Source: https://liberiamo.org/author/unbicerodui/
Timestamp: 2020-05-29 16:44:56+00:00

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Sodo caustico – Liberiamo 2020
Autore: Sodo caustico
IL CALCIO GIOCA SU INTERNET.
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Sodo caustico. La Costituzione è viva?
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Per gentile concessione dell’autore riprendiamo l’articolo pubblicato il 9 settembre 2014 su http://www.italiaperta.info.
Nei giorni scorsi ItaliAperta ha pubblicato alcuni articoli della Costituzione Italiana con i resoconti dei lavori dell’Assemblea Costituente (come riprodotti negli atti dei lavori preparatori): articoli che parlano di scuola, proprietà, impresa, lavoro. Abbiamo riprodotto gli articoli 33, 38, dal 41 al 47, che vengono qui ripresi nella loro integralità.
In “la Costituzione della Repubblica italiana illustrata con i lavori preparatori” (a cura di V. Falzone – F. Palermo – F. Cosentino), Oscar Mondadori, 1976 (edizione ormai fuori commercio), vengono riportate le osservazioni e conclusioni dei lavori preparatori, sugli argomenti oggetto degli articoli della Carta costituzionale. Le discussioni furono di alto livello, ed il lettore potrà apprezzare le diverse visioni proposte e rappresentate dai partecipanti alle discussioni di voto, improntate ad una concretezza che appare, a distanza di decenni, perduta nel dibattito politico attuale.
Non è una mera rivisitazione, a distanza di 70 anni; rileggere parole, meditare sulle idee e sulle visioni di una società futura (quella che nel 1946 si poteva immaginare, e che per larghi aspetti non si è realizzata) serve a riformulare le domande: quale scuola vogliamo? quale difesa della proprietà vogliamo? quale modello di impresa vogliamo? Per andare alle fondamenta del nostro pensiero e — attraverso il confronto — riformulare dove è opportuno riformulare, proporre dove è opportuno proporre.
Art. 38 della Costituzione: di assistenza e previdenza.
Art. 38 della Costituzione Italiana:
I lavoratori hanno diritto che siamo preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
(già art. 34 del progetto, discusso e approvato nella seduta del 10 maggio)
Ci soffermiamo in particolare sui comma primo e secondo, riportando dal testo originale:
“”Il testo definitivo, che si discosta sensibilmente dal progetto, ebbe una complessa elaborazione a causa delle molteplici proposte di coloro che si preoccuparono soprattutto di porre le basi per una sostanziale riforma dell’attuale ordinamento previdenziale (n.d.r.: vigente nel 1946); ma tali proposte non avevano contenuto costituzionale, sicché il relatore Ghidini, nel respingerle, osservò che la Costituzione aveva inteso “con la formulazione dell’art. 38 di mettere in luce la differenza che corre fra assistenza e previdenza nonché di stabilire il campo entro il quale si devono attuare le due provvidenze”, e di “stabilire chi siano i titolari sia del diritto all’assistenza e alla previdenza, sia dell’obbligo correlativo”.
L’on. Mazzei propose la soppressione delle parole “al mantenimento e”, osservando che lo Stato “deve assumere solo gli impegni che può effettivamente mantenere” senza riconoscere ancora un diritto del cittadino “che, oltre tutto, sarebbe uno stranissimo diritto, il diritto ad essere mantenuti dallo Stato!”; ma il relatore Ghidini non accettò la proposta (poi respinta in sede di votazione) e affermò che (A.C. pagg. 3855-6) “la Costituzione ha creduto di porre questo obbligo (dello Stato) del mantenimento, il quale potrà essere ridotto anche al puro necessario, appunto perche si tratta del diritto alla vita, del diritto fondamentale, di un bisogno insopprimibile”.
La formula adottata dalla 3. Sc. Suonava così: “Ogni cittadino che, a motivo dell’età, dello stato fisico o mentale o di contingenze di carattere generale, si trovi nell’impossibilità di lavorare, ha diritto di ottenere dalla collettività mezzi adeguati di assistenza”; l’on. Togni a tal proposito affermò di “non aver voluto affrontare il problema molto dibattuto se l’assistenza e la previdenza debbano essere a carico dello Stato o della produzione ovvero a carico dell’uno e dell’altra”, perché a suo avviso la questione riveste un “carattere secondario che dovrà essere comunque precisato dalla legge speciale; essenziale è l’affermazione che spetta alla collettività di tutelare, ecc.” (3. Sc., pag. 21). La 1.Sc., a sua volta, aveva deliberato che “Chiunque è inabile o … senza sua colpa è incapace di lavoro ha diritto ad avere la sua esistenza assicurata dallo Stato”. Dal coordinamento delle due formule risultò il testo definitivo del primo comma.
Pertanto, ove si consideri anche l’ultimo comma: “L’assistenza privata è libera”, accettato dalla Commissione perché – affermò il relatore Ghidini – “non pensiamo che lo Stato debba avere dell’assistenza un monopolio” (A. C., pag. 3837) e contenuto nel testo concordato proposto dai Gruppi più importanti dell’Assemblea, si deduce un obbligo generale dello Stato a provvedere al mantenimento oltre che all’assistenza dei cittadini inabili al lavoro e sprovvisti dei mezzi necessari alla vita.
Nel secondo comma rispetto al progetto furono abolite le parole “in ragione del lavoro che prestano”, perché, secondo il proponente on. Lanconi, “il legislatore futuro abbia una libertà più ampia e possa adottare i criteri che gli appariranno più adatti alla situazione e più efficaci”, e per non costringere la futura legislazione in materia di previdenza e assicurazione sociale a seguire soltanto i criteri “di assistenza mutualistica” che sono oggi in vigore. L’on. De Maria propose di aggiungere a “malattia” la specificazione “generica o professionale”, ma non vi insistette dopo la dichiarazione del relatore che “la semplice parola malattia è ampia e comprende tutti i casi, sia le malattie generiche sia quelle professionali”; mentre l’Assemblea respinse l’emendamento aggiuntivo dell’on. Merighi: “e in caso di morte la famiglia ha diritto alla pensione” dopo che l’on. Laconi ebbe dichiarato di non accettarlo – pur condividendone lo spirito – perché non si trattava di materia costituzionale. Va rilevato che l’on. Laconi parlò sempre in questa sede a nome dei firmatari del testo concordato, accettato dalla Commissione, e cioè dei deputati appartenenti ai Gruppi parlamentari più numerosi dell’Assemblea.
Il quarto comma subì le critiche serrate dei sostenitori della tesi che lo Stato non debba accollarsi il gravissimo onere dell’assistenza e della previdenza sociale. Fu rilevato che: la complessità dell’organizzazione e l’insufficienza dell’attuale ordinamento (Camangi) impongono che la Costituzione non cristallizzi la situazione quale è oggi; non bisogna creare una assolutamente illusoria fiducia nello Stato (Zuccarini), ché così facendo non si fa opera di elevazione sociale delle classi operaie; bisogna affidare agli stessi lavoratori la gestione degli istituti previdenziali. Questi ed altri argomenti furono controbattuti in sede di dichiarazioni di voto sull’emendamento Camangi che suonava così: “a tali provvidenze provvedono, con l’eventuale concorso dello Stato, organi ed istituti gestiti o controllati dai lavoratori interessati”. L’on. Di Vittorio affermò di non poter accettare “un concetto privatistico di assicurazione”, in quanto è necessario in questo campo “un concetto di Stato perché il concetto di previdenza non può essere disgiunto dal concetto di solidarietà fra tutti i lavoratori”; l’on. Corbino dichiarò di non potere votare la formula Camangi “in parte per le ragioni espresse dall’on. Di Vittorio, ma soprattutto perché ci troviamo di fronte a cifre dell’ordine di grandezza tale che non si può ammettere che lo Stato si debba disinteressare di questa gestione”; e infine l’on. Dominedò intese “che la formula costituzionale lascia aperta, in sede di futuro sviluppo legislativo, la disciplina di una possibile partecipazione dei lavoratori”. L’emendamento Camangi non fu approvato (a.C., pag. 3842).
Dell’ultimo comma si è già detto; solo v’è da aggiungere che, nell’interpretazione degli onorevoli Laconi e Cingolani, i quali parlarono a nome dei presentatori della formula approvata dall’Assemblea, il termine assistenza, in questo caso, comprende anche il concetto di previdenza.””
Art. 41 della Costituzione: l’impresa privata come regola.
Art. 41 della Costituzione Italiana:
(Già artt. 37 e 39 del progetto, discusso ed approvato nella seduta del 13 maggio)
“”I due articoli del progetto da cui deriva la formula definitiva avevano in comune l’obiettivo di armonizzare l’attività economica privata con il fine pubblico: la sola differenza stava in ciò che, mentre l’art. 39 aveva per oggetto un fine negativo, cioè impedire che l’attività economica privata potesse recare danno all’utile pubblico, l’art. 37 mirava al coordinamento dell’attività privata con il fine pubblico, quindi aveva una finalità positiva.
Con la formulazione definitiva, affermata nel primo comma la libertà dell’iniziativa e dell’impresa privata, sono stati posti in luce, nel secondo comma, i limiti, per così dire, passivi, di principi e criteri che l’iniziativa deve rispettare, e nel terzo comma i limiti attivi, cioè quelli che la legge può imporre ai fini del coordinamento (A.C., pag 3936). L’impresa privata, in altri termini, costituisce la regola, in quanto non leda l’interesse pubblico, e in tal caso è garantita dalla Costituzione (3. Sc., pag. 110). La formulazione dei primi due commi non fu contestata e l’Assemblea la approvò quasi senza discussione.
Al terzo comma, l’on. Arata propose l’inserzione della parola “piani” dopo controlli, precisando che la sua proposta aveva non “lo scopo di porre all’Assemblea una perentoria alternativa fra il sistema liberale e quello socialista, fra la iniziativa economica privata e la coercizione burocratica di Stato, fra capitalismo nella sua forma pura e pianificazione integrale”, ma soltanto il fine di disciplinare “quegli interventi o interventismi di Stato, che oggi campeggiano in tutti i Paesi” (A.C., pag. 3934); l’on. Taviani osservò di non vedere i motivi per i quali la parola “piani” dovesse essere inserita nel testo costituzionale dal momento che nell’espressione “i controlli” si prevede già un intervento dello Stato, “e non è detto che questo intervento debba essere sempre fatalmente empirico” (A.C., pag. 3935). Si addivenne a una formula concordata – poi definitivamente approvata – accettata a nome della Commissione dall’on. Ruini, il quale osservò che “l’idea base è quella del coordinamento, in quanto nessuna economia può ormai prescindere da interventi statali; il comunismo puro e il liberalismo puro sono due ipotesi e schemi astratti che non si riscontrano mai nella realtà… La realtà è sempre una sintesi, una risultante della vita economica” (A.C., pag. 3936).
L’on. Einaudi propose di aggiungere il seguente comma: “La legge non è strumento di formazione di monopoli economici; e ove questi esistano li sottopone al pubblico controllo a mezzo di amministrazione pubblica delegata o diretta”. Il proponente osservò che il male più profondo della società presente non è la mancanza di programmi e di piani, ma è invece l’esistenza di monopoli, danno supremo dell’economia moderna, cha dà alti prezzi, produzione ridotta e quindi disoccupazione (A.C., pag. 3939). L’on. Ruini, per la Commissione, osservò fra l’altro che la Costituzione già prevede la nazionalizzazione dei monopoli (art. 43); e l’emendamento, posto in votazione, non fu approvato.””
Art. 42 della Costituzione: proprietà pubblica, collettiva o privata?
Art. 42 della Costituzione Italiana:
(Già art. 38 del progetto, discusso e approvato nella seduta del 13 maggio).
“”Si discusse molto in sottocommissione sulla formulazione del primo comma e i testi approvati dalla 1. e dalla 3. Sc. suonavano rispettivamente così: “I beni economici di consumo e i mezzi di produzione possono essere in proprietà di cooperative, di istituzioni e dello Stato”; “I beni economici possono essere oggetto di proprietà privata, cooperativistica e collettiva”; e dal coordinamento dei due testi si arrivò alla formula definitiva del primo comma.
L’on. Bibolotti propose: “La proprietà è pubblica. Collettiva e privata”, ma il relatore Ghidini, non accettando l’aggiunta osservò che il termine “collettiva” dal punto di vista giuridico è improprio, in quanto “coglie l’aspetto economico dell’istituto della proprietà piuttosto che l’aspetto giuridico”; e alla proposta dello stesso deputato di aggiungere che i beni economici possono essere di proprietà anche delle cooperative, obiettò che “non si può ancora dire che la cooperativa rappresenti un tertium genus nel campo del diritto di proprietà. E’ bensì un qualcosa di intermedio fra la proprietà pubblica e quella privata sotto il profilo economico ma non sotto il profilo giuridico” (A.C., pag. 3951).
Riconosciuto il diritto di proprietà, la Costituzione, vincolando il legislatore a dettare norme che garantiscano la proprietà privata, ha posto il problema dei limiti entro i quali il diritto stesso deve avere una forma e un contenuto. Il primo comma, preso a sé, potrebbe far supporre che si sia rimasti sulla base individualistica, che invece è superata dall’affermazione che “la società ha il diritto di regolare i rapporti allo scopo di garantire quelle che sono le funzioni del diritto di proprietà e non soltanto la funzione personale, ma anche quella sociale, in quanto è evidente che la proprietà privata non ha il solo scopo della garanzia della libertà del singolo, ma ha anche quello di servire al bene della società” (3. Sc., pag 68). “L’interesse sociale è preminente sull’interesse individuale e particolare”: con questa motivazione l’on. Ghidini, per la Commissione, non accettò un emendamento dell’on. Colitto il quale voleva che si dicesse al secondo comma: “anche allo scopo di assicurarne la funzione sociale”. E lo stesso on. Ghidini si dichiarò nettamente contrario a tutti gli emendamenti nei quali il concetto di “limite” si riferiva “in modo chiaro, espresso e preciso all’uso e al godimento, mentre invece il testo lo riferisce alla proprietà”. L’on. Corbino fra gli altri aveva proposto un emendamento in questo senso, intendendo “spostare il significato della parola limiti, che nel testo proposto dalla Commissione si dovrebbe riferire allo scopo di assicurare la funzione sociale della proprietà” (A.C., pagg. 3946 e 3951).
Quanto al terzo comma molto si discusse in sottocommissione sul significato da dare alla dizione “salvo indennizzo”, e vi fu chi propose, in quella sede e poi in Assemblea, l’aggiunta di una specificazione (equo o giusto). Nella 3. Sc. L’on. Taviani, relatore, sostenne la tesi che non dovesse parlarsi di “equo” indennizzo (intendendosi con l’aggettivo equo una misura dell’indennizzo. Proporzionata al valore economico del bene al momento dell’esproprio), che altrimenti “si impedirebbe di fare la riforma agraria… Il termine indennizzo senza l’aggettivo equo ha un senso preciso che si riallaccia a quanto venne praticato nelle riforme agrarie dell’altro dopo guerra, calcolando il valore dei terreni nella moneta pre-bellica, senza tener conto della svalutazione (3. Sc., pag. 126). In Assemblea, l’on. Perlingieri tornò sull’argomento proponendo la formula “contro giusto indennizzo”. Giustificò l’emendamento con la preoccupazione che in commissione s’era “proposto di abolire la parola giusto (equo) in quanto la proprietà dovrebbe essere indennizzata con moneta riportata al suo valore pre-bellico”, e, aggiunse che non avrebbe insistito sull’emendamento qualora la Commissione gli avesse dato assicurazione che la soppressione di questa specificazione non avrebbe avuto il valore che invece le si era attribuito in sottocommissione. L’on. Ghidini, per la Commissione, prima della votazione, precisò: “V’è stata su questo attributo giusto, prima in seno alla 3. Sc., dopo in sede di coordinamento e poi di commissione plenaria, una lunga discussione. Abbiamo eliminato l’aggettivo giusto perché il concetto di giusto è implicito nel concetto di indennizzo. Anche la più recente giurisprudenza è di questo avviso: l’indennizzo, perché sia tale, non può essere ingiusto. Siamo d’accordo che la Costituzione non è un telegramma per doverci risparmiare le parole; ma il superfluo lo dobbiamo eliminare” (A.C., pag 3950). L’on. Perlingieri si dichiarò soddisfatto e ritirò la sua proposta; e l’Assemblea votò il testo del progetto con l’interpretazione datane dalla Commissione.
Al quarto comma furono proposti emendamenti i quali, parlando di successione legittima e testamentaria, non facevano cenno alcuno dei diritti dello Stato. L’on. Grassi propose anzi la soppressione di tutto il comma osservando: in via generale di non comprendere i motivi per cui la Costituzione debba occuparsi di uno solo dei modi di acquisto della proprietà – la successione mortis causa – quando è stato già detto che la legge “determina i modi di acquisto della proprietà”; e in particolare mettendo in luce i pericoli che si avrebbero “se il fisco dovesse diventare coerede nelle successioni” entrando nei rapporti familiari più stretti: “lo Stato si mantenga come terzo, richieda dei prelievi sul valore dell’asse ereditario, ma non come compartecipe” (A.C., pag. 3949).
L’on. Ghidini, rispondendo alle varie obiezioni, osservò: “per quanto riguarda i diritti dello Stato … debbo dire che è verissimo che nella legislazione civile attuale, come in quella precedente, il concetto era contemplato in duplice forma: sotto la forma dello Stato legittimario (nel caso che non vi siano parenti sino al 6° grado), come sotto il profilo della tassa di successione (che non è una vera e propria tassa ma è piuttosto un prelievo sul capitale). Con questa disposizione la Commissione ha voluto lasciare adito alla possibilità di innovazioni anche nel campo del diritto successorio, specialmente per quanto riguarda lo Stato. La Commissione non ignora che vi è una tendenza diretta ad aumentare i diritti dello Stato sulle eredità, e il meno che potevamo fare era di lasciare aperta la strada ad eventuali innovazioni”.
L’Assemblea non approvò la soppressione della frase “e i diritti dello Stato sulle eredità”, accogliendo quindi il principio (dichiarazione di voto dell’on. Taviani a nome della maggioranza del suo Gruppo) che “la parte che lo Stato preleva sotto forma di imposta di successione ha uno scopo sociale oltre che fiscale”.
Art. 44 della Costituzione: proprietà terriera e riforma agraria .
Art. 44 della Costituzione Italiana:
Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la medi proprietà.
La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane
“”I principi contenuti in questo articolo in un certo senso sono già tracciati dal precedente art. 42 sulla proprietà, per cui già in sede di sottocommissione si parlò dell’opportunità o meno di dedicare un apposito articolo della Costituzione al problema della riforma agraria. Tuttavia, come rilevò l’on. Fanfani (3. Sc., pag. 140), non fare un articolo in questo senso sarebbe stato forse “opportuno da un punto di vista strettamente giuridico, ma sarebbe (stato) un errore da quello psicologico e politico”, in quanto il problema agrario è uno dei più sentiti nel momento attuale.
L’on. Jacometti avrebbe voluto sopprimere l’enunciazione introduttiva: “al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali”, perché esclusivamente a carattere finalistico; ma l’on. Ghidini, per la Commissione, si dichiarò contrario all’emendamento, in quanto la formula iniziale, pur avendo soltanto carattere finalistico, “accentua la funzione sociale del diritto di proprietà”.
Due furono gli argomenti più dibattuti: i limiti dell’estensione della proprietà terriera e il latifondo.
Circa i limiti si sostenne da molti che non sempre la grande proprietà terriera è dannosa, anzi spesso è utile. L’on. Corbino osservò: “Cosa vuol dire limite di estensione? Si devono riferire alla terra o al proprietario? Un limite alla terra potrebbe porre ostacoli gravissimi al progresso agrario; fissare poi dei limiti per il proprietario significherebbe fermare tutto il mercato della proprietà terriera” (A.C., pag. 3968); e l’on. Badini Confalonieri (A.C., pag. 3971): “I limiti della proprietà sono già fissati nell’art. 42” e non è il caso di “fare inutili ripetizioni”. Ma soprattutto l’on. Einaudi richiamò l’attenzione della Commissione e dell’Assemblea sulla necessità di considerare bene il problema dei limiti dell’estensione della proprietà, in quanto la questione fondamentale è quella “dell’adattamento delle dimensioni dell’impresa agricola alle mutevoli condizioni delle diverse zone agricole italiane”. In Italia si va dalle forme di coltivazione estensiva a forme di coltivazione la più intensiva; a volte è una ricchezza notevole anche una proprietà estesa semplicemente su un ettaro, perché “su un ettaro a fiori (in Liguria) vive una popolazione prospera, laddove in altre condizioni morirebbe di stenti una persona sola” (A.C., pag. 3971). A questo concetto aderì anche l’on. Segni; il relatore Ghidini, considerato che “potrebbe nascere il dubbio che la Costituzione (come già si è verificato in altre costituzioni, di Romania e di Jugoslavia) si proponga la fissazione a priori dei limiti di estensione della proprietà, al fine di rendere più chiaro il concetto” modificò il testo in questo senso: “fissa limiti alla sua estensione appropriati alle varie regioni e zone agricole”. La formula fu così votata dall’Assemblea e soltanto in sede di revisione formale e letteraria modificata in quella definitiva.
L’on. Corbino propose la soppressione della parola privata, in quanto a suo avviso “qualsiasi limite e qualsiasi obbligo e vincolo (avrebbero dovuto) considerarsi estesi anche alle proprietà demaniali o comunali”, in vista soprattutto dell’autonomia regionale (A.C., pag. 3967); ma l’on. Ghidini non accettò l’emendamento osservando che “il pericolo che si smarrisca il senso della funzione sociale riflette piuttosto la proprietà privata”, senza pensare che è ovvio che non siano fissati limiti alla proprietà pubblica (A.C., pag. 3976). La proposta fu respinta dall’Assemblea.
Sul problema del latifondo le proposte furono molteplici e soprattutto fu criticata la formula del progetto “abolisce il latifondo”, che contiene “un concetto che non è ragionevole” (Einaudi). Basta guardare le statistiche, aggiunse l’on. Einaudi, per rendersi persuasi della prudenza di non chiedere una abolizione che sarebbe assurda e nociva e per chiedere invece una trasformazione a seconda delle esigenze e delle colture delle diverse zone agrarie (A.C., pag. 3969); e per tale motivo propose la formula “la legge impone e promuove la bonifica delle terre e la trasformazione del latifondo”. Per gli stessi motivi l’on. Jacometti propose: “attua la trasformazione del latifondo”, aggiungendo però (e in ciò consiste la differenza sostanziale fra i due emendamenti) “e la sua assegnazioni ai lavoratori e alle loro associazioni”, e in sede di votazione dichiarò che, se fosse stata votata la formula “promuove la trasformazione” senza l’aggiunta da lui proposta, il concetto sarebbe stato sminuito. L’on. Ghidini, per la Commissione, condivise le osservazioni dell’on. Einaudi per quanto, osservò, quando si dice “abolisce” si dice anche “trasforma” e viceversa; ma dichiarò di non accettare l’aggiunta proposta dall’on. Jacometti, perché “al modo come sarà regolata la trasformazione del latifondo dovrà pensarci il legislatore futuro, adattandola alle condizioni economiche locali e ad altri elementi che è difficile oggi prevedere con sicurezza” (A.C., pag. 3976).
Il Gruppo comunista, in sede di votazione, insistette sulla formula originaria “abolisce”; e l’on. Di Vittorio disse che tra i due termini vi è una “differenza sostanziale, poiché il latifondo non è soltanto concetto di estensione di terreno e non è soltanto concetto di terreno coltivato male o non coltivato affatto; esprime, invece, un sistema che rende possibile l’una e l’altra cosa, l’una dipendente dall’altra, cioè che questi terreni sono coltivati male e sono espressione di arretratezza della nostra agricoltura. Quindi bisogna rompere il sistema e creare nuovi rapporti sociali, nuovi rapporti di proprietà come presupposti essenziali per la trasformazione fondiaria” (A.C., pag. 3982). La primitiva formula del progetto, posta in votazione, non fu accolta dall’Assemblea, la quale votò invece la formulazione Einaudi.
L’aggiunta “e la ricostituzione delle unità produttive” si deve a una proposta dell’on. Jacometti, il quale si preoccupò delle conseguenze deleterie dovute in talune zone all’eccessivo spezzettamento della proprietà agraria e rilevò che “per instaurare una agricoltura veramente razionale è necessario, attraverso la legge, favorire la permuta e quindi la costituzione dell’unità colturale e produttiva”, così come avviene in altri Paesi, e in Isvizzera in particolar modo, dove vi è una legge che impedisce il frazionamento della terra per eredità oltre certi limiti (A.C., pag. 3963). La proposta fu accettata dal relatore, il quale ne riconobbe “l’opportunità e la giustizia”, e votata dall’Assemblea.
Un’altra modificazione proposta dall’on. Einaudi fu la sostituzione della frase “aiuta la piccola e media proprietà” con l’altra “a incremento e a elevazione del ceto dei piccoli e medi proprietari”. La trasformazione del latifondo deve servire, osservò il proponente, non ad aiutare la piccola e media proprietà ma all’elevazione dei ceti dei piccoli e medi proprietari, ché in Italia non si sente affatto il bisogno di aumentare di numero i piccoli e medi proprietari (A.C., pag. 3970). L’on. Gronchi, a nome del suo Gruppo, si dichiarò contrario alla formula Einaudi perché limitativa e perché non avrebbe escluso la “conduzione associata”; e l’Assemblea non l’approvò.
Il secondo comma fu proposto dall’on. Gortani e, benché l’on. Ghidini, per la Commissione, fosse dell’avviso che la materia dovesse essere regolata dalla legge ordinaria, l’Assemblea lo accettò respingendo nel contempo l’aggiunta proposta dall’on. Ayroldi: “e delle zone aride”.””
Art. 45 della Costituzione: cooperazione e mutualità.
Art. 45 della Costituzione Italiana:
(Già art. 42 del progetto, discusso e approvato nella seduta del 14 maggio).
“”L’articolo non diede luogo a lunghe dissertazioni in quanto tutti furono nel complesso concordi nell’ammetterne l’opportunità. Il solo punto discusso fu se si dovesse sanzionare o meno il controllo sulle cooperative.
L’on. Cimenti sostenne che la cooperazione deve “essere sottratta all’ingerenza diretta dello Stato, seppure abbisogna di un’accurata vigilanza, attraverso la periodica, obbligatoria revisione, eseguita dalle stesse associazioni che inquadrano e assistono le cooperative, a ciò abilitate dallo Stato” (A.C., pag. 3990). L’on. Carmagnola, proponendo la formula: “la legge stabilisce le norme per assicurarne i caratteri e le finalità”, si dichiarò d’accordo “nel ritenere che la cooperazione debba sottostare a certe garanzie perché possa ottenere quegli aiuti che lo Stato deve dare”, ma osservò che la Costituzione deve soltanto affermare principi, lasciando al legislatore il compito di disciplinare tutta la materia (A. C., pag. 3992).
L’emendamento, da cui poi derivò il testo definitivo, fu proposto dall’on. Canevari. La cooperazione, affermò il proponente, non è un’associazione politica né professionale, ma è un’associazione economica a fini sociali; basata sul principio della mutualità e inspirata ad alte finalità di libertà umana (funzione sociale della cooperazione), costituisce un mezzo efficace di difesa dei produttori e dei consumatori dalla speculazione privata. Lo Stato deve aiutarne con tutti i mezzi la creazione e gli sviluppi successivi mediante un controllo da esercitarsi direttamente o per mandato. Infatti, non si può chiedere l’intervento dello Stato, se contemporaneamente allo Stato non è consentito di esercitare il dovuto controllo; d’altronde è quello che avviene in quasi tutti i Paesi in cui la cooperazione ha assunto un grande sviluppo, dalla Gran Bretagna alla Francia e al Portogallo (A.C., pag. 3993-6).
Favorevole al controllo si dichiarò pure l’on. Bibolotti, per distinguere le ver cooperative da quelle “spurie”, osservando che “il controllo è il pensiero assillante di ogni buon cooperatore” (A. C., pag. 3997); mentre l’on. Dominedò, pur non essendo contrario in linea di principio ai controlli, disse che, in concreto, “questi controlli potranno più o meno allontanarsi dagli schemi attualmente vigenti. La legge stabilirà, per quanto riguarda i controlli di legalità, eventuali ritocchi o innovazioni al sistema oggi affidato dal Codice civile ai tribunali”,mentre per il controllo di merito “sorge un delicato problema che la legge potrà o dovrà risolvere in aderenza alle reali esigenze della materia … e non si può oggi in sede costituzionale ipotecare il domani raffigurando il controllo come una funzione di Stato” (A.C., pag. 4000).
L’on. Ghidini, a nome della Commissione, rilevò che con la vigilanza non si intende affatto suggerire provvedimenti di polizia, ma “solamente ovviare al pericolo che delle cooperative che hanno soltanto la veste di cooperative e sono invece società di speculatori possano godere di vantaggi e favori che a loro non spettano”. Il termine vigilanza “è ben differente dalla tutela perché, mentre questa si estrinseca in una attività positiva, la prima si manifesta piuttosto in una attività negativa. Nel caso della tutela è più facile un intervento dello Stato che limiti la libertà dell’impresa, mentre nel caso della vigilanza lo Stato si limiterà alla difesa del suo diritto, impedendo che le agevolazioni e i favori destinati alla vera cooperazione vadano a beneficio di coloro che non li meritano” (A.C., pag. 4002). L’on. Ghidini arrivò alla conclusione che il testo Canevari, pur precisando meglio i caratteri della cooperazione, non modificava sostanzialmente il testo della Commissione. L’Assemblea, votando la formula Canevari (salvo limitate modificazioni di forma) intese, quindi, dare alle parole “opportuni controlli” il significato di una vigilanza da esercitarsi nei modi e nei termini precisati dal relatore.
Il secondo comma si deve a un emendamento dell’on. Gortani all’art. 46 (e poi qui trasferito in sede di coordinamento), l’affermazione, nell’intenzione del proponente, ha lo scopo di aiutare l’artigianato — oggi insidiato dal prepotere della macchina e dall’invadente e potente organizzazione industriale moderna – nella produzione, nella sua organizzazione economica e commerciale e nella libera espansione. Nella produzione, mediante l’insegnamento tecnico-professionale e con direttive tecnico-artistiche per indirizzare la produzione verso le esigenze dei mercati interno ed estero e dell’industria del forestiero; nell’organizzazione economica e commerciale, mediante il coordinamento delle singole iniziative, l’organizzazione delle vendite all’interno e all’estero e le facilitazioni creditizie; nella libera espansione, mediante opportuni sgravi fiscali e la concessione di energia a basso prezzo (A.C., pag. 4015). La proposta fu accolta con viva simpatia dall’Assemblea e votata con dichiarazioni favorevoli da parte di tutti i Gruppi parlamentari.””
Art. 46 della Costituzione: partecipazione dei lavoratori alla gestione.
Art. 46 della Costituzione Italiana:
(Già art. 43 del progetto, discusso e approvato nella seduta del 14 maggio).
“”La caratteristica fondamentale del processo formativo dell’articolo sta nel passaggio da termine “partecipazione” alla gestione (cfr. il progetto) all’altro: “collaborazione” alla gestione. Il relatore Ghidini disse che “la parola gestione vuole avere il significato che convenzionalmente le si attribuisce”; e con il rinvio alla legge dei modi e dei limiti di questa partecipazione, la Commissione intese di non pregiudicarne il carattere, e cioè se si dovesse trattare di compartecipazione consultiva oppure deliberativa, classista oppure collaborativa, partecipazione all’amministrazione oppure alla direzione, ecc. (A.C., pag. 4018).
L’on. Marina, proponendo la formula: “attuare la più efficace collaborazione fra il lavoro e il capitale”, si dichiarò nettamente contrario ai consigli di gestione, sotto qualsiasi forma, in quanto questi organismi “anziché essere strumenti propulsivi e migliorativi della produzione, sono quasi sempre ragione di inceppo e spesse volte di disordine, specialmente quando … (sono adoperati) come arma politica per raggiungere finalità che spesso nulla hanno a che vedere con il buon andamento della produzione” (A.C., pag. 4004); e aggiunse che il consiglio di gestione verrebbe a menomare la figura del dirigente responsabile dell’azienda, dato che la sua azione di comando sarebbe continuamente inceppata o ritardata dai pareri spesso discordi dei vari membri del consiglio stesso. Per l’on. Nobili Tito Oro il consiglio di gestione è il mezzo atto a trasformare l’operaio da “cieco strumento di lavoro materiale a … elemento consapevole del processo della produzione, desideroso di migliorare l’industria nella collaborazione intelligente, volenterosa e assidua con le dirigenze” (A.C., pag. 4011).
La formula definitiva si deve ad un emendamento Gronchi, accolto nella sua interezza dall’Assemblea. Con essa, come precisò il proponente, si tende a elevare il lavoro da strumento a collaboratore della produzione, tenendo però realisticamente conto della progressività attraverso la quale trasformazioni del genere si devono attuare. Senza questa progressività, l’inserzione del lavoro nei posti direttivi della vita economica si tradurrebbe in un pericolo per gli stessi lavoratori. L’articolo contiene due concetti: il primo si rifà esplicitamente alle “esigenze della produzione” alla quale deve essere subordinata l’elevazione economica e sociale del lavoro, perché “l’imperativo categorico … in ogni tipo di sistema economico è quello di produrre di più affinché vi siano più utili … da distribuire”; il secondo concetto è quello della “collaborazione”, la quale vuol far “salvi taluni principi senza dei quali non vi è ordinata e perciò feconda attività produttiva: primo fra tutti l’unità di comando nell’azienda produttiva”. Questo non presuppone – aggiunse l’on. Gronchi – né un paternalismo anacronistico, né una subordinazione che menomi il prestigio del lavoro; ma indica una certa posizione gerarchica di compiti e di responsabilità della quale sarebbe assurdo e contrario agli interessi stessi dei lavoratori non tener conto (A.C., pag. 4017).
Vi fu chi pose (Camangi e Puoti) il problema della partecipazione degli operai agli utili dell’azienda come strumento idoneo alla loro elevazione economica e sociale. Il relatore Ghidini obiettò che la Commissione intendeva lasciare ampia possibilità al legislatore futuro di fissare quelle attribuzioni e quelle funzioni che potessero sembrare più opportune in relazione al tempo e all’economia del Paese (A.C., pag. 4018). L’onorevole Gronchi, nel votare contro questi emendamenti, intese mantenere all’articolo “il carattere di un principio da attuare nelle varie riforme che dovranno essere condizionate dal momento in cui si realizzeranno”, mentre l’on. Einaudi, entrando nel merito, si dichiarò contrario al principio contenuto nell’emendamento “perché tutto il movimento operaio del secolo scorso è indirizzato contro la partecipazione degli operai ai profitti … (la quale) presenta dei pericoli per gli operai e per la collettività. Troppi pericoli corre questa a causa del prepotere del monopoli: non occorre incoraggiare in aggiunta gli operai ad accordarsi con gli imprenditori per taglieggiare la collettività” (A.C., pag. 4020). Gli emendamenti, posti in votazione, non furono approvati.””
Art. 47 della Costituzione: la tutela del risparmio.
Art. 47 della Costituzione Italiana:
Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà della abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.
“”Al termine della discussione in Assemblea il presidente della Commissione on. Ruini osservò che s’era fatto una specie “di esame di coscienza … in un momento così grave come questo in cui (il Paese) si accinge a darsi una nuova Costituzione” e avvertì che la Carta costituzionale rischiava di diventare “un memorandum e un elenco”, talché non sarebbe stato alieno dall’acconsentire alla soppressione dell’articolo in esame (A.C., pag. 4039). L’aver conservato l’articolo stesso dimostra la preoccupazione dei costituenti di porre una remora di natura costituzionale ai gravi disastri monetari che il paese, nel giro di trent’anni, ha dovuto subire alla fine di due guerre mondiali: preoccupazione che balza evidente da tutti gli interventi nella discussione.
La formula definitiva (salvo modifiche formali) si deve all’on. Zerbi il quale, come tutti gli altri, si fece eco della “tragedia di tutta la nostra generazione di piccoli risparmiatori che negli ultimi trent’anni o poco più ha veduto il potere di acquisto della lira ridotto ad un centoquarantesimo della lira del 1913” (A.C., pag. 4025). Illustrando particolarmente la proposta, l’on. Zerbi aggiunse che la formula è “esemplificativa” e indica fra i mezzi più idonei l’accesso del risparmio alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario. A proposito di quest’ultima forma di investimento si potrebbe obiettare – osservò il proponente – che la legislazione attuale non vi pone alcuna remora e che “le borse valori spalancano indiscriminatamente le proprie porte a chiunque abbia denaro in cerca di impiego”; tuttavia è indiscutibile che in concreto fattori di varia natura hanno fin qui operato nel senso di convogliare il risparmio popolare verso investimenti a reddito fisso, “ossia verso quegli impieghi che già la prima inflazione aveva largamente falcidiato, e che questa seconda ha ormai pressoché annichilito” (A.C., pag. 3027). La remora, se non in norme legislative, si è avuta invece nella scarsa competenza del singolo risparmiatore a valutare serenamente i rischi tecnici ed economici connessi all’investimento azionario e alla limitata dimensione dei singoli risparmi personali o familiari che non consente di assorbire un pacchetto azionario costituito da impieghi opportunamente ripartiti fra i vari settori produttivi per trarne un dividendo medio sufficientemente remunerativo. Come rimediarvi? Seguendo l’esempio inglese del’investment trust, “organismo di concentrazione del risparmio, capace di attuare accorti assortimenti di investimento e di rischi azionari ed obbligazionari, pronto a mutare tempestivamente gli investimenti medesimi in rapporto alle mutabili tendenze del mercato monetario e finanziario”. Questo metodo potrebbe utilmente essere diffuso in Italia sia nella forma tradizionale, sia nella forma di grandi cooperative di investimento, le quali in varia guisa potrebbero coordinare le finalità caratteristiche dell’investment trust con quella di holding popolare oppure di impiegati e operai risparmiatori (A.C., pag. 4027).
La formula Zerbi conteneva anche la locuzione “investimenti reali” alla quale l’on. Ruini non ritenne particolarmente di accedere e che lo stesso proponente dichiarò di abbandonare; inoltre l’on. Ruini non accettando l’emendamento, disse che le tre forme di investimento indicate costituivano una limitazione della norma. Ma l’on. Zerbi, in sede di dichiarazione di voto, che l’elencazione, nell’intenzione sua e degli altri firmatari della proposta, “non è limitativa bensì esemplificativa delle più consuete forme di investimento popolare oppure di quelle forme alle quali particolarmente si pensa” (A.C., pag. 4044). L’Assemblea votandola intese quindi accettare questa interpretazione.
L’on. Einaudi propose l’aggiunta: “a tal fine è garantito il rispetto della clausola oro”, appunto per garantire i creditori contro le svalutazioni monetarie; l’on. Ruini, pur non disconoscendo la portata dell’affermazione, osservò che la clausola dovrebbe aver valore fra lo Stato e i privati e fra i privati. Ora “possono avvenire frane e sconvolgimenti superiori ad ogni volontà. Lo ha esperimentato l’America di Roosevelt. Vi sono casi nei quali lo Stato non può mantenere i suoi impegni e allora come si fa a imporre il rispetto della clausola negli impegni privati?” (A.C., pag. 4041); e disse di non poter accettare l’emendamento. Il proponente ribatté osservando che il suo emendamento era “permissivo e non obbligatorio”; e, quanto alla impossibilità da parte dello Stato di mantenere fede alla clausola, dichiarò che “una affermazione lealmente esplicita da parte dello Stato (in questo senso) è cosa che fa onore al debitore e non turba affatto il suo credito” (A.C., pag. 4045). L’emendamento, posto in votazione, non fu approvato.
Vi furono altre proposte minori o non accettate dall’Assemblea, fra le altre quella dell’on. Persico: “Ogni impegno dello Stato versi i suoi creditori è inviolabile”, che riecheggia una disposizione dello Statuto albertino e proposta con gli stessi intendimenti dell’emendamento Einaudi sulla clausola oro. L’on. Ruini non l’accettò; posta in votazione, non fu approvata dall’Assemblea.””
Sodo caustico. Come complottiamo noi, non complotta nessuno.
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Italiani specialisti del complotto.
“ Una delle eredità più persistenti della cultura autarchica, fascista, è senza dubbio la sindrome del complotto internazionale. Quando gli squilibri interni raggiungono una dimensione tale da intaccare la fiducia esterna nel valore della nostra moneta, ecco che scatta questa mentalità difensiva, ecco il complotto internazionale, ecco comparire gli speculatori, i disertori, i pescecani che portano all’estero interi pezzi della ricchezza nazionale. (…) La tesi che denuncia piani destabilizzanti, ordini da circoli occulti della finanza internazionale, dimostra come dal profondo della cultura italiana emerga un rifiuto istintivo per l’apertura dei mercati, per le regole della concorrenza, della libera impresa, il rifiuto del principio secondo cui il cittadino ha il diritto di esprimere un voto quotidiano sull’operato del governo, della classe politica, scegliendo se convogliare il proprio risparmio sui titoli della Repubblica o su quelli di altri stati”
(Guido Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, 1993, p.300).
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Sodo caustico. Un turista su dieci non tornerà in Italia.
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Splendore e bellezza dei luoghi turistici italiani da soli non attraggono i flussi di visitatori internazionali e, soprattutto, non aiutano, anzi, a far tornare i turisti in Italia una seconda e/o terza volta.
Intervistando, nei primi 3 mesi del 2014, un campione di clienti che ha visitato l’Italia nell’ultimo anno è emersa una situazione critica del Belpaese.
Al primo posto tra i principali elementi critici la paura di essere rapinati, dovuta alla percezione di poca sicurezza e alla scarsa presenza di forze dell’ordine nei pressi delle principali attrazioni turistiche, come testimoniano il 30% degli intervistati.
Al secondo posto c’è la scarsa disciplina degli automobilisti e la disattenzione di pedoni e ciclisti, seguita dal forte degrado dei monumenti e dalla percezione di disordine e incuria intorno a essi, soprattutto a causa della presenza massiccia di ambulanti e venditori abusivi.
Il 10% degli intervistati manifesta difficoltà a comunicare con i responsabili della sicurezza cittadina, lamentando la scarsa conoscenza delle lingue straniere (e dell’inglese soprattutto) da parte di vigili e forze dell’ordine, creando nel turista una percezione di smarrimento e insicurezza, abbandonato a se stesso proprio nei momenti di difficoltà.
Il 7% lamenta, invece, soprattutto nelle grandi città, uno scarso decoro urbano e un elevato livello di sporcizia, mentre il 6% avverte una grande differenza tra la gestione comunale del centro città rispetto alle periferie. In percentuali più ridotte (5% e 3%) gli stranieri indicano disagi sulla rete di trasporti urbani e segnalano il caro tariffe di ristoranti e bar soprattutto nei centri storici.
Alla domanda rivolta agli intervistati sulle future intenzioni di far ritorno in Italia in base all’esperienza di viaggio avuta, il 10% di essi ha risposto di non considerare probabile una seconda visita proprio a causa dei suddetti fattori di negatività.
Fra i 47 milioni di turisti che hanno visitato l’Italia nel 2013, si sono rivelati particolarmente sensibili alla sicurezza gli americani e i francesi: rispettivamente il 17% e il 15% hanno risposto che, se dovessero scegliere, di sicuro non farebbero ritorno nel nostro Paese.
Occorre passare dall’ “one-time tourism” all’ “one more time tourism”.
(articolo pubblicato su http://www.smartweek.it il 29.6.2014 e qui riprodotto per gentile concessione dell’autore)
Sodo caustico: il naufragio di Alitalia?
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Il 15 novembre 2013 scrivevamo questo Sodo caustico: le cose sono peggiorate e la soluzione oggi sul tavolo del Governo, e crediamo sotto il tavolo dei sindacati…, è come sempre la peggiore per il Paese ed i cittadini.
Perché diciamo no al salvataggio Alitalia.
Una qualsiasi ipotesi non potrà realizzarsi se non si realizzano 3 condizioni:
3. i dipendenti Alitalia mettano mano alle loro tasche e convertano il TFR in azioni di Alitalia: se non ci credono loro, perché mai dovrei crederci io, come cittadino e contribuente?
Al realizzarsi di tali condizioni, forse qualche “cavaliere bianco” apparirà all’orizzonte; il primo ad accorrere potrebbe essere il gestore dell’”hub” romano, che certo ha molto interesse a vederlo pieno e ben funzionante (visti anche gli investimenti previsti).
Sodo caustico. Il voto plurimo.
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Tramite Exor, gli Agnelli controllano Fiat Chrysler con il 30% delle azioni, ma il loro potere di voto (c.d. “voting power”) potrebbe salire al 46%, grazie ad un “loyalty scheme”, messo in atto al momento della fusione per “premiare” gli investitori di lungo termine; lo schema prevede che gli azionisti che detengono le azioni per 3 anni abbiano 2 voti per ogni azioni posseduta; la ragione è indicata nel “filing” (dichiarazione ufficiale) resa da Fiat Chrysler alla SEC: “ to make more difficult for Fiat Chrysler Automobiles (FCA) shareholders to change FCA’s management or acquire a controlling interest in FCA”. Una misura 100% lecita e consentita dalla legge USA.
Potrebbe accadere anche in Italia?
Forse sì, se verrà approvata la previsione legislativa italiana del voto plurimo per le società che intendono quotarsi (in sede di IPO) o che siano già quotate.
Con il voto plurimo, si consente ad un socio (o gruppo di soci) che scendesse sotto la maggioranza del capitale di mantenerne il controllo di fatto attraverso la previsione di voto plurimo; gli azionisti di minoranza di una società che adottasse tale principio (od il “loyalty scheme”), in caso di aumento di capitale sono quelli che “ci mettono soldi freschi e buoni” e si trovano a vederli gestiti da un gruppo di comando che decide anche per loro.
Se la sotto-capitalizzazione è uno dei peccati “mortali” delle imprese italiane, non è prevedendo maggiori poteri (col voto multiplo) a chi non avesse fondi sufficienti per “stare dietro all’aumento” e che cercasse di mantenere il controllo che si fa il bene del mercato.
La minaccia di un “takeover” è salutare: mantiene efficiente il “management”; tiene sulle spine le minoranze di controllo. Il mercato dei capitali è più vivace se nessuno ha una “golden share”, od equivalente.
Il passaggio di proprietà attraverso un’OPA è più semplice se non c’è un’azionista che con il 10% del capitale sociale controlla il 40% dei voti in assemblea. Per batterlo bisognerebbe acquistare il 90% per arrivare a 60-40, o mettersi d’accordo con lui pagando un cospicuo premio per le sue azioni.
E poi, gli investitori si concentrano sulle azioni che danno il comando, valutando poco quelle che assicurano solo il dividendo.
Articolo pubblicato su http://www.smartweek.it giovedì 17.7.2014, qui ripreso per gentile concessione dell’autore.
Sodo caustico. 10 liberalizzazioni possono bastare.
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L’Antitrust torna ad invitare governo e parlamento ad aprire alla concorrenza settori rilevanti dell’economia nazionale; per il 2014, la segnalazione appena fatta indica 10 settori, con ricette dal “ripetitivo”, al “pressante”, ma sempre “inascoltato”:
maggiore apertura nel settore del credito (con la richiesta di separazione fra fondazioni e banche partecipate) e delle assicurazioni;
comunicazione e media (l’ormai “classica” agenda digitale; copia digitale; liberalizzazione della rivendita di giornali);
carburanti (con la richiesta di maggiore concorrenza nella distribuzione di “oil” e “non oil”);
energia elettrica e gas (investimenti infrastrutturali; regime di maggior tutela; richiesta di gare pubbliche per le grandi derivazioni);
farmaceutica (apertura della distribuzione; “patent linkage”; sistemi di remunerazione della distribuzione);
sanità (libertà di accesso per gli operatori privati; accreditamento delle strutture private; equivalenze dei dispositivi medici);
servizi postali (servizio universale e modalità di affidamento, con la collegata “riserva postale” e separazione societaria: temi rilevanti in tempi di possibile quotazione; discriminazione alla concorrenza);
servizi professionali (riforma delle attività forensi e notarili);
servizi pubblici locali e società pubbliche (affidamento dei servizi pubblici locali; trasporto pubblico locale; gestione rifiuti; società “in house”);
infrastrutture aeroportuali (forme di gara di per le aree “non aviation”) e portuali (commistione fra le funzioni di regolazione e gestione; durata delle concessioni; barriere all’ingresso nei servizi tecnico-nautici).
Un’Antitrust in versione “arcobaleno”: ricette in alcuni casi valide, in altri assai indietro coi tempi e le necessità del business; un esempio su tutti, i porti, che necessitano di una forte “scossa” di apertura al mercato, imitando quanto avvenuto nel più grande porto del Nord: Rotterdam. (si rinvia a http://www.smartweek.it/fatto-del-giorno/i-porti-di-mare/ del 12 settembre 2013).
Sodo caustico. La piccola fetta di FDI per l’Italia.
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I FDI, gli investimenti diretti esteri a livello mondiale, hanno raggiunto i 25.464 miliardi di US$ (secondo l’ultimo report della Conferenza delle Nazioni Unite per lo sviluppo ed il commercio), in crescita del 9% sul 2012: ben 1.450 miliardi nel 2013. I FDI sono attesi in ulteriore crescita nei prossimi anni: 1.600 miliardi nel 2014, 1.750 nel 2015, 1.850 nel 2016.
Se la Cina continua a ricevere una importante fetta di FDI (124 miliardi nel 2013), il primo paese resta gli Stati Uniti (188 miliardi); dopo il grande “slam” dei paesi in via di rapido sviluppo, le previsioni al 2016 indicano un “back to developed countries” che dovrebbero assorbire il 52% dei FDI.
E l’Italia? Dopo un 2012 senza afflussi, nel 2013 sono stati fatti FDI per 16,5 miliardi, ancora lontano dai valori 2005-2007, che furono di 36,5 miliardi l’anno; nello stesso periodo, le imprese italiane hanno fatto FDI all’estero per 31 miliardi (erano 8 nel 2012): non si scende dal carro della internazionalizzazione; si ridiventa “preda”, specie nella manifattura, per gruppi USA, inglesi, del Golfo Persico.
I FDI in Italia sono stimati 507 miliardi, la metà di quelli in Francia, un terzo di quelli in Inghilterra.
Nessun commento su Sodo caustico. Le sferzanti parole di don Sturzo colpiscono ancora?
Nessun commento su Sodo caustico. Don’t cry for me, Argentina…
Sodo caustico. Ai Mondiali di calcio …
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Arrivano in semifinale le 4 squadre più titolate e si fronteggeranno non solo calcisticamente, ma economicamente e socialmente.
L’Argentina, alla vigilia di un possibile default a meno di 10 anni dal precedente, cerca di scrollarsi di dosso la patente di cattivo pagatore sostituendola con quella di miglior possessore di palla; dal 1800, il paese ha avuto 4 casi di iper-inflazione (il massimo nel 1989: 3.079,5 %), per il 25% degli anni dal 1800 ad oggi ha avuto una inflazione annua superiore al 20% e nel 15% superiore al 40% (tab. 12.3, pg. 205 “Questa volta è diverso” ISBN 978-884281549-2), per il 32% degli anni dal 1800 (tab. 6.6, pg. 121, ibidem) è stata in default o ristrutturazione del suo debito: 67 anni, la vita media di un tifoso di calcio.
Sodo caustico. Il varo dell’IPO Fincantieri.
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Fincantieri: il 90% dell’IPO (prima sottoscrizione della Offerta Pubblica di Vendita) è stato sottoscritto in Italia.
Ricordiamo che l’80% del tempo dedicato ai roadshows è stato per attrarre investitori esteri, che sono stati … al largo.
la capitalizzazione, dopo l’IPO, è di 1.320 milioni; Fintecna ha ritirato dall’offerta circa 350 milioni, causa ridotta richiesta.
Che cosa è mancato? Vengono citati:
1. mancanza di prospettive di dividendi (piccolo, insignificante particolare, suvvia…),
2. ingolfamento del mercato (qualcuno vede traffico inusuale sui mercati?..),
3. scarso supporto delle banche coordinatrici (ma se vengono pagate in % al piazzato! questa è proprio bella!),
4. difficoltà di comprendere il business (questa la beviamo: ma allora non era meglio fare un “asset split” preventivo?…oh! santa pazienza!).
Dilettanti alla sbaraglio, come sempre. Manco fossero ai Mondiali di calcio (ops! toccato un nervo scoperto…).
Sodo caustico. Le strane coincidenze del mondo del pallone.
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Iniziamo con una breve descrizione di che cosa è la FIFA, l’associazione delle 209 federazioni nazionali di calcio che ha sede a Zurigo: per la legge svizzera è una organizzazione “non profit” i cui utili sono esenti da tassazione.
Negli anni la FIFA ha accumulato un tesoretto, esente da tasse, che ammonta a 1.400 milioni di dollari; i dati dell’esercizio 2013 mostrano un fatturato di 1,400 milioni di dollari ed un utile di 72 milioni; ma gli anni importanti sono quelli in cui si svolgono i campionati mondiali, quando la voce dei ricavi “schizza” grazie ai diritti televisivi: 1,200 milioni nell’anno dei mondiali in Germania (2006), 1,800 milioni nell’anno del Sudafrica (2010) con un +50%, sino a 2,300 milioni per i mondiali 2014 in Brasile, con +28% sul 2010.
Ogni anno la FIFA spende oltre 240 milioni per mantenere la propria struttura, meno di 180 milioni per promuovere il calcio nel mondo, 340 milioni destinati alle squadre che partecipano alle competizioni.
Una struttura poco trasparente, gestita da una gerontocrazia elevata a sistema, sostenuta dalle federazioni nazionali (anch’esse altrettanto opache, ma in compenso molto meno ricche), che ha sede in un paese che ne consente una totale esenzione fiscale sugli utili, e siede su una liquidità debordante.
C’è molto da rivedere, direbbe un tifoso della libertà economiche.
In Europa, dal 1996, il mondo del pallone ha fatto segnare tanti frombolieri dai nomi vivaci o familiari, ed anche tanti record: il fatturato dei 5 principali campionati europei è cresciuto, su base annua, fra il 12,8% ed il 22,2%, con alcune rilevanti evidenze: peso di sponsor, diritti TV e incassi da biglietti allo stadio; variazioni nella classifica fra i vari campionati.
Per questa ultima classifica, gli inglesi tengono saldamente il primo posto, con 2.946 milioni di euro di incassi totali nel campionato 2011-2012 (l’ultimo per cui vi sono dati comparabili) con un + 20,6% annuo; i tedeschi scalano posizioni dal quarto posto al secondo posto con 2.018 milioni di fatturato (+ 22,2% annuo), seguiti da Liga con 1.859 milioni (+15,9%) che mantiene il terzo posto; l’Italia passa dal secondo al quarto posto con 1.682 milioni (+12,8%), e la Ligue 1 segue con 1.297 milioni (facendo un + 21,4% annuo).
La ripartizione fra i vari “contributors” ai ricavi riserva sorprese: i diritti TV ormai la fanno da padrone, con percentuali oscillanti fra il 30,7% del totale ricavi in Germania al 59% dell’Italia, dove senza TV il pallone sarebbe in autogol: gli incassi al botteghino sono costantemente diminuiti in Italia, ora al 10,9% dei ricavi, mentre sono aumentati in Premier inglese (23% dei ricavi) e Germania (23,2%), dove gli stadi presentano tassi di occupazione del 90% (come in Inghilterra) contro il 74% in Spagna ed il 51% in Italia.
La capacità tedesca di attrarre sponsor e fare merchandise è proverbiale: queste 2 voci rappresentano il 46% dei ricavi, contro il 30,1% dell’Italia, il 29,7% inglese, il 30% della Spagna.
In queste classifiche “pesa” la maggiore competitività dei club più ricchi: il Manchester United svetta con 127 milioni di euro di incassi, seguito da Real Madrid con 119 milioni, Barcellona con 117 milioni, Arsenal con 108 milioni, Bayern Monaco con 87 milioni; la prima italiana è la Juventus (unica società di prima fascia proprietaria dello stadio) con 38 milioni.
Vincere nel calcio non è solo importante: sembra essere l’unica cosa che conta.
Ancora interessati a che cosa succede nel calcio italiano? Assegnati i diritti televisivi per la trasmissione delle partite di Serie A; eliminato dal mondiale brasiliano, il calcio italiano si auto-compiace, grazie all’assegnazione a valori record della trasmissione delle partite della massima serie: mentre sulla base dei contratti in essere per i campionati 2012-2013, 2013-2014 e 2014-2015 la Lega, e quindi le squadre, ha incassato, e incasserà, 838 milioni l’anno (tutte le partite sia sul digitale che su satellite), la firma appena apposta farà salire i diritti del 12,8% a 945 milioni per i 3 campionati successivi (sino al 2017-2018).
I contendenti Sky e Mediaset si sono spartiti i relativi diritti, dopo le usuali scaramucce: la libera competizione sembra non albergare a bordo-campo, quando la torta da spartirsi è ghiotta, ricca e può essere ben divisa solo fra 2 (pseudo) concorrenti.
Comunque un grande bottino per la Lega e le squadre di “prima fascia” (le solite note che si divideranno, a loro volta, la fetta più grossa e ricca di vitamine necessarie per tenere in piedi il giocattolo-calcio), che andrà ad incrementarsi con l’assegnazione dei diritti internazionali (stima 120 milioni), Coppa Italia e Supercoppa (stima 25 milioni).
Un mare di denaro che inonderà un calcio sempre dato per malato grave, ma che sopravvive alle (incerte e modeste) cure di rianimazione.
Valori importanti, ma ancora lontani da quanto incassa annualmente Premier League britannica (1,800 milioni), e superiori a Bundensliga (628 milioni), con la Ligue 1 francese in rapida salita (600 milioni).
L’incasso val bene un Mondiale, e pazienza per libero mercato e libera concorrenza …
Sodo caustico. Ecco perché il nostro paese proprio non ce la fa ad essere normale …. I bronzi di Riace.
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Rileggiamo un avviso della Regione Calabria (pg. 26, La Repubblica, venerdì 24 agosto 2012: non proprio recente, ma attuale) e trasecoliamo … ma si proceda con ordine osservando bene le date: nel settembre 2002 la Provincia di Cosenza ha rilasciato all’Enel l’autorizzazione per la ri-attivazione a biomasse della centrale del Mercure nel comune di Laino Borgo; nel febbraio 2007 (quasi 5 anni …) il Ministero dell’Ambiente ha richiesto l’adeguamento dell’autorizzazione in oggetto per l’utilizzo esclusivo di biomasse “vergini di deforestazione” e l’espresso divieto di utilizzo di biomasse classificabili come rifiuti; conseguentemente (ovvio!) la Provincia di Cosenza ha convocato una Conferenza di Servizi, conclusasi il 30.7.2009 (7 anni dal rilascio della’autorizzazione); ma non contenta e convinta, nel dicembre 2009 la stessa Provincia ha trasmesso gli atti alla Regione Calabria, Settore Politiche Energetiche, dichiarando la propria incompetenza al rilascio dell’autorizzazione (concessa, si ricordi, il 2.9.2002: “sono un incompetente, e lo dichiaro!”); bene fece, però, avendo prima il Tar calabro e poi il Consiglio di Stato dichiarato (e siamo arrivati all’aprile 2010) la competenza regionale; forse esausta, l’Enel nel giugno 2010 ha comunque richiesto (non si sa mai …) la convalida degli atti del “procedimento amministrativo” (i.e., autorizzazione del settembre 2002); nel settembre 2010 (e siamo ad 8 anni …) la Regione Calabria – Dipartimento Attività Produttive ha autorizzato, con Decreto Dirigenziale, la ri-attivazione della centrale; ma con sentenza del 2.8.2012 (non è dato sapere chi abbia avviato il relativo iter o ricorso) il Consiglio di Stato ha annullato il Decreto Dirigenziale di autorizzazione, rimettendo tutto in gioco; urge quindi procedere (velocemente ….!!) alla “regolarizzazione amministrativa” mediante la ri-convocazione di apposita Conferenza di Servizi cui “confluiscono tutti gli apporti amministrativi necessari per la costruzione e l’esercizio dell’impianto, delle opere connesse e delle infrastrutture indispensabili”.
Orbene, considerato che sono trascorsi i termini previsti (dalla normativa, non dalla intelligenza umana) senza che l’amministrazione abbia “comunicato l’improcedibilità, il procedimento si intende avviato”: fine della storia? No; la pratica deve quindi intendersi comunque “procedibile” allo stato degli atti e occorre proseguire con l’indizione della Conferenza di Servizi; ma in un sussulto (!), “si ritiene comunque necessario, al fine di evitare un inutile aggravio del procedimento in considerazione dell’alto numero delle Amministrazioni e degli Enti potenzialmente coinvolti (e non del tempo inutilmente trascorso, dei costi e dell’aggravio causato all’impresa, che diamine! n.d.r.), acquisire agli atti la documentazione già prodotta e disponibile, salva verifica di validità, e integrare la documentazione eventualmente mancante”, e pertanto viene convocata la Conferenza di Servizi, che vedrà il 10.9.2012 (giusto dopo 10 anni dal rilascio dell’autorizzazione da parte della Provincia di Cosenza, avvenuta il 2.9.2002) la partecipazione di 23 soggetti (tutti pubblici, ad eccezione dell’Enel), fatta salva la partecipazione di altri soggetti “portatori di interessi pubblici o privati, individuali o collettivi, comunque interessati dalla realizzazione (nota bene: non “alla” realizzazione …) del progetto dell’impianto produttivo”.
Siamo arrivato sino all’ultima riga dell’avviso e non siamo caduti, esausti da tanto acume; ci è rimasto il solito dubbio, che ronza come una fastidiosa zanzara: ma chi glielo fa fare ad una impresa di iniziare un progetto in questo paese?
Ma la pazienza talora sovviene a rinforzare questo “spirito animale”; a fine marzo 2014 (12 anni, il tempo che corre fra 3 Mondiali di calcio …), è stato votato l’accordo che prevede compensazioni economiche e ambientale per la riattivazione della centrale del Mercure riconvertita a biomasse, con compensazioni economiche e ambientali, proposto dal governo e dalle regioni Calabria e Basilicata ai comuni del Parco del Pollino ricadenti nella Valle del Mercure e interessati alla centrale a biomasse. Dei 40 sindaci, in 30 hanno votato a favore, cinque contro e cinque erano assenti al momento della votazione (chissà perché: forse assorbiti da altri, più urgenti ed inderogabili impegni istituzionali: il taglio di un nastro battesimale o la festa della porchetta); nelle parole delle autorità (rigorosamente in minuscolo) “”una opportunità di crescita e sviluppo per il territorio (…) e saremo rigorosissimi nel controllo delle misure di sicurezza e salvaguardia ambientale. Per l’avvio della riconversione ci sono voluti anni, ora sarebbe paradossale bloccare tutto. I comuni che hanno sottoscritto l’accordo riceveranno notevoli benefici””; a pensare male si fa peccato ma si azzecca: “”notevoli benefici””; e coi tempi che corrono, correranno pure dei “benefici inconfessabili”?…
Ringraziamo l’autore per averci concesso la pubblicazione dell’articolo, tratto da http://www.italiaperta.it
Sodo caustico. Le 7 lezioni di un ex-ministro Tesoro USA.
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Non si vive di solo “gossip”: ci sono anche considerazioni serie fra quelle fatte da Geithner (“”Stress Test – Reflections on Financial Crises””, 2014).
Prima lezione: la crisi finanziaria è stata causata dall’aggiramento delle regole, attraverso la crescita abnorme dello “shadow banking” (derivati, attività non regolate);
seconda lezione: la crisi è stata resa possibile dall’illusione che il mercato fosse capace di autoregolarsi ed auto controllarsi;
terza lezione: la regolazione dei mercati è un processo continuo e “manie e panico” sono innati nella finanza;
sino a qui, c’è poco da sorridere e molto da intervenire.
quarta lezione (non valida per l’Italia): il sovra indebitamento delle famiglie ha pesato sulla crisi del sistema bancario (USA);
quinta lezione: le banche sono le “cinture del boom”e quando il “boom” implode esse sono l’acceleratore della crisi, dovendo allargare i cordoni della borsa (i.e., finanziare anche se non sarebbe “cosa buona”);
sesta lezione, tutta per l’Europa: la BCE non dispone(va) di previsioni perfette e quindi era (è) destinata a commettere errori: occorre quindi decidere quali errori possono causare meno danni;
settima ed ultima lezione: i meccanismi della democrazia sono complessi, per quanto riguarda sia la regolamentazione preventiva che l’intervento sulle distorsioni dei mercati, come successe (e succede) per i salvataggi dei banchieri incauti e sovra pagati.
Altro che “Considerazioni Finali”.
(per gentile concessione dell’autore, riprendiamo l’articolo apparso su http://www.italiaperta.it)
Sodo caustico. Quando i tassi sono da Usura?
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La Corte d’Appello di Milano ha deliberato che il costo del premio assicurativo è parte del costo complessivo applicato sui finanziamenti, e quindi si somma al tasso di interesse passivo pagato ed agli altri costi sopportati, e che è irrilevante appurare se la polizza assicurativa sia obbligatoria o facoltativa, contrattualmente, aggiungendo che è irrilevante far riferimento alle istruzioni di Banca d’Italia, non essendo queste fonte normativa e quindi non vincolanti per il giudice. Quando il totale dei costi sostenuti supera il tasso di usura, il prestito è da considerarsi usuraio; ma come funziona la determinazione del tasso di usura? Esso viene stabilito trimestralmente (art. 2 della Legge n° 108 del 7 marzo 1996, come modificato dal D.L. 70/2011), e non può essere superiore al 25% del tasso effettivo globale medio registrato nel trimestre precedente a cui si aggiunge un margine di ulteriori 4 punti percentuali. La differenza tra il limite e il tasso medio non può superare gli 8 punti percentuali.
Ad esempio, per il periodo dal 1 aprile al 30 giugno 2014 i tassi per i mutui assistiti da garanzia ipotecaria hanno come “tassi medi” il 5,17% per i mutui a tasso fisso ed il 3,73% per quelli a tasso variabile, con i “tassi soglia di usura” rispettivamente del 10,4625% (fisso) e 8,6625% (variabile) La Suprema Corte (9 gennaio 2013, sentenza n° 350/2013) ha affermato che per classificare un tasso come usurario vanno considerati anche gli interessi di mora inseriti in un contratto di finanziamento, anche se concretamente il rapporto non è mai andato in mora; con due sentenze gemelle (n° 602-603/2013) la Cassazione è intervenuta ancora dichiarando che i tassi possono divenire usurari anche nel corso di un rapporto di finanziamento (la cosiddetta usura sopravvenuta), non solo nel momento in cui sono pattuiti (usura originaria o preventiva). Il tasso può diventare quindi usuraio nel corso della vita del finanziamento semplicemente in funzione delle mutate condizioni di mercato. In più, considerando anche interessi di mora, penali e altre spese, diventa sempre più concreta la possibilità di aver sottoscritto anche nel recente passato dei finanziamenti che oltrepassavano il tasso soglia già al momento della stipula (usura originaria).
(Per gentile concessione dell’autore, riprendiamo l’articolo apparso su http://www.smartweek.it e http://www.italiaperta.it)
Sodo caustico. Non profit, ma intraprendenti.
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Le 301.191 istituzioni non profit italiane rilevate nel 2011 (ultimo dato disponibile Istat) con il 9° Censimento generale dell’industria e dei servizi rappresentano il 6,4 per cento delle realtà attive in Italia.
Presso tali istituzioni operano 681 mila addetti e oltre 4,7 milioni di volontari (pari a 115 addetti e 801 volontari ogni 10 mila abitanti); la dimensione media è pari a 2,3 addetti e 15,8 volontari.
Il settore risulta il più dinamico dell’ultimo decennio, e dal 2001 ha fatto registrare una crescita ( 28,0 per cento in termini di unità e 39,4 per cento in termini di addetti) superiore al dato del sistema imprenditoriale (rispettivamente +8,4 e +4,5 per cento).
Rilevante anche la crescita del numero di volontari (43,5 per cento).
Rapportando il numero di istituzioni alla popolazione residente, si conferma la maggiore diffusione del settore non profit nel Nord-est (con 64,9 istituzioni ogni 10 mila abitanti). Il rapporto è elevato anche nel Centro (55,8) e nel Nord-ovest (52,6), mentre è più contenuto nelle Isole (44,4) e nel Sud (35,7). La Valle d’Aosta è la regione che presenta il rapporto più elevato, con 104,0 istituzioni ogni 10 mila abitanti.
La presenza di istituzioni non profit è nettamente superiore alla media nazionale nelle provincie autonome di Trento e Bolzano (rispettivamente 102,3 e 97,6 istituzioni non profit per 10 mila abitanti), in Friuli-Venezia Giulia (82,1), Umbria (70,7), Marche (69,3) e Toscana (65,1).
Le aree che presentano una maggiore diffusione di istituzioni non profit registrano anche un maggiore densità di risorse umane impiegate nel settore rispetto alla popolazione residente.
Il settore di attività nel quale si concentra il maggior numero di istituzioni è l’area Cultura, sport e ricreazione, con oltre 195 mila istituzioni, pari al 65,0 per cento del totale nazionale. L’Assistenza sociale e protezione civile, con 25 mila istituzioni (pari all’8,3 per cento del totale), si distingue come secondo ambito di attività prevalente, seguito dai settori Relazioni sindacali e rappresentanza di interessi (5,4 per cento), Istruzione e ricerca (5,2 per cento) e Sanità (3,6 per cento). I restanti settori raccolgono il 12,5 per cento delle istituzioni non profit. In termini di dimensione media, il settore della Sanità risulta il più ampio, con circa 14,5 addetti e 30,8 volontari per istituzione.
Sodo caustico. Meglio emigranti che disoccupati.
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I dati nazionali sono chiari: occupati 22.356.000, in calo di 124.000 unità in un anno; disoccupati 3.248.000, in aumento di 194.000 unità rispetto ad un anno fa, con un tasso di disoccupazione salito al 12,7% (dati Istat).
Aumentati i disoccupati, ma aumentati anche gli italiani che hanno cercato, nel 2013, un lavoro all’estero: sono stati 132.000 gli italiani che si sono iscritti all’AIRE, l’associazione che riunisce i residenti all’estero (iscrizione utile e necessaria per beneficiare dei trattati contro le doppie imposizioni fiscali).
Nel 2013, quindi, ben 326.000 persone in età lavorativa non hanno trovato, od hanno perso, una occupazione entro i confini nazionali: di essi, 4 su 10 hanno cercato e trovato un lavoro all’estero, seguendo una strada che 4.341.156 italiani hanno fatto, prima di loro (dato: iscritti all’AIRE al 31.12.2012).
I lavoratori dipendenti ed autonomi (che sono 5.700.000) in totale sono 32.397.000; gli “expatriates” (quelli che lavorano all’estero, ed iscritti all’AIRE) rappresentano il 14,4% di chi lavora, quasi 1 ogni 7 in attività: l’Italia si conferma paese esportatore di forza-lavoro; molti i laureati e quanti hanno in tasca una professione qualificata: il declino italiano inizia e continua con la perdita di talenti, formati per lunghi anni da scuole ed università pubbliche, con un danno di sapere, cultura, voglia di fare; per tutti loro, meglio emigranti che disoccupati (senza speranza?).
Sodo caustico. Le Casse di Previdenza: proliferazione dei controlli formali, deflagrazione sostanziale.
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Due milioni di professionisti (600.000 medici in servizio e 173.000 pensionati, 250.000 agenti di commercio in servizio e 120.000 pensionati, 170.000 avvocati in servizio e 26.000 pensionati, 165.000 ingegneri ed architetti in servizio e 20.000 pensionati, e via via tutti gli altri professionisti iscritti ai vari Albi) hanno affidato 55 miliardi di euro alla gestione delle Casse di Previdenza, che è il maggior soggetto investitore istituzionale nel panorama italiano (dopo l’INPS), ben più “ricco” dei fondi pensione negoziali (2 milioni di iscritti e 33 miliardi in gestione) e delle fondazioni bancarie (25 miliardi investiti in attività finanziarie diverse da partecipazioni bancarie).
Casse soggette ad una proliferazione di controlli formali, ben 6 livelli: collegio sindacale, società di revisione, commissione parlamentare, 2 ministeri (Welfare e MEF), corte dei conti; ma esse vivono nella assenza di una vigilanza sostanziale, che ben possiamo definire “deflagrante”, visti i ripetuti scandali e le scoperte di “mala gestio”; l’ultima ha coinvolti le Casse di ragionieri, giornalisti, medici.
Nessun iscritto ha diritto di chiedere alla “sua Cassa” di rendere conto di come sono investiti gli “assets” finanziari : da ultimo, il Tar del Lazio (sentenza n. 2307/2014) ha negato tale accesso eccependo che la legge non consente un “”controllo generico e generalizzato sull’attività dell’amministrazione (della Cassa)”” perché “”sussiste la legittima pretesa dell’amministrazione a non subire intralci alla propria istituzionale””, pretesa che causerebbe un “”appesantimento dell’azione amministrativa in contrasto con il canone fondamentale dell’efficienza ed efficacia dell’azione””.
Ma i fondi delle Casse sono i risparmi accumulati dagli iscritti anno dopo anno; si pensi che nel 2014 sono destinati all’investimento 5 miliardi; dove e come saranno investiti? Sicuramente, senza trasparenza; gli “advisors” delle Casse sono sistematicamente scelti senza appropriate gare, ma sulla base di rapporti “consolidati”: prova ne è che i maggiori consulenti indipendenti internazionali (quelli che curano gli investimenti dei fondi di Università prestigiose, fondi pensione private delle maggiori multinazionali mondiali) non vengono mai invitati ai “beauty contest”, dove concorrono solo attuari nazionali.
La commissione parlamentare invoca trasparenza e chiede che verbali e delibere delle Casse vengano pubblicati sul web: come fa la FED statunitense, che pubblica le “minutes” delle riunioni periodiche del Board entro i successivi 15 giorni.
“Tu vuoi far l’americano … “.
(articolo pubblicato il 17 maggio 2014 su ItaliAperta, e qui riprodotto su gentile concessione dell’autore).
Sodo caustico. Il codice delle libertà del XIII secolo.
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Sodo caustico. I Neet italioti e le loro (in)competenze.
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Da diversi anni a livello europeo si è posta l’attenzione sui Neet (Not in Education, Employment or Training), giovani non più inseriti in un percorso scolastico/formativo ma neppure impegnati in un’attività lavorativa. In questo gruppo di giovani un prolungato allontanamento dal mercato del lavoro e dal sistema formativo può comportare il rischio di una maggiore difficoltà di reinserimento. Nel 2012, in Italia oltre 2.250 mila giovani (il 23,9 per cento della popolazione tra i 15 e i 29 anni) risultano fuori dal circuito formativo e lavorativo.
L’incidenza dei Neet è più elevata tra le donne (26,1 per cento) rispetto agli uomini (21,8 per cento). Dopo un periodo in cui il fenomeno aveva mostrato una leggera regressione (tra il 2005 ed il 2007 si era passati dal 20,0 al 18,9 per cento), l’incidenza di Neet è tornata a crescere durante la fase ciclica negativa: l’indicatore, che ha rilevato un incremento annuo molto sostenuto nel 2009 e nel 2010, registra un consistente aumento anche nel 2012. In Italia la quota dei Neet è di molto superiore a quella media dell’UE27 (rispettivamente 23,9 e 15,9 per cento) e con valori significativamente più elevati rispetto a Germania (9,6 per cento), Francia (15,0 per cento) e Regno Unito (15,4 per cento). La Spagna presenta una quota di Neet (22,6 per cento) leggermente inferiore a quella italiana, mentre Grecia e Bulgaria presentano incidenze maggiori (27,1 e 24,7 per cento). Nella maggior parte dei paesi europei il fenomeno coinvolge in misura maggiore le donne (il 17,8 per cento in media contro il 14,0 degli uomini). Nella media dei paesi UE circa la metà dei Neet è alla ricerca di una occupazione, con picchi di oltre il 70 per cento in Grecia, Spagna e Portogallo.
Nel nostro Paese negli anni più recenti l’aggregato si è caratterizzato per una minore incidenza dei disoccupati e una più diffusa presenza di inattivi; tuttavia, nel 2012 la quota di disoccupati tra i giovani Neet è aumentata in misura significativa, passando dal 33,9 per cento al 40,2 per cento e riducendo il divario con la media europea. Mentre nel biennio 2009-2010 la crescita dell’area dei Neet aveva coinvolto principalmente i giovani del Centro-Nord e nel 2011 l’incremento aveva interessato esclusivamente il Centro e il Mezzogiorno, nel 2012 il significativo incremento nell’incidenza dei giovani che non lavorano e non studiano ha riguardato diffusamente tutte le aree del Paese. In particolare nel Mezzogiorno, dove la condizione di Neet è di gran lunga prevalente, l’incidenza del fenomeno raggiunge il livello più alto e pari al 33,3 per cento (17,6 per cento nel Centro-Nord), ponendo in luce le criticità di accesso all’occupazione per un gran numero di giovani residenti nel meridione. Sicilia e Campania sono le regioni con le quote più elevate, con valori rispettivamente pari al 37,7 e 35,4 per cento, seguite da Calabria e Puglia, con livelli pari al 33,8 e al 31,2 per cento. Nel Mezzogiorno il fenomeno dei Neet è peraltro così pervasivo da non mostrare nette differenze di genere: il vantaggio per gli uomini (31,6 per cento) è minimo rispetto a quello delle donne (35,0 per cento).
Altro tema essenziale riguarda la competenze degli studenti italiani. L’Italia mostra segnali di miglioramento, ma quasi uno studente su quattro non ha competenze sufficienti in matematica. L’aumento dei livelli di competenza della popolazione è uno degli obiettivi al centro dell’agenda di Lisbona, confermato successivamente dalla Strategia 2020. Il progetto Pisa (Programme for International Student Assessment), promosso dall’OECD e realizzato in Italia dall’Invalsi, si propone di valutare i livelli di competenza acquisiti dagli studenti 15enni, prossimi alla fine dell’istruzione obbligatoria, relativamente a tre ambiti: la lettura, la matematica e le scienze. Nel 2012, come già nel 2003, la matematica ha rappresentato l’ambito principale di rilevazione.
L’Italia consegue una performance inferiore alla media OECD e a quella dei paesi UE che partecipano all’indagine, ma conferma i segnali di miglioramento, già evidenziati tra il 2006 e il 2009. Ampi sono i divari territoriali, con le regioni del Nord-ovest e del Nord-est avanti, e il Mezzogiorno, pur migliorando dal 2006, ancora sotto la media nazionale, sui cui valori si situa il Centro.
Anche se i risultati segnano un progresso rispetto alle edizioni precedenti dell’indagine, in Italia quasi uno studente su quattro non raggiunge in matematica il livello sufficiente. I due livelli apicali della scala della matematica includono poco meno del 10 per cento degli studenti delle scuole italiane, mentre negli stessi livelli si colloca oltre il 15 per cento degli studenti in Finlandia, Polonia e Germania e il 19 per cento in Belgio e Paesi Bassi.
Nella lettura circa uno studente su cinque ha competenze inferiori a quelle basilari. Solo il 6,7 per cento si colloca nei due livelli più elevati, mentre in Finlandia, Belgio e Francia il contingente dei migliori supera il 12 per cento. L’analisi dei risultati regionali mostra un sistema di istruzione scolastica fortemente differenziato. Il divario nel rendimento si dimostra ampio per tutte le competenze, con un netto vantaggio del Centro-Nord. Per la lettura, in tutte le regioni settentrionali, oltre l’80 per cento degli studenti si colloca su livelli pari o superiori alle competenze basilari (in Lombardia sfiora il 90 per cento). Al contrario, in Sardegna, Campania e Sicilia oltre il 27 per cento non raggiunge i livelli sufficienti e in Calabria addirittura il 37 per cento. Anche in matematica la situazione è decisamente peggiore nel Mezzogiorno: i 15enni con competenze insufficienti sono il 45,8 per cento in Calabria e superano il 35 per cento in Campania e Sicilia, mentre non arrivano al 14 per cento nella provincia autonoma di Trento, nel Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Lombardia. In queste regioni del Nord si riscontra anche il maggior numero di eccellenze (oltre il 15 per cento), con i migliori risultati in Veneto (18,7 per cento) e in Friuli (17,1).
Analoghi i risultati riscontrati per le scienze, nelle quali ha risultati insufficienti circa il 30 per cento degli studenti in Campania e Sicilia e il 40 per cento di quelli in Calabria; al contrario, le eccellenze superano il 10 per cento in Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Trentino e Lombardia. Risultano marcate anche le differenze per tipo di scuola frequentata: appena il 5,6 per cento dei liceali ha competenze insufficienti nella lettura, rispetto a oltre il 20 per cento degli studenti degli istituti tecnici e a quasi il 45 per cento di quelli dei professionali; in questi ultimi oltre la metà degli studenti ha competenze insufficienti in matematica.
Sodo caustico. Punizioni, ma non troppo.
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USA e UE hanno imposto sanzioni alla Russia come “punizione” legata alla vicenda-Ucraina, che hanno causato una significativa “fuga di capitali” , il peggioramento delle attività economiche, una perdita di valore del rublo rispetto al dollaro USA da inizio anno. In Russia, il mercato finanziario è dominato da banche locali; a fine 2013, le banche internazionali avevano comunque in essere finanziamenti verso debitori russi per 219 miliardi di dollari: le banche francesi, con 50 miliardi, pesavano per il 23% dei crediti totali, seguite da quelle USA (32,5 miliardi, il 15%) ed italiane (28 miliardi, il 12,8%; in percentuale, il 3,5% di tutti i crediti delle banche italiane concessi a debitori esteri). Ai crediti di 219 miliardi, si aggiungono 151 miliardi di derivati e garanzie prestate: il “ticket” arriva a 370 miliardi di dollari.
Per confronto, il “conto” pagato annualmente dall’Italia per le forniture di gas russo è di 19,7 miliardi di euro, circa 26 miliardi di dollari: non molto distante dal totale dei crediti erogati a debitori russi dalle banche italiane.
Sodo caustico. L’Expo può ancora attendere?
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I 147 i paesi che parteciperanno ad Expo 2015 a Milano-Rho confidano nel “genio italico”: ad un anno dalla apertura ufficiale devono ancora essere perfezionati i lavori di ripulitura dei siti (fatti all’80%) e completamento della piastra, fatta al 40% (siti e piastra consegnate da oltre 1 anno alle imprese che devono effettuare i lavori), devono essere realizzati i 60 padiglioni, i 9 “cluster” tematici, strade, passerelle, strutture permanenti; uno dei progetti-simbolo, le vie d’acqua, ha avuto una battuta di arresto causata dalla opposizione di comitati ambientalisti che hanno causato un ritardo di 3-4 mesi sulla tabella di marcia, che farà prevedibilmente slittare la realizzazione, comunque ridotta nel disegno finale, a dopo l’appuntamento con maggio 2015.
Altri compromessi non sembrano possibili, ad avviso di Expo; la fase che sta iniziando è la più delicata: preparazione terreno, cantieri da aprire a cura dei general contractors, ingresso ed uscita materiali, lavori che si sovrappongono, gestione di migliaia di operai. Dall’altra parte della città, a Linate, la stazione di MM 4 non sarà pronta per l’appuntamento.
Il “genio italico” è sempre messo a dura prova e dovrà anche tirar fuori il classico coniglio dal cappello, recuperando 60 milioni di euro necessari per “chiudere” il bilancio a fine maggio 2014: chiedere allo stato è lecito, rispondere non sarà solo questione di cortesia.
Ma non c’è solo l’Expo: le infrastrutture latitano. Su 11 infrastrutture strategiche legate al progetto Expo 2015, 5 di esse sono in “alto mare”; circa il 40% delle opere programmate non saranno realizzate.
Si tratta della strada Rho-Monza, della MM 4 di Milano, delle “vie d’acqua” milanesi, della tramvia Milano-Seregno, della autostrada regionale Pedemontana. Le opere che non potranno avere l’onore del classico “taglio del nastro” non hanno tutte la stessa rilevanza, ma tutte hanno un significato simbolico: la MM 4 è una opera fondamentale della città poiché sarebbe destinata a collegare la parte Sud di Milano sulla direttrice Est-Ovest (da Linate a Rho), migliorando la viabilità cittadina; ma non saranno aperti nemmeno i cantieri per le 2 fermate minime pensate per Expo e che avrebbero collegato l’aeroporto di Linate alla stazione Forlanini, da dove i visitatori avrebbero preso il passante ferroviario per poi collegarsi alla rete MM; vaga tempistica italo-milanese del crono-programma: il comune meneghino spinge per far inserire nel decreto Destinazione Italia (che doveva essere operativo già dal terzo trimestre 2013) un emendamento che consenta di posticipare a dopo il 30 giugno 2014 sia la firma del piano finanziario con le banche — ancora da definire e per il quale le banche hanno chiesto più tempo per meglio valutare affidamenti per 500 milioni — che l’erogazione di ulteriori 170 milioni previsti nella legge-Expo, e nel frattempo partire coi lavori (comunque non attivabili prima del terzo trimestre 2014). Il Ministero per le Infrastrutture sembra orientato ad estendere i tempi dell’iter burocratico “non oltre 72 mesi dopo” l’inaugurazione dell’Expo. Destinazione Binario Morto.
La strada Rho-Monza, meno di 10 km al costo previsto di 200 milioni (ben 20 milioni al km su un tratto che più piano non si può…) sarebbe destinata ad incanalare il traffico diretto ad Expo da Nord-Ovest, ma ha trovato forti opposizioni dalle amministrazioni dei comuni che dovrebbero esserne attraversati, ha visto il ritardo nella concessione della Valutazione di Impatto Ambientale da parte del MinAmbiente, una richiesta di chiarimento al tavolo con gli enti locali, una proposta dell’Assessorato Regione Lombardia di ripresa dei lavori originali, fatta salva la perdurante incertezza sulle fonti di finanziamento dell’opera.
Le vie d’acqua, secondo il progetto originale, avevano lo scopo di assicurare l’irrigazione del sito a Rho, grazie ad un canale d’acqua che partendo dal canale Villoresi a Milano doveva proseguire verso Sud alimentando la storica Darsena di Milano, attraversando i principali parchi cittadini, originariamente immaginando in canale navigabile poi ridotto ad un canale circondato da piste ciclabili; sul tratto Sud lungo 12 km i cantieri sono stati bloccati sull’onda dell’opposizione del comitato “No canal”; con i ritardi accumulati, l’opera sarà parziale e limitata alla parte Nord.
L’opera più costosa, la Pedemontana (5 miliardi di costo), 70 km, vedrà l’apertura di un solo cantiere per il primo lotto, ed attenderà, con l’usuale pazienza italica, ma senza il supporto del solido pragmatismo lombardo (che sembra offuscatoi), il completamento della struttura di finanziamento, oggi ferma a 1,7 miliardi.
Sodo caustico. Sono veri i tagli alla politica regionale?
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La riforma costituzionale varata dal governo, per i “costi politici regionali”, prevede una regola semplice: nessuno potrà guadagnare più del sindaco del capoluogo. Ma il diavolo, notoriamente, si annida nei dettagli: nella bozza del 12 marzo 2014 il tetto era previsto per gli “emolumenti complessivamente spettanti” a presidente/governatore, assessori, consiglieri, la versione approvata “distrattamente” parla solo di “emolumenti”. Le buste-paga dei politici regionali si compongono di 2 parti: indennità di carica (o funzione) e rimborsi, andando a comporre una cifra che dopo la “cura-Monti” non può superare gli 11.100 euro mensili per i consiglieri ed i 13.800 euro mensili i governatori. Un tetto agli “emolumenti complessivamente spettanti” (bozza di marzo) si sarebbe applicato anche ai “rimborsi”, che invece potrebbero essere esenti dal tetto (versione approvata). Le differenze non sarebbero da poco: in Lombardia, il sindaco di Milano ha una indennità di 7.774 euro mensili, mentre il governatore, al momento, incassa una indennità (tassata) di 9.027 euro più rimborsi (esenti) di 4.218 euro per totali 13.245 euro mensili; il governatore – con il taglio come da bozza originale – dovrebbe rinunciare a 5.471 euro al mese (il 41,3% del totale) mentre nella versione approvata il taglio si ridurrebbe a 1.253 euro al mese (il 13,9% del totale). Tutto – “more solito” – dipenderà dall’attuazione, il termine asettico e tecnico su cui tutto si arena, nell’indifferenza (quasi) generale.
Soco caustico. Sbagliando si impara: le privatizzazioni della Nuova Zelanda
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http://www.smartweek.it/fatto-del-giorno/le-privatizzazioni-della-nuova-zelanda/
Le Privatizzazioni della Nuova Zelanda
di Corrado Griffa , Fondatore Griffa&Associati
Iniziata una ampia campagna di privatizzazioni nel settore delle utilities, il governo neozelandese ha imparato a proprie spese quanto possa essere difficile fare la mossa giusta al prezzo giusto. La prima mossa fu la vendita del 49% di Mighty River Power (produzione e distribuzione di energia geotermale), valutata fra 3,7 e 3,8 miliardi di NZ$ e prezzata 2,50 NZ$ ad azione: oggi il titolo viaggia al 20% sotto il prezzo di quotazione. La seconda operazione ha coinvolto il 49% di Meridian Energy (energia eolica), nell’ottobre 2013: la società aveva un valore contabile di 4,7 miliardi, e la sua quotazione è avvenuta ad un valore di 1,50 NZ$ per azioni, prevedendone il pagamento al 60% al momento della quotazione ed al 40% dopo 18 mesi, secondo uno schema popolare in Australia e non replicato in Nuova Zelanda dal 1990. Una mossa che ha attirato molti investitori, peccato che il titolo sia sceso al 90% del valore di quotazione.
La saggezza viene spesso in soccorso di chi ha buone intenzioni: la prossima privatizzazione interesserà il 49% di Genesis Energy (provider di energia elettrica), la cui azione sarà più prudentemente prezzata fra 1,35 e 1,65 NZ$, con la previsione di ricevere 1 azione gratis ogni 15 acquistate se l’investimento verrà detenuto per almeno 1 anno (col limite di 2.000 azioni, per favorire l’investitore privato). Modus est in rebus: bene privatizzare, meglio se lo schema di quotazione è a vantaggio di chi investe, e con le dovute attenzioni (anche di favore per l’investitore di minoranza) laddove la maggioranza resta nelle mani dello Stato.

References: Art. 38

Art. 38
 art. 34

Art. 41

Art. 41

Art. 42

Art. 42
 art. 38
e contrario

Art. 44

Art. 44
 art. 42

Art. 45

Art. 45
 art. 42

Art. 46

Art. 46
 art. 43
e contrario
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Art. 47

Art. 47
 sentenza 
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