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Timestamp: 2017-11-22 22:12:56+00:00

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All’avvocato il rimborso forfettario delle spese anche se non ha presentato espressa richiesta
Corte di Cassazione - Sezione III civile - Sentenza 13 febbraio-3 agosto 2002 n. 11654 (Presidente Carbone; Relatore Lupo, PM - conforme - Ceniccola; Ricorrente Comune di Morcone; Controricorrente Iamicelli)
Con atto di citazione notificato il 26 aprile 1997 il Comune di Morcone conveniva davanti al Giudice di pace della stessa località Achille Iamicelli, esponendo che: a) nel 1995 i1 Sindaco di Morcone aveva emesso un provvedimento con il quale aveva ordinato allo lamicelli di rimuovere un cartello ritenuto abusivo, recante la scritta «proprietà privata»; b) lo Iamicelli aveva denunziato per abuso di ufficio il sindaco ed il comandante dei vigili urbani; c) il pubblico ministero presso il Tribunale di Benevento aveva chiesto l'archiviazione del procedimento ed il provvedimento era stato confermato dal giudice per le indagini preliminari a seguito di opposizione dello Iamiceli quale persona offesa dai reato; d) gli indagati avevano sostenuto le spese per l'assistenza legale, che erano state poi rimborsate dal Comune, a seguito di delibera della Giunta. Tanto premesso, il Comune attore chiedeva la condanna dello Iamicelli al rimborso di dette spese, determinate in L.3.570.000.
Costituitosi lo Iamicelli, il giudice adito, con la sentenza depositata il 16 dicembre 1997, accoglieva la domanda.
Proposto appello dallo Iamicelli e costituitosi il Comune di Morcone, il Tribunale di Benevento, con la sentenza depositata il 16 luglio 1999, in riforma della pronunzia di primo grado, rigettava la domanda del Comune, condannandolo al pagamento delle spese di ambedue i gradi del giudizio. Il Tribunale osservava che:
1) «la responsabilità penale è personale, quindi, non ricade sull'ente-datore di lavoro», onde i dipendenti, «se conferiscono mandato ad un difensore di fiducia, dovranno provvedere ade spese conseguenti»;
2) «il reato del quale si discute è il delitto di abuso di ufficio, procedibile di ufficio, e non a querela di parte»; 3) « l’art. 427 c.p.p., il quale prevede la possibilità di condannare il querelante alla rifusione delle spese sostenute	dall'imputato, qualora questi ne faccia richiesta, trova applicazione solo nel caso in cui venga emessa una sentenza di non luogo a procedere, perché il fatto non sussiste o l'imputato non lo ha commesso. Nel caso di specie, invece,... non è stata avanzata in tal senso alcuna domanda, da parte degli indagati (non imputati),... ma è stato emesso decreto di archiviazione (e non sentenza) da parte del giudice, per le indagini preliminari».
Avverso la sentenza del Tribunale di Benevento il Comune di Morcone ha proposto ricorso per cassazione, deducendo tre motivi, a cui Achille Iamicelli ha resistito con controricorso. Il ricorrente ha presentato memoria.
I primi due motivi del ricorso sono strettamente connessi perché censurano la pronunzia di rigetto della domanda del Comune.
Con il primo motivo il Comune ricorrente deduce la violazione del D.P.R. 25 giugno 1983 n. 347 (art. 22) e del D.P.R 20 maggio 1987 n. 270 (art. 41), «secondo cui sussiste l'obbligo dell'amministrazione di rimborsare al proprio dipendente le spese processuali, qualora lo stesso si trovi implicato in un procedimento di responsabilità civile o penale, in conseguenza dei fattì e atti connessi all'espletamento dei servizio e all'adempimento dei compiti di ufficio». Tali disposizioni, che il Tribunale ha ignorato, sono applicabili nel caso di specie, perché il comportamento tenuto dal sindaco e dal dipendente comunale è «immediatamente imputabile all'ente territoriale per il perseguimento dei propri fini istituzionali» e le norme invocate sono riferibili «non solo ai dipendenti ma anche agli amministratori».
Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione delle stesse disposizioni indicate nel primo motivo e altresì dell'art. 427 c.p.p., nonché vizi di motivazione, osservando che il Tribunale ha ritenuto non sussistenti i presupposti previsti da detto articolo, che non è sicuramente applicabile perché esso «postula la presenza di un imputato e l’emissione di una sentenza in esito ad udienza preliminare, mentre a fondamento della domanda attorca di risarcimento del danno sono richiamabili principi ordinamentali. Ingiustificata è, anche la considerazione sulla procedibilità ex officio del delitto di abuso di ufficio, mentre il Tribunale avrebbe potuto «tutt'al più... sindacare la presenza degli estremi di un fatto àlunnioso» nella denunzia dello Iamicelli, ma su tale punto non vi è alcuna considerazione nella motivazione della sentenza impugnata.
2.1. Va rilevato, anzitutto, che non sono pertinenti al caso di specie le disposizioni normative speciali di cui, in ambedue i motivi, il Comune ricorrente deduce la violazione da parte della sentenza impugnata.
Il D.P.R. 20 maggio 1987 n. 270 ha approvato le «norme risultanti dalla disciplina prevista dall'accordo sindacale, per il triennio 1985-1987, relativa al comparto del personale dipendente del Servizio sanitario nazionale». Il richiamato testo normativo, e quindi anche il disposto dell'art. 41 di esso, riferendosi al personale dei servizio sanitario nazionale, contiene nonrme non applicabili al comandante dei vigili urbani ed al sindaco, a cui favore il Comune ricorrente ha rimborsato, le spese legali per la cui ripetizione esso agisce nei confronti del convenuto.
Il D.P.R. 25 giugno 1983 n. 347 ha approvato le «norme risultanti dalla disciplina prevista dall'accordo del 29 aprile 1983 per il personale dipendente degli enti locali», e quindi, a differenza dei testo precedentemente preso in considerazione, concerne il comandante dei vigili urbani. Va però osservato che, secondo l'art 1 del citato D.P.R n. 347183, detto accordo ha una durata limitata, e precisamente dal l'gennaio 1983 al 31 dicembre 1984, perché esso «scade» in quest'ultima data.
I fatti posti a fondamento dell'azione del Comune e del diritto da esso vantato si sono verificati nel 1995 (anno in cui è stato emesso il provvedimento del Sindaco per cui questi è stato denunziato dallo Iamicelli) e nel 1996, e quindi in data ampiamente successiva alla scadenza delle norme di cui nel ricorso si lamenta la violazione.
Le disposizioni dell'invocato D.P.R. n. 34711983 sono, pertanto, inapplicabili nel presente giudizio ratione temporis.
2.2. Per quanto attiene alla dedotta violazione dell'art. 427 c.p.p., il ricorrente, in contraddizione con la censura proposta, condivide l'affermazione della sentenza impugnata di non applicazione nel caso di specie delle disposizioni in esso contenute, onde non ne viene, in realtà, lamentata la violazione.
2.3. Per quanto attiene, infine, alla doglianza dei vizi di motivazione della sentenza impugnata, per non avere il Tribunale esaminato se la denunzia di abuso di ufficio presentata dallo Iamicelli era calunniosa, e quindi fonte di un obbligo risarcitorio, va osservato che, nei pretedenti gradi del giudizio, la sussistenza di una condotta calunniosa da parte dei convenuto non è stata dedotta dal Comune a fondamento della propria azione, onde la prospenazione di tale fondamento all'azione da esso proposta, comportando l'accertamento di fatto sullo stato psicologico del denunziante, non è ammissibile in questa sede di legittimità.
Con il terzo motivo il Comune ricorrente, deducendo «violazione e falsa applicazione degli artt. 99 e 112 c.p.c., art. 2907 c.c., art. 15 D.M. 24 novembre 1990 n. 392 e successive modifiche in relazione all'art. 360 mi. 3 e 4 c.p.c.», censura la sua condanna - contenuta nella sentenza impugnata - al rimborso delle spese generali di ambedue i gradi del giudizio, osservando che tale rimborso non era stato chiesto dalla controparte, onde la sentenza impugnata ha violato il principio della domanda ed è incorsa in una ultrapetizione.
L'art. 15 della tariffa forense approvata con decreto ministeriale 5 ottobre 1994 n. 585 (applicabile nel presente giudizio ragione temporis, invece di quella invocata dal ricorrente) prevede che “all'awocato è dovuto un rimborso forfettario delle spese generali in ragione del dieci per cento sull'importo degli onorari e dei diritti”. Nell'interpretare tale disposizione (o quelle di uguale tenore contenute nelle tariffe forensi approvate in precedenza), la giurisprudenza prevalente di questa Corte ha affermato che tale rimborso non può essere liquidato d’ufficio dal giudice nell'ambito delle spese processuali che il soccombente è tenuto a pagare alla parte vittoriosa, perché occorre apposita domanda dei legale (in tal senso Cass. 30 dicembre 1992 n. 13742; 3 novembre 1994 n. 9040; 28 agosto 1998 n. 8558; 25 febbraio 1999 n. 1637; 4 giugno 2001 n. 7487; 23 gennaio 2002 n. 738). Un orientamento minoritario di questa Corte ritiene, invece, che il menzionato rimborso forfettaro delle spese generali spetta automaticamente al professionista anche in assenza di aflegazione specifica e di espressa richiesta, perché quest'uItima deve ritenersi implicita nella domanda di condanna al pagamento degli onorari giudiziali (Cass. Il gennaio 1999 n. 10876; 22 maggio 2000 n. 6637; 9 novembre 2000 n. 14596).
Il motivo di ricorso si rifà all'orientamento prevalente, che però non è condiviso da questo Collegio.
In ordine ai rapporti tra il principio della domanda e la pronunzia sulle spese processuali occorre premettere, in linea generale, che, secondo la giurisprudenza di questa Corte (v. per tutte, di recente, Sez. un. 10 ottobre 1997 n. 9859), il regolamento delle dette spese è consequenziale ed accessorio alla definizione del giudizio, onde la condanna al pagamento delle spese di lite legittimamente può essere emessa, a carico della parte soccombente, anche di ufficio, in mancanza di una esplicita richiesta della parte vittoriosa, a meno che risulti che esista una esplicita volontà di quest'ultima di rinunziarvi. La mancata statuizìone sulle spese processuali integra il vizio di omissione di pronunzia (Cass. 11 marzo 1995 n. 2869), anche qualora tale pronunzia non sia stata chiesta dalla parte vittoriosa (Cass. 13 giugno 1994 n. 5720).
Anche in ordine al potere dei giudice di liquidazione delle spese processuali, (inteso il termine in senso ampio, e cioè come comprensivo del rimborso delle spese anticipate e della liquidazione degli onorari) non opera il principio della domanda. Ed ínvero l'art. 75 disp. att. C.p.c. impone al difensore di unire al fascicolo di parte, al momento del passaggio in decisione della causa, la nota delle spese, ove sono indicati «in modo distinto e specifico» gli onorari e le spese. Ma, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (v., tra le altre, 2 3 aprile 1988 n. 3149; 26 luglio 1985 n. 4357), la omessa presentazione, da parte dei difensore, della nota spese non esclude il potere-dovere del giudice di effettuare la liquidazione delle spese in base agli atti di causa. Tale affermazione è pienamente conforme al disposto dell'art. 59 dell'ordinamento forense (R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578), il quale, dopo avere, nel secondo comma, imposto al difensore di «presentare insieme con gli atti della causa la nota delle spese, delle proprie competenze e dell'onorario di avvocato», dispone, nel terzo comma, che «qualora tale obbligo non venga adempiuto, con la sentenza si provvede alla tassazione delle spese nonché delle competenze e dell'onorario di avvocato in base agli atti della causa». Consegue che il giudice, il quale, dopo avere pronunziato condanna alle spese processuali, non provveda a liquidarle, incorre nel vizio di omessa pronunzia (Cass. 11 gennaio 1982 n. 107).
Nell'esercizio del potere di liquidare le spese processuali, il giudice è tenuto ad osservare la tariffa forense che è approvata con decreto ministeriale avente natura regolamentare, emanato sulla base dell'articolo unico della legge 7 novembre 1957 n. 1051 (per le prestazioni i giudiziali in materia civile). Tra le disposizioni di detta tariffa vi è il sopra trascritto art. 15, che, prevedendo un rimborso forfettario delle spese generali (commisurato all'importo degli onorari e dei diritti), apporta deroga al disposto del precedente art. 1 della stessa tariffa, il quale prevede che all'avvocato è dovuto il «rimborso delle spese giustificate». L’art. 15, pertanto, aggiunge alle spese che in tanto possono essere rimborsate in quanto siano giustificate dal difensore, l'importo delle spese generali di cui si prevede il rimborso indipendentemente dalla loro giustificazione.
Ciò comporta che tali spese vadano sempre rimborsate nella misura forfettaria prevista dalla disposizione normativa contenuta nel citato art. 15, non essendo richiesta per esse alcuna giustificazione o dimostrazione di reale sussistenza.
L'introduzione dei principio della domanda soltanto per il rimborso delle spese generali, secondo l'orientamento interpretativo qui criticato, introduce, pertanto, un presupposto processuale la necessità della domanda di parte) che si pone in netto contrasto con la disciplina vigente per la condanna alle spese processuali e concernente sia il potere di pronunziarla (l'an), che il potere di liquidare l'ammontare delle spese da rimborsare e degli onorari (quantum), L'esistenza del detto presupposto non si desume in alcun modo dal testo dell'art. 15 della tariffa, che prevede un meccanismo automatico di determinazione delle spese generali da rimborsare, in modo da evitarne la necessità dì giustificarle, richiesta invece, in via generale, dall'art. 1 della stessa tariffa.
Va, ancora, osservato che la tesi della necessità della domanda di parte per ottenere il rimborso delle spese generali non precisa in quale forma tale domanda deve essere proposta, se cioè debba consistere in una specifica richiesta da aggiungere alle conclusioni sull'oggetto dei giudizio ovvero se possa essere inclusa nella nota spese presentata ai sensi dell'art. 75 disp. att. c.p.c..
Ambedue le risposte avrebbero l'effetto di rendere necessaria una attività processuale della parte (domanda di condanna della controparte al pagamento delle spese processuali ovvero presentazione della nota spese) che, invece, come si è visto, non è richiesta per l'esercizio dei poteri officiosi del giudice.
Le considerazioni che precedono possono indirizzarsi anche contro l'orientamento minoritario seguito da questa Corte, secondo cui la domanda di rimborso delle spese generali è necessaria, ma essa deve ritenersi implicitamente contenuta nella domanda di condanna al pagamento delle spese processuali.
Come si è detto, la detta domanda dì condanna non è richiesta dall'ordinamento per l'esercizio del potere-dovere del giudice che chiude il processo davanti a sé di decidere sulle spese processuali e, nel caso di condanna, di liquidarne l'ammontare anche per quanto attiene al rimborso delle spese. Va negata, quindi, la necessità della domanda perché l'art. 99 c.p.c. non opera rispetto al potere officioso del giudice in materia di spese processuali, la cui pronunzia è accessoria e dipendente da quella che ha per oggetto il «diritto in giudizio» a cui si riferisce il citato art. 99.
Può ipotizzarsi, soltanto, che la parte vittoriosa rinunzi ad ottenere la condanna alle spese processuali, in tutto o in parte (e quindi anche limitatamente al rimborso forfettario delle spese generali). Ma, in siffatta ipotesi, la volontà della parte rileva sul piano sostanziale (come rinunzia al diritto spettantele) e non processuale (come mancata proposizione della domanda). Tale ammissibile rinunzia deve essere esplicita e va accertata dal giudice che pronunzia sulle spese processuali. Essa, propno perché esplicita, non può comunque essere implicitamente desunta dalla sola mancata presentazione della nota spese.
In applicazione delle considerazioni che precedono, va confermata la sentenza impugnata, che ha condannato il Comune soccombente a pagare alla controparte anche il «rimborso spese generali come per legge», e cioè il dieci per cento dei diritti ed onorari liquidati nella stessa sentenza. Non occorreva, invero, contrariamente a quanto sostiene il Comune ricorrente, una domanda della parte vittoriosa per ottenere detto rimborso. Né si adduce nel ricorso che vi sia stata una rinunzia di quest'ultima parte al rimborso medesimo.
In conclusione, il ricorso, essendo infondato, va rigettato.
L'esistenza di una giurisprudenza maggioritaria a sostegno del terzo motivo del ricorso costituisce un gusto motivo per disporre la compensazione tra le parti delle spese del giudizio di cassazione.
La liquidazione forfetaria del dieci per cento deve essere liquidata al legale anche in assenza di un'esplicita richiesta concludendo così una disputa che durava da tempo e che vedeva due tendenze contrapposte.
Soltanto in caso di dichiarazione espressa, con cui si rinuncia al rimborso delle spese di lite, l'organo giudicante può soprassedere alla loro liquidazione,
Anzi, nel silenzio delle parti in causa, la mancata liquidazione delle spese, costituisce omesso pronunciamento intendendosi la liquidazione delle spese stesse parte essenziale e imprescindibile della domanda giudiziale.
Premesso che nel potere di liquidazione delle spese processuali il giudice è tenuto a osservare la tariffa forense, ritiene che l'articolo 15 del decreto ministeriale richiamato apporti deroga al disposto dell'articolo unico della tariffa di cui alla legge 1051/1957. In buona sostanza, l'articolo 15 del decreto aggiunge alle spese che possono essere rimborsate, in quanto giustificate, anche quelle il cui rimborso è indipendente dalla loro giustificazione.
Le conclusioni - Le spese a forfait, vanno sempre rimborsate nella misura forfettaria prevista dal citato articolo 15 e ciò prescindendosi da una qualsiasi richiesta specifica del difensore.
Si giunge a tale argomentazione partendo dal presupposto che il regolamento delle spese delle controversie è consequenziale e accessorio alla definizione del giudizio, talché la condanna al pagamento delle spese di lite, deve essere emesso a carico della parte soccombente anche d'ufficio, e prescindendo da specifiche richieste del difensore della parte vittoriosa.

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 art. 2907
 art. 15
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 Cass. 
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 art. 15
 art. 1
 art. 15
 art. 99
 sentenza 
 articolo 15