Source: https://www.diritto.it/prescrizione-limpatto-con-la-normativa-europea/
Timestamp: 2020-07-13 06:08:57+00:00

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Prescrizione: l'impatto con la normativa europea
L’ordinamento italiano ha da sempre considerato la prescrizione come una sorta tagliola; pur tenendo ben presente che alcuni reati sono imprescrittibili, tra questi vi rientra il genocidio.
Più alto il livello edittale, maggiore sarà la prescrizione. Quali sono le ragione di questo dettato:
primo tra tutti l’oblio, con il passare del tempo si perde l’interesse;
in secondo luogo per una ragione pratica, le prove che si possono acquisire.
In Germania la prescrizione è, all’opposto, considerata, come uno sconto di pena.
La pretesa punitiva si stabilisce dal momento in cui si scopre il delitto, per alcuni Stati.
La prescrizione ha carattere personale
In Italia, la prescrizione è a carattere personale. Sull’istituto è intervenuta la legge, denominata ex Cirielli, con la quale si prevedeva che per stabilire la pena bisognava prima pensare al bilanciamento delle circostanze.
La norma modificò il calcolo della prescrizione dei reati. La previgente disciplina commisurava i termini prescrizionali in base a degli “scaglioni” (esempio: la prescrizione è di 15 anni se per il delitto è stabilita la pena della reclusione non inferiore a 10 anni), la nuova legge, invece, fissa i termini di prescrizione rendendoli uguali al massimo della pena edittale prevista per il tipo di reato (esempio: la prescrizione per il delitto di ricettazione sarà di 8 anni visto che la pena massima prevista è di anni 8) mantenendo la prescrizione fissa in 4 anni per i reati contravvenzionali e in 6 anni per i delitti la cui pena sia non superiore a 6 anni oppure sia pecuniaria.
Gli artt. 157 c.p. e 161 co2 c.p. fissano dei limiti massimi a garanzia del soggetto.
La successione di legge nel tempo (lex mitior)
Se la prescrizione si accorcia allora sarà possibile utilizzarla anche per i processi pendenti (lex mitior), ad eccezione del caso in cui non si sia verificare la dichiarazione di apertura di dibattimento in primo grado. La Corte Costituzionale ha stabilito che la lex mitior non si applica indiscriminatamente. Vi è, quindi, una lesione del principio di ragionevolezza di cui ex art. 3 Cost.
Il caso Taricco sulla prescrizione
Art 325 TFUE la normativa europea sembra violata dalla norma italiana che prevede una prescrizione breve per i reati finanziari. Nel caso in esame, il GUP invece che dichiarare la prescrizione si domanda se la disciplina italiana non fosse in contrasto con il 325 TFUE.
I dubbi sollevati al GUP di Cuneo sono reali per la Corte di Giustizia. Nella materia penale c’è la riserva di legge, la concezione monista che predilige la disapplicazione della norma penale per fare posto alla norma comunitaria non può essere fatto. Nella materia penale, infatti, è prevista una competenza esclusiva della normativa nazionale.
Nel caso di specie, anche la Corte Costituzionale veniva stata scavalcata, perché doveva essere lei a dichiarare la incostituzionalità di cui all’art. 160 c.p.
Nell’ordinanza interlocutoria la Corte Costituzionale tocca il problema del divieto di retroattività e tassatività, mentre astutamente non cita la lesione della riserva di legge.
Con la sentenza n. 115/2018 la Corte Costituzionale ha portato il giudice di Lussemburgo a uscirne vittorioso.
La sentenza resa nella causa Taricco dalla Corte di Giustizia ha stabilito che il giudice nazionale deve disapplicare, alle condizioni che poi si vedranno, gli artt. 160, terzo comma, e 161, secondo comma, cod. pen., omettendo di dichiarare prescritti i reati e procedendo nel giudizio penale, in due casi: innanzitutto, secondo una regola che è stata tratta dall’art. 325, paragrafo 1, TFUE, quando questo regime giuridico della prescrizione impedisce di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di gravi casi di frode che ledono gli interessi finanziari dell’Unione; in secondo luogo, in base a una regola desunta dall’art. 325, paragrafo 2, TFUE (cosiddetto principio di assimilazione), quando il termine di prescrizione, per effetto delle norme indicate, risulta più breve di quello fissato dalla legge nazionale per casi analoghi di frode in danno dello Stato membro. Entrambi i rimettenti giudicano imputati ai quali sono addebitati reati che, ove fossero applicati gli artt. 160, terzo comma, e 161, secondo comma, cod. pen., dovrebbero ritenersi prescritti. Diversamente si dovrebbe decidere, invece, se in applicazione della “regola Taricco” tali disposizioni non potessero operare.
I giudici de quibus osservano che questa regola è senz’altro applicabile nei rispettivi giudizi, che vertono su gravi frodi in materia di IVA, con conseguente lesione degli interessi finanziari dell’Unione. Le frodi, inoltre, ricorrerebbero in un numero considerevole di casi, così da integrare tutte le condizioni che concretizzano la “regola Taricco”. Nel solo processo milanese rileverebbe anche, e con il medesimo effetto, il paragrafo 2 dell’art. 325 TFUE, perché ad alcuni imputati è contestato il reato di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari attinenti all’IVA. Questa figura criminosa non è compresa nell’elenco dei delitti previsti dall’art. 51, commi 3-bis e 3-quater, cod. proc. pen., che invece, nel comma 3-bis, include l’art. 291-quater del d.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative in materia doganale), ovvero l’associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri. Vi sarebbe perciò un’ipotesi di frode in danno dell’Italia dal profilo analogo a quello del reato per cui procede la Corte d’appello rimettente, per la quale l’ordinamento nazionale prevede un regime della prescrizione più severo, violando così il principio di assimilazione.
I rimettenti, dopo aver dato conto della necessità di applicare la “regola Taricco”, reputano che essa sia in contrasto con i principi supremi dell’ordine costituzionale dello Stato e censurano pertanto la normativa nazionale che, dando esecuzione all’art. 325 TFUE, accoglie nel nostro ordinamento tale regola. Premesso che l’istituto della prescrizione appartiene alla legalità penale sostanziale, la Corte di cassazione ritiene violato l’art. 25, secondo comma, Cost. per i profili della riserva di legge in materia penale, posto che il regime della prescrizione cesserebbe di essere legale, della determinatezza, a causa della genericità dei concetti di «grave frode» e di «numero considerevole di casi», intorno ai quali ruota la “regola Taricco”, e del divieto di retroattività, considerato che i fatti addebitati agli imputati sono anteriori all’8 settembre 2015, data di pubblicazione della sentenza Taricco.
Inoltre sarebbe leso l’art. 101, secondo comma, Cost., perché verrebbe demandata al giudice un’attività implicante una «valutazione di natura politico-criminale» che spetterebbe invece al legislatore. Sarebbero poi violati gli artt. 3 e 24 Cost., a causa della irragionevolezza manifesta della “regola Taricco” e dell’impedimento che essa avrebbe costituito per gli imputati di prevedere la data di prescrizione del reato e conseguentemente di valutare l’opportunità di accedere a un rito alternativo. Infine, sarebbe leso l’art. 27, terzo comma, Cost., perché legare il termine di prescrizione esclusivamente a considerazioni attinenti alla tutela di interessi finanziari farebbe venire meno la finalità rieducativa della pena.
Con l’ordinanza n. 24 del 2017 ha riunito i giudizi e disposto un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia per l’interpretazione relativa al corretto significato da attribuire all’art. 325 TFUE e alla sentenza Taricco. Secondo questa Corte l’eventuale applicazione della “regola Taricco” nel nostro ordinamento violerebbe gli artt. 25, secondo comma, e 101, secondo comma, Cost., e non potrebbe perciò essere consentita neppure alla luce del primato del diritto dell’Unione. Tuttavia è sembrato a questa Corte che la stessa sentenza Taricco (paragrafi 53 e 55) tenda ad escludere tale applicazione ogni qual volta essa venga a trovarsi in conflitto con l’identità costituzionale dello Stato membro e in particolare implichi una violazione del principio di legalità penale, secondo l’apprezzamento delle competenti autorità di tale Stato. Di ciò è stata chiesta conferma alla Corte di giustizia.
La Grande sezione della Corte di giustizia, con sentenza 5 dicembre 2017, in causa C-42/17, M.A. S. e M. B., ha compreso il dubbio interpretativo di questa Corte e ha affermato che l’obbligo per il giudice nazionale di disapplicare la normativa interna in materia di prescrizione, sulla base della “regola Taricco”, viene meno quando ciò comporta una violazione del principio di legalità dei reati e delle pene, a causa dell’insufficiente determinatezza della legge applicabile o dell’applicazione retroattiva di una normativa che prevede un regime di punibilità più severo di quello vigente al momento della commissione del reato.
La nuova pronuncia della Corte di Lussemburgo opera su due piani connessi. In primo luogo, provvede a chiarire che, in virtù del divieto di retroattività in malam partem della legge penale, la “regola Taricco” non può essere applicata ai fatti commessi anteriormente alla data di pubblicazione della sentenza che l’ha dichiarata, ovvero anteriormente all’8 settembre 2015 (paragrafo 60). Si tratta di un divieto che discende immediatamente dal diritto dell’Unione e non richiede alcuna ulteriore verifica da parte delle autorità giudiziarie nazionali.
Il decreto Renzi ha innalzato le soglie dei reati finanziari, soglie poi che verranno ribassate con la legge manette agli evasori.
Si legga anche:”Il Decreto fiscale “manette agli evasori””
I dubbi sulla riforma della prescrizione ed il lodo Conte-bis
di Sebastian Ciancio 29 aprile 2020

References: art. 3
 sentenza 
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