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Timestamp: 2020-06-04 01:42:23+00:00

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Art. 4 codice di procedura penale - Regole per la determinazione della competenza - Brocardi.it
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Articolo 4 Codice di procedura penale
Dispositivo dell'art. 4 Codice di procedura penale
Fonti → Codice di procedura penale → LIBRO PRIMO - Soggetti → Titolo I - Giudice → Capo II - Competenza → Sezione I - Disposizione generale
1. Per determinare la competenza si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per ciascun reato consumato o tentato [56 c.p.]. Non si tiene conto della continuazione [81 c.p.], della recidiva [99-101 c.p.] e delle circostanze del reato [59-70, 118-119 c.p.], fatta eccezione delle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale [63 c.p.].
L'insieme delle norme relative alla competenza hanno la funzione di suddividere il lavoro giudiziario tra i vari organi. Assicurano inoltre il rispetto del principio costituzionale della precostituzione per legge del giudice naturale così come previsto dall'art. 25 Cost.
Spiegazione dell'art. 4 Codice di procedura penale
Premesso rapidamente che i tre criteri su cui si fonda la competenza sono tre (competenza per materia, per territorio e per connessione), la norma in questione recepisce quanto quanto previsto dal legislatore in tema di competenza per materia, secondo il quale la suddivisione della competenza tiene conto sia del criterio qualitativo (la natura del reato) sia del criterio quantitativo (basato sulla pena edittale prevista per il singolo reato).
La norma in esame prevede pertanto che per determinare la competenza si debba tener conto della pena stabilita per ciascun reato consumato o tentato, senza dover tener conto invece dell'istituto della continuazione, della recidiva e delle circostanze del reato.
Tuttavia, sempre ai fini della determinazione della competenza per materia, si deve tener conto delle circostanze speciali e ad effetto speciale (v. art. 63 c.p. per la spiegazione).
Massime relative all'art. 4 Codice di procedura penale
Cass. pen. n. 2712/1994
Qualora la modificazione di regole di competenza derivi, quale effetto diretto e immediato, da norma che disponga in tal senso, va applicato - sempre che non sia diversamente disposto da eventuali norme transitorie - il principio tempus regit actum, con criterio di immediatezza, e perciò indipendentemente dal tempus commissi delicti; quando invece la norma sopravvenuta disponga diverso o più grave trattamento sanzionatorio, trattandosi perciò di norma sostanziale priva di efficacia retroattiva, ed ancorché ne consegua, sempre in difetto di norme transitorie, una modificazione della competenza per materia quale effetto indiretto e secondario, quest'effetto potrà prodursi soltanto nei riguardi di reati soggetti all'aumento di pena e che siano, perciò, consumati posteriormente all'entrata in vigore della norma modificatrice, mentre fra quelli verificatisi anteriormente resta ovviamente applicabile la precedente sanzione, che coinvolge la regola di competenza all'epoca vigente, dunque sottratta al richiamato principio tempus regit actum, di tipica natura processuale, e perciò non invocabile in tali casi. (Fattispecie in tema di usura, entrata, a seguito dell'inasprimento sanzionatorio introdotto dal D.L. n. 306 del 1992, nell'ambito della competenza per materia del tribunale).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 2712 del 16 settembre 1994)
Cass. pen. n. 280/1994
In materia di reati di esercizio abusivo di attività di giuoco o di scommessa, la L. 13 dicembre 1989 n. 401 è meno favorevole rispetto all'art. 718 c.p., essendo prevista la pena della reclusione da sei mesi a tre anni (art. 4) a fronte della pena da tre mesi ad un anno di arresto e dell'ammenda non inferiore a lire quattrocentomila prevista dall'art. 718 c.p. Tale nuova legge ha riflessi sulla competenza, trattandosi di reati finanziari che appartengono, in quanto tali, alla cognizione del tribunale non essendo prevista la sola pena della multa o dell'ammenda (art. 10 L. 31 luglio 1984 n. 400); in tal caso peraltro si verte in ipotesi di successione di leggi penali regolata dall'art. 2 c.p.: ne consegue che, per i fatti previsti dall'art. 4, L. 13 dicembre 1989 n. 401, commessi prima dell'entrata in vigore della legge stessa, resta applicabile la regola generale (artt. 4 e 7 c.p.p.) della competenza del giudice che l'aveva al tempo del commesso reato, e cioè il pretore.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 280 del 29 marzo 1994)
Cass. pen. n. 4351/1993
Il principio tempus regit actum, in mancanza di norma transitoria, è applicabile ogni qualvolta una norma di carattere processuale preveda lo spostamento di competenza da un giudice a un altro, sempre che nel frattempo non si sia già radicata presso un giudice la competenza, valendo in tal caso l'altro principio della perpetuatio iurisdictionis. (Nella specie, relativa all'entrata in vigore dell'art. 11 quinquies, D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito nella L. 7 agosto 1992, n. 356, con il conseguente aumento di pena per il delitto di usura, determinativo di spostamento di competenza, la Suprema Corte ha rilevato che non si poneva un problema di «competenza» in regime intertemporale, tenuto conto del carattere sostanziale della norma e della sua conseguente applicabilità ai soli fatti verificatisi successivamente alla sua entrata in vigore)
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 4351 del 26 novembre 1993)
Cass. pen. n. 1850/1993
In tema di contrabbando, anche dopo l'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, si deve tener conto della recidiva prevista dall'art. 296, D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43, ai fini dell'individuazione del giudice competente per materia.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 1850 del 8 giugno 1993)
Cass. pen. n. 907/1993
L'art. 4 c.p.p., nel prevedere la rilevanza, ai fini della determinazione della competenza, delle circostanze ad effetto speciale, si riferisce unicamente alle circostanze aggravanti e non anche a quelle attenuanti.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 907 del 14 aprile 1993)
Cass. pen. n. 5206/1993
Attesa la peculiarità della recidiva in contrabbando prevista dall'art. 296, D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43 (in base al quale essa è operante obbligatoriamente e comporta l'applicazione di una pena di specie diversa — reclusione — rispetto a quella prevista per il reato base), ed avuto riguardo al disposto di cui all'art. 210, D.L.G. 28 luglio 1989, n. 271 (att., coord. e trans. c.p.p.), secondo cui «continuano a osservarsi le disposizioni di leggi o decreti che regolano la competenza per materia o per territorio in deroga alla disciplina del codice», deve ritenersi che, in base all'art. 21, primo comma, n. 2, L. 7 gennaio 1929, n. 4, quale sostituito dall'art. 10, L. 31 luglio 1984, n. 400, la competenza a conoscere del reato di contrabbando aggravato ai sensi del citato art. 296, D.P.R. n. 43/1973 appartenga al tribunale e non al pretore, nulla rilevando in contrario il fatto che l'art. 4 c.p.p. escluda, di regola, la rilevanza della recidiva ai fini della determinazione della competenza.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5206 del 28 gennaio 1993)
Cass. pen. n. 3166/1992
Poiché la contestazione dell'accusa si sostanzia nella specifica indicazione del fatto che l'imputato o l'indagato è accusato di avere posto in essere, e non nella mera indicazione delle norme giuridiche, per loro natura generali e astratte, ai fini della determinazione della competenza per materia si deve far riferimento al primo, e non alla (eventualmente erronea) indicazione delle norme di diritto.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3166 del 16 settembre 1992)
Cass. pen. n. 4136/1991
La formulazione dell'art. 296 della legge doganale prevede che la recidiva in contrabbando ha una connotazione autonoma rispetto a quella di cui all'art. 99 c.p. in quanto è obbligatoria e non facoltativa e va considerata come una particolare circostanza aggravante soggettiva siccome inerente alla persona del colpevole. Tale principio è valido ed operante anche nel vigore del nuovo codice di rito il cui art. 4 ripropone un'esclusione riferibile alla recidiva comune di cui all'art. 99 c.p. e non rileva sulla ripartizione della cognizione dei reati finanziari tra pretore e tribunale a norma dell'art. 21, L. n. 4/1929 come modificato dall'art. 10 L. n. 400/1984. (Fattispecie in tema di risoluzione di conflitto di competenza attribuita al tribunale cui spetta la cognizione dei reati finanziari puniti con la reclusione).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 4136 del 4 dicembre 1991)

References: Articolo 4

Articolo 4
 art. 63

Cass. 
 sentenza 

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 art. 296
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 art. 4
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