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Timestamp: 2018-03-20 00:22:20+00:00

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LA CONDANNA DELLE ORDINAZIONI ANGLICANE (IV)
La Civiltà Cattolica anno XLVIII, serie XVI, vol. IX (fasc. 1117, 23 dic. 1896) Roma 1897 pag. 34-50.
R.P. Salvatore M. Brandi S.J.
LA CONDANNA DELLE ORDINAZIONI ANGLICANE [1]
Col difetto di forma, di cui discorremmo nel precedente quaderno, corre intimamente congiunto nelle Ordinazioni Anglicane il difetto di debita intenzione, la quale, com'è ben noto, è assolutamente richiesta alla validità di tutti i sacramenti: «Si quis dixerit in ministris, dum sacramenta conficiunt et conferunt, non requiri intentionem faciendi saltem quod facit Ecclesia; Anathema sit». Così definì il Concilio di Trento [2]; così insegnano anche i principali canonisti anglicani [3], e così esige la natura stessa dell'atto umano, con cui il ministro della Chiesa deve compiere il rito sacramentale da lei prescritto [4].
Della esistenza di questa intenzione, come avverte espressamente la Bolla, la Chiesa non giudica se non in quanto si manifesta esternamente: De mente vel intenzione, utpote quae per se quiddam est interius, Ecclesia non iudicat: at quatenus extra proditur, indicare de ea debet. La Chiesa quindi ritiene e, sino a prova del contrario, vuole che sia da tutti ritenuto, che tale intenzione non manchi ogniqualvolta il ministro compie, in modo serio, il rito sacramentale da lei prescritto, servendosi della materia e della forma che ella adopera. Per questa ragione, mentre la Chiesa non ha mai riconosciuta la verità del sacramento conferito da pazzi, da ubbriachi o per giuoco, ella ha pure sempre accettato il Battesimo, per esempio, amministrato da un eretico o anche da un pagano, purchè chiaramente si appalesasse nel foro esterno aver egli seriamente usata con la materia prossima, la dovuta forma sacramentale.
Per la medesima ragione, la Chiesa non ha mai dubitato della validità delle Ordinazioni fatte da vescovi empii, eretici o scismatici, accettando quelle de' Nestoriani, de' Monofisiti e di altri orientali dissidenti. In tutti questi casi, al dir di S. Tommaso, il ministro del Sacramento, pel fatto stesso che deliberatamente usa in modo serio il rito approvato dalla Chiesa, si suppone di ragione che agisca come suo rappresentante: in verbis autem quae profert, essendo parole della Chiesa, exprimitur intentio ipsius Ecclesiae, quae sufficit ad perfectionem sacramenti, nisi contrarium exterius exprimatur [5].
Ma se l'eretico ministro del Sacramento, a sostenere il proprio errore, ex industria corrompe o rigetta il rito cattolico, e nel compiere il Sacramento adopera una nuova forma, la quale esclude il significato delle forme cattoliche, può un tal ministro supporsi che abbia l'intenzione richiesta alla validità del Sacramento, faciendi saltem quod facit Ecclesia?
Tale appunto è la questione di cui si tratta, quando si discute della validità degli Ordini conferiti da' vescovi anglicani col nuovo rito di Eduardo VI.
Così proposta, la questione non può avere altra soluzione, se non quella negativa datale già da Giulio III nel 1553-1554, da Paolo IV nel 1555, da Clemente XI nel 1704 e recentemente da Leone XIII nella sua Bolla dell'8 settembre 1896: «Si ritus immutetur, eo manifesto consilio ut alius inducatur ab Ecclesia non receptus, utque id repellatur quod facit Ecclesia et quod ex institutione Christi ad naturam attinet sacramenti, tunc palam est non solum necessariam sacramento intentionem deesse, sed intentionem immo haberi sacramento adversam et repugnantem.»
La dottrina qui sì chiaramente enunziata dal regnante Pontefice, fu proposta con non minore precisione nell'anno 746 dal suo Antecessore, Papa Zaccaria. Questi era stato informato da due illustri ecclesiastici, Virginio e Sidonio [6], che un tal sacerdote della loro provincia de' Bavaresi (Baioariorum) «dum baptizaret, nesciens latini eloquii, infringens linguam» corrompeva la forma, dicendo: Baptizo te in nomine patria et filia et Spiritus Sancti, e che S. Bonifacio, Arcivescovo di Magonza, giudicando invalido un tal Battesimo aveva loro ordinato di battezzare di bel nuovo tutti coloro che da quel sacerdote fossero stati battezzati nel modo predetto.
A questo proposito dunque il Pontefice Zaccaria scrisse a S. Bonifacio la famosa lettera, del 1° luglio del 746, ricordata anche nel Decreto di Graziano [7]: «Sanctissime frater, si ille qui baptizavit, non errorem introducens aut haeresim, sed, pro sola ignorantia romanae locutionis infringendo linguam, ut supra fati sumus, dixisset, non possumus consentire ut denuo baptizentur.» Riconobbe dunque il Pontefice che se l'anzidetta corruzione della forma fosse stata effetto, non già dell'ignoranza della lingua, ma sì bene del deliberato proposito introducendi errorem vel haeresim, il Sacramento sarebbe stato certamente invalido. In altri termini, riconobbe il Pontefice che, nella fatta ipotesi, quel cambiamento sarebbe un argomento che chi si serve d'una forma sacramentale corrotta, non intende fare con essa ciò che la Chiesa fa con la sua.
Così ragiona anche S. Tommaso, fedele interprete della tradizione cattolica. Discorrendo il Santo Dottore della validità della forma sacramentale, quando le determinate parole, ond'essa si compone, corrupte proferuntur, distingue accuratamente, come già fece il Pontefice Zaccaria, i casi ne' quali ciò avvenga per ignoranza, da quelli ove ciò si faccia di proposito deliberato. In questi casi, «Dicendum, scriv'egli, quod ille qui corrupte profert verba sacramentalia, si hoc ex industria facit, non videtur intendere facere quod facit Ecclesia; et ita non videtur perfici sacramentum [8].»
Trattando poscia exprofesso la questione, di cui qui ci occupiamo, se cioè, salva la validità del Sacramento, si possa mutare la sua forma, aggiungendovi o detraendovi qualche cosa, insegna, che «Circa omnes istas mutationes quae possunt in formis sacramentorum contingere, duo videntur esse consideranda; unum quidem ex parte eius qui profert verba, cuius intentio requiritur ad sacramentum; et ideo si intendat, per huiusmodi additionem vel diminutionem, alium ritum inducere qui non sit ab Ecclesia receptus, non videtur perfici sacramentum: quia non videtur, quod intendat facere id quod facit Ecclesia [9]»
Non altrimenti hanno sempre ragionato, secondo che afferma lo stesso Gasparri [10], i più illustri teologi come il Cardinale De Lugo [11], tra gli antichi, e il Cardinale D'Annibale [12], tra i moderni. Questi così scrive: «Quod autem quidam docent sacramentum non valere si minister immutaverit aliquid accidentaliter (e a fortiori se si trattasse di una mutazione sostanziale), ut novum ritum vel errorem introducat, sic accipiendum est, quia non creditur habere intentionem faciendi quod facit Ecclesia.... Quaestio igitur in praesumptionem recidit; et facti, non iuris, est.»
La piena giustificazione di questa presunzione appare manifesta, sol che si consideri non doversi, nelle forme de' Sacramenti, badare soltanto alla materialità delle parole, ad esempio, se sieno grammaticalmente di genere mascolino o femminino, se possano intendersi in questo o in quel senso; ma bisogna attendere anche, anzi principalmente, al significato speciale e, per così dire, concreto che loro viene attribuito da chi le proferisce. Quando dunque tali parole, nel comune linguaggio del ministro che le usa, e atteso lo scopo per cui furono introdotte e sono da lui adoperate, hanno un significato evidentemente opposto a quello che loro è stato sempre dato dalla Chiesa, potrà, bensì, asserirsi, che quel Ministro voglia fare l'opposto di quel che fa la Chiesa, ma non potrà giammai supporsi che voglia fare la medesima cosa.
Ora questo e non altro è il caso degli Ordini conferiti con l'Ordinale di Eduardo VI. Che il detto Ordinale, compilato da eretici notorii e sostituito, per sola autorità laica, al Pontificale cattolico, sia diverso da questo, è un fatto ammesso da tutti [13]. Parimente, che esso sia diverso da tutti gli altri antichi Pontificali d'Oriente e d'Occidente, riconosciuti validi dalla Chiesa e conservati anche da scismatici ed eretici, nessuno ha mai osato di negare, ed è stato da noi sufficientemente dimostrato nell'articolo precedente [14]. Anzi, perché tra quelli svariati Riti, nessuno rispondeva al gusto e a' propositi de' Reformatori anglicani, perciò questi s'indussero a non tenerne conto e a introdurre, come fecero di fatto, il loro nuovo Ordinale.
Inoltre è indubitato, che tutte le innovazioni liturgiche, segnatamente quelle che risguardano il rito delle Ordinazioni, furono fatte da' compilatori dell'Ordinale [15], non a caso o per errore o per ignoranza; ma ex industria e con animo deliberato di escludere dalle nuove forme tutto ciò che, trovandosi nelle antiche, ripugnava o in qualche modo opponevasi alle dottrine da loro professate [16].
Così, ripudiando i Riformatori inglesi la dottrina cattolica relativa all'esistenza e alla natura del Sacramento dell'Ordine, siccome attestano i loro atti e i loro scritti [17], si adoperarono eziandio a sopprimere nelle forme consecratorie ogni determinazione sia dell'Ordine, sia della potestà che con esse si dovrebbe conferire; donde ebbero origine quelle loro forme vaghe e indeterminate di cui discorremmo altrove [18]. Che poi quest'errore fondamentale, non fosse un semplice loro errore privato, ma sì bene un errore professato pubblicamente, si deduce, non solo dalle testimonianze degli scrittori inglesi di quel tempo; ma altresì dall'esplicita dichiarazione che si legge nel XXV° dei Trentanove Articoli di Religione anglicana, compilati e sostituiti alla Professione di Fede cattolica, nel medesimo tempo che il nuovo Ordinale fu compilato e sostituito all'antico Pontificale cattolico. Eccone il testo: «Duo a Christo Domino nostro in Evangelio instituta sunt sacramenta: sc. Baptismus et Coena Domini. Quinque illa, vulgo nominata sacramenta, sc. Confirmatio, Poenitentia, Ordo, Matrimonium et Extrema Unctio pro sacramentis evangelicis habenda non sunt, utpote quae partim a prava apostolorum imitatione profluxerunt, partim vitae status sint, in Scripturis quidem probati; sed sacramentorum eamdem cum Baptismo et Coena Domini rationem non habentes; ideo nullam habent caeremoniam, nullumque visibile signum a Deo institutum [19].»
Negata la verità del Sacramento dell'Ordine, era naturale che i compilatori dell'Ordinale negassero altresì i dommi intimamente connessi col medesimo Sacramento, quali sono la reale presenza di Gesù Cristo nella Eucaristia, il Sacerdozio propriamente detto, il Sacrificio dell'Altare. Esclusero dunque dalla loro nuova Liturgia la Messa, decretando che «Missarum sacrificia, quibus vulgo dicebatur Sacerdotem offerre Christum in remissionem poenae aut culpae pro vivis et defunctis blasphema figmenta sunt et perniciosae imposturae [20].» Eliminarono quindi dal loro Ordinale tutte quelle ceremonie che suppongono tali dommi o ad essi si riferiscono, come sarebbero la consecrazione con i sacri olii [21], la traditio o consegna degli istrumenti [22], eccetera. Chi poi facesse un riscontro tra il rito delle Ordinazioni secondo il Pontificale cattolico, e quello secondo l'Ordinale eduardino, vedrebbe di subito con quanto studio si sia evitato di nominare in questo il Sacerdozio, il Sacerdote, l'Altare, il Sacrificio, e come si sieno sistematicamente mutilate, adulterate o del tutto soppresse le formule e le preghiere, le quali si riferivano alle cose significate sempre e da per tutto dalla Chiesa con quelle parole [23].
Pretendere dunque che il Vescovo anglicano, ordinando con questo suo nuovo Rito, che è la negazione del Rito cattolico, intenda fare quello che la Chiesa fa col suo, sarebbe come pretendere che due forme di natura e di significato, non solo diverso, ma opposto possano avere un solo e medesimo effetto formale.
Nel resto che cosa intende e che cosa ha sempre, in Occidente e in Oriente, inteso di fare la Chiesa nel conferire a' suoi ministri gli Ordini sacri? Studiando le sue esplicite dichiarazioni e massimamente le sue Liturgie, è manifesto che ella intende ed intese sempre di fare quel che fece Cristo nell'ultima sua Cena, di fare cioè veri sacerdoti [24], i quali avessero non solo la potestà di predicare la parola di Dio e di amministrare i Sacramenti, ma fossero altresì insigniti del Sacerdozio visibile ed esterno dal medesimo Cristo Signor nostro istituito [25] allo scopo di consacrare e di offerire sugli Altari il suo vero Corpo e Sangue, sotto le specie del pane e del vino. «Christus, così il Concilio Tridentino, sacerdotem secundum ordinem Melchisedech se in aeternum constitutum declarans, corpus et sanguinem suum sub speciebus panis et vini Deo Patri obtulit; ac sub earundem rerum symbolis Apostolis, quos tunc Novi Testamenti Sacerdotes constituebat, ut sumerent tradidit; et eisdem, eorumque in sacerdotio successoribus ut offerrent, praecepit per haec verba: Hoc facite in meam commemorationem, uti semper catholica Ecclesia intellexit et docuit [26].»
È forse questo quel che intesero i compilatori dell'Ordinale e intesero e intendono di fare i Vescovi anglicani, consecrando e ordinando col medesimo Ordinale? Se cosi fosse, perchè mai i primi ex industria mutarono le antiche forme, in tutto ciò che si riferiva al Sacerdozio, e gli altri deliberatamente si servono delle forme così mutate? Perché mai questi e quelli, abbandonati, col Pontificale cattolico, tutti i Riti antichi, introdussero novum ritum ab Ecclesia non receptum, e l'adoperano tuttora?
La risposta è chiara. Essi così fecero e cosi fanno, perché positivamente esclusero ed escludono il Sacerdozio propriamente detto. Essi vollero e vogliono, con quelle forme e con quel rito costituire soltanto un Ministro, il quale si chiami Presbitero o Vescovo; ma non vollero mai, nè vogliono fare un vero Sacerdote. I genuini Anglicani, quelli che non sono Ritualisti, confessano ciò con franchezza e lealtà: «La maggioranza degli inglesi anglicani, così attesta uno scrittore dello Speaker [27], non ha mai supposto che il suo Clero possedesse i poteri proprii del Sacerdozio romano cattolico, ed ha sempre respinta ogni pretesa d'autorità fondata su tali poteri sacerdotali.» «Con la Riforma, scrive un altro [28], i capi della Chiesa d'Inghilterra si separarono deliberatamente ed effettivamente dalla Chiesa di Roma, ripudiarono il suo insegnamento sul Sacerdozio e sull'Episcopato, e perciò non ebbero mai nell'ordinare alcuna intenzione di conferire un Sacerdozio, considerando essi il Sacerdotalismo come un'ingiuria al Sacerdozio di Cristo, senza fondamento nella Scrittura e ripugnante a tutte le dottrine cardinali dell'Evangelio». Un terzo [29] aggiunge: «L'ecclesiastico della Chiesa Romana è un vero Prete, il cui principale ufficio è d'offrire il Sacrificio della Messa. Dall'altra parte l'ecclesiastico della Chiesa Anglicana in nessun modo è Prete, sebbene sia così chiamato: egli è soltanto un Presbitero.» Un quarto [30] conchiude :«Noi non crediamo che vi sieno Ordini nel senso cattolico, e consideriamo l'imposizione delle mani come una semplice formale ammissione nel ministero di una denominazione (setta) qualunque. Nella Chiesa poi episcopale (anglicana) noi riceviamo l'ufficio di ministrare al popolo dall'ufficiale capo, il Vescovo... Stando alla tacita confessione della nostra Chiesa, in essa non esistono nè vescovi, nè sacerdoti, nè sacrificii... Si faccia quel che si vuole, noi non possiamo offerire sacrificii. Noi siamo soltanto Ministri, come i nostri fratelli delle Chiese (protestanti) dissidenti.»
Con ragione dunque l'E.mo Cardinale Vaughan, Arcivescovo di Westminster, scriveva non ha guari ad un Anglicano: «Non è possibile ignorare questo fatto storico e dottrinale che, da tre secoli, la Chiesa Anglicana ha ripudiato il carattere essenziale del rito cattolico dell'Ordinazione, e ha usata invece una forma, la quale era, di proposito deliberato, destinata ad escludere l'idea d'un Sacerdozio sacrificante [31].»
Dire pertanto, come purtroppo è stato detto da qualcuno, che chi ordina conformandosi all'Ordinale di Eduardo VI, seriamente intenda fare con esso veri preti, veri sacerdoti, come gli fece Cristo e come gli ha fatti sempre la Chiesa, è una mostruosa assurdità [32]. Onde sapientemente avvertiva il Franzelin [33]: «Cum sacramenta novae legis sint visibilia signa efficacia, illud operantur quod significant: absurdum ergo est, ritum visibilem in quo excluditur siqnificatio potestatis sacerdotalis conferendae, esse sacramentum ad hanc ipsam potestatem conferendam.»
Dal fin qui detto appare manifesta la vanità dell'accusa che il signor Lacey muove contro la Bolla di Leone XIII nell'ultimo numero della Contemporary Review [34]. La Bolla, secondo lui, nella sua parte dottrinale, si svolgerebbe tutta dentro i limiti angusti di un circolo vizioso, provando l'invalidità della forma dal difetto di debita intenzione, e viceversa questo da quella; sì che, «lette separatamente, quelle prove lasciano il lettore incerto su ciò che la Bolla abbia voluto dire» [35].
Checchè sia degli altri lettori, siamo certi che almeno il signor Lacey e i suoi confratelli Ritualisti, i quali si affaticarono tanto per impedire la pubblicazione di questa Bolla [36], hanno perfettamente capito «ciò che essa ha voluto dire». Se fossimo privi di senno, gli crederemmo ingenui; se fossimo maligni, diremmo, che appunto per essere il significato della Bolla chiaro e perentorio agli occhi loro, si sforzano essi con cavilli e sofismi di oscurarlo agli occhi altrui. Ma non possiamo credere l'uno, nè vogliamo affermar l'altro; avvertiamo soltanto che la predetta accusa del signor Lacey è assolutamente falsa. Poichè come l'invalidità della forma non si prova dal difetto d'intenzione, così questo non si prova da quella. L'invalidità della forma anglicana si dimostra, come vedemmo nell'articolo precedente, dal fatto che quella forma, considerata in se stessa e negli aggiunti storici che ne determinarono la compilazione, è vaga e indeterminata; manca de' principali elementi essenziali e comuni a tutte le forme cattoliche; tace ciò che di natura sua la forma del Sacramento dell'Ordine dovrebbe significare. In tutto questo l'intenzione eretica del ministro, che attualmente si serve di quella forma, non entra per niente; la forma sarebbe e resterebbe invalida, quand'anche il ministro anglicano volesse fare con essa quello che la Chiesa cattolica fa con la sua.
Parimente il difetto di debita intenzione nel ministro anglicano non si deduce dal semplice fatto che egli nelle sue Ordinazioni si serve d'una forma invalida; ma bensì dal fatto, da noi ripetutamente ricordato, che egli, conformandosi seriamente al suo Ordinale, si serve d'una forma che sa essere stata mutata ex industria e sostituita deliberatamente a quella del Pontificale cattolico ad inducendum novum ritum, cioè un rito diverso, e, nella sua adeguata significazione, opposto a quello usato, non solo dalla Chiesa Romana, ma altresi da tutte le Chiese d'Oriente e d'Occidente dalla più remota antichità sino ai giorni nostri. Rilegga il signor Lacey con maggiore attenzione la Bolla di Leone XIII, e resterà convinto del gravissimo abbaglio in cui è caduto.
Non è nostra intenzione confutare tutte le affermazioni più o meno ardite o false, onde ribocca lo scritto del signor Lacey nella Contemporary Review. Nè ciò appare necessario, bastando a tale scopo quanto fu da noi esposto e dimostrato negli articoli precedenti. V'ha però una grave accusa che non possiamo lasciare senza censura. Il Lacey accusa il Santo Padre di essere stato reo di uno sproposito madornale (extraordinary blunder) [37], asserendo nella sua Bolla, che nel 1704 era già stabilita la pratica da seguirsi, quando nelle Ordinazioni fosse stata omessa la traditio instrumentorum.
Prima di esaminare la «prova», con la quale il Lacey sostiene la sua accusa, sarà bene notare che la riferita affermazione della Bolla si fonda sopra numerose decisioni date dalla medesima Congregazione del Santo Ufficio prima del 1704; decisioni, le quali, con gli atti e con i voti che le accompagnano, se si volessero pubblicare tutte, riempirebbero almeno due grossi volumi in folio. Un cenno della esistenza di questi documenti fu già da noi dato altrove [38], con le precise indicazioni delle loro date (1603-1699) e del titolo generale, sotto il quale si trovano uniti e conservati nell'Archivio del Santo Ufficio. Eccone uno del 1697. Monsignore Scanagatta, Vescovo d'Avellino, soffrendo di chiragra, aveva trascurato per qualche tempo di fare nelle Ordinazioni la consegna degli strumenti prescritta dal Pontificale. Conosciutasi la cosa dall'E.mo Card. Orsini, allora Arcivescovo di Benevento e poscia Papa Benedetto XIII, questi riferì il caso alla Congregazione del Santo Ufficio, domandando, come si legge negli atti, non iam an sint ordinationes repetendae, sed solum de modo ordinationis, num absolute an sub conditione sit iteranda. Il dubbio fu sciolto col seguente Decreto: «Feria V. die 1 Augusti 1697, proposito iterum et mature discusso dubio, an ordinationes factae per Episcopum Abellini qui per se ipsum instrumenta seu materiam subdiaconatus, diaconatus, presbyteratus respective non porrexit, sint nullae et invalidae, et an praedicti in Ordinibus sacris ordinati sint absolute ordinandi vel potius sub conditione tantum; SS.mus (Innocentius XII) auditis etc. decrevit, in casu de quo agitur, tutius esse, quod sub conditione reiterentur collationes sacrorum Ordinum.»
Questo Decreto è anteriore di sette anni a quello dato, nel 1704, da Clemente XI nel caso del vescovo anglicano Gordon, e fa parte, come dicemmo, di una lunga serie di simili Decreti pubblicati dalla medesima Congregazione del Santo Ufficio durante tutto il secolo che precedette l'anno 1704. Non può dunque dubitarsi dell'assoluta esattezza e verità storica della proposizione di Leone XIII affermante il fatto, che al tempo di Clemente XI, e precisamente nel 1704, mancando la consegna degli istrumenti, praescriptum de more erat ut ordinatio sub conditione instauraretur. Donde segue che lo «sproposito madornale» non è stato commesso da chi, sulla fede di tali e tanti documenti, ha asserito quel fatto; ma bensì da chi lo ha negato, ignorando e forse neppur sospettando l'esistenza di questi documenti [39].
Lo «sproposito» poi appare ancor piú «madornale», se si esamini la prova che il Lacey offre [40] per convincere la Bolla di una falsità storica. Tutta questa prova consiste in una Risoluzione della Congregazione del Concilio di data posteriore al 1704 e citata da Benedetto XIV [41]. Nella Risoluzione si prescrive, ut verificatis expositis, cioè la mancanza della consegna degli strumenti, Episcopus procedat ad secreto iterandam ordinationem ex integro sub conditione [42]. Per provare con essa la tesi difesa contro la Bolla, dovrebbe supporsi, come il Lacey di fatto suppone [43], che la citata Risoluzione fosse assolutamente la prima di tal genere che venisse mai sancita dalla Chiesa; ora ciò è manifestamente dimostrato falso da' documenti del Santo Ufficio sopra accennati. Anzi, neppure può supporsi con verità, che essa sia stata la prima, in un senso relativo, nella serie di simili decisioni date dalla Congregazione del Concilio. Infatti gli Atti di questo Tribunale, che il Lacey sembra confondere col Santo Ufficio, apertamente attestano il contrario. Stando alla Raccolta pubblicatane recentemente dal Pallottini [44], la detta Risoluzione sarebbe stata preceduta almeno da altre tre o quattro del medesimo tenore. In queste poi come in quella, la Congregazione del Concilio non avrebbe fatto altro se non ribadire l'antica pratica e conformare la propria condotta a quella tenuta, molti anni prima, dalla Suprema Congregazione del Santo Ufficio.
Il Santo Padre ci assicura che, prima di dare la sua sentenza definitiva sul valore intrinseco delle Ordinazioni Anglicane, volle da sè e con gli E.mi Giudici della Suprema esaminarne attentamente e per lungo tempo tutte le ragioni, massimamente quelle ch'erano state discusse pro e contra da valenti teologi, canonisti e storici nella speciale Commissione romana, da lui a questo scopo espressamente istituita: Istaec omnia diu multumque reputavimus apud Nos el cum Venerabilibus Fratribus Nostris in Suprema iudicibus. Il Santo Padre volle inoltre prima di proferirla considerare anche l'opportunità della sua sentenza: conveniret ne expediretque eamdem rem auctoritate Nostra rursus declarari; soddisfacendo così agli scrupoli di coloro, i quali temevano, che una nuova autorevole dichiarazione, avrebbe potuto forse intralciare, o almeno arrestare in qualche modo il felice movimento di ritorno al Cattolicismo verificatosi da qualche tempo in Inghilterra. Se non che, nelle circostanze presenti e dopo le acri polemiche sostenute durante gli ultimi due anni in favore della validità di quegli Ordini, non solo da' Ritualisti, ma altresì da alcuni scrittori cattolici, era ovvio e naturale che, se il Papa avesse taciuto, perniciosus error gigneretur non paucis qui putent se ibi Ordinis sacramentum et fructus reperire ubi minime sunt, per ciò, conchiude Leone XIII, visum est in Domino sententiam Nostram edicere.
Non dunque la politica [45], o qualsiasi altro motivo di prudenza umana, ha indotto Leone XIII a condannare le Ordinazioni Anglicane, ma la sola incontrastabile evidenza della loro nullità, e l'imperioso dovere onde egli è stretto verso Dio e verso le anime redente col sangue di Cristo. Fedele al suo ufficio di Supremo Maestro, Padre e Pastore di tutti i cristiani, egli non potè e non volle lasciare in un errore cosi funesto tanti suoi figli, i quali, sebbene sieno da lui separati, pure sinceramente cercano il Regno di Cristo nell'unità della fede.
Egli dunque ha parlato, e il suo linguaggio è stato chiaro, preciso, e rivestito di tutte quelle qualità che apertamente dimostrano la sua sentenza essere stata, non solo un Atto sapiente, giusto e doveroso della suprema autorità della Chiesa; ma altresì un suo Atto da valere in perpetuo, rato e irrevocabile [46]. Leone XIII ha ferito a morte le Ordinazioni anglicane proprio nella loro essenza, dimostrandole e dichiarandole nulle e invalide per intrinseco difetto di forma e d'intenzione. Così con l'unitá di dottrina, Leone XIII ha mostrato che la Santa Sede conserva altresì l'unità di linguaggio, bellamente illustrato e confermato, nella prima parte della sua Bolla, dagli Atti di Giulio III, di Paolo IV e di Clemente XI.
Amore di verità ci mosse a commentare questo nuovo documento di Leone XIII, e a trattare un soggetto di così alta importanza, sia che si consideri in se stesso e in risguardo alla nazione britannica, la quale per senno e potenza è la più vera imagine del romano impero; sia che si faccia ragione della salute eterna di tanti milioni di anime, quanti da tre secoli vivono separati dalla vera Chiesa di Gesù Cristo. Se da una parte, il pensiero che una nazione nobilissima, e quasi naturalmente cristiana, qual è l'inglese, è restata per si lungo volgere d'anni senza il Sacrificio dell'Altare e senza il Sacerdozio, induceva nell'animo nostro tristezza e dolore, dall'altra, la dolce speranza di vedere in essa ristabilito, con la sottomissione piena e perfetta alla Sede di Pietro, quel che forma l'essenza della religione, grandemente ci confortava e sospingeva a far qualche cosa per una causa già da molti anni con grande diligenza ed amore da noi studiata. Non fu dunque spirito di parte, non talento di polemiche e contese, o qualsivoglia altro motivo men che degno d'animo cristiano, quello che ci mosse a imprendere il presente lavoro; ma sì la riverenza dovuta alla verità storica e teologica, e la brama d'essere utili ad una nazione che l'esempio di Leone XIII e le sante memorie de' nostri Martiri inglesi ci fanno dovere di onorare ed amare.
P. S. Mentre stavamo per licenziare alle stampe quest'ultimo foglio, ci è giunto dall'Inghilterra il Guardian del 9 decembre, con altre osservazioni del signor Lacey sulla Bolla e sui nostri primi due articoli. Ne esamineremo il valore nella ristampa, che sarà presto fatta a parte, di questa nostra breve trattazione.
Prospetto articoli ordinazioni anglicane:
[1] Vedi i quaderni 1113, 1114, 1116.
[2] Decretum de Sacramentis, Sess. VII, can. 11.
[3] O. J. Reichel, A Complete Manual of Canon Law. Londra 1896, pp. 11-12,
[4] «Dicendum quod instrumentum inanimatum non habet aliquam intentionem respectu effectus, sed loco intentionis est motus quo movetur a principali agente; sed instrumentum animatum, sicut minister Sacramenti non solum movetur, sed etiam quodammodo movet seipsum in quantum sua voluntate movet membra ad operandum; et ideo requiritur eius intentio, qua se subiiciat principali agenti, ut scilicet intendat facere quod facit Christus et Ecclesia.» S. Tommaso, Summa Theologica, III. P. quaest. 64, art. 8 ad 1.m.
[5] Summa Theologica, 1, e., art. 8, ad 2.
[6] Tutti e due furono poscia Vescovi, il primo di Salisburgo, l'altro di Passavia. Cf. Ph. Jaffé, Monumenta Moguntina. Berlino 1866, pag. 167, nota 3 e 4.
[7] Part. III. De Consecratione, Dist. IV, can. 86. Il testo da noi citato è quello pubblicato dal Jaffé nella sua Bibliotheca Rerum Germanicarum, Tom. III, ut supra, pag. 168.
[8] Summa Theologica, III, P., quaest. 60, art. 7 ad 3.m
[9] Ibid., art 8. Respondeo dicendum.
[10] De la valeur des Ordinations Anglicanes, Parigi 1895, pag. 25.
[11] De Sacramentis in genere, Disp. II, num. 116. Lione 1670, pag. 32. Ivi il De Lugo rettamente osserva, che «S. Thomas non negat universaliter valorem Sacramenti cum intentione inducendi novum ritum, sed arguitive infert probabiliter defectum debitae intentionis.» Ciò è vero se si consideri soltanto la novità del rito, prescindendo cioè dalla sua significazione opposta al rito cattolico.
[12] Summula Theologiae moralis, Vol. III, §. 241 nota 21. Roma 1892, pag. 209.
[13] Cf. G. W. Child, Church and State under the Tudors. London 1879, pp. 114-117; Estcourt, The question of Anglican Ordination discussed, Londra 1873, passim.
[14] Pagg. 671-674.
[15] Essi furono Cranmer, Ridley, Goodrich, Holbeach, Taylor ed altri.
[16] Veggasi Dom Gasquet, Edward VI, and the Book of Common Prayer, pp. 261 e segg.; Cf. N. Pocock, The Principles of the Reformation etc., Londra 1875, pp. 12 e 19; The English History Review, num. 4, ottobre 1886.
[17] Burnet, History of the Reformation, Vol. I, pag. 461 e Vol. IV, pag. 471; Hunt, Religious Thought in England, Vol. I, pag. 43. Cf. Child, op. cit., Appendix, pp. 293-304. Una piena raccolta delle sentenze de' compilatori dell'Ordinale fu preparata, ad uso della Commissione romana, da' teologi inglesi Moyes, Gasquet e David Fleming. Per speciale favore ci è stato concesso di consultarla e verificare l'accuratezza dell'asserzione fatta nel testo.
[18] Quad. 1116, pag. 670 e seg.
[19] The Book of Common Prayer, Oxford, University Press, pag. 532.
[20] Così nel XXXI de' Trentanove Articoli di Religione. Si vegga la nota alla pag. 260 del quad. 1113.
[21] Nel Pontificale cattolico usato in Inghilterra prima della Riforma di Eduardo VI, nell'Admonitio ad Sacerdotes, si diceva: «Unguntur presbyteris manus, sicut Episcopis, ut cognoscant se hoc sacramento gratiam consecrandi accipere»
[22] Nel medesimo Pontificale il candidato al Sacerdozio era ammonito, che gli Ordinandi «accipiunt et calicem cum vino et patenam cum hostiis de manu episcopi, quatenus his instrumentis, potestatem se accepisse agnoscant placabiles Deo hostias offerendi: Ad ipsos namque pertinet sacramentum Corporis et Sanguinis Domini in Altare Dei conficere.»
[23] Si vegga su questo punto l'eccellente opuscolo del P. Sydney F. Smith, Reasons for rejecting Anglican Orders, Londra 1895, pp. 69 e segg.
[24] Al Sacerdozio si riferiscono tutti gli Ordini ammessi dalla Chiesa: «Si quis dixerit, praeter Sacerdotium non esse in Ecclesia catholica alios ordines et maiores et minores, per quos velut per gradus quosdam in Sacerdotium tendatur; A. S.» Conc. Trid. Sess. XXIII, De Sacramento Ordinis, can. 2.
[25] «Visibile et externum sacerdotium ab eodem Domino Salvatore nostro institutum esse.... catholicae Ecclesiae traditio semper docuit.» Ibid. Cap. I.
[26] Decretum de Sacrificio Missae, Sess. XXII, cap. I.
[27] Num. del 26 settembre 1896.
[28] Vedi The Rock, num. del 25 settembre 1896.
[29] Il Dott. Ryle, Vescovo Anglicano di Liverpool, già citato nel quad. precedente pag. 685.
[30] Il Vicario di Hexton nell'Echo citato dal Tablet (19 dec. 1896, p. 915).
[31] Lettera al signor Howel del 2 ottobre 1894. Vedi il Tablet, numero del 13 del medesimo mese ed anno, pag. 581.
[32] Non altrimenti dovrà giudicarsi dell'asserzione di coloro, i quali pretendono, che i compilatori dell'Ordinale, abolendo il Sacerdozio e il Sacrificio e rigettando tutti gli antichi riti per introdurne uno nuovo che rispondesse alle loro eresie, vollero solamente richiamare il rito della Ordinazione alla pratica de' tempi apostolici e alla sua primitiva istituzione!
[33] Votum del 25 febb. 1875, pag. 9. Arch. del S. Ufficio.
[34] Num. 372, Decembre 1896. The Sources of the Bull. pp. 793-803.
[35] «The two arguments combined will make an excellent circle. Read apart, they leave us wondering what the Bull does mean.» Ibid. pag. 796.
[36] Si vegga quanto scrivemmo dell'azione del Lacey e dei Puller a Roma, nel quad. 1113, pag. 264. Nel resto a convincersene, basterebbe leggere quello che lo stesso Lacey asserisce, nel suo articolo, delle sue relazioni con alcuni E.mi Cardinali e con due membri della Commissione romana.
[37] Ibid. pag. 799.
[38] Vedi il quad. 1114, pag. 436.
[39] Il signor Lacey avrebbe potuto avere almeno un dubbio sulla verità dell'accusa fatta alla Bolla, consultando l'opera a lui nota del P. Le Quien, Nullité des Ordinations Anglicanes (Paris, Simart, 1725). Ivi (Tom. II, p. 390) si legge il caso di Mgr. Du Moulinet, Vescovo di Seez, il quale, come nel caso da noi riferito, aveva omessa nelle ordinazioni la consegna degli strumenti. La soluzione data, nel 1604, da Papa Clemente VIII si trova espressa nelle lettere del Cardinale Bubalis, Nunzio in Francia: «Sanctitas Sua, scriv'egli, tutiorem partem amplectens, declaravit, reordinationem sub conditione fieri; hos autem Ordines ob non servatam formam in Pontificali Romano praescriptam nullos extitisse.»
[40] Contemp. Rev. pag. 799.
[41] De Synodo Dioecesana lib. VIII, cap. 10. Tom. XI, 1854, pp. 268-272
[42] L'identica soluzione fu ripetuta nel 1796. Vedi Lib. Decret. 146, Arch. della Congr. del Conc.
[43] Alla pagina citata della Contemporary, egli piglia ciò per concesso Such, dic'egli, is the origin of the practice.
[44] Collectio omnium Conclus. et Resolut. Congreg. Concilii etc. Tom. XVI, Roma 1892, pp. 63-68.
[45] Come falsamente asserisce, nel già citato numero della Contemporary (pp. 804-809) un altro scrittore, il quale si nasconde sotto il nome di Catholicus. Sotto questa maschera ci sembra riconoscere quel medesimo E. J. D. che negli ultimi anni si è servito delle pagine del detto periodico per censurare ex professo gli Atti del Pontificato di Leone XIII. I nostri lettori ricorderanno la risposta che facemmo a' suoi articoli sulla «Politica del Papa» e sul «Papa e la Bibbia» ne' quaderni 1019, 1020, 1029.
[46] Il signor Lacey nel suo articolo pag. 803 erra e fortemente s'illude, giudicando altrimenti della condanna pronunziata da Leone XIII contro la validità delle Ordinazioni Anglicane. Nel medesimo errore, fatale a molte anime e ripugnante al testo della Bolla e alle intenzioni del Santo Padre, è caduto, con nostro grande stupore, il periodico irlandese, The Irish Ecclesiastical Record, nel numero testè pervenutoci dello scorso mese di decembre, pag. 1116.

References: in casu
 sentenza 
 sentenza 
 art. 8
 art. 8
 art. 7