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Timestamp: 2017-02-27 22:57:23+00:00

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Addio assegnazione della casa se il figlio va a vivere altrove
Lo sai che? Pubblicato il 19 aprile 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Addio assegnazione della casa se il figlio va a vivere altrove L’AUTORE: Redazione
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Separazione e divorzio: l’assegnazione della casa coniugale al coniuge presso cui vengono allocati i figli cessa non appena questi vadano a vivere da soli in un’altra abitazione.
Perde l’assegnazione della casa coniugale l’ex coniuge il cui figlio, che sino ad allora ha abitato insieme a lui, si trasferisce per andare a vivere altrove. Lo ha chiarito la Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].
Come noto, in caso di separazione o divorzio, il giudice assegna la casa a chi dei due ex coniugi ottiene anche che i figli vadano a vivere con lui. Questo perché lo scopo di tale provvedimento è proprio quello di garantire alla prole di poter continuare a crescere nello stesso habitat domestico. Dunque, se è intenzione del coniuge trasferirsi o trovare un tetto in un altro posto (per esempio a casa dei genitori), questi non può neanche ottenere la casa familiare.
Ne deriva la conseguenza per cui, in caso di cessazione della convivenza tra i figli e il genitore assegnatario dell’immobile, il bene ritorna al suo legittimo proprietario (verosimilmente l’ex coniuge). Quando infatti viene me­no il motivo dell’assegnazione della casa familiare non si ha titolo a restare nell’abitazione.
La stessa regola dell’assegnazione della casa si applica anche le caso in cui l’immobile sia in affitto (in tal caso il contratto viene “volturato” a nome del coniuge collocatario dei minori) o si tratti di assegnazione di casa popolare: in entrambi i casi, nonostante la prima assegnazione, il coniuge beneficiario dell’immobile perde il diritto ad abitarvi se il figlio va a vivere altrove.
Per i giudici “una volta revocata l’assegnazione da parte del Tribunale” – essendo il figlio andato ad abitare per conto proprio –, non vi sono affatto i presupposti per consentire al genitore di continuare a godere dell’immobile.
[1] Cass. sent. n. 7621/16 del 18.04.2016.
Sentenza Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 4 novembre 2015 – 18 aprile 2016, n. 7621
Il Tribunale aveva motivato la sua decisione affermando che il diritto dell’ente di agire in autotutela per ottenere il rilascio dell’alloggio economico e popolare trovava il suo fondamento nel titolo V della LR. Toscana 96/1996 e che il permanere della ricorrente nell’immobile dava luogo ad un’ipotesi di occupazione sine titolo, in quanto a detta tipologia di rapporti di locazione non si applicava l’art. 6 della L. 392/1978 ma la norma speciale dell’art. 18 L.R. Toscana 96/1996 citata, che prevedeva che l’ente gestore, in caso di separazione o scioglimento del matrimonio, dovesse uniformarsi alla decisione del giudice. Pertanto, trattandosi di assegnazione della casa coniugale (a suo tempo giustificata dall’affidamento della figlia minore), si doveva ritenere che, una volta revocata l’assegnazione da parte del Tribunale – sul presupposto che la figlia, divenuta nel frattempo maggiorenne, fosse andata ad abitare altrove – non sussistevano motivi atti a consentire alla M. di continuare a godere dell’immobile originariamente assegnato all’ex coniuge.
Sostiene la ricorrente che la Corte di merito, pur riconoscendo l’applicabilità al caso di specie della sopra indicata normativa nazionale e regionale, così disattendendo le conclusioni cui era pervenuto il giudice di prime cure, avrebbe finito per vanificare il contenuto dispositivo dell’art. 6 della L. 392/1978 e dell’art. 18 L.R. 96/1996 “stravolgendone il significato e la portata precettiva”. La Corte di appello, ad avviso della ricorrente, sarebbe incorsa in errore interpretativo nonché in contraddizione nel ritenere che il rapporto tra l’Ente locatore ed il coniuge assegnatario sorga e si configuri autonomamente a seguito del provvedimento giudiziale che ne rappresenterebbe la ragione giustificatrice.
Sostiene la M. che l’atto da lei sottoscritto nel 2003 non sarebbe “altro che l’effetto della successione ex lege in un rapporto già costituito, disciplinato e definito tra le parti originarie”; “il subentro nel diritto di abitare nella casa familiare attribuito dal giudice” non modificherebbe “la natura del rapporto e la natura del diritto in base al quale il conduttore detiene la cosa locata, ma solo consentirebbe a soggetto diverso dall’originario conduttore di sostituirsi nella titolarità del contratto, con attribuzione dei relativi diritti ed assunzione delle obbligazioni che ne derivano”. Lamenta la M. che la Corte di merito abbia, invece, ritenuto di configurare “detto rapporto come titolo autonomo” suscettibile di diversa e specifica regolamentazione, ritenendo che le parti, introducendo in apertura del predetto atto una nuova clausola contrattuale, avrebbero inteso espressamente subordinare il diritto alla conservazione del contratto di locazione al permanere dell’assegnazione giudiziale della casa familiare mentre, secondo la ricorrente, detta clausola dovrebbe essere intesa come riferita all’assegnazione provvedimentale amministrativa che esaurisce la fase pubblicistica attinente alla individuazione del contraente beneficiario scelto tra gli aventi diritto ex art. 13 L.R. 96/1996″.
In particolare, questa Corte ha pure precisato che in tema di ricorso per cassazione, l’art. 366, primo comma, n. 6, c.p.c., novellato dal d.lgs. n. 40 del 2006, oltre a richiedere l’indicazione degli atti, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale il documento risulti prodotto; tale prescrizione va correlata all’ulteriore requisito di procedibilità di cui all’art. 369, secondo comma, n. 4, c.p.c., per cui deve ritenersi, in particolare, soddisfatta: a) qualora il documento sia stato prodotto nelle fasi di merito dallo stesso ricorrente e si trovi nel fascicolo di esse, mediante la produzione del fascicolo, purché nel ricorso si specifichi che il fascicolo è stato prodotto e la sede in cui il documento è rinvenibile; b) qualora il documento sia stato prodotto, nelle fasi di merito, dalla controparte, mediante l’indicazione che il documento è prodotto nel fascicolo del giudizio di merito di controparte, pur se cautelativamente si rivela opportuna la produzione del documento, ai sensi dell’art. 369,secondo comma, n. 4, c.p.c., per il caso in cui la controparte non si costituisca in sede di legittimità o si costituisca senza produrre il fascicolo o lo produca senza documento; c) qualora si tratti di documento non prodotto nelle fasi di merito, relativo alla nullità della sentenza od all’ammissibilità del ricorso (art. 372 c.p.c.) oppure di documento attinente alla fondatezza del ricorso e formato dopo la fase di merito e comunque dopo l’esaurimento della possibilità di produrlo, mediante la produzione del documento, previa individuazione e indicazione della produzione stessa nell’ambito del ricorso (Cass., sez. un., ord., 25 marzo 2010, n. 7161; Cass., ord., 23/09/2009, n. 20535).
La Corte rigetta il ricorso; ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
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