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Timestamp: 2020-08-10 07:56:14+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 25778 del 30/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25778 del 30/10/2017
Cassazione civile, sez. VI, 30/10/2017, (ud. 27/06/2017, dep.30/10/2017), n. 25778
sul ricorso 2040-2016 proposto da:
COMUNE BAGNOLO SAN VITO (MN) (C.f. (OMISSIS)), in persona del sindaco
pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIOVANNI
PAISIELLO, n. 15, presso lo studio dell’avvocato GRAZIANO BRUGNOLI,
rappresentato e difeso dall’avvocato MASSIMILIANO BATTAGLIOLA;
CONSORZIO LLVITERIE VIRGILIO Società Agricola Cooperativa (C.F.
elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PO, n. 9, presso lo studio
dell’avvocato PIERLUIGI MUCCARI, che lo rappresenta e difende;
avverso la sentenza n. 3713/64/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
01/09/2015;
partecipata del 27/06/2017 dal Consigliere Dott. NAPOLITANO LUCIO.
Con sentenza n. 3713/64/2015, depositata il primo settembre 2015, la CTR della Lombardia – sezione staccata di Brescia – rigettò l’appello proposto dal Comune di Bagnolo San Vito nei confronti del Consorzio Latterie Virgilio, società agricola cooperativa, avverso la sentenza della CTP di Mantova, che aveva parzialmente accolto i ricorsi della contribuente avverso diniego di rimborso dell’ICI versata negli anni dal 2004 al 2007, avendo riconosciuto il diritto al rimborso per le annualità 2006 e 2007.
Avverso la sentenza della CTR l’ente locale ricorrente ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un solo motivo.
Con l’unico motivo il Comune denuncia congiuntamente “omessa motivazione della sentenza di un punto decisivo della controversia proposto da questa parte e violazione e falsa applicazione della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 164”, lamentando che la sentenza impugnata avrebbe omesso di considerare che la legittimità dell’atto impugnato doveva essere valutata al momento della sua emanazione e non in conseguenza di normativa sopravvenuta, sicchè, essendo pacificamente accatastati al tempo della domanda di rimborso i fabbricati rurali in categoria D/8, legittimo doveva essere considerato il diniego di attribuzione di ruralità ai fabbricati in oggetto.
Ove anche non si ritenga il motivo inammissibile in quanto cumulante plurime censure per vizio di motivazione e violazione di legge non suscettibili di autonoma valutazione (si veda Cass. sez. unite 6 maggio 2015, n. 9100), esso risulta comunque manifestamente infondato.
La tesi esposta dal Comune porta, infatti, completamente ad obliterare gli effetti dell’applicabilità in materia in ordine allo iris superveniens di cui al D.L. 13 maggio 2011, n. 70, art. 7, comma 2 bis, convertito con modificazioni, dalla L. 12 luglio 2011, n. 106, e dell’ulteriore normativa sopravvenuta rispetto alla data, 14 settembre 2010, in cui la contribuente ebbe a presentare la propria domanda di rimborso.
Al riguardo occorre, sia pure sinteticamente, ricordare quanto segue.
Il D.L. 13 maggio 2011, n. 70, art. 7, comma 2 bis, convertito, come innanzi detto, in L. n. 106 del 2011, ai fini del riconoscimento della ruralità degli immobili, ha conferito ai contribuenti la facoltà, esercitabile entro il 30 settembre 2011, di presentare all’allora Agenzia del Territorio una domanda di variazione della categoria catastale per l’attribuzione delle categorie A/6 e D/10, a seconda della destinazione, abitativa o strumentale dell’immobile, sulla base di un’autocertificazione attestante che l’immobile possedeva i requisiti di ruralità di cui al D.L. n. 557 del 1993, art. 9, quale convertito in L. n. 133 del 1994, e modificato dal D.L. 1 ottobre 2007, n. 159, art. 42 bis, convertito con modificazioni in L. 29 novembre 2007, n. 159, “in via continuativa a decorrere dal quinto anno antecedente a quello di presentazione della domanda”.
Il citato art. 7, comma 3 bis, ne ha delineato il relativo procedimento, stabilendo, in sintesi, il termine del 20 novembre 2011, entro il quale l’Agenzia del Territorio, previa verifica della esistenza dei requisiti di ruralità di cui al D.L. 30 dicembre 1993, n. 557, art. 9, convertito dalla L. n. 133 del 1994, convalida la certificazione di cui al comma precedente e riconosce la categoria catastale richiesta e che, in mancanza della relativa pronuncia, il contribuente possa assumere in via provvisoria l’attribuzione della categoria catastale richiesta. La norma fissa poi al 20 novembre 2012 il termine entro il quale l’amministrazione finanziaria potesse disconoscere la sussistenza dei requisiti di ruralità dichiarati dal contribuente e negare conseguentemente la categoria catastale richiesta.
Infine il D.L. 31 agosto 2013, n. 102, convertito, con modificazioni, in L. 28 ottobre 2013, n. 124, all’art. 2 comma 5 ter, ha stabilito che “ai sensi della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 1, comma 2, il D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla L. 22 dicembre 2011, n. 214, deve intendersi nel senso che le domande di variazione catastale presentate ai sensi del D.L. 13 maggio 2011, n. 70, art. 7, comma 2 – bis, convertito, con modificazioni, dalla L. 13 maggio 2011, n. 106, e l’inserimento dell’annotazione degli atti catastali producono gli effetti previsti per il requisito di ruralità di cui al D.L. 30 dicembre, n. 557, art. 9, convertito, con modificazioni, dalla L. 26 febbraio 1994, n. 133, e successive modificazioni, a decorrere dal quinto anno antecedente a quello di presentazione della domanda”.
Questa Corte ha già avuto occasione di affermare in controversie analoghe la natura d’interpretazione autentica di detta disposizione e l’effetto retroattivo conseguente alla richiesta di classamento nei limiti del quinquennio anteriore alla domanda (cfr., tra le altre, Cass. sez. 6-5, ord. 10 gennaio 2014, n. 422; Cass. sez. 5, 25 novembre 2015, n. 24020; Cass. sez. 6-5, ord. 11 maggio 2017, n. 11588; Cass. sez. 5, ord. 17 maggio 2017, n. 12315; si veda anche Corte cost. ord. 13 maggio 2015, n. 115, che ha evidenziato come la ricostruzione del quadro normativo, ivi comprese le disposizioni regolamentari di cui al D.M. 26 luglio 2012, porti ad escludere l’automaticità del riconoscimento della ruralità per effetto della mera autocertificazione).
Ciò premesso, la pronuncia impugnata, in assenza del diniego dell’amministrazione finanziaria al riconoscimento della ruralità sulla domanda proposta nei termini, ai sensi del richiamato il D.L. n. 70 del 2011, art. 7, e in assenza da parte del Comune di specifica contestazione del procedimento di annotazione, che non risulta dalla sentenza impugnata, risulta avere correttamente applicato alla fattispecie in esame la succitata norma di diritto, non essendone controversi i presupposti di fatto, in conformità all’indirizzo interpretativo di questa Corte in materia innanzi richiamato.
Il ricorso dell’amministrazione locale ricorrente va pertanto rigettato. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore del Consorzio controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi, liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge, se dovuti.

References: Sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 1
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 Cass. sez. 
 art. 7
 art. 7
 art. 9
 art. 42
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