Source: https://www.diritto.it/ministero-dell-ambiente-e-della-tutela-del-territorio-e-del-mare-schema-di-decreto-legislativo-concernente-disposizioni-correttive-ed-integrative-al-decreto-legislativo-3-aprile-2006-n-15/
Timestamp: 2017-10-21 19:46:38+00:00

Document:
Cons. St., sez. Consultiva per gli Atti Normativi
Adunanza del 05.11.07, n. della Sezione: 3838/2007
A seguito dell’entrata in vigore del testo si è reso necessario il ricorso al meccanismo dei decreti legislativi correttivi, previsti dall’articolo 1, commi 6 e 7, della legge delega.
Sulla base di tali norme, il governo ha intrapreso una serie di iniziative volte alla correzione ed integrazione dell’originario decreto legislativo.
Vi è stato un primo decreto legislativo correttivo dell’8 novembre 2006 n. 284, con cui, tra l’altro, sono state soppresse le Autorità di bacino nonché l’Autorità di vigilanza sulle risorse idriche e sui rifiuti e si è provveduto all’abrogazione degli articoli 159, 160 e 307 dell’originario decreto legislativo. Infine, è stato prorogato da sei a dodici mesi il termine posto dall’articolo 224, comma 2, per l’adeguamento dello statuto del CONAI ai principi del codice ambientale.
Premette ancora l’Amministrazione che il presente decreto correttivo era stato preceduto da un altro decreto correttivo per la parte “rifiuti” e “acque”, sul quale le commissioni parlamentari si erano espresse in data 27 giugno 2007 e sul quale la sezione aveva fornito il suo parere in data 10 luglio 2007. Tale decreto era stato riapprovato in seconda lettura dal Governo nel Consiglio dei ministri del 20 luglio 2007, salvo intese tecniche, chiuse effettivamente in data 3 agosto 2007.
2. Riferisce l’Amministrazione che gli interventi di modifica alla normativa vigente sono urgenti, se non indifferibili, sia per recepire i rilievi effettuati nei pareri resi dalle competenti commissioni parlamentari e dalla conferenza unificata sul primo decreto correttivo, sia al fine di adeguare diverse disposizioni del codice ambientale al diritto comunitario; nonchè per favorire la chiusura di numerose procedure di infrazione pendenti nei confronti dell’Italia, rispetto alle quali vi è il serio rischio di pesanti condanne dell’Italia da parte della Corte di giustizia.
In particolare l’Amministrazione sembra preoccupata dalla comunicazione della Commissione europea (SEC 1658 del 13 dicembre 2005), con cui è stata inasprita la possibilità di infliggere sanzioni pecuniarie allo Stato membro che non abbia tempestivamente eseguito una prima sentenza comunitaria, laddove venga constatata, ai sensi dell’articolo 226 del Trattato CE., il suo inadempimento agli obblighi del trattato medesimo. La Commissione europea intende così porre fine alla prassi con la quale si è limitata a chiedere l’applicazione della sola penalità di mora, volta a sanzionare ogni giorno di ritardo nell’esecuzione della seconda sentenza emanata dalla Corte di giustizia ai sensi dell’articolo 228 del Trattato CE. Essa ha deciso che non desisterà più dalla procedura a seguito del tardivo adempimento da parte dello Stato membro in sede di esecuzione della sentenza comunitaria, ma chiederà comunque sempre la prosecuzione del giudizio per l’irrogazione della sanzione pecuniaria forfettaria, con la quale si censura la mancata tempestiva riparazione dell’infrazione.
La preoccupazione dell’Amministrazione si estende dunque all’esposizione, per il nostro Paese, al rischio di una condanna maggiore, da calcolarsi moltiplicando l’importo giornaliero analogo a quello applicabile per la penalità di mora, per il numero di giorni di persistenza dell’infrazione. Da ciò l’urgenza di adeguarsi agli obblighi comunitari.
Dopo di che il Governo , nel Consiglio dei ministri del 13 settembre 2007, ha adottato un nuovo decreto correttivo, che accorpa in sostanza sia le modifiche relative alla parte “rifiuti” e in parte alla parte “acque” – già oggetto del precedente correttivo e quindi parzialmente esaminato dalla Sezione nel precedente parere – e sia le modifiche relative alle valutazioni ambientali (VIA e VAS).
Le ragioni che hanno spinto l’Amministrazione a predisporre il secondo decreto correttivo sono da ricercare nei molteplici profili di non conformità alle disposizioni comunitarie rilevate nella parte seconda del decreto legislativo, oltre che nell’esigenza di dare adeguato seguito ai numerosi rilievi delle Commissioni parlamentari e della Conferenza Unificata non accolti nel corso dell’iter di approvazione sia del decreto originario sia in sede di esame del primo decreto legislativo correttivo (d.lgs. 8 novembre 2006 n. 284).
Esso, da un lato, mira a porre fine a svariate procedure di infrazione comunitaria pendenti nei confronti dello Stato italiano, come già riferito, e, dall’altro lato, mira a correggere difficoltà applicative e distonie evidenziate dal decreto legislativo.
L’Amministrazione, dopo aver passato in rassegna le varie procedure di infrazione comunitaria pendenti ed aver criticato l’impostazione del decreto legislativo principale – che non avrebbe tenuto conto delle novità e delle esperienze maturate in quasi un ventennio di applicazione della normativa in materia di VIA -, si ripropone con il presente decreto correttivo “di contemperare le esigenze ambientali con gli interessi di un’economia dinamica, ancorando i procedimenti di valutazione a strategie di sviluppo sostenibile condivise, riconducendoli ad un sistema sopraordinato di obiettivi che collegano i disegni strategici a tutti i livelli territoriali”.
Inoltre con lo schema di decreto in esame si è inteso anche:
a) delineare in maniera chiara le competenze statali e quelle regionali, avendo come riferimento la corrente attribuzione;
b) uniformare le procedure di valutazione, evitando inutili discrasie fra Stato e regioni;
e) assicurare ampi livelli di partecipazione attraverso il vasto ricorso al Web e la valorizzazione dei processi di Agenda 21 locale nell’ambito delle procedure di pianificazione e di valutazione;
f) e infine assicurare una reale semplificazione, sistematizzando in un unico testo tutta la produzione normativa degli ultimi 20 anni riguardante la VIA .
La prima area di intervento, prevista dall’articolo 1, comma 1, e relativa all’introduzione nella parte “prima bis” di una serie di principi generali del diritto ambientale, viene per la prima volta all’esame della Sezione.
La seconda, inserita nell’articolo 1, comma 2, contiene le innovazioni sulla “Parte seconda” del codice, in tema di procedure per la valutazione ambientale strategica (VAS), per la valutazione dell’impatto ambientale (VIA) e per l’autorizzazione integrata ambientale (IPPC).
Sebbene costruita come una sostituzione di articoli, si tratta – cosi come riferisce l’Amministrazione – in concreto “di una serie di modifiche puntuali, introdotte per le ragioni sopra espresse, e di una diversa riorganizzazione delle norme preesistenti, al fine di mantenere l’articolato nei limiti della proposizione di mere correzioni ed integrazioni e al fine di semplificare il testo e di attribuire alla VAS il senso voluto dalla normativa comunitaria”.
La terza, contenuta nell’articolo 2, riguarda modifiche in tema di acque e rifiuti ed è stata già oggetto di valutazione da parte della Sezione, con il parere 2660/2007 del 9 luglio 2007, in relazione però ad un testo parzialmente diverso.
Infatti, nell’attuale formulazione, sono state recepite le indicazioni proposte dalla Conferenza Unificata e dal Parlamento sul testo del precedente correttivo, poi decaduto e qui riproposto contestualmente alle altre innovazioni.
Inoltre la Sezione dovrà riformulare il parere anche in relazione alla parte relativa alle acque e ai rifiuti, atteso che il testo oggi riproposto presenta delle modifiche.
La Sezione aveva già auspicato, in occasione del secondo decreto correttivo poi decaduto, che “il Governo, in luogo di una pluralità di decreti correttivi, ne adotti uno soltanto (compatibilmente con l’esigenza di interventi urgenti), atteso che una pluralità di correttivi, sebbene tecnicamente e giuridicamente consentita, non giova alla esigenza di certezza del diritto e stabilità delle norme, che costituisce una legittima aspettativa degli operatori, in una logica di qualità formale e sostanziale della regolazione e di semplificazione normativa e amministrativa”.
2. Giova premettere che la legge (art. 1, legge 15 dicembre 2004 n. 308), che delegava il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi di riordino, coordinamento e integrazione delle disposizioni legislative in materia ambientale, prevede la possibilità di successivi decreti correttivi. La legge delega dispone, in particolare, che entro due anni dalla data di entrata in vigore di ciascuno dei decreti legislativi di cui al comma 1, nel rispetto dei principi e criteri direttivi stabiliti dalla legge delega, il Governo può emanare, ai sensi dei commi 4 e 5, disposizioni integrative o correttive dei decreti legislativi emanati ai sensi del comma 1, sulla base di una relazione motivata presentata alle Camere dal Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, che individua le disposizioni dei decreti legislativi su cui si intende intervenire e le ragioni dell’intervento normativo proposto.
2.1. Sul piano procedurale, occorre, pertanto, – come per il decreto legislativo originario – anzitutto il concerto con i Ministri espressamente nominati e con gli altri Ministri interessati.
2.2. Sempre sul piano procedurale, la Sezione rileva che ai fini del passaggio parlamentare, il decreto correttivo deve essere corredato dall’analisi tecnico – normativa, dall’analisi dell’impatto della regolamentazione e dalla relazione tecnica.
Le tre relazioni non sono state trasmesse alla Sezione.
Tuttavia è possibile prenderne visione in quanto si trovano allegate al parere della Conferenza Unificata, agli atti.
Si prende comunque atto che tali relazioni sono state redatte e trasmesse alle competenti Commissioni parlamentari, così come dispone la norma indicata.
– il parere espresso dalla Conferenza Unificata nella seduta del 20 settembre 2007;
– i pareri delle Commissioni di Camera e Senato, espressi in data 24 ottobre 2007.
3. Preliminarmente la Sezione deve prendere in esame la questione relativa alla possibilità o meno di riproporre nel testo in esame la parte relativa alle “acque” e ai “rifiuti”, disciplinati nel precedente decreto, poi dichiarato decaduto dai Presidenti delle Camere, in quanto presentato oltre il termine previsto dalla legge.
Su di esso, come già riferito, la Sezione ha già espresso parere nell’adunanza del 9 luglio 2007.
L’articolo 1, comma 5 ultima parte, della legge delega del 15 dicembre 2004, n. 308 stabilisce: “Il Governo, tenuto conto dei pareri di cui al comma 4 e dal presente comma, entro quarantacinque giorni dalla data di espressione del parere parlamentare, ritrasmette alle Camere, con le sue osservazioni e con le eventuali modificazioni, i testi per il parere definitivo delle Commissioni parlamentari competenti, da esprimere entro venti giorni dalla data di assegnazione. Decorso inutilmente tale termine, i decreti legislativi possono essere comunque emanati. Il mancato rispetto, da parte del Governo, dei termini di trasmissione degli schemi dei decreti legislativi comporta la decadenza dall’esercizio della delega legislativa”.
La Sezione osserva anzitutto che la norma indicata ha natura procedimentale e non sostanziale, ossia è diretta ad ordinare i modi e i tempi del procedimento legislativo innanzi alle Camere.
In siffatto contesto, ma con esclusivo riferimento al procedimento in itinere, il termine è da ritenersi perentorio, atteso che per il suo mancato rispetto è espressamente prevista la sanzione della decadenza, ossia l’impossibilità di continuare lo specifico procedimento così come attivato.
La Sezione ritiene che costituisca un principio consolidato quello secondo cui la pronuncia di improcedibilità riguardi unicamente la sequenza in cui essa si forma e che, per la natura sua propria, non possa avere effetti al di fuori del procedimento stesso; mentre conclusioni diverse valgono per il provvedimento conclusivo, che esplica, salva diversa previsione di legge, gli effetti attribuitigli dall’ordinamento generale.
Nel caso di specie, poichè la legge usa l’espressione “decadenza dall’esercizio” e non “decadenza dalla delega”, non sembra abbia derogato al principio di carattere generale, riguardante sia il procedimento amministrativo e sia quello legislativo.
Questo consente di ritenere che l’esercizio della delega legislativa correttiva possa essere di nuovo attivato, mediante l’apertura di un nuovo procedimento, fermo restando la persistenza dei tempi (e dei modi) che lo consentono.
Come già riferito, l’articolo 1, comma 6, della legge delega n. 308 del 2004 consente l’esercizio della delega entro due anni dalla data di entrata in vigore di ciascuno dei decreti legislativi di riordino.
Pertanto, essendo stato il decreto legislativo pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 17 aprile 2006, l’esercizio della delega può essere legittimamente reiterato.
A sua volta l’Adunanza Generale ha ritenuto che “(…) la delegazione ad emanare disposizioni integrative o correttive di precedenti decreti deve ritenersi autonoma rispetto alla delega principale, pur essendo normalmente collocata nello stesso testo legislativo e pur essendo sottoposta ai medesimi principi e criteri direttivi. (…) la finalità della previsione di un intervento correttivo e integrativo di decreti emanati sulla base della delega principale é quella di consentire una prima sperimentazione applicativa di questi, sperimentazione che sembra assumere i connotati di un presupposto indispensabile.
Ciò evidentemente è in linea con quella attenzione alla qualità anche sostanziale della legislazione che è da tempo all’attenzione del Parlamento e del Governo.
5. I principi affermati dall’Adunanza Generale vanno a maggior ragione ribaditi in relazione al correttivo del decreto legislativo che prefigura ormai il codice dell’ambiente, atteso che la legge delega pone in questo secondo caso un ulteriore limite ai decreti correttivi, e in particolare impone “una relazione motivata presentata alle Camere dal Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, che individua le disposizioni dei decreti legislativi su cui si intende intervenire e le ragioni dell’intervento normativo proposto”.
Se tale è la ratio dell’intervento sistematico, si postula che le esigenze alle quali è preordinato non possano trovare idonea composizione con gli strumenti della novella o della sostituzione di singoli precetti.
Quando, come nel caso di specie, i punti sui quali si palesa necessaria la correzione per la salvaguardia della disciplina comunitaria e costituzionale riguardano la diversa natura e le modalità di svolgimento delle procedure, l’oggetto degli accertamenti con riferimento alle diverse fasi della progettazione, la partecipazione nonché la ripartizione delle competenze a livello territoriale, non v’è dubbio che l’unico modo per dare compimento alle finalità correttive e integrative non possa essere che quello dell’intervento sistematico. Ciò anche in relazione alla finalità codicistica, alla quale questa Sezione ha fatto riferimento in altra occasione, di garantire una disciplina di settore coerente ed unitaria sul piano formale non meno che su quello sostanziale.
1. Con l’articolo 1 dello schema viene inserita, dopo la Parte prima del decreto legislativo, la Parte prima-bis, contenente a sua volta sei articoli, numerati non in ordine progressivo, ma secondo la ripetizione dell’ultimo articolo dopo il quale si intende intervenire, con l’aggiunta della numerazione romana, propria della tecnica della novellazione.
A parte l’ineleganza dell’impostazione, la Sezione ritiene che – sia per l’importanza delle disposizioni introdotte sia per la possibile sovrapposizione con le altre disposizioni della originaria Parte prima – si debba riformulare il testo pervenendo così ad un’unica Parte prima, composta di nove articoli progressivamente numerati.
La Sezione ritiene che nel comma 1 debba essere inserito anche l’articolo 117, commi 1 e 3, della Costituzione, sia perché si dà concretezza al principio secondo cui la potestà legislativa va esercitata nel rispetto della Costituzione, dell’ordinamento comunitario e degli obblighi internazionali, sia perché si chiarisce che lo Stato e le Regioni debbono esercitare tale potestà nel rispetto dei medesimi principi e sia perché si riafferma la regola costituzionale secondo cui la tutela dell’ambiente è riservata alla legislazione esclusiva dello Stato.
Ciò comporta, quanto al comma 3, che esso è da sopprimere in quanto superfluo. Qualora con esso si sia voluto stabilire la regola secondo cui i principi della Parte prima costituiscono anche principi fondamentali delle materie di legislazione concorrente – quali la salute, il governo del territorio, la valorizzazione dei beni culturali e ambientali e così via – si sarebbe dovuto fare espresso riferimento al comma 3 dell’articolo 117 della Costituzione, ma in tal caso si dovrebbe rilevare che la determinazione dei principi fondamentali nelle materie concorrenti va fatta con norme puntuali e specifiche alle singole materie, che non possono essere certo i principi generali in esame.
Anche il comma 2 può essere accorpato al primo comma. Esso avrebbe potuto avere un contenuto normativo ulteriore solo ove si fosse voluto inserire la distinzione tra “materia ambientale” in senso stretto e “ambiente come valore costituzionale”, stabilendo la regola che i principi generali si applicano sia nell’adozione degli atti normativi riguardanti la materia e sia in quelle materie che interferiscono con i valori ambientali.
In conclusione l’articolo 1 va riformulato nel seguente modo: “Gli articoli da 1 a 9 pongono i principi generali in tema di tutela dell’ambiente, adottati in attuazione degli articoli 2, 3, 9, 32, 41, 42, 44 e 117, primo e terzo comma, della Costituzione e nel rispetto del Trattato dell’Unione Europea e sono vincolanti nell’adozione degli atti normativi, di indirizzo e di coordinamento e nell’emanazione di provvedimenti di natura contingibile ed urgente”.
2.2. L’articolo 3-ter inserisce nel nostro ordinamento i tre principi posti a base della gestione dell’ambiente, ossia il principio della prevenzione e della correzione alla fonte dei danni causati all’ambiente; il principio “chi inquina paga”; il principio precauzionale.
L’opportunità dell’inserimento va ravvisata anche nel fatto che le relative norme del Trattato Europeo non hanno efficacia vincolante per i legislatori degli Stati membri. Pertanto era necessaria la traduzione dei principi comunitari in atti legislativi aventi una maggiore forza vincolante, non essendo più sufficiente il pur creativo ruolo svolto dalla nostra Corte costituzionale, che, alla luce dei principi comunitari, ha saputo interpretare in chiave “ambientalistica” molte norme della nostra Costituzione.
In effetti l’unico modo affinché i principi comunitari penetrassero nell’azione concreta delle amministrazioni pubbliche era dato dal nuovo articolo 1, commi 1 e 1-ter, della legge n. 241 del 1990. Ma esso aveva comunque un’efficacia parziale, dato che non era applicabile nei confronti dei soggetti privati.
La Sezione non ha osservazioni da fare circa la necessità dell’inserimento del principio e sul modo in cui esso è stato tradotto in norma.
Tanto più che “il trattato che adotta una costituzione per l’Europa” (c.d. Costituzione Europea), pur inserendo l’ambiente nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione, ne assimila la tutela ai diritti di solidarietà, laddove prevede, all’articolo II-97, che “Un livello elevato di tutela dell’ambiente e il miglioramento della sua qualità devono essere integrati nelle politiche dell’Unione e garantiti conformemente al principio dello sviluppo sostenibile”.
La disposizione in esame intende tradurre in norma positiva l’orientamento della Corte costituzionale e della dottrina migliore, registratisi dopo l’entrata in vigore del nuovo articolo 117 della Costituzione, che ha compreso “la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali” (lett. s) del secondo comma) tra le materie attribuite alla legislazione esclusiva dello Stato, mentre la tutela della salute, il governo del territorio e la valorizzazione dei beni culturali ed ambientali sono compresi tra le materie di legislazione concorrente, in cui è riservata allo Stato solo la determinazione dei principi fondamentali con esclusione della potestà regolamentare.
In particolare la Corte costituzionale a partire dalla sentenza n. 407 del 26 luglio 2002, ha affermato il principio, peraltro già consolidato nella propria precedente giurisprudenza, secondo cui “la tutela dell’ambiente” non è configurabile come una “materia” in senso tecnico, ritenendosi per contro che l’ambiente sia un valore costituzionalmente protetto e, in quanto tale, configuri una materia trasversale, in ordine alla quale, si manifestano competenze diverse. Allo Stato spetta il compito di determinare discipline volte a fissare livelli di tutela minimi uniformi sull’intero territorio nazionale. Ciò è quanto si prevede nel comma 1 dell’articolo, ma con un riferimento ai “principi” della Parte prima-bis, così rendendo la disposizione priva di un reale contenuto normativo, attesa la genericità degli stessi. Per garantire livelli minimi uniformi occorre fare riferimento, quantomeno, a tutti i principi desumibili dalle norme del decreto legislativo, mancando nel testo quella analitica individuazione che sarebbe stata opportuna.
Quanto alla competenza regionale diretta ad assicurare un più elevato livello di garanzie, per la popolazione e il territorio interessati (Corte cost. sent. n. 536 del 20 dicembre 2002; n. 96 del 28 marzo 2003; n. 331 del 7 novembre 2003; n. 62 del 29 gennaio 2005; n. 108 del 18 marzo 2005), naturalmente l’orientamento della Corte costituzionale esclude che il potere di adottare misure più rigorose da parte delle regioni sia assoluto e insindacabile. Infatti, il sistema impone di coniugare il carattere flessibile della sussidiarità con l’esigenza di garantire che la deroga alla disciplina nazionale uniforme sia giustificata da specifiche situazioni e sulla base di adeguate conoscenze scientifiche, in conformità del principio di precauzione.
In conclusione, per le ragioni sostanziali suindicate e per ragioni formali l’articolo va riformulato nel modo seguente: “1. I principi desumibili dalle norme del decreto legislativo costituiscono le condizioni minime ed essenziali per assicurare la tutela dell’ambiente su tutto il territorio nazionale.
3. Lo Stato interviene in questioni coinvolgenti interessi ambientali ove gli obiettivi dell’azione prevista, in considerazione delle dimensioni di essa e dell’entità dei relativi effetti, non possano essere sufficientemente realizzati dai livelli territoriali inferiori di governo o non siano stati comunque effettivamente realizzati.
La Sezione osserva che la materia relativa all’informazione ambientale è interamente disciplinata dal decreto legislativo 19 agosto 2005 n. 195, emanato in attuazione della direttiva 2003/4/CE e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 23 settembre 2005.
Pertanto è sufficiente il mero richiamo al decreto legislativo suddetto. Tanto più che esso contiene forme di accesso e di partecipazione più avanzate rispetto a quelle contenute nelle discipline richiamate nell’articolo 3-sexies dello schema.
– l’esclusione dal campo di applicazione della procedura VAS per “i piani e i programmi relativi agli interventi di telefonia mobile” (art. 7, comma 8, lettera c) del decreto legislativo);
– la riduzione, in limiti angusti e incoerenti alle finalità della direttiva VAS (art. 6 dir. 01/42/CE) dell’informazione e della partecipazione consultiva, non attivata a causa della carenza di notizie legali (artt. 8 e 13 del decreto legislativo);
– la compressione delle facoltà partecipative (art. 10 del decreto legislativo);
– l’elusione del principio di sussidiarietà verticale, pure sancito dall’art. 118 Cost. (e completamente obliterato dal Capo III del Titolo II del testo che si intende sostituire con il presente schema);
– l’erronea relazione tra VAS e VIA, non in linea con quanto prevede l’art. 11 della direttiva 01/42/CE (come si evince dagli articoli 12, comma 2 e art. 33 del testo da sostituire);
– la mancata previsione, per le opere cosiddette strategiche, dell’obbligo di integrare ed aggiornare la VIA quando il progetto definitivo si discosti in modo sensibile da quello preliminare.
Nel dichiarare le finalità perseguite nello specifico ambito, si semplificano e si rendono obiettivamente più chiare le formulazioni recate nell’art. 4 del decreto legislativo. Si segnala, in particolare, come sicuro merito lo spostamento del punto focale da una asserita (ma solo parzialmente realizzata) attuazione della disciplina comunitaria, quale si desume dal decreto legislativo vigente, ai contenuti sostanziali ed alle connesse finalità, dando così peculiare pregnanza alla tutela dei valori (protezione dell’ambiente e della vita nella sua totalità, come emerge dalla elencazione sub comma 4, lettera b) derivata dall’elencazione contenuta nell’art. 3 della direttiva 85/337/CEE).
Al comma 2, sembra più logico sostituire le parole “anche in parziale modifica dello stesso”, con le seguenti: “come parzialmente modificato da questo decreto legislativo”, per rendere più evidente l’effetto che si intende conseguire.
2.2. Art. 5.
Reca le definizioni che riproducono, con notevoli miglioramenti e con maggiore completezza, quelle contenute nel testo oggi vigente. Si attua una più estesa ed elaborata definizione degli istituti e si modificano due definizioni confuse come quelle contenute nella lettera e) dell’art. 5, comma 1 del decreto legislativo (particolarmente incongruo nel confondere momenti di progettazione diversi) e nella successiva lettera f) (che, nell’attribuire il giudizio sulla rilevanza della modifica sostanziale all’autorità competente, limitava di fatto le possibilità di tutela).
Si consiglia in ogni caso (sia cioè se il nuovo testo congloberà totalmente il precedente, sia se si manterrà come autonomo quest’ultimo decreto legislativo) di inserire tra le definizioni quella di “autorizzazione integrata ambientale: il provvedimento previsto dagli articoli 5 e 7 e seguenti del decreto legislativo 18 febbraio 2005, n. 59”. Il suggerimento è motivato da due concorrenti ragioni: da un lato, si rende più evidente l’introduzione, come richiesto anche dalla legge delega, di disposizioni anche in materia di IPPC e, dall’altro, si rende più agevole il rapporto con i contenuti del successivo articolo 10.
Sotto altro profilo generale si sottomette alla meditazione dell’Amministrazione riferente se indicare, nel contesto di definizioni, la qualità o gli effetti di un atto o il loro rapporto con l’autorità che lo emette. Si allude, in particolare, alla qualificazione di obbligatorio e vincolante del provvedimento di verifica (sub o) ) e all’intero secondo periodo della successiva lettera p), che potrebbe, forse, essere meglio collocato come precetto nella specifica previsione.
Al comma 1 sub c), si obliteri la parola “di” tra “eventuali” e “malfunzionamenti”, frutto di un evidente errore materiale.
2.3. Art. 6.
Qui confluiscono norme già collocate negli articoli 7 e 25 del decreto legislativo. Ufficio di quei precetti è di determinare l’ambito di applicazione con riferimento sia alla VAS sia alla VIA. Sotto un profilo generale è apprezzabile la decisione di inserire i piani e i programmi per la valutazione e gestione della qualità dell’aria tra quelli oggetto di valutazione ambientale strategica.
– al comma 2, lettera a), l’elencazione va corretta per rendere più chiara la qualità di piani e programmi per la valutazione e gestione della qualità dell’aria ambiente. Occorre così riformulare: “che sono elaborati per la valutazione e gestione della qualità dell’aria ambiente, per i settori agricolo, forestale…”;
– al comma 2, lettera b), si frapponga “d’incidenza” tra “valutazione” e “ai sensi”;
– al comma 3, si consiglia di inserire tra “viene” ed “effettuata” la parola “altresì”;
– al comma 3, lettera c), si sostituisca da “qualora” ad “ambiente” con “qualora, in base alle disposizioni di cui al successivo articolo 12, si ritenga che possano avere impatti significativi sull’ambiente.”;
– al comma 9, secondo periodo, si elimini “sempre” e dopo le parole “ai progetti di cui all’allegato IV” si aggiunga “qualora non ricadenti neppure parzialmente in aree naturali protette.”. Si tratta di emendamento necessario per rendere obbligatorio l’assoggettamento a valutazione dei progetti ricadenti, anche parzialmente, in area protetta;
– il comma 10 va così riscritto: “L’autorità competente in sede statale valuta caso per caso i progetti relativi ad opere ed interventi destinati esclusivamente a scopo di difesa nazionale. Tali progetti sono esclusi dal campo di applicazione del decreto se ciò possa pregiudicare gli scopi della difesa nazionale, come determinati con decreto interministeriale dei ministri della difesa e dell’ambiente e della tutela del mare.”;
– quanto al comma 11, la sua lettura, specie nella prima parte, è affannosa e poco chiara. Si invita a così riformulare il primo periodo: “Sono esclusi in tutto in parte dal campo di applicazione del presente decreto, quando non sia possibile in alcun modo svolgere la valutazione di impatto ambientale, singoli interventi disposti in via d’urgenza, ai sensi dell’articolo 5, commi 2 e 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225, al solo scopo di salvaguardare l’incolumità delle persone e di mettere in sicurezza gli immobili da un pericolo imminente o a seguito di calamità”.
– al comma 1, di sostituire le parole “di cui al” con “istituita dall’articolo 9 del”;
– al comma 2, di sostituire le parole da “prevista” fino a “2005” con le seguenti: “istruttoria per l’autorizzazione ambientale integrata ora prevista dall’articolo 10 del decreto del Presidente della Repubblica 14 maggio 2007, n. 90”.
2.6. Art. 9
E’ articolo da obliterare senza la necessità di sostituzione. Le norme in esso contenute, infatti, non hanno alcuna forza innovativa rispetto a quanto già previsto dalle leggi generali in materia di procedimento (legge 7 agosto 1990, n. 241) e da quelle sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale (decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 195 in attuazione della direttiva 2003/4/CEE). Trattandosi di disciplina generale e cogente, un richiamo ad alcuni punti della stessa non determina affatto una limitazione applicativa agli istituti richiamati e finisce per ingenerare una complessiva perplessità sul ricorso alle norme procedurali generali. Deve aggiungersi che il metodo così seguito ha generato e può ancora generare mende non solo formali, come meglio si potrà constatare nella disamina del successivo articolo 26 dello schema.
L’articolo in esame scandisce le varie fasi della procedura VAS e, sotto questo riguardo, non presenta difficoltà di sorta. Molto più coerentemente del testo precedente, in proposito particolarmente confuso, i precetti che compongono l’articolo scandiscono il percorso della valutazione ambientale strategica e la sua stretta inerenza con la democrazia ambientale che ne costituisce il sostrato logico.
Al comma 4, si segnala solo una certa tautologia nel secondo periodo così che lo stesso potrebbe essere tranquillamente obliterato.
Al comma 5, ragioni analoghe conducono all’eliminazione della disposizione senza che l’elaborato ne soffra quanto a completezza della disciplina, attesa la sostanziale genericità del precetto ovviamente riconducibile ad istanze di coerenza e razionalità nel procedimento.
La previsione della nullità comporta peraltro delicati problemi per i naturali riflessi della stessa sul riparto di giurisdizione. L’articolo 21 – septies, comma 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241, come aggiunto dall’articolo 14 della legge 11 febbraio 2005, n. 15, dispone che “le questioni inerenti alla nullità dei provvedimenti amministrativi in violazione o elusione del giudicato sono attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo”, e ciò sembra prefigurare la cognizione dell’AGO per tutte le questioni non previste nel medesimo capoverso.
– che il piano o il programma, ancorché nullo, abbia ricevuto applicazione così che le procedure successive, seppure esposizione di potere amministrativo, potrebbero essere soggette a un regime cognitorio diverso da quello proprio della funzione esercitata o essere comunque condizionate da una valutazione presupposta da parte di diverso ordine giurisdizionale con inevitabili disarmonie di sistema;
– che il piano o il programma sia accompagnato da una VAS annullabile e in concreto annullata così che la giurisdizione, in questo caso, sarebbe esercitata dal giudice amministrativo, determinando una situazione analoga a quella prefigurata nella disposizione in esame, ma sulla base di una pronuncia di apparato diverso da quello che, in linea astratta, potrebbe reclamare la giurisdizione;
– che la cognizione della materia nella quale si iscrive il piano o il programma (attesa la sostanziale trasversalità della materia ambientale, per cui v. Corte cost. n. 222 del 2003) pertenga alla giurisdizione amministrativa esclusiva, come è agevole ritenere per la maggior parte dei casi connessi all’assetto del territorio e alla disciplina di quest’ultimo (art. 34 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80, come modificato dalla legge n. 21 luglio 2000, n. 205).
La procedimentalizzazione della fase consultiva costituisce un sicuro miglioramento del testo contenuto nel decreto legilsativo e risponde agli indirizzi deducibili anche in sede di attivazione di infrazioni comunitarie.
La Sezione rileva peraltro come la formula “chiunque abbia interesse” contenuta nel comma 3 limiti la partecipazione consultiva al pubblico interessato e si ponga in contrasto con i principi di democrazia ambientale presidiati dal decreto legislativo n. 195 del 2005.
2.12. Art. 15
L’articolo intende individuare il rapporto tra attività tecnico istruttoria per la valutazione ambientale ed emissione del parere motivato.
Nella logica strutturale delle disposizioni si rivela una sostanziale duplicazione tra i commi 1 e 2, che, pur con formali diversità, hanno identica valenza, disponendo entrambi che l’attività tecnico istruttoria sia il risultato della collaborazione tra autorità competente e autorità procedente sulla base di una documentazione integrata da osservazioni, obiezioni e suggerimenti acquisiti anche in esito alla consultazione prevista dal precedente articolo 14.
Molto probabilmente, la posizione del precetto è funzionale a rendere esplicito e di pubblica conoscenza l’esito del rapporto tra parere motivato e determinazioni in sede di approvazione di piano o programma, così da consentire il controllo democratico delle scelte di fondo in campo ambientale da parte della comunità.
Se tale dovesse essere la primaria finalità, allora sarebbe meglio accorpare gli articoli 16 e 17, così da rendere esplicito il momento informativo.
– conferisce erroneamente le funzioni di monitoraggio ai soggetti che approvano i piani o i programmi e non già all’autorità competente alla verifica e al parere;
– limita l’informazione al pubblico al mezzo della stampa, escludendo la più capillare informazione dei siti web.
Residuano, tuttavia, problemi di forma e di precisa coordinazione delle parti del medesimo testo. Nel caso del monitoraggio è opportuno dare prima precise indicazioni normative sui suoi contenuti e finalità e indicare poi i soggetti attraverso i quali questa specie di controllo può essere effettuata.
Il primo comma va così riformulato: “Il monitoraggio assicura il controllo sugli impatti significativi sull’ambiente derivanti dall’attuazione dei piani e dei programmi e la verifica del raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità prefissati, così da individuare tempestivamente gli impatti negativi imprevisti e da adottare le opportune misure correttive. Il monitoraggio è effettuato avvalendosi del sistema delle Agenzie ambientali.”
– al comma 1, è preferibile modificare “di cui occorre fornire” con “della quale è fornita”;
– il comma 2 richiede una rimodulazione che tenga in maggiore conto l’uso di una adeguata punteggiatura e del metodo della elencazione; esso va così riformulato: “2. L’autorità competente apre una fase di consultazione con il proponente e in quella sede:
– si pronuncia sulle condizioni per l’elaborazione del progetto e dello studio di impatto ambientale;
– esamina le principali alternative, compresa l’alternativa zero;
– sulla base della documentazione disponibile, verifica, anche con riferimento alla localizzazione prevista dal progetto, l’esistenza di eventuali elementi di incompatibilità;
– in carenza di tali elementi, indica le condizioni per ottenere, in sede di presentazione del progetto definitivo, i necessari atti di consenso, senza che ciò pregiudichi la definizione del successivo procedimento.
– al comma 3 (ora 4), non è prevista alcuna sanzione al superamento dei sessanta giorni della fase di consultazione. Per ovviare a tale lex imperfecta si consiglia di aggiungere dopo giorni “e, allo scadere di tale termine, si passa alla fase successiva”.
– al comma 2, modificare “V” con “VII”, che è l’allegato di riferimento dell’articolo 22 in esame;
– al comma 3, superare l’affastellamento di avverbi e verbi servili nel seguente modo: “Lo studio di impatto ambientale contiene almeno le seguenti informazioni:…”;
– al comma 6, vanno così migliorati i primi due periodi: “Per ragioni di tutela del segreto industriale o commerciale, il proponente, prima dell’avvio della fase di valutazione, richiede all’autorità competente di non rendere pubblica parte della documentazione relativa al progetto ed allo studio di impatto ambientale. L’autorità competente si determina sull’istanza previa ponderazione dell’interesse alla tutela del segreto e dell’interesse pubblico all’accesso alle informazioni.” .
La disposizione presenta delicati profili di conformità non solo al dettato costituzionale, ma anche alla legislazione ordinaria (ambito e natura del potere “sostitutivo” attribuito al Consiglio dei ministri, rapporti con regioni, previsione della odierna figura del silenzio rifiuto – o diniego -), tutti profili attinenti al merito e che non possono essere esaminati in questa sede, poiché, come si è già detto, sul testo originario questo Consiglio non è stato chiamato a pronunciarsi.
Nel comma 1, si sancisce l’annullabilità per violazione di legge dei provvedimenti di autorizzazione o approvazione adottati senza la previa valutazione di impatto ambientale. A prescindere dal fatto che la annullabilità, id est l’invalidità degli atti amministrativi, non è più sanzionata in modo esplicito nella legislazione ordinaria da moltissimo tempo e che la declaratoria di impugnabilità era a suo tempo connessa all’intento di identificare la Sezione giurisdizionale del Consiglio di Stato presso la quale radicare il ricorso, è comunque certo che, indipendentemente da tale previsione, gli effetti propri conseguenti all’illegittimità di un provvedimento amministrativo si verificherebbero indipendentemente da qualsivoglia clausola espressa. Molto probabilmente si tratta di refuso o di lapsus calami. Si consiglia di eliminare il secondo periodo per la sua sostanziale superfluità.
Quanto al comma 3, anticipando osservazioni esposte sub il successivo articolo 30, la Sezione è del parere che il precetto vada totalmente obliterato per incompatibilità dell’istituto del deposito cauzionale in subiecta materia. Per l’effetto, nel secondo periodo del comma in esame vanno eliminate le parole da “tramite” a “incapienza,”.
Si rileva, peraltro, che nessun cenno utile nel senso dell’introduzione di tale istituto si rinviene nella disciplina comunitaria e che grava sul proponente la corresponsione di somme per l’attivazione del procedimento ex art. 34 commi 1 e 3 dello schema in esame.
Essa va pertanto eliminata.
– nuovi regolamenti modificativi ed integrativi delle norme tecniche in materia ambientale;
– determinazioni di tipo strategico a livello sia statale sia regionale e delle province autonome;
– misure preordinate a migliorare gli assetti organizzativi.
La Sezione non ritiene di aver nulla da obiettare sotto i profili qui considerati.
Premessa l’opportunità della partecipazione di soggetti portatori di interessi diffusi nella materia, suscita perplessità, l’intendimento di dare a non meglio definite associazioni economiche, sociali ed ambientali (formula questa che potrebbe adattarsi a quasi tutto l’universo dell’associazionismo italiano) una veste consultiva ufficiale nell’ambito del procedimento di normazione regolamentare e in quello preordinato all’aggiornamento della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile di cui alla delibera del CIPE 2 agosto 2002.
2. I commi da 1 a 5 prendono posizione sul delicato dibattito in ordine alla distinzione tra acque reflue e rifiuti liquidi, scarichi diretti e scarichi indiretti. Il testo del decreto legislativo, innovando rispetto al passato, lasciava intendere che anche gli scarichi indiretti fossero soggetti alla disciplina degli scarichi anziché a quella dei rifiuti, e creava il pericolo che rifiuti liquidi (nozione diversa dalle acque reflue), potessero essere immessi negli impianti di smaltimento delle acque reflue. Con i commi da 1 a 5 si ripristina la disciplina anteriore al decreto legislativo, e in particolare si ripristinano le definizioni di rete fognaria, scarico, acque reflue industriali, acque reflue urbane e agglomerato, recate dal d. lgs. 11 maggio 1999 n. 152 e a loro volta conformi alla direttiva CEE 271 del 1991 (art. 2). Ciò ha reso necessario anche intervenire sull’art. 182, mediante soppressione del comma 8, che per taluni rifiuti consente il trattamento negli impianti di depurazione delle acque reflue. Le modifiche rendono pertanto le norme conformi al diritto comunitario (direttiva CEE 271/1991).
Non si hanno pertanto osservazioni da formulare, salvo che sul piano del drafting gli attuali commi 3, 4, e 5 diventano commi 1, 2, e 3, e gli attuali commi 1 e 2 diventano commi 4 e 5, in modo da seguire la sequenza delle definizioni recate dell’art. 74 del codice.
12. Il comma 15 sostituisce radicalmente l’art. 161, mentre il comma 29-bis inserisce nel codice l’art. 206-bis, relativo all’Osservatorio nazionale dei rifiuti. In luogo dell’Osservatorio sulle risorse idriche e sui rifiuti (previsto nell’art. 161 vigente), e in concomitanza con la avvenuta abolizione, ad opera del primo decreto correttivo, dell’Autorità di vigilanza sulle risorse idriche e sui rifiuti, si ripristinano il Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche e l’Osservatorio nazionale sui rifiuti. Tuttavia il primo decreto correttivo, pur richiamando espressamente in vita tali due organismi, non faceva rivivere le precedenti discipline che li contemplavano, abrogate espressamente dal decreto legislativo, creando così un vuoto normativo. Tale vuoto normativo era poi stato colmato dagli artt. 6 e 7 del regolamento del Ministero dell’ambiente di riordino degli organismi ai sensi dell’art. 29, d.l. Bersani n. 223 del 2006, approvato in via definitiva dal Governo ma non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale al momento della redazione del presente parere. Il secondo correttivo non opera pertanto una nuova e autonoma scelta politica e dunque si mantiene nei limiti del potere correttivo. Lo schema risulta adeguato alle osservazioni effettuate da questo Consesso nel precedente parere n. 2660 del 2007, che aveva chiesto di coordinare le nuove norme primarie con quelle recate dal d.P.R. 14 maggio 2007 n. 90, recante riordino di organismi in attuazione dell’art. 29, d.l. Bersani. Non si hanno pertanto rilievi.
15. Il comma 17 sostituisce l’art. 179, comma 2, in modo identico al primo schema poi decaduto. Nella relazione originaria si leggeva che si tratta di modifiche meramente formali. La Sezione nel precedente parere n. 2660 del 2007 aveva obiettato che si tratta invece di modifiche sostanziali, in quanto la norma ora vigente sancisce che, ferme le iniziative prioritarie del comma 1, per prevenire e ridurre la produzione e nocività dei rifiuti, le amministrazioni adottano misure volte al recupero dei rifiuti ovvero all’uso di essi come fonte di energia. Sicché il recupero dei rifiuti e il loro uso come fonti di energia vengono dalla norma vigente posti sullo stesso piano. Invece la nuova norma stabilisce che le misure di recupero sono prioritarie rispetto a quelle finalizzate all’uso dei rifiuti come fonti di energia.
Nella nuova relazione, la norma viene giustificata da esigenze di legalità comunitaria: la giustificazione rimane generica e va pertanto chiarita con esatta indicazione delle norme comunitarie a cui si intende adeguarsi. Altrimenti, va espunta.
16. Il comma 18 sostituisce l’art. 181, al fine di una più puntuale attuazione della direttiva 2006/12/CE. Il testo attuale, infatti, attraverso il meccanismo dell’adesione all’accordo di programma, consente la sottrazione al regime autorizzatorio di attività che sono vero e proprio recupero di rifiuti, laddove la direttiva citata consente una ben più limitata deroga (v. artt. 10 e 11 della citata direttiva). La Commissione europea ha chiarito che gli accordi ambientali devono fornire un valore aggiunto alla tutela ambientale e non essere mezzo per aggirare le prescrizioni imposte agli operatori.
La Sezione rileva che il nuovo art. 181 è molto più snello del precedente (3 commi in luogo degli attuali 14).
20. Il comma 21 modifica l’art. 184, introducendovi un comma 5-bis finalizzato ad estendere la disciplina dei rifiuti, sia pure con peculiarità e procedure speciali, ai rifiuti dei sistemi d’arma derivanti da mezzi, materiali e infrastrutture direttamente destinati alla difesa militare.
La Sezione osserva che viene fissato il termine del 30 giugno 2008 per l’adozione del regolamento attuativo. Non essendo prevedibili i tempi di adozione definitiva del presente schema, allo scopo di lasciare un adeguato spatium deliberandi per l’adozione del regolamento, le parole “entro il 30 giugno 2008” vanno sostituite con le parole “entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente previsione”.
21. Il comma 21-bis detta modifiche all’art. 184, comma 3, in tema di rifiuti speciali.
Con la modifica alla lett. b), mediante l’eliminazione della parola “pericolosi” si fanno rientrare tra i rifiuti speciali tutti quelli derivanti da attività di scavo, e non solo i rifiuti pericolosi da scavo. La relazione non fornisce giustificazioni della modifica, che è di carattere sostanziale e di rilevante impatto.
23. Il comma 23 sostituisce l’art. 186, in materia di terre e rocce da scavo, per porre fine alla procedura di infrazione comunitaria n. 2002 del 2077. Trattandosi di adeguamento comunitario dovuto, la Sezione ritiene correttamente esercitato il potere correttivo.
Il testo risulta adeguato inoltre ai rilievi formulati nel precedente parere della Sezione, in ordine alla fissazione di un limite temporale massimo per il riutilizzo di terreni e rocce da scavo – mediante una previsione generale e la possibilità di deroghe specifiche e motivate adeguate alle peculiarità delle situazioni concrete -, decorso il quale tale materiale va considerato rifiuto.
Il comma 7 prevede un regime transitorio per i progetti di utilizzo già autorizzati e in corso di realizzazione alla data del “31 ottobre 2007”. Dato che il decreto correttivo entrerà in vigore dopo tale data (già scaduta al momento odierno), tale previsione dà portata retroattiva alla nuova disciplina. La retroattività, incidendo su attività di impresa, dovrebbe essere eccezionale e adeguatamente giustificata. Nella relazione non vi sono giustificazioni.
Pertanto sulla norma si esprime parere negativo: le parole “prima del 31 ottobre 2007” vanno sostituite con le parole “prima dell’entrata in vigore della presente disposizione”.
24. Il comma 24 sostituisce l’art. 189, comma 3 e vi inserisce un comma 3-bis. Le modifiche da un lato ampliano il novero dei soggetti obbligati alle comunicazioni al catasto dei rifiuti, dall’altro lo restringono esonerando le imprese di dimensioni minori. Si tratta di modifiche di coordinamento che non danno luogo a rilievi.
28. Il comma 27 novella l’art. 197, comma 1, prevedendo, in relazione alle competenze delle Province in materia di rifiuti, oltre a quelle puntuali già elencate nel testo vigente, una competenza generale di programmazione e organizzazione del recupero e dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale, da esercitarsi a risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.
La disposizione era già contenuta nel precedente schema di correttivo ed era stata oggetto di rilievi da parte della Sezione: si tratta infatti di innovazioni sostanziali che non trovano giustificazione né in esigenze di legalità comunitaria né in ragioni tecniche, e che quindi esulano dai limiti del correttivo.
– per l’inutile moltiplicazione di competenze – nociva per gli operatori e la collettività – che si sovrappongono ai compiti attribuiti alle Regioni (art. 196), e, quanto alla organizzazione, ai compiti attribuiti agli a.t.o. (art. 200 e ss.);
– per gli oneri aggiuntivi per la finanza pubblica che ne derivano (lo schema di decreto correttivo ha previsto il ripristino del tributo ambientale in favore delle Province – v. comma 44 dello schema -, che il codice aveva soppresso).
29. Il comma 28 novella l’art. 202, comma 1, sostituendo le parole “gara disciplinata” con le parole “procedure disciplinate”, e eliminando il riferimento al comma 7 dell’art. 113, t.u. n. 267 del 2000, lasciando così solo il rinvio all’art. 113 citato. Si intende con ciò fare riferimento a tutte le procedure del citato art. 113, non solo alle gare.
La modifica, mediante il rinvio generalizzato all’art. 113, consente anche, in luogo della gara, l’utilizzo del sistema in house che invece il decreto legislativo aveva inteso, in questo settore, eliminare.
Essa, pertanto, è di carattere sostanziale ed esula, come tale, dai limiti del potere correttivo. Va aggiunto che il ripristino del sistema in house non è in linea con il diritto comunitario, secondo cui laddove vi è un mercato contendibile in cui gli operatori privati sono in grado di assicurare il servizio pubblico, la riserva del servizio pubblico all’amministrazione (mediante gestione diretta, o società in house) non è giustificabile. Il sistema in house deve essere pertanto considerato eccezionale, consentito laddove vi sono oggettive esigenze di svolgimento di un servizio pubblico in regime di privativa. E, invero, l’art. 16 del Trattato consente che gli Stati membri perseguano, attraverso la rete di servizi di interesse economico generale, le finalità di coesione sociale e territoriale che costituiscono una preminente finalità della Comunità; l’art. 86 del Trattato vuole che i servizi di interesse generale siano sottoposti per regola alla concorrenza, e laddove gli Stati membri stabiliscano discipline derogatorie rispetto alle regole di concorrenza, tali discipline devono essere giustificate dal principio di proporzionalità ed adeguatezza.
Le modifiche consistono nella eliminazione del concerto del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro delle politiche agricole e forestali in ordine alla stipulazione dei contratti e accordi di programma, mediante novella del comma 2, primo periodo, e soppressione del comma 3.
La relazione non chiarisce adeguatamente, ad avviso della Sezione, le ragioni di tali modifiche, sicché la Sezione non è in grado di valutare il corretto esercizio del potere normativo delegato.
Viene novellato il comma 14, per chiarire meglio il regime transitorio relativo all’iscrizione all’albo in attesa dell’emanazione dei previsti regolamenti attuativi.
Nel comma 18, che riguarda iscrizione semplificata all’albo, vengono sottratte a tale sistema le imprese che trasportano i rifiuti indicati nella lista verde del reg. CEE n. 259 del 93, eliminandosi così una differenziazione non giustificata.
36. Il comma 42 novella l’art. 235, comma 17, portando a dodici mesi il termine ivi previsto in 180 giorni per l’adeguamento dello statuto del Consorzio di cui all’art. 9-quinquies, d.l. n. 397 del 1988 (consorzio nazionale per la raccolta ed il trattamento delle batterie del piombo esauste e dei rifiuti piombosi). Si tratterebbe dell’unico Consorzio tagliato fuori dalle proroghe di termini previste dal primo decreto correttivo.
La Sezione raccomanda che non vi siano ulteriori proroghe.
In particolare, l’art. 264, comma 1, lett. n) abroga l’art. 19, d. lgs. 30 dicembre 1992 n. 504. La soppressione di tale norma comporta la reviviscenza della norma abrogata. L’art. 19, d.lgs. n. 504 del 1992 contempla un tributo annuale in favore delle province, denominato tributo per l’esercizio delle funzioni di protezione, tutela e igiene dell’ambiente, e dovuto “a fronte dell’esercizio delle funzioni amministrative di interesse provinciale, riguardanti l’organizzazione dello smaltimento dei rifiuti, il rilevamento, la disciplina ed il controllo degli scarichi e delle emissioni e la tutela, difesa e valorizzazione del suolo”, da parte degli stessi soggetti che, sulla base delle disposizioni vigenti, sono tenuti al pagamento della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.
45. Il comma 46 abroga i commi 25, 26, 27, 28 e 29 dell’art. 1, l. 15 dicembre 2004 n. 308.
Vengono pertanto abrogati alcuni commi della legge delega, che contengono una nozione di rifiuto contrastante con il diritto comunitario, come contestato all’Italia dalla Commissione europea.
In linea di principio, non può ammettersi che il legislatore delegato abroghi i criteri direttivi contenuti nella legge delega. Tuttavia tale principio incontra un temperamento se vengono abrogate norme, che sebbene contenute nella delega, hanno portata precettiva immediata, ovvero sono in contrasto con principi di ordine generale, o costituzionali, o comunitari (argomenta da Corte cost., 20 aprile 1968 n. 32).
Nel caso di specie non vengono abrogati criteri di delega, bensì norme, che, sebbene contenute nel medesimo articolo recante la delega, hanno portata precettiva immediata.
Per quanto riguarda, in particolare, i commi 25, 28 e 29 della legge delega, si tratta inoltre di norme transitorie, destinate ad operare nelle more di un revisione complessiva della normativa sui rifiuti, che è proprio il compito assegnato al legislatore delegato. Pertanto, si giustifica l’abrogazione di norme precettive immediate che solo dal punto di vista spaziale sono contenute nel medesimo articolo contenente la delega, ma che non costituiscono criteri di delega, e che hanno dichiaratamente una portata temporanea, fino al riassetto della materia.
46. In relazione all’art. 5, che prevede l’entrata in vigore del decreto legislativo il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella G.U., – imponendo una accelerazione poco coerente con i tempi lunghi che l’iter del correttivo ha avuto -, si osserva che l’assenza di vacatio legis non dà modo agli operatori di prendere conoscenza delle numerose innovazioni. Pertanto va
quanto meno prevista la ordinaria vacatio legis di quindici giorni, risultato che si consegue mediante la soppressione dell’art. 5 dello schema.
Il Presidente della Sezione Gli Estensori
(Giancarlo Coraggio) (G. Paolo Cirillo)

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 1
 articolo 117
 sentenza 
 art. 33
 Art. 5
 articolo 10
 Art. 6
 articolo 12
 Art. 9
 articolo 26
 Art. 15
 articolo 14
 articolo 30
 art. 34
 art. 181
 art. 113