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Timestamp: 2020-06-07 10:50:30+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 23248 del 05/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23248 del 05/10/2017
Cassazione civile, sez. II, 05/10/2017, (ud. 10/05/2017, dep.05/10/2017), n. 23248
sul ricorso 15078-2012 proposto da:
D.C.F., DI.CO.FR., D.C.L., elettivamente
domiciliati in ROMA, VIA VENTI SETTEMBRE 98/E DECEDUTO, presso lo
studio dell’avvocato ALBERTO BARBARA, che li rappresenta e difende;
M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, V. FALERIA 17
(TEL. 06.77076807), presso lo studio dell’avvocato SALVATORE EUGENIO
DAIDONE, che lo rappresenta e difende;
EREDI DI B.E. COLLETTIVAMENTE ED IMPERSONALMENTE;
MA.GI., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA
CONSULTA 50, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO MANCINI, che lo
rappresenta e difende giusta procura speciale notarile del 2/5/2017
rep. 527;
avverso la sentenza n. 1723/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
uditi gli Avvocati DAIDONE Salvatore Eugenio, MANCINI Antonio
difensori dei rispettivi resistenti che si riportano agli atti.
Con atto di citazione notificato l’11 e il 16 maggio 1990 Ma.Gi. conveniva in giudizio, avanti al Tribunale di Roma, la madre B.E., il fratello G. e il cognato D.C.L. (marito della defunta sorella Ga.), in proprio e quale esercente la potestà sulle figlie minori Fr. e F., perchè si procedesse alla divisione della eredità lasciata dal padre M.P., con l’attribuzione delle quote spettanti a ciascun avente diritto alla stregua del testamento paterno formato per atto pubblico del 23 marzo 1988.
Con sentenza non definitiva depositata il 21 dicembre 1995 il Tribunale, per quanto qui ancora interessa, dichiarava aperta la successione testamentaria di M.P., accertando che i coeredi concorrevano alla divisione dell’asse secondo le quote precisate in motivazione. Tale sentenza veniva confermata dalla Corte di appello di Roma, adita da B.E. e M.G., con sentenza n. 2363/00 depositata il 6 luglio 2000 e passata in giudicato.
Con atto di citazione notificato in data 24 e 25 gennaio 2007, M.G. proponeva domanda di revocazione, ex art. 395 c.p.c., n. 3, avverso la menzionata sentenza della corte d’appello del 6 luglio 2000, deducendo che, in data 26 dicembre 2006, aveva rinvenuto nell’appartamento della madre, B.E., un nuovo testamento olografo del padre M.P., datato 30 gennaio 1989, del quale si ignorava precedentemente l’esistenza e con il quale il de cuius aveva lasciato la quota disponibile al figlio G. (invece che alla moglie B.E., come previsto nel testamento posto a base della sentenza revocanda).
Nel giudizio di revocazione si costituivano sia Ma.Gi., sia B.E., sia gli eredi di Ma.Ga. – sigg.ri L., Fr. e D.C.F. – e, all’esito, la corte d’appello di Roma, con sentenza depositata il 28 marzo 2012, disponeva la revocazione della menzionata sentenza di secondo grado n. 2363/00 e, rilevato che il testamento ritrovato modificava le quote ereditarie che il tribunale di Roma aveva fissato, sulla scorta del precedente testamento del 23 marzo 1988, con la sentenza non definitiva del 21 dicembre 1995, riformava quest’ultima sentenza, ripartendo l’asse ereditario alla stregua del testamento olografo datato 30 gennaio 1989.
Per la cassazione della sentenza della corte d’appello hanno proposto ricorso L., Fr. e D.C.F. sulla base di un unico motivo, riferito al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (che nel presente giudizio, avente ad oggetto l’impugnazione di una sentenza depositata nel marzo 2012, è applicabile nel testo anteriore alla modifica recata dal D.L. n. 83 del 2012, convertito con la L. n. 134 del 2012).
M.G. ha depositato controricorso a ministero dell’avvocato Moroni Ignazio (successivamente sostituito dagli avvocati Enrico Perrella e Francesco Capecci, successivamente anch’essi, a propria volta, sostituiti dall’avv. Salvatore Didone) contestando l’impugnazione, mentre Ma.Gi. si è costituita in questo giudizio depositando procura notarile ad litem; nessuna attività difensiva è stata invece svolta nella presente sede dagli eredi di B.E., deceduta dopo la pubblicazione della sentenza qui gravata, ai quali il ricorso per cassazione è stato notificato (correttamente, cfr. Cass. 5511/16) in forma collettiva ed impersonale nell’ultimo domicilio della stessa B.E..
All’udienza del 13/7/16, in cui la causa era stata chiamata, il Collegio, preso atto del decesso del procuratore dei ricorrenti, disponeva il rinvio della causa a nuovo ruolo e la notifica dell’avviso di fissazione di udienza ai ricorrenti personalmente.
In data 11/8/16 la resistente Ma.Gi. ha depositato un verbale di pubblicazione deposito del testamento olografo del 9 gennaio 2015, giusta nota del deposito notificata alle altre parti ai sensi dell’art. 372 c.p.c.
Alla successiva udienza dell’11/11/16 il Collegio, rilevato che il ricorrente D.C.L. era a proprio volta deceduto, disponeva il rinvio della causa a nuovo ruolo, ordinando che l’avviso di udienza venisse notificato personalmente ai suoi eredi.
La causa è stata infine discussa alla pubblica udienza del 10.5.17, per la quale non sono state depositato memorie illustrative e nella quale il Procuratore Generale ha concluso come in epigrafe.
Con l’unico motivo di ricorso si deduce l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa due punti decisivi della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
In particolare, parte ricorrente contesta la motivazione della Corte d’appello di Roma sia in relazione al tempo del ritrovamento della scheda testamentaria, sia riguardo all’impossibilità oggettiva che la stessa venisse ritrovata in precedenza, argomentando che gli argomenti logico-giuridici utilizzati dal giudice della revocazione non soddisferebbero il principio dell’id quod plerumque accidit.
Il motivo va disatteso perchè pretende una revisione dell’apprezzamento delle risultanze istruttorie, appuntandosi, in sostanza, contro le conclusioni a cui è approdato il libero convincimento del giudice di merito e non contro eventuali vizi del percorso formativo di tale convincimento; esso cioè si risolve in una istanza di revisione, da parte della Corte di cassazione, delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito. La censura risulta dunque inammissibile, perchè, come questa Corte ha più volte affermato (cfr. sent. n. 7972/07), nel giudizio di cassazione la deduzione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 non consente alla parte di censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impugnata,contrapponendo alla stessa una sua diversa interpretazione, al fine di ottenere la revisione da parte del giudice di legittimità degli accertamenti di fatto compiuti dal giudice di merito: le censure poste a fondamento del ricorso non possono pertanto risolversi nella sollecitazione di una lettura delle risultanze processuali diversa da quella operata dal giudice di merito, o investire la ricostruzione della fattispecie concreta, o riflettere un apprezzamento dei fatti e delle prove difforme da quello dato dal giudice di merito.
Le spese seguono la soccombenza, dovendosi liquidare per MA.Gi. in ragione dell’attività difensiva prestata dal suo difensore in sede di discussione orale.
Condanna i ricorrenti a rifondere ai contro ricorrenti le spese del giudizio di cassazione, liquidandole per M.G. in Euro 3.000, oltre Euro 200 per esborsi ed oltre accessori di legge, e per Ma.Gi. in Euro 2.000, oltre Euro 200 per esborsi ed oltre accessori di legge.

References: Sentenza 
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 art. 395
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 Cass. 
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