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Timestamp: 2020-04-04 19:14:39+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 19516 del 30/09/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19516 del 30/09/2016
Cassazione civile sez. trib., 30/09/2016, (ud. 11/07/2016, dep. 30/09/2016), n.19516
sul ricorso 17299/2010 proposto da:
avverso la sentenza n. 51/2009 della COMM. TRIB. REG. di MILANO,
L’agenzia delle entrate ha notificato alla parte contribuente M.F. avviso di accertamento di maggiori ricavi con rideterminazione del reddito di impresa per l’anno (OMISSIS) ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 e del D.L. n. 331 del 1993, art. 62 sexies.
La commissione tributaria provinciale di Como ha rigettato il ricorso del contribuente.
La sentenza, appellata dalla parte contribuente, è stata confermata dalla commissione tributaria regionale della Lombardia in Milano. Avverso questa decisione la parte contribuente propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, il primo dei quali riferito a quattro diversi aspetti, rispetto al quale l’agenzia resiste con controricorso.
1. – Con il primo motivo di ricorso la parte contribuente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 1, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, D.L. n. 331 del 1993, artt. 62 bis e 62 sexies, L. n. 146 del 1998, art. 10 e artt. 2697 e 2727 c.c.. La parte contribuente accompagna il motivo con quattro separati quesiti di diritto, domandando alla corte se, in una fattispecie di accertamento emesso in base agli studi di settore di cui al D.L. n. 331 del 1993, art. 62 bis e segg., emesso il 14 maggio 2007 in riferimento al periodo di imposta (OMISSIS):
a) possa qualificarsi “grave” del D.L. n. 331 del 1993, ex art. 62 sexies, comma 3, una incongruenza data dalla differenza percentuale tra i ricavi dichiarati e il ricavo puntuale di riferimento del 22,5% ovvero tra i ricavi dichiarati e il ricavo minimo ammissibile del 16,2%;
b) se, in uno con lo scostamento, l’erario sia tenuto a indicare nell’invito al contraddittorio L. n. 146 del 1998, ex art. 10, nel testo in vigore all’epoca, anche la specifica ragione della “gravità” predetta;
d) se, in presenza della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 23, secondo cui la modifica della L. n. 110 del 1998, art. 10, ha effetto con riferimento ai periodi di imposta decorrenti dal 1 gennaio 2007, sia consentito applicare la norma agli accertamenti con studio di settore notificati dopo tale data ma aventi ad oggetto periodi precedenti.
2. – Con il secondo motivo di ricorso la parte contribuente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, costituito dall’eccezione del contribuente di avere correttamente tenuto la contabilità; lamenta al riguardo l’affermazione della commissione tributaria regionale secondo cui il dato è irrilevante ed inidoneo a contrastare la pretesa impositiva, affermazione che la contribuente contesta in quanto – ove si fosse considerata la fedeltà della contabilità – si sarebbe ritenuta non grave l’incongruenza rispetto allo studio di settore.
5. – Al riguardo, i predetti motivi sono inammissibili, da un primo punto di vista, per difetto di autosufficienza. Non risultano infatti trascritti nell’atto di impugnazione – come espressamente eccepito dalla controricorrente – gli eventuali passaggi dell’atto di appello in cui le questioni giuridiche siano state sollevate nè quelli della sentenza ove esse risultino trattate, nè forniti in altro modo puntuali riferimenti (v. p. 7 del ricorso, ove meramente si dà atto del tenore della decisione di appello). Come già affermato più volte da questa corte (cfr. ad es. sez. 3, n. 828 del 2007) quando nel ricorso per cassazione è denunziata viOlazione e falsa applicazione di norme di diritto, il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve essere dedotto non solo mediante la puntuale indicazione delle norme asseritamente violate, ma anche mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina; diversamente il motivo è inammissibile, in quanto non consente alla corte di cassazione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione. Inoltre è inammissibile, per violazione del criterio dell’autosufficienza, il ricorsotper cassazione che non riporti nella loro integralità i motivi di appello, sì da consentire alla Corte di verificare che le questioni sottoposte non siano “nuove” e di valutare la fondatezza dei motivi stessi senza dover procedere all’esame dei fascicoli di ufficio o di parte. Nel caso di specie, il ricorso, nelle cennate quattro censure in cui si sostanzia il primo motivo, trascura del tutto tali indicazioni. Tanto assorbe l’esame di ulteriori possibili rilievi di inammissibilità in ordine ai motivi e ai quesiti (anche con riferimento alle carenze in tema di indicazione delle “regulae iuris” cui è cenno in controricorso).
7. – Come si evince anche dal testo della sentenza impugnata, pacifica essendo la regolare tenuta della contabilità dal punto di vista formale, la questione su cui si incentra il motivo di ricorso in cassazione è relativa alla rilevanza della relativa eccezione, o comunque del fatto della tenuta della contabilità, in ordine al quale sussisterebbe vizio motivazionale. Senonchè sul punto questa corte (cfr. sez. 5 n. 21152 del 2014 e n. 2805 del 2011 oltre altre) ha chiarito che l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella formulazione risultante dalle modifiche introdotte dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, prevede l'”omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione”, come riferita ad “un fatto controverso e decisivo per il giudizio” ossia ad un preciso accadimento o una precisa circostanza in senso storico – naturalistico, non assimilabile in alcun modo a “questioni” o “argomentazioni” che, pertanto, risultano irrilevanti, con conseguente inammissibilità delle censure irritualmente formulate. Non pare dubbio che, nel caso di specie, pacifico essendo il fatto, debba ritenersi inammissibile il motivo vertente sulla motivazione ai fini del suo rilievo nel caso di specie; profilo che, sussistendone i presupposti, avrebbe dovuto farsi valere ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
La corte rigetta il ricorso per inammissibilità dei motivi e condanna il ricorrente alla rifusione a favore della controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in euro duemiladuecento per compensi, oltre spese eventualmente prenotate a debito.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 39
 art. 54
 art. 62
 art. 1
 art. 39
 art. 54
 art. 10
 art. 62
 art. 62
 art. 10
 art. 1
 art. 10
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 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360