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Timestamp: 2019-08-18 15:06:35+00:00

Document:
Sinistro stradale: prova del danno
Corte di Cassazione III sez. penale
11 maggio 2007, n. 10848
Sinistro stradale – art. 2043 c.c. – art. 2056 c.c. – art. 1123 c.c. – art. 1126 c.c. – danno estetico – danno stress – accertamento – sussistenza dubbia – non risarcibilità
Non sussiste illogicità o contraddittorietà della motivazione qualora il giudice di merito non avendo concretamente accertato la sussistenza di un’ulteriore patologia, ne neghi il relativo risarcimento.
Nel caso di specie la Corte rigetta il ricorso di un motociclista cui la corte di merito aveva negato il risarcimento del danno estetico e il disturbo post traumatico da stress non essendo queste voci ritenute concretamente provate.
Svolgimento del processo - G. S. ha convenuto in giudizio, innanzi al tribunale di Milano I. O. nonché la Winterthur s.p.a., chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti in occasione di un sinistro stradale verificatosi nel luglio 1996, allorché alla guida di una sua moto essa attrice era stata investita, pur avendo la precedenza, dall'auto condotta dallo I., assicurata per la responsabilità civile presso la Winterthur.
Costituitasi unicamente la Winterthur questa ha eccepito la eccessività delle pretese risarcitorie di parte attrice.
Svoltasi l'istruttoria del caso nel corso della quale la convenuta corrispondeva alla G. la somma di lire 80.057.023, accettata in acconto l'adito tribunale determinava il risarcimento complessivamente dovuto (per danno biologico permanente e temporaneo, danno morale e spese documentate) in una somma già rivalutata rientrante, anche con gli interessi, nell' importo dell'acconto e, per l'effetto, dichiarato già soddisfatto il credito risarcitorio ha condannato la convenuta al pagamento della sola metà delle spese di lite, con sentenza 27 luglio 1999.
Gravata tale pronunzia dalla G. la Corte di appello di Milano con sentenza 19 febbraio 2002 ha rigettato l'appello, compensate tra le parti le spese del giudizio di appello.
Per la cassazione di tale ultima pronunzia, non notificata, ha proposto ricorso, affidato a due motivi, G. S., con atto notificato il 27 marzo 2003 e date successive.
Resiste, con controricorso, la Winterthur Assicurazioni s.p.a. Non ha svolto attività difensiva in questa sede I. O..
Il P.G. ha chiesto, a norma dell'art. 375 c.p.c., il rigetto del ricorso perché manifestamente infondato.
1. Con il primo motivo la ricorrente, censura la sentenza impugnata denunziando «illogica, contraddittoria e comunque insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia» atteso che la Corte di appello «mentre dichiara di recepire le premesse valutative dell'elaborato peritale, ne nega poi le conclusioni quantitative, travisandone il ragionamento al punto dì contraddirlo e incorrendo così nel vizio di contraddittorietà sub specie illogicità».
Con il secondo motivo, intimamente connesso al precedente, e intimamente connesso a questo, la ricorrente lamenta, ancora, «violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2056 in relazione all'art. 1223, 1226 c.c. e all'art. 4 d.1 n. 857 del 1976».
Si assume, infatti, da un lato, che la negazione della sussistenza del danno, cioè dei sintomi allegati dall'appellante come DPTS riconosciuti sussistenti dal consulente sia pure in forma lieve costituisce violazione o comunque falsa applicazione del principio integrale del danno, dall'altro, che un danno estetico, specie se la lesione è localizzata nel viso può ricevere un autonomo e aggiuntivo trattamento risarcitorio di natura patrimoniale.
2. Entrambi i motivo come puntualmente dedotto dal P.G. sono, per un verso, inammissibili, per altro, manifestamente infondati.
2. l. In merito alla denunziata «violazione o falsa applicazione degli articoli 2043 e 2056, in relazione agli artt. 1223, 1226 c.c. e all'art. 4 del d.l. n. 867 del 1976», sotto il profilo di cui all'art. 360 n. 3 c.p.c. preme evidenziare, in limine, la manifesta inammissibilità delle deduzioni in esame.
In conformità, in particolare, a una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice, da cui totalmente prescinde parte ricorrente e che nella specie deve ulteriormente ribadirsi infatti il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, i motivi per i quali si richiede la cassazione, aventi i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata.
Il riferito principio comporta in particolare tra l'altro che è inammissibile il ricorso nel quale non venga precisata la violazione di legge nella quale sarebbe incorsa la pronunzia di merito, non essendo al riguardo sufficiente un'affermazione apodittica non seguita da alcuna dimostrazione, dovendo il ricorrente porre la Corte di legittimità in grado di orientarsi tra le argomentazioni in base alle quali si ritiene di censurare la sentenza impugnata (Cass. 15 febbraio 2003, n. 2312).
In altri termini, quando nel ricorso per cassazione, pur denunciandosi violazione e falsa applicazione della legge, con richiamo di specifiche disposizioni normative, non siano indicate le affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le disposizioni indicate o con l'interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina il motivo è inammissibile, poiché non consente alla Corte di cassazione di adempiere il compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Cass. 20 gennaio 2006, n. 1108; Cass. 29 novembre 2005, n. 26048; Cass. 8 novembre 2005, n. 21659; Cass. 18 ottobre 2005, n. 20145; Cass. 2 agosto 2005, n. 16132).
Certo che nella specie non solo non si deduce quale sia stata la interpretazione data dal giudice del merito delle disposizioni normative richiamate, in contrasto con la lettura datane dalla dottrina e dalla giurisprudenza di questa Corte regolatrice, ma si censura unicamente la valutazione compiuta dai giudici di merito delle risultanze di causa alla luce delle quali quei giudici hanno ritenuto che alla ricorrente non spettassero, a titolo di danni, somme ulteriori, rispetto a quelle già percepite è di palmare evidenza la inammissibilità della censura, sotto il profilo di cui all'art. 360 n. 3 c.p.c.
2. 2. Quanto al primo motivo, come assolutamente pacifico, presso una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice da cui totalmente prescinde la difesa di parte ricorrente sussiste «contraddittoria motivazione» della sentenza del giudice di secondo grado, censurabile sotto il profilo di cui all'art. 360, n. 5, c.p.c. allorché dalla lettura della sentenza emerga un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire la identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione (tra le altre, Cass. 24 maggio 2006, n. 12372).
È indispensabile, cioè, che si sia in presenza di argomentazioni contrastanti e tali da non permettere di comprendere la ratio decidendi che sorregge il decisum adottato (Cass. 6 aprile 2006, n. 8106).
Tale vizio perciò è invocato a sproposito allorché il ricorrente contesti il modo in cui il giudice di merito ha valutato fatti e prove, invocando una diversa valutazione (Cass. 24 maggio 2006, n. 12372, cit.).
Atteso che nella specie parte ricorrente lungi dall'indicare affermazioni dei giudici di secondo grado tra loro contraddittorie si limita, in realtà, a denunziare il mancato integrale accoglimento, da parte di quel giudice, delle conclusioni rassegnate dal consulente tecnico d'ufficio (e la lettura della consulenza fatta propria dalla sentenza gravata) è di palmare evidenza che non si è a fronte a una «motivazione contraddittoria», ma a una erronea valutazione delle risultanze di causa.
2. 3. Deve escludersi, contemporaneamente che il giudice del merito sia pervenuto in termini apodittici e senza alcuna motivazione a disattendere le valutazioni del consulente tecnico d'ufficio (allorché ha negato che potesse riconoscersi un ulteriore danno biologico del 2 3%).
La motivazione offerta al riguardo dai giudici di secondo grado, infatti appare logica e coerente con gli stessi accertamenti in fatto compiuti dallo stesso consulente.
Se quest'ultimo, infatti, ha accertato essere «dubbia» cioè non accertata concretamente la formulazione di un ulteriore disturbo posto traumatico da stress, in mancanza della tradizionale gravità dei sintomi legati al rivivere l'evento traumatico che giustificano tali diagnosi, appare del tutto coerente con tale premessa la conclusione fatta propria dai giudici del merito allorché hanno affermato che «il mancato accertamento della stessa sussistenza del postumo non può tradursi ... in una quantificazione pari alla metà di quella che meriterebbe un postumo se accertato».
2. 4. Del tutto apodittico e indimostrato nonché in contrasto con quello che è il significato lessicale del termine infine, appare quanto si invoca in ricorso allorché si afferma che allorché il consulente ha definito «dubbia» la patologia lamentata dalla G., in realtà intendeva affermare che si era in presenza di una patologia «lieve».
Avendo escluso in linea di fatto i giudici del merito, sulla base di un iter argomentativo esauriente e in alcun modo in contrasto con principi di diritto o con le regole della logica, sia la esistenza ~ nel caso concreto di un danno estetico tale da giustificare una riduzione della capacità lavorativa («la modesta alterazione estetica hanno accertato quei giudici è percepibile solo in particolari dinamiche mimiche del volto e solo con attento esame da distanza ravvicinata» e «non vi è nessuna deturpazione o sfiguramento del viso») , sia di un «disturbo post traumatico da stress» è di palmare evidenza che correttamente quei giudici non hanno attribuito alcun ulteriore importo, a titolo di risarcimento del danno.
3. Risultato infondato in ogni sua parte il proposto ricorso deve rigettarsi, con condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate come in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate in € 100,00 per spese, oltre € 2.500,00 per onorari, e oltre rimborso forfetario delle spese generali e accessori come per legge.
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References: art. 2043
 art. 2056
 art. 1123
 art. 1126
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