Source: https://www.laleggepertutti.it/255521_nipote-risarcimento-danno-morale-per-morte-dello-zio
Timestamp: 2019-03-25 17:27:34+00:00

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Nipote: risarcimento danno morale per morte dello zio
Le ipotesi in cui spetta il risarcimento per morte di un prossimo congiunto e la prova del danno patito.
A seguito di un incidente stradale, a causa delle gravissime lesioni riportate, tuo zio ha perso la vita. I suoi figli decidono, quindi, di chiedere il risarcimento per i danni morali subiti a causa di tale dolorosissimo evento. Poiché anche tu eri molto legato alla vittima e che la sua improvvisa dipartita ti ha cagionato delle gravi sofferenze a livello emotivo ti chiedi se può avere il nipote: risarcimento danno morale per morte dello zio? Prima di poter dare una risposta a tale quesito è opportuno chiarire cosa s’intende per danni morali.
1 Cos’è il danno morale
2 Chi ha diritto al risarcimento del danno morale
3 Come si prova il danno morale?
Il danno morale è una categoria di danno risarcibile appartenente alla più ampia tipologia del danno non patrimoniale [1].
Per danno non patrimoniale si intende il danno che attiene alla sfera prettamente personale del soggetto e non, invece, a quella meramente patrimoniale. Appartengono alla categoria dei danni non patrimoniali, quindi:
il danno morale: ossia la lesione di un bene giuridico tutelato che deriva da un fatto illecito e che determina una sofferenza di natura psichica, un turbamento dello stato d’animo [2].
il danno biologico: consiste nella lesione del diritto all’integrità fisica della persona; il danno biologico sussiste quindi in caso di lesione fisica o psichica della persona.
il danno esistenziale: s’intende il danno arrecato all’esistenza, cioè quel danno che si traduce in un peggioramento della qualità della vita.
Ritornando quindi alla categoria di nostro interesse, vale a dire quella del danno morale, la giurisprudenza della Corte di Cassazione è intervenuta al fine di chiarire quando tale danno è sussistente e quindi può formare oggetto di apposita domanda di risarcimento; al riguardo la Suprema Corte ha affermato che esso consiste nella sofferenza interiore patita dal danneggiato o nel turbamento transitorio dello stato d’animo derivante da un atto illecito [3].
Non v’è dubbio che la morte di un parente determini nei suoi familiari una sofferenza interiore, un patimento dello stato d’animo, ma ciò che occorre chiedersi è in che termini tale sofferenza fa sorgere il diritto ad ottenere il risarcimento del danno.
Chi ha diritto al risarcimento del danno morale
Ai prossimi congiunti della persona che ha subito lesioni, a causa del fatto illecito altrui, spetta il risarcimento del danno morale.
Nell’esempio riportato in premessa, cioè in caso di decesso a seguito di incidente stradale, gli eredi della vittima hanno diritto a chiedere il risarcimento per via della perdita affettiva subita.
Essi non sono tuttavia gli unici: nulla può escludere che anche altri parenti, seppure non eredi, abbiano patito una sofferenza o un turbamento da cui possa derivare il risarcimento del danno morale.
Ma come si fa a stabilire quando si è innanzi a situazioni risarcibili e quando no?
A tale quesito ha dato risposta la Corte di Cassazione che, nel corso degli anni e con numerose pronunce, ha individuato i presupposti che devono sussistere per ottenere il risarcimento del danno morale dei prossimi congiunti.
In un primo momento, la Suprema Corte ha individuato il criterio rilevante nella convivenza, ove per convivenza si faceva riferimento alla coabitazione: inizialmente, in sostanza, potevano ottenere il risarcimento del danno morale solo i familiari che vivevano sotto lo stesso tetto con chi aveva subito lesioni a causa di atto illecito.
Tale orientamento, tuttavia, si rivelò ben presto troppo rigido e formale: subordinando il risarcimento ai soli casi di parenti conviventi, infatti, si rischiava di non prendere in considerazione relazioni affettive altrettanto intense ma prive del requisito della convivenza individuato dalla giurisprudenza di legittimità.
Sebbene alla convivenza vada attribuito un valore importante, non si tratta di un elemento dirimente poiché attribuire a tale situazione un rilievo decisivo porrebbe ingiustamente in secondo piano l’importanza di quei legami affettivi e parentali la cui solidità e permanenza non possono ritenersi minori in presenza di circostanze diverse.
Con pronunce successive, dunque, la Corte di Cassazione è tornata sull’argomento, estendendo il concetto e facendovi rientrare anche chi, seppur non convivente, avesse avuto un saldo e duraturo legame affettivo con la vittima. In tal modo, dando rilevanza proprio al legame affettivo e non ad un elemento prettamente oggettivo come la convivenza, è stata riconosciuta la risarcibilità del danno morale ad una serie di rapporti più ampi: aderendo a tale indirizzo giurisprudenziale, ad esempio, è stato concesso il risarcimento del danno alla fidanzata/o che aveva perso il proprio partner pur non essendo conviventi [4].
Superando il criterio della convivenza ed attribuendo rilevanza alla intensità del legame affettivo, è stato possibile riconoscere il risarcimento del danno morale anche nei casi di nipoti che avevano perso il nonno e viceversa.
Come sostenuto, infatti, da consolidata giurisprudenza, il rapporto nonno nipote, ad esempio, deve essere riconosciuto come legame presunto che legittima il risarcimento per la perdita familiare, a prescindere dal rapporto di convivenza [5].
Più di recente, la Corte di Cassazione ha precisato altresì che il legame parentale fra nonno e nipote consente di presumere che il secondo subisca un pregiudizio non patrimoniale in conseguenza della morte del primo, per la perdita della relazione con una figura di riferimento e dei correlati rapporti di affetto e di solidarietà familiare e ciò anche in difetto di un rapporto di convivenza [6].
Lo stesso principio appena riportato con riferimento al rapporto nipote-nonno è stato utilizzato dalla giurisprudenza anche in relazione ai rapporti nipote-zio.
La Suprema Corte, quindi, sulla base delle considerazioni sopra rappresentate ed utilizzando un principio di comune buon senso, ha riconosciuto anche agli zii, sia pure in misura minore, il risarcimento del danno morale per la morte del nipote, stante l’innegabile sussistenza di dolore e sofferenza per la scomparsa del caro a loro legato da vincoli di affetto [7].
Pertanto, se hai subito una sofferenza psichica o un turbamento dello stato d’animo a causa della morte di un tuo zio puoi adire la competente autorità giudiziaria e chiedere anche tu il risarcimento del danno morale dando prova della sussistenza del vincolo affettivo che vi legava.
Come si prova il danno morale?
La giurisprudenza riconosce, pertanto, la risarcibilità di quei rapporti di parentela saldi e duraturi tra prossimi congiunti senza che sia necessario il presupposto della convivenza.
A seguito della dolorosa perdita di tuo zio, a cui eri estremamente legato, visto il forte turbamento emotivo che la sua morte ti ha cagionato, decidi di rivolgerti al tribunale per poter ottenere il risarcimento del danno morale. Ti chiedi, a questo punto, cosa sia necessario provare ai fini del risarcimento.
Ebbene, chi rivendica il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale in conseguenza della morte della persona a cui è legato da relazione affettiva, deve allegare e dimostrare l’esistenza e la natura di tale rapporto e la sua stabilità.
In particolare, il requisito della stabilità deve essere inteso come non occasionalità e continuità nel tempo tale da assumere rilevanza al momento in cui si è verificato il fatto illecito.
La prova dell’esistenza e della natura del rapporto parentale può essere fornita con ogni mezzo, anche tramite elementi presuntivi (vale a dire quegli elementi derivanti da regole di esperienza con i quali dedurre da fatti noti i fatti ignoti); spetterà al giudice accertare, sulla base delle circostanze del caso concreto e degli elementi, anche presuntivi, addotti dal danneggiato, la rilevanze della relazione affettiva ai fini risarcitori.
In tema di prova, la giurisprudenza tiene conto del principio secondo il quale in tema di danno dovuto ai parenti della vittima, non è necessaria la prova specifica della sua sussistenza, ove sia esistito tra di essi un legame affettivo di particolare intensità, potendo a tal fine farsi ricorso anche a presunzione [8]. La Suprema Corte, confermando un orientamento ormai consolidato, ha ribadito pertanto che la prova del danno morale può essere correttamente desunta dalle indubbie sofferenze patite dai parenti, sulla base dello stretto vincolo familiare, di eventuale coabitazione e, comunque, di frequentazione, che essi avevano avuto, quando ancora la vittima era in vita.
Con altra pronuncia, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui, in caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale “da uccisione” proposta dai congiunti dell’ucciso. Questi ultimi devono provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non rappresenta il presupposto, ma può costituire comunque un elemento di prova utile per dimostrarne l’ampiezza e la profondità del legame affettivo.
La Suprema Corte prosegue ribadendo il principio secondo cui non ci si può limitare a considerare l’ambito ristretto della sola cosiddetta “famiglia nucleare”, posto che taluni rapporti – come quello nonni-nipoti o zii-nipoti – non possono essere ancorati alla convivenza per essere ritenuti giuridicamente qualificati e rilevanti. Nel caso in cui, ad esempio, la domanda di risarcimento sia avanzata da un nipote per la perdita dello zio non la si può semplicemente rigettare perché non sussiste il requisito della convivenza, ma il nipote danneggiato dovrà provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto [9].
Più di recente i giudici della Suprema Corte di Cassazione sono intervenuti per meglio definire quali siano gli elementi da cui ricavare l’effettività del reciproco rapporto di affetto e solidarietà familiare. Il caso affrontato in sentenza dai giudici è quello degli zii di un ragazzo deceduto a seguito di incidente stradale i quali avevano avanzato domanda di risarcimento allegando quale prova del saldo e duraturo legame affettivo i messaggi scambiatisi quotidianamente su Facebook.
I giudici della suprema Corte hanno tuttavia valutato negativamente tali elementi, affermando che i messaggi scambiati sul noto social network non possono di certo provare l’effettività del legame tra zio e nipote: chiarisce la Corte che i contatti Facebook appartengono a rapporti solo virtuali, spesso intrattenuti con un numero elevato di utenti, oltremodo lontani dal concetto di “legame affettivo” rilevante ai fini del risarcimento del danno morale [10].
Pertanto, se intendi avanzare richiesta di risarcimento del danno morale a seguito della morte di tuo zio, dovrai presentare al giudice elementi rilevanti che non possono consistere in un mero scambio di messaggi, benché quotidiano, ma che attestino concretamente l’effettività del vostro legame: elementi che vengono presi in considerazioni dai tribunali sono, a livello meramente esemplificativo, il tempo trascorso insieme o l’eventuale sconvolgimento delle abitudini di vita quotidiane in conseguenza del decesso del congiunto.
Per un approfondimento leggi l’articolo sul risarcimento danni.
[3] Cass. civ. sentenze n. 8827 e 8828 del 2003.
[4] Trib. Firenze, sez. II civile sent. n. 1011/2015.
[5] Cass. civ. sent. n. 15019/2005 e Cass. pen. sent. n. 29735/2013.
[6] Cass. civ. sent. n. 29332/2017.
[7] Cass. civ. sez. III sent. n. 24435/2009.
[8] Cass. civ. sez. III, n.16018/2010.
[9] Cass. civ. sent. n. 21230/2016.
[10] Cass. civ. sent. n. 11428/17.

References: sentenza 
 Cass. 
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