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﻿ Cassazione sentenza n. 17334 del 11 ottobre 2012 - Sicurezza sul lavoro per attività portuale e carcinoma polmonare - Studio Cerbone
Cassazione sentenza n. 17334 del 11 ottobre 2012 – Sicurezza sul lavoro per attività portuale e carcinoma polmonare
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Corte di Cassazione sentenza n. 17334 del 11 ottobre 2012
SICUREZZA SUL LAVORO – MALATTIA PROFESSIONALE – ATTIVITA’ PORTUALE E CARCINOMA POLMONARE – RESPONSABILITA’ DEL DATORE DI LAVORO
La responsabilità dell’imprenditore per la mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità fisica del lavoratore discende o da norme specifiche o, quando queste non siano rinvenibili, dalla norma di ordine generale di cui all’art. 2087 c.c., la quale impone all’imprenditore l’obbligo di adottare nell’esercizio dell’impresa tutte quelle misure che, secondo la particolarità del lavoro in concreto svolto dai dipendenti, si rendano necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori.
Con ricorso al Giudice del lavoro del Tribunale di Venezia gli eredi di (Omissis), lavoratore portuale dal 20-4-1957 al 31-3-1987, deceduto il (Omissis) per carcinoma polmonare, chiedevano che fosse dichiarata l’origine professionale della malattia, per la esposizione alla inalazione di fibre di amianto, e la responsabilità dell’Autorità Portuale di Venezia (APV) con conseguente condanna della stessa al risarcimento, iure hereditario, del danno biologico e del danno morale nelle misure indicate o in quelle diverse di giustizia.
Si costituiva l’APV eccependo la nullità del ricorso per indeterminatezza del soggetto convenuto, il proprio difetto di legittimazione passiva e la incompetenza funzionale del giudice adito, l’intervenuta prescrizione e, nel merito, contestando la fondatezza della domanda.
Il giudice con ordinanza del 22-6-2005 non autorizzava sia la chiamata in causa delle società armatrici, ritenendola eccessivamente generica, sia la chiamata in causa della società cooperativa poiché nei confronti della stessa non era stata proposta alcuna domanda dalle parti.
La causa veniva quindi istruita sulla scorta della documentazione prodotta dalle parti e dell’esame dei testi dalle stesse addotti nonché mediante CTU medico-legale.
All’esito il giudice, accoglieva la domanda e condannava l’APV al pagamento della somma complessiva di euro 51.720,00, per danni biologici (euro 11.720,00) e morali (euro 40.000,00), oltre interessi e rivalutazione dalla messa in mora a saldo.
L’APV proponeva appello avverso la detta sentenza deducendo il litisconsorzio necessario con l’INAIL, a seguito della istituzione del Fondo Vittime per l’amianto ex Legge n. 244 del 2007, ribadendo la nullità del ricorso introduttivo, la propria carenza di legittimazione passiva la incompetenza funzionale del giudice del lavoro e la intervenuta prescrizione, e censurando la pronuncia di primo grado sotto i profili relativi alla carenza del nesso di causalità tra le lavorazioni svolte dal (Omissis) e la patologia e alla consapevolezza all’epoca dei fatti.
Con sentenza non definitiva in data 7-4-2009 (pubblicata il 23-6-2009) la Corte d’Appello di Venezia rigettava le eccezioni relative al difetto di integrazione del contraddittorio, alla nullità del ricorso, al difetto di legittimazione passiva, all’incompetenza funzionale del giudice del lavoro e alla prescrizione.
sulla eccepita nullità del ricorso introduttivo per indeterminatezza del convenuto rilevava la univocità dell’atto introduttivo rivolto chiaramente nei confronti del Provveditorato al Porto (poi APV) nonché la mancanza di qualsiasi domanda nei confronti della Compagnia Lavoratori Portuali (CLP);
sull’eccezione di carenza di legittimazione passiva accertava che nel contesto dell’attività portuale presso il porto di (Omissis) l’unico soggetto dotato di caratteristiche imprenditoriali era l’APV e tale elemento era sufficiente a ricondurre a tale soggetto l’esclusiva incombenza del rispetto della normativa ex art. 2087 c.c., indipendentemente dalla sussistenza di un diretto rapporto di lavoro tra le parti;
sull’eccezione di incompetenza funzionale del giudice del lavoro rilevava che nelle controversie relative a rapporti di lavoro subordinato ex art. 409 c.p.c., n. 1 dovevano annoverarsi tutte quelle in cui la pretesa fatta valere in giudizio si ricollegasse direttamente al detto rapporto, non essendo necessario che lo stesso costituisse la causa petendi della pretesa fatta valere in giudizio;
infine sull’eccezione di prescrizione, riteneva che nella fattispecie, riconducibile all’art. 1173 c.c., u.p., andava applicato l’ordinario termine decennale, non decorso.
Avverso tale sentenza non definitiva l’APV ha proposto ricorso con sei motivi.
Nel frattempo la Corte d’Appello di Venezia, con sentenza definitiva pubblicata il 26-7-2010, in parziale accoglimento dell’appello dell’APV e in parziale riforma della sentenza di primo grado rideterminava le spettanze dovute agli eredi (Omissis) in euro 45.000,00 e compensava per metà le spese del primo grado, compensando altresì per la metà anche le spese d’appello e condannando l’APV al pagamento della residua metà.
In sintesi la Corte veneziana alla luce delle risultanze della CTU confermava la sussistenza del nesso causale tra l’esposizione professionale all’amianto e la genesi della patologia polmonare rivelatasi letale e affermava che. sotto il profilo della colpa, era sempre e comunque esigibile da parte di APV la predisposizione di tutte quelle misure di prevenzione non adottate nel caso di specie.
Avverso tale sentenza l’APV ha proposto ricorso con tre motivi.
Infine in entrambe le cause le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c. DIRITTO
Al riguardo va qui ribadito il principio affermato da questa Corte secondo cui “i ricorsi per cassazione proposti contro sentenze che, integrandosi reciprocamente, definiscono un unico giudizio (come, nella specie, la sentenza non definitiva e quella definitiva) vanno preliminarmente riuniti, trattandosi di un caso assimilabile a quello – previsto dall’art. 335 c.p.c. – della proposizione di più impugnazioni contro una medesima sentenza” (v. Cass. 10-7-2001 n. 9377, cfr. Cass. 1-4-2004 n. 6391).
Con il primo motivo la ricorrente APV censura la sentenza impugnata per aver la stessa rigettato l’istanza di estensione necessaria del contraddittorio al Fondo per le vittime dell’amianto istituito dalla 1. n. 244 del 2007 presso l’INAIL e alla Compagnia Lavoratori Portuali (CLP) della quale (Omissis) era stato dapprima dipendente e poi socio lavoratore.
Con riferimento al primo la ricorrente lamenta che la Corte territoriale, erroneamente, da un lato ha ritenuto che la mancata adozione dei regolamenti attuativi del funzionamento del Fondo incidesse sulla sua stessa configurazione nell’ordinamento giuridico, dall’altro ha affermato che le erogazioni del Fondo sarebbero meramente aggiuntive rispetto al sistema risarcitorio previgente, mentre, invece, il Fondo, che è sorto con l’entrata in vigore della citata legge, avrebbe “esteso la copertura assicurativa INAIL (sia pure attraverso una gestione separata) a voci di danno che altrimenti spetterebbe alle imprese risarcire” (come ad esempio il danno biologico inferiore al 6% di invalidità come tale non coperto dalla rendita INAIL così completando “l’integrale socializzazione del danno alla salute del lavoratore esposto all’amianto”).
Con riguardo alla seconda la ricorrente ribadisce che la CLP era a tutti gli effetti, anche di fatto, il datore di lavoro dei lavoratori portuali, come tale comunque contraddittore necessario in una domanda avente titolo nell’art. 2087 c.c.
Il motivo è infondato in quanto legittimamente la Corte territoriale ha escluso il litisconsorzio necessario sia de) detto Fondo istituito presso l’INAIL sia della CLP.
Quanto al primo va rilevato che ai sensi della Legge n. 244 del 2007, art. 1, commi 241 e ss.:
“241. è istituito presso l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL), con contabilità autonoma e separata, un Fondo per le vittime dell’amianto, in favore di tutte le vittime che hanno contratto patologie asbesto-correlate per esposizione all’amianto e alla fibra “fiberfrax”, e in caso di premorte in favore degli eredi.
242. Le prestazioni del Fondo di cui al comma 241 non escludono e si cumulano ai diritti di cui alle norme generali e speciali dell’ordinamento.
243. Il Fondo di cui al comma 241 eroga, nel rispetto della propria dotazione finanziaria, una prestazione economica, aggiuntiva alla rendita, diretta o in favore di superstiti, liquidata ai sensi ……., fissata in una misura percentuale della rendita stessa definita dall’INAIL.
244. Il finanziamento del Fondo di cui al comma 241 è a carico, per un quarto, delle imprese e, per tre quarti, del bilancio dello Stato. L’onere a carico dello Stato è determinato in……Agli oneri a carico delle imprese si provvede con una addizionale sui premi assicurativi relativi ai settori delle attività lavorative comportanti esposizione all’amianto.
245. Per la gestione del Fondo di cui al comma 241 è istituito, senza maggiori oneri a carico della finanza pubblica, un comitato amministratore la cui composizione, la cui durata in carica e i cui compiti sono determinati con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.
246. L’organizzazione e il finanziamento del Fondo di cui al comma 241, nonché le procedure e le modalità di erogazione delle prestazioni, sono disciplinati con regolamento adottato con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge”. (Tale regolamento è stato da ultimo emanato soltanto con decreto 12 gennaio 2011, n. 30).
A prescindere, quindi, dalla mancata emanazione all’epoca del detto regolamento (considerata ad abundantiam nella sentenza impugnata – “Peraltro allo stato…”-), è evidente che trattasi di “prestazione economica, aggiuntiva alla rendita, diretta o in favore dei superstiti”, “fissata in misura percentuale della rendita stessa definita dall’INAIL”, che “non esclude e si cumula ai diritti di cui alle norme generali e speciali dell’ordinamento”.
Tale essendo il chiaro tenore letterale della norma di legge, legittimamente la Corte territoriale ha affermato che “le prestazioni dispensate dal Fondo non potranno escludere alcuno degli altri diritti stabiliti dall’ordinamento per i medesimi soggetti” e che “non si potrà opporre alcuna compensazione nè calcolo differenziale tra le prestazioni erogate dal Fondo e il diritto al risarcimento dei danni spettanti alle stesse vittime”.
Quanto, poi, all’asserito litisconsorzio necessario della CLP, rileva il Collegio che, come è stato affermato da questa Corte, con riferimento alla disciplina dell’epoca, “il rapporto di lavoro fra compagnie portuali – costituite in forma cooperativa ed aventi personalità giuridica – e singoli lavoratori soci si instaura solo quando le prime esercitano direttamente l’attività di impresa per le operazioni di carico e scarico e non anche quando le compagnie medesime si limitano a fornire la manodopera qualificata alle imprese portuali, ipotesi quest’ultima nella quale la compagnia portuale funziona, in pratica, da ufficio di collocamento e rimane pertanto esente da ogni responsabilità, anche in sede di rivalsa, per gli infortuni occorsi ai lavoratori” (v. Cass. 15-3-1995 n. 2992).
Del resto come pure è stato precisato, “in tema di lavoro portuale, nel regime giuridico precedente la Legge n. 84 del 1994, è inapplicabile il divieto di appalto di manodopera di cui alla Legge n. 1369 del 1960, in quanto gli articoli 110 e 111 cod. nav. prevedevano l’obbligo delle imprese concessionarie di servizi portuali di servirsi esclusivamente delle maestranze costituite nelle compagnie e nei gruppi portuali” (v. Cass. 14-7-2008 n. 19291).
Legittimamente, quindi, la Corte di merito ha escluso il litisconsorzio necessario con la CLP, avendo rilevato che la stessa si limitava a fornire (lecitamente) manodopera al Provveditorato al Porto, poi APV, unico soggetto che esercitava l’attività imprenditoriale all’origine dei fatti per cui è causa nonché unico destinatario delle richieste attoree.
Con il secondo motivo l’APV censura l’impugnata sentenza, per violazione di legge e vizio di motivazione, nella parte in cui ha rigettato l’eccezione (già avanzata in primo grado e reiterata in appello) di nullità de ricorso introduttivo per indeterminatezza del convenuto resistente, in mancanza di una indicazione formale dello stesso ed in presenza, nella narrativa dell’atto, di un costante e quasi esclusivo riferimento alla CLP, della quale il dante causa dei ricorrenti era in effetti socio-lavoratore.
Pur estendendosi il sindacato di legittimità all’esame diretto dell’atto e non al solo esame della sufficienza e logicità della motivazione della sentenza (in tal senso cfr. da ultimo Cass. S.U. 22-5-2012 n. 8077), è indubbio, infatti, così come in sostanza rilevato dalla Corte territoriale, che il ricorso introduttivo, evidenziando “la responsabilità del Provveditorato al Porto, oggi APV, non solo per violazione della specifica disciplina richiamata (quella antinfortunistica) ma anche in ogni caso per violazione dell’art. 2087 c.c.” nonché in particolare la “responsabilità dell’insorgenza del carcinoma polmonare e, conseguentemente, del decesso del signor (Omissis)” in capo al Provveditorato al Porto, oggi APV, nei cui confronti, soltanto, erano formulate le conclusioni, era chiaramente rivolto contro l’AUTORITA’ Portuale, la quale del resto è stata messa in grado di difendersi ampiamente fin dall’inizio.
Con il terzo motivo l’APV censura la sentenza non definitiva nella parte in cui ha rigettato l’eccezione di carenza di legittimazione passiva formulata dalla stessa AUTORITA’ Portuale, deducendo che, contrariamente a quanto affermato dalla Corte di merito, la CLP “possedeva le caratteristiche di soggetto esercente attività di impresa per le operazioni di carico e scarico delle navi, non l’ex Provveditorato al Porto”.
All’uopo la ricorrente sostiene che tanto sarebbe emerso dalle “testimonianze raccolte in primo grado sull’organizzazione del lavoro dei portuali e sulla suddivisione di compiti e responsabilità tra ente portuale e CLP”, legati da un “ordinario rapporto di committenza di servizi, nel quale non avveniva alcun contatto diretto tra lavoratore portuale avviato ed ente portuale committente”, non avendo peraltro quest’ultimo alcuna competenza, nemmeno di vigilanza o ispettiva, sul materiale svolgimento del lavoro di carico e scarico delle navi.
Il motivo risulta in gran parte inammissibile sia perché privo di autosufficienza, non essendo riportate completamente le testimonianze invocate, sia perché in effetti si risolve nella riproposizione della propria diversa lettura delle risultanze processuali ed in definitiva nella richiesta di un riesame del merito inammissibile in questa sede.
Come è stato ripetutamente affermato da questa Corte, “la valutazione degli elementi probatori è attività istituzionalmente riservata al giudice di merito, non sindacabile in cassazione se non sotto il profilo della congruità della motivazione del relativo apprezzamento” (v. fra le altre Cass. 13-1-2003 n. 322, Cass. 17-11-2005 n. 23286, Cass. 18-5-2006 n. 11660) ed anche sotto tale profilo il controllo di logicità del giudizio di fatto non equivale alla “revisione del ragionamento decisorio”, dovendo escludersi ogni possibilità per la Suprema Corte di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso la autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa” (v., fra le altre, da ultimo Cass. 7-6-2005 n. 11789, Cass. 6-3-2006 n. 4766).
Per il resto il motivo è altresì infondato in quanto, sul punto, la Corte di merito, alla luce delle risultanze processuali, ha accertato che “nel contesto dell’attività portuale presso il porto di (Omissis) unico soggetto dotato di caratteristiche imprenditoriali era APV” ed ha affermato che “questo elemento serve a ricondurre a tale soggetto l’esclusiva incombenza del rispetto della normativa ex art. 2087 c.c. indipendentemente dalla diretta dipendenza dei lavoratori, che eseguono la propria attività in un contesto nel quale una sola è la figura imprenditoriale di preminenza”.
Tale decisione, oltreché congruamente motivata in fatto, risulta, infatti, conforme al principio affermato da questa Corte, secondo cui “l’art. 2087 c.c., che, integrando le disposizioni in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro previste da leggi speciali, impone all’imprenditore l’adozione di misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro, è applicabile anche nei confronti del committente, tenuto al dovere di provvedere alle misure di sicurezza dei lavoratori anche se non dipendenti da lui, ove egli stesso si sia reso garante della vigilanza relativa alle misure da adottare in concreto, riservandosi i poteri tecnico – organizzativi dell’opera da eseguire” (v. Cass. 22-3-2002 n. 4129, Cass. 28-10-2009 n. 22818).
Con il quarto motivo l’APV censura la sentenza non definitiva nella parte in cui ha rigettato l’eccezione di incompetenza funzionale del giudice del lavoro. All’uopo la ricorrente ribadisce che gli attori hanno agito iure hereditatis e che il dante causa non è mai stato dipendente dell’AUTORITA’ Portuale e neppure della CLP, bensì socio lavoratore di quest’ultima.
Come è stato più volte affermato da questa Corte e va qui nuovamente enunciato, “per controversie relative a rapporti di lavoro subordinato ai sensi dell’art. 409 c.p.c., n. 1, debbono intendersi non solo quelle relative alle obbligazioni propriamente caratteristiche del rapporto di lavoro, ma tutte le controversie in cui la pretesa fatta valere in giudizio si ricolleghi direttamente al detto rapporto, nel senso che questo, pur non costituendo la “causa petendi” di tale pretesa, si presenti come antecedente e presupposto necessario, e non già meramente occasionale, della situazione di fatto in ordine alla quale viene invocata la tutela giurisdizionale, essendo irrilevante l’eventuale non coincidenza delle parti in causa con quelle del rapporto di lavoro” (v. Cass. 22-3-2002 n. 4129).
Con il quinto motivo l’APV censura la sentenza non definitiva nella parte in cui ha respinto l’eccezione di prescrizione del diritto al risarcimento del danno per decorso del termine quinquennale ex art. 2947 c.c. a far data dal decesso del dante causa degli attori.
In particolare la ricorrente sostiene che si trattava di una ipotesi di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c. e deduce che, sulla consapevolezza della tossicità delle fibre di amianto e della riconducibilità della malattia all’esposizione a tali fibre, la Corte di merito contraddittoriamente da un lato ha escluso la possibilità di una tale consapevolezza in capo agli attori e dall’altro, invece, ha ritenuto che l’ex Provveditorato al Porto poteva agevolmente conoscere che le fibre di amianto fossero causa di malattie respiratorie gravi, come quella contratta dal Vedova.
Sul punto la Corte territoriale ha respinto l’eccezione avanzata dall’APV, non essendosi comunque realizzata la prescrizione decennale da applicarsi nella fattispecie (a decorrere dal decesso del (Omissis), avvenuto il (Omissis) e non il (Omissis) – come erroneamente affermato dall’APV nel ricorso a pag. 58).
In particolare la Corte di merito (pur non escludendo “la possibilità di considerare esistente nel caso di specie anche un profilo concomitante di responsabilità extracontrattuale”) nell’applicare la prescrizione ordinaria e la inapplicabilità della prescrizione quinquennale, ha osservato che “nel caso in esame l’obbligazione relativa alla sicurezza dei lavoratori addetti alle attività a favore di APV, anche se non nasce da un diretto rapporto di lavoro tra le parti deriva dal complesso normativo evidenziato che determina la responsabilità di APV rispetto alla normativa antinfortunistica”, trattandosi “di una situazione riconducibile alla dizione di cui all’art. 1173 c.c., u.p.”, che prevede come fonte delle obbligazioni, oltre al contratto e al fatto illecito ex art. 2043 c.c. anche “ogni altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento giuridico”.
Orbene la ricorrente, senza cogliere nel segno e senza censurare specificamente la siffatta configurazione di una responsabilità contrattuale a suo carico, da un lato si limita a riaffermare semplicemente la natura extracontrattuale della eventuale responsabilità e dall’altro lamenta una contraddittorietà inesistente, giacché la decisione sul punto non è stata affatto fondata sulla impossibilità di una consapevolezza, in capo agli attori, della riconducibilità della malattia e del decesso del de cuius alla esposizione alle fibre di amianto, bensì semplicemente sul mancato decorso, comunque, della prescrizione decennale applicabile.
Con il sesto e ultimo motivo l’APV deduce la intrasmissibilità agli eredi del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale che il de cuius non ha esercitato in vita, sostenendo che tale diritto di natura strettamente personale sarebbe ad esclusivo appannaggio del suo diretto ed immediato titolare.
Tale motivo risulta inammissibile in quanto la sentenza non definitiva impugnata ha deciso esclusivamente sulle questioni preliminari sollevate relative al difetto di integrazione del contraddittorio, alla nullità del ricorso introduttivo, al difetto di legittimazione passiva, all’incompetenza funzionale del giudice del lavoro e alla prescrizione.
Peraltro non può ignorarsi che il motivo risulta anche palesemente infondato, avendo questa Corte costantemente affermato la trasmissibilità agli eredi anche del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale da lesione dell’integrità fisica che abbia portato alla morte (v. fra le ultime Cass. 18-1-2011 n. 1072, Cass. 7-6-2010 n. 13672, Cass. 30-10-2009 n. 23053, Cass. 28-11-2008 n. 28423).
Così respinto il ricorso di APV avverso la sentenza non definitiva, va esaminato il ricorso della stessa AUTORITA’ Portuale avverso la sentenza definitiva.
Con tale ricorso l’APV, dopo aver riproposto gli stessi motivi (come sopra respinti) già proposti avverso la sentenza non definitiva, in quanto costituente “antecedente logico-giuridico” della definitiva, con il primo motivo dei “vizi propri” di quest’ultima, censura l’impugnata sentenza nella parte in cui ha confermato la tesi del primo giudice circa l’esistenza nella specie di un nesso di causalità tra l’esposizione professionale alle fibre di amianto e la malattia che ha causato la morte del (Omissis).
In particolare la ricorrente lamenta che la Corte di merito si sarebbe limitata a recepire le conclusioni della CTU espletata in primo grado, in ordine al detto nesso di causalità materiale, senza valutarne attentamente il contenuto espresso in termini di “verosimiglianza”, senza considerare il fattore concausale del tabagismo ed in mancanza di precisi riscontri ed elementi concreti (quali ad esempio il dosaggio e l’intensità dell’esposizione).
Circa la prova del nesso causale osserva il Collegio che nella specie trova applicazione “la regola contenuta nell’art. 41 c.p., per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell’equivalenza delle condizioni, principio secondo il quale va riconosciuta l’efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell’evento, salvo il temperamento previsto nello stesso art. 41 c.p., in forza del quale il nesso eziologico è interrotto dalla sopravvenienza di un fattore sufficiente da solo a produrre l’evento, tale da far degradare le cause antecedenti a semplici occasioni” (v. Cass. 9-9-2005 n. 17959, Cass. 3-5-2003 n. 6722).
Del resto, come pure è stato costantemente affermato in generale, in ambito civilistico la prova del nesso causale consiste anche nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso, secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causate ossia del “più probabile che non” (v. fra le altre Cass. 16-1-2009 n. 975, cfr. Cass. 16-10-2007 n. 21619, Cass. 11-5-2009 n. 10741, Cass. 8-7-2010 n. 16123, Cass. 21-7-2011 n. 15991).
Nella fattispecie la Corte territoriale sulla base delle conclusioni della CTU, applicando tali principi, legittimamente ha ritenuto provato nella specie il nesso causale tra l’esposizione professionale all’amianto e la genesi della patologia polmonare rivelatasi letale, valutando adeguatamente anche il fattore concausale del fumo di sigarette e ritenendo che lo stesso che “non vale ad escludere” il detto nesso (sul punto cfr. Cass. 9-9-2005 n. 17959).
Con il secondo motivo l’APV censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha affermato che il Provveditorato al Porto di Venezia avrebbe dovuto predisporre misure di prevenzione idonee a prevenire l’inalazione delle microfibre di amianto che ha causato il decesso del (Omissis).
In particolare la ricorrente ribadisce che il Provveditorato non era il datore di lavoro del (Omissis) e neppure era tenuto a rispettare le norme di tutela della sicurezza sul lavoro dei portuali e deduce che ai sensi dell’art. 2087 c.c. è pur sempre necessario che siano ravvisabili profili di colpa dell’imprenditore cui far risalire il danno all’integrità fisica patito dal lavoratore.
La ricorrente aggiunge, poi, che “non va confusa la generale consapevolezza della pericolosità dell’amianto, con la specifica conoscenza dell’esistenza prima e della nocività poi delle microfibre di amianto, le quali ultime sono state ritenute dal CTU responsabili della malattia contratta dal Vedova.
Premessa, come sopra, la irrilevanza, ai fini dell’incombenza del rispetto della normativa di cui all’art. 2087 c.c., della mancanza di una diretta dipendenza dei lavoratori nel contesto in cui “unico soggetto dotato di caratteristiche imprenditoriali era APV”, rileva il Collegio che, come ripetutamente affermato da questa Corte, la responsabilità del datore di lavoro di cui al citato art. 2087 è di natura contrattuale, per cui “ai fini del relativo accertamento, incombe sul lavoratore che lamenti di aver subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro elemento, mentre grava sul datore di lavoro – una volta che il lavoratore abbia provato le predette circostanze – l’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo” (v. Cass. 17-2-2009 n. 3788, Cass. 17-2-2009 n. 3786, Cass. 7-3-2006 n. 4840, Cass. 24-7-2006 n. 16881, Cass. 6-7-2002 n. 9856, Cass. 18-2-2000 n. 1886).
In particolare “la responsabilità dell’imprenditore per la mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità fisica del lavoratore discende o da norme specifiche o, quando queste non siano rinvenibili, dalla norma di ordine generale di cui all’art. 2087 c.c., la quale impone all’imprenditore l’obbligo di adottare nell’esercizio dell’impresa tutte quelle misure che, secondo la particolarità del lavoro in concreto svolto dai dipendenti, si rendano necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori” (v. fra le altre Cass. 19-4-2003 n. 6377, Cass. 1-10-2003 n. 16645).
In specie, con riguardo all’inalazione di polveri di amianto questa Corte (nel confermare la sentenza di merito che aveva ritenuto responsabili ex art. 2087 c.c. le Ferrovie dello Stato per non aver predisposto, negli anni â€˜60, le cautele necessarie a sottrarre il proprio dipendente al rischio amianto), ha affermato che “la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 c.c., non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, tuttavia non è circoscritta alla violazione di regole d’esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, ma deve ritenersi volta a sanzionare, anche alla luce delle garanzie costituzionali del lavoratore, l’omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della sua maggiore o minore possibilità di venire a conoscenza e di indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico” (v. Cass. 14-1-2005 n. 644).
Peraltro al riguardo è stata anche affermata la irrilevanza della circostanza che il rapporto di lavoro si fosse svolto (in quel caso) “dall’anno 1956 sino al gennaio 1980 mentre specifiche norme per il trattamento dei materiali contenenti amianto sono state introdotte per la prima volta col D.P.R. 10 febbraio 1982, n. 15” (v. Cass. 30-6-2005 n. 14010).
Con tale pronuncia, in motivazione, questa Corte, ricostruendo storicamente la normativa delle cautele specifiche in materia, in particolare ha evidenziato: che “già il Regio Decreto 14 giugno 1909, n. 442, che approvava il regolamento per il Testo Unico della legge per il lavoro delle donne e dei fanciulli, all’art. 29 tabella B n. 12, includeva la filatura e tessitura dell’amianto tra i lavori insalubri o pericolosi nei quali l’applicazione delle donne minorenni e dei fanciulli era vietata o sottoposta a speciali cautele, con una specifica previsione dei locali ove non fosse assicurato il pronto allontanamento del pulviscolo”; che “analoghe disposizioni dettava il regolamento per l’esecuzione della legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli, emanato con D.Lgs. 6 agosto 1916, n. 1136, art. 36, tabella B, n. 13 e il Regio Decreto 7 agosto 1936, n. 1720” ; che il “Regio Decreto 14 aprile 1927, n. 530, tra gli altri agli articoli 10, 16, e 17, conteneva diffuse disposizioni relative alla aerazione dei luoghi di lavoro, soprattutto in presenza di lavorazioni tossiche; che “d’altro canto l’asbestosi, malattia provocata da inalazione da amianto, era conosciuta fin dai primi del 900 e fu inserita tra le malattie professionali con la Legge 12 aprile 1943, n. 455; che “in epoca più recente, oltre alla Legge Delega 12 febbraio 1955, n. 52, che, all’art. 1, lettera F, prevedeva di ampliare il campo della tutela, al D.P.R. 19 marzo 1956, n. 303 e alle visite previste dal D.P.R. 20 marzo 1956, n. 648, si deve ricordare il regolamento 21 luglio 1960 n. 1169” che all’art. 1 “prevede, specificamente, che la presenza dell’amianto nei materiali di lavorazione possa dar luogo, avuto riguardo alle condizioni delle lavorazioni, ad inalazione di polvere di silice libera o di amianto tale da determinare il rischio”; che “si può infine ricordare che il premio supplementare stabilito dal D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 153, per le lavorazioni di cui all’allegato n. 6, presupponeva un grado di concentrazione di agenti patogeni superiore a determinati valori minimi”.
Tanto rilevato questa Corte ha altresì affermato che “d’altro canto l’imperizia, nella quale rientra la ignoranza delle necessarie conoscenze tecnico-scientifiche, è uno dei parametri integrativi al quale commisurare la colpa, e non potrebbe risolversi in esimente da responsabilità per il datore di lavoro”, concludendo che all’epoca di svolgimento del rapporto di lavoro (in quel caso periodo 1956/1980) era ben nota l’intrinseca pericolosità delle fibre dell’amianto, tanto che l’uso di materiali che ne contenevano era sottoposto a particolari cautele, indipendentemente dalla concentrazione di fibre”. Si è affermata, quindi, la necessità del “concreto accertamento della adozione di misure idonee a ridurre il rischio connaturale all’impiego di materiale contenente amianto, in relazione alla norma di chiusura di cui all’art. 2087 c.c. ed al D.P.R. 19 marzo 1956, n. 303, art. 21, ove si stabilisce che nei lavori che danno normalmente luogo alla formazione di polveri di qualunque specie, il datore di lavoro è tenuto ad adottare provvedimenti atti ad impedire o ridurre, per quanto è possibile, lo sviluppo e la diffusione nell’ambiente di lavoro” aggiungendosi che “le misure da adottare a tal fine devono tenere conto della natura delle polveri e della loro concentrazione”, cioè devono avere caratteristiche adeguate alla pericolosità delle polveri” (altre norme dello stesso D.P.R. n. 303 – artt. 9, 15, 18, 19, 20, 25 – disciplinano, poi, il dovere del datore di lavoro di evitare il contatto dei lavoratori con polveri nocive).
Orbene la sentenza impugnata, sul punto, nel respingere la tesi dell’APV, secondo cui “nessuna delle possibili precauzioni che erano previste all’epoca della presunta insorgenza della patologia avrebbe potuto rivelarsi efficace contro le inalazioni da microfibre di asbesto”, ha rilevato che “era sempre e comunque esigibile da parte di APV la predisposizione di tutte quelle misure di prevenzione non adottate nel caso di specie”.
Con il terzo motivo del ricorso contro la sentenza definitiva, denunciando violazione dell’art. 2059 c.c. e vizio di motivazione, l’APV lamenta che la sentenza impugnata in sostanza ha omesso di decidere sul punto della dedotta mancanza di prova sull’esistenza in concreto di un danno morale risarcibile.
Da un lato, infatti, si denuncia una violazione di legge e un vizio di motivazione, lamentando (contraddittoriamente) in sostanza una omessa pronuncia, denunciatale ex art. 360 c.p.c., n. 4 (v. fra le altre Cass. 11-5-2012 n. 7268, Cass. 10-12-2009 n. 25825, Cass. 17-12-2009 n. 26598, Cass. 17-7-2007 n. 15882 Cass. 4-6-2007 n. 12952).
Dall’altro si tratta di una questione della quale non vi è traccia alcuna nel l’impugnata sentenza e sulla quale la ricorrente non indica specificamente con quale atto ed in quali termini l’abbia sollevata davanti ai giudici di merito (v. Cass. 15-2-2003 n. 2331, Cass. 10-7-2001 n. 9336).
Così respinto anche il ricorso dell’APV avverso la sentenza definitiva, risulta invece fondato il ricorso incidentale avverso la stessa sentenza, con il quale gli eredi (Omissis) censurano la sentenza impugnata sul quantum del risarcimento, del danno non patrimoniale (biologico e morale) unitariamente considerato, liquidato dalla Corte di merito.
In particolare i ricorrenti incidentali, con il primo motivo, denunciando violazione degli articoli 2043, 2056, 1223 e 1226 c.c., deducono che il parametro utilizzato dalla Corte di merito (la durata della malattia) soltanto in parte è riferito e personalizzato in relazione al reale danno subito dal defunto (Omissis) ed è inidoneo a misurare l’entità del danno risarcibile, “non liquidando il danno patito nella sua globalità ma solo nel suo aspetto di transitorietà”.
Con il secondo motivo i ricorrenti incidentali lamentano che la sentenza impugnata “risulta altresì carente di motivazione nella parte in cui si discosta dalle risultanze della CTU, non contestate, che avevano dichiarato la patologia da cui era affetto il signor (Omissis) stabilizzata alla data del 29-3-1996 ed aveva quantificato il danno provocato dalla neoplasia nella misura dell’ 80%”.
Questa Corte, infatti, ha evidenziato come in caso di lesione dell’integrità fisica che abbia portato ad esito letale, la vittima che abbia percepito lucidamente l’approssimarsi della fine attivi un processo di sofferenza psichica particolarmente intensa che qualifica il danno biologico e ne determina l’entità sulla base non già (e non solo) della durata dell’intervallo tra la lesione e la morte, ma dell’intensità della sofferenza provata” (v. Cass. 16-2-2012 n. 2251, cfr. Cass. 18-1.2011 n. 1072, Cass. 14-2-2007 n. 3260).
Orbene la sentenza impugnata (definitiva), in contrasto con tali principi, ha quantificato il danno adottando un parametro rapportato esclusivamente alla durata della malattia, in tal modo non sufficientemente personalizzando il danno stesso, stante la mancanza di qualsiasi altra considerazione relativa alle condizioni personali e soggettive, al decorso della malattia, alla concreta penosità della stessa, alle ripercussioni sulla vita del danneggiato, alle cure praticate e alle relative prospettive ed in genere ad ogni ulteriore circostanza rilevante ai fini dell’intensità della sofferenza provata.
La sentenza impugnata, peraltro, nella specie neppure ha tenuto conto delle specifiche salutazioni del CTU sull’invalidità permanente del de cuius già dal momento della esplicitazione clinica della malattia.
La Corte sulle cause riunite n. 16890/2010 e 2936/2011, rigetta i ricorsi dell’AUTORITA’ Portuale di Venezia avverso rispettivamente la sentenza non definitiva e quella definitiva; accoglie il ricorso incidentale degli eredi (Omissis) avverso la sentenza definitiva, cassa l’impugnata sentenza in relazione al ricorso accolto e rinvia, anche per le spese di legittimità, alla Corte di Appello di Trieste.

References: sentenza 
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 art. 2087
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