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Nullità del contratto stipulato per effetto del reato di circonvenzione d’incapace | DodiciTavole
Nullità del contratto stipulato per effetto del reato di circonvenzione d’incapace
Posted on 02/05/2016 by Dodici Tavole	Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 25 gennaio – 20 aprile 2016, n. 7785
L’infondatezza del motivo discende dal fatto che, come sottolineato nel controricorso, la parte interessata alla discussione orale deve reiterare detta richiesta, ai sensi dell’art. 352, secondo comma, cod. proc. civ., al presidente della corte alla scadenza del termine per il deposito della memoria di replica. L’odierno ricorrente non ha assolto a tale onere, limitandosi a reiterare, inutilmente rispetto all’effetto avuto di mira, la richiesta nel corpo della memoria conclusionale senza depositare autonoma istanza al presidente della corte.
L’infondatezza dei motivi discende dalla mancata correlazione tra rubrica e contenuto delle doglianze. Pur affermandosi la ricorrenza di violazioni di legge, le stesse non sono in alcun modo argomentate. Del tutto diversamente, si sottopone alla corte di legittimità una critica circa il merito della controversia, stigmatizzando il giudizio di fatto reso dalla corte di appello sui documenti depositati in prova dello stato di eredi dei controricorrenti.
Deve solo aggiungersi che la facoltà di ricostruire il fatto penalmente rilevante ai fini civilistici non incontra nel caso di specie nessun limite benché nel giudizio penale, anche provvedendo all’applicazione della amnistia, sia stato svolto, come nel caso di specie, una valutazione nel merito. Vale in tal senso il precedente a sezioni unite del 26 gennaio 2011, n. 1768, secondo cui in tema di giudicato, la disposizione di cui all’art. 652 cod. proc. pen., cosi come quelle degli art. 651, 653 e 654 dello stesso codice costituisce un’eccezione al principio dell’autonomia e della separazione dei giudizi penale e civile e non è, pertanto, applicabile in via analogica oltre i casi espressamente previsti. Ne consegue che soltanto la sentenza penale irrevocabile di assoluzione (per essere rimasto accertato che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto è stato compiuto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima), pronunciata in seguito a dibattimento, ha efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo per le restituzioni ed il risarcimento del danno, mentre le sentenze di non doversi procedere perché il reato è estinto per prescrizione o per amnistia non hanno alcuna efficacia extrapenale, a nulla rilevando che il giudice penale, per pronunciare la sentenza di proscioglimento, abbia dovuto accertare i fatti e valutarli giuridicamente consegue, altresì, che, nel caso da ultimo indicato il giudice civile, pur tenendo conto degli elementi di prova acquisiti in sede penale, deve interamente ed autonomamente rivalutare il fatto in contestazione.
I ricorrenti sollevano, inoltre, plurime critiche circa l’efficacia interruttiva della prescrizione di diversi atti, tuttavia, non rendendo il ricorso autosufficiente. È bastevole osservare che gli atti sui quali si fonda l’argomentazione svolta nei ricorsi non sono trascritti negli stessi né sono indicati come presenti nel fascicolo (essendo per conseguenza omessa ogni notizia su tale eventuale ubicazione). Secondo la consolidata giurisprudenza di questa corte, l’art. 366, primo comma, n. 6, cod. pen.c., novellato dal d.lg. n. 40 del 2006, oltre a richiedere l’indicazione degli atti, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale il documento risulti prodotto; tale prescrizione va correlata all’ulteriore requisito di procedibilità di cui all’art. 369, comma 2, n. 4 cod. pen.c., per cui deve ritenersi, in particolare, soddisfatta: a) qualora il documento sia stato prodotto nelle fasi di merito dallo stesso ricorrente e si trovi nel fascicolo di esse, mediante la produzione del fascicolo, purché nel ricorso si specifichi che il fascicolo è stato prodotto e la sede in cui il documento è rinvenibile; b) qualora il documento sia stato prodotto, nelle fasi di merito, dalla controparte, mediante l’indicazione che il documento è prodotto nel fascicolo del giudizio di merito di controparte, pur se cautelativamente si rivela opportuna la produzione del documento, ai sensi dell’art. 369, comma 2, n. 4, cod. pen.c., per il caso in cui la controparte non si costituisca in sede di legittimità o si costituisca senza produrre il fascicolo o lo produca senza documento; c) qualora si tratti di documento non prodotto nelle fasi di merito, relativo alla nullità della sentenza od all’ammissibilità del ricorso (art. 372 p.c.) oppure di documento attinente alla fondatezza del ricorso e formato dopo la fase di merito e comunque dopo l’esaurimento della possibilità di produrlo, mediante la produzione del documento, previa individuazione e indicazione della produzione stessa nell’ambito del ricorso. Poiché nessuna delle condizioni ora descritte è risultata soddisfatta nel caso di specie, deve rilevarsi il difetto di autosufficienza dei ricorsi.
8. Vi è, infine, da dire del quarto e del quinto motivo sollevati dalla società Immobiliare Palon con riguardo alla decisione sulla nullità dell’atto di compravendita immobiliare e della procura rilasciata al rappresentante di G.T. , trattandosi di atti contrari alla norma imperativa di cui all’art. 643 cod. pen., o privi di causa.
La giurisprudenza sostiene l’annullabilità del contratto derivato da truffa, atteso che il dolo costitutivo del delitto di truffa non appare diverso da quello che vizia il consenso negoziale. Cfr., di recente, Cass. 31.3.2011, n. 7468, secondo cui il contratto concluso per effetto di truffa di uno dei contraenti in danno dell’altro non è radicalmente nullo (art. 1418 cod. civ., in correlazione con l’art. 640 cod. pen.), ma solo annullabile ex art. 1439 cod. civ., in quanto il dolo costitutivo del delitto di truffa non è ontologicamente diverso da quello che vizia il consenso negoziale, nemmeno dal punto di vista dell’intensità, risolvendosi entrambi in artifici e raggiri adoperati dall’agente e diretti ad indurre in errore l’altra parte e quindi a viziare il consenso allo scopo di ottenere l’ingiusto profitto mediante il trasferimento della cosa contrattata. Pertanto, una truffa non è causa né di nullità né, tantomeno, di inesistenza del contratto, ma, trattandosi di un mero vizio di volontà, può portare al solo annullamento del contratto, che resta in vita sino a che non intervenga una sentenza costitutiva (art. 1427 cod. civ.).
Diversamente, per il contratto con cui si realizza il delitto di circonvenzione, la giurisprudenza da un lato – applicando il metodo raccomandato dalla dottrina prevalente – verifica ed esclude l’assimilabilità dell’incapacità di cui all’art. 643 cod. pen. a quella di cui all’art. 428 cod. civ.; dall’altro rilevando l’imperatività della norma penale conclude per la comminatoria di nullità (cfr. Cass. 23.4.2008, n. 27412: il giudice penale, nel condannare l’imputato alla restituzione in favore della parte civile del bene immobile il cui trasferimento ha costituto l’oggetto della condotta criminosa, può dichiarare la nullità del contratto di compravendita che lo riguarda, salvo che tale declaratoria comprometta anche gli interessi di terzi rimasti estranei al processo. Fattispecie relativa all’acquisizione da parte dell’imputato della proprietà di un immobile a seguito della consumazione del reato di circonvenzione di incapace).
Il bene protetto nel delitto di truffa è, secondo l’opinione comune, il patrimonio. La tutela si rivolge a un interesse (del soggetto passivo alla integrità del suo patrimonio) di portata non pubblicistica ma schiettamente privatistica. Coerentemente, se non ricorrono circostanze aggravanti, il delitto è perseguibile a querela (art. 640, terzo comma, cod. pen.). Alla stregua della lettura giurisprudenziale dell’art. 1418, primo comma, cod. civ., il contratto derivato dal delitto non offendendo l’interesse pubblico (ma è meglio dire: di ordine pubblico) viola una norma imperativa non suscettibile di determinare nullità, ma eventualmente una diversa conseguenza: ponendosi in evidenza un vizio del volere (errore determinato dal dolo altrui) con l’annullabilità.
Tradizionalmente, anche nel delitto di circonvenzione si stimava che il bene protetto fosse il patrimonio dell’incapace. Tuttavia, secondo l’opinione della moderna giurisprudenza, qui la legge penale tutela (piuttosto che il patrimonio) la libertà di autodeterminazione dell’incapace in ordine agli interessi patrimoniali: l’interesse alla libertà negoziale dei soggetti deboli e svantaggiati. La tutela si fonda pertanto su ragioni di ordine pubblico. Alla stregua della lettura giurisprudenziale dell’art. 1418, primo comma, cod. civ., il contratto derivato dal delitto, offendendo l’interesse di ordine pubblico, viola una norma imperativa da ottemperarsi a pena di nullità nullità.
La peculiarità della fattispecie penale non è nello stato di incapacità (o deficienza) in cui versa la vittima, ma è nella induzione e nell’abuso che si materializzano nell’approfittamento che il reo consuma ai danni della vittima incapace; questo approfittamento si traduce in una forma particolarmente grave di abuso contrattuale, lesiva dell’altrui libertà negoziale quale valore fondamentale riconosciuto dall’ordinamento. Nella previsione dell’art. 428 cod. civ. rileva, invece, la semplice malafede (v. il secondo comma): la conoscenza dell’altrui stato di incapacità; si prende in considerazione la possibilità che ha il contraente di formarsi una volontà propria e non, come nella legge penale, la concreta possibilità di resistere alla volontà altrui.

References: sentenza 
 art. 651
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 1439
 sentenza 
 Cass.