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Timestamp: 2020-02-20 18:03:23+00:00

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Art. 250 codice civile - Riconoscimento - Brocardi.it
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Articolo 250 Codice civile
Dispositivo dell'art. 250 Codice civile
(1)Il figlio nato fuori del matrimonio può essere riconosciuto, nei modi previsti dall'articolo 254, dal padre e dalla madre, anche se già uniti in matrimonio con altra persona all'epoca del concepimento [30 Cost.]. Il riconoscimento(2) può avvenire tanto congiuntamente quanto separatamente [235].
Il riconoscimento(2) del figlio che ha compiuto i quattordici anni non produce effetto senza il suo assenso(3).
Il riconoscimento(2) del figlio che non ha compiuto i quattordici anni non può avvenire senza il consenso dell'altro genitore che abbia già effettuato il riconoscimento.
Il consenso non può essere rifiutato se risponde all'interesse del figlio. Il genitore che vuole riconoscere il figlio, qualora il consenso dell'altro genitore sia rifiutato, ricorre al giudice competente, che fissa un termine per la notifica del ricorso all'altro genitore. Se non viene proposta opposizione entro trenta giorni dalla notifica, il giudice decide con sentenza che tiene luogo del consenso mancante; se viene proposta opposizione, il giudice, assunta ogni opportuna informazione, dispone l'audizione del figlio minore che abbia compiuto i dodici anni, o anche di età inferiore, ove capace di discernimento, e assume eventuali provvedimenti provvisori e urgenti al fine di instaurare la relazione, salvo che l'opposizione non sia palesemente fondata. Con la sentenza(4) che tiene luogo del consenso mancante, il giudice assume i provvedimenti opportuni in relazione all'affidamento e al mantenimento del minore ai sensi dell'articolo 315 bis e al suo cognome ai sensi dell'articolo 262(5).
Il riconoscimento non può essere fatto dai genitori che non abbiano compiuto il sedicesimo anno di età, salvo che il giudice li autorizzi, valutate le circostanze e avuto riguardo all'interesse del figlio(6).
(1) L'articolo è stato così sostituito dall'art. 102 della L. 19 maggio 1975 n. 151; si veda l'art. 12 della L. 1 dicembre 1970 n. 898.
Più recentemente, è altresì intervenuta la riforma sulla filiazione (Legge n. 219 del 10 dicembre 2012) che ha modificato notevolmente il tenore letterale della disposizione.
(2) Per l'accertamento della filiazione naturale occorre il riconoscimento, attuato mediante dichiarazione formale, unilaterale e discrezionale, non recettizia ed a carattere di accertamento, fatta personalmente da almeno un genitore che abbia compiuto i quattordici (prima: sedici) anni.
(3) L'assenso necessario del figlio che abbia compiuto i 14 anni figura come un atto autorizzativo e di approvazione, i cui effetti ricadono (anche ex art. 45 del d.P.R. 396/2000) nella sfera giuridica dell'autorizzante.
(4) Dovrà valutarsi l'interesse (di regola positivo) del minore al riconoscimento, tanto sotto il profilo materiale quanto quello psicologico: di regola viene inquadrato come diritto alla propria identità personale, nella sua precisa e integrale dimensione psicofisica, e subisce il limite del pericolo concreto e attuale di lesione di un bene primario.
(5) Comma così modificato con la riforma del 2012. Il precedente testo del co. IV recitava: "Il consenso non può essere rifiutato ove il riconoscimento risponda all’interesse del figlio. Se vi è opposizione, su ricorso del genitore che vuole effettuare il riconoscimento, sentito il minore in contraddittorio con il genitore che si oppone e con l’intervento del pubblico ministero, decide il tribunale con sentenza che, in caso di accoglimento della domanda, tiene luogo del consenso mancante". Si rileva comunque (non essendo mutato sul punto il requisito) come l'assenso ed il consenso siano atti ai quali non si possono apporre condizioni o termini, che in caso contrario si considerano come non apposti.
(6) Nel co. V si delinea una capacità speciale (di cui all'art. 2 del c.c.) che consente al genitore sedicenne di riconoscere il figlio; con tale atto personale egli acquisterà i diritti sostanziali e processuali previsti dalla legge per il genitore fin dalla nascita del figlio (come ha sottolineato più volte la Cassazione, si veda la sent. n. 4849/1982).
Anche l'ultimo periodo del presente comma è stato sostituito con la L. 219/2012.
La disciplina del riconoscimento della filiazione naturale è stata ulteriormente modificata, adeguandosi progressivamente verso la parificazione totale tra i figli legittimi ed i naturali, in linea con il comma III dell'art. 30 della Costituzione. Si rileva, inoltre, che la ratio di eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione tra figli legittimi e figli nati fuori dal matrimonio ha subito una svolta con le recenti norme in materia di riconoscimento dei figli naturali di cui alla legge 10 dicembre 2012 n. 219, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 293 in data 17 dicembre 2012.
“ Liberi naturales ”
Massime relative all'art. 250 Codice civile
Cass. civ. n. 7762/2017
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 7762 del 27 marzo 2017)
Cass. civ. n. 781/2017
In tema di riconoscimento di figlio naturale, l'art. 250 c.c. (come modificato dall’art. 1, comma 2, lett. b, della l. n. 219 del 2012) subordina, nell'ipotesi di minore infraquattordicenne, la possibilità del secondo riconoscimento al consenso del genitore che detto riconoscimento ha già effettuato e dispone, altresì, che, al compimento del quattordicesimo anno, il minore (anche se nato o concepito prima dell’entrata in vigore della l. n. 219 del 2012 cit.) divenga titolare di un autonomo potere di incidere sul diritto del genitore al riconoscimento, configurando il suo assenso quale elemento costitutivo dell’efficacia della domanda stessa di riconoscimento. Ne consegue che il raggiungimento, da parte del minore, della "maggiore età" ritenuta dal legislatore adeguata ad esprimere un meditato giudizio, rilevabile d’ufficio, determina il venir meno della necessità del consenso del primo genitore al riconoscimento da parte dell'altro e, in difetto, dell'intervento del giudice. (Nella specie, la S.C., preso atto che il minore aveva compiuto quattordici anni nel corso del processo ed aveva rifiutato il suo assenso al riconoscimento, ha dichiarato, su ricorso della madre, cessata la materia del contendere, cassando senza rinvio la sentenza di riconoscimento della paternità.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 781 del 13 gennaio 2017)
Cass. civ. n. 16103/2015
La competenza a provvedere sull'autorizzazione al riconoscimento del figlio nato fuori del matrimonio richiesta, ex art. 250, comma 5, c.c., dal genitore non ancora sedicenne, appartiene al tribunale ordinario. (Principio di diritto enunciato ai sensi dell'art. 363, comma 3, c.p.c.).
(Cassazione civile, Sez. VI-1, ordinanza n. 16103 del 29 luglio 2015)
Cass. civ. n. 17277/2014
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 17277 del 30 luglio 2014)
Cass. civ. n. 5884/2012
Nel procedimento previsto dall'art. 250, quarto comma, c.c. per conseguire una pronuncia che tenga luogo del mancato consenso del genitore, che abbia già riconosciuto il figlio infrasedicenne, al riconoscimento dello stesso minore da parte dell'altro genitore, deve essere disposta obbligatoriamente l'audizione del minore, atteso che questi assume la qualità di parte, come riconosciuto dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 83 del 2011
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5884 del 13 aprile 2012)
Cass. civ. n. 5115/2003
Il riconoscimento del figlio naturale minore infrasedicenne, già riconosciuto da un genitore, è diritto soggettivo primario dell'altro genitore, costituzionalmente garantito dall'art. 30 Cost.: in quanto tale, esso non si pone in termini di contrapposizione con l'interesse del minore, ma come misura ed elemento di definizione dello stesso, atteso il diritto del bambino ad identificarsi come figlio di una madre e di un padre e ad assumere cosi una precisa e completa identità. Ne consegue che il secondo riconoscimento, ove vi sia opposizione dell'altro genitore che per primo ha proceduto al riconoscimento, può essere sacrificato — anche alla luce degli artt. 3 e 7 della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989 (resa esecutiva con la legge 27 maggio 1991, n. 176) — solo in presenza di motivi gravi ed irreversibili, tali da far ravvisare la probabilità di una forte compromissione dello sviluppo psico-fisico del minore. (Enunciando il principio di cui in massima, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, la quale aveva escluso che costituissero impedimento al secondo riconoscimento l'età del padre naturale, la sua residenza in una località lontana da quella di residenza della minore, nonché la mancanza, dà parte sua, di un'attività lavorativa stabile e di un'autonoma abitazione).
Cass. civ. n. 12077/1999
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 12077 del 27 ottobre 1999)
Cass. civ. n. 4148/1999
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 4148 del 26 aprile 1999)
Cass. civ. n. 2338/1999
Nel giudizio promosso per il riconoscimento della paternità o della maternità di un minore infraseadicenne, l'interesse del minore costituisce l'unico parametro di riferimento ai fini della valutazione della legittimità del rifiuto del consenso eventualmente opposto dall'altro genitore, interesse la cui esistenza, prescindendo dai rapporti tra i genitori, deve ritenersi predicabile tutte le volte in cui, dal secondo riconoscimento, non derivi al minore un pregiudizio tale da incidere sul suo sviluppo psicofisico, ed a prescindere, dunque, dalla concreta dimostrazione che esso risulti per lui vantaggioso. (Nell'affermare il principio di diritto che precede, la S.C. ha, così, ritenuto illegittimo il rifiuto del consenso al riconoscimento di un minore infrasedicenne opposto alla madre che aveva fondato tale decisione motivandola con l'aver più volte, in precedenza, inutilmente invitato il padre naturale a tale riconoscimento, sia durante la gravidanza sia dopo il parto, mentre, al momento, ella era sul punto di contrarre matrimonio con altro uomo, cui il minore risultava legato da uno stabile e valido rapporto affettivo).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2338 del 16 marzo 1999)
Cass. civ. n. 11263/1994
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 11263 del 29 dicembre 1994)
Cass. civ. n. 2463/1994
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2463 del 15 marzo 1994)
Cass. civ. n. 2182/1994
In materia di accertamento della filiazione naturale, la sentenza della Corte costituzionale n. 341 del 1990, dichiarativa dell'illegittimità dell'art. 274, primo comma, c.c., nella parte in cui non prevede, se si tratti di minore infrasedicenne, che l'azione promossa dal genitore esercente la patria potestà, per ottenere la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale, sia ammessa solo quando ritenuta dal giudice rispondente all'interesse del figlio, non implica che una siffatta preliminare delibazione di rispondenza sia effettuata nel diverso caso di cui all'art. 250 c.c., concernente la risoluzione del conflitto insorto allorché il genitore, che abbia già riconosciuto il minore, neghi il proprio consenso al riconoscimento da parte dell'altro preteso genitore naturale, rientrando il relativo riscontro nel compito cui il giudice è tenuto per ovviare con la propria decisione al consenso mancante.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2182 del 5 marzo 1994)
Cass. civ. n. 1741/1993
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1741 del 11 febbraio 1993)
Cass. civ. n. 1958/1991
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1958 del 23 febbraio 1991)
Cass. civ. n. 687/1991
Il giudizio di cui all'art. 250, quarto comma, c.c., promosso dal genitore che intenda riconoscere il figlio infrasedicenne per superare l'opposizione dell'altro genitore che abbia già effettuato il riconoscimento, sebbene nella prima fase debba svolgersi, ai sensi dell'art. 38 disp. att. c.c., con rito camerale, ha natura contenziosa e si conclude con sentenza, contro la quale va proposto gravame alla corte d'appello, sezione per i minorenni, nelle forme ordinarie e nel termine di trenta giorni dalla sua notificazione, ex art. 325 c.p.c. Tale notificazione va fatta nel modo specificamente previsto dall'art. 285 c.p.c. ai fini della decorrenza del termine per l'impugnazione e, perciò, quando la parte sia presente in giudizio a mezzo di procuratore ovvero con l'assistenza di un difensore presso il quale abbia eletto domicilio, la notificazione deve essere fatta al medesimo difensore e, comunque, nel suo domicilio, applicandosi, cioè, l'art. 170 c.p.c. (ancorché non sia prevista, nel rito camerale, una vera e propria costituzione in giudizio).
Nel giudizio previsto dall'art. 250, quarto comma, c.c. - diretto ad accertare se il riconoscimento del figlio minore infrasedicenne, cui si oppone il genitore che ha già riconosciuto il minore, sia tuttavia rispondente all'interesse dello stesso minore - la considerazione degli effetti positivi, che in via normale si producono a favore del minore con il secondo riconoscimento (sia per la contemporanea presenza della figura materna e di quella paterna, sia per i diritti relativi all'educazione, istruzione e mantenimento), non può essere da sola sufficiente a giustificare l'accoglimento dell'istanza del genitore, giacché il vantaggio del minore va apprezzato non in via presuntiva, bensì in concreto, attraverso una completa valutazione dei suoi interessi, alla luce delle ragioni addotte dall'altro coniuge per negare il consenso, tenendo anche presente la necessità di evitare turbamenti e conflittualità psicologiche, pregiudizievoli all'armonioso sviluppo della personalità del minore, nonché le esigenze materiali, morali e psicologiche del minore, correlate all'età, alla sua condizione attuale e a quella in cui si verrebbe a trovare dopo il secondo riconoscimento.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 687 del 24 gennaio 1991)
Cass. civ. n. 6093/1990
Il riconoscimento di figlio naturale minore di sedici anni, già riconosciuto da un genitore, da parte del secondo genitore, ancorché condizionato all'interesse del minore, costituisce un diritto soggettivo primario della personalità espressamente riconosciuto dalla Costituzione (art. 30) e dalle leggi ad essa successive (vedi art. 1 della L. 4 maggio 1983, n. 184). Ne consegue che, perché tale diritto sia sacrificato, non è comunque sufficiente l'interesse del minore a non vedersi in qualche modo turbata la serenità della vita che conduce con il genitore che lo ha riconosciuto per primo, ma è necessaria la presenza di un fatto impeditivo di importanza proporzionata al valore del diritto sacrificato cosi che il trauma presumibilmente riportabile dal minore sarebbe così grave da pregiudicare in modo serio il suo sviluppo psicofisico.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6093 del 16 giugno 1990)
Cass. civ. n. 5575/1989
Il tribunale per i minorenni, adito, ai sensi dell'art. 250, quarto comma, c.c., dal genitore che intenda effettuare il «secondo» riconoscimento del minore infrasedicenne (al fine di superare la mancanza di consenso dell'altro genitore), non può conoscere della domanda riconvenzionale, con cui il convenuto chieda il rimborso di somme erogate per il mantenimento del figlio, considerando che tale domanda, di competenza per materia del tribunale ordinario, non resta attratta dalla competenza per materia del tribunale per i minorenni in ordine alla domanda principale, perché «eccedente» tale competenza per materia, ai sensi ed agli effetti dell'art. 36 c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5575 del 13 dicembre 1989)
Cass. civ. n. 6557/1988
Nel procedimento di cui all'art. 250 quarto comma c.c., promosso dal genitore che intenda riconoscere il figlio infrasedicenne per superare l'opposizione dell'altro genitore che abbia già effettuato il riconoscimento, la sentenza del tribunale per i minorenni è impugnabile non con reclamo alla corte d'appello, sezione per i minorenni, ma con citazione in appello ad udienza fissa davanti alla sezione medesima, la quale va notificata nei termini previsti dagli artt. 325 ss. c.p.c. ed introduce un procedimento di gravame soggetto al rito ordinario (anche per quanto riguarda i termini di comparizione), tenuto conto che le disposizioni dell'art. 38 terzo e quarto comma disp. att. c.c. prevedono il rito camerale ed il reclamo per i suoi procedimenti di volontaria giurisdizione, mentre quello suddetto ha natura contenziosa. Peraltro, nel caso di proposizione di reclamo, anziché d'appello, nonché di trattazione e definizione del procedimento di secondo grado con rito camerale, deve escludersi il verificarsi di nullità, qualora il ricorso introduttivo risulti notificato (con il decreto di fissazione dell'udienza) entro il termine d'impugnazione, sia inoltre rispettato il termine di comparizione, ovvero la sua inosservanza sia sanata dalla comparizione della controparte con l'assistenza di difensore (da considerarsi equivalente alla costituzione in giudizio), e, infine, non si deduca e dimostri una concreta lesione del diritto di difesa per effetto dell'erronea adozione del rito camerale.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6557 del 3 dicembre 1988)
Cass. civ. n. 7535/1987
Nel procedimento previsto dall'art. 250 c.c., per conseguire una pronuncia che tenga luogo del mancato consenso del genitore, che abbia già riconosciuto il figlio minore infrasedicenne, al riconoscimento da parte dell'altro genitore, l'indagine diretta a stabilire se la presumibile opportunità per il minore stesso di un ampliamento della propria sfera familiare ed affettiva, con la presenza di entrambi i genitori, debba essere in concreto esclusa, alla stregua dei suoi interessi morali e materiali, va condotta con riferimento alla situazione in atto, e, quindi, non può essere basata solo su considerazioni attinenti a comportamenti od atteggiamenti in precedenza tenuti da genitore che intenda effettuare il secondo riconoscimento.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 7535 del 12 ottobre 1987)
Cass. civ. n. 2654/1987
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2654 del 13 marzo 1987)
Cass. civ. n. 4887/1982
Il divieto per il minore infrasedicenne di riconoscere il figlio, ai sensi dell'art. 250 quinto comma c.c., non priva il minore stesso della condizione di genitore, con la conseguenza che, quando, divenuto sedicenne, provveda al riconoscimento del figlio stesso, acquista tutti i diritti sostanziali e processuali previsti dalla legge per il genitore fin dalla nascita del figlio.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 4887 del 7 settembre 1982)
relative all'articolo 250 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 250 Codice civile - Riconoscimento | Quesito Q201411365
Anne M. chiede
sabato 04/10/2014 - Toscana
“Se un figlio naturale, non riconosciuto, compare a 20 anni dalla morte del padre e chiede la sua parte della eredità, c'è una prescrizione?”
Se il de cuius, cioè il defunto che abbia lasciato un'eredità, aveva un figlio nato fuori dal matrimonio, ma che non è mai stato riconosciuto, tale presunto figlio dovrà - al fine di ottenere la sua parte di eredità - esercitare l'azione di riconoscimento giudiziale di paternità per far accertare da un giudice il suo status di figlio.
Ai sensi dell'art. 269 del c.c., la paternità e la maternità possono essere giudizialmente dichiarate nei casi in cui è ammesso il riconoscimento, e la prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo (es. analisi del DNA).
L'azione per ottenere che sia dichiarata giudizialmente la paternità o la maternità è imprescrittibile riguardo al figlio (art. 270 del c.c.). Sul tema della imprescrittibilità, è stata respinta una questione di legittimità costituzionale della norma. La Corte costituzionale ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del primo comma dell'art. 270 c.c. nella parte in cui, affermando l'imprescrittibilità dell'azione per il riconoscimento di paternità o maternità naturale proposta dal figlio, non prevede un termine decadenziale nell'ipotesi in cui, deceduto il presunto genitore, l'azione sia promossa nei confronti degli eredi di quest'ultimo (sentenza n. 11934/2002). In altre parole, il figlio può chiedere di essere riconosciuto come tale senza alcun limite di tempo, anche dopo la morte del presunto padre.
Il figlio, una volta acquisito legalmente tale status, è un legittimario nei confronti del padre (art. 536 del c.c.).
Se il genitore lascia un figlio solo, a questi è riservata la metà del patrimonio. Se i figli sono più, è loro riservata la quota dei due terzi, da dividersi in parti uguali tra tutti i figli. Se tra gli eredi c'è anche il coniuge del defunto: se c'è un solo figlio, a quest'ultimo è riservato un terzo del patrimonio ed un altro terzo spetta al coniuge; se i figli sono più di uno, ad essi è complessivamente riservata la metà del patrimonio e al coniuge spetta un quarto del patrimonio del defunto (la divisione tra tutti i figli verrà effettuata in parti uguali).
E' tuttavia prescrittibile l'azione di riduzione avverso le liberalità lesive della porzione legittima (art. 553 del c.c.), cioè quel rimedio concreto che ha il legittimario per ottenere la sua porzione ereditaria, materialmente.
In assenza di una espressa previsione legislativa, si reputa applicabile all'azione di riduzione il termine ordinario decennale. Il dies a quo di decorrenza del termine ha costituito un problema annoso, che la giurisprudenza ha affrontato in molteplici occasioni e con diversi esiti, sino alla pronuncia a Sezioni Unite della Corte di cassazione, la quale ha stabilito che la lesione alla quota legittima si produce soltanto quando si verifica l'acquisto ereditario in conseguenza di un atto di accettazione espressa ovvero tacita, se la lesione deriva da una disposizione testamentaria (artt. 475 e ss. c.c.), e quindi è soltanto a far tempo dalla data dell'accettazione dell'eredità che decorrerà il termine prescrizionale decennale onde promuovere l'azione di riduzione (Cass. Civ. S.U., 20644/04).
Nel caso in cui la lesione della quota di riserva sia conseguita ad una donazione, il termine decorre invece dalla data di apertura della successione.
Va però ulteriormente precisato che, ai fini del decorso della prescrizione rileva la possibilità legale di esercizio del diritto e non invece quella di fatto, perciò è generalmente ritenuto irrilevante l'eventuale impedimento di mero fatto.
La giurisprudenza e la dottrina hanno da sempre sostenuto che, nell'ipotesi in cui vi sia accertamento dello status di figlio naturale (sentenza di dichiarazione di paternità naturale) e quindi la qualità di legittimario sia attribuita successivamente alla morte del de cuius, il termine di prescrizione dovrebbe decorrere dal passaggio in giudicato di tale sentenza. Ciò, in quanto, fino a tale accertamento della filiazione, i figli si trovano nella impossibilità giuridica, e non di mero fatto, di accettare l'eredità.
Oggi, tale orientamento è stato recepito nell'art. 480 del c.c. (modificato con D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154), che prevede espressamente, in caso di accertamento giudiziale della filiazione, che il termine per l'accettazione dell'eredità decorra dal passaggio in giudicato della sentenza che accerta la filiazione stessa.
Pertanto, si deve ritenere che il presunto figlio, una volta chiesta e ottenuta la sentenza che ne accerti lo status di legittimario del de cuius, sia ancora in tempo per reclamare la sua quota di eredità.
Norma di riferimento: Articolo 250 Codice civile - Riconoscimento | Quesito Q20127154
“Mia moglie da cui ho divorziato, ha perduto la patria potestà. Sono il padre naturale e ho ottenuto dal Giudice l'affidamento esclusivo. Mia figlia è nata 25.12.2003. La madre può vedere la figlia in forma protetta 2 volte al mese per due ore alla volta. Se la bimba non volesse più vedere la mamma (l'incontro le procura disagio) potrebbe essere ascoltata dal giudice?”
Consulenza legale i 28/11/2012
L'art. 248 del c.p.c. disciplinava l'audizione dei minori degli anni quattordici, disponendo che gli stessi possano essere sentiti solo nel caso in cui la loro audizione sia resa necessaria da particolari circostanze, precisando che i minori non debbano prestare giuramento. Tuttavia, con sentenza n. 139 dell'11 giugno 1975 la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità della predetta norma.
La recente legge 54/2006 ha introdotto nel codice l'art. 155 sexies del c.c., il quale disciplina le ipotesi in cui il giudice dispone l'audizione del figlio minore che abbia compiuto i dodici anni e anche di età inferiore ove capace di discernimento.
Pertanto, sarà il giudice a dover valutare nella fattispecie specifica l'opportunità di sentire la minore, avuto riguardo prima d'ogni cosa al suo interesse.

References: Articolo 250

Articolo 250
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 art. 45
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Cass. 
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 art. 250

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 art. 325
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Cass. 
 art. 1
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 Articolo 250
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 Articolo 250
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