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Timestamp: 2018-08-21 18:08:32+00:00

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Il potere mafioso, politico, economico, sicilianista del secolo scorso ricordando il Generale Dalla Chiesa
La sera dell’8 dicembre 1898, il questore romagnolo Ermanno Sangiorgi, noto per avere sbaragliato la cosca mafiosa dei fratelli Amoroso e per avere redatto il primo rapporto completo sulla mafia siciliana, procedette all’arresto del cavaliere Raffaele Palizzolo, deputato nazionale eletto a Palermo. L’operazione ordinata direttamente dal ministro Pelloux, dopo che la Camera aveva concesso l’autorizzazione a procedere, avvenne nella massima segretezza tanto che per qualche ora, per ordine del governo, furono perfino interrotte le comunicazioni telefoniche e telegrafiche da e per la Sicilia. Il Palizzolo, uomo popolarissimo a Palermo e provincia, era accusato di essere un esponente di primo piano della malavita organizzata e il mandante dell’omicidio dell’ex sindaco di Palermo e già direttore generale del Banco di Sicilia, Emanuele Notarbartolo di San Giovanni. Per la prima volta nella storia del contrasto alla mafia, cadeva nella rete un personaggio di primo piano e non il solito manutengolo. L’arresto, com’era prevedibile, suscitò grande sconcerto, Palizzolo disponeva di un grande potere politico ed economico e, ancor di più, era in grado di ricattare molti nella Palermo della fine secolo. Portare alla sbarra un personaggio come don Raffaele significava infatti infrangere un sistema di connivenze e di solidarietà che aveva fino ad allora garantito impunità a corrotti e malavitosi. Palizzolo, per la cronaca, era un rappresentante del partito regionista, partito conservatore e clericale, che rivendicava forme di autonomia per la Sicilia, e che non si faceva scrupolo di arruolare nelle proprie fila anche gente di malaffare. Il processo che seguì all’arresto, celebrato a Bologna, fu abbastanza contrastato ma la sentenza che lo concluse fu inequivocabile, il potente deputato venne riconosciuto responsabile dell’assassinio di Notarbartolo e condannato a trenta anni di reclusione. Alla notizia della sentenza, l’intero Paese reagì positivamente, finalmente qualcosa si muoveva nella lotta alla criminalità mafiosa e, come scrisse il Corriere della Sera “, si ristabiliva la fiducia nella giustizia e nella magistratura la cui credibilità era da tempo venuta meno”. Solo nell’isola, la sentenza veniva accolta male, quel giudicato fu, infatti, considerato una sorta di attacco alla Sicilia, la solita vendetta dei nordisti nei confronti dei siciliani. Non è un caso infatti che, una folla enorme si fosse radunata a Palermo, “la città cannibale” come la definì Leopoldo Notarbartolo, per recarsi a protestare sotto il Municipio per spingere ad indire il lutto cittadino e per chiedere al consiglio comunale che fosse approvata una mozione a favore di Palizzolo, offeso dalla settaria giustizia italiana. L’idea che, infatti, veniva fatta passare, era di un Palizzolo condannato quale simbolo di una Sicilia tutta mafiosa e questo eccitava la protesta che trovò in prima fila, anche, la borghesia e, perfino, qualche esponente della sinistra socialista che, per fortuna, veniva, però, immediatamente sconfessato sulle colonne dell’Avanti. Addirittura, per sostenere la protesta, venne formato un “Comitato Pro Sicilia” del quale fecero parte uomini di cultura, professionisti, imprenditori. Vi aderirono anche personaggi molto influenti sull’opinione pubblica, come il demo psicologo Giuseppe Pitré o l’industriale Ignazio Florio. L’obiettivo che si proponeva il Comitato era quello di ristabilire l’onorabilità della Sicilia, vilipesa dallo sciovinismo settentrionale. Proprio Florio, che nel rapporto Sangiorgi era stato indicato come connivente del sistema mafioso e che come teste a Bologna aveva dichiarato di non avere mai sentito nominare la mafia, mise a disposizione il quotidiano L’Ora che controllava. E L’Ora, diretto dal famoso giornalista Vincenzo Morello, iniziava immediatamente una campagna di delegittimazione nei confronti della magistratura. “In base a quali prove è su quali gravi indizi, scriveva Morello in un editoriale del suo giornale, la sentenza trova la sua legittimità ?”. L’iniziativa della costituzione del “Comitato pro Sicilia”, che in realtà diveniva “Comitato pro Palizzolo”, trovò apertamente contrario un intellettuale del livello di Napoleone Colajanni, il quale definì coloro che si erano impegnati nelle manifestazioni “o mafiosi oppure amici dei mafiosi”, mentre il politologo Gaetano Mosca, pur mostrando perplessità per la sentenza, giudicò eccessivo l’impegno sicilianista spiegato da molti. “…non si debbono, scriveva Mosca, preparare feste ed archi trionfali ad una persona[il riferimento è al Palizzolo] che tutti gli elementi sani e corretti d’Italia giudicano di mediocrissimo valore morale”. Nonostante critiche e riserve, il movimento raggiunse proporzioni inimmaginabili e tali da costituire motivo di preoccupazione per l’ordine pubblico. E che le persone influenti facenti parte del Comitato Pro Sicilia avessero un peso è dimostrato dal fatto che appena sei mesi dopo la cassazione annullava la sentenza di Bologna per un opinabile vizio di forma. Certo è che il nuovo processo, svoltosi a Firenze in un clima diverso che faceva scrivere a Leopoldo Notarbartolo di essere circondato da ostilità e silenzio, la sentenza veniva clamorosamente ribaltata e Palizzolo prosciolto da tutte le accuse. Raffaele Palizzolo, ormai uomo libero, lasciata Firenze, raggiunse infatti Napoli dove il rappresentanti del “Comitato Pro Sicilia” l’aspettavano al Grand Hotel de Londres per rendergli omaggio. Dopo qualche giorno, partì sul piroscafo Malta, appositamente noleggiato per lui dal “Comitato”, per raggiungere Palermo dove una folla immensa l’aspettava sulle banchine del porto. Era il trionfo di un uomo mediocre ma, di fatto, era il riconoscimento manifesto del potere mafioso e delle sue vergognose connivenze che il solito sicilianismo cercava di coprire. Ricordare questa pagina, e lo abbiamo fatto di proposito, ci fa capire quanta strada sia stata fatta sulla via di una coscienza antimafia: chi infatti oserebbe oggi scendere in campo per difendere un individuo come Palizzolo ?; e chi penserebbe che condannare un mafioso o un connivente di mafia significherebbe attentare alla onorabilità della Sicilia ?
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