Source: http://asiloineuropa.blogspot.com/2013/07/dublin-guide-il-regolamento-dublino-iii.html
Timestamp: 2017-05-25 20:00:13+00:00

Document:
Asilo in Europa: Dublin Guide. Il Regolamento Dublino III articolo per articolo.
REGOLAMENTO (UE) N. 604/2013 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 26 giugno 2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione) – GUUE 29.06.2013, L 180/31
Ciò nonostante, il sistema Dublino è definito una “pietra miliare” nella costruzione del Sistema europeo comune di asilo (Considerando 7 del Regolamento, V. anche Programma di Stoccolma). Il principio generale alla base del Regolamento Dublino III è lo stesso della vecchia Convenzione di Dublino del 1990 e di Dublino II: ogni domanda di asilo deve essere esaminata da un solo Stato membro e la competenza per l'esame di una domanda di protezione internazionale ricade in primis sullo Stato che ha svolto il maggior ruolo in relazione all'ingresso e al soggiorno del richiedente nel territorio degli Stati membri, salvo eccezioni (COM 2008/820, 03.12.2008, pag. 3). La competenza è individuata attraverso i criteri “obiettivi” del Regolamento, che lasciano uno spazio ridottissimo alle preferenze dei singoli.
Pur non intaccando tale principio, Dublino III apporta comunque una serie di novità importanti e certamente apprezzabili (molte derivanti in realtà dalla giurisprudenza), in quanto in grado di attenuare parzialmente gli effetti negativi del sistema. Peraltro, il legislatore europeo ha proceduto anche ad una “sistemazione” delle norme in maniera più logica, che dunque facilita in parte la lettura di uno strumento che rimane comunque molto complicato. Quello che una - pur positiva - modifica parziale del Regolamento di certo non potrà fare è rimediare ai problemi che stanno alla base del sistema Dublino, il cui impianto si regge su un presupposto non corrispondente al vero, cioè che gli Stati membri costituiscano un'area con un livello di protezione omogeneo.
Al contrario, tutti sanno che non è così perché le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo e i tassi di accoglimento di domande di protezione “simili” cambiano drammaticamente da un Paese all'altro. Ma non è tutto. Infatti, poiché allo stato attuale chi ottiene la protezione internazionale non ha poi la possibilità di lavorare regolarmente in un altro Stato UE, ciò significa che, salvo eccezioni, lo Stato che viene individuato dal sistema Dublino come competente ad esaminare la domanda sarà poi anche lo Stato in cui l'interessato dovrà rimanere una volta ottenuta la protezione. Ciò non tiene conto né delle aspirazioni dei singoli (o dei loro legami familiari o culturali con alcuni Paesi) né delle concrete prospettive di trovare un'occupazione nei diversi Paesi europei. Come se Malta, la Grecia, la Germania, la Svezia fossero la stessa cosa. Occorrono dunque interventi che vanno ben oltre qualche (benvenuta) modifica a Dublino. Prima di passare all'esame del testo del Regolamento articolo per articolo, evidenziamo quelle che a nostro parere sono le modifiche più importanti introdotte da Dublino III
Obbligo di considerare sempre l'interesse superiore del minore, possibilità di ricongiungimento più ampie (e in generale più garanzie) per i minori Divieto esplicito di trasferire un richiedente qualora si abbiano fondati motivi di ritenere che vi sia un rischio di trattamenti inumani o degradanti
Regole più chiare (ma più restrittive) sulla competenza in caso di “persone a carico” Si chiariscono in maniera opportuna gli obblighi dello Stato competente Termini più stringenti per la procedura di presa in carico e introduzione di termini per la richiesta di ripresa in carico
L'art. 3 ricorda il principio generale per cui gli Stati membri esaminano qualsiasi domanda di protezione internazionale presentata da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide sul territorio di qualunque Stato membro, compreso alla frontiera e (in aggiunta rispetto a Dublino II) nelle zone di transito. La domanda è esaminata da un solo Stato, che è quello individuato come competente dal Regolamento. Nel caso in cui non sia possibile individuarlo in base ai criteri enunciati al Capo III, è competente il primo Stato nel quale la domanda è stata presentata.
Il nuovo Regolamento fa poi esplicitamente riferimento ai casi in cui è impossibile trasferire un richiedente verso uno Stato se “si hanno fondati motivi di ritenere che sussistono carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza” che implichino un rischio di trattamento inumano e degradante ai sensi dell'art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. La novità recepisce, quasi letteralmente, la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE nel caso N.S. e altri del 21 dicembre 2011 (procedimenti riuniti C-411/10 e C-493/10), incluso l'obbligo per lo Stato che riscontri tale rischio di proseguire l'esame dei criteri di cui al Capo III, prima di eventualmente diventare lo Stato competente. A tale proposito, ricordiamo che la Corte di Giustizia aveva però anche aggiunto che, in tal caso, si deve evitare di aggravare la situazione di violazione dei diritti fondamentali con una procedura Dublino di durata irragionevole e, dunque, all'occorrenza, lo Stato in cui si trova il richiedente deve procedere all'esame della domanda assumendo su di sé la responsabilità in base alla c.d. “clausola di sovranità” (art. 17.1, V. sotto).
Nella citata sentenza, la Corte di Giustizia ha espressamente negato carattere assoluto alla presunzione che lo Stato individuato come competente rispetterà i diritti umani fondamentali. Tale presunzione – che è alla base del sistema Dublino – deve per forza avere carattere relativo ed essere dunque confutabile. Tuttavia, ha anche specificato la Corte, non ogni violazione da parte di uno Stato membro delle disposizioni delle Direttive in materia di asilo è idonea a bloccare il trasferimento del richiedente asilo verso tale Stato. Ne andrebbe, secondo l'opinione della Corte, della stessa ragion d'essere dell'Unione e del sistema europeo comune di asilo e sarebbe compromessa la realizzazione dell'obiettivo di designare rapidamente lo Stato membro competente. Il trasferimento è dunque vietato quando gli Stati membri "non possono ignorare che le carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo [...] costituiscono motivi seri e comprovati di credere che il richiedente corra un rischio reale di subire trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell'art. 4 della Carta" dei Diritti Fondamentali dell'Unione europea.
Anche la Corte europea dei diritti dell'uomo è tornata più volte sul tema, fino alla famosissima sentenza del 21 gennaio 2011 nel caso M.S.S. contro Belgio e Grecia in cui aveva, tra le altre cose, condannato il Belgio per aver esposto il richiedente ai rischi derivanti dalle mancanze del sistema di asilo greco. Secondo la Corte, le autorità belghe avrebbero dovuto verificare come la Grecia applicava la normativa in materia di asilo nella pratica, senza fermarsi alla presunzione che l'interessato sarebbe stato trattato conformemente agli obblighi internazionali ed europei assunti dalla Grecia. Il diritto di informazione diventa un articolo a parte (art. 4) e viene parecchio ampliato rispetto a Dublino II. Finalità del regolamento, conseguenze in caso di spostamento in un altro Stato e di eventuale presentazione lì di altra domanda, criteri di determinazione dello Stato competente, colloquio personale (V. anche sotto) e possibilità per il richiedente di fornire informazioni su familiari, parenti o persone legate da altri vincoli di parentela presenti negli Stati membri, possibilità di impugnare una decisione di trasferimento e, ove applicabile, di chiederne la sospensione, dati personali (incluso diritto a chiederne modifica o cancellazione se trattati illecitamente): sono tutte informazioni che vanno fornite “non appena sia presentata una domanda di protezione internazionale ai sensi dell'art. 20 paragrafo 2”. Si precisa tra l'altro che le informazioni devono essere fornite (per iscritto ma se necessario per la corretta comprensione del richiedente anche oralmente) “in una lingua che il richiedente comprende o che ragionevolmente si suppone a lui comprensibile”. La Commissione europea redige a tal fine un opuscolo comune e un opuscolo apposito per i minori non accompagnati, contenenti anche informazioni sull'applicazione del Regolamento Eurodac.
Il colloquio va svolto prima che sia adottata la decisione di trasferimento e deve essere condotto da una persona qualificata, in condizioni che garantiscano un'adeguata riservatezza, “in una lingua che il richiedente comprende o che ragionevolmente si suppone a lui comprensibile e nella quale questi è in grado di comunicare”, ove necessario avvalendosi di un interprete che possa garantire una comunicazione adeguata. Di tale colloquio lo Stato è obbligato a redigere una sintesi scritta che contenga le principali informazioni fornite dal richiedente. Anche le garanzie per i minori meritano ora un articolo a parte (art. 6), in cui viene ricordato innanzitutto che “L'interesse superiore del minore deve costituire un criterio fondamentale nell'attuazione, da parte degli Stati membri, di tutte le procedure previste dal presente regolamento”. È introdotto l'obbligo di nominare un rappresentante del minore non accompagnato che ha accesso a tutti i documenti che riguardano la pratica del minore. Viene introdotto l'obbligo per gli Stati di tenere in debito conto, nel valutare l'interesse superiore del minore, le possibilità di ricongiungimento familiare, il benessere e lo sviluppo sociale del minore, le considerazioni di sicurezza (in particolare se vi è il rischio di tratta), l'opinione del minore.
Art. 7 – Gerarchia dei criteri I criteri si applicano nell'ordine in cui sono presentati e sulla base della situazione esistente al momento in cui il richiedente ha presentato domanda di protezione internazionale per la prima volta in uno Stato membro. Art. 8 - Minori
Le stesse regole di cui sopra si applicano nel caso in cui i titoli di soggiorno siano scaduti da meno di due anni e i visti siano scaduti meno di sei mesi (ma solo se avevano effettivamente permesso al richiedente di entrare nel territorio di uno Stato membro e solo fino a che il richiedente non abbia lasciato il territorio degli Stati membri). Se, viceversa, tali termini sono scaduti, è competente lo Stato dove è presentata la domanda. Art. 13 – Ingresso e/o soggiorno
Pur trovandosi in fondo alla "gerarchia", è senza dubbio il criterio più importante, sia statisticamente sia - se vogliamo - nell' "immaginario collettivo" e resta invariato rispetto a Dublino II. Quando è accertato – attraverso prove o circostanze indiziarie (V. sotto), inclusi ovviamente i dati di cui al Regolamento Eurodac – “che il richiedente ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un Paese terzo, la frontiera di uno Stato membro, lo Stato membro in questione è competente”. La responsabilità cessa 12 mesi dopo l'attraversamento clandestino della frontiera.
In particolare, il nuovo art. 16 riguarda l'obbligo degli Stati di lasciare insieme o ricongiungere le “persone a carico” (di cui in Dublino II si occupa l'art. 15.2, all'interno della “clausola umanitaria”). Sul fatto che si trattasse già di un obbligo e non di una mera facoltà (nonostante la versione italiana del Regolamento Dublino II dicesse il contrario), V. il nostro post qui.
Con Dublino III rimangono invariate le possibili situazioni di “dipendenza” che danno origine all'obbligo (gravidanza, maternità recente, malattia grave, grave disabilità, età avanzata), mentre viene chiarito – seguendo l'interpretazione data dalla Corte di Giustizia nel caso K. Del 6 novembre 2012 (C-245/11) – che la dipendenza può essere in entrambe le direzioni (cioè non importa chi delle due persone coinvolte, il richiedente o “l'altra”, si trovi in condizioni di dipendenza). Viene invece specificato (in maniera restrittiva rispetto a Dublino II) chi può essere considerata persona a carico (o che si fa carico) del richiedente: figlio, fratello (o sorella) o genitore, sempre a condizione (questa invece già contenuta in Dublino II) che i legami familiari esistessero nel Paese di origine. Si noti che il Regolamento Dublino II faceva genericamente riferimento a “un altro parente”, locuzione al cui interno la Corte di Giustizia UE, nella citata sentenza, aveva fatto rientrare una suocera.
Sempre in senso restrittivo rispetto al Regolamento Dublino II viene poi introdotto il requisito della residenza legale del figlio, fratello (o sorella) o genitore in uno degli Stati membri, nonché la condizione che la persona che si fa carico dell'altra sia “in grado di fornire assistenza”. Gli interessati debbono esprimere tale desiderio per iscritto.
L'art. 17, al primo comma, riprende l'art. 3.2 del Regolamento Dublino II, c.d. “clausola di sovranità”, stabilendo che “ciascuno Stato membro può decidere di esaminare una domanda [..] anche se tale esame non gli compete in base ai criteri stabiliti nel presente regolamento”. Si tratta di una decisione completamente lasciata alla discrezione degli Stati (sulla base di considerazioni di tipo politico, pragmatico, umanitario, compassionevole,...) e che non è soggetta ad alcuna condizione (nemmeno, e questo è criticabile, al consenso dell'interessato), né dipende dall'atteggiamento dello Stato che sarebbe competente in base ai criteri, come confermato dalla Corte di Giustizia UE, nella sentenza Zuheyr Frayeh Halaf del 30 maggio 2013 (C-528/11). Rispetto a Dublino II, il nuovo testo aggiunge l'obbligo per lo Stato che decide di esaminare una domanda ai sensi di quest'articolo di indicarlo nell'Eurodac.
Questo Capo consta di due articoli che riprendono, con maggior chiarezza, le disposizioni di cui all'art. 16 di Dublino II sugli obblighi dello Stato competente e i casi di cessazione delle competenze. Presa o ripresa in carico?
2) riprendere in carico i) il richiedente la cui domanda è in corso d'esame, ii) il cittadino di un Paese terzo o apolide che ha ritirato la sua domanda in corso d'esame, iii) il cittadino di un paese terzo o apolide di cui ha respinto la domanda, nei casi in cui l'interessato (i, ii o iii) abbia presentato domanda in un altro Stato membro oppure si trovi nel territorio di un altro Stato membro senza un titolo di soggiorno. Nel caso di presa in carico di un richiedente (caso 1) o di ripresa in carico di un richiedente la cui domanda è in corso di esame (caso 2, i), lo Stato competente è obbligato a esaminare o portare a termine l'esame della domanda di protezione internazionale.
Riprende, con qualche modifica, l'art. 4 di Dublino II. La procedura Dublino si avvia “non appena una domanda di protezione internazionale è presentata per la prima volta in uno Stato membro”, cioè “non appena le autorità competenti dello Stato membro interessato ricevono un formulario presentato dal richiedente o un verbale redatto dalle autorità”. Si precisa che, nel caso di domanda non scritta, il periodo che intercorre tra dichiarazione di volontà e stesura del relativo verbale “deve essere quanto più breve possibile”.
La situazione del minore è indissociabile da quella del familiare e rientra nella competenza dello Stato competente per l'esame della domanda del familiare, anche se il minore non è personalmente un richiedente e purché ciò sia nell'interesse superiore del minore. Che succede poi se una persona si reca in un altro Stato durante la procedura Dublino? Ce lo dice il par. 5 (modificato rispetto a Dublino II): lo Stato dove è stata presentata per la prima volta domanda di protezione internazionale è tenuto, al fine di portare a termine la procedura Dublino, a riprendere in carico tale persona sia nel caso in cui questa si trovi in un altro Stato senza un titolo di soggiorno, sia nel caso in cui l'interessato abbia presentato nell'altro Stato domanda di protezione internazionale dopo aver ritirato la prima domanda (Dublino II prevede tale obbligo solo nei confronti di chi si trova in un altro Paese “e” ha presentato colà una nuova domanda di asilo dopo aver ritirato la prima domanda). Tale obbligo viene meno se lo Stato può stabilire che il richiedente ha nel frattempo lasciato il territorio degli Stati membri per almeno 3 mesi oppure che un altro Stato gli ha rilasciato un titolo di soggiorno. La domanda presentata dopo un'assenza di tre mesi dal territorio degli Stati membri è considerata nuova e dà inizio a una nuova procedura Dublino.
La richiesta di presa in carico allo Stato individuato come competente deve essere avanzata – utilizzando un formulario comune e allegando elementi di prova o circostanze indiziarie e/o elementi tratti dalle dichiarazioni del richiedente – al più tardi entro 3 mesi dalla presentazione della domanda di protezione internazionale. Tale termine (e questa è una novità introdotta da Dublino III) si riduce a 2 mesi nel caso in cui la competenza sia stata individuata grazie ai dati registrati ai sensi dell'art. 14 del Regolamento Eurodac (impronte digitali delle persone fermate mentre attraversano irregolarmente una frontiera esterna).
La mancata risposta entro i termini suddetti (due mesi o un mese in caso di urgenza) equivale ad accettazione della richiesta. Le prove e le circostanze indiziarie utilizzate per determinare lo Stato competente sono stabilite, e periodicamente riesaminate, dalla Commissione. In mancanza di prove formali, lo Stato richiesto si dichiara competente se le circostanze indiziarie sono coerenti, verificabili e sufficientemente particolareggiate per stabilire la competenza.
Se questi termini non vengono rispettati, la competenza spetta allo Stato in cui la nuova domanda è stata presentata. L'art. 24 si occupa invece del caso in cui non sia stata presentata una nuova domanda di protezione internazionale nello Stato richiedente. In tal caso, lo Stato in cui soggiorna senza titolo una persona che ha presentato domanda di protezione internazionale (in corso d'esame, ritirata o respinta con decisione non definitiva) in un altro Stato, può chiedere a quest'ultimo di riprendere in carico l'interessato entro 2 mesi dal ricevimento della risposta del sistema Eurodac, ovvero entro 3 mesi dalla data in cui apprende che un altro Stato può essere competente, se la richiesta è basata da prove diverse da Eurodac. Se questi termini non vengono rispettati, lo Stato in cui si trova l'interessato offre a quest'ultimo la possibilità di presentare una nuova domanda.
Qualora invece la domanda fosse stata respinta con decisione definitiva dal primo Stato, lo Stato in cui si trova l'interessato può, alternativamente, chiedere la ripresa in carico (questa volta senza alcun termine) ovvero avviare una procedura di rimpatrio ai sensi della Direttiva Rimpatri (2008/115/CE). La richiesta di ripresa in carico rende invece inapplicabile la Direttiva Rimpatri.
Non è tuttavia obbligatorio che gli Stati prevedano un ricorso automaticamente sospensivo. Infatti, il comma 3 dell'art. 27 stabilisce che gli Stati devono prevedere nel proprio diritto nazionale, alternativamente:
c) che all'interessato sia offerta la possibilità di chiedere, entro un termine ragionevole, all'organo giurisdizionale di sospendere l'attuazione della decisione di trasferimento in attesa dell'esito del ricorso o revisione. In tal caso, l'effettività del ricorso è assicurata sospendendo il trasferimento fino alla decisione sulla richiesta di sospensione, che deve essere adottata entro un termine ragionevole, che permetta un esame attento e rigoroso. L'eventuale decisione di non sospendere deve essere motivata. Si tratta di un notevole passo avanti rispetto a Dublino II.
Deve essere assicurato all'interessato l'accesso all'assistenza legale e, se necessario, all'assistenza linguistica. L'assistenza legale deve essere concessa gratuitamente se l'interessato non può assumersene i costi, anche se gli Stati possono rifiutarsi di concederla se l'autorità competente o l'organo giurisdizionale ritengono che il ricorso o la revisione non abbiano prospettive concrete di successo, garantendo tuttavia che l'assistenza e la rappresentanza legale non siano oggetto di restrizioni arbitrarie e prevedendo comunque il diritto a un ricorso effettivo qualora tale decisione sia assunta da un'autorità diversa da un organo giurisdizionale. Sezione V – Trattenimento ai fini del trasferimento (art. 28)
Il Regolamento Dublino II non disciplinava il tema del trattenimento dei richiedenti asilo soggetti alla procedura Dublino. Come conseguenza, gli Stati hanno fatto un largo uso del trattenimento nei confronti della persone in procedura Dublino, come evidenziato anche dalla relazione della Commissione europea sul funzionamento del sistema di Dublino (COM 2007/299). Per questo, al fine di limitare il ricorso al trattenimento, la Commissione ha proposto di disciplinare la materia all'interno di Dublino III.
È previsto tuttavia che, “ove esista un rischio notevole di fuga” (V. sopra, definizione di rischio di fuga), gli Stati possono trattenere l'interessato “al fine di assicurare le procedure di trasferimento a norma del presente regolamento, sulla base di una valutazione caso per caso e solo se il trattenimento è proporzionale e se non possano essere applicate efficacemente altre misure alternative meno coercitive”. Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile e “non supera il tempo ragionevolmente necessario agli adempimenti amministrativi previsti da espletare con la dovuta diligenza per eseguire il trasferimento”. La proposta della Commissione in realtà era molto più ampia e conteneva altre garanzie (come l'obbligo che il trattenimento fosse disposto dall'autorità giudiziaria e riesaminato dalla stessa a intervalli ragionevoli) che sono state eliminate nel corso dei negoziati. La disposizione che ne risulta - contenente diversi termini ambigui - non elimina certamente il rischio di elevata discrezionalità da parte degli Stati.
Il trasferimento di una persona trattenuta deve avvenire “non appena ciò sia materialmente possibile e comunque entro sei settimane dall'accettazione implicita o esplicita della richiesta” o dal momento in cui il ricorso o la revisione non hanno più effetto sospensivo. Sui termini dei trasferimenti in caso di ricorso sospensivo è intervenuta una sentenza della Corte di Giustizia UE di cui ci occupiamo sotto.
L'art. 29 di Dublino III conferma il termine per effettuare un trasferimento già contenuto in Dublino II: entro 6 mesi, prorogabili fino a 12 mesi in caso di impossibilità a trasferire dovuta al fatto che l'interessato è detenuto e fino a 18 mesi qualora l'interessato sia fuggito. La decorrenza di tale termine scatta dall'accettazione di prendere o riprendere in carico l'interessato o dalla decisione (viene specificato da Dublino III) “definitiva” su un ricorso o una revisione qualora abbiano effetto sospensivo. La parola “definitiva” introdotta da Dublino III, deriva ancora una volta dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia UE, in particolare dalla sentenza del 29 gennaio 2009 nel caso Petrosian (C-19/08). In tale sentenza la Corte, rispondendo a un giudice svedese che voleva sapere se il termine di esecuzione del trasferimento decorra già a partire dalla decisione giurisdizionale provvisoria che sospende l’esecuzione del procedimento di trasferimento, oppure soltanto a partire dalla decisione giurisdizionale che statuisce sul merito, aveva chiarito che tale termine decorre a partire dalla decisione che si pronuncia sul merito. Qualora il trasferimento non avvenga entro i termini suddetti, la competenza è trasferita allo Stato richiedente.
Gli articoli 31 e 32, introdotti da Dublino III, sono dedicati allo scambio di, rispettivamente, informazioni utili e dati sanitari tra Stati, prima del trasferimento. L'art. 31 prevede l'obbligo per lo Stato che procede al trasferimento di comunicare allo Stato di destinazione – entro un “periodo ragionevole prima del trasferimento” – i dati della persona da trasferire “che sono idonei, pertinenti e non eccessivi” e solo al fine di garantire che le autorità dello Stato competente siano in grado di fornire all'interessato un'assistenza adeguata (comprese le cure mediche immediate necessarie per la salvaguardia dei suoi interessi vitali) e di garantire la continuità della protezione e dei diritti. Lo Stato che effettua il trasferimento comunica inoltre all'altro Stato qualsiasi informazione che ritiene necessaria per tutelare i diritti e le esigenze specifiche immediate della persona da trasferire e in particolare: le misure da adottare per soddisfare le esigenze particolari dell'interessato, comprese eventuali cure mediche che potrebbero essere richieste; estremi di familiari o persone legate da altri vincoli di parentela nello Stato di destinazione; informazioni sull'istruzione dei minori; stima dell'età del richiedente.
Tali informazioni “possono essere utilizzate soltanto per le finalità previste dal paragrafo 1 del presente articolo e non sono oggetto di ulteriore trattamento”. L'art. 32 prevede invece, “al solo scopo di somministrare assistenza medica o terapie, in particolare a disabili, anziani, donne in stato di gravidanza, minori e persone che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale”, l'obbligo dello Stato che procede al trasferimento di comunicare allo Stato di destinazione informazioni su eventuali esigenze specifiche della persona da trasferire, inclusi dati sullo stato di salute fisica e mentale. Le informazioni suddette sono comunicate soltanto “previo consenso esplicito” dell'interessato o, se questi si trova in condizioni di incapacità a prestare tale consenso, le informazioni sono comunicate “quando tale trasmissione è necessaria per la salvaguardia degli interessi vitali” dell'interessato o di un'altra persona. Si precisa comunque che il mancato consenso non osta al trasferimento.
Si specifica inoltre che il trattamento di questi dati deve essere effettuato “unicamente da un professionista della sanità che è tenuto al segreto professionale” o da altra persona soggetta ad obbligo equivalente. Le informazioni scambiate “possono essere utilizzate soltanto per le finalità previste al paragrafo 1 del presente articolo e non sono oggetto di ulteriore trattamento”.
Le gravi conseguenze causate dall'applicazione del Regolamento Dublino II in un contesto di forti disparità fra gli Stati membri quanto ad accoglienza, procedure, prospettive di inserimento socio-economico avevano portato la Commissione a introdurre nella proposta di modifica del Regolamento, un correttivo piuttosto forte, consistente in un meccanismo per la sospensione temporanea dei trasferimenti Dublino in certi casi. Tale sospensione sarebbe stata decisa dalla Commissione stessa, qualora uno Stato si fosse trovato a fronteggiare una situazione di pressione particolare o quando il livello di protezione dei richiedenti protezione internazionale fornito da uno Stato fosse stato al di sotto degli standard europei. In fase di negoziati tale meccanismo di sospensione è stato scartato e sostituito da un più morbido meccanismo di allerta rapido, di preparazione e di gestione delle crisi.
i) fase “preventiva”: quando, sulla base in particolare delle informazioni ottenute dall'EASO, la Commissione stabilisce che l'applicazione del Regolamento Dublino III è ostacolata da un “rischio comprovato di speciale pressione sul sistema di asilo di uno Stato membro e/o da problemi nel funzionamento del sistema di asilo di uno Stato membro”, essa – in collaborazione con l'EASO – rivolge “raccomandazioni a tale Stato membro invitandolo a redigere un piano d'azione preventivo”. Lo Stato interessato informa quindi – ma non è previsto un termine entro cui è obbligato a farlo – il Consiglio e la Commissione della sua intenzione di presentare tale piano d'azione preventivo al fine di rimediare alla situazione “pur garantendo la protezione dei diritti fondamentali dei richiedenti la protezione internazionale”. Tale piano d'azione preventivo può essere redatto da uno Stato anche su propria iniziativa. Il piano viene poi sottoposto al Consiglio UE e alla Commissione europea che ne informa il Parlamento europeo. Lo Stato in questione adotta quindi “tutte le misure appropriate per affrontare la situazione di speciale pressione sul suo sistema di asilo o per assicurare che le carenze individuate siano risolte prima del deteriorarsi della situazione”. ii) fase “d'azione”: qualora la Commissione, sulla base dell'analisi dell'EASO, stabilisca che l'attuazione della fase i) non abbia posto rimedio alla situazione o che vi siano gravi rischi che la situazione diventi critica, essa, in cooperazione con l'EASO, può chiedere allo Stato interessato di “redigere un piano d'azione per la gestione delle crisi”. Durante tutto il processo, “il piano d'azione per la gestione delle crisi assicurerà il rispetto dell'acquis in materia di asilo dell'Unione, in particolare dei diritti fondamentali dei richiedenti protezione internazionale”.
L'ultimo comma dell'art. 33 prevede poi che il Consiglio dell'Unione segua da vicino la situazione e possa chiedere maggiori informazioni e fornire orientamenti politici. “Per tutta la durata del processo, Consiglio e Parlamento seguono possono esaminare e fornire orientamenti in merito a eventuali misure di solidarietà che ritengano opportune”. Quello che il Regolamento non dice è cosa prevede la fase iii). Cioè, se anche dopo il piano d'azione la situazione non dovesse migliorare ovvero addirittura peggiorasse fino a diventare una "crisi", cosa succederebbe? Si ricordi l'art. 3 del Regolamento e l'impossibilità di procedere ai trasferimenti in certi casi. Ma certo un meccanismo di sospensione temporanea dei trasferimenti, azionabile dalla Commissione europea e valido per tutti gli Stati, sarebbe stato preferibile in quanto avrebbe evitato il rischio di procedere in ordine sparso - come già avvenuto per la Grecia prima della sentenza M.S.S. -, con alcuni Stati che reputano possibili trasferimenti che in realtà non lo sono.
Gli Stati adottano tutte le misure appropriate per “garantire la sicurezza dei dati personali trasmessi” (art. 38); garantiscono che le autorità responsabili dell'applicazione del Regolamento siano vincolate da norme in materia di riservatezza (art. 39); adottano le misure necessarie per garantire che ogni abuso dei dati trattati sia passibile di sanzioni “effettive, proporzionate e dissuasive” (art. 40). L'art. 42 riguarda il calcolo dei termini e non presenta differenze rispetto alla modalità attuale, disciplinata dall'art. 25 di Dublino II.
La Commissione europea dovrà presentare al Parlamento europeo e al Consiglio UE una relazione sull'applicazione del Regolamento entro il 21 luglio 2016. In tale relazione potrà proporre all'occorrenza le necessarie modifiche (art. 46). L'art. 47 introduce l'obbligo per gli Stati di trasmettere alla Commissione statistiche sull'applicazione del Regolamento. Il Regolamento Dublino II è abrogato, così come alcuni articoli del suo Regolamento attuativo (Regolamento 1560/2003) (art. 48). Tuttavia, esso continua ad applicarsi alle domande presentate prima del 1/1/2014, data a partire dalla quale si applicherà il Regolamento Dublino III. (art. 49) Vai al testo del Regolamento Dublino III

References: sentenza 

Art. 7
 Art. 8
 Art. 13
 art. 16
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