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Timestamp: 2020-02-17 16:54:52+00:00

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La letteratura italiana. Storia e testi. Opere minori | Dante Alighieri, a cura di Gianfranco Contini, Domenico De Robertis | download
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TOMO I • PARTE I
TOMO I· PARTE I
E DI GIANFRANCO CONTINI
TOMO I• PARTE I
V I T A NUOVA a cura di Domenico De Robertis
RIME a cura di Gianfranco Contini
IL FIORE E IL DETTO D'AMORE attribuibili a
Dante Alighieri a cura di Gianfranco Contini
INDICE-SOMMARIO della «Vita Nuova!)
INDICE DEI CAPOVERSI DELLE RIME
NEL TESTO DANTESCO a cura di Rudy
CONTENUTI NELLE NOTE a cura di Rlldy Abardo
INDICE LINGUISTICO, METRICO E RETORICO a cura di
INDICE TOPOGRAFICO DEI MANOSCRITTI CITATI a cura
di Rudy .4bardo
tra i caratteri certo più significativi dell'opera dantesca, ed
elemento costitutivo di essa, la prepotente forza di autoaffermazione
che la percorre da capo a fondo, la vocazione, per cosi dire, di autorità, in cui è compresa e riassunta la stessa vocazione poetica (e
profetica). E subito dopo, e indispensabile strumento di quella,
l'inesauribile e, come quella, originaria capacità d'intimazione e
d'appello a cui s'affida. Le apostrofi, i richiami al lettore che punteggiano la Commedia e la rendono (la vogliono) "leggibile", cominciano da molto lontano, sono addirittura pretesto e condizione
e la stessa forma della poesia sin da O 'lJoi che per la 'Via d'Amor
passate e da Donne eh' avete intelletto d'amore, per non dire da
A ciascun'alma presa, primo sonetto della Vita Nuova, e da Se
Lippo amico se' tu che mi leggi (e senza ricordare qui la grande
lezione, prima che di Cavalcanti, di Guittone). Non si tratta tanto
della designazione di un pubblico, quanto di un rapporto essenziale, dello spazio vitale del proprio discorso. Di questa facoltà la
Vita N11ova è l'espressione e la testimonianza più discreta, non
per questo meno decisa. Direi anzi che non c'è opera più parlante
della Vita Nuova (prova ne sia che non c'è opera di Dante che più
si sia voluta far parlare, e che anche oggi più si presti all'interpretazione e agli esperimenti d'interpretazione): anche nel senso di
una sua intera e inequivoca leggibilità, in atto e assistita in ogni
punto e in ogni articolazione (oggi si direbbe ad ogni livello)
dell'opera. A questa condizione sembra debba anzitutto corrispondere l'introduttore alla lettura di essa; tanto più nel quadro di una
presentazione collettiva e perciò di una ricerca di continuità e
contiguità d'informazione che superi o integri l'inevitabile discontinuità e divergenza d'interpretazione; e l'interpretazione avendo
già trovato luogo in uno studio a cui è impossibile non rinviare
e delle cui ipotesi il commento che segue è la verifica testuale.
Ciò che deve prevalere qui, come nelle chiose, è appunto quella
base di fatto a cui quell'interpretazione aveva cercato di dare un
senso, e che ora essa è richiamata a illuminare, a unificare e a
rendere attuale.
Proprio la ricerca, per quanto è concesso, dell'oggettività esige
l'immediato rilievo, perfettamente collimante coi termini dell'e-
nunciato iniziale, di due aspetti essenziali, e l'un l'altro integrantisi,
dell'oggetto: il suo strenuo autobiografismo, che ne fa il primo
capitolo della universale "autobiografia" dantesca e la prima relazione del suo grande viaggio, dagli albori della memoria alPidentificazione suprema; e la continua assistenza ed esplicitazione del1'operazione letteraria in corso sia in sede storica (riflessione sulla
propria poesia) sia in sede teorica e formale (definizione del libro
e dei suoi procedimenti). L'integrazione si realizza nella forma
dell'autocommento esercitato anch'esso e a livello delle testimonianze storiche (delle poesie) prodotte a documento dell'esperienza
narrata, e a livello del processo mnemonico a cui esse danno di
volta in volta luogo, dell'atto riflesso insomma che le descrive al
lettore. Il procedimento letterario in cui consiste e attraverso cui
si esprime la Vita NuO'lJa è altrettanto verificabile sul pi ano dei
contenuti che su quello delle forme, risultando i primi di carattere
essenzialmente poetico e primamente filtrati daJla poesia, ed esplicita essendo la loro distinzione a seconda della funzione sotto cui
son visti, di mediazione lirico-evocativa o referenziale (o diciamo
la distinzione di significanti e significati); per modo che il libro
finisce coll'essere messaggio di sé stesso. Addirittura si potrebbe
parlare di scambio di funzioni (al modo che il momento primario
della scoperta poetica viene immaginato a posteriori come il riflesso
dell'esperienza storica riferita), riconoscendo alla favola e alla
rammemorazione il valore di veicolo del messaggio letterario in
cui si articola e che costituisce effettivamente l'obbiettivo dell'operazione. E valga la significazione, nel precedere che Vanna fa
Beatrice nel capitolo xxiv, del precorrimento cavalcantiano della
poesia di Dante, e dell'eccellenza di questa nell'identificazione di
Beatrice con la verità. Per cui la Vita Nuova si propone non semplicemente come coscienza e storia della poesia di Dante, ma come
una teoria della poesia nella misura stessa che la storia dell'amore
di Dante per Beatrice è trascesa in una dottrina d'amore, e coi
medesimi caratteri di autosufficienza e assolutezza di questa: la
poesia basta a sé stessa come l'amore basta a sé stesso, e il termine
d'identificazione è uno, per quella e per questo, la lode dell'oggetto amato partecipata a tutti.
Tutto questo è fin troppo plausibile di un'esperienza che si
presenta sin dalle prime battute come "lettura" e dove il <<libro»,
e le << parole » che lo con1pongono, hanno una loro realtà anche nella
dimensione dell'immaginazione, il titolo (come più tardi, capitolo
XIX, l'incominciamento della "nuova materia") è una proiezione
interiore, i riferimenti storici sono rappresentati da testi anche
prima della loro esplicita citazione, e l'esemplarità è continuamente
cercata nel confronto, diretto o indiretto, con esempi già costituiti.
Si tratta, con la Vita Nuova, della prima e, per i tempi, di gran
lunga più imponente convocazione e concentrazione di modelli, e,
sotto l'apparenza dimessa, di un'operazione letteraria estremamente
ardita e ambiziosa; in nessun'altra la cultura è più significativa
del messaggio e della forma, né la letterarietà lo è dei valori poetici
proclamati. E tutto questo, senza doverci staccare dal filo del racconto; percepibile, anche senza guardare troppo «sottilmente», a
livello della favola. L'organicità biografica è garanzia di quella
Possiamo dunque, a un fine di descrizione d'un'opera letteraria,
tenerci tranquillamente alla favola, stare al giuoco di Dante. Non
ne resterà per questo meno investita la struttura del libro. La stessa
indubbia provocazione e suggestione autobiografica (l'ipotesi dell'irripetibilità) ne aiuta la decifrazione. Che si tratti della testimonianza di un'esperienza, passata per giunta attraverso determinate
tappe (o gradi) e formalità, ossequiente addirittura a certi riti,
invita a porre l'accento sul soggetto di essa, sul personaggio numero uno per cui, e in funzione del quale, anche Beatrice esiste,
e la cui sparizione nel coro dei contemplanti e lodanti (delP"intelligenza d'amore") avviene solo a precise condizioni, ha un valore
di scoperta, e senza pregiudizio della continuità della testimonianza
(« onde io pensando a ciò, volendo ripigliare lo stilo de la sua
loda ... », XXVI, 4 - la stessa morte di Beatrice, come viene a sancire irrevocabilmente il distacco, cosi implica un rinnovato impegno giustificativo e retorico, vede la moltiplicazione delle occasioni esterne, delle "causae scribendi,.). Presa anche, come è stata
presa fin troppo spesso, nell'accezione più piatta, in servizio dell'anagrafe, non ne era meno rilevato il senso, per il soggetto come
per 1'oggetto, per Dante come per Beatrice, di modelli da proporre,
magari (preraffaellitismo insegni) da riproporre. Nella storia o
fuori della storia, alla contemplazione o alla diagnosi, l'appello
di un ideale poetico non ha mai mancato di farsi sentire vivissimamente. Diciamo insomma che si tratta di un'esperienzad•amore,
ma poetica, fruita e conoscibile attraverso la poesia, della proposta
di un concetto (e dell'evoluzione di un concetto) d'amore in quanto
poeticamente attivo e attuale. Del resto, più d'una delle situazioni
contemplate nel libro appartiene a una tradizione codificata, come
ad esempio la cc scusa» della ballata del capitolo xu, che è una
specifica forma o "genere" letterario, come indicano i cc dubbi»
relativi appunto alla formula elocutoria; o meglio il cc gabbo»
(capitolo XIV), soggetto obbligato per la stessa Beatrice, la quale si
comporta secondo letteratura, e per cui scatta la prima operazione
di ridimensionamento secondo memoria, con restituzione alla poesia della funzione propriamente lirica, sincronica, difatti assolta
in assenza d'ogni circostanza storica; o la stessa richiesta di versi,
non inconsueto pretesto introduttivo (e basti il celebre attacco di
Donna me prega). A partire da Dante, è il caso, anche, della morte
di madonna, definitivamente consacrato da Petrarca d'un carattere
fatale. E la stessa morte del padre di Beatrice si dà a conoscere per
un passaggio topico della tradizione agiografica, e sovrappone
alla vicenda amorosa i modelli delle leggende dei santi. Ma i trattati d'amore del Rinascimento (poniamo il De natura de amore di
Mario Equicola), che cos'altro sono, ben spesso, se non la descrizione della fenomenologia d'amore presso i poeti? che cosa rivelano in fondo, se non un'esperienza e una cultura anzitutto poetiche? Se la Vita Nuova è, anche, un trattato d'amore (e quello di
Andrea Cappellano le è meno estraneo di quanto non sia sempre
sembrato), essa risponde (a parte la corresponsione specifica ad
analoga richiesta, non è improbabile di un collega di Parnaso, nel
sonetto Amor e 'l cor gentil sono una cosa, capitolo xx) alla "questione" che aveva dato materia a più d'una tenzone, a con1inciare
almeno da quella tra Iacopo Mostacci, Pier della Vigna e il Notaro
a suo tempo ricordata in calce al capitolo suddetto, e che ritorna
d'attualità, significativamente, nel cap·tolo teorico-storico del libro,
il xxv.
Dante appunto concepisce si, nella Vita Nuova, come già nelle
rime, la vicenda amorosa come una relazione: incontro (e scontro),
apparizione, perdita (il saluto concesso e poi negato), perorazione
della propria "causa" (già Brunetto Latini, nella Rettorica, aveva
sviscerato e svolto i termini letterari di tale ."situazione"), giustificazione e contemplazione (parlare e non parlare a madonna),
memoria di Beatrice; ma in quanto avente una dimensione letteraria e, per giunta, una dimensione ormai storica. E come tale,
secondo tale dimensione ce la propone: in quanto letterariamente
modellata, in quanto poeticamente realizzata in rime succedentisi
nel tempo, e in quanto configurantesi in uno svolgimento, in una
vicenda letteraria, e secondo un modello letterario (quello del
commento alle poesie). Per Dante, a un certo momento, al momento cioè della Vita Nuova, il rapporto fondamentale è con la
propria interpretazione poetica, con la propria poesia, con la propria visione e rappresentazione dell'amore. Che coinvolge tutt'una
serie di altri rapporti: col pubblico, coi suoi pari e maggiori, con
la tradizione. Già, come prassi, dalla poesia (e valga il primo
sonetto del libro, il primo contatto coi «fedeli d'amore»); ma come
definitiva e organica coscienza e teoria, nella prosa.
Che il tempo della prosa sia il passato, non costituisce rilievo
significativo, in un libro «esemplato » su quello della memoria.
Ma le «parole» che in questo si leggono non sono soltanto metaforiche, bensì i "detti" del poeta, di cui interesserà dare soprattutto
la «sentenzia», il senso, l'interpretazione, ma per la maggior parte
presenti in tutte lettere. Eventi e prodotti poetici convivono strettamente, anzi le circostanze sono rammemorate in grazia (talvolta
esclusivamente in grazia) delle poesie che occasionarono, se addirittura in qualche caso, come per le donne-schermo, non sono state
create o manipolate per dar fede a una realtà poetica altrimenti
sfuggente, e d'altronde ineludibile, comunque autonoma, e per
farla confluire nella storia privilegiata di Beatrice. I termini storici
dell'esperienza proposta, lasciando stare i margini sottratti alla
presa della memoria («quella parte del libro de la memoria dinanzi
a la quale poco si potrebbe leggere», capitolo 1) o dell'«intendimento » (l' excessus del capitolo xu), e comunque a una misura
razionale (la prima e l'ultima visione, capitoli 11 e XLII, a cui
ugualmente e diversamente, all'anima o, per il momento, alla fantasia, «mancò possa,,), i termini, dicevo, coincidono con quelli
dell'esperienza del rimatore e vi trovano riferimento, il primo
rapporto non puramente visivo con la beatrice corrisponde abbastanza esattamente al primo inserimento e riconoscimento in una
tradizione poetica, i diciott'anni del saluto di lei sono anche quelli
dell'incontro con Cavalcanti, e la chiusura del «libro de la memoria» collima col proponimento di «non dire più»: il decennio
(1283-1292) preso in considerazione è un decennio di poesia.
La successione degli eventi è spesso (più esattamente dal capi-
tolo XVI, «Appresso ciò che io dissi questo sonetto ... », e per
cospicui tratti, capitoli XVI-XXI, XXVI, XXXII-XXXIII) quella dell'attività poetica, o comunque rispetto ad essa (XXVIII, 1; XLII, I);
certe occasioni sono propriamente occasioni poetiche (richieste
di versi: xx, I ; XXXII, I -2; XLI, 1); ovvero d'ordine poetico è la
soluzione di certe situazioni (capitoli XII o XXII, o XL). I conti,
ad ogni modo, Dante si trova a doverli fare soprattutto, come
si è già accennato, con una realtà poetica che non si può ignorare
né cancellare (rime per le cosiddette donne-schermo, o per la
donna gentile). Si aggiunga che la sospensione degli eventi è talvolta sospensione di attività poetica (capitoli XVII e XXVIII, nonché
XLII); che certi momenti decisivi del comportamento del protagonista sono decisioni di comportamento poetico (il rapporto con
Beatrice cambia in termini di discorso poetico: capitoli XVII-XVIII,
XXVIII, e ancora XLII), fino ad esplicito riflesso nella forma del libro
(lo spostamento della «divisione» da dopo a prima della poesia,
dal capitolo XXXI in avanti). Parte dell'attenzione, e una parte
notevole, fino a individuare specifiche zone testuali, è data a come
le cose sono messe e proposte nel libro, e alla giustificazione di
questi modi, e all'effetto di ciò che è detto (o riportato) nel libro,
nonché, come s'è visto, a questa stessa attenzione. Il rapporto coi
testi citati rispecchia precise figure e funzioni letterarie (la «ragione» o spiegazione dell'occasione, il commento in forma di
«divisione»; la «dichiarazione» di «dubbi» o obiezioni, la soluzione
di contraddizioni); fino ad esplicitarsi e attualizzarsi in rapporto
dialettico tra prosa e poesia, dal riconoscimento dell'assoluto valore
metaforico di questa e conseguente caduta d'ogni barriera linguistica e storica (capitolo xxv), alla distinzione (e connessione) dei
due momenti, della visione comune e della visione poetica, del
linguaggio degli eventi e di quello della partecipazione (capitoli
XIV, 9-10; XXII, 7-8; XL, 5). E dietro, l'altra dialettica, all'interno
della poesia, tra stile e stile, tra poesia come mezzo e poesia come
fine, raffigurata nei termini stessi della ricerca del fine supremo,
della beatitudine: il «nodo» che il capitolo XVIII s'incaricherà di
E c'è infine il senso del libro che si viene componendo, non
consegnato semplicemente alla metafora (o "mito") iniziale, e delle
necessità della sua composizione, e della rispondenza a un a proposito»: un'operazione letteraria che s'innesta su un'opera poetica
e la prosegue, e che le dà, più che una dimensione, una qualità
nuova: il senso di una storia letteraria non solo rispetto al lavoro
altrui, ma immanente al proprio lavoro, la testimonianza, il confronto e la ricapitolazione di esperienze poetiche succedutesi nel
tempo. Come se non bastasse, e a conferma di una dinamica che
travalica il libro (e non semplicemente identificantesi con la prosecuzione di un'attività poetica), un altro libro, benché a distanza
di tempo, nasce in rapporto a questo, probabilmente già a livello
della poesia; ed è il Convivio, che ad esso si riferirà al cominciare
Appunto il Convivio, nel capitolo II del II trattato, fornendo le
coordinate (negli identici modi, è sintomatico, del II capitolo della
Vita Nuova) dell'apparizione della donna gentile (poi allegoricamente interpretata come la Filosofia) menzionata «ne la fine»
dell'operetta giovanile, offre gli unici argomenti per una datazione
di questa, divenuta estremamente elusiva alla distanza ravvicinata,
a partire dall'anniversario della morte di Beatrice, e cioè dal nuovo
incontro (« Poi per alquanto tempo ... », xxxv, 1 ), e addirittura
precipitante verso la fine (di «alquanti die », XXXIX, 2, è la durata
della nuova passione; dopodiché «Dopo questa tribulazione avvenne . . . », XL, 1, e il «tempo » è una stagione ricorrente; «Poi
mandaro due donne gentili ... », XLI, 1; «Appresso questo sonetto
apparve a me ... », XLII, 1); anche se il transito dei pellegrini del
capitolo XL (se il pretesto poetico esplicitamente denunciato, ivi,
§ 5, ha un qualche aggancio con la realtà) fa della Pasqua del '92 un
probabile terminus post quem. Appunto al 1292-1293 è datata la
Vita Nuova da chi, in prima linea il Barbi, si tiene agli indizi
interni, e considera l'episodio della Vita Nuova e quello del Convivio come rispondenti alla diversa ispirazione delle due opere,
e la gentile dell'una e quella dell'altra come due diverse realtà. Il che è corretto riguardo all'interpretazione autonoma della
Vita Nuova (e rispettivamente del Co1tvivio: dove la Vita Nuova
e il richiamo ad essa sono evidentemente in funzione di una continuità, dello sfruttamento di una formula fortunata, e insomma
del Co11vivio stesso, al quale (e non derogare» alla Vita Nuova serve
almeno quanto le donne-schermo servono a Beatrice): per la Vita
Nuova, nessuna allegoria è ammissibile, l'operetta essendo costruita tutta all'insegna della "lettera". Dante insomma, nel Convivio, ha in vista la nuova interpretazione, e a questa intende
«giovare» (e alla prima, distinguendosene, attraverso questa): non
la datazione dell'operetta; per cui sugli argomenti ricavabili dal
Convivio a tal diverso riguardo, non può cader sospetto. La donna
di cui qui si tratta secondo la «litterale sentenza», è indicata come
la stessa del «libello» giovanile, come conferma l'identico svolgimento della situazione; d'altronde i trenta mesi di studio occorsi
per cominciare a <<sentire de la dolcezza» della Filosofia (Conv., 11,
xii, 7), come non sono tutti necessari allo scoppio vocale della prima canzone del trattato (da notare, qui Conv., II, xii, 8, «apersi
la bocca nel parlare», come prima, II, ii, 5, «quasi esclamando»,
l'analogia, ancora una volta, col dono della parola poetica e il moto
improvviso della lingua nel XIX della Vita Nuova), non è detto
siano da aggiungere alle due rivoluzioni di Venere (1168 giorni),
tra la morte di Beatrice (8 giugno 1290, cfr. capitolo xxix) e l'apparizione. della nuova donna (intorno all'agosto del 1293), né il primo
accostamento (« dopo alquanto tempo», ancora una volta!) ai due
libri consolatorii di Boezio e di Cicerone (Conv., II, xii, 2-3) implica il riconoscimento della nuova presenza, che sembra piuttosto
una suggestione delle nuove frequentazioni.' Sono i parametri,
non i fatti, che mutano da informazione a informazione. E il nuovo
episodio amoroso, contenuto nella Vita Nuova (nel libro dell'amore per Beatrice) nei termini di una «tentazione» respinta col soccorso della memoria di lei (è significativo, di contro all'estrema indeterminatezza di tempi per l'affermazione del nuovo "possesso",
l'esplicitarsi di <e ragioni» - termine oltre tutto inaugurato proprio
in questi capitoli - che nella poesia non sono trasparenti: indizio
del notevole sforzo interpretativo da parte della Vita Nuova), nulla
vieta che prestasse vita e colori poetici, proprio sulla scorta dell'iniziazione boeziana (e come l'immagine della Filosofia consolatrice ne aveva forniti al colloquio con Amore del primo libro),
ai nuovi entusiasmi, traendone allo stesso tempo una più ampia
giustificazione nel senso di un confronto tra amore e verità che in
Dante non si acquieterà che sulla vetta del Paradiso. Il fatto è che,
come la donna della Vita Nuova e quella del Convivio sono "letteralmente" (poeticamente) la stessa donna, una è anche la poesia,
1. Se lo studio, come l'amore, • vuole tempo e nutrimento di pensieri•
(Conv., 11, ii, 3), l'inizio di esso • alquanto tempo I dopo 1•annivcrsario di
quella morte permetterebbe la maturazione dcll'u apparizione• vcntiqunttro mesi dopo, nell'estate appunto del '93.
differenziandosi solo al momento dell'interpretazione allegorica,
identico è il conflitto rappresentato nella Vita Nuova e nella prima
canzone del Convi.'lJio, e la seconda canzone non fa che riproporre,
col più ampio respiro che veniva al canto dalla nuova prospettiva
di sapienza, l'alta "dimostrazione" della lode: esiti questi che la
Vita Nuo'lJa non poteva non sottacere, pena la sua stessa distruzione. La Vita NuO'lJa, anzi, potrebbe essere il tentativo di fissare
un'esperienza al momento che i suoi sviluppi apparivano ormai
incalcolabili. La data del '93-'94, nel pieno della tempesta di quella crisi, sembra dunque sempre più probabile. 1 E quella della Vita
Nuo'lJa non era che una delle soluzioni poetiche proponibili a quella data.
Che la Vita NuO'lJa sia il manifesto dello cc stil novo» nell'unica
accezione storicamente autentica, quella dantesca, e sia pure sotto
forma di narrazione di un'esperienza, ossia in termini di fatto
compiuto, e insomma sull'equazione (mutuata - e autorizzata - dalla Scrittura) «vita nuova»= «nove rime»= «stil novo» come costitutiva del libro, sembra oggi acquisito il consenso; tanto più se
nell'adeguamento al "dettato" d'Amore si veda l'interpretazione
- con ripresa del resto della semantica introduttiva del libro
giovanile - della lingua docile strumento (il << calamus » del Salmista) di una parola "data" (xix, 2) proprio per il verso e la canzone
inauguranti le « nove rime». D'altra parte quella di una contemporanea (e dialettica) gestione di iniziative diverse è ormai nozione
essenziale alla comprensione almeno della situazione culturale
fiorentina (se, voglio dire, non è un dato più generale di storia letÈ interessante che il Boccaccio, nelta prima redazione del suo Trattatello in /a11de di Dante, assegnasse la Vita Nuova al ventiseiesimo anno
d'età del poeta, ma nel successivo Compe11dio sopprimesse tale precisazione. Quanto all'ipotesi di una doppia redazione, già avanzata dal Pietrobono,
e vivacemente riassunta in proprio dal Nardi, per giustificare il salvataggio in extremis di Beatrice di fronte alla gentile vittoriosa e il preteso annuncio finale, profezia post eve11tum, della Commedia, essa aveva già al
primo ro11nd trovato solida confutazione, per voce del Barbi, nella sua non
necessità e nell'univocità della tradizione manoscritta (ben altrimenti
parlante riguardo al rapporto versi-prosa, cioè ai due momenti della diffusione indipendente dei primi e della loro sistemazione nel contesto del
libro); ed ha, alla ripresa, ricevuto definitivo sepoltura ad opera del Marti
(cfr., anche per letteratura relativa, M. MARTI, Vita e niorte della p,emnta
doppia redazione della • Vita Nuova•, in St11di in onore di Alfredo Schiaffini, Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1965, • Rivista di cultura classica e
medievale•• vu, 1-3), pp. 657-69.
teraria) e in particolare di Dante, per il quale si traduce in esplicito abito e febbre sperimentale e in "pluralità stilistica"; e la
Vita Nuova stessa ne offre un'immagine già nella convivenza di
prosa e poesia. Non è escluso che la tenzone con Forese e la prima
ufficiale manifestazione comica di Dante, del resto perfettamente
ammissibile in pieno clima stilnovistico, si collochi, a complicare
la situazione, proprio nel periodo della frequentazione delle «scuole
de li religiosi» e delle cc disputazioni de li filosofanti» (Conv., 11, xii,
7); e ormai il Fiore, simultaneamente alla sua acquisizione al canone
dantesco, tende sempre più a spostarsi dalla preistoria del poeta
alla sua prima maturità, come un'ipotesi di lavoro diversa, ma
non distante dalla Vita Nuova: testimone la Vita Nuova stessa,
che accoglie non solo col periferico Cavalcando l'altr'ier, ma col
centrale lo mi senti' roegliar dentro a lo core, talune applicazioni
della tecnica rappresentativa della corona, e che proprio nella
prova fondamentale, la canzone Donne eh' avete intelletto d'amore,
ripropone il modulo strofico dei quattordici endecasillabi che costituisce la struttura di quella.
Quali dunque i termini di accostamento e di apprezzamento
obiettivo di un'opera che si presenta come sistemazione di un'esperienza e proclamazione di una conquista poetica, come storia e
come teoria, al momento· stesso che si delineano nuove esperienze
e nuove soluzioni e forse un'alternativa di soluzioni (cfr. la nota
introduttiva al capitolo xxxv, in particolare p. 218), che addirittura
include parte di queste senza escludere, per queste, sviluppi analoghi a quelli già in atto; che evidentemente propone una scelta,
privilegia una certa interpretazione, di cui tuttavia proprio la perentorietà e l'assolutezza, l'operazione stessa della memoria, implicano forse il bisogno di fermare la storia, prima che questa
cambi e di fronte alla validità di risultati poetici (la possibilità
generale, dunque la poetica, dello stile della lode) che vanno al di
là di una storia determinata: la liquidazione addirittura e la consegna agli atti di un'esperienza, in modo che non siano consentite
"deroghe", ma che già al momento di congedarsene sembra non
bastare più, rinunciando alla dimostrazione e riservando le forze a
una diversa opera e a una più ardita celebrazione? Uno di questi
termini di riferimento è appunto la poesia, che costituisce, presente come assente, la ragione di tutto il discorso, e che dà luogo
a una serie di relazioni e di aperture, non ultima, benché consegnata
in minimi reperti, quella di uno stato della poesia indipendente
dalla (anteriore alla) sistemazione nel libro; e non senza riflessi
direttamente sulla prosa. L'altro sta proprio nella relazione tra
prosa e poesia, nel modo come si articola questa storia, nella struttura, superficiale e profonda, del Jibro, di cui la storia, la favola
rischia davvero di costituire la forma esterna.
Ma partendo giusto dall'esterno, quella che anche al tempo di
Dante si sarebbe detta la « forma del libro» (la locuzione è di Brunetto a proposito della sua stessa Rettorica) è una narrazione inframezzata di poesie o, se si vuole, poesie accompagnate, illustrate,
commentate (« ragionate» e «divise») dalla prosa, secondo il modello generale e ben collaudato del prosimetrum e una tradizione
a capo della quale sta, assieme al De nuptiis Philologiae et Mercurii
di Marziano Capella, proprio «quello» non poi troppo «non conosciuto da molti» perché non fosse immediatamente riconoscibile
«libro di Boezio», ossia la Co11solatio Philosophiae, il primo libro
letto da Dante a suo conforto dopo la morte di Beatrice. Solo che
in questi, e negli esemplari recenziori che ad essi si rifanno (come
il De planctu N aturae di Alano di Lilla e il De mundi universitate
di Bernardo Silvestre), il rapporto prosa-verso è d'integrazione
(«metri» lirici, quasi "arie" o "cori" che sigillano i momenti culminanti del dibattito in Boezio, digressioni e parti interlocutorie
di varia forma in Marziano, e in Bernardo Silvestre la prosecuzione
e lo sviluppo in prosa della trattazione poetica - e tale era forse il
piano di Brunetto per il Tesoretto), l'alternanza o diciamo la variazione, la sostituzione è costitutiva del testo fin dall'origine, e la
poesia, per esempio in Boezio, rappresenta un innalzamento di
tono, non un mutamento di dimensione. Laddove nella Vita Nuova
il rapporto è anzitutto diacronico, le poesie preesistono in linea di
massima alla prosa (l'eventuale simultaneità, per esempio per la
canzone Donna pietosa, si risolve in - e in sostanza s'induce dal parallelismo tra i due testi), rappresentano la condizione preliminare del rapporto, e soprattutto individuano un ordine e una dimensione diversa, che la prosa non manca di rilevare, che è suo
compito rilevare, definendole e definendosi "in rapporto ad" esse.
C'è insomma una "duplicità" non solo formale, ma di funzione,
che non si discosta troppo da quella predicata dell'autore (Tullio
e il suo «sponitore») sempre da Brunetto della Rettorica, e che può
predicarsi di Dante stesso, come poeta e come "ragionatore" di
poesia. Appunto la Rettorica brunettiana costituisce il modello
prossimo del "commento" dantesco e della relativa problematica,
contribuendo all'innesto, nella struttura del prosimetro, della dimensione della udistanza'' e del giudizio, come condizione fondamentale del dialogo col proprio testo e dello stesso riconoscimento
della "parte", della funzione della prosa. Che questa "parte" emerga in relazione a un testo poetico e addirittura facendosi forza
d'esso, va ascritto all'eccezionale capacità di anticipazione (nonché,
vedremo, di appropriazione) di Dante, che un atto di ripensamento
letterario trasforma in autentica scoperta e un modello antico in
qualcosa di assolutamente nuovo. Una riprova indiretta, la testimonianza cioè della percezione di questo fatto, può vedersi nell'abolizione (con riflesso nella tradizione manoscritta) della distinzione (brunettiana) fra «lettera grossa» (per il «testo») e «lettera
sottile» (per la << sposizione >1), che invece funziona talvolta per la
tradizione del Convivio, e pur nell'individuazione (mediante a-capo,
lettere di rubrica ecc.) delle rispettive parti (la «lettera sottile»
comparirà solo per l'estrapolazione delle.« divisioni» perpetrata da
Boccaccio in nome di un presunto ripensamento di Dante). La
stessa tradizione letteraria che risale alla Vita Nuova, dall' Ameto
all'Arcadia, punterà piuttosto sull'unità che sulla distinzione, ossia
sull'integrazione poesia-prosa che in sostanza ne risulta; e solo il
Comento di Lorenzo, sommando Vita Nuova e Convivio, riscoprirà
il valore poetico di questo rapporto di riflessione e di dialogo a
diversi livelli tra poesia e prosa.
E qui s'inserisce, come probabile elemento di connessione fra i
due già detti, un terzo modello: quello delle vidas dei trovatori e
delle razos delle loro poesie (in che consiste la letteratura critica
provenzale originale), corredanti un certo numero di canzonieri
occitanici (specie se di fabbricazione italiana), ad opera principalmente di un esule in terra di sì (a partire dal 1220), Uc de SaintCirc: ciò che ne spiega la particolare fortuna fra noi. È probabile
anzi che, nella veste in cui ci sono pervenute, fossero compilate a
fini divulgativi per uso d'un pubblico non di lingua d'oc, a presentazione dei singoli autori e ad illustrazione delle circostanze storiche
e biografiche in cui le poesie furono dettate, spesso deducendole,
fino al limite del travestimento romanzesco, dai testi stessi. Dante
insomma avrebbe proceduto ad un'analoga riscoperta a posteriori
delle proprie poesie, e il suo lavoro consisterebbe nella riunione e
integrazione, ad opera dell'autore stesso (cosi, del resto aveva
fatto per sé Uc de Saint-Circ), di «ragioni» e di commento (di tipo
genericamente scolastico: per «divisione») alle sue rime in un
cc prosimetro » ( conferendo cioè all'insieme forma e dimensione
ben determinate) configurantesi come una "vita", anzi un'autobiografia. È cosi che rime e prose fanno tutt'uno pur restando
storicamente e formalmente distinte. Ma la "vita" è anche, e
soprattutto, la raffigurazione e il riconoscimento dell'unità della
poesia in quello che in accezione ancora non attuale al tempo di
Dante si dirà poi un "canzoniere", inteso cioè non, all'antica,
come raccolta di rime di vari autori disposte secondo forme e
generi, ma come storia spirituale per exempla poetici. Caratteristica
del canzoniere della Vita Nuova è dunque la diacronia non solo tra
poesie e cc ragioni» sopraggiunte, ma da poesia a poesia: che non
sarà, se non in una trasposizione tutta ideale, nemmeno del suo
più 4iretto e illustre discendente, il canzoniere petrarchesco e
(scilicet: per conseguenza) di ciascuno dei canzonieri venuti dopo,
neanche del Comento. Per cui si può dire che l'esperimento di
Dante nasce e muore con lui. E con (e per) la sistemazione cronologica delle rime, la scelta: come reductio ad unum di una pluralità
d'esperienze, mediante l'esclusione di altre esperienze, proprie ed
altrui, e loro ridimensionamento e funzionalizzazione all'unica
esperienza assunta come valida, e mediante un sapiente confronto
(e conseguente selezione) degli stessi acquisti adducibili a prova;
come sostituzione di esperienza a esperienza, e contrapposizione
d'esperienze, di una poesia nuova a una poesia antica, mai, sostanzialmente, con rifiuto della propria storia e della storia.
La Vita Nuova è la storia del riconoscimento di questi nuovi
valori poetici e della loro affermazione, di un momento poetico in
rapporto ad altri momenti, anche se proposto come momento assoluto; che era anche il riconoscimento di valori poetici affermatisi
a Firenze a una certa stagione, di un risultato cioè, e della collaborazione a quel risultato, rappresentata in particolare dall'intesa
con Cavalcanti, al livello della poesia come della riflessione sulla
poesia; fino alla collocazione di questo risultato in una prospettiva
che nel capitolo xxv è quella della poesia volgare d'occidente dopo
che in tutto il libro è quella della sua viva esperienza. Importano
qui molto, per seguire questa storia, i termini di raffronto esterni,
dalle rime scritte per altre donne (e secondo altri modelli) alla can-
zone Lo doloroso amor in cui il nome della beatitudine è sinonimo
di morte, alle prove scartate dei due sonetti in morte del padre di
Beatrice (o diciamo per una Beatrice dolente, e comunque d'interrogazione di donne che vengono dal suo cospetto), agli esperimenti dello stile della lode e della contemplazione corale della
beatitudine ancora compromessi con gli opposti modi della rappresentazione drammatica degli affetti e della partecipazione personale all'evento mirabile (sonetti Di donne io vidi una gentile schiera
e De gli occhi de la mia donna si move); fino alle testimonianze della
redazione pre-Vita Nuova di alcune rime del nuovo stile, ossia di
una conquista per tempi di questo. Ma più importano, forse, anche
alla luce di questi dati, le evidences interne al libro: dello sforzo
di giustificazione delle poesie accolte (e talvolta di non accolte),
sia riguardo al riferimento a un'occasione, a circostanze non percepibili nel testo poetico, sia riguardo alla distinzione tra evento e
occasione lirica, e in ultima analisi tra dimensione narrativa e
dimensione poetica; meglio ancora, di un'approssimazione graduale
alla soluzione indicata, nell'orizzontalità e contiguità della serie
lirica come nella verticalità e variabilità redazionale, o l'integrazione
del rifiuto dell'esperienza drammatica cavalcantiana e del ritorno
a Guinizelli col più sottile recupero della dimensione stilnovistica ··
del secondo Guido (nel senso della risposta, preliminarmente additata, al primo sonetto del libro piuttosto che nel senso di Do11na
1tu prega), e la lettura anche della sua poesia nei termini della storia
proposta. Il riaffiorare, all'altezza della Vita Nuova, nella prosa del
II capitolo, della scansione della propria esperienza amorosa per
età e per facoltà, com'è in un'altra canzone estravagante, E' m'incresce di me ri duramente, anch'essa diretta a donne che hanno
sentimento (se non intelletto) d'amore, non solo ne compensa in
qualche modo l'esclusione e allude forse a una vicinanza addirittura
compromettente alla canzone instauratrice dello stile della lode,
ma sembra indicare quale potesse essere, in un àmbito di soluzione
più immediata, l'equivalente poetico della storia della Vita Nuova.
Addirittura, la Vita Nuova apre uno spiraglio sulla preistoria della
raccolta. Se non il sonetto Venite a intetlder li sospiri miei e la doppia
stanza Quantunque tJolte, lasso, mi rimembra, scritti per conto del
fratello di Beatrice, comunque puntualmente inclusi nel libro (capitoli XXXII e XXXIII}, il manipolo di tre sonetti mandati (capitolo
XLI) alle due gentili richiedenti, l'ultimof Oltre la spera che più
larga gira, dettato apposta per loro in "narrazione del suo stato" 1
gli altri due scelti fra le cose già composte, ancora Venite a intender
e il più ccrecente Deh peregrini che pensosi. andate, costituiscono la
prima silloge (e l'unica oltre la Vita Nuova) edita da Dante, nonché
la prima d'autore a noi pervenuta in lingua di si.
Ma la scelta, dico quella che la Vita Nu01:a implica, non resta
separata dall'opera a cui dà luogo, ossia questa non ne è semplicemente il prodotto, ma è poeticamente affidata al libro stesso, di
cui costituisce la forma profonda, e che ne è la figura e l'interprete.
Essa si configura come l'elezione dell' «opti ma pars », quella di
Maria rispetto a quella di Marta, quella della beatitudine rispetto a
quella della sollecitudine; di una poesia della beatitudine e della
contemplazione di contro a quella della battaglia e della personificazione (in tutti i sensi) della passione: in termini cioè che fanno
di una decisione poetica una scelta di cc vita». Il termine di ridimensionamento è Beatrice, colei che dà beatitudine (la scoperta del
segreto del nome - più di una volta, del resto, termine di contraddizione1 - prelude sin dalla soglia del libro a quest'altra più vitale
scoperta); e proprio il richiamo scritturale (ma la stessa Etica nicomachea confrontava l'assoluta dilettazione dell'atto intellettuale - cc actus intellectus » - con le sollecitudini e i turbamenti dell'esercizio delle virtù morali e civili) avvalora l'ipotesi che l'opposizione implichi non tanto una successione storica quanto un diretto
confronto. E ad ogni modo la scelta per sé sembra indicare il
modello del "vangelo" (di cui affiora in tanti passaggi la struttura)
a preferenza di quello del "romanzo" e della stessa "leggenda":
non tanto di un'"imitazione quanto dell"'essemplo" da imitare.
La storia, la rammemorazione sembra comporsi secondo i "tempi"
di una celebrazione, di una "lectio" se non proprio di una liturgia.
La concezione delle « nove rime», la contrapposizione della nuova
alla vecchia materia, l'idea della «vita nuova» si fondavano del
resto (traendone certezza) sull'affermazione di un lucido concetto
retorico, sulla definizione stessa, classica, dello «stile dimostrativo»
come stile della lode, ed erano insieme l'individuazione della ragione generale di tale scoperta nella dottrina ciceroniana dell'amicizia, dell'amore disinteressato, che basta a sé stesso: quell'autosufficienza che è la definizione stessa della beatitudine (« Felicitas
1. Cfr. Lo doloroso amor, vv. 14, 15-6, Voi, don11e, cl,e pietoso atto mostrate,
vv. 7-8, Lasso, per forza di molti sospiri, vv. 12-4.
enim in se ipsa completa est, sufficiens est, nullius egens ab extrinseco », come aveva, ancora, Aristotele secondo una lezione accessibile a Dante, e che Brunetto ben conosceva: « Bien par lui est
beatitude, ki est nostre fin a quoi nous entendons »). La ricerca
della poesia s'identificava colla ricerca di questo bene per sé. E a
questo punto è chiaro che il libro della Vita Nuova è il libro di
Dante prima che il libro "de Beatrice,,, e che l'oggetto della celebrazione, senza perdere nulla della sua individualità poetica, della
sua forza d'exemplum, è figura del suo celebratore. L'identificazione
di Beatrice con Cristo, la sua unicità cristologica non fa che confermare, grazie anche al parallelo Giovanni-Cavalcanti, l'unicità
dell'esempio poetico. Significato e significante, in questa prima
testimonianza per la poesia, si scambiano continuamente le parti.
La pluralità delle esperienze, la stratificazione e integrazione delle
strutture, lo scambio delle funzioni non mettono solo in evidenza
la complessità della realizzazione (e, se si vuole, il gusto dell'esibizione e della contaminazione), ma dicono l'ampiezza dell'orizzonte di Dante e, sotto l'apparente umiltà del testimone e dello
scriba, l'altezza del suo confronto, lasciano trasparire un movimento e una partecipazione intellettuali più profondi, altri modelli,
altre suggestioni, altre prospettive, altre scoperte. Il De amicitia
non ci sta solo come auctoritas e fonte di dottrina, ma, giusta
l'intenzione con cui fu dapprima letto, come esemplare letterario
e poetico; così come la frequentazione dei testi sacri e delle discussioni filosofiche non gli fruttò solo il lustro di una citazione
di Aristotele in secundo Metaphysicorum (capitolo XLI, 6), ma una
più sottile motivazione delle sue scelte poetiche e delle stesse
cc ragioni». Cicerone richiama e direi autorizza altre presenze. Che
i termini di confronto per l'immaginazione dei poeti volgari siano
nel capitolo xxv tutti poeti classici, non è solo per corrispondere
a un quadro della tradizione che almeno nel IV dell'Inferno risulta
in.:mutato. Accanto a Cicerone, nel II del ContJivio, compariva del
resto Boezio, che doveva fornire lo spunto all'interpretazione della
«donna gentile». In confronto al Convivio, che stabilisce una volta
per tutte, per non tornarvi più sopra, il rapporto tra poesia e
«sentenza», il passaggio dal significato letterale all'allegoria, la
Vita Nuova è un continuo porsi i problemi relativi al linguaggio
poetico e ai suoi rapporti col linguaggio comune (si potrebbe anzi
dire che, sia pure acerbamente, se li pone tutti); e ciò non solo
dove e in quanto analizza e discute le soluzioni poetiche trovate.
Quello della Vita Nuova è, per dirla con Jakobson, tutt'un e<discorso semicitato ». 1 E la lettura di Virgilio non fornisce solo un
argomento di più in favore della figura della prosopopea, né, fuori
del libro, complice ancora una volta Cavalcanti, i primi suggerimenti per una non poi tanto timida appropriazione dell'ecloga bucolica alla poesia volgare. Che colpisce, è che Virgilio funzioni per
la prosa, e non per un mero trapianto di moduli. L'eco della IV
bucolica proprio a chiusura del libro pone sotto l'augusto segno
(nonché sotto la tutela di un preciso topos letterario) la suprema
aspirazione del poeta, riconosce nel motivo del vagheggiamento
di un'opera più alta il senso di una storica perennità della poesia.
E l'essersi mosso, all'inizio, sul passo stesso dell'epopea virgiliana
e di una delle sue più tipiche riprese, costituiva su ben altro che
occasionali fondamenti questo narrare seguendo il filo della memoria, dandogli subito respiro di annuncio e di celebrazione. La
Vita Nuova prima ancora (e più) che a farsi collezione di memorabilia e depositaria di sapienza ambisce alla totalità della parola.
La conquista del cc bello stile» comincia già di qui, e sotto le figure
di un'estrema libertà di scoperta. La scommessa, anche nell'atto
del cc dire per prosa», era quella della poesia. E della prosa - che
potremmo dire ancora sperimentale o pre-sperimentale, tentante
di volta in volta, d'occasione in occasione (di capitolo in capitolo)
nuove dimensioni, di una "località,, che non è certo quella spregiudicatissima delle rime, talvolta arieggiante la poesia, sempre
ancella della poesia, anche dove entra in gara con questa, e pur
come portata avanti da essa, e in ogni punto così sottilmente intellettuale e didattica - della prosa il fascino, se questa parola è
lecita oggi, è proprio la sua allusività. Ogni espressività è puramente casuale, e forse indotta solo dalla nostra lettura. E le componenti più mature di questo stile, di un discorso che cresce sotto
i nostri occhi, sono essenzialmente d'ordine concettuale, appartengono, in perfetta coerenza con la funzione riservatasi, e coi caratteri dello «stil novo», al piano dell,intelligibilità.
1. Cfr. R. JAKOBSON, Linguistica e poetica, in Saggi di linguistica generale,
Milano, Fcltrinclli, 1966, p. 209.
Il testo della Vita Nuova riproduce quello dell'edizione critica curata
da M. BARBI per l'a Edizione Nazionale delle Opere di Dante» della
Società Dantesca Italiana, 11 Firenze, Bemporad, 1932 1 revisione e aggiornamento, anche se senza vistosi ritocchi, della prima, Milano, Hoepli,
1907. Per le altre opere mi attengo di norma al testo canonico pubblicato
nel 6° centenario della morte del poeta dalla Società Dantesca Italiana,
a cura di M. BARBI, E. G. PARODI, F. PELLEGRINI, E. P1sTELLI, P. RAJNA,
E. ROSTAGNO, G. VANDELLI, Firenze, Bemporad, 1921, salvo che per la
Commedia, per cui mi valgo dell'edizione critica a cura di G. PETROCCHI,
Milano, Mondadori, 1966-1967, voi. vn, tomi 2-4 dell'aEdizione Nazionale• citata, e il De vulgari eloquentia, usufruito in quella di P. V. MENGALno, Padova, Antenore, 1968 1 e per le Rime tenendo conto all'occasione dell'edizione a cura di G. CONTINI, Torino, Einaudi, 19462 • Per la tradizione
estravagante di quelle della Vita Nuova, il riferimento è al mio studio su Il
canzoniere escorialense e la tradizione "veneziana" delle rime dello stil nooo,
Supplemento n. 0 27 del • Giorn. stor. d. lett. it. », Torino, Loescher-Chiantore, 19541 pp. 22-43, e al suo complemento Sulla tradizione estravagante
delle rime della« Vita Nuova», in a Studi danteschi», XLIV (1957), pp. 5-84.
L'edizione del Barbi funge inoltre, per il suo capitolo 111 1 pp. LXXXIX•
CXXXIX, da bibliografia di tutte le edizioni dell'operetta fino al 1930 (è
interessante che, se la prima edizione integrale, peraltro con castigazioni,
dettate da scrupoli controriformistici, che eliminano ogni menzione delle
persone sacre e persino ogni citazione scritturale, è eseguita nella stamperia di Bartolomeo Sermartelli solo nel 1576, dopodiché si passa d'un salto
al 1723, la prima apparizione a stampa è quella della nuda serie delle 3 1
rime, formante il I libro della Giuntina di rime antiche del 1 527: con significativo privilegio dell'antologia poetica e del 11 canzoniere 11 , e insomma
della tradizione delle rime, rispetto al "libro della memoria" e alla "leggenda"); e implicitamente anche della tradizione interpretativa fino alla
stessa data: con le illustrazioni e i commenti di P. FRATICELLI (Firenze,
Allegrini e Mazzoni, 1839, poi Barbèra, 1857 e 1861), A. TORRI (Livorno,
Vannini, 1843), G. GIULIANI (Firenze, Barbèra, 1863, poi Le Monnier,
1868 e 1883), A. D'ANCONA (Pisa, Nistri, 1872 1 poi 1884), K. W1TTE
(Leipzig, Brockhaus, 1876) 1 A. LucIANI (Roma, Botta, 1883), T. CASINI
(Firenze, Sansoni, 1885; e cfr. anche la 3• edizione, 1933 1 per la prefazione
di L. PIETR0BONO), G. L. PASSERINI (Torino ecc., Paravia, 1897 1 poi
Firenze, Sansoni, 1900 e 1922, e Palermo, Sandron, 1919), G. MELODIA
(Milano, Vallardi, 1905), H. COCHIN (Paris, Champion, 1909 1 poi 1914),
F. FLAMINI (Livorno, Giusti, 1909) 1 M. SCHERILLO (Milano, Hoepli, 1911,
poi 1921), G. A. CESAREO (Messina, Principato, 1914), D. GUERRI (Firenze, Perrella, 1922) 1 K. McKENZIE (Boston-New York-Chicago, Heath,
1922), G. R. CERIELLO (Milano, Signorelli, 1925) 1 L. DI BENEDETTO
(Torino, U.T.E.T., 1928); lista che va integrata, per gli ultimi decenni,
coi commenti di N. SAPEGNO (Firenze, Vallecchi, 1931), D. MATIALIA
(Torino, Paravia, 1936), A. PoLVARA (Torino ecc., S.E.I., 1938), A. Pi-
(Paris, Édition UNESCO, 1953), A. DEL MONTE (Milano, Rizzoli,
1960, nella raccolta delle Opere minori), U. LEO (Frankfurt a. M., Fischer,
1964), F. CHIAPPELLI (Milano, Mursia, 1965, in Opere di Dante), M.
PAZZAGLIA (Bologna, Zanichelli, 1966, in Dante, Opere a cura di M.
PoRENA e M. PAZZAGLIA), G. CONTINI (per la scelta della sua Letteratura
italiana delle origini, Firenze, Sansoni, 1970), e con le Bemerkungen zu
Dantes • Vita Nuova• di L. SPITZBR (Publications de la Faculté des
Lettres d'Istanbul, 1937), pp. 162-208, e le integrazioni di A. PttARD al
proprio stesso commento cit., in • La rotta gonna•, 1, Firenze, Sansoni
Antiquariato, 1967, pp. 15-48. I miei debiti nei confronti di questa imponente tradizione si dichiarano qui in generale, mentre sono denunciati puntualmente, ove occorra, nel corso del commento. D'altra parte,
per le ragioni già accennate, tale tradizione non si esaurisce nel lavoro
intorno all'operetta. Un posto speciale spetta ai commenti alle rime, che
ne rappresentano anzi, a partire da quello dell'edizione di CONTINI già
ricordata (Torino, Einaudi, 1939 e 19462 ), la punta avanzata. Dei dedicati
alle sole estravaganti, come quello continiano appunto, citerò ancora quello
di D. MAITALIA (Torino, Paravia, 1943). Di quelli alrintera serie delle
rime, e integranti quelle della Vita Nuova nell'altra produzione lirica dantesca, vanno segnalati specialmente, dopo quello ormai semisecolare di
G. ZoNTA (Torino, Paravia, 1923), quelli di M. BARBI e F. MAGGINI per
le Rime della « Vita Nuova» e della giovinezza (Firenze, Le Monnier,
1956) e di M. BARBI e V. PERNICONE per le Rime della maturità e dell'esilio
(Firenze, Le Monnier, 1969), e quello di K. FosTER e P. BoYDE (Dante's
L}1ric Poetry, 11, Oxford, at the Clarendon Press, 1967), che ripropone la
lettura delle rime sulla base di nuovi ed estesi accertamenti culturali e
formali. Vanno da ultimo ricordate le ampie schede dedicate alle singole
rime, per lo più a firma di M. P AZZAGLIA, nella recente Enciclopedia dantesca, per la parte finora pubblicata. Né va dimenticato, come importante
strumento di lettura e di raffronto, la Co11corda11za delle opere italiane in
prosa e del can:soniere di E. S. SHELDON e A. C. WHITE (Oxford, at the
Clarendon Press, 1905).
Dall'imponente bibliografia critica relativa alla Vita Nuova mi limito a
estrarre i pezzi capitali (e tuttora validi) per la storia del libro e per quella
della sua interpretazione; restando ben inteso che il pezzo (come ogni altra
citazione) recante il mio nome è capitale solo per l'interpretazione presente.
D•altra parte il rinnovamento degli studi riguardo alla cultura e al linguaggio poetico dugenteschi - e qui non si pu~ non accennare alla cospicua
serie di contributi testuali, linguistici e stilistici nel territorio dello stil
novo, a cominciare da quelli che fan capo alla sezione riservatagli nell'antologia dei Poeti del D11ecento di G. CONTINI - comporta che le citazioni
siano particolarmente attuali e angolate, senza disconoscimento con questo
del lavoro delle generazioni più lontane, né di tutto l'altro lavoro intorno
a Dante. E s'intende che i riferimenti specifici si daranno di volta in volta
nel corso del commento.
Il punto di partenza restano comunque le lunghe ricerche di M. BARBI,
di cui si ricorda, accanto alla monumentale Introdu:rione all'edizione citata,
lo scritto Razionalismo e fflisticis,no in Dante (1933-1937), in Problemi dì
critica dantesca, II Serie, Firenze, Sansoni, 1941, pp. 1-86, e, della I Serie,
Firenze, Sansoni, 1934, pp. 99- II 2 1 La data della « Vita Nt1ova » e i primi
germi della a Commedia» (1902). Su quest'ultimo punto va tenuto conto
anche delParticolo di S. SANTANCELO, La composizione della a Vita Nuova»,
in Saggi danteschi, Padova, CEDAM, 1959, pp. 21-91; mentre non si
ritorna sulla questione della doppia redazione dell'operetta, del resto
dibattuta ampiamente nel primo dei due scritti barbiani, e per cui si è
già rinviato all'articolo conclusivo del MARTI, se non per dare gli estremi
bibliografici delle proposte di L. PIETROBONO, Saggi danteschi, Roma,
Signorelli, 1936, pp. 1-137, e di B. NARDI, Dalla prima alla seconda a Vita
Nuova», in Nel mondo di Dante, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura,
1944, pp. 1-20, e Dal a Convivio» alla •Commedia». Sei saggi danteschi,
Roma, Istituto storico per il Medioevo, J 960, pp. 1 -36. È particolarmente
significativo che una decisa spinta a una considerazione più aperta dell'opera dantesca sia venuta da studiosi stranieri: dal memorabile capitolo
sulla poesia giovanile di Dante dello studio di E. AuERBACH, Dante als
Dichter der irdischen Welt, Berlin-Leipzig, de Gruyter, 1929, solo dopo
trentacinque anni tradotto in nostra lingua (E. A., Studi su Dante, Milano,
Feltrinelli, 1963), e da An Essay on the u Vita Nuova» di CH. S. SINGLETON,
Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1948, in traduzione italiana, Bologna, Il Mulino, 1968 (sugli Essays on the a Vita Nuooa » di J. E.
SHAW, Princeton University Press, 1929, cfr. M. BARBI, in a Studi danteschi», xv, 1931, pp. 1n-6); mentre una particolarmente fruttuosa, ed
ininterrotta, linea di scoperta, su più specifici fondamenti filologici e
linguistici, è individuata dal lavoro di G. CONTINI, dall'Introduzione all'edizione delle Rime del 1939 già citata, e dall'Esercizio d'interpretazione
sopra un sonetto di Dante, ne a L'immagine n, v (1947), pp. 289-95, e passando attraverso i contributi al testo e alla lettura degli stilnovisti e le
successive a interpretazioni» di Dante, all'introduzione Cavalcanti in Dante
all'edizione delle Rime di Guido, Verona, Officina Bodoni, 1966, e a
quella all'antologia dell'operetta per la Letteratura italiana delle Origini
già ricordata (tutti i pezzi danteschi, meno l'ultimo, ora in Varianti ed
altra linguistica, Torino, Einaudi, 1970). A precedenti ricerche sullo stil
novo e sulla tradizione del testo delle Rime, poi estese alla cultura e alla
formazione di Dante, si riconnette il mio studio Il libro della a Vita Nuooa »,
Firenze, Sansoni, 1961, e in edizione accresciuta di nuove ricerche, ivi,
1970 (e si aggiunga ora Sulla cultura giovanile di Dante, in a Letture classensi •, 4, Ravenna, Longo, 1973, pp. 229-60, ristampato nel volume Carte
d'identità, Milano, Il Saggiatore, 1974, pp. 69-102). Si segnalano inoltre, come di particolare importanza: per un'interpretazione parzialmente difforme, il saggio di V. BRANCA, Poetica del ri11novamento e tradizione agiografica
nella • Vita Nuova», in Studi in onore di Italo Siciliano, Firenze, Olschki,
1967, pp. 123-48, che ripropone in nuovi termini il vecchio tema schiaffiniano della "legenda sanctae Beatricis"; la Nota introduttiva di F.
MAZZONI all'edizione dell'operetta per i tipi di A. Tallone, Alpignano,
1965; per i rapporti di questa con le istituzioni retoriche vigenti, la relazione di G. NENCIONI, Dante e la retorica, al Congresso a Dante e Bologna
nei tempi di Dante 11, Bologna, Commissione per i Testi di lingua, 1967,
pp. 91-u2, e l'Introduzione di K. FosTER al cit. Dante's Lyric Poetry, I,
pp. IX-XLIII, nonché la nota Dante's Metric and Versification di P. BovoE,
ivi, pp. XLIV-LV; e per la coscienza storica e teorica di Dante riguardo alla poesia volgare, F. TATEO, e Aprire per prosa n. Le premesse critiche
della poetica dantesca, in Studi in onore di Antonio Corsano, Manduria,
Lacaita, 1970, e La u nuova matera n e la svolta critica della « Vita Nuova•
(come promozione alt' a intendimento• allegorico del libro), in Studi di
filologia romanza offerti a Silvio Pellegrini, Padova, Liviana, 1971 (ora
riuniti in Questioni di poetica dantesca, Bari, Adriatica, 1972, pp. 2775). Quanto alla prosa e alle sue articolazioni, fatto capo ai fondamentali studi di G. L1s10, L'arte del periodo nelle opere volgari di Dante
Alighieri e del secolo XIII, Bologna, Zanichelli, 1902, di A. ScHIAF•
FINI, Tradizione e poesia nella prosa d'arte italiana dalla latinità medievale
a G. Boccaccio, Genova, Degli Orfini, 1934, pp. 121-53, e di C. SECRE,
La sintassi del periodo nei primi prosatori italiani, in Lingua, stile e società,
Milano, Feltrinelli, 1963, si vedano i contributi di B. TERRACINI, Analisi
dello .,stile legato" nella a Vita Nuova• e Analisi dei toni na"ativi nella
a Vita Nuova» e loro interpretazione, in Pagine e appunti di linguistica storica,
Firenze, Le Monnier, 1957, pp. 247-72, e La prosa poetica della « Vita
Nuova», in Analisi stilistica, Milano, Feltrinelli, 1966, pp. 207-49, di A.
VALLONE, La prosa della • Vita Nuova», Firenze, Le Monnier, 1963, e di
C. GRAYSON, Dante e la prosa volgare, in Cinque saggi danteschi, Bologna,
Pàtron, 1972, pp. 33-60. A testimonianza infine di quanto la Vita Nuova_
continui a parlare oltre la sua stessa storia, e sia ancora un libro vivo e
interpretabile, ricorderò da ultimo gli studi ad essa dedicati (Introduzione
alla II Vita Nuova», Artificio ed escatologia nella a Vita Nuova•, lnterpreta::ione del crgabbo») da G. BÀRBERI SQUAROTTI in L'artificio dell'eternità,
Verona, Fiorini, 1972, pp. 9-129, e il saggio di R. KLEIN, Spirito peregrino,
in La forme et l'intelligible, Paris, Gallimard, 1970, pp. 31-64.
Gli eventuali riferimenti ai commenti sopra citati si fanno, ad locum,
con l'indicazione del semplice cognome del commentatore. Le opere di
Dante vengono citate in forma abbreviata rispettivamente come Rime e il
numero romano corrispondente all'ordinamento canonico del BARBI, 1921,
adottato anche in questo volume, e, con i consueti riferimenti organici,
come Conv. (Convivio), De tJulg. el. (De vulgari eloquentia), Epist. (Epistole)
e, per la Commedia, sotto le rispettive cantiche (In/., Purg., Par.). Le citazioni di rime dugentesche, per incipit, si fanno normalmente, e salvo
diversa indicazione, dalla raccolta in due volumi dei Poeti del Duecento di
CONTINI, di questa stessa collana di classici. Le poesie di Cino da Pistoia
e Dino Frescobaldi non comprese in essa si citano dalla raccolta dei
Poeti del Dolce stil 1111ovo, a cura di M. MARTI, Firenze, Le Monnier, 1969;
quelle di Chiaro Davanzati dall'edizione delle Rime a cura di A. MENI·
CHETTI, Bologna, Commissione per i Testi di lingua, 1965; quelle di Dante
da Maiano dall'edizione delle Rime a cura di R. BETIARINI, Firenze, Le
Monnicr, 1969; quelle di Cecco Angiolieri e degli altri 11 comici" pure non
incluse nella silloge continiana, dalla raccolta dei Poeti realistici e giocon
di M. MARTI, Milano, Rizzoli, 1956.
L'intervallo tra il licenziamento di questo commento per la stampa (novembre 1973) e la sua pubblicazione richiede un minimo d'aggiornamento
L'avvenimento fondamentale è l'uscita di due importanti studi sulla
poesia dell'età di Dante: Storia dello stil nuovo di M. MARTI, Lecce, Milella, ottobre 1973, troppo tardi anche per un inizio di discussione, e Inchiesta sul Dolce Stil Nuovo di G. FAVATI, Firenze, Le Monnier, 1975
(ma a me noto in manoscritto). Per una più dinamica nozione dello stil
novo dantesco decisivi gli accertamenti di G. GoRNI, Lippo amico, in
• Studi di filologia italiana», XXXIV (1976), pp. 27-44 (in particolare pp.314), e• Guido, i' vorrei che tu e Lippo ed io• (sul canone del Dolce Stil Novo),
ivi, XXXVI (1978), pp. 21-37: il secondo anche nel senso di aver stimolato
mie ulteriori ipotesi sulle relazioni Dante-Cavalcanti e sulla composizione dei sonetti della lode (ivi, pp. 39-65). Tutti abbastanza recenti i contributi di M. GuGLIELMINETrl, La• Vita Nuova» fra memoria e scrittura,
primo e significativo paragrafo del cap. 11 (Dante e il recupero di «parlare
di se medesimo») di Memoria e scrittura, Torino, Einaudi, 1977, pp. 42-72
(in forma ridotta anticipato in« Letture classensi », 6, 1977, La« Vita Nuova• come autobiografia, pp. 77-96); di M. PAZZAGLIA, La « Vita Nuova•
fra agiografia e letteratura, in « Letture classensi », 6 (1977), pp. 187-21oi
di M. P1coNE, Modelli e struttura nella • Vita nuova», in • Studi e problemi di critica testuale», 15 (ottobre 1977), pp. 50-61, di notevole rilievo
metodologico (funzionalità dei modelli letterari all'interpretazione, per
effetto della contestualizzazione della propria opera da parte di Dante ai
fini di orientarne la lettura e la decifrazione), e con particolare dimostrazione sui sonetti dei capitoli IX e x111, e Strutture poetiche e strutture prosastiche della • Vita Nuova», in • Modern Language Notes», 97 (1977), pp.
117-29, ultimamente rifusi però in « Vita Nuova» e tradizione romanza,
Padova, Liviana, 1979i di V. Russo, Strutture innovative delle opere letterarie di Dante nella prospettiva dei generi letterari, in «L'Alighieri•, 2
(1979), in particolare pp. 6-9 i di M. SANTAGATA, Dal sonetto al Canzoniere, Padova, Liviana, 1979, pp. 103-13 e 134-41, a proposito rispettivamente delle connessioni intratestuali (tra fronte e sirima del sonetto) e
intertestuali (fra poesie contigue) i e, per la ricerca del significato letterale
come caratteristica del libro, di A. A. )ANNUCCI, Brunetto Latini: • come
l'uom s'etterna •, in •NEMLA ltalian Studies», 1 (1979), pp. 17-20. Si aggiunga
quanto in seguito uscito di pertinente nell'Enciclopedia dantesca, in particolare l'art. di I. BALDELLI, Lingua e stile nelle opere volgari di Dante, voi. v1.
Di tutti questi studi, non ho che da rammaricarmi di non aver potuto
tener conto. Ricordo da ultimo che le Bemerkungen di L. SrrrzER sono
ora in traduzione italiana tra i suoi Studi italiani, a cura di C. SCARPATI,
Milano, Vita e pensiero, 1976, pp. 95-146; e che la mia interpretazione
del cap. XXII è stata anticipata e sviluppata in Storia della poesia e poena
della propria storia nel XXII della • Vita Nuova •, in • Studi danteschi», LI
(1978), pp. 153-77.
Alfragano, Il • Libro dell'aggregazione delle stelle"•
pubblicato ••• da R. CAMPANI, Città di Castello, Lapi, 1910.
Andrea Cappellano Andrea Cappellano, Trattato d'amore (De amore libri
tres), a cura di S. BATTAGLIA, Roma, Perrella, 1947.
BARBI, Problemi
M. BARBI, Problemi di critica dantesca, Serie I e u,
Firenze, Sansoni, 1934 e 1941.
BARBI, V. N. 1
La Vita Nuova per cura di M. BARBI, Milano, Hoepli, 1907.
La Vita Nuova di Dante Alighieri, edizione critica
per cura di M. BARBI, Firenze, Bemporad, 1932.
BARBI-MACCINI
Opere di Dante, Rime della • Vita Nuooa • e della giovinezza, a cura di M. BARBI e F. MACGINI, Firenze, Le Monnier, 1956.
BARBI-PERNICONE
Opere di Dante, Rime della maturità e dell'esilio, a cura
di M. BARBI e V. PERNICONE, Firenze, Le Monnier,
BRANCA, Poetica
V. BRANCA, Poetica del rinnooamento e tradizione agiodel rinnovamento grafica nella « Vita Nuova», in Studi in onore di ltalp
Siciliano, Firenze, Olschki, 1967.
Brunetto, Rett.
Brunetto Latini, La rettorica, testo critico di F.
MACGINI, Firenze, Le Monnier, 19682 •
CASTELLANI, Nuovi Nuooi testi fiorentini del Dugenta, con introduzione,
testi fiorentini
trattazione linguistica e glossario a cura di A. CASTELLANI, Firenze, Sansoni, 1952, 2 voll.
CONTINI, Duecento
Poeti del Duecento a cura di G. CONTINI, MilanoNapoli, Ricciardi, 19601 2 voli.
CONTINI, Lett. d.
G. CONTINI, Letteratura italiana delle Origini, Firenze, Sansoni, 1970.
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G. CONTINI, Varianti e altra linguist,·ca, Torino 1 Einaudi, 1970.
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canzoniere escorialense
D. DB RoBERTIS, Il canzoniere escorialense e la tradizione cct1ene::iana 11 delle rime dello stil novo, Supplemento n.0 27 del • Giom. stor. d. lett. it. •, Torino 1
Locscher-Chiantore, 1954.
Giamboni, Libro
de' t1i:ri
Bono Giamboni, Il libro de' vizt e delle vìrtudi e il
Trattato di t1irtù e di t1izf, a cura di C. SEGRE, Torino,
Einaudi, 1968.
li libro della V. N.
l\1ARTI,
D. DE ROBERTIS, Il libro della« Vita Nuova», Firenze,
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Mistica e scienza nella « Vita Nuova»,
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rcccns.
No,:ellino
recensione a BARBI-MACGINI, in« Lettere
italiane•, VIII (1956), pp. 435-43.
Il Novellino, testo critico, introduzione e note a cura
di G. FAVATI, Genova, Bozzi, 1970.
Cornifici Rhetorica ad C. Herennirtm, introduzione,
testo critico, commento a cura di G. CALBOLI, Bologna, Pàtron, I 969.
G. RoHLFS, Grammatica storica della lingua italiana e
dei suoi dialetti, traduzione italiana, Torino, Einaudi,
1966-1969, 3 voll. (si cita per paragrafo).
Seminario '69-70
S1NCLF.TON,
Testi fiorentini del Dugenta e dei primi del Trecento,
con introduzione, annotazioni linguistiche e glossario a cura di A. ScHIAFFINI, Firenze, Sansoni, 1926.
Risultanze di un seminario di studi sulla poesia giovanile di Dante, da me tenuto presso la Facoltà di
Lettere di Firenze nell'anno accademico 1969-1970
(particolari contributi qui utilizzati, di volta in volta
specificati, di Silvano Giglitto, Alidina Marchcttini,
Giovanni Unterbergcr, Carla Veronese).
S. SINGLETON, Saggio sulla • Vita Nuoua 11, traduzione italiana di Gaetano Prampolini, Bologna, Il
Mulino, 1968.
In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale
poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: lnci.pit
J. È il «proemio• del libro, come lo chiama Dante stesso in xxvnr, 2. Sull'appropriatezza di questa denominazione cfr. l'epistola a Cangrande della
Scala (Epist., XIII, 44), dove, sul fondamento di Aristotele « in tertio
Rethoricorum ,,, si distingue il «proemio• dal a prologo II e dal • preludio 11
come inizio specifico dell'«oratio rethorica», e come aprelibatio• delle cose
da dire al fine di cattivarsi l'animo deWascoltatore. - In quella parte ecc.:
la designazione della << memoria II come II libro II nel quale sono scritti e
si leggono (e donde possono essere copiati) gli avvenimenti passati (il
« libro che 'l preterito rassegna II di Par., XXIII, 54), nell'àmbito di un
topos ampiamente esemplificato dal Curtius (E. R. CuRTIUS, Europiiische
Literatur und lateinisches Mittelalter, Bern, Francke, 1948, cap. XVI: Das
Bue/, als Symbol, pp. 304-51), individua un preciso campo semantico su
cui si struttura l'intero proemio, con un'ampiezza e perspicuità di sviluppi
(dalle immediate metafore del a leggere» e delle •parole» a scritte II alla
terminologia tecnica di II rubrica», 11 assemplare •, •sentenzia» - e cfr. 11,
10 • essemplo •, •paragrafi») che va ben al di là delle puntuali indicazioni
dei modelli (per i quali cfr. Il libro della V. N., p. 26, nota I e p. 179,
nota 1 ), e che rappresenta un vero e proprio punto e a capo della tradizione: con conseguenze interne imponenti, non solo per il riftesso sul
linguaggio dell'intero libro, ma per come l'immagine viene a prefigurare
la realtà oggettiva, la dimensione dell'opera, del libro, la sua dimensione
di «storia,,. Il diretto precedente è comunque la canzone E' m'incresce di
me (Rime, LXVII), 58-9, 66, il primo tentativo di interpretazione e sistemazione storica della propria esperienza, e dunque il precedente della Vita
Nuova stessa, e particolarmente presente nel capitolo seguente. - dinanzi
a la quale poco si potrebbe leggere: prima della quale parte, cioè, i ricordi
sono scarsi. Quella parte ecc. indica dunque quella correntemente leggibile, l'età di cui si cominciano ad avere ricordi definiti e coerenti, e di cui si
può cominciare a raccontar qualcosa (Dante preciserà subito dopo, 11, 1 1
che si tratta dell'età dopo i suoi nove anni, correggendo, per mantenere
tutto nella luce della memoria, l'assunto di E' m'incresce di me, di f.ar cominciare la sua esperienza dalla nascita stessa della donna e quindi dall'alba
della coscienza). - rubrica: per metonimia già invalsa nel latino classico
(Persio, Quintiliano), titolo scritto di rubrica, cioè di colore rosso (minio).
Contrassegna nel .,libro della memoria" l'inizio di una nuova parte, più
ricca di fatti (o semplicemente l'inizio, se poco è una litote). - Incipit ,,ita
nova: è (l'osservazione è già del Mattalia) la tipica formula d'intitolazione
dei libri medievali (cfr. Epist., Xlii, 28: • Libri titulus est: Incipit Comedia
Dantis Alagherii ••• •; e già Brunetto, Rett., 1, 12: e Il titolo di questo
libro .•. si è cotale: Qui comincia lo 'nsegnamento di rettorica .•• •), dove
il verbo lndpit "comincia" non ha valore di riferimento temporale, ma
d'indicazione spaziale, significa che il capitolo che in quel punto comincia
s'intitola Vita Nuova; e come fornisce il modello al libro reale che ne è copia, così gli fornisce il titolo. Cade così ogni speculazione su questo verbo (a
parte il fatto che la nuova vita, il rinnovamento comincia ben più avanti,
sono le II nove rime•• pur riflettendosi e dando il nome all'esperienza pre-
VITA NUOVA, I, 1 - li, l
vita nooa. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali
è mio intendimento d'assemplare in questo libello; e se non tutte,
almeno la loro sentenzia.
II [1]. Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato
lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a la sua
cedente), come ogni interpretazione di nova come "giovanile" suJla scorta
di Purg., xxx, IIS, interpretazione del resto già confutata dal Carducci e
dal Witte. Nova significa dunque rinnovata dalPamore, e ciò in perfetta
corrispondenza con un raggiungimento poetico; e Dante lo sottolineava
sin dall'inizio trasferendo la rubrica del libro della memoria a titolo delPopera. - Sotto la quale rubrica: suJla perfetta specularità di questo secondo
periodo rispetto al primo, come figura della corrispondenza libro metaforico-libro reale, cfr. B. TERRACINI, Analisi dello "stile legato" della « Vita
Nuova», in Pagine e appu11ti di linguistica storica, Firenze, Le Monnier,
1957, p. 247, e Il libro della V. N., p. 179, nota 3. A riprova, l'ultima
proposizione del cap. II torna a capovolgere questa relativa. - le parole: le
parole scritte (e che si leggono) in quella parte del libro della memoria, e
che Dante intende ricopiare in questa sua operetta, sono i ricordi. - intendimento: intenzione, proposito. - assemplare: essemplare, trascrivere da un
essemplo o originale (che qui è il libro della memoria - e cfr. 11, 10). Il
vocabolo tecnico, che ritorna e riecheggia in lnf.• XXIV, 4, è anche in Cavalcanti, lo non pensava, 43-4: crCanzon, ... de' libri d'Amore/ io t'asemplai ••• ». - libello: diminutivo formale non semantico (cfr. fioretto per
fiore), normale per designare la Vita Nuova (x11, 17, xxv, 9, XXVIII, 2, e
ComJ., 11, ii, 2). E libellus è nella tradizione classica per indicare la propria
opera, da Catullo a Properzio a Orazio a Ovidio. - e se non tutte ecc.: cioè
non copiando alla lettera, ma cercando di dare il "senso" (sentenzia),
• l'interpretazione generale» (CONTINI, Lett. d. origini) di quei ricordi, il
significato di questa "nuova vita". È un mondo poetico quello che Dante
si propone di restituire. ~ II, I. Nove fiate: nove volte. Non sarà mai
abbastanza rilevato il valore della presenza iniziale del numero fatale, la
cui "amicizia" con Beatrice, fino alt>identificazione con lei, sarà ampiamente illustrata e commentata da Dante nel cap. XXIX, al tempo stesso
sottolineandone il • molto luogo» che ha cr tra le parole» del libro. Giusta
l'identificazione di questo col libro della memoria, vicenda narrata e narrazione sono poste sotto un unico segno, l'una dà la misura (nonché l'inizio:
il punto in cui comincia la copia) dell'altra; e i riferimenti astronomici
hanno funzione d'oroscopo dell'impresa letteraria. - appresso: dopo (come
normalmente nella Vita Nuova, tranne XVIII, 1). - lo cielo de la luce: il
cielo del sole, rotante solidalmente con questo intorno alla terra secondo
il sistema tolemaico che Dante afferma di seguire (Conv., 11, iii, 3 sgg., 111,
v, J sgg.). - quanto a la sua propria girazione: sempre secondo il sistema
tolemaico, il moto circolare (distinto dall'altro, di rivoluzione attorno allo
terra, comunicatogli dal cielo cristallino, per cui cfr. Conv., 11, xiv, 15:
ecco il valore della limitazione quanto a e della determinazione propria) che
il ciclo del sole, e il sole con esso, compie lungo l'eclittica nel tempo di un
anno, e al termine del quale il sole si trova al II medesimo punto » di un anno
prima (cfr. Conv., u, xiv, 12: •fine de la circulazione è redire ad uno me-
VITA NUOVA, II, 1
propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beadesimo punto•). - quando ecc.: è evidente la solennità che conferiscono a
quest'inizio, e all'apparizione di Beatrice, il riferimento astrale (rincarato
nel § seguente) e l'ampia perifrasi con cui è designato il moto del cielo:
questo (proprio) prender le misure dall'eterno moto del sole, e collocare
l'apparizione in quella luce. E si noti che, se non si ha qui prolessi sintattica (il fatto particolare s'inserisce, subordinatamente, nella vicenda universale), si ha prolessi concettuale, per il costituirsi in proposizione principale del riferimento astronomico del fatto in oggetto. Ciò secondo un preciso modulo narrativo (il cosiddetto cum imJerst1m) della poesia classica
(del tipo « Iamque rubescebat stellis Aurora fugatis / cum procul obscuros
collis humilemque videmus / lta]iam II di Virgilio, Aen., 111, 521-3), già
acquisito a quella volgare (cfr. R. C. MXDER, Le proposizioni temporali in
antico toscano, 11 Pubblicazioni Universitarie Europee», IX, 1, Berna, Lang,
1968, pp. 39-40), e da Dante stesso prima sperimentato in quello che sarebbe stato il sonetto inaugurale della Vita Nuova, vv. 5-7, ma significativo
qui, tanto più in prosa, del suo impegno, e d'ora in poi ampiamente
sfruttato, specialmente negli attacchi (cfr. Jn/., x111, 1-2, xvi, 1-4, xxvu, 1-5,
Purg., v, 1-4 v111, 1-8, IX, 1-n, ma almeno anche In/., XXVI, 130-5; e per la
posizione, e per la citazione, non solo esplicita, della Vita N11ova, ComJ.,
n, ii, 1). Boccaccio, nel Trattatello i11 laude di Dante, aggiungerà la precisazione, evidentemente desunta dall'interpretazione di questo passo, che
l'incontro avvenne di calendimaggio. Il riferimento di Dante (cfr. quasi
ccapprossimativamente") è più sfumato. - a li miei occhi: così in ComJ., 11,
ii, I cit. Non è perifrasi oziosa per "a me,, (cfr. § 2) 1 ma risponde a un bisogno di oggettivazione degli eventi, degli atti, dei sentimenti caratteristico,
vedremo, anzitutto della poesia (oltre che si tratta qui di un termine essenziale dell'incontro: la bellezza colpisce attraverso gli occhi - e cfr. Amor e 'l
cor gentil, 9-10 1 qui xx, 5). - prima: per la prima volta (in Co11t,., 11, ii,
1 cit.: primame11te). Cfr. XXXIX, 1. - gloriosa: in quanto ormai (al tempo che
Dante scriveva la Vita Nuova) accolta nella gloria celeste. Per l'epiteto cfr.
Li occhi dole11ti, 31 (qui XXXI, 11). - donna de la mia mente: signora (latino
domina - cfr. xxiv, 3 e Voi che 'ntendendo, 48) della mia mente, ossia, giusta
Com,., 1v, xv, 11, de« la nobile parte de l'anima nostra, che con uno vocabulo "mente" si può chiamare•· Cfr. E' m'incresce di me, 44. - Beatrice: per la
storia, identificata dal Boccaccio con Bice di Folco Portinari. Ma per Dante
conta non l'identificazione, ma il significato di quel nome, e la sua deducibilità dagli effetti di lei. - li quali non sapeano che si chiamare: li quali va
strettamente collegato a mo/ti (cfr. 111, 9), e allora il senso è chiaro (contribuirono al chiarimento il Todeschini, il Giuliani, il Targioni Tozzetti, il
Casini, e il Barbi a più riprese - e cfr. V. N. 3 , pp. 5-6): Beatrice si chiamava
Beatrice, ma la chiamavano così anche molti che non sapevano che nome
dargli (clie si chiamare vale: che cosa, che nome chiamare, dire, proferire;
con diversa sfumatura CONTINI, Lett. d. origi11i: che cosa dicevano chiamandola per nome : ossia molti la chiamavano Beatrice senza avvertire il
significato di quel nome - per il si pleonastico cfr. espressioni come "non
saper che si dire", e qui x111, 9, v. 10; per il senso di chiamare, che la particella pleonastica confermerebbe, e da distinguere dunque da quello del precedente /u chiamata, il Barbi rinvia a Doglia mi reca, 150-3, dov'è il concetto
inverso: gli uomini non sanno di definire le virtù di lei pronunciando
i suoi nomi). Il principio etimologico è quello condensato nella sentenza
VITA NUOVA, Il, l-3
trice li quali non sapeano che si chiamare. Ella era in questa vita
già stata tanto, che ne lo suo tempo lo cielo stellato era mosso
verso la parte d'oriente de le dodici parti l'una d'un grado, sì che
quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi
quasi da la fine del mio nono. Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la
•nomina sunt consequentia rerum II citata da Dante in x111, 4 e applicata in
xxiv, 3-5. Cino del resto, nella consolatoria per la morte di Beatrice, Avegna
ched el m'aggia, 8, chiosava: • beata gioia, com chiamava il nome 11. ~ 2.
Ella era ecc.: questo secondo periodo è esattamente speculare rispetto al
primo: Ella riprende immediatamente Beatrice, mentre ai due estremi si
colloca emblematicamente il numero nove, come dall'evento risalendo alla
sua misura. Ma si noti anche come l'apparizione, che primeggerà nel terzo
periodo, sia ancora dominata dalla sua dimensione e proiezione naturale,
lo sguardo allargandosi al cielo stellato e al suo periodo secolare, e sia
designata solo subordinatamente attraverso la consecutiva finale. - ne la
sua tempo: il tempo (quel •tanto») che era stata in vita. - lo cielo stellato:
ottavo del sistema tolemaico (cfr. Conv., 11, iii, 7), si muove uda occidente
a oriente in cento anni uno grado•, secondo l'esplicita citazione dantesca
(Conv., u, v, 16) del Libro delle aggregazioni delle stelle di Alfragano, del
resto presente anche qui. - era masso: aveva rotato (muovere qui è neutro).
- de le dodici parti l'una d'un grado: una delle dodici parti, un dodicesimo
d'un grado (pari a otto anni e quattro mesi). - dal principio ..• da la fine:
al (intorno al) principio ... alla (intorno alla) fine (da per a normale nelle
locuzioni temporali, nonché di luogo, come davanti da, dentro da ecc.
Cfr. XVIII, 2, e lnf., I, 37, •Temp'era dal principio del mattino»). ~ 3.
Apparve: riprende energicamente, e in posizione preminente (proposizione principale e inizio di periodo) l'apparve a me che precede e a li miei occhi
apparve del § 1. Senza più determinazioni che non siano quelle oggettive
che subito vivamente si spiegano, liberata dalle circostanze anche celesti,
ora sappiamo che cosa veramente fu, secundum se, quell'apparizione. - di
nobilissimo colore, umile e onesto, sanguig,ro: di rosso, il colore «delle più
alte dignità», ma attenuato - secondo i rapporti e la relativa interpretazione
interpuntiva proposti dal BARBI, V. N. 2 , p. 7 - conforme a una misura di
modestia e di spiritualità di cui la coppia umile e onesto rappresenterebbe la
definizione tecnica (comparendo in una regola antica di terziarie francescane) e sanguigno il segnale cromatico. Ma di là dalle determinazioni fisiche e dalla cronaca, l'apparizione è caratterizzata dal linguaggio del momento contemplativo della storia narrata nel libro (cfr. Tanto gentile, 1-2,
5-6; e una famiglia di codici, probabilmente riflettendo questo passo:
•umilemente d'onestà vestuta •) così come gli effetti successivamente illustrati (§§ 4-6) dal linguaggio della rappresentazione drammatica. La
bipolarità dell'immaginazione dantesca, in cui la Vita Nuova verrà a mettere ordine, un ordine storico, e presente in tante rime rimaste escluse,
a cominciare dalla canzone E' m'incresce di me, in questo capitolo introduttivo, che non per nulla ha tanti contatti con la suddetta canzone, è serbata
non solo come prospettiva della rappresentazione imminente, ma di tutta
l'esperienza che sta alle spalle di questa. - cinta: la cintura era porte
rilevante dell"'ornamento" sia femminile che maschile, come confermano
VITA NUOVA, 11, 3-S
sua giovanissima etade si convenia. In quello punto dico verace- 4
mente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima
camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia
ne li menimi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole:
« Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi ». In quello s
due luoghi di Par., xv, 101-2 e 112-3. E cfr. Tre donne (Rime, civ), 36. coa
4. In quello punto: ripetuto all'inizio dei due successivi periodi (§§ 5 e 6),
mentre fissa il preciso inizio dell'innamoramento e, stabilendo la perfetta simultaneità delle tre manifestazioni della vita psichica in quanto individuanti tre ordini paralleli e distinti (anche se strettamente correlati),
raccoglie in un unico movimento l'intera realtà interiore (si noti l'esatta
corrispondenza delle parti dei tre periodi), viene ad assumere, attraverso la
triplice formulazione, valore quasi rituale di scongiuro (il dico veracemente,
la prima volta, corrisponde all'crin verità vi dico•, amen dico vobis di Cristo; e gli risponde il dico dell'inizio del§ 7; e si confronti del resto l'inizio
In ilio tempore di tanti capitoli dei Vangeli) e di evocazione di una realtà,
nonostante l'apparato naturalistico, sentita come misteriosa. - lo spirito
de la vita ccc.: la definizione dei singoli spiriti (cioè delle potenze o funzioni dell'anima in quanto legata al corpo - cfr. Com,., IV, vii, 14-5, e
l'intervento della ragione, o anima intellettiva, al § 9), nonché delle loro
•dimore» (sedi) e •operazioni•, riproduce, come è stato dimostrato da
tempo (da F. FLAMINI, in I Rass. bibl. d. lett. it. », xv111, 1910, pp. 168-74),
quella di Alberto Magno nel De spiritu et respiratione, I, ii, 2-4 (nella fattispecie, 3: • Spiritus ... vitalis ... a corde oritur et per arterias pulsando
per totum corpus dirigitur a sinistro cordis •);edera già stata sperimentata
poeticamente nella canzone E' m'incresce di me appunto in riferimento ai
primordi dell'esperienza amorosa di Dante (cfr. vv. 67-9, e per la collocazione della vita nel cuore vv. 35-7), mentre la drammatizzazione è piuttosto
di stampo cavalcantiano, cioè di un altro lettore di siffatti testi (e cfr. canzone lo non pe,isava, 20: e l'anima sento per lo cor tremare»). - la secretissima camera de lo cuore: la metafora, riapplicata anche nel§ 5, trova riscontro in quella di Jn/., I, 20, 11 nel lago del cor • (sede anche qui di passione. cioè di paura). - si fortemente: tanto. Fortemente,forte valgono genericamente "molto" (cfr. francese fort. e il v. 67 della canzone E' m'incresce
di me). - apparia: era visibile (il tremito). - ne li menimi polsi: nelle minime (menì,n- rcgolarm. da MiNIM• ), nelle più impercettibili pulsazioni;
nelle minime ramificuzioni delle arterie (cfr. il passo citato di Alberto Magno, e per la corrispondenza cuore-polsi il sonetto Spesse fiate, 13-4, qui
XVI, 10; e per la diffusione del tremore, xiv, 4, dove ancora i termini sono
quelli deWopuscolo latino). - orribilmente: il Guerri rinvia al significato
(anche se non è quello primo) del latino ho"or, "tremito". Cfr. del resto
il primo sonetto del libro, v. 8 (qui 111. 11). - Ecce deus ecc.: • Ecco un
dio più forte di me, che verrù e mi soverchierà•· Il latino - dietro cui traspare d'altronde, oltre al •veniet autem fortior me• di Luc., 111, 16, segnalato dal l\1arigo (Mistica e scienza. p. s1 ), l'• Ecce Dominus Deus in fortitudine vcniet. et brachium eius dominabitur » di lsai., XL, 10 indicato dal
Branca (Poetica del rinnovamento, p. 127, nota 10 bis) -, se ha valore di
solennità formulare, e rappresenterà ttctemo linguaggio della passione, è
ad ogni modo la lingua della,scienza che aveva individuato questi spiriti,
e nella quale essi avevan vita (e cfr. 111, 3, 5, xn, 3, 4). Ma la parola concessa
VITA NUOVA, II, 5-7
punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l'alta camera ne la
quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del
viso, sì disse queste parole: ccApparuit iam beatitudo vestra». In
quello punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte
ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo disse queste parole: «Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps! ». D'allora innanzi dico che Amore segnoregagli spiriti (e cfr. xxv) è invenzione di Cavalcanti (cfr. la nota ad Apparuit
ianr ecc.,§ s, e ballata/' prego voi, 8-10, sonetto lo temo, 10-1); come di Cavalcanti è l'interpretazione, tutta lirica, del tremito che accompagna l'avvento di madonna (« Chi è questa che vèn ... / che fa tremar di chiaritate
l'ire ••. ? »). ~ 5. lo spirito animale ecc.: Alberto Magno, op. cit., 1, ii,
4: « Animalis spiritus ... licet exeat a corde, evolat in vacuitatem cellularum
cerebri, et ex illis dirigitur in nervos concavos qui a sensus communis organo ad sensus proprios diriguntur; quorum tamen nervi illi qui optici sive
visivi dicuntur, et maiores et magis sunt concavi et plus capiunt dc spiritu,
et puriorem et lucidiorem, qui solus elevatur, colligunt 11. Lo spirito animale, altrimenti detto anima sensitiva, rappresenta la generale funzione
sensoriale esplicata dai singoli «spiriti sensitivi » col trasmettere attraverso
i nervi cavi le percezioni degli organi sensoriali (o « sensus proprii ») alla
sede centrale della sensazione, cioè al cervello, al qual livello esse si traducono qui in meraviglia. - spezialmente: specialmente. - viso: vista (latino
vis11s). - sl: congiunzione paraipotattica (cioè introduttiva della principale
dopo prolessi della subordinata, per una sorta di coordinazione in ipotassi),
priva pertanto d'ogni aspetto avverbiale. Frequente, e solitamente ben
riconoscibile, in questa prosa. - Apparuit iam ecc.: u Ecco che è apparsa
la vostra beatitudine 11. È vivissima la rispondenza col verso • e dica: cc La
salute tua è apparita" • della ballata cavalcantiana Veggio negli occhi, uno
dei testi più strettamente connessi al momento contemplativo dantesco (cfr.
Il libro della V. N., pp. 142-4, e della stessa ballata la strofa za: • Là dove
questa bella donna appare/ s'ode una voce che le vèn davanti / e par che
d'umiltà il su' nome canti / sì dolcemente, che, s'i' 'I vo' contare, / sento
che 'l su' valor mi fa tremare; / e movonsi nell'anima sospiri / che dicon:
"Guarda, se tu coste' miri, / vedra' la sua vertù nel ciel salita"•); anche se
si debba accettare il rinvio a san Paolo, Tit., 11, 11 (11Apparuit enim gratia
Dei salvatoris nostri•) e 111, 4 (per l'interpretazione in chiave di •natività•
di questi riscontri, si veda BRANCA, Poetica del ,innovame11to, p. 130). Quanto a riscontri interni, cfr. v, 1 (•la mia beatitudine» equivale a "colei che
formava la mia beatitudine"), e la canzone E' m'incresce di ,ne, 71. ~
6. lo spirito naturale ecc.: Alberto Magno, op. cit., 1, ii, z: • Spiritus naturalis, qui per nutrimentorum spirat regionem et nutrimento et digestioni
deservit, ••• non nature sed anime nutritive instrumentum est •· - si ministra: si somministra; si provvede a. - Heu mise, ccc.: • Misero I ché d'ora
innanzi sarò di frequente impedito• (quia con valore dichiarativo, come nel
latino medievale e biblico). Cfr. E' m'incresce di me, 63-4, e 1v, 1. ~
7. D'allora innanzi: riprende immediatamente il deinceps con cui è finito
il § 6, e risponde ai tre In quello punto dei §§ 4-6. Prolettico rispetto a dico
VITA NUOVA, II, 7·8
giò la mia anima, la quale fu sl tosto a lui disponsata, e cominciò
a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria per la vertù
che li dava la mia imaginazione, che me convenia fare tutti li suoi
piaceri compiutamente. Elli mi comandava molte volte che io
cercasse per vedere questa angiola giovanissima; onde io ne la
mia puerizia molte volte l'andai cercando, e vedeala di si nobili e
laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola
che. - la mia anima: in tutte le sue manifestazioni vitali, come s'è visto;
ossia tutto me stesso, in quanto essere vivo, sensibile e vegetante. - disponsata: sposata, legata intimamente (si tosto vale cosi presto, sin d'allora - e cfr. XII, 7). L'immagine, che richiama le nozze mistiche dell'anima
con Dio, ha già indicato in Dante l'unione d'anima e corpo (E' m'incresce
di me, 27; e cfr. Le dolci rime, 123); ma sarà ripresa in Conv., Il, ii, 2, proprio nel senso di unione amorosa. E cfr. Lapo Gianni, Do/c'è il pensier,
3-4: 1per cui si fe' gentil l'anima mia/ poi che sposata la congiunse Amore». - sicurtade: ardire, e quindi libenà, discrezione di me (cfr. l'espressione I fare a sicurtà d'uno», ossia disporne a piacere). La stessa frase, e
un'analoga dittologia, in Con l'altre donne, 8 (qui XIV, 12), crprende baldanza e tanta securtate •, il cui primo termine ritroviamo più sotto, § 9
(e l'endiadi presente risolta in cr baldanza ... a segnoreggiare me 11). - vertù: forza. - la mia imagfoazione: la presenza di lei alla mia immaginazione.
Cfr. § 9, e ancora Conv., II, ii, 2, nonché E' m'incresce di me, 43-4, 80-3. È
la I immoderata cogitatio I che segue alla a visio • e da cui « procede • l'amore secondo il De amore di Andrea Cappellano. - me convenia· fare:
probabile costruzione impersonale con l'accusativo e l'infinito, di tipo
latineggiante (convenia me fare), ma ampiamente testimoniata nell'antico
italiano (cfr. BARBI, V. N. 2 , p. n7, sotto l'analogo 1nol convenisse sospirare» di x:>.."VI, 3) e nell'area romanza (cfr. nota alla canzone E' m'incresce
di me, 28), piuttosto che me con valore di mi. Convenia vale "era forza",
"ero costretto". - piaceri: voleri. - compiutamente: rinforza e integra tutti. Notare la clausola avverbiale, tipica della sintassi arcaica (come al § 4
orn"bilmente). f.c:::"'> 8. cercasse per vedere: cercassi di vedere: ossia, più analiticamente, andassi in cerca, in giro, per vedere. Come ha mostrato Roberto Crespo («Studi danteschi•, XLVIII, 1971, p. n9, nota 2), si tratta dell'applicazione del processo conseguente alla cogitatio sempre secondo la
dottrina d'amore di Andrea Cappellano, 1, 1 (ed. Battaglia, p. 8): «Postquam
vero ad hanc cogitationem plenariam devenerit, sua frena nescit continere
amor, sed statim procedit ad actum ... Incipit enim •.. quaerere locum
et tcmpus cum opportuni tate loquendi •.• ». - angiola: essere angelico;
ma il sostantivo ha una forza e una concretezza, rafforzata dal femminile
e da quel a giovanissima n, che smentisce la generale impressione di Cl delicata grazia u degli interpreti. L'espressione ritorna in XXVI, 2 (anche qui
con la sottolineatura del superlath•o), e cfr. Di donne io vidi (Rime, LXIX), 8;
mentre aun'angela che 'n ciclo è coronata• di Voi che 'ntendendo, 29, si
riferisce a Beatrice ormai salita al cielo, pura anima. - puerizia: lo stesso
termine classico in XII, 7 e Purg., X.XX, 42. - e vedeala: l'enclisia della
particella pronominale in principio di proposizione dopo e o ma secondo
la legge Tobler-Mussafia, con effetto d'accostamento chiastico dei due
verbi coordinati. - portamenti: comportamenti, modi, costumi; atti. Cfr.
VITA NUOVA, II, 8-10
del poeta Omero: «Ella non parea figliuola d'uomo mortale, ma
di deo ». E avvegna che la sua imagine, la quale continuatamente
meco stava, fosse baldanza d'Amore a segnoreggiare me, tuttavia
era di sì nobilissima vertù, che nulla volta sofferse che Amore mi
reggesse sanza lo fedele consiglio de la ragione in quelle cose là
ove cotale consiglio fosse utile a udire. E però che soprastare a
Conv., III, vii, 8: «li atti che reggimenti e portamenti sogliono esser chiamati» (e Conv., IV, xxiv, 8: «costumi e ••• portamenti»). - quella parola:
traduce il latino illud, .. quel detto" (ciò che dice l'autore). - Ella non parea ecc.: la citazione è tratta, lo mostrò il Marigo (Mistica e scienza, p. 95),
da un'altra operetta naturale di Alberto Magno, il De intellectu et intelligibili, 111, 9: «quod, sicut dixit Homerus, non videbitur viri mortalis filius
esse sed Dei », qui pari pari tradotto. È un altro saggio che Dante ci dà
della sua cultura; ma Omero viene a dare autorità e sfondo, se non a dissimulare, una correlazione e un'opposizione meno occasionale, e di ben
altra origine, su cui fa perno la Vita Nuooa: quella di divinità e wnanità
in Cristo, secondo le parole del centurione in Mare., xv, 39 («Vere hic
homo filius Dei erat »), che doveva trovare espressione in parole "moderne",
e espressione corale, nel passo di XXVI, 2 citato per angiola. Cè:'?a 9. a"VVegna che: benché. - la sua imagine: l'immagine mentale di lei. - continuatamente: continuamente. - fosse baldanza ecc.: fosse ragione della baldanza d'Amore ecc., imbaldanzisse, incoraggiasse Amore ecc. - di si nobilissima vertù: di un potere (virtuoso) così alto (e nobilitante). Per l'uso di si
col superlativo cfr. l'ampia esemplificazione di BARBI, V. N.1 , p. 9. - n11lla
volta: nessuna volta, in nessun caso; mai. - sofferse: tollerò; consentì. - reggesse: governasse, signoreggiasse (latino regere). - lo fedele consiglio de la
ragione: fedele sta per "fidato". L 1espressione è ripresa in IV, 2. Alla sfera
della passionalità, rappresentata dalla sottomissione della vitalità (nel suo
triplice aspetto) ad Amore, si contrappone il dominio della ragione, imponentesi ad Amore stesso; ciò che implica, sin dall'inizio, il superamento
delle ragioni di quella visione drammatica, polarizzata dalla presenza di
Cavalcanti (cfr. § s), che pure aveva portato chiarezza nella stessa storia
tentata nella poesia (canzone E' m'incresce di me). Quanto allo sfondo culturale di quest'identificazione di amore e ragione (che costituisce il motivo
informatore del libro, la giustificazione stessa della prosa di fronte alla
poesia, e che è alla radice dell'altra identificazione, di amore e contemplazione), cfr. Il libro della V. N. 1 pp. 35-8. - in quelle cose ecc.: con questa
precisazione apparentemente pedantesca Dante segna a sua volta i limiti
della ragione rispetto alla passione, restituendo a questa, e all'immaginazione, la sua funzione di scoperta interiore (e vedi la nota precedente). - là
ove: dove. Per l'avverbio dimostrativo pleonastico vedi xix, 12. ~ 10. E
perd che: e poiché. E non ha valore avversativo, ma riflette la svolta indicata
dal§ 9. Se cioè Dante sentiva il bisogno di fissare ad un'età tanto lontana,
quasi "favolosa", l'inizio della sua rinascita, il riconoscimento, sin d'allora,
del carattere razionale del suo amore (e quindi di una sua eccezionalmente
precoce firmitas) gli faceva tuttavia avvertire quelle prime manifestazioni
come troppo legate al momento della pura "immaginazione", e guardare
ad esse con un certo distacco (•mi partirò da esse»), conforme del resto,
come ha opportunamente indicato il Crespo in • Studi danteschi• cit. 1 pp.
VITA NUOVA, 11, 10 - Ili, 1
le passioni e atti di tanta gioventudine pare alcuno parlare fabuloso, mi partirò da esse; e trapassando molte cose le quali si potrebbero trarre de l'essemplo onde nascono queste, verrò a quelle
parole le quali sono scritte ne la mia memoria sotto maggiori
III [11]. Poi che fuoro passati tanti die, che appunto erano com-
piuti li nove anni appresso l'apparimento soprascritto di questa
gentilissima, ne l'ultimo di questi die avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo
117-9, alla dottrina del solito Cappellano (De amore, I, v, ed. Battaglia, p.
16) «quod masculus ante decimum octavum annum verus [ossia •firma stabilitate »] esse non potest amans 1, Strutturalmente la riserva corrisponde
all'ultimo membretto del capitolo 1. - soprastare a: soffermarsi su, intrattenersi a descrivere. - passioni .• . atti: cfr. rispettivamente§§ 4-6 e 8
(e la citazione del Cappellano in nota all'inizio di quest'ultimo). - tanta
gioventt1dine: un'età così giovanile ("gioventù,, in senso lato - al§ 8 ha detto
puerizia - anziché secondo Com,., IV, xxiv, 1, 3-4), così distante da quella
canonica (e il secondo incontro con Beatrice avverrà appunto, 111, 1, a diciotto anni). Quanto alla terminazione in -udine, essa è formata per analogia col tipo moltitudine, similitudine ecc. - alcuno parlare fabuloso: un (in
qualche modo un) parlar per favole, un favoleggiare. - mi partirl, da
esse: me ne staccherò, le tralascerò (riferito al primo termine del dicolon,
cioè a passioni). - trapassando: oltrepassando, saltando (ossia tralasciando). - l'essemplo: l'originale da cui si copia, si "assempla,, (cfr. Purg.,
xx.·u1, 67: u come pintor che con essempro pinga » - la doppia -s- è l'esito
della x etimologica fino al '500). Riprende l'immagine del libro (ma già
soprastare, trapassando, e lo stesso mi partirl, da, come dopo verrò a, appartengono alla comune terminologia dell'atto letterario). - nascono: derivano, "son tratte". - queste: queste (cose) che precedono. O anche, giusta
la corrispondenza qt1este-q11elle (parole), e la metafora del capitolo I: le
parole fin qui copiate. - maggiori paragrafi: più importanti (non direi, col
Sapcgno e già lo Scherillo, più ricchi d'eventi)? o riferiti a maggiore età?
o piuttosto segnati con numero maggiore (col che si aggiunge un'ulteriore
tocco alla metafora)? ~ III, 1. Poi che ccc.: dopo che ecc. Riprende
(più discorsivamente e scioltamente) lo schema prolettico di II, 1. - fuoro:
furono. È (con foro) l'esito del latino /t1er11nt nell'antico toscano. - die:
dì (con epitesi di -e, in Toscana, piuttosto che latinismo), giorni. Per il
singolare, cfr. XII, 9. - questa ge,rtilissima: è definizione normale e quasi
antonomastica (cfr. qui sotto II due gentili donne 1, e poi la a donna gentile»)
di Beatrice lungo tutta la Vita Nrlova, nella prosa (nella tradizione poetica,
sin dai provenzali, è semmai diffuso il superlativo relativo corrispondente);
e gli s'aggrega l'unico • questa cortesissima• qui al § 2; oltre all'uso, per
lo più a lei riservato, del superlativo in genere (u, 3, 8, 9, 111, 1, 2, ecc.
ecc.) e dell'attributo iperbolico (qui a miro bile donna», • ineffabile cortesia•
ecc. ecc.). - di colore bianchissimo: ritornano i moduli (apparve a nre, iiestita di colore •.. ) della prima apparizione, ma il colore non è più il sanguigno, ma, in armonia con l' • ineffabile cortesia•, col "virtuoso" salutare
VITA NUOVA, III, l-2
a due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando
per una via, volse li occhi verso quella parte ov'io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel
grande secolo, mi salutoe molto virtuosamente, tanto che me parve
z allora vedere tutti li termini de la beatitudine. L'ora che lo suo
dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quello
e con la a beatitudine», il bianco, il colore angelico. C'è qualcosa di liturgico in questa simbologia delle vesti; e non è nemmeno escluso che il
bianco abbia un significato nuziale. D'altra parte tutta la mess'in scena
sembra risentire di quella della trasfigurazione di Cristo, dal candore della
veste ( «vestimenta eius facta sunt splendentia, et candida nimis velut nix n,
Mare., 1x, 2) all'apparizione tra due donne (11Et apparuit illis Elias cum
Moyse ... •, ivi, 3 1 presumibilmente raffigurabili, come del resto nell'iconografia dell'epoca, come a di più lunga etade • anch'essi), al timore
degli astanti (11 Non enim sciebat quid diceret; erant enim timore exterriti »,
ivi, 5). E aggiungi la anubes lucida» che «obumbravit eos», Matth., xvn, s
(la a nebula di colore di fuoco• del § 3), e che il capitolo, sia in Matteo
sia in Marco, comincia a Et post dies sex ... • (Seminario '69-70 - Giglitto). - più lunga: maggiore. - verso quella parte ov'io era: non dice direttamente "verso di me"; ma ciò non significa che Beatrice non guardasse
lui, bensl serve a mettere maggior distanza fra lei e sé. E si tratta di un
modulo della poesia: cfr. Io mi senti' svegliar, 9-10 (qui xxiv, 8): «io vidi
monna Vanna e monna Bice/ venire inver lo loco là 'v'io era». La distanza,
cioè, lo spazio (e l'apparizione non è solitaria), sono misurati dalla fantasia.
E di qual genere di fantasia si tratti, si veda al commento a tale sonetto.
- era molto pauroso: me ne stavo molto impaurito, pieno di paura (intimidito). Cfr. xiv, 12, v. 9. - per la sua ineffabile cortesia: ossia, secondo una
tipica opposizione scritturale (particolarmente dei Salmi), non per mio merito: donde la relativa che segue. Per definizione virtù di corte, dove
cr anticamente le vertudi e li belli costumi s'usavano J>, cortesia è la virtù sociale dell'anima nobile ed eletta: come spiega Dante nel medesimo passo
di Conv., 11 1 x, 8, cr cortesia e oncstade è tutt'uno D, - meritata: rimeritata. - nel grande secolo: il secolo senza fine, la vita eterna. Cfr. Li occhi
dolenti, 61 (qui XXXI, 15) 1 Venite a intender, 11 (xxxn, 6), e lnf., 11, 14-5:
«ad immortale / secolo andò ... ». - salutoe: salutò, con epitesi toscana di
e usuale nei monosillabi e in parole ossitone. - virtuosamente: in sé, in
quanto il saluto era espressione della virtù di lei; e per l'effetto virtuoso
che operava in lui (cfr. x, 3, « quello che lo suo salutare in me vertuosamente operava», e tutto il capitolo x1). - vedere tutti li termini ecc.: toccare
l'estremo, il colmo della beatitudine. Cfr. Par., xv, 35-6; e per vedere nel
senso di fare esperienza, conoscere direttamente, Cavalcanti, nel sonetto
di risposta a quello commentato in questo capitolo, «Vedeste, al mio
parere, onne valore / e tutto gioco e quanto bene om sente ... », e qui,
xxvi, 10, «Vede perfettamente onne salute ... •· ~ 2. clre lo suo dolcissimo salutare mi giunse: l'espressione perifrastica, di un tipo assai diffuso
nel linguaggio poetico dugentesco, rende tuttavia il senso del donarsi di
una realtà spirituale (come dicesse: la sua benedizione). Cosl, subito dopo,
«le sue parole si mossero per venire a li miei orecchi•· - fermamente: certamente (esprime certezza non d'opinione ma di accadimento). - nona: se-
VITA NUOVA, III, 2·3
giorno; e però che quella fu la prima volta che le sue parole si
mossero per venire a li miei orecchi, presi tanta dolcezza, che

References: § 5
 § 2
 sentenza

 § 1
 § 9
 § 6
 § 9
 § 9
 § 4
 § 2
 § 3