Source: http://www.esproprionline.it/site/Quesito_Dettaglio.asp?ID=925&IDCat=78
Timestamp: 2018-03-20 09:42:27+00:00

Document:
LUCIA ARRU: « L'Ente concessionario deve realizzare la "manutenzione straordinaria e il riassetto funzionale degli argini di un fiume". Alcuni terreni interessati dalle opere sono catastalmente intestati a Privati ma di fatto sono golena o argine o alveo. Cosa bisogna fare ? Bisogna seguire una regolare procedura espropriativa ed intestare i beni e i diritti al Demanio oppure eseguire i lavori considerando automaticamente i terreni di proprietà demaniale ? »
PL – A dispetto della sua apparente semplicità, la questione posta è molto complessa, a causa di una normativa stratificatasi per oltre un secolo, e mi limito qui a suggerire una breve e rapida riflessione senza alcuna pretesa di completezza. Ai sensi dell’articolo 822 c.c. appartengono allo Stato e fanno parte del demanio cd. necessario (cioè sono necessariamente tali per legge a prescindere da qualunque eventuale diversa intestazione catastale) i “fiumi”, i “torrenti” e le altre acque definite pubbliche dalle leggi in materia. L’articolo 1 del RD 1775/1933 stabiliva che « sono pubbliche tutte le acque sorgenti, fluenti e lacuali, anche se artificialmente estratte dal sottosuolo, sistemate o incrementate, le quali, considerate sia isolatamente per la loro portata o per l'ampiezza del rispettivo bacino imbrifero, sia in relazione al sistema idrografico al quale appartengono, abbiano od acquistino attitudine ad usi di pubblico generale interesse »: dunque il regime di appartenenza veniva sostanzialmente fatto dipendere dalla idoneità a soddisfare il pubblico interesse. Questa disposizione è stata abrogata dal DPR 238/1999, il cui art. 1 dà una definizione estremamente ampia e generale del demanio idrico: « 1. Appartengono allo Stato e fanno parte del demanio pubblico tutte le acque sotterranee e le acque superficiali, anche raccolte in invasi o cisterne. » escludendo dunque dal regime pubblico solo le acque piovane non ancora convogliate in un corso d'acqua o non ancora raccolte in invasi o cisterne. L’articolo 54 del D.Lgs. 152/2006 (Norme in materia ambientale) dà una serie di dettagliate definizioni delle acque, divise in tre generali categorie: meteoriche, sotterranee e superficiali, queste ultime distinte a loro volta in acque interne (correnti o stagnanti), di transizione e costiere; “fiume” viene definito un “corpo idrico interno che scorre prevalentemente in superficie, ma che può essere parzialmente sotterraneo”. La “difesa del suolo” viene definita come il complesso delle attività riferibili alla tutela e salvaguardia del territorio, dei fiumi, dei canali e collettori, degli specchi d’acqua, aventi le finalità di ridurre il rischio idraulico e ottimizzare la gestione del patrimonio idrico, e “l’opera idraulica” come “l'insieme degli elementi che costituiscono il sistema drenante alveato del bacino idrografico”. Pertanto ogni corpo idrico, sia statico (cioè raccolto in invasi o cisterne), che in movimento lungo corsi d’acqua, appartiene allo Stato ai sensi dell’articolo 1 del DPR 238 cit.. Tuttavia il RD 523/1904 lascia a carico dei proprietari i lavori di acque aventi per unico oggetto gli scoli o i bonificamenti e migliorie dei loro terreni (art. 64), e riesce inverosimile pensare che tali modesti fossati e scoli con funzioni strettamente locali appartengano - per il semplice fatto di raccogliere più o meno occasionalmente acque - al demanio dello Stato. Le opere di riassetto e manutenzione dei corsi d’acqua sono opere idrauliche o di difesa del suolo, che, ai sensi dell’articolo 61 comma 1 lettere d), e) h) del D.Lgs 152/2006, spettano per lo più alle Regioni. I comuni, le province, i loro consorzi o associazioni, le comunità montane, i consorzi di bonifica e di irrigazione, i consorzi di bacino imbrifero montano e gli altri enti pubblici e di diritto pubblico con sede nel distretto idrografico partecipano all'esercizio delle funzioni regionali in materia di difesa del suolo nei modi e nelle forme stabilite dalle regioni singolarmente o d'intesa tra loro, nell'ambito delle competenze del sistema delle autonomie locali (art. 62). Le risorse idriche sono poi assoggettate ad una specifica disciplina (DLgs 152/2006 cit.), che ne prevede la gestione per mezzo del servizio idrico integrato costituito dall'insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue, organizzato dagli enti locali attraverso l’Autorità d’Ambito e i soggetti gestori. Ai sensi dell’articolo 143 del DLgs 152 cit. « gli acquedotti, le fognature, gli impianti di depurazione e le altre infrastrutture idriche di proprietà pubblica, fino al punto di consegna e/o misurazione, fanno parte del demanio ai sensi degli articoli 822 e seguenti del codice civile »; dunque tali manufatti, diversamente dai corsi d’acqua e relative pertinenze, appartengono al demanio cd. “accidentale”, cioè sono demaniali non necessariamente, ma solo se di proprietà pubblica: se appartengono alle Regioni per acquisizione a qualsiasi titolo, fanno parte del demanio regionale ai sensi dell'art. 11 L. 281/1970; peraltro ai sensi della stessa disposizione, sono stati trasferiti alle Regioni gli acquedotti regionali, le acque minerali e termali. Il RD 523/1904 (Testo unico delle disposizioni di legge intorno alle opere idrauliche) stabilisce che spetta esclusivamente alla autorità amministrativa provvedere alle opere idrauliche, variamente classificate, di difesa e conservazione delle acque pubbliche e dei ripari ed argini, od altra opera fatta entro gli alvei e contro le sponde. Tuttavia la localizzazione delle opere idrauliche non corrisponde di per sé all’estensione del demanio fluviale, tant’è che l’approvazione dei relativi progetti da parte dell’autorità competente ha valore di dichiarazione di pubblica utilità (art. 14 RD 523), cioè consente per l’appunto di espropriare aree private. L’articolo 58 RD 523 precisa che i privati possono occuparsi direttamente delle opere « per semplice difesa aderente alle sponde dei loro beni, che non alterino in alcun modo il regime dell'alveo ». L’articolo 93 aggiunge che « nessuno può fare opere nell'alveo dei fiumi, torrenti, rivi, scolatoi pubblici e canali di proprietà demaniale, cioè nello spazio compreso fra le sponde fisse dei medesimi, senza il permesso dell'autorità amministrativa. Formano parte degli alvei i rami o canali, o diversivi dei fiumi, torrenti, rivi e scolatoi pubblici, ancorché in alcuni tempi dell'anno rimangono asciutti ». Non è ivi precisato se gli argini debbano intendersi interni o esterni alle sponde, tuttavia il regolamento di esecuzione – RD 2669/1939 – precisa all’articolo 2 che « lungo il ciglio esterno degli argini sono collocati segnali o colonnette di pietra per la delimitazione di confine fra tronco e tronco, nonché i termini indicatori delle distanze. Al piede delle arginature sono collocati i segnali necessari per delimitare le zone di pertinenza idraulica da quelle di proprietà privata ». Dunque dall’articolo 2 da ultimo citato sembrerebbe evincersi che tutto ciò che è compreso tra i cigli esterni degli argini è demaniale. Sennonché in giurisprudenza si registra qualche dubbio in ordine alla proprietà pubblica degli argini, anche se mi sembra prevalga l’orientamento che l’afferma (ad es. secondo Cass. SSUU 12701/1998 le sponde e le rive esterne – che dunque includono verosimilmente gli argini - appartengono ai proprietari dei fondi rivieraschi, mentre secondo Trib. Sup. Acque 127/1999 - in materia di responsabilità per la rovina degli argini – , o secondo Cass. SSUU 8588/1997 in materia di manutenzione, essi sono pubblici), e per quanto riguarda le golene, intese come le zone comprese tra gli argini del fiume, invase dalle acque nei periodi di piena, la giurisprudenza è orientata a ritenere che esse debbono considerarsi demaniali solo se sono suscettibili di essere sommerse da piene ordinarie, e per stabilire « se un terreno è sommergibile dalle piene ordinarie é necessario assumere un periodo di osservazione sufficientemente lungo e verificare che i terreni restino sommersi per un numero di anni talmente prevalente da rappresentare la norma (Sez. Un. 14 dicembre 1981 n. 6591): sicché non è infrequente, nella giurisprudenza di queste sezioni unite (sentenze 6 giugno 1994 n. 5491 e 19 dicembre 1994 n. 10908) e del Tribunale superiore delle acque (sentenza 24 ottobre 1997 n. 69), l'affermazione per cui nell'applicazione della norma deve tenersi conto della regola tecnica per cui l'altezza della piena ordinaria è il livello superato o eguagliato dalle massime altezze annuali verificate nella sezione in 3/4 degli anni di osservazione » (Cass. SSUU 361/1999). Il fatto che le golene (non suscettibili di essere invase da piene ordinarie) possano essere di proprietà privata (e dunque possano richiedere l’esproprio, o, se del caso, ordinanze contingibili ed urgenti per realizzarvi interventi), si desume anche da speciali disposizioni che consentono all’autorità in caso di piene particolari il taglio degli argini di golena a salvaguardia degli argini maestri (art. 101 RD 523/1904, art. 43 del RD 959/1913: si tratta peraltro di disposizioni che sono state anche addotte dai proprietari a sostegno della tesi che le golene sono sempre private: cfr. Cass. SSUU 6839/1986). Va detto che - dato il tenore dell'articolo 93 cit. - i terreni inondabili dalle piene ordinarie vengono anche qualificati come alveo e non golena (in tal senso, es., Cass. SSUU 12271/2004, Cass. sez. II 10607/1991); inoltre l’alveo viene anche inteso nell'uso corrente come il terreno occupato dal fiume in regime di ordinario deflusso, e la golena come l’ulteriore superficie ricompresa tra gli argini soggetta ad essere sommersa durante le piene ordinarie. Ad ogni modo, alveo o golena che dir si voglia, è certamente demaniale la superficie interessata dal letto di magra, dal letto in normale deflusso e dalle piene ordinarie. Una volta stabilito cosa è demaniale e cosa no, ne consegue che per gli interventi manutentivi sul demanio esistente non serve espropriare nessuno, mentre se occorre realizzare ex novo un corso d’acqua pubblica in terreno privato, è necessario espropriare, così come è necessario espropriare, per espressa previsione normativa (art. 60 RD 523), quando si tratta di eseguire rettilineazioni e nuove inalveazioni di fiumi e torrenti, ovvero rettificazioni di rivi e scolatori pubblici, che interessino proprietà private. Rimane naturalmente aperta la complessa questione, che esula dal quesito, di come e quando possa considerarsi avvenuta l’acquisizione al demanio (necessario) di terreni occupati de facto dalle amministrazioni pubbliche per farvi scorrere acque pubbliche. In conclusione, venendo alla Sua domanda, poiché i fiumi e i torrenti sono necessariamente demaniali ai sensi dell’art. 822 cc, e poiché l’alveo, i terreni soggetti a piene ordinarie e – con qualche dubbio - gli argini maestri debbono intendersi parte integrante del fiume, le superfici interessate sono di proprietà pubblica indipendentemente dall’intestazione catastale, e dunque non richiedono alcuna procedura espropriativa per eseguirvi opere idrauliche o interventi manutentivi.
Il progresso della civiltà si misura dalla vittoria del superfluo sul necessario (Alberto Savinio)

References: art. 1
 Cass. 
 Cass. 
 art. 43
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. sez.