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Timestamp: 2018-07-17 09:38:57+00:00

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Corte di Cassazione, sezioni unite penali, sentenza 22 febbraio 2018, n. 8770. Quando l'esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall'esercizio di attività medico-chirurgica - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezioni unite penali, sentenza 22 febbraio 2018, n. 8770. Quando l’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica
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c) se l’evento si è verificato per colpa (anche “lieve”) da imperizia nella individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche clinico-assistenziali non adeguate alla specificita’ del caso concreto;
Sentenza 22 febbraio 2018, n. 8770
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. BALDI Fulvio, che ha concluso chiedendo sollevarsi la questione di legittimita’ costituzionale dell’articolo 590-sexies cod. pen.; in subordine l’annullamento con rinvio ai soli effetti civili;
udito il difensore della parte civile, avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo la inammissibilita’ del ricorso;
udito il difensore dell’imputato, avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso; in subordine, l’annullamento senza rinvio per essere il reato estinto per prescrizione; in ulteriore subordine sollevarsi la questione di legittimita’ costituzionale dell’articolo 590- sexies cod. pen..
1. Ha proposto ricorso per cassazione (OMISSIS) avverso la sentenza della Corte di appello di Firenze in data 7 dicembre 2015 con la quale e’ stato confermato, nei suoi confronti, il giudizio di responsabilita’ pronunciato dal Tribunale di Pistoia con riferimento all’imputazione di lesioni personali colpose.
1.1. Al ricorrente, nella qualita’ di medico specialista in neurochirurgia in servizio presso l’ambulatorio del Centro Fisioterapico (OMISSIS), e’ stato addebitato il comportamento omissivo ingiustificatamente tenuto dopo alcune visite del paziente (OMISSIS), nell’ottobre del 2008. Un comportamento contestato come caratterizzato da negligenza, imprudenza e imperizia e consistito nel non avere effettuato tempestivamente la diagnosi della sindrome da compressione della “cauda equina”, con conseguente considerevole differimento nella esecuzione – avvenuta ad opera di altro medico specialista, successivamente interpellato dalla persona offesa – dell’intervento chirurgico per il quale vi era, invece, indicazione di urgenza, in base alle regole cautelari di settore.
L’intervento doveva essere finalizzato alla decompressione della cauda e, per l’effetto, avrebbe dovuto impedire che la prolungata compressione in atto procurasse al paziente effetti poi riscontrati, e cioe’ un rilevante deficit sensitivo-motorio con implicazioni dirette sul controllo delle funzioni neurologiche concernenti l’apparato uro-genitale e di quelle motorie del piede destro.
1.2. In punto di fatto, era rimasto accertato che il ricorrente, in occasione della prima visita del 9 ottobre 2008, nella quale il paziente aveva manifestato forti dolori alla schiena, aveva prescritto una terapia farmacologica e richiesto una elettromiografia; in occasione della seconda visita, a distanza di una settimana, non avendo il (OMISSIS) eseguito l’esame diagnostico, il medico aveva prospettato, in ragione del persistere dei forti dolori, la eventuale necessita’ di un intervento chirurgico con inserimento di dischetti in silicone fra le vertebre; in occasione della terza visita del 23 ottobre, verificata la esecuzione dell’esame prescritto, il ricorrente aveva diagnosticato un’ernia in L2 e consigliato un intervento chirurgico per la relativa asportazione.
Il paziente aveva chiesto una pausa per riflettere ma la stessa notte (tra il 23 e il 24 ottobre) aveva accusato una marcata ingravescenza del quadro clinico, evidenziata da sintomi allarmanti di incontinenza fecale, notevole difficolta’ nella motilita’ degli arti inferiori ed infine perdita dello stimolo ad urinare.
L’indomani mattina, sollecitata telefonicamente all’imputato una visita in ragione della nuova e piu’ preoccupante condizione in cui versava, il (OMISSIS) l’aveva potuta ottenere non prima di una settimana, il 30 ottobre, ma, giunto in ritardo all’appuntamento, non aveva rinvenuto il medico. Questi, raggiunto telefonicamente per rimarcare la persistenza della sintomatologia invalidante, aveva replicato di poterlo operare non prima del mese successivo e di insistere nella terapia farmacologica, non accennando ad alcuna problematica legata all’urgenza, ma indicando il Pronto soccorso per la ricerca di un rimedio ai dolori. Una ricostruzione, quella appena ricordata, accreditata in base al racconto della persona offesa, che i giudici di primo e secondo grado hanno reputato affidabile sia per intrinseca coerenza, sia perche’ confortato dalla deposizione della teste (OMISSIS), sebbene in contrasto con la prospettazione dell’imputato che invece aveva affermato di non essere stato reso edotto, nella telefonata del 24 ottobre, della gravita’ dei nuovi sintomi.
Ritenutosi non adeguatamente seguito, il paziente si era rivolto ad altro sanitario, l’ortopedico dott. (OMISSIS), il quale a sua volta, fissato in tre giorni l’appuntamento ed effettuata la diagnosi di “sindrome della cauda”, nonche’ verificata l’urgenza dell’intervento di competenza neurochirurgica, aveva indirizzato il (OMISSIS) al CTO di Firenze ove, eseguita una TAC, questi era stato operato, in via d’urgenza, nella notte tra il 4 e il 5 novembre.
1.3. A seguito dell’intervento, ed a distanza di circa due mesi, era stata accertata, mediante consulenza tecnica, la permanenza di una serie di gravi sintomi e quindi di un danno neurologico a carico delle funzioni sfinteriche, della sensibilita’ perineale e della motilita’ del piede destro, ritenuti effetto della prolungata compressione delle fibre della “cauda equina”, non prontamente contrastata con intervento chirurgico urgente. Questo sarebbe intervenuto tardi a causa del differimento della visita finalizzata alla diagnosi, ritardo quest’ultimo a sua volta dovuto alla sottovalutazione, imputata al ricorrente, dei gravi e allarmanti sintomi da ultimo manifestatisi nel paziente, pur affetto da lombosciatalgia cronica per la quale era da tempo seguito dal (OMISSIS) stesso.
In conclusione, il ritardo colpevole del (OMISSIS) veniva quantificato almeno nei sei giorni fatti inutilmente decorrere tra il momento in cui il paziente gli rappresento’ i gravissimi sintomi neurologici e quello in cui ritenne di far cadere l’appuntamento per la verifica della situazione, senza peraltro, neppure in quella occasione, prospettare la necessita’ di un pronto intervento chirurgico.
Nella sentenza di primo grado, inoltre, veniva verificata positivamente la configurabilita’ del nesso di causalita’ ed esclusa la causa di non responsabilita’ penale introdotta dal Decreto Legge n. 158 del 2012, articolo 3 (c.d. decreto Balduzzi) perche’ l’imputato non si era attenuto alle linee-guida o alle best practices che gli avrebbero imposto una diagnosi tempestiva e la sollecitazione di un intervento chirurgico non ulteriormente procrastinabile.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2018-03-09T14:33:59+00:00	12 marzo 2018|Cassazione penale 2018, Corte di Cassazione, Diritto Penale e Procedura Penale, Sentenze - Ordinanze, Sezioni Diritto, Sezioni Unite|0 Commenti

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