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Timestamp: 2020-05-27 23:01:12+00:00

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Tribunale di Torre Annunziata, Sezione Gragnano, n. 62/03 del 20/5/2003 - testo integrale Sentenza
Fonte: http://www.assoforensestabiese.com/giuris/speselegali.asp
In persona del Giudice dott. Giovanni de Angelis, in funzione di giudice monocratico dell’appello, ha pronunciato la seguente
Nella causa iscritta al nr. 287/GR/02/AC, avente ad oggetto: RIMBORSO SPESE LEGALI, vertente
A. G., elettivamente domiciliato in Castellammare di Stabia, al viale Europa n. 167, presso lo studio dell’avv. L. Vingiani che lo rappresenta e difende come da procura in atti
COMUNE DI SANTA MARIA LA CARITA’, in persona della Commissione Straordinaria, legale rappresentante p.t., elettivamente domiciliato in Castellammare di Stabia, al viale Europa n. 41, presso lo studio dell’avv. L. Boschetti che lo difende e rappresenta come da procura in atti
Con citazione notificata in data 25.9.2002 A. G. proponeva appello avverso la sentenza del giudice di pace di Gragnano n. 668/2001 del 2.7.2001, con la quale - compensate le spese di lite - veniva disattesa la domanda dal medesimo proposta volta ad ottenere il rimborso delle spese legali sostenute per far fronte a procedimento penale, avente ad oggetto fatti connessi all’espletamento del suo ufficio di consigliere comunale dell’appellato ente e conclusosi con sentenza di non luogo a procedere “perché il fatto non sussiste” del Gip presso il Tribunale di Torre Annunziata del 17.12.1996, parzialmente riformata dalla Corte di Appello di Napoli con sentenza del 4.12.1997. All’uopo lamentava l’erroneità della decisione per aver escluso l’applicabilità anche agli amministratori, per via analogica, della normativa dettata sul punto per i dipendenti pubblici e per quelli degli enti locali. Chiedeva, pertanto, che l’autorità giudiziaria adìta, previa declaratoria della sussistenza del relativo diritto, condannasse l’ente comunale al rimborso delle spese legali sostenute per il procedimento penale; con vittoria di spese del doppio grado.
Con comparsa depositata unitamente al fascicolo di parte si costituiva all’udienza di prima comparizione del 18.12.2002 l’ente comunale, il quale, preliminarmente eccependo il difetto di giurisdizione dell’A.G. adìta (per essere competente il giudice amministrativo), chiedeva rigettarsi il gravame; con vittoria di spese.
Le parti precisavano le conclusioni nel senso dell’ accoglimento delle rispettive istanze all’udienza del 2.2.2003, all’esito della quale la causa veniva riservata in decisione.
Entrambe le parti depositavano tempestive comparse conclusionali.
L’appello è fondato e, pertanto, deve essere accolto per quanto di ragione ed in virtù delle considerazioni che seguono.
Va in primo luogo affermata la competenza dell’adito Tribunale a conoscere della presente controversia, non essendo alla fattispecie applicabile il disposto di cui all’art. 45, comma 17, del D.Lgs. 80/1998. Nell’ambito del diritto amministrativo esiste una articolata disciplina che concerne tutti gli aspetti del rapporto intercorrente tra le organizzazioni pubbliche e le persone fisiche che prestano servizio presso di esse a titolo professionale (e.d. rapporto di pubblico impiego). Soltanto a tale ben distinta categoria di persone fisiche si attaglia la normativa transitoria prevista dalla norma richiamata, versandosi nell’ipotesi di pubblici agenti legati all’organizzazione da un rapporto di lavoro subordinato in senso proprio (c.d. rapporto di servizio).
Distinta da questa, invece, è la categoria dei funzionari onorari, non professionali (ossia non legati all’organizzazione pubblica da un rapporto di lavoro in senso proprio), nella quale rientra nell’attuale esperienza storica il cosiddetto personale politico, legato da un rapporto di rappresentanza con la stessa collettività popolare, da essa stessa designato alla titolarità degli uffici attraverso procedimenti elettorali. In tale ipotesi, però, pur difettando il rapporto di servizio, residuano fattispecie comportanti pretese di ordine patrimoniale in capo ad alcune categorie di personale onorario e politico.
Posta tale premessa dogmatica (e metodologica), occorre ora verificare se l’ordinamento preveda in capo ai consiglieri comunali il diritto di ottenere il rimborso delle spese legali sostenute per far fronte a procedimento penale, avente ad oggetto fatti connessi all’ espletamento ditale ufficio pubblico e conclusosi con il proscioglimento (o l’assoluzione) con formula piena.
Al riguardo, il giudice di primo grado (richiamando una sentenza della Corte Costituzionale [197/2000], pervero resa in fattispecie del tutto diversa da quella portata alla sua cognizione) ha escluso 1’ applicabilità anche agli amministratori, per via analogica, della normativa dettata sul punto per i dipendenti pubblici e per quelli degli enti locali, sul presupposto che soltanto tali rapporti di lavoro sono caratterizzati dal requisito della subordinazione del dipendente all’organizzazione pubblica.
Tuttavia, sebbene gli oneri relativi all’assistenza legale in sede processuale degli amministratori degli enti locali non abbiano trovato finora una disciplina legislativa che tuteli i rappresentanti eletti così come è previsto per i dipendenti, ad avviso di questo Tribunale deve affermarsi il principio che può essere assunta a carico dell’ente la spesa sostenuta da un amministratore per un procedimento penale per fatti verificatisi nell’esercizio ed a causa della pubblica funzione esercitata e risoltosi con assoluzione con formula piena.
E non si tratta, nella specie, di fare applicazione analogica della normativa dettata sul punto per i dipendenti pubblici e per quelli degli enti locali, perché pure potrebbe obiettarsi che è fatto divieto di applicare in via analogica norme dettate per una specifica categoria di cittadini (i pubblici funzionari legati all’organizzazione da rapporto di servizio), e quindi norme eccezionali. Il paradigma normativo di riferimento deve - invece - essere individuato nell’art. 3, comma 2 bis, del D.L. 23 ottobre 1996 n. 543, convertito nella L. 20dicembre 1996 n. 639, il quale statuisce che “In caso di definitivo proscioglimento ai sensi di quanto previsto dal comma 1 dell’articolo della legge 14 gennaio 1994, n. 20, come modificato dal comma 1 del articolo, le spese legali sostenute dai soggetti sottoposti al giudizio della Corte dei conti sono rimborsate dal l’amministrazione di appartenenza”.
E nessuno dubita che tra i soggetti sottoposti alla giurisdizione della magistratura contabile rientrino anche gli amministratori comunali, ai quali - pertanto - è stato in via normativa riconosciuto il diritto, una volta assolti nel giudizio contabile, ad essere rimborsati dall’ente di appartenenza delle spese legali sostenute. Dinanzi a tale fonte positiva, dettata (anche) per la categoria dei soggetti in esame seppur con riferimento ai soli giudizi contabili, resta da chiedersi se la stessa sia suscettibile di interpretazione analogica per la regolazione della diversa (ma ontologicamente identica) fattispecie del rimborso delle spese legali sostenute da amministratori per far fronte a procedimenti penali aventi ad oggetto fatti connessi all’espletamento del loro ufficio e conclusisi con sentenza assolutoria. Per colmare le lacune di previsione legislativa la logica giuridica pone a disposizione dell’interprete due strumenti alternativi: l’argumentum a contrariis, che si fonda sul principio dell’ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit, e il ragionamento per similitudine, che si fonda sull’opposto principio dell’ubi eadem ratio, ibi eadem dispositio.
La presenza del menzionato dato positivo, posto in materia sostanzialmente identica, conforta nell’estendere la sfera di applicazione del medesimo a fattispecie come quella portata alla cognizione di questo Tribunale.
Sorregge tale conclusione il contributo offerto sul punto da oltre tre lustri dalla giurisprudenza amministrativa e contabile.
La Corte dei Conti, in particolare, ha chiarito che gli oneri per la difesa in giudizio degli amministratori di enti locali possono essere assunti a carico del bilancio dell’amministrazione se, da una valutazione da compiersi successivamente all’esito del giudizio, non risulti l’esistenza di interessi confliggenti con l’ente stesso: l’assistenza legale degli amministratori e dipendenti, infatti, preclusa in caso di interessi confliggenti tra i medesimi e l’ente, deve essere consentita qualora, per effetto dell’assoluzione penale, l’esistenza di un conflitto di interessi sia da escludere (cfr. C. Conti, Sez .riun., 18/06/1986, n.50l/A e C. Conti, Sez.riun., 01/06/1986, n.501/A, laddove è stato pure precisato che l’assunzione di spese per l’assistenza, in un giudizio penale, di taluni amministratori - equiparabili ai dipendenti - poi assolti perché ‘‘il fatto non sussiste, non costituisce danno risarcibile per l’ente locale e deve - quindi - ritenersi legittima).
Il giudice amministrativo ha altresì “giustificato” il rimborso delle spese legali in relazione a quella parte della parcella che si riferisce ai procedimenti penali conclusisi con l’assoluzione dell’imputato con formula piena e non anche rispetto a quell’altra parte attinente ai costi sostenuti per altri procedimenti che tale esito non hanno avuto (v. Cons. Stato, Sez.V, 20/05/1994, n.49 8).
Il giudice ordinario ha infine osservato che, perché sorga il diritto dell’amministratore dell’ente pubblico all’assistenza processuale, deve ricorrere la duplice condizione dell’assoluzione dello stesso, che si trovi implicato, in conseguenza di atti o fatti connessi all’espletamento del servizio o all’adempimento di compiti d’ufficio, in un procedimento penale, e della mancanza di conflitto d’interesse con l’ente (cfr. Cass. civ., Sez.I, 13/12/2000, n.l5724).
D’altra parte, ai fini della rimborsabilità delle spese processuali sostenute dagli amministratori degli enti locali, non loro lavoratori subordinati, per liti penali connesse all’esercizio delle relative funzioni pubbliche, può farsi riferimento, in assenza di norma specifica sul punto ed utilizzando all'uopo un criterio d’interpretazione analogica, anche alla sola disciplina civilistica del contratto di mandato, in quanto: a) è applicabile in linea di principio a tutti i casi in cui va stabilito l’esatto contenuto dei rapporti patrimoniali tra rappresentante legale ed ente rappresentato, anche in difetto di un apposito e così denominato vincolo negoziale e, in particolare, ai rapporti tra ente pubblico e amministratori onorari, che sono legittimamente investiti del potere di curare e realizzare interessi di altri centri d’imputazione giuridica e, quindi, non devono sopportare nella propria sfera personale gli effetti sfavorevoli o dannosi dell’attività imputabile solo agli enti; b) l’art. 1720 c.c. stabilisce con sufficiente chiarezza la misura dei diritti patrimoniali vantati dal mandatario nei riguardi del mandante, individuando, nei rapporti interni, il punto d’equilibrio tra le contrapposte pretese delle parti e la ripartizione dei rischi economici derivanti dall’attuazione del rapporto; soprattutto per ciò che concerne le spese e le perdite economiche sostenute dal mandatario a causa del mandato. Deve sussistere, in particolare, uno specifico nesso di causalità tra le spese sopportate dall’amministratore per difendersi da una sia pur infondata accusa penale e i suoi compiti d’istituto, all’uopo non bastando che esse siano affrontate in occasione dell’incarico, in tal modo esprimendosi l’art. 1720 c.c., applicabile al riguardo in assenza di altra e più precisa norma e detta conclusione essendo coerente con il principio della personalità della responsabilità penale (v., per tale interpretazione, Cons. Stato, Sez.V, 14/04/2000, n.2242).
Una volta riconosciuto in tesi possibile il rimborso in questione in capo all’odierno appellante, trattasi ora di verificare se in concreto ricorrano le condizioni poste dalla richiamata giurisprudenza. L’inequivoco tenore delle imputazioni mosse all’A. e della sentenza di non luogo a procedere “perché il fatto non sussiste” del Gip presso il Tribunale di Torre Annunziata del 17.12.1996, parzialmente riformata dalla Corte di Appello di Napoli con sentenza del 4.12.1997, confortano nel ritenere che i fatti addebitati risultavano essere stati commessi per l’espletamento dei compiti di ufficio di consigliere comunale dell’A. e che non sussiste conflitto di interessi con l’ente, in virtù della assoluzione con formula piena (ma limitatamente ai fatti contestati al capo b) dell’imputazione perché quelli di cui al capo a) sono stati dichiarati estinti per intervenuta prescrizione).
Va dunque dichiarato il diritto dell’appellante a vedersi rimborsate dall’ente convenuto le spese legali sostenute per la difesa nel procedimento penale conclusosi con la già menzionata sentenza.
In ordine al quantum delle spese a rimborsarsi, deve rilevarsi come l’appellante abbia prodotto fattura del proprio difensore di fiducia dell’importo di complessivi € 2.326,29 (già L. 4.504.320), comprensiva di accessori previdenziali e tributari (cfr. fattura in atti). Tale importo, tuttavia, è riferito all’intero procedimento penale affrontato dall’A., conclusosi in parte con assoluzione con formula piena ed in parte con declaratoria di improcedibilità per prescrizione, ond’ è che l’amministrazione comunale convenuta deve essere condannata al pagamento della quota parte del medesimo importo riferibile all’imputazione da cui l’amministratore è stato mandato assolto e quantificabile, in via forfettaria ed equitativa, in € 1.150,00, non potendo essere ripetuta la restante somma per i rilievi sopraesposti. Trattandosi di comune obbligazione pecuniaria, in quanto tale regolata dal principio nominalistico e dalla disciplina del danno da mora di cui all’art. 1224, c.c., su tale somma, in assenza di prova di un danno maggiore, vanno calcolati pertanto i soli interessi al tasso legale, con decorrenza dal 10.5.1999 (data della prima richiesta di pagamento inoltrata all’ente) e fino al saldo.
La sussistenza di giusti motivi, che si compendiano nella peculiarità della questione di diritto sostanziale trattata, per integralmente compensare tra le parti le spese di lite di entrambi i gradi di giudizio.
Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni contraria o diversa istanza e deduzione disattesa, in riforma della sentenza del giudice di pace di Gragnano n. 668/2001 del 2.7.2001 così provvede:
1. Dichiara, nei limiti e nei sensi di cui in motivazione, il diritto di A.G. ad ottenere il rimborso da parte del Comune di Santa Maria La Carità delle spese legali sostenute per il procedimento penale conclusosi con sentenza del Gip presso il Tribunale di Torre Annunziata del 17.12.1996, parzialmente riformata dalla Corte di Appello di Napoli con sentenza del 4.12.1997, e, per l’effetto, condanna detto ente comunale, in persona della Commissione Straordinaria legale rappresentante p.t., al pagamento in favore di A. G. della somma di € 1.150,00, oltre interessi legali con decorrenza dal 10.5.1999 e fino al saldo;
2. Dichiara integralmente compensate tra le parti le spese di lite relative al primo grado di giudizio;
3. Dichiara integralmente compensate tra le parti le spese di lite relative al presente grado di giudizio.
Così deciso in Gragnano in data 20 maggio 2003.

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