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Rassegna stampa 20-23 Luglio 2018 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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Rassegna stampa 20-23 Luglio 2018
da peilex|Pubblicato 20 luglio 2018
20/07/2018 – Il Sole 24 Ore
Salta vertice a Palazzo Chigi: sulle nomine Tria resiste, è stallo
Conte prova a mediare ma il ministro non rinuncia a Scannapieco per Cdp
ROMA La quadra sulle nomine non c’ è. E l’ irritazione nel governo gialloverde sale, con il premier Giuseppe Conte che tenta invano una mediazione. Il giallo del vertice a Palazzo Chigi con i due vicepremier e il ministro dell’ Economia Giovanni Tria, convocato e annullato ieri in meno di mezzora, è il termometro delle tensioni in atto. Che disegnano sempre di più un esecutivo a tre teste – M5S, Lega e i tecnici – dove al presidente del Consiglio è ritagliato il ruolo faticoso di paciere. È su Cassa depositi e prestiti che si consuma la battaglia madre. Tria resiste al pressing di Lega e M5S per ritirare il suo candidato, Dario Scannapieco, ex vicepresidente Bei. Non è un mistero che i Cinque Stelle preferirebbero Fabrizio Palermo, oggi cfo di Cdp, nel ruolo di Ad o almeno in quello di Dg con deleghe pesanti. Il M5S (e Davide Casaleggio) conta su di lui per trasformare la Cassa nella banca pubblica degli investimenti prevista nel contratto di governo. Il nuovo istituto, sul modello francese, nelle intenzioni dei pentastellati serve a riappropriarsi delle leve della politica economica. Magari per gestire partite complesse, come quella dell’ annunciata “nazionalizzazione” di Alitalia. Scannapieco non piace neppure alla Lega, peraltro restia a rimanere a mani vuote (per la Cassa sogna Marcello Sala, ex vicepresidente di Intesa). Matteo Salvini ieri fingeva indifferenza: «Non sapevo nulla del vertice, né che fosse stato convocato né che fosse stato sconvocato». Dallo staff di Luigi Di Maio è filtrata soltanto l’ impossibilità di prendere parte all’ incontro per l’ impegno sugli emendamenti al decreto dignità. Due diserzioni che parlano da sé. Insieme alla spiegazione sibillina fornita dal sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti: «C’ è una procedura per le nomine, chiedete a chi la gestisce». Invitando a leggere l’ intervista del premier al Fatto Quotidiano, in cui Conte ha spiegato: «Il ministro competente le propone a me, io ne parlo con i due vicepremier, poi decidiamo insieme. Se non c’ è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore». In sintesi: l’ intesa sui nomi proposti da Tria, già in rotta di collisione con Di Maio per la scelta di Alessandro Rivera come Dg del Tesoro, non è stata trovata. «Basta con figure espressione dell’ establishment», tuonano da entrambi i partiti di maggioranza. Il ministro dell’ Economia è stato peraltro l’ unico a presentarsi davvero a Palazzo Chigi un’ ora e mezza dopo la convocazione. Per quasi tre ore è rimasto a colloquio con Conte prima di partire per la riunione del G20 dei ministri finanziari a Buenos Aires. «Un confronto normale, data la strategicità delle partite per il bene del Paese», riferiscono dall’ entourage del premier. L’ impasse su Cassa depositi e prestiti ricade a cascata sulle altre nomine. Il Carroccio vorrebbe Giuseppe Bonomi, ex presidente Sea, al posto dell’ Ad di Ferrovie Riccardo Mazzoncini. I legastellati fanno fronte comune per cambiare i vertici di Consob (è agli atti una nota congiunta contro Mario Nava) e meditano la sostituzione di Alessandro Profumo in Leonardo. E naturalmente c’ è la Rai. Ieri i dipendenti hanno eletto il quinto consigliere (il tecnico di produzione Riccardo Laganà, di IndigneRai, movimento in difesa del servizio pubblico). Ma è il Mef a dover esprimere presidente (in pole resta Giovanna Bianchi Clerici segnalata dalla Lega) e Dg, che secondo lo schema spetterebbe ai Cinque Stelle. Si torna dunque al triangolo Tria-Di Maio-Salvini. E all’ impasse. Con il Pd che prende le parti del ministro dell’ Economia. «Non vuole farsi dettare le nomine da Di Maio e Salvini?», chiede il deputato Michele Anzaldi. «Fa bene a non voler incontrare i due vicepremier per parlare di spartizione e lottizzazione». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Manuela Perrone
20/07/2018 – Corriere della Sera
Tremonti: una lite sbagliata Cassa depositi non è la gallina dalle uova d’ oro
ROMA Non vuole entrare nelle «dinamiche politiche attuali», si riserva «di farlo più avanti, affrontando il passato, il presente e il futuro, con logica costruttiva». Ma oggi sullo scontro nella maggioranza sulla Cassa Depositi e Prestiti Giulio Tremonti – a lungo ministro dell’ Economia nel governo Berlusconi – ha molto da dire. Per avvertire che litigare sulle nomine ai vertici dell’ istituto è un errore e un grave rischio, perché il tema di fondo è un altro, ben più serio: «La Cdp non è affatto la gallina dalle uova d’ oro che forse qualcuno immagina». Sembra invece che nella maggioranza la questione venga considerata cruciale. «Temo che non sia abbastanza chiaro che la Cdp è un animale strano. Se la si cucinasse come una gallina magica, ci sarebbero gravi conseguenze per l’ Italia. Perché non è possibile fare spesa pubblica illudendosi di farla senza fare debito pubblico». Quale è il problema? «Per capirlo va ricordato come si è trasformata la Cassa negli ultimi anni. Fui io nel 2003 a portarla fuori dal perimetro della Pubblica Amministrazione, trasformandola in soggetto privato. Fui accusato di “finanza creativa”, in realtà era “copiativa” dei modelli francese e tedesco, e l’ idea era quella di portare avanti una politica colbertiana, ovvero “il mercato dove è possibile, il pubblico dove è necessario”. Per farlo servì il sì dell’ Eurostat, l’ Istat europeo: 14 Paesi votarono a favore, 8 contro». Perché è servito un voto tra le Istat dei vari paesi dell’ Unione? «Perché se si decide di restare nell’ euro, a prescindere dal giudizio sui burocrati di Bruxelles, bisogna accettare che il calcolo dei debiti sia uguale per tutti i Paesi. Si può chiedere la flessibilità sul debito, ma il criterio di calcolo deve essere comunque omogeneo, non ne puoi farne uno in Italia e uno in Olanda». E come «pesa» la Cassa sul debito italiano? «La Cdp, che all’ origine doveva avere una unica visione strategica sia per la grande dimensione, – Parmalat o Ilva – sia per le medie imprese, ultimamente invece è passata ad una gamma di investimenti che vanno dal sangue agli hotel, dall’ Arabia alla Cina, e perfino in società in perdita. Oggi la vita della gallina ha un doppio rischio». Quale? «Il primo è nel che nel 2014 il governo Renzi, mentre i tassi scendevano, regalò alla Cdp tassi stratosferici, pagati dai risparmiatori postali. Questo è un aiuto di Stato vietato, che la Cassa se è privata deve restituire. A meno di sostenere che non è mai stata privata ma pubblica, come la Cassa stessa ha dichiarato, spiegando che comprava titoli pubblici, agendo come mano pubblica governativa». Insomma, le conseguenze di una querelle sulla Cdp potrebbero pesare sui conti italiani? «Sì, siamo di fronte ad un aut aut: se la Cassa è istituto privato ha i vincoli della gestione privata ed è costretta a restituire l’ aiuto vietato. Se si sostiene che è pubblica, si sbalza la finanza pubblica, perché si fa salire il debito pubblico riportando i numeri della Cdp nel bilancio pubblico. La situazione è già così complicata in sé che non va certo complicata con le nomine. E anche per questo non c’ è spazio per l’ illusione di usare la Cdp per fare la Finanziaria. A meno di non voler replicare il patto con Mefistofele, come nel Doktor Faustus. Un patto, come noto, finito male». PAOLA DI CARO
20/07/2018 – Il Fatto Quotidiano
Fusione Anas-Fs nel caos. Il Tesoro vuole l’ ok
Il caso. A rischio 2 miliardi. Il ministero a Toninelli: “Si può allungare la concessione”, ma non è stato fatto
Sta diventando una grana pazzesca l’ approvazione del bilancio Anas 2017, il primo dopo la fusione di Natale dell’ azienda delle strade con le Ferrovie dello Stato. Non sapendo come trovare la quadra per la svalutazione di quasi 2 miliardi del patrimonio e avendo bisogno di escogitare qualche escamotage dell’ ultimo minuto, l’ assemblea per l’ esame del bilancio è stata rinviata il più avanti possibile. Intanto si sono moltiplicate le pressioni specie nei confronti del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli ( M5S ) per convincerlo che la svalutazione non è un problema, può anche non essere fatta, mentre la fusione Anas-Fs è la migliore operazione che si potesse pensare (Lega e M5S sarebbero contrari). L’ ultima data fissata per l’ approvazione del bilancio Anas dall’ ad dell’ azienda delle strade, Gianni Armani, d’ intesa con il capo delle Fs, Renato Mazzoncini è venerdì 27 luglio. Mazzoncini ha accettato l’ allungamento dei tempi proposto dal collega perché si sente a ragione coinvolto quanto Armani nella faccenda, consapevole che il suo futuro è appeso a un filo e la sua tenuta è proprio collegata anche alla storia del bilancio Anas. Già a marzo, dopo aver negato con risolutezza che esistesse un problema svalutazione, quando a Palazzo Chigi c’ era un governo in scadenza, ma ancora pilotato dagli amici renziani, Mazzoncini si era rivolto al ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e a quello dei Trasporti, Graziano Delrio, chiedendo con un’ allarmatissima lettera (pubblicata dal Fatto) di intervenire immediatamente per impedire che la svalutazione del patrimonio Anas potesse azzoppare la fusione appena avviata. Né Padoan né il ministro dei Trasporti Graziano Delrio raccolsero il grido di dolore, forse perché non se la sentirono di infilarsi in un garbuglio del genere. A sorpresa il ruolo di soccorritore in extremis del duo Mazzoncini-Armani ora se lo sta caricando sulle spalle un personaggio che non ha lo stesso potere di un ministro, ma che ugualmente conta parecchio nell’ ambito delle aziende pubbliche: Antonio Turicchi. È il direttore generale del ministero del Tesoro, responsabile delle società partecipate e anche lui ha scritto una lettera (di cui il Fatto è ein possesso) e l’ ha inviata a Toninelli per dire che “il valore del patrimonio di Anas deve essere esposto nel bilancio 2017 in continuità con il precedente esercizio e con la situazione patrimoniale al 30 settembre 2017 alla base del trasferimento della partecipazione a Ferrovie dello Stato italiane”. In pratica il dirigente del Tesoro cerca di convincere il ministro pentastellato dei Trasporti che, nonostante le leggi impongano il contrario, la svalutazione del patrimonio Anas può non essere fatta. Come fa a dirlo? Lo sostiene sulla base di quelle che lui stesso definisce “ipotesi di valorizzazione” del patrimonio Anas. Quali? Eccole: la proroga di 20 anni della concessione statale a favore di Anas dal 2032 al 2052. Peccato, però, che l’ allungamento non esista e al momento sia solo una speranza per chi la sta invocando. In base alla legge (la 296 del 27 dicembre di 12 anni fa), in occasione della stipula del Contratto di programma 2016-2020 tra lo Stato e l’ Anas quella proroga in effetti poteva essere concessa dal ministro dei Trasporti, ma Delrio non lo fece e la scadenza è a tutti gli effetti rimasta fissata al 2032. Il nuovo ministro Toninelli potrebbe intervenire al posto di Delrio in soccorso dell’ Anas allungando lui la concessione. Lo farà? È lecito avere molti dubbi. Il Collegio sindacale Anas nella riunione del 20 giugno (il Fatto è entrato in possesso del verbale) cerca di dare un contorno probabilistico alle ipotesi di cui parla il Direttore del Tesoro: “La probabilità è all’ 80 per cento”, scrivono dimostrando una notevole propensione all’ ottimismo. E per puntellare la speranza informano di aver acquisito un parere legale (quanto sarà stato pagato?) in base al quale “Anas è titolare di una legittima aspettativa qualificata in ordine all’ estensione della concessione”. Si può approvare un bilancio sulla base di un’ aspettativa e di semplici ipotesi? Daniele Martini
20/07/2018 – Italia Oggi
Incarichi, ribasso senza limiti
Una delibera dell’ Anac in materia di affidamento di attività di architettura e ingegneria
Finirebbero per ridurre la concorrenza sul prezzo
Il limite al ribasso nell’ aggiudicazione di incarichi per lo svolgimento di attività di ingegneria e architettura è illegittimo in quanto limita la concorrenza sull’ elemento prezzo e di fatto orienta a priori l’ entità del ribasso stesso. È quanto afferma l’ Autorità nazionale anticorruzione con la delibera n. 610 del 27 giugno 2018 per una istanza di parere relativa ad una procedura negoziata per l’ affidamento di un incarico professionale emesso da una centrale unica di committenza per un affidamento del valore di 82 mila euro avente ad oggetto la prestazione di servizi tecnici di architettura e ingegneria consistenti nella redazione del progetto definitivo-esecutivo e nella direzione dei lavori, da affidarsi con il criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa (Oepv) ma con un ribasso massimo fissato al 50% dell’ importo a base di gara. La ragione addotta dalla centrale di committenza per difendere la scelta di fissare un limite alle offerte economiche pari al 50% del valore stimato dell’ appalto era attinente alla necessità di salvaguardare la corretta applicazione dei Ccnl. L’ Anac censura la scelta dell’ amministrazione richiamando una pronuncia del Consiglio di stato (la. n. 2912 del 28 giugno 2016 della quinta sezione) che aveva già affermato l’ illegittimità del limite di ribasso che «introduce un’ inammissibile limite alla libertà degli operatori economici di formulare la proposta economica sulla base delle proprie capacità organizzative e imprenditoriali, pregiudicando, sino di fatto ad annullarlo, il confronto concorrenziale sull’ elemento prezzo». In quel caso il limite era fissato al 12% e la motivazione era stata la stessa del bando oggetto della delibera ma i giudici avevano specificato che le stessa salvaguardia poteva essere realizzata attraverso lo strumento dell’ esclusione delle offerte anormalmente basse. Ma il Consiglio di stato aveva anche espresso considerazioni negative sulla norma dell’ allora vigente regolamento del codice appalti (l’ art. 266, comma 1, lettera c che prevedeva l’ obbligo per le stazioni appaltanti di indicare nei bandi di gara un limite ai ribassi sul prezzo): «detta disposizione», diceva il Consiglio di stato, «presenta profili di dubbia legittimità, connessi alla violazione dei ricordati principi in materia di tutela della concorrenza e della libertà di iniziativa economica. In realtà già con le linee guida 1-2016 sull’ affidamento dei servizi di ingegneria e architettura l’ Anac aveva eliminato l’ obbligo di indicazione del limite di ribasso, in precedenza già ritenuto contrario ai principi del Trattato in tema di libera concorrenza. Nella delibera di giugno l’ Autorità chiarisce di nuovo il concetto: «di fatto viene annullato il confronto concorrenziale sul prezzo, in contraddizione con il criterio di aggiudicazione prescelto, ovvero quello dell’ offerta economicamente più vantaggiosa, il cui scopo è invece quello di ottenere da ogni singolo concorrente un’ offerta che contemperi la qualità massima delle prestazioni con il prezzo più basso possibile in relazione alle proprie capacità aziendali, organizzative e imprenditoriali». Entrando poi nel merito, l’ Anac specifica anche che «fissando una percentuale massima di ribasso ammesso, la Stazione appaltante «suggerisce» già a priori quale ritiene essere il prezzo migliore e così spinge tutti i concorrenti a formulare un’ offerta economica ridotta del 50% rispetto alla base d’ asta o, quantomeno, ad approssimarsi quanto più possibile. E infatti 8 concorrenti su 17 (ma due sono stati esclusi) avevano offerto proprio il ribasso del 50%, uno il ribasso del 49,5%, e tutti gli altri ribassi comunque molto elevati, ovvero compresi tra il 27,54 e il 41%». © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI
L’ affidatario uscente può rientrare in gioco
Delibera della Toscana sul principio di rotazione degli inviti
L’ affidatario uscente può partecipare ad una procedure di appalto di importo inferiore alle soglie europee soltanto se le risposte alla manifestazione di interesse emessa dalla stazione appaltante risultano inferiori a 10 o 15 operatori; in caso contrario non è ammesso alla procedura. È questa una delle indicazioni stabilite dalla regione Toscana con la deliberazione della giunta regionale 11 giugno 2018, n. 648 recante «Indicazioni agli uffici regionali per l’ effettuazione delle procedure negoziate e per l’ applicazione del principio di rotazione degli inviti e degli affidamenti per l’ effettuazione dei controlli», pubblicata sul Bollettino Ufficiale 11 luglio 2018, n. 28. La delibera è stata resa necessaria per coordinare le novità apportate dal codice dei contratti e dalla linea guida n. 4 dell’ Anac con alcune disposizioni regionali (legge regionale 38/2007 e regolamento di attuazione Dpgr 30/R) non più in linea con il nuovo quadro normativo. Il provvedimento regionale, che si rivolge alle strutture e agli uffici della Regione definendo anche i profili delle verifiche sui soggetti affidatari degli incarichi (materia trattata dalla linea guida Anac), prevede, come disposizione generale, che la rotazione per le forniture e i servizi e lavori sia garantita dal singolo dirigente responsabile della procedura di affidamento in relazione agli affidamenti posti in essere, nell’ espletamento dell’ attività rientrante nella competenza del proprio settore, quando, in relazione alla prestazione economicamente prevalente, l’ affidamento immediatamente precedente e quello attuale hanno ad oggetto lo stesso settore merceologico, la stessa categoria di opere o settore di servizi. La rotazione è effettuata, tenendo conto degli inviti e degli affidamenti svolti da tutti i dirigenti, sulla base di quanto risultante dalla consultazione dello strumento informatico di supporto previsto dalla deliberazione regionale. Per la rotazione degli affidamenti si prevede che non si inviti l’ affidatario uscente se il numero di manifestazione di interesse sia superiore a quello previsto per legge dall’ art. 36, comma 2 (10 o 15); in caso contrario potrà essere invitato. Per gli affidamenti di lavori di importo fino a 150 mila euro, il dirigente, al momento dell’ acquisizione del Cig (codice identificativo gara), indica comunque la categoria Soa prevalente alla quale sono riconducibili i lavori al fine della consultazione dello strumento informatico. Per gli affidamenti fino a 20 mila euro (e per lavori fino a 40 mila euro) la delibera prevede che il dirigente responsabile del contratto affidi «con ordinativo diretto». Fra 20 mila e 40 mila euro l’ affidamento dovrà invece avvenire ai sensi dell’ art. 32, comma 2 del codice, da parte dell’ ufficio responsabile dando conto degli elementi previsti dalla norma del decreto 50 fra cui anche le «ragioni della scelta», oltre al possesso dei requisiti di idoneità. La delibera è suddivisa in tre paragrafi e la terza parte tratta invece degli adempimenti art. 29 del codice dei contratti pubblici in materia di trasparenza e prevede che contestualmente e unitamente alla pubblicazione del provvedimento siano adempiuti gli obblighi attraverso la messa in linea sul portale «Amministrazione trasparente». © Riproduzione riservata.
21/07/2018 – Corriere della Sera
Cdp, vince la linea di Di Maio E Tria sceglie la squadra del Tesoro
Passa Palermo. Il leader M5S: mai chiesto al ministro dell’ Economia di lasciare. Conte da Mattarella
ROMA Se era anche un braccio di ferro, com’ è parso per alcuni giorni, lo hanno vinto Luigi Di Maio e Matteo Salvini. A sorpresa ieri mattina in un vertice lampo a Palazzo Chigi, insieme ai vicepremier anche il capo del Governo e il ministro dell’ Economia, Giovanni Tria, si è deciso il nuovo vertice di Cdp, Cassa depositi e prestiti. Al vertice della Cassa, dove il ministro Tria, al termine di una ricerca di mercato aveva individuato Dario Scannapieco, attuale vicepresidente della Bei, andrà invece Fabrizio Palermo, già direttore finanziario dell’ istituto, fortemente voluto da Luigi Di Maio. Il titolare del Tesoro ottiene la nomina del nuovo direttore generale del Mef e la conferma della vecchia squadra di vertice del ministero. Bisogna attendere ora la ratifica all’ assemblea degli azionisti, convocata per il 24 luglio prossimo. Palermo ha lavorato in banche d’ affari, in Fincantieri, ora alla guida della Cdp dovrà gestire importanti dossier, tra cui la fibra ottica di Open Fiber, ma anche la volontà dei due partiti di maggioranza di utilizzare strumenti e risorse della Cdp per fini di politica economica. Massimo Tononi, designato dalle Fondazioni, andrà alla presidenza. Luigi Di Maio ha smentito di aver chiesto un passo indietro a Tria: «Mai fatto». Al vertice a Palazzo Chigi ha partecipato anche il sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgetti. Il governo ha anche indicato il successore al direttore generale del Tesoro. Ricoprirà tale incarico Alessandro Rivera, 47 anni, aquilano, attuale responsabile della direzione Sistema bancario e Affari legali del ministero che si occupa di banche e vigila sulle fondazioni. «Sono strafelice per quanto fatto in questi 50 giorni» ha dichiarato Matteo Salvini, anche lui smentendo contrasti con Tria. «Ho sentito Di Maio e abbiamo sempre lavorato bene: certo, le scelte delle persone migliori a volte chiedono più di un quarto d’ ora o di due giorni». In serata il premier Conte si è recato dal capo dello Stato, Mattarella, hanno discusso anche del decreto mille-proroghe, in fase di preparazione. Marco Galluzzo
Il tecnico «politico» che ha dato garanzie sul rispetto del patto di governo
«Abbiamo fatto la scelta migliore», rivendicano i Cinquestelle. «Fabrizio Palermo? Mi piace molto», dice Matteo Salvini. Il 47enne manager perugino, sposato, due figli, nel giorno della sua designazione ad amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti – la vera cassaforte del Paese con 420 miliardi di attivi e 4,5 miliardi di utili – riceve così un appoggio esplicito da entrambi i partiti di governo. Fino a pochi giorni fa era dato come direttore generale in tandem con Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei, come amministratore delegato. Ma poi lo stesso manager, forte dell’ appoggio M5S, si sarebbe impuntato per il ruolo di capoazienda. Palermo, che è già in Cassa depositi con il ruolo chiave di direttore finanziario, è stato scelto in realtà per il suo profilo tecnico, di esperto. Tuttavia sarà inevitabilmente anche una figura di rilievo politico, avendo dato garanzie di esecuzione del «contratto di governo» Lega-M5S. «Anche a lui è stato chiesto di condividere il nostro programma», svela un esponente Cinquestelle. «Da questo dipende perfino parte della sua retribuzione»: i bonus variabili saranno parametrati al raggiungimento degli obiettivi indicati in quel programma, a cominciare dalla creazione della «Banca pubblica degli investimenti» che nelle intenzioni del governo deve partire già entro quest’ anno. Amico di lunga data dell’ amministratore delegato della romana Acea, il pentastellato Antonio Donnarumma, sarebbe stato lui a introdurlo ai vertici del Movimento. Ma non sarebbe per questa via che Palermo è entrato nella rosa dei papabili. In Cdp gli riconoscono il merito di avere ristrutturato la struttura finanziaria della Cassa, anche con l’ emissione di bond, riequilibrando il rapporto tra raccolta (i depositi postali) e impieghi a lungo termine. A Palermo sarà richiesto di potenziare l’ attività della Cassa nell’ economia reale e di rimettere ordine nella galassia delle società partecipate. E dovrà districarsi tra i vari dossier aperti, da Tim alle perdite registrate dal Fondo Atlante, del cui comitato investitori Palermo è membro. Ma il manager dovrà anche tenere dritta la barra, per non lasciare coinvolgere la Cassa in operazioni spericolate – come l’ ennesimo salvataggio dell’ Alitalia – che le Fondazioni, soci di minoranza, non vogliono. Lo aiuteranno i paletti rigidi dello statuto e la volontà dell’ esecutivo di non inciampare nelle regole Ue sugli aiuti di Stato e nei vincoli di Basilea sul patrimonio delle banche (nessuno vuole trasformare Cdp in banca). Chiaro il mandato anche per il presidente Massimo Tononi, scelto dalle Fondazioni, con cui ieri Palermo si è sentito al telefono. I due si sono conosciuti nel 2006, quando il primo era sottosegretario all’ Economia e il manager si faceva le ossa come direttore finanziario (cfo) di Fincantieri. È lì che Palermo avvia la carriera nelle aziende di Stato. Laurea cum laude in Economia alla Sapienza, Palermo ha iniziato come analista finanziario a Londra in Morgan Stanley e poi ha passato sette anni, dal 1998 al 2005, in McKinsey specializzandosi in operazioni di risanamento e rilancio di grandi gruppi. Nel 2005 arriva in Fincantieri, con un incarico a riporto del capoazienda Giuseppe Bono, un anno dopo ne diventa cfo e nel 2011 anche vice direttore generale. Lascia nel 2014 per passare alla Cdp. Ma Fincantieri gli resta nel cuore (nel suo ufficio si trovano foto e riproduzioni di navi) e nel 2016 entra nel consiglio del colosso cantieristico, seguendo anche il delicato dossier dell’ alleanza con la francese Stx. Ma Palermo conosce bene tutte le partite pesanti di Cassa: è nel consiglio di Open Fiber, la società Cdp-Enel che sta posando la banda larga. E con Atlante ha toccato con mano le difficoltà delle banche. Un’ avventura costata centinaia di milioni alla Cassa. FABRIZIO MASSARO
21/07/2018 – Il Messaggero
Ora la Lega punta su Ferrovie E nel mirino entra anche l’ Eni
`Il puzzle delle nomine continua con la Rai: il nodo del compenso favorisce un ad interno `Per Gse i 5Stelle vorrebbero Biancardi, i lumbard Nucci. Via al dossier Antitrust
IL RETROSCENA ROMA Chiusa una partita, quella della Cassa depositi e prestiti, molte altre ne rimangono aperte. «Piatto ricco, mi ci ficco» verrebbe da dire ricordando che proprio l’ arrivo di una valanga di nomine in società pubbliche e partecipate fu uno dei motivi che spinse a comporre l’ attuale governo. Ieri nel vertice di Palazzo Chigi non si è parlato d’ altro che di Cdp e di come ripartire le deleghe, ma la fumata bianca di ieri è importante perché sblocca altre rilevanti partite proprio perché è stato individuato un metodo e messo a punto un bilancino perfetto che manovrano i plenipotenziari dei due partiti. ovvero Giancarlo Giorgetti per la Lega e Stefano Buffagni per il Movimento Cinquestelle. IL TENTATIVO La prima pedina che dovrebbe andare a dama è quella delle Ferrovie anche se l’ attuale numero uno, Renato Mazzoncini (è stato riconfermato per tre anni dal governo Gentiloni) non intende mollare sua sponte. Nel risiko governativo quella poltrona è in quota Lega anche perchè il Carroccio intende smontare la fusione di FS con Anas pur sapendo che non sarà indolore. L’ arrivo alla FS di Giuseppe Bonomi, ex ad di Sea e presidente di Alitalia, non è però scontato e circolano molti altri nomi. A cominciare da quello di Maurizio Manfellotto, ad di HitachiRail, e di Massimo Sarmi, ex di Poste italiane. Ma se le FS rientrano nel pacchetto Cdp, le nomine in Rai viaggiano per conto proprio. Anche stavolta tocca al Mef proporre i due nomi per il cda al governo, ma la partita è complicata dall’ intenzione dei due soci di maggioranza di definire, prima delle nomina dell’ amministratore delegato e del presidente, anche gli organigrammi interni. A Saxa Rubra direttori e vicedirettori di testata e di reti sono da tempo in fermento e i tentativi di riposizionamento avviati da tempo. Ma se il puzzle interno è più o meno facile grazie al mai dismesso manuale Cencelli, più complicato trovare l’ ad. La caccia è in corso e affidata ad una società esterna, ma il problema è lo stipendio visto che il M5S nega che il governo intenda levare il tetto dei 240 mila euro. Al momento – svanita l’ idea di chiamare costosissimi supermanager, i nomi su cui si ragiona sono quelli di Fabrizio Salini (ex La7), Andrea Castellari (Viacom), Andrea Cardamone, (ad Widiba) e Gianpaolo Tagliavia (Rai), ma il problema del compenso potrebbe favorire il candidate interna. Regge invece il nome della Bianchi Clerici (Lega) come presidente, anche se dovrà passare il vaglio della Commissione di Vigilanza. L’ ATTESA Da cambiare anche i vertici del Gestore Servizi Energetici, società da 15 miliari l’ anno che il M5S vorrebbero affidare a Alberto Biancardi e la Lega a Giuseppe Nucci. Così come in scadenza le poltrone di Sogei, Invimit ed Eur spa. Tutte società con corposi e costosi amministratori che sembrano sopravvivere anche al governo del cambiamento. Scadenze anche nelle authority. A novembre termina il mandato anche il collegio dell’ Antitrust, ma forse si dovrà accelerare visto che ad ottobre il presidente Giovanni Pitruzzella lascerà per andare alla Corte di Giustizia europea. In continua prorogatio sono invece i vertici dell’ authority per l’ Energia. Proprio perché si ragiona sul complessivo puzzle entrano nella riffa anche i vertici che scadono nel 2019. Anche in questo caso le poltrone, da Fincantieri a Snam e Italgas, sono molto appetite e nell’ attesa dei nomi si mettono le bandierine con i colori dei partiti. Un’ attenzione particolare è rivolta a Leonardo e ai problemi giudiziari di Alessandro Profumo. Così come nel mirino del M5S è Fabrizio Pagani al quale sono state già chieste le dimissioni. Pagani, già al Mef con Padoan, è l’ attuale rappresentate del Tesoro nel cda dell’ Eni. Dimissione chieste anche al presidente dell’ Inps Tito Boeri che però è un osso duro, come ben sa anche Matteo Renzi. Marco Conti © RIPRODUZIONE RISERVATA. MARCO CONTI
21/07/2018 – Italia Oggi
L’ Anac impugna gli atti
In G.U. il regolamento sui poteri dell’ Authority in caso di illegittimità
Dall’ 1/8. Ricorso diretto al Tar o dopo diffida
Al via, dal primo agosto, l’ impugnativa da parte di Anac degli atti delle stazioni appaltanti illegittimi concernenti contratti di rilevante impatto o caratterizzati da «gravi violazioni» di legge. Previsto sia il ricorso al Tar diretto, sia il ricorso che fa seguito a una diffida alla stazione appaltante con «parere motivato» al quale la stazione appaltante non si sia conformata. Le notizie di atti illegittimi possono essere acquisite dall’ Anac d’ ufficio, da altre amministrazioni o magistrature ma anche da privati ma senza obbligo di dare corso alla segnalazione. Il regolamento Anac, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 164 del 17 luglio 2018, disciplina come l’ Autorità presieduta da Raffaele Cantone può intervenire in caso di atti delle stazioni appaltanti che presentino elementi di illegittimità e arriva dopo che il decreto correttivo del Codice dei contratti pubblici (dlgs 19 aprile 2017, n. 56) ha abrogato l’ articolo 211, c. 2, dell’ iniziale versione del codice contenente il c.d. potere di raccomandazione vincolante. In sede di conversione del dl n. 24 aprile 2017, n. 50 è stato infatti inserita una norma che ha sostituito l’ abrogato art. 211, comma 2, del Codice dei contratti pubblici, attribuendo all’ Autorità nazionale Anticorruzione un potere impugnatorio assimilabile a quelli già riconosciuti ad altre autorità indipendenti. In particolare (art. 211, comma 1-bis e 1-ter) si prevede che Anac sia legittimata ad agire in giudizio per l’ impugnazione dei bandi, degli altri atti generali e dei provvedimenti relativi a contratti di rilevante impatto, emessi da qualsiasi stazione appaltante, qualora ritenga che essi violino le norme in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture”. Il successivo comma 1-ter prevede inoltre un più ampio potere di ricorso, che presuppone l’ emissione di un parere motivato entro 60 giorni nel quale si elencano i vizi di legittimità; in questo caso l’ impugnativa è preceduta da una sorta di atto di diffida ad uniformarsi al parere nei successivi 60 giorni. In caso di mancata osservanza delle indicazioni contenute nel parere l’ Anac impugna al Tar entro 30 giorni. La differenza con la prima ipotesi consiste nel fatto che deve trattarsi di una grave violazione di legge che l’ articolo 6 del regolamento elenca tassativamente: affidamento senza pubblicazione di bando o avviso di gara; affidamento mediante procedura diversa da quella prevista dalla legge; rinnovo tacito di un contratto (vietato); modifica del contratto invece che indizione di nuova gara; grave violazione di obblighi derivanti dal Trattato Ue. Clausole ingiustificatamente interdittive o limitative della concorrenza; mancata risoluzione del contratto. Oggetto di impugnazione possono essere bandi, avvisi, sistemi di qualificazione degli operatori economici istituiti dagli enti aggiudicatori nei settori speciali, atti di programmazione, capitolati speciali di appalto, bandi-tipo adottati dalle stazioni appaltanti, atti d’ indirizzo e direttive che stabiliscono modalità partecipative alle procedure di gara e condizioni contrattuali. Oltre a questi atti saranno impugnabili anche delibere a contrarre, ammissioni ed esclusioni dalla gara, aggiudicazioni, validazioni e approvazioni della progettazione, nomine del Rup, nomine della commissione giudicatrice, atti riguardanti rinnovi taciti, riserve, approvazioni di varianti o modifiche effidamenti supplementari. L’ Anac acquisirà notizia di un atto illegittimo d’ ufficio, ma anche a seguito di nell’ esercizio delle proprie attività istituzionali. segnalazione di soggetti qualificati (magistratura amministrativa, contabile e altre amministrazioni) e da terzi o privati. ma in questo caso le segnalazioni saranno esaminate «in considerazione delle risorse disponibili». © Riproduzione riservata. ANDREA MASCOLINI
22/07/2018 – La Repubblica
Da Cantone alt al Comune sulla proroga per Atac “Troveremo la soluzione”
Per l’ anticorruzione serviva una gara per affidare il servizio I rilievi al Campidoglio già da un mese Sulla già impervia strada che porta al parere del tribunale fallimentare sul piano di salvataggio di Atac adesso si staglia anche l’ ombra dell’ Anticorruzione. L’ interlocuzione tra il Campidoglio a guida grillina e l’ Anac va avanti da dicembre. Un tira e molla continuo. Dubbi e controdeduzioni, fino al parere ( non vincolante e senza prescrizioni) depositato dall’ Authority un mese fa in Comune: la proroga dell’ affidamento del servizio di trasporto pubblico alla municipalizzata in crisi fino al 2021 è illegittima. E non giustificata dall’ avvio del concordato. In altre parole, serviva una gara. Un bando pubblico, come aveva già osservato pure l’ Antitrust, aperto anche al resto degli operatori presenti sul mercato. Nelle prossime ore arriverà la risposta della giunta Raggi. Domani la sindaca incontrerà i dirigenti che si sono occupati del concordato e deciderà quale sarà il tenore della risposta. « Le soluzioni ci sono e ci ragioneremo insieme » , spiega il consigliere 5S e presidente della commissione Mobilità, Enrico Stefàno. Per ora l’ idea è quella di replicare con una certa fermezza all’ Authority presieduta di Raffaele Cantone e ricordare che senza l’ avvio del concordato, con un’ istanza di fallimento già notificata a palazzo Senatorio, Atac e i suoi 11 mila dipendenti non ci sarebbero più. Per smontare la tesi dell’ Anticorruzione, nella replica ci sarà anche il riferimento alla trattativa con il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti sull’ iscrizione dell’ azienda di via Prenestina al registro elettronico delle imprese di trasporto. «Se non ci fosse stato il concordato, ora i nostri autobus non avrebbero nemmeno più le targhe», spiegano dal Comune. Infine, nel merito, la risposta sulla proroga: nelle idee della giunta M5S, il mantenimento del servizio di trasporto pubblico in capo ad Atac e il prolungamento dell’ accordo, che originariamente sarebbe scaduto il prossimo anno aprendo a una gara europea, avrebbe dovuto consentire all’ azienda di negoziare con i creditori a partire da una base contrattuale più solida. Così, mettendo in fila questi tre tasselli, il Comune spera di superare l’ ennesimo ostacolo sulla strada verso il via libera al concordato. Quello del ricorso presentato dall’ Antitrust al Tar sulla stessa questione, l’ illegittimità della proroga dell’ affidamento del servizio ad Atac, non preoccupa più: «Il Garante non ha richiesto la sospensiva ». L’ udienza e la relativa sentenza della magistratura amministrativa difficilmente arriverà prima del parere dei giudici del tribunale fallimentare, vero snodo da superare prima di mettersi a trattare con i creditori. Quel che preme al Comune è invece trovare una soluzione al flop della gara da 97 milioni di euro per l’ acquisto di 320 autobus in tre anni. Andata deserta, va recuperata il prima possibile per non mandare a monte l’ intero piano di salvataggio. In questo senso il Campidoglio sembra sempre meno incline a procedere con una trattativa diretta. Via, allora, alla partecipazione alla gara bandita da Consip per l’ acquisto di nuovi veicoli. Poi il secondo atto, con la ripubblicazione della gara. Già, proprio quella appena snobbata dai fornitori. Questa volta a occuparsene, però, non dovrebbe essere più Atac. A gestire l’ appalto, dal momento che i fondi messi a bando sono i suoi, sarà direttamente il Comune. Doveva andare così anche la prima volta, con un commissariamento soft. « Poi – commentano in Campidoglio – in Atac si sono impuntati ed è andata a finire malissimo». – l.d’ a. © RIPRODUZIONE RISERVATA La sede Gli uffici dell’ Atac in via Prenestina.
L’ INDIPENDENZA DELL’ ISTAT
C’ è una nomina cruciale per la capacità del Paese di guardarsi allo specchio e comprendersi, di cui il governo si sta disinteressando. A metà luglio è scaduto il mandato di Giorgio Alleva come presidente dell’ Istat, l’ ente che raccoglie ed elabora i principali dati su cui cittadini, aziende e politici basano le loro scelte. Alleva è ancora al suo posto (in proroga), ma è improbabile che venga confermato. Il problema è che non è affatto chiaro né chi lo sostituirà, né i criteri di selezione. La questione è pressante, data la crescente impazienza che l’ Esecutivo sta palesando verso chi dimostri di avere a cuore la terzietà delle statistiche. Sembra quasi che i tecnici debbano prestar fede a un progetto politico, indipendentemente dalla logica o dalle leggi dell’ aritmetica. La forza di una democrazia dipende invece dalla presenza nel dibattito pubblico di informazioni corrette. L’ Istat è dunque il primo baluardo contro l’ oscurantismo e gli abusi di potere. La confusione di parti nei confronti dell’ istituto di via Balbo è saltata all’ occhio qualche settimana fa, in seguito a un incontro tra Alleva e il sottosegretario all’ Economia, Laura Castelli. Al termine del colloquio, l’ esponente del M5S ha divulgato un comunicato in cui parlava della necessità di avere una « sinergia » fra Istat ed Esecutivo « per il raggiungimento degli obiettivi del contratto di governo». La sottosegretaria ha poi spiegato che per “sinergia” intendeva una leale collaborazione. Ma strafalcioni di questo tipo impongono un supplemento di attenzione nel valutare qualsiasi scelta che l’ Esecutivo vorrà fare sulla presidenza dell’ Istat. Per comprendere in quali rischi si incorra minando la terzietà delle statistiche basti ricordare quanto accaduto in Grecia subito prima della crisi del debito sovrano. L’ istituto di statistica greco aveva sottostimato l’ ampiezza del deficit pubblico, dando l’ impressione di un bilancio dello Stato più in ordine di quanto non fosse. Solo l’ arrivo di Andreas Georgiou, un economista greco in forza al Fondo monetario internazionale, portò Elstat a rettificare le statistiche. Oggi Georgiou è sotto processo per quella scelta, nonostante sia stata decisiva per ricostruire la credibilità dell’ istituto. Il governo di Lega e 5 Stelle non è certo il primo a mostrare incuria nei confronti dell’ Istat. La nomina di Alleva arrivò solo dopo un lungo interim che seguì le dimissioni di Enrico Giovannini, diventato ministro del Lavoro del governo di Enrico Letta. La stessa nomina fu al centro di polemiche, fra cui la lettera di un gruppo di economisti che accusarono Alleva (professore ordinario di Statistica all’ Università La Sapienza di Roma) di avere credenziali scientifiche insufficienti. Tuttavia, il governo di Matteo Renzi ebbe l’ ottima idea di selezionare il candidato tramite call pubblica, a cui risposero 40 candidati. Alla trasparenza non corrispose analoga chiarezza nell’ individuazione dei criteri per la selezione. Ma si trattò comunque di un importante segnale, che sarebbe opportuno replicare. Purtroppo, il ministro della Funzione pubblica, Giulia Bongiorno, a cui spetta la proposta del candidato, non è in grado neppure di dire se verranno confermate le stesse modalità di selezione. Il rischio è il ripetersi dell’ enorme confusione che ha accompagnato la nomina dell’ amministratore delegato di Cdp, figlia di un conflitto tra le tre anime dell’ Esecutivo: la Lega, i 5 Stelle e i tecnici, in questo caso il ministro dell’ Economia, Giovanni Tria. L’ indipendenza dell’ Istat gode di importanti salvaguardie, sia dal punto di vista delle nomine sia da quello operativo. La scelta del presidente deve essere controfirmata dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, che in questi mesi ha dimostrato grande attenzione su nomine che avrebbero potuto destabilizzare la tenuta del Paese. Inoltre, l’ Istat deve conformarsi a standard e protocolli concordati a livello europeo, in quanto parte del sistema Eurostat. Tuttavia, la migliore garanzia è la proposta di un nome di assoluto livello e indipendenza. Il governo si muova presto, con trasparenza e cognizione della posta in gioco. © RIPRODUZIONE RISERVATA Serve autonomia per l’ ente che raccoglie ed elabora i principali dati su cui cittadini, aziende e politici basano le scelte Ferdinando Giugliano è commentatore di “Bloomberg Opinion” Tra il 2011 e il 2015 è stato giornalista ed editorialista economico del “Financial Times” FERDINANDO GIUGLIANO
23/07/2018 – Corriere della Sera – Economia
ALITALIA, RAI CASSA DEPOSITI: I SEGNALI STONATI
Non sono giorni da ricordare questi per le società pubbliche. Si sta procedendo al rinnovo dei consigli di amministrazione e dei vertici di aziende come la Rai e di colossi come la Cassa depositi e prestiti. Fortunatamente un ministro come Giovanni Tria caparbiamente tenta di tenere il punto almeno sulla preparazione ed esperienza dei vari candidati alla gestione. Su aziende come la Rai ci sarebbe tanto da discutere sul suo futuro e sulla sua azione: il fatto di essere servizio pubblico, il ruolo nel fare informazione. Esemplare in questo senso l’ inchiesta di Milena Gabanelli, pubblicata dal «Corriere della Sera» lo scorso 16 luglio. Per non parlare della sfida posta da nuovi modelli di business come quello lanciato da Netflix. Una buona governance vorrebbe che si procedesse alla nomina di consiglieri sulla base di una strategia. Ma c’ è una strategia per le aziende pubbliche? Il timore è che l’ unica sia quella del «controllo». Come per l’ Alitalia. Non è importante che cosa e chi possa garantire il futuro a un’ azienda che, ormai è persino stucchevole ripetere, di risorse pubbliche ne ha dilapidate parecchie. Quanti tentativi di rilancio siano stati messi in atto. Quello che appare importante, come si è sentito dire in questi giorni, è che il 51% rimanga in mani pubbliche. Parlare di governo societario in questi casi appare privo di senso. I vertici che si apprestano a prendere il controllo per conto terzi (che poi dovremmo essere noi cittadini) avranno una minima idea di come garantire la sostenibilità di queste aziende? Sostenibilità economica innanzitutto e sostenibilità per il Paese e la collettività in senso più ampio? Saranno in grado di proporre dei piani industriali e se sì con quali orizzonti temporali? Quali gli obiettivi e attraverso quali passi? Troppe domande per i partiti, alcuni di essi anche nuovi, la cui logica appare quella di sempre, basata su due principi: spartizione e controllo. Con l’ unico argine in via XX Settembre.
23/07/2018 – Italia Oggi Sette
Il Tar Napoli aderisce all’ interpretazione data dall’ Anac nel 2017
Non sussiste alcun profilo di incompatibilità relativamente al presidente della commissione di gara che durante il corso della procedura sia stato nominato direttore della Uoc acquisizione beni e servizi, unità operativa avente funzioni di amministrazione attiva sul contratto oggetto di gara, qualora lo stesso non abbia partecipato alla stesura del bando. Così si è pronunciato il Tar Napoli, quinta sezione, con la sentenza n. 3587 del 30 maggio 2018, chiarendo come la dedotta incompatibilità del presidente della commissione giudicatrice non fosse assistita da elementi di fondatezza, atteso che il presidente non aveva partecipato alla stesura della lex specialis, né sussistevano elementi concreti circa la violazione dell’ imparzialità della gara e la limitazione della libertà nella formulazione delle offerte. Nel caso portato all’ attenzione del collegio, una società impugnava la delibera di aggiudicazione della procedura di gara per l’ affidamento del servizio di vigilanza armata e sorveglianza non armata di una struttura pubblica, deducendo la violazione delle regole in tema di autonomia, indipendenza e terzietà della commissione di gara di cui l’ art. 77, c. 4, dlgs 18 aprile 2016, n. 50. Il suddetto motivo di ricorso si basava sulla presunta incompatibilità del presidente della commissione di gara, nominato durante il corso della procedura direttore della Uoc acquisizione beni e servizi, unità operativa avente funzioni di amministrazione attiva (stipula dei contratti, controllo della esecuzione del servizio, richiesta dei servizi, pagamento dei corrispettivi) su tutti i contratti di fornitura di beni e servizi della stazione appaltante e, dunque, anche sul contratto oggetto di ricorso. Il Tar ha evidenziato, infatti, come l’ art. 77, c. 4, dlgs 18 aprile 2016, n. 50 abbia esclusivamente lo scopo di garantire la libertà di elaborazione delle offerte e, in seconda istanza, l’ imparzialità della valutazione delle stesse, a tutela tanto dei concorrenti quanto della stazione appaltante, impedendo che i medesimi soggetti possano influire sul contenuto del servizio da aggiudicare e sul risultato della procedura di gara. Il principio di imparzialità dei componenti del seggio di gara, prosegue il Collegio, va pertanto declinato nel senso di garantire loro la cosiddetta virgin mind, ossia la totale mancanza di un pregiudizio nei riguardi dei partecipanti alla gara stessa che, nell’ ipotesi di specie, non appare messa in discussione, dal momento che il presidente della commissione, solo successivamente nominato direttore della Uoc acquisizione beni e servizi, non aveva partecipato alla predisposizione del bando di gara. Il Tar, in definitiva, ha aderito all’ interpretazione del disposto dell’ art. 77, c. 4, dlgs n. 50 del 2016 fatta propria dall’ Anac con delibera n. 436 del 27 aprile 2017, secondo cui occorre comunque tenere presente, al fine di evitare forme di automatica incompatibilità a carico del responsabile unico del procedimento, quell’ approccio interpretativo di minor rigore della norma fornito nel tempo dalla giurisprudenza amministrativa. L’ eventuale situazione di incompatibilità con riferimento alla funzione di commissario di gara e presidente della commissione giudicatrice deve essere valutata in concreto, verificando la capacità di incidere sul processo formativo della volontà tesa alla valutazione delle offerte, potendone condizionare l’ esito. © Riproduzione riservata. PAOLO CIRASA E CHIARA DI MARIA
Ricondurre le imprese in legalità
Il Consiglio di stato indica ad Anac le modalità concrete di attuazione, valide per le imprese colpite da provvedimenti anticorruzione o da interdittive antimafia, del «fondo destinato ai vari risarcimenti», ovvero alla sorte degli utili accantonati successivamente alla cessazione del commissariamento o all’ esito definitivo dei procedimenti penali o amministrativi cui i predetti provvedimenti straordinari erano collegati. Tali indicazioni sono state emesse nel recentissimo parere n. 1567/2018, che ha riguardato le «Quinte linee guida per la gestione degli utili derivanti dalla esecuzione dei contratti d’ appalto o di concessione sottoposti alla misura di straordinaria gestione ai sensi dell’ art. 32 del decreto legge 90/2014». Il Consiglio di stato suggerisce ad Anac di aggiungere al documento definitivo sulle Quinte linee guida «l’ obbligo per il prefetto che ha adottato il commissariamento, assunte le opportune informazioni dai commissari, di curare il tempestivo coordinamento con il procuratore della Repubblica competente, in vista della sua determinazioni sulla confiscabilità degli utili accantonati ovvero sulla loro eventuale restituzione, anche parziale, all’ avente diritto». Tale passaggio è particolarmente importante per quelle aziende che hanno pagato il prezzo, il prodotto o il profitto del loro reato e che dopo aver cambiato anche gli organi gestionali possono essere restituite alla loro dimensione di aziende pienamente legali e improntate al sano profitto. Una decisione di questo tipo è in linea con la necessità non solo di restituire alla legalità l’ impresa ma anche di salvaguardare i posti dei lavoratori. Il Consiglio, inoltre, specifica che occorre creare «specifici canali informativi con il pm competente, anche nella sua qualità di organo dell’ esecuzione». Tali comunicazioni, successive all’ esito del processo penale, ovvero al termine del commissariamento, servono all’ autorità giudiziaria per determinare l’ an e il quantum confiscabile, «con conseguente restituzione all’ impresa commissariata degli utili residui». Consentendo, così, all’ impresa un celere recupero della parte di utili (qualificabili quali diritto soggettivo) accantonati e non sottoposti a confisca. © Riproduzione riservata.
20/07/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Riforma del Codice, proposte congiunte da Ance e Comuni: «Ritorno al regolamento»
Allargamento dell’appalto integrato, no alla terna dei subappaltatori, più massimo ribasso, salvare le Unioni di Comuni
Si scaldano i motori per la riforma del codice degli appalti che il governo ha promesso a breve e che potrebbe arrivare – come anticipazione di norme da rafforzare poi in Parlamento – con il decreto legge in preparazione per la prossima settimana. Costruttori e comuni, rappresentati rispettivamente da Ance e Anci, fanno la prima mossa sulla scacchiera del confronto pubblico presentando oggi (19 luglio) un documento congiunto che conterrà dieci proposte di modifica dell’attuale codice.
Un lavoro che parte dalle difficoltà e dalle impasse dei mesi scorsi – solo parzialmente superate da una controversa ripresa dei bandi di gara – per incidere in modo rilevante sugli assetti dell’attuale codice. Le due organizzazioni difendono nell’introduzione della loro proposta l’impostazione di fondo del codice. Gran parte degli interventi proposti sono mirati e chirurgici, tuttavia su aspetti rilevanti: l’estensione dell’appalto integrato che consente di tornare a gare sulla base del progetto definitivo e non esecutivo; il recupero delle gare con massimo ribasso e la limitazione dell’obbligo di offerta economicamente più vantaggiosa ai soli progetti complessi; la semplificazione del subappalto con l’indicazioni dei subappaltatori dopo la gara; flessibilità della qualificazione delle stazioni appaltanti con il salvataggio delle aggregazioni dei piccoli comuni e la qualificazione di diritto delle centrali di Comuni metropolitane e province; nuovi strumenti per ridurre il contenzioso, l’eliminazione della responsabilità amministrativa-contabile dei dirigenti Pa quando attuano sentenze o indicazioni Anac; l’estensione delle procedure negoziate per i servizi di progettazione e l’eliminazione del sorteggio per decidere chi invitare al confronto nelle gare di lavori.
Interventi chirugici su aspetti importanti. Ci sono però anche due interventi che incidono su aspetti “sistemici” delcodice, intaccandone una delle chiavi di fondo, la soft law, vera “colpevole” dell’impasse che si è creata secondo le due organizzazione.
Il primo aspetto è l’impianto di attuazione del codice, considerato troppo complesso e generatore di incertezza per Pa e operatori economici. Numerosi i rilievi, dalla mancanza di un adeguato periodo transitorio alla mancata attuazione (dei 66 provvedimenti previsti ne sono stati approvati meno della metà) all’«aumento della regolamentazione rispetto a quanto richiesto dalle direttive europee, in contrasto con il divieto del cosiddetto gold plating». Nelle proposte Ance-Anci c’è quindi il ritorno a un regolamento generale attuativo unico e vincolante che assorba (e abroghi) tutti i provvedimenti attuativi, comprese le linee guida dell’Anac.
Il secondo aspetto “sistemico” riguarda proprio i poteri dell’Anac. Oggi Ance e Anci difenderanno il ruolo dell’Anac e del presidente Cantone ai fini della difesa della legalità nel settore. E anche la proposta prevede che siano mantenute e in alcuni casi anche potenziate «le funzioni di vigilanza, controllo e deflazione del contenzioso». Quello che non viene citato, perché si suppone non coerente con il nuovo modello di attuazione, è il potere di regolazione dell’Anac che costituiva la grande novità del codice.
LE PROPOSTE ANCE-ANCI IN PILLOLE
Alt a linee guida autonome. Tornare a un regolamento generale unico vincolante che enga all’interno tutte le norme attuative, comprese le linee guida dell’Anac.
Semplificazioni per salvare le aggregazioni. Occorre una semplificazione con eroghe alla disciplina generale per salvare le aggregazioni in atto fra piccoli comuni.
Accelerare le piattaforme. Dal 18 ottobre scatta l’obbligo di pubblicare i bandi solo su piattaforme elettroniche: chiesta una proroga finché non arrivano le regole tecniche.
Gare su progetto definitivo. Consentire alle stazioni appaltanti di tornare al modello passato di affidamento di progettazione esecutiva e realizzazione sulla base del progetto definitivo.
Tornare al massimo ribasso . Per appalti non complessi deve essere possibile appaltare con una gara al massimo ribasso e con l’esclusione automatica delle offerte anomale
No alla terna dei subappaltatori. Eliminare l’obbligo di indicare i subappaltatori già nella fase di offerta in gara. Questo obbligo andrebbe limitato al vincitore della gara
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Codice appalti/1. Ecco le 10 proposte Ance-Anci per la riforma: no alle Linee guida e ritorno all’appalto integrato
Regole più soft per la qualificazione dei piccoli Comuni, massimo ribasso fino a 5,5 milioni, norme per alleggerire il contenzioso
I costruttori dell’Ance (Confindustria) e l’Associazione nazionale dei Comuni (Anci) hanno presentato il 19 luglio a Roma, alla sede Ance, un documento congiunto con dieci proposte per riformare il Codice appalti 2016 e superare così quella che definiscono «una disciplina troppo articolata», le «incertezze operative», le difficoltà dei piccoli Comuni, i tempi lunghi di realizzazione delle opere.
La proposta più forte è quella di abrogare i circa 30 provvedimenti attuativi del Codice (su 66, vedi la tabella Ance) finora emanati, eliminando il potere normativo dell’Anac (Autorità anticorruzione) e sostituendo tutti i decreti attuativi e Linee guida Anac con un unico regolamento. Le altre proposte sono nell’ordine della semplificazione delle procedure e nella flessibilizzazione di alcuni istituti chiave del nuovo Codice, come l’appalto su progetto esecutivo, il no al massimo ribasso, l’accorpamento delle stazioni appaltanti.
1) Prevedere un’unica fonte regolamentare per l’attuazione del Codice appalti, abrogando tutti i provvedimenti attuativi ed eliminando il potere normativo dell’Anticorruzione (Linee guida). Ance e Anci ci tengono però a ribadire che questo non significa eliminare le funzioni dell’Anac in materia di vigilanza e controllo sugli appalti, e di deflazione del contenzioso. «L’Anac – scrivono – deve mantenere il suo presidio forte a garanzia della legalità e la lotta alla corruzione nel settore degli appalti pubblici». «E siamo favorevoli – aggiunge a Radiocor Plus il vice-presidente Ance Edoardo Bianchi (nella foto) – a rafforzare il pre-contenzioso da parte dell’Anac, per semplificare e accelerare la soluzione delle liti emerse in sede di gara o tra imprese e stazioni appaltanti».
2) Semplificazione per i piccoli Comuni e loro aggregazioni. Ance e Anci chiedono in sostanza deroghe agli obiettivi posti dal Codice per le stazioni appaltanti, rivelatisi troppo ambiziosi per i piccoli Comuni. Si chiede dunque di attenuare i requisiti professionali richiesti per l’individuazione e la nomina del RUP (responsabile procedimento), quali anzianità di servizio e obbligo che sia dipendente di ruolo; semplificazioni per la procedura negoziata (trattativa privata); fino a 1 milione di euro la possibilità di nominare commissari interni.
3) Qualificazione stazioni appaltanti, regole più morbide. Qualificare di diritto (senza verifiche) le Città Metropolitane e le Province; consentire a stazioni appaltanti e centrali di committenza di qualificarsi anche per una sola delle fasi dell’appalto: a) programmazione e progettazione, b) affidamento, c) verifica e esecuzione del contratto. L’obiettivo, spiega il documento Ance-Anci, è «una regolazione che valorizzi le aggregazioni già esistenti», Unioni di Comuni e centrali di committenza tra enti locali. Il presidente dell’Anac Cantone ha chiesto invece nella sua relazione la rapida emanazione del decreto sulla qualificazione delle stazioni appaltanti, che mantiene standard più elevati per tutti e obbliga Comuni (piccoli ma anche grandi) a delegare a soggetti aggregatori il ruolo di stazione appaltante se non si possiedono i requisiti organizzativi previsti dal decreto (mai emanato) in relazione alle diverse tipologie di appalto (dimensioni e complessità).
4) Piattaforme di e-procurement, accelerare la definizione delle regole tecniche. Si chiede anche qui più flessibilità, cioè la possibilità di Comuni e soggetti aggregatori locali di qualificarsi autonomamente con proprie piattaforme elettroniche di negoziazione (l’obbligo scatta il 18 ottobre prossimo).
5) Ritorno all’appalto integrato. Una delle principali novità del Codice 2016 era l’obbligo di mandare senpre in gara i lavori sulla base del progetto esecutivo, come nella legge Merloni 1994 post-Tangentopoli, per ridurre il contenzioso post-gara e le varianti. Anci e Ance raccontano però di difficoltà, sempre soprattutto dei piccoli Comuni, nel fare le progettazioni, e chiedono dunque di tornare all’appalto integrato “libero”, cioè «prevedere che le stazioni appaltanti possano ricorrere all’affidamento alle imprese della progettazione esecutiva e dell’esecuzione di lavori sulla base del progetto definitivo», munito di pareri e autorizzazioni.
6) Limiti all’offerta economicamente più vantaggiosa e parziale ritorno al “massimo ribasso”. Uno degli altri “nemici” dichiarati con il Codice appalti 2016 erano i maxi-ribassi nelle gare (con conseguente contenzioso in corso d’opera) e la valutazione in gara senza badare alla qualità delle offerte. Da qui il divieto di gare al massimo ribasso per lavori sopra i 2 milioni di euro. Tuttavia secondo Ance e Anci la valutazione con criteri qualitativi per (quasi) tutte le gare si è rivelata troppo complessa, soprattutto anche in questo caso per i piccoli Comuni, «una delle cause di maggior blocco delle gare per la realizzazione di opere pubbliche, in quanto legate a una specializzazione e qualificazione delle stazioni uniche appaltanti ancora inattuata». La proposta è dunque di alzare fino alla soglia Ue (5,548 milioni di euro) le gare al massimo ribasso, consentendo «l’utilizzo del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa solo in presenza di complessità tecnica dell’appalto».
7) Semplificazioni nel subappalto. La disciplina vigente in materia di subappalto – spiegano costruttori e Comuni – sta rallentando lo svolgimento delle gare in quanto prevede che per gli appalti superiori alla soglia comunitaria, in sede di gara, l’operatore economico partecipante indichi una terna di subappaltatori. Si chiede dunque di eliminare tale obbligo, al limite mantenendolo solo a carico dell’impresa aggiudicataria, prima della firma del contratto. Nulla si dice invece sul limite massimo del 30% ai subappalti, introdotto dal Codice, contro il, quale l’Ance ha avviato da tempo una causa presso le istituzioni europee, arrivata fino alla soglia della sentenza finale della Corte di Giustizia Ue.
8) Accelerare la definizione del contenzioso negli appalti. Il documento Ance-Anci precisa – cifre del Consiglio di Stato alla mano – che il fenomeno dei ricorsi alla giustizia amministrativa riguarda soprattutto le grandi opere (solo il 3% dei casi sul totale delle gare di lavori). Si propone comunque – per le opere “prioritarie” (grandi o piccole) di estendere la norma di legge obiettivo che frena le misure cautelari dei giudici, poi di rafforzare le sezioni dei tribunali specializzate per le imprese, o ancora meglio di eliminare il giudizio cautelare fissando giudizi semplificati entro 30 giorni in materia di appalti. E poi: disincentivare i ricorsi “temerari” (con penalizzazioni per i ricorrenti), potenziare il pre-contenzioso in capo all’Anac e l’istituto dell’accordo bonario.
9) Servizi di architettura e ingegneria, alzare a 209mila euro la soglia per le procedure negoziate. Mentre per i servizi e le forniture, in generale, il tetto massimo pe gli affidamenti a “trattativa privata” è di 209mila euro, per i servizi di architettura e ingegneria il tetto è stato abbassato a 100mila euro. Ance e Anci propongono di uniformare tale soglia a quella generale di 20mila euro.
10) Procedure negoziate sottoglia, articolate proposte Ance-Anci che eliminano la possibilità di sorteggio “tout court” sotto 1 milione di euro e consentono (oggi è vietato) favorire le imprese locali negli inviti, fino a 500mila euro.
Eccole: per i lavori fino a 40mila euro, favorire l’affidamento diretto; 40mila-150mila euro, il Rup sceglie liberamente gli invitati, anche attraverso criteri che favoriscono l’imprenditoria locale, sempre nel rispetto del principio di rotazione degli inviti; 150mila-500mila euro, il Rup utilizza un meccanismo di “sorteggio pubblico qualificato”, che preveda di riservare il 50% degli inviti alle imprese “locali” idoneamente qualificate e che hanno manifestato interesse, e il restante 50% a tutte le altre imprese che hanno manifestato interesse, sempre idoneamente qualificate; 500mila-1 milione di euro, procedura aperta e procedura negoziata con indagine di mercato e obbligo per la stazione appaltante di invitare tutti i soggetti idoneamente qualificati che hanno manifestato interesse – in entrambi i casi – con semplificazioni procedurali(gara con metodo antiturbativa, solo con l’offerta, verifiche a “campione” in gara e verifica dei requisiti solo per l’aggiudicatario come previsto dall’articolo 36 comma 5 del Codice).
Codice appalti/2. Oice: «No a pericolosi dietro-front sulla centralità del progetto esecutivo»
Scicolone: «No alle proposte Ance-Anci, anche quella che alza la soglia delle procedure negoziate negli incarichi di progettazione»
L’Oice, l’Associazione delle società di ingegneria e architettura che raggruppa 350 società che fatturano 2,4 miliardi con 17.000 addetti, di cui l’85% tecnici, prende posizione sulle proposte di modifiche al codice dei contratti pubblici presentate da Ance e Anci e in particolare sul tema dell’ampliamento dell’appalto integrato e della “semplificazione” degli affidamenti di servizi di ingegneria e architettura.
Per il Presidente Gabriele Scicolone, «Le modifiche al codice dei contratti pubblici devono essere funzionali a rilanciare la capacità di spesa e gli investimenti, ma rimaniamo fermamente convinti che la centralità del progetto esecutivo sia uno degli elementi di maggiore rilievo contenuti nel codice, che ha peraltro determinato un forte aumento della domanda pubblica di ingegneria di cui hanno beneficiato tanti professionisti, studi e società di ingegneria, oltreché la collettività per effetto di un miglioramento della qualità della progettazione. Allo stesso tempo, proposte come quelle di ANCI e ANCE, che puntano a innalzare da 100.000 a 221.000 euro la soglia per affidare progettazioni e direzioni lavori con procedure negoziate, rappresentano un pericoloso passo indietro sul fronte della trasparenza e della concorrenza e possono aprire le porte a derive non controllabili, anche sul fronte della spesa pubblica. Stiamo parlando di eliminare le vere e proprie gare, e quindi la possibilità per tutti i progettisti di avere una chance di affidamento in un aperto confronto concorrenziale, per una fascia di mercato rilevante e sulla quale la concorrenza deve essere la più ampia possibile nell’interesse delle stesse stazioni appaltanti, senza scorciatoie e ritorni ad un opaco passato. Evitiamo di risolvere i problemi delle Pubbliche Amministrazioni con inopportune “formule magiche” che nulla di positivo hanno portato nei due decenni passati!».
In merito alle dichiarazioni del presidente dell’Anci Antonio Decaro, secondo cui “non riusciamo a fare i progetti esecutivi; diamoli alle imprese!” anche perché non ci sono risorse, il Presidente Scicolone precisa: «Premesso che gli appalti di progettazione degli enti locali nel 2017 sono risultati in aumento del 15% in numero e in valore, nel merito vorrei porre in evidenza come, per risolvere un problema, si rischi di smontare una delle misure più giuste di tutto l’impianto del nuovo codice ed alla quale proditoriamente si vuole affibbiare l’etichetta di freno all’investimento, spostando l’obiettivo dalle vere cause che determinano la farraginosità di messa in atto della spesa in opere pubbliche. Una cosa è il tema del reperimento delle risorse per progettare e delle procedure approvative farraginose, altro è, se ci sono problemi, pensare di risolverli spostando sull’impresa il progetto esecutivo che, comunque, sempre costerà alla stazione appaltante. Si dia quindi seguito a quanto sta studiando il MEF per rendere più gestibili le spese di progettazione, ma non è corretto, a nostro avviso, incidere sul principio generale della separazione dei ruoli fra progettista e costruttore che rappresenta un elemento di assoluta trasparenza, a garanzia del committente e della comunità e a presidio della qualità del progetto, oltre che del ruolo e della dignità del progettista».
Per l’OICE l’appalto integrato non è però un istituto inutile, anzi: «Noi ci opponiamo ad una generalizzazione dell’applicazione dell’appalto integrato; ciò non vuole dire che non possano esserci delle eccezioni e l’attuale disciplina già contempla proprio tali ipotesi (prevalenza della componente tecnologica e innovativa). Il problema semmai deriva dall’applicazione dell’OEPV sugli appalti derivanti da progetti esecutivi: in alcuni casi i margini di proposta di “migliorie” per le imprese sono effettivamente ristretti e allora si pensi al recupero dell’affidamento al prezzo più basso con metodo antiturbativa».
Monitoraggio Ance: bloccate in giro per l’Italia 270 opere pubbliche per 21 miliardi
Farle ripartire secondo l’Ance significherebbe dare 330mila posti di lavoro. Nella lista anche la Gronda di Genova e la Tav Vr-Vi
Da grandi ponti e strade, fino alle scuole dei piccoli Comuni. Su tutto il territorio nazionale ci sono 270 opere pubbliche bloccate, cantieri fermi a vario titolo ma dal valore complessivo di 21 miliardi di euro. Questi i dati dell’Ance che calcola in ben 330mila posti di lavoro e in 75 miliardi di euro le ricadute che lo sblocco di queste opere pubbliche avrebbe sull’economia nazionale.
Quello delle opere pubbliche bloccate è «un quadro pesante soprattutto a confronto con i dati ufficiali forniti dal ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture che in un anno ha censito 670 opere incompiute per 4 miliardi di euro», continua l’Ance allertando sul rischio che le opere pubbliche oggi ferme e da loro censite (sul sito sito Sbloccacantieri.it ) possano in futuro entrare a far parte di questa lista di incompiute.
Quello delle opere è il «vero anello mancante della ripresa», ha ribadito ieri il presidente dei costruttori Gabriele Buia in occasione della presentazione del rapporto Checkup Mezzogiono in Confindustria. Buia – che sempre ieri ha presentato un documento con i Comuni per la modifica del codice degli appalti – ha ricordato che oggi si perde ancora troppo tempo tra lo stanziamento dei fondi per realizzare un’opera e la sua effettiva realizzazione: «Non è un problema per il settore è un problema per tutto il Paese, in particolare per il Sud», ha aggiunto il presidente dell’Ance. Che ha ricordato come nel Mezzogiorno sono attive un quarto delle imprese del settore, circa 131 mila, e negli anni della crisi ne sono scomparse 26mila in un vero «processo di deindustrializzazione».
Eppure, le risorse non mancano. Secondo il vicepresidente dell’Ance, Edoardo Bianchi, ci sono 140 miliardi già stanziati che non si spendono «perché ci sono delle procedure eccessivamente complesse che poi determinano una situazione di ingessatura».
Fra i cantieri fermi spiccano per valore quelli della Gronda di Genova (5 miliardi), la realizzazione della terza corsia dell’A1 tra Firenze e Pistoia (3 miliardi) e il sistema di tangenziali venete nel tratto Verona-Vicenza-Padova (2,2 miliardi). Nella lista però ci sono anche tante scuole, acquedotti, dighe, raccordi ferroviari e uno storico circolo tennis romano.
Anas-Fs/1. Toninelli: «Dubito che la fusione porti vantaggio al paese. Stiamo valutando»
Intervento a Radio 24: «Non c’era un piano industriale, mi è sembrata una decisione più finanziaria. Stiamo studiando»
«Fs-Anas è stata una scelta che non è stata avallata da un piano industriale integrato e quindi è stata una scelta più di natura di business e finanziaria. Io la sto facendo valutare dai tecnici e se capiamo che non può comportare beneficio abbiamo certamente già la risposta che non comporterà alcun danno tornare indietro dalla fusione».
Lo ha detto il ministro delle infrastrutture e trasporti Danilo Toninelli a Radio24. «Sto analizzando e quando i numeri ci daranno una risposta prenderemo una decisione, ma senza nessuna fretta. Se può essere è qualcosa che va a vantaggio del paese possiamo andare avanti, ma dubito», ha aggiunto.
Anas-Fs/2. Armani: «Legittimo valutare, ma non si torni indietro sull’evoluzione industriale della società strade»
L’Ad: «Le innovazioni del Contratto di programma e l’obiettivo dell’autonomia non c’entrano con la fusione, si vada avanti»
«Legittimo valutare i costi e benefici della fusione Anas-Fs, ma non si facciano passi indietro sull’evoluzione industriale di Anas e sull’autonomia finanziaria». Così l’Ad di Anas Gianni Vittorio Armani ha commentato le critiche del Governo (esponenti della Lega) o le perplessità (il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli) sull’assorbimento Anas nel gruppo Fs, perfezionato il 19 gennaio scorso.
Il riferimento di Armani è al processo messo in campo in questi anni da Anas per rinnovare le prassi organizzative della società dopo gli anni opachi della “dama nera” e le inefficienze dei contenziosi lievitati fino a oltre 10 miliardi di euro. Dal 2015 Armani ha completamente rinnovato i vertici della società, cercando di uniformare le procedure rispetto al caos precedente e di superare pratiche da ministero più che da società per azioni, quale formalmente Anas è. Tutto questo è culminato con il nuovo Contratto di programma Ministero-Anas perfezionato il 31 dicembre scorso, contratto che insieme alla certezza pluriennale di finanziamenti (oltre 23 miliardi di euro) introduce i “corrispettivi” (per servizi e investimenti) al posto dei pagamenti a piè di lista, una modifica che negli obiettivi dovrebbe portare più efficienza nell’Anas, meno costi per lo Stato e nei prossimi anni l’autonomia finanziaria dell’Anas rispetto al bilancio dello Stato.
Tutto questo non ha nulla a che fare con l’assorbimento di Anas nel gruppo Fs, perfezionato il 19 gennaio e che avrebbe l’obiettivo – ancora tutto da realizzare – di creare sinergie industriali tra Anas e Fs, soprattutto le società Rfi (infrastrutture) e Italferr (progettazione). «Da parte di ogni nuovo governo – ha detto Armani – è del tutto legittimo domandarsi e valutare costi e benefici delle decisioni dei governi precedenti. Quello che però non si deve fare è tornare indietro nella trasformazione industriale e nell’autonomia finanziaria di Anas, marcia indietro che non consentirebbe di lavorare bene e di raggiungere gli obiettivi posti dal nostro piano industriale». E cioè l’aumento degli investimenti annui da 1,7 a tre miliardi di euro, la soluzione del contenzioso pregresso con costi del 10% circa rispetto alle richieste delle imprese, la manutenzione sistematica di ponti e viadotti, l’eliminazione delle pratiche corruttive interne.
«Tra le cose completamente sbagliate che sento – spiega l’Ad di Anas, Gianni Armani – è che l’assorbimento di Anas in Fs sarebbe servito a far pagare a Fs il contenzioso di Anas. Non esiste proprio. Il contenzioso pregresso Anas, che come noto mi sono ritrovato a gestire dal mio arrivo nel 2015, è dello Stato», perché – spiegano fonti Anas – le strade sono demanio statale, e dunque in ultima istanza è lo Stato a essere responsabile dei costi della manutenzione e ampliamento della rete, e dunque anche del costo aggiuntivo (eventuale) degli appalti. «L’integrazione con Fs – prosegue Armani – non cambia assolutamente nulla sul contenzioso. Cambierebbe invece con l’autonomia finanziaria dell’Anas, il percorso avviato con il Contratto di programma 2017, che renderebbe la società autonoma e responsabile. Il punto comunque è risolvere il contenzioso con costi sostenibili, e lo stiamo facendo».
Ma quanto vale oggi il contenzioso Anas? «Siamo partiti dalla cifra monstre di 14 miliardi di euro – spiega Armani – dove però (è bene precisarlo) solo 6 miliardi erano contenzioso giudiziario vero, il resto (8 miliardi) sono richieste delle imprese (riserve) del tutto ipotetiche». «Ad oggi – prosegue l’Ad di Anas – abbiamo risolto per 2,5 miliardi (accordi transattivi chiusi con le imprese, ndr) e siamo in discussione per altri 3 miliardi».
La Top 10 della settimana: oltre a Save e Iren la riqualificazione del porto di Napoli
Opere idrogeologiche sul fiume Secchia e interventi su galleria della M2 a Milano. Ma anche tre lotti di manutenziuone edifici a Torino
1 – Save Spa di Venezia
Oggetto: Procedura negoziata con bando. Appalto a corpo per la realizzazione dei lavori relativi all’ampliamento del terminal passeggeri Lotto 2A e ristrutturazione del terminal esistente dell’Aeroporto di Venezia
Importo: 280.726.029,20
2 – IREN Emilia Spa di Reggio Emilia
Oggetto: Procedura aperta. Tender 1563 — Accordi quadro suddivisi in n. 2 lotti per lavori estendimento, allacciamento, manutenzione, ordinaria e straordinaria, e pronto intervento su reti e impianti acqua, gas, fognature, energia elettrica e illuminazione. Lotto 1 — Parma
Importo: 87.193.447,62
Termine: 10/08/2018
3 – IREN Emilia Spa di Reggio Emilia
Oggetto: Procedura aperta. Tender 1563 — Accordi quadro suddivisi in n. 2 lotti per lavori estendimento, allacciamento, manutenzione, ordinaria e straordinaria, e pronto intervento su reti e impianti acqua, gas, fognature, energia elettrica e illuminazione. Lotto 2, Vercelli Importo: 24.584.205,76
Termine: 10/09/2018
4 – Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale
Oggetto: Procedura aperta. Riqualificazione dell’area monumentale del porto di Napoli — Terminal Passeggeri alla Calata Beverello
Importo: 16.550.852,31
Termine: 18/09/2018
5 – Comune di Minori
Oggetto: Procedura aperta. Project financing – Gara ai sensi dell’art. 183 commi 1 – 14 del D.Lgs. 50/2016 e s.m.i. per l’affidamento in concessione della progettazione esecutiva, l’esecuzione, la successiva gestione della Strada di collegamento viabilità interna con SS163 al Km 32+500 e relativi parcheggi
Importo: 13.000.000
Termine: 12/10/2018
6 – AIPO – Agenzia Interregionale per il Fiume Po di Parma
Oggetto: : Procedura aperta. Lavori di adeguamento strutturale e funzionale del sistema arginale difensivo tramite interventi di adeguamento in quota e in sagoma a valle della cassa fino al confine regionale per garantire il franco di 1 mt rispetto alla piena di TR20 nello stato attuale e la stabilità e resistenza di rilevati, comprensivo delle indagini geologiche-geognostiche preliminari — Fiume Secchia — II stralcio – I Lotto
Importo: 12.891.000
Termine: 21/08/2018
7 – A.T.M. – Azienda Trasporti Milanesi Spa di Milano
Oggetto: Procedura aperta. Lavori di risanamento della galleria tra la stazione Piola e la stazione di Lambrate della linea metropolitana 2 di Milano
Importo: 11.280.038,01
8 – Azienda Sanitaria Locale Città di Torino
Oggetto: Procedura aperta. Gara suddivisa in n. 3 lotti – Lavori di manutenzione ordinaria programmata ed emergente avente carattere di urgenza e indifferibilità di natura edile ed impiantistica presso presidi ospedalieri. Lotto 1: Presidio ospedalierio Maria Vittoria e Comprensorio ospedaliero Amedeo di Savoia — Birago di Vische.
Importo: 6.400.000
9 – Azienda Sanitaria Locale Città di Torino
Oggetto: Procedura aperta. Gara suddivisa in n. 3 lotti – Lavori di manutenzione ordinaria programmata ed emergente avente carattere di urgenza e indifferibilità di natura edile ed impiantistica presso presidi ospedalieri. Lotto 2: Presidio ospedaliero Torino Nord Emergenza San Giovanni Bosco.
10- Azienda Sanitaria Locale Città di Torino
Oggetto: Procedura aperta. Gara suddivisa in n. 3 lotti – Lavori di manutenzione ordinaria programmata ed emergente avente carattere di urgenza e indifferibilità di natura edile ed impiantistica presso presidi ospedalieri. Lotto 3: Presidio Ospedaliero Martini.
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References: art. 266
 art. 36
 art. 32
 art. 29
 articolo 211
 art. 211
 articolo 6
 sentenza 
 sentenza 
 art. 77
 art. 77
 art. 77
 art. 32
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