Source: https://www.laleggepertutti.it/197561_email-come-prova-in-tribunale-che-valore-legale-ha
Timestamp: 2020-06-05 08:12:27+00:00

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Si può dimostrare con certezza chi ha inviato un’email e se il destinatario l’ha effettivamente ricevuta?
Che valore legale ha un’email? Di per sé nessuno, se non si tratta di posta elettronica certificata (Pec). Solo questa infatti garantisce la piena prova dell’identità del mittente, di quella del destinatario, della data di spedizione e della ricezione della stessa. L’email ordinaria ha lo stesso valore di una fotocopia: fa prova solo se, in una eventuale causa, non viene esplicitamente contestata da colui contro il quale viene esibita (la contestazione non può essere generica ma deve suggerire al giudice le ragioni per cui il documento non può considerarsi attendibile). Ciò nonostante si stanno affacciando diverse sentenze che attribuiscono all’email ordinaria valore di prova; questo capita tutte le volte in cui la sua ricezione o il contenuto vengono tacitamente confermati dal successivo comportamento del destinatario. Questi, ad esempio, potrebbe rispondere al messaggio e intrattenere una corrispondenza col mittente così confermando l’esistenza di un rapporto contrattuale e di accordi volti a consegnare una merce o a eseguire una prestazione; oppure potrebbe inoltrare l’email ad altre persone (in questo senso la Cassazione [1] ha confermato un licenziamento inviato per email al dipendente il quale, subito dopo aver letto il messaggio, lo ha girato ai suoi colleghi per far leggere loro le motivazioni del datore).
Dunque, volendo essere precisi, si può affermare che l’email come prova in tribunale sta diventando una realtà sempre più consolidata, atteso soprattutto che ormai gran parte dei rapporti commerciali vengono intrattenuti non più con fax o raccomandate, ma proprio con la posta elettronica ordinaria. Che valore legale ha l’email però quando il mittente nega di averla mai spedita dal proprio indirizzo di posta elettronica e non ci sono altri elementi che confermano tale circostanza? La questione è stata di recente decisa dalla Suprema Corte [2]. Chiariamo anche questo aspetto.
L’email ordinaria, per essere considerata prova scritta, deve essere confermata da altre circostanze o non deve essere contestata
Immaginiamo che un dipendente, dal proprio indirizzo di posta elettronica riservato, scriva un’email a un collega nel quale parli male del proprio datore. O immaginiamo ancora che un tale minacci un’altra persona inviandole un’email. Oltre all’email, non ci sono successivi messaggi o scambi di sms tra i due. Se l’email dovesse finire davanti al giudice per dimostrare il comportamento illecito del mittente che valore legale avrebbe? A riguardo la Suprema Corte ha ribadito che un’email ordinaria non può essere riferibile con certezza al suo autore apparente, non trattandosi di Pec (posta elettronica certificata) e non essendo neanche munita di firma digitale in grado di garantire l’identificabilità dell’autore e la sua integrità e immodificabilità. Questo significa che se non ci sono altri elementi – come potrebbero essere anche delle prove testimoniali o uno scambio di successivi messaggi di posta elettronica – a confermarne spedizione, mittente e contenuto possono essere facilmente contestabili. Risultato: la singola e isolata email non ha valore legale.
Nella pronuncia in commento, la Cassazione ha ricordato come «alle email tradizionali non possano essere riconosciuti la natura e il valore probatorio della scrittura privata». Infatti il Codice dell’amministrazione digitale [3] attribuisce l’efficacia probatoria della scrittura privata solo ed esclusivamente al documento sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale. Al contrario, l’attendibilità di ogni altro diverso documento informatico va valutata caso per caso dal giudice che potrà ritenere se attribuire allo stesso il valore di un documento scritto o meno. La valutazione, come detto, potrà tenere conto del comportamento complessivo tenuto dalle parti o dell’esistenza di ulteriori indizi o prove come le dichiarazioni di testimoni.
Il punto, allora, non è tanto mettere in discussione il contenuto del messaggio che potrebbe anche essere corrispondente al vero; non è neanche il fatto che l’email sia partita da un determinato indirizzo di posta elettronica; il problema è che non è detto che a spedirla sia stato davvero il titolare dell’account e non un’altra persona che, magari, è riuscita a forzare l’accesso in un modo o nell’altro (potrebbe trattarsi di un hacker, ma anche di un collega di lavoro, di una persona dello stesso nucleo familiare, ecc.).
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La questione sul valore dell’email non certificata come prova è stata più volte affrontata dai giudici i quali hanno ritenuto che non si può attribuire ad essa il valore di prova essendo sufficiente e possibile «intervenire sul programma di posta elettronica perché chi riceve il messaggio lo veda come se fosse inviato da diverso indirizzo» [4].
Esiste, comunque, un orientamento (minoritario e poco seguito) secondo cui anche l’email ordinaria avrebbe valore di prova. Tale tesi fa leva sul fatto che il mittente, per poter creare ed inviare il messaggio, deve eseguire una operazione di validazione, inserendo il proprio username e la propria password: ne conseguirebbe che l’email potrebbe dunque essere impiegata in tutti i contratti cosiddetti “a forma libera” e in tutte le ipotesi in cui, parlando di forma scritta e prova scritta, non si intende la scrittura privata, necessaria per la validità e l’esistenza stessa dell’atto. Il valore probatorio del documento informatico con firma elettronica “debole” sarebbe liberamente valutabile dal giudice.
In questo secondo filone, si inserisce una recentissima sentenza della Cassazione [5] secondo cui le email hanno piena efficacia di prova nel giudizio civile. Per il disconoscimento colui contro il quale sono prodotte deve dimostrare, con elementi concreti e in maniera circostanziata ed esplicita, la non rispondenza con la realtà.
La Suprema Corte precisa che l’email contiene la rappresentazione di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti e di conseguenza forma piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotti non contesta la loro “fedeltà”. Tuttavia, l’eventuale disconoscimento non ha gli stessi effetti previsti per la scrittura privata che non può essere utilizzata. Nel caso degli sms e dell’email, il diretto interessato deve dimostrare la non rispondenza, ma il giudice può comunque accertarla, anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni.
[2] Cass. sent. n. 5523/2018 del 8.03.2018.
[3] Art. 21 del Dlgs 82/2005.
[4] Trib. Roma, ord. del 20.12.2013; trib. Brescia sent. n. 348/2008.
[5] Cass. sent. n. 19155/2019 del 17.7.2019.
Presidente Bronzini – Relatore Marchese
La Corte di appello osservava che la prospettazione della parte datoriale era fondata su messaggi di posta elettronica di ” dubbia valenza probatoria” nonché su dichiarazioni provenienti da soggetti direttamente coinvolti nella vicenda e quindi inattendibili perché interessati ad un certo esito della lite.
Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la società TELECOM ITALIA spa, affidato a sei motivi; ha resistito con controricorso S.D. .
1. Con il primo motivo si denuncia – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 e 4 violazione dell’art. 132 cod.proc.civ; motivazione inesistente – ai sensi dell’art. 360 nr. 5 -; violazione e falsa applicazione dell’art. 7 L. 300/70 ai sensi dell’art. 360 nr. 3 -.
2. Con il secondo motivo, si censura – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 e nr. 4 – la violazione dell’art.112 cod.proc.civ. e – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 – la violazione e falsa applicazione degli artt. 2702 e 2712 cod.civ..
3. Con il terzo motivo – ai sensi dell’art. 360 cod.proc.civ. – si deduce la violazione dell’art. 414 cod. proc. civ., per aver il giudice di merito dato rilevanza, sia pure in maniera indiretta, a circostanze non ritualmente allegate.
4. Con il quarto motivo si censura – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 cod. proc. civ – violazione e falsa applicazione degli artt. 2730 e 2735 cod. civ e dell’art. 115 cod. proc. civ. nonché – ai sensi dell’art. 360 nr. 5 cod. proc. civ – l’omesso esame di un fatto decisivo.
5. Con il quinto motivo si censura – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 cod.proc.civ. – la violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 cod.civ. per non aver la Corte di merito esattamente individuato la responsabilità attribuita al lavoratore.
6. Con il sesto motivo si denuncia – ai sensi dell’art. 360 nr. 4 cod.proc.civ. – la violazione dell’art. 246 cod.proc.civ.; si contesta che la sentenza non si è pronunciata sul motivo di gravame avente ad oggetto la statuizione di primo grado di ritenuta incapacità a testimoniare dei testi intimati da TELECOM.
La questione posta all’attenzione della corte non configura una violazione dell’art. 112 cod. proc. civ..
Il vizio di “ultra” o “extra” petizione, in relazione al quale viene in rilievo l’art. 112 cod. proc. civ., risulta configurabile se il giudice pronunzia oltre i limiti della domanda e delle eccezioni proposte dalle parti, attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato; non in relazione al giudizio di valutazione del materiale probatorio – seppure erroneo espresso dal giudice di merito.
La critica, in relazione agli artt. 2702 e 2712 cod. civ., si arresta, invece, già sul piano dell’inammissibilità.
Il messaggio di posta elettronica è riconducibile alla categoria dei documenti informatici, secondo la definizione che di questi ultimi reca l’art. 1, comma 1, lett. p), del D. Lgs. nr. 82 del 2005 (“documento informatico: il documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”), riproducendo, nella sostanza, quella già contenuta nell’art. 1, comma 1, lett. b) del DPR nr. 445 del 2000.
La decisione impugnata non mette in discussione la sussistenza di una corrispondenza relativa all’indirizzo di posta elettronica del dipendente, sicché è da escludere una violazione dell’art. 2712 cod.civ..
La sentenza della corte territoriale esclude, piuttosto, che i messaggi siano riferibili al suo autore apparente; trattandosi di e-mail prive di firma elettronica, la statuizione non è censurabile in relazione all’art. 2702 cod.civ. per non avere i documenti natura di scrittura privata, ai sensi del citato art. 1 D.Lgs 82/2005.
Infine, non vi è alcuna specifica argomentazione in ordine alla asserita violazione dell’art. 414 cod.proc.civ., indicata nella rubrica ma non sviluppata nel motivo.
La violazione degli artt. 2730 e 2735 cod. civ. – norme che disciplinano la confessione – è inconferente rispetto al decisum.
Neppure vengono in rilievo profili di violazione dell’art. 115 cod. proc. civ.; una questione di malgoverno dell’art. 115 cod.proc.civ. può porsi solo allorché il ricorrente alleghi che il giudice di merito: – abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposte d’ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge; – abbia fatto ricorso alla propria scienza privata ovvero ritenuto necessitanti di prova fatti dati per pacifici.
Il vizio di motivazione – pure prospettato con il motivo in esame – non configura l’ipotesi introdotta dal novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis, limitata alla devoluzione di un “fatto storico”, non esaminato, che abbia costituito oggetto di discussione e che abbia carattere decisivo ((Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053).
Parte ricorrente, pur formalmente denunciando la violazione dell’art. 2119 cod.civ., nella sostanza, deduce l’omesso esame di un fatto storico, consistente in uno dei due titoli di responsabilità attribuiti al dipendente e posto, in via alternativa, a fondamento del licenziamento.
È la stessa TELECOM che nell’illustrazione del motivo (pag. 16 del ricorso) afferma che a fondamento del recesso sono posti due fatti (storici): il recesso sarebbe stato giustificato sia in ragione di un diretto coinvolgimento del lavoratore nel procedimento di rivalutazione, in relazione al quale si riscontravano le irregolarità sia, comunque, a cagione del ruolo ricoperto nell’ambito dell’organizzazione della società e, dunque, per culpa in vigilando.
Tale secondo ” fatto” non sarebbe stato adeguatamente valutato dalla Corte di appello.
Il vizio andava, allora, veicolato attraverso il nr. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ.; tuttavia, la censura, a prescindere dalla esatta qualificazione, difetta di specificità ai sensi degli artt. 366, co. 2, nr. 6 e 369, co.2, nr. 4 cod.proc.civ.; parte ricorrente ha omesso di allegare e depositare la contestazione disciplinare.

References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 21
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1