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Timestamp: 2018-06-21 21:57:44+00:00

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Sesso per strada: reato di atti osceni
Lo sai che? Sesso per strada: reato di atti osceni
Lo sai che? Pubblicato il 7 ottobre 2015
> Lo sai che? Pubblicato il 7 ottobre 2015
Avere rapporti sessuali con un’altra persona in una pubblica via o comunque aperta al passaggio delle persone integra il reato di atti osceni in luogo pubblico.
È reato consumare un rapporto sessuale per strada o meglio “sulla pubblica via”: si tratta, infatti, di un contesto idoneo ad offendere la sensibilità delle persone che possono passare in quella via. Lo dice la Cassazione in una recente sentenza [1]. Si può evitare la sanzione solo appartandosi in un luogo non facile alla vista del pubblico. La pubblica strada è certamente visibile a tutti, anche se si tratta di via cieca o abbandonata. Si deve invece avere l’accortezza di prendere determinate misure di sicurezza come – secondo alcuni giudici – i giornali apposti sui finestrini o, diversamente, il parcheggio dell’auto in uno sterrato, lontano dal passaggio, sia pure occasionale (come di notte potrebbe essere), della gente.
La pena per chi commette atti osceni in luogo pubblico è della reclusione da tre mesi a due anni. La pena è aumentata da un terzo alla metà se il fatto è commesso nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva pericolo che essi vi assistano.
Nella vicenda di specie, una delle due parti era una squillo, la quale tuttavia è stata scagionata perché accertato il suo stato di “schiavitù” essendo sfruttata nel mercato della prostituzione, con “violenza e costrizione fisica”, da due suoi connazionali. La donna è stata ritenuta innocente per mancanza di volontà a commettere il reato, in quanto costretta con violenza a vendere il proprio corpo; come si può chiedere a una persona in tale stato di debolezza di “usare maggiore cautela, appartandosi coi clienti in un luogo non facile alla vista del pubblico?”
La configurabilità del reato di atti osceni in luogo pubblico, consistiti nella esibizione, da parte di un soggetto di sesso maschile, dei propri organi genitali accompagnata da un inizio di masturbazione, non può essere esclusa per il solo fatto che la suddetta condotta sia stata posta in essere all’interno di locali adibiti a servizi igienici per soli uomini, nei quali si trovava imprevedibilmente presente una donna [2].
Non è reato di atti osceni – per difetto degli estremi dell’osceno – l’esposizione in luogo aperto al pubblico e non interdetto ai minori di età, delle cosiddette “bambole gonfiabili”, manichini in materiale plastico gonfiabile e riproducenti esseri umani di sesso maschile e femminile, aventi i rispettivi organi sessuali e posizionati in modo da rappresentare l’atto sessuale.
È idonea ad integrare il reato di atti osceni la condotta consistita nel masturbarsi all’interno della propria autovettura parcheggiata in una pubblica via, in una zona caratterizzata dalla presenza di una indiscriminata quantità di persone in transito [3].
Orinare sulla pubblica via integra la contravvenzione di atti contrari alla pubblica decenza anche se l’atto non sia stato percepito da alcuno [4].
[1] Cass. sent. n. 40270/15 del 7.10.2015. Cfr. Cass. sent. n. 7769/2013.
[2] Pret. Spoleto, sent. del 21.10.1992.
[3] Trib. La Spezia sent. n. 901/2014. Cass. sent. n. 52492/2014.
[4] Trib. La Spezia sent. n. 356/2014.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 16 luglio – 7 ottobre 2015, n. 40270
1. Con sentenza dei 22 ottobre 2014, la Corte di Appello di Roma ha confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Roma in 16 maggio 2011, che aveva condannato F. F., alla pena di mesi due di reclusione con il beneficio della sospensione condizionale, per il reato di atti osceni in luogo pubblico (art. 527 c.p.), perché, in concorso con M. E., commetteva atti osceni in luogo pubblico, consistiti nel consumare un rapporto sessuale nella pubblica via, alla vista dei passanti, fatti accaduti in Roma, in data 24 settembre 2007, nei pressi di via Acquacetosa Ostiense. I giudici di merito avevano ritenuto che non fosse riconoscibile la richiesta esimente dello stato di necessità sulla base della circostanza che la F., di nazionalità rumena, era stata sfruttata nel mercato della prostituzione con violenza e costrizione fisica, nonostante fosse passata in giudicato una sentenza della Corte di Assise di appello di Roma che la riconosceva vittima dei reato in riduzione in schiavitù a fini di sfruttamento sessuale, posto in essere da alcuni suoi connazionali; i giudici di merito hanno ritenuto che la stessa avrebbe potuto rivolgersi alle forze dell’ordine per sottrarsi a tale costrizione, ed inoltre sussisteva la consapevolezza in capo alla ricorrente di porre in essere la prestazione sessuale richiesta dall’occasionale cliente sulla pubblica via, in un contesto idoneo ad offendere la sensibilità dei passanti.
1. Il ricorso va accolto sia sotto il profilo dei vizio di mancata motivazione della sentenza di appello, che per quanto attiene alla censura di erronea applicazione dell’art. 54 c.p. al caso di specie.
2. Innanzitutto va precisato che, nonostante la lettura congiunta delle sentenze di condanna pronunciate nei due gradi di merito, possibile in forza di un consolidato principio della giurisprudenza di legittimità, l’iter argomentativo posto a base dell’affermazione di responsabilità della F. e, soprattutto, del negato riconoscimento della sussistenza dell’esimente dello stato di necessità, risulta lacunoso e senza esaustiva descrizione delle acquisizioni probatorie, le quali, come si desume dal ricorso, contengono anche l’accertamento della qualità di persona offesa della donna, nel delitto di riduzione in schiavitù e servitù, di prostituzione coatta connesso allo sfruttamento sessuale, posto in essere per tre anni (dalll’agosto 2004, all’agosto 2009); l’insufficienza motivazionale, la genericità e l’apodittica affermazione, contenuta nella sentenza di appello, circa la necessità che la donna, pur nelle condizioni di soggezione in cui versava, usasse maggiore cautela nell’esercizio del meretricio, appartandosi in un luogo non alla facile vista del pubblico, rendono evidente l’apparenza della motivazione e quindi la sostanziale mancanza di motivazione in ordine alle ragioni della condanna e del rigetto dell’atto di appello per mancato riconoscimento della circostanza di cui all’art. 54 c.p.
4. In particolare, questa Corte ha già affermato il principio della configurabilità di tale causa di giustificazione “nei confronti di una donna straniera, ridotta in condizione di schiavitù e costretta a prostituirsi, la quale sia stata indotta a commettere i reati previsti dagli artt. 495 e 496 cod. pen. per il timore che, in caso di disobbedienza, potesse essere esposta a pericolo la vita o l’incolumità fisica dei suoi familiari” (cfr. Sez. 3, n. 19225 del 15/02/2012, Dulaj, Rv. 252620): in tale decisione è stato posto in evidenza che proprio per la condizione di sottoposizione a ripetute violenze in cui le ragazze costrette a prostituirsi si trovavano (tanto da venire minacciate prospettando l’uccisione dei propri familiari), le stesse erano state indotte a mentire sempre sulla indicazione delle proprie generalità, anche ove richieste dalle Forze dell’ordine. 5. Questo Collegio ritiene che, nel caso di cui è processo, verificando la tutela degli interessi in campo nel caso di specie e gli altri requisiti richiesti dalla disposizione di cui all’art. 54 c.p., debba dei pari essere ravvisato la sussistenza dello stato di necessità.
6. Infatti, va affermato il principio che il corretto accertamento della liceità oggettiva del comportamento posto in essere in una situazione riconducibile allo stato di necessità presuppone, innanzitutto, la verifica processuale durante il giudizio di merito che, nel caso concreto, sia stato tutelato un interesse giuridico di natura prevalente rispetto a quello oggetto di tutela mediante la fattispecie incriminatrice violata. Inoltre deve essere del pari accertata l’involontarietà ed inevitabilità del pericolo e la sua attualità al momento del fatto e, di conseguenza, il grado di “compressione” della libertà di autodeterminazione in capo all’autore dei fatto. Infatti se pure non è necessario che risulti realizzata una vera e propria costrizione della volontà, la dottrina ha opportunamente sottolineato come l’alternativa tra “offendere” od “essere offeso” debba essere vissuta “in termini autenticamente personali”.
7. Di fatti, seppur brevemente, è il caso di ricordare che il comportamento criminale di “asservimento” è collegato a ripetute condotte di costrizione mediante violenza e minaccia ed anche al permanere dello sfruttamento; tale abitualità trasforma l’essere umano dallo stato libero e quindi dalla possibilità di autodeterminare con la volontà i propri liberi comportamenti, esercitando le scelta in ordine alla propria esistenza, in un soggetto asservito, ossia utilizzato a fini di profitto, quasi come una “res” o merce, nello sfruttamento, che nel caso di specie, era posto in essere attraverso la prostituzione coatta per lucrare i proventi dell’attività di meretricio (in tal senso, si veda Sez. 5, n. 49594 del 14/10/2014, Enache, Rv. 261345, che ha precisato che “ai fini della configurabilità dello stato di soggezione, rilevante per l’integrazione dei reato di riduzione in schiavitù, è necessario una significativa compromissione della capacità di autodeterminazione della persona offesa, anche indipendentemente da una totale privazione della libertà personale”). Tale definizione rappresenta il contenuto della norma come introdotta con la legge 11 agosto 2003, n. 228, in recepimento sia dei contenuti della normativa europea, che della definizione di trafficking in human beings contenuta nello specifico Protocollo alla Convenzione delle Nazioni Unite contro il Crimine organizzato transnazionale del 2000, ratificata con la legge 16 marzo 2006, n. 146.
8. Non sussiste pertanto alcun contrasto con la diversa affermazione di principio contenuta in alcune sentenze di legittimità circa l’insussistenza della causa di giustificazione laddove emerga che l’imputato si sarebbe potuto sottrarre “dalla
costrizione a violare la legge mediante ricorso all’autorità, cui va chiesta tutela”
(cfr. Sez. 4, n. 15167 dei 9/1/2015, HHyseni e altro, Rv. 263135, fattispecie nella quale, pur provenendo la costrizione a violare la legge da un ispettore di polizia giudiziaria, è stato affermato che l’imputato avrebbe potuto rivolgersi ad altre istituzioni pubbliche aventi compiti di tutela dei cittadino), principio richiamato in poche battute dalla sentenza impugnata e posto a base della decisione di penale responsabilità della ricorrente.
9. Infatti tale principio è valido e da confermare, ma non risulta applicabile alla peculiarità dei caso di specie, laddove gli obiettivi fondamentali sono quelli, ormai conosciuti non soltanto dagli operatori sociali che pongono il focus dei loro interventi sulla vittima di tali tipologie di reato: il superamento dello stato di soggezione della vittima dei reati di tratta e sfruttamento di esseri umani, di solito straniera e costretta allo sfruttamento nel nostro territorio e/o in altri Stati, vittima che si connota per la sua particolare “vulnerabilità”, fino al recupero della capacità di autodeterminazione della stessa, alla presa di distanza dagli sfruttatori, all’allontanamento dagli stessi, nonostante il grave pericolo di vita ed, eventualmente, alla loro denuncia (si vedano i contenuti degli obiettivi di intervento sociale contenuti nell’ art. 18 dei D.lgs n. 286 dei 1998). 10. Affermare in un caso quale quello di specie che per la vittima sarebbe stato facile sottrarsi al pericolo rivolgendosi alle Forze dell’ordine significa banalizzare un fenomeno criminale gravissimo, che lede in maniera significativa e permanente i diritti umani e, soprattutto, equivale a violare i principi in materia di protezione delle vittime per tali reati e in materia di posizione delle vittime nel processo penale contenuti nelle fonti giuridiche internazionali (vanno richiamati sia il Protocollo Nazioni Unite c.d. Trafficking, già citato, che la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani dei 2005, ratificata con la legge 2 luglio 2010, n. 108) e negli strumenti europei comunque vincolanti per il nostro sistema giuridico (si vedano la direttiva 2011/36/UE per la prevenzione e repressione della tratta degli esseri umani e la direttiva 2012/29/UE, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI).

References: sentenza 
 Cass. 
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 art. 18