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Timestamp: 2018-02-25 03:52:02+00:00

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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza n. 6525 del 22 marzo 2011. Per i danni da inquinamento prodotti dal conduttore è responsabile anche il locatore - Avvocato Renato D'Isa
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Cassazione Civile, sezione III, Sentenza 22 marzo 2011, n. 6525. Locazione – Per i danni da inquinamento prodotti dal conduttore è responsabile anche il locatore
Lo hanno stabilito i giudici della S.C. con la sentenza 22 marzo 2011, n. 6525, con la quale è stato condannato il proprietario di un terreno, concesso in locazione, al risarcimento dei danni ambientali provocati dal conduttore, il quale, nell’area locata, aveva abbandonato alcuni rifiuti tossici.
Per la Corte di Piazza Cavourdeterminata la consapevolezza da parte del proprietario circa l’esistenza dei rifiuti tossici sul terreno locato, al fine di evitare la corresponsabilità con il conduttore, il medesimo proprietario avrebbe dovuto pretendere l’immediato sgombero del terreno; ed eventualmente adire le vie giudiziali in via cautelare.
Con il proprio comportamento omissivo (omissione della dovuta vigilanza nei confronti del conduttore) il locatore non aveva, quindi, “evitato che la situazione degenerasse
Sentenza 22 marzo 2011, n. 6525
Nel settembre del 2000 il Comune di conveniva davanti al Tribunale di Busto Arsizio la s.p.a. *******, nella sua qualità di proprietaria di un terreno in **** e, premetteva: che all’inizio dell’anno 1989 la U.S.S.L. territoriale aveva accertato la presenza su di esso, condotto in locazione da
S. A. e C.A., di materiali classificati come rifiuti tossico-nocivi; che il terreno era stato sottoposto a sequestro penale il **** dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Busto Arsizio; che con varie ordinanze sindacali fra il maggio 1989 ed il dicembre 1996 era stata ingiunto inutilmentealla convenuta e con la prima ordinanza anche ai due conduttori di sgomberare il terreno dai detti materiali; che nel settembre del 1995 l’esondazione del fiume **** aveva cagionato la fuoriuscita di parte dei materiali dal terreno edinquinato i terreni dei proprietari confinanti, con la conseguenza che essoattore aveva dovuto eseguire interveti di bonifica ambientale per un costo di L. 1.916.730.000
La convenuta si costituiva e contestava l’avversa pretesa.
La sentenza veniva appellata dalla s.p.a. ******* e, nella resistenza del Comune, la Corte d’Appello di Milano, con sentenza del 26 novembre 2005, ne disponeva la riforma e respingeva la domanda del Comune
Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione in via principale il Comune di ******sulla base di tre motivi (il quarto non essendo tale, perchè si limita a propugnare – per il caso di accoglimento degli altri e, quindi di cassazione della sentenza -la decisione
nel merito).
La s.p.a. ******* ha resistito con controricorso, nel quale ha svolto un motivo di ricorso incidentale e tre motivi di ricorso incidentale condizionato. p.4. La resistente ha depositato memoria.
Preliminarmente va disposta la riunione del ricorso incidentale a quello principale, in seno al quale è stato proposto.
Con il primo motivo di ricorso si deduce “violazione del D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 14 violazione art. 42 Cost., violazione art. 2697 c.c., in materia di onere della prova in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3”.
Vi si censura la seguente parte della motivazione della sentenza impugnata, nella quale la Corte territoriale – dopo avere rilevato che la ****** poteva essere chiamata a rispondere della mancata eliminazione dall’area di sua proprietà dei rifiuti unicamente alla stregua del D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 14, comma 3, e che, quale proprietaria, ai sensi di detta norma, la responsabilità per la rimozione, l’avvio a recupero e lo smaltimento, nonchè per le spese di ripristino dello stato dei luoghi, le poteva essere attribuita solo per dolo o colpa – ha, una volta rilevato che il dolo non era ipotizzabile, ritenuto inesistente la colpa osservando, nel
censurare il diverso avviso della sentenza di primo grado, quanto segue: “vero è, come si legge in sentenza, che la s.p.a. ******** era consapevole della presenza dei rifiuti tossico-nocivi in questione, ma è altresì vero che si è attivata per la loro eliminazione, come da accordo scritto con i due conduttori del terreno – S. e C. – in data 5.1.1989, con il quale questi ultimi si sono impegnati ad attuare lo sgombero entro il 30.10.1989, con pattuizione di una penale a loro carico di L. 100.000 per ogni giorno di ritardo. La società appellante si è dunque adoperata nel limite del possibile per eliminare il pericolo di danno ambientale inerente ai rifiuti di cui trattasi. Essa, d’altra parte, non aveva potere diretto di ingerenza sull’immobile concesso in locazione e quanto ivi esistente”.
Nella quarta proposizione si imputa alla Corte milanese di avere ignorato il principio che imporrebbe “in capo al proprietario un minimo di diligenza esigibile nel gestire il suo bene tale da impedire o comunque ostacolare fatti di abbandono di rifiuti” ed ancora le
si addebita di avere sostenuto una tesi secondo cui “al proprietario che non abbia materialmente posto in essere l’attività non possa essere ascritta alcuna responsabilità nella causazione dell’inquinamento”, attribuendo siffatto contenuto a questo passo della motivazione: “alla società
appellante non può essere addebitata colpa per omissione di controllo, dato che a soli quattro mesi di distanza è stato eseguito quel sequestro penale che ha tolto al S. e al C., senza recupero da parte della società stesa, la disponibilità dell’area e la possibilità di prelevarvi e portare altrove i rifiuti tossici. Non ha poi base probatoria il dubbio espresso dal primo giudice in ordine alla affidabilità dei due conduttori per l’esecuzione di una efficace e tempestiva operazione di sgombero, che non risulta richiedesse particolari competenze”.
Con il secondo motivo ci si duole di “violazione del D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 14; violazione art. 42 Cost.; violazione art. 2697 c.c. in materia di onere della prova in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3); ovvero: Violazione art. 360 c.p.c., n. 5 per incongruità, contraddittorietà e/o
insufficienza della motivazione e per omessa ed erronea valutazione delle risultanze documentali;
omessa insufficiente, contraddittoria motivazione circa i punti decisivi della controversia prospettati dal Comune di Marnate in relazione all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5)”. 3.1. Sotto un primo aspetto, si rileva che la Corte territoriale, pur essendo partito dalla premessa che la società resistente, quale proprietaria, avesse un dovere di attivarsi “per non aggravare il pericolo di inquinamento”, avrebbe, tuttavia, erroneamente ritenuto che essa si fosse attivata “nei limiti del possibile” attraverso la stipula dell’accordo del 5 gennaio 1989, tenuto conto che non aveva potere diretto di ingerenza sull’immobile e su quanto su di esso esistente perchè l’immobile era stato concesso in locazione. L’errore commesso dalla Corte meneghina sarebbe stato di avere considerato, per valutare l’onere di attivazione soltanto la conclusione del detto accordo, tra l’altro risultante da “documento non confermato dalle prove testimoniali espletate”, e non anche il fatto ben più pregnante della mancata attivazione di procedure giudiziali sia per la risoluzione del contratto locativo per uso del terreno non conforme alla legge e per il suo rilascio, sia per ottenere “l’esecuzione coattiva dell’asserito impegno di sgombero da parte del S. e del C.”. p.3.2. Sotto
un secondo aspetto si rileva che la resistente non aveva mai prodotto alcun contratto di locazione dell’immobile che giustificasse la detenzione qualificata del S. e del C., bensì soltanto un contratto del gennaio 1980 con altro soggetto.
A sostegno di tali deduzioni si fa riferimento a dottrina che avrebbe ravvisato in capo al proprietario un onere di controllo sull’attività compiuta sul fondo anche in caso di affitto, se del caso riconducibile all’ambito dell’art. 2050 c.c. nel caso di conferimento della
disponibilità per l’attività causativa dell’inquinamento. p.3.3. Si assume, quindi, che l’affitto del fondo non esenterebbe il proprietario dall’onere di controllare che di esso si faccia un uso conforme a legge e che, pur non estrinsecandosi esso in un potere di controllo e vigilanza sul rispetto delle
norme ambientali e sanitarie, si configurerebbe un dovere di attivazione, allorquando l’esistenza di una situazione potenzialmente riconducibile all’art. 14 citato risulti, per le attività compiute sul fondo, percepibile con la media diligenza.
Nella specie tale possibilità tanto più si sarebbe potuta configurare in capo alla resistente, tenuto conto:
a) che essa è azienda produttrice di farmaci e, come tale edotta delle normative ambientali e sui rifiuti;
b) che le opere realizzate sul terreno – consistenti nell’accumulo di rifiuti, nella sistemazione di ben nove cisterne e nella realizzazione di “opere di condotti e tubazioni di conduzione di liquido oleoso a una caldaia ai fini della combustione” e, dunque, in
sostanza, di un impianto di smaltimento di rifiuti pericolosi attraverso termodistruzione -erano ben visibili e non occulte, onde risultava inverosimile che la ****** ignorasse che cosa stava avvenendo sul terreno.
Se mal non si comprende, si assume, poi, che la ******* aveva addirittura conservato la custodia materiale dopo il sequestro penale dei rifiuti, posto che era stato nominato custode il signor A., cioè proprio il soggetto che per conto della stessa aveva conferito l’incarico di sgomberare ai conduttori.
Tutte tali complessive considerazioni evidenzierebbero l’error in indicando della corte territoriale in ordine all’esclusione della colpa della resistente. p.4. Con il terzo motivo si denuncia “violazione artt. 2721 e 2724 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 39”, sotto il profilo che al documento relativo al verbale del 5 gennaio 1989, prodotto come documento n. 22 e presente nel fascicolo della **********, si sarebbe dato credito quanto alla consegna del terreno, ancorchè il teste A. non avesse confermato il capitolo di prova per testi dedotto dalla stessa con la memoria del 17 gennaio 2001 e nel quale si assumeva che l’area era stata consegnata al S. con la presa di possesso da parte sua dei beni di cui al detto verbale. Il detto teste, dipendente della società, aveva infatti affermato di non avere consegnato alcuna area, ma di avere firmato “qualcosa in presenza di un maresciallo dei carabinieri” e, dunque, presumibilmente il verbale del sequestro penale.
Il quarto motivo – come s’è già avvertito – non è tale, ma si risolve nella sollecitazione, per il caso di accoglimento degli altri, ad una cassazione con decisione sul merito.
Con l’unico motivo di ricorso incidentale non condizionato si lamenta “violazione e/o falsa applicazione art. 91 c.p.c., comma 1 e art. 92 c.p.c., comma 2 circa la condanna della parte soccombente al rimborso delle spese, ex art. 360, comma 1, n. 3” e, in prima battuta sull’assunto della soggezione del giudizio, avuto riguardo alla data di proposizione del ricorso per cassazione, alla disciplina dell’art. 92 c.p.c., comma 2 introdotta dalla L. n. 263 del 2005, art. 2 si lamenta che la Corte milanese abbia compensato le spese senza indicare le ragioni della compensazione. In seconda battuta si deduce che la compensazione, pur valutata alla stregua dell disciplina precedente, non sarebbe stata giustificata.
Con il primo motivo di ricorso incidentale condizionato si prospetta “violazione e/o falsa applicazione dell’art. 295 c.p.c. sulla sospensione del giudizio, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3” e si lamenta che erroneamente la sentenza impugnata avrebbe ritenuto che fondatamente il Tribunale aveva disatteso l’istanza di sospensione del giudizio in attesa della definizione dei giudizi amministrativi introdotti avverso alcune ordinanze rese dal Sindaco del Comune di Marnate.
Con il secondo motivo di ricorso incidentale condizionato si deduce “violazione e/o falsa applicazione art. 346 c.p.c. sulla decadenza della domande ed eccezioni non riproposte, ex art. 360 c.p.c., comma 1 comma, n. 3”, adducendo che erroneamente ed in violazione dell’art. 346 c.p.c. la Corte milanese avrebbe ritenuto non esaminabile l’eccezione di prescrizione, in quanto non vi era stata censura in ordine alla statuizione di rigetto del giudice di primo grado ed alle argomentazioni che la sorreggevano. Si assume che l’eccezione era stata riproposta con l’atto di appello “a mezzo si menzione nell’atto introduttivo (v, p. 7 atto di
appello), formulazione di domanda nelle conclusioni dell’atto di appello, confermata in sede di precisazione delle conclusioni medesime, articolato richiamo delle ragioni a fondamento in sede di comparsa conclusionale”.
Il Collegio preliminarmente rileva che l’esame del primo motivo di ricorso incidentale condizionato – concernente questione rilevabile d’ufficio – deve seguire quello del ricorso principale, perchè la questione che ne è oggetto è
stata espressamente decisa dalla sentenza impugnata e, dunque, l’interesse all’esame del motivo può sorgere solo per l’ipotesi di accoglimento in tutto od in parte del ricorso principale (in termini, ex multis, Cass. sez. un. 5456 del 2009).
L’esame dei primi due motivi del ricorso principale può avvenire unitariamente, stante la loro stretta connessione: con essi, infatti, si censura la valutazione con cui la Corte territoriale ha escluso la ricorrenza di una responsabilità della resistente alla stregua del D.Lgs. n. 22 del 1997,
art. 14, comma 3, per mancanza di comportamento colpevole.
Prima di procedere all’esame dei due motivi, la Corte rileva l’infondatezza delle eccezioni di incongruenza dei quesiti di diritto formulati dal ricorrente e di mancanza di correlazione fra i motivi e le conclusioni del ricorso principale.
Ciò chiarito, il Collegio rileva che i primi due motivi sono fondati per le ragioni e nei limiti in cui si dirà.
La prima precisazione è nel senso che si è formata cosa giudicata interna nel corso delle fasi di merito su tre questioni, una relativa alla individuazione della cornice normativa entro la quale la vicenda dev’essere ricondotta, la seconda concernente una situazione relativa ad un fatto storico, la terza concernente la posizione della resistente.
Sotto il terzo aspetto, la sentenza impugnata ha altresì rilevato che si era formata cosa giudicata interna sul fatto che i due conduttori S. e C. fossero “gli unici responsabili diretti della presenza nel terreno stesso dei rifiuti tossico-nocivi” di cui la competente U.S.S.L. aveva accertato l’esistenza sul terreno di proprietà della ***** “nei primi mesi di tale anno cioè del 1989”. Anche su questo punto non è stato proposto alcun motivo di ricorso.
Sulla base dei punti fermi appena evidenziati si può procedere all’inquadramento, nell’ambito (necessitato, per quel che si è detto) della fattispecie normativa di cui al D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 14 della vicenda per come devoluta a questa Corte sulla base dei motivi di ricorso principale.
Il tenore della norma (sostanzialmente immutato nella norma che l’ha sostituita), sotto la rubrica “Divieto di abbandono”, era il seguente: “L’abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati.
E’ altresì vietata l’immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee. 3. Fatta salva l’applicazione delle sanzioni di cui agli artt. 50 e 51, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa. Il sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessaria ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all’esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate.
Qualora la responsabilità del fatto illecito di cui al comma 1 sia imputabile ad amministratori o rappresentanti di persona giuridica, ai sensi e per gli effetti del comma 3 sono tenuti in solido la persona giuridica ed i soggetti che subentrano nei diritti della persona stessa”.
Nella fattispecie normativa sono contemplate nel comma 1 e nel comma 2 anzitutto tre condotte, rappresentate da “abbandono” di rifiuti “sul suolo e nel suolo”, da “deposito incontrollato” sempre sul suolo o nel suolo, e dalla ” immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee” Ciascuna di queste tre condotte da luogo – ferma la soggezione alle sanzioni previste dall’art. 50 o dall’art. 51 dello stesso D.Lgs., che colpiscono direttamente la condotta di abbandono o di deposito – alla conseguenza dell’insorgenza di un obbligo di attivazione, rappresentato dal dover provvedere alla “rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi”.
Queste condotte ripristinatorie sono imposteinnanzitutto all’autore delle condotte contemplate dai commi 1 e 2. In secondo luogo lo sono in via solidale al proprietario, al titolare di un diritto reale di godimento e al titolare di un diritto personale di godimento sull’area interessata dalle condotte suddette (che, per quanto attiene alla immissione, è, evidentemente, quella da cui l’immissione avviene). Tali soggetti sono tenuti alle condotte ripristinatorie, il cui inadempimento da luogo poi alla soggezione alle spese di recupero, purchè vi sia stata una loro condotta dolosa o colposa. Siffatta condotta, secondo l’apparente tenore della norma deve riguardare la stessa condotta contemplata nei commi 1 e 2, nel senso che detti soggetti debbono aver tenuto una condotta, commissiva od omissiva, che ha concorso (con quella dell’autore materiale della violazione) alla verificazione della violazione ed è stata frutto di un loro atteggiamento doloso o colposo Tale condotta commissiva od omissiva per il proprietario concedente del diritto reale di godimento o della locazione sul bene si può naturalmente concretare: a1) sia nell’avere consentito espressamente o anche tacitamente l’uso del fondo da parte dell’usufruttuario o del conduttore come deposito di rifiuti; a2) sia nell’essere rimasti inerti dopo avere conosciuto di tale adibizione, cioè nel non avere esercitato contro l’usufruttuario o il conduttore i poteri intesi a far cessare la situazione di utilizzazione del fondo come deposito Nonostante l’apparente limitazione in tal senso non può, poi, dubitarsi che anche l’inadempimento della condotta ripristinatoria alla cui tenuta quei soggetti sono obbligati una volta che ricorra la situazione di causazione dolosa o colpevole nel senso appena detto (con l’autore materiale della violazione) dev’essere frutto di dolo o colpa. L’obbligo ripristinatorio, infatti, si configura come una sanzione amministrativa. I soggetti in questione sono tutti quelli che hanno un titolo di godimento sul terreno sul quale si è verificato l’abbandono o il deposito o dal quale si sono originate le immissioni.
Va chiarito, altresì, che le condotte ripristinatorie del comma 3 della norma hanno, peraltro, ciascuna una rilevanza autonoma, una cosa essendo la “rimozione”, altra “l’avvio a recupero o lo smaltimento dei rifiuti”, altra il “ripristino dello stato dei luoghi”. Ognuno dei soggetti indicati o comunque – secondo la prospettiva delle Sezioni Unite contemplati implicitamente dalla norma può certamente rendersi responsabile di tutte o solo di alcune delle inadempienze a tali condotte ad essa correlate.
Ora, rimozione, avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti e ripristino dello stato dei luoghi sono attività che, per essere compiute, richiedono l’esistenza di un potere diretto sul terreno. Quando vi sia un diritto reale o personale di godimento sul bene, il proprietario non ha questo potere diretto sul terreno, ma l’obbligo di cui è onerato ai sensi dell’art. 14, comma 3 non per questo può dirsi a lui non riferibile. Sia il proprietario verso l’usufruttuario, sia il proprietario verso il conduttore possono pretendere che l’usufruttuario e il conduttore tengano essi le condotto di cui a loro volta sono verosimilmente onerati (per essere a loro volta in colpa o di dolo) e, nel caso di rifiuto, essi possono attivarsi giudizialmente per ottenere che l’usufruttuario o il conduttore provvedano, oppure per chiedere di essere autorizzati in loro vece a provvedere. L’azione in sede giudiziale può naturalmente concretarsi anche in via cautelare. Se del caso, ove la situazione sia tale da determinare o una situazione di abuso del diritto dell’usufruttuario o di uso illecito del ben locato, l’azione giudiziale può anche indirizzarsi nella prospettiva della richiesta di accertamento dell’estinzione del diritto di usufrutto per abuso dell’usufruttuario o nella richiesta di risoluzione del contratto locativo per uso della cosa non consentito ed anzi illecito. Ciò, al fine di riacquisire la disponibilità del fondo e provvedere alle attività ripristinatorie imposte.
Va rilevato, altresì, che nella presente vicenda il Comune verosimilmente avrebbe potuto, una volta eseguito il ripristino, procedere alla riscossione coattiva se del caso ai sensi del testo unico sulla riscossione coattiva delle entrate patrimoniali, ma, naturalmente, nulla gli impediva di dar corso – come fece – alla sua pretesa in via di azione ordinaria.
Alla luce del ricostruito quadro normativo può ora passarsi all’esame dei primi due motivi di ricorso, i quali, al di là di una certa farraginosità espositiva, censurano la valutazione con cui la Corte d’Appello
di Milano ha ritenuto di escludere che, agli effetti della pretesa recuperatoria fatta valere dal Comune, la Sanitaria Ceschina versasse in colpa.
La motivazione resa dalla Corte lombarda è viziata in iure al riguardo in tutti i suoi passaggi e in primo luogo nel passaggio cui si riferisce il primo motivo di ricorso e che è stato riportato sopra al paragrafo 2.
Invero, una volta acquisita consapevolezza dell’esistenza dei rifiuti sul terreno concesso in locazione, la stessa stipulazione dell’accordo del 5 gennaio 1989 per l’eliminazione dei rifiuti con i due conconduttori, sia pure con la pattuizione di una penale, si è risolta – come invece non ha colto la Corte milanese – in un comportamento diretto a consentire, nell’economia dello svolgimento del rapporto locativo, la protrazione della permanenza sul terreno del deposito di rifiuti da chiunque fosse stato effettuato, fossero stati i conconduttori o terzi soggetti, e, quindi, in una condotta di violazione dell’art. 14, comma 1, del citato D.Lgs. Infatti, anzichè pretendere dai conduttori l’immediata rimozione dei rifiuti, la qui resistente acconsentiva alla loro permanenza sul terreno. Al riguardo, una volta considerato che come s’è veduto, la previsione del dovere di rimozione e ripristino è imposta dall’art. 14, comma 3 direttamente al proprietario e lo è anche quando egli eserciti indirettamente il godimento, è palese che, acquisita la consapevolezza della presenza dei rifiuti, il dovere di attivarsi si radicava immediatamente sulla convenuta e doveva essere azionato utendo, anche nei termini adombrati sopra […] ragione dell’eventuale atteggiamento di rifiuto dei conduttori, di tutte le facoltà esercitabili contro i conduttori per esigere che la situazione illecita cessasse. Invece, la resistente ha consentito che l’esercizio del godimento continuasse per dieci mesi, pur pattuendo lo sgombero entro quel termine e prevedendo una penale una volta decorso il termine.
La stessa previsione del termine entro il quale la rimozione da parte dei conduttori doveva avvenire, si è concretata in un’iniziativa volta a perpetuale la situazione di illecito deposito e, dunque, nella condivisione della responsabilità dello stesso.
Del tutto sorprendente ed illogica in iure è l’affermazione della Corte milanese là dove – pur ipotizzata un’eventuale eccessività del termine di dieci mesi, peraltro non cogliendo il rilievo di quanto appena si è osservato – ne assume l’irrilevanza perchè il danno ambientale si sarebbe verificato dopo ben sei anni, cioè nel settembre del 1996, quando l’**** esondò.
La Corte territoriale, oltre ad avere errato nel valutare l’accordo del 5 gennaio 1989, ha escluso la colpa della resistente altresì perchè l’area e gli stessi rifiuti erano stati sottoposti a sequestro penale.
Fermo, dunque, che la custodia risultava attribuita ad un terzo, si osserva che, una volta considerato che la ******** era soggetto corresponsabile della violazione ed obbligato al ripristino, al fine di far cessare la sua condizione di corresponsabile dell’obbligo di ripristino nella qualità di proprietaria del terreno, in disparte la totale mancanza di attivazione nei riguardi dei conduttori quanto al rapporto locativo, bene si sarebbe potuta attivare presso l’autorità penale sollecitando o il dissequestro dell’area e dei rifiuti od anche dei soli rifiuti, al fine di adempiere l’obbligo di rimozione e di metterli in sicurezza, oppure avrebbe potuto sollecitare quella autorità all’adozione di eventuali cautele per la custodia dei rifiuti sì da escludere ogni situazione di pericolo.
Il sopravvento sequestro penale, infatti, nessun mutamento rispetto alla situazione della resistente ebbe, in definitiva, ad operare: essa non aveva la materiale detenzione prima e ha continuato a non averla dopo. L’onere di attivarsi non era correlato prima a detta detenzione e ha continuato a non esserlo dopo.
Il terzo motivo di ricorso è improcedibile, perchè non si è prodotto il verbale di udienza dal quale dovrebbe riscontrarsi la testimonianza cui si fa riferimento, siccome imponeva l’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 e, fra l’altro, nel fascicolo d’ufficio della Corte d’Appello non è presente il fascicolo d’ufficio del giudizio di primo grado, in cui la prova venne assunta.
Venendo all’esame del ricorso incidentale, che, in ragione della sussistenza delle condizioni di fondatezza dei primi due motivi del ricorso principale, deve esaminarsi anche quanto ai motivi condizionati, il Collegio rileva quanto segue.
La cassazione della sentenza in accoglimento del ricorso principale ed il rinvio fanno venir meno la statuizione sulle spese cui il motivo di ricorso incidentale non condizionato si riferisce.
Il primo motivo di ricorso incidentale è inammissibile per difetto di autosufficienza.
Il Collegio osserva anzitutto che è condivisibile il principio di diritto secondo cui “La mancata sospensione del giudizio, nei casi in cui se ne assume la necessarietà, integra un vizio della decisione, astrattamente idoneo ad inficiare la successiva pronuncia di merito; essa, traducendosi nella violazione di una norma processuale, ricade nella previsione dell’art. 360 c.p.c., n. 4, ed è quindi deducibile con il ricorso per cassazione avverso la sentenza che contenga eventuali provvedimenti sulla sospensione, ovvero ribadisca o modifichi precedenti ordinanze adottate in materia nella fase dell’istruzione della causa, fermo restando che eventuali provvedimenti di sospensione, se positivi, sono autonomamente impugnabili con istanza di regolamento di competenza, ai sensi dell’art. 42 cod. proc. civ., come sostituito dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, art. 6.” (Cass. n. 16992 del 2007).
Il secondo motivo di ricorso incidentale è manifestamente infondato, perchè l’art. 346 c.p.c. è invocato a torto. Poichè la sentenza di primo grado aveva rigettato l’eccezione di prescrizione, la decisione al riguardo, come correttamente ha affermato la Corte territoriale, avrebbe dovuto essere impugnata sul punto con apposito motivo di appello, che invece non venne svolto. E’ appena il caso di rilevare che la citata norma riguarda non la posizione dell’appellante, ma quella dell’appellato e, dunque, non è dato comprendere come la resistente possa invocarla.
Conclusivamente, il ricorso principale è accolto quanto ai primi due motivi.
Il terzo motivo è dichiarato improcedibile.
Il Collegio, infatti, osserva – cosa che può fare d’ufficio non essendo sul punto necessari accertamenti di fatto e trattandosi di quaestio iuris non riservata al monopolio del potere di rilevazione delle parti – che, avuto riguardo alla consecuzione della vicenda fino all’esondazione del fiume ****, risulta l’esistenza di una situazione nella quale, ferma l’esistenza del comportamento colpevole rilevante sul piano causale della resistente, appare necessario verificare se la causazione delle spese sopportate per l’attività di ripristino risulta addebitabile interamente ai soggetti contemplati dall’art. 14, comma 3, cioè ai conduttori ed alla proprietaria *******, quali responsabili ai sensi dell’art. 14, comma 1, oppure risulti addebitabile ad essi soltanto in parte alla stregua dell’art. 1227 c.c., comma 1, data la pacifica protrazione della permanenza della presenza dei rifiuti per ben sei anni prima della esondazione. In particolare, la Corte ritiene meritevole di verifica l’ipotesi che alla determinazione del danno abbia potuto concorrere anche il fatto della stessa amministrazione comunale, giacchè essa, al di là dell’esercizio dei poteri amministrativi con le sue ordinanze, si sarebbe dovuta attivare presso l’autorità penale per l’adozione di opportune cautele volte ad evitare la permanenza della situazione di deposito potenzialmente pericoloso fino all’evento della esondazione dell’****.
Il giudice di rinvio, dunque, ferma l’attribuzione alla ******* di una responsabilità nella causazione delle spese di ripristino, provvederà, sulla base della valutazione delle risultanze degli atti a stabilire se tale responsabilità riguardi l’intero loro ammontare oppure, per avere concorso alla loro causazione anche i comportamenti dell’amministrazione comunale, concerna solo una parte di esse.
Il giudice di rinvio si designa in altra sezione della Corte d’Appello di Milano, che deciderà comunque in persona di diversi magistrati addetti all’ufficio anche sulle spese del giudizio di cassazione.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2012-12-07T20:23:17+00:00	3 maggio 2011|Cassazione civile 2011, Contratti - Obbligazioni, Contratti tipici, Locazione, Sentenze - Ordinanze|2 Commenti
La locazione: la disciplina. Gli obblighi del locatore e del conduttore « Avvocato Renato D'Isa 22 ottobre 2012 at 12:11	- Reply
[…] Per la consultazione del testo integrale aprire il seguente collegamento Ã‚Â Ã‚Â Corte di Cassazione, sezione III, sentenza n. 6525 del 22 marzo 2011 .Ã‚Â Il principio ÃƒÂ¨ stato affermato dalla Corte di cassazioneÃ‚Â Ã‚Â all’esito di una vicenda […]
[…] Ã‚Â Corte di Cassazione, sezione III, sentenza n. 6525 del 22 marzo 2011 . […]

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 art. 14
 art. 42
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 art. 14
 sentenza 
 art. 14
 art. 42
 art. 2697
 art. 360
 art. 360
 art. 91
 art. 92
 art. 360
 art. 2
 art. 360
 sentenza 
 art. 346
 art. 360
 sentenza 
 Cass. sez. 

art. 14
 sentenza 
 art. 14
 sentenza 
 sentenza 
 art. 6
 sentenza 
 sentenza 
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