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Timestamp: 2019-05-23 07:12:28+00:00

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Assegno di mantenimento, commisurato all'apporto fornito in famiglia | ProntoProfessionista.it
Assegno di mantenimento, commisurato all'apporto fornito in famiglia
Divorzio, la Cassazione riprende il principio del “tenore di vita” goduto in costanza di matrimonio
In tema di assegno divorzile, negli ultimi due anni la giurisprudenza si espressa più volte modificando e riprendendo in parte il granitico orientamento formulato dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza 11490/90 sulla base della Legge sul Divorzio n. 898/1970.
Con la recente sentenza n. 3869/2019, gli ermellini si sono espressi nuovamente sull’assegno divorzile e sul criterio del “tenore di vita” affermando il principio tale per cui l’ammontare dell’assegno divorzile deve consentire all’ex coniuge richiedente di ottenere, non l’autosufficienza economica, ma il riconoscimento reddituale adeguato in riferimento al contributo fornito alla vita familiare durante il matrimonio, considerando anche le prospettive lavorative a cui si è dovuto rinunciare in nome della realizzazione della famiglia stessa.
Cosa prevede la Legge sul Divorzio
E ciò sulla base dell’art. 5, comma 6 della Legge 898/70 che recita: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.
Per comprendere la portata della nuova sentenza, è necessario fare un passo indietro e fare un breve excursus sulla giurisprudenza in merito.
Assegno divorzile: orientamento tradizionale della Corte di Cassazione
L’originario orientamento dei giudici di Piazza Cavour, con la sentenza 11490/90, interpretava l’assegno divorzile come un sostegno periodico di natura assistenziale per far fronte all’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge (comprensivi di redditi, patrimonio immobiliare e mobiliare, ecc.) atti a “conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza cioè che sia necessario uno stato di bisogno, e rilevando invece l’apprezzabile deterioramento, in pendenza di divorzio, delle precedenti condizioni economiche, le quali devono essere tendenzialmente ripristinate, per ristabilire un certo equilibrio”.
Assegno divorzile: il successivo orientamento della Corte di Cassazione
A modificare radicalmente tale orientamento è stata la recente sentenza della Corte di Cassazione 11504/17 che ha fatto da spartiacque con il passato. Prendendo le mosse sempre dal citato comma 6, art. 5 della Legge sul divorzio, i giudici hanno affermato che l’assegno non vada riconosciuto all’ex coniuge indipendente economicamente. Il principio del “tenore di vita” fino a quel momento adottato era stato superato dal criterio “dell’auto-responsabilità dell’ex coniuge”, ovvero della sua indipendenza o della sua autosufficienza economica.
Ciò, poiché la norma presa in esame “dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.
Assegno divorzile: il nuovo orientamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione
Tali contrasti hanno richiesto un nuovo intervento della Cassazione a Sezioni Unite che, con la sentenza n. 18287 del 2018, ha affermato come l’assegno di divorzio abbia, sì, natura assistenziale, ma anche compensativa e perequativa. In altre parole, l’assegno non si deve basare solo sulla sua natura assistenziale (sancita anche dall’art. 2 della Costituzione che riconosce i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale), ma anche su quella compensativa (per l’apporto fornito dall’ex coniuge richiedente alla realizzazione della vita familiare) e perequativa (per eliminare disuguaglianze reddituali dovute anche eventualmente alla rinuncia di prospettive lavorative in nome della gestione familiare).
Ed è sulla linea di tale ultimo orientamento che si inserisce la recente sentenza degli ermellini n. 3869/2019.
Il caso è quello di una donna che si è vista riconoscere dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere un assegno mensile divorzile di 3 mila euro mensili, ma anche la revoca dell’assegnazione della casa familiare e la mancata restituzione dei beni mobili di sua proprietà.
Avverso tale sentenza, l’ex moglie proponeva ricorso alla Corte di Appello di Napoli, richiedendo un innalzamento dell’assegno a 10 mila euro mensili a fronte del tenore di vita, agiato, goduto in costanza di matrimonio e tenuto conto del cospicuo patrimonio immobiliare e immobiliare di proprietà dell’ex marito. I giudici di secondo grado, però, rigettavano l’appello affermando che, pur avendo l’assegno divorzile natura assistenziale, il diritto a percepirlo spetta al richiedente solo se prova di non potersi procurare redditi propri, mentre la donna percepiva regolare pensione.
Avverso tale sentenza, però, la donna proponeva ricorso in Cassazione che ha accolto la sua richiesta d’innalzamento dell’ammontare dell’assegno divorzile proprio sulla stregua dell’indirizzo tracciato dalla sentenza n. 18287 del 2018 sulle funzioni assistenziali, compensative e perequative dell’assegno di mantenimento, tenuto conto del suo contributo apportato durante il matrimonio e del suo eventuale sacrificio sopportato per la rinuncia a un’eventuale carriera lavorativa.
Il mio studio si offre disponibile per ulteriori informazioni in merito ed è disponibile a fornire consulenza legale in caso di necessità.
Articolo del: 13 mar 2019
di Avv. Marco Magherini
Avvocato Marco Magherini
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