Source: http://www.asdibz.it/it/home/inform-asdi/anno-2-numero-2-giugno-2005/
Timestamp: 2020-03-29 02:54:11+00:00

Document:
Anno 2 Numero 6 Giugno 2005
SALVARE LA FIGURA DEL GENITORE
Affronto il tema del divorzio e delle sue ripercussioni sui figli, nel volume Dai figli non si divorzia, che si rivolge sia ai genitori che si separano, divorziano o annullano il matrimonio,sia ai loro figli, oltre che ad assistenti sociali, psicologi, insegnanti ecc. Per i primi, i genitori, si tratta di riflettere sulle conseguenze che separazione, divorzio o annullamento possono avere sui figli e di imparare a gestire la famiglia divisa in modo da non provocare traumi o fratture irreparabili. Non bisogna infatti dimenticare che l’ottica dei figli sulla fine dei matrimonio di papà e mamma è diversa da quella dei loro genitori. Per i secondi, i figli, questo libro può aiutarli a prendere le distanze da eventi che possono averli feriti, colpevolizzati, estraniati da un genitore e/o avere creato insicurezze e diffidenza nei confronti dei rapporti sentimentali e di lunga durata.
Lo studio si basa sulle testimonianze di oltre cinquanta figli adulti che valutano le conseguenze a breve e, soprattutto, a lungo termine del divorzio dei loro genitori. Qualche anno fa questo non sarebbe stato possibile perché i figli erano piccoli, adesso sono grandi quindi in grado di lanciare uno sguardo retrospettivo alla loro vita e di farci capire quali sono stati i risvolti significativi di questa esperienza nel tempo. E’ questa la novità dello studio rispetto ad analisi precedenti, centrati per lo più sulle dinamiche di coppia o sugli effetti a breve termine. Da queste testimonianze emerge che i cambiamenti creati dal divorzio possono essere assorbiti dai figli in un tempo ragionevolmente breve se si è consapevoli delle loro esigenze e ci sono determinate condizioni, ossia se la coppia non continua a portare avanti le ostilità nel tempo, se non strumentalizza i figli, se è attenta alle loro reazioni e sentimenti e, anche, se gli avvocati matrimonialisti non attizzano i conflitti per far “vincere” a tutti i costi il loro cliente, incuranti degli effetti che la guerra tra i genitori può avere sui figli.
Poiché le separazioni e i divorzi sono in aumento (1991: 44.929 separazioni, 27.350 divorzi; 2003: 109.373 separazioni, 51.682 divorzi) è necessario, quando ci sono dei figli, imparare a separarsi e a divorziare in maniera civile, tenendo conto che i figli hanno dei legami affettivi molto forti e significativi con i loro genitori e che nessun figlio vuole avere dei genitori “indegni”, incapaci o troppo deboli. Esistono ovviamente i casi estremi o irrisolvibili, ma ogni volta che è possibile, bisogna cercare di salvare entrambe le figure dei genitori e consentire un accesso flessibile dei figli al genitore che vive fuori casa. L’affidamento dovrebbe essere congiunto in tutti i casi in cui ciò è possibile. Può essere risolutiva, nei momenti critici, la figura del mediatore familiare, che cerca di vedere la questione con l’ottica dei figli. Servono anche, moltissimo, le iniziative, come quella dell’ASDI di Bolzano che offre a genitori freschi di separazione delle case-accoglienza in cui possano incontrarsi con i figli in un clima sereno.
Nel numero di gennaio abbiamo iniziato a parlare di figli, delle parole e dei gesti che noi genitori dobbiamo usare in base all’età dei nostri figli. Soprattutto quando mamma e papà si separano, dobbiamo trovare le parole con cui parlare ai nostri bambini di che cosa cambierà nella vita familiare. In questo numero affronteremo l’età che va dai sette anni all’adolescenza, età particolare dei ragazzi.
Il bambino ha superato uno scalino importante. Inizia per lui un periodo meno passionale, chiamato “periodo di latenza”. Egli rinuncia all’investimento affettivo verso sua padre o sua madre trasformando questo investimento in identificazione con il genitore dello stesso sesso, con interiorizzazione degli interdetti parentali. Si passa ad un periodo di apertura alle relazioni sociali: é importante la creazione di una rete di amicizie all’esterno della famiglia, investimento nelle attività intellettuali o manuali, attività diverse, sportive o artistiche. In breve il bambino sviluppa tutto il suo potenziale di creatività. La sua capacità di simbolizzare si consolida. Riflette, elabora, emette dei giudizi. È un periodo di calma affettiva in cui il bambino può prendere distanza dalla famiglia, investire in altri luoghi e in altri adulti, senza tuttavia escludere la propria cerchia ristretta. Tutto ciò che fa si svolge in modo meno passionale. In primo luogo si serve di tutte le capacità intellettuali.
Il passaggio della adolescenza é un passaggio difficile, caotico, che rimette in questione tutta la personalità. È l’uscita dall’infanzia e il passaggio allo stato di adulto. Si può dire che l’adolescenza riattiva i sentimenti provati nel corso del periodo edipico. Una crisi di identità molto profonda si instaura. È un periodo difficile e doloroso per tutti, figli e genitori. Le trasformazioni del corpo imbarazzano l’adolescente. Un corpo che cambia é difficile da investire, si sente straniero verso sé stesso.
Anche in questo periodo il ragazzo entra in una ricerca della sua identità, del suo posto, nella sua famiglia come nella società. Naviga in una insicurezza permanente, tra il bisogno di distaccarsi dai suoi genitori, di affermarsi, di opporsi a loro, e l’angoscia di distaccarsi dai suoi punti di riferimento di bambino, senza sapere cosa troverà “dall’altra parte”. Bisognerà che impari a lasciare, a perdere, a provare il lutto di una situazione, per arrivare alla sua personalità di adulto, nella sua differenza sessuata. L’adolescente deve trovare una soluzione per arrivare a costruire un inizio di identità. Allora costruisce altrove. Si unisce ai suoi simili per stabilire un mondo differente dal suo mondo di infanzia, e differente pure dal mondo degli adulti. Appartiene a un gruppo sociale dove costruisce i suoi legami e le sue regole.
La risonanza della separazione in funzione dell’età del bambino
Nei periodi di crisi, i genitori stanno male, sono dunque
meno disponibili verso il loro figlio neonato. Spesso la madre si richiude sul proprio figlio, soprattutto se la relazione con il padre non si é stabilita rapidamente alla nascita. Se l’angoscia depressiva della madre é troppo forte essa non riesce a chiarire né a controllare i suoi stati d’animo. Il neonato é ipersensibile alla psiche e ai cambiamenti dei suoi genitori. Quando uno dei garanti della sua vita in terra, della sua sicurezza, della sua coesione se ne va, allora ciò può trasformarsi in un vero e proprio caos per il neonato, se nessuna parola gli viene raccontata. Questa chiusura della madre verso il proprio figlio, può comportare una confusione di sentimenti e rischia di portare il bambino a mantenere nella sua struttura psichica, più tardi, una angoscia sproporzionata con la situazione di separazione. Dopo aver chiarito le proprie angosce, la madre può spiegare al bambino la situazione. In altri casi il bambino esprime la sua angoscia, in diversi modi, con il suo corpo: non vuole più dormire, rifiuta il cibo, piange in modo anormale, o esprime situazioni somatiche più o meno importanti. Può anche mostrare segni di depressione, nell’ambito di una reale angoscia di abbandono.
E’ molto importante che i cambiamenti siano spiegati, soprattutto in caso di assenza della madre per evitare l’instaurarsi di somatismi. La parola della madre dà significato all’assenza. Il bambino é in questo periodo della vita incapace di sopportare incognite, di sperimentare una troppo lunga assenza della madre. Se non può vedere suo padre in modo regolare é necessario che la madre parli di lui al bambino, evocandolo e mettendo da parte i suoi risentimenti.
È preferibile, in casi di rottura in questo momento della vita, organizzare i ritmi del bambino molto dolcemente, cioè rispettare le sue possibilità di integrare i cambiamenti di ritmo e di tenerlo in un luogo conosciuto dal lui. Ad esempio con visite ad orari di visita regolari e in luoghi identici. È dunque essenziale accompagnare il bambino in questi cambiamenti con parole che spieghino cosa succede per lui, per recuperare coesione e fiducia verso i genitori.
(fine 2 parte, tratto dall’articolo dell’Avvocato Verda Mediatore Familiare)
QUANDO NASCE UNA PERSONA
“Riflessioni di una separata.”
Chi legge queste righe ha conosciuto, come me, la lacerazione di perdere “l’identità di coppia”, come nucleo, trovandosi ad affrontare il cammino difficilissimo tutto in salita di una ricostruzione di se stessi secondo parametri finora sconosciuti.
Gli schemi che mi avevano finora accompagnato erano divisibili nella coppia o apparentemente condivisibili.
Da una certa data in poi sono stata sola nella vita e nelle decisioni, in casa e di fronte alla società, con difficoltà impreviste e qualche volta schiaccianti.
Ovviamente alla mia età non ho la vita davanti, non ho la logica speranza di vivere ancora con amore, eppure adesso finalmente sono serena.
Confronto chi sono oggi e chi ero dieci anni fa e mi sento di mandare un messaggio a chi si trova all’inizio di un percorso che sembra solo fine.
Quando mi sono separata, dopo trent’anni di matrimonio, trascorrevo i giorni come un automa senza volontà. Avevo una terribile sensazione di mutilazione, come se avessi perso entrambe le braccia. Guardavo le coppie che giravano insieme come appartenenti ad una realtà della quale non avrei mai più fatto parte.
Vedevo, con il fallimento affettivo, la sconfitta della famiglia e la fine del senso della vita.
Perdevo di vista le incomprensioni e il disagio che mi avevano accompagnato e trascinato per trent’anni.
Non potevo capire che ciò che mi succedeva non era la fine, ma un importantissimo punto di partenza, la nascita di una persona esclusiva, vera, non più appendice di un marito.
Non so esattamente quando, ma ad un certo punto, in un certo momento, è successo.
Ho smesso di sentirmi unica nell’infelicità e nella disgrazia.
Ho interiorizzato che la mia realtà poteva essere diversa da quella delle coppie, ma non per questo peggiore.
Ho capito che nella psicologia della sconfitta emerge un sano senso rigeneratore. L’obiettivo della mente era cambiato.
La mia attenzione non era più focalizzata sulle cause o sulla responsabilità del “fallimento”, ma sulla consapevolezza che per arrivare ad essere quella che sono – e sicuramente oggi mi sento migliore – sarei dovuta passare attraverso la accettazione della possibilità di finire un rapporto, senza perdere me stessa.
Mi sono abituata a considerare le vicissitudini, anche negative, come esperienza e non disfatta.
Sono parole conosciute, che spesso restano righe nere su un foglio bianco; ma diventano magiche e ci portano alla guarigione quando incominciano a far parte del nostro io.
Adesso forse sono solo un augurio di speranza e fiducia a chi inizia ora la sua vita da solo con se stesso: che possa arrivare un futuro più consapevole, dignitoso, al di là di avvilenti compromessi, perciò migliore.
SPERANZA MA SENZA ILLUSIONI
Attenzione al problema dei sacramenti ai divorziati
Riconosco che questo Papa ha sempre considerato una “questione aperta” quella dei divorziati risposati, ma nei suoi scritti, fino ad oggi, ho trovato parole profonde, ma anche molto prudenti, attente a non creare false illusioni.
Nei giorni immediatamente successivi all’elezione di Papa Benedetto XVI, qualcuno ha diffuso la notizia che il nuovo Pontefice stesse lavorando ad un documento che dovrebbe consentire de facto ai divorziati risposati di accedere al sacramento dell’Eucarestia. Sarebbe una svolta epocale e per così dire, inaspettata. Mi sono arrivate decine di telefonate, di persone speranzose, di coppie fiduciose in questo senso; personalmente, in quanto direttore del Centro Assistenza Separati- Divorziati e come cattolico praticante divorziato e risposato, penso che si debba essere molto prudenti. Ho letto con estrema attenzione gli articoli in proposito, ma in nessuno ho trovato indicazioni precise e puntuali in materia, né alcun riferimento o appiglio sul quale i giornalisti si sono aggrappati per scrivere queste dichiarazioni. Non vorrei che la presunta apertura del Papa su un tema delicato come questo fosse solo uno scoop giornalistico perché la speranza che si è creata nei cuori di chi è escluso dal sacramento dell’Eucarestia si trasformerebbe nell’ennesima delusione. Non penso che sia giusto esaltare troppo certi spiragli, perché il rischio di fraintendimenti è altissimo e solo chi vive nella consapevolezza di essere escluso dalla Comunione conosce il tormento che questa situazione può provocare. Bisogna ammettere che la Chiesa ha fatto dei grandi passi in avanti in questi ultimi anni: io mi ero già pronunciato con favore, oltre dieci anni fa, alla proposta dei tre vescovi tedeschi (Lehmann, Kasper e Saier) che si dicevano pronti ad ammettere alla Comunione le coppie di divorziati risposati dopo un cammino penitenziale e di fede, delegando in un certo senso la decisione al sacerdote, che è, molto spesso, la guida spirituale di questi nuclei famigliari e che sa quanto dolore c’è dentro l’animo di chi viene escluso per sempre dal sacramento dell’Eucarestia. Ma la posizione ufficiale della Chiesa è rimasta sempre la stessa, ribadita anche da Giovanni Paolo II, nella “Familiaris Consortio” del 1981: i divorziati risposati devono sentirsi parte della comunità cristiana, ma non possono fare la Comunione perché sono “adulteri”, in quanto legati indissolubilmente al primo coniuge che hanno sposato e dal quale hanno poi divorziato. Non possono nemmeno essere catechisti in parrocchia, né insegnanti di religione, né tantomeno fare i padrini o le madrine a battesime e cresime. E’ una lunga sofferenza che non riesce ad essere calmata solo con la c.d. “comunione spirituale”, come consiglia la Chiesa.
Il Santo Padre ha da sempre posto attenzione al problema dei divorziati risposati, tanto che quando era cardinale non nascose di avere dei dubbi sul fatto che ogni unione celebrata in Chiesa fosse ipse facto matrimonio sacramentale; questi pensieri si ritrovano nell’introduzione da lui curata ad un volumetto intitolato “Sulla pastorale dei divorziati-risposati”, del 1998. In realtà, spesso la Chiesa è scelta solo come cornice ornamentale, come palco tradizionale sul quale scattare le foto, e non come luogo sacro nel quale dire il proprio sì davanti a Dio ed alla comunità: basti pensare che l’80% degli italiani si dichiara cattolico, ma solo il 30% è praticante. Riconosco che questo Papa ha sempre considerato una “questione aperta” quella dei divorziati risposati, ma nei suoi scritti, fino ad oggi, ho trovato parole profonde, ma anche molto prudenti, attente a non creare false illusioni. Credo comunque nella strada del dialogo e sono fiducioso sul fatto che Papa Ratzinger ci aiuti a “non perdere la speranza”.
di Anna Oliverio Ferrarsi
Accettare la separazione dei propri genitori comporta un lungo processo di “elaborazione personale” spesso scandito da sofferenze, crisi, oltre che da problemi pratici che si trascinano nel tempo. Il divorzio, ormai è un’esperienza dolorosa che mette in gioco soprattutto l’equilibrio dei figli, allo stesso tempo testimoni e vittime inconsapevoli dello sfaldamento di una famiglia, Sensi di colpa, frustrazioni, incapacità di stabilire legami solidi e duraturi: sono questi pericoli. – come ci insegnano numerose testimonianze presenti in queste pagine – a cui va incontro chi ha patito la perdita di saldi punti d’appoggio sui quali costruire il proprio futuro. Da qui parte la riflessione di Anna Oliverio Ferrarsi, che in questo suo nuovo saggio ci spiega come si può superare il trauma di una separazione, e come. Se assimilata e compresa, questa può rivelarsi un decisivo punto di svolta per la futura serenità di tutti. Lasciando da parte il rancore e privilegiando il dialogo, la comprensione, il rispetto del proprio ruolo-perché un genitore deve continuare a essere tale anche dopo il divorzio-, gli adulti potranno garantire ugualmente ai figli le sicurezze, la tranquillità e anche l’autonomia psicologica di cui hanno bisogno.
SAI PAPA’ CHE TU SEI BUONO
ESSERE QUALCUNO PER QUALCUNO
di Giorgio Figliuoli
Ho appena salutato mio figlio attraverso il finestrino del treno e lui ha ricambiato con un sorriso ed un saluto morbido e pigro: poi si è messo a leggere ed io sono rimasto solo sulla banchina con un senso di vuoto nello stomaco.
Ha 22 anni e vive con la madre a 200 chilometri da qui e ci vediamo, impegni permettendo, ogni due settimane: una volta vado io e la successiva viene a trovarmi lui, ormai non ci costringe nessuna sentenza, è una piacevole consuetudine a cui non vogliamo rinunciare e di cui abbiamo bisogno: siamo importanti l’uno per l’altro, ci vogliamo bene, ci stimiamo e ci rispettiamo. Ogni tanto una telefonata , un saluto o uno di quei messaggi goliardici che imperversano sui telefonini e su internet: è un modo di far capire che ci siamo l’uno per l’altro, ma anche un piccolo campanello nei momenti di bisogno.
L’anno scorso sono rimasto a lungo in ospedale e lui è venuto a trovarmi ogni settimana per tre o quattro giorni, era presente i giorni delle operazioni, sempre disponibile, senza tradire la preoccupazione che lo attanagliava. Si è giocato le vacanze per starmi vicino ed io non me lo aspettavo: certo lui sapeva da tempo di poter contare su suo padre, ma io avevo appena capito di poter contare su mio figlio.
Era una sensazione nuova e bellissima che ho vissuto prima con sorpresa, poi con gioia:
una cosa che per tanti è una banalità per me era un traguardo raggiunto quando meno me lo aspettavo.
Certo le cose non sono sempre state cosi..
Dopo la separazione di fatto ho cercato inutilmente di vederlo per sei mesi, ma solo dopo la prima comparizione davanti al giudice ho potuto cominciare ad andare a trovarlo per pochi minuti alla volta: quattro ore di viaggio per un saluto, una carezza ed una porta in faccia.
E’ cominciata così una lunga serie di viaggi, a volte inutili perché non mi veniva nemmeno aperta la porta, oppure venivo informato all’ultimo momento che una sua presunta malattia mi avrebbe impedito di vederlo. Ma non mi sono scoraggiato e alla fine sono riuscito ad averlo con me per qualche fine settimana.
Mi ricordo una sera, non aveva ancora tre anni, eravamo fermi ad un semaforo e nel silenzio mi dice: “Sai papà che tu sei buono”. Quel bambino grassottello mi guardava fisso in attesa di una mia reazione e io, imbarazzato, che non avevo afferrato il significato del suo messaggio, gli avevo risposto con una banalità del tipo “Si, io sono buono perché anche tu sei buono, ecc.,ecc…”.
“No papà, TU sei buono”.
Ricordo bene quello sguardo fermo, quasi severo, che mi rimproverava di non aver capito subito quello che mi stava comunicando: si era accorto di come ero effettivamente e voleva farmelo sapere. L’immagine di me che gli era stata trasmessa non corrispondeva al vero, perché lui mi apprezzava e stava bene con me.
E’ stato allora che ho cominciato a capire che quelle dovevano essere le basi sulle quali costruire il nostro rapporto: bisognava semplicemente continuare così, farlo star bene ( che non significa viziarlo ), senza entrare in competizione con sua madre: una guerra non avrebbe pagato.
Avrei dovuto esserci per lui, essere chiaro e sincero e non deluderlo… perché i bambini capiscono al di là delle parole, delle promesse e delle minacce; amano senza riserve, non razionalizzano e non cercano giustificazioni.
Avrei dovuto andare oltre il desiderio di averlo tutto per me, di scavalcare la madre nella lista degli affetti importanti: guadagnare la sua fiducia e diventare un punto di riferimento senza reclamare diritti biologici o legali.
Non avrei mai potuto pretendere di ricoprire lo stesso ruolo di chi lo ha cresciuto, educato e ha diviso con lui tutti i momenti della vita, nè di averne i diritti, senza essermeli guadagnati.
Non avrei dovuto contenderlo ma conquistarlo.
Adesso lui ha la sua vita fatta di studio, amici , musica , in cui trova posto anche questo padre lontano, anche se solo fisicamente, un padre sui generis con cui non ha potuto condividere una quotidianità fatta di ritorni a casa, di giochi, di compiti, di sgridate, di baci della buonanotte, di risvegli: non hanno fatto parte della nostra vita, ma credo che non si debba guardare troppo a quello che ci è mancato, ma cercare di accettare la specificità del nostro rapporto.
Forse amare significa essere qualcuno per qualcuno.
E adesso osservo con orgoglio, soddisfazione e sollievo il risultato raggiunto: e tutte quelle ansie, la paura di perderlo, le umiliazioni subite con il tempo bruciano sempre meno.
Beh.. chiamiamoli danni collaterali…
A un certo punto il bambino inciampa e cade.
Con sua massima sorpresa, ode una voce tornare dalla montagna:
“Ahhhhh!”.
pieno di curiosità, grida: “Chi sei?”
ma l’unica risposta che riceve è: “Chi sei?”.
Questo lo fa arrabbiare, così grida: “Sei solo un codardo!”
e la voce risponde: “Sei solo un codardo!”
E il padre gli risponde: “Sta’ a vedere, figliolo!”,
e poi urla: “Ti voglio bene!”
e la voce gli risponde: “Ti voglio bene!”
Poi urla “Sei fantastico!” e la voce risponde: “Sei fantastico!”
“La gente lo chiama ‘eco’, ma in verità si tratta della vita stessa.
La vita ti ridà sempre ciò che tu le dai: è uno specchio delle tue proprie azioni.
Vuoi amore? Dalle amore!
Vuoi più gentilezza? Dalle più gentilezza.
Vuoi comprensione e rispetto? Offrili tu stesso.
Se desideri che la gente sia paziente e rispettosa nei tuoi confronti, sii tu per primo paziente e rispettoso.
Ricorda, figlio mio: questa legge di natura si applica a ogni aspetto delle nostre vite.”
Ciò che ci accade non sono buona o cattiva sorte, bensì lo specchio
COSA PROVANO I GENITORI DI FRONTE ALLA SEPARAZIONE?
A cura del Dott. Marco Fraccaroli
Ci si trova soli, con le risorse psicologiche ed emotive in proprio possesso, a rispondere alle aumentate richieste e sollecitazioni provenienti dai figli.
La separazione coniugale va intesa come un processo che coinvolge l’intero nucleo familiare e che implica inevitabilmente anche delle modificazioni negli atteggiamenti e nei comportamenti educativi dei genitori nei confronti dei figli.
Per questa ragione è importante che i genitori riesaminino, alla luce delle trasformazioni familiari, anche i loro comportamenti e più in generale riflettano sulla ridefinizione in atto all’interno dei rapporti
Un primo cambiamento, dovuto principalmente alla cessata convivenza tra i genitori, è rappresentato dall’impossibilità di accedere ad un confronto quotidiano sul tema della gestione educativa: con l’uscita di casa di un genitore non affidatario viene di fatto a mancare una compresenza nel quotidiano dei modelli educativi genitoriali, compresenza che costituiva fondamenta per la costruzione di ogni intervento educativo.
Viene a mancare come genitori, la sponda sulla quale smussare le proprie convinzioni educative e con la quale ricercare posizioni di compromesso. Ci si trova soli, con le risorse psicologiche ed emotive in proprio possesso, a rispondere alle aumentate richieste e sollecitazioni provenienti dai figli, e nel far questo, inevitabilmente si tende a valorizzare e proporre soprattutto gli interventi educativi in sintonia con il porporino modo di pensare al bene dei propri bambini.
E’ quindi abbastanza naturale che un genitore ansioso nei confronti dei pericoli sociali, lo diventi ancor di più nel momento in cui si trova sprovvisto di risposte, di rassicurazione o di ridimensionamento sui pericoli avvertiti, cosi come, un genitore normativo o al contrario permissivo tenderà più facilmente al tipo di relazione che sente di padroneggiare meglio e che in più giudica migliore.
Soprattutto durante le prime fasi della separazione , caratterizzate da rabbie, rancori, rifiuti nei confronti dell’ex partner, risulta difficile pensare ad una possibile “conservazione psicologica” del contributo dell’altro.
In altri casi, proprio perché viene a mancare il confronto anche conflittuale con l’altro coniuge, può accadere di sentirsi smarriti e confusi, vulnerabili a giudizi e critiche esterne e perciò di attuare atteggiamenti educativi imprevedibili e contraddittori.
Un primo rischio però è che tale iniziale e forse fisiologico irrigidimento sulle proprie convinzioni educative venga mantenuto nel tempo e/o esercitato senza critica o revisione alcuna; oppure che le modalità educative dell’ex coniuge continuino ad essere vissute da un genitore come causa principale delle difficoltà incontrate nella relazione con i propri figli, oppure ancora che non si cerchi rimedio allo smarrimento avvertito.
In questi casi si può giungere a posizioni estreme sia nel senso dei vissuti dei genitori nei confronti dei figli (preoccupazione, ansia, rabbia, disimpegno), sia rispetto all’applicazione sempre più rigida o confusa dei modelli educativi.
Un altro atteggiamento che va contrastato è quello del ricorso da parte di un genitore a continue e sistematiche squalifiche sull’intervento educativo proposto dall’ex partner. E’ invece necessario approdare alla consapevolezza, da parte di entrambi i genitori che la nuova organizzazione familiare è conseguenza di una perdita preziosa per i figli (la famiglia unita) e che tale mancanza impone la necessità di collaborare per dettare nuove regole e nuovi accordi educativi, e questo per il bene dei figli stessi.
I genitori che non accedono a tale consapevolezza, spesso oscillano tra posizioni idealizzate rispetto al proprio ruolo di mono-genitore e altre più depresse, insicure, bisognose di conferma sulle proprie capacità educative. I n questi casi gli errori a cui più spesso si tende , a volte inconsapevolmente sono quelli di rivolgere al figlio la propria richiesta di approvazione, oppure di ingraziarsi il figlio per paura di un suo giudizio negativo.
Ad esempio risulta difficile per un genitore che si trova in questa situazione proporsi come normativo e “cattivo” allorquando un figlio magari adolescente minaccia trasferirsi dall’altro genitore.
La situazione che si può venire a creare, paradossale e dannosa per lo sviluppo psicologico dei figli, è che essi si percepiscano giudici dell’operato del genitore impegnato nel compito di educarli nella crescita. I ragazzi in questione avvertono un grande potere nelle loro mani, e non si rendono conto fino in fondo del rischio evolutivo a cui stanno andando incontro: quello di crescere senza un riferimento adulto sicuro, dal quale trarre ispirazioni e nei confronti del quale condurre le proprie battaglie, sperimentando il limite di rottura del rapporto e al tempo stesso facendosi contenere. La perdita riguarda la possibilità di mettere in atto quei movimenti psicologici relazionali necessari per la costruzione di un saldo senso di identità personale.
Il genitore separato è un genitore suo malgrado esposto più di altri a questo rischio educativo. Diventa allora necessario che i genitori non smettano mai di parlare tra loro dei figli, o quanto meno ricomincino presto a scambiarsi informazioni e le sensazioni avvertite.
E’ fondamentale conservare un senso di importanza rispetto al contributo educativo dell’altro genitore e non innescare pericolosi percorsi di squalifiche reciproche.
Il genitore consapevole di questo, sarà un adulto più disposto a mettersi in discussione, e rivedere il proprio atteggiamento educativo e se è il caso a richiedere un aiuto psicologico.
Questa è un’ importante garanzia per lo sviluppo emotivo e psicologico dei figli, perché ripropone ai loro occhi l’immagine di genitori desiderosi di mettere i figli al primo posto, in grado di affrontare le difficoltà senza eccessivi irrigidimenti, smarrimenti o negazioni, e al tempo stesso capaci di modellare e proporre in modo fermo, nuove posizioni educative che siano d’aiuto ai figli.
Essere d’accordo di andare d’accordo.
Come si può evitare la crisi in una coppia?
In ogni cultura le coppie fanno una metaforica contrattazione all’inizio della relazione per stabilire le regole della relazione stessa.
La riuscita o il fallimento di un matrimonio dipendono o meno dal funzionamento delle regole di collaborazione.
Nessuna coppia inizia un rapporto a partire da zero; ciascun individuo ha un sistema di credenza e di aspettative nei confronti del matrimonio che si è strutturato a partire dalle esperienze nella famiglia d’origine e dalla cultura della società.
Le coppie riuscite riescono a mantenere una complementarietà nel far fronte ai compiti e, al tempo stesso, un senso di eguaglianza e di leadership condivisa. Di contro le famiglie disfunzionali sono caratterizzate da uno squilibrio di potere: più grande la posizione di dominanza e di autorità di uno sull’altro, più disfunzionale ed insoddisfacente è il matrimonio.
Uno dei requisiti principali per il buon funzionamento della coppia e di una famiglia è l’adattabilità che ha a che fare con l’equilibrio tra il mantenimento di una struttura stabile e allo stesso tempo flessibile in risposta ai cambiamenti della vita. Un altro aspetto cruciale è la coesione. Le coppie sane riescono a trovare un equilibrio tra vicinanza e rispetto delle differenze individuali. Nel contratto coniugale c’è un impegno condiviso nella
relazione e nella sua continuità ed un’aspettativa che ciascuno sia la cosa più importante per l’altro.
Perché una coppia sia considerata sana è necessaria chiarezza di regole, di ruoli e di messaggi. I partner devono costantemente rendere esplicite le loro idee e aspettative nei confronti del matrimonio, del compagno e di se stessi. Se mancano queste basi, possono accadere molti fraintendimenti, che sommandosi l’uno all’altro producono frustrazioni e conflitto.
Ogni coppia poi deve raggiungere un accordo su come si esprimono reciprocamente i sentimenti di amore, affetto e cura. Fraintendimenti su questo piano sono spesso fonte di tensione.
La grossa differenza tra le coppie che funzionano e quelle che non funzionano non è determinata dalla presenza o assenza dei problemi, ma piuttosto dalla capacità di affrontare e risolvere le difficoltà che insorgono nella vita insieme.
Il processo di soluzione dei problemi può essere considerato come una progressione dall’identificazione condivisa di un problema, attraverso la contrattazione fino alla sua risoluzione. Ci si può incagliare in uno qualsiasi dei punti di questo cammino. Quelle disturbate hanno difficoltà a livello del punto di partenza: il riconoscimento condiviso di un problema. Le cause possono essere indicate nella poca chiarezza della comunicazione e un basso livello di differenziazione.
Le coppie disfunzionali di solito hanno difficoltà ad esprimere le differenze per una paura catastrofica che il conflitto aumenterà e ne deriva violenza o rottura del matrimonio. Le coppie con bassa tolleranza al conflitto tendono “ad accordarsi sull’essere d’accordo”. Usano sempre la solita tecnica o la solita soluzione per tutti i problemi.
Anche i litigi sul contratto della relazione impediscono la soluzione dei problemi. I partner possono cadere nella trappola del “chi ha ragione e chi ha torto” senza alcuna capacità accomodamento sono visti in termini di vittoria e di resa e controllosull’altro. I partner allora diventano nemici in una battaglia senza fine in cui ciascuna “vittoria” di uno deve essere sabotata o vendicata dall’altro.
Ci vive in coppia si chiede spesso se la propria relazione con il/la partner che si è scelto sia normale o no. Porsi questa domanda non serve a garantire, perché per rispondere dovremmo sapere “come bisognerebbe essere”.Non conviene pensare ad un un modo di relazionare in una coppia più sana di un’altra, ma si dovrebbe fare riferimento dove un modo di relazionare può in un caso rappresentare una dimensione da acquisire, in un’altra dimensione da lasciare.
Ha più senso chiedersi se la modalità con cui la relazione si esplica avvengano nell’interesse della nostra evoluzione.
Una relazione di coppia può rappresentare, per i due membri che la compongono, un’opportunità incredibile di evoluzione individuale.
Obiettivo fondamentale di una relazione di coppia: favorire il processo evolutivo di quelli che ne fanno parte. Ciò può avvenire quando ciascuno è in grado di utilizzare a favore dell’evoluzione delle proprie potenzialità lo scambio con l’altro.
Sorprendere la moglie con l’amante non autorizza il marito ad una condotta violenta
Il tradimento del coniuge non giustifica le percosse
Il marito che sorprende la propria moglie nella casa coniugale in compagnia dell’amante non è autorizzato a comportamenti violenti, ed in tal caso ne risponde penalmente. Lo ha stabilito la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione negando qualsiasi giustificazione ad un uomo che aveva malmenato la moglie a seguito della scoperta del tradimento. Secondo la Suprema Corte, per quanto riprorevole potesse essere stato il comportamento della moglie, il marito non merita attenuanti, poiché la violenza non può essere usata per “contrastare” l’adulterio. (1 giugno 2004)
Suprema Corte di Cassazione, Sezione Quinta penale, sentenza n.22771/2004
Contrasto con la Sacra Rota, l’adulterio non cancella il vincolo coniugale
Matrimonio non annullabile per infedeltà del marito
Il matrimonio non può essere annullato a causa dell’infedeltà del marito, poiché, contrariamente a quanto sancisce il diritto canonico, nel diritto civile l’adulterio non cancella il vincolo coniugale. Questo il principio stabilito dalla Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione che ha confermato la decisione della Corte di Appello che non aveva riconosciuto la sentenza ecclesiastica di annullamento del matrimonio per violazione dell’obbligo di fedeltà. Il caso riguardava un marito infedele che aveva tradito in più di una circostanza la moglie. Per questo motivo il Tribunale della Sacra Rota aveva sancito la nullità del matrimonio su richiesta dello stesso marito. Nel corso del giudizio di delibazione, cioè di recepimento della sentenza ecclesiastica da parte dell’ordinamento civile, era però emerso che l’infedeltà non può costituire causa di nullità del matrimonio civile concordatario, in quanto l’annullamento per riserva mentale, ammesso dal diritto canonico, contrasta con i principi del nostro ordinamento. La Suprema Corte ha ora confermato tale orientamento, e, di conseguenza, il marito infedele non potrà sottrarsi agli obblighi previsti dal diritto civile in caso di divorzio e statuiti dal giudice ordinario. (26 maggio 2004)
Suprema Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, sentenza n.8205/2004
Bocciato l’atto ministeriale che aveva respinto la richiesta
Si può aggiungere il cognome materno
È possibile aggiungere al cognome del padre anche quello della madre in presenza di valide ragioni. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato respingendo un ricorso del Ministero di Grazia e Giustizia che aveva rigettato l’istanza di un cittadino che chiedeva di poter aggiungere al proprio cognome anche quello della madre. La Quarta Sezione ha affermato che il principio di tendenziale stabilità del cognome vigente nel nostro ordinamento non impedisce di derogare alla regola che permette di conoscere l’individuo solo attraverso il cognome paterno: infatti, in presenza di valide ragioni affettive e morali e quando si tratta di cognome di una certa notorietà, la legge consente di aggiungere all’originario cognome il cognome materno. Inoltre, nel caso in questione si trattava di una aggiunta e non di un mutamento del cognome, per cui non sorgeva alcun dubbio o incertezza sul reale status della persona (come invece sosteneva il Ministero). L’Amministrazione, secondo i Supremi Giudici Amministrativi, avrebbe dovuto valutare più attentamente le ragioni alla base della richiesta, considerato anche che il Procuratore generale aveva espresso parere positivo. (19 maggio 2004)
Restano gli obblighi civili
Non è reato tagliare alimenti alla moglie che lavora
Non commette reato il marito che non paga gli alimenti alla ex moglie che ha trovato un lavoro stabile. Lo ha stabilito la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, che ha annullato la condanna per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare inflitta ad un uomo separato per non avere corrisposto alla ex moglie l’assegno stabilito in sede di separazione civile. La Suprema Corte ha infatti spiegato che, fermi restando gli obblighi in sede civile, il presupposti del reato in questione è la “sussistenza dello stato di bisogno dell’avente diritto alla somministrazione dei mezzi indispensabili per vivere”; pertanto, il reato scatta solo quando un coniuge fa mancare all’altro i mezzi di sussistenza, intesi come “ciò che è esattamente indispensabile, a prescindere dalle condizioni sociali o di vita pregressa dell’avente diritto”, come il vitto, l’abitazione, i canoni per le utenze indispensabili, l’assistenza sanitaria, le spese per l’istruzione ed il vestiario. (6 maggio 2004)
Suprema Corte di Cassazione, Sezione Sesta Penale, sentenza n.14965/2004
E’ un grave reato tenere comportamenti violenti e vessatori in casa
Il matrimonio non è attenuante alla violenza sessuale
Costringere la propria moglie ad avere rapporti sessuali contro la sua volontà costituisce reato di violenza sessuale senza alcuna attenuante. È quanto affermato dalla Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione a proposito del caso di un uomo che, ossessionato dalla gelosia e sentendosi rifiutato dalla moglie, aveva compiuto nei confronti della donna una serie di violenze fisiche e morali , arrivando perfino a seguirla in bagno, e per questo era stato condannato per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale. Secondo la Suprema Corte, che ha confermato le condanne, il fatto che vittima della violenza sessuale sia la moglie non costituisce affatto una attenuante per la responsabilità del marito, che anzi deve essere ritenuto responsabile di tutti quei comportamenti vessatori consistenti in veri e propri maltrattamenti, compresa la violazione “delle più elementari norme di riservatezza”. (30 marzo 2004)
Suprema Corte di Cassazione, Sezione Terza Penale, sentenza n.3343/2004

References: sui generis
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza