Source: https://www.laleggepertutti.it/242285_quando-si-perde-il-diritto-allassegno-di-mantenimento-2
Timestamp: 2018-12-16 23:34:07+00:00

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Assegno di mantenimento dei figli, del coniuge separato e del coniuge divorziato. Quando si perde il diritto e quando cessa il rispettivo obbligo di corresponsione.
L’importo dell’assegno di mantenimento non è immutabile ed il diritto a percepirlo non è “per sempre”. Sia che tu sia obbligato a versarlo ai tuoi figli o al tuo ex coniuge, sia che tu ne sia il beneficiario, questo articolo ti aiuterà a capire se e quando si perde il diritto all’assegno di mantenimento. Per procedere con ordine, è necessario analizzare in maniera autonoma i diversi tipi di assegno di mantenimento: quello dei figli, quello del coniuge separato, quello del coniuge divorziato.
2 Il mantenimento del coniuge separato
3 Inizio di una convivenza, inizio di una nuova relazione
4 Morte del coniuge obbligato
5 Mutamento delle condizioni reddituali di uno dei coniugi
6 La perdita dell’assegno divorzile alla luce dei principi elaborati della corte di Cassazione
Il mantenimento dei figli è certamente, e per ovvie ragioni, meno “elastico” del rispettivo obbligo nei confronti del coniuge. L’obbligo di mantenere, educare ed istruire i figli nati o adottati durante il matrimonio permane infatti, per espressa previsione del legislatore [1], anche nel caso di passaggio a nuove nozze di uno o entrambi i genitori fino al raggiungimento dell’autosufficienza economica. Ciò significa che, indipendentemente dal fatto che il figlio abbia raggiunto la maggiore età o abbia terminato il proprio percorso educativo/formativo, i genitori (anche ovviamente quello affidatario) dovranno continuare a mantenerlo fino a quando non sarà in grado di farlo esclusivamente con i propri mezzi ed in maniera proporzionata alla propria professionalità. L’unica possibilità, per il genitore che voglia cessare di corrispondere l’assegno di mantenimento al figlio, sarà dimostrare che il mancato raggiungimento dell’autosufficienza dipenda da fatto a lui imputabile o dalla sua inerzia, sempre però tenendo conto delle aspirazioni e della professionalità dello stesso. Ad esempio, se tuo figlio, con il sogno di diventare personal trainer, si è laureato in scienze motorie, non potrai smettere di versare l’assegno di mantenimento perché questi ha rifiutato un posto da impiegato comunale. Il discorso cambia al compimento del trentacinquestimo anno di età del figlio: la Cassazione ha recentemente stabilito che la presunzione di incapacità di mantenersi autonomamente diminuisce al crescere dell’età, fino a cessare completamente al raggiungimento dei trentacinque anni.
In tal caso -a meno che non sussistano cause impeditive quali, ad esempio, una grave malattia- si ritiene che il giovane sia rimasto inerte e che il mancato reperimento di una occupazione sia dovuto a sua colpa o scelta, con conseguente perdita del diritto al mantenimento. [2] Questo non significa che l’importo dell’assegno di mantenimento non possa subire delle variazioni prima che il figlio abbia raggiunto l’indipendenza. Lo stesso infatti potrà mutare al mutare delle esigenze economiche del figlio (gli studi universitari, ad esempio, potranno richiedere un esborso maggiore da parte dei genitori) oppure del tempo proporzionalmente trascorso presso l’abitazione dell’uno o dell’altro genitore.
Ad esempio se un ragazzo affidato alla madre ha cominciato a trascorrere di fatto più tempo a casa del padre, questi potrà chiedere che l’importo dell’assegno diminuisca o cessi poiché contribuisce in maniera diretta al suo mantenimento.
Il mantenimento del coniuge separato
Il giudice, al momento della pronuncia della separazione stabilisce, a carico del coniuge più abbiente, l’obbligo di versare quanto necessario al mantenimento del coniuge che non abbia adeguati redditi propri. Eccezione a questa regola si ha quando la separazione sia stata pronunciata con addebito, ciò significa che il coniuge che con il proprio comportamento abbia causato la separazione perde il diritto all’assegno di mantenimento.
Fatta questa eccezione, l’assegno di mantenimento o quello divorzile possono essere revocati solo per circostanze sopravvenute ed imprevedibili che vadano a modificare in maniera rilevante le condizioni reddituali degli ex coniugi. Ciò significa che i giustificati motivi [3] posti alla base della revoca (ma lo stesso vale per la modifica) dell’assegno di mantenimento devono consistere in fatti che si sono verificati in un momento successivo alla pronuncia di separazione o divorzio e che in quel momento non potevano essere “messi in conto”.
Ad esempio il coniuge debole che erediti un ingente patrimonio o che vinca alla lotteria perderà il diritto al mantenimento; allo stesso modo sarà sollevato dal relativo onere il coniuge più abbiente che si ammali di una grave malattia le cui cure richiedano un grande esborso economico. Ciò premesso, la perdita del diritto all’assegno di mantenimento può dipendere da diverse ragioni, a volte dovute al coniuge obbligato, altre a quello beneficiario, altre a cause naturali, come ad esempio la morte. Vediamo quali sono:
Inizio di una convivenza, inizio di una nuova relazione
Iniziando una stabile convivenza, il coniuge beneficiario dà vita ad una famiglia di fatto, nel nostro ordinamento ormai equiparata a quella di diritto. La Corte di Cassazione ha da tempo sancito il principio secondo cui tale circostanza fa cessare ogni legame con l’ex coniuge e, di conseguenza, il diritto a percepire l’assegno di mantenimento. Tale situazione può essere provata dal coniuge obbligato dimostrando che l’ex coniuge ed il nuovo compagno vivono sotto lo stesso tetto, ma anche attraverso conseguenze sintomatiche della convivenza, come ad esempio l’arrivo di un figlio.
Accanto a tale ormai consolidato orientamento, la Suprema Corte ha “aperto” la strada al principio secondo cui alle stesse conseguenze si possa giungere anche mediante l’instaurazione, da parte del coniuge beneficiario, di una semplice nuova relazione, non necessariamente accompagnata dalla convivenza.
Il coniuge obbligato quindi, oggi, può chiedere che venga revocato l’assegno di mantenimento anche quando l’ex coniuge inizi una semplice relazione con un nuovo partner, senza la necessità che i due vivano sotto lo stesso stretto [4]. Anche la creazione di una nuova famiglia da parte dell’obbligato può essere motivo di modifica o addirittura annullamento dell’obbligo di mantenimento.
Ad esempio, se il coniuge obbligato instaura una convivenza, si risposa o mette al mondo un figlio, certamente le sue condizioni economiche muteranno e in ragione di ciò diminuiranno le risorse disponibili per provvedere al mantenimento dell’ex coniuge. Anche in questo caso, dunque, sarà necessario rivolgersi al giudice al fine di rivedere l’importo dell’assegno o annullarlo.
È bene precisare, però, che tale possibilità viene meno quando la creazione di una nuova famiglia sia circostanza del tutto irrilevante per la condizione reddituale dell’obbligato, ciò avviene quando, ad esempio, i redditi dello stesso siano sufficienti a provvedere al fabbisogno della nuova famiglia, pur continuando a contribuire al mantenimento dell’ex coniuge.
Morte del coniuge obbligato
La morte del coniuge obbligato fa cessare il diritto all’assegno di mantenimento. Attenzione però: cio non significa che il coniuge beneficiario non ha più diritto a nulla. In capo a questi resta, infatti, il diritto di percepire la pensione di reversibilità (a meno che, ovviamente, il coniuge defunto non abbia contratto nuove nozze a seguito della pronuncia di divorzio, in questo caso la pensione verrà ripartita proporzionalmente tra l’ex coniuge ed il coniuge superstite).
Inoltre, il coniuge separato mantiene gli stessi identici diritti di quello non separato sull’eredità del coniuge defunto. Il coniuge divorziato, invece, pur non essendo considerato erede, ha diritto al cosiddetto “assegno successorio” se verte in uno stato di bisogno (ossia non è in grado di provvedere autonomamente ai propri bisogni primari).
La Corte di Cassazione ha recentemente stabilito che tale diritto debba estendersi anche al coniuge in stato di bisogno nei cui confronti sia stata pronunciata separazione con addebito. Il diritto all’assegno successorio decade però nel caso in cui cessi lo stato di bisogno del coniuge superstite o quando questi convoli a nuove nozze.
Mutamento delle condizioni reddituali di uno dei coniugi
L’assegno di mantenimento può essere rivisto, ed anche eventualmente annullato, al variare delle condizioni economiche dei coniugi. Un peggioramento delle condizioni economiche dovuto ad esempio alla perdita di lavoro, ad un problema di salute, ad una dichiarazione di fallimento del coniuge obbligato potrà portare alla revisione o all’annullamento dell’assegno di mantenimento. Alle stesse conseguenze potrà portare il miglioramento delle condizioni economiche del beneficiario, quando questi ad esempio da disoccupato che era abbia trovato un lavoro oppure quando da un orario part-time sia passato al full-time.
La perdita dell’assegno divorzile alla luce dei principi elaborati della corte di Cassazione
Resta da capire come si atteggi l’assegno divorzile alla luce dell’elaborazione giurisprudenziale relativa alla natura dello stesso. La revisione o l’annullamento dell’assegno possono essere infatti richiesti anche sulla scorta dei mutamenti di orientamento della Corte di Cassazione.
Per lungo tempo il parametro su cui misurare il diritto all’assegno divorzile ed il suo quantum è stato quello del tenore di vita in costanza di matrimonio, nell’ottica di riequilibrare l’eventuale sproporzione tra i redditi dei due coniugi ricreando essenzialmente la situazione matrimoniale, in cui i due coniugi godono entrambi della somma dei redditi di ciascuno. L’importo dell’assegno di mantenimento poteva essere molto elevato ,con la conseguenza che il coniuge più debole poteva sostanzialmente giovarsi di un reddito a vita indipendentemente dalla sua capacità lavorativa.
Questo orientamento ha recentemente subìto una battuta d’arresto, con una Sentenza [5] accolta come “rivoluzionaria” dagli operatori del diritto. La Corte di Cassazione, sostanzialmente, abbandonava il criterio del “tenore di vita”, ritenendolo antiquato e non più in linea con la società moderna.
Il criterio prescelto dalla Corte a rimpiazzo del precedente era quello della reale possibilità, da parte del coniuge economicamente debole, di procurarsi dei redditi propri. Questi quindi perdeva il diritto all’assegno di mantenimento quando, ad esempio, pur essendo in grado di farlo, si rifiutava di reperire un’attività lavorativa. Da ultimo, le Sezioni Unite hanno adottato una posizione intermedia tra i due orientamenti.
Oggi, al fine di comprendere se il coniuge beneficiario ha diritto (o ha ancora diritto) al mantenimento bisogna far riferimento alla durata del matrimonio ed alle scelte di vita compiute dal coniuge economicamente debole ed agli eventuali sacrifici che questi ha fatto per provvedere ai bisogni della famiglia [6].
Ad esempio, una donna ormai adulta che, di comune accordo con il marito, abbia rinunciato alla carriera in favore del tempo trascorso con i figli avrà diritto ad un assegno più cospicuo rispetto ad una donna giovane che abbia sempre lavorato, oppure che abbia la possibilità di farlo, la quale probabilmente non avrà diritto al mantenimento anche se l’ex marito può godere di redditi molto alti.
[1] Art. 6 legge 1 dicembre 1970, n. 898
[2] Corte di Cassazione, ordinanza n. 22314 del 2017
[3] Art. 156 Codice Civile; Art. 9 Legge 1 dicembre 1970, n. 898
[4] Corte di Cassazione, sentenza n. 2732 del 2018
[5] Corte di Cassazione, sentenza n. 11504 del 2017
[6] Corte di Cassazione, sentenza n. 18287 del 2018

References: Sentenza 
 Art. 6
 Art. 156
 Art. 9
 sentenza 
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