Source: http://www.arbitalia.it/cultura/interventi/2006/altimari_eteroglossia_arbereshe.htm
Timestamp: 2018-01-23 21:47:02+00:00

Document:
L’ETEROGLOSSIA ARBËRESHE:
VARIETÀ LOCALI E STANDARD ALBANESE
L’approvazione da parte del Parlamento italiano della legge 482 del 15.12.1999 “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, ha aperto per le dodici minoranze riconosciute dalla stessa legge – si tratta delle comunità di lingua albanese, catalana, germanica, greca, slovena, croata, francese, franco-provenzale, friulana, ladina, occitana e sarda – una nuova fase storica di grande portata linguistica e culturale.
Con l’attuazione, a distanza di oltre cinquant’anni dalla promulgazione della Carta Costituzionale, dell’art.6 che sanciva l’impegno dello Stato repubblicano a tutelare “con apposite norme le minoranze linguistiche”, possiamo dire che trova finalmente uno sbocco normativo quell’”attenzione” istituzionale verso le diversità linguistiche minoritarie maturata all’interno della società italiana soprattutto a partire dalla fine degli anni ’60 del XX secolo, e condivisa dapprima solo da ristretti gruppi intellettuali locali appartenenti alle stesse minoranze non riconosciute, poi recepita in ambiti intellettuali più sensibili all’allargamento degli spazi di democrazia reale e quindi sostenuta da ricercatori accademici tradizionalmente vicini alle “differenze” (linguisti, pedagogisti, sociologi, antropologi culturali, ecc.), ma a lungo avversata oltre che dalla classe politica, nazionale e locale, anche da gran parte dell’intellighentia del nostro Paese, ancora ferma al vecchio richiamo hegeliano: uno Stato, una nazione, una lingua.[1]
Si è chiusa, nello stesso tempo, una lunga e tormentata fase della storia unitaria italiana, durata quasi un secolo e mezzo, in cui seguendo con qualche integrazione lo schema interpretativo proposto da Susanna Mancini[2], si può dire che si è passati da parte del potere nazionale nei riguardi delle minoranze da un atteggiamento inizialmente “agnostico” sotto il regime sabaudo, a una politica di “repressione” durante il ventennio fascista, per poi tornare a un atteggiamento de facto nuovamente ”agnostico” nel primo periodo repubblicano e infine per approdare alla “promozione” della diversità linguistica e culturale con il varo della legge 482 del 1999.
Tale importante provvedimento legislativo, che attua la norma costituzionale di riconoscimento dei diritti delle minoranze linguistiche presenti in Italia, è anche il frutto del recepimento da parte degli Stati che compongono l’Unione Europea della più avanzata sensibilità comunitaria in tema di rispetto del pluralismo culturale e linguistico, visto come fondamento costitutivo della nuova Europa, così come il monolinguismo e il monoculturalismo avevano rappresentato nel corso del XIX secolo il cemento ideologico degli Stati nazionali.
Per le minoranze linguistiche storiche il varo della legge 482 segna anche l’inizio di una nuova fase linguistica, caratterizzata da un più ampio e dinamico uso del codice minoritario, il quale viene ora a collocarsi in un nuovo contesto giuridico di tutela e di riconoscimento ufficiale, che determina anche un mutamento anche del suo status comunicativo.
Pur nella non omogeneità delle situazioni linguistiche e sociolinguistiche che caratterizzano le diverse minoranze, questa nuova fase segna comunque una vera e propria “rivoluzione ecolinguistica”[3], riconoscendo piena cittadinanza al codice minoritario anche in contesti comunicativi storicamente ad esso preclusi come la scuola, la pubblica amministrazione e i mass-media.
A questa “rivoluzione ecolinguistica” occorre ora prepararsi con strumenti di analisi e risposte didattiche che siano scientificamente adeguati ed efficaci, tenendo conto della pluralità delle situazioni e sgomberando il campo da dilettantismi ed etnicismi pericolosi. Questi ultimi non fanno cogliere la vera valenza della diversità linguistica e culturale di cui sono portatrici in Italia e in Europa le comunità regionali e le comunità minoritarie, espressione locale di quella cittadinanza plurale europea basata sul rispetto del plurilinguismo e del pluriculturalismo, e che solo la miopia di taluni intellettuali localisti si ostina arbitrariamente ad ingabbiare in antistoriche “piccole patrie”.
Uno dei problemi più immediati sollevati dall’applicazione della norma di legge è quello rappresentato dal tipo di lingua da adottare in ambito scolastico per le diverse minoranze riconosciute. Qualcuno, dando una lettura che ritengo non obiettiva, ma forzata del testo di legge, non fondata, come vedremo, né dal punto di visto giuridico, né dal punto di vista linguistico e pedagogico, propone quale modello comunicativo da adottare nell’ ambito scolastico nei contesti minoritari soggetti a tutela, la sola “lingua locale”, seguendo un approccio falsamente ecologista che tende a “congelare” e a tradurre in lingua scritta il dialetto, la lingua naturale, intesa come strumento di comunicazione esclusivamente orale utilizzato correntemente dalla comunità minoritaria, contrapponendola alla lingua artificiale rappresentata dalla rispettiva lingua standard di riferimento.
Senza voler qui considerare che tale “congelamento” automatico della situazione linguistica e sociolinguistica di partenza non allargherebbe affatto lo spazio comunicativo della lingua minoritaria, anzi finirebbe per perpetuarne la subalternità nei riguardi della lingua dominante “storica”, facendola diventare assurdamente e regressivamente autoreferenziale per la stessa comunità, c’è da osservare preliminarmente che tale interpretazione “localistica” a mio avviso non tiene conto della complessa ed eterogenea situazione che caratterizza le dodici minoranze linguistiche storiche riconosciute dalla legge 482/99, le quali si presentano con caratteristiche linguistiche, sociolinguistiche, culturali e geografiche fortemente differenziate e che, pertanto, richiedono modelli di tipo linguistico non “univoci”, ma rispondenti alla pluralità delle situazioni esaminate[4].
Ora, non ci sono segnali che il legislatore abbia, attraverso il dispositivo normativo, cercato deliberatamente di creare un solco “politico” e quindi “linguistico” tra le minoranze linguistiche presenti in Italia e le loro comunità nazionali: lo proverebbe inequivocabilmente lo stesso utilizzo degli etnonimi di caratterizzazione nazionale (es. minoranze albanesi, greche, croate , ecc.) invece di quelle di maggiore caratterizzazione etnica italo-centrica (es.arbëreshë, griki o grecanici, slavo-molisani, ecc.) nell’ elencazione di esse, al 2° articolo della legge.
Anzi, molto saggiamente direi sia il legislatore nel dispositivo legislativo, ma anche gli organi ministeriali preposti alla sua applicazione, nel regolamento attuativo della stessa legge, non adoperano mai l’espressione “lingue locali” in riferimento alle lingue delle minoranze storiche, quasi fosse sottintesa la volontà politica di voler tenere “separate” le minoranze linguistiche storiche dalle rispettive comunità nazionali di riferimento, ma molto più correttamente, sia nella legge sia nel regolamento, si fa ricorso ad espressioni linguisticamente inequivocabili quali ”lingua di minoranza”[5], “lingue e tradizioni culturali degli appartenenti ad una minoranza linguistica riconosciuta”[6] o a espressioni giuridiche, più generali e neutre, quali “lingue ammesse a tutela”[7].
Quindi l’espressione “lingua di minoranza” non può trarre in equivoco, né può essere arbitrariamente interpretata come “lingua locale”, dovendosi intendere per lingua di minoranza il codice verbale dalla comunità minoritaria, anche in riferimento alla comunità nazionale di origine e alla sua lingua, comune e condivisa[8].
Tale soluzione “localistica”, che potrebbe forse trovare una qualche forma di applicazione solo per qualche minoranza linguisticamente isolata, come quella germanofona, che storicamente non ha potuto sviluppare, per particolari condizioni ambientali, geografiche e culturali, una tradizione linguistica unitaria con la comunità nazionale di riferimento, non credo che si possa adattare alla situazione arbëreshe, anche perché, come è stato più volte e autorevolmente ribadito, non esiste una lingua arbëreshe comune[9].
Secondo l’utile approccio interpretativo fornitoci da Heinz Kloss, nella definizione di ciò che è lingua e di ciò che è dialetto, è importante distinguere tra fattori interni e fattori esterni.
I fattori interni, di ordine linguistico, riguardano la distanza che separa tra loro i due sistemi in esame[10]. Se questa distanza strutturale è molto marcata, le due varietà linguistiche possono essere considerate Abstandsprachen o “lingue per distanza”[11] secondo la terminologia di Kloss, perché vengono riconosciute come lingue indipendenti già in base alla distanza della loro struttura linguistica da quella della lingua genealogicamente più vicina; altrimenti, se manca questa “distanza”, ci troveremo di fronte a due varietà linguistiche che qualificheremo come “dialetti” della stessa lingua[12].
Tra i fattori esterni, vanno considerati una serie di criteri che si riferiscono al grado di elaborazione di taluni registri, che si riferiscono ad ambiti più elevati del codice comunicativo orale di base, di tipo principalmente se non esclusivamente scritturale[13].
Ora, voler identificare la lingua minoritaria tutelata dal legislatore attraverso la legge 482/99 con la lingua locale e non con la lingua della minoranza, significa di fatto non voler riconoscere le minoranze, ma solo dare un formale (e minimale) riconoscimento culturale alle specificità linguistiche di queste comunità considerate alla stregua di altre comunità locali.
Applicando alla situazione arbëreshe tale arbitraria interpretazione, che vuole proporre un modello comunicativo incentrato sulla lingua locale e non sulla lingua della minoranza, si avrebbe come risultato immediato una ulteriore e irreversibile frammentazione linguistica tra le diverse parlate[14], fatto questo che accentuerebbe la divergenza invece di favorire la convergenza interdialettale, non essendo esse sinora state coperte dalla ‘lingua ‘tetto’[15].
La lingua che si vorrebbe così insegnare e sostenere nel nostro ambito amministrativo, scolastico e comunicativo, sarebbe, per usare il noto schema di Berrnstein, il solo codice ‘ristretto’, circoscritto a qualche centinaio di vocaboli in uso nella lingua parlata locale. L’operazione che ne scaturirebbe sarebbe di insegnare a scrivere agli albanofoni la sola lingua parlata della comunità e quindi si risolverebbe in una inutile, inefficace ed dispendiosa operazione didattica di traduzione dell’oralità in scrittura, che condannerebbe gli arbëreshë al sottosviluppo linguistico e culturale, non potendo essi accedere al loro codice ‘elaborato’, e dovendo così far ricorso all’unico codice ‘elaborato’ loro proposto e insegnato, rappresentato dall’italiano.
A questa interpretazione localista, rispondiamo con l’esigenza di rispettare prima di tutto i risultati delle tante ricerche dialettologiche condotte sul campo in ambito arbëresh, da parte di alcuni dei più noti linguisti ed albanologi, che hanno permesso di indagare a fondo le condizioni di eteroglossia dialettale che si registrano nelle cinquanta parlate linguisticamente ancora vive in territorio italiano[16].
Sulla base di questi risultati, è oggi unanimemente accettata l’appartenenza dell’arbëresh quale variante dialettale di matrice tosco-meridionale nella struttura dialettale dell’albanese, ma con tratti conservativi arcaicizzanti condivisi anche con l’albanese di Grecia e l’antico ghego, da una parte, e con tratti innovativi che sono anche il risultato del lungo contatto linguistico da esso avuto con i dialetti italo-romanzi, dall’altra.
Le differenze linguistiche anche marcate, che pure si registrano all’interno dell’arbëresh tra le sue varianti dialettali, da una parte, e tra loro e l’albanese standard, dall’altra, non appaiono di per sé determinanti, né sufficienti, per spingere ad ipotizzare la trasformazione della variante dialettale arbëreshe ad “ Ausbausprache” (‘lingua per elaborazione‘), secondo la terminologia di H.Kloss, ormai accettata comunemente nei dizionari linguistici[17], trasformazione che necessiterebbe, innanzi tutto, di un riconoscimento ‘interno’ da parte dei parlanti, di una utilizzazione completa della varietà linguistica nella produzione scritta - sia informativa che immaginativa - e preliminarmente di differenze di struttura linguistica con la lingua imparentata, condizioni linguistiche ed extralinguistiche che non mi pare trovino riscontro nella realtà arbëreshe. Anche le conclusioni delle ricerche dialettologiche portano gli studiosi a considerare un dialetto albanese, e non una variante linguistica autonoma all’interno dell’albanese[18].
In tale contesto l’arbëresh parlato che viene attualmente a configurarsi come “Dachlose Mundart”, cioè ‘dialetto senza tetto’, ‘dialetto non coperto’, secondo la nota definizione coniata da Kloss nel 1952[19], a proposito delle lingue di quelle minoranze linguistiche i cui parlanti non conoscono la lingua letteraria linguisticamente coordinata e imparentata al loro dialetto, ha bisogno come lingua scritta della ‘lingua tetto’ dell’albanese comune[20], una sorte di albanese standard allargato, comprendente alcune specificità comuni del sistema morfosintattico e lessicale arbëresh.
In questa situazione, in cui ha senso far coesistere le varianti dell’arbëresh parlato sotto il ‘tetto linguistico’ protettivo dell’albanese comune scritto, non ha però senso una disputa tra ‘variantisti’ (sostenitori delle varianti) e ‘standardizzatori’ (fautori della norma), potendosi (e dovendosi) a mio avviso porre la giusta esigenza didattica di valorizzare comunque il patrimonio linguistico di base, acquisito dall’alunno nella sua lingua materna, che non può perciò essere escluso dalla pratica didattica. Tale impostazione vuole evitare che si accentui il distacco, la separazione, tra la lingua dell’ambiente sociale e la lingua dell’ambiente scolastico, tra parlate italo-albanesi e lingua albanese comune.
L’ipotesi di trasformazione dell’ arbëresh a Ausbausprache (‘lingua per elaborazione’), distaccato dal macrosistema dell’albanese, è linguisticamente insostenibile e politicamente irrealizzabile; quindi si rivela del tutto velleitaria, non essendosi l’arbëresh riuscito ad imporsi come lingua letteraria comune e unificante, neanche durante la ‘Rilindja’, momento della sua massima affermazione, sia interna che esterna, e non essendo esso in grado di essere elaborato ed imposto come Ausbausprache (‘lingua per elaborazione’) da nessun centro di potere culturale, politico, amministrativo e istituzionale[21]. Tale sforzo, che risulterebbe, tra l’altro, anche molto oneroso in termini di apprendimento, sarebbe anche inutile in quanto a efficacia comunicativa, dovendosi imparare una lingua del tutto artificiale, costruita o restaurata a tavolino, non parlata in alcuna comunità e non utilizzata in alcun contesto ufficiale. Allora è proprio il caso di chiedersi: a chi serve e a che serve?
In ogni caso la ‘distanza’ esistente tra l’albanese d’Italia e l’albanese standard, entrambi a base dialettale tosca, non risulta essere affatto strutturale, non coinvolgendo né la fonetica né la grammatica di base, ma il solo lessico[22].
Ma non c’è dubbio che ci debba confrontare comunque con tale ‘distanza’, che rappresenta non certamente una questione di linguistica o di politica linguistica, come è stato più volte ingenuamente ed erroneamente riproposto, ma un problema didattico da porre e da risolvere all’interno di una strategia pedagogica attenta alle ragioni del plurilinguismo e del pluriculturalismo, che porti il discente nella scuola di base delle aree minoritarie arbëreshe a sviluppare gradualmente, attraverso appropriate metodologie, la sua competenza comunicativa, tenendo conto delle conoscenze linguistiche già acquisite e di tutte le lingue in uso nella comunità: arbëresh, dialetto romanzo, italiano.
In altre parole, occorre proporre all’alunno arbëresh, che ha sinora sempre vissuto in una situazione di bilinguismo composito (o bilinguismo ‘zoppo’, come più espressivamente è stato definito), una educazione linguistica che punti a garantirgli una effettiva condizione di bilinguismo paritario. Per raggiungere tale obiettivo occorre innanzi tutto consolidare la sua competenza verbale di partenza, sia ricettiva che produttiva, che non può prescindere dall’arbëresh parlato all’interno della famiglia e della comunità di appartenenza[23].
Nel passaggio dall’oralità alla scrittura, si terrà conto, nella prima fase, dell’albanese conosciuto dall’alunno, valorizzando la sua competenza linguistica già acquisita sia a livello orale, attraverso la varietà dialettale arbëreshe della comunità e, possibilmente le altre varietà dialettali arbëreshe presenti nell’area, sia a livello scritto, utilizzando i documenti linguistici e letterari.
Si passerà, quindi, nella seconda fase, a illustrargli le differenze esistenti tra le varietà dialettali albanesi - sia tra quelle arbëreshe che tra quelle balcaniche - perché partendo dalle varianti linguistiche e dall’eteroglossia dialettale, possa prendere coscienza della unitarietà di fondo che caratterizza il sistema linguistico dell’albanese comune.
Con questi presupposti, si potrà, quindi, adottare nella terza fase, quale ‘lingua tetto’ delle cinquanta varietà dialettali arbëreshe parlate in Italia l’‘albanese comune’, che sarà sostanzialmente incentrato sul modello ortografico, fonologico e morfologico dell’albanese standard, ma con una certa flessibilità normativa[24].
Tale modello linguistico[25], meno rigido di quello stabilito dalla norma per l’albanese standard, andrà quindi ben oltre l’albanese standard, incardinando nel suo sistema quei tratti -fonologici, morfologici, sintattici e lessicali- più unitari e comuni, ma che non rientrano nella lingua standard odierna e pertanto non normativi, che l’arbëresh d’Italia condivide, sul piano diacronico con la lingua albanese antica e con l’arbëresh di Grecia, e sul piano sincronico con i due dialetti storici dell’albanese, prevalentemente col tosco, ma talvolta anche col ghego[26].
[1] cf. sull’argomento l’esaustivo excursus delineato da Leonardo M. Savoia nella sua relazione “Gli intellettuali italiani e le minoranze linguistiche: alcune riflessioni” nel Convegno “La legislazione nazionale sulle minoranze linguistiche: problemi, applicazioni, prospettive. In ricordo di Giuseppe Francescato”, organizzato dall’Università di Udine nei giorni 30 novembre e 1 dicembre 2001, su iniziativa del Centro Internazionale sul Plurilinguismo.
[2] cf. Susanna Mancini, “Lo Stato italiano e le minoranze autoctone: agnosticismo, repressione, promozione”, in Europa e Balcani: Stati, culture, nazioni (a cura di Silvio Gambino), CEDAM, Padova Padova 2001, pp.119-145. Rispetto alla “lettura” che ne dà la Mancini, si è qui caratterizzato con l’”agnosticismo” anche l’atteggiamento avuto verso le minoranze nel suo primo cinquantennio dalla Repubblica italiana e non solo la politica che ha caratterizzato tra il 1861 e il 1921 la monarchia sabauda.
[3] L’ espressione, introdotta da Baggiani nel 1997, è stata richiamata recentemente da Georg Bessong nella sua relazione: “Scrivere in una lingua regionale: l’esperienza piemontese considerata dall’esterno”, tenuta al Convegno internazionale sulla lingua e la letteratura del Piemonte a Vercelli il 7 e l’8 ottobre 2000.
[4] Non c’è dubbio che tale complessità di situazioni richieda un approccio metodologicamente serio e non la ricerca di facili scorciatoie, come sembra voler fare chi si limita ad applicare semplicisticamente comode griglie di analisi importati da situazioni che si presentano molto lontane e diverse da quelle che stiamo affrontando. Alcuni contesti linguistici minoritari, come quello arbëresh, non possono neppure essere per analogia pienamente assimilati al contesto diglossico standard dialetto romanzo-italiano, essendo la lingua per una minoranza anche uno dei “marcatori” fondamentali della sua identità, assieme al patrimonio culturale, alla tradizione religiosa, alla letteratura orale, alla letteratura riflessa, al territorio in cui la comunità minoritaria si è storicamente collocata, ed assumendo pertanto all’interno di tale diversità complessiva delle funzioni comunicative ed espressive più ampie rispetto a quelle coperte dai dialetti romanzi.
[5] cf. art.4, comma 1: “Nelle scuole materne dei comuni di comuni………l’educazione linguistica prevede, accanto all’uso della lingua italiana, anche l’uso della lingua della minoranza…”, art.4,comma 2: “Le istituzioni scolastiche elementarie e secondarie di primo grado…al fine di assicurare l’apprendimento della lingua della minoranza…..”; art.4 , comma 5”Al momento della prescrizione i genitori comunicano alla istituzione scolastica interessata se intendono avvalersi per i propri figli dell’insegnamento della lingua di minoranza”
[6] cf. art.art.4, comma 3; art.5, comma 1.
[7] cf. art.7, comma 1; comma2; comma 3; art.8, comma1; art.9, comma 1; comma 2; comma 3, ecc.
[8] L’ Heimat per gli Albanesi d’Italia è storicamente l’ Arbër, o, come viene ora più ricorrentemente definito, partendo probabilmente da un errore di “lettura” dell’originario Arbër-i (in forma determinata), Arbëria, termine che ci riporta al concetto di comunità linguistico-culturale, concetto molto ampio, associato non a una patria fisica o geografica ben precisa, ma alla condizione linguistica di albanofonia (“ai flet si na” = “parlare come noi”) e all’insieme delle comunità albanesi considerate come una grande diaspora (si pensi all’etnonimo “gjaku ynë i shprishur”).
[9] “Si sa che non esiste una ‘lingua arbëreshe comune’. E quando adoperiamo la denominazione arbëresh vogliamo soltanto indicare il gruppo di parlate albanesi ubicate in territorio italiano. Non vi è un ‘arbëresh letterario comune’ a cui ricorrere, ad esempio, qualora si incontrino due italo-albanesi, uno della Calabria e uno del Molise o della Sicilia. In questo caso ciascuno di essi userà la propria parlata, poiché le differenze esistenti tra quelle parlate non sono tante e così gravi da rendere impossibile la reciproca comprensione”, in Francesco Solano, “La realtà storico-linguistica delle comunità albanesi d’Italia”, in Shkolla Arbëreshe, anno IV, n.1, Lungro 1984, pp.13.
Non sembrano essere d’accordo con l’ autorevole opinione del Solano, senza però dimostrare di avere idee chiare su cosa si debba intendere per lingua comune arbëreshe o addirittura per lingua, gli autori del testo scolastico Alfabetizzazione arbëreshe (editore Il capitello, Torino 2000, p.IX), dove leggiamo: “….la scelta da noi operata è andata verso la individuazione di una fascia linguistica (sic!) che raccolga gli elementi comuni a tutte le parlate, chiamando questa fascia lingua comune arbëreshe…..La lingua presente nel testo non rispecchia nessuna parlata arbëreshe in particolare, perché il libro che si è compilato ha un carattere “pan-arbëresh”, in cui tutti gli arbëreshë possono trovare elementi di identificazione senza ritrovarsi totalmente……La lingua adottata, sia nella parte prettamente linguistica – per intenderci quella grammaticale – sia nel suo uso come mezzo per presentare la cultura arbëreshe nei suoi aspetti a) storici, b) folclorici, c) letterari, d)religioso-musicali, (sic!) è detta come lingua comune arbëreshe perché tende ad adottare i tratti linguistici, in linea di massima, comuni alle parlate; pertanto si distingue in una certa misura dallo shqip per gli aspetti lessicali, ma anche fonomorfologici”. Su queste opinioni….. in libera uscita, che non ci sembrano davvero il frutto di una meditata riflessione linguistica, non è il caso di soffermarci a lungo in questa sede.
Non possiamo però esimerci dal segnalare agli arbëreshë che desiderino eventualmente “alfabetizzarsi” con questo testo scolastico, la presenza nella grammatica di una forma verbale….fantasma, inventata di sana pianta dall’esperto linguistico: per la prima volta nella grammatica dell’ albanese, caratterizzata com’è noto nella coniugazione verbale dalla diatesi binaria attiva ˜ non attiva (quest’ultima comprendente medio, passivo e riflessivo), si introduce una terza categoria diatetica, il “passivo”, accanto all’attivo e al medio-riflessivo! In realtà, invece di descriverci il sistema verbale albanese, l’esperto di grammatica arbëreshe è qui partito…… non dall’albanese, ma dal sistema verbale dell’italiano. E si è così impostata la 3ª diatesi…fantasma, cioè il “passivo” albanese presente jam lidhur (sic!), traducendo automaticamente (e banalmente) la forma verbale passiva italiana “sono legato”. Com’è risaputo anche dagli scolari albanesi e arbëreshë – se non si vuole andare fuori regione, basta chiederlo a quelli dell’Arbëria Crotonese! – tale forma verbale corrisponde nell’albanese standard e anche in alcune parlate arbëreshe al perfetto medio-passivo della diatesi non-attiva, col significato di “mi sono legato”. Impegnare cospicui soldi pubblici per inventarsi la forma “passiva” dei verbi albanesi e quindi una grammatica……che non c’è, mi sembra obbiettivamente uno sperpero inutile di risorse; propinare poi tale grammatica inventata e personale agli arbëreshë da alfabetizzare mi sembra oltre che un danno ancora maggiore, dalle conseguenze didattiche e linguistiche devastanti, anche una beffa! Al punto che qualcuno potrebbe essere tentato di rimpiangere il sano, gratuito e grammaticalmente corretto analfabetismo di massa di un tempo all’insano, costoso e grammaticalmente deviante analfabetismo d’autore di oggi!
[10] Cf. sull’argomento vari contributi di Heinz Kloss, ma soprattutto i suoi tre saggi: a) “’Abstand Languages’ and ‘Ausbau Languages’”, in Anthropological Linguistics, 9:7, 1967, pp.29-41; b) “Abstandsprachen und Ausbausprachen”, in Joachim Göschel et al. (a cura di), Zur Theorie des Dialekt. Aufsätze aus 100 Jahren Forschung mit biographischen Anmerkungen zu den Autoren, Wiesbaden, Steiner, 1976, pp.301-322; c) “Abstandsprache und Ausbausprache“, in Ulrich Ammon et al. (a cura di), Sociolinguistics. An International Handbook of the Science of Language…, vol.I, Berlin-New York, Walter de Gruyter, pp.302-8.
[11] “Idiome, die lediglich auf Grund der Besonderheit ihrer Substanz, um ihres Abstandes von allen auch den nächstverwandten anderen Idiomen willen als Sprachen gelten“, in Johannes Knobloch, Sprachwissenschaftliches Wörterbuch, I, A-E, Heidelberg, 1986, p.24, che rimanda ad Heinz Kloss, il suo contributo Die Entwicklung neuer germanischer Kultursprachen von 1800-1950, München, Pohl & Co., 1952, pp.215-6.
[12] C’è qui da aggiungere che non c’è molta concordanza da parte dei linguisti su quale sia il grado di distanza da considerare sufficiente per considerare due varietà linguistiche imparentate come due lingue lingue autonome. Da alcuni linguisti si considera come elemento tipologico di caratterizzazione per misurare questa distanza strutturale il criterio fonologico, da altri il criterio grammaticale.Tali criteri non sono però uniformi e cambiano anche da un’area linguistica ad un’altra anche per condizionamenti di natura storica: ad es.rileva sempre Kloss come nell’area linguistica tedesca, ma anche nell’area linguistica romanza il confine tra lingua e dialetto venga determinato con criteri più ampi ed elastici che non in quella slava (cfr. al riguardo il suo saggio, “Abstandsprachen und Ausbausprachen”, in Joachim Göschel et al. (a cura di), Zur Theorie des Dialekt, op.cit.).
Meno importante per misurare la distanza che intercorre tra due varietà linguistiche è la strutturazione del lessico, elemento quest’ultimo che rappresenta sempre la parte più variabile e incostante di una lingua. Perché due varietà linguistiche si riconoscano dai rispettivi parlanti come due dialetti della stessa lingua è importante che condividano la maggior parte del lessico fondamentale. Ma anche qui un diverso sviluppo diacronico, con esiti semantici differenziati, come accenna Martin Camaj a proposito dell’albanese d’Italia rispetto all’albanese d’Albania ( cf.il suo contributo “Per una tipologia dell’arbëresh” (pp.151-8) in Antonino Gazzetta (a cura di), Etnia albanese e minoranze linguistiche in Italia. Atti del IX Congresso Internazionale di Studi Albanesi, Palermo, 25-28 Novembre 1981, Palermo 1983, p.156), può determinare una certa ‘distanza’ e qualche difficoltà nella comprensione tra parlanti di uno stesso codice linguistico, anche quando si ha a che fare con due varianti diatopiche che presentano la stessa base grammaticale.
[13] Possiamo tentare di stabilire una certa gerarchia, per ordine ascendente, di questi registri “superiori”, che sono legati sia ad un uso letterario ( " poesia " teatro " prosa narrativa) che ad un uso non letterario (" storia/filologia/scienze umane " amministrazione/ giurisprudenza/politica " tecnologia/scienze esatte) della lingua. Una varietà linguistica è quindi più o meno elaborata a seconda della posizione che occupa in questa scala gerarchica.
A proposito dell’uso dell’arbëresh per fini letterari, che si è sviluppato soprattutto nella seconda metà del XIX secolo e nel corso del XX secolo, c’è qui da sottolineare quanto evidenziato da Francesco Solano: “Ma gli arbëreshë non hanno neppure una lingua letteraria (o scritta) comune. Gli scrittori arbëreshë, anche quelli di rilevante importanza letteraria hanno sempre adoperato la propria parlata locale, limitandosi soltanto ad accettare, in maggiore o minore misura, vocaboli e forme di altre parlate, non escluse quelle della madrepatria, e a creare, più o meno felicemente, neologismi. Quando poi a poco a poco andò maturando l’idea della necessità di una lingua letteraria comune, si ebbero lodevoli tentativi per creare una anche tra gli arbëreshë, con intenti di estenderla anche all’Albania (De Rada – Schirò), ma la meta non fu mai raggiunta, e mentre in Albania bene o male si arrivava ad avere una lingua letteraria, benché distinta in due varianti, ghego e tosco, tra gli italo-albanesi si continuava a scrivere nella propria parlata locale, oppure, ed era questa la via intrapresa dai migliori scrittori, si sforzava di avvicinarsi il più possibile alla variante letteraria tosca, la più prossima e affine alle nostre parlate”, in “La realtà storico-linguistica delle comunità albanesi d’Italia”, in Shkolla Arbëreshe, art.cit., pp.14.
[14] Tale frammentazione dialettale, com’è noto, ha motivazioni di ordine: a) dialettologico ( l’eterogeneità dell’area linguistica di provenienza dei profughi albanesi ); b) diacronico (la diversa epoca di stabilimento delle colonie albanesi in territorio italiano); c) geografico (la discontinuità territoriale esistente tra le diverse aree albanofone del Mezzogiorno, che ha favorito la pressione assimilatrice dei dialetti italo-romanzi invece di favorire un contatto diretto tra le parlate albanesi tra di loro, fattore riconosciuto di arricchimento linguistico).
[15] Come è stato ben evidenziato da Žarko Muljačić nel suo saggio “Űber den Begriff Dachsprache”, in Ulrich Ammon (a cura di), Status and Function of Languages and Languages Varieties, Berlin-New York, Walter de Gruyter, 1989, pp.256-77 non è klossiano, contrariamente a quanto gli viene attribuito, il termine dachsprache ‘lingua tetto’, attribuito forse analogicamente a Kloss per estensione del concetto di Dachlose Mundart ‘dialetto senza tetto’, da lui coniato nel 1952 (cf. op.cit.).
[16] Una panoramica su questi studi si trova in F.Altimari-L.M.Savoia (a cura di), I dialetti italo-albanesi. Studi linguistici e storico-culturali sulle comunità arbëreshe, Bulzoni editore, Roma 1994, pp.481.
[17] “Ausbausprachen sind Dialekte einer Sprache, die weniger wegen ihrer ling. Sonderstellung, als vielmehr wegen ihrer soziologischen Verselbständigung, also durch Umfang u. Grad ihres Ausbaus zur Kultursprache eine Eigenständigkeit gewonnen haben, wie das Slowakische gegenüber dem Tschechischen“, in Johannes Knobloch, Sprachwissenschaftliches Wörterbuch, I, A-E, Heidelberg, 1986, pp.215-6.
[18] “Gli studi fatti sui dialetti dell’albanese in tutti i suoi territori in questi ultimi quarant’anni e soprattutto i dati raccolti per l’Atlante dialettologico della lingua albanese confermano pienamente il fatto che durante l’evoluzione storica nessuno parlata o dialetto dell’albanese, compresi quelli della diaspora, non ha raggiunto un tale distacco dal sistema della lingua nazionale tanto da assumere i tratti strutturali di una lingua a parte…”,in Androkli Kostallari, “La diaspora albanese, il dialetto e la lingua letteraria nazionale unificata” (pp.163-179) in Le minoranze etniche e linguistiche. Atti del 1° Congresso Internazionale, Palermo-Piana degli Albanesi, 4-7 dicembre 1985, p.168.
Solo il Gangale si stacca da questa impostazione ‘unitarista’, arrivando a ipotizzare, per motivi in gran parte non linguistici, ma extra-linguistici, nel nome di una presunta tipicità culturale di origine bizantina della comunità arbëreshe rispetto alla comunità d’origine schipetara, una politica linguistica finalizzata alla conquista per l’arbëresh di uno spazio autonomo rispetto allo shqip, attraverso l’adozione di un sistema alfabetico proprio, quale quello della tradizione deradiana, e la elaborazione di koiné letterarie ‘arberische’di matrice provinciale che dovevano tendere, nella sua visione neo-romantica, a creare un’arbëresh letterario unitario che portasse a una ‘lingua per elaborazione’, distinta dallo shqip (cf. per la sua posizione glottodidattica il volume: Giuseppe Gangale, Lingua arberisca restituenda, Centro Greco-Albanese di Glottologia, Crotone 1976).
[19] Cf. il suo contributo Die Entwicklung neuer germanischer Kultursprachen von 1800-1950, München, Pohl & Co., 1952, pp.254.
[20] Una possibile base di partenza di modello applicativo di ‘lingua albanese comune’, in ambito arbëresh, è quello rappresentato dall’albanese liturgico, adottato dalla chiesa italo-albanese dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II (1967), e adoperato nella liturgia di S.Giovanni Crisostomo (cf. Liturgia hyjnore e atit tonë ndër shëjtorët Johan Hrysostomit).
Alcune caratteristiche dell’arbëresh che potrebbero ragionevolmente integrarsi nella struttura dell’’albanese comune’ perché ubbidiscono a quelle caratterizzazioni di unitarietà e di larga diffusione nell’ambito italo-albanese, con corrispondenze sia diacroniche che sincroniche con l’albanese d’Albania, sono riportate nel mio saggio “Vëzhgime mbi mësimin dhe përdorimin e shqipes letrare në mjedisin arbëresh”, compreso nella raccolta Studi linguistici arbëreshë, Quaderni di Zjarri, n.12, Cosenza 1988, pp.57-60.
[21] “Teza se gjuha dhe kultura arbëreshe duhet të mbrohen përmes një vije të pavarur dhe autonome nga konteksti ynë kombëtar, duke përshtatur një të ashtuquajtur ‘koine letrare arbëreshe’ ose ‘arbërishte letrare’ dhe jo – siç shkroi bindshëm prof. F.Solano – “me lidhje sa më të plota me gjuhën e kulturën e Mëmëdheut”, jo vetëm se dëftohet sot kështu si u dëftua dje, d.m.th. praktikisht e parealizueshme, por edhe na duket krejt e pathemeltë nga ana shkencore, sepse mbështetet në disa pohime që nuk vërtetohen. Një ndër këto supozime është se gjoja largësia strukturore e dialekteve arbëreshe nga shqipja e sotme, për shkak të dendurisë së kontakteve me dialektet dhe me gjuhën italiane, është bërë tashmë pothuajse e pakapërcyeshme, kështu që mund t’i njihet arbërishtes statusi i një ‘gjuhe të larguar’ (Abstansprache) nga ana strukturore prej shqipes, duke e vështruar atë si gjuhë të pavarur nga sistemi i shqipes, dhe jo siç është me të vërtetë, d.m.th. një variant dialektor i saj (…) Nuk na duket e tepërt të përsërisim këtu pyetjet me vend por që deri sot kanë mbetur pa përgjigje, që prof. F.Solanoja u ka bërë përkrahësve të kësaj teze në një artikull, botuar në revistën arbëreshe ‘Zjarri’ para 10 vjetësh: “Kush duhet ta krijojë ose ta restaurojë këtë gjuhë? Kush duhet ta imponojë atë? Kush e përse duhet ta mësojë ? Kujt do t’i shërbejë?”, in F.Altimari, “Vëzhgime mbi mësimin dhe përdorimin e shqipes letrare në mjedisin arbëresh”, art.cit., pp.55-6.
[22] Cf. Androkli Kostallari, op.cit., p.170: “I distacchi più notevoli delle parlate arbëreshe dai dialetti della madrepatria si osservano principalmente nel lessico, un campo nel quale queste parlate hanno subito un influsso assai grande dall’italiano e dal greco. Ma si deve dire però che anche questi prestiti lessicali non sono riusciti a cambiare in modo essenziale la struttura lessicale né delle parlate arbëreshe d’Italia, né delle parlate degli Arvaniti di Grecia. In tutte queste parlate è stato conservato bene il fondo principale del lessio albanese”.
[23] Di questa giusta esigenza di pensare, nella fase di attuazione della legge 482, a una politica linguistica comune per le dodici minoranze linguistiche riconosciute dallo Stato italiano, che tenga conto delle specificità linguistiche e sociolinguistiche delle singole lingue di minoranza, si è fatto promotore il Convegno La legislazione nazionale sulle minoranze linguistiche. Problemi, applicazioni, prospettive. In ricordo di Giuseppe Francescato , tenutosi a Udine nei giorni 30 novembre- 1 dicembre 2001, su iniziativa del Centro Internazionale per il Plurilinguismo, diretto da Vincenzo Orioles. Nel documento approvato a conclusione dei lavori, è stata ribadita la necessità, per evitare pregiudizievoli effetti omologativi, nella tutela di ciascuna delle minoranze linguistiche interessate:
a) di tener conto della singolarità di ciascuna lingua locale, del peculiare profilo sociolinguistico, ossia della composizione del repertorio di ogni singola comunità linguistica;
b) di tener presente che caratteristica peculiare, anche se non esclusiva, di ogni lingua locale è l'oralità e che le iniziative di standardizzazione delle forme scritte debbano tenere in massimo conto le effettive forme orali anche nelle loro varianti.
Si è raccomandato, inoltre, che tali iniziative vengano presentate come solamente indicative, evitando ogni carattere costrittivo che possa essere percepito dai parlanti come una grave forzatura e condurre a risultati opposti a quelli desiderati.
Infine, l’ultima raccomandazione, inserita nel documento sottoscritto dai partecipanti al Convegno di Udine, è che sia favorita in ogni modo la 'comunicazione effettiva' accanto alla 'comunicazione istituzionale',operando ogni sforzo, soprattutto a livello di formazione, per l'educazione alla tolleranza normativa.
[24] “ (..) Gjuha letrare natyrisht nuk mund të vështrohet as si e paprekshme , as si e padiskutueshme, aq më tepër se ajo – për sa i përket leksikut të ‘Fjalorit të gjuhës së sotme shqipe’ (1980) pasqyron një periudhë të reduktuar të historisë kulturore të vendit (vetëm 40 vitet e fundit, thelbësisht). Duhet pra të thellojmë dhe t’i zgjerojmë më tej mundësitë e saj shprehëse duke shfrytëzuar – edhe me ndonjë lëshim për homogjenësinë dhe njëllojshmërinë dialektore – pasurinë e madhe dhe të larmishme që në strukturën morfologjike, në atë sintaksore, si edhe në strukturën leksikore dhe fjalëformuese, u japin gjuhës sonë kombëtare qoftë tradita e madhe e vjetër letrare e zhvilluar nga rrethi kulturor verior dhe nga rrethi kulturor arbëresh, qoftë materiali i konsiderueshëm i mbledhur në të gjitha trevat shqipfolëse që kemi sot të regjistruar në saj të punës madhore dhe sistematike të zhvilluar pas luftës nga studiuesit e kërkuesit e institucioneve shkencore shqiptare. Këto elemente, që kanë mbetur mënjanë deri sot, do të thellonin pa tjetër veçantinë kombëtare të përbashkët të gjuhës letrare , duke e vënë atë konkretisht në të njëjtën shkallë në planin e shprehësisë me gjuhët e tjera letrare që kanë një traditë shumëshekullore. Është kjo, pasurimi nga tradita letrare e shkruar si dhe nga gjuha e folur, rruga më e frytshme dhe më e drejtë për të fuqizuar karakterin kombëtar ‘të përbashkët’ dhe unitar të shqipes letrare të sotme”, in F.Altimari, “ Gjuha letrare shqipe sot: disa considerata në dritën e zhvillimeve të reja politike dhe kulturore në botën shqiptare” , in Gjuha jonë, 3-4/1992, p.45.
[25] Sulle ragioni linguistiche e didattiche di questa scelta, che sono stato oggetto di riflessione e di approfondimento anche in occasione della definizione del modello linguistico dell’abbecedario Udhëtimi, destinato alle scuole dell’area siculo-albanese, risultato di un proficuo e intenso lavoro da parte di una equipe di docenti e specialisti di ambito scolastico e universitario, messo su dall’Amministrazione Comunale di Piana degli Albanesi nell’ambito del progetto Skanderbeg 3000, cf. le analisi ospitate nel volume collettivo Skanderbeg 3000, edito a Palermo nel 2000, con contributi di L.M.Savoia, M.Mandalà, Th.Rrushi, F.Altimari, V.Matranga, G.Schirò di Modica, G.Schirò di Maggio. G.Cuccia.
[26] Sulle corrispondenze dell’arbëresh con le varietà linguistiche albanesi dell’area balcanica di provenienza, cf. il puntuale studio di Gjovalin Shkurtaj, “Le parlate arbëreshe nelle isoglosse dell’Atlante dialettologico della lingua albanese”, in Antonino Guzzetta (a cura di), Lingua, mito, storia, religione, cultura tradizionale nella letteratura albanese della ‘Rilindja’. Atti del XVII Congresso Internazionale di Studi Albanesi, Palermo,25-28 novembre 1991, pp.191-200.

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 art.9