Source: http://www.chiarascuvera.it/parlamento/
Timestamp: 2017-09-25 15:00:20+00:00

Document:
Parlamento - Chiara Scuvera
Legge di delegazione Eu, accolto il mio OdG su revisione veicoli
Ordine del Giorno 9/03540-A/006
il Parlamento europeo e il Consiglio il 3 aprile 2014 hanno approvato la Direttiva 2014/45/UE relativa ai controlli tecnici periodici dei veicoli a motore e dei loro rimorchi, recante abrogazione della direttiva 2009/40/CE;
il rafforzamento dei controlli tecnici, insieme all’introduzione di misure atte ad accogliere delle migliori tecnologie per l’accertamento tempestivo di anomalie, rientra in un rinnovato quadro di regole volto a garantire che i veicoli che circolano nello spazio europeo siano mantenuti in condizioni di maggiore sicurezza, al fine di ridurre il numero delle vittime della circolazione stradale, assicurare maggiori tutele sia per gli automobilisti sia sotto il profilo ambientale;
la direttiva incentiva gli Stati dell’Unione a migliorare le revisioni periodiche con regole più severe per il personale che effettua le revisioni (con requisiti minimi di conoscenze e formazione), introduce meccanismi contro le frodi e ulteriori responsabilità in capo al proprietario dell’auto quale garante dello stato della sua vettura (anche in caso di manomissione del contachilometri); una novità introdotta è quella che riguarda la valutazione, insieme all’esito della revisione sul libretto di circolazione, delle «carenze» delle auto divise in tre diverse tipologie: lievi, gravi e pericolose;
il termine per il recepimento della suddetta direttiva è il 20 maggio 2017, gli stati membri hanno cinque anni di tempo per adeguare i propri centri di revisione e dovranno istituire organismi nazionali di supervisione entro il 1o gennaio 2023. La Commissione europea nel frattempo ha cinque anni di tempo per elaborare c presentare decreti delegati relativi alle nuove prove tecniche e alla piattaforma elettronica dei dati;
la direttiva, pur non obbligando a un regime unico uguale per tutti gli stati membri, contiene molte prescrizioni sulla qualità dei controlli e sulla necessità di evitare qualsiasi conflitto di interessi tra la revisione e la riparazione – gli allegati IV e V elencano regole ben precise di indipendenza e criteri stringenti per la supervisione da parte dell’Autorità governativa;
rilevano in tal senso anche gli articoli 13 e 14 della direttiva sugli ispettori e sulla supervisione dei centri di controllo, e il Considerando n. 34, laddove si sottolinea l’opportunità che «gli ispettori, durante l’effettuazione dei controlli, agiscano in modo indipendente e che il loro giudizio non sia condizionato da conflitti di interesse, compresi quelli di natura economico o personale. È opportuno che il compenso degli ispettori non sia direttamente collegato ai risultati dei controlli tecnici. Gli Stati membri dovrebbero poter prescrivere requisiti in materia di separazione delle attività o autorizzare un organismo privato a effettuare i controlli tecnici e le riparazioni di veicoli (…)»;
il nostro Paese ha già in parte migliorato il sistema dei controlli con un aggiornamento adeguato alle prescrizioni minime della direttiva in oggetto, tra cui rileva l’introduzione del Protocollo informatico M.C.T.C.net2. che consente una maggiore tracciabilità delle revisioni effettuate;
qualora l’esecutivo intenda avvalersi della facoltà di recepire la direttiva in oggetto con atto amministrativo, è necessario che venga garantito un completo adeguamento alla nuova normativa europea, in particolare laddove si richiede l’istituzione di un ente terzo cui affidare compiti di controllo sulla regolarità delle operazioni di revisione, quale organismo di supervisione dei centri di controllo, ai sensi dell’articolo 14 della direttiva 2014/45/CE;
è altresì importante che il recepimento della direttiva avvenga anche attraverso un confronto con le associazioni di categoria, che rappresentano i centri di revisione che svolgono una funzione pubblica in regime di autorizzazione. Imprese artigiane, micro e piccole, rappresentano l’ossatura del nostro sistema economico-produttivo. Queste ultime, per rispettare precisi standard qualitativi del processo di revisione in continua evoluzione tecnologica e per garantire l’impiego di personale qualificato e costantemente aggiornato, devono provvedere a onerosi investimenti per attrezzature e tecnologie in conformità alla normativa di settore,
a valutare la possibilità di recepire le misure contenute nella direttiva 2014/45/UE (mediante provvedimenti di normazione primaria o di normazione secondaria in via amministrativa) allo scopo di assicurare, in via principale, standard elevati dei controlli tecnici periodici, rafforzare il sistema di garanzia di qualità anche in relazione all’attività degli ispettori, in modo da scongiurare conflitti di interesse (in attuazione del Considerando 34 e dell’articolo 13 della direttiva 2014/45/CE), individuare modalità organizzative tali da garantire un sistema di controlli efficiente, e terzo sulla regolarità delle operazioni di revisione, anche attraverso uno specifico organismo di supervisione dei centri di controllo (di cui all’articolo 14 della medesima direttiva);
a valutare la possibilità di prevedere misure di sostegno per i centri di revisione che operano in regime di autorizzazione, in favore dell’impiego di personale qualificato e aggiornato, dell’innovazione di attrezzature e tecnologie conformi alla normativa di settore, al fine di garantire elevati standard qualitativi per la sicurezza stradale, una più efficace prevenzione delle frodi e un effettivo contrasto alla concorrenza sleale di operatori non corretti. Garantire un periodo transitorio per consentire percorsi, che tengano conto delle specificità imprenditoriali esistenti, per passare a un nuovo modello organizzativo.
9/3540-A/6. Scuvera, Moretto, Berlinghieri.
visti gli articoli 10 e 11 del testo unificato delle proposte di legge recanti «Norme per la limitazione degli sprechi, l’uso consapevole delle risorse e la sostenibilità ambientale»:
nel nostro Paese si sono verificati gravi episodi di esclusione di minori dal servizio di mensa scolastica, come sanzione del mancato pagamento della mensa, in violazione delle «Linee di indirizzo nazionale per la ristorazione scolastica» stabilite dal Ministero della salute, dell’articolo 3 della Costituzione italiana nonché dell’articolo 3 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989 e ratificata dall’Italia nel 1991;
il 19 novembre 2013 la Camera dei deputati ha approvato la mozione n. 1-00108 che impegna il Governo, tra le altre cose, a «definire una strategia nazionale che preveda una pluralità di misure per contrastare le diverse manifestazioni della povertà» infantile, a «contrastare la povertà minorile e giovanile, nonché a combattere la dispersione scolastica», ad «evitare che finanziamenti e obiettivi concordati con le regioni e gli enti locali vengano disattesi, al fine di garantire i diritti di cittadinanza, come, ad esempio, il diritto all’istruzione, alla fruizione delle mense, al trasporto scolastico e altri»;
in data 22 ottobre 2013, in Commissione Affari sociali, il Governo ha risposto all’interrogazione n. 5-00854 relativa ai casi di esclusione di minori dalle mense scolastiche annunciando «forme di monitoraggio per verificare sistematicamente se siano garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale i diritti civili e sociali ai sensi dell’articolo 117, comma 2 lettera m) della Costituzione con particolare riferimento ai minori in particolare su come gli enti locali garantiscano un servizio di refezione coerente con i principi sopra elencati»;
è stato accolto come raccomandazione l’ordine del giorno n. 9/01574-A/063 del 31 ottobre 2013 per «promuovere al più presto iniziative in materia di livelli essenziali delle prestazioni e nelle more, a svolgere una forte moral suasion, anche in Conferenza Stato-regioni, per trovare, rispetto alla questione degli insoluti nelle mense scolastiche, soluzioni diverse dall’esclusione dei minori da un fondamentale momento non solo di alimentazione, ma anche di educazione e socializzazione»;
in occasione della Giornata internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza, la Camera ha approvato la mozione n. 1-00671 sul tema della povertà infantile con cui, tra le altre cose, si impegna il Governo a «prevedere misure in grado di garantire ai bambini e agli adolescenti il diritto di accesso a tutti i servizi, in particolare a titolo gratuito alle famiglie e ai bambini in condizioni di povertà certificata, in primo luogo quelli collegati all’istruzione (nidi, scuola primaria a tempo pieno/prolungato), al servizio mensa scolastica e ad attività pedagogiche, sportive e ricreative»;
il 16 aprile 2014 è stata depositata la proposta di legge C. 2308 recante «Disposizioni per garantire l’eguaglianza nell’accesso dei minori ai servizi di mensa scolastica»;
il 20 maggio 2015 è stato accolto l’ordine del giorno n. 9/02994-A/071 che impegna il Governo “a valutare l’opportunità di prevedere che i livelli essenziali delle prestazioni della scuola dell’infanzia e dei servizi educativi per l’infanzia previsti dal nomenclatore interregionale degli interventi e dei servizi sociali comprendano il servizio di mensa scolastica e che esso venga esteso a tutto il ciclo della scuola primaria: a valutare l’introduzione di premialità per gli enti locali che si distinguano per accessibilità, fruibilità e qualità delle mense scolastiche”;
il Parlamento europeo ha recentemente approvato una direttiva in materia di programmi scolastici su latte e prodotti ortofrutticoli, al fine di aumentare l’impegno degli Stati non solo per incrementare l’impegno degli Stati nella promozione di abitudini alimentari più sane, ma anche per sostenere la lotta agli sprechi;
la legge contro gli sprechi alimentari, anche nelle mense scolastiche, troverebbe una efficace realizzazione con un’azione complementare nel contrasto dell’esclusione dei minori, soprattutto non abbienti, da un momento fondamentale per la salute e l’educazione,
a valutare l’opportunità, nell’ambito degli interventi previsti dagli articoli 10 e 11 della legge in discussione, anche in una logica di sussidiarietà e di impiego delle eccedenze alimentari, di promuovere azioni per migliorare l’accessibilità e la fruibilità del servizio di mensa scolastica, evitando in ogni caso l’esclusione del minore dal servizio stesso.
9/1716-A/12. Scuvera, Malisani, Iori, Carloni, Rampi, Manzi, Cominelli, Piazzoni, Giorgis, Terrosi,Mariano, Miotto, Albini, Giuseppe Guerini, Santerini, Sbrollini, Fossati, Cova, Coscia, Cenni.
Ticino: la mia interpellanza sul rischio siccità
Interpellanza urgente 2-01245
Venerdì 5 febbraio 2016, seduta n. 563
l’ecosistema fluviale del fiume Ticino è a rischio di siccità per la stagione estiva 2016, come riportato dalla relazione tecnica del Parco lombardo, della Valle del Ticino, con conseguenti rischi per sistema economico locale oltre che per l’ambiente;
al 31 dicembre 2015 le rilevazioni sull’intero ecosistema fluviale presentano una riduzione della portata del fiume Po, alimentato anche dai Ticino, che è ora al 25 per cento della portata media, mentre il lago Maggiore si trova a –20 cm rispetto allo 0 idrometrico di Sesto Calende;
la situazione climatica che si sta verificando, caratterizzata dalla scarsità di pioggia, impone che si assumano da subito dei provvedimenti che consentano di mitigare il rischio siccità sfruttando, sin dal mese di marzo e per tutta la stagione primaverile ed estiva, eventuali fenomeni piovosi con l’accumulo preventivo di acqua nel lago;
già nell’estate del 2012, l’ecosistema fluviale del fiume Ticino ha rischiato di venire compromesso da una forte siccità dovuta alla scarsità di piogge, scongiurata grazie all’accumulo preventivo di acqua garantito dal fatto che era stato assunto corno livello di riferimento +1,50 metri sullo zero idrometrico a Sesto Calende, condizione che liberò nel fiume la quantità di acqua in eccesso conservata nel Lago Maggiore, apportando così benefici anche al fiume Po e all’attività agricola ed energetica che ne deriva;
è datata giugno 2014 la nota dei Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare che invita il Consorzio dei Ticino (l’ente che gestisce il deflusso dell’acqua dai lago Maggiore) ad adoperare la regolazione dei livelli del lago, nella stagione estiva, entro il limite di 1,00 metri rispetto anno zero idrometrico di Sesto Calende;
l’anno 2015, caratterizzato dalle alte temperature e dalle scarse piogge, aveva fatto rimpiangere il fatto che dopo il 15 marzo si erano «lasciati andare» oltre 104 milioni metri cubi d’acqua, in quanto si era tenuto il lago al livello imposto di 1,00 metri sullo zero idrometrico invece di consentire l’accumulo di più acqua, su presupposti di presunti rischi alluvionali non ancora dimostrati e che non si erano verificati nei 7 anni dai 2007 ai 2013 quando in fase di svaso si era tenuta, come riferimento, la quota tecnicamente più idonea e logica di –1.50 metri sempre sullo zero idrometrico di Sesto Calende;
la situazione dell’anno scorso, pur drammatica, non si è trasformata in catastrofica sia per l’ambiente che per l’agricoltura, solo perché lo zero termico è rimasto per settimane sopra i 4200 metri provocandolo scioglimento dei ghiacciai, fenomeno globalmente negativo, ma che ha consentito al lago di avere un contributo costante d’acqua evitando di andare alla quota di meno 0,50 metri dallo zero idrometrico, situazione che come è noto non permette più alcun termine di controllo; in sostanza non c’è più acqua per il sistema Ticino e di conseguenza nemmeno per il Po;
secondo gli studi riportati dai tavoli tecnici costituiti dall’autorità di bacino l’innalzamento del livello estivo del lago a 1,50 metri, non comporta alcun aumento del rischio di allagamenti anche in presenza di fenomeni meteorologici eccezionali –:
(201245) «Scuvera, Ferrari, Senaldi, Tentori, Sbrollini, Colaninno, Cominelli, Lavagno, Narduolo, Sanga, Ginato, Berlinghieri, Becattini, Bazoli, Cani, Carocci,Crivellari, Impegno, Marantelli, Marchetti, Mariano, Murer, Tinagli, Sgambato, Francesco Sanna, Paola Bragantini, Vico, Brandolin, Braga, Mariani, Gitti».
Riconoscimento al valor militare per Varzi. La risoluzione
Risoluzione in commissione 7-00856
Giovedì 26 novembre 2015, seduta n. 530
il regio decreto 4 novembre 1932, n. 1423, recante nuove disposizioni per la concessione delle medaglie e della croce di guerra al valor militare, e successive modificazioni, individua la tipologia delle decorazioni e degli atti che possono dare luogo ad una onorificenza al valor militare;
l’articolo 3, in particolare, fa riferimento a quegli atti di coraggio in imprese belliche, non richiesti dal puro e semplice compimento del dovere, che comportano un grave rischio personale e costituiscono esempi da imitare;
nell’estate del 1944, in alcuni territori montani e collinari dell’Italia settentrionale provvisoriamente liberati dall’occupazione nazifascista, si formarono le cosiddette «Repubbliche partigiane», anche a seguito di un appello lanciato dal Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, il 4 giugno 1944, per creare nelle zone liberate vere e proprie forme di governo amministrativo che avrebbero dovuto assumere la direzione della «cosa pubblica» e assicurare in via provvisoria le prime urgenti misure di emergenza per quanto riguardava la prosecuzione della guerra di liberazione;
nella zona di Varzi, liberata il 18 settembre 1944, in particolare, fu costituita una giunta democratica, eletta da un’assemblea pubblica che diede vita ad una Repubblica partigiana, di cui fecero parte, tra gli altri, Fortunato Repetti, Costantino Piazzardi, Guido Versari, Mario Grazi, Salvatore Lai, Emilio Piana, Leopoldo Braghieri, Luigi Rebaschio, Lino Tardai;
la città di Varzi – come sottolineato più volte dall’ANPI – si è distinta durante gli anni della Resistenza per episodi di eroismo nella battaglia contro il nazifascismo, e la sua popolazione ha offerto prova di straordinaria dignità e coraggio;
in particolare, dalla fine del mese di novembre 1944, e per tutto il mese di dicembre dello stesso anno, in questa zona, durante una massiccia e spietata operazione di rastrellamento operata dalle forza nazifasciste, le forze partigiane della zona di Varzi si sono valorosamente opposte alle violenze di ogni tipo perpetrate dai nazifascisti mettendo a repentaglio la propria vita e, spesso, sacrificandola;
durante il succitato periodo, inoltre, i cittadini di Varzi si sono resi protagonisti di diversi atti di eroismo e di immane coraggio, offrendo aiuto, protezione, cibo e alloggio alle forze partigiane costrette a vivere in clandestinità, mettendo così a rischio la loro incolumità e quella delle proprie famiglie,
a valutare l’opportunità di avviare quanto prima le iniziative di propria competenza atte a conferire alla città di Varzi una decorazione al valor militare, ai sensi del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66.
(7-00856) «Scanu, Scuvera, Ferrari, Manzi, Aiello, Paola Boldrini, Bolognesi, Bonomo, Fusilli, Marantelli, Moscatt, D’Arienzo».
Autostrada Broni-Mortara, la mia interrogazione
Interrogazione a risposta in commissione 5-06723
SCUVERA Chiara
Mercoledì 21 ottobre 2015, seduta n. 507
SCUVERA. — Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
sul progetto di autostrada proposto dalla società Sabrom, il cosiddetto «Broni-Mortara», che dovrebbe collegare la A21 «Torino-Piacenza» all’altezza di Redavalle (in Oltrepò) con la A26 «Genova Voltri-Gravellona Toce» a Stroppiana (in provincia di Vercelli) innestandosi anche con la autostrada A7 «Milano-Genova» nei pressi di Pavia, lo scorso settembre la commissione tecnica del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare si è pronunciata dando esito negativo alla valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) –:
quali iniziative il Governo intenda promuovere affinché l’esito della valutazione di impatto ambientale relativo al tratto autostradale Broni-Mortara venga rispettato e, finalmente, si accantoni un progetto non solo inutile, ma anche dannoso per l’economia locale. (5-06723)
Varzi partigiana, la mia interrogazione per il riconoscimento al merito civile
Interrogazione a risposta in commissione 5-06603
Mercoledì 14 ottobre 2015, seduta n. 502
SCUVERA. — Al Ministro dell’interno . — Per sapere – premesso che:
la legge 20 giugno 1956, n. 658, e la successiva legge 2 gennaio 1958, n. 13, hanno previsto l’istituzione di una ricompensa al merito civile intesa a premiare le persone, gli enti e i corpi che si siano prodigati, con eccezionale senso di abnegazione, nell’alleviare le altrui sofferenze o, comunque, nel soccorrere chi si trovi in stato di bisogno, ovvero abbiano ad esempio compiuto atti per salvare persone esposte ad imminente e concreto pericolo o per ristabilire l’ordine pubblico, ove fosse stato gravemente turbato;
ai sensi delle succitate leggi la ricompensa al merito civile può consistere in una medaglia d’oro o d’argento o di bronzo ovvero in un attestato di pubblica benemerenza;
la città di Varzi, in provincia di Pavia è, come sottolineato anche più volte dall’ANPI è, si è distinta durante la Resistenza, negli anni tra il 1943 e il 1945, per atti di eroismo nella battaglia contro il nazifascismo, e la sua popolazione ha offerto prova di straordinaria dignità e coraggio;
tali atti sono stati del resto ampiamente documentati anche in talune pubblicazioni quali il volume dell’Istituto della Resistenza dell’università di Pavia a cura del professore Giulio Guderzo, dal titolo «L’Altra Guerra» e il volume «La libertà è un dono», a cura della dottoressa Cecilia Demuru;
gli stessi testi sopracitati hanno altresì documentato che al momento della liberazione della zona di Varzi, il 18 settembre del 1944, fu costituita una giunta democratica, eletta da un’assemblea pubblica, che diede vita ad una Repubblica partigiana;
della giunta fecero parte Fortunato Repetti, Costantino Pizzardi, Guido Versari, Mario Grazi, Salvatore Lai, Emilio Piana, Leopoldo Braghieri, Luigi Rebaschio, Lino Tardai;
durante la Repubblica partigiana di Varzi vennero amministrate le risorse locali, stabiliti i prezzi, assicurato cibo all’ospedale e all’asilo, assicurata la corrente elettrica, riaperte le scuole e le strade, ristabilito l’ordine pubblico, riformati i testi scolastici in senso democratico; inoltre nacquero giornali, vennero aperti un centro culturale e la Camera del lavoro –:
alla luce di quanto riportato in premessa sui fatti relativi alla Resistenza al nazifascismo accaduti a Varzi, della sua proclamazione a Repubblica partigiana e degli atti di eroismo compiuti dalla sua popolazione, se il Ministro interrogato non ritenga opportuno avviare quanto prima le necessarie procedure atte a conferire alla città di Varzi una ricompensa al valore civile ai sensi della legge 20 giugno 1956, n. 658, e della legge 2 gennaio 1958, n.13, e ad attribuire una medaglia d’oro al valore civile per le persone di Fortunato Repetti, Costantino Pizzardi, Guido Versari, Mario Grazi, Salvatore Lai, Emilio Piana, Leopoldo Braghieri, Luigi Rebaschio, Lino Tarditi. (5-06603)
Tribunale Pavia: la risposta del governo alla mia interrogazione
Risposta scritta pubblicata Giovedì 8 ottobre 2015
5-04730
Mediante l’atto ispettivo in oggetto, gli onorevoli interroganti evidenziano situazioni di criticità presso il Tribunale di Pavia a causa della insufficienza del personale ivi in servizio, soprattutto in conseguenza degli interventi di riforma della geografia giudiziaria che hanno interessato quel circondario, e delle ricadute negative sul funzionamento del Processo Civile Telematico.
Come noto, l’opera di razionalizzazione territoriale intrapresa con la riforma del 2012 ha comportato, tra l’altro, la estinzione delle articolazioni distaccate di Tribunale e la soppressione per incorporazione di diversi uffici, accentrandone presso le sedi assorbenti le funzioni ed il personale, giudiziario ed amministrativo.
Al fine di monitorare le conseguenze di tali modifiche per l’adeguamento dell’organico, il Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria del Ministero sta procedendo alla definizione dei criteri ed alla raccolta di dati statistici rilevanti: come, difatti, richiesto anche dal Consiglio Superiore della magistratura, la valutazione dell’impatto della riforma della geografia giudiziaria dovrà condurre ad una complessiva ridefinizione delle piante organiche del personale di magistratura e, quindi, del personale amministrativo, al fine di realizzare compiutamente il prioritario obiettivo del miglioramento del servizio giustizia.
In attesa della raccolta ed elaborazione dei predetti dati, deve, comunque, evidenziarsi che la competente articolazione di questo Ministero ha assunto, a sua volta, diverse iniziative finalizzate a fronteggiare le criticità derivanti dalla riforma e ad incrementare la dotazione di risorse umane degli uffici coinvolti, concordando con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative appositi criteri di mobilità diretti a contemperare le nuove distribuzioni geografiche con le aspirazioni manifestate dal personale, ed emanando specifiche circolari in tema di redistribuzione delle risorse umane.
Tutto ciò premesso in via generale, e venendo alla specifica realtà territoriale a cui l’interrogazione si riferisce, dalla nota trasmessa dai competenti uffici risulta come, in seguito all’accorpamento, siano state acquisite al Tribunale di Pavia, a partire dal 14 settembre 2013, 34 risorse umane dai soppressi Tribunali di Vigevano e Voghera e dalla sezione di Abbiategrasso, mentre le restanti unità già in carico ai cessati uffici giudiziari hanno preso possesso in altre sedi in seguito agli interpelli effettuati.
Al fine di potenziare la dotazione del Tribunale di Pavia sono state, inoltre, assunte diverse iniziative in attuazione delle procedure previste dall’accordo sindacale del 9 ottobre 2012:
sono stati assegnati 5 dipendenti, già appartenenti ai soppressi uffici del Giudice di Pace, dal 29 aprile 2014;
2 unità sono state trasferite a seguito di interpello distrettuale riservato al personale perdente posto negli uffici in soppressione;
in data 20 luglio 2015 ha assunto servizio un operatore giudiziario a seguito di procedura di assunzione diretta di personale appartenente a categorie protette;
nell’interpello nazionale del 2 luglio 2014 sono stati previsti 18 posti vacanti: 3 di direttore amministrativo, 8 di funzionario giudiziario, 4 di cancelliere e 3 di assistente giudiziario. Sebbene la procedura non sia, allo stato, completamente definita, il Tribunale di Pavia ha beneficiato del trasferimento di 7 unità, che hanno assunto possesso tra il 25 maggio e il 1o settembre scorso mentre sono usciti dall’ufficio 1 funzionario e 3 assistenti giudiziari. La procedura è tuttora in corso per effetto degli ulteriori scorrimenti delle graduatorie conseguenti alle revoche delle domande di trasferimento pervenute;
con il bando di mobilità per l’acquisizione di personale da altre amministrazioni in data 20 gennaio 2015 sono stati, inoltre, previste 14 unità: 2 di direttore amministrativo, 10 di funzionario giudiziario e 2 posti di cancelliere. La posizione dirigenziale – pubblicata con l’interpello del 21 gennaio 2015 – non può essere coperta per mancanza di aspiranti.
Pur all’esito dei citati interventi, i cui effetti comunque non sono ancora stabilizzati, le unità attualmente in servizio presso il Tribunale di Pavia ammontano ad 80, a fronte della previsione in pianta organica di 131.
Il dato non appare, tuttavia, aver inciso negativamente sull’avvio del PCT che, anzi, evidenzia in quella realtà territoriale un andamento del tutto incoraggiante.
Risultano, difatti, dal settembre 2014:
depositati per via telematica da avvocati e professionisti ben 19.787 atti processuali, con un incremento del 493 per cento;
depositati dai magistrati ben 17.078 provvedimenti nativi digitali, con un incremento del 137 per cento;
consegnate ben 148.498 comunicazioni telematiche.
Ulteriori risorse umane potranno, tuttavia, essere assegnate anche al Tribunale di Pavia nel contesto delle iniziative specificatamente intraprese dal Governo per potenziare gli uffici giudiziari al fine di sostenere ulteriormente il processo civile telematico e garantire la piena realizzazione ed operatività dell’ufficio del processo.
In tale prospettiva è stato sottoscritto dal Ministro Guardasigilli il decreto con il quale è stata avviata la procedura per selezionare 1.500 tirocinanti – scelti fra coloro che hanno completato il percorso formativo previsto all’articolo 37 comma 11, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111 – che saranno utilizzati per un anno negli uffici giudiziari che evidenziano le più significative scoperture di organico.
Ulteriori risorse potranno essere rese disponibili attraverso la destinazione prioritaria agli uffici giudiziari di personale proveniente dalle Province, così come previsto dall’articolo 1, comma 425 della legge di stabilità 2015.
Per attuare tale percorso di mobilità sono stati avviati una serie di incontri tecnici con i soggetti interessati e le organizzazioni sindacali ed assunte diverse iniziative:
è stata emanata, in data 29 gennaio 2015, una circolare, a firma del Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione e del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, con la quale sono state dettate le linee guida in materia di attuazione delle disposizioni inerenti il personale ed altri profili connessi al riordino delle funzioni delle province e delle città metropolitane, anche attraverso la redazione di un cronoprogramma, e con circolare in data 27 marzo 2015 del Ministero della Semplificazione e della Pubblica Amministrazione sono stati forniti ulteriori chiarimenti;
per agevolare la procedura, inoltre, è stata avviata presso il Dipartimento delle Funzione Pubblica la progettazione di una piattaforma elettronica, destinata a gestire i processi di mobilità;
per accelerare i tempi e risolvere alcune delle problematiche evidenziate nelle sedi di confronto, politico e tecnico, il Governo è, altresì, intervenuto con il decreto-legge 19 giugno 2015, n. 78 – convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2015, n. 125 – con il quale sono state dettate disposizioni incentivanti, intese a favorire i processi di mobilità e di ricollocazione del personale;
in data 26 giugno 2015, all’esito di un articolato percorso di confronto con le amministrazioni competenti, nonché con le OO.SS., è stato adottato il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri recante «Definizione delle tabelle di equiparazione fra i livelli di inquadramento previsti dai contratti collettivi relativi ai diversi comparti di contrattazione del personale non dirigenziale, che costituisce un importante strumento di ausilio per le varie amministrazioni ai fini della gestione dei processi di mobilità»;
con decreto-legge 27 giugno 2015, n. 83 – convertito, con modificazioni, con legge 6 agosto 2015, n. 132 – sono state introdotte disposizioni specificatamente rivolte ad agevolare la ricollocazione del personale delle province e delle città metropolitane negli organici del Ministero della giustizia. È stato, in particolare, previsto, con carattere di priorità rispetto ad ogni altra procedura di trasferimento, il passaggio nei ruoli dell’amministrazione della giustizia di un contingente massimo di 2.000 unità di personale amministrativo proveniente da quegli enti locali, di cui 1.000 nel corso dell’anno 2016 e 1.000 nel corso dell’anno 2017;
con decreto ministeriale 14 settembre 2015, il Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione ha definito – su autorizzazione del Consiglio dei Ministri – i criteri per la mobilità del personale in sovrannumero, delineando un nuovo cronoprogramma fino al 31 dicembre 2016 e così dando ulteriore impulso al processo di ricollocazione del personale.
A seguito di tale decreto, le attività volte all’inserimento delle risorse della mobilità provinciale potranno, pertanto, realizzarsi e si assicura che, in tale contesto, le esigenze del Tribunale di Pavia saranno tenute nella dovuta considerazione.
Uepe Pavia, la mia interrogazione e la risposta del Governo
Interrogazione a risposta in commissione 5-06021
SCUVERA. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
l’ufficio esecuzione penale esterna di Pavia (UEPE), servizio specialistico del Ministero della giustizia, che opera per il reinserimento degli imputati e dei condannati, competente per la provincia di Pavia e per 22 comuni dell’hinterland milanese, lavora da anni in difficilissime condizioni operative determinate dalla grave carenza di organico e dal costante aumento del carico di lavoro;
tali condizioni non sono migliorate anzi si registrano ulteriori difficoltà – a seguito dell’entrata in vigore della legge n. 67 del 28 aprile 2014, sull’istituto della «messa alla prova» anche per gli adulti, riforma in sé assolutamente positiva nell’ottica della rieducazione del condannato, ma la cui concreta attuazione necessita di un potenziamento delle strutture competenti;
attualmente l’ufficio esecuzione penale esterna di Pavia sta gestendo circa 1.000 casi, con un carico medio individuale di 170 casi, suddivisi tra 6 funzionari di servizio sociale a fronte dei 21 previsti dalla pianta organica, con una carenza di organico pari al 72 per cento e con un carico di lavoro riconosciuto dai superiori uffici dell’amministrazione penitenziaria come tra i più alti del Paese;
l’apertura dei nuovi padiglioni nelle strutture penitenziarie di Pavia e Voghera, con l’aumento di circa 500 detenuti (300 Pavia, 200 Voghera), ha aggravato ulteriormente il carico di lavoro dei funzionari di servizio sociale;
i liberi professionisti che collaborano con l’ufficio esecuzione penale esterna di Pavia, individuati tramite la selezione prevista dal Progetto Master, sono attualmente 3 per 20 ore ciascuno al mese fino al 31 dicembre 2015 –:
se il Ministro interrogato sia al corrente della forte carenza di personale in cui versa l’ufficio esecuzione penale esterna di Pavia e se non ritenga necessario, in relazione alla criticità del contesto, valutare la messa in atto di interventi atti a procedere all’adeguamento numerico e professionale della pianta organica degli uffici di esecuzione penale esterna del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia, come da articolo 7 della legge n. 67 del 2014. (5-06021)
5-06021 Scuvera: Sulla carenza di organico dell’ufficio esecuzione penale esterna di Pavia.
Mediante l’atto ispettivo in oggetto, l’onorevole interrogante rappresenta le difficili condizioni operative in cui versa l’ufficio di esecuzione penale esterna di Pavia in conseguenza della carenza di personale e del costante aumento del carico di lavoro, derivante anche dall’introduzione dell’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova.
Si richiede pertanto, in linea generale, un adeguamento numerico e professionale della pianta organica degli uffici di esecuzione penale esterna, in ottemperanza al dettato di cui all’articolo 7 della legge n. 67 del 2014.
Ciò premesso, appare opportuno segnalare che le esigenze dell’ufficio di esecuzione penale esterna di Pavia, al pari di quelle degli altri uffici della Lombardia, sono sempre state all’attenzione della Direzione generale dell’Esecuzione penale esterna che, al fine di garantire standards di interventi istituzionali adeguati a rendere un valido servizio alla collettività, ha promosso diverse iniziative, alcune delle quali d’urgenza, volte a trovare soluzioni a molti degli aspetti problematici richiamati nell’interrogazione parlamentare in questione.
In particolare, con lettera circolare del 16 ottobre 2014, la predetta Direzione ha fornito indicazioni di massima per la definizione dei procedimenti da trattare in via prioritaria; inoltre, più recentemente, al fine di assicurare l’attuazione della direttiva del Ministro della giustizia sul potenziamento del modello multi professionale degli uffici locali, ha supportato le realtà operative con situazioni di criticità più rilevanti, procedendo a definire la ripartizione dei fondi tra i Provveditorati regionali, fornendo agli stessi indicazioni volte a rinforzare le capacità operative, sia pure nei limiti consentiti dall’assegnazione di risorse aggiuntive per il finanziamento di interventi strategici. Tali risorse, appare opportuno precisarlo, vanno distinte da quelle del menzionato «progetto Master», che è stato finanziato da Cassa Ammende e che si è esaurito da tempo.
Pertanto, nell’ambito della nuova iniziativa intrapresa, è stata assegnata al provveditorato della Lombardia la somma di 72.351,00 euro e sono state fornite puntuali indicazioni per procedere al loro utilizzo tramite la stipula di convenzioni. Nello specifico è stato autorizzato l’impiego, ai sensi dell’articolo 80 O.P., di esperti nelle attività di trattamento rieducativo per complessive 2.500 ore per esperti di servizio sociale. Per l’ufficio locale di Pavia sono state previste 550 ore per esperti di servizio sociale e 900 ore, complessive, per esperti psicologi che, dallo scorso mese di giugno e per un semestre, garantiranno la loro presenza nelle sedi di competenza.
Quanto alla segnalata carenza di personale negli uffici di esecuzione penale esterna del Paese, va ricordato che con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 15 giugno 2015, n. 84, di riorganizzazione del Ministero della giustizia, è stato previsto il trasferimento delle competenze degli uffici in questione all’istituendo Dipartimento della giustizia minorile e di comunità. Tale trasferimento sarà attuato con uno o più decreti ministeriali da emanarsi entro 180 giorni dall’entrata in vigore del citato decreto del Presidente del Consiglio dei ministri e comporterà un nuovo assetto organizzativo anche per quel che concerne la situazione degli organici. Una più compiuta razionalizzazione delle risorse e delle dotazioni organiche è, quindi, in corso proprio in questi mesi, mediante i lavori degli uffici del Ministero per l’elaborazione dei precitati decreti di attuazione.
Si tratta di una opzione organizzativa diretta a sviluppare il settore della esecuzione penale esterna favorendo l’osmosi e lo scambio di prassi operative con l’esecuzione penale esterna minorile. La nuova organizzazione dovrà spingere verso un maggiore coinvolgimento nel percorso di reinserimento degli enti territoriali ed indirizzare ulteriori risorse per il potenziamento degli uffici.
Va ricordato, infine, che nuove ed ulteriori soluzioni per una maggiore efficienza degli uffici di esecuzione penale esterna potranno essere valutate dall’Amministrazione all’esito del percorso di consultazione pubblica denominato: Stati Generali dell’esecuzione penale, che permetterà di definire un nuovo modello di esecuzione penale ed una migliore fisionomia del carcere e del complessivo sistema della esecuzione della pena. Si fa presente al riguardo, che l’approfondimento di molteplici aspetti riguardanti la realtà penitenziaria, ivi compreso quello dell’esecuzione penale esterna, è in corso con l’istituzione di 18 tavoli tematici ove si confrontano non soltanto coloro che operano nell’esecuzione penale ai diversi livelli, ma anche tutti coloro che studiano questo sistema o che di esso si occupano su base volontaria, dal mondo dell’economia, a quello della produzione artistica, culturale, professionale. Peraltro, si segnala come i lavori degli Stati generali stiano procedendo in parallelo al percorso della legge delega in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio e alla riorganizzazione dell’amministrazione penitenziaria e dell’esecuzione penale esterna, Una coincidenza che permetterà di arricchire di contenuti la delega e di progetti le nuove articolazioni.
Risoluzione in commissione 7-00682
Le Commissioni X e XIV,
il Parlamento italiano ha costantemente sostenuto la necessità, in coerenza con il regime linguistico previsto dai Trattati, di promuovere il multilinguismo e tutelare l’uso della lingua italiana in seno alle Istituzioni dell’Unione europea e nelle procedure e strumenti previsti dalla normativa europea;
il multilinguismo concorre ad assicurare la legittimità democratica e la trasparenza dei lavori e delle decisioni dell’Unione nonché ad assicurare la parità di trattamento tra i cittadini e tra le imprese dei diversi Stati membri;
si registrano numerose e crescenti violazioni del regime linguistico dell’Unione europea, in contrasto con il principio di non discriminazione in base alla nazionalità e quindi alla lingua di cui all’articolo 18 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e in violazione del regolamento del Consiglio n. 1 del 1958. È infatti crescente il ricorso, sia nelle prassi interne delle Istituzioni dell’Unione europea sia nella disciplina di specifici istituti giuridici, ad inglese, francese e tedesco quali lingue di lavoro o di comunicazione con gli Stati membri e i loro cittadini;
tali pratiche determinano un’ingiustificata discriminazione a vantaggio dei membri e i funzionari delle istituzioni dell’Unione europea provenienti dai Paesi aventi quale lingua madre inglese, francese e tedesca e dei relativi cittadini ed imprese e a danno di quelli provenienti dagli altri Stati membri, dall’altro. L’affermazione del trilinguismo appare inoltre suscettibile di incidere negativamente sul ruolo dell’Italia nel processo di integrazione europea e sulla competitività del sistema produttivo italiano, costretto a sostenere costi di traduzione ulteriori rispetto alle imprese dei paesi che utilizzano una delle tre lingue in questione;
con la mozione Pescante e altri, approvata la scorsa legislatura il 19 aprile 2011, la Camera impegnava il Governo, a definire una strategia organica per la tutela e la promozione della lingua italiana nelle istituzioni dell’Unione europea e a contrastare con intransigenza ogni tentativo di violazione del regime linguistico previsto dai Trattati e di marginalizzazione della lingua italiana;
tale pur condivisibile presa di posizione, tuttavia, non può considerarsi quella dirimente in termini di tutela della competitività delle imprese italiane e non può, anzi, risolversi in una perdita di chance per lo stesso sistema produttivo;
a tale ultimo proposito si ricorda come la non coerenza con il regime linguistico dei Trattati nel 2011 era stata posta dall’allora Governo, con il pieno sostegno delle Camere, alla base della decisione di non aderire al primo pilastro del nuovo sistema di brevettazione unificata dell’Unione europea, costituito dal rilascio di un unico titolo brevettuale valido nel territorio di tutti gli Stati membri aderenti, disciplinato da due regolamenti dell’Unione europea, uno recante la disciplina sostanziale con l’istituzione di una tutela brevettuale unitaria (regolamento (UE) n. 1257/2012) e l’altro concernente il regime linguistico applicabile (regolamento (UE) n. 1260/2012), entrambi in vigore dal 20 gennaio 2013, in attuazione di una cooperazione rafforzata tra 25 Stati membri dell’Unione;
il secondo pilastro è costituito da un sistema giurisdizionale unitario che si basa su un accordo internazionale per l’istituzione del tribunale unificato dei brevetti, sottoscritto il 19 febbraio 2013 da 25 Stati membri, tra cui l’Italia (tutti tranne Spagna e Polonia), ma ratificato sinora da cinque Stati firmatari. L’accordo entrerà in vigore una volta ratificato da almeno 13 Stati membri;
Italia e Spagna non hanno aderito alla cooperazione rafforzata relativa al brevetto unitario in ragione della previsione per cui il brevetto viene rilasciato in una delle tre lingue ufficiali dell’Ufficio europeo per i brevetti, inglese, francese e tedesco e pubblicato nella medesima lingua unitamente a una traduzione delle rivendicazioni nelle altre due lingue. Il brevetto è altresì tradotto, mediante un sistema automatico, nelle altre lingue ufficiali dell’Unione europea che tuttavia non fanno fede;
sulla base di tali valutazioni, entrambi i Paesi hanno presentato ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea nel 2011 (causa C-274/11 e causa 2951) per chiedere l’annullamento della decisione che autorizzava la cooperazione rafforzata contestando la compatibilità del trilinguismo con il regime linguistico previsto dai Trattati e la legittimità del ricorso alla stessa cooperazione rafforzata. Il ricorso è stato rigettato dalla medesima Corte con sentenza del 16 aprile 2013;
la sentenza non prende espressamente in considerazione la questione della coerenza del regime linguistico del brevetto unico con i Trattati, ritenendo che essa debba essere affrontata dalla decisione che la Corte emetterà su un ulteriore ricorso presentato dal solo Regno di Spagna, con cui si contesta la legittimità dei due regolamenti attuativi della cooperazione rafforzata sopra richiamati Causa (C 146/13 – Regno di Spagna contro Parlamento europeo, Consiglio dell’Unione europea). Nelle conclusioni sulla causa in questione, depositate il 18 novembre 2014, l’Avvocato generale dell’Unione europea, Yves Bot, ha affermato che il ricorso della Spagna deve essere respinto poiché «(…) la protezione unitaria fornisce un autentico beneficio dal punto di vista dell’uniformità e dell’integrazione, mentre la scelta linguistica riduce in modo significativo i costi di traduzione e garantisce meglio il principio di certezza del diritto», ritenendo, altresì, che sia appropriato «(…) limitare il numero di lingue del brevetto europeo a effetto unitario, poiché ciò garantisce una tutela unitaria dei brevetti sul territorio degli Stati membri partecipanti alla cooperazione rafforzata pur permettendo una riduzione notevole dei costi di traduzione»;
le conclusioni dell’Avvocato generale sembrano dunque prefigurare il rigetto integrale, sul piano giuridico, delle argomentazioni contro il regime linguistico del brevetto unitario. Occorre pertanto valutare con urgenza se, a fronte di tale quadro giuridico, sia opportuna l’adesione del nostro Paese al brevetto unitario, portando comunque avanti la discussione per porre fine alle violazioni del regime linguistico dell’Unione europea;
appare, infatti, necessario seguire un approccio pragmatico che consenta di combinare l’esigenza di tutelare la lingua italiana con quella di garantire la competitività del sistema produttivo nazionale, evitando che esse subiscano pregiudizi sul piano competitivo;
la XIV Commissione della Camera aveva chiesto a tale scopo al Governo, in occasione dell’esame della Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea per l’anno 2014, di predispone una relazione tecnica che stimasse i costi e i benefici dell’adesione o non adesione del nostro Paese a ciascuno dei due pilastri del sistema di brevettazione unitaria. Tale relazione non è stata ancora trasmessa, ma è all’attenzione del Governo, come confermato dalla Sottosegretaria allo sviluppo economico Vicari nel corso dell’audizione del 24 febbraio 2015 presso la XIV Commissione della Camera;
in attesa di tale relazione, va tuttavia rilevato che, attualmente le imprese italiane, non avendo la possibilità di avvalersi del sistema di brevetto unitario, possono accedere solo ad una protezione brevettuale «nazionale», in Italia e in ciascuno degli altri Paesi membri dell’Unione europea, con costi a carico delle imprese stimati in oltre 9 milioni di euro annui. Analisi di impatto della Commissione europea calcolano che un brevetto valido nei 28 Stati membri attualmente costi circa 36.000 euro (di cui 23.000 euro solo per costi di traduzione). L’avvio del brevetto unitario – secondo un’analisi di impatto dell’EPO – porterebbe a un risparmio di circa il 70 per cento dei costi attualmente richiesti per la validazione di un brevetto per venti anni, nei 25 paesi aderenti al progetto. Il sistema UPO consente infatti la registrazione di un brevetto unitario presso l’Ufficio europeo dei brevetti (EPO – European Patent Office) da cui discende una protezione uniforme in tutta l’Unione europea, garantendo alle imprese la possibilità di depositare, tramite un’unica procedura, un titolo di proprietà intellettuale valido in tutti i Paesi membri, con evidenti risparmi in termini di costi vivi e burocratici;
anche la piena attuazione del secondo pilastro del sistema di tutela brevettuale unica presenta evidenti benefici, prevedendo essa un’unica Corte per la risoluzione delle controversie brevettuali a livello europeo, con un regime transitorio di 7 anni (rinnovabile di altri 7) e la possibilità per le imprese di avvalersi della clausola «opt out» (facoltà di rimanere fuori dalla giurisdizione esclusiva del TUB, ricorrendo ai tribunali nazionali). L’adesione al TUB impatterebbe positivamente, in quanto eviterebbe alle imprese complesse, costose e lunghe procedure giurisdizionali presso i singoli Stati Ue e offrirebbe un sistema di soluzione delle controversie rapido ed equo. Per l’Italia rappresenterebbe un importante passo avanti per il rafforzamento della propria attrattività per gli investimenti esteri e per l’internazionalizzazione passiva;
l’adesione al nuovo sistema rafforzerebbe il contrasto alle contraffazioni particolarmente importante per la tutela del made in Italy – in quanto il foro competente sarebbe quasi sempre unico e per le imprese che operano solo in Italia sarebbe italiano, con due dei tre giudici del collegio giudicante italiani e discussione del contenzioso in italiano; inoltre, i giudici italiani entrerebbero a far parte anche di collegi giudicanti in sedi estere, dove le aziende italiane potrebbero essere coinvolte in contenziosi;
il sistema italiano della media, piccola e micro (più del 90 per cento del nostro tessuto produttivo) ma anche della grande impresa ha bisogno di un salto di qualità per superare alcune situazioni di arretratezza e andare oltre una visione ristretta alla sola dimensione nazionale. L’Italia, pur essendo un Paese ad alta densità manifatturiera, deposita attualmente poco più di 4-5 mila brevetti l’anno – molte piccole e medie imprese si limitano a brevettare solo a livello nazionale – ma i confini nazionali non bastano più a tutelare le innovazioni; l’UPO può contribuire a invertire la tendenza sostenendo la competitività internazionale anche delle piccole e medie imprese;
certamente incoraggianti sono i dati pubblicati dal recente Rapporto annuale dell’EPO relativamente al 2014, in quanto segnalano un aumento della domanda di protezione dei brevetti nello spazio europeo per il quinto anno consecutivo (+3.1 per cento rispetto al 2013) e anche dopo quattro anni di segno negativo, registra un aumento di richieste di nuovi patents (+0.5 per cento) il nostro Paese, sebbene occupi posizioni inferiori rispetto ad altri, con appena il 2 per cento di tutte le richieste, dal 2014 ribalta il trend negativo costituito dal calo dei consumi. Il medesimo rapporto sembra, dunque, evidenziare che il nostro continente può esercitare ancora un ruolo chiave a livello globale in settori industriali ad alta intensità di brevetti;
l’adesione alla cooperazione rafforzata sul brevetto unico europeo deve pertanto diventare, nell’ambito di altre misure volte a rafforzare il nostro sistema produttivo, una priorità dell’azione dell’esecutivo; in tal senso si è espressa anche la Ministra dello sviluppo economico Federica Guidi, in risposta al question time(3-01310) svoltosi in Aula il 18 febbraio 2015. Tale orientamento è stato ribadito dalla Sottosegretaria allo sviluppo economico Vicari nel corso dell’audizione del 25 febbraio presso la XIV Commissione della Camera;
mentre, per quanto attiene alle azioni di sostegno delle piccole e medie imprese italiane, sono previste già alcune importanti misure transitorie. Infatti, per 12 anni, sarà applicabile il regime dell’«english always», secondo cui tutti i brevetti unitari dovranno obbligatoriamente essere tradotti in inglese. Pertanto sarà sempre disponibile, anche per i brevetti depositati in francese e tedesco, una traduzione in inglese e, successivamente, sarà possibile ricorrere al sistema di traduzione automatica di alta qualità in tutte le lingue dell’Unione europea. Le piccole e medie imprese di Paesi che, come l’Italia, non hanno come lingua ufficiale una delle lingue di lavoro dell’European Patent Office (inglese, francese e tedesco) potranno ricevere, con riferimento al brevetto unitario, un rimborso di spese, anche di traduzione, di natura forfettaria che si stima non inferiore a 500 euro (anche se l’importo esatto è ancora oggetto di discussione in sede europea). Questa somma si aggiungerà alla riduzione del 30 per cento delle tasse di deposito e di esame in sede di EPO cui le piccole e medie imprese, le università e gli enti pubblici di ricerca italiani hanno già oggi diritto con riferimento alla procedura per il rilascio di un brevetto europeo tradizionale (Ministra Guidi, Assemblea Camera, 18 febbraio 2015);
il nuovo sistema di brevetto unitario potrà avvantaggiare le piccole e medie imprese innovative italiane, più numerose di quelle di qualsiasi altro Paese dell’Unione europea; dal rapporto «EU SMEs-in 2012: at the crossroads», Annual report on small and medium-sized enterprises in the EU, 2011/12, si evince che l’Italia ha il numero più elevato (43.287) di piccole e medie imprese ad alta/medio-alta tecnologia fra i Paesi dell’UE. In caso di non adesione dell’Italia alla cooperazione rafforzata, queste stesse piccole e medie imprese italiane sarebbero penalizzate rispetto alle altre piccole e medie imprese europee, per la circostanza di dovere ottenere una doppia protezione nel proprio Paese e nel resto d’Europa;
inoltre, insieme alle suddette misure, già oggi l’EPO, allo scopo di facilitare l’accesso alla conoscenza depositata in altre lingue, ha messo a disposizione un servizio nato da una partnership di tecnologia con Google, per fornire una Patent Translate per avere traduzioni automatiche in 32 lingue (da e verso le 28 europee, più russo, cinese, giapponese, coreano verso l’inglese);
come già avviene in altri Paesi europei, con il cosiddetto Investment Compact sono state recentemente introdotte anche nel nostro ordinamento alcune agevolazioni fiscali mirate come la Patent Box, ossia la detassazione degli utili per le aziende che brevettano e investono in ricerca e sviluppo;
con riferimento al medesimo provvedimento (investment compact), l’11 marzo 2015, il Governo ha accolto l’ordine del giorno n. 9/02844-A/005 Scuvera con cui si impegna a valutare l’opportunità di semplificare le procedure di accesso alle privative industriali, sostenere la competitività delle piccole e medie imprese innovative del Paese, puntando al brevetto unico europeo quale condizione essenziale per una reale concorrenza,
a procedere all’adesione italiana alla cooperazione rafforzata relativa al Brevetto Unitario dell’Unione europea, allo scopo di sostenere la competitività delle imprese italiane sui mercati europei e internazionali;
ad adoperarsi per assicurare il pieno ed effettivo rispetto del regime linguistico previsto dai trattati in seno alle istituzioni ed organi dell’Unione europea, sostenendo, nei casi in cui le esigenze di riduzione dei costi lo giustifichino, il ricorso alla sola lingua inglese, in quanto lingua veicolare di gran lunga più diffusa a livello europeo;
a promuovere e a tutelare il multilinguismo in tutte le sedi decisionali dell’Unione europea, in coerenza con le previsioni dei Trattati e con i principi di democraticità delle istituzioni dell’Unione europea, anche mediante azioni specifiche, eventualmente concomitanti all’adesione alla cooperazione rafforzata sul brevetto unitario europeo, volte ad escludere l’accettazione del ricorso trilinguismo inglese, francese, tedesco nel funzionamento delle Istituzioni e delle politiche dell’Unione europea;
a definire, in stretto raccordo con le Camere, una strategia organica ed efficace per la tutela e la promozione della lingua italiana nelle istituzioni dell’Unione europea;
in vista del negoziato tecnico in sede europea, che dovrà concludersi entro giugno 2015, circa la definizione di aspetti di carattere finanziario – su ammontare delle tasse di rinnovo del brevetto unitario europeo, tariffe annuali e a lungo termine, modalità di distribuzione di tali tasse e ripartizione dei costi del tribunale tra i Paesi aderenti – a mettere in campo tutte le azioni necessarie, affinché tali oneri non impattino negativamente sul «sistema Italia» e sui costi delle imprese di piccole dimensioni;
a promuovere specifiche azioni di formazione e sensibilizzazione sui territori, rivolte alle realtà produttive, circa i benefici di un brevetto unitario a carattere sovranazionale ed europeo, capaci di accrescere innovazione e competitività dell’intero sistema Paese.
(7-00682) «Scuvera, Berlinghieri, Benamati, Garavini, Albini, Basso, Battaglia, Bergonzi, Bonomo, Camani, Cani, Chaouki, Donati, Gianni Farina, Galperti,Ginefra, Gitti, Giuseppe Guerini, Iacono, Lacquaniti, Montroni, Moscatt, Peluffo, Schirò, Senaldi, Taranto, Tidei, Ventricelli».
Accolto il mio Odg sulla mensa scolastica all’interno della riforma della scuola
Ordine del Giorno 9/02994-A/071
l’articolo 23, comma 2, lettera e) del disegno di legge in esame delega il Governo ad istituire il sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino ai sei anni, costituito dai servizi educativi per l’infanzia e dalle scuole dell’infanzia, al fine di garantire ai bambini e alle bambine pari opportunità di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche, etniche e culturali, nonché ai fini della conciliazione tra tempi di vita, di cura e di lavoro dei genitori, della promozione della qualità dell’offerta educativa e della continuità tra i vari servizi educativi e scolastici e la partecipazione delle famiglie, attraverso, tra le altre misure, la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni della scuola dell’infanzia e dei servizi educativi per l’infanzia previsti dal Nomenclatore interregionale degli interventi e dei servizi sociali, sentita la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni;
nel nostro Paese si sono verificati gravi casi di esclusione dalla mensa scolastica; in particolare è avvenuto che alcuni comuni abbiano escluso bambini e bambine dal servizio a causa della morosità delle proprie famiglie. Anche se la morosità fosse colpevole, ad avviso dei proponenti, il minorenne non dovrebbe essere escluso da un momento fondamentale per la propria educazione e crescita umana e civile;
il fenomeno dell’esclusione è rilevato anche dall’Indagine sulla povertà minorile svolta nel 2013-2014 dalla Commissione Bicamerale per l’Infanzia e l’adolescenza, che nelle conclusioni rileva la necessità di un cambiamento culturale che faccia passare dal concetto di spesa a quello di investimento ed escludere dal patto di stabilità le spese per le mense scolastiche affrontate dai comuni, così come accade per gli investimenti per l’edilizia scolastica;
la Camera dei deputati ha approvato mozioni di diversi gruppi contro la povertà minorile. Con quella del Partito Democratico, in particolare, si è impegnato il Governo a diverse azioni si segnala quella di assumere iniziative volte a evitare che finanziamenti e obiettivi concordati con le regioni e con gli enti locali vengano disattesi, al fine di garantire i diritti di cittadinanza come, ad esempio, il diritto all’istruzione, alla fruizione delle mense, al trasporto scolastico e altri;
il Governo si è già espresso sul tema rispondendo all’interrogazione n. 5-00854 relativa ai casi di esclusione di minori dalle mense scolastiche annunciando «forme di monitoraggio per verificare sistematicamente se siano garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale i diritti civili e sociali ai sensi dell’articolo 117, comma 2, lettera m), della Costituzione con particolare riferimento ai minori, in particolare su come gli enti locali garantiscano un servizio di refezione coerente con i principi sopra elencati»;
è stato accolto come raccomandazione l’ordine del giorno 9/01574-A/063 del 31 ottobre 2013 per «promuovere al più presto iniziative in materia di livelli essenziali delle prestazioni e, nelle more, a svolgere una forte moral suasion, anche in Conferenza Stato, regioni, per trovare, rispetto alla questione degli insoluti nelle mense scolastiche, soluzioni diverse dall’esclusione dei minori da un fondamentale momento non solo di alimentazione, ma anche di educazione e socializzazione»;
in questo quadro si rende necessario definire il servizio di mensa scolastica come livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione, e in attuazione della Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989,
a valutare l’opportunità di prevedere che i Livelli essenziali delle prestazioni della scuola dell’infanzia e dei servizi educativi per l’infanzia previsti dal Nomenclatore interregionale degli interventi e dei servizi sociali comprendano il servizio di mensa scolastica e che esso venga esteso a tutto il ciclo della scuola primaria;
a valutare l’introduzione di premialità per gli enti locali che si distinguano per accessibilità, fruibilità e qualità delle mense scolastiche.
9/2994-A/71. Scuvera, Zampa, Iori, Amoddio, Antezza.
Fondo solidarietà comunale, la mia interrogazione
Interrogazione a risposta in commissione 5-05631
Martedì 19 maggio 2015, seduta n. 430
SCUVERA e MARCHI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze . — Per sapere – premesso che:
l’articolo 1, comma 380 della legge di stabilità per l’anno 2014 (228 del 2012) istituisce, a fini perequativi, il Fondo di solidarietà comunale;
il Fondo di solidarietà comunale è alimentato con una quota dell’IMU di spettanza dei comuni di cui all’articolo 13 del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011;
i criteri di ripartizione del Fondo sono definiti con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro dell’interno, previo accordo da sancire in sede di Conferenza Stato-città e autonomie locali;
l’emanazione del decreto è prevista entro il 30 aprile 2014 per l’anno 2014 ed entro il 31 dicembre dell’anno precedente a quello di riferimento per gli anni 2015 e successivi;
allo stato attuale risulta emanato il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri recante definizioni e ripartizione delle risorse spettanti per l’anno 2014;
risulta che molti Comuni (tra cui, in provincia di Pavia, Bastida Pancarana, Barbianello, Casanova Lonati, Rea, Verrua Po) a tutt’oggi non hanno ancora ricevuto le quote spettanti per l’anno in corso –:
se il Governo possa valutare di emanare urgentemente il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri recante definizioni e ripartizione delle risorse spettanti ai comuni per l’anno 2015.
(5-05631)
Dopo l’OdG, la risoluzione sul brevetto unico europeo
Il mio Odg sul brevetto unico europeo
Ordine del Giorno 9/02844-A/005
Mercoledì 11 marzo 2015, seduta n. 389
l’articolo 4, comma 1, lettera e, punto 3) del decreto-legge n. 2844-A «Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti» contempla fra i requisiti per le PMI che aspirino alla qualifica di «innovative», ai fini dell’iscrizione alla relativa sezione speciale del Registro imprese, la «titolarità, anche quali depositarie licenziatarie di almeno una privativa industriale, relativa a una invenzione industriale, biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale ovvero titolarità dei diritti relativi ad un programma per elaboratore originario registrato presso il Registro pubblico speciale per i programmi per elaboratore, purché tale privativa sia direttamente afferente all’oggetto sociale e all’attività di impresa»;
in Italia le PMI si limitano spesso a brevettare solo a livello nazionale a causa degli alti costi amministrativi per mantenere un singolo brevetto per 20 anni nei diversi Paesi Europei;
tale situazione ostacola la competitività delle PMI italiane di carattere innovativo, per la difficoltà di espandere il proprio know-how a livello europeo, per il prevalere dei cosiddetti «colossi» del settore tecnologico,
a valutare l’opportunità di semplificare le procedure di accesso alle privative industriali, per sostenere la competitività delle PMI innovative del Paese, puntando al brevetto unico europeo quale condizione essenziale per una reale concorrenza e per un recupero di competitività.
9/2844-A/5. Scuvera, Quintarelli, Berlinghieri, Basso, Coppola, Bruno Bossio, Ricciatti.
Studi di settore, approvata la mia mozione
Il 3 marzo scorso la Camera ha approvato una mia mozione in cui chiedo di impegnare il Governo a rivedere gli studi di settore, rafforzando il percorso di collaborazione tra fisco e contribuente. Ecco il testo della mozione
Mozione 1-00751
gli studi di settore, introdotti nell’ordinamento nazionale con l’articolo 62-bis del decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427, costituiscono uno strumento che il fisco italiano utilizza per stimare il volume d’affari che può essere attribuito al contribuente;
attraverso un metodo informatizzato e l’utilizzo di analisi economiche e tecniche statistico-matematiche, tali studi consentono di stimare i ricavi o i compensi presunti dell’attività di liberi professionisti, lavoratori autonomi e imprese; il procedimento statistico viene verificato prima dell’entrata in vigore, dalla commissione degli esperti (articolo 10, comma 7, della legge n. 146 del 1998), un organismo formato da rappresentanti dell’Agenzia delle entrate, del Ministero dell’economia e delle finanze, della Guardia di finanza, dell’Anci e delle organizzazioni di categoria;
le stime, che individuano le relazioni esistenti tra le variabili strutturali e contabili delle imprese e dei lavoratori autonomi con riferimento al settore economico di appartenenza, ai processi produttivi utilizzati, all’organizzazione, ai prodotti e servizi oggetto dell’attività, alla localizzazione geografica e agli altri elementi significativi, risultano utili sia per l’amministrazione finanziaria, sia per il contribuente;
il contribuente può, infatti, utilizzare gli studi di settore per verificare, in sede dichiarativa, il proprio posizionamento rispetto ai criteri di congruità e coerenza, rilevando rispettivamente: se i ricavi o i compensi dichiarati sono congrui rispetto a quelli stimati dallo studio, tenuto conto delle risultanze derivanti dall’applicazione degli indicatori di normalità economica, e se il suo comportamento risulta coerente rispetto ai valori di indicatori economici predeterminati per ciascuna attività;
l’amministrazione finanziaria utilizza gli studi di settore come strumento di supporto per compiere le attività di controllo e accertamento della regolarità delle dichiarazioni, attraverso la comparazione tra i ricavi o i compensi dichiarati e quelli direttamente desumibili dall’applicazione dei citati criteri; in particolare, fra gli indirizzi operativi individuati dall’Agenzia delle entrate nella circolare dell’agosto del 2014, rientra la necessità che i dati presenti negli studi di settore vengano sempre maggiormente impiegati quale strumento di selezione per l’ulteriore attività di controllo, piuttosto che quale mero strumento accertativo diretto;
gli studi di settore costituiscono inoltre un’efficace forma di contrasto ai fenomeni di infedeltà dichiarativa nella fase di presentazione della dichiarazione dei redditi, poiché hanno indotto un prevedibile incremento dei comportamenti dichiarativi corretti e, indirettamente, quindi, della base imponibile e del relativo gettito fiscale;
pur restando uno strumento utile in tema di prevenzione e contrasto dell’evasione, negli ultimi anni è stata tuttavia rilevata una perdita di efficacia degli studi di settore; in particolare, si è osservata una minore adeguatezza nella rappresentatività delle trasformazioni strutturali dell’economia italiana, soprattutto per quanto riguarda le piccole e medie imprese;
per migliorare il grado di attendibilità degli studi nella stima delle situazioni reddituali dei contribuenti, minimizzando gli effetti distorsivi in particolare determinati dalla congiuntura economica negativa che ha caratterizzato gli ultimi anni, il Ministero dell’economia e delle finanze è quindi intervenuto apportando correttivi «anticrisi», da ultimo con il decreto ministeriale del 2 maggio 2014;
va altresì ricordato che, al fine di ridurre gli adempimenti fiscali e favorire i contribuenti di minore dimensione, nella legge di stabilità per il 2015 è prevista l’esenzione dagli studi di settore, nonché dalla presentazione della dichiarazione Irap, per gli esercenti attività d’impresa e arti e professioni in forma individuale che aderiscono al nuovo regime forfetario di determinazione del reddito;
inoltre, per perseguire una maggiore efficacia in termini di compliance, dal 2015 è prevista una serie di norme volte al rafforzamento dei flussi informativi tra i contribuenti stessi e l’Agenzia delle entrate e alla modifica delle modalità, dei termini e delle agevolazioni connesse all’istituto del ravvedimento operoso,
a continuare nel percorso di rafforzamento della collaborazione tra fisco e contribuente, di semplificazione delle procedure e riduzione degli adempimenti, al fine di conseguire il massimo adempimento spontaneo, a tal fine dotando l’amministrazione finanziaria di strumenti conoscitivi adeguati a favorire l’emersione dell’effettiva capacità fiscale di ciascun contribuente già nel momento dell’adempimento tributario, come avviene nei sistemi tributari europei più evoluti;
a valutare l’opportunità di procedere ad una revisione degli studi di settore per semplificarli, prevedendo la riduzione del loro numero, e per renderli più efficaci, attraverso una continua verifica ed eventuale modifica delle modalità di calcolo, che persegua la massimizzazione dell’attendibilità delle stime e, al contempo, garantisca la fedeltà dei dati dichiarati dai contribuenti.
(100751) «Scuvera, Benamati, Causi, Martella, Folino, Ginefra, Bargero, Montroni, Bonifazi, Capozzolo, Carbone, Carella, Colaninno, De Maria, Marco Di Maio, Marco Di Stefano, Fragomeli, Fregolent, Ginato, Gitti, Gutgeld, Lodolini, Moretto, Pastorino, Pelillo, Petrini, Ribaudo,Sanga, Zoggia, Senaldi, Arlotti, Amoddio, Antezza».
Recupero arsenali: accolto il mio Odg
Ho presentato un Odg al Decreto Ilva sul recupero di quelle aree non più di interesse militare presenti sul territorio nazionale, come l’arsenale di Pavia. Di seguito il testo.
Ordine del Giorno 9/02894/050
l’articolo 8, comma 3, del disegno di legge n. 2894 prevede che «I Ministeri dei beni e delle attività culturali e del turismo e della difesa, previa intesa con la regione Puglia e il Comune di Taranto, da acquisire nell’ambito del Tavolo istituzionale di cui all’articolo 5, predispongono, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, un progetto di valorizzazione culturale e turistica dell’Arsenale militare marittimo di Taranto, ferme restando la prioritaria destinazione ad arsenale del complesso e le prioritarie esigenze operative e logistiche della Marina Militare. Il progetto è approvato con decreto del Presidente del consiglio dei Ministri»;
il comma 263 della legge Finanziaria 2007 ha avviato un piano di cessione al demanio militare al demanio civile di 804 beni immobili non più necessari per uso militare;
sul territorio nazionale esistono arsenali appartenenti al demanio militare trasferiti, o in via di trasferimento, al demanio civile come, per esempio, l’Arsenale di Pavia, area militare facente parte delle 11 individuate su territorio nazionale come non più di interesse militare e quindi disponibili per una valorizzazione attraverso il demanio, come da articolo 26 del decreto n. 133 del 2014, cosiddetto Sblocca Italia, dal titolo «Misure urgenti per la valorizzazione degli immobili pubblici inutilizzati»;
tali beni sovente hanno un pregio architettonico e si prestano ad una valorizzazione turistica e culturale nonché civica;
ci sono esempi virtuosi di progettazione partecipata che rappresentano buone prassi per il recupero di tali beni;
la valorizzazione e il rilancio delle aree possono essere realizzati anche con partnership pubblico/private, potenziando una riconversione innovativa ed una accessibilità diffusa,
a valutare l’opportunità di approntare un Piano nazionale per la valorizzazione culturale, turistica e civica degli arsenali militari (anche di quelli appartenenti al demanio militare), tenendo conto anche delle buone prassi di programmazione partecipata dai cittadini e dal mondo dell’istruzione, della ricerca e della cultura presenti nei Paese.
9/2894/50. Scuvera.
Comuni, la mia interrogazione sull’associazione di funzioni
Con la legge Delrio sulle Città metropolitane, le Province e le unioni e fusioni di Comuni, i piccoli comuni, benché eterogenei e spesso molto diversi tra loro, hanno l’obbligo di associarsi per l’espletamento di alcune funzioni essenziali. Pubblico di seguito la mia interrogazione sul tema, in cui chiedo al Ministro dell’interno e al Ministro per gli affari regionali e le autonomie quale sia lo stato di attuazione della normativa relativa all’esercizio associato obbligatorio e quali le criticità e le iniziative che intendano adottare per farvi fronte.
Interrogazione a risposta in commissione 5-04536
Mercoledì 21 gennaio 2015, seduta n. 367
SCUVERA. — Al Ministro dell’interno, al Ministro per gli affari regionali e le autonomie. — Per sapere – premesso che:
i comuni con più di 100.000 abitanti sono, allo stato attuale, in Italia, solamente 46, mentre ne esisterebbero ben circa 5.700 sotto i 5.000 abitanti;
in questo quadro i comuni che lavorano in maniera associata rappresentano ancora oggi, purtroppo, una realtà incompiuta, costituendone solo il 10-11 per cento del totale;
la legge 56 del 2014, cosiddetta legge Del Rio, ha largamente semplificato le normative in materia e ha agevolato, in particolare, i processi di unione e fusione dei comuni, al fine di consentire ai medesimi di esercitare, anche al di là delle loro dimensioni e dei vincoli che queste comportano, le loro funzioni in un modo più efficiente e più corrispondente alle esigenze dei cittadini, con l’obiettivo di assicurare un miglioramento della qualità, della democrazia a invarianza di spesa;
l’articolo 14, del decreto-legge 31 maggio 2010, numero 78, convertito con modificazioni n. 122 del 30 luglio 2010, e successive modifiche, al comma 27 individua le funzioni fondamentali dei comuni e al comma 28 stabilisce che i comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti, ovvero fino a 3.000 abitanti se appartengono a comunità montane, esercitano obbligatoriamente in forma associata, mediante Unione di comuni o Convenzione, le funzioni fondamentali di cui al comma 27, fatta eccezione per la tenuta dei registri di stato civile e di popolazione e i compiti in materia di servizi anagrafici nonché in materia di servizi elettorali, nell’esercizio delle funzioni di competenza statale;
la legge 56 del 2014 ha mantenuto due sole tipologie di unione di comuni, quella per l’esercizio associato facoltativo di specifiche funzioni e quello per l’esercizio obbligatorio delle funzioni fondamentali; le funzioni fondamentali, obbligatoriamente svolte in forma associata, non possono infatti essere svolte singolarmente dai comuni, mentre il termine ultimo legislativamente previsto, per consentire ai comuni interessati l’attuazione delle disposizioni sulle funzioni fondamentali, è scaduto il 31 dicembre 2014;
tuttavia, la complessità di una normativa che ha richiesto più di quattro anni di gestazione nonché l’estrema eterogeneità e peculiarità degli oltre cinquemila piccoli comuni presenti sul territorio italiano, hanno messo in evidenza l’insorgere di numerose criticità nell’attuazione di questo significativo processo, soprattutto sotto il profilo del non sufficiente supporto tecnico che avrebbe dovuto necessariamente accompagnare la riorganizzazione delle istituzioni comunali –:
quale sia lo stato di attuazione della normativa inerente all’esercizio associato obbligatorio delle funzioni fondamentali dei comuni, se e quali le criticità fin qui registrate e quali iniziative intendano adottare per farvi fronte. (5-04536)
Tribunale di Pavia, un’interrogazione per chiedere più personale
Ho presentato una nuova interrogazione al Ministro della giustizia Andrea Orlando e al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Maria Anna Madia, per chiedere di valutare interventi per evitare che i trasferimenti dai tribunali accorpati svuotino ulteriormente le risorse di personale degli stessi
Interrogazione a risposta scritta 4-07583
Martedì 20 gennaio 2015, seduta n. 366
SCUVERA, GITTI e MAZZIOTTI DI CELSO. — Al Ministro della giustizia, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:
in attuazione della legge delega n. 148 del 2011, con il decreto legislativo n. 155 del 2012, è stata avviata nel nostro Paese la revisione della geografia giudiziaria, rivedendone le circoscrizioni, processo che è stato ultimato nel 2013 e 2014; a seguito di tale revisione il tribunale di Pavia si configura come sede unica accorpante dei soppressi tribunali di Vigevano, Voghera ed ex sezione di Abbiategrasso;
per rendere l’accorpamento operativo e funzionale alle esigenze di efficienza, di celerità dei procedimenti e di specializzazione dei magistrati, è necessario dotare il tribunale di Pavia di risorse adeguate in termini di personale;
a seguito dell’accorpamento, il più significativo sul territorio nazionale, i carichi di lavoro sono aumentati ma il personale risulta essere sotto organico del 40 per cento; tale situazione rischia di aggravarsi ulteriormente in conseguenza del fatto che alcuni dipendenti dei tribunali accorpati hanno chiesto e ottenuto il trasferimento presso tribunale diverso da quello di Pavia e altri saranno pensionati a breve;
questa situazione, che ha già portato a gravi disfunzioni e sta di fatto bloccando l’avvio del processo civile telematico, rischia di paralizzare completamente l’attività del tribunale. Per questo si rendono necessari interventi urgenti;
la possibilità di ricorrere alle procedure di mobilità previste dalla legislazione vigente per integrare gli organici è resa difficile dalle complessità e incertezze procedurali derivanti in particolare dalle disposizioni che prevedono la prioritaria destinazione dei dipendenti in mobilità delle province agli enti locali e poi allo Stato –:
se il Ministro della giustizia intenda valutare interventi per evitare che i trasferimenti dai tribunali accorpati svuotino ulteriormente le risorse di personale degli stessi, se non siano in corso o non si intendano attivare procedure di mobilità da altri enti e se, a tal fine, il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione non intenda adottare provvedimenti attuativi che chiariscano e risolvano le problematiche descritte in premessa in ordine alla priorità di destinazione dei dipendenti in mobilità. (4-07583)
Minori: affidi ai Comuni e sostenibiltà finanziaria
Di seguito l’interrogazione che ho presentato in Commissione in cui chiedo soluzioni per consentire la sostenibilità dei costi che i Comuni devono sostenere per garantire un’adeguata assistenza ai minori
Interrogazione a risposta in commissione 5-04423
Martedì 13 gennaio 2015, seduta n. 361
SCUVERA e FRAGOMELI. — Al Ministro dell’interno, al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
ai sensi dell’articolo 18 della legge 8 novembre 2000, n. 328, sono a carico dei Comuni, indipendentemente dalle loro dimensioni, i costi di assistenza ai minori a seguito del relativo provvedimento di affidamento del tribunale;
la finanza locale è fortemente limitata dal patto di stabilità, dalla cui applicazione non sono escluse tali spese;
il tema è particolarmente importante per i piccoli comuni (per esempio il comune di Santa Cristina e Bissone a fronte di una popolazione di circa 2.100 abitanti, ha in affido 6 minori per una spesa annua per assistenza di 100 mila euro);
se i Ministri interrogati non intendano valutare, per quanto di competenza, delle soluzioni per consentire un’adeguata assistenza ai minori affidati e la sostenibilità finanziaria della medesima. (5-04423)
Mense scolastiche: continua l’esclusione
Ho presentato una nuova interrogazione sul persistere della discriminazione di bambini durante la refezione scolastica. Un fenomeno che, in alcuni casi, è addirittura aumentato rispetto all’anno scolastico 2012-13. Ecco il testo:
Interrogazione a risposta in commissione 5-04334
Giovedì 18 dicembre 2014, seduta n. 352
SCUVERA e ZAMPA. — Al Ministro per gli affari regionali e le autonomie, al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
secondo gli ultimi dati di Save the Children (dicembre 2014), il 23 per cento dei minori, che corrisponde a 2 milioni e 400 mila tra bambini e adolescenti, vive in condizioni di povertà relativa, in famiglie con un reddito molto basso e quindi costrette a rinunciare a spese anche per necessità essenziali come il cibo;
il 19 novembre 2013 la Camera dei deputati ha approvato la mozione n. 1-00108 che impegna il Governo, tra le altre cose, a «definire una strategia nazionale che preveda una pluralità di misure per contrastare le diverse manifestazioni della povertà» infantile, a «contrastare la povertà minorile e giovanile, nonché a combattere la dispersione scolastica», ad «evitare che finanziamenti e obiettivi concordati con le regioni e gli, enti locali vengano disattesi, al fine di garantire i diritti di cittadinanza, come, ad esempio, il diritto all’istruzione, alla fruizione delle mense, al trasporto scolastico e altri»;
in data 22 ottobre 2013 in Commissione affari sociali il Governo ha risposto all’interrogazione n. 5-00854 relativa ai casi di esclusione di minori dalle mense scolastiche annunciando «forme di monitoraggio per verificare sistematicamente se siano garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale i diritti civili e sociali ai sensi dell’articolo 117, comma 2, lettera m), della Costituzione con particolare riferimento ai minori in particolare su come gli enti locali garantiscano un servizio di refezione coerente con i principi sopra elencati»;
in occasione della Giornata internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza, la Camera ha approvato la mozione n. 1-00671 sul tema della povertà infantile con cui, tra le altre cose, si impegna il Governo a «prevedere misure in grado di garantire ai bambini e agli adolescenti il diritto di accesso a tutti i servizi, in particolare a titolo gratuito alle famiglie e ai bambini in condizioni di povertà certificata, in primo luogo quelli collegati all’istruzione (nidi, scuola primaria a tempo pieno/prolungato), al servizio mensa scolastica e ad attività pedagogiche, sportive e ricreative»;
in tema di povertà infantile legata alla negazione dei diritti civili e sociali dei minori, uno dei casi più eclatanti riguarda il comune di Vigevano in cui i bambini esclusi dalla mensa scolastica oggi sarebbero 164 (contro i 150 dell’anno scolastico precedente) tra i frequentanti nido, scuola primaria e secondaria di primo grado;
l’esclusione dalla refezione scolastica è dovuta alla morosità delle famiglie, riferita sia a debiti pregressi relativi ad altri figli maggiori che abbiano frequentato la scuola in passato (sia a debiti ascrivibili all’anno in corso;
i bambini esclusi devono accontentarsi di consumare un pasto freddo, di solito un panino, in locali diversi e separati da quelli adibiti a mensa, venendo così a trovarsi non solo sottoposti ad un regime alimentare non equilibrato e corretto secondo le «Linee di indirizzo nazionale per la ristorazione scolastica» stabilite dal Ministero della salute, ma altresì soggetti a discriminazione, in violazione dell’articolo 3 della Costituzione italiana, nonché dell’articolo 3 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989 e ratificata dall’Italia nel 1991, secondo cui «in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l’interesse del bambino/adolescente deve avere la priorità»;
come illustrato nella risposta all’interrogazione n. 5/00854 del 2013, «l’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia — Ufficio XIX — Pavia, con circolare in data 15 ottobre 2012, in relazione a segnalazioni pervenute sul servizio di refezione scolastica nelle scuole della provincia di Pavia, ha posto in rilievo che il momento delle refezione, come ogni altro periodo della frequenza scolastica, è occasione di formazione, e di convivenza e come tale deve rispondere alle finalità generali dell’istruzione»;
nella suddetta circolare si ricorda che il Documento d’indirizzo per la sperimentazione dell’insegnamento di «Cittadinanza e Costituzione» del 4 marzo 2009, ha richiamato la necessità di sviluppare «significati e azioni della pari dignità sociale, della libertà e dell’uguaglianza di tutti i cittadini» e di «riconoscere situazioni nelle quali non si sia Stati trattati o non si siano trattati gli altri da persone umane; riconoscere valori che rendono possibile la convivenza umana e testimoniarli nei comportamenti familiari e sociali» e infine di «conoscere e rispettare la funzione delle regole e delle norme; nonché il valore giuridico dei divieti; partecipare consapevolmente al processo di accoglienza e di integrazione tra studenti diversi all’interno della scuola»;
la circolare recita inoltre che «nessun momento della vita scolastica può diventare occasione di discriminazione tra alunni anche per motivi riconducibili alle inadempienze delle loro famiglie, raccomandando quanto segue: gli alunni non dovrebbero essere separati nel momento della refezione; nei limiti del possibile tutti dovrebbero poter usufruire del medesimo servizio, sviluppando anche adeguate forme di solidarietà» –:
se il Ministro sia a conoscenza del fatto che sul territorio nazionale l’esclusione di minori dalla mensa scolastica nell’anno in corso persista, se non addirittura che in alcuni territori sia aumentata nei numero rispetto all’anno scolastico 2012-13, e se sia stato già avviato, e in quali forme, il monitoraggio dei servizi scolastici, affinché gli stessi siano garantiti a tutti i minori in egual modo e su tutto il territorio nazionale, di cui alla risposta all’interrogazione n. 5/00854 del 22 ottobre 2013. (5-04334)
Congedo parentale per genitori migranti. Il mio Odg
ODG IN ASSEMBLEA SU P.D.L. 9/02660-A/107
Primo firmatario: SCUVERA CHIARA
ACCOLTO IL 25/11/2014
PARERE GOVERNO IL 25/11/2014
RINUNCIA ALLA VOTAZIONE IL 25/11/2014
CONCLUSO IL 25/11/2014
Ordine del Giorno 9/02660-A/107
la migrazione dei bambini e degli adolescenti reca in sé una particolare vulnerabilità. Drammatica, in particolare, è la condizione dei bambini e degli adolescenti soli, come i minori stranieri non accompagnati e i cosiddetti «orfani bianchi» (children left behind);
questi ultimi sono i minorenni rimasti nel Paese di origine mentre uno o entrambi i genitori sono migrati per necessità di reddito, alla ricerca di un lavoro, per una vita migliore anche per i propri figli;
questi orfani della migrazione sono affidati alle cure di terzi (nonni, parenti, vicini). Il problema è grave anche nell’Unione europea. In Romania, secondo le stime dell’UNICEF – Alternative sociale association, questi bambini o adolescenti soli sarebbero circa 350,000 – ossia il 7 per cento della popolazione tra 0 e 18 anni di età – di cui 157.000 con il solo padre all’estero, 67.000 con la sola madre e circa 126.000 con entrambi i genitori all’estero;
in Italia l’articolo 29 del testo unico di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998 prevede il diritto al ricongiungimento familiare, ottenuto il quale il minore arriva nel Paese senza che esistano norme che consentano ai suoi genitori di accompagnarlo nel processo di integrazione;
manca, per esempio, la previsione di un congedo dal lavoro per motivi di ricongiungimento familiare simile a quello contemplato in caso di adozione o di affidamento dal testo unico di cui al decreto legislativo n. 151 del 2001 e dalla circolare n. 16/2008 dell’Istituto nazionale della previdenza sociale;
varie associazioni di donne immigrate suggeriscono il congedo come fondamentale rimedio per ricostruire il rapporto genitore-figlio dopo una lunga separazione, per consentire al bambino di integrarsi, adattarsi alle nuove condizioni di vita e superare i sentimenti di perdita e di sradicamento che conseguono al viaggio. I minori immigrati infatti, cambiano Paese, cultura familiare, scuola e lingua. Sono viaggiatori non per scelta, rappresentano una génération involontaire, come l’ha definita Tahar Ben Jelloun, che negli ultimi anni in Europa è cresciuta notevolmente; secondo i dati del Ministero dell’interno, nel 2012 sono state presentate 63.779 domande di ricongiungimento familiare per un totale di 90.826 familiari da ricongiungere (una media di 1,42 familiari per domanda). Di queste solo 400 (lo 0,6 per cento) riguardavano familiari al seguito di uno straniero entrante in Italia, mentre la quasi totalità, il 99,4 per cento, riguardava il ricongiungimento di familiari residenti all’estero;
il 47 per cento dei familiari di cui si richiede il ricongiungimento è costituito da figli dei richiedenti e, tra questi, i minori di 18 anni rappresentano il 38 per cento del totale;
l’articolo 28, comma 1, del testo unico di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998 riconosce agli stranieri titolari di permesso o carta di soggiorno il diritto a mantenere o a riacquistare l’unità familiare. Riconosce, altresì, al comma 3, come prioritario il superiore interesse del fanciullo in tutti i procedimenti amministrativi e giurisdizionali finalizzati a dare attuazione al diritto all’unità familiare e riguardanti i minori;
per rendere effettivo il diritto al ricongiungimento disciplinato dall’articolo 29 del medesimo testo unico è necessario introdurre nell’ordinamento il diritto al congedo parentale, affinché i genitori possano accompagnare il figlio nel percorso di inserimento e prevenire i costi sociali che possono derivare da emarginazione o mancata messa a frutto delle proprie capacità il Jobs act prevede l’aggiornamento delle misure di conciliazione tra vita e lavoro,
a valutare l’opportunità di prevedere una forma di congedo parentale per i genitori migranti che ottengono il ricongiungimento familiare con i propri figli minori, modificando, in tal senso, l’articolo 28 del decreto legislativo n. 286 del 1998, per rendere più efficaci le politiche di integrazione anche nella scuola e sul lavoro.
9/2660-A/107. Scuvera, Amoddio.
Il Governo risponde alla mia interrogazione su Fibronit
INTERROGAZIONE A RISPOSTA IMMEDIATA IN COMMISSIONE 5/03901
Seduta di annuncio: 320 del 29/10/2014
Primo firmatario: BORGHI ENRICO
Data firma: 29/10/2014
SCUVERA CHIARA PARTITO DEMOCRATICO 29/10/2014
REALACCI ERMETE PARTITO DEMOCRATICO 29/10/2014
FERRARI ALAN PARTITO DEMOCRATICO 29/10/2014
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE delegato in data 29/10/2014
CONCLUSO il 30/10/2014
ILLUSTRAZIONE 30/10/2014
SCUVERA CHIARA PARTITO DEMOCRATICO
RISPOSTA GOVERNO 30/10/2014
VELO SILVIA SOTTOSEGRETARIO DI STATO AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE
REPLICA 30/10/2014
DISCUSSIONE IL 30/10/2014
SVOLTO IL 30/10/2014
Interrogazione a risposta immediata in commissione 5-03901
BORGHI, SCUVERA, REALACCI e FERRARI. — Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
il sito di interesse nazionale (SIN) presente nel comune di Broni, in provincia di Pavia, è stato riconosciuto nel 2002 per la presenza dell’area dismessa «ex Fibronit»;
in tale area sorgeva la Cementifera Italiana Fibronit spa (in seguito Fibronit spa, poi finanziaria Fibronit spa), già produttrice di cemento fin dal 1919 e che, nel 1932, avviava la lavorazione dell’amianto, mantenendola fino al giugno del 1993, anno nel quale ne fu inibita la produzione ai sensi della legge n. 257 del 1992 che dettava le «Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto», con specifica deroga che consentiva la produzione di tubi e lastre fino al 1994. Si osserva che la produzione a base di cemento-amianto della Fibronit riguardava principalmente tubi, lastre di copertura e pezzi speciali (camini, curve colmi e altro);
la finanziaria Fibronit spa aveva costituito un ramo d’azienda per la produzione di tubi in fibrocemento c.p.c. sistema Ecored (senza amianto) che si insediò nella precedente azienda, quindi in locali ed ambienti inquinati da amianto; il ramo d’azienda verme poi ceduto nel 1998 dalla stessa finanziaria Fibronit spa, allora in liquidazione, insieme ai prodotti finiti, alle merci e alle rimanenze di magazzino, ai macchinari e a parte degli immobili e dell’area (per un totale di circa 3,5 ettari) alla Ecored spa, appositamente costituita (pertanto l’area ex Fibronit comprende anche l’area ex Ecored);
il suddetto sito di interesse nazionale è l’unico, dislocato in Lombardia, inquinato da amianto. L’area ha un’estensione di circa 13,5 ettari, di cui il 35 per cento è coperto da capannoni e da uffici, mentre la parte residua, adibita a piazzale, è pavimentata quasi totalmente (cls/asfalto). Originariamente circondata dalla zona agricola, dista soltanto circa 600 metri dal centro storico di Broni, che rappresenta ancora oggi il nucleo con più elevata densità abitativa. Negli anni, l’insediamento è stato raggiunto dall’espansione residenziale ed artigianale e dal censimento effettuato dal comune medesimo risulta che le coperture in amianto hanno una superficie complessiva di circa 150.000 metri quadrati di cui circa 1.000 metri quadrati sono coperture di edifici pubblici, tra cui anche scuole;
l’esposizione ad amianto comporta l’insorgere nelle persone esposte delle cosiddette patologie asbesto-correlate che si manifestano sotto forma di mesotelioma (tumore al polmone, alla laringe, all’ovaio e altro), come anche accertato dalla sentenza del 13 febbraio 2012 con cui il tribunale di Torino condannava i vertici della multinazionale elvetica Eternit. Broni è l’area con il più alto numero di decessi per mesotelioma rispetto al numero di abitanti in Italia, patologia che colpisce anche i soggetti non esposti per motivi professionali;
le operazioni di bonifica programmate finora hanno determinato il completamento della sola messa in sicurezza di emergenza del sito (MISE), senza procedere alla effettiva bonifica dell’ambiente inquinato; scrive Lorenzo Bordoni nel suo Reportage «Broni, l’amianto killer» del 2011: «L’azienda si chiamava Fibronit, sorge a pochi passi dal centro di Broni e ha cambiato insegna vent’anni fa. Ma continua a fare strage: prima degli operai che si riempivano i polmoni di polvere d’amianto, poi delle loro mogli che lavavano i panni da lavoro, oggi dei loro figli. Quaranta morti all’anno, perché in quello stabilimento ci sono ancora trecentomila metri quadri da bonificare»;
eppure la messa al bando dell’amianto di cui alla citata legge n. 257 del 1992 imponeva l’immediata bonifica del sito; tuttavia, a causa delle gravi carenze tecniche riscontrate, il progetto di bonifica ambientale, proposto più volte dalla finanziaria Fibronit all’amministrazione comunale, è stato sempre respinto dagli organi di controllo. Pertanto dal 1994 al 2000 non è stata operata alcuna operazione di bonifica;
nel gennaio 2002 il comune di Broni ha attivato i poteri sostitutivi nei confronti dei soggetti obbligati inadempienti, ai sensi del decreto legislativo n. 22 del 1997, e nel maggio 2002, ha affidato l’incarico per l’esecuzione del progetto preliminare di messa in sicurezza e smaltimento dei rifiuti contenenti amianto;
ad oggi, sono stati complessivamente concessi e/o assentiti per le operazioni di bonifica 7.054.872 euro, di cui 1.382.145 euro dalla regione Lombardia e 5.572,727 euro dal Ministero competente; con tali finanziamenti sono stati realizzati interventi, relativi alla messa in sicurezza del sito, alla bonifica e allo smaltimento e, in particolare, dal 2002 al 2006 è stato effettuato il piano di caratterizzazione dell’area ex Fibronit e sono stati realizzati i relativi interventi di messa in sicurezza, consistenti nello smaltimento dei rifiuti e dei materiali contenenti amianto giacenti sui piazzali nonché di altri materiali pericolosi; complessivamente sono state smaltite 1.418 tonnellate di manufatti contaminati da amianto e 100 tonnellate di fanghi;
nel 2009 la ditta Sadi Servizi Industriali SpA ha eseguito i lavori per la messa in sicurezza di emergenza, con il conseguente smaltimento di 27,4 tonnellate di materiali contaminati da amianto e 18,7 tonnellate di ferro e acciaio;
sempre nel 2009 il comune di Broni ha acquisito a costo zero l’area ex Fibronit e l’area ex Ecored, che sono ancora oggi di proprietà dell’amministrazione che non ha ancora definito la destinazione dell’area;
nel 2010 è stato presentato ed approvato il progetto della messa in sicurezza dell’intero sito ed è stato emanato il bando d’appalto per l’assegnazione dei lavori, consegnati alle imprese vincitrici nel luglio 2011 da Bronistradella spa, società partecipata dal comune di Broni, che gestisce l’attività di bonifica; sono, dunque, partiti i lavori relativi alla messa in sicurezza d’emergenza dell’intero sito e alla bonifica del primo lotto dell’area ex Fibronit ex Ecored;
quindi, ad oggi, sono state poste in essere diverse attività, sia per la messa in sicurezza, attraverso misure per il contenimento del rischio di diffusione delle fibre d’amianto nell’ambiente, sia per l’avvio del primo stralcio di bonifica dei capannoni industriali; detti lavori hanno generato 2400 tonnellate di rifiuti pericolosi, 800 tonnellate di rifiuti non pericolosi, 800 tonnellate di altri rifiuti e 1500 tonnellate di materiali ferrosi;
una stima aggiornata dei costi per il completamento delle operazioni di bonifica (escluso lo smaltimento) comprensivi del monitoraggio ambientale periodico e delle valutazioni epidemiologiche ammonterebbe ad euro 21.174.872; pertanto le risorse da reperire ammontano a oltre 14 milioni di euro;
la gravità della situazione rende necessario «sbloccare» tali finanziamenti e procedere alla valutazione istruttoria della variante giacente al Ministero nel più breve tempo possibile: la messa in sicurezza di emergenza, infatti, è un intervento «tampone», ma il lavoro di bonifica deve proseguire; peraltro si stima che la preventiva messa in sicurezza dell’intero sito, senza procedere direttamente alla bonifica, abbia prodotto un aumento di costi almeno del 30-40 per cento rispetto all’intervento immediato di bonifica;
il 25 marzo 2013 il sindaco di Broni con i gruppi consiliari di tutte le forze politiche e le associazioni ambientaliste ha chiesto con forza al presidente della regione Lombardia e all’assessore regionale all’ambiente, nelle more del finanziamento statale, di stanziare le necessarie risorse per finanziare la bonifica Fibronit; in particolare l’amministrazione locale scrive che «è ormai riconosciuta la grave situazione sanitaria locale caratterizzata da un costante aumento delle vittime di malattie asbesto correlate, che hanno colpito non soltanto gli ex lavoratori (circa 3.800 tra uomini e donne) e i loro familiari, direttamente o indirettamente a contatto con la fonte di inquinamento, ma colpiscono in questi ultimi tempi cittadini che hanno soltanto la colpa di aver respirato all’epoca della produzione l’aria di Broni»;
infatti, la dispersione di fibre legata alla produzione di manufatti, particolarmente forte negli anni settanta, ha provocato un gravissimo inquinamento ambientale e la conseguente mortalità si sta verificando dopo 35-40 anni, come spiegato dalla letteratura medica. Nel quaderno del Ministero della salute n. 15 del maggio-giugno 2012, il tasso grezzo di incidenza per 100.000 abitanti di mesotelioma pleurico osservato a Broni è di 82,02, addirittura superiore a quello di Casale Monferrato;
nonostante le continue istanze delle amministrazioni locali che si sono succedute, delle associazioni ambientaliste e dei cittadini, la bonifica non è proseguita per la mancanza di fondi, mentre si sceglie un percorso di sviluppo del territorio basato su opere faraoniche – come l’autostrada Broni-Mortara – che continua a deprimere le potenzialità turistiche e le bellezze paesaggistiche dell’Oltrepò pavese, aggravandone l’inquinamento e danneggiando il tessuto socio-economico e, in particolare, l’impresa agricola –:
quale sia lo stadio dell’istruttoria di approvazione della variante di progetto che consentirebbe lo sblocco di euro 800.000 coi quali il comune di Broni potrebbe dare l’avvio effettivo della bonifica; quali siano i motivi del ritardo dei finanziamenti per ultimare la bonifica e se il Governo non intenda individuare urgentemente, e rendere immediatamente disponibili, adeguate risorse economiche che consentano di ultimare la bonifica del sito di interesse nazionale ex Fibronit insistente a Broni. (5-03901)
Risposta scritta pubblicata Giovedì 30 ottobre 2014
5-03901
Il Sito di Broni occupa una superficie totale di circa 14 ha. L’inquinamento è causato da fibre di amianto e comprende le seguenti aree: ex Fibronit, ex Ecored e Fibroservice S.r.L.
In area ex Fibronit ed ex Ecored sono stati effettuati interventi di messa in sicurezza di emergenza di prima fase, consistenti nella rimozione di parte delle strutture contenenti amianto. Con l’eliminazione delle fonti attive di contaminazione, è stata avviata la bonifica del sito. L’intervento ha interessato la rimozione di circa 800 ton di rifiuti contenenti amianto. Inoltre, le azioni di messa in sicurezza hanno consentito l’isolamento, in attesa della rimozione definitiva, di circa 85.000 mq di superfici di materiali contenenti amianto, quali, in particolare, pannellature e coperture.
Peraltro, i risultati del monitoraggio di fibre d’amianto aerodisperse in aria nella città di Broni effettuati da ARPA Lombardia e relativi al 2013, non hanno rilevato particolari anomalie. Ciò dimostra l’efficacia degli interventi avviati.
La Conferenza di Servizi decisoria del 28 maggio 2014 ha approvato, con prescrizioni, il documento «Interventi di bonifica da amianto 2o lotto – revisione 1o marzo 2013 – Comune di Broni (PV)».
Per quanto attiene agli aspetti più propriamente economici, preliminarmente si segnala che il Ministero dell’ambiente ha già stanziato e trasferito alla Regione Lombardia e al Comune di Broni per la bonifica del Sito in parola, complessivi euro 5.272.727,00, in particolare:
euro 5.272.727,00 alla Regione Lombardia;
euro 500.000,00 al Comune di Broni.
Tali risorse sono state dettagliatamente disciplinate nell’Accordo di Programma «per la bonifica ed il ripristino ambientale del sito di bonifica di interesse nazionale di Broni» del 22 novembre 2007, e successivo Atto integrativo del 29 luglio 2008.
Inoltre, tenuto conto che gli interventi da realizzare nel sito di Broni risultano in avanzato stato di attuazione, la Regione Lombardia ha presentato una proposta di riprogrammazione delle risorse ministeriali già stanziate per tutti i siti lombardi e non ancora utilizzate.
Tale proposta, insieme ai pareri di ARPA Lombardia e ASL necessari per verificare la coerenza con il Programma nazionale di bonifica, prevede anche l’assegnazione di ulteriori 11 milioni di euro per la prosecuzione degli interventi di bonifica nel sito di Broni.
Con nota dello scorso 13 ottobre, la competente Direzione Generale del Ministero dell’ambiente ha già comunicato il proprio nulla osta al riguardo.
La riferita riprogrammazione delle risorse verrà formalizzata in occasione di un prossima riunione che verrà a breve convocata presso il Ministero dello sviluppo economico.
Raddoppio Milano-Mortara. Un’interrogazione
Per ripristinare i finanziamenti per il raddoppio del tratto ferroviario Milano-Mortara, un’opera strategica non solo per il nostro territorio, ma per la Lombardia intera, ho presentato il seguente atto di sindacato ispettivo al Ministro dei trasporti, Maurizio Lupi
Interrogazione a risposta in commissione 5-03856
Giovedì 23 ottobre 2014, seduta n. 316
SCUVERA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
tra le opere pubbliche prioritarie sul territorio lombardo è da annoverare il raddoppio del tratto di linea ferroviaria che da Milano va a Parona/Mortara;
esiste un progetto di potenziamento della linea ferroviaria tra Milano e Mortara che prevedeva il raddoppio della linea di Milano S. Cristoforo e Mortara;
tale progetto consta di 6 sottoprogetti dei quali è stato realizzato il sottoprogetto 1 (raddoppio tratta Milano S. Cristoforo Albairate/Vermezzo (ex Cascina Bruciata);
la frequenza media sulla direttrice è di quasi 17.500 passeggeri al giorno;
tale progetto è stato approvato in linea tecnica preliminare da parte del Cipe il 29 marzo 2006, ma l’avvio del progetto definitivo è tuttora sospeso in quanto in attesa di essere finanziato dal Cipe;
le condizioni di viaggio che tutti i giorni i pendolari devono affrontare sono pessime –:
quali iniziative il Ministro intenda promuovere per ripristinare i finanziamenti del progetto di cui in premessa e consentire così il raddoppio della tratta da Albairate a Parona. (5-03856)
Stanziati 1.750.000 euro per il Tribunale di Pavia
Il Ministero ha risposto alla mia interrogazione – riportata di seguito unitamente alla risposta del Governo – confermando lo stanziamento di 1.750.000 euro per il completamento del terzo lotto dei alvori che interessano il tribunale di pavia, così da consentire il processo di accorpamento dei tribunali soppressi di vigevano, Voghera e della sezione di Abbiategrasso
Interrogazione a risposta in commissione 5-03391
SCUVERA, MAZZIOTTI DI CELSO e GITTI. — Al Ministro della giustizia, al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
in attuazione della legge delega n. 148 del 2011, con il decreto legislativo n. 155 del 2012 è stata avviata nel nostro Paese la revisione della geografia giudiziaria, rivedendone le circoscrizioni, processo che è stato ultimato nel 2013 e 2014;
a seguito di tale revisione il tribunale di Pavia si configura come sede unica accorpante dei soppressi tribunali di Vigevano, Voghera ed ex sezione di Abbiategrasso;
l’accorpamento si sta ora consolidando a seguito dell’ordinanza depositata il 2 luglio 2014 con cui il Consiglio di Stato ha sospeso l’esecutività della sentenza della sez. III del T.A.R. Lombardia di annullamento del provvedimento del 27 novembre 2013 del presidente del tribunale di Pavia che, in attuazione della citata normativa, aveva disposto la cessazione di ogni attività giurisdizionale presso il soppresso tribunale di Vigevano considerato che, con decreto ministeriale 13 settembre 2013, era stata autorizzata la prosecuzione della trattazione di taluni affari civili, limitatamente alle cause già pendenti alla data 13 settembre 2013, presso la sede unica del tribunale di Pavia;
per rendere l’accorpamento operativo e funzionale alle esigenze di efficienza, di celerità dei procedimenti e di specializzazione dei magistrati, è necessario dotare il tribunale di Pavia di risorse adeguate, in termini di spazi e di personale;
con riferimento agli spazi, quelli disponibili ed attualmente utilizzati dal tribunale di Pavia sono i seguenti:
locali di pertinenza del tribunale, siti in piazza del Tribunale, n. I, già in uso (parte «vecchia»);
locali consegnati nel mese di novembre 2013 a seguito del completamento dei lavori di ristrutturazione ed ampliamento del palazzo di giustizia di Pavia, di cui al cap. 7001 del Ministero della giustizia, facenti parte di un progetto del provveditorato regionale alle opere pubbliche della Lombardia, suddiviso in tre lotti funzionali di importo complessivo pari ad iniziali lire 20.368.000.000 (finali euro 10.845.594,88) (I lotto);
locali condotti in locazione da terzi, siti in Via Carlo Porta, n. 8, presso cui sono al momento collocate le cancellerie della volontaria giurisdizione e l’ufficio recupero crediti, oltre agli uffici dell’U.N.E.P. e del giudice di pace;
deve, invece, ancora essere conseguita la disponibilità dei seguenti spazi, indispensabili per il corretto completamento dell’accorpamento del tribunale nella sede unica:
il lotto attualmente in corso di ristrutturazione con il recupero di un ulteriore piano (terzo) nella parte già ristrutturata, e di una palazzina (ex detenuti semiliberi nel vecchio carcere circondariale), pure ricompresa nell’area del tribunale (attualmente sub iudice, essendo pendente ricorso al T.A.R. Lombardia) (cosiddetto lotto II);
il lotto (comprensivo delle rimesse sotterranee e della parte nuova o «scheletro», già eretto e destinato ad accogliere aule d’udienza ed uffici), a suo tempo incluso nel Io lotto di lavori (lotto III);
– il lotto III è stato inizialmente interamente finanziato (con un impegno di spesa pari a complessive lire 9.130.000.000, equivalenti ad euro 4.715.251,49), ma i lavori sono stati di fatto sospesi nel periodo tra il 2011 ed il 2012 a causa del fallimento dell’impresa aggiudicataria; per il completamento del lotto occorrerebbe, secondo le migliori stime effettuate, una somma pari a circa euro 1.500.000 (inclusi gli arredi, dotazioni, cablatura, e altro);
è assolutamente indispensabile, per il completamento di questo cosiddetto lotto III, che vengano messi nuovamente a disposizione i finanziamenti all’epoca impegnati e mai utilizzati, per un importo pari ad almeno euro 1.500.000,00 – posizione finanziamento alla Cassa depositi e prestiti 445004000 –:
quali iniziative i Ministri interrogati intendano assumere per rendere disponibile la somma di euro 1.500.000,00 necessaria per il completamento del III lotto e consentire al tribunale di Pavia di completare il processo di accorpamento.
(5-03391)
Risposta scritta pubblicata Giovedì 9 ottobre 2014
5-03391
Con riferimento alla interrogazione in oggetto, volta a conoscere quali iniziative i Ministri della giustizia e dell’economia e finanze intendano assumere per rendere disponibile la somma di euro 1.500.000,00 necessaria per il completamento del terzo lotto dei lavori che interessano il Tribunale di Pavia così da consentire il processo di accorpamento dei Tribunali soppressi di Vigevano, Voghera e della sezione di Abbiategrasso, per quanto di stretta competenza, si rappresenta quanto segue.
Dalle informazioni assunte presso la competente articolazione ministeriale consta come la maggior parte degli uffici giudiziari di Pavia siano ubicati presso il Palazzo di Giustizia, edificio del ’700 di proprietà demaniale, sito in Piazza Tribunale n. 1. L’Ufficio del Giudice di Pace, gli Uffici Volontaria Giurisdizione, Giudice Tutelare, e Recupero Crediti e Spese di Giustizia sono allocati, invece, in un immobile di proprietà privata sito in Via Luigi Porta n. 14.
Per quanto riguarda il Palazzo di Giustizia, l’edificio – di vetusta realizzazione – è stato interessato nel tempo da consistenti interventi di ristrutturazione, ampliamento ed adeguamento secondo il progetto definitivo, approvato con delibera di Giunta Comunale n. 197 del 6 agosto 2003, ed a cura del Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche di Milano.
I predetti interventi sono stati finanziati attraverso un mutuo contratto con la Cassa Depositi e Prestiti che – in data 28 gennaio 2004 – ha concesso al comune di Pavia un prestito di importo pari a euro 10.845.594,88 – posizione n. 4450040/00 – con oneri di ammortamento a carico del bilancio dello Stato.
Il predetto finanziamento è stato erogato in favore del comune di Pavia in più soluzioni, nel periodo 2005-2014, per un importo complessivo pari ad euro 10.621.448,65 sulla base della documentazione giustificativa di spesa prodotta dall’Ente locale. L’ultima erogazione è avvenuta nel mese di maggio 2014, mentre l’importo ancora da erogare, a valere sul prestito sopra indicato – che risulta in regolare ammortamento – ammonta, alla data odierna, ad euro 224.146,23.
I programmati interventi sono stati, tuttavia, interrotti anticipatamente per il fallimento dell’impresa aggiudicataria.
Nel corso dell’anno 2010, il Provveditorato alle OO.PP. per la Lombardia e la Liguria aveva trasmesso una perizia di variante dei lavori di ristrutturazione ed ampliamento del Palazzo di Giustizia e dell’ex Casa Circondariale di Pavia (attigua al Palazzo), con previsione di una ulteriore spesa per euro 7.705,740,87, oltre alla somma già stanziata.
In considerazione della necessità di spazi ulteriori in seguito all’accorpamento dei Tribunali di Vigevano e Voghera, nonché della sezione distaccata di Abbiategrasso, la competente Direzione Generale ha impegnato, nell’anno 20123, la somma di euro 5.000.000,00 sul capitolo 7200 PG3 di questo Ministero (fondo opere: spese per l’acquisto e l’installazione di opere prefabbricate, nonché per l’acquisto, l’ampliamento, la ristrutturazione, il restauro e la manutenzione straordinaria di immobili) al fine di poter completare le opere attraverso l’acquisizione dell’ex carcere e la realizzazione di una nuova ala.
Il Provveditorato ha suddiviso i lavori in tre lotti con relativi tre distinti appalti:
1) Lavori di messa in sicurezza delle nuove aule penali e dell’edificio sito in corso Cavour, nell’ambito delle opere di ampliamento e messa a norma presso il Palazzo di Giustizia di Pavia per euro 1.650.000,00;
2) Lavori di completamento nell’edificio ex Colombina su via Gambini e ex semiliberi su via Porta Manca nell’ambito delle opere di ampliamento e messa a norma presso il Palazzo di Giustizia di Pavia per euro 1.600.000,00;
3) Lavori di completamento delle autorimesse, della centrale termica e di sistemazione delle aree di pertinenza esterne nell’ambito delle opere di ampliamento e messa a norma presso il Palazzo di Giustizia di Pavia per euro 1.750.000,00.
Allo stato, i lavori sono regolarmente in corso, ad eccezione delle opere relative al terzo lotto, la cui realizzazione è attualmente sospesa in seguito a ricorso al TAR di un partecipante alla gara d’appalto, come riferito dal Provveditorato alle opere pubbliche della Lombardia; ricorso che, pertanto, va tenuto distinto da quello che l’interrogante ascriverebbe al secondo lotto di lavori. Si è in attesa della pronunzia del Consiglio di Stato per la prosecuzione di detti lavori.
Non è, pertanto, rispondente al vero quanto rappresentato dall’interrogante in ordine alla necessità di un rifinanziamento da parte della Cassa Depositi e Prestiti per il completamento del terzo lotto, per la ulteriore somma di euro 1.500.000,00: le somme inizialmente stanziate attraverso il finanziamento della Cassa Depositi e Prestiti sono state, difatti, tutte utilizzate, mentre quelle necessarie per il completamento del terzo lotto sono state più recentemente erogate da questo Ministero in favore del Provveditorato interregionale territorialmente competente mediante ricorso al capitolo 7200, e per l’importo complessivo di euro 1.750.000,00, trattandosi oltretutto di interventi strutturali su edificio demaniale.
Ulteriore fabbisogno finanziario potrebbe essere soddisfatto attraverso nuova assegnazione di somme iscritte sul medesimo capitolo di bilancio, non dovendosi, perciò, ricorrere nuovamente alla Cassa Depositi e Prestiti che, peraltro, non dispone di ulteriori fondi da destinare al Ministero della giustizia.
Il Provveditorato interregionale per le opere pubbliche – anche previa iniziativa della competente Commissione di manutenzione – dovrà, pertanto, segnalare gli interventi da eseguire per il completamento del terzo lotto così da consentire a questo Ministero la individuazione e quantificazione dei fondi da assegnare per la ultimazione dei lavori nell’ambito della programmazione pluriennale degli interventi.
Fondazione Maugeri, ricerca da tutelare
Ho presentato un’interrogazione al Ministro della Salute sul futuro dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, riconosciuto come eccellenza ed equiparato ai Policlinici universitari e alle Aziende ospedaliere.
Interrogazione a risposta in commissione 5-03642
Mercoledì 24 settembre 2014, seduta n. 297
SCUVERA e FERRARI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
la Fondazione Maugeri, Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS), è un istituto di diritto privato riconosciuto come eccellenza ed equiparato ai policlinici universitari e alle aziende ospedaliere che consta di 21 istituti distribuiti sul territorio nazionale, di cui la maggior parte in Lombardia;
la suddetta Fondazione, che eroga attività assistenziale e fa ricerca scientifica, anche grazie ai finanziamenti delle regioni e del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, occupa più di 3.500 dipendenti, oltre ad avvalersi di ditte esterne, con il conseguente indotto in termini occupazionali;
i bilanci della Fondazione Maugeri mostrano da qualche anno forti criticità, nei mesi scorsi il Consiglio d’amministrazione ha annunciato che le azioni per riportare il conto economico in equilibrio non prevedono esuberi, ma, fra le altre misure, la disdetta a partire dal 1o ottobre 2014 del contratto di lavoro pubblico attualmente in vigore, per sostituirlo con quello privato (Aiop), con conseguenti questioni aperte per il personale;
l’istituto ha un ruolo importante non solo nella ospedalità lombarda, ma anche nella ricerca nazionale, trattandosi di un Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico –:
quali iniziative, per quanto di competenza, il Ministro intenda assumere per non pregiudicare il lavoro di ricerca dell’IRCSS, Fondazione Maugeri, e se, in particolare, intenda aprire un confronto con la regione Lombardia. (5-03642
Ponti pavesi, l’interrogazione
Interrogazione a risposta in commissione 5-02598
Mercoledì 9 aprile 2014, seduta n. 208
SCUVERA e FERRARI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
i ponti della provincia di Pavia che collegano l’Oltrepò, Pavia e Milano versano in condizioni tali da compromettere la corretta viabilità e necessitano di una manutenzione straordinaria;
tale situazione è particolarmente grave con riferimento al ponte della Becca, attualmente chiuso al traffico pesante per ragioni di sicurezza, con conseguenti disagi per la popolazione ed evidenti danni all’economia locale, per il rallentamento dei traffici;
la provincia di Pavia, al fine di limitare i disagi degli utilizzatori dei mezzi del trasporto pubblico per l’attraversamento del Po e ora costretti ad utilizzare il treno in alternativa all’autobus, si fa carico in alcuni casi di far fronte al problema valutando un sistema di rimborsi da erogare ai cittadini, in attesa di una risposta concreta dalla regione e dallo Stato;
un collegamento funzionale ed efficace tra l’Oltrepò, Pavia e Milano è prioritario per il territorio pavese e per la regione tutta, sia sotto il profilo viabilistico che sotto quello economico;
il completo ripristino della viabilità nel territorio pavese deve passare necessariamente per la manutenzione straordinaria di ponti e viadotti e per la costruzione di un nuovo ponte sul fiume Po, dal momento che quello della Becca versa in condizioni strutturali che ne impediscono una ristrutturazione efficace e definitiva;
i fondi destinati al recupero della viabilità nella provincia pavese non sono sufficienti a coprire le spese per le succitate opere infrastrutturali, mentre per l’opera autostradale Broni-Mortara, osteggiata dalla popolazione e dalle amministrazioni locali, nonché a parere di vari esperti inutile e dannosa, si preventivano importanti investimenti –:
quali iniziative il Governo per quanto di proprie competenze abbia messo o abbia in programma di mettere in atto per riqualificare il sistema infrastrutturale pavese, far si che la viabilità sul fiume Po venga ripristinata in modo completo, efficace e definitivo e che la sicurezza dei cittadini che percorrono i ponti di collegamento tra l’Oltrepò, Pavia e Milano venga salvaguardata. (5-02598)
Insieme a Cécile Kyenge per una nuova legge sulla cittadinanza
L’Italia conta circa un milione di giovani nati e/o cresciuti qui. Per la legge restano stranieri, anche se non lo sono. Sono bambini e bambine, ragazzi e ragazze che nascono e crescono nel nostro Paese o che arrivano qui da piccoli.
Considerano l’Italia la loro casa, la loro Nazione, ma questa Nazione non li considera suoi cittadini. E loro non hanno un’altra patria. Pertanto, abbiamo deciso di costituire un gruppo di deputati, aperto a tutti gli schieramenti, per dare voce in Parlamento ai nuovi italiani. Questa voce verrà portata anche fuori dall’Aula grazie all’azione congiunta con la società civile (coinvolgeremo anche tutti gli organi, le Istituzioni, gli Enti che si occupano di minorenni e adolescenti, fra questi ricordo: il Garante per l’infanzia e l’adolescenza, l’Unicef, Save the children, la Rete G2 e le associazioni dentro e fuori la campagna L’ITALIA SONO ANCH’IO).
Cari colleghi, finché in questa stessa aula non discuteremo la nuova legge sulla cittadinanza, i firmatari di questa iniziativa racconteranno ogni giorno la storia di un ragazzo o di una ragazza ancora senza cittadinanza: storie di speranze, dolori, peripezie burocratiche, disillusioni, storie di tutti i giorni, fatte anche di successi in salita ma successi, ancora più veri e specchio della loro voglia di essere italiani.
Crediamo che a tutti sia capitato di sentire da fuori le voci di giovani che giocano dentro una scuola. C’è qualcuno in grado di stabilire chi di loro è figlio di immigrati o di italiani? Quelle che sentiamo in realtà sono soltanto le voci dell’infanzia e dell’adolescenza.
Anche in Parlamento si è ampliato il numero di parlamentari – di tutte le provenienze politiche – che pensa che sia arrivato il momento di cambiare. Il diritto di cittadinanza è un tema su cui si ragiona già da tempo ed esistono ormai molti progetti di legge che possono aiutare l’Italia ad entrare in una nuova fase dell’integrazione. Ma il tempo per discutere la riforma della cittadinanza continua a slittare. Continua ad essere un’occasione perduta per il nostro Paese. La nuova legge sulla cittadinanza è una necessità perché l’Italia è già cambiata, perché i nostri giovani hanno già compreso l’importanza e il valore dell’integrazione.
On. Pia Elda Locatelli – MISTO – PARTITO SOCIALISTA
On. Chiara Scuvera – PARTITO DEMOCRATICO
On. Davide Baruffi – PARTITO DEMOCRATICO
On. Edoardo Patriarca – PARTITO DEMOCRATICO
On. Emanuele Fiano – PARTITO DEMOCRATICO
On. Irene Manzi – PARTITO DEMOCRATICO
On. Marco Di Lello – MISTO – PARTITO SOCIALISTA
On. Oreste Pastorelli – MISTO – PARTITO SOCIALISTA
On. Veronica Tentori – PARTITO DEMOCRATICO
Il Governo ha accolto, il 19 marzo, un mio Ordine del Giorno in cui si impegna a fare in modo che la spending review non incida sulle risorse destinate alle categorie dei soggetti più disagiati.
il disegno di legge 2012 del Governo, recante “Conversione in legge, del decreto-legge n. 4 del 2014 recante disposizioni urgenti in materia tributaria contributiva e di rinvio di termini relativi ad adempimenti tributari e contributivi”, all’articolo 2, comma 1, lettera a), abroga i commi 575 e 576 dell’articolo 1 della legge di stabilità per il 2014; che i commi abrogati prevedevano che entro il 31 gennaio 2014 avrebbero dovuto essere adottati provvedimenti normativi di razionalizzazione delle detrazioni per oneri di cui all’articolo 15 del testo unico delle imposte sui redditi (TUIR), al fine di assicurare maggiori entrate per 488,4 milioni di euro per l’anno 2014, 772,8 milioni per il 2015 e a 564,7 milioni a decorrere dal 2016, e che inoltre il medesimo comma stabiliva che nell’adozione dei provvedimenti di razionalizzazione si sarebbe dovuto tenere conto dell’esigenza di tutelare i soggetti invalidi, disabili o non autosufficienti;
ai sensi del comma 2 del medesimo articolo, agli oneri derivanti dalla soppressione dei predetti commi 575 e 576 si provvede mediante i risparmi di spesa che conseguiranno agli interventi correttivi di spending review, nelle more dei quali il comma 428 della legge di stabilità 2014 disponeva la costituzione di accantonamenti indisponibili sulle spese rimodulabili delle missioni di spesa di ciascun Ministero;
al medesimo fine della copertura dei suddetti oneri, la lettera c) del comma 1 dell’articolo 2 del decreto-legge in esame modifica in aumento l’entità degli accantonamenti indisponibili per un importo pari a 710 milioni di euro per il 2014, 772,8 per il 2015 e 564,7 a decorrere dal 2016;
le somme nel complesso accantonate saranno ripartite tra i vari Ministeri secondo la tabella allegata al decreto-legge in oggetto, che vede interessati sia il Ministero del lavoro e delle politiche sociali in misura maggiore sia il Ministero della salute, per un importo inferiore;
a far sì che il suddetto aumento degli obiettivi di risparmio di spesa dei Ministeri non incida su risorse destinate ad interventi in favore di categorie di soggetti deboli, quali persone anziane, minori, disabili, invalide o non autosufficienti nonché per il contrasto alla povertà o ad ogni altra forma di disagio sociale
Una mozione sulle adozioni internazionali
A sostegno delle famiglie che adottano bambini stranieri ho sottoscritto la seguente mozione, a prima firma Lia Quartapelle (PD)
Mozione 1-00326
da notizie a mezzo stampa, negli ultimi anni il fenomeno dell’abbandono dei minori nel mondo è in costante crescita, essendo passato dai 145 milioni di bambini dichiarati in stato di abbandono nel 2004 ai 168 milioni del 2009;
tuttavia, seguendo un trend apparentemente opposto a quello del fenomeno dell’abbandono dei minori, il numero delle idoneità all’adozione internazionale dichiarate dai tribunali per i minorenni italiani sarebbe drasticamente diminuito, passando dalle 6.273 nel 2006 alle 3.106 del 2012;
tra le principali ragioni della crisi dell’istituto dell’adozione internazionale vanno senz’altro considerati i rilevanti costi che le famiglie devono sopportare quando intraprendono questo percorso e che contribuiscono negativamente, specie in un periodo di grave crisi economica quale quello che stiamo vivendo;
proprio per far fronte agli elevati costi, nel 2005 è stato istituito un «Fondo di sostegno delle adozioni internazionali», finalizzato al rimborso di parte delle spese sostenute per l’adozione di un bambino straniero nel corso dell’anno precedente, le cui funzioni sono state successivamente assorbite dal Fondo per le politiche della famiglia, istituito dall’articolo 19, comma 1 del decreto-legge 223 del 2006, destinato a finanziare anche il sostegno delle adozioni internazionali;
da notizie a mezzo stampa si evincerebbe però che sarebbero stati erogati rimborsi fino alle adozioni concluse nell’anno 2010, con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 4 agosto 2011, registrato dalla Corte dei conti il 5 gennaio 2012; mentre per quanto concerne le adozioni concluse nel 2011, le cui pratiche sono già state istruite dalla Commissione per le adozioni internazionali in quanto rientranti nello stesso decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, ad oggi non sarebbe stato erogato alcun rimborso; infine, relativamente alle adozioni concluse nell’anno 2012 ancora non sarebbe stato emesso alcun decreto;
è evidente che l’interruzione della misura del rimborso a favore delle famiglie adottive costituisca un grave ostacolo per tante coppie italiane altrimenti decise ad adottare, rischiando altresì di configurare una disparità di trattamento tra cittadini, con un’ulteriore ingiusta penalizzazione nei confronti di tante coppie più fragili economicamente ma che credono fermamente nel diritto di ogni bambino ad avere una famiglia;
lo stesso Ministro della giustizia ha ritenuto opportuno procedere allo studio di una possibile riforma della legge 4 maggio 1983 n. 184, al fine di dare nuovo impulso al settore delle adozioni internazionali, e lo scorso luglio ha istituito, presso il Ministero, una Commissione di studio con il compito, tra gli altri, di approfondire il tema della riforma dell’iter procedurale, della semplificazione delle procedure dell’adozione internazionale, della riduzione dei costi e dell’introduzione di ipotesi di gratuità dell’adozione internazionale;
ad adottare ogni iniziativa utile volta a reperire tutte le risorse necessarie per erogare i rimborsi relativi alle procedure di adozione concluse nel 2011, nonché a procedere quanto prima all’adozione del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri necessario per l’erogazione dei rimborsi relativi all’anno 2012;
a valutare l’opportunità di istituire un apposito fondo, ai fini del sostegno di quelle coppie che sopportano un aggravamento ulteriore dei costi a causa dell’inatteso allungarsi delle procedure quale conseguenza del blocco o della limitazione da parte del paese di origine dei bambini delle procedure in corso;
a presentare entro sei mesi una relazione dettagliata al Parlamento sullo stato dell’arte delle relazioni in corso e degli accordi bilaterali sottoscritti e ratificati in questa materia, al fine di ottenere un quadro chiaro e aggiornato, che riduca il più possibile lo stato di incertezza delle procedure di adozione nei confronti di determinati Paesi e offra utili elementi al Parlamento in vista di una possibile riforma delle procedure in materia.
(1-00326) (nuova formulazione) «Quartapelle Procopio, Antezza, Binetti, Sberna, Gigli, Zampa, Del Grosso, Scuvera, Tacconi, Manciulli, Patriarca, Piccoli Nardelli,Chaouki, Manlio Di Stefano, Nicoletti, Monaco, Santerini, Cassano, Lenzi, Bonafè, Sibilia, Spadoni, Mogherini, Mosca, Marazziti, Preziosi, Gentiloni Silveri, Gadda, Alli,Casellato, Scotto, Fregolent, Casati, Boschi, Marantelli, Sereni, Scagliusi, Ascani, Rotta, Giorgis, Lauricella, Verini, Giuditta Pini, Rocchi, Rostan, Mariani, Manzi».
Fondo nazionale per l’infanzia, un OdG per il ripristino completo
Ho presentato un Ordine del giorno, accolto dal Governo, che impegna l’esecutivo a valutare l’opportunità di disporre ulteriori stanziamenti, anche con provvedimenti successivi alla Legge di stabilità, per il completo ripristino del Fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza.
Ordine del Giorno 9/01865-A/224
il 19 novembre 2013 la Camera ha approvato una mozione contro la povertà infantile, con cui si impegna il Governo a diverse azioni che agiscono su varie dimensioni, tra cui il rifinanziamento del Fondo infanzia e adolescenza previsto dall’articolo 1 della legge 285 del 1997;
il comma 1 di tale norma ha istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, il Fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, finalizzato alla realizzazione di interventi a livello nazionale, regionale e locale per favorire la promozione dei diritti, la qualità della vita, lo sviluppo, la realizzazione individuale e la socializzazione dell’infanzia e dell’adolescenza, privilegiando l’ambiente ad esse più confacente ovvero la famiglia naturale, adottiva o affidataria, in attuazione dei principi della Convenzione sui diritti del fanciullo resa esecutiva ai sensi della legge 27 maggio 1991. n. 176. e degli articoli 1 e 5 della legge 5 febbraio 1992, n. 104;
il comma 2 della medesima norma riserva una quota pari al 30 per cento delle risorse del suddetto Fondo al finanziamento di interventi da realizzare nei comuni di Venezia. Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze. Roma. Napoli. Bari. Brindisi, Taranto. Reggio Calabria, Catania, Palermo e Cagliari;
negli anni il Fondo è stato progressivamente ridotto arrivando nel 2013 alla consistenza di 28,688 milioni di euro, stanziamento confermato nella legge di stabilità 2014;
la commissione Bilancio ha approvalo un emendamento del relatore che ha incrementato il Fondo di euro 2 milioni, portandolo a 30,688 milioni di euro (si rileva che tale emendamento ha assorbito emendamenti della Commissione XII e del Partito democratico con cui si chiedeva l’incremento del Fondo dai 12 ai 15 milioni di euro);
tale incremento non può considerarsi esaustivo per il completo ripristino del Fondo, che dovrebbe riportarsi alla somma di euro 40 milioni;
a valutare l’opportunità di disporre ulteriori stanziamenti, anche con provvedimenti successivi alla Legge di stabilità, per il completo ripristino del Fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza di cui all’articolo 1 della legge n. 285 del 1997
9/1865-A/224. Scuvera, Lenzi, Murer, Patriarca, Biondelli, Burtone, Fossati, Beni, Bellanova, Iori, Casati, Grassi, Amato, Capone, Sbrollini, Zampa, D’Incecco, Miotto,Mariano, Antezza.
Esprimo soddisfazione per l’approvazione da parte della Camera, in data 19 novembre, della mozione contro la povertà infantile di cui sono prima firmataria e che ha raccolto la firma di 81 deputati del PD.
Amianto: la risposta di Galletti su assegnazione fondi per edilizia scolastica
L’impegno del Ministro in materia di edilizia scolastica ha avuto un primo significativo segnale con il decreto-legge n. 69 del 2013 (cosiddetto «decreto del fare») che ha previsto 150 milioni di euro per l’anno 2014 menzionati nell’interrogazione, destinati agli interventi più urgenti, compresa la bonifica delle strutture interessate dall’amianto, 300 milioni per gli anni 2014-2016 di fondi Inail per la messa in sicurezza e la costruzione di nuovi edifici, nonché altri 3,5 milioni per il potenziamento delle reti di monitoraggio e prevenzione del rischio sismico.
Tutto ciò considerato, trova risposta affermativa il quesito relativo alla piena assegnazione degli stanziamenti di pertinenza di ogni singola regione, indicati nella tabella allegata al citato decreto-legge n. 69 del 2013. Per questo motivo non si è posto il problema di un’eventuale proroga del termine per la presentazione dei progetti da parte degli enti locali.
Una mozione per combattere la povertà delle bambine, dei bambini e degli adolescenti che, come l’Istat ci ricorda, rappresenta una delle emergenze del Paese. In vista della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, la mozione a firma Scuvera, Iori, Zampa, Capone – che sarà discussa in Aula martedì 19 novembre – impegna il Governo a dotarsi di una strategia nazionale che preveda una pluralità di misure per contrastare le diverse manifestazioni della povertà che agisca su diverse dimensioni, anche sfruttando a pieno gli strumenti finanziari che l’Unione europea mette a disposizione; ad elaborare un apposito piano di contrasto alla povertà minorile e giovanile; ad assumere iniziative per istituire un apposito Fondo nazionale cui possano accedere gli enti locali; ad assumere iniziative per rifinanziare in modo adeguato la legge n. 285 del 1997 «disposizioni per la promozione dei diritti e le opportunità dell’infanzia e l’adolescenza»; a prevedere misure e iniziative urgenti di sostegno all’educazione di minori e all’indigenza dei genitori; infine a favorire il consolidamento delle reti di associazioni di volontariato nell’ambito familiare che sviluppino legami solidali tra famiglie e tra le generazioni nella direzione del welfare solidale e relazionale, fondato su un mix di risorse economiche e relazionali e a mettere a sistema tutte le sperimentazioni positive e le buone pratiche già esistenti in Italia.
“Siamo grati alla Presidenza della Camera per aver accolto la proposta di mettere all’ordine del giorno dei lavori questo atto. L’infanzia e l’adolescenza non possono essere lasciate sole in una crisi che sembra non finire mai. Non possono essere i bambini e i più giovani a pagare il prezzo della più grave congiuntura economica degli ultimi vent’anni. I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza vanno onorati con i fatti.” dichiarano Scuvera, Iori, Zampa, Capone.
Ordine del Giorno al Decreto Scuola sulle mense scolastiche
Durante la discussione sul “Decreto Scuola” ho presentato un Ordine del Giorno che è stato approvato dal Governo come raccomandazione.
Qui il testo e le firme
sul territorio nazionale si sono verificati diversi casi di esclusione da parte dei comuni dei minori dai servizi di ristorazione scolastica, a causa della morosità delle famiglie (il caso più eclatante si è verificato nel comune di Vigevano che ha visto l’esclusione nell’anno scolastico 2013-2014 di ben 400 bambini e nell’anno scolastico 2012-2103 di 150 bambini, circa la metà dei quali (84) fino all’anno scolastico precedente aveva avuto diritto alla gratuità della mensa: in tal caso, addirittura, sono stati allestiti appositi locali, riservati ai bambini esclusi, in cui poter consumare un panino e niente di riscaldato, tant’è che ancora oggi si parla di classi «ghetto»);
tali situazioni di morosità sono state determinate non solo da inadempienze, ma spesso anche da indigenza, dato che in alcuni enti locali sono state abolite le fasce di esenzione precedentemente applicate tramite presentazione di Isee;
tali casi configurano delle discriminazioni in contrasto con l’articolo 3 della nostra Costituzione, nonché con l’articolo 3 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, ratificata dall’Italia nel 1991, secondo il quale «in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l’interesse del bambino/adolescente deve avere la priorità»;
le linee nazionali di indirizzo del Ministero della salute stabiliscono che «un’alimentazione equilibrata e corretta, ma anche gradevole ed accettabile, costituisce per tutti un presupposto essenziale per il mantenimento di un buono stato di salute e, in età evolutiva, per una crescita ottimale. A scuola, una corretta alimentazione ha il compito di educare il bambino all’apprendimento di abitudini e comportamenti alimentari salutari. L’alimentazione del bambino deve essere considerata in un contesto più ampio, quale quello dell’ambiente, inteso non solo in senso fisico, ma anche socio-culturale e psicologico (…). Il menù deve essere elaborato secondo i principi di una alimentazione equilibrata dal punto di vista nutrizionale, utilizzando anche alimenti tipici al fine di insegnare ai bambini il mantenimento delle tradizioni alimentari»;
il Ministro per gli affari regionali Graziano Delrio, rispondendo all’interrogazione in Commissione 5-00854 del 6 agosto 2013, seduta n. 66, ha concordato sull’opportunità che da parte delle amministrazioni competenti siano avviate delle forme di monitoraggio per verificare che i diritti civili e sociali siano garantiti su tutto il territorio nazionale ai sensi dell’articolo 117, comma 2 lettera m) della Costituzione, con particolare riferimento ai minori, ribadendo che nessun momento della vita scolastica può diventare occasione di discriminazione tra alunni anche per motivi riconducibili alle inadempienze delle loro famiglie e che la gestione dovrebbe essere affrontata dagli enti locali e dalle società di gestione direttamente con le famiglie, attraverso le ordinarie modalità di recupero dei crediti e senza una diretta rivalsa sugli alunni (come ricordato nella circolare del 15 ottobre 2012 dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia – Ufficio XIX – Pavia, che richiama il Documento di indirizzo per la sperimentazione dell’insegnamento di «Cittadinanza e Costituzione» del 4 marzo 2009),
a promuovere al più presto iniziative in materia di livelli essenziali delle prestazioni e, nelle more, a svolgere una forte moral suasion, anche in Conferenza Stato-regioni, per trovare, rispetto alla questione degli insoluti nelle mense scolastiche, soluzioni diverse dall’esclusione dei minori da un fondamentale momento non solo di alimentazione, ma anche di educazione e socializzazione.
9/1574-A/63. Scuvera, Sbrollini, Manzi, Moretti, Coscia, Manfredi, Malpezzi, Marchi.
Ordine del giorno al DL Fare sull’integrazione delle persone disabili
Durante la discussione del DL “Fare” ho presentato un Ordine del Giorno che è stato approvato dal Governo. Ecco qui il testo e le firme
il decreto-legge in esame, volto alla semplificazione amministrativa e allo stimolo dell’economia, è stato soprannominato «il Decreto del Fare» come sinonimo di concretezza, di programmi operosi per la ripresa del Paese, di collaborazione fra settori diversi della società, con l’obiettivo comune di uscire dalla crisi;
in questa ottica del «fare» manca però un impegno preciso a considerare la politiche attive di inclusione delle persone con disabilità, anche se è stato approvato durante l’iter in Commissione un emendamento che esclude i soggetti ai quali è già stata accertata da parte degli uffici competenti una menomazione o una patologia stabilizzate o ingravescente di cui al decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 2 agosto 2007, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 225 del 27 settembre 2007, inclusi i soggetti affetti da sindrome da talidomide o da sindrome di Down, e che abbiano ottenuto il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento o di comunicazione, dalle visite di controllo sulla permanenza dello stato invalidante da parte degli uffici dell’istituto nazionale della previdenza sociale (INPS);
il Governo, all’interno della IV Conferenza Nazionale sulla disabilità, ha presentato il «Programma d’Azione Biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità», documento elaborato a marzo dall’Osservatorio Nazionale;
il Programma prevede sette linee di intervento che coprono trasversalmente, in un’ottica di mainstreaming, gli aspetti più importanti per la realizzazione della piena inclusione nella vita sociale delle persone con disabilità e, per ogni intervento, individua l’obiettivo e il tipo di azione necessaria per conseguirlo;
il Programma d’azione rappresenta, senza dubbio, un primo fondamentale contributo alla definizione di una complessiva azione strategica da parte dell’Italia sul tema della disabilità, in accordo con il nuovo quadro delle Nazioni Unite e pienamente coerente con la Strategia europea sulla disabilità 2010-2020, per promuovere la progressiva e piena inclusione in tutti gli ambiti della vita sociale;
Scuvera, Lenzi, Biondelli, Patriarca, Beni, Sbrollini, Capone, Miotto, Carnevali, D’Incecco, Antezza.
Le pene non detentive e la messa alla prova
Il 4 luglio in Aula abbiamo votato il progetto di legge n.927, un atto importante per indirizzare la pena alla rieducazione del condannato, in materia di misure alternative al carcere. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, al 31 maggio 2013, erano presenti nei 206 istituti penitenziari italiani 65.886 detenuti (di cui 23.265 stranieri) a fronte di una capienza regolamentare di 46.995 unità. Di questi, 24.342 sono ancora imputati, di cui 12.120 sono detenuti in attesa di primo giudizio.
Una situazione insostenibile che dovrebbe migliorare grazie a questo provvedimento al quale dovrebbero aggiungersi alcune depenalizzazione come quella del reato di immigrazione clandestina, rispetto a cui abbiamo presentato una proposta di legge.
La ratio del Decreto, però, non è, come si definisce semplicisticamente, “svuota carceri”, quanto quella diun’evoluzione del sistema delle pene, come avvenuto in altre epoche storiche.
Vi segnalo il video dell’intervento del deputato Valter Verini.
Sin dall’inizio della legislatura mi sono impegnata sul tema del contrasto alla povertà infantile, partendo da casi di servizi negati verificatisi sul nostro territorio. Oggi i bambini e le bambine subiscono discriminazioni e deprivazioni aggravate dal difficile contesto economico: è ormai emergenza, come ha confermato recentemente il Garante per l’Infanzia e l’adolescenza che ha presentato al Senato la sua Relazione annuale e Save The Children che ha lanciato la campagna Allarme infanzia. Insieme a Vanna Iori, Sandra Zampa e Salvatore Capone, il 19 giugno ho presentato una mozione, firmata da altri 81 deputati, con cui si chiede al Governo di adottare misure concrete e urgenti per l’infanzia e l’adolescenza, come l’istituzione di un fondo nazionale al quale possano accedere gli enti locali nel caso in cui si verifichino casi di indigenza in cui siano coinvolti minori. Adesso stiamo lavorando perché la mozione venga inserita nel calendario dei lavori dell’Assemblea e discussa il prima possibile. Qui un interessante articolo che parla del tema.
Stop all’acquisto degli F35
Noi deputati del PD firmatari della mozione Marcon per rivedere la partecipazione italiana al programma di realizzazione degli aerei F35, avendo condiviso di non ritirare la firma stessa, abbiamo scelto di fare confluire il nostro voto sulla mozione proposta dal Partito Democratico. Essa, infatti, nel ricordare che l’Italia ripudia la guerra e che la difesa prevista dalla Costituzione non è solo quella in armi, impegna il Governo a ripensare le proprie scelte nell’ambito di una comune politica di difesa europea, ribadisce l’esclusiva competenza del Parlamento sull’acquisizione dei sistemi d’arma, avvia un’indagine conoscitiva sul programma F35 e ne sospende pertanto l’attuazione.
Finalmente il Parlamento recupera dunque la sua centralità: non si potranno acquistare F35 senza il suo via libera, ai sensi della legge 244 del 2012.
Riteniamo perciò che il voto di oggi rappresenti un positivo segnale di discontinuità in materia di spese militari, convinti che vadano ridotte e che sia indispensabile avviare in tempi rapidi una seria riflessione sulla loro congruità e sostenibilità, soprattutto in considerazione delle gravi difficoltà economiche e sociali che il Paese sta attraversando. La vera emergenza riguarda il lavoro e le politiche sociali e non certo il comparto militare. E’ questo impegno che avevamo assunto già in campagna elettorale.
Esprimiamo pertanto soddisfazione per avere contribuito, con la nostra iniziativa, ad aprire su questi temi una seria riflessione all’interno del nostro partito e, conseguentemente, a fare approvare in Parlamento un testo che rappresenta una prima risposta alle aspettative di tanti cittadini.
Antonella Incerti, Paolo Beni, Salvatore Capone, Laura Coccia, Antonio Decaro, Filippo Fossati, Maria Chiara Gadda, Michela Marzano, Davide Mattiello, Luca Pastorino, Fausto Raciti, Chiara Scuvera, Giorgio Zanin, Giuseppe Zappulla.
Aggiornamenti dall’aula della Camera dei Deputati
Con l’astensione della sola Lega, nella tarda serata del 18 giugno abbiamo approvato la conversione in legge del dl n. 54/2013 che sospende la prima rata dell’Imu (escluse abitazioni signorili, abitazioni in ville, castelli e palazzi di pregio storico o artistico), rifinanzia gli ammortizzatori sociali in deroga per sostenere il reddito dei lavoratori, proroga i contratti a tempo determinato nella Pubblica Amministrazione per garantire la continuità dei servizi pubblici essenziali, riduce gli stipendi dei membri del Governo.
La sospensione Imu e’ un provvedimento ponte, verso una complessiva riforma della disciplina dell’imposizione fiscale sul patrimonio immobiliare.
La Convenzione di Istanbul e il si per le donne
Approvando all’unanimità la ratifica e l’esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Istanbul -11 maggio 2011), primo strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia, la Camera dei deputati ha scritto una pagina importante, operando una svolta politica che non va sottovalutata né liquidata come operazione di immagine. Questa è la prima legge di iniziativa parlamentare approvata in questa legislatura (ora l’esame passa al Senato), di cui è prima firmataria Federica Mogherini e di cui sono cofirmataria, insieme ad altre deputate e ad altri deputati del Partito Democratico. Grazie alla Convenzione, gli Stati firmatari saranno vincolati ad adottare specifiche misure legislative, di prevenzione e tutela, per la difesa e l’affermazione dei diritti umani delle donne e dei minori. Per entrare in vigore la Convenzione necessita della ratifica di altri cinque Stati. La gravità strutturale (e non emergenziale) del femminicidio nel nostro Paese, però, richiede di anticipare le iniziative rispetto all’entrata in vigore della Convenzione: bisogna dare subito concretezza ai suoi principi, per fronteggiare il femminicidio che affligge il nostro Paese, avviando il percorso di costruzione di un sistema organico di norme e dotando di risorse economiche la rete dei centri antiviolenza e delle case rifugio. Un ordine del giorno presentato dalla deputata Pd Delia Murer impegna il Governo a procedere tempestivamente all’adozione di misure legislative o di altro tipo per attuare le previsioni della Convenzione in materia di protezione e sostegno alle donne vittime di violenza o alle vittime di violenza domestica, individuando le risorse finanziare per ripristinare la dotazione di un Fondo contro la violenza sulle donne, sulla scorta di quello istituito e poi azzerato con la Legge finanziaria per il 2008. Questo è il Parlamento più rosa della storia della Repubblica e ha già detto basta alla retorica, si all’assunzione di responsabilità e ai fatti concreti per una società di eguali.
“Sblocca crediti” delle imprese verso le Pubbliche Amministrazioni: un passo importante per rilanciare l’economia reale
L’approvazione, da parte della Camera, del disegno di legge di conversione del DL n. 35/2013, recante Disposizioni urgenti per il pagamento dei debiti scaduti della pubblica amministrazione, per il riequilibrio finanziario degli enti territoriali nonché in materia di versamento di tributi degli enti locali (c.d. “Sblocca Crediti”) rappresenta un primo, ma fondamentale passo per rilanciare l’economia reale. Il provvedimento sbloccherà pagamenti dei debiti scaduti delle Pubbliche Amministrazioni verso le imprese per un importo pari a 40 miliardi di euro, da erogarsi nel biennio 2013 e 2014 (circa 20 miliardi nella seconda parte del 2013 e ulteriori 20 miliardi nel corso del 2014). L’operazione viene messa in campo senza introdurre nuove imposte e senza tagli ad istruzione, ricerca ed università, cultura, investimenti per Expo e cooperazione internazionale. Il decreto contiene importanti misure di semplificazione nonché la ricognizione permanente dei debiti contratti dalla PA, per quantificare l’esatto stock di debiti su cui intervenire con appositi provvedimenti che ne comportino l’estinzione. Dare liquidità alle imprese significa evitare chiusure e fallimenti e consentire di pagare gli stipendi ai dipendenti, facendo sì che non si ricorra a licenziamenti e ad ulteriori collocamenti in cassa integrazione. Inoltre si prevengono fenomeni di usura, evitando l’indebitamento delle imprese. Chiediamo adesso una “fase 2”: dalla mera austerity agli investimenti. In merito è fondamentale riformare anche l’attuale configurazione del patto di stabilità che limita fortemente la politica degli Enti Locali: in merito, tra gli ordini del giorno presentati dal PD, vorrei richiamare quello che chiede al Governo di escludere dal patto di stabilità i Comuni tra i 1000 e i 5000 abitanti, presentato da Mauro Guerra.

References: articolo 7
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 articolo 26
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