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Timestamp: 2018-11-18 22:55:05+00:00

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SERVIZI SPECIALI: LEGALE - GdPACE - SITI COLLEGATI
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DI INFERNO: CONTRODEDUZIONI SU MARCIAPIEDE PRIVATO New Topic Reply to Topic
Posted - 21/03/2010 : 21:40:34
DOC SCRITTO DAL CARO AMICO INFERNO
Oggetto :MIE CONTROD. AD UN RICORSO AVVERSO SANZIONE PER SOSTA SU MARCIAPIEDE PRIVATO APERTO AL PUBB. PASSAGG
CONTRODEDUZIONI A RICORSO AVVERSO A SANZIONE PER SOSTA SU MARCIAPIEDE PRIVATO APERTO AL PUBBLICO PASSAGGIO
Alle 11 pagine del ricorso, si controdeduce così argomentando:
Stiamo parlando di un marciapiede fisicamente aperto nella sua totalità, alla fruizione indiscriminata dove quindi normalmente si applichi l’art. 2 del cds, cioè dove non conti sapere la proprietà ma solo l’uso che se ne possa fare > quel marciapiede, essendo accessibile a tutti, è pertanto di completa giurisdizione del codice stradale, anche se longitudinalmente presenta una linea lapidea per distinguere le sezioni catastali pubblica/privata > la sezione più interna sarebbe privata, ma la cosa è perfettamente ininfluente > il veicolo sanzionato, giaceva in sosta nella sezione privata del marciapiede, ostacolando contemporaneamente due passi carrabili > in base alle normative del cds, pertanto diremo:
premesso che neppure il proprietario del proprio carrabile possa sostarvi davanti, premesso che neppure il proprietario di un carrabile attiguo possa sostare ostacolando altro carrabile, premesso che neppure uno dei tanti proprietari dell’immobile può arrogarsi diritti su una pertinenza esterna NON condominiale MA bensì stradale quali sia un marciapiede, premesso che nessun veicolo di alcun proprietario può sostare sui marciapiedi pubblici/privati aperti alla circolazione dei pedoni interessati ad impegnarlo in sicurezza per tutta la sua estensione ai fini della movimentazione in ambo le direzioni e sia per il raggiungimento della porta del palazzo, è evidente che il ricorso faccia miseramente acqua ovunque > prendendo come riferimento le tesi alquanto velleitarie della ricorrente, se il suo veicolo si fosse trovato collocato davanti alla porta del palazzo (alias sulla sezione interna privata a ridosso dell’ingresso), quindi bloccandola senza possibilità d’uscita, paradossalmente non sarebbe nemmeno stato in divieto di sosta, con la gratitudine di tutti i condomini del palazzo (stessa cosa per l’ostruzione di passi carrabili) > se è un marciapiede utilizzabile da tutti, è giuridicamente un marciapiede e come tale va rigorosamente rispettato per osservare e garantire la movimentazione delle categorie più deboli quali i pedoni costituiti da bambini, mamme anche con carrozzine, anziani, invalidi anche con carrozzine e persone in generale > si rammenta che l’uso privato dove non si applichi il codice (attenzione, non stiamo parlando di proprietà ma solo di uso), è solo quello configurabile all’interno delle aree specifiche sancite come tali, cioè all’interno dei passi carrabili concessionati dal comune e/o all’interno delle strade pertinenze comprese sempre chiuse e/o delimitate dal già citato cartello di carraio collocabile in solitaria oppure in combinato con il regolamentare segnale verticale di divieto di transito con l’integrazione riportante proprietà privata, ovviamente sempre autorizzato dal comune del luogo, tramite ordinanza comunale istitutiva > le strade comprese le pertinenze di ogni genere, sono quindi un bene giuridico sottratto alla gestione arbitraria dei proprietari privati e normato dalla legge speciale costituita dal CdS > la disciplina della circolazione, è una esigenza primaria relativa alla sicurezza ed alla competenza gestionale tecnica di garanzia, in capo solo all’ente pubblico preposto > ne emerge che è sempre il comune a cedere l’uso privato, perché altrimenti saremmo nel campo dell’abusivismo e del pericolo più assoluto, dove i privati si potrebbero aprire accessi/aree/strade minando la fede pubblica di chi vi circoli in virtù di un accesso non vietato > a riguardo si fa riferimento all’art. 22 del cds relativo agli accessi ed alle diramazioni sempre da autorizzare > pertanto per godere dell’uso privato di quella sezione interna del marciapiede, occorre chiedere ed ottenere autorizzazioni di chiusura e/o perfino presentare una DIA qualora si debba provvedere all’installazione di una cancellata, dove in corrispondenza dei varchi da costruire, far avanzare prospetticamente i carrabili dei garages con le nuove uscite sfocianti sulla sezione del marciapiede pubblico > Per poter considerare assoggettata ad uso pubblico un strada privata è necessario che la stessa sia oggettivamente idonea all’attuazione di un pubblico interesse consistente nella necessità di uso per le esigenze della circolazione (parcheggio compreso) o per raggiungere edifici di interesse collettivo (chiese, edifici pubblici) > anche nel caso in oggetto, esistono punti di interessi collettivo, come negozi al piano terra del palazzo > il veicolo è stato contravvenzionato durante un controllo d’ausilio ai mezzi per la pulizia stradale e pertanto è stato doveroso sanzionare ogni veicolo accertato in divieto > per quella fattispecie (sosta vietata in aree aperte all’uso pubblico anche se di proprietà privata), si è sempre sanzionato, pertanto, non si capisce tutta questa perplessità > i distributori di benzina, sono un esempio classico sul tema, in quanto sono aree private soggette a servitù di pubblico passaggio qualora siano aperte al servizio, mentre non lo sono quando sono chiuse con catenelle > sui marciapiedi privati aperti all’uso pubblico si è sempre sanzionato e rimosso (con disponibilità del carro-attrezzi) ai sensi dell’art. 158/1 cds che prevede pure tassativamente il divieto di fermata oltre che di sosta, e nelle aree dei distributori di benzina si è sempre sequestrato i veicoli abbandonati senza assicurazione a sensi dell’art. 193/2 cds. > NON SERVE SAPERE LA PROPRIETA’ DI OGNI STRADA ESISTENTE (ANCHE PERCHE’ SAREBBE IMPOSSIBILE), SERVE SEMMAI SAPERE E CAPIRE SE SI POSSA USARE IN BASE ALLA NORMALE DILIGENZA > la risposta deve avvenire immediata, perché la circolazione stradale è altrettanto immediata > sarebbe veramente assurdo dover sostenere la teoria di essere costretti a conoscere tutte le mappe catastali e notarili nazionali (e mondiali per lo straniero in terra italiana) quanto pure la storia (usucapionabile ancora in corso o già maturata) di ogni strada aperta alla circolazione, per dover rispettare le regole della precedenza agli incroci…..> infatti sarebbe assurdo e ridicolo dover attendere DA QUEL MOMENTO, oltre 20 anni per poter attraversare con sicurezza in regime di precedenza.
Per quanto riguarda le aree sottoposte alla circolazione, secondo la giurisprudenza la presunzione di responsabilità per l’aspetto assicurativo, opera solo sulle strade pubbliche o aperte al pubblico passaggio, e cioè in quelle zone nelle quali sia comunque possibile la circolazione di pedoni o di veicoli anche in modo limitato con esclusione di tutte le aree private (ad esempio quelle condominiali) o normalmente non aperte al pubblico passaggio. "Non è applicabile la presunzione di colpa ... nel caso in cui il danno sia stato prodotto in una area privata nella quale non esista traffico o circolazione di mezzi". Per completezza va detto che poiché l'art. 1 della legge n. 990/69 richiama l'art. 2054 c.c., si è ritenuto che il concetto di strada pubblica o ad essa equiparata si applichi ad entrambe le disposizioni. Qualche decisione di merito, però, muovendo dal fatto che solo l'art. 1 rinvia al concetto di strada pubblica, mentre l'art. 2054 c.c., parla semplicemente di "circolazione del veicolo senza guida di rotaie" ha affermato che mentre il concetto di strada pubblica non pone problemi di sorta, la corretta individuazione delle aree equiparate costituisce questione da affrontare caso per caso, atteso che la valutazione del giudice incide sull'applicabilità, sia dei principi di presunzione di responsabilità ( art. 2054 c.c. primo comma ), sia dell'azione diretta nei confronti dell'assicuratore. Così nell'ipotesi di sinistri verificatisi in un'area equiparata a quella pubblica (oltre che, naturalmente, su strada pubblica) il danneggiato potrà agire direttamente verso il responsabile del danno e l'assicuratore del veicolo, mentre nell'ipotesi di sinistro verificatosi in area privata o comunque non equiparata il danneggiato potrà agire solo nei confronti del danneggiante. Secondo la giurisprudenza l'elemento rilevante per accettare la sussistenza di una strada aperta al pubblico non è rappresentato dalla titolarità del bene (di proprietà della P.A. o del privato), ma dalla valutazione se la strada sia interessata da circolazione di veicoli > A fronte, però, di un criterio generale così definito dalla Cassazione, le decisioni adottate in concreto dai giudici di merito hanno risolto diversamente quei casi posti la limite tra le due fattispecie. Così, in genere, è stata esclusa l'applicabilità dell'art. 1 ai sinistri verificatisi in aree destinate al deposito di automezzi, alla manovra in un edificio privato o in un garage, ritenendo in questi casi particolarmente significativo il criterio di limitazione dell'accesso. Diversamente si è optato per le aree di servizio o i distributori di benzina.
NON ci sono dubbi che un distributore di benzina sia soggetto al cds
all'art. 24 le aree di servizio vengono individuate al comma 4 come pertinenze di servizio
al comma 2 si dice esplicitamente che le pertinenze di servizio sono pertinenze stradali
al comma 2 si dice che sulle pertinenze stradali sono regolate dalle norme del cds e relativo regolamento
al comma 5 si spiega come le pertinenze possono essere anche di proprietà privata diversa dall'ente proprietario della strada
Perciò, anche se di proprietà privata sono pertinenze della strada
Come NON ci sono dubbi che i marciapiedi siano pertinenze stradali di esercizio, quindi appartenenti alla strada, esterne alla carreggiata, rialzate od altrimenti delimitate e protette, destinate ai pedoni (rif. “Definizioni stradali e di traffico” > art. 3. punto 33 del cds)
Art. 24. Pertinenze delle strade
1)Le pertinenze stradali sono le parti della strada destinate in modo permanente al servizio o all'arredo funzionale di essa.
2)Le pertinenze stradali sono regolate dalle presenti norme e da quelle del regolamento e si distinguono in pertinenze di esercizio e pertinenze di servizio.
3)Sono pertinenze di esercizio quelle che costituiscono parte integrante della strada o ineriscono permanentemente alla sede stradale.
4) Sono pertinenze di servizio le aree di servizio, con i relativi manufatti per il rifornimento ed il ristoro degli utenti, le aree di parcheggio, le aree ed i fabbricati per la manutenzione delle strade o comunque destinati dall'ente proprietario della strada in modo permanente ed esclusivo al servizio della strada e dei suoi utenti. Le pertinenze di servizio sono determinate, secondo le modalita' fissate nel regolamento, dall'ente proprietario della strada in modo che non intralcino la circolazione o limitino la visibilita'.
5) Le pertinenze costituite da aree di servizio, da aree di parcheggio e da fabbricati destinate al ristoro possono appartenere anche a soggetti diversi dall'ente proprietari ovvero essere affidate dall'ente proprietario in concessione a terzi secondo le condizioni stabilite dal regolamento.
Tornando al discorso assicurativo, nell'ipotesi in cui l'assicurato abbia stipulato un contratto che preveda l'estensione della garanzia assicurativa alle aree private, ciò non consentirà al terzo danneggiato di evocare in giudizio direttamente l'assicuratore, ma all'assicurato di chiamare in garanzia l'assicuratore, trattandosi di contratto avente efficacia solo nei rapporti interni, mentre nei confronti del terzo l'azione diretta può essere assicurata soltanto dalla legge.
Pertanto è una vera fortuna che quel marciapiede sia ad uso pubblico equiparato, perché altrimenti in caso di sinistri stradali investendo alcuni pedoni appena fuori-usciti dai garages, si configurerebbe la mancata copertura assicurativa da parte delle RCA standard. Sarebbe come sostenere che nei parcheggi dei supermercati vi sia paradossalmente l’uso privato solo perché aree di proprietà privata, mettendo a rischio tutta l’utenza stradale circolante per mancata copertura assicurativa. Le RCA standard, senza specifica estensione contrattuale, NON rispondono nelle aree/pertinenze/strade ad uso esclusivamente privato.
Il criterio pratico più efficace per individuare la tipologia sull’uso di una strada, è quello che prescinde dalla considerazione a riguardo del proprietario e che invece si rivolge direttamente all'uso concreto al quale l'area è destinata. Tale esame risulta superfluo per le strade statali, provinciali e comunali, come per le piazze, i viali ed i giardini pubblici, la cui naturale destinazione è quella di servire a tutta la comunità; il dubbio sorge, quindi, con riferimento ad una strada od a un'area non appartenente alle suddette categorie. Ebbene, l'area in esame è di uso pubblico se il traffico è libero e consentito a tutti, nessuno escluso, senza che occorra il consenso di alcuno. Così, si presumono di uso pubblico tutte le strade e le aree transitabili, adiacenti o che sboccano o si immettono su strade pubbliche, non munite di chiusure agli accessi o di specifici cartelli indicatori che segnalino la natura privata dell'uso dell’area. Peraltro, tali indicazioni non sono necessarie per indicare il carattere privato (e, quindi, l'esclusione del pubblico uso) di certe aree, private e destinate ad uso particolare per loro natura, come i cortili delle case, l'interno dei cantieri, degli stabilimenti e simili; in tali casi non è necessario che l'accesso sia chiuso da porte o cancelli per ritenere private tali aree.
L'uso pubblico di una strada o di un'area (anche se di proprietà privata) deriva dai concetti di:
1) destinazione: è pubblica l'area che il proprietario destina tacitamente od espressamente, ad uso pubblico (ad esempio, diventa di uso pubblico l'area privata lasciata dal proprietario fuori della recinzione che egli abbia arretrato rispetto ad una strada o ad una piazza);
2) utilizzazione: è di uso pubblico l'area utilizzata da chiunque lo voglia da sempre, senza che alcuno si sia mai opposto;
3) utilità: è di uso pubblico l'area che serve ad una generalità di cittadini per la circolazione sia veicolare che pedonale (Bertezzolo-Compri-De Cantis ed altri. ``Manuale per la formazione e aggiornamento degli operatori della vigilanza urbana - Tomo secondo - pag. 1135 e seguenti).
RIFERIMENTO PRINCIPALE: l'art. 2 del D.Lgs.285/92...
Art .2 - Definizione e classificazione delle strade
A tal proposito si nota che il Legislatore ha volutamente tralasciato l'elemento proprietà della strada individuando l'ambito di applicabilità delle disposizioni del Cds, alle AREE AD USO PUBBLICO, ben potendosi affermare che le aree private ad uso pubblico soggiacciono alle norme del Codice della Strada.
Attualmente non vi sono dubbi in proposito nemmeno in sede giurisdizionale ...Legittimità compresa.
Altra normativa di riferimento è l'art. 37 comma 1, lett. c) del C.d.s:
1. L'apposizione e la manutenzione della segnaletica, ad eccezione dei casi previsti nel regolamento per singoli segnali, fanno carico:
c) al comune, sulle strade private aperte all'uso pubblico e sulle strade locali;
Infine, a mio parere, se il privato proprietario non è d'accordo con l'apposizione della segnaletica in oggetto, può proporre ricorso ai sensi del comma 3 dello stesso art., come specificato dall'art.74 del Reg. C.d.S.
(art.37 C.d.S.) 3. Contro i provvedimenti e le ordinanze che dispongono o autorizzano la collocazione della segnaletica è ammesso ricorso, entro sessanta giorni e con le formalità stabilite nel regolamento, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, che decide in merito.
Area privata aperta al pubblico – Rispetto delle norme del c.d.s. – Inosservanza – Applicazione delle relative sanzioni – Sussiste
> ANCI RISPONDE:
Si desidera conoscere se l’organo di polizia può intervenire a carico di colui che, su un’area prospiciente un immobile (presenti negozi), parcheggi ciclomotori e veicoli e se il negozio possa esporre, su tale area, materiale da intralciare il transito pedonale; si precisa che su tale area, posta a margine della sede stradale (s.s. in centro abitato), vi è posto sulla pavimentazione il “classico” marmetto portante la dicitura “proprietà privata” (quindi se su tale “marciapiede” vi possono sostare veicoli e merci).
Il codice della strada ha per oggetto la disciplina della circolazione sulle strade. L’art. 1, infatti, afferma che le norme in esso contenute si applicano alla circolazione dei pedoni, degli animali e dei veicoli sulle strade. Inquadrare l’esatto confine nell’ambito entro cui sono applicabili le norme del codice stradale è una importante operazione preliminare per l’interprete ed esecutore delle disposizioni penali ed amministrative previste dal codice; infatti, la possibilità di irrogare le varie sanzioni previste dalle norme sulla circolazione stradale è limitata alle situazioni ed ai luoghi a cui la normativa stessa si può ritenere applicabile. Questo confine può essere delimitato solo facendo riferimento ai due elementi indicati dallo stesso articolo 1: la circolazione e la strada. Ai fini delle norme del codice stradale il termine “circolazione” significa non solo l’atto dello spostamento di un veicolo, di un pedone o di un animale da un luogo ad un altro, ma anche la fermata e la sosta che costituiscono anch’esse episodi, sia pure statici, della circolazione. La circolazione termina quando il veicolo o l’animale, compiuto il percorso, si trovi rifugiato o custodito in un luogo non soggetto a pubblico passaggio (es.: autorimessa, cortile, stalla, ecc.) o quando il pedone si sia ritirato in un luogo privato. Se pedoni, animali o veicoli si muovono senza avvalersi dei propri mezzi di locomozione, non si ha la circolazione ai fini delle norme del codice stradale; e, quando questi compiono uno spostamento con un altro mezzo (es.: pedone che prende l’autobus), solo quest’ultimo sarà considerato in circolazione e quindi sottoposto alle norme relative. Da quanto precede si può desumere che si ha circolazione anche: quando il veicolo, l’animale o il pedone attraversino una strada; quando un veicolo (a motore) sia condotto o spinto a mano sulla strada; quando il veicolo compia una fermata oppure sia in sosta o in parcheggio. Premesso ciò, l’art. 1 limita espressamente l’applicabilità delle norme del codice stradale al tipo di circolazione come sopra intesa e cioè a quella che si svolge sulla strada. Il termine “strada” ha il significato di area soggetta ad uso pubblico (anche se privataper quanto riguarda il regime di proprietà). Se l’area in cui si svolge la circolazione è privata e non è soggetta a pubblicopassaggio, non possono esservi applicate le norme del codice stradale (come, ad es., quelle relative al comportamento dei conducenti o alla patente di guida). Si deve trattare, però, di un’area non solo di proprietà privata ma anche nella quale sia del tutto escluso il pubblico passaggio di veicoli, animali o pedoni. Un’area si può considerare soggetta a pubblico passaggio soltanto quando vi possa circolare indiscriminatamente chiunque. Non è importante che questa circolazione avvenga di fatto, cioè per tolleranza del Proprietario, o di diritto, per l’esistenza di una servitù pubblica di passaggio. La circostanza che in un’areaprivata (es. stabilimento industriale) si svolga una circolazione molto intensa, simile a quella di un’area demaniale, non consente di qualificare di per sé quell’area come soggetta a pubblico passaggio. Infatti, l’elemento differenziale consiste nella presenza o meno di transito indiscriminato di persone: qualora l’accesso all’area sia precluso alla generalità dei cittadini o sia limitato solo a determinate categorie, non si è in presenza di un’area soggetta a pubblico passaggio. Va ben precisato però che la circolazione nelle aree e zone private deve svolgersi secondo le norme del codice stradale tutte le volte che essa abbia il carattere di pubblicità e non già di mero fatto; è cioè necessario che il passaggio di qualsiasi persona avvenga non solo in concreto ma in forza di un titolo di vera e propria servitù. Tale titolo di servitù può ritenersi esistente non solo quando vi sia una norma giuridica che lo prevede espressamente, ma anche quando si sia costituito in forza di una tolleranza del proprietario della strada, che, per un tempo molto lungo, consente il transito indiscriminato di persone nella sua proprietà. Non sono mancate tuttavia alcune sentenze che hanno ritenuto eccezionalmente applicabili al conducente che circoli su strada esclusivamente privata le sanzioni previste dal codice stradale. Per valutare l’applicabilità delle sanzioni amministrative o penali a chi circoli in aree esclusivamente private bisogna aver riguardo, dunque, alla loro natura e funzione. In linea generale, perciò, può dirsi che esse non si applicano se la circolazione si svolge in luoghi del tutto e per tutto privati come suddetto, salvo speciali eccezioni giustificate dalla particolare pericolosità del conducente e quindi del carattere cautelare che assume la sanzione stessa. Si può anche porre l’interrogativo di stabilire in quale misura le norme del codice debbano ritenersi vincolanti per chi circola in aree esclusivamente private. In particolare, è necessario chiedersi se l’utente debba o meno rispettare le norme di comportamento (artt. 140-193) quando circola in tali aree. Per i motivi prima esposti è da escludere che il mancato rispetto di queste norme possa comportare l’applicazione delle sanzioni amministrative o penali da esse previste; tuttavia le norme di comportamento indicate dal codice stradale devono essere in ogni caso rispettate. Infatti, esse costituiscono anche regole di ordinaria prudenza e diligenza e, in caso di incidente verificatosi in un’area privata, potranno essere poste a fondamento della decisione del giudice chiamato a stabilire le responsabilità delle persone coinvolte. Così, ad es., la regola secondo cui il conducente impegnato in una manovra di retromarcia in condizioni di limitata visibilità posteriore deve farsi coadiuvare da persona a terra va rispettata anche nei luoghi privati. In caso di investimento di un pedone l’inosservanza di detta regola potrà essere posta a fondamento delle eventuali responsabilità penali e civili del conducente. Lo stesso discorso vale per le norme sulla mano da tenere, sulla precedenza, ecc.. Tali conclusioni si basano sul principio della consuetudine e su quello dell’affidamento dei terzi, secondo i quali un soggetto è portato ad attendersi da altro soggetto il rispetto delle regole di circolazione a prescindere dal luogo in cui questa si svolge. In conclusione, per venire al caso prospettato dal lettore e per quanto detto sopra, non pare dubbio che siano applicabili le norme del c.d.s. (e le relative sanzioni in caso di inosservanza), poiché in tale situazione si svolge una circolazione, soprattutto pedonale, indiscriminata.
Le norme sulla disciplina della circolazione stradale devono trovare piena applicazione anche su strada o spiazzo privato frequentati da un numero indistinto e più o meno rilevante di persone, concretandosi in tal caso una situazione di fatto del tutto corrispondente all’uso pubblico che diventa preminente rispetto alla natura privata dello spiazzo (Cassazione Penale, IV Sezione, Sentenza n°. 7671 del 29.9.1983); L’applicabilità delle norme sulla circolazione stradale sussiste sia che questa si svolga su area pubblica sia che si svolga su area privata (Cassazione Penale, IV Sezione, Sentenza n°. 646 del 16.1.1979).
Quindi, anche se le sentenze fanno riferimento a fattispecie penali, si può ritenere che se la strada privata ha comunque un utilizzo pubblico i veicoli ivi circolanti – e nella “circolazione” va ricompresa in questo caso anche la sosta – devono rispettare le norme del Cds, comprese quelle dell’assicurazione. Inoltre è stato classificato parificabile i casi relativi all’area privata alla quale poteva accedere una moltitudine di soggetti, quali utenti, fornitori o clienti di una azienda (Tribunale Milano, 26 gennaio 1995) o per un parcheggio privato adiacente una pubblica via, ma non delimitato da muro di confine (Cass. Pen. 21 marzo 1974).
* ANCI RISPONDE:
Codice della strada, strade, marciapiedi, pertinenze
Si chiede un chiarimento, in merito all’individuazione dell’esistenza di un marciapiede se, ai sensi del vigente C.d.S., oltre quanto disposto con l’art. 3 C° 1 lettera 33 del D.lgs 285/92, occorra che l’area in cui questo è ubicato sia di proprietà Comunale. Il marciapiede in questione si trova a possedere tutte le definizioni indicate nell’art. sopra indicato, ma non risulta essere di proprietà del Comune.
Preso atto che ai fini dell’applicazione delle norme del c.d.s. si definisce “strada” l’area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali (art. 2 c.d.s.), si ritiene che l’area in argomento, pur non essendo di proprietà comunale, possa, a tutti gli effetti, anche ai fini dell’applicazione di eventuali sanzioni (art. 158 c.d.s.), considerarsi un marciapiede ex art. 3 c.d.s. se è destinata agli utenti senza limitazione numerica (Cass.Pen. 23.1.1967) o di altra natura.
* > ANCI RISPONDE:
QUESITO SULL’USO PUBBLICO TEMPORIZZATO (dalla quale scaturisce tale morale della favola: se esiste l’uso pubblico temporizzato nell’arco della stessa giornata, nemmeno occorre aspettare l’elemento ventennale dell’usucapione > l’uso pubblico si determina solo da condizioni di fatto e contingenti):
In questo Comune esiste un piazzale privato che durante il giorno è ad “uso pubblico” e dalle ore 20.00 alle ore 08.00 viene regolarmente chiuso ed accessibile solo dai condomini.
Si chiede di sapere se durante il giorno nel predetto piazzale si possano applicare le norme del CdS (divieti di sosta, doppia fila, ecc..). Nel caso un automobilista dopo le ore 20.00 (orario di chiusura dei cancelli), rimanga chiuso nel piazzale chi deve intervenire? a chi deve presentare le proprie rimostranze?
Considerato che la circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali sulle strade è regolata dalle norme del C.d.S. (art.1) e che ai fini dell’applicazione di tali norme si definisce ‘’strada” l’area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali (art.2), indipendentemente dalla natura giuridica della strada stessa, sia essa privata o pubblica, rilevando il fatto che sia ad uso pubblico, si ritiene che nell’area indicata nel quesito, essendo ad uso pubblico dalle ore 8 alle ore 20, in quella fascia oraria debbano essere applicate tutte le norme previste dal vigente C.d.S. Per quanto concerne la seconda parte del quesito si premette che appare auspicabile che in corrispondenza degli accessi all’area di cui stiamo trattando sia collocata una adeguata segnaletica che ponga i conducenti dei veicoli nelle condizioni di percepire chiaramente che dopo le ore 20 l’area stessa non sarà più accessibile, con la conseguenza che eventuali veicoli insosta, dopo quell’ora, potrebbero non essere recuperabili da parte di chi ne abbia l’uso. Detto ciò si ritiene che l’eventuale recupero del veicolo dovrebbe essere fatto rilevare nei confronti dei condomini proprietari dell’area. E’ prevedibile, comunque, che in tali circostanze possa essere richiesto l’intervento della polizia municipale per dirimere la probabile controversia fra le parti; nel caso, attesa la natura privata che temporalmente riveste l’area, non possono essere contestate violazioni alle norme sulla circolazione stradale.
Codice della strada, strade, privati, pedoni
La costruzione d'una nuova ala ospedaliera, ha creato all'esterno un area confinante con una strada che conduce all'ospedale. Tale area che confina con la recinzione esterna sempre dell'ospedale è pavimentata con mattoncini rossi e grigi praticamente trattasi d'una piazzuola sopraelevata dal restante sedime stradale di circa 10/15 cm.Tale superfice essendo afferente al nosocomio si è improvvisamente trasformata in area di parcheggio. Poichè non si conosce a tutt'oggi il regime giuridico, ovvero sconoscesi se l'asl. la voglia utilizzare per i propri mezzi oppure destinarla ad area di parcheggio riservata al proprio personale o altro; è sorto il problema della sosta. > alcuni agenti operanti hanno iniziato a sanzionare i veicoli in sosta su quell'area in violazione dell'art. 152 per sosta su marciapiede rialzato. > mentre l'ufficio comando ha diramato una disposizione di servizio disponendo di soprassedere sino a quando l'ente ospedaliero non avrà detto chiaramente se quella è un'area privata e/o da riservare a mezzi o personale proprio, fornendo eventualmente l'area di segnaletica opportuna. > obiettano gli agenti che fanno rilevare di sentirsi in dovere di procedere in tal senso per evitare eventuali denunce per omissioni. > si richiede un parere sull'esatto tema trattato dai due aspetti operanti, poichè ancora oggi non si conosce l'esatta destinazione, se come luogo aperto al pubblico debba essere soggetto alle sanzioni del c.s. in quanto tale, oppure, poichè si tratta eventualmente d'un bene patrimoniale e non demaniale perchè di proprietà di ente pubblico ( ASL) non territoriale non debba essere soggetta alle sanzioni del c.s.
La circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali sulle aree ad uso pubblico è disciplinata dalle norme del vigente cds. Indipendentemente dal regime di proprietà, quando in una determinata area vi può indiscriminatamente circolare chiunque, l'area stessa è considerata di uso pubblico ed perciò soggetta all'applicazione delle regole dettate dal cds. In relazione alla formulazione del quesito, fino a che l'Azienda USL, avendone eventualmente il diritto, non decida di disporne in maniera diversa, si ritiene che l'area in argomento possa attualmente considerarsi ad uso pubblico, per cui soggetta alle norme del cds ed il comune potrebbe, anche temporaneamente, regolamentarvi ovvero vietarvi la sosta, installando la relativa segnaletica; diversamente, se la formulazione del quesito non fosse interpretata nella maniera corretta e l'area avesse le caratteristiche dell'area privata (accessibile da una determinata categoria di utenti e non dalla collettività generalizzata), non vi troverebbero applicazione le norme del cds e non potrebbe esservi contestata alcuna infrazione relativa alla sosta, la cui disciplina sarebbe completamente rimessa alle determinazioni dell'Azienda USL.
Codice della strada, strade, privati, procedure
Sul territorio comunale esistono tratti di strada privata, (che collegano strade di proprietà pubbliche), ove si è costituito nel tempo un uso pubblico da servitù, in quanto il privato, non già per una manifestazione di volontà, bensì nel mero fatto giuridico di mettere volontariamente, con carattere di continuità, una cosa propria a disposizione, l'assoggetta all'uso pubblico. Al fine di dare valenza e forma giuridica sul diritto di uso pubblico di strade private vi è l'iscrizione di queste nell'elenco delle strade comunali,(da accertamenti c/o l'archivio com.le, non esistono atti in tal senso). Poiché l'Amm.ne Com.le ha chiesto a codesto Comando di P.M. di regolamentare il traffico veicolare nei tratti in questione attraverso l'emissione di ordinanza, ex art.7 C.d.s., con imposizione di divieti di sosta; premesso quanto sopra si chiede, onde evitare contenziosi con i privati proprietari se, in mancanza dei presupposti giuridici suindicati è legittimo applicare le norme del C.d.s. In caso negativo quali procedure deve adottare l'Ente Locale nel caso concreto?
Il vigente cds, approvato con D.Lgs. 285/92 e successive modificazioni, disciplina la circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali sulle strade (art.1); ai fini dell'applicazione delle norme del cds, si definisce strada l'area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali. Il termine strada ha pertanto il significato di area soggetta ad uso pubblico, indipendentemente dal fatto che, in relazione al regime di proprietà, risulti privata. Per quanto precede, un'area può considerarsi soggetta ad uso pubblico, e quindi soggetta all'applicazione delle norme sulla disciplina della circolazione dettate dal vigente cds, quando vi possa circolare indiscriminatamente chiunque per l'esistenza di una servitù pubblica di passaggio, la quale può discendere sia da una norma giuridica che la prevede espressamente, che in forza di un diritto costituitosi dalla tolleranza del proprietario della strada protrattasi per un certo periodo di tempo (si ritiene superiore a venti anni ex art.1158 c.c.).
In relazione al quesito, si ritiene quindi che i divieti di sosta possano essere installati lungo il tratto di strada, ancorchè privata, ma soggetta all'uso pubblico, nel caso in cui l'assoggettamento risulti da una norma giuridica ovvero previa deliberazione in tal senso della giunta comunale (vedasi in proposito TAR Liguria, Sez.I, 04.2.2000, n.107) qualora l'uso pubblico risulti praticato da oltre venti anni.
Si chiede un chiarimento, in merito all’individuazione dell’esistenza di un marciapiede se, ai sensi del vigente C.d.S., oltre quanto disposto con l’art. 3 C° 1 lettera 33 del D.lgs 285/92, occorra che l’area in cui questo è ubicato sia di proprietà C.le . Il marciapiede in questione si trova a possedere tutte le definizioni indicate nell’art. sopra indicato, ma non risulta essere di proprietà del Comune.
Preso atto che ai fini dell'applicazione delle norme del c.d.s. si definisce "strada" l'area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali (art. 2 c.d.s.), si ritiene che l'area in argomento, pur non essendo di proprietà comunale, possa, a tutti gli effetti, anche ai fini dell'applicazione di eventuali sanzioni (art. 158 c.d.s.), considerarsi un marciapiede ex art. 3 c.d.s. se è destinata agli utenti senza limitazione numerica (Cass.Pen. 23.1.1967) o di altra natura.
Strade, proprietà, uso
Si chiede quali siano i criteri per poter definire una strada "strada ad uso pubblico". In particolare una strada privata, a fondo cieco, che usufruisce di servizi pubblici quali l'illuminazione, la segnaletica orizzontale e verticale, la manutenzione dell'asfalto, può essere considerata strada ai sensi dell'art. 2 del Codice della strada?
Una strada è ad uso pubblico quando può essere usata direttamente e legittimamente da chiunque, indipendentemente dal fatto che sia di proprietà pubblica o privata. Sul piano pratico di solito l'accesso a strade private è impedito da sistemi di sbarramento o è evidenziato da cartelli o pannelli indicatori. Nel caso in esame, considerato anche che la strada usufruisce di servizi pubblici quali la manutenzione, che spetta al comune per le strade vicinali (art.14/4 c.d.s.), nonchè la cura della segnaletica stradale, la quale, ai sensi dell'art.37/1 lett. c, compete al comune nelle strade private aperte all'uso pubblico, si ritiene che la strada descritta possa essere considerata, indipendentemente dalla proprietà, ad uso pubblico, per cui soggetta alla disciplina del c.d.s. Diversamente, se fosse una strada privata, il comune non dovrebbe fornire i servizi che invece garantisce.
Art. 1. Princìpi generali
2. La circolazione dei veicoli, dei pedoni e degli animali sulle strade è regolata dalle norme del presente codice e dai provvedimenti emanati in applicazione di esse, nel rispetto delle normative internazionali e comunitarie in materia. Le norme e i provvedimenti attuativi si ispirano al principio
della sicurezza stradale, perseguendo gli obiettivi: di ridurre i costi economici, sociali ed ambientali derivanti dal traffico veicolare; di migliorare il livello di qualità della vita dei cittadini anche attraverso
una razionale utilizzazione del territorio; di migliorare la fluidità della circolazione.
3. Al fine di ridurre il numero e gli effetti degli incidenti stradali ed in relazione agli obiettivi ed agli indirizzi della Commissione €pea, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti definisce il Piano nazionale per la sicurezza stradale.
4. Il Governo comunica annualmente al Parlamento l’esito delle indagini periodiche riguardanti i profili sociali, ambientali ed economici della circolazione stradale.
5. Il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti fornisce all’opinione pubblica i dati più significativi utilizzando i più moderni sistemi di comunicazione di massa e, nei riguardi di alcune categorie di cittadini, il messaggio pubblicitario di tipo prevenzionale ed educativo (1).
(1)Articolo così sostituito dall’art. 1, D.Lgs. 15 gennaio 2002, n. 9, in vigore dal 1° gennaio 2003, art. 19 dello stesso decreto.Successivamente l'art. 10 del D.L. 25 ottobre 2002, n. 236, ha fissato l'entrata in vigore dal 1° luglio 2002.
In tema di circolazione stradale, sussiste l’obbligo dell’assicurazione per la rca per i veicoli circolanti su strada privata aperta all’utilizzazione di veicoli, a prescindere dalla qualificazione giuridica della medesima da parte degli enti proprietari o degli strumenti urbanistici (principio emesso con riferimento a strada poderale di uso non esclusivamente privato, in relazione ad incidente stradale avvenuto nel 1987, anteriormente all’entrata in vigore del d.leg. n. 285 del 1992, che all’art. 3 definisce la strada poderale come strada privata fuori dei centri abitati).
Cass., sez. III, 05-01-2005, n. 160, Masi c. La Fondiaria incendio assicuraz., Mass., 2005.
COSTITUZIONE DI SERVITÙ DI USO PUBBLICO SU BENI CONDOMINIALI
L’importanza della sentenza in commento sta nell’avere ulteriormente precisato il concetto di “dicatio ad patriam”, quale modalità di costituzione delle servitù di uso pubblico.
La costituzione della servitù di uso pubblico per “dicatio ad patriam”, puntualizza la Suprema Corte nella decisione in rassegna, consiste nel comportamento del proprietario di un bene immobile che, pur se non intenzionalmente diretto a dar vita al diritto di uso pubblico, tuttavia denoti in modo univoco la volontà di mettere il bene in questione a disposizione di una comunità indeterminata di cittadini, in modo non precario né discontinuo, assoggettando il bene stesso al correlativo uso da parte della collettività.
Tale uso “ab immemorabilia” determina la costituzione del predetto diritto, senza che occorra il decorso di un congruo periodo di tempo (come nella fattispecie dell’usucapione), ovvero un atto negoziale od ablatorio (in senso conforme, tra le tante, Cass. n. 15111/00; Cass. n. 875/01; Cass. n. 6924/01; Cass. n. 12167/02).
In sostanza, affinchè sorga una servitù di uso pubblico su un’area privata è necessario che l’uso dell’area avvenga da tempi imprecisati ad opera di una collettività indeterminata di individui, considerati non “uti singuli”, bensì “uti cives” ed occorre, altresì, che tale uso soddisfi un interesse pubblico.
Come chiarito da autorevole dottrina (cfr. Vitucci, voce “servitù prediali”, pag.506, in Digesto delle discipline privatistiche, Vol. XVIII, Utet, 1998) le servitù di uso pubblico non sono inquadrabili nella categoria civilistica delle servitù prediali.
A ben vedere nella servitù di uso pubblico manca il soddisfacimento dell’utilità di un fondo “dominante”, trattandosi di un peso imposto sopra un fondo privato per l’utilità di una collettività generalizzata di individui.
Il relativo diritto di godimento non è costituito in capo ad uno o più soggetti determinati in qualità di proprietari di un fondo detto, appunto, dominante, bensì in capo alla collettività. Sono, infatti, i membri di tale collettività – intesi uti cives, anziché uti singuli – ad essere titolari di quell’interesse generale che la servitù di uso pubblico mira a soddisfare.
Orbene, come puntualizza la Corte di cassazione nella decisione in commento, la Corte di merito, nella sentenza sottoposta al vaglio di legittimità, ha correttamente ricondotto la fattispecie concreta sottoposta al suo giudizio nell’ambito della dicatio ad patriam.
In particolare, la sentenza impugnata davanti alla Corte di cassazione ha accertato che in tutti gli atti di acquisto relativi alle singole unità immobiliari venduti dal costruttore era stata inserita una clausola che prevedeva il libero passaggio veicolare e pedonale nella piazzetta antistante il fabbricato condominiale, a favore non soltanto dei condomini, ma anche dei terzi, per consentire l’accesso ai negozi ivi ubicati.
In base a tale previsione contrattuale, la sentenza di merito ha concluso che il costruttore aveva conferito una determinata destinazione all’area condominiale; di qui, ad avviso dei giudici di merito, l’illegittimità delle delibere assembleari aventi ad oggetto l’installazione di sbarre mobili, comandate elettricamente, di chiusura dell’accesso al vicolo ed alla piazzetta antistante i negozi, dal momento che siffatte delibere erano state adottate dai condomini a maggioranza anziché all’unanimità.
Tali delibere, precisa la sentenza della Corte territoriale, da un lato comprimono e limitano i diritti di proprietà dei singoli condomini sulle parti comuni e, dall’altro, costituiscono violazione del diritto di servitù di uso pubblico.
La sentenza di merito, inoltre, ha ritenuto costituita la servitù di uso pubblico per effetto di “dicatio ad patriam”, dal momento che il vicolo di accesso alla piazzetta e la piazzetta stessa erano stati “da sempre” utilizzati dalla collettività conformemente alla destinazione impressa allo spazio condominiale dall’originario proprietario.
A conforto di tale assunto, la Suprema Corte ha recentemente precisato che la natura e la destinazione dei beni comuni vanno determinate con riferimento al momento della costituzione del condominio, ossia al momento in cui l’originario costruttore di un edificio diviso per piani o porzioni di piano aliena a terzi la prima unità immobiliare suscettibile di utilizzazione autonoma e separata, così perdendo la qualità di proprietario esclusivo delle pertinenze, delle cose e dei servizi comuni dell’edificio; successivamente a tale momento, l’originario costruttore non può più modificare la destinazione impressa ai beni comuni (cfr. Cass. n. 19829/04).
In definitiva la sentenza di merito, come chiarisce la decisione in rassegna, non ha fatto altro che accertare, sulla base dell’interpretazione della clausola inserita nei contratti di vendita, che il vicolo e la piazzetta erano destinati a passaggio pedonale e veicolare non soltanto a favore dei condomini, ma anche dei terzi e pertanto ha ritenuto costituita una servitù di uso pubblico sull’area condominiale a favore della comunità, per consentire l’accesso agli esercizi commerciali.
Le norme del codice della strada che si applicano, a norma dell'art. 1, sulle strade pubbliche o aperte al pubblico transito, vanno osservate quali norme di comune prudenza anche sulle strade private in qualsiasi modo adibite al traffico veicolare.
Ai fini dell’applicazione delle norme del codice della strada, per individuare come «strada» ai sensi dell’art. 2.1 «l’area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali» (1º comma), è rilevante non la proprietà, ma la destinazione di essa ad uso pubblico - atteso che le strade vicinali, per definizione di proprietà privata anche se di uso pubblico, ai fini del codice «sono assimilate alle strade comunali» (7º comma) - in quanto è l’uso pubblico a rendere pertinente anche a una strada di proprietà privata le cautele imposte dall’art. 23 nella collocazione di insegne, manifesti, cartelli etc. per garantire la tutela dell’interesse alla sicurezza della pubblica circolazione sulle strade, quale ne sia la proprietà; ne consegue che per «la collocazione di cartelli e di altri mezzi pubblicitari» su una strada, appartenente ad un soggetto privato ma di uso pubblico, ’autorizzazione «dell’ente proprietario della strada» prescritta dall’art. 23 dello stesso codice va richiesta, ove si tratti (come nella specie) di strada posta all’interno di centri abitati, al comune, cui è attribuita (al 4º comma) la relativa competenza.
Cass., sez. I, 10-09-2003, n. 13217, Com. Corciano c. Soc. Monfelice, Mass., 2003
L’art. 2 l.reg. (Liguria) n. 38 del 1992 (il quale recita: «la presente legge disciplina la circolazione dei mezzi motorizzati nelle aree al di fuori delle strade pubbliche e private, anche a fondo naturale o stabilizzato, intendendo elementi costituenti le strade oltre alla carreggiata, la banchina e la cunetta, le aree adiacenti utilizzate per la sosta, il parcheggio e per l’inversione di marcia nonché le piazzuole di intersecazione») non ha ad oggetto solo strade costruite dall’uomo, quali la carreggiata la banchina o la cunetta - che caratterizzano un impianto stradale organizzato per interagire con il territorio in modo scientifico - bensì anche strade a fondo naturale, che ben possono essere costituite mediante il calpestio di uomini o animali, senza essere state dall’uomo predisposte per la funzione in questione; come risulta confermato dall’art. 3 d.leg. 30 aprile 1992 n. 285 (in coerenza con la quale, in quanto norma statale, la legislazione secondaria in questione va in vero interpretata) che, nel precisare cosa deve intendersi per «strada», elenca anche il sentiero per l’appunto formatosi per il predetto calpestio.
Cass., sez. I, 21-02-2002, n. 2479, Brambilla c. Prov. Imperia, Mass., 2002, Arch. circolaz., 2002, 466
Tutti i destinatari dell’obbligo di apporre sulla strada una adeguata segnaletica di pericolo e comunque di proibire l’immissione di veicoli in circolazione in un’area stradale posta a ridosso di una curva pericolosa possono rispondere di omicidio colposo per omesso impedimento dell’evento, nel caso in cui si verifichi un incidente con conseguenze mortali.
T. Perugia-Foligno, 29-09-1999, Ponti, Rass. giur. umbra, 2000, 476, n. EQUIZI, Arch. circolaz., 2000, 321
Il Ministero, in via preliminare ha precisato che ai sensi dell’articolo 2, comma 1, del Dlgs n°285/92 ai fini dell’applicazione delle norme del codice, si definisce “strada” l’area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali.
A tale riguardo non rileva la “proprietà” del manufatto, ma unicamente il suo uso; per tanto, SE ESSO E’ APERTO AL PUBBLICO PASSAGGIO, E’ ANCHE SOGGETTO ALLA DISCIPLINA DEL CODICE STRADALE.
Conseguentemente, possono/devono essere espletati i servizi di polizia stradale anche sulle aree private ad uso pubblico, che rientrano comunque nella definizione di cui all’ articolo 2 comma 1 del codice. Il comune è tenuto inoltre alla regolamentazione della circolazione ai sensi dell’articolo 7 comma 1 del codice e alla posizione e alla manutenzione della segnaletica stradale, ai sensi dell’articolo 37 comma 1 lettera c. Analogamente, per l’occupazioni della sede stradale, le opere, i depositi e i cantieri stradali, trovano applicazione gli artt. 20 (occupazione della sede stradale e 21 (opere, depositi e cantieri stradali) del codice.
Direttiva sulla corretta ed uniforme applicazione delle norme del codice della strada in materia di segnaletica e criteri per l'installazione e la manutenzione.
2.4 STRADE PRIVATE APERTE ALL'USO PUBBLICO:
Nelle strade private aperte all'uso pubblico, poste all'interno del centro abitato, rimane pur sempre la competenza del Comune ad assicurare la loro corretta e sicura utilizzazione da parte di tutti gli utenti; incombe quindi al Comune l'obbligo di disciplinare la circolazione attraverso una appropriata ed efficiente segnaletica stradale [art. 37, comma 1, lettera e), cod. str.]. A tale riguardo e' bene precisare che la locuzione "area ad uso pubblico", sulla quale il Codice all'art. 2 basa la definizione di "strada", riguarda anche le strade private aperte all'uso pubblico, ancorche' la relativa utilizzazione si realizzi "de facto" e non "deiure". La segnaletica stradale in questi casi e' posta a cura del Comune ogni qualvolta su di essa venga attuata una qualsiasi disciplina della circolazione avente carattere di generalità ed i provvedimenti relativi siano adottati per perseguire o conseguire un pubblico interesse. Analogamente sulle strade private ad uso pubblico fuori dai centri abitati, la competenza ad apporre la segnaletica e' del Comune. E' appena il caso di sottolineare che i segnali stradali devono rispettare le norme di riferimento per quanto riguarda la regolarità sotto il profilo qualitativo e quantitativo, anche sulle aree e sulle strade private aperte ad uso pubblico per le quali al Comune compete la responsabilità della disciplina della circolazione e della opposizione della segnaletica stradale. Su tali strade private, se non aperte all'uso pubblico, l'apposizione dei segnali e' facoltativa, ma laddove utilizzati, essi devono essere conformi a quelli regolamentari e posti in opera nel rispetto della normativa tecnica che li riguarda.
ANCI RISPONDE (TALE QUESITO E' STATO POSTO COL REGIME DEL VECCHIO CDS MA E' TUTTORA VALIDO AL 100%):
QUESITO: La strada privata di accesso ad un esercizio pubblico (agriturismo) si immette in una via pubblica creando seri pericoli per chi transita; si è ritenuto opportuno, invitare i proprietari a predisporre dei segnali verticali sulla via privata per i veicoli in uscita che si immettono nella strada comunale. I proprietari, però, non hanno ottemperato all'invito. Ora si chiede: è lecito ordinare ai titolari dell'esercizio l'apposizione della predetta segnaletica, anche in riferimento al decreto
ministeriale 27 aprile 90 n. 156, il quale art. 25 (art. 13 del t.u.) c. 2 testualmente recita: I segnali sono obbligatori anche sulle strade ed aree aperte ad uso pubblico, ovvero strade private ecc.. Nel caso l'ordinanza non avesse seguito quali provvedimenti bisogna adottare?
Le norme sulla circolazione stradale trovano applicazione in tutte le aree soggette a pubblico transito, come le strade e gli altri spazi di suolo aperti alla pubblica circolazione; l'elemento che contraddistingue tutti questi spazi e ne determina l'assoggettamento alla disciplina della circolazione stradale, è l'uso pubblico per esigenze della circolazione medesima (v. Cass. pen. sez. IV, 30 gennaio 1963, Chiodo). É questo il principio che si ricava direttamente dall'art. CdS e che viene costantemente affermato dalla Suprema corte. Nel ribadire il principio è stato affermato: presupposto indispensabile per l'applicazione delle norme preposte alla circolazione stradale è l'effettiva destinazione dell'area all'uso pubblico indipendentemente dallo studio di appartenenza di esso al demanio statale o comunale (v. cass. pen. sez. IV, 27.2.1976 n. 623, Palermi). E ancora: le norme del codice della strada trovano applicazione anche quando la circolazione avvenga su strada privata soggetta ad uso pubblico, benché soltanto di fatto (v. Cass. pen. sez. IV, 3 ottobre 1974, n. 1467, Gallo; 20 ottobre 1965, Nevi; 26 maggio 1969, Cappelletti).
É quindi chiaro che, ai fini che qui interessano, ciò che conta è che un'area, sia essa una strada od un altro spazio sia soggetta all'uso pubblico; ma in che consiste tale uso pubblico? Un'area deve considerarsi di uso pubblico quando è destinata all'accesso degli utenti senza limitazione numerica, precisa la Suprema Corte (v. Cass. pen. sez. IV, 23 gennaio 1977, Colpi); il che vuol dire che chiunque lo voglia o ne abbia necessità può transitarsi senza dover chiedere il consenso ad alcuno e senza che alcuno possa vietarglielo. Al contrario, ove sull'area si svolga un passaggio sporadico, anche se non infrequente, di veicoli, animali o pedoni all'insaputa o per mera tolleranza del privato o dell'ente proprietario, essa deve considerarsi area privata (v. Cass. pen. sez. IV, 23 gennaio 1968, Colpi), come pure deve considerarsi privata quell'area ove hanno diritto di accesso solo persone determinate, anche se in numero rilevante. Quanto sopra, giustifica tale conclusione: ai fini dell'applicazione delle norme sulla circolazione stradale non ha importanza tanto la classificazione di una strada ed in genere di un'area come pubblica o privata (classificazione che dipende dalla considerazione del proprietario della stessa, rispettivamente nel primo caso un'ente pubblico e nel secondo un privato), quanto l'individuazione dell'uso pubblico o meno dell'area medesima. Vi sono, infatti, strade ed aree pubbliche (come, ad esempio, quelle militari) che non sono di uso pubblico (a meno che l'autorità militare non consenta il pubblico transito, mentre vi sono strade e aree private su cui esiste pubblico transito. In base alla legge 12 febbraio 1958 n. 126, le strade di uso pubblico possono così distinguersi:
1) statali (di proprietà dello Stato; esse costituiscono sostanzialmente le grandi direttrici del traffico nazionale);
2) provinciali (di proprietà della provincia; esse genericamente collegano il capoluogo di provincia con i capoluoghi di altre province e con i capoluoghi dei singoli comuni nella provincia stessa);
3) comunali (di proprietà del comune; esse congiungono normalmente il maggior centro abitato del comune alle frazioni e le frazioni tra di loro);
4) vicinali (di proprietà dei frontisti; esse sono costituite da tutte le strade di uso pubblico non classificate tra le statali, le
provinciali e le comunali).
Altri tipi di strade ordinarie sono:
1) strade di bonifica (costruite come opere di bonifica dallo Stato o da altri enti pubblici come la Cassa per il mezzogiorno,
classificate tra le strade provinciali o comunali);
2) vie di alzaia (poste lungo i canali o i fiumi navigabili; possono essere pubbliche e quindi statali, provinciali o comunali oppure private di uso pubblico e quindi vicinali);
3) tratturi o trazzere (piste per il trasferimento di armenti; fan parte del demanio dello Stato);
4) autostrade, camionabili (strade speciali, di proprietà dello Stato, di enti pubblici o di privati concessionari);
5) vie agrarie, interpoderali e poderali (che collegano i fondi rustici alle strade di uso pubblico ed i fondi tra di loro; sono, normalmente, vie private non soggette a servitù di uso pubblico).
Sulla base dell'art. 1 CdS sopra ricordato la circolazione sulle strade è regolata dalle norme contenute nel testo unico medesimo e da tutte le norme stesse; del resto, in base all'art. 2 CdS, deve intendersi per strada, l'area di uso pubblico aperta alla circolazione dei pedoni, degli animali e dei veicoli. La semplice lettura delle due norme testé richiamate indica chiaramente che sulle aree di uso pubblico sono applicabili tanto le norme del CdS che disciplinano direttamente la circolazione quanto le norme del CdS che disciplinano i poteri di determinate autorità pubbliche (ad esempio il sindaco) in ordine alla circolazione stradale. Conseguentemente, anche rispetto alle strade private soggette ad uso pubblico il sindaco può emettere ordinanze ai sensi dell'art. 4 CdS ed anche alle strade private di uso pubblico è applicabile l'art. 13 CdS, come del resto precisato anche dal DM citato dal quesito. Orbene, a questo punto, appare importante tracciare alcuni criteri per poter stabilire se una strada o un'area qualsiasi sia oppure no soggetta ad uso pubblico. A tal proposito è utile ricordare che le definizioni astratte spesso lasciano il tempo che trovano; ben più importante è l'individuazione di criteri pratici che permettono di definire con sufficiente sicurezza la categoria di appartenenza dell'area. Il criterio pratico più efficace è quello che prescinde dalla considerazione del proprietario e che ha riguardo, direttamente, all'uso concreto al quale l'area è destinata. Tale esame risulta superfluo per le strade statali, provinciali e comunali, come per le piazze, i viali ed i giardini pubblici, la cui naturale destinazione è quella di servire a tutta la comunità; il dubbio sorge, quindi, con riferimento ad una strada od a un'area non appartenente alle suddette categorie. Ebbene, l'area in esame è di uso pubblico se il traffico è libero e consentito a tutti, nessuno escluso, senza che occorra il consenso di alcuno, Così, si presumono di uso
pubblico tutte le strade e le aree transitabili, adiacenti o che sboccano o si immettono su strade pubbliche, non munite di chiusure agli accessi o di cartelli indicatori che segnalano la natura privata dell'area. Peraltro, tali indicazioni non sono necessarie per indicare il carattere privato (e, quindi, l'esclusione del pubblico uso) di certe aree, private e destinate ad uso particolare per loro natura, come i cortili delle case, l'interno dei cantieri, degli stabilimenti e simili; in tali casi non è necessario che l'accesso sia chiuso da porte o cancelli per ritenere private tali aree. Ancora, possono essere private, non soggette a pubblico uso le aree che, pur sboccando o immettendosi in strade pubbliche, servono esclusivamente uno o più accessi a proprietà private senza avere altra funzione.
3) utilità: è di uso pubblico l'area che serve ad una generalità di cittadini per la circolazione sia veicolare che pedonale
(Bertezzolo-Compri-De Cantis ed altri. ``Manuale per la formazione e aggiornamento degli operatori della vigilanza urbana - Tomo
secondo - pag. 1135 e seguenti).
In conclusione: considerata di uso pubblico l'area indicata dal quesito, da un lato il sindaco può adottare con riguardo alla medesima le ordinanze di cui all'art. 4 CdS (ORA SAREBBE L'ART. 7 CON L'ATTUALE CDS), dall'altro sono applicabili alla medesima le disposizioni circa i segnali stradali previste dall'art. sono applicabili alla medesima le disposizioni circa i segnali stradali previste dall'art. 13 CdS. In particolare, va ricordato, al riguardo, l'art. 13 c. 3º CdS secondo cui l'obbligo di porre, sulla strada affluenti, il segnale ``strade con diritto di precedenza fa carico agli enti proprietari delle strade con precedenza; per cui è il comune che, in ogni caso, deve provvedere all'apposizione dei segnali in questione.
DA CROCEVIA 5/98 (QUESITO CON L'ATTUALE CDS)
Si richiedono chiarimenti sulla differenza fra "strada privata" e "strada privata ad uso pubblico" e quali sono le incombenze del comando di polizia municipale relativamente alle richieste di intervento per divieto di sosta, rilascio autorizzazioni al passo carrabile e transiti in genere. Inoltre si richiede di poter conoscere altresì se il comando-comune debba provvedere alla posa in opera di segnaletica verticale ed orizzontale sulle strade private ad uso pubblico.
Il quesito pone il problema della individuazione dei luoghi nei quali si applica il codice della strada, che ha, appunto, per oggetto la disciplina della circolazione sulle strade. È noto, infatti, che nell'art. 1 si afferma che le disposizioni contenute in esso codice si applicano "alla circolazione dei pedoni, degli animali e dei veicoli sulle strade". Ai fini delle norme in esame il termine "circolazione" significa non solo l'atto dello spostamento di un veicolo, di un pedone o di un animale da un luogo ad un altro, ma anche la fermata e la sosta che costituiscono anch'esse situazioni, sia pure statiche, della circolazione. La circolazione ha fine quando il veicolo o l'animale, compiuto il percorso, si trovi rifugiato o custodito in un luogo non soggetto a pubblico passaggio (es. autorimessa, cortile, stalla, ecc.) o quando il pedone si sia ritirato in un luogo privato. Il codice della strada all'art. 1 limita espressamente l'applicabilità delle norme in esso contenute al tipo di circolazione intesa come sopra detto, e cioè a quella che si svolge sulla strada, in cui il termine "strada" ha il significato di "area soggetta ad uso pubblico" (anche se privata per quanto riguarda il regime di proprietà). Area ad uso pubblico è quell'area che può essere usata direttamente ed in modo lecito da tutta la collettività anche in via temporanea (l'uso abusivo o illecito non è uso pubblico). Non è pertanto rilevante che l'area sia di proprietà pubblica o privata, purché possa essere utilizzata da tutti i cittadini in modo legittimo. Sono quindi strade ai fini del codice della strada e della applicabilità delle sue norme non solo le aree demaniali o di pubblica
proprietà, ma anche le aree private che siano destinate all'uso pubblico, come sono appunto le strade con servitù pubbliche di passaggio. Non sono invece strade ai fini del codice e della possibilità di applicarvi le sue norme quelle aree (es. strade interne negli stabilimenti industriali o nell'interno delle aree che possono essere usate da una ristretta collettività di persone aventi particolare titolo di legittimazione per transitarvi (es. dipendenti ecc.).
La differenza fra "strada privata" e "strada privata ad uso pubblico" sta nel fatto della generale inapplicabilità delle sanzioni previste dal codice quando l'infrazione delle sue norme venga commessa in aree private e non soggetto a pubblico passaggio. Come è noto, in queste aree gli organi di polizia non possono esercitare liberamente le proprie funzioni in quanto delle aree sono sottratte alla loro giurisdizione in base alle disposizioni dell'art. 12 del c.d.s.. Su tali aree private, secondo la dottrina e la giurisprudenza, sono da tener in considerazione solo le norme di comune prudenza (artt. 140 e 193 del c.d.s.) nel caso del verificarsi di sinistri stradali ed ai fini della determinazione della responsabilità penale o civile: ma non si possono applicare le sanzioni contenute nel c.d.s.. Sul piano pratico, l'accesso alle strade private è di solito precluso da un cancello o da altro mezzo di sbarramento oppure, all'accesso, è posto in sito il segnale di divieto di circolazione con sottostante il pannello indicante che si tratta di una strada privata. Nel concreto quindi, per verificare se ad una situazione siano applicabili le norme del c.d.s. è importante accertare se questa situazione si realizza o meno in luogo soggetto a pubblico passaggio. Bisogna cioè porsi il quesito: esiste in tale area il requisito del pubblico passaggio? Se la risposta è positiva, si applicheranno le norme del c.d.s. e le relative sanzioni per i casi di inosservanza; in caso di risposta negativa non si potranno applicare sanzioni contro eventuali comportamenti non conformi alle prescrizioni legali, ma il giudice può far uso di queste norme come criterio di valutazione di responsabilità civili o penali derivanti da un comportamento illecito.
Ciò posto, nel caso di richiesta d'intervento del comando di polizia municipale relativamente alle strade private per sosta con intralcio alla circolazione o per sosta davanti ad un accesso carraio, questo non può che limitarsi ad un interessamento per risolvere lo stato di disagio di un cittadino, a richiesta del quale ed a sue spese si può chiedere l'intervento di un carro gru per far spostare il veicolo intralciante, ma non si può applicare alcuna sanzione.
Detto quanto precede per le strade private, per quelle private ad uso pubblico il dovere di intervenire e di applicare le sanzioni del c.d.s. è pari a quello che riguarda le strade pubbliche: ciò emerge dal complesso del sistema normativo, tenuto conto che le strade ad uso pubblico sono parificate alle strade vicinali. L'art. 14, comma 4, afferma esplicitamente che i poteri dell'ente proprietario previsti dal codice sono esercitati dal comune. L'art. 22, comma 1, puntualizza che per aprire un accesso sulle strade pubbliche e su quelle vicinali (e, quindi, anche sulle strade private ad uso pubblico) occorre la preventiva autorizzazione dell'ente proprietario che, nel caso di specie, i relativi poteri sono esercitati dal comune. L'art. 37, comma 1, lett. c) puntualizza che l'apposizione e la manutenzione della segnaletica sulle strade private aperte all'uso pubblico e sulle strade locali compete al comune. Tale segnaletica, come è per le strade pubbliche, è apposta a seguito di specifica ordinanza del comune, i cui estremi, nel caso dei segnali stessi (art. 77 regolamento, comma 7). L'ordinanza deve essere conservata agli atti del comune che ha provveduto a collocarla. Sugli argomenti trattati la giurisprudenza è veramente cospicua. Si ritiene utile riportare la sentenza del T.A.R. Toscana, sez. I, 7 dicembre 1966, n. 689, particolarmente significativa per i problemi trattati:
"Il sindaco può ordinare la riapertura di una strada vicinale, allorché siano state realizzate opere che impediscono la circolazione, ove sulla strada si svolgeva di fatto un uso pubblico, ovvero la strada sia inclusa nell'elenco delle strade vicinali. Una strada ha i caratteri di una strada vicinale pubblica ove sussistano: a) il requisito del passaggio a titolo di servitù pubblica, da parte di una collettività di persone qualificate dall'appartenenza ad un gruppo territoriale; b) idoneità della strada a soddisfare, anche in collegamento con vie pubbliche, esigenze di carattere generale; c) un titolo valido a sorreggere l'affermazione del diritto di uso pubblico, desumibile anche dall'immemorabile.
L'esercizio dei poteri sindacali di tutela dell'uso pubblico di una strada, ove questa non sia iscritta nell'elenco delle strade vicinali, presuppone un preventivo rigoroso accertamento, da condursi non solo sulla base di mappe catastali, ma anche mediante un approfondito esame della condizione effettiva del bene".
ANCI RISPONDE:
Alcuni cittadini, hanno chiesto l'intervento della polizia municipale per far cessare la continua sosta di autoveicoli, che impediscono così il libero transito. Si premette che: la sosta viene effettuata in una strada privata che è una laterale di una strada comunale. Alcuni frontisti della sunnominata via privata sostengono che la stessa è sì privata ma di uso pubblico; non si è d'accordo, e tanto meno si vede la competenza della polizia municipale ad intervenire. Qual è la soluzione corretta?
Va subito detto, che nessuna importanza, ai fini della soluzione del quesito proposto, può rivestire che la strada (o comunque l'area) in questione sia pubblica o privata: anche se privata, la strada in questione potrebbe essere di uso pubblico il che comporterebbe senz'altro l'applicabilità alla stessa delle norme del CdS con tutte le conseguenze del caso (ivi compresa la possibilità ed anzi la necessità di intervento dei vigili urbani). A questo punto il problema non è risolto ma solo spostato: la strada di cui si parla è di uso pubblico o no? Per decidere al riguardo è necessario rifarsi ai seguenti criteri.
La Suprema Corte di Cassazione ha più volte ribadito che presupposto indispensabile per l'applicazione delle norme del CdS è l'effettiva destinazione dell'area all'uso pubblico, indipendentemente dallo stato di appartenenza di essa al demanio statale o comunale oppure a privati che ne abbiano la proprietà (v. Cass. Sez. IV 3 ottobre 1974, n. 1467, Gallo; Sez. IV, 20 ottobre 1965, Neri). Del resto, un'area deve considerarsi pubblica quando è destinata all'accesso degli utenti senza limitazione numerica (v. Cass. Sez. IV, 23 gennaio 1967, Colpi); in quanto l'uso pubblico di un'area non deriva dalla denominazione, dall'inclusione nell'elenco delle strade comunali, dalla concreta configurazione o dalla specifica manutenzione (tutti elementi che, comunque, nel caso esposto nel quesito, indicano già da soli l'uso pubblico della strada in questione) ma dall'effettivo assoggettamento della strada all'uso della collettività, i cui componenti non ne usufruiscano ``uti singulì' ma ``uti cives'' (v. Cass. Sez. IV, 29 marzo 1976, n. 864, Irti); per cui va ritenuta di uso pubblico anche una strada vicinale la quale, pur terminando in fondi di proprietà privata, sia aperta indiscriminatamente, col consenso anche soltanto tacito dei proprietari, all'uso della collettività (v. Cass. Sez. IV, 15 dicembre 1969, Cattafesta). Inoltre, la Suprema Corte di Cassazione ha più volte affermato che un'area deve considerarsi di uso pubblico quando è destinata all'accesso degli utenti senza limitazione numerica (v. Cass. Sez. IV, 23 gennaio 1977, Colpi); il che vuol dire che chiunque lo voglia o ne abbia necessità può transitarvi senza dover chiedere il consenso ad alcuno e senza che alcuno possa vietarglielo. Al contrario ove sull'area si svolga un passaggio sporadico, anche se non infrequente di veicoli, animali o pedoni, all'insaputa o per mera tolleranza del proprietario, essa deve considerarsi area privata
(v. Cass. Sez. IV 23 gennaio 1977, Colpi). Le definizioni astratte spesso lasciano il tempo che trovano; ben più importante è l'individuazione di criteri pratici che permettano di definire con sufficiente sicurezza la categoria di appartenenza dell'area. Il criterio pratico più efficace è quello che prescinde dalla considerazione del proprietario dell'area e che ha riguardo, direttamente, all'uso concreto al quale l'area è destinata. Tale esame risulta superfluo per le strade statali, provinciali e comunali, come per le piazze, i viali ed i giardini pubblici, la cui naturale destinazione è quella di servire a tutta la comunità; il dubbio sorge, quindi, con riferimento ad una strada od a un'area non appartenente alle suddette categorie. Ebbene, l'area in esame è di uso pubblico se il traffico è libero e consentito a tutti, nessuno escluso, senza che occorra il consenso di alcuno. Così si presumono di uso pubblico tutte le strade e le aree transitabili, adiacenti o che sboccano o si immettono su strade pubbliche, non munite di chiusure agli accessi o di cartelli indicatori che segnalano la natura privata dell'area. Peraltro, tali indicazioni non sono necessarie per indicare il carattere privato (e, quindi, l'esclusione del pubblico uso) di certe aree, private e destinate ad uso particolare per loro natura, come i cortili delle case, l'interno dei cantieri, degli stabilimenti e simili; in tali casi non è necessario che l'accesso sia chiuso da porte o cancelli per ritenere private tali aree. Ancora, possono essere private, non soggette a pubblico uso le aree che, pur sboccando o immettendosi in strade pubbliche, servono esclusivamente uno o più accessi a proprietà private senza avere altra funzione. Per concludere l'uso pubblico di una strada o di un'area (anche se di proprietà privata) deriva dai concetti di:
2) utilizzazione: è di uso pubblico l'area utilizzata da chiunque lo voglia, da sempre, senza che alcuno si sia mai opposto;
(Bertezzolo- Compri-De Cantis ed altri. - ``Manuale per la formazione e aggiornamento degli operatori della vigilanza urbana -
Tomo secondo - pag. 1135 e seguenti).
Ai fini della definizione di "strada", è rilevante, ai sensi dell'articolo 2, comma primo, del nuovo codice della strada, la destinazione di una determinata superficie ad uso pubblico, e non la titolarità pubblica o privata della proprietà. È pertanto, l'uso pubblico a giustificare, per evidenti ragioni di ordine e sicurezza collettiva, la soggezione delle aree alle norme del codice della strada. Ciò è confermato dall'ultimo inciso del comma sesto dell'articolo 2, ai sensi del quale anche le strade «vicinali» sono assimilate alle strade comunali, nonostante la strada vicinale sia per definizione (articolo 3, comma primo, n. 52, stesso codice) di proprietà privata, anche in caso di destinazione ad uso pubblico. (Nella fattispecie, la S.C. ha confermato la sentenza del giudice di pace che aveva rigettato l'opposizione avverso il verbale di contestazione del divieto di sosta su strada privata aperta al pubblico). (Rigetta, Giud. pace Palermo, 14 Marzo 2003)
Sez. II, Sent. n. 17350 del 25-06-2008 (ud. del 13-03-2008), A.M.C. c. Prefettura Palermo (rv. 604089)
Dal combinato disposto degli artt. 2, comma primo, e 3, n. 33, del codice della strada - i quali definiscono rispettivamente come strada "l'area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali", e come marciapiede la "parte della strada, esterna alla carreggiata, rialzata o altrimenti delimitata e protetta, destinata ai pedoni" - si desume che, ai fini dell'accertamento della violazione dell'art. 158, comma primo, lett. h), del medesimo codice, che vieta la sosta "sui marciapiedi, salvo diversa segnalazione", è decisiva soltanto la rilevazione della utilizzazione del suolo, sul quale la sosta è avvenuta, quale componente del sistema viario destinata alla circolazione dei pedoni, senza che assuma rilievo la proprietà dell'area (e, in particolare, la circostanza che essa eventualmente appartenga allo stesso autore della contestata infrazione), non essendo essenziale il suo assoggettamento a diritto di passaggio a favore della collettività o la sua appartenenza al demanio. (Giud. Pace Lanciano, 25 Febbraio 2002)
Poi, Cass. civ. Sez. I, 02-02-2006, n. 2340 (rv. 589702) Mass. Giur. It., 2006, CED Cassazione, 2006
Compete al Comune, ai sensi dell'art. 37, comma 1, del codice della strada, l'attività di apposizione e manutenzione della segnaletica, oltre che nei centri abitati, anche sulle strade private aperte all'uso pubblico (e sulle strade locali), coerentemente, del resto, con il criterio, risultante dall'art. 2, di identificazione delle strade soggette alla disciplina del codice, ossia il criterio della destinazione ad uso pubblico - e non della proprietà - della strada.
Sez. I, sent. n. 16529 del 05-08-2005 (ud. del 23-05-2005), Com. Albareto c. Comunalia Di Albareto (rv. 584221)
Poiché nella disciplina del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, costituisce strada l'area ad uso pubblico destinata al transito di veicoli, pedoni e animali, e quindi il suolo concretamente utilizzato quale componente del sistema viario, non essendo indispensabile la sua inclusione nel demanio stradale ovvero il suo assoggettamento a diritto di passaggio della collettività, allorquando manchi un assetto giuridico in sé idoneo a determinare la destinazione al transito pubblico, come nel caso di un terreno di proprietà privata, perché possa configurarsi una strada e possano trovare applicazione le disposizioni del codice della strada che regolamentano la circolazione e la sosta, è necessario che venga accertata una situazione di fatto divergente da quella normalmente propria del bene privato, con effettivo godimento di esso da parte della generalità degli utenti del sistema viario.
INOLTRE, A MIO AVVISO, QUESTO COMMENTO TAGLIA LA TESTA AL TORO AD OGNI INCERTEZZA EVENTUALMENTE ESISTENTE (VISTO CHE SI TRATTA DI UN COMMENTO PUNTUALE SUL PROBLEMA):
ANCI RISPONDE 02/12/2002
Un privato ha collocato nel suo giardino (area privata delimitata da recinzione), posto all'imbocco di una strada privata ad uso pubblico, un cartello di divieto di transito a persone e mezzi non autorizzati, posto a circa m. 1,50 dalla recinzione e rivolto verso l'esterno, in modo da essere ben visibile agli utenti della strada limitrofa. La collocazione del cartello sembrerebbe non avere nessun'altra finalità se non quella di indurre negli utenti della strada pubblica la convinzione di un divieto di circolazione inesistente e non autorizzato. Si chiede quali siano i provvedimenti che il Comune possa adottare al fine di far cessare questa situazione, che ingenera confusione negli utenti della strada, e che è al contempo falsa e fuorviante.
La regolamentazione della circolazione sulle strade soggette ad uso pubblico compete all'ente proprietario e, nei centri abitati, al comune, così pure, ai sensi dell'art.37 C.d.S., anche l'apposizione e la manutenzione della segnaletica, ad eccezione dei casi previsti nel regolamento per singoli segnali, fanno carico agli enti proprietari fuori dei centri abitati ed ai comuni nei centri abitati, sulle strade private aperte all'uso pubblico e sulle strade locali. Ciò premesso si ritiene che l'apposizione di un segnale stradale, conforme alle caratteristiche stabilite dal regolamento di esecuzione del C.d.S., da parte di un privato cittadino, anche se avvenuta all'interno della proprietà privata, ma comunque in maniera tale da condizionare il comportamento degli utenti della strada, possa configurare il reato di usurpazione di funzioni pubbliche di cui all'art.347 c.p.
Per tale motivo si ritiene che la polizia municipale debba riferire i fatti all'autorità giudiziaria adottando le iniziative necessarie proprie dell'attività di polizia giudiziaria, ivi compreso, se ritenuto che ne ricorrano i presupporti, il sequestro del segnale con contestuale occultamento del divieto.
Quando si afferma che l'Amministrazione deve essere titolare di un diritto sull'area non ci si riferisce certo alla proprietà della stessa (altrimenti nessuna strada potrebbe definirsi privata ad uso pubblico), quanto al diritto reale minore di servitù.
Come chiarito dalla giurisprudenza, questa può costituirsi automaticamente anche per situazioni di fatto che non si siano tradotte in espliciti atti da parte del proprietario dell'area.
Così sono 'titolo' (nel senso che divengono fonti del diritto di servitù) dell'uso pubblico tanto il contratto (anche convenzione urbanistica) o addirittura l'esproprio (in giurisprudenza citata si chiamano anche provvedimenti ablatori) quanto di fatti come:
1) la c.d. 'dicatio ad patriam', ossia la volontaria, ancorchè tacita, messa a disposizione dell'area (che però deve anche essere utile a fini pubblici) a favore della collettività
2) l'utilizzo ab immemorabili da parte della collettività della strada
3) l'usucapione
La situazione di fatto può generare una situazione di diritto e così una strada ancorchè formalmente privata potrebbe risultare gravata da servitù di uso pubblico ove l'Amministrazione possa vantare un titolo, formale o fattuale, idoneo a sorreggere tale 'diritto'.
SINISTRO STRADALE IN AREA PRIVATA. LE CONSEGUENZE PRATICHE
- a cura dell’avv. Michele Grisafi
Stabilire se un sinistro stradale si è verificato entro un’area di uso pubblico o su un’area privata comporta una serie di conseguenze di non trascurabile rilievo. La questione, infatti, solleva diverse problematiche, tra cui quella dell’applicabilità o meno alla fattispecie delle norme relative alla circolazione stradale e delle presunzioni di cui all’art. 2054 C.C., nonché del possibile esercizio ex art. 18. L.990/69 dell’azione diretta accordata al danneggiato nei confronti dell’assicuratore del danneggiante.
Tali quesiti ovviamente sorgono in quanto non sempre la giurisprudenza è stata univoca; si rinvengono difatti diverse interpretazioni fornite dalla Suprema Corte o dai Giudici di merito su fattispecie sostanzialmente simili.
Le prime divergenze si incontrano sui criteri da utilizzare per definire come pubblica o privata un’area. Secondo un orientamento, oggi ritenuto minoritario e superato, ma pur tuttavia richiamato da sentenze abbastanza recenti (Cass. Pen. 04.11.88 in GI, 1989, II, 391), la distinzione in esame deve essere effettuata secondo criteri formalistici quali la demanialità o meno della strada. Secondo l’orientamento prevalente, invece, non bisogna accertare il soggetto proprietario per rinvenire il discrimen tra strada pubblica e privata, ma è necessario effettuare una verifica di fatto sulle modalità d’uso della stessa uti singuli o uti cives nonché sulla pericolosità della circolazione che su di essa si svolge (Cass. Pen. 15 maggio 1992, n. 5695 in AGCS, 1992, 655; Cass. Pen. 1 dicembre 1988, n. 11778, in AGCS, 1988, 470).
L’orientamento suesposto influisce sul quesito dell’applicabilità o meno della disciplina del Codice della Strada ad incidenti verificatisi in area privata: “In materia di circolazione stradale, a un’area appartenente a privati è applicabile la disciplina del Codice della Strada, se l’uso di essa è consentito a tutti; invero, è l’uso pubblico o privato che rende applicabile alle aree la disciplina specifica sulla circolazione stradale (o meno), e non già l’appartenenza delle stesse a enti pubblici o privati.” (Cass. Pen. 13 maggio 1988, in RGCT, 1990, 248). Conformi: Cass. Pen. 8 maggio 1979, in AGCS, 1980, 208; Cass. Pen. 26 aprile 1980). Interessante in proposito è pure una pronuncia del T.A.R. del F.V.G. 30.9.92 n. 397 in Riv. giur. edil., 1993, I, 404: “Al fine di destinare una strada all’uso pubblico, occorre che la medesima sia idonea a soddisfare le esigenze della collettività, ossia di un numero indeterminato di cittadini…”.
Va in ogni caso sottolineato che le norme del Codice della Strada, pur a rigore applicabili unicamente alla circolazione stradale su aree pubbliche, vengono richiamate dalla giurisprudenza come regole di condotta da osservarsi, con particolare riferimento a quelle ispirate a criteri di elementare prudenza e diligenza, anche sulle aree private: “Nei cantieri di lavoro, come in genere nelle aree private, non vigono le norme di circolazione stradale previste dal t.u. 15 giugno 1959, n. 395, data l’esplicita limitazione contenuta nell’art. 1 del predetto t.u. alla circolazione “sulle strade” e data la specifica definizione di strada come “area di uso pubblico aperta alla circolazione dei pedoni, degli animali e dei veicoli” sancita dal successivo art. 2. Alcune di tali norme, tuttavia, cioe’ quelle che si ispirano a criteri di elementare prudenza e diligenza, sono applicabili anche alla circolazione dei veicoli in area privata. (Nella fattispecie e’ stato, in particolare, affermato che la retromarcia di un grosso veicolo deve essere effettuata, anche se eseguita su un’area privata, con quelle precauzioni che attengono alla situazione di pericolo connessa a quella manovra, ispezionando il percorso che si deve compiere e accertandosi che nessuna persona possa frapporsi su detto percorso) Cassazione penale sez. IV, 8 gennaio 1991,in Riv. giur. circol. trasp. 1992, 703.
Sempre la Cassazione, in una più recente sentenza, va addirittura oltre, sostenendo che le norme del Codice della Strada si applicano, ai sensi dell’art. 1, alle strade pubbliche o aperte al pubblico transito; le stesse, tuttavia, quali norme di comune prudenza, devono osservarsi anche sulle strade private in qualsiasi modo soggette al traffico veicolare ( Cass. 12 dicembre 1993 n. 12148 in Foro It., 1994, I, 420).
Per quanto concerne l’applicabilità, o meno, delle disposizioni di cui all’art. 2054 C.C., secondo l’orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte, perché sorga ed operi la presunzione di colpa stabilita dall’articolo citato a carico del conducente del veicolo e la conseguente responsabilità’ del proprietario, e’ necessario che ricorra il presupposto della circolazione del veicolo su strada pubblica o su una strada privata soggetta ad uso pubblico o, comunque, adibita al traffico di pedoni o di veicoli. Pertanto, non e’ applicabile la presunzione di colpa di cui all’art. 2054 c.c. nel caso in cui non ricorra detto presupposto ed il danno sia stato prodotto in area privata nella quale non esista traffico e circolazione di veicoli (Cass. 26.07.97 n. 7015 in Arch. giur. circol. tras.1997,890).
La giurisprudenza di merito, in un’interessante pronuncia del Tribunale di Roma (Trib. Roma, 19.settembre1984, in Riv. giur. circol. trasp., 1995, 83) ha interpretato il concetto di “circolazione” di cui all’art. 2054 C.C. in maniera estensiva, ritenendo sufficiente per integrarne gli estremi “un traffico veicolare o pedonale, anche in un’area privata, tale tuttavia da concretare una situazione di pericolosità paragonabile a quella propria del traffico su strada pubblica o aperta al pubblico”. Il Collegio romano, pertanto, ha applicato l’art. 2054 C.C. ad un sinistro avvenuto all’interno di uno stabilimento industriale non aperto al pubblico ma interessato al traffico di autotreni per il carico e lo scarico delle merci.
Va, peraltro, sottolineata l’esistenza di altra, e molto recente, sentenza dello stesso Giudice (Trib. Roma 27.09.97 n.17119 in Arch. Giur. Circol. Trasp., 1998, 781) che in fattispecie quasi analoga non solo ha respinto l’estensione delle norme del Codice della Strada, ma anche l’applicabilità delle presunzioni di cui all’art. 2054 C.C..
Ulteriore problematica correlata ad un sinistro che si verifichi entro un’area privata è l’esperibilità o meno dell’azione diretta ex art. 18 L.990/69 nei confronti dell’assicuratore del danneggiante, salva ovviamente l’azione extracontrattuale nei confronti del danneggiante stesso.
L’azione di cui all’art. 18 citato, infatti, compete al danneggiato nei confronti della compagnia assicuratrice solamente con riguardo ad un sinistro causato dalla circolazione di un veicolo in “circolazione su strade ad uso pubblico o su aree a queste equiparate” (art. 1 L.990/69).
Il punctum pruriens della questione è quindi l’individuazione del significato da ricondurre alla espressione “aree equiparate”.
Una recente sentenza della Corte di Cassazione ( Cass. 15.04.1996 n. 3538) si è diffusamente trattenuta sulla questione richiamando innanzitutto la migliore giurisprudenza in ordine alla qualificazione di area pubblica e privata: “…non e’ tanto alla natura pubblica o privata della strada che deve aversi, quindi, riguardo, bensi’ all’uso pubblico” della stessa, intendendosi per tale la concreta destinazione “al transito abituale di un numero indeterminato di persone, che si servano di essa per passarvi uti cives e non uti singuli” (Cass. 7 dicembre 1979, n. 6362; Cass. 7 maggio 1992, n.5414).”
Poi, in ordine alla suddetta equiparazione, la Cassazione, sempre sulla scorta della migliore giurisprudenza, non considera quali strade ad uso pubblico “le aree di una officina privata, siano esse interne od esterne (quali gli spazi privati antistanti, laterali o retrostanti, utilizzati per il parcheggio od il deposito), anche se in esse si svolge una parziale circolazione, che rimangono del tutto private ed in cui la circolazione non e’ consentita, indifferentemente, alla generalita’ dei cittadini, bensi’ soltanto a coloro che abbiano istituito od istituiscano uno specifico rapporto, contrattuale o meno, col titolare, (cfr, Cass. 6 novembre 1976, n. 4053, per le aree all’interno di uno stabilimento industriale).
Conseguentemente, secondo tale indirizzo, “il danneggiato in un sinistro derivante dalla circolazione di un veicolo a motore in area privata non aperta al pubblico transito non puo’ esperire, per il risarcimento del danno, l’azione diretta prevista dall’art. 18 della l. 24 dicembre 1969, n. 990, contro l’assicuratore del veicolo, atteso che tale azione e’ consentita solo per i danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore su strade di uso pubblico od aree a queste equiparate” (Cass. 27 dicembre 1991, n. 13.925).
Con la stessa sentenza e’ stato precisato che questo principio non trova deroga neppure nel caso in cui la polizza preveda, come spesso accade, l’estensione della copertura assicurativa danni anche a sinistri verificatisi sulle aree private, in quanto “tale patto e’ operativo solo nei rapporti tra le parti, cioè’ tra l’assicurato e l’assicuratore, ma non comporta l’applicabilità’ della normativa di cui alla legge sull’assicurazione obbligatoria”. L’assicurazione infatti, come qualsiasi altro contratto, spiega gli effetti esclusivamente tra le parti, le quali unicamente sono legittimate a richiedere l’adempimento delle rispettive obbligazioni (art. 1372 c.c.).
Per ultimo, va sottolineato che la medesima sentenza (successivamente confermata dalla sentenza n. 2791 del 24.03.99 in Arch. Giur. Circ. Trasp. 1999, 608), chiarisce che “al fine di riconoscere o meno l’azione diretta nei confronti dell’assicuratore non devesi fare riferimento al luogo in cui si e’ verificato l’incidente ed il danno, bensì alla natura giuridica del luogo in cui avviene la circolazione del veicolo produttiva del danno. La precisazione assume rilievo allorché un veicolo che circoli su strada, invada per un qualsiasi motivo, sia esso volontario o meno (quale uno sbandamento a causa di eccessiva velocita’ od altro; una manovra di retromarcia, etc.), un’area privata, ed ivi cagioni il danno (investendo una persona, danneggiando un mezzo che vi si trovi parcheggiato, un qualsiasi altro bene o la stessa area privata). Appare ovvio che, in tal caso, l’invasione dell’area privata, volontaria o meno, si inserisce a pieno titolo nell’ambito della circolazione su strada o su area equiparata, legittimando il danneggiato all’azione diretta nei confronti dell’assicuratore.”.
CAS Civile 15/4/96 n.3538 sez.III
Responsabilità civile dalla circolazione di autoveicoli - Area privata
Il danneggiato da un sinistro stradale (ovvero il suo assicuratore sociale, il quale agisca in surroga) ha azione diretta nei confronti del responsabile, ai sensi del combinato disposto degli art. 1 e 18 l. 24 dicembre 1969 n. 990, soltanto per i sinistri cagionati da veicoli posti in circolazione su strade di uso pubblico o su aree a queste equiparate. L’azionabilità della pretesa direttamente nei confronti dell’assicuratore del responsabile viene meno, pertanto, ove il sinistro sia avvenuto su aree private il cui accesso non è consentito alla generalità dei cittadini, anche se su di esse si svolga comunque una parziale circolazione. Tali principi non sono derogati dalla previsione contrattuale di una estensione della copertura assicurativa anche per i sinistri avvenuti su aree private, in quanto tale previsione produce i suoi effetti soltanto tra le parti del contratto di assicurazione.
L’11 luglio 1975 Nicola Tammaro, alla guida dell’autocarro di proprieta’ di Beniamino Mancino, assicurato presso la Norditalia Assicurazioni s.p.a., nell’eseguire una manovra di retromarcia per entrare nell’officina di Raffaele Tretora, sita in Salerno, investiva Mario Corniani, il quale dormiva steso per terra al suo interno e riportava gravi fratture agli arti inferiori.
Con atto di citazione notificato il 9 settembre 1981 l’I.N.A.I.L., surrogandosi nei diritti del Corniani, suo assicurato, conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Milano, il Mancino, il Tammaro e la Norditalia, chiedendone la condanna, in solido, al rimborso della somma di L. 17.498.083 erogata in favore del danneggiato. Costituitosi il contraddittorio, la Norditalia eccepiva il proprio difetto di legittimazione passiva, ai sensi dell’art. 18 della citata l. n. 990/969, in quanto il sinistro si era verificato in area privata; il Tammaro contestava la fondatezza della domanda, mentre il Mancino rimaneva contumace.
Con sentenza non definitiva del 7 aprile - 23 giugno 1983, il Tribunale affermava la legittimazione passiva della Norditalia, ritenendo che la lettera e, soprattutto, la ratio della legge, deponevano per l’esperibilita’ dell’azione diretta nei confronti dell’assicuratore anche per i sinistri verificatisi in aree private. Il Tribunale sospendeva quindi il giudizio sull’an e sul quantum fino alla definizione di quello promosso dal Corniani contro gli stessi convenuti, al fine di ottenere il risarcimento del danno eccedente le indennita’ percette dall’I.N.A.I.L., pendente dinanzi al Tribunale di Salerno. Contro la sentenza non definitiva la Norditalia proponeva appello, lamentandone l’erroneita’. Anche tale giudizio veniva sospeso, in attesa dell’esito di quello pendente dinanzi al Tribunale di Salerno, con ordinanza in data 26 marzo 1986. Con ricorso del 25 luglio 1989 la Norditalia chiedeva quindi fissarsi una udienza per la prosecuzione del giudizio di appello assumendo che quello pendente dinanzi al Tribunale di Salerno, dichiarato interrotto, non era stato riassunto nei termini, sicche’ era ormai estinto, senza, peraltro, indicare la causa e la data della interruzione e della estinzione. L’I.N.A.I.L., a sua volta, eccepiva la tardivita’ del ricorso e la conseguente estinzione del giudizio sospeso, ai sensi dell’art. 297 e 307 c. 3° c.p.c.. Con la sentenza impugnata, del 5 febbraio - 8 maggio 1992, la Corte, esclusa l’estinzione del giudizio, e pur riconoscendo che la prevalente giurisprudenza ammetteva l’azione diretta nei confronti dell’assicuratore esclusivamente per i sinistri verificatisi su strade pubbliche od aree a queste assimilate, riteneva che nella specie il problema era superato dall’art. 1 delle condizioni generali del contratto, in forza del quale l’assicurazione copriva anche la responsabilita’ per i danni causati in aree private; confermava, pertanto, la decisione impugnata, sia pure sotto questo diverso profilo. Avverso la sentenza ha proposto ricorso principale la Norditalia, affidandosi a due motivi, cui resiste, con controricorso, l’I.N.A.I.L., avanzando, a sua volta, ricorso incidentale, illustrato da successiva memoria.
All’udienza del 23 febbraio 1995 la Corte, rilevato che mancava agli atti la ricevuta di ricevimento della notifica del ricorso principale, eseguita per mezzo del servizio postale, a Tammaro Lucio, uno degli eredi dell’investitore Tammaro Nicola, e che il controricorso, contenente anche il ricorso incidentale, non era stato notificato ne’ agli eredi del Tammaro ne’ a quelli del Mancino, proprietario del veicolo, rinviava la causa a nuovo ruolo, assegnando termine di novanta giorni per l’integrazione del contraddittorio.
1. - I ricorsi debbono essere, preliminarmente, riuniti, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., concernendo la medesima sentenza.
Occorre inoltre premettere che la Norditalia ha provveduto all’integrazione del contraddittorio relativamente al ricorso principale con atto notificato per mezzo del servizio postale in data 5 maggio 1995, pervenuto al destinatario il 12 maggio successivo. L’I.N.A.I.L. ha provveduto con lo stesso mezzo, per il controricorso ed il ricorso incidentale, in data 26 maggio 1995, ma non e’ stato depositato l’avviso di ricevimento relativamente a Tammaro Lucio. L’integrazione risulta quindi soltanto parziale, sicche’ il ricorso incidentale dev’essere dichiarato inammissibile. Ne discende il passaggio in giudicato della decisione in ordine alla eccepita estinzione del giudizio.
2. - Entrambi i motivi del ricorso principale attengono al problema della esercibilita’, da parte del danneggiato o del soggetto che intenda surrogarsi nei suoi diritti, dell’azione diretta nei confronti dell’assicuratore per la responsabilita’ civile derivante dalla circolazione dei veicoli, per i sinistri che si verifichino in aree private.
E’ opportuno precisare - con riferimento alla specifica fattispecie in esame e ad alcune ambiguita’ degli scritti difensivi e della stessa sentenza impugnata - che l’azione dell’I.N.A.I.L. trova fondamento non gia’ nel generale diritto di surrogazione previsto dall’art. 1916 c.c. in favore di qualsiasi assicuratore, bensi’ nell’art. 28 della l. 24 dicembre 1969, n. 990 (cio’ e’ stato chiarito, dopo le prime incertezze, sin da Cass. 22 dicembre 1976, n. 4710, e da Cass. 20 novembre 1987, n. 8544; su tale presupposto, con la sent. 6 giugno 1989, n. 319, la Corte Cost.le ha dichiarato l’inammissibilita’ della questione di legittimita’ costituzionale dell’art. 1916 c.c.), che ha, rispetto a quello, carattere di specialita’. La soluzione positiva al problema posto col ricorso, adottata da entrambi i giudici di merito, sia pure sotto distinti profili, viene contestata dalla Norditalia: a) negando l’esercibilita’ dell’azione diretta nei confronti dell’assicuratore al di fuori dei limiti derivanti dal combinato disposto degli artt. 1 e 18 della l. 14 dicembre 1969, n. 990, di cui assume la erronea o falsa applicazione; b) sostenendo l’irrilevanza della pattuizione contenuta nelle condizioni generali di contratto, che non potrebbero derogare a norme imperative, “con riflessi pubblicistici”, quali quelle della legge sull’assicurazione obbligatoria. Le censure appaiono fondate, nei limiti di seguito precisati. Per l’art. 18 della l. 24 dicembre 1969, n. 990, l’azione diretta nei confronti dell’assicuratore spetta esclusivamente al danneggiato per sinistro “causato dalla circolazione di un veicolo o di un natante per i quali ….. vi e’ obbligo di assicurazione”, e cioe’, per il combinato disposto con l’art. 1 della stessa legge, per i danni cagionati da veicoli senza guida di rotaie “posti in circolazione su strade di uso pubblico o su aree a questa equiparate”. Ai fini dell’obbligo dell’assicurazione e della connessa azione diretta nei confronti dell’assicuratore non e’ tanto alla natura pubblica o privata della strada che deve aversi, quindi, riguardo, bensi’ all’”uso pubblico” della stessa, intendendosi per tale la concreta destinazione “al transito abituale di un numero indeterminato di persone, che si servano di essa per passarvi uti cives e non uti singuli” (Cass. 7 dicembre 1979, n. 6362; Cass. 7 maggio 1992, n. 5414). L’art. 2 del d.p.r. 15 giugno 1959, n. 393, vigente all’epoca, chiarisce il concetto di strada, come l’”area di uso pubblico aperta alla circolazione dei pedoni, degli animali e dei veicoli”, mentre sono considerate aree equiparate, oltre le autostrada (art. 2 cit.) e le strade vicinali (art. 24 del regolamento), gli slarghi, i marciapiedi, le banchine (Cass. 18 novembre 1969, n. 3746), le aree di parcheggio, le strade private soggette a servitu’ di uso pubblico (Cass. 7 dicembre 1979, n. 6362).
Non possono considerarsi tali, viceversa, le aree di una officina privata, siano esse interne od esterne (quali gli spazi privai antistanti, laterali o retrostanti, utilizzati per il parcheggio od il deposito), anche se in esse si svolge una parziale circolazione, che rimangono del tutto private ed in cui la circolazione non e’ consentita, indifferentemente, alla generalita’ dei cittadini, bensi’ soltanto a coloro che abbiano istituito od istituiscano uno specifico rapporto, contrattuale o meno, col titolare, (cfr, Cass. 6 novembre 1976, n. 4053, per le aree all’interno di uno stabilimento industriale). Questa Corte ha avuto modo di chiarire, anche di recente, che, per il combinato disposto delle norme citate, “il danneggiato in un sinistro derivante dalla circolazione di un veicolo a motore in area privata non aperta al pubblico transito non puo’ esperire, per il risarcimento del danno, l’azione diretta prevista dall’art. 18 della l. 24 dicembre 1969, n. 990, contro l’assicuratore del veicolo (o nei confronti dell’impresa cessionaria nel caso di liquidazione coatta amministrativa dell’assicuratore), atteso che tale azione e’ consentita solo per i danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore su strade di uso pubblico od aree a queste equiparate” (Cass. 27 dicembre 1991, n. 13.925). Con la stessa sentenza e’ stato precisato che “questo principio non trova deroga neppure nel caso in cui la polizza preveda l’estensione della copertura assicurativa ai danni causati da sinistri verificatisi indistintamente sulle aree private perche’ tale patto e’ operativo solo nei rapporti tra le parti, cioe’ tra l’assicurato e l’assicuratore, ma non comporta l’applicabilita’ della normativa di cui alla legge sull’assicurazione obbligatoria”. L’assicurazione infatti come qualsiasi altro contratto - spiega gli effetti esclusivamente tra le parti, le quali unicamente sono legittimate a richiedere l’adempimento delle rispettive obbligazioni (art. 1372 c.c.). Ne’ puo’ ritenersi che l’interpretazione ponga le norme in contrasto con gli artt. 3 e 24 della Costituzione (il problema e’ sollevato nel ricorso incidentale, ma la Corte non puo’ non porselo di ufficio). L’esigenza di tutela si pone diversamente per la circolazione su strada e su aree esclusivamente private, sicche’ la diversa regolamentazione dell’assicurazione, e specificamente dell’azione diretta contro l’assicuratore, non presenta alcun carattere di arbitrarieta’ ed e’ demandata alla discrezionalita’ del legislatore. L’assenza dell’azione diretta nei confronti dell’assicuratore non incide, inoltre, sul diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi, assicurato a chiunque dall’art. 24 della Costituzione, dacche’ non impedisce l’esercizio dell’azione nei confronti del responsabile del danno, ma semplicemente quella nei confronti di un soggetto - l’assicuratore - non legato da un rapporto contrattuale con il danneggiato. Occorre, tuttavia, ulteriormente chiarire che, al fine di riconoscere o meno l’azione diretta nei confronti dell’assicuratore non devesi fare riferimento al luogo in cui si e’ verificato l’incidente ed il danno, bensi’ alla natura giuridica del luogo in cui avviene la circolazione del veicolo produttiva del danno. La precisazione assume rilievo allorche’ un veicolo che circoli su strada, invada per un qualsiasi motivo, sia esso volontario o meno (quale uno sbandamento a causa di eccessiva velocita’ od altro; una manovra di retromarcia, etc.), un’area privata, ed ivi cagioni il danno (investendo una persona, danneggiando un mezzo che vi si trovi parcheggiato, un qualsiasi altro bene o la stessa area privata). Appare ovvio che, in tal caso, l’invasione dell’area privata, volontaria o meno, si inserisce a pieno titolo nell’ambito della circolazione su strada o su area equiparata, legittimando il danneggiato all’azione diretta nei confronti dell’assicuratore. In applicazione dei suesposti principi, incombeva alla Corte di merito verificare se, benche’ l’investimento ed il danno si siano verificati su un’area privata, quale l’officina, gli stessi siano derivati dalla circolazione del veicolo (e cioe’, in sostanza, se la retromarcia costituiva o meno una fase della circolazione su strada od area equiparata). Tale accertamento e’ mancato per effetto dell’erroneo principio affermato, sicche’ la sentenza impugnata dev’essere cassata con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Milano, cui puo’ essere demandata anche la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.
La Corte riunisce i ricorsi n. 12.209/92 e 13.062/92; dichiara inammissibile il ricorso incidentale; accoglie il ricorso principale;
cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Corte di Appello di Milano.
SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO DEL 2003: Uso pubblico - definizione - disciplina delle strade comunali e “vicinali” - la costituzione di servitù per destinazione. Si ha uso pubblico, che comporta l’assoggettamento della strada alla disciplina delle strade comunali anche se esse siano “vicinali” ossia fuori dal centro abitato (decreto legislativo 30 aprile 1992 n. 285, contenente il codice della strada, articoli 2, comma 7, e 3, comma 1, definizione n. 52) quando un’area privata venga dal proprietario destinata ad essere inserita nella rete viaria pubblica, o mediante atto negoziale oppure, in modo simile a quanto è previsto dall’articolo 1062 del codice civile per la costituzione di servitù per destinazione del padre di famiglia, mediante una sistemazione dei luoghi nella quale sia implicita la realizzazione di una strada per uso pubblico, seguita da uso pubblico effettivo. (Nella specie la cessione seguita dall’uso pubblico effettivo, dalla toponomastica e dall’illuminazione pubblica, ha appunto realizzato in modo conclamato quanto meno la destinazione ad uso pubblico della strada, indipendentemente, anche qui, dalle vicende del procedimento amministrativo di lottizzazione). Consiglio di Stato Sez. V, - 23 giugno 2003, sentenza n. 3716
Il comune può predisporre o.s. per eseguire lavori di manutenzione ordinaria (buche) su una strada privata?
Nel vigente codice della strada le aree o sono private ( e quindi chiuse, interdette alla circolazione, come nel caso di ospedali, aeroporti, giardini privati, etc ) oppure sono aperte al pubblico, anche se di proprietà privata. Insomma se una persona può accedere liberamente su quella strada senza domandare il permesso a qualcuno ( tipico è l’esempio delle aree dei supermercati o della aree condominiali ) questa è una strada ad uso pubblico e come tale disciplinata dal codice della strada.
Su tali aree i veicoli possono essere condotti pertanto da persone titolari di patente, occorre la prescritta copertura assicurativa e così via. E per l’esecuzione di lavori che non comportano limitati disagi al traffico e che durano nel tempo occorre che venga emessa apposita ordinanza ai sensi dell’art. 7 del codice della strada, con l’adozione della prescritta segnaletica stradale. Le segnalo ad ogni utile considerazione la circolare del 24 ottobre 2000 - Direttiva sulla corretta ed uniforme applicazione delle norme del codice della strada in materia di segnaletica e criteri per l’installazione e la manutenzione - con la quale il Ministero dei Lavori Pubblici ha richiamato tutti gli Enti Pubblici ad una maggiore attenzione proprio su questo problema, invitando ad adottare i prescritti provvedimenti nelle forme di legge, come nel caso da Lei indicato.
RISPOSTA DI: Ezio Bassani (Comandante di P.M.)
DIRETTIVA M LL PP 24 ottobre 2000 - Direttiva sulla corretta ed uniforme applicazione delle norme del codice della strada in materia di segnaletica e criteri per l’installazione e la manutenzione. omissis 2.4 Strade private aperte all’uso pubblico. >
Nelle strade private aperte all’uso pubblico, poste all’interno del centro abitato, rimane pur sempre la competenza del Comune ad assicurare la loro corretta e sicura utilizzazione da parte di tutti gli utenti; incombe quindi al Comune l’obbligo di disciplinare la circolazione attraverso una appropriata ed efficiente segnaletica stradale [art. 37, comma 1, lettera e), cod. str.]. A tale riguardo e’ bene precisare che la locuzione “area ad uso pubblico”, sulla quale il Codice all’art. 2 basa la definizione di”strada”, riguarda anche le strade private aperte all’uso pubblico, ancorche’ la relativa utilizzazione si realizzi “de facto” e non “deiure”. La segnaletica stradale in questi casi e’ posta a cura del Comune ogni qualvolta su di essa venga attuata una qualsiasi disciplina della circolazione avente carattere di generalita’ ed i provvedimenti relativi siano adottati per perseguire o conseguire un pubblico interesse. Analogamente sulle strade private ad uso pubblico fuori dai centri abitati, la competenza ad apporre la segnaletica e’ del Comune. E’ appena il caso di sottolineare che i segnali stradali devono rispettare le norme di riferimento per quanto riguarda la regolarità sotto il profilo qualitativo e quantitativo, anche sulle aree e sulle strade private aperte ad uso pubblico per le quali al Comune compete la responsabilità della disciplina della circolazione e della opposizione della segnaletica stradale. Su tali strade private, se non aperte all’uso pubblico, l’apposizione dei segnali è facoltativa, ma laddove utilizzati, essi devono essere conformi a quelli regolamentari e posti in opera nel rispetto della normativa tecnica che li riguarda.
Solo nelle aree chiuse condominiali quindi ad uso privato, è applicabile il seguente articolo:
per quanta riguarda la possibilità da parte del proprietario di dolersi della presenza di un veicolo estraneo, nella circostanza si può considerare sussistente la molestia del bene (terreno privato), il cui possesso è tutelato dall’art. 1170 c.c.. di seguito postato:
Art. 1170.
Azione di manutenzione.
Ciò stante è esperibile qualsiasi rimedio volto alla tutela del diritto di proprietà ed all’eliminazione della molestia. Ne deriva pertanto che il proprietario del bene, avvalendosi delle facoltà di cui all'art. innanzi citato, può applicare nel caso di specie l'autotutela possessoria facendo rimuovere il veicolo da una ditta privata all'uopo incaricata (ovvio che al riguardo sarebbe preliminarmente opportuno richiedere al proprietario, mediante racc. r/r, la rimozione del veicolo stesso). Tale intervento, infatti, è legittimo alla luce di quanto deciso dalla Corte di Cassazione (Sez. III, Sent. 9 gennaio 2007 n. 196). In detta sentenza la Corte "ha confermato la sentenza del Giudice di prime cure, ritenendo applicabile, nel caso di specie, il principio dell’autotutela possessoria unitamente al broccardo classico di cui all’art. 2043 c.c., in forza del quale colui che, con il proprio fatto doloso o colposo, cagiona ad altri un danno ingiusto è obbligato al risarcimento. Il principio dell’autotutela possessoria, o della legittima difesa privata nel possesso, afferma la Corte, pur non essendo consacrato in una norma del codice civile, trova ingresso nel nostro sistema quale principio di ragione naturale, pacificamente riconosciuto da dottrina e giurisprudenza: colui che è spogliato nel possesso o è in esso molestato può, se lo faccia immediatamente, cioè mentre dura l’offesa, ritogliere egli stesso allo spogliator la cosa o rimuovere la molestia di cui è vittima, senza incorrere nel reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni (art. 392 c.p.). Ne discende, conclude la Corte, che il possessore, molestato nel possesso, può, personalmente o a mezzo di un terzo cui abbia affidato il relativo incarico, far cessare la molestia in atto rimuovendo la cosa con la quale l’offesa viene esercitata e ha, altresì, diritto, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2043 c.c., al rimborso delle spese dovute al terzo per la rimozione, in quanto causate dal fatto illecito del molestatore."
PERFINO L’USO PUBBLICO NELLE AREE DELIMITATE E CHIUSE CON SBARRA
Incidente in area di parcheggio destinata agli utenti di un ipermercato
GIURISPRUDENZA - Infortunistica stradale
Cassazione civile sez. III - Sentenza 23 luglio 2009 n. 17279
Il giorno 18.2.2009 è stata depositata in cancelleria la seguente relazione, ai sensi dell'art. 380 bis cod. proc. civ.:
1.- Con atto di citazione notificato il 12 maggio 2003 la s.p.a. Generali Assicurazioni, quale impresa designata dal Fondo di garanzia per le vittime della strada, ha convenuto davanti al Tribunale di Como B.P., per sentirla condannare in via di regresso, ai sensi della L. n. 990 del 1969, art. 29, al pagamento di Euro 3.374,00, oltre interessi e spese, somma da essa attrice pagata ad L.O., a seguito di un incidente stradale imputabile a responsabilità della B., che era priva di copertura assicurativa.
Il sinistro consisteva nello scontro fra l'autovettura di proprietà della convenuta e quella della L., avvenuto in data (OMISSIS) all'interno dell'area di parcheggio di un supermercato, in Comune di (OMISSIS).
La convenuta ha resistito alla domanda, negando la sua responsabilità.
Esperita l'istruttoria, con sentenza 16 marzo 2006 il Tribunale ha respinto la domanda, condannando l'attrice al pagamento delle spese processuali.
Proposto appello dalla soccombente, a cui ha resistito l'appellata, con sentenza 10-22 ottobre 2007 n. 2774 la Corte di appello di Milano ha confermato la sentenza impugnata, ponendo a carico dell'appellante le spese del grado.
La Corte di appello ha ritenuto inapplicabili al caso di specie le presunzioni di responsabilità di cui all'art. 2054 cod. civ., poichè il parcheggio del supermercato (OMISSIS) - ove si è verificato il sinistro, non consiste in una superficie esterna affiancata alla strada statale, ma è situato in un piano sotterraneo, interamente compreso nello stabile di proprietà del supermercato e destinato alla sola clientela dello stesso. Esso va perciò considerato come area privata, ove la circolazione è sottratta alle norme che regolano le presunzioni di responsabilità. L'appellante avrebbe dovuto concretamente dimostrare la responsabilità della B. nella causazione del sinistro, e a tanto non aveva provveduto. Non solo, ma ragione autonoma e assorbente del rigetto dell'appello andrebbe individuata nel fatto che, risultando inapplicabile l'art. 2054 cod. civ., la B. P., proprietaria del veicolo, non potrebbe ritenersi automaticamente responsabile del comportamento della conducente (che era la sorella di lei, B.L.), ma avrebbe dovuto essere dimostrata dall'appellante la negligenza o la colpa della proprietaria nell'avere affidato il veicolo alla conducente: prova che non era stata in alcun modo fornita.
Con atto notificato il 15.9.2008 la s.p.a. Assicurazioni Generali propone due motivi di ricorso per cassazione.
L'intimata non ha presentato difese.
2.- Con il primo motivo, deducendo violazione dell'art. 2054 cod. civ., la ricorrente sostiene che la norma in oggetto è da ritenere o meno applicabile non tanto in ragione della proprietà, pubblica o privata, dei luoghi in cui ove si svolge la circolazione automobilistica, quanto in considerazione dell'uso pubblico degli stessi, pur se di proprietà privata; che l'area di parcheggio di un ipermercato - essendo genericamente accessibile dalla clientela - è in realtà destinata all'uso pubblico, potendo accedervi chiunque lo desideri. Richiama la giurisprudenza di questa Corte, secondo cui debbono essere considerate destinate all'uso pubblico le aree private l'accesso alle quali sia aperto ad un numero indeterminato di persone diverse dai titolari di diritti sull'area, pur se l'accesso avvenga per determinate finalità o sotto specifiche condizioni, come nel caso di specie.
2.1.- Il motivo appare fondato.
La Corte di appello ha escluso l'applicabilità dell'art. 2054 cod. civ., per il solo fatto che l'area adibita a parcheggio era fisicamente inserita per intero in uno stabile di proprietà privata, cioè al piano seminterrato dell'edificio in cui operava l'impresa che gestiva il supermercato; era delimitata dalle relative strutture e presumibilmente da una sbarra di ingresso, che regolava l'accesso dei clienti.
Questa Corte ha più volte rilevato, peraltro, che i criteri decisivi per individuare l'ambito di applicazione della citata norma e delle regole in tema di assicurazione obbligatoria non consistono necessariamente nella natura privata o pubblica dei diritti di proprietà sulla stessa, nè nel fatto che essa sia collocata in una od altra posizione rispetto ad uno stabile di proprietà privata; consistono invece nell'apertura o meno dell'area stessa all'uso pubblico, in termini tali per cui risulti ordinariamente adibita al traffico veicolare (cfr., fra le altre, Cass. civ. Sez. 3^, 26 luglio 1997 n. 7015; Cass. civ. Sez. 3^, 27 ottobre 2005 n. 20911, che ha ritenuto applicabile l'art. 2054 c.c., al terreno di proprietà di un cantiere, al quale avevano accesso sia coloro che vi lavoravano, sia i clienti dell'impresa; Cass. civ. Sez. 3^, 6 giugno 2006 n. 13254, che ha escluso l'applicazione dell'art. 2054 c.c., con riferimento al parcheggio privato interno ad un condominio, al quale avevano accesso solo i condomini).
Vale a dire, ogniqualvolta l'area, ancorchè di proprietà privata, sia aperta ad un numero indeterminato di persone, alle quali sia data la possibilità di accedervi, pur se non titolari di diritti sulla stessa, e ciò comporti la normale circolazione di veicoli al suo interno, sono da ritenere applicabili sia le norme del codice della strada, sia l'art. 2054 cod. civ., sia la L. n. 990 del 1969, sull'assicurazione obbligatoria.
La circostanza che accedano normalmente in luogo solo i soggetti appartenenti ad una o più categorie specifiche, o quelli che perseguano peculiari finalità, come i clienti di un supermercato, non consente di escludere che vi sia l'uso pubblico, volta che chiunque possa entrare a far parte di quella categoria o perseguire quelle finalità.
Va soggiunto che le aree di parcheggio dei supermercati, ed in particolare degli ipermercati - pur se rigorosamente private, quanto alla proprietà, al possesso od alla detenzione - sono ormai divenuti luoghi di continuo ed intenso traffico veicolare, sicchè non vi è ragione di escludere l'applicazione al loro interno delle norme in tema di circolazione stradale.
3.- Il secondo motivo, con cui la ricorrente lamenta la violazione dell'art. 116 cod. proc. civ., per avere la Corte di appello ritenuto non raggiunta la prova della responsabilità della B. anche ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., omettendo di prendere adeguatamente in esame le risultanze istruttorie acquisite al giudizio, risulta inammissibile perchè ininfluente, ove si consideri che la Corte di appello ha specificato che la ragione determinante del rigetto della domanda attrice va ravvisata nel fatto che non la B.P., proprietaria del veicolo, ma la sorella di lei, B.L., era alla guida dell'automobile all'atto del sinistro, e che - dovendosi ritenere inapplicabile l'art. 2054 cod. civ. - non poteva ritenersi operante la presunzione di responsabilità del proprietario del veicolo per il fatto del conducente. Nè l'attrice aveva dimostrato alcuno specifico elemento di colpa a carico della proprietaria per il fatto di avere affidato l'automobile ad altri.
4.-Il ricorso può essere avviato alla trattazione in camera di consiglio, per l'accoglimento del primo motivo e la dichiarazione di inammissibilità del secondo". - La relazione è stata comunicata al Pubblico Ministero e notificata ai difensori delle parti.
Il pubblico ministero non ha presentato conclusioni scritte.
Il Collegio, all'esito dell'esame del ricorso, ha condiviso la soluzione e gli argomenti esposti nella relazione.
In accoglimento del primo motivo di ricorso, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio della causa alla Corte di appello di Milano, in diversa composizione, affinchè decida la controversia uniformandosi al seguente principio di diritto:
"L'area di parcheggio destinata agli utenti di un ipermercato - ancorchè sia di proprietà privata, sia inclusa per intero in uno stabile di proprietà privata (nella specie, al piano interrato dell'edificio ove aveva sede l'ipermercato,) e sia delimitata da strutture destinate a regolare l'accesso dei veicoli (sbarra di ingresso) - è da ritenere aperta all'uso da parte del pubblico e ordinariamente adibita al traffico veicolare, considerato che chiunque ha la possibilità di accedervi.
La circolazione automobilistica all'interno dell'area è pertanto soggetta sia alle norme dell'art. 2054 cod. civ., sia alle norme della legge sull'assicurazione obbligatoria della responsabilità civile, di cui alla L. n. 550 del 1969, la cui applicabilità presuppone, per l'appunto, l'apertura dell'area al traffico veicolare ad opera di un numero indeterminato di persone".
La Corte di Cassazione accoglie il primo motivo di ricorso e dichiara assorbito il secondo. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa alla Corte di appello di Milano, in diversa composizione, che deciderà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 16 aprile 2009.
Depositato in Cancelleria il 23 luglio 2009
http://versiliaoggi.wordpress.com/2007/03/15/strade-vicinali-pubbliche-o-private/#comment-586
giato ha scritto:
Mi scuso con INFERNO se approfitto ancora una volta della sua disponibilità e competenza per porre un quesito pratico che credo possa comunque interessare a più persone.
Nella situazione riportata nel disegno allegato, il proprietario dell'abitazione 1 sulla cui proprietà grava la servitù di passaggio per l'abitazione 2, considerato che:
- la strada privata ad uso pubblico è larga 4,5 mt,
- l'accesso dalla strada che misura 6x15mt non è chiuso e non è vietato da cartelli,
- sul lato sud sono presenti due alberi che lasciano liberi 5 mt,
- l'eventuale parcheggio di un'auto fra gli alberi lascia comunque liberi almeno 3,8 mt,
può e in caso affermativo, a quali condizioni utilizzare l'area fra gli alberi come parcheggio privato ad uso esclusivo?
SICCOME L'ACCESSO DALLA STRADA CON INSENATURA D'INGRESSO, E' APERTO E NON PRESENTA A MONTE SEGNALETICHE CHE SANCISCANO L'USO PRIVATO COME IL DIVIETO DI TRANSITO PER AREA/STRADA/PERTINENZA PRIVATA SORRETTO DA ORDINANZA DEL COMUNE OPPURE IN SOLITARIA OD IN CONCOMITANZA IL CARTELLO CONCESSIONATO DAL COMUNE DI PASSO CARRABILE, TALE RIENTRANZA CHE PORTA ALLE PROPRIETA' PRIVATE, E' AD USO PUBBLICO ED APPARTIENE GIURIDICAMENTE E GEOMETRICAMENTE ALLA STRADA PRINCIPALE PRIVATA AD USO COLLETTIVO (QUINDI E' DELLA SEZIONE ROSA PURE ESSA) > L'UNICO MODO PER CHIEDERE UN GODIMENTO PRIVATO PER L'USO ESCLUSIVO IN QUELLA INSENATURA, E' OTTENERE IL CARRABILE AL VARCO CONFINANTE CON LA STRADA PRINCIPALE E POI QUALORA VI SIA LO SPAZIO IDONEO, TRACCIARE UNO STALLO DI SOSTA CONDOMINIALE > VISTO CHE SAREBBE SOLO UNO, E' CONSIGLIABILE DESTINARLO AI DISABILI CON REGOLAMENTARE SEGNALETICA > IN DIFETTO, PER STABILIRE CHI POSSA UTILIZZARLO DEI PRIVATI (ALIAS SE SOLO UNO OD ALCUNI O TUTTI), OCCORRE UN REGOLAMENTO CONDOMINIALE CONDIVISO DA ENTRAMBE LE PROPRIETA', CHE DISCIPLINI LA PERTINENZA > http://www.altalex.com/index.php?idnot=44945 SI RAMMENTA CHE IN MANCANZA DI UN REGOLAMENTO CONDOMINIALE RESTRITTIVO CONDIVISO, IL DIVIETO DI SOSTARE NON E' AUTOMATICO E PERTANTO IL GODIMENTO E' E RIMANE ESTESO A TUTTI I CONDOMINI:
Sulla possibilità di parcheggio nel cortile condominiale
Cassazione civile , sez. II, sentenza 21.01.2009 n° 1547
In particolare, la Cassazione, considerato che dalla realtà processuale, come espressa nella sentenza impugnata, non era possibile desumere che alcuni condomini facessero un uso diverso rispetto agli altri condomini, ha stabilito che “il limite al godimento della cosa comune s’identifica con riferimento alla destinazione attuale della cosa, desunto dall'uso fattone in concreto dai compartecipi”.
Nel caso in cui il regolamento condominiale non preclude esplicitamente tale possibilità, il divieto di parcheggio non si può ricavare automaticamente da quanto prevede l'articolo 1102 del Codice civile.
GIURISPRUDENZA - Codice della strada
Corte di Cassazione Civile sez. II - Sentenza 10/11/2009 n. 23816
Il giudice di pace di Genova con sentenza xxxxxxxxx respingeva l'opposizione proposta da Xxxxxxxxx avverso il comune di Genova per l'annullamento del verbale di contestazione n. xxxxxxxxxxx relativo a sosta in parcheggio riservato ai disabili.
Rilevava che l'area in esame, pur di proprietà privata risultava disciplinata dall'amministrazione come posteggio riservato, con segnalazione verticale apposita.
Xxxxxxxxxx ha proposto ricorso per cassazione, notificato il 10 luglio 2006.
Avviata la trattazione con il rito previsto per il procedimento in camera di consiglio, il procuratore generale ha chiesto trattazione in pubblica udienza.
Il ricorso lamenta un'imprecisata violazione di legge e vizi di motivazione; assume che in passato sulla via xxxxxxxxxx esisteva un parcheggio riservato ai disabili, ma che all'epoca del fatto incriminato la zona di sosta era cancellata; che il cartello non era stato rimosso e aveva indotto in errore il verbalizzante; che sull'area erano posizionati una fioriera e cassonetti; che il Comune non aveva prodotto la delibera comprovante l'effettiva destinazione dell'area; che pertanto era ingiustificata la applicazione del codice della strada all'interno di una proprietà privata.
Invocava l'autorità di due sentenze del giudice di pace, aventi lo stesso oggetto, favorevoli al ricorrente.
Va preliminarmente rilevato che la censura l'inammissibile nella parte in cui (pag. 3) affida la critica all'esame di documenti di nuova produzione e invoca un riesame nel merito della vicenda:
trattandosi di vizi in iudicando alla Corte di legittimità è precluso l'accesso agli atti della fase di merito o un nuovo giudizio sui fatti, potendo solo sindacare ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 la correttezza giuridica e la congruità della motivazione della sentenza.
La giurisprudenza di questa Corte insegna che "ai fini della definizione di "strada", è rilevante, ai sensi dell'art. 2 C.d.S., comma 1, la destinazione di una determinata superficie ad uso pubblico, e non la titolarità pubblica o privata della proprietà.
E' pertanto l'uso pubblico a giustificare, per evidenti ragioni di ordine e sicurezza collettiva, la soggezione delle aree alle norme del codice della strada ". (Cass. 17350/08; 13217/03). Invano quindi parte ricorrente invoca la proprietà privata dell'area su cui si trovava parcheggiata la vettura; doveva invece negare che esistesse l'uso pubblico legittimante l'operato dei verbalizzanti.
Le circostanze di fatto riportate in ricorso non solo non offrono risultanze decisive in questo senso, ma anzi confortano la decisione del primo giudice.
E' lo stesso ricorrente a riferire che in passato l'area era stata oggetto di utilizzo quale parcheggio di disabili "contrassegnato dal simbolo della carrozzina", parcheggio asseritamente trasferito altrove da qualche tempo. Inoltre parte ricorrente non nega la presenza dì un cartello verticale di divieto, lamentando che non fosse stato l'eliminato. Trattasi di elementi che inducono a credere che da tempo l'area de qua, ora occupata da fioriere e cassonetti, era interessata da uso pubblico, sicchè poteva legittimamente essere destinata dal Comune a sosta riservata.
Quanto alla permanenza del divieto, la presenza del cartello verticale era sufficiente a documentarne la permanente vigenza, posto che il cartello di divieto prevale sulla segnaletica orizzontale quando la stessa sia contraddittoria: non è dunque smentito dall'assenza o dallo sbiadirsi dei segnali tracciati sull'asfalto.
Nè può desumersi dalla destinazione di altra area vicina a parcheggio disabili l'abbandono di quella precedente, poichè è ben possibile che in determinate zone l'ente locale ravvisi l'opportunità di ampliare l'offerta di posti riservati. Infine non risulta neppure censurata la parte della motivazione in cui il giudice di pace ha ritenuto "gratuita" (che significa "non provata") l'affermazione dell'opponente secondo cui il cartello sarebbe stato girato all'incontrario "così da indurre in errore l'accertatore".
Discende da quanto esposto il rigetto del ricorso.
E' giustificata la compensazione delle spese di lite, tenendo conto del recente consolidarsi della giurisprudenza sull'applicazione delle norme del codice della strada ad "area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali" e della possibile incertezza causata dalle circostanze (assenza segnali orizzontali, apertura nuovo parcheggio) in atti esaminate.
Descrizione Modulo di domanda per il rilascio o la volturazione per la concessione di passo carrabile
Note Riferimenti legislativi:
Codice della Strada, art. 22, 1° comma;
D.Leg.vo 507/1993, art. 44, comma 4;
Regolarizzazione degli accessi carrabili:
Si definiscono accessi in generale, ai sensi del Codice della Strada:
1) le immissioni di una strada privata su una strada ad uso pubblico e
2) le immissioni per i veicoli da un'area privata laterale alla strada di uso pubblico.
Si definiscono passi carrabili "gli accessi individuati ai punti 1 e 2 quando questi comportano una modificazione ai marciapiedi o alla pavimentazione stradale al fine di permettere o facilitare l'accesso dei veicoli ad una proprietà privata".
Il vigente Codice della Strada all'art. 22, 1° comma prevede che, senza la preventiva autorizzazione dell'ente proprietario della strada, non possono essere stabiliti nuovi accessi e nuove diramazioni dalla strada ai fondi o fabbricati laterali, nè nuovi innesti di strade soggette a uso pubblico o privato. Gli accessi o le diramazioni già esistenti devono essere regolarizzati previa apposita domanda (in marca da bollo del valore vigente) indicante il numero degli accessi di cui si chiede regolarizzazione; l'apertura dell'accesso espressa in mt. lineari (o in mt. quadrati se trattasi di griglie od altro); se vi è la presenza di marciapiede o manufatto oppure se l'accesso è a raso o a filo manto stradale e se è a servizio di un immobile destinato ad abitazione
o all'esercizio di un'attività economico-commerciale. I passi carrabili devono essere individuati con apposito segnale indicante la zona per l'accesso dei veicoli alle proprietà laterali in corrispondenza del quale vige il divieto di sosta. Nel caso in cui non si tratti di passi carrabili così come definiti ai sensi dell'art. 44, comma 4, del D. Leg.vo 507/1993 ovvero "quei manufatti sostituiti generalmente da listoni di pietra o altro materiale o da appositi intervalli lasciati nei marciapiedi o, comunque da una modifica del piano stradale intesa a facilitare l'accesso dei veicoli alla proprietà privata", il divieto di sosta nella zona antistante il passo medesimo e il posizionamento del relativo segnale sono subordinati alla richiesta di occupazione di suolo pubblico, che altrimenti sarebbe destinata alla sosta dei veicoli. Pertanto, il posizionamento del cartello resta d'obbligo per i passi carrabili con la presenza di un marciapiede o manufatto mentre per gli accessi "a raso" o "a filo" del manto stradale diventa una richiesta facoltativa - copia di planimetria catastale scala 1:2000 o altro tipo di planimetria ove venga individuato il tipo di intervento:
- sezione tipo fossato con individuazione del tipo di tubo adottato nel caso venga richiesta l’autorizzazione al tombinamento.
PASSI CARRAI (luoghi non soggetti a pubblico passaggio):
L’art.22 del D.L. n. 285 del 30.04.1992 (meglio conosciuto come “Nuovo Codice della Strada”), nonché gli artt. 44, 45 e 46 del D.P.R. n. 495 del 16.12.1992 (Regolamento di esecuzione e attuazione del “Nuovo Codice della Strada”) e successive modifiche ed integrazioni, dispongono che gli accessi ed i passi carrai che si immettono sul suolo pubblico debbano essere sempre autorizzati.
La mancata autorizzazione comporta l’applicazione di sanzioni. L’art. 22 non ha corrispondenti nel codice abrogato e disciplina le modalità di apertura di accessi da una strada od area privata su una strada ad uso pubblico. Le previsioni di questo articolo mirano a disciplinare l’apertura indiscriminata di accessi o diramazioni e a regolamentare le situazioni già esistenti.
Per gli adeguamenti delle situazioni preesistenti alle disposizioni di questo articolo era stato fissato un termine di tre anni, termine poi prorogato con provvedimento dell’Amministrazione sino al 31.03.03.
Si definisce accesso, in senso generale, l’immissione da una strada o un fondo o un area laterale privata su una strada ad uso pubblico; rientrano nell’ambito del codice della strada gli accessi che consentono il passaggio di veicoli
Questi accessi possono essere a raso o a livelli sfalsati o misti come le intersezioni dello stesso tipo.
L’accesso realizzato nelle strade urbane viene più propriamente chiamato passo carrabile.
L’apertura di nuovi accessi, su una strada pubblica o di innesti sulla medesima di altre strade pubbliche o private, richiede sempre la preventiva autorizzazione dell’ente proprietario, così come pure anche la trasformazione o la variazione d’uso di accessi o diramazioni già esistenti.
Anche gli accessi aperti su strade vicinali ad uso pubblico comportano la richiesta di autorizzazione sottoposta ai poteri del Sindaco competente per territorio, che può negare l’autorizzazione qualora ritenga che si possa compromettere la sicurezza della circolazione o non si possano rispettare le norme sulla visibilità per le intersezioni fissate dagli artt. 16 e 18 del C.d.S.
L’ente proprietario può anche subordinare il rilascio dell’autorizzazione alla realizzazione di particolari opere (intersezioni a livelli sfalsati, innesti attrezzati, ecc.).
Sotto il profilo giuridico, non c’è dubbio che l’atto di rilascio dell’autorizzazione sia un atto discrezionale, potendo l’amministrazione valutare nel merito l’opportunità o meno dell’apertura dell’accesso o la sua trasformazione.
Non esiste, perciò, un diritto soggettivo del proprietario del fondo laterale ad ottenere l’accesso sulla strada pubblica.
Contro il diniego dell’autorizzazione ad aprire un accesso o un passo carrabile è ammesso ricorso giurisdizionale al T.A.R. per motivi di legittimità (non di mera opportunità), onde chiedere l’annullamento dell’atto amministrativo entro 60 giorni dalla data di notificazione del diniego.
Non essendoci un vero e proprio diritto soggettivo del privato ad ottenere l’accesso o il passo carrabile, si ritiene che non sia ammissibile il ricorso all’Autorità Giudiziaria Ordinaria (giudice civile) per il risarcimento del danno eventualmente arrecato dal diniego.
A livello esplicativo e non esaustivo si rammenta che il regolamento detta una serie di disposizioni per quanto riguarda gli accessi:
1 - sulle autostrade gli accessi sono assolutamente vietati;
2 - sulle strade extraurbane principali sono consentiti accessi a distanza minima di m 1000 tra loro; ritenendosi che l’accesso debba essere costituito da una rampa con idonea struttura (sovrappasso o sottopasso), in modo che sia evitata comunque l’intersezione a raso, infatti, la stessa definizione di strada extraurbana principale (priva di intersezione a raso) impone, di fatto, che gli accessi siano regolati con corsie di accelerazione e decelerazione;
3 - sulle strade extraurbane secondarie sono consentiti accessi laterali anche a raso, a condizioni che distino almeno m 300 l’uno dall’altro nello stesso senso di marcia (salvo deroghe da parte dell’ente proprietario);
4 - per le strade extraurbane di nuova costruzione, invece, devono essere create adiacenti strade di servizio su cui convogliare gli accessi privati in modo che sia evitato l’inserimento diretto;
5 - è sempre vietato aprire accessi o passi carrabili nelle seguenti situazioni topografiche: lungo le rampe di accesso ad intersezioni sia a raso che a livelli sfalsati e lungo le corsie di accelerazione o decelerazione di qualsiasi tipo di strada.
Il passo carrabile è un accesso ad un’area laterale per l’entrata e l’uscita di veicoli. Si tratta di quella parte del marciapiede o della banchina raccordata con la strada che consente l’accesso alle proprietà private laterali, ma che non può essere considerata un intersezione.
Affinché esista un “passo carrabile” ai sensi del C.d.S. è anzitutto necessario che il varco sul marciapiede o sulla banchina, o comunque la modifica del piano stradale, sia tale da consentire l’effettivo passaggio dei veicoli.
L’apertura di un passo carrabile da parte di un privato non può essere realizzata semplicemente apponendo il dovuto segnale in prossimità o in corrispondenza del varco; infatti, per aversi un “passo carrabile” ai sensi del C.d.S. (con la conseguente applicabilità della sanzione corrispondente in caso di sosta che l’ostruisca) è necessario che vi siano due condizioni:
a) apposita autorizzazione rilasciata dall’ente proprietario (o concessionario) della strada, previo adempimento delle prescritte formalità fiscali;
b) esposizione dell’apposito segnale previsto dall’art. 120 del Regolamento di attuazione del C.d.S. che, oltre al simbolo del divieto di sosta ed alla scritta “passo carrabile”, deve indicare – pena lasua inefficacia – l’ente proprietario della strada che rilascia l’autorizzazione, nonché il numero della stessa e l’anno del rilascio.
Da quanto detto si può desumere che non si ha “passo carrabile” se non vi è autorizzazione e corrispondente segnalazione idonea (il veicolo lasciato in sosta davanti ad un varco che non presenti le indicate caratteristiche non può essere sottoposto ad alcuna sanzione). Il privato che intenda aprire un varco sul marciapiede o fare comunque opere che modifichino lo stato preesistente della strada e dell’ingresso della sua proprietà, deve chiedere ed ottenere la licenza edilizia ai sensi della L. 28.1.77, n. 10 e successive modifiche e/o integrazioni.
Si noti, quindi, che in tal caso necessitano due titoli distinti:
1) autorizzazione dell’ente proprietario della strada (che tende ad accertare la compatibilità del varco con le condizioni della sicurezza stradale), con corrispondente adempimento delle formalità fiscali;
2) licenza edilizia rilasciata dalla competente autorità comunale (per accertare la rispondenza del passo carrabile ai criteri urbanistici ed edilizi).
Il C.d.S. si interessa anche della regolarizzazione delle situazioni già esistenti; per gli accessi ed i passi carrabili già autorizzati, l’amministrazione competente ha la possibilità di procedere ad una regolarizzazione per renderli conformi alle nuove norme.
Questo sta a significare che in nessun caso potrà essere revocata una autorizzazione già rilasciata, anche se l’accesso non corrisponde per caratteristiche e tipologie a quelli indicati nel Nuovo C.d.S.; sarà al massimo possibile, solo quando siano manifeste situazioni di pericolo, l’imposizione di un adattamento alle nuove norme.
La normativa del C.d.S. deve essere coordinata con la normativa fiscale dell’occupazione delle aree pubbliche. (D.L. 15.11.1993, n. 507).
Secondo l’art. 44 di questa norma, ai fini dell’applicazione della tassa sull’occupazione di aree pubbliche (ora canone), sono considerati passi carrabili quei manufatti costituiti generalmente da listoni di pietra od altro materiale o da appositi intervalli lasciati nei marciapiedi o, comunque, da una modifica del piano stradale intesa a facilitare l’accesso dei veicoli alla proprietà privata.
Sono assoggettate al canone anche le occupazioni effettuate su strade private sulle quali risulta costituita “nei modi e nei termini di legge” le servitù di pubblico passaggio e solo da quando tale servitù si è costituita.
Conseguentemente, non sono assoggettabili al canone quelle occupazioni realizzate prima della costituzione della servitù, atteso che la stessa deve ritenersi sorta nel rispetto della situazione di diritto e di fatto preesistente.
La definizione di passo carrabile fornita dalla normativa fiscale appare diversa da quella fornita dal C.d.S.; ciò ha creato, ed in alcuni casi crea tutt’ora, non pochi problemi di coordinamento.
Sull’argomento sono intervenuti numerosi chiarimenti da parte del Ministero delle Finanze che hanno precisato come le norme del C.d.S., in quanto rispondenti ad esigenze diverse rispetto a quelle fiscali, non assumono carattere determinante ai fini della individuazione del presupposto cui è subordinato il tributo previsto dal D.L. 507.
L’esposizione, obbligatoria o meno, del cartello segnaletico di divieto di sosta, infatti, non significa necessariamente occupazione del suolo pubblico se non quando, come espressamente stabilito dal comma 8 dell’art. 44 del DL. 507/93, il proprietario dell’accesso abbia esercitato la sua facoltà di richiedere l’area di rispetto ed abbia ottenuto la relativa concessione.
A questa disposizione non si può derogare con norme regolamentari. Ciò induce a ritenere che la tassa non sia dovuta per i semplici accessi, carrabili o pedonali, quando siano posti a filo con il manto stradale e, in ogni caso, quando manchi un’opera visibile che renda concreta l’occupazione e certa la superficie sottratta all’uso dei passi carrabili.
Sull’argomento, il Ministero delle Finanze, con la risoluzione n. 225/E del 26.01.1997, ha affermato che non possono essere sottoposte a tassazione gli accessi a raso che si aprono direttamente sulla via pubblica per l’inesistenza dell’occupazione del suolo pubblico rappresentata, come espressamente disposto dall’art. 44, comma 4, del DL. N. 597/93, solo dalla presenza di un apposito manufatto costruito sul suolo pubblico (o su strada privata soggetta a servitù di pubblico passaggio) per facilitare l’accesso dei veicoli alla proprietà privata.
Il Ministero delle Finanze ha infatti precisato che per la definizione di “passo carrabile”, ai fini della “tassa” in argomento, occorre far riferimento esclusivamente alle disposizioni di cui al citato art. 44 e che non ricadono nella predetta previsione normativa e, pertanto, non sono tassabili i semplici accessi “a raso” che si aprono direttamente sulla strada (risoluzione n. 220/E del 11.11.1997).
Per questi accessi, su espressa richiesta dei proprietari, tenuto conto delle esigenze di viabilità, i comuni e le province possono, previo rilascio di apposito cartello segnaletico, vietare la sosta indiscriminata sull’area antistante.
PER ACCESSI E DIRAMAZIONI: http://www.comune.torino.it/ambiente/codstra/art_022.htm
PER I CARRABILI: http://urp.comune.bologna.it/Mobilita/Mobilita.nsf/0/16de359fef61b6c0c12570280026cf95/$FILE/Regolamento%20Passi%20Carrabili.pdf
http://www.comune.casale-marittimo.pi.it/delibere2000.htm
La costruzione di nuovi passi carrabili e la trasformazione o variazione di quelli esistenti deve essere autorizzata dal comune.
I passi carrabili relativi a nuove costruzioni si intendono automaticamente autorizzati qualora previsti nelle rispettive concessioni edilizie, autorizzazioni edilizie e denunce di inizio attività (D.I.A.).
I passi carrabili devono essere individuati con apposito segnale indicante la zona per l’accesso dei veicoli alle proprietà laterali in corrispondenza del quale vige il divieto di sosta.
L’autorizzazione è rilasciata nel rispetto delle vigenti normative urbanistico – edilizie, del Codice della Strada e del relativo Regolamento di esecuzione ed attuazione.
Segnaletica stradale – Passo carrabile – Immissione di veicolo da area privata ad altra privata ma di uso pubblico – Configurabilità – Sussistenza.
Correttamente viene qualificato come “passo carrabile”, ai fini dell’obbligo di individuarlo con apposita segnaletica, ai sensi dell’art. 22 c.d.s. e dell’art. 44 del Regolamento di esecuzione, anche quello che consente le immissioni di veicoli da un’area privata ad un’altra parimenti privata ma di uso pubblico, in quanto aperta all’accesso di un numero
indeterminato di persone o veicoli. (Nella specie, in applicazione di tale principio, Ë stato ritenuto che costituisse elemento di colpa, in relazione ad un addebito di lesioni colpose, il fatto che non fosse stato segnalato come passo carrabile il punto di immissione da un’area privata, adibita a centro commerciale, ad altra area aperta al pubblico transito, in corrispondenza del quale punto era stata apposta una catena sulla quale, non avendone rilevato la presenza, aveva urtato un ciclomotorista, così producendosi le lesioni che avevano dato luogo al suddetto addebito penale a carico dell’amministratore del centro commerciale) (Cass. Pen., Sez. IV, 16 gennaio 2002, n. 1604) [RV-0204].
PER LA TOSAP: http://www.diritto.it/sentenze/commtribut/sent_pu_010405_36.pdf
Posted - 22/03/2010 : 08:47:23
INFERNO FOR PRESIDENT!!!
STOP alle GABELLE... STOP agli AGGUATI... STOP agli AUTOVELOX a 2 raggi
MANIFESTIAMO DAVANTI A MONTECITORIO ..IN OTTOBRE..
DAI LA TUA DISPONIBILITA' NEL TOPIC "STOP" DELLE RICHIESTE DI AIUTO
Posted - 22/03/2010 : 09:38:37
E' UN GRANDE PROFESSIONISTA IL NOSTRO AMICO INFERNO...PECCATO CHE C'E' NE SONO POCHI..MI PIACE MOLTO ANCHE ROBIN HOOD!!
Posted - 05/06/2010 : 18:11:11
Un VIGILE come INFERNO vale come 60000 vigili d' ITALIA ...
Posted - 05/06/2010 : 18:29:47
CARO MAURIZIO, FRANCAMENTE A ME SEMBRA UN PO POCHINO.
Posted - 06/06/2010 : 13:28:02
RITENENDO UN PROSIEGUO INTERESSANTE, POSTO IL SEGUITO:
HOOD* Gran Maestro *Iscritto*: 14/06/09 12:54 *Post*: 1,038 *Localita'*..........
Non so chi sia il tuo capo tuttavia, nell'area ad uso pubblico vige il CDS eccome, forse dovresti speigargli cosa si intende per area privata, vabbè¨ non l'ho detto: Brava nell'usare l'opportuna prudenza nell'operare ovvero art. 180 c. e art. 180 c.8:
1. Verificare se provenienza furtiva
2. Interrogazione terminali ANIA potresti chiedere il favore ai colleghi di comandi vicini per la visura
3. Accertata L'assicurazione risulta scaduta
4. Procedere a fare visura al Pra per vedere se oggetto di fallimento o fermo amministrativo per conto dell'Equitalia
5. Redazione del Verbale di sequestro ai sensi dell'art. 213 c.d.s. nel qual deve essere riportata l'intimazione al ritiro del veicolo per conto del proprietario entro dieci giorni dalla notifica del verbale di sequestro e notifica della violazione amministrativa;
6. Abbi cura nella redazione del verbale di sequestro di NON riportare nulla nella parte conducente ovvero riportare solo le generalità del proprietario;
7. Nella parte firma del trasgressore dovrai scrivere veicolo in sosta
8. Redazione della scheda danni del veicolo per la comunicazione ai terminali SIVES
9. Nel verbale di sequestro riportare le ragioni del mancato ritiro della carta di circolazione invero nella fattispecie in sosta
10. Carro attrezzi del custode acquirente stabilito dalla Prefettura per competenza
11. Rilascio di una copia del verbale di sequestro ed una dello stato del veicolo al custode acuirente che nella fattispecie è¨ l'operaio del carro attrezzi;
12. Notificare sia il verbale di sequestro che il verbale al cds tramite messo notificatore oppure tu stessa;
13. Trascrizione sui terminali SIVES del sequestro finalizzato alla confisca
14. Effettuata la notifica se l'interessato entro 10 gg giorni dalla stessa non ha provvveduto ad assumere la custodia si procederà ad inviare alla Prefettura competente del tuo territorio divisione Circolazione e Traffico CT originale del verbale di sequestro e copia del verbale con l'avvenuta notifica di entrambi. Fine
15. Nel caso invero l'interessato nel termine di 10 gg ottempera all'invito dovrai redigere verbale di cambio di custodia, ritirare la carta di circolazione previa redazione di atto notorio.
16. Dopo che l'interessato ha assunta la custode il veicolo entro il termine di 10 gg dalla notifica degli atti lo stesso procede a pagare la sanzione e riattivare l'assicurazione per un termino non inferiore a sei mesi procederai al dissequestro del mezzo, al fine sequestro ai terminali SIVES e dare comunicazione allegando l'idonea comunicazione alla Prefettura.
17. Nel caso l'interessato presenti istanza di rottamazione
18. Verificare che il veicolo non sia oggetto di fermo amministrativo per conto dell'Equitalia
19. Nel caso di esito positivo non potrai autorizzare la rottamazione
20. Nel caso di esito negativo, l'interessato dovrà presentare l'istanza di demolizione che se accordata lo stesso dovrà versare a titolo di cauzione l'intero importo stabilito dal cds per la sanzione di chi circola senza assicurazione Euro779,00 ,
21. Nel modello di autorizzazione alla demolizione devrà essere specificata la data in cui l'interessato effettuerà la rottamazione e consegnata la carta circolazione all'interessato
22. Quando l'interessato versa la cauzione è¨ buona norma che sia presente altro collega perché ¨ trattasi denaro vivo
23. L'interessato effettuata la rottamazione dovrà esibire il certificato di rottamazione al Comando procedente il quale presa visione del documento procederà a trattenere 1/4 della cauzione e restituire la restante somma sempre redigendo apposito e dettagliato verbale di restituzione sottofirmato dall'interessato e da chi procede per il Comando
24. Il verbale iniziale della sanzione amministrativa dovrà essere sostituto con uno successivo verbale e diversa numerazione cui è¨ riportato l'importo di un quarto della cifra inziiale specificando che il presente verbale sostituisce il verbale nr.......... in quanto accordata richiesta di demolizione come da istanza, certificato di rottamazione nr. del ecc. ecc.
25. Trascrizione nei terminali SIVES della rottamazione Infine comunicazione alla prefettura dell'avvenuta rottamazione inviando l'idonea docuementazione che attesta quanto realizzato. Pfuiiiiiiiiiii. Spero di non aver dimenticato nulla, nel caso scusate. Ciao. Ovviamente è ¨ solo il mio parere IP già iscritto
Ultima modifica: 05/06/10 08:33 Da ROBIN HOOD Per il motivo
..UN RINGRAZIAMENTO SENTITO VA ALL'AUTORE DEL TESTO

References: art. 2054
 art. 3

Art. 24
 articolo 1
 Sentenza 
 Sentenza 
 art. 3
 art.7
 art.1158
 art. 3

Art. 1
 art. 19
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 articolo 2
 art. 25
 Cass. 
 cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 18
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 2
 Cass. 
 sentenza 
 art. 18
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

SENTENZA 
 sentenza 

Art. 1170
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 art. 29
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 22
 art. 44
 art. 44
 art. 180
 art. 180