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Timestamp: 2019-02-17 20:09:09+00:00

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MDA Studio Legale | Newsletter n. 2 - Maggio 2018
Newsletter n. 2 - Maggio 2018
Quali "gravi illeciti professionali" impediscono alle imprese di partecipare ad appalti pubblici? ANAC fa chiarezza sulle norme del Codice degli Appalti, ma AGCM non è d'accordo.
Come noto, l’articolo 80, comma 5, lett c), del D.lgs. n. 50/2016 contempla tra le cause di esclusione dalla partecipazione a una procedura d'appalto o concessione, la commissione da parte dell’operatore economico di “gravi illeciti professionali, tali da rendere dubbia la sua integrità o affidabilità." Nel tentativo di andare oltre l'elenco esemplificativo di condotte indicate all'art. 80, con le Linee guida n. 6, ANAC ha individuato tra le situazioni idonee a porre in dubbio l’integrità o l’affidabilità dell’operatore economico “i provvedimenti esecutivi dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato di condanna per pratiche commerciali scorrette e per illeciti antitrust gravi aventi effetti sulla contrattualistica pubblica e posti in essere nel medesimo mercato oggetto del contratto da affidare ”. Nel Parere n. AS1474 del febbraio scorso, AGCM ha però ravvisato "alcune criticità" in merito alla scelta di ANAC di attribuire rilevanza al provvedimento meramente “esecutivo” dell’Autorità – e non più ai “provvedimenti di condanna divenuti inoppugnabili o confermati con sentenza passata in giudicato” come previsto nella precedente versione delle Linee guida –. Due in particolare i punti critici: il possibile contrasto con il comma 10 dell'art. 80 del Codice, che fissa la durata della causa di esclusione in un periodo pari a tre anni decorrenti dalla data del suo “accertamento definitivo”; e la possibile proliferazione di contenzioso con continui effetti sulle gare in corso.
Strumenti di controllo sul posto di lavoro: obblighi di adeguamento per i datori di lavoro a seguito delle indicazioni dall'Ispettorato Nazionale del Lavoro.
Con la Circolare n. 5 del 18 febbraio 2018, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, di concerto con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha fornito indicazioni operative in ordine all’installazione ed utilizzazione di impianti audiovisivi e strumenti di controllo ai sensi dell’art. 4 L. 300 del 1970. Telecamere, tutela del patrimonio aziendale, dati biometrici e modalità di conduzione delle istruttorie sulle istanze presentate: nel Focus alla Newsletter una panoramica sulle principali novità.
Il curatore fallimentare può essere chiamato a rispondere degli illeciti ambientali commessi dal fallito?
Il Consiglio di Stato è intervenuto sulla dibattuta questione delle responsabilità ambientali della Società fallita e della loro trasmissibilità al curatore fallimentare. La giurisprudenza amministrativa ha in passato più volte escluso l’obbligo del curatore fallimentare di effettuare interventi di risanamento ambientale per responsabilità riconducibili alla società fallita. Secondo il principio “chi inquina paga” gli interventi di bonifica e di messa in sicurezza di un sito inquinato e quelli di rimozione di rifiuti devono essere posti in essere dai soggetti responsabili dell’inquinamento o dell’abbandono dei rifiuti.
Il Consiglio di Stato invece (in ciò allineandosi a precedente – quanto isolato – orientamento della Cassazione Penale riguardante la messa in sicurezza/rimozione di rifiuti contenenti amianto, forieri di possibile pericolo di contaminazione anche durante l’attività del curatore – Cass. Pen., Sez. III, 1° ottobre 2008, n. 37282) ha ritenuto che la riferibilità delle responsabilità ambientali all’impresa fallita non possa essere utilizzata per escludere ogni onere o responsabilità in capo al curatore in ordine all’avvio smaltimento o recupero di rifiuti, che al momento della cessazione dell’attività industriale, erano depositati in modo incontrollato nel sito industriale. Il curatore fallimentare può essere infatti qualificato quale detentore materiale del rifiuto, soggetto onerato dalla normativa europea e nazionale del suo corretto avvio a smaltimento o recupero, come confermato pure dall’art. 188 del D.Lgs. n. 152/2006 (c.d. Testo Unico Ambientale), sul presupposto che l’art. 183, lett. h), dello stesso T.U.A. definisce il detentore come “il produttore dei rifiuti o la persona fisica o giuridica che ne è in possesso”.
L’obbligo di rimuovere i rifiuti depositati in modo incontrollato nel sito industriale dell’azienda fallita graverebbe quindi non solo sul responsabile della condotta illecita, ma anche sul curatore fallimentare che ha la detenzione materiale del rifiuto, a prescindere da qualsivoglia profilo di dolo o colpa ad egli imputabile (Consiglio di Stato, 25.07.2017, n. 3672).
Usura sopravvenuta: le prime e recenti applicazioni dei principi enunciati dalla Cassazione a SS.UU. in Sentenza n. 24675/2017, anche ai contratti di conto corrente.
Come noto, la sentenza della Suprema Corte a Sezioni Unite del 19.10.2017 n. 24675 ha posto termine al dissidio interpretativo sorto tra le diverse sezioni della Corte in ordine all’ammissibilità e la rilevanza della c.d. “usura sopravvenuta”, sia con riferimento ai contratti ante L. 108/96, sia con riferimento ai contratti successivi ma recanti tassi sotto la soglia, divenuti poi ultrasoglia nel corso del rapporto "per effetto della caduta dei tassi medi del mercato" (diversamente, infatti, è evidente che si ricade nuovamente nell’ipotesi di usura pattizia).
Sul punto, appare di particolare interesse la recente sentenza della Corte d’Appello di Venezia che, seguendo la scia tracciata dalla Cassazione, ha ritenuto pacificamente applicabile anche al rapporto di conto corrente il principio dell’irrilevanza, di regola, dell’usura sopravvenuta (Corte d’Appello di Venezia, 10.01.2018, n. 16).
Nello stesso senso si sono espressi anche il Tribunale di Padova, il Tribunale Vicenza ed il Tribunale di Venezia - in alcuni contenziosi seguiti dallo Studio MDA -, modificando i quesiti assegnati al CTU e conferendo rilevanza alle sole ipotesi in cui il superamento del tasso soglia del trimestre fosse riconducibile alla volontà della banca e non a variazioni del tasso sul mercato.
Questa tendenza giurisprudenziale trae sicuramente forza da quanto puntualizzato dalla Cassazione nella pronuncia sopra richiamata, con specifico riguardo alla ratio della Legge sull'usura: lo scopo della normativa sull’usura non è quella di avere un "effetto calmieratore del mercato" ma piuttosto un effetto di "contrasto del fenomeno dell’usura"; "con tale ratio - specifica poi la Corte - è senz’altro coerente una disciplina che dà rilievo essenziale al momento della pattuizione degli interessi, valorizzando in tal modo il profilo della volontà e della responsabilità dell’agente". La conseguenza pratica di tale principio appare evidente: una volta esclusa la cd. usura originaria sarebbe superfluo effettuare indagini ulteriori sull’eventuale usura sopravvenuta, non riconducibile alla volontà della banca.
Diritto di accesso del dipendente ai documenti aziendali solo se funzionale all’esercizio del diritto di difesa nell’ambito del procedimento disciplinare.
La Cassazione ribadisce il principio secondo il quale, nonostante l’art. 7 L. n. 300 del 1970 non preveda un obbligo del datore di lavoro di mettere a disposizione del lavoratore, nei cui confronti è stata elevata una contestazione disciplinare, la documentazione su cui essa si basa, il primo è comunque tenuto ad offrire in consultazione i documenti aziendali laddove l’esame degli stessi sia necessario per poter esercitare adeguatamente il diritto di difesa, in applicazione dei principi generali di buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto (Corte di Cassazione, sez. Lavoro, 27.03.2018, n. 758).
La Suprema Corte afferma la legittimità dell’utilizzo di investigatori privati per il controllo dei dipendenti ove il controllo non sia diretto a verificare le modalità di adempimento dell’obbligazione lavorativa bensì eventuali atti illeciti del lavoratore, di cui il datore di lavoro abbia anche soltanto un mero sospetto (Corte di Cassazione, sez. Lavoro, 4.04.2018, n. 8373).
I tre giorni di permesso ex L. 104/92 non sono riproporzionabili per i lavoratori part-time.
La Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, conferma l’orientamento per cui anche i lavoratori con contratto a tempo parziale che preveda un’articolazione di orario, su base settimanale, superiore al 50% dell’orario normale (nella specie, c.d. part-time verticale su 4 giorni alla settimana) hanno diritto a fruire dei permessi ex L. 104/92 nel numero di tre permessi al mese. Secondo la Suprema Corte, infatti, considerate le finalità dell’istituto di cui all’art. 33 L. 104/92, deve ritenersi che il diritto del lavoratore di fruire dei permessi non sia comprimibile né “riproporzionabile” in rapporto all’orario ridotto prestato e, pertanto, in forza del principio di non discriminazione, debba essere riconosciuto al lavoratore part-time, nell’ipotesi di cui sopra, nella stessa misura prevista per i lavoratori a tempo pieno (Corte di Cassazione, sez. Lavoro, 20.02.2018, n. 4069).
Licenziamento per inidoneità sopravvenuta: illegittimo se sono adottabili adattamenti organizzativi.
Secondo la sezione Lavoro della Cassazione è illegittimo il licenziamento intimato al lavoratore per sopravvenuta inidoneità fisica, qualora si accerti che, ai sensi dell’art. 3, c. 3 bis, del D.Lgs. n. 216/03, come modificato dalla L. 99/13, il datore di lavoro poteva adottare "accomodamenti ragionevoli" atti a consentire al lavoratore di continuare a svolgere l’attività lavorativa.
A parere della Corte, l’inidoneità sopravvenuta del lavoratore, che nella specie derivava da una situazione di infermità di lunga durata e quindi permanente, va ricondotta alla nozione di handicap di cui alla Direttiva n. 78/2000/CE ed impone, pertanto, l’adozione di misure idonee a tutelare la parità di trattamento delle persone affette da disabilità nei luoghi di lavoro, senza che possa configurarsi in tal senso una violazione delle prerogative imprenditoriali tutelate dall’art. 41 Cost. (Corte di Cassazione, sez. Lavoro, 19.03.2018, n. 6798).
Omesso adempimento dell’ordine di reintegra: per il datore di lavoro c'è il rischio di pagare i danni.
La Corte Costituzionale ha rigettato la questione di incostituzionalità sollevata dal Tribunale di Trento in ordine all’art. 18, c. 4., St. Lav., come riformato dalla L. 92/2012, in rapporto alla natura dell’indennità dovuta al lavoratore illegittimamente licenziato. A norma di legge, infatti, l’indennità ha natura risarcitoria anche nel caso in cui l’azienda che ha licenziato illegittimamente il dipendente rifiuti di reintegrarlo nel posto di lavoro a seguito della pronuncia del Giudice, provvisoriamente esecutiva ma non coercibile, ed attenda l’eventuale riforma dell’ordine di reintegrazione all’esito della successiva fase di giudizio, con conseguente diritto alla ripetizione dell’indennità già spettante al lavoratore.
Secondo la Corte Costituzionale, la natura dell’indennità non può essere retributiva perché è collegata ad una condotta contra ius del datore di lavoro e non ad una prestazione di attività lavorativa del dipendente.
Ad ogni buon conto, secondo la Consulta, il datore di lavoro che non esegue l’ordine di reintegrazione e “scommette” sulla sua successiva riforma si espone al rischio di dover risarcire il lavoratore per le retribuzioni che non ha potuto guadagnare nell’intervallo di tempo intercorso fra l’ordine di reintegra e la sua successiva riforma, qualora il lavoratore lo abbia messo in mora per la mancata riammissione in servizio (Corte Costituzionale, 23.04.2018, sentenza n. 86).
Azione revocatoria nei confronti di soggetto fallito.
E’ stata chiesta la rimessione alle Sezioni unite della questione afferente la proponibilità dell’azione revocatoria ordinaria nei confronti di altra società già fallito traendo origine la questione da operazioni infragruppo tra società in avanzato stato di decozione, allo scopo di favorire una “massa creditoria” in luogo di altra. Il contrasto ha ad oggetto il divieto di azioni esecutive ex art. 51 L.F. e l’insinuazione del credito da restituzione relativo al valore del bene di cui alla revoca nel passivo fallimentare del convenuto soccombente (Corte di Cassazione 25.01.2018, ord. n. 1894). Una nota a commento dell'ordinanza è consultabile nella sezione Focus della Newsletter.
Il credito del professionista per l'assistenza al piano attestato di risanamento non va soddisfatto in prededuzione nel successivo fallimento.
Il credito del professionista che abbia svolto attività di assistenza e consulenza funzionali alla predisposizione di un piano attestato di risanamento, ex art. 67, comma 3, lett. d), l.fall., non va soddisfatto in prededuzione nel successivo fallimento a norma dell'art. 111, comma 2, l.fall., poiché il detto piano non costituisce una procedura concorsuale, rientrando nel novero degli atti di programmazione dell'impresa finalizzati al suo risanamento, che possono dare luogo a convenzioni stragiudiziali sottratte alla valutazione o al controllo da parte di organi giurisdizionali (Corte di Cassazione 25.01.2018, sent. n. 1895).
I decreti di esecutività parziali dello stato passivo non determinano la decorrenza del termine per le insinuazioni tardive.
Secondo quanto previsto dall'art. 96, comma 4, l.fall., il giudice delegato può formare lo stato passivo, e renderlo esecutivo con decreto depositato in cancelleria, solo dopo aver terminato l'esame di tutte le domande presentate tempestivamente. Va pertanto escluso che nel caso in cui - in ragione del numero o della complessità di tali domande - il procedimento di verifica si protragga per più udienze, il giudice possa adottare all'esito di ciascuna di esse altrettanti decreti di esecutività: questi, ove erroneamente emessi, devono ritenersi tamquam non essent e perciò privi di effetti ai fini della scadenza del termine per il deposito delle domande tardive di cui all'art. 101, comma 1, l.fall. e del decorso dell'anno oltre il quale, ai sensi dell'ultimo comma della norma, tali domande non sono più ammissibili, salvo che il creditore non provi che il ritardo non gli è imputabile (Corte di Cassazione 18.01.2018, sent. n. 1179).
“Keywords advertising” ed indicizzazione sui social network: i nuovi canali sensibili in tema di contraffazione di marchio rinomato.
Deve ritenersi illecito, ex art. 2598 c.c., l’uso come “keyword” del marchio altrui in tutti i casi in cui sia diretto solo ed esclusivamente a sfruttare in modo parassitario la rinomanza del segno dell’imprenditore concorrente per accreditare i propri prodotti e non, invece, per offrire al navigatore internet la possibilità di valutare alternative commerciali ai prodotti del titolare del marchio rinomato.
Inoltre, per la configurazione dell’illecito, non sempre risulta necessaria una grande rinomanza in quanto il “marchio rinomato” non coincide con il “marchio celebre”: è sufficiente, infatti, che il segno sia conosciuto da una parte significativa del pubblico interessato ai prodotti o servizi interessati - requisito da valutarsi in base alla quota di mercato detenuta dal marchio, dell’intensità, estensione geografica e durata del suo uso, nonché della entità degli investimenti per la sua promozione - (Tribunale di Milano, Sez. Imprese, 25.01.2018 n. 830).
Piattaforme di "video sharing" e tutela del diritto d’autore: nessun obbligo di vaglio preventivo.
Ai sensi degli artt. 16 e 17 del D. Lgs. 70/2003, non sussiste in capo al titolare di una piattaforma di "video sharing" (YouTube, Yahoo! Video, Google Video, MySpace etc.) alcun obbligo di controllo preventivo dell’effettiva titolarità dei diritti d’autore apparentemente posseduti da parte dei singoli soggetti che caricano i video sullo spazio informatico a disposizione delle piattaforme.
L’unica ipotesi di responsabilità per violazione dei diritti di proprietà intellettuale, infatti, concerne i casi in cui il provider, pur specificamente informato, non abbia rimosso i files segnalati dal legittimo titolare del diritto d’autore violato, ovvero quando non venga adempiuto un obbligo specifico di vigilanza a posteriori, sorto a seguito di apposita segnalazione o diffida.
Le clausole di deroga di responsabilità contemplate dagli artt. 16 e 17 del D. Lgs. 70/2003 continuano inoltre ad operare anche nei casi in cui il titolare della piattaforma di "video sharing" utilizzi tecniche informatiche quali l’indicizzazione o i suggerimenti di ricerca per prodotti simili o sequenziali, ovvero l’inserzione pubblicitaria e l’abbinamento di messaggi pubblicitari mirati.
Dette operazioni, infatti, devono essere configurate come espedienti tecnologici volti al miglior sfruttamento economico della piattaforma, e non già come ingerenze sulla creazione e redazione del contenuto intermediato - a meno che il provider non manipoli o trasformi le informazioni o i contenuti trasmessi o memorizzati nel quale caso risponde anch’esso - (Tribunale di Torino, Sez. Imprese 24.01.2018, n. 342).
Patti parasociali: confermata la validità della clausola di “roulette russa” per risolvere lo stallo decisionale.
Con un’articolata sentenza, il Tribunale di Roma ha riconosciuto la validità della clausola di “roulette russa”, frequentemente utilizzata nella prassi per risolvere situazioni di stallo decisionale nelle quali la società venga a trovarsi in conseguenza di disaccordi tra soci (ad es. nelle joint venture societarie paritetiche). Per effetto di tale clausola, allorchè ricorra una situazione di stallo decisionale, un socio assume l’obbligo, alternativamente, di vendere o acquistare la partecipazione dell’altro socio, al prezzo indicato nella valutazione del socio offerente.
Il Tribunale di Roma respinge tutte le censure sollevate per sostenere l’invalidità di detta clausola, riconoscendo che la stessa, nella misura in cui mira ad evitare lo scioglimento della società, persegue un interesse meritevole di tutela e deve, pertanto, ritenersi valida (Tribunale di Roma, 1.11.2017, sentenza n. 19708).
Alcuni ripensamenti in tema di applicazione della postergazione da parte della Giurisprudenza di merito: non postergato il credito da finanziamento del socio di s.p.a.
Il Tribunale di Milano si discosta apertamente dall’orientamento prevalente espresso dalla Corte di Cassazione (sentenza 7.7.2015, n. 14056), in relazione all’applicabilità alle s.p.a. a ristretta base azionaria, della regola della postergazione dei finanziamenti eseguiti in favore della società dal socio, in una situazione di squilibrio finanziario, stabilita, nell’ambito delle disciplina della s.r.l., dall’art. 2467 c.c. Tale regola mira ad evitare il fenomeno della c.d. sottocapitalizzazione nominale, ragion per cui i soci, in una situazione di crisi, anziché apportare risorse alla società nella forma “naturale” del conferimento, eseguano finanziamenti liberamente rimborsabili, così trasferendo sui creditori il rischio della continuazione dell’attività.
Il Tribunale di Milano ritiene che la regola della postergazione non sia in linea generale estensibile alle s.p.a., in quanto nella relativa disciplina è assente quell’ampiezza di poteri di gestione e controllo del socio, che costituisce il presupposto giustificativo della regola predetta (Tribunale di Milano, 16.11.2017, sentenza n. 11552).
È possibile per un consumatore avviare una class action per violazione della privacy?
La Corte di Giustizia ha negato la possibilità per l’avvocato austriaco ricorrente d’intentare un’azione di classe contro Facebook per violazione della privacy a nome di altri utenti, dei cui diritti si era reso cessionario.
Stabilisce infatti la Corte lussemburghese come il foro del consumatore ove è domiciliato il soggetto ricorrente non può essere invocato per far valere, oltre ai suoi diritti, anche i diritti ceduti da altri consumatori domiciliati nello stesso Stato membro, in altri Stati membri oppure in Stati terzi.
La Corte ricorda, infatti, come il foro del consumatore non possa essere trasferito, essendo stato istituito al fine di proteggere il consumatore in quanto parte del contratto, tutelandolo solo allorché personalmente coinvolto come attore o convenuto in un giudizio.
(Corte di Giustizia UE, Terza Sezione, sentenza 25.01.2018, causa C-498/16).
Qual è il limite di utilizzo, da parte di terzi, di disegni e modelli registrati al fine di illustrare la compatibilità tra prodotti diversi?
La Corte di Giustizia ha chiarito fino a che punto l’utilizzo da parte di terzi di un disegno o modello comunitario registrato costituisce contraffazione e deve pertanto essere vietato. In particolare, i giudici lussemburghesi hanno stabilito che tale utilizzo è legittimo nel caso in cui l’atto di riproduzione avvenga a fini di cd. citazione, ossia quando il terzo commercializza prodotti destinati a essere utilizzati unitamente a prodotti tutelati da registrazioni di disegno e modello, e riproduce questi ultimi per spiegare o illustrare l'impiego congiunto dei prodotti che commercializza e di un prodotto che corrisponde a un disegno o modello protetto. In tal caso l’atto di riproduzione per essere legittimo deve: 1) essere compatibile con la corretta prassi commerciale; 2) indicare la fonte del prodotto che corrisponde al disegno o modello comunitario, in modo tale che risulti chiaramente come gli stessi siano il frutto dell'attività creativa di un soggetto diverso dall'autore della citazione (Corte di Giustizia UE, 27.09.2017, C-24/16 e C-25/16, Nintendo Co. Ltd contro BigBenInteractive GmbH, BigBen Interactive SA).
Il caso "Uber" al vaglio della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
Lo scorso 20 dicembre, la Corte di Giustizia UE ha stabilito che il servizio messo a disposizione dalla celebre app di Uber che consente di mettere in contatto conducenti d'auto non professionisti rientra nel novero dei servizi di trasporto, con conseguente esclusione dall'ambito di applicazione dell’articolo 56 TFUE, della direttiva Bolkestein (2006/123/CE), oltre che della direttiva relativa al commercio elettronico (2000/31/CE. Qui è possibile approfondire i particolari della sentenza, con un parallelo con i più recenti orientamenti del Consiglio di Stato e dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato in materia di trasporto turistico.
Lo stato dell’arte della giurisprudenza amministrativa veneta relativamente al principio del “chi inquina paga”: la figura del proprietario incolpevole che ottempera con riserva e l’incertezza del diritto.
Il principio secondo cui “l’obbligo di bonifica è in capo al responsabile dell'inquinamento che le autorità amministrative hanno l'onere di individuare e ricercare (artt. 242 e 244, D.lgs. n. 152/2006)” è stato costantemente ribadito dal Consiglio di Stato e fatto proprio anche dalla Corte di Giustizia UE. Tuttavia, la giurisprudenza del TAR Veneto non sembra unanimemente orientata. Qui un'analisi dei diversi orientamenti.
Tabelle di Milano 2018: le nuove voci risarcitorie.
Lo scorso 20 marzo, l’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano ha pubblicato l’aggiornamento per l’anno 2018 delle Tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale da lesione temporanea e permanente dell’integrità psico-fisica e da grave lesione o perdita del rapporto parentale. Fra le novità, anche l'introduzione dei criteri orientativi per il calcolo di quattro ulteriori voci risarcitorie, per la cui quantificazione non si rinvenivano in precedenza parametri univoci. Qui un approfondimento.
La rimessione alle Sezioni Unite della questione afferente la proponibilità dell’azione revocatoria ordinaria nei confronti di un fallimento.
Con l’ordinanza interlocutoria n. 1898 depositata il 25 gennaio 2018, è stata richiesta, da parte della Prima Sezione della Cassazione, la rimessione alle Sezioni Unite della questione afferente la proponibilità dell’azione revocatoria ordinaria nei confronti di altro soggetto già fallito. Qui una nota di approfondimento.
La nuova normativa europea sulla protezione dei dati personali: gli adempimenti per imprese e professionisti.
Con il Regolamento UE 2016/679 (General Data Protection Regulation) debutta la nuova disciplina sul trattamento dei dati personali, a cui aziende e professionisti dovranno conformarsi a partire dal 25 maggio 2018, data che segna la piena operatività del Regolamento. In ragione dei radicali cambiamenti apportati dalle tecnologie digitali per il trattamento dei dati, vengono previste maggiori tutele per cittadini ed imprese, creati nuovi diritti in capo all’interessato, ribaditi e rafforzati i principi già esistenti, istituite nuove figure di responsabili. Si apre, così, una nuova stagione della normativa della privacy, a cui occorrerà che imprenditori e professionisti si allineino celermente, anche a fronte di un trattamento sanzionatorio che appare complessivamente irrigidito rispetto a quello previgente, sebbene ad oggi non si abbiano certezze sull’emanazione del Decreto Legislativo di coordinamento del nuovo Regolamento con il vigente Codice della Riservatezza (D. Lgs. n. 196/2003). Sembra infatti che, ad una prima versione connotata esclusivamente da sanzioni pecuniarie amministrative, sia seguita una seconda, che avrebbe ripristinato almeno alcuni illeciti penali. Qui una panoramica sulle novità introdotte.

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 art. 51
 art. 67
 art. 2598
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