Source: https://www.laleggepertutti.it/254075_controllo-rumori-molesti-come-si-misurano-e-chi-chiamare
Timestamp: 2019-02-20 04:22:24+00:00

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Controllo rumori molesti: come si misurano e chi chiamare
Il controllo della normale tollerabilità effettuato in condizioni di silenzio assoluto, senza cioè tenere conto dei rumori di fondo, non è valido perché rende facile superare la soglia dei tre decibel.
Ti sarà certamente capitato di non riuscire a dormire a causa dei rumori del condomino del piano di sopra. Se sei fortunato e hai un vicino educato, ti sarà bastata una telefonata per farlo smettere e riportare tutto alla normalità. Ma in gran parte dei casi, chi nasce maleducato rimane tale e, a volte, neanche la diffida di un avvocato ne può mutare le abitudini. Iniziare causa ha di certo il vantaggio di far capire al molestatore che non stai scherzando; in più, con una sentenza in mano, hai la possibilità di procedere contro di lui anche in altri modi, ad esempio con un’azione di tipo penale nel caso in cui, nonostante l’ordine del tribunale di cessare le attività rumorose, questi prosegua imperterrito. Ma come avviene il controllo dei rumori molesti, come si misurano e chi chiamare? A dare qualche interessante indicazione è una recente sentenza della Cassazione [1].
Qui di seguito risponderemo alle domande più frequenti in materia di schiamazzi nei condomini e disturbo della quiete pubblica. Potrai trovare utili queste informazioni anche se vivi in una villetta con due soli appartamenti: anche in questo caso, infatti, si forma un condominio – anche se non avete un amministratore o un regolamento – e si applicano le relative norme. Il condominio infatti è un fenomeno giuridico che si crea in automatico, senza bisogno di atti formali, nel momento in cui la proprietà dell’edificio è divisa almeno tra due (o più) persone.
Ma procediamo con ordine e vediamo come avviene il controllo dei rumori molesti.
1 Rumori molesti: chi chiamare?
2 Chi effettua il controllo dei rumori molesti?
3 Come si misurano i rumori molesti?
Rumori molesti: chi chiamare?
Il primo problema che si pone chi viene svegliato durante la notte dal vicino del piano di sopra, dai cani nel cortile o dal dirimpettaio che tiene la televisione ad alto volume è chi chiamare per farsi difendere.
L’amministratore di condominio? No. L’amministratore non risolve le liti private tra i condomini. Egli quindi non è competente. Potrebbe intervenire solo nel caso in cui, all’interno del regolamento approvato all’unanimità, sia presente una clausola che vieta i rumori oltre una certa ora e, appunto, si versa in tale ipotesi. Difatti compito dell’amministratore è anche quello di far rispettare il regolamento e, se previsto in quest’ultimo documento, applicare anche sanzioni fino a 200 euro.
I carabinieri: i carabinieri possono intervenire solo se il chiasso è tale da svegliare tutto il palazzo o i vicini delle case limitrofe. In tale ipotesi si realizza infatti il reato di disturbo della quiete pubblica che consente di denunciare il molestatore. La denuncia si fa appunto ai carabinieri, alla polizia o alla questura. In alternativa si può depositare la denuncia presso la Procura della Repubblica (ma bisogna aspettare la mattina successiva). Chiamare i carabinieri non ha alcun senso quindi se a sentire i rumori sono solo due o tre condomini, perché in tal caso non c’è alcun reato. Si dovrà allora agire con un avvocato affinché diffidi il molestatore e, in caso di insuccesso, proceda presso il tribunale civile. Quest’ultimo potrà emettere un ordine di cessazione dei rumori e, se vi è prova dei danni fisici, anche l’ordine di versare un risarcimento.
Se sussistono i presupposti del reato, ossia viene molestato un numero indeterminato di persone, l’intervento di polizia o carabinieri ha il vantaggio della redazione di un verbale nell’immediato: le autorità rileveranno i rumori e potranno documentarli in un atto pubblico che poi è anche prova nel processo.
Il sindaco o la polizia municipale? Neanche. Le autorità amministrative non sono competenti a dirimere le controversie tra vicini di casa. Tutt’al più la polizia può intervenire se vengono violate le norme comunali in materia di immissioni rumorose di bar e altri locali.
Chi effettua il controllo dei rumori molesti?
Veniamo ora alla raccolta delle prove per poter denunciare o citare in tribunale il vicino molestatore. Per far ciò c’è bisogno di poter dimostrare al giudice che i rumori sono «intollerabili» ossia superiori alla norma. Per quanto la legge non lo dica espressamente, si considerano tali i rumori che superano i 3 decibel rispetto ai rumori di fondo.
Dimostrare un rumore è molto più facile di quanto si possa pensare. Nel processo penale non è necessario che a denunciare siano tutti i soggetti molestati, basta anche uno. Per quanto invece riguarda la prova, sia nel processo civile che nel penale si procede nello stesso modo. Il giudice può innanzitutto interrogare i testimoni per verificare se, oltre alle parti in causa, ad essere molestati dalle immissioni acustiche sono stati anche altri soggetti. Diversamente potrebbe nominare un perito fonografico.
Nel processo penale vale anche la dichiarazione della vittima che asserisca di essere stata molestata. Questa prova invece non vale nel civile.
Come si misurano i rumori molesti?
Per misurare i rumori molesti non si possono fare le prove “in silenzio assoluto”. Il perito deve cioè valutare le immissioni acustiche anche tenendo conto dei rumori di fondo rispetto ai quali, come detto, deve essere superiore di almeno 3 decibel. Questo perché – ribadisce la Cassazione [1] – i rumori diventano illeciti quando superano la “normale tollerabilità”. Per valutare questo concetto bisogna tenere conto di una serie di circostanze come la dislocazione geografica dell’immobile. Ad esempio in una zona urbana, con il traffico delle auto, le voci dei passanti sotto casa e i normali schiamazzi dei centri urbani, il rumore di fondo è più alto per cui è più difficile che i tacchi del vicino o il volume della tv possa dirsi intollerabile. Al contrario, in una zona residenziale o di campagna è più facile superare la soglia della tollerabilità. Ecco perché non si possono fare le prove del rumore del vicino sulla base del criterio del silenzio assoluto (facile in tal caso sarebbe superare la soglia) ma bisogna invece considerare sempre i normali rumori di fondo che si innestano nell’arco di una normale giornata.
Dice appunto la Corte: «il limite di tollerabilità delle immissioni rumorose non è mai assoluto, ma relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti, e non può prescindere dalla rumorosità di fondo, ossia dalla fascia rumorosa costante della zona, su cui vengono ad innestarsi i rumori denunciati come immissioni abnormi», e ciò significa che «la valutazione diretta a stabilire se i rumori restino compresi o meno nei limiti della norma deve essere riferita alla situazione locale, appropriatamente e globalmente considerata». In sostanza, «occorre considerare il complesso di suoni, di origine varia, spesso non identificabile, continui e caratteristici della zona sui quali si innestano, di volta in volta, rumori più intensi (prodotti da voci, veicoli, eccetera), tutti elementi che devono essere valutati in modo obiettivo in relazione alla reattività dell’uomo medio, prescindendo da considerazioni attinenti alle singole persone interessate dalle immissioni (condizioni fisiche o psichiche, assuefazione o meno alla rumorosità)».
In definitiva, «non può giungersi a ritenere intollerabili le immissioni sulla base del livello di rumorosità di fondo calcolato nel solo ambiente sottostante alla proprietà del soggetto molestato e in condizioni di assoluto silenzio, prescindendo dalle normali modalità di utilizzo degli immobili e dal livello di rumorosità della zona».
[1] Cass. sent. n. 28201/18 del 5.11.2018.
Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 26 aprile – 5 novembre 2018, n. 28201
Il Tribunale di S. Maria Capua Vetere n. 3300/2015 ha respinto l’appello avverso la sentenza del Giudice di pace di Caserta che, in accoglimento della domanda proposta da An. Ma. Ru., ha ordinato la cessazione delle immissioni rumorose eccedenti la normale tollerabilità provenienti dall’immobile di Re. Pa., sito nella locale Via (omissis) e provocate dallo spostamento del vano cucina nell’ambiente sovrastante la camera di letto dell’attuale resistente.
Il ricorrente aveva dedotto che i rumori erano effetto delle normali attività di utilizzo dell’immobile e che la loro diffusione nelle proprietà sottostanti era favorita dalla struttura dell’edificio, infine che lo spostamento del vano cucina in corrispondenza della camera da letto non aveva alterato il carico acustico sulle proprietà sottostanti. Il Tribunale ha, in contrario, stabilito che lo spostamento dei servizi e la nuova destinazione del vano sovrastante alla camera da letto della resistente aveva determinato il superamento del limite di tre decibel rispetto alla rumorosità di fondo.
Per la cassazione di questa sentenza Re. Pa. ha proposto ricorso in tre motivi, illustrati con memoria. An. Ma. Ru. ha resistito con controricorso.
1. Il primo motivo censura la violazione e falsa applicazione dell’art. 844 c.c., 115 e 166 c.p.c. in relazione all’art. 360, comma primo, nn. 3 e 4 c.p.c. nonché l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360, comma primo, n. 5 c.p.c. per aver la sentenza omesso di considerare che nella prima delle due relazioni di consulenza, depositata in data 17.6.2009, era emerso che le trasformazione eseguite nell’appartamento del ricorrente non avevano modificato il livello di isolamento acustico dell’immobile e che non erano state effettuate modifiche dell’impiantistica che avessero alterato il livello di immissioni rumorose, avendo inoltre il c.t.u. asserito che i disturbi arrecati al piano sottostante era il frutto delle normali modalità di utilizzo dell’immobile. Il tribunale avrebbe omesso di considerare che gli immobili sono collocati in una zona tranquilla e che la propagazione dei rumori era favorita dalla struttura dei solai.
Il secondo motivo censura la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116, 194, 195 e 195 c.p.c. in relazione all’art. 360, comma primo, n. 4 c.p.c. e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360, comma primo, n. 5 c.p.c. per aver il giudice di merito omesso di esaminare e motivare sui rilievi formulati dal c.t.p alla consulenza d’ufficio del 17.6.2009 in merito al fatto che: a) l’unico rumore eccedente la soglia di tollerabilità era provocato dall’utilizzo della scopa elettrica, peraltro impiegata saltuariamente; b) il D.M. 16.3.1998 prevede correttivi da applicare alla rilevazione del rumore di fondo in relazione alla durata del tempo parziale e detta rumorosità di fondo deve essere determinata, tenendo conto del rumore residuo e di quello prodotto da fonti disturbanti di carattere non eccezionale, mentre il consulente aveva proceduto a rilevazioni parcellizzate; c) il c.t.u. non aveva indicato se le immissioni rumorose provenissero anche da fonti estranee alla proprietà del ricorrente o da altri vani della proprietà Pa., non riconducibili alle trasformazioni apportate all’immobile; d) durante la captazione del rumore nella proprietà della resistente era stato osservato il silenzio assoluto, determinando l’alterazione dei risultati fonometrici.
Il terzo motivo censura la violazione dell’art. 112 c,p.c. in relazione all’art. 360, comma primo, n. 4 c.p.c. e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360, comma primo, n. 5 c.p.c. asserendo che la resistente aveva chiesto di far cessare le immissioni provocate dalle trasformazioni apportate all’appartamento sovrastante mentre il Tribunale ha accolto la domanda non considerando che l’istruttoria aveva escluso che la diversa collocazione del vano cucina e gli interventi sugli impianti avessero aggravato il carico acustico sui piani sottostanti.
Già in primo grado il ricorrente aveva, però, lamentato che il livello del rumore di fondo era stato rilevato in condizioni di assoluto silenzio e solo all’interno degli ambienti sottostanti al vano cucina e il Tribunale ha, quindi, disposto la rinnovazione della consulenza ed una successiva integrazione, assegnando al c.t.u. il compito di relazionare anche sui rilievi mossi agli esiti dei primi accertamenti. Le nuove indagini hanno stabilito che, in applicazione del criterio comparativo, i rumori provenienti dalla proprietà Pa. non superavano la soglia di tollerabilità e che, in applicazione del criterio differenziale, si registrava il superamento dei limiti solo in caso di utilizzo della scopa elettrica, negando che però le immissioni fossero effetto delle trasformazioni eseguite nel vano destinato a cucina. Ciò nonostante il giudice d’appello ha confermato la pronuncia di primo grado in adesione ai risultati della prima consulenza, ritenendo che la prova per testi (da cui era emerso che nell’appartamento della Pa. erano percepibili anche le voci e le conversazioni provenienti dal vano sovrastante) e la c.t.u. avessero confermato il superamento della soglia di tre decibel rispetto al rumore di fondo.
La pronuncia è in tal modo incorsa nel vizio denunciato poiché il limite di tollerabilità delle immissioni rumorose non è mai assoluto, ma relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti, e non può prescindere dalla rumorosità di fondo, ossia dalla fascia rumorosa costante della zona, sulla quale vengono ad innestarsi i rumori denunciati come immissioni abnormi (cd. criterio comparativo), per cui la valutazione diretta a stabilire se i rumori restino compresi o meno nei limiti della norma, deve essere riferita alla situazione locale, appropriatamente e globalmente considerata (Cass. 17051/2011; Cass. 3438/2010).

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