Source: https://www.centrostudilivatino.it/category/cedu-corte-giustizia-europea/
Timestamp: 2018-07-22 06:50:58+00:00

Document:
Cedu e Corte di Giustizia europea | Centro Studi Rosario Livatino
Con la sentenza della Grande Chambre della Corte di giustizia, nel caso C-673/16, Coman, del 5 giugno 2018 viene ridefinito il termine “coniuge” per quanto riguarda il Diritto dell’Unione Europea.
La questione pregiudiziale era stata proposta nell’ambito di un giudizio instaurato da un cittadino rumeno e da un cittadino statunitense, dello stesso sesso, che avevano contratto, in Belgio, un “matrimonio”. La coppia desiderava continuare il proprio legame, spostandosi in Romania, ma quest’ultimo Stato aveva rifiutato il diritto di soggiorno al partner statunitense. In Romania, infatti, non è consentito il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La coppia ricorrente invocava la libertà di circolazione delle persone e dei familiari a sostegno del proprio ricorso.
La Corte ha dato ragione ai partner, affermando che “uno Stato membro non può invocare la propria normativa nazionale per opporsi al riconoscimento, sul proprio territorio, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo, del matrimonio da questo contratto con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso in un altro Stato membro in conformità della normativa di quest’ultimo” (§. 36 della decisione); in caso contrario, risulterebbe violato l’art. 21, par. 1, TFUE, il quale, come è noto, stabilisce che “Ogni cittadino dell’Unione ha il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, fatte salve le limitazioni e le condizioni previste dai trattati e dalle disposizioni adottate in applicazione degli stessi”.
Nondimeno, il giudice di Lussemburgo, nella decisione, ha ribadito che “lo stato civile, a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio, è una materia che rientra nella competenza degli Stati membri” e che, pertanto, questi ultimi “sono dunque liberi di prevedere o meno il matrimonio tra persone del medesimo sesso” (§. 37).
Secondo la Corte “l’obbligo per uno Stato membro di riconoscere un matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto in un altro Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo” non si estende fino a imporre “di prevedere, nella normativa nazionale, l’istituto del matrimonio tra persone dello stesso sesso”, ma “è circoscritto al riconoscimento di siffatti matrimoni, contratti in un altro Stato membro in conformità della normativa di quest’ultimo, e ciò unicamente ai fini dell’esercizio dei diritti conferiti a tali persone dal diritto dell’Unione” (§. 45). Non appare quindi giustificata l’enfasi mediatica con la quale questa pur opinabile sentenza della Corte di Giustizia Ue è stata presentata da gran parte dei media, all’insegna dell’obbligo (che – come si è visto – non esiste) di introdurre il matrimonio same sex in ogni Stato dell’Unione.
Il diritto di soggiorno di cui al paragrafo 1 è esteso ai familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro quando accompagnino o raggiungano nello Stato membro ospitante il cittadino dell’Unione, purché questi risponda alle condizioni di cui al paragrafo 1, lettere a), b) o c).
Ai sensi del paragrafo 1, lettera a), il cittadino dell’Unione che abbia cessato di essere un lavoratore subordinato o autonomo conserva la qualità di lavoratore subordinato o autonomo nei seguenti casi:
In deroga al paragrafo 1, lettera d) e al paragrafo 2, soltanto il coniuge, il partner che abbia contratto un’unione registrata prevista all’articolo 2, punto 2, lettera b) e i figli a carico godono del diritto di soggiorno in qualità di familiari di un cittadino dell’Unione che soddisfa le condizioni di cui al paragrafo 1, lettera c). L’articolo 3, paragrafo 2, si applica ai suoi ascendenti diretti e a quelli del coniuge o partner registrato».
L’uomo e la donna hanno diritto di sposarsi allo scopo di costituire una famiglia».
I matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti o conclusi all’estero sia da cittadini rumeni sia da cittadini stranieri non vengono riconosciuti in Romania. (…)
Le disposizioni di legge riguardo alla libera circolazione nel territorio della Romania dei cittadini degli Stati membri dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo rimangono applicabili».
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