Source: http://comma2.it/index.php?view=article&id=76:i-limiti-del-diritto-di-satira-secondo-la-cassazione&catid=12
Timestamp: 2018-10-16 18:48:05+00:00

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I limiti del diritto di satira secondo la Cassazione: commento alla sentenza sul licenziamento degli operai di Pomigliano - Comma2 - Lavoro è dignità
Ciò dà la misura di come i destini delle persone, messi in mano alla giustizia, dipendano da valutazioni del tutto soggettive dei magistrati chiamati a decidere. E questo non può che amareggiare chi invece si illude che esistano dei principi di certezza di diritto.
Il tema centrale della motivazione della sentenza riguarda l’individuazione del punto di equilibrio tra l’interesse di una persona oggetto di affermazioni o gesti asseritamente lesivi del proprio onore e l’interesse contrapposto alla libera manifestazione del pensiero dell’autore (o degli autori) di quelle affermazioni o di quei gesti.
In particolare si trattava di tracciare i confini del diritto di critica esercitato attraverso la satira che - come riconosce la stessa Corte nella sentenza in commento - prevede “l’utilizzo di un linguaggio colorito ed il ricorso ad immagini forti ed esagerate” che “essendo inteso, con accento caricaturale, alla dissacrazione e allo smascheramento di errori e vizi di uno o più persone, è essenzialmente simbolico e paradossale”.
A nostro avviso, poiché suscitare irrisione può essere considerato lo scopo della satira, appare esagerato ritenere che le “modalità espressive della critica manifestata dai lavoratori” abbiano spostato la dialettica sindacale “su un piano di non ritorno che evoca uno scontro violento e sanguinario”.
Le conclusioni cui approda la sentenza suonano inoltre non prive di un certo moralismo nei passaggi in cui, pur riconoscendo che la condotta dei lavoratori non ha integrato il reato di diffamazione, ritengono che vi sia stata una violazione dell’obbligo di fedeltà (art. 2105 c.c.) per la “menomazione dell’onore, della reputazione e del prestigio del datore di lavoro (…) contravvenendo al cosiddetto minimo etico: ossia a quei doveri fondamentali che si concretano in obblighi di condotta per il rispetto dei canoni dell’ordinaria convivenza civile”.
Non è certo la prima volta che la giurisprudenza si misura con casi in cui in cui la critica sindacale si era espressa con toni e modi di disapprovazione, anche particolarmente aspri. Con sentenza n. 15165/2012, la Corte di Cassazione - Sezione Lavoro, ha statuito l’illegittimità del licenziamento di un dipendente (e rappresentante sindacale) che aveva rivolto un insulto al proprio superiore. Precisamente, la Corte ha affermato che “l’espressione ‘sbruffone’ rivolta all’amministratore unico della società, seppur censurabile sul piano disciplinare, appariva inidonea a giustificare l’adozione della misura espulsiva, essendosi trattato di una semplice reazione emotiva scevra da intenti di minaccia” e altresì ha escluso la sussistenza dell’insubordinazione nel rifiuto del dipendente di ricevere la documentazione relativa alla procedure di mobilità concernente anche la sua posizione lavorativa, ritenendo che “le frasi di apprezzamento negativo dell’iniziativa datoriale espresse dal lavoratore potevano essere ricondotte alle sue prerogative di sindacalista”.
In un altro caso di esercizio del diritto di critica con toni aspri da parte di un sindacalista, accusato di reato, si è ritenuta la condotta incensurabile “nell’ambito ed in ragione del mandato sindacale dell’imputato in quanto rappresentante di un’organizzazione di categoria e dunque in funzione delle finalità istituzionali sottese a quell’incarico”, ritenendo che “le espressioni oggettivamente offensive, sono tutte funzionali all’iniziativa sindacale e in sintonia con i pertinenti moduli espressivi e non debordando, dunque, dai limiti all’esercizio del relativo diritto per risolversi in attacchi gratuiti ad personam”. Secondo la decisione “non travalica i limiti immanenti al relativo diritto (di critica: ndr) neppure il manifestato convincimento che le condotte denunciate potessero integrare anche ipotesi di reato” (Cass. 27.2.2012 n. 7633).
E ancora, la Suprema Corte ha ritenuto che non superassero i limiti della continenza espressiva espressioni come “carattere “sconcertante” o “grottesco” o “borbonico” della situazione, definita come “vergogna aziendale” (Cass. 4.6.2013 n. 38962; cfr. anche Cass. 12.6.2009 n. 32180; Cass. n. 8799/2008; Cass. n. 13880/2008; Cass. n. 9084/2008; Cass. n. 29433/2007; Cass. n. 19427/2001).
Riteniamo che la Corte di Cassazione, sulla base dei suoi stessi precedenti, avrebbe potuto confermare la decisione della Corte d’Appello di Napoli.
Desta quindi amarezza constatare il particolare rigore dimostrato in questo caso che comporta la perdita definitiva del posto di lavoro di cinque operai.
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