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Timestamp: 2019-10-23 11:35:32+00:00

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LE SENTENZE SELEZIONATE
PER VOI IN TEMA DI AMBIENTE
Speciale Ambiente e Sviluppo del
2015 Wolters Kluwer Italia S.r.l. Strada 1, Palazzo F6 20090 Milanofiori Assago (MI)
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Cons. Stato Sez. III, 04-02-2016, n. 441 clicca qui per la sentenza
Antonio Corrado e altri c. Comune di Valdobbiadene e altri
Giudizio amministrativo - Legittimazione processuale
L'azione di annullamento davanti al Giudice Amministrativo soggetta (sulla falsariga del processo civile) a tre
condizioni fondamentali (titolo, interesse ad agire, legittimazione attiva passiva), che vanno valutate in astratto, con
riferimento alla causa petendi della domanda, e devono sussistere al momento della proposizione della domanda e
permanere fino al momento della decisione finale (D.Lgs. n. 104/2010, CPA) (Conferma della sentenza del T.a.r.
Veneto, sez. II, 12 giugno 2014, n. 777).
Edilizia e urbanistica, in genere
Edilizia e urbanistica - Tutela giurisdizionale
Nella specifica materia delle controversie aventi ad oggetto atti di gestione urbanistica del territorio (siano essi
titoli edificatori singoli, o atti di portata generale o implicanti trasformazioni complesse) il tema della legittimazione
al ricorso declinato nel senso che tale legittimazione deve essere correlata in modo certo ai beni della vita che
vengono in rilievo (la propriet, la salute, l'ambiente, il paesaggio), sebbene con l'adozione di un criterio
particolarmente ampio di individuazione del soggetto legittimato (art. 136 D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, T.U. Edilizia)
(Conferma della sentenza del T.a.r. Veneto, sez. II, 12 giugno 2014, n. 777).
Seppure il criterio della vicinitas, al fine di radicare la legittimazione ad agire dei singoli per la tutela del bene
ambiente, ha valore elastico, nel senso che si deve necessariamente estendere in ragione proporzionale
all'ampiezza e rilevanza delle aree coinvolte, come nel caso di interventi rilevanti che incidono sulla qualit della vita
dei residenti in gran parte del territorio, tuttavia non sufficiente a radicare la legittimazione dei ricorrenti che non
abbiano allegato pregiudizi diretti e differenziati (D.Lgs. n. 104/2010, CPA) (Conferma della sentenza del T.a.r.
La legittimazione deve essere correlata alla circostanza che l'instaurazione del giudizio non solo sia proposta
da chi legittimato al ricorso, in quanto titolare di una situazione giuridica tutelata e differenziata rispetto alla
generalit dei consociati, ma anche che l'azione non sia finalizzata a tutelare interessi emulativi, di mero fatto,
pretese impossibili o contra ius, coerentemente con la funzione svolta dalle condizioni dell'azione nei processi di
parte, innervati come sono dal principio della domanda e dal suo corollario rappresentato dal principio dispositivo
(D.Lgs. n. 104/2010, CPA) (Conferma della sentenza del T.a.r. Veneto, sez. II, 12 giugno 2014, n. 777).
Nella specifica materia delle controversie aventi ad oggetto atti di gestione urbanistica del territorio, ai fini
della legittimazione attiva si richiede che alla vicinitas si accompagni la dimostrazione del pregiudizio concreto e
attuale derivante dall'azione amministrativa (art. 136 D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, T.U. Edilizia) (Conferma della
sentenza del T.a.r. Veneto, sez. II, 12 giugno 2014, n. 777).
Cons. Stato Sez. IV, 28-01-2016, n. 319 clicca qui per la sentenza
Omega 2000 Sas di Damiano Daniela c. Comune di Pinerolo e altri
La natura del comparto edificatorio del tutto peculiare: il comparto inserendosi tra la lottizzazione
facoltativa e la lottizzazione d'ufficio assume la figura di una lottizzazione obbligatoria, essendo effettuata dal
privato in adempimento dell'obbligo impostogli dalla P.A. sotto comminatoria di esproprio. E' strumento attuativo
della pianificazione urbanistica, avendo lo scopo primario di tutelare l'interesse pubblico (al pari di ogni strumento
urbanistico) allo sviluppo razionale dell'attivit edilizia e regolare l'assetto urbanistico del territorio (D.P.R. n.
380/2001, T.U. Edilizia) (Riforma della sentenza del T.a.r. Piemonte, Torino, sez. I, n. 142/2015).
Il comparto edificatorio uno strumento urbanistico di terzo livello, attuativo della pianificazione urbanistica
ed avente la finalit (comune agli altri strumenti urbanistici) di assicurare una percentuale di sviluppo razionale
dell'attivit edilizia e regolare l'assetto urbanistico del territorio (D.P.R. n. 380/2001, T.U. Edilizia) (Riforma della
sentenza del T.a.r. Piemonte, Torino, sez. I, n. 142/2015).
Cons. Stato Sez. IV, 13-10-2015, n. 4716 clicca qui per la sentenza
Regione Puglia c. Giuseppe Galluccio e altri
Edilizia e urbanistica - Piani
L'esercizio del potere di pianificazione urbanistica non attiene solo all'aspetto edilizio del territorio ma va
esercitato anche in relazione ad altre esigenze di sviluppo economico sociale del territorio stesso in riferimento alla
concreta vocazione dei luoghi e ai valori ambientali e paesaggistici, nell'ambito di una pi ampia accezione del
concetto di urbanistica e in relazione alla portata del concetto di garanzia dello ius aedificandi (D.P.R. n. 380/2001,
T.U. Edilizia) (Conferma della sentenza del T.a.r. Puglia, Lecce, sez. I, n. 909/2013).
Massima redazionale, 2015
In linea di principio, la classificazione di un'area ad uso agricolo ben pu esorbitare dall'esigenza di
promuovere un utilizzo ad attivit agricole dell'area stessa ed essere strumentale all'esigenza di conservazione di
valori ambientali (D.P.R. n. 380/2001, T.U. Edilizia) (Conferma della sentenza del T.a.r. Puglia, Lecce, sez. I, n.
909/2013).
T.R.G.A. Trentino-Alto Adige Bolzano, 23-09-2015, n. 281 clicca qui per la sentenza
Raimondo Pinter c. Comune di Corvara e altri
Le scelte urbanistiche effettuate dal Comune in sede di adozione del piano regolatore generale costituiscono
valutazioni discrezionali attinenti al merito amministrativo che, come tali, sono sottratte al sindacato di legittimit
del Giudice Amministrativo in sede di giudizio impugnatorio, a meno che non risultino inficiate da errori di fatto o da
vizi di grave illogicit (D.P.R. n. 380/2001, T.U. Edilizia).
Edilizia e urbanistica - Permesso di costruire
La misura di salvaguardia comunale consiste nella sospensione di ogni determinazione in ordine alla domanda
di permesso di costruire, in caso di contrasto dell'intervento da realizzare con le previsioni degli strumenti
urbanistici adottati. Tale misura presuppone che la domanda sia conforme alla strumentazione vigente ma non
anche a quella adottata. Se manca la conformit agli strumenti urbanistici vigenti, la domanda di permesso di
costruire deve essere rigettata, senza applicazione della misura soprassessoria, anche in presenza di un'istanza
conforme alla previsione urbanistica adottata (D.P.R. n. 380/2001, T.U. Edilizia).
L'Amministrazione ha ampia discrezionalit in materia di pianificazione urbanistica con la conseguenza che le
scelte effettuate costituiscono, in generale, valutazioni discrezionali attinenti al merito amministrativo, che come
tali sono sottratte al sindacato di legittimit del Giudice, salvo che non siano inficiate da palesi errori di fatto o da
abnormi illogicit, ovvero da arbitrariet, irrazionalit o manifesta irragionevolezza, in relazione alle esigenze che
s'intendono concretamente soddisfare (D.P.R. n. 380/2001, T.U. Edilizia).
Le evenienze che giustificano una pi incisiva e singolare motivazione nelle scelte pianificatorie degli strumenti
urbanistici generali sono ravvisate nel superamento degli standards urbanistici ed edilizi, nella lesione
dell'affidamento qualificato del privato basato su precedenti determinazioni dell'amministrazione o su
provvedimenti giurisdizionali (derivante dall'avvenuta stipula di convenzioni di lottizzazione, da accordi di diritto
privato intercorsi tra il Comune e i proprietari delle aree, da sentenze passate in giudicato di annullamento di
dinieghi di concessione edilizia o di silenzio rifiuto su una domanda di concessione, etc.), o nella modificazione in
zona agricola della destinazione di un'area limitata, interclusa da fondi edificati in modo non abusivo (D.P.R. n.
380/2001, T.U. Edilizia).
Le osservazioni proposte dai cittadini e (o) proprietari nei confronti degli atti di pianificazione urbanistica non
costituiscono veri e propri rimedi giuridici, ma semplici apporti collaborativi e, pertanto, non danno luogo a peculiari
aspettative, sicch il loro rigetto o il loro accoglimento, di regola, non richiede una motivazione analitica, essendo
sufficiente che esse siano state esaminate e confrontate con gli interessi generali sottesi allo strumento
pianificatorio (D.P.R. n. 380/2001, T.U. Edilizia).
T.A.R. Emilia-Romagna Bologna Sez. I, 30-07-2015, n. 701 clicca qui per la sentenza
Cargofer S.r.l. c. Comune di Bondeno e altri
Sono ammissibili le c.d. varianti di salvaguardia, da intendere come provvedimenti di pianificazione e legittima
modalit di programmazione dello sviluppo del territorio, se fondate su problematiche specifiche dell'assetto del
territorio a tutela del suo pregio ambientale, storico o artistico, e preordinate all'obiettivo di porre una limitazione
all'edificazione in date zone fino alla compiuta e ponderata disciplina dettata da un nuovo strumento urbanistico
che ne regolamenti in modo organico l'uso, s da rispondere in tali casi le varianti ad esigenze effettive, concrete e
attuali di programmazione del territorio, senza risolversi in misure interinali di salvaguardia volte all'esclusivo fine
dell'adozione di futuri atti pianificatori, esse s incompatibili con l'ordinamento (D.P.R. n. 380/2001, T.U. Edilizia).
Vizi dell'atto
Atti amministrativi - Vizi dell'atto
Il vizio di eccesso di potere per sviamento consiste nell'effettiva e comprovata divergenza fra l'atto e la sua
funzione tipica, ovvero nell'esercizio del potere per finalit diverse da quelle enunciate dal legislatore con la norma
attributiva dello stesso (in particolare quando l'atto sia stato determinato da un interesse differente da quello
pubblico); tuttavia la censura di sviamento va supportata da precisi e concordanti elementi di prova, non essendo
sufficienti semplici supposizioni o indizi che non si traducano nella dimostrazione dell'illegittima finalit perseguita
in concreto dall'Amministrazione, n il vizio ravvisabile quando l'atto sia comunque adottato conformemente alle
norme sulla sua forma e sul suo contenuto e risulta in ogni caso aderente al fine cui istituzionalmente preordinato.
Atti amministrativi - Impugnazione
Laddove un provvedimento amministrativo di segno negativo si fondi su una pluralit di ragioni, ciascuna delle
quali di per s idonea a supportarla in modo autonomo, sufficiente che anche una sola di esse resista alle censure
mosse in sede giurisdizionale perch il provvedimento nel suo complesso resti esente dall'annullamento, divenendo
in tal modo irrilevanti, per difetto di interesse, le ulteriori doglianze dedotte dal ricorrente avverso le altre ragioni
opposte dall'Autorit emanante a rigetto della sua istanza (D.Lgs. n. 104/2010, CPA).
T.A.R. Toscana Firenze Sez. I, 11-06-2015, n. 883 clicca qui per la sentenza
Maria Maddalena Andreoli c. Comune di Sorano
Il regime di salvaguardia di cui all'art. 12, comma 3, D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (T.U. Edilizia) mira ad
assicurare la sospensione di ogni determinazione degli interventi edilizi in contrasto con lo strumento della
pianificazione territoriale e degli atti di governo adottati sino all'efficacia dello strumento della pianificazione
territoriale o dell'atto di governo del territorio (e comunque non oltre tre anni dalla data del relativo provvedimento
di adozione) tutelando la potest pianificatoria dell'ente onde evitare nelle more la realizzazione di interventi
pregiudizievoli con gli indirizzi strategici di sviluppo del territorio.
L'adozione di un nuovo strumento urbanistico (o di una variante allo stesso) implica l'automatica instaurazione
di un transitorio regime di salvaguardia, con conseguente sospensione di qualsiasi procedimento volto al rilascio di
concessioni edilizie (o di altri titoli edilizi) e (o) di strumenti attuativi del precedente strumento urbanistico (piani di
lottizzazione, piani particolareggiati, piani di edilizia convenzionati, piani di risanamento etc.) che contrastino con le
disposizioni di quello in corso di approvazione (art. 12, comma 3, D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, T.U. Edilizia).
L'esigenza sottesa all'applicazione della misura di salvaguardia di cui all'art. 12, comma 3, D.P.R. 6 giugno 2001,
n. 380 (T.U. Edilizia) deve essere individuata con la necessit di evitare che, nelle more del relativo procedimento di
approvazione, le richieste dei privati fondate su una pianificazione ritenuta non pi attuale, finiscano per alterare
profondamente la situazione di fatto e, di conseguenza, per pregiudicare definitivamente proprio gli obiettivi
generali cui invece finalizzata la programmazione urbanistica generale.
Cons. Stato Sez. III, Sent., 04/02/2016, n. 441
sul ricorso numero di registro generale 1503 del 2015, proposto da:
A.C., F.C., M.C., P.C., P.C., E.D.F., rappresentati e difesi dagli avv. Primo Michielan e Andrea Manzi, con
domicilio eletto presso lo studio dell'avv. Andrea Manzi in Roma, Via Federico Confalonieri, n. 5;
Comune di Valdobbiadene, in persona del Sindaco pro-tempore, rappresentato e difeso dagli avv. Stefano
Gattamelata ed Enrico Gaz, con domicilio eletto presso lo studio dell'avv. Stefano Gattamelata in Roma, Via Monte
Provincia di Treviso, in persona del Presidente pro-tempore, rappresentata e difesa dagli avv. Mario Ettore
Verino e Sebastiano Tonon, con domicilio eletto presso lo studio dell'avv. Mario Ettore Verino in Roma, Via Barnaba
Regione Veneto - Unit Periferica Genio Civile di Treviso e Unit di progetto Foreste e Parchi del Servizio
Forestale regionale di Treviso, in persona del legale rappresentante pro-tempore, non costituita;
E.D. S.p.A., in persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentata e difesa dall'avv. Antonio Sartori,
con domicilio eletto presso lo studio dell'avv. Renzo Cuonzo in Roma, Via Monte di Fiore, n. 22.;
K.U. S.r.l., in persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentata e difesa dall'avv. Roberto Orfeo,
con domicilio eletto presso lo studio dell'avv. Michela Reggio D'Aci in Roma, Via degli Scipioni, n. 288;
ARPAV - Dipartimento Provinciale di Treviso, non costituita;
Soprintendenza dei Beni Architettonici e Paesaggistici delle Provincie di Venezia, Padova, Treviso e Belluno, in
persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentata e difesa per legge dall'Avvocatura Generale dello
Stato, presso i cui uffici domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi, n.12;
Editrice Radio Tv Alfa, R.B. S.r.l. ed A. S.r.l., in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro-tempore,
rappresentate e difese dall'avv. Roberto Orfeo, con domicilio eletto presso lo studio dell'avv. Michela Reggio D'Aci
in Roma, Via degli Scipioni, n. 288;
della sentenza del T.a.r. per il Veneto - Sezione II - n. 777 del 12 giugno 2014.
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Valdobbiadene, della Provincia di Treviso, di E.D. S.p.A., di
K.U. S.r.l. e della Soprintendenza dei Beni Architettonici e Paesaggistici delle Provincie di Venezia, Padova, Treviso e
Visto l'atto di intervento ad opponendum proposto da Editrice Radio Tv Alfa, R.B. S.r.l. ed A. S.r.l.;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 21 gennaio 2016 il Cons. Paola Alba Aurora Puliatti e uditi per le parti
gli avvocati Primo Michielan, Enrico Gaz, Mario Ettore Verino, Renzo Cuonzo su delega di Antonio Sartori, Roberto
Orfeo e l'avvocato dello Stato Tito Varrone;
1.- Con ricorso r.g.n. 1972 del 2008, gli odierni appellanti impugnavano l'autorizzazione unica SUAP del 20
giugno 2008, rilasciata dal Comune di Valdobbiadene a favore della Societ K.U. S.r.l. per trasferimento con
modifiche dell'impianto di radiodiffusione sul sito in frazione "Pianezze" e realizzazione di annessa cabina elettrica
pertinenziale, oltre vari atti presupposti.
I ricorrenti sono proprietari di terreni posti nelle immediate vicinanze del luogo dove stato posizionato
l'impianto radioelettrico e sui quali insistono edifici di loro propriet (rispettivamente, per le propriet C., fg. (...),
mappali (...) e per la propriet D.F., fg (...), mapp.li nn. (...) sub (...) sub (...), aventi destinazione agricola E2.3 -prati e
pascoli di montagna- ed E2.2 -itinerario di interesse storico-ambientale ed escursionistico).
1.1. - L'intervento di cui alla SUAP del 20 giugno 2008 trae origine da una precedente richiesta avanzata nel
2005 dalla stessa societ K.U., volta ad ottenere il trasferimento di un impianto di radiodiffusione precedentemente
collocato in altra parte del territorio comunale e che riguardava l'installazione di un traliccio di 85 metri di altezza.
Il progetto, inizialmente accolto con favore dall'amministrazione comunale e successivamente oggetto di
sospensione (ordinanze nn. 19/2008 e 69/2008) - avendo il Comune individuato nel 2007 una diversa area del
territorio comunale per la quale intervenire mediante procedura accelerata di variante, al fine della sua
trasformazione da zona E.2 a zona F, proprio per poter localizzare gli impianti di radiodiffusione - a seguito della
conclusione di un accordo procedimentale ai sensi dell' art. 11 della L. n. 241 del 1990, di cui alla Delib. n. 70 del 30
maggio 2008, e di conferenza di servizi del 13 giugno 2008, veniva approvato con sostanziali modifiche (traliccio di
dimensioni pi contenute, di 65 mt, su mappali di propriet di K.U. s.r.l.).
L'autorizzazione unica SUAP assentiva, dunque, lo spostamento del traliccio sul nuovo sito e la realizzazione
della cabina elettrica funzionale allo stesso.
1.2. - A sostegno del citato ricorso venivano dedotti numerosi motivi riguardanti violazioni sia di carattere
procedurale che sostanziale, queste ultime concernenti vizi di eccesso di potere sotto pi profili e violazione di
norme del T.U. delle disposizioni in materia edilizia, del codice delle comunicazioni, del codice dell'ambiente e del
regolamento comunale concernenti la distanza delle costruzioni dalle strade comunali.
1.3. - Si costituivano in giudizio il Comune intimato e la controinteressata K.U. s.r.l. che, preliminarmente,
eccepiva l'inammissibilit del ricorso per difetto di legittimazione in capo ai ricorrenti in quanto soggetti che non
risultano, come comprovato dagli atti depositati in giudizio, residenti in aree poste nelle vicinanze dell'impianto,
non avendo comunque evidenziato alcun concreto pregiudizio derivante dalla realizzazione dello stesso, n in
termini di deprezzamento del bene, n in termini di diretto pregiudizio per la propria salute.
1.4. - Interveniva ad opponendum E.D. S.p.A., interessata al giudizio limitatamente alla parte in cui risultava
contestato il titolo rilasciato relativo alla costruzione della cabina elettrica, da utilizzare anche per assicurare la
distribuzione del servizio elettrico nelle zone limitrofe, la quale osservava come parte istante non avesse in alcun
modo censurato, con puntuali doglianze, la SUAP per quanto attiene specificatamente la realizzazione della cabina.
2. - Con altro ricorso r.g.n. 136 del 2013, i Sig.ri C.P. e C.P. impugnavano l'autorizzazione all'esecuzione di scavo
del Comune di Valdobbiadene 14/9/2012, prot. n. (...); l'autorizzazione paesaggistica ed autorizzazione alla
costruzione ed esercizio di un tratto di linea a 20 Kv in Comune di Valdobbiadene, rilasciata dalla Provincia di Treviso
il 9/5/2012, prot. n. (...); il nulla-osta relativo della Regione Veneto - Unit Progetto Foreste e Parchi del Servizio
Forestale Regionale di Treviso del 26/8/2012, prot. n. (...); il parere favorevole 30/7/2012, prot. n. (...),
all'esecuzione dello scavo linea elettrica Kv 20 del Comune di Valdobbiadene; l'autorizzazione unica SUAP
20/6/2008, gi censurata con il precedente ricorso r.g.n. 1972/2008.
2.1.- I ricorrenti dichiaravano di essere proprietari di terreni siti in localit Pianezze ed in particolare, il sig. C.P.
di un fondo censito al FG (...), mapp.li (...) con sovrastante fabbricato ad uso abitativo e scoperto, posto in zona
E2.3, e la signora C.P., di un terreno catastalmente censito al fg. (...), mapp. (...), zona E2.2, entrambi comprendenti
un tratto della strada privata ad uso pubblico denominata via Endimione, interessata dallo scavo per l'interramento
2.2 - Esposte le argomentazioni gi dedotte in occasione del precedente ricorso, essi evidenziano i successivi
avvenimenti intervenuti dopo il rilascio dell'autorizzazione SUAP del giugno 2008.
a) la Soprintendenza, in data 23 ottobre 2008, ai sensi dell'art. 150, D.Lgs. n. 42 del 2004, aveva sospeso i
b) successivamente, aveva inviato la proposta di dichiarazione di notevole interesse pubblico di tutta l'area
prealpina e collinare dell'Alta Marca Trevigiana, compresa tra i Comuni di Valdobbiadene e Segusino, ai sensi del
terzo comma dell'art. 138 e dell'art. 141 del D.Lgs. n. 42 del 2004;
c) con il Decreto del Ministero dei Beni e Attivit Culturali del 30.9.2010, tutta l'area comunale di
Valdobbiadene veniva definitivamente assoggettata a vincolo di tutela.
2.3 - I ricorrenti, lamentando il pregiudizio diretto a loro derivante per effetto dell'interessamento di porzione
della strada di loro propriet, deducevano vari motivi di censura:
- l'illegittimit in via derivata dall'invalidit dell'autorizzazione unica SUAP, carenza di istruttoria, illogicit
manifesta, sviamento;
- la violazione e falsa applicazione dell'art. 48, D.P.R. n. 380 del 2001, la violazione dell'art. 90, L.R. n. 61 del
1985, la violazione dell' art. 120, R.D. n. 1775 del 1933, la violazione dei principi di correttezza e lealt della P.A., il
difetto di presupposto;
- la violazione e falsa applicazione dell' art. 48, D.P.R. n. 380 del 2001, violazione dell'art. 90, L.R. n. 61 del
1985, violazione art. 120, R.D. n. 1775 del 1933, eccesso di potere per difetto di presupposto di diritto e di fatto,
difetto di motivazione ed illogicit, manifesta contraddittoriet, sviamento;
- la violazione e falsa applicazione dell'art. 11 del D.P.R. n. 380 del 2001, dell' art. 149, D.Lgs. n. 42 del 2004,
dell' art. 2 del D.Lgs. n. 285 del 1992; eccesso di potere per difetto di presupposti, illegittimit derivata e difetto di
Si sosteneva, in sostanza, che l'intervento contestato, in virt del quale stato possibile costruire la cabina
elettrica. da cui si intende consentire l'allacciamento per la distribuzione dell'energia elettrica mediante la
realizzazione di un elettrodotto interrato, trae origine da un titolo autorizzatorio di per s invalido, per le ragioni
esposte con il precedente ricorso; titolo divenuto illegittimo per la prosecuzione dei lavori pur in presenza
dell'ordine di sospensione impartito dalla Soprintendenza; titolo, inoltre, rilasciato in assenza di nulla osta da parte
del Genio Civile, intervenuto soltanto in data 23 ottobre 2008 ed, in ogni caso, divenuto successivamente invalido
per decadenza, non risultando essere stati ultimati i lavori entro il giugno 2009.
Ad avviso dei ricorrenti, la normativa invocata vieta alle aziende erogatrici di servizi pubblici di somministrare
le loro forniture in presenza di opere prive di titolo edilizio, il che avrebbe dovuto impedire anche ad E.D. di
conseguire l'autorizzazione.
Viene sottolineata l'inclusione dell'ambito nel Piano Territoriale Provinciale, fra quelli da preservare da nuovi
insediamenti industriali, con conseguente illegittimit dei lavori eseguiti nel prosieguo in forza della stessa.
La stessa Soprintendenza ha denunciato la ditta per la violazione degli artt. 180 e 181 del D.Lgs. n. 42 del 2004,
in quanto aveva provveduto al completo cablaggio dei cavi ed alla fornitura dell'impianto di un nuovo palo di
adduzione di energia elettrica.
Il rilascio della SUAP sarebbe stato sostanzialmente utilizzato al fine di sanare gli abusi edilizi in precedenza
realizzati, senza tuttavia utilizzare la specifica disciplina dettata dall' art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001.
L'atto autorizzatorio del 9.5.2012, oggetto del ricorso, sarebbe affetto da contraddittoriet e difetto di
motivazione rilevabili dal confronto con la nota provinciale dell' 1.8.2011, con la quale venivano espressi legittimi
dubbi circa la legittimit ed efficacia della SUAP.
Pur avendo rilevato elementi che inducevano a ritenere che le opere, nella specie la cabina, non fossero state
ultimate prima della sospensione dei lavori ordinata dalla Soprintendenza e comunque prima dell'imposizione del
vincolo paesaggistico, l'amministrazione ha rilasciato ugualmente l'autorizzazione richiesta.
Il provvedimento impugnato presuppone erroneamente che la via Endimione, oggetto dello scavo, sia una
strada demaniale, essendo stata definita quale strada comunale, mentre trattasi di strada vicinale di uso pubblico,
per cui il Comune non avrebbe potuto assentire lo scavo della strada.
Nessuna specifica doglianza stata svolta in modo specifico avverso la realizzazione dell'elettrodotto
2.4 - Si costituivano il Comune di Valdobbiadene, la controinteressata societ K.U. s.r.l., la Provincia di Treviso
ed E.D. s.p.a. che eccepivano l'infondatezza del gravame.
E.D. e K.U. s.r.l. deducevano anche l'inammissibilit dello stesso per difetto di interesse sotto diversi profili.
3. - Con la sentenza in epigrafe, il TAR per il Veneto, riuniti i ricorsi, dichiarava l'inammissibilit del ricorso r.g.n.
1972 del 2008 per carenza di legittimazione dei ricorrenti, prendendo atto che gli stessi non risultano residenti nelle
abitazioni esistenti nei mappali indicati e posti nelle vicinanze dell'impianto avversato (il ricorrente D.F. risiede
addirittura in altro Comune, Mogliano Veneto e, per quanto riguarda la via Endimione, risulta un solo nominativo ad
essa ricollegato, T.S., che non risulta per tra i ricorrenti).
Il primo giudice, alla luce della giurisprudenza in tema di legittimazione a ricorrere nella materia ambientale e
della tutela della salute, e in rapporto alle censure sollevate, ha ritenuto che non sia stato evidenziato quel
particolare collegamento che denota la presenza di un interesse differenziato e qualificato dei ricorrenti, n che sia
stato allegato un concreto e attuale danno a beni giuridicaente tutelati derivanti dalla realizzazione delle
infrastrutture di cui trattasi.
3.1. - Con specifico riferimento al solo motivo n. 7 del ricorso - con il quale veniva denunciata la violazione
delle disposizioni dettate dal Codice della Strada e dal regolamento di attuazione circa il rispetto delle distanze delle
costruzioni dalle strade - il TAR ha ritenuto che, seppure possa ritenersi sussistere la legittimazione al ricorso,
tuttavia, il motivo infondato, in quanto, nella fattispecie, trova applicazione il disposto di cui all'art. 67 del
regolamento Comunale, che consente deroghe in merito al rispetto delle distanze da strade e fabbricati, con
riguardo, tra gli altri, alla presenza di tralicci, antenne e ripetitori tv, in quanto a tali opere non viene data rilevanza
in termini di volume e superficie.
3.2. Quanto al ricorso r.g.n. 136/2013, la sentenza appellata, rilevato che la dichiarata inammissibilit del
primo gravame ha riflessi anche sul secondo, ha ritenuto inammissibili le censure nuove proposte avverso la SUAP
del 2008, dovendo le stesse essere formulate tempestivamente avverso tale atto, eventualmente mediante la
proposizione di motivi aggiunti (ci si riferisce alle censure di violazione dell' art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001, e alle
censure riguardanti la mancata autorizzazione con la SUAP della cabina elettrica).
Da qui l'inammissibilit anche delle censure dedotte avverso i provvedimenti che, sul presupposto della
legittimit della SUAP sotto il profilo edilizio, hanno autorizzato la posa dei cavi elettrici in collegamento con la
suddetta cabina.
La sentenza ha quindi ritenuto legittimi, rigettando gli altri motivi di ricorso, sia il provvedimento
autorizzatorio della Provincia di Treviso datato 9 maggio 2012 a favore di E.D. per la realizzazione ed esercizio della
linea elettrica a 20 KV, sia il connesso provvedimento comunale che ha autorizzato lo scavo.
4.- Con l'appello in esame, viene criticata la sentenza per l'erroneit della ritenuta inammissibilit del ricorso
r.g.n. 1972 del 2008 e vengono riproposte le censure dedotte e non esaminate; quindi, vengono criticate le
argomentazioni svolte dal TAR a fondamento del rigetto del ricorso r.g.n. 136 del 2013.
Le parti hanno prodotto anche nuovi documenti e perizie a sostegno delle proprie ragioni.
4.1. - Si costituita in giudizio la Soprintendenza dei beni Architettonici e Paesaggistici in epigrafe, con
memoria depositata in data 10.10. 2015, ma non notificata, con cui ha svolto argomentazioni a sostegno
4.2. - Sono intervenuti ad opponendum Editrice Radio TV ALFA, R.B. S.r.l. ed A. S.r.l. chiedendo il rigetto
5. - A seguito di scambio di memorie e repliche, la causa stata trattenuta in decisione all'udienza pubblica del
1.- L'appello infondato.
1.1. - In limine litis:
a) devono dichiararsi inammissibili i nuovi mezzi di prova e documenti prodotti dalle parti per la prima volta in
appello, che ben avrebbero potuto essere prodotti in primo grado (ivi compresa la nota della Soprintendenza dei
Beni Architettonici e Paesaggistici Provincie di Venezia, Padova, Treviso e Belluno del 9.10.2015), ai sensi dell'art.
104, comma 2, c.p.a.;
b) allo stesso modo non possono essere esaminate le censure nuove introdotte per la prima volta nelle
memorie difensive in violazione della loro natura puramente illustrativa e delle forme e termini sanciti dagli artt. 91,
92 e 101, co. 1, c.p.a. (cfr. ex plurimis Cons. Stato Sez. V, n. 5865 del 2015);
c) infine, contrariamente a quanto sostenuto dalle parti appellanti, il Collegio ritiene che la relazione
depositata dalla Sovrintendenza il 10.10.2015, non essendo stata notificata alle controparti e non provenendo
dall'Avvocatura generale dello Stato, non possa valere quale intervento ad adiuvandum.
2.- Va confermata la statuizione del primo giudice con riguardo alla dichiarazione di inammissibilit del ricorso
r.g.n. 1972 del 2008.
2.1 - Sostengono gli appellanti l'erroneit della pronuncia in quanto il risiedere in vicinanza della stazione
radiobase installata legittimerebbe la proposizione del ricorso a prescindere dalla dimostrazione di un effettivo
pregiudizio e invocano recenti pronunce di questo Consiglio (Cd.S., IV n. 1995/2014; 3184/2013, 4643/2012).
Affermano che le abitazioni dei signori C. e D.F. ricadono in un raggio di 200 mt. dall'impianto e sono adibite a
residenza, pur senza allegare alcun concreto pregiudizio; aggiungono che con l'istanza di sospensiva in primo grado
avevano allegato il danno grave e irreparabile e cio l'incidenza negativa per la salute delle emissioni
elettromagnetiche, il rischio da rovina dovuto ad assenza di autorizzazione del Genio Civile, l'evidente conflitto del
manufatto col paesaggio e con l'ambiente.
2.2. - Il primo giudice ha ampiamente illustrato gli indirizzi giurisprudenziali rilevanti in argomento.
Come noto, l'azione di annullamento davanti al giudice amministrativo soggetta - sulla falsariga del
processo civile - a tre condizioni fondamentali (titolo, interesse ad agire, legittimazione attiva/passiva), che vanno
valutate in astratto, con riferimento alla causa petendi della domanda, e devono sussistere al momento della
proposizione della domanda e permanere fino al momento della decisione finale.
Come stato osservato, "la legittimazione deve essere correlata alla circostanza che l'instaurazione del
giudizio non solo sia proposta da chi legittimato al ricorso, in quanto titolare di una situazione giuridica tutelata e
differenziata rispetto alla generalit dei consociati, ma anche che l'azione non sia finalizzata a tutelare interessi
emulativi, di mero fatto, pretese impossibili o contra ius, coerentemente con la funzione svolta dalle condizioni
dell'azione nei processi di parte, innervati come sono dal principio della domanda e dal suo corollario rappresentato
dal principio dispositivo; sul punto sufficiente ricordare la prevalente tesi (corroborata dalla pi recente
giurisprudenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione, cfr. 22 aprile 2013, n. 9685), secondo cui tali condizioni
(ed in particolare il c.d. titolo e l'interesse ad agire), assolvono una funzione di filtro in chiave deflattiva delle
domande proposte al giudice, fino ad assumere l'aspetto di un controllo di meritevolezza dell'interesse sostanziale
in gioco, alla luce dei valori costituzionali" (A.P. 9 del 2014).
particolarmente ampio di individuazione del soggetto legittimato, che trova il suo fondamento positivo nel pronome
"chiunque" che figurava nell'art. 31 della L. n. 1150 del 1942, cos come modificato dalla L. n. 765 del 1967 e,
successivamente alla sua abrogazione con l'art. 136 del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, nell'espressione "qualsiasi altro
soggetto o privato che ne abbia interesse", di cui all'art. 146 del D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, recante il Codice dei
beni culturali e del paesaggio, per il quale l'autorizzazione paesaggistica pu essere impugnata, oltre che dalle
associazioni portatrici di interessi diffusi, anche da singoli cittadini.
Il percorso della giurisprudenza stato segnato per da un'evoluzione rispetto all'indirizzo pi
risalente(Consiglio di Stato, V sez., n. 523 del 8.6.1970), che riconosceva e ancora oggi riconosce sufficiente a
radicare la legittimazione il mero rapporto di "vicinitas" o "stabile relazione con i luoghi", se trattasi
dell'impugnazione di un titolo edilizio singolo (Sez. IV, 12 febbraio 2013, n. 813, Sez. IV, 22 gennaio 2013, n. 361,
Sez. V, 31 marzo 2011, n. 1979, Sez. VI, 27 marzo 2003, n. 1600). L'ampiezza dei soggetti legittimati va invece
circoscritta, allorch gli interventi hanno carattere urbanistico di portata generale, idonei a coinvolgere
potenzialmente interessi pubblici riguardanti l'intera collettivit, per cui non sarebbe sufficiente a contestare le
scelte amministrative la sola prossimit del ricorrente rispetto ai luoghi interessati dall'azione amministrativa,
tranne che egli sia in grado di allegare una specifica lesione o il rischio di pregiudizi effettivi da essa derivanti (Sez.
IV, 22 febbraio 2013, n. 922; Sez. IV, 28 maggio 2012, n. 3137; Sez V, 29 agosto 2012, n. 4643).
E' stato ritenuto, in proposito, che il danno, che si pu ritenersi in re ipsa in caso di realizzazione di impianti
potenzialmente inquinanti per la tecnologia utilizzata (cos Cons. St., Sez. V, 1 ottobre 2010, n. 7275, nel caso di
realizzazione di un impianto di termovalorizzazione dei rifiuti), va, invece, specificamente dedotto in caso di impianti
in s inidonei a determinare una chiara lesione degli interessi dei ricorrenti.
In questo senso conclude, ex plurimis, Cons. St., Sez. IV, n. 8364/2010, secondo la quale il mero criterio della
vicinitas di un fondo o di una abitazione all'area oggetto dell'intervento urbanistico-edilizio non pu ex se radicare la
legittimazione al ricorso, dovendo sempre fornire il ricorrente, in casi come quello in esame, la prova concreta del
vulnus specifico inferto dagli atti impugnati alla propria sfera giuridica, in termini, ad esempio, di deprezzamento del
valore del bene o di concreta compromissione del diritto alla salute ed all'ambiente (cfr. sul principio, espresso in
relazione ad impianto di smaltimento rifiuti, Consiglio di Stato, sez. V, 14 giugno 2007, n. 3191 e 16 aprile 2003, n.
Ancora, C.d.S., Sez. V, n. 2460/2012 ha ribadito che "...la mera vicinanza di un fondo ad una discarica non
legittima per ci solo ed automaticamente il proprietario frontista ad insorgere avverso il provvedimento
autorizzativo dell'opera, essendo necessaria, al riguardo, anche la prova del danno che egli da questa possa
ricevere".
Si ritenuto necessario, ad es., che vengano prospettate delle "esternalit negative sulla salute e l'ambiente,
derivanti dalla realizzazione dell'opera" anche nel caso del progetto di realizzazione di un'isola ecologica (C.d.S. sez.
V, 16/04/2013, n. 2108).
Una recente pronuncia (C.G.A. 19.3.2014, n. 144), in fattispecie concernente la localizzazione di una discarica
rifiuti, ha ritenuto non legittimato il proprietario "uti singulus" a provocare il sindacato amministrativo a tutela di
interessi generali, essendo necessaria la prova del danno che egli riceve nella sua sfera giuridica o per la riduzione di
valore economico del fondo situato nelle vicinanze, o perch le prescrizioni dettate dall'Autorit competente sono
inidonee a salvaguardare la salute di chi vive nelle vicinanze o, infine, per il significativo aumento del traffico
potenzialmente idoneo a incidere in senso pregiudizievole sui terreni limitrofi.
Ad avviso del Collegio, tali principi devono essere applicati alla fattispecie, in cui il titolo per l'intervento
edilizio, avuto riguardo alla sicura afferenza dell'impianto da realizzare al sistema delle comunicazioni elettroniche,
si forma sulla scorta delle previsioni normative del codice delle comunicazioni, di cui al D.Lgs. 1 agosto 2003, n.
259, il cui art. 86, comma 3, ha equiparato le infrastrutture di reti pubbliche di comunicazioni alle opere di
urbanizzazione primaria, evidenziando l'interesse pubblico alla necessaria capillarit della localizzazione di detti
impianti (C.d.S, VI Sez., 16.1.2009, n. 8103).
Ai fini della legittimazione attiva si richiede, dunque, che alla "vicinitas" si accompagni la dimostrazione del
pregiudizio concreto e attuale derivante dall'azione amministrativa.
Nella specie, come rilevato dal primo giudice, i ricorrenti "non risiedono e non abitano negli edifici insistenti
nelle aree di propriet poste nelle vicinanze del sito ove previsto lo spostamento dell'impianto, n hanno
rappresentato il pregiudizio che potrebbe derivare alla propriet in termini di deminutio economica e patrimoniale,
tenuto anche conto della destinazione urbanistica assegnata all'ambito de quo".
La sentenza impugnata ha anche rilevato l'assenza di legittimazione a far valere il profilo del pericolo di danno
ambientale e paesaggistico e della salute.
Al riguardo sono condivisibili le considerazioni svolte dalla sentenza appellata, in coerenza con le enunciazioni
sopra ricordate: seppure il criterio della "vicinitas", al fine di radicare la legittimazione ad agire dei singoli per la
tutela del bene ambiente ha valore "elastico", nel senso che si deve necessariamente estendere in ragione
proporzionale all'ampiezza e rilevanza delle aree coinvolte, come nel caso di interventi rilevanti che incidono sulla
qualit della vita dei residenti in gran parte del territorio (Consiglio di Stato, sez. VI, 13/09/2010, n. 6554), tuttavia
non sufficiente a radicare la legittimazione dei ricorrenti che non hanno allegato pregiudizi diretti e differenziati,
quali ad es. l'inquinamento elettromagnetico oltre i limiti consentiti, o altre forme di inquinamento o
depauperamento del godimento paesaggistico concretamente collegabile al traliccio realizzato.
Anche in appello i ricorrenti hanno denunciato in modo generico il deprezzamento dei loro immobili, il danno
alla salute, il detrimento ambientale e paesaggistico, e, comunque, mediante prove nuove non ammissibili.
A tal proposito bene puntualizzare che:
a) riguardo il prospettato danno alla salute, il parere favorevole dell'ARPA alla realizzazione del progetto, mai
impugnato, ha attestato che non risultano violati i limiti nazionali di cui al D.P.C.M. 8 luglio 2003 , tenuto conto delle
b) riguardo al prospettato danno ambientale e paesaggistico, all'epoca in cui la SUAP stata assentita non
sussisteva alcun vincolo ex D.Lgs. n. 42 del 2004 e solo con Decreto del Ministero per i Beni e le attivit culturali n. 2
del 30 settembre 2010 stata dichiarata di notevole interesse pubblico l'area prealpina e collinare dell'Alta Marca
trevigiano, compresa tra i comuni di Valdobbiadene e Segusino 2.
c) con riguardo al pericolo di stabilit del manufatto, il nulla-osta del Genio civile era stato gi acquisito per il
precedente progetto di traliccio alto 85 metri (atti dell'ottobre 2007) e in ogni caso stata rilasciata nuovamente
autorizzazione sismica il 18 novembre 2008.
In conclusione, respingendo il motivo di appello, devono ritenersi non sussistenti la legittimazione al ricorso e
l'interesse ad agire con conseguente inammissibilit del ricorso introduttivo di primo grado.
3.- Infine, quanto al motivo n. 7 del ricorso n.r.g. 1972/2008, con il quale era stata denunciata la violazione
delle disposizioni dettate dal Codice della Strada e del regolamento di attuazione circa il rispetto delle distanze delle
costruzioni dalle strade, la sentenza ha ritenuto che, seppure volesse ritenersi sussistente la prospettazione di un
profilo di danno concreto e attuale idoneo a legittimare la proposizione del ricorso, la censura era comunque
infondata, in quanto, ai sensi dell'art. 67 del regolamento Comunale, alla presenza di tralicci, antenne e ripetitori tv
non viene data alcuna rilevanza in termini di volume e superficie e, quindi, anche in merito al rispetto delle distanze
da strade e fabbricati.
Gli appellanti censurano la sentenza per difetto di motivazione, non avendo attribuito giusta rilevanza al fatto
che la norma regolamentare (art. 58) contempla la deroga solo per manufatti di "modeste dimensioni" e non
spiegato come rientrerebbe in tale nozione un'antenna di circa 70 mt..
3.1. - Ad avviso del Collegio, la censura deve respingersi, considerato che il traliccio (alto 65 mt.) rientra tra gli
impianti che il regolamento comunale consente di realizzare in deroga, e che l'eccezione, limitata ad opere di
modeste dimensioni, va interpretata, nel caso degli impianti in questione, alla luce delle disposizioni del codice delle
comunicazioni che impongono la capillare diffusione della rete di comunicazione e, a tal fine, qualificano gli
interventi come "opere di urbanizzazione primaria" (art. 86, comma 3, D.Lgs. n. 259 del 2003) ed anche alla luce
degli artt. 16 e ss. del codice della strada e del relativo regolamento, che impongono fasce di rispetto fuori dai centri
abitati, come nel caso di specie, solo in funzione della visibilit e della sicurezza della circolazione.
4. - Va respinto anche l'appello concernente il capo della sentenza che ha ritenuto infondato il ricorso r.g.n.
4.1. -Evidente l'infondatezza del motivo con cui gli appellanti lamentano che andavano esaminati
congiuntamente il motivo sub 10 del ricorso n. 1978/2008 e la censura di cui al punto 1.a) del ricorso n. 136/2013.
Sostengono che quest'ultima censura esplicitava il primigenio motivo avverso lo sviamento dell'azione
comunale (2.a) e che la censura ha natura meramente rappresentativa del fatto (2.b).
Affermano che il Tar avrebbe dovuto riconoscere la facolt dei ricorrenti di impugnare con autonomo ricorso i
provvedimenti di autorizzazione allo scavo e di allacciamento dell'energia elettrica, salvo chiedere la riunione al
ricorso gi pendente avverso la SUAP.
Donde l'illegittimit della statuizione TAR sull'inammissibilit del motivo n. 1 ex art. 36, D.P.R. n. 380 del 2001
per la realizzazione di opere abusive rispetto alle quali non potevano consentirsi gli ulteriori interventi.
4.1.1. - Il Collegio ritiene corretta la decisione sul punto.
Affermata la legittimazione dei ricorrenti alla proposizione del ricorso in parte qua avverso le impugnate
autorizzazioni provinciali e comunali - in quanto proprietari (sebbene per un tratto minimo, pari a 40 mt., rispetto
alla lunghezza complessiva degli scavi che supera i 500 mt.) della strada interessata dal passaggio dei cavi interrati
per il collegamento con la cabina elettrica realizzata in forza della SUAP del 2008, utilizzata anche per assicurare, da
parte di E.D., gli allacciamenti elettrici delle zone circostanti - correttamente il primo giudice ha ritenuto che la
dichiarata inammissibilit del primo gravame ha evidenti riflessi anche sul secondo, con specifico riferimento a tutte
le doglianze che, interessando direttamente la SUAP, sono state nuovamente proposte avverso l'autorizzazione
provinciale, quali vizi di illegittimit derivata.
4.2. - Correttamente sono state dichiarate inammissibili anche le censure nuove avverso la SUAP perch
intempestive (statuizione criticata al punto 3 del secondo motivo di appello che conseguentemente deve essere
disatteso).
4.3 - Inoltre, con riguardo alla realizzazione della cabina elettrica al servizio dell'impianto di radiodiffusione,
nessuna specifica censura era stata a suo tempo svolta avverso la pi volte menzionata autorizzazione SUAP proprio
nella parte riguardante la cabina, che, tra l'altro, in nessun modo avrebbe potuto danneggiare i ricorrenti (come
rileva l'E. nella sua memoria di costituzione), essendo un manufatto di piccole dimensioni e al servizio della
distribuzione di energia elettrica, che, semmai, incrementa il valore degli immobili della zona.
In ogni caso la proposizione col secondo ricorso di primo grado di censure di tal fatta fuori termine.
La stessa riproposizione delle doglianze di cui al primo gravame, al fine di sostenere in via derivata
l'illegittimit dei provvedimenti impugnati con il secondo ricorso, non riguarda il manufatto identificato come
4.4. - Il Collegio condivide il rigetto delle ulteriori censure mosse all'autorizzazione provinciale impugnata, che
stata rilasciata nell'ambito di un procedimento disciplinato da norme che non hanno per oggetto il profilo
urbanistico - edilizio dell'immobile che contiene gli apparati che renderanno possibile la conduzione dell'energia
elettrica, bens la sola fattibilit dell'intervento sotto il profilo della sicurezza pubblica e, per espressa disposizione di
legge, anche sotto il profilo della compatibilit paesaggistica
4.5. - E' infondato il motivo con cui si denuncia la violazione dell' art. 48 del D.P.R. n. 380 del 2001, in quanto
l'intervento autorizzato dalla Provincia di Treviso non concerne la fornitura di energia elettrica in un immobile
abusivamente realizzato, bens la realizzazione del tracciato per consentire la distribuzione di energia, cui solo
successivamente far seguito il concreto allacciamento che presuppone la piena legittimit degli immobili serviti.
4.6. - Secondo gli appellanti, la Provincia non avrebbe dovuto limitarsi a vagliare la "compatibilit elettrica",
ma era richiesta di pronunciarsi anche sui profili paesaggistici,in relazione ai quali avrebbe dovuto tener conto di un
parere contrario della Soprintendenza, che per non trova riscontro nella produzione documentale ritualmente
acquisita al fascicolo d'ufficio.
4.6.1. - Sul profilo paesaggistico, il provvedimento impugnato della Provincia specifica che stato richiesto il
parere della Soprintendenza ai sensi dell' art. 146, D.Lgs. n. 42 del 2004, ma alla data del 9.5.2012 non era stato
reso; stata, quindi, ritenuta la compatibilit paesaggistica, trattandosi di opere interrate.
La Soprintendenza non ha mai affermato che non si potesse rilasciare l'autorizzazione paesaggistica per la
posa della condotta; anzi non ha mosso rilievi nella opportuna sede di richiesta di parere ex art. 146, cit. da parte
Invero, corretto ritenere che, nella specie, la Provincia di Treviso era tenuta a valutare la sola rilasciabilit
dell'autorizzazione per realizzare il collegamento con il trasformatore posizionato all'interno della cabina elettrica,
senza poter entrare nel merito della valutazione della conformit edilizia del manufatto che lo avrebbe ospitato, n
invadere competenze di altri enti ed organi (che rimangono salve).
4.7. - Infondato anche il motivo di appello sub 5), con cui si denuncia l'erronea applicazione da parte del
primo giudice dell' art. 11 del D.P.R. n. 380 del 2001, dell'art. 149 del D.Lgs. n. 42 del 2006, dell'art. 2, comma 6,
nonch dell'art. 25 del codice della strada.
Secondo gli appellanti, l'assimilazione delle strade vicinali (che restano private anche se di uso pubblico) a
quelle comunali effettuata dal codice della strada ai soli fini delle disposizioni in materia di circolazione e si
contesta, pertanto, il potere del Comune di disporre del sottosuolo per uso speciale diverso dal transito, senza
"contemplare chi proprietario del sottosuolo". Il diritto di servit di transito non renderebbe cio demaniale la
strada vicinale.
4.7.1. - Il Collegio ritiene di condividere le conclusioni del primo giudice, secondo cui, pur nell'incertezza circa
la propriet della strada in questione, volendo ritenere che si in presenza di una strada vicinale, ai fini della
disciplina dettata dal codice della strada, le strade vicinali, ai sensi dell'art. 2, comma 6, lett. D, sono assimilate a
quelle comunali e, secondo il disposto dell'art. 14, comma 4, che gli appellanti ignorano nell'esporre la propria tesi,
"per le strade vicinali i poteri dell'ente proprietario sono esercitati dal Comune".
Pertanto, ai sensi dell'art. 25 del codice della strada, competente il Comune a rilasciare la preventiva
concessione per poter realizzare attraversamenti o l'uso delle strade anche vicinali, in vista del passaggio di linee
elettriche (sia aeree che sotterranee).
5. - In conclusione, anche i motivi di appello relativi al rigetto del ricorso n. r.g. 136/2013 vanno respinti.
6. - Per la particolare complessit e novit delle questioni oggetto della presente controversia, il Collegio
ravvisa le eccezionali ragioni per compensare integralmente fra le parti, ai sensi del combinato disposto degli artt.
92, c.p.c. e 26, c.p.a, le spese del presente grado di giudizio.
Cos deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 21 gennaio 2016 con l'intervento dei magistrati:
Cons. Stato Sez. IV, Sent., 28/01/2016, n. 319
sul ricorso numero di registro generale 5650 del 2015, proposto da:
O. 2000 Sas di D.D., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa dagli avv. Annalisa Di
Giovanni, Alfredo Di Mauro, con domicilio eletto presso Alfredo Di Mauro in Roma, Via Santa Caterina Da Siena,46;
Comune di Pinerolo, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall'avv. Stefano Papa, con domicilio
eletto presso Marco Squicquero in Roma, Via Crescenzio 20;
M.C. Srl;
della sentenza del T.A.R. PIEMONTE - TORINO: SEZIONE I n. 00142/2015, resa tra le parti, concernente diniego
attivazione comparto edificatorio e risarcimento danni a seguito variante al vigente piano particolareggiato
esecutivo (PPE).
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Pinerolo;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 1 dicembre 2015 il Cons. Nicola Russo e uditi per le parti gli avvocati
Camaldo su delega degli avvocati di Giovanni e Di Mauro e Papa;
La societ O. 2000 s.a.s. di D.D. proprietaria, insieme alla societ M.C. s.r.l., del 75% dei lotti compresi
all'interno della sub-area "C1" del P.P.E. (Piano Particolareggiato Esecutivo relativo alla zona a destinazione
Produttiva/Artigianale/Terziaria/Commerciale) presso il Comune di Pinerolo.
Al fine di procedere alla costruzione di un consorzio facoltativo per l'attuazione del P.P.E. nella propria subarea, dapprima si rivolgevano alla societ C.G. S.r.l., proprietaria dei rimanenti lotti della sub-area, per poi, a seguito
del silenzio di quest'ultima societ, chiedere al Comune di Pinerolo di procedere d'ufficio e coattivamente alla
formazione del Comparto relativo alla sub-area C1, "ai sensi dell'art. 10.4 delle N.T.A. del P.P.E. area DE 6.1.".
Il Comune, con nota dirigenziale del 25 gennaio 2008, riferiva alla societ che il proprio orientamento era nel
senso che "... i privati debbano trovare al loro interno l'accordo, non ritenendo questo intervento di rilevante
interesse pubblico" e, successivamente, ribadiva, con delibera G.C. 27.04.2011, n. 146, la propria volont di non
procedere all'individuazione dei comparti di cui all'art. 10 N.T.A. e contemporaneamente stabiliva di avviare gli atti
necessari ad adottare una variante al P.P.E. per l'area DE 6.1..
Avverso tale delibera la societ O. 2000 s.a.s. e la societ M.C. s.r.l. proponevano ricorso al TAR Piemonte Torino deducendo plurimi vizi di violazione di legge, eccesso di potere ed incompetenza, chiedendo, inoltre, il
risarcimento dei danni a causa dell'illegittimit del provvedimento impugnato e della colpevole inerzia
dell'Amministrazione nel dare attuazione al P.P.E.
La prima sezione del TAR Piemonte - Torino, con sentenza n. 142/2015, rigettava il ricorso, ritenendo che
l'attuazione del P.P.E. mediante la formazione di comparti edificatori costituisse l'oggetto di una mera facolt, e non
di obbligo, per l'Amministrazione comunale, rigettando, inoltre, ogni altra censura in ordine alla legittimit del
La societ O. 2000 s.a.s. impugna - appello n.r.g. 5650/2015 - la predetta sentenza del TAR Piemonte sotto
Con il primo motivo la societ deduce l'illegittimit ed erroneit della sentenza per "insufficienza ed error iuris
della motivazione in relazione la motivo di ricorso sub I".
La sentenza di primo grado sarebbe erronea e illegittima nella parte in cui considera l'attuazione del P.P.E.
mediante la formazione di comparti edificatori l'oggetto di una mera facolt, e non di un obbligo, per
Ai sensi dell'art. 23 della L. n. 1150 del 1942 e dell'art. 46, L.R. Piemonte n. 56 del 1977, il cui contenuto
sarebbe riprodotto negli artt. 8 e ss della NTA del P.P.E., il Comune, intervenuta la delimitazione del comparto
edificatorio costituente unit minima di intervento nel P.P.E. o in un provvedimento successivo, come la
perimetrazione ed individuazione del comparto, sarebbe obbligato ad assumere gli atti e i provvedimenti necessari
per dare concreta ed effettiva attuazione delle previsioni dello strumento urbanistico, al fine di realizzare l'interesse
pubblico ad un ordinato e completo sviluppo urbanistico.
La sentenza de qua sarebbe, altres, illogica e contraddittoria per avere da una parte giustificato le ragioni
poste a sostegno della delibera impugnata di non procedere all'esproprio delle aree dei proprietari privati
dissenzienti per la mancanza di fondi in bilancio per la copertura dei costi di esproprio e dell'altra parte ha,
parimenti, giustificato la scelta del Comune di non adempiere agli obblighi scaturenti dalla formazione dei comparti
per poter procedere all'approvazione di una variante allo stesso P.P.E., in assenza di fondi disponibili.
Con il secondo motivo la societ appellante contesta il rigetto, ad opera del TAR, del motivo di ricorso avente
ad oggetto "Eccesso di potere per incongruit e manifesta contraddittoriet della motivazione. Eccesso di potere
per sviamento della causa tipica".
La sentenza di primo grado non avrebbe considerato che la decisione del Comune di Pinerolo di non procedere
all'attuazione delle previsioni del P.P.E. sarebbe illegittima per grave difetto di motivazione, manifesta
contraddittoriet e sviamento di potere.
Secondo l'appellante, l'Amministrazione non avrebbe potuto giustificare il diniego sulla base del semplice
proponimento di dare attuazione ad indirizzi di pianificazione non ancora tradotti in provvedimenti di variante del
P.P.E. dell'area normata DE 6.1., dal momento che la volont futura non potrebbe impedire la realizzazione di
un'attivit consentita dall'attuale strumento urbanistico. Su tale aspetto la sentenza di primo grado non avrebbe
dato sufficiente motivazione.
Con il terzo motivo la societ O. 2000 s.a.s. denuncia l'insufficienza ed error iuris della motivazione in relazione
al motivo di ricorso sub III per non aver la sentenza di primo grado valutato l'effettiva contraddittoriet del
comportamento dell'Amministrazione comunale e dei relativi provvedimenti.
La delibera impugnata si porrebbe in contraddizione con la relazione previsionale e programmatica dell'anno
2011, approvata dal Comune e riportata nel testo della delibera de qua, nella quale era stata, invece, manifestata la
diversa volont dell'Amministrazione di perseguire nell'attuazione del P.P. vigente nell'area DE 6.1. con il rilascio dei
permessi di costruire per l'attuazione delle diverse sub-aree costituenti l'area.
Contraddittoriet che si manifesterebbe anche con riferimento alla dichiarazione implicita di pubblica utilit di
tutte le opere previste dal P.P.E. stesso (art. 40 della L.R. Piemonte n. 56 del 1977) e alle determinazioni assunte in
precedenza dalla stessa Amministrazione e finalizzate ad attivare altri comparti dello stesso P.P.E, limitrofi a quello
C1 in cui sono compresi i lotti di propriet dell'appellante.
Il quarto motivo di appello volto a dedurre l'"insufficienza ed error iuris della motivazione in relazione al
motivo di ricorso sub IV" volto a denunciare l'incompetenza della Giunta Comunale in materia di approvazione di
strumenti urbanistici e di piani attuativi di strumenti urbanistici, materia attribuita ex art. 42 comma 2, lett. b) del
D.Lgs. n. 267 del 2000 al Consiglio Comunale.
Con il quinto motivo la societ denuncia l'insufficienza di motivazione per violazione e falsa applicazione
dell'art. 3 della L. n. 241 del 1990, non avendo i giudici di prime cure sufficientemente motivato circa la lacunosit
della delibera G.C. n. 146/2011. Con l'ultimo motivo, la societ chiede che, una volta dichiarata l'illegittimit
dell'agire dell'Amministrazione e annullato il provvedimento impugnato, venga risarcito il danno sofferto a causa di
Con memoria depositata in data 24 novembre 2015 si costituito il Comune di Pinerolo.
Alla pubblica udienza dell'1 dicembre 2015, l'appello stato discusso e posto in decisione.
La societ O. 2000 S.a.s. chiede che, in riforma della sentenza n. 142/2015 del Tar Piemonte, vengano
dichiarati illegittimi e conseguentemente annullatati la delibera di Giunta Comunale n. 146/2011, con la quale il
Comune di Pinerolo ha manifestato la sua volont di non procedere all'attivazione del comparto nell'area DE 6.1.,
area dove ricadono i lotto di propriet dell'appellante.
Si deve preliminarmente disporre lo stralcio della memoria depositata dal Comune di Pinerolo.
Se ai sensi dell'art. 46, c.p.a. i termini di costituzione in giudizio non hanno carattere perentorio, ma
meramente ordinatorio, con conseguente possibilit per la parte resistente di costituirsi in ogni momento, fino a
che il giudizio non sia stato deciso, diversa natura, invece, assumono i termini stabiliti dall'art. 73, c.p.a. per la
produzione di documenti, memorie e repliche.
Tali termini, come ribadito da costante giurisprudenza (cfr. da ultimo Cons. Stato, Sez. III, 13/03/2015 n. 1340),
assumono carattere perentorio e, pertanto, deve essere disposto lo stralcio della memoria depositata dal Comune
di Pinerolo, in quanto depositata tardivamente, il 24 novembre 2015, oltre il termine di trenta giorni liberi prima
dell'udienza pubblica, fissata per il 1 dicembre 2015, previsto dal citato art. 73, c.p.a.
Nel merito si osserva che le censure promosse dall'appellante attengono a vari vizi di legittimit; risulta,
tuttavia, preliminare ed assorbente, in quanto fondato, il quarto motivo, afferente al vizio di incompetenza della
Giunta Comunale ad adottare la delibera impugnata.
Come recentemente ribadito da questo Consiglio di Stato in sede di Adunanza Plenaria (A.P. sent. 27 aprile
2015, n. 5), il vizio di incompetenza deve essere sempre scrutinato per primo, in quanto la valutazione del merito
della controversia si risolverebbe in un giudizio meramente ipotetico sull'ulteriore attivit amministrativa
dell'organo competente cui spetta l'effettiva valutazione della vicenda e che avrebbe potuto emanare o meno l'atto
in questione o comunque provvedere con un contenuto diverso. Diversamente opinando si lederebbe il principio
del contraddittorio rispetto all'autorit competente dato che la regola di condotta giudiziale si sarebbe formata
senza che questa abbia partecipato prima al procedimento, e poi al processo, in violazione di precise coordinate
costituzionali: l'art. 97, co. 2 e 3, Cost. , infatti, riserva alla legge l'ordinamento delle amministrazioni ed il riparto
delle sfere di competenza ed attribuzione, impedendo all'autorit amministrativa di derogarvi a suo piacimento.
Tale principio trova, oggi, ulteriore fondamento normativo nell'art. 34, co. 2, c.p.a., quale espressione del
principio costituzionale fondamentale di separazione dei poteri (e di riserva di amministrazione) che, storicamente,
nel disegno costituzionale, hanno giustificato e consolidato il sistema della Giustizia amministrativa.
Pertanto, in tutte le situazioni di incompetenza, carenza di proposta o parere obbligatorio, si versa nella
situazione in cui il potere amministrativo non stato ancora esercitato, sicch il giudice non pu fare altro che
rilevare, se assodato, il relativo vizio e assorbire tutte le altre censure, non potendo dettare le regole dell'azione
amministrativa nei confronti di un organo che non ha ancora esercitato il suo munus: tale tipologia di vizi
talmente radicale e assorbente che non ammette di essere graduata dalla parte.
Il comparto edificatorio , infatti, uno strumento urbanistico di terzo livello, attuativo della pianificazione
urbanistica ed avente la finalit (comune agli altri strumenti urbanistici) di assicurare una percentuale di sviluppo
razionale dell'attivit edilizia e regolare l'assetto urbanistico del territorio (Cass. civ. sez. I, sent. 7 maggio 2010, n.
11106; Cass. civ., sent. 1316/1990; Cons. St., sez. IV, sent. 4 dicembre 2009, n. 7650; Cons. St, sez. V, sent. 3 ottobre
1997, n. 1092; Cons. St., sez. IV, sent. 17 luglio 1996, n. 860).
La relativa nozione, gi presente nel codice civile all'art. 870, contenuta nell'art. 23 della legge urbanistica 11
agosto 1942, n. 1150, il quale dispone che il Comune pu procedere, in sede di approvazione del piano regolatore
particolareggiato o successivamente, nei modi che saranno stabiliti nel regolamento, ma sempre entro il termine di
durata del piano stesso alla formazione dei comparti costituenti unit fabbricabili, comprendendo aree inedificate e
costruzioni da trasformare secondo le dette presunzioni.
Formato il comparto, il sindaco deve invitare i proprietari a dichiarare entro un termine fissato nell'atto di
notifica, se intendono procedere da soli, se proprietari dell'intero comparto, o riuniti in consorzio, alla edificazione
dell'area o alla trasformazione degli immobili in esso compresi, secondo le dette prescrizioni.
A costituire il consorzio baster il concorso dei proprietari rappresentanti, in base all'imponibile catastale, i tre
quarti del valore dell'intero comparto. I consorzi cos costituiti conseguiranno la piena disponibilit del comparto
mediante la espropriazione delle aree e costruzioni dei proprietari non aderenti. Quando sia decorso inutilmente il
termine stabilito nell'atto di notifica, il comune proceder all'espropriazione del comparto.
Tale disposizione, oltre ad essere stata mantenuta nella sia struttura essenziale anche dalla successiva
legislazione (art. 13, L. n. 10 del 1977), stata sostanzialmente riprodotta nelle Legislazioni Regionali, tra cui quella
del Piemonte (art. 46, L.R. n. 56 del 1977, si dedica alla disciplina dei comparti edificatori).
Ci che caratterizza questo istituto la pregnanza della partecipazione privata nel procedimento di formazione
del comparto, i quali, se proprietari del 75% dei lotti compresi nell'area interessata possono presentare al Comune
un progetto urbanistico di edificazione.
All'iniziativa privata concorre quella comunale, che supplendo al mancato accordo di tutti i privati proprietari
tramite l'espropriazione per pubblica utilit delle aree appartenenti ai proprietari dissenzienti, consente la positiva
costituzione del comparto.
La natura del comparto edificatorio , quindi, del tutto peculiare: il comparto inserendosi tra la lottizzazione
privato in adempimento dell'obbligo impostogli dalla pubblica amministrazione sotto comminatoria di esproprio.
strumento attuativo della pianificazione urbanistica, avendo lo scopo primario di tutelare l'interesse pubblico (al
pari di ogni strumento urbanistico) allo sviluppo razionale dell'attivit edilizia e regolare l'assetto urbanistico del
territorio (Cass., SSUU, sent. 22 febbraio 1990, n. 1316).
Detto strumento, pertanto, ha natura giuridica di strumento attuativo delle scelte di pianificazione generale e
la sua approvazione rientra tra le prerogative riservate al Consiglio Comunale dall' art. 42, comma 2, lett. b) del
D.Lgs. n. 267 del 2000, in materia di "programmi, relazioni previsionali e programmatiche, piani finanziari,
programmi triennali e elenco annuale dei lavori pubblici, bilanci annuali e pluriennali e relative variazioni,
rendiconto, piani territoriali ed urbanistici, programmi annuali e pluriennali per la loro attuazione, eventuali
deroghe ad essi, pareri da rendere per dette materie".
Ne consegue che la Giunta Comunale non aveva il potere di manifestare la volont del Comune in materia di
comparto esecutivo, in quanto strumento attuativo della pianificazione urbanistica, rientrante nelle esclusive
Le considerazioni che precedono consentono di accogliere il motivo inerente il vizio di incompetenza e di
assorbire gli altri motivi di gravame, in quanto la valutazione del merito del provvedimento si risolverebbe in un
giudizio meramente ipotetico sull'ulteriore attivit amministrativa dell'organo competente (cfr. Cons. St., sez. V, 6
marzo 2001, n. 1253) e la pronuncia sulle altre censure verrebbe a porsi come un vincolo anomalo all'attivit che lo
stesso dovr espletare; per l'effetto, in riforma della sentenza impugnata, si annulla il provvedimento giuntale
impugnato in primo grado e si rimette la questione all'autorit competente.
Le spese del doppio grado di giudizio, in applicazione della regola della soccombenza, sono poste a carico del
Comune appellato e sono liquidate come in dispositivo.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull'appello, come
in epigrafe proposto, lo accoglie e per l'effetto, in riforma della sentenza appellata, annulla la delibera della Giunta
Comunale di Pinerolo 27 aprile 2011, n. 146, nei sensi e per gli effetti di cui in motivazione.
Spese del doppio grado a carico del Comune ed a favore della societ appellante, liquidate complessivamente
in Euro 5.000,00, oltre IVA e CPA.
Cos deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 1 dicembre 2015 con l'intervento dei magistrati:
Cons. Stato Sez. IV, Sent., 13/10/2015, n. 4716
sul ricorso numero di registro generale 7693 del 2013, proposto da:
Regione Puglia, rappresentata e difesa dall'avv. Anna Bucci, con domicilio eletto presso Delegazione Regione
Puglia in Roma, Via Barberini, 36;
G.C. e altri, rappresentati e difesi dagli avv..ti Giuseppe Marco Galluccio, Roberto Gualtiero Marra, con
domicilio eletto presso Marco Gardin in Roma, Via L. Mantegazza 24;
Comune di Galatina, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall'avv.
Annunziata Geusa, con domicilio eletto presso Segreteria del Consiglio di Stato,in Roma, p.za Capo di Ferro 13;
della sentenza del T.A.R. PUGLIA - SEZ. STACCATA DI LECCE: SEZIONE I n. 00909/2013, resa tra le parti,
concernente approvazione variante al piano urbanistico generale del comune di galatina
Visti gli atti di costituzione in giudizio di G.G. e di F.G. e di A.M.G. e di Comune di Galatina;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 12 maggio 2015 il Cons.Andrea Migliozzi e uditi per le parti gli
avvocati Gabriele Pafundi su delega dell'avvocato Anna Bucci, Gualtiero Marra e Raffaello Gioioso su delega
dell'avvocato Annunziata Geusa;
I sigg.ri G.G., G.F. e G.A.M., sono titolari di diritti reali su un terreno sito in agro del Comune per il quale veniva
approntato un progetto di ristrutturazione di un fabbricato ivi insistente con costruzione di un complesso edilizioturistico con annessi servizi ricreativi , inserito nell'ambito di un PRUSST , approvato con delibera comunale del 29
Quindi con delibera consiliare del 14 luglio 2003 il predetto Comune adottava il PUG che attribuiva al terreno
de quo una destinazione agricola (di massima salvaguardia, di salvaguardia e agricola tout court).
Gli interessati impugnavano il PUG innanzi al Tar di Lecce che con sentenza n. 1853/2008 annullava detto
Quindi l'Amministrazione comunale adottava una serie di varianti puntuali , rimettendole alla Regione per
l'adozione degli atti di sua competenza e quest'ultima relativamente all'area di che trattasi riteneva non accoglibile
la proposta comunale di tipizzazione della stessa coma zona D6- turistico-alberghiera".
Dopodich veniva indetta una conferenza di servizi ai sensi dell'art.11 comma 9 della L.R. n. 20 del 2001.
Infine con delibera regionale n. 101 del 23/1/2012 veniva attestata la compatibilit delle varianti al PUG e il
suolo dei sigg.ri G. veniva tipizzato come zona agricola.
I predetti impugnavano i suindicati atti comunali e regionali nonch quelli della Conferenza dei servizi davanti
al Tribunale amministrativo salentino che con sentenza n. 909/13 accoglieva il ricorso, annullando i provvedimenti
ivi gravati.
La Regione Puglia ha impugnato tale decisum deducendone la erroneit per i motivi di seguito indicati.
Rileva in primo luogo l'appellante che il Comune di Galatina dopo che il Tar aveva annullato l'impugnato PUG si
limitato a modificare tout court la destinazione di zona , ritipizzandola in D6 (turistico-alberghiera) , in relazione al
fabbisogno di edilizia turistica ma senza motivare urbanisticamente detta modifica.
Inoltre, con riferimento alle criticit di tipo urbanistico, la Conferenza dei servizi ha recepito l'attestazione di
non compatibilit espressa dalla Regione e tale motivo di diniego non stato mai oggetto di impugnazione da parte
dei ricorrenti, con conseguente inammissibilit del ricorso di primo grado e la predetta eccezione non stata
oggetto di pronuncia da parte del primo giudice.
La sentenza si appalesa errata ancora perch il giudizio del TAR si basa su una valutazione ancorata ad una
realt fattuale che investe profili di merito tecnico che sono per riservati alla P.A e senza che il giudice abbia
disposto incombenti istruttori.
Infine, avuto riguardo agli aspetti di tutela e alla situazione dei luoghi, la Conferenza dei servizi giustamente ha
ritenuto non accoglibile la proposta comunale di destinazione turistico-alberghiera dell'area de qua, laddove, in
particolare, invece la pi appropriata destinazione agricola si pone in linea con l'esigenza di conservare e tutelare gli
aspetti di valenza ecologica e paesaggistica di quella porzione del territorio.
Si sono costituiti gli originari ricorrenti sig.ri G. che hanno contestato la fondatezza del proposto gravame,
chiedendone la reiezione.
Il Comune di Galatina dal canto suo ha dispiegato intervento favorevole alle tesi dell'appellante Regione.
All'udienza pubblica del 12 maggio 2015 la causa stata introitata per la decisione.
Va in primo luogo disattesa l'eccezione di inammissibilit del ricorso di primo grado qui riproposta, in via
prioritariamente logica dall'appellante Regione.
Parte appellante sostiene che i rilievi di tipo urbanistico sollevati dalla Regione Puglia, come fatti propri dalla
Conferenza di servizi, non sarebbero stati oggetto di specifica impugnazione e tali profili di inammissibilit non
sarebbero stati nemmeno affrontati dal primo giudice.
Cos non .
In primo luogo, non esiste una inammissibilit integrale e/o in radice di un ricorso per mancata contestazione
giudiziale di un motivo su cui si fonda un provvedimento: nella specie l'attuale parte appellata ha avuto cura in
primo grado di gravare oltrech gli atti regionali di non approvazione delle varianti puntuali adottate dal Comune di
Galatina anche i verbali della Conferenza dei Servizi che hanno confermato le rilevate criticit della Regione e tanto
con riferimento al contenuto concreto recato da detti atti, sicch non dato ravvisare a carico del gravame
introduttivo del giudizio profili di improponibilit
Inoltre, relativamente alla pretesa omessa pronuncia sulla eccezione de qua il caso di far rilevare come il Tar
con la sentenza in rassegna si sia specificatamente occupato dei profili di compatibilit urbanistica o meno della
progettata destinazione dell'area come turistico-alberghiera (D6), sotto il profilo ecologico-ambientale, aspetti
questi sicuramente ricadenti nel concetto di urbanistica della cui ampia portata ha avuto modo pi volte di
occuparsi questa Sezione (cfr., in particolare, sentenza n. 2710 del 10/5/2012).
Ci preliminarmente assodato, passando al punto nodale della problematica giuridica portata all'attenzione
del Collegio, la questione fondamentale quella di verificare se per i suoli dei sigg.ri G. sia appropriata dal punto di
vista urbanistico la destinazione D6 - turistico-alberghiera, come sostenuto dalla parte appellata e come pure
proposto dal Comune di Galatina con la variante puntuale approvata nel 2010 oppure se per dette aree sia congruo
apporre la destinazione agricola come sostenuto dall'appellante Regione Puglia.
Ritiene il Collegio che al quesito vada data risposta in senso favorevole alla tesi della parte appellata sia pure
con le precisazioni e i limiti che seguono.
La Regione e la Conferenza dei servizi oppongono la non compatibilit urbanistica dei suoli dei sigg.ri G. e a
tale determinazione pervengono a seguito di un "giudizio prognostico" di tipo negativo costituito in sostanza dalla
rilevata esistenza di una valenza paesaggistico-ambientale diffusa delle aree de quibus, ma tale convincimento a ben
vedere non sorretto da una puntuale , coerente motivazione, quanto meno in relazione ad una parte dei terreni
degli odierni appellati e tenuto altres conto della pregressa complessiva "storia" che ha contrassegnato la
tipizzazione urbanistica dell'area de qua.
Questa, invero, stata oggetto di un progettato intervento di ristrutturazione di una masseria e di costruzione
di un complesso turistico nell'ambito di un PRUSST approvato dal Comune e perimetrata nel Piano Urbanistico
Generale come area Prusst, ancorch poi tipizzata come agricola. Al riguardo il Tar di Lecce aveva rilevato la
discrasia operata dal Comune in ordine alla destinazione urbanistica in questione censurando la mancanza di
motivazione in ordine alla invocata vocazione turistico alberghiera dell'area stessa (sentenza n. 1853/2008).
Quindi il Comune nell'esercizio del potere di pianificazione proprio dell'Ente e in adesione, nella sostanza, al
dictum del giudice amministrativo salentino, melius re perpensa con la variante puntuale ha impresso la
destinazione D6 riconoscendo la vocazione turistico - alberghiera dell'area stessa.
La Regione sul punto dissente sulla modifica urbanistica proposta dal Comune in ragione della ritenuta
presenza sui terreni in questione di aspetti di valenza paesaggistico-ambientale meritevoli di essere conservati e
quindi tutelabili, a suo avviso con la conferma della originaria destinazione agricola.
Osserva in linea generale la Sezione che l'esercizio del potere di pianificazione non attiene solo all'aspetto
edilizio del territorio ma va esercitato anche in relazione ad altre esigenze di sviluppo economico-sociale del
territorio stesso in riferimento alla concreta vocazione dei luoghi e ai valori ambientali e paesaggistici, nell'ambito di
una pi ampia accezione del concetto di urbanistica (cfr. sentenza n. 2710/2012 gi citata) e in relazione alla portata
del concetto di garanzia dello ius aedificandi come delineato da tempo dalla Corte costituzionale (vedi sentenze nn.
55 e 56 del 1968). In aderenza ai suddetti principi giurisprudenziali quindi gli interventi tutori dell'Amministrazione
concorrente alla gestione dei procedimenti di approvazione degli strumenti urbanistici, in linea di massima,
appaiono doverosamente esercitabili, come poi esercitati, dovendosi la P.A. procedente farsi carico di una verifica di
conformit urbanistica a trecentosessanta gradi, comprensiva cio della disamina di un pluralit di intereressi
pubblici tra i quali si annoverano certamente i profili di tutela dell'ambiente e del paesaggio proprio al fine di
imprimere ai luoghi un modello urbanistico pi consono allo storia e ai costumi della comunit ivi insistente.
Parimenti, sempre in linea di principio, la classificazione di un'area ad uso agricolo ben pu esorbitare
dall'esigenza di promuovere un utilizzo ad attivit agricole dell'area stessa ed essere strumentale all'esigenza di
conservazione di valori ambientali (cfr. Cons. Stato 27/7/2010, n. 4920; idem 2166/2010), sicch anche questi
aspetti specifici possono e debbono essere tenuti in considerazione dall'Autorit chiamata alla cogestione delle
procedure di pianificazione.
Nondimeno, devesi rilevare come nella specie l'intervento correttivo posto in essere dalla Regione sia
manchevole di una motivazione che dia adeguata contezza delle ragioni che in concreto depongono per la non
compatibilit urbanistica della destinazione tutistico-alberghiera dell'area dei sigg.ri G..
In particolare la non condivisibilit della proposta di modifica della destinazione operata dal Comune doveva
essere supportata da una motivazione che rispondesse concretamente alla finalit di sottrarre quella porzione del
territorio ad ulteriori interventi edificatori e un siffatto onere si appalesa ancor pi pregnante tenuto conto che in
definitiva le scelte urbanistiche si inseriscono precipuamente nell'ambito decisionale del Comune, e cio dell'Ente
esponenziale della comunit locale del cui sviluppo si viene a discutere.
E' accaduto allora che a fronte di dati incontestati costituiti dal fatto che la maggior parte dell'area de qua
incolta e solo una parte risulta coltivata, la Regione oppone generiche ragioni di tutela ambientale, che in realt si
pongono in contrasto con lo stato dei luoghi e in particolare con la situazione esistente sui terreni in questione.
Invero, tornando alla originaria destinazione, pacifico che a fronte di una estensione di 28.412 mq una parte
dell'area rientra in zona E1 - agricola di massima salvaguardia - (7.000,00 mq), e per la restante parte compresa
nella zona E (agricola di salvaguardie e zona agricola), di talch le esigenze di tutela della valenza ambientale si
pongono e sono ampiamente meritevoli di tutela nei sensi disposti dalla Regione relativamente alla porzione di area
classificata come suscettibile di massima salvaguardia, ma non altrettanto per la restante parte dei terreni di che
Invero non appaiono congrue e comunque non sono adeguatamente motivate quelle stesse esigenze di tutela
ambientale che si inteso perseguire per la parte di area dei G. inserita nella "ordinaria" zona agricola, laddove
s'imponeva una pi analitica e dettagliata esposizione delle ragioni che facevano ritenere suscettibili di
compromissione i valori naturalistici dell'area stessa.
D'altra parte non si pu non convenire con le osservazioni rese in proposito dal primo giudice, laddove, invero,
non rilevabile un vincolo di tutela della zona posto dal PAI per il corso d'acqua posto nella vicinanze n una
normativa urbanistica recante il divieto assoluto di edificazione, essendo possibile una trasformazione del territorio
compatibile con la qualificazione paesaggistica e nella specie la non compatibilit sotto i prefati aspetti non risulta
essere stata adeguatamente messa in rilievo, a fronte di un pur risalente riconoscimento della vocazione turistica
dell'area effettuato dal Comune di Galatina , titolare, in via principale del potere di pianificazione urbanistica, cos
come evidenziato nel PRUSST a suo tempo approvato e poi recepito dal Comune in sede di Piano Urbanistico
N pu costituire motivo ostativo la presenza della c.d. masseria La Grotta se vero che il progetto in origine
presentato dai G. prevede proprio un intervento di riqualificazione e valorizzazione della masseria in questione.
Conclusivamente la decisione della Regione e le determinazioni della Conferenza dei Servizi di non approvare
la modifica di destinazione urbanistica operata dal Comune con l'adozione della variante puntuale appaiono
manchevoli di un adeguata e congrua motivazione per la parte dell'area degli appellati ricadente in zona agricola di
salvaguardia e zona agricola ordinaria (E) e in tali sensi i relativi atti risultano affetti dal vizio di eccesso di potere
evidenziato dal Tar le cui osservazioni e statuizioni appaiono esenti dalle censure qui sollevate dalla parte
L'appello si rivela quindi infondato nei sensi e con le precisazioni sopra esposte e va pertanto respinto.
Le questioni appena vagliate esauriscono la vicenda sottoposta alla Sezione , essendo stati toccati tutti gli
aspetti rilevanti a norma dell'art. 112, cod. proc. civ. Gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono
stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei supportare una conclusione di tipo
Quanto alle spese esse vanno poste a carico della parte appellante mentre sussistono giusti motivi per
compensarle nei confronti del Comune di Galatina.
Condanna la parte appellante al pagamento delle spese del presente grado del giudizio che si liquidano
complessivamente in Euro 3.000,00 (tremila/00) oltre IVA e CPA.
Le compensa con riferimento alla posizione del Comune di Galatina
Cos deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 12 maggio 2015 con l'intervento dei magistrati:
T.R.G.A. Trentino-Alto Adige Bolzano, Sent., 23/09/2015, n. 281
sul ricorso numero di registro generale 369 del 2014, proposto da:
R.P., rappresentato e difeso dagli avv.ti Giulio Pasquini e Stefania Cavallo, con domicilio eletto presso lo studio
dell'avv. Loredana Olivieri in Bolzano, via dei Combattenti, n. 4/A;
Comune di Corvara, in persona del Sindaco pt, rappresentato e difeso dall'avv. Manfred Schullian, con
domicilio eletto presso il suo studio, in Bolzano, viale Stazione, n. 5;
sul ricorso numero di registro generale 370 del 2014, proposto da:
Provincia Autonoma di Bolzano, in persona del Presidente, rappresentata e difesa dagli avv.ti Renate von
Guggenberg, Hansjrg Silbernagl, Fabrizio Cavallar e Patrizia Gianesello, con domicilio eletto presso l'Avvocatura
della Provincia, in Bolzano, piazza Silvius Magnago, n. 1;
quanto al ricorso n. 369 del 2014:
1) del Provv. del 12 agosto 2014 , prot. n. 5187, con il quale il Sindaco di Corvara in Badia ha rigettato la
domanda di concessione edilizia presentata dal sig. R.P. in data 21.5.2014 per la realizzazione di un'abitazione in
localit Pescosta nel medesimo Comune di Corvara in Badia;
2) di ogni altro provvedimento pregresso, prodromico, correlato e/o consequenziale;
quanto al ricorso n. 370 del 2014:
1) della deliberazione n. 106 dell'11.8.2014, con la quale la Giunta comunale di Corvara ha adottato una
variante specifica al PUC relativamente all'area di propriet del signor P., sita in Corvara, frazione di Pescosta,
trasformandola da zona B1 di completamento edilizio a zona di verde agricolo;
e con motivi aggiunti depositati il 26.02.2015:
3) della deliberazione n. 23 del 21.11.2014, con la quale il Consiglio comunale di Corvara, esaminate e respinte
le osservazioni presentate dal signor R.P., ha approvato la variante in esame al PUC di Corvara;
4) della deliberazione n. 49 del 20.01.2015, con la quale la Giunta della Provincia autonoma di Bolzano ha
definitivamente approvato la variante medesima;
5) di ogni altro atto e/o provvedimento pregresso, prodromico correlato e/o consequenziale e segnatamente il
parere reso in data 27.10.2014, prot. n. (...), dalla Commissione provinciale per la natura, il paesaggio e lo sviluppo
del territorio e la nota dell'Ufficio tecnico del Comune di Corvara del 21.11.2014, prot. n. (...), di presa posizione
sulle osservazioni presentate dal signor R.P..
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Corvara, nel ricorso n. 369/14, e del Comune di Corvara e
della Provincia Autonoma di Bolzano, nel ricorso n. 370/14;
Relatrice nell'udienza pubblica del giorno 8 luglio 2015 la Consigliere Lorenza Pantozzi Lerjefors e uditi per le
parti i difensori: avv. S. Cavallo per il ricorrente, avv. L. Harder, in sostituzione dell'avv. M. Schullian per il Comune di
Corvara, e avv. F. Cavallar per la Provincia autonoma di Bolzano;
Il ricorrente espone di essere proprietario di un'area ubicata nel centro abitato della frazione di Pescosta, nel
Comune di Corvara in Badia, tavolarmente individuata con le pp.ff. 154/1, 154/2 e 154/3, C.C. Corvara, confinante
con aree edificate su cui insistono abitazioni civili e strutture alberghiere e prospiciente la strada comunale che
attraversa la frazione medesima.
Il PUC del Comune di Corvara in Badia, definitivamente approvato, con modifiche, dalla Giunta provinciale con
deliberazione n. 4003 del 10 novembre 2003, aveva riclassificato l'area de qua da verde agricolo a zona di
completamento B1 (doc. 2 del ricorrente nel ricorso n. 369/14). La nuova classificazione era stata operata, in sede di
approvazione definitiva del PUC, dalla Provincia autonoma di Bolzano, la quale aveva deciso di inserire l'area residua
di propriet del ricorrente nella zona di completamento B.
Il ricorrente presentava una prima domanda di concessione edilizia al Comune di Corvara in Badia, nel marzo
2006, al fine di realizzare un edificio residenziale sulle pp.ff. 154/1, 154/2 e 154/3, in C.C. Corvara. La domanda
veniva rigettata con provvedimento sindacale dell'11.4.2006, per presunte carenze del progetto edilizio (doc. 2 del
Comune nel ricorso n. 369/14).
Anche una seconda domanda di concessione edilizia, presentata dal ricorrente in data 22 maggio 2006, sulla
base di nuovi elaborati grafici, veniva rigettata, con provvedimento sindacale del 7 giugno 2006, su rilievi di
carattere meramente edilizio (doc. 3 del Comune nel ricorso n. 369/14).
Il ricorrente presentava, quindi, al Comune una terza domanda di concessione edilizia, allegando un ulteriore
progetto, che recepiva i rilievi contestati dal Comune di Corvara in Badia. La domanda veniva rigettata con
provvedimento sindacale dell'8 agosto 2006, sulla base del parere negativo reso dalla Commissione edilizia in data 7
agosto 2006. In tale parere venivano sollevati rilievi sotto il profilo edilizio e, in aggiunta, veniva affermato, per la
prima volta, che la classificazione dell'area in esame come edificabile sarebbe stata frutto di un errore materiale
(doc.ti 4 e 5 del Comune nel ricorso n. 369/14).
Quest'ultimo rigetto, a differenza dei due precedenti, veniva impugnato dal ricorrente davanti a questo
Tribunale (sub n. 323/06).
Nel frattempo, la Giunta provinciale, con deliberazione n. 3844 del 23 ottobre 2006, aveva disposto lo stralcio
dell'area in esame e la declassificazione dell'area de qua da zona di completamento B a verde agricolo, assumendo
di dover rettificare un errore materiale (doc. 6 del Comune nel ricorso n. 369/14).
Anche questo provvedimento veniva impugnato dal ricorrente davanti a questo Tribunale (sub n. 50/07).
Con sentenza n. 271 del 16 luglio 2009 questo Tribunale respingeva entrambi i ricorsi, previa loro riunione.
Avverso detta sentenza il ricorrente presentava ricorso al Consiglio di Stato, il quale, con sentenza della Sez. VI, n.
1036 del 5 marzo 2014, accoglieva l'appello, annullando sia il provvedimento sindacale di rigetto della concessione
edilizia dell'8 agosto 2006, sia la deliberazione della Giunta provinciale n. 3844 del 23 ottobre 2006 (doc. 7 del
In seguito alla sentenza suddetta, il ricorrente chiedeva al Comune di Corvara in Badia di riesaminare la
domanda di concessione a suo tempo presentata il 25 luglio 2006 (doc.ti 8 e 9 del Comune nel ricorso n. 369/14).
La Commissione edilizia riesaminava la domanda di concessione edilizia nella seduta del 14 aprile 2014,
esprimendo parere negativo. Con nota del 15 aprile 2014 il Sindaco comunicava al ricorrente i motivi ostativi
all'accoglimento della domanda (doc. 10 del Comune nel ricorso n. 369/14).
Il ricorrente non presentava osservazioni e la domanda di riesame veniva definitivamente rigettata con
provvedimento sindacale del 25 maggio 2014, mai impugnato (doc. 11 del Comune nel ricorso n. 369/14).
In data 21 maggio 2014 il ricorrente presentava al Comune un'ulteriore domanda di concessione edilizia,
allegando un progetto nuovo, che prevedeva la realizzazione di un edificio con sagoma diversa e altezza e cubatura
diverse dai precedenti (doc. 12 del Comune nel ricorso n. 369/14).
La Commissione edilizia esaminava il nuovo progetto nella seduta del 10 giugno 2014, esprimendo parere
negativo, sulla base di 11 rilievi. I motivi ostativi all'accoglimento della domanda venivano comunicati al ricorrente
con nota dell'11 giugno 2014 (doc. 13 del Comune nel ricorso n. 369/14).
Con provvedimento del 12 agosto 2014 il Sindaco del Comune di Corvara in Badia rigettava nuovamente la
richiesta concessione edilizia, sulla base di un nuovo parere espresso dalla Commissione edilizia comunale l'11
agosto 2014 (doc.ti 14 e 15 del ricorrente nel ricorso n. 369/14). Questo provvedimento stato impugnato dal
ricorrente con il ricorso n. 369/14.
Nel frattempo, la Giunta comunale di Corvara in Badia, con deliberazione n. 106 dell'11 agosto 2014 aveva
adottato una specifica variante al PUC per declassificare nuovamente l'area de qua da zona di completamento B a
verde agricolo (doc. 12 del Comune nel ricorso n. 370/14). Questa deliberazione stata impugnata dal ricorrente
con il ricorso n. 370/14.
Il Consiglio comunale di Corvara in Badia, con deliberazione n. 23 del 21 novembre 2015, esaminate e respinte
le osservazioni presentate dal ricorrente, approvava la suddetta variante al PUC (doc. 16 del Comune nel ricorso n.
370/14).
Infine, la Giunta provinciale, con la deliberazione n. 49 del 20 gennaio 2015 approvava definitivamente la
variante al PUC (doc. 18 del Comune nel ricorso n. 370/14).
Questi ultimi due provvedimenti sono stati impugnati dal ricorrente con motivi aggiunti al ricorso n. 370/14.
A fondamento del ricorso n. 369/14 il ricorrente ha dedotto i seguenti motivi:
1. "Illegittimit per violazione di legge e segnatamente dell'art. 69 della L.P. 11.8.1997, n. 13. Eccesso di potere
sotto i particolari profili della carenza di istruttoria e di contraddittorio, dello sviamento, della contraddittoriet,
dell'incongruit, del travisamento e dell'erronea indicazione e valutazione dei fatti, dell'illogicit e
dell'irragionevolezza, nonch della carenza o comunque illogicit e insufficienza della motivazione";
2. "Illegittimit per violazione di legge e segnatamente dell'art. 74 della L.P. 11.8.1997, n. 13. Eccesso di potere
3. "Illegittimit per violazione dell'art. 97 della Costituzione e art. 1 della L.P. n. 17/1993 e per violazione di
giudicato. Eccesso di potere sotto i particolari profili della carenza di istruttoria e di contraddittorio, dello
sviamento, della contraddittoriet, dell'incongruit, del travisamento e dell'erronea indicazione e valutazione dei
fatti, dell'illogicit e dell'irragionevolezza, nonch della carenza o comunque illogicit e insufficienza della
motivazione";
4. "Illegittimit per violazione dell'art. 97 della Costituzione e art. 1 della L.P. n. 17/1993 e per violazione di
5. "Illegittimit per violazione dell'art. 11 bis della L.P. n. 17/1993. Eccesso di potere sotto i particolari profili
della carenza di istruttoria e di contraddittorio, dello sviamento, della contraddittoriet, dell'incongruit, del
travisamento e dell'erronea indicazione e valutazione dei fatti, dell'illogicit e dell'irragionevolezza, nonch della
carenza o comunque illogicit e insufficienza della motivazione";
6. "Illegittimit per violazione delle norme di attuazione al PUC di Corvara sotto diversi profili. Eccesso di
potere sotto i particolari profili della carenza di istruttoria e di contraddittorio, dello sviamento, della
contraddittoriet, dell'incongruit, del travisamento e dell'erronea indicazione e valutazione dei fatti, dell'illogicit e
dell'irragionevolezza, nonch della carenza o comunque illogicit e insufficienza della motivazione".
A fondamento del ricorso n. 370/14 il ricorrente ha dedotto i seguenti motivi:
1. "Illegittimit per violazione di legge e segnatamente dell'art. 21 della L.P. 11.8.1997, n. 13. Eccesso di potere
2. Illegittimit per violazione dell'art. 97 della Costituzione e della L.P. n. 13/1997 sotto diversi profili. Eccesso
di potere sotto i particolari profili della carenza di istruttoria e di contraddittorio, dello sviamento, della
A fondamento dell'atto recante motivi aggiunti (ricorso n. 370/14) il ricorrente ha dedotti i seguenti motivi:
1. "Illegittimit in via derivata";
2. "Illegittimit per violazione dell'art. 97 della Costituzione e della L.P. n. 13/1997 sotto diversi profili. Eccesso
3. "Illegittimit per violazione degli artt. 2 e 19 L.P. n. 13/1997 e art. 7 della L.P. n. 17/1993. Eccesso di potere
dell'irragionevolezza, nonch della carenza o comunque illogicit e insufficienza della motivazione sotto altri profili";
4. "Illegittimit per violazione dell'art. 19, L.P. n. 13/1997 e art. 7 della L.P. n. 17/1993. Eccesso di potere sotto
i particolari profili della carenza di istruttoria e di contraddittorio, dello sviamento, della contraddittoriet,
dell'irragionevolezza, nonch della carenza o comunque illogicit e insufficienza della motivazione sotto altri profili".
Nel ricorso n. 369/14 si costituito in giudizio il Comune di Corvara in Badia, chiedendone il rigetto, in quanto
Nel ricorso n. 370/14 si sono costituiti in giudizio il Comune di Corvara in Badia e la Provincia autonoma di
Bolzano, chiedendo entrambi il rigetto del ricorso e dell'atto recante motivi aggiunti, in quanto infondati.
Nei termini di rito i procuratori delle parti hanno depositato memorie in entrambi i ricorsi, anche di replica, a
sostegno delle rispettive difese.
All'udienza pubblica dell'8 luglio 2015, sentite le parti, i due ricorsi sono stati trattenuti in decisione.
1. In limine litis va disposta la riunione dei ricorsi in epigrafe per ragioni di connessione oggettiva e
parzialmente soggettiva.
2. Il ricorso n. 369/14 infondato.
2.1. Con il primo motivo il ricorrente si duole che il provvedimento di diniego della concessione edilizia
impugnato sia stato adottato oltre il decorso del termine di 60 giorni previsto dall'art. 69 della legge provinciale 11
agosto 1997, n. 13 per la formazione del silenzio-assenso. Una volta decorso tale termine, l'Amministrazione, per
poter legittimamente adottare il provvedimento di diniego, sarebbe tenuta ad annullare previamente, in via di
autotutela, il titolo concessorio formatosi con il silenzio - accesso.
Ai sensi dell'art. 69, comma 1, della legge provinciale 11 agosto 1997, n. 13, "le determinazioni del sindaco
sulle domande di concessione di costruzione devono essere notificate all'interessato non oltre 60 giorni dalla data di
ricevimento delle domande stesse o da quella di presentazione di documenti aggiuntivi richiesti dal sindaco in
conformit alle disposizioni vigenti. Scaduto tale termine senza che il sindaco si sia pronunciato, la domanda si
intende accolta".
La disposizione citata va coordinata con quella prevista dall'art. 11 bis, comma 1, della legge provinciale 22
ottobre 1993, n. 17 (cfr. TRGA Bolzano, 4 agosto 1999, n. 284), la quale dispone che la comunicazione dei motivi
ostativi "interrompe i termini per concludere il procedimento, che iniziano nuovamente a decorrere dalla scadenza
del termine menzionato di 30 giorni ovvero, anteriormente a tale scadenza, dalla data di presentazione delle
osservazioni".
Dal combinato disposto delle disposizioni citate risulta che l'invio della comunicazione dei motivi ostativi
all'accoglimento della domanda determina l'interruzione dei termini per la conclusione del procedimento, i quali
iniziano nuovamente a decorrere con la presentazione delle osservazioni da parte dell'interessato, ovvero decorso il
termine di 30 giorni previsto dalla norma senza che l'interessato abbia presentato osservazioni.
Anche secondo la pi recente giurisprudenza del Consiglio di Stato, "si deve ritenere..., in via generale, che la
comunicazione dei motivi ostativi all'accoglimento di una domanda interrompe anche i termini per la formazione di
un eventuale silenzio assenso, in quei casi in cui l'ordinamento ha inteso assegnare al silenzio serbato
dall'amministrazione su un'istanza il valore di assenso alla richiesta" (cfr. Consiglio di Stato, Sez. III, 28 gennaio 2014,
n. 418; nello stesso senso, TRGA Bolzano, 2 febbraio 2015, n. 30).
Orbene, nel caso di specie, il ricorrente ha presentato la domanda di concessione edilizia il 21 maggio 2014
(cfr. doc. 10 del ricorrente) e in data 11 giugno 2014 (cio dopo 21 giorni dalla presentazione della domanda, quindi
prima dello scadere dei 60 giorni), il Comune di Corvara in Badia ha comunicato al ricorrente i motivi ostativi
all'accoglimento della sua domanda (cfr. doc. 11 del ricorrente). In data 3 luglio 2014 il ricorrente ha presentato le
proprie osservazioni (cfr. doc. 12 del ricorrente). Dalla data di presentazione delle osservazioni (3 luglio 2014) il
termine di 60 giorni di cui al citato art. 69 della legge provinciale n. 13 del 1997 ha iniziato nuovamente a decorrere.
Il provvedimento definitivo di diniego della concessione edilizia stato adottato dal Sindaco del Comune di Corvara
in Badia in data 12 agosto 2014.
L'impugnato provvedimento di diniego della concessione edilizia stato quindi adottato nel rispetto del
termine di legge e il silenzio-assenso, nel caso specifico, non si formato.
2.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta che, a seguito dell'adozione da parte del Consiglio comunale
della proposta di variante al PUC, il Sindaco avrebbe dovuto sospendere l'esame della sua domanda di concessione
edilizia, come previsto dall'art. 74, comma 2, della legge provinciale n. 13 del 1997, anzich concludere il relativo
procedimento, con il rigetto della domanda.
Anche questa censura infondata.
L'art. 74, comma 2, della legge provinciale n. 13 del 1997 cos recita: "Dalla data di prima adozione di qualsiasi
strumento di pianificazione o di modifica allo stesso fino alla relativa entrata in vigore, tuttavia non oltre il periodo
di due anni, il sindaco deve sospendere ogni determinazione sulle domande di costruzione quando riconosca che
esse sono in contrasto con le determinazioni urbanistiche sopradette".
La ratio della norma citata va colta essenzialmente nell'esigenza di evitare che, nelle more del procedimento di
approvazione degli strumenti di pianificazione o di sue varianti, siano assentiti interventi edilizi in contrasto con i
nuovi obiettivi delle previsioni urbanistiche, cos da pregiudicare la concreta operativit del nuovo piano o della sua
variante in itinere.
Orbene, cos individuata la ratio della norma, ad avviso del Collegio la stessa norma va interpretata nel senso
che tale misura di salvaguardia trova applicazione solo quando la domanda di concessione edilizia sia conforme alle
previsioni urbanistiche vigenti, ma in contrasto con quelle adottate e non ancora approvate, cio non ancora in
vigore, mentre non trova applicazione nei casi, come quello in esame, in cui la domanda di concessione edilizia sia in
contrasto sia con le norme dello strumento urbanistico in vigore al momento della presentazione della domanda di
concessione edilizia, sia con quelle dello strumento urbanistico o sua variante, in corso di approvazione. In tali casi
l'Amministrazione comunale pu legittimamente rigettare la domanda senza incorrere nella violazione della norma
citata: "La misura di salvaguardia comunale....consiste nella sospensione di ogni determinazione in ordine alla
domanda di permesso di costruire, in caso di contrasto dell'intervento da realizzare con le previsioni degli strumenti
costruire v rigettata, senza applicazione della misura soprassessoria, anche in presenza di un'istanza conforme alla
previsione urbanistica adottata" (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 28 febbraio 2005, n. 764).
2.3. Con il terzo motivo il ricorrente afferma che l'Amministrazione resistente, nel riesaminare la sua domanda
di concessione a seguito dell'annullamento giurisdizionale, avrebbe avuto l'obbligo di applicare la disciplina
urbanistica vigente al momento della notificazione o comunicazione in via amministrativa della sentenza del
Consiglio di Stato, Sez. VI, 5 marzo 2014, n. 1036. In applicazione di tale principio, la variante al PUC (che trasforma,
dopo la formazione del giudicato, l'area in esame da edificabile in non edificabile) non sarebbe stata opponibile al
Con il quarto motivo il ricorrente lamenta che nel nuovo provvedimento di diniego il Sindaco abbia sollevato
motivi nuovi di diniego, che non riguarderebbero le caratteristiche fondamentali del progetto e che avrebbero
dovuto essere valutate e rilevate gi in sede di riesame della domanda di concessione edilizia in esecuzione del
Le doglianze - che si prestano ad un esame congiunto - sono infondate.
Va osservato, anzitutto, che la sopra citata sentenza del Consiglio di Stato aveva per oggetto la domanda di
concessione edilizia presentata dal ricorrente in data 25 luglio 2006 e rigettata con provvedimento sindacale dell'8
A seguito della decisione del Consiglio di Stato tale domanda stata riesaminata e rigettata, per motivi di
natura edilizia, con il provvedimento sindacale del 25 maggio 2014, che, non essendo stato impugnato dal
ricorrente, deve ritenersi definitivo.
Oggetto del presente giudizio , invece, un'ulteriore domanda di concessione edilizia, presentata dal ricorrente
il 21 maggio 2014, avente per oggetto un progetto del tutto nuovo: le caratteristiche dell'edificio di cui al nuovo
progetto sono, invero, diverse per sagoma, altezza e cubatura, come risulta da un confronto dei due progetti (cfr.
doc.ti 4 e 12 del ricorrente nel ricorso n. 369/14). Pertanto il richiamo alla sentenza del Consiglio di Stato n. 1036 del
2014 non pertinente.
Ad ogni modo, la motivazione del nuovo provvedimento di diniego poggia su ben 11 motivi di natura edilizia,
di per s sufficienti a reggere il diniego di rilascio della concessione edilizia oggetto del presente giudizio (cfr. doc.
14 del ricorrente).
Stante la diversit sostanziale tra i due progetti (quello esaminato in sede di esecuzione alla sentenza citata del
Consiglio di Stato e quello oggetto del presente giudizio), la Commissione edilizia comunale, in sede di esame di
quest'ultimo nuovo progetto, ha svolto un nuovo e approfondito esame del medesimo, potendo legittimamente
sollevare nuovi motivi di diniego.
2.4. Con il quinto motivo il ricorrente si duole che l'Amministrazione non abbia dato conto, nel provvedimento
conclusivo del procedimento amministrativo, del mancato accoglimento delle osservazioni presentate dal ricorrente
a seguito della comunicazione dei motivi ostativi all'accoglimento della sua domanda, in violazione dell'art. 11bis
della legge provinciale 23 ottobre 1993, n. 17. La Commissione edilizia comunale, nella seduta dell'11 agosto 2014,
avrebbe aggiunto due nuovi motivi di diniego, che non erano stati oggetto della preventiva comunicazione ex art.
11bis della legge provinciale n. 13 del 1997.
Anche questa doglianza non fondata.
Risulta agli atti che le osservazioni presentate dal ricorrente sono state esaminate dalla Commissione edilizia
nella seduta dell'11 agosto 2014, convocata appositamente, come risulta dall'oggetto della stessa seduta:
"Osservazioni in merito al parere negativo della Commissione Edilizia Comunale del 10.6.2014" (cfr. doc. 15 del
Orbene, da un confronto tra la nota di comunicazione dei motivi ostativi all'accoglimento della domanda di
concessione edilizia, le osservazioni presentate dal ricorrente su tale comunicazione e il successivo verbale della
Commissione edilizia comunale, si evince chiaramente che la Commissione edilizia ha esaminato le osservazioni
presentate dal ricorrente. Invero, alcune osservazioni sono state accolte (come dimostra il fatto che non tutti gli 11
motivi contestati nella comunicazione ex art. 11 bis sono stati riproposti dalla Commissione edilizia), altre non sono
state giudicate idonee a superare i motivi ostativi al rilascio della concessione edilizia. I motivi di diniego, pertanto,
sono stati per lo pi confermati dalla Commissione edilizia, con ulteriori precisazioni (cfr. doc.ti 11, 13 e 15 del
Quanto alla asserita non corrispondenza contenutistica tra il preavviso di diniego ed il provvedimento finale di
rigetto della domanda di concessione edilizia, osserva il Collegio che tale non corrispondenza non potrebbe in ogni
caso assurgere a vizio invalidante, ai sensi dell'art. 21 octies della L. 7 agosto 1990, n. 241. Infatti, "bench tale
corrispondenza sia tendenzialmente da reputarsi necessaria al fine di non eludere la funzione collaborativa e
deflattiva propria dell'istituto essa non deve essere assoluta, ben potendo l'Amministrazione, sulla base delle
osservazioni dell'istante ma anche in via del tutto autonoma, precisare le proprie posizioni in sede decisoria, nel
limite dei soli 'punti salienti' indicati nel preavviso'" (cfr. TAR Campania, Salerno, Sez. II, 10 marzo 2014, n. 553).
Ad abundantiam, va rilevato che, anche non considerando i due ulteriori motivi di diniego, il provvedimento di
diniego saerebbe, comunque, sufficientemente motivato.
2.5. Con il sesto motivo di ricorso il ricorrente lamenta che il diniego impugnato si fonderebbe su motivi
palesemente illegittimi, in quanto del tutto generici, privi di adeguata motivazione e di puntuale indicazione delle
disposizioni edilizie e urbanistiche ritenute violate. Dopo l'invio del c.d. preavviso di rigetto, il ricorrente avrebbe
rielaborato le tavole progettuali originarie, cercando di superare i rilievi negativi opposti dal Comune di Corvara in
Badia. Inoltre, sarebbe stato chiarito che l'asserito contrasto con le disposizioni del PUC sulle distanze non sarebbe
sussistito nel caso specifico.
Ad avviso del Collegio la motivazione del provvedimento di diniego della concessione edilizia impugnato
sufficientemente motivato, essendo possibile ricostruire l'iter logico-giuridico seguito dall'Amministrazione ai fini
Si ribadisce che il provvedimento impugnato poggia su una pluralit di ragioni, esposte in modo chiaro
dall'Amministrazione, tra le quali:
a) il mancato rispetto delle distanze in fregio alle confinanti zone pubbliche;
b) la mancata acquisizione del consenso dell'Amministrazione pubblica per l'accesso e per il parcheggio dalla
c) la mancata acquisizione del consenso da parte del terzo confinante, proprietario del muro sul confine che si
intende demolire;
d) il mancato rispetto della distanza minima tra fabbricati, prevista dal PUC e dall' art. 9 del D.M. 2 aprile 1968,
n. 1444, con riferimento al muro di confine;
e) il mancato rispetto della distanza minima di 5 metri dal confine di zona, in contrasto con l'art. 1, lett. f),
delle norme di attuazione al PUC.
Il ricorrente, nel ricorso in esame, prende posizione solo su uno dei motivi suddetti (quello sub d), mentre non
solleva alcuna censura in ordine a tutti gli altri motivi sopra riportati.
E' noto che, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, qualora un provvedimento sia fondato su
una pluralit di ragioni ostative fra loro ontologicamente autonome sufficiente che una sola delle ragioni stesse
resista alle censure prospettate dall'interessato (cfr., ex multis, Cons. Stato, Sez. VI, 18.12.2012, n. 6475; TAR Lazio,
Sez. II, 12.6.2013, n. 5902; TRGA Bolzano, 5 maggio 2015, n. 154 e 26.11.2012, n. 341).
Per tutte le ragioni espresse, il ricorso n. 369/14 infondato.
3. Il ricorso introduttivo n. 370/14 anch'esso infondato.
3.1. Con il primo motivo il ricorrente afferma che con l'adozione dell'impugnata deliberazione della Giunta
comunale n. 106 dell'11 agosto 2014 sarebbe stato superato il limite massimo di tre procedimenti di variante al PUC
che in base all'art. 21, comma 3, della legge provinciale 11 agosto 1997, n. 13 (come modificato dall'art. 3, comma 4,
della legge provinciale 19 luglio 2013, n. 10), potrebbero essere avviati nell'arco di un biennio. Ai fini della
determinazione del suddetto numero massimo di procedimenti di variante dovrebbero essere presi in
considerazione "tutti i procedimenti di variante avviati dal Comune di Corvara nell'ultimo biennio (riferito
all'adozione della variante oggetto di causa) e non solo quelli avviati a partire dalla data di entrata in vigore della
legge provinciale n. 10 del 2013".
Osserva il Collegio che, a seguito della modifica introdotta dall'art. 3, comma 4, della legge provinciale 19 luglio
2013, n. 10, il comma 3, primo periodo, dell'art. 21 della legge urbanistica provinciale n. 13 del 1997 ("Varianti al
piano urbanistico comunale"), cos recita: "Nell'arco di un biennio non possono essere avviati pi di tre
procedimenti di variante al piano urbanistico".
La disposizione entrata in vigore il 5 ottobre 2013, ai sensi di quanto disposto dall'art. 26, comma 2, della
citata legge provinciale n. 10 del 2013.
Il Collegio ritiene, contrariamente a quanto assunto dal ricorrente, che, in sede di prima applicazione della
citata disposizione e nel silenzio del legislatore, il biennio cui si riferisce la disposizione non possa che essere quello
successivo alla data di entrata in vigore della legge provinciale n. 10 del 2013.
La tesi sostenuta dal ricorrente contrasta, invero, con il principio di irretroattivit delle leggi di cui all'art. 11
delle disposizioni sulla legge in generale, in base al quale "la legge non dispone che per l'avvenire", salvo che sia
altrimenti disposto.
La difesa comunale afferma (e la circostanza non stata smentita dal ricorrente) che nel biennio successivo
all'entrata in vigore della legge provinciale n. 10 del 2013, oltre alla variante oggetto del presente ricorso, stata
avviata solo un'altra variante (delibera della Giunta comunale n. 36 di data 14 marzo 2014); di talch non risulta
superato il limite numerico di tre procedimenti di variante, previsto dalla suddetta disposizione.
3.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta il difetto di motivazione della deliberazione giuntale
impugnata che ha adottato la variante contestata, assumendo che essa non avrebbe tenuto conto della sua
posizione qualificata, derivante dal giudicato di cui alla sentenza del Consiglio di Stato n. 1036 del 2014. In
particolare, la deliberazione non avrebbe esplicitato le "ragioni di interesse della collettivit, di opportunit e di
convenienza della stessa a procedere alla revisione dell'assetto urbanistico per declassificare nuovamente l'area in
esame" in zona di verde agricolo. Le caratteristiche oggettive dell'area (di ridotte dimensioni e "con evidente
vocazione edificatoria") giustificherebbero la classificazione dell'area de qua in zona di completamento, in
conformit a quanto stabilito dall'art. 36 bis della legge provinciale n. 13 del 1997.
Anche queste doglianze sono prive di pregio.
Va, in primo luogo, sottolineato che, secondo costante orientamento del Consiglio di Stato, "le scelte
urbanistiche effettuate dal Comune in sede di adozione del piano regolatore generale costituiscono valutazioni
discrezionali attinenti al merito amministrativo che, come tali, sono sottratte al sindacato di legittimit del giudice
amministrativo in sede di giudizio impugnatorio, a meno che non risultino inficiate da errori di fatto o da vizi di
grave illogicit, con la precisazione che le osservazioni proposte dai cittadini e/o proprietari nei confronti degli atti
di pianificazione urbanistica non costituiscono veri e propri rimedi giuridici, ma semplici apporti collaborativi e,
pertanto, non danno luogo a peculiari aspettative, sicch il loro rigetto o il loro accoglimento, di regola, non richiede
una motivazione analitica, essendo sufficiente che esse siano state esaminate e confrontate con gli interessi
generali sottesi allo strumento pianificatorio. Le evenienze che, invece, giustificano una pi incisiva e singolare
motivazione nelle scelte pianificatorie degli strumenti urbanistici generali sono state ravvisate (v. sul punto, per
tutte, Cons. Stato, Ad. Plen., 22 dicembre 1999, n. 24) nel superamento degli standards urbanistici ed edilizi, nella
lesione dell'affidamento qualificato del privato basato su precedenti determinazioni dell'amministrazione o su
provvedimenti giurisdizionali (ad es., derivante dall'avvenuta stipula di convenzioni di lottizzazione, da accordi di
diritto privato intercorsi tra il Comune e i proprietari delle aree, da sentenze passate in giudicato di annullamento di
dinieghi di concessione edilizia o di silenzio rifiuto su una domanda di concessione), o nella modificazione in zona
agricola della destinazione di un'area limitata, interclusa da fondi edificati in modo non abusivo. Mentre, quindi, ai
fini motivazionali delle previsioni degli strumenti urbanistici generali, sufficiente l'esplicitazione dei criteri generali,
di ordine tecnico-discrezionale, seguiti nell'impostazione del piano, che pu essere assolta con l'espresso
riferimento alla relazione di accompagnamento al progetto del piano rielaborato, nei casi particolari, sopra
evidenziati, si configura uno specifico e puntuale obbligo motivazionale a carico dell'amministrazione"(cfr. Consiglio
di Stato, Sez. VI, 16 maggio 2013, n. 2653; nello stesso senso anche Sez. IV, 16 aprile 2015, n. 1949 e T.A.R. Puglia
Lecce, sez. II, 13/09/2013, n. 1927. In particolare, quest'ultima sentenza ribadisce che: "L'Amministrazione ha ampia
discrezionalit in materia di pianificazione urbanistica con la conseguenza che le scelte effettuate costituiscono, in
generale, valutazioni discrezionali attinenti al merito amministrativo, che come tali sono sottratte al sindacato di
legittimit del giudice, salvo che non siano inficiate da palesi errori di fatto o da abnormi illogicit, ovvero da
arbitrariet, irrazionalit o manifesta irragionevolezza, in relazione alle esigenze che s'intendono concretamente
soddisfare").
Ancora, il Consiglio di Stato, Sez. IV, nella sentenza 6.5.2013, n. 2427, ha evidenziato che "Il potere di
pianificazione urbanistica non funzionale solo all'interesse pubblico all'ordinato sviluppo edilizio del territorio, ma
funzionalmente rivolto alla realizzazione contemperata di una pluralit di interessi pubblici, che trovano il proprio
fondamento in valori costituzionalmente garantiti".
Ci chiarito, ad avviso del Collegio, la Giunta comunale ha ottemperato all'obbligo di fornire una puntuale
motivazione della propria scelta urbanistica, tenendo conto della posizione qualificata del ricorrente.
In particolare, la Giunta comunale, nella deliberazione impugnata ritiene che non vi siano i presupposti di fatto
e di diritto per la classificazione dell'area de qua come zona residenziale di completamento, in quanto l'area "...a
causa delle sue ridotte dimensioni e della forma irregolare, non assolutamente idonea all'edificazione nel rispetto
della normativa vigente in materia" ed "assolutamente estranea agli indirizzi definiti dal Comune per lo sviluppo
urbanistico del proprio territorio". La deliberazione inoltre motivata, per relationem, con il richiamo espresso alla
relazione tecnica dell'11 agosto 2014, appositamente commissionata dallo stesso Comune di Corvara di Badia
all'arch. Marcello De Biasi. Nella sua relazione, l'arch. M. De Biasi sottolinea che l'attuale classificazione dell'area in
zona di completamento frutto di "una palese svista", perch, ai fini di poter essere classificata come zona di
completamento, l'area in questione avrebbe dovuto "presentare un'edificazione esistente per il 70% del volume
complessivo" e il volume esistente avrebbe dovuto essere inoltre "antecedente al 1972, anno in cui sono entrati in
vigore i piani urbanistici di prima generazione". L'arch. M. De Biasi sottolinea, in particolare, il fatto che l'area de
qua deve considerarsi "autonoma", a se stante, perch separata dalla sottostante zona di completamento B1:
"Questa zona, autonoma, perch non collegata con la zona sottostante, alla data odierna libera da qualsiasi
edificazione". Inoltre, l'arch. M. De Biasi sottolinea il fatto che "a causa della forma e dimensione" (superficie di soli
mq 266,85, larghezza massima di 12 m. e forma triangolare) l'area in questione "non idonea ad un 'eventuale
edificazione nel rispetto della normativa vigente, che definisce le distanze dai confini" (cfr. doc. 13 del Comune).
Le argomentazioni poste a base della deliberazione impugnata sono esaustive e appaiono esenti dal dedotto
vizio di difetto di motivazione.
4. L'atto recante motivi aggiunti al ricorso n. 370/14 parimenti infondato.
4.1. Sui motivi di illegittimit in via derivata sufficiente richiamare quanto dedotto in sede di esame del
primo e del secondo motivo del ricorso introduttivo n. 370/14 (sub 3.1. e sub 3.2.).
4.2. Con il primo motivo autonomo dell'atto recante motivi aggiunti il ricorrente ripropone, sviluppandola, la
censura di difetto di motivazione fatta valere con il secondo motivo del ricorso introduttivo. In particolare, il
ricorrente sottolinea che il Consiglio di Stato, nella sentenza n. 1036 del 2014, ha ritenuto che la deliberazione della
Giunta provinciale n. 3844 del 23 ottobre 2006, concernente la riclassificazione urbanistica dell'area in esame,
dovesse essere "correttamente qualificata come variante al p.u.c. incidente in modo pregiudizievole sul regime di
edificabilit di un'area specifica, alquanto limitata e puntualmente individuata quanto all'assetto proprietario", non
come "mera rettifica" (cfr. punto 5.1.1. della sentenza citata), annullando la deliberazione della Giunta provinciale
n. 3844 del 23 ottobre 2006, per difetto di motivazione, e riconoscendo l'affidamento incolpevole del proprietario
sull'edificabilit delle aree interessate. La nuova variante sarebbe stata approvata omettendo di valutare l'interesse
del privato e le deliberazioni impugnate sarebbero prive della necessaria puntuale motivazione in merito alla
portata degli interessi pubblici coinvolti e riproporrebbero le stesse motivazioni che il Consiglio di Stato aveva
ritenuto illegittime.
Il Collegio richiama, anzitutto, per economia processuale, quanto gi dedotto in sede di esame del secondo
motivo del ricorso introduttivo (sub 3.2.).
In aggiunta, il Collegio evidenzia che la sentenza del Consiglio di Stato n. 1036 del 2014 ha annullato la
deliberazione della Giunta provinciale n. 3844 del 23 ottobre 2006, ritenendo, che essa avrebbe dovuto essere
correttamente qualificata come variante al PUC, incidente in modo pregiudizievole sul regime di edificabilit di
un'area specifica e non come mera rettifica di un errore ostativo o materiale emendabile e che, al pari di ogni
variante implicante una scelta pianificatoria incidente sul regime di edificabilit di un'area limitata, avrebbe dovuto
essere specificamente motivata. La sentenza faceva comunque salva ogni rideterminazione dell'Amministrazione,
nell'osservanza dei requisiti sostanziali e procedimentali previsti dalla legge.
Orbene, mentre la deliberazione provinciale annullata dal Consiglio di Stato non conteneva una particolare
motivazione a supporto della scelta urbanistica (avendo la Giunta provinciale erroneamente qualificato la nuova
classificazione dell'area come una rettifica ad un precedente errore), nel caso in esame le deliberazioni impugnate
hanno correttamente qualificato la nuova classificazione dell'area (come variante specifica), adducendo una
specifica motivazione a giustificazione della nuova classificazione (come si gi rilevato sub 3.2.), tenendo conto
della posizione qualificata del ricorrente, in conformit a quanto sancito nella citata sentenza del Consiglio di Stato.
4.3. Con il secondo motivo autonomo dell'atto recante motivi aggiunti il ricorrente lamenta il difetto di
motivazione e di istruttoria del parere espresso dalla Commissione provinciale per la natura, il paesaggio e lo
sviluppo del territorio (riportato nel provvedimento del 27 ottobre 2014), richiamato espressamente dal Consiglio
comunale nella impugnata deliberazione n. 23 del 21 novembre 2014, con particolare riferimento all'affidamento
qualificato del ricorrente, derivante dal giudicato di cui alla citata sentenza del Consiglio di Stato n. 1036 del 2014.
Il ricorrente contesta, inoltre, le argomentazioni contenute nella c.d. presa di posizione dell'Ufficio tecnico
comunale dd. 21 novembre 2014 sulle osservazioni presentate dal ricorrente, richiamata nella succitata
deliberazione del Consiglio comunale n. 23 del 2014, ritenendole insufficienti a giustificare la nuova variante. I
provvedimenti impugnati non conterrebbero alcuna indicazione circa l'interesse pubblico ad una classificazione
come verde agricolo dell'area.
Con il terzo motivo autonomo dell'atto recante motivi aggiunti il ricorrente afferma che la Giunta provinciale,
nell'esaminare la variante specifica di cui si tratta, avrebbe avuto l'obbligo "di motivare autonomamente la scelta di
confermare le valutazioni assunte dal Comune di Corvara in considerazione della specificit della posizione giuridica
del signor P.".
Anche queste doglianze - che si prestano ad un esame congiunto - sono prive di fondamento.
Ai sensi dell'art. 21, comma 1, della legge provinciale 11 agosto 1997, n. 13, alle varianti al piano urbanistico
comunale si applica la procedura prevista dall'articolo 19 della stessa legge.
Il comma 6 del citato art. 19 prevede il parere obbligatorio della Commissione provinciale per la natura del
paesaggio e lo sviluppo del territorio.
Nel caso di specie, la Commissione provinciale per la natura del paesaggio ha esaminato la deliberazione della
Giunta comunale di Corvara in Badia n. 106 dell'11 agosto 2014, contenente la proposta di modifica della
destinazione urbanistica dell'area de qua, e ha espresso su di essa parere positivo, condividendo le motivazioni
poste alla base della scelta comunale e riportate nella suddetta deliberazione, che si ritengono commisurate al
grado di affidamento del ricorrente (cfr. doc. 3 del ricorrente, depositato il 26.2.2015).
Si tratta di un parere tecnico endoprocedimentale, espresso nell'ambito della pianificazione urbanistica, che
non richiede un'autonoma e specifica motivazione, necessaria solo nel caso, diverso da quello in esame, in cui il
parere sia negativo.
Come gi rilevato sopra, le caratteristiche dell'area oggetto della variante (che sono identiche, per
conformazione ed estensione a quelle del 2003) sono state giudicate non idonee ad essere edificate, per i motivi
esposti nella deliberazione della Giunta comunale n. 106 dell'11 agosto 2014 e nella richiamata relazione tecnica
dell'arch. M. De Biasi.
N pu trovare applicazione, al caso di specie, l'art. 36 bis, comma 2, della legge provinciale n. 13 del 1997,
che consente, in deroga al comma 1 dello stesso articolo, di ampliare le zone di completamento esistenti, mediante
inclusione di aree contigue non o parzialmente confinanti, considerato che tale disposizione presuppone che le aree
da includere nella vicina zona di completamento siano contigue alla zona di completamento, cos da consentire
un'edificazione omogenea della zona, mentre l'area oggetto della variante non n confinante, n collegata con
essa: dalla documentazione grafica in atti risulta un unico punto di contatto tra l'area de qua e la zona di
completamento non sufficiente ai fini della applicabilit della deroga in esame (cfr. allegato al doc. 13 del
ricorrente). Si tratta, in ogni caso, di una facolt discrezionale, di cui il Comune pu avvalersi in deroga al divieto di
cui al comma 1 dello stesso art. 36 bis, non di un obbligo.
Parimenti infondata la censura del ricorrente concernente la asserita mancata indicazione delle ragioni di
pubblico interesse alla classificazione dell'area in zona agricola.
L'interesse alla classificazione dell'area in zona agricola meramente consequenziale all'interesse allo stralcio
della destinazione urbanistica a zona di completamento, anche in considerazione del fatto che nella Provincia
autonoma di Bolzano non sono ammesse aree prive di destinazione urbanistica o zone c.d. bianche (cfr. art. 18,
comma 2, della legge provinciale n. 13 del 1997).
Infine, non sussiste neppure il lamentato vizio di motivazione della deliberazione della Giunta provinciale n. 49
del 20 gennaio 2015, di approvazione definitiva della variante in esame, ben potendo l'Amministrazione provinciale
limitarsi a dichiarare di condividere la scelta sottesa alla variante urbanistica de qua, richiamando le motivazioni
contenute nella deliberazione della Giunta comunale n. 106 dell'11 agosto 2014 e del Consiglio comunale n. 23 del
Per le esposte considerazioni anche il ricorso n. 370/14 e il relativo atto recante motivi aggiunti sono infondati.
Le spese relative ai due ricorsi riuniti seguono la soccombenza e sono liquidate dal seguente dispositivo.
Il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa, Sezione autonoma di Bolzano, definitivamente
pronunciando sui ricorsi riuniti n. 369/14 e n. 370/14 e sull'atto recante motivi aggiunti a quest'ultimo, come in
Condanna il ricorrente a rifondere al Comune di Corvara in Badia e alla Provincia autonoma di Bolzano, in via
solidale tra loro, le spese di lite, che si liquidano in complessivi Euro 4.000,00 (quattromila/00), oltre IVA, CPA e altri
Cos deciso in Bolzano nella camera di consiglio del giorno 8 luglio 2015 con l'intervento dei magistrati:
T.A.R. Emilia-Romagna Bologna Sez. I, Sent., 30/07/2015, n. 701
sui ricorsi n. 35 del 2008 e n. 408 del 2008 proposti da C. S.r.l., in persona dell'Amministratore unico Maura
Antonioni, rappresentata e difesa dall'avv. Giancarlo Mengoli e dall'avv. Valerio Mengoli, e presso gli stessi
elettivamente domiciliata in Bologna, via de' Carbonesi n. 5;
il Comune di Bondeno, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall'avv. Andrea Corinaldesi e
dall'avv. Alberto Mischi, e presso gli stessi elettivamente domiciliato in Bologna, via Santo Stefano n. 50;
della Provincia di Ferrara, in persona del Presidente p.t., rappresentata e difesa (limitatamente al ricorso n.
408/2008) dall'avv. Gianfranco Berti ed elettivamente domiciliata in Bologna, via Ugo Bassi n. 3, presso lo studio
dell'avv. Lorenzina Cavazzana;
Regione Emilia-Romagna, Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale, Consorzio Bonifica Burana Leo
Scoltenna Panaro;
- quanto al ricorso n. 35/2008 - della deliberazione del Consiglio comunale di Bondeno n. 91 del 25 ottobre
2007 (avente ad oggetto "approvazione variante specifica a PRG ai sensi dell'art. 15 comma 4 L.R. n. 47 del 1978
adottata con D.C.C. n. 18 del 02.04.2007"), nonch della deliberazione del Consiglio comunale di Bondeno n. 18 del
2 aprile 2007 (avente ad oggetto "variante specifica al PRG ai sensi dell'art. 15 comma 4 della L.R. n. 47 del 1978") e
della deliberazione del Consiglio comunale di Bondeno n. 92 del 25 ottobre 2007 (avente ad oggetto "adozione
variante normativa al PRG ai sensi dell'art. 15 comma 4 lett. c) L.R. n. 47 del 1978");
- quanto al ricorso n. 408/2008 - del "provvedimento conclusivo del procedimento unico" ex D.P.R. n. 447 del
1998 adottato con esito negativo dal Dirigente del Settore Tecnico del Comune di Bondeno con atto prot. gen. n.
(...) (pratica n. 10/2007) del 7 febbraio 2008 sull'istanza della ricorrente di attivazione della procedura di VIA e
contestuale attivazione della procedura di AIA per la realizzazione del progetto di "deposito preliminare rifiuti
pericolosi (D15) nell'ambito dell'interporto sito in Bondeno, via Osti n. 2", nonch della deliberazione della Giunta
provinciale di Ferrara n. 473 del 18 dicembre 2007 (avente ad oggetto "L.R. n. 9 del 1999. Decisione in merito alla
procedura di VIA per il progetto di realizzazione di un deposito preliminare di rifiuti pericolosi (D15) nell'ambito
dell'interporto sito in Bondeno. Ditta C. S.r.l."), della deliberazione della Giunta provinciale di Ferrara n. 261 del 6
luglio 2007 (recante proroga di sessanta giorni dei termini per l'adozione del provvedimento conclusivo della
procedura di VIA e di AIA (atto n. 3 impugnato) e delle note provinciali prot. n. (...), prot. n. (...), prot. n. (...) e prot.
n. (...), oltre che della comunicazione in data 12 novembre 2007 ex art. 10-bis della L. n. 241 del 1990;
del Comune di Bondeno e della Provincia di Ferrara al risarcimento dei danni.
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Bondeno e, limitatamente al ricorso n. 408/2008, della
Uditi l'avv. Valerio Mengoli, l'avv. Michele Lombardo e l'avv. Sara Pantanali, per le parti, alla pubblica udienza
Titolare nel territorio comunale di Bondeno di un impianto per le operazioni di deposito preliminare (D15) e
messa in riserva (R13) di rifiuti non pericolosi ai fini del loro riutilizzo, la societ ricorrente - che svolge attivit di
carico, scarico, movimentazione, stoccaggio e trasporto di materiali di qualsiasi natura per conto terzi servendosi di
uno stabilimento assimilabile ad un terminal merci per lo scambio camion-ferrovia nell'ambito del trasporto
intermodale - promuoveva nel 2007 un procedimento congiunto di "valutazione di impatto ambientale" e di
"autorizzazione integrata ambientale", per vedersi assentita la realizzazione di un deposito preliminare di rifiuti
pericolosi, cos da ampliare a questi ultimi la propria attivit. Ricevuta, per, una comunicazione dalla Provincia di
Ferrara, ai sensi dell' art. 10-bis della L. n. 241 del 1990, circa la sussistenza di motivi ostativi legati alla sopraggiunta
adozione di una variante urbanistica (deliberazione comunale n. 92 del 25 ottobre 2007) preclusiva di nuove attivit
di recupero e stoccaggio di rifiuti, per l'uso U.22, sull'intero territorio del Comune di Bondeno, la ditta impugnava gli
atti della procedura di variante del piano regolatore che avrebbe potuto determinare l'esito negativo della sua
istanza (ricorso n. 35/2008).
Assume indebitamente impiegata la procedura semplificata di "variante" di cui all'art. 15 della L.R. n. 47 del
1978, per trattarsi di modificazione degli usi di aree non ascrivibile al genus delle "varianti normative" e quindi da
assoggettare all'ordinario iter di pianificazione urbanistica di cui al precedente art. 14. Imputa, poi,
all'Amministrazione comunale di avere giustificato il ricorso alla variante "di salvaguardia" con l'esigenza di dare
sguito ad un'osservazione della Provincia di Ferrara, in realt del tutto disattesa e travisata giacch non si sarebbe
tenuto conto della problematica dello smaltimento delle acque meteoriche nei terreni oggetto dell'originario
procedimento di variante di piano e non si sarebbe considerata la necessit di occuparsi della sicurezza idraulica
dell'intero territorio locale nella sola sede a ci deputata, ovvero l'emanando piano strutturale comunale. Censura,
inoltre, la nuova norma di piano (relativamente all'uso U.22 - Impianti tecnologici, nell'ambito dell'art. 22 n.t.a.,
stato previsto "Sono esclusi tutti gli interventi relativi alla nuova costruzione o al recupero di strutture esistenti da
destinarsi alle attivit di gestione dei rifiuti, ed in particolare verranno escluse le attivit di recupero e di stoccaggio
(Deposito preliminare di rifiuti D15 e messa in riserva dei materiali R13) cos come meglio definite dall' art. 183 del
D.Lgs. n. 152 del 2006 in tutte le zone omogenee dell'intero territorio, fatto salvo per le attivit gi autorizzate"), in
quanto espressione di un illegittimo divieto indiscriminato di determinate tipologie di attivit produttive in zone che
per loro natura sono destinate ad attivit produttive, e comunque illogicamente preclusiva di un'attivit di deposito
meramente temporaneo di materiali gi prodotti da altri perci necessaria per la protezione dell'ambiente, con
conseguente incompatibilit della norma anche con l'art. 43, Cost. circa il libero esercizio delle attivit economiche.
Denuncia, ancora, lo sviamento di potere che caratterizzerebbe le determinazioni dell'Amministrazione comunale,
giacch il dichiarato fine di tutelare il territorio dal rischio idrogeologico sarebbe smentito dalla mancata previsione
del divieto per altre attivit produttive ben pi rilevanti, quale la stessa produzione di rifiuti pericolosi, e
nasconderebbe il vero obiettivo di bloccare la nuova attivit della ditta. Deduce, poi, l'illogicit e il carattere
sproporzionato di un divieto che si estende all'intero territorio comunale e che avrebbe invece richiesto
l'accertamento puntuale dello stato dei luoghi per potersene poi circoscrivere gli effetti alle sole aree
effettivamente interessate da simili problematiche, tenuto conto del resto delle varie cautele e prescrizioni stabilite
dalla legge per simili attivit e quindi della possibilit di introdurre limitazioni ben ponderate, secondo tipologie di
attivit e caratteristiche ambientali specifiche. Si duole, infine, dell'indebita inclusione della sua area tra quelle
interessate dal rischio idrogeologico, come si evincerebbe dalla relazione geologico-tecnica di un consulente di
parte. Di qui la richiesta di annullamento degli atti impugnati.
Si costituito in giudizio il Comune di Bondeno, resistendo al gravame.
Nel frattempo si concludeva con esito negativo l'iter autorizzatorio avviato con l'istanza della societ
ricorrente (v. provvedimento conclusivo del procedimento unico" ex D.P.R. n. 447 del 1998 adottato in data 7
febbraio 2008 dal Dirigente del Settore Tecnico del Comune di Bondeno e deliberazione della Giunta provinciale di
Ferrara n. 473 del 18 dicembre 2007). Avverso gli atti del procedimento ha quindi proposto un'autonoma
impugnativa l'interessata (ricorso n. 408/2008).
Censura la ragione ostativa legata alla sopraggiunta deliberazione comunale n. 92/2007 (divieto di nuove
attivit di recupero e stoccaggio di rifiuti, per l'uso U.22, sull'intero territorio del Comune di Bondeno), in quanto
relativa ad un atto di mera adozione e non ancora approvazione della "variante", in quanto erroneamente fondata
sulla sussumibilit della progettata attivit della ditta sotto l'uso U.22 anzich sotto l'uso U.27 e in quanto viziata in
via derivata dalla deliberazione comunale del 2007 gi impugnata con il ricorso n. 35/2008. Assume illegittimi, poi,
gli ulteriori rilievi mossi dall'Amministrazione provinciale circa la compatibilit programmatica del progetto, a
proposito cio della vicinanza a nuclei abitati e a proposito della questione dell'impatto acustico. Si duole, ancora, di
altre osservazioni riferite al progetto - anche se in assenza di elementi che ne chiariscano la natura di motivi
autonomi di diniego -, circa in particolare l'asserita migliorabilit dell'elaborato tecnico e il possibile aggravio per la
qualit dell'aria della zona. Denuncia, inoltre, la tardiva conclusione del procedimento per la deliberazione della
valutazione di impatto ambientale, giacch protrattosi oltre i termini a tal fine stabiliti dall'art. 16, comma 1, e
dall'art. 18, comma 8, della L.R. n. 9 del 1999, all'evidente scopo di attendere l'adozione della "variante" comunale e
poter in tal modo addurre un motivo ostativo altrimenti insussistente. Lamenta, infine, la carente indicazione, nella
comunicazione ex art. 10-bis della L. n. 241 del 1990, dei motivi di diniego diversi dalla preclusione derivante dalla
sopraggiunta variante di piano. Di qui la richiesta di annullamento degli atti impugnati e di risarcimento dei danni.
Si sono costituiti in giudizio il Comune di Bondeno e la Provincia di Ferrara, resistendo al gravame.
All'udienza pubblica del 18 giugno 2015, ascoltati i rappresentanti delle parti, i due ricorsi sono stati assegnati
Osserva preliminarmente il Collegio che, per evidenti motivi di connessione, si pu provvedere alla riunione
dei ricorsi, ai sensi dell'art. 70, cod. proc. amm. L'infondatezza degli stessi, inoltre, esonera dal vaglio delle eccezioni
di inammissibilit e improcedibilit sollevate nel corso del giudizio.
Nel merito, muovendo dall'esame del ricorso n. 35/2008, una prima questione legata all'ammissibilit o
meno dell'impiego della procedura semplificata di pianificazione urbanistica di cui all'art. 15 della L.R. n. 47 del
1978, a dire della ricorrente circoscritta all'ipotesi delle "varianti normative", quale non sarebbe il caso in esame. In
realt - osserva il Collegio - appare corretto il richiamo operato nella circostanza all'art. 15, comma 4, lett. c), della
L.R. n. 47 del 1978 ("Sono approvate dal Consiglio comunale, con le procedure di cui all'art. 21, integrate da quanto
disposto dal comma 5, le varianti al P.R.G. relative a: a) ...; b) ...; c) la modifica delle previsioni del P.R.G. vigente, a
condizione che dette varianti: 1) non prevedano, nell'arco di validit del piano, incrementi complessivi della nuova
capacit insediativa o incrementi delle zone omogenee D maggiori del tre per cento per i Comuni con abitanti
teorici superiori ai 30.000 abitanti e del sei per cento per i restanti Comuni, e garantiscano nel contempo il rispetto
delle dotazioni di standards urbanistici previsti dalla legge regionale; 2) non riguardino zone sottoposte a tutela, ai
sensi dell'art. 33 della presente legge; 3) non ineriscano alla disciplina particolareggiata per la zona omogenea A, di
cui all'art. 35, comma quinto della presente legge, salvo che per la ridefinizione delle unit minime di intervento e la
modifica delle destinazioni d'uso che non abbiano incidenza sugli standards urbanistici di aree per servizi pubblici; d)
..."), in quanto la norma non reca limitazioni alle tipologie di "varianti" ammesse, ma pone unicamente le tre
condizioni di intervento ivi espressamente indicate (e della cui eventuale insussistenza non viene fornita prova dalla
societ ricorrente), il che assorbe ogni altro aspetto, anche quello della denunciata non riconducibilit della variante
in oggetto al genus delle "varianti normative".
N fondata la censura relativa alla presunta contraddittoriet e incompatibilit tra le deliberazioni assunte
dal Comune di Bondeno in sede di variante di piano e l'osservazione presentata dalla Provincia di Ferrara in ordine
alla tematica della sicurezza idraulica del territorio. La circostanza, invero, che l'Amministrazione provinciale avesse
sollevato la delicata questione dello smaltimento delle acque meteoriche e delle problematiche in tal senso emerse
da tempo in sede locale, lungi dal determinare un'unica e inderogabile soluzione procedurale e di merito, lasciava in
realt all'ente titolare del potere di pianificazione un significativo margine di scelta circa le opzioni da seguire per
affrontare il tema, in conformit agli indirizzi formulati. Estraneo, allora, alla presente controversia l'aspetto della
disciplina relativa alle aree interessate dalla variante di cui alla deliberazione n. 91/2007, e rilevante unicamente la
questione della variante "di salvaguardia" di cui alla deliberazione n. 92/2007 - che fa ricadere nel proprio ambito di
applicazione l'intervento della societ ricorrente -, il Collegio dell'avviso che la scelta di adottare una simile misura
cautelativa, anche se non richiesta dall'Amministrazione provinciale, non si presenti per ci solo illegittima, giacch
risponde in ogni caso all'avvertita esigenza di scongiurare fenomeni pregiudizievoli per la sicurezza idraulica
dell'intero territorio nelle more della definitiva disciplina da assumere con il piano strutturale comunale, s che, a
ben vedere, non se ne coglie un'effettiva incoerenza con le preoccupazioni dell'ente provinciale, e neppure se ne
ravvisa un'insufficiente motivazione, a fronte della chiara finalit di non procedere ad ulteriori interventi prima della
compiuta regolamentazione attesa con il nuovo strumento urbanistico, per preservarne l'efficacia e in tal modo
tutelare il territorio dal rischio idrogeologico.
Non persuade nemmeno la doglianza imperniata sull'addotta intollerabilit di un divieto indiscriminato di
determinate tipologie di attivit produttive sull'intero territorio comunale. La giurisprudenza ha riconosciuto
ammissibili le c.d. "varianti di salvaguardia", da intendere come provvedimenti di pianificazione e legittima modalit
di programmazione dello sviluppo del territorio, se fondate su problematiche specifiche dell'assetto del territorio a
tutela del suo pregio ambientale, storico o artistico, e preordinate all'obiettivo di porre una limitazione
dell'adozione di futuri atti pianificatori, esse s incompatibili con l'ordinamento (v. Cons. Stato, Sez. VI, 5 aprile 2013
n. 1882). Nella fattispecie, invero, la misura restrittiva seguita alla presa di coscienza delle criticit legate allo
smaltimento delle acque meteoriche e alla non agevole soluzione delle problematiche ambientali a ci collegate,
anche alla luce dei fenomeni di allagamento verificatisi in passato, sicch la scelta di vietare nuovi insediamenti
legati alle attivit di recupero e stoccaggio dei rifiuti trova giustificazione in obiettive esigenze di protezione dal
rischio idrogeologico, in vista del completamento di studi propedeutici alla redazione del piano strutturale
comunale. Non se ne desumono, in definitiva, profili di arbitrario esercizio della funzione pianificatoria, a fronte di
una previsione che, lungi dal congelare lo stato di fatto al solo scopo di lasciare integro il potere di ridisciplina
dell'assetto urbanistico locale, mira in realt a proteggere l'ambiente da interventi che, in ragione dell'istruttoria
compiuta, richiedono prudenzialmente la previa definizione di regole adeguate alla tutela del territorio.
Quanto, poi, al denunciato sviamento di potere, il Collegio ritiene plausibile che la decisione di introdurre il
divieto di nuove attivit di recupero e stoccaggio dei rifiuti sia stata adottata anche tenendo conto dell'istanza della
societ ricorrente e che ci abbia influito sul tenore della "variante". Che, per, l'Amministrazione comunale abbia
avvertito i rischi legati all'ampliamento dei settori di intervento della ditta, traendone elementi di giudizio utili alle
scelte operate in sede pianificatoria, non si risolve di per s in un'alterazione delle modalit di esercizio della
funzione amministrativa, nel senso che resta indimostrato che l'obiettivo perseguito non quello della salvaguardia
del territorio comunale nelle more della compiuta ridisciplina dell'assetto urbanistico locale. Va ricordato, del resto,
che il vizio di eccesso di potere per sviamento consiste nell'effettiva e comprovata divergenza fra l'atto e la sua
attributiva dello stesso - in particolare quando l'atto sia stato determinato da un interesse differente da quello
pubblico -, tuttavia la censura di sviamento va supportata da precisi e concordanti elementi di prova, non essendo
norme sulla sua forma e sul suo contenuto e risulta in ogni caso aderente al fine cui istituzionalmente preordinato
(v., tra le altre, Cons. Stato, Sez. VI, 3 luglio 2014 n. 3355). La circostanza, quindi, che non si siano vietate altre
tipologie di attivit produttive, anche pi rilevanti ai fini del rischio idrogeologico, ben pu dipendere da ragioni che
non hanno a che vedere con la finalit di danneggiare la societ ricorrente, quale - ad es. - la consapevolezza che in
un comune di cos piccole dimensioni non fossero prevedibili nel breve termine nuove attivit produttive in quei
settori e che il carattere transitorio della misura escludesse la necessit di ampliarne la portata.
Quanto, ancora, all'asserita illogicit e sproporzione del divieto indiscriminato delle attivit di recupero e
stoccaggio dei rifiuti, ben si comprende come sarebbe stato pi soddisfacente per l'interesse pubblico una disciplina
pianificatoria che avesse immediatamente provveduto a dettare regole organiche e puntuali per l'intero territorio
comunale, contemperando in modo adeguato la necessit di protezione dal rischio idrogeologico con l'esigenza di
garantire lo svolgimento di attivit private di interesse generale. Sennonch, quando un'Amministrazione comunale
rileva una situazione di diffusa criticit sul territorio per fenomeni di allagamento derivati dalla difficolt di
smaltimento delle acque meteoriche e gli studi tecnici necessari all'adozione delle scelte urbanistiche pi
appropriate non risultano giunti ad uno stadio di completezza ritenuto accettabile, non si presenta in s censurabile
la decisione di impedire nuovi insediamenti produttivi, lasciando per che prosegua l'attivit di quelli gi assentiti,
fino a che non venga assunta in sede pianificatoria una disciplina organica tale da definire regole frutto di un
consapevole e ponderato apprezzamento degli interessi in gioco. Stante l'ampia discrezionalit di cui gode in
materia l'Amministrazione, non ritiene quindi il Collegio che, alla luce della situazione accertata, la scelta si presenti
in s arbitraria o ingiustificata, semmai opinabile - per le soluzioni alternative possibili (segnalate anche nel ricorso) in una sfera di merito sottratta al sindacato di legittimit del giudice amministrativo.
Quanto, infine, all'addotta erronea estensione all'area della societ ricorrente di un divieto che non
troverebbe fondamento in parte qua, perch riguardante terreno con caratteristiche che lo escluderebbero in toto
dal rischio idraulico, il Collegio considera ininfluente un simile aspetto sulla legittimit della scelta urbanistica
censurata e pertanto non necessaria un'indagine specifica circa la correttezza tecnica degli elementi allegati in
giudizio (v. relazione geologico-tecnica allegata al ricorso). Come si detto, la decisione dell'Amministrazione ha
incluso nel divieto tutte le aree produttive per un'esigenza prudenziale, non ravvisandosi negli studi a disposizione
dati sufficienti per operare scelte selettive e definitive in materia; in quest'ottica, la circostanza che tra le varie zone
comunali sussistessero differenti caratteristiche geomorfologiche, ed eventualmente anche situazioni che,
isolatamente considerate, non evidenziassero un apprezzabile livello di rischio idraulico, non inficia le
determinazioni adottate, il cui carattere generale scaturito da valutazioni di tipo cautelativo, non manifestamente
illogiche, in attesa di una disciplina complessiva che nel previsto nuovo strumento urbanistico regolasse in modo
organico la questione.
Le altre censure da esaminare sono state proposte con il ricorso n. 408/2008.
Quanto, innanzi tutto, alla lamentata applicazione di una norma di piano del tutto provvisoria - perch
all'adozione della "variante" avrebbe dovuto seguire l'approvazione e tale circostanza rappresentava un
accadimento futuro per nulla certo -, il Collegio ricorda che la deliberazione comunale di adozione di una variante
allo strumento urbanistico, pur costituendo un elemento della fattispecie complessa che si completa con l'atto di
approvazione, acquista anche un'efficacia imperativa diretta e propria, che ne fa uno strumento di governo del
territorio idoneo ad impedire gli interventi edilizi ed urbanistici con essa contrastanti, imponendo l'applicabilit
delle misure di salvaguardia (v. Cons. Stato, Sez. IV, 22 agosto 2013, n. 4243). Pertanto, una volta adottata dal
Comune di Bondeno la "variante", l'Amministrazione chiamata a pronunciarsi sulla richiesta di rilascio
dell'autorizzazione integrata ambientale non avrebbe potuto discostarsi dalle relative previsioni, assentendo un
intervento con esse in contrasto; ove, poi, quelle previsioni non fossero state confermate in sede di approvazione o
comunque fossero successivamente venute meno, la societ ricorrente bene avrebbe potuto ripresentare l'istanza,
invocando la conformit del proprio progetto alla normativa urbanistica in essere.
Quanto, ancora, all'assunto per cui non deriverebbe dalla "variante" comunale un'effettiva preclusione al
progetto della societ ricorrente in quanto la relativa attivit ricadrebbe nell'uso U.27 (Attrezzature per la mobilit e
l'interscambio delle persone e delle merci) e non nell'uso U.22 (Impianti tecnologici), si tratta di doglianza che
muove dal rilievo che l'art. 22 delle n.t.a. del piano regolatore comunale include nell'uso U.22 solo gli "impianti per
il trattamento dei rifiuti e simili", sicch le attivit di stoccaggio ascrivibili al punto D15 non sarebbero vietate nel
territorio comunale di Bondeno se relative ad impianti di mera movimentazione dei rifiuti. Il Collegio tuttavia
dell'avviso che la locuzione "impianti per il trattamento dei rifiuti e simili" abbia in tale contesto una latitudine
estesa a tutte le attivit che comportino il maneggio dei rifiuti e che l'apposizione "e simili" abbia questo specifico
fine, come del resto appare confermato dalla circostanza che la norma aggiunta dalla variante di piano del 2007
parli di "...strutture esistenti da destinarsi alle attivit di gestione dei rifiuti, ed in particolare ...", essendo notorio
come la "gestione" includa tutto il ciclo di cura dei rifiuti (v. art. 183 D.Lgs. n. 152 del 2006). D'altra parte insito nel
sistema che i "rifiuti" non possano essere assimilati a qualsiasi tipo di merce, sicch lo speciale regime giuridico che
li contraddistingue si riflette coerentemente sulle regole, anche urbanistico/ambientali, che in vario modo ne
disciplinano l'uso, a meno che singole previsioni non dettino deroghe esplicite in tal senso.
Quanto, invece, alla presunta illegittimit derivata dalla presupposta deliberazione comunale di adozione della
variante allo strumento urbanistico, vanno richiamate le suindicate considerazioni a proposito dell'infondatezza
delle censure formulate con il ricorso n. 35/2008 avverso quella deliberazione.
Si pu prescindere, poi, dalle questioni relative agli ulteriori capi di motivazione censurati dalla societ
ricorrente relativamente alle determinazioni conclusive del procedimento, essendo notorio che, laddove un
provvedimento amministrativo di segno negativo si fondi su una pluralit di ragioni, ciascuna delle quali di per s
idonea a supportarla in modo autonomo, sufficiente che anche una sola di esse resista alle censure mosse in sede
giurisdizionale perch il provvedimento nel suo complesso resti esente dall'annullamento, divenendo in tal modo
irrilevanti, per difetto di interesse, le ulteriori doglianze dedotte dal ricorrente avverso le altre ragioni opposte
dall'Autorit emanante a rigetto della sua istanza (v., ex multis, Cons. Stato, Sez. IV, 22 dicembre 2014, n. 6337).
Priva di fondamento, poi, la doglianza legata alla tardiva conclusione del procedimento per la deliberazione
della valutazione di impatto ambientale, stante l'oggettivo superamento dei termini a tale scopo stabiliti dall'art. 16,
comma 1, e dall'art. 18, comma 8, della L.R. n. 9 del 1999. Quali che siano le ragioni che hanno condotto al protrarsi
dell'iter oltre i tempi massimi stabiliti dalla normativa regionale, va infatti considerato che, quando l'ordinamento
non riconnette specifiche conseguenze al mancato rispetto del termine previsto dalla legge per la conclusione del
procedimento - e in materia di VIA il potere dell'Amministrazione non si consuma (v., tra le altre, TAR Campania,
Napoli, Sez. I, 5 novembre 2010, n. 23129) -, il ritardo con cui si sia eventualmente provveduto sull'istanza non
idoneo ad inficiare la legittimit del sopraggiunto diniego, giacch l'astratta configurabilit di una responsabilit da
ritardo pu al pi dare luogo alla spettanza di un ristoro di tipo risarcitorio, ove ne sussistano i presupposti, ma non
assume certamente rilievo ai fini della validit del provvedimento conclusivo, che resta quindi indipendente da tale
Non induce a diverse conclusioni neppure la censura relativa all'insufficiente contenuto della comunicazione
dei motivi ostativi ex art. 10-bis della L. n. 241 del 1990, in quanto - lamenta la societ ricorrente - circoscritta alla
questione della sopravvenuta deliberazione comunale di adozione della "variante" e priva di riferimenti agli altri
aspetti preclusivi poi richiamati nelle determinazioni finali. Come si detto, invero, il divieto derivante dalla nuova
disciplina di piano risultato ex se idoneo a sorreggere l'esito negativo del procedimento, sicch si presentano a
questo punto irrilevanti eventuali irregolarit legate ad altri profili della vicenda.
Resta da vagliare l'istanza risarcitoria.
Proposta la stessa per la responsabilit dell'Amministrazione da attivit provvedimentale illegittima, ed
emersa tuttavia l'insussistenza dei vizi denunciati, il Collegio evidenzia come nella domanda di parte si possa per
ritenere ricompresa una residua richiesta di ristoro del danno subito in conseguenza del mero ritardo nella
conclusione del procedimento per la deliberazione della valutazione di impatto ambientale. A tal proposito, noto
come costituisca principio consolidato che in tema di responsabilit da ritardo il ricorrente ha l'onere di provare,
secondo i principi generali, la sussistenza e l'ammontare dei danni dedotti, in quanto la limitazione dell'onere della
prova gravante sulla parte che agisce in giudizio, tipica del processo amministrativo, si fonda sulla naturale
ineguaglianza delle parti di consueto connotante il rapporto amministrativo di natura pubblicistica intercorrente tra
la parte privata e l'Amministrazione, mentre l'esigenza di un'attenuazione dell'onere probatorio a carico della parte
ricorrente viene meno con riguardo alla prova dell'an e del quantum dei danni azionati in via risarcitoria, inerendo in
siffatte ipotesi i fatti oggetto di prova alla sfera soggettiva della parte che si assume lesa e trovandosi le relative
fonti di prova normalmente nella sfera di disponibilit dello stesso soggetto leso (v., tra le altre, Cons. Stato, Sez. IV,
26 marzo 2012, n. 1750); spettando, dunque, all'interessato dare contezza del vulnus subito, la quantificazione del
lucro cessante, in particolare, non pu prescindere da una indicazione, n generica n esplorativa, dei mancati
guadagni, delle mancate occasioni e degli aggravi patrimoniali indiretti, scaturiti dal ritardo a provvedere (v., da
ultimo, TAR Abruzzo, L'Aquila, 14 gennaio 2015, n. 10). Nella fattispecie, al contrario, nulla ha in tal senso specificato
la societ ricorrente, che si limitata a richiedere una consulenza tecnica d'ufficio per accertare e stimare i danni
patiti e in via subordinata ha invocato la quantificazione in via equitativa ex art. 1226, cod. civ. , laddove la
consulenza strumento di valutazione delle prove fornite dalla parte ma non pu supplire a un deficit probatorio
della parte stessa, cui quanto meno richiesta l'allegazione di fatti da cui ricavare l'importo da risarcire (v., ex
multis, TAR Lombardia, Milano, Sez. III, 4 giugno 2015, n. 1301); ben vero, poi, che si tratta di attivit non ancora
avviata, ci nonostante solo la societ ricorrente a conoscenza di dati, quali le dimensioni dell'azienda e il grado di
penetrazione nel mercato della sua pregressa attivit per i rifiuti non pericolosi, che avrebbero permesso di stimare,
seppure in via approssimativa, i guadagni ottenibili in conseguenza dell'autorizzazione non rilasciata. Anche,
pertanto, a ritenere sussistenti tutte le altre condizioni per il risarcimento del danno da ritardo, si oppone
all'accoglimento dell'istanza - assorbendo ogni ulteriore accertamento - la mancata allegazione dei fatti rivelatori
dell'entit del pregiudizio che si assume subito in conseguenza della tardiva conclusione del procedimento,
avvenuta quando era oramai sopraggiunta la normativa urbanistica ostativa alla realizzazione del progetto della
societ ricorrente.
Per le esposte considerazioni, i due ricorsi vanno respinti.
La complessit delle questioni esaminate induce il Collegio a disporre l'integrale compensazione delle spese di
Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Emilia-Romagna, Bologna, Sez. I, pronunciando sui ricorsi in
epigrafe, e riuniti gli stessi ai sensi dell'art. 70, cod. proc. amm., li respinge.
Cos deciso in Bologna, nella Camera di Consiglio del 18 giugno 2015, con l'intervento dei magistrati:
T.A.R. Toscana Firenze Sez. I, Sent., 11/06/2015, n. 883
sul ricorso numero di registro generale 704 del 2010, proposto da:
M.M.A., rappresentata e difesa dagli avv. Andrea Cuccurullo, Umberto Gulina, con domicilio eletto presso lo
studio del primo, in Firenze, lungarno A. Vespucci 20;
Comune di Sorano, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall'avv. Nicola Maria Tamburro, con
domicilio eletto presso Mauro Montini in Firenze, Via dei Rondinelli, 2;
della Determina n. 06 del 02.02.2010 emessa dal Responsabile del Procedimento arch. Simona Boncori del
Comune di Sorano di confermare la definitivit' e l'inoppugnabilit' dei provvedimenti di silenzio rigetto e/o silenzio
rifiuto formatisi sulle istanze presentate dalla ricorrente il 21.04.2003 e il 12.02.2007 e comunque di dichiarare la
inammissibilit e/o improcedibilit, per carenza di P.A.I.U. riguardante l'area interessata e, per quanto occorre
possa, per la intervenuta efficacia delle norme di salvaguardia dell'adottato Piano Strutturale di Sorano, pervenuto a
mezzo posta il 09.02.2010.
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Sorano;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 6 maggio 2015 il dott. Bernardo Massari e uditi per le parti i difensori
Riferisce la ricorrente di essere proprietaria di un'area sita in localit Santa Maria dell'Aquila, nel Comune di
Sorano, che, nella variante al PRG approvata il 30 marzo 1989 era inserita nel "Sottosistema nucleo A3" all'interno
del quale era possibile la realizzazione di attrezzature termali e/o di natura ricettiva, previa approvazione del
cosiddetto Piano amministrativo di inquadramento urbanistico - PAIU - il quale, pur non costituendo uno strumento
attuativo, era ritenuto necessario prima della presentazione e approvazione di un piano di lottizzazione.
Nell'anno 2003 la ricorrente chiedeva, per quanto di interesse, l'approvazione del PAIU che, tuttavia, non
venne esaminato in quanto la Commissione urbanistica comunale aveva ritenuto incompleta la documentazione
presentata. In data 12 febbraio 2007 la ricorrente presentava il progetto del piano di lottizzazione il cui iter veniva
interrotto nelle more del procedimento di adozione del nuovo Piano strutturale.
Con nota del 10 settembre 2009 la deducente presentava istanza al Presidente della Giunta regionale per la
nomina di un commissario ad acta che, a fronte dell'inerzia del Comune, esercitasse i poteri sostitutivi previsti dalla
Il successivo 8 ottobre la Giunta regionale, in disparte la questione dell'approvazione del PAIU, invitava il
Comune ad istruire il piano di lottizzazione presentato dalla ricorrente e a determinarsi su di esso, segnalando,
tuttavia, che qualsiasi determinazione dovr intervenire anche nel rispetto del piano strutturale e delle relative
salvaguardie.
Ricevuta la nota di cui sopra, la ricorrente diffidava l'Amministrazione intimata a provvedere adottando le
determinazioni finali sul piano attuativo entro 60 giorni dalla comunicazione.
In esito alla diffida il Comune di Sorano emetteva la determinazione del 2 febbraio 2010 con cui si confermava
la definitivit' e l'inoppugnabilit' dei provvedimenti di silenzio rigetto e/o silenzio rifiuto formatisi sulle istanze
presentate dalla ricorrente il 21.04.2003 e il 12.02.2007 dichiarando l'istanza di approvazione del piano di
lottizzazione inammissibile o improcedibili, per carenza di P.A.I.U. riguardante l'area interessata e, comunque, per la
intervenuta efficacia delle norme di salvaguardia dell'adottato Piano strutturale.
Avverso tale atto proponeva ricorso la sig.ra Andreoli chiedendone l'annullamento, previa sospensione, e
1. Violazione dell' art. 10 bis della L. n. 241 del 1990.
2. Violazione degli artt. 65-70 e dell' art. 28 della L. n. 1150 del 1942. Eccesso di potere e/o violazione dell' art.
1, co. 2, della L. n. 241 del 1990.
Si costituiva in giudizio il Comune di Sorano instando per la reiezione del gravame.
Con ordinanza n. 370 del 20 maggio 2010 veniva respinta l'istanza incidentale di sospensione dell'atto
Alla pubblica udienza del 6 maggio 2015 il ricorso veniva trattenuto per la decisione.
La sig.ra A.M.M. impugna il provvedimento in epigrafe con cui il Comune di Sorano, confermando la
definitivit del silenzio rigetto formatosi sulle istanze del 21 aprile 2003 e 12 febbraio 2007, volte ad ottenere
l'approvazione di un piano attuativo, ha dichiarato la inammissibilit e/o improcedibilit, per carenza di P.A.I.U.
riguardante l'area interessata e per la intervenuta efficacia delle norme di salvaguardia dell'adottato Piano
Il ricorso non suscettibile di accoglimento.
Come rilevato nelle sue difese dal Comune di Sorano, la richiesta di esame del piano di lottizzazione
presentato dalla ricorrente non poteva aver luogo attesa l'intervenuta adozione, nelle more del procedimento, del
E' del tutto pacifico, infatti, che l'adozione di un nuovo strumento urbanistico (o di una variante allo stesso)
implica l'automatica instaurazione di un transitorio "regime di salvaguardia", con conseguente sospensione di
qualsiasi procedimento volto al rilascio di concessioni edilizie (o di altri titoli edilizi) e/o di strumenti attuativi del
precedente strumento urbanistico (piani di lottizzazione, piani particolareggiati, piani di edilizia convenzionati, piani
di risanamento etc.) che contrastino con le disposizioni di quello in corso di approvazione.
Al riguardo la giurisprudenza ha ritenuto che "l'esigenza sottesa all'applicazione della misura di salvaguardia di
cui all' art. 12, comma 3, D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 ...deve essere individuata con la necessit di evitare che, nelle
more del relativo procedimento di approvazione, le richieste dei privati fondate su una pianificazione ritenuta non
pi attuale, finiscano per alterare profondamente la situazione di fatto e, di conseguenza, per pregiudicare
definitivamente proprio gli obiettivi generali cui invece finalizzata la programmazione urbanistica generale" (Cons.
Stato sez. IV, 26 luglio 2012 n. 4254).
Infatti, il regime di salvaguardia in questione mira ad assicurare "la sospensione di ogni determinazione degli
interventi edilizi in contrasto con lo strumento della pianificazione territoriale e degli atti di governo adottati' sino
all'efficacia dello strumento della pianificazione territoriale o dell'atto di governo del territorio (e comunque non
oltre tre anni dalla data del relativo provvedimento di adozione) tutelando la potest pianificatoria dell'ente...onde
evitare nelle more la realizzazione di interventi pregiudizievoli con gli indirizzi strategici di sviluppo del territorio"
(Cons. Stato sez. IV, 9 ottobre 2012 n. 5257).
D'altro canto tale situazione di temporaneo stallo non senza rimedi, potendo l'interessato reagire
proponendo ricorso, dal momento che la delibera di adozione del piano regolatore immediatamente impugnabile
qualora sia suscettibile di immediata applicazione, mediante le misure di salvaguardia (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 21
giugno 2001, n. 3341; T.A.R. Calabria, Catanzaro, sez. I, 13 novembre 2014 n. 1865).
E' quindi sfornita di pregio la doglianza relativa all'asserita violazione dell' art. 10 bis della L. n. 241 del 1990 dal
momento che il vizio comunicativo e partecipativo non inficia la validit dell'atto se, per la natura vincolata del
provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto
adottato e, comunque, in caso di provvedimenti discrezionali, se l'Amministrazione dimostra in giudizio che il
contenuto del provvedimento, quand'anche la partecipazione vi fosse stata, non avrebbe potuto essere diverso da
quello in concreto adottato (tra le tante, Cons. Stato sez. IV, 12 marzo 2015, n. 1279; id., sez. V, 23 marzo 2015, n.
Altrettanto infondata si palesa la tesi, sostenuta con il secondo motivo, per cui non si sarebbe formato alcun
silenzio/rifiuto in ordine all'istanza di approvazione del piano attuativo, n a fronte di questa potrebbe configurarsi
l'inerzia dell'interessata.
In realt l' art. 22 della L. n. 136 del 1999 stabilisce che "L'approvazione da parte dei consigli comunali di piani
attuativi di iniziativa privata, conformi alle norme ed agli strumenti urbanistici vigenti, deve intervenire entro il
termine di novanta giorni a decorrere dalla data di presentazione dell'istanza corredata degli elaborati previsti"
salvo il decorso di ulteriori novanta giorni qualora vi sia necessit di preventivi pareri o nulla osta.
Si soggiunge al comma 5, che "l'infruttuosa decorrenza dei termini di cui ai precedenti commi costituisce
presupposto per la richiesta di intervento sostitutivo" attraverso la nomina di un commissario ad acta ad opera del
Presidente della giunta regionale il quale provvede nel termine di quindici giorni.
Ne segue che, a fronte dell'inattivit dell'Amministrazione, oltre che attivare i poteri sostitutivi (nella
fattispecie effettivamente invocati dall'interessata), la ricorrente avrebbe potuto (e dovuto), per vincere detta
inerzia, utilizzare i rimedi giudiziali che l'ordinamento pone a disposizione del privato.
Ne discende, per le ragioni esposte, che il ricorso va rigettato, seguendo le spese di giudizio la soccombenza
come in dispositivo liquidate.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana (Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul
ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che si liquidano in Euro 2.500,00, oltre
Cos deciso in Firenze nella camera di consiglio del giorno 6 maggio 2015 con l'intervento dei magistrati:
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 art. 149
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 art. 36
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 art. 36
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 art. 86
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 art. 36
 art. 48
e contrario
 art. 146
 art. 146
 art. 11
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 art. 7
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11
 art. 11
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 art. 10
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 art. 10
 art. 183
 art. 10
 art. 1226
 art. 10
 art. 28
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