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Lettere copernicane - Sentenza e abiura | Galileo Galilei, a cura di Angela Cerinotti | download
Strona główna Lettere copernicane - Sentenza e abiura
Galileo Galilei, a cura di Angela Cerinotti
9788844049188
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Galileo Galilei, a cura di A. Beltram Marì
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P A S S E P A R T O U T
Collana a cura di: Paolo Fabrizio Iacuzzi
Copertina: Enrico Albisetti
Lettere copernicane è tratto da Scritture in difesa del sistema Copernicano, in
Le Opere di Galileo Galilei, Edizione Nazionale a cura di Antonio Favaro,
G. Barbèra Editore, Firenze 1968, vol. V, pp. 279-348; Sentenza e Abiura sono tratte dal vol. XIX, pp. 402-407.
Testo in italiano corrente e note ai testi: Angela Cerinotti
Introduzione: Roberto Carnero
ISBN 9788844049188
Prima edizione digitale: luglio 2019
Le 10 parole chiave di Roberto Carnero
1 – A don Benedetto Castelli in Pisa (Firenze, 21 dicembre 1613)
2 – A monsignor Piero Dini in Roma (Firenze, 16 febbraio 1615)
3 – A monsignor Piero Dini in Roma (Firenze, 23 marzo 1615)
4 – A madama Cristina di Lorena Granduchessa di Toscana (1615)
SENTENZA E ABIURA (Roma, 22 giugno 1633)
LETTERE COPERNICANE – Testi originali
SENTENZA E ABIURA (Roma, 22 giugno 1633) – Testi originali
presenta in 10 parole chiave
Galileo Galilei è stato tante cose insieme: uno studioso, uno scienziato, un pensatore, un letterato. Ma è stato prima di tutto un cultore della verità. Il concetto di verità non aveva per lui nulla di metafisico o di astratto, come avveniva ancor; a – per certi versi – con i filosofi rinascimentali. Galileo è interessato alla verità fattuale, vale a dire alla realtà delle cose.
Questa ricerca ha rappresentato l’obiettivo principale della sua vita. Nessuna autorità, laica o ecclesiastica che fosse, è riuscita a sopprimere o a conculcare in lui questo anelito alla verità. In tale chiave, la sua opera può essere letta come un importante anello di congiunzione tra scienza, tecnica e umanesimo, ma anche come un passaggio fondamentale dell’epistemologia moderna, il che conferisce al pensiero galileiano un indiscutibile spessore filosofico.
Lo si vede chiaramente già in un’opera del 1610, il Sidereus Nuncius (“Messaggero celeste”), un breve trattato in lingua latina in cui Galileo dà notizia delle prime ma già rivoluzionarie scoperte astronomiche fatte grazie all’uso del cannocchiale, destando enorme scalpore nel mondo scientifico, religioso e culturale dell’epoca. E anche nel Saggiatore, un’opera pubblicata nel 1623 sotto forma di epistola in volgare, l’autore entra in una disputa in merito alla natura delle comete, ma, al di là dell’argomento specifico, il testo è importante soprattutto per la polemica metodologica nei confronti della scienza tradizionale, volta com’era a ribadire concetti sui quali non c’era alcuna certezza empirica.
Tale studio della verità appare anche nelle Lettere copernicane (1612-1615) un impegno costante, essendo Galileo convinto – come si esprime nella lettera A madama Cristina di Lorena Granduchessa di Toscana, un testo in cui il vocabolo «verità» viene ripetuto molte volte – che «la moltitudine de’ veri concorre all’investigazione, accrescimento e stabilimento delle discipline, e non alla diminuzione o destruzione». Vale a dire: la verità non deve mai farci paura e il vero scienziato non la teme, ma deve piuttosto aborrire le false opinioni. Il rispetto della verità impone – come ammoniva sant’Agostino (non casualmente citato nella stessa lettera) – di essere molto cauti nel momento di compiere affermazioni di assoluta certezza in merito a cose oscure e difficili da capire.
Lo strumento fondamentale per giungere alla conoscenza della realtà – e dunque a una verità che, per quanto inconoscibile nella sua totalità, pure esiste e può essere avvicinabile – è per Galileo la ricerca scientifica condotta attraverso il metodo sperimentale, cioè attraverso l’esperienza.
Rispetto all’intellettuale medievale che ancorava le proprie credenze alle affermazioni delle auctoritates (cioè i grandi autori del passato, in primis il filosofo greco Aristotele), lo scienziato moderno si fida soltanto di sé stesso e dei propri sensi. Per lui non ha alcun senso continuare a ripetere concetti pseudoscientifici (non dimostrati né dimostrabili) o riproporre tesi razionalmente infondate, magari accreditandole attraverso citazioni erudite. La natura, invece, è un libro che può essere letto fedelmente attraverso gli strumenti della matematica e della geometria.
In questo, Galileo è il grande fondatore del moderno metodo sperimentale, o, se vogliamo, della scienza moderna tout court. I risultati del progresso scientifico devono essere oggettivi, affidabili, verificabili e condivisibili. Come si esprime ancora nella lettera A madama Cristina di Lorena Granduchessa di Toscana, le «sensate esperienze» portano a «dimostrazioni necessarie»: gli esperimenti e le constatazioni empiriche conducono a conclusioni consequenziali.
Con Galileo si passa cioè dal metodo deduttivo (dedurre le concezioni della realtà da principi astratti) a quello induttivo (ricavare la regola generale dalla concreta sperimentazione di situazioni reali). In base al metodo scientifico, le ipotesi relative ai fenomeni naturali, formulate dopo la raccolta dei dati empirici, vanno sottoposte a procedure di verifica sperimentale, che servono a confermarle (trasformandole in leggi scientifiche) o a confutarle (qualora si rivelassero erronee o fallaci).
Da questa moderna concezione della scienza deriva un nuovo modo di guardare alle Sacre Scritture, e in particolare a quei passi dell’Antico Testamento che venivano chiamati a supporto di teorie scientifiche ormai smentite dall’esperienza. Fin dove arrivano la ragione e l’esperienza, non serve, anzi è fuorviante, chiamare in causa la Bibbia, la cui autorevolezza si applica invece alle verità teologiche e morali che non avrebbero potuto essere trasmesse agli uomini per altra via se non attraverso quella della “rivelazione positiva”: «Io crederei che l’autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la mira a persuader a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell’istesso Spirito Santo» (A don Benedetto Castelli in Pisa). Se è stato Dio a dotarci di sensi capaci di orientarci all’interno della realtà, sarebbe ben strano che quello stesso Dio ci chiedesse poi di non utilizzarli per affidarci invece alle immagini poetiche dei testi sacri quasi come a una fonte di verità scientifica: «Ma che quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e d’intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusione divise se ne legge nella Scrittura». Tanto più che l’astronomia – questo è l’oggetto del contendere – non trova nella Bibbia una trattazione completa e sistematica, non essendo quella l’intenzione dei suoi autori, seppure divinamente ispirati.
Intenzione dello Spirito Santo che ha guidato la mano degli autori dei libri biblici era infatti quella «d’insegnarci come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo» (A madama Cristina di Lorena Granduchessa di Toscana). In altre parole, la Bibbia non insegna come si muovano i corpi celesti ma come si possa salvare la propria anima. Tra dettato scritturistico e scienza non ci può e non ci deve essere alcun contrasto, poiché sono diversi i loro ambiti d’azione e di interesse: il primo mira a definire questioni teologiche e morali, la seconda le regole matematiche del reale. Quando i testi sacri accennano a fenomeni astronomici o naturali, non hanno la pretesa di avere validità scientifica. Se tra “libro sacro” e “libro della natura” talora pare di scorgere qualche contraddizione, essa è soltanto apparente, giacché riguarda – per così dire – le diverse modalità espressive dei due “libri”, più che la realtà in sé. Galileo ribadisce a più riprese nei suoi scritti l’assenza di una tale contraddizione, anche perché se avesse parlato diversamente – mettendo cioè in contrapposizione le “due verità” – sarebbe potuta scattare con molta facilità l’accusa di eresia, cosa che fino all’ultimo egli volle evitare.
Spiega invece che nel trattare le questioni naturali, gli autori della Bibbia hanno adottato il punto di vista del volgo, «assai rozzo e indisciplinato». Perciò i riferimenti naturalistici presenti nella Bibbia non vanno intesi per forza di cose in senso reale, ma possono avere un significato simbolico, dovendo essere semplici e alla portata di tutti. Quando essa parla del movimento del Sole, ciò non significa necessariamente che il Sole si muova, ma tale espressione deriva dalla volontà, da parte di chi l’ha utilizzata, di accordarsi alla visione della realtà propria dell’uomo comune, che in tal modo vi avrebbe trovato una descrizione del reale confacente al suo punto di vista.
È interessante notare che lo stesso argomento era stato utilizzato già una ventina d’anni prima dal filosofo Giordano Bruno (1548-1600) nel dialogo La cena de le ceneri (1584), che però Galileo non cita mai: Bruno era stato infatti condannato per eresia e bruciato sul rogo dall’Inquisizione romana.
Galileo è un uomo di fede, è un cristiano, un cattolico, un credente. Per questo l’ostilità manifestata nei confronti dei suoi studi e della sua stessa persona da parte di alcuni autorevoli settori della Chiesa del tempo lo amareggia profondamente, ponendolo in uno stato di frustrazione psicologica molto duro da sopportare. Se per il fedele la Chiesa è madre, come può un figlio accettare l’ingiusta durezza di chi invece dovrebbe amarlo e sostenerlo?
Per questo egli rivendica, di fronte alla Chiesa, la piena cattolicità propria e di chi l’ha preceduto sulla via della ricerca scientifica: «Niccolò Copernico fu uomo non pur cattolico, ma religioso e canonico» (A monsignor Piero Dini in Roma, 16 febbraio 1615). La sua fede non entra in crisi per gli errori dei teologi, che magari leggono male i testi sacri. Il più grave di tutti è l’interpretazione puramente letterale (tipica di fondamentalismi di ieri e di oggi), prassi contro la quale Galileo argomenta la necessità di una sapiente ermeneutica tesa a leggere il testo nelle sue diverse dimensioni (figurate, simboliche, allegoriche ecc.): se ci fermassimo «nel puro significato delle parole […] vi apparirebbono non solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporali e umani, come d’ira, di pentimento, d’odio, e anco talvolta l’obblivione delle cose passate e l’ignoranza delle future» (A don Benedetto Castelli in Pisa). È perciò «necessario che i saggi espositori produchino i veri sensi, e n’additino le ragioni particolari per che siano sotto cotali parole stati profferiti». In tal modo fede e scienza – ancora una volta – non possono trovarsi in reciproca contraddizione. E a ben guardare, afferma Galileo, si troverà «molto più zelo verso Santa Chiesa e la dignità delle Sacre Lettere» in lui che nei suoi «persecutori» (A monsignor Piero Dini in Roma, 16 febbraio 1615).
La grande scoperta galileiana è, come è noto, quella del moto della Terra. A difendere questo risultato delle sue osservazioni e delle sue ricerche lo scienziato pisano dedica diversi scritti, in particolare il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632), ma anche diverse lettere, come queste Lettere copernicane, scritte tra il 1613 e il 1615, nelle quali Galileo cerca di convincere alcuni esponenti del mondo scientifico, politico ed ecclesiastico della validità delle proprie teorie e della loro conciliabilità con le verità di fede.
Al paradigma tolemaico (dal nome dell’astronomo egiziano Claudio Tolomeo, vissuto nel II secolo d.C.), Galileo sostituisce quello copernicano: nel 1543 l’astronomo polacco Niccolò Copernico aveva pubblicato a Norimberga il De revolutionibus orbium celestium libri VI (“Sei libri sulle rivoluzioni dei corpi celesti”). In base a quest’opera non erano più – come nella visione tradizionale – i pianeti a girare intorno alla Terra, ma erano i pianeti a ruotare attorno al Sole (Terra inclusa). Copernico basava queste sue conclusioni su calcoli matematici, mentre Galileo ne dimostra la validità con «sensate esperienze» e «dimostrazioni necessarie».
Si trattava di una scoperta rivoluzionaria, perché minava la secolare concezione cristiana della Terra e dunque degli esseri umani come posti al centro dell’universo. Il passaggio dal modello geocentrico a quello eliocentrico privava l’uomo dell’idea di una condizione di privilegio alla quale si faceva fatica a rinunciare. Da qui derivò l’ostilità della Chiesa a una siffatta prospettiva, anche perché la Bibbia – che era il testo di riferimento per la cultura del tempo, non solo sul piano religioso ma anche su quello scientifico – in un passo del Libro di Giosuè (X, 12-14) accennava al movimento del Sole intorno alla Terra: per la preghiera di Giosuè (il condottiero ebraico, successore di Mosè, che guidò le dodici tribù di Israele attraverso il Giordano a occupare la terra promessa) Dio fermò il Sole – cioè prolungò la durata del giorno e ritardò l’inizio della notte – finché gli Israeliti riuscirono a sconfiggere gli Amorrei loro nemici. Ma appellarsi alla Bibbia era forse più che altro un pretesto, pur di non accogliere una visione del mondo che metteva in crisi l’assodata concezione di una centralità dell’umano nel cosmo.
Da qui, da questa straordinaria scoperta galileiana, comincia la crisi non semplicemente di una visione religiosa ma, in fondo, dello stesso pensiero occidentale. «Maledetto sia Copernico!» dirà, all’inizio del XIX secolo, il protagonista del Fu Mattia Pascal (1904) di Luigi Pirandello: «Copernico […] ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni e che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci ormai le nostre».
Insomma, la responsabilità dell’astronomo polacco è chiara e imperdonabile: è per colpa sua e della sua teoria che l’uomo ha perso la propria dignità, le proprie sicurezze, la fiducia incrollabile che dava senso alle sue imprese. E la “colpa” di Galileo, anch’essa imperdonabile, è stata quella di dimostrare inequivocabilmente che Copernico aveva ragione: «la mobilità della Terra» è «sicurissima, verissima, irrefragabile» (A monsignor Piero Dini in Roma, 23 marzo 1615).
Con diverse sue opere – non ultime le Lettere copernicane – Galileo occupa un posto di rilievo nella storia della letteratura italiana per essere stato praticamente il primo a scrivere in volgare di scienza.
Rispetto al lessico ereditato dagli scrittori precedenti, il suo bel fiorentino di matrice cinquecentesca presenta un numero non eccessivo di innovazioni, ma è ammirevole la duttilità grazie alla quale lo scrittore riesce a piegare quella lingua a significare nuove cose e nuovi concetti. Per questo, il volgare galileiano rappresenta una tappa importantissima nello sviluppo storico della lingua italiana. Si tratta, ovviamente, di un italiano in parte diverso dal nostro, essendo trascorsi alcuni secoli da allora: da qui la scelta, per la presente edizione, di fornire, a fronte del testo originale, una versione in lingua corrente (in alternativa alla soluzione di aggiungere una serie di note esplicative, che avrebbero però rischiato di rendere più faticosa la lettura).
Mentre nella sua epoca i testi scientifici continuavano a essere redatti in latino, Galileo opta per il volgare, convinto com’è che la scienza debba essere alla portata di tutti. Non si tratta, dunque, di una semplice opzione estetica, ma piuttosto di un aspetto decisivo della sua “politica culturale”.
Il genere epistolare – come d’altra parte quello dialogico – appare particolarmente congeniale allo spirito di Galileo, poiché è quello più adatto al confronto di idee, al loro scambio, alla loro condivisione. Comunicare i risultati della propria ricerca è un’attività altrettanto importante della ricerca stessa, è un aspetto imprescindibile dell’attività scientifica e intellettuale. La ricerca astronomica e la riflessione intellettuale hanno un senso, sono in grado di ottenere risultati concreti e di determinare conseguenze importanti nella misura in cui è presente un “altro”, un destinatario al quale rivolgersi, con cui trovare punti di consonanza o anche, in qualche caso, entrare in conflitto. Di fatto, come per tutti i grandi epistolari (da quello di Cicerone in poi), indirizzare lettere a specifici destinatari è una forma di comunicazione solo formalmente privata, essendo destinata – potenzialmente e in ultima istanza – a una successiva più ampia diffusione. Inoltre, rinunciando allo stile dogmatico e impersonale del trattato in senso stretto e scegliendo il genere epistolare, Galileo può proporre testi che, configurandosi come privati, non necessitano di autorizzazione ecclesiastica.
Proprio perché tale modo di comunicare deve essere immediato, diretto, privo di fronzoli, non ingessato in forme retoriche o stereotipate, Galileo opta per il volgare: per parlare della realtà bisogna utilizzare la lingua della realtà (e non quella dell’accademia). Così nelle Lettere copernicane troviamo riferiti, nella lingua di tutti i giorni, i progressi intellettuali, le conquiste scientifiche, ma anche le invidie e le gelosie che spesso rischiavano di fare terra bruciata attorno allo scienziato pisano, dunque i suoi stati d’animo di delusione, preoccupazione, ansia: sentimenti, a ripercorrere le tappe della sua vita tormentata, tutt’altro che immotivati.
Il fatto è che i principali detrattori di Galileo mostravano una grande ignoranza nei confronti delle conoscenze scientifiche. Si tratta di coloro che «negano senza fondamento nessuno tutto quello che e’ non intendono» (A monsignor Piero Dini in Roma, 23 marzo 1615).
Per questo lo studioso pisano fa appello a chi, all’interno dell’istituzione ecclesiastica, potesse valutare, in scienza oltre che in coscienza, i risultati delle sue ricerche: «Non mancano nella cristianità uomini intendentissimi della professione, il parer de’ quali circa la verità o falsità della dottrina non doverà esser posposto all’arbitrio di chi non è punto informato e che pur troppo chiaro si conosce essere da qualche parziale affetto alterato» (A monsignor Piero Dini in Roma, 16 febbraio 1615).
Gli uomini maggiormente pericolosi – allora come oggi – sono gli ignoranti, ancor più quando si aggiungano il fanatismo, la partigianeria e l’ipocrisia: quando, cioè, alla «malignità ed ignoranza» si somma una «fraude che va in volta sotto il manto di zelo e di carità». La battaglia di Galileo per la verità coincide con una lotta senza quartiere all’ignoranza e alla malafede.
Abbiamo accennato prima all’orrenda fine di Giordano Bruno, il cui monumento di bronzo a Campo de’ Fiori (la piazza romana dove fu arso vivo) ricorda i tempi bui in cui il fanatismo religioso condusse, nell’Europa cristiana, ad azioni terribili ed efferate. Galileo dovette avere spesso davanti a sé il monito di quelle fiamme, un’immagine mentale che probabilmente contribuì a educarlo a una costante prudenza nella manifestazione del suo pensiero e nella conduzione dei rapporti interpersonali.
Prudente era stato del resto lo stesso Copernico: il testo del De revolutionibus era stato stampato con una premessa nella quale si affermava che i calcoli e le conclusioni dell’opera andavano considerate come semplici ipotesi matematiche. Ciò inevitabilmente depotenziò il contenuto rivoluzionario del trattato copernicano. In realtà, se inizialmente si credette che autore della premessa fosse stato lo stesso Copernico, qualche decennio più tardi l’astronomo tedesco Giovanni Keplero (1571-1630) scoprirà che a scriverla era stato il teologo protestante tedesco Andreas Osiander, il quale aveva inteso così rendere meno “pericolosi” i contenuti del lavoro di Copernico.
Anche le Lettere copernicane di Galileo abbondano di prudenti dichiarazioni di ossequio e di obbedienza nei confronti degli alti prelati ai quali si rapporta. Egli afferma di intendere «solamente di riverire e ammirare le cognizioni tanto sublimi, e obbedire a i cenni de’ […] superiori, ed all’arbitrio loro sottoporre ogni […] fatica» (A monsignor Piero Dini in Roma, 23 marzo 1615) e di parlare «sempre con quella umiltà e reverenza che devo a Santa Chiesa e a tutti i suoi dottissimi Padri, da me riveriti e osservati ed al giudizio de’ quali sottopongo me ed ogni mio pensiero», fino a dichiarare di sottomettersi «totalmente al giudizio de’ […] superiori».
Giunge persino a scrivere: «Prima che contravvenire a’ miei superiori, quando non potessi far altro, e che quello che ora mi pare di credere e toccar con mano mi avesse ad essere di pregiudizio all’anima, eruerem oculum meum ne me scandalizaret [“mi strapperei gli occhi piuttosto che trarne motivo di scandalo”]» (A monsignor Piero Dini in Roma, 16 febbraio 1615). Non si fatica a intuire la lacerazione interiore determinata in Galileo dal contrasto tra l’ossequio alla Chiesa (ossequio – crediamo – non solo formale) e il richiamo di una verità che la Chiesa non era disposta ad accettare.
Nonostante tutta la prudenza di cui Galileo dette prova, le sue tesi astronomiche vennero comunque considerate eretiche. Nel 1632 lo scienziato pubblica a Firenze il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano, in cui mette a confronto la visione tolemaica (geocentrica) con quella copernicana (eliocentrica): nonostante la forma dialogica – che nelle intenzioni dell’autore doveva servire, oltre che a rendere più efficace il confronto delle idee, anche a eludere la censura, ponendo una sorta di formale equidistanza dai due sistemi cosmologici – l’opera desta l’attenzione della Chiesa. Viene dunque istruito un processo e il 22 giugno 1633 Galileo si presenta, a Roma, di fronte ai giudici del Santo Uffizio, radunati nella grande sala del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, non lontano dal Pantheon. Due erano i capi di imputazione che gli venivano mossi: aver attribuito validità scientifica ai calcoli di Copernico e non aver rispettato il divieto, emanato nel 1616, di sostenere le tesi copernicane.
A quegli studi Galileo aveva dedicato tutta la propria esistenza. Ora però di fronte al tribunale dell’Inquisizione decide di abiurare. Perché lo fece? Per paura della tortura e della morte? Già questa sarebbe una spiegazione. Oppure si risolvette a piegarsi formalmente all’autorità ecclesiastica per poter poi continuare le proprie ricerche come in effetti fece, seppure non più in campo astronomico, giungendo in seguito a pubblicare, in Olanda nel 1638, la sua ultima grande opera, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze?
Non lo sappiamo, e con certezza non lo sapremo mai. Ciò che è certo è che uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi si inginocchia, all’età di settant’anni, di fronte agli inquisitori e rinnega «la falsa opinione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e che si muova» (Abiura), pronunciando la seguente abiura: «Con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori et heresie, e generalmente ogni et qualunque altro errore, heresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simile sospitione; ma se conoscerò alcun heretico o che sia sospetto d’heresia lo denontiarò a questo S. Offitio».
È interessante notare che ampi settori della storiografia moderna hanno sostenuto che il processo a Galileo fu, di fatto, un processo irregolare, non solo per tutta una serie di inesattezze formali che contraddissero la procedura ben codificata a cui normalmente l’Inquisizione si atteneva (situazione ampiamente documentata in particolare dagli studiosi tedeschi), ma perché – come lo storico Vittorio Frajese ha argomentato in modo convincente nel saggio Il processo a Galileo Galilei (Morcelliana, Brescia 2010) – alla sentenza di condanna mancarono le minime basi canoniche. Infatti, a parte una diffusa e generica ostilità alle prospettive disegnate dalla nuova scienza, non era mai stato emanato da parte dell’autorità ecclesiastica un decreto di condanna dell’astronomia copernicana come dottrina eretica e contraria alle Sacre Scritture né tanto meno un decreto di censura teologica dell’eliocentrismo. In altre parole, non sussistevano le premesse giuridiche per una sentenza di condanna che – al di là del merito, fermandoci per un momento solo al piano tecnico – stando così le cose risulterebbe illegittima.
«Eppur si muove!»: questa sarebbe stata la frase pronunciata da Galileo, battendo la terra con un piede, all’uscita dalla sessione del tribunale ecclesiastico nel corso della quale aveva abiurato. Non esiste alcun documento ufficiale che confermi questo aneddoto, ma soltanto una tradizione popolare che lo vuole veritiero. Possiamo dire che il fatto, se non è vero, è comunque verosimile. Galileo subisce la condanna e pronuncia l’abiura, eppure non rinuncia alla verità – la parola chiave da cui, non a caso, siamo partiti – che continuerà a ricercare negli anni che gli rimarranno da vivere.
La sconfitta giudiziaria non sarà infatti la sconfitta della scienza. Se sulle prime il fatto desta grande scalpore e determina sofferenza e frustrazione in chi aveva sperato in un rinnovamento della cultura e della Chiesa stessa, la rete di discepoli e seguaci di Galileo manterrà vivi i contatti e gli scambi. Le ricerche iniziate dal maestro continueranno e daranno nuovi frutti.
Una piena riabilitazione di Galileo da parte dell’istituzione ecclesiastica si è avuta soltanto in anni relativamente recenti, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Nel 1981 il papa polacco istituisce una commissione che il 31 ottobre 1992 rende noti i risultati dei suoi lavori, sulla cui base Karol Wojtyla ammetterà che la Chiesa aveva commesso, nel caso Galileo, un «errore soggettivo di giudizio». Così la sentenza “definitiva” – per così dire – è stata pronunciata dal Vaticano a quasi 360 anni da quella “di primo grado”.
A don Benedetto Castelli
Padre Benedetto Castelli (1578-1643), monaco benedettino, fu discepolo e collaboratore di Galileo.
Quando venne scritta questa lettera rivestiva presso lo Studio di Pisa l’incarico di lettore di matematica; dieci anni più tardi sarebbe stato chiamato alla Sapienza di Roma, da dove si diffuse la sua fama quale inventore di una nuova scienza, l’idraulica. Dall’attacco della missiva si apprende che Benedetto Castelli aveva chiesto al gentiluomo fiorentino Niccolò Arrighetti, accademico della Crusca, di riferire al Maestro i particolari di una disputa sorta alla Corte del granduca di Toscana Cosimo II (presenti anche sua moglie e sua madre Cristina di Lorena) sul modo di conciliare le Sacre Scritture con le nuove scoperte relative ai movimenti della Terra.
Poco più di un anno dopo la stesura di questa lettera, il 7 febbraio 1615, il domenicano Niccolò Lorini da Firenze ne inoltrò una copia al Sant’Uffizio di Roma accompagnandola con la dichiarazione: «… a giudizio di tutti questi nostri Padri di questo religiosissimo convento di San Marco, vi sono dentro molte proposizioni che ci paiono o sospette o temerarie».
Sospetto e accusa di temerarietà, contrariamente a quanto Galileo dovette credere in buona fede per lunghi anni ostinandosi a difendere in questo senso la sua posizione, non riguardavano evidentemente il contenuto di una ipotesi astronomica nuova (che per altro manteneva ancora l’immagine dei cieli mobili), ma la pretesa di autonomia del sapere e della ricerca scientifica rispetto all’autorità dogmatica della Chiesa.
degnissimo di essere onorato,
ieri ho ricevuto la visita del signor Niccolò Arrighetti, che mi ha portato vostre notizie: sono stato molto contento nell’apprendere (cosa per altro sulla quale non avevo alcun dubbio) quanta soddisfazione ha recato allo Studio di Pisa la vostra presenza, tanto ai sovrintendenti quanto ai lettori e agli studenti provenienti da ogni parte, e nell’apprendere inoltre che il vostro successo non ha fatto crescere il numero degli emuli invidiosi, come capita di solito fra coloro che svolgono la stessa attività, ma, al contrario, ne ha decisamente assottigliato le fila; anche questi pochi d’altra parte dovranno mettere l’animo in pace, se non vorranno che l’emulazione competitiva, che talvolta può anche apparire come una forma di virtù, degeneri e si muti in un sentimento biasimevole e nocivo soprattutto a chi ne è portatore. Ma il piacere più grande mi è venuto dal sentirgli riferire le considerazioni che avete avuto occasione di esporre, grazie alla somma benevolenza delle Altezze Serenissime, in una conversazione tenutasi alla loro tavola e proseguita negli appartamenti di Madama Serenissima, presenti anche il Granduca e la Serenissima Arciduchessa, nonché gli illustrissimi signori D. Antonio e D. Paolo Giordano e alcune altre personalità di rilievo nel campo della filosofia. Quale favore maggiore potreste desiderare del vedere le Loro stesse Altezze compiacersi di discorrere con voi suscitando dubbi, ascoltandone la soluzione e infine traendo soddisfazione dalle risposte da voi, Padre, formulate?
Le vostre argomentazioni, riferitemi dal signor Arrighetti, mi hanno fornito l’occasione di riprendere alcune osservazioni generali circa l’opportunità di citare la Sacra Scrittura in discussioni aventi per oggetto fenomeni naturali e in particolare quel passo del Libro di Giosuè, ricordato dalla Granduchessa Madre con qualche replica ulteriore da parte della Serenissima Arciduchessa, che sarebbe in contraddizione con la mobilità della Terra e la stabilità del Sole.
Circa il problema generale sollevato da Madama Serenissima, mi pare che molto saggiamente lei abbia affermato e voi Padre abbiate approvato il fatto che la Sacra Scrittura non può mai affermare il falso o sbagliare, essendo ogni sua proposizione di assoluta e inviolabile verità. Solamente io avrei aggiunto che, sebbene la Scrittura non possa mai sbagliare, non va escluso il caso che sbaglino alcuni dei suoi interpreti e commentatori, in vari modi. Tra questi ve ne sarebbe uno assai grave e frequente: il volersi attenere al significato letterale delle parole. Così infatti non solo si paleserebbero molteplici contraddizioni, ma si incorrerebbe in gravi eresie e addirittura nella bestemmia, perché sarebbe necessario attribuire a Dio piedi, mani e occhi, nonché sensazioni fisiche ed emozioni tipiche dell’uomo, come l’ira, il pentimento, l’odio e persino la dimenticanza delle cose passate e l’ignoranza di quelle future. Per cui, come nella Scrittura si trovano molte affermazioni che, fermandosi alla lettera, presentano un contenuto diverso dal vero, ma sono d’altra parte formulate in questo modo per venire incontro all’ignoranza del popolo, così per i pochi che meritano di essere distinti dal popolo ignorante è necessario che i commentatori espongano saggiamente il vero significato e spieghino in aggiunta i motivi per cui per un certo contenuto si è utilizzata quella particolare forma.
Fermo restando dunque che la Scrittura in molti passi non solo è in grado di comunicare contenuti diversi dal significato letterale delle parole, ma si può addirittura trovare nella necessità di farlo, mi pare che nelle discussioni di carattere scientifico la si dovrebbe proprio lasciare da parte: visto infatti che la Sacra Scrittura e la natura hanno la stessa origine nel Verbo divino, l’una in quanto dettata dallo Spirito Santo, l’altra come obbedientissima esecutrice dei disegni di Dio; visto per di più che siamo tutti d’accordo sul fatto che nelle Scritture, perché tutti possano capire, si utilizza un linguaggio, se ci si ferma alla lettera delle parole, spesso diverso dalla verità assoluta; visto ancora che, essendo la natura inesorabile e immutabile, in nessuna maniera è interessata alla spiegazione che gli esseri umani con i loro strumenti limitati possono dare dei suoi fini reconditi e dei suoi modi di esplicarsi, perché mai si discosta dalla legge cui è sottoposta; visto insomma tutto ciò, si può ragionevolmente concludere che di fronte a quanto i fenomeni naturali o la sensata esperienza ci pongono davanti agli occhi, o alle deduzioni alle quali ci conducono degli esperimenti rigorosi, non c’è motivo alcuno per sollevare dei dubbi, opponendo passi della Scrittura che all’apparenza sostengono il contrario, considerato anche che ogni proposizione della Scrittura non è vincolata dall’obbedienza severa a una legge come lo sono i fenomeni naturali. Anzi, se per il semplice fine di adeguarsi alla capacità di comprensione di popoli rozzi e non acculturati la Scrittura ha velato i suoi dogmi basilari, attribuendo persino a Dio condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza, chi vorrà intestardirsi a sostenere che, rinunciando a questo fine, nel parlare anche incidentalmente di Terra, di Sole o di qualsiasi altra creatura, abbia scelto di attenersi con il massimo rigore al significato ristretto e limitato delle parole? A maggior ragione perché avrebbe affermato a proposito di queste creature cose lontanissime dall’impostazione generale delle Sacre Lettere, anzi, cose tali che, se presentate come verità nude e crude, ne avrebbero inevitabilmente compromesso il fine ultimo, rendendo il popolo più renitente a recepire i messaggi riguardanti la salvezza dell’anima.
Stando così le cose ed essendo per di più ovvio che due verità non possono essere in contrasto tra loro, è compito dei commentatori saggi adoperarsi per scoprire il vero significato dei passi scritturali, in accordo con le conclusioni cui si arriva dall’osservazione della natura, certe e sicure perché sensibilmente manifeste o desunte da dimostrazioni metodologicamente ineccepibili. Di più: poiché, come ho detto, anche se dettate dallo Spirito Santo, per le ragioni addotte le Scritture presentano in molti punti esposizioni il cui vero significato è assai lontano da quello letterale, né d’altra parte possiamo affermare con certezza che tutti gli interpreti parlino ispirati da Dio, mi sembrerebbe un modo saggio di agire l’impedire a chiunque di vincolare tutti i passi della Scrittura come se dovesse in un certo senso dare per forza dei riscontri veritieri in materia di fenomeni naturali, dopo che i sensi o le dimostrazioni scientifiche hanno condotto a valutazioni contrarie. Chi vuole porre dei confini all’ingegno umano? Chi vorrà affermare che al mondo si sa già tutto quello che c’è da sapere? Per questo, al di là dei precetti per la salute dell’anima e la fermezza della Fede, contro la cui fondatezza non c’è alcun pericolo che possa mai sorgere una nuova dottrina valida o efficace, sarebbe forse un ottimo proponimento quello di non porre altri precetti, dal momento che non ce n’è alcuna necessità. Se questo è vero, quanta confusione ancora maggiore deriverebbe dal porli su richiesta di persone delle quali, oltre al fatto che ignoriamo se parlino ispirate da celeste virtù, sappiamo invece con certezza che sono del tutto spoglie dell’intelligenza necessaria non dico a correggere, ma semplicemente a capire le dimostrazioni con cui le scienze esatte giungono a trarre determinate conclusioni?
Io sono dell’opinione che l’autorità delle Sacre Scritture si sia posta l’unico fine di persuadere gli uomini circa le questioni che, essendo necessarie per la salvezza ed essendo trascendenti rispetto alle possibilità del linguaggio umano, non potevano con altra scienza o altro mezzo esser fatte apparire credibili che per bocca dello stesso Spirito Santo. Ma che lo stesso Dio il quale ci ha fatto dono dei sensi, dell’intelligenza e del linguaggio, abbia voluto, facendoci accantonare questi doni, renderci noto con strumenti diversi ciò che con quelli possiamo conoscere, a me non sembra che sia necessariamente da credersi, soprattutto a proposito di quelle scienze che hanno nella Scrittura una trattazione del tutto irrilevante e frammentaria. Tale è appunto l’astronomia, presente in maniera così sommaria che non sono neppure citati i nomi dei pianeti. D’altra parte se i primi scrittori sacri avessero avuto l’intenzione di comunicare al popolo verità circa la disposizione e il movimento dei corpi celesti, non ne avrebbero parlato così poco, che è come dire nulla in confronto alle continue, complessissime e mirabili acquisizioni che caratterizzano questa scienza.
Siete dunque in grado di valutare, Padre, se io non mi sbaglio, quanta confusione producano coloro che nei discorsi sulla natura, che non riguardano direttamente la Fede, schierano come argomenti d’attacco certi passi della Scrittura, che spesso per di più non hanno nemmeno capito bene. Se poi questi signori credono per certo d’avere colto il vero significato di questo o quel passo della Scrittura, e per conseguenza sono sicuri di possedere la verità assoluta nella discussione che intendono affrontare, mi dovrebbero con sincerità dire se credono che in una discussione sulla natura colui che si trova a difendere la tesi vera abbia o non abbia un grande vantaggio su quello cui tocca di sostenere la tesi falsa. So che mi risponderebbero che il vantaggio è certo, e che chi è dalla parte della tesi vera può a suo sostegno avere a disposizione mille esperienze e dimostrazioni inconfutabili, mentre l’altro dispone solo di argomentazioni capziose e di proposizioni false. Ma, allora, perché quando la contesa è a proposito di questioni puramente naturali e non si usano altre armi che quelle del pensiero, pur sapendo di avere tanta superiorità sull’avversario, ricorrono subito a un’arma inevitabile e tremenda, la cui sola vista spaventa il campione più abile ed esperto? Se devo dire la verità, io credo che siano loro i primi ad avere una paura terribile, e che, sapendo di non essere in grado di reggere all’assalto dell’avversario, tentino di trovare il modo per non venire al confronto diretto. In effetti poiché, come ho appena detto, chi sta dalla parte della verità ha un grande vantaggio, anzi, un vantaggio grandissimo sull’avversario, e poiché è impossibile che due verità siano in contrasto tra loro, noi non dobbiamo temere alcun assalto, da qualunque parte provenga, purché ci sia concessa la possibilità di parlare e di essere ascoltati da persone disposte a capire e non eccessivamente obnubilate da passioni o interessi particolari.
Ciò premesso, vengo ora a parlare di quel passo particolare del Libro di Giosuè circa il quale, Padre, voi avete esposto alle Altezze Serenissime tre punti circostanziati; mi soffermo sul terzo, che avete giustamente ricondotto alla mia posizione, e aggiungo qualche ulteriore considerazione che mi sembra di non avervi mai comunicata in precedenza.
Posto dunque e temporaneamente concesso all’avversario che le parole del testo sacro debbano intendersi così come suonano, cioè alla lettera, vale a dire che Dio su preghiera di Giosuè avrebbe fatto fermare il Sole e in questo modo prolungato la durata del giorno, perché quello potesse portare vittoriosamente a compimento la battaglia, chiedo d’altra parte che anch’io goda dello stesso trattamento, e cioè che l’avversario, cui non sono stati posti dei vincoli da parte mia, non voglia dalla sua legare me pretendendo che si possa mutare o alterare il significato delle parole. Ebbene, io sostengo che proprio questo passo dimostra senz’ombra di dubbio la falsità e l’insostenibilità della concezione aristotelica e tolemaica del mondo, e che al contrario è perfettamente in accordo con quella copernicana.
Per prima cosa chiedo all’avversario: sa quali sono i movimenti che compie il Sole? Se lo sa, deve rispondere che compie due movimenti: uno, della durata di un anno, da ovest a est, e un altro, della durata di un giorno, da est a ovest.
Ecco la seconda domanda: questi due movimenti, così diversi e quasi contrari tra loro, appartengono al Sole e gli sono ugualmente propri? Deve necessariamente rispondere di no, e che un solo movimento è proprio e peculiare del Sole, cioè quello annuo, mentre l’altro non è specificatamente suo, ma del cielo altissimo, cioè del primo mobile, che conduce con sé il Sole, gli altri pianeti e l’intera sfera stellata, costringendoli a una conversione intorno alla Terra della durata di 24 ore, con un moto, come ho detto, quasi contrario a quello che è loro naturale e proprio.
Vengo ora al terzo quesito: mediante quale di questi due movimenti il Sole produce l’alternanza del giorno e della notte? Con il movimento che gli è proprio o con il movimento del primo mobile? Si deve rispondere che tale alternanza è determinata dal movimento del primo mobile, mentre da quello proprio del Sole dipendono non il giorno e la notte, ma le diverse stagioni e lo stesso anno.
Ora, se il giorno dipende non dal moto del Sole, ma da quello del primo mobile, chi non può convenire che per allungare il giorno bisognerebbe far fermare il primo mobile e non il Sole? Anzi, chi fra quelli che capiscono anche solo questi principi elementari di astronomia potrebbe non arrivare alla conclusione che, se Dio avesse fermato il moto del Sole, invece di allungare il giorno l’avrebbe accorciato?1 Infatti, essendo il moto del Sole contrario rispetto a quello con cui procede il giorno, quanto più il Sole si muovesse verso est tanto più ne risulterebbe ritardato il corso a ovest, mentre se il suo moto venisse accorciato o sospeso arriverebbe in meno tempo al tramonto: è quello che si vede accadere alla Luna, che compie rotazioni diurne tanto più lente di quelle del Sole quanto più il suo moto è più veloce di quello del Sole. Essendo dunque assolutamente impossibile stando al sistema tolemaico-aristotelico fermare il moto del Sole e allungare il giorno, come la Scrittura afferma che è accaduto, ne consegue che o i movimenti non sono quelli definiti da Tolomeo, oppure bisogna cambiare il significato delle parole, e affermare che, quando la Scrittura dice che Dio fermò il Sole, intendeva dire che fermò il primo mobile e che, per venire incontro a coloro che trovano difficoltà nel capire il fenomeno della nascita e del tramonto del Sole, si è espressa in modo contrario rispetto a quello cui sarebbe ricorsa se avesse dovuto parlare a uomini competenti.
Si aggiunga poi che non è credibile il fatto che Dio abbia fermato solo il Sole, lasciando che proseguisse il moto delle altre sfere; avrebbe infatti senza alcuna necessità alterato e mutato l’intero ordinamento, aspetto e disposizione delle altre stelle rispetto al Sole e fortemente turbato tutto l’ordine della natura. Piuttosto, è credibile che abbia fermato tutto il sistema delle sfere celesti le quali, dopo l’interposizione di un momento di quiete, sarebbero tornate insieme al movimento abituale senza alcuna confusione o modificazione.
Ma poiché abbiamo inizialmente convenuto che non si debba alterare il senso delle parole del testo, ne consegue che si debba prendere in considerazione una diversa teoria sulla costituzione dell’universo, per verificare se il senso letterale delle parole vi si adegua correttamente e senza ostacoli, come di fatto si vede che succede.
Pertanto, avendo io scoperto e dimostrato ineccepibilmente che il globo del Sole ruota attorno al proprio asse nel tempo circa di un mese lunare e nel senso in cui avvengono tutte le altre rotazioni celesti; essendo per di più molto probabile e ragionevole che il Sole, come strumento e riferimento principale della natura, quasi cuore del mondo, non solo fornisca la luce, come è evidente che fa, ma anche il moto a tutti i pianeti che gli girano intorno; se, in conformità con la posizione di Copernico, noi attribuiremo principalmente alla Terra la rotazione diurna, ebbene, chi non è in grado di capire che, per fermare tutto il sistema e ottenere, senza affatto modificare le altre relazioni reciproche dei pianeti, il solo prolungamento in estensione e durata dell’illuminazione diurna fu sufficiente fermare il Sole, come suonano appunto le parole del testo sacro? Ecco dunque spiegato come, senza turbare l’ordinamento del mondo e senza alterare le parole della Scrittura, si può, fermando il Sole, allungare la durata del giorno sulla Terra.
Ho scritto molto più di quanto il tempo a mia disposizione mi avrebbe consentito: pertanto concludo, offrendomi come servitore vostro, baciandovi le mani e pregando per voi da Nostro Signore buone feste e ogni felicità.
Firenze, 21 dicembre 1613
Di voi molto reverendo Padre
l’affezionatissimo servitore
1 - Se il movimento annuo apparente del Sole verso est, circa di un grado al giorno, si fermasse, il giorno solare eguaglierebbe il giorno sidereo e perciò si accorcerebbe di circa quattro minuti. (N.d.T.)
A monsignor Piero Dini
(Firenze, 16 febbraio 1615)
Piero Dini era al tempo in cui fu scritta questa lettera referendario apostolico a Roma; nel 1621 sarebbe stato nominato arcivescovo di Fermo, ma mantenne comunque un rapporto di affettuosa amicizia con Galileo. Sullo sfondo della missiva si colloca un episodio clamoroso, avvenuto la quarta domenica d’Avvento del 1614: il domenicano Tommaso Caccini, predicando dal pulpito di Santa Maria Novella e commentando il Libro di Giosuè, si era violentemente scagliato contro Galileo e i suoi seguaci adattando, in latino, un’espressione del Vangelo di Luca («Uomini di Galileo, perché ve ne state a scrutare il cielo?») e accompagnandola con la maledizione dei cultori della matematica come arte diabolica per provocare eresie nel seno della Chiesa.
L’invettiva aveva prodotto giusta amarezza, come si accenna all’inizio della lettera, in molti studiosi di grande prestigio, fra cui il principe Federico Cesi, fondatore dell’Accademia dei Lincei e amico di Galileo. Questi, sconsigliando a Galileo di scendere personalmente in campo nella polemica, si era adoperato per raccogliere la protesta dei matematici di vari Studi e indurre così l’arcivescovo di Firenze a pretendere dal frate una replica ufficiale, ma l’iniziativa non era andata a buon fine per l’ostilità compatta del clero fiorentino. Alla fine del poscritto si accenna anche a un altro insigne matematico, il napoletano Luca Valerio, allora lettore di matematica alla Sapienza e intimo del cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di Clemente VIII. In merito al suo coinvolgimento nella vicenda sappiamo solo che si dimise dall’Accademia dei Lincei dopo che la Chiesa si risolse per la condanna della teoria eliocentrica.
cui devo la massima deferenza,
poiché so che la Signoria Vostra Illustrissima e Reverendissima è stata tempestivamente informata delle replicate invettive che, alcune settimane fa, sono state scagliate dal pulpito contro la dottrina di Copernico e i suoi seguaci, e ancor più contro i matematici e la matematica stessa, non aggiungerò nulla sui particolari dell’episodio che avete già appreso da altri. Tuttavia desidero vivamente che sappiate come, benché né io né altri abbiamo fatto il minimo passo o espresso pubblicamente risentimento per gli insulti che ci hanno poco caritatevolmente colpiti, non per questo si sono placate le ire furiose degli avversari; anzi, essendo rientrato da Pisa il Padre che in quello stesso anno aveva già espresso la sua posizione in colloqui privati, ha nuovamente colpito la mia persona. Gli è infatti capitata tra le mani, non so come, la copia di una lettera che l’anno scorso avevo scritto a Padre Benedetto Castelli, lettore di matematica presso lo Studio di Pisa, a proposito della citazione delle Scritture in discussioni di natura scientifica e della spiegazione del noto passo di Giosuè. Ebbene, ne fanno un gran parlare e dicono di trovarci molte eresie; insomma, hanno aperto un nuovo fronte, pur di trovare la maniera di colpirmi. Siccome però da ogni altra persona che ha avuto in mano questa lettera non mi sono state sollevate obiezioni di alcun genere per cui debba farmi degli scrupoli, mi sorge il dubbio che chi l’ha trascritta possa avere inavvertitamente mutato qualche parola; tali modifiche, unite alla tendenza a un atteggiamento censorio precostituito, potrebbero anche far apparire le cose molto diverse dalla mia intenzione. Poiché alcuni di questi Padri, in particolare quello della predica, sono venuti a Roma per fare, come mi pare di capire, ulteriori passi con la copia della suddetta lettera, non mi è sembrato a sproposito inviarne una copia anche alla Vostra Signoria Illustrissima nella forma precisa in cui l’ho scritta, con la preghiera di leggerla insieme con il Padre Gesuita Cristoforo Grienberger, insigne matematico e grandissimo amico, di cui mi dichiaro servitore. Se poi a Sua Reverenza parrà opportuno, potrà in qualche occasione farla pervenire anche nelle mani dell’illustrissimo Cardinal Bellarmino, sul quale questi Padri Domenicani hanno lasciato intendere di fare affidamento nella speranza di ottenere, almeno, che l’opera di Copernico, la sua dottrina e il suo pensiero, subiscano una condanna ufficiale.
La lettera fu da me scritta di getto, ma gli ultimi avvenimenti e le argomentazioni che questi Padri adducono perché tale dottrina venga condannata mi hanno indotto ad approfondire la questione: in verità non solo mi rendo conto che hanno detto tutto quello che io ho scritto, ma molto di più, mostrando con quanta cautela si debbano trarre conclusioni in merito ad argomenti riguardanti la natura e non la Fede cui si può giungere mediante l’esperienza e l’applicazione del metodo scientifico, e quali gravissime conseguenze possano derivare dall’assumere come verità rivelate affermazioni delle Sacre Scritture di cui si può giungere a dimostrare il contrario. Su questi temi ho stilato uno scritto molto copioso, ma non l’ho ancora rifinito al punto da potervene inviare una copia, il che farò il più presto possibile. A proposito di questo scritto, quale che sia l’efficacia delle mie ragioni e delle mie argomentazioni, di una cosa sono certissimo: vi si troverà molto più zelo nei confronti della Santa Chiesa e molto più rispetto per le Sacre Lettere di quanto non appaia nei miei persecutori. Loro infatti si affannano per far mettere all’Indice un libro da tanti anni accettato dalla Santa Chiesa senza averlo, non dico letto o capito, ma nemmeno visto; io non faccio altro che chiedere che se ne esamini la dottrina e se ne valutino le argomentazioni da parte delle persone più fedeli al cattolicesimo e più preparate; che se ne confrontino le affermazioni con le sensate esperienze; che insomma non venga condannato prima di provare che sia falso, se è vero come è vero che un’affermazione non può essere contemporaneamente giusta e sbagliata. Non mancano nella cristianità uomini espertissimi della materia, il cui parere circa la verità o la falsità della dottrina non dovrà essere posposto all’arbitrio di chi non ne è affatto informato e purtroppo rivela chiaramente di essere condizionato da qualche sentimento di parte, come sanno benissimo molti che si trovano qui, vedono come vanno le cose e sono almeno in parte informati della vicenda nel suo complesso.
Niccolò Copernico non solo fu cattolico, ma anche uomo di Chiesa; fu chiamato a Roma sotto il pontificato di Leone X, quando nel Concilio Lateranense si decise la riforma del calendario e si fece riferimento a lui come a un grandissimo astronomo. Tale riforma restò incompiuta per il solo motivo che i movimenti del Sole e della Luna in termini di anni e mesi non erano abbastanza precisamente definiti, per cui Copernico, su richiesta di Paolo di Middelburg, vescovo di Fossombrone, delegato a occuparsi della questione, si impegnò a compiere ulteriori osservazioni e studi accuratissimi su tali periodi e ne trasse una così vasta conoscenza non solo da fornire le regole di tutti i moti celesti, ma da guadagnarsi anche il titolo di sommo astrologo; la sua dottrina fu poi seguita da tutti e la riforma del calendario recentemente attuata in conformità ad essa. Raccolse i risultati delle sue ricerche intorno al moto e alle proprietà dei corpi celesti in sei libri i quali, su richiesta di Nicola Schomberg, arcivescovo di Capua e nunzio pontificio in Francia, vennero editi con dedica al Papa Paolo III e da allora sono pubblicamente in circolazione senza alcun motivo di sospetto. Ora questi buoni frati, per cattiva disposizione nei miei confronti, sapendo della stima che nutro per questo studioso, si vantano di assegnargli come premio delle sue fatiche la condanna di eretico.
Ma ciò che fa ancora più riflettere è il fatto che la loro prima mossa contro questa teoria fu il lasciarsi convincere da alcune persone, che vogliono il mio male, che ne sono io l’artefice, tacendo che è in circolazione già da settant’anni. Continuano ad agire in questo modo anche con altri, al fine di imprimere in loro un’immagine negativa della mia persona: così è accaduto per esempio che, essendo pochi giorni fa arrivato qui a Firenze per compiervi le sue prime visite pastorali solenni Monsignor Baccio Gherardini, vescovo di Fiesole, alcuni miei amici che erano presenti lo sentirono prorompere in una veementissima invettiva contro di me, decisamente alterato, e dichiarare che si sarebbe fatto autorevolmente sentire con Loro Altezze Serenissime, perché i miei falsi e stravaganti convincimenti davano molto da dire a Roma. Forse a quest’ora avrà già dato esecuzione al suo proposito, a meno che non l’abbia distolto il fatto di essere stato opportunamente avvertito che l’autore di tale dottrina non è un fiorentino ancora in vita, ma un polacco di famiglia tedesca morto da tempo, che la rese pubblica settant’anni fa, dedicando la sua opera al Sommo Pontefice.
Mentre scrivo mi rendo conto che sto parlando a una persona ampiamente informata su quanto sta accadendo, forse ancora più di me, poiché si trova nel luogo dove si fa maggior chiasso. Scusatemi la prolissità e, se trovate che nella persecuzione contro di me non c’è alcuna giustizia, datemi il vostro appoggio, di cui vi sarò eternamente obbligato. Con ciò vi bacio reverentemente le mani, rinnovando la mia devota sottomissione e pregando Dio di concedervi il massimo della felicità.
Firenze, 16 febbraio 1615
l’obbligatissimo servitore
Poscritto. Benché con grande difficoltà riesco a credere che si precipiti nella decisione di mettere all’Indice Copernico, tuttavia, avendo avute altre prove su quanto sia grande la mia disgrazia, alimentata dalla malignità e dall’ignoranza dei miei avversari, mi pare di non poter stare del tutto tranquillo circa la somma prudenza e la santità di coloro dai quali dipende l’ultima decisione, perché potrebbero ancora subire l’influsso di una macchinazione fraudolenta che si cela sotto il manto dello zelo e della carità. Perciò, al fine di non mancare, per quanto mi è possibile, di fronte a me stesso e a ciò che dalla mia lettera Vostra Signoria Reverendissima potrà constatare essere zelo autentico e sincero, desidererei che almeno la si possa vedere prima di prendere quella decisione che piacerà a Dio (da questo punto di vista sono in tanto salda disposizione che, prima di disubbidire ai miei superiori, quando non potessi fare altro e pensassi che ciò che ora credo e mi sembra di toccare con mano potrebbe compromettere la salvezza della mia anima, «mi strapperei gli occhi piuttosto che trarne motivo di scandalo»). Credo dunque che la soluzione a più facile portata sia quella di rivolgersi ai Padri Gesuiti, perché sono i più colti tra i frati. Potreste far loro pervenire una copia della lettera incriminata e legger loro anche questa, se vi sembrerà il caso, che vi sto inviando. In seguito, per la cortesia che vi contraddistingue, potreste informarmi di quanto si sarà potuto ottenere con questa iniziativa. Non so se sia opportuno prender contatti con Luca Valerio e far pervenire anche a lui una copia della lettera, come a un uomo intimo del Cardinale Aldobrandini e che potrebbe intercedere con Sua Santità. In proposito e per ogni altra cosa mi rimetto alla vostra bontà e prudenza, raccomandandovi la mia reputazione e baciandovi nuovamente le mani.
(Firenze, 23 marzo 1615)
Questa seconda lettera di Galileo a Monsignor Dini, scritta poco più di un mese dopo la precedente, fa riferimento alla risposta data alla prima da parte del prelato, in data 7 marzo. Nel corso della lettera Galileo accenna a un’opera cui sta alacremente lavorando: si tratta del Dialogo sopra i due massimi sistemi (l’estensione del titolo – tolemaico e copernicano – a spiegare il contenuto del Dialogo è entrata nell’uso senza che Galileo l’abbia voluta all’atto della pubblicazione), stampato a Firenze solo nel 1632 con imprimatur sia romano sia fiorentino.
Vi è esposta una conversazione che si protrae per quattro giorni e ha per protagonisti tre personaggi parzialmente immaginari, che incarnano la posizione dello scienziato innovatore, quella del conservatore pedante e acriticamente dipendente dall’autorità aristotelica e quella dell’uomo mediamente colto e apparentemente neutrale, sensibile tuttavia agli argomenti della logica, che punta sull’evidenza, piuttosto che a quelli della retorica, che mira alla persuasione. Nell’agosto dello stesso anno la vendita del libro venne bloccata e nell’ottobre Galileo fu citato a Roma dall’Inquisizione. A seguito del processo, nel giugno dell’anno successivo il libro fu definitivamente proibito.
Nel proseguire della risposta al Dini, cui Galileo aveva chiesto il favore di far leggere al matematico Cristoforo Grienberger la sua lettera a Benedetto Castelli, la puntualizzazione si riferisce a quanto era emerso da questo contatto, riferito dal Dini nella lettera del 7 marzo: il Grienberger avrebbe visto meglio che Galileo «avesse prima fatto le sue dimostrazioni e poi entrato a parlare della Scrittura» e che avesse presentato le sue argomentazioni come «più plausibili che vere, poi che li fa paura qualch’altro luogo delle Sacre Scritture».
risponderò in breve alla cortesissima lettera di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima, non potendo fare diversamente a causa del mio cattivo stato di salute.
Circa il primo punto che avete toccato, cioè che per meglio orientare la decisione relativa all’opera di Copernico sarebbe opportuno introdurvi qualche postilla, in cui si dica che si tratta di ipotesi atte a spiegare i fenomeni celesti (come si è fatto ipotizzando gli eccentrici o gli epicicli per spiegare l’irregolarità dei movimenti apparenti dei pianeti), senza per questo porle come realtà, rispondo, rimettendomi sempre a chi ne sa più di me e solo per lo scrupolo che ciò che si deve fare debba esser fatto con il massimo della cautela possibile, che per salvare le impressioni dei sensi lo stesso Copernico si era già a suo tempo dato ampiamente da fare, per accontentare quei cultori dell’astrologia che si rifacevano ai principi del sistema tolemaico. Egli, entrando poi nel campo della filosofia ed essendosi risposto, dopo essersi domandato se una tale visione dell’universo potesse corrispondere alla natura, che non era così, sembrandogli d’altra parte che valesse la pena di indagare su come stanno realmente le cose, si mise a studiare la sua vera costituzione. Riteneva infatti che se una rappresentazione immaginaria non corrispondente alla realtà poteva soddisfare le apparenze, molto più si sarebbe ottenuto dalla rappresentazione vera e reale, e contemporaneamente la filosofia ne avrebbe avuto un vantaggio prezioso, potendo disporre della conoscenza della struttura reale dell’universo. Così, già ampiamente fornito, per le osservazioni e gli studi condotti in lunghi anni, di una grande quantità di nozioni specifiche relative agli astri, senza la scrupolosa comprensione e registrazione delle quali è impossibile arrivare a definire la costituzione del mondo, con rinnovati studi e lunghissime fatiche giunse poi a quei risultati che suscitano l’ammirazione di tutti coloro che lo studiano con diligenza, per tenerne il passo e di lì procedere. Pertanto cercare di convincere che Copernico non riteneva reale il moto della Terra, a parer mio, sarebbe impresa vana se non presso coloro che non l’hanno letto, essendo pieni di considerazioni collegate al moto della Terra tutti i suoi sei libri, che da questo assunto traggono spiegazione e conferma. E se egli nell’introduzione dimostra di essere consapevole e confessa che l’affermazione della mobilità della Terra lo avrebbe fatto ritenere stolto alla massa, giudizio del quale dice per altro di non curarsi, sarebbe stato ben più stolto se avesse voluto farsi considerare tale per una affermazione fatta da sé stesso, senza che ci credesse veramente e completamente.
Quanto poi all’affermare che gli studiosi principali che hanno parlato di eccentrici e di epicicli non li hanno giudicati reali, io non lo crederò mai, tanto meno perché oggi è assolutamente necessario ammetterli, essendo i sensi stessi a mostrarne l’esistenza. Non essendo infatti l’epiciclo altro che un cerchio descritto dal moto di un astro che non abbraccia nella sua rotazione il globo terrestre, non vediamo forse che quattro di tali cerchi vengon descritti da quattro astri attorno a Giove? E non è chiaro come il Sole che Venere descrive il suo cerchio intorno al suddetto Sole senza comprendere la Terra e per conseguenza forma un epiciclo? La stessa cosa accade per Mercurio. Inoltre, essendo l’eccentrico un cerchio che effettivamente circonda la Terra, ma non la contiene nel suo centro, bensì da una parte, non si può dubitare che il corso di Marte sia eccentrico rispetto alla Terra: lo si vede infatti ora più vicino ora più lontano, ora piccolissimo e ora sessanta volte più grande, per cui, qualunque sia il suo moto, circonda la Terra e una volta è otto volte più vicino di un’altra. Di tutte queste cose e di numerose altre del genere ci hanno dato sensata esperienza le ultime scoperte, al punto che si può sostenere la mobilità della Terra anche solo sulla base delle conseguenze e delle prove che si ricavano dagli eccentrici e dagli epicicli come dato assolutamente sicuro, corrispondente a verità e incontrovertibile.
Devo tuttavia osservare che tra coloro che hanno negato gli eccentrici e gli epicicli si distinguono due categorie di persone. La prima è la posizione di quelli che, essendo del tutto digiuni di nozioni relative ai movimenti degli astri e di ciò che in merito va tenuto fermo, negano senza alcun fondamento tutto quello che non capiscono, ma di questa gente non vale nemmeno la pena di parlare. Altri, molto più ragionevoli, non arrivano a negare l’esistenza di movimenti circolari descritti dai corpi degli astri attorno ad altri centri che non siano la Terra, perché è manifesto per i movimenti di tutti i pianeti che la Terra non ne è il centro comune, ma negheranno piuttosto che nel corpo celeste è presente una struttura di sfere solide divise e separate tra loro che, ruotando e sfregandosi, portino con sé i pianeti, e tali persone a me pare che ragionino benissimo. La loro posizione non significa tuttavia eliminare i movimenti degli astri eccentrici rispetto alla Terra o gli epicicli, che sono i veri e semplici assunti di Tolomeo e dei grandi astronomi, ma respingere l’ipotesi di sfere materiali solide e distinte, introdotte dai costruttori di teorie atte a facilitare le possibilità di comprensione dei principianti e l’esecuzione dei calcoli. Solo questa è la parte fittizia e non corrispondente alla realtà del sistema, avendo Dio la possibilità di far procedere le stelle per gli immensi spazi del cielo in percorsi che sono sì definiti e precisi, ma non incatenati o forzati.
Tuttavia, relativamente a Copernico, è impossibile mitigare la sua posizione, poiché il punto centrale della sua dottrina e suo fondamento generale è costituito dalla mobilità della Terra e fissità del Sole: perciò, o bisogna respingere del tutto la sua teoria, oppure bisogna lasciarla com’è, parlando io sempre entro i limiti delle mie personali capacità di giudizio. Ma che a proposito di una tale decisione sia necessario fare attente, ponderate e oculate considerazioni su quanto egli scrive, io mi sono impegnato a dimostrarlo in un mio scritto, nei limiti di quanto Dio benedetto mi ha concesso di fare, non avendo mai in mente altro scopo che la dignità della Santa Chiesa e a nient’altro orientando le mie modeste fatiche; sono d’altra parte certo che questi miei sentimenti puri e ispirati da autentico zelo religioso appariranno chiari nel suddetto scritto, anche se fosse pieno di ogni sorta di errori o di osservazioni di poco rilievo. Lo avrei già inviato a Vostra Signoria Reverendissima se ai miei già numerosi e gravi disturbi fisici non si fosse recentemente aggiunto un attacco di dolori acuti che mi ha messo non poco in difficoltà; in ogni caso ve lo spedirò al più presto. Anzi, ispirato dallo stesso zelo, sto raccogliendo tutte le argomentazioni di Copernico per metterle in una forma più chiara ai molti, dato che, così come sono, sono difficili da capire; intendo inoltre aggiungervi molte altre considerazioni, sempre fondate su osservazioni astronomiche, sensate esperienze ed eventi naturali, per offrirle poi al Sommo Pastore e all’autorità infallibile della Santa Chiesa, perché ne faccia quell’uso che parrà opportuno alla sua somma prudenza.
Quanto al parere del Reverendissimo Padre Grienberger, lo lodo davvero e lascio volentieri la fatica di interpretare le Scritture a quelli che ne sanno infinitamente più di me. Ma il breve scritto che inviai a Vostra Signoria Reverendissima, è, come avete visto, una lettera privata, indirizzata più di un anno fa a un amico, perché lui solo la leggesse; avendone però egli a mia insaputa lasciata circolare una copia, e venendo a conoscenza che era capitata in mano alla stessa persona che mi aveva tanto duramente attaccato persino dal pulpito e che costui l’aveva recata con sé a Roma, mi parve una buona cosa che ce ne fosse un’altra copia, per poterne prendere visione in caso di necessità, soprattutto perché egli e altri filosofi a lui molto stretti erano andati spargendo la voce che questa mia lettera era piena di eresie. Non ho dunque intenzione di porre mano a imprese tanto superiori alle mie forze; sono inoltre convinto che non si debba dubitare del fatto che la Benignità divina si degni talvolta di ispirare qualche raggio della sua immensa sapienza in intelletti umili, soprattutto quando siano animati da sincero e santo zelo, e che d’altra parte, quando si tratta di mettere a confronto passi delle Sacre Scritture con teorie scientifiche nuove e non comuni, è necessaria una conoscenza completa di tali dottrine, non potendosi accordare due corde se se ne ascolta una sola. E se io fossi sicuro di poter fare un qualche affidamento sulla debolezza del mio ingegno, oserei dire di trovare in alcuni passi delle Sacre Lettere e nell’assetto reale del mondo molte convergenze che non mi sembrano essere altrettanto bene rilevate dal sapere comune; e l’avermi Vostra Signoria Reverendissima accennato al passo del Salmo 18 come uno di quelli giudicati più in contrasto con tale opinione mi ha indotto a fare una nuova riflessione in proposito, che esito meno a comunicare a Vostra Signoria in quanto mi avete riferito che l’Illustrissimo e Reverendissimo Cardinal Bellarmino si è dichiarato interessato a vedere se dispongo di altri passi del genere. Pertanto, avendo io risposto a un semplice cenno di Sua Signoria Illustrissima e Reverendissima, dopo che Sua Signoria avrà visto questa mia riflessione, qualunque ne sia il valore, ne farà l’uso dettato dalla sua somma saggezza: io infatti intendo solo esprimere rispetto e ammirazione per cognizioni tanto sublimi, obbedire ai cenni dei miei superiori e sottoporre ogni mia fatica al loro arbitrio.
Dunque, non mettendo in discussione il fatto che, qualunque sia la verità della supposizione dalla parte della natura, altri possano svelare significati più profondi delle parole del Profeta, anzi, giudicando me stesso inferiore a tutti e pertanto sottoponendomi a tutti i sapienti, io direi questo: a me sembra che nella natura si ritrovi una sostanza del tutto spirituale, leggerissima e velocissima la quale, diffondendosi per l’universo, penetra in tutto senza trovare ostacolo, riscalda, vivifica e rende feconde tutte le creature viventi. Mi pare anche che il corpo del Sole dia sensibilmente prova di essere il principale ricettacolo di questa sostanza spirituale, come quello dal quale emana e si diffonde per l’universo un’immensa luce, accompagnata dalla forza del suo calore, che penetra in tutti gli esseri vegetali rendendoli in grado di vivere e riprodursi. Si può ragionevolmente ritenere che si tratti di qualcosa di più che di luce, perché penetra e si diffonde in tutti i corpi, anche i più densi, rispetto a molti dei quali la luce non è in grado di fare altrettanto: per cui, così come vediamo e sentiamo che dal fuoco emanano luce e calore, e che questo passa attraverso tutti i corpi, per opachi e solidissimi che siano, mentre quella trova un ostacolo nella solidità e nell’opacità, così l’emanazione del Sole è luminosa e calda, e la componente del calore è quella più penetrante. Che poi di questa sostanza spirituale e di questa luce il corpo solare sia, come ho detto, un ricettacolo e, per così dire, una sorta di riserva che riceve dal di fuori, piuttosto che principio e fonte primaria dalla quale esse traggano origine, mi pare sia evidente nelle Sacre Scritture, in cui leggiamo di uno spirito con la sua virtù calorifica e feconda, prima della creazione del Sole, «che riscaldava le acque o si stendeva sopra le acque», per le future generazioni. Parimenti leggiamo della creazione della luce il primo giorno, mentre il corpo solare viene creato nel quarto. Da ciò possiamo verosimilmente affermare che questo spirito fecondante e questa luce diffusa per tutto il mondo sarebbero concorsi a unirsi e fortificarsi nel corpo solare, a questo scopo collocato nel centro dell’universo, e da lì, con maggior splendore e vigore, si sarebbero nuovamente diffusi.
Di questa luce primigenia e non splendente al massimo prima di convergere e raccogliersi nel corpo solare abbiamo un’attestazione dal Profeta nel Salmo 73, al verso 16: «Tuo è il giorno e tua la notte: Tu hai creato l’aurora e il Sole». L’interpretazione di questo passo afferma la creazione da parte di Dio di una luce simile a quella dell’aurora prima della creazione del Sole, anzi, nel testo ebraico invece di «aurora» si legge «lume» perché si intenda quella luce che fu creata molto prima del Sole, molto più debole di questa stessa ricevuta, rinvigorita e nuovamente diffusa dal corpo solare. A questa interpretazione sembra far riferimento l’opinione di alcuni filosofi antichi che hanno giudicato lo splendore del Sole frutto di un concorrere al centro del mondo dello splendore delle stelle, le quali, come sfere che gli stanno tutte attorno, fanno vibrare i loro raggi che, convergendo e intersecandosi nel suddetto centro, qui aumentano e moltiplicano mille volte la loro luce. Questa luce poi, resa in tal modo più forte, si riflette e si sparge molto più intensa e ripiena, per così dire, di virile e vitale potenza, e si diffonde a vivificare tutti i corpi che ruotano intorno a questo centro: più o meno come nel cuore dell’animale si rigenerano continuamente gli spiriti vitali, che sostengono e vivificano tutte le membra, ma l’alimento e il nutrimento senza i quali perirebbe vengono al cuore da fonte esterna, così nel Sole, analogamente alimentato dall’esterno, si mantiene quella riserva da cui continuamente derivano e si diffondono la luce e il calore generatore, che danno la vita a tutti i membri attorno disposti. Benché della forza mirabile e dell’energia di questo spirito e luce del Sole, diffuso nell’universo, potrei chiamare a testimonianza molti filosofi e scrittori importanti, voglio limitarmi a un unico passo di san Dionigi l’Areopagita, nell’opera I divini nomi, che dice: «La luce anche accorda e attrae a sé tutte le cose che si vedono, che si muovono, che sono illuminate, che si riscaldano, in una parola quelle che stanno entro il suo splendore. Pertanto il Sole è detto Ilios, perché raduna e riunisce tutte la cose disperse». E poco più sotto scrive sullo stesso tono: «Se infatti questo Sole che vediamo, in rapporto alle essenze e alle qualità delle cose che cadono sotto i sensi, quantunque molto numerose e molto differenti fra loro, mentre lui stesso è invece uno solo, ugualmente sparge la luce, rinnova, nutre, preserva, fa maturare, divide, congiunge, riscalda, rende feconde, fa crescere, muta, rinvigorisce, fa sbocciare e le rende tutte vitali, e ciascuna cosa di questo universo, secondo la propria forza, è partecipe di un unico e dello stesso Sole, e ha ugualmente anticipate in sé le cause delle molte cose che partecipano, di sicuro a maggior ragione…» eccetera.
Ora, di fronte a questa posizione filosofica, che è forse una delle principali porte d’accesso alla contemplazione della natura, mi sembrerebbe, parlando sempre con quell’umiltà e quel rispetto che devo alla Santa Chiesa e a tutti i suoi dottissimi Padri, cui vanno la mia reverenza e la mia osservanza e al giudizio dei quali sottometto me stesso e ogni mio pensiero, mi sembrerebbe, dicevo, che il Sole, nel famoso passo del Salmo 18: «II Signore pose nel Sole il suo Tabernacolo», debba intendersi come la sede più nobile di tutto il mondo sensibile. Dove poi si dice: «Egli, simile a sposo sorto dal letto nuziale, balzò come gigante per correr la sua via», intenderei l’espressione riferita al Sole che irraggia, cioè alla luce e a quello spirito che dà calore e feconda tutte le sostanze corporee di cui s’è detto, il quale, traendo origine dal corpo solare, si diffonde velocissimamente per tutto il mondo. Mi pare infatti che tutte le parole si adattino perfettamente a questa interpretazione. In primo luogo abbiamo «sposo» che fa pensare al potere di fecondare e generare; nel «sorgere balzando» c’è l’indicazione di come avviene, per così dire “a salti”, l’emanazione dei raggi solari, e i sensi ce lo confermano; «come gigante», ovvero «come forte», denota l’attività potente e la virtù di penetrare attraverso tutti i corpi, e insieme la capacità straordinaria di muoversi velocissimamente per spazi immensi, essendo l’emanazione della luce praticamente istantanea. Si conferma dalle parole «sorto dal letto nuziale» che tale emanazione e tale movimento devono essere riferiti alla suddetta luce del Sole, e non al suo corpo. Infatti il globo solare è un ricettacolo, come lo è un «letto nuziale», di questa luce, né avrebbe senso dire che «il letto procede dal letto». Subito dopo nel Salmo («il suo sorgere dalla sommità dei cieli») si fa cenno alle parti più alte del cielo, vale a dire fino alle stelle del firmamento o addirittura a sedi ancor più elevate, come luogo donde all’origine derivano e provengono lo spirito calorifico e la luce. Il Salmo continua: «E va il suo corso fino alla sommità». Ecco la riflessione, per così dire una seconda emanazione, della stessa luce fino alla stessa sommità del mondo. Segue infine: «E nulla può sfuggire alla sua fiamma», dove viene additato il calore vivificante e fecondante, distinto dalla luce e rispetto a essa dotato di molto più potere di penetrazione attraverso le sostanze corporee, per quanto dense siano. Rispetto alla penetrazione della luce infatti esistono molti mezzi per difendersi e ripararsi, ma di fronte al potere calorifico «nulla può sfuggire alla sua fiamma». Non devo poi passar sotto silenzio un’altra mia considerazione, pertinente a questo argomento. Io ho già scoperto il continuo manifestarsi di alcune ombre consistenti sul globo solare, che si presentano ai sensi come macchie scurissime, che poi si consumano e si dissipano. Ho accennato al fatto che si potrebbero interpretare come parte di quell’alimentazione (o forse dei suoi residui) di cui il Sole secondo alcuni antichi filosofi avrebbe necessità per sostentarsi. Ho anche dimostrato, in seguito a un’accurata osservazione di queste macchie, come il corpo solare compie di necessità un movimento di rivoluzione su sé stesso e per di più accennato al fatto che è ragionevole giudicare tale rivoluzione la causa dei movimenti dei pianeti attorno al Sole. Aggiungo allora: noi sappiamo che l’intenzione del Salmo 18 è quella di lodare la legge divina, che il Profeta paragona al corpo celeste, del quale, fra le cose mortali, nessuna è più bella, più utile e più potente. Perciò, avendo egli tessute le lodi del Sole e non essendogli nascosto che l’astro fa ruotare attorno a sé tutti i corpi mobili del mondo, passando alle maggiori prerogative della legge divina e volendo anteporla al Sole aggiunge: «Legge immacolata del Signore, che attrai le anime...», come per dire che tale legge ha qualità più eccelse del Sole stesso per il suo esser senza macchia e in grado di attrarre le anime, mentre quello è sparso di macchie e ha il potere di far ruotare attorno a sé solo globi materiali e mondani.
So e confesso di osare troppo nel voler parlare, inesperto come sono delle Sacre Scritture, per spiegare contenuti di così alta speculazione. Tuttavia, come potrei essere scusato nel dichiarare la mia totale sottomissione al giudizio dei miei superiori, così la parte seguente del Salmo, «Le parole del Signore sono vere e rendon savi gli sprovveduti», mi ha fatto sperare: forse può accadere che l’infinita bontà di Dio indirizzi verso la purezza della mia mente un piccolissimo raggio della sua grazia, onde s’illumini ai miei occhi qualcuno dei significati reconditi delle sue parole. Quanto ho scritto, mio signore, è un piccolo parto, che necessita di una forma migliore, di correzioni e rifiniture addotte con applicazione e pazienza; infatti si tratta solo di un abbozzo, suscettibile di assumere un aspetto e proporzioni confacenti, ma per il momento ancora disordinato e grezzo. Se me ne sarà data la possibilità, gli darò una forma più equilibrata; intanto vi prego di non permettere che vada in mano ad alcuno che, ricorrendo piuttosto che alla dolcezza della lingua di una madre all’asprezza e alla violenza dei denti d’una matrigna, invece di ripulirlo lo laceri e lo riduca a pezzi del tutto. Con ciò vi bacio reverentemente le mani, unitamente ai signori Buonarroti, Guiducci, Soldani e Giraldi, qui presenti alla chiusura della lettera.
Firenze, 23 marzo 1615
A madama Cristina di Lorena
Cristina di Lorena, figlia del duca Carlo di Lorena, nel 1589 era andata sposa del granduca di Toscana Ferdinando I, cui aveva generato Cosimo II, ormai sul trono quando nel 1615 Galileo le indirizzò questa lettera. Dapprima diffusa manoscritta, vide le stampe in Germania solo nel 1636, a cura di Mattia Bernegger. Nel 1605 Cristina aveva chiamato Galileo in Toscana perché curasse l’istruzione scientifica del principe ereditario, che si era molto legato al Maestro, al punto che nel 1610 lo nominò suo primario matematico e filosofo, senz’obbligo di insegnamento e residenza a Corte. D’altra parte dell’interesse dell’intera famiglia regnante per gli studi di Galileo si ha notizia dalla lettera a Benedetto Castelli, la prima riportata in questa raccolta. Nel corso della lettera Galileo polemizza con alcuni contemporanei, colpevoli a suo giudizio di abusare delle citazioni della Sacra Scrittura a sostegno di teorie che altro non sono se non «vane fantasie», smentite dall’esperienza e da ineccepibili dimostrazioni scientifiche. A proposito dei due esempi che fa in proposito, si devono almeno ricordare Francesco Sizzi, che nel 1611 negò la possibilità di esistenza dei cosiddetti “pianeti Medicei”, ovvero dei satelliti di Giove scoperti da Galileo e da lui così chiamati, e Giulio Cesare Lagalla, che sostenne esser la Luna dotata di luce propria contro l’evidenza delle prove astronomiche, in una pubblicazione che vide le stampe a Venezia nel 1612.
la Granduchessa Madre
Come sa l’Altezza Vostra Serenissima, pochi anni fa, investigando il cielo, ho fatto varie scoperte il cui contenuto era rimasto ignoto fino a questo tempo. Il loro carattere di novità, insieme con le conseguenze che se ne devono trarre, in contrasto con alcune convinzioni in materia di natura diffuse dalla scuola e dai filosofi tradizionali, mi hanno attirato le ire di un non piccolo numero di tali insegnanti, come se fossi stato io personalmente a porre in cielo questi fenomeni per portar confusione nella natura e nelle scienze. Per così dire dimenticandosi che la molteplicità delle verità note alimenta la ricerca, allarga i confini del sapere e ne consolida le basi, invece che sminuirlo o distruggerlo, e dimostrandosi nel contempo più affezionati alle opinioni personali che a quelle vere, si sono affannati per negare e cercar di annullare quelle novità di cui i sensi stessi, se avessero voluto considerarle attentamente, avrebbero potuto renderli certi. Così si sono variamente dati da fare, pubblicando tra l’altro scritti pieni di argomentazioni inconsistenti, e, cosa ancora più grave, di citazioni dalle Sacre Scritture prese da luoghi che non hanno ben capito e hanno per di più riportato a sproposito. Forse non sarebbero incorsi in tali errori se avessero tratto un utilissimo insegnamento da sant’Agostino quando raccomanda la massima cautela nel momento di fare affermazioni di assoluta certezza in merito a cose oscure e difficili da capirsi sulla base delle sole parole. A proposito di un’osservazione di natura scientifica attinente ai corpi celesti scrive infatti:1 «Ora, sempre attenendoci alla moderazione della giusta prudenza, non dobbiamo temere di credere nulla di un argomento oscuro, per non arrivare a odiare per attaccamento al nostro errore ciò che la verità potrebbe casualmente far scoprire in seguito, quantunque in nessun modo possa esser contrario ai sacri libri, sia del Vecchio sia del Nuovo Testamento».
Con il passare del tempo si è via via resa manifesta a tutti la verità delle mie scoperte, e insieme con le verità di fatto la diversità di atteggiamento tra quelli che sinceramente e senza pregiudizio alcuno non ammettevano tali verità e quelli che aggiungevano allo scetticismo passioni estranee. Perciò, così come gli astronomi e gli scienziati più esperti si sono convinti subito, a questo primo gruppo sono andati progressivamente affiancandosi tutti gli altri che avevano all’inizio una posizione negativa o di dubbio solo perché spiazzati dalla cosa del tutto nuova o perché non avevano avuto l’occasione di farne diretta esperienza; quelli invece in cui, oltre che l’attaccamento all’errore iniziale, giocano altri interessi che non so immaginare e sono da questi resi maldisposti non tanto verso le cose quanto verso chi le afferma, non potendo più negare l’evidenza, continuano ostinatamente a tacere, e deviando il loro pensiero verso inconsistenti fantasie, irritati più ancora di prima da ciò su cui gli altri si sono tranquillizzati e messi il cuore in pace, tentano di farmi del male in altri modi. Di loro per la verità non mi darei più pensiero di quanto non me ne sia dato per gli altri contrasti, di cui mi son sempre fatto beffe, sicuro dell’esito che avrebbe avuto la faccenda, se non constatassi che le nuove calunnie e le nuove persecuzioni non si limitano a una questione di molta o scarsa dottrina, del che mi importa poco, ma puntano a bollarmi di infamie che devono essere e sono da me più aborrite della morte, per cui non posso accontentarmi che a riconoscerne l’ingiustizia siano soltanto quelli che conoscono me e conoscono loro, ma devo pretendere che siano tutti. Persistendo dunque nella loro prima determinazione a volere in ogni modo possibile abbattere la mia persona e le mie cose, sapendo come nell’ambito dei miei studi di astronomia e di filosofia, per quanto attiene alla struttura del mondo, sono convinto che il Sole, senza cambiar sede, sia al centro delle rotazioni degli astri, e che la Terra, che gira su sé stessa, gli si muova attorno; sapendo inoltre che sostengo tale convinzione non solo con il contestare le spiegazioni di Tolomeo e di Aristotele, ma anche con il produrre molte prove a loro contrarie, in particolare alcune relative a fenomeni naturali delle cui cause non si può forse trovare alcun’altra spiegazione, nonché prove astronomiche, derivate da nuovi dati acquisiti da scoperte recenti, che palesemente confutano la concezione tolemaica e sono invece perfettamente in accordo e confermano la posizione opposta; forse confusi dall’essere stata riconosciuta la verità di altre affermazioni da me fatte, diverse da quelle correnti, e pertanto temendo di non poter difendere le loro posizioni se restano nell’ambito della filosofia… per tutte queste ragioni insomma hanno deciso di tentare di coprire la fallacia dei loro discorsi sotto il manto di una religione simulata e l’autorità delle Sacre Scritture, da loro utilizzate, poco intelligentemente, per confutare argomentazioni né capite né ascoltate.
Prima hanno personalmente cercato di diffondere la fama che le suddette convinzioni siano in contrasto con le Sacre Scritture e per conseguenza condannabili come eretiche; poi, vedendo come nella maggior parte dei casi la natura umana sia più disponibile ad approvare quelle imprese da cui il prossimo, anche se ingiustamente, subisce oppressione, piuttosto che quelle da cui gli deriva un giusto sollievo, non è stato loro difficile trovare chi, assumendo per certo che tali convinzioni fossero condannabili come eretiche, lo ha predicato con insolita fiducia persino dai pulpiti, con poca pietà e ancor meno considerazione del danno che ne sarebbe derivato non solo a questa dottrina e a chi la sottoscrive, ma a tutta la matematica e ai matematici in generale. Infine, acquistato ulteriore credito, e sperando vanamente che quel seme che ha all’inizio posto radici nella loro malafede possa diffondere i suoi rami ed elevarsi fino al cielo, vanno mormorando tra il popolo che quella dottrina sarà entro breve tempo dichiarata eretica dall’autorità suprema. Rendendosi conto che una dichiarazione di questo genere destituirebbe non solo le affermazioni relative alla relazione tra Sole e Terra, ma attirerebbe la condanna anche su tutte le altre osservazioni prodottesi in ambito astronomico e scientifico che sono in necessaria relazione con la teoria eliocentrica, per rendersi il compito più facile cercano, per quanto possono, di far apparire tale teoria, almeno presso le masse, come nuova e mia personale, nascondendo di sapere benissimo che ne fu autore o meglio che la riprese nuovamente e la confermò Niccolò Copernico, studioso non solo cattolico, ma sacerdote e uomo di Chiesa. Egli era tanto stimato che, nel corso del Concilio Lateranense, sotto il pontificato di Leone X, quando si trattava di riformare il calendario ecclesiastico, venne chiamato a Roma dalle più remote parti della Germania perché partecipasse a questa riforma, che rimase incompiuta solo perché non si aveva ancora una perfetta conoscenza della durata precisa dell’anno e del mese lunare. Per questo da Paolo di Middelburg vescovo di Fossombrone, che allora presiedeva all’impresa, gli venne assegnato l’incarico di cercare con rinnovati studi e fatiche di giungere a conoscenze più precise e certe su tali movimenti celesti. Egli allora, con sforzi veramente giganteschi e con il suo ingegno straordinario, rimessosi al lavoro, avanzò tanto in queste conoscenze e con tale esattezza rese conto della durata dei movimenti celesti che si guadagnò il titolo di sommo astronomo e non solo in seguito si è riformato il calendario conformemente alla sua dottrina, ma in base a questa si sono tracciate anche le tavole di tutti i movimenti dei pianeti. Avendo egli esposto i risultati delle sue ricerche in sei libri, li pubblicò su preghiera del cardinale Nicola Schomberg, arcivescovo di Capua, e di Giese Tiedemann, vescovo di Culma, e poiché si era tanto faticosamente dedicato a questa impresa per ordine del Sommo Pontefice, dedicò al suo successore Paolo III l’opera intitolata Rivoluzioni celesti, che, stampata nello stesso periodo, è stata accolta dalla Santa Chiesa, letta e studiata in tutto il mondo, senza che mai sia sorta la benché minima ombra di dubbio sulla validità della dottrina esposta. E mentre ora si va scoprendo come sia ben fondata su manifeste esperienze e dimostrazioni necessarie, lo stesso ci sono persone che, pur non avendo mai nemmeno visto quel libro, vogliono assegnare al suo autore come premio di tante fatiche la condanna per eresia, e questo solo per soddisfare il loro risentimento personale, irragionevolmente concepito contro un altro, che ha con Copernico il solo legame di approvarne la dottrina.
Ora, per i falsi addebiti che costoro ingiustamente cercano di addossarmi, ho ritenuto necessario onde giustificarmi presso gli uomini tutti, dei cui giudizi e delle cui opinioni in materia di religione e reputazione devo tenere moltissimo conto, entrare nel merito degli argomenti particolari su cui fanno perno i miei detrattori perché sia detestata e abolita la suddetta teoria con il farla dichiarare non solo falsa, ma addirittura eretica. E in ciò continuano a trincerarsi dietro un finto zelo religioso e chiamano in gioco le Sacre Scritture, facendole per così dire ministre dei loro proponimenti non sinceri. Di più: se io non mi sbaglio, essi vogliono accrescere la loro autorità e forse abusarne, contro gli insegnamenti delle Scritture e dei Padri della Chiesa, cosicché anche in materia di scienza e non di Fede pretendono che si debbano accantonare l’esperienza e le dimostrazioni condotte mediante la ragione in funzione di qualche passo della Scrittura, che talvolta sotto l’apparenza letterale delle parole potrebbe contenere un significato diverso. Io spero di dimostrare quanto zelo devoto e autenticamente religioso ispira me al contrario di loro nel momento in cui propongo non che quel libro non debba essere condannato, ma che non lo si condanni, come loro vorrebbero, senza capirlo, ascoltarlo e nemmeno vederlo. Ciò a maggior ragione perché l’autore non si occupa mai di cose attinenti alla religione o alla fede, né adduce argomenti in qualche modo connessi all’autorità delle Sacre Scritture, che potrebbe aver malamente interpretato, ma si attiene sempre a problematiche di natura scientifica, riguardanti i moti degli astri, trattati con dimostrazioni astronomiche e matematiche, prima fondate su sensate esperienze e accuratissime osservazioni. Non è che non avesse prestato attenzione ai passi delle Sacre Scritture: in realtà era perfettamente consapevole che, essendo la sua dottrina dimostrata, non poteva risultare in contrasto con le Scritture, se correttamente interpretate. Per questo alla fine della dedica, rivolgendosi al Sommo Pontefice, così si esprime: «Se ci saranno per caso dei fatui che, pur essendo ignari di tutte le scienze matematiche, ugualmente si pronunceranno intorno a esse, e per qualche passo della Scrittura, mal distorto al loro proposito, oseranno biasimare e attaccare questo mio principio, non mi interessa affatto, a tal punto disprezzo anche il loro giudizio come temerario. È risaputo infatti che Lattanzio, scrittore senz’altro notevole ma poco esperto di matematica, parla in modo decisamente scherzoso della forma della Terra quando deride i sostenitori della sua forma globulare. Quindi non deve suscitare meraviglia negli studiosi se personaggi simili rideranno anche di noi. Le cose di matematica si scrivono per i matematici e questi nostri lavori, se io non mi sbaglio, sembreranno arrecare qualche vantaggio anche alla repubblica della Chiesa, di cui Vostra Santità regge ora il governo».
Si capisce come appartengano alla categoria descritta quelli che si adoperano in ogni modo perché quest’autore venga condannato senza nemmeno vederlo e che per convincere che ciò non solo sia lecito, ma anche giusto, chiamano in campo l’autorità della Scrittura, dei santi teologi e dei Concili. Poiché io rispetto e tengo nella massima considerazione le suddette autorità, tanto che giudicherei estremamente temerario chi volesse contrastarle quando sono citate in conformità con i fini della Santa Chiesa, credo che sia giusto entrare nel merito quando sussiste il dubbio che qualcuno voglia, per interesse personale, richiamarsi a esse e servirsene per intenzioni contrarie a quelle santissime della Chiesa. Eccomi dunque pronto ad affermare (e credo che la mia sincerità si paleserà da sé) che non solamente sono disposto a rimuovere senza costrizione alcuna quegli errori nei quali potessi incorrere per mia ignoranza in questo scritto a proposito di argomenti connessi alla religione, ma anche a non voler su questi argomenti entrare in contrasto con nessuno, quand’anche ci fosse da discutere. Il mio fine infatti ad altro non tende, se in queste considerazioni che son lontane dall’attività che professo si trovasse tra gli errori qualcosa di confacente per indurre altri a recare utili avvertimenti alla Santa Chiesa nel momento di prendere una decisione sulla teoria di Copernico, che a mettere questo qualcosa a disposizione dei superiori perché ne facciano l’uso che parrà loro più appropriato. In caso contrario, si stracci e si bruci pure il mio scritto, perché io non intendo o pretendo di cavarne alcun frutto che non sia in armonia con quanto si richiede a un buon cattolico. Aggiungo che, benché molte delle cose su cui mi soffermo io le abbia intese con le mie orecchie, ammetto e riconosco tranquillamente di fronte a chi le ha dette che invece non le abbia dette, se così gli piace, accettando l’ipotesi che io abbia potuto fraintenderlo; pertanto quanto rispondo non sia detto per loro, ma per chi la pensasse in quel modo.
La ragione dunque che adducono perché sia condannata la teoria della mobilità della Terra e della stabilità del Sole consisterebbe nel fatto che, leggendo le Sacre Scritture, si trovano molti passi in cui si dice che il Sole si muove e la Terra sta ferma; siccome la Scrittura non può mai mentire né sbagliare, ne consegue di necessità che sia sbagliata e da condannare la posizione di chi volesse asserire che il Sole è immobile e mobile invece la Terra.
Su questo argomento mi sembra di dover in primo luogo fare la considerazione che è stato molto santamente detto e saggiamente stabilito che la Scrittura non può mai mentire, una volta che se ne sia colto il vero significato. D’altra parte non credo si possa negare che tale significato appaia molte volte nascosto e molto diverso da quello letterale delle parole. Ne consegue che, tutte le volte che chiunque, nell’esporre le Scritture, volesse fermarsi sempre a ciò che letteralmente suonano le parole, potrebbe, essendo tale significato superficiale errato, far emergere non solo contraddizioni e affermazioni lontane dalla verità, ma gravi eresie e addirittura bestemmie: sarebbe infatti necessario attribuire a Dio piedi, mani e occhi, e parimenti sensazioni fisiche e sentimenti umani, come l’ira, il pentimento e l’odio, e talvolta anche l’oblio delle cose passate e l’ignoranza di quelle future. Come queste immagini, in testi ispirati dallo Spirito Santo, furono utilizzate dagli scrittori sacri per venire incontro alle possibilità di comprensione del popolo assai rozzo e ignorante, così in rapporto a coloro che meritano di essere distinti dalla massa è necessario che i commentatori saggi ne svelino i veri significati e svelino anche quali particolari ragioni hanno indotto a esporli in quella forma. Ciò è così minutamente detto e specificato da tutti gli scrittori di teologia che sarebbe superfluo produrne delle prove.
Mi sembra dunque di poter molto ragionevolmente dedurre che la stessa Sacra Scrittura, ogni volta che si è posta la necessità di fare affermazioni sulla natura, soprattutto a proposito di fenomeni molto complessi e difficili da capire, non ha messo da parte questo orientamento di fondo per non crear confusione nelle menti del popolo e allontanarlo dall’acquisizione dei dogmi relativi a misteri ben più elevati. Infatti se, come si è detto ed è palese, per il solo fine di adeguarsi alla capacità di comprensione del popolo, la Scrittura non si è astenuta dal velare verità fondamentali, arrivando persino ad attribuire a Dio aspetti lontanissimi e contrari alla sua essenza, chi potrebbe ostinarsi a sostenere che la stessa Scrittura, messo da parte questo criterio, parlando anche incidentalmente di Terra, acqua, Sole o di altre creature, abbia scelto di attenersi con assoluto rigore al significato letterale delle parole? E ciò soprattutto nel dire a proposito di queste creature cose che non hanno niente a che vedere con gli obiettivi prioritari delle stesse Sacre Scritture, cioè il culto di Dio e la salute dell’anima, e cose assai lontane dalla capacità di comprensione del popolo.
Ciò dunque fermo restando, mi pare che nelle discussioni pertinenti ad argomenti scientifici non si dovrebbe prendere il via da passi delle Scritture, ma dai dati empirici e dalle dimostrazioni metodologicamente rigorose. Infatti sia la Sacra Scrittura sia la natura procedono ugualmente dal Verbo, l’una dettata dallo Spirito Santo, l’altra obbedientissima esecutrice del piano divino; inoltre, per adeguarsi alle capacità di comprensione di tutti, nelle Scritture è stato necessario fare molte affermazioni che, se ci si ferma alla superficie e al significato letterale delle parole, suonano molto diverse dalla verità assoluta; d’altra parte, la natura opera in modo necessario e immutabile, senza mai valicare i confini delle leggi che le sono state imposte e senza curarsi del fatto che le sue nascoste ragioni e i suoi modi di operare siano comprensibili o meno per gli uomini. Da queste considerazioni sembra dunque che ciò che dei fenomeni naturali vediamo con gli occhi o deduciamo da dimostrazioni scientificamente corrette non debba in nessun modo essere messo in dubbio, e tanto meno condannato, sulla base di passi scritturali che suonassero all’apparenza in contraddizione, visto anche che non tutte le frasi della Scrittura sono legate da vincoli così rigidi come quelli cui è sottoposto ogni fenomeno naturale e che Dio ci si rivela non meno eccellentemente nelle manifestazioni della natura che nei sacri testi della Scrittura. Questo probabilmente intendeva dire Tertulliano2 affermando: «Noi diciamo che Dio si deve in primo luogo conoscere dalla natura e in secondo luogo conoscere nuovamente dalla dottrina: nella natura dalle opere, nella dottrina dalla predicazione».
Con questo non voglio dire che non si debbano tenere nella massima considerazione i passi delle Sacre Scritture, anzi, una volta che si siano acquisite delle certezze di natura scientifica, dobbiamo servircene come efficacissimi strumenti per spiegare correttamente tali Scritture e per interpretarne il contenuto, che non può che essere del tutto vero e in accordo con le verità dimostrate. Tendo in proposito a credere che l’autorità delle Sacre Scritture abbia avuto l’obiettivo di persuadere gli uomini circa argomenti che, trascendendo le possibilità di conoscenza dell’uomo, non potevano essere resi credibili con strumenti razionali o altri mezzi che non fossero la bocca stessa dello Spirito Santo. Direi di più: anche circa gli argomenti che non riguardano la Fede, si deve reputare conveniente e necessario, per il fatto stesso che la sapienza divina supera ogni capacità di giudizio e di ipotesi umana, anteporre l’autorità delle stesse Sacre Scritture a quella di tutte le scritture umane in cui non sia adottato il metodo scientifico, ma che contengano semplici narrazioni, oppure anche ragionamenti motivati. Ma che lo stesso Dio che ci ha dotati di sensi, di intelligenza e della possibilità di esprimerci con il linguaggio abbia voluto, mettendo in secondo piano la funzione di questi suoi doni, darci con altro mezzo le conoscenze che possiamo con essi conseguire, così che anche a proposito della conoscenza della natura, che l’esperienza dei sensi e l’attività razionale espongono davanti agli occhi e all’intelletto, dobbiamo negare la funzione dei sensi e dell’intelligenza, io non penso proprio che si debba credere, soprattutto per quanto riguarda quelle discipline cui la Scrittura accenna solo in minima parte e in luoghi sparsi e lontani fra loro. Tale è appunto l’astronomia

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