiano ad oggetto la pubblicazione di post offensivi su Facebook. Infatti, visto che un commento sulla bacheca di un social network è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato di persone la Corte di cassazione è ormai ferma nel ritenere che la pubblicazione di un post offensivo integra la fattispecie del reato di diffamazione. Peraltro, secondo l’indirizzo ormai consolidato, le offese diffuse attraverso i social devono ritenersi aggravate, come se fossero commesse a mezzo stampa (cfr. la recente la sent. n. 24431/2015).
Con la sentenza n. 3981 depositata il 29 gennaio 2016, la V Sez. penale della Corte di cassazione ha aggiunto un ulteriore tassello, specificando che la condivisione di un post scritto da altri – ancorché di contenuto offensivo – non sempre è idonea a configurare il reato di cui all’art. 595 c.p..
Censurando la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello di Trieste, gli ermellini hanno così assolto dal reato di diffamazione aggravata un soggetto che aveva “postato” su facebook un messaggio (già pubblicato da altro soggetto) ritenuto offensivo della reputazione altrui.
I Giudici di legittimità hanno ritenuto che tale condotta non possa essere considerata diffamatoria poiché la condivisione del post altrui implica certamente un’adesione alla critica della persona offesa, ma non necessariamente anche delle forme illecite attraverso cui questa sia stata promossa.
Piuttosto, la «condotta contestata potrebbe assumere in astratto rilevanza penale soltanto qualora potesse affermarsi che con il proprio messaggio l’imputato aveva consapevolmente rafforzato la volontà dei suoi interlocutori di diffamare».
Sent. n. sez. 2752
UP – 21/9/2015
R.G.N. 760/2015
Dott. PAOLO ANTONIO BRUNO – Presidente
Dott. ROSA PEZZULLO – Consigliere
Dott. LUCA PISTORELLI – Consigliere Relatore
Dott. PAOLO GIOVANNI DEMARCHI ALBENGO – Consigliere
udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Enrico Delehaye, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Trieste, in riforma della pronunzia assolutoria di primo grado, ha condannato ai soli effetti civili (OMISSIS) per il reato di diffamazione aggravata commesso ai danni di (OMISSIS) “postando” un messaggio ritenuto offensivo della reputazione di quest’ultimo sulla rete sociale “Facebook”.
Avverso la sentenza ricorre l’imputato a mezzo del proprio difensore articolando quattro motivi. Con il primo deduce errata applicazione della legge penale e correlati vizi della motivazione in ordine all’attribuzione all’imputato della condotta ritenuta offensiva in difetto della prova della riferibilità del messaggio oggetto dell’imputazione al medesimo ed avendo travisato od omesso di considerare la Corte territoriale l’effettivo contenuto delle dichiarazioni del teste (OMISSIS) sul punto.
Sotto altro profilo si lamenta altresì che difetterebbe la prova della comunicazione con un numero indeterminato di persone, non essendo stato accertato se il “gruppo” di discussione cui avrebbe partecipato il (OMISSIS) fosse “aperto” o “chiuso”.
Con memoria depositata il 26 agosto 2015 il difensore e procuratore speciale della parte civile costituita ha chiesto il rigetto del ricorso.
Il ricorso è fondato nei limiti che di seguito verranno esposti.
Invero infondato e per certi versi inammissibile è il primo motivo di ricorso atteso che la Corte territoriale ha attribuito al teste (OMISSIS) l’identificazione dell’imputato come il titolare dell’identificativo attraverso cui è stato caricato su Facebook il messaggio asseritamente diffamatorio. Quanto al travisamento o all’omessa considerazione di alcune delle dichiarazioni del suddetto teste, l’obiezione risulta generica nella misura in cui le stesse non sono state riportate o allegate nella loro integrante impedendosi così al giudice di legittimità di apprezzare l’effettiva portata del vizio (Sez. 4 n. 37982 del 26 giugno 2008, Buzi, rv 241023; Sez. F., n. 32362 del 19 agosto 2010, Scuto ed altri, Rv. 248141).
Manifestamente infondato è il secondo motivo nella parte in cui lamenta il difetto di tipicità della condotta per il difetto del requisito della comunicazione con una pluralità di persone. Contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso tale requisito richiede che l’autore della condotta diffamatoria comunichi con almeno due persone e non con un numero indeterminato di persone, talché non essendo stato messo in dubbio nemmeno dal ricorrente che al “gruppo di discussione” partecipassero almeno due altri soggetti rimane del tutto irrilevante l’accertamento sulla natura “aperta” o “chiusa” dello stesso (e ciò anche a prescindere dalla genericità del rilievo difensivo che rinvia in proposito addirittura a documenti non acquisiti al processo), che eventualmente avrebbe assunto una qualche importanza qualora oggetto di contestazione fosse stata non la configurabilità del reato, bensì dell’aggravante di cui dell’articolo 595 c.p., comma 3.
Colgono invece gli altri rilievi svolti in ordine all’elemento materiale del reato nello stesso secondo motivo, con il conseguente assorbimento di tutte le altre censure svolte con il ricorso.
4.1 Come ricordato nella stessa sentenza impugnata, il Tribunale aveva assolto l’imputato ritenendo che la frase riferita al (OMISSIS) “postata” dall’imputato (“spero solo di vivere abbastanza x godermi il giorno ke andrà in pensione e prenderlo a bastonate finché basta”) fosse priva di intrinseca portata offensiva. Valutazione in qualche modo condivisa anche dalla Corte territoriale, che però ha ritenuto di doverne affermare il carattere diffamatorio alla luce del contesto nel quale la stessa è stata “pubblicata” e cioè una discussione telematica nel corso della quale altri partecipanti avevano in precedenza inviato messaggi contenenti (non meglio precisate) espressioni che al contrario dovevano considerarsi palesemente offensive. In tal modo l’imputato, attraverso la propria condotta – secondo i giudici dell’appello – avrebbe prestato “una volontaria adesione e consapevole condivisione” di tali espressioni determinando la lesione della reputazione della persona offesa.
4.2 Le illustrate argomentazioni devono ritenersi manifestamente illogiche e certamente errate in diritto. La Corte territoriale in sostanza attribuisce tipicità ad una condotta ritenuta intrinsecamente inoffensiva solo perché la stessa dovrebbe considerarsi indirettamente e implicitamente adesiva a quella diffamatoria commessa in precedenza da altri in quanto a sua volta il (OMISSIS) ha esternato un’opinione critica nei confronti del (OMISSIS).
Il che è per l’appunto errato nella misura in cui, per un verso, attribuisce all’articolo 595 c.p., contenuti ultronei rispetto a quelli effettivamente ricavabili dalla lettera della disposizione incriminatrice e, per l’altro, finisce per negare qualsiasi effettività alla libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’articolo 21 Cost..
4.3 Che l’imputato condividesse o meno i presunti insulti che altri avrebbero “postato” è infatti circostanza irrilevante nella misura in cui la sua condotta materiale non evidenzia oggettivamente alcuna adesione ai medesimi, rilanciandoli direttamente o anche solo indirettamente. E’ evidente che il (OMISSIS) abbia inteso condividere la critica alla persona offesa, ma non altrettanto che egli abbia condiviso le forme (illecite) attraverso cui altri l’avevano promossa, giacché egli non ha posto in essere un comportamento materialmente apprezzabile in tal senso.
Era infatti nel suo diritto manifestare un’opinione apertamente ostile nei confronti del (OMISSIS), ma, contrariamente agli altri partecipanti alla “discussione”, egli lo ha esercitato – per come riconosciuto dagli stessi giudici dell’appello – correttamente, senza ricorrere alle espressioni offensive utilizzate da altri, né dimostrando di volerle amplificare attraverso il proprio comportamento.
4.4 La condotta contestata potrebbe assumere in astratto rilevanza penale soltanto qualora potesse affermarsi che con il proprio messaggio l’imputato aveva consapevolmente rafforzato la volontà dei suoi interlocutori di diffamare il (OMISSIS). Ma è la stessa sentenza impugnata ad escludere implicitamente tale eventualità nel ricostruire la sequenza degli interventi.
La sentenza deve conseguentemente essere annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste.
Così deciso il 21/9/2015
Depositato in segreteria il 29 gen. 2016

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