Source: http://dmonax.blogspot.com/2007/11/signoraggio-monetario-e-sindacato.html
Timestamp: 2017-12-18 04:53:36+00:00

Document:
dmonax blog: Signoraggio monetario e sindacato giurisdizionale
Signoraggio monetario e sindacato giurisdizionale
di Clorinda Di Franco
[www.altalex.com]
(Sezioni Unite Civili, sentenza n. 16751 del 21 luglio 2006)
Il cittadino di uno stato membro dell’Unione Europea può pretendere di percepire a titolo diretto e personale una quota proporzionale del cosiddetto signoraggio monetario, ossia del reddito che la Banca Centrale Europea e le Banche Centrali Nazionali (per l’Italia, la Banca d’Italia), ritraggono dall’emissione della moneta messa in circolazione nell’ambito dei paesi dell’U.E.?
L’art. 105, comma secondo, del Trattato UE recita: “I compiti fondamentali da assolvere tramite il SEBC sono i seguenti:
- svolgere le operazioni sui cambi in linea con le disposizioni dell'articolo 109 ;
Il successivo art. 105 A, “La BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l'emissione di banconote all'interno della Comunità. La BCE e le Banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla BCE e dalle Banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nella Comunità.
Gli Stati membri possono coniare monete metalliche con l'approvazione delle BCE per quanto riguarda il volume del conio”.
Secondo l’art. 106, comma primo, “Il SEBC è composto dalla BCE e dalle Banche centrali nazionali”. Il secondo comma aggiunge che “La BCE ha personalità giuridica”.
L’art. 9 del paragrafo 1 del Protocollo sul Sistema Europeo delle Banche Centrali, contenente lo Statuto di detto Sistema dispone che “la Banca Centrale Europea…ha personalità giuridica; ha in ciascuno degli Stati membri la più ampia capacità giuridica riconosciuta alle persone giuridiche”.
L’art. 16 del sopra citato Statuto attribuisce il potere di emettere moneta alla Banca Centrale Europea e alle banche centrali nazionali. Esso recita testualmente:”Il consiglio direttivo ha il potere di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’intero dell’Unione. La Banca Centrale Europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote.”
Per quanto riguarda l’ordinamento giuridico italiano tale disposizione trova conferma nell’art. 4 del d.lgs. 10 marzo 1998, n. 43, per cui “La Banca d'Italia emette banconote in applicazione di quanto previsto dagli articoli 105A, paragrafo 1, del trattato e 16 dello statuto del SEBC. Nell'esercizio di tale funzione è soggetta al potere autorizzatorio esclusivo della BCE”.
L’art. 20 dello Statuto della Banca d’Italia approvato con r.d. 12 marzo 1936, n. 375 attribuisce alla Banca d’Italia la qualifica di istituto di diritto pubblico, (per esso “la Banca d’Italia, creata con la legge 10 agosto 1893, n. 449 è dichiarata istituto di diritto pubblico”) adoperando una formula che trova una recente conferma nell’art. 19, comma 2, della legge 28 dicembre 2005, n. 262.
Il secondo comma dell’art. 3 di detto Statuto dispone che “Le dette quote”(di partecipazione al capitale sociale) “sono nominative e non possono essere possedute se non da:
a) Casse di Risparmio
b) Istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale
c) Società per azioni esercenti attività bancaria risultanti dalle operazioni di cui all’art. 1 del d.lgs. 20.11.1990 n. 356;
d) Istituti di previdenza
e) Istituti di assicurazione
Le quote possono essere cedute, previo consenso del Consiglio Superiore, solamente ad uno o ad altro ente compreso nelle categorie indicate nel comma precedente. In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale sociale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici.
Un cittadino italiano ha citato in giudizio dinnanzi al Giudice di Pace di Lecce la Banca Centrale Europea presso la “sua articolazione della Banca Centrale Italiana”, chiedendo il riconoscimento della proprietà dell’attuale moneta messa in circolazione dall’istituto di emissione in capo alla collettività dei cittadini europei e la condanna della banca convenuta al pagamento in suo favore di una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno derivante dall’illecita sottrazione del reddito da signoreggio monetario.
Si è costituita in giudizio la Banca d’Italia eccependo, innanzi tutto, il proprio difetto di legittimazione passiva e chiedendo, comunque, il rigetto della domanda perché palesemente infondata e la condanna dell’attore al risarcimento del danno per lite temeraria.
Il giudice di pace leccese, respinta l’eccezione preliminare sollevata dalla Banca d’Italia della quale ha riconosciuto la legittimazione passiva in quanto soggetto che beneficia del reddito da signoraggio monetario, ha accolto la domanda attorea, in cui favore ha condannato la banca convenuta al pagamento della somma di euro 87,00 per avere essa sottratto, nel periodo compreso tra gli anni 1996 e 2003, alla collettività, di cui il ricorrente è membro, parte del reddito da signoraggio monetario.
La Banca d’Italia ha impugnato la sentenza dinnanzi alla Cassazione, la quale, pronunciandosi a Sezioni Unite, ha accolto il ricorso, rilevando l’erroneità del percorso logico – giuridico seguito dal giudice di merito.
La questione da risolvere.
Le pronunce in commento si occupano del cosi detto signoraggio monetario, ossia del reddito che l’istituto autorizzato dallo Stato ad emettere moneta ritrae dalla messa in circolazione della moneta.
Il termine ha origini antiche risalendo all’epoca in cui la base monetaria era costituita da monete in metallo prezioso; chiunque disponesse di metallo prezioso ne poteva ottenere dal sovrano la trasformazione in moneta. Il sovrano, ponendo la sua effigie sulla moneta, ne garantiva il valore, calcolato in base alla purezza del metallo in essa contenuto. In cambio del conio della moneta, egli tratteneva presso di sé una parte del metallo prezioso puro. L’esercizio di questo potere sovrano è stato definito signoraggio.
Con la rivoluzione industriale si è assistito al graduale abbandono dei sistemi monetari fondati sui metalli preziosi e sulla convertibilità delle monete in oro e alla progressiva affermazione della moneta cartacea, sino ad arrivare ai tempi più moderni caratterizzati dal prevalere della moneta scritturale.
Il signoraggio ha continuato ad esistere, assumendo una nuova fisionomia.
Presso i moderni economisti che si sono occupati dell’argomento, si suole definire il signoraggio come il “profitto di cui si appropria chi ha il potere di emettere la moneta”, pari alla “differenza tra il valore nominale della moneta ed il costo di produzione di essa”.
L’affermazione merita un chiarimento, sia pure breve; per i dovuti approfondimenti si rinvia alle trattazione specialistiche fiorite sull’argomento, soprattutto nel campo delle scienze economiche.
Negli ordinamenti contemporanei, il potere di emettere la moneta è attribuito alle banche centrali nazionali che producono la moneta ad un costo decisamente inferiore rispetto al valore nominale (si tratta per lo più delle spese per la stampa della banconote). Il denaro, una volto prodotto, viene “prestato” allo Stato che, in cambio di esso, cede alla banca valori mobiliari (per lo più titoli di Stato) per un ammontare corrispondente al valore nominale complessivo della moneta emessa. Quindi, la moneta viene messa in circolazione per essere adoperata e accettata dalla collettività come mezzo di pagamento secondo il valore nominale attribuitovi.
Le banche, operando come società private, sono solite iscrivere al passivo delle proprie scritture contabili il costo di produzione della moneta per un importo pari non al costo effettivo, bensì al valore nominale della moneta emessa, dando vita ad un passivo fittizio e, conseguentemente ad un artificioso mutamento dell’attivo, che può essere considerevole sol che si pensi a quanto irrisori siano i costi per la stampa della moneta cartacea o quelli per la moneta scritturale.
Un simile atteggiamento da parte degli operatori bancari costituisce retaggio dell’epoca in cui, vigendo la convertibilità dei biglietti di banca in oro, l’istituto bancario assumeva l’obbligazione di convertire la carta moneta in oro, che ne costituiva la garanzia reale. Oggi, soppresse le riserve auree, appare difficile trovarne una giustificazione, tanto più se si pensa che i valori mobiliari ricevuti dalla banca quale contropartita della moneta prodotta sono iscritti all’attivo.
Ebbene, il profitto derivante dalla differenza tra il basso costo di produzione della moneta ed il valore nominale di essa (di gran lunga superiore rispetto al primo), costituisce il signoraggio monetario; esso viene percepito dall’istituto bancario che emette la moneta, come parte del reddito prodotto.
In Europa, gli Stati, avendo espresso, con la firma del trattato di Maastricht, la volontà di assoggettarsi al Sistema Europeo delle Banche Centrali, hanno attribuito il potere di emettere la moneta e di percepire il reddito da signoraggio monetario esclusivamente alla Banca Centrale Europea e alle banche nazionali. Più precisamente, la Banca Centrale Europea, quale organismo centrale del SEBC, dirige e controlla la politica monetaria europea autorizzando le banche nazionali ad emettere la moneta unica. Il reddito delle banche nazionali, comprensivo del signoraggio monetario, affluisce alla Banca centrale europea che lo ridistribuisce tra esse in base alla quota di capitale sociale che detengono.
In Italia, la banca nazionale centrale si identifica con la Banca d’Italia, che presenta una struttura del tutto singolare in quanto, pur essendo qualificata dalla legge come istituto di diritto pubblico (così lo Statuto approvato con r.d. del 1936 e, di recente, la legge n. 262/2005), è in mano a enti privati tra i quali è distribuito, in forma di dividendi, il reddito prodotto (attualmente soltanto il 5% del capitale sociale è posseduto dall’Inps, mentre il restante 95% appartiene a privati quali gruppo intesa San Paolo Imi, BNL, ecc).
Dunque, i proventi del signoraggio monetario sono, nel nostro sistema, percepiti dalla Banca d’Italia e, in definitiva, distribuiti tra i gruppi privati che ad essa partecipano.
Poste queste premesse, il problema, in sintesi, è il seguente:
· il reddito da signoraggio, un tempo spettava al sovrano quale espressione di un potere sovrano;
· oggi, scomparso lo stato assoluto, tale reddito dovrebbe spettare allo stato, ovverosia al cittadino, dal momento che la sovranità appartiene al popolo;
· invece, il reddito da signoraggio, nel nostro sistema giuridico, va alla Banca d’Italia, che però è in proprietà di istituti di credito italiano.
Si configura quindi la seguente questione: è legittima la domanda di un cittadino volta a chiedere la restituzione del cosiddetto reddito da signoraggio, percepito dalla Banca d’Italia, ovverosia dagli enti che ne sono proprietari?
La risposta del Giudice di Pace di Lecce (sentenza del 26 settembre 2005)
Il Giudice di Pace di Lecce, innanzi tutto, ha respinto l’eccezione di difetto di legittimazione passiva sollevata dalla Banca d’Italia convenuta in giudizio, alla luce delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio che ha individuato in essa il soggetto che trae gli utili dal reddito di signoraggio, come comprovato dal bilancio consuntivo predisposto dalla medesima banca.
Inoltre, riconoscendo nella Banca d’Italia non un soggetto giuridico autonomo e distinto dalla Banca Centrale Europea bensì un’articolazione di essa a livello locale, ha ritenuto il contraddittorio regolarmente istaurato non solo nei confronti della Banca d’Italia cui è stato notificato l’atto di citazione ma anche nei confronti della Banca Centrale Europea.
Il giudice di pace leccese ha riconosciuto la fondatezza della domanda di parte attorea, basata, come detto, sulla richiesta di risarcimento danni per avere la Banca d’Italia percepito il reddito derivante dal signoraggio monetario.
Egli ha mosso da considerazione di ordine storico, osservando che, mentre il signoraggio monetario un tempo spettava al sovrano quale guadagno sul conio della moneta, nella realtà moderna invece, consistendo essenzialmente nella differenza tra gli interessi percepiti sulle attività monetarie ed il costo di produzione delle banconote, viene percepito dalla Banca d’Italia. Questa, inserita nel SEBC, opera in condizioni di autonomia ed indipendenza, e distribuisce il reddito prodotto, comprensivo di proventi del signoreggio monetario, tra i propri “partecipanti” privati.
In definitiva, il reddito da signoraggio monetario, espressione di un potere sovrano, oggi viene percepito non dallo Stato ma dai gruppi privati che possiedono la maggioranza del capitale sociale della Banca d’Italia. Il che, secondo il giudice pugliese, avverrebbe in violazione del disposto del terzo comma dell’art. 3 dello Statuto della Banca di Italia, (approvato con regio decreto n. 1067 dell’11 giugno 1936 e successive modificazioni ed integrazioni), che prescrive che le quote di partecipazione al capitale sociale della Banca d’Italia possono essere cedute soltanto ad uno degli enti pubblici indicati nel comma primo del medesimo articolo, ossia Casse di Risparmio, Istituti di credito di diritto pubblico, Banche di interesse nazionale, istituti di previdenza ed assistenza. In proposito, si ricordi che l’ultimo periodo del citato articolo prescrive che deve essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale sociale della Banca d’Italia da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici.
Ad avviso del giudice di merito, il reddito dell’istituto proveniente dall’attività di circolazione della moneta, dovrebbe vedere quale principale beneficiario non gruppi privati bensì lo Stato ed il popolo cui, a norma dell’art. 1 della Costituzione,- appartiene la sovranità. L’attuale sistema di percezione e distribuzione del signoraggio, dunque, rappresenterebbe un’illegittima usurpazione del diritto della collettività a vedersi riconosciuta la proprietà della moneta in circolazione. Piuttosto, bisognerebbe garantire il diritto di ciascun cittadino a percepire pro quota il reddito derivante dal signoreggio monetario.
Alla stregua di tale percorso logico, il giudice di pace ha accolto la domanda attorea e ha condannato la Banca convenuta, anche in via equitativa, a corrispondere alla controparte la somma di euro 87,00 a titolo di risarcimento del danno derivante dalla illecita sottrazione del reddito da signoraggio, oltre gli interessi legali dalla domanda al giorno del pagamento.
L’iter argomentativo percorso dalle Sezioni Unite Civili (sentenza n. 16751 del 21 luglio 2006)
La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha cassato senza rinvio la sentenza del giudice di pace leccese sulla base delle seguenti considerazioni.
In primo luogo la Corte, esaminando il primo dei motivi addotti con il ricorso, ha affrontato la questione della legittimazione passiva della Banca d’Italia che, ad avviso di questa, avrebbe dovuto essere negata.
Secondo la Corte, ha errato il giudice di pace nel riconoscere l’atto di citazione regolarmente notificato alla Banca d’Italia quale articolazione locale della Banca Centrale Europea. Piuttosto, osservano le Sezioni Unite, Banca d’Italia e Banca Centrale Europea sono soggetti giuridici distinti, anche se istituzionalmente e funzionalmente collegati. Avendo essi autonoma e distinta personalità giuridica, hanno anche distinta capacità processuale, onde il contradditorio instaurato con la Banca d’Italia non poteva dirsi costituito anche nei confronti della Banca Centrale Europea.
I giudici di legittimità, quindi, sono passati all’esame del secondo dei motivi del ricorso con il quale la Banca d’Italia ha inteso sottolineare come, in presenza di una pubblica potestà, qual’è quella relativa all’emissione della moneta, il giudice sia privo di giurisdizione, non potendosi configurare in capo ad alcuno una posizione giuridica giuridicamente rilevante.
Le Sezioni Unite hanno ritenuto fondato il sopra illustrato motivo di ricorso, osservando come la pretesa attorea, volta a percepire direttamente e personalmente una quota proporzionale del signoraggio monetario, sia stata basata su argomenti non di carattere giuridico bensì di carattere storico ed economico attinenti al modo con cui gli Stati hanno esercitato ed esercitano attualmente il potere di produrre reddito mediante la politica monetaria; essa è apparsa, in definitiva, finalizzata a mettere in discussione le scelte con cui lo Stato, attraverso i suoi competenti organi istituzionali, ha configurato la propria politica monetaria.
Giustamente il supremo giudice di legittimità ha messo in evidenza come l’Italia, aderendo all’Unione Europea, si sia volontariamente assoggettata al Sistema Europeo delle Banche Centrali, tra i cui compiti fondamentali l’art. 105 del Trattato U.E. comprende quello di definire e attuare la politica monetaria dell’Unione. Alla Banca Centrale Europea, l’organismo centrale di detto Sistema, il Trattato U.E. attribuisce espressamente il potere di autorizzare le banche nazionali all’emissione di banconote all’interno della Comunità. Il reddito monetario così prodotto affluisce alla Banca centrale Europea che lo ridistribuisce alle singole banche centrali nazionali secondo i criteri definiti nello Statuto del SEBC (di cui al protocollo allegato al Trattato U.E.).
L’attribuzione del reddito da signoreggio monetario alla Banca d’Italia appare, pertanto, il frutto di una precisa scelta di politica monetaria consacrata, peraltro, in un atto di produzione normativa a carattere sovranazionale cui l’Italia ha aderito ratificandolo con legge.
In conclusione, ha notato il giudice di nomofilachia, ci troviamo di fronte ad una pretesa che esula gioco forza dall’ambito della giurisdizione, sia essa del giudice ordinario sia del giudice amministrativo, in quanto all’organo giurisdizionale non compete il sindacato sul modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali rientrano la politica monetaria, la conclusione di accordi internazionali o la partecipazione ad organismi sopranazionali. D’altro canto, rispetto a questi ultimi poteri sovrani è pacifico che non sia possibile configurare una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui essi si estrinsecano assumano un determinato contenuto.
Sulla base di tali argomentazione le Sezioni Unite, accogliendo il secondo motivo di ricorso e riconosciuto superfluo l’esame dei rimanenti motivi, hanno cassato senza rinvio la sentenza del giudice di pace riconoscendo il difetto assoluto di giurisdizione.
In estrema sintesi, secondo la Corte di Cassazione, è inammissibile la pretesa del cittadino volta a percepire il reddito consistente nel signoraggio monetario, posto che essa si traduce nella richiesta a che un giudice si pronunci su quello che è un potere sovrano dello Stato, che, in quanto tale, è insindacabile da parte di qualsiasi giudice. Logica ed indefettibile conclusione di ciò è il difetto assoluto di giurisdizione riguardo ad una domanda che, presentando carattere metagiuridico, non concerne una posizione giuridica suscettibile di tutela da parte dell’ordinamento giuridico né in termini di diritto soggettivo né in termini di interesse legittimo.
C.T.U della sentenza di Lecce scaricabile qui: http://www.studiotanza.it/ctu.doc
Notare che nella sentenza di Lecce Bankitalia viene condannata al pagamento dei soli interessi, e non per tutto l'intero reddito da signoraggio, che naturalmente era ben superiore a 5 miliardi...
tags: debito pubblico, finanza, potere, signoraggio, sovranità monetaria, truffe, violazioni costituzione
Carmelo Sorbera 14 novembre 2007 22:49
Il problema fondamentale è la proprietà del capitale di Banca d'Italia al 95% in mano a privati. Nel resto d'Europa le Banche Centrali Nazionali sono di proprietà dello stato, ma è pure vero che gli altri Stati hanno delle leggi sul conflitto d'interesse che funzionano. Il resto lo potrai leggere su aaa-hhh.myblog.it

References: sentenza 
 art. 105
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza