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Timestamp: 2018-08-16 15:40:59+00:00

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Lavoro interinale: se si violano le norme si instaura rapporto con l’impresa utilizzatrice Cassazione Civile, sez. VI-L, ordinanza 06/04/2016 n° 6608 | Sindacato FSI
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Lavoro interinale: se si violano le norme si instaura rapporto con l’impresa utilizzatrice Cassazione Civile, sez. VI-L, ordinanza 06/04/2016 n° 6608
SEZIONE VI CIVILE – L
Ordinanza 11 febbraio – 6 aprile 2016, n. 6608
“Con sentenza del 16.4.2014, la Corte di appello di Roma, in accoglimento del gravarne proposto da M.L. , ed in riforma della sentenza del Tribunale, accertava la illegittimità della causale apposta al primo dei contratti di lavoro interinale conclusi con la Obiettivo Lavoro in favore di Italferr s.p.a. e dichiarava che tra M.L. e quest’ultima società si era instaurato un rapporto di lavoro a tempo indeterminato sin dalla data di conclusione del contratto, condannando la società al pagamento, in favore dell’appellante, della indennità risarcitoria ex art. 32 della legge 183/2010, nella misura di sei mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, pari ad euro 1200,00, oltre accessori di legge, dal 28.1.2003 al saldo.
Esclusa la ricorrenza di un’ipotesi di risoluzione consensuale del rapporto per l’inerzia prolungata della M. rispetto all’azione giudiziale, rilevava la Corte che, con riferimento alle esigenze di natura temporanea legittimanti il ricorso al lavoro temporaneo, doveva ritenersi, alla luce dell’insegnamento giurisprudenziale di legittimità tratto dalle pronunzie nn. 21837/2012 e 1148/2013, che la causale riportata nel contratto “punte di intensa attività”, che si limitava a richiamare una delle ipotesi previste dal ccnl (“incrementi produttivi a carattere temporaneo”), fosse del tutto generica, in quanto non aggiungeva alcuna specificazione che consentisse di individuare le ragioni dell’asserito aumento e della necessità di ricorso al lavoro interinale.
Quanto al primo motivo, come da questa Corte più volte affermato “nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, affinché possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo” (v, Cass. 10-112008 n. 26935, Cass. 28-9-2007 n. 20390, Cass. 17-12-2004 n. 23554, nonché più di recente, Cass. 18-11-2010 n. 23319, Cass. 11-3-2011 n. 5887, Cass. 4-8-2011 n. 16932, Cass. 28.1.2014 n. 1780).
La mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine, quindi, “è di per sé insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso” (v. Cass. 15 – 11 – 2010 n. 23057, Cass. 11-3-2011 n. 5887), mentre “grava sul datore di lavoro”, che eccepisca tale risoluzione, “l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro” (v. Cass. 2-12-2002 n. 17070 e fra le altre, Cass. 1-2-2010 n. 2279).
In ordine a tali censure, è sufficiente osservare, in conformità a quanto già affermato da questa Corte, che “in materia di rapporto di lavoro interinale, la mancanza o la generica previsione, nel contratto intercorrente tra l’impresa fornitrice ed il singolo lavoratore, dei casi in cui è possibile ricorrere a prestazioni di lavoro temporaneo, in base ai contratti collettivi dell’impresa utilizzatrice, spezza l’unitarietà della fattispecie complessa voluta dal legislatore per favorire la flessibilità dell’offerta di lavoro nella salvaguardia dei diritti fondamentali del lavoratore e fa venir meno quella presunzione di legittimità del contratto interinale, che il legislatore fa discendere dall’indicazione nel contratto di fornitura delle ipotesi in cui il contratto interinale può essere concluso. La Corte del merito ha correttamente evidenziato che nel caso considerato, nella narrativa “in fatto”, la società ha allegato sicuramente fatti riferiti alla normale attività connessa all’acquisizione di commesse, ma ha omesso di specificare in che termini la realizzazione della tratta della linea TAV invocata, da eseguire in un lasso temporale prolungato, avesse trovato effettiva esecuzione e di indicare i riflessi di tale realizzazione sulla consistenza dell’organico necessario per fronteggiare l’attività relativa.
Al di là della mancata produzione del CCNL di riferimento – che contravviene al disposto di cui all’art. 369, comma secondo, n. 4 c.p.c. che sanziona in termini di improcedibilità il ricorso, il cui deposito non sia accompagnato pure dal deposito degli atti processuali, dei documenti e degli accordi collettivi su cui si fonda, in coerenza con la necessità di adempimento di un duplice onere riferito alla indicazione esatta nel ricorso della fase processuale e del fascicolo di parte in cui si trovi il documento ed a quella di trascrizione nel ricorso del suo esatto contenuto. (2861/14; 2427/14; 2966/11) -, va rilevato che correttamente è stato evidenziato dalla Corte territoriale che la mancanza di specificità della causale aveva riflessi anche sull’adempimento dell’onere probatorio facente capo alla società utilizzatrice, determinando l’impossibilità di ogni dimostrazione relativa alla necessità di ricorrere alla fornitura dei lavoro temporaneo per la dedotta mansione di addetta segreteria 5 livello, affidata alla M. .
L’illegittimità del contratto di fornitura comporta le conseguenze previste dalla legge sul divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro, e quindi l’instaurazione del rapporto di lavoro con il fruitore della prestazione, cioè con il datore di lavoro effettivo. Infatti, l’art. 10, comma 1, collega alle violazioni delle disposizioni di cui all’art. 1, commi 2, 3, 4 e 5 (cioè violazioni di legge concernenti proprio il contratto commerciale di fornitura), le conseguenze previste dalla legge 1369 del 1960, consistenti nel fatto che “i prestatori di lavoro sono considerati, a tutti gli effetti, alle dipendenze dell’imprenditore che effettivamente abbia utilizzato le loro prestazioni”. In tal senso questa Corte si è espressa, in modo univoco e costante, con una pluralità di decisioni, a cominciare da Cass. 23 novembre 2010 n. 23684; Cass. 24 giugno 2011 n. 13960; Cass. 5 luglio 2011 n. 14714 alle cui motivazioni si rinvia per ulteriori approfondimenti).
Le medesime sentenze hanno precisato che alla conversione soggettiva del rapporto, si aggiunge la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato, per intrinseca carenza dei requisiti richiesti dal decreto legislativo 368 del 2001 ai fini della legittimità del lavoro a tempo determinato tra l’utilizzatore ed il lavoratore (sul punto v. anche: Cass. 6933/2012, Cass. 5.12.2012 n. 21837, Cass. 17.1.2013 n. 1148). L’effetto finale è la conversione del contratto per prestazioni di lavoro temporaneo in un ordinario contratto di lavoro a tempo indeterminato tra l’utilizzatore della prestazione, datore di lavoro effettivo, e il lavoratore. Va, invero, qui ribadito, in conformità a quanto già affermato da questa Corte, che trova applicazione il disposto di cui alla L. 24 giugno 1997, n. 196, art. 10 e dunque quanto previsto dalla L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 1 per cui il contratto di lavoro col fornitore “interposto” si considera a tutti gli effetti instaurato con l’utilizzatore “interponente” (v. Cass. 24.6.2011 n. 13960; Cass. 5.12.2012 n. 21837, Cass. 17.1.2013 n.1148 cit.). Si è in presenza di un collegamento negoziale che costituisce fenomeno incidente direttamente sulla causa dell’operazione contrattuale che viene posta in essere, caratterizzata da una interdipendenza funzionale dei diversi atti negoziali – il contratto di fornitura e il contratto per prestazione di lavoro temporaneo quest’ultimo venendo dalla società fornitrice concluso allo scopo, noto all’utilizzatore, di soddisfare l’interesse di quest’ultimo ad acquisire la disponibilità di prestazioni di lavoro – rivolta a realizzare una finalità pratica unitaria. Tale collegamento, in particolare, acquisisce autonoma rilevanza giuridica, tenuto conto che le parti contrattuali, diverse, sono consapevoli del nesso teleologico tra i più atti negoziali, e lo stesso si palesa all’esterno proprio in ragione dell’obiettivo della flessibilità. A ciò consegue, peraltro, che i motivi di cui all’art. 3, comma 3, lett. a), vale a dire quelli del ricorso alla fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo, la cui indicazione è richiesta con riguardo al contenuto del contratto intercorrente tra impresa fornitrice e singolo lavoratore, hanno una valenza autonoma e concorrono ad integrare il disposto di cui all’art. 1, comma 2, lett. a), sulla possibilità che il contratto di fornitura tra l’impresa utilizzatrice e quella fornitrice sia concluso nei casi previsti dagli accordi collettivi nazionali della categoria di appartenenza dell’impresa utilizzatrice, il tutto nell’ottica di una visione dei rapporti tra loro collegati. Conseguenza dell’indicata violazione è l’applicazione del disposto di cui all’art. 10 e, dunque, di quanto previsto dalla L. n. 1369 del 1960, art. 1, u.c., per cui il contratto di lavoro col fornitore “interposto” si considera a tutti gli effetti instaurato con l’utilizzatore “interponente”. È stato, invero, osservato che “diverse sono le ragioni che inducono a ritenere che la suddetta sanzione si applichi anche nell’ipotesi generale di cui alla L. n. 196 dei 1997, art. 10, comma 1. Anzitutto, il richiamo generalizzato ed indifferenziato contenuto in tale comma alla L. n. 1369 del 1960 sul divieto di intermediazione ed interposizione nelle prestazioni di lavoro non può avere altro significato, nell’intenzione dei legislatore, che quello di veder applicate le conseguenze sanzionatorie di tale disciplina alle ipotesi di violazione della disposizione di cui alla L. n. 196 del 1997, art. 1, comma 2, lett. a), vale a dire la violazione alla regola, normativamente contemplata, di conclusione del contratto di fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo nei casi previsti dai contratti collettivi nazionali della categoria di appartenenza dell’impresa utilizzatrice, stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi”. È stato evidenziato che “non bisogna, infatti, dimenticare che, allorquando era vigente la L. n. 1369 del 1960, la normalità era rappresentata dalla figura del contratto di lavoro a tempo indeterminato, per cui alla sostituzione soggettiva del reale datore di lavoro interponente, quale effettivo utilizzatore della prestazione lavorativa oggetto dell’operazione di intermediazione o di interposizione, al fittizio datore di lavoro interposto si accompagnava l’instaurazione di un rapporto lavorativo normalmente a tempo indeterminato, non essendo, ovviamente, possibile costituire un rapporto a termine che rappresentava all’epoca l’eccezione” e che “non vale ad escludere una tale interpretazione il fatto che la sanzione della instaurazione di un rapporto lavorativo a tempo indeterminato è prevista espressamente dall’art. 10, comma 2, per l’ipotesi della mancanza di forma scritta dei contratto: invero, è agevole osservare che se una tale sanzione è prevista per l’ipotesi meno grave del vizio formale della m. nza della forma scritta dell’accordo, a maggior ragione essa non può non essere applicata a quella più grave, in quanto ingiustificata, della violazione sostanziale dell’inosservanza della disposizione di cui alla L. n. 196 del 1997, art. 1, comma 2, lett. a), vale a dire della regola che il contratto di fornitura sia concluso per i casi prefigurati dalla contrattazione collettiva espressione dei sindacati comparativamente più rappresentativi”.
È stato, poi, richiamato l’insuperabile argomento sistematico per il quale, diversamente opinando, verrebbe ad essere facilmente aggirata la disciplina limitativa del contratto a termine invero, una volta costituito con l’impresa fornitrice interposta il contratto a termine, qualora si volesse sostenere che anche il rapporto che si instaura “ex lege” con l’impresa utilizzatrice interponente debba essere a termine, ad onta della accertata illegittimità dell’apposizione dei termine, si perverrebbe alla inaccettabile ed assurda situazione per la quale la violazione dei divieto di interposizione di mano d’opera consentirebbe all’interponente di beneficiare di una prestazione a termine altrimenti preclusa. Va da sé che il termine apposto a contratto di lavoro temporaneo col fornitore interposto può essere salvato, nella imputazione “ex lege” del contratto all’utilizzatore interponente, solo se il negozio concluso è di per sé stesso conforme alla disciplina del lavoro a termine, avendone l’utilizzatore fornito la prova, in quanto diversamente sarebbe esclusa in radice la legittimità del ricorso al contratto di fornitura.
Un avallo alla ricostruzione operata è stato rinvenuto nella sentenza n. 58 del 16 febbraio 2006 della Corte costituzionale che ha dichiarato incostituzionale, per irragionevolezza e contrarietà al principio di tutela del lavoro, l’intervento legislativo (L. n. 388 del 2000, art. 117, comma 1) col quale la trasformazione del contratto prevista dal secondo periodo della L. n. 196 del 1997, art.10, comma 2 (contratto per prestazioni di lavoro temporaneo di cui alla L. n. 196 de11997, art. 3, mancante della forma scritta ovvero degli elementi di cui all’art. 3, comma 3, lett. g), era stata sancita a tempo “determinato invece che “indeterminato”, (cfr. in tali termini Cass. 5.12.2012, n. 21837, nonché Cass. 17 1 2013 n. 1148, Cass. 23.11.2011 n. 23684).
In ordine alla conseguenze risarcitorie ed alla doglianza espressa con riguardo alla mancata detrazione dell’aliunde perceptum, è sufficiente osservare che, come affermato da questa Corte (Cass., n. 3056 del 2012 e da numerose altre successive), lo “ius superveniens” costituito dalla L. n. 183 del 2010, ex art. 32, commi 5, 6 e 7, (invocato dalla società già nel giudizio di gravame ed applicato dalla Corte d’appello) configura, alla luce dell’interpretazione adeguatrice offerta dalla Corte costituzionale con sentenza n. 303 del 2011, una sorta di penale “ex lege” a carico del datore di lavoro che ha apposto il termine nullo; pertanto, l’importo dell’indennità è liquidato dal giudice, nei limiti e con i criteri fissati dalla novella, a prescindere dall’intervenuta costituzione in mora del datore di lavoro e dalla prova di un danno effettivamente subito dal lavoratore (senza riguardo, quindi, per l’eventuale “aliunde perceptum”), trattandosi di indennità “forfetizzata” e “onnicomprensiva” per i danni causati dalla nullità del termine nel periodo cosiddetto “intermedio” (dalla scadenza del termine alla sentenza di conversione). Le argomentazioni che precedono inducono al rigetto anche del ricorso incidentale della società Ferservizi incentrato sulla violazione dell’art. 1372 c.c..
Per tutto quanto sopra considerato, si propone, ex art. 375 cod. proc. civ., n. 5, il rigetto del ricorso principale e di quello incidentale”.
La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità dell’art. 13, comma 1 quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, legge 24 dicembre 2012, n. 228. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poiché l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione sia principale che incidentale, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (così Cass. Sez. Un. n. 22035/2014).

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 32
 Cass. 
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
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 art. 10
 art. 1
 Cass. 
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 art. 10
 art. 1
 art. 1
 sentenza 
 art. 117
 art.10
 art. 3
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 Cass. 
 art. 32
 sentenza 
 sentenza 
 art. 375
 Cass. Sez.