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Timestamp: 2018-09-19 00:31:22+00:00

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L'alcoltest non è infallibile: contro l'etilometro ammessa la prova contraria
L’alcoltest non è infallibile: contro l’etilometro ammessa la prova contraria
Guida in stato di ebbrezza: se l’alcooltest risulta positivo, l’imputato si può sempre difendere fornendo una prova contraria a detto accertamento come il non corretto funzionamento o la metodologia sbagliata.
In caso di guida in stato di ebbrezza accertata con l’alcoltest, l’automobilista ha una sola via per sfuggire alla condanna: dimostrare o la sussistenza di vizi dello strumento usato opuure l’utilizzo di una metodologia errata nell’esecuzione dell’aspirazione.
Insomma, l’etilometro non è uno strumento inoppugnabile, ma la prova contraria deve essere fornita dal conducente.
È quanto emerge da una recente sentenza firmata dalla Cassazione [1].
Quando il test dell’etilometro risulta positivo, la cosiddetta “prova contraria” è l’unica via di scampo; costituisce, infatti, onere della difesa dell’imputato fornire una prova contraria a detto accertamento, prova che può consistere nel non corretto funzionamento dello strumento di controllo usato dalle forze dell’ordine, o nella errata metodologia nell’esecuzione dell’aspirazione.
A riguardo, però, anche dopo tale prova, è bene sapere che, sempre secondo la Cassazione (sentenza, peraltro, di ieri [2]), ai fini della configurazione del reato di guida in stato di ebbrezza, tale stato può essere accertato, con qualsiasi mezzo, e quindi anche sulla base dei sintomi, indipendentemente quindi dall’accertamento strumentale con l’etilometro [3]. In altre parole, lo stato di ebbrezza può essere desunto da qualsiasi elemento idoneo allo scopo e, quindi, anche da indici sintomatici rilevabili dalle condizioni del soggetto. Per esempio, gli agenti potrebbero fondare la multa solo sulla base della verifica di una difficoltà di coordinamento dei movimenti, eccessiva sudorazione, equilibrio precario, andatura barcollante.
Non solo. Esistono anche vizi di forma nella contravvenzione come il mancato avviso al conducente di farsi assistere dall’avvocato (leggi l’articolo “Alcoltest nullo se manca l’avviso al conducente di farsi assistere dall’avvocato”) [4].
[1] Cass. sent. n. 13998/14 del 25.03.2014; cfr. anche Cass. sent. n. 43729 del 25.10.2013.
[2] cass. sent. n. 13999/14 del 25.03.2014.
[3] Si dovrà comunque ravvisare l’ipotesi più lieve, priva di rilievo penale, quando, pur risultando accertato il superamento della soglia minima, non sia possibile affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che la condotta dell’agente rientri in ipotesi di rilievo penale.
[4] Si confronti Cass. sent. n. 42667/13 che riferisce: “In tema di guida in stato di ebbrezza, la nullità derivante dall’omesso avviso all’indagato da parte della polizia giudiziaria che proceda a un atto urgente e indifferibile, quale è la sottoposizione dell’indagato ai test per il rilievo del tasso alcolemico, della facoltà di farsi assistere dal difensore, è di natura «intermedia» e deve ritenersi sanata se non tempestivamente rilevata o se non dedotta prima, ovvero immediatamente dopo, il compimento dell’atto, ai sensi dell’articolo 182, comma 2°, del Cpp. Il fatto che si tratti di nullità a regime intermedio, peraltro, non esclude il potere del giudice di rilevarla d’ufficio nei più ampi termini di cui all’articolo 180 del Cpp, nonostante che la parte sia decaduta dalla possibilità di eccepirla ai sensi del citato comma 2° dell’articolo 182. (Da queste premesse, la Corte ha rigettato il ricorso del procuratore generale avverso la decisione del giudice che aveva mandato assolto l’imputato della contravvenzione di guida sotto l’influenza dell’alcool, rilevando d’ufficio la nullità dell’alcoltest, siccome effettuato senza il previo prescritto avviso di farsi assistere dal difensore)”.
Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 4 dicembre 2013 – 25 marzo 2014, n. 13998
Presidente Romis – Relatore Ciampi
1. Con sentenza in data 22 febbraio 2013 la Corte d’appello di Trento in riforma della sentenza del Tribunale di Trento, sezione distaccata di Cles appellata dal Procuratore Generale dichiarava S.A. colpevole del reato di guida in stato di ebbrezza di cui all’art. 186 comma 1 lett. c) C.d.S. e lo condannava alla pena di giustizia.
2. Avverso tale decisione ricorre a mezzo del proprio difensore il S. lamentando la violazione dell’art. 606 comma 1 lett. e) c.p.p. per mancanza e manifesta illogicità della motivazione in ordine al ritenuto perfetto funzionamento dell’apparecchio, evidenziando in particolare la discrepanza degli orari indicati negli stampati e nelle successive correzioni a mano.
3. Il ricorso è infondato. Ed invero la determinazione assunta dalla corte territoriale in punto di apprezzamento del quadro probatorio è conforme all’orientamento consolidato di questa Corte secondo il quale, in tema di guida in stato di ebbrezza, allorquando l’alcooltest risulti positivo, costituisce onere della difesa dell’imputato fornire una prova contraria a detto accertamento quale, ad esempio, la sussistenza di vizi dello strumento utilizzato, oppure l’utilizzo di una errata metodologia nell’esecuzione dell’aspirazione (v. da ultimo, Sezione 4, 4 ottobre 2011, n. 42084, Salamone, Rv. 251117). In coerenza a tale principio la impugnata sentenza ha logicamente e correttamente evidenziando che l’accertamento tramite alcooltest e la sua affidabilità erano documentate dall’esito positivo dell’autodiagnosi e dee attestazioni relative alle procedure di rilevamento, laddove negli scontrini si legge “autotest corretto” e “zero test corretto”. Tale conclusione è correttamente fondata sul principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità secondo il quale, ai fini della prova della sussistenza dello stato di ebbrezza, non è necessario che l’accertamento strumentale effettuato mediante l’etilometro trovi conferma anche in dati sintomatici riguardanti il comportamento del soggetto interessato (v. tra le altre, Sez. 4, 4 dicembre 2009, n. 48026, P.G. in proc. Falaguerra). Peraltro la corte territoriale ha adeguatamente motivato anche in ordine alla questione della discrepanza degli orari, richiamando sul punto la testimonianza di uno degli operatori il quale ha puntualizzato che l’apparecchiatura recava in partenza dei dati non corretti sulle scansioni temporali perché egli stesso non era stato in grado di effettuare l’aggiornamento dell’orologio interno, si che, proprio per questo, i dati furono poi rettificati con correzioni materiali operate direttamente sui referti.

References: sentenza 
 Cass. 
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