Source: http://www.slideshare.net/AlbertoFatticcioni/diritto-allambiente-eternit
Timestamp: 2015-11-26 08:47:51+00:00

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www.dirittoambiente.net	Si	aprono	dopo	questa	pronuncia	nuovi	ed	imprevedibili	(e	fino	ad	oggi	impensabili)	in	tanti	altri	casi	di	disastri	ambientali	in	atto	Eternit.	Si	è	chiuso	a	Torino	con	una	sentenza	esemplare	e	“rivoluzionaria”	il	più	grande	processo	per	inquinamento	ambientale	mai	celebrato	in	Europa:	il	dolo	diretto,	oltre	il	dolo	eventuale!	A	cura	del	Dott.	Maurizio	Santoloci	Si	è	chiuso	a	Torino,	con	una	sentenza	esemplare,	che	ha	condannato	i	due	imputati	a	16	anni	di	reclusione	ciascuno,	il	primo	grado	del	processo	Eternit,	il	più	grande	processo	per	inquinamento	mai	celebrato	in	Europa	e	che	ha	visto	la	costituzione	di	circa	3000	parti	civili,	tra	cui	diverse	Associazioni	ambientaliste	(una	delle	quali,	il	WWF	Italia,	rappresentata	dall’Avv.	Valentina	Stefutti,	coordinatore	giuridico	di	“Diritto	all’ambiente”).	In	particolare,	gli	imputati	sono	stati	riconosciuti	colpevoli	e	quindi	condannati	per	il	disastro	negli	stabilimenti	di	Casale	Monferrato	e	Cavagnolo,	mentre	i	giudici	di	Torino	hanno	dichiarato	di	non	doversi	procedere	per	quelli	di	Rubiera,	in	Emilia	Romagna,	e	Bagnoli,	in	Campania,	perché	i	reati	sono	stati	dichiarati	estinti	per	prescrizione.	A	sostegno	delle	parti	civili,	che	rappresentano,	come	è	stato	efficacemente	scritto,	una	vera	e	propria	multinazionale	delle	vittime	della	fibra	killer,	anche	un	collegio	internazionale	di	avvocati.	Svizzera,	Francia	e	Belgio,	Brasile,	Russia,	Canada	e	Stati	Uniti	hanno	guardato	al	processo	italiano	come	ad	un	modello,	in	base	al	quale	orientare	le	proprie	scelte	difensive	nei	processi	che	si	terranno	in	futuro	in	quei	Paesi.	Si	può	infatti	ben	dire	che	la	condanna	del	miliardario	svizzero	Stephan	Schmidheiny	e	del	barone	belga	Jean	Louis	Marie	Ghislain	De	Cartier	De	Marchienne	-­‐	in	qualità	di	effettivi	responsabili	della	gestione	della	società	Eternit	SpA	esercente	stabilimenti	di	lavorazione	dell’amianto	siti	in	Cavagnolo,	Casale	Monferrato,	Bagnoli,	Rubiera,	nonché	il	primo	nella	qualità	di	effettivo	responsabile	della	gestione	delle	società	Industria	Eternit	Casale	Monferrato	SpA,	Industria	Napoli	Spa,	Icar	SpA,	Industria	eternit	Reggio	Emilia	SpA,	esercenti	gli	stabilimenti	di	lavorazione	dell’amianto	siti	in	Cavagnolo,	Casale	Monferrato,	Bagnoli,	Rubiera	-­‐	per	«omissione	delle	misure	di	sicurezza	sul	posto	di	lavoro»	e	per	«disastro	doloso»,	rappresenti	una	sentenza	storica,	in	cui	l’elemento	qualificante,	e	anzi	fondante	di	questo	processo	è	stata	la	decisione,	molto	valida	strategicamente,	della	Procura,	di	contestare	non	le	lesioni	o	l’omicidio	ma	il	disastro	doloso.	© Copyright riservato www.dirittoambiente.com - Consentita la riproduzione integrale in fotocopia e libera circolazione senza fine di lucro con logo e fonte inalterata Eʼ vietato il plagio e la copiatura integrale o parziale di testi e disegni a firma degli autori - a qualunque fine - senza citare la fonte - La pirateria editoriale è reato (legge 18/08/2000 n° 248)	2.
www.dirittoambiente.net	E’	stata	la	prima	volta	che	si	è	deciso	di	percorrere	questa	strada,	ma	già	altre	Procure	hanno	seguito	l’esempio.	Si	veda	ad	esempio	quella	di	Taranto	col	processo	ILVA,	dove	nei	prossimi	dovrebbe	tenersi	l’incidente	probatorio.	La	sentenza	si	pone	come	una	pietra	miliare	nel	contrasto	ai	crimini	ambientali	proprio	perché	è	stato	riconosciuto	il	disastro	doloso	e	non	solo	colposo,	e	la	sussistenza	addirittura	del	dolo	diretto	in	capo	ai	responsabili.	Attenzione:	questo	è	il	punto	veramente	“rivoluzionario”	della	sentenza	che	va	oltre	il	confine	del	dolo	eventuale,	che	fino	ad	oggi	è	stato	(con	difficoltà)	l’ultimo	livello	di	elemento	soggettivo	ipotizzabile	nei	reati	ambientali	ed	a	danno	della	salute	pubblica.	Si	aprono	a	questo	punto	scenari	nuovi	ed	imprevedibili	(e	fino	ad	oggi	impensabili)	in	tanti	altri	casi	di	disastri	ambientali.	Venendo	al	merito	delle	imputazioni,	oggetto	di	contestazione,	ricordiamo	ai	nostri	lettori	il	capo	di	imputazione:	a)	art.	437,	commi	1	e	2	c.p.	per	avere	omesso	di	collocare	impianti,	apparecchi	e	segnali	destinati	a	prevenire	malattie-­‐infortunio	e,	in	particolare,	patologie	da	amianto	(carcinomi	polmonari,	mesoteliomi	pleurici	e	peritoneali,	asbestosi	o	patologie	asbesto-­‐correlate	non	di	natura	tumorale	presso	gli	stabilimenti	di	Cavagnolo,	Casale	Monferrato,	Bagnoli,	Rubiera,	e,	in	particolare,	per	avere	omesso	di	adottare:	1. idonei	impianti	di	aspirazione	localizzata;	2. idonei	sistemi	di	ventilazione	dei	locali;	3. sistemi	di	lavorazione	dell’amianto	a	ciclo	chiuso,	volti	ad	evitare	la	manipolazione	manuale,	lo	sviluppo	e	la	diffusione	dell’amianto;	4. idonei	apparecchi	personali	di	protezione;	5. organizzati	sistemi	di	pulizia	degli	indumenti	di	lavoro	all’interno	degli	stabilimenti;	con	l’aggravante	che	dal	fatto	derivavano	più	casi	di	malattia	infortunio	in	danno	di	lavoratori	addetti	presso	i	suddetti	stabilimenti	ad	operazioni	comportanti	l’esposizione	incontrollata	e	continuativa	ad	amianto	e	deceduti	o	ammalatisi	per	patologie	riconducibili	all’amianto.	Fatti	commessi	in	Cavagnolo,	Casale	Monferrato,	Bagnoli	e	Rubiera	dall’aprile	1952	al	24	febbraio	2008.	b)	art.	434	c.p.,	per	avere	commesso	fatti	diretti	a	cagionare	un	disastro	e	dai	quali	era	derivato	un	pericolo	per	la	pubblica	incolumità,	ed	in	particolare	per	avere:	nei	predetti	stabilimenti	omesso	di	adottare	i	provvedimenti	tecnici,	organizzativi,	procedurali,	igienici	necessari	per	contenere	l’esposizione	all’amianto	(impianti	di	aspirazione	localizzata,	adeguata	ventilazione	dei	locali,	utilizzo	di	sistemi	a	ciclo	chiuso,	limitazione	dei	tempi	di	esposizione,	procedure	di	lavoro	atte	a	evitare	la	manipolazione	manuale,	lo	sviluppo	e	la	diffusione	delle	sostanze	predette,	sistemi	di	pulizia	degli	indumenti	di	lavoro	in	ambito	aziendale)	di	curare	la	fornitura	e	l’effettivo	impiego	di	idonei	apparecchi	personali	di	protezione,	di	sottoporre	i	lavoratori	ad	adeguato	controllo	sanitario	mirato	sui	© Copyright riservato www.dirittoambiente.com - Consentita la riproduzione integrale in fotocopia e libera circolazione senza fine di lucro con logo e fonte inalterata Eʼ vietato il plagio e la copiatura integrale o parziale di testi e disegni a firma degli autori - a qualunque fine - senza citare la fonte - La pirateria editoriale è reato (legge 18/08/2000 n° 248)	3.
www.dirittoambiente.net	rischi	specifici	da	amianto,	di	informarsi	ed	informare	i	lavoratori	medesimi	circa	i	rischi	specifici	dall’amianto	e	circa	le	misure	per	ovviare	tali	rischi;	in	aree	private	e	pubbliche	al	di	fuori	dei	predetti	stabilimenti,	fornito	a	privati	e	a	enti	pubblici	e	mantenuto	in	uso	materiali	di	amianto	per	la	pavimentazione	di	strade,	cortili,	aie,	o	per	la	coibentazione	di	sottotetti	di	civile	abitazione,	determinando	un’esposizione	incontrollata,	continuativa	e	a	tutt’oggi	perdurante,	senza	rendere	edotti	gli	esposti	circa	la	pericolosità	dei	predetti	materiali,	e	per	giunta	inducendo	un’esposizione	di	fanciulli	e	adolescenti	anche	durante	attività	ludiche;	presso	le	abitazioni	private	dei	lavoratori,	omesso	di	organizzare	la	pulizia	degli	indumenti	di	lavoro	in	ambito	aziendale,	in	modo	da	evitare	l’indebita	esposizione	ad	amianto	dei	familiari	conviventi	e	delle	persone	addette	alla	predetta	pulizia;	con	l’aggravante	che	il	disastro	è	avvenuto,	in	quanto	l’amianto	è	stato	immesso	in	ambienti	di	lavoro	e	in	ambienti	di	vita	su	vasta	scala	e	per	più	decenni	mettendo	in	pericolo	e	danneggiando	la	vita	e	l’integrità	fisica	sia	di	un	numero	indeterminato	di	lavoratori	sia	di	popolazioni	e	causando	il	decesso	di	un	elevato	numero	di	lavoratori	e	di	cittadini.	Fatti	commessi	in	Cavagnolo,	Casale	Monferrato,	Bagnoli	e	Rubiera	dall’aprile	1952	(il	capo	di	imputazione	è	stato	successivamente	cambiato	al	1966)	al	24	febbraio	2008.	Per	poter	valutare	appieno	al	portata	del	disastro	cagionato	dalle	condotte	degli	imputati,	basti	pensare	che	le	lunghe	e	complesse	indagini	condotte	dalla	Procura	di	Torino,	hanno	accertato	una	serie	di	omissioni	nella	gestione	dei	cicli	di	produzione	unitamente	una	serie	di	danni	che	si	sono	verificati	in	un	area	ben	più	vasta	rispetta	a	quello	del	singolo	stabilimento.	Basti	infatti	pensare	che	per	il	solo	inquinamento	relativo	a	Casale	Monferrato	il	Ministero	dell’Ambiente,	che	ha	individuato	l’area	interessata	direttamente	dall’inquinamento	di	amianto,	ha	dovuto	perimetrare	738,95	chilometri	quadrati	ricadenti	nei	territori	di	ben	48	comuni.	Si	tratta	di	territori	interessati	non	solo	dalla	massiccia	presenza	di	materiali	in	eternit	(cioè	di	amianto-­‐cemento	con	cui	sono	state	fatte	tettoie,	tubature,	cassoni	dell’acqua,	coibentazioni	ecc),	ma	anche	dalla	diffusione	degli	scarichi	della	lavorazione	di	questo.	Tanto	è	vero	che	quest’area	è	stata	successivamente	individuata	quale	Sito	d’Importanza	Nazionale	(S.I.N.)	soggetto	a	bonifica,	in	cui	è	stato	avviato	un	complesso	intervento	con	uno	stanziamento	di	35,5	milioni	di	euro.	Ed	ancora,	va	considerato	come	il	piano	degli	interventi	non	interessa	le	sole	aree	di	pertinenza	dello	stabilimento	Eternit,	ma	addirittura	parte	della	sponda	destra	del	Po,	dove	lo	stabilimento	scaricava	del	tutto	illecitamente.	In	particolare,	l’intervento,	in	sponda	idrografica	destra	del	fiume	Po,	ha	interessato	un	deposito	di	amianto	in	fibre	e/o	in	polvere	miscelato	a	sabbia,	generato	da	un	canale	di	scarico	delle	acque	proveniente	dal	vicino	stabilimento	Eternit.	Tale	illecita	attività	di	scarico	andò	a	creare,	negli	anni,	una	vera	e	propria	spiaggia	contaminata,	ricoperta	dalla	vegetazione	spontanea,	con	amianto	in	polvere	o	in	fibre	misto	alla	sabbia.	© Copyright riservato www.dirittoambiente.com - Consentita la riproduzione integrale in fotocopia e libera circolazione senza fine di lucro con logo e fonte inalterata Eʼ vietato il plagio e la copiatura integrale o parziale di testi e disegni a firma degli autori - a qualunque fine - senza citare la fonte - La pirateria editoriale è reato (legge 18/08/2000 n° 248)	4.
www.dirittoambiente.net	Inquadrata	la	vicenda	sotto	il	profilo	fattuale,	è	necessario	ora	tracciare	un	breve	focus	in	merito	ai	reati	oggetto	di	contestazione,	e	segnatamente:	a)	il	reato	di	cui	all’art.	437	c.p.	(“Rimozione	od	omissione	dolosa	di	cautele	contro	infortuni	sul	lavoro”)	che	testualmente	recita:	“Chiunque	omette	di	collocare	impianti,	apparecchi	o	segnali	destinati	a	prevenire	disastri	o	infortuni	sul	lavoro,	ovvero	li	rimuove	o	li	danneggia,	è	punito	con	la	reclusione	da	sei	mesi	a	cinque	anni.	Se	dal	fatto	deriva	un	disastro	o	un	infortunio,	la	pena	è	della	reclusione	da	tre	a	dieci	anni”;	b)	art.434	c.p.	(“Crollo	di	costruzioni	o	altri	disastri	dolosi”),	che	prevede	che	“chiunque,	fuori	dei	casi	preveduti	dagli	articoli	precedenti,	commette	un	fatto	diretto	a	cagionare	il	crollo	di	una	costruzione	o	di	una	parte	di	essa	ovvero	un	altro	disastro	è	punito,	se	dal	fatto	deriva	pericolo	per	la	pubblica	incolumità,	con	la	reclusione	da	uno	a	cinque	anni.	La	pena	è	della	reclusione	da	tre	a	dodici	anni	se	il	crollo	o	il	disastro	avviene.”	Tra	90	giorni,	le	motivazioni	della	sentenza,	che	commenteremo.	Ma	intanto	per	meglio	iniziare	ad	inquadrare	la	complessa	ma	fondamentale	questione	giuridica,	di	seguito	pubblichiamo	uno	stralcio	della	memoria	presentata	ex	art.121	c.p.p.	dall’Avv.	Valentina	Stefutti	al	Collegio	giudicante	che	riporta	una	disamina	puntuale	in	diritto	del	tema.	“E’ utile premettere che la recente giurisprudenza di legittimità haaffrontato, in argomento, una serie di questioni di notevolecomplessità tra cui quella, in fatto, di stabilire il momento a partiredal quale possa ritenersi consolidata la conoscenza del legame traamianto e mesotelioma, nonché delle altre patologie amianto-correlate,da cui evidentemente dipende la soluzione della ulteriore questione,di diritto, di poter qualificare come dolose le condotte di esposizionea partire da tale momento, in cui la dannosità dell’amianto per lasalute dei lavoratori e, più in generale, per la salute di coloro chevi si siano trovati esposti, fosse certamente nota.Ciò posto, non può non appuntarsi come , nel processo di che trattasi,la Procura di Torino, abbia offerto una soluzione giuridicaradicalmente diversa al problema della qualificazione dei danni daamianto rispetto a quella sposata da altre Procure in vicende similari,stante che, per la prima volta, secondo un’impostazione che si ritienedi dover integralmente condividere, la Procura di Torino ha deciso dinon contestare ai responsabili dell’esposizione i reati di omicidio o dilesioni colpose in relazione ai singoli soggetti che avevano contrattoil mesotelioma ovvero altre patologie amianto-correlate, come avvenutoin tutti i processi sino ad oggi celebrati ed in cui le condotte incontestazione risultavano sostanzialmente analoghe rispetto bensì ireati di cui all’art. 437 comma 2 c.p. (rimozione od omissione dolosadi cautele contro infortuni sul lavoro, aggravato dalle verificazionedel disastro o dell’infortunio) in relazione alle patologie (non solomesoteliomi, ma anche asbestosi e tumori polmonari) insorte tra ilavoratori, e del reato di cui all’art. 434 (disastro doloso) inrelazione ai moltissimi casi di mesotelioma verificatisi nellapopolazione di Casale Monferrato e dei gli altri Comuni in cui sorgevano © Copyright riservato www.dirittoambiente.com - Consentita la riproduzione integrale in fotocopia e libera circolazione senza fine di lucro con logo e fonte inalterata Eʼ vietato il plagio e la copiatura integrale o parziale di testi e disegni a firma degli autori - a qualunque fine - senza citare la fonte - La pirateria editoriale è reato (legge 18/08/2000 n° 248)	5.
www.dirittoambiente.net	gli stabilimenti dell’Eternit, in ragione della pervasiva diffusionedell’amianto anche al di fuori degli impianti ove la sostanza venivalavorata. Circostanza che peraltro, come si è illustrato in premessa, èrisultata più che idonea a determinare un danno di proporzionicatastrofiche, di natura strettamente ambientale, oltre che sanitaria.Il procedimento di che trattasi assume all’evidenza ampia portatainnovativa nella parte in cui si è scelto di contestare, in luogo deiconsueti reati di danno che presuppongono la prova della causalitàindividuale tra l’esposizione alla sostanza e le singole patologieinsorte tra gli esposti, reati di pericolo, in relazione ai quali perl’accusa è sufficiente fornire la prova che l’esposizione abbiacagionato un pericolo per la salute della popolazione.Al contempo, la contestazione di reati di pericolo non ha impedito allaProcura di indicare nel capo di imputazione tutti i singoli soggetti(per il vero migliaia di persone) che secondo l’ipotesi accusatoria sonomorti o si sono ammalati in ragione dell’esposizione.In sostanza, secondo le prospettazioni accusatorie che, come inprecedenza, si ritiene di dover integralmente condividere, percontestare non solo gli illeciti di pericolo, ma anche le aggravantirelative alla verificazione degli eventi “disastro” o “infortunio” nonsi rende necessario accertare i singoli nessi causali tral’esposizione, da un lato, e la morte o le lesioni, dall’altro, bastandol’evidenza epidemiologica che l’esposizione abbia cagionato un dannoalla popolazione.Tale impostazione è stata fatta propria da Codesto Tribunalenell’Ordinanza 12 aprile 2010, in cui – nel respingere le richiestedelle difese di ammettere le prove necessarie per provare i singolinessi causali – espressamente si è affermato, evidentemente con lasinteticità che è propria delle ordinanze, che “l’aggravante ècostituita dal conseguimento di un infortunio al quale è equiparata lamalattia professionale del lavoratore che, tuttavia, non si identificacon le specifiche lesioni personali subite da singoli lavoratori e benpuò essere accertato in modo assolutamente impersonale, ad esempio ancheattraverso accurate indagini epidemiologiche”.Sotto altro, ma non meno rilevante profilo, è doverose specificare comein campo scientifico si sia ormai consolidata la tesi che, pacifica lacircostanza che il mesotelioma e le altre patologie oncologiche legate aquesto specifico fattore di rischio, sia una patologia che si sviluppaquasi esclusivamente tra gli esposti all’amianto e che sia pertanto daricondurre causalmente all’esposizione delle persone offese a questasostanza, sia dose-risposta, nel senso che il prolungamentodell’esposizione è idoneo a far aumentare il rischio, per il soggettoesposto, di contrarre la patologia, riducendo il tempo di latenza (cheè solitamente assai lungo) ed anticipando quindi il momento in cui © Copyright riservato www.dirittoambiente.com - Consentita la riproduzione integrale in fotocopia e libera circolazione senza fine di lucro con logo e fonte inalterata Eʼ vietato il plagio e la copiatura integrale o parziale di testi e disegni a firma degli autori - a qualunque fine - senza citare la fonte - La pirateria editoriale è reato (legge 18/08/2000 n° 248)	6.
www.dirittoambiente.net	l’esposto sviluppa concretamente la malattia. Con l’evidenteconseguenza che, trattandosi di patologia dose-dipendente, perché anchele esposizioni successive alla prima, (da datarsi in molti casi negliAnni Cinquanta), avvenute mentre gli imputati rivestivano,rispettivamente, i ruoli di vertice nell’azienda, devono ritenersicausali rispetto all’evento hinc et nunc, avendo abbreviato il tempo dilatenza, ed anticipato, di converso, l’evento-malattia.Fatte queste doverose premesse di carattere preliminare, va ricordatocome dalla commissione, da parte degli imputati, dei reati loroascritti, e, per gli effetti, dalla condotte illecite da loro serbate,sono derivati danni di proporzioni immani sia all’ambiente, peraltro,come si è diffusamente illustrato in premessa, in un’area ben più ampiarispetto a quella limitrofa agli stabilimenti, sia alla salute dimigliaia di cittadini, che hanno contratto e continuano a contrarrepatologie mortali, proprio a cagione dell’essere stati espostiall’amianto. *****Secondo gli autorevoli insegnamenti della Suprema Corte di Cassazione,“con riguardo allapplicazione del delitto di cui allart. 434 c.p. incampo ambientale, il termine disastro implica che sia cagionato unevento di danno o di pericolo per la pubblica incolumitàstraordinariamente grave e complesso, ma non eccezionalmente immane;pertanto è necessario e sufficiente che il nocumento abbia un caratteredi prorompente diffusione che esponga a pericolo, collettivamente, unnumero indeterminato di persone” (cfr. su tutte, Cass. pen. Sez. IIISent., 16-01-2008, n. 9418) … “essendo necessario e sufficiente che ilnocumento abbia un carattere di prorompente diffusione che esponga apericolo collettivamente un numero indeterminato di persone e cheleccezionalità della dimensione dellevento desti un esteso senso diallarme, sicché non è richiesto che il fatto abbia direttamente prodottocollettivamente la morte o lesioni alle persone, potendo pure colpirecose, purché dalla rovina di queste effettivamente insorga un pericolograve per la salute collettiva; in tal senso si identificano dannoambientale e disastro qualora lattività di contaminazione di sitidestinati ad insediamenti abitativi o agricoli con sostanze pericoloseper la salute umana assuma connotazioni di durata, ampiezza e intensitàtale da risultare in concreto straordinariamente grave e complessa,mentre non è necessaria la prova di immediati effetti lesivi sulluomo”.(cfr. ex multis, Cass. pen. Sez. V Sent., 11-10-2006, n. 40330)Orbene, alla luce dei fatti come descritti in premessa, nella speciepare potersi affermare, al di là di qualsivoglia ragionevole dubbio,come il disastro provocato dall’Eternit abbia cagionato un danno per lapubblica incolumità non solo straordinariamente grave e complesso,circostanza, questa, già di per sé idonea a ritenere integrata, sotto © Copyright riservato www.dirittoambiente.com - Consentita la riproduzione integrale in fotocopia e libera circolazione senza fine di lucro con logo e fonte inalterata Eʼ vietato il plagio e la copiatura integrale o parziale di testi e disegni a firma degli autori - a qualunque fine - senza citare la fonte - La pirateria editoriale è reato (legge 18/08/2000 n° 248)	7.
www.dirittoambiente.net	il profilo oggettivo, la fattispecie di reato in contestazione, maaddirittura che, per natura, effetti e dimensioni, il danno possaritenersi eccezionalmente immane.Al contempo, non solo la condotta illecita serbata dagli imputati haesposto a pericolo un numero indeterminato di persone, che è andato econtinua ad andare ben oltre quello di coloro che hanno lavorato pressolo stabilimento, ma da un lato ha prodotto la contaminazione di areevastissime, tutte inserite nei Siti di Interesse Nazionale, che siidentificano con le aree maggiormente inquinate dell’intero territorionazionale, dall’altro ha cagionato la morte di migliaia di persone.Circostanza, questa, che secondo gli autorevoli insegnamenti dellaSuprema Corte di Cassazione, neppure è richiesta per ritenereperfezionato il reato di che trattasi, ma che nella specie si èverificata, come dimostrato nel corso dell’istruttoria dibattimentale.Passando ad analizzare l’elemento psicologico del reato, non può nonappuntarsi come dall’istruttoria dibattimentale sia emerso, sulla basedi un quadro inoppugnabile, come quanto all’intensità dell’elementosoggettivo, nella specie la condotta degli imputati sia stata mossa dadolo diretto e non già meramente eventuale.Come diffusamente illustrato nella premessa in fatto della presentememoria, gli imputati non accettarono semplicemente il rischio delverificarsi del disastro, ma il disastro stesso, mostrando in tal modouna significativa capacità a delinquere che peraltro si tradusse nellapervicace volontà di nascondere la nocività dell’amianto sia ailavoratori che alle popolazioni che si trovavano esposte, pur diproseguire l’attività produttiva.E’ in questo quadro che si collocano le attività lobbistiche poste inessere dagli imputati – in particolar modo da Schmidheiny - avvalendosiperaltro dell’apporto di asseriti esperti quali il Dr. Robock, edall’altro mettendo in essere una vera e propria attività di spionaggiotesa a sventare pericolose azioni giudiziarie a suo carico. *****A sua volta, quanto al secondo reato in contestazione, sotto il profilomateriale il reato, nella sua fattispecie omissiva, deve intendersiperfezionato allorquando sia stata omessa la collocazione di impianti,apparecchiature o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sullavoro da parte di chi, rivestendo la posizione di garanzia, abbial’obbligo giuridico di attivarsi in tal senso.Il reato de quo, secondo un orientamento a dir poco granitico dellagiurisprudenza di legittimità, configura un reato di pericolo presunto,avente ad oggetto specifico la tutela del bene giuridico della pubblicaincolumità. © Copyright riservato www.dirittoambiente.com - Consentita la riproduzione integrale in fotocopia e libera circolazione senza fine di lucro con logo e fonte inalterata Eʼ vietato il plagio e la copiatura integrale o parziale di testi e disegni a firma degli autori - a qualunque fine - senza citare la fonte - La pirateria editoriale è reato (legge 18/08/2000 n° 248)	8.
www.dirittoambiente.net	Ciò significa che il pericolo, se da un lato è presunto per legge,dall’altro non ha bisogno di essere provato di volta in volta, stanteche il Legislatore sulla base dell’id quod plerumque accidit, haconsiderato la condotta tipica descritta nella norma come idonea aprodurre effetti dannosi, capaci di propagarsi ad un numeroindeterminato di persone.Peraltro, non pare ozioso rimarcare come, secondo l’autorevoleinsegnamento della Suprema Corte di Cassazione (cfr. su tutte Cass. pen.Sez. I, 06-02-2002, n. 11894), lart. 437 c.p. - nel punire lomissionedolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro - si riferisca anchealle c.d. "malattie-infortunio", che - a differenza delle malattieprofessionali in senso stretto, consistenti in manifestazioni morbosecontratte nellesercizio e a causa di lavoro, e non prodotte da agentiesterni - sono sindromi morbose insorte in esecuzione di lavoro eprodotte da agenti esterni di varia natura, evitabili con determinatiaccorgimenti. (Nella fattispecie, si è ritenuto sussistente il delittodi cui allart. 437 c.p. a carico di chi abbia omesso di predisporreimpianti e adottare altre misure idonee a prevenire rischi di patologiecancerogene conseguenti a emissioni di una cokeria).La Suprema Corte di Cassazione ha altresì fornito pregnanti indicazioneper determinare in base a quali parametri debba essere individuato ilsoggetto titolare della sovra descritta posizione di garanzia, che, comedetto, inerisce ai danni provocati non soltanto ai propri dipendenti, maanche ai terzi, e che va individuato nel datore di lavoro. (Cass. pen.Sez. IV, 10-06-2010, n. 38991)Datore lavoro che deve essere individuato non in base a criteri formalima in base alle concrete funzioni esercitate, in ossequio al principioeffettività (Cass. pen. SSUU 14.1992 n.9874) che permea l’ordinamentopenale.Comè noto, infatti, prima ancora dellentrata in vigore dell’art. 299del D.Lgs. n. 81/2008 che prevede il c.d. esercizio di fatto di poteridirettivi, la giurisprudenza di legittimità era progressivamente andataconsolidandosi nell’affermare il principio di diritto, definitivamenteconsacrato dalle Sezioni Unite penali (Sez. Un., 14 ottobre 1992, n.9874, G., in Ced Cass. 191185), secondo cui l’individuazione deidestinatari degli obblighi posti dalle norme sulla prevenzione degliinfortuni sul lavoro e sulligiene del lavoro deve fondarsi non giàsulla qualifica rivestita bensì sulle funzioni in concreto esercitate,che prevalgono, quindi, rispetto alla carica attribuita al soggetto(ossia alla sua funzione formale).Orbene, le gravissime carenze strutturali che sono state oggetto didiffusa illustrazione nella premessa in fatto della presente memoria, inbase ai principi sin qui compendiati, risultano all’evidenza imputabilial soggetto posto al vertice dell’impresa, sì che la responsabilità, © Copyright riservato www.dirittoambiente.com - Consentita la riproduzione integrale in fotocopia e libera circolazione senza fine di lucro con logo e fonte inalterata Eʼ vietato il plagio e la copiatura integrale o parziale di testi e disegni a firma degli autori - a qualunque fine - senza citare la fonte - La pirateria editoriale è reato (legge 18/08/2000 n° 248)	9.
www.dirittoambiente.net	scaturendo da scelte aziendali di fondo, coerenti con la politica chel’Eternit perseguiva addirittura a livello mondiale, deve essereindividuata – anche in questo caso secondo un orientamento affattopacifico della giurisprudenza di legittimità - al massimo livelloaziendale.Del resto anche in presenza di una delega di funzioni a uno o piùamministratori (con specifiche attribuzioni in materia di igiene dellavoro come avveniva presso l’Eternit), la posizione di garanzia deglialtri componenti del Consiglio di Amministrazione non potrebbe veniremeno, pur in presenza di una struttura aziendale complessa eorganizzata, con riferimento a ciò che attiene alle scelte aziendali dilivello più alto in ordine alla organizzazione delle lavorazioni cheattengono direttamente alla sfera di responsabilità del datore dilavoro. (cfr. sul punto, Cass. pen. Sez. IV, 10-06-2010, n. 38991)Non è certamente qui in contestazione il principio secondo il quale inimprese di grandi dimensioni, come è certamente quella in questione, nonpuò individuarsi il soggetto responsabile, automaticamente, in colui oin coloro che occupano la posizione di vertice, occorrendo un puntualeaccertamento, in concreto, delleffettiva situazione della gerarchiadelle responsabilità allinterno dell apparato strutturale, così daverificare la eventuale predisposizione di un adeguato organigrammadirigenziale ed esecutivo il cui corretto funzionamento esonera lorganodi vertice da responsabilità di livello intermedio e finale (così,esattamente, Sezione IV, 10 dicembre 2008, Vespasiani, rv.242480, ed iriferimenti in essa contenuti).Tale principio, tuttavia, come significato in plurime occasioni dallaSuprema Corte, deve essere inscindibilmente coniugato con laltro,altrettanto consolidato, secondo il quale, pur a fronte di una delegacorretta ed efficace, non potrebbe andare esente da responsabilità ildatore di lavoro allorché le carenze nella disciplina antinfortunisticae, più in generale, nella materia della sicurezza, attengano a scelte dicarattere generale della politica aziendale ovvero a carenzestrutturali, rispetto alle quali nessuna capacità di intervento possarealisticamente attribuirsi a eventuali altri soggetti delegati allasicurezza.E, come insegna la Suprema Corte, “è un’ ipotesi, questultima, che puònon infrequentemente verificarsi allorché si tratti dello svolgimento diattività lavorative pericolose, foriere di produrre inquinamento o diporsi come (con)cause efficienti di malattie professionali”. (cfr. daultimo, Cass. pen. 9.6.11 n.23292).Come si vede, il datore di lavoro ha, sul piano oggettivo, il dovere diattuare le misure tecniche, organizzative e procedurali, concretamenterealizzabili, per eliminare o ridurre al minimo i rischi per i © Copyright riservato www.dirittoambiente.com - Consentita la riproduzione integrale in fotocopia e libera circolazione senza fine di lucro con logo e fonte inalterata Eʼ vietato il plagio e la copiatura integrale o parziale di testi e disegni a firma degli autori - a qualunque fine - senza citare la fonte - La pirateria editoriale è reato (legge 18/08/2000 n° 248)	10.
www.dirittoambiente.net	lavoratori, tenendo conto del progresso nelle conoscenze scientifiche etecnologiche. Tale attività, infatti, deve articolarsi su un complesso egraduale programma di informazioni, controlli e fornitura di strumentipersonali di protezione finalizzati a ridurre la durata dellesposizionedei lavoratori alle fonti di pericolo. Nella specie, gli imputati, daidentificarsi, in forza delle superiori considerazioni svolte, quali“datori di lavoro” sulla base del principio di effettività, lungidall’attuare ogni possibile cautela per proteggere la salute deilavoratori, hanno per anni dolosamente occultato la nocivitàdell’amianto, pur di continuare a perseguire i propri interessi sì chenessun dubbio può residuare in ordine alla sussumibilità delle condotteda questi serbate nella fattispecie di reato in contestazione. (cfr.Cass. pen. Sez. IV, 10-06-2010, n. 38991 )Come nel caso del delitto di cui all’art.434 c.p. quanto all’elementosoggettivo, per la configurabilità del reato di cui all’art. 437 cod.pen. (rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sullavoro), la natura dolosa dello stesso richiede che l’agente, cui siaaddebitabile la condotta omissiva o commissiva, sia consapevole che lacautela che non adotta o quella che rimuove servano (oltre che pereventuali altri usi) per evitare il verificarsi di eventi dannosi(infortuni o disastri) …. il dolo richiede una rappresentazioneanticipata delle conseguenze della condotta dell’agente anche nel casoin cui queste conseguenze non siano volute ma comunque accettate. (Cass.Pen. – I - 21 dicembre 2006 , n. 7337)Orbene, come si accennava in premessa, l’esito della istruttoriadibattimentale ha palesato, sulla base di un quadro probatorioinoppugnabile, che gli imputati fossero dotati notevoli di capacità didelinquere, andando a nascondere, in particolare, a lavoratori epopolazioni, la cancerogenicità dell’amianto con l’intento diperseguire profitto. In particolare, Schmidheiny, sotto una apparenzafilantropica, come è emerso dal dibattimento, ha portato avanti peranni un monitoraggio capillare della pericolosità dell’amianto suiluoghi di lavoro, tenuta all’oscuro dei lavoratori stessi, unitamenteattività lobbistiche e di spionaggio al fine specifico di porsi alriparo da eventuali azioni giudiziarie.”La	sentenza	di	Torino	–	infine	–	è	importante	anche	perché	stabilisce	una	relazione	stretta	tra	una	sostanza	alla	quale	gruppi	di	lavoratori	sono	stati	esposti	in	azienda	e	una	patologia	che	li	colpisce	anche	molti	anni	dopo.	Va	sottolineato	che	questo	è	stato	invece	sempre	un	punto	critico	fino	ad	oggi	nei	processi	similari	per	danni	alle	persone	da	disastri	ambientali	e/o	in	luoghi	di	lavoro.	© Copyright riservato www.dirittoambiente.com - Consentita la riproduzione integrale in fotocopia e libera circolazione senza fine di lucro con logo e fonte inalterata Eʼ vietato il plagio e la copiatura integrale o parziale di testi e disegni a firma degli autori - a qualunque fine - senza citare la fonte - La pirateria editoriale è reato (legge 18/08/2000 n° 248)	11.
www.dirittoambiente.net	Infatti	in	molti	altri	processi,	con	vittime	singole	o	collettive,	si	è	alla	fine	riusciti	ad	insinuare	il	dubbio	che	i	danni	fisiologici	alle	persone	non	fossero	da	ricollegare	direttamente	all’ambiente	lavorativo	perché	i	sintomi	si	erano	manifestati	a	decenni	di	distanza	dal	periodo	di	esposizione	agli	agenti	inquinanti.	In	realtà	per	l’amianto	la	pericolosità	era	stata	segnalata	già	da	unispettrice	di	fabbrica	inglese	sin	dal	1898	e	tale	sua	denuncia	fu	seguita	da	quella	di	numerosi	medici	in	Francia,	Usa,	Canada,	Germania,	Sud	Africa,	oltre	che	nel	Regno	Unito.	La	responsabilità	dei	maggiori	dirigenti	è	un	altro	aspetto	importante	della	sentenza	di	Torino	anche	perché	i	vertici	aziendali	di	prassi	fino	ad	oggi	in	altri	processi	hanno	visto	vincente	la	linea	storica	sulla	base	della	quale	si	sosteneva	che	non	potevano	sapere	che	cosa	succedeva	ed	il	responsabile	andava	individuato	in	uno	“scaricabarile”	interno	senza	fine	tra	direttore	di	stabilimento,	capo	reparto	o	altre	figure	intermedie	per	poi	approdare	di	fatto	nel	nulla…	Tutti	responsabili,	ma	nessun	colpevole…	Va	infine	sottolineato	che	questa	sentenza,	pur	decidendo	su	fatti	pregressi,	impartisce	una	grande	lezione	per	il	futuro:	l’obbligo	di	esaminare	con	cura	ogni	segnale	precoce,	senza	sottovalutarlo,	che	di	continuo	si	profila	in	tanti	settori	industriali	relativamente	ai	tanti	sversamenti	ed	inquinamenti	ambientali,	prima	che	il	fatto	degeneri	in	tragedia	collettiva.	Maurizio	Santoloci	Pubblicato	il	15	febbraio	2012	© Copyright riservato www.dirittoambiente.com - Consentita la riproduzione integrale in fotocopia e libera circolazione senza fine di lucro con logo e fonte inalterata Eʼ vietato il plagio e la copiatura integrale o parziale di testi e disegni a firma degli autori - a qualunque fine - senza citare la fonte - La pirateria editoriale è reato (legge 18/08/2000 n° 248)	Recommended
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References: sentenza	
	sentenza	
	sentenza	
	sentenza	
	sentenza	
	art.	437
	art.	434
	art.434
	art.121
 Cass. 
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	sentenza	
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