Source: https://renatodisa.com/2017/05/18/corte-di-cassazione-sezione-iii-civile-sentenza-28-aprile-2017-n-10516/
Timestamp: 2018-01-17 07:24:48+00:00

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In caso di danno cagionato dall’alunno a se stesso (ma anche in caso di danno cagionato all’alunno per responsabilità ascrivibili a difetto di vigilanza o di controllo degli organi scolastici), la responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante ha natura contrattuale, atteso che, quanto all’istituto, l’instaurazione del vincolo negoziale consegue all’accoglimento della domanda di iscrizione, e, quanto al precettore, il rapporto giuridico con l’allievo sorge in forza di “contatto sociale
SENTENZA 28 aprile 2017, n.10516
Il Tribunale di Trieste, tra le restanti statuizioni, ha condannato il Ministero dell’Istruzione, in solido con gli altri responsabili contestualmente individuati, al risarcimento dei danni invocato da S.A. e S.N.A. a seguito del decesso del piccolo S.G. (rispettivamente, figlio e fratello degli attori) avvenuto allorquando quest’ultimo, terminate le lezioni scolastiche, intento a salire sul pullman gestito da una società (la Iris s.p.a.) cui il Comune di Gorizia aveva conferito l’appalto per il trasporto scolastico, veniva incastrato nella porta del pullman improvvidamente azionata in modo automatico dal conducente, quindi trascinato e successivamente travolto dallo stesso automezzo che ne cagionava lesioni da cui derivava il decesso.
A fondamento della responsabilità dell’amministrazione statale (per la parte riconosciuta a suo carico), il tribunale ha individuato il ruolo colpevolmente assunto dal comportamento dell’insegnante del piccolo S. , B.L. (dipendente del ministero convenuto), la quale, non seguendo attentamente l’ingresso del minore sul pullman, aveva indotto il conducente ad avviare la marcia rassicurandolo sulla circostanza che tutti gli scolari da trasportare fossero regolarmente saliti a bordo.
Con il primo motivo, il Ministero ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 342 c.p.c. (in relazione all’art. 360 n. 4 c.p.c.), per avere la corte territoriale erroneamente ritenuto inammissibile, per difetto di specificità, il motivo d’appello proposto dal Ministero in relazione al rigetto dell’eccezione di prescrizione pronunciato dal giudice di primo grado.
Con il secondo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 2947, co. 3, c.c. (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.), per avere la corte d’appello erroneamente trascurato di distinguere i termini di prescrizione in relazione ai diversi titoli della responsabilità degli obbligati in solido per il risarcimento dei danni.
Nella specie, non essendo stata contestata alla dipendente del Ministero la commissione di alcuna fattispecie penalmente illecita (quanto invece di un mero illecito civile), la prescrizione del credito risarcitorio nei confronti dello stesso Ministero non poteva ritenersi automaticamente estesa al più lungo termine previsto dal terzo comma dell’art. 2947 c.c., come viceversa accaduto in relazione agli altri debitori solidali in relazione ai quali era stata accertata la commissione di reati.
Con il terzo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 2947, co. 1 e 2, c.c. in combinato disposto con gli artt. 1310, 2943 e 2945 c.c. (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.), per avere la corte territoriale erroneamente esteso, al Ministero ricorrente, l’effetto sospensivo dell’interruzione della prescrizione derivante dalla costituzione di parte civile dei creditori del risarcimento del danno nel procedimento penale promosso nei confronti di soggetti del tutto estranei al medesimo Ministero.
Con il quarto motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1218, 2043 e 2049 c.c. (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.), per avere la corte territoriale erroneamente qualificato la responsabilità del Ministero nella prospettiva della responsabilità per inadempimento.
La quarta censura è infondata e – preludendo al riconoscimento della responsabilità contrattuale dell’amministrazione ricorrente – suscettibile di assorbire la rilevanza dei primi tre motivi (articolati in tema di prescrizione), non essendo punto maturato (né peraltro in tal senso allegato) il decorso del termine decennale di prescrizione di cui all’art. 2946 c.c..
Sul punto, è appena il caso di richiamare il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità (che il collegio condivide e fa propria, ritenendo di doverne assicurare continuità) secondo cui, in caso di danno cagionato dall’alunno a sé stesso (ma anche in caso di danno cagionato all’alunno per responsabilità ascrivibili a difetto di vigilanza o di controllo degli organi scolastici), la responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante ha natura contrattuale, atteso che, quanto all’istituto, l’instaurazione del vincolo negoziale consegue all’accoglimento della domanda di iscrizione, e, quanto al precettore, il rapporto giuridico con l’allievo sorge in forza di “contatto sociale” (cfr., da ultimo, Sez. 3, Sentenza n. 3695 del 25/02/2016, Rv. 638980 – 01; conf. Sez. 3, Sentenza n. 5067 del 03/03/2010, Rv. 611582 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 24456 del 18/11/2005, Rv. 587952 – 01, tutte discendenti da Sez. U, Sentenza n. 9346 del 27/06/2002, Rv. 555386 – 01).
In quanto inseriti in un programma di natura obbligatoria, tali doveri di protezione chiedono d’essere individuati e commisurati in relazione all’interesse sostanziale del creditore in cui si concreta lo scopo del rapporto obbligatorio, ossia (con approssimazione al caso di specie) all’interesse che il minore affidato dalle famiglie per la formazione scolastica non rimanga in nessun momento lasciato a sé stesso fintantoché, di detto minore, non intervenga a occuparsi un altro e diverso soggetto responsabile, eventualmente chiamato a succedere all’istituzione scolastica nell’assunzione dei doveri connessi alla relativa posizione di garanzia.
Con il quinto motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1218, 2043 e 2049 c.c., in combinato disposto con l’art. 40, co. 2, c.p.c. (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.), per avere la corte territoriale erroneamente riconosciuto, nella volontaria e autonoma decisione della propria dipendente di assumere la vigilanza sul comportamento del minore deceduto al di fuori delle pertinenze dell’istituto scolastico, un fatto suscettibile di attivare la responsabilità del medesimo ministero in forza del principio della c.d. ‘occasionalità necessaria’, essendosi viceversa trattato, nella specie, di una libera e volontaria elezione della propria dipendente, in nessun modo riconducibile, neppure indirettamente, ai contenuti del rapporto di lavoro tra la stessa e il Ministero dell’istruzione.
Con il sesto motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 132, co. 2, n. 4, c.p.c. (in relazione all’art. 360 n. 4 c.p.c.), per avere la corte territoriale dettato una motivazione totalmente contraddittoria (sì da risultare sostanzialmente apparente) sul punto relativo alla riconducibilità alla dipendente del Ministero del dovere di provvedere alla vigilanza sulla sicurezza e l’incolumità degli allievi: affermazione, caduta nella motivazione della sentenza impugnata, dopo che la stessa corte aveva affermato l’avvenuta assunzione della decisione dell’insegnante del minore deceduto di accompagnare gli alunni fino allo scuolabus al di fuori dell’orario di servizio e in assenza di direttive precise.
Entrambi i motivi (quinto e sesto) sono infondati, là dove non inammissibili.
Con il settimo e ultimo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 61, co. 2, della legge n. 312/80 (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.), per avere la corte territoriale erroneamente ricondotto la fattispecie in esame allo spettro applicativo della norma richiamata (conseguentemente escludendo in modo erroneo la legittimazione passiva della maestra B.L. rispetto al giudizio instaurato nei relativi confronti ai fini del risarcimento del danno patito dai congiunti del minore deceduto), attesa la limitata rilevanza di detta norma ai casi di danno cagionato a terzi dal comportamento degli alunni.
Al riguardo, trattandosi della contestazione riferita alla decisione assunta sulla domanda proposta dai danneggiati nei confronti della B. , osserva il collegio come l’amministrazione statale non abbia adeguatamente evidenziato, o specificato, la sussistenza di alcun titolo proprio a contestare il riconosciuto difetto di legittimazione passiva della propria dipendente, in tal senso non consentendo di ravvisare, nella proposizione del mezzo d’impugnazione così come prospettato, il corrispondente specifico e autonomo interesse dell’odierno ricorrente.
L’insieme delle considerazioni che precedono, nel confermare l’infondatezza dei motivi di doglianza avanzati dal MIUR, impone il rigetto del ricorso, con la conseguente condanna del ricorrente al rimborso, in favore di ciascun controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, secondo la liquidazione di cui al dispositivo.
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Corte di Cassazione, sezione III penale, sentenza 23 marzo 2017, n. 14223

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