Source: https://francescosecli.com/2016/07/18/buoni-pasto-per-linvalido/
Timestamp: 2018-09-21 04:31:24+00:00

Document:
Buoni pasto per l’invalido – FRANCESCO SECLÌ
Il valore dei buoni pasto attribuiti al lavoratore non costituisce un elemento integrativo della retribuzione, ma una agevolazione di carattere assistenziale che, nell’ambito dell’organizzazione dell’ambiente di lavoro, è diretta a conciliare le esigenze di servizio con le esigenze quotidiane del dipendente, al fine di garantire allo stesso il benessere fisico necessario per proseguire l’attività lavorativa; ciò comporta di per sé la tutela della salute del lavoratore stesso e a maggior ragione della sua disabilità. Pertanto il datore di lavoro è tenuto a prendere in considerazione le esigenze dei dipendenti la cui situazione di disabilità possa impedire la concreta fruibilità dei buoni pasto. Ne consegue che l’azienda o la pubblica amministrazione (se si tratta di dipendente pubblico) deve fornire ai lavoratori disabili, che ne sono beneficiari in base alla contrattazione di settore, dei buoni pasto che risultino per i destinatari materialmente fruibili in relazione alla loro condizione di disabilità, potendo essere in caso contrario tenute a risarcire i danni conseguenti
Proprio i principi giurisprudenziali richiamati dalla corte di merito circa la natura assistenziale e non retributiva dei buoni pasto rendono fondata la domanda del dipendente, il quale si è trovato, nel concreto, impossibilitato a godere di quei vantaggi psico-fisici cui fa riferimento la Suprema Corte, a motivo del proprio disagio
primo giudice ha esattamente affermato che i buoni pasto non hanno natura retributiva, ma hanno carattere assistenziale;
1.- Con l’unico motivo di ricorso sidenunciano: a) in relazione all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione delle seguenti disposizioni (indicate specificamente nel corpo del motivo): 1) artt. 4, 5 dell’Accordo sindacale sottoscritto il 30 aprile 1996 – poi integrato dall’accordo sindacale del 12 dicembre 1996 – di attuazione per il personale del “Comparto Ministeri” dell’art. 2, comma 11, della legge 28 dicembre 1995, n. 550, che aveva previsto la corresponsione dei buoni pasto al personale civile dei Ministeri; 2) art. 19 (orario di lavoro) del CCNL 6 maggio 1995 Compatto Ministeri; 3) artt. 98 e 99 del CCNL relativo al personale del Comparto delle Agenzie fiscali per il quadriennio normativo 2002 – 2005 e biennio economico 2002 – 2003; 4) ogni altra norma di principio In materia di interpretazione delle disposizioni collettive di diritto comune e dei contratti in genere; b) in relazione all’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Dopo il rilievo secondo cui la datrice di lavoro, Agenzia delle Entrate, non ha mai contestato la sussistenza in capo al ricorrente delle condizioni contrattualmente previste per l’attribuzione dei buoni pasto, si sottolinea che – come ha rilevato anche la Cotte d’appello, senza però dare seguito atale rilievo – fin dal primo grado del giudizio la pretesa azionata è stata quella relativa ad ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali subiti a causa della avvenuta erogazione, da parte della Amministrazione datrice di lavoro, di buoni pasto che per il D.S. non erano in concreto fruibili.
II – Esame dellecensure.
È, altresì, pacifico che, in sede di legittimità, occorre tenere distinta l’ipotesi in cui venga lamentato l’omesso esame di una domanda da quella in cui si censuril’interpretazione data alla domanda stessa, ritenendosi in essa compresi, o esclusi, alcuni aspetti della controversia in base ad una considerazione non condivisa dalla parte: mentre nel primo caso si verte propriamente in tema di violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e la Corte di cassazione ha il potere-dovere di procedere all’esame diretto degli atti onde acquisire gli elementi di giudizio necessari ai fini della pronuncia richiestale, nell’altro caso, invece, poiché l’interpretazione della domanda e l’individuazione della sua ampiezza e del suo contenuto integrano un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito, alla Corte è devoluto soltanto il compito di effettuare il controllo della correttezza della motivazione che sorregge sul punto la decisione impugnata (Cass. 6 maggio 2015, n. 9011; Cass. 2 novembre 2005, n. 21208; Cass. 27 luglio 2010, n. 17547; Cass. 26 aprile 2001, n. 6066; Cass. 9 giugno 2003, n. 9202; Cass. 20 agosto 2003, n. 12255; Cass. 22 gennaio 2004, n. 1079; Cass. 14 marzo 2006, n. 5491; Cass. 26 giugno 2007, n. 14751; Cass. 30 giugno 1986, n. 6367).
Ebbene, dalla lettura complessiva della sentenza impugnata, emerge conchiarezza la fondatezza di tale censura, in quanto il ragionamento della Corte di merito relativo alla interpretazione della domanda proposta e all’individuazione della sua ampiezza e del suo contenuto appare contraddittorio e risulta basato su una incompleta lettura del ricorso introduttivo del giudizio, riprodotto nel presente ricorso per cassazione.
È altresì del tutto pacifico tra le parti – e risulta confermato sia nel presente ricorso sia nel controricorso – che il lavoratore, nel ricorso introduttivo del giudizio, non ha negato che l’Amministrazione gli abbia fornito i buoni pasto, ma ha sostenuto che tale corresponsione sia avvenuta con modalità tali da non consentirgli in concreto di potere utilizzare i buoni pasto stessi, inconsiderazione alla propria condizione di non vedente, per la quale ha oggettive difficoltà di deambulazione, che ne limitano la capacità di spostamento.
In particolare, il D.S. ha precisato che: 1) i buoni pasto in oggetto, corrisposti dopo l’abolizione del servizio mensa gratuito assicurato da una struttura di ristoro collocata all’interno della sede dell’Ufficio, non erano accettati dalla mensa che si trovava all’interno dell’azienda; 2) neppure erano fruibili in esercizi commerciali situati nelle vicinanze della sede aziendale o comunque raggiungibili da parte del ricorrente, dato il suo handicap; 3) di avere rappresentato inutilmente alla Agenzia tale situazione; 4) di aver provveduto a restituire alla Agenzia i buoni pasto ricevuti proprio perché non fruibili; 5) di essere stato costretto a consumare i pasti in un esercizio prossimo all’ufficio che era per lui l’unico raggiungibile, date le sue condizioni; 6) tale esercizio, però, non accettava i buoni pasto fornitigli; 7) di aver chiesto reiteratamente all’Amministrazione il rimborso di quanto era stato costretto a spendere per i suddetti pasti (pari a Euro 4,65 per ciascun pasto); 8) di avere instaurato il presente giudizio, non avendo ricevuto tale rimborso, al fine di ottenere, in via giudiziale, una somma corrispondente a quanto speso per i suddetti pasti e, in via subordinata, ilrisarcimento dei danni patiti in conseguenza del suddetto comportamento della datrice di lavoro.
2.5.- La Corte territoriale – pur avendo riferito, nello “svolgimento del fatto” della sentenza impugnata, che l’appello proposto dal lavoratore censurava, in via principale, la mancata considerazione, da parte del Giudice di primo grado, dell’aspetto centrale delle doglianze, rappresentato dalla rilevata materiale non spendibilità da parte del D.S. dei buoni pasto forniti dalla Amministrazione – al pari del primo giudice, non ha esaminato tale censura ed harespinto l’appello sul principale assunto secondo cui: i buoni pasto non possono essere liquidati per equivalente, come integrazioni retributive in denaro, non rientrando nel sinallagma contrattuale del rapporto di lavoro in oggetto.
2.6.- Peraltro nelle due sentenze richiamate – e anche nella sentenza della Corte salernitana qui esaminata – è stato anche ribadito il fermoindirizzo di questa Corte secondo cui il valore dei pasti o il c.d. buono pasto, salva diversa disposizione, non è un elemento della retribuzione concretandosi lo stesso in una agevolazione di carattere assistenziale collegata al rapporto di lavoro da un nesso meramente occasionale (Cass. 1 dicembre 1998, n. 12168; Cass. 17 luglio 2003, n. 11212; Cass. 1 luglio 2005, n. 14047; Cass. 21 luglio 2008, n. 20087; Cass. 8 agosto 2012, n. 14290; Cass. 6 luglio 2015, n. 13841).
La garanzia del benessere fisico del lavoratore comporta di per sé la tutela della salute del lavoratore stesso e a maggior ragione della suadisabilità, tanto più in considerazione del carattere sostanzialmente assistenziale della relativa prestazione.
Ebbene, in ambito Europeo, la disciplina dell’organizzazione dell’orario di lavoro – anche sulla base dei Trattati – è sempre stata collegata alla promozione del miglioramento dell’ambiente di lavoro, nel sensodi garantire un più elevato livello di protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori (vedi, per tutti: direttive 93/104/CE e 2000/34/CE, cui è stata data attuazione con il d.lgs. 8 aprile 2003, n. 66; Carta dei diritti fondamentali UE, art. 31).
È del tutto evidente che, in questo contesto, l’Amministrazione datrice di lavorodebba tenere, a maggior ragione, in considerazione la situazione di disabilità dei lavoratori che possa impedire la fruibilità dei buoni pasto.
In tal modo non si è tenuto conto neppure dell’art. 7 del d.lgs. n. 165 del 2001, secondo cui: a) nella versione vigente all’epoca dei fatti: nell’applicazione degli istituti previsti dalla disciplina relativa all’orario di lavoro, vanno favoriti i dipendenti che si trovino in particolari situazioni di svantaggio personale, sociale e familiare (comma 3); b) nel testo risultante dalle modifiche di cui alla legge n. 183 del 2010: “le pubbliche amministrazioni garantiscono… l’assenza di ogni forma di discriminazione, diretta e indiretta, relativa…. alla disabilità…. nel trattamento e nelle condizioni di lavoro….. e garantiscono altresìun ambiente di lavoro improntato al benessere organizzativo” (comma 1).
Del resto, anche il CCNL relativo al personale del Compatto delle Agenzie fiscali 20022005 cit., richiama espressamente la necessità di disciplinare, nell’ambito della contrattazione integrativa, fra l’altro: “le misure necessarie per facilitare il lavoro dei dipendenti disabili, secondo quanto previsto a livello nazionale di Agenzia” (art. 4, che sostanzialmente replica l’art. 5, comma 5, lettera c del CCNL 6 maggio 1995 Comparto Ministeri) e si occupa della tutela dei dipendenti portatori di handicap (sia pure a fini che qui non interessano specificamente, vedi art. 57). Inoltre, l’art. 1, comma 2, del CCNL dell’Agenzia delle Entrate, 2002-2005, stabilisce che: “il CCNL regola le materie demandate al livello di contrattazione integrativa dalcontratto collettivo nazionale di lavoro del comparto Agenzie fiscali 2002-2005, di seguito indicato come CCNL, le cui disposizioni si intendono, comunque, integralmente richiamate”.
Con sentenza della Corte di giustizia UE del 4 luglio 2013, causa C 312/11, il nostro Stato è stato condannato per non corretta e completa trasposizione del citato art. 5 della direttiva, avendo la CGUE ritenuto che legislazione nazionale, anche se valutata nel suo complesso, “non impone all’insieme dei datori di lavoro l’obbligo di adottare, ove ve ne sia necessità, provvedimenti efficaci e pratici, in funzione delle esigenze delle situazioni concrete, a favore di tuttii disabili, che riguardino i diversi aspetti dell’occupazione e delle condizioni di lavoro, al fine di consentire a tali persone di accedere ad un lavoro, di svolgerlo, di avere una promozione o di ricevere una formazione”.
Conseguentemente, con il D.L. n. 76 del 2013, convertito dalla L. n. 99 del2013, al D.Lgs. n. 216 del 2003, art. 3 è stato aggiunto il comma 3 bis, secondo cui: “Al fine di garantire il rispetto del principio della parità di trattamento delle persone con disabilità, i datori di lavoro pubblici e privati sono tenuti ad adottare accomodamenti ragionevoli, come definiti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata ai sensi della L. 3 marzo 2009, n. 18, nei luoghi di lavoro, per garantire alle persone con disabilità la piena eguaglianza con gli altri lavoratori. I datori di lavoro pubblici devono provvedere all’attuazione del presente comma senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente”.
È pertanto evidente che, ai fini della valutazione della domanda del D.S. e del comportamento dell’Agenzia delle Entrate che ne è alla base, non si possa non dare rilievo sia alla Convenzione ONU regolarmente ratificata, sia alla direttiva 2000/78/CE (recepita dal nostro Paese), sia alla citata sentenza di condanna della CGUE, tanto più che il medesimo risultato è già ottenibile in base ad una interpretazione della normativa applicabile costituzionalmente orientata all’art. 3 Cost., che è finalizzato ad assicurare alle categorie a rischio discriminazione – solo esemplificativamente indicate nelcomma 1 – “uno statuto effettivo di pari opportunità di inserimento sociale, economico e politico” (vedi, per tutte: Corte cost. sentenza n. 109 del 1993 nonché Cass. 6 aprile 2011, n. 7889 e Cass. 9 luglio 2015, n. 14348).
L’attribuzione dei buoni pasto, secondo giurisprudenza consolidata di questa Corte, rappresenta una agevolazione di carattere assistenziale che, nell’ambito dell’organizzazione dell’ambiente di lavoro, è diretta a conciliare le esigenze del servizio con le esigenze quotidiane del dipendente, offrendogli – laddove non sia previsto un servizio mensa – la fruizione del pasto – i cui costi del lavoro pubblico contrattualizzato vengono assunti dall’Amministrazione di appartenenza –al fine di garantire allo stesso il benessere fisico necessario per la proseguire l’attività lavorativa, il cui orario giornaliero corrisponda a quello contrattualmente previsto per la fruizione del beneficio. La garanzia del benessere fisico del lavoratore comporta di per sé la tutela della salute del lavoratore stesso e a maggior ragione della sua disabilità, tanto più in considerazione del carattere sostanzialmente assistenziale della relativa prestazione. Pertanto, l’Amministrazione datrice di lavoro è tenuta a prendere in considerazione le esigenze dei dipendenti la cui situazione di disabilità possa impedire la concreta fruibilità dei buoni pasto corrisposti dalla Amministrazione stessa. Ne consegue che, in base ad una interpretazione costituzionalmente orientata agli artt. 3 e 32 Cost. e rispettosa dei principi affermati nella sentenza della Corte di giustizia UE del 4 luglio 2013, causa C 312/11 – e nelle coeve sentenze FIK Danmark, 11 aprile 2013, C-335/11 e C-337/11; Z., 18 marzo 2014, C-363/12 – l’art. 4 dell’Accordo di concessione dei buoni pasto – Comparto Ministeri del 30 aprile 1996 – e la contrattazione di settore che lo copia nonché la normativa connessa – devono essere interpretati nel senso che le Amministrazioni datrici di lavoro devono fornire ai lavoratori disabili, che ne sono beneficiari in base allacontrattazione di settore, dei buoni pasto che risultino, per i destinatari, materialmente fruibili in relazione alla loro condizione di disabilità, potendo essere, in caso, contrario tenute, se ritualmente richieste, a risarcire i conseguenti danni.
FONTE: http://bit.ly/29HqOPN
Contrassegnato da tag 2016, BUONI PASTO, INVALIDI
Previous postIndennità di paternità per gli autonomi: le istruzioni operative
Next postAssegni al nucleo familiare: quando e in che misura spettano
Un pensiero riguardo “Buoni pasto per l’invalido”
18 luglio 2016 alle 9:55

References: art. 19
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 31
 art. 57
 sentenza 
 art. 5
 CGUE 
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza