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Timestamp: 2020-06-04 14:31:06+00:00

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Stenografico Assemblea - Sed. n. 112 di martedì 20 febbraio 2007 - 15^ Legislatura
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Discussione del disegno di legge: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 dicembre 2006, n. 300, recante proroga di termini previsti da disposizioni legislative. Disposizioni di delegazione legislativa (Approvato dalla Camera e modificato dal Senato) (A.C. 2114-B) (ore 15,48).
(Discussione sulle linee generali - A.C. 2114-B)
Avverto che i presidenti dei gruppi parlamentari di Alleanza Nazionale e de L'Ulivo ne hanno chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
La relatrice, onorevole Amici, ha facoltà di svolgere la relazione.
SESA AMICI, Relatore. Signor Presidente, il provvedimento in esame è stato già approvato dalla Camera ed è stato ulteriormente modificato dal Senato nella seduta del 15 febbraio 2007. Quindi, ritorna all'esame di quest'Assemblea un testo, sul quale i colleghi saranno nuovamente chiamati ad esprimersi anche mediante la presentazione di proposte emendative, che contiene ben sei nuovi articoli e complessivi 42 commi.
L'articolo 1, comma 1, del decreto-legge, nella riformulazione operata dal Senato, proroga al 31 dicembre 2007 gli effetti dell'articolo 5 del decreto-legge n. 97 del 2004. Il comma 4-bis del medesimo articolo fissa al 31 dicembre 2010 il termine di efficacia del comma 3 dell'articolo 57 del decreto legislativo n. 334 del 2000, concernente l'aggiornamento professionale del personale direttivo e dirigenziale della Polizia di Stato. Il successivo comma 6-bis è volto a differire al 31 dicembre 2007 il termine di cui all'articolo 16, comma 3, della legge n. 246 del 2005, che consente la mobilità volontaria presso i ruoli di amministrazioni pubbliche del personale del CONI in servizio al 7 luglio 2002. Il comma 6-terPag. 19differisce al 31 dicembre 2007 il medesimo termine, con particolare riferimento al personale del CONI, che presta già servizio presso le Federazioni sportive nazionali e che, in caso di trasferimento alle dipendenze delle stesse Federazioni, dovesse risultare in esubero e, quindi, fosse collocato in mobilità.
I commi 6-quater e 6-quinquies prorogano al 31 dicembre 2007 i comandi del personale dell'Istituto Poligrafico Zecca dello Stato. Il comma 6-sexies modifica le disposizioni recentemente dettate dalla legge finanziaria 2007, in materia di reclutamento dei dirigenti scolastici e di procedura transitoria delle nomine. Il comma 6-septies sopprime fino al 2011 il limite di cinque dirigenti del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, che possono essere collocati contemporaneamente in posizione di comando o fuori ruolo presso determinati organi costituzionali, uffici di diretta collaborazione dei ministeri e Presidenza del Consiglio.
Le modifiche apportate all'articolo 2, in relazione alla copertura degli oneri determinati dal differimento dei termini di pagamento dei contributi o premi previdenziali degli allevatori agricoli e delle imprese di macellazione del settore, sono volte a configurare la disposizione, non più come limite massimo di spesa, ma come mera previsione di spesa. Viene conseguentemente introdotta una clausola di salvaguardia, un nuovo comma 3-bis. Il comma 5-ter posticipa inoltre al 1o febbraio 2008 l'applicazione della disciplina del risarcimento, per i sinistri che coinvolgano le macchine agricole. Il comma 5-quater proroga al 30 aprile 2008 il termine entro il quale i consorzi agrari, ormai divenuti a tutti gli effetti società cooperative, devono adeguare le proprie norme statutarie a quelle del codice civile.
Il comma 3-ter dell'articolo 3 differisce al 1o gennaio 2008 limitatamente all'affidamento dei lavori e delle forniture per la manutenzione delle infrastrutture. Il comma 4-bis proroga al 31 dicembre 2007 la fase transitoria, durante la quale, in alternativa alle nuove norme tecniche per le costruzioni, può continuare ad applicarsi la normativa precedente.
L'articolo 3-bis fissa il termine del 31 dicembre 2009 per la realizzazione degli interventi a favore del comune di Pietrelcina.
L'articolo 3-ter incide sulla disciplina transitoria relativa alla qualifica di restauratore dei beni culturali. Al comma 2, aggiunto all'articolo 3-quater, già articolo 3-bis del testo approvato dalla Camera, si differisce al 31 dicembre 2007 il termine previsto dalla legge finanziaria, entro il quale i soggetti interessati dal sisma del 1990, che ha colpito le province di Catania, Siracusa e Ragusa, possono provvedere ai versamenti non ancora effettuati per definire la propria posizione tributaria.
L'articolo 3-quinquies, al comma 1, proroga fino ad esaurimento delle disponibilità finanziarie i termini per accedere ai finanziamenti agevolati per i titolari delle imprese nelle fasce fluviali soggette a vincolo derivante dalle delibere adottate dal comitato istituzionale dell'Autorità del bacino del Po. Il comma 2 dispone l'applicazione delle disposizioni, recate dal citato articolo 4-quinquies, anche ad aree a rischio di inondazione soggette a vincolo derivante da delibere regionali. Il comma 3 include, tra i soggetti, anche i titolari delle imprese aventi insediamenti ricompresi nelle fasce fluviali.
I commi 1-bis e 1-ter dell'articolo 4 novellano le disposizioni dell'ultima legge finanziaria relative all'istruzione, all'istituzione dell'agenzia per la formazione dei dirigenti e dipendenti delle amministrazioni pubbliche. Il successivo comma 4-bis proroga il termine per il completamento degli investimenti, per i quali è riconosciuto il credito di imposta, ai sensi dell'articolo 8 della legge finanziaria del 2001. Il comma 4-ter proroga di un anno il termine per l'emanazione di un decreto ministeriale, che deve stabilire le specifiche tecniche del formato elettronico per la presentazione dei bilanci di esercizio e degli altri atti a registro delle imprese.
Il comma 2-bis dell'articolo 5 proroga al 29 aprile 2008 i termini previsti dal Pag. 20codice ambientale per l'adeguamento degli statuti di alcuni consorzi per il recupero dei rifiuti e principi contenuti nel medesimo decreto.
Il comma 7-ter dell'articolo 6 dispone la non applicabilità, nelle province di Trento e Bolzano, della proroga di dieci anni rispetto alla data di scadenza prevista dalla vigente disciplina di tutte le grandi concessioni idroelettriche, in corso alla data di entrata in vigore della legge n. 266 del 2005. Il comma 8, nel testo riformulato dal Senato, porta al 31 giugno 2007 il termine per l'emanazione del regolamento di realizzazione per il fondo di accompagnamento della riforma dell'autotrasporto e merci. La modifica apportata al comma 8-quater, in relazione alla copertura di oneri recanti dal comma 8-ter, proroga il termine per l'esenzione dalle imposte di bollo, registro, ipotecarie e catastali, nonché delle tasse di concessione.
Analoga modifica è apportata al comma 8-quinquies secondo periodo, mentre il successivo comma 8-terdecies è volto ad introdurre una clausola di salvaguardia finanziaria. Ulteriori modifiche sono apportate al citato comma 8-quinquies, che consente la concessione di benefici a favore di determinati enti non commerciali operanti nel settore della sanità privata ed in situazione di crisi aziendale.
Il comma 8-sexies dispone per l'anno 2007 la disapplicazione del divieto di procedere ad assunzione di personale a qualsiasi titolo, con qualsiasi contratto per gli enti che non abbiano rispettato il patto di stabilità interno per l'anno 2006. Il comma 8-septies reca una modifica alla disciplina del patto di stabilità interno per il 2006, il comma 8-octies reca una novella all'articolo 1, comma 687, della legge finanziaria in materia di patto di stabilità per gli enti locali per il 2007, estendendo le regole per l'applicazione del patto di stabilità agli enti locali istituiti nel 2006 anche alle nuove province istituite dalla regione autonoma della Sardegna. Il comma 8-novies novella il decreto-legge n. 266 del 2004, riguardante l'attuazione della direttiva CEE relativa alla protezione degli animali negli allevamenti. Il comma 8-decies precisa conseguentemente che le disposizioni di cui all'allegato del decreto legislativo n. 146 del 2001, ai numeri 19 e 22, oggetto delle successive revisioni, acquistano efficacia nel testo risultante dalle modifiche introdotte dal comma precedente a decorrere dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame. Il comma 8-undecies proroga al 31 dicembre del 2015 il termine relativo all'autorizzazione alla commercializzazione di farmaci omeopatici. Il comma 8-duodecies proroga al 28 dicembre 2009 il termine fissato per l'adeguamento delle disposizioni in materia di incenerimento dei rifiuti.
L'articolo 6-bis anticipa di due mesi, al 30 aprile del 2007, il termine oltre il quale dovranno costituirsi gli uffici periferici dello Stato nelle tre nuove province istituite nel 2004, Monza-Brianza, Fermo e Barletta-Andria-Trani. L'articolo 6-quater limita al 31 marzo del 2007 la vigenza delle disposizioni della legge finanziaria per il 2007, che hanno introdotto un ticket sulle prestazioni di specialistica ambulatoriale.
Il Senato, infine, ha introdotto due commi all'articolo 1 del disegno di legge di conversione recanti disposizioni di delega legislativa al Governo. Il comma 2 proroga di un anno il termine per l'adozione di provvedimenti integrativi e correttivi del decreto-legge n. 139 del 2006, recante il riassetto delle disposizioni relative al Corpo nazionale dei vigili del fuoco. Il comma 3 delega il Governo ad adottare, entro il 31 luglio del 2007, uno o più decreti legislativi finalizzati a garantire l'adattamento dell'ordinamento giuridico italiano ai principi e alle norme della Convenzione sui diritti dell'uomo e sulla biomedicina, siglata ad Oviedo il 4 aprile 1997, nonché alle disposizioni del protocollo addizionale del 12 gennaio 1998.
Avrei così concluso l'esame delle modifiche apportate dal Senato e vorrei semplicemente fare una chiosa finale, in quanto relatrice di questo provvedimento nella prima lettura alla Camera, per esprimere una valutazione che credo sarà oggetto di attenzione anche dei prossimi lavori parlamentari: ci siamo trovati di Pag. 21fronte ad una serie di emendamenti e, quindi, di modifiche votate dal Senato. Non voglio aprire in questa sede un giudizio di merito sulla legittimità del lavoro effettuato dall'altra Camera, quanto piuttosto sottolineare un problema che avevamo posto nell'ambito della prima discussione. Di fronte ad un meccanismo di procedura quale è quello della conversione dei decreti-legge, avevamo apprezzato inizialmente da parte del Governo un tentativo di omogeneità, perlomeno nella definizione del cosiddetto «proroga termini». Ci eravamo pertanto impegnati, all'interno di una discussione procedurale molto serrata, circa l'ammissibilità o meno di emendamenti che non avessero attinenza allo stesso titolo della materia. Nonostante questo e nonostante un lavoro rigoroso da parte della Presidenza della Camera, noi oggi ci ritroviamo con emendamenti, che, resi inammissibili da questo ramo del Parlamento, sono stati approvati nell'altro.
Questo ripropone un tema importante e serio, a cui credo debba essere data una risposta. Esso è legato soprattutto ai livelli della paritetica rappresentanza politica delle due Camere.
Di fronte alla situazione che oggi noi ci troviamo a discutere, l'imbarazzo non è solo di ordine semantico, ma anche politico, perché riguarda le modalità attraverso le quali si formano e si producono le leggi in questo paese, anche e soprattutto rispetto al lavoro parlamentare delle due Camere.
Ci auguriamo che la questione posta non arrivi ad aprire una discrasia che sarebbe - per così dire - lesiva di un diritto, vale a dire quello di rispondere ad un mandato nazionale dell'essere parlamentari (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo, Verdi e Misto-Minoranze linguistiche).
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo, il sottosegretario D'Andrea.
GIAMPAOLO VITTORIO D'ANDREA, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.
LUIGI D'AGRÒ. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
LUIGI D'AGRÒ. Presidente, abbiamo ricevuto una comunicazione per via telematica con la quale si informa che i lavori della Commissione attività produttive avranno inizio alle ore 16.
La circostanza viene riferita come una cortesia fatta all'opposizione, ma io credo che questo contrasti abbondantemente con il regolamento e metta alcuni parlamentari che fanno parte di quella Commissione nelle condizioni di non poter rimanere in aula per seguire il dibattito ed intervenire.
Chiedo pertanto, signor Presidente, che la Commissione venga sconvocata e che non ci siano atteggiamenti di questo genere da parte della maggioranza che, superando abbondantemente il regolamento, afferma di farlo quasi per fare un favore all'opposizione.
Se questi sono i metodi, io non so dove andremo a finire (Applausi dei deputati del gruppo UDC (Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro) e Lega Nord Padania).
PRESIDENTE. Onorevole D'Agrò, lei sa molto bene che i termini regolamentari non precludono la possibilità che i lavori delle Commissioni si sovrappongano a quelli dell'aula, quando non siano previste votazioni.
Infatti, la Commissione, con il consenso dei suoi membri di maggioranza ed opposizione, si era riconvocata al termine delle votazioni. Questo è quanto semplicemente è accaduto. Capisco le esigenze dell'opposizione di introdurre anche degli elementi di rallentamento dei lavori in Assemblea, però il suo non è un richiamo che può essere accolto.
Non enumero i precedenti, ma mi limito ad osservare che il regolamento non preclude i lavori in Commissione quando non sono previste votazioni in aula.
ANNA TERESA FORMISANO. Sull'ordine dei lavori, Presidente.
ANNA TERESA FORMISANO. Grazie, Presidente. Intervengo non tanto per contraddirla, ma per osservare che alle 15 si è verificato esattamente il contrario di quello che lei ha appena detto. Noi eravamo impegnati nei lavori della Commissione mentre in aula si stava votando.
Noi non abbiamo il dono dell'ubiquità e pertanto non abbiamo potuto votare. Come vede, ciò che lei ha appena detto viene smentito dai fatti. Allora, noi non siamo in grado di prevedere se da qui a mezz'ora ci potrà essere un'altra votazione.
Non possiamo essere presenti contemporaneamente in Aula e in Commissione: non credo che questo significhi svolgere correttamente il lavoro del parlamentare. È prassi consolidata che, se c'è un lavoro da fare in Commissione, si fa al termine dei lavori d'aula, ma non certo in concomitanza. Non si capisce perché si deve dar luogo ad un altro tipo di percorso.
PRESIDENTE. Se improvvisamente ed imprevedibilmente dovesse terminare la discussione generale perché si ritirano tutti gli iscritti - e le assicuro che ce n'è qualcuno -, la Presidenza si premurerà di sconvocare tutte le Commissioni prima di passare ai voti. In ogni caso, oggi non è previsto il passaggio ai voti.
PRESIDENTE. Onorevole D'Agrò, non possiamo dialogare all'infinito. Lei ha già parlato sull'ordine dei lavori e ha avuto una risposta dalla Presidenza. Non sia insistente, anche se capisco che possa non condividere le scelte fatte...
LUIGI D'AGRÒ. C'è un problema.
PRESIDENTE. Prego, parli pure...
LUIGI D'AGRÒ. Presidente, è stata decisa la convocazione della Commissione al termine dei lavori e non al termine delle votazioni in Assemblea. I lavori dell'Assemblea proseguono, mentre io, che avrei dovuto iscrivermi per intervenire in discussione generale, ovviamente non potrò farlo perché devo recarmi in Commissione. Quindi, mi viene preclusa la possibilità di svolgere la mia attività di capogruppo in seno alla Commissione attività produttive.
PRESIDENTE. Onorevole D'Agrò, il suo diritto sarà assicurato. Se intende intervenire in sede di discussione sulle linee generali, le assicuro che i lavori delle Commissioni termineranno molto prima che siano esauriti gli interventi programmati.
Vi chiederei la cortesia di insistere con altri mezzi. Mi pare non sia il caso di continuare...!
NICOLA BONO. Chiedo di parlare.
NICOLA BONO. Signor Presidente, vorrei intervenire per un richiamo al regolamento.
NICOLA BONO. Signor Presidente, mi permetto di dissentire da questa interpretazione, anche perché ho avuto modo di presentare diverse rimostranze, anche per iscritto, alla Presidenza in ordine all'incompatibilità, in linea di principio, di una interpretazione la quale, rispetto alla lettera della previsione regolamentare che fa riferimento ai lavori e non alle votazioni in Assemblea, consente per prassi che le Commissioni si possano riunire in pendenza dei lavori in aula.
Ciò viene, diciamo, «subìto» e risulta possibile quando le Commissioni che devono riunirsi hanno competenze diverse, Pag. 23ma credo non abbia precedenti il fatto che si apra un dibattito in fase di discussione sulle linee generali su un argomento, mentre non si consente ai membri della Commissione di merito di seguire il dibattito in aula, di intervenire nella fase della discussione generale con scienza e coscienza, acquisendo le informazioni e le notizie che derivano dal fatto di ascoltare le opinioni degli altri.
Questo è inverosimile e credo non sia mai accaduto! Che la Presidenza, sulla scorta di precedenti di altro tipo, voglia farci passare una violazione delle più elementari regole del confronto democratico è inaccettabile!
La Commissione non se ne può andare dall'aula, perché della stessa fa parte il relatore ed il relatore è obbligato a rimanere in aula, ad ascoltare gli interventi, a prendere eventualmente nota delle osservazioni e, se mai, a replicare.
Altrimenti, sapete cosa possiamo fare? Ci potremmo riunire in teleconferenza! Ce ne stiamo tutti a casa e ci convocate tramite una teleconferenza. Poi, con in mano un bottoncino, votiamo da casa! Questo è diventato un «votificio», non è un Parlamento!
È una cosa inaccettabile che i colleghi, anche di maggioranza, accettino questa interpretazione. Pertanto, Presidente, la invito - nel rispetto delle istituzioni, del ruolo e delle funzioni di ogni parlamentare - ad evitare questa sconcezza!
La Commissione di merito non può abbandonare l'aula, perché i componenti della stessa devono partecipare al dibattito sin dalla fase della discussione sulle linee generali (Applausi dei deputati dei gruppi Alleanza Nazionale, Forza Italia e Lega Nord Padania).
PRESIDENTE. Onorevole Bono, come lei può riscontrare, i componenti della Commissione di merito sono presenti in aula.
In ogni caso, la voglio rassicurare: non si tratta di riferirsi ai precedenti. Secondo la consuetudine, normalmente ci si è sempre comportati in questo modo; altrimenti, le Commissioni non avrebbero spazio per lavorare.
DARIO RIVOLTA. Chiedo di parlare.
DARIO RIVOLTA. Per un richiamo al regolamento, se lei me lo consente.
DARIO RIVOLTA. Signor Presidente, la discussione che abbiamo appena ascoltato tocca un argomento di fondo che, invece, stranamente non viene mai affrontato: tutti noi parlamentari sappiamo con assoluta certezza che il vero lavoro parlamentare, quello di confronto e di approfondimento, viene svolto in sede di Commissione. In Assemblea, nella maggior parte dei casi, con lodevoli momenti di eccezione, non facciamo che ratificare o contestare il frutto del lavoro delle Commissioni.
Poiché ciò è evidente per ciascuno di noi e tutti coloro che svolgono la loro attività nelle Commissioni sanno quanto sia indispensabile quel lavoro e quanto sia di facciata quello che si svolge in questa sede, credo sia arrivato il momento di porsi il problema di dare maggiore spazio alle Commissioni stesse!
Non è umanamente né formalmente né per intelligenza possibile credere che il lavoro più importante, quello delle Commissioni, sia relegato ad un intervallo di tempo che intercorre tra la seduta antimeridiana e quella pomeridiana.
Le Commissioni hanno il diritto ed i parlamentari hanno il dovere di dedicare a quel tipo di lavoro di approfondimento il maggior tempo possibile!
Signor Presidente, ritengo necessario sottoporre ai presidenti di gruppo ed alla Presidenza l'ipotesi di poter organizzare differentemente i lavori del nostro Parlamento.
Noi, infatti, dobbiamo far sì, come si verificava due legislature fa, che un'intera mezza giornata venga dedicata ogni giorno Pag. 24al lavoro delle Commissioni e che l'altra mezza giornata serva a ratificare o a contestare tale lavoro. Altrimenti, vorrei si prendesse in considerazione l'ipotesi di varare una riforma ancora più radicale - anche se mi rendo conto che deve passare attraverso una modifica del regolamento -, impostando la nostra attività per sessioni, come stanno già facendo altri Parlamenti (come, ad esempio, quello europeo).
Signor Presidente, capisco che l'oggetto del mio intervento ecceda la funzione che sta esercitando in questo momento; tuttavia desidero approfittare della discussione che si è precedentemente svolta per evidenziare proprio la necessità di garantire una profonda serietà ai nostri lavori, dando alle Commissioni il tempo necessario allo svolgimento delle loro attività.
Sarebbe immorale, infatti, se facessimo finta di credere che il tempo rubato ai pranzi, nell'intervallo tra la seduta antimeridiana e quella pomeridiana - un'ora il martedì e due ore il mercoledì! -, sia sufficiente per compiere un esauriente approfondimento dei dibattiti (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia).
PRESIDENTE. Onorevole Rivolta, vorrei segnalarle che, sul piano del dibattito generale, io personalmente - anche se non sono tenuto ad esprimere delle opinioni - condivido le sue osservazioni.
In merito all'organizzazione dei lavori del Parlamento europeo, vorrei rammentare (dal momento che è presente anche l'onorevole Azzolini) che ho partecipato personalmente al dibattito sulla riorganizzazione dell'attività del Parlamento. Ebbene, anch'io vedrei con favore una separazione, settimana per settimana, dei lavori delle Commissioni rispetto a quelli dell'Assemblea. Ciò, tuttavia, travalica l'ambito della discussione che stiamo svolgendo adesso.
Voglio solamente ricordarle, onorevole Rivolta, che la Giunta per il regolamento, competente a tale riguardo, si è occupata proprio della questione sollevata sia da lei, sia dall'onorevole Bono, nel corso di una riunione del 4 ottobre scorso ed ha confermato, proprio in seguito alle eccezioni di questa natura sollevate dall'onorevole Bono, la correttezza della prassi finora applicata.
Per il momento, dunque, su decisione unanime della Giunta per il regolamento, si procede in questo modo. Quindi, non mi sembra il caso di continuare ad insistere, fermo restando che, sul piano del dibattito politico generale, apprezzo personalmente quanto da lei affermato, onorevole Rivolta. In ogni modo, questo è il regolamento e queste sono le decisioni adottate dalla Giunta per il regolamento.
ANTONIO LEONE. Sempre sullo stesso argomento, signor Presidente.
ANTONIO LEONE. Signor Presidente, vorrei rivolgerle una domanda. Secondo lei, è normale che qui in Assemblea si esamini un decreto-legge e che, contemporaneamente, nella Commissione competente si discuta lo stesso provvedimento? Lei parla di precedenti, Presidente, ma me li può trovare? Stiamo parlando della stessa Commissione, non di altre che possono riunirsi per trattare altri provvedimenti ed altri argomenti!
Il ridicolo di ciò che sta accadendo oggi, con questo modo schizofrenico di condurre i lavori della nostra Assemblea, è proprio questo: noi assistiamo alla impossibilità, da parte di componenti della Commissione di merito, di venire in aula per ascoltare il relatore e gli interventi dei deputati di tutti i gruppi, perché nella stessa Commissione sono in corso i lavori relativi a quel provvedimento!
Ma dove stiamo: in Uganda, signor Presidente? Dove stiamo? Lei mi deve dire...
PRESIDENTE. Stiamo nel Parlamento della Repubblica italiana e voglio ricordare...
ANTONIO LEONE. Non ve ne siete accorti? Non ve ne siete accorti...?
PRESIDENTE. Voglio ricordarle, presidente Leone, che la Commissione di merito è presente qui in aula e sta seguendo i lavori...
ANTONIO LEONE. È stata convocata alle 16!
PRESIDENTE. ... mentre la X Commissione (Attività produttive) sta esaminando il cosiddetto decreto-legge Bersani. Si tratta di un altro provvedimento, e quindi non sussiste la fattispecie che lei ha ipotizzato!
È iscritto a parlare l'onorevole Benedetti Valentini. Ne ha facoltà.
DOMENICO BENEDETTI VALENTINI. Signor Presidente, essere il primo ad intervenire, dopo la cortese collega relatrice, nella discussione sulle linee generali del provvedimento in esame è un onore di cui mi compiaccio. Mi compiaccio un po' meno, come credo facciano tutti i parlamentari che si interrogano sul ruolo del Parlamento stesso, del modo con cui stiamo procedendo allo svolgimento di questa discussione. Ciò ha un rilievo politico: si tratta di una considerazione preliminare che desidero sottolineare con forza.
Non so se troverò orecchie attente e sensibilità da parte dei colleghi della maggioranza, ma spero di essere recepito almeno dall'opinione pubblica che ci sta ascoltando attraverso i mezzi di informazione.
L'ipotetica maggioranza di centrosinistra presente in quest'aula, poco fa è caduta miseramente riguardo ad una proposta di un suo stesso membro. Oltre alle molte responsabilità di cui la suddetta maggioranza di centrosinistra si sta caricando, vi è quella della vera e propria liquidazione sostanziale del Parlamento. Il Governo, facendosi forza della sua debolezza sta espropriando il Parlamento delle sue facoltà e ci costringe a lunghi dibattiti attraverso cui questa Camera confessa alla pubblica opinione la sua impotenza, l'avvitamento su se stessa.
Onorevole Presidente, poco fa, nel rivolgersi ad alcuni colleghi che avevano sacrosante ragioni da esporre, ha allargato le braccia sostenendo che, tutto sommato, le loro argomentazioni avevano qualche pregio e che, però, ella non era in grado di fare nulla. Di conseguenza, noi abbiamo un ordine dei lavori ed intese politiche che non valgono niente; tra l'altro, una norma ci informa che almeno un quarto degli argomenti debbono essere posti all'ordine del giorno su richiesta dell'opposizione, ma anche questo non vale niente. Le stesse Commissioni che dovrebbero occuparsi di argomenti trattati in Assemblea vengono depotenziate del loro ruolo e della loro facoltà, ovvero, se lo preferite, viene umiliata l'aula parlamentare. La volontà politica del Governo di centrosinistra sta assolutamente mettendo in ginocchio questo Parlamento; il parlamentare è, con violenza procedurale, messo in condizioni di non poter esercitare il suo mandato e il singolo deputato è diffidato dal compiere il proprio dovere. Ciò va denunciato perché rappresenta non solo una generica mancanza di rispetto per le istituzioni, ma un qualcosa che taglia l'erba sotto i piedi alla vitalità del mandato parlamentare e delle istituzioni stesse.
Gli appelli che, reiteratamente, lo stesso Presidente della Repubblica rivolge per promuovere corrette procedure parlamentari che permettano di arrivare ad un serio confronto politico restano delle grida nel deserto e delle confessioni di assoluta impotenza.
Detto questo, con la debita energia va anche detto, da parte di chi si trova nell'onorifica condizione di chi ha più legislature alle spalle ed un'età un po' meno esaltante, che ogni anno si pone il problema del cosiddetto provvedimento «mille proroghe»: esso, per un verso, rappresenta una necessità pratica; per l'altro, una scelta.
Noi che abbiamo una qualche esperienza in più, abbiamo netta la sensazione che il Governo, in un certo senso, qualifica Pag. 26la sua azione politica anche per il modo con cui utilizza questo rituale strumento annuale. Mi permetto di dire che il giudizio non pregiudiziale del mio gruppo e del modesto sottoscritto - già in Commissione sostenemmo che alcune norme potevano anche trovare una giustificazione pratica e, quindi, un teorico consenso da parte del nostro gruppo -, a causa della sostanza di alcune deliberazioni e del modo attraverso cui si è proceduto, è indubbiamente negativo riguardo all'azione del Governo e della pedissequa maggioranza appiattita sulle sue volontà e mortificata nel suo ruolo parlamentare.
Penso che non solo io, ma diversi altri parlamentari, prendendo la parola, non mancheranno di fare riferimento al parere reso dal Comitato per la legislazione, che è un'autorevolissima conferma di quanto i gruppi di opposizione hanno dichiarato in sede di prima lettura e nel corso dei lavori di approfondimento nella Commissione; per quanto sia necessario e senza ripetere l'una e l'altra testimonianza - quanto abbiamo detto e ciò che afferma oggi il Comitato per la legislazione -, intanto si ripropone un tema che non è liquidabile, onorevole Presidente, con un'elegante dissertazione o lettura, più o meno stanca, di speech predisposti dai nostri diligentissimi uffici per dire: non è la prima volta che... in fondo i vulnera non sono poi tanti o perlomeno fanno meno male, perché tanto di ferite ne abbiamo incassate molte al nostro costato parlamentare. No, no, non basta dire questo!
Siamo in presenza di un introibo a questo provvedimento che sancisce un nuovo atto di prepotenza governativa, laddove, con decreto, ci si intesta deleghe parlamentari! La questione non è di mera, elegante contrapposizione di tesi di diritto parlamentare, ma è una questione di sostanza, anche per le materie trattate, e deve pur vedere almeno una grave confessione di responsabilità da parte della maggioranza e, particolarmente, del Governo che, con prepotenza, impone queste norme alla sua maggioranza parlamentare.
Non è possibile che si protraggano termini delle proprie deleghe o ci si intestino nuove deleghe con un provvedimento di tipo decretale e addirittura che si faccia questo in aperta violazione, in impudente, in tracotante violazione della nostra Carta costituzionale, senza stabilire alcun criterio e alcun principio per l'emanazione della norma stessa, che prevede l'autoappropriazione di deleghe. Non è possibile! Questo viola la Carta costituzionale. C'è poco da fare celebrazioni e discorsi retorici!
Effettivamente, dobbiamo ricordare che il Comitato per la legislazione, presieduto dall'egregio collega che, certamente, fa parte della maggioranza ma si sforza - gliene do atto - di compiere un lavoro istituzionalmente corretto, ci dà atto che, in particolare nei commi 2 e 3 dell'articolo di ingresso, si configurano deleghe con riguardo alle quali, in ordine alla modifica del Senato, il Comitato afferma che si tratta di norme di carattere sostanziale (cito testualmente), il cui inserimento in un disegno di legge di conversione non appare corrispondente ad un corretto utilizzo dello specifico strumento normativo rappresentato da tale tipologia di legge. E precisa in seguito: in particolare i commi 2 e 3 dispongono, rispettivamente, il differimento di un termine per l'esercizio di una delega ed il conferimento di una nuova delega al Governo, peraltro, senza l'espressa indicazione di principi e criteri direttivi. Più chiaro di così?
Le parole del Comitato per la legislazione mi esimono da ulteriori argomentazioni per dire che siamo di fronte ad una norma aberrante, fortemente e consapevolmente violativa del nostro ordinamento giuridico e parlamentare, un vulnus di livello costituzionale rispetto al quale il Governo continua bellamente a riconfermare la sua volontà; lascia che le proteste si levino, che le Presidenze cantino alla luna il loro grido di dolore, ma il cane abbaia e la carovana passa!
Ma questa carovana non può passare in questo modo, perché, con queste deleghe, si prevedono misure che, anche sul piano sostanziale, sono fortemente non condivisibili.Pag. 27
Ho detto - in questa sede, almeno - che non mi sarei soffermato più di tanto su singole disposizioni, perché si cadrebbe in una ripetizione rispetto all'esame dei singoli passaggi del testo, cosa che ci riserviamo di fare adeguatamente, ma mi corre l'obbligo, penso doverosamente, di fare qualche riferimento all'affermazione - che non è proterva, ma documentata - che ho fatto, ossia che il Governo si giudica anche da come si porge, da come si presenta all'appuntamento con il rituale «mille proroghe».
Che questo Governo si presenti male a questo appuntamento è giusto che sia, in qualche modo, specificato, motivato, che non resti un'affermazione apodittica né pregiudiziale, o inutilmente polemica. Basterebbe dire che, attraverso questo provvedimento, si sono messe le mani su una materia delicatissima, per la quale l'opinione pubblica è naturalmente in fervida attesa ed in attenta osservazione, ossia quella della partecipazione alle spese ed ai costi dell'assistenza sanitaria. Si parla della famigerata vicenda dei ticket, qualcosa sulla quale il Governo di centrodestra si era contenuto con estrema delicatezza, venendo incontro alle esigenze delle regioni e garantendo ai cittadini, specie ai meno abbienti, corretti livelli di assistenza e un supporto finanziario adeguato teso almeno al mantenimento - e, in alcuni casi, al potenziamento - dei livelli delle prestazioni sanitarie, incrementando anzi la dotazione delle regioni per ciò che è stato possibile - ma comunque incrementandola - dopo il lungo confronto avvenuto in sede di Conferenza Stato-regioni. Ora, invece, vi è questo Governo, che presumeva di rappresentare soprattutto i ceti popolari, che sta mettendo le mani pesantemente sulla spesa sanitaria, nel senso di scaricarla con forza sulle spalle dei cittadini e, prevalentemente di coloro che dispongono di redditi modesti, di poche risorse.
Ebbene, questo Governo antisociale ha fatto di più: in un provvedimento che dovrebbe essere eminentemente tecnico, di contenuto pratico, come un «salva termini», un «proroga termini», si è inventato una modifica in corso d'opera della situazione per la quale fa un annuncio, demagogico, secondo cui farebbe «sparire» i 10 euro di compartecipazione sulle prescrizioni sanitarie, ed altro. Ciò, tra l'altro, non precisando l'ambito in cui «sparirebbe» la compartecipazione del cittadino. Anche in proposito non sono parole mie, ma sono le Commissioni parlamentari che, nel fornire il parere alla I Commissione ed all'Assemblea, sottolineano che vi è incertezza assoluta sulle poste rispetto alle quali si verrebbe a far «sparire» la suddetta compartecipazione del cittadino. In aggiunta a ciò, il Governo si è inventato il marchingegno per il quale dice alle regioni: beh, però voi vi dovete inventare meccanismi alternativi di reperimento delle risorse; io non metto più il ticket dei 10 euro, però sopperite voi, ad invarianza del risultato; inventatevi qualche altro marchingegno, qualche altra gabella, qualche altra forma di spremitura del contribuente, del cittadino, ma dovete raggiungere lo stesso risultato.
Se un Governo centrale è serio nel fare ciò, voi me lo dovete spiegare. Anche voi, in particolare, colleghi di sinistra, che a volte agitate, in maniera non genuina, bandiere sociali, mi dovete spiegare se un Governo serio e sociale può fare di queste cose, fare finta. Non è il gioco delle tre carte - sarebbe già qualcosa - ma è il gioco delle «due carte», perché con una carta dice che toglie il ticket di propria iniziativa e con l'altra carta rifila l'obbligo di tartassare i cittadini alle regioni ed alle altre articolazioni locali. Ciò è contenuto nel cosiddetto «mille proroghe». Come vedete, si tratta di una misura che proprio non dovrebbe rientrare, né da capo, né da piedi, in un provvedimento «mille proroghe», e che invece, vi rientra a pieno titolo. Ciò è infatti previsto dall'ultimo articolo del provvedimento, che a mio avviso è però il primo per consistenza ed incidenza sociale.
Vi sono anche alcune «perle» importanti, sulle quali, signori della maggioranza, siete rimasti sordi ad ogni oggettiva richiesta di modifica. Pensate, ad esempio, alla norma che attiene alla legge n. 266 Pag. 28del 2005, che ha stabilito le grandi concessioni di derivazione idroelettrica. Noi ci siamo attivati, come gruppo di Alleanza Nazionale, per evitare tale stortura. Ci risulta che, a causa di alcune imposizioni da parte di determinati gruppi, minoritari ma certamente significativi, della maggioranza parlamentare, la disapplicazione della proroga prevista dalla legge n. 266 del 2005 per le province di Trento e Bolzano è considerata un imperativo categorico, non tenendosi presente che si stabilisce in tal modo un regime di grave disparità di trattamento dal punto di vista territoriale. Infatti, anche le altre regioni autonome avrebbero assolutamente buon titolo per richiedere una simile norma. Naturalmente, le risorse di natura energetica non appartengono a questo o a quel comune, a questa o a quella regione, a questa o a quella porzione del territorio nazionale ma costituiscono un unico patrimonio, un patrimonio comune di una nazione che abbia una visione organica, solidaristica e giuridicamente accettabile delle risorse energetiche, specialmente con i tempi che corrono, onorevoli colleghi. Bisogna anche tenere presente il fatto che gli operatori concessionari, anche sulla base della legge n. 266 del 2005, già hanno effettuato ingenti investimenti o versato un canone per la loro attività. La morale di tutto questo è che gli stessi operatori finiscono per trasferire sulla bolletta il costo di una operazione assolutamente non cristallina, come quella cui mi sto riferendo.
Ma non basta. Ci sono, infatti, alcune norme in questo provvedimento che non possono non lasciare sconcertati nella loro pratica applicabilità. Pensate, ad esempio, all'articolo 3-quinquies relativo alla riapertura dei termini per le agevolazioni finanziarie a favore di soggetti ubicati in zone colpite da calamità naturale. Ebbene, al termine del fondamentale articolo 3-quinquies, comma 1, si afferma che i termini per accedere ai finanziamenti agevolati relativi alle numerose normative intervenute a seguito di calamità naturali sono ulteriormente prorogati fino ad esaurimento delle disponibilità finanziarie assegnate. Mi dovete spiegare se questa è una proroga di termini! Un termine è costituito da una data, da un evento certo, quanto meno, che coincida con una data, con un termine temporale. Come si può affermare che il diritto di accedere ai finanziamenti vale finché ci sono le risorse? È come affermare: «salite pure sull'autobus, finché ci sarà posto per i viaggiatori; quando non sarà più possibile farli entrare, chiuderemo le porte»! Tutto questo è grottesco, non è certo un modo di legiferare. Come si può approvare una norma di questo genere? La segnalo alla vostra attenzione, onorevoli colleghi. Sto effettuando un florilegio, una esemplificazione, poiché mi sembra doveroso; altrimenti, si parlerebbe per grandi principi, per affermazioni preconcette.
Un altro esempio su cui richiamo la vostra attenzione è quello della normativa relativa ai dirigenti scolastici, che sicuramente - tutti lo hanno denunziato - creerà contenzioso relativamente a coloro che saranno ammessi alla graduatoria sub iudice, con riserva. In sostanza, si fa un trattamento differenziale tra coloro che hanno questa posizione e coloro che non ce l'hanno. Pensate a quale confusione si innescherà!
Altro esempio ancora è quello delle insufficienti o incomplete norme relative alle popolazioni alluvionate o terremotate. Noi interverremo in merito con riguardo alle popolazioni di alcune province siciliane che sono state colpite da calamità e per le quali si prevede una norma ma non si stabilisce se saranno abbuonati o meno i debiti di imposta dei contribuenti.
In sostanza, si tratta di osservazioni, a mio avviso, tutt'altro che trascurabili. Come ripeto, saremo più precisi, nel dettaglio, quando entreremo nel merito, quando esamineremo le singole norme. Tutto questo, signor Presidente, assume un retrogusto sgradevole, sul piano istituzionale oltre che politico, nel momento in cui siamo indotti, per le date e le procedure politiche comunque scelte dalla maggioranza, a svolgere un dibattito che, neppure tanto sommessamente, è stato preannunciato come blindato. Per carità (voi affermate)! Pag. 29Dite quello che volete, anzi avete anche ragione se criticate quella norma, che certamente non funzionerà. Però, c'è poco da fare, perché, diversamente, il provvedimento dovrebbe tornare al Senato e, secondo noi, i tempi non ci sono e il provvedimento potrebbe decadere. Quindi, tra inammissibilità, molto discutibili e numerose, e iugulazione del dibattito parlamentare, vorrei sapere quali sono gli spazi residui per confrontarci.
Vero è che c'è l'antico problema che sempre riemerge in questi casi, ossia se la maggioranza parlamentare e il Governo fossero disponibili ad accettare alcune modifiche su quelle tre o quattro questioni importanti che interessano non tanto l'opposizione in quanto tale, quanto i cittadini e gli utenti dei servizi, i tempi vi sarebbero per tutti. Infatti, quando si hanno dieci giorni - fossero anche nove -, il tempo ci sarebbe, perché, quando si sono volute approvare in una settimana delle norme, non soltanto di conversione di decreti-legge, ma anche norme di legge, ciò è stato fatto. Se si accolgono le tre o quattro questioni essenziali che porta avanti l'opposizione, mostrando e dimostrando che sono nell'interesse dei cittadini, non nell'interesse politico, anche in una settimana ben si può tornare ad una doppia deliberazione nelle due Camere. Ma, al momento attuale, questa maggioranza, che non dà segni di vita, né di ravvedimento, non sembra volerlo fare.
Per queste ragioni, in sede di discussione generale mi sono permesso, a nome del gruppo Alleanza Nazionale, di esprimere un giudizio complessivamente molto negativo su gran parte dei contenuti del decreto-legge.
Ovviamente, vi è qualche norma sulla quale residua un consenso. Ciò è oggettivo, c'è poco da fare. Ci sono alcune norme che, nella loro concreta praticità, non possono sicuramente essere avversate. Questo era in prima lettura e questo è in terza lettura. Non siamo così faziosi da modificare un giudizio di questo genere. Però, queste quattro o cinque norme, suscitando una così grave perplessità o, addirittura, una forte avversione, messe a confronto con la forzatura plurima sulla procedura che è stata attuata in sede di discussione sulle linee generali non possono che determinare un giudizio fortemente negativo.
GABRIELE BOSCETTO. Presidente, colleghi, signor rappresentante del Governo, sottoscrivo le argomentazioni del collega Benedetti Valentini, soprattutto per quanto riguarda l'aspetto generale dogmatico della vicenda normativa. Abbiamo discusso questo provvedimento, cosiddetto «mille proroghe», cercando di introdurre tutte le possibili cautele. Vi è stato un provvedimento, che non abbiamo esitato a definire storico, del Presidente Bertinotti in termini di ammissibilità e inammissibilità degli emendamenti.
Con quel provvedimento veniva analizzata tutta la problematica legislativa e regolamentare in materia di decreti-legge, di emendamenti agli stessi e ai disegni di legge di conversione; veniva infine stabilito che tantissimi emendamenti dovessero essere dichiarati inammissibili per le ragioni ben evidenziate nel provvedimento del Presidente della Camera.
Si era soprattutto ricordato come l'articolo 15 della legge 23 agosto 1988, n. 400, vieti l'introduzione di deleghe al Governo in un provvedimento di conversione di un decreto-legge e si era evitato che emendamenti che attribuivano deleghe al Governo entrassero a far parte del testo approvato dalla Camera.
Si era anche detto che il Presidente del Senato sarebbe stato avvisato della situazione che si verifica alla Camera, ai sensi dell'articolo 96 del nostro regolamento e dei limiti di ammissibilità delle proposte emendative, per prassi più ampi in sede senatoriale.
Vi era l'intenzione, ad inizio legislatura, di far sì che le due logiche diventassero conformi, e che non potessero essere presentate proposte emendative, esaminate con rigore nell'aula della Camera, e invece più aperte per la prassi senatoriale, violando Pag. 30quindi la funzione paritaria dei deputati e dei senatori in una situazione di bicameralismo perfetto.
La risposta del Governo a tutto questo è stata quella di introdurre due deleghe direttamente nella legge di conversione, rispettivamente al comma 2 e al comma 3 dell'articolo 1.
Vi è una delega in materia di vigili del fuoco e di regolamentazione del loro sistema, che sappiamo essere stato introdotto con una recente normativa nella passata legislatura. Viene insomma introdotta la possibilità di riprendere la materia con questa ulteriore delega.
Ora, è chiaro, è comprensibile come nessuno di noi voglia ledere i diritti del benemerito Corpo nazionale dei vigili del fuoco. Notiamo però che invece che andare a mettere in essere questi provvedimenti, così fortemente lesivi dell'assetto normativo, bisognava meglio ricordarsi per tempo che c'erano questi termini da prorogare, o da mettere in essere ex novo, perché succede anche questo.
Invece, nella dimenticanza di una materia così importante e di un corpo così importante per la vita del paese, addirittura non si è provveduto quando abbiamo discusso la legge finanziaria (che non era un decreto-legge e quindi non aveva queste limitazioni), ma si è arrivati di corsa a infilare le tutele in questa legge di conversione, nel modo chiaramente illegittimo che noi sappiamo.
La stessa cosa è accaduta al comma 3, con la Convenzione di Oviedo. Su questo argomento c'era, su Italia oggi di pochi giorni fa, mi pare in prima pagina, un importante articolo dal titolo: «Eutanasia del Parlamento». Attraverso questa norma, che conferisce deleghe e proroghe di deleghe già scadute in materia di diritti così delicati (come quelli riguardanti la biomedicina, correlata ai diritti dell'uomo), di cui alla Convenzione di Oviedo del 4 aprile 1997, nonché alle disposizioni del Protocollo addizionale del 12 gennaio 1998, si va (invece di sottoporre al Parlamento i prossimi provvedimenti in questa delicatissima materia) a delegare al ministro della salute, senza indirizzi, la materia medesima, con la possibilità, come sostiene Italia oggi e io lo ripeto, - lo sanno tanti di noi, lo sanno soprattutto coloro che hanno inventato questa norma e l'hanno qui collocata - di far fare al ministro della salute quello che riterrà opportuno.
La Convenzione di Oviedo deve essere interpretata con riferimento ai suoi principi, che non sono univoci. Quindi, sarebbe stato necessario un lavoro parlamentare intenso, chiaro e preciso, non una delega al Governo. Di questo si rende così bene conto la Commissione giustizia, che suggerisce comunque che il testo adottato passi al vaglio delle commissioni parlamentari. Infatti, già si è commesso l'errore di aver sottratto la materia al Parlamento: se neanche si concedesse alle commissioni parlamentari di esaminare il testo adottato dal Governo, arriveremmo a risolvere questa materia delicatissima senza l'intervento del Parlamento, se non attraverso l'approvazione di questa norma di delega, illegittima perché inserita nell'ambito di uno strumento normativo così inidoneo.
Mi domando: se dobbiamo sempre arrivare a violare questi principi fondamentali, perché non presentiamo qualche proposta di riforma costituzionale? Avanzate voi qualche proposta di legge, predisponga il Governo qualche disegno di legge (spero non un decreto-legge) per riformare la Costituzione!
Signor Presidente, ricorderà quanto abbiamo discusso sui requisiti previsti dall'articolo 77 della Costituzione. Tale norma stabilisce che, in casi straordinari di necessità e d'urgenza, il Governo adotta provvedimenti provvisori con forza di legge; dopodiché, li deve presentare alle Camere. Liberiamoci da queste pastoie! Scriviamo che, in casi di necessità, quando il Governo ritenga utile alla propria azione utilizzare uno strumento veloce, può adottare un decreto governativo. Stabiliamo ciò con una legge costituzionale di modifica dell'articolo 77 della Costituzione!
Vogliamo continuare a portarci dietro la legge 23 agosto 1988, n. 400, e segnatamente l'articolo 15 con riferimento a questa materia? Questo articolo vieta espressamente Pag. 31- come ricordavo prima - la possibilità di inserire deleghe nei decreti-legge o nei disegni di legge di conversione. Ebbene, adottiamo con legge ordinaria una norma abrogativa di questa legge ordinaria e non avremo più problemi!
Credo che, alla fine, ciò che, detto da me, può sembrare un paradosso, finirebbe per diventare una cosa seria, nel senso che ci eviterebbe l'ipocrisia di rivolgerci a questi principi normativamente sanciti, per poi violarli tutte le volte.
Ho già espresso i miei complimenti per il lavoro svolto dal Comitato per la legislazione presieduto dall'onorevole Franco Russo. Tuttavia, non c'è una volta che i pareri del Comitato per la legislazione vengano rispettati. Non si può continuare così!
Noi abbiamo presentato due emendamenti soppressivi volti ad espungere, per ragioni di forma importantissime, ma anche di merito, i commi 2 e 3 dell'articolo 1 del disegno di legge di conversione. Ci auguriamo che almeno questi emendamenti vengano approvati dall'Assemblea e che si possa trasmettere al Senato il provvedimento in discussione, senza questo sconcio legislativo.
Il Senato deve capire - lo dico da ex senatore - che non si può continuare a porre in essere provvedimenti difformi, in quanto si ledono, come dicevo prima, le prerogative dei parlamentari.
Se alla Camera per fondatissime ragioni non possiamo introdurre determinati emendamenti, alcuni dei quali vengono poi introdotti al Senato e tornano alla Camera, cosa possiamo dire noi ai nostri elettori, a coloro che rappresentiamo? E ancora, cosa dobbiamo fare noi, di fronte ad un decreto-legge che era formato da talune norme, che è stato emendato da noi secondo principi categorici di coerenza, di rispetto della sostanza e tra le diverse norme, che poi ci torna dal Senato con altre materie che non rientravano in alcun modo nel testo e nel titolo originario del decreto-legge? Dobbiamo conformarci alle nuove materie che ci vengono inviate e contenere, quindi, la nostra vis emendativa rispetto a quelle materie e a quelle logiche nell'ambito di quelle materie oppure anche noi possiamo rovesciarvi molte altre materie?
Infatti, una volta aperto il «vaso di Pandora» si potrebbe pensare che ciascuno possa fare quello che vuole, che questi decreti-legge, che hanno un titolo, una logica, la necessità di rimanere stringati, di avere norme su una linea iniziale, da cui non si possa deflettere, possano diventare quegli orribili omnibus dove entra tutto e il contrario di tutto, senza la possibilità seria di fare esaminare tali norme nelle competenti sedi, di farle verificare dalle competenti Commissioni, senza riuscire a fare un lavoro legislativo serio, di talché rischiamo di approvare norme che conosciamo poco o niente, anche nella fretta che contraddistingue i lavori parlamentari sul provvedimento in esame «mille proroghe», sia nella fase precedente, sia in quella attuale qui alla Camera.
Non abbiamo il parere delle Commissioni competenti, che sono formate da specialisti dei settori: rischiamo di far uscire norme sbagliate e, probabilmente, foriere di qualsiasi tipo di conseguenza negativa. È questo il servizio che il Governo e il Parlamento, ma soprattutto quest'ultimo, devono dare ai cittadini? Io ritengo proprio di no!
SIMONE BALDELLI. Signor presidente, mi associo ad una larga parte delle considerazioni puntuali e precise svolte dall'onorevole Boscetto in ordine al provvedimento in esame, che arriva dopo un precedente esame svolto alla Camera e dopo una lettura al Senato che è stata foriera di diverse novità: al Senato, infatti, sono stati introdotti sei nuovi articoli, per complessivi 92 nuovi commi.
Nella giornata di ieri, signor Presidente, in quest'aula avevo chiesto tempi più lunghi per iniziare la discussione generale di un provvedimento su cui il Senato ha concluso i lavori giovedì scorso e che è stato esaminato in fretta e furia dalle Pag. 32Commissioni parlamentari permanenti della Camera nella giornata di oggi. A tale proposito, ritengo che anche questo, in termini di metodo, sia qualcosa che dovrebbe essere in qualche misura sottolineato e stigmatizzato, visto che, in un sistema di bicameralismo perfetto, noi non siamo una Camera minore rispetto a quella del Senato.
Non vedo, dunque, il motivo per cui questa Camera debba pagare il prezzo politico dell'accordo che ogni volta la maggioranza va a trovare al Senato, un accordo spesso difficoltoso, che richiede tempi molto lunghi, a discapito di una discussione che, nell'aula di Montecitorio e nelle Commissioni permanenti di questo ramo del Parlamento, signor Presidente, viene ogni volta ristretta, con tempi che non solo non consentono un approfondimento serio e definito del testo, ma addirittura portano ad un affaticamento e ad una sovrapposizione con altri iter di altre proposte e ad un esame che, per questo motivo, signor Presidente, diviene fisiologicamente superficiale e inadeguato.
Oltre a questo, signor Presidente, mi preme sottolineare il fatto che abbiamo di fronte un provvedimento che è stato già oggetto di un'ampia discussione parlamentare in ordine alle inammissibilità che la Presidenza ha dichiarato su diversi emendamenti, alcuni già approvati in sede di Commissione nel corso della precedente lettura, che sono stati giudicati estranei per materia o incongrui o inammissibili e che sono stati reintrodotti - come previsto dal presidente Violante e da molti di noi nel corso dei nostri interventi - proprio per la discrasia interpretativa e regolamentare che vige tuttora tra Camera e Senato.
Signor Presidente, a questo mi permetto di aggiungere un altro elemento, ricordando all'Assemblea che un emendamento sulla previdenza integrativa, approvato nel corso dell'esame del decreto-legge in Commissione lavoro, più volte sollecitato e addirittura oggetto di un ordine del giorno durante l'esame della legge finanziaria - accolto peraltro dal Governo -, non è stato dichiarato ammissibile in questa sede dalla Presidenza. Si tratta di un emendamento, Presidente, che io e altri colleghi - alcuni componenti della Commissione lavoro - dell'opposizione ma anche della maggioranza avevamo sottoscritto. Ebbene, all'interno di un quadro generale in cui al Senato sono stati introdotti o reintrodotti elementi cassati dalla Presidenza della Camera per inammissibilità, non è stato introdotto quell'emendamento che pure vedeva un consenso assai largo; forse perché non è stato considerato necessario, forse perché il Parlamento non viene tenuto abbastanza in considerazione dal Governo. Non sappiamo quale sia la ragione specifica ma, nei fatti, il Governo viene meno all'impegno preso con l'accoglimento dell'ordine del giorno in finanziaria.
Presidente, potremmo stare qui a lungo a discutere delle norme che sono state inserite, delle deleghe o della proroga di deleghe, su cui si è dilungato con grande puntualità il collega onorevole Gabriele Boschetto. Credo che questo argomento sia già stato sviscerato quanto basta per mettere in evidenza l'incongruità e la non rispondenza del testo alla norma che presiede al rapporto tra decretazione d'urgenza e deleghe e che rende incompatibile la compresenza, anche nei disegni di legge di conversione, di meccanismi di delega, specialmente in questo caso, di fronte a deleghe che non hanno criteri e, quindi, in una situazione che viene ancora più aggravata da una indeterminazione di fondo.
Ma, signor Presidente, vorrei richiamare l'attenzione sua e dei colleghi, che con grande interesse ascoltano questa discussione, su un elemento che è stato aggiunto in sede di esame al Senato. Si tratta di un emendamento proposto dal relatore Vitali che reputo di grande gravità. Vedete, noi comprendiamo che la maggioranza che ha vinto le elezioni per uno scarto assai risicato di 24 mila voti, per giunta contestati, sia alla ricerca del consenso. Comprendiamo che sia stata inscenata nel Paese una campagna in cui il concetto di flessibilità è stato sovrapposto a quello di precarietà per preparare un'operazione del genere, vale a dire una Pag. 33sanatoria di massa nel pubblico impiego, con la quale tutti coloro che sono inquadrati con tipologie di lavoro a tempo determinato, flessibile, LSU, vengono inseriti nel grande calderone della sanatoria pubblica, con tutti i vizi di incostituzionalità dell'operazione. Ci preme ricordarlo in questa sede, perché qualcuno deve dirlo per evitare che, poi, quando ciò eventualmente succederà, qualcuno possa dichiarare: ah, ma voi non l'avete detto. Noi diciamo anche in questa sede che, a nostro avviso, in questa operazione ci sono profili palesi di incostituzionalità. Insomma, si preparava la strada ad una grande sanatoria.
Signor Presidente, nel contesto della legge finanziaria, abbiamo visto consumarsi, a spese della fiscalità generale, un'operazione mediante la quale si assumono oltre 300 mila cosiddetti precari delle pubbliche amministrazioni, a partire dai 150 mila insegnanti abilitati, che fanno supplenze, e via dicendo, fino a tutti gli altri che non hanno superato, nella maggior parte dei casi, alcun concorso pubblico (com'è previsto, invece, dall'articolo 79 della Costituzione). In questo senso, la legge finanziaria introduceva un meccanismo di rigidità, di contenimento della spesa e di oculatezza finanziaria, stabilendo che gli enti locali i quali non avessero ottemperato agli obblighi del patto di stabilità interno non avrebbero potuto procedere ad assunzioni di personale.
Ebbene, signor Presidente, nel corso dell'esame presso il Senato del cosiddetto «mille proroghe», a due mesi dall'approvazione della legge finanziaria e, di conseguenza, con l'occhio di Bruxelles evidentemente più distratto, in quanto volto verso altri elementi ed altre dinamiche (ad esempio, verso il fattore pensioni), verso altri fronti di carattere sociale e finanziario, il relatore Vitali ha presentato un emendamento all'articolo 6 che, sostanzialmente, fa saltare il vincolo del rispetto del patto di stabilità e consente a tutti i comuni, indiscriminatamente, di assumere le predette tipologie di lavoratori. Noi crediamo che il fatto sia assai grave. Peraltro, tra i rilievi formulati dal Comitato per la legislazione vi è, giustamente, anche quello secondo il quale si poteva sopprimere esplicitamente il comma 561 dell'articolo 1 della legge finanziaria per il 2007. In altre parole, anziché girarci intorno, prendendo di petto la norma, per così dire, si poteva affermare chiaramente: signori, ci siamo sbagliati; in quel momento, ci serviva dare la sensazione di un rigore finanziario che, ora, non vogliamo mantenere; quindi, buona assunzione a tutti! Cominciamo con l'assumere i portaborse dei sindaci, dei presidenti di provincia e degli assessori regionali, facciamo una grande sanatoria e mettiamo tutti dentro, in modo da riuscire a recuperare, forse, un po' di consenso! Si possono immaginare i problemi di natura finanziaria, gestionale e di legittimità costituzionale che un simile operato comporta!
Quindi, è stata inserita in maniera subdola nel «mille proroghe» una novità che, in questo ramo del Parlamento, sarebbe stata «cassata» per estraneità di materia. La maggioranza ha introdotto un meccanismo che, oltre ad essere contrario al buonsenso, trasforma gli enti locali, i comuni e le province, non in erogatori di servizi, ma in erogatori di stipendi pubblici e che pone ancora una volta al centro del dibattito la questione della flessibilità del precariato nel lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni e dei privati.
Signor Presidente, poiché credo che questo atteggiamento sia assai grave, rivolgo un appello ai volenterosi, alle forze politiche di ispirazione riformista ed a quanti credono che il rigore finanziario sia non una follia del legislatore, ma una necessità per non imporre ai cittadini e, quindi, alla fiscalità generale, oneri che vanno al di là di ciò che è giustamente e naturalmente lecito e consentito all'interno di un rapporto sociale equo tra cittadino e fisco: mettiamo un argine a siffatta tracimazione della spesa pubblica, a simili norme!
In questa sede, abbiamo l'occasione di arginare il «buco», la voragine che si aprirà nei conti pubblici. Sappiamo benissimo che gli enti locali sono quasi totalmente Pag. 34fuori controllo; quindi, cerchiamo, con buona volontà - è un augurio in vista della discussione nel merito -, di arginare un problema che, signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, reputo di importanza fondamentale. Dobbiamo farlo se vogliamo agire nell'interesse non soltanto del Paese e dei cittadini che fruiscono dei servizi degli enti locali, ma anche di quei lavoratori che si trovano effettivamente - essi sì - in condizioni di precarietà: queste situazioni possono e debbono in qualche modo essere affrontate dal legislatore, ma non tutte, non in maniera indiscriminata e non a scapito della qualità della pubblica amministrazione e del sistema paese. Grazie.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Giovanelli. Ne ha facoltà.
ORIANO GIOVANELLI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, non condivido i toni apocalittici che sono venuti dai banchi dell'opposizione e dagli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto. Ritengo che ci troviamo di fronte ad un provvedimento che, per sua natura, è ibrido e, quindi, difficilmente riconducibile ad una visione che si rifà ad un atteggiamento purista rispetto alla norma, e ciò non perché esso sia sbagliato, ma perché mette insieme tante cose diverse. Credo che sia diritto della maggioranza pensare di poter concludere l'esame di questo decreto-legge prima della sua naturale scadenza con l'approvazione di un provvedimento di conversione, dopo che lo stesso è stato esaminato approfonditamente da questa Camera, in prima lettura, e dopo che il Senato ne ha ulteriormente approfondito l'esame, apportando anche modifiche importanti e significative. Proprio in nome di quel purismo che in tale sede è stato, in qualche modo, caldeggiato, la politica consiglierebbe, a mio avviso, di considerare che un provvedimento di questo genere meno rimane «aperto» e meglio è, proprio perché, più occupa lo spazio del dibattito parlamentare, più è forte la tentazione di aggiungervi parti. Da questo punto di vista, ritengo non solo che sia diritto della maggioranza chiudere l'iter di questo decreto nei tempi previsti, ma che ciò sia anche e soprattutto utile.
Per il resto, è accaduto quello che era prevedibile. Il Senato, nella sua autonomia, ha apportato al testo del decreto modifiche significative, le quali fanno anche riferimento ad emendamenti che quest'Assemblea si era vista nell'impossibilità di discutere ed approfondire, perché dichiarati inammissibili dalla Presidenza. Questo è un problema che è stato giustamente sollevato dal presidente della Commissione affari costituzionali, onorevole Violante, con una lettera al Presidente della Camera Bertinotti, e che credo non possa essere in alcun modo affrontato con la presunta superiorità del rigore di questa Camera rispetto all'altro ramo del Parlamento, che è assolutamente autonomo nelle sue valutazioni e nella visione dell'ammissibilità degli emendamenti. Sarebbe un atteggiamento sbagliato porsi in questa ottica e, invece, proprio un atteggiamento di questo tipo ho letto negli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto. Sarebbe, invece, molto più importante dar seguito ai primi contatti che sono stati avviati con la lettera dell'onorevole Violante e cercare di affinare l'atteggiamento dei due rami del Parlamento, in modo tale che sia progressivamente il meno dissimile possibile. In questo senso, però, ritengo sia utile magari che anche la nostra Presidenza non assuma un atteggiamento manifesto per affermare una ipotetica purezza, quando sa che l'altro ramo del Parlamento segue un altro tipo di criterio nel vagliare l'ammissibilità degli emendamenti. Non serve allontanare punti di vista; serve, invece, tra i due rami del Parlamento, un lavoro paziente per avvicinarli, finché avremo un bicameralismo perfetto, proprio per non trovarci nella condizione di sentirci un po' figli di un Dio minore, dato che le stesse proposte, che abbiamo presentato alla Camera, non si sono potute discutere e votare, mentre, nell'altro ramo del Parlamento, sono state presentate, discusse e, addirittura, approvate.Pag. 35
Detto questo, non credo neanche, come mi sembra abbia fatto invece palesare l'onorevole Boscetto nel suo intervento, che noi ci dobbiamo risentire del fatto che cose che avremmo potuto discutere e approvare noi sono state approvate dal Senato. Io ringrazio invece i colleghi del Senato per averci consentito di inserire nel decreto disposizioni che risultano utili al paese, che risultano in qualche modo corrispondenti alle aspettative di milioni di cittadini nel nostro paese. Penso sia un fatto positivo che noi dobbiamo sottolineare e in qualche modo, concludendo l'iter di questo decreto, sancire con il nostro voto. Mi riferisco ad aspetti rilevanti approvati dal Senato che io voglio sottolineare per la loro positività.
Tutti sapevano che era in animo del Governo, anche dopo un confronto con la Conferenza dei presidenti delle regioni, rivedere le norme sui ticket sanitari relativamente alle visite specialistiche, correggere una previsione della finanziaria che aveva suscitato grande allarme e preoccupazione fra i cittadini. Era diritto del Governo provare in qualche modo a correggere l'impostazione data nella legge finanziaria; il Senato ha approvato un emendamento che va in questa direzione ed io plaudo a questo provvedimento. Non vi è niente di cui stupirsi se questo provvedimento mantiene i saldi finanziari che comunque le regioni sono tenute a rispettare relativamente alla spesa sanitaria. Non è un gioco a scaricarsi le responsabilità fra Governo e regioni: è mettere nelle mani delle regioni, che hanno la primaria responsabilità in materia di organizzazione della sanità, la possibilità di evitare l'accensione di questi ticket trovando altre soluzioni, diverse da quella di pesare sui cittadini con una compartecipazione alle spese sulle visite specialistiche che finiva paradossalmente per privilegiare i laboratori di analisi private rispetto alle strutture ospedaliere.
Mi riferisco agli emendamenti che sono stati approvati, alcuni dei quali, con accenti diversi dal mio, sono stati ricordati da chi mi ha immediatamente preceduto. Essi sono relativi all'eliminazione delle sanzioni per lo sforamento del patto di stabilità relativamente al costo del personale e raccolgono - lo ribadisco - una volontà politica espressa dalla Commissione bilancio del Senato nel momento della lettura della legge finanziaria, che non era stata tradotta correttamente nel maxiemendamento sul quale è stata posta la fiducia. Trovo quindi giusto che si torni alla volontà politica parlamentare riportando, per così dire, le bocce al punto in cui il Parlamento le aveva collocate. Credo sia molto rilevante, proprio nella stagione che stiamo vivendo riguardo alla definizione dei bilanci degli enti locali in un contesto non facile, il fatto che si sia chiarito che il costo del personale dei servizi organizzati in istituzioni non rientra nel patto di stabilità, eliminando, quindi, una latente conflittualità con sezioni regionali della Corte dei conti che davano opinioni difformi. Bisogna stabilire un punto di chiarezza per evitare un inutile contenzioso, e questa norma, secondo me, lo fa giustamente.
Un collega dell'opposizione, nel corso della discussione sulle linee generali svoltasi quando abbiamo esaminato questo decreto-legge in prima lettura, aveva già sollevato la questione: come non dire, dunque, che sono state fatte salve le risorse per gli uffici decentrati dello Stato nelle istituende nuove province? A tutti noi è sembrato incongruente - magari sbagliando, infatti io non ho condiviso questa posizione - che nel momento in cui il Parlamento si era espresso per istituire nuove province, noi procedessimo a bloccare le risorse per istituire uffici decentrati dello Stato.
La questione era stata giustamente sollevata in quest'aula, mentre al Senato è stato posto successivamente un rimedio. Credo che ciò sia un fatto positivo e corrisponda alla volontà parlamentare. Ecco perché non condivido chi vuole accentuare la tesi di una sorta di violazione del primato del Parlamento rispetto all'iter di questo decreto. Al contrario, a me sembra che lo sforzo che il Parlamento ha fatto per incidere profondamente su questo decreto, facendosi carico di esigenze Pag. 36che corrispondono ad aspettative importanti che vi sono nel paese, dimostri che il Parlamento ha svolto fino in fondo il suo ruolo ed è stato messo in condizione di svolgerlo.
Certo, anche noi - e concludo - abbiamo parecchie perplessità relativamente alla scelta di inserire in un provvedimento di conversione di un decreto-legge la previsione di nuove deleghe e la proroga di quelle in atto, ancorché nel merito ci si riferisca a questioni assolutamente condivisibili. In questo senso, i tempi ristretti non ci consentono di modificare il decreto per una nuova lettura al Senato, ma rimandiamo alla responsabilità del Governo la volontà di astenersi dal ricorso a quelle deleghe inopportunamente inserite nel citato decreto.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bono. Ne ha facoltà.
NICOLA BONO. Signor Presidente, ho chiesto di intervenire in discussione generale del decreto «milleproroghe», in quanto il Senato ha ritenuto di introdurre all'interno di esso una norma che io reputo inopportuna, oltreché gravemente lesiva degli interessi di decine di migliaia di contribuenti delle province di Siracusa, Ragusa e Catania, interessati alla corretta gestione della riscossione dei tributi sospesi in conseguenza del sisma della 1990, che colpì il territorio della Sicilia sudorientale.
Il Senato ha introdotto in maniera inopportuna un comma all'interno dell'Atto Camera 2114 ed esattamente il secondo comma dell'artico 3-quater, laddove vengono riaperti i termini per il condono dei tributi sospesi, che a suo tempo era stato disposto sulla base dell'articolo 9, comma 17, della legge n. 289 del 2002. Con tale disposizione veniva stabilito che i contribuenti delle province di Siracusa, Ragusa e Catania, interessati agli eventi sismici del 13-16 dicembre del 1990 avrebbero potuto chiudere tutte le pendenze tributarie con il pagamento di un'imposta pari al 10 per cento di quanto dovuto nell'arco dei tre anni. Quel condono, che aveva affrontato in maniera positiva la necessità di chiudere una pendenza che aveva visto diversi contribuenti delle tre province nella difficoltà di poter affrontare i pagamenti, si poteva ritenere ormai definitivamente concluso. Gli uffici tributari successivamente avrebbero dovuto effettuare alcune verifiche su quei contribuenti, che si erano avvalsi del condono rispetto a quelli che non se ne erano avvalsi e che in precedenza non avevano neanche pagato il debito tributario, in modo da riscuotere i relativi importi con le dovute sanzioni e gli interessi previsti dalla legge.
Il fatto è che gli uffici non hanno emesso il ruolo esattoriale nei termini di legge, ma lo hanno fatto con qualche anno di ritardo ed esattamente nel luglio 2006.
Tuttavia, l'aspetto più grave della questione consiste nel fatto che nel luglio 2006 gli uffici tributari della Sicilia sudorientale hanno emesso ruoli esattoriali nei confronti di tutti i contribuenti residenti nelle tre province, dichiarandolo anche ufficialmente. Infatti, hanno affermato di non essere in grado di sapere chi aveva pagato e chi non lo aveva fatto.
Il viceministro Visco tante volte sui mass media ci ha deliziati con le sue teorie relative al maggior gettito tributario derivante dalla preoccupazione degli evasori dovuta al suo arrivo, grazie al quale sarebbero stati finalmente risolti i problemi della caccia all'evasione. Ebbene, al viceministro vorrei umilmente far rilevare che è piuttosto difficile che questi uffici, incapaci di accertare chi abbia pagato e chi non lo abbia fatto, preoccupino gli evasori. Non si è stato in grado di accertare quali siano i contribuenti che hanno presentato le dichiarazione dei redditi, ma che non hanno versato gli importi. Gli uffici hanno dichiarato di non essere in grado di sapere chi fosse a posto, avendo adempiuto all'obbligazione tributaria con il versamento di quanto dovuto, e chi non lo fosse.
A questo punto si dovrebbe dire: in dubio pro reo. Ed invece, nel dubbio, si è diventati tutti rei e tutti sospettati. Nel dubbio, sono stati emessi 165 mila ruoli esattoriali tra le province di Siracusa, Ragusa e Catania, in cui sono stati inseriti Pag. 37tutti i cittadini, che sono stati così messi nella condizione di dover dimostrare se aveva adempiuto o meno al proprio dovere. L'attribuzione al contribuente dell'onere della prova, con l'inversione del dovere di accertamento che dovrebbe essere a carico degli uffici (con il conseguente stravolgimento di un principio che dovrebbe operare a discarico del contribuente, costretto invece a dover dimostrare di essere stato corretto) è già di per sé un fatto grave, che viola le più elementari regole del diritto in generale, ed in particolare quelle delle norme tributarie. Essa viola i principi sanciti nello statuto dal contribuente ed anche le più elementari norme della Costituzione.
Tuttavia, l'aspetto ancora più grave che il Parlamento deve conoscere prima di esprimere un giudizio definitivo su questa norma è il fatto che si tratta di pagamenti di imposte, che risalgono agli anni 1990, 1991 e 1992. Quindi, si verte su pagamenti relativi a 14 anni da oggi. Nel diritto tributario non esiste alcuna norma che obblighi il contribuente a versare un solo centesimo di euro a distanza di oltre cinque anni dalla data di presentazione della dichiarazione. Quindi, non soltanto siamo in presenza di una violenza perpetrata nei confronti dei cittadini, perché si è invertito l'onere della prova e tutti i cittadini sono stati considerati evasori tanto da essere stati costretti a correre ai ripari e dimostrare di aver adempiuto alle obbligazioni, ma tale obbligo è stato imposto a distanza di oltre dieci anni dai termini utili a che gli uffici potessero esercitare tale diritto.
Fino a prova contraria (ma è duro dimostrare questo assunto), siamo ancora in uno Stato di diritto e non ripiombati in un sistema medievale di gestione feudale e di «assolutismo assoluto» da parte del signore; non siamo diventati sudditi, ma siamo ancora cittadini. Pertanto, credo che il Parlamento avrebbe dovuto compiere una semplice azione, cioè stabilire che questi ruoli siano annullati, essendo stati emessi illegittimamente.
Essi, infatti, hanno investito una serie enorme di persone perbene, le quali avevano adempiuto ai loro doveri, ma che sono state costrette a correre ai ripari ed a dimostrare qualcosa cui non erano affatto tenute. Pertanto, occorre agire in tal senso.
Per la verità, la Camera dei deputati è stata coerente circa tale aspetto. Infatti, in data 3 agosto 2006, la Commissione finanze della Camera, su iniziativa del sottoscritto, aveva approvato una risoluzione con la quale sospendeva i ruoli esattoriali emessi a luglio relativamente ai tributi sospesi a causa del sisma e dava agli uffici mandato di verificare la correttezza dei ruoli stessi.
In seguito all'approvazione di tale risoluzione, la direzione generale dell'Agenzia delle entrate aveva diramato, nell'autunno 2006, una direttiva in base alla quale i dieci uffici distrettuali delle entrate delle province di Siracusa, Ragusa e Catania avevano effettivamente emesso dei provvedimenti di sospensione dei ruoli. Noi ci troviamo ancora in pendenza di sospensione, poiché essa ha cominciato ad operare il 9 ottobre e scadrebbe il 7 marzo. In questi cinque mesi sono state congelate le procedure e non si è dato seguito ad ulteriori iniziative nei confronti dei contribuenti.
Ricordo che si è svolto un primo incontro con il direttore generale dell'Agenzia delle entrate, il dottor Romano. Nell'ambito di tale incontro, abbiamo verificato che l'accertamento da parte degli uffici ha potuto constatare che ben il 50 per cento delle posizioni era iscritto illegittimamente; che, tuttavia, la revisione era ancora in una fase avanzata e che, quindi, non si era in grado di avere una visione definitiva.
Tutto ad un tratto - come un fulmine a ciel sereno! - mentre era in corso la verifica da parte degli uffici, un comma aggiunto al provvedimento durante l'esame da parte del Senato pone un problema enorme. Sto parlando, per chi si fosse distratto, del secondo comma dell'articolo 3-quater del decreto-legge in esame. Tale disposizione, infatti, pone il problema di riaprire i termini del condono del 2002, facendo pagare non più il 10 per cento, ma Pag. 38elevando la quota da pagare per sanare le pendenze al 30 per cento. In tal modo, quindi, si triplicherebbe il costo finanziario che dovrebbe essere sostenuto dai contribuenti.
Ciò che è più grave, tuttavia, è che con questa procedura non vengono affatto esclusi, ma sono inclusi «di forza» i contribuenti che avevano pagato per intero. Tali cittadini, anziché vedersi sgravare la posizione o annullare i ruoli, secondo la norma in oggetto sarebbero costretti a versare un ulteriore 30 per cento in più per scongiurare l'avvio del contenzioso!
Questa non è una norma tributaria, ma vessatoria! Si tratta, infatti, di una sorta di «pizzo», che dovrebbe essere pagato all'erario per chiudere un contenzioso di cui i cittadini non portano alcuna responsabilità! Vorrei osservare che molti di essi non sono in grado di dimostrare di aver effettuato i pagamenti perché, a 16 anni di distanza, gli istituti di credito che hanno eseguito a suo tempo tali versamenti chiedono migliaia di euro per effettuare una ricerca storica e recuperare i dati dell'avvenuto pagamento!
Allora, non si può accettare di chiudere una vicenda in questo modo, perché ciò è sommamente ingiusto e rappresenta una sorta di prevaricazione! In tal modo, infatti, si considerano i cittadini come se fossero soggetti assolutamente privi di tutele, di diritti e di difese nei confronti di uno Stato che non può arrogantemente ritenersi «di diritto», quando consente che si consumino fatti di tale somma gravità! A tale riguardo, dunque, ho presentato due proposte emendative.
Un emendamento tende a riportare al 10 per cento l'importo da pagare, parificandolo a quello operante nel 2002. Infatti, non esiste ragione al mondo per cui, chi eventualmente decidesse, non avendo pagato a suo tempo, di chiudere questa pendenza, debba pagare il triplo di quanto avrebbe pagato cinque anni fa.
L'aspetto più grave, che sottolineo maggiormente, è quello che attiene i cittadini onesti, corretti, che, pur avendo adempiuto fino in fondo ai loro obblighi, senza utilizzare la norma di sospensione, avendo pagato sin dall'inizio e fino in fondo ciò che dovevano, si troverebbero ora costretti a pagare il 30 o il 10 per cento, a seconda dell'approvazione o meno dell'emendamento riduttivo. Ebbene, questi cittadini non devono pagare neanche un centesimo, perché non hanno nessun obbligo in tal senso e nessuno dovere di dimostrare di avere pagato: non possono insomma essere sottoposti ad alcuna costrizione, hanno solo il diritto di essere lasciati in pace e di vedere riconosciuta la loro correttezza.
Il secondo emendamento si rivolge proprio a questi cittadini, perché se si approva il principio della riapertura dei termini del condono - al 10 o al 30 per cento, così come si è deciso al Senato: questo aspetto è indifferente ai fini del pagamento - devono essere annullati i ruoli.
I ruoli vanno annullati in toto e vanno rimessi in termini coloro i quali lo desiderino ai fini del pagamento del condono: gli uffici, se sono in grado di farlo, devono verificare i pagamenti ed emettere nuovi ruoli solo nei confronti degli evasori, dei contribuenti morosi, di chi insomma non abbia adempiuto ai propri obblighi tributari, non nei confronti di coloro i quali sono a posto con la propria coscienza e con i propri doveri.
Ritengo che su questa questione anche la maggioranza debba riflettere attentamente e seriamente, poiché si sta parlando di principi generali di rispetto nei confronti del cittadino.
NICOLA BONO. Parliamo di principi che riguardano l'essenza stessa dello stato di diritto e del ruolo che ogni cittadino può e deve svolgere nell'ambito della società e del rapporto con la pubblica amministrazione.
La pubblica amministrazione non può mai essere messa nelle condizioni di esercitare una prevaricazione così violenta e ingiustificata nei confronti di una platea di soggetti assolutamente inermi ed innocenti.Pag. 39
Gli errori e la cecità degli uffici, che non sono in grado di esercitare dei controlli, non possono rappresentare una scusante per coinvolgere tutti quanti in un meccanismo perverso di sospetti e di valutazioni pregiudiziali nei confronti di chi si ritiene essere un evasore a tutti gli effetti.
È un fatto di giustizia sopprimere la parte che riguarda il 30 per cento, riducendo l'importo da far pagare al 10 per cento e credo rappresenti una somma iniziativa l'eliminazione di ogni provvedimento di coercizione, di riscossione, compresi i ruoli esattoriali emessi nel luglio del 2006 nei confronti di tutti i contribuenti delle province di Siracusa, Ragusa e Catania.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ronconi. Ne ha facoltà.
MAURIZIO RONCONI. Signor Presidente, questo decreto è stato significativamente emendato dal Senato, anche se bisogna riconoscere che è stata rispettata in modo più puntuale la natura della proroga dei termini.
Tuttavia, questo non ci esime dal rilevare la vicenda politica che, a nostro avviso, rimane aperta e che il presidente Violante, nel passaggio alla Camera, ha voluto evidenziare. Anzi, la disponibilità ad emendare il testo, registrata al Senato, impone a noi deputati un impegno particolare per affrontare il problema politico che il presidente Violante dimostrò nel passaggio alla Camera di questo provvedimento.
Tra le proposte emendative presentate, alcune ci lasciano assolutamente perplessi e non ci trovano d'accordo. Mi riferisco, in modo particolare, a quella riguardante l'istituzione di una specie di seconda fascia nel reclutamento dei dirigenti scolastici. In questa specie di seconda fascia sono inseriti gli ammessi con riserva, con il risultato finale che il corso-concorso per il reclutamento dei dirigenti scolastici finirà per premiare non chi avrà più merito, ma chi avrà situazioni giuridiche più vantaggiose rispetto ad altri concorrenti. Evidentemente, si rispolvera un vizio antico, dove nei concorsi pubblici, troppo spesso, non si premiano i meritevoli, ma chi ha punteggi, anche di natura giuridica, superiori agli altri concorrenti.
Anch'io non posso non sottolineare la singolarità del premio che viene concesso a quegli enti locali mal gestiti da un punto di vista finanziario: mi riferisco alla deroga al patto di stabilità. Qui, evidentemente, c'è un grave e preoccupante allentamento di attenzione nella gestione della finanza locale, che è il tasto più debole di tutta la vicenda economico-finanziaria del nostro Paese.
Ho il sospetto che questo emendamento sia il diretto frutto proibito di una legge finanziaria in cui, grazie ad una fiscalità esasperata, sono stati rastrellati nuovi mezzi finanziari ed che oggi si inizi a distribuire questi mezzi finanziari, rastrellati appunto con la nuova fiscalità, in un modo assolutamente clientelare. Questo è il primo esempio di un metodo di Governo che la sinistra vuole inaugurare nel nostro Paese.
Ho sentito parlare positivamente (e mi accodo al coro, per carità) dell'emendamento che rende non più obbligatorio il ticket sulla specialistica ambulatoriale. Noi, come UDC, abbiamo condotto una battaglia sia alla Camera sia al Senato su questo argomento, perché riteniamo i ticket iniqui, soprattutto quando non risolvono il problema numero uno della sanità italiana, ospedaliera e non, ovvero quello delle liste di attesa.
Tuttavia, risolta in questo modo, la questione del ticket determina un altro problema altrettanto grave. Infatti, si offre alle regioni la possibilità di gestire in modo difforme l'organizzazione sanitaria, con la diretta conseguenza che, in alcune regioni, i cittadini continueranno a pagare il ticket sulla specialistica ambulatoriale, mentre in altre regioni, dove si decide in modo diverso e contrario, gli stessi cittadini italiani avranno una facilitazione sotto questo profilo. Si crea quindi una difformità regione per regione, a seconda Pag. 40delle regioni che riterranno opportuno abolire o mantenere il ticket sulla specialistica ambulatoriale.
Infine, abbiamo una novità negativa che già altri hanno rilevato (ed io non possono non sottolineare): per la prima volta, si rompe una consuetudine parlamentare che si perpetuava nelle precedenti legislature (nella passata legislatura e in quella precedente), vale a dire quella di non concedere deleghe attraverso decreti.
Faccio riferimento, in modo particolare, alla delega a decretare sulla Convenzione di Oviedo. In proposito, vi sono due aspetti sui quali esprimiamo una forte critica. Il primo aspetto l'ho già menzionato: si rompe una consuetudine parlamentare, ed è sempre un fatto negativo andare al di là della prassi, perché si aprono sempre scenari nuovi e non si sa dove tali scenari ci condurranno. Il secondo aspetto è che si dà una delega al ministro della salute su un testo che è «acqua fresca», perché si tratta di una convenzione rispetto alla quale si è dovuto trovare un accordo tra molti paesi che hanno tradizioni, culture ed impegni diversi. Si dà la delega al ministro della salute a decretare sulla Convenzione di Oviedo su materie di natura etica delicatissime e rispetto alle quali il Parlamento italiano ha il dovere, ma soprattutto ha il diritto, di discutere a fondo, senza alcuna limitazione. Dirò di più: soprattutto il popolo italiano ha il diritto di poter discutere e confrontarsi su questi temi etici.
Spero che il ministro della salute non debba, e non voglia, utilizzare questa delega su materie delicate quali l'eutanasia o gli embrioni. Se dovesse verificarsi il contrario, evidentemente l'opposizione dell'UDC sarebbe durissima, non soltanto in Parlamento, ma in tutto il Paese (Applausi dei deputati del gruppo UDC (Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro)).
FRANCESCO ADENTI. Signor Presidente, torna dunque dal Senato questo provvedimento, ossia la conversione in legge del decreto-legge n. 300 del 2006, dopo un passaggio molto sofferto alla Camera. Vorrei richiamare alcuni punti dell'intervento svolto in tale occasione, in cui sottolineavamo, come Popolari-Udeur, le nostre preoccupazioni ed esprimevamo anche alcune perplessità, da un punto di vista regolamentare ed anche giuridico, in ordine a come è stato gestito l'iter di questo provvedimento, pur in un quadro di correttezza, sia da parte del Presidente della Camera, che aveva dichiarato un gran numero di inammissibilità, sia da parte della I Commissione che, come è noto, aveva avuto pochissimo tempo per valutare il provvedimento. Avevo anche sottolineato, come molti altri colleghi, che la diversità dei criteri seguiti dalla Camera e dal Senato circa l'ammissibilità degli emendamenti comporta gravi distorsioni delle funzioni assegnate dalla Costituzione ai deputati e ai senatori. Inoltre, avevamo chiesto di avviare al più presto una procedura volta all'omogeneizzazione dei regolamenti delle due Camere. Il provvedimento giunto dal Senato con alcune modifiche, anche molto significative, alcune delle quali anche importanti e condivisibili, pone ancor di più l'esigenza di un maggior coordinamento tra i due rami del Parlamento sotto il profilo regolamentare.
Un altro aspetto che mi pare giusto rilevare è il nostro auspicio, al di là del fatto che si tratti di proroghe necessarie ed urgenti, che su singoli testi normativi inclusi in questo provvedimento vi sia la possibilità di discutere presto in Parlamento in modo più ampio, condiviso e con maggior tempo a disposizione.
Per quanto riguarda gli emendamenti approvati dal Senato, ve ne sono alcuni molto significativi. Uno di essi, che era stato presentato dal nostro gruppo, il gruppo dei Popolari-Udeur, ed era stato dichiarato inammissibile, riguarda i crediti di imposta per investimenti nelle aree svantaggiate. Ci sembra un emendamento molto significativo ed importante perché consente di prorogare il termine per il completamento degli investimenti per i quali era stato riconosciuto il credito di Pag. 41imposta ai sensi della legge finanziaria 2001. In base alla norma così modificata, quindi, per tutti i contribuenti che hanno ottenuto il riconoscimento del diritto al credito d'imposta negli anni 2005 e 2006 sono consentiti due anni di proroga, e questo ci sembra un contributo importante per lo sviluppo del Mezzogiorno.
Un altro emendamento molto significativo - da molti era stato sottolineato il vuoto normativo al riguardo - riguarda la proroga dei termini per gli adempimenti amministrativi concernenti le province di Monza e della Brianza, di Fermo e di Barletta-Andria-Trani. Anticipare di due mesi il termine oltre il quale dovranno costituirsi gli uffici periferici dello Stato nelle tre nuove province e, soprattutto, mantenere in bilancio le risorse per l'istituzione di detti uffici costituiscono - ne sono convinto passaggi molto importanti per dare credibilità all'istituzione delle medesime province.
Pertanto, nel preannunciare fin da ora il voto favorevole del gruppo dei Popolari-Udeur su questo provvedimento, vorrei anche dichiarare che condividiamo la relazione svolta dall'onorevole Amici.
Preannuncio, quindi, il voto favorevole del gruppo dei Popolari-Udeur, che interverrà nel prosieguo del dibattito.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Stucchi. Ne ha facoltà.
GIACOMO STUCCHI. Signor Presidente, credo che intervenire su questo provvedimento sia doveroso anche perché, dopo il passaggio al Senato, ci troviamo di fronte ad un testo completamente nuovo o, perlomeno, innovato per la sua maggior parte ed innovato in termini negativi, purtroppo. I colleghi Boscetto, Benedetti Valentini e molti altri già hanno illustrato le problematiche connesse ad alcuni emendamenti approvati dal Senato, in particolare riferendosi alle deleghe. Tra l'altro, il presidente della I Commissione, Violante, in una lettera al Presidente Bertinotti ha sottolineato ed evidenziato - il suo intervento è stato unanimemente apprezzato - la gravità di un comportamento diverso o, in altri termini, la gravità di una situazione in cui, mentre il regolamento della Camera prevede, per i deputati, determinate possibilità di intervento e determinate prerogative, il regolamento del Senato prevede, per i senatori, una più ampia possibilità di intervento, quando il testo giunge alla loro attenzione. Tutto questo potrebbe sembrare una sorta di contrapposizione, di gelosia, tra Camera e Senato, ma così non è. Ritengo che quando si tratta di prevedere nuove deleghe - come nel caso dell'articolo 1, commi 2 e 3, del disegno di legge di conversione - il comportamento corretto, l'iter corretto sia quello previsto dal regolamento della Camera, un iter più rigoroso e più rispettoso delle prerogative del Parlamento. Sappiamo tutti, infatti, che con lo strumento della delega il Parlamento nella sostanza è svuotato di alcune sue prerogative fondamentali, soprattutto quando si tratta di discutere su tematiche importanti, come quella della Convenzione di Oviedo, che attengono a scelte di non poco conto e afferenti, se vogliamo, alla coscienza personale. In ogni caso, sono questioni che non possono essere gestite in questo modo.
Ci troviamo, insomma, di fronte ad un testo che è stato molto modificato dal Senato. E il problema non riguarda soltanto questo Governo, perché sia io sia il collega Caparini siamo in quest'aula da undici anni e abbiamo visto tanti governi, e abbiamo riscontrato che questa prassi è abituale all'interno delle aule parlamentari. Come al solito, quando si tratta di proroghe, ad un provvedimento adottato con una determinata finalità, successivamente, si aggiunge di tutto, e qualsiasi tipo di iniziativa sia volta a soddisfare un desiderio, piuttosto che un'esigenza, viene ritenuta legittima, in una sede diversa da questa, e viene inserita nel provvedimento.
Ciò sicuramente non consente di razionalizzare il nostro sistema normativo, né di avere chiarezza nella stessa gestione delle nostre leggi. Infatti, diventa particolarmente difficile recuperare determinate disposizioni all'interno di una legge che reca un titolo completamente diverso rispetto all'argomento che è contenuto in Pag. 42uno specifico articolo o in uno specifico comma. Le singole disposizioni interessano le questioni più varie: penso alle disposizioni legate al CONI, piuttosto che alle questioni cui faceva riferimento precedentemente il collega Bono, o a tante altre questioni, come i ticket sanitari.
Anche quest'ultima è una decisione connessa alla gestione della finanziaria. Ieri, intervenendo in quest'aula su un altro provvedimento di conversione di un decreto-legge, abbiamo evidenziato come ci si trovasse a discutere perché vi era stata una gestione dilettantistica ed approssimativa della finanziaria, che aveva causato, con l'approvazione del maxiemendamento presentato dal Governo al Senato, una confusione talmente ampia da determinare l'inserimento di norme che, secondo il Governo, non ci dovevano essere, ma che qualcuno aveva inserito.
Allo stesso modo, oggi ci troviamo a dover dare delle indicazioni approvando delle norme che sistemano alcune questioni che non sono state gestite bene e modificando la previsione di termini temporali di riferimento che si sono rivelati sbagliati.
Da questo punto di vista, però, sarebbe opportuno fare un ragionamento: non diamo un buon esempio approvando decreti-legge di proroga dei termini, non solo per la sostanza del provvedimento, ma anche per un motivo di etica politica o, più semplicemente, di educazione civica. Quando approviamo leggi che stabiliscono dei termini, lasciando intendere ai cittadini, agli amministratori e alle persone interessate che, comunque, ci sarà un provvedimento di proroga dei termini, perché si dovrà prendere atto dell'inerzia da parte delle amministrazioni pubbliche, piuttosto che dei soggetti cui quel provvedimento è indirizzato, e, quindi, il Parlamento sarà costretto ad approvare una proroga per evitare di mettere tutti fuori legge, non diamo un buon esempio.
Uno Stato serio adotta delle leggi e stabilisce dei termini perentori, non ordinatori, che devono essere rispettati, e delle sanzioni, che devono essere applicate. Altrimenti, non serve nemmeno tornare al Manzoni o all'azzeccagarbugli, che, una volta, trovava all'interno delle leggi l'elemento che serviva per bypassare la sanzione prevista dalla legge. Si dice: fatta la legge, trovato l'inganno. In questo caso, non serve nemmeno quello: fatta la legge, trovata la proroga; fatta la legge, trovata la deroga!
Lo ripeto: ciò non vale solo per il Governo in carica e per questo provvedimento, ma per tutti i provvedimenti di questo tipo, che sono stati adottati in passato e che, probabilmente, saranno adottati anche nei prossimi anni.
Ritengo che tutti noi dobbiamo riflettere su questo fatto e sulla serietà della nostra azione e del nostro ruolo di legislatori, e capire, quando adottiamo determinati provvedimenti, se i termini previsti sono sostenibili e congrui con l'applicazione della norma, per non dover ricorrere, ogni volta, a provvedimenti di questo tipo.
Allora, senza ribadire tutte le critiche concernenti la questione delle deleghe, cui ho accennato all'inizio del mio intervento (che peraltro sono già state fatte dal collega Boscetto, il quale è il capogruppo di Forza Italia in Commissione affari costituzionali), devo osservare che anche in Commissione sicuramente vi è stato un dibattito interessante.
Anche negli emendamenti ci sono proposte interessanti. Dicevo però, senza ribadire tutto ciò che già è stato evidenziato, che il Governo e questa maggioranza devono dare un segnale di cambiamento. Tutti noi viviamo una situazione di sofferenza quando ci accorgiamo che le cose non funzionano, indipendentemente dall'appartenenza alla maggioranza o all'opposizione.
Tutti noi sappiamo che i parlamentari devono avere lo stesso diritto di incidere, e quindi nessuno vuole mettere in discussione le prerogative dell'altro ramo del Parlamento, ma se uguali siamo, dobbiamo avere gli stessi strumenti.
Quindi, il problema è anche regolamentare (nello specifico, per quanto riguarda la questione delle deleghe) e poi, come dicevo prima, la questione è anche sicuramente Pag. 43etica, perché il segnale che noi dobbiamo dare è quello di legislatori seri, legislatori che sanno fare le leggi e che hanno il polso della realtà e della società dove vivono, che cioè conoscono le esigenze ed anche le caratteristiche dei propri cittadini. A volte infatti ci nascondiamo dietro un dito. Quando ad esempio abbiamo a che fare con delle categorie sociali alle quali è indirizzata una legge, pensiamo che esse siano pronte a recepire quanto il Parlamento fa, e invece ci troviamo di fronte (e magari dovremmo saperlo fin da subito) a persone che cercano di posticipare o perlomeno di ridurre il danno che deriverebbe dall'applicazione di una normativa che può essere anche giusta o che sicuramente è giusta (penso, ad esempio, alle deroghe concesse per l'applicazione ed il recepimento delle direttive comunitarie).
Di fronte a questo malcostume dobbiamo dare un segnale. Per chiedere tuttavia un cambiamento alle categorie, ai cittadini, a tutti coloro che sono i destinatari delle norme che noi approviamo, dobbiamo essere noi i primi a dare un segnale di serietà. Non è sicuramente con un provvedimento di questo tipo, con tutti i peggioramenti introdotti al Senato, che noi diamo questo segnale.
Sulla base di queste considerazioni, rimandando ulteriori approfondimenti agli interventi che svolgeremo sugli emendamenti (ahimè, presumo non ci sarà la possibilità di approvare nessun emendamento, ma vedremo se con eventuali ordini del giorno si potrà comunque raddrizzare una situazione che a molti o a tutti qui non piace), in sede di esame delle proposte emendative forse riusciremo comunque a sottolineare aspetti particolari e a dimostrare quante delle modifiche proposte al Senato non possano essere condivise per ragioni pratiche, per ragioni, se vogliamo, anche logiche, che appartengono all'intelligenza, lasciatemi usare questo termine, di ognuno di noi.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Caparini. Ne ha facoltà.
DAVIDE CAPARINI. Grazie, Presidente. Al di là delle valutazioni inerenti la necessaria operazione di igiene legislativa, che dovremmo essere chiamati ad effettuare e che purtroppo ritardiamo di legislatura in legislatura, vorrei citare due esempi riguardanti questo provvedimento, uno di razzismo strisciante, l'altro di ignavia. Si tratta di un provvedimento che, a fronte della vostra incapacità... Sottosegretario d'Andrea, quando ha parlato il mio collega lei era al telefono, ora chiacchiera con il relatore: io la rispetto...
GIAMPAOLO VITTORIO D'ANDREA, Sottosegretario ai rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Per avere una risposta alla richiesta...
PRESIDENTE. Onorevole Caparini, non interloquisca con il Governo, che sta riprendendo il suo posto: la invito ad andare avanti. Grazie.
DAVIDE CAPARINI. Abbiamo condiviso per cinque anni i lavori della Commissione bicamerale di vigilanza; so del suo impegno, non le chiedo di stare attento, ma perlomeno di non disturbare. In questo provvedimento state ponendo alcuni correttivi ad una manovra finanziaria, che ha dimostrato le sue lacune. Noi abbiamo avuto modo di stigmatizzare, di denunciare il fatto che avete stanziato altri 100 milioni di euro in tre anni per la ricostruzione post-terremoto del Belice, avvenuto nel 1968. Questi 100 milioni erano destinati a dei bandi, che addirittura scadevano il primo gennaio di quest'anno!
Avete stanziato 62 milioni di euro in tre anni per il terremoto dell'Irpinia del 1980 e per gli eventi calamitosi verificatisi in Campania, Basilicata, Puglia e Calabria nel 1981 e nel 1982. Avete stanziato anche fondi per il condono dei tributi con riferimento alla provincia di Catania.
Noi abbiamo parzialmente riparato ad una vera e propria ingiustizia perpetrata da parte vostra, consentendo perlomeno alle vittime dell'alluvione del novembre del 1994, che si è verificata nel nord d'Italia, Pag. 44di definire la loro posizione tributaria versando solo il 10 per cento delle imposte dovute, beneficio che era stato concesso solo per le province di Catania, Ragusa e Siracusa. Si trattava, tra l'altro, di territori colpiti dal sisma del 1990.
Ad ogni modo, questo Parlamento dovrebbe interrogarsi e recitare il mea culpa sui gravi ritardi con cui interviene rispetto agli eventi calamitosi, soprattutto con riferimento alla successiva ricostruzione.
Di fronte alla rideterminazione dei contributi che abbiamo concesso, ad esempio, con riferimento ai mutui richiesti dalle imprese danneggiate dalle alluvioni del 1994, vorrei capire perché questo Governo non abbia accettato di discutere e di predisporre misure altrettanto importanti a favore degli alluvionati della Lombardia del 2000, del 2002 e del 2004, nonché a favore delle vittime del sisma che ha colpito le province di Brescia e di Verona nei pressi del lago di Garda, nel 2004.
Non riesco a capire la ratio di tali decisioni, che sottende al fatto che ci siano sempre e comunque due pesi e due misure. Evidentemente, vi è la disponibilità a intervenire soltanto laddove vi sono evidenti lacune nella gestione dei fondi, nella capacità di intervenire e, quindi, di ricostruire. Soprattutto, non riesco a comprendere la mancanza di volontà di trattare eventi identici nello stesso modo.
Al di là di questo che - come ho avuto modo di sottolineare - potremmo definire un chiaro razzismo territoriale o una evidente discriminazione, vi è anche un'operazione di ipocrisia che avete portato avanti con la legge finanziaria e che tentate di correggere con questo provvedimento.
Faccio riferimento ai ticket sulla sanità. Il 28 ottobre 2006 avete stipulato con le regioni un nuovo patto per la salute, definendo un piano di rientro del debito sanitario nazionale. Avete stabilito di introitare 811 milioni di euro nel 2007, 834 milioni di euro nel 2008 e nel 2009. Per questo motivo avete istituito un ticket di 10 euro sulle prestazioni ambulatoriali. Si tratta di un ticket aggiuntivo alla compartecipazione regionale. Alla prova dei fatti, però, vi siete resi conto di aver calcato troppo la mano, in quanto alcune prestazioni, quelle che prevedevano più di 8 esami (e sono molte) costringevano il paziente a pagare da 20 sino a 72,50 euro per le analisi più costose. Vi siete anche resi conto che le prestazioni specialistiche, il cui prezzo variava a livello regionale dai 13 ai 25 euro, costavano il 50 per cento in più.
Voi che siete sostenitori della sanità pubblica paradossalmente avete messo, le prestazioni sanitarie pubbliche fuori mercato, tant'è vero che molti pazienti e cittadini hanno deciso, a ragione, di rivolgersi alle strutture private, proprio perché di gran lunga meno costose. Faccio un esempio: per quanto riguarda l'esame della glicemia, che un paziente diabetico deve fare regolarmente e che costava 3 euro, grazie al vostro ticket, quello della ministro Turco, era obbligato a pagarne 13! Vi siete resi conto, quindi, dell'abominio che avevate realizzato e siete corsi ai ripari, seguendo un iter lacunoso che, dal punto di vista normativo (è un argomento che è già stato affrontato da altri colleghi), lascia piuttosto a desiderare.
Al di là di come siete riusciti a modificare il decreto-legge al Senato, rimane il fatto che l'articolo 6-quater stabilisce «la possibilità per le regioni di non applicare il ticket di 10 euro a ricetta e di adottare altre misure di compartecipazione al costo delle prestazioni sanitarie equivalenti, quanto a gettito di risorse ed impatto sul controllo dell'appropriatezza». In altre parole, voi scaricate ancora una volta le vostre responsabilità sulle regioni; peggio, non avete nemmeno il coraggio delle vostre azioni: siete talmente ipocriti da dire che quello in questione è un ticket non obbligatorio, ma ben sapete che, avendo stipulato un accordo con le regioni e dovendo per forza di cose raggiungere un obiettivo economico e introitare quelle risorse, dite semplicemente a queste ultime che quel ticket è facoltativo, ma che comunque esse debbono versare allo Stato quegli importi.
Vediamo, allora, in quale realtà andrà ad inserirsi questo ticket. Prima ascoltavo Pag. 45un collega dell'UDC, Ronconi, che è eletto in Parlamento, ma che probabilmente vive in Svizzera o in un altro Stato, perché è da molto tempo che vi è un'autonomia gestionale delle regioni e una compartecipazione alle spese sanitarie; tant'è vero che la Lombardia, regione a cui mi pregio di appartenere, riceve da Roma molto meno della media nazionale: 1426 euro pro capite ed è sicuramente molto meno di quanto riceva un toscano (1520 euro) o un emiliano (1505 euro).
Vorrei sottolineare che in questa classifica le regioni storicamente amministrate da giunte rosse sono quelle che stranamente ricevono una quota maggiore di trasferimenti da parte dello Stato e che, tra le altre cose, sono anche quelle che prelevano una percentuale maggiore di ticket: infatti, in questa classifica la regione Lombardia per fortuna non primeggia, in quanto chiede molto di meno ai propri cittadini rispetto a regioni come la Toscana, l'Emilia o il Lazio.
Quindi, mentre in Italia la spesa sanitaria cresce ad un ritmo vertiginoso, tanto che negli ultimi anni è salita del 19,5 per cento, in Lombardia nello stesso periodo è aumentata solo del 10 per cento. Noi forniamo i migliori servizi ad un minore costo e chiediamo ai cittadini di contribuire nella compartecipazione regionale con una quota minore rispetto a quella di molte altre regioni.
I risultati sono quelli di una sanità dove un paziente su tre, curato per patologie cardiochirurgiche, proviene dalla regione Lombardia: per le prestazioni specialistiche vantiamo i minori tempi di attesa e nel 2004 la Lombardia ha effettuato il maggior numero di trapianti in assoluto rispetto a tutte le altre regioni. È questo il dato che volevo consegnare al vostro dibattito.
Parliamo di un sistema sanitario nazionale per il quale con l'ultima finanziaria avete stimato una spesa di 96 miliardi di euro. Poi vi siete trovati - e questo è facilmente verificabile dalle relazioni accompagnatorie alla finanziaria, laddove proprio una relazione tecnica del ministero dell'economia definiva in 103,786 miliardi di euro il reale fabbisogno nazionale - con una differenza di 7,7 miliardi di euro, che mancano all'appello. Da qualche parte dovevate reperirli e avete deciso di utilizzare vari strumenti tra cui quello del ticket. Vi siete poi resi conto che era uno strumento inappropriato, che ha portato una vera e propria sollevazione popolare, perché è certo che i lombardi sono abituati a lavorare, pagare e tacere, ma è altrettanto vero che non sono stupidi: non era quindi possibile propinare loro altri aumenti, come quello di 25 euro sul pronto soccorso per i codici bianco e verde e di 10 euro per le prestazioni ambulatoriali, senza che battessero ciglio. E così infatti non è stato. C'è stata una sollevazione popolare, ma soprattutto c'è stato quell'effetto distorsivo del mercato che non vi aspettavate e che non avevate considerato, per cui si è verificato un travaso di prestazioni private.
Ricapitolando, questo è un fatto che grida vendetta. Negli ultimi undici anni la Lombardia ha ricevuto da Roma qualcosa come 5,5 miliardi di euro in meno rispetto al pattuito per le spese sanitarie. Costiamo meno. La nostra sanità costa molto meno per lo Stato nazionale di quella di Toscana ed Emilia Romagna. C'è un buco sanitario di 7,7 miliardi di euro, che non abbiamo contribuito certamente noi a creare. Noi contribuiamo, invece, al fondo di solidarietà nazionale con 3 miliardi di euro ogni anno. E, in questo quadro, voi chiedete ai cittadini lombardi un ticket di 25 euro per il pronto soccorso e un ticket - che oggi ci dite essere facoltativo - di 10 euro per le prestazioni ambulatoriali.
Insomma, se questa non è un'operazione di vera e propria ipocrisia, non saprei come altro definirla, in quanto voi ancora una volta surrettiziamente utilizzate la leva fiscale, questo meccanismo perverso di accentramento delle risorse per discriminare i cittadini. Questa è la denuncia che voglio fare in sede di discussione sulle linee generali. Poi entreremo nel merito di altri aspetti di questo provvedimento, che purtroppo fornisce troppi spunti. Non vorremmo che fosse così, ma è così. Tuttavia, la denuncia rispetto al Pag. 46razzismo strisciante che anima i vostri provvedimenti deve essere fatta e grida vendetta (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Saglia, iscritto a parlare: s'intende che vi abbia rinunziato.
MARCO BOATO. Signora Presidente, signor rappresentante del Governo, signora relatrice, colleghi deputati, la discussione che stiamo svolgendo in queste ore vede un po' a parti rovesciate - come spesso succede in questa materia - confrontarsi maggioranza ed opposizione - oggi, maggioranza di centrosinistra ed opposizione di centrodestra -, come in passato - lo ripeto - a parti rovesciate succedeva con provvedimenti analoghi nella scorsa legislatura.
Pertanto, a parte il merito specifico delle singole norme di un provvedimento che reca proroga di termini (adesso, pudicamente, ed è opportuno che sia avvenuto, è stato cambiato il titolo, nel quale si fa riferimento non più soltanto alla proroga di termini previsti da disposizioni legislative, com'era originariamente, ma anche a disposizioni di delegazione legislativa; quindi, il titolo dice del processo di «arricchimento» che il disegno di legge ha subito nel corso dell'esame parlamentare), avendo purtroppo - o per fortuna, non so... - una esperienza parlamentare abbastanza lunga, ho riascoltato, in quest'aula, considerazioni che erano state proposte molte altre volte, in passato, ma a parti rovesciate.
Poiché il mio gruppo voterà, ovviamente, a favore del disegno di legge, non voglio che il voto favorevole e la solidarietà consapevole di maggioranza politica facciano velo ad una valutazione di carattere più generale che, ahimè, ho avuto occasione di proporre in quest'aula tante altre volte, da deputato di opposizione e, prima ancora, da deputato appartenente a maggioranze di centrosinistra: quando si arriva ad adottare pressoché periodicamente, per non dire sistematicamente, richiamando i presupposti costituzionali della straordinarietà e dell'urgenza, decreti-legge recanti proroga di termini previsti da disposizioni legislative - e lo fanno tanto i Governi di centrodestra quanto quelli di centrosinistra, in modo pressoché sistematico, annuale -, si segna obiettivamente, chiunque governi pro tempore, un momento di difficoltà, per non dire una sconfitta dello Stato, dell'amministrazione dello Stato, sotto il profilo di un corretto rapporto tra Stato e cittadini e di quella certezza del diritto che dovrebbe portare un cittadino o un'impresa a considerare che l'entrata in vigore di una legge comporta - se il cittadino, l'impresa o il soggetto sociale od economico è coinvolto - adempimenti, comportamenti, anche vantaggi se del caso, certi, in un senso o nell'altro: si può trattare di sacrifici da sopportare, di contributi da dare o anche di vantaggi, di agevolazioni da ricevere, ma certi.
Invece, il fatto che da anni, da decenni (quindi, la mia valutazione non riguarda questo Governo ma, complessivamente, l'amministrazione dello Stato, chiunque sia pro tempore al Governo e qualunque sia la maggioranza) si avverta l'esigenza, la necessità, la straordinaria necessità ed urgenza di arrivare in limine e, a volte, anche oltre il limite, alla proroga di disposizioni legislative o ad altri interventi analoghi - lo dico con la pacatezza di chi ha preannunciato un voto favorevole, ma non vuole abdicare alla propria lealtà intellettuale ed anche politica - comporta una sconfitta, un indebolimento della credibilità dello Stato, tanto più accentuati in quanto le proroghe in parola non originano soltanto dalla difficoltà di mantenere gli impegni assunti, con disposizioni legislative, da parte dello Stato (gli impegni da mantenere possono anche essere stati assunti da un Governo precedente).
Noi parlamentari, soprattutto i componenti della Commissione di merito competente per materia (l'ingrato compito di occuparsi, di volta in volta, di questa materia spetta alla Commissione affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni), lo sperimentiamo quotidianamente: Pag. 47spesso siamo sollecitati (stavo per dire «bombardati», ovviamente tra virgolette, ma ho preferito adoperare un linguaggio soft) a presentare l'una o l'altra proposta emendativa, magari anche comprensibilmente, sulla base di ragioni fondate, da gruppi di cittadini, da singoli cittadini, da imprese, da soggetti sociali ed economici, e via dicendo. Quindi, si crea una sorta di effetto distorto. L'aspettativa che ci possano essere questo tipo di proroghe di disposizioni legislative comporta, non soltanto una critica sotto il profilo della credibilità della certezza dello Stato di diritto, ma anche l'ammissione di un venir meno, almeno nei tempi certi, ai propri compiti da parte dello Stato, nonché l'attivazione da parte di molti cittadini, a volte con ragioni comprensibili - voglio fare un discorso tutt'altro che demagogico -, che, di fatto (uso un'espressione recentemente utilizzata dal Pontefice per altri motivi), svolgono un po' di azione «lobbistica» nei confronti di chi fa parte del Parlamento.
Tutto ciò, ovviamente, non aiuta sia il Parlamento ad una buona legiferazione, sia il Governo ad avere il massimo rigore, al proprio interno, nell'adempimento dei propri compiti legislativi o amministrativi, e non aiuta neppure tutti noi ad un rapporto trasparente, corretto e responsabile nei confronti della società civile, perché spesso è proprio da quella società civile - che tanto, a parole, viene invocata come assolutamente pura, rispetto ad un sistema politico un po' più impuro - provengono questo tipo di sollecitazioni.
Ho voluto - per chi ha avuto la bontà di seguire il mio intervento - fare un ragionamento che non si ascolta in genere dalla bocca di un deputato di maggioranza e che non ho ascoltato neanche dai deputati della maggioranza nella scorsa legislatura. Da loro, ascolto ed ho ascoltato, fino a questo momento, le critiche che anche noi dell'opposizione facevamo all'epoca. Quando, però, erano in maggioranza, questi colleghi si guardavano bene dal fare il tipo di riflessioni critiche e di responsabilità che sto cercando di fare, accompagnando l'intervento di chi pure voterà a favore della conversione legge di questo decreto-legge.
C'è un secondo ordine di considerazioni, già riecheggiato più volte in quest'aula, che voglio riprendere più brevemente e che riguarda un tema approfondito, alla fine della sua relazione, dall'ottima collega Sesa Amici, che è un po' la vittima sacrificale di questo provvedimento. Dopo aver dato conto, con molta puntualità, rigore e precisione, delle innovazioni introdotte al Senato, la relatrice ha espresso - magari con qualche disattenzione degli altri colleghi, ma, almeno, così resta negli atti parlamentari o in chi magari ci ascolta dall'esterno -, per l'ennesima volta, la preoccupazione per la disparità di trattamento tra l'attività legislativa ed emendativa che si svolge alla Camera dei deputati e quella che si svolge al Senato della Repubblica, in un sistema costituzionale di bicameralismo paritario e perfetto, ma assai differenziato in relazione alle norme regolamentari ed alle prassi interpretative, ragion per cui, quello che non è dichiarato ammissibile e possibile alla Camera dei deputati diventa successivamente o preventivamente, a seconda di quando inizi l'iter di un provvedimento, ammissibile e possibile nell'altro ramo del Parlamento, con una situazione di disparità, non solo di trattamento, ma anche di rappresentanza politica; tutto ciò, inoltre, come giustamente rilevava la collega Amici, con una situazione imbarazzante, perché quello che è uscito dalla porta solenne delle dichiarazioni di inammissibilità del Presidente di questa Camera è rientrato, forse, da un'alta porta, forse, dalla finestra, ma non meno solenne, delle dichiarazioni di ammissibilità del Presidente dell'altro ramo del Parlamento.
Questa è una situazione che anche io ritengo opportuno riproporre alla nostra attenzione, ma non per fare demagogia, perché sto usando un tono pacatissimo - tanto pacato da essere sovrastato dalla telefonata della collega... - anche se la pacatezza rende forse più forti queste osservazioni non gridate.Pag. 48
Molte preoccupazioni sotto questo profilo sono contenute - ma in parte erano già contenute, sia pure in riferimento a disposizioni diverse, in sede di prima lettura - nel parere che il Comitato per la legislazione ha consegnato alla I Commissione e che ora è all'attenzione dell'Assemblea. Il Comitato ha una successione delle presidenze, ha composizioni paritarie fra maggioranza ed opposizione, ma per fortuna e per responsabilità mantiene una sua «giurisprudenza» in questa materia che non si adatta opportunisticamente a seconda che vi sia l'una o l'altra maggioranza con responsabilità di Governo. Non richiamandone il testo per ragioni di brevità posso dire di condividere pressoché alla lettera - ho trovato un piccolo errore nel testo da noi ricevuto; l'ho segnalato al presidente Franco Russo, che credo lo abbia già fatto correggere (un riferimento sbagliato ad un articolo, ma quando si lavora di corsa può succedere anche questo) - questo parere. Si tratta di un parere critico e preoccupato, che abbiamo ascoltato anche nella parte conclusiva della relazione, sia pur positiva, della collega Amici, più volte giustamente citata.
La terza considerazione che vorrei fare riguarda il fatto che ovviamente, al di là delle obiezioni di carattere procedurale e di questa disparità di trattamento fra Camera e Senato nell'attività emendativa, nel testo pervenutoci dal Senato della Repubblica vi sono alcune norme che in sé, al di là delle obiezioni richiamate prima, sono proceduralmente discutibili - probabilmente per le modalità, la sede ed il testo con cui il tutto è avvenuto - ma per altri aspetti condivisibili nel merito. Alcune di queste norme erano state presentate da alcuni di noi anche alla Camera dei deputati ed erano state dichiarate inammissibili per l'Assemblea o addirittura approvate in Commissione in sede referente e poi sanzionate dall'inammissibilità nel testo già approvato dalla Commissione in sede referente e portato in Assemblea.
Fra le molte - la collega Amici le ha citato tutte in modo assolutamente obiettivo senza dare giudizi di merito, come è giusto che faccia una relatrice - ritengo vi siano alcune norme che hanno un particolare interesse. Mi riferisco all'articolo 6, comma 7-ter (non applicabilità nelle province autonome di Trento e di Bolzano della proroga delle concessioni idroelettriche), perché questo comma va a rettificare quello che era stato un vero e proprio colpo di mano verificatosi nella finanziaria per il 2006, la legge n. 266 del 2005, dove era stata introdotta la proroga di tutte le grandi concessioni idroelettriche nella provincia autonoma di Trento e di Bolzano. Era stata disposta con l'articolo 1, comma 485. Vedete come anche allora le centinaia di commi di un unico articolo erano già entrate nella prassi parlamentare, anche se debbo dire che l'ultima legge finanziaria ha superato tutti i record da questo punto di vista.
Io credo che sia stato utile, al di là delle questioni procedurali che ho citato prima, che questa norma sia stata disposta. Lo stesso vale per l'articolo 6, commi 8-novies e 8-decies, relativo alla protezione degli animali negli allevamenti. In questo caso, le norme, sia pure in una formulazione parzialmente diversa, erano già state approvate in sede referente dalla Commissione affari costituzionali e da me allora proposte e poi sanzionate dall'inammissibilità, non tanto come emendamenti, ma addirittura come testo consegnato all'aula dalla sede referente di Commissione. Questa inammissibilità, come ho già detto altre volte, non è stata altrettanto rigorosa al Senato e, nel merito, queste norme sono rientrate nel testo.
Segnalo ancora l'articolo 6, comma 8-undecies, recante la commercializzazione di farmaci omeopatici, sul quale al Senato si è impegnato il collega senatore Giampaolo Silvestri che ha affrontato la questione. Tale commercializzazione sarebbe stata compromessa - per chi produce e per chi utilizza tali farmaci - in assenza di una norma di questo tipo.
Credo che, al di là delle critiche così virulente che poco fa il collega Caparini ha mosso - ed è legittimo da parte sua farlo, non me ne scandalizzo -, abbia un aspetto Pag. 49positivo l'articolo 6-quater che riguarda le modifiche in materia di partecipazione al costo delle prestazioni sanitarie.
Lasciando stare molti altri argomenti - uno per uno sono stati citati dalla relatrice Amici -, vengo in conclusione ad un tema di particolare delicatezza. Infatti, all'articolo 1 del disegno di legge di conversione, come molte altre volte è successo in passato da parte di Governi precedenti e una volta anche da parte di questo Governo - se non sbaglio -, sono stati introdotti nuovi commi (mi riferisco ai commi 2 e 3 che riguardano disposizioni di delegazione legislativa).
Uno di questi riguarda questioni relative al Corpo nazionale dei Vigili del fuoco, rispetto al quale è stata disposta una proroga del termine per l'adozione di provvedimenti integrativi e correttivi del decreto legislativo recante il riassetto delle disposizioni relative a tale Corpo.
L'altro è il comma 3, dell'articolo 1 del disegno di legge di conversione del decreto-legge che riguarda la delega al Governo di adottare, entro il 31 luglio 2007, uno o più decreti legislativi finalizzati a garantire l'adattamento dell'ordinamento giuridico italiano ai principi e alle norme della Convenzione sui diritti dell'uomo e sulla biomedicina, siglata a Oviedo il 4 aprile 1997, nonché le disposizioni del Protocollo addizionale del 12 gennaio 1998. Ricordo che la Convenzione di Oviedo, ratificata fino ad oggi da venti Stati, è entrata in vigore a livello internazionale già il 1o dicembre delle 1999. È stata adottata in seno al Consiglio d'Europa e ha per oggetto i rapporti tra i diritti dell'uomo e la biomedicina. Il Protocollo addizionale, ratificato fino ad oggi da sedici Stati, è già entrato in vigore a livello internazionale il 1o marzo 2001. Esso reca invece il divieto di clonazione degli esseri umani.
È ovviamente discutibile, come ha sottolineato la collega Amici nonché il Comitato per la legislazione - e come io stesso dirò fra poco -, questo utilizzo del disegno di legge di conversione per provvedimenti di proroga o delegazione legislativa. Però, vorrei anche far rilevare ai colleghi del centrodestra, in particolare al collega Ronconi dell'UDC che ha parlato in modo molto stentoreo - infatti stiamo parlando di materie di grande importanza e delicatezza -, che la legge n. 145 del 28 marzo 2001, una delle ultime leggi del Governo Amato - se non ricordo male - della XIII legislatura, ha autorizzato la ratifica della Convenzione e del Protocollo addizionale, stabilendo che tali atti hanno esecuzione a decorrere dalla data della loro entrata in vigore. L'articolo 3 della stessa legge, inoltre, aveva delegato il Governo ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della stessa legge (la n. 145 del 28 marzo 2001), uno o più decreti legislativi recanti ulteriori disposizioni necessarie ad adeguare l'ordinamento italiano, sia alla Convenzione di Oviedo che al Protocollo aggiuntivo, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari. Il termine per l'esercizio di tale delega era poi stato differito (siamo nel periodo del Governo Berlusconi) al 31 luglio 2003 dall'articolo 49 della legge 16 gennaio 2003, n. 3. Ebbene, come fa notare il dossier del Servizio Studi, dal quale attingo queste informazioni (sempre preziose), allo stato la delega non è stata ancora esercitata.
Discutiamo e discuteremo (io per primo) in merito all'inopportunità che all'interno non solo di un decreto-legge (in tal caso dovrebbe essere assolutamente impossibile, mentre in passato qualche volta è avvenuto) ma anche del disegno di legge di conversione del decreto-legge, si inseriscano norme di questo tipo, nonostante la loro grande importanza come nel caso dell'ordinamento del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco e della Convenzione di Oviedo e del suo Protocollo aggiuntivo.
Mi associo quindi alle critiche espresse dalla relatrice Amici e dal Comitato per la legislazione, condivise da altri colleghi della maggioranza, oltre che da quelli dell'opposizione, in sede di Commissione affari costituzionali. Tuttavia, ai colleghi dell'opposizione che hanno molto alzato la voce su questo punto, censurando severamente questo modo di procedere (che censuro anch'io), vorrei ricordare tutti i precedenti della scorsa legislatura, limitandomi Pag. 50a quella: «Non sono stati pochi i casi di inserimento in sede di conversione all'interno di decreti-legge» - perfino di decreti-legge, aggiungo io - «o delle relative leggi di conversione di norme di proroga di termini, in qualche caso già scaduti, per l'attuazione di deleghe legislative. In alcuni casi il Parlamento» - personalmente vorrei aggiungere: «il Parlamento a maggioranza di centrodestra» - «ha altresì provveduto in sede di conversione di un decreto-legge a conferire formalmente nuove deleghe legislative al Governo». Vorrei citarne alcune: legge n. 290 del 2003, di conversione del decreto-legge n. 239 del 2003; legge n. 186 del 2004, di conversione del decreto-legge n. 136 del 2004; legge n. 109 del 2005, di conversione del decreto-legge n. 63 del 2005; legge n. 168 del 2005, di conversione del decreto-legge n. 115 del 2005; legge n. 51 del 2006, di conversione del decreto-legge n. 273 del 2005.
Ho citato una serie di casi analoghi - o in qualche caso addirittura più gravi, in quanto le deleghe sono state inserite nel decreto-legge e non solo nel disegno di legge di conversione -, tutti verificatisi nel corso della scorsa legislatura. Tuttavia, non ho sentito una sola volta i colleghi che hanno «strillato» (o, per meglio dire, che si sono lamentati) quest'oggi (magari nel merito giustamente) fare altrettanto quando si trovavano a sostenere la maggioranza di Governo, che tutte queste operazioni, sistematicamente, ha compiuto nel corso della scorsa legislatura.
Eppure, sono convinto che l'inserimento di tali norme, anche nel solo disegno di legge di conversione, non tenga fede all'articolo 15 della legge n. 400 del 1988, relativa alla Presidenza del Consiglio. Inoltre, sono convinto che abbia fatto bene in passato e che continui a far bene oggi il Comitato per la legislazione a ritenere inaccettabile tale metodologia, non solo nei decreti-legge (caso assai più grave), ma anche nello stesso disegno di legge di conversione.
Ragion per cui, nel ringraziare il rappresentante del Governo, che ha seguito la discussione con molta attenzione - anche se ha fatto alcune telefonate, che immagino siano dovute a consultazioni proprio sulle materie che stiamo trattando (almeno così era poco fa) -, intendo sottoporgli un'ipotesi.
Chiedo al sottosegretario D'Andrea, infatti, di verificare la possibilità - visto che, probabilmente, sarà impossibile emendare il decreto-legge in esame per rinviarlo ulteriormente al Senato, con il rischio che non venga convertito in legge nei termini costituzionali di sessanta giorni - che il Governo si predisponga ad accettare, in questo ramo del Parlamento, un ordine del giorno bipartisan, vale a dire trasversale. Tale documento di indirizzo impegnerebbe l'Esecutivo a non esercitare le deleghe che sono state «discutibilimente» inserite, dal Senato, nell'articolo 1 del disegno di legge di conversione del decreto-legge al nostro esame.
Sarebbe un atto di responsabilità del Parlamento proporre ciò attraverso un ordine del giorno, al di là delle distinzioni tra maggioranza ed opposizione. Sul piano procedurale, quindi, potremmo registrare un'ampia convergenza almeno su questo punto (anche se non sarà possibile su altri).
Costituirebbe, altresì, un atto di grande responsabilità del Governo - che so sta seguendo con attenzione questa mia riflessione ad alta voce - accettare tale ordine del giorno, impegnandosi a non esercitare quelle deleghe ed a seguire la via legislativa ordinaria per affrontare, eventualmente, le due materie cui ho testè fatto cenno.
La ringrazio, signor Presidente, dell'attenzione. Ringrazio anche il rappresentante del Governo e rinnovo i miei ringraziamenti ed i miei complimenti alla collega relatrice, onorevole Amici. Concludo quindi il mio intervento, che ho cercato di svolgere, pur evidenziando punti critici e magari polemici, con il massimo della serenità e della pacatezza (Applausi dei deputati dei gruppi Verdi e L'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole D'Agrò. Ne ha facoltà.
LUIGI D'AGRÒ. Signor Presidente, per fortuna l'onorevole Boato è intervenuto in maniera serena e pacata. Nonostante la sua dichiarazione di voto anticipata - ha infatti annunciato che il suo gruppo voterà comunque a favore del provvedimento in esame -, va rilevato che egli ha tuttavia cercato di «stemperare» quella dichiarazione, laddove si considerino tutte le problematiche e le perplessità che ha sottoposto all'attenzione dell'Assemblea. Ciò anche se queste ultime sono state sicuramente «condite» da una capacità di evidenziare fatti storici, vista la sua lunga permanenza in quest'aula. Egli ha evidenziato, inoltre, che non avremmo sostenuto le posizioni espresse oggi se fossimo stati maggioranza, e viceversa. Ebbene, avendo ascoltato il suo intervento, svolto in maniera calma, tranquilla e serena, ho pensato gli fosse venuto qualche dubbio circa la valutazione positiva che aveva precedentemente espresso sul provvedimento.
Detto questo, inizierei la mia riflessione partendo dalla questione della certezza del diritto. In questo caso, infatti, mi è sembrato che sia la relatrice, sia l'onorevole Boato abbiano in qualche modo centrato il problema che, sul piano politico, è posto dal decreto-legge alla nostra attenzione. Molto pomposamente, infatti, il provvedimento in esame era stato declassato da «mille proroghe» a «cento proroghe», ed entrambe le parti dell'Assemblea avevano ritenuto di particolare interesse tale circostanza.
Avevamo infatti capito - e lo abbiamo capito tutti: è inutile «rilanciarci la palla» ogni volta! - che proseguire con questa azione di differimento dei termini mette i cittadini nella condizione di «farsi giustizia» in altri campi! Il diritto, infatti, si modifica e si «stiracchia»; manca la certezza dei termini, ed è inutile che il Parlamento continui a prorogarli perché, alla fine, autorizza la comunità, che vorremmo in qualche modo governare con le norme, a «spostarsi più in là» ed a vedere la furbizia fatta sistema!
C'è un dato più pregnante che, credo, sia stato rilevato con particolare attenzione dai colleghi. Mi riferisco alla capacità, dimostrata dal Presidente della Camera, di «asciugare» il provvedimento attraverso la dichiarazione d'inammissibilità di molte delle proposte emendative presentate sia dalla maggioranza sia dall'opposizione. Già in quell'occasione, avevamo fatto presente alla Presidenza della Camera ed al presidente della I Commissione, che per primo aveva individuato il pericolo, la possibilità che l'altra Camera provvedesse in maniera difforme; infatti, se analizziamo gli emendamenti più importanti esaminati dal Senato, ci rendiamo conto che si tratta di emendamenti dichiarati inammissibili dalla Presidenza della Camera.
Tra l'altro, vorrei ricordare alla relatrice ed all'onorevole Boato che la Presidenza della Camera sarebbe dovuta intervenire presso il Senato al fine di tentare un'armonizzazione che, se vi è stata, è andata ad esclusivo vantaggio della maggioranza; infatti, tutti gli emendamenti presentati dall'opposizione e dichiarati inammissibili non hanno avuto «audizione» al Senato, mentre gli emendamenti inammissibili presentati in quest'aula dal Governo e da esponenti della maggioranza hanno ricevuto tutt'altro trattamento. Non occorre che li elenchi, ma ne citerò alcuni: il comma 1 dell'articolo 1 era inammissibile ed era stato presentato dal Governo; il comma successivo 6-bis era stato presentato dall'onorevole Piazza; il 6-quater e il 4-bis dal Governo; il 4-ter da Lusetti; il 6-bis dell'articolo 5 dagli onorevoli Piazza e Franceschini. Tra l'altro, la Commissione aveva presentato - il fatto andrebbe puntualizzato pesantemente perché ha una valenza politica d'altra natura - il comma 7-ter che, dichiarato inammissibile, è stato invece ammesso all'esame del Senato. Vorrei anche ricordare l'8-septies, l'8-octies ed altri ancora, sempre presentati dal Governo: quindi, sotto questo aspetto, vi è stato un «doppiopesismo».
Questa Assemblea dovrebbe raccordarsi con le esigenze della società, evidenziandole nella maniera più giusta; non solo la maggioranza, ma anche l'opposizione dovrebbero contribuire a far sì che un provvedimento legislativo possa ricalcare le Pag. 52necessità del paese reale. Nel nostro caso, però, solamente gli emendamenti presentati dal Governo e dalla maggioranza hanno effettivamente trovato tutela. Se la relatrice, che è molto cortese, me lo permette, vorrei ricordarle, in particolare, l'emendamento della Commissione che è stato approvato; mi riferisco, al comma 7-ter dell'articolo 6.
Non vorrei che si trattasse di un problema di carattere strettamente politico. L'ho notato anche oggi, in Commissione attività produttive della Camera, dove, quando si tratta di presentare una proposta emendativa da parte delle forze autonomistiche, che sono rilevanti per il loro peso numerico al Senato, si trova una convergenza ed un'ampia disponibilità a sostenere le loro tesi.
Nel caso di specie, la disposizione introdotta al Senato in materia di concessioni per le centrali idroelettriche delle province di Trento e Bolzano non mi pare sia legata ad un problema riconducibile all'autonomia delle suddette province.
Quanti dibattiti abbiamo svolto per cercare di eliminare le contraddizioni presenti all'interno del Titolo V della Costituzione, come modificato, al fine di riportare la politica energetica del paese ad una condizione di uniformità? Sappiamo perfettamente che un'operazione di questo genere, in qualche modo, «svicola» da un atteggiamento riscontrabile nella Commissione di merito e che, quindi, va a rompere un equilibrio che le parti, maggioranza e opposizione, hanno trovato in tale sede e che perseguono con l'obiettivo del bene comune in questo settore.
Non vorrei che questo provvedimento, che peserà sulle bollette degli utenti, in qualche modo sia legato esclusivamente alla necessità di una captatio benevolentiae nei confronti delle ragioni degli autonomisti, i quali, anche in questo caso, portano a casa non tanto un quadro di riferimento normativo di tutela dell'insieme, quanto un'operazione di mero bagarinaggio politico.
Mi permetta ancora la relatrice di osservare che, se è vero, come ha detto l'onorevole Boato, che da parte nostra alcune azioni sono state ripetute nella precedente legislatura, non possiamo continuare a giustificare gli errori solo perché sono stati commessi dal precedente Governo. Credo che, se c'è una cosa che un Parlamento ed un Governo devono fare, è assumersi la responsabilità per ciò che accade in un certo momento, in un certo luogo e in una certa ora. Non è che continuando a raccontarci cosa è successo nella tornata precedente, dobbiamo giustificare moralmente le cose poco chiare che facciamo oggi. Effettivamente, per quanto concerne la possibilità di inserire in un decreto-legge una norma di delega, mi è apparso che, nella precedente tornata legislativa, il Quirinale si sia più volte «alzato», facendoci tornare indietro in una situazione di questo genere.
Vi è un altro aspetto che credo vada sottolineato e riguarda il principio dei termini: mai tramite un decreto-legge si potevano rinnovare termini sia pure scaduti il giorno prima o lo stesso giorno. In questo caso, si procede a siffatta misura. Allora, mi domando: perché continuiamo a cercare ed a trovare giustificazioni per situazioni che riteniamo irrituali e che vorremmo non ripetere per il bene della comunità o, comunque, per un rapporto corretto che dovrebbe esserci fra maggioranza ed opposizione?
Ecco, mi bastava dire questo, senza entrare nel merito dei singoli emendamenti, perché, alla fine, sono stati oggetto di trattazione nella Commissione di merito, essendo poi stati dichiarati inammissibili da parte della Presidenza.
Ho voluto svolgere queste considerazioni solo per introdurre una considerazione finale. Non so se siamo riusciti, con il testo licenziato dal Senato, che credo non sarà modificato dalla Camera, ad improntarci effettivamente allo spirito con il quale il provvedimento era partito da quest'aula circa una ventina di giorni fa. Credo di no; si è creata effettivamente una rottura con un sistema che mi pareva ancorarsi verso una nuova stagione. Ciò rispetto ad un provvedimento che abbiamo visto perpetuarsi in quest'aula sistematicamente ogni anno e che pensavamo potesse Pag. 53essere cambiato nella struttura, nella cultura e nella modalità di insieme. Ritengo che quanto è avvenuto al Senato sia peggiorativo rispetto a quanto la Camera aveva portato a compimento solo 20 giorni fa (Applausi dei deputati del gruppo UDC (Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro)).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Reina. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE MARIA REINA. Signor Presidente, ormai siamo quasi giunti alle ultime battute di questo lungo dibattito, che per la verità va a chiudersi in modo svogliato, stanco, con un Parlamento quasi del tutto assente rispetto alla tematica che stiamo affrontando. Eppure, a ben vedere, quella sul tappeto è la tematica delle tematiche, è in altre parole l'elemento fondante che dovrebbe farci riflettere sulla nostra funzione di parlamentari. Cos'è un Parlamento, che non parlamenta e che decide scientemente di rinviare al Governo i compiti che gli appartengono, per i quali è stato eletto dal popolo e per i quali dovrebbe battersi, per le cui prerogative dovrebbe lottare, nell'interesse della nostra democrazia?
Abbiamo denunciato questa condizione, onorevoli colleghi, anche in occasione dell'approvazione della legge finanziaria, quando nel corso del dibattito conclusivo qualcuno ha iniziato ad aleggiare, sino ad arrivare ad alcune dichiarazioni fatte dallo stesso Capo dello Stato, l'idea che la procedura di approvazione della legge finanziaria fosse di per sé farraginosa, complicata e che, quindi, bisognasse semplificarla.
Da sempre ho un vivo timore nei confronti di chi, in uno Stato di democrazia, utilizza il termine della semplificazione delle procedure. Quando in una democrazia si è inclini ad arrivare a ciò, vuol dire che il sistema si sta involvendo, che siamo in una fase di decadenza culturale e politica. Il tema di questo provvedimento è, in fondo, esattamente questo, prima ancora del suo contenuto, delle molte questioni che pone, che pure sono rilevanti, in qualche circostanza anche fin troppo. Prima ancora di ciò, vi è infatti questo elemento, che provoca un depauperamento della funzione del Parlamento, un vulnus della dignità dei parlamentari e che, alla fine, è espressione dell'arroganza del potere del Governo, che in uno Stato di democrazia si trova ad essere pericolosamente esposto.
Onorevoli colleghi, noi del Movimento per l'autonomia possiamo ben dire a voce alta, senza bisogno di essere troppo stentorei, come qualche collega ripeteva poc'anzi riguardo ad altri interventi che si sono succeduti, che, non avendo praticamente alcuna esperienza di Governo alle spalle, possiamo guardare a questa questione in maniera molto più serena.
Cosa significa affermare che, in precedenza, decreti-legge come questo sono stati convertiti in legge da parte di coloro che oggi, dai banchi dell'opposizione, sollevano obiezioni nei confronti del provvedimento che abbiamo di fronte? Cosa significa affermare che, siccome nel passato così era, così dovrebbe essere anche ora e, probabilmente, in futuro? Mi chiedo, allora: per quale motivo le elezioni si svolgono? Il precedente Governo in che cosa peccava, quanto alle questioni di fondo e rispetto ai grandi temi che sottendono alla nostra democrazia e al suo sviluppo, se alla fine qui tutto si identifica, tutto diventa uguale e se i due schieramenti si assomigliano in maniera incredibile? In che cosa dovrebbe credere la gente? Che cosa significa essere di centro destra o di centrosinistra se nei dibattiti ci si insegue, sostenendo che qualcosa che già è stata fatta in precedenza da una parte, può essere ripetuta dall'altra parte? Nessuno si rende conto del fatto che, in tal modo, giorno dopo giorno diamo picconate terribili non soltanto al sistema della democrazia, ma anche alla nostra credibilità come soggetti politici e alla fiducia complessiva della gente nei confronti delle istituzioni. Lo affermo senza riserve.
Mentre tutto ciò avviene, i veri temi che interessano la gente comune sono purtroppo posti in secondo piano, passano ad un altro livello della nostra attenzione, del Pag. 54nostro intervento, del dibattito parlamentare. Prima, infatti, debbono assumere preminenza quei fatti che consentano al Governo di lavoricchiare quanto più è possibile, al di fuori dell'abbraccio di una maggioranza, che al Senato o, in generale, nel Parlamento, può esserci o meno.
Siamo di fronte ad una esperienza, che in altri tempi avrebbe potuto essere definita teatrale, se non fosse purtroppo così negativa per il nostro paese, per gli italiani e, soprattutto, per la parte di italiani, che più dell'altra soffre per la condizione nella quale si trova: mi riferisco al meridione d'Italia, alle isole e, in particolare, alla mia Sicilia. Queste condizioni complessive ci preoccupano perché evidenziano come il nostro paese (altro che prima e seconda Repubblica!) non sia uscito da una terribile crisi involutiva e questo non permette ad esso di stare al cospetto delle altre nazioni con la stessa dignità e la stessa forza.
Allora, dobbiamo avere il coraggio di ritornare indietro. Non c'è alcuna giustificazione, non ci può essere alcun altro interesse per giustificare la mancata difesa delle prerogative costituzionali e delle funzioni del Parlamento. Nessuna buona ragione può giustificarla. Sarebbe come accettare il principio - che in altri tempi si faceva passare come corretto - secondo il quale, nel corso dei conflitti e delle grandi guerre, in fondo la morte di qualcuno poteva essere utile alla pace e al beneficio di molti, senza tenere conto del fatto che la morte, di chiunque sia, comunque è un danno e un peccato capitale per l'umanità. Questo è il punto. Fin dove dobbiamo arrivare?
Quante deleghe dobbiamo dare a questo Governo affinché agisca nella pienezza di un potere ormai quasi assoluto? Vi è stata una finanziaria, che ormai non è più neppure un provvedimento omnibus, che ha rapinato totalmente il Parlamento della possibilità di attenzionare, di parlamentare e di decidere di approvare leggi su questioni fondamentali. Ora, adottate un decreto-legge di proroghe di termini, che nasconde larvatamente anche interventi massicci di modifica dell'impianto della finanziaria. A cosa ancora dobbiamo ancora assistere?
Probabilmente tra le norme nascoste tra le pieghe del provvedimento vi sono anche quelle che consentono certi comportamenti a soggetti come l'ENI, che è responsabile di fronte al Parlamento e al Governo, visto che con una nota l'altro giorno lo stesso ministro dell'economia e delle finanze ha negato la possibilità di essere in qualche modo interessato. Mi riferisco alla vicenda di Gela e al petrolchimico, dove per la trasformazione dei prodotti il sistema di energia elettrica viene alimentato attraverso un pericoloso e tossico rifiuto come il petcoke, che non trova utilizzo alcuno in nessun'altra parte d'Italia e probabilmente del mondo.
Per questa vicenda, il leader del Movimento per l'autonomia, da domenica 18 febbraio sta praticando uno sciopero della fame, nel silenzio dei grandi media e del circuito informativo più diffuso, che è collegato anche con questi grandi poteri.
Dopo una grande azione popolare svolta a Gela, assistiamo persino all'atteggiamento retorico e pericoloso dell'ENI, che minaccia che se non si fa così e in Sicilia non si prendono questa «minestra», si chiude. Contrabbandiamo in sostanza il pericolo di morte e di malformazioni tumorali e il degrado ambientale con la possibilità di lavoro! Quando uno affoga, non gli si dà neppure la mano per riuscire a risalire in superficie: deve accettare di stare ai bordi della nave, riuscendo in qualche modo a galleggiare, se ce la fa. Se non ce la fa più, crolla!
In questo mondo e in questo paese affrontiamo problemi come quelli che, in parte, sono stati posti questa sera, relativi alle proroghe di termini e alla funzione del Parlamento. Nella delega al Governo, quindi anche sul tema della funzione del Governo, c'è un atteggiamento del Parlamento ormai assolutamente prono rispetto al Governo, anche questo figlio di logiche e di scelte scellerate, come quella del sistema elettorale, che di fatto ha determinato una condizione per la quale i partiti sono ridotti a simulacri di ciò che Pag. 55un tempo furono: il fondamento e il tempio della nostra democrazia. Anche il tema della mancanza della preferenza è connesso a questo.
Carissimo Presidente, può sembrare che io vada un po' fuori tema rispetto all'argomento all'ordine del giorno, ma si pongono queste ed altre questioni non solo alla nostra attenzione, ma anche alla nostra libera coscienza, semmai ancora la possediamo, dentro e fuori quest'aula. È ad essa che mi rivolgo. Mi rivolgo a quei parlamentari, pochissimi, che sono qui dentro, ma anche a quelli che stanno fuori e che si trovano rintanati chissà dove o che, forse, molto più semplicemente, seguono questi lavori dal circuito televisivo interno, piuttosto che dall'aula. A loro mi rivolgo: state attenti!
Giorno dopo giorno, noi stiamo semplicemente «anchilosando» il sistema democratico, di cui dobbiamo invece essere i difensori strenui, e non solo per noi stessi (perché noi siamo poco o niente), ma per ciò che rappresentiamo, per quel popolo sovrano di cui spesso ci riempiamo la bocca quando, nei vari luoghi e nelle varie circostanze, ci ergiamo a suoi difensori, delle sue prerogative, dei suoi bisogni, delle sue aspettative.
Allora, signor Presidente, carissimi colleghi, se continuiamo ad accettare questo stato di cose, se perpetuiamo questa condizione, noi non abbiamo bisogno di immaginare che il Governo la tirerà più o meno lunga per due, tre, quattro, cinque anni, poco importa, perché saremo già morti, siamo già morti adesso! Non è necessario attendere mesi o anni, per fare l'analisi di ciò che oggi è diventato, di ciò che oggi è ormai risultato questo Parlamento.
Vedete, mi sovviene di dirvi anche un'altra cosa, che molti di voi ignorano, anche se è vero che ci sono state interpellanze e interrogazioni - e non vorrei essere equivocato - a proposito dei nostri tecnici che sono stati rapiti Nigeria.
Vedete, in Nigeria succede una cosa molto semplice: succede che mentre le grandi compagnie petrolifere in quel paese sfruttano il territorio, distruggendone e degradandone l'ambiente, perché prive di tutti quei grandi vincoli cui sono sottoposte nel resto del mondo, nelle cosiddette nazioni civili come la nostra, in quel paese si sequestrano persone. Perché? Ce lo siamo chiesti?
Gli autori dei sequestri non chiedono denaro, non vogliono denaro, vogliono il rispetto degli impegni assunti da queste compagnie petrolifere e dal Governo, il quale ultimo invece coadiuva il cammino delle medesime compagnie petrolifere in questa loro forsennata conduzione dell'azione.
Essi chiedono soltanto di avere strade, scuole, ospedali, recupero dell'ambiente, restituzione ai nigeriani di un ruolo importante nello sviluppo del loro paese.
Tra queste compagnie c'è l'ENI. Ma come, noi non siamo forse una democrazia evoluta? Non siamo forse un paese nel quale si è pagato lo scotto della democrazia attraverso una terribile guerra di liberazione? Dove sono finiti coloro che dicevano che la guerra di liberazione sarebbe continuata negli anni? Dove sono coloro che oggi stanno al Governo e che nel passato si sono riempiti la bocca di queste cose? Perché non consentono la liberazione del capo del MEND, per esempio, che sta in carcere senza beneficiare di assistenza da parte degli avvocati, senza avere il riconoscimento da parte della stampa, se non da parte di qualche giornalista che a rischio della propria vita fa questo? Vedete, in questo modo, paradossalmente, emblematicamente, la Nigeria del sud assomiglia al Meridione d'Italia. Vi sembrerà strano, eccessivo, questo paragone che vi faccio, ma purtroppo è vero. Nel nostro Meridione si viene, si rapina, si distrugge e si degrada l'ambiente, si costringe la gente a scegliere tra la morte e il lavoro, e poi ci si allontana dicendo che, se vogliamo, la condizione è questa, oppure non se ne fa niente.
Stiamo parlando di una società che nel 2000 aveva guadagnato 14 mila miliardi di vecchie lire e che nel 2002 diceva che non poteva andare avanti a Gela, perché altrimenti avrebbe avuto problemi di dissesto economico. Chiedo agli amici Verdi, alcuni Pag. 56dei quali sono rimasti in quest'aula, lo chiedo a loro: su quali temi volete condurre le vostre battaglie, se non ripartiamo da queste cose, se non ripartiamo da Priolo, se non ripartiamo da Gela, se non ripartiamo da Milazzo, dai luoghi dove si muore per poter avere il lavoro?! Dai luoghi dove ogni giorno il diritto è calpestato e la democrazia non esiste. Come pensate che il resto d'Italia possa andare avanti?
Come immaginate di poter tornare nelle vostre case, nelle vostre terre, dove ben altre sono le condizioni di tranquillità, di lavoro e di sviluppo, sapendo che dietro c'è tutto questo?
Colleghi, questa realtà ci appartiene. Appartiene non solo ai deputati del sud, non solo a noi meridionali, ma a tutti gli italiani ed al Parlamento, fin quando non saremo in grado di dare una risposta a tali questioni, non saremo in grado di esercitare veramente il nostro ruolo e di mettere l'Italia nella condizione di competere seriamente con le altre nazioni.
Ecco perché questo provvedimento è emblematico: esso rappresenta la misera condizione, il ghetto, nel quale rischiamo di essere culturalmente e politicamente ricondotti. Nessuna ragione di buon governo, nessuna ragione di mirato obiettivo può essere scambiata con il diritto-dovere di noi parlamentari di esercitare fino in fondo la nostra funzione. Questo ce lo hanno insegnato quei padri costituenti a cui ogni tanto, dall'una e dall'altra parte del Parlamento, qualcuno con aulici discorsi cerca di richiamarsi. Questo è il significato profondo dell'insegnamento che ci hanno lasciato, l'eredità più grande che ci è stata trasmessa. La stiamo disperdendo e distruggendo ogni giorno, rinunciando ad essere, prima di tutto, noi stessi, ciò che dobbiamo essere per il nostro popolo, per la nostra Italia.
Mi auguro che venga prestata attenzione (cosa che i mass media non hanno fatto) alla battaglia che stiamo conducendo per Gela e alla generosità di Raffaele Lombardo, che sta rinunciando seriamente, e non per facciata, ad assumere cibo. Non si tratta di uno sciopero della fame quali quelli qualche volta annunciati e, poi, condotti chissà come: è uno sciopero vero, reale!
Nei prossimi giorni incontreremo i Presidenti della Camera dei deputati e del Senato; incontreremo anche ministri del Governo per far comprendere loro che è giunto il momento di invertire la rotta. Questa rotta va cambiata a trecentosessanta gradi! Ciò non riguarda certamente la mia Sicilia, la mia terra, ma riguarda tutto il Meridione, la Calabria, la Campania, la Puglia, la Basilicata: tutte quelle regioni che si trovano realmente escluse da quella cintura di sanità che ha invece ritenuto di ricomprendere alcune regioni importanti, anche con questa legge finanziaria. Ciò nel presupposto antico - carissimi amici della sinistra, lo sottolineo: antico - di stampo democristiano che il Paese si possa salvare soltanto garantendo una parte di questo Paese, e mettendo alle strette il resto d'Italia. Se ci sono regioni o forze o aree territoriali che nel sud ce la fanno, bene; altrimenti, restano fuori. L'ENI docet: se volete un lavoro, dovete accettare di rischiare anche la vita. Questa stessa logica, quella che per anni avete combattuto, oggi l'avete sposata e ne siete interpreti! Questa è la vera vergogna del Paese e di questo Stato! Questa è la vera condizione di debolezza della nostra democrazia.
Ma sappiate che una nuova coscienza serpeggia nel sud del nostro Paese, la consapevolezza da parte di tanti giovani, di tantissimi giovani, di dovere riscattare la propria storia e la propria terra, di doversi ergere a difensori dei diritti, delle aspettative e contro tutte le nefandezze che sono state perpetrate e compiute contro questo popolo, non per inseguire sogni di scissione.
Noi abbiamo pagato il prezzo più elevato per l'unità del Paese: andate nei sacrari, andate a leggere i cognomi dei caduti, vedete quanti sono i siciliani che sono ricordati, i campani, i calabresi. Quelle battaglie le abbiamo combattute con il nostro sangue, e se abbiamo voluto partecipare alla costruzione di questo Stato unitario, ci crediamo noi per primi, Pag. 57ma non vogliamo che altri lo rapinino anche in nostro danno e in barba alle nostre speranze.
Invertiamo questa rotta! Il Parlamento dia un segnale al Governo e lo dia forte. Non ci sono deleghe che il Governo può esercitare: è assurdo che, da un lato, approviamo il decreto-legge al nostro esame e, dall'altro, presentiamo un ordine del giorno con il quale diciamo al Governo di stare attento però perché su alcune questioni di fondo esso dovrà comunque, in ogni caso, trovare il modo di confrontarsi con il Parlamento. Ma di che cosa andiamo «cianciando»? Di che cosa ci occupiamo? Di che cosa stiamo discutendo? Vi rendete conto che anche la proposizione culturale di questo è un modello di arretratezza politica?
Abbiamo deciso di abbandonare le armi, di non essere più deputati; e allora noi non abbiamo l'interesse di inseguire il Governo per creargli condizioni di crisi, perché sappiamo poi che comunque il prezzo più alto finiremo per pagarlo sempre noi... Noi vogliamo un Governo che governi, un Governo che eserciti il suo ruolo, che lo eserciti pienamente, ma che lo faccia rispettando l'Italia, tutta l'Italia, da nord a sud, non basandosi sulla surrettizia divisione tra centrosinistra e centrodestra, che ormai è propria solo dei dibattiti nel chiuso di quest'aula - cui la gente non crede più -, ma nella convinzione invece, nella consapevolezza, nella constatazione che il Paese, ancor più di prima e di sempre, dalla sua unità è diviso in centro-nord e in centro-sud.
Lavoriamo per recuperare questo gap, questa divisione, e per farlo dobbiamo rafforzare la centralità del Parlamento, il ruolo del Parlamento stesso. Dopo, soltanto dopo, avremo la possibilità di lavorare, affinché questo Paese possa realmente andare avanti nel migliore dei modi.
Io credo di dover concludere qui, signor Presidente. Ringrazio lei e tutti coloro che sono qui dentro, per avere ascoltato le mie parole, che non volevano essere stentoree, ma volevano soltanto essere un grido: perché no? Ogni tanto il grido serve, come anche serve la voce alta, perché significa che c'è qualcosa che ci fa male e noi vogliamo eliminare questo qualcosa che ci fa male!
Mi auguro che si possa intraprendere una nuova strada, ma, per le ragioni che ho richiamato, noi saremo fermamente contrari alla conversione in legge del decreto-legge al nostro esame (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Movimento per l'Autonomia e Lega Nord Padania).

References: articolo 3
 articolo 4
 articolo 3
e contrario
in dubio
e contrario