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Timestamp: 2019-06-19 11:18:00+00:00

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CAPO IV - Del desiderio della perfezione.
1. Il primo mezzo che dee prendere una religiosa, per giungere alla perfezione ed esser tutta di Dio, è il desiderio della perfezione. E siccome il cacciatore che tira a volo, per colpire l'uccello, bisogna che prenda sempre la mira avanti della preda, così per giungere a qualche grado di perfezione, bisogna col desiderio prender la mira alla maggior santità a cui possa arrivarsi. Esclamava Davide: Quis dabit mihi pennas sicut columbae? [et] volabo et requiescam (Psal. LIV, 7): Chi mi darà le ale di colomba per volare al mio Dio ed in Dio riposarmi, sciolto dagli affetti alla terra? I santi desideri son già l'ale beate, con cui l'anime sante si distaccano dal mondo e volano al monte della perfezione, ove ritrovano quella pace che nel mondo non può trovarsi. - Ma come, dimando, il santo desiderio fa volare l'anime a Dio? Lo dichiara S. Lorenzo Giustiniani: Vires subministrat, poenam exhibet leviorem.1 Il buon desiderio da una parte dà forza e dall'altra rende la fatica più leggiera a salire il monte. All'incontro chi non desidera la perfezione, diffidando di non potervi arrivare, non mai si adoprerà per ottenerla. Chi vedendo un alto monte, non desidera di giungere alla cima dove sa trovarsi il tesoro, non darà neppure un passo per salirvi, e se ne resterà alla falda trascurato ed ozioso. Così chi non desidera di giungere ad acquistare il tesoro della perfezione, sembrandogli troppo dura la fatica per arrivarvi, se ne resterà sempre negligente nella sua tepidezza, senza mai dare un passo nella via di Dio.
2. Anzi chi non desidera e non si sforza di camminar sempre avanti nella via del Signore, come dicono tutti i maestri di spirito e come insegna l'esperienza, anderà sempre indietro e si porrà in gran pericolo di perdersi. Ciò appunto ne avvisa Salomone dicendo: Iustorum autem semita quasi lux crescit usque ad perfectum diem; via impiorum tenebrosa: nesciunt ubi corruant (Prov. IV, 18):2 Il cammino de' santi si avanza sempre, come avanzasi la luce dell'aurora sino al giorno perfetto; all'incontro la via de' peccatori sempre più diventa ingombrata da tenebre, sino che i miseri riduconsi a camminare senza saper dove vanno a precipitarsi. - Non progredi, reverti est, dice S. Agostino:3 Nella via dello spirito, lo stesso è il non andare innanzi che l'andare indietro. Molto bene ciò spiega S. Gregorio col paragone di chi sta in mezzo al fiume. Chi mai, dice il santo, stesse nel fiume dentro d'una barchetta, e non si curasse di spingerla avanti contro la corrente, ma volesse ivi fermarsi senza andare né indietro né innanzi, egli necessariamente anderebbe indietro, poiché la stessa corrente lo condurrebbe seco.4 L'uomo, dopo il peccato
di Adamo, è restato naturalmente sin dal suo nascere inclinato al male: Sensus enim et cogitatio humani cordis in malum prona sunt ab adolescentia sua (Gen. VIII, 21). Se egli non si spinge avanti e non si fa forza per farsi migliore di quello che è, la stessa corrente dell'umana concupiscenza lo porterà sempre indietro. Dimanda S. Bernardo: Non vis proficere? vis ergo deficere? Nequaquam (Ep. 253 ad Ab. Garinum).5 Anima, dice, tu non vuoi avanzarti nel profitto spirituale? dunque vuoi mancare? Tu rispondi che neppure. Dunque, siegue a parlare il santo, che cosa vuoi fare? Quid ergo vis? Inquis: Vivere volo et manere quo perveni; nec peior fieri patior, nec melior cupio. Tu dici: Voglio restarmi nello stato in cui mi trovo; non voglio esser peggiore né migliore. Hoc ergo vis, risponde S. Bernardo, quod esse non potest. Dunque tu vuoi una cosa ch'è impossibile; perché nella via di Dio o bisogna andare avanti e profittare nelle virtù, o andare indietro e precipitare ne' vizi.
3. È necessario pertanto, insegna l'Apostolo, nell'affare dell'eterna salute non fermarsi mai, ma correre, per mezzo delle virtù, finché si giunga ad afferrare il pallio della vita eterna: Sic currite ut comprehendatis (I Cor. IX, 24). E intendiamo che se manca, per noi manca; poiché Dio vuol tutti santi e perfetti: Haec est enim voluntas Dei, sanctificatio vestra (I Thess. IV, 3). Anzi ci comanda l'esser perfetti e santi: Estote ergo vos perfecti, sicut et Pater vester caelestis perfectus est (Matth. V, 48). Sancti eritis, quoniam ego sanctus
sum (Lev. XI, 44).6 E ben egli ci promette e porge a tutti l'aiuto in tutte le cose che ci comanda, allorché noi ce lo chiediamo, come insegna il concilio di Trento: Deus impossibilia non iubet; sed iubendo monet et facere quod possis et petere quod non possis, et adiuvat ut possis (Sess. VI, c. 11). Iddio non impone cose impossibili, poiché, imponendo i precetti, ci ammonisce a fare quel che possiamo adempire colla grazia ordinaria; e dove bisogna maggior grazia, ci esorta a chiedere quel che non possiamo fare, e cercandola noi, allora egli ben ci dona il suo aiuto, acciocché possiamo eseguire tutto ciò che ci comanda. Fatevi dunque animo. Scrisse il Ven. P. Torres, pio operario, ad una religiosa sua penitente queste belle parole: Figliuola, s'impennino da noi l'ale de' desideri, per non fermarci nella terra, e volare allo sposo, al diletto, al caro, che ci aspetta alla beata patria dell'eternità.7
4. Dice S. Agostino che la vita d'un buon cristiano è un continuo desiderio della perfezione: Tota vita christiani boni sanctum desiderium est (Tract. IV, in I Ep. Ioan.).8 Sicché colui che non conserva nel cuore il desiderio di farsi santo, sarà cristiano, ma non buon cristiano. E se ciò vale generalmente per tutti, specialmente vale per li religiosi, i quali, benché non sieno obbligati ad esser perfetti, debbono nondimeno con modo speciale tendere alla perfezione; così appunto insegna S. Tommaso: Qui statum religionis assumit, non tenetur habere perfectam caritatem, sed tenetur ad hoc tendere (2. 2. q. 186, a. 2).9 In qual modo poi la religiosa debba tendere alla perfezione, lo dichiara lo stesso Angelico: Non tenetur
(religiosus) ad omnia exercitia quibus ad perfectionem pervenitur, sed ad illa quae determinate sunt ei taxata secundum regulam quam professus est (Ibid.):10 Non è già tenuta a praticare tutti gli esercizi che giovano ad acquistare la perfezione, ma ben è tenuta a quelli che particolarmente son prescritti dalla regola che ha professata. Onde, oltre gli obblighi de' voti, è tenuta all'orazione comune, alle comunioni e mortificazioni ordinate dalla regola, al silenzio ed a tutti gli altri esercizi che si praticano dalla comunità.
5. Dirà nonperò taluna: Ma la nostra regola non obbliga a peccato. Ma ciò non ostante rispondo: Dicono comunemente i Dottori che quantunque la regola non obblighi per se stessa a colpa, nondimeno chi la trasgredisce senza causa bastante a scusarlo, in pratica difficilmente anderà esente dal commetter peccato almeno veniale. La ragione è perché quando si trasgredisce una regola volontariamente e senza causa, non per altro viene a trasgredirsi se non per passione o per pigrizia, e perciò la trasgressione non può scusarsi da colpa almeno leggiera. Quindi S. Francesco di Sales ne' suoi Trattenimenti scrisse che quantunque la Regola della Visitazione non obbligasse a colpa veruna, nulladimanco egli non sapea come scusar le trasgressioni da colpa veniale, mentre dicea che, trasgredendo la regola, la religiosa disonora le cose di Dio, tradisce la sua professione, disturba la Congregazione, e dissipa i frutti del buon esempio che ciascuna dee dare.11 Sicché, secondo parla il santo, quando si trasgredisce la regola a vista delle altre religiose, vi sarà di più il peccato dello scandalo. E si avverta inoltre che quando la trasgressione frequente di qualche regola cagionasse danno grave all'osservanza
comune, può giungere anche a peccato mortale. E lo stesso sarebbe se alcuna trasgredisse la regola per disprezzo. Nel che nota S. Tommaso (Cit. qu. 186, art. 9) che 'l frequentemente trasgredir la regola, praticamente dispone al disprezzo di quella.12 E così si risponde a quelle monache tepide che si scusano delle loro inosservanze, con dire che la regola non obbliga a colpa. Del resto le monache osservanti non van trovando se la regola obblighi o no a peccato; basta loro, per osservarla diligentemente, il sapere che quella regola è ordinata da Dio, e che Dio si compiace di vederla osservata.
6. In somma, siccome non v'è uomo che giunga alla perfezione di qualche scienza o arte, se prima non desidera ardentemente di acquistarla: così non v'è stato mai santo che sia giunto alla santità, senza un gran desiderio di conseguirla. Ordinariamente, diceva S. Teresa, Iddio non fa molti segnalati favori, se non a chi molto ha desiderato il suo amore.13 E 'l Profeta regale disse: Beatus vir cuius est auxilium abs te; ascensiones in corde suo disposuit in valle lacrimarum... ibunt de virtute in virtutem (Psal. LXXXIII, 6):14 Beato l'uomo che ha risoluto nel suo animo di salire, vivendo in questa terra, da grado in grado alla perfezione; poich'egli sarà soccorso abbondantemente da Dio, e anderà sempre avanti da virtù in virtù. Così han fatto i santi, e specialmente un S. Andrea d'Avellino, il quale giunse anche a far voto di camminar sempre innanzi nella via della perfezione: In via christianae perfectionis semper ulterius progrediendi (Lect. Offic. in die fest.).15
Dicea S. Teresa: Iddio non lascia senza paga anche in questa vita qualunque buon desiderio.16 E così i santi per mezzo de' buoni desideri fra poco tempo sono arrivati ad un grado molto sublime di perfezione: Consummatus in brevi explevit tempora multa (Sap. IV, 13). Così un S. Luigi Gonzaga giunse tra pochi anni - giacché la sua vita non fu più che di 23 anni - a tal grado di perfezione che S. Maria Maddalena de' Pazzi, vedendolo in ispirito nel cielo, disse che le sembrava in certo modo non esservi santo in paradiso che godesse maggior gloria di Luigi: e nello stesso tempo intese la santa ch'egli era giunto a tal grado per lo gran desiderio che aveva avuto in vita di giungere ad amare Dio, quanto Dio meritava d'esser amato; e che vedendo di non potervi arrivare - mentre Dio merita un amore infinito - il santo giovine aveva sofferto in questa terra un martirio d'amore, che poi l'avea elevato ad una gloria sì grande.17
7. Molti belli documenti, oltre di quelli già detti di sopra, dà S. Teresa nelle sue Opere su questo punto. In un luogo dice: I nostri pensieri sieno grandi, che di qua verrà il nostro bene.18 In altro dice: Non bisogna avvilire i desideri, ma confidare in Dio, che, sforzandoci noi a poco a poco, potremo arrivare dove colla sua grazia arrivarono i santi.19 In altro luogo dice: Sua divina maestà è amica d'anime generose, purché vadano diffidate di loro stesse.20 Ed attestava poi la santa per esperienza di non aver veduta alcun'anima codarda che in molti anni avesse fatto tanto cammino, quanto certe altre animose in pochi giorni.21 Ad acquistare poi coraggio, molto giova il leggere le vite de' santi, e specialmente di coloro che dallo stato di peccatori son passati ad esser gran santi, come una S. Maria Maddalena, un S. Agostino, S. Pelagia, S. Maria Egiziaca, e specialmente S. Margherita da Cortona che stiede per molti anni in istato di dannazione, ma anche in quel miserabile stato nutriva il desiderio di farsi santa,22 come in fatti,
quando poi si convertì a Dio, si diede talmente a volare per la perfezione, che meritò in vita d'intendere, come il Signore le rivelò, che non solo era predestinata, ma che l'era apparecchiato in cielo il luogo tra' serafini.23 Dice in altro luogo la medesima S. Teresa che il demonio procura che ci paia superbia l'aver desideri grandi e 'l voler imitare i santi; ma questo soggiunge essere un grande inganno.24 Sì, perché ciò non è superbia, quando l'anima diffida di se stessa, e, fidata solo in Dio, s'avvia a camminar per la perfezione con coraggio, dicendo coll'Apostolo: Omnia possum in eo qui me confortat (Philip. IV, 13): Io non posso niente colle mie forze, ma col suo aiuto posso tutto; perciò risolvo colla sua grazia di volerlo amare, come l'hanno amato i santi.
8. Pertanto importa molto il sollevare i nostri desideri a cose grandi, come di volere amar Dio più di tutti i santi, di patire più che tutti i martiri per suo amore, di soffrire e perdonare tutte le ingiurie, di abbracciare ogni fatica e pena per salvare un'anima, e cose simili. Perché primieramente questi desideri, benché sieno di cose che non succederanno, nondimeno son di gran merito appresso Dio, il quale siccome odia le volontà perverse, così si compiace delle buone. In secondo luogo, perché l'anima per questi desideri di cose grandi e difficili si rende più coraggiosa ad eseguire le cose più facili. Perciò molto giova sin dalla mattina proponer sempre di far quanto si può per Dio, di soffrire tutti gl'incontri e le cose contrarie, di star sempre raccolta ed occupata in far atti di amore verso Dio. Così faceva S. Francesco, come riferisce S. Bonaventura: Proponeva, colla grazia di Gesù Cristo, di far cose grandi.25 Dice S. Teresa: Il Signore si compiace talmente de' buoni desideri, come se fossero eseguiti.26 Oh quanto è meglio
aver che fare con Dio che col mondo! Per conseguire i beni del mondo, le ricchezze, gli onori, gli applausi degli uomini, non basta il desiderarli, anzi il desiderio accresce la pena, quando non si ottengono; ma con Dio basta desiderar la sua grazia e 'l suo amore, per già ottenerli. Ciò appunto dicea quel cortigiano dell'imperadore, riferito da S. Agostino. Narra il santo che ritrovandosi due cortigiani dell'imperadore in un monastero di solitari, un di loro prese ivi a legger la vita di S. Antonio abbate: Legebat, scrive S. Agostino, et exuebatur mundo cor eius: Leggeva, e mentre leggeva, si andava il suo cuore staccando dagli affetti del mondo. Indi rivolto al compagno gli parlò così: Quid quaerimus? maiorne esse potest spes nostra, quam quod amici imperatoris simus? Et per quot pericula ad maius periculum pervenitur? et quamdiu hoc erit? Amico, gli disse, pazzi che siamo! E che andiamo noi cercando con servir l'imperadore a forza di tanti stenti, timori ed angustie? Possiamo noi sperare più che di diventare suoi amici? E se mai giungessimo a conseguir questa fortuna, altro non faremmo che mettere a maggior pericolo la nostra salute eterna. Ma no, che difficilmente arriveremo mai ad aver per amico Cesare. E poi concluse: Amicus autem Dei, si voluero, ecce nunc fio.27 Ma s'io voglio, disse, esser amico di Dio, ecco già
lo sono; mentre, volea dire, l'amicizia di Dio subito l'ottiene chi la vuole con vero e risoluto desiderio di ottenerla.
9. Dico con vero e risoluto desiderio; poiché poco servono quei desideri inefficaci co' quali si pascono alcune anime pigre, le quali sempre desiderano, e frattanto non mai danno un passo avanti nella via di Dio. Di queste parla Salomone allorché dice: Vult et non vult piger (Prov. XIII, 4). Ed altrove dice: Desideria occidunt pigrum (Prov. XXI, 25). La religiosa tepida desidera la perfezione, ma non si risolve mai a prendere i mezzi per acquistarla. Da una parte la vuole, considerando quanto ella è desiderabile; ma dall'altra parte non la vuole, considerando la fatica che si richiede per conseguirla; onde la vuole e non la vuole; la desidera, ma non la desidera efficacemente; e se pur desidera di farsi santa, lo desidera per certi mezzi che sono fuori del suo stato, e dice: Oh s'io stessi in un deserto, vorrei far sempre orazione e penitenza: se fossi in altro monastero, vorrei chiudermi in una cella e pensare solo a Dio: se avessi buona salute, vorrei fare molte mortificazioni. Vorrei, vorrei, e frattanto la misera non adempisce gli obblighi che tiene secondo lo stato presente: fa poca orazione, anzi spesso lascia anche l'orazione comune: lascia le comunioni: poco assiste al coro, e molto frequenta le grate e 'l belvedere: soffrisce con poca pazienza e rassegnazione gl'incomodi delle sue infermità: in somma fa molti difetti deliberati e ad occhi aperti alla giornata, e non cerca neppure d'emendarsene. Che mai dunque
servirà a questa religiosa il desiderar tante cose impossibili al suo stato presente, mentre così trascura le obbligazioni che tiene? Desideria occidunt pigrum. Tali desideri inutili più presto la faranno perdere, mentr'ella si pascerà di loro inutilmente; e contentandosi di quelli, lascerà d'intraprendere i mezzi che di presente le son necessari per la sua perfezione e per lo conseguimento della sua salute eterna. Ben disse a questo proposito S. Francesco di Sales: Io non approvo che una persona attaccata a qualche obbligo o vocazione, si fermi a desiderare un'altra sorta di vita, fuori di quella ch'è convenevole all'officio suo, né altri esercizi incompatibili al suo stato presente; perché ciò dissipa il cuore e lo fa languire negli esercizi necessari.28
Bisogna dunque che la religiosa metta l'occhio solamente a quella perfezione ch'è propria dello stato e dell'officio presente, di superiora o di suddita, di sana o d'inferma, di giovane o di vecchia, con volontà risoluta di prenderne i mezzi. Inoltre avverte S. Teresa (Camm. perf. cap. 38): Ci fa credere il demonio che abbiamo una virtù, v. gr. di pazienza, perché ci determiniamo di patire assai per Dio; e veramente ci pare che in effetto soffriressimo qualunque incontro; onde stiamo molto contente, perché il demonio aiuta a farcelo credere. Io vi avverto che non facciate caso di queste virtù, ne pensiate a conoscerle se non di nome, finché non ne vediamo la pruova; imperocché accaderà che ad una parola che vi sia detta di disgusto, vada la pazienza per terra.29
10. Veniamo alla pratica de' mezzi, ch'è quel che serve.
I mezzi per la perfezione sono per 1. l'orazione mentale, meditando specialmente quanto Iddio merita d'esser amato, e l'amore che questo Dio ci ha portato, particolarmente nella grand'opera della Redenzione, nella quale un Dio è giunto per noi a sagrificar la vita in un mare di dolori e di disprezzi, e, di ciò non contento, si è ridotto a farsi nostro cibo per acquistarsi il nostro amore. Queste verità non giungono ad accender l'anime, se non sono spesso considerate: In meditatione mea exardescet ignis (Psal. XXXVIII, 4). Dicea Davide: Quando io mi fermo a meditare la bontà del mio Dio, mi sento tutto infiammare ad amarlo. Ma diceva all'incontro quel santo giovine S. Luigi Gonzaga che non mai un'anima giungerà ad un alto grado di perfezione, se prima non giunge ad un alto grado d'orazione.30
Per 2. bisogna sempre rinnovare il proposito di avanzarsi nel divino amore. E perciò giova il figurarsi come ogni giorno fosse il primo in cui la persona comincia la vita della perfezione. Così facea Davide, replicando sempre: Et dixi: Nunc coepi (Psal. LXXVI, 11). E questo fu l'ultimo ricordo che S. Antonio abbate lasciò a' suoi monaci: Figli, loro disse, figuratevi che ogni giorno sia il primo in cui cominciate a servire Dio.31
Per 3. bisogna che la persona faccia una continua ricerca de' difetti che sono nell'anima; ma una ricerca rigida, come dicea S. Agostino, senza palpar la coscienza: Fratres mei, discutite vos sine palpatione. Semper displiceat tibi quod es, si
vis pervenire ad id quod non es (De verb. Apost., serm. 15):32 È necessario che ti tieni sempre mal soddisfatta di quel che sei, affinché arrivi ad esser quella perfetta che ora non sei. Altrimenti, siegue a dire il santo, ubi tibi placuisti, ibi remansisti: dove ti compiacerai del grado a cui sei giunta, ivi rimarrai; poiché chiamandoti contenta di te stessa, perderai anche il desiderio di passare avanti. Indi soggiunse quel suo celebre detto, che dee essere di molto spavento per quell'anime che, compiacendosi di loro stesse, poco desiderano di avanzarsi; dice S. Agostino: Si autem dixeris: Sufficit, periisti: Se hai detto: Mi basta la perfezione che tengo, sei perduta; perché il non avanzarsi nella via di Dio è lo stesso che andare indietro, come di sovra si è considerato e come in brevi parole ben esprime S. Bernardo: Profecto nolle proficere, deficere est (Epist. 253 ad Garinum).33 Quindi esorta S. Gio. Grisostomo che bisogna pensar sempre alle virtù che mancano, e non mai a qualche picciolo bene che abbiam fatto; poiché, dice il santo, il pensare al ben fatto segniores facit et in arrogantiam extollit (Hom. 12 in Ep. ad Phil.):34 ad altro non serve che a renderci più pigri nella via dello spirito ed a gonfiarci di vanagloria, la quale ci metterà a rischio di perdere tutto l'avanzo fatto. Qui currit, siegue a parlare il Grisostomo, non reputat quantum confecerit, sed quantum desit:35 Chi corre per giungere
alla perfezione, non fa conto del cammino fatto, ma di quello che gli resta da fare per giungere ad ottenerla. L'anime fervorose quanto più si accostano al fine della vita, tanto più crescono nel fervore: Quasi effodientes thesaurum, dice Giobbe (III, 21).36 Quei che scavano qualche tesoro, come spiega S. Gregorio, quanto più si trovano avere scavato, tanto più s'affrettano a scavare, per desiderio di far presto acquisto del tesoro bramato. Così quelli che cercano la perfezione, quanto più camminano avanti, tanto più s'affaticano a camminare per acquistarla.37
11. Per 4. giova molto ad acquistare la perfezione, il mezzo che usava S. Bernardo per infervorarsi. Scrive il Surio che 'l santo hoc semper in corde, frequenter etiam in ore habebat: Bernarde, ad quid venisti?38 Avea sempre nel cuore e spesso nella bocca il richiedere a se stesso: Bernardo, che sei venuto a fare nella religione? Lo stesso dovrebbe ogni religiosa continuamente dire a se medesima: Io ho lasciato il mondo e tutte le cose che 'l mondo mi offeriva, per venire nel monastero a farmi santa; ed ora che fo? Non mi fo santa, e mi pongo anzi a pericolo di perdermi, con questa vita così tepida che
meno. Giova qui riferire l'esempio della Venerabile Suor Giacinta Marescotti, la quale menava una vita molto tepida nel monastero di S. Bernardino in Viterbo; ma essendovi andato per confessore straordinario il P. Bianchetti francescano, e volendo ella confessarsi, quel buon padre con severità le disse: È monaca ella? Or sappia che il paradiso non è per le monache vane e superbe. Rispose Giacinta: Dunque io ho lasciato il mondo per girmene all'inferno? - Sì, ripigliò il padre, questa è la stanza che tocca alle sue pari; colà vanno a cadere quelle religiose che vivono nel monastero da secolari. Riflettendo a ciò Suor Giacinta, si compunse e si confessò dirottamente piangendo la sua passata vita, ed indi diedesi a camminare per la via della perfezione.39 - Oh quanto è profittevole questo pensiero, d'aver lasciato il mondo affin di farsi santa, per isvegliare una religiosa e per animarla a camminare avanti ed a superar le difficoltà che le occorrono nella religione! Allorché dunque, sorella mia, sentirete difficoltà in qualche ubbidienza, replicate: Ma io non son venuta al monastero per far la volontà mia; se voleva far la mia volontà, mi sarei restata nel mondo; son venuta a far la volontà di Dio con ubbidire a' miei superiori, e ciò voglio fare in ogni conto. Allorché sentirete qualche incomodo della povertà, dite: Ma io non son venuta qui a star comoda e ricca, ma per esser povera per amore di Gesù mio, che volle esser più povero di me per mio
amore. Allorché riceverete qualche disprezzo o riprensione, dite: Io non son venuta alla religione che per essere umiliata come merito per gli peccati miei, e così rendermi cara allo sposo mio, che tanto fu disprezzato in questa terra. Questo è il vivere a Dio e morire al mondo. Pertanto concludete: Che dunque mi servirà l'aver lasciato il mondo, l'essermi chiusa tra quattro mura e l'essermi privata della mia libertà, se non mi fo santa, e facendo una vita trascurata e larga, mi metto anche a pericolo di dannarmi?
12. Per 5. giova che la religiosa consideri e rinnovi i desideri e fervori antichi ch'ebbe quando entrò nel monastero. - L'abbate Agatone interrogato da un monaco come avesse a portarsi nella religione, rispose: Vide qualis fueris primo die quando existi de saeculo, et talis permane:40 Mira qual fosti nel primo giorno che lasciasti il mondo, e tale conservati. Ricordati dunque, o sposa benedetta del Signore, de' tuoi propositi fatti, di non cercare altro che Dio, di non voler altro se non ciò che vuole l'ubbidienza, di soffrire ogni disprezzo ed ogn'incomodo per amore di Gesù Cristo. - Questo ricordo fe' ritornare un giovine religioso all'antico fervore. Narrasi nelle Vite de' Padri (Part. II, § 201) che costui quando volle entrare nella religione, se gli oppose la madre, apportandogli molte ragioni, per cui dicea non dover esso abbandonarla; ma il giovine a tutte quelle rispondea sempre: Io voglio salvare l'anima mia. Ed usando fortezza, entrò finalmente nella religione. Ma dopo qualche tempo il misero si rallentò e cominciò a vivere con gran tepidezza. Morì la madre, ed indi essendo egli caduto in una grave infermità, si vide un giorno presentato al giudizio divino, ed ivi vide la madre che lo rimproverò dicendo: Figlio, dove son quelle tue parole: Voglio salvare l'anima mia? Tu
perciò entrasti nella religione, ed ora che vita è questa che fai? Ritornato in sé il religioso, scampò da quell'infermità, e col ricordo ricevuto dalla madre del suo antico proposito, diedesi ad una vita tutta santa, e cominciò a fare tali penitenze che gli altri l'ammonivano poi a moderarsi; ma egli rispondea: Io non ho potuto soffrire il rimprovero di mia madre, come potrò soffrire quello che mi farà Gesù Cristo nel giudizio, s'io non corrispondo alla sua chiamata?41 Perciò molto anche giova il leggere spesso le vite de' santi, gli esempi de' quali molto ci fanno umiliare e conoscere le nostre miserie. I poveri non ben conoscono la loro povertà, se non quando vedono i tesori de' ricchi.
13. Per 6. bisogna che la persona non si disanimi, se vede non essere ancora giunta alla perfezione che desidera. - Questa è una gran tentazione del demonio. Dicea S. Filippo Neri che 'l negozio di farci santi non è negozio d'un giorno.42 Si narra nelle Istorie de' Padri che un certo monaco, dopo esser entrato nel monastero con gran fervore, per un certo tempo
s'intepidì; ma desiderando di riprendere il primo cammino, e stando all'incontro molto afflitto perché non sapea pigliarne la via, andò a consigliarsi con un certo padre antico. Quegli lo consolò, e per animarlo gli addusse l'esempio, o sia parabola, d'un padre che mandò il figlio a purgare un territorio pieno di spine e cespugli; ma il figlio vedendo la gran fatica che richiedea una tal opera, perdendosi d'animo, si pose a dormire senza far niente, e poi si scusò col padre dicendo di non fidarsi43 di far tanta fatica. Il padre gli rispose: Figliuolo mio, io non voglio altro da te, se non che ogni giorno purghi quella terra, solamente per quanto capisce un corpo umano. Così cominciò a fare il figlio, e in questo modo a poco a poco la terra restò fra qualche tempo purgata di tutte l'erbe e piante inutili che v'erano.44 - Quanto è bello questo paragone per darci animo ad avanzarci nella via della perfezione! Basta che la persona conservi sempre vivo il desiderio e si faccia forza di camminare avanti, perché a poco a poco, col divino aiuto, ben giungerà un giorno ad acquistar la perfezione che desidera. Anzi dice S. Bernardo che lo sforzo continuo che fa l'anima per giungere alla perfezione, questo medesimo è la perfezione
che può aversi nella presente vita: Iugis conatus ad perfectionem, perfectio reputatur (Ep. 253 ad Ab. Garinum.).45 Pertanto bisogna star attento a non lasciar mai gli esercizi soliti, le orazioni solite, le solite comunioni, le solite mortificazioni. E ciò specialmente in tempo di aridità: in questo tempo il Signore fa pruova dell'anime fedeli, in veder se, con tutta la pena e tedio che sentono nelle loro oscurità, sieguono con fedeltà a praticare tutto ciò che facevano prima nell'abbondanza delle celesti consolazioni.
14. Per ultimo è gran mezzo per la perfezione ad una religiosa che vive in comunità il tener rivolti gli occhi alle sorelle più osservanti, affin d'imitarle nelle virtù più particolari di cui elleno dan buon esempio. - Siccome l'ape, dicea S. Antonio abbate, da diversi fiori va raccogliendo il mele, così la religiosa santa deve raccoglier dalle sue compagne i buoni esempi delle virtù:46 da una la modestia, da un'altra la carità,
da un'altra l'affetto all'orazione, da un'altra la frequenza della comunione, e così le altre virtù. E questo è il santo impegno che ogni buona religiosa dee aver nel monastero, d'imitare, anzi di superare, tutte le sorelle nelle virtù ch'esse praticano. Nel mondo fanno a gara i mondani a chi può essere più ricco, più onorato e più colmo de' piaceri terreni. Nella religione all'incontro debbon le monache fare a gara, a chi è più umile, più paziente, più mansueta, più caritativa e più amante de' disprezzi, della povertà, della purità e dell'ubbidienza: in somma l'emulazione ha da essere a chi meglio ama e dà più gusto a Dio. Ed a questo fine dee indirizzare tutte le sue azioni ordinarie, principalmente per piacere a Dio, e poi anche per dar buon esempio alle sorelle, acciocché quelle se ne approfittino e diano maggior gloria al Signore: Sic luceat lux vestra coram hominibus ut... glorificent Patrem vestrum, qui in caelis est (Matth. V, 16). Quindi debbonsi fare molto scrupolo quelle religiose che danno il voto ad alcuna donzella, i di cui portamenti per lo passato non han data buona edificazione nel monastero; poiché dove i buoni esempi molto giovano ad infervorare l'altre, così i mali esempi riescono all'altre di molto nocumento, inducendole facilmente a commettere quei difetti che frequentemente nelle altre osservano.
1 «Quis enim huius sancti desiderii valet profectus explicare? Animo quippe vires subministrat et poenam exhibet leviorem, perseverantiam praebet, sanctitatem adducit, coaequat martyribus, et caelesti patria dignum suum efficit superno iudici gratiora, quo ardentiori fuerint facta caritate. Non qui plus operatur, sed qui plus diligit, magis commendatur a Christo. Amor enin desideriis nutritur, desideria autem ab amore tamquam calor ab igne prodeunt.» S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, De disciplina et perfectione monasticae conversationis, cap. 6. Opera, Venetiis, 1721, pag. 73, col. 1.
2 Iustorum autem semita, quasi lux splendens, procedit et crescit usque ad perfectam diem. Via impiorum tenebrosa: nesciunt ubi corruant. Prov. IV, 18, 19.
3 «Ubi coeperimus stare, descendimus; nostrumque non progredi iam reverti est.» Inter Opera S. Augustini, Epistola (non di Agostino, ma di Pelagio) ad Demetriadem, cap. 27. ML 33-1118.- Meglio prendere queste parole da S. Bernardo (In Purificatione B. M. V., sermo 2, n. 3. ML 183- 369): «In via vitae non progredi, regredi est.» - Anzi il pensiero è pur di S. AGOSTINO: «Quantumcumque hic vixerimus, quantumcumque hic profecerimus, nemo dicat: Sufficit mihi; iustus sum. Qui dixerit, remansit in via, non novit pervenire. Ubi dixerit: Sufficit, ibi haesit.» Enarratio in Ps. LXIX, n. 8. ML 36-873. - «Proficite, fratres mei, discutite vos semper sine dolo, sine adulatione, sine palpatione. Non enim aliquis est intus tecum, cui erubescas, et iactes te. Est ibi, sed cui placet humilitas, ipse te probet. Proba et te ipsum tu ipse. Semper tibi displiceat quod es, si vis pervenire ad id quod nondum es. Nam ubi tibi placuisti, ibi remansisti. Si autem dixeris: Sufficit, et peristi. Semper adde, semper ambula, semper profice: noli in via remanere, noli retro redire, noli deviare. Remanet, qui non proficit; retro redit, qui ad ea revolvitur unde iam abscesserat; deviat, qui apostatat. Melius it claudus in viam quam cursor praeter viam.» Sermo 169, cap. 15, n. 18, ML 38-926. - «Erit... respectus misericordiae ipsius (Dei), ut te conante omnia (peccata) perimere, et quantum adiuverit perimente, de reliquis quae tibi restant in itinere invento et in conatu comprehenso, facile ignoscat: tantum proficere affecta, non deficere. Si nont e invenit dies ultimus victorem, inveniat vel pugnantem, non captum et addictum.» Sermo 22, cap. 8, n. 8. ML 38-153.
4 «Admonendi sunt qui inchoata bona minime consummant, ut cauta circumspectione considerent quia dum proposita non perficiunt, etiam quae fuerant coepta convellunt. Si enim quod videtur gerendum sollicita intentione non crescit, etiam quod fuerat bene gestum decrescit. In hoc quippe mundo humana anima quasi more navis est contra ictum fluminis conscendentis: uno in loco nequaquam stare permittitur, quia ad ima relabitur, nisi ad summa conetur.» S. GREGORIUS MAGNUS, Regulae pastoralis liber, pars 3, cap. 34 (al. 58), Admonitio 35. ML 77-118.
5 «Quod si studere perfectioni, esse perfectum est; profecto nolle proficere, deficere est. Ubi ergo sunt qui dicere solent: Sufficit nobis, nolumus esse meliores quam patres nostri? O monache, non vis proficere? Non. Vis ergo deficere? Nequaquam. Quid ergo? Sic mihi, inquis, vivere volo, et manere in quo perveni; nec peior fieri patior, nec melior cupio. Hoc ergo vis quod esse non potest. Quid enim stat in hoc saeculo? Et certe de homine specialiter dictum est: Fugit velut umbra, et numquam in eodem statu permanet (Iob XIV, 2)... Ideo Paulus aiebat: Sic currite ut comprehendatis (I Cor. IX, 24).... Itaque si proficere currere est; ubi proficere, ibi et currere desinis; ubi vero non currere, ibi et deficere incipis. Hinc plane colligitur quia nolle proficere, nonnisi deficere est.» S. BERNARDUS, Epistola 254, ad Abbatem Guarinum Alpensem (postea episcopum Sedunensem), n. 4. ML 182-460, 461.
6 Sancti estote, quia ego sanctus sum. Lev. XI, 44.
7 «Prima di morire, scrisse ad una religiosa sua penitente una lettera del tenore che segue: «Figliuola, festinemus ingredi in illam requiem; s' impennino da noi le ali de' desideri per non fermarci nella terra, e volare allo sposo, al diletto, al caro, che ci aspetta alla beata patria dell' eternità.» Lodovico SABBATINI d' Anfora, de' Pii Operari, Vita, Napoli, 1732, lib. 1, cap. 15.
8 S. AUGUSTINUS, In Epistolam Ioannis ad Parthos (In I Epist. Ioan.) tractatus 4, n. 6. ML 35-2008.
9 «Ipsa perfectio caritatis est finis status religionis: status autem religionis est quaedam disciplina vel exercitium ad perfectionem perveniendi.... Manifestum est autem quod illi qui operatur ad finem, non ex necessitate convenit quod iam assecutus sit finem: sed requiritur quod per aliquam viam tendat in finem. Et ideo ille qui statum religionis assumit, non tenetur habere perfectam caritatem, sed tenetur ad hoc tendere et operam dare ut habeat caritatem perfectam.» S. THOMAS, Sum. Th., II-II, qu. 186, art. 2, c.
10 «Similiter etiam non tenetur (qui statum religionis assumit) ad omnia exercitia quibus ad perfectionem pervenitur, sed ad illa determinate quae sunt ei taxata secundum regulam quam professus est.» Ibid.
11 «Ces Constitutions n' obligent aucunement d' elles-mêmes à aucun pèchè, ni nortel ni vèniel, ains seulement sont donnèes pour la direction et conduite des personnes de la Congrègation. Mais pourtant, si quelqu' une les violait volontairement, à dessein, avec mèpris, ou bien avec scandale tant des Sœurs que des ètrangers, elle commettrait sans doute une grande offense; car on ne sauroit exempter de coulpe celle qui avilit et dèshonore les choses de Dieu, dèment sa profession, renverse la Congrègation, et dissipe les fruits de bon exemple et de bonne odeur qu' elle doit produire envers le prochain.» S. FRANÇOIS DE SALES, Les vrais Entretiens spirituels, 1er Entretien. (Euvres, VI, Annecy, 1895, pag. 5.
12 «Tunc committit aliquis vel transgreditur ex contemptu, quando voluntas eius renuit subiici ordinationi legis vel regulae, et ex hoc procedit ad faciendum contra legem vel regulam. Quando autem e converso, propter aliquam particularem causam, puta concupiscentiam vel iram, inducitur ad aliquid faciendum contra statuta legis vel regulae, non peccat ex contemptu, sed ex aliqua alia causa: etiam si frequenter ex eadem causa, vel alia simili, peccatum iteret.... Frequentia tamen peccati dispositive inducit ad contemptum.» S. THOMAS, Sum. Th., II-II, qu. 186, art. 9, ad 3.
13 «Mas que le vean descubiertamente, y comunicar sus grandezas y dar de sus tesoros, no quiere sino a los que entiende que mucho le desean, porque èstos son sus verdaderos amigos.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 34. Obras, III, 166.
14 Ps. LXXXIII, 6: Beatus vir, cuius est auxilium abs te: ascensiones in corde suo disposuit, - 7: in valle lacrimarum, in loco quem posuit.- 8: Etenim benedictionem dabit legislator, ibunt de virtute in virtutem: videbitur Deus deorum in Sion.
15 «In eas maxime virtutis exercitationes incubuit, ad quas sese arduis etiam emissis votis obstrinxit, altero scilicet suae ipsius voluntati iugiter obsistendi, altero vero in via christiamae perfectionis semper ulterius progrediendi.» BREV. ROM., die 10 nov., lectio 5.- Cf. Gaetano MAGENIS, Chier. Reg., Vita, 2ª ediz., Brescia, 1739, lib. 1, cap. 8, Appendice storica.
16 «Sea bendito (Dios) por todo, que he visto claro no dejar sin pagarme, aùn en esta vida, nigùn deseo bueno.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 4. Obras, I, 25.
17 «A' 4 d' aprile dell' anno medesimo (1600),..... le fu conceduto il vedere in paradiso la gloria del Beato Luigi Gonzaga della Compagnia del (sic) Gesù; onde soprappresa dalla vista di sì sovrano oggetto, cominciò a parlare pausatamente, interponendo spazio fra l' uno e l' altre, come le linee dinotano, in tal guisa: «O che gloria ha Luigi, figliuolo d' Ignazio! Non mai l' avrei credito, se non me lo avesse mostro Gesù mio. - Mi pare in un certo modo che non abbia da esser tanta gloria in cielo, quanta ne veggo aver Luigi. - Io dico che Luigi è un gran santo.- Noi abbiamo de' santi in Chiesa, i quali non credo che abbim tanta gloria.» - Voleva intendere dell' ossa e reliquie de' santi che tengono ne' reliquiari in Chiesa.- «Io vorrei poter andare per tutto 'l mondo, e dire che Luigi, figliuolo d' Ignazio, è un gran santo, e vorrei poter mostrare a ciascuno la sua gloria, perché Dio fosse glorificato. - Ha tanta gloria, perché operò coll' interno.- Chi potrebbe mai narrare il valore e la virtù dell' opere interne? Non c' è comparazione alcuna dall' intrinseco all' estrinseco. - Luigi stando qua giù in terra tenne la bocca aperta a risguardi del Verbo». - Volle dire che questo Beato amava l' ispirazioni interiori, che il Verbo mandava al suo cuore, e quanto più poteva cercava d' eseguirle. - «Luigi fu martire incognito, perché chi ama te, Dio mio, ti conosce tanto grande, ed infinitamente amabile, che gran martirio gli è il vedere di non t' amare quanto desidera d' amarti, e che non sia amato dalle creature, anzi offeso.- Si fece ancora martire da se stesso. - O quanto amò in terra, e però ora gode Dio in cielo in una gran pienezza d' amore. - Saettava il cuore del Verbo quando era mortale. Ora che è in cielo, quelle saette si riposano nel cuor cuo, perché quelle comunicazioni, che meritava con gli atti d' amore e d' unione che faceva» - quali erano le saette - «ora l' intende e gode.» - Vedeva poi che questo santo pregava caldamente per quelli che in terra gli avean dato aiuto spirituale, onde disse: «Ancora io mi voglio ingegnare d' aiutar l' anime, perché se alcuna n' anderà in paradiso, preghi per me, come fa Luigi per chi in terra gli diede aiuto.» E quivi fornì.» PUCCINI, Vita, 1611, parte 1, cap. 69.
18 «Ayuda mucho tener altos pensamientos para que nos esfercemos a que lo sean las obras.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 4. Obras, III, 25. - «En otras cosillas, que os he escrito, os he dicho esto muchas veces, y ahora os lo torno a decir y rogar, que siempre vuestros pensamientos vayan animosos, que de aquì vernàn a que al Senor os de gracia, para que lo sean las obras.» Conceptos del amor de Dios, cap. 2. Obras, IV, 231.
19 «Tener gran confianza, porque conviene mucho no apocar los deseos, sino creer de Dios que, si nos esforzamos poco a poco, aunque no sea luego, podremos llegar a lo que mucho santos con su favor.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 13. Obras, I, 91.
20 «Quiere Su Majestad y es amigo de ànimas animosas, como vayan con humildad y ninguna confianza de si.» Op. cit., l. c.
21 «No he visto a ninguna de èstas que quede baja en este camino, ni ninguna alma cobarde, con amparo de humildad, que en muchos anos ande lo que estotros en muy pocos.» Op. cit.,l. c., 91, 92.- «Veo yo venir ahora a esta casa unas doncellas que son de poca edad....Todas juntas se ofrecen en sacrigificio por Dios. Cuàn de buena gana les do yo aqui la ventaja, y habìa de andar avergonzada delante de Dios; porque lo que Su Majestad no acabò conmigo en tanta multitud de anos como ha que comencè a tener oraciòn, y me comenzò a hacer mercedes, acaba con ellas en tres meses, y aun con alguna en tres dias, con hacerlas muchas menos que a mì, aunque bien las paga Su Majestad.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 39. Obras, I, 350, 351.
22 «Hanc autem mutationem nesciens praedicebat, dum solatiose a consociis dominabus de ornatu sui corporis argueretur, dicentibus: «Quid erit de te, Margarita vanissima?» Et ipsa dicebat: «Adhuc tempus veniet, in quo me nominabitis sanctam cum sancta fuero, et visitabitis me cum baculo peregrino, cum scarsellis pendentibus ab humeris vestris.» Quod quidem factum cernimus.» Iunctae BEVEGNATIS, O. M., De vita et miraculis B. Margaritae de Cortona, cap. 1, § 3.
23 «Tunc exaltator humilium Christus Iesus, in extatica, visione, Margaritae ostendit in ordine Seraphim tam indicibilis speciositatis sedem quam ei dare promisit, quod eius pulchritudinem narrare non sciens, dixit: «Magne Domine, si uni de vestris apostolis hanc dedissetis, totum caelum mirari deberet, nedum et ieiuniis maceratum, tanta delectatione, mentis fortitudine ac laetitia fruebatur, quod erigebatur sursum, ac si vellet animam suam sequi. Et non sentiens aliquem de adstantibus, clamabat dicens: «Domine mi, nunc anima mea tui degustat et sentit gloriam paradisi.»..... Tunc audivit Christum dicentem sibi: «Tu, filia mea, dicis quod scrutatus sum in huius saeculi abysso, et inde viliorem te extraxi, et te vilissimam creaturam elegi; sed haec ideo feci ut parvos faciam magnos, peccatores iustos, et vilissimos ac detestabiles pretiosos.»..... Et Dominus ad eam: «Quia feci te rete pisces in mundi fluctibus matantes capiens: ideo non flent solum quae tibi promittuntur pro te, sed propter populum meum dirigendum ad me.» Id. op., cap. 4, § 13.
24 «Siempre la humildad delante para entender que no han de venir estas fuerzas de las nuestras. Mas es menester entendamos còmo ha de ser esta humildad; porque creo el demonio hace muncho dano para no ir muy adelante gente que tiene oraciòn, con hacerlos entender mal de la humildad, haciendo que nos parezca soberbia tener grandes deseos y querer imitar a los santos y desear ser màrtires. Luego nos dice u hace antender que las cosas de los santos son para admirar, mas no para hacerlas los que somos pecadores. Esto tambièn lo digo yo; mas hemos de mirar cuàl es de espantar y cuàl de imitar. Porque no seria bien si una persona flaca y enferma se pusiese en muchos ayunos y penitencias àsperas, yèndose a un desierto, adonde ni pudiese dormir, ni tuviese què comer u cosas semejantes; mas pensar que nos podemos esforzar, con el favor de Dios, a tener un gran desprecio de mundo, un no estimar honra, un no estar atado a la haciendo.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap, 13. Obras, I, 92.
25 «Christo igitur iam cruci confixus Franciscus tam carne quam spiritu, non solum seraphico amore ardebat in Deum, verum etiam sitiebat cum Christo crucifixo multitudinem salvandorum.... Fratribus quoque dicebat: «Incipiamus, Fratres, servire Domino Deo nostro, quia usque nunc parum profecimus.».... Proponebat, Christo duce, se facturum ingentia.... Neque enim languor vel desidia locum habet, ubi amoris stimulus semper ad maiora pergurget.» S. BONAVENTURA, Legenda S. Francisci, cap. 14: De patientia ipsius et transitu mortis, n. 1; Opera, VIII, ad Claras Aquas, 1898, pag. 545.
26 Questo è un punto principalissimo nella dottrina della Santa Madre, non già di pascerci di vani desideri, ma di aver desideri sinceri e grandi, di animarci ad eseguirli per quanto possiamo colla grazia di Dio giorno per giorno, di fidarci poi di Nostro Signore, il quale accetterà e rimunererà il nostro amore e la nostra volontà, ancorchè non rispondano le opere a quanto avremo desiderato. La Santa Madre mette in guardia le sue figlie, e tutte le anime, contro quella frode del demonio, il quale, col pretesto di desideri di grandi cose, c' induce a tralasciare quell' operare che risponde allo stato e alle condizioni in cui ci troviamo di presente; questa pigrizia è il segno della suggestione diabolica e dell' illusione della fantasia. (Setimas Moradas, cap. 4: Obras, IV, 207.) Però non vuole S. Teresa che a quell' operare, qualunque esso sia, limitiamo il nostro amore e la santa ambizione di servire a Gesù Cristo, onde così conchiude questa sua sublime opera Las Moradas (l. c. 208): «En fin, hermanas mias, con lo que concluyo es, que no hagamos torres sin fundamento, que el Señor no mira tanto la grandexa de las obras, como el amor con que se hacen; y como hagamos lo que pudièremos, harà Su Majestad, que vamos (vayamos) pudiendo cada dia màs y màs, como no nos cansemos luego, sino que lo poco que dura esta vida - y quizà serà màs poco de lo que cada una piensa - interior y exteriormente ofrezcamos a el Señor el sacrificio que pudièremos, que Su Majestad le juntarà con el que hizo en la cruz por nosotras al Padre, para que tenga el valor que nuestra voluntad hubiere merecido, aunque sean pequeñas las obras.» S. TERESA, Setimas Moradas, cap. 4. Obras, IV, 208.- Sia pure l' espressione piuttosto del Ven. Palafox (Lettere di S. Teresa, Venezia, 1690, parte 1, Avviso VI, Annotazione 10, pag. 299); sia anche parola di Nostro Signore a S. Geltrude (Lanspergio. Vita, lib. 3, cap, 89; lib. 4, cap. 21): questa è dottrina costantemente insegnata da S. Alfonso e dalla «sua Maestra» S. Teresa.- Vedi il nostro vol. I, Appendice, 46, pag. 445, 446, 447.
27 «Incidit ut diceret (Pontinianus, civis noster in quantum Afer, praeclare in palatio militans) nescio quando se et tres alios contubernales suos, nimirum apud Treveros, cum imperator pomeridiano circensium spectaculo teneretur, exisse deambulatum in hortos muris contiguos; atque illic ut forte combinati spatiabantur, unum secum seorsum, et alios duos itidem seorsum pariterque digressos: sed illos vagabundos irruisse in quamdam casam, ubi habitabant quidam servi tui (Domine), spiritu pauperes, qualium est regnum caelorum (Matth. V, 3), et invenisse ibi codicem in quo scripta erat vita Antonii. Quam legere coepit unus eorum, et mirari, et accendi, et inter legendum meditari arripere talem vitam, et relicta militia saeculari servire tibi: erant autem ex eis quos dicunt agentes in rebus. Tunc subito repletus amore sancto et sobrio pudore, iratus sibi coniecit oculos in amicum, et ait illi: «Dic, quaeso te, omnibus istis laboribus nostris quo ambimus pervenire? Quid quaerimus? Cuius rei causa militamus? Maiorne esse poterit spes nostra in palatio, quam ut amici imperatoris simus? Et ibi quid non fragile, plenumque periculis? Et per quot pericula pervenitur ad grandius periculum? Et quando (al. Quamdiu) istuc erit? Amicus autem Dei, si voluero, ecce nunc fio.» Dixit hoc, et turbidus parturitione novae vitae, reddidit oculos paginis; et legebat et mutabatur intus ubi tu videbas, et exuebatur mundo mens eius, ut mox apparuit. Namque dum legit et volvit fluctus cordis sui, infremuit aliquando et discrevit, decrevitque meliora; iamque tuus, ait amico suo: «Ego iam abrupi me ab illa spe nostra, et Deo servire statui; et hoc ex hora hac, in hoc loco aggredior. Te si piget imitari, noli adversari.» Respondit ille, adhaerere se socium tantae mercedis tantaeque militiae.... Tum Pontinianus et qui cum eo per alias horti partes deambulabant, quaerentes eos devenerunt in eumdem locum, et invenientes admonuerunt ut redirent, quod declinasset dies. At illi narrato placito et proposito suo, quoque modo in eis talis voluntas orta esset atque firmata, petiverunt ne sibi molesti essent si adiungi recusarent. Isti autem nihilo mutati a pristinis, fleverunt se tamen, ut dicebat, atque illis pie congratulati sunt, et commendaverunt se orationibus eorum, et trahentes cor in terra abierunt in palatium; illi autem affligentes cor caelo manserunt in casa. Et ambo habebant sponsas: quae posteaquam hoc audierunt, dicaverunt etiam ipsae virginitatem tibi.» S. AUGUSTINUS, Congessiones, lib, 8, cap. 6, n. 15. ML 32- 755, 756.- Questo racconto, come si sa, fu l' occasione di quella parola di S. Agostino: «Surgunt indocti et caelum rapiunt,» e della sua immediata conversione.
28 Je n' approuve nullement qu' une personne attachèe à quelque devoir ou vacation, s' amuse à dèsirer une autre sorte de vie que celle qui est convenable à son devoir, ni des exercices incompatibles à sa condition prèsente; car cela dissipe le cœur et l' alanguit ès exercices nècessaires. Si je dèsire la solitude des Chartreux, je perds mon temps, et ce dèsir tient la place de celui que je dois avoir de me bien employer à mon office prèsent... Or, cela s' entend des dèsirs qui amusent le cœur; car quant aux simples souhaits, ils ne font nulle nuisance, pourvu qu' ils ne soient pas frèquents.» S. FRANÇOIS DE SALES, Introduction à la vie dèvote, partie 3, ch. 37. Œuvres, III, Annecy, 1893, p. 261.
29 «Hàcenos entender el demonio que tenemos una virtud, digamos de paciencia, porque nos determinamos y hacemos muy continos atos de pasar mucho por Dios; y parècenos en hecho de verdad que lo sufririamos, y ansi estamos muy contentas, porque ayuda el demonio a que lo creamos. Yo os aviso no hagàis caso de estad virtudes, ni pensemos las conocemos sino de nombre, ni que nos las ha dado el Señor, hasta que veamos la prueba; porque acaecerà que a una palabra que os digan a vuestro desgusto, vaya la paciencia por el suelo.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 38. Obras, III, 184.
30 «Soleva dire che chi non è uomo di orazione e di raccoglimento, è quasi impossibile che arrivi a perfetta vittoria di sé medesimo, ed a grado eminente di santità e di perfezione, come l' esperienza stessa dimostra.» CEPARI, Vita, parte 2, cap. 7.
31 «Salutatis monachis qui in exteriore erant monte, ingressusque in interiorem montem, ubi manere solitus erat, post menses paucos in morbus incidit: vocatisque iis qui secum erant (duobus scilicet, qui intus remanserant, per quidecim annos asceticam agentes, atque ob senectutem illi ministrantes), ait illis: «Equidem. Ut scriptum est, viam ingredior Patrum; video enim a Domino me vocari. Vos autem vigilate, ac diutissimae exercitationis vestrae fructum ne perditote: sed quasi iam eius initium poneretis, curate vestram retinere alacritatem. Nostis insidiatores daemones, quam sint truces quidem, sed viribus imbecilli. Ne itaque timete illos; sed Christum semper respirate, ipsique credite; ac velut quotidie morituri vivite....» S. ATHANASIUS, Vita S. Antonii, n. 91. MG 26- 970.- Cf. ML 73-166: Vita B. Antonii, auctore S. Athanasio, interprete Evagrio, cap. 58. Traduzione un po' libera, come ce ne avvisa lo stesso Evagrio, nel suo Prologo, l. c., 125-126: «Ut nihil desit ex sensu, cum aliquid desit ex verbis.»
32 «Proficite, fratres mei, discutite vos semper sine dolo, sine adulatione, sine palpatione. Non enim aliquis est intus tecum, cui erubescas, et iactes te. Est ibi, sed cui placet humilitas, ipse te probet. Proba et te ipsum tu ipse. Semper tibi displiceat quod es, si vis pervenire ad id quod nondum es. Nam ubi tibi placuisti, ibi remansisti. Si autem dixeris: «Sufficit, 175 et peristi.» S. AUGUSTINUS, Sermo 169 (al. De verbis Apostoli, 15), cap. 15, n. 18. ML 38-926.
33 «Quod si studere perfectioni, esse perfectum est; profecto nolle proficere, deficere est.» S. BERNARDUS, Epistola 254, ad Abbatem Guarinum Alphensem (postea episcopum Sedunensem), n. 4 ML 182-460.
34 «Nihil aeque inania reddit bona opera, nihil ita inflat, ut eorum quae nos recte fecimus memoria. Duo enim parit mala: negligentiores facit, et in arrogantiam tollit.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Epist. Ad Philip. (in cap. 3, v. 13), hom. 12, n. 1. MG 62-269.
35 «Certe qui iam se perfectum putat, nihilque sibi deesse ad virtutis perfectionem, is a cursu cessabit, quasi qui totum iam teneat: at qui se adhuc a meta abesse cogitat, is nunquam a cursu cessat. Hoc igitur nos existimare semper debemus, etiam si sexcenta obiverimus virtutis officia. Etenim si Paulus post sexcentas mortes, post tanta pericula, hoc secum putabat, multo magis nos. Non animo concidi, inquit, quamvis post tantum cursum nondum pervenerim, non ideo tamen desperavi, sed adhuc curro, adhuc certo: hoc unum specto, ut assidue proficiam. Nam et cursor, non quot spatia confecerit cogitat, sed quot adhuc restent. Ita et nos, non quantum in virtute progressi simus, cogitemus, sed quantum adhuc progrediendum restet. Quid enim nobis proderit quod progressi sumus, nisi etiam quod restat confecerimus?» S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Epist. ad Philip. (in cap. 3, v. 14), hom. 12, n. 1. MG 62-271.
36 Qui exspectant mortem, et non venit, quasi effodientes thesaurus. Iob III, 21.
37 «Omnes namque qui fotiendo thesaurum quaerunt, cum fodere altius coeperint, ad laborem instantius inardescunt; quia quo se thesauro abscondito iam iamque appropinquare aestimant, eo in effossione enixius laborant. Qui igitur plene mortificationem suam appetunt, quasi effodient thesaurum quaerunt, quasi effondientes thesaurum quaerunt; quia quanto fiunt viciniores ad finem, tanto se exhibent ardentiores in opere. Laborando ergo non deficiunt, sed magis ad usum laboris crescunt; quia quo iam praemia propinquiora considerant, eo in opere delectabilius exsudant.» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob, lib. 5, cap. 5, n. 7 (in Iob. III, 21). ML 75-683.
38 «Ingressus est autem domum illam (Cistercium) pauperem spiritu, et eo adhuc tempore absconditam et pene nullam, inentione ibi moriendi a cordibus et memoria hominum, et spe delitescendi et latendi tamquam vas perditum: Deo aliter disponente et eum sibi in vas electionis praeparante, et non solum ad Ordinem monasticum confortandum et dilatandum, sed ad portandum nomen suum coram gentibus et regibus, et usque ad extremum terrae. Ipse vero de se nil tale aestimans aut cogitans, potius ad custodiam cordis sui et propositi costantiam, hoc semper in corde, frequenter etiam in ore habebat: Bernarde, Bernarde, ad quid venisti?» GUILLELMUS, ex Abbate S. Theodorici monachus Signiacensis, Vita S. Bernardi, lib. 1, cap. 4: Surius, De probatis Sanctorum historiis, die 20 aug.; ML 185-238, n. 19.
39 «Da leggiera indisposizione tenuta in letto Giacinta, venne al monistero per confessore straordinario il P. Antonio Bianchetti, francescano dell' Osservanza, uomo venerabile e per la profondità della dottrina, e vie più per l' esemplarità della vita e per la severità del costume. Fu a vedere l' inferma, e chiesto da lei di confessarla, con zelo a prima sembianza indiscreto, perché troppo rigido e severo, altamente rispose che il paradiso non era per le persone animate dalla superbia e possedute dalla vanità. Percossa e confusa da sì pungente rimprovero Giacinta: «Dunque, soggiunse, sarò io condannata all' inferno?» «Sì che, seguì ella più tremante e sbigottita, avrò lasciato il mondo per andare all' inferno? mi sarò fatta monaca per condannare l' anima? né vi sarà maniera da trarmene, né speranza di rimedio?» «Nò, rispose il zelantissimo Antonio, quando ne' sacri chiostri s' abusa della divina grazia con forme secolaresche nel vivere: né vi è altra strada, che quella di mutar vita, per meglio sperare.» Qui si spezzò affatto il cuor di Giacinta, e dileguato il ghiaccio si diffuse per gli occhi in pianto così abbondante ed impetuoso, che non potea vedere per troppo lagrimare, come ella stessa poi disse..... Si alzò da letto, si confessò col venerabile Antonio, e con amarissime lagrime detestando la vanità della sua passata vita, propose compensarla con rigorosissima emenda.» VENTIMIGLIA, vescovo di Lipari, Vita, cap. 4. - S. Giacinta Mariscotti, clarissa, fu canonizzata nel 1807.
40 «Cum quidam adolescens frater abbatem Agathonem requireret, dicens: «Volo permanere cum fratribus: dic mihi quomodo habitem cum ipsis?» respondit ei senex: «Observa prae omnibus hoc, ut qualis primo die ingredieris apud ipsos, talis reliquum peragas tempus, et cum quiete adimplebis peregrinationem tuam. Custodi enim ne quando fiduciam loquendi assumas, dicente Apostolo: Nemo militans Christo implicat se negotiis saecularibus (II Tim. II).» VITA E PATRUM, lib. 7, auctore graeco incerto, interprete Paschasio, cap. 42, n. 1. ML 73-1057.- Cf. lib. 3, auctore probabili Ruffino, n. 198, ib., col. 803:.... «Observa hoc prae omnibus, ut qualis primo die ingredieris apud ipsos (fratres), talis etiam reliquos peragas dies cum humilitate.»- Cf. etiam lib. 5, auctore graeco incerto, interprete Pelagio, libell. 10, n. 8, ib., col. 913.
41 «Quidam frater volens discedere in solitudinem, a matre propria prohibebatur. Ille vero dicebat matri suae: «Permitte me, mater; salvare enim volo animam meam.» Cum autem non posset retinere eum mater, dimisit eum. Ille vero veniens in solitudinem, per negligentiam omnem vitam suam consumebat. Contigit autem ut moreretur mater eius. Et post tempus aliquod factus est et ipse aegrotus, et raptus in extasi ad iudicium, invenit matrem cum his qui iudicabantur. Illa autem cum vidisset eu, obstupuit, dicens: «Quid est hoc, fili? Et tu in hoc loco deductus es condemnandus? Et ubi sunt illa verba quae solebas dicere: Quoniam salvare volo animam meam?» Erubescens ergo ille in verbis quae audiebat, stabat nihil habens quod responderet. Et ecce voce facta ut hic revocaretur, tamquam altero iusso ex coenobio fratrum transire, reversus ad se, omnia quae cognoverat quaeque audierat astantibus referebat. Ad confirmationem sane verborum suorum, rogavit ut aliquis ex astantibus iret ad monasterium, ut videret si transisset frater eiusdem nominis, de quo audierat; qui profectus, invenit ita. Ipse vero postquam sanus effectus est, reclusit se, et sedit cogitans de salute sua, poenitens et lacrimans super his quae fecerat prius in negligentia. Tanta autem erat ei compunctio, ut cum multi eum rogarent paululum requiescere, ne forsitan noxium aliquid pateretur per incessantem fletum, ille nollet, dicens: «Si matris meae improperium non portavi, quemadmodum praesente Christo et angelis eius in die iudicii aut improperia aut tormenta portabo?» VITAE PATRUM, lib. 3, auctore probabili Ruffino, n. 216. ML 73-808. - Cf. lib. 5, auctore graeco incerto, interprete Pelagio, libell. 3, n. 20. ML 73-863.
42 «Dicea.... che per l' acquisto di essa (cioè della fermezza nelle opere buone) ottimo mezzo è la discrezione, e che però non bisogna voler far ogni cosa in un giorno; né voler far ogni cosa in un giorno; né voler diventar santo in quattro dì; ma che la perfezione non si acquista se non con grandissima fatica; e soleva ridersi di quelli, che avendo un poco di spirito, pareva lor d' esser qualche gran cosa.» BACCI, Vita, lib. 2, cap. 21, n. 5.
43 Aver forza, regionalismo ancora usato.
44 «Frater quidam incidens in tentationem, tribulando perdidit regulam monachilem; et cum iterum vellet observantiae regularis sibi principia dare, a tribulatione impediebatur, et dicebat in seipso: «Quando habeo me ita invenire, sicut aliquando eram?» Et deficiens animo non praevalebat vel inchoare monachi opus. Veniens autem ad quemdam senem, narravit ei quae agebantur circa ipsum. Senex autem, audiens ea de quibus affigebatur, adhibuit ei tale exemplum, dicens: «Homo quidam habuit possessionem, et de negligentia eius in sentibus redacta est, et repleta est tribulis et spinis. Visum est autem ei postea ut excoleret eam; et dixit filio suo: «Vade, et purga agrum possessionis illius.» Et venit filius eius ut purgaret. Qui cum respexisset, vidit multitudinem tribulorum et spinarum increvisse ei; et deficiens animo, dixit ad seipsum: «Quando ego habeo haec omnia eradicare et purgare?» Et proiiciens se in terram coepit dormire; hoc autem fecit multis diebus. Post haec venit pater eius videre quod fecerat, et invenit eum nihil operatum. Et dixit ei: «Quare usque modo nihil fecisti?» Et dixit iuvenis ille patri suo: «Mox ut veniebam operari, pater, cum vidissem multitudinem hanc tribulorum et spinarum, revocabar ab assumptione laboris, et prae tribulatione proiiciebam me in terra, et dormiebam.» Tunc dixit ei pater suus: «Filii, ad mensuram latitudinis, quam iacens in terra, occupas, per singulos dies operare, et ita paulatim proficiet opus tuum, et tu pusillanimis non efficieris.» Quod cum audisset iuvenis, fecit sic; et in parvo tempore purgata est et exculta possessio. Et tu ita, frater, paulatim operare, et non deficies, et Deus per gratiam suam restituet te iterum priori ordini tuo.» Hoc audito, frater ille abiit, et cum omni patientia sedens faciebat sicut edoctus fuerat a sene: et sic inveniens requiem, promovebatur per Dominum Christum.» VITAE PATRUM, lib. 5, interprete Pelagio, libell. 7, n. 40. ML 73-902, 903.
45 «Indefessum proficiendi studium, et iugis conatus ad perfectionem, perfectio reputatur.» S. BERNARDUS, Epistola 254, ad Abbatem Guarinum Alpensem, n. 3. ML 182-460.
46 «Sorore... virginibus notis sibi atque fidelibus commendata atque ad Parthenonem tradita ut illic educaretur, ipse (Antonius) ante domum suam ascenticae vitae deinceps operam dedit, atque attentus sibi, asperum vitae genus toleranter agebat. Nondum enim tam frequentia erant in Aegypto monasteria, neque ullus norat monachus vastam eremum: sed quisquis sibi ipsi vacare cuperet, is haud procul suo pago sese exercebat solus. Erat itaque tunc temporis in vicino pago senex homo, qui a iuventute monasticam egerat vitam: hunc cum videret Antonius, probo eius imitandi studio incensus, primum coepit ipse in locis pago vicinis commorari. Atque hinc si quem audiret alicubi degere ad virtutem strenuum, hunc, prudentis apis more, perquirebat, neque ante ad sedes suas remigrabat quam hominem vidisset, atque hinc accepto ceu viatico ad virtutis iter instituendum revertebatur.» S. ATHANASIUS, Vita S. Antonii, n. 3. MG 26-843.- Vita B. Antonii, auctore S. ATHANASIO, interprete Evagrio, n. 3. ML 73-128.- «Vetus namque est beati Antonii admirabilisque sententia, monachum qui post coenobiale propositum fastigia nititur perfectionis attingere, et apprehemso discretionis examine, proprio iam potens est stare iudicio atque ad arcem anachoreseos (vitae anachoreticae) pervenire, minime debere ab uno, quamvis summo, universa genera virtutum expetere. Alius enim scientiae floribus exornatur, alter discretionis ratione robustius communitur, alter patientiae gravitate fundatur; alius humilitatis, alius continentiae virtute praefertur, alius simplicitatis gratiae decoratur. Hic magnanimitatis, ille misericordiae, iste vigilarum, hic taciturnitatis, ille laboris studio supereminet ceteros. Et idcirco monachum spiritalia mella condere cupientem, velut apem prudentissimam debere umamquamque virtutem ab his qui eam familiarius possident deflorare et in sui pectoris vase diligenter recondere: nec quid minus aliquis habeat discutere, sed hoc tantum quid virtutis habeat contemplari studioseque decerpere.» Ioan. CASSIANUS, De coenobiorum institutis, lib. 5, cap. 4. ML 49-206, 207, 208.

References: art. 9
 § 201
in fine
 art. 2
 art. 9
 § 3
 § 13