Source: http://letteraapertacucchi.blogspot.it/
Timestamp: 2017-06-27 06:48:56+00:00

Document:
In risposta alle lettere pubblicate il 20 giugno relative alla mia, tengo a fare delle precisazioni. Come già scritto dalla redazione, lo scopo della mia lettera non era difendermi dalle accuse, bensì denunciare, tra le altre cose, il perdurare di una gogna mediatica durata anni, nonostante nessuna delle gravi accuse che ci hanno fatto finire davanti alla Corte d’Assise (dove si celebrano i processi per i delitti più efferati, come le stragi o i reati di mafia), sia stata confermata dalla sentenza di primo grado. Ma voglio rispondere alle contestazioni che mi sono state poste dal sig. Antonio Berti, che fonda i propri giudizi su alcune di quelle falsità di cui accennavo nella mia lettera (il corpo martoriato in virtù dei presunti lividi sulla schiena, che tuttavia lividi non sono, le sevizie testimoniate delle presunte bruciature di sigaretta che tuttavia bruciature non sono, l’assurda affermazione, non confermata dalle successive perizie, che Stefano Cucchi si potesse salvare con un bicchiere di acqua e zucchero), tutte smentite nel corso del processo ma mai rettificate da nessuno dei mezzi di informazione, che anzi continuano a farle passare per verità assolute. Ovvio che l’opinione pubblica su queste abbia fondato i propri giudizi e la condanna morale che ne consegue. Spazzare via tre anni di informazione a senso unico è impresa impossibile in queste poche righe. Per questo invito i lettori a prendere visione di una lettera aperta, scritta nel febbraio 2011 dalla mia collega Flaminia Bruno, dove vengono analizzate punto per punto alcune delle questioni sollevate e molte altre ancora. Quella lettera non fu mai pubblicata, non a caso, poiché alla voce degli imputati non è stata data finora alcuna visibilità, al contrario di quella di altre parti processuali. La lettera è possibile reperirla su un blog [si referisce al primo post di questo blog ], dove possono essere letti anche alcuni documenti che aiutano a fare chiarezza, oppure su http://nutopia2sergiofalcone.blogspot.com. Aggiungo alcune cose, sempre in risposta a quanto contestatomi. Le condizioni di Stefano Cucchi non erano affatto quelle di una persona in fin di vita, era molto magro ed era stato ricoverato per una frattura vertebrale; per tutta la durata della degenza è stato vigile, lucido ed orientato. Il decesso si è verificato in modo assolutamente improvviso ed inaspettato, poiché nulla faceva prevedere un tale epilogo. All’arrivo in reparto Stefano firmò il diniego ad effettuare colloqui con i propri familiari e anche il divieto per noi medici di rilasciare loro informazioni sul suo stato di salute. Alla volontaria che ebbe modo di incontrarlo il pomeriggio prima del decesso, chiese di contattare esclusivamente il cognato e nessun altro della famiglia, poiché, asserì, era l’unico ad essergli stato vicino in momenti difficili. In queste condizioni chiedersi come mai Stefano non fosse assistito dai familiari era quanto meno superfluo. Anche di tutto questo, emerso nel corso delle udienze, nessuno dei mezzi di informazione ha mai dato conto. In questo senso ho parlato di gogna mediatica, poiché non riesco a definirla in altro modo. Spero che dopo aver letto quanto argomentato dalla mia collega, i lettori di questo giornale oltre a sentirsi offesi da quanto da me scritto, si sentano indignati per essere stati ingannati in tutti questi anni.
"Cucchi",
Ho appreso solo dai mezzi di informazione, poiché non ero presente, che il giorno della sentenza per la morte di Stefano Cucchi, nell’aula della Corte d’Assise, alla lettura della sentenza che ha assolto gli infermieri e gli agenti di polizia penitenziaria e condannato noi medici del reparto di Medicina Protetta dell’Ospedale S. Pertini per omicidio colposo, sono stati fatti gesti inaccettabili da parte dei sostenitori degli assolti, la qual cosa mi riempie di sdegno. Pur comprendendone le motivazioni, probabilmente dettate dall’essere arrivati alla fine di una gogna mediatica durata più di tre anni e in risposta alle altrettanto inaccettabili urla dei sostenitori della controparte che gridavano “assassini, assassini”, credo che nessuna motivazione possa in alcun modo giustificare tale comportamento, dal quale prendo le distanze totalmente. E anche se le mie parole rischiano di essere travisate, voglio esprimere la mia solidarietà ai genitori di Stefano Cucchi, che comprensibilmente ne sono stati sconvolti. Ma detto questo, penso che il medesimo rispetto doverosamente riservato a chi non c’è più e a coloro che lo piangono, spetti a chiunque. Anche a noi medici, ritenuti responsabili di colpa medica - e non di abbandono di incapace, l’accusa più infamante per chi svolge questa professione. A chiunque abbia seguito veramente il processo, in aula o attraverso l’ottimo servizio di Radio Radicale -che ha pubblicato sul proprio sito l’audio di tutte le udienze, per consentire a chiunque di farsi una propria idea, senza filtri-, a chi non si è limitato alle informazioni di parte divulgate in questi anni dai comuni mezzi di informazione, è assolutamente chiaro che nessuno ha abbandonato Stefano Cucchi e nessuno lo ha fatto morire per coprire chissà quali nefandezze. Per noi medici, la sentenza di primo grado non è stata, come qualcuno vuol far credere, una sorta di “grazia” uscita fuori dal nulla, è stata invece il risultato di lunghi anni di dibattimento e testimonianze che hanno smentito, udienza dopo udienza, quelle accuse orribili. La sentenza ha finalmente affermato che non siamo dei mostri, dei criminali, ma ci ha ritenuto comunque responsabili di quella morte; le motivazioni, quando verranno pubblicate, ci spiegheranno quali siano le colpe addebitate a ciascuno di noi, da cui potremo difenderci nei successivi gradi di giudizio. Ma continuare ad accusarci pubblicamente di indegnità, affermando che Stefano sia stato “rinchiuso in un ospedale lager” e “abbandonato e lasciato morire dai medici, che invece di salvargli la vita si sono voltati dall’altra parte e che non sono degni di portare il camice bianco”, non è accettabile, nonostante anche in questo caso io ne comprenda le motivazioni alla base.
Mi rendo conto che è difficile accettare che lunghi anni di processo non abbiano saputo dare una risposta circa la causa di morte (le varie perizie ne hanno individuate almeno 5, tutte diverse ed in contrapposizione fra loro), né tantomeno fare luce sulle responsabilità delle “eventuali” percosse, indipendentemente dal fatto se siano state oppure no la causa della morte. Perché di fatto il processo non è riuscito a rispondere a questa domanda, ovvero se le percosse ci siano state e soprattutto da parte di chi. E invece, a questa domanda tutti ci aspettavamo una risposta. Per mia formazione umana e professionale rigetto ogni forma di violenza, perpetrata ai danni di qualsiasi essere vivente. E solo l’idea che qualcuno abbia potuto infierire su un giovane nelle condizioni fisiche in cui si trovava Stefano Cucchi, mi fa orrore. Ho scelto la mia professione con convinzione, e allo stesso modo ho scelto di lavorare in un reparto per detenuti, certa che mi avrebbe arricchito dal punto di vista umano e professionale. E non mi sbagliavo. Nonostante tutto, nonostante quel reparto venga ancora rappresentato, a puro scopo strumentale, come un luogo di orrore, le mie motivazioni sono ancora presenti. Mi faccio forza pensando alle innumerevoli manifestazioni di stima di chi mi conosce personalmente, ma soprattutto a quelle, tutte documentate, di cui ci hanno sempre fatto dono i pazienti ricoverati, che sanno bene come lavoriamo e chi siamo a livello umano. Aspetto con ansia le motivazioni della sentenza per conoscere quale comportamento colpevole mi venga addebitato; pur essendomi interrogata a lungo su questo, perché la morte di un paziente è sempre vissuta come una sconfitta da qualsiasi medico, non riesco a comprendere quale mia negligenza abbia potuto determinare la morte di Stefano Cucchi. Ci si accusa ancora di aver abbandonato Cucchi perché era un detenuto, un tossicodipendente, uno spacciatore. Personalmente non chiedo mai il motivo per cui un mio paziente è detenuto, anche se a volte sono i pazienti stessi a parlarmene, perché non spetta a me giudicare la loro vita, per quello ci sono i Giudici e i processi. Io e i miei colleghi non siamo carcerieri e non vogliamo essere trattati come tali. Siamo medici, dipendenti della ASL RM/B, che lavorano in un reparto nel quale vengono ricoverate persone detenute; medici che non fanno parte né del sistema carcere né dell’amministrazione penitenziaria, ma cercano solo di svolgere la propria professione in un reparto ospedaliero per molti versi “difficile”. E non ritengo giusto che tutte le disfunzioni del sistema carcerario e dei suoi regolamenti (mancato contatto con l’avvocato, mancato permesso ai genitori di vedere Stefano o parlare con noi medici, ecc..) debbano essere addebitate a chi, con quel sistema non ha nulla a che vedere. L’aver accomunato nel medesimo processo, sia coloro che erano accusati di un pestaggio ai danni di una persona privata della libertà personale, sia i medici accusati di averli coperti e avere abbandonato quella persona, ha fatto sì che quei medici, nell’immaginario collettivo, siano diventati essi stessi degli aguzzini, sui quali sono state traslate, per assurda proprietà transitiva, tutte le accuse fatte ai primi. Ma questo non è accettabile.
Spero che quanto prima, alle persone che prestano servizio presso il reparto di Medicina Protetta del Pertini venga restituita la dignità di quello che fanno ogni giorno. Vorrei che esistesse qualcuno davvero interessato a capire la verità delle cose (giornalisti, politici), che venisse a verificare personalmente chi siamo e come lavoriamo; finora tutti sono stati pronti a dare giudizi e condanne morali, senza verificare in alcun modo. Non chiedo assoluzioni, della condanna di cui devo rispondere avrò modo di discolparmi in sede di appello. Spero soltanto che si smetta di spacciare per verità le innumerevoli falsità date per assodate in modo strumentale, nonostante siano state totalmente smentite nel corso del processo. Ringrazio fin d’ora chi avrà la bontà di pubblicare questo sfogo. Roma, 11/06/2013 Stefania Corbi
Audio integrale dell'Udienza del 28 Febbraio
"Imputati",
"Luigi de Marchis Preite",
"Testimoni",
Il punto centrale su cui si basa l'orrenda accusa che ci viene rivolta e' l'affermazione secondo cui Stefano Cucchi sarebbe stato incapace di intendere e di volere. Ragioniamo. Si afferma che egli non fosse nel pieno delle proprie capacita' mentali. Questa affermazione e' estremamente grave ovvero pesante nel senso che presuppone che una persona giudicata tale venga considerata alla stregua di un malato mentale grave ovvero in stato confusionale tale per cui la sua volonta' deve essere ignorata.
Io non sono una persona che esperta di giurispridenza ma in questo caso esistono delle ovvie contraddizioni per non dire falsita' che non capisco come possano essere state concepite dai PM ed accolte dal GUP. Per favore qualcuno mi spieghi. Fatebenefratelli pag1
"Abbandono di incapace",
"Stefano Cucchi",
Commento di Stefania Corbi
grazie Flaminia per la tua iniziativa e anche per l'ultimo chiarimento del 26 marzo. Troppe cose inesatte vengono ancora spacciate come verità e purtroppo, come hai scritto tu, noi operatori sanitari della ASL RMB di fatto non possiamo rilasciare interviste, se non previa autorizzazione formale dell'Azienda. Questo è il motivo principale del fatto che, come molti ci rimproverano, la nostra voce (quella degli accusati)non si è mai fatta sentire pubblicamente.
Sono stata alla prima udienza del processo, e vi assicuro che non è stato facile. Ho preso piena coscienza di essere uno dei "mostri" accusati di una cosa ignobile per qualsiasi operatore sanitario, cioè di aver abbandonato una persona, fino a provocarne la morte. Le accuse che mi vengono rivolte le sento totalmente estranee.
Ho scelto di fare il medico con convinzione e non certo per ammazzare le persone. Ho anche scelto di andare a lavorare in un reparto per detenuti con consapevolezza, certa che mi avrebbe arricchito umanamente, ed è stato così. La soddisfazione più grande, per quanto mi riguarda, è il fatto che tutti i detenuti che si ricoverano nel reparto ci esprimono la loro solidarietà e vicinanza. Se ritenessero che siamo dei mostri, pensate che continuerebbero a farsi curare da noi? I detenuti non perdono la capacità di autodeterminarsi e possono scegliere, se non si fidano, di autodimettersi, ma questo non avviene. E poi, in quasi sei anni di vita del reparto, se fosse vero che siamo i mostri che dicono, quanti casi Cucchi si sarebbero verificati?
La media di decessi del nostro reparto è estremamente bassa, ben al di sotto della media dei reparti di Medicina, e i pochi decessi (in sei anni non arriviamo ad una decina), sono stati tutti, a parte quello di Stefano, per patologie in stadio avanzato. Il mio è solo lo sfogo di una pesona che vorrebbe che la verità venisse a galla. Faccio notare che al momento, ancora non si sa quale sia stata la causa di morte di Stefano, visto che le varie perizie arrivano a conclusioni opposte.
Aggiungo che la morte di un paziente è sempre una sconfitta, per qualsiasi medico. Personalmente, mi sono a lungo chiesta se avrei potuto fare qualcosa per evitarla. Tutto quanto ho fatto è scritto in cartella clinica. Ho passato tutto il pomeriggio del 21 ottobre a cercare di convincere Stefano a farsi curare, e come ha già scritto Flaminia, appena ho appreso che il motivo del rifiuto era il fatto di voler parlare con il proprio avvocato, ho scritto al Magistrato competente per informarlo. In tutta onestà credo di avere fatto tutto quanto possibile per convincere Stefano a farsi curare, ma ha continuato a rifiutare. Come ha già detto Flaminia, ho fatto leggere a Stefano la lista degli alimenti che poteva mangiare (riferiva di essere Celiaco). Dov'è l'abbandono??
Ho sempre fatto il mio lavoro con coscienza, e se riesco ad affrontare tutto questo con discreta serenità, è proprio perché la mia coscienza è tranquilla. Vorrei solo non dover subire, oltre a quello in tribunale (nel quale spero di riuscire a difendere il mio operato), anche un processo mediatico, ben più duro da sopportare, perché per l'opinione pubblica la sentenza è già scritta.
Stefania Corbi Pubblicato da
&nbsp;La ASL RM B ha inviato ai medici ed infermieri indagati&nbsp;una circolare in cui viene loro proibito di rilasciare&nbsp;interviste pena il ricorso a provvedimenti disciplinari&nbsp;tra cui il licenziamento. Pubblicato da

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