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Timestamp: 2019-03-22 14:08:30+00:00

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Le donazioni di modico valore sono soggette a collazione - Renato D'Isa
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Le donazioni di modico valore sono soggette a collazione
Corte di Cassazione, sezione seconda civile, Sentenza 30 gennaio 2019, n. 2700.
Sentenza 30 gennaio 2019, n. 2700
Le donazioni di modico valore sono, tuttavia, soggette a collazione, ad eccezione di quelle fatte al coniuge del defunto (articolo 738 c.c.). Ne consegue che, al di fuori dell’eccezione alla regola generale stabilita in favore del coniuge, anche per le donazioni di modico valore (nella specie, fatte in favore di una figlia) l’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione (salva l’espressa dispensa da parte del de cuius nei limiti in cui sia valida) e i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da una espressa domanda dei condividenti, essendo sufficiente a tal fine la domanda di divisione e la menzione in essa dell’esistenza di determinati beni, facenti parte dell’asse ereditario da ricostruire, quali oggetto di pregressa donazione.
La scrittura del 26 luglio 1996 recava la dichiarazione di (OMISSIS) di “donare” al figlio (OMISSIS) l’appartamento di (OMISSIS), sul presupposto dell’avvenuta donazione a (OMISSIS) di altro appartamento in (OMISSIS) e salvo compensazione con denaro o altri beni del differente valore dei due immobili. La sentenza di secondo grado ha negato che tale scrittura valesse come atto di ultima volonta’, mancando l’intenzione di disporre nel caso di morte, e trattandosi, piuttosto, di progetto dispositivo non impegnativo per la de cuius. La Corte di Palermo dichiaro’, poi, inammissibile il motivo di gravame sulle domande di rimborso ed infondata la censura sulla simulazione della vendita del box di (OMISSIS); ritenne irrilevante la dedotta irregolarita’ urbanistica dell’immobile sito a (OMISSIS); supero’ le doglianze dell’appellante circa la non comoda divisibilita’ dello stesso immobile di (OMISSIS), essendo il piano seminterrato inidoneo ad utilizzazione abitativa e spettando al Comune la verifica di realizzabilita’ del progetto di recupero ipotizzato da (OMISSIS); condivise le valutazioni degli immobili ereditari operata dal CTU, alla stregua anche delle stime dell’Osservatorio Immobiliare e di una stima in particolare del villino di (OMISSIS) compiuta nel 1996; nego’ la soggezione a collazione dei gioielli donati da (OMISSIS) alla figlia (OMISSIS), o per il loro modico valore, o per difetto di prova.
La decisione della Corte d’Appello poggia su un apprezzamento di fatto del contenuto della dichiarazione della de cuius, prerogativa certamente spettante al giudice di merito, operato alla stregua del costante orientamento di questa Corte, secondo cui, per decidere se un documento abbia i requisiti intrinseci di un testamento olografo, occorre accertare se l’estensore abbia avuto la volonta’ di creare quel documento che si qualifica come testamento, nel senso che risulti con certezza che con esso si sia inteso porre in essere una disposizione di ultima volonta’ (Cass. Sez. 2, 02/02/2016, n. 1993; Cass. Sez. 2, 08/01/2014, n. 150; Cass. Sez. 2, 28/05/ 2012, n. 8490; Cass. Sez. 2, 24/08/1990, n. 8668). Perche’ sia individuabile un testamento in senso formale, occorre, dunque, rinvenire il proprium dell’atto di ultima volonta’ (“per il tempo in cui avra’ cessato di vivere”: articolo 587 c.c.), nel senso che l’atto esprima un’intenzione negoziale destinata a produrre i suoi effetti dopo la morte del disponente. Il testamento, infatti, rappresenta l’unico tipo negoziale con il quale taluno puo’ disporre dei propri interessi per il tempo della sua morte. Requisiti irrinunciabili sono la formalita’ e la solennita’ dell’atto al fine di garantire la liberta’ di testare, la certezza e la serieta’ della manifestazione di volonta’ del suo autore e la sicura determinazione del contenuto delle singole disposizioni. Nella scrittura del 26 luglio 1996, come evidenziato dalla Corte d’Appello, (OMISSIS) utilizzo’ l’espressione “dichiaro che dono a mio figlio (OMISSIS) l’appartamento di mia proprieta’ sito in (OMISSIS)”, il che non rivelava in alcun modo la natura di atto mortis causa della dichiarazione, nel senso che la morte venisse assunta dalla dichiarante come punto di origine (ovvero, appunto, come causa) del complessivo effetto del regolamento dettato con riguardo a tale situazione rilevante giuridicamente. Se pure l’articolo 587 c.c., non postula la necessaria “patrimonialita'” di tipo dispositivo-attributivo, ovvero il necessario riferimento ai “beni” del testatore, il testamento non puo’ non consistere in un atto di “regolamento” mortis causa degli interessi del testatore, connotato da un’essenziale inefficacia sino al momento della morte del testatore. Perche’ un atto possa qualificarsi come testamento, pur non essendo necessario l’uso di formule sacramentali, e’ necessario quindi riscontrare in modo univoco dal suo contenuto che si tratti di atto “di ultima volonta'”, ovvero, appunto, di un negozio mortis causa. La ravvisabilita’ dell’atto di regolamento mortis causa rappresenta un prius logico rispetto ad ogni questione sull’interpretazione della volonta’ testamentaria, sicche’ non vi e’ luogo di discutere di violazione o falsa applicazione degli articoli 1362 c.c. e segg., se neppure appare oggettivamente configurabile una volonta’ testamentaria nelle espressioni adottate all’interno della scrittura da esaminare.
HAI secondo motivo di ricorso di (OMISSIS) denuncia la violazione e/o falsa applicazione degli articoli 769, 799 c.c., articolo 1144 c.c., comma 2, articoli 1362, 1363, 1367, c.c., degli articoli 113, 115, 116, 345 c.p.c., ed ancora l’omessa, insufficiente e contradditoria motivazione, per aver la Corte d’Appello negato che il manoscritto integrasse gli estremi di una valida donazione, senza compiere alcuna indagine sulla espressione “dono” contenuta nella scrittura del 26 luglio 1996. Si tratterebbe, invece, secondo il ricorrente, di donazione nulla per vizio di forma, e pero’ tacitamente confermata, o comunque oggetto di volontaria esecuzione da parte di (OMISSIS), la quale diede incarico ad un notaio di redigere la denuncia di successione (successivamente depositata con l’allegata scrittura), indicando il fratello quale proprietario dell’immobile di (OMISSIS).
2.1. Il secondo motivo di ricorso e’ parimenti da rigettare. La Corte d’Appello ha smentito l’applicabilita’ dell’articolo 799 c.c., perche’ “non puo’ essere attribuita valenza di atto di liberalita'” alla scrittura del 26 luglio 1996. L’affermazione, benche’ succinta, e’ comunque corretta in diritto.
La donazione nulla (nella specie, per difetto della forma imposta dall’articolo 782 c.c.) e’ insuscettibile di sanatoria da parte del donante, che puo’ soltanto rinnovarla con efficacia ex nunc, mediante un altro atto dotato dei requisiti di forma e di sostanza prescritti dalla legge per porre in essere tale negozio. Una convalida della donazione nulla puo’ essere, invece, eccezionalmente compiuta, ai sensi dell’articolo 799 c.c., solo dagli eredi o dagli aventi causa del donante, purche’ a conoscenza del motivo di nullita’, mediante conferma o volontaria esecuzione del negozio successive alla morte del donante (Cass. Sez. 2, 20/07/1967, n. 1867). L’esecuzione della donazione nulla, in particolare, disciplinata dall’articolo 799 c.c., (analogamente a quanto e’ richiesto, in via generale, dall’articolo 1444 c.c., per la convalida dei contratti annullabili) intanto impedisce ai coeredi o aventi causa del donante di far valere la nullita’, da qualunque causa dipende, in quanto i medesimi, con atti o fatti di contenuto non equivoco, il cui accertamento di fatto spetta al giudice di merito ed e’ insindacabile in sede di legittimita’, diano volontaria esecuzione alla volonta’ del donante e del donatario, con la consapevolezza della causa della nullita’ (Cass. Sez. 2, 29/07/1964, n. 2143). Perche’ possa ravvisarsi, tuttavia, una donazione nulla, che possa formare oggetto di conferma o di esecuzione volontaria, occorre accertare la sussistenza di un accordo tra donante e donatario, essendo insufficiente, come riscontrato nella specie, una dichiarazione unilaterale dell’intenzione di donare del donante non accettata formalmente dal donatario.
3. Il terzo motivo di ricorso di (OMISSIS) denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 726 c.c., degli articoli 112, 113 e 116 c.p.c. e l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, allegandosi come il consulente tecnico d’ufficio non abbia accertato la regolarita’ edilizia degli immobili caduti in successione, ne’ se essi fossero dotati di abitabilita’ ed agibilita’, finendo per attribuire ai cespiti ereditari un valore incerto. Si fa riferimento in particolare alle irregolarita’ urbanistiche dell’immobile sito a (OMISSIS). Il ricorrente assume anche che la Corte d’Appello abbia determinato il valore dei beni da dividere al momento dell’apertura della successione.
La sentenza impugnata ha evidenziato come l’immobile di (OMISSIS) fosse stato costruito sulla base di licenza edilizia del 18 agosto 1968, come risultasse indimostrata la non conformita’ dell’immobile a tale licenza e come l’irregolarita’ urbanistica comunque non fosse rilevante ai fini del decidere sulla divisione. Al riguardo, il ricorrente richiama le risultanze della consulenza integrativa del 20 agosto 2007, circa l’ampliamento del piano cantinato e la realizzazione del garage. Va considerato come non rilevi, nel caso di specie, della L. 28 febbraio 1985, n. 47, articolo 40 (essendo comunque inoperante l’articolo 17, applicabile per gli edifici, o loro parti, la cui costruzione sia iniziata dopo l’entrata in vigore della stessa legge), in quanto la divisione giudiziale di un compendio ereditario, secondo l’orientamento di questa Corte, non puo’ ritenersi subordinata al conseguimento, da parte di condividenti, del titolo di regolarizzazione urbanistica (Cass. Sez. 2, 06/10/2016, n. 20041). Il ricorrente richiama le note critiche presentate nel giudizio di primo grado avverso la relazione di CTU, trascurando che le stesse costituiscono semplici allegazioni difensive, rispetto alle quali il giudice di merito non e’ vincolato a motivare il proprio dissenso, seppure ponga a base del proprio convincimento considerazioni incompatibili con esse, ne’ e’ obbligato a disporre nuova consulenza d’ufficio, sicche’ non e’ nemmeno necessaria un’espressa pronunzia sul punto, quando risulti, dal complesso della motivazione, che lo stesso giudice abbia ritenuto esaurienti i risultati conseguiti con gli accertamenti svolti. Ora, circa il dato delle irregolarita’ urbanistiche degli immobili ereditari, di cui nel terzo motivo di ricorso si lamenta la mancata considerazione, il ricorrente prospetta, sub specie di vizio di motivazione della sentenza, ovvero di insufficiente argomentazione logica relativa all’apprezzamento, operato dalla Corte di merito, dei fatti della controversia o delle prove, una spiegazione alternativa di tali fatti e delle risultanze istruttorie, e cioe’ che la medesima sussistenza delle irregolarita’ urbanistiche dovesse essere diversamente contemplata nello stabilire il valore delle singole porzioni. Si tratta di una mera ipotesi inferenziale che certamente e’ sprovvista di decisivita’, visto che nelle argomentazioni della Corte di Palermo le denunciate irregolarita’ urbanistiche sono state considerate circostanze tali da non mutare la fisionomia, sul piano funzionale ed economico, della porzione che comprende il rispettivo bene, e quindi non rilevanti ai fini della tutela del diritto dei condividenti all’uguaglianza qualitativa delle distinte quote.
Quanto alla valutazione dei beni ereditari, la Corte di Palermo ha affermato che le stime assunte in sede di divisione fossero coerenti coi dati dell’Osservatorio Immobiliare, nonche’, quanto alla villa di (OMISSIS), compatibili con una stima operata nel 1996. La sentenza impugnata, in risposta al terzo motivo d’appello di (OMISSIS), ha quindi chiarito come non fosse vero che i valori erano stati determinati in relazione al momento della redazione della consulenza e non all’epoca dell’apertura della successione, superando l’illazione che lo stesso appellante traeva dall’avvenuta determinazione degli importi in Euro e non in lire. Tali affermazioni della Corte di Palermo non dimostrano affatto che la stessa non si sia uniformata al consolidato orientamento giurisprudenziale, secondo cui, in tema di divisione ereditaria, la stima dei beni per la formazione delle quote va compiuta con riferimento al loro valore venale al momento della divisione, che coincide, nel caso di divisione giudiziale, con quello di proposizione della relativa domanda, pur potendosi avere riguardo alla stima effettuata in data non troppo vicina a quella della decisione, purche’ si accerti che, nonostante il tempo trascorso, per la stasi del mercato o per il minore apprezzamento del bene dovuto alle sue caratteristiche, non sia intervenuto un mutamento di valore che renda necessario l’adeguamento di quello stabilito all’epoca della detta stima, costituendo onere della parte, che solleciti la rivalutazione, allegare ragioni di significativo mutamento di tale valore intervenuto “medio tempore” (Cass. Sez. 2, 12/12/2017, n. 29733; Cass. Sez. 2, 21/10/2010, n. 21632).
4.1. Il quarto motivo di ricorso va respinto in quanto esso invoca dalla Corte di Cassazione un rinnovato esame delle risultanze istruttorie (CTU, documenti), ovvero lo svolgimento di accertamenti di fatto evidentemente incompatibili coi limiti del giudizio di legittimita’. Va poi detto che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, in tema di divisione giudiziale di compendio immobiliare ereditario, l’articolo 718 c.c., in virtu’ del quale ciascun coerede ha il diritto di conseguire in natura la parte dei beni a lui spettanti con le modalita’ stabilite nei successivi articoli 726 e 727 c.c., trova deroga, ai sensi dell’articolo 720 c.c., nel caso di “non divisibilita'” dei beni, come anche in ogni ipotesi in cui gli stessi non siano “comodamente” divisibili e, cioe’, allorche’, pur risultando il frazionamento materialmente possibile sotto l’aspetto strutturale, non siano tuttavia realizzabili porzioni suscettibili di formare oggetto di autonomo e libero godimento, non compromesso da servitu’, pesi o limitazioni eccessive, e non richiedenti opere complesse o di notevole costo, ovvero porzioni che, sotto l’aspetto economico-funzionale, risulterebbero sensibilmente deprezzate in proporzione al valore dell’intero (Cass. Sez. 2, 15/12/2016, n. 25888; Cass. Sez. 2, 29/05/2007, n. 12498). L’accertamento di tali condizioni si concreta in una quaestio facti rimessa al prudente apprezzamento del giudice di merito, insindacabile in cassazione, se esente da vizi logici od errori di diritto. Il ricorrente non denuncia, al riguardo, l’omesso esame di un fatto decisivo e oggetto di discussione, ex articolo 360 c.p.c., n. 5, quanto la mancata corrispondenza delle valutazioni probatorie operata dai giudici del merito a quella che e’ invece la propria diversa ricostruzione delle risultanze di causa.
Le donazioni di modico valore sono, tuttavia, soggette a collazione, ad eccezione di quelle fatte al coniuge del defunto (articolo 738 c.c.). Ne consegue che, al di fuori dell’eccezione alla regola generale stabilita in favore del coniuge, anche per le donazioni di modico valore (nella specie, fatte in favore di una figlia) l’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione (salva l’espressa dispensa da parte del de cuius nei limiti in cui sia valida) e i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da una espressa domanda dei condividenti, essendo sufficiente a tal fine la domanda di divisione e la menzione in essa dell’esistenza di determinati beni, facenti parte dell’asse ereditario da ricostruire, quali oggetto di pregressa donazione. Conseguono l’accoglimento del quinto motivo del ricorso di (OMISSIS), il rigetto dei primi quattro motivi di ricorso, la cassazione della sentenza impugnata limitatamente alla censura accolta, con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Palermo, che decidera’ uniformandosi all’enunciato principio. Atteso il limitato accoglimento del ricorso, per una solo delle sue cinque censure, sussistono giusti motivi per compensare per intero tra le parti le spese del giudizio di cassazione, restando rimessa al giudice di rinvio la pronuncia inerente alle spese degli altri gradi.
Allorché il debitore abbia pagato per intero la somma del decreto...

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 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 articolo 587
 articolo 1144
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 articolo 40
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 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 articolo 360
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