Source: https://www.studiolegalecacopardo.it/laccesso-allaccertamento-induttivo-e-le-medie-di-ricarico/
Timestamp: 2019-12-14 00:25:39+00:00

Document:
L'accesso all'accertamento induttivo e le medie di ricarico - Studio Legale Cacopardo
L’accesso all’accertamento induttivo e le medie di ricarico
La Corte di Cassazione con la sentenza num. 13161 del 16.05.2019 torna sull’accesso all’accertamento induttivo e sull’utilizzo dello scostamento dal ricarico medio ordinario quale elemento per accedere ad una ricostruzione induttiva ed afferma che “costituisce orientamento consolidato e condivisibile della giurisprudenza di legittimità, cui s’intende pertanto assicurare continuità, quello secondo cui “in presenza di scritture contabili formalmente corrette, non è sufficiente, ai fini dell’accertamento di un maggior reddito d’impresa, il solo rilievo dell’applicazione da parte del contribuente di una percentuale di ricarico diversa da quella mediamente riscontrata nel settore di appartenenza – posto che le medie di settore non costituiscono un “fatto noto”, storicamente provato, dal quale argomentare, con giudizio critico, quello ignoto da provare, ma soltanto il risultato di una estrapolazione statistica di una pluralità di dati disomogenei, risultando quindi inidonee, di per sé stesse, ad integrare gli estremi di una prova per presunzioni – occorrendo, invece, che risulti qualche elemento ulteriore, e, in ispecie, l’abnormità e l’irragionevolezza della difformità tra la percentuale di ricarico applicata dal contribuente e la media di settore, incidente sull’attendibilità complessiva della dichiarazione”, Cass. sez. VI-V, ord. 09.12.2013, n. 27488.
L’Agenzia delle Entrate, nel procedere alla rettifica del reddito dichiarato avrebbe dovuto tenere in debito conto lo stato di crisi avanzata in cui versava la Società e gli accertamenti compiuti dalla procedura fallimentare. In assenza della contestazione di formali irregolarità contabili e dell’effettuazione di attività di riscontro, l’Ente impositore afferma la incongruenza fra le merci vendute, quelle inventariate/contabilizzate e quelle fisicamente reperite in magazzino, sul fondamento del disposto di cui all’art. 53 del Dpr n. 633 del 1972, laddove istituisce una presunzione di cessione attraverso il raffronto fra i beni riportati in inventario ed i beni presenti nel magazzino. Ma una simile presunzione è applicabile, ricorrendone i presupposti, in caso di confronto non di beni, ma di valori. Risulta del resto pienamente condivisibile, invero, la valutazione di questa Suprema Corte la quale, in riferimento alle difficoltà dell’impresa, ha già osservato che “altro è il prezzo che si può ricavare da un bene quando esso è immesso nel circuito di una impresa in attività, ed altro è il prezzo dello stesso bene quando deve essere realizzato in una vendita fallimentare” (cfr. Cass. sez. V, sent. 03.07.2013, n. 16695; Cass. sez. V, sent. 20.11.2001, n. 14580), può peraltro considerarsi ammissibile, secondo una regola di comune esperienza, che nel caso in esame la situazione di criticità, riconducibile al progressivo stato di insolvenza in cui versava la Società, successivamente sfociata nella sollecita dichiarazione di fallimento, nonché le antecedenti difficoltà economiche riscontrate nell’anno precedente l’accertata decozione, abbiano indotto la contribuente a liquidare la merce ad un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato e, addirittura, inferiore al costo di produzione, sì da doversi ridurre, o azzerare, anche la percentuale di ricarico presa in considerazione dall’Ufficio (cfr. Cass. sez. V, sent. 12.03.2008, n. 6549). In tal caso, come correttamente rilevato dalla controricorrente, l’azienda “non copre effettivi ricavi esponendo proventi inconcepibili ma dichiara proprio quanto riferibile a quei bassi prezzi che lo stato di necessità le impone”. In relazione al modus operandi adottato dall’Ente impositore per accertare induttivamente il maggior reddito, occorre ancora ribadire che l’Amministrazione Finanziaria ha fondato la propria ricostruzione reddituale induttiva su percentuali medie di settore riferite a società operanti nel mercato in una situazione di normalità economica, senza aver cura di considerare la conclamata situazione di anormalità gestionale in cui si trovava la Società, derivante dallo stato di decozione che ha condotto al fallimento, invero dichiarato nello stesso periodo d’imposta oggetto di accertamento. La modalità procedurale adottata dall’Agenzia risulta inadeguata, e si pone pure in contrasto con il principio d’eguaglianza enunciato dalla Carta costituzionale all’art. 3, perché pretende di applicare alla società accertata, la quale versava in una evidente situazione di criticità rapidamente evoluta nel fallimento, dichiarato nello stesso anno d’imposta, la redditività media del settore di mercato, che è però calcolata in riferimento ad imprese operanti in una situazione di normalità gestionale ed ordinaria redditività.
Merita un cenno, infine, l’ulteriore censura prospettata dalla ricorrente, la quale ha lamentato il mancato assolvimento da parte della curatela fallimentare dell’onere della prova, su di essa gravante, in relazione alla “svendita” della merce per sopperire alle difficoltà economiche del periodo oggetto di contestazione. Nella sua relazione, redatta ai sensi dell’ex art. 33 della Legge Fallimentare, il Curatore ha invero evidenziato, nei primi anni di esercizio dell’attività, un volume di acquisti superiore a quello delle vendite, ritenendolo fisiologico e compatibile con una fase commerciale di prima espansione. Ha, poi, sottolineato che poco prima del fallimento la società aveva effettuato alcune operazioni di cessioni di beni a prezzo vile, per importi assai rilevanti e concernenti un grande quantitativo di beni, fornendo all’Ufficio la relativa documentazione al fine di consentire le necessarie verifiche. Tale documentazione è stata versata in causa e la stessa CTR, nel giudicare illegittimo l’accertamento induttivo dell’Ufficio, ha ritenuto che la contribuente abbia dimostrato che gli scostamenti riscontrati sono derivati da una crisi d’azienda, non incontrando in materia una critica specifica ed esauriente da parte dell’Agenzia delle Entrate. L’Ente impositore, come già ricordato, non censura la regolarità formale delle scritture contabili della società ormai in decozione, e neppure fornisce una critica specifica relativa alla documentazione che pure la società ha prodotto, ma pretende di applicare la redditività di un’impresa in piena efficienza ad una società ormai giunta ad una irreversibile decozione, il che non appare conforme a diritto e neppure ragionevole”.
13161/2019 515 KB
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Se si paga il dovuto vi è la non punibilità anche in caso di omessa o infedele dichiarazione
L’accertamento ante tempus è illegittimo anche se il contraddittorio si è svolto presso i locali dell’Agenzia

References: sentenza 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 art. 33
 sentenza 
 sentenza