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Timestamp: 2020-06-06 08:37:57+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 11816 del 09/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11816 del 09/06/2016
Cassazione civile sez. III, 09/06/2016, (ud. 19/04/2016, dep. 09/06/2016), n.11816
pro tempore Avv. F.G., a tanto autorizzato con delibera
assembleare del 16/5/13, elettivamente domiciliato in ROMA, VTA
MONTE ZEBIO 37, presso lo studio dell’avvocato CECILIA FURITANO,
che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati ALESSANDRO
BERLIRI, PAOLO PIPERNO giusta procura speciale in calce al
T.E., D.C. in proprio e nella qualità di
erede di V.G., S.M.J. nella qualità di
erede di V.G.;
T.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GALLIA 2,
presso lo STUDIO ASSOCIATO BERTI, rappresentato e difeso
dall’avvocato CESARE BERTI giusta procura speciale in calce al
controricorso e ricorso incidentale, BERTI CESARE, in proprio,
elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GALLIA 2, presso lo STUDIO
ASSOCIATO BERTI, difensore di sè medesimo;
– ricorrenti incidentali ù
pro tempore Avv. F.G., elettivamente domiciliato in
ROMA, VIA MONTE ZEBIO 37, presso lo studio dell’avvocato CECILIA
FURITANO, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati
ALESSANDRO BERLIRI, PAOLO PIPERNO giusta procura speciale in
D.C. in proprio e nella qualità di erede di V.
G., S.M.I. nella qualità di erede di V.
– intimate ù
avverso la sentenza n. 2417/2013 della CORTE D’APPELLO DI ROMA,
emessa il 15/3/2013, depositata il 30/04/2013, R.G.N. 466/2005;
19/04/2016 dal Consigliere Relatore Dott. FRANCO DE STEFANO;
ANNA MARIA SOLDI, che ha concluso per il rigetto di entrambi i
p.2.3. Deve però valutarsi se i principi elaborati da questa Corte siano stati applicati in modo corretto ad una tale fattispecie per affermare la responsabilità del Condominio quale committente o datore di lavoro e se, quindi, possa escludersi una falsa applicazione dell’art. 2049 c.c., in quanto norma correttamente interpretata, ma applicata ad una fattispecie che non doveva sussumersi entro la sua previsione: e può fin d’ora rilevarsi che una fattispecie come quella ricostruita nella specie non può ricondursi entro la norma applicata, per avere il carattere esclusivamente personale dello scopo perseguito dal danneggiante –
nel senso che si va a spiegare – reciso ogni collegamento con la sfera giuridica patrimoniale del “padrone o committente”.
p.2.6. Il concetto di finalità non esclusivamente personale del preposto, la quale si sovrappone a quelle di ordine economico e giuridico che hanno comportato e sorretto il suo inquadramento nell’organizzazione del preponente, quale indefettibile condizione di operatività dell’istituto della responsabilità di quest’ultimo, è però insito – a ben guardare – pure nella ricostruzione della giurisprudenza civilistica: ed invero, il fatto che la responsabilità del preponente possa sussistere anche se il preposto abbia operato oltrepassando i limiti delle proprie mansioni o abbia agito all’insaputa del primo non consente di ritenere operativa la previsione dell’art. 2049 c.c., quando il fatto illecito sia avvenuto senza il benchè minimo collegamento funzionale con l’attività lavorativa (Cass., ord. 30 giugno 2015, n. 13425), ovvero quando la condotta abbia risposto ad esigenze meramente personali dell’agente (Cass. 13 novembre 2011, n. 14096; Cass. 22 agosto 2007, n. 17836;
Cass. 25 marzo 2013, n. 7403, ha escluso, degradandola a mera occasione non necessaria, la circostanza dell’accadimento di un’aggressione sul luogo di lavoro da parte di un superiore), avulse quindi dal suo inserimento nell’organizzazione del preposto.
Insomma, impedisce la configurabilità della responsabilità in esame l’assoluta estraneità della condotta del preposto alle sue mansioni e compiti (confermando la conclusione sul punto dei giudici di merito, peraltro per motivi di rito: Cass. 18 giugno 2015, n. 12611;
Cass. 6 giugno 2014, n. 12828), quand’anche deviate o distorte:
esigendosi in ogni caso almeno la possibilità di ricollegare, anche solo indirettamente, la condotta dannosa del preposto alle attribuzioni proprie dell’agente (Cass. 10 ottobre 2014, n. 21408;
Cass., 29 dicembre 2011, n. 29727) o all’ambito dell’incarico affidatogli (Cass. 9 aprile 2014, n. 8372, con richiami a: Cass. 24 gennaio 2007, n. 1516; Cass. 22 agosto 2007, n. 17836). Occorre cioè (Cass. 10 dicembre 1998, n. 12417; in precedenza, fra le altre, Cass. 18 gennaio 1990, n. 223) che il preposto abbia perseguito finalità coerenti con quelle in vista delle quali le mansioni gli furono affidate e non finalità proprie alle quali il committente non sia neppure mediatamente interessato o compartecipe.
p.2.7. Tanto risponde alla ratio stessa del secolare istituto, ricostruito, dalla migliore dottrina contemporanea, come ipotesi di vera e propria responsabilità oggettiva indiretta, in quanto la legge non consente alcun tipo di prova liberatoria a carico di padroni e committenti o preponenti, al contrario di quanto previsto –
ad esempio – dagli artt. 2048 e 2051 cod. civ., sicchè la responsabilità in esame prescinde del tutto da una culpa in eligendo o in vigilando del datore di lavoro o preponente ed è quindi insensibile all’eventuale dimostrazione dell’assenza di colpa (Cass. 16 marzo 2010, n. 6325; Cass. 29 agosto 1995, n. 9100); e tanto in estrinsecazione del principio cuius commoda eius et incommoda, secondo il quale del danno causato dal dipendente deve rispondere colui che normalmente trae vantaggio dal rapporto con il preposto.
Con il primo motivo i ricorrenti incidentali T.E. e B. C. lamentano “violazione e falsa applicazione degli artt. 2056, 1223 e1226 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”, e “omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5, di un punto decisivo per il giudizio, rappresentato dalla domanda di liquidazione del danno patrimoniale subito dal ricorrente incidentale a causa della totale perdita della sua capacità lavorativa specifica”.
p.6. – In conclusione, mentre il ricorso incidentale va dichiarato inammissibile, di quello principale va accolto il primo motivo, con assorbimento del secondo e decisione nel merito secondo quanto indicato al precedente p.2.11. p.7. – Quanto alle spese sulla domanda dispiegata dal T. nei confronti del Condominio, ritiene il Collegio sussistano giusti motivi per un’integrale compensazione – in applicazione dell’art. 92 c.p.c., nel testo anteriore alla riforma di cui alla L. 28 dicembre 2005, n. 263, art. 2, comma 1, lett. a), (applicabile ratione temporis in relazione alla data di inizio in primo grado del giudizio: ottobre 1994) – in riferimento a tutti i gradi di giudizio, ravvisandoli nella particolare complessità della vicenda, caratterizzata dalla delicatezza delle indagini tecniche rese necessarie e dall’alterno andamento delle opzioni ermeneutiche nei gradi di merito sulla questione dirimente, nonchè nella relativa novità della questione in ordine all’esatta delimitazione dell’ambito di applicazione dell’art. 2049 c.c., in caso di condotta dolosa del sottoposto del tutto avulsa dalle mansioni affidate o legittimamente attese. Non vi è luogo a provvedere, invece, sulle spese del giudizio di legittimità nei rapporti tra il T. e le D.- S., atteso che queste non hanno qui svolto attività difensiva e che il primo è tecnicamente soccombente sull’impugnazione da lui proposta. p.8. – Trova infine applicazione – mancando ogni discrezionalità al riguardo (Cass. 14 marzo 2014, n. 5955) – il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione: norma in forza della quale il giudice dell’impugnazione è vincolato, pronunziando il provvedimento che definisce quest’ultima, a dare atto della sussistenza dei presupposti (rigetto integrale o inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) per il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione da lui rispettivamente proposta, a norma del detto art. 13, comma 1 bis.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 19 aprile 2016

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 Cass. 

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 Cass. 
 art. 360
 art. 2
 art. 13
 art. 1
 art. 13