Source: https://www.laleggepertutti.it/220734_intervista-con-telecamera-nascosta-un-giornalista-puo-riprendere
Timestamp: 2019-01-17 04:05:12+00:00

Document:
Intervista con telecamera nascosta: un giornalista può riprendere?
Violazione della privacy: il giornalista deve chiarire le modalità con cui viene effettuata l’intervista. Solo in caso di pericolo per sé stesso può nascondere la telecamera.
Un giornalista ti ha contattato per farti un’intervista. Hai acconsentito di buon grado senza però sapere che, mentre rispondevi alle sue domande, questi riprendeva tutta la conversazione con una telecamera a forma di penna, nascosta a tua insaputa nel taschino della sua giacca. Ti sei accorto dell’inganno dopo qualche giorno perché hai visto il filmato trasmesso in televisione. Peraltro – circostanza che maggiormente ti ha infastidito – con un sapiente “taglia e cuci” il regista è riuscito a snaturare il senso delle tue affermazioni, cosa che sta nuocendo gravemente alla tua dignità e all’immagine professionale che hai coltivato per tutti questi anni dinanzi alla clientela. Provi a protestare contro il giornalista e il titolare dell’emittente televisiva per chiedere, se non un risarcimento del danno, quantomeno la pubblicazione dell’intervista in formato integrale con tanto di scuse ufficiali. Ma, ovviamente, questi rispediscono le richieste al mittente: per loro è in gioco la libertà di stampa e il diritto di cronaca. Ti appresti allora ad avviare una causa per violazione delle privacy. Cosa potrebbe decidere il giudice nel tuo caso? Un giornalista può riprendere l’intervista con una telecamera nascosta? La questione è stata trattata di recente dalla Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici supremi in merito.
Il trattamento dei dati personali per finalità giornalistiche può essere effettuato senza il consenso dell’interessato, ma pur sempre con modalità che garantiscano il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, della dignità dell’interessato e del diritto all’identità personale. Questo è quanto prevede l’ex codice della privacy [2] ora sostituito dal Gdpr ma rimasto, nella sostanza, inalterato. A prevederlo è anche lo stesso codice deontologico dei giornalisti che, in quanto richiamato dal codice della privacy, ha valore di legge: non è cioè solo una normativa interna ai professionisti del settore. Il che significa che la sua violazione implica sia una responsabilità disciplinare, da far valere davanti al Consiglio dell’Ordine competente, sia una responsabilità di tipo civile, con conseguente obbligo di risarcimento del danno per il cronista e la testata per cui questi lavora [3].
Riprese occulte: la Cassazione censura la pratica delle interviste televisive con telecamera nascosta
A norma del suddetto codice deontologico [4], il giornalista è tenuto a rendere nota la propria identità, la propria professione e le finalità per cui raccoglie le notizie, nonché ad evitare artifici e pressioni indebite. Il che significa che, prima dell’intervista, deve specificare come intende eseguirla: se cioè con un registratore, con una telecamera e semplicemente prendendo appunti su un foglio di carta. La libertà di stampa, il diritto all’informazione e alla cronaca non tollerano compressioni della riservatezza altrui e non può di certo andare a discapito dell’immagine del cittadino che ha prestato il proprio consenso a collaborare con il giornalista. Quindi se lo scopo di quest’ultimo è quello di riprendere le immagini dell’intervista per poi mandare in onda in tv, deve avvisare l’interessato e metterlo al corrente di ciò. In altre parole, il giornalista non può da un lato fingere di scrivere su un taccuino le risposte dategli da quest’ultimo e, nello stesso tempo riprenderlo con una telecamera nascosta.
L’unica deroga prevista dal codice deontologico a tale obbligo di trasparenza è quando l’eventuale presenza di una telecamera comporti rischi per l’incolumità del giornalista o renda altrimenti impossibile l’esercizio della sua funzione informativa (cosa che peraltro imporrebbe di sfocare le immagini e alterare l’audio per non rendere riconoscibile il soggetto). Ma, come si evince dalla stessa dizione della norma, si tratta di un’ipotesi eccezionale (si pensi alle interviste nascoste a uno spacciatore mentre sta commettendo il crimine). Al contrario, nella generalità dei casi, la funzione informativa può essere ugualmente esercitata anche senza ricorrere all’uso di un registratore o di una videocamera nascosta, evitando cioè la ripresa occulta e la messa in onda delle immagini dell’intervistato a sua insaputa.
Insomma se non risulta che vi siano rischi per l’incolumità personale tali da costringere il cronista a registrare di nascosto, mancano le condizioni per derogare il divieto di riprendere di nascosto l’intervista.
Il danno risarcibile, dunque, è quello «all’integrità della sfera personale» compromessa «per essere i suoi dati stati trattati per scopi non espliciti né legittimi e in violazione dei parametri legali della correttezza, pertinenza e proporzionalità che anche nella cronaca investigativa vanno rispettati.
La sentenza è particolarmente interessante perché si innesta con una pronuncia di qualche giorno fa della stessa Cassazione secondo cui, quando l’intervista televisiva comporta domande sui dati sensibili di una persona (orientamento sessuale, religioso, idee politiche, dati sulla salute, ecc.) è sempre necessaria la liberatoria scritta alla diffusione delle immagini (mentre, negli altri casi, l’autorizzazione alla pubblicazione del video può anche essere orale). Sul punto leggi Intervista tv: ci vuole il consenso scritto?
[1] Cass. ord. n. 18006/18 del 9.07.2018.
[2] Art. 137 d.lgs. n. 196/2003.
[3] Cass. sent. n. 15360/2015 e n. 17408/2012.
[4] Art. 2 codice deontologico giornalisti.
2.- Il L. aveva riferito che il N. , curatore di un’inchiesta denominata “(omissis) ” per conto del programma televisivo (…), condotto da G.M. e trasmesso dalla Rai, si era recato ad aprile 2012 con un operatore nel suo studio notarile, per intervistarlo sul conto di alcune persone che si erano rivolte a lui per la costituzione di una società; che il N. si era qualificato come giornalista ma non aveva riferito al Notaio che l’operatore che lo accompagnava aveva una telecamera nascosta e che l’intervista, nell’ambito di un’inchiesta relativa a professionisti coinvolti in operazioni di riciclaggio e scommesse illegali, sarebbe stata ripresa e trasmessa in televisione, peraltro in modo incompleto e mutilata da tagli che rendevano fuorviante l’interpretazione del suo pensiero; che ciò integrava un illecito trattamento dei suoi dati personali ed era causa di danno non patrimoniale, per essere stato esposto con modalità che potevano indurre il pubblico televisivo a farsi l’idea del suo coinvolgimento nelle attività delittuose ipotizzate nell’inchiesta.
Con il terzo motivo (sub 1.3) è denunciata violazione e falsa applicazione dell’art. 2 del menzionato codice deontologico, per avere il tribunale ritenuto non sufficiente l’informazione data all’interessato dello scopo giornalistico e di inchiesta del trattamento, al fine di integrare la “finalità” giornalistica e di inchiesta della raccolta e del trattamento dei dati personali, tenuto conto che tale informazione non era dovuta in presenza di rischi per la incolumità del giornalista o se sia altrimenti impossibile l’esercizio della funzione informativa.
Il trattamento dei dati personali per finalità giornalistiche può essere effettuato anche senza il consenso dell’interessato (art. 137, comma 2, del d. lgs. n. 196/2003), ma pur sempre con modalità che garantiscano il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, della dignità dell’interessato e del diritto all’identità personale (art. 2 d. lgs. cit.), nonché il rispetto del “Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica”, al quale questa Corte ha riconosciuto valore di fonte normativa, in quanto richiamato dall’art. 139 del codice dei dati personali e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale e dal cui rispetto gli iscritti all’Ordine non possono prescindere, perché la relativa violazione non solo li esporrebbe all’applicazione di sanzioni disciplinari da parte del Consiglio dell’Ordine competente, ma potrebbe essere anche fonte di responsabilità civile sia per l’autore che per la sua testata (Cass. n. 15360/2015, n. 17408/2012).
A norma dell’art. 2 del suddetto codice deontologico, il giornalista è tenuto a “(rendere) note la propria identità, la propria professione e le finalità della raccolta” delle notizie e ad “(evitare) artifici e pressioni indebite”. Nel caso in esame, tra le suddette finalità vi era quella di riprendere le immagini dell’intervista di L. per mandarle poi in onda, come avvenuto, senza però che l’intervistato ne fosse al corrente e, inoltre, con modalità costituenti chiaramente artifici e pressioni indebite.
I ricorrenti vanamente hanno invocato la deroga prevista nel citato art. 2, che autorizza il giornalista a non rendere nota la finalità della raccolta dei dati personali quando “ciò comporti rischi per la sua incolumità o renda altrimenti impossibile l’esercizio della funzione informativa”. La funzione informativa può essere ugualmente esercitata infatti anche senza ricorrere alle modalità usate nella specie, cioè evitando la ripresa occulta e la messa in onda delle immagini dell’intervistato, a meno che non fosse proprio questa l’unica finalità dell’intervista, cosa che confermerebbe allora l’illecito contestato.
3.1- I suddetti motivi sono infondati. Essi si basano su una visione atomistica degli illeciti relativi al trattamento dei dati personali e all’esercizio del diritto di cronaca, quando siano travalicati i noti limiti della continenza espositiva, della verità e dell’interesse pubblico. Si tratta di profili in rapporto non reciprocamente escludente ma concorrente, come si desume dalla espressa previsione del codice secondo cui “in caso di diffusione o di comunicazione dei dati per le finalità di cui all’articolo 136 (cioè giornalistica) restano fermi i limiti del diritto di cronaca a tutela dei diritti di cui all’articolo 2” (art. 137, comma 3), che sono quelli alla dignità dell’interessato, all’identità personale, alla riservatezza (art. 2 del codice dei dati personali).
Pertanto, quando i suddetti limiti dell’esercizio legittimo del diritto di cronaca siano valicati con modalità implicanti anche un illecito trattamento dei dati personali, il danno risarcibile in favore dell’interessato, a norma dell’art. 15 del codice, è quello all’integrità della sua sfera personale che è stata compromessa per essere i suoi dati stati trattati per scopi non espliciti né legittimi e in violazione dei parametri legali – comuni alle diverse fattispecie illecite – della correttezza, pertinenza e proporzionalità, a norma dell’art. 11, comma 1, lett. a), b) e d) del codice.

References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 137
 Cass. 
 Art. 2
 art. 2