Source: http://diariopernondimenticare.blogspot.com/2013_08_07_archive.html
Timestamp: 2017-05-30 01:18:09+00:00

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Il Pdl dice: la Cassazione è sempre così lenta, stavolta ha fatto tutto in fretta. Perché è stata così rapida nella fissazione dell’udienza per il processo Mediaset-Berlusconi? «C’è un principio generale che attiene allo spirito della formazione della sezione feriale della Corte di Cassazione. Questo collegio di giudici, che poi muta nel corso dei mesi estivi, serve ad evitare che i processi subiscano la condanna del tempo con la prescrizione oppure, altro esempio, quando i termini di custodia cautelare possono decadere». Quindi, atto dovuto per qualsiasi processo che in periodo feriale arriva in Cassazione con il pericolo della prescrizione? «Esatto, atto dovuto per qualunque processo con qualunque imputato». E nel processo Berlusconi-Mediaset? «C’era l’indicazione dell’ufficio esame preliminare dei ricorsi - cosiddetto ufficio spoglio - della terza sezione penale della Cassazione, secondo il quale la prescrizione sarebbe scattata il primo agosto. E, quindi, a me come presidente della sezione feriale non restava altro che fissare la data in tempo non utile ma utilissimo e ravvicinato onde evitare la prescrizione». Solo sul processo Mediaset-Berlusconi c’era il pericolo della prescrizione? «Assolutamente no. Il processo Berlusconi si prescriveva il primo agosto. C’erano processi che si sarebbero prescritti il 30 luglio, il 31 luglio e il 4 agosto. Anche per quelli c’era il rischio prescrizione, bisognava afferrarli per i capelli. Così abbiamo fatto». Quanti processi arrivano mediamente alla sezione feriale della Cassazione? «A getto continuo. Ne sono stati già fissati 140-150». Come viene composta la sezione feriale? «È il primo presidente della Cassazione che, dopo aver acquisito la disponibilità di due-tre magistrati per ogni sezione, compone i collegi. Per il 2013 i collegi sono stati istituiti con decreti del 23 maggio scorso. Io finisco domani (oggi per chi legge). Nei prossimi giorni subentreranno altri presidenti, i colleghi Marasca e Siotto». È vero che lei era d’accordo alla pubblicità integrale, in diretta, delle udienze del processo Mediaset-Berlusconi? «Sì, lo ero per un processo di meritevole rilevanza sociale. Di qui, l’autorizzazione per la pubblicità delle udienze. Ma ho dovuto cambiare idea di fronte alla richiesta di 32-33 emittenti televisive, da quelle nazionali a quelle internazionali. C’erano richieste della Cnn, di una tv belga, di tre tv tedesche, una tv giapponese, mi pare anche una araba. Avremmo potuto determinare un oggettivo turbamento allo svolgimento delle udienze. E non era giusto, per la doverosa serenità che bisogna assicurare ad ogni processo, ad ogni imputato oltre che ai magistrati che avrebbero dovuto giudicare». Eravate consapevoli della importante dirompenza del processo, come aveva anche detto alla vigilia lo stesso capo dello Stato? «L’autorevolezza delle parole del capo dello Stato andavano nel segno della richiesta di un supplemento di serenità e imparzialità che ogni giudice, in qualsiasi processo, deve osservare e fare osservare». Perché sette ore di camera di consiglio? «Non posso svelare quel che è segreto». Ci potrà dire se avete almeno fatto qualche pausa... «Sì, per consumare un panino». Ma si renderà conto della lunghezza del tempo. «Certamente. Il tempo che abbiamo dovuto impiegare è la conseguenza delle dimensioni della discussione dei motivi con i quali era stato chiesto l’annullamento del processo, 47 motivi solo per Berlusconi. Per un totale di una novantina, comprensivi anche di quelli sollevati dai difensori degli altri imputati». Avete discusso motivo per motivo in camera di consiglio? «In camera di consiglio, sempre e comunque come prescrive l’articolo 606 del codice di procedura penale, la Corte valuta preliminarmente motivi che potrebbero determinare nullità processuali, ad esempio se è stato notificato o meno un atto, poi la inosservanza o erronea applicazione della legge penale o di altre norme giuridiche. E ancora, inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità, di inutilizzabilità, di inammissibilità o di decadenza. Fino alla valutazione della eventuale mancata assunzione di una prova decisiva, o mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione». Ci sono state indiscrezioni secondo le quali all’interno della camera di consiglio vi sarebbe stata una divisione tra una linea morbida, rappresentata dal giudice relatore, e una linea dura interpretata da lei. «Assolutamente non posso rispondere». Ma la sua persona è finita nel mirino delle polemiche, con accuse di pregiudiziale ostilità nei confronti degli imputati. Perfino con l’aver anticipato, anni fa, sentenze, oltre che giudizi, contrari a Berlusconi. «Polemiche registrate alla vigilia, oltre che dopo la sentenza. Non rispondo, perché chiederò ad altre sedi la tutela della mia onorabilità». Lasciamo in un angolo le polemiche. Può esistere, chiamiamolo così, un principio giuridico secondo il quale si può essere condannati in base al presupposto che l’imputato «non poteva non sapere»? «Assolutamente no, perché la condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza». Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora? «Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza di quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio o Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po’ diverso dal non poteva non sapere». Dopo la sentenza il presidente Napolitano ha detto: le sentenze si rispettano ed ora bisogna riformare la giustizia. «Le parole del capo dello Stato sono sempre di saggezza istituzionale e rigore costituzionale. Soprattutto quando i giudici procedono avendo come riferimento la sacralità di uno dei principi della Costituzione: tutti siamo eguali davanti alla legge». Lei ha fatto molti processi in Cassazione, da quello sull’attentato all’Addaura ai più importanti processi della Tangentopoli milanese e nazionale. Quale ricorda con maggiore memoria? «Quello per il fallito attentato a Giovanni Falcone. Una inchiesta ed un processo che si trasformò anche in un infame linciaggio al giudice-eroe. All’Addaura, prim’ancora di Capaci, volevano ammazzare Falcone con un ordigno potentissimo sistemato sulla spiaggia: avrebbe potuto colpire in un raggio di 60 metri. L’amarezza è che in quei giorni, ed anche nelle fasi processuali, ci furono personaggi delle istituzioni che sostenevano che l’attentato fosse una simulazione. Nella sentenza censurammo con parole forti questi depistaggi, in un fatto gravissimo che avrebbe dovuto portare anticipatamente alla morte Giovanni Falcone. Non è stato mai spiegato il motivo per il quale un artificiere chiamato sul luogo dell’attentato alle 7,30 del mattino arrivò alle 11,30». C’è chi è tornato a sostenere in queste ore: aboliamo la Cassazione come ultimo grado di giudizio. «La Cassazione serve. Anzi, come non mai. È l’ultimo grado di legittimità come prescrive l’articolo 111 della Costituzione. È una garanzia per il cittadino, un sacrosanto suo diritto per la tutela di un giusto processo e l’affermazione dei principi di legalità».
Martedì 06 Agosto 2013 - 22:49 Ultimo aggiornamento: Mercoledì 07 Agosto - 16:18
martedì 6 agosto 2013 - 12:08 Ultimo aggiornamento: 20:31 Link a questo post
Si sente forte l'odore di salsedine dalla collina Petrosa, frazione di Scalea, in provincia di Cosenza. Ci sono le villette più esclusive con un panorama eccezionale sul mare del tirreno cosentino. Qui i pazienti dell'hinterland (quasi 50 km di costa) avrebbero dovuto godere non solo del panorama speciale e dell'aria salubre ma anche delle cure specialistiche di un ospedale. Da almeno 40 anni. Cinque piani e una struttura faraonica che domina tutta l'insenatura. Dovevano essere allocati qui tutti i reparti di un ospedale cittadino che però d'estate sarebbe stato assalito da migliaia di turisti (si stimano circa 700.000 presenze). Quarant'anni, le solite vicissitudini burocratiche, i soldi della Cassa del Mezzogiorno che in questi casi non mancano mai (20 miliardi di vecchie lire a cui vanno aggiunti quelli spesi per i vari tentativi di recupero della struttura). E l'ospedale non c'è. Cioè esiste la struttura ma è devastata, depredata. Neanche il tempo di dargli un nome. Nel cosentino lo chiamano tutti «l'ospedale fantasma». A metà degli anni '80 i lavori erano quasi finiti. Un gran bell'ospedale, attrezzato con tutte le moderne apparecchiature. Erano stati previste attività specialistiche (dalla chirurgia a ostetricia), laboratorio di analisi, la guardai medica e un servizio di 118. Una manna dal cielo per i vacanzieri che su questa costa si affollano a migliaia. Invece il sogno ha lasciato il posto alla devastazione. Persino i controsoffitti sono stati divelti assieme alle finestre, le porte, i bagni, i lavandini. Un gruppo elettrogeno fu smontato quasi 20 anni fa, di notte. Con tutta la calma di questo mondo arrivarono con un camioncino e smontarono l'intera centralina elettronica, compresi i quadri e gli accessori. Dopo di loro nessuno ci è più entrato.
Piano per piano lo visitiamo tutto. Nel nostro tour dell'incredibile ci imbattiamo in stanze ingolfate di cartoni. Sono sistemati alla rinfusa come durante un trasloco. Ne apriamo qualcuno e troviamo attrezzature di ogni genere: dalle apparecchiature per la spirometria ai misuratori dell'insulina passando per cardiofrequenzimetri e decine di stetoscopi. Tutti nuovi, ancora imballati nelle loro valigette di alluminio. In altre scatole c'è il necessario per i malati di diabete. E poi farmaci per l'infarto, spray per l'elettrocardiogramma, aghi e siringhe di ogni tipo. Saliamo al piano superiore ed ecco i suppellettili: letti, armadietti, comodini, appendipanni, cassettiere, condizionatori, scrivanie con tanto di stampanti intonse, macchine da scrivere, toner ancora nel cellophane, prese usb, hard disk esterni sigillati nella confezione originale. Ancora un'altra stanza: c'è materiale da cancelleria che potrebbe bastare per un anno interno: buste, pacchi di fogli bianchi, ricettari, timbri, carta intestata, penne... Da poco è crollata anche la strada che porta al nosocomio. Una voragine di quasi tre metri ha inghiottito parte dell'arteria che avrebbe dovuto portare al Pronto Soccorso. Oggi, per dare una parvenza di utilità, è stato utilizzato il piano terra dello stabile per un poliambulatorio, un centro psichiatrico e un Sert. Forse così si riesce a sfruttare il 10% dell'immenso ospedale. Il resto è fermo tra stop & go periodici, tra promesse elettorali e annunci della politica. Già, la politica. Da qualche giorno sono in cella sindaco e giunta. L'accusa è quella di essere stati referenti amministrativi delle ndrine di Cetraro. Avrebbero favorito speculazioni sul territorio a favore del clan Muto. Ma non da oggi, non solo loro, non l'unica amministrazione. Da anni. Nel frattempo il vero paradosso lo vivono i calabresi di queste zone. Dopo la chiusura di quello di Praia a Mare, l'ospedale più vicino si trova a 41 km, a Cetraro. Gli altri sono ospedali privati. E non sono fantasma.
I MINISTRI La sentenza ha riaffermato il principio “la legge è uguale per tutti”? «La legge è uguale per tutti, certo, ma su questa sentenza e sul futuro del governo ha già detto tutto Enrico Letta e condivido la sua posizione perché Letta sa guardare lontano. Non credo che per il governo cambierà niente». Non eravate imbarazzati venerdi scorso, durante il consiglio dei ministri? «Abbiamo lavorato con lo stesso clima di sempre. Poi, certo, questo è un momento doloroso per la vita dei partiti e io capisco e rispetto il dolore, Il turbamento dei miei colleghi ministri...» Chissà lo stato d'animo dei ministri del Pdl... «Gliel'ho detto: il clima era di collaborazione. Il lavoro va avanti in un contesto sereno. Questo è un governo di responsabilità e finora ne siamo stati consapevoli, abbiamo lavorato bene. Spero che continueremo così». IL CONTRIBUTO DI BALOTELLI Si agitino pure, all'interno del Pd, Cecile Kyenge non farà una piega. Una che ha dovuto vedersela con 38 fratelli (tanti ne sono nati dalle quattro mogli del padre, un funzionario statale congolese alquanto benestante) volete che si spaventi per le dichiarazioni di Civati o i semidiktat dei renziani? Se volete una conferma del carattere della signora, osservate come si districa sulla questione Balotelli. Le chiedo se non si sia pentita di aver elevato a testimonial di una campagna contro il razzismo l'attaccante del Milan, non proprio un campione di sobrietà. Ora che è pure ministro delle Politiche giovanili le sembra un modello da proporre? La voce di Cecile Kyenge si alza di tono, sia pure di poco. «Non capisco perché dovrei escludere Balotelli.
LA LEGA Appunto, torniamo alla mancata partecipazione alla festa della Lega. Con Maroni poi non vi siete sentiti. Perché? «Il mio messaggio era chiaro. Apertura a ogni confronto quando si creerà un contesto che consenta il dialogo. Per ora non lo vedo». Ma non è andata neppure alla festa del Pd, a Reggio Emilia. Le hanno consigliato di evitare le manifestazioni di partito? «Ho dovuto dire no per impegni istituzionali. Nella vita di un ministro ci sono anche quelli». L’Italia che la aggredisce è un Italia spaventata o ignorante? «C'è l’una e l’altra. È un’Italia che sta cercando se stessa». E lo fa insultando lei? «È uno scontro culturale.
L’AFRICA A proposito di giovani, e di futuro. L’Europa è un continente vecchio. L’Africa il continente sul quali in tanti, dalle multinazionali alle grandi potenze, puntano per il futuro. Un ragazzo italiano fa bene a scommettere sull'Italia o farebbe meglio a cercar fortuna a Nairobi o a Lagos? «Messa così, è difficile rispondere. Io consiglierei di puntare sull’Italia. È vero che la disoccupazione sfiora il 40 per cento ma col governo stiamo analizzando questi dati proprio per dare delle risposte. Le politiche giovanili si fanno a stretto contatto col ministero del Lavoro e qualcosa comincia a vedersi: abbiamo incentivato la creazione di nuovi lavori in vista dell'Expo di Milano, il ministro Bray ha presentato
I LIBRI A parte gli insulti e le polemiche, cosa le resta di questi primi mesi da ministro? «Un sacco di libri. Mi sto letteralmente rifacendo la biblioteca di casa. Me li regala la gente che incontro, sono storie scritte da loro o da altri. Una gran bel dono».
Martedì 06 Agosto 2013 - 09:23 Ultimo aggiornamento: 16:40
Corriere della sera Il magistrato: «Ho parlato solo in termini generali» Silvio Berlusconi era informato della frode fiscale. Per questo motivo è stato condannato. Il presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito ha firmato la sentenza con cui l'ex premier è stato condannato a 4 anni di reclusione (tre dei quali condonati con l'indulto). In un'intervista esclusiva al quotidiano il Mattino di Napoli, spiega che in questo caso non è possibile sostenere che «non poteva non sapere». Al contrario, la condanna è arrivata «perché sapeva», era stato informato del reato. Tuttavia, in mattinata, una nota del giudice rettifica parzialmente quanto riportato. Esposito smentisce in particolare «di aver pronunziato, nel colloquio avuto con il cronista - rigorosamente circoscritto a temi generali e mai attinenti alla sentenza, debitamente documentato e trascritto dallo stesso cronista e da me approvato - le espressioni riportate virgolettate: "Berlusconi condannato perchè sapeva non perchè non poteva non sapere"». LA POLEMICA - Il giudice ha invece difeso l'operato della corte da lui presieduta: «Nessuna fretta nel processo. Abbiamo solo attuato un doveroso principio della Cassazione, quello di salvare i processi che rischiano di finire in prescrizione. Abbiamo deciso con grande serenità». LE ACCUSE - Il processo Mediaset sarebbe andato incontro ad una prescrizione certa, secondo alcune stime, addirittura a metà settembre. L'accelerata impressa alla procedura in Cassazione è costata ad Esposito più di una bordata polemica da parte del fronte berlusconiano: «La mia tutela avverrà nelle sedi competenti», risponde il magistrato. Che aggiunge: «La condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza». LE POLEMICHE - L'intervista di Esposito ha suscitato malumore tra le fila berlusconiane. Il coordinatore del Pdl Sandro Bondi si chiede se «è normale che il giudice Esposito entri nel merito della sentenza della Cassazione con un'intervista rilasciata a un quotidiano nazionale? È questo il nuovo stile dei giudici della Cassazione? Io credevo che i giudici parlassero attraverso le sentenze, anche se controverse, e che i magistrati fossero 'la bocca della leggè. Ma vuol dire che mi sbaglio». Mentre Luca d'Alessandro, segretario della commissione Giustizia della Camera del Pdl invoca un'azione disciplinare nei confronti della toga partenopea: «Al di là dei contenuti, risibili e assai discutibili, l'intervista dell'ineffabile presidente della sezione feriale della Cassazione, Antonio Esposito, è gravissima. I magistrati, e ancor più i giudici, dovrebbero parlare solo con le sentenze (anche quando ci si vergogna di esse) e questo principio dovrebbe valere oggi più che mai, per non alimentare tensioni ed esacerbare un popolo di milioni di persone che vuole giustamente reagire a quella che ritiene una grave ingiustizia. Auspichiamo che il ministro della Giustizia promuova un'azione disciplinare e prenda immediati provvedimenti nei confronti del giudice Esposito». 6 agosto 2013 | 10:53 Intervista esclusiva al giudice Esposito: «Berlusconi condannato perché sapeva»
Il Mattino Il presidente della sezione feriale della Corte di Cassazione spiega la sentenza: l'ex premier era a conoscenza del reato di Antonio Manzo Silvio Berlusconi non è stato condannato «perché non poteva non sapere», ma «perché sapeva»: era stato informato del reato. Così il giudice Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della Cassazione, spiega la sentenza di condanna per il Cavaliere in una intervista esclusiva al Mattino. «Nessuna fretta nel processo. Abbiamo solo attuato un doveroso principio della Cassazione, quello di salvare i processi che rischiano di finire in prescrizione». E quello Mediaset sarebbe andato prescritto il primo agosto scorso. «Abbiamo deciso con grande serenità» aggiunge il magistrato. Sulle polemiche che negli ultimi giorni lo hanno colpito dal fronte berlusconiano, il presidente preferisce non replicare: «La mia tutela avverrà nelle sedi competenti». Aggiunge: «Ero per la diretta tv, ma avremmo turbato il processo». Giudice Esposito, può esistere, chiamiamolo così, un principio giuridico secondo il quale si può essere condannati in base al presupposto che l’imputato «non poteva non sapere»? «Assolutamente no, perché la condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza». Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora? «Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza di quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio o Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po’ diverso dal non poteva non sapere». martedì 6 agosto 2013 - 09:22 Ultimo aggiornamento: 12:53 Il giudice Esposito corregge il tiro, ma Il Mattino ribadisce: «Intervista riportata in forma letterale»
Il Mattino «Posso assicurare a voi e ai miei lettori che l'intervista è letterale, cioè sono stati riportati integralmente il testo, le parole e le frasi pronunciate dal presidente di cui ovviamente abbiamo prova»: è quanto ha sottolineato Alessandro Barbano, direttore del Mattino, intervenuto oggi al programma di Radio1 '"Start, la notizia non può attendere", in merito all'intervista al giudice Antonio Esposito pubblicata oggi sul quotidiano (leggi) e poi smentita in alcuni passaggi dallo stesso presidente della sezione feriale della Cassazione. «Non posso commentare la smentita - ha proseguito Barbano - ma posso commentare, di fronte a qualunque sede, che il presidente Esposito ha pronunciato esattamente le parole con la sintassi e la conseguenza logica con cui noi le abbiamo pubblicate». «Ovviamente sì» ha poi risposto Barbano alla domanda se Il Mattino fosse in possesso della registrazione dell'intervista. «Posso immaginare - ha proseguito Barbano - che il presidente della Cassazione abbia valutato a posteriori che, in qualche modo, spiegare le motivazioni della condanna prima di averla emessa possa avere per lui un ritorno non positivo. Però non è una colpa da attribuire ai giornalisti, ma alla responsabilità e alla maturità di chi parla». martedì 6 agosto 2013 - 12:08 Ultimo aggiornamento: 12:32 Il giudice: «Testo manipolato». Il direttore del Mattino: intervista riportata in forma letterale
«Non posso commentare la smentita - ha proseguito Barbano - ma posso commentare, di fronte a qualunque sede, che il presidente Esposito ha pronunciato esattamente le parole con la sintassi e la conseguenza logica con cui noi le abbiamo pubblicate». «Ovviamente sì» ha poi risposto Barbano alla domanda se Il Mattino fosse in possesso della registrazione dell'intervista. «Posso immaginare - ha proseguito Barbano - che il presidente della Cassazione abbia valutato a posteriori che, in qualche modo, spiegare le motivazioni della condanna prima di averla emessa possa avere per lui un ritorno non positivo. Però non è una colpa da attribuire ai giornalisti, ma alla responsabilità e alla maturità di chi parla». martedì 6 agosto 2013 - 12:08 Ultimo aggiornamento: 20:31 Tempesta sul giudice Esposito dopo l'intervista esclusiva al Mattino sulla condanna di Berlusconi
Il Mattino Tempesta sul giudice Antonio Esposito dopo l'intervista esclusiva rilasciata al Mattino (leggi). All'attacco Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, il segretario della commissione Giustizia della Camera, Luca d'Alessandro, Mara Carfagna, portavoce del gruppo Pdl alla Camera, l'ex ministro Maria Stella Gelmini, Daniela Santanchè e il deputato Elvira Savino. Sulla vicenda interviene anche l'avvocato di Berlusconi, Franco Coppi. Bondi. «È normale che il giudice Esposito entri nel merito della sentenza della Cassazione con un'intervista rilasciata ad un quotidiano nazionale? È questo il nuovo stile dei giudici della Cassazione? Io credevo che i giudici parlassero attraverso le sentenze, anche se controverse, e che i magistrati fossero "la bocca della legge". Ma vuol dire che mi sbaglio». Così Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, in merito all'intervista rilasciata dal magistrato a "Il Mattino". Gelmini. L'intervista del giudice Esposito sul Mattino di Napoli presenta «modalità incomprensibili». A dirlo è Maria Stella Gelmini (Pdl), intervenuta a "Radio Anch'io" su Radio1 Rai. «Questo processo nel quale è stato condannato in terzo grado Silvio Berlusconi - sostiene - ha veramente delle profonde anomalie dal fatto che il presidente di Mediaset Confalonieri sia stato ritenuto del tutto estraneo alla vicenda, com'è giusto che sia, ma che allo stesso tempo chi in quel periodo faceva ed era impegnato ad essere presidente del Consiglio sia stato più responsabile di chi lavorava in Mediaset e quindi debba essere condannato: è un qualcosa che non si comprende, una modalità incomprensibile perché Berlusconi non era in Mediaset e in quel momento non era impegnato tanto meno ad occuparsi di diritti televisivi; aveva un ruolo ben preciso, quello di presidente del Consiglio». D'Alessandro. «L'ineffabile dottor Esposito ha oggi inventato la smentita che non smentisce, anzi che conferma l'intervista rilasciata al Mattino. Al di là dei commenti più espliciti sulla sentenza, che egli dichiara di non aver proferito e sui quali attendiamo curiosi la replica del Mattino, il presidente della sezione feriale della Cassazione conferma non solo di aver ricevuto il giornalista, ma anche di averci parlato e di aver rilasciato l'intervista, il cui testo (leggiamo dalla sua stessa smentita) è stato "debitamente documentato e trascritto dallo stesso cronista e da me approvato"». È quanto afferma Luca d'Alessandro (Pdl), segretario della commissione Giustizia della Camera. «Poichè tutta la conversazione attiene al processo a Silvio Berlusconi e alla sentenza emessa proprio da Esposito, è davvero paradossale e grave che egli sostenga di aver parlato solo in termini generali. Ribadiamo che non è importante ciò che il giudice dice (ancorchè grave), ma è inquietante che egli intervenga pubblicamente e lo faccia anche prima delle motivazioni. Quanto poi al testo che egli avrebbe controllato e approvato, il fatto che non sia reso conto che tutta l'intervista - da lui letta prima della pubblicazione - abbia riguardato il processo a Berlusconi ci fa sorgere più di un dubbio sulle sue capacità di discernimento. E se ha così mal compreso quanto ha scritto il giornalista, da lui sottoscritto, ci chiediamo con terrore se sia stato in grado di comprendere fino in fondo le carte di un processo così delicato per la sorte di un leader politico, che ha un seguito di dieci milioni di elettori, e di un intero Paese», conclude. Carfagna. «Nessuno vuole mettere in discussione il sacrosanto principio costituzionale del "manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione", tuttavia esistono dei limiti morali e di opportunità che il buon senso, le circostanze e i ruoli impongono». Così la portavoce del gruppo Pdl alla Camera dei deputati Mara Carfagna, nell'ultimo post del suo blog, ha commentando l'intervista al Mattino. «Un togato - è quanto sottolineato l'esponente del Popolo della libertà - dovrebbe esprimere i propri "giudizi" con le sentenze, che si compongono di un dispositivo e di motivazioni, da depositare nei tempi e nei modi prestabiliti dalla legge. Anticipare queste ultime in forma pubblica, attraverso un'intervista ad un organo di informazione nazionale, appare più come un modo per ottenere visibilità per chissà quale scopo futuro. Gli esempi di Di Pietro e Ingroia sono assolutamente vividi nella mente di tutti, così come la loro parabola politica». «Un togato, ancora di più se della Cassazione, dovrebbe fare della discrezione e del rispetto - formale e sostanziale - nei confronti di chi ha giudicato, degli imperativi categorici. Se ciò non avviene, allora, tutti sono legittimati a "fraintendere", ponendoci delle domande sulla reale terzietà di certi giudici» aggiunge Carfagna. Savino. «Se il presidente della sezione feriale della Cassazione, Antonio Esposito, ha ritenuto di dover concedere una intervista (confermata dal Mattino) per spiegare le motivazioni della sentenza addirittura prima del deposito della sentenza stessa, allora è la conferma che c'è più di qualcosa che non va. Ha voluto mettere le mani avanti, ma, excusatio non petita, accusatio manifesta». Lo afferma Elvira Savino, deputata pugliese del Pdl. «E c'è che ancora qualcuno che ci vorrebbe imporre di non commentare le sentenze, se poi sono gli stessi giudici che le hanno emesse a farlo? C'è ancora qualcuno che sostiene che una riforma della giustizia non è necessaria e urgente? Noi non possiamo accettare, e mai lo faremo, che un leader politico venga estromesso dalla vita pubblica non dalle urne ma da certi tribunali. Per questo - conclude Savino - non smetteremo mai difendere Silvio Berlusconi dagli ingiusti attacchi che subisce da vent'anni». Santanchè. «Come valuterebbe il giudice Esposito il caso di un imputato che si comportasse come ha fatto lui, ovverossia, dichiarasse palesemente il falso? Complimenti,signor giudice!» afferma Daniela Santanchè, Pdl. L'avvocato Coppi. «Ormai di quello che sta accadendo non mi meraviglio più. Se Berlusconi riterrà di dover far qualcosa se la vedrà lui. Certo, normalmente le motivazioni di una sentenza si conoscono con il deposito della sentenza stessa. In genere dichiarazioni in anteprima non si rilasciano». Lo afferma ad Affaritaliani.it l'avvocato Franco Coppi, legale di Silvio Berlusconi, a proposito dell'intervista al presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito. Riguardo al modo in cui sconterà la pena, Coppi ha detto che quando Berlusconi «avrà deciso che cosa fare, noi tecnici ci metteremo a disposizione per realizzare quello che è il programma che lui stesso ha delineato. In questo momento non voglio entrare in questo tipo di discorso». La questione della richiesta di grazia per l'ex premier è ancora una strada percorribile? «È una questione di competenza del presidente della Repubblica - risponde Coppi - e vedremo che cosa deciderà di fare. Per il momento noi come legali stiamo soltanto alla finestra. Vedremo quello che succederà». Anche su un eventuale ricorso in Europa, «non abbiamo preso una decisione: comunque bisognerà aspettare le motivazioni della sentenza. Non possiamo mica fare il ricorso sulla base di quello che ha detto il presidente Esposito». martedì 6 agosto 2013 - 12:12 Ultimo aggiornamento: 13:02 Link a questo post
Aveva fatto parlare di sé per un bivacco sul ghiacciaio del Grand Plateau, in piena notte. E sono loro due da soli, Paccard e Balmat, a realizzare l’impresa che dà il via alla storia dell’alpinismo. Sono armati di lunghi bastoni da mettere di traverso ai crepacci per superarli. Rischiano comunque di caderci dentro. Partiti a mezzanotte, rientrano per mezzanotte: avevano birra e fegato da vendere! Ma l’anno dopo Balmat viene ingaggiato da De Saussure: fa una salita di ricognizione con due guide amiche, quindi il 3 agosto 1787, con uno stuolo di guide e portatori, porta finalmente in cima lo scienziato ginevrino. Così andarono le cose, ma non così furono raccontate. Infatti la ricostruzione dell’exploit venne fatta su un castello di falsificazioni e calunnie, per fare di Balmat un eroe e per svilire il ruolo di Paccard, che invece era stato la mente della prima ascensione e il vero leader. Perché mai? Con quali intenti? «Il punto chiave è la gelosia di De Saussure nei confronti di Paccard. Per cui il primo si applica sistematicamente a ignorare il secondo» spiega il torinese Pietro Crivellaro, accademico del Cai per meriti alpinistici, storico dell’alpinismo, che ha raccolto gli esiti di vent’anni di ricerche nel saggio De Saussure contro Paccard, pubblicato in appendice a una antologia dei Voyages dans les Alpes (Vivalda Editori).
«Quella di De Saussure è la gelosia del barone famoso in Europa, che ha il monopolio delle conoscenze scientifiche per salire in vetta, ma si vede scavalcato da questo pischello, che oltre alle competenze scientifiche possedeva quelle ambientali e il vigore atletico. Si tenga conto che De Saussure sale appoggiandosi come mancorrenti a due bastoni retti da una coppia di guide per parte. È legato dalla corda come un prigioniero. Una cosa che il dottore se lo mangia in insalata. Invece succede che Balmat cerchi di ridimensionare Paccard, per paura di non prendere il famoso premio promesso da De Saussure: per cui si autopromuove eroe della scalata, altera i fatti, non dice che dal Grand Plateau era stato Paccard a fare la traccia nella neve alta, né dice che Paccard era arrivato in cima ben prima di lui». Tutta la vicenda, con il fitto dossier di documenti che la riguardano, come il taccuino di Paccard scovato da un alpinista inglese nel 1898, ripresi e illustrati nel saggio di Crivellaro, dimostra una cosa: che Paccard merita il titolo di primo alpinista al mondo. Se i suoi meriti vennero sottovalutati, lo si deve anche al clima dell’epoca, al potere mediatico dei suoi rivali. Victor Hugo dedica a Balmat, nel 1825, l’ode Balma, e Alexandre Dumas, giovane giornalista e futuro romanziere, nel 1832 lo intervista sulla conquista del Bianco e ne diffonde le spacconate. Paccard fa solo un errore: nel barometro che porta in vetta si forma una bolla che gli manda a carte quarantotto le misurazioni. Questa è la ragione per cui sceglie il silenzio: non replica alle menzogne. «Mentre De Saussure fa di tutto – dice Crivellaro – per cancellare il primato effettivo del dottore, perché vuole essere lui solo il padrone culturale del Bianco». La cosa è così vera che nella piazza principale di Chamonix si può ammirare il monumento che ricorda la conquista del massiccio: sullo sfondo delle montagne si profila la figura di De Saussure accanto a Balmat, che con il braccio teso indica all’altro la via fra i ghiacci. Il monumento venne inaugurato nel 1887, in occasione del centenario dell’ascensione di De Saussure. E Paccard? La vera anima dell’impresa resta ignorata. Soltanto nel 1986, 99 anni dopo, si erge sulla stessa piazza un monumento anche per lui. Link a questo post
IL LUOGO Questa piccola nazione dell’America centrale tra Guatemala e Messico, bagnata dall’Atlantico, può vantare una incredibile barriera corallina nel Mar dei Caraibi, la seconda al mondo per dimensioni dopo quella australiana, Patrimonio dell’Umanità riconosciuto dall’Unesco. Un mare incantato, con misteriosi “buchi", come il favoloso Blue Hole, caratterizzato da meravigliosi fondali e pesci coloratissimi. La biodiversità del Belize è unica nel suo genere, con migliaia di piante e altrettante specie animali, tra i quali rettili, anfibi, mammiferi e uccelli. E per una passeggiata davvero caratteristica, qui è anche facile imbattersi in siti archeologici di grande valenza storica, come quelli risalenti alla misteriosa civiltà Maya. NATURA Un autentico paradiso in terra: basterebbe far parlare i numeri per affermarlo. Per quanto riguarda la natura terrestre, 3.408 specie di piante vascolari, oltre 150 specie di mammiferi, 540 specie di uccelli, 151 specie di rettili e anfibi, mentre per quella acquatica quasi 600 specie di pesci d'acqua dolce e salata. Il Belize ha inoltre un ruolo rilevante nel mantenimento del Corridoio Biologico Mesoamericano, un insieme di aree protette che attraversa l'America Centrale dal Messico fino a Panamá. Da un punto di vista naturale, il mogano è l’albero nazionale, mentre il Tucano dal becco rosso e l’orchidea nera sono rispettivamente uccello e fiore nazionali. IL CONSIGLIO Stupendo, tutto, per una terra da favola. Ma, essendo ancora in piena estate, come non consigliarvi alcuni nomi per una indimenticabile giornata al mare. 386 km di costa, ed una barriera corallina che conta circa 450 isole ed isolotti a formare la Belize Barrier Reef, lunga 322 km. L'isola principale è quella di Ambergris Caye, sull'imboccatura della baia di Chetumal, mentre al largo potrete raggiungere tre dei quattro atolli corallini dell'emisfero occidentale, il Glover's Reef, le isole Turneffe e il Lighthouse Reef. Per finire con un tuffo, ineguagliabile, nelle spaventose acque della Grande Voragine Blu. FOTO: LE PIU' BELLE BARRIERE CORALLINE DEL MONDO
DINTORNI Come già accennato, un’altra grande attrattiva dello stato del Belize è la sua ricchezza archeologica. Xunantunich è uno dei siti più interessanti, costruito dalla civiltà Maya, a 130 km da Belize City, nel distretto di Cayo. Il suo nome significa donna di pietra nella lingua Maya, e fa riferimento al fantasma di una donna dagli occhi infuocati, che sembrerebbe abiti nel sito sin dal 1892. Molte delle strutture vennero costruite tra il 200 e il 900 e furono danneggiate da un terremoto, che probabilmente causò l’abbandono della zona. Conta ben 26 templi e palazzi, ma la piramide conosciuta come El Castillo è la struttura principale: la seconda più alta del Belize, dopo il tempio di El Caracol, con i suoi 40 metri d’altezza. SPETTACOLARI IMMERSIONI IN BELIZE Link a questo post
Ma l'importanza della scoperta archeologica è anche legata al fatto che quel tratto di via Prenestina è storicamente ricco di tombe e mausolei, sepolcri di appartenenti a famiglie romane sepolte fuori le mura. Già in passato nell'area che si estende fino a Palestrina sono state portate alla luce necropoli dello stesso genere, sepolture nelle quali sono state trovate ossa ma anche oggetti di valore. Proprio come nel caso del cantiere dell'autosalone dove - come hanno potuto accertare gli stessi vigili urbani - le tombe a pozzetto erano vuote. La Sovrintendenza ha confermato che anche in questa circostanza i reperti sono stati acquisiti nell'arco dei mesi scorsi - in particolare da marzo, quando risale la scoperta dei mausolei - e che sono conservati nei magazzini statali per essere analizzati e restaurati. Fra i reperti recuperati anche alcuni pezzi di travertino, simili agli oggetti verbalizzati dalla Municipale.
E’ una guerra oscura, combattuta spesso combattuta in trincea, cercando di alzare piccole barricate per evitare danni e perdite gravi: sono anni che si teme l’arrivo di un nuovo strumento di valutazione del reddito delle famiglie, ossia l’Isee, Indicatore della Situazione Economica Equivalente. Ora apprendiamo che le Commissioni parlamentari Finanze e Affari Sociali della Camera hanno espresso parere positivo allo schema di decreto proposto dal Governo, per riordinare questa complessa materia. Un parere pieno di osservazioni, però, che tengono conto dei dubbi espressi dalle associazioni delle persone con disabilità, e anche della mancanza, tuttora, di uno strumento fondamentale di giustizia sociosanitaria come la definizione dei cosiddetti Lea, i livelli essenziali di assistenza, che dovrebbero valere ovunque, dalle Alpi alle isole, da Est a Ovest. Non sono in grado di entrare nel merito giuridico di un tema così delicato. Provo solo a elencare alcune questioni di fondo che stanno venendo alla superficie e che nel futuro modificheranno profondamente il sistema di erogazione dei servizi sociali e assistenziali in Italia. Il problema non è soltanto l’Isee, che in fin dei conti è uno strumento di equità, che fra mille aggiustamenti sta arrivando a tenere conto del maggior costo che le persone con disabilità e le loro famiglie devono sostenere per vivere alla pari con gli altri cittadini (senza riuscirsi in ogni caso, tanto che si prevede extra reddito il permanere dell’indennità di accompagnamento, a titolo di risarcimento forfetario per tutto ciò che comporta una spesa determinata dal deficit).

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