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Timestamp: 2019-03-23 04:15:10+00:00

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Chiesta la condanna di un uomo della provincia di Bari accusato di stalking ai danni di una dottoressa di guardia medica. Il camice bianco aveva denunciato anche un episodio di violenza sessuale ma il reato era stato dichiarato improcedibile
La Procura di Bari ha chiesto la condanna a otto mesi di reclusione, con sospensione della pena sospesa, per un 52enne accusato di stalking ai danni di una dottoressa di guardia medica. I fatti risalgono all’autunno del 2016. Gli atti persecutori denunciati dalla vittima e accertati dagli inquirenti sarebbero iniziati nel mese di ottobre di quell’anno e avrebbero costretto il medico, nei mesi successivi, a cambiare tre diverse sedi di lavoro.
La professionista, secondo il Pubblico ministero titolare del fascicolo, sarebbe stata vittima di “un’opera di lenta e crescente persecuzione”. L’indagato, infatti, in base a quanto scritto nel capo d’imputazione, avrebbe maturato “una vera e propria ossessione” nei suoi confronti.
L’uomo era paziente del medico fin dal maggio 2016. Si recava spesso in ambulatorio, in provincia di Bari, per farsi misurare la pressione, ma soprattutto, in base a quanto raccontato dalla vittima, per “chiacchierare”. La disponibilità all’ascolto sarebbe stata travisata dall’imputato, il quale, “in modo pressante e vessatorio, iniziava a perseguitare insistentemente” la donna. Il tutto attraverso “una serie continua e reiterata di telefonate, di messaggi telefonici e di azioni moleste e minacciose”. Una condotta che finiva per ingenerare nella persona offesa “un sentimento crescente di ansia e di paura per la propria incolumità”.
Il camice bianco, nel settembre del 2017, aveva deciso di sporgere denuncia
Oltre a riportare le minacce subite, aveva riferito anche di essere stata stuprata all’interno dell’ambulatorio. Il reato di violenza sessuale, tuttavia, era stato dichiarato improcedibile dal Tribunale del Riesame per querela tardiva. La denuncia, infatti, era arrivata tre mesi dopo la scadenza dei termini previsti dalla legge. L’uomo, pertanto, era stato scarcerato, con concessione prima dei domiciliari e poi della misura alternativa del divieto di avvicinamento alla vittima.
Nei mesi scorsi, come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno, il difensore dell’imputato ha chiesto e ottenuto per il suo assistito l’esecuzione di una perizia psichiatrica. L’esame ha evidenziato che l’uomo sarebbe affetto da un “vizio parziale di mente”. Un “disturbo bipolare cronico con caratteristiche psicotiche” che, tuttavia, gli consente di essere ritenuto capace di intendere e volere e quindi di essere giudicato. La sentenza, è attesa per il prossimo aprile.
DOTTORESSA VIOLENTATA: SCARCERATO STALKER, ORA AGLI ARRESTI DOMICILIARI
Condannato a 6 mesi di reclusione per continui messaggi WhatsApp
Il Tribunale di Verbania lo aveva condannato alla pena di sei mesi di reclusione in relazione al reato di stalking (di cui all’art. 612-bis cod. pen.), rilevando che il reato doveva intendersi aggravato dalla circostanza dell’uso del mezzo informatico, in ragione cioè dell’impiego di WhatsApp
Ed infatti, l’imputato era stato accusato (e quindi condannato) di aver inviato messaggi WhatsApp a raffica alla persona offesa.
Nel suo interesse veniva proposto ricorso per Cassazione contestando l’esistenza di tale circostanza.
Ma i giudici della Cassazione hanno confermato la sentenza impugnata affermando che l’impiego dell’uso della messaggistica WhatsApp configura circostanza aggravante del reato.
Di recente la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito che, indipendentemente dall’incontro fisico tra vittima e imputato, il reato di stalking si configura nel momento in cui la condotta minacciosa del reo destabilizzi l’equilibrio psichico della persona offesa.
Ebbene anche l’invio ripetuto di messaggi (come nel caso di specie, attraverso il social di messaggistica più famoso) può assurgere a elemento costituivo del reato, laddove la condotta dell’agente costituisca “intrusione illecita” nella vita della persona offesa.
Non soltanto. Deve anche tenersi a mente che ai fini della rilevanza penale della condotta posta in essere dallo stalker, quello che conta non è tanto il numero o l’arco temporale nel quale i messaggi siano stati inviati, quanto piuttosto l’intensità del loro contenuto.
A tal proposito è necessario che il giudice accerti, caso per caso, il significato di tali comunicazioni al fine di stabilire se ad esse possa essere attribuito carattere minaccioso o intimidatorio.
Il reato di atti persecutori o stalking richiede infatti che le condotte siano reiterate, anche in tempi e contesti differenti (e in tal senso, si distingue dal reato di minaccia o molestia), e che siano idonee a cagionare alla vittima, alternativamente, un perdurante e grave stato di ansia o di paura, oppure un fondato timore per l’incolumità propria, di un prossimo congiunto o di persona ad essa legata da una relazione affettiva, o ancora l’alterazione delle sue abitudini di vita.
Si tratta di principi che sempre più spesso si leggono nelle sentenze dei Tribunali.
Interessante, invece, è la sentenza in commento che in maniera netta compie un passo in avanti affermando che l’utilizzo di sistemi di messaggistica quali, WhatsApp, rendono il reato di stalking “più grave”. Ciò giustifica una sanzione proporzionalmente più severa.
Divieto di avvicinamento: annullata l’ordinanza del giudice del riesame
Il divieto di avvicinamento alla persona offesa non ha affatto un contenuto generico o indeterminato, perché rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: (…) insomma, di non fare tutto ciò che lo “stalker” è solito fare e che i soggetti appartenenti alla detta categoria comprendono benissimo
Il Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Treviso, con ordinanza confermata dal Tribunale del riesame di Venezia, aveva applicato ad un soggetto indagato per il reato di atti persecutori, lesioni personali e violazione di domicilio, la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.
Tale decisione era stata giustificata dalla presenza di un quadro di gravità indiziaria inequivocabile. La stessa vittima aveva dichiarato di essere stata oggetto di una serie continuativa di atti molesti, costituiti da messaggi, telefonate ingiuriose e minacciose, di pedinamenti e appostamenti, oltre che di un atto di violenza fisica da parte del suo aggressore. Anche i testimoni ascoltati, avevano confermato di essere stati spettatori della selvaggia aggressione subita dalla vittima.
Avverso tale provvedimento, l’uomo proponeva, per il tramite del proprio difensore, ricorso per Cassazione, denunciando, tra gli altri, l’assenza del fumus commissi delicti in ordine alla necessità di disporre la misura cautelare restrittiva della sua libertà personale.
Sul punto si sono espressi i giudici della Suprema Corte.
Il motivo di ricorso è infondato – affermano.
Senza dubbio, il reato contestato nell’imputazione (di atti persecutori di cui all’art. 612-bis) era integrato da una serie ripetuta di atti minacciosi o molesti che avevano comportato nella vittima un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero avevano ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva e l’avevano costretta, perciò, ad alterare le proprie abitudini di vita.
Tali circostanze, come emerso anche dalle dichiarazioni della donna, attentamente valutate, oltre a quelle dei numerosi testi che assistettero all’episodio di selvaggia aggressione subito dalla vittima, erano ben note all’uomo, che perciò doveva dirsi pienamente consapevole di tutti gli elementi che connotato l’ipotesi delittuosa contestata (sia il grave stato di ansia e di paura, sia il mutamento delle abitudini di vita e così via).
Poco importa, dunque, come sostiene il ricorrente che, in relazione all’episodio dell’aggressione, la donna non avesse sporto querela, giacché – aggiungono gli Ermellini – nel fuoco dell’indagine giudiziale sono entrati comportamenti durati mesi e idonei, da soli, a integrare l’elemento oggettivo del reato.
La misura cautela del divieto di avvicinamento
Sul punto il discorso si fa più complesso.
Ebbene, il Supremo collegio ha parzialmente accolto il motivo di gravame dal ricorrente.
Com’è noto, l’art. 282-ter cod. proc. pen. – introdotto dal D. L. 23 febbraio 2009, n. 11, conv., con mod., dalla legge 23 aprile 2009, n. 38 – ha tipizzato una nuova figura di misura cautelare al fine di contrastare, prevalentemente, il fenomeno degli atti persecutori, costituito dal divieto di avvicinamento dell’imputato o dell’indagato “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa”, nonché dall’imposizione dell’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
È vivo nella giurisprudenza di legittimità – ma non contraddittorio – il dibattito sui caratteri che devono avere le misure suddette, affinché le esigenze di cautela sottese alla norma siano conciliabili con i diritti e le necessità della persona cui le misure sono imposte, sotto un duplice profilo: a) quello di determinare una compressione della libertà di movimento dell’onerato nella misura strettamente necessaria alla tutela della vittima; b) quella di assicurare una sufficiente determinatezza della misura, affinché sia ben chiaro all’obbligato quali comportamenti deve tenere e sia eseguibile il controllo sulla corretta osservanza delle prescrizioni a lui imposte.
È compito del giudice, pertanto, riempire la misura di contenuti adeguati agli obiettivi da raggiungere e rendere la misura sufficientemente determinata, per evitare elusioni o problematiche applicative.
Ebbene, l’art. 282-ter prevede – innanzitutto – il divieto di avvicinamento “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” e l’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi”, al fine – evidente – di assicurare alla vittima uno spazio fisico libero dalla presenza del soggetto che si è reso autore di reati in suo danno.
La norma ricalca l’analoga previsione contenuta nell’art. 282-bis cod. proc. pen., introdotto per analoghe ragioni, dalla legge 4 aprile 2001, n. 154, secondo cui il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumità della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, può ordinare all’imputato o all’indagato, oltre che di lasciare immediatamente la casa familiare, “di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti”.
In entrambe le disposizioni è contenuta, quindi, l’avvertenza di riempire la prescrizione di un contenuto specifico: quello della individuazione (“determinazione”) del luogo a cui l’autore del reato non si deve avvicinare.
Tale previsione corrisponde a una esigenza pratica e una esigenza di giustizia: l’esigenza pratica è quella di rendere noto all’obbligato quali sono i luoghi da evitare, alla cui determinatezza è collegata la stessa praticabilità della misura; l’esigenza di giustizia è quella di contenere le limitazioni imposte all’indagato nei limiti strettamente necessari alla tutela della vittima e di assicurare a quest’ultima la certezza di uno spazio libero dalla presenza del prevenuto.
A questa categoria è da ascrivere – ad avviso del Collegio – anche il divieto “di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa”, sia perché l’obbligato non può sapere quali siano i luoghi suddetti – peraltro normalmente destinati a variare a seconda delle esigenze e delle abitudini della persona – sia perché la misura assumerebbe una elasticità dipendente dalle decisioni (o anche dal capriccio) dell’offeso, a cui verrebbe rimesso, sostanzialmente, di stabilire il contenuto della misura.
Come è stato, infatti, rilevato l’art. 282-ter cod. proc. pen. è stato introdotto contestualmente alla previsione del reato di “atti persecutori”, di cui all’art. 612-bis cod. pen., che ha tra le sue manifestazioni tipiche il costante pedinamento della vittima, da parte del soggetto agente, anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente, e l’espressione di atteggiamenti intimidatori o molesti anche in assenza di contatto fisico diretto con la persona offesa e purtuttavia dalla stessa percepibili.
Proprio per ovviare a questo tipo di “persecuzione” sono state previste, dal legislatore, le particolari misure del divieto di “avvicinamento” alla persona offesa, nonché quello di mantenere una determinata distanza dalla persona suddetta e il divieto di comunicazione.
La norma viene incontro all’esigenza di consentire alla persona offesa il completo svolgimento della propria vita lavorativa e sociale in condizioni di serenità e di sicurezza, anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali; con la conseguenza che è rispetto a tale esigenza che deve modellarsi il contenuto concreto di una misura la quale, non lo si dimentichi, ha comunque natura inevitabilmente coercitiva rispetto a libertà anche fondamentali dell’indagato (in questo senso si è già espressa la sez. quinta di questa Corte, con le sentenze nn. 13568 del 16/1/2012; n. 36887 del 16/1/2013; n. 19552 del 26/3/2013).
Il contenuto “specifico” del divieto di avvicinamento
Peraltro, il divieto di avvicinamento alla persona offesa non ha affatto un contenuto generico o indeterminato, perché rimanda a un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa; e quindi di non avvicinarsi fisicamente alla persona suddetta, di non rivolgersi a lei con la parola o con lo scritto, di non telefonarle, di non inviarle SMS, di non guardarla (quando lo sguardo assume la funzione di esprimere sentimenti e stati d’animo): insomma, di non fare tutto ciò che lo “stalker” è solito fare e che i soggetti appartenenti alla detta categoria comprendono benissimo.
Cosicché nel caso in esame, l’ordinanza che prescriveva a carico dell’indagato il solo divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla vittima doveva ritenersi eccessivamente generica e perciò doveva essere annullata con rinvio per nuovo esame.
Deve confermarsi la misura della custodia cautelare in carcere per chi rivolge alle vittime messaggi vocali minacciosi e messaggi dai contenuti infamanti pubblicati su Facebook. Questi ultimi costituiscono documenti e mezzo invasivo di comunicazione, che oltrepassa la vicinanza fisica con la vittima e permane come atteggiamento inquietante ancor più presente nella sfera di libertà ed autonomia del destinatario
Il Tribunale per il riesame di Messina, in accoglimento dell’appello del Pubblico Ministero, applicava all’indagato, la misura della custodia cautelare in carcere in relazione al reato di maltrattamenti in famiglia (di cui all’art. 572 cod. pen.) ai danni della donna con la quale aveva intrattenuto un rapporto di convivenza ed a cui aveva rivolto reiterate e gravi offese, minacce di morte anche a mezzo di telefono. Molti dei messaggi (vocali) erano stati indirizzati anche al legale della donna, quale ritorsione per avere preso le difese della stessa; l’indagato, inoltre aveva anche pubblicato sui social network messaggi dal contenuto infamante nei confronti della vittima.
Per gli stessi fatti l’uomo era stato già sottoposto alla misura cautelare del divieto di dimora con divieto, altresì, di comunicazione a carattere telefonico e telematico nei confronti della persona offesa e della figlia di entrambi; successivamente, esteso anche all’utilizzo dei social network. Divieto che tuttavia, era stato trasgredito; indi, la richiesta di custodia cautelare in carcere.
Contro l’ordinanza di applicazione della misura cautelare predetta, l’indagato presentava, per il tramite del proprio difensore, ricorso per Cassazione, deducendo l’illogicità e l’inadeguatezza del provvedimento.
La Cassazione rigetta il ricorso perché inammissibile e aspecifico.
A detta dei giudici Ermellini, la trasgressione al divieto di comunicazione con le persone offese, inglobato nel provvedimento di divieto di dimora, che concreta la fattispecie addebitata, in una delle sue modalità attuative, autorizza la configurazione di una delle manifestazioni dei maltrattamenti aggravati, potendo la prova di esse desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente, che ha rivolto alle vittime messaggi vocali minacciosi, e messaggi dai contenuti infamanti pubblicati su Facebook. Questi ultimi costituiscono documenti e mezzo invasivo di comunicazione, che oltrepassa la vicinanza fisica con la vittima e permane come atteggiamento inquietante ancor più presente nella sfera di libertà ed autonomia del destinatario. Si caratterizza sul piano della interazione tra il mittente e il destinatario – in relazione al profilo saliente dell’oggetto giuridico della norma incriminatrice – per la incontrollata possibilità di intrusione, immediata e diretta, del primo nella sfera delle attività del secondo (Sez. 5, n. 47195 del 06/10/2015; Sez. 3, n. 38681 del 26/04/2017).
Dunque, a nulla vale eccepire, come accaduto nel caso in esame, la circostanza che l’indagato non avrebbe mai violato, nel merito, le prescrizioni imposte, per non per non avere mai intrattenuto contatti fisici con i propri familiari, dal momento che gli strumenti informatici, se utilizzati con finalità di minaccia grave, vista anche la loro intrinseca potenziale diffusività, presentano carattere fortemente invasivo nella vittima, posto che quest’ultima non vi si può sottrarre se non disattivando la connessione (con conseguente lesione, in tale evenienza, della libertà di comunicazione e corrispondente alterazione della quiete e tranquillità psichica, comprensibilmente turbate da esasperazione e spavento).
ESISTE IL REATO DI MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA ANCHE IN CASO DI SEPARAZIONE
Perseguitata dal proprio amante: si configura il reato di stalking?
Subisce stalking la donna che viene perseguitata dal proprio amante che la minaccia di rivelare al marito la relazione e rovinarle la famiglia
La Corte di Cassazione con la sentenza n. 38377/2018 ha fornito chiarimenti sul reato di stalking ai danni di una donna perseguitata dal proprio amante.
Per gli Ermellini, il reato è integrato nonostante la donna inviasse messaggi apparentemente affettuosi all’ex. Ma questo unicamente allo scopo di “tenerlo calmo”
La Cassazione si è pronunciata su ricorso di un uomo condannato per stalking nei confronti dell’ex amante. Gli Ermellini, in realtà, si erano già trovati ad analizzare la vicenda e, su istanza del condannato, avevano annullato la sentenza che con cui i giudici di appello lo avevano ritenuto colpevole.
Nel corso della sentenza di annullamento, i giudici di Cassazione avevano richiesto una nuova analisi. Lo scopo era quello di di accertare se gli eventi previsti dalla norma fossero diretta conseguenza della condotta persecutoria dell’agente.
Secondo il ricorrente, i giudici di merito non avevano motivato sulla condotta ambivalente della donna, da lui censurata. A suo avviso, infatti, il fatto che la donna talora lo contattasse non era stato preso in considerazione dai giudici.
In sede di rinvio, tuttavia, la condanna è stata confermata.
Per la Corte territoriale, infatti, tutti i contatti ricercati ossessivamente dall’imputato nei confronti della donna – così perseguitata dal proprio amante – erano stati univocamente rifiutati e osteggiati dalla vittima.
E così, anche i giudici, nuovamente chiamati a pronunciarsi sulla vicenda, hanno rigettato l’impugnazione.
Secondo l’imputato, i giudici a quo non si erano attenuti alla regola di giudizio posta dalla sentenza di annullamento.
Questa infatti richiedeva maggior ponderatezza da parte dell’organo giudicante.
Invece, secondo la Cassazione, questa non può muoversi alcuna censura alla decisione di condanna che, pertanto, assume carattere definitivo.
Come si legge in sentenza, non viola l’obbligo del c.d. giudicato interno il giudice di rinvio che, dopo l’annullamento per vizio di motivazione, pervenga nuovamente all’affermazione di responsabilità dell’imputato sulla scorta di un percorso argomentativo in parte diverso e in parte arricchito rispetto a quello censurato in sede di legittimità.
Nella sentenza emessa in fase di rinvio la Corte d’Appello ha rimarcato un aspetto importante.
Dall’elenco dei messaggi ai quali aveva fatto riferimento proprio la difesa, era emerso che già dall’11 dicembre 2014 la donna perseguitata dal proprio amante avesse deciso di non cercare più l’imputato.
Non solo. Dal 16 febbraio 2015, erano definitivamente cessati i messaggi dal tenore apparentemente affettuoso provenienti dalla donna.
In merito invece al tenore ambivalente dei messaggi della donna, i giudici d’appello hanno loro attribuito il valore di “estremo tentativo della donna di tenere calmo l’ex amante che a partire dal mese di dicembre 2014 aveva iniziato a inviarle frequenti messaggi in cui minacciava di rivelare la relazione al marito e di rovinare lei e la sua famiglia, pedinandola e appostandosi presso la sua casa e sul luogo di lavoro”.
Inoltre era stato appurato che la donna si trovasse in stato di gravissima soggezione nei confronti dell’amante. Questi infatti era stato condannato in via definitiva per episodi di violenza carnale consumata e tentata.
In conclusione, la motivazione fornita dal giudice d’appello dopo il rinvio rispetta la traccia argomentativa imposta dalla sentenza della sezione penale.
Quest’ultima aveva richiesto di riesaminare il nesso di causa tra condotta dell’imputato e il cambiamento di umore e abitudini della vittima.

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