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Timestamp: 2017-09-21 12:09:00+00:00

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La Corte di Appello di Torino conferma le responsabilità di Schmidheiny. Appello ONA perché la Procura di Torino chieda il sequestro dei suoi beni, ed istruisca al più presto gli altri processi - Studio Legale
La Corte di Appello di Torino conferma le responsabilità di Schmidheiny. Appello ONA perché la Procura di Torino chieda il sequestro dei suoi beni, ed istruisca al più presto gli altri processi
La Corte di Appello di Torino, con Sentenza 3 giugno 2012, Pres. Oggé, imp. Schmidheiny e a., ha confermato la condanna già emessa in primo grado a carico del Magnate Svizzero Stephan Schmidheiny, aggravandone la pena a 18 anni di reclusione, mentre ha dichiarato il non doversi procedere nei confronti dell’altro imputato, il barone belga Louis De Cartier De Marchienne, deceduto poche settimane prima della Sentenza di Appello, portando la pena a 18 anni di reclusione.
Il dispositivo riporta l’assoluzione per i periodi in cui non rivestivano le posizioni di garanzia negli stabilimenti italiani, mentre, in riforma della Sentenza di primo grado, in accoglimento dell’appello del Pubblico Ministero, sollecitato anche dall’Avv. Ezio Bonanni, legale di alcuni dei familiari delle vittime, riforma i capi della Sentenza di primo grado, emette condanna a carico di Stephan Schmidheiny anche per i disastri di Rubiera e Napoli Bagnoli, e accoglie anche l’appello dell’Avv. Ezio Bonanni, il quale aveva lamentato delle mancate pronunce risarcitorie nella Sentenza di primo grado (vedi dispositivo della Sentenza di Appello con indicazione di tutte le vittime e i loro familiari).
Le motivazioni della Sentenza della Corte di Appello di Torino, depositate in Cancelleria lo scorso 03.09.2013, confermano in 800 pagine, l'impianto accusatorio sostenuto dal Dott. Guariniello e dalle difese delle parti civili, e quindi le responsabilità di Stephan Schmidheiny.
Le motivazioni della Sentenza di appello del processo Eternit, nel loro testo integrale, e possono essere consultate o nel menù a sinistra alla voce Leggi & Sentenze, oppure nel sito dell'Osservatorio Nazionale Amianto.
In uno dei passaggi pià agghiaccianti, la Corte evidenzia che “la produzione del cemento amianto in Italia è proseguita per quasi un decennio in Italia dopo che fu resa nota la sua pericolosità ‘solo per effetto dell’opera di disinformazione consapevolmente promossa’ da Stephan Schmidheiny”.
Non si può prescindere dal fatto che La legge n. 80 del 17.03.1898 (G.U. n. 175 del 31.03.1898) e dall’ l’art. 7 del R.G. (G.U. n. 148 del 26.06.1899), hanno sancito l’obbligo dell’adozione dei presidi di protezione individuale per la difesa dalle polveri, quindi hanno enfatizzato il ruolo “dell’ approccio protezionistico” che non agisce eliminando, o almeno riducendo quasi a zero, il rischio esterno ma interviene amplificando il ruolo primario di protezione attiva da parte del “Soggetto” oggetto del danno.
Il Tribunale di Torino (proc. n. 1197/1906), rigettava la domanda risarcitoria di Bender e Martiny e The British Asbestos Company Limited nei confronti dell’Avv. Carlo Pich e del gerente Arturo Mariani, redattori de “Il progresso del Canavese e delle Valli di Stura”, edito a Ciriè, poiché negli articoli non c’era nulla di falso in quanto quella dell’amianto è “fra le industrie pericolose […] le particelle […] vengono a ledere le vie delli apparati respiratorii, […] fino al polmone, predisponendole allo sviluppo della tubercolosi, facilitandone la diffusione aumentandone la gravità”. La decisione venne confermata con la Sentenza n. 334 del 28.05.1907 della Corte di Appello di Torino, poiché “la lavorazione di qualsiasi materia che sprigioni delle polveri [...] aspirate dall'operaio, sia dannosa alla salute, potendo produrre con facilità dei malanni, è cognizione pratica a tutti comune, come è cognizione facilmente apprezzabile da ogni persona dotata di elementare cultura, che l'aspirazione del pulviscolo di materie minerali silicee come quelle dell'amianto [...] può essere maggiormente nociva, in quanto le microscopiche molecole volatilizzate siano aghiformi od almeno filiformi ma di certa durezza e così pungenti e meglio proclivi a produrre delle lesioni ed alterazioni sulle delicatissime membrane mucose dell'apparato respiratorio”. Il regio decreto 442 del 14.06.1909 includeva la filatura e tessitura dell'amianto tra i lavori insalubri o pericolosi. Benedetto Croce, in data 11.06.22 presentò al Senato del Regno la proposta di legge n. 778 “per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico”, che “civiltàmoderna si sentì il bisogno di difenderle, per il bene di tutti … che danno all’uomo entusiasmi spirituali così puri e sono in realtà ispiratrici di opere eccelse”. Il Regolamento generale per l’igiene del lavoro (R.D. n.530 del 14/4/1927, Approvazione del regolamento generale per l’igiene del lavoro, G.U. 25/4/1927 n. 95) ha dettato norme di prevenzione e protezione e per le polveri all’art. 17 per disporne l’aspirazione e limitarne la diffusione nell’ambiente e la protezione degli operai anche con dispositivi individuali. La convenzione n. 18 del 19.05.1925, ratificata con R.d.l. 1792 del 04.12.33 (G.U. 10.01.1934) estendeva l’assicurazione sociale anche alle malattie professionali, che così venivano indennizzate, e la convenzione n. 19 del 19.05.25, ratificata con L. n.2795 del 29/12/1927 (G.U. n.38 del 15/5/1928), ne sanciva il riconoscimento anche ai lavoratori stranieri, unitamente agli infortuni sul lavoro, coerentemente alla raccomandazione n. 24 del 19.05.1925 emanata dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, avente ad oggetto l’indennizzo della malattie professionali (L’assurance-maladie - BIT, L’assurance-maladie, n. 4, Genève 1925). “E’ … certo ed incontestabile che l’integrità personale dell’uomo e la sua salute (sommi beni che trascendono dalla sfera dell’individuo per assurgere ad importanza sociale, come necessaria premessa della conservazione e del miglioramento della specie) sono protette non soltanto dal contratto, ma altresì da numerose leggi di pulizia sanitaria e perfino dal Codice Penale” (Corte di Cassazione Civile, Sentenza n. 2107 del 28.04.1936, pubblicata il 17.06.1936), e “le forme assicurative predisposte per garantire gli operai contro talune malattie professionali tassativamente elencate, non dispensano i datori di lavoro dall’obbligo contrattuale di usare la dovuta diligenza nella propria azienda, per evitare danni ai lavoratori (anche se compresi nella previdenza assicurativa), adottando tutti i mezzi protettivi prescritti o suggeriti dalla tecnica e dalla scienza. Il dovere di prevenzione, che l’art. 17 r.d. 14 aprile 1927, n. 530, sull’igiene del lavoro, impone per il lavoro che si svolga in ‘locali chiusi’ va osservato in tutti quei casi in cui il luogo di lavoro, pur non essendo completamente chiuso, non sia tale da permettere comodamente e senza pericolo la uscita dei vapori e di qualsiasi materia nociva”: la colpa risiede nell’assenza di “aspiratori” in “locali non perfettamente chiusi” e di “maschere per i lavoratori” e nella negligenza e imprudenza rispetto all’“allarme dato dagli scienziati” sulla pericolosità delle polveri (Cass. Sent. n. 682 del 20.01.1941, pubblicata il 10.03.1941, Soc. acciaierie elettr. c. Panceri); poiché per le “malattie professionali non garantite da assicurazione obbligatoria il datore di lavoro non può esimersi da responsabilità se l’evento dannoso si sia prodotto per sua colpa” (Corte di Cassazione, Sentenza 17.01.1941, Soc. off. elettroferro Tallero c. Massara), né può costituire un esonero il fatto che “gli operai non avevano mai denunziato disturbi […] perché la silicosi insidia insensibilmente l’organismo del lavoratore fino alle manifestazioni gravi che causano l’incapacità al lavoro sicché il lavoratore non è in grado di accorgersene in precedenza”, poiché l’art. 2 del r.d. 530 del 1927, “prescrive al datore di lavoro di avvertire preventivamente il lavoratore del pericolo, di indicargli i mezzi di prevenzione adatti” e l’art. 17 “prescrive l’aspirazione della polvere immediatamente vicino al luogo ove viene prodotta” (Corte di Cassazione, II^ Sezione Civile, Sentenza n. 686 del 17.01.1941), cui corrisponde la norma di chiusura di cui all’art. 2087 c.c. (r.d. 16.03.1942, n. 262), con la quale si impone all’imprenditore di “adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”. Il 25.01.1943 il Ministro delle Corporazioni presentava presso la Camera il disegno di legge n. 2262 per l’“estensione dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali alla silicosi ed asbestosi”, “scopo 1. proteggere … in sede di prevenzione tecnica … i lavoratori, tracciando e imponendo agli imprenditori un piano razionale e completo di prevenzione; 2. tutelare la salute dei lavoratori entrando con decisione nel settore delle malattie polmonari”, con l’indennizzo per i lavoratori, che fu approvato con la l. 455 del 12.04.1943. La Costituzione della Repubblica Italiana del 01.01.1948, “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo, interesse della collettività” (art. 32)[1].
Quindi il danno che le fibre di amianto erano in grado di determinare alla salute e all’ambiente era ben noto a Stephan Schmidheiny e alla sua famiglia, e quindi risulta dimostrato il dolo rispetto alle ipotesi di reato rispetto agli artt. 434 e 437 del codice penale [2].
All’udienza del 03.06.2003, la Corte di Appello di Torino, ha pienamente accolto le tesi del P.M. Dott. Raffaele Guariniello, sostenute anche dai legali delle vittime e dei loro familiari, e ha pertanto rigettato l’appello che avevano avanzato i due imputati, quali figure apicali della multinazionale dell’amianto -
rectius, l’unico superstite dei due (lo svizzero Stephan Schmidheiny), mentre per l’altro (il belga Louis de Cartier de Marchienne) c’è stata la declaratoria di non doversi procedere, poiché è deceduto poche settimane prima della fine del processo di appello, in quanto hanno cagionato, violando tutte le norme cautelari (artt. 4, 18, 19, 20 e 21 del DPR 303/56, artt. 377 e 387 del DPR 547/55, ed art. 2087 c.c.), con coscienza e volontà, e hanno cagionato migliaia di malattie e morti tra i lavoratori e la popolazione residente nei pressi dei poli produttivi (collocati a Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Napoli-Bagnoli, mentre per quello di Siracusa, in seguito all’esposto dell’Osservatorio Nazionale Amianto e dell’Avv. Ezio Bonanni che assistono oltre 100 familiari e alcuni sopravvissuti, nel febbraio del 2012 sono iniziate ulteriori indagini da parte del Procuratore della Repubblica Dott. Raffaele Guariniello), oltre che di disastro ambientale, ancora ad oggi perdurante.
Le motivazioni della Sentenza di appello della Corte di Torino confermano la fondatezza dell’impianto accusatorio e la sussistenza del dolo nella condotta dell’imputato Stephan Schmidheiny, e tutto quanto già messo in evidenza dalla pubblica accusa sostenuta dal Procuratore di Torino, Dott. Guariniello, e dai legali delle vittime e dei loro familiari che si sono costituiti parte civile, per ottenere giustizia, e l’integrale risarcimento di tutti i danni.
b) Si dichiara il non doversi procedere nei confronti dell’imputato Louis de Cartier de Marchienne per sua sopravvenuta morte, per quei fatti e quelle condotte per i periodi a partire dal 1966, periodo nel quale ha rivestito il ruolo
di amministratore delegato dell’Eternit.
relativamente al capo A) dell'imputazione, ossia al delitto diomissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, aggravato dalla verificazione di infortuni (art. 437, co. 1 e 2 c.p.), dichiara non doversi procedere per essere il reatoestinto per prescrizione;
L’Avv. Ezio Bonanni, difensore di parte civile nel processo eternit, nel corso del giudizio di primo grado, avendo previsto che difficilmente il magnate svizzero Stephan Schmidheiny potesse essere concretamente chiamato a risarcire le vittime e gli enti pubblici danneggiati, in quanto si sarebbe trincerato sulle sue potenti amicizie, aveva chiesto la chiamata in causa quale responsabile civile della Repubblica Italiana, perché rispondesse in solido con gli imputati, che era stata accolta dal Tribunale di Torino, con provvedimento del 13.12.2012.
L’Avv. Ezio Bonanni ha chiesto alla Procura della Repubblica di Torino e alle altre Autorità di individuare i beni di Stephan Schmidheiny e di disporne il sequestro, oltre che di mettere in esecuzione la pena detentiva, poiché il disastro è ancora in corso, e per la pervicace condotta dell’imputato nel perpetuare le conseguenze dei reati poste in essere e per l’assenza di ogni segno di ravvedimento, e anche di umana pietà per le migliaia di persone di cui ha volontariamente cagionato la morte per realizzare la sua sete di profitto
[1] Ezio Bonanni, “La storia dell’amianto nel mondo del lavoro”, Centro Studi Diritto dei Lavori, Anno VI, numero 1, Cacucci Editore.

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