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Timestamp: 2019-07-22 04:30:38+00:00

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 28320/2013
Legge 104/92: scelta sede di lavoro per assistenza a familiare disabile
La norma di cui alla L. n. 104/1992, art. 33, comma 5, sul diritto del genitore o familiare lavoratore "che assista con continuita' un parente o un affine entro il terzo grado handicappato" di scegliere, ove possibile, la sede di lavoro piu' vicina al proprio domicilio, e' applicabile non solo all'inizio del rapporto di lavoro mediante la scelta della sede ove viene svolta l'attivita' lavorativa, ma anche nel corso del rapporto mediante domanda di trasferimento. La ratio della norma e' infatti quella di favorire l'assistenza al parente o affine portatore di handicap, ed e' irrilevante, a tal fine, se tale esigenza sorga nel corso del rapporto o sia presente all'epoca dell'inizio del rapporto stesso. La norma in esame pone quale condizione per il godimento del diritto da essa previsto, oltre allo stato di handicappato del parente o affine da assistere, la continuita' dell'assistenza.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 27507/2013
Falsi titoli al concorso Usl: no al risarcimento del danno
La Suprema Corte ha confermato la sentenza con cui veniva respinta la domanda di risarcimento dei danni avanzata nei confronti di un Comune, di alcune Aziende sanitarie, della Regione e di un Ordine dei medici e degli odontoiatri, per una ipotesi di responsabilita' per mancato diligente controllo della documentazione prodotta da altro candidato in un concorso per titoli ed esami bandito da una USL. La professionista si era collocata al quinto posto, in quanto l’altro concorrente era risultato primo in graduatoria nonostante non possedesse il titolo di studio richiesto, atteso che in un secondo momento il medesimo aveva patteggiato la pena di mesi dieci di reclusione, col beneficio della sospensione condizionale, per i delitti di falso, truffa ed esercizio abusivo della professione, per cui a seguito dello scorrimento della graduatoria lei si era venuta a trovare solo come la prima dei non assunti.Secondo la Cassazione, i primi giudici avevano adeguatamente spiegato con argomentazione logica ed immune da rilievi di natura giuridica, che l'inutilizzabilita' della graduatoria era dipesa esclusivamente dal fatto che al momento dell'istanza tesa alla copertura del posto in questione, resosi vacante a seguito dell'emanazione del provvedimento di esclusione del sanitario senza titoli, era gia' abbondantemente decorso il biennio previsto, per la validita' della stessa graduatoria approvata in data 9 agosto 1990 e che, spirato tale periodo di validita', costituiva solo una facoltà dell'amministrazione quella di provvedere attingendo alla stessa selezione, per cui la ricorrente non poteva vantare alcun diritto soggettivo al riguardo.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 27128/2013
Chi puo' licenziare il dirigente medico?
E' nullo il licenziamento comminato con provvedimento del Direttore Generale di recesso dal rapporto di lavoro in danno del dirigente medico nel caso in cui la decisione doveva essere assunta dall’Ufficio competente per i procedimenti disciplinari. La vicenda risalente al 2005 con conseguente applicazione della normativa all’epoca vigente, aveva visto un dirigente medico afferente ad una unità operativa di Ostetricia e Ginecologia non riprendere servizio al termine di un periodo di aspettativa concessa per lo svolgimento di un incarico a tempo determinato presso un ospedale privato. Con riferimento alla normativa temporalmente applicabile, allorquando l'amministrazione fa valere ragioni intrinseche di responsabilita' disciplinare e non di responsabilita' dirigenziale, anche per i dirigenti non puo' che trovare applicazione la disciplina generale di cui al d.lgs. n. 165 del 2001, art. 55 (nel testo all'epoca vigente), e non anche quella di cui all'art. 21, dello stesso provvedimento legislativo.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 27138/2013
la Corte d'Appello di Roma ha accolto l’impugnazione proposta da una dottoressa contro la sentenza di primo grado che aveva rigettato la domanda tendente al riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato intercorso con altro sanitario e al pagamento delle differenze retributive e, in subordine, di somme a titolo di ingiustificato arricchimento.La Corte territoriale, a sostegno della decisione, riteneva tra l’altro che non poteva dubitarsi della sussistenza della dedotta subordinazione, sia pur attenuata per la peculiare attivita' lavorativa in campo sanitario dalla ricorrente (medico presso le numerose case di cura private o convenzionate con il S.S.N. gestite dal datore di lavoro, di coordinamento del gruppo di medici, di assistenza medica specialistica).Il datore di lavoro ha sottoposto la vicenda al vaglio della Suprema Corte che ha deciso in parte accogliendo e in parte rigettando i motivi dei ricorso. In caso di prestazioni che, per la loro natura intellettuale, mal si adattano ad essere eseguite sotto la direzione del datore di lavoro con continuita' regolare, anche negli orari, la qualificazione del rapporto come subordinato o autonomo, sia pure con collaborazione coordinata e continuativa, deve essere effettuata secondo il primario parametro distintivo della subordinazione, intesa come assoggettamento del lavoratore al potere organizzativo del datore di lavoro.L'esistenza del predetto parametro deve essere accertata, o esclusa, mediante il ricorso ad elementi sussidiari che il giudice deve individuare in concreto.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 26516/2013
Demansionamento primario escluso da esigenze di riorganizzazione
Sia in primo che in secondo grado veniva respinta la domanda del primario diretta ad ottenere la condanna della ASL al risarcimento del danno professionale e patrimoniale conseguente al demansionamento consistito nell'allontanamento dalla divisione di ostetricia e ginecologia di una struttura ospedaliera in cui aveva operato fino al 1997, e nella sua successiva nomina a dirigente del Dipartimento per la prevenzione e l'eta' evolutiva, ove di fatto - secondo sempre secondo la tesi del dirigente - veniva lasciato inoperoso.La Suprema Corte, chiamata a decidere in via definitiva della controversia, ha confermato le pronunce precedenti dando rilievo alla attivita' di riorganizzazione posta in essere dall'Ente.L’Azienda Sanitaria datrice di lavoro aveva soppresso la divisione esistente per procedere ad una operazione di aggregazione delle specialita' di ostetricia e ginecologia operanti in precedenza in distinti ospedali distanti tra loro solo tre chilometri. A decorrere dal settembre del 1997 al ricorrente era stato affidato, in qualita' di perdente il posto di primario di unita' organica soppressa, l'incarico a tempo pieno di dirigente dell'istituito dipartimento per la prevenzione e l'eta' evolutiva al fine di evitare di attribuirgli qualche altro incarico che avrebbe potuto comportare un suo demansionamento, non essendo possibile impiegarlo in altre divisioni gia' coperte e richiedenti una diversa professionalita', ne' tanto meno assegnargli compiti in sottordine.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 26143/2013
E' legittimo il licenziamento intimato al medico per la grave situazione di sfiducia, sospetto e mancanza di collaborazione che si e' venuta a creare all’interno di una equipe chirurgica dovuta al fatto che il sanitario aveva registrato brani di conversazione di numerosi suoi colleghi a loro insaputa, in violazione del diritto di riservatezza, per poi utilizzarli in sede giudiziaria. La Corte d’appello chiamata a decidere in secondo grado, ha spiegato che le risultanze processuali mostravano un comportamento tale da integrare un’evidente violazione del diritto alla riservatezza dei colleghi anche attraverso l’utilizzo delle registrazioni per una denunzia di mobbing rivelatasi, tra l’altro, infondata. Da qui i medici coinvolti avevano fatto richiesta alla Direzione Sanitaria di adozione di provvedimenti necessari per la prosecuzione di un sereno ed efficace rapporto lavorativo. Anche quest'ultima circostanza ha consentito ai giudici di prendere atto del clima di sfiducia che si era venuto a creare nei confronti del ricorrente destinatario del provvedimento di licenziamento, fiducia indispensabile per il miglior livello di assistenza e quindi funzionale alla qualita' del servizio, il tutto con grave ed irreparabile compromissione anche del rapporto fiduciario che avrebbe dovuto permeare il rapporto tra il dipendente e l'Azienda ospedaliera datrice di lavoro.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 21356/2013
Il rischio del licenziamento non autorizza il demansionamento
Il demansionamento non può essere giustificato semplicemente con l’esigenza di evitare il licenziamento. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 21356/2013, respingendo il ricorso di una banca contro la condanna al risarcimento del danno per 25mila euro nei confronti di un proprio dipendente.La Corte di appello, ricordano gli ermellini, ha osservato, correttamente, che “non può ritenersi che il demansionamento sia legittimato dalla volonta' di impedire il licenziamento in quanto mansioni dequalificanti devono essere comunque accettate (e prima ancora proposte, il che non sembra neppure essere stato dedotto) dal lavoratore”. Ne' appare condivisibile ancorare il disposto mutamento di mansioni all’esercizio dei poteri imprenditoriali coperti dall’art. 41 della Costituzione “perche' tali poteri (tra cui rientra anche lo ius variandi) devono rispettare la norma di cui all’art. 2103 c.c., palesemente violata nella fattispecie”.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 19814/2013
Mobbing e percezione soggettiva fatti lesivi
Per mobbing si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l'emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. La Corte di Cassazione rigettando il ricorso proposto da una lavoratrice-pubblico dipendente, ha sottolineato che alcuni fatti denunciati avevano assunto solo nella percezione soggettiva della ricorrente una valenza lesiva della sua personalità e che le risultanze della prova testimoniale, unitamente a quelle medico-legali espresse nella c.t.u., avevano tratteggiato un atteggiamento tendente a personalizzare come ostile ogni avvenimento e tale da creare tensione nei rapporti di lavoro.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 13106/2013
Tre contratti a medico psichiatra: riconosciuta subordinazione
La Corte d'appello di Genova, in riforma di una pronuncia del Tribunale di Massa Carrara, ha condannato la ASL al pagamento in favore di un medico della somma di oltre 84 mila euro a titolo di retribuzione previo riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro fra le parti. La decisione è stata motivata considerando che il professionista, senza interruzioni, aveva svolto mansioni di medico psichiatra in virtù di tre contratti, dal marzo 2000 al giugno 2003, e che l'attività professionale, benché formalmente espletata senza alcun vincolo di subordinazione, in realtà si era atteggiata secondo proprio secondo i canoni della subordinazione come emerso dalla valutazione delle previsioni contrattuali.In concreto l'attività del ricorrente era risultata del tutto identica a quella dei medici psichiatri di ruolo con relativa assunzione di responsabilità, differenziandosi solo per quanto riguarda l'inquadramento giuridico.La ASL ha impugnato la sentenza dinanzi alla Corte di Cassazione. La Suprema corte ha confermato la pronuncia di Appello favorevole al medico riconoscendo la sussistenza nel caso specifico di un vero e proprio rapporto di subordinazione.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 12572/2013
Medico casa cura privata: natura subordinata rapporto di lavoro
La Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza del Tribunale di Latina con la quale è stata dichiarata la natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso tra una Casa di Cura privata e un medico con la conseguente condanna del datore di lavoro ad un importo di oltre 80 mila euro per le differenze retributive. La Casa di Cura ha impugnato la pronuncia dinanzi alla Suprema Corte. Il datore di lavoro, attraverso l'imposizione di un orario, cui la dottoressa era tenuta, ha esercitato il proprio controllo sull'osservanza del tempo di lavoro esplicando in tal modo il proprio potere direttivo, organizzativo e gerarchico. Risultando dimostrata la collaborazione sistematica e non occasionale della professionista, oltre all'osservanza di un orario predeterminato, il coordinamento dell'attività lavorativa all'assetto organizzativo dato all'impresa dal datore di lavoro secondo le mutevoli esigenze di tempo e di luogo dell'organizzazione imprenditoriale, la Cassazione ha confermato la sentenza dei giudici d’appello rispettosa dei principi in materia.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 9073/2013
Un sanitario chiedeva al Tribunale la condanna della struttura sanitaria datrice di lavoro al risarcimento del danno alla professionalità, per perdita di chance, danno biologico, danno morale ed esistenziale per non averlo reintegrato nel proprio posto nonostante l'illegittimità del licenziamento dichiarata in tutti i gradi di giudizio. Il Tribunale aveva rigettato le istanze risarcitorie mentre la Corte d'appello, contrariamente, liquidava oltre al danno patrimoniale anche quello non patrimoniale. Il datore di lavoro ha proposto ricorso dinanzi alla Suprema Corte. La Cassazione nel rigettare il ricorso proposto dalla struttura sanitaria, ripercorrendo il ragionamento dei giudici di appello, ha osservato che il lavoratore era stato licenziato all'età di 58 anni e quindi in una fascia di età nella quale è notoriamente difficile reimpostare la carriera. Il sanitario, nonostante l'ordine di reintegra, era stato privato per sei anni della possibilità di operare nella struttura in cui si era stabilmente inserito. La notizia del licenziamento aveva fatto il giro degli ambienti medici ed ospedalieri: secondo le norme di ordinaria esperienza il recesso lo aveva sicuramente pregiudicato impedendogli di proseguire in modo lineare nel processo di aggiornamento e nell'attività chirurgica. Lo stato di forzata inattività aveva procurato un'indubbia situazione di stress e di perdita di fiducia come attestato dalla documentazione medica e della relazioni dei medici curanti. Questo complesso di ripercussioni negative su vari fronti e profili, facilmente evitabili dal datore di lavoro ove avesse tempestivamente provveduto alla reintegrazione dopo il primo accertamento giudiziario del 2003, ha determinato un danno non patrimoniale.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 7320/2013
Pensioni di invalidità: va calcolato anche il reddito del coniuge
Per la concessione della pensione agli invalidi civili si deve terne conto del "cumulo dei redditi familiari". Lo ha stabilito la sezione lavoro della Cassazione, con la sentenza 7320/2013, respingendo il ricorso di una signora della provincia di Roma, volto ad ottenere l'accertamento del suo diritto alla pensione di inabilità. E secondo il Supremo collegio non ricorrano neppure i presupposti “per il sollecitato intervento delle Sezioni unite sulla questione controversa, ove si consideri che le conclusioni espresse nelle decisioni di questa Corte numero 5003 e 4677 del 2011 costituiscono il risultato di una compiuta considerazione e valutazione delle variegate disposizioni normative succedutesi nel tempo” al punto che “può dirsi ormai superato il denunciato contrasto giurisprudenziale e consolidato l'orientamento” adottato nel caso concreto. Per i giudici di Piazza Cavour, dunque, "deve ritenersi giuridicamente corretto l'orientamento seguito dalla sentenza impugnata, in base al quale, ai fini dell'accertamento della sussistenza del requisito reddituale per l'assegnazione della pensione di inabilità agli invalidi civili assoluti, di cui alla legge 118 del 1971, articolo 12, assume rilievo non solamente il reddito personale dell'invalido, ma anche quello (eventuale) del coniuge, onde il beneficio va negato quando l'importo di tali redditi, complessivamente considerati, superi il limite determinato con i criteri indicati dalla norma".
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 10180/2013
Non si può ridurre l'indennità di maternità
La Corte di Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 10180 del 20 marzo 2013, depositata il 30 aprile 2013, si esprime sul caso di una lavoratrice madre che aveva continuato a lavorare anche durante l'ottavo mese di gravidanza presentando però il certificato per la maternità flessibile oltre il settimo mese. L'Inps - sostenendo che per tale ritardo la donna non poteva fruire del periodo flessibile di maternità - aveva detratto una parte dell'indennità di maternità per l'astensione obbligatoria relativa al quarto mese successivo al parto. La Corte respinge il ricorso presentato dall'Istituto, sottolineando come il periodo di maternità contempla comunque un'astensione dal lavoro di cinque mesi per la lavoratrice madre, destinataria di tutele e non di sanzioni. La mancata presentazione preventiva della documentazione non comporta conseguenze sulla misura dell'indennità di maternità. La decisione dell'Inps di ridurre l'indennità da cinque a quattro mesi complessivi non ha fondamento legislativo “e si risolve in una sanzione, a carico della lavoratrice, estranea alle regole e alle finalità della normativa a tutela delle lavoratrici madri”.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 6130/2013
Licenziamento del dipendente dopo il periodo di comporto
I giudici della Corte d'Appello hanno dichiarato l'illegittimità del licenziamento intimato da un IRCCS ad una dipendente per superamento del periodo di comporto, condannando la struttura a reintegrarla nel posto di lavoro ed a corrisponderle le retribuzioni maturate dalla data del licenziamento fino alla reintegra.Nell’impugnare la pronuncia innanzi alla Corte di Cassazione, l’Istituto ha osservato che la lavoratrice, nel chiedere l'aspettativa non retribuita successivamente al periodo di comporto, ha prodotto un certificato medico attestante la sua totale inabilità al lavoro; tale attestazione ha reso inutile la concessione dell’aspettativa, collegata all'effettiva possibilità di recupero della salute da parte del lavoratore, che è stata negata senza esplicitare le motivazioni del rifiuto. I giudici della Suprema Corte, in linea con quanto già sostenuto dalla corte territoriale, hanno ribadito che la normativa applicabile (art. 23 CCNL comparto sanità personale non dirigente) riconosce al lavoratore che ne faccia tempestiva richiesta, prima del superamento del periodo di comporto, la possibilità che gli sia concesso un ulteriore periodo di 18 mesi non retribuito in casi particolarmente gravi ovvero di essere sottoposto all'accertamento delle sue condizioni di salute tramite la ASL, al fine di stabilire la sussistenza di eventuali cause di assoluta e permanente inidoneità.La disposizione contrattuale, interpretata anche alla luce degli obblighi di correttezza e buona fede, impone al datore di lavoro l'obbligo di esaminare l’istanza del dipendente e di motivare la decisione adottata, effettuando un bilanciamento tra le contrapposte esigenze, tenuto conto che si tratta dello strumento contrattuale finalizzato ad evitare il licenziamento.

References: sentenza 
 art. 33
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 art. 55
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 articolo 12
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