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Il Giudizio Abbreviato : i tratti inquisitori - Aspetti di Criminologia
Il Giudizio Abbreviato : i tratti inquisitori
2 febbraio 2015 1 dicembre 2016 giuseppe64 5380 Views 0 Comment giudizio abbreviato, i tratti inquisitori del giudizio abbreviato, le indagini difensive, le prove, tratti inquisitori
I tratti inquisitori nl Giudizio Abbreviato
Il rito abbreviato è uno dei riti speciali previsti dal nostro ordinamento. Esso rappresenta la massima espressione di volontà da parte dell’imputato.
Si instaura su richiesta di quest’ultimo e si fonda sugli elementi probatori raccolti durante la fase delle indagini preliminari.
La scelta del rito abbreviato viene fatta dopo aver effettuato un’attenta analisi del materiale probatorio esistente.
In pratica quanto maggiore è la difficoltà probatoria tanto più appare opportuno percorrere l’iter procedurale ordinario che si sviluppa attraverso il dibattimento.
Qualora invece le difficoltà probatorie emerse risultino facilmente rilevabili, potrebbe rivelarsi opportuno optare per il rito abbreviato.
Introdotto nel sistema processuale penale nel 1988, il giudizio abbreviato ha come scopo principale quello di giungere alla definizione del processo nel corso dell’udienza preliminare, evitando le lungaggini del dibattimento.
Si celebra allo stato degli atti, sulla base di quelle che sono le risultanze delle indagini preliminari che compongono il fascicolo del Pubblico ministero.
Dal 1988 ad oggi il termine usato dal legislatore: “allo stato degli atti” ha subito rilevanti modifiche.
Il termine: “stato degli atti” fa riferimento al quantum degli elementi raccolti durante la fase delle indagini preliminari dal Pubblico Ministero.
Il rito abbreviato precedente alla legge 16 dicembre 1999 nr. 479, era improntato sulla richiesta dell’interessato seguita dal successivo assenso del Pubblico Ministero ed infine, la contestuale verifica da parte del Giudice in ordine alla definibilità del processo allo stato degli atti.
Gli art.27 e segg tratti dalla legge 16 novembre 1999 n.479 hanno mutato l’identità dell’istituto: viene meno l’assenso del Pubblico ministero ed inoltre non si tratta più digiudizio cartolare svolto allo stato degli atti, bensì possono essere acquisiti nuovi elementi probatori anche ex officio.
La mutazione genetica del Giudizio Abbreviato
In tal senso Cordero dichiara: autentica mutazione genetica. Intuibili gli aspetti paradossali: l’imputato acquista un diritto potestativo allo sconto d’un terzo della pena; chiedendo il rito abbreviato, senza perdere una sola risorsa istruttoria, elide l’art.133 c.p.
Il giudizio abbreviato ab origine ruotava intorno all’asse del giudizio cartolare, si trattava quindi solo di attuare una decisione allo stato degli atti tant’è che l’art. 441 escludeva gli apporti procedimentali che invece erano possibili nell’udienza preliminare.
Con le nuove norme il postulante può subordinare la richiesta all’acquisizione di prove che offre o indica anche il giudice ex art. 441 c.5° motu proprio.(08)
L’istituto era nato da un calcolo di economia. Nella nuova configurazione non esiste più corrispettivo: udienze lunghe, complesse, dialetticamente contorte, assorbiranno le risorse già destinate ai dibattimenti; l’ unico risparmio è l’intervallo dalla vocatio in iudicium all’apertura del dibattimento. (09)
La legge Carotti del 1999 ha previsto che la richiesta ex art. 438 c.p.p c.2° fosse formulata nell’udienza preliminare sino alla formulazione della conclusione a norma di quanto previsto ex artt. 421 e 422 c.p.p., non è più sottoposto al consenso del Pubblico ministero o alla verifica del giudice il quale per ai sensi dell’art, 441 c.5° c.p.p ha acquisito poteri integrativi concernenti la prova. Il giudice quando ritiene di non poter decidere allo stato degli atti assume, anche d’ufficio, gli elementi necessari ai fini della decisione. Resta però salva in tal caso l’applicabilità dell’ art. 423 c.p.p.
Il G.U.P, quindi, alla richiesta di rito abbreviato assume funzioni che conseguentemente si sovrappongono divenendo simili a quelle espletate dal giudice del dibattimento.
La sede in cui si svolge il rito naturalmente può variare a seconda dei modi in cui sfocia l’azione penale ai sensi dell’ art. 405 c.p.p..Solitamente si instaura in sede di udienza preliminare, ma nei casi di citazione diretta a giudizio o giudizio direttissimo la richiesta e, quindi il successivo rito, può svolgersi dinanzi al giudice del dibattimento.
Tornando a ciò che concerne la mutazione genetica subita dal giudizio abbreviato nel corso del tempo, appare opportuno precisare che l’integrazione probatoria non è prerogativa esclusiva dell’imputato.
L’art. 441 c. 5° prevede la possibilità di integrare gli elementi raccolti mediante una ulteriore integrazione probatoria da parte del giudice.
Naturalmente ciò ha generato manifeste perplessità da parte degli addetti ai lavori poiché la norma in sé lascia intravedere i caratteri dell’inquisitorietà, considerato che nell’ambito dell’udienza preliminare non è affatto prevista la formazione della prova.
Caratteristiche del giudizio abbreviato
Nel rito abbreviato c.d. secco non si ha la possibilità di formare prove. Si attua comunque attraverso la discussione di tutte le parti del processo, ognuna delle quali, rappresenta la propria tesi sottesa agli elementi probatori raccolti nel corso delle indagini preliminari per quanto riguarda il Pubblico ministero o le indagini difensive per ciò che concerne la difesa.
Il rito abbreviato condizionato ex art. 438 c. 5° c.p.p. prevede invece la possibilità da parte dell’imputato di richiedere una integrazione probatoria che dovrà essere debitamente indicata dall’imputato e ritenuta utile affinché integri il bagaglio di conoscenza del giudice.
L’eventuale dissenso da parte del P.M. non vincola la decisione del giudice che valuta la richiesta sulla scorta della compatibilità della condizione, con la particolare natura di economicità processuale del giudizio abbreviato.
Il giudice se del caso, accoglie in base criteri sanciti ex art.408 c.5, qualora la richiesta includa un’integrazione probatoria necessaria ai fini della decisione, compatibile con la finalità economico processuale, tenuto conto degli atti già acquisiti e ritenuti utilizzabili.Nell’eventualità di accoglimento del rito abbreviato condizionato, occorrerà dotare
il Pubblico ministero del diritto alla controprova. Ciò allo scopo di garantire la parità delle parti.
La Corte Costituzionale con la Sentenza nr.169 del 2003 ha dichiarato costituzionalmente illegittimi gli artt. 438 c.6, 458 c.2 e 464 c.1 c.p.p. nella parte in cui
prevedevano che, qualora fosse stata rigettata da parte del giudici la richiesta di giudizio
abbreviato condizionata da una integrazione probatoria, l’imputato potesse rinnovare la richiesta, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado e il giudice quindi disporre il giudizio.
Nei paragrafi precedenti è apparso opportuno ripercorrere e approfondire i caratteri delle indagini difensive, in quanto rappresentano uno strumento investigativo di cui il legislatore ha dotato la difesa di rilevante importanza ai fini dell’instaurazione di un valido contraddittorio, in grado di confutare la tesi proposta dalla Pubblica accusa.
Al momento della richiesta del giudizio abbreviato viene depositato il fascicolo delle indagini difensive con atti a contenuto dichiarativo.
Il tribunale di Fermo (AP) sollevò la questione di illegittimità costituzionale dell’art.442 c.1 bis c.p.p., nella parte in cui prevedeva l’utilizzabilità nel giudizio abbreviato, ai fini della decisione sul merito dell’imputazione, degli atti di investigazione difensiva a contenuto dichiarativo, unilateralmente assunti.
La corte costituzionale ha considerato infondata la questione, dichiarando che è legittimo l’art. 442 comma 1 bis nella parte in cui prevede l’utilizzabilità nel giudizio abbreviato, ai fini della decisione sul merito dell’imputazione, degli atti di investigazione difensiva a contenuto dichiarativo, unilateralmente assunti.
In pratica con tale sentenza ha confermato l’ordinanza nr. 245 del 2005 con la quale dichiarò la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art.438 comma 5 c.p.p., sollevata in riferimento all’art.111. c. 2° Cost., dal giudicedell’udienza preliminare del Tribunale di Modena anche questa a riguardo del deposito delle investigazioni difensive.
Pertanto, prima dell’apertura del dibattimento, il difensore può depositare il fascicolo delle indagini difensive e formulare una contestuale richiesta di Giudizio abbreviato secco.
L’utilizzabilità anche degli atti di investigazione difensiva, compresi quelli a contenuto dichiarativo come conseguenza del consenso del solo imputato implicato dalla richiesta di Giudizio abbreviato, non può ritenersi di per sé lesivo del principio diparità
delle parti tanto più nella fase delle indagini preliminari dove la difesa è in una posizione di svantaggio rispetto al Pubblico Ministero.
La disciplina delle indagini difensive infatti si è proposta proprio con lo scopo di conseguire un equilibrio tra le parti, delineando, pertanto, una tendenziale pari valenza delle indagini di entrambi.
La giurisprudenza si è sinora orientata nel senso che il diritto al contraddittorio del P.M. può essere assicurato, sia disponendo di un congruo differimento dell’udienza, onde consentire lo svolgimento delle investigazioni integrative eventualmente necessarie, oppure, anche su sollecitazione del P.M., interpellando i poteri integrativi officiosi del giudice previsti ex art. 441 c.5° .
Prevedere da parte del legislatore l’eventuale riconoscimento al P.M. del consenso di eventuali indagini integrative, avrebbe rimesso nelle mani dello stesso l’accesso al rito trasformandolo in un preliminare patteggiamento sulle prove.
I criteri di scelta dell’ imputato
L’imputato può scegliere di mortificare il momento di formazione della prova in favore di una valutazione processuale atta a scongiurare una lungaggine processuale a favore di un risultato (anche favorevole) che l’imputato potrebbe ottenere già allo stato degli atti o, piuttosto di una mera adesione di premialità garantita del rito abbreviato che consente di scongiurare un terzo della pena prevista dal codice.
Il giudizio abbreviato viene spesso citato, a causa della sua premialità, come il rito dei disperati proprio a causa dello sconto di pena insito nel rito.
In realtà però, la scelta del rito è certamente figlia di un’attenta analisi da parte della difesa circa gli elementi raccolti dal Pubblico ministero durante la fase delle indagini preliminari.
Le esigenze possono essere comunque diverse:
– quando il rischio di una condanna da una pena esemplare supera la soglia del probabile in vista di proiezioni probatorie che lasciano presagire un dibattimento a senso unico e quindi la certezza di una sentenza di condanna, oltreché naturalmente lo sconto di un terzo della pena;
– se gli indizi raccolti durante la fase delle indagini preliminari appaiono mostrare lacune tali da poter porre in dubbio l’ipotesi di colpevolezza a carico dell’imputato, che l’instaurazione di un contesto dibattimentale potrebbe solo riaffermare;
– la scelta di farsi giudicare dal Giudice per l’udienza preliminare evitando dunque il processo, un’assoluzione probatoria improbabile.
Una scelta, dunque, quella dell’imputato, che prende le mosse necessariamente dal materiale probatorio raccolto durante la fase delle indagini preliminari.
Naturalmente in un tale contesto gioco forza assumono una rilevanza fondamentale, le indagini difensive e gli elementi a discarico raccolti in favore dell’imputato potrebbero far intravedere anche in sede di giudizio abbreviato un nutrito contraddittorio.
La metamorfosi del principio di colpevolezza
I risultati che emergono dalle indagini preliminari pongono in pratica il Pubblico ministero nella condizione di decidere ai sensi dell’ art.50 c.p.p se esercitare o meno l’azione penale oltreché intuire un’eventuale definizione anticipata del processo attraverso l’utilizzo di uno dei procedimenti speciali previsti dal nostro codice.
Il pubblico ministero, nell’esercitare l’azione penale attraverso il conseguente rinvio a giudizio, deve tener conto dell’evolversi dell’udienza preliminare da cui potrebbe appunto scaturire la scelta da parte dell’imputato di aderire al rito del Giudizio abbreviato e pertanto fare in modo che il rinvio a giudizio sia figlio di una completezza di indagini tali da far presumere con certezza l’imputabilità e la conseguente condanna dell’imputato. Ciò soprattutto in considerazione del fatto che il Giudizio abbreviato è un rito che si espleta allo stato degli atti.
In soccorso del P.M, qualora l’indagine si riveli incompleta, giunge la possibilità
di integrazione probatoria, sollecitata anche dal P.M. ed a cui il giudice fa ricorso quando ritiene di non poter decidere allo stato degli atti (art. 441 c.5° c.p.p.)
Sorge così il conseguente diritto alla controprova – prova contraria – (similitudine all’ art. 507 c.p.p.).
La richiesta condizionata implica, se accolta, il diritto alla prova contraria anche al P.M. in virtù della parità delle parti riconosciuta dal legislatore.
Inoltre possono instaurarsi nuovi scenari cosi raffigurabili:
1) L’incompletezza delle indagini svolte dal P.M. incentiva l’imputato a presentare la richiesta semplice di giudizio abbreviato, producendo anteriormente a questa o contestualmente atti di investigazione difensiva;
2) Un’indagine incompleta da parte del P.M. renderebbe pressoché sicura l’integrazione probatoria officiosa ex art. 441 c.5 c.p.p, con risultati che potrebbero ritorcersi a danno dell’imputato, con l’ulteriore rischio di una eventuale modifica del capo di imputazione, una flessibilità questa dello stato degli atti che potrebbe indurre a dissuadere l’imputato dal percorrere la via alternativa del Giudizio abbreviato;
3) Un impulso alla richiesta semplice di giudizio abbreviato potrebbe forse giungere dall’ordinanza di integrazione delle indagini ex art. 421 bis c.p.p. in quanto una volta verificatasi un’integrazione del genere nell’udienza preliminare, l’imputato vedrebbe diminuire il rischio che in sede di giudizio abbreviato, si procede a nuova integrazione a norma dell’art. 441 c.5 c.p.p.
I poteri probatori del giudice nel rito abbreviato
E’ un errore da non sottovalutare quello di poggiare le proprie convinzioni sul fatto che il Pubblico Ministero, titolare delle indagini, si riveli sempre in grado di presentare un prodotto finito dal punto di vista delle investigazioni, si riveli un errore.La cosiddetta relatività dello stato non indica più qualcosa di cristallizzato, poiché oramai è sempre più probabile un’implementazione probatoria posta in essere dal giudice.
La scelta dell’imputato deve orientarsi anche sulla conseguenziale previsione di un potere di integrazione probatoria del giudice.
Il giudizio abbreviato non si configura più come un giudizio a “prova bloccata”. Il comma 5 dell’art.441 conferisce al giudice il potere di assumere, anche d’ufficio, le prove necessarie ai fini della discussione, quando ritenga di non poter decidere allo stato degli atti.
La possibilità di decidere secondo questo criterio da requisito per l’ammissione del
rito de quo del modello precedente alla legge Carotti, si è tramutato in presupposto per un’integrazione probatoria disposta anche in via officiosa.
Una richiesta secca da parte dell’imputato non preclude al giudice la possibilità di integrare la manifestazione di volontà dell’imputato non provoca alcuna cristallizzazione
del quadro probatorio, perché il ruolo di prognosi sulla decidibilità si trasforma in criterio guida per al decisione.
Il legislatore del 1998, nel momento in cui ha privato il giudice del potere di vagliare l’ammissibilità delle richieste sul parametro della decidibilità allo stato degli atti, ha avvertito il bisogno di bilanciare questa previsione attraverso il riconoscimento dello stesso potere di integrare il quadro conoscitivo sul quale fondare la decisione (esigenza di compensazione) . Il quinto comma contempla l’esigenza di compensazione.
L’uso della locuzione “anche d’ufficio” sta a significare che i poteri del giudice ben potrebbero essere sollevati dalle parti processuali.
Tuttavia visto che si tratta di poteri officiosi cui non corrisponde alcun diritto di prova riconosciuto dalle parti, si è ritenuto che essi debbano essere esercitati dal giudice solo quando emerge un’assoluta esigenza probatoria così come il diritto alla controprova del P.M sorge a seguito della richiesta da parte dell’imputato del rito abbreviato condizionato.
Si corre il rischio di un deterioramento dell’imparzialità del giudice che incombe ogni qualvolta questi si renda protagonista sul più naturale diritto delle parti (caduta inquisitoria).In tal senso vengono riportati alla luce resti del vecchio giudice istruttore.
Si tratta di un potere integrativo e non di un surrogato del 507 c.p,p.. Come nel dibattimento non è consentito al giudice di avvalersi dei poteri riconosciutigli ex art. 507 c.p.p. allo scopo di verificare esclusivamente una proposta ricostruttiva sulla base di un mezzo di prova non dotato di alcuna concludenza.
Allo stesso modo nel giudizio abbreviato si può far ricorso ai poteri di cui al comma 5° dell’art.441 solo laddove gli atti utilizzabili mostrino insuperabili zone d’ombra tali da evidenziare lacune che è necessario colmare per assumere una il più possibile affidabile.
Quanto più completo è il quadro che si profila al giudice del rito abbreviato, tanto minori saranno le esigenze integrative.
Il legislatore responsabilizza le parti nella misura in cui vi è una diretta proporzione tra la completezza del materiale investigativo e la decidibilità allo stato degli atti.
La ricostruzione entro dei limiti circoscritti, suggerisce al giudice, l’utilizzo dell’integrazione probatoria ex art. 441 c.5° c.p.p., soltanto quando emergono rilevanti lacune dallo stato dagli atti, non per appurare eventuali proprie ipotesi personali relative al fatto reato.
La premialità del rito
La premialità assume un determinato valore temporale per quanto riguarda una pena determinata.
Una pena non determinabile è considerata quella dell’ergastolo.
La compatibilità tra ergastolo e premialità è stata oggetto di alterni alterchi giurisprudenziali.
In origine la compatibilità tra i due istituti venne ritenuta possibile dal legislatore e nel varo del nuovo codice, dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, fu nuovamente reintrodotta nel codice con la legge Carotti.
La sua prima stesura inserita nell’art. 442 c.2° c.p.p. prevedeva nel suo inciso finale che: alla pena dell’ergastolo è sostituita quella della reclusione ad anni trenta.
Tale disposizione offriva la possibilità agli imputati punibili con la pena dell’ergastolo con il relativo assenso del Pubblico ministero, di procedere nelle more del rito abbreviato e quindi fruire del previsto incentivo premiale.
Nel 1991, però, a seguito dell’intervento della Corte costituzionale, dalla norma che disciplina il giudizio abbreviato, viene eliminato il riferimento all’ergastolo; per
un’incompatibilità di fondo tra giudizio abbreviato e la pena della reclusione perpetua, consistente appunto nel fatto che, essendo la pena dell’ergastolo non quantitativamente determinabile la stessa, non può essere oggetto di frazionamento.
La successiva legge Carotti reintrodusse l’ultima parte dell’art. 442 c.p.p., ciò comportò non pochi problemi nell’applicazione e nel coordinamento della novella legislativa al fine di armonizzare la vecchia disciplina con la nuova.
Nell’ art. 4 ter commi primo e secondo tratto dal decreto legge n.82 del 2000, venne prevista da parte del legislatore la possibilità per imputati sottoposti a processi in corso prima dell’entrata in vigore della legge di poter usufruire del Giudizio abbreviato.
La modifica va coordinata con l’interpretazione autentica operata dal primo comma dell’art. 7, d. l. 341/2000, all’art. 442, comma 2, a norma del quale si precisa che l’espressione «pena dell’ergastolo» deve intendersi riferita all’ergastolo senza isolamento diurno.
La riforma dell’articolo mirava dunque a porre un freno all’eventuale possibilità di soppressione della pena dell’ergastolo, a causa degli automatismi operanti dalla scelta dell’ imputato di ricorrere al rito abbreviato, che avrebbero comportato la sostituzione della
pena dell’ergastolo con trenta anni di reclusione, anche se l’esecuzione era stata prevista con le modalità più rigorose, come ad esempio l’isolamento diurno.
Ne conseguì dunque che la possibilità di sostituire la pena dell’ergastolo con altra pensa prevista è ammessa solo nel caso in cui il giudice ritenga di non dover applicare la modalità esecutiva dell’isolamento diurno.
L’art. 8 del d. l. 341/2000, di seguito riportato recita:
1. Nei processi penali in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto-legge, nei casi in cui è applicabile o è stata applicata la pena dell’ergastolo con isolamento diurno, se è stata formulata la richiesta di giudizio abbreviato, ovvero la richiesta di cui al
comma 2 dell’articolo 4ter del decreto-legge 7 aprile 2000, n. 82, convertito, con modificazioni, dalla legge 5 giugno 2000, n. 144, l’imputato può revocare la richiesta nel termine di trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. In tali casi il procedimento riprende secondo il rito ordinario dallo stato in cui si trovava allorché era stata fatta la richiesta. Gli atti di istruzione eventualmente compiuti sono utilizzabili nei limiti stabiliti dall’articolo del codice di procedura penale;
2. Quando per effetto dell’impugnazione del pubblico ministero possono essere applicate le disposizioni di cui all’articolo 7, l’imputato può revocare la richiesta di cui al comma 1 nel termine di trenta giorni dalla conoscenza dell’impugnazione del pubblico ministero o, se questa era stata proposta anteriormente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, nel termine di trenta giorni da quest’ultima data. Si applicano le disposizioni di cui al secondo ed al terzo periodo del comma 1;
3. Nelle ipotesi di cui ai commi 1 e 2 si applicano le disposizioni del comma 2 dell’articolo 303 del codice di procedura penale». (10)
Finalmente dunque, con il decreto legge 341 del 2000 il legislatore ha introdotto una norma interpretativa, retroattiva, stabilendo che il termine ergastolo di cui all’art.442 c.p.p. fosse riferito all’ergastolo senza isolamento diurno e che in presenza di uno o più reati punibili con l’ergastolo in concorso con un reato minore, qualora l’imputato avesse scelto il giudizio abbreviato in caso di condanna la pena sarebbe comunque rimasta quella dell’ergastolo.
Il regime delle impugnazioni nel giudizio abbreviato
Il regime delle impugnazioni è stato modificato dalla legge pecorella nel 2006, nella quale non veniva offerta la possibilità al Pubblico ministero e tantomeno all’imputato di poter proporre appello avverso la sentenza di proscioglimento scaturita a seguito del giudizio abbreviato
La disposizione, in pratica, integrava la già prevista inappellabilità per il pubblico ministero, delle sentenze di condanna, eccezion fatta per i casi in cui non sia stato modificato il titolo del reato.
Tale norma con la sentenza n. 320 del 2007 venne dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale che la considerò come una violazione del principio di parità tra le parti sancita ex art. 111c.2 ° Cost..
Naturalmente il legislatore giustificò la liceità dei limiti precedentemente posti all’appello e previsti dall’art. 433 c.p.p., con l’attuabilità e speditezza del processo considerando una sentenza di condanna la realizzazione ad una pretesa punitiva.
La stessa in sé presentava caratteri che la rendevano per certi versi iniqua, perché negava al Pubblico Ministero la possibilità di attuare in pieno l’esercizio dell’azione penale ed il procedimento subiva una scelta del tutto unilaterale attuata dall’imputato.
Nell’art. 606 c. 1° sono stati ampliati i motivi di ricorso in cassazione.
E’ ovvio considerare che la ragionevole durata del processo, soprattutto in questo momento storico, assume una rilevanza fondamentale, ciò non può però giustificare in alcuna maniera disparità o diminuzioni dei principi processuali a favore delle parti.
L’attore principale nel rito abbreviato è l’imputato, e con la sua scelta egli vincola proceduralmente il giudice con il quale assume la qualità di figura centrale:
Ciò riconduce il Pubblico Ministero ad un ruolo di comprimario non essendo più la scelta del rito sottoposta al suo consenso.
Come abbiamo avuto più volte modo di ribadire il giudice può assumere nel corso del rito nuovi elementi probatori qualora ritenesse insufficienti quelli in suo possesso e giungere persino alla modifica del capo di imputazione.
E’ evidente pertanto, il rischio che in capo il giudice competente si concretizzi una figura di assoluto predomino nel rito abbreviato, acquisendo contemporaneamente la duplice funzione di inquirente e giudicante.Si concretizza in pratica la figura dell’organo giudicante che può condannare ed allo stesso momento assolvere dopo aver scelto le prove da assumere in giudizio.
Numerose e distribuite nel corso del tempo, sono state le modifiche apportate dal legislatore, elaborate per lo più con lo strumento della decretazione d’urgenza e non tramite il normale iter parlamentare, pertanto in assenza di un valido supporto tecnico in grado di far rilevare al legislatore eventuali incongruenze nel sistema procedurale.
Oggigiorno appare alquanto difficile poter definire quella del giudizio abbreviato, una scelta consapevole da parte dell’imputato.
Il rito è evidente come possa riservare sorprese: la possibilità in capo al giudice di
integrare un percorso conoscitivo e non formare esclusivamente una conoscenza probatoria, le cui origini peraltro dovrebbero risalire alla fase delle indagini preliminari, fa venir meno il principio relativo allo stato degli atti in base al quale l’imputato fondava la decisione di optare i meno in favore del giudizio abbreviato.
L’abbreviato, in pratica, appare come un rito a favore dell’imputato, che al suo interno presenta evidenti sacche di inquisitorietà tali da indurre l’imputato a non chiedere tale giudizio e che impediscono così il prodursi dell’effetto deflattivo.
DALIA M. FERRAIOLI :manuale di Procedura Penale 7^ edizione CEDAM Padova.
UNIV. TELEMATICA PEGASO: Lezioni master Diritto e Processo penale prima edizione
Giulio UBERTIS : Il Processo penale -la verifica dell’accusa penaleI l Mulino editore edizione 2008
Giovanni CONSO e Vittorio GREVI: Compendio di Procedura Penale Ed. Cedam Pdonva 2000
Franco CORDERO : Procedura Penale GIUFFRE’ EDITORE 8^ EDIZIONE Milano 2006
Nicola TRIGGIANIe Enzo MUSCO : Le investigazioni difensive GIUFFRE’ EDITORE Ed. Milano 2002
G.LATTANZI E.LUPO :Rassegna di Giurisprudenza e dottrina GIUFFRE’ EDITORE Ed.Milano 2003
www.Simone.It/codici :Sentenza esplicata Corte Costituzionale
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ottanta sette − = settanta nove
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References: art.27
 art. 441
 art. 438
 art. 423
 art. 405
 art. 438
 art.408
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 441
 sentenza 
 art.50
 art. 507
 art. 441
 art. 421
 art. 507
 art. 441
 art. 4
 sentenza 
 sentenza 
 art. 111
 sentenza