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Timestamp: 2019-12-15 15:45:51+00:00

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2012 ~ Avv. Nicolavito Poliseno - Studio Legale e Tributario in Bari
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza n. 16348 del 26.09.2012
In piena sintonia con la precedente pronuncia n.4077 del 22 febbraio 2010, la Corte di Cassazione ha ribadito l'illegittimità delle iscrizioni ipotecarie effettuate per debiti di importo inferiore agli € 8.000.
"In tema di riscossione coattiva delle imposte, l’ipoteca prevista dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 77, rappresentando un atto preordinato e strumentale all’espropriazione immobiliare, soggiace agli stessi limiti per quest’ultima stabiliti dall’art. 76 del medesimo D.P.R., come da ultimo modificato dal D.L. n. 203 del 2005, art. 3, convertito in L. n. 248 del 2005, e non può, quindi, essere iscritta se il debito del contribuente non supera gli ottomila Euro".
Pubblicato da Avv. Nicolavito Poliseno Nessun commento:
L’USO PRIVATO TEMPORANEO DI UN BENE AZIENDALE NON ESCLUDE IL DIRITTO ALLA DETRAZIONE IVA
Secondo la Corte di Giustizia non è inibito a un soggetto passivo IVA il diritto alla detrazione dell’imposta sul valore aggiunto il fatto che il bene aziendale cui tale imposta fa riferimento sia stato temporaneamente utilizzato per scopi aziendali in via esclusiva. Infatti, “L’interpretazione secondo la quale un uso esclusivamente per fini privati di un bene destinato all’azienda seguito da un uso esclusivamente per i fini della stessa non può influire sul diritto alla detrazione dell’IVA assolta a monte è inoltre conforme al principio della neutralità fiscale insito nel sistema comune dell’IVA” (CGE sent. n. C-334/2010 del 19 luglio 2012).
Nel giudizio di opposizione agli avvisi di variazione del classamento catastale di un immobile non è sufficiente che si faccia riferimento alla sola posizione geografica dell’immobile stesso. Il valore, infatti, è dato da una serie di elementi quali “il tessuto urbano di inserimento, il piano di ubicazione ed i servizi strutturati in godimento, lo stato di conservazione dell’unità in questione e del fabbricato di cui fa parte; elementi, tutti, singolarmente e nel loro insieme, di certo, rilevanti nell’iter sotteso al classamento ed alla determinazione della rendita” e, pertanto, da considerarsi necessariamente ai fini del corretto esercizio del potere amministrativo-tributario (C.Cass. sent. 9113 del 6 giugno 2012)
Lo schema di ricorso che segue si riferisce all'impugnazione di una intimazione di pagamento per imposte, tasse e tributi, la cui giurisdizione è esclusiva delle commissioni tributarie.
Con le nuove disposizioni introdotte dalla Legge di stabilità il ricorso avverso gli atti delle società di riscossione sono soggette alla procedura di reclamo (solo per le cause innanzi alle commissioni tributarie).
Le intimazioni per sanzioni amministrative, invece, sono da impugnarsi davanti al giudice ordinario.
Per i crediti vantati dagli enti pensionistici è competente il Tribunale in funzione del giudice del lavoro.
Il ricorso sottostante è un semplice facsimile.
On.le Commissione Tributaria Provinciale di______
RICORSO CONTENENTE ISTANZA PER TRATTAZIONE IN PUBBLICA UDIENZA
In favore del sig. , nato ed ivi residente alla via , Cod.Fisc: , rappresentato e difeso in virtù di mandato conferito a margine del presente atto dal sottoscritto Avv. (cod. fisc:) presso il cui studio in Bari, alla via , elegge domicilio. L’avv. dichiara di voler ricevere eventuali comunicazioni al seguente n. di fax: o alla casella di posta certificata:
Eq. S.p.A. – Agente della riscossione per la provincia di , in persona del legale rappresentante p.t.;
Intimazione di pagamento n. notificata in data
Etichette: atti e istanze, intimazione di pagamento, ricorso
Contributo unificato: impugnazione innanzi alla ctp
CASSAZIONE N. 5994 DEL 17 APRILE 2012
L’opposizione ex art. 617 c.p.c., con la quale si fanno valere asseriti vizi della cartella di pagamento emessa in esito ad iscrizione a ruolo del contributo unificato previsto dall’art. 9 d.p.r. 115/2002, rientra nella competenza giurisdizionale del giudice tributario, atteso che il contributo unificato in oggetto ha natura di entrata tributaria (cfr. Corte cost. 73/2005 e Cass., ss.uu., 3007/08 e 3008/08) e che il controllo della legittimità delle cartelle esattoriali, configurando queste atti di riscossione e non di esecuzione forzata, spetta, quando le cartelle riguardino tributi, al giudice tributario in base alla previsione degli artt. 2, comma 1, e 19 lett. a), d.lgs. 546/1992 (cfr. Cass. SS.UU. 9840/11)”
Soggetti passivi della tassa automobilistica–società di leasing
Con la sentenza n.4507 del 2012, la Corte di Cassazione torna nuovamente a pronunciarsi sulla questione inerente l’individuazione del soggetto passivo tenuto al pagamento della tassa automobilistica. Nel caso affrontato dai Giudici di legittimità, la diatriba interessa essenzialmente due soggetti: la società di leasing proprietaria del veicolo e gli utilizzatori effettivi dei mezzi concessi in leasing.
La Corte, in tal senso, pare non aver dubbi: “in ipotesi di autoveicolo concesso in locazione finanziaria, soggetto passivo della tassa di possesso debba necessariamente essere considerato – nella vigenza del testo originario della norma medesima - il proprietario/concedente e non l’utilizzatore, titolare di un diritto (relativo) di godimento del bene, in virtù del rapporto, avente effetti obbligatori, nascente dal contratto stipulato. (….) Infine, quanto alla modifica apportata al citato art.5 del d.l. n.593 del 1982 dall’art.7, comma 2, della legge n.99 del 2009, il quale ha aggiunto, nel novero dei soggetti passivi del tributo de quo, gli “usufruttuari,acquirenti con patto di riservato dominio, ovvero utilizzatori a titolo di locazione finanziaria”, è agevole osservare che la norma, non avendo natura né interpretativa, né procedimentale, bensì innovativa e sostanziale, ha esteso solo a decorrere dalla sua entrata in vigore (15 agosto 2009) la soggettività passiva tributaria agli utilizzatori degli autoveicoli concessi in leasing”.
Si veda anche: http://www.pugliatributi.com/2011/03/auto-in-leasing-la-tassa.html
Etichette: bollo auto, Sentenze
AGENZIA DELLE ENTRATE - Comunicato 23 maggio 2012
L’emanazione della sentenza della Corte di Cassazione n.7344/2012, peraltro emessa in relazione a controversia riguardante anche il ruolo che solo incidentalmente si è occupata dell’impugnabilità degli avvisi bonari, di per sé non giustificherebbe, infatti, un’eventuale modifica dell’orientamento fin qui costantemente tenuto dall’Agenzia.
Gli Uffici, pertanto, continueranno a sostenere l’inammissibilità dei ricorsi eventualmente proposti contro gli avvisi bonari.
La tutela giudiziale delle ragioni del contribuente potrà comunque essere esercitata in sede di impugnazione del ruolo: solo con la notifica della cartella di pagamento, infatti, l’effettiva pretesa tributaria viene portata a conoscenza del contribuente.
Coerentemente con questo orientamento, gli Uffici dell’Agenzia si asterranno dal chiedere l’inammissibilità del ricorso contro il ruolo per mancata impugnazione dell’avviso bonario.
Tributi - Processo tributario - Ricorso collettivo e cumulativo - Inammissibilità del ricorso
COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE FIRENZE - Sentenza 27 gennaio 2012, n.19
Con unico ricorso ***** Srl, **** spa, **** SRL impugnano le cartelle di pagamento emesse da EQUITALIA CERIT spa per conto del Consorzio di Bonifica per la difesa del suolo e la tutela dell'ambiente della Toscana Centrale.
In forza del principio dell'onere della prova che grava sull'ente impositore, questi avrebbe dovuto dimostrare l'utilità conseguita dai fondi per effetto dell'attività di bonifica.
Le ingiunzioni sono poi nulle perché non è indicata la sussistenza del perimetro di contribuenza trascritto a norma dell'art. 10 R.D. 215/1933. Sempre in via pregiudiziale eccepisce l'inammissibilità del ricorso per mancata tempestiva impugnazione di un atto pregiudiziale. Nel merito sostiene l'esistenza del beneficio conseguito dagli immobili dei ricorrenti.
Si è costituito in giudizio il Consorzio e in via pregiudiziale eccepisce l'inammissibilità del ricorso proposto con un solo atto da una pluralità di ricorrenti avverso distinte ingiunzioni di pagamento riferite ad anni diversi ed alle quali corrispondono una pluralità di obbligazioni tributarie soggettivamente ed oggettivamente autonome.
Osserva, in relazione alla mancata trascrizione del perimetro di contribuenza nei registri immobiliare detta forma di pubblicità non ha carattere costitutivo dell'onere reale, ma solo carattere di pubblicità notizia.
Con memoria aggiunta deposita piani di classifica 2004/2006: relazione tecnica, perimetro di contribuenza, piano di riparto e schema calcolo tributo.
L'eccezione preliminare di inammissibilità del ricorso è fondata.
Sul punto sono convincenti le argomentazioni della Suprema Corte (Cass. Civile 30 aprile 2010 n. 10578).
E' opportuno precisare che il caso di cui si discute congiura il cd. Ricorso collettivo-cumulativo proposto da soggetti diversi avverso una pluralità di atti al riferiti ad anni diversi e relativi ad una pluralità di obbligazioni tributarie soggettivamente ed oggettivamente autonome.
Nel processo tributario non ci sono norme che trattano il cumulo dei ricorsi; l'art. 1 comma 2 del D.Leg.vo n. 546/92 rinvia alle norme del c.p.c. per quanto non disposto dal decreto e nei limiti della loro compatibilità con le norme dello stesso.
La sentenza Cass. Sez. Unite 3692/09 che riconosce l’ammissibilità in materia tributaria del ricorso cumulativo si riferisce ad un ricorso avverso più sentenze emesse tra le stesse parti, sulla base della medesima ratio, in procedimenti formalmente distinti, ma attinenti al medesimo rapporto giuridico di imposta, pur se riferiti a diverse annualità.
Nel ricorso collettivo-cumulativo il rapporto giuridico di imposta non presenta la necessaria identità degli elementi costitutivi, attenendo a soggetti diversi e diverse situazioni di fatto, tanto che è insussistente il pericolo di contrasto di giudicati.
La soprariferita sentenza della Cassazione 30 aprile 2010 n. 10578 così argomenta richiamando la Cass. SS.UU. 1052/07: "l'ipotesi di litisconsorzio tributario si configura sempre che "per effetto della norma tributaria o per l'azione esercitata dall'A.F. l'atto impositivo debba essere o sia unitario, coinvolgendo nella unicità della fattispecie costitutiva dell'obbligazione una pluralità di soggetti ed il ricorso, pur proposto da uno o più degli obbligati, abbia ad oggetto non la singola posizione debitoria dei ricorrenti, bensì la posizione inscindibilmente comune a tutti i debitori rispetto all'obbligazione nell'atto autoritativo impugnato ".
Nel processo tributario dunque la contestazione del contribuente postula che tra le cause intercorrano questioni comuni non solo in diritto, ma anche in fatto.
Nel processo tributario un ricorso collettivo e cumulativo è ammissibile solo quando "i provvedimenti impugnati si risolvono in un unico fatto storico nei confronti di più contribuenti". La relazione tecnica depositata dalla Comunità Montana e non contestata dalla parte ricorrente fa ritenere che diversa sia per i ricorrenti la natura e la modalità di determinazione del beneficio derivato ad ogni ricorrente.
L'accoglimento dell'eccezione preliminare postula di non esaminare il merito.
Sussistono giusti motivi per compensare le spese in considerazione della difficoltà della materia e della giurisprudenza favorevole nel merito alla tesi dei ricorrenti.
Appello – termine che scade di sabato – proroga al primo giorno non festivo successivo
Cassazione n.6728 del 2012
Il termine per proporre appello deve essere qualificato come termine a decorrenza successiva sicché, ove il dies ad quem del medesimo vada a scadere nella giornata di sabato, esso è prorogato di diritto al primo giorno seguente non festivo, e ciò in forza del novellato art.155, co.4, c.p.c., applicabile, tuttavia, ai soli ricorsi proposti successivamente al primo marzo del 2006.
La mancata indicazione della Commissione contro cui ricorrere rende nullo l’atto impositivo
C.T. Reg. Milano 25.11.2011 n. 139/27/11
La mancata indicazione del termine per ricorrere e l'organo a cui rivolgere l'impugnazione e le forme di proposizione dell'impugnazione, previste dalla legge (art. 7, L.212/00) come "tassative" indicazioni degli atti impositivi, determina la necessità di disporre l'annullamento dell'atto, in quanto l'omessa indicazione si traduce, in concreto, in una forma di violazione del diritto di difesa.
In particolare, l’omessa indicazione del termine e dell'autorità avanti a cui il destinatario dell'atto impositivo può fare ricorso, per far valere le proprie ragioni, lede gravemente il diritto alla difesa costituzionalmente tutelato. A tal proposito l’art.24 Cost. testualmente sancisce che "la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento".
”La verità incontestabile, ravvisabile in tale precetto di rango costituzionale, è che per assicurare l'effettività del diritto di difesa occorre che tale concetto non rimanga una mera enunciazione astratta ma si concretizzi nel fornire al cittadino gli strumenti indispensabili per detta realizzazione. La mancata indicazione del termine e dell'Autorità competente avanti a cui il cittadino può proporre ricorso al fine di far valere le proprie ragioni, alla luce di quanto sopra esposto, lede pertanto in modo indiscutibile il disposto dell’art. 24 della Cost. con la consequenziale nullità e/o annullabilità dell'atto impositivo.”
Pagamento in contanti – nuove norme
Il decreto legge n. 201 del Governo italiano, convertito il 06.12.2011 dal Parlamento nella Legge n. 214/22.12.2011, dà nuove norme per il pagamento in contanti.
La Legge pone il limite di 1.000,00 euro, a partire dal 06.12.2011, per il pagamento in contanti e i libretti di risparmio al portatore. Ciò comporta che ogni pagamento in contanti che supera l’importo di 999,99 euro è irregolare e può essere punito. Così pure tutti i libretti di risparmio non nominali ma al portatore devono essere notificati dalle banche al Ministero delle Finanze e all’Agenzia delle Entrate.
Gli effetti della Legge sono questi:
a) non è più permesso versare a chiunque un importo di 1.000,00 euro o più in contanti o in libretti di risparmio bancari o postali o al portatore;
b) sugli assegni e vaglia postali con importo di 1.000,00 euro o più deve essere riportato il nome o l’intestazione sociale del beneficiario e la clausola “non trasferibile”;
c) i libretti di risparmio al portatore bancari o postali con un saldo di 1.000,00 euro o più devono essere estinti o ridotti a un importo inferiore a 1.000,00 euro;
d) pagamenti di fatture, tasse, scontrini per un importo complessivo di 1.000,00 euro o più dovranno obbligatoriamente essere effettuati tramite bonifico bancario, carta di credito, bancomat o assegno (non trasferibile).
In caso di non osservanza di queste norme la Legge prevede sanzioni dall’1% fino al 40% dell’importo e comunque almeno di 3.000,00 euro.
In base a una circolare del Ministero delle Finanze del 16.01.2012 queste norme non riguardano le operazioni effettuate dalla stessa persona sul suo conto, ma solo il trasferimento di denaro fra due persone o istituzioni diverse. Ciò significa che, come in antecedenza, sono permessi:
- prelievi da parte dell’intestatario dal proprio conto di importi superiori a 1.000,00 euro;
- depositi di importi superiori a 1.000,00 euro effettuati dall’intestatario sul proprio conto (in questo caso la banca, se ha fondati sospetti di riciclaggio di denaro o finanziamento del terrorismo, può chiedere al cliente la provenienza del denaro).
Anche nell’amministrazione parrocchiale è obbligatorio osservare queste norme. Oltre i 1.000,00 euro non si può più operare in contanti ma tramite bonifici bancari. Questa forma del bonifico bancario dovrebbe comunque essere preferita nel segno della trasparenza anche per importi più piccoli, in modo che le ricevute bancarie e gli estratti conto servano in certo modo al controllo delle entrate e uscite nella contabilità parrocchiale.
In particolare vale l’obbligo del bonifico bancario per le seguenti operazioni: trasmissione alla Curia delle offerte per finalità particolari e delle intenzioni di Messe.
Le Offerte alla parrocchia che superano l’importo di 999,99 euro devono essere versate sul conto bancario della parrocchia.
Il pagamento delle fatture da parte della parrocchia deve avvenire di norma solo tramite bonifico bancario, per avere in questo modo la relativa quietanza. I pagamenti in contanti non possono superare l’importo di 999,99 euro e il pagamento deve essere quietanzato dal beneficiario sulla fattura con firma, data ed eventuale timbro.
Rimborsi di spese a persone devono avvenire su presentazione di un documento scritto (es. spese di viaggio, scontrini) e la ricevuta del rimborso, se avviene in contanti e non supera l’importo di 999,99 euro, deve essere firmata dal beneficiario. Anche in questo caso il rimborso dovrebbe avvenire preferibilmente tramite bonifico bancario.
Il limite dei contanti è fissato in 999,99 euro e vale per ogni pagamento (es. acquisto di francobolli, acquisti vari, retribuzioni, rimborsi, ecc.).
È sempre possibile prelevare in banca anche importi più grandi in contanti e poi depositarli altrove. Ma i pagamenti in contanti dovrebbero essere ridotti al minimo, non possono superare i 999,99 euro e devono essere documentati (quietanza). A tale riguardo bisogna tener conto anche delle altre norme, soprattutto quelle di natura fiscale e quelle attinenti al diritto del lavoro.
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Competenza territoriale della CTP in cui ha sede l’Ufficio finanziario che ha emesso l’atto impugnato
Cass. 23.3.2012 n. 4682
Con riferimento alla individuazione della Commissione Tributaria territorialmente competente a conoscere il ricorso, la Cassazione ha sostenuto che competente è il giudice ove ha sede l’Ufficio che ha emesso l’atto impugnato e non, come sostenuto dal ricorrente, la commissione nella cui circoscrizione ha sede l'ente impositore.
Difatti, spiegano i Giudici di legittimità: “l'individuazione della Commissione tributaria di primo grado territorialmente competente debba operarsi, come si desume dalla lettera dell’art.4 del d.lgs. n. 546/92, con riferimento al luogo ove ha sede l'Ufficio finanziario che ha emesso il provvedimento impugnato, ovverosia - nel caso di specie - il Concessionario della riscossione per la Provincia di Milano, che ha emesso la cartella di pagamento impugnata dalla contribuente.
D'altra parte, tale conclusione appare coerente con il rilevo che - in via di principio - la competenza per territorio non è determinata dalla legge sulla base di criteri contenutistici, inerenti alla specifica materia, di volta in volta, controversa, essendo, invece, normativamente individuata sulla base di criteri di collegamento tra una specifica controversia ed una determinata zona del territorio, per lo più, fondati - fatte salve tassative eccezioni previste dalla legge sull'allocazione spaziale dei soggetti in causa (residenza o domicilio della persona fisica, sede della persona giuridica)".
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L’iscrizione ipotecaria è uno degli atti di tutela delle pretese erariali più odiosi, soprattutto perché spesso si tratta di un’azione compiuta da Equitalia di nascosto e della quale il contribuente viene a conoscenza soltanto molto tempo dopo, quando, ad esempio, intende vendere l’immobile o chiedere un finanziamento.
SLTC – Studio Legale Tributario (www.sltc.it).
Con la recente sentenza n. 4679/2012 la Suprema Corte di Cassazione torna sull’annosa questione dei soggetti legittimati a ricevere gli atti tributari in luogo del legittimo destinatario, confermando una linea invero già consolidata.
Il caso affrontato era quello di una persona cui erano stati notificati una serie di avvisi di accertamento, mediante consegna degli atti non a lei personalmente ma a una parente, non legata al destinatario da un vincolo di convivenza.
Oggetto dell’esame della Corte è stato, quindi, l’art. 139 c.p.c. che al comma 2 ammette la consegna degli atti anche a “persona di famiglia”, dovendosi considerare tali soggetti del tutto “idonei a curar[e] la sollecita consegna al destinatario [dell’atto notificando], in forza della solidarietà connessa con detti vincoli e del dovere giuridico conseguente all’accettazione della notifica” (Cass.Civ. SS.UU. n. 250/1999).
Sebbene tale considerazione sia assolutamente ragionevole e possa facilmente riscontrare sia le esigenze del destinatario all’effettiva ricezione dell’atto che quelle del mittente alla prosecuzione dell’iter processione/esecutivo, il vero punto dolente è legato ai famigliari non conviventi, i quali, proprio per l’occasionalità del contatto con il destinatario, potrebbero non fornire quelle garanzie di consegna che stanno alla base della conoscenza legale degli atti.
Sul punto, tuttavia, la giurisprudenza si è più volte espressa nel senso della non decisiva rilevanza del requisito della convivenza “- non espressamente menzionato dall’art. 139 c.p.c. -, risultando sufficiente l’esistenza di un vincolo (di parentela o affinità) tale da giustificare la presunzione che la «persona di famiglia» consegnerà l’atto al destinatario” (Cass. Civ. sent. 23368/2006; nello stesso senso, ad esempio, Cass. Civ. ord. 21362/2010 e Cass. Civ. sent. 9590/2010).
Tale indirizzo è stato da ultimo confermato anche dalla sentenza in commento, la quale si è rifatta esplicitamente proprio al passo appena citato.
Sebbene tale linea interpretativa sia sicuramente difficile da scalfire, occorre però evidenziare che la stessa sentenza n. 4672/2012 lascia aperta la porta alla possibilità che insorgano situazioni tali da escludere la validità della notifica anche se l’atto è consegnato secondo le descritte modalità. Infatti, non è in linea di principio possibile escludere che l’atto consegnato a un famigliare non convivente non sia poi effettivamente consegnato al legittimo destinatario.
In tali casi, quest’ultimo, per ottenere la declaratoria di nullità della notifica, il notificatario dovrà provare “il carattere del tutto occasionale della presenza del consegnatario in casa propria, senza che a tal fine rilevino le sole certificazioni anagrafiche del familiare medesimo”.
Avv. Diego Conte – diego.conte@sltc.it
SLTC – Studio Legale Tributario – www.sltc.it
Un nuovo e, forse, definitivo colpo alla vessatoria pratica di Equitalia di iscrivere ipoteche per importi bagatellari è arrivato dalla Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 5771/2012.
Come noto, l’art. 77, D.P.R. 602/1973, quello che autorizza esplicitamente Equitalia a iscrivere ipoteche sui beni immobili dei contribuenti per crediti “pubblici” (fiscali e non solo), è stato per lungo tempo oggetto di molte contese, in quanto il precedente art. 76 autorizza l’espropriazione e, quindi, la vendita forzosa dei medesimi beni immobili soltanto se il credito azionato è superiore a € 8.000,00. Ci si chiedeva, infatti, se fosse possibile iscrivere ipoteca nei casi in cui concretamente non si sarebbe potuto procedere esecutivamente sullo stesso immobile.
Il contrasto pareva risolto nel 2010, quando la Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 4077 aveva esplicitamente affermato che “rappresentando un atto preordinato e strumentale all’espropriazione immobiliare, anche l’ipoteca soggiace al limite per essa stabilito, nel senso che non può essere iscritta se il debito del contribuente non supera gli 8.000,00 Euro”.
Tuttavia, il co. 2 ter dell’art. 3, D.L. 40/2010 ha creato qualche confusione, in quanto, ponendo esplicitamente il divieto di iscrizione ipotecaria per debiti inferiori al limite degli 8.000,00 ma tacendo sulla sorte delle iscrizioni precedenti la sua entrata in vigore, è stato letto come un riconoscimento implicito della legittimità di queste ultime. Del resto, un simile procedimento interpretativo era già stato efficacemente proposto con riferimento all’indicazione del responsabile del procedimento sulle cartelle relative a ruoli emessi prima del 1/06/2008.
Al contrario, come anticipato, la recentissima sentenza n. 5771/2012 si è opposta con forza alla condotta del concessionario della riscossione ribadendo il suo fermo “no” alle ipoteche iscritte per crediti inferiori al menzionato limite. Ciò che è importante sottolineare, però, è che il diniego è arrivato considerando proprio la predetta modifica normativa e dichiarando infondata l’interpretazione di essa che ne aveva dato Equitalia.
La Suprema Corte, infatti, senza alcun tentennamento ha affermato che, per accettarsi la linea dell’agente erariale, “il D.L. n. 40 del 2010, art. 3, co. 2 ter, avrebbe dovuto stabilire il contrario e, cioè, che a partire dal momento della emanazione della legge di conversione non sarebbe più stato possibile iscrivere ipoteca per crediti non realizzabili a mezzo di espropriazione immobiliare; che il D.L. succitato non ha, però, detto nulla di simile, in quanto non ha fatto cenno al predetto collegamento, ma si è limitato a fissare in modo autonomo il presupposto per le future iscrizioni dell’ipoteca, indicandolo in un importo che seppure coincidente con quello minimo all’epoca previsto per l’espropriazione, non può essere per ciò solo apprezzato come indiretta dimostrazione della inesistenza di limiti per il passato”.
Per concludere, quindi, pare proprio potersi affermare che la perentorietà e la decisione con cui il Giudice di legittimità ha dichiarato l’illegittimità del comportamento esecutivo di Equitalia siano tali da aver definitivamente chiuso la questione.
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A tal proposito i giudici, richiamando un proprio precedente, hanno esplicitamente affermato che “ai fini della validità della notifica ai sensi dell’art. 148 c.p.c., in caso di contrasto tra i dati risultanti dalla copia di relata allegata all’originale e i dati risultanti dalla copia consegnata al destinatario, occorre far riferimento alle risultanze ricavabili dalla copia in possesso del destinatario, mentre, ove in questa manchi qualche elemento essenziale, la sua presenza nella relata allegata all’originale non è idonea ad escludere la nullità della notifica ai sensi dell’art. 160 c.p.c.”.
Avv. Diego Conte - diego.conte@sltc.it
Nulla la cartella sprovvista della data di consegna
Con la sentenza n. 398 del 2012, la Corte di Cassazione ha statuito che la disciplina di cui agli artt. 148 e 160 c.p.c. è applicabile anche in materia di notificazione di una cartella esattoriale, per cui, in caso di mancata indicazione della data di consegna nella copia della cartella in possesso del destinatario ne discende la nullità insanabile della notifica.
Inoltre, in caso di contrasto tra i dati risultanti dalla copia di relata allega all'originale e i dati risultanti dalla copia consegnata al destinatario, occorre far riferimento alla copia del destinatario, ma se in quest'ultima mancano degli elementi essenziali, la notifica è passibile di nullità.
Di seguito le motivazioni della sentenza n.13/27/12 con cui la Commissione Regionale di Torino, in maniera cristallina, spiega l’illegittimità del c.d. accertamento anticipato ovvero dell’avviso emesso prima del decorso dei 60 giorni dalla redazione del pvc in assenza di una particolare e motivata urgenza. Nel caso di specie, i giudici torinesi non hanno ritenuto come motivata ed urgente la circostanza della scadenza dei termini decadenziali per procedere all'accertamento.
“Lo Statuto del Contribuente al comma 7 dell'art. 12 prevede che dopo il rilascio del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente possa comunicare entro 60 giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impostori.
L'art. 12 comma 7 rafforza in modo ancor più incisivo rispetto alle altre disposizioni dello Statuto la collaborazione tra le due parti del rapporto tributario ponendosi in diretta attuazione dei principi di buon andamento ed imparzialità dell'Amministrazione in base all'art. 91 della Costituzione.
Occorre stabilire quali possano essere gli effetti del mancato rispetto da parte dell'Ufficio del termine suddetto e quali siano i casi di "particolare e motivata urgenza" che legittimano l'emissione dell'atto impositivo senza il rispetto dei 60 giorni ed in particolare se tra questi possano rientrare le verifiche per le quali scatta la decadenza entro la fine dell'anno.
Riguardo al primo aspetto la Corte di Cassazione (sent. Cass. 3.11.2010 n. 22430) sulla scia della pronuncia della Corte Costituzionale (ordinanza n. 244 del 24.7.2009) ha stabilito che l'atto impositivo non è di per se stesso nullo, ma diventa tale se non c'è una motivazione adeguata sulla particolare urgenza.
In merito al secondo aspetto (i casi di "particolare e motivata urgenza") è stato evidenziato dalla giurisprudenza che non ogni urgenza è idonea a restituire il potere sospeso ma è idonea solo l'urgenza "particolare e motivata", propria di una situazione specifica che deve essere portata all'esterno, inserita nell'atto, per consentire il controllo.
Nel caso che ci interessa l'Amministrazione ha motivato la particolare urgenza con la necessità di notificare l'accertamento data l'immediatezza dei termini di decadenza.
Il rispetto dei sessanta giorni ha lo scopo di consentire al contribuente di comunicare all'Ufficio osservazioni e richieste che altrimenti gli uffici impositori non sarebbero in grado di conoscere e pone gli Uffici Finanziari nella condizione di emettere atti ben fondati e meno attaccabili in sede contenziosa.
Il periodo di sessanta giorni consente al contribuente anche di chiedere all'Ufficio la definizione in via amministrativa della questione attraverso un'istanza di accertamento con adesione o con la richiesta di autotutela.
Si deve concludere che data l'importanza degli interessi protetti, il termine non può che avere carattere perentorio.
Non può rappresentare giustificazione l'urgenza dedotta dall'Ufficio dovuta alla prossima scadenza del termine per l'accertamento giacché la mancanza di organizzazione si traduce in una pregiudizio per il contribuente.
Lo stesso avviso è manifestato nella circolare 1/2008 della Guardia di Finanza che ha disposto che le scelte attinenti ai periodi da sottoporre ad ispezione devono essere adottate in modo da porre in condizione l'Ufficio titolare dell'accertamento di rispettare le norme dello Statuto.
Lo stesso documento ha poi indicato che tendenzialmente occorre procedere alla redazione del Processo Verbale di Constatazione non oltre la fine del mese di agosto.
L'indirizzo conferma quello già espresso nelle istruzioni fornite dalla Circolare del Comando Generale della Guardia di Finanza n. 250400 del 17.8.2000.
Queste disposizioni rivelano che il problema del rispetto del termine stabilito dallo Statuto in 60 giorni è considerato molto seriamente anche dagli organi verificatori e che tale rispetto non può essere considerato solamente facoltativo ed inoltre che l'imminenza del termine di decadenza per l'accertamento non rappresenta particolare e motivata urgenza nel senso richiesto dalla legge.”
Etichette: accertamento, commissione regionale, CTR
Mancata notifica dell’atto presupposto – Non sussiste il litisconsorzio necessario fra l’Amministrazione ed Equitalia
Cassazione n.1532 del 02.02.2012
In conformità con il precedente orientamento espresso dalle SS.UU., la Corte di Cassazione, sez. tributaria, ha ribadito che, nell’ambito tributario, l'omessa notifica di un atto presupposto costituisce vizio procedurale che comporta la nullità dell'atto successivo e - per quanto interessa in ordine al profilo sollevato nell'odierno ricorso - l'azione del contribuente, diretta a far valere la nullità detta, può essere svolta indifferentemente nei confronti dell'ente creditore o del concessionario alla riscossione (senza litisconsorzio necessario tra i due), essendo rimessa al concessionario, ove evocato in lite, la facoltà di chiamata nei riguardi dell'ente medesimo.
Etichette: altre imposte, cartella di pagamento, cartelle di pagamento, commissione provinciale, fermo, notifiche, processo tributario
Cassazione n. 26178 del 06.12.2011
La circostanza che la firma sulla ricevuta di ritorno della raccomandata spedita al contribuente sia illeggibile non comporta la nullità della notifica.
Questo è il principio stabilito dai giudici di legittimità con la sentenza n.26178 del 2011.
In particolare, il Collegio, aderendo ad un recente orientamento della stessa Corte (cfr. Cass. n.9962/2010), ha ribadito che, “nel caso di notifica a mezzo del servizio postale, ove l’atto sia consegnato all’indirizzo del destinatario a persona che abbia sottoscritto l’avviso di ricevimento, con grafia illeggibile, nello spazio relativo alla “firma del destinatario o di persona delegata”, e non risulti che il piego sia stato consegnato dall’agente postale a persona diversa dal destinatario tra quelle indicate dalla L. n. 890 del 1982, art. 7, comma 2, la consegna deve ritenersi validamente effettuata a mani proprie del destinatario, fino a querela di falso, a nulla rilevando che nell’avviso non sia stata sbarrata la relativa casella e non sia altrimenti indicata la qualità del consegnatario, non essendo integrata alcuna delle ipotesi di nullità di cui all’art. 160 c.p.c.”
Invio di più avvisi con unica raccomandata– onere del Comune di provare la presenza nel plico di più atti
Cassazione n.20027 del 30.09.2011
Qualora il Comune notifichi più avvisi di accertamento con una unica busta raccomandata è suo onere dimostrare che tutti gli atti fossero contenuti nel plico spedito a mezzo posta.
Nel pronunciarsi a favore del contribuente che lamentava la mancata notifica di uno degli avvisi, la Corte ha preliminarmente ricordato che secondo l’art.1335 c.c. spetta al destinatario l’onere di dimostrare che il plico non contiene alcuna lettera al suo interno, ovvero che esso contiene una lettera di contenuto diverso da quello indicato dal mittente.
Tuttavia, “la presunzione di invio e di conoscenza (con conseguente inversione dell'' onere della prova) può ritenersi operante solo nell'ipotesi in cui la busta contenga un solo atto, mentre, ove il mittente affermi di avere inserito nella busta più atti ed il destinatario contesti tale circostanza, torna a carico del mittente l’onere di provare l’intervenuta notifica e quindi il fatto che tutti gli atti fossero contenuti nella busta spedita per raccomandata”, (..) “atteso che, secondo l'”id quod plerumque accidit", ad ogni atto da comunicare corrisponde una singola spedizione (v. cass. n. 12135 del 2003)”.
Con la sentenza n. 24923 del 25 novembre 2011 la Suprema Corte offre una chiave di lettura molto interessante di una norma particolare, l’art. 52, commi 7 e 9, D.P.R. 633/1972, avente ad oggetto i poteri investigativi con riferimento alla documentazione aziendale.
A tal proposito, è bene evidenziare che lo stesso art. 52 prevede una diversa disciplina a seconda che la documentazione aziendale possa essere compresa nella categoria dei documenti e scritture piuttosto che in quella dei libri e registri: infatti, nel primo caso essa può essere asportata dai locali in cui veniva conservata se “non è possibile riprodurne o farne constare il contenuto nel verbale, nonché in caso di mancata sottoscrizione o di contestazione del contenuto del verbale”; nel secondo caso, invece, non vi può essere asportazione, essendo concesso agli accertatori unicamente “eseguirne o farne eseguire copie o estratti, […] apporre nelle parti che interessano la propria firma o sigla insieme con la data e il bollo d’ufficio e […] adottare le cautele atte ad impedire l’alterazione o la sottrazione dei libri e dei registri”.
Nell’art. 52, tuttavia, manca un qualsiasi accenno circa la possibilità di distinguere tra documentazione ufficiale e documentazione “in nero”, distinzione che, invece, ha accolto la giurisprudenza in rassegna.
Uno dei vari motivi di gravame proposto contro la sentenza impugnata, infatti, era proprio relativo all’asportazione dai locali aziendali di documentazione (agende e floppy disk) contenente, come dice la Corte, “una vera e propria contabilità parallela” e alla sua ispezione da parte degli organi ispettivi senza il contraddittorio con il contribuente.
A parere del ricorrente tale operazione avrebbe invalidato l’avviso di accertamento conseguente all’ispezione, in quanto lesiva del diritto di difesa garantito dal menzionato art. 52, co. 7, D.P.R. 633/1972.
La Corte ha rigettato l’impugnazione proposta, dando risposta al quesito relativo alla distinzione tra la contabilità ufficiale e “in nero”.
Il Collegio, infatti, ha affermato la necessità di distinguere tra le due diverse documentazioni, ritenendo che le tutele previste dall’art. 52, commi 7 e 9 richiamato dovessero essere assicurate soltanto con riferimento alla documentazione ufficiale: ciò perché soltanto con riguardo a questa vi è la “esigenza […] di non ostacolare l’esercizio della ordinaria attività d’impresa”.
Dietro il principio espresso dalla Corte si celano rischi gravi, in quanto parrebbe significare che l’attività d’impresa totalmente o parzialmente “in nero” non sia meritevole di tutela nei confronti di attività ispettive e possa da queste essere liberamente ostacolata.
La conclusione a cui è giunta la Cassazione, quindi, non pare affatto soddisfacente.
Innanzitutto, è facile osservare che il giudizio di ufficialità o meno della documentazione asportata non può essere dato che al termine della verifica e spesso del procedimento di opposizione, con la conseguenza che ben potrebbe ostacolarsi un’attività in realtà perfettamente in regola.
In secondo luogo, al di fuori dell’ambito strettamente tributario, le attività condotte in violazione degli obblighi fiscali godono generalmente delle stesse tutele di quelle che tali violazioni non commettono.
Infine, non pare corretta nemmeno l’idea di ostacolare le attività non in regola con i doveri tributari: queste, senza dubbio, devono essere sanzionate e ricondotte alla legalità fiscale, ma non certo ostacolate in fase di ispezione.
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Notifica degli accertamenti tributari - Invalida la notifica al vecchio domicilio del contribuente
Corte di Cassazione – Ordinanza n. 24877/2011
“In tema di notifica degli avvisi di accertamento tributario, il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60, u.c., nella parte in cui prevede che le variazioni o le modificazioni dell’indirizzo del contribuente, non risultanti dalla dichiarazione annuale, hanno effetto, ai fini delle notificazioni, dal 60 giorno successivo a quello dell’avvenuta variazione anagrafica, è stato espunto dall’ordinamento a seguito di declaratoria di incostituzionalità (C. Cost. n. 360/03), con conseguente espansione della regola generale, secondo la quale l’effetto delle variazioni anagrafiche, ai fini delle notifiche, è immediato. Il nuovo termine dilatorio di trenta giorni, introdotto dal d.l. 223 del 2006, art. 37, comma 27, convertito in L. n. 248 del 2006, non può, infatti, applicarsi retroattivamente e riguarda le sole notifiche eseguite dopo l’entrata in vigore del decreto legge medesimo (Cass. 26542/08, 13510/09). Ne discende che, nel caso di specie, essendo la variazione del domicilio fiscale della contribuente divenuta efficace in epoca precedente la notifica dell’avviso di accertamento - avendo detta variazione effetto immediato, poiché avvenuta prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 223 del 2006 - la notifica di tale atto deve ritenersi invalida, come correttamente ritenuto dal giudice di appello”.
RIGETTO TACITO DI RIMBORSO E RICONOSCIMENTO DELLA SUA LEGITTIMITÀ PRECEDENTE ALL’ISTANZA
Il ricorso avverso il diniego di rimborso, seppur ammissibile ai sensi dell’art. 19, lett. g), D.Lgs. 546/1992, è da respingersi se proposto contro il rigetto tacito dell’istanza successivo al riconoscimento da parte dell’organo competente circa la spettanza del rimborso medesimo. Infatti, “Nell'ipotesi in cui […] l'ente impositore abbia riconosciuto il diritto del contribuente al rimborso (come qui asserito dalla società), la controversia più non riguarda la risoluzione di una questione tributaria correlata a un atto impugnabile, ma un mero indebito oggettivo di diritto comune” (C.Cass., sen. V, ord. n. 27621 del 20 dicembre 2011).
Avv. Diego Conte (dconte@sltc.it - www.sltc.it).

References: Sentenza 
 art. 77
 art. 3
 art. 617
 Cass. 
 sentenza 
 art.5
 sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art.155

Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 76
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 7
 cass. 
 sentenza 
 art. 52
 sentenza 
 art. 52
 art. 60
 art. 37