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Timestamp: 2017-03-26 23:01:57+00:00

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di Enrico Giannattasio
MOBBING: ASPETTI PROBATORI E GIURISPRUDENZA 1.
MOBBING: ASPETTI PROBATORI EGIURISPRUDENZAdi Enrico Giannattasio*Sommario: 1. Introduzione 2. La ripartizioneprobatoria fra le parti 3. Il nesso eziologiconella pronuncia della Corte di Cassazione del29 gennaio 2013.1. IntroduzionePreliminarmente all’analisi dei temi diprova che, nell’ambito dei casi di mobbing,gravano sulle parti, è opportunoindividuare l’esatta configurazionegiuridica della fattispecie, tenendo inconsiderazione i vari contributi provenientidalla dottrina, ma anche e, soprattutto, dallagiurisprudenza.Nelle diverse elaborazioni, che neltempo si sono avvicendate, risultaconsolidato questo aspetto: “il mobbing è unfenomeno prevalentemente inerenteallorganizzazione del lavoro; esso si manifestaquale disposizione di atti o fatti (giuridici:organizzativi, negoziali; privi di rilevanzagiuridica) provenienti dal superiore gerarchico,dai colleghi della vittima o dai suoi sottoposti,che producono leffetto di determinare unasituazione di disistima e disagio personale eprofessionale del dipendente idoneo a procurareun suo spontaneo allontanamento dal luogo dilavoro"1. Poiché, com’è noto, la fattispeciemobbing è di creazione giurisprudenziale,ad oggi è prevalentemente rimesso alla* Laurea Magistrale in Giurisprudenza conseguita aBari il 19 aprile 2013.Dalla tesi di laurea: L’onere della prova del danno damobbing.1G. MAUTONE, Mobbing e onere della prova, inQDLRI, fasc. 29, 2006.sensibilità del singolo interprete ritenerecome costitutivi determinati aspetti già notidella medesima fattispecie, quali: lapreordinazione della condotta alla finalitàespulsiva; la ripetitività e sistematicità deicomportamenti; la necessaria alterazionepsico-fisica del lavoratore mobbizzato.Dall’analisi delle pronuncegiurisprudenziali2, sia di legittimità che dimerito, in tema di mobbing, emerge conchiarezza che i Giudici tendono aconfigurare il fenomeno in manieraparticolarmente rigida e restrittiva,richiedendo molti degli elementi su elencati,e di conseguenza rendendo l’attivitàprobatoria del lavoratore-ricorrenteparticolarmente gravosa.In tale contesto è di fondamentaleimportanza citare una recente pronunciadella Suprema Corte, risalente al gennaiodel 2012, che ha confermato il suespostoorientamento, ribadendo solennementequali sono gli elementi da considerarsinecessari e sufficienti alla costituzione dellafattispecie mobbing: “ai fini dellaconfigurabilità della condotta lesiva del datore dilavoro sono rilevanti:a) la molteplicità di comportamenti di caratterepersecutorio, illeciti o anche leciti seconsiderati singolarmente, che siano statiposti in essere in modo miratamentesistematico e prolungato contro il dipendentecon intento vessatorio;b) l’evento lesivo della salute o della personalitàdel dipendente;2Un contributo importante si rinviene in Cass. civ.Sez. lav., 6 marzo 2006, n. 4774. 2.
c) il nesso eziologico tra la condotta del datoreo del superiore gerarchico e il pregiudizioall’integrità psico-fisica del lavoratore;d) la prova dell’elemento soggettivo, cioèdell’intento persecutorio.” 3La definizione, che la Corte fornisce conquesta pronuncia, ribadisce quali sono glielementi della fattispecie che il lavoratoresarà onerato di dimostrare, sottolineandoche la sua attività probatoria dovrà svolgersiin maniera particolarmente rigorosa epuntuale.Di non poco conto, inoltre, è il notevolerilievo ormai assunto in sede giudizialedagli studi sviluppati dalla psicologia dellavoro. Il riferimento non può che essere almetodo elaborato dal Prof. Ege, e che èmolto accreditato presso le Corti4.Poiché il metodo si fondasull’individuazione di sette stadi successivi,attraverso il medesimo numero di parametridi riconoscimento, è ovvio che la suautilizzazione da parte dei Giudici, rendeancor più complessa la prova del fenomenoa carico della parte ricorrente.Alla luce di quanto detto, pertanto,emerge con evidenza l’intento dei Giudici dicircoscrivere con particolare rigore lecaratteristiche fondamentali del mobbing, alfine di scongiurare un uso eccessivo,inopportuno e, di conseguenza,depotenziante della fattispecie, evitando,pertanto, la realizzazione di quell’assiomache è stato prospettato da una delle prime, e3Cass. civ. Sez. lav., 10 gennaio 2012, n. 87.4Così Trib. Forlì, 15 marzo 2001, n. 84: Deve esseresi dall’inizio dello studio e dell’elaborazione chiaroquesto concetto: si avrà mobbing solo ed in quantodeterminato condotte presentino i requisiti richiestidalla psicologia del lavoro internazionale (inparticolare grazie ai lavori del professor HeinzLeymann) e nazionale (in particolare grazie ai lavoridel professor Ege) per poter parlare di tale fenomenoperché, in casi che presentano mera somiglianza conil mobbing, ogni episodio dovrà essere altrimenticatalogato e darà diritti a diversi profili di tutelarisarcitoria a favore di chi ha subito le condotte.”pionieristiche, pronunce sul tema, secondocui“tutto è mobbing, niente è mobbing”5.2. La ripartizione probatoria fra le partiAlla luce della fattispecie mobbing, cosìcom’è venuta delineandosi, si può affermareche, ove il lavoratore, desideri ottenere latutela risarcitoria in giudizio, dovrànecessariamente dimostrare una serie dicircostanze essenziali, quali:• l’inadempimento datoriale dell’obbligodi sicurezza, ovvero le condotte illecitedel mobber, ripetitive, sistematiche, econnotate dalla finalità espulsiva;• i danni patiti;• il nesso eziologico, sussistente fracondotte vessatorie e pregiudizio subito.Diversa, invece, è la posizione del datoredi lavoro, e/o mobber, convenuto, il quale,potrà fornire la prova semplice, negativadelle circostanze costitutive del mobbingdedotte da controparte (ad es. assenza deifatti materiali lesivi della salute o delladignità, assenza del danno subito, ecc.).Inoltre nei casi diversi da bossing, la partedatoriale potrà, anche, dedurre fatti idoneiad eliminare la presunzione di colpa chescatta ex art. 1218 c.c., per non avere evitatoil comportamento mobbizzante dei colleghidella vittima. Nel caso, diverso, diresponsabilità aquiliana ex art. 2049 c.c.,potrà, invece, provare l’inevitabilità el’imprevedibilità della condotta posta inessere dal/dai mobber.Guardando in maniera più specifica allaposizione del lavoratore-ricorrente, questi,in ossequio a quanto stabilito dall’art. 2967c.c., dovrà innanzitutto dimostrarel’esistenza del fatto storico ritenutomobbizzante. Tuttavia, nell’assolvimento ditale onere probatorio, il ricorrente, potràtenere in considerazione tutti gli aspettidella vicenda (ritenuta) mobbizzante, nonesistendo una predeterminazione, rigida e5Cit. Trib. Forlì, 15 marzo 2001, n. 84. 3.
netta, degli atti che possono configurare lafattispecie. Ciò è dovuto, soprattutto, allanorma di riferimento, che nella gran partedei casi è l’art. 2087 c.c., il cui contenutoaperto e generico, e la cui natura finalistica,permette una valutazione giudiziale diqualsivoglia comportamento e/o situazioneorganizzativa, abusiva e dannosa.Si può notare, pertanto, che non saràneppure necessario dimostrare quella“progressività” della vicenda mobbizzante,illustrata da diversi studiosi della psicologiadel lavoro, e su tutti, da H. Ege.Tuttavia, il ricorrente, non potràlimitarsi a dimostrare sic et simpliciter lasussistenza di determinati atti, ritenutiastrattamente mobbizzanti. Questi, infatti,dovranno essere illustrati in tutte le lorocaratteristiche e sfaccettature, poichénell’ambito del mobbing, è necessario che lecondotte abbiano determinate connotazioni:da un lato, un’idoneità causale a provocarelo stato di prostrazione tipico della vicendamobbizzante; dall’altro, una connotazionefinalistica, ovvero dovranno esserefinalizzate all’allontanamento dal luogo dilavoro del lavoratore-vittima.In riferimento a questo secondo aspetto,l’onere della prova da parte del lavoratore-ricorrente, potrà essere soddisfatto non solo,e non tanto, attraverso una prova diretta(ipotesi estremamente rara, e più che altrodi scuola, che si verifica, ad esempio, in casodi disponibilità di un atto confessorio,direttamente proveniente dal datore dilavoro), ma anche, e soprattutto, attraversouna prova indiretta.Pertanto, il lavoratore, per convincere iGiudice sulla sussistenza dell’animus delsoggetto agente, potrà dedurre una serie dielementi che conducano, da un lato,all’accertamento del fatto positivo dellaconcreta lesione dell’integrità psico-fisicadella vittima, e dall’altro, all’accertamentodel fatto negativo, dell’assenza diqualsivoglia giustificazione, razionale e/oorganizzativa, della condotta datoriale. Allaluce di ciò, attraverso un’inferenzapresuntiva, sarà possibile sostenere e tentaredi convincere il Giudice, dellafunzionalizzazione della condotta al fineillegittimo dell’allontanamento spontaneodel dipendente dal luogo lavorativo.Con riguardo alla ripartizioneprobatoria, va precisato che, se la provadella lesione subita è a carico del lavoratore,poiché è fatto costitutivo della sua pretesa,spetterà, invece, alla parte datoriale,dimostrare l’esistenza di esigenzeorganizzative/produttive, o comunque discopi leciti, che giustifichino la sua condotta.Una tale ripartizione degli oneri probatorifra le parti, deriva dall’applicazione dialcuni principi generali, e fra tutti, quellodella vicinanza della prova.La serie di atti vessatori, che fanno partedella vicenda di mobbing, devonoovviamente risultare imputabili, a titolo diresponsabilità civile, al datore di lavoro.Tuttavia, in tale ambito, è necessarioprofilare una differenza: infatti, nel caso dibossing, in cui l’atto molesto provienedirettamente dal datore di lavoro,l’imputabilità soggettiva a titolo di dolo o dicolpa è in re ipsa. Diversamente, negli altricasi, la responsabilità civile può assumere laforma contrattuale, ovveroextracontrattuale. Il prevalente indirizzogiurisprudenziale6, identifica taleresponsabilità come contrattuale, e, dunque,la disciplina si rinviene nel combinatodisposto dagli artt. 1218 c.c. e 2087 c.c.. Allaluce di ciò, risulta operante un’inversionedell’onere della prova, per il quale, sarà ildatore di lavoro, debitore dell’obbligo disicurezza, a doversi discolparedell’eventuale “nocività”7 dell’ambiente dilavoro, quest’ultima sì, dimostrata dallavoratore.6Una recente conferma di tale impostazione, giungeda Cass. pen. Sez. IV, 8 marzo 2012, n. 9173.7Nella particolare materia del mobbing “la nocivitàconsiste nell’imputazione causale all’organizzazionedel lavoro della situazione di disagio, ovvero laprovenienza dal collega di lavoro dell’atto lesivo”.Cfr. G. MAUTONE, Mobbing e onere della prova, inQDLRI, fasc. 29, 2006. 4.
Ulteriore elemento della fattispeciemobbing, che il lavoratore è onerato didimostrare, è il danno subito inconseguenza delle condotte vessatorie.Il danno, in quest’ambito, potrà esseresia di natura non patrimoniale, chepatrimoniale. Tuttavia, va sottolineato che,la verificazione di un danno patrimoniale intale contesto, è solo eventuale e successivaalla verificazione di un danno nonpatrimoniale, poiché le condotte vessatorie,hanno l’attitudine a ledere, in manieradiretta, esclusivamente l’integrità psico-fisica della vittima, e solo indirettamente ilpatrimonio della medesima.In particolare, è nota la classicatripartizione del pregiudizio nonpatrimoniale: danno biologico; dannoesistenziale; danno morale. In tale contesto,però, si deve necessariamente, far cenno allestoriche sentenze delle Sezioni Unite del20088, cd. di San Martino, ove la Corte hasolennemente sancito l’unificazione dellediverse poste di danno, ritenendo, le variedenominazioni, rispondenti esclusivamentead esigenze descrittive.Tuttavia, se nel 2008 le Sezioni Uniteavevano messo la parola “fine” allacontroversa tripartizione del danno nonpatrimoniale, si deve dare atto anche di unaconsolidata corrente giurisprudenziale che,al contrario, continua ad affermare lapredetta tripartizione, ritenendolafunzionale ad assicurare un adeguatoristoro di tutti i pregiudizi subiti inoccasione della vicenda di mobbing. Atestimonianza dell’importanza di tale filone,si nota che, di recente, è la stessa Corte diCassazione9 che, nel trattare di una vicendadi licenziamento ingiurioso, si è pronunciatain tal senso.Il lavoratore, alla luce della suespostagiurisprudenza, dovrà dunque dimostrarepuntualmente tutte le lesioni subite,servendosi dei diversi mezzi di prova a sua8Cass. SS. UU., 11 novembre 2008, nn. 26972 e26973.9Cass. sez. lav., 30 dicembre 2011, n. 30668.disposizione, quali: la testimonianza; laconsulenza tecnica di parte; ladocumentazione di ogni tipo, masoprattutto di tipo medico.Infine, ultimo ma assolutamentefondamentale elemento della fattispeciemobbing, che necessita di prova è il nessoeziologico che deve intercorrere fra lecondotte e il danno.Ovvio è che in questo caso, l’onereprobatorio grava tutto sul lavoratore, ilquale, innanzitutto, può servirsi di unaconsulenza tecnica di parte. Tale consulenzapuò svilupparsi, in primo luogo, attraversoriscontri positivi, che, ad esempio,verifichino l’idoneità delle condotte, acagionare la malattia diagnosticata allavittima; in secondo luogo, attraversoriscontri negativi, che possano escluderedalla catena causale, eventi idonei acagionare la malattia.Nell’assolvere al suo onere probatorio,sarà importante, per il lavoratore-ricorrente,anche dimostrare la prossimità temporalefra condotte mobbizzanti e l’insorgere dellapatologia: in questo caso, sarà opportunoservirsi di testimoni.Si sottolinea, tuttavia, che un autorevoleorientamento giurisprudenziale10, ritieneche, la sussistenza del nesso di causalità nonvenga pregiudicata da elementi che sianoidonei semplicemente ad aggravare l’esitodelle condotte subite. La “rottura” dellaserie causale, dunque, sarà possibile soloove sia rinvenibile un fatto diverso eindipendente dal mobbing, che sia in gradodi generare l’evento dannosoautonomamente.Pertanto, anche in ossequio del principiodi vicinanza della prova, può apparirefondato che il lavoratore, abbia interesse adimostrare, non solo la prossimitàtemporale tra mobbing e patologie, maanche fatti positivi, ulteriori e diversi, chepossano convincere il Giudice10Si veda: Cass. 1 settembre 1997, n. 8267; Cass. 20aprile 1998, n. 4012; Cass. 5 novembre 1999, n.12339; Cass. civ. 5 febbraio 2000, n. 1307. 5.
dell’inesistenza di serie causali indipendentidalla vicenda mobbizzante.3. Il nesso eziologico nella pronuncia dellaCorte di Cassazione del 29 gennaio 2013In data 29 gennaio 2013, con lapronuncia n. 2038, la Suprema Corte haevidenziato alcuni aspetti interessanti, intema di onere della prova dei danniderivanti da mobbing.Nella controversia, che si svolge tra unvigile urbano e il proprio Comune-datore dilavoro, il ricorrente (vigile), dopo averottenuto un equo indennizzo per malattiaderivante da “causa di servizio”, decide diagire in giudizio chiedendo: innanzituttol’annullamento di una sanzione irrogataglinel 2003, ritenuta illegittima; inoltre, chiedela condanna del datore di lavoro e delsuperiore gerarchico, al risarcimento deidanni da mobbing.Mentre il Giudice di Pisa respingeva ladomanda del predetto vigile, la Corte diAppello di Firenze, rigettando il gravameproposto, osservava che, sebbene non vifossero sufficienti elementi per qualificare lavicenda in termini di mobbing, tuttavia,sussisteva una situazione potenzialmentedannosa, ascrivibile in astratto ad unaviolazione dell’art. 2087 c.c. da parte delComune-datore di lavoro.Giunto dinanzi alla Corte di Cassazione,il ricorso principale del vigile viene ritenutoinfondato. Secondo i Giudici “l’articolo 2087c.c. non configura un’ipotesi di responsabilitàoggettiva, (...). Ne consegue che incombe sullavoratore che lamenti di aver subito, a causadell’attività lavorativa svolta, un danno allasalute, l’onere di provare l’esistenza di taledanno, come pure la nocività dell’ambiente dilavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro e, solose il lavoratore abbia fornito la prova di talicircostanze, sussiste per il datore di lavorolonere di provare di avere adottato tutte lecautele necessarie ad impedire il verificarsi deldanno e che la malattia de dipendente non ericollegabile alla inosservanza di tali obblighi”.Pertanto, emerge chiaramente, l’enfasi concui la Corte sottolinea la ripartizioneprobatoria fra le parti, ed in particolare, glioneri gravanti sul lavoratore.Inoltre, la Corte precisa che: “...Né lariconosciuta dipendenza delle malattie da una"causa di servizio" implica necessariamente chegli eventi dannosi siano derivati dalle condizionidi insicurezza dellambiente di lavoro, potendoessi dipendere piuttosto dalla qualitàintrinsecamente usurante della ordinariaprestazione lavorativa (...), restandosi cosi fuoridallambito dellarticolo 2087 cod. civ.”.L’elemento di novità della seguentepronuncia si rinviene nel successivopassaggio, ove i Giudici di legittimità,hanno la premura di sottolineare ladifferenza esistente fra gli istituti dell’equoindennizzo e del risarcimento dei danni damalattia professionale, dando particolarerisalto al “diverso grado di intensità delrapporto causale”. Infatti, se ai fini dell’equoindennizzo il nesso eziologico può esserericostruito in termini possibilistici, nelrisarcimento dei danni da malattiaprofessionale, il criterio è necessariamentedi tipo probabilistico, e dunque, laconcessione di un equo indennizzo non puògiustificare automaticamente, la concessionedi un risarcimento del danno in questaoccasione.Si vede ancor una volta, dunque, ilparticolare rigore della giurisprudenza intema di oneri probatori gravanti sullavoratore.“Peraltro, deve considerarsi che laffermazionedella Corte del merito secondo cui la differenzafondamentale fra gli istituti dellequo indennizzoe del risarcimento danni da malattiaprofessionale risiede nel “diverso grado diintensità del rapporto causale” è conforme adorientamento giurisprudenziale (...). Vero è chein successivo passaggio motivazionale la Corteterritoriale ha richiamato ulteriori sentenze deigiudici di legittimità (...) per sostenere chelautonomia dei due istituti ha subito una certaattenuazione..., sicché le circostanze di fattoaccertate ai fini di uno dei benefici non possono 6.
essere ignorate dal giudice del merito ai finidellaltro...”.Facendo leva su quanto precede, laCorte, nel caso di specie, ha respinto larichiesta di risarcimento dei danni damobbing, avendo, la perizia medicadisposta nel procedimento, escluso unrapporto causale tra lo stress subito daldipendente e l’insorgenza del morbo diChron e del diabete, malattie per le quali erastato riconosciuto al lavoratore un equoindennizzo in quanto patologie derivanti da“causa di servizio”. Recommended
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 art. 1218
 art. 2049
 Cass. 
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