Source: http://leg15.camera.it/resoconti/dettaglio_resoconto.asp?idSeduta=0023&resoconto=stenografico&indice=alfabetico&tit=00020&fase=
Timestamp: 2020-04-09 15:14:11+00:00

Document:
Svolgimento di interpellanze urgenti (ore 10,08).
(Presunto pedinamento di un giornalista compiuto dai servizi segreti militari - n. 2-00048)
PRESIDENTE. L'onorevole Zaccaria ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00048 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 1).
ROBERTO ZACCARIA. Signor Presidente, insieme ad altri cinquantacinque colleghi (due di loro, De Zulueta e Gambescia, sono qui presenti) abbiamo presentato l'interpellanza urgente in esame.
Tale atto di sindacato ispettivo prende le mosse da notizie riportate il 5 luglio dalla stampa quotidiana secondo le quali, nell'ambito dell'inchiesta della procura di Milano sul rapimento dell'imam egiziano Abu Omar, che ha condotto all'arresto di due esponenti del SISMI, Marco Mancini e il generale Gustavo Pignero, due giornalisti del quotidiano la Repubblica, Giuseppe D'Avanzo e Bonini, sarebbero stati oggetto - e ciò è stato riportato con particolare evidenza - di una serie di pedinamenti e di intercettazioni. Tali pedinamenti ed intercettazioni sarebbero tanto più gravi perché compiuti in violazione dei doveri inerenti la qualità di pubblici ufficiali.
Come sempre accade in questi casi, gli approfondimenti giornalistici anziché «spegnere» tali notizie hanno rivelato, anche sulla base di quello che poteva emergere dal procedere delle indagini giudiziarie, profili via via sempre più inquietanti. Noi abbiamo interpellato il Presidente del Consiglio dei ministri e il ministro della difesa, una serie di esponenti del Governo che potessero darci la misura, la dimensione di questo tipo di attività che apparivano fin dall'inizio estremamente preoccupanti. Il fatto che diversi parlamentari-giornalistiPag. 2abbiano sottoscritto questa interpellanza urgente sta ad indicare quanto, insieme ad altri profili, l'ipotesi prospettata metta a rischio la libertà di stampa.
Noi ci siamo resi conto, proprio seguendo il dibattito che su tale vicenda si andava sviluppando sugli organi di stampa, occupando le prime pagine dei quotidiani (salvo che negli ultimi giorni in cui esso, per ovvie ragioni collegate a vicende contingenti più forti, cioè quelle del calcio, è stato relegato nelle pagine più interne), che gli approfondimenti giornalistici stanno ponendo in evidenza, come detto, aspetti della vicenda sempre più inquietanti.
Perché diciamo questo e perché abbiamo interpellato più di un soggetto in seno al Governo? Perché intorno alla libertà di stampa sussistono, a nostro avviso, profili molto diversi tra loro.
Eugenio Scalfari ha scritto su la Repubblica un articolo nel quale ha messo in luce come in questa vicenda vi siano non solo giornalisti vittime di attività illecite o illegali, ma giornalisti in qualche modo coinvolti nelle attività stesse per effetto delle retribuzioni che ricevevano dai Servizi - chiamiamoli così - deviati (non c'è un altro modo per descrivere sinteticamente queste attività) e, poi, una serie di giornalisti più o meno ignari, che si trovavano ad essere vittime o in qualche modo partecipi di un sistema. Tale sistema aveva, l'abbiamo poi appurato successivamente, lo scopo non solo di perseguire il terrorismo, ma anche di deviare le informazioni relative al fenomeno terroristico, in uno strano balletto nel quale diventava o diventa difficile capire, per coloro che non vogliono seguire approfonditamente questo argomento, dove inizi un percorso di liceità e dove si passi poi nella dimensione dell'illecito.
Il fatto che un giornalista che svolge inchieste di un certo tipo sia oggetto di pedinamenti e di intercettazioni, che si formino, come abbiamo appreso, dei dossier su questi soggetti, come può tranquillizzare non solo i giornalisti ma gli stessi cittadini? Come si può pensare che la libertà di stampa non sia attaccata in questo modo? Che fine fanno questi dossier una volta ritenuti illegittimi o illegali? Vengono mantenuti da qualche parte, vengono ripristinati, spolverati o resi più attuali in successivi momenti? Anche l'Autorità garante per la protezione dei dati personali è intervenuta su questo argomento, ma il problema di fondo, signor rappresentante del Governo, è accertare come queste cose possano essere accadute, chi in qualche modo abbia compiuto i fatti - questo cominciamo a vederlo ed è la magistratura, come al solito, che ce lo dice -, chi non abbia vigilato laddove questa attività doveva essere svolta, chi possa darci dei chiarimenti, anche con riferimento ai rapporti che si intrattenevano perché, in questo caso, rischiamo sostanzialmente di capovolgere la realtà. Alcuni di questi giornalisti, che figurano a libro paga dei Servizi segreti deviati, poi ritengono che questa sia un'attività perfettamente lecita. L'ordine dei giornalisti latita o, comunque, non interviene come sarebbe lecito pensare in casi di questo genere e, naturalmente, si rischia ancora di avere una grande «panna montata», nella quale diventa tutto sostanzialmente lecito e, quindi, pericoloso non esprimere dei giudizi.
Naturalmente, il profilo che ho sottolineato in modo particolare riguarda l'intreccio tra attività deviata dei Servizi segreti ed attività giornalistica. Ci sono in ballo altri soggetti che non sono in quest'aula e che non possono dare delle risposte alle mie domande in questo luogo, ma il Governo deve certamente chiarirci fino a che punto questa deviazione si è potuta sviluppare, quali sono le responsabilità non accertate dalla magistratura - ma che, comunque, risultano evidenti in una vicenda di questo tipo - e, soprattutto, ci interessa capire quali siano i rimedi. Infatti, di fronte ad una vicenda di questa portata (lo ribadisco per l'ultima volta: ogni giorno che passa la dimensione dell'icesberg sembra maggiore), non possiamo essere soddisfatti che ci si dica - a prescindere dal fatto che riguardi questa amministrazione o quella precedente ePag. 3soggetti che in qualche modo possono aver agito con relativa autonomia - che i cittadini possono stare tranquilli, che la libertà, in questo caso la libertà che la Costituzione fa oggetto della più energica tutela, può essere esercitata in maniera appropriata.
Poi da questo trarremo le conseguenze anche di ordine legislativo, perché naturalmente, quando si parla di ordine dei giornalisti, si tratta di elaborare delle proposte di legge che tendano a riformare questi organismi, perché se essi non garantiscono in questi casi elementari non so allora in cosa possano garantire: su aspetti che evidentemente finiscono con l'essere puramente corporativi. Questo dunque per quanto riguarda l'illustrazione di questa interpellanza, mentre la replica sarà affidata alla collega De Zulueta, cofirmataria dell'interpellanza medesima, la quale ha anche un'esperienza internazionale in questo campo.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la difesa, Giovanni Lorenzo Forcieri, ha facoltà di rispondere.
GIOVANNI LORENZO FORCIERI, Sottosegretario di Stato per la difesa. Intendo ringraziare l'onorevole Zaccaria e gli altri colleghi che hanno sottoscritto l'interpellanza urgente in oggetto, perché attraverso di essa consentono al Governo questa mattina di fornire alcune informazioni, anche più ampie rispetto al tema specifico trattato, che riguardano questa vicenda che coinvolge i nostri apparati di sicurezza, così come da diversi giorni leggiamo sui quotidiani. L'onorevole Zaccaria e i suoi colleghi mi consentiranno quindi di affrontare il ragionamento da un punto di vista più ampio rispetto alla specifica questione posta, senza naturalmente eluderla, ma rispondendo poi nel merito anche ad essa.
Sono ormai alcuni anni che l'Italia, insieme alle altre democrazie, è chiamata a fronteggiare la nuova minaccia terroristica portata alla sicurezza interna ed internazionale. Si tratta di una minaccia ben diversa da quella che avevamo conosciuto negli anni Settanta e Ottanta e connotata da una gravità ancora maggiore, perché diretta a colpire le fasce più inermi e indifese della popolazione, dagli impiegati delle Twin Towers ai pendolari di Londra e Madrid, dai giovani di Istanbul alla povera gente di Baghdad, e così si potrebbe continuare, con una violenza che travolge e sembra abbattere ogni regola di civile convivenza.
A fronte di questi pericoli, non sono mancate voci che hanno invocato una risposta dello stesso livello, pensando che le normali garanzie dello Stato democratico non possano e non debbano trovare applicazione in questa lotta e che contro il terrorismo non ci siano in definitiva regole che tengano. Per noi non è così. Il nostro Stato di diritto non può abdicare a se stesso e scadere allo stesso livello dei terroristi. La superiorità dello Stato di diritto rispetto ai terroristi sarebbe compromessa ove si scendesse sul loro stesso terreno. Non vi è stata e non vi è altra scelta che quella convinta di combattere il terrorismo con gli strumenti dello Stato di diritto, nella consapevolezza che una scelta di segno diverso implicherebbe di dover abdicare alla stessa essenza della democrazia. Così facendo, i terroristi verrebbero legittimati e trarrebbero un chiaro successo dalla modifica del nostro atteggiamento o del nostro stile di vita, qualora sopprimessimo o limitassimo le nostra libertà.
In questo rimane di esempio la vittoria sul terrorismo interno. La nostra democrazia è stata infatti capace di opporsi con successo all'eversione, tenendo fede al principio di legalità, che sta alla base della nostra convivenza civile e che, come i fatti hanno ampiamente dimostrato, sostanzia la vera forza di uno Stato. Il terrorismo endogeno è stato affrontato, combattuto e vinto attraverso la coesione delle forze democratiche e la saldezza delle istituzioni, mediante l'applicazione delle leggi esistenti e, quando si è reso necessario, attraverso l'adozione di strumenti normativi caratterizzati dall'emergenza in atto, però mai in contrasto con la Costituzione,Pag. 4che hanno resa più incisiva l'attività degli apparati di sicurezza e della stessa magistratura.
È una linea che non può essere modificata neanche quando la minaccia terroristica assume dimensioni globali o di particolare intensità. Quindi, anche di fronte al terrorismo di marca islamista e fondamentalista è necessario percorrere strade di legalità, interna ed internazionale.
È solo nella cornice dei principi generali che informano il nostro ordinamento che è possibile prevedere ogni iniziativa per rafforzare l'efficacia delle politiche antiterrorismo e delle strutture preposte ad operare sul campo. Ribadisco: solo nella cornice dei principi generali che informano il nostro ordinamento.
Infatti, il paese, allorquando ne è stata ravvisata la necessità, non ha rinunciato ad adeguare gli strumenti per combattere tale minaccia, con provvedimenti che si sono sempre mossi nel rispetto dei principi della nostra Costituzione democratica e repubblicana.
Lo scenario che le notizie apparse con grande risalto sui media, negli ultimi giorni, in relazione ai recentissimi sviluppi dell'indagine condotta dalla procura della Repubblica di Milano sul sequestro del cittadino egiziano Nasr Osama Mustafa Hassan, meglio noto come Abu Omar, sembrano configurare prospetterebbe una logica di lotta al terrorismo condotta in violazione alle regole dello Stato di diritto.
Tale logica, in realtà, non è mai stata né accettata né praticata dal Governo del nostro paese, il quale, nel contrasto al terrorismo, non ha mai abdicato al rispetto della legalità posta dallo Stato di diritto e non ha mai ceduto alla tentazione di procedere con metodi cosiddetti «non convenzionali».
Ciò vale anche per il SISMI, che non solo si è dichiarato assolutamente estraneo al sequestro di Abu Omar, ma ha sempre e categoricamente respinto l'accesso a prospettive «non ortodosse», come già riferito dal direttore di quel Servizio sia al Copaco nella precedente legislatura, sia al Parlamento europeo il 6 marzo ultimo scorso.
Nell'intimo convincimento che lo Stato di diritto possa costituire l'unica cornice in grado di consentire al paese ed alla democrazia di prevalere sulla barbarie del terrorismo, intendo qui esprimere la fiducia del Governo nell'operato della magistratura che conduce l'indagine sul caso Abu Omar, nonché assicurare al Parlamento che lo stesso Governo non farà mancare agli organi inquirenti la piena collaborazione per l'accertamento della verità dei fatti oggetto dell'indagine medesima.
Vorrei ricordare, inoltre, che la vicenda di Abu Omar e l'intenso dibattito, anche internazionale, che ne è conseguito, sotto il profilo sia del caso specifico sia della tematica generale, ha del resto richiamato anche in Italia l'attenzione del precedente Parlamento. Analogamente, riteniamo doveroso esprimere la fiducia negli apparati di informazione e sicurezza.
Il precedente Parlamento, infatti, è stato interessato dell'episodio in oggetto con diversi atti di sindacato ispettivo, tutti volti a chiarire se il Governo italiano pro tempore fosse stato informato del fatto, preventivamente o successivamente, ovvero avesse ricevuto informazioni circa altre analoghe situazioni riferite a cittadini islamici presenti sul territorio italiano.
Ricordo che l'Esecutivo precedente ha più volte risposto in termini ufficiali, escludendo categoricamente che alcuna operazione in qualsiasi modo riconducibile al quadro delineato dai media, con particolare riferimento al sequestro avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003, fosse mai stata portata a conoscenza del Governo della Repubblica italiana e, per esso, delle istituzioni.
In quelle sedi è stato inoltre ribadito, con incisività, che il Governo e le istituzioni nazionali non avevano mai, in nessun modo, avallato operazioni di sequestro di persona in territorio italiano, escludendo altresì che vi potesse essere stato un coinvolgimento, a qualsiasi titolo, di apparati di intelligence italiani.
Ulteriori smentite - anche a seguito della pubblicazione di un articolo di stampa che riprendeva alcune presuntePag. 5dichiarazioni di un ex agente della CIA, nonché in relazione a molteplici interventi di quotidiani - venivano fornite dalla Presidenza del Consiglio dei ministri per escludere l'avvenuta ricezione di qualsivoglia notizia, relativa al sequestro, preventivamente partecipata dalle autorità statunitensi al Governo italiano, al consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio, al SISMI ed agli apparati di informazione e sicurezza in generale.
In particolare, poi, il SISMI, a suo tempo attivato dal Governo, ha da subito escluso di avere avuto preventiva cognizione dei fatti riportati dai media americani circa le attività statunitensi relative al trasporto di prigionieri islamici, presunti terroristi, in paesi terzi ove è possibile eseguire interrogatori anche sotto tortura.
Dalle risultanze in possesso del SISMI emerge che, pochi giorni dopo la scomparsa del cittadino egiziano, il servizio ha ottenuto notizia di tale evento da un autorevole esponente della comunità musulmana, informandone tempestivamente gli organi investigativi e le autorità competenti e fornendo contestualmente ogni elemento riferito, nonché invitando il medesimo esponente musulmano a far produrre dalla famiglia la necessaria denunzia del fatto alla polizia italiana.
Notizie giornalistiche (articolo del giornale arabo Al Haiat del 26 febbraio 2003) informavano, poi, della denuncia presentata dalla moglie di Abu Omar circa la scomparsa del marito, verificatasi mentre si dirigeva alla moschea milanese di viale Jenner, e della sua successiva deportazione in Egitto perché ritenuto coinvolto in azioni terroristiche.
I richiamati elementi sono quanto in possesso del SISMI, che si è astenuto da ulteriore ed autonoma attività in presenza di accertamenti coperti dal segreto dell'indagine penale da parte della procura della Repubblica Milano.
Ed è proprio in questa prospettiva che il servizio, con riferimento alla scomparsa di Abu Omar, venuto comunque a conoscenza di elementi che nel novero delle ipotesi possibili configuravano anche un sequestro di persona, ha immediatamente proceduto - come ribadito - a riferirli ai competenti organi.
Nell'ambito del procedimento penale successivamente instaurato dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Milano, risulta che il SISMI abbia poi corrisposto alle richieste dell'autorità giudiziaria procedente con il consueto rigore e la necessaria trasparenza e tempestività, nello spirito di una costante e piena collaborazione, fornendo tutti gli elementi utili, per quanto disponibili.
A fronte di tali, reiterate rassicurazioni - intese a prospettare condivisibilmente ogni possibile distacco e sentito rifiuto di pratiche inaccessibili -, il Governo non può esimersi dal considerare come, a far data dal 5 luglio ultimo scorso, si siano registrati importanti sviluppi nelle indagini della procura di Milano, che parrebbero in contrasto con le prese di posizione più volte ripetute.
La procura della Repubblica di Milano ha ritenuto infatti di poter ipotizzare diversi reati a carico di alcuni funzionari del servizio.
Gli sviluppi dell'indagine hanno trovato vasta eco nei media, che hanno posto alcuni interrogativi ed esternato preoccupazioni. Interrogativi e preoccupazioni che, comprensibilmente, si ritrovano in parte nell'interpellanza a firma dell'onorevole Zaccaria e di altri deputati cofirmatari, cui oggi il Governo risponde.
Ad alcuni di questi interrogativi è sin da oggi possibile dare una risposta. In questo senso, intendo assicurare che, allo stato delle conoscenze, non si ha alcuna conferma né vi sono indicatori che avvalorino l'ipotesi di intercettazioni illegali e di pedinamenti verso giornalisti da parte dei servizi segreti militari.
Il SISMI, infatti, ha fatto conoscere di non avere eseguito alcuna attività di intercettazione né pedinamenti ai danni di giornalisti, né di avere mai consentito ad alcuna attività di questa natura e tipo.
Ogni attività di intercettazione viene espletata dal servizio secondo le procedure previste dalla legge - e, più nello specifico, dall'articolo 4 del decreto-legge n. 144 delPag. 62005 - ed è opportunamente documentata e motivata, dunque esibibile. Aggiungo che, per lo svolgimento di queste attività di «intercettazione preventiva», il servizio ha adottato un complesso di misure di sicurezza dirette a garantire non solo, come ovvio, le esigenze di riservatezza, ma anche la privacy dei cittadini.
Il SISMI svolge ordinaria attività Osint (Open sources intelligence ovvero ricerca a fonti aperte), espletando le dovute ricerche su tutte le tipologie di fonti aperte, essendo notoriamente gran parte delle informazioni - in particolare, quelle riguardanti il terrorismo internazionale - tramitate per mezzo dei media e, in particolare, di Internet. Per tale ragione, la ricerca Osint, ovvero a fonti aperte, è stata ampiamente potenziata, oltre che nelle strutture interne (similmente ad agenzie di paesi stranieri), facendo ampio riferimento anche al mondo esterno al servizio, dove sono presenti know how specifici, come l'università e la ricerca, think tanks, centri studi, e via dicendo.
Questi ambiti svolgono pura attività Osint e forniscono informazioni che costituiscono solo una parte del patrimonio informativo del SISMI. Esse vengono attentamente sottoposte al vaglio «intelligence» ed integrate, confrontate e verificate con quelle provenienti da altre fonti, proprio al fine di evitare la selezione di notizie prive di credibilità e fondamento.
L'attività dell'ufficio di via Nazionale è da inquadrarsi in tale dinamica funzionale ed il Servizio esclude categoricamente che abbia svolto attività di intercettazione, innanzitutto per la sua stessa natura, nonché per quanto già riportato in precedenza. Esso può aver ricercato informazioni sfruttando i normali contatti di relazione con persone utili, fonti, persone d'ambiente; il rispetto dei confini esistenti tra i diversi ambiti è certo, in quanto garantito, oltre che dalle premesse sopra indicate, dalla natura e dalla qualità delle informazioni: di norma, da fonti aperte o da persone che tali fonti alimentano, ovvero capaci di interagire con queste ultime.
In conclusione, rispetto alla domanda specifica che è stata rivolta nell'interpellanza dall'onorevole Zaccaria e dagli altri cofirmatari, sulla base di quanto riferito dal servizio informazioni militari, si ribadisce l'infondatezza della notizia riportata nell'interpellanza stessa.
Un altro interrogativo che in questi giorni si è frequentemente affacciato sulla vicenda Abu Omar è come sia possibile che il Governo e gli apparati di sicurezza, in particolare il SISMI, potessero non sapere. Su questo punto, ritengo doveroso ricordare come la legalità propria dello Stato di diritto non consenta lo svolgimento di controlli generalizzati suscettibili di invadere la sfera delle libertà individuali, se non allorquando ricorrano precisi presupposti. Ciò vale, innanzitutto, per gli organismi di informazione e sicurezza, i quali sono chiamati ad agire nell'ambito dei limiti delle specifiche competenze.
In questo senso, è forse opportuno richiamare che, in base alla legge n. 801 del 1977, il SISMI svolge compiti informativi e di sicurezza per la difesa, sul piano militare, dell'indipendenza e dell'integrità dello Stato da ogni pericolo, minaccia o aggressione. Il SISMI svolge, altresì, ai suddetti fini, compiti di controspionaggio. Altre disposizioni, inoltre, chiamano in causa il servizio per l'attività informativa e di sicurezza da ogni pericolo o forma di eversione dei gruppi criminali organizzati transnazionali.
Da questa sintetica esposizione dei compiti istituzionali del SISMI, appare evidente che l'attività di contrasto del Servizio alle azioni poste in essere da agenzie estere in territorio nazionale opera prevalentemente in direzione delle condotte che rappresentano una più diretta e immediata minaccia per la sicurezza nazionale, cioè di quelle condotte che si prefiggono l'acquisizione di informazioni e dati di rilevanza strategica, nonché l'esercizio, quando possibile, ad esempio di influenza occulta nei settori più rilevanti della politica, dell'economia, della difesa e delle tecnologie nazionali.
In questa sede, assunte le necessarie informazioni, il Governo, allo stato, nonPag. 7può che riaffermare l'estraneità del SISMI rispetto alla vicenda riferita al rapimento di Abu Omar.
Da ultimo, si desidera sottolineare come specifici approfondimenti di questa vicenda siano stati svolti anche dal Comitato parlamentare di controllo sui servizi di informazione e sicurezza, di cui all'articolo 11 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, a seguito dell'audizione del sottosegretario di Stato con delega al coordinamento dei servizi di intelligence, del segretario generale del CESIS, dei direttori del SISMI e del SISDE.
Il Comitato ha così preso atto, formalizzando tale posizione in un proprio documento approvato nella seduta del 28 settembre 2005, dell'assoluta coincidenza delle dichiarazioni rilasciate in proposito dal Governo e dai rappresentanti degli organi di informazione e di sicurezza nazionali, i quali «hanno fermamente ed inequivocabilmente escluso ogni coinvolgimento, diretto o indiretto, con apparati di intelligence stranieri e alcuna informativa in merito a loro operazioni finalizzate al rapimento di Abu Omar».
Si può, pertanto, affermare che, sul piano delle verifiche ufficiali ed istituzionali fin qui svolte, nessun coinvolgimento e/o complicità nella vicenda in esame emerga da parte dell'Italia e delle sue istituzioni.
Il SISMI, dal canto suo, ora torna a ribadire di non aver avuto neppure indiretta cognizione del fatto prima della sua consumazione e che, anzi, come già accennato, ha immediatamente attivato, in modo formale, appena acquisite le prime notizie circa la possibile scomparsa di Abu Omar, le Forze di polizia italiane e gli organismi di intelligence dei principali paesi stranieri.
Quanto riferito può apparire contraddetto dalle prime risultanze dell'inchiesta condotta dalla procura di Milano.
In questo momento - considerata l'assoluta sensibilità del momento investigativo in pieno sviluppo -, il Governo ritiene doveroso astenersi da valutazioni specifiche, nel convincimento che, da un lato, l'azione della magistratura non mancherà di far luce su eventuali quanto deprecabili responsabilità individuali, dall'altro, che a tal fine occorra offrire ogni assistenza a tale inchiesta, anche e soprattutto attraverso l'azione attenta e responsabile del Governo, che non mancherà di assecondare la collaborazione già da tempo in atto tra l'istituzione interessata e la procura milanese.
In questo momento, peraltro, appare quanto mai tempestiva e preziosa la ricostituzione del Comitato parlamentare di controllo sugli organismi di informazione e sicurezza. Ciò in quanto tale Comitato costituisce la sede propria, in quanto assistita da norme che consentono l'accesso ad informazioni riservate, per approfondire in termini ancora più circostanziati l'intera vicenda, in merito alla quale - allo stato delle conoscenze - questo Governo non ravvede motivi per revocare in dubbio la fiducia accordata e confermata all'istituzione SISMI e a tutti coloro che in essa abbiano correttamente operato.
PRESIDENTE. L'onorevole De Zulueta, cofirmataria dell'interpellanza, ha facoltà di replicare.
TANA DE ZULUETA. Signor Presidente, non me ne voglia il rappresentante del Governo: non solo non mi ritengo soddisfatta per la sua risposta, ma sono anche preoccupata. Vi è un disparità troppo grande tra le notizie riportate non solo da un organo di stampa, ossia la Repubblica, il quotidiano del giornalista che si ritiene vittima di questa vicenda, ma da molti altri autorevoli giornali. Vi è anche una grave difformità della risposta del Governo rispetto ai risultati fin qui acquisiti e conosciuti dalla procura di Milano per quanto riguarda la vicenda del sequestro di Abu Omar.
Su questa vicenda si sono già espressi due organismi internazionali. L'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa è stata la prima sede istituzionale che si è mossa a livello trasnazionale per accertare le prove della fondatezza di una pratica deprecabile, ossia quella dei sequestri extragiudiziari e di una collaborazione apPag. 8parente di vari Governi europei in ordine a tale pratica illegale. Il relatore dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa Dick Marty, insieme al segretario generale del Consiglio d'Europa, ha rivolto al precedente Governo italiano alcune domande alle quali il Governo ha risposto tardivamente ed in modo reticente.
Anche alla luce della risoluzione approvata dal Parlamento europeo, non credo che la risposta data oggi dal Governo sia soddisfacente. Sono felice che quest'ultimo almeno riconosca la gravità della questione che abbiamo posto ed abbia tentato nella sua risposta di andare oltre i fatti specifici sui quali lo abbiamo interpellato, per aggiornarci sulle sue convinzioni per quanto riguarda le circostanze e gli eventi nei quali si inserisce l'episodio che ci preoccupa. Mi riferisco alla vicenda che ha coinvolto la professione dei giornalisti e le attività di informazione, e soprattutto - come ha detto il collega Zaccaria - alla possibilità che il diritto ad un'informazione davvero plurale sia tutelato.
Il giornale la Repubblica ha chiesto sia al Parlamento sia al Governo di attivarsi in modo preciso per garantire il diritto del servizio dell'informazione, il diritto del lavoro del giornalista. Il Governo oggi ha risposto dicendo che il problema non esiste in quanto la notizia è infondata. Credo, alla luce del poco che sappiamo dagli organi di stampa, che ci vorrebbe una risposta un po' più documentata.
Il materiale sequestrato a via Nazionale dalla Digos, se non sbaglio, su ordine della procura di Milano, dov'è in questo momento? Sotto sequestro giudiziario e, pertanto, al di là della vostra giurisdizione come Governo? È molto importante perché vi è un'ipotesi, smentita categoricamente dal Governo, che mi preoccupa. L'ipotesi è che in quell'ufficio si svolgesse un lavoro eversivo con riguardo allo Stato di diritto e, soprattutto, alla possibilità di svolgere correttamente il mestiere di giornalista. Il collega Zaccaria ha parlato non solo di giornalisti vittime, ma anche di giornalisti che hanno tradito i principi, almeno uno, che nemmeno nega di aver tradito i principi deontologici di questa professione, ma dice di averlo fatto nell'interesse di suoi valori supremi che trascendono l'esercizio corretto del lavoro di giornalista.
Tale episodio interroga non solo gli organi di tutela - cioè l'Ordine dei giornalisti, che a questo punto è chiamato a giustificare quasi la sua esistenza, perché un ordine che non sa rispondere tempestivamente ad un episodio di questa gravità dovrebbe essere messo sotto esame dai suoi appartenenti -, ma anche il Governo: per questo ritengo che la risposta non sia soddisfacente. Si tratta dell'episodio - di cui il rappresentante del Governo non ha parlato - di un giornalista che è stato pagato dai servizi di informazione, in cui il Governo ha un'assoluta e non incrinabile fiducia, per andare a carpire notizie ed a deviare un'inchiesta in corso. Altro che aiuto al lavoro della magistratura!
In questo caso vi sono due colpe. Innanzitutto, quella del giornalista che ha tradito la sua professione perché è andato lì, sotto mentite spoglie, chiedendo ai magistrati la disponibilità che essi devono garantire nel nome supremo del diritto all'informazione dei cittadini (invece, quello non informava i cittadini, ma qualcuno che lo ha pagato). E poi c'è proprio quel qualcuno che lo ha pagato. Si è detto che si tratta di responsabilità individuali, ma ritengo che un servizio segreto nel quale vi siano comportamenti così deviati debba interrogare se stesso, ed il Governo debba interrogare quel servizio. Non è sufficiente la risposta della responsabilità individuale.
Il rappresentante del Governo dice che l'ufficio di via Nazionale gestiva fonti aperte, cioè navigava su Internet, leggeva i giornali. No, faceva altre cose che sono troppo gravi per essere accantonate come possibili deviazioni individuali. Un servizio segreto che al suo interno abbia consentito comportamenti così difformi o è connivente, o è incapace: di questo non state dando una risposta adeguata al paese ed al Parlamento.
Non me la sento, dopo la sua risposta, di rivolgermi ai giornalisti del la Repubblica,Pag. 9in primo luogo al loro direttore Ezio Mauro, che ha interpellato noi e voi, chiedendo tutela, trasparenza e verità. Non abbiamo ancora la sensazione che a queste domande sia stata data una risposta adeguata.
(Iniziative per garantire il fabbisogno idrico delle isole minori della Sicilia - n. 2-00042)
PRESIDENTE. Il deputato Cicu ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00042 (Vedi l'allegato A - Interpellanza urgenti sezione 2).
SALVATORE CICU. Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, questa interpellanza ha per oggetto un bene primario: l'acqua. Parlo della possibilità che un territorio intero, in maniera particolare l'arcipelago delle isole Eolie, possa avere, così come è avvenuto continuamente negli anni, il diritto ad un bene essenziale.
Siamo veramente a disagio, c'è una situazione gravissima di cui questo Governo ancora non vuole prendere atto; o meglio, ne prende atto, ma con risposte fortemente negative, che lasciano perplessi soprattutto in vista della stagione turistica. Queste isole, in quel periodo, hanno il diritto di essere presenti sul mercato turistico e le popolazioni hanno il diritto di non subire restrizioni, disagi, privazioni e soprattutto scelte pregiudizievoli, Presidente. Qui siamo di fronte a un diritto dei cittadini, un diritto costituzionale rispetto ad un bene che non può in alcun modo mancare e subire atti scellerati, prese di posizione ingiuste. Parliamo di 400 mila metri cubi di acqua! Questa è una regione che viene posta in difficoltà: gli amministratori, i sindaci di queste isole, una comunità intera intende ribellarsi, a causa di soluzioni inesistenti a fronte di un'intera economia in ginocchio. Una economia, quella turistica, che è l'unica possibile e che può essere presa in considerazione.
Si risponde che non si riescono a reperire 3 milioni di euro nelle pieghe del bilancio, quando in realtà questa cifra è sempre stata trovata e ha sempre consentito di colmare un vuoto e una assenza del Governo e dello Stato, nel contesto di una situazione che non può essere tollerata. Sono fortemente convinto ed esprimo qui in maniera forte il disagio dei colleghi siciliani, per primo il collega Pippo Fallica che si sta battendo in questi mesi e in questi giorni per il territorio di suo riferimento, che guarda ad una promanazione delle isole minori. Qui parliamo anche di una questione di continuità territoriale che viene calpestata, con continui disagi per i passeggeri e per i cittadini; parliamo di un senso di appartenenza, non di un senso di distacco. Ne approfitto per richiamare la mia isola, la Sardegna, per ribadire una mancanza di attenzione verso le isole, grandi e minori, da parte di questo Governo. È lo stesso argomento ed esiste la stessa valutazione.
Noi siamo fortemente convinti che questo Governo non possa permettersi di evitare di colmare questa lacuna e debba dare risposte concrete, non potendo lasciare allo sbando per mesi intere comunità, che vivono il disagio di una continuità territoriale inesistente.
Infatti, non parliamo solo di acqua, ma di traghetti, di aerei, di navi, vale a dire di una situazione organica che necessita di interventi, come quelli realizzati dal precedente Governo.
Ci troviamo in una situazione di emergenza. Le emergenze devono essere affrontate, non possono essere disattese, in quanto costituiscono un grave pregiudizio che può determinare situazioni di non ritorno.
Infatti, oggi, gli alberghi, i ristoranti, i campeggi, le botteghe artigiane di quell'arcipelago sono aperte, ma manca l'acqua. Pertanto, si registrano continue disdette da parte dei turisti e sempre maggiori disagi per le famiglie che trascorrono in quel contesto bellissimo le proprie vacanze. Riteniamo dunque che sia necessaria una risposta urgente.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze, Alfiero Grandi, ha facoltà di rispondere.
ALFIERO GRANDI, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, la questione del fabbisogno idrico delle isole minori della Sicilia, sollevata con l'interpellanza in discussione, è stata, nel corso degli anni, particolarmente sentita dal Ministero della difesa, nell'ottica di soddisfare le aspettative della popolazione interessata.
La Difesa, infatti, è ben consapevole che il soddisfacimento di tale esigenza costituisce per queste aree non soltanto una garanzia di una migliore qualità di vita, ma anche il presupposto importante per lo sviluppo economico della regione Sicilia, in termini di mantenimento dei livelli occupazionali e per un buon funzionamento del comparto turistico.
Com'è noto, la legge 21 dicembre 1978, n. 861, assegna alla Difesa la competenza in materia di rifornimento idrico delle isole minori. In particolare, l'articolo 4 di tale legge prevede espressamente questa operatività.
Allo stato attuale l'Amministrazione provvede alla fornitura idrica solamente per le isole della Sicilia, in quanto tutte quelle ricadenti nell'ambito della regione Sardegna sono diventate autosufficienti, mediante la realizzazione di condotte sottomarine o l'installazione di dissalatori.
Ciò detto, l'ipotizzata riduzione della fornitura idrica alle isole minori della Sicilia, si inquadra nell'ambito delle riduzioni di stanziamento, previste dalla finanziaria per il 2006, che hanno interessato tutti i Ministeri. Mi dispiace, onorevole Cicu, ma devo ripetere: finanziaria per il 2006!
In particolare, i tagli alla Difesa effettuati nella precedente legislatura e la metodologia usata in tali riduzioni hanno colpito indiscriminatamente anche capitoli di spesa importantissimi per il funzionamento delle Forze Armate e le conseguenti emergenze in corso impediscono tecnicamente di allocare ulteriori risorse oltre i 17 milioni di euro già stanziati con difficoltà per questa esigenza.
Pertanto, il mancato incremento di risorse non è frutto di decisioni a fronte di alternative, ma ineluttabile risultato tecnico-contabile e gestionale, e non rappresenta la volontà a non occuparsi più del problema e a non cercare altre soluzioni.
Fermo restando - e ciò dovrebbe rassicurare lei, onorevole Cicu, e soprattutto le popolazioni interessate - che quanto già stanziato risponde alle esigenze dei mesi estivi e, quindi, non vi sono ragioni di allarme o necessità di frazionamento, il dicastero opererà congiuntamente con il Ministero dell'economia per cercare di porre rimedio agli errori compiuti con la finanziaria per il 2006 dal precedente Governo, individuando un provvedimento ad hoc che copra le necessità dell'ultima parte dell'anno.
SALVATORE CICU. Signor Presidente, mi reputo assolutamente insoddisfatto della risposta tecnica fornita dal sottosegretario, che non dimostra alcuna sensibilità per il problema.
Certamente, i tagli alla finanziaria non sono stati né individuati né riferiti ad un bene primario ed essenziale come l'acqua. Pertanto, signor sottosegretario, mi stupisce che la sua risposta sia stata resa in questi termini. La riduzione riguarda i tagli alla Difesa nel complesso, ma non può riferirsi ad un bene che riguarda la vita di alcune comunità.
In ordine all'insussistenza dell'emergenza, sottolineo che occorre comprendere in che modo si potrà proseguire dopo i mesi estivi. Peraltro, vi sono alcune note della Federalberghi, dei piccoli e medi commercianti, degli amministratori, i quali rivendicano il diritto di riscontro rispetto all'emergenza segnalata.
Ritengo che questo Governo, se volesse dimostrare sensibilità in merito al problema, potrebbe, in questi mesi, attivare laPag. 11Protezione civile perché ci sono tutte le condizioni per farlo. Attivando la Protezione civile si potrà forse valutare meglio il quadro generale, cosa che però questo Governo non intende fare. Sembra quasi che, nei confronti della regione Sicilia, vi sia un risvolto punitivo, un aspetto preso forse ad obiettivo, in quanto gli elettori siciliani avrebbero dato la loro fiducia ad un altro Governo, esprimendo indirizzi politici differenti. Allora, forse, si vogliono premiare di più degli altri cittadini in altre aree, favorendo altre situazioni. Tuttavia, ciò non può essere in alcun modo tollerato dai cittadini siciliani e dell'arcipelago...
Vorrei essere ascoltato, signor Presidente! Mi sembra che il rappresentante del Governo sia distratto...
PRESIDENTE. Prosegua pure: ha tutta l'attenzione del Governo.
SALVATORE CICU. Riesce a seguire contemporaneamente?
ALFIERO GRANDI, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Assolutamente sì.
SALVATORE CICU. Bene, ha delle facoltà che noi non abbiamo!
Insomma, il tema richiederebbe - cosa che questo Governo non sta dimostrando - una sensibilità diversa, una capacità di guardare soprattutto alle priorità. Mi rendo conto, avendo vissuto un'esperienza importante all'interno del Ministero della difesa che esistono situazioni specifiche riguardanti i compiti di tale Ministero, ma ci sono anche delle priorità, riguardanti la vita e i beni primari ed essenziali dei cittadini - come quella data dall'emergenza idrica - che non possono e non devono essere disattese.
Per questo motivo, con forza chiediamo al Governo, in maniera particolare al ministro della difesa Parisi, che riveda la sua posizione e che arrivi, a seguito di una più approfondita valutazione, analisi e verifica della situazione e dei luoghi (forse, c'è una eccessiva disinformazione e ciò nasce dallo stato di insensibilità complessiva rispetto alla situazione), a distogliere tre milioni di euro - che non mi sembrano una cifra così rilevante - al fine di colmare un vuoto, un'insufficienza e riconoscere un diritto.
Bisogna capire la situazione in cui si trova effettivamente un intero arcipelago. Ci stiamo avviando verso il periodo più importante per quella zona, cioè, quello turistico: vi è l'assoluta necessità che si abbiano le condizioni per affrontare la stagione serenamente!
Bisogna fare qualcosa per valutare meglio la situazione e se ciò non dovesse accadere, noi non ci fermeremo. Intendiamo essere vicini a quei cittadini, a quelle popolazioni, a quei sindaci, portando avanti una proposta che riguarda un diritto primario ed essenziale.
Continueremo, in questi giorni, con i colleghi siciliani e con tutti coloro, nel centrodestra e anche nel centrosinistra, che hanno a cuore questo tipo di situazione, a chiedere un intervento.
Infine, ritengo che sia importante trasmettere il disagio che vivono queste popolazioni. Non è solo il disagio di un rappresentante del Parlamento, bensì di un'intera comunità, che non può essere isolata (così come già avviene, troppo spesso, data la sua condizione territoriale), che non può essere trascurata (così come troppo spesso avviene rispetto a diritti che, nei periodi autunnali e invernali, non sono garantiti verificandosi una situazione di isolamento totale).
Ritengo che in questo momento un segnale debba essere dato: il segnale forte non può che consistere nel rivedere il proprio atteggiamento rispetto ad una situazione che, pur costituendo un grande problema, vede stanziate poche risorse.
(Applicazione della maggiorazione IRAP alla regione Sicilia - n. 2-00040)
PRESIDENTE. Il deputato La Loggia ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00040 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 3).
ENRICO LA LOGGIA. Signor Presidente, oggi la Sicilia è all'attenzione di questa Assemblea e mi auguro anche del Governo. Quello che espongo è un altro argomento estremamente rilevante ma si tratta di uno di quei casi - mi si consenta di dire così - in cui si crea un problema che non c'è, per la semplice ragione che la regione siciliana, a seguito di una sentenza della Corte costituzionale - la n. 306 del 2004 - si è vista riconosciuto il diritto ad attribuirsi il gettito delle imposte sull'assicurazione RC auto.
Com'è ovvio, si aprì una lunga trattativa, durata alcuni mesi e conclusasi nel mese di ottobre dell'anno scorso, anche grazie all'intervento del sottoscritto (nell'esercizio delle funzioni istituzionali che mi competevano nella precedente legislatura): in data 8 ottobre 2005, la Presidenza del Consiglio e la regione Sicilia stipularono un protocollo d'intesa nel corpo del quale fu convenuto di attribuire alla regione, in attuazione della suddetta sentenza, un acconto di 953 milioni 475 mila euro, a valere sulle spettanze relative alle imposte applicate ai premi di assicurazione per RC auto (con limiti di impegno quindicennali e con una certa cadenza). Ciò comportava la disponibilità della predetta somma da parte della regione Sicilia.
Attraverso i contatti a suo tempo definiti, il Governo e la regione concordarono che la Ragioneria generale dello Stato individuasse le modalità di liquidazione del debito dello Stato - insisto nell'adoperare il termine «debito» perché esso scolpisce la natura del problema - nei confronti della regione, non della regione nei confronti dello Stato, attraverso l'intervento della Cassa depositi e prestiti. Perché la Cassa depositi e prestiti? Perché quello fu lo strumento indicato dalla Ragioneria generale dello Stato. Ben avrebbe potuto, la regione Sicilia, rivolgersi ad altri istituti per farsi anticipare l'intera somma che lo Stato le avrebbe erogato nel corso del tempo.
Quindi, non si tratta di un debito, non si tratta di un vincolo, non si tratta di somma da destinare soltanto ad investimenti. Infatti, nel corpo del citato protocollo fu espressamente dichiarato che non vi era alcun vincolo nell'utilizzazione della somma; né poteva essere diversamente, anche perché il gettito dell'imposta sulla RC auto (è a tutti noto e, quindi, non credo che occorra spendere al riguardo molte parole) è un'entrata corrente e, di conseguenza, può essere usata per la definizione di rapporti che hanno a che vedere con la spesa corrente, non con la spesa per investimenti.
Mediante un atto legislativo, la regione Sicilia ha utilizzato parte dei 953 milioni di euro per far fronte alla propria esposizione di bilancio riferita alla spesa sanitaria. A tale riguardo, ricordo che il relativo controllo da parte del commissario governativo (non è il caso di specificare come sia ben diverso il controllo di legittimità sulle norme della regione Sicilia) si concludeva con il riconoscimento della piena legittimità dell'atto adottato.
Si arriva, così, ai giorni nostri e alla diffida, indirizzata alla regione Sicilia come ad altre regioni, a provvedere alla copertura del presunto indebitamento (presunto almeno per quanto riguarda la regione Sicilia), in mancanza della quale sarebbero scattate le iniziative sostitutive successive, con la conseguente maggiorazione dell'IRAP.
Aggiungo che tutte le mie affermazioni sono documentalmente dimostrate da una serie di note di corrispondenza (tra regione, Stato, ministero dell'economia e delle finanze e Ragioneria generale dello Stato) e da tutta una serie di documenti che so essere stati inviati dal presidente della regione siciliana tanto al Presidente del Consiglio quanto a tutti ministri interessati, che non vedo in quest'aula (e, in considerazione dell'importanza dell'argomento in trattazione, me ne rammarico molto).
Emergono quindi due elementi, dicevo: il primo consiste nella assoluta illegittimità della iniziativa dello Stato, con riferimento alla regione siciliana.
Emerge poi un altro aspetto ancora più grave: è impropria e illegittima l'applicazione alla regione siciliana della maggiorazione IRAP, in ogni caso, a prescinderePag. 13dal caso specifico, ma anche per il caso specifico. Questo per la semplice ed elementare ragione che la Sicilia è una regione a statuto speciale e questo potere esercitato dal Governo non è applicabile alle regioni a statuto speciale.
E ciò non perché lo dico io, o perché lo dice una parte politica, ma perché lo dice - puramente e semplicemente - la sentenza della Corte costituzionale n. 236 del 2004.
Credo allora che in primo luogo vada fatta una verifica, dal punto di vista strettamente formale e sostanziale, per riscontrare la documentazione inviata e prenderne atto positivamente. Bisogna poi rifare i conti, dai quali si può dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la regione siciliana non è affatto in debito. Essa, anzi, non è in debito neppure rispetto ai parametri a suo tempo stabiliti con l'accordo del marzo 2005, valido per tutte le regioni, contenente però la specifica previsione di un atteggiamento diverso per quanto riguarda il controllo nei confronti delle regioni a statuto speciale. Ricordo benissimo che proprio su questo aspetto ho predisposto a suo tempo una nota ad hoc per la Sicilia, e in specie per la Sicilia! Questo proprio per il particolarissimo regime fiscale che a quella regione compete, sulla base dello statuto, che, credo di non doverlo ricordare, ha rango di legge costituzionale: la legge costituzionale n. 2 del 1948, susseguente alla approvazione dello statuto con decreto luogotenenziale 15 maggio 1946 (comprendo che si tratta di cose che forse si sono dimenticate nel tempo, delle quali però bisognerebbe comunque tener conto sino a quando l'assetto dell'ordinamento costituzionale non dovesse essere diverso). Posso garantire tuttavia che, almeno per quello che riguarda quest'ultimo aspetto, l'impegno di tutti noi è che l'ordinamento non sia diverso, che venga mantenuta questa prerogativa della regione siciliana, così come delle altre regioni a statuto speciale.
Forse giova comunque ricordare che vi è questo regime fiscale diverso.
In ogni caso, il potere sostitutivo dello Stato in una circostanza come questa non può essere utilizzato, ripeto, a seguito di una sentenza, che chiaramente lo precisa, della Corte costituzionale.
E allora qual è la richiesta che nasce dal nostro intervento? Se il Governo non ritenga assolutamente indispensabile ed urgente cancellare la maggiorazione IRAP impropriamente e illegittimamente applicata anche alla regione siciliana, in quanto questa ha già correttamente coperto la maggiore spesa sanitaria e non può essere inoltre oggetto dell'esercizio di poteri sostitutivi da parte dello Stato.
Può darsi che nel corso di questa copiosa documentazione vi sia stato qualche qui pro quo, non posso escluderlo, come forse più facilmente è immaginabile che talvolta gli organi burocratici non siano sempre in sintonia rispetto all'indirizzo politico, tanto del Governo, quanto della regione. Questo talvolta può creare qualche incomprensione. Può succedere, ma laddove eventualmente fosse accaduto non si può, come è ovvio, perpetuare un errore.
La lettura delle carte è di per sé chiarissima, la definizione di questo contenzioso finanziario è stata chiarissima: non si vede ragione per la quale, su un argomento di questa delicatezza, si debba andare verso un contenzioso, del quale francamente nessuno sente l'esigenza.
Basterebbe riguardarsi le carte, convenire su quanto già deciso dalla Corte costituzionale, convenire sull'esattezza del comportamento della regione siciliana, convenire sul controllo di legittimità, che su questo è già stato operato in via definitiva dal commissario dello Stato, che ha poteri in merito e convenire pertanto che si è commesso puramente e semplicemente un errore.
Basterebbe poi, conseguentemente, rimediare nel modo più opportuno, revocando il provvedimento che è stato adottato impropriamente e illegittimamente dal Governo nei confronti della regione siciliana.
ALFIERO GRANDI, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Con l'interpellanza in oggetto vengono sollevati dubbi di legittimità sull'aumento automatico delle aliquote IRAP derivanti dall' articolo 1, comma 174, della legge 30 dicembre 2004, n. 311, così come modificato dall'articolo 1, comma 277, della legge 23 dicembre del 2005, n.266, anche nella regione Sicilia. Gli interpellanti ritengono che per l'anno 2005 la regione Sicilia non presenti alcun deficit sanitario, in quanto si sarebbe già correttamente provveduto a coprire la maggiore spesa sanitaria, utilizzando le risorse ad essa rivenienti dall'attualizzazione dei contributi quindicennali riconosciuti dallo Stato alle regioni, a valere sulle spettanze relative alle imposte sulle assicurazioni RC auto. Viene, inoltre, sostenuta l'inammissibilità dell'applicazione della maggiorazione IRAP alla regione Sicilia, in quanto rappresenterebbe l'esercizio, da parte dello Stato, di un potere sostitutivo non esercitabile nei confronti di una regione a statuto speciale.
Al riguardo, facciamo presente, in via preliminare, che, nell'ambito della conversione in legge del decreto-legge 7 giugno 2006 n. 206, che reca disposizioni urgenti in materia IRAP e dei canoni demaniali marittimi, il Governo ha aiutato, attraverso degli emendamenti, il chiarimento della portata applicativa della disposizione, così come deriva dal predetto articolo 1, che in sostanza è una legge approvata nella precedente legislatura e dal precedente Governo.
Ciò si è reso necessario per far fronte a problematiche e anche a conseguenze abbastanza serie sui contribuenti, perché la legge prevedeva che la Ragioneria generale dello Stato verificasse lo stato dei conti al 31 maggio di quest'anno, salvo poi per i contribuenti delle regioni interessate dover pagare entro il 20 giugno, molte volte non avendo fatto in tempo a capire né se le regioni erano in grado di rientrare né se a loro di conseguenza toccava effettivamente pagare.
Questa è la ragione per cui il decreto è stato ulteriormente modificato, dando alle regioni trenta giorni di tempo e trenta giorni ulteriori, senza penalità, ai contribuenti delle regioni interessate. Faccio osservare, tra l'altro, che i contribuenti delle regioni interessate sono stati trattati dal Governo con assoluta tranquillità, perché dovevano essere messi nelle condizioni di poter pagare senza avere il carico della confusione creata dalle norme in vigore, approvate dalla precedente legislatura e volute dal precedente Governo.
Per quanto riguarda la specifica problematica che è stata posta, la regione Sicilia ha destinato al finanziamento del disavanzo sanitario per il 2005 risorse che provengono dalla predetta attualizzazione, mediante un'operazione di indebitamento con la Cassa depositi e prestiti Spa. Nell'operazione di mutuo attuata dalla regione, il dipartimento della Ragioneria generale dello Stato ha accettato le delegazioni di pagamento (articolo 1269 del codice civile). Tale accettazione però non configura un avallo alla finalizzazione dei finanziamenti erogati dalla Cassa a spese correnti, nè tanto meno costituisce un accollo del debito a carico dello Stato (articolo 1273 del codice civile). Infatti, il ricorso all'indebitamento degli enti territoriali deve essere esclusivamente finalizzato a spese di investimento, come espressamente previsto dall'articolo 119, sesto comma, della Costituzione e dall'articolo 3, commi da 16 a 21, della legge 24 dicembre 2003, n. 350, che l'onorevole La Loggia sicuramente conosce molto bene.
In sede di tavolo tecnico di verifica delle certificazioni trimestrali, è stata ripetutamente contestata l'idoneità di tale copertura, trattandosi, contrariamente a quanto sostenuto dagli onorevoli interpellanti, di operazioni di indebitamento. Il tavolo ha pertanto verificato la realizzazione, nel caso della regione Sicilia, dei presupposti per l'incremento automatico e nella misura massima delle aliquote dell'IRAP e dell'addizionale regionale all'IRPEF, come disposto dal richiamato articolo 1, comma 174, della legge n. 311 del 2004, che naturalmente, ancora una volta, l'onorevole La Loggia conosce benissimo.
Dette disposizioni risultano, peraltro, in armonia con l'articolo 120 della CostituzionePag. 15e in quanto volte a garantire sia l'equilibrio economico-finanziario del nostro paese nel suo complesso sia il rispetto degli obblighi derivanti dalla sua appartenenza all'Unione europea si applicano indistintamente a tutte le regioni.
Inoltre, con specifico riferimento alla materia sanitaria, la regione Sicilia, ai sensi dell'articolo 17 dello Statuto, approvato con il regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 - da lei, onorevole La Loggia, ricordato poc'anzi -, è titolare della potestà legislativa concorrente e quindi non può derogare alle norme fissate dallo Stato, che concorre significativamente al finanziamento del servizio sanitario regionale della Sicilia.
Da una approfondita lettura della menzionata sentenza della Corte costituzionale n. 236 del 2004, non si evince, in alcun passo della stessa, che sia inapplicabile alle regioni a Statuto speciale il potere sostitutivo dello Stato; infatti la stessa sentenza statuisce - ne risparmio la lettura di una parte per ragioni di brevità e arrivo alla sostanza del problema, saltando la premessa che l'onorevole La Loggia sicuramente conoscerà - che: «(...) È quindi da respingere la tesi secondo la quale i princip|$$|Ax|fi dell'articolo 120 della Costituzione non sarebbero in astratto applicabili alle Regioni speciali. Al contrario deve concludersi che un potere sostitutivo potrà trovare applicazione anche nei loro confronti». E la sentenza prosegue con ulteriori argomentazioni.
Aggiungo a tal uopo, soltanto per dovizia di trattazione, che la locuzione, utilizzata nella sentenza medesima, «funzioni ulteriori attratte dal nuovo titolo V» si riferisce a quelle materie soggette all'esclusiva competenza regionale di cui all'articolo 117, quarto comma, della Costituzione e non a quelle già inserite nella Statuto siciliano, che fa rientrare la materia dell'igiene e sanità pubblica tra quelle di legislazione concorrente.
PRESIDENTE. Il deputato La Loggia ha facoltà di replicare.
ENRICO LA LOGGIA. Non sono soddisfatto, Presidente, perché la puntuale e lucida risposta del sottosegretario ribalta solo apparentemente le mie affermazioni che, peraltro, sono - lo ripeto - comprovate da una serie di documentazioni che mi sembra di poter dire siano assolutamente inoppugnabili.
In particolare, in data 23 dicembre 2005, tra la Cassa depositi e prestiti e la regione siciliana è stato sottoscritto un contratto (posizione 4484057/00) di finanziamento inerente l'attualizzazione dei flussi di cui al suddetto protocollo d'intesa; e come precisato dalla Cassa depositi e prestiti, con nota n. GRN/9/148/05 del 12 dicembre 2005, testualmente si afferma che: «Le rate di ammortamento sono previste a carico del Ministero dell'economia e delle finanze. Non sono previsti oneri di ammortamento a carico di questa regione». Mi sembra che ciò di per sé stesso dovrebbe chiarire chi sia il debitore e chi il creditore.
Sarebbe come dire che, siccome ho un credito verso qualcuno che non ha immediatamente i soldi per poter fare fronte a tale credito e che intende restituirmeli a rate, e avendo io la necessità di averli tutti e subito, mi rivolgo ad un istituto bancario e gli applico la cessione del credito. Tale cessione del credito in nessun modo, soprattutto nei rapporti tra istituzioni ed organi territoriali, può essere configurato come un debito del creditore: mi sembra una cosa talmente evidente che non credo possano esservi dubbi. Anche perché quale sarebbe il debito della regione siciliana, stante che vanti tale credito nei confronti dello Stato? Non se ne comprende realmente il motivo.
In particolare, con il citato contratto, alla regione siciliana sono stati concessi esattamente 953 milioni e passa di euro, pari al credito vantato, ai sensi dell'articolo 1 del più volte citato protocollo di intesa, dalla regione. Ma c'è di più, con l'attualizzazione di contributi quindicinali autorizzati dall'articolo 5, comma 3-bis del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, si è posta a carico non della regione ma del bilancio dello Stato la rimanente sommaPag. 16di 337 milioni di euro circa pari alla differenza tra le somme riconosciute e versate alla regione e le somme complessivamente a carico dello Stato. Fra l'altro, nessun piano di investimenti è stato richiesto dalla Cassa depositi e prestiti per la formalizzazione dell'operazione di attualizzazione dei crediti vantati dalla regione come normalmente accade quando si configuri un mutuo destinato, quello sì, ad investimenti.
Peraltro, vi sono stati rapporti tra la regione e lo Stato ed è stato già più volte dichiarato come la regione siciliana abbia pienamente assolto all'obbligo di copertura, attraverso quella somma, del maggior fabbisogno della spesa sanitaria relativo all'esercizio 2005. A tale riguardo, si è precisato che le somme riconosciute con il citato protocollo d'intesa derivano da un credito discendente dall'imposta sull'assicurazione RC auto riconosciuto con la sentenza della Corte costituzionale n. 306 del 2004 e, per la natura stessa del cespite, si riferiscono ad entrate classificabili come correnti e quindi destinabili, senza altri limiti, alla copertura del maggior fabbisogno della spesa sanitaria.
Si sottolinea, inoltre, che il meccanismo previsto dall'articolo 1, comma 174, della legge 30 dicembre 2004, così come integrato dall'articolo 1, comma 277, della legge 23 dicembre 2005, costituisce, ai sensi dell'articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131, esercizio di potere sostitutivo dello Stato inapplicabile alle regioni a statuto speciale, così come dichiarato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 236 del 2004.
In conclusione, al di là di quelle che possono essere le liti in contenzioso - che francamente non servono a risolvere i problemi, semmai a complicare la vita dei cittadini -, se c'è una ragione vera per proseguire questa lite tiriamola fuori, ma trovando spiegazioni non nelle leggi, negli ordinamenti, nei protocolli di intesa, nei rapporti tra Stato e regione, bensì da qualche altra parte. Non vorrei che questa ragione fosse meramente politica; mi auguro fortemente che non lo sia. Ma, al contrario, se tale ragione non c'è e si intende superare il problema, perché allora non si va a rivedere le carte con attenzione per verificare ciò che è verificabilissimo, e cioè che in questo caso lo Stato ha commesso un errore accomunando la regione Sicilia con le altre regioni a statuto ordinario? Lo Stato non avrebbe potuto fare ciò nei confronti della regione in questione.
Ad ogni buon conto, esiste questo deficit sanitario della regione Sicilia o no? Tale quesito è il vero cuore del problema. Se tale deficit non esiste, come conclamato sia dal ragioniere generale della regione siciliana, sia dall'Assemblea regionale siciliana (che nell'esercizio del suo autonomo potere legislativo ha approvato una legge con la quale si stanziano somme esattamente per quello scopo), sia dal commissario dello Stato, che è l'unico titolato a definire la legittimità costituzionale dell'atto legislativo con il quale è stata destinata quella somma alla copertura di quel deficit sanitario, sia, infine, a seguito dell'autorizzazione di quelle somme, allora, mi chiedo di cosa stiamo parlando. Mi domando se sia il caso di creare delle complicazioni nei rapporti tra lo Stato e la regione Sicilia che, a mio avviso, non hanno motivo di esistere.
Proprio perché vi è stato un dubbio interpretativo e opinioni diverse a confronto vediamo se riusciamo a far lavorare insieme i tecnici dello Stato e della regione al fine di trovare una soluzione che, a mio avviso, non può essere che quella del pieno rispetto della legge, della Costituzione italiana e delle prerogative della regione siciliana. I siciliani, lo dico francamente, non riuscirebbero a comprendere per quale motivo dovrebbero pagare un gettito in più quando lo statuto della loro regione li garantisce rispetto a questo eventuale rischio.
Bene farebbe il Governo a «vestirsi» di politica con la «P» maiuscola e a valutare se sia il caso di trascinare nel tempo una causa, che finirebbe certamente col perdere, nei confronti della regione siciliana o non sia meglio, con un provvedimento di autotutela o, nel caso specifico, di alta autotutela dello Stato, rivedere la suaPag. 17posizione e togliersi da questa impasse (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
(Attuazione delle norme del decreto-legge n. 138 del 2002 in materia di interventi finanziari a sostegno delle aziende agricole - n. 2-00045)
PRESIDENTE. Il deputato Marinello ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00045 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 4).
GIUSEPPE FRANCESCO MARIA MARINELLO. Signor Presidente, occorre subito ricordare che con la legge n. 178 del 2002 viene prevista una serie di interventi di sostegno in favore delle aziende agricole colpite da una grave siccità nel periodo 2000-2002. L'ambito della legge riguardava la questione estremamente grave delle calamità naturali, che in quel biennio avevano interessato vaste aree del territorio nazionale e, quindi, non solo la regione Sicilia ma anche altre regioni d'Italia, non soltanto del Meridione ma anche del resto della nostra penisola (ad esempio le regioni Liguria ed Umbria).
In particolare, il decreto-legge in questione, poi convertito con la legge n. 178 del 2002, prevedeva una serie di agevolazioni integrative del fondo di solidarietà nazionale che intervenivano sia sul credito agrario sia erogando una serie di contributi in favore dei consorzi di bonifica. Tra l'altro, un provvedimento estremamente importante era contenuto al comma 4-octies dell'articolo 13, che prevedeva un impegno di 18 milioni di euro per 15 anni. Questo limite di impegno riusciva a mettere in campo una serie ingente di risorse che, anche in presenza di uno specifico cofinanziamento regionale ampiamente previsto dalla norma, riusciva in un certo qual modo a creare le condizioni affinché una serie di questioni incresciose, anche dal punto di vista della sopravvivenza di decine di migliaia di aziende agricole delle regioni in questione, potesse trovare un adeguato riscontro. Che cosa è successo nel prosieguo? Il Ministero delle politiche agricole, il Ministero dell'economia ed anche le regioni interessate attivarono le opportune procedure - tra l'altro, in quel periodo ha ben operato la Conferenza Stato-regioni e, in particolare, il ministro delle politiche regionali dell'epoca -, si riuscì ad avviare l'iter previsto dalla legge, le somme vennero adeguatamente ripartite tra le regioni interessate e venne addirittura erogata in favore delle stesse la prima annualità del limite di impegno.
Successivamente, la finanziaria del 2004 (la legge n. 350 del 2003) intervenne, seppure in maniera assolutamente indiretta, sulla questione; con l'articolo 3, commi 16 e 20, si ritenne infatti di non doversi procedere all'attuazione delle norme sopra citate in favore delle aziende agricole, di fatto bloccando l'utilizzo dei limiti di impegno. Evidentemente, tutto questo ha creato una serie di difficoltà alle regioni interessate, ma soprattutto alle aziende agricole. Infatti, quei limiti di impegno, attualizzati utilizzando la Cassa depositi e prestiti, servivano a costituire un'ingente risorsa finanziaria necessaria per poter effettuare quella politica di risanamento dei consorzi di bonifica ma, soprattutto, delle aziende agricole, che avrebbero potuto ripianare la loro posizione debitoria e, quindi, creare e ricreare quelle premesse di sopravvivenza e di rilancio del loro sistema economico.
La questione ha impegnato in maniera assolutamente continua l'attività delle Commissioni, ma più in generale l'attività legislativa della XIV legislatura, fino a riuscire ad intervenire nuovamente con la legge n. 71 del 2005, di conversione del decreto-legge n. 22 del 2005. Con tale legge si rilasciò la specifica autorizzazione alla Cassa depositi e prestiti per attualizzare gli stanziamenti previsti dal decreto-legge n. 138 del 2002, prevedendo quindi la possibilità di utilizzare quei limiti di impegno quindicennali.
Pensavamo di aver risolto tale questione, sulla quale sia le Commissioni competenti di Camera e Senato, sia le due Assemblee parlamentari erano intervenute; peraltro, si trattava di provvedimentiPag. 18che avevano trovato, se la memoria non mi inganna, ampia condivisione in Parlamento in quanto, anche se erano stati proposti e fortemente supportati dalla maggioranza dell'epoca, erano stati votati in sede di conversione dei decreti-legge anche dall'opposizione.
Orbene, sembra che l'iter si sia completamente bloccato per una divergenza di vedute fra il Ministero dell'economia e delle finanze, da una parte, e le regioni e il Ministero per le politiche agricole e forestali, dall'altra. Sembra infatti che a fronte del limite di impegno quindicennale di 18 milioni di euro, stabilito dai provvedimenti normativi sopra citati, il Ministero dell'economia e delle finanze intenda invece dare il via libera per un'attualizzazione soltanto decennale dell'impegno.
È chiaro che questa posizione divergente crea non soltanto enormi difficoltà affinché l'intera vicenda si sblocchi, ma crea anche difficoltà per quelle regioni che nei loro bilanci avevano già iscritto i cofinanziamenti; in particolare per la regione Puglia, che aveva già dato il via libera affinché si ristorassero completamente le posizioni delle aziende interessate. Tuttavia crea delle difficoltà per tutte le altre regioni, in particolare per la regione Sicilia, che è fortemente interessata da quei provvedimenti normativi, sia quello del 2002 sia quello del 2005, che peraltro sembrava aver dato un esito positivo all'intera questione.
Questa posizione di divergenza fra il Ministero dell'economia e delle finanze e quello per le politiche agricole e forestali oggi rende di fatto non applicata una norma legislativa che per ben due volte è stata esaminata ed approvata dal Parlamento e che dunque fa parte a pieno titolo del nostro ordinamento giuridico. L'interpellanza in oggetto intende sottolineare l'intera questione e quindi questa divergenza esistente, tra l'altro ben illustrata in una nota, che il sottosegretario conoscerà, del Ministero per le politiche agricole e forestali del febbraio 2006, a firma del capo dipartimento interessato.
Dunque oggi chiediamo al Governo una risposta precisa, proprio per dare certezza intanto al Ministero per le politiche agricole e forestali e alle regioni interessate, ma soprattutto a quelle decine di migliaia di aziende agricole che, a distanza di quattro anni, aspettano ancora quelle risorse che servono per ristorare una situazione economico-finanziaria di grande appesantimento e per creare le premesse per un ripianamento delle posizioni debitorie pregresse. Se attuata, si tratterebbe pertanto di una normativa che consentirebbe di fatto di continuare a fare impresa in vastissime aree d'Italia, in particolare del Mezzogiorno d'Italia e della Sicilia.
ALFIERO GRANDI, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. L'interpellanza in oggetto, presentata dall'onorevole Marinello, pone questioni in ordine ai limiti di impegno autorizzati a sostegno delle aziende agricole ricadenti nei territori danneggiati dalla siccità, nonché in ordine alla legittimità dell'ammortamento a carico dello Stato dei relativi mutui assunti da parte delle regioni in data antecedente all'entrata in vigore della legge n. 71 del 2005, che ha previsto in luogo dei suddetti prestiti aperture di credito in favore delle regioni da parte della Cassa depositi e prestiti.
Con riferimento all'effettiva durata dei limiti di impegno, la Ragioneria generale dello Stato ha espresso l'avviso che la stessa dovrebbe essere decennale, in quanto riferita al comma 4-ter dell'articolo 13 del decreto-legge 8 luglio 2002, n. 138, convertito nella legge 8 agosto 2002, n. 178, per la concessione di finanziamenti decennali a tassi agevolati alle imprese nei limiti degli stanziamenti autorizzati di 18 milioni di euro annui. Tali limiti di impegno, iscritti nel bilancio pluriennale nell'ambito del capitolo di spesa 7411 (Ministero dell'economia e delle finanze), devono riferirsi, pertanto, dall'anno 2002 all'anno 2011.
Per quanto concerne la legittimità dell'ammortamento dei mutui assunti dallePag. 19regioni prima dell'entrata in vigore del decreto-legge 28 febbraio 2005, n. 22, convertito nella legge 29 aprile 2005, n. 71, recante interventi urgenti nel settore agroalimentare, la Ragioneria generale dello Stato, tenuto conto di quanto previsto dalla circolare n. 13 del 2004, ai fini dell'assunzione degli impegni contabili su limiti di impegno per l'ammortamento medesimo, ritiene che gli oneri relativi a prestiti già contratti dalle regioni, o per i quali sussistano atti propedeutici configuranti obbligazioni giuridicamente perfezionate, debbano essere fronteggiati a valere sui suddetti limiti di impegno, con corrispondente riduzione delle rispettive aperture di credito disponibili concesse dalla Cassa depositi e prestiti alle regioni medesime.
La restante quota delle risorse, riferita all'apertura di credito da erogare, potrà essere ripartita tra le regioni richiedenti secondo quanto previsto, al riguardo, dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, al netto delle somme già utilizzate da ciascun ente territoriale per la copertura dei prestiti già contratti.
PRESIDENTE. Il deputato Marinello ha facoltà di replicare.
GIUSEPPE FRANCESCO MARIA MARINELLO. Signor Presidente, non mi dichiaro soddisfatto. Infatti, non mi ha assolutamente convinto la risposta fornita dal sottosegretario di Stato Grandi, anche perché egli non ha fatto altro che ribadire la posizione del Ministero dell'economia e delle finanze e della Ragioneria generale dello Stato.
Rispetto a tale punto di vista, vorrei evidenziare che esistono alcune note (di cui, peraltro, ho qui con me una copia), redatte proprio dal Ministero dell'economia e delle finanze, che, ripercorrendo fin dall'inizio l'intera questione - peraltro piuttosto datata, poiché comincia nel 2002 e nel 2006 non si è ancora conclusa -, dimostrano come, evidentemente, il punto di vista della Ragioneria generale dello Stato non sia assolutamente fondato.
Vorrei rilevare, tra l'altro, che, se dovesse essere adottata la soluzione prospettata dal Ministero dell'economia e delle finanze, i danni per le regioni (ricordo che si tratta di sette o otto regioni, diffuse su tutto il territorio nazionale) e per le decine di migliaia di aziende agricole interessate sarebbero incalcolabili. Infatti, non soltanto si verificherebbe una difficoltà economica oggettiva, ma numerose aziende non si troverebbero assolutamente nelle condizioni idonee per sopravvivere, con prevedibili conseguenze non soltanto sul piano socio-economico, ma anche sui livelli occupazionali di tali imprese.
In ogni caso, la questione potrebbe essere temporaneamente affrontata tenendo conto anche di un suggerimento contenuto in una nota firmata, il 27 giugno 2006, dal presidente della regione Sicilia (di cui ho qui con me una copia) e da questi inviata ai ministeri sia delle politiche agricole, alimentari e forestali, sia dell'economia e delle finanze. In tale nota si ripercorre l'intero iter della questione in oggetto, si citano nuovamente tutte le intese all'epoca sottoscritte presso il comitato permanente per l'agricoltura della Conferenza Stato-regioni e si ribadisce che, per quanto riguarda la nostra regione, si farà valere, in tutte le sedi opportune, ciò che riteniamo un diritto.
In ogni caso, per iniziare ad offrire una risposta alle aziende agricole interessate, questo documento propone innanzitutto al Ministero dell'economia e delle finanze di concedere alla Cassa depositi e prestiti l'autorizzazione alla stipula dei contratti di mutuo anche per dieci anni, periodo sul quale lo stesso ministero e la Ragioneria generale dello Stato sono assolutamente d'accordo. Ciò, in attesa che il prevedibile contenzioso che comunque ne seguirà stabilisca esiti e soluzioni della vicenda; infatti, se il tutto si dovesse risolvere favorevolmente per l'amministrazione regionale, in seguito si potrà procedere ad una successiva erogazione.
Quindi, in sintesi, nel ritenere assolutamente non congrua la risposta data dal sottosegretario, nel contempo sottolineiamo la necessità che si sblocchi comunque la prima parte di finanziamenti in modo da fornire una iniziale risposta,Pag. 20nell'attesa che il contenzioso, peraltro già in fieri, possa comunque arrivare ad una soluzione.
(Collegamenti marittimi con le isole minori siciliane - n. 2-00033)
PRESIDENTE. Il deputato Fallica ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00033 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 5).
GIUSEPPE FALLICA. Signor Presidente, sono trascorse ben due settimane dal deposito di questa interpellanza urgente che, ahimé, riguarda anch'essa la via crucis delle isole minori siciliane, sulle quali poc'anzi è intervenuto il collega Cicu ponendo la questione relativa al taglio di 400 mila metri cubi di acqua. Ebbene, l'interpellanza a firma mia e di altri numerosi deputati concerne, invece, il taglio ai trasporti marittimi; guarda caso, tali riduzioni intervengono all'apertura della stagione estiva. Il 19 giugno abbiamo appreso, infatti, dagli organi di stampa che il giorno prima il Governo aveva deciso di effettuare tali tagli; è stato peraltro risposto, attraverso le agenzie di stampa, che i tagli dipendono dalla legge finanziaria per il 2006. Chiaramente, per ogni problema posto dall'opposizione, ci si richiama sempre alla responsabilità dei Governi precedenti.
Chiedo, quindi, anche a nome dei miei colleghi, quali intenzioni abbia il Governo nell'affrontare un'emergenza che riguarda l'economia di queste isole e - lo sottolineo - di tutte le isole minori; il problema investe, infatti, anche le isole di Pantelleria e di Lampedusa.
Noi ci siamo sempre battuti; il problema della Tirrenia è ormai atavico, ma siamo sempre riusciti a concordare con il Governo precedente talune soluzioni, soprattutto nei momenti di apertura della stagione turistica. Non abbiamo dimenticato che questi cittadini di serie B, o addirittura di serie C - per usare un'espressione calcistica -, devono affrontare nove mesi della loro esistenza, durante l'autunno e l'inverno, con vari disagi che dipendono anche dalla meteorologia e che talora si traducono nell'impossibilità di toccare la terraferma; si determinano, quindi, per le popolazioni interessate, scompensi per quanto concerne la vivibilità.
Mi dispiace che oggi, Presidente, non vi sia il ministro Bianchi, competente per il settore; mi dispiace anche perché, in sede di replica, volevo aggiungere qualche altra riflessione. Attendo con impazienza la risposta del Governo su come intenda risolvere questo problema. La stagione estiva si chiude il 15 settembre, siamo già all'11 luglio e le famose quattro corse settimanali - tra Napoli, le isole Eolie e Milazzo - sono state soppresse.
RAFFAELE GENTILE, Sottosegretario di Stato per i trasporti. Come è noto, la riduzione relativa ai collegamenti effettuati dalla Siremar tra Napoli e le isole Eolie è stata determinata, com'è stato ricordato poc'anzi dall'interpellante, dalla diminuzione dello stanziamento del relativo capitolo del bilancio dello Stato previsto dalla vigente legge finanziaria, approvata nel dicembre 2005.
Devo ricordare che tali riduzioni sono state operate tenendo presente sia la necessità di assicurare la continuità territoriale con le isole, sia la presenza di operatori alternativi nei singoli settori. Nei casi specificati e richiamati nell'interpellanza, si segnala che il collegamento Pantelleria-Trapani è assicurato tutto l'anno con un traghetto di tipo tradizionale, che effettua un viaggio giornaliero.
La soppressione, quindi, riguarda il solo collegamento veloce estivo con Mazara del Vallo. Peraltro, risulta che la compagnia Ustica Lines abbia attivato un collegamento con aliscafo Mazara-Pantelleria-Hammamet. Il collegamento estivo Napoli-Eolie-Milazzo, sino al 2004, è stato svolto con due traghetti tradizionali per sei corse settimanali, sulle quali è prevista laPag. 21riduzione, e nel 2005 con due traghetti tradizionali ed uno veloce.
Tuttavia, nel corrente anno, com'è stato ricordato, l'attività estiva sulla linea viene svolta con un traghetto tradizionale, che effettua solo due scorse settimanali. Sulla medesima linea, le compagnie Ustica Lines e SNAV effettuano collegamenti giornalieri con aliscafo, mentre la compagnia Medmar ha appena attivato un collegamento settimanale con nave-traghetto.
L'interpellante chiede cosa intenda fare il Governo in proposito. Non ci può essere neppure l'alibi della legge finanziaria dell'anno scorso che, evidentemente, può andare contro le esigenze delle popolazioni interessate. Lasciamo questi discorsi ed altri ambiti.
Il Governo, comunque, ha il dovere di assicurare una risposta. In questo senso, il ministro mi ha autorizzato ad assicurare agli interpellanti che egli, pur nelle attuali difficoltà finanziarie, proprio in queste ore (fra un giorno o due), darà una risposta ufficiale e sta svolgendo, come richiesto dagli amministratori delle popolazioni locali, tutti gli atti amministrativi e finanziari necessari per affrontare in modo adeguato il problema e risolverlo, per tutelare in modo concreto le esigenze dei cittadini e i forti interessi turistici delle isole. Nel merito, si tratta di quattro, cinque o sei corse. In questo momento, non sono autorizzato a specificarlo.
Tuttavia, come ho ricordato poc'anzi, il ministro, nel giro di qualche ora, rispetto a queste assicurazioni che già oggi sono autorizzato a fornire, darà una risposta concreta e puntuale.
PRESIDENTE. Il deputato Fallica ha facoltà di replicare.
GIUSEPPE FALLICA. Signor Presidente, io non sono soddisfatto, perché ad oggi, dopo ben tre settimane, la risposta non è ancora arrivata, così come si può evincere anche dalla dichiarazione del sottosegretario.
Io insisto perché il ministro venga a rispondere direttamente in quest'aula. Egli, in occasione di una visita alla città di Messina per parlare di problemi di trasporto e di acqua potabile per le isole Eolie, secondo un'agenzia della Apicom del 6 luglio scorso, dichiarò: «Cosa venite a chiedere ancora? Ho già fermato la sospensione del decreto!». Questa affermazione venne rivolta ai sindaci delle isole minori e, rispetto alle insistenze del sindaco di Lipari, Bruno, e degli agenti Siremar, il ministro Bianchi ha chiesto di attendere qualche minuto per controllare se aveva cancellato il decreto di sospensione. «Subito dopo» - continua nel suo racconto il sindaco, secondo l'agenzia Apicom - «il ministro è tornato dicendoci che avevamo ragione e che ci chiedeva scusa per quanto accaduto. Il ministro ci ha, quindi, assicurato che giovedì» (ovviamente, si parla della scorsa settimana) «il Consiglio dei ministri avrebbe posto nuovamente la questione cercando di trovare il rimedio a quanto accaduto».
Il sindaco di Lipari, però, non appare soddisfatto di questo risultato e spiega che quanto avvenuto è sconcertante. Dico di più: in un'agenzia Ansa delle ore 13,23, il ministro Bianchi afferma che i tagli sui collegamenti con le isole minori sono stati determinati dal fatto che il Governo Berlusconi ha distolto circa 35 milioni di euro. Ma si tratta di un altro Governo, di un'altra legislatura! Noi intendiamo sapere cosa faccia questo Governo! Infatti, la responsabilità è di questo Governo.
Il ministro Bianchi, appena insediato, dichiara: «Ho sospeso il provvedimento fatto dal Governo Berlusconi lo scorso marzo sino al 30 settembre: questa è la realtà, il resto sono stupidaggini incredibili». Signor sottosegretario, non ho nulla da recriminare nei suoi confronti, ed è per questo motivo che auspicavo intervenisse in Assemblea personalmente il ministro Bianchi, affinchè si assumesse le proprie responsabilità e mi spiegasse quali sono le «stupidaggini incredibili». Non vorrei che il ministro Bianchi si sia riferito ai colleghi interpellanti e ad altri che oggi non sono presenti in Assemblea.
Signor Presidente, insieme ai miei colleghi, siciliani e non (perché le isole Eolie sono patrimonio ambientale mondiale), ciPag. 22riserviamo di insistere sull'argomento e verificheremo se realmente, così come dichiarato dal sottosegretario, tra due ore il ministro ci darà una risposta (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
(Misure a favore delle imprese agricole della provincia di Bari colpite da eventi atmosferici nel mese di maggio 2006 - n. 2-00049)
PRESIDENTE. La deputata Carlucci ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00049 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 6).
GABRIELLA CARLUCCI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa interpellanza è stata presentata due mesi fa, perché i fatti cui mi riferisco si sono svolti l'11 maggio 2006, quando una pioggia torrenziale, cui ha fatto seguito una fortissima grandinata, ha colpito l'agro di una serie di comuni in provincia di Bari, tra i quali Sammichele di Bari, Gioia del Colle, Turi, Putignano, Casamassima, Acquaviva delle Fonti, causando gravissimi e ingentissimi danni alle colture agricole. Tra l'altro, la zona della provincia di Bari era stata già colpita da un'alluvione nell'ottobre 2005.
Il decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 102, recante «Interventi finanziari a sostegno delle imprese agricole, a norma dell'articolo 1, comma 2, lettera i), della legge 7 marzo 2003, n. 38», prevede misure finanziarie volte a sostenere le strutture agricole danneggiate da calamità naturali o eventi eccezionali, così come è accaduto nelle zone agricole dei comuni citati.
Intendo chiedere al ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali quali urgenti iniziative intenda adottare per fronteggiare gli effetti di un evento di tale gravità, che ha causato danni ingentissimi all'economia di questi comuni, prevalentemente basata sui proventi dell'agricoltura. Vorrei chiedere se non ritenga opportuno attivarsi per disporre la sospensione del pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali per le imprese agricole interessate dai suddetti fenomeni atmosferici per il periodo 2006-2007 e, infine, se non ritenga di concedere la possibilità di accedere a finanziamenti agevolati, per permettere alle aziende agricole dei comuni colpiti di riprendere nel più breve tempo possibile la loro normale attività.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per le politiche agricole, alimentari e forestali, Giovanni Mongiello, ha facoltà di rispondere.
GIOVANNI MONGIELLO, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole, alimentari e forestali. Signor Presidente, l'interpellanza presentata dall'onorevole Carlucci ed altri fa riferimento alle piogge torrenziali, come è stato detto, che l'11 maggio scorso si sono abbattute sul territorio in provincia di Bari e hanno riguardato alcuni comuni, come ha testé riferito l'onorevole Carlucci.
Al riguardo ricordo che potranno essere attivati gli interventi del Fondo di solidarietà nazionale qualora gli organi tecnici della regione accertino danni sulla produzione lorda vendibile alle aziende agricole delle aree colpite non inferiori al 30 per cento, 20 per cento se trattasi di zone svantaggiate.
Allo stato, però, la regione Puglia territorialmente competente non ha ancora avanzato proposte di intervento in tal senso. Posso assicurare, per quanto riguarda la competenza del Ministero, che non appena perverranno le proposte regionali nei termini e secondo le modalità prescritte di cui al decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 102, e successive modifiche, l'amministrazione provvederà tempestivamente all'istruttoria di competenza per l'emissione del decreto di declaratoria.
Voglio ricordare anche che ai sensi dello stesso decreto legislativo, laddove a seguito di verifica da parte degli organi competenti risulti a carico delle aziende agricole un'incidenza del danno non inferiore al 30 per cento, 20 per cento nel caso trattasi di zone svantaggiate, le stesse potrannoPag. 23beneficiare delle seguenti provvidenze: contributi in conto capitale fino all'80 per cento del danno accertato sulla base della produzione lorda vendibile; prestiti ad ammortamento quinquennale per le esigenze di servizio dell'anno in cui si è verificato l'evento e per l'anno successivo; proroga delle rate delle operazioni di credito in scadenza nei dodici mesi successivi alla data in cui si è verificato l'evento; agevolazioni previdenziali in scadenza nei dodici mesi successivi alla data in cui si è verificato l'evento consistenti nell'esonero parziale del pagamento dei contributi propri e per i lavoratori dipendenti; contributo in conto capitale fino al 100 per cento dei costi effettivi a titolo di indennizzo in caso di danni causati alle strutture aziendali ed alle scorte.
Infine, si evidenzia che, compatibilmente con le esigenze primarie delle imprese agricole, potranno essere adottate misure volte al ripristino delle infrastrutture connesse all'attività agricola con onere della spesa a totale carico del Fondo di solidarietà nazionale; tra queste ricordo quelle irrigue e di bonifica.
PRESIDENTE. La deputata Carlucci ha facoltà di replicare.
GABRIELLA CARLUCCI. Naturalmente, sarei soddisfatta se tutto quello che ha enunciato alla fine della sua risposta il sottosegretario fosse attuabile nell'immediato. Allo stato, però, l'assessorato regionale e l'assessorato provinciale, tempestivamente contattati dai comuni che avevano questa grave difficoltà, non hanno dato segnali di vita.
Ribadisco che l'economia di tali comuni si basa sostanzialmente sui proventi dell'agricoltura, che in molti casi sono irrimediabilmente perduti: quindi, parliamo di una situazione veramente di grave emergenza. I nostri agricoltori in Puglia non hanno bisogno né di contentini, né di elemosina; hanno bisogno di misure concrete e ne hanno bisogno oggi. Vi sono molti casi in Puglia in cui i finanziamenti che derivano dai provvedimenti che lei ha citato sono stati erogati dopo quattro anni, quindi quando ormai non servivano più: i buoi erano scappati dalla stalla.
Dunque, chiedo, grazie all'intervento del sottosegretario che è stato così gentile da rispondere stamattina, di intervenire presso la regione Puglia e la provincia di Bari, che fino ad oggi sono state latitanti.
(Problemi occupazionali presso lo stabilimento Lastra di Sulmona - n. 2-00041)
PRESIDENTE. La deputata Pelino ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00041 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 7).
PAOLA PELINO. Signor Presidente, signor sottosegretario, leggo il testo dell'interpellanza firmata da me e dagli altri numerosi colleghi in elenco sulla grave problematica occupazionale relativa alla paventata chiusura dello stabilimento di Sulmona dell'azienda Lastra. L'annuncio di chiudere lo stabilimento di Sulmona, fatto dai vertici della società Lastra, del gruppo belga Agfa, e riportato ampiamente dalla stampa e dalle agenzie di informazione, rende ancora più acuta la crisi industriale che ha colpito la valle Peligna, considerata da molti una delle aree più fragili del sistema economico abruzzese.
Premesso che a Sulmona l'azienda, che produce lastre per sistemi tipografici e materiale fotografico, occupa 120 dipendenti che da luglio dovranno cessare la produzione, premesso che gli operai dell'azienda da giorni presidiano ad oltranza lo stabilimento, nella speranza che la loro problematica lavorativa venga tenuta nella giusta considerazione anche dall'opinione pubblica, premesso che le organizzazioni sindacali, con il coinvolgimento anche della provincia e della regione, hanno dato vita ad una grande mobilitazione per respingere i licenziamenti annunziati, si chiede di sapere se il Governo intenda intervenire per aprire un tavolo di trattative con i vertici dell'Agfa, le rappresentanze sindacali e una rappresentanza degli operai della Lastra, al fine di salvaguardare l'occupazione dei lavoratori e garantirePag. 24loro la giusta e legittima cassa integrazione a partire dal mese di luglio 2006, mese in cui nello stabilimento di Sulmona dovrebbe cessare la produzione. Sinteticamente ho qui letto l'essenza di questa interpellanza, ma, poiché mi è consentito dalla disponibilità di tempo concessami, desidero ampliare l'enunciato al fine di rendere a tutti maggiormente chiara la problematica in corso.
Infatti, nei giorni intercorsi dalla presentazione di questa interpellanza ad oggi, si stanno susseguendo sull'argomento non solo episodi di contestazione, ma anche incontri tra le organizzazioni sindacali, i lavoratori, le amministrazioni locali e le dirigenze ministeriali per tentare di scongiurare che si attui la chiusura dello stabilimento Lastra di Sulmona, ma pure, attraverso la buona riuscita delle trattative, per tentare di evitare che si verifichi un ulteriore indebolimento del sistema produttivo abruzzese.
Intanto, voglio sinteticamente offrire un profilo dell' Agfa per meglio inquadrare l'intera questione in corso. L'azienda è una delle società leader a livello mondiale nel campo dell'imaging; Agfa produce, sviluppa e commercializza sistemi analogici e digitali per l'industria grafica, per il settore medico e per le applicazioni industriali specifiche.
La sede centrale è in Belgio, ma è una società pienamente attiva in 40 nazioni e ha agenti mandatari in cento paesi in tutto il mondo. Il giro di affari complessivamente registrato dal gruppo nel 2005 è stato di ben 3.308 milioni di euro.
Lo stabilimento Lastra di Sulmona produce esclusivamente lastre analogiche per stampe in offset e, secondo i dati dell'Agfa, il risultato del calo della domanda di tale lastre, insieme al rapido passaggio ai sistemi a lastre digitali, ha portato all'intenzione o purtroppo alla decisione, che vogliamo scongiurare, di voler chiudere lo stabilimento sulmonese.
Negli ultimi anni Agfa ha trasformato il proprio business da analogico a digitale, effettuando investimenti e acquisizioni in nuove aree di crescita, come ad esempio la stampa industriale. Nel 2004 l'Agfa decise di utilizzare lo stabilimento abruzzese con un obiettivo espresso ben chiaro, quello di operare attraverso il brevetto della digitalizzazione, cioè con macchinari di ultima generazione, che avrebbero consentito un buon rapporto tra investimenti e profitti. Poi il settore Agfa material set previsto concentrerà l'impegno sulla produzione a basso costo di pellicole per mercati industriali, anche al di fuori del campo della stampa e delle strutture ospedaliere. Ciò comporterà, secondo voci correnti, un previsto giro di affari di 700 milioni di euro annui. Comunque, ad oggi, questo ancora non è stato fatto e molto probabilmente, a mio avviso, la multinazionale, se venisse adeguatamente esortata dal nostro Governo, potrebbe addirittura scegliere tra due opzioni: affrontare per Sulmona tale modernizzazione degli impianti; di conseguenza, a fronte di un investimento ben calcolato, daremmo la certezza a più di cento famiglie di vedere assicurato il lavoro ai loro cari e con esso di allontanare lo spauracchio della disoccupazione locale; oppure scegliere di vendere lo stabilimento, al completo degli impianti esistenti, dando così modo a tutti i dipendenti di non perdere il loro lavoro fin da subito.
Il Governo avrebbe in questo modo due grandi opportunità, senza dover spendere denaro pubblico: in primo luogo agire concretamente al fine di evitare la disoccupazione per tanti lavoratori; in secondo luogo avere l'occasione di essere propositivo per una ulteriore espansione occupazionale sul territorio di Abruzzo.
In attesa, dunque, di un impegno risolutivo, i lavoratori hanno scelto di non rassegnarsi e, quindi, la loro mobilitazione è sfociata nel presidio della fabbrica, in attesa che il Governo assuma l'iniziativa di avocare a sé la responsabilità delle trattative con l'azienda Lastra-Agfa, inducendola a farsi carico delle proprie responsabilità nei confronti non solo dei propri dipendenti ma anche delle amministrazioni locali.
A tale proposito sottolineo, non senza un velo di amarezza, che le aziende che operano sul territorio abruzzese - come del resto accade anche in altre regioni -Pag. 25non possono ritenere di assumere a cuor leggero decisioni così gravi, tralasciando volutamente di consultare quelle istituzioni che, negli anni passati, hanno in concreto abbondantemente finanziato i loro progetti. Desidero ricordare che la Lastra - fiorente azienda sorta a Sulmona nel lontano 1989 -, prima di passare alla società Agfa, godeva di bilanci in attivo e poteva vantarsi di disporre non solo di 125 dipendenti a lavoro fisso, ma anche di 12 lavoratori interinali. Ciò in quanto la politica aziendale era mirata all'ottimizzazione della produzione, attraverso la modernizzazione degli impianti. Circa due anni or sono, la Lastra acquistò dalla Mitsubishi il brevetto per il digitale; poi, ricevette la vantaggiosa offerta di acquisizione da parte della multinazionale Agfa e, di conseguenza, sembrò utile il passaggio.
Purtroppo così non è stato e i risultati si sono visti quasi subito, quando cioè non è stato più possibile assumere lavoratori interinali e quando i bilanci, anziché attestarsi su un trend di assoluto guadagno, sono calati nei profitti. Quindi, astutamente, la multinazionale ha inteso giocare un brutto tiro alla Lastra e, attraverso quest'ultima, all'economia dell'Abruzzo ed a quella nazionale.
Non dimentichiamo che, già in passato, la situazione occupazionale della Valle Peligna ha dovuto sopportare pesanti ripercussioni economiche, in conseguenza della chiusura di altre aziende. Ora, senza suo demerito, ma a causa di una furba politica delle acquisizioni industriali, vede profilarsi nuovamente lo spettro della disoccupazione per altri lavoratori. Pertanto, si produrranno a cascata effetti economici conseguenziali per altri comparti sociali.
Desidero ricordare nuovamente che il numero dei dipendenti della Lastra di Sulmona è di 120 venti unità che, senza alcun preavviso, lo scorso 8 giugno hanno appreso della fine della produzione decisa dai vertici aziendali per il 1o luglio 2006. Tale decisione aziendale non intacca gli altri due stabilimenti dell'Agfa ubicati nell'Italia settentrionale, ma soltanto lo stabilimento di Sulmona; pertanto, è naturale cercare di sapere qualcosa di più in ordine a tale decisione.
Nei due precedenti incontri svoltisi presso il Ministero dello sviluppo economico con i rappresentanti sindacali, regionali, del comune di Sulmona e della provincia dell'Aquila, ero presente anch'io in veste di parlamentare del territorio e membro della Commissione lavoro e ho dovuto purtroppo constatare che non vi è stata alcuna possibilità di trattativa, nonostante le premesse, poiché la comunicazione che i vertici aziendali ci hanno annunciato - attraverso un loro rappresentante legale presente in quella sede - è stata testualmente la seguente: «Vi comunichiamo che, a far data da lunedì 10 luglio 2006, ogni attività produttiva viene temporaneamente sospesa. Conseguentemente, fino a nuova disposizione, vi esoneriamo dal prestare la vostra attività lavorativa, fermo il decorso della normale retribuzione.».
Questa raggelante comunicazione, ovviamente, ha determinato nuovo sconforto, per cui non solo tutta la città di Sulmona, ma l'intero comprensorio della Valle Peligna è ben indeciso a reclamare un concreto impegno da parte del Governo, da attuarsi chiedendo all'Agfa due cose: innanzitutto, che non smobiliti le attrezzature, privando lo stabilimento anche delle materie prime; in secondo luogo, che ci si adoperi con fermezza per ottenere l'interruzione dei previsti licenziamenti, magari attuando le soluzioni cui ho fatto cenno in precedenza.
Naturalmente, anche l'amministrazione della regione Abruzzo è stata coinvolta in tale gravissima problematica di chiusura aziendale e, per quanto di propria competenza, sta tentando di adoperarsi a favore dei lavoratori, anche se sappiamo bene che i tempi si allungano e che i lavoratori possono finire in mobilità.
Dunque, in questa sede, sono portavoce non solo delle ansiose preoccupazioni dei lavoratori della Lastra di Sulmona, ma anche delle istanze che - in qualità diPag. 26membro della Commissione lavoro e del gruppo di Forza Italia - intendo formulare.
L'attuale Governo, che tanto ha denigrato la politica portata avanti dal Governo Berlusconi - che, invece, ha procurato migliaia di posti di lavoro in più in tutte le regioni italiane -, come intende ora in concreto adoperarsi per evitare che 120 lavoratori, dall'oggi al domani, si trovino a dover fronteggiare un'assolutamente iniqua ed imprevedibile disoccupazione?
In periodo preelettorale la parte politica attualmente al Governo ha lasciato chiaramente intendere a tutti gli italiani che avrebbero operato meglio del precedente Governo Berlusconi: dunque, ora attendiamo di vedere in cosa si estrinsecherà questo suo «far meglio»!
Non vorremmo rischiare non solo che non aumenti il numero dei posti di lavoro ma, addirittura, che non siano tutelati o che vengano ridotti quelli esistenti.
Cosa rispondiamo in coscienza a quelle 120 famiglie di Sulmona che sono in bilico fra il vivere un dignitoso menage e la minaccia di un'incipiente povertà (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia)?
ALFONSO GIANNI, Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico. Signor Presidente, l'ampia, documentata esposizione dell'onorevole Pelino mi permette di riassumere al minimo alcune informazioni, che del resto l'interpellato ha già anticipato, nonché di esprimere la mia opinione su alcune sue considerazioni finali (anche per rendere questo istituto del sindacato ispettivo il meno burocratico possibile e il più diretto dal punto di vista del confronto politico). Naturalmente, alcuni elementi li devo ricordare; anzitutto che la società Lastra fa capo al gruppo belga - notissimo - Agfa Gevaert, attraverso l'Agfa graphics.
La situazione dello stabilimento di Sulmona, oggetto dell'interpellanza in essere, che produce esclusivamente lastre analogiche positive per stampa offset è oggetto di monitoraggio da parte del Ministero dello sviluppo economico dopo l'annuncio della società di volere procedere alla prossima cessazione delle produzioni e alla messa in mobilità del personale, che ammonta a 123 unità. L'azienda è quindi stata convocata presso il nostro Ministero per approfondire le argomentazioni che sono alla base di quella decisione unilaterale.
L'incontro, che è intervenuto il 26 giugno ultimo scorso, è stato esteso anche ai rappresentanti della regione Abruzzo ed alle organizzazioni sindacali. Nel corso dell'incontro, l'azienda ha ribadito le motivazioni del gruppo Agfa che sono alla base della decisione di chiusura e che sono riferibili, a loro dire, essenzialmente, sia al calo della domanda, sia al passaggio a sistemi a nastri digitali.
In particolare, l'azienda ha fatto presente che, a fronte dell'esigenza di dovere procedere alla riconversione dell'impianto - dalle produzioni analogiche a quelle digitali - il gruppo ha ritenuto, per ragioni di economia di costi, di dovere privilegiare gli altri suoi siti nazionali che si trovano a Manerbio (in quel della provincia di Brescia) e a Vallese (in provincia di Verona).
Stante tale dichiarazione, il Ministero dello sviluppo economico si è impegnato, insieme alla regione Abruzzo, a verificare la possibilità di agevolare la riconversione produttiva del sito di Sulmona, pur nel pieno rispetto delle normative comunitarie che limitano le agevolazioni alle imprese.
Sulla base di tale impegno, l'azienda ha rinviato la decisione di procedere alla chiusura dello stabilimento, già fissato dal gruppo Agfa per il 30 giugno ultimo scorso, e, al fine di consentire all'Agfa di valutare i termini dei proposti interventi pubblici, l'incontro è stato aggiornato al successivo 6 luglio.
In tale secondo incontro, già avvenuto, la società, come ricordava poc'anzi anche l'onorevole interpellante, ha pregiudizialmente ritenuto di dover confermare l'intendimento di procedere comunque alla prossima chiusura dell'impianto, senza volerePag. 27entrare nel merito delle azioni di supporto. Ciò stante, il Ministero per lo sviluppo economico e la regione Abruzzo, nello stigmatizzare esplicitamente la decisione, assunta dal gruppo multinazionale senza evidenti intenti collaborativi nei confronti degli organi di governo nazionali e regionali, si sono impegnati ad avviare ogni opportuna azione che possa consentire il recupero produttivo ed occupazionale del sito di Sulmona. Una prima riunione di verifica con le organizzazioni sindacali circa le azioni intraprese è stata programmata, pertanto, per il prossimo mese di settembre.
L'onorevole interpellante ha aggiunto, nella sua illustrazione, ulteriori dichiarazioni e considerazioni, di cui personalmente la ringrazio: da un lato, esse arricchiscono la nostra conoscenza, e quella di tutti gli onorevoli colleghi, della situazione in quel territorio; dall'altro, confermano quanto io stesso ho affermato relativamente all'andamento degli incontri sin qui svoltisi, al livello ed alle caratteristiche delle responsabilità che sono state assunte.
Mi sia permesso, quindi, di dire all'onorevole interpellante le seguenti cose. La prima è che tutti i consigli sono ben graditi. Il Ministero, che rappresento più o meno degnamente, non manca di fantasia: manchiamo di fondi - anche perché chi ci ha preceduto non ne ha lasciati -, ma certamente siamo disponibili a far funzionare le nostre facoltà mentali allo scopo di trovare nuove soluzioni a questo e, purtroppo, ad altri problemi.
Desidero ricordare, inoltre, che il Ministero per lo sviluppo economico è sede permanente di trattative (anche in questo momento), relative a situazioni peggiori e più disperate di quella sollevata dall'onorevole interpellante. Se fosse vero che il Governo che ci ha preceduto ha ben operato, probabilmente, avremo più tempo libero, ora, per dedicarci al futuro anziché ad un tragico presente.
Un'ultima considerazione (che diventerà più chiara nel tempo): se non dovesse agire, come invece è costretto a fare, nel quadro delle legislazioni vigenti in termini di politiche industriali, il Governo potrebbe avere, probabilmente, più frecce al suo arco per risolvere il caso del sito di Sulmona come quelli di altri siti.
Perciò, ci auguriamo che, quando questo Ministero presenterà - come farà nelle prossime settimane - un ampio ed articolato disegno di legge volto a monitorare e prevenire le crisi industriali, esso possa trovare il favore del Parlamento. Ciò ci permetterebbe di intervenire con maggiore pregnanza e cogenza nel campo delle crisi industriali, anche quando queste sono ingenerate da decisioni unilaterali di multinazionali.
PRESIDENTE. La deputata Pelino ha facoltà di replicare.
PAOLA PELINO. Signor Presidente, la risposta fornitami in relazione alla gravissima problematica che ho evidenziato e sottolineato con la mia interpellanza non mi trova pienamente soddisfatta in ordine alla soluzione prospettata.
I lavoratori, in procinto di restare disoccupati senza loro demerito, hanno bisogno, unitamente alle loro angosciate famiglie, di una realistica quanto rapida soluzione operativa, ed hanno diritto di conoscere sino a che punto questo Governo intenda spendersi per loro.
Non credo che si possa tergiversare quando sono in causa interessi sociali tanto importanti per il vivere quotidiano di persone così numerose. Nemmeno credo che si possano offrire risposte poco chiare quando la posta in gioco è così alta. Non basta assicurare di intervenire, ma bisogna dare indicazioni precise sul come e sul quando.
Credo che i lavoratori abbiano diritto di sapere da questo Governo (che in periodo elettorale, attraverso il suo premier Prodi, si è vantato di saper offrire addirittura felicità a tutti quanti lo avrebbero appoggiato) non solo che si sta facendo qualcosa in merito e che si provvederà a fare qualcos'altro, ma che in concreto, in Parlamento, il Governo si impegna a farsi carico e a risolvere le problematiche esposte, che non sono certamente marginali, ma assolutamente sostanziali, se non perPag. 28vivere felici, almeno per continuare onestamente un vivere sereno.
Illustrando l'interpellanza credo non solo di avere sottolineato la situazione gravissima, ma di avere anche prospettato le possibilità reali di soluzione. Il Governo dovrebbe svolgere in concreto il ruolo che gli compete, cioè quello di tutelare almeno il lavoro di quanti rischiano, senza loro demerito, di doverlo perdere.
Come membro quindi, della Commissione lavoro della Camera, come parlamentare di un partito come Forza Italia, che stando al Governo ha saputo in ogni modo tutelare e sviluppare l'occupazione e il lavoro nel nostro paese, ed infine come imprenditrice e come cittadina di Sulmona, non posso che essere delusa dalla risposta fornita in quest'aula ad una così grave ed oggettiva problematica nazionale.
(Problemi occupazionali presso il gruppo industriale CF Gomma - n. 2-00050)
PRESIDENTE. L'onorevole Di Salvo ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00050 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 8).
TITTI DI SALVO. Signor Presidente, i termini della situazione sono stati esposti con maggior dettaglio nell'interpellanza urgente. Ricapitolo quindi i principali argomenti, confidando sulla risposta del Governo, affinché possa aiutare a dissipare i dubbi che esistono sull'evoluzione e la prospettiva di un gruppo in evidente difficoltà. Stiamo parlando di un gruppo, la CF Gomma, che ha in Italia quattro stabilimenti, altri tre all'estero (in Germania, Polonia e Francia). In Italia sono occupate, in 4 stabilimenti, complessivamente circa mille persone. Uno di questi stabilimenti è a Settimo torinese, vicino a Torino, in una zona, come è noto, già interessata da molti problemi, un altro a Sulmona, un terzo a Cinisello Balsamo, un quarto a Brescia.
La CF Gomma si è trovata nel tempo ad accumulare difficoltà, sicuramente legate anche all'andamento dei suoi clienti principali (uno di questi è la FIAT). Essa, soprattutto, si è trovata in una situazione finanziaria di grandissime ed evidente difficoltà nel 2005.
Sulla base della difficoltà, è stato definito un piano industriale e alcune scelte, che hanno portato all'ingresso in campo del gruppo Pugliese, e a un piano straordinario delle banche.
Il gruppo Pugliese avrebbe fornito garanzie, insieme al piano delle banche, per la continuità produttiva e la salvaguardia dei livelli occupazionali.
Ora, la possibilità materiale e concreta che tutto ciò avvenga è legata alla approvazione del piano di continuità che il tribunale di Nantes avrebbe dovuto già aver definito, ma che ha poi posposto nel tempo: la data nella quale è fissata adesso la decisone del Tribunale di Nantes è per domani, 12 luglio.
Ora, le notizie che arrivano dalla Francia, attraverso i rapporti tra sindacati francesi e sindacati italiani (e anche i rapporti, in questo periodo intercorsi, tra il sindacato chimico e l'impresa), lasciano molto dubbiosi, perplessi e preoccupati, esattamente riguardo i due temi principali, e cioè: la continuità produttiva (l'integrità del gruppo quindi), e la salvaguardia dei livelli occupazionali. Dicevo che vi sono un migliaia di lavoratori in Italia, e ancora di più negli stabilimenti tedeschi, polacchi e francesi.
Per quanto riguarda l'interpellanza urgente, è evidente in questo caso l'urgenza legata ai tempi: il 12 luglio è domani; è evidente l'urgenza legata alla preoccupazione.
Io e gli altri parlamentari dell'Unione firmatari della presente interpellanza chiediamo certezza dell'impegno del Governo e anche chiarezza sulle scelte concrete, per garantire i due elementi che ho prima sottolineato, e che riconfermo: salvaguardia dei livelli occupazionali e continuità produttiva. Infatti i territori - tutti - di Settimo Torinese, Cinisello Balsamo, Brescia e Sulmona sono interessati per la verità anche da altri problemi relativi al tessuto produttivo in crisi.
ALFONSO GIANNI, Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico. Signor Presidente, come si voleva dimostrare, siamo di fronte ad un'altra grave crisi industriale, che coinvolge un numero consistente di occupati e di siti produttivi, con conseguenze rilevanti nei nostri rapporti internazionali. Si tratta quindi di una vicenda estremamente complessa, la cui gravità il nostro ministero non intende nascondere, rispetto alla quale evidentemente gli interpellanti chiedono non soluzioni tese a mettere in atto degli ammortizzatori sociali, di competenza del Ministero del lavoro, ma una soluzione di politica industriale, che ovviamente si pone su un terreno più complicato e che richiede alcuni passaggi.
In buona sostanza, il gruppo CF Gomma, il cui controllo è passato nelle mani del gruppo campano Pugliese, come ricordava l'onorevole Di Salvo, è uno dei leader europei nella fornitura autoveicolistica di sistemi di sospensione, di sistemi di trasferimento fluidi, di articoli tecnici di gomma, guarnizioni e prodotti per l'industria (mescole-giunti di espansione).
Negli ultimi anni, il gruppo ha conosciuto una crescita esponenziale e si è fortemente internazionalizzato. Infatti, è presente in Italia con quattro stabilimenti: a Settimo Torinese, a Cinisello Balsamo (in provincia di Milano), a Sulmona (in provincia dell'Aquila) e a San Nicola di Melfi. È inoltre presente in Francia, Germania, Polonia, Turchia, Stati Uniti, Argentina e Brasile. La forza lavoro complessiva è di circa 5300 occupati.
La CF Gomma ha acquistato l'impresa Barre Thomas, fornitore della Peugeot Citroen, situata a Rennes, nella Bretagna orientale. La Barre Thomas è divenuta pertanto una controllata del CF Gomma ed è attualmente in amministrazione controllata.
Il tribunale di Nantes, come peraltro è noto agli interpellanti, circostanza testè ribadita dall'onorevole Di Salvo, sta valutando il piano industriale della società e, presumibilmente, nell'udienza del prossimo 12 luglio, deciderà se accettare il piano di risanamento presentato dal gruppo Pugliese o scorporare dalla CF Gomma la Barre Thomas. Condivido dubbi e perplessità, ma credo che non possiamo fare altro, in queste ore, che attendere la decisione del tribunale di Nantes.
In ogni caso, il nostro ministero, al fine di garantire gli attuali assetti produttivi e occupazionali del gruppo CF Gomma in Italia, sta monitorando la situazione con la dovuta attenzione ed è in contatto continuo con le parti coinvolte, con le quali saremo in grado di fissare un incontro immediatamente dopo la decisione del tribunale francese, e quindi di avviare l'ennesimo - purtroppo - tavolo di confronto, che speriamo possa portare ad una soluzione soddisfacente per i siti produttivi e per la continuità occupazionale in questo importante settore.
PRESIDENTE. L'onorevole Di Salvo ha facoltà di replicare.
TITTI DI SALVO. Signor Presidente, sono soddisfatta dell'intenzione manifestata dal Governo di affrontare una situazione che ha le caratteristiche di difficoltà che sono state evidenziate. Sono soprattutto soddisfatta della decisione di fissare immediatamente dopo il 12 luglio l'incontro con le parti sociali. Naturalmente, la soddisfazione vera e piena si avrà di fronte alla soluzione del problema, ma l'intenzione era quella che avremmo voluto ascoltare.
(Disposizioni relative alla regolamentazione del servizio taxi contenute nel recente provvedimento del Governo - n. 2-00052)
PRESIDENTE. L'onorevole Buontempo ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00052 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 9).
TEODORO BUONTEMPO. Signor Presidente, vorrei rilevare come il decreto-legge che ha l'obiettivo della liberalizzazione delle licenze dei taxi sia assolutamente anticostituzionale, e ciò perché tale materia non è riscontrabile né tra le norme previste dall'articolo 117 né tra le materie di competenze dello Stato. Si tratta, quindi, di una materia - a nostro avviso - di competenza esclusiva delle regioni, con una regolamentazione propria e diretta da parte dei comuni. Del resto, lo stesso decreto Bersani rinvia ai comuni l'applicazione caso per caso, città per città.
A copertura di un metodo inaccettabile, che ha visto il Governo intervenire sulle regole di lavoro e sulla vita stessa di migliaia di cittadini, senza alcuna preventiva consultazione o concertazione e senza che il Parlamento venisse informato attraverso un dibattito ed un coinvolgimento delle Commissioni, si parla di interventi in difesa dei cittadini.
In realtà, evocando la figura del consumatore, si è voluta coprire la grave responsabilità di un provvedimento che non riveste assolutamente il carattere dell'urgenza, presupposto per l'adozione di un decreto-legge, e che quindi non rientra tra le prerogative del Governo. Il decreto-legge ignora, dunque, l'articolo 117 della Costituzione e cancella la concertazione, spesso richiesta anche da esponenti dell'attuale maggioranza.
Credo che, se il Governo avesse sollecitato sindaci e regioni ad incontrare i tassisti al fine di assicurare ai cittadini un miglior servizio, le soluzioni sarebbero state trovate, anche nel rispetto delle esigenze locali dell'utenza, che ovviamente variano da città a città e da regione a regione.
Ritengo che quella dell'aumento dei turni, dell'estensione delle attività con la possibilità di autorizzare un sostituto alla guida, sarebbe stata sicuramente una proposta accettata dalla categoria. Oggi il Governo deve ricercare un compromesso, un punto di incontro, ma deve anche contribuire a porre fine alla campagna denigratoria contro i tassisti, definiti una categoria «privilegiata», quando si tratta in realtà di persone che lavorano dieci o dodici ore al giorno, che non avranno una pensione e che non godono di ferie retribuite. Dire che si tratti di categoria privilegiata mi sembra una forzatura che nasconde un altro tipo di obiettivo!
Credo che si debba aiutare l'utente e cittadino velocizzando il traffico della città, creando un maggior numero di corsie preferenziali, parcheggi maggiormente diffusi nella città, realizzando condizioni igienico-sanitarie per gli stessi operatori. Non si può essere contrari al decreto-legge se non rilevando che in esso si maschera un altro obiettivo vero e concreto, quello di trasformare dei lavoratori autonomi in lavoratori dipendenti. Lavoratori dipendenti, magari precari e sottopagati, associati in cooperative, costituite come le cosiddette multiservizi dai comuni, che rispondano alle forze politiche. Così facendo, si finirà per eliminare una categoria che non costa una lira allo Stato, che se la cava da sola, che paga le rate delle proprie autovetture e che si organizza in modo che il lavoro svolto consenta il conseguimento di un utile.
Sottosegretario Alfonso Gianni, sono curioso di conoscere quale sarà la sua risposta alla mia interpellanza urgente, tenuto conto che ella proviene da una tradizione, anche personale, di spiccata sensibilità verso il mondo del lavoro. Mi parrebbe, quindi, alquanto inquietante che lei sposasse questa deregulation, questa liberalizzazione, questo modo di penalizzare una categoria solo perché essa è ancora autonoma.
Sugli organi di stampa sono apparsi degli articoli che ritengo incredibili. Tra questi, uno apparso sul quotidiano la Repubblica che recita, leggo testualmente: «La marcia su Roma dei tassisti è un capitolo illuminante della biografia della nazione, e lo è dal punto di vista etico-politico. Ormai da tre giorni i tassisti italiani sono diventati come i camioneros cileni: scioperi spontanei e blocchi stradali, aggressioni inopinate, slogan violenti e striscioni inqualificabili davanti a Palazzo Chigi. Saremo il vostro Iraq, recita uno striscione, minacciano i duri di tassametroPag. 31selvaggio. Poco senso di responsabilità verso gli italiani che in città ci stanno perdendo tempo e denaro. Nessun senso di solidarietà». Questo articolo, a firma Giannini, evidenza più degli altri la volontà, la decisione di spaccare il paese, di dividerlo, di criminalizzare una categoria, di additare i tassisti come se fossero i delinquenti delle città. Come riportano le cronache degli organi di stampa, le vittime della delinquenza sono spesso i tassisti, lasciati soli in balia di delinquenti, di spacciatori e di drogati. Quando, invece, un utente sale su un taxi italiano, si sente sicuro, sia che si tratti di un uomo sia che si tratti di una donna.
Tale categoria, quella dei tassisti, ha avuto la forza anche di fare pulizia al proprio interno e, quindi, non si hanno notizie di tassisti spacciatori, drogati e ubriachi. Avviene, invece, il contrario, cioè che violentatori e delinquenti salgano sui taxi. Per tale motivo, noi dobbiamo studiare un sistema moderno e adeguato di difesa e di protezione per questo difficile lavoro.
Quando si parla poi di tariffe applicate dai tassisti italiani e si fa riferimento ad altri paesi europei, si dicono, a mio avviso, bugie, perché mi si dica qual è il paese in Europa dove una corsa di taxi costa meno che in Italia. Ciò che costa sono, come avviene nel comune di Roma, le inadempienze dei sindaci. Più precisamente, se per effettuare una corsa di taxi da piazza del Parlamento a Porta Pia, che distano all'incirca 4-5 chilometri, occorre più di mezz'ora di tempo, allora è inevitabile che il cliente paghi più del dovuto. E ciò non perché vi è un guadagno ingiustificato da parte del tassista; il cliente paga proprio perché quella percorrenza è impedita in quanto il tassista affoga all'interno di un traffico proibitivo.
Dal sottosegretario Alfonso Gianni, che ha partecipato a tante manifestazioni di lavoratori, vorrei sapere perché a Roma, che è soffocata ogni giorno da manifestazioni sindacali e politiche (a pagare per esse sono anche i tassisti che rimangono bloccati in mezzo al traffico), tutti alzano la voce quando a manifestare e a scendere in piazza sono i tassisti. Anche al centro di Roma occorrerebbe una regolamentazione, ma finora queste manifestazioni e questi cortei i tassisti li hanno subiti. Non capisco perché, quando sono i metalmeccanici ad occupare la città, le stazioni ferroviarie e a rendere impossibile la vita in città, l'Italia di sinistra applaude e sta zitta, mentre se si tratta dei lavoratori autonomi, questi vengono quasi additati come dei delinquenti.
Allora, ci sono delle soluzioni possibili. Credo che il Governo sbagli a fare un braccio di ferro e che la tesi di Bersani «prima si colpisce e poi si tratta», onorevole sottosegretario, non dovrebbe accettarla nessuno: è una questione di cultura e di sensibilità sociale. Si tratta, e i sindaci avrebbero potuto farlo, come è accaduto a Milano, dove le licenze sono state aumentate. Ovviamente, c'è stato un confronto civile tra il sindaco e i tassisti, ma, senza questo decreto punitivo che mira all'eliminazione di tale categoria, i taxi sono stati aumentati.
Nel caso di cui parliamo credo che una possibile trattativa possa riguardare l'ipotesi di eliminare la licenza multipla, che significa il padrone di turno ed il dipendente che deve guidare il taxi. Sono convinto che, aumentando le ore di possibile permanenza su strada degli attuali taxi e consentendo a coloro che hanno la licenza di far guidare la macchina ad un proprio congiunto o, se si vuole, ad un proprio dipendente, possa aumentare del 50 per cento il numero delle autovetture su strada.
Quindi, con molto senso di equilibrio e di responsabilità, i problemi legati all'utenza si possono affrontare, tranne quello del minor costo, perché si tratta di una vera e propria bugia. Se si vuole un minore costo del taxi, si defiscalizzi ulteriormente il carburante, si diano incentivi concreti per l'acquisto delle autovetture, si dia la possibilità di una copertura assicurativa, visto che si svolge una funzione pubblica. A mio avviso, questo è un modo serio, responsabile, razionale di affrontare il problema; altrimenti, non ci si lamenti che la protesta continua, perché la protestaPag. 32è la forza della democrazia. Io ho difeso le proteste anche quando al Governo c'era il centrodestra; che non si può dire, va bene quando si è fuori dal Governo e che non va bene quando si è al Governo, perché con l'indirizzo che ha preso questo esecutivo credo che nel nostro paese di proteste ce ne saranno tante e sacrosante. Ognuno assolverà alla propria funzione, ma con esponenti del Governo che liberamente dicono «prima si colpisce e poi si tratta», avremmo dovuto vedere CGIL, CISL e UIL - a prescindere dalla categoria che era scesa in piazza - mobilitate per contrastare questo principio di natura culturale assolutamente inaccettabile.
Quindi, potenziare i servizi, sì, ma non, come ha detto il leader della Margherita, con centrali di mobilità e, addirittura, con licenze provvisorie per far fronte ad un evento straordinario. Le licenze provvisorie possono essere a tre, a sei, a otto mesi e, quindi, questo diventa un modo per aumentare il precariato anche in tale settore, nonostante gli impegni del Governo, che dice di volerlo diminuire.
La liberalizzazione dei taxi, così come concepita da questo decreto, metterà su strada, più che nuovi taxi, nuovi tassisti, nuove figure: tassisti dipendenti, con contratti precari; la sostituzione dell'impresa individuale con cooperative politicamente gradite. Anche...
PRESIDENTE. Onorevole Buontempo, l'avverto che ha esaurito i 15 minuti per l'illustrazione. Ne ha poi altri dieci, come lei sa, per la replica.
TEODORO BUONTEMPO. Dunque spero che il Governo voglia andare incontro ad un confronto serio per trovare la soluzione. Il braccio di ferro, l'uno contro l'altro armato, non porta da nessuna parte, perché i tassisti sono persone perbene e troveranno anche la solidarietà dei cittadini perbene, perché non si vuole che, partendo da questa categoria, in Italia cominci ad essere vietato anche lo scendere in piazza a coloro che non sono graditi al Governo.
ALFONSO GIANNI, Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico. Onorevole Buontempo, lei si è detto curioso di sapere il mio punto di vista e quindi, visto che ci conosciamo da tanto tempo, glielo dirò con molta franchezza, rispondendo sulla base di appunti che ho preso mentre lei parlava. Mi permetta però di essere un po' preciso e, gioco di parole, tassativo, perché in questa veste non mi posso permettere di fare della filosofia generica, come avrei fatto se fossi stato ancora deputato e sedessi nel Parlamento.
La prima questione è che lei ha sollevato un problema di incostituzionalità del decreto-legge. Naturalmente la penso in modo esattamente opposto. Peraltro, questo problema non riguarda semplicemente la normativa dei tassisti, ma riguarda un provvedimento che affronta i temi, in modo urgente e particolare, riguardanti diverse categorie. Quindi, il giudizio sull'incostituzionalità del provvedimento va espresso nel suo complesso. Poiché il Governo ha emanato questo decreto-legge, evidentemente ritiene che esso sia perfettamente coerente con l'articolo 77, e non solo, della Costituzione; chi lo ha controfirmato pure. Ogni altro argomento è questione di quella funzione di filtro, che le Commissioni affari costituzionali nei due rami del Parlamento debbono operare. Riprenderemo la discussione quando arriveremo al giudizio di costituzionalità delle Commissioni o a eventuali eccezioni sollevate dall'opposizione in Parlamento o da qualunque altro parlamentare lo ritenga opportuno.
Qui, visto il contenuto e le caratteristiche della vostra interpellanza, sto al merito e al metodo di come abbiamo e stiamo affrontando la questione. Lei, onorevole Buontempo, ha fatto riferimento al diritto di protesta: io glielo sottoscrivo e sottolineo anche la mia convinzione che il diritto di sciopero è talmente sacrosanto, da essere tutelato in Costituzione come un diritto individuale. Quindi ciò vuol direPag. 33che esso non sta in capo a nessun sindacato, associazione o categoria. Tuttavia, tra il diritto di sciopero - il diritto di manifestazione e il diritto anche di bloccare una città per far sentire la propria voce - e violenze perpetrate ne passa! Leggendo la vostra interpellanza, sono infatti rimasto colpito - onorevole Buontempo glielo voglio dire con molta franchezza, perché non risulti che qualcuno glielo ha mandato a dire - che lei dica, in un'interpellanza presentata lo scorso 7 luglio: «le disposizioni contenute nel provvedimento del Governo per la regolamentazione del servizio taxi stanno determinando le reazioni dure dei tassisti, reazioni assolutamente prevedibili e legittime». Personalmente, onorevole Buontempo, considero l'aggressione avvenuta qui fuori al ministro Mussi non prevedibile e totalmente illegittima. Vorrei quindi conoscere nella replica il suo esplicito parere su tale questione.
Detto ciò, la categoria dei tassisti - come purtroppo sta facendo quella degli avvocati, e come forse faranno quelle dei farmacisti e dei notai - ha tutto il diritto, salvo che dovrebbe avere il senso della proporzione di ciò che fa, di indire manifestazioni, scioperi ed agitazioni e di chiedere il confronto con il Governo.
Questo confronto - come lei dovrebbe sapere, onorevole Buontempo - è già stato aperto in data 7 luglio, quando abbiamo incontrato, con la presenza del ministro Bersani, gli esponenti sindacali della categoria dei conducenti di auto pubbliche (vale a dire i tassisti).
Tale incontro è avvenuto alla presenza del presidente dell'ANCI, Leonardo Domenici, e del sindaco di Roma, Walter Veltroni. Il motivo è ovvio: l'argomento riguarda la viabilità urbana ed investe, quindi, la responsabilità diretta sia dell'organizzazione dei comuni italiani, sia, naturalmente - poiché l'incontro avveniva a Roma -, del sindaco di questa città. Va ricordato, inoltre, che il decreto-legge in questione è talmente poco dirigista e talmente tanto soft - cioè «dolce» - che esso concede ai comuni la possibilità di incrementare il numero di licenze, ma, ovviamente, non li obbliga in tal senso, né potrebbe farlo.
Il provvedimento citato stabilisce regole cornice: questo sì, caro Buontempo. Mi permetta anche di dirle, con estrema chiarezza - proprio perché non lo ero in passato e non sono diventato ora un fanatico della concertazione -, che il confronto con le organizzazioni sindacali dipende, nel modo in cui si svolge, dal merito della questione. Se ci troviamo di fronte, come in questo caso, a norme «sacrosante», adottate nei confronti di una serie di categorie di lavoratori - o di professionisti, che dir si voglia -, che sono state invocate da sentenze comunitarie e da pareri emessi dall'Antitrust finora negletti, nonché suggerite a gran voce dai cittadini, penso che rientri nella responsabilità di questo Governo assumere una decisione e farlo ricorrendo allo strumento del decreto-legge. Ritengo, altresì, che rientri nella responsabilità dell'opposizione parlamentare - che lei così vivacemente interpreta, onorevole Buontempo - usare tutto il tempo necessario per cercare di modificare o, eventualmente, anche di far decadere il provvedimento in questione.
Al contempo, vorrei rilevare che il Ministero dello sviluppo economico è una «cattedrale di vetro»: ogni ora conduciamo trattative anche con chi sta effettivamente perdendo il suo pezzo di pane, figuriamoci se non siamo disponibili a farlo con i tassisti! È ciò che stiamo facendo: venerdì 7 luglio, infatti, si è tenuta la riunione che ho citato, ed al termine di tale incontro il ministro Bersani (leggo testualmente il comunicato stampa diramato per evitare equivoci) ha affermato - attenzione, onorevole Buontempo! - che «non esistono preclusioni ad individuare altre forme alternative al cumulo delle licenze che garantiscano l'obbiettivo di un reale potenziamento del servizio pubblico dei taxi sia sul versante della flessibilità che sul versante dell'accesso all'attività, anche per aprire nuove prospettive ai giovani attraverso strumenti differenziati da comune a comune».Pag. 34
Le parole di detto comunicato stampa, gli aggettivi e le virgole sono «pesati» e sono responsabili. Se lei, onorevole Buontempo, intende aprire una polemica con un autorevole quotidiano, lo faccia pure, ma noi certamente non ci assumiamo la responsabilità di ciò che scrivono i quotidiani. Noi, infatti, ci assumiamo la responsabilità di ciò che scriviamo nei comunicati stampa ufficialmente emessi dal Ministero dello sviluppo, per rispetto nei confronti dei cittadini e di coloro che abbiamo incontrato e che incontreremo.
Dunque, contrariamente a quanto scritto da qualcuno, il ministro Bersani non ha affatto ritirato la rimozione del divieto al cumulo delle licenze.
Ha semplicemente dichiarato che, fermi restando gli obiettivi - la flessibilità dell'accesso all'attività (e, dunque, nuove prospettive per i giovani) ed il potenziamento del servizio pubblico dei taxi (che riguarda indistintamente, almeno sotto il profilo potenziale, tutti i cittadini) -, se da parte delle categorie interessate, dell'opposizione parlamentare e anche, ovviamente, dei parlamentari della maggioranza, nonché da parte dei singoli cittadini, vengono prospettate soluzioni che permettano di raggiungere i risultati indicati con migliore soddisfazione di tutti, non avremo né paura né preoccupazione alcuna di chiedere noi stessi la modificazione delle norme varate. Ma vi è quel «se» davanti.
Se, invece, si pensa di mantenere la categoria chiusa, di gestirla solo in ambito familiare e di inibire l'ingresso ai giovani, mantenendo l'offerta di auto pubbliche in circolazione allo stato attuale, non ci siamo, onorevole Buontempo.
Lei che è romano assai più di me, ha ricordato la caoticità del traffico in questa nostra amata città; si tratta di un problema vero, sul quale non si può essere evasivi. Non possiamo sostenere che la questione del divieto di cumulo delle licenze può essere risolta attraverso una soluzione - i cui tempi non possono che essere molto lontani, purtroppo! - che agisca sul volume del traffico. D'altro canto, mi permetto di farle osservare che la moltiplicazione dell'offerta del servizio taxi permetterebbe a molti cittadini - anche a quelli meno abbienti, se le tariffe non fossero così «caricate» (e dopo cercherò di spiegare perché lo sono) - di usare più frequentemente il taxi anche per brevi trasporti in modo da non intasare il centro con l'auto privata. Infatti, il problema, come è dimostrato in tutte le grandi città, caro onorevole Buontempo, non risiede tanto e solo nel numero delle vetture circolanti quanto, e soprattutto, nella quantità delle vetture ferme. Ciò che inibisce il traffico - e lei che è romano più di me, lo sa - sono le seconde e le terze file. Le strade vengono bloccate perché il cittadino, dovunque si rechi, anziché con un mezzo pubblico - che potrebbe essere anche un taxi; in ipotesi, un taxi usato in modo plurimo - si sposta con l'auto privata e la parcheggia male adirandosi, peraltro, se qualcuno gliela sposta.
Non mi risulta che ciò succeda né a Parigi né a Londra; ci provi, lei, a lasciare a Londra un'automobile in divieto di sosta: gliela restituiscono pressata, con pacchetto postale, dieci giorni dopo, con il marchio anche dell'antiterrorismo, se del caso. Quindi, non giochiamo sulle parole - peraltro, penso di essere almeno pari a lei quanto a capacità di inventiva dialettica -: dobbiamo essere seri, tutti lo devono essere. Non sarà un articolo de La Repubblica a salvarci, tampoco l'aggressione al ministro di turno. Si tratta di farsi carico di un problema che era maturo da tempo; né vi è imprevedibilità alcuna, e al riguardo vorrei rivolgermi a qualche collega della maggioranza, come l'ottimo Gerardo Bianco...
GERARDO BIANCO. A Londra hanno proposto il risciò...
ALFONSO GIANNI, Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico. Come vedi, l'inventiva non manca mai; naturalmente, dipende da chi lo guida: questo è il grave problema sociale che abbiamo di fronte!
Voglio aggiungere - e mi rivolgo anche alla maggioranza - che nessuna, nessunaPag. 35delle misure recate dal decreto-legge n. 223 del 2006 attualmente in discussione al Senato è improvvisa o imprevedibile: tutte, dalla prima all'ultima, stavano e stanno nelle famose 281 pagine del programma dell'Unione su cui qualche privo di spirito ha ironizzato. Pagine stampate in un milione di copie, che erano e che sono disponibili via Internet e che ogni cittadino, ogni esponente di associazione di categoria poteva per tempo vedere e valutare. Infatti, sono state valutate, tant'è vero che gli italiani, fosse anche per quei 24 mila 775 voti, che equivalgono a quei pochi centimetri di traversa che danno a questo paese l'onore della vittoria dei mondiali di calcio, hanno espresso il loro favore per quel programma.
Onorevole Buontempo - le sto per lasciare la parola, lei ha tutto il diritto di dirmene di cotte e di crude -, le posso assicurare che io, in tanti anni di esperienza parlamentare - Bianco me ne darà atto -, non ho mai visto un provvedimento governativo più popolare di questo. È chiaro che la singola categoria si lamenta con quell'altra, ma, nel suo complesso, quando diciamo che ci siamo messi dal punto di vista del cittadino tout court (consumatore, utente e lavoratore), abbiamo detto e visto il giusto e la reazione è positiva, generalmente e massimamente.
Detto ciò, ogni miglioramento, specialmente se suggerito da lei, sarà il benvenuto, perché qui siamo tutti disponibili a parlare, siamo in un Parlamento e la piena capacità di sintesi, attraverso gli anni, è stata acquisita come una lezione di vita.
PRESIDENTE. Con questo atteggiamento «dialogico», il deputato Buontempo ha facoltà di replicare.
TEODORO BUONTEMPO. Signor Presidente, mentre per la parte che attiene alla libertà di manifestare apprezzo le parole dette dal sottosegretario Gianni, per tutto il resto non condivido affatto ciò che egli ha affermato.
Intanto, per quanto riguarda il decreto, che egli descrive come popolare, io credo che di popolare esso abbia solo le manifestazioni che sta provocando. C'è più dissenso che assenso, ma lo vedremo nei prossimi giorni.
Volevo anche ricordarle che, a livello europeo, quando è stata approvata la direttiva Bolkestein sulle liberalizzazioni dei servizi, fu escluso proprio il comparto dei tassisti. Quindi, anche il richiamo all'Europa mi sembra forzato.
La lingua italiana è bella perché si può sostenere tutto e il contrario di tutto. Però, onorevole sottosegretario, all'articolo 77 della Costituzione si dice che il Governo può emanare un decreto-legge in casi straordinari di necessità ed urgenza e sotto la sua responsabilità. Quindi, si fa riferimento solo a casi straordinari di necessità e di urgenza. Mi dica lei quale era questa emergenza fulminante tale da affrontare con un decreto-legge la questione dei tassisti.
Inoltre, onorevole sottosegretario, se legge l'articolo 117, riscontrerà che questa materia non è di pertinenza dello Stato. Lo Stato ci arriva con un escamotage, facendo una forzatura, tant'è che nello stesso decreto si stabilisce che saranno i comuni a provvedere. Quindi, sarebbe stato molto più opportuno che in questa materia, come previsto dall'articolo 117 della vostra riforma costituzionale, fossero le regioni e non lo Stato ad intervenire.
Per quanto attiene alla questione generale, signor sottosegretario, gli esponenti del mio partito - tutti, a cominciare dal presidente Fini - hanno condannato l'aggressione e le offese nei confronti dell'onorevole Mussi. È ingeneroso da parte sua dire che non si è condannata questa aggressione sulla base di un testo di una interrogazione. Noi lo abbiamo fatto e lo abbiamo fatto con determinazione, proprio perché crediamo nella libertà di manifestare e, quindi, anche nel rispetto dei diritti di tutti, di coloro che condividono e di coloro che non condividono.
Io, per esempio, non riesco a condividere la criminalizzazione che è stata fatta. Lei dice che io faccio polemica con un giornale. No, io faccio polemica con molti esponenti del Governo e di questa maggioranza.Pag. 36
Anzi, queste dichiarazioni hanno suscitato anche una reazione da parte di alcuni esponenti di sinistra, che hanno reagito a tanta tracotanza. Vi è una maggioranza che vorrebbe decidere chi ha il diritto di scendere in piazza e chi questo diritto non ce l'ha. Lei ha affermato che si sta portando avanti un dialogo, ma se non si cambia mentalità si rischia che questo confronto non porti lontano. Occorre modificare questa mentalità.
Innanzi tutto è inaccettabile che si preveda la possibilità di costituire cooperative o società e che i tassisti debbano diventare dipendenti. Lei e il Governo, toglietevi dalla testa questa ipotesi! Scenderemo in piazza insieme ai tassisti, faremo manifestazioni nel rispetto delle regole, perché questa è una violenza! Non si possono adottare disposizioni che riguardano una categoria, dall'oggi al domani, senza interpellarla, senza che il provvedimento venga discusso prima in Parlamento. In questo modo, si cancella la liquidazione di questi lavoratori, perché la licenza è un valore accumulato negli anni, è un bene acquistato con il risparmio di anni. Dall'oggi al domani, a chi ha organizzato la propria vita in base alle leggi dello Stato, gli si dice: per te cambia tutto e diventi un precario che, per guadagnare la giornata, deve competere con un altro disperato che fa lo stesso lavoro.
Il Governo scarica sui lavoratori i suoi problemi!
Onorevole sottosegretario, migliorate il servizio pubblico a Roma, realizzate più corsie preferenziali, realizzate il sistema «unilinea», eliminate gli autobus doppi che bloccano le strade di questa città, fate in modo che ci sia più sicurezza! In questa città non consiglierei a nessuno di prendere l'autobus a mezzanotte per tornare da soli a Tor Bella Monaca! Fatela finita con le ipocrisie! Oltre una certa ora, per chi abita in periferia e anche per i lavoratori, l'autobus è proibitivo! Non lo si può prendere, perché questa non è una città sicura. Allora, il taxi diventa un'alternativa.
Però, la sfido a dimostrarmi in quale città europea il servizio taxi costa meno che in Italia. Non dite corbellerie perché, anzi, in Italia c'è una sicurezza nel prendere i taxi che non esiste in Francia o in altri paesi europei. A proposito di costi nel nord Europa: faccia un giro in taxi e si renderà conto di quanto costa una corsa in quei paesi.
Signor Presidente, sto concludendo, impiegherò solo qualche altro minuto. Quindi, si può affrontare la situazione con molto senso di equilibrio, senza criminalizzare nessuno. Il punto di sintesi può essere l'aumento delle autovetture. Per abbassare i costi - cosa che non deve andare a discapito di chi lavora - visto che, come lei dice, il taxi ha anche una funzione pubblica, bisogna aiutarlo defiscalizzando, dando incentivi per l'acquisto delle autovetture. Non si può scaricare su chi lavora la necessità di abbassare i costi.
In conclusione, signor Presidente, ritengo che si tratti di una questione molto importante in questi giorni: è l'inizio di un modo di governare che a noi non piace. Questo l'ho detto anche quando governava il centrodestra perché il confronto con i lavoratori è un passaggio essenziale. Non si governa contro nessuno, si governa trovando il giusto equilibrio, specialmente verso una categoria che finora se l'è cavata da sola e non è costata una lira alla pubblica amministrazione.

References: sentenza 
 sentenza 
 articolo 1
 articolo 1
 articolo 1
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza