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Timestamp: 2020-08-03 15:58:23+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 2283 del 30/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2283 del 30/01/2017
Cassazione civile, sez. VI, 30/01/2017, (ud. 01/12/2016, dep.30/01/2017), n. 2283
sul ricorso 20484/2015 proposto da:
B.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ARCHIMEDE
122, presso lo studio dell’avvocato FABIO MICALI, rappresentato e
difeso dall’avvocato FRANCESCO MICALI, giusta mandato a margine del
PULLI, EMANUELA CAPANNOLO e MAURO RICCI, giusta procura a margine
avverso la sentenza n. 604/2015 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,
01/12/2016 dal Consigliere Dott. FABRIZIA GARRI;
La Corte di appello di Messina ha accolto in parte il ricorso di B.S. ed ha fissato la decorrenza della prestazione assistenziale già riconosciuta dal Tribunale invece che dal (OMISSIS) – data della visita medica da parte del consulente – dal mese di gennaio del 2011 sottolineando che per il periodo precedente non vi era documentazione medica che consentisse l’ulteriore retrodatazione. La Corte territoriale ha poi compensato tra le parti le spese di entrambi i gradi del giudizio, lasciando quelle di ctu a carico dell’Inps, in ragione dell’accertata decorrenza della prestazione in epoca comunque successiva all’introduzione del giudizio di primo grado.
Per la cassazione del capo della decisione con il quale sono state compensate le spese del giudizio ricorre B.S. e la censura per violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., ed in relazione ad un omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.
Tanto premesso va rammentato che il potere del giudice d’appello di procedere d’ufficio ad un nuovo regolamento delle spese processuali, quale conseguenza della pronunzia di merito adottata, sussiste in caso di riforma in tutto o in parte della sentenza impugnata, in quanto il corrispondente onere deve essere attribuito e ripartito in ragione dell’esito complessivo della lite, mentre in caso di conferma della sentenza impugnata, la decisione sulle spese può essere dal giudice del gravarne modificata soltanto se il relativo capo della sentenza abbia costituito oggetto di specifico motivo d’impugnazione (cfr., da ultimo, Cass. 14.10.2013 n. 23226).
Oltre che per il caso di soccombenza reciproca, le gravi ed eccezionali ragioni da indicarsi esplicitamente nella motivazione, in presenza delle quali, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2 (nel testo introdotto dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, applicabile ratione temporis), il giudice può compensare, in tutto o in parte, le spese del giudizio non possono essere tratte dal tipo di procedimento contenzioso applicato, dalle particolari disposizioni processuali che lo regolano, dalla semplicità della materia del contendere o, genericamente, dalla natura della lite, ma devono trovare riferimento in specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa (cfr. Cass. 15.12.11 n. 26987; Cass. 13.7.11 n. 15413 e recentemente Cass. n. 16115 del 2016).
Diversamente, la compensazione delle spese si tradurrebbe – in specie ove l’importo delle spese sia prossimo a quello del danno economico che la parte abbia inteso evitare facendo valere innanzi al giudice un proprio diritto – in una sostanziale soccombenza di fatto della parte vittoriosa, con lesione del diritto di agire in giudizio e di difendersi ex art. 24 Cost. (cfr. Cass. 20188/2013, che richiama Cass. 10.6.11 n. 12893 oltre alla n. 16115 del 2016 citata).
Tanto premesso va rilevato che nel caso in esame il giudice del gravame ha compensato le spese evidenziando che comunque, anche per effetto della riforma della sentenza di primo grado, lo stato invalidante era insorto quando il giudizio di primo grado era già stato introdotto (ricorso del 2009 insorgenza dello stato invalidante gennaio 2011).
Il limitato accoglimento del gravame e – nel suo complesso – della domanda proposta dal ricorrente integra quell’ipotesi di soccombenza reciproca che giustifica la compensazione delle spese del giudizio.
Quanto al secondo motivo deve aggiungersi che, con la sentenza del 7 aprile 2014 n. 8053, le Sezioni Unite hanno chiarito che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dai confronto con le risultanze processuali.
Dunque, per le fattispecie ricadenti ratione temporis nel regime risultante dalla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), ad opera del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, il vizio di motivazione si restringe a quello di violazione di legge. La legge in questo caso è l’art. 132 c.p.c., che impone al giudice di indicare nella sentenza “la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione”. Perchè la violazione sussista, secondo le Sezioni Unite, si deve essere in presenza di un vizio “così radicale da comportare con riferimento a quanto previsto dall’art. 132 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza per mancanza di motivazione”. Mancanza di motivazione si ha quando la motivazione manchi del tutto oppure formalmente esista come parte del documento, ma le argomentazioni siano svolte in modo “talmente contraddittorio da non permettere di individuarla, cioè di riconoscerla come giustificazione del decisum”.
Pertanto, a seguito della riforma del 2012 scompare il controllo sulla motivazione con riferimento al parametro della sufficienza, ma resta il controllo sulla esistenza (sotto il profilo della assoluta omissione o della mera apparenza) e sulla coerenza (sotto il profilo della irriducibile contraddittorietà e dell’illogicità manifesta)”.
Nessuno di tali vizi ricorre nel caso in esame, atteso che la compensazione è stata disposta sulla base del riferimento al criterio suindicato, della posteriore decorrenza del beneficio rispetto all’epoca della domanda amministrativa (peraltro neanche indicata dal B. nel presente ricorso). La motivazione non è assente o meramente apparente, nè gli argomenti addotti a giustificazione dell’apprezzamento fattuale risultano manifestamente illogici o contraddittori. (cfr. in termini anche Cass. 6-lav. n. 12358 del 2016). Per tutto quanto sopra considerato, il ricorso, complessivamente manifestamente infondato, deve essere rigettato.
Quanto alle spese ne va dichiarata la non ripetibilità sussistendone le condizioni previste dall’art. 152 disp. att. c.p.c..
Dichiara non ripetibili le spese del giudizio di legittimità.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 24
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 54
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