Source: http://it.abrahamicstudyhall.org/2019/09/20/le-conferenze-spirituali-di-cassiano-imparare-dallesperienza-dei-nostri-antenati/9/
Timestamp: 2019-10-18 15:58:44+00:00

Document:
CONFERENZA IX: L’ORAZIONE (Prima parte)
Estratto da “CONFERENZE AI MONACI“
1. Premessa alla Conferenza
2. Le parole dell’abate Isacco sulla natura della preghiera
3. In che modo si raggiunge una preghiera pura e semplice
4. Mobilità dell’anima paragonata ad una piuma ed anche ad una piccola ala
5. Le cause per le quali si appesantisce la nostra anima
6. La visione apparsa ad un anziano in rapporto alla sua affannosa dedizione al lavoro
7. Questione se sia più difficile conservare pensieri buoni o provocarne la nascita
8. Le diverse forme della preghiera
9. Le quattro specie di preghiera
10. Quale è l’ordine da osservare nella pratica delle quattro specie di preghiera
11. L’obsecrazione
12. L’orazione
13. La supplica
14. Il ringraziamento
15. Si discute se queste specie di preghiera siano necessarie tutte insieme e per tutti, oppure ognuna singolarmente e successivamente per ciascuno, a parte.
16. Quale forma di preghiera dobbiamo preferire?
17. Delle quattro specie di preghiera offerte dall’esempio di Nostro Signore
18. La preghiera del Signore
19. Sulla formula: «Venga il regno tuo»
20. Sulla formula: «Sia fatta la tua volontà»
21. Del pane supersustanziale o quotidiano
22. «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6, 12)
23. «Non c’indurre in tentazione»
24. Non dobbiamo domandare nulla in più di quanto è compreso in questa orazione del Signore
25. Natura di una preghiera più sublime
26. Diverse cause di compunzione
27. Le varie forme della compunzione
28. Perché non è in nostro potere l’effusione delle lacrime
29. Varietà delle compunzioni mostrate nelle lacrime
30. Non si debbono provocare le lacrime, se esse non sgorgano spontaneamente
31. Giudizio dell’abate Antonio sulla natura della preghiera
32. Gli indizi dell’esaudimento della preghiera
33. Obiezione: l’assicurazione d’essere esauditi conviene unicamente ai santi
34. I motivi diversi che rendono esaudite le nostre preghiere
35. La preghiera elevata nella propria cella, a porta chiusa
36. Utilità della preghiera breve e silenziosa
Le due conferenze seguenti, pronunciate dal venerando abate Isacco intorno alla ininterrotta continuità dell’orazione, adempiranno, con l’aiuto del Signore, la promessa da me avanzata fin dal secondo libro delle Istituzioni (cap.9). Una volta compiuto il lavoro, io credo d’aver soddisfatto l’incarico ricevuto dal vescovo Castore, di felicissima memoria, ed espresso da voi, benignissimo vescovo Leonzio, ed Elladio, fratello santo. Mi scuso, prima di tutto, dell’ampiezza di questa trattazione, perché essa è stata estesa più largamente di quanto avevamo deciso nel periodo dei nostri progetti, pur avendo io cercato di trattarne in misura succinta e di aver lasciato moltissimi elementi nel silenzio. Di fatto, il beato Isacco, dopo aver trattato a lungo di diversi argomenti che io, per amore di brevità, ho lasciato da parte, così finalmente prese a parlare.
«Tutta la finalità del monaco e la perfezione del suo cuore tendono alla continua e ininterrotta perseveranza della preghiera e, in più, per quanto è concesso alla fragilità dell’uomo, all’immobile tranquillità della mente e ad una perseverante purezza, per effetto della quale noi andiamo in cerca instancabilmente ed esercitiamo continuamente non soltanto la fatica del corpo, ma anche la contrizione dello spirito. Esiste fra l’una e l’altra certo quale reciproco e inseparabile legame. E di fatto, come l’ordinamento di tutte le virtù tende alla perfezione della preghiera, così pure, se tutte queste esigenze non saranno fra loro congiunte e aggregate dal complemento della preghiera, non potranno certo perdurare ferme e stabili. Infatti, come senza tali requisiti non sarà possibile acquistare e assicurare una perenne e costante tranquillità di quella preghiera, di cui stiamo parlando, così pure quelle virtù che predispongono alla preghiera non potranno essere assicurate senza l’assiduità dell’orazione. E allora noi non potremo, con un discorso improvvisato, né trattare convenientemente dell’effetto della preghiera né introdurci nel suo fine principale, che si raggiunge con la costruzione di tutte le virtù, se prima, in vista del suo raggiungimento, non richiameremo ed esamineremo ordinatamente quegli elementi che occorre eliminare oppure disporre, e, in più, secondo il contesto del brano evangelico (Lc 14, 28), non saranno discussi e diligentemente aggregati i coefficienti che contribuiscono alla costruzione di quella spirituale e altissima torre. E tuttavia tali elementi né gioveranno, anche se preparati, né potranno essere sovrapposti l’uno all’altro per raggiungere opportunamente la sommità della perfezione, se prima, una volta effettuata la ripulitura dei vizi e rimossi i grossi e morti ruderi delle passioni, non verranno gettati sopra la terra viva e solida del nostro cuore, come si usa dire, anzi, sulla pietra evangelica (Lc 6, 48), i fondamenti della semplicità e dell’umiltà; è con tali criteri di costruzione che si dovrà edificare la torre delle virtù spirituali al punto da venire immobilmente assicurati fino ad essere elevati con la fiducia d’una propria fermezza ai sommi fastigi dei cieli. Colui che si appoggerà su tali fondamenti, anche se cadranno scrosci di pioggia rovinosa, anche se irromperanno violenti rovesci di persecuzione alla maniera di colpi d’ariete, anche se si scatenerà la terribile tempesta degli spiriti nemici, non solo non lo colpirà alcuna rovina, ma quell’urto non riuscirà in alcun modo a smuoverlo dalla sua fermezza.
Ne segue allora che, affinché la preghiera possa riuscire coltivata con quel fervore e quella purezza, con la quale deve essere condotta, debbono essere osservate in tutti i modi le norme seguenti. Anzitutto dev’essere bandita nel modo più completo la sollecitudine provocata dalle tendenze carnali, in secondo luogo non si deve ammettere alcuna preoccupazione di qualche affare o di qualche altro stimolo, ma neppure, e del tutto, il loro ricordo. Nel modo stesso vanno eliminate le detrazioni, i vani colloqui o quelli prolungati, come pure le scurrilità. In modo completo dev’essere rimosso l’insorgere dell’ira e della tristezza, così come dev’essere estirpato il dannoso fomite della concupiscenza carnale e della brama del danaro. E allora, una volta distrutti ed eliminati tutti questi e simili vizi, i quali possono apparire perfino agli occhi degli uomini, e assicurata, come già abbiamo detto, una tale epurazione purificatrice, la quale si ottiene attraverso una purezza fatta di semplicità e di innocenza, occorrerà gettare anzitutto i fondamenti inconcussi d’una profonda umiltà, i quali, ovviamente, siano in grado di sostenere quella torre che si eleva fino al cielo; in secondo luogo occorre aggiungere la costruzione spirituale delle virtù e impedire all’animo ogni distrazione e divagazione lubrica, in modo che a poco a poco l’animo stesso cominci ad elevarsi alla contemplazione di Dio e alla visione delle realtà spirituali. Tutto quello infatti che l’animo nostro ha concepito prima dell’ora dell’orazione, necessariamente ritornerà a farsi presente attraverso la suggestione della memoria, allorché noi ci metteremo a pregare. Perché, quali noi ci ripromettiamo di essere trovati durante la nostra orazione, tali dobbiamo disporci ad essere prima del tempo destinato alla preghiera. Nell’applicarci all’orazione la mente si ritrova nello stato in cui s’era precedentemente atteggiata: quindi, nel disporsi a pregare, ecco affacciarsi ai nostri occhi l’immagine del nostro abituale comportamento e perfino il ricordo delle parole e le impressioni dei nostri sentimenti, ed eccoci allora inclini, secondo le nostre disposizioni, alla irascibilità o alla tristezza, a risentire in noi i motivi della passata concupiscenza o della grottesca risibilità nel parlare, di cui c’è perfino vergogna a parlare, come pure il facile ricorso a precedenti discorsi. E allora, prima di metterci a pregare, procuriamo di escludere con sollecitudine, dall’intimità del nostro cuore, quanto non vorremmo vi entrasse, appunto per poter adempiere quello che ci è stato suggerito dall’Apostolo: “Pregate senza interruzione” (1 Ts 5, 17), e ancora: “(Voglio che gli uomini preghino) ovunque si trovino, alzando al cielo mani pure, senza ira e senza contese” (1 Tm 2, 8). Noi non saremo in grado di aderire a questi suggerimenti, se la nostra anima, purificata da ogni contagio dei vizi e dedita unicamente alle virtù come a dei beni ad essa connaturali, non si nutrirà della continua contemplazione di Dio onnipotente.
Di fatto, la natura dell’anima viene giustamente paragonata ad una piuma ed anche ad una leggerissima ala. Questa infatti, se dall’esterno non verrà impregnata o cosparsa di qualche liquido, per la stessa mobilità della sua natura, per l’aiuto anche solo d’un leggerissimo vento spontaneamente sale fino alle altezze del cielo. Al contrario, qualora quella stessa piuma venga appesantita dall’aspersione o dall’impregnazione di qualche liquido, non solo non sarà più sollevata per alcun volo verso l’alto in grazia della sua stessa mobilità, ma sarà tenuta a livello della terra a causa del peso impressole dal liquido. Allo stesso modo la nostra anima, se non verrà appesantita dall’insorgere dei vizi e delle affezioni mondane, oppure non si assoggetterà all’influenza di una dannosa libidine, come sollevata dal naturale beneficio della sua purezza, anche solo per il lievissimo spirare della meditazione spirituale sarà sollevata verso le regioni superiori, e così essa, abbandonando le cose umili e terrene, si trasferirà verso i beni celesti e invisibili. È per questo che, con tutta convenienza, siamo ammoniti dal richiamo del Signore: “State bene attenti perché i vostri cuori non si appesantiscano in crapule, ubriachezze e affanni della vita”(Lc 21, 34). E allora, se noi vorremo che le nostre preghiere penetrino non soltanto nei cieli, ma perfino nelle regioni al di sopra dei cieli, procuriamo che la nostra anima, liberata da tutti i vizi terreni e astersa da tutte le scorie delle passioni, raggiunga la sua naturale sublimità, in modo che la sua preghiera salga fino a Dio, una volta che l’anima stessa non sarà più appesantita da alcun peso procuratole dai vizi.
Occorre dunque premettere per quali cause il Signore ha dichiarato che l’anima si appesantisce. Egli infatti non ha indicato gli adulteri, non le fornicazioni, non gli omicidi, non le bestemmie, non le rapine, di cui nessuno ignora la colpevolezza mortale e la conseguente dannazione; Egli indicò invece la crapula, l’ubriachezza e le preoccupazioni, ossia le sollecitudini del mondo. Tali eccessi nessun uomo di questo mondo li evita e li giudica dannabili al punto che alcuni, mi vergogno a dirlo, che pur si reputano monaci, si lasciano implicare dagli stessi abusi, come se si trattasse di elementi innocui e perfino utili. E benché questi tre abusi, ora richiamati secondo il loro senso letterale, appesantiscano l’anima, la separino da Dio e l’abbassino fino a terra, tuttavia riesce facile evitarli specialmente da parte nostra, di noi, intendo, che ci siamo distaccati con una lunga distanza da ogni contatto con questo mondo e ci guardiamo bene, in ogni possibile occasione, dall’immischiarci con le preoccupazioni delle cose visibili, con le ebrietà e con le crapule. Esiste tuttavia una crapula d’altro genere e non meno nociva, e un’ebrietà spirituale assai difficilmente evitabile, come pure una preoccupazione e una sollecitudine mondana che assale frequentemente anche noi, nonostante la nostra rinuncia a tutti i nostri beni e l’astinenza dal vino e da tutti i banchetti, e la vita da noi condotta nella solitudine: è di noi che così dice il profeta: “Svegliatevi, voi che siete ubriachi, ma non per effetto del vino” (Gl 1,5: LXX). Ed ecco come parla un altro profeta: “Stupite e meravigliatevi; barcollate e vacillate; ubriacatevi, ma non di vino; barcollate, ma non per effetto di vivande inebrianti” (Is 29, 9). Ora il vino che produce quell’ubriachezza è necessariamente, secondo il profeta, “il furore dei dragoni» (Dt 32, 33: LXX), e allora osserva da quale radice esso proceda: “La loro vite è dal ceppo di Sodoma e i loro grappoli da Gomorra” (Dt 32, 32). Vuoi tu, per di più, conoscere il frutto di quella vite e il germe di quel tralcio? “La loro uva è uva di fiele, e i loro grappoli sono pieni di amarezza” (Dt 32, 32). E questo perché, se noi non saremo purificati e liberati dalle crapule di tutte le passioni, anche senza l’ebbrezza e l’abbondanza di tutte le mense, il nostro cuore continuerà ad essere aggravato da un’ebrezza e da una crapula ancora più dannosa. Infatti, che le preoccupazioni mondane possano talvolta sorprendere anche noi, che pur non ci immischiamo con la condotta del mondo, viene comprovato con ogni evidenza dalla regola degli anziani: essi hanno affermato che quanto eccede la necessità del vitto quotidiano appartiene alle preoccupazioni e alle sollecitudini secolari. Così, per esempio, nel caso che il lavoro compensato con un soldo, possa servire a coprire le necessità del nostro corpo, sarebbe male pretendere di occuparci in un lavoro e in una fatica più lunga allo scopo di assicurarci il guadagno di due o tre soldi. Così pure, se ci è sufficiente essere coperti con due tuniche, rispettivamente per il giorno e per la notte, noi faremo male a disporne di tre o di quattro; e ancora, se è sufficiente avere una o due celle, sarà male procurarne, indotti da ambizione e larghezza secolare, procurarne quattro o cinque e, in più, renderle tutte adorne e più larghe di quanto comporti l’uso comune. In tutti questi casi noi dimostriamo di nutrire, nei limiti del possibile, delle preferenze per la passione tutta propria delle voglie mondane.
Che poi, quanto ora abbiamo esposto, non avvenga senza l’intervento dei demoni, ce l’ha dimostrato l’esperienza della realtà con tutta evidenza. Infatti uno dei monaci, tra i più provetti, passava un giorno per i pressi della cella di un confratello, il quale soffriva appunto di quel malanno, di cui prima abbiamo fatto cenno, in quanto si affannava tutto il giorno a costruire e a riparare cose non necessarie; stando ancora lontano, egli lo scorse mentre con un grosso martello cercava di fare a pezzi un durissimo masso, ma vide pure, accanto a lui, un Etiope, il quale, intrecciate e congiunte le sue mani a quelle dell’altro, tirava lui pure colpi di martello e, in più, lo istigava a compiere quell’operazione con fiaccole ardenti e con tutta la foga; il monaco si fermò colà per lungo tempo, indotto a stupore per gli attacchi di quel ferocissimo demonio, ma anche per l’inganno di una così grossa illusione, subita da quel poveretto. E in realtà, quando quel fratello, spinto ormai dall’eccessiva stanchezza, già avrebbe voluto smettere e porre fine al suo lavoro, incoraggiato da quello spirito maligno, veniva indotto a riprendere nuovamente il lavoro e a non desistere dal proposito dell’opera ormai iniziata, al punto che, sostenuto ormai senza tregua da quegli stessi incitamenti, egli non avvertiva il peso della fatica. Finalmente l’anziano monaco, preoccupato da quel raggiro così crudele operato dal demonio, si diresse alla cella di quel fratello e, dopo averlo salutato, così gli parlò: “Che razza di lavoro è quello che stai facendo?”. E quello rispose: “Abbiamo posto la nostra opera contro questo durissimo macigno e a stento abbiamo appena potuto ridurlo a pezzi”. A queste parole rispose il vecchio: “Hai parlato giustamente, dicendo: Abbiamo potuto. Infatti tu non eri solo quando ti sforzavi a colpire, ma ci fu un altro assieme a te, senza che tu avvertissi la sua presenza, ed egli non ti stava vicino per aiutarti in questa tua fatica, ma solo per incitarti con la sua violenza”. Pertanto, a dimostrare che quella malattia, tutta propria dell’ambizione secolare, non fa parte della nostra anima, non basterà il fatto che noi siamo lontani dall’immischiarci in quegli affari al punto che, anche volendo, non ci è possibile né cercarli né aderirvi, così come non basterà il disprezzo di quelle cose, alle quali, attaccandoci, non potremmo nasconderci tanto di fronte agli uomini spirituali, quanto agli uomini più in vista nel mondo, senza rivelarci al primo nostro apparire; tutto avverrà invece, quando con tutto il vigore della nostra anima, respingeremo quelle cose che pur potrebbero essere in nostro potere ed essere coperte da una certa onestà. E in realtà, queste colpe che sembrano di pochissimo peso e che noi vediamo essere ammesse con indifferenza proprio da coloro che vivono nella stessa professione, finiscono, per la loro stessa natura, per aggravare l’anima non meno di quelle colpe maggiori le quali, dato il loro stato, solitamente inebriano i sensi dei secolari. Tali colpe impediscono al monaco, pur deposta ogni scoria terrena, di elevare il suo spirito fino a Dio, verso il quale dovrebbe essere sempre fissata la sua mente al punto che la pur lieve separazione da quel sommo Bene dev’essere ritenuta da lui come una morte reale e una fine la più funesta. Al contrario, allorché l’anima si manterrà in questa tranquillità, sciolta dai legami di tutte le passioni carnali, mentre l’intenzione del cuore si rivolgerà tenacissima a quell’unico sommo Bene, proprio allora essa compirà l’ammonimento dell’Apostolo: “Pregate incessantemente” (1 Ts 5, 17), e ancora: “(Voglio dunque che gli uomini preghino) dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure, senza ira e senza contese” (1 Tm 2, 8). Infatti, una volta che la disposizione dell’anima si sarà raccolta, se così si può dire, in questa purezza, e dopo che essa, al di fuori della condizione terrena, si sarà conformata al modello spirituale proprio degli angeli, è allora che, quanto avrà raccolto in se stessa, quanto avrà provato e quanto avrà compiuto, risulterà una preghiera purissima e sincerissima».
GERMANO: «Volesse il cielo che noi potessimo conservare la continuità dei pensieri spirituali nel modo stesso e con la massima facilità, con la quale ne concepiamo l’origine. Infatti, non appena essi vengono ideati nel nostro cuore per il ricordo di passi della Scrittura oppure per la memoria di qualche buona azione, ovvero, senza dubbio, per la considerazione dei misteri celesti, insensibilmente essi vengono meno per una fuga, e allora si disperdono. E anche quando l’animo nostro fosse riuscito a trovare altri motivi di elevazioni spirituali, nuovamente, a causa di irruzioni estranee, anche quelle elevazioni che erano subentrate svaniscono a causa della nostra facile mobilità, tanto che il nostro animo, non possedendo nessuna propria costanza e non avendo in proprio potere nessuna fermezza di santi pensieri, anche allora, quando sembrerebbe in grado di poterli trattenere in qualunque modo, si finisce per persuadersi che esso li ha concepiti per puro caso e non per merito personale. E in realtà, in che modo si potrebbe ascrivere l’origine di quei pensieri al nostro potere, se la loro perseveranza non risiede per niente in noi stessi? Ma ora, affinché nella nostra indagine su tale questione, divagando troppo a lungo fuori dell’ordine già iniziato, non ritardiamo troppo a lungo l’esposizione da te proposta sulla natura della preghiera, rimandiamo a suo tempo quella discussione, poiché ora siamo qui a supplicarti con ogni premura per essere appunto istruiti sulla natura dell’orazione, soprattutto perché il beato Paolo ci ammonisce di non desistere dal pregare in nessun tempo. Così infatti egli ci esorta: “Pregate incessantemente” m. Pertanto noi desideriamo di essere informati sulla natura della preghiera, di sapere cioè anzitutto quale orazione debba essere sempre elevata; in secondo luogo desideriamo sapere come sia possibile possederla, qualunque ne sia la natura, per poi esercitarla senza interruzione. L’esperienza quotidiana e l’esposizione presentata da parte della santità tua dimostra che essa non si può raggiungere con un ridotto proposito del cuore: le tue parole hanno posto il fine del monaco e il culmine di ogni perfezione nella perfezione della preghiera».
ISACCO: «Io sono del parere che senza una grande purezza del cuore e dell’anima e senza l’illuminazione dello Spirito Santo non sia possibile comprendere tutte le specie della preghiera. Tali specie sono tante, quante in un’anima, o meglio, in tutte le anime, possono esservi prodotti i generi e le forme differenti. Pertanto, sebbene risulti che per l’inettitudine del nostro cuore noi non riusciremo a individuare tutte le specie proprie della preghiera, tuttavia, per quanto la mediocrità della mia esperienza lo consentirà, tenteremo in ogni modo di discorrerne. Infatti, secondo il grado della purezza, alla quale ogni anima tende, e secondo la disposizione effettiva, in cui, o per motivi esteriori o per la sua operosità, ogni anima si perfeziona, quelle varie specie di preghiera in ogni momento si modificano; ne segue allora con certezza che da nessuno possono essere pronunciate preghiere sempre uguali. E in realtà ognuno prega in un modo, allorché si sente lieto, e invece prega in altro modo, quando si sente oppresso dal peso della tristezza o della disperazione; prega in un modo, quando si sente forte per i successi del suo spirito, e in un altro modo, allorché è preso di mira dall’assalto delle tentazioni; in un modo, allorché chiede il perdono per i propri peccati, in un altro, quando domanda l’acquisto d’una grazia o prega per ottenere la sicura estinzione di qualche vizio; in un modo, allorché si sente contrito nella considerazione dell’inferno e per il timore del giudizio futuro, in un altro, quando s’infiamma per la speranza e il desiderio dei beni futuri; in un modo, allorché si trova nelle necessità e nei pericoli, in un altro, quando vive nella sicurezza e nella tranquillità; in un modo, allorché viene illuminato dalla rivelazione dei misteri celesti, in un altro, quando si sente represso dalla sterilità in fatto di virtù e dall’aridità in fatto di aspirazioni.
Quindi, una volta richiamati questi accenni intorno alla varietà delle preghiere, benché non sia stato esposto da me quanto l’importanza della materia esigeva, ma solo quanto l’ha permesso l’angustia del tempo e, senza dubbio, la ristrettezza del mio ingegno e il torpore del nostro cuore, subentra ora per noi una difficoltà ben più grande in vista dell’esposizione delle varie specie della preghiera, trattate ognuna singolarmente, così come l’Apostolo le ha distinte, distinguendole in quattro forme: “Raccomando prima di tutto che si facciano obsecrazioni, orazioni, suppliche e ringraziamenti per tutti gli uomini” (1 Tm 2,1). Non v’è alcun dubbio che tale distinzione sia stata fatta dall’Apostolo non senza motivi fondati. Anzitutto dovremo indagare che cosa egli intenda per obsecrazioni, orazione, supplica e ringraziamento. In secondo luogo occorrerà ricercare se queste quattro specie di preghiera siano da praticare tutte contemporaneamente, vale a dire, se occorra associarle insieme ogni qualvolta che uno si mette a pregare, oppure siano da offrire a Dio alternativamente e singolarmente, come, per esempio, se si debba prima praticare le obsecrazioni, poi le orazioni, poi le suppliche e i ringraziamenti, ovvero se uno debba offrire le obsecrazioni, uno le orazioni, un altro le suppliche, un altro ancora i ringraziamenti, in rapporto cioè alla propria età, relativamente alla quale ogni anima riesce a progredire in proporzione al proprio impegno.
In primo luogo occorre trattare delle proprietà stesse dei vocaboli e dei termini, e così esaminare bene quale differenza intercorra fra orazione, obsecrazione e supplica; in secondo luogo occorrerà decidere, in modo analogo, se sarà bene presentare quella successione singolarmente ovvero unitamente; in terzo luogo dovremo indagare se quell’ordine, disposto dall’autorità stessa dell’Apostolo, esiga d’essere in qualche modo ampliato a beneficio di chi ascolta, oppure debba essere accolta nella sua semplicità quella distinzione stessa, tanto da ritenere che la disposizione sia stata offerta dall’Apostolo con tutta indifferenza, ma una tale conclusione a me parrebbe assurda: non bisogna affatto ritenere che lo Spirito Santo abbia enumerato proprio per mezzo dell’Apostolo qualche provvedimento solo di passaggio e senza motivo fondato Perciò noi tratteremo ogni parte a sé stante con lo stesso ordine con cui tutto abbiamo ricevuto, e ne tratteremo così come il Signore ci concederà di parlarne.
Dice l’Apostolo: “Raccomando prima di tutto che si facciano obsecrazioni” (1 Tm 2,1). L’obsecrazione è un’implorazione ossia una domanda dettata a causa dei peccati; per essa ognuno, ravveduto per le colpe commesse al presente o nel passato, chiede perdono.
Le orazioni comportano certi impegni, con i quali noi offriamo, ossia, votiamo a Dio qualche cosa, ed è quello che in lingua greca si dice euché, cioè voto. Infatti, là dove in greco è detto: tàs euchàs mou tò Kuriô apodòso, in latino si legge: “Io offrirò al Signore i miei voti” (Sal 115, 24) , e questo, secondo la proprietà del termine, così può essere tradotto: “Io offrirò al Signore le mie orazioni”. Anche quello che leggiamo nell’Ecclesiaste: “Quando hai fatto un voto a Dio, non indugiare a soddisfarlo” (Qo 5,3; LXX), scrive similmente in greco: eàn eùxe euchèn tò Kuriô, vale a dire: “Se voi offrirete un’orazione al Signore, non rimandate il compierla”. E così essa sarà posta in atto da ciascuno di noi in questo modo. Noi infatti preghiamo allorché, rinunciando a questo mondo, promettiamo, una volta negati a tutte le attitudini e ai rapporti con il mondo, di servire il Signore con tutta la dedizione del cuore. Noi preghiamo, allorché, dopo aver disprezzato gli onori del secolo e rinunziato alle ricchezze terrene, aderiamo al Signore con tutta la contrizione del cuore e con la povertà di spirito. Noi preghiamo, allorché promettiamo di coltivare per sempre una purissima castità del corpo e un’incrollabile pazienza, o anche quando facciamo voto di sradicare dal nostro cuore le radici dell’irascibilità e della tristezza, che è una causa di morte. Se noi poi, abbandonandoci all’ignavia e ritornando agli antichi vizi, non adempiremo le nostre promesse, diverremo colpevoli per non aver tenuto fede a quelle stesse nostre promesse e ai nostri voti, al punto che si dirà di noi: “Era meglio non fare voti piuttosto che fare voti e poi non mantenerli”. Tale sentenza si può esprimere così secondo la lingua greca: “È meglio non pregare piuttosto che pregare e poi non mantenere” (Qo 5,4; LXX).
Al terzo posto sono poste le suppliche, quelle che noi, nel fervore dello spirito, siamo soliti presentare anche per gli altri, sia che le nostre richieste tengano presenti i nostri familiari oppure si estendano alla pace di tutto il mondo, come pure, tanto per servirmi delle parole dello stesso Apostolo, noi eleviamo suppliche “per tutti gli uomini, per i re e per tutti coloro che stanno al potere” (1 Tm 2, 1-2).
Al quarto luogo sono poste le azioni di grazia, quelle che l’anima esprime al Signore con ineffabile impeto, allorché ricorda i benefici ricevuti da Dio nel tempo passato, oppure quando pone mente a quali e quanto grandi favori Iddio intende concedere nell’avvenire a coloro che lo amano. Ed è pure con questa stessa disposizione che talora vengono espresse preghiere più abbondanti, allorché il nostro spirito, considerando con occhi purissimi i premi riservati ai santi nella vita futura, si sente animato a dirigere a Dio, con immensa gioia, grazie ineffabili.
15. Si discute se queste specie di preghiera siano necessarie tutte insieme e per tutti, oppure ognuna singolarmente e successivamente per ciascuno, a parte
Da coteste quattro specie nascono solitamente occasioni di larghe suppliche. Infatti dalla specie dell’obsecrazione, la quale è originata dalla compunzione dei peccati e dalla disposizione dell’orazione, che a sua volta nasce dalla fiducia nell’emissione dei voti e del loro compimento in base alla purità della coscienza, come pure dalle suppliche, originate dall’ardore della carità, e dalla gratitudine, generata a sua volta dalla considerazione dei benefici di Dio, della sua grandezza e dalla sua pietà, è da allora, ripeto, che noi rimaniamo convinti che prendono vita molto spesso ferventissime e infuocate preghiere al punto che appare evidente come tutte le specie di preghiera da noi fin qui richiamate riescano utili a tutti gli uomini, tanto che in un solo e medesimo individuo la variazione intesa ora delle obsecrazioni, ora delle orazioni, ora delle domande, produrrà sincere e frequentissime suppliche. E tuttavia la prima specie (le obsecrazioni) sembra convenire maggiormente ai principianti, poiché essi sono ancora presi dal rimorso e dal ricordo dei loro vizi; la seconda (le orazioni) sembra adatta a coloro che si sono già assicurati, per l’effetto del loro progresso spirituale e per il conseguimento delle virtù, una certa elevatezza del loro spirito; la terza (la domanda) è adatta a coloro, i quali, adempiendo alla perfezione le esigenze dei loro voti, sono indotti a intervenire in favore degli altri, in considerazione della loro fragilità, stimolati, come si sentono, dall’impulso della carità; la quarta è adatta per coloro i quali, dopo avere ormai repressa nel loro cuore la spina punitrice della loro coscienza, divenuti sicuri, si dedicano ormai con mente purissima alla considerazione della generosità del Signore e alle misericordie da Lui concesse nel passato e che Egli elargisce nel presente e prepara per il futuro, e così si sentono attratti con cuore ferventissimo a quella preghiera infuocata che dalle parole non può essere né compresa né espressa. Talora però l’anima, una volta stabilitasi in quell’autentico grado di purezza, e in esso inizialmente radicatasi, raccogliendo nel loro insieme tutte quelle forme di preghiera e trascorrendo dall’una all’altra alla maniera d’una fiamma inafferrabile e vorace, suole rivolgere a Dio preghiere d’un vigore purissimo; lo Spirito Santo, intervenendo a sua volta, le rivolge a Dio a nostra insaputa; l’anima concepisce allora, in quell’unico momento, ed effonde con ineffabile profusione suppliche così ardenti, quante in altro tempo la mente non saprebbe ripetere, non dico a parole, ma nemmeno nel ricordo. Può perciò accadere talora che qualcuno, in qualunque grado venga a trovarsi, si ritrovi nella condizione di emettere preghiere pure e intense, poiché, pur essendo egli nel primo e umile grado della vita spirituale, il grado che si estende nel timore del giudizio finale, proprio allora egli venga sorpreso dalla compunzione del cuore al punto da sentirsi nel pieno dell’impeto della obsecrazione con non minore alacrità di chi invece, per la purezza del suo cuore, contemplando ed esaminando la magnificenza di Dio, si senta invaso da una gioia ineffabile. E in realtà, secondo la sentenza stessa del Signore, egli comincia ad amare di più, perché riconosce che gli è stato perdonato di più (Lc 7, 47).
E tuttavia noi dobbiamo adeguarci di preferenza, in vista del progresso della nostra vita e del raggiungimento delle virtù, a quella specie di preghiera, la quale viene effusa con la contemplazione dei beni futuri e anche con l’ardore della carità, oppure, o con certezza, tanto per parlare più umilmente e secondo la misura dei principianti, attenerci alla preghiera destinata al progresso delle virtù ordinarie e all’estinzione d’ogni vizio. In casi diversi infatti noi non potremmo in alcun modo giungere a specie di preghiera più elevate, di cui abbiamo in precedenza fatta parola, a meno che la mente non progredisca lentamente e gradatamente attraverso l’ordine di queste nostre domande.
Queste quattro specie di orazione così formulate il Signore stesso si è degnato, col suo esempio, di insegnarcele, così designandole, sicché anche in questo Egli compì quanto di Lui è detto: “Gesù cominciò a fare e ad insegnare tutto questo” (At 1, 1). Infatti così Egli prese ad osservare la specie dell’obsecrazione: “Padre, se è possibile, passi da me questo calice” (Mt 26, 39). Valga anche quello che, in rapporto alla sua persona, si legge nel Salmo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Sal 21, 2). Vi sono altri passi, simili a questi, ed è preghiera anche questa, allorché Egli così si esprime: “Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare” (Gv 17, 4). Ed ecco un altro testo: “Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17, 19). Si ha una domanda, allorché Egli così prega: “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dati, siano con me, dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai data” (Gv 17, 24), come pure: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). Il ringraziamento è così da Lui espresso: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te” (Mt 11, 25-26). E ancora: «Padre, ti ringrazio, perché mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre tu mi dai ascolto” (Gv 11, 41-42). E tuttavia, sebbene il Signore stesso abbia dichiarato il dovere di offrire le quattro specie di preghiera distintamente e in momenti diversi secondo il modo da noi in precedenza indicato, nondimeno il Signore ha pure dimostrato che quelle forme si possono esprimere anche con una supplica perfetta, e lo ha enunciato col suo esempio per mezzo di quella continuata preghiera da Lui stesso pronunciata, quella che noi leggiamo verso la conclusione del vangelo di Giovanni (Gv 17). E poiché sarebbe troppo lungo ripercorrere tutto questo testo, ogni diligente lettore potrà persuadersi di questa certezza anche solo consultando direttamente il testo ora da noi richiamato. Ad ogni modo anche l’Apostolo, nella sua lettera diretta ai Filippesi, pur mutando l’ordine succedentesi delle vane specie d’orazione, dichiarò molto espressamente che talvolta quelle preghiere dovrebbero essere elevate tutte insieme sotto l’impulso di una identica supplica. E così egli scrive: “In ogni promessa e obsecrazione le vostre domande siano presentate a Dio con azioni di grazie” (Fil 4, 6). Con questo ammonimento egli volle farci intendere in modo del tutto particolare che nell’orazione e nell’obsecrazione, l’azione di grazie dev’essere aggiunta alla domanda.
Tali specie di suppliche saranno seguite da una disposizione dell’animo ancora più alta e soprannaturale, confermatasi a sua volta in vista della contemplazione del solo Dio e dell’ardore della carità, per la quale la mente, appena libera e proiettata in avanti, parla con pietà particolare con Dio come col proprio padre. E che poi per noi sia un dovere quello d’aspirare ad acquistare un tale stato del nostro animo, ce lo indica la formula della preghiera dettata dal Signore, che così appunto si esprime: “Padre nostro” (Mt 6, 9). E allora, poiché noi confessiamo con la nostra stessa voce che nostro Padre è Dio, signore dell’universo, noi ammettiamo pure con certezza di essere stati liberati dalla condizione della schiavitù e di essere stati ammessi nell’adozione di figli, tanto è vero che subito vi si aggiunge: “che sei nei cieli”. Il fine di questa preghiera è appunto quello di farci disprezzare con ogni orrore la dimora della vita presente, per la quale noi abbiamo in questa terra come in un luogo straniero che ci separa tanto lontano dal nostro Padre, e così dovremmo preferire il raggiungimento di quella regione, in cui confessiamo che risiede il Padre nostro, in modo da prepararci a questo fine con sommo desiderio, senza permetterci nulla di quello che, rendendoci indegni della nostra professione e della nobiltà di un’adozione così grande, e privandoci, perché indegni, dell’eredità paterna, ci obblighi ad incorrere nell’ira della sua giustizia e della sua severità. Una volta immessi in quest’ordine e grado di figlio, noi ci infiammeremo ben presto della pietà tutta propria dei buoni figli, tanto da coltivare tutto il nostro affetto, non già per soddisfare le nostre voglie, ma per la gloria del nostro Padre, dicendo a Lui: “Sia santificato il tuo nome”, e così testimoniare che il nostro desiderio e la nostra gioia sono la gloria del nostro Padre. Saremo insomma imitatori di colui che disse: “Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero, e in lui non c’è ingiustizia” (Gv 7, 18). Anche Paolo, vaso di elezione, ripieno com’egli è di quell’affetto, desidera divenire anatema, separato da Cristo, pur di vedere acquistata a lui una grande famiglia e accresciuta per la gloria del Padre suo la salvezza di tutto il popolo di Israele (Rm 9, 3). Egli desidera morire per Cristo, sicuro com’egli è, perché è certo che nessuno può morire in vista della vera vita. Perciò egli afferma: “Ci rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti” (2 Cor 13, 9). Quale meraviglia può esservi allora, se il vaso di elezione desidera divenire anatema e separato da Cristo proprio per la gloria di Cristo, per la conversione dei suoi fratelli e la salvezza dei gentili così privilegiati, dato che perfino il profeta Michea preferì divenire bugiardo e privato dell’ispirazione dello Spirito Santo, purché al popolo giudaico fossero risparmiate le piaghe e le rovine da lui predette? Così infatti egli afferma: “Volesse Dio che io fossi un uomo, in cui non risiedesse lo Spirito, e così pronunciassi menzogne” (Mic 2, 11). E lasciamo pur da parte l’aspirazione dell’autore della Legge (mosaica), il quale non ricusò di soccombere unitamente ai suoi fratelli, qualora fossero condannati a perire, e così si espresse: “Ti prego, Signore; questo popolo ha commesso un grande peccato; ed ora perdona loro questa colpa, oppure, se non perdoni, cancellami dal tuo libro, che hai scritto” (Es 32, 31-32). Ed ecco le parole seguenti: “Sia santificato il tuo nome”: esse potrebbero benissimo essere intese anche nel senso che Dio è santificato dalla nostra perfezione. Rivolgendoci infatti a Lui e dicendo: “Sia santificato il tuo nome” con tali parole noi intendiamo dire questo: rendici in grado, o Padre, di comprendere quanto sia grande la tua santità o almeno di meritare di comprenderla, o anche fa’ in modo che la tua santità sia manifesta per effetto della nostra vita spirituale. È allora che tutto questo si adempie efficacemente in noi, allorché “gli uomini vedono le nostre opere buone e rendono gloria al Padre nostro che è nei cieli” (Mt 5, 16).
La seconda domanda, presentata dalla mente purissima di un uomo, esprime il desiderio che venga al più presto il regno del Padre suo, e questo va inteso nel senso del regno, nel quale Cristo regna nei santi, il che avviene quando, una volta espulso dal nostro cuore il dominio del demonio con l’estinzione dei suoi fetidi vizi, al suo posto ha cominciato a dominare in noi la buona fragranza delle virtù e nella nostra mente ha preso a regnare la castità, una volta vinta la fornicazione, e così pure la tranquillità, una volta dominata l’irascibilità, come pure l’umiltà, una volta schiacciata la superbia. Ma si può intendere bene anche come il regno promesso, in genere, per il tempo stabilito in futuro per tutti i discepoli perfetti e per i figli di Dio; è in quel regno che ad essi sarà detto da Cristo: “Venite, benedetti del Padre mio; ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25, 34). È questa la promessa diretta a quanti tengono lo sguardo rivolto e fisso in Lui con desiderio intenso, e gli dicono: “Venga il regno tuo” (Mt 6, 10). Quell’anima sa bene, per la testimonianza della propria coscienza, che, all’apparire del Cristo, immediatamente farà parte del suo regno. Nessun peccatore invece oserà esprimere o avanzare una tale pretesa, poiché non vorrà neppure volgere gli occhi al tribunale del giudice chiunque, in vista del suo arrivo, è cosciente che, per i suoi meriti, non dovrà essergli riservata una palma o un premio, quanto piuttosto la punizione.
La terza domanda dei figli suona così: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” ( Mt 6, 10). Non può esservi una preghiera più elevata di questa: desiderare che le cose della terra meritino di essere uguagliate alle cose del cielo. E di fatto, che altro significa dire: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”, se non che gli uomini siano simili agli angeli, e così pure che, come la volontà di Dio viene da essi compiuta in cielo, al modo stesso coloro che sono in terra compiano tutti, non la propria, ma la volontà di Lui? Una tale domanda pertanto riuscirà ad avanzarla effettivamente soltanto colui, il quale crede che Dio dispone in questo mondo tutte le cose, avverse o propizie che esse siano, per il suo bene, e che Egli è provvidente e sollecito per la salute di coloro che sono suoi più di quanto potremmo esserlo noi di noi stessi. Senza dubbio la stessa domanda dev’essere accolta anche in questo senso: “È volontà di Dio la salvezza di tutti”, ed è questa la sentenza del beato Paolo: “Iddio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2, 4). Della stessa volontà parla anche il profeta Isaia, in persona di Dio Padre: “La mia volontà sarà compiuta interamente” (Is 46, 10). E allora, nel dire a Dio: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”, noi, pregando, lo diciamo con altre parole, e cioè “che, al modo stesso, con cui si comportano quanti sono in cielo, così pure tutti coloro che sono in terra, o Padre, si salvino per la tua conoscenza”.
Segue quindi la domanda: “Dacci oggi il nostro pane epioúsion”, vale a dire supersustanziale (Mt 6, 11), quello che un altro evangelista chiamò “quotidiano” (Lc 11, 3). Il primo aggettivo (supersustanziale) sta a significare la prerogativa di quel cibo, ossia la sua nobiltà e la sua sostanza, per cui esso sta al di sopra d’ogni altra sostanza, poiché la sublimità della sua suprema santificazione supera ogni altra sostanza e tutte le creature; l’altro aggettivo invece indica propriamente il suo uso e la sua utilità. E in realtà, allorché dice “quotidiano”, indica che senza di esso noi non potremmo godere della vita dello spirito neppure per un giorno; allorché dice “oggi”, dimostra che esso dev’essere preso ogni giorno e che la sua assunzione, accolta il giorno precedente, non basta, visto che anche oggi esso ci è offerto allo stesso modo. Il bisogno quotidiano di questo cibo deve insegnarci la necessità di ripetere in ogni tempo questa orazione, poiché non v’è giorno, nel quale non vi sia la necessità per noi di riassicurare il cuore del nostro uomo interiore con l’assunzione di un tale cibo, pur essendo vero che con la voce “oggi” è possibile fare riferimento anche alla vita presente, vale a dire, finché noi dimoriamo ancora in questo secolo. In realtà noi sappiamo che questo pane dovrà essere concesso anche a coloro, nella vita futura, che l’avranno meritato, tuttavia noi ti preghiamo di concedercelo anche oggi appunto perché, se uno non l’avrà meritato nella vita presente, non potrà esserne partecipe nemmeno in quella futura.
O ineffabile clemenza di Dio, il quale non solo ci dichiarò la forma della preghiera, ci indicò la norma a Lui accetta intorno alla nostra condotta e, come conseguenza di questa forma da Lui suggerita, con la quale ci comandò di essere sempre pregato, distrusse nel tempo stesso le radici dell’ira e della tristezza, ma anche offre e apre a chi lo prega la via, per la quale sia provocato nei suoi confronti un giudizio di Dio clemente e pio e, in certo qual modo, offre l’occasione di poter temperare la sentenza di Lui, nostro giudice, con l’indurlo al condono dei nostri peccati sull’esempio del nostro perdono, appunto perché noi diciamo a Lui: “Perdona a noi, come anche noi perdoniamo agli altri”. E allora ognuno di noi, una volta rassicurato dalla fiducia ispiratagli da questa orazione, domanderà perdono per i peccati propri appunto perché è divenuto remissivo nei confronti dei propri debitori: intendo dei debitori (propri), non certo di quelli del suo Signore. Infatti noi siamo soliti, almeno alcuni di noi, mostrarci remissivi e molto clementi riguardo alle offese che vengono commesse con ingiuria di Dio, pur trattandosi di colpe gravi, e questo indubbiamente è assai grave, mentre ci comportiamo da implacabili vendicativi nei confronti di coloro che ci hanno offeso anche solo debolmente. E allora, chiunque non avrà perdonato di cuore il fratello che l’ha offeso, proprio con questa preghiera non domanderà per sé il perdono, quanto piuttosto la condanna, e con le sue stesse parole chiederà di essere trattato assai duramente, in quanto così egli si esprimerà: “Perdona a me così come io ho perdonato! ”. E di fatto, venendo egli trattato in base alla sua richiesta, che altro ne seguirà, se non che egli venga punito, sul suo esempio, con implacabile ira e con una sentenza senza remissione? In realtà tanto a noi sarà perdonato, quanto noi stessi avremo rimesso a coloro che ci hanno offeso con qualsiasi malignità. Alcuni cristiani, temendo questa conseguenza, allorché in chiesa viene recitata tale preghiera da tutto il popolo, non pronunciano quelle parole per non sentirsi obbligati dalla loro enunciazione stessa, anziché essere indotti a giustificarsi, e così essi si rifiutano di comprendere che inutilmente cercano di presentare i loro futili pretesti al giudice di tutti, poiché Egli volle appunto preannunciare in che modo avrebbe giudicato coloro che lo pregano. Infatti, mentre Cristo non vuole essere ritenuto non mite e inesorabile, così ha preannunciato la forma del suo giudizio in modo che, come noi desideriamo di essere giudicati, così pure noi giudichiamo i nostri fratelli, se in qualche cosa ci hanno offesi: infatti “il giudizio sarà senza misericordia per colui che non ha usato misericordia” (Gc 2, 13).
Segue quindi la formula: “Non c’indurre in tentazione” (Mt 6, 13), intorno alla quale sorge una questione non di poco conto. Infatti, se noi preghiamo perché non si permetta che siamo tentati, con quale prova riusciremo a dimostrare la virtù della nostra costanza, secondo quella sentenza: “Ogni uomo che non è stato tentato, non è stato provato?” (Sir 34, 11). E così pure, secondo quest’altra: “Beato l’uomo che sopporta la tentazione” (Gc 1, 12)? Ne segue dunque che l’espressione: “Non c’indurre in tentazione” non significa “non permettere che noi talvolta siamo tentati”, quanto invece: “Non permettere che noi nella tentazione siamo vinti”. Di fatto fu tentato Giobbe, ma non fu indotto in tentazione. Infatti egli non ne fece un’accusa diretta a Dio e neppure si lasciò trarre con un’empia espressione, quasi come un bestemmiatore, al volere del suo tentatore. Fu tentato Abramo, fu tentato Giuseppe, ma nessuno di loro fu indotto in tentazione, poiché nessuno di loro offrì il proprio consenso al tentatore. Ed ecco quanto segue: “Ma liberaci dal male” (Mt 6, 13), vale a dire, non permettere che noi siamo tentati dal diavolo al di sopra delle nostre forze, ma “fa in modo che con la tentazione vi sia pure la via d’uscita, affinché possiamo sopportarla” (1 Cor 10, 13).
Voi dunque potete ora vedere quale sia la forma dell’orazione, per mezzo della quale lo stesso giudice dispose d’essere pregato: in essa non è contenuta nessuna domanda di ricchezze, nessun’aspirazione alle dignità, nessuna pretesa di potere e di potenza, nessun accenno alla sanità del corpo e alla vita temporale. Egli infatti esige che a Lui, creatore dell’eternità, nulla sia domandato che sappia di fugace, di interessato, di temporale. Ne segue allora che gli infligge una gravissima ingiuria chiunque, messe da parte le domande che importano valori eterni, preferisce chiedergli qualche dono di valore transitorio e peribile, e così rischia di incorrere, con la sua preghiera interessata, più in un’offesa che non nella propiziazione del giudice.
Questa orazione del Pater, sebbene sembri contenere ogni pienezza di perfezione, appunto perché suggerita e fissata dall’autorità del Signore, tuttavia essa induce coloro che abitualmente la recitano, ad adottare la forma di preghiera più elevata, già da noi in precedenza richiamata: essa li induce progressivamente ad un’orazione ardente, nota a pochissimi e da pochissimi sperimentata, anzi, per meglio esprimermi, ineffabile; tale orazione, trascendendo ogni senso umano, non si esprime con il suono della voce, con il movimento della lingua, o con la pronuncia delle parole, essa è tale che la mente, illuminata dall’infusione della luce celeste, non la esprime con voci umane e ristrette, ma, al contrario, essa la effonde come da una fonte copiosissima e la invia fino a Dio copiosamente e ineffabilmente, e produce tanta effusione in quel solo movimento, quanta la mente, una volta ritornata in se stessa, non potrebbe esprimere facilmente a parole, né ripercorrere. Un tale stato di orazione ce lo indicò anche Nostro Signore con la formula di quella supplica che Egli, come s’è detto, ritiratosi tutto solo sul monte (Lc 5, 16), oppure, tacitamente, espresse, allorché, nella preghiera della sua agonia, profuse perfino con gocce di sangue (Lc 22, 44), con un esempio inimitabile di intensità.
ISACCO: «Chi potrebbe sufficientemente, anche se fornito d’una superiore esperienza, esporre la varietà, le cause stesse e l’origine della compunzione, da cui la mente, infiammata e ardente, viene sospinta fino all’adozione di preghiere pure e ferventissime? Di tali elementi, almeno in parte, per quanto mi sarà possibile con l’aiuto dell’illuminazione del Signore, io ora tratterò, proponendo alcuni esempi. Alcune volte un versetto di qualche Salmo, durante la recitazione, mi offrì l’occasione d’una preghiera molto ardente. Talora la melodia armoniosa d’un confratello eccitò il mio animo stupito ad elevarsi ad un’orazione molto attenta. Io so pure che l’impegno e il fervore della recitazione dei Salmi ha suscitato nei presenti un grandissimo fervore. Anche l’esortazione d’un uomo perfetto e la sua conversazione hanno spesso contribuito ad elevare a preghiere fervidissime l’animo di chi versava nella passività. Io so pure che, in occasione della morte d’un confratello o d’una persona cara non sono stato meno indotto alla pienezza della compunzione. Ed anche il ricordo della mia tiepidezza ha suscitato talvolta in me un salutare ardore dello spirito. In questo modo non v’ha dubbio che non mancano innumerevoli occasioni, per le quali, con la grazia di Dio, ci possiamo sollevare dalla tiepidezza e dalla sonnolenza dello spirito.
Non è di minore difficoltà indagare in quale misura e in quali modi tali forme di compunzione scaturiscano dall’intimità dell’anima. Spesso infatti, per effetto d’una gioia ineffabile e dell’alacrità dello spirito, emerge il frutto d’una compunzione saluberrima al punto da prorompere perfino in certe grida a causa della eccezionalità di quella gioia, e così la giocondità del cuore e la grandezza dell’esultanza penetrino perfino nella cella del monaco vicino. Talora invece la mente si raccoglie in silenzio entro il segreto d’una profonda taciturnità al punto che lo stupore di quella improvvisa illuminazione spegne del tutto ogni vibrazione di voce, sicché lo spirito, così sorpreso, trattiene nell’intimo le sue sensazioni o le esclude, e allora effonde davanti a Dio i propri desideri con gemiti inesprimibili. Talora invece l’anima è sorpresa da tale profusione di compunzione e da tanto dolore da non poter superarlo in altro modo, se non con l’effusione delle lacrime.
GERMANO: «Quest’aspetto della compunzione, anche da parte mia, la mia ristrettezza non lo ignora. Frequentemente infatti, apparse le lacrime al ricordo delle mie colpe, fui ricolmato, come tu hai rammentato, da tale ineffabile gioia per la visita del Signore, che la grandezza di quella letizia mi suggerì di non dover disperare del perdono. Io ritengo che non vi sarebbe nulla di più sublime di quello stato, se il suo ricupero dipendesse dall’arbitrio nostro. Talvolta infatti, pur desiderando io con tutte le forze stimolarmi per giungere ad una simile compunzione delle lacrime con il raffigurarmi davanti agli occhi tutti i miei errori e i miei peccati, non riesco ad eccitare quell’abbondanza di lacrime, e così i miei occhi persistono nella condizione stessa di una durissima pietra al punto che da essi non fuoriesce neppure una stilla di pianto. E così io, quanto godo nella profusione delle lacrime concessa da Dio, altrettanto provo dolore, allorché io, pur desiderandolo, non riesco a trovarla»
ISACCO: «Non ogni profusione di lacrime deriva da un unico sentimento, così come non è prodotta da una sola virtù. In un modo infatti sgorga il pianto, allorché esso prorompe a causa della spina dei peccati che punge il nostro cuore, ed è allora che così è scritto: “Sono stremato per i lunghi lamenti; ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, irroro di lacrime il mio letto” (Sal 6,7); e di nuovo: “Fa’ scorrere come torrente le tue lacrime giorno e notte! Non darti pace, non abbia tregua la pupilla del tuo occhio” Lam 2, 18); in altro modo sgorga il pianto, allorché esso irrompe dalla contemplazione dei beni eterni e dal desiderio dello splendore futuro, da cui pure derivano sorgenti più copiose di lacrime per l’eccesso della gioia e l’ampiezza dell’aspirazione, allorché la nostra anima tende alla fortezza del Dio vivente ed esclama: “Quando verrò ed apparirò davanti a Dio? Le lacrime sono il mio pane giorno e notte!” (Sal 41, 3-4); ogni giorno ella proclama con alta voce e lamenti: “Ahimè! Il mio esilio si è prolungato” (Sal 119, 5), e ancora: “L’anima mia vi ha abitato a lungo come straniera” (Sal 119, 6). In altro modo ancora scaturiscono le lacrime non provocate dalla coscienza di colpe gravi, ma dal timore dell’inferno o dal pensiero di quel terribile giudizio; anche il profeta, colpito da questo terrore, così prega, rivolto al Signore: “Non chiamare a giudizio il tuo servo, perché davanti a te nessun vivente è giusto” (Sal 142, 2). Vi è pure un genere ulteriore di lacrime, prodotto non da motivi di coscienza, ma per la durezza dei peccati degli altri: è per questo movente che pianse Samuele a causa di Saul (1 Sam 15, 35), come pure il Signore nel vangelo per la città di Gerusalemme (Lc 19,41 ss.), ed anche Geremia, il quale, in età remota, così si esprime: “Chi spargerà acqua sul mio capo e una fonte di lacrime sui miei occhi? Giorno e notte io piangerò i morti della figlia del mio popolo” (Ger 9, 1). Tali risultano pure le lacrime, delle quali è parola nel Salmo 101: “Di cenere io mi nutro come di pane, e alla mia bevanda io mescolo il pianto” (Sal 101, 10). È certo che tali lacrime non sono provocate dal sentimento, in merito al quale nel Salmo 6 esse sgorgano nella persona di un penitente; esse prorompono anche a causa delle ansietà, delle angustie e delle tribolazioni di questa vita, da cui anche i giusti vengono colpiti in questo mondo. Questa realtà la dichiara con tutta evidenza non solo il testo di un Salmo, ma anche il suo titolo, perché, proprio nella persona di quel povero, di cui nel vangelo è scritto: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5, 3), così è dichiarato: “Preghiera dì un povero, quando è afflitto e sfoga dinanzi a Dio la sua angoscia” (Sal 101, Titolo).
Ne segue dunque che corre una forte differenza fra queste lacrime e quelle che sgorgano da un cuore duro e da occhi secchi. Anche se noi crediamo che tali lacrime non siano infruttuose, infatti la loro emissione è dovuta a un buon proposito, soprattutto da parte di coloro che non hanno ancora raggiunto una scienza perfetta o non sono riusciti a purificarsi del tutto dalle macchie di vizi antichi e recenti, quanti tuttavia sono già arrivati alla brama delle virtù, non devono in nessun modo provocare l’emissione delle lacrime, così come non devono sforzarsi per produrre ad ogni costo il pianto, tutto proprio dell’uomo esteriore. Un tale pianto infatti, prodotto in qualunque modo, non potrà mai raggiungere la ricchezza delle lacrime spontanee; al contrario, esso, con quegli sforzi, abbatte l’anima di chi prega, lo mortifica, lo abbassa a livello d’uomo, e lo distacca da quella sublimità celeste, nella quale la mente elevata di chi prega dev’essere incessantemente fissa, e così lo costringerà, una volta soggiogato dall’intensità della preghiera personale, a languire, divenuto vittima di lacrime sterili e forzatamente provocate.
E affinché voi comprendiate la natura della vera orazione, io non vi esporrò una mia idea, ma la sentenza del beato Antonio. Sappiamo che talvolta egli durò così a lungo immerso nella preghiera che, mentre era ancora elevato nell’estasi della sua orazione, allorché cominciava a levarsi la luce del sole, l’abbiamo udito esclamare nel fervore del suo spinto: “Perché mi importuni, o sole, che già sorgi, tanto che mi distogli dallo splendore di questa luce?”. E allora, affinché noi pure, secondo la misura della nostra esiguità, osiamo allegare qualche aggiunta a questa ammirevole sentenza, assocerò, in base alla mia esperienza, qualche idea su quali indizi si può ritenere che la preghiera sia udita dal Signore.
Quando, nel pregare, nessuna esitazione è intervenuta a ostacolarci e neppure s’è interposta a distoglierci, con qualche diffidenza, dalla fiducia posta nella nostra orazione, ma, al contrario, per la stessa effusione della nostra preghiera, avremo avuto la sensazione d’aver ottenuto quanto chiedevamo, allora non mettiamo dubbi che le nostre orazioni non siano arrivate fino a Dio. E in effetti, tanto ognuno meriterà di essere esaudito e di ottenere quanto avrà creduto d’essere tenuto presente da Dio e avrà creduto che Dio possa concedere. Di fatto, è irreversibile questa sentenza di Nostro Signore: “Tutto quello che voi domandate nella preghiera, abbiate fiducia di ottenerlo, e vi sarà accordato” (Mc 11, 24).
GERMANO: «Noi siamo convinti che una tale fiducia d’essere esauditi deriva ovviamente dalla purezza della propria coscienza. Noi perciò, il cui cuore è ancora punto dalla spina dei peccati, come potremo nutrire quella fiducia, non essendo protetti da quei meriti, per i quali dovremmo presumere fiduciosamente che le nostre preghiere verrebbero esaudite?».
Isacco: «Che diversi siano i motivi per essere esauditi secondo la diversa e varia disposizione delle anime lo dichiarano le stesse enunciazioni sia dei vangeli, sia dei profeti. Potrai trovare confermato dalla voce stessa del Signore il frutto dell’esaudimento della preghiera nell’affiatamento di due tra i fedeli, secondo queste parole: “Se due di voi sopra la terra si accorderanno, qualunque cosa essi domanderanno, sarà loro accordata dal Padre mio che è nei cieli” (Mt 18, 19). Potrai trovarne un’altra prova nella pienezza della fede, paragonata al grano di senapa: “Se avete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: Spostati di qui, ed esso si sposterà e lascerà libero tanto spazio quanto occorrerà” (Mt 17, 19). Potrai trovarne ima prova ulteriore nell’assiduità delle orazioni, che il Signore qualificò come un’importunità proprio per l’insistenza delle domande: “Ebbene io vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua importunità” (Lc 11, 8). Ed ecco un’altra prova del frutto dell’elemosina: “Riponi la tua elemosina nel cuore del povero, ed essa pregherà per te nel giorno della tribolazione” (Sir 29, 15). Un’altra prova è ancora nell’emendazione della vita e nelle opere della misericordia secondo la seguente sentenza: “Sciogli i legami dell’empietà, togli via i pesi che opprimono” (Is 58, 6). Nello stesso luogo, dopo alcune parole, con le quali viene punita la sterilità del digiuno infruttuoso, così il profeta si esprime: “Allora tu lo invocherai, e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto, ed Egli dirà: Eccomi” (Is 58, 9) .Talvolta l’eccesso stesso delle nostre tribolazioni fa sì che noi siamo esauditi secondo la seguente sentenza: “Nella mia angoscia ho gridato al Signore, ed Egli mi ha risposto” (Sal 119, 1). E di nuovo: “Non maltrattare lo straniero, perché, se egli griderà verso di me, lo esaudirò, perché io sono misericordioso” (Es 22, 21 e 27: Volgata). Voi stessi dunque vedete in quanti modi si ottiene la grazia dell’esaudimento, al punto che nessuno, nell’impetrare quanto è utile alla sua salvezza eterna, viene deluso nella sua pur aggravata coscienza. E in effetti, pur concedendo che nella visione delle nostre miserie, da me in precedenza richiamate, ci sorprendiamo del tutto destituiti di virtù, e di non avere quella lodevole fraternità concordata fra due, né la fede paragonata al grano di senapa, né le opere di pietà indicate dal profeta, non possiamo forse avere almeno quell’importunità, la quale soccorre chiunque la pone in atto e per la quale, anche se non c’è altro appoggio, il Signore, una volta pregato, promette di concedere qualunque cosa gli venga richiesta? E allora, messa da parte l’infedeltà dell’esitazione, è necessario insistere nella preghiera, senza minimamente dubitare che noi, con la preghiera costante, otterremo tutto quello che domanderemo secondo il beneplacito di Dio. E di fatto il Signore stesso ci esorta, poiché Egli desidera concedere i suoi beni celesti ed eterni, e allora Egli vuole che noi, in un certo modo, lo costringiamo con la nostra importunità: Egli non solo non disprezza e non respinge gli importuni, ma li sprona e li loda e promette di concedere con somma benignità tutto quello che essi si ripromettono. Ecco le sue parole: “Chiedete e riceverete; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto, perché chi chiede, ottiene; chi cerca, trova; e a chi bussa, sarà aperto” (Lc 11, 9-10). E ancora: “Tutto quello che con fede chiederete nella preghiera, lo otterrete; niente vi sarà impossibile” (Mt 21, 22; 17, 19). Pertanto, anche nel caso che ci venissero meno i motivi già da noi richiamati per essere esauditi, almeno ci stimoli l’istanza dell’importunità, la quale, al di fuori d’ogni merito e d’o- gni impegno, è sempre presente nelle possibilità di chi s’adopra. Sicuramente ritenga di non dovere essere esaudito chiunque, quando prega, comincia a dubitare d’essere esaudito. Che poi si debba supplicare senza tregua il Signore, lo si può arguire dall’esempio del beato Daniele: egli, pur essendo stato esaudito fin dal primo giorno, in cui aveva cominciato a pregare, ottenne l’effetto delle sue suppliche dopo ventuno giorni (Dn 10, 2 ss.). Ne segue allora che noi pure non dovremo distoglierci dal continuare le nostre orazioni già iniziate, se ci accorgeremo di non essere ancora esauditi, appunto perché potrebbe essere ritardata utilmente la grazia dell’esaudimento per disposizione del Signore o anche perché l’angelo, uscito dalla visione dell’Onnipotente per recarci il dono di Dio, ritarda a causa della resistenza del diavolo. E certo infatti che l’angelo non potrà comunicarci il dono da noi richiesto, se troverà che noi abbiamo cessato di chiedere la grazia che ci eravamo proposta. E un tale esito sarebbe stato certamente riservato anche al profeta, già da noi chiamato in causa, se lui non avesse prolungato, per effetto duna virtù incomparabile, fino a ventuno giorni la durata delle sue orazioni. E allora procuriamo anche noi di non lasciarci abbattere, nella fiducia di questa nostra fede, da nessun ostacolo, allorché ci accorgeremo che le nostre richieste non sono state ancora esaudite, e perciò non mettiamo dubbi sulle promesse del Signore, il quale ha detto: “Tutto quello che voi domandate nella preghiera, abbiate fede di ottenerlo e lo riceverete” (Mt 21, 22). E in realtà a noi conviene insistere, richiamandoci alla sentenza del beato evangelista Giovanni, in merito alla quale viene risolta ovviamente ogni incertezza su questa nostra questione: “Questa è la fiducia che noi abbiamo in Lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, Egli ci ascolta” (1 Gv 5, 14). Ne segue dunque che è su questo motivo unico che noi dobbiamo nutrire una piena e indubitata fiducia di venire esauditi, in questo cioè appoggeremo la nostra confidenza non sui nostri interessi e sui nostri piaceri, ma sulla volontà del Signore. E questo motivo siamo comandati di annodarlo anche nella preghiera del Signore, così dicendo: “Sia fatta la tua volontà”, e cioè la tua, non la nostra. Se infatti noi ci ricordiamo di quelle dell’Apostolo che così si esprimono: “Noi non sappiamo che cosa sia conveniente domandare” (Rm 8, 26), comprenderemo che noi talvolta chiediamo cose contrarie alla nostra salvezza e che quindi assai opportunamente Egli, che conosce ben più retta- mente e più veracemente di noi quello che ci è utile, non ci concede quanto noi gli domandiamo. Del resto questo accadde senza dubbio al dottore delle genti, allorché pregò perché fosse allontanato da lui l’angelo di Satana, che utilmente gli era stato posto accanto per volontà del Signore con l’incarico di schiaffeggiarlo, e così concluse: “A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore perché si allontanasse da me. Ed Egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta nella debolezza” (2 Cor 12, 8-9). Tale intenzione la espresse pure Nostro Signore, quando pregò nella persona dell’uomo assunto, e questo per offrirci col suo esempio, come, del resto, in altri casi, anche la forma dell’orazione, e perciò, pregando, così si espresse: “Padre, se è possibile, passi da me questo calice! Tuttavia, non come voglio io, ma come vuoi tu! ” (Mt 26, 39), e pregò così, perché la sua volontà non si differenziasse da quella del Padre. “Egli infatti era venuto a salvare quello che era perduto e a dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 18, 11; 20, 28). E di questa stessa intenzione così Egli parla: “Nessuno toglie a me la mia vita, ma io la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10, 18). Nella persona di Lui, riguardo all’unione della sua volontà con quella del Padre, così si esprime Davide nel Salmo 39: “… affinché io faccia il tuo volere, mio Dio, questo io ho voluto” (Sal 39, 9). E se del Padre noi leggiamo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16), tuttavia noi troviamo affermato del Figlio queste parole: “Egli ha dato se stesso per i nostri peccati” (Gal 1, 4). Del Padre è detto ancora: “Egli, per di più, non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8, 32), come pure di Lui: “E stato offerto, perché Egli stesso lo ha voluto” (Is 53, 7). E così viene indicata tutta l’unicità del volere del Padre e del Figlio al punto che perfino nello stesso mistero della risurrezione del Signore siamo informati che non vi fu un’azione dissonante. E di fatto, come il beato Apostolo dichiara che il Padre operò la risurrezione del corpo del Signore, affermando: “Dio Padre, che lo hai risuscitato dai morti” (Gal 1,1), così pure il Figlio affermò che Egli avrebbe risuscitato il tempio del proprio corpo, attestando: “Distruggete questo tempio, ed io in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2, 19). Pertanto, istruiti da questi esempi del Signore fin qui da noi riportati, dovremo noi pure concludere tutte le nostre richieste con la preghiera seguente e aggiungere questa voce a tutte le nostre orazioni: “Signore, non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 26, 39). Risulta però che il numero dei tre inchini, compiuti solitamente nelle riunioni dei fratelli a conclusione della sinassi, non potrà essere osservato dal fratello che, con animo intento, è tutto assorto nella sua preghiera.
Prima di tutto occorre senza dubbio tener presente con molta diligenza quel precetto del vangelo, il quale ordina che, entrando nella nostra camera per pregare il Padre nostro, ne chiudiamo la porta (Mt 6, 6). Tale precetto sarà da noi osservato in questo modo. Noi pregheremo veramente nell’intimità della nostra camera, allorché, rimessa completamente dal nostro cuore la risonanza di tutti i pensieri e di tutte le sollecitudini, eleveremo in qualche modo in tutta segretezza e familiarità le nostre preghiere al Signore. Noi dunque preghiamo a porte chiuse allorché, serrate le labbra e in completo silenzio, eleviamo le nostre suppliche a Colui che non tiene conto delle parole, ma scruta il cuore. Preghiamo in segreto, allorché noi presentiamo unicamente a Dio le nostre richieste solo con il cuore e con l’attenzione della mente, sicché neppure le potenze del male potranno conoscere il contenuto della nostra orazione. E necessario dunque pregare in pieno silenzio, non solo per non distrarre col nostro mormorio e con la nostra voce i fratelli vicini, e così non importunare il raccoglimento di quanti stanno pregando, ma anche perché il silenzio della nostra orazione resti pure occulto per i nostri nemici, i quali, a causa delle nostre preghiere, sarebbero indotti ad attaccarci maggiormente. E così che noi metteremo in pratica quel precetto: “Custodisci le porte della tua bocca davanti a colei che riposa vicino a te” (Mic 7,5).
E’ questo il motivo, per cui noi dobbiamo pregare frequentemente, ma anche brevemente, appunto perché così, non dilungandoci, il nemico non avrà modo, con le sue insidie, d’insinuare nel nostro cuore qualcosa di estraneo.E questo infatti il sacrificio vero, perché “uno spirito contrito è sacrificio a Dio” (Sal 50, 19); e questa l’offerta salutare, queste le pure oblazioni, questo “il sacrificio della giustizia” (Sal 50, 21); “questo il sacrificio di lode” (Sal 49, 23); queste le “vittime pingui e adipose, i ricchi olocausti” (Sal 65, 15), offerti dai cuori contriti e umiliati, sicché, nell’offrirli nel modo e con l’attenzione dello spirito già da noi indicata, potremo presentarli con tutta l’efficacia, dicendo: “Come incenso salga a Te la mia preghiera; le mie mani alzate, come sacrificio della sera” (Sal 140, 2). Ma ecco che il giungere dell’ora della notte consiglia anche a noi di compiere quel sacrificio della sera, e allora, sebbene di questo nostro argomento sembri siano stati trattati, nonostante i limiti della mia pochezza, molti aspetti e con larghezza, tuttavia, data l’elevatezza e le difficoltà della materia, credo che tutto sia stato discusso con molta ristrettezza». E noi allora, pieni di meraviglia ancora più che saziati, celebrata la sinassi della sera, ristorammo con un poco di sonno le nostre membra, e al primo apparire della luce ritornammo nelle nostre dimore, gioiosi per la promessa d’una trattazione ulteriore e più larga, e soddisfatti sia per l’acquisto delle notizie ricevute sia per la sicurezza della promessa a noi annunziata. Eravamo persuasi che era stata a noi dimostrata soltanto l’eccellenza della preghiera, ma il metodo e l’efficacia, con cui viene acquistata e fissata la sua continuità, noi eravamo convinti di non averli ancora del tutto assicurati in quel primo discorso.
La Tetrade delle Lune di Sangue

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