Source: http://legittimadifesa.wordpress.com/2009/10/
Timestamp: 2013-05-22 05:57:43+00:00

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ottobre | 2009 | Legittima Difesa
Archivio per ottobre, 2009 La convinzione di aver raggiunto la prova che un gruppo di imputati costituisce una “Associazione terroristica” esonera ormai le Corti di Giustizia dal valutare la posisione dei singoli imputati.
Pubblicato: ottobre 28, 2009 in Terrorismo islamico in Italia	*
ESITO ORMAI SCONTATO PER TUTTI I PROCESSI DI
“TERRORISMO ISLAMICO”.
Per incredibile che possa apparire, la convinzione di aver raggiunto la prova che esiste una “Associazione terroristica” esonera ormai, di fatto, le Corti di Giustizia dal valutare la posisione dei singoli imputati oltre che in ordine alla responsabilità personale, anche in ordine alla loro effettiva appartenenza all’Associazione stessa, che puo’ essere data per scontata, attraverso la pura e semplice presenza in un gruppo di imputati o in una determinata operazione.
Una volta trovate le formule magiche per poter emettere sentenze di condanna in assenza totale di qualsivoglia elemento concreto di prova attraverso i vari “trucchi dialettici” coperti dalle “suggestioni mediatiche” che abbiamo altrove evidenziato, era prevedibile che, una volta caduti nelle maglie di qualche inchiesta, gruppi o singoli, non ne potessero più uscire indenni.
Ormai la convinzione di aver raggiunto la prova che esiste un’”associazione” tra un determinato gruppo di imputati, esonera le Corti persino dal provare le singole responsabilità dei singoli imputati stessi. E’ sufficiente ritenere di aver dato prova che esiste un’associazione terroristica, anche attraverso una serie di congetture, per ritenere che tutti, proprio tutti quelli che sono incappati in un’operazione di antiterrorismo che li ha condotti davanti ad una Corte, sono ugualmente responsabili, sono cioè terroristi.
Non importa se uno degli imputati ha incontrato per caso in un bar un’altro di quelli ritenuti più compromessi o lo abbia frequentato in moschea; o peggio, se sia magari addirittura cugino; tanto basta a condannare il malcapitato insieme a tutti gli altri. Se esiste l’associazione, è la logica ormai di alcune Corti, è ovvio che tutti quelli che si conoscono ne facciano parte e e che siano pertanto colpevoli.
Le vittime più evidenti da questa nuova scorciatoia giuridica e giudiziaria, sono stati due imputati nel processo di Napoli contro “Bourhama Yamine+4″ di cui ci siamo già occupati, i poveri ragazzi LARBI Mohamed e SERAI Khaled contro i quali la Corte d’Assise d’Appello di Napoli ha confermato il 27 ottobre 2009 la condanna a 6 anni inflitta dalla Corte di primo grado. Il primo, per aver conosciuto BOURHAMA Yamine (ritenuto il più compromesso e sicuramente colpevole sulla base di alcune frasi di sfogo intercettate davanti al televisore) in un’occasione e fattolo salutare per telefono in un’altra; il secondo per aver scambiato con lui 4 telefonate ed aver condiviso per un certo tempo la miseria della sua situazione di immigrato in lotta per trovare una regolarizzazione per poter lavorare.
Il caso di LARBI e SERAI è sicuramente il più eclatante ma anche gli altri due imputati TARTAG Samir e ACHUOR Rabah non erano in una posizione molto dissimile. Quanto a BUORHAMA, se è colpevole lo è soltanto di logorrea e di protagonismo verbale.
Ne danno notizia gli avvocati degli imputati Carlo Corbucci, Giovanni Destito e Carolina Scarano.
-1- COME TI CREO “IL MOSTRO SU MISURA” E ALL’OCCORRENZA – “Il kamikaze di Milano”
Pubblicato: ottobre 18, 2009 in Terrorismo islamico in Italia	Etichette: Il patetico kamikaze di Milano, Milano: finalmente un kamikaze, Milano: un utile kamikaze, un kamikaze costruito	*
COME TI CREO IL “MOSTRO” SU MISURA E ALL’OCCORRENZA.
“IL KAMIKAZE DI MILANO”
(di Roberto Rocchi)
Allochè tre anni fa leggevo nel libro dell’avv. Carlo Corbucci “Il terrorismo islamico in Italia: realtà e finzione”, rimasi perplesso nel trovare ad un certo punto del libro stesso alcune considerazioni che, pur escludendo l’autore la provenienza “islamica” degli episodi di “grande terrorismo stragista” che si erano succeduti negli anni e rilevando che mai era stato trovato tra i vari gruppi di imputati nei vari processi qualcuno in procinto di progettare o eseguire atti terroristici o in possesso di esplosivi, armi, programmi ecc.. esprimeva tuttavia non soltanto il timore ma addirittura non escludeva neppure la stessa probabilità che, a lungo andare, “qualcosa” potesse anche accadere e “qualcuno” avrebbe anche potuto cogliersi, come suol dirsi, con le mani nel sacco ed in procinto di tentare o di fare un atto sconsiderato. “Questo non ci stupirebbe affatto”, precisava l’autore.
Nel libro l’autore spiegava anche perché l’ipotesi poteva tradursi in realtà e, confesso che, allora, io non ne compresi appieno il significato.
C’è un gran bisogno, diceva l’autore, che qualcosa accada; che qualcosa vada a coprire nuovamente ciò che ha rischiato troppo di emergere. Le versioni ufficiali e convenzionali sui fatti dell’11 Settembre di New York, le stragi di Londra, Madrid, Shar El Shaikh, Gerba, dei mercati e delle moschee irachene ed afgane, cominciano ad evidenziare incrinature eccessive; inoltre a dispetto di tanta proclamata “notorietà” sull’origine dei fatti di “grande terrorismo stragista”, di tante presunte rivendicazioni e di condanne formali di gruppi islamici, non ha mai fatto riscontro qualcosa di evidente, di clamoroso, di effettivo. Mai qualcuno colto con l’arma del delitto; con la pistola fumante, con gli strumenti indispensabili per commettere un attentato; mai un’intercettazione nella quale qualcuno, nonostante condanne fondate proprio su intercettazioni, dicesse: “dobbiamo fare questo”; “noi siamo qui per questo”. E’ veramente troppo: è assolutamente necessario che qualcosa avvenga.
Soltanto oggi ho capito tutta la conseguenza implicita in quella previsione ed ho compreso da che cosa potesse nascere l’esigenza, per “qualcuno”, che “qualcosa” accada e che “qualcuno” o “qualcun’altro” la faccia accadere.
E pensando a tutte le attribuzioni, le affermazioni e le previsioni fatte sui “progetti dei terroristi” e sulle loro attività criminali e stragiste da una parte, ed ai risultati delle operazioni dell’antiterrorismo e in campo giudiziario, dall’altra, mi sono accorto della incredibile sproporzione tra quanto attribuito al presunto “terrorismo islamico” in generale e quanto riscontrato nei confronti dei vari gruppi occasionalmente sotto processo, assolti o condannati che siano stati.
Ed allora ho compreso quel che l’autore voleva dire riferendosi, in quella data, ad un futuro anche prossimo. La sproporzione tra l’attribuito ed il riscontrato è troppa: mai nessun riscontro in ambito di accertamento giudiziario. Sempre soltanto simpatizzanti, presunti fiancheggiatori e sodali, aspiranti; mai colpevoli di questa o quella strage.
Ed allora è inevitabile che si alimenti il dubbio su tante cose sulle quali il dubbio è già presente. Ma in parallelo sorge però, in chi ha lanciato e strategicamente diffuso le accuse, la necessità urgente di spiegare ai troppi che iniziano a farsi domande sul perché non avvenga qualcosa di evidente, sotto gli occhi di tutti; perché infine “qualcuno” dei criminali non viene colto in atto di eseguire il suo disegno e con l’arma in mano. E’ inevitabile allora che all’evidenza di una necessità di dover pur dare una spiegazione, si accompagna inevitabilmente lo stupore e la rabbia che non possono essere disgiunte anche dalla speranza che qualcosa prima o poi accada. Può ben dirsi che mentre il dubbio si alimenta nel gran numero degli ingannati non può non salire anche lo sconcerto di chi ha ordito le menzogne e le provocazioni; non può non salire anche la rabbia e lo stupore degli ingannatori.
Infatti: possibile mai che, nonostante tutte le accuse; nonostante gli arresti e le persecuzioni giudiziarie, poliziesche e politiche; nonostante le minacce; nonostante gli scherni e le delusioni; nonostante le provocazioni, nessuno reagisca? Nessuno faccia qualcosa?
E’ una considerazione che, sia pure con animo diverso, si pongono sicuramente sia gli ingannati che gli “ingannatori” a vario e diverso titolo. A vario titolo perché i gradi di consapevolezza di un inganno sul genere di quello di chi ha diffuso come “fatto notorio” la notizia che i vari gruppi di imputati nei processi celebrati sono i terroristi che avrebbero compiuto le operazioni di “grande terrorismo stragista” o in ogni caso loro sodali e concorrenti, sono sicuramente vari e differenti.
A quella prima considerazione che sorge spontanea in chi è in buona fede, seguono in chi invece non lo è, altre considerazioni che sono però soltanto stizzose perplessità che li portano a chiedersi come sia mai possibile che nonostante le accuse continue rivolte alla loro religione, al loro Profeta al quale dicono di avere così tanto rispetto e venerazione; nonostante l’irrisione e le minacce che sarà proibito per le donne musulmane coprire i capelli con il velo e non vestire alla maniera occidentale; nonostante la simulazione di aggressioni inventate, di minacce ricevute e via dicendo; nonostante tutto questo, neppure uno di questi pecoroni di arabi e musulmani reagisca?
Possibile che nessuno, pur di fronte all’accusa di essere terroristi, di essere maschilisti; di essere fanatici; di essere violenti con le donne ed i figli; di compiere ogni giorno stragi ed attentati nelle moschee, nei mercati, nelle metropolitane, nelle chiese e nelle sinagoghe, nessuno si faccia venire in mente nei suoi momenti di esasperazione, di emarginazione, di rabbia e di disperazione, di fare veramente qualcosa?
Possibile che non ci sia qualcuno tra questi caproni che creda veramente almeno ad una delle accuse e si faccia venire in testa di fare qualcosa anche a lui? Non fosse altro che per impulso di emulazione! Possibile che qualcuno tra questi non dica: “… ora lo faccio anch’io; faccio anch’io, sia pur nel piccolo, la mia parte”?
Forse che non funzionano più certe leggi sottili dell’animo umano neppure di fronte alle stimolazioni più forti? Che l’essere umano sia dunque veramente scaduto al punto da aver perduto persino la reazione animale dei testicoli?
Possibile poi che tra quelli che invece non ci credono, non sorga almeno una reazione che susciti per rabbiosa reazione di fronte alla reiterata ingiustizia di un’accusa troppo mostruosamente interessata e falsa e all’impossibilità quasi di potersene difendere, la voglia di tradurre veramente in pratica qualcosa di quelle accuse tanto per dire… “ora vi faccio vedere io visto che fare o non fare è la stessa cosa”?
Possibile che neppure di fronte all’evidenza di un rovesciamento della verità attuato con provocazione, con sarcasmo, con ironia e con sfida, come chi sa di essere stato lui a commettere un delitto proprio al fine di accusare altri nella prepotenza sicurezza di chi sa che non sarà mai scoperto e del quale pur ipocritamente finge poi di scandalizzarsene accusandoli ed osservando divertito l’impotenza di quegli innocenti a scrollarsi l’infamia gettatagli addosso, nessuno tra quelli provi un impulso a reagire, ad urlare, a colpire!
Possibile, infine, che di fronte all’ironia perversa dell’accusa che, questi musulmani, anche quando si atteggiano a buoni e ad integrati in realtà reprimono in loro la rabbia e l’odio per il miscredente, per il cristiano e per l’Ebreo meditando vendette, nessuno tra loro provi un bisogno di reazione?
Se questo non avviene, come si potrà alla lunga continuare a far credere che sono intolleranti; che sono fanatici; che mirano a sottomettere i miscredenti; che sono loro a compiere le stragi; che preparano operazioni che non arriva mai?
E finalmente qualcuno ha risposto; uno solo, ma questo non conta. Basta sfruttare al massimo la tanto attesa occasione! Basta parlarne a gran voce e scrivere grosso nelle prime pagine dei giornali.
E’ l’attesa manna dal… cielo; ma forse è meglio dire… “dall’inferno”.
Mancava solo lui; giusto lui.
Non conta se quel qualcuno tutto è meno che un fanatico islamico; meno che un Imam; meno che un frequentatore assiduo di Moschee; meno che un cultore della Jihad; meno che un rigido osservatore della Shari’a.
Poco conta che abbia invece numerose condanne per ricettazione. Poco conta se sia in Italia da molti anni, sposato con un’italiana madre di quattro bambini dei quali due, piccoli suoi. Poco conta che a lui più che della Jihad e della vittoria dell’Islam interessasse che il Comune gli desse una casa popolare più grande che aveva reclamato da anni a gran voce con mille proteste.
Poco conta che non facesse sermoni, che non si istruisse in internet, che non parlasse di Al Qa’ida e che fosse soltanto fortemente arrabbiato per la sua situazione economica e per quella della sua famiglia.
L’importante è che ha fatto il Ramadan il mese di digiuno islamico ed abbia frequentato in quel mese la moschea per i riti speciali del Ramadan!
Poco conta se qualcuno che non è neppure musulmano e neppure arabo, gli sia stato intorno per qualche mese evidenziandogli quanto sia vergognoso che a lui, con quattro figli e regolare con il permesso di soggiorno, non venisse data una casa dignitosa mentre lo Stato sperpera nelle guerre, negli investimenti inutili e così via.
Tutto questo non significa nulla per chi non vuole capire o non può portarsi oltre i condizionamenti emotivi e sentimentali, difettando sia del dono della ragione che di quello maggiore dell’Intelligenza.
E’ la manna dal cielo… Ci mancava soltanto questo libico sig. Mohamed Game.
Mancava giusto lui e solo lui; ma anche per un’altra ragione, inquietante.
Anche qui soltanto ora capisco meglio quello che scriveva in una nota il già citato avv. Corbucci nel suo libro. Cosa scriveva?
Parlava di alcune strane coincidenze che si verificavano proprio in prossimità dell’udienza finale di alcuni significativi processi di “terrorismo islamico” che si stavano celebrando in Italia o in Europa e così diceva nel capitolo “curiosi contorni”:
“A questo punto sarà un eccesso di esagerazione riferire alcune quanto meno curiose coincidenze durante lo svolgimento di questo processo e di quello parallelo di Anzio? Noi non sappiamo se sarà un caso che il perito nominato per la traduzione delle intercettazioni abbia abbandonato l’incarico improvvisamente per ragioni di famiglia, ma certo ci stupisce il fatto che, appena due giorni dopo l’episodio, i giornali riportavano la notizia che “…un perito traduttore arabo di cui la Procura di Roma si serviva per vario tempo”, era stato “…incriminato, per sospetto terrorismo”. Non si tratta, beninteso, della stessa persona; ma non è curioso questo episodio che qualcuno potrebbe essere tentato di vedere sotto l’apparenza di un “avvertimento” proveniente da lontano?
E che dire del fatto che il giorno stesso in cui avevano inizio le arringhe difensive del processo dei presunti aspiranti avvelenatori dell’ambasciata americana, di buon mattino, proprio mentre la Corte (e gli avvocati) si stavano recando nell’aula bunker, il notiziario radio alle 8 del mattino divulgava la notizia, poi senza alcun seguito, che in Spagna erano state trovate “…tracce di collegamento…” tra i soggetti indicati come gli esecutori materiali dell’attentato di Madrid, “…ed alcuni nei confronti dei quali erano in corso le azioni giudiziarie per gli attentati di… Roma”?! Superfluo aggiungere come si intensificavano in quei giorni le operazioni di nuovi arresti in Italia.
Forse è addirittura patetica, l’altra notizia pubblicata proprio durante i giorni delle arringhe difensive di questi due casi, secondo la quale negli Stati Uniti era stato arrestato “…un avvocato diventato musulmano, per legami con i terroristi di Madrid”. I servizi spagnoli avrebbero infatti inviato alla C.I.A. le impronte del poveretto, rilevate da una borsa che gli era appartenuta e che sarebbe stata trovata tra il materiale sequestrato a Madrid! Almeno due giornali riportavano anche la foto dell’avvocato che, a parte la più giovane età, con una tenue barbetta presentava una certa rassomiglianza con… l’avvocato dei presunti terroristi italiani!
Sicuramente coincidenze, come quella dei grossi cartelloni pubblicitari che hanno tappezzato l’Italia pochi giorni dopo le sentenze di assoluzione e che, pubblicizzando “le pagine bianche” riportavano la curiosa frase: “Cerchi rogne? Rogne Carlo, è… avvocato. Lo trovi nelle pagine bianche”.
Si potrebbero aggiungere una serie indefinita di altre “coincidenze” costituite da “notizie bomba” divulgate in perfetta sintonia con il giorno in cui determinati “processi chiave” giungono alla conclusione e le Corti popolari entrano nelle “camere di consiglio” per deliberare le sentenze. Come pure si potrebbero aggiungere i casi di quelle altre notizie relative a nuove operazioni di arresto di presunti terroristi in atto di compiere lo stesso crimine per il quale, il giorno prima, sono stati assolti altri imputati accusati anni prima. Ci sovviene, ad esempio, il caso dei tre presunti “kamikaze di Anzio” all’assoluzione dei quali Rai3 aveva dato ampio risalto con l’interessante trasmissione televisiva “Un giorno in Pretura”. Orbene, nell’evidenza dei sottofondi inquietanti del caso, giornali come “Il Messaggero”, “Libero” e la “Padania”, pochi giorni dopo la trasmissione, si prodigavano a pubblicare in prima pagina a caratteri cubitali, la notizia dell’arresto a Napoli, di “…tre Algerini in procinto di farsi saltare in aria, in possesso di esplosivo e cinte da kamikaze ed in attesa dell’arrivo in Italia di una nave carica di esplosivo”. Ed anche: “Kamikaze pronti a farsi saltare in aria a Roma: presi! Cinture esplosive per uccidere anche a Napoli e Brescia. Sono gli stessi di Madrid e Casablanca”. Sono titoli del giornale “Il Messaggero” del giorno 17.11.2005: identiche a quelle dei tre ex kamikaze di Anzio di tre anni prima. Viene da chiedersi se si tratta soltanto di scoop e bombe giornalistiche per fare scalpore e vendite o, molto più significativamente, di… “inserzioni a pagamento” se non addirittura “gratuite”; il che sarebbe ancora più significativo..
La notizia, questa volta ridimensionata dall’intervento dello stesso Ministro dell’Interno. Il caso ha suscitato un contrasto di interpretazioni tra il GIP di Brescia (città nella quale erano già noti i tre) e quello di Napoli. Secondo il primo, nonostante l’orientamento di molti GIP di Brescia sia molto vicino a quello della Procura di Milano quanto alla convinzione di un incombente “pericolo islamico” in Italia, gli imputati possono essere accusati, al massimo, di “associazione a delinquere” semplice, per la falsificazione di documenti; mentre per il GIP di Napoli, almeno uno può essere sospettato di “”terrorismo” per i suoi legami con il solito “Gruppo Salafita”. In ogni caso, il tutto, quanto ai riscontri, non ha nulla a che vedere con le asserite cinte da kamikaze e con gli esplosivi ma si fonderebbe sulle solite tre o quattro intercettazioni telefoniche di sfogo…
Esaminando i vari casi giudiziari nel corso del presente studio vedremo ripetersi con incredibile puntualità, situazione e fenomeni analoghi proprio in prossimità della fine di certi processi significativi in maniera impressionante e con inquietante coincidenza con ciò che esattamente sta trattando il processo in corso. E’ pur vero che certe “leggi sottili” hanno una loro precisa rispondenza con certe “correnti mentali” suscettibili di evocare situazioni analoghe ma l’azione concreta e consapevole di certi individui che ne favoriscono la messa in moto, non può essere mai completamente ritenersi assente. Certe “coincidenze” rivelano, secondo noi, un’attenta opera di vigilanza posta nella gestione dei mezzi di comunicazione mediatica, diretta a suscitare ed a dirigere “correnti mentali”, da parte di settori coperti, appositamente preposti allo svolgimento di simili operazioni ed al controllo dell’opinione pubblica, nell’unico fine di “difendere il sistema”. Il sistema inteso però non come l”ordinamento democratico” e la “sicurezza pubblica” ma come gli equilibri di un vertice del “potere reale”, oltre l’apparenza delle alternanze amministrative rappresentare dal “potere apparente” di quei governi locali che sono ormai soltanto “amministratori di Condominio”; un “condominio” i cui “condomini” sono costituiti ormai da quelle “oligarchie familiari” nelle cui mani è accentrato, a livello “globale”, il potere economico, finanziario e politico, di quasi tutti il pianeta. Non possiamo infatti credere che certe influenze giungano, sia pure inavvertitamente e solo per una sorta di “ispirazione”, in così tanti settori e ad insaputa di qualcuno che se ne renda veicolo; ma balza agli occhi come cose sono quanto meno curiose. Dove inizia e dove finisce il potere di certe forze fortemente espressive e rappresentative della “civiltà moderna globalizzata”, ed attraverso quali canali si veicola questo stesso potere, oltre che attraverso gli ordinari e grossolani mezzi di suggestione? (Il terrorismo islamico in Italia –Realtà e finzione- “Curiosi contorni”.)
Ma qual è il rapporto attuale tra la comparsa del “mostro di Milano” e la realtà giudiziaria?
Guarda caso, una settimana dopo si sarebbe dovuta tenere, dopo due anni di istruttoria dibattimentale durante la quale la posizione degli imputati si era completamente ridimensionata, l’udienza finale nella quale l’a Pubblica Accusa e le Difese avrebbero concluso le loro requisitorie ed arringhe alle quali sarebbe seguita l’immediata sentenza di assoluzione o di condanna del processo di Perugina. Il processo contro quello che era stato definito l’Imam Korchi e due suoi presunti allievi. Il processo rappresenta il primo caso, un test, del nuovo articolo 270 quinquies da poco aggiunto al codice, agli altri 270 e riguarda l’ipotesi di reato di chi, sia direttamente, sia a mezzo libri e lezioni, sia navigando in Internet andando alla ricerca di istruzioni, si addestra e/o addestra altri alla preparazione di esplosivi ed armi batteriologice, all’uso delle armi convenzionali e non e delle tecniche militari.
Il test è veramente importante perché verifica la possibilità di estendere le operazioni di repressione e di controllo verso chi accede a certi siti internet; a chi si interessa eccessivamente di certi argomenti; a chi va alla ricerca di canali eccessivamente alternativi rispetto alle posizioni ufficiali e convenzionali e così via. Un’interpretazione restrittiva della norma, restringe ulteriormente intorno al collo il, cappio della repressione, dei controlli, delle facili accuse, dalle quali diventa quasi impossibile difendersi per il semplice motivo che diventerebbe reato il fatto stesso di essersi collegati a certi siti, anche qui, con un’equivalenza dialettica automatica, tra quella semplice operazione e l’accusa di attività terroristica.
Può capirsi bene perché “qualcuno” tenga molto a questa prima verifica, a questo test che legittimerebbe l’ulteriore mossa “autoritaria” già preparata in via legislativa ma non ancora interpretata nelle sue applicazioni pratiche.
Bene, guarda caso, l’accusa contro il principale imputato, Korchi, che secondo l’accusa si addestrava via internet ed addestrava a sua volta due semi-analfabeti che sanno appena parlare il dialetto arabo della loro regione ed erano in Italia per racimolare un fine mese da inviare alle loro mogli e numerosi figli, a preparare esplosivi caserecci. I riscontri che venivano offerti dall’Accusa in quel processo erano tutti caduti: il materiale chimico rinvenuto non erano altro che bottigline e barattolini di pochi grammi di materiali di comune reperimento peraltro in diretto interesse con la sua attività (ha una ditta artigianale regolarmente registrata alla Camera di Commercio) che spazia dai restauri, alle ristrutturazioni e utilizza vari solventi chimici comuni. Nei suoi accessi ad internet egli ha effettivamente visionato certi siti nei quali sedicenti istruttori Jihadisti insegnano come confezionare in modo casalingo e con comuni sostanze, ordigni esplosivi ma egli non ha mai estratto alcun foglio ne’ salvato su supporti esterni quelle istruzioni che peraltro si dilungano e si ripetono in migliaia di pagine.
Come certi “siti pedofili”, quei siti sono “siti civetta” collocati dai servizi segreti, soprattutto statunitensi ed israeliani, al fine di attirare la curiosità di soggetti che vengono ritenuti pericolosi e “significativamente attratti” dall’argomento ed in essi, in fondo non si insegna altro che quello che comunemente si conosce o che sarebbe facilmente reperibile in qualunque altro sito o libro di chimica. Anzi, lo si insegna in modo errato proprio perché lo scopo non è fornire effettivamente istruzioni per confezionare ordigni e veleni ma soltanto attrarre nella trappola chi è potenzialmente interessato ed incuriosito da certi argomenti.
Guarda ancora una volta il caso, il “kamikaze di Milano” aveva realizzato l’ordigni esplosivo con il quale ha fatto male soltanto a se stesso perdendo una mano e poi il braccio e la vista, e che aveva confezionato riempiendo saturando la cassetta idraulica dei ferri del suo mestiere. La notizia dei “siti civetta” è stata per un certo tempo negata ma poi è emerso anche ufficialmente non soltanto che si tratta effettivamente di “siti civetta” ma anche che gli insegnamenti impartiti sono “guide trappola” per bombaroli fai da te. Sono siti creati da esperti dell’antiterrorismo dove si insegna davvero a costruire bombe che però esplodono durante la lavorazione o poco dopo anche per ripetuto urto come potrebbe essere accaduto al libico.[1]
Quel materiale, guarda ancora caso, è lo stesso che Korchi aveva in un barattolino di pochi grammi però il libico-milanese, ne aveva una quantità di 50 chilogrammi dai quali aveva prelevato i sei chilogrammi che aveva utilizzato per confezionare la sua inutile bomba auto-esplodente nelle sue mani. In ogni caso, cinquanta chilogrammi sono tanti, è vero, ma non c’è niente di misterioso; non provengono dagli ex campi di addestramento afgani ma semplicemente, quel materiale si compera in qualunque ferramenta fornita o centro botanico, proprio in sacchi da cinquanta chilogrammi e si utilizza come fertilizzante.
Anche la tentazione del primo momento di voler far credere che al momento dello scoppio lo squilibrato avrebbe gridato nella Caserma contro la missione in Afghanistan, subito smentita da troppi tra i presenti è significativa di una certa attitudine.
La conclusione: se sette giorni prima della fine del processo di Perugia esce finalmente fuori lo squilibrato che compie esattamente quello che viene contestato senza alcun elemento serio agli imputati di Perugia, che cosa potrà mai accadere in quel processo? Con quale serenità ed imparzialità la Certe potrà giudicare quello che realmente è presente in quella realtà processuale?
Con gli esempi appena riportati vorremmo forse arrivare a concludere, pur in presenza di casi così evidenti come quelli dello “squilibrato di Milano”, che certi “attenti osservatori” o “guardiani del sistema” hanno la capacità di far coincidere le cose? Non significherebbe affermare in questo modo che essi possiedono addirittura poteri tali da manipolare le menti di soggetti fragili? Ma al di la dell’incredibilità o meno di un simile fatto, se pur così fosse, non sarebbe allora più producente far accadere qualcosa di molto più evidente ed eclatante e farlo accadere veramente in momenti più significativi che non piuttosto in coincidenza con eventi come i processi che in fondo hanno una risonanza mediatica molto meno efficace di quanto non potrebbero averne altri canali?
Il fatto è che le cose non sono certamente così semplici e semplicistiche. Qui non parliamo di storie di “magie” o fantasie parapsichiche ma di fatti concreti legati alla conoscenza effettiva ed operativa della psicologia umana nelle sue sfumature più sottili ed alla manipolazione delle correnti mentali e degli elementi emozionali ed irrazionali dell’animo umano in relazione agli strumenti di potere legati alla formazione ed alla informazione anche subliminale nonchè alla stimolazione ed alla suggestione. E la manipolazione di certe componenti è una vera e propria scienza che non ha a che vedere con un banale e vago riferimento a “suggestioni” e condizionamenti. Sotto questo aspetto si sa bene che, a certe “compressioni”; a certe esasperazioni; a certe stimolazioni, a certe suggestioni condotte in determinate maniere, corrispondono, in altrettante determinate situazioni e circostanze, precise reazioni umane.
Nei centri del “potere effettivo” del sistema che sono funzionalmente collocati soprattutto nel “Paese guida” dell’Occidente (ma ben potrebbe dirsi ormai, funzionalmente dell’intero pianeta), cioè negli Stati Uniti, queste scienze e questi studi (come del resto quelli sulla manipolazione genetica ed altro) sono oggetto di un’attenzione febbrile e costituiscono uno dei principali strumenti non soltanto di difesa del “sistema” ma che mirano a conoscere i meccanismi chimici, biologici, genetici e mentali attraverso i quali avvengono nell’uomo certe azioni, reazioni,ed emozioni o addirittura il sorgere dei pensieri. Il tutto mirato più che ad una ragione scientifica a permettere la “costruzione” di un tipo umano e di un’umanità sopra la quale sia scientificamente possibile assicurare e garantire il controllo ed il mantenimento dell’ordine stabilito e degli equilibri.
Al di la delle vere intenzioni o delle chiacchiere sui possibili pericoli di abuso o meno, quel che è certo è che si tratta di scienze e di possibilità reali all’avanguardia ed il fatto che si tratti di “scienza” non impedisce che un simile ordine di possibilità possa qualificarsi veramente “satanico” nel vero senso della parola; quello più autenticamente intellettuale e meno moralistico o devozionale. Non il “satanismo” colorato dall’immagine di qualche diavoletto o quello delle orgette da impotenti ma quello veramente mostruoso di chi può anche soltanto concepire lucidamente certi strumenti di potere, di inganno e di asservimento dell’umanità.
A questa luce non è difficile capire come, avendone i mezzi e dirigendo certe operazioni “al coperto”, si possa crearsi un “mostro” manipolando più soggetti anche in opposizione tra di loro e servendosi della buona o mala fede di pochi o di molti secondo il caso e la necessità.
Va da se che il “mostro” non sarà altro, in realtà, che il più debole di tutti, il più esposto, il più colpito, il più fragile sia socialmente che psicologicamente. In una parola, sarà il più stupido di tutti. Proprio quello che serviva.
[1] E’ lo stesso presidente dell’Istituto Ricerche Esplosivi di Parma, Danilo Coppe che rivela che i manuali per costruire bombe artigianali si scaricano da internet: ingredienti semplici, soprattutto concimi per le piante e sostanze chimiche per la pulizia della casa. Però alcune guide sono state creare da esperti dell’antiterrorismo in modo che l’ordigno esploda durante la sua costruzione. L’obiettivo? Contrastare il,fenomeno degli attentati, colpendo i terroristi prima che agiscano. Si tratta di “guide trappola”. (City – 14/10/2009)
-2- LE SENTENZE DI CONDANNA PER “TERRORISMO ISLAMICO” Tra Trucchi Dialettici e Suggestioni Mediatiche – seconda parte -
Pubblicato: ottobre 14, 2009 in Terrorismo islamico in Italia	Etichette: "Fatto notori, Le sentenze di condanna per "terrorismo islamico", significato e limiti del "giudicato" nei processi paralleli per "terrorismo islamico", Trucchi dialettici e suggestioni mediatiche	*
IL SISTEMA DELLE REFERENZE DELLE PRECEDENTI SENTENZE: VALORE, SIGNIFICATO E LIMITi DEL “GIUDICATO”.
Le aberrazioni cui si perviene partendo da certi presupposti e seguendo certi sviluppi che abbiamo avuto modo di esaminare nella prima parte del presente articolo relativamente all’art. 270bis del codice penale (associazione di natura, scopo e finalità di terrorismo) non si esauriscono in quelle che abbiamo esaminato. Ad esse si aggiunge il peso del cosiddetto “pregiudicato”.
Che cosa si intende con ciò? Allorché si abbia a che fare con un fenomeno di vasta portata come può essere la mafia o il terrorismo, è presupposto logico che molte persone, anche non in diretto contatto tra di loro, siano colpite dalla stessa accusa. Questo vuol dire che, in tempi diversi ed in ambienti diversi, possono essere arrestati vari gruppi di imputati ai quali viene contestata la stessa cosa, cioè, di aver costituito o di far parte di un’associazione terroristica della stessa natura e ispirata dallo stesso movente ideologico. Allorché si riesca ad ottenere la condanna di un gruppo, sia essa ottenuta attraverso un “patteggiamento” o un “giudizio abbreviato”, quella sentenza, allorché divenga definitiva, potrà essere acquisita agli atti di tutti i processi analoghi, ad esempio, di “terrorismo islamico” per essere fatta valere contro gli imputati di un nuovo processo contro un nuovo gruppo di imputati che, all’occorrenza, non abbiano neppure mai avuto contatti tra di loro e neppure si conoscono. In questi casi, l’Accusa potrà anche avanzare la pretesa che il nuovo processo in corso contro gli imputati di turno sia estremamente rapido, quasi formale, essendo certi accertamenti già stati compiuti nell’altro processo svoltosi in altro luogo, magari a distanza di anni, contro altri imputati, in quanto quello costituirebbe prova di colpevolezza anche contro gli attuali imputati.
Secondo i casi che ci si trovi di fronte a giudici attenti e preparati o a sornioni che cercano scorciatoie per rendere più facile il loro lavoro e la stesura delle sentenze, la cosa può condurre a conclusioni completamente diverse, fino alle più ingiuste condanne di innocenti. Questo tanto più se l’incompetenza del giudicante si associa alla furbizia dell’Accusa che coglie lo smarrimento, la fragilità emotiva ed il limite intellettuale del primo. In questo caso il giudicante può veramente finire col credere che non occorra altro che fare una copiatura, previo un minimo di adattamento, delle sentenza prodotta, al caso in esame.
Su questa facoltà di produzione si è molti giocato in questi processi e viene bene da chiedersi se le aberrazioni avvengono sempre e soltanto, come ritengono gli ottimisti ad oltranza, perché si tratta sempre di ignoranza, di incompetenza, di mancanza di disponibilità da parte di questo o quel magistrato ad approfondire le cose trovando più agevole appiattirsi sopra un’accusa che contiene già una facile traccia, già spianata, per la motivazione di una sentenza di condanna, piuttosto che avventurarsi a seguire una logica difensiva sulla base della quale smontare l’apparato accusatorio già più facilmente riassunto nella richiesta di applicazione della misura cautelare del Pubblico Ministero, sempre presente in questi casi, e nell’ordinanza di accoglimento del G.I.P. che costituisce una sorta di “pre-sentenza” facile da ricalcare.[1]
E’ immaginabile quale risultato pratico possa ottenersi non soltanto nella sfera giudiziaria che è strumentale e funzionale ad un risultato ben più vasto che appartiene al campo politico e militare ma anche a quel più vasto progetto di attacco globale contro tutte quelle realtà culturali e quelle identità tradizionali che vengono considerate come un ostacolo al processo di globalizzazione e di omologazione culturale secondo gli schemi di una civiltà materiale e mercantile.
Ne’ deve credersi che quest’ultima affermazione sia esagerata; in effetti, con la giustificazione che in certe disfunzioni ed aberrazioni entrino sempre e soltanto in gioco questioni di incompetenza, di poca voglia di impegnarsi e di lavorare, di qualcosa insomma che in fondo è riconducibile alla spiegazione più banale, è ben riduttivo e si trascura l’aspetto più inquietante che è dietro certi fenomeni ed aberrazioni. E’ pur vero che non sempre e non tutti i fatti e le persone che sono strumenti attraverso i quali si realizzano ingiustizie ed aberrazioni sono da ricondurre ad una consapevolezza, ad una mala fede, o a qualcosa che abbia a che fare con “complotti” o interessi di parte. Anzi è più vero che per la stragrande maggioranza dei casi e delle persone vale effettivamente la drammatica conclusione che si tratta di ignoranti, di fannulloni e non di rado di “utili idioti” e di “perfetti cretini”. Non mancano neppure i casi in cui è presente qualcuno che capisce al volo che il caso si presta a fornire l’occasione giusta per una buona pubblicità, per dare una spinta alla carriera, per assecondare quello che il momento richiede traendone un facile risultato; ma la presenza di questi indubbi elementi umani non deve oscurare o impedire la consapevolezza di qualcosa di molto più profondo che è sempre presente in questi casi dove è questione di interessi politici e militari, di presunta “sicurezza”.
Niente avviene mai a caso; nessun effetto si produce soltanto perché vi si prestano utili idioti o interessati. Coloro che sanno esattamente la finalità di certe premesse, che predispongono le cose affinché si giunga a certi risultati, sono sempre pochissimi e generalmente collocati molto lontano dagli effetti; tutti gli altri sono esecutori a qualunque livello si collochino. L’importanza degli esecutori, a qualunque livello si collochino, non è mai decisiva ma sempre strumentale e il livello di consapevolezza può al massimo raggiungere la sensazione e quel tanto che basta ad indurli a non approfondire ed a seguire prudentemente e convenientemente l’onda del momento. Ma già qui siamo ad un livello, sia pur minimo, di capacità intellettiva, di astuzia e di attività: la stragrande maggioranza anche degli operatori, è completamente mossa dagli automatismi del sistema e riporta a cause astratte, a ragioni irrazionali e a fattori umani i più banali possibili, la causa del malfunzionamento, o al contrario, del “funzionamento” di certe cose.
Detto questo, riprendiamo l’argomento principale del “pregiudicato” e del suo effetto nei processi di “terrorismo islamico”.
Può accadere, ed è effettivamente accaduto, che tra un gruppo di imputati di uno stesso processo (parliamo ovviamente di quelli per “terrorismo islamico”), alcuni di essi scelgano il “giudizio abbreviato” chiedendo di essere processati e giudicati anziché davanti ad una Corte composta da 8 persone (due magistrati togati e sei giudici popolari) immediatamente dallo stesso G.u.p. (giudice dell’udienza preliminare) che sta tenendo “l’udienza preliminare” per decidere se “rinviare a giudizio” davanti alla Corte o prosciogliere in quella sede, “allo stato degli atti”, cioè, senza istruttoria dibattimentale, accettando le prove a carico prodotte dalla Pubblica Accusa, le Relazioni accusatorie della polizia giudiziaria; rinunciando all’interrogatorio degli operanti, prendendo per buono ciò che hanno dichiarato nelle relazioni scritte al Pubblico Ministero e rinunciando alla verifica sotto giuramento e sotto interrogatorio di quelle relazioni e delle testimonianze accusatorie rese negli atti istruttori del Pubblico Ministero; accettando, infine, la traduzione delle intercettazioni rese dalla Digos o da un perito del Pubblico Ministero. In parole povere: mettendosi totalmente nelle mani della Pubblica Accusa e chiedendo al giudice di giudicare soltanto sulla base di quegli atti senza verifica dibattimentale.
E’ pur vero che questa scelta, definita “premiale” in quanto consente una riduzione dell’eventuale condanna di un terzo, viene fatta o quando l’imputato riconosce che non ci sono troppi elementi di favore e la condanna potrebbe essere quasi sicura anche con il “rito ordinario” (in questo caso, di fatto, è come se facesse una specie di “confessione tacita” al pari del “patteggiamento” della pena – altro rito cosiddetto “premiale” – ) oppure quando l’imputato (ed il suo difensore) sono convinti che agli atti non ci sono elementi validi per una condanna e che al giudice apparirà evidente ciò per cui il dibattimento potrebbe persino diventare rischioso consentendo una spiegazione degli atti d’accusa più ampia che potrebbe colmare la lacuna probatoria dello stato degli atti ma, soprattutto nei processi di “terrorismo islamico”, implica un tremendo rischio date le alterazioni, le gonfiature, le esagerazioni o le frodi che, piccole o grandi, sono state quasi sempre presenti in questo genere di processi e presuppone soprattutto che il giudicante sia dotato di un acume, di una preparazione oltre che di un coraggio e di un’onesta intellettuale non comune che non è facile trovare. Ed infatti raramente si evita una condanna soprattutto quando il giudicante, inesperto in materia ed impressionato dalla natura del reato e dall’allarme sociale oltre che portato da una tendenza caratteriale, si dispone volentieri ad una remissività che a volte appare persino “servizievole” se non addirittura “servile”, nei confronti della Procura.
In questi casi avviene che nella stessa udienza il G.U.P. “condanna” immediatamente quelli che hanno scelto il “rito abbreviato” e “rinvia a giudizio” davanti alla Corte d’Assise gli altri che hanno scelto il “rito ordinario”.
Orbene, nel motivare la condanna, il G.u.p. non potrà prescindere dall’esame della posizione degli altri imputati che non sta giudicando perché le posizioni del gruppo, trattandosi di un’accusa di “associazione” sono generalmente comuni. Anzi, può accadere che la colpevolezza degli imputati giudicati con il “rito abbreviato” derivi proprio dalla colpevolezza di quelli che devono ancora essere giudicati con il “rito ordinario” ed allora il G.U.P. non investito del giudizio contro questi ultimi, dovrà necessariamente dichiarare nella sua sentenza che emerge chiaramente la responsabilità di questi ultimi per poter dichiarare coinvolti nella stessa responsabilità gli imputati che ha giudicato lui e poterli dunque condannare. Questo diventa ancor più obbligato quando una delle principali prove d’accusa viene considerata la “referenza negativa” della frequentazione e dei colloqui, ad esempio, tra un imputato che viene processato con il “rito abbreviato” ed un altro che deve ancora essere processato con il “rito ordinario”. Il G.U.P. seguendo la sua convinzione, la sua logica, il suo modo di sentire ed intendere frasi, parole e sentimenti, pronunciate ad esempio da uno degli imputati ancora da processare, condannerà l’altro sulla base del fatto che le ha ascoltate o condivise con quello che deve ancora essere giudicato; e nel fare ciò, giudicherà quelle frasi prova evidente della colpevolezza; prova evidente di un programma criminoso e di un progetto terroristico che i due stanno predisponendo. Anzi potrà benissimo accadere (ed è accaduto ad esempio nel processo “Bourhama Yamine + 4 a Napoli) che il G.u.p. attribuirà la maggior responsabilità delle frasi (magari proprio perché è lui che le ha profferite mentre l’altro si è limitato a condividerle o a non condannarle) proprio all’imputato che deve ancora essere processato con il “rito ordinario”. Ed allora si verifica l’aberrazione che, nella sentenza di condanna degli imputati che hanno scelto il “rito abbreviato” è contenuta l’esplicita, dichiarata (anche se non formalmente ratificata) “condanna preventiva”, dell’imputato che deve ancora essere giudicato dalla Corte d’Assise.
La cosa può non presentare un problema finchè la sentenza di condanna del “rito abbreviato” non è diventata definitiva; ma allorché lo divenga, il problema si fa serio e la soluzione è veramente affidata soltanto alla capacità del giudicante di capire il senso ed il limite di un “giudicato” che ha trattato casi collaterali a quello ancora in esame.
Ovviamente se il caso trattato precedentemente si è svolto anch’esso con il “rito ordinario” ma qualcosa ha impedito che tutti gli imputati di uno stesso gruppo potessero essere processati insieme, è più evidente che la sentenza di condanna diventata definitiva possa essere prodotta nel giudizio in corso come “precedente”, come “giudicato” ma anche qui ciò trova un limite perché, altrimenti, non ci sarebbe neppure bisogno di fare il processo agli altri imputati; tanto basterebbe la sentenza precedente ed applicarla a tutti indistintamente. Ne’ l’accertamento può ridursi soltanto a valutare la responsabilità dei singoli soggetti. Per fare un esempio pratico, si consideri una sentenza definitiva che dichiara che risulta provato che tra gli imputati ed altri non presenti nel giudizio esisteva un vincolo associativo di natura terroristica e per l’effetto condanni gli imputati. La produzione di tale sentenza definitiva nel processo in corso a carico degli altri imputati restati estranei al primo ma indicati come sodali nella precedente sentenza, secondo alcuni si dovrebbe dare ormai per scontato e non più soggetto di accertamento, in quanto sul punto si sarebbe ormai formato il “giudicato formale e sostanziale” che il vincolo esistente tra il gruppo è di natura “associativa” e “terroristica” per cui rimarrebbe da giudicare soltanto il punto riguardante le singole posizioni degli imputati nel senso se, effettivamente, il loro legame con gli altri, già condannati, era di natura intima tale da potersi considerare non soltanto occasionali frequentatori ma sodali essi stessi.
Questa posizione escluderebbe, dunque, secondo questa posizione estrema ed assolutista che il nuovo giudice possa avere una convinzione sua propria, un’evidenza sua propria, diversa o addirittura opposta a quella che ha avuto l’altro giudice tanto che, anche se il primo fosse addirittura stato in perfetta mala fede ed avesse inventato prove e costruito congetture riuscendo a trascinare nell’inganno anche i giudici dei gradi successivi (d’appello e di legittimità) o fosse stato così idiota da convincere se stesso e gli altri, si dovrebbe accettare il “giudicato” anche contrariamente ad ogni evidenza contraria.
Tanto più il limite del valore del “giudicato” sul processo ordinario in corso dovrà essere considerato se quel giudicato è frutto di una sentenza scaturita sulla base di un “rito abbreviato”. Questo è evidente anche ai bambini; eppure molti giudici fanno fatica addirittura a capirlo. Ne abbiamo avuto prova ed allora non si sa veramente che cosa pensare.
Questa assolutizzazione del principio del “precedente” e del “giudicato sul punto”, conduce a conseguenze aberranti e a situazione da trappola. Infatti, se come è accaduto in certi casi (ad esempio sempre il caso del processo al “gruppo Bourhama+5” innanzi alla Corte d’Assise di Napoli, stralcio della più ampia indagine che ha condotto dinnanzi ad una diversa Corte d’Assise (quella di Venezia) altri tre imputati sulla base delle stesse intercettazioni telefoniche, delle stesse frequentazioni, degli stessi soggetti e delle stesse argomentazioni accusatorie, la Corte di Napoli condanna i cinque imputati affermando che le intercettazioni provano in modo inequivocabile che gli imputati, insieme a quelli di Venezia, stavano progettando in Italia attentati e stragi o fornivano supporto logistico a sodali dell’ex G.I.A. e del Gruppo Salafita di P. e C., mentre la Corte di Venezia assolve gli altri tre affermando che quelle stesse intercettazioni sono assolutamente indicative di un assenza di progettualità terroristica, quale delle due sentenze quando saranno definite entrambi dovrà considerarsi come “precedente” e come “giudicato” laddove dovesse svolgersi un ulteriore processo a carico di altri imputati inseriti nella stessa operazione e nella stessa inchiesta?
Il problema non è teorico ma drammaticamente pratico se si pensa che si è posto proprio nel processo del quale abbiamo or, ora, fatto cenno. Anzi, in questo processo, addirittura si è preteso che la sentenza del G.U.P. del Napoli, confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Napoli, frutto del “giudizio abbreviato” e passata in giudicato, prevalesse sulla sentenza ugualmente frutto di “giudizio abbreviato” del Gup di Venezia e della Corte d’Assise di Appello di Venezia, passata del pari in giudicato, perché quella di Napoli costituirebbe un “giudicato” più forte di quello di Venezia!? Perché? Perché la prima si è formata nei confronti di due imputati facenti parte del gruppo dei cinque processati a Napoli mentre l’altra faceva parte del gruppo dei tre processati a Venezia! A nulla varrebbe che i due giudicati si applicano con giudizi diametralmente opposti sulle stesse, identiche prove e fonti di prova: sulle frasi delle stesse intercettazioni!
E’ dunque evidente come, prescindendo anche da questo caso specifico che genera effettivamente una “situazione paradossale” dove a maggior ragione si evidenzia la necessità di un’autonomia di giudizio che sia svincolato da entrambi i giudicati (o, operando una scelta, la motivi dicendo perché, ragioni campanilistiche a parte, l’una argomentazione sarebbe più giuridica, più attendibile e più razionale dell’altra), i “giudicati”, quando si tratti di qualcosa che attiene all’interpretazione di una serie di elementi indiziari, non possano e non debbano avere che un valore “indicativo” e non già assolutamente vincolante per il giudice che si trova a svolgere un determinato processo. Che una serie di elementi indiziari abbia condotto un giudice a concludere che questi sono sufficienti a far presumere con un buon margine di probabilità vicino alla certezza che gli imputati sono collegati funzionalmente ad un gruppo terroristico più vasto, non può impedire ad un altro giudice che svolga un processo parallelo, di interpretare quegli stessi elementi come insignificanti perché non è questo il punto che costituisce l’essenza di un “giudicato” che possa inibire ad un giudice un suo proprio giudizio in un parallelo processo.
Eppure nei processi per “terrorismo islamico” si tenta sempre questa carta; ma se i giudici fossero sempre capaci di sapere quali sono i “limiti del giudicato” e di capire che la possibilità che si verifichi anche un “contrasto di giudicati” costituisce proprio la garanzia di un serio e giusto processo e lo stimolo verso un approfondimento del senso del diritto, certe aberrazioni con le relative, mostruose, ingiustizie si eviterebbero.
L’esito in Corte d’Assise d’Appello di Napoli, del processo Bourhama + 2, in corso, si fonda su questa ambiguità dialettica tentata dalla Pubblica Accusa.
[1] Abbiamo avuto occasione di constatare che in certi processi si arriva al paradosso (ad esempio il caso napoletano “Bourhama + 4”) dove la sentenza di condanna del Gup riporta letteralmente interi stralci della richiesta del P.M. (senza ovviamente dire che sono considerazioni del P.M. condivise e condivisibili, il che sarebbe normale, ma come se fossero prodotti personali del ragionamento dello stesso Gip, tanto da suscitare il sospetto che la sentenza sia avvenuta sopra lo stesso “file di lavoro” della Pubblica Accusa.

References: sentenza 
 articolo 270
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