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Timestamp: 2019-08-21 14:05:38+00:00

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divorzio Archives | Divorzio e consulenza alle PMI - Avv. Igor Bernasconi
Imposizione di un reddito ipotetico in caso di diminuzione abusiva del reddito
Di norma, per il calcolo del contributo di mantenimento ci si fonda sul reddito effettivo dei coniugi. Qualora un coniuge sia in grado di guadagnare un reddito maggiore dando prova di buona volontà, è però possibile imputargli tale reddito maggiore quale reddito ipotetico.
L’imposizione di un reddito ipotetico presuppone che lo svolgimento di tale attività sia esigibile e alla concretamente possibile.
Con riferimento alla questione dell’esigibilità di un reddito ipotetico, il giudice deve in particolare verificare se, ad esempio, la ripresa o l’estensione di un’attività lucrativa da parte del coniuge inattivo professionalmente durante il matrimonio può essergli imposta tenendo conto della sua età, del suo stato di salute e della sua formazione professionale.
Esigibilità e possibilità reale sono requisiti cumulativi.
Pertanto, in una sentenza del 29 giugno 2015, il Tribunale federale aveva indicato che qualora manchi la possibilità di accrescere il reddito, non può esservi imposizione di un reddito ipotetico.
Addirittura, secondo il Tribunale federale, l’imposizione di un reddito ipotetico non entrava in linea di conto qualora la diminuzione della propria capacità contributiva non poteva essere “revocata”. Ciò finanche nel caso in cui il coniuge ha diminuito il reddito abusivamente per danneggiare l’altro coniuge (BGE 128 III 4).
Giustamente, la dottrina ha criticato questa giurisprudenza ingiusta.
Finalmente, in una recentissima sentenza del 2 maggio 2017, destinata alla pubblicazione nella raccolta ufficiale, il Tribunale federale ha deciso che anche quando la diminuzione della capacità contributiva non possa più essere “revocata”, l’imposizione di un reddito ipotetico maggiore di quello effettivo è possibile se un coniuge ha diminuito il reddito per danneggiare l’altro coniuge e sottrarsi ai suoi obblighi di mantenimento.
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Le misure adottate a protezione dell’unione coniugale rimangono in vigore anche durante la successiva causa di divorzio, per lo meno fino al momento in cui il giudice del divorzio non le sopprima o le sostituisca – pro futuro – decretando provve­dimenti cautelari (art. 276 cpv. 2 CPC). E siccome provvedimenti cautelari sono emanati solo ove appaiano “necessari” (art. 276 cpv. 1 prima frase), il giudice del divorzio modificherà o sopprimerà le misure a protezione del­l’unione coniugale solo ove occorra. Tale è il caso quando siano mutate in maniera relativamente duratura e rilevante le circostanze considerate al momento della decisione, oppure quando previsioni formulate in base alla situazione di quel momento non si siano avverate o si siano avverate solo in parte, o qualora l’autorità abbia statuito a suo tempo senza conoscere circostanze determinanti (art. 179 cpv. 1 prima frase CC per analogia). Dandosi simili presupposti, il giudice del divorzio determina nuovi contributi di mantenimento in via cautelare dopo avere aggiornato gli elementi di cui aveva tenuto calcolo l’autorità a protezione dell’unione coniugale e che risultano litigiosi (DTF 138 III 292 consid. 11.1.1, 137 III 606 consid. 4.1.2; più recentemente: sentenza del Tribunale federale 5A_140/2013 del 28 maggio 2013, consid. 4.1)
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Modifica dei contributi di mantenimento previsti in una sentenza di divorzio, già in via cautelare?
In primo luogo è opportuno ricordare che i contributi di mantenimento a favore di un ex coniuge fissati in una sentenza di divorzio passata in giudicato possono essere ridotti, soppressi o temporaneamente sospesi “se la situazione muta in maniera rilevante e durevole” (art. 129 cpv. 1 CC).
I contributi di mantenimento per figli minorenni, poi, possono essere modificati o tolti dal giudice, su istanza di un genitore o del figlio ove “le circostanze siano notevolmente mutate” (art. 286 cpv. 2 CC, cui rinvia l’art. 134 cpv. 2).
La modifica o la soppressione di un contributo alimentare presuppone che la situazione economica dell’una o dell’altra parte sia cambiata in modo ragguardevole e duraturo rispetto al momento in cui il contributo è stato fissato.
In una causa promossa per ottenere la modifica di una sentenza di divorzio, il giudice può modificare o sopprimere i contributi già in via cautelare, ma ciò solo a titolo eccezionale e con grande cautela quando la situazione economica appaia chiaramente mutata già a un sommario esame e non permetta di pretendere che l’obbligato continui a versare i contributi litigiosi neppure per la durata del processo.
Nel dubbio, i contributi precedenti vanno mantenuti (RtiD II-2015 pag. 791 consid. 7 con rimandi). Non solo perché essi figurano in una sentenza esecutiva, passata in giudicato, ma anche perché la sentenza che sarà pronunciata in esito al­l’azio­ne di modifica retroagirà – salvo ove ciò dovesse risultare iniquo (DTF 117 II 369 consid. 4c) – fin dall’introduzione del processo, sicché il debitore potrà compensare eventuali contributi alimentari pagati in esubero pendente causa con quanto dovrà versare in seguito.
In particolare, la giurisprudenza ha avuto modo di precisare che una riduzione o una soppressione cautelare di contributi di mantenimento in una causa tendente alla modifica di una sentenza di divorzio è ammissibile solo ove si dia urgenza e sussistano circostanze particolari.
Questo è il caso, ad esempio, qualora non si possa esigere che il debitore attenda la decisione di merito per vedere sopprimere o ridurre i contributi alimentari stabiliti nella sentenza di divorzio (urgenza), e ciò per il sensibile deterioramento intervenuto nella sua situazione economica (circostanza particolare), ponderati anche gli interessi del creditore.
ContributidivorzioModifica di una sentenza di divorzioriduzione
Possibile richiedere attribuzione in proprietà dell’abitazione coniugale nel divorzio?
Il Tribunale d’appello si è recentemente confrontato con il caso di una moglie che chiedeva che in esito al divorzio l’attribuzione in proprietà dell’abitazione coniugale.
Al proposito, il Tribunale d’appello ha ricordato che dandosi un’abitazione familiare in proprietà di un coniuge, dopo il divorzio l’art. 121 cpv. 3 CC prevede unicamente la possibilità di attribuire all’altro coniuge – contro indennizzo – un diritto d’abitazione, per altro di durata limitata.
In altri termini, il legislatore ha scientemente rinunciato invece a prevedere un trasferimento di proprietà (Gloor in: Basler Kommentar, ZGB I, 4ª edizio­ne, n. 1 ad art. 121). L’art. 205 cpv. 2 CC, che autorizza l’attribuzione di un bene a un coniuge dietro compenso all’altro coniuge, si applica unicamente a beni in comproprietà o in proprietà comune (Gloor, op. cit., n. 12 ad art. 121 CC; Hausheer/Aebi-Mül­ler in: Basler Kommentar, op. cit., n. 10 ad art. 205 CC; Steinauer in: Commentarie romand, CC I, Basilea 2010, n. 16 ad art. 205).
Ne discende che quando l’abitazione coniugale è in proprietà esclusiva del marito, la possibilità di assegnare tale fondo dopo il divorzio in proprietà esclusiva alla moglie non entra in considerazione.
Il contributo a scopo di previdenza
In una sentenza del 18 febbraio 2013 (5A_899/2012), il Tribunale federale ha stabilito che per la determinazione del contributo a scopo di previdenza occorre trasformare il tenore di vita, al cui mantenimento il coniuge beneficiario del contributo di mantenimento ha di principio diritto, in un reddito lordo fittizio. Su questa base vanno calcolati i contributi del datore di lavoro e del lavoratore che assieme, aumentati del eventuale carico fiscali, danno il contributo di mantenimento a scopo di previdenza.
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References: sentenza 
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 art. 121
 art. 121
 art. 205
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