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Timestamp: 2019-04-25 09:42:24+00:00

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Catechismo Tridentino 1060
ARTICOLO SESTO Sali al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente.
81. Il profeta David, contemplando ripieno dello spirito di Dio la beata e gloriosa ascensione del Signore, esorta tutti a celebrare con grande letizia e gaudio un tale trionfo, con queste parole: Popoli tutti, battete le mani, giubilate a Dio con canto di trionfo: è asceso Iddio in mezzo al tripudio (Ps 46,2-6). Intenderà da ciò il Parroco il dovere di spiegare col massimo impegno questo mistero e di curare con diligenza che i fedeli non solo lo apprendano con la fede dell'intelletto, ma si sforzino con l'aiuto di Dio di esprimerlo nelle opere della vita. Quanto alla spiegazione di questo sesto articolo, in cui principalmente si tratta di questo divino mistero, è bene cominciare dalla prima parte ed enuclearne il significato.
Cristo, è asceso in cielo per sua virtù e come Dio e come uomo.
82. Ascese al cielo. I fedeli devono fermamente credere che Cristo, compiuto il mistero della nostra redenzione, ascese al cielo, in corpo ed anima come uomo, mentre in quanto Dio, non ne fu mai assente, poiché riempie ogni luogo della sua divinità. Il Parroco insegnerà come egli ascese per virtù propria, non elevato per forza altrui, come Elia che fu tratto in cielo da un carro di fuoco (2R 2,11), o il profeta Abacuc (Da 14,35), o il diacono Filippo (Ac 8,39), che, portati nell'aria per divina virtù, trasvolarono notevoli distanze. E lo fece per virtù propria non solo come Dio, per l'onnipotente virtù della sua divinità, ma anche come uomo. Poiché sebbene tale cosa non potesse compiersi con le forze naturali, pure la virtù, di cui era dotata l'anima beata di Cristo, potè muovere il corpo come le piacque; e questo, che già era glorificato, potè facilmente ubbidire all'impero dell'anima che lo muoveva. Questa è la ragione per cui crediamo che Cristo, come Dio e come uomo, è asceso al cielo per sua virtù.
Che significa: sedere alla destra del Padre.
83. Siede alla destra del Padre. Queste parole si trovano nella seconda parte dell'articolo; e sarà opportuno far notare che abbiamo qui una metafora, frequente nella sacra Scrittura, per cui indulgendo alla struttura del nostro intelletto, attribuiamo a Dio affetti e membra umane; mentre, essendo puro spirito, non si può concepire in lui nulla di corporeo. Ora, poiché tra gli uomini stimiamo che si debba tributare maggior onore a chi sta alla destra, noi applichiamo la stessa idea alle cose celesti, e, per spiegare la gloria che Cristo come uomo si è guadagnata sopra tutti gli uomini, diciamo che siede alla destra del Padre. Ma qui sedere non significa il luogo o la posizione del corpo, ma il fermo e stabile possesso di quella suprema e regale potestà e gloria che ha ricevuto dal Padre. Dice l'Apostolo: Risuscitandolo da morte e collocandolo alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato, Potestà, Virtù, Dominazione, e sopra qualunque nome, che sia pronunziato non solo in questo secolo ma anche nel futuro, tutto pose sotto i piedi di lui (Ep 1,20-22).
Appare da queste parole che questa gloria è cosi propria e peculiare di Cristo, che non può convenire a nes-sun'altra natura creata, come il medesimo Apostolo attesta in altro luogo: A quale degli angeli disse egli mai: Siedi alla mia destra? (He 1,13).
Tutti i misteri della vita di Cristo si riferiscono all'Ascensione.
84. Il Parroco spiegherà più a lungo il senso del l'articolo, narrando la storia dell'ascensione, che l'evangelista san Luca ha con ordine mirabile descritto negli Atti degli apostoli (Ac 1,2-12). E qui occorrerà sopratutto osservare che tutti gli altri misteri si riferiscono all'ascensione e in essa trovano la perfezione e il compimento.
Infatti come l'incarnazione del Signore è l'inizio di tutti i misteri della nostra religione, cosi l'ascensione chiude la sua peregrinazione quaggiù. Di più, gli altri articoli del Simbolo, che si riferiscono a Cristo S. N., mostrano la sua immensa bontà e abbassamento, nulla potendosi pensare di più deprimente e umiliante di questo: che il Figlio di Dio abbia assunto la natura e debolezza umana e abbia voluto patire e morire per noi. Confessando invece nell'articolo precedente ch'egli è risorto da morte e, in questo, che è asceso al cielo e siede alla destra del Padre, non possiamo affermare nulla di più grandioso e ammirabile per descrivere la sua gloria eccelsa e la sua divina maestà.
Cause dell'Ascensione.
85. Bisognerà spiegare con cura per qual motivo Cristo S. N. è asceso al cielo. Innanzi tutto perché al suo corpo, ornato nella resurrezione dalla gloria dell'immortalità, conveniva non già il soggiorno di questa oscura abitazione terrena, ma l'altissimo e splendido domicilio del cielo. E ciò non solo per insediarsi nel soglio regale di gloria, acquistato col sangue, ma anche per curare la nostra salvezza. Secondo, per mostrar di fatto che il suo regno non è di questo mondo (Jn 18,36). I regni del mondo sono terreni e labili; si basano sulla copia delle ricchezze e la potenza del braccio; invece il regno di Cristo non è terreno, quale se l'aspettavano i Giudei, ma spirituale ed eterno. Cristo stesso ha mostrato che sono spirituali i suoi beni e tesori, collocando in cielo la sua sede, dove sono da stimarsi più ricchi e più forniti di beni quelli che con più diligenza cercano le cose di Dio. San Giacomo infatti attesta che Dio ha eletti i poveri in questo mondo, ricchi di fede ed eredi del regno, promesso da Dio a coloro che lo amano (Jc 2,5). Terzo, perché con lo spirito e con il desiderio lo seguissimo nella sua ascensione. Come infatti con la sua morte e risurrezione ci aveva lasciato un modello di morte e risurrezione spirituale, cosi con l'ascensione c'insegna a levarci col pensiero nel cielo, pur restando sulla terra, confessando che noi siamo quaggiù ospiti e pellegrini in cerca della patria (He 11,13), ma già concittadini dei santi e familiari di Dio (Ep 2,19); giacché, come dice ancora il medesimo Apostolo: La nostra patria è nei cieli (Ph 3,20).
Benefici dell'Ascensione.
86. Il profeta David molto tempo prima, secondo l'Apostolo, aveva cantato l'efficacia e grandezza dei beni ineffabili, che la benignità di Dio ha effuso in noi: Asceso in alto, ne meno schiava la schiavitù; distribui doni agli uomini (Ps 57,19 Ep 4,8). Il decimo giorno infatti (dopo l'ascensione) mando lo Spirito santo, la cui feconda virtù riempi tutta la moltitudine presente di fedeli, attuando la magnifica promessa: E meglio per voi che io me ne vada; perché se io non vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando saro andato, ve lo mandero (Jn 16,7). Ascese al cielo, secondo il detto dell'Apostolo, anche per comparire dinanzi a Dio a nostro vantaggio e fungere da nostro avvocato presso il Padre (He 9,24). Figliuoli miei, dice san Giovanni, scrivo a voi queste cose affinché non pecchiate; ma se alcuno avrà peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto; egli è propiziazione per i nostri peccati (1Jn 2,1). Né v'è certo fonte alcuna, da cui i fedeli abbiano ad attingere maggiore letizia e giocondità di animo, quanto dal saper costituito patrono della nostra causa e intercessore della nostra salvezza N. S. Gesù Cristo, che gode presso l'eterno Padre di somma grazia ed autorità.
Finalmente Cristo ci ha preparato nel cielo un posto, come aveva promesso (Jn 14,2); e, a nome di noi tutti, egli come capo, è venuto in possesso della gloria celeste. Entrando nel cielo ci ha aperto le porte, che il peccato di Adamo aveva chiuse, e ci ha spianato la via per arrivare alla beatitudine celeste, come aveva predetto ai discepoli nell'ultima cena. Appunto per mostrarlo apertamente col fatto, introdusse con sé nella casa della beatitudine eterna le anime dei buoni, che aveva strappate dagli inferi.
A questa mirabile copia di doni celesti è seguita una salutare serie di vantaggi. Innanzi tutto si è molto accresciuto il merito della nostra fede. Infatti la fede si riferisce alle cose invisibili e remote dalla ragione e dall'intelligenza dell'uomo. Ora, se il Signore non si fosse allontanato da noi, il merito della nostra fede rimarrebbe diminuito, poiché Cristo stesso chiama beati quelli che non hanno veduto ed hanno creduto (Jn 20,29).
Secondo, l'ascensione di Cristo al cielo è adattissima a confermare nei nostri cuori la speranza, poiché come professiamo che Cristo uomo è asceso al cielo e ha collocato la natura umana alla destra del Padre, cosi vivamente speriamo di ascendere colà anche noi sue membra, per ivi ricongiungerci col nostro Capo,Il Signore medesimo lo ha attestato con le parole: Padre, io voglio che quelli i quali mi hai dato siano essi pure con me, dove sono io (Jn 17,24).
Terzo notevolissimo beneficio da noi conseguito si è l'aver rapito verso il cielo il nostro amore, infiammandoci di ardore divino. E stato detto con somma verità che il nostro cuore è là dov'è il nostro tesoro (Mt 6,21). Certo, se Cristo S. N. dimorasse qui in terra, tutta la nostra mente sarebbe intenta nella visione e nella familiarità di lui uomo; lo ammireremmo solo come l'uomo, che ci ha tanto beneficato e lo ameremmo di un amore terreno. Invece salendo al cielo egli ha reso spirituale il nostro amore, e ha fatto si che veneriamo ed amiamo come Dio Colui, che ora pensiamo assente. ciò s'intende meglio, sia con l'esempio degli apostoli, i quali finché il Signore fu presente, sembravano giudicarlo con criteri umani; sia con la parola stessa del Signore che disse: E meglio per voi che me ne vada. Infatti l'amore imperfetto con cui amavano Cristo presente, doveva perfezionarsi con l'amore divino, mediante la discesa dello Spirito santo; perciò aggiunse subito: Se io non vado, non verrà a voi il Consolatorc (Jn 16,7).
Quarto, dopo l'ascensione il Signore ha ampliato la sua dimora terrena, cioè la Chiesa, che è governata sotto la virtù e la guida dello Spirito santo. Ad essa lascio, come Pastore universale tra gli uomini e come supremo gerarca, Pietro principe degli apostoli; altri costitui apostoli, altri profeti, evangelisti, pastori e dottori (Ep 4,11). Sedendo ora alla destra del Padre, distribuisce sempre a questi e a quelli doni diversi; perché, attesta l'Apostolo, a ciascuno di noi è data la grazia secondo la misura del dono di Cristo (Ep 4,7).
Da ultimo, quel che abbiamo insegnato sopra sul mistero della morte e resurrezione, devono i fedeli pensarlo anche dell'ascensione. Perché sebbene noi dobbiamo la nostra salute e redenzione alla passione di Cristo il quale con i suoi meriti ha aperto ai giusti la via dal cielo, tuttavia la sua ascensione non ci è proposta solo come un modello, che ci insegna a guardare in alto e ad ascendere in cielo con lo spirito, ma ci ha pure procacciato la forza divina per farlo.
ARTICOLO SETTIMO Di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti.
87. Tre sono gl'insigni compiti di N. S. Gesù Cristo, diretti ad abbellire e illustrare la sua Chiesa: egli è redentore, patrono e giudice. Abbiamo veduto negli articoli precedenti com'egli abbia con la sua passione e morte redento il genere umano, e con l'ascensione in cielo abbia preso a patrocinare la nostra causa in perpetuo. Resta ora da considerarlo come giudice, in questo articolo, il quale significa che Cristo S. N. nell'ultimo giorno giudicherà tutto il genere umano.
La duplice venuta di Cristo.
88. La sacra Scrittura menziona due venute del Figlio di Dio: l'una, quando assunse l'umana natura per la nostra salvezza, facendosi uomo nel seno della Vergine; l'altra, quando alla fine dei secoli, verrà a giudicare tutti gli uomini. Questa seconda venuta nella Scrittura è chiamata giorno del Signore. Di essa l'Apostolo di ce:Il di del Signore verrà come il ladro notturno (1Th 5,2); e il Salvatore stesso: Quanto poi a quel giorno e quell'ora, nessuno lo sa (Mt 24,36).
Per la realtà del supremo giudizio basti quel passo dell'Apostolo: E necessario per tutti noi di comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno ne riporti quel che è dovuto al corpo, secondo che ha fatto il bene o il male (2Co 5,10). La sacra Scrittura è piena di passi, che i Parroci incontreranno ad ogni pagina, assai opportuni non solo a confermare detta verità, ma anche a metterla sotto gli occhi dei fedeli. Osserveranno che come dal principio del mondo fu sempre nel massimo desiderio di tutti il giorno in cui il Signore rivesti l'umana carne e riposero in esso la speranza della liberazione; cosi, dopo la morte e ascensione del Figlio di Dio, dobbiamo desiderare ardentemente quel secondo giorno del Signore, aspettando quella beata speranza e l'apparizione della gloria del grande Dio (Tt 2,13).
Il duplice giudizio: particolare e generale.
89. Per amor di chiarezza i Parroci distingueranno bene le due epoche, nelle quali ciascuno deve comparire innanzi al Signore per rendere ragione di tutti e singoli i pensieri, le opere, le parole, e sentire poi l'immediata sentenza del giudice. La prima viene quando muore ciascun di noi: subito l'anima si presenta al tribunale di Dio, ove si fa giustissimo esame di quanto ha operato, detto, o pensato; e questo si chiama giudizio particolare. La seconda verrà quando tutti gli uomini saranno riuniti insieme in un giorno e in un luogo stabilito innanzi al tribunale del Giudice, affinché tutti e singoli, spettatori e ascoltatori, gli uomini di tutti i secoli sappiano la propria sentenza. Il verdetto non sarà, per gli empi e scellerati, la minore delle pene; mentre i pii e i giusti ne trarranno grande premio e frutto, poiché sarà manifesto come ciascuno si è diportato in questa vita. E questo si chiama il giudizio universale.
Necessità del giudizio universale.
90. E necessario spiegare perché, oltre al giudizio privato dei singoli, si farà anche quello universale. Primo, avviene spesso che sopravvivano ai defunti dei figliuoli, imitatori dei genitori, o dei discepoli, fedeli nell'amarne e propugnarne gli esempi, le parole e le azioni; il che necessariamente fa aumentare il premio o la pena dei defunti mdesimi. Ora, poiché tale vantaggio o danno di valore sociale, non cesserà prima della fine del mondo, è giusto che di tutta questa partita di parole e di opere fatte bene o male, si faccia una completa disamina, impossibile a farsi senza il giudizio universale. Secondo, poiché la fama dei buoni è spesso lesa, mentre gli empi vengono esaltati come innocenti, la giustizia di Dio vuole che i primi ricuperino innanzi all'assemblea di tutti gli uomini la stima, ingiustamente loro tolta. Terzo, poiché gli uomini, buoni o cattivi, hanno compiuto nella vita le loro azioni con il loro corpo, ne segue che le azioni buone o cattive spettino anche ai corpi, che ne furono lo strumento. E giusto dunque dare ai corpi, insieme con le rispettive anime, il dovuto premio di eterna gloria o il castigo: ciò che non si può fare senza la resurrezione degli uomini e il giudizio universale.
Quarto, bisognava mostrare finalmente che nei casi prosperi o avversi, i quali capitano talora promiscuamente agli uomini buoni e cattivi, nulla avviene fuori della infinita sapienza e giustizia di Dio. Quindi è necessario non solo stabilire premi per i buoni e castighi per i cattivi nella vita futura, ma anche applicarli in un giudizio pubblico e generale, affinché riescano più notori ed evidenti; e cosi si lodi da tutti Dio per la sua giustizia e provvidenza, in compenso dell'ingiusto lamento che persone anche sante talora fanno come uomini, vedendo gli empi pieni di ricchezza e colmi di onori.
Il Profeta infatti dice: Manco poco non vacillassero miei piedi; manco un nulla non sdrucciolassero i miei passi, quando mi adirai per prepotenti, nel vedere la prosperità degli empi. E poco più oltre: Ecco come gli empi sono tranquilli e crescono sempre in potenza! Io dunque indarno purificai il mio cuore e ho lavato nell'innocenza le mie mani! Ed eccomi tutto il giorno battuto, e ogni mattina mi si rinnova il tormento (Ps 72,2-3 Ps 12-14). E questo il lamento di molti. Era necessario pertanto che si indicesse un giudizio universale, affinché gli uomini non dicessero che Dio, passeggiando sulla volta del cielo, non si cura delle cose terrene (Jb 22,14).
A buon diritto quindi questa formola di verità fu inclusa nei dodici articoli della fede cristiana, affinché gli animi di coloro che dubitano della provvidenza e giustizia di Dio, vengano sostenuti dall'efficacia di questa dottrina.
Quinto, bisognava che la prospettiva di questo giudizio rallegrasse i buoni e atterrisse i cattivi, affinché, conoscendo la giustizia di Dio, quelli non si scoraggino e questi rinsaviscono nel timore e nell'attesa dell'eterno supplizio. perciò il Signore e Salvatore nostro, parlando dell'ultimo giorno, dichiaro che vi sarebbe stato un giudizio universale e ne descrisse i segni precursori (Mt 24,29), affinché vedendoli apparire intendessimo essere imminente la fine del mondo. Quindi, salito al cielo, mando degli angeli a consolare gli apostoli piangenti per la sua assenza, con queste parole: Quel Gesù che è stato assunto qui da voi al cielo, verrà precisamente nella stessa maniera, che lo avete visto andare al cielo (Ac 1,11).
Cristo è stato costituito giudice anche come uomo.
91. La sacra Scrittura mostra che a Cristo S. N., non solo come Dio, ma anche come uomo, è stato affidato questo giudizio. Infatti sebbene la potestà di giudicare sia comune a tutt'e tre le Persone della santissima Trinità, pure la si attribuisce particolarmente al Figlio, cosi come gli si attribuisce la sapienza. Che poi, come uomo debba giudicare il mondo, è confermato dalla parola del Signore: Come il Padre ha la vita in sé, cosi diede pure al Figlio l'avere in se stesso la vita. E gli ha dato il potere di fare il giudizio, perché è Figlio d'uomo (Jn 5,26).
Era poi oltremodo conveniente che tale giudizio fosse presieduto da Cristo S. N.; perché, trattandosi di giudicare gli uomini, questi potessero con i loro occhi corporei mirare il Giudice, ascoltare con le proprie orecchie la sentenza proferita, percepire insomma coi sensi tutto intero il giudizio. Era ancora giustissimo che l'Uomo il quale fu condannato dalla più iniqua sentenza umana, sia visto da tutti sul seggio di giudice. perciò il Principe degli apostoli, dopo avere esposto nella casa di Cornelio per sommi capi la religione cristiana, ed aver insegnato che Cristo, appeso e ucciso sulla croce dai Giudei, era risorto a vita il terzo giorno, soggiunse: Ci ha comandato di predicare al popolo e attestare, come da Dio egli è stato costituito giudice dei vivi e dei morti (Ac 10,42).
Segni che precederanno il giudizio.
92. Sono tre i segni principali che, secondo le sacre Scritture, precederanno il giudizio: la predicazione del vangelo per l'universo mondo, l'apostasia e l'Anticristo.
Dice infatti il Signore: S'annunzierà questo vangelo del regno in tutta la terra, per testimonianza a tutte le nazioni; e allora verrà la fine (Mt 24,14); e l'Apostolo ci ammonisce di non farci sedurre circa l'imminenza del giorno del Signore: Se prima non sia seguita la ribellione e non sia manifestato l'uomo del peccato, non avverrà il giudizio (2Th 2,3).
Premio dei buoni.
93. Quanto alla forma e alla natura del giudizio, il Parroco potrà agevolmente conoscerla, sia dalle profezie di Daniele (Da 7,9 sgg.), sia dall'insegnamento dei Vangeli (Mt 24,25 Mc 13) e dell'Apostolo (Rm 2). Ma qui si dovrà con grande diligenza meditare la sentenza del Giudice. Cristo Salvatore nostro, guardando con lieto volto i giusti collocati alla sua destra, pronunzierà la loro sentenza con somma benignità: Venite, benedetti dal Padre mio, possedete il regno preparato a voi fin dalla fondazione del mondo (Mt 15,34). Non ci sono parole più gioconde di queste: e ben lo intenderà chi le porrà a paragone con la condanna degli empi. Con esse gli uomini giusti e pii sono chiamati dalle fatiche al riposo, da questa valle di lacrime al sommo gaudio, dalle miserie alla beatitudine sempiterna, meritata con le opere di carità.
Condanna degli empi.
94. Rivolto poi a quelli che staranno alla sua sinistra, fulminerà contro di essi la sua giustizia con queste parole: Via da me, maledetti, al fuoco eterno, preparato per il diavolo ed i suoi angeli (Mt 25,41). Con le prime, "Via da me", viene espressa la maggiore delle pene che colpirà gli empi, con l'essere cacciati il più possibile lungi dal cospetto di Dio, né li potrà consolare la speranza che un giorno potranno fruire di tanto bene. Questa è dai teologi chiamata pena del danno; per la quale gli empi saranno privati per sempre, nell'inferno, della luce della visione divina. L'altra parola: "maledetti ", aumenterà sensibilmente la loro miseria e calamità. Se mentre sono cacciati dalla presenza di Dio fossero stimati degni almeno di qualche benedizione, questo tornerebbe a grande loro sollievo; ma poiché nulla di simile potranno aspettarsi, che allievi la loro disgrazia, la divina giustizia, cacciandoli giustamente, li colpisce con ogni sua maledizione.
Seguono poi le parole: "al fuoco eterno"; è il secondo genere di pena che i teologi chiamano pe n a del senso, perché si percepisce con i sensi del corpo, come avviene dei flagelli, delle battiture o di altro più grave supplizio, tra i quali non è a dubitare che il tormento del fuoco provochi il più acuto dolore sensibile. Aggiungendo a tanto male la durata perpetua, se ne deduce che la pena dei dannati rappresenta il colmo di tutti i supplizi. ciò è meglio spiegato dalle parole che terminano la sentenza: "preparato per il diavolo e per i suoi angeli". Siccome la nostra natura è tale che noi più facilmente sopportiamo le nostre molestie, se abbiamo come socio delle nostre disgrazie qualcuno, la cui prudenza e gentilezza ci possano in qualche modo giovare, quale non sarà la miseria dei dannati, cui non sarà mai concesso, in tanti tormenti, separarsi dalla compagnia dei perdutissimi demoni. Tale sentenza giustamente il Signore e Salvatore nostro emanerà contro gli empi, perché questi hanno trascurato tutte le opere di vera pietà: non hanno offerto cibo all'affamato e bevanda all'assetato; non hanno alloggiato l'ospite, vestito l'ignudo, visitato l'infermo e il carcerato.
Conviene parlare spesso del Giudizio.
95. Tutto questo i Pastori devono frequentemente inculcare al popolo fedele, perché la verità di questo articolo, concepita con viva fede, ha un'efficacia immensa a frenare le prave cupidigie dell'animo e allontanare gli uomini dal peccato. perciò nell'Ecclesiastico è detto: In tutte le tue opere ricorda i tuoi novissimi e non peccherai in eterno (Si 7,40). E ben difficile infatti che uno sia cosi proclive al peccato, da non sentirsi richiamato al dovere dal pensiero che un giorno dovrà rendere ragione innanzi al giustissimo Giudice, non solo delle opere e delle parole, ma anche dei pensieri più occulti, e pagare la pena dei suoi demeriti. Mentre il giusto verrà sempre più spronato a praticare la virtù e proverà letizia grande, anche in mezzo alla povertà, all'infamia e ai dolori, pensando a quel giorno nel quale, dopo le lotte di questa vita d'angoscie, sarà dichiarato vincitore davanti a tutti gli uomini, e, entrato nella patria celeste, vi riceverà onori divini ed eterni. Quel che importa, dunque, è di esortare i fedeli ad abbracciare un santo tenore di vita ed esercitarsi in ogni pratica di pietà, onde possano con maggior sicurezza d'animo aspettare il grande giorno del Signore, anzi, desiderarlo con sommo ardore, come si conviene ai figli di Dio.
ARTICOLO OTTAVO Credo nello Spirito santo.
96. Sono state fin qui esposte, per il nostro programma, gli articoli relativi alla prima e alla seconda Persona della santissima Trinità: restano ora da spiegare quelli che si riferiscono alla terza Persona, cioè allo Spirito santo. Nel chiarire questa parte, i Parroci dovranno impiegare tutto il loro zelo e la loro diligenza, non essendo lecito al cristiano ignorare o fraintendere questo articolo al pari di quelli precedenti. perciò l'Apostolo non permise che alcuni cristiani di Efeso ignorassero la persona dello Spirito santo. Avendoli interrogati se avessero ricevuto lo Spirito santo e avendo essi risposto di non saper nemmeno se esistesse lo Spirito santo, egli soggiunse subito: Con quale battesimo dunque siete stati battezzati? (Ac 19,2). Con le quali parole volle significare che è ne cessarissima ai fedeli la conoscenza ben particolare di questo articolo. Da esso, come frutto principale, riceveranno la convinzione che, a ben riflettere, devono ascrivere tutto quanto hanno, a dono e beneficio dello Spirito santo.
ciò li farà sentire più modestamente ed umilmente di sé e li inciterà a porre ogni loro speranza nell'aiuto di Dio. Questo appunto deve essere il primo gradino del cristiano verso la somma sapienza e felicità.
Significato proprio del termine Spirito santo.
97. Si comincerà a spiegare l'articolo partendo dal valore e significato che assume qui la parola Spirito santo. Essa si applica ugualmente bene al Padre e al Figliuolo, poiché ciascuno dei due è spirito ed è santo; infatti noi crediamo che Dio è spirito. Inoltre designa anche gli angeli e le anime dei buoni; bisogna quindi badare che il popolo non sia indotto in errore dall'ambiguità del vocabolo. Dovrà pertanto insegnarsi in questo articolo che col nome di Spirito santo s'intende la terza Persona della santissima Trinità; senso che s'incontra nella sacra Scrittura del vecchio e più frequentemente del nuovo Testamento. David infatti implora: Non mi levare il tuo santo Spirito (Ps 50,13). Nel Libro della Sapienza si legge: Chi ha conosciuto la tua volontà, se tu non gli hai dato la sapienza e non gli hai inviato dal cielo il tuo Spirito santo? (Sg 9,17). E altrove: Il Signore ha creato la sapienza nello Spirito santo (Si 1,9).
Nel nuovo Testamento si legge, che dobbiamo esser battezzati nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito santo (Mt 28,19); che la santissima Vergine ha concepito per virtù di Spirito santo (Mt 1,20 Lc 1,35); e che san Giovanni ci rinvia a Gesù Cristo, perché ci battezzi nello Spirito santo (Jn 1,33). Cosi si dica di molti altri testi.
Perché la terza Persona della santissima Trinità manca di nome proprio.
98. Nessuno si maravigli che la terza Persona non abbia, come la prima e la seconda, un nome proprio. La seconda Persona ha un nome proprio e si chiama Figlio, in quanto il suo eterno procedere dal Padre si chiama propriamente generazione, come è stato spiegato negli articoli antecedenti. Come, dunque, quel procedere viene chiamato generazione, cosi la Persona procedente vien detta propriamente Figlio, e quella da cui procede: Padre. Ora, non essendo stato dato un nome proprio alla emanazione della terza Persona, chiamata genericamente spirazione e processione, ne segue che anche la Persona prodotta manchi di nome proprio. Non lo ha, perché noi siamo costretti ad attingere i nomi, che attribuiamo a Dio, dalle cose create; e come tra queste non troviamo altro modo di comunicare la natura e l'essenza all'infuori della virtù generativa, ne segue che non possiamo esprimere con vocabolo proprio la maniera, con la quale Dio comunica tutto se stesso per forza di amore. perciò la terza Persona è stata chiamata col nome generico di Spirito santo: nome che le conviene a perfezione, perché Egli infonde in noi la vita spirituale, e senza il soffio della sua santissima ispirazione non possiamo far nulla, che sia degno della vita eterna.
Lo Spirito santo è uguale in tutto al Padre e al Figliuolo.
99. Spiegato il senso del vocabolo, s'insegnerà innanzi tutto al popolo che lo Spirito santo è Dio, come il Padre e il Figliuolo, uguale ad essi, com'essi onnipotente ed eterno, infinitamente perfetto, buono e sapiente, identico in natura al Padre ed al Figlio. Tutto questo è bene espresso dalla preposizione i n, dicendo: credo nello Spirito santo. Essa è stata preposta a tutte e singole le persone della santissima Trinità, appunto per esprimere la forza della nostra fede. Ed è anche confermato da aperte testimonianze della Scrittura. San Pietro, negli Atti degli Apostoli, dopo aver detto: " Anania, come mai Satana tento il cuor tuo da mentire allo Spirito santo? ", soggiunse: " Non hai mentito a uomini, ma a Dio " (Ac 5,3). Egli cioè chiama Dio Colui, che poco prima aveva chiamato Spirito santo.
Inoltre S. Paolo spiega ai Corinzi che il Dio di cui a-veva parlato era lo Spirito santo: " Vi sono distinzioni di operazioni, ma è lo stesso Dio colui che opera in tutti tutte le cose "; e più oltre: " Ma tutte queste cose le opera quell'uno identico Spirito, il quale distribuisce a ciascuno secondo il suo beneplacito " (1Co 12,6-11). E negli Atti attribuisce allo Spirito santo quello che i profeti ascrivono unicamente a Dio. Isaia infatti aveva scritto: Ho udito la voce del Signore che diceva: Chi mandero?... E mi disse: va a questo popolo e di' loro: ...Aggrava il cuore di questo popolo, indura le sue orecchie, chiudi i suoi occhi di guisa che non veda con gli occhi e non oda con le orecchie (Is 6,8). E l'Apostolo, citando queste parole, osserva: Lo Spirito santo ha ben parlato per mezzo del profeta Isaia (Ac 28,25).
Di più, la Scrittura congiungendo la Persona dello Spirito santo con il Padre e col Figlio, per esempio là dove ordina di adoperare nel Battesimo il nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito santo, toglie ogni motivo di dubbio circa la verità di questo mistero; perché se il Padre è Dio e il Figlio è Dio, è forza confessare che anche lo Spirito santo, congiunto ad essi da pari grado di onore, sia Dio. Inoltre chi si battezza in nome di qualsiasi creatura non può trame alcun frutto. " Forse siete stati battezzati nel nome di Paolo? " (1Co 1,13), domanda l'Apostolo: per mostrare che questo non gioverebbe alla loro salute. Venendo dunque battezzati nel nome dello Spirito santo, bisogna ammettere che Egli è Dio.
Questo medesimo ordine delle tre divine Persone, col quale si prova la divinità dello Spirito santo, si ritrova sia nella I* lettera di Giovanni: Tre sono che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito santo; e questi tre sono una cosa sola (1Jn 5,7) ; sia nella celebre doxologia trinitaria, con cui si concludono le laudi e i salmi: Gloria al Padre, al Figliuolo e allo Spirito santo. Da ultimo, a preziosa conferma di questa verità, tutte quelle cose che crediamo essere proprie di Dio, per attestazione della sacra Scrittura, convengono allo Spirito santo. A Lui viene attribuito l'onore dei templi, dicendo l'Apostolo: Non sapete che le vostre membra sono tempio dello Spirito santo? (1Co 6,19); a Lui vengono attribuite la santificazione (2Th 2,12) e la vivificazione (Jn 6,64 2Co 3,6), lo scrutare i misteri di Dio (1Co 2,10), il parlare per bocca dei profeti (2P 1,21), l'esser dappertutto (Sg 1,7): le quali cose si possono attribuire solo alla divinità.
Lo Spirito santo è Persona distinta dal Padre e dal Figlio.
100. Bisogna ancora spiegare accuratamente ai fedeli che lo Spirito santo è Dio nel senso che costituisce una terza Persona nella natura divina, distinta dal Padre e dal Figlio, e prodotta per via di volontà. Tralasciando gli altri testi scritturali, la forma del Battesimo insegnataci dal Salvatore chiaramente mostra che lo Spirito santo è una terza Persona, per sé sussistente nella natura divina, e distinta dalle altre (Mt 28,19). Anche le parole dell'Apostolo sono chiare in proposito: La grazia del signor nostro Gesù Cristo, la carità di Dio e la partecipazione dello Spirito siano con tutti voi. Cosi sia (2Co 13,13).
Il medesimo è mostrato molto più apertamente dall'aggiunta, che i Padri del primo concilio di Costantinopoli fecero a questo punto, per confutare l'empio errore di Macedonio: (Credo) nello Spirito santo, che è signore ed è vivificatore; e procede dal Padre e dal Figlio; che è adorato e glorificato insieme col Padre e col Figlio; che parlo per mezzo dei profeti. Chiamando lo Spirito santo SIGNORE, i Padri fanno rilevare quanto sia superiore agli angeli. Essi furono, si, creati da Dio spiriti nobilissimi; ma, come attesta san Paolo, sono tutti spiriti amministratori, mandati in ministero per coloro che acquisteranno l'eredità della salute (He 1,14). Lo dicono poi VIVIFICANTE, perché l'anima ha più vita nell'unirsi a Dio che il corpo, il quale si alimenti e sostenga per l'unione con l'anima. E poiché la sacra Scrittura attribuisce allo Spirito santo questa unione dell'anima con Dio, giustamente lo Spirito santo viene detto vivificante.
La processione dello Spirito santo.
101. Circa le parole: Che procede dal Padre e dal Figlio, si deve insegnare ai fedeli che
10Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio come da un unico principio, per via di eterna processione. Tanto ci è proposto a credere dalla regola ecclesiastica, da cui non è lecito al cristiano dipartirsi; ed è confermato dal
l'autorità della Scrittura e dei concili. Infatti Cristo S. N., parlando dello Spirito santo, disse: Egli mi glorificherà perché riceverà del mio (Jn 16,14). Il medesimo si ricava dal fatto che nella sacra Scrittura lo Spirito santo
è talora detto Spirito di Cristo, talora Spirito del Padre; ora è detto mandato dal Padre, ora dal Figlio, per significare con chiarezza che procede ugualmente e dal Padre e dal Figlio.
Se uno non ha lo Spirito di Cristo, dise san Paolo, questi non è di lui (Rm 8,9); e scrivendo ai Galati: Ha mandato Dio lo Spirito del Figlio suo nei vostri cuori,11quale grida: Abbà, Padre (Ga 4,6). San Matteo lo chiama Spirito del Padre: Non siete voi che parlate, ma lo Spirito del Padre vostro (Mt 10,20); e il Signore nella Cena dice:Il Consolatore che io vi mandero, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli attesterà di me (Jn 15,26). E altrove cosi afferma che lo Spirito santo deve esser mandato dal Padre:Il Padre lo manderà nel nome mio (Jn 14,26). Siccome tutte queste e-spressioni dobbiamo intenderle della processione dello Spirito santo, ne segue che questi procede dal Padre e dal Figlio. Tale è l'insegnamento da impartire, intorno alla Persona dello Spirito santo.
Doni ed effetti dello Spirito santo.
102. Bisognerà inoltre insegnare che vi sono alcuni effetti mirabili e doni grandissimi dello Spirito santo, che diciamo scaturiti ed emanati da Lui, come da fonte inesauribile di bontà. Sebbene le opere esterne della santissima Trinità siano comuni a tutte e tre le Persone, pure molte di esse si attribuiscono in particolare allo Spirito santo, per farci intendere che esse provengono dall'amore immenso di Dio verso di noi. Infatti, poiché lo Spirito santo procede dalla divina volontà quasi infiammata d'amore, si capisce che gli effetti, attribuiti come propri allo Spirito santo, derivano dall'amore immenso di Dio verso di noi. Ne segue che lo Spirito santo è detto dono, significandosi con questa parola ciò che si dona benignamente e gratuitamente, senza speranza di ricompensa. perciò tutti i doni e benefici conferitici da Dio - " E che cosa abbiamo noi ", come dice l'Apostolo, " che non l'abbiam ricevuto da Dio? " (1Co 4,7) - dobbiamo riconoscerli con animo pio e grato come elargiti per concessione e grazia dello Spirito santo.
Molteplici poi sono i suoi effetti. Omettendo la creazione del mondo, la propagazione e il governo delle cose create, di cui abbiamo parlato nel primo articolo, abbiamo mostrato or ora che si attribuisce in modo proprio allo Spirito santo il dare la vita, come conferma il passo d'Ezechiele: Vi daro lo Spirito e vivrete (Ez 37,6). Ma è il profeta Isaia (11,2) che enumera gli effetti principali e più propri dello Spirito santo: spirito di sapienza e d'intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà, spirito di timor di Dio, i quali tutti si chiamano doni dello Spirito santo e talora semplicemente Spirito santo.
perciò sagacemente sant'Agostino (Della Trin. 15,19) ci avverte di badare, quando nella sacra Scrittura occorre la parola Spirito santo, per assicurarci se si tratti della terza Persona della santissima Trinità, oppure dei suoi effetti ed operazioni. Le due cose sono cosi differenti tra loro, come il Creatore differisce dalle creature. E con tanto maggior diligenza si dovrà sviluppare questo argomento, in quanto appunto da questi doni dello Spirito attingiamo i precetti della vita cristiana, e possiamo giudicare se lo Spirito santo sia veramente in noi.
Tra tutti i suoi munifici doni è da esaltare quella grazia che ci fa giusti e ci suggella con il promesso Spirito santo, pegno della nostra eredità (Ep 1,13). Essa unisce la nostra mente a Dio col vincolo strettissimo dell'amore, per cui avviene che, accesi da ardente desiderio di pietà, ini-ziamo una nuova vita (2P 1,4), e fatti partecipi della natura divina, ci diciamo e siamo in realtà figliuoli di Dio (1Jn 3,1).

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