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Timestamp: 2018-06-22 16:46:27+00:00

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Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Maggio 2018 | Protagoniste in Rete
Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Maggio 2018
1) Se prostituirsi è un diritto inviolabile i reati di reclutamento e di favoreggiamento della prostituzione sono incostituzionali 2) L’aiuto al “fine vita” 3) Molestie nella Pubblica Amministrazione: oltre all’Ente anche il dipendente molestatore risarcisce i danni 4) Adozione: i fratelli e le sorelle naturali dell’adottato hanno diritto di decidere se rivelare o meno la propria identità 5) Se si scivola sui residui della pattumiera si possono chiedere i danni al condominio?
Avv. Antonio Pascucci, Avv. Giovanni Motta, Avv. Elisabetta Silva, Avv. Paola Cerullo, Avv. Anna Losurdo, Dott.ssa Chiarina Urbano, Avv. Giuseppe Poli, Dott.ssa Maria Serena Grancagnolo, Rag. Monica Bellini, Dott.ssa Kilda Peretta
Anno VI, n. 5, indice newsletter maggio 2018
1) Stasera non escort: se prostituirsi è un diritto inviolabile i reati di reclutamento e di favoreggiamento della prostituzione sono incostituzionali perché costituiscono solo un aiuto materiale a chi ha fatto una libera, consapevole e professionale scelta di vita.
2) L’ultima frontiera: l’aiuto al “fine vita”
3) Molestie nella Pubblica Amministrazione: oltre all’Ente anche il dipendente molestatore risarcisce i danni
4) Adozione: i fratelli e le sorelle naturali dell’adottato hanno diritto di decidere se rivelare o meno la propria identità
5) Se si scivola sui residui della pattumiera si possono chiedere i danni al condominio?
Corte d’Appello di Bari, Penale, Sez. III, ordinanza 6 febbraio 2018.
Tra il 2008 e il 2009 alcuni soggetti hanno organizzato incontri tra alcune escort e l’allora capo del governo italiano Silvio Berlusconi e per questo sono stati dichiarati colpevoli dei reati di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione. Nel corso del processo di primo grado gli avvocati di alcuni sollevano questione di legittimità costituzionale della legge Merlin, che prevede i reati di favoreggiamento e di reclutamento della prostituzione, sostenendo la violazione della Costituzione in particolare dell’art. 2, che tutela il diritto assoluto alla libertà personale, e dell’art. 41, che tutela la libera iniziativa economica, visto che, in pratica, consistono in un aiuto materiale alle donne che hanno volontariamente e professionalmente scelto di prostituirsi.
Il Tribunale di Bari respinge la questione di costituzionalità e condanna gli imputati ma la questione viene poi riproposta in secondo grado, alla Corte d’appello di Bari, che invece la ritiene fondata per diversi motivi.
La Corte, infatti, partendo dal presupposto che l’escort è la persona pagata per accompagnare qualcuno, che è disponibile anche a prestazioni sessuali, senza essere costretta da nessuno a farlo e senza avere necessariamente una condizione di bisogno alle spalle, sospetta che considerare reato l’aiuto organizzativo prestato alle escort violi alcuni diritti costituzionali.
La Corte spiega la decisione di rinviare la questione alla Corte Costituzionale osservando che:
- la cd. legge Merlin, che nel 1958 fece chiudere le case di tolleranza ed introdusse i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione, mirava a tutelare le donne e le persone costrette a vendere il proprio corpo, anche per ragioni di bisogno,
- con il tempo, anche grazie alle sentenze della Corte costituzionale, si è chiarito che la sessualità è uno dei modi fondamentali attraverso cui si esprime la personalità umana e che il diritto di disporne liberamente è un diritto assoluto ed inviolabile ai sensi dell’art. 2 della Costituzione;
- alla luce di questo principio il reclutamento, cioè la segnalazione dell’escort (inteso come intermediazione tra la prostituta ed il cliente facendo incontrare la domanda e l’offerta sul mercato del sesso) ed il favoreggiamento, (inteso come agevolazione materiale), non solo non ledono il diritto di prostituirsi, ma anzi lo facilitano;
- quindi se prostituirsi liberamente è un diritto, chi compie attività che non influiscono sulla decisione di prostituirsi, ma agevolano solo la concreta attuazione di quella decisione non può essere punito per aver commesso un reato perché così facendo si limita la piena espressione del diritto assoluto di disporre del proprio corpo e anche di prostituirsi;
- inoltre punire il reclutamento ed il favoreggiamento della prostituzione sembra violare oltre l’art. 2, anche l’art. 41 della Costituzione che tutela la libertà di iniziativa economica: infatti riconoscere il diritto alla prostituzione significa accettare che una persona usi la propria sessualità per trarne un guadagno in denaro o di altro tipo;
- infine bisogna considerare che la previsione di un reato, nel nostro ordinamento deve essere caratterizzata dai principi sia di offensività, secondo cui non può esserci un reato se non c’è l’offesa di un bene giuridico tutelato, sia di determinatezza per cui le ipotesi di reato devono essere scritte in modo chiaro e preciso in modo da lasciare meno spazio possibile all’interpretazione;
- tuttavia i reati di reclutamento e favoreggiamento previsti dalla legge Merlin, da un lato non sembrano ledere alcun diritto e men che meno quello di prostituirsi; dall’altro, sotto il profilo della determinatezza, il favoreggiamento è descritto in maniera così ampia e generica da non rendere facile capire cosa sia reato e cosa no.
1. Con decreto del 12.11.2013, il Giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Bari disponeva il giudizio nei confronti di (...), (...) per rispondere dei seguenti reati: (...)
a) art. 416, c. 1, 2 e 3, c.p., per essersi associati tra loro allo scopo di commettere un numero indeterminato di delitti (alcuni dei quali specificati nei capi che seguono) relativi al reclutamento di donne al fine di farle esercitare la prostituzione con (...) in occasione degli incontri organizzati presso le sue residenze e, comunque, alla agevolazione, induzione, favoreggiamento e sfruttamento della attività di prostituzione con lo stesso; in particolare, il (...), promotore ed organizzatore dell'associazione, al fine di consolidare il rapporto con (...) (avviato nell'estate del 2008), ottenere, per il suo tramite, incarichi istituzionali e allacciare, avvalendosi della sua intermediazione, rapporti di tipo affaristico con i vertici della Protezione civile, di F. S.p.A., di società a quest'ultima collegate (S.P. s.c. a r.l., S.S.I. S.p.A. e S. S.p.A.), di I.A. spa ed altre società, provvedeva a:
- ricercare le donne, personalmente o per il tramite degli altri partecipi, persuadendole a prostituirsi o rafforzando il loro iniziale proposito di prostituirsi, in occasione degli incontri che egli stesso organizzava presso le residenze di (...);
- selezionare le donne, personalmente o per il tramite degli altri partecipi, secondo specifiche caratteristiche fisiche (giovane età, corporatura esile ecc.);
- impartire, in occasione di tali incontri, disposizioni sull'abbigliamento da indossare e sul comportamento da assumere;
- sostenere le spese di viaggio e soggiorno delle donne provenienti da varie parti d'Italia, mettere loro a disposizione il mezzo per raggiungere il luogo dell'incontro.
Tutti gli altri, partecipi dell'associazione, contribuivano consapevolmente al funzionamento del meccanismo criminoso, anche nella prospettiva di ricevere vantaggi personali (il (...) diventare il referente nell'attività di organizzazione delle feste private del (....) a Milano; gli altri due beneficiare indirettamente dei vantaggi economici che il (...), al quale erano legati da rapporti di affari, avrebbe conseguito attraverso l'aggiudicazione di commesse da parte delle società sopra indicate), attraverso l'organizzazione delle serate provvedendo alla ricerca e alla selezione delle prostitute, secondo i criteri sopra indicati, nonché alla verifica della loro disponibilità a prostituirsi.
In Bari, Roma e Milano dal settembre 2008 al maggio 2009 (...)
b) art. 3, comma primo, numeri 4) e 8) L. n. 75 del 1958, per avere reclutato (...)), favorito e sfruttato - al fine di perseguire i fini delineati al capo A) - l'attività di prostituzione della stessa, esercitata in favore di (...) presso la sua residenza romana, dietro pagamento di corrispettivo in denaro, provvedendo ad istruirla sull' abbigliamento da indossare, sulle finalità della serata, a sostenere le spese di viaggio e soggiorno, mettendo a sua disposizione un'autovettura per raggiungere Palazzo Grazioli, unitamente ad altre ragazze, pure invitate con la prospettiva di farle prostituire dietro compenso in denaro e la promessa di altre utilità nel mondo dello spettacolo.
In Bari e Roma, 23 e 24 settembre 2008 (...)
c) art. 3, comma primo, numeri 4) e 8), L. n. 75 del 1958, art. 4, comma primo, numero 7), L. n. 75 del 1958, per avere reclutato (...) e un terza donna non meglio identificata, al fine di farle prostituire in favore di (...) presso la sua residenza di V. S. M., dietro il pagamento di un corrispettivo, sostenendo le spese di viaggio e provvedendo ad istruirle sull'abbigliamento da indossare per l'incontro serale.
Corte d’Assise di Milano, ordinanza 14 febbraio 2018, n. 1/18
Un disc jockey, conosciuto come dj Fabo, a seguito di un incidente stradale avvenuto nel giugno del 2014 rimane tetraplegico e cieco, incapace di respirare, evacuare, ed alimentarsi da solo.
Nel maggio 2016 l’uomo, comunica ai propri familiari e alla sua fidanzata la volontà di morire, e si procura informazioni sulle strutture svizzere che praticano il suicidio assistito. Avendo acquisito la consapevolezza della inesistenza di cure per la sua malattia egli contatta inoltre l’Associazione Luca Coscioni, che svolge anche attività informativa sulle decisioni di “fine vita” e conosce un politico italiano, Marco Cappato, esponente dell’Associazione e noto per le battaglie per i diritti civili, che gli evidenzia la possibilità di essere sottoposto in Italia alla sedazione profonda con interruzione della respirazione e della alimentazione artificiale, lasciando così che la malattia faccia il suo corso.
L’uomo rimane fermo nella propria decisione di por fine alla sua vita presso una delle strutture che praticano il suicidio assistito e a tal fine gli chiede di accompagnarlo presso la clinica svizzera, Dignitas, a cui aveva inoltrato la richiesta di “fine vita”. M. Cappato accetta e tuttavia fino all’ultimo, insieme ai familiari e alla fidanzata, gli fa presente che può cambiare idea e che può essere riportato subito in Italia.
Il dj Fabo non cambia idea e il 27 febbraio 2017 prende il farmaco per porre fine alla sua vita. Di conseguenza M. Cappato che lo ha accompagnato è imputato del reato di istigazione o aiuto al suicidio che prevede la pena della reclusione da 5 a 10 anni.
La Corte d’Assise di Milano chiamata a giudicare della colpevolezza dell’imputato solleva questione di legittimità costituzionale della norma penale poiché essa prevede che aiutare una persona ad uccidersi è reato anche se chi porge l’aiuto non contribuisce alla formazione dell’idea o della volontà di suicidarsi, ma si limita ad aiutare la realizzazione materiale del suicidio.
Alla base della propria decisione di rinviare la questione alla Corte Costituzionale la Corted’Assise di Milano osserva che:
- dalle indagini effettuate emerge che dj Fabo si è deciso a morire ben prima di entrare in contatto con Cappato che, pur accettando di accompagnarlo in Svizzera per morire, gli ha rappresentato più volte la possibilità di fermare le sue sofferenze restando in Italia e interrompendo le terapie che lo tenevano in vita;
- rimane il fatto che, anche se non ha convinto il malato a suicidarsi, l’imputato lo ha aiutato a concretizzare la sua volontà quindi, secondo l’interpretazione finora data dalla giurisprudenza, Cappato sarebbe comunque colpevole di istigazione o aiuto al suicidio perché la norma punisce sia chi ha un ruolo nella formazione della volontà di uccidersi (istigazione), sia chi contribuisce materialmente al suicidio (aiuto);
- a questo punto occorre considerare che il Codice penale italiano è stato scritto e adottato nel 1930, durante il ventennio fascista in cui il suicidio era visto come contrario ai principi fondamentali della società poiché minava la sacralità della vita, tutelata anche contro la volontà dell’individuo;
- ovviamente da allora la società è molto cambiata e con l’entrata in vigore della Costituzione sono stati introdotti i principi della centralità dell’uomo e non dello Stato nella vita sociale, della inviolabilità della libertà dell’individuo anche rispetto ad ingiuste interferenze statali, del diritto di rifiutare le cure essendo la cura un diritto e non un dovere come emerso negli scorsi anni anche in occasione dei noti processi nei casi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro ;
- inoltre nel 2017 è stata emanata una legge che consente di rifiutare i trattamenti sanitari anche quando il rifiuto può causare la morte. Essa infatti riconosce il diritto di rifiutare l’idratazione o l’alimentazione artificiale e vieta trattamenti terapeutici finalizzati a prolungare la vita ad ogni coso. E’ vero che la legge non prevede il diritto al suicidio assistito secondo le modalità scelte dai singoli, ma richiama i principi di cui sopra ritenendoli fondamentali nella tutela del diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona;
- sembra quindi il momento di dare alla norma penale un’interpretazione coerente con il cambiamento della società e delle leggi superando le precedenti sentenze che, pur facendo grandi passi in avanti nel riconoscimento della libertà di autodeterminazione dell’individuo, non arrivano a concepire la facoltà dell’uomo di scegliere la morte anziché la vita;
- anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sembrerebbe a prima vista negare l’esistenza del diritto di morire, ma in realtà la Corte europea ha riconosciuto allo Stato il diritto di vietare il suicidio assistito solo con lo scopo di tutelare le persone deboli, quelle che non sono in grado di prendere decisioni consapevoli; quando invece ci si trova dinanzi a decisioni lucide e consapevoli, la stessa Corte ammette il diritto dell’individuo di decidere quando e come porre fine alla sua vita;
In considerazione di quanto sopra la norma penale, che prevede la pena della reclusione da 5 a 10 anni per i comportamenti che agevolano il suicidio, senza distinguere tra istigazione e aiuto, sembra violare i principi costituzionali di ragionevolezza e proporzione della pena rispetto alla lesione provocata e per questa parte dovrebbe essere dichiarata incostituzionale.
IMPUTATO Del reato p. e p. dall'art. 580 c.p., per aver rafforzato il proposito suicidiario di Antoniani Fabiano (detto Fabo), affetto da tetraplegia e cecità a seguito di incidente stradale avvenuto il 13 giugno 2014, prospettandogli la possibilità di ottenere assistenza al suicidio presso la sede dell'associazione Dignitas, a Pfaffikon in Svizzera, e attivandosi per mettere in contatto i famigliari di Antoniani con la Dignitas fornendo loro materiale informativo; inoltre per aver agevolato il suicidio dell'Antoniani, trasportandolo in auto presso la Dignitas in data 25 febbraio 2017 dove il suicidio si verificava il 27 febbraio 2017.
CONCLUSIONI dei Pubblici Ministeri dr. Tiziana Siciliano e Sara Arduini: assoluzione perchè il fatto non sussiste;
sollevare questione di legittimità costituzionale dell'art. 580 c.p., per violazione degli art.2, 3, 13, 32 c. 2 e 117 Cost. quest'ultimo in rel agli artt. 2, 3 e 8 CEDU.
In caso di condanna chiedono la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica perchè proceda nei confronti di altri soggetti che avrebbero agevolato il suicidio di Fabiano Antoniani.
assoluzione perchè il fatto non sussiste;
sollevare questione di legittimià costituzionale dell'art.580 c.p.;
concedere le attenuanti di cui agli artt. 62 n.1 e 62 bis c.p. con condanna a una pena adeguata al caso concreto.
La Corte d'Assise di Milano, all'esito dell'odierna camera di consiglio, ha pronunciato la seguente
La Corte ritiene di sollevare questione di legittimità costituzionale dell'art. 580 c.p. nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio a prescindere dal loro contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito suicidiario, ritenendo tale incriminazione in contrasto e violazione dei principi sanciti agli art. 3, 13, II comma, 25, II comma, 27, III comma della Costituzione, che individuano la ragionevolezza della sanzione penale in funzione dell' offensività della condotta accertata. Infatti, deve ritenersi che in forza dei principi costituzionali dettati agli artt. 2, 13, I comma della Costituzione ed all'art 117 della Costituzione con riferimento agli artt. 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, all'individuo sia riconosciuta la libertà di decidere quando e come morire e che di conseguenza solo le azioni che pregiudichino la libertà della sua decisione possano costituire offesa al bene tutelato dalla norma in esame.
A Marco Cappato, a seguito dell'ordinanza d'imputazione coatta pronunciata dal G.I.P. di Milano in data l O luglio 2017, è stato contestato dalla Procura della Repubblica di Milano il reato di cui all'art. 580 c.p. per aver "rafforzato" il proposito suicidiario di Fabiano Antoniani (detto Fabo), realizzato attraverso diverse condotte:
- prospettandogli la possibilità di ottenere assistenza al suicidio presso la sede dell'associazione Dignitas, sita nella cittadina di Pfaffikon, in Svizzera;
attivandosi per mettere in contatto i familiari di Antoniani con la suindicata associazione e fornendo loro materiale informativo.
Inoltre, gli è stato contestato di avere "agevolato" il suicidio di Antoniani, avendolo il 25 febbraio 2017 trasportato in auto da Milano (luogo ove Antoniani viveva) a Pfaffikon, presso la sede clinica della Dignitas, dove il suicidio si è verificato il27 febbraio 2017.
Dall'istruttoria svolta dinanzi a questa Corte è emerso che Marco Cappato ha certamente realizzato la condotta di "agevolazione" contestata, avendo aiutato Fabiano Antoniani a recarsi in Svizzera presso la Dignitas, ma è stato escluso che l'imputato abbia compiuto alcuna delle condotte a lui ascritte di rafforzamento della decisione suicidiaria.
V al eri a Imbrogno, fidanzata di Antoniani, Caro Ilo Carmen, madre dello stesso, e Carlo Lorenzo Veneroni, suo medico curante, hanno testimoniato che la decisione di Fabiano di rivolgersi alla citata associazione svizzera era intervenuta in modo autonomo ed in epoca antecedente ai suoi contatti con Cappato.
Più in particolare i testimoni hanno riferito che Fabiano Antoniani, a seguito di un incidente stradale avvenuto il 13 giugno 2014, era rimasto tetraplegico e affetto da cecità bilaterale corticale (che significa permamente). Non era autonomo nella respirazione (necessitando, seppur non continuativamente, de li' ausilio di un respiratore e di periodiche aspirazioni del muco), nell'alimentazione (era gravemente disfagico con deficit sia della fase orale sia di quella degluttitoria, e necessitava di nutrizione intraparietale) e n eli' evacuazione1
• Egli soffriva di ricorrenti contrazioni e spasmi (che, come illustrato dal consulente del P.M.,
l'anestesista-rianimatore dott.ssa Maria Cristina Marenghi, erano incoercibili e gli provocavano
sofferenze che non potevano essere completamente lenite farmacologicamente, se non mediante sedazione profonda), ma aveva preservato le sue funzioni intellettive.
Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, sentenza 22 marzo 2018 n. 7097
1. La Corte d'Appello di Genova, con la sentenza n. 1220 del 2013, pronunciando sulla impugnazione proposta da (OMISSIS) nei confronti del Comune di Carrara e di (OMISSIS) condannava il suddetto Comune a pagare alla lavoratrice a titolo di risarcimento danni l'ulteriore somma di Euro 15.000,00 (quantificata ai valori attuali), oltre interessi legali sulla somma annualmente rivalutata dalla data della sentenza al saldo. Condannava (OMISSIS) a rifondere al Comune di Carrara il 60% della somma predetta pari ad Euro 9.000,00, oltre accessori. Condannava il (OMISSIS) a rifondere al Comune di Carrara il 60% delle somme gia' riconosciute come dovute a (OMISSIS) in forza della sentenza di primo grado.
2. Il Tribunale aveva dichiarato la responsabilita' del Comune di Carrara, datore di lavoro di (OMISSIS), per la violazione dell'articolo 2087 c.c., condannandolo al risarcimento dei danni dalla stessa subiti liquidati a titolo di danno non patrimoniale nella somma di Euro 5.532,00, a titolo di indennita' temporanea assoluta nella somma di Euro 2.100,00, a titolo di indennita' temporanea parziale nella somma di Euro 940,00, oltre interessi legali per il periodo dal luglio 2000 al 27 giugno 2012 calcolati sul capitale devalutato al luglio 2000 ed annualmente rivalutato secondo gli indici Istat sino alla data della sentenza, nonche' alla rivalutazione ed interessi legali sulla somma annualmente rivalutate dalla sentenza al saldo.
Dall'istruttoria svolta era risultato che la lavoratrice, nel corso del rapporto lavorativo, aveva subito una serie di comportamenti vessatori posti in essere da colleghi e superiori qualificabili come mobbing. La stessa, inoltre, aveva subito 1'11 ottobre 1999 una molestia sessuale da parte di altro dipendente tale (OMISSIS) (autista del sindaco).
In relazione a tale episodio la lavoratrice aveva sporto denuncia senza che pero' l'Amministrazione si fosse attivata per perseguire disciplinarmente il dipende e per prevenire il compimento di ulteriori condotte dello stesso carattere.
Corte di Cassazione, Sezione I civile, sentenza 20 marzo 2018, n. 6963
Un uomo, a suo tempo adottato, chiede prima al Tribunale per i minorenni e poi alla Corte d’Appello di conoscere i dati anagrafici delle proprie sorelle, anche loro adottate da altre famiglie così da poter conoscere le proprie origini familiari e instaurare una relazione parentale.
L’uomo pone a base della sua domanda l’orientamento dei giudici dopo la Convenzione di New York del 1989 sui diritti dell’infanzia che permette al Tribunale per i minori di trovare un punto di equilibrio tra il diritto al legame familiare ed il diritto alla riservatezza dei fratelli biologici.
In entrambi i casi la sua richiesta viene respinta anche se in Appello il Procuratore Generale chiede di ascoltare le sorelle in modo che, con il loro consenso, la domanda possa venire accolta.
L’uomo si rivolge quindi alla Corte di Cassazione che accoglie la sua domanda e rinvia alla Corte di Appello perché riesamini la quesitone poiché:
- il diritto di conoscere le proprie origini è un’espressione essenziale del diritto all’identità personale. Per sviluppare in modo equilibrato la personalità individuale e la vita di relazione occorre costruire la propria identità, sia interiore che esteriore e il nome e la discendenza riconoscibile ne sono aspetti essenziali;
- il riconoscimento giuridico dell’identità personale ha importanza primaria ed è stata oggetto di molte decisioni delle Corti Supreme nazionali e sovranazionali;
- il diritto della persona che vuol conoscere le proprie origini biologiche per completare la costruzione della propria identità personale va comunque bilanciato con il diritto al segreto della madre biologica che ha scelto di non essere nominata al momento del parto;
- la Corte Europea dei diritti umani ha deciso anni or sono che occorre trovare equilibrio e proporzionalità tra i due interessi contrapposti e che escludere qualunque possibilità di conoscere le proprie origini biologiche viola la normativa dell’Unione Europea;
- La Corte Costituzionale si è poi conseguentemente uniformata ed ha ritenuto che nel caso di richiesta vada interpellata la madre per verificare la volontà e la disponibilità a rimuovere il segreto, in modo da bilanciare gli interessi contrastanti. Tale modo di procedere è stato poi accolto dalle Sezioni Unite della Suprema Corte nel 2017 che hanno fatto ulteriore chiarezza prevedendo di poter arrivare alla revoca del segreto;
- quindi procedere bilanciando i due interessi è la strada giusta da percorrere;
- l’adottato maggiore di 25 anni può avere informazioni sulla sua origine e sull’identità dei suoi genitori biologici. Tale ultima informazione è sufficiente a soddisfare l’esigenza di conoscere le proprie origini e con tale informazione si deve poter estende l’indagine all’intero nucleo familiare biologico.
La Cassazione specifica che va però differenziata la posizione dei genitori da quella di eventuali sorelle o fratelli perché la normativa prevede una preminenza del diritto dell’adottato rispetto a quello dei genitori. Le sorelle ed i fratelli non hanno avuto alcuna decisione sull’adozione e sull’incidenza che l’adozione ha avuto sulla personalità dell’adottato, ciò significa che hanno diritto a non rivelare la propria parentela biologica. Essi quindi possono non essere d’accordo con la domanda e vanno interpellati.
La Corte d'Appello di... sezione minori e famiglia, confermando quanto deciso dal Tribunale per i minorenni, ha rigettato l'istanza di acquisizione delle generalità delle proprie sorelle, proposta da... A sostegno della richiesta lo... ha riferito che sia lui che le sue sorelle venivano adottati da famiglie diverse e di aver rivolto già due istanze analoghe al riguardo, ugualmente rigettate.
Secondo l'istante doveva trovare applicazione la Convenzione Internazionale sui diritti dell'infanzai del 20/11/1989, meglio conosciuta come la Convenzione di New York e poteva essere applicato quell'orientamento giurisprudenziale secondo il quale il Tribunale per i minorenni può procedere ad un bilanciamento tra il diritto al legame familiare ed il diritto alla riservatezza dei fratelli biologici, così come affermato in qualche sentenza di merito.
Il Procuratore Generale in appello aveva richiesto che si procedesse all'audizione delle sorelle per verificarne il consenso all'accesso ai dati, ed in caso di risposta affermativa, aveva chiesto che il reclamante fosse autorizzato all'accesso.
A sostegno della reiezione della domanda la Corte d'Appello ha affermato:
i commi 4 e 5 dell'art.28 della l. n. 184 del 1983 indicano le ipotesi in cui è possibile accedere alle informazioni relative all'identità dei genitori biologici e all'origine dell'adottato, mentre il comma sesto prevede l'ascolto delle persone individuate dal Tribunale.
Il diritto ai legami familiari è stato di conseguenza considerato ed apprezzato limitatamente alle origini e all'identità dei genitori biologici. Nel caso di specie è stato fatto valere il diritto alla relazione con le sorelle biologiche che sono state adottate ma su tale diritto risulta prevalente quello alla riservatezza delle sorelle tutelato addirittura mediante la previsione del reato di cui all'art. 73 l.n. 184 del 1983.
L'accesso ai dati dei fratelli biologici adottati non è previsto al pari di un'istruttoria preventiva nei loro confronti ed anche l'ascolto finalizzato a verificare il consenso all'accesso ai dati sarebbe destinato a ripercuotersi sui delicati equilibri connessi allo stato di soggetto adottato delle sorelle oltre che sui genitori adottivi delle stesse.
Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione ... affidato a due motivi accompagnati da memoria. Il ricorso inizialmente destinato alla trattazione camerale presso la Sesta di questa Corte ex art. 380 bis cod. proc. civ., è stato rimesso alla pubblica udienza.
Il ricorrente, prima di illustrare i due motivi di ricorso ha precisato nei termini che seguono la questione da risolvere:
il diritto ai legami familiari è stato considerato ed apprezzato dal legislatore limitatamente all'origine ed all'identità dei genitori biologici
o anche con riferimento alla relazione con le sorelle o fratelli biologici, alla stregua dell'interpretazione sistematica delle norme
sovranazionali e nazionali, confortata dai principi elaborati dalla giurisprudenza costituzionale nonché di legittimità e merito?
Cassazione civile, Sezione III, sentenza 31 ottobre 2017, n. 25856
Una signora agisce in giudizio nei confronti di un condominio per ottenere il risarcimento dei danni causati dal fatto di essere caduta scivolando sui residui di un sacchetto dell’immondizia lasciato aperto sulla scala condominiale.
La domanda di risarcimento della condomina viene respinta sia in primo grado che in sede di appello, ma quest’ultima decisione viene cancellata dalla Corte di Cassazione che la rinvia alla Corte di Appello di Roma. A seguito di un nuovo rigetto in sede d’appello la signora ricorre di nuovo in Cassazione denunciando la violazione delle norme sulla responsabilità dell’amministratore per danni causati da beni in custodia, nonché delle norme in tema di onere della prova.
Il giudice d’appello aveva infatti ritenuto che la caduta fosse stata causata da un evento eccezionale, imprevedibile, fuori dalla sfera di custodia dell’amministratore e quindi non riconducibile alla responsabilità da custodia né a una generica responsabilità per colpa.
La Corte di Cassazione respinge il ricorso ed evidenzia:
- che la legge non consente neppure di affermare la responsabilità di tutti i condomini, avendo la signora l’obbligo di individuare il singolo, specifico, condomino che aveva abbandonato l’immondizia,
- che è onere del danneggiato provare il nesso causale tra la cosa custodita e il danno nonché dimostrare di avere tenuto un comportamento di cautela correlato alla situazione di rischio percepibile con l’ordinaria diligenza.
1. Con l'unico motivo del ricorso si denunzia "violazione e falsa applicazione degli artt. 2043, 2051, 1117,2055, 1292, 1293, 1294 e 2697 c.c.; nullità della sentenza per omessa, contraddittoria o illogica motivazione". Il motivo è infondato. La sentenza impugnata risulta conforme ai principi di diritto enunciati da questa Corte in tema di responsabilità per i danni causati da beni in custodia e di distribuzione dei relativi oneri probatori (che il ricorso non offre motivi idonei a indurre a rivedere). In base a tali principi: a) "in tema di responsabilità ex art. 2051 c.c., è onere del danneggiato provare il fatto dannoso ed il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno e, ove la prima sia inerte e priva di intrinseca pericolosità, dimostrare, altresì, che lo stato dei luoghi presentava un'obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il verificarsi del secondo, nonchè di aver tenuto un comportamento di cautela correlato alla situazione di rischio percepibile con l'ordinaria diligenza, atteso che il caso fortuito può essere integrato anche dal fatto colposo dello stesso danneggiato (nella specie, la S.C. ha ritenuto eziologicamente riconducibili alla condotta del ricorrente i danni da quest'ultimo sofferti a seguito di una caduta su un marciapiede sconnesso e reso scivoloso da un manto di foglie, posto che l'incidente era accaduto in pieno giorno, le condizioni di dissesto del marciapiede erano a lui note, abitando nelle vicinanze, e la idoneità dello strato di foglie a provocare una caduta era facilmente percepibile.

References: art. 416
 art. 3
 art. 3
 art. 4
e contrario
 art.2
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 380
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2051