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Timestamp: 2020-03-31 15:16:02+00:00

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Tribunale Roma del 7 marzo 2014 - testo integrale Sentenza
Tribunale Roma del 7 marzo 2014
Filiazione · paternita' · riconoscimento · prescrizione · azione di regresso · decorrenza · alimenti · mantenimento · civile
"” I principi sopra richiamati sono stati recentement e anche ribaditi dalla Cassazione con la sentenza n. 5652 del 2012: “viene in considerazione la tesi secondo cui il riconoscimento della paternita', o, come sembra di capire, quanto meno la proposizione della relativa domanda, costituiscano il presupposto d ella responsabilita' aquiliana scaturente dalla violazione dei doveri inerenti al rapporto di filiazione. Tale assunto e' all'evidenza infondato, in quanto contrastante con il principio, costantemente affermato da questa Corte, secondo cui l'obbligo del geni tore naturale di concorrere nel mantenimento del figlio insorge con la nascita dello stesso, ancorche' la procreazione sia stata successivamente accertata con sentenza ...” Nella giurisprudenza della suprema Corte vengono, come si e' visto, affermati, in occas ione di fattispecie concrete diverse, principi generali tra loro incompatibili."
"Ritiene il Tribunale che il termi ne debba esser individuato nel momento in cui il figlio raggiunge l’indipendenza economica, in quanto in quel momento cessa il dovere del genitore di contribuire al suo mantenimento.
Il termine di prescrizione e' pertanto abbondantemente decorso, posto che gli attori affermano che il sig. XXXXX avrebbe raggiunto l’indipendenza economica all’eta' di 31 anni (nel 1995), sia che si faccia riferimento al termine di cinque anni previsto per il danno da atto illecito, sia che si faccia riferimento al termine previ sto per il reato di cui all’art 570 c.p.."
REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO IL TRIBUNALE ORDINARIO DI ROMA SEZIONE PRIMA CIVILE composto dai seguenti magistrati;
dott. Massimo Crescenzi Presidente dott. Vittorio Contento Giudice d.ssa Silvia Albano Giudice rel.
riunito in camera di consiglio, ha emesso la seguente S E N T E N Z A nella causa civile di primo grado iscrit ta al n. 42292 del ruolo generale degli affari contenziosi civili dell'anno 2009, vertente TRA XXXXX XXXXX, , ivi residente, e XXXXX XXXXX, nata a , residente a , entrambi rappresentati e difesi dall’Avv. XXXXX XXXXX, del Foro di Reggio Calabria, ed elettivamente domiciliati in Roma, presso lo studio dell’Avv. Gaetano Tasca - attori - E XXXXX XXX XXX, nato a , il , residente in Roma, rappresentato e difeso dagli Avv.ti S alvatore Coronas, Umberto Coronas e XXXtti - convenuti - NONCHE' P.M. in persona del Procuratore della Repubblica - interventore ex lege – oggetto: dichiarazione giudiziale di paternita' .
Ragioni di fatto e di diritto della decisione Con atto di cit azione ritualmente notificato gli attori esponevano che dall’agosto 1963 al giugno 1964 la sig.ra XXXXX XXXXX aveva avuto una relazione con il sig. XXX XXX XXXXX; frequentandosi a Treviglio 2 dove la sig.ra XXXXX lavorarava, mentre il sig. XXXXX lavorava a M ilano; che nella primavera del 1964 la sig.ra XXXXX si era accorta di essere incinta e lo aveva comunicato al sig. XXXXX il quale aveva opposto un netto rifiuto in ordine all’assunzione di qualsiasi responsabilita' nei confronti del nascituro; che la sig.ra XXXXX si era rivolta ai parenti del sig. XXXXX ed al Parroco perche' intercedessero con il padre del bambino affinche' si assumesse le proprie responsabilita', non ottenendo alcun risultato; che il sig. XXXXX non aveva riconosciuto il figlio e , quando la sig.ra XXXXX gli aveva inviato due fotografie del neonato, egli aveva risposto contestando recisamente ogni richiesta; che al momento della nascita del sig. XXXXX, il sig. XXXXX aveva una relazione con un’altra donna che sarebbe successivame nte diventata, ed era tuttora, sua moglie; che la sig.ra XXXXX, quando il figlio aveva compiuto 14 anni, gli aveva riferito che il sig. XXXXX era il suo padre biologico; che a seguito della maternita' la sig.ra XXXXX era stata isolata dalla sua famiglia d’o rigine (la nuova moglie del padre della sig.ra XXXXX era parente del sig. XXXXX); che la sig.ra XXXXX aveva sempre provveduto da sola al figlio; che la sig.ra XXXXX non aveva intentato alcuna azione nei confronti del presunto padre naturale stante le diffi colta' frapposte dall’ordinamento negli anni sessanta all’accertamento della paternita' naturale.
Chiedevano quindi venisse dichiarato che il sig. XXXXX era figlio del sig. XXXXX, permettendo la conservazione del cognome XXXXX, in quanto segno distintivo d ella persona dell’attore, senza menzione del cognome del padre; nonche' la condanna del sig. XXXXX alla restituzione della meta' delle somme anticipate dalla madre per il mantenimento del figlio dalla nascita fino al raggiungimento dell’indipendenza economic a (a 31 anni di eta') - quantificate in € 174.573,07 - nonche' al risarcimento del danno esistenziale subito da entrambi a causa del mancato riconoscimento, quantificato in € 250.000,00, per il sig. XXXXX XXXXX, ed in € 80.000,00 per la sig.ra XXXXX XXXXX, e del danno morale equ itativamente determinato.
Si costituiva il convenuto contestando di avere mai intrattenuto una relazione sentimentale con la sig.ra XXXXX XXXXX, tanto piu' che all’epoca era fidanzato con la donna che sarebbe divenuta sua moglie, 3 anch’essa residente a Milan o, nonche' il valore probatorio dei documenti prodotti in ordine ad una sua presunta paternita'. Esponeva, inoltre che l’enorme ritardo con il quale la domanda era stata proposta militava per la sua infondatezza ed eccepiva in ogni caso la prescrizione di og ni diritto connesso all’accertamento giudiziale della paternita', ritenendo incostituzionale l’interpretazione che faceva decorrere il termine di prescrizione dal pronunciamento giudiziale sulla paternita', posto che, nonostante il diritto al mantenimento ma turi con la nascita, nessuna richiesta in tal senso era mai pervenuta al convenuto, anche secondo la tesi prospettata dagli attori, almeno dal febbraio del 1965, ne' dalla madre ne' dal sig. XXXXX dopo il compimento della maggiore eta'.
La prova orale propost a dall’attore veniva rigettata, in quanto in parte vertente su valutazioni e non su fatti specifici, in violazione dell’art 244 c.p.c., ed in parte irrilevante ai fini del decidere, e veniva disposta C.T.U.
sulle persone dell’attore e del convenuto. Il con venuto rifiutava di sottoporsi al prelievo biologico adducendo la volonta' di non turbare la stabilita' e serenita' della propria famiglia.
* * * Non puo' ritenersi che la documentazione prodotta in giudizio da parte attrice costituisca di per se' prova del rap porto di filiazione tra il sig. XXXXX ed il sig. XXXXX.
I documenti prodotti in giudizio nulla dimostrano in merito: I documenti provenienti da terzi, non confermati attraverso una testimonianza in giudizio che non e' stata richiesta, non hanno alcun valore probatorio, non essendo certa la provenienza. In ogni caso nessun elemento di prova puo' trarsi dal loro contenuto trattandosi di neutri biglietti di auguri per la nascita o di presa d’atto di affermazioni dell’attrice in ordine alla paternita' del figlio.
Le due lettere sottoscritte dal sig. XXXXX e da questi non disconosciute nulla provano in merito, in quanto, senza accennare a presunte paternita', si limitano a rifiutare qualsiasi possibilita' di incontro con la sig.ra XXXXX, negando che vi fossero spiegaz ioni da dare ed invitando quest’ultima a smettere di importunarlo.
4 La prova testimoniale articolata era inammissimibile e per questo e' stata rigettata. In ogni caso sarebbe stata irrilevante in quanto inidonea a fornire prova della sussistenza della relazi one tra il sig. XXXXX e la sig.ra XXXXX.
Posto che i n tema di dichiarazione giudiziale di paternita' naturale, deve escludersi qualsiasi subordinazione dell'ammissione degli accertamenti immuno - ematologici all'esito della prova storica sull'esistenza di un rapporto sessuale tra il presunto padre e la madre di quest'ultimo, giacche' il principio della liberta' di prova, sancito, in materia, dall'art. 269, secondo comma, cod. civ., non tollera surrettizie limitazioni, ne' mediante la fissazione di una sorta di ge rarchia assiologica tra i mezzi di prova idonei a dimostrare la paternita' naturale, ne', conseguentemente, mediante l'imposizione al giudice di una sorta di "ordine cronologico" nella loro ammissione ed assunzione, a seconda del tipo di prova dedotta, avend o, per converso, tutti i mezzi di prova pari valore per espressa disposizione di legge (v. Cass. Sez. 1, Sentenza n. 14976 del 02/07/200) .
Il Collegio ritiene del tutto condivisibile l’indirizzo giurisprudenziale in base al quale “le prove emato - genetiche sono prove in senso proprio, giacche' l’attuale livello della ricerca ed esperienza scientifica consente di esprimere, grazie ad esse, sufficienti garanzie nel ritenere decisivo il loro contributo nell’attribuzione della paternita' o maternita' di un soggetto , conseguendo risultati dotati di un alto grado di probabilita' prossimo alla certezza (cfr. Cass. 29 maggio 2008, n. 14462 , App Milano 9/11/2001, cfr. anche Corte Costituzionale n 266/06 con riguardo all’art 235 c.c).
orientamento pienamente confermato dal la riforma introdotta con il D.Lgs. n. 154 del 2013.
L e indagini ematologiche e genetiche possono fornire decisivi elementi di valutazione non solo per escludere, ma anche per affermare il rapporto biologico di paternita' (v. Cass. Sez. 1, Sentenza n. 15568 del 2011 ); a volte unico possibile elemento di prova a disposizione della parte in considerazione della difficolta' di fornire prova dell’esistenza di relazioni intime e riservate.
5 Nel caso di specie, poi, stante il tempo trascorso era oltremodo difficolt oso offrire una prova testimoniale dell’esistenza della relazione tra il sig. XXXXX e la sig.ra XXXXX.
F erma l'inviolabilita' della persona e l'incoercibi lita' del prelievo medesimo, nel giudizio diretto ad ottenere una sentenza dichiarativa della paternita' o della maternita' naturale, il rifiuto ingiustificato di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile, da parte del giudice, ai sensi del gia' citato art. 116 c.p.c., comma 2, anche in assenza di prova di rapporti sessuali tra le parti, in quanto proprio la mancanza di prove oggettive assolutamente certe e ben difficilmente acquisibili circa la natura dei rapporti tra le stesse parti intercorsi e circa l'effettivo concepimento ad opera del preteso genitore naturale, se non cons ente di fondare la dichiarazione di paternita' sulla sola dichiarazione della madre e sull'esistenza di rapporti con il presunto padre all'epoca del concepimento (secondo l'espresso disposto dell'art. 269 c.c., ultimo comma), non esclude che il giudice poss a desumere, appunto, argomenti di prova dal comportamento processuale dei soggetti coinvolti ed, in particolare, dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi agli accertamenti biologici, potendo persino trarre la dimostrazione della fondatezza della domanda esclusivamente dalla condotta processuale di quest'ultimo, globalmente considerata e posta in opportuna correlazione con le dichiarazioni della madre ( Cass. n. 18224 del 2006, v. anche Cass. n. 9307/1997, cit.; Cass. 22 ottobre 1997, n. 10377; Cass. 24 ge nnaio 1998, n. 692; Cass. n. 2749/2002, cit.; Cass. 27 febbraio 2002, n. 2907; Cass. n. 2640/2003, cit.; Cass. 24 marzo 2006, n. 6694).
Non puo', infatti, negarsi che di fronte ad un'indagine tecnica risolutiva, il rifiuto volontario di sottoporvisi da part e di un soggetto capace di autodeterminarsi e' il frutto di una scelta non coercibile, ma certamente suscettibile di essere valutata ai sensi dell'art. 116 cod. proc. civ. in modo tendenzialmente coerente con il grado di efficacia probatoria dell'esame, e n on alla stregua di un qualunque altro comportamento processuale omissivo della parte.(Cassazione civile, 19/07/2013 , n. 17773 ; Cass. sent. n. 12971 del 2012 ).
6 D’altro canto, alla luce del rifiuto di sottoporsi all’esame ematologico da parte del XXXXX, gli elementi indiziari forniti dagli attori, sebbene non univoci, possono concorrere ad integrare il quadro probatorio.
La domanda di dichiarazione giudiziale di paternita' deve, pertanto, essere accolta ed il sig. XXXXX deve essere autorizzato a mantenere i l cognome materno, divenuto elemento costitutivo della propria identita' fino all’eta' adulta (l’attore ha oggi 50 anni), senza menzione del cognome paterno.
La Corte di Cassazione ha affermato il principio interpretativo , condiviso dal Tribunale, per cui: " Quando la filiazione naturale nei confronti del padre sia stata accertata o riconosciuta successivamente al riconoscimento da parte della madre, al fine di decidere se attribuire al figlio il cognome del padre, aggiungendolo o sostituendolo a quello della madre, il giudice deve valutare, ai sensi dell'art. 262 c.c., l'esclusivo interesse del minore, tenendo conto del fatto che e' in gioco, oltre all'appartenenza del minore ad una determinata famiglia, il suo diritto all'identita' personale, maturata nell'ambi ente in cui egli e' vissuto fino a quel momento, ossia il diritto del minore ad essere se stesso nel trascorrere del tempo e delle vicende attinenti alla sua condizione personale, e prescindendo, anche a tutela dell'eguaglianza fra i genitori, da qualsiasi meccanismo di automatica attribuzione del cognome. Ne deriva che legittimamente viene disposta l'attribuzione al minore, in aggiunta al cognome della madre, di quello del padre, allorche' il giudice del merito, da un lato, escluda la configurabilita' di un q ualsiasi pregiudizio derivante da siffatta modificazione accrescitiva del cognome (stante l'assenza di una cattiva reputazione del padre e l'esistenza, anche in fatto, di una relazione interpersonale tra padre e figlio), e, dall'altro lato, consideri che, non versando ancora nella fase adolescenziale o preadolescenziale, il minore, tuttora bambino, non abbia ancora acquisito con il matronimico, nella trama dei suoi rapporti personali e sociali, una definitiva e formata identita', in ipotesi suscettibile di s consigliare l'aggiunta del patronimico" (Cass. 5 febbraio 2008, n.2751).
Il cognome, come parte del nome, e' , infatti, sempre meno strumento di ordine pubblico e sempre piu' bene morale della persona, rappresentando 7 elemento costitutivo dell'identita' persona le e quindi oggetto di un vero e proprio diritto tutelato a livello costituzionale .
La sig.ra XXXXX, propone domanda di regresso in ordine alle spese di mantenimento sostenute fin dalla nascita ed entrambi gli attori domandano il risarcimento del danno sub ito per il mancato riconoscimento.
Il convenuto eccepisce la prescrizione.
Tale domanda e' ormai unanimemente ritenuta proponibile anche nel giudizio teso ad accertare il rapporto di filiazione (v. Cass. Sez. 1, Sentenza n. 17914 del 2010 ).
La questione relativa alla decorrenza del termine di prescrizione per l’azione di regresso, e di risarcimento del danno da “mancato riconoscimento”, in caso di dichiarazione giudiziale di paternita' e' questione da molto tempo dibattuta.
La giurisprudenza della suprema Cort e afferma che il termine decorre dal passaggio in giudicato della sentenza che accerta la filiazione in quanto il diritto di regresso non sarebbe in precedenza azionabile, presupponendo la sussistenza del riconoscimento o del giudicato sullo status (v, per tutte, Cass. Sez. 1, Sentenza n. 23596 del 2006 e Cass. sez. I, Sentenza n. 10124 del 26 maggio 2004). Tale orientamento e' stato criticato da buona parte della dottrina.
Si e' da tempo affermato il principio che il riconoscimento o la dichiarazione giudiz iale dello status di figlio hanno natura accertativa e, pertanto, spiegano i loro effetti anche per il passato, fin dalla nascita del figlio, in particolare in ordine ai doveri previsti dagli artt. 147 e 315 bis c.c. (quest’ultimo introdotto dal D.Lgs n. 1 54/2013). L’orientamento prevalente attribuisce, poi, natura di obbligazione solidale al dovere di mantenimento dei figli da parte dei genitori, con la conseguenza che la domanda di un genitore volta a recuperare la quota della quale sarebbe stato onerato l’altro genitore viene qualificata come azione di regresso tra condebitori solidali.
In particolare nella pronuncia n. 23596 del 2006 , la Suprema Corte ribadisce piu' volte il principio per cu i, solo e soltanto con l’attri buzione dello status di figl io nat urale (o a seguito di ri conoscimento spontaneo , ovvero a seguito di dichiara zione giudiziale) sorgono i diritti ad esso legati; in tal senso, il riconoscimento tornerebbe ad avere natura co stitutiva, anche 8 se i suoi e ffetti rimarrebbero dichiarati vi, in qu anto i diritti del fig lio (e gli obblighi dei genito ri) dovrebbero comunque retroagire fin dalla nascita.
La questione ha riflessi oltremodo rilevanti sulle singole fattispecie e coinvolge problemi etici di non poco momento: da un lato appare ingiusto, at traverso l’applicazione della prescrizione, penalizzare il genitore che da solo per anni, magari anche a costo di notevoli sacrifici, si era fatto carico del figlio, a vantaggio del genitore che se ne era sempre disinteressato;
dall’altro il principio affe rmato, che in quanto tale e' di generale applicazione, puo' dar luogo a sua volta ad abusi, come messo in luce dalla dottrina piu' accorta, a scapito della certezza dei rapporti giuridici.
La madre, ad esempio, potrebbe avere deciso di non agire per molti an ni avendo scelto di non condividere la genitorialita' e di crescere il figlio da sola, ed il padre potrebbe non avere nemmeno mai saputo dell’esistenza di un figlio frutto di un rapporto occasionale ed ormai anziano si vedrebbe chiedere tutto in un’unica so luzione, con conseguenze economicamente molto piu' pesanti, se non devastanti, rispetto all’adempimento periodico dell’obbligazione di mantenimento.
Ma si pensi anche al caso in cui il figlio maggiorenne (non economicamente autonomo) decida – perche' ritien e non conforme ai propri interessi una pronuncia sullo status - di non promuovere l’azione per la dichiarazione giudiziale di paternita', od, avendo compiuto i 14 anni (o nel vigore della precedente normativa i 16) non dia il consenso al riconoscimento tard ivo, la madre si troverebbe nell’impossibilita' di proporre l’azione di regresso, almeno per gli ultimi dieci anni, e l’azione di mantenimento per il futuro.
E’ chiaro che il principio affermato dovrebbe trovare applicazione anche in casi simili.
La suprema Corte, con le sentenze n. 10124 del 2004 e n. 23596 del 2006, afferma la natura dichiarativa dell’accertamento di status, traendone delle conseguenze che appaiono contraddittorie con la premessa: l’obbligo di mantenimento sorgerebbe con la nascita, deriva ndo la responsabilita' genitoriale dal fatto stesso della procreazione (cosi' anche Cass. sent. n. 5652 del 2012), tuttavia solo dall’attribuzione dello status di figlio (attraverso il 9 riconoscimento o la sentenza) deriverebbero gli effetti tipici connessi d alla legge a tale status.
Di tale ultimo assunto e' lecito dubitare, posto che logica conseguenza sarebbe che nei casi di figli non riconoscibili (divenute ipotesi solo residuali con la riforma della filiazione) e di mancato assenso od autorizzazione del gi udice al riconoscimento tardivo, il padre biologico non avrebbe alcun onere di mantenimento del figlio, mentre e' pacifico che cosi' non e'. Tanto piu' che l’art 261 c.c., che stabiliva che il riconoscimento comportava l’assunzione di tutti i diritti e doveri del genitore verso i figli, e' stato abrogato dal D.lgs. n. 154/2013, mentre l’interpretazione analogica od estensiva dell’art. 279 c.c. (che prevede il diritto al mantenimento anche quando non sia possibile proporre l’azione per dichiarazione giudiziale di paternita' o maternita') sarebbe impedita da un’interpretazione come quella sopra richiamata. In ogni caso, il testo della norma di cui all’art. 261 c.c. non comportava certo che tali diritti e doveri fossero esclusivamente connessi al riconoscimento e non al fatto stesso della procreazione.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6365 del 2004, ha, invece, affermato la possibilita' di proporre l’azione contemplata dalla norma di cui all’art 279 c.c. anche qualora si trattasse di impossibilita' sopravvenuta a proporre l’azione di dichiarazione giudiziale di maternita' o paternita' , perche' derivante dall'omesso esperimento, nel termine di decadenza all'uopo fissato, dell'azione di disconoscimento del padre legittimo , qualora i genitori legittimi non avessero i mezzi per provvedere oppure qualora, per le circostanze del caso concreto da accertare volta per volta, il figlio medesimo non p otesse comunque ottenere il mantenimento (o un sostegno economico) dai genitori legittimi .
D’altro canto il tenore dell’art 30 d ella Costituzione non dovrebbe lasciare spazio a dubbi interpretativi in ordine al fatto che l’obbligo del genitore di mantenere il figlio consegua direttamente alla procreazione e non all’attribuzione formale di uno status (v. cass. sent. n. 5652/2012 cit .) .
“I l precetto costituzionale "indirizza il legislatore ad una regolamentazione del tema informata al principio del dovere (nel senso di obbligo) del genitore di mantenere, istruire ed educare i figli in funzione del solo fatto materiale della procreazio ne e senza alcun vincolo con il 10 riconoscimento formale della paternita' o maternita' naturale; al principio, cioe', per cui il diritto al mantenimento deve trovare la sua fonte immediata nel fatto della procreazione e non nello status formale di figlio natura le " (cosi' Cass., n. 5633/1990 , in motivazione). La medesima sentenza cosi prosegue: "Emerge, inoltre, la presenza dell'art. 279 cod. civ. nel testo modificato dalla legge di riforma del diritto di famiglia, il cui dettato - ove correttamente interpretato a lla luce della norma costituzionale appena richiamata - attribuisce al figlio naturale, una volta accertato incidenter tantum il rapporto materiale di filiazione, il diritto al mantenimento, all'istruzione e alla educazione, quand'anche non sia stato ricon osciuto formalmente pur essendo cio' possibile e, quindi, indipendentemente dalla qualifica formale dello status". Se, dunque, il fatto materiale della procreazione naturale (accettabile anche incidenter tantum e svincolato dal riconoscimento formale del re lativo status) costituisce l'antecedente giuridico immediato delle azioni attribuite al figlio naturale dall'art. 279, primo comma, cod. civ., e se questo dato e' direttamente collegabile con l'art.
30, primo comma, della Costituzione, non si rivela coerent e con tale precetto costituzionale un'interpretazione che riduca l’ azionabilita' di quei diritti ai soli casi in cui l'interessato sia venuto a trovarsi nell'impossibilita' assoluta e originaria (e non relativa, in quanto sopravvenuta) di proporre l'azione p er la dichiarazione giudiziale di paternita'.
” (cass. n. 6365/2004 cit.) Le sentenze richiamate affermano, quindi, espressamente la possibilita' di accertamento incidenter tantum del rapporto di filiazione, a prescindere dall’accertamento dello status, affer mando un principio contrastante con quello affermato dalle sentenze che affermano la decorrenza della prescrizione dal riconoscimento o dal passaggio in giudicato della sentenza sullo status.
Sulla possibilita' di un accertamento incidenter tantum del rappo rto di filiazione si e' pronunciata anche Cass. n. 4325/2009; “il procedimento previsto dall'art. 250, quarto comma, cod. civ. per conseguire dal Tribunale una pronuncia che tenga luogo del mancato consenso al riconoscimento del figlio minore, da parte del genitore che abbia gia' effettuato tale riconoscimento, e' volto esclusivamente ad accertare se il secondo 11 riconoscimento risponde all'interesse del minore stesso, sicche' in esso resta irrilevante ogni indagine sulla veridicita' del secondo riconoscimento, in dagine - questa - che presuppone il riconoscimento e che puo' essere svolta in separato giudizio, ove il riconoscimento autorizzato a norma dell'art. 250 venga impugnato ex art. 263 cod. civ.. Un siffatto accertamento non puo' essere quindi svolto nel giudiz io di cui all'art. 250, se non al limitato fine - in presenza di contestazioni della controparte, di verificare, ma solo "incidenter tantum", la legittimazione attiva del richiedente” .
Il fatto che le questioni di stato debbano essere decise con efficacia di giudicato, atteso il loro carattere di assolutezza e la loro efficacia erga omnes, non incide sull’argomento trattato in questa sede, che riguarda il concreto rapporto di filiazione in generale, posto che in alcuni casi la pronuncia sullo status non e' n emmeno possibile.
Ma il rapporto di filiazione, ed alcune delle conseguenze giuridiche connesse (quelle previste dall’art 30 della costituzione, nonche' dagli artt.
148 e 315 bis e 316 bis del codice civile), prescindono, come si e' visto, dal riconosciment o dello status di figlio.
“ Nel quadro normativo delineato dall'art. 30 cost., dall'art. 279 cod.
civ. e dalle convenzioni internazionali ratificate e rese esecutive in Italia, l'o bbligo del genitore naturale di concorrere al mantenimento del figlio trova l a sua fonte immediata nel fatto della procreazione, anche se accertato incidenter tantum, e non nello st atus formale di figlio naturale” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 5633 del 09/06/1990 ).
Qualora si ritenga che l’accertamento del rapporto di filiazione non p ossa essere effettuato in via incidentale, ma solo con efficacia di giudicato, nulla vieta che il giudice adito per l’azione di regresso o per il mantenimento, qualora il convenuto contesti il rapporto di filiazione, nel caso in cui sussistano la sua compe tenza anche per le azioni di stato e le condizioni soggettive (legittimazione attiva e passiva) ed oggettive perche si p ossa pronunziare su di esse, possa giudicare anche sulla questione di stato e la decisione avra' carattere princ ipale ed efficacia di giu dicato (v. Cass. n. 2220 del 04/04/1980) , o nel caso non sia competente possa sospendere la causa in attesa della decisione sullo status. Mentre nel caso il convenuto non contesti il rapporto di filiazione, il problema nemmeno si porrebbe potendo 12 il giudic e pronunciarsi sulla domanda principale (cosi' come ritenuto da Cass. 5633/1990 cit.).
Questo, d el resto, e' l’ orientamento maggioritario della dottrina , che ha avuto modo di sottolineare come la procreazione determini la titolarita' sostanziale della posizio ne di figlio, e come da questo titolo derivino, in parallelo ed indipendentemente l'uno dall'altro, il diritto al mantenimento e quello alla titolarita' formale della filiazione ; “ nonche' l'interpretazione recepita dalla Corte costituzionale la quale nelle s entenze n. 118 e 121 dell'8 maggio 1974 ha affermato che la normativa espressa nei comma piu' significativi della disposizione in esame denota come il Costituente abbia voluto attribuire il diritto al mantenimento all'educazione ed all'istruzione dei figli naturali che, pur non riconosciuti o non legittimati, possano secondo la legislazione vigente provare la paternita' e la maternita' naturale.
Emerge, inoltre, la presenza dell'art. 279 Cod. civ. nel testo modificato dalla legge di riforma del diritto di fami glia, il cui dettato - ove correttamente interpretato alla luce della norma costituzionale appena richiamata - attribuisce al figlio naturale, una volta accertato incidenter tantum il rapporto materiale di filiazione, il diritto al mantenimento, all'educaz ione ed all'istruzione, quand'anche non sia stato riconosciuto formalmente pur essendo cio' possibile e, quindi, indipendentemente dalla qualifica formale dello status. Vale a dire che riconduce il diritto in questione al rapporto biologico di procreazione e non allo status formale di figlio, cosi' come ha affermato questa Corte nelle sentenze n. 7285 del 26 settembre 1987, n. 3015 del 3 maggio 1986 e n. 4044 del 6 novembre 1975 ” (Cass. n. 5633/1990 cit).
La Corte di Cassazione nella citata sentenza del 1990 conclude: “ Deve ritenersi esistente, in altri termini, il principio in base al quale il fatto materiale della procreazione, ove positivamente accertato anche in via incidentale, determina di per se' solo, ed indipendentemente dal riconoscimento formale del lo status di figlio naturale la responsabilita' (e' questo il termine correttamente utilizzato nella rubrica dell'art. 279 Cod. civ.) del genitore per il mantenimento del figlio; in base al quale, cioe', sul genitore grava l'obbligazione giuridica (e non solt anto naturale come sostiene una dottrina minoritaria) di mantenere il figlio naturale anche se 13 non riconosciuto formalmente, mentre, di converso, questi ha diritto all'adempimento di siffatta prestazione.
” I principi sopra richiamati sono stati recentement e anche ribaditi dalla Cassazione con la sentenza n. 5652 del 2012: “viene in considerazione la tesi secondo cui il riconoscimento della paternita', o, come sembra di capire, quanto meno la proposizione della relativa domanda, costituiscano il presupposto d ella responsabilita' aquiliana scaturente dalla violazione dei doveri inerenti al rapporto di filiazione. Tale assunto e' all'evidenza infondato, in quanto contrastante con il principio, costantemente affermato da questa Corte, secondo cui l'obbligo del geni tore naturale di concorrere nel mantenimento del figlio insorge con la nascita dello stesso, ancorche' la procreazione sia stata successivamente accertata con sentenza ...” Nella giurisprudenza della suprema Corte vengono, come si e' visto, affermati, in occas ione di fattispecie concrete diverse, principi generali tra loro incompatibili.
Ritiene il tribunale che sia conforme all’evoluzione del diritto positivo, sia interno che internazionale, nonche' all’evoluzione della coscienza sociale, la tesi che riconnette l’esistenza degli obblighi previsti dagli artt. 148, 315 bis e 316 bis c.c. al solo fatto della procrazione, a prescindere dal riconoscimento formale dello status. Cio' significa, trattandosi di obblighi giuridici, che sia l’azione di regresso che quella di concorso negli oneri di mantenimento puo' essere azionata, a prescindere da una pronuncia sullo status passata in giudicato, in un giudizio nel quale il fatto della procreazione verra' accertato - in via incidentale o, come si e' visto con efficacia di giu dicato - qualora il presunto padre convenuto contesti il rapporto di filiazione.
La stessa nozione di “responsabilita'” genitoriale, introdotta dal D.Lgs n. 154/2013, in luogo della potesta' genitoriale, sembra alludere alla responsabilita' connessa al solo f atto della procreazione e non certo al riconoscimento formale dello status di figlio.
Tale tesi, ha anche il pregio di rendere coerente un sistema che l’interpretazione oggi dominante rischia di rendere intrinsecamente contraddittorio, avvicinando i casi nei quali, ad esempio, il giudice non autorizza il riconoscimento tardivo perche' contrario agli interessi del minore 14 (fatto rientrare attraverso un’interpretazione estensiva nel disposto di cui all’art 279 c.c.) ai casi in cui siano prima la madre e poi il figlio (compiuti i 14 anni) a ritenere contrario ai propri interessi il riconoscimento o la pronuncia sullo status, evitando cosi' di lasciare in questa materia pericolosi vuoti di tutela.
La circostanza che il legislatore della recente riforma della filiazione abbia ritenuto di inserire espressamente nell’art. 480 c.c. il termine di decorrenza della prescrizione per l’accettazione di eredita', in conformita' con l’orientamento consolidato della giurisprudenza, conferma a parere del Tribunale la tesi qui sostenuta. Il legislatore ha infatti ritenuto necessario specificare che il termine decorre dal riconoscimento o dalla pronuncia sullo status, forse proprio perche' in un sistema in cui i doveri genitoriali derivano dal fatto stesso della procreazione, cio' non poteva considerarsi scontato. E per l’accettazione di eredita' tale norma ha un senso, in quanto, andando ad incidere sui successibili, c’e' necessita' di un atto od una pronuncia che abbia efficacia erga omnes.
Si tratta di rendere coerente il sistema discip linante il rapporto di filiazione traendo tutte le conseguenze dalla affermata centralita' degli interessi del figlio.
Ed anche dalla nuova norma di cui all’art 315 c.c. che afferma che “tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico”, non si puo' certo riten ere che essa si riferisca ai soli figli riconosciuti o riconoscibili.
L’accoglimento di tale tesi comporta che la prescrizione dell’azione di regresso decorra da ogni singola spesa effettuata. Il termine e' senz’altro quello decennale, non vertendosi in mat eria di alimenti, ma di regresso in materia di obbligazioni solidali.
Il diritto di regresso azionato in questa sede dalla sig.ra XXXXX deve, pertanto, ritenersi ampiamente prescritto.
Gli attori propongono altresi' domanda di risarcimento del danno consegu ente al mancato riconoscimento ed alla conseguente violazione dei doveri genitoriali, la sig.ra XXXXX per aver dovuto provvedere da sola alla crescita del figlio ed il sig. XXXXX per essere cresciuto senza un padre.
Le conseguenze dell’illecito cd. “endofa miliare” da mancato riconoscimento, ormai ampiamente riconosciuto da dottrina e 15 giurisprudenza (v. Cass. n. 5652 del 2012 cit.), si articolano nel danno derivante da violazione dell’obbligo di mantenimento, connesso alla perdita di chances conseguenti, ad esempio, al mancato conseguimento della posizione sociale confacente a quella del padre biologico, ed in quello derivante dalla violazione degli altri doveri genitoriali, in particolare il diritto a ricevere cura, educazione, protezione, da entrambi i geni tori.
Anche in ordine a tale domanda il convenuto eccepisce l’intervenuta prescrizione.
Valgono anche in questo caso le considerazioni effettuate in ordine alla prescrizione dell’azione di regresso, sicche' deve ritenersi che per l’azionabilita' del diritto al risarcimento del danno da violazione dei doveri genitoriali non sia necessaria la sussistenza di una sentenza sullo status passata in giudicato.
Piu' difficoltoso individuare il termine di decorrenza della prescrizione.
Ritiene il Tribunale che il termi ne debba esser individuato nel momento in cui il figlio raggiunge l’indipendenza economica, in quanto in quel momento cessa il dovere del genitore di contribuire al suo mantenimento.
Il termine di prescrizione e' pertanto abbondantemente decorso, posto che gli attori affermano che il sig. XXXXX avrebbe raggiunto l’indipendenza economica all’eta' di 31 anni (nel 1995), sia che si faccia riferimento al termine di cinque anni previsto per il danno da atto illecito, sia che si faccia riferimento al termine previ sto per il reato di cui all’art 570 c.p..
Piu' difficoltoso e' individuare il termine iniziale per la violazione degli altri doveri genitoriali.
Ritiene il tribunale che non possa farsi riferimento al raggiungimento della maggiore eta', essendo indubbio che i l bisogno da parte del figlio della figura costruttiva ed educativa del genitore perduri ben oltre il compimen to del diciottesimo anno di eta', pur venendo meno la responsabilita' (gia' potesta') genitoriale. Al di la' dei compiti strettamente educativi, i dove ri giuridici di solidarieta', protezione e cura permangono fino a che il figlio non sia in grado di conseguire una completa autonomia anche psicologica che 16 verosimilmente, nella maggior parte dei casi, coincide con il raggiungimento dell’autonomia economica e, quindi, con il momento in cui cessa l’obbligo di mantenimento.
Anche in questo caso il termine di prescrizione deve ritenersi abbondantemente decorso, tanto piu' che gli attori hanno dichiarato, per quel che riguarda il figlio, che quest’ultimo era cons apevole della paternita' del sig. XXXXX fin da quando il sig. XXXXX aveva 14 anni.
Sussistono giusti motivi, in considerazione della natura controversa delle questioni trattate, per dichiarare le spese di lite integralmente compensate tra le parti.
Il Tribunale, definitivamente pronunciando, disattesa ogni contraria istanza, deduzione ed eccezione cosi' provvede;
1. Dichiara che XXXXX XXX XXX e' padre naturale di XXXXX XXXXX;
2. Autorizza XXXXX XXXXX a mantenere il cognome materno, senza menzione del cognome paterno;
3. ordina all’Ufficiale dello S tato civile del Comune competente di annotare la presente sen tenza, al passaggio in giudicato;
4. rigetta le ulteriori domande proposte dagli attori;
5. dichiara le spese di lite integralmente compensate tra le parti.
Cosi' de ciso in Roma, il 7 marzo 2014 Il giudice estensore il Presidente
Filiazione Paternita' Riconoscimento Prescrizione Azione di regresso Decorrenza Alimenti Mantenimento Civile

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e contrario
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