Source: http://www.studiorighini.it/eu-it/difesa-tributaria-v1-0.aspx
Timestamp: 2019-04-22 18:07:17+00:00

Document:
All'interno della sezione potrete analizzare i casi aziendali seguiti dal dipartimento Difesa Tributaria
tutti | 2016 | 2015 | 2014 | 2013
Il Dipartimento vince sulla “regolarizzazione IVA”
Il Dipartimento Difesa Tributaria ha assistito in contenzioso diverse società appartenenti ad un Gruppo alle quali era stata contestata ed irrogata la sanzione ex art. 6, co. 8 del D.Lgs. n. 471/1997 per l’omessa regolarizzazione con IVA delle fatture ricevute in regime di esenzione IVA afferenti alle prestazioni di servizi intragruppo. Secondo la ricostruzione effettuata dall’Ufficio Grandi Contribuenti, le prestazioni ricevute erano invece da considerarsi soggette ad IVA e pertanto le società riceventi la fattura avevano l’obbligo di regolarizzazione ex art. 6, co. 8.
Le società hanno tutte contestato innanzi alle competenti Commissioni Tributarie la nullità di tali atti sanzionatori, eccependo il diverso ambito applicativo della normativa, in quanto, la condotta sanzionata dalla norma, non può essere estesa ad un controllo da parte del ricevente la fattura alle valutazione giuridiche effettuate dall’emittente circa assoggettamento o meno all’imposta.
Tutte le Commissioni addite hanno accolto tale ricostruzione ermeneutica della normativa sanzionatoria. Nell’ultima sentenza sul tema, la Commissione Tributaria ha espresso un interessante principio; a suo avviso le fatture possono essere definite “irregolari” anche sotto un profilo sostanziale e non solo meramente formale, cartolare e materiale – e in relazione alle quali, dunque, chi le riceve è tenuto a provvedere alla regolarizzazione ai sensi della summenzionata disciplina sanzionatoria. Infatti ad avviso della Commissione, la fattura può essere irregolare anche in relazione alla erronea dichiarazione dell’emittente circa l’applicabilità del regime IVA. Tuttavia una tale conclusione può essere correlata soltanto ad operazioni “il cui regime IVA sia incontrovertibilmente diverso da quello dichiarato nella fattura o per la mancata emersione di dubbi nella pratica generalizzata o per il consolidarsi di indirizzo giurisprudenziale, al punto, nell’un caso e nell’altro, che all’operatore economico la dichiarazione dell’emittente si ponga in palese rottura con una regola”.
Nel caso in vertenza la Commissione Tributaria ha escluso l’esistenza di una “regola” così come delineata e contrastante con la dichiarazione di esenzione IVA dell’emittente, in quanto l’applicazione dell’esenzione IVA sulle operazioni contestate costituisce oggetto di un ampio e diffuso contenzioso tributario, nei quali i soggetti emittenti sono sempre, fra l’altro, risultati vittoriosi.
Contestazioni sull’abuso del diritto proposte solo nel corso del giudizio tributario – Eccesso di potere nell’esercizio discrezionale dell’attività amministrativa
Il Dipartimento Difesa Tributaria, ha assistito una società appartenente ad un gruppo quotato sull’illegittimità delle contestazioni di abuso del diritto proposte dall’Agenzia solo negli atti di causa, e più precisamente nella costituzione in giudizio dell’Agenzia, e non formulate nell’avviso di accertamento.
Accogliendo le tesi della difesa sull’illegittimità di tale comportamento, la Commissione Tributaria, con sentenza passata in giudicato, ha respinto tutte le contestazioni formulate dall’Agenzia sulla presunta elusività dell’operazione ed attinenti all’abuso di diritto, ritenendo di ascrivere ad una normalità economica le operazioni esaminate. Ha inoltre accolto il ricorso presentato annullando l’atto impugnato ritenendo il comportamento dell’Agenzia illegittimo in quanto “presenta profili di eccesso di potere nell’esercizio discrezionale dell’attività amministrativa incentrati nella motivazione di cui è dotato, che si appalesa soltanto apparente e priva di fondamento”.
Abuso del diritto in operazioni finanziarie “pronti contro termine” con partner non residente
I Professionisti del Dipartimento di Difesa Tributaria hanno assistito un’importante società di primaria rilevanza nazionale sia nella fase di accertamento che in quella del contenzioso tributario, sulla tematica delle operazioni finanziarie di pronti contro termine con partener non residente (cd. “dividend washing”), riqualificate dall’Agenzia nel presupposto dell’abuso del diritto in quanto comportanti arbitraggi fiscali internazionali indebiti sui “manifactured dividend”, ottenendo dalla Commissione Tributaria appositamente adita una sentenza vittoriosa e definitiva con acquiescenza da parte dell’Agenzia delle Entrate..
La questione controversa riguardava i dividendi percepiti e le minusvalenze dedotte in vigenza di tali strumenti finanziari ai quali l’Ufficio disconosceva il trattamento di esenzione e di deducibilità assegnato dalla normativa fiscale con conseguente ripresa a tassazione.
La Commissione Tributaria chiamata al giudizio ha accolto integralmente le tesi formulate dalla difesa, rigettando tutte le motivazioni dell’Agenzia. In particolare la Commissione ha statuito che possono ravvisarsi profili di abuso del diritto solo laddove emergano prove concrete dell’ingerenza dell’acquirente sulla distribuzione dei dividendi e sull’ammontare del differenziale scambiato fra le parti. Solo l’intervento volontario nei flussi economici positivi e negativi che derivano in capo ai diversi soggetti dell’operazione vanifica la naturale funzione economica del contratto, ovvero la sua causa, la cui mancanza è rilevante ai fini dell’applicazione della normativa sull’abuso del diritto. Nei casi in cui invece la sequenza dei flussi dare/avere conseguenti le operazioni finanziarie si svolgano senza alcuna alterazione di controllo, indice questo di una diversa distorsione della causa contrattuale, si tratta di normali operazioni finanziarie nella quale è insita una predominata struttura di sequenze di flussi che il legislatore tributario ha appositamente regolato in modo apposito. Tale normativa fiscale non è di vantaggio, ma è la legislazione semplicemente appropriata allo strumento finanziario per scelta legislativa.
Contenzioso in tema di cumulabilità delle sanzioni per omessa effettuazione ed omesso versamento di ritenute - affermazione dei principi di unicità della sanzione e del cumulo giuridico
I professionisti del Dipartimento di Difesa Tributaria hanno assistito con successo una società ottenendo una pronuncia favorevole che costituisce uno dei primi precedenti nella materia oggetto del contenzioso.
La vicenda origina dall’emissione di un atto di irrogazione delle sanzioni con cui l’Amministrazione Finanziaria ha applicato la sanzione prevista dall’art. 13 del D.Lgs. 471/97 (pari al 30%) per l’omesso versamento di ritenute relative ad operazioni di pronti contro termine effettuate da una società specializzata nella gestione di investimenti nell’ambito di un contratto di ‘Mandato di Gestione Individuale di Portafogli di Investimento per Conto Terzi’.
Con riferimento alla medesima violazione, l’Ufficio aveva già notificato un avviso di accertamento con contestuale provvedimento di irrogazione di sanzioni a titolo di omessa effettuazione delle ritenute alla fonte ex art. 14 dello stesso D.Lgs n. 471/1997 (pari al 20%), oltre che per infedele dichiarazione del sostituto d’imposta.
Pertanto l’Agenzia delle Entrate non solo ha cumulato la sanzione per omesso versamento di ritenute con quella prevista per la mancata effettuazione delle ritenute, ma ha anche emesso due atti diversi (avviso di accertamento con contestuale irrogazione di sanzioni, prima; atto di irrogazione delle sanzioni, poi) con riferimento alla medesima violazione, così negando le regole del procedimento di irrogazione delle sanzioni.
Nella articolata difesa predisposta nell’interesse della società ricorrente, i professionisti del Dipartimento si sono soffermati su diversi punti; quello che rileva maggiormente è l’aspetto sanzionatorio, laddove è stata affermata l’illegittimità del cumulo tra la sanzione del 20% (omessa effettuazione di ritenute ex art. 14, D.Lgs. 471/97, già irrogata con il precedente avviso di accertamento) e quella del 30% (omesso versamento ex art. 13 stesso D.Lgs.); ciò per il fatto che è la stessa lettera dell’art. 13 a correlare la sanzione all’omesso versamento di imposte risultanti dalla dichiarazione: in mancanza di tale presupposto la sanzione si presenta illegittima.
Sempre in tema di sanzione è stata contestata la grave violazione del procedimento di irrogazione delle sanzioni: poiché le violazioni contestate erano contenute nell’avviso di accertamento già emesso, ai sensi dell’art. 17 D.Lgs. 472/97 tutte le sanzioni relative a tali violazioni devono essere irrogate con atto contestuale a detto avviso di accertamento, di modo da garantire l’unicità della sanzione e l’applicazione del cumulo giuridico.
La Commissione Tributaria adita ha accolto il ricorso della società, condividendone tutti i motivi.
In particolare, ha ritenuto inapplicabile la sanzione del 30% di cui all'art. 13 del D.Lgs. 471/1997 per il fatto che la cumulabilità applicata dall’Ufficio non è automatica, ma presuppone sempre l’accertamento del requisito dell’omesso versamento di somme risultanti dalle dichiarazioni, assente nel caso concreto.
I giudici non hanno mancato di censurare il comportamento dell’Agenzia che ha violato palesemente non solo il procedimento di irrogazione delle sanzioni, ma anche i principi del concorso e della sanzione unica in virtù del cumulo giuridico delle sanzioni; censura che ha giustificato una esemplare e consistente condanna alle spese dell’Ufficio.
La vicenda seguita dal Dipartimento di Difesa Tributaria si presenta degna di nota per il fatto che i giudici abbiano attentamente motivato in tema di sanzioni, censurando la violazione dei principi dell’unicità della sanzione e del cumulo giuridico previsti dall’ordinamento; la pronuncia in tema di cumulabilità di sanzioni sulle ritenute costituisce ad oggi un precedente significativo.
Presunzione di evasione e raddoppio dei termini di accertamento per gli investimenti detenuti in paesi a fiscalità privilegiata - omessa compilazione del quadro RW
Il Dipartimento Difesa Tributaria ha efficacemente assistito un Cliente dello Studio nel contenzioso instaurato nei confronti dell’Amministrazione finanziaria che, in seguito ad un accesso della Guardia di Finanza, ha ripreso a tassazione le disponibilità finanziarie detenute in un paese a fiscalità privilegiata di cui era stata omessa la dichiarazione nel quadro RW della dichiarazione, irrogando le conseguenti sanzioni.
Gli atti impugnati, avviso di accertamento e atto di contestazione di sanzioni, sono stati emessi in applicazione della disposizione di cui all’art. 12 del D.L. n. 78/2009, che contiene una presunzione di evasione con riferimento agli investimenti effettuati in paesi a fiscalità privilegiata di cui sia stata omessa la dichiarazione, assistita dal raddoppio dei termini per la notifica dei relativi avvisi di accertamento e atti di contestazione delle sanzioni. Usufruendo del predetto raddoppio dei termini accertativi, l’Agenzia delle Entrate ha potuto notificare nel dicembre 2012 gli atti di recupero relativi al periodo d’imposta 2003, dai cui termini sarebbe diversamente decaduta il 31.12.2008.
I professionisti del dipartimento hanno denunciato l’illegittimità degli atti sia per ragioni procedurali che di merito, che i Giudici hanno singolarmente esaminato e totalmente condiviso.
La tesi di ordine procedurale sostenuta con particolare fermezza, poi accolta dalla Commissione Tributaria, è stata quella per cui la disposizione su cui si fondavano gli atti impugnati (art. 12 del DL 78/09) presenta una inequivocabile natura sostanziale che ne preclude l’applicazione ad annualità d’imposta antecedenti la propria entrata in vigore. Contrariamente alla teoria procedurale portata avanti dall’Ufficio, poiché la norma prevede un meccanismo presuntivo, la stessa incide sulla ripartizione dell'onere probatorio tra Amministrazione e contribuente, e così come ogni altra disposizione sulla prova deve ritenersi sostanziale e pertanto irretroattiva.
In accordo con la tesi di parte ricorrente, la Commissione ha dichiarato la nullità di entrambi gli atti impugnati, in quanto emessi in base ad una normativa inapplicabile ai fatti oggetto di causa.
Quanto al merito della questione, nel caso particolare si trattava di investimenti detenuti in Lussemburgo, paese che con Decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze del 16.12.2014 è definitivamente uscito dalla c.d. black list disciplinata dal D.M. 21.11.2001, ma che all’epoca dei fatti era territorio a fiscalità privilegiata con riferimento alle società holding di cui alla locale Legge del 31.07.1929. Ai fini dell’applicazione della presunzione di evasione ai capitali allocati in paesi a fiscalità privilegiata, e con particolare riferimento a quei paesi in cui tale prerogativa è circoscritta solo ad alcune forme societarie come nel caso di specie, all’Ufficio non basta, e non è bastato, affermare che gli investimenti fossero detenuti in un determinato paese, ma era necessario dimostrare che gli stessi fossero riconducibili ad un soggetto giuridico in possesso dei requisiti propri di una tale forma societaria. Sul punto si è ritenuto che tale dimostrazione non fosse stata fornita dall’Ufficio.
I professionisti del dipartimento, nell’ipotesi in cui le precedenti tesi non venissero condivise, hanno altresì provveduto a produrre la documentazione idonea a vincere la presunzione di evasione a carico del contribuente; nella fattispecie si è trattato dei bilanci delle società in cui erano stati effettuati gli investimenti che dimostravano che le stesse erano sempre state infruttifere e non avevano distribuito utili assoggettabili a tassazione.
Anche con riferimento al merito della controversia, la Commissione Tributaria investita della causa ha condiviso quanto affermato dalla difesa, ritenendo che l’Ufficio non ha fornito la prova che gli investimenti fossero detenuti in una società riconducibile al modello della holding del ’29, facendo venire meno lo stesso presupposto di applicazione della presunzione coincidente con l’ambito territoriale a fiscalità privilegiata. Anche per tali ragioni entrambi gli atti impugnati sono stati annullati.
Delibere di aumento di capitale mediante rinuncia dei soci alla restituzione di precedenti finanziamenti: gli accorgimenti per evitare le possibili contestazioni del fisco
Il Dipartimento di Difesa Tributaria, unitamente al Dipartimento Company Law e Operazioni Straordinarie, ha prestato la propria consulenza ad alcune Società per evitare il rischio di applicazione dell’imposta di registro proporzionale del 3% ai finanziamenti concessi dai propri soci, qualora questi siano “enunciati” nel verbali di assemblea straordinaria che delibera l’aumento del capitale mediante la rinuncia alla restituzione del finanziamento stesso.
La questione nasce dalla Sentenza della Cassazione Sez. Trib. 30 giugno 2010, n. 15585 in base alla quale la corte ha statuito che è soggetto ad imposta di registro proporzionale, con aliquota del 3%, il finanziamento concesso alla società dai propri soci, quando tale finanziamento sia “enunciato” nel verbale di assemblea con cui viene deliberata la ricostituzione del capitale per perdite mediante la rinuncia dei soci alla restituzione del finanziamento stesso, ritenendo applicabile l’art. 22del DPR 131/1986.
La maggioranza della dottrina non ha mai condiviso l'orientamento dei Giudici, in considerazione del fatto che sembrerebbero non soddisfatti i requisiti perché si renda applicabile il predetto istituto dell'enunciazione. Recentemente, peraltro, anche la C.T. Prov. Piacenza, nella sentenza 18.2.2014 n. 71/2/14, ha affermato che non sussistono le condizioni per l'enunciazione di cui all'art. 22 del DPR 131/86, nel caso di delibera di aumento del capitale effettuato attraverso precedenti finanziamenti dei soci.
Vista comunque la frequenza, il valore di tali operazioni e il conseguente non trascurabile importo potenzialmente oggetto di ripresa, si ritiene opportuno adottare alcuni accorgimenti per evitare defatiganti e costosi contenziosi tributari.
In aderenza con quanto riportato anche nei documenti ufficiali della prassi notarile (Documento del Consiglio del Notariato -Studio n. 208-2010/T - La registrazione d’ufficio e l’enunciazione nell’imposta di registro - Approvato dalla Commissione studi tributari il 14 Dicembre 2011) è possibile intervenire sotto il profilo della tecnica redazionale degli atti, atteso che nessuna enunciazione fiscalmente rilevante si dovrebbe rinvenire nel caso in cui la rinuncia al credito o il suo utilizzo per una ricapitalizzazione avvengano al di fuori di un verbale notarile o comunque di atti sottoposti a registrazione. Ciò significa, ad esempio, procedere alla restituzione del finanziamento in un momento precedente l'adozione della delibera di aumento del capitale e il successivo conferimento in società del denaro; ovvero ricorrere alla preventiva conversione del finanziamento soci in versamento in conto capitale, con successivo utilizzo della riserva di patrimonio netto, così generata, per l'aumento del capitale sociale. Altra soluzione percorribile è quella della successiva compensazione del debito da finanziamento con il credito vantato nei confronti dei soci per il versamento del capitale sottoscritto
Così facendo ciascuna operazione non sarebbe “enunciata” nel verbale di assemblea straordinaria che all’atto della registrazione non contemplerebbe alcun riferimento al finanziamento e alla rinuncia della relativa restituzione.
Per completezza, il Dipartimento di Difesa Tributaria non ha mancato di far presente che sussiste la possibilità, seppure remota, che un’operazione così possa essere censurabile in base al principio - di cui l’Amministrazione finanziaria orai fa ormai ampiamente uso (e, con un gioco di parole, anche abuso) – dell’”abuso di diritto”.
Si pone inoltre l’accento sulle problematiche fiscali legate alle eventuali censure di antieconomicità effettuate dal fisco con riferimento all’originaria operazione di finanziamento a titolo gratuito effettuata dai soci e alle possibili applicazioni di presunzione di fruttuosità dei capitali dati a mutuo.
Tutoraggio Grandi Contribuenti: in arrivo richieste di informazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate
Con la Circolare n. 25/E/14 del 06.08.2014 in tema di ‘Prevenzione e di contrasto all’evasione’, l’Agenzia delle Entrate ha indicato alcuni principi e dettato le linee guida agli Uffici periferici dell’Agenzia delle Entrate sulla prevenzione e gli strumenti di contrasto all'evasione fiscale.
In particolare, tra le varie strategie ipotizzate, si intensifica l’attività di monitoraggio dei “Grandi Contribuenti”, quali soggetti idonei a generare i comportamenti evasivi più gravi ed in grado di avere impatti rilevanti sul gettito erariale. I controlli sui Grandi Contribuenti saranno quindi consolidati anche mediante l’analisi della singola posizione fiscale (tutoraggio) tale da rendere maggiormente efficiente quel giudizio prognostico circa la maggiore o minore capacità ed inclinazione a comportamenti evasivi.
Proprio nell’ambito dell'attività di prevenzione e contrasto all'evasione fiscale, il Dipartimento di Difesa tributaria affianca i grandi contribuenti che già hanno ricevuto, o stanno per ricevere, le richieste di informazioni da parte dell'Amministrazione Finanziaria. Si tratta di informazioni relative alle Dichiarazioni fiscali e ai bilanci relativi all’anno imposta 2012, con particolare riferimento al bilancio di verifica e al dettaglio delle variazioni in aumento e in diminuzione indicate in dichiarazione.
Tale attività di affiancamento è particolarmente importante e delicata in quanto finalizzata all’aggiornamento della “scheda rischio” della singola impresa, mediante l’analisi e l’aggiornamento di ogni posizione, con tutto ciò ne consegue in termini di future verifiche o accertamenti.
Impugnazione provvedimento diniego autotutela per i quali erano scaduti temine di impugnazione – Legittimità dell’impugnazione - Censura operato Agenzia delle Entrate – Azione di risarcimento del danno ed annullamento atto in autotutela
Il Dipartimento Difesa Tributaria, impugnando il provvedimento di diniego, ha concluso positivamente un contenzione tributario ottenendo l’emissione del provvedimento di annullamento in autotutela da parte dell’Agenzia delle Entrate di un atto per i quali erano scaduti i termini di impugnazione.
Sia la Commissione Tributaria Provinciale che la Regionale di Milano, rigettando le eccezioni di inammissibilità del ricorso di un atto divenuto definitivo, hanno ritenuto l’impugnazione ammissibile con il limite invalicabile del merito della pretesa tributaria che risultava ormai precluso.
Il giudizio delle Commissioni è stato quindi rivolto all’esame di legittimità del comportamento dell’Agenzia delle Entrate ed alla verifica dei presupposti di legge previsti dal D.L. n. 564 del 30/09/1994, art. 2 quater e dal D.M. 30/07/1997, n. 37, in virtù dei quali la stessa avrebbe dovuto provvedere all’annullamento “in proprio” dell’atto. I giudici hanno valutato come illegittimo il comportamento tenuto dall’Amministrazione Finanziaria nel negare ripetutamente l’atto di autotutela, tenendo in considerazione il principio per cui “ l’attività amministrativa e di riscossione delle imposte debbano rispettare il principio di collaborazione tra contribuente e Amministrazione Finanziaria secondo criteri di economicità efficienza trasparenza nonché il principio di tutela del legittimo affidamento”.
Le Commissioni adite hanno riconosciuto nel caso specifico l’esistenza dei presupposti di fatto e di diritto in base ai quali l’Amministrazione Finanziaria avrebbe dovuto procedere all’annullamento dell’atto in autotutela. “La Commissione, in conclusione, evidenzia il comportamento leale e trasparente della società contribuente che, (…), ha avviato la procedura di autotutela, corretta ed incontestabile (…). Non altrettanto può definirsi leale e corrispondente al dato evidenziato (…) il comportamento della amministrazione finanziaria, che invece era tenuta ad accedere a quanto richiesto dalla contribuente”.
Pertanto, in base alle Sentenze che hanno riconosciuto la procedura di autotutela più volte attivata dalla società come corretta ed incontestabile la condotta tenuta dall’Amministrazione come non conforme ai dettati normativi, insieme alla prospettazione dell’attivazione di un'azione diretta di risarcimento del danno ex art. 2043 c.c, l’Agenzia delle Entrate ha annullato l’atto in autotutela.
Penale tributario – reato di infedele dichiarazione ex art. 4 d.lgs. 74/2000 – elementi costitutivi fattispecie.
Il Dipartimento Difesa tributaria ha assistito e coordinato le attività dei penalisti in relazione ai rilievi di natura penale tributaria sollevati a carico dei legali rappresentanti persone fisiche a seguito dell’emissione degli avvisi di accertamento nei confronti di alcune Società. In particolare, sono state predisposte le memorie difensive argomentando che nel caso potevano essere integrati gli elementi costitutivi della fattispecie di reato di dichiarazione infedele, di cui all’art. 4 d.lgs. 74/2000. Su tali basi si è giunti all’archiviazione dei procedimenti penali.
Contenzioso – Esenzione IVA - Commissioni delega coassicurazione – Prestazioni di servizi nell’ambito bancario e assicurativo
Il Dipartimento Difesa Tributaria, prestando la propria assistenza nei confronti di un primario gruppo, ha nuovamente ottenuto la conferma, già avuta da numerose Commissioni Tributarie adite, del corretto trattamento di esenzione IVA riservato alle commissioni delega inerenti ai rapporti di coassicurazione ed alle prestazioni di servizi ausiliari fra le società dei gruppi assicurativi e bancari.
Accertamento e contenzioso – Raddoppio dei termini per denuncia reato penale – Prognosi postuma sulla legittimità notitia criminis
Il Dipartimento Difesa tributaria ha assistito una società appartenente ad un gruppo quotato sull’illegittimità degli avvisi di accertamento emessi oltre i termini ordinari applicando il raddoppio dei termini di accertamento per violazioni che comportano il dovere di denuncia penale.
La Commissione Tributaria ha accolto l’eccezione preliminare di illegittimità dell’atto di accertamento in relazione alla carenza dei presupposti per l’invio alla Procura della notitia criminis ex art. 331 cpp da parte della DRE in ordine alle violazioni contestate. Si è pronunciata a favore sulla cosiddetta “prognosi postuma” decretando come pretestuosa e strumentale la denuncia penale utilizzata solo al fine di usufruire del più ampio termine di accertamento.
Accertamento tasso interessi prestiti obbligazionari – antieconomicità e abuso del diritto
Il Dipartimento Difesa tributaria ha assistito un primario gruppo societario arrivando ad una definizione favorevole della controversia in relazione alla supposta natura elusiva e di abuso del diritto nonché di antieconomicità dei prestiti obbligazionari aventi un tasso di interesse nominale (riferito all’anno di emissione) più elevato rispetto all’attuale tasso di interesse di mercato. Secondo l’Amministrazione finanziaria il prestito obbligazionario doveva essere estinto in via anticipata ed il mancato rimborso del prestito configura un comportamento manifestamente antieconomico e quindi sostanzialmente abusivo e elusivo nonostante il fatto che l’operazione contestata rispettava i requisiti previsti dal legislatore fiscale (l’art. 3, comma 115 della Legge del 28/12/1995, n. 549, e l’art. 96 del TUIR), normative specifiche emanate per evitare usi distorti della deducibilità degli interessi passivi in capo alle Società.
Garanzie procedimentali - obblighi motivazionali - fattispecie elusive e di abuso del diritto addotte solo in sede contenziosa
Il Dipartimento Difesa tributaria ha assistito in fase contenziosa un primario gruppo sull’illegittimità ed inammissibilità della motivazione antielusiva a base della pretesa impositiva addotta per la prima volta solo nella costituzione in giudizio ex art. 23 DLGS 546/92. Detto comportamento è in palese violazione degli articoli 42 del D.P.R. n. 600/1973, dell’art. 7 della legge n. 212/2000, e dall'art. 3 della legge n. 241/1990, nonchè dell’art. 37-bis del DPR 600, in ordine sia alla motivazione a base della pretesa impositiva che deve essere contenuta nell’avviso di accertamento, sia in ordine alle garanzie procedimentali del contribuente nell'accertamento di fattispecie potenzialmente elusive e di abuso del diritto.
Accertamento - competenza fiscale “Annullamento Premi”
Il Dipartimento Difesa tributaria ha ottenuto il riconoscimento da parte della Amministrazione Finanziaria della correttezza del metodo di tassazione degli Annullamenti Premi: dal punto di vista fiscale le annullazioni non soggiacciano alla disciplina di cui all’art. 106, commi 3 e 5, bensì ai principi generali di inerenza e competenza disciplinati dal Tuir che trovano applicazione con apposite variazione in aumento ed in diminuzione al verificarsi dei presupposti (certezza e determinabilità) per procedere all’annullamento.
Accertamento configurante arbitraggio internazionale su operazioni finanziarie
Il Dipartimento Difesa tributaria ha assistito un gruppo, sia nella fase di accertamento che in quella contenziosa in relazione a contestazioni sulla presunta elusività e di abuso del diritto, nell’utilizzo di strumenti finanziari con controparte bancaria non residente con stabile organizzazione in Italia. L’Amministrazione finanziaria ha motivato la ripresa nell’assunto che tale utilizzo poteva configurare un arbitraggio fiscale internazionale che realizzava un indebito risparmio di imposta con effetti assimilabili alle operazioni di dividend washing, nonché una omissione di ritenute a titolo d'imposta.
Area di attività Difesa Tributaria

References: art. 6
 art. 6
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 14
 art. 14
 art. 13
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 2
 art. 2043
 art. 4
 art. 331
 art. 23