Source: https://fiscotoday.it/news-dalla-cassazione-sul-sequestro-e-la-confisca-nei-reati-tributari/
Timestamp: 2019-05-27 03:42:45+00:00

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News dalla Cassazione sul sequestro e la confisca nei reati tributari – Fiscotoday
La Corte di Cassazione – sentenza n. 17546 del 24 aprile 2019 – è intervenuta nel tema, recentemente piuttosto discusso, della corretta definizione di profitto del reato e limiti alla confiscabilità (per equivalente) nel caso di illeciti connessi a persone giuridiche, confermando quanto dichiarato dalla contemporanea pronunzia n.17535/2019, ugualmente interessata alla confisca nell’ambito dei reati tributari, dove un imprenditore accusato di non aver versato l’imposta sul valore aggiunto (motivo per cui gran parte dei suoi beni erano stati posti sotto sequestro) proponeva ricorso in Cassazione.
Per i Giudici della Suprema Corte la confisca deve avvenire al netto delle sanzioni fiscali, specificando inoltre che il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente è ammissibile solo quando i beni costituenti il profitto del reato non siano reperibili per la confisca diretta, almeno nel momento in cui viene adottata tale misura cautelare.
Gli Ermellini hanno anche aggiunto che per disporre la preventiva confisca diretta del profitto del reato nei confronti della persona giuridica (coinvolta nell’illecito), è comunque necessario che vi sia disponibilità nelle casse societarie di valori “aggredibili”, non essendoci l’obbligo per l’accusa di ricercare liquidità o beni anche nel caso in cui risulti l’insufficienza del patrimonio dell’ente, al fine di salvaguardare l’interesse alla celerità connesso all’emissione di tale misura cautelare. Pertanto, solo se quest’ultima si estingue per l’esatto adempimento da parte del contribuente può essere impedita la duplicazione coattiva del prelievo, che in definitiva non può mai essere superiore all’effettivo profitto tratto dal reato e non quando permane comunque l’indebito arricchimento derivante dall’illecito, come nel caso dell’estinzione della pretesa tributaria dovuta alla prescrizione.
Accenniamo inoltre, e solo incidentalmente, che la sentenza n. 17535/2019 innanzi richiamata avvalora che il profitto dei reati su cui disporre la confisca obbligatoria è pari al risparmio d’imposta, tranne nel caso del reato di sottrazione fraudolenta ex art.11 del D.lgs. n.74/2000, per cui è configurabile in un qualsiasi vantaggio patrimoniale da parte dell’autore.
Anche nei più recenti giudizi sulla questione, la Corte di Cassazione ha sempre insistito sul punto che la confisca penale è direttamente e indissolubilmente legata al profitto del reato tributario, corrispondente nel caso all’imposta evasa, e solo indirettamente alla pretesa fiscale.(Cass. Sent. n. 16523/2019). Inoltre, anche con un’altra sentenza (n. 13070 del 26 marzo 2019) la Cassazione ha ribadito che la confisca del profitto derivante dai reati tributari previsti dal D.lgs. n.74/2000 è sempre obbligatoria e riguarda sia i beni presenti, che eventualmente quelli futuri nella disponibilità dell’autore dell’illecito.
Tornando al caso de quo, dove un contribuente accusato di reati di frode fiscale, dichiarazione infedele, emissione di fatture per operazioni inesistenti, omesso versamento IVA e bancarotta fraudolenta, proponeva ricorso per Cassazione contro una ordinanza del Tribunale del riesame di Varese che confermava il decreto di sequestro preventivo emesso dal GIP/Tribunale di Busto Arsizio.
Le argomentazioni poste a difesa del contribuente non hanno però convinto i giudici di piazza Cavour, che hanno invece ritenuto che il fallimento della società “schermo” permette il sequestro dei beni del legale rappresentante, commentando poi che: “… Quanto, poi, alla legittimità del disposto sequestro preventivo strumentale alla confisca per equivalente, oggetto del secondo motivo, deve essere qui ricordato come la giurisprudenza ponga in luce il carattere residuale della confisca per equivalente e del sequestro preventivo che questa garantisce e le è funzionale, dovendo trovare applicazione solo qualora non sia stata possibile un’aggressione diretta del prezzo/profitto del reato (c.d. confisca diretta). Il sequestro finalizzato alla confisca di valore è quindi legittimo solo qualora il reperimento dei beni costituenti il profitto del reato (nei termini suddetti) sia impossibile, anche solo transitoriamente, essendosi infatti tentato di coniugare le esigenze di celerità connesse all’emissione di una misura cautelare con il principio di preventiva valutazione della sussistenza del profitto del reato nel patrimonio del soggetto, giungendosi alla conclusione di escludere la necessità di una preventiva ricerca generalizzata dei suddetti beni in quanto, durante il tempo necessario per l’espletamento di tale ricerca, sarebbe evidente il rischio di azioni idonee a sottrarre altri beni dall’ablazione definitiva, così vanificando le esigenze di cautela. L’impossibilità giustificante la richiesta di una confisca per equivalente può anche essere transitoria e reversibile, purché sussistente al momento in cui la stessa è presentata e il provvedimento cautelare adottato. Inoltre, sebbene la scelta tra le due forme di confisca non sia “abbandonata” alla discrezionalità del P.M., questo non è tenuto a condurre un accertamento specifico ed ulteriore rispetto a quanto già faccia parte del compendio indiziario preliminare alla propria richiesta (Cass., Sez. III, 11 novembre 2014, n. 1738). 14. Così sinteticamente riassunta l’evoluzione giurisprudenziale sul punto, deve poi tenersi conto dell’ulteriore questione, afferente al tema del sequestro finalizzato alla confisca dei beni dell’ente per i reati commessi dal legale rappresentante. In merito alle violazioni tributarie poste in essere dagli amministratori di una società, o da altro diverso organo della stessa, si è discusso sia circa la sequestrabilità, ai fini della successiva confisca, di beni facenti parte del patrimonio societario, essendo la società estranea al fatto illecito, sia circa l’operatività della misura ablativa su beni nella disponibilità degli stessi amministratori nonostante, in ultima analisi, un vantaggio economico fosse stato ottenuto dall’ente. Sul punto si è innestata una ulteriore questione concernente la possibilità di dichiarare la persona giuridica responsabile in applicazione del D.lgs. n. 231/2001 nonostante i reati tributari non siano stati inclusi tra gli illeciti costituenti fonte di responsabilità amministrativa da reato; come è noto, e come ricorda sia il ricorrente che l’ordinanza impugnata, le Sezioni Unite di questa Corte (Sez. U, n. 10561 del 30/01/2014 – dep. 05/03/2014, Gubert) hanno abbracciato tale seconda posizione ponendo l’accento sul carattere “amministrativo” della responsabilità da reato degli enti, sicché la società non è mai autore o coautore dell’illecito penale, negando che il rapporto esistente tra l’ente ed un suo organo possa, ex se, essere suscettibile di fondare l’estensione della confisca di valore, basata su specifiche disposizioni legislative. Corroborante tali affermazioni è il mancato inserimento dei reati tributari tra quelli costituenti presupposto della suddetta responsabilità, non trovando quindi applicazione l’art. 19 D.lgs. n. 231/2001, il quale prevede espressamente anche la possibilità della confisca per equivalente. Orbene, la giurisprudenza successiva, richiamandosi ai principi fissati dalle Sezioni Unite, ha affermato che, nell’ipotesi in cui, in seguito ad una valutazione allo stato degli atti della situazione patrimoniale della società, sia impossibile procedere nei confronti dell’ente al sequestro del profitto del reato, la misura reale finalizzata alla confisca per equivalente potrà essere richiesta dal P.M. e disposta dal giudice su beni appartenenti all’agente, recte al legale rappresentante (Cass. Sez. IV, 24 gennaio 2018 n. 10418), né è negata la possibilità per la pubblica accusa di chiedere un provvedimento avente struttura mista, prevedendo, in via principale sequestro diretto del profitto del reato conseguito dalla persona giuridica nonché, in subordine e a condizione dell’infruttuosità del primo ovvero dell’impossibilità dello stesso per accertata incapienza del patrimonio sociale, la sottoposizione a vincolo a per equivalente di beni di corrispondente valore nella disponibilità del legale rappresentante che abbia posto in essere l’illecito penale (Cass., Sez. III, 10 maggio 2018, n. 46973; Cass., Sez. III, 1 dicembre 2017, n. 29862). 15.
Orbene, nel caso in esame, la difesa si duole per non essere stato nemmeno esperito dal PM un tentativo di reperire beni di pertinenza delle società, laddove invece sarebbe stato possibile aggredire un capannone sito in Arese ed un brevetto di proprietà delle società “schermo”.
Ora, osserva il Collegio, se è certamente legittimo il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta del profitto rimasto nella disponibilità di una persona giuridica, derivante dal reato tributario commesso dal suo legale rappresentante, non potendo considerarsi l’ente una persona estranea al detto reato, tuttavia, al fine di poter disporre la confisca diretta del profitto nei confronti della persona giuridica, è pur sempre necessario che risulti la disponibilità nelle casse societarie di denaro da aggredire, non sussistendo un obbligo per la Pubblica Accusa di dover provvedere alla preventiva ricerca di liquidità o cespiti anche nel caso in cui risulti “ex actis” l’incapienza del patrimonio dell’ente (Sez. 3, n. 6205 del 29/10/2014 – dep. 11/02/2015, Mataloni e altro, Rv. 262770).
Orbene, atteso l’intervenuto fallimento delle società “schermo”, dunque, il PM ha evidentemente ritenuto che risultasse “ex actis” l’incapienza patrimoniale delle società, richiedendo ed ottenendo dal GIP il sequestro per equivalente dei beni dell’indagato, del resto avendo motivato i giudici del riesame sulla non sequestrabilità per equivalente del brevetto e del capannone in quanto motivatamente ritenuti non costituire reimpiego del profitto dei reati tributari commessi a vantaggio delle società (e, lo si noti per completezza, il ricorrente non contesta tale punto della ordinanza, né in sede di legittimità è possibile operare un accertamento di fatto sul punto, in quanto strettamente afferente al merito della decisione). Diversamente, ove ciò fosse positivamente emerso, sarebbe stato del tutto legittimo il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente di tali cespiti facenti capo alle società schermo, prevalendo il sequestro ex art. 12 bis, D.lgs. n. 74 del 2000 sui diritti di credito vantati sui medesimi beni per effetto della dichiarazione di fallimento, attesa la obbligatorietà della misura ablatoria alla cui salvaguardia è finalizzato il sequestro (Sez. 3, n. 23907 del 01/03/2016 – dep. 09/06/2016, P.M. in proc. Taurino, Rv. 266940). Conclusivamente, non sindacabile è quindi la correttezza della richiesta della pubblica accusa e del provvedimento cautelare disposto dal GIP, e di conseguenza del provvedimento qui impugnato, con il quale sono stati vincolati beni nella disponibilità del ricorrente per un valore corrispondente al profitto del reato previamente determinato”.
CORTE DI CASSAZIONE Sentenza 24 aprile 2019, n. 17546
C. A. nato a PATERNO il 20/02/1955 avverso l’ordinanza del 16/10/2018 del TRIB. LIBERTA’ di VARESE
sentite le conclusioni del PG PAOLA FILIPPI che ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso;
udito il difensore, Avv. L. Cazzola, che all’esito della discussione, ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
6. Al fine di meglio chiarire le ragioni che inducono questa Corte a qualificare come inammissibile il ricorso, è necessario muovere dalla lettura dell’impugnata ordinanza. In particolare, risulta che il Tribunale di Varese confermava il sequestro preventivo disposto dal GIP a carico di C. A. in qualità di amministratore di fatto della P. s.r.I., società facente capo ad un gruppo societario costituito da 4 imprese solo formalmente distinte; il giudice del riesame evidenziava, ai fini della sussistenza del fumus commissi delicti, che, secondo la giurisprudenza di legittimità, la motivazione per relationem è legittima quando l’atto di riferimento sia conosciuto o agevolmente conoscibile dall’interessato; nel caso di specie. il GIP aveva richiamato un provvedimento emesso dallo stesso, applicativo di una misura cautelare coercitiva a carico del ricorrente, nella quale venivano riassunti compiutamente i fatti risultanti dagli atti trasmessi dal P.M. e richiamanti le indagini compiute dalla Guardia di Finanza di Gallarate, nonché le sommarie informazioni rese da persone informate sui fatti in fase di indagine, consentendo di riscontrare i gravi indizi di colpevolezza costituenti presupposto indefettibile per l’applicazione di una misura cautelare personale; il GIP, inoltre, non avrebbe meramente riprodotto la motivazione contenuta nella richiesta avanzata dalla pubblica accusa, contenendo il provvedimento un’autonoma valutazione degli elementi a sostegno della misura adottata; relativamente al periculum in mora il Tribunale di Varese, rammentando che il sequestro preventivo può interessare beni confiscabili ex art. 321 c.2. c.p.p., evidenzia gli elementi caratterizzanti la confisca in materia tributaria, richiamando segnatamente l’art. 12-bis d. Igs. n. 74/2000, secondo cui è sempre ordinata la confisca dei beni che costituiscono il profitto o il prezzo del reato, salvo che essi appartengano a persona estranea al reato, ovvero, quando non sia possibile, la confisca di beni di cui il reo ha la disponibilità per un valore corrispondente; qualora dunque non possa procedersi ad una confisca diretta, è ammessa quella per equivalente la quale costituisce una “forma di prelievo pubblico a compensazione di prelievi illeciti”, caratterizzata dalla mancanza di pericolosità dei beni che ne sono oggetto e dall’assenza di un rapporto di pertinenzialità con il reato; il giudice del riesame richiama inoltre la sentenza di questa Corte di Cassazione a Sezioni Unite del 10.1.2014 (Gubert) in occasione della quale qualora è stata esclusa, ai sensi dell’art. 322 c.p.p., la possibilità di procedere alla confisca per equivalente di beni della persona giuridica per reati tributari commessi dal legale rappresentante, salva l’ipotesi che la stessa sia in concreto priva di autonomia e rappresenti un mero schermo attraverso cui l’amministratore agisce come effettivo titolare; la confisca potrà interessare beni personali degli amministratori solo nell’ipotesi in cui il profitto, o i beni ad esso riconducibili, non sia più nella disponibilità della persona giuridica. Orbene, secondo i giudici del riesame, il P.M. aveva legittimamente richiesto il sequestro preventivo nella forma per equivalente piuttosto che in quella diretta in quanto, in seguito ad una valutazione, sulla base del compendio indiziario acquisito, della situazione patrimoniale dell’ente avvantaggiato dal reato, risultava impossibile il reperimento dei beni costituenti il profitto diretto dell’illecito o suo reimpiego, evidenziandosi inoltre la natura di “schermo” delle società (“P. s.r.l.”. e “La fabbrica dei giochi”) le quali non avevano disponibilità patrimoniali stante l’intervenuta dichiarazione di fallimento nel 2016.
Non meritevole di accoglimento è stata ritenuta dai giudici del riesame anche l’ulteriore doglianza circa la necessità di procedere preventivamente al sequestro dei beni indicati dal ricorrente, in quanto i reati tributari non rientrano tra i reati presupposto ai fini della responsabilità degli enti ai sensi del d.lgs. n. 231/2001, non essendo la società soggetto attivo dell’illecito e potendo quindi costituire oggetto di confisca solo i beni direttamente riconducibili al profitto discendente dal reato e siano nella disponibilità della persona giuridica, ovvero somme di denaro.
Deve, peraltro, evidenziarsi la diversità dei presupposti indefettibili perché l’organo giudicante possa pronunciarsi positivamente sulla richiesta della pubblica accusa, posto che, relativamente alle misure personali si richiede la sussistenza, oltre che delle esigenze cautelari di cui all’art.294 c.p.p., anche di gravi indizi di colpevolezza, ossia elementi raccolti in fase di indagine dai quali sia possibile dedurre l’addebitabilità del fatto di reato al soggetto che verrà interessato dalla misura coercitiva, custodiale o meno. Di converso, condizioni “più lievi” vengono richieste per le misure cautelari reali, in ragione del diverso interesse che le stesse vengono ad incidere, avente sicuramente valore inferiore rispetto alla libertà personale dell’indagato/imputato. Tali presupposti sono infatti il periculum in mora ed il fumus commissi delicti, donde il P.M. deve allegare alla propria richiesta elementi dai quali poter desumere l’astratta configurabilità, nel caso concreto, del reato addebitato, dovendosi inoltre rammentare le peculiarità caratterizzanti il sequestro preventivo qualora esso sia funzionale a garantire la successiva confisca dei beni interessati, ai sensi dell’art. 321 c.2 c.p.p.
In merito alle violazioni tributarie poste in essere dagli amministratori di una società, o da altro diverso organo della stessa, si è discusso sia circa la sequestrabilità, ai fini della successiva confisca, di beni facenti parte del patrimonio societario, essendo la società estranea al fatto illecito, sia circa l’operatività della misura ablativa su beni nella disponibilità degli stessi amministratori nonostante, in ultima analisi, un vantaggio economico fosse stato ottenuto dall’ente. Sul punto si è innestata una ulteriore questione concernente la possibilità di dichiarare la persona giuridica responsabile in applicazione del D.Igs. n. 231/2001 nonostante i reati tributari non siano stati inclusi tra gli illeciti costituenti fonte di responsabilità amministrativa da reato; come è noto, e come ricorda sia il ricorrente che l’ordinanza impugnata, le Sezioni Unite di questa Corte (Sez. U, n. 10561 del 30/01/2014 – dep. 05/03/2014, Gubert) hanno abbracciato tale seconda posizione ponendo l’accento sul carattere “amministrativo” della responsabilità da reato degli enti, sicché la società non è mai autore o coautore dell’illecito penale, negando che il rapporto esistente tra l’ente ed un suo organo possa, ex se, essere suscettibile di fondare l’estensione della confisca di valore, basata su specifiche disposizioni legislative. Corroborante tali affermazioni è il mancato inserimento dei reati tributari tra quelli costituenti presupposto della suddetta responsabilità, non trovando quindi applicazione l’art. 19 D.Igs. n. 231/2001, il quale prevede espressamente anche la possibilità della confisca per equivalente.
Ora, osserva il Collegio, se è certamente legittimo il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta del profitto rimasto nella disponibilità di una persona giuridica, derivante dal reato tributario commesso dal suo legale rappresentante, non potendo considerarsi l’ente una persona estranea al detto reato, tuttavia, al fine di poter disporre la confisca diretta del profitto nei confronti della persona giuridica, è pur sempre necessario che risulti la disponibilità nelle casse societarie di denaro da aggredire, non sussistendo un obbligo per la Pubblica Accusa di dover provvedere alla preventiva ricerca di liquidità o cespiti anche nel caso in cui risulti “ex actis” l’incapienza del patrimonio dell’ente (Sez. 3, n. 6205 del 29/10/2014 – dep. 11/02/2015, Mataloni e altro, Rv. 262770). Orbene, atteso l’intervenuto fallimento delle società “schermo”, dunque, il PM ha evidentemente ritenuto che risultasse “ex actis” l’incapienza patrimoniale delle società, richiedendo ed ottenendo dal GIP il sequestro per equivalente dei beni dell’indagato, del resto avendo motivato i giudici del riesame sulla non sequestrabilità per equivalente del brevetto e del capannone in quanto motivatamente ritenuti non costituire reimpiego del profitto dei reati tributari commessi a vantaggio delle società (e, lo si noti per completezza, il ricorrente non contesta tale punto della ordinanza, né in sede di legittimità è possibile operare un accertamento di fatto sul punto, in quanto strettamente afferente al merito della decisione). Diversamente, ove ciò fosse positivamente emerso, sarebbe stato del tutto legittimo il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente di tali cespiti facenti capo alle società schermo, prevalendo il sequestro ex art. 12 bis, d. Igs. n. 74 del 2000 sui diritti di credito vantati sui medesimi beni per effetto della dichiarazione di fallimento, attesa la obbligatorietà della misura ablatoria alla cui salvaguardia è finalizzato il sequestro (Sez. 3, n. 23907 del 01/03/2016 – dep. 09/06/2016, P.M. in proc. Taurino, Rv. 266940).

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 art. 12
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