Source: http://www.studiolegalegennaroorlando.it/2017/05/
Timestamp: 2019-02-20 16:39:14+00:00

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maggio | 2017 | Studio Legale Gennaro Orlando
L’investitore può agire per la risoluzione di singoli ordini di investimento a fronte dell’inadempimento dell’intermediario purché si tratti di inadempimento di non scarsa importanza rispetto all’ordine per il quale si è verificato. Il cliente di una banca aveva investito in bond argentini, sottoscrivendo un contratto quadro e concludendo, successivamente, singoli ordini di acquisto di strumenti finanziari. Il contratto di intermediazione finanziaria (c.d. contratto quadro) regolamenta in via generale il rapporto tra il cliente e l’intermediario, mentre gli ordini di acquisto dei singoli strumenti finanziari sono atti negoziali esecutivi della regolamentazione prevista nel contratto quadro e consistono nella negoziazione delle singole operazioni impartite dal risparmiatore. Verificatosi l’inadempimento dell’istituto di credito, con conseguente responsabilità contrattuale, relativamente ad alcuni titoli di investimento, il cliente ha citato in giudizio la banca chiedendo la risoluzione dei soli ordini di acquisto relativi ai bond argentini, lasciando in essere il contratto quadro e gli altri ordini di investimento. Tale possibilità è stata negata dalla Corte d’appello e il cliente ha proposto ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione, con sentenza della prima sezione civile n. 12937/2017, ha accolto il ricorso dell’investitore. Il ricorrente rimarca la «autonomia contrattuale» degli specifici ordini di investimento. Sottolinea che il «contratto di intermediazione finanziaria (c.d. contratto quadro) è privo di un’intrinseca valenza economica, che invece è esclusivamente rinvenibile nel singolo ordine di acquisto». Rileva altresì che, «mentre il contratto quadro è un contratto normativo, gli ordini costituiscono autonomi contratti di compravendita degli strumenti finanziari». In definitiva, «l’inadempimento degli obblighi informativi relativi a quegli ordini non può che essere valutato in maniera tale da determinare la risoluzione dei singoli contratti di acquisto dei titoli». Ciò è in linea con la giurisprudenza recente della Suprema Corte che ha espresso con nettezza un orientamento ormai stabile, che si manifesta favorevole alla separata risolubilità di singoli ordini di investimento. Infatti l’inadempimento degli obblighi gravanti sull’intermediario «può giustificare tanto la risoluzione del contratto quadro quanto quella dei singoli ordini, ovviamente nella misura in cui, per la sua importanza, si riveli idoneo a determinare un’alterazione dell’equilibrio contrattuale» (Cass. n. 16820/2016). Di conseguenza i giudici hanno cassato la sentenza con rinvio alla Corte d’appello che dovrà attenersi al seguente principio di diritto: “a fronte dell’inadempimento dell’intermediario degli obblighi imposti dalla normativa di legge e di regolamento Consob, l’investitore, contraente non inadempiente, ben può agire per la sola risoluzione dei singoli ordini di investimento nei quali il detto inadempimento si è consumato, fermo comunque restando il necessario riscontro che trattasi, in concreto, di inadempimento di non scarsa importanza rispetto all’ordine per il quale si è verificato”.
Sbagliato il codice al pronto soccorso
L’accertamento del nesso di causalità tra condotta del sanitario e danno cagionato al paziente è una questione, nella pratica, molto complessa. Proprio per tale ragione merita di essere segnalata in maniera particolare la sentenza della Corte di cassazione numero 26922/2017 , con la quale i giudici hanno fornito delle indicazioni rilevanti per valutare la riconducibilità di un evento dannoso a un’ipotesi di responsabilità medica. Nel caso di specie, la vicenda giudiziaria aveva tratto le mosse dall’errore commesso da un’infermiera addetta al triage che, all’arrivo in pronto soccorso di un paziente, gli aveva erroneamente assegnato il codice verde invece di quello giallo. Il giudice del merito, quindi, aveva sancito la condanna per omicidio colposo della sanitaria, riscontrando che l’erronea qualificazione delle condizioni di salute del paziente, poi deceduto, dovesse essere ricondotta alla condotta omissiva, imperita e negligente dell’infermiera. L’indagine del nesso causale, più nel dettaglio, era stata condotta non dando valore esclusivamente al dato statistico, ma valorizzando anche tutte le peculiarità del caso concreto. Nell’avallare il percorso seguito dal giudice del merito, la Corte di cassazione ha avuto la possibilità di precisare che il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può essere ritenuto sussistente solo valutando il coefficiente di probabilità statistica, ma necessità di essere verificato sulla base di un giudizio di alta probabilità logica. Infatti, “deve considerarsi utopistico un modello di indagine causale, fondato solo su strumenti di tipo deterministico e nomologico-deduttivo, affidato esclusivamente alla forza esplicativa di leggi universali”. Ai fini dell’accertamento dell’imputazione causale di un determinato evento, quindi, è fondamentale sviluppare un ragionamento esplicativo che prenda in esame tutte le particolarità del caso concreto e chiarisca cosa sarebbe accaduto se l’imputato (nella specie l’infermiera) avesse tenuto il comportamento richiestogli dall’ordinamento (nella specie l’apprezzamento delle reali condizioni del paziente, sia al suo arrivo in pronto soccorso sia successivamente). Ed è proprio seguendo tale ragionamento che il giudice del merito aveva valutato che se l’infermiera avesse apprezzato le condizioni del paziente in maniera corretta in pronto soccorso, la sua condotta avrebbe avuto con alta probabilità logica un ruolo salvifico. Di conseguenza, la sua omissione le costa una condanna per il reato di omicidio colposo confermata anche dalla Cassazione.
Abuso dei permessi da legge 104
È successo per l’ultima volta pochi giorni fa a Bagnolo, in provincia di Cremona: l’abuso dei permessi da Legge 104 può portare alla sospensione dal servizio e nei casi più gravi al licenziamento. Chi approfitta dei tre giorni retribuiti al mese di assistenza al parente disabile per svolgere altre attività rischia pene severe, ma recentemente la Cassazione ha aperto degli spiragli di flessibilità. Vediamo quali. Le agevolazioni da Legge 104 danno diritto, come è noto, a tre giorni retribuiti di permesso al mese, anche continuativi, a tutti i lavoratori che assistono un parente fino al secondo grado con handicap in situazione di gravità. L’abuso dei tre giorni di permesso, ossia l’utilizzo delle ore concesse per altre attività non correlate all’assistenza al disabile, può essere punito con sanzioni disciplinari. È quello che è successo, per l’appunto, a un agente della Polizia di Bagnolo Cremasco, che pochi giorni fa è stato sospeso dal servizio per la durata di 6 mesi perché “pizzicato” a svolgere attività personali durante i giorni di assistenza al parente disabile. Ha pesato sulla decisione, come comunicato dalla stessa amministrazione comunale, anche il fatto che l’interessato fosse un agente di pubblica sicurezza, al quale era perciò richiesto maggior rigore nell’osservanza delle leggi. All’agente, in ogni caso, poteva anche andare peggio. In determinate circostanze infatti chi abusa dei permessi da Legge 104 rischia il licenziamento per giusta causa. È quanto stabilito, ad esempio, da una sentenza della Cassazione dello scorso settembre, che ha respinto il ricorso di una dipendente del Comune licenziata per aver frequentato lezioni universitarie durante il permesso. Il lavoratore che abusa dei tre giorni di assistenza, aveva motivato la Suprema Corte, priva il datore di lavoro della prestazioni dovuta, violando allo stesso tempo i principi di correttezza e buona fede previsti dal contratto. Ma attenzione. Un recente orientamento della giurisprudenza, a partire da una sentenza della Cassazione dello scorso dicembre, ha stabilito che è possibile garantire ai lavoratori una maggiore flessibilità nell’uso dei permessi da Legge 104. Secondo la Cassazione i tre giorni di permesso, a livello teorico, non servono solo a garantire una maggiore assistenza al disabile ma anche a concedere al lavoratore che assiste il parente handicappato “un breve spazio di tempo per provvedere ai propri bisogni personali“. Gli abusi vanno comunque puniti, ma non è necessario che il lavoratore dedichi tutto il suo tempo all’assistenza del disabile. Come comportarsi, allora? La Suprema Corte ammette che è impensabile pretendere che l’assistenza “continuativa” al parente disabile implichi una disponibilità del lavoratore di 24 ore al giorno. D’altronde, anche nei normali giorni di lavoro, quest’ultimo non può ovviamente dedicarsi all’assistenza del parente per buona parte della giornata. Giusto allora che l’aiuto alla persona handicappata sia fornito nei momenti di bisogno, e non necessariamente nelle specifiche ore durante le quali il lavoratore sarebbe altrimenti rimasto in ufficio. Abusi sarebbero, in questo caso, solo le attività totalmente disconnesse da ogni tipo di assistenza: ad esempio, come nel caso di specie, un viaggio o una vacanza.
Polizze professionali dei medici
Negli ultimi 15-20 anni abbiamo assistito ad un cambiamento di regime del meccanismo di copertura nelle polizze professionali: si è passati da un sistema in regime “loss occurence” ad un sistema in regime “claims made”. Il nostro codice civile parla solo del sistema in loss occurrence per le assicurazioni di responsabilità civile generale e quindi anche per quelle di responsabilità civile professionale. Infatti l’art. 1917 c.c., comma 1, dispone: “Nell’assicurazione della responsabilità civile l’assicuratore è obbligato a tenere indenne l’assicurato di quanto questi, in conseguenza del fatto accaduto durante il tempo dell’assicurazione, deve pagare a un terzo, in dipendenza della responsabilità dedotta nel contratto. Sono esclusi i danni derivanti da fatti dolosi.” Quindi il regime loss occurrence copre i fatti professionali posti in essere durante il periodo di assicurazione a prescindere dal momento in cui tali fatti possano generare una richiesta di risarcimento o più in generale una contestazione o reclamo. Il legislatore, ricordiamo, fissa a 10 anni il termine di prescrizione per richiedere un risarcimento danni per rapporti contrattuali e a 5 anni qualora vi sia responsabilità aquiliana ai sensi dell’art. 2049 del codice civile. Quindi se mi assicuro per un solo anno in regime di loss occurrence la Compagnia di Assicurazioni dovrà aprire una “finestra temporale “che durerà fino al massimo di 10 anni qualora vi sia un reclamo di responsabilità professionale originato dai fatti professionali posti in essere nell’unico anno di copertura assicurativa. E’ intuibile che tale regime portava gli Assicuratori all’assunzione di un rischio elevato che si traduceva in un aumento massiccio dei premi di polizza. Pertanto fu introdotto un nuovo regime di derivazione anglosassone, un contratto atipico ma degno di tutela giuridica: il regime “claims made”. Tale regime conferisce copertura per tutti i fatti professionali accaduti nell’anno di copertura assicurativa sempre che nello stesso anno sia stato ricevuto un reclamo dall’assicurato e lo stesso lo abbia comunicato agli Assicuratori. Scaduta la polizza, eventuali reclami o richieste di risarcimento pervenute dopo la scadenza non potranno più essere denunciati agli Assicuratori. E’ evidente che il regime in claims made elimina quella finestra temporale di 5 o di 10 anni tipica del regime in loss occurrence. E quindi per avere una copertura successiva alla scadenza del primo anno di polizza occorre pagare ogni anno il rinnovo delle coperture assicurative. Questo meccanismo anglosassone ha portato ad aumento degli incassi dei premi da parte degli assicuratori, una progressiva diminuzione dei premi medi delle polizze professionali, ed inoltre ad una sensibile riduzione di tutela assicurativa da parte degli assicurati. Col passare degli anni il regime claims made è stato oggetto di diverse controversie giurisprudenziali, ma ad oggi la Cassazione ha ribadito che tale regime è meritevole di tutela da parte del nostro ordinamento. Negli anni il regime claims made “puro”è stato mitigato dall’introduzione di due istituti: la retroattività e la postuma. La retroattività consente di coprire le richieste di risarcimento pervenute durante la vigenza della polizza che siano originate da attività professionali effettuate prima della stipula della polizza stessa. L’operatività della retroattività è subordinata al fatto che l’assicurato non sia conoscenza di reclami o “situazioni sospette” sui fatti professionali pregressi da assicurare. La postuma è stata introdotta per ovviare principalmente al problema che si veniva a creare con la cessazione definitiva dell’attività professionale. Qualora il medico terminava definitivamente l’attività professionale, ad esempio per pensionamento, accadeva che per ottenere una copertura anche dopo l’inizio della pensione doveva continuare a pagare la polizza anno per anno. La postuma, invece, consente di attivare in una volta sola la copertura assicurativa per un certo numero di anni a partire dalla cessazione definitiva dell’attività professionale. Tale garanzia viene concessa gratuitamente per almeno un anno e a pagamento, in un’unica soluzione, per estenderla fino a 10 anni o illimitata. La recente legge Gelli sulla responsabilità sanitaria, entrata in vigore il 01.04.2017, ha introdotto l’obbligo di una retroattività di n.10 anni e di una postuma per cessazione attività di ulteriori 10 anni nelle polizze rc professionali per medici.
Indennità di Disoccupazione: Naspl 2017
A chi spetta l’indennità di disoccupazione NASpl? E soprattutto, cosa è cambiato dal 2017 nella disciplina relativa all’assegno previdenziale? Per dare risposta a queste frequenti domande è necessario procedere con ordine, individuando le peculiarità dell’istituto. La Naspl spetta ai lavoratori dipendenti che abbiano perso il lavoro per volontà altrui e non a causa di propri inadempimenti, nonché agli apprendisti e ai soci di cooperativa che abbiano stipulato insieme al contratto associativo anche quello di lavoro subordinato. Per beneficiare del sussidio, è necessario inoltre un’apposita domanda all’Inps, dichiarando di essere in possesso di tutti i requisiti oggettivi previsti dalla legge. Il primo requisito è lo stato di disoccupazione intendendo la perdita del lavoro per cause indipendenti dalla volontà del lavoratore; oltre a ciò è necessario essersi iscritti tempestivamente al centro per l’impiego,rendendosi disponibili ad intraprendere percorsi di politica attiva del lavoro. Esistono poi casi eccezionali in cui il lavoratore disoccupato ha diritto alla Naspl anche nei casi in cui abbia dato corso in prima persona all’interruzione del rapporto di lavoro. In particolare, laddove si sia dimesso durante il periodo di maternità oppure per giusta causa: si intende come tale una motivazione che non consenta di proseguire il contratto di lavoro per inadempimento contrattuale da parte del datore di lavoro (ad esempio, la mancata corresponsione dello stipendio). Inoltre, il caso della risoluzione consensuale in caso di: procedura conciliativa presso la Direzione Territoriale del Lavoro; licenziamento con accettazione dell’offerta di conciliazione proposta dal datore di lavoro entro i termini di impugnazione stragiudiziale del licenziamento; dopo il rifiuto del lavoratore al proprio trasferimento ad altra sede della stessa azienda distante oltre 50 km dalla residenza del lavoratore e/o mediamente raggiungibile in 80 minuti con mezzi di trasporto pubblici. In secondo luogo, è necessario aver maturato tredici settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione; si fa riferimento anche a quelli figurativi, accreditati per maternità obbligatoria o per i periodi di congedo parentale, nonché per i periodi di astensione dal lavoro per malattia dei figli fino agli 8 anni anni di età (max 5 giorni lavorativi nell’anno solare). Infine, il lavoratore deve aver svolto trenta giorni di effettivo lavoro nei dodici mesi precedenti l’inizio della disoccupazione a prescindere dalla loro durata oraria. Solo in presenza di alcuni eventi si può provvedere ad ampliare l’arco dei dodici mesi all’interno del quale ricercare il requisito, ad esempio casi di: malattia e infortunio sul lavoro; cassa integrazione straordinaria ed ordinaria con sospensione dell’attività a zero ore; assenza per congedi e/o permessi fruiti dal lavoratore per assistere un soggetto con handicap in situazione di gravità, purché autorizzato; assenza per congedo obbligatorio di maternità, purché all’inizio dell’astensione risulti già versata contribuzione; assenza per congedo parentale, purché regolarmente indennizzati ed intervenuti in costanza di rapporto di lavoro.
Deposito più semplice per l’Appello
Le Sezioni Unite Civili della Cassazione con sentenza n 13452 del 29 maggio 2017 hanno stabilito due importanti principi per il processo tributario. Le Sezioni Unite, componendo il relativo contrasto, hanno stabilito che, nel processo tributario, il termine di trenta giorni per la costituzione in giudizio del ricorrente e dell’appellante, che si avvalga della notificazione del servizio postale universale, decorre non dalla data di spedizione diretta del ricorso a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento, ma dal giorno della ricezione del plico da parte del destinatario (o dall’evento che la legge considera equipollente alla ricezione). Le Sezioni Unite, componendo il relativo contrasto, hanno stabilito che, nel processo tributario, non costituisce motivo di inammissibilità del ricorso o dell’appello, che sia stato notificato a mezzo del servizio postale universale, il fatto che il ricorrente o l’appellante, al momento della costituzione entro il termine di trenta giorni dalla ricezione della raccomandata da parte del destinatario, depositi l’avviso di ricevimento del plico e non la ricevuta di spedizione, purchè nell’avviso di ricevimento medesimo la data di spedizione sia asseverata dall’ufficio postale con stampigliatura meccanografica ovvero con proprio timbro datario; solo in tal caso l’avviso di ricevimento è idoneo ad assolvere la medesima funzione probatoria che la legge assegna alla ricevuta di spedizione, laddove, in mancanza, la inidoneità della mera scrittura manuale comunemente dattilografica della data di spedizione sull’avviso di ricevimento può essere superata, ai fini della tempestività del ricorso o dell’appello, solo se la ricezione del plico sia certificata dall’agente postale come avvenuta entro il termine di decadenza dell’impugnazione dell’atto o della sentenza.
Numerose ricerche cliniche hanno mostrato come essere informati dei possibili rischi di un farmaco possa avere effetti negativi, come è emerso per esempio per i betabloccanti che causano a volte disfunzione erettile. In questo caso, se i soggetti sperimentali del gruppo del placebo non sapevano il nome del farmaco e i suoi effetti collaterali, il disturbo concomitante si manifestava solo nel 3 per cento dei casi; se conoscevano il nome della medicina, ma non l’effetto collaterale – ossia la disfunzione erettile – la quota saliva al 16 per cento; ma se erano a conoscenza sia del farmaco che dei possibili rischi, allora un buon terzo di loro lamentava problemi di erezione. Questo e numerosi altri studi sui farmaci controllati con il placebo hanno rivelato l’esistenza evidente dell’effetto nocebo. Nel nostro cervello sembrerebbero esserci due vie diverse di traduzione biochimica nell’effetto nocebo: la prima attraverso l’effetto di rinforzo del dolore dovuto alla colecistochinina, un neurotrasmettitore coinvolto nell’origine della paura che “tradurrebbe” appunto, all’interno del nostro cervello, l’ansia in dolore; la seconda tramite l’attivazione dell’asse dello stress. Le numerose ricerche condotte in questo campo mostrano che l’effetto nocebo dipenderebbe da una “via cerebrale del dolore cognitivo-affettiva”, per la quale la paura scatenata da aspettative negative sarebbe responsabile del dolore immaginato. In altre parole, le fosche aspettative negative influenzano la nostra percezione del dolore e favoriscono l’effetto nocebo ostacolando addirittura farmaci potenti. Inoltre le variazioni dell’attività cerebrale osservate attraverso la risonanza magnetica funzionale, indicano che le percezioni hanno un fondamento organico e che quindi le persone non immaginano il dolore, lo sperimentano veramente, a dimostrare che l’effetto nocebo non è dunque un puro fenomeno psicologico. L’attività cerebrale rispecchia le aspettative. Un influsso ancora maggiore del condizionamento sembra averlo la suggestione. Una ricerca ha confrontato l’influsso delle suggestioni negative sul prurito e sul dolore. I volontari ricevevano informazioni del tipo: “Tramite questo stimolo il 95% delle persone sane percepisce una sensazione di prurito/dolore”; nel gruppo di controllo il messaggio era invertito: “quasi nessuna persona sana percepisce una sensazione di prurito/dolore da questo stimolo. Le suggestioni negative hanno dimostrato il loro effetto. Che si tratti di prurito, dolore, stanchezza, nausea, molti di noi soffrono occasionalmente di effetti collaterali quando assumono farmaci, effetti a volte così forti da indurci a rinunciare al farmaco. Le conoscenze sull’effetto nocebo fanno ipotizzare che spesso le aspettative negative sono la causa, senza che noi ne abbiamo consapevolezza. Da qualche anno si sta facendo dunque largo l’ipotesi che i casi sempre più numerosi di intolleranza al lattosio siano attribuibili anche all’effetto nocebo. Il discorso vale anche per i tipici effetti collaterali delle pillole anticoncezionali, come le oscillazioni di umore o il mal di testa, inoltre chi soffre di dolore cronico potrebbe aver costruito attraverso il ripetersi di esperienze negative, un’aspettativa sfavorevole che ostacola la terapia. Cruciale a questo punto è la comunicazione efficace medico-paziente. Come insegna la psicologia della comunicazione è importante che anche i metodi clinici siano inseriti in un contesto positivo e formulati adeguatamente per influenzare favorevolmente l’aspettativa dei pazienti. Training di formazione medica favorirebbero trattamenti clinici accompagnati da una comunicazione empatica e incoraggiante. Uno dei capisaldi della tradizione ippocratica recita proprio: primum non nocere.
Importantissima novità in materia di divorzio e assegno di mantenimento: dopo la storica sentenza del 10 maggio della Corte di Cassazione, interviene adesso il Tribunale di Milano a stabilire che il limite oltre il quale l’ex coniuge può dirsi economicamente indipendente è di mille euro al mese. Oltre tale cifra, dunque, non dovrebbe essere riconosciuto il diritto all’assegno di divorzio. Per la prima volta dalla sentenza della Cassazione che ha stabilito l’irrilevanza del precedente tenore di vita nella determinazione dell’assegno divorzile, quindi, un tribunale determina anche quale sia la soglia di guadagno massima per la concessione del beneficio. L’ordinanza presidenziale del 22 maggio della IX sezione del Tribunale di Milano stabilisce che un parametro importante (seppur non esclusivo) per determinare l’effettiva indipendenza economica dell’ex coniuge è dato dall’ammontare degli introiti: al di sopra di mille euro al mese si è considerati autosufficienti e non si ha diritto ad alcun assegno. Questo essenzialmente perché, secondo la legge, la soglia massima oltre la quale un cittadino non può più accedere al patrocinio a spese dello Stato è oggi fissata a 11.528,41 euro annui. Dunque, pressappoco, mille euro al mese. Un primo passo importante, dunque, verso la completa rivoluzione degli assegni di divorzio che sembra ormai già avviata. La citata sentenza della Corte di Cassazione n. 11504/2017, infatti, ha stabilito che l’assegno all’ex coniuge deve essere garantito solo quando questi non possieda mezzi sufficienti a garantire la propria indipendenza economica. Niente più calcoli basati sul tenore di vita goduto dal coniuge durante il matrimonio, quindi: la concezione dei rapporti tra uomo e donna è cambiata e il matrimonio stesso (e dunque il divorzio) è ormai considerato dalla società una scelta consapevole tra due cittadini adulti. L’ordinanza presidenziale del Tribunale di Milano, dopo le numerosissime discussioni di queste settimane, ha dato forma più concreta a quanto stabilito dalla Cassazione: i “mezzi sufficienti” che soli servono a determinare il diritto all’assegno divorzile sono stati finalmente quantificati con precisione. Quello che forse è di maggior interesse, tuttavia, è che per il Tribunale le nuove regole sull’assegno di mantenimento sono già applicabili alle cause di divorzio attualmente in corso. Nel caso di specie, il Tribunale ha espresso un parere sulla richiesta di una donna separata dal marito ma con uno stipendio fisso di circa 1.700 euro mensili. Il parere è stato, per l’appunto, negativo: sorte simile potrebbe toccare a tutti gli ex coniugi che si trovano in una situazione simile.
Lavori usuranti, novità pensioni
Adesso è ufficiale: niente più finestre di attesa per i lavoratori impegnati in attività usuranti che vogliono andare in pensione anticipata. Lo chiarisce definitivamente la circolare dell’Inps n. 90/2017, che abolisce i periodi di 12 e 18 mesi che i lavoratori dipendenti e autonomi dovevano attendere dopo il raggiungimento dei requisiti necessari per la Quota 97,6. Addio alle finestre di attesa, quindi, che fino all’anno scorso costringevano i lavoratori dipendenti ad aspettare 12 mesi e gli autonomi addirittura 18. Per chi, invece, ha già maturato tutti i requisiti entro la fine del 2016, la legge prevede la decorrenza della pensione anticipata a partire dal 1° gennaio 2017. La documentazione per la richiesta della pensione anticipata deve essere consegnata all’Inps entro il 1° maggio dell’anno precedente a quello di maturazione dei requisiti: il termine di scadenza per il 2018, dunque, era il 1° maggio 2017. Se invece i requisiti saranno maturati entro quest’anno, la domanda andava consegnata entro il 1° marzo. Ebbene, per chi è in ritardo nella consegna dei documenti è prevista una sorta di piccola finestra che fa slittare la decorrenza della pensione da 1 a 3 mesi. Per i lavoratori dipendenti, è richiesta la cosiddetta Quota 97,6: 61 anni e 7 mesi di età e 36 anni di contribuzione, oppure 62 anni e 7 mesi di età e 35 anni di contributi. Per gli autonomi, è richiesto invece un anno in più (Quota 98,6): 62 anni e 7 mesi di età e 36 anni di contribuzione o in alternativa 63 anni e 7 mesi di età e 35 di contribuzione. Quali sono, invece, le mansioni usuranti che danno diritto alla pensione anticipata? Si tratta dei lavori indicati dal D.Lgs. n. 67/2011. Rientrano in questa categoria, per l’esattezza: i lavoratori addetti alla linea di catena; i lavoratori che operano in galleria, cava o miniera; i lavoratori che operano ad alte temperature, in spazi ristretti o in cassoni ad aria compressa; chi svolge attività di esportazione dell’amianto o lavorazione del vetro cavo; i palombari; i conducenti di veicoli di capienza non inferiore a 9 posti; i lavoratori notturni con almeno 64 notti lavorate all’anno. Tali categorie di lavoratori hanno diritto alla pensione anticipata se hanno svolto attività usurante per almeno 7 degli ultimi 10 anni, o in alternativa per almeno metà della vita lavorativa.
In tema di infortunio la responsabilità esclusiva del lavoratore sussiste solo se egli pone in essere un contegno abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive ricevute. Un lavoratore subiva un infortunio per un’erronea manovra del carroponte senza prima togliere le catene del gancio del carroponte stesso per poi eseguire le richieste manovre di spostamento. Il lavoratore chiedeva di insinuare al passivo del fallimento della società committente del suo datore di lavoro, una società croata, ma il giudice delegato respingeva la domanda; proponeva quindi opposizione ex art. 98 legge fallimentare, ma anche il Tribunale la rigettava. Viene quindi proposto ricorso per la cassazione del decreto fondato su cinque motivi, dei quali due vengono ritenuti fondati. La Cassazione precisa che «la responsabilità dell’infortunato sorge esclusivamente in presenza di condotte del tutto anomale, inopinabili e imprevedibili, che esulano dai sistemi e dai procedimenti di lavoro e sono con essi incompatibili, oppure qualora vi sia stata una violazione, da parte del prestatore di lavoro, di precise disposizioni antinfortunistiche o di specifici ordini (il che il decreto impugnato non ha accertato in alcun modo). Diversamente, la condotta colposa del lavoratore è irrilevante sia sotto il profilo causale che sotto quello dell’entità del risarcimento (cfr. Cass. 18.2.2004 n. 3213 Cass. 8.4.2002 n. 5024; Cass. 17.2.1998, n. 1687; Cass. 7.4.1992, n. 4227; Cass. 8.2.1993, n. 1523; Cass. 6.7.1990, n. 7101), atteso che la ratio di ogni normativa antinfortunistica è proprio quella di prevenire le condizioni di rischio insite negli ambienti di lavoro e nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia degli stessi lavoratori, destinatari della tutela». La Suprema Corte afferma i seguenti principi di diritto: «”Ai sensi tanto dell’art. 2087 c.c. quanto dell’art. 7 d.lgs. n. 626/94 (applicabile ratione temporís), che disciplina l’affidamento di lavori in appalto all’interno dell’azienda, il committente nella cui disponibilità permanga l’ambiente di lavoro è obbligato ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità e la salute dei lavoratori, ancorché dipendenti dell’impresa appaltatrice, misure che consistono nel fornire adeguata informazione ai singoli lavoratori circa le situazioni di rischio, nel predisporre tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza degli impianti e nel cooperare con l’appaltatrice nell’attuazione degli strumenti di protezione e prevenzione dei rischi connessi sia al luogo di lavoro sia all’attività appaltata”. La decisione della Cassazione è importante perché afferma due principi di diritto: il primo riguarda l’obbligo in capo al committente nell’adottare tutte le misure necessarie, il secondo attiene all’irrilevanza del comportamento colposo del lavoratore, a meno che questi “abbia posto in essere un contegno abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell’evento, creando egli stesso condizioni di rischio estraneo a quello connesso alle normali modalità del lavoro da svolgere”. Pertanto, grava sul datore di lavoro (e sul committente) l’obbligo di prevedere le possibili condotte colpose dei lavoratori configurabili nel procedimento lavorativo da loro curato, e adottare tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza.

References: sentenza 
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 art. 98
 Cass. 
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