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Timestamp: 2019-07-22 12:47:48+00:00

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SEN. DONATELLA PORETTI » Blog Archive » Emendamenti e Pregiudiziali di Costituzionalità al DDL 1505 decreto legge sicurezza ed atti persecutori
apr '09 21
A.S. 1505
All’art. 1, comma 1, alla lettera a), le parole: “in occasione della commissione di” sono sostituite da: “nell’atto di commettere”.
E’ necessario prevedere, ai fini dell’operatività dell’aggravante in questione, un rigido vincolo di con testualità tra le due condotte criminose (la violenza sessuale e l’omicidio). La formula adottata dal Governo, infatti, porterebbe a prevedere la pena dell’ergastolo anche qualora vittima della violenza sessuale e dell’omicidio non dovessero coincidere (si pensi ad esempio allo stupratore che, dopo aver consumato la violenza, si accorga della presenza di un testimone che vi abbia assistito e decida di ucciderlo). E’ indispensabile prevedere che tra le due condotte criminali non vi sia semplice connessione occasionale, come previsto dal decreto-legge, ma necessaria contestualità cronologica. Di qui la necessità di cambiare la formulazione della citata disposizione.
All’art. 1, al comma 1, la lettera b) è soppressa.
L’emendamento in questione sopprime la disposizione che prevede l’ergastolo per l’autore del delitto di “stalking” che commette un omicidio. Emendamento che già presentammo in sede di discussione approvazione del disegno di legge Carfagna
All’art. 1, al comma 1, alla lettera b) le parole “all’autore del” sono sostituite con le seguenti “nell’atto di commettere il”
In subordine, qualora non dovesse essere approvato l’emendamento precedente, sarebbe opportuno ri-formulare la disposizione in questione- la quale, ricordo, prevede l’aggravante dell’ergastolo per l’autore di un omicidio che in passato si sia reso anche autore del delitto di atti persecutori, il tutto, però, senza operare alcun riferimento al necessario collegamento concreto tra i due fatti (l’omicidio e lo stalking) , il che ci porta a dubitare della compatibilità della presente disposizione con i principi costituzionali. Ecco perché è necessario prevedere un vero e proprio collegamento causale tra gli atti persecutori e l’evento omicidiario. L’emendamento in questione va proprio in questa direzione.
All’art. 2, comma 1, le lettere a) e a-bis) sono soppresse
L’introduzione come strumento coercitivo e di prevenzione speciale, della presunzione di pericolosità, con uso obbligato della custodia cautelare in carcere, per i reati di violenza sessuale e non solo, oltre a costituire un indiscutibile vulnus al principio dell’autonomia ed indipendenza del giudice nell’esercizio del potere giurisdizionale, determina una automatica compressione della libertà personale dell’indagato il quale, anche se accusato del piu’ odioso dei crimini, rimane un soggetto non colpevole sino a sentenza definitiva (art. 27 della Costituzione)
A.S.1505
All’art. 2, comma 1, alla lettera a) le parole “600-ter, escluso il quarto comma”, sono soppresse.
Stride ed è incomprensibile l’inclusione dell’art. 600-ter comma 3 nell’elenco dei reati per cui è richiesto il carcere preventivo obbligatorio: la norma in questione infatti prevede limiti edittali di pena (da uno a cinque anni) che non appaiono comparabili con quelli delle altre fattispecie (ben più gravi) inserite nell’elenco.
All’art. 2, comma 1, dopo la lettera a) è aggiunta la seguente:
a-bis) All’art. 303, dopo il comma 4, è aggiunto il seguente: “5. Nel caso si proceda per uno dei delitti di cui all’art. 275 comma 3, ad esclusione dei delitti di cui all’art. 416-bis del codice penale o dei delitti commessi avvalendosi dalle condizioni previste dal predetto art. 416-bis ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, i termini di durata massima della custodia cautelare di cui ai commi 1 e 4, sono ridotti alla metà”.
In caso di approvazione dell’art. 2, comma 1, lettera a), sarebbe quanto mai doveroso prevedere una significativa contrazione dei termini massimi di custodia cautelare per quasi tutte le ipotesi di reato ivi previste, questo al fine di non sacrificare per periodi eccessivamente lunghi la libertà personale del cittadino-imputato, in quanto tale presunto innocente fino a sentenza definitiva. Detto altrimenti, non sarebbe tollerabile un sistema che prevedesse, da un lato, meccanismi automatici ed obbligatori di applicazione del carcere preventivo e, dall’altro, termini di custodia cautelare eccessivamente lunghi. Nei casi di cui all’art. 275 comma 3 c.p.p. l’imputato in stato di custodia cautelare, infatti, ha tutto il diritto a che la sua situazione processuale venga definita entro termini rapidi.
L’art. 3 è soppresso.
L’esclusione dai benefici penitenziari, presupponendo una presunta pericolosità sociale individuata solo in base al titolo di reato, ossia in virtu’ di un tipo di autore, si pone in evidente contrasto con i principi cardine del nostro sistema costituzionale, tra i quali si iscrive certamente la finalità rieducativi della pena.
Peraltro questa deroga ai principi contenuti nella legge Gozzini, indiscutibile baluardo dei diritti civili dei detenuti, sembra preludere ad altri, futuri, possibili interventi di modifica della legge stessa, con il rischio di vanificare la indubbia e proficua capacità di risocializzazione dimostrata dalle misure alternative al carcere.
“Art. 3 (modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354). Alla legge 26 luglio 1975, n. 354, sono apportate le seguenti modificazioni:
1. L’articolo 4-bis è sostituito dal seguente:
“4-bis. L’assegnazione al lavoro esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione previste dal capo VI, esclusa la liberazione anticipata, possono essere concessi ai detenuti e agli internati per i seguenti delitti solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia a norma dell’art. 58-ter della presente legge: delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza, delitto di cui all’art. 416-bis del codice penale, delitti commessi, in concorso del delitto precedente, avvalendosi delle condizioni previste dallo stesso articolo ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, delitti di cui agli articoli. 600, 601, 602 e 630 del codice penale, all’art. 291-quater del testo unico delle disposizioni legislative in materia doganale, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43, e all’art. 74 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309. Sono fatte salve le disposizioni degli articoli. 16-nonies e 17-bis del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82. I benefici suddetti possono essere concessi ai detenuti o agli internati per uno dei delitti di cui al primo periodo del presente comma, solo se vi sono elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva, nei casi in cui la limitata partecipazione al fatto criminoso, accertata nella sentenza di condanna, ovvero l’integrale accertamento dei fatti e delle responsabilità operato con sentenza irrevocabile, rendono comunque impossibile un’utile collaborazione con la giustizia, nonché nei casi in cui, anche se la collaborazione che viene offerta risulta oggettivamente irrilevante, nei confronti dei medesimi detenuti o internati è stata applicata una delle circostanze attenuanti previste dall’art. 62, numero 6), anche qualora il risarcimento del danno è avvenuto dopo la sentenza di condanna, dall’art. 114, ovvero dall’art. 116, secondo comma, del codice penale. I benefici di cui al presente comma possono essere concessi solo se non vi sono elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva, ai detenuti o agli internati per i delitti di cui: agli articoli. 575, 628 terzo comma, e 629, secondo comma, del codice penale, all’art. 291-ter del citato testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43, all’art. 73 del citato testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dell’art. 80, comma 2, del medesimo testo unico, all’art. 416 del codice penale, realizzato allo scopo di commettere delitti previsti dal libro II, titolo XII, capo III, sezione I, e dagli articoli. 609-bis, 609-quater e 609-octies del medesimo codice penale e dall’art. 12, commi 3, 3-bis e 3-ter, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni. Le disposizioni di cui al presente comma sono applicabili alle sole pene inflitte per i delitti ivi indicati, che devono considerarsi espiate per prima.
2. Le preclusioni, salva collaborazione con la giustizia ai sensi dell’art. 58-ter, alla ammissibilità al lavoro esterno e ai permessi premio, di cui al primo periodo del comma 1, cessano di avere efficacia dopo la espiazione effettiva di metà della pena e comunque di non oltre dieci anni, non applicandosi in tale calcolo la disposizione del comma 4 dell’art. 54. Le stesse preclusioni all’ammissibilità alle misure alternative di cui agli articoli 47, 47-ter e 50, cessano di avere efficacia dopo la espiazione effettiva di due terzi della pena e, comunque, di non oltre dodici anni, non applicandosi in tale calcolo la disposizione del comma 4 dell’art. 54. Venuta meno la efficacia delle preclusioni, la ammissibilità ai benefici predetti può avvenire solo in presenza delle condizioni legali e di merito previste per i singoli benefici e purché non sia accertata la sussistenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata.
3. Ai fini della decisione in merito ai benefici di cui al comma 1, il magistrato di sorveglianza o il tribunale di sorveglianza integra i dati istruttori utili alla decisione stessa, acquisendo dettagliate informazioni dagli organi indicati al comma 4 sulla attualità dei collegamenti del condannato con la criminalità organizzata o eversiva. Le informazioni di tali organi non devono esprimere pareri sulla concessione dei benefici, ma fornire dati conoscitivi relativi alla permanenza attuale dei collegamenti indicati; gli eventuali pareri espressi non possono essere utilizzati nella motivazione della decisione. In ogni caso il giudice decide decorsi quaranta giorni dalla richiesta delle informazioni.
4. Le informazioni di cui al comma 3 sono acquisite:
a) nei casi di cui al primo, secondo e terzo periodo del comma 1, presso il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica competente nel luogo di detenzione del condannato, che può essere integrato dal direttore dell’istituto in cui lo stesso si trova, e dell’analogo organo competente nel luogo di commissione del reato;
b) nei casi di cui al quarto periodo del comma 1, ai questori competenti del luogo di detenzione del condannato e del luogo di commissione dei reati.
5. Quando il comitato di cui al comma 4, lettera a), ritiene che sussistono particolari esigenze di sicurezza ovvero che i collegamenti potrebbero essere mantenuti con organizzazioni operanti in ambiti non locali o extranazionali, ne dà comunicazione al giudice e il termine di cui al comma 2 è prorogato di ulteriori trenta giorni al fine di acquisire elementi ed informazioni da parte dei competenti organi centrali”.
2. L’art. 58-quater è sostituito dal seguente:
“Art. 58-quater. L’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione di cui agli articoli 47, 47-ter e 50, non possono essere concesse al condannato per uno dei delitti di cui al comma 1 dell’art. 4-bis:
a) quando ha posto in essere una condotta punibile ai sensi dell’art. 385 del codice penale;
b) quando le misure di cui all’alinea sono state revocate a seguito di una condotta colpevole dell’interessato;
c) quando è pronunciata condanna definitiva nei confronti dell’interessato per un delitto doloso, punito con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a tre anni, commesso durante la fruizione di uno dei benefici previsto dall’alinea.
2. Il divieto di cui al comma 1 opera nell’ambito della stessa esecuzione e non concerne i periodi di custodia cautelare o la esecuzione di misure alternative relative ad altre pene; se queste sono comprese nel complesso di pene nella attuale esecuzione contestuale, l’esecuzione della pena per cui opera il divieto di cui al comma 1 deve considerarsi espiata per prima.
3. Il divieto di cui al comma 1 opera:
a) nella ipotesi di cui alla lettera a) del comma 1, per un periodo di tre anni dal momento in cui è ripresa la esecuzione della custodia cautelare o della pena; tale periodo è ridotto a due anni se l’interessato si costituisce volontariamente in carcere entro dieci giorni dalla consumazione dell’evasione;
b) nella ipotesi di cui alla lettera b) del comma 1, per un periodo di tre anni dalla data della condotta colpevole per cui è stata pronunciata la revoca della misura alternativa o, se tale data non è definita, da quella della pronuncia della revoca;
c) nelle ipotesi di cui alla lettera c) del comma 1, per un periodo di tre anni dalla data della commissione del delitto se la pena inflitta non è superiore a due anni di reclusione, e per un periodo di cinque anni dalla stessa data, se la pena inflitta è superiore a due anni di reclusione.
4. Nelle ipotesi di cui alla lettera c) dl comma 1, il divieto ivi previsto opera anche se è emessa sentenza ai sensi dell’art. 444 del codice di procedura penale.
5. Quando, nelle ipotesi di cui alle lettere a) e c) del comma 1, il procedimento penale relativo è pendente per l’evasione o per un delitto doloso punito con la reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, il magistrato di sorveglianza o il tribunale di sorveglianza competenti possono sospendere l’esecuzione del lavoro all’esterno o l’esecuzione o la concessione dei permessi premio o l’esecuzione o la concessione della misura alternativa fino alla pronuncia della sentenza definitiva.
6. Se le situazioni di cui ai commi da 1 a 3 emergono successivamente alla concessione dei benefici si deve procedere alla revoca della stessa o, nel caso in cui al comma 5, alla sospensione ivi prevista”.
La modifica in questione contiene anche un chiarimenti interpretativo. Oggi, fra i reati che comportano le preclusioni ai benefici penitenziari, sono compresi i “delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dallo stesso art. 416-bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste”. Si è voluto chiarire che tali delitti devono concorrere con il delitto di cui all’art. 416-bis. Altrimenti può sorgere, come è sorta, la interpretazione che tale concorso non fosse necessario e veniva, però, meno un reale aggancio oggettivo alla aggregazione mafiosa e si rischiava di adottare un criterio troppo discrezionale per la valutazione di condotte genericamente considerate mafiose. Alla discrezionalità di tale valutazione si ricollegava l’effetto, troppo pesante, della preclusione ai benefici penitenziari. Un ulteriore intervento previsto dalla presente proposta emendativa riguarda la formulazione dell’oggetto degli accertamenti richiesti agli organi di sicurezza e di polizia. Tale oggetto viene indicato in modo diverso nel terzo e nel quarto periodo del comma 1 dell’art. 4-bis. La sostanza degli accertamenti richiesti è la stessa: si vuole sapere se vi siano o meno legami degli interessati con la criminalità organizzata, solo che, nel terzo periodo, si inserisce l’accertamento in modo negativo – che, cioè, vi siano elementi negativi sui collegamenti attuali – mentre, nel quarto periodo, l’accertamento è posto in modo positivo – che, cioè, vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza dei collegamenti, senza fare, peraltro, riferimento alla attualità di tali elementi, attualità richiamata invece nel periodo precedente. Si ritiene che differenze così sottili non garantiscano in alcun modo un maggiore approfondimento delle situazioni che, inevitabilmente, dovrebbe essere piu’ accurato quando si sia in presenza di reati maggiori. Ciò che sarebbe essenziale, in effetti, sarebbe un migliore livello di conoscenza, acquisito attraverso una costante monitorizzazione dei fenomeni criminali e dei partecipanti agli stessi. Va aggiunto che, nel quarto periodo, si è aggiunto il riferimento alla “attualità” dei collegamenti da accertare o meno, che è indubbiamente essenziale (tanto che viene puntualmente indicato nel terzo periodo) ai fini che interessano e che, nel testo vigente, mancava. Sono state inoltre aggiunte precisazioni circa gli organi cui chiedere gli accertamenti, razionalizzando il regime attuale, abbastanza lacunoso. Inoltre, si è sottolineata l’esigenza che gli accertamenti devono fornire al giudice informazioni e non pareri, come purtroppo troppo spesso accade.
L’altro intervento modificativo riguarda l’art. 58-quater il quale viene riscritto, in parte per chiarificazione e in parte per ridimensionamento degli automatismi che contiene. Per quanto riguarda il campo di applicazione dell’articolo in questione: si è sottolineato che lo stesso riguarda i detenuti per i delitti di cui all’art. 4-bis, non quelli per altri reati. Va detto che per i reati minori e particolarmente per quelli di tossicodipendenti, un blocco di benefici di questa entità renderebbe difficile lo svilupparsi di percorsi riabilitativi abbastanza tormentati, frequenti in tali casi. Ecco perché la modifica in questione prevede espressamente temperamenti a tale blocco per i casi di minore gravità. E’ stato chiarito inoltre che la commissione di un ulteriore reato è rilevante anche se oggetto di sentenza emessa a seguito di patteggiamento. Nonostante la equiparazione della normativa ad una sentenza di condanna, la giurisprudenza si è mossa in senso contrario. Non pare però che la scelta processuale, rimessa all’accortezza delle difese, possa influire sulla valutazione penitenziaria. Infine si è lasciato alla discrezionalità della magistratura di sorveglianza la decisione sulla operatività della normativa degli ultimi tre commi del testo vigente, nel caso di procedimento pendente per la commissione di un nuovo reato. La decisione sarà rimessa ad una valutazione dei dati processuali acquisibili da parte della magistratura di sorveglianza competente, che potrà sospendere il proprio giudizio fino alla pronuncia della sentenza definitiva o anche accogliere l’istanza, con riserva di riesame all’esito del procedimento.
L’art. 4 è soppresso.
La disposizione in questione prevede che la persona offesa dai reati in materia di violenza sessuale possa essere ammessa al patrocinio a spese dello Stato anche se economicamente non si trova in una situazione di disagio. Per la prima volta, e piuttosto curiosamente, viene pertanto previsto che anche una persona abbiente possa essere ammessa al patrocinio a spese dello Stato. Nel caso in cui si proceda per questo tipo di delitti, la persona offesa può chiedere, senza alcun limite di reddito, che i compensi spettanti al suo difensore, al suo consulente tecnico e al suo investigatore privato sia pagati dallo Stato. Il giudice non potrà che concedergli il beneficio, in via del tutto automatica. Si chiede pertanto la soppressione di questa singolare norma che contempla l’ammissione al patrocinio di un soggetto abbiente, norma che, se approvata, darà sicuramente filo da torcere all’interprete.
All’art. 7, comma 1, capoverso art. 612-bis, sostituire i primi due periodi con i seguenti: “Salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato, chiunque compia azioni persecutorie mediante la reiterazione di uno o piu’ atti di minaccia, molestia, ingiuria, diffamazioni, percosse, violenza privata, lesioni personali, ovvero mette in atto ogni altro comportamento perturbatore idoneo ad interferire in maniera molesta e continuata nella vita pubblica o privata altrui, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia o sia stata legata da stabile relazione affettiva alla persona offesa”
I primi due periodi del nuovo art. 612-bisi, così riformulati, risultano maggiormente aderenti ai principi costituzionali di tassatività e determinatezza della fattispecie penale
All’art. 7, comma 1, capoverso art. 612-bis, comma 2, la parola: “legalmente” è soppressa.
La disposizione in questione prevede l’aumento ordinario fino a un terzo della pena se gli atti persecutori sono commessi dal coniuge legalmente separato o divorziato della persona offesa. Bene, non si comprende perché il legislatore abbia incluso nell’aggravante colui che in passato abbia intrattenuto una relazione affettiva con la vittima, ma abbia invece escluso il coniuge separato solo di fatto.
All’art. 7, comma 1, capoverso art. 612-bis, comma 2, sostituire le parole: “persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa” con le seguenti: “persona che sia o sia stata legata da relazione affettiva con la persona offesa”.
La disposizione in questione prevede l’aumento ordinario fino a un terzo della pena se gli atti persecutori sono commessi da chi in passato abbia intrattenuto una relazione affettiva con la vittima. Bene, non si comprende perché il legislatore non abbia incluso nell’aggravante anche colui intrattenga tale tipo di relazione al momento della consumazione della stessa.
All’art. 7, comma 1, capoverso art. 612-bis, al secondo periodo, dopo le parole: “che sia stata legata da”, aggiungere la seguente: “stabile”.
Con questa modifica si intende stabilire che ai fini dell’aumento di pena non è sufficiente aver accertato che ci sia stata una relazione affettiva tra reo e vittima, ma occorre verificare se questa relazione sia o sia stata “stabile”. Al limite, infatti, l’aggravamento di pena può trovare giustificazione solo in presenza di relazioni affettive che abbiano o abbiano avuto il carattere della “stabilità”
All’art. 8, il comma 4 è soppresso.
Il comma 4 dell’art. 8 prevede che il delitto di atti persecutori sia procedibile d’ufficio se commesso da soggetto in precedenza ammonito. Tale disposizione non pare opportuna, perché la prospettiva di perdere la possibilità di condizionare la procedibilità del reato potrebbe costituire un disincentivo per la vittima a rivolgersi al questore.
All’art. 9, comma 1, lettera a), al comma 4, capoverso art. 282-quater, dopo le parole: “ai servizi socio-assistenziali del territorio”, sono aggiunte le seguenti: “ovvero all’autorità di polizia competente, che vigila sulla loro osservanza e fa rapporto al pubblico ministero di ogni infrazione”
Per garantire il rispetto del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, infatti, il giudice che emette la misura cautelare deve darne immediata comunicazione anche all’autorità di polizia, cui è demandato il compito di vigilare sul suo rispetto, pena, in caso di trasgressione da parte dello stalker, l’applicabilità dell’art. 650 c.p.
All’art. 9, comma 1, sopprimere le lettere b) e c).
Le disposizioni in questione estendono l’ipotesi di incidente probatorio contemplata dal comma 1 bis dell’art. 392 cpp al reato di” atti persecutori”; estensione giustificata esclusivamente in ragione della necessità di evitare alla vittima del reato, minorenne, “quanto possibile la reiterazione del confronto in sede giudiziaria con la ricostruzione di esperienze drammatiche e dolorosamente umilianti”.
Ebbene, la predetta estensione è totalmente ingiustificata in quanto la natura del reato contemplato dal nuovo art. 612 bis c.p. e la sua relativa gravità non consentono in alcun modo di ipotizzare che possano verosimilmente porsi in atto da parte del reo o di terzi condotte volte a condizionare la persona offesa sì da indurla ad una “ritrattazione” rispetto a quanto eventualmente dichiarato al P.M. in sede di indagini preliminari, né tanto meno consentono di ritenere il rischio di una alterazione del ricordo conseguente al trauma subito. Detti pericoli, detto in altri termini, non avrebbero più probabilità di verificarsi che con riguardo ad ogni altro fatto di reato che veda un minore quale persona offesa.
L’assenza di tali rischi (o comunque la loro trascurabile incidenza), che soli potrebbero valere a
ricondurre il “nuovo” incidente probatorio entro i confini dell’istituto, pone la proposta di modifica normativa contemplata dall’art. 3 comma 1 lett. c) al di fuori di qualsivoglia giustificazione di sistema. Le invocate ragioni di tutela del minore, che si sostanziano nella necessità di evitare allo stesso di ripercorrere esperienze terribilmente dolorose in pubblico dibattimento, sono invero affatto estranee a qualsivoglia elemento di “periculum” determinante la non rinviabilità della prova al dibattimento ed in particolare ad un’ipotetica messa a rischio della sua genuinità, di tal che appaiono evidentemente inidonee a giustificare sistematicamente l’innovazione.
Se dunque l’esigenza di tutela del minore è certamente da condividersi, essa non può trovare quale suo strumento di attuazione un istituto processuale (quale quello contemplato dall’art. 392 comma 1-bis c.p.p.) non previsto né mai utilizzato a tale esclusivo scopo, con l’ulteriore evidente rischio di aprire ulteriori varchi pericolosissimi per la tenuta dell’intero sistema processuale.
Questione pregiudiziale di costituzionalità dell’art. 2, lettere a) e a-bis), del disegno di legge n. 1505 (Conversione in legge del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori) in relazione agli artt. 3, 13 e 27, comma 1, della Costituzione.
all’art. 2, lettere a) e a-bis), il decreto-legge in questione estende l’ambito di applicabilità dell’art. 275, comma 3 del codice di procedura penale ai reati di cui all’ art. 51, commi 3-bis e 3-quater, nonché in ordine ai delitti di cui agli artt. 575, 600-bis, primo comma, 600-ter, escluso il quarto comma, 600-quinquies, nonché dagli articoli 609-bis, 609-quater e 609-octies, salvo sussistano le circostanze attenuanti dagli stessi contemplate;
la predetta disposizione, se approvata, introdurrebbe all’interno del nostro ordinamento giuridico una disciplina normativa pienamente lesiva dei principi di cui agli articoli 3, 13 e 27, comma 1, della Costituzione;
ed invero una così massiccia applicazione della presunzione di pericolosità e della connessa applicabilità della sola custodia cautelare in carcere, solleva seri dubbi di legittimità costituzionale in ordine ad un irragionevole bilanciamento tra la tutela della libertà personale di cui all’art. 13, comma 1, della Costituzione ed esigenze di tutela della collettività, essendo innegabile che nel provvedimento in esame il legislatore abbia spostato in avanti, a favore delle richiamate esigenze di tutela della collettività, il punto di equilibrio tra dette esigenze e le incontestabili garanzie che vanno riconosciute ai cittadini-imputati;
peraltro il legislatore, contravvenendo all’art. 3 della Costituzione, introduce un irragionevole uguale trattamento cautelare per situazioni che sono in concreto notevolmente diversificate sul piano oggettivo e soggettivo;
ed invero la Corte Costituzionale, con ordinanza n. 450 del 24/10/1995, aveva sì dichiarato manifestamente infondata la questione sollevata in relazione all’art. 275, comma 3, del codice di procedura penale, ma ciò aveva fatto in considerazione: a) dell’elevato e specifico coefficiente di pericolosità per la convivenza e la sicurezza collettiva inerente ai delitti di cui all’art. 416-bis del codice penale, che soli giustificano, attualmente, il ricorso alla custodia cautelare obbligatoria in presenza dei gravi indizi di colpevolezza; b) alla sostanziale omogeneità delle condotte criminose previste dal vigente art. 275, comma 3, c.p.p.;
ebbene, le predette circostanze non sarebbero piu’ rintracciabili nel testo attualmente in discussione, posto che la modifica in discussione comporta la compressione della libertà personale nella modalità piu’ estrema (custodia cautelare in carcere) per una molteplicità di condotte assai eterogenee, sottraendo del tutto al giudice la valutazione di adeguatezza della misura e provocando, per l’estensione applicativa che il disposto necessariamente avrebbe, un aumento di proporzioni inusitate dei detenuti in attesa di giudizio;
un simile meccanismo è peraltro funzionale al fenomeno cosiddetto di “anticipazione della pena”, che diviene paradossalmente “effettiva” proprio perché irrogata senza processo, proiettando una immagine dimidiata del diritto al processo, ciò in violazione dell’art. 27, comma 1, della Costituzione;
di non procedere oltre nell’esame dell’art. 2, lettere a) e a-bis), del decreto legge del 23 febbraio 2009 n. 11.
Questione pregiudiziale di costituzionalità dell’art. 4, del disegno di legge n. 1505 (Conversione in legge del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori) in relazione agli artt. 3 e 81 comma 4 della Costituzione.
l’articolo 4 del decreto-legge in questione – contenente modifiche al testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 – prevede che la persona offesa dai reati in materia di violenza sessuale possa essere ammessa al patrocinio a spese dello Stato anche se economicamente non si trova in una situazione di disagio;
pertanto nel caso in cui si proceda per questo tipo di delitti, la persona offesa potrà chiedere, senza alcun limite di reddito, che i compensi spettanti al suo difensore, al suo consulente tecnico e al suo investigatore privato siano pagati dallo Stato ed il giudice non potrà che concedergli il beneficio, in via del tutto automatica;
per la prima volta, e piuttosto curiosamente, viene quindi previsto che anche una persona abbiente ed economicamente benestante possa essere ammessa al patrocinio a spese dello Stato, il che non può non comportare alcune obiezioni di legittimità costituzionale della citata disposizione, in particolare in relazione all’art. 3 della Carta fondamentale;
la ratio dell’istituto del gratuito patrocinio risiede infatti nella garanzia del diritto inviolabile alla difesa nei confronti delle vittime (o degli autori) di qualsiasi reato, purché prive del reddito minimo stabilito ex lege; sicché il solo parametro di riferimento ai fini della garanzia del diritto alla difesa attraverso l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato è esclusivamente il reddito della vittima (o dell’autore), non già il tipo di delitto dalla stessa subito, perché non è la gravità del reato ad imporre allo Stato di sostenere gli oneri processuali delle persone offese, ma esclusivamente la loro difficoltà nel ricorso alla difesa tecnica, in ragione della propria condizione patrimoniale;
inoltre la scelta dei reati le cui vittime sono ammessi al patrocinio a spese dello Stato solleva diverse perplessità sotto il profilo del rispetto del principio di eguaglianza-ragionevolezza (art. 3 della Costituzione), posto che non si comprende il criterio di selezione dei reati considerati – i reati di violenza sessuale non sono infatti i più gravi previsti dal sistema penale – a fronte della esclusione di delitti anche della stessa indole ben più efferati e gravemente puniti (si pensi ai reati di sfruttamento sessuale del minore, ovvero all’omicidio, alla strage, al sequestro di persona o ai delitti di riduzione in schiavitù, tratta, acquisto e alienazione di schiavi, per cui sono previste cornici edittali di pena tra le più alte di quelle sancite dal codice);
la disposizione in oggetto – certamente onerosa sotto il profilo finanziario – viola anche l’art. 81 comma 4 della Costituzione nella parte in cui non prevede una copertura economica adeguata, ulteriore rispetto agli “ordinari stanziamenti di bilancio” richiamati ai fini della copertura finanziaria.;
di non procedere oltre nell’esame dell’art. 4 del decreto legge del 23 febbraio 2009 n. 11.

References: sentenza 
 art. 416
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 416
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 612
 art. 612
 art. 612
 art. 612
 art. 612
 art. 282
 art. 612
 art. 51
 art. 275