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Timestamp: 2020-01-20 11:10:30+00:00

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21 Agosto 2019 | Autore: Mariano Acquaviva
Messa alla prova per maggiorenni: cos’è e come funziona? Quando si presenta l’istanza e cosa bisogna allegare? Cosa succede al termine del periodo di prova?
Chi commette un reato rischia di dover affrontare un lungo procedimento al termine del quale è possibile che venga condannato a scontare una pena detentiva. Questo è ciò che accade normalmente. Il problema è che la giustizia deve fare i conti con diversi problemi, primi fra tutti il sovraffollamento carcerario e i tempi lunghissimi dei processi. Per ovviare a queste difficoltà la legge ha pensato di introdurre un procedimento speciale da affiancare a quelli già esistenti: sto parlando della sospensione del procedimento con messa alla prova.
Non si tratta di una novità assoluta: l’ordinamento giuridico italiano già conosceva la messa alla prova per i minorenni, quella procedura che consente ai minori di poter evitare una condanna scegliendo di sottoporsi ad un periodo durante il quale svolgere attività di pubblica utilità. Ebbene, la stessa messa alla prova, con qualche accorgimento, è stata estesa anche al procedimento penale ordinario, cioè quello che vede per protagonisti le persone maggiorenni. Se l’argomento ti interessa e ne vuoi sapere di più, ti invito a proseguire nella lettura: vedremo insieme cos’è e come funziona la sospensione del procedimento con messa alla prova.
1 Messa alla prova per maggiorenni: cos’è?
2 Sospensione del procedimento: cosa significa?
3 Messa alla prova per maggiorenni: quando si può chiedere?
4 Indagini preliminari: si può chiedere la messa alla prova?
5 Sospensione con messa alla prova: cosa valuta il giudice?
6 Messa alla prova: in cosa consiste?
7 Istanza di messa alla prova: cosa deve contenere?
8 La decisione del giudice sulla richiesta di messa alla prova
9 La revoca della messa alla prova
10 L’esito della messa alla prova
Messa alla prova per maggiorenni: cos’è?
La sospensione del procedimento con messa alla prova (definita anche messa alla prova per maggiorenni, per distinguerla dall’omonimo istituto previsto per i minorenni) è una procedura speciale che consente ad una persona imputata oppure solamente indagata di evitare la condanna scegliendo di aderire ad un progetto che prevede lo svolgimento di un lavoro di pubblica utilità e la riparazione o il risarcimento del danno cagionato alla persona offesa.
In pratica, colui che è tratto in giudizio per un reato che ha commesso può scegliere, in determinati casi, di evitare di affrontare un intero processo e di sottoporsi ad una specie di “percorso riabilitativo” all’esito del quale, se avrà ottenuto il giudizio positivo del giudice, potrà dichiararsi l’estinzione del reato.
Sospensione del procedimento: cosa significa?
La messa alla prova viene compiutamente definita come procedura di sospensione del procedimento con messa alla prova perché, per tutto il periodo durante il quale la persona si sottopone ai lavori di pubblica utilità, il processo rimane sospeso, in stand-by, come se fosse congelato, per un periodo non superiore ai due anni o ad un anno (te ne parlerò meglio dopo).
Durante il periodo di sospensione resta tutto bloccato, anche la prescrizione: ciò significa che il termine non decorrerà durante la messa alla prova.
Messa alla prova per maggiorenni: quando si può chiedere?
A differenza della messa alla prova per i minorenni, la sospensione del processo con messa alla prova per i maggiorenni può essere chiesta solo in determinati casi. Nello specifico, la legge [1] dice che l’imputato può chiedere la messa alla prova:
nei procedimenti per reati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria;
per i delitti per i quali si procede a citazione diretta a giudizio secondo il codice di procedura penale e per i quali è competente il giudice in composizione monocratica (ad esempio: violenza, minaccia o resistenza a pubblico ufficiale; furto aggravato; ricettazione).
Oltre a queste condizioni, colui l’interessato deve rispettare anche delle preclusioni di carattere processuale: ed infatti, la sospensione con messa alla prova può essere chiesta (per iscritto oppure oralmente, anche dal difensore munito di procura speciale):
all’udienza preliminare, fino alla discussione;
nel giudizio direttissimo, fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado;
nel procedimento di citazione diretta a giudizio, fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado;
se è stato notificato il decreto di giudizio immediato, entro il termine di 15 giorni dalla notifica;
nel caso di notifica di decreto penale di condanna, insieme all’atto di opposizione [2].
Indagini preliminari: si può chiedere la messa alla prova?
La legge consente perfino agli indagati di poter chiedere la messa alla prova [3]. In questa ipotesi, la richiesta va fatta al giudice per le indagini preliminari, il quale però deve prima ottenere il consenso del magistrato del pubblico ministero. Se questi, nel termine di cinque giorni, presta il consenso, il giudice, valutata ogni altra circostanza utile, concede la messa alla prova; al contrario, se v’è dissenso, il giudice non può che adeguarsi e rigettare l’istanza.
Secondo la Corte di Cassazione [4], contro la decisione di rigetto della sospensione del procedimento con messa alla prova del giudice delle indagini preliminari non è possibile fare ricorso per Cassazione; la legge, tuttavia, consente all’imputato di riproporre l’istanza davanti al giudice, prima dell’apertura del dibattimento di primo grado, secondo le tempistiche viste nel paragrafo superiore.
Una volta effettuata la richiesta di messa alla prova, il giudice deve valutare se concederla o meno. innanzitutto, la messa alla prova non può essere concessa più di una volta: ciò significa che il giudice dovrà per prima cosa verificare che, in passato, l’imputato non ne abbia già beneficiato.
In secondo luogo, il giudice, sempre al fine di decidere sulla concessione, nonché ai fini della determinazione degli obblighi e delle prescrizioni cui eventualmente subordinarla, può acquisire, tramite la polizia giudiziaria, i servizi sociali o altri enti pubblici, tutte le ulteriori informazioni ritenute necessarie in relazione alle condizioni di vita personale, familiare, sociale ed economica dell’imputato.
Infine, il giudice deve reputare idoneo il programma di trattamento presentato (di cui ti parlerò a breve) e ritenere che l’imputato si asterrà dal commettere ulteriori reati.
Il giudice, pertanto, non è obbligato a concedere la sospensione del procedimento con messa alla prova: ricevuta la richiesta da parte dell’imputato (o dell’indagato), egli dovrà decidere se la messa alla prova è opportuna o meno, se può rappresentare un modo per il richiedente di emendarsi oppure se si tratta solamente di una scorciatoia per uscirsene dal procedimento.
Abbiamo visto cos’è la messa alla prova, chi può chiederla e quando. Vediamo ora in cosa consiste, cioè come funziona la messa alla prova. In parte lo abbiamo già spiegato: con la messa alla prova l’indagato o l’imputato chiede al giudice di potersi sottoporre ad un periodo di attività dedicata ai servizi sociali o comunque di pubblica utilità. Cercando altresì di riparare al danno che ha arrecato alla vittima.
Più nel dettaglio, la legge dice che la messa alla prova comporta la prestazione di condotte volte all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, nonché, ove possibile, il risarcimento del danno dallo stesso cagionato.
Con la messa alla prova, inoltre, l’imputato (o l’indagato) viene affidato al servizio sociale per lo svolgimento di un programma che può implicare, tra l’altro, attività di volontariato di rilievo sociale, ovvero l’osservanza di prescrizioni relative ai rapporti con il servizio sociale o con una struttura sanitaria, alla dimora, alla libertà di movimento, al divieto di frequentare determinati locali.
La concessione della messa alla prova è inoltre subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità, consistente in una prestazione non retribuita, affidata tenendo conto anche delle specifiche professionalità ed attitudini lavorative dell’imputato, di durata non inferiore a dieci giorni, anche non continuativi, in favore della collettività, da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le aziende sanitarie o presso enti o organizzazioni, anche internazionali, che operano in Italia, di assistenza sociale, sanitaria e di volontariato. La prestazione è svolta con modalità che non pregiudichino le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute dell’imputato, e la sua durata giornaliera non può superare le otto ore.
Tizio ha rubato l’auto di Caio; dopo qualche giorno viene rintracciato dalle autorità e tratto in giudizio per furto aggravato. Prima dell’apertura del dibattimento, l’avvocato di Tizio chiede al giudice la messa alla prova, allegando un’istanza dettagliata ove è illustrato un progetto che prevede lo svolgimento di lavori di pubblica utilità, l’adesione alla protezione civile e ad un’altra associazione che svolge attività di aiuto agli anziani. Altresì, Tizio si impegna a risarcire il danno economico prodotto a Caio a seguito del furto.
Istanza di messa alla prova: cosa deve contenere?
Alla luce di quanto appena detto, si comprende come la richiesta di messa alla prova avanzata dall’imputato/indagato non possa limitarsi ad essere una semplice istanza di quattro righe, ma debba contenere in maniera dettagliata il percorso riabilitativo e sociale che l’interessato deve intraprendere. Un’istanza scarna e sommaria potrebbe essere rigettata dal giudice.
È la stessa legge a stabilire che all’istanza di messa alla prova deve essere allegato un programma di trattamento, elaborato d’intesa con l’ufficio di esecuzione penale esterna (cioè, l’ufficio che si occupa del trattamento socio-educativo delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà), ovvero, nel caso in cui non sia stata possibile l’elaborazione, la richiesta di elaborazione del predetto programma.
Il programma di messa alla prova deve in ogni caso prevedere:
La decisione del giudice sulla richiesta di messa alla prova
Il giudice, se non deve pronunciare sentenza di immediato proscioglimento dell’imputato (ad esempio, perché manca una condizione di procedibilità oppure perché il reato è già prescritto) decide direttamente in udienza sulla richiesta di messa alla prova con ordinanza, sentite le parti nonché la persona offesa. In alternativa, può fissare un’apposita camera di consiglio dandone avviso alle parti (imputato e p.m.) e alla persona offesa [5].
Il giudice, se reputa idoneo il programma di trattamento presentato e ritiene che l’imputato si asterrà dal commettere ulteriori reati, tenuto altresì conto di tutte le altre condizioni elencate nei paragrafi precedenti, dispone con ordinanza la sospensione del procedimento con messa alla prova.
Il giudice è comunque libero di integrare o modificare il programma di trattamento qualora lo ritenga insoddisfacente; resta fermo il diritto dell’imputato di rifiutare le modifiche: in tal caso, però, la richiesta di messa alla prova verrà rigettata e si procederà con il procedimento ordinario.
Come già ricordato, l’ordinanza di concessione della messa alla prova sospende il processo per un periodo:
non superiore a due anni, quando si procede per reati per i quali è prevista una pena detentiva, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria;
non superiore a un anno, quando si procede per reati per i quali è prevista la sola pena pecuniaria.
Contro l’ordinanza che decide sull’istanza di messa alla prova possono ricorrere per cassazione l’imputato e il pubblico ministero, quest’ultimo anche su istanza della persona offesa.
La revoca della messa alla prova
Come detto, il giudice può apportare tutte le modifiche che ritiene opportune al progetto di messa alla prova; addirittura, tali modifiche possono essere imposte anche durane lo stesso periodo di prova. Il giudice è altresì titolare del potere di revocare la messa alla prova con propria ordinanza [6].
in caso di grave o reiterata trasgressione al programma di trattamento o alle prescrizioni imposte, ovvero di rifiuto alla prestazione del lavoro di pubblica utilità;
in caso di commissione, durante il periodo di prova, di un nuovo delitto doloso ovvero di un reato della stessa indole rispetto a quello per cui si procede [7].
Prima di disporre formalmente la revoca, il giudice deve fissare un’udienza camerale al fine di discuterne con tutte le parti coinvolte. L’ordinanza di revoca è ricorribile per cassazione per violazione di legge.
Quando l’ordinanza di revoca è divenuta definitiva, il procedimento riprende il suo corso dal momento in cui era rimasto sospeso e cessa l’esecuzione delle prescrizioni e degli obblighi imposti. In pratica, il processo riprende da dove era rimasto.
Decorso il periodo di sospensione del procedimento con messa alla prova, il giudice dichiara con sentenza estinto il reato se, tenuto conto del comportamento dell’imputato e del rispetto delle prescrizioni stabilite, ritiene che la prova abbia avuto esito positivo [8].
In caso di esito negativo della messa alla prova, il giudice dispone con ordinanza che il processo riprenda il suo corso.
[1] Art. 168-bis cod. pen.
[2] Art. 464-bis cod. proc. pen.
[3] Art. 464-ter cod. proc. pen.
[4] Cass., sent. n. 4171 del 2 febbraio 2016.
[5] Art. 464-quarter cod. proc. pen.
[6] Art. 464-octies cod. proc. pen.
[7] Art. 168-quarter cod. pen.
[8] Art. 464-septies cod. proc. pen.

References: sentenza 
 sentenza 
 Art. 168
 Art. 464
 Art. 464
 Art. 464
 Art. 464
 Art. 168
 Art. 464