Source: https://www.diritto.it/normativa/legge-2051970-n-300/
Timestamp: 2018-03-18 08:10:40+00:00

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G.U. 27/5/1970 n. 131
Il datore di lavoro non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza avergli preventivamente contestato l’addebito e senza averlo sentito a sua difesa. (1) (2)
Il lavoratore potrà farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato. (1) (2)
(1) La Corte Cost. – sent. 30/11/1982, n. 204 – hadichiarato l’illegittimità costituzionale dei primi trecommi del presente articolo, interpretati nel senso chesiano inapplicabili ai licenziamenti disciplinari, per iquali detti commi non siano espressamente richiamatidalla normativa legislativa, collettiva o validamenteposta dal datore di lavoro.
(2) La Corte Cost. – sent. 25/7/1989, n. 427 – ha dichiaratol’illegittimità costituzionale del secondo e terzocomma del presente articolo, nella parte in cui èesclusa la loro applicabilità al licenziamento per motividisciplinari irrogato da imprenditore che abbia menodi sedici dipendenti.
(3) Per i termini entro cui il direttore dell’U.P.L.M.O.deve provvedere alla costituzione del Collegio di conciliazioneed arbitrato, vedi D.M. 12 gennaio 1995, n.227.
(1) Rubrica modificata dall’art. 6, D.L. 11/07/92 n. 333
(2) Comma aggiunto dall’art. 6, D.L. 11/07/92, n. 333
a) subordinare l’occupazione di un lavoratore alla condizione che aderiscao non aderisca ad una associazione sindacale ovvero cessi di farneparte;
b) licenziare un lavoratore, discriminarlo nella assegnazione di qualificheo mansioni, nei trasferimenti, nei provvedimenti disciplinari, o recarglialtrimenti pregiudizio a causa della sua affiliazione o attività sindacaleovvero della sua partecipazione ad uno sciopero.
Le disposizioni di cui al comma precedente si applicano altresì aipatti o atti diretti a fini di discriminazione politica, religiosa, razziale, dilingua o di sesso, di handicap, di età o basata sull’orientamento sessualeo sulle convinzioni personali. (1)
(1) Comma dapprima sostituito dall’art. 13, L. 9 dicembre 1977, n. 903, e successivamentecosì modificato dall’art. 4, D.Lgs. 9 luglio 2003, n. 216.
Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell’ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro (1).
Ai fini del computo del numero dei prestatori di lavoro di cui primo comma si tiene conto anche dei lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all’orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale (1).
Il giudice con la sentenza di cui al primo comma condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l’inefficacia o l’invalidità stabilendo un’indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto (1).
Fermo restando il diritto al risarcimento del danno così come previsto al quarto comma, al prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto. Qualora il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro non abbia ripreso il servizio, né abbia richiesto entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza il pagamento dell’indennità di cui al presente comma, il rapporto di lavoro si intende risolto allo spirare dei termini predetti (1).
(1) I primi cinque commi hanno sostituito i commi primo e secondo per effetto dell’art. 1, L. 11/05/90 n. 108
Rappresentanzesindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratoriin ogni unità produttiva, nell’ambito:a) (omissis); (1)
b) delle associazioni sindacali che siano firmatarie di contratti collettivi dilavoro applicati nell’unità produttiva. (2)
Nell’ambito di aziende con più unità produttive le rappresentanze sindacalipossono istituire organi di coordinamento.
(1) Lettera abrogata, in seguito al referendum indetto con D.P.R. 5 aprile 1995(G.U. 11 aprile 1995, n. 85), dall’art. 1, D.P.R. 28 luglio 1995, n. 312, con decorrenzadal 28 settembre 1995.(2) Lettera così modificata, in seguito al referendum indetto con D.P.R. 5 aprile1995 (G.U. 11 aprile 1995, n. 85), dall’art. 1, D.P.R. 28 luglio 1995, n. 312, con decorrenzadal 28 settembre 1995.
[omissis] (1).
(1) Comma abrogato, in seguito al referendum indetto con D.P.R. 5 aprile 1995(G.U. 11 aprile 1995, n. 85), dall’art. 1, D.P.R. 28 luglio 1995, n. 313, con decorrenzadal 28 settembre 1995.
Qualora il datore di lavoroponga in essere comportamenti diretti ad impedire o limitare l’eserciziodella libertà e della attività sindacale nonché del diritto di sciopero, su ricorsodegli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali che vi abbianointeresse, il pretore (1) del luogo ove è posto in essere il comportamento denunziato,nei due giorni successivi, convocate le parti ed assunte sommarie informazioni,qualora ritenga sussistente la violazione di cui al presente comma,ordina al datore di lavoro, con decreto motivato ed immediatamente esecutivo,la cessazione del comportamento illegittimo e la rimozione degli effetti.
L’efficacia esecutiva del decreto non può essere revocata fino alla sentenzacon cui il pretore (1) in funzione di giudice del lavoro definisce il giudizioinstaurato a norma del comma successivo. (2)
Contro il decreto che decide sul ricorso è ammessa, entro 15 giorni dallacomunicazione del decreto alle parti opposizione davanti al pretore (1) in funzionedi giudice del lavoro che decide con sentenza immediatamente esecutiva.
Si osservano le disposizioni degli articoli 413 e seguenti del codice diprocedura civile. (3) (4)
Il datore di lavoro che non ottempera al decreto, di cui al primo comma,o alla sentenza pronunciata nel giudizio di opposizione è punito ai sensi dell’articolo650 del codice penale.
L’autorità giudiziaria ordina la pubblicazione della sentenza penale dicondanna nei modi stabiliti dall’articolo 36 del codice penale.
(Omissis). (5).
(1) La competenza è ora attribuita al tribunale in composizione monocratica, comedisposto dall’art. 244, D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, a decorrere dal 2 giugno 1999.
(4) Ai sensi dell’ art. 4, L. 8 novembre 1977, n. 847, l’appello contro la sentenzapronunciata dal tribunale a seguito di opposizione, si propone alla corte d’appello,secondo le norme di cui alla L. 11 agosto 1973, n. 533.
(5) Comma dapprima inserito dall’art. 6, L. 12 giugno 1990, n. 146 e successivamenteabrogato dall’art. 4, L. 11 aprile 2000, n. 83.
(1) Comma sostituito dall’art. 2, L. 13/08/79 n. 384
I lavoratori eletti alla carica di consigliere comunale o provinciale chenon chiedano di essere collocati in aspettativa sono, a loro richiesta, autorizzatiad assentarsi dal servizio per il tempo strettamente necessario all’espletamentodel mandato, senza alcuna decurtazione della retribuzione.
I lavoratori eletti alla carica di sindaco o di assessore comunale, ovverodi presidente di giunta provinciale o di assessore provinciale hanno dirittoanche a permessi non retribuiti per un minimo di trenta ore mensili.
(1) Le disposizioni del presente articolo sono state sostituite da quelle della L. 27dicembre 1985, n. 816, ai sensi dell’art. 28 di quest’ultima, limitatamente «a quantoespressamente disciplinato» nella L. 816/1985 stessa. Il T.U. sull’ordinamento deglienti locali, approvato con D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, all’art. 274, comma 1, lett.o), prevede l’abrogazione della L. 816/1985.
[La commissione per il collocamento, di cui all’articolo 26 della legge 29 aprile 1949, n. 264, è costituita obbligatoriamente presso le sezioni zonali, comunali e frazionali degli Uffici provinciali del lavoro e della massima occupazione, quando ne facciano richiesta le organizzazioni sindacali dei lavoratori più rappresentative.
Le norme contenute nella legge 29 aprile 1949, n. 264, rimangono in vigore in quanto non modificate dalla presente legge.] (1)
[A decorrere dal novantesimo giorno dall’entrata in vigore della presente legge, le richieste nominative di manodopera da avviare al lavoro sono ammesse esclusivamente per i componenti del nucleo familiare del datore di lavoro, per i lavoratori di concetto e per gli appartenenti a ristrette categorie di lavoratori altamente specializzati, da stabilirsi con decreto del Ministro per il lavoro e la previdenza sociale, sentita la commissione centrale di cui alla legge 29 aprile 1949, n. 264.] (1)
(1) Comma modificato dall’art. 6, L. 11/05/90 n. 108
Le violazioni degli articoli 2, 5, 6 e 15, primocomma lettera a), sono punite, salvo che il fatto non costituisca più gravereato, con l’ammenda da euro 154 a euro 1.549 (1) o con l’arresto da 15 giorniad un anno. (2)
Nei casi più gravi le pene dell’arresto e dell’ammenda sono applicatecongiuntamente.
Quando per le condizioni economiche del reo, l’ammenda stabilita nelprimo comma può presumersi inefficace anche se applicata nel massimo, ilgiudice ha facoltà di aumentarla fino al quintuplo.
Nei casi previsti dal secondo comma, l’autorità giudiziaria ordina la pubblicazionedella sentenza penale di condanna nei modi stabiliti dall’articolo36 del codice penale.
(1) Importo così rideterminato dall’art. 113, L. 24 novembre 1981, n. 689.
(2) Comma così modificato dall’art. 179, D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, con decorrenzadal 1° gennaio 2004.

References: sentenza 
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 art. 4
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