Source: http://www.giancarlomarocchino.com/2011/06/20/ufficio-giudice-indagini-preliminari-presso-il-tribunale-penale-di-roma/
Timestamp: 2020-08-12 04:17:07+00:00

Document:
UFFICIO GIUDICE INDAGINI PRELIMINARI PRESSO IL TRIBUNALE PENALE DI ROMA | Giancarlo Marocchino
Il sottoscritto Avv. Stefano Menicacci, nella qualità di difensore unico del sig. GIANCARLO MAROCCHINO nato a Borgosesia nel 1942 e attualmente residente in Roma, preso atto della richiesta di archiviazione del procedimento penale specificato in epigrafe, ad istanza del PM drl Giancarlo Amato, promosso su querela e denuncia del proprio assistito il 10/12/2007, propone formale
all’accoglimento della predetta richiesta per le seguenti ragioni di fatto e di diritto.
Duole innanzitutto aver dovuto rilevare che la richiesta di archiviazione del dr. Amato interviene a distanza di tre anni e mezzo dal deposito della denuncia/querela rimasta praticamente “parcheggiata”, senza che sia intervenuta, nelle more, alcuna concreata iniziativa istruttoria, pur riguardando una vexata quaestio, che aveva impegnato, per quasi tre lustri, ben sette Procure della Repubblica di altrettanti Tribunali penali italiani, ben cinque Commissioni Parlamentari di inchiesta e per quattro gradi di giudizio la Corte di Assise di Roma, per il processo contro il somalo Hashi, tutte impegnate nella ricerca delle cause e delle circostanze del duplice assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin verificatosi a Mogadiscio (Somalia) il 20/3/1994.
Nessun fatto istruttorio è intervenuto, fatta eccezione per la sola acquisizione della sola RELAZIONE FINALE approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, costituita nell’anno 2003, in data 23/2/2006, della quale peraltro il querelante aveva già prodotto unitamente alla sua denuncia gli estratti essenziali.
Non è stato nemmeno tenuto conto di numerose altre archiviazioni verificatesi dopo il deposito della denuncia predetta, le quali hanno tutte confermato la assoluta falsità e la calunniosa costruzione del ricordato teorema omicidiario, secondo il quale i due italiani erano stati uccisi perché indagavano o sapevano di fatti di malacooperazione o di traffici illeciti di armi e di rifiuti tossico nucleari dall’Italia alla Somalia.
Al riguardo ci riferiamo alle ulteriori archiviazioni (anni 2009/2011) per le false storie sullo spiaggiamento della motonave “Jolly Rosso”, sull’affondamento della nave Rigel verificatosi nel 1987, su quelle a carico dell’ENEA di Rotondella, nonché su quelle per l’autoaffondamento delle cosiddette “navi a perdere”, nonché per l’ulteriore archiviazione sulle iniziative dell’ing. Giorgio Comerio: un fallimento istruttorio generalizzato, che ha interessato le Procure di Reggio Calabria, di Potenza, di Catanzaro e di Paola, e che ha definitivamente evidenziato la non rilevanza penale degli accadimenti e la totale falsità del predetto teorema omicidiario.
Mentre le predette Procure hanno concluso le loro investigazioni con un impegno encomiabile, la inerzia assoluta della Procura di Roma ha sostanzialmente favorito, così come si era verificato per analoghe denunce precedenti, quasi tutte destinate all’archivio, la prosecuzione della mistificazione e la vergognosa semina di veleni, da parte della bene individuale “Centrale giornalistica di depistaggio mediatico”, impegnata ad affermare il falso sul vero, così come ha inopinatamente accertato la citata Commissione parlamentare di inchiesta Alpi (pag. 673 della Relazione Finale).
Per converso, a fronte della predetta assoluta disattenzione delle circostanziate denunce formulate dal sig. Marocchino, si è costretti ad assistere ad un vero capovolgimento di impegno istruttorio, in quanto il Magistrato inquirente impegna ben tre delle quattro pagine e mezzo da lui scritte, a formulare gravi riferimenti critici a carico del medesimo, quasi che dovesse rispondere di essere lui il mandante dell’omicidio o un intermediario tra i mandanti e gli esecutori.
Rimaniamo sbalorditi! Particolarmente per la serie di forzature enunciate, in quanto si ignorano i citati risultati delle tante istruttorie esperite sul caso, che non solo evidenziano la estraneità del Marocchino da ogni fatto di rilevanza penale, ma ne esaltano il contributo dato per la ricerca della verità.
Il dr. Amato ha ritenuto “indispensabile” articolare una “adeguata premessa inerente il contesto nel quale la vicenda deve essere inquadrata”, e a tal fine crede di poter evidenziare un ruolo del Marocchino tale da apparire equivoco e quindi da indurre al sospetto.
Quando mai! Vediamo in particolare:
I) Si scrive che il Marocchino fu tra i primi ad intervenire sul luogo del delitto pochi minuti dopo la sua consumazione
Cosa si vuole insinuare? E’ stato provato in mille modi che l’operatore italiano era uscito da casa sua, che si trovava a Mogadiscio nord, il giorno del delitto, alle ore 7 di mattino assieme ad una ventina di operai, con più macchine, per recarsi nel compound, posto sotto la protezione delle truppe americane presso l’aeroporto, che si trova a Mogadiscio sud, per costruire alloggi in favore dei dipendenti dell’Ambasciata d’Italia in Somalia, che, abbandonando la sede ufficiale si erano posti sotto la protezione delle truppe predette, lavorando quindi per conto del Ministero degli Esteri d’Italia, e quindi dell’Ambasciatore italiano.
Terminato il lavoro, verso le ore 15.00 egli e i suoi uomini sono tornati a Mogadiscio nord, ove abitavano, lungo Corso della Repubblica. Giunti all’angolo con Via Treves, che era il luogo dell’eccidio, egli fu fermato dal gestore dell’Hotel Amana che era di ritorno dal Porto Vecchio ove vanamente era corso a chiedere soccorso da parte delle truppe pachistane.
Fu questo somalo che, conoscendono, lo invitò a deviare per via Treves per soccorrere i due feriti. Si trattò quindi di una sopravvenienza meramente occasionale, già confermata da esplicite e reiterate indagini in sede giudiziaria e presso le Commissioni parlamentari.
II) Scrive il PM: “Giancarlo Marocchino intervenne insieme alla scorta dei vigilanti armati che lo accompagnava abitualmente”.
Il PM omette di considerare più cose:
– che Marocchino era insieme anche ai suoi 20 operai a bordo di più auto;
– che la scorta armata gli era stata imposta e comunque autorizzata documentalmente (egli ha prodotto le carte alla Commissione parlamentare Alpi-Hrovatin con tanto di nominativi e persino con le matricole delle armi) dal Comando americano dell’UNOSOM e dai Comandi del corpo militare italiano presente in Somalia;
– che tale scorta era stata ritenuta indispensabile per consentire al Marocchino di proteggere i beni umanitari che egli, sempre per contratto con la Cooperazione Italiana allo Sviluppo in Somalia, aveva assunto l’onere di distribuire alla popolazione (beni alimentari e farmaceutici);
– che tale scorta era ben nota al Ministero degli Esteri in Italia, tanto è vero che questo Ministero si rivolse a Marocchino per assicurare la protezione dei giornalisti italiani, presenti numerosi in quel paese anche durante la guerra civile (tra questi c’era anche Ilaria Alpi), nonché – addirittura nell’anno 1997, per proteggere i parlamentari italiani, membri della “Commissione di inchiesta sulla cooperazione ai paesi in via di sviluppo”, che si recarono a Mogadiscio per indagare specificatamente anche sul caso Alpi-Hrovatin.
Tutte circostanze, peraltro, evidenziate dalla citata Relazione finale della Commissione Parlamentare Alpi-Hrovatin, ma ignorate evidentemente dal sig. PM, che riferisce della scorta armata in modo che va considerato capzioso.
III) aggiunge il PM: “Giancarlo Marocchino è stato fermato sul luogo del delitto recando tra le mani una agenda o un piccolo oggetto (registratore o macchina fotografica) appartenente a Ilaria Alpi, a conferma che il querelante ha avuto modo di disporre, almeno in quei primi attimi, di alcuni effetti personali appartenenti alla richiamate giornalista”
Nell’atto in cui il Marocchino dispose per il trasferimento dei due corpi nella sua automobile per un tentativo disperato di salvataggio (la Alpi non era ancora morta) e quindi costretto ad abbandonare la auto Toyota, in cui gli stessi erano rimasti colpiti, data anche la presenza di una enorme folla di somali sopraggiunti, ritenne di prendere i due oggetti che consegnò immediatamente ai giornalisti Giovanni Porzio e Gabriella Simone, i quali, essendo ospiti a casa sua (distanti circa 2 km dal luogo del delitto) e avvertiti via radio dal loro ospite, erano subito accorsi. Tutto ciò è stato acclarato testimonialmente.
Tali oggetti, come pure i bagagli della Alpi e di Hrovatin furono prelevati dai predetti presso l’hotel Sahfi ove i due uccisi avevano alloggiato, furono poi subito consegnati alle autorità militari e quindi all’autorità giudiziaria.
E’ vero che la citata “Centrale giornalistica di depistaggio mediatico” avviò una campagna stampa scrivendo che la macchina fotografica era sparita, per cui nacque l’accusa che l’oggetto era stato sottratto dallo “accusato di turno”! Ma al riguardo invitiamo il dr. Amato a leggere la Relazione Finale della Commissione Alpi laddove la stessa riferisce (pag. 673 della Relazione) di aver disposto la perquisizione proprio in casa della famiglia Alpi, rinvenendo proprio la macchina fotografica già consegnata dal Porzio e dalla Simoni.
Ci aspettavano una seria critica al riguardo nei confronti della famiglia Alpi, che mai contestò quella falsa sparizione, piuttosto che dar credito ad una accusa frutto di pura e spudoratamente invenzione!
Come considerare “a contrario” proprio il comportamento della famiglia Alpi che avallò questa menzogna?
Ci si trova, pertanto, di fronte ad una serie di riferimenti che servono al sig. Pubblico Ministero per una sua conclusione: “E’ vero che Marocchino non è stato mai iscritto nel registro degli indagati (bontà sua!) presso alcuna Procura della Repubblica, quale esecutore o mandante dell’omicidio Alpi-Hrovatin, ma “è altrettanto vero il fatto di sospetti circa un qualche suo ruolo (anche di primo piano) nella vicenda, a più riprese (e da più parti) avanzati”.
Ci sia permesso di dire: cose dell’altro mondo!
Notiamo al riguardo:
I) chi sono queste “molteplici parti” che hanno formulato i sospetti? Sono niente altro che quel gruppo di diffamatori e calunniatori già chiaramente individuati e indicati dalla Commissione parlamentare Alpi-Hrovatin, in particolare con il capitolo intitolato “La Centrale giornalistica di depistaggio mediatico”, di cui da pag. 670 a pag. 675 della Relazione Finale. Capitolo che il dr. Amato si guarda bene dall’enunciare.
Diffamatori e calunniatori di cui il Presidente della Commissione, lo stesso giorno dell’approvazione della Relazione – 23/2/2006 – ha indicato per nome e cognome e per testata giornalistica, per come documentato dalla denuncia/querela di Giancarlo Marocchino (in particolare i giornalisti di Famiglia Cristiana e de L’Espresso; ai quali la stessa relazione dedica più pagine (da pag. 619 a pag. 623) accusandoli in modo specifico di aver sfruttato vari affabulatori, tutti accertati calunniatori, proprio allo scopo di far prevalere il falso sul vero, costruendo una filiera di mistificazioni che non hanno precedenti nella storia della Repubblica Italiana (vedi pag. 675).
II) Come pure nessuna parola è spesa dal PM per commentare criticamente le valutazioni della Corte di Assise di Appello di Roma nel processo Hashi, prodotta dal Marocchino, datata 26/6/2002, la quale ha escluso in modo tassativo qualsiasi prova circa la esistenza di mandanti e di premeditazione per il delitto, come pure di traffici illeciti di armi e di rifiuti in Somalia (il dr. Amato induce a rifarsi invece alla sentenza della Corte di Appello che condannò all’ergastolo il somalo Hashi, poi totalmente cassata sul punto dalla Suprema Corte e sbugiardata dalla Corte di Appello in sede di rinvio del 26/2/2002).
III) Nè alcun commento viene fatto in relazione ai risultati conseguiti dalle 7 Procure della Repubblica che hanno indagato sul traffico di armi e di rifiuti (Torre Annunziata, Asti, Milano, Roma, Reggio Calabria, Paola e Potenza), nonché sulle conclusioni delle 4 Commissioni parlamentari di inchiesta che indagarono nel corso della XIII e XIV Legislatura, proprio sui temi della malacooperazione e dei traffici di armi e di rifiuti, e meno che mai per quanto riguarda le motivatissime conclusioni della Commissione parlamentare Alpi-Hrovatin, secondo la quale il duplice omicidio fu un “mero atto banditesco contra intertam personam” a fronte di un deserto probatorio totale, circa la valenza del ricordato teorema omicidiario (da pag. 674 a pag. 670), laddove letteralmente si scrive: “il traffico di armi e il traffico di rifiuti tossico e/o radioattivi e la malacooperazione, non possono costituire, non solo sul piano strettamente probatorio, ma nemmeno su quello delle illazioni o della congettura, fonte di consapevolezza causativa della uccisione dei due operatori dell’informazione, in quanto portatori del pericolo della divulgazione”, per concludere: “Deserto probatorio assoluto per quanto concerne e il traffico dei rifiuti e il traffico di armi”, nonché: “deserto probatorio assoluto sulle causali da cui far provenire la consapevolezza di fatti e di circostanze”.
IV) E peraltro c’è dato motivo di riscontrare “a contrario” che il PM Amato ignora la vera opera e il reale comportamento di Giancarlo Marocchino sia in ambito professionale, che come stima e affidabilità in generale. Hanno deposto su di lui il generale Bruno Loi, il generale Carmine Fiore, molti altri ufficiali dei contingenti militari, vari imprenditori italiani ed alti esponenti della politica e della imprenditoria somala, elogiando il contributo che questo connazionale ha offerto, a rischio della propria vita, date le eccezionali gravissime condizioni della Somalia, ritenendolo degno della massima “riconoscenza”. Elogio formulato anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta Alpi che gli attesta un valido contributo nella ricerca della verità;
V) Non basta! Proprio per seminare gravissimi sospetti del tutto speciosi, il dr. Amato si vede costretto ad addebitare al Marocchino un fatto di indubbia importanza: scrive che “secondo informazioni acquisite dalla A.G. romana nel tempo si è adombrato che la Alpi e il operatore si sarebbero addirittura incontrati con il Marocchino poco prima di essere uccisi presso la di lui abitazione (in effetti posta a breve distanza dal luogo del duplice omicidio)”. E’ un’affermazione del tutto falsa e decisamente smentita da reiterate inchieste in merito che il PM omette di enunciare. A parte il fatto che l’abitazione del Marocchino era distante circa 2 km dal luogo dell’eccidio, il PM avrebbe dovuto precisare da chi proviene questa menzogna. Lo diciamo noi: solo da un rapporto di un ufficiale somalo della polizia presente nella Mogadiscio Sud, mai venuto nella Mogadiscio Nord (al di là della famosa linea verde di separazione tra le due etnie in lotta tra di loro), tale colonnello Shermarke, redatta ben sei mesi dopo l’assassinio e senza che il medesimo, per come poi dirà alla autorità giudiziaria, avesse mai svolto indagini.
Tale rapporto fu già valutato come menzognero dalla Corte di Assise di Appello di Roma nel processo contro il somalo Hashi per come da atto la sentenza del 26/6/2002.
E decisamente falso è stato valutato dalla Commissione parlamentare Alpi che ne da atto, da pag. 486 a pag. 492, della sua Relazione Finale.
Pieno di “evidenti inesattezze o meglio falsità”, così è scritto, peraltro ispirate da ambienti italiani, con evidenti fini di depistaggio e motivazioni politiche.
Come può il PM Amato avvalorare, se non capziosamente, tali inesattezze e tali accertate falsità? E’ evidente il suo intento di demonizzare il querelante. Siamo indotti a credere che ciò avvenga per lo scopo di dare una giustificazione al protrarsi delle indagini, ad oggi apparentemente del tutto inconcludenti ancora in corso sul duplice omicidio.
VI) Non basta, seguono altre “voci”, altre “dicerie”, tutte della stessa origine, contro le quali una volta per tutte il Marocchino chiede che sia fatta chiarezza e non che le stesse siano coperte omertosamente e rimanendo impunite.
Il Dr. Amato aggiunge: molti dubbi (sic!) sono sorti in ordine al coinvolgimento del Marocchino in illeciti commerci di armi e rifiuti tossici. Il Marocchino è incensurato in merito e nessuno si è peritato di contestargli questi illeciti. Lo conferma anche il fatto, e ci è fonte di amarezza rilevarlo, che egli vive in assoluta povertà potendosi giovare per ragioni di età solo della miserrima pensione di 485,00 euro al mese.
VII) Ma il PM insiste sempre rifacendosi soltanto a “voci”, e sempre omettendo di indicarne l’origine o di specificare le circostanze. Voci che, scrive “magari possono essere fondate su notizie, fatti o circostanze frammentarie” e a tal riguardo cita ad esempio una frase del generale Rajola, comandante del SISMI in Somalia, il quale avrebbe affermato in relazione a ipotesi di traffico di armi di “non potere dire nè di si, né di no in ordine al traffico di armi”.
La dichiarazione del generale Rajola, preposto al servizio informazioni è di tutta valenza a favore del Marocchino, proprio perché dimostra che egli nulla di concreto in servizio era venuto a conoscere nei riguardi dell’italiano sotto il profilo del traffico di armi.
Si omette però di dire quanto di più specifico a difesa dell’ottimo comportamento di Marocchino, il predetto ufficiale ha riferito e dinanzi alla Commissione parlamentare Alpi e dinanzi alla Autorità Giudiziaria.
VIII) C’è un’aggiunta ulteriore di contenuto equivoco: “controversi gli eventuali rapporti del Marocchino con funzionari del Sismi operanti in Italia nel 1994 e anni precedenti”. Controversi in che modo? Appare evidente il tentativo di coinvolgere nelle ipotesi accusatorie proprio i Servizi Segreti, oggetto di ricorrenti attacchi polemici da parte della solita Centrale di depistaggio. Anche su questo punto le Commissioni parlamentari e le Procure interessate all’inchiesta hanno accertato che il rapporto si limitò alla semplice fornitura dal Marocchino ai due unici addetti al SISMI in Somalia di olio e delle lampadine per la loro unica scassata camionetta. Con tanto di fatture prodotte dal fornitore, regolarmente onorate e prodotte alla Commissione parlamentare di inchiesta.
Non altro, neppure un contributo informativo che quegli addetti hanno sempre escluso.
Le parole “controversi rapporti” ci appaiono del tutto pretestuose.
IX) Tutto ciò per giungere alla conclusione del preambolo e cioè che Marocchino si è affidato alle valutazioni e alle conclusioni della richiamata Relazione Parlamentare “per evidenti motivi di interesse personale”, omettendo di ricordare che i lavori della Commissione parlamentare si conclusero con l’approvazione di “ben due ulteriori relazioni di minoranza dalle conclusioni ben diverse”.
Il PM non tiene conto che la Relazione parlamentare di maggioranza con le sue valutazioni proprio in materia di traffici illeciti e di causali del duplice omicidio coincide esattamente con le conclusioni, già ricordate, delle 7 Procure della Repubblica che indagarono su tali traffici e su tali causali, nonché delle 4 Commissioni Parlamentari di inchiesta sulla cooperazione allo sviluppo, sulle violenze dei militari italiani in Somalia, sui traffici e il ciclo dei rifiuti e attività illecite allo stesso connesse, nonché della Commissione, la quinta, che ebbe per oggetto proprio l’inchiesta relativa al duplice omicidio.
Non basta! Le conclusioni della Relazione dell’omicidio Alpi coincidono esattamene con quelle espresse nella sentenza della Corte di Assise di Appello di Roma del 26/6/2002, che il dr. Amato sostanzialmente ignora. Trattasi del frutto di un lavoro investigativo enorme, a tutto campo, con centinaia di audizioni testimoniali di italiani e di somali, con accertamenti diretti, con perizie balistiche e medico-legali. Cosa si va cercando ancora?
1) A proposito delle due perizie di minoranza, così care al dr. Amato, va rilevato che:
Che una ha la sola firma dell’On.le Bulgarelli, eletto, guarda caso, nella circoscrizione di Riccione, ove ogni anno la Centrale di depistaggio giornalistico mediatico collabora per la organizzazione del Premio Giornalistico Ilaria Alpi, e quindi è mosso da indubbi intenti elettoralistici personali. Quel Bulgarelli, (che assieme al giornalista Luciano Scalettari, accusato dalla Commissione parlamentare di inchiesta Alpi di “vera e propria malafede”, unitamente ai suoi colleghi Alberto Chiara e Barbara Carazzolo per come è scritto dettagliatamente da pag. 619 a pag. 623 della Relazione Finale, in quanto sfruttatori di affabulatori indotti ad avvalorare verità non dimostrabili e decisamente false), nel luglio e agosto 2005 è andato a fare un accertamento in Somalia con esperti e materiale tecnologico idoneo a rilevare la presenza di elementi ferrosi nel sottosuolo, pervenendo ad un fiasco totale, non rilevando alcunché, in centinaia di chilometri di quel territorio, compresa la famosa strada Garoe-Bosaso (sotto la quale i depistatori sostenevano che fossero stati interrati fusti, essendosi peraltro accertato che quella massicciata era profonda meno di 40 cm!). Fiasco generalizzato di cui la Relazione Finale citata da atto senza remore da pag. 341 a pag. 395.
E dato pensare sul punto che l’on.le Bulgarelli abbia redatto la sua relazione solo per dare una qualche giustificazioni al fiasco predetto e quindi per salvare la faccia.
b. Circa l’altra relazione ritenuta dal PM “ben più problematica” a prima firma dell’On.le De Blasi, va rilevato che non enuncia nulla di nuovo e nulla di più specifico in ordine all’oggetto dell’inchiesta, meno che meno su Giancarlo Marocchino. Appare, peraltro, che essa è frutto di una ben determinata area politica che si riconosce nelle testate dei giornali e settimanali indicati dalla Presidenza della Commissione quali membri apicali della ricordata Centrale giornalistica di depistaggio mediatico, a comprova degli interessi politico-ideologici informatori dell’opera di persistente mistificazione. Non solo ma proprio la sua netta contraddizione con le risultanze delle indagini già acquisite sia in sede giudiziaria che con le 5 Commissioni parlamentari, ha indotto la Camera dei Deputati della presente Legislatura, a respingere la proposta di legge di ricostituire un’analoga Commissione di Inchiesta parlamentare avanzata da alcuni deputati sulla base di questa Relazione, non considerata esaustiva e degna di considerazione.
Sicchè la Relazione con la Presidenza dell’on.le Taormina, è da considerasi definitiva e fa stato.
X) Il PM dr. Amato, invece, arriva a contestare la volontà del sig. Marocchino di ribadire l’assenza di ombre nei propri comportamenti, quasi che fosse lui sotto inchiesta e non gli individuati depistatori, rilevando che la indagine relativa al duplice delitto Alpi-Hrovatin, volta ad individuare eventuali complici o mandanti dell’unico esecutore materiale finora scoperto e condannato, il somalo Hashi, (sappiamo però che è in corso un processo di revisione di tale condanna), è ancora in corso, tanto che il PM dr. Cersosimo, il 2/12/2007, ha disposto la prosecuzione delle indagini.
Dunque, l’istruttoria è ancora aperta, quasi 20 anni da quel delitto.
Però riteniamo che andava detto che il predecessore del dr. Amato, dr. Franco Ionta, (colui che sostenne l’accusa nel processo Hashi), preposto come lui a queste indagini, ebbe già a chiedere la archiviazione definitiva delle stesse e sappiamo tutti che il dr. Ionta è stato il Magistrato più competente e più accorto al riguardo, avendo anche sostenuto l’accusa dinanzi alla Corte di Assise contro il somalo Hashi.
E oggi ci chiediamo: cosa mai è stato scoperto di nuovo da quella decisione del GIP Cersosimo datata 2/12/2007?
Cosa in particolare il dr. Amato è riuscito ad evidenziare in tre anni e più di lavoro investigativo?
Solo dalla stampa, graziosamente informata, nonchè dall’avv. De Domenico, legale della famiglia Alpi, il quale ha esibito il provvedimento del GIP Cersosimo alla Corte di Appello nel processo contro Giampiero Sepri, senza però evitarne la condanna, si è saputo che è stata effettuata una prova di comparazione tra il DNA della Alpi e le tracce di sangue rinvenute nell’auto Toyota usata dalla Alpi in quel tragico 20/3/1994, con esito negativo, così da indurre al sospetto che l’auto acquisita dalla Commissione e trasportata in Italia non sia quella autentica.
Auto questa, si badi bene, fatta trovare alla Commissione parlamentare proprio da Giancarlo Marocchino in quanto è l’unico italiano in grado di riconoscere le relazioni interpersonali tra i Somali, dando così un ulteriore serio contributo per la ricerca della verità: fatto che il dr. Amato omette di considerare.
Ma si tralascia di osservare:
– che su quella Toyota ci fu anche il sangue di Hrovatin, ucciso insieme alla Alpi;
– che ci fu anche il sangue dell’uomo di scorta, il quale, per come è stato accertato, sparò per primo dando il via al conflitto a fuoco, allorché, cercando di allontanarsi dall’auto per nascondersi dietro ad un muretto, laterante a quel punto la strada, urtò contro un montante di ferro, ferendosi seriamente alla testa (si dispone delle foto che mostrano il suo viso imbrattato di sangue);
– che la prova della identità dell’auto è confermata da molti testimoni, film e foto;
– e soprattutto che la identità effettiva dell’auto della Alpi e di quella acquisita e trasferita in Italia, è rigorosamente confermata dalle perizie balistiche espletate dalla accorta polizia scientifica, di per se insuperabili.
Appare maldestro pertanto il tentativo, portato avanti dalla Centrale giornalistica di depistaggio mediatico che l’auto periziata in Italia e tuttora a disposizione dell’A.G., sia frutto di un inganno, e quindi di una truffa.
Quali altri risultati istruttori sono stati conseguiti? Abbiamo pure il diritto di chiedere cosa abbia fruttato o stia fruttando la perdurante inchiesta sul caso Alpi affidata allo scrupolo professionale del dr. Amato?
Sono in molti a chiederselo e se ne aspettano le conclusioni e non vorremmo che le considerazioni critiche – sarebbero pretestuose – formulate dal dr. Amato proprio sulla persona del Marocchino, peraltro mai chiamato a deporre, (la Commissione parlamentare di inchiesta Alpi lo ha interrogato ben 12 volte), nascano dal proposito di giustificare in qualche modo il protrarsi di questa inchiesta di cui ad oggi non si conoscono gli esiti, né tanto meno si prevedono gli sviluppi.
Un fatto è certo: il perdurare dell’inchiesta, pare a tempo indeterminato, rende un servizio prezioso proprio a favore dei noti depistatori, tutti i soliti, tutti notori e chiaramente individuati, tutti ancora impegnati a scrivere migliaia di articoli, libri in continuazione (fino a tutto l’anno 2011), a organizzare tavole rotonde e a motivare gli annuali Premi Giornalisti Ilaria Alpi a Riccione, ai quali poter convocare tutto il giornalismo italiano, con un battage enorme protratto senza soluzione di continuità.
Il tutto sempre supportato ricorrentemente dal TG3, anche lui considerato in posizione apicale nella centrale di depistaggio.
E per giustificare questo menage, che frutta soldi e favorisce l’immagine, si continua ad evocare Giancarlo Marocchino e a chiedersi perché non sia addirittura arrestato (che faccia tosta! che vigliaccata!), proprio in quanto:
– egli è l’unico italiano che operava in Somalia durante la guerra civile;
– perché era dotato di camion per l’autotrasporto;
– e perché, per come ha tenuto a mettere in risalto il dr. Amato, si giovava di una scorta armata.
Come prescindere dunque, dal povero Giancarlo Marocchino, uomo che ha fatto la III media, che è solo, senza appoggi e senza protezione, ma che avrebbe fatto il logista seppellendo milioni di tonnellate di rifiuti in Somalia senza che si sia trovato un solo somalo (divisi in 99 cabile tra di loro antagoniste e in permanente guerra civile), che lo abbia testimoniato.
E senza che gli inquirenti abbiano minimamente dimostrato chi ha prodotto i rifiuti, di quale qualità sono, su quali camion trasportati al porto italiano, in quale porto imbarcato, superando i controlli di quale Capitaneria e di quale Dogana, come pure i controlli rigorosissimi attraverso il canale di Suez, e su quali navi, dotate di quale assicurazione, sbarcati in quale porto, trasportati e seppelliti in quale discarica: ricordiamo al riguardo che nel corso della sua audizione avanti alla Commissione parlamentare Alpi nelle sedute del 6 e 7 ottobre 2005, l’ex Presidente della Somalia Ali Mahdi ha dichiarato testualmente: “Ditemi dove sta una discarica e io vi ci porto. Non un solo chilogrammo di rifiuti è entrato nel mio paese”.
Come omettere di considerare che i depistatori, i seminatori della “voci” a cui si affida il dr. Amato, non abbiano mai interpellato o chiesto chiarimenti agli ambasciatori in Italia in Somalia, ai diplomatici italiani, ai funzionari della cooperazione allo sviluppo, ai comandati dei Corpi militari italiani o gli ufficiali degli stessi o a un soldato qualsiasi, o a uno dei tanti imprenditori italiani che operarono in Somalia per l’attuazione dei progetti finanziati dalla cooperazione, oppure agli uomini dei servizi segreti italiani e a quelli stranieri o a un somalo purchessia di alto livello politico e intellettuale o a un comune imprenditore somalo, i soli atti a dimostrare la fondatezza o meno della storia dei traffici di rifiuti per milioni di tonnellate!
Il dr. Amato non se lo chiede, né si chiede come mai i depistatori, si siano avvalsi invece solo di noti pregiudicati penali, tutti già condannati per calunnia, tutti pluricarcerati, per avvalersi delle loro collaborazioni o della loro disponibilità: alcuni di loro a principiare da Francesco Fonti (vedasi verbale delle dichiarazioni rese al dr. Vincenzo Macrì della DNA il 9/9/2005) hanno dichiarato di essersi prestati solo per denaro che dai medesimi era stato loro promesso: il Fonti, l’ultimo utilizzato, ebbe la promessa di un utile di 25mila euro dai giornalisti di Famiglia Cristiana e di 10 mila euro da Riccardo Bocca de L’Espresso (vedasi verbale con dichiarazioni rese al dr. Macrì della DNA il 9/9/2005).
Troviamo i loro nomi – ne parleremo in seguito – costantemente evocati nei tanti servizi giornalisti: Francesco Elmo, Aldo Anghessa, Luciano Porcari, Guido Garelli (l’unico a non prestarsi al mendacio), Giampiero Sebri (condannato su querela di Giancarlo Marocchino a due mesi di reclusione dal Tribunale di Alba con sentenza del 5/6/2005 per il reato di diffamazione e a tre anni di reclusione dal Tribunale di Roma con sentenza del 27/4/2007, per il reato di calunnia!) e per finire Francesco Fonti, il più falso di tutti, sbugiardato da una generalizzata archiviazione su tutte le sue mendaci storie costruite avendo come unici interlocutori proprio i tre giornalisti di Famiglia Cristiana, Luciano Scalettari, Alberto Chiara e Barbara Carazzolo e il giornalista de L’Espresso Riccardo Bocca, tutti dei settimanali considerati in posizione apicale nella centrale di depistaggio e tutti accusati dalla Commissione parlamentare di inchiesta Ilaria Alpi e Miran Hrovatin di “vera e propria malafede” (pag. 623 della Relazione Finale), proprio per lo “sfruttamento” dei medesimi.
Questa operazione di depistaggio continua giorno dopo giorno.
E’ facile constatarlo digitando su internet, dacchè il solo nome Ilaria Alpi è evocato ben mezzo milione di volte.
Duole davvero che il dr. Amato non spenda una parola per evidenziare (anzi, la nega), siffatta operazione che la Commissione parlamentare di inchiesta composta da 20 parlamentari, deputati e senatori, con il supporto di circa altri 20 magistrati e consulenti, ha qualificato “sicuramente criminosa”.
Rimandiamo il sig. GIP alla Relazione Finale acquisita in atti perché si renda conto della gravità della questione: da pag. 671 a pag. 675, per nulla presa in considerazione dal PM che nulla intende approfondire in merito, assumendo, che per alcuni fatti sono state interessate altre Procure, mentre per gli altri… è intervenuta la prescrizione.
Vediamo in generale e in particolare in cosa è consistita e consiste questa operazione “sicuramente criminosa”.
“La Centrale giornalistica di depistaggio mediatico ha coltivato follie, – così è scritto a pag. 672, – a sostegno di una verità che l’inchiesta parlamentare ha acconsentito di accertare integralmente falsa, in un’opera di forte impatto mediatico finalizzato a martellare l’opinione pubblica affinché il falso risultasse il vero”.
Aggiunge a pag. 673 (e tutto ciò abbiamo già documentato, ma il dr. Amato mostra di ignorarlo): “ presso numerose Procure e apparati investigativi in tempi prefissati sono state disseminate informazioni, anche su argomenti non strettamente attinenti al caso Alpi-Hrovatin, ma funzionali alla costruzioni di un disegno criminoso coerente, da attribuire comunque a determinati personaggi che sono stati oggetto di un linciaggio mediatico protrattosi fino a questi giorni”. E il primo di questi personaggi è proprio GIANCARLO MAROCCHINO.
Continua la Commissione parlamentare: “l’abilità dimostrata da questa grande ed imperterrita strategia è stata di altissimo livello, sfruttando la vanità di Magistrati desiderosi solo di acquisire a basso costo un’altra visibilità”.
E a questo riguardo rimandiamo a pag. 687 della stessa relazione dove è scritto: “Una particolare attenzione dovrà essere posta dall’Autorità Giudiziaria destinataria della presente Relazione per l’operato di altri Magistrati, risultati presso terminali non ortodossi del centro giornalistico di depistaggio per stabilire se siano traditi dalla loro vanità o siano stati compartecipi dello sconcertante circuito che l’inchiesta parlamentare ritiene di aver svelato”.
Non crediamo che la Commissione sia impazzita nel fare affermazioni così gravi, tanto più che ha disposto delle denunce contro alcuni di questi Magistrati che magari l’hanno fatta franca per prescrizione dei reati o perché si è ritenuto bonariamente che il loro operato era da considerarsi una mera indagine investigativa.
La Commissione continua ancora con gravissimi ulteriori riferimenti: “Piegando con tutti i mezzi – alcuni accertati, altri no (ecco la esigenza di approfondire tutte le questioni demandate alla Magistratura ordinaria che invece induge per le archiviazioni) gli affabulatori di cui si è detto (e ne vengono indicati i nomi) a dire esattamente quello che serviva e che poteva essere fatto conoscere preventivamente nonostante il rigore di mura carcerarie” (è chiara l’allusione alla libertà di accesso nelle carceri dei vari giornalisti per un’opera di depistaggio servendosi dei vari detenuti, di cui diremo poi).
E in più: “Inducendo singoli investigatori, in grado di essere determinanti nella gestione degli uffici pubblici di appartenenza, a dire e scrivere quello che serviva per avallare il grande teorema; sfruttando le singole complicità con i servizi di sicurezza (è il caso anche della falsa informativa del SISDE, di cui parleremo); pubblicando migliaia di articoli, di servizi, libri capziosamente costruiti, proiezioni cinematografiche (è stato montato un film intitolato “Ilaria Alpi, il più crudele dei giorni” che ha fruttato un contributo di L. 4 miliardi, poi querelato da Giancarlo Marocchino perché pieno di menzone, non immesso nel circuito delle sale cinematografiche e quindi praticamente ritirato); abusando oltre ogni misura e limite della televisione pubblica e privata, con continui servizi a tesi precostituite”.
Eppure il dr. Amato dice che non “esistono prove” circa l’esistenza di questa Centrale giornalistica di depistaggio o Cupola, come lui la definisce.
La Commissione parlamentare in merito aggiunge: “Questo centro giornalistico di depistaggio non ne ha mai sbagliata una, anche a cagione di una informazione diversa incapace per quantità e qualità dell’opera dei suoi protagonisti di fare adeguatamente da contraltare. E’ frequentemente accaduto, così, che si realizzasse UNA VERA E PROPRIA FILIERA che, partendo dalle invenzioni di circostanze e fatti, dalla dinamica dell’agguato alle causali di volta in volta immaginate (malacooperazione, traffici di armi, traffici di rifiuti), si sia passati per la individuazione del “pentito” giusto disposto a recitare la parte per GIUNGERE ALLA TRASFORMAZIONE DEL FALSO IN UN ATTO GIUDIZIARIO LA CUI CALUNNIOSITA’ DEVE ESSERE ATTENTAMENTE INDAGATA DALLA AUTORITA’ GIUDIZIARIA, MA GIA’ IN PARTE INVESTITA, CHE LO SARA’ ANCORPIU’ SULLA BASE DELLE COMPLESSIVE RISULTANTE DELL’INDAGINE (compresa quella che ha portato al rinvenimento della macchina fotografica della Alpi nascosta in casa della famiglia della stessa).
Calunniosità, dunque, che deve essere attentamente indagata dall’Autorità Giudiziaria, e in particolare dalla Procura della Repubblica di Roma competente funzionalmente, la quale – invece – almeno per il nostro caso, pur essendo stata investita sulla intera storia, viene totalmente accantonata, rendendo un grosso gratuito servizio proprio ai depistatori.
La Commissione continua a pagina 674 precisando come “L’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin appartiene al novero degli accidenti, che come quella somala costituiva l’assoluta normalità, mentre invece si è creduto alle “verità” (in effetti, “falsità”) del circuito mediatico grazie ad un sistematico depistaggio al quale non si è mai reagito per complesse situazioni ambientali, pietistiche e di CONDIZIONAMENTO POLITICO”.
Conclude la Commissione a pag. 675: “Va anche sottolineato come questo condizionamento politico si sia tentato, fino all’ultimo, di esercitarlo, anche durante l’inchiesta parlamentare, non poche operazioni è stato necessario sventare, poste in essere anche da consulenti inseritesi nelle indagini al preciso scopo di proseguire il decennale percorso di depistaggio, onde evitare che anche i risultati dell’inchiesta si trasformassero nell’ultimo, più autorevole tassello DI UNA MISTIFICAZIONE CHE HA POCHI PRECEDENTI NELLA STORIA DELLA REPUBBLICA”.
Ripetiamo: “pochi precedenti nella storia della Repubblica Italiana”.
Il riferimento ai “consulenti depistanti” riguarda soprattutto i giornalisti di Famiglia Cristiana, che erano stati chiamati a collaborare nella Commissione stessa, perché rtenute persone informate sui fatti, ma poi indotti a dimettersi da consulenti in quanto venuti in sospetto dalla Commissione medesima.
Quei giornalisti sui quali Giancarlo Marocchino ha espresso espressamente, ma vanamente di indagare proprio in relazione al loro costante “sfruttamento” dei vari affabulatori prestatisi al loro gioco (leggasi pag. 623 della Relazione Finale), e perché ritenuti i veri artefici e costruttori delle false piste.
E’ dato concludere ribadendo sul punto che il PM dr. Amato nega la esistenza della anzidetta “Centrale giornalistica di depistaggio mediatico” con la giustificazione che non esistono prove per affermare la esistenza delle tante false piste che la stessa “Cupola” avrebbe costruito, per avallare il noto teorema omicidiario riguardante la Alpi e Hrovatin.
Rimane agevole individuare, ancorché sommariamente la reale consistenza della citata “filiera delle mistificazioni”, ovvero di come sia avvenuta la costruzione delle false piste che il dr. Amato non prende in considerazione. Piste, inseguitesi nel tempo, man mano che la precedente veniva sbugiardata, tutte nate dolosamente da una straordinaria strategia a tavolino, grazie ad una infinità di altrettanti dolosi concorsi, sulle quali è il solo Giancarlo Marocchino (il quale, se avesse qualcosa da temere per se, non oserebbe farlo) a invocare approfondimenti e inchieste specifiche.
LA MALACOOPERAZIONE
E’ stata una pista falsa quella della malacooperazione che fu la prima in ordine di tempo.
La Centrale giornalistica di depistaggio si scatenò, sostenendo, senza alcun principio di prova, che si erano verificate ruberie nell’ambito dei finanziamenti per la cooperazione allo sviluppo, particolarmente da parte dell’on.le Bettino Craxi e di tutto il vertice del PSI, per i loro pregressi rapporti con il Governo di Siad Barre. E tutto ciò nel 1944 nel pieno dello scandalo di Tangentopoli o delle cosiddette “mani pulite”, quando l’on.le Craxi (maggio 1994, gravemente inquisito) ritenne di lasciare l’Italia per la Tunisia.
Pista falsa che sarà reiterata sempre persino dal noto calunniatore Francesco Fonti fino al 2009, la quale evoca gli stessi personaggi dello stesso partito (De Michelis, Lagorio, Fonti, Pellitteri, Boniver, ecc).
Sulla spinta di una gigantesca campagna stampa fu istituita una Commissione parlamentare di inchiesta sulla cooperazione italiana ai paesi in via di sviluppo (anni 1996/1997) che si concluse con un nulla di fatto, dopo aver persino inviato una delegazione di parlamentari in Somalia, assistiti logisticamente e protetti – lo abbiamo già detto – con la scorta armata proprio da Giancarlo Marocchino proprio su richiesta del Ministero degli Affari Esteri in Italia.
Né va dimenticato il processo penale che si è svolto davanti alla X sezione penale del Tribunale Ordinario di Roma per anni e anni contro imprenditori italiani titolari delle imprese che avevano costruito nel 1987 la strada Garoa-Bosaso (con il contributo fattivo di Giancarlo Marocchino quale autotrasportatore dei materiali) sotto la quale, secondo i depistatori, erano stati seppelliti fusti contenenti i rifiuti.
Tutti assolti, perché si trattava di una pista falsa.
Non un solo atto di malacooperazione è stato provato, ed è per questo fatto che seguiranno altre piste, quella sul traffico delle armi e poi quella sul traffico dei rifiuti, che risulteranno altrettanto false.
IL CALUNNIATORE ALDO ANGHESSA
E’ stata una pista falsa quella tracciata dal noto pluricondannato e pluricalunniatore Aldo Anghessa, utilizzato a partire dal 1998, dai soliti tre giornalisti di Famiglia Cristiana quale unica fonte per accreditare la tesi dell’avvenuto seppellimento di rifiuti nocivi in una località isolata (Olbia) della Somalia, avendone scritto nei loro servizi (particolarmente dal novembre 1998) dichiarando di aver accertato personalmente il fatto con un loro viaggio in Somalia, particolarmente lungo la predetta strada Garoe-Bosaso, e avendolo confermato poi sotto giuramento nel giugno del 1999 avanti alla Corte di Assise di Roma che ha giudicato il somalo Hashi, tanto da far credere ad una vera e propria falsa testimonianza, sul punto, degli stessi giornalisti.
E’ stata una pista falsa quella descritta dalla Procura di Torre Annunziata dal 1995 al 1999, servendosi di un altro noto pregiudicato, bugiardo quanto mai, Francesco Elmo, per “inventare” un traffico di armi dall’Italia alla Somalia utilizzando i pescherecci della società SHIFCO (donati dalla cooperazione italiana al governo somalo), gestiti dall’ing. Omar Mugne, che sarebbe stato in combutta con Giancarlo Marocchino.
Solo nel gennaio 1999 quel Procuratore della Repubblica si accorse di essere incompetente territorialmente e funzionalmente al punto da inviare 50 volumi con 20mila atti alla Procura di Roma per la prosecuzione di tali indagini, senza aver individuato alcun riscontro alla tesi preconcetta.
E’ accaduto che il PM Franco Ionta della Procura di Roma il 13/12/1999 ha richiesto l’archiviazione per assoluta infondatezza dell’accusa, accolta il 4/1/2000 dal GIP di Roma ed è accaduto che quel Procuratore della Repubblica, dr. Alfredo Ormanni e il suo primo referente nelle indagini, maresciallo dei Carabinieri di Vico Equense, maresciallo Vincenzo Vacchiano, sono state rinviati a giudizio dinanzi al Tribunale Penale di Roma con l’accusa di calunnia, di peculato e di falso per aver (inventato) procedimenti penali, attuando in concorso con altri un profitto di lire 32.000.000.000 sottratti all’erario dello Stato.
In particolare, il maresciallo Vincenzo Vacchiano, le cui dichiarazioni rese alla Commissione parlamentare di inchiesta Alpi saranno del tutto disattese (vedi pag. 385, 428 e 599 della Relazione Finale), ottenne il pagamento di 680.000.000 quale “rimborso spese per indagini mai effettuate”.
Quel maresciallo Vacchiano, che sarà accusato da tale Franco Giorgi di Ascoli Piceno di avergli indotto ad effettuare viaggi di verifica in Somalia per poi costringerlo al ritorno a firmare verbali precostituiti senza farglieli leggere, dietro la minaccia che se non li avesse firmati sarebbe stato arrestato in forza di ordini di carcerazione che il sottoufficiale aveva nel cassetto firmati in bianco (su ciò la Commissione parlamentare ha rimesso gli atti all’attenzione della Autorità Giudiziaria).
Ma tutto ciò secondo il PM Amato non va preso in considerazione… per incompetenza territoriale e per intervenuta prescrizione e comunque per non attinenza con il reato a carico dei due inquisiti.
Ma non è questa un’altra pista falsa?
E’ stata una pista falsa, dacchè in Somalia, per come accertato dalla Commissione Alpi vi erano armi da esportare e non da importare. Proprio per il fatto che il generale Barre, Presidente della Somalia, aveva armato un esercito di 200.000 uomini nella guerra contro l’Etiopia; armi poi prelevate da tutto il popolo durante la guerra civile e utilizzate per armare meno di 10.000 uomini.
Insistere sul traffico delle armi è una assurdità che l’inquirente di Roma evidentemente non avverte, pur dovendo indagare per una indubbia competenza funzionale.
IL DEPISTAGGIO DEL MARESCIALLO FRANCESCO ALOI
E’ stata una pista falsa anche quella tracciata dal Maresciallo dei Carabinieri Francesco Aloi, il quale mise in giro un suo memoriale con il quale sosteneva che Ilaria Alpi era stata assassinata perché aveva fotografato atti di violenza sessuale posti in essere da militari italiani contro donne somale.
Era stata istituita una apposita “Commissione parlamentare di inchiesta sulle pretese violenze”, che concluse i suoi accertamenti, con centinaia di testimonianze, pervenendo a considerazioni del tutto negative.
Il memoriale Aloi riaprì il caso e seguirono altri 100 testimoni. Tutta la nuova indagine si concluse con un dibattito alla Camera dei Deputati e unanimamente l’Aloi venne considerato un bugiardo e le sue dichiarazioni menzognere.
Senonchè i soliti depistatori hanno continuato a scrivere negli anni successivi, negli articoli, nelle interviste televisive e anche nei libri, (si legga il libro di Luciano Scalettari intitolato “1994” edito nel 2009) insistendo nell’accreditare quelle menzogne, pur sapendo che erano state considerate come tali, con accenti di tali gravità da produrre turbamento nella pubblica opinione. Senza mai – naturalmente – omettere di citare Giancarlo Marocchino in tutti i loro servizi, allo scopo di indurre al sospetto circa i suoi comportamenti.
E non è stata questa un’altra pista falsa?
IL TENTATIVO DI SFRUTTARE GUIDO GARELLI
E’ stata un’altra pista quella che si è tentata di tracciare utilizzando e sfruttando Guido Garelli.
Fallite le piste di Francesco Emo, di Aldo Anghessa e del maresciallo Francesco Aloi, i soliti tre giornalisti di Famiglia Cristiana, hanno saputo dell’arresto in Croazia di Guido Garelli per un cumulo di pene definitive di 18 anni comminate da Tribunali italianiper reati di ricettazioni di auto e falsi. Instradato in Italia nel settembre 1998 e associato al carcere di Ivrea nel gennaio 1999, i giornalisti Alberto Chiara, Luciano Scalettari e Barbara Carazzolo, hanno potuto entrare per almeno 10 volte nel carcere di Ivrea a colloquio con Garelli dal marzo 1999 al luglio 2003. Il loro scopo era di ottenere, dietro promesse di aiuto e solidarietà, che il Garelli, inventore nel 1987 di un cosidetto “Progetto Urano” che prevedeva il trasporto di rifiuti in discariche esistenti nel territorio dell’ex Sahara spagnolo (il Polisario sotto il Marocco) avesse interessato anche la Somalia, così da poter disporre di un testimonianza che supportasse il noto teorema omicidiario della Alpi e di Hrovatin.
E sempre chiamando in causa Giancarlo Marocchino indicato come compartecipe dei trasporti di rifiuti e come logista per l’interramento in quel paese dell’Africa Orientale.
I tre giornalisti omisero di considerare che il Progetto Urano era stato valutato dal Tribunale di Lecce con sentenza del giugno 1989 (che aveva condannato Garelli per il solito reato di ricettazione) un “mero mezzo truffaldino per gabbare denaro ai gonzi”, mai concretamente realizzato, né per il Sahara e tanto meno per la Somalia.
Valutazione analoga a quella della Corte di Assise di Appello nel processo Hashi che con la sua sentenza del 26/2/2002 confermò tale assunto. E alla stessa conclusione perverrà la Commissione parlamentare di inchiesta Alpi, dopo una approfonditissima indagine.
Solo che Guido Garelli non si prestò ad avallare tale falsa tesi malgrado le reiterate visite in carcere e una copiosa corrispondenza con i predetti giornalisti.
C’è da chiedersi come e perché costoro ottennero di poter entrare liberamente in carcere per anni portando avanti la loro opera di mero sfruttamento testimoniale di un detenuto (peraltro già condannato per calunnia)? Chi dette loro il permesso? E con quale motivazione?
In ogni caso, si è tentato di costruire un’altra pista decisamente falsa.
Ed ecco un’altra delle ragioni che giustificano la denuncia sporta da Giancarlo Marocchino.
GIAMPIERO SEPRI – LA SOMALIA E’ UNA PATTUMIERA
Fallita anche la pista di Guido Garelli, i tre giornalisti Alberto Chiara, Luciano Scalettari e Barbara Carazzolo, nell’ambito di un “Pool” di 9 operatori, costituito e finanziato già nel 1998 da “Famiglia Cristiana”, sono venuti a conoscere tale Giampiero Sebri, altra persona pregiudicata e poi condannata per fallimento e bancarotta e infine per diffamazione e calunnia, nel luglio 1999, presentato agli stessi da Andrea Di Stefano, giornalista – guarda caso – de L’Espresso, facente parte, a pieno titolo del predetto “Pool” giornalistico.
L’intento era di far dire a Sebri : “Io c’ero!”.
Costui venne gratificato anche di rimborsi spese, portato persino a Fortalesa finchè, dopo reiterati incontri, protrattesi per un anno e mezzo, (la stessa operazione che sarà effettuati dagli stressi tre giornalisti con Francesco Fonti) apparve sul settimanale Famiglia Cristiana una lunga intervista a firma dei tre giornalisti: “Gli affari sporchi dietro le facce pulite”, nella quale il Sebri – mai sceso in Somalia – riferisce di traffici di armi e anche di rifiuti in Somalia (definita una vera “pattumiera”) per milioni di tonnellate, utilizzando come logista Giancarlo Marocchino, con la connivenza della massoneria, dei servizi segreti e anche della delinquenza organizzata (lo stesso discorso che poi figurerà in un memoriale dall’apparente firma di Francesco Fonti anch’esso avvicinato e incontrato dagli stessi tre giornalisti, poi stampato il 2/6/2005 su L’Espresso in un servizio a firma di Riccardo Bocca, pur esso accusato, poi, – come già detto – assieme ai tre giornalisti di Famiglia Cristiana, dalla Commissione parlamentare di “vera e propria malafede” (pag. 623).
Tesi ridicola se si pensa che per trasportare solo un milione di tonnellate occorrerebbero 100 navi da 10.000 tonnellate!
Giancarlo Marocchino ha immediatamente querelato il Sebri e i tre giornalisti di Famiglia Cristiana per il reato di diffamazione, sicchè si è svolto il processo avanti al Tribunale Monocratico di Alba (è questa la sede ove si stampa la potente “Famiglia Cristiana”) e il Sebri ha avuto la condanna con sentenza del 6/5/2005 a due mesi di reclusione (egli rifiutò di rispondere alle domande della parte civile), oltre ai danni e alle spese.
Tale sentenza è stata confermata dalla Corte di Appello di Torino, per poi beneficiare della prescrizione (in Italia si prescrive quasi tutto!) dalla Corte di Cassazione, che però ha confermato il fatto-reato con condanna ai danni e alle spese in favore della parte civile.
Queste false storie, sono state poi ribadite dal Sebri, allorché è stato indotto come testimone dalla famiglia Alpi, quale parte civile nel processo contro il somalo Hashi avanti alla Corte di Assise di Appello di Roma il 20/6/2002 (avvenne anche un confronto con il Gen. Rajola Pescarini Luca, già capo del SISMI in Somalia che il Sebri aveva chiamato in causa quale “compare” nell’omicidio della Alpi di Giancarlo Marocchino, quel Rajola che decisamente ha sbugiardato l’affabulatore accusandolo di mendacio). La Corte predetta con la sentenza del 26/6/2002 ne ha evidenziato la contraddittorietà e non affidabilità, al punto che ha rimesso agli atti alla Procura della Repubblica di Roma per procedere contro di lui per il reato di calunnia.
E’ seguito il processo avanti al Tribunale Monocratico di Roma (dinanzi al quale Giancarlo Marocchino, che aveva sporto una sua denuncia, si è costituito parte civile insieme al generale Rajola del SISMI) che con sentenza del 27/4/2007 lo ha condannato per il predetto reato alla pena di tre anni di reclusione.
Sentenza confermata anche dalla Corte di Appello di Roma e poi dichiarata prescritta dalla Corte di Cassazione, sempre con condanna alle spese in favore della parte civile.
E’ così che i depistatori, calunniatori per vocazione, la fanno sempre franca!
Giova rilevare che il Sebri, difeso dallo stesso difensore della famiglia Alpi nel processo Hashi, si rifiutò di deporre avanti al Tribunale di Roma, limitandosi ad indicare come teste a difesa solo il maresciallo Vincenzo Vacchiano e i tre funzionari della Digos di Udine, già denunciati per calunnia, per le loro venti false informative, Donadio, Ladislao e Pitussi, che però evitarono di presentarsi defilandosi al punto che il Tribunale ne dichiarò la decadenza.
La querela di Giancarlo Marocchino contro il Sebri era estesa anche contro i tre giornalisti di Famiglia Cristiana per cui gli stessi furono rinviati a giudizio per concorso nel reato di diffamazione avanti al Tribunale di Alba. Quella giudice concesse loro la esimente della putatività, giacchè non si conoscevano a quella data le reali operazioni depistanti concertate in accordo col Sebri, per come poi evidenziato dalla Commissione parlamentare di inchiesta Alpi in termini decisamente critici nel capitolo a loro dedicato da pag. 619 a pag. 623 della Relazione Finale.
Ma quel PM di Alba non ebbe dubbi e chiede la condanna dei tre giornalisti Alberto Chiara, Luciano Scalettari e Barbara Carazzolo, alla pena di 40 giorni di reclusione.
La Commissione parlamentare ha chiaramente intuito come sia nata questa falsa pista, rilevando che durante tali due procedimenti e fino a tutto il luglio 2002 (quando sovvenne da parte degli stessi la utilizzazione dell’altro noto calunniatore, Francesco Fonti) i tre giornalisti, potendo entrare nel carcere di Ivrea a colloqui con Guido Garelli, portarono a costui lettere scritte (o fatte scrivere) di Giancarlo Sebri con le quali si supplicava il destinatario di avere notizie di conferma dei traffici di rifiuti in Somalia nell’ambito del cosiddetto Progetto Urano e sui eventuali compromissioni di Giancarlo Marocchino, dei Servizi Segreti, della malavita organizzata, dei politici, come poi dirà anche Francesco Fonti.
Consegna di lettere, anche quelle di risposta a firma del Garelli, dirette al Sebri, avvenute tutta brevi manu, un’opera da postini che crediamo non sia consentita dalla legge.
Di tutto ciò la Commissione parlamentare ha dato atto nella sua Relazione Finale con i capitoli di cui a pag. 296, 382, 601 per quanto riguarda le storie raccontate dal Sebri e le sue condanne, e da pag. 619 a pag. 621 per quanto riguarda lo sfruttamento da parte dei tre giornalisti di questo personaggio.
E’ scritto che non solo il Sebri è assolutamente inaffidabile, ma che i giornalisti di Famiglia Cristiana erano in costante contatto da un lato con Garelli e dall’altro con il Sebri (potendo consegnare le lettere a mano: pag. 621), con lo scopo di “fare emergere dai due soggetti non tanto informazioni e notizie, quanto conferme ad assunti non altrimenti dimostrabili” (pag. 622) .
Tanto che la Commissione parlamentare ha provveduto a segnalare alla Procura della Repubblica di Roma le eventuali ipotesi di reato integrate dalle dichiarazioni dei due affabulatori.
Siamo a chiedere al dr. Amato quale è stato l’esito di questa formale denuncia da parte di un organo parlamentare!
Non ci si può accontentare, come fa il predetto PM, delle denunce e quindi delle condanne ottenute su iniziativa del solo Giancarlo Marocchino.
Anche la presente denuncia penale sporta dal medesimo, ha proprio lo scopo di sollecitare la inchiesta reclamata dalla Commissione parlamentare.
Il che, a quanto pare, la Procura di Roma non ha fatto né intende fare.
E ciò consente agli stessi giornalisti di Famiglia Cristiana di continuare a scrivere articoli e persino libri con cui accreditano le diffamazioni e le calunnie del Sebri.
Basta leggere l’ultimo libro, come sopra ricordato, intitolato “1994”, edito nel novembre 2009, (a firma di Luciano Scalettari e di un collega Luigi Grimaldi, accusato anche lui dalla Commissione parlamentare di inchiesta di far parte in posizione apicale della nota Centrale giornalistica di depistaggio e di assenza di etica professionale: vedasi da pag. 623 a pag. 625), per evidenziare la persistenza nel mendacio riportando le solite spudorate dichiarazioni del Sebri, (vedasi da pag. 261 a pag. 270, da pag. 282 a pag. 283, pag. 339, pag. 352) e, oltretutto, dichiarando sempre falsamente che il Sebri è stato assolto nei processi in cui figurava imputato.
Tutto ciò non appare gravemente depistante?
IL TENTATIVO DI COINVOLGERE I SERVIZI SEGRETI
E’ stata un’altra pista – a non finire – quella con cui gli stessi appartenenti alla Centrale di depistaggio, hanno cercato per anni e anni di avvalorare la tesi che, a copertura dell’attività di logista di Giancarlo Marocchino, vi erano i Servizi Segreti e in particolare l’allora colonnello ed oggi generale Luca Rajola Pescarini.
Disponiamo di tanti articoli con i quali si tenta questa demonizzazione, soprattutto apparsi su “Famiglia Cristiana”, tanto che interverrà l’intervista di Sebri apparsa il 1/10/2000, in servizio a firma dei soliti tre giornalisti, secondo la quale il Comandante del SISMI in Somalia aveva disposto per l’assassinio della Alpi che, presente in Somalia, secondo il Sebri, fin dal 1987, (quanto invece la stessa non era neppure giornalista essendo poi venuta in Somalia per la prima volta solo nel 1993), andava allontanata da questo paese su richiesta di Giancarlo Marocchino, in quanto sapeva o indagava sui traffici illeciti.
Questo tentativo di compromissione dei Servizi Segreti si è ritenuta necessaria dai depistatori, perché Giancarlo Marocchino sostanzialmente era solo, senza mezzi economici, tutt’altro che potente economicamente e quindi bisognoso di una copertura e di un supporto in una operazione dalle immane proporzioni e dai numerosi coinvolgimenti.
Operazione strumentale, oggetto di particolare accertamento da parte della Commissione parlamentare, la quale (vedasi il lungo esame della posizione del Rajola da pag. 304 a pag. 317), ha concluso per l’assoluta infondatezza di quest’altra ennesima pista, frutto doloso di mera invenzione, tanto più perché le dichiarazioni del Sebri, che miravano a coinvolgere il Rajola addirittura quale mandante dell’omicidio, erano da ritenersi “assolutamente inutilizzabili perché palesemente false” (pag. 311 della Relazione Finale).
E anche su questa falsa pista nessuna considerazione si riscontra nella contestata richiesta di archiviazione.
IL SEQUESTRATORE LUCIANO PORCARI
E’ stata un’altra pista quella che si è aggiunta alle precedenti tutte fallite: quella che riguarda Luciano Porcari.
Si è appreso di una memoria inviata da costui, che era in carcere a Pisa condannato tra l’altro a 28 anni di reclusione per sequestro di persona, alla Procura di Udine che operava di intesa con funzionari della Digos di quella città, poi denunciati per calunnia a proposito delle 20 informative accusatorie risultate false.
Costui scrisse nel 2002 in ordine alle cause della uccisione di Alpi e di Hrovatin perché avevano scoperto un traffico di armi.
La Commissione parlamentare di inchiesta Alpi (pag. 596-598 della Relazione Finale) ha accertato che il pregiudicato aveva prima intrattenuto sin dal 1999 una corrispondenza con i soliti tre giornalisti di Famiglia Cristiana Alberto Chiara, Luciano Scalettari e Barbara Carazzolo, e poi lo avevano incontrato nella casa circondariale di Prato, intervistandolo e parlando del caso Alpi e delle indagini avviate dalla Digos di Udine, quel Porcari che era anche in contatto con il Maresciallo Vincenzo Vacchiano, referente della Procura di Torre Annunziata e con il noto calunniatore Aldo Anghessa.
E’ da notare che tutti gli affabulatori sono messi in contatto tra di loro, senza conoscers , grazie alla collaborazione dei giornalisti di Famiglia Cristiana: Porcari, Anghessa, Elmo, Sebri, Garelli a cui presto si aggiungerà il calunniatore per vocazione Francesco Fonti e loro unici interlocutori riguardo al caso Alpi e al traffico di rifiuti e di armi sono proprio i tre giornalisti di Famiglia Cristiana.
Di qui la necessità di chiarire i veri rapporti di costoro con tutti i predetti affabulatori, non potendo giustificarsi la inerzia sin qui manifestatasi, se non altro per impedire che i medesimi continuassero a seminare veleni.
FRANCESCO FONTI CALUNNIATORE PER VOCAZIONE
E’ stata un’altra pista quella costruita con un altro noto pregiudicato (condannato a circa 50 anni di reclusione per gravi reati) Francesco Fonti.
Nel 2002, la Centrale giornalistica di depistaggio mediatico si trovò in difficoltà perché tutte le Procure che avevano indagato sul caso Alpi avevano disposto per la archiviazione dei rispettivi procedimenti penali. Le quattro Commissioni parlamentari che avevano indagato sul caso (quella sulla cooperazione allo sviluppo, quella sulle violenze ai militari italiani e le due sul ciclo dei rifiuti e attività illecite ad esso connesse della XIII e XIV Legislatura) avevano assegnato le loro valutazioni finali in senso decisamente negativo circa la valenza del noto teorema omicidiario relativo alla Alpi e a Hrovatin.
In più il 26/6/2002 era uscita la sentenza della Corte di Assise di Appello nel processo Hashi, la quale aveva negato ogni prova circa i conclamati traffici illeciti.
Ci si trovava dunque di fronte a un generalizzato fallimento istruttorio.
Il che, per i depistatori, era particolarmente grave, tanto più perché, alla fine del 2002, venne proiettato (solo in anteprima per poi toglierlo dalla circolazione in quanto infarcito di menzogne) il ricordato film intitolato: “ILARIA ALPI, IL PIÙ CRUDELE DEI GIORNI”.
Non basta! Erano usciti vari libri dal titolo eclatante e compromissorio: il primo dal titolo: “L’Esecuzione” di Maurizio Torrealta e proprio nel novembre del 2002 il libro dei tre giornalisti di Famiglia Cristiana Alberto Chiara, Luciano Scalettari e Barbara Carazzolo, dal titolo: “Ilaria Alpi, un delitto alla crocevia dei traffici”.
In più premevano interessi connessi alle ricorrenti tavole rotonde e agli incontri annuali a Riccione per l’assegnazione del “Premio Giornalistico Ilaria Alpi” a cui convocare tutto il giornalismo italiano.
Era necessario, come si era fatto con il Sebri, trovare un altro testimone il quale affermasse: “Io c’ero!”.
Questo personaggio ideale è stato trovato nella persona di Francesco Fonti, personaggio che il PM dr. Amato omette completamente di considerare nonostante il fatto che costui ha consentito la semina velenosa di migliaia di articoli, resa possibile la pubblicazione di molti libri (uno anche a sua firma apparente) e interessato il Parlamento e persino il Governo della Nazione, deponendo il falso anche avanti alle Commissioni Parlamentari nell’ambito della competenza territoriale di Roma
E’ un noto pregiudicato condannato a mezzo secolo di pene per gravi reati, ma mai per traffico di rifiuti, legato alla ‘ndrangheta calabrese, già votato alla calunnia per aver avuto già tre condanne su denuncia di altrettanti Magistrati accusati da lui di connivenza con la malavita organizzata, affamato di soldi per come ha affermato il dr. Vincenzo Macrì della DNA, fallito e persino bancarottiere.
Chi meglio di costui poteva prestarsi per ribadire sostanzialmente già le stesse fandonie fatte raccontare a Giampiero Sebri?
Peraltro costui aveva “collaborato” con il dr. Macrì nel 1994 facendo i nomi di centinaia di associati alla ‘ndrangeta dei quali furono arrestati 120 e condannati solo 20.
Per questa collaborazione il Fonti era stato sottoposto a regime di protezione col nome falso di Francesco Baldassarri, nato a Foligno, ottenendo un compenso dallo stato enorme (ben 707.000.000 di vecchie lire). Alle Commissioni Alpi egli mentendo dirà che aveva riscosso solo 20.000.000 per tale collaborazione. Ennesima bugia!
Durante la collaborazione con il dr. Macrì nel 1994, il Magistrato gli chiese esplicitamente se sapeva qualcosa in merito al traffico dei rifiuti e a connivenze con la ‘ndrangheta, ma il Fonti rispose decisamente di NO!.
Cessata la collaborazione, il Fonti uscì dal carcere grazie alla disponibilità del Tribunale di sorveglianza di Torino, malgrado un cumulo di 30 anni di pene da scontare, rimanendo agli arresti domiciliari, che gli consentirono dal 1995 al 2002, di commettere un enorme numero di altri reati data la sua indubbia vocazione delinquenziale.
Viene nuovamente arrestato, ma nel settembre 2002, beneficiando sempre del regime di protezione, ritorna a casa.
Due mesi dopo (novembre del 2002, mentre era in corso il processo per diffamazione al loro carico davanti al Tribunale di Alba) il Fonti viene avvicinato dai soliti tre giornalisti di Famiglia Cristiana, Alberto Chiara, Luciano Scalettari e Barbara Carazzolo, che gli chiedono se è disposto a raccontare ciò che sa sui traffici di rifiuti dall’Italia in Somalia e su connivenza della ‘ndrangheta e il Fonti si dichiara disponibile dietro la promessa di stampare un libro, con la garanzia di un utile economico di 20-25 mila euro.
Come avevano potuto individuarlo se aveva un nome falso e un indirizzo sconosciuto?
Emergeranno due fatti sorprendenti e cioè che Guido Garelli, da un lato, e i tre giornalisti di Famiglia Cristiana, dall’altro “collaboravano” con la DDA della Procura di Potenza.
In particolare si accerterà che Guido Garelli, ancora nel carcere di Ivrea, dal 1999, prestava la sua collaborazione con la Procura di Potenza la quale, indagava in relazione a un procedimento riguardante l’attività della ENEA di Rotondella, in Basilicata, preposta al riciclaggio di rifiuti nucleari.
Procedimento questo avviato nel 1994 dal PM di Matera Nicola Pace (che poi lo passò per competenza alla Procura di Potenza) solo sulla base di un esposto di Legambiente, poi conclusosi a carico dei funzionari di quel Centro nell’anno 2009 con una generalizzata archiviazione, dopo 15 anni di vane e costosissime indagini.
Altra pista risultata falsa!
E sarà accertato altresì che con la stessa Procura di Potenza, in particolare la PM dr.ssa Felicia Genovese, avevano rapporti di collaborazione anche i tre giornalisti di Famiglia Cristiana Alberto Chiara, Luciano Scalettari e Barbara Carazzolo, disperatamente tesi a cercare riscontri sul loro teorema omicidiario.
Ammetteranno gli stessi e dirà il Fonti, quando sarà sentito dalla Commissione Alpi il 5/7/2005, che i giornalisti seppero di costui (che era sotto regime di copertura con un nome e un recapito ignoti) proprio dalla Procura di Potenza, la quale in quell’anno 2002 si era disposta ad archiviare la inchiesta sull’ENEA per l’assoluta infondatezza di fatti penalmente rilevanti, ma che evidentemente aveva interesse a continuare le indagini.
E’ dato concludere, quindi, che è stata la Procura di Potenza a consentire il contatto tra i tre giornalisti e costui.
E’ così che i tre giornalisti avvicinano il Fonti e lo convincono a preparare una intervista, sul tipo di quella già pubblicata su Famiglia Cristiana il 1/10/2000 ad apparente firma di Giampiero Sebri.
Seguono molti incontri tra di loro a Torino, a Milano, in Valle d’Aosta, finchè il “collaborante” il 16/5/2003 chiede al dr. Macrì di volergli parlare e gli racconta solo di un prelievo di fusti avvenuto nel 1984 che successivamente correggerà nel 1987, dall’ENEA di Rotondella, destinato in parte ad essere seppellito in Basilicata, vicino a Pisticci, e il resto trasferiti al Porto di Livorno, poi dirà di Pisa, poi dirà di Massa Carrara, per essere trasferito in Somalia, su nave battente bandiera norvegese, poi dirà su pescherecci della SIFICO, poi dirà della SHIFCO, poi dirà sulla nave Linx battente bandiera maltese.
Il tutto senza riscontri.
Accade che inopinatamente il 4/8/2003 (vi rimarrà fino al 20/9/2003) il Fonti viene trasferito al carcere di Ivrea, e messo in una cella di isolamento proprio avanti a quella di Guido Garelli che i tre giornalisti di Famiglia Cristiana avevano il permesso di poter visitare in costanza di detenzione.
Ci chiediamo: Chi ha deciso questo trasferimento? E perché mai?.
Il Fonti era passato per 25 carceri ma mai era stato destinato ad Ivrea. E’ evidente l’intento di mettere i due affabulatori a stretto contatto, uno dei quali, il Garelli, poteva interloquire direttamente con i giornalisti nei ricorrenti colloqui.
Si è anche accertato che i due parlano a lungo del traffico dei rifiuti (il Garelli è un logorroico incontenibile: conosce 8 lingue e disponeva in carcere di un apposito locale con 4 computer in cui aveva inserito una propria voluminosa banca dati).
Si accerterà altresì, dalla corrispondenza sequestrata ad istanza della Commissione parlamentare di inchiesta Alpi in casa del Fonti in data 8/7/2005, che quest’ultimo aveva promesso solidarietà, coinvolgimento in affari e persino l’aiuto del suo difensore personale a favore del povero Garelli, spiantato e invalido civile al 100%.
Si verifica ad un certo momento che il Garelli viene trasferito senza reale motivo in un altro carcere per una decina di giorni, e al suo ritorno si accorge che i suoi supporti magnetici e vari suoi documenti gli sono stati sottratti; supporti magnetici che il Fonti utilizzerà per redigere 52 pagine di appunti che egli consegnerà al dr. Macrì in un successivo colloqui del 10/9/2003, una volta trasferito da Ivrea al Carcere Opera di Milano; documenti redatti dal Garelli che lo stesso Fonti produrrà come propri alla DDA di Potenza, allorché sarà successivamente interrogato il 13/10/2004 dalla dr.ssa Genovese.
Il Garelli, quando si è accorto della sottrazione, ha inviato un esposto alla direzione del carcere di Ivrea e confermerà il tutto, riconoscendo come propri i documenti predetti, che il Fonti aveva prodotto come propri alla dr.ssa Genovese in un colloquio del 13/10/2004; tale riconoscimento del Garelli si è verificato quando ha deposto come testimone indotto dalla parte civile Giancarlo Marocchino nel processo per calunnia intentato contro il Fonti stesso alla udienza dell’11/2/2010 avanti al Tribunale Penale di Roma.
A seguito della produzione di tali appunti e del secondo colloquio con il dr. Macrì, avvenuto il 10/9/2003, e quindi successivamente alla permanenza di 45 giorni del Fonti nel carcere di Ivrea, la DNA demanda alla DDA di Potenza di accertare l’interramento dei rifiuti in Basilicata per come raccontato dal Fonti.
Seguono ben nove colloqui di questo calunniatore con la dr.ssa Genovesa del DDA di Potenza, allo scopo di rinvenire i fusti con rifiuti nucleari che il collaborante aveva dichiarato di aver concorso a seppellire vicino a Pisticci in Basilicata.
Tutto vano, nulla verrà rinvenuto, malgrado una indagine a tutto campo con 60mila saggi sul terreno in un’altra di 150 km2. Il Fonti si manifesta per quello che è sempre stato: un mentitore!
A fronte del fallimento di questa prima istruttoria l’organizzazione depistante avverte la necessità di pubblicare su L’Espresso stampandolo il 2/6/2005, un memoriale nell’ambito di un servizio a firma di Riccardo Bocca, il quale era in contatto con il boss, per come attestato dalla dr.ssa Genovese della Procura di Potenza, (leggasi anche la nota in calce a pag. 389 della Relazione Finale della Commissione parlamentare di inchiesta Alpi e vedasi la sua testimonianza resa avanti al Tribunale di Roma nel processo per calunnia contro il Fonti) almeno dal luglio del 2004; quel Riccardo Bocca che, per come poi racconterà il Fonti, lo indusse a modificare il memoriale, anzi lo scrisse il giornalista stesso, mentre il Fonti ne prese poi copia che rimetterà al dr. Macrì il 1/6/2005, e tutto ciò per la promessa di un compenso di 10 mila euro.
Il memoriale viene commentato dal Bocca, in modo da mettere lo scenario descritto dal Fonti in relazione al duplice delitto Alpi-Hrovatin, da quel Bocca che è stato considerato con il suo settimanale L’Espresso, come i giornalisti di Famiglia Cristiana in posizione apicale nella nota Centrale giornalistica di depistaggio mediatico.
Un memoriale intriso di nuove invenzioni, mai riferite prima nei precedenti 12 colloqui avuti dal Fonti con il dr. Macrì e la dr.ssa Genovese, come ad esempio l’ulteriore trasporto in Somalia di 1000 fusti di rifiuti dalla ENEA di Garigliano (che neppure esiste), nonché di trasporti di armi finite a titolo di compenso a mani dell’ex Presidente della Repubblica Ali Mahdi, nonché l’interramento dei predetti fusti in varie località della Somalia (distanti l’una dall’altra oltre 1000 chilometri) per opera del solito logista, Giancarlo Marocchino, compensato con la somma di Lire 400 milioni.
E in più il Fonti evoca l’autoaffondamento di quattro navi i cui nomi egli aveva carpito dai documenti sottratti a Guido Garelli e prodotti alla dr.ssa Genovese.
Tutta tale ulteriore operazione di depistaggio, pur in assenza di riscontri, viene utilizzata dalla Procura di Potenza di protrarre le indagini a carico del Centro Enea di Rotondella, finchè – a fronte di un vuoto probatorio assoluto – il PM Basentini, succeduto alla dr.ssa Genovese, trasferita nelle more, a Roma – chiederà e otterrà nel dicembre 2009 una generalizzata archiviazione.
A seguito dell’apparizione del servizio del Bocca, la Commissione parlamentare di inchiesta Alpi svolgerà un lungo e accorto accertamento, ascoltando il Fonti (prima aveva di non essere mai andato in Somalia, poi di esserci andato nel febbraio del 1992 – in piena missione UNOSOM – incontrando il Marocchino, che però dinanzi alla Commissione non riconoscerà), nonché ascoltando il Bocca (accusato dalla Commissione di essere “testimone reticente inescusabile”), nonché i giornalisti di Famiglia Cristiana, oltre alle altre persone chiamate in causa dal Fonti che unanimemente lo qualificheranno mentitore.
Vane risulteranno anche le archiviazioni di tutte le altre indagini fatte espletare presso altre Procure sempre sulla base delle prospettazioni accusatorie del Fonti.
Sicchè la Commissione qualificherà il Fonti totalmente inaffidabile e il memoriale un falso (vedasi pag. 296, nonché da 386 a 391, nonché le considerazioni finali da pag. 621 a pag. 623 con cui i giornalisti di Famiglia Cristiana, assieme a Riccardo Bocca sono esplicitamente accusati: di aver sfruttato Francesco Fonti per le inedite e asseritamente rilevanti dichiarazioni del boss per una operazione che quanto meno è dettata da una estrema superficialità professionale SE NON DA VERA E PROPRIA MALAFEDE NEL PLASMARE LE DICHIARAZIONI DI UN TESTIMONE AD UNO E CONSUMO DEI PROPRI SCOPI GIORNALISTICI”.
Conclude la Commissione parlamentare a pag. 623: “Si può dire che nei casi sopra citati (quello di Giampiero Sebri e quello di Francesco Fonti) si è fuori dal vero spirito del giornalismo di inchiesta, dal momento che l’attività posta in essere non mirano a scoprire informazioni, meccanismi causali, protagonisti nascosti, ma A DARE CREDITO E SOSTENERE PSEUDO VERITA’ CHE NON SONO ALTRO CHE ASSUNTI INDIMOSTRATI”.
Dunque il Fonti è un CALUNNIATORE, in concorso con i 5 giornalisti, che operarono assieme a lui dal novembre 2002 al giugno 2005, tanto più che gli appunti, le dichiarazioni del Sebri e il servizio su L’Espresso descrivono situazioni omicidiarie mirando a far credere che i pretesi traffici di armi e di rifiuti sono stati le cause del duplice assassinio Alpi-Hrovatin
Vista la inconcludenza di tale pur clamorosa operazione depistante, che però consente una speculazione giornalistica immensa con migliaia di articoli ad opera della solita Centrale, deponendo avanti ad altro Magistrato per altro fatto nel 2006, il Fonti arriva a dichiarare che le 4 navi a cui si era riferito erano state autoaffondate da lui ricorrendo all’esplosivo e utilizzando motoscafi di tale Muto, che però lo denuncerà per calunnia.
Si scatenano i depistatori, giornali, settimanali, TG3, gli editori di libri, in Italia e all’estero e in particolare si mobilita, la nuova Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e attività illecite ad esso connesse, presieduta dall’On.le Gaetano Pecorella e ricostituita nel corso della presente legislatura e si scatenano il Governo, l’antimafia e gli enti locali della Calabria, disponendo accertamenti e verifiche che arrivano allo stesso risultato: un deserto probatorio assoluto e la totale inaffidabilità del Fonti, al punto da considerare il CASO CHIUSO!
Il tutto con un dispendio di risorse enormi per centinaia di milioni di euro resi necessari a carico dell’erario persino per gli accertamenti in fondo al mare, oltre che, per come già detto, per 60 mila sondaggi su 150 km d territorio della Basilicata.
Ci si trova di fronte a un cumulo di menzogne che non riguardano solo i pretesi trasporti di rifiuti e l’opera di autoaffondamento delle navi per la fattività malavitosa del Fonti, ma che riguardano anche altre storie falsamente inventate, quali quella:
– sullo spiaggiamento della MN/Jolly Rosso avvenuto sulle coste di Amantea in Calabria, il 14/12/1990,
– sull’autoaffondamento della nave Rigel avvenuto nel 1987;
– colpevolizzando e demonizzando lo scienziato ing. Giorgio Comerio;
– nonché su pretesi affondamenti di siluri costruiti da costui contenenti rifiuti nucleari e seppelliti nei fondali dell’Oceano Indiano prospicienti alla Somalia, previa corruzione con denaro del Presidente Ali Mahdi, nell’ottobre del 1994 (cioè dopo la morte di Ilaria Alpi), quel Giorgio Comerio colpevolizzato anche per un preteso rinvenimento a casa sua il 15/6/1995 di un certificato di morte di Ilaria Alpi, che invece ha portato alla denuncia penale contro il S.Procuratore della Procura di Reggio Calabria dr. Francesco Neri, per falsa testimonianza avanti al Tribunale Penale di Roma, su decisione della Commissione parlamentare di inchiesta Alpi che ne parla dettagliatamente da pag. 602 a pag. 605 della sua Relazione.
Quel Giorgio Comerio contro il quale il giornalista Riccardo Bocca aveva scritto una sequela di ben 12 articoli dal 10/6/2004 fino alla immediata vigilia dell’apparizione del memoriale del Fonti sul suo L’Espresso (2/6/2005), accusandolo di questi pretesi traffici di armi e di rifiuti, di una tale gravità che la Commissione parlamentare di inchiesta Alpi ha disposto una approfondita indagine risoltasi con una smentita generalizzata delle storie raccontate da quel settimanale e dal suo giornalista per come fa fede quanto scritto a pag. 385 della Relazione Finale.
Proprio il fallimento di questa indagine in ambio parlamentare (dopo la rimessione alla Autorità Giudiziaria delle dichiarazioni, ritenute “contra verum” rese dal PM dr. Neri: vedi pag. 602/604 della Relazione) ha reso necessario il memoriale del Fonti stampato il 2/6/2005, allo scopo di riaccreditare tutto il mendacio accumulato contro l’ing. Comerio.
Quel Giorgio Comerio che il Fonti arriverà addirittura a dichiarare di aver incontrato casualmente in un ristorante a Cetinje nel Montenegro, in compagna di una donna, potendo poi combinare subito enormi traffici di armi: altra spudorata menzogna!
Tutta una filiera di invenzioni del Fonti che riteniamo essergli state suggerite, non potendo conoscere i particolari riferiti, ben noti, però, a giornalisti.
E si ha conferma di questo sfruttamento dalle stesse dichiarazioni del Fonti il quale afferma di essere adoperato solo per soldi (verbale del 9/9/2005 al dr. Macrì); nonché prima di aver apportato modifiche alle sue dichiarazioni su istigazione del Bocca e poi, per come ha affermato avanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, il fatto che l’articolo fu scritto direttamente dal Bocca dal quale egli ha estratto una sola copia.
Ripetiamo che ci appare di particolare rilievo anche la considerazione fatta dalla Commissione parlamentare di inchiesta Alpi nei riguardi del Bocca, il quale ha rifiutato di rispondere alle tante domande sui suoi rapporti con il Fonti, tanto che il Presidente della Commissione stessa lo ha definito: “Testimone reticente e inescusabile”.
Rifiuto del Bocca a rispondere al riguardo anche davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, tanto che le Commissioni stesse hanno concluso sostenendo che dovrà rispondere dinanzi alla autorità competente.
Tutte le gravissime invenzioni del Fonti sono state passare al setaccio e tutti i procedimenti penali inquisitori sono stati archiviati:
1) archiviato nel dicembre 2009 la inchiesta a carico dei funzionari della ENEA di Rotondella da parte della Procura di Potenza;
2) archiviato alla fine del 2009 il procedimento penale sulla Jolly Rosso e il suo preteso affondamento dinanzi alla Procura di Reggio Calabria;
3) archiviato anche il procedimento sull’autoaffondamento delle cd “navi a perdere” cariche di rifiuti nel marzo 2011 davanti alla Procura di Catanzaro.
Si deve solo alla denuncia sporta da Giancarlo Marocchino se il Fonti è stato rinviato a giudizio avanti al Tribunale Penale di Roma, VII sezione con prossima udienza al 12/7/2009 per rispondere del reato di calunnia.
Possibile che una spregiudicata e spudorata operazione del genere non trovi alcun riferimento nella richiesta di archiviazione del dr. Amato?
E trova giustificazione da qualsiasi persona per bene il fatto che il Fonti debba essere perseguito solo su denuncia di Giancarlo Marocchino?
E quale è la sensibilità dell’Autorità Giudiziaria, dell’Antimafia nazionale, della DNA di Potenza, di Reggio Calabria, di Paola a fronte di un fatto mistificatorio di così enorme rilevanza, costruito dalla disponibilità di un noto calunniatore, di un pregiudicato al massimo livello, perché utilizzato se non istigato dai citati giornalisti di Famiglia Cristiana e de L’Espresso?
Ecco alcune considerazioni in base alle quali riteniamo che sia opera di buona giustizia a che la Procura di Roma avverti le verità nascoste di questo ennesimo depistaggio.
Senonchè, il Dr. Amato non approfondisce nessuna di queste false piste perché o prescritte o demandate alla competenza di altre Procure.
Evita qualsiasi particolare commento sugli inquietanti interrogativi posti dal denunciante, limitando il suo esame a soli episodi di ritenuta illiceità penale consumati nel circondario di Roma.
Quali sono questi soli episodi?
1) il primo riguarderebbe la falsa informativa del SISDE di Roma che chiama in causa il Marocchino quale ispiratore del duplice omicidio assieme al sacerdote Elio Sommavilla. Ci si limita a dire che si tratta di fatti prescritti in merito alla calunnia e al falso ideologico e all’abuso di ufficio.
Il Magistrato omette di considerare quanto scritto ed accertato dalla Commissione parlamentare Alpi (da pagina 299 a pag. 304) secondo la quale il SISDE non ha mai voluto rivelare la fonte della informativa, comportandosi pari pari come i funzionari della DIGOS di Udine, e cioè quello che ci si trova di fronte ad una “assoluta mancanza di riscontri all’accusa”. Una calunnia, dunque!
Il Marocchino, a conferma della sua perfetta buona fede, ha insistito e insiste perché si individui l’autore della stessa, proprio in quanto la Commissione ha concluso che “le indagini non hanno consentito di individuarli perché il SISDE non ha mai permesso di conoscere il nominativo della propria fonte dal quale erano scaturite le informazioni”.
E’ evidente che il SISDE di Roma ha agito con lo stesso intento depistante della Digos di Udine. L’autore del falso deve rimanere impunito?
2) Il secondo riguarda la indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata della quale abbiamo già ampiamente detto.
Il PM Amato sostiene che quella attività investigativa non è da ritenersi penalmente illecita e nessun rilievo può assumere il successivo rinvio a giudizio del Procuratore di Torre Annunziata Alfredo Ormanni (e del maresciallo Vincenzo Vacchiano) per il reato di peculato in quanto la vicenda giudiziaria è del tutto diversa.
Si omette di considerare che il processo per peculato avanti al Tribunale di Roma è conseguenza della sottrazione di somme enormi a carico dell’erario “per aver inventato procedimenti penali” e per aver ottenuto rimborsi di somme “per spese di indagini mai espletate”, riversando poi i 50 volumi degli atti ritenuti capziosamente costruiti alla competenza della Procura di Roma per lavarsene le mani.
Tutto al fine, quindi, di costruire scenari omicidiari anch’essi decisamente “contra verum”.
E di tutto ciò – a parte i reati di peculato, di calunnia e di falso, per come contestati – nessuno deve rispondere?
La richiesta del PM dr. Amato, negando l’evidenza, e disattendendo a tutte le istanze di ricerca della verità articolate da Giancarlo Marocchino, merita di essere respinta perché inadeguatamente motivata.
Ci troviamo di fronte ad una sorpresa, una vera sorpresa: quella di vedere rovesciare la linea inquisitoria sin qui seguita e le risultanze rassegnate da tutte le numerose Procure, da tutte le Commissioni parlamentari e persino dalla Corte di Assise di Roma nel senso che si considerano inesistenti e comunque non provati i tanti falsi accadimenti depistanti specificatamente indicati anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta Alpi; e, per converso, di vedere indirizzati i sospetti proprio su Giancarlo Marocchino in base soltanto da “voci” e “illazioni” previo travisamento di verità acquisite al di là di ogni ragionevole dubbio, colpevolizzando proprio il soggetto che quel depistaggio vigliaccamente ha cercato di compromettere, ma a cui si nega la tutela della sua dignità personale, senza far tacere una volta per tutti tali suoi detrattori.
L’obiettivo appare chiaro: non chiude la istruttoria sul caso Somalia-Alpi-traffici illeciti e quindi tenerla in vita, ancorché moribonda, praticamente a tempo indeterminato, malgrado il precedente istruttore dr. Franco Ionta ne avesse già chiesto l’archiviazione.
Si tiene in piedi, a nostro sommesso parere – lo abbiamo già scritto – un oltre gonfio di vento, senza indursi a quelle investigazioni che la Commissione parlamentare aveva caldamente sollecitato, una volta accertata la consistenza e la falsità delle piste costruite solo dalla fantasia dolosa di un certo giornalismo di assalto.
E solo in tal modo che si può giustificare il perdurare della istruttoria sul caso Alpi.
Tutto è stato detto dalla Relazione Finale della Commissione parlamentare di inchiesta Alpi e nulla ad oggi sembra essere emerso per contestare le sue conclusioni circa gli aspetti mistificatori di una operazione definita “sicuramente criminosa”, quella cioè del linciaggio mediatico (pag. 673).
Così questo linciaggio, spregiudicatamente e impunemente, può continuare esasperando persone innocenti fino al limite dell’incredibile, per come evidenziati dai dati che emergono da internet, che, per come riferito, al solo nome di Ilaria Alpi si avvicinano alle 500 mila unità. Una enormità!
Si badi bene: non ci si trova di fronte ad ipotesi investigative, ma alla costruzione e diffusione di fatti concreti addebitati a precise persone, sapendo della loro innocenza e continuando ad accreditarli malgrado siano stati accertati come falsi.
Non si può consentire che questa “semina di veleni” possa continuare giorno dopo giorno, magari con la sola scusa della incompetenza territoriale o della prescrizione dei reati, così da favorire interessi personali, di cassetta, di immagine e particolari finalità politico-ideologiche.
Chiediamo che il GIP di Roma non assecondi ulteriormente questo piano. E’ proprio la denuncia di Giancarlo Marocchino che offre l’occasione per operare quell’approfondimento che i parlamentari – anche quelli delle due relazioni di minoranza – ardentemente auspicavano e il cui invito non può essere né sottovalutato, né disatteso, proprio allo scopo di individuare le ragioni di tale depistaggio che punta solo a nascondere, e non a scoprire, la verità vera.
La presente iniziativa di Giancarlo Marocchino, che ha sporto una specifica denuncia a tutto campo, è nata proprio dalla consapevolezza della propria buona fede, in quanto tale altamente meritoria, tanto più perché egli si è rivolto a varie Procure ai vari livelli di responsabilità e persino alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica acchè la Relazione Finale approvata il 23/2/2006 sia ampiamente discussa nelle due aule.
Trattasi di un uomo mai inquisito, mai imputato, solo vigliaccamente e strumentalmente evocato da bugiardi matricolati, pregiudicati e calunniatori per vocazione, “sfruttati e istruiti da chi era interessato a far prevalere il falso sul vero”; un uomo che si sarebbe defilato, in silenzio, se avesse qualche cosa che potesse comprometterlo, ma che invece chiede insistentemente che si vada avanti, (avrà prodotto almeno 20 querele/denunce) indagando a tutto campo e in profondità su tutti gli accadimenti per sollevare i tanti veli omertosi, stigmatizzando la inerzia delle Procure, particolarmente quelle di Roma, che ad oggi, dopo 5 anni dall’approvazione di quelle relazioni, sembra non aver cavato… un ragno dal buco.
Il dr. Amato crede di poter ricorrere a due eccezioni che non condividiamo.
I) la prima è quella della incompetenza territoriale sostenendo che vari episodi per come denunciati sono stati commessi nell’ambito di Tribunali diversi. In merito, due sono le nostre eccezioni:
la Procura della Repubblica di Roma ha l’esclusiva competenza funzionale su tutto il caso Somalia-Alpi-Hrovatin, proprio perché il loro assassinio avvenne in un territorio straniero, sicchè tutti i casi di depistaggio si riferiscono e si ricollegano – nessuno escluso – al caso predetto, in quanto concepiti e realizzati all’esclusivo fine di supportare il noto, falso teorema omicidiario collegato ai traffici illeciti di armi e di rifiuti, la scoperta dei quali avrebbe indotto anonimi all’assassinio;
in ogni caso, alcune di queste piste, rimangono nell’ambito e nella competenza territoriale della Procura di Roma e tra queste:
– quella relativa alla falsa informativa del SISDE che accusa Giancarlo Marocchino dell’omicidio con il sacerdote Sommavilla;
– quella delle dichiarazioni rese contro Giancarlo Marocchino logista dei rifiuti in Somalia, coinvolto nel duplice omicilio, dall’affabulatore Giampiero Sebri avanti alla Corte di Appello di Assise di Roma nella udienza del 20/6/2002, nel processo contro il somalo Hashi, con il concorso, riteniamo doloso, dei giornalisti di Famiglia Cristiana;
– quello relativo al memoriale pubblicato su L’Espresso (che si stampa a Roma) sotto la data 2/6/2005 ad apparente firma del calunniatore Francesco Fonti, esponente della ‘ndrangheta, costruito sui dati carpiti a Guido Garelli e concertato sia con i tre giornalisti di Famiglia Cristiana, Alberto Chiara, Luciano Scalettari e Barbara Carazzolo, e Riccardo Bocca dietro una precisa promessa di denaro, per come già specificato, con l’accusa sempre contro Giancarlo Marocchino di interramento di rifiuti e di coinvolgimento con l’ex Presidente Ali Mahdi nel traffico di armi.
II) la seconda eccezione riguarderebbe la prescrizione dei reati ipotizzati, essendo tutti i casi incorsi nel limite temporale previsto dalla legge. Questa eccezione non deve fermare lo scrupolo professionale di un Magistrato inquirente, tanto più per la eccezionale gravità che riveste il caso affidato alla sua indagine. Si accertino comunque i comportamenti, si ricostruiscano esattamente gli accadimenti e poi competerà al Tribunale verificare se i termini di prescrizione sono stati superati (certamente non quelli per le false storie di Francesco Fonti).
Quanto è edificante evitare l’accertamento della verità perché … troppa acqua è passata sotto i ponti! Ma chi l’ha fatta trascorrere? Ricordiamo alcune date:
– la Commissione parlamentare di inchiesta Alpi ha terminato i suoi lavori nell’anno 2006;
– Giancarlo Marocchino ne è venuto a conoscenza nel 2007 e subito si è affrettato a depositare la sua circostanziata denuncia;
– da allora sono stati fatti trascorrere quasi 4 anni per ridursi, come abbiamo detto “ab inizio”, ad acquisire in fotocopia la Relazione Finale della Commissione Alpi, che per le parti essenziali Giancarlo Marocchino aveva già prodotto in allegato alla sua denuncia. Acquisizione che poteva essere effettuata direttamente dall’archivio della Camera dei Deputati nel giro di un solo giorno!
Come si spiega il fatto che la denuncia ha avuto un così lungo sonno?
Ci dovrebbe essere data una spiegazione, a fronte di un deserto istruttorio totale.
Quante ipotesi di reato sono stati fatte trascrivere!
Ci siano consentite alcune annotazione:
– E’ un fatto che anche Giampiero Sebri, condannato anche per diffamazione e per calunnia su denuncia di Giancarlo Marocchino e dal Tribunale di Alba e da quello di Roma, con conferma della condanna in sede di appello, ha beneficiato della prescrizione dalla Corte di Cassazione, che si è pronunciata oltre sette anni e mezzo dalla data della pubblicazione della sua intervista, che risaliva al 1/1/2000, pur rimanendo condannato al risarcimento dei danni e al rimborso delle spese legali in favore della parte civile.
– Questa accadrà molto probabilmente per il processo in corso, avanti al Tribunale di Roma su denuncia di Giancarlo Marocchino per calunnia contro Francesco Fonti (prossima udienza 12/7/2011).
– Questo è accaduto per gli altri funzionari della DIGOS di Udine denunciati per calunnia dalla stessa Commissione parlamentare nonché da Giancarlo Marocchino, per la costruzione delle 20 informative risultate tutte false.
– Questo è accaduto per le menzogne e le truffe poste a carico di Aldo Anghessa.
– Questo è accaduto anche per le invenzioni dell’altro affabulatore Francesco Elmo e questo probabilmente accadrà anche per quel PM e per il maresciallo Vincenzo Vacchiano che lo utilizzarono a fine di peculato.
Quello della prescrizione è un evento disdicevole su cui gli accorti strateghi del depistaggio mediatico sapevano di poter contare, anche per la bella disponibilità di cui, in senso lato, hanno concretamente beneficiato, da parte di alcuni magistrati, secondo quanto ha accertato la Commissione parlamentare di inchiesta Alpi-Hrovatin.
Anche per questa ragione ci troviamo di fronte a una pagine vergognosa di mala giustizia, da cui i detrattori hanno ricavato profitto e continuano a ricavarlo, allungando quella filiera di mistificazioni che secondo la Commissione parlamentare di inchiesta Alpi “non ha precedenti nella storia giudiziaria della Repubblica”.
Per tutte tali ragioni il sig. GIP deve disporre a che l’azione promossa da Giancarlo Marocchino non sia archiviata.
Ciò coincide concretamente anche con l’interesse della madre di Ilaria Alpi (il padre è deceduto), la quale – lo ricordiamo a noi stessi – in una trasmissione televisiva del “Maurizio Costanzo Show” ringraziò caldamente Giancarlo Marocchino per aver tentato, a rischio della sua vita in quel tragico 20 marzo 1994, di salvare la figlia e comunque di aver evitato che il corpo della giovane subisse lo stesso scempio che pochi giorni prima avevano subito 19 soldati americani, uccisi dai somali, denudati e trascinati ignominiosamente, legati dietro automobili, lungo le vie di Mogadiscio.
Il sig. GIP deve disporlo per poter capire, una volta per tutte, per iniziativa di chi, con il contributo di chi, e nell’interesse di chi, e a qual fine si è voluto concepire e attuare la ricordata “operazione criminosa, impegnata ad attribuire il misfatto a determinati personaggi, che, peraltro impossibilitati a difendersi, sono stati costantemente oggetto di un linciaggio mediatico protrattosi fino ai nostri giorni” (pag. 673 della Relazione Finale) ed eravamo nel 2006.
Possiamo aggiungere che questa operazione dura ancora fino ai giorni nostri, anno 2011. Archiviare la denuncia di Giancarlo Marocchino, che è stata integrata da una voluminosa memoria, eviterà di chiarire il “grande teorema” e consentirà, con il protrarsi della detta operazione, di evitare ogni sanzione contro i suoi ideatori, i responsabili della costruzione del dedotto mostruoso scenario, avendo potuto inventare qualsiasi cosa impunemente, senza disporre di un solo riscontro, senza effettuare una doverosa verifica dei loro racconti, pur consapevoli della inaffidabilità dei loro interlocutori, pregiudicati e calunniatori, di cui si sono serviti per “sfruttarli a loro discrezione”.
Scopriamo una volta per tutte le malefatte della “Cupola”, volta sempre a travisare la verità o a inventare verità non diversamente dimostrabili.
Per una indifferibile esigenza di giustizia.
Si insiste, pertanto, perché sia portata avanti la istruttoria, quanto meno sui casi di competenza della Procura di Roma, e comunque per il rinvio a giudizio degli autori e dei responsabili delle malefatte denunciate, particolarmente per i tre giornalisti di Famiglia Cristiana Alberto Chiara, Luciano Scalettari e Barbara Carazzolo, nonché per il giornalista Riccardo Bocca de L’Espresso, in relazione alle calunnie concertate con Francesco Fonti.
Si producono i resoconti stenografici delle dichiarazioni rese alla Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti dr.ssa Felicia Genovese, dr. Francesco Basentini e dr. Greco, nonché il verbale delle dichiarazioni rese da Francesco Fonti al dr. Vincenzo Macrì S.Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia 9/9/2005 (“l’ho fatto per denaro”).
Sempre a fini istruttori si chiede che l’Ill.mo GIP voglia ordinare l’acquisizione nel presente procedimento di tutte le richieste di archiviazione e relativi decreti di archiviazione sulla inchiesta a carico dell’ENEA presso la Procura di Potenza (dicembre 2009), sulla indagine circa lo spiaggiamento della nave Jolly Rosso presso la Procura di Reggio Calabria (dicembre 2009/2010), nonché circa la falsa storia dell’autoaffondamento delle navi a perdere cariche di rifiuti presso la Procura di Catanzaro (marzo 2011).
Con fiducia ed ossequi.
Avv. Stefano Menicacci.
UN ALTRO FLOP DELLA GIUSTIZIA, ARTICOLATI I TRE PROCEDIMENTI PENALI PROMOSSI DAL PM PRESSO IL TRIBUNALE DI ASTI, LUCIANO TARDITI, COLLEGATI AL “CASO OMICIDIARIO DI ILARIA ALPI”

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

Sentenza 
 sentenza