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Timestamp: 2019-10-22 03:56:26+00:00

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1. Nel coltivare il campo del Signore, cui per divina provvidenza siamo preposti, nulla richiede sì vigile cura e perseverante attività quanto la custodia del buon seme gettato, cioè della dottrina cattolica affidata da Cristo Gesù agli Apostoli ed a noi consegnata. Se questa viene trascurata a causa di pigra oziosità o inerte accidia, mentre gli operai dormono il nemico del genere umano vi semina sopra zizzania; motivo per cui avviene che al tempo della mietitura, invece di trovare ciò che si deve riporre nei granai, si trova ciò che deve essere bruciato dalle fiamme.A difendere la fede una volta consegnata ai Santi, Ci spinge ardentemente il beatissimo Paolo, il quale scrive a Timoteo che custodisca il buon deposito (2Tm 1,14), perché sovrastano tempi pericolosi dal momento che si trovano nella Chiesa uomini cattivi, e seduttori, per opera dei quali l'insidioso tentatore cerca di inficiare le menti incaute con questi errori, che sono nemici della verità evangelica.
2. In verità se (come spesso accade) nella Chiesa di Dio cercano di farsi strada idee tendenziose le quali, pur contrastanti tra di loro, in questo solo collimano, nel minacciare in qualche modo la purezza della fede cattolica, allora davvero è molto difficile, nel cautelarci tra l'uno e l'altro nemico, calibrare talmente il nostro discorso da sembrare di aver voltato le spalle a nessuno di loro, ma invece di aver evitato e condannato egualmente l'uno e l'altro nemico di Cristo. Talvolta avviene che facilmente una diabolica falsità, con una certa sembianza di vero, si ricopra di menzogne colorate, mentre l'efficacia delle sentenze viene corrotta da brevissima aggiunta o da mutamento, sì che la testimonianza che portava salvezza, talora con sottile passaggio porta alla morte.
3. perciò da questi sentieri sdrucciolevoli e angusti, sui quali difficilmente puoi camminare od entrare senza caduta, sono da tenere lontani i fedeli e specialmente coloro che hanno ingegno più rozzo e più semplice: le pecore non si devono guidare ai pascoli attraverso vie impraticabili, né si devono proporre loro talune singolari opinioni, anche di Dottori cattolici; ma deve essere loro insegnata la parte certissima della verità cattolica, la totalità della dottrina, la tradizionale, quella sulla quale c'è consenso. Inoltre, non potendo il volgo salire il monte (Es 19,12) sul quale è scesa la gloria del Signore, e poiché nel tentativo di violare i confini per contemplarla perirebbe, i Dottori devono fissare al popolo i limiti di un circuito, in modo che il discorso non vada oltre quelle cose che sono necessarie o almeno molto utili alla salvezza, ed i fedeli obbediscano al suggerimento dell'Apostolo: "Non voler conoscere più di quanto è necessario, ma conoscere a sufficienza" (Rm 12,3).
4. I Romani Pontefici Nostri Predecessori, conoscendo perfettamente ciò, posero tutto il loro impegno per stroncare non solo con la spada dell'anatema i germi velenosi degli errori fin dal loro nascere, ma anche per amputare certe idee effervescenti che, magari per eccesso, impedissero nel popolo cristiano un più generoso frutto di fede, o potessero nuocere agli animi dei fedeli per un'eccessiva vicinanza all'errore. Perciò, dopo che il Concilio di Trento condannò quelle eresie che avevano cercato allora di offuscare lo splendore della Chiesa, e riportò la cattolica verità in più chiara luce, avendo in certo modo allontanato la nebbia degli errori; i medesimi Nostri Predecessori, avendo compreso che quel sacro Convegno della Chiesa universale aveva adoperato sì prudente saggezza e tanta discrezione nell'astenersi dal riprovare opinioni fondate sull'autorità dei Dottori della Chiesa; secondo il pensiero del medesimo sacro Concilio vollero dar mano ad un'altra opera che comprendesse tutta la dottrina sulla quale era opportuno che i fedeli fossero istruiti, e che fosse assolutamente lontana da qualsiasi errore. Divulgarono, stampato, un libro intitolato Catechismo Romano, e per questo meritano doppia lode. Infatti in esso riposero la dottrina che è comune nella Chiesa ed è lontana da qualsiasi pericolo; e proposero con eloquenti parole di farla conoscere al popolo, obbedendo così al precetto di Cristo Signore, che ordinò agli apostoli di divulgare nella luce (Mt 10,27) ciò che egli avesse detto nelle tenebre, e ciò che avevano udito in un orecchio lo predicassero sopra i tetti, fedeli alla Chiesa sposa, conforme all'espressione: "Dimmi dove riposi nel meriggio" (Ct 1,6). Dove infatti non sia meriggio, e quindi la luce non sia così chiara che apertamente si conosca la verità, facilmente al suo posto si recepisce la falsità a causa di un certa verosimiglianza, che nell'oscurità difficilmente si discerne dal vero. Sapevano infatti che c'erano stati precedentemente, e ci sarebbero stati nel futuro, coloro che potevano invitare i pascenti e promettere più abbondanti pascoli di sapienza e di scienza: verso questi, molti sarebbero accorsi, perché le acque furtive sono più dolci ed il pane nascosto è più soave (Pr 9,17).Perché dunque la Chiesa sedotta non vagasse al seguito di greggi di complici, vagabondi essi stessi, privi di alcuna certezza di verità, sempre discenti (2Tm 3,7) e non mai giunti ad una scienza di verità, proposero fosse chiaramente ed in forma trasparente spiegato e consegnato al popolo cristiano soltanto quello che fosse necessario e sommamente utile per la salvezza.
5. In verità l'amore di novità danneggiò questo libro preparato con non indifferente fatica e zelo, approvato dal consenso comune e ricevuto con le massime lodi in questi tempi dalle mani dei Pastori: furono esaltati altri Catechismi in nessun modo paragonabili col Romano. Ne derivarono due danni: nello stesso insegnamento fu quasi tolto quel consenso, e fu offerto ai pusilli d'animo un certo scandalo, al punto che non sembrava loro di trovarsi sulla stessa faccia della terra (Gn 11,1) e con un linguaggio unico; il secondo, poi, che dai diversi modi d'insegnare la verità cattolica sorsero delle contese; dalla emulazione, mentre uno si dice seguace di Apollo, un altro di Cefa, un altro di Paolo, nacquero divisioni di animi e grandi dissidi. Riteniamo che niente sia più dannoso nel diminuire la gloria di Dio che la crudezza di tali dissensi, niente più rovinoso per impedire di cogliere i frutti che giustamente i fedeli potrebbero ottenere dalla disciplina cristiana. Infine, per allontanare dalla Chiesa questo doppio malanno, ritenemmo opportuno ritornare colà donde alcuni, con poco prudente consiglio, guidati dalla superbia, vantandosi di essere i più saggi nella Chiesa, avevano appunto allontanato il popolo fedele. Ritenemmo opportuno offrire di nuovo ai Pastori d'anime il medesimo Catechismo Romano, in modo che le menti dei fedeli siano distolte il più possibile, anche ora, dalle nuove idee non suffragate da consenso o da tradizione, e siano corroborate in quella che fu la fede cattolica e nella dottrina della Chiesa, che è colonna di verità (1Tm 3,15). affinché fosse più facile avere il libro, emendato dai difetti che aveva contratto per colpa dei lavori, decidemmo che fosse nuovamente stampato con somma diligenza nell'alma città di Roma, sull'esempio di quello che il Nostro Predecessore San Pio V divulgò con decreto del Concilio di Trento; il testo che per ordine del medesimo San Pio fu tradotto in lingua volgare e stampato, ben presto parimenti sarà di nuovo edito per ordine Nostro.
6. Dunque è vostro dovere, Venerabili Fratelli, fare in modo che nel presente difficilissimo tempo della Cristianità questo libro sia ricevuto dai fedeli quale sussidio molto opportuno, offerto per cura e diligenza Nostra, per rimuovere gl'inganni di false opinioni e propagandare e rafforzare la vera e santa dottrina. Pertanto, Venerabili Fratelli, vi raccomandiamo questo libro, quasi norma di fede Cattolica e di cristiana disciplina perché, anche nel modo di riportare la dottrina, vi appare il consenso di tutti i Romani Pontefici: vi esortiamo ardentemente nel Signore perché diate ordine che sia adoperato da tutti coloro che hanno cura delle anime nell'insegnare la verità Cattolica ai popoli, affinché siano conservate l'unità di erudizione, la carità e la concordia degli animi. È compito vostro provvedere alla tranquillità di tutti: questi sono i doveri del Vescovo: il quale perciò deve avere gli occhi attenti perché qualcuno agendo superbamente per la propria gloria, non procuri scismi, dopo aver rotto la compagine dell'unità.
7. Questi libri non porteranno certamente alcun frutto utile, o ben poco, se coloro che devono presentarli e spiegarli agli ascoltatori saranno scarsamente idonei all'insegnamento. Pertanto importa assai che per questo compito d'insegnare la dottrina cristiana al popolo scegliate degli uomini non solo provvisti di scienza delle cose sacre, ma molto più di umiltà e di zelo per la santificazione delle anime, e ardenti di carità. Infatti, tutta la disciplina cristiana consiste non nell'abbondante eloquio, non nell'astuzia del disputare, non nell'appetito di lode e di gloria, ma nella vera e volontaria umiltà. Vi sono infatti taluni che una scienza maggiore innalza, ma disgiunge dalla comunità degli altri; e quanto più sanno, tanto più mancano della virtù della concordia: essi sono ammoniti dalla sapienza stessa, dalla parola di Dio: "Abbiatesale in voi (Mc 9,49) e abbiate pace tra noi": così infatti è da ritenersi il sale della sapienza, affinché da esso l'amore del prossimo sia custodito, e le debolezze siano temperate. Se essi sono animati dallo zelo della sapienza e sono distolti dalla cura del prossimo ed orientati verso le discordie, essi hanno un sale senza pace, non dono di virtù, ma motivo di dannazione; quanto più sanno, tanto peggio peccano. Li condanna veramente la sentenza di Giacomo apostolo con quelle parole: "Se avete una rivalità amara, e nei vostri cuori albergano contese, non vantatevi di essere mendaci verso la verità: codesta sapienza non viene dall'alto, ma è terrena, animale, diabolica" (Jc 3,14): dove infatti ci sono invidia e contesa, colà si trovano incostanza e ogni opera cattiva. Ma la sapienza che viene dall'alto è anzitutto pudica, quindi pacifica, modesta, docile, consenziente nel bene, piena di misericordia e di frutti buoni, non ipercritica, senza emulazione.
8. Mentre dunque preghiamo Dio con umiltà di cuore e animo afflitto, perché conceda indulgenza alla nostra diligenza ed agli sforzi del nostro operare, e larghezza di misericordia, affinché il dissenso non turbi il popolo fedele, e affinché nel vincolo della pace e nella carità di spirito conosciamo tutti, lodiamo e glorifichiamo un solo Dio e il Signore Nostro Gesù Cristo, salutiamo Voi, Venerabili Fratelli, nel bacio santo; a Voi tutti, e parimenti a tutti i fedeli delle vostre Chiese, con grande affetto impartiamo l'Apostolica Benedizione.
Dato a Castel Gandolfo, il 14 giugno 1761, nell'anno terzo del Nostro Pontificato.
CATECHISMO ROMANO DECRETATO DAL CONCILIO TRIDENTINO
L'uomo lasciato alle sole sue forze non è in grado di acquistare la vera sapienza, e di trovare i mezzi sicuri per conseguire la beatitudine.
1. La capacità dell'anima e della intelligenza umana è tale, che pur avendo questa potuto da se stessa investigare e conoscere, con molta fatica e diligenza, non poche cose riguardanti le verità divine, tuttavia col solo lume naturale non è mai arrivata a conoscere e ad apprendere la maggior parte dei mezzi con cui si acquista la salvezza eterna, scopo principale per cui l'uomo è stato creato e formato a immagine e somiglianzà di Dio. " Poiché ", come insegna l'Apostolo, " dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità " (Rm 1,20). Invece " il mistero tenuto nascosto fin dai secoli remoti, e per tante generazioni ", ossia il mistero di Cristo, supera talmente l'intelligenza umana, che se non fosse stato rivelato ai santi, cui Dio volle mostrare le ricchezze del la sua gloria in mezzo alle genti, nessuno avrebbe potuto aspirare a tale sapienza con qualsiasi sforzo umano.
L'origine dell'eccelso dono della fede.
2. Poiché la fede nasce dall'ascoltare, è evidente la perenne necessità dell'opera e del ministero di maestri autorizzati, per conseguire la salvezza eterna. Ecco perché fu detto: " Come ascolteranno, se non c'è chi predica? E come possono predicare, se non ne hanno la missione? " (Rm 10,14-15). Percio, fin dall'origine del mondo, Dio, che è pieno di clemenza e di benignità, non ha mai mancato di provvedere ai suoi eletti; ma " più volte e in molte maniere per mezzo dei profeti parlo agli antichi padri " (He 1,2), mostrando a loro secondo l'opportunità dei tempi, la via sicura e retta per la beatitudine celeste.
L'intervento di Cristo, degli Apostoli e dei loro successori.
Dio però, avendo promesso " un maestro di giustizia per illuminare le genti " (Jl 2,23), che avrebbe portato la sua salvezza " fino agli estremi confini della terra " (Is 49,6), " negli ultimi tempi ha parlato a noi nella persona del Figlio " (He 1,2), e " ha comandato con una voce venuta dal cielo nella gloriosa trasfigurazione ", (2P 7,17) che tutti obbediscano ai suoi comandi. A sua volta il Figlio " destino alcuni ad essere apostoli, altri costitui pastori e dottori " (Ep 4,14), perché annunciassero la parola di vita, per evitare che noi " fossimo sballottati da ogni vento di dottrina ": ben fermi invece sul fondamento della fede, " fossimo compaginati nell'edificio di Dio per opera dello Spirito Santo" (Ep 2,22).
Accoglienza per la parola dei pastori della Chiesa.
Per evitare poi che qualcuno ricevesse la parola di Dio dai ministri della Chiesa come parola umana, bensi l'accogliesse qual'è realmente, come parola di Cristo, il nostro Salvatore medesimo stabili di conferire al loro magistero tanta autorità, da affermare: " Chi ascolta voi ascolta me; e chi disprezza voi disprezza me " (Lc 10,16). E questo non intese riferirlo solo ai presenti cui si rivolgeva, ma a tutti quelli che per legittima successione avrebbero ricevuto l'ufficio d'insegnare, perché promise di assisterli sino alla fine del mondo (Cfr. Mt 28,20).
Necessità della loro predicazione ai nostri giorni.
3. Questa predicazione della parola di Dio, pur non dovendosi mai interrompere nella Chiesa, certamente deve essere promossa con più impegno e pietà ai nostri giorni; affinché i fedeli vengano nutriti e confortati dal pascolo vitale di un insegnamento sano e incorrotto. Infatti oggi sono sorti nel mondo dei falsi profeti, di cui il Signore aveva detto: " Non li mandavo come profeti ed essi correvano; non parlavo loro, ed essi profetavano " (Jr 23,21), per pervertire gli animi dei cristiani " con dottrine varie e peregrine " (He 13,9). E la loro empietà, addestrata a tutte le arti di Satana, sembra che non trovi più limiti. E se non ci potessimo appoggiare alla stupenda promessa del Salvatore, il quale affermo di aver dato alla sua Chiesa un fondamento cosi solido che le porte dell'inferno non avrebbero mai potuto prevalere contro di essa (Mt 16,18), ci sarebbe da temere che ai nostri giorni la Chiesa, assediata da ogni parte, assalita e combattuta da tante macchinazioni, fosse sul punto di crollare.
Per tacere di intere nobilissime provincie che un tempo erano attaccate con pietà e santità alla vera e cattolica religione, ricevuta dai loro maggiori, mentre adesso abbandonata la retta via, affermano di praticare in modo eccellente la pietà allontanandosi totalmente dalla dottrina dei loro padri, non esiste una regione cosi remota, né un luogo cosi ben custodito, né un angolo del mondo cristiano, dove tale peste non abbia tentato d'infiltrarsi.
I catechismi degli eretici.
Coloro poi che si sono proposti di pervertire le menti dei fedeli, avendo capito che in nessun modo era possibile raggiungere tutti con la parola viva, per infondere nelle orecchie i loro discorsi avvelenati, tentarono di riuscire a spargere gli errori dell'empietà con un altro mezzo. Infatti, oltre ai grossi volumi con i quali hanno tentato di scalzare la fede cattolica (e da cui forse non è difficile guardarsi, perché contengono apertamente l'eresia), hanno anche scritto un numero quasi infinito di libretti, i quali con un'apparenza di pietà, sono in grado di ingannare in modo incredibilmente facile gli animi incauti dei semplici.
Il proposito catechistico del Concilio Tridentino.
4. Mossi da tale stato di cose i Padri del Concilio Ecumenico Tridentino, col vivo desiderio di adottare qualche rimedio salutare per un male cosi grave e pernicioso, non si limitarono a chiarire con le loro definizioni i punti principali della dottrina cattolica contro tutte le eresie dei nostri tempi, ma decretarono anche di proporre una certa formula e un determinato metodo per istruire il popolo cristiano nei rudimenti della fede, da adottare in tutte le Chiese da parte di coloro cui spetta l'ufficio di legittimi pastori e insegnanti.
Il catechismo voluto dal Concilio e quelli già esistenti.
E vero che non pochi si sono già distinti per pietà e dottrina, in questo genere di componimenti, tuttavia i Padri Conciliari ritennero che sarebbe stato di massima importanza la pubblicazione di un libro, munito dell'autorità del Concilio, dal quale i parroci e tutti gli altri cui spetta il compito di insegnare, potessero attingere e divulgare norme sicure, per l'edificazione dei fedeli. Cosicché, come "uno è il Signore e unica la fede) (Ep 4,5), cosi fosse unica la regola comune nel trasmettere la fede, e nell'insegnare al popolo cristiano i doveri della pietà.
Limiti del nostro Catechismo.
Essendo però assai numerose le cose riguardanti la professione della religione cristiana, nessuno pensi che il Concilio si sia proposto di comprendere e di spiegare appieno, in un solo libro, tutti i dogmi della fede cristiana: cosa che sono soliti fare coloro i quali insegnano l'origine e la dottrina di tutta la religione. Questa infatti sarebbe stata un'impresa lunghissima, e poco adatta allo scopo suddetto. Ma volendo istruire parroci e sacerdoti in cura d'anime, si è pensato di limitare l'esposizione alla conoscenza di quelle cose che sono maggiormente richieste al compito pastorale, e più proporzionate alla comprensione dei fedeli. perciò vengono proposti qui soltanto quei punti di dottrina che possono aiutare lo zelo e la pietà dei pastori non troppo versati nelle dispute teologiche.
Principi orientativi fondamentali dell'azione pastorale.
5. Stando cosi le cose, prima di esporre i singoli trattati che ricapitolano questa dottrina, lo scopo fissato esige l'illustrazione di quei pochi fondamentali principi, che i pastori d'anime devono sempre considerare e tenere principalmente presenti.
affinché, dunque, i pastori d'anime indirizzino tutte le loro deliberazioni, fatiche e industrie al debito fine, e possano facilmente conseguirlo, la prima cosa da ricordare sempre è la seguente: che tutta la scienza del cristiano si ricapitola in quel programma, stabilito dalle parole del Salvatore: " Questa è la vita eterna, che conoscono te, unico vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo" (Jn 17,3). perciò l'impegno principale di quanti insegnano nella Chiesa sarà quello di suscitare nei fedeli il desiderio di conoscere " Gesù Cristo, e questo crocifisso " (1Co 2,3); e si persuadano bene e credano con intima pietà e devozione, che " non è stato dato agli uomini altro nome sotto il cielo, nel quale sia possibile salvarsi " (Ac 4,12), essendo egli la vittima di propiziazione per i nostri peccati (Cfr. 1Jn 2,2).
Siccome però " noi possiamo sapere di conoscere Lui, dal fatto che ne osserviamo i comandamenti " (1Jn 2,3), è strettamente legato al principio suddetto, che s'insegni ai fedeli a trascorrere la propria vita non già nell'ozio e nell'ignavia; che anzi " noi dobbiamo camminare come lui ha camminato " (1Jn 2,6), ed esercitarci con impegno nella giustizia, nella pietà, nella fede, nella carità e nella mansuetudine. Infatti " egli offri se stesso per noi, per redimerci da ogni iniquità, e per rendere il suo popolo mondo e applicato alle opere buone " (Tt 2,14), opere che l'Apostolo comanda ai pastori di illustrare e di raccomandare.
D'altra parte, avendo il Signore e Salvatore nostro affermato e dimostrato col suo stesso esempio che tutta la Legge e i Profeti si riducano alla carità (Cfr. Mt 22,40), e avendo poi l'Apostolo confermato che la carità è il fine dei precetti e la pienezza della legge (Rm 13,8), nessuno può dubitare che l'intento principale da perseguire con ogni diligenza sia quello di sollecitare il popolo dei eredenti ad amare l'immensa bontà di Cristo verso di noi; cosicché, infervorato da un ardore divino, venga rapito da quel bene perfettissimo, aderendo al quale potrà godere la vera felicità colui che sarà in grado di ripetere col Profeta: " Che cosa vi è in cielo per me? e all'infuori di te, che cosa io bramo sulla terra? " (Ps 72,25). E in realtà è questa la via più sublime che l'Apostolo additava, quando indirizzava tutta la somma della sua dottrina e del suo insegnamento alla carità, la quale non verrà mai meno (1Co 13,8). In tal modo, qualunque cosa venga proposta, da credere, da sperare, o da compiere, in essa deve sempre essere raccomandata la carità del Signore nostro, cosicché ognuno capisca che tutte le opere della perfetta virtù cristiana non hanno altra origine e non hanno altro scopo all'infuori di questo amore soprannaturale.
L'obbligo di adattarsi alla capacità di ciascuno.
6. Se poi è vero che nell'impartire qualsiasi insegnamento ha grande importanza la maniera d'insegnare, questa è da ritenere addirittura grandissima nell'istruire il popolo cristiano. Va infatti tenuto conto dell'età, dell'intelligenza, delle abitudini e della condizione degli ascoltatori, in modo che l'insegnante si faccia tutto a tutti, per guadagnare tutti a Cristo (Cfr. 1Co 9,19-22) e, rendendosi ministro e dispensatore fedele (Cfr. 1Co 4,1-2), sia degno, quale " servo buono e fedele ", di ricevere dal Signore autorità su molto (Cfr. Mt 25,23). Egli deve persuadersi che a lui sono affidati non soltanto uomini di una data categoria, da istruire su particolari norme e con una determinata formula, ma deve formare alla pietà tutti i fedeli. E siccome alcuni di essi sono " come bambini appena nati " (1P 2,2), altri cominciano a crescere in CrJfto, mentre ce ne sono di quelli che hanno raggiunto l'età matura, è necessario considerare con diligenza chi ha bisogno del latte e chi del cibo solido, per offrire a ciascuno quell'alimento di dottrina che ne assicuri la crescita spirituale, " fino a che arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo " (Ep 4,13).
L'Apostolo indico tale dovere a tutti coloro che sono chiamati a questo ministero, dichiarando se stesso " debitore dei greci e dei barbari, dei sapienti e degli ignoranti " (Rm 1,14), per far comprendere che nell'espor-re i misteri della fede e i precetti della vita bisogna adattare l'insegnamento alla comprensione e all'intelligenza degli ascoltatori; affinché nel fornire di cibo spirituale quelli che sono più preparati, non si lascino morir di fame i più piccoli che inutilmente chiedono il pane perché non c'è chi possa loro spezzarlo (Lm 4,4).
Nessuno poi deve trascurare l'insegnamento per il fatto che talora bisogna istruire gli ascoltatori su dei precetti che sembrano meno importanti, e che per lo più vengono trattati non senza molestia da coloro che si occupano e si deliziano di argomenti più sublimi. Se infatti l'eterna sapienza del Padre discese sulla terra, per trasmetterci i precetti dell'eterna vita nell'umiltà della nostra carne, chi sarà colui che non si sentirà costretto dalla carità di Cristo a diventare bambino in mezzo ai suoi fratelli, e, simile a una nutrice che allatta i suoi figliuoli, non bramerà la salvezza del prossimo con tale ardore da dare per essi, come scriveva di se stesso l'Apostolo (1Th 2,7), non solo il Vangelo di Dio, ma anche la propria vita? La dottrina della fede è racchiusa nella Scrittura e nella Tradizione, nonché nel Credo, nei Sacramenti, nel Decalogo e nell'Orazione Domenicale.
7. Ogni sorta di dottrina che deve essere insegnata ai fedeli è contenuta nella parola di Dio, distribuita nella S. Scrittura e nella Tradizione. perciò i pastori d'anime si esercitino giorno e notte nella meditazione di queste due cose, ricordando l'ammonimento di S. Paolo a Timoteo: " Dedicati alla lettura, all'esortazione e all'insegnamento " (1Tm 4,13). " Tutta la Scrittura, infatti, ispirata da Dio, è utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e preparato per ogni opera buona" (1Tm 3,7s.).
8. Data però la molteplicità e varietà delle verità cosi trasmesse, al punto che risulta difficile comprenderle e, una volta comprese, non è facile ricordarle in modo da averle pronte quando capita l'occasione d'insegnarle, con grande saggezza i nostri maggiori ricapitolarono tutto il succo di questa dottrina salutare in quattro formule distinte, che sono: il Simbolo apostolico, i Sette Sacramenti, il Decalogo e l'Orazione Domenicale, o Padre Nostro. Infatti tutto quello che a norma della fede cristiana si deve ritenere e conoscere su Dio, sulla creazione e il governo del mondo, sulla redenzione del genere umano, sulla ricompensa dei buoni e sulla punizione dei malvagi, è contenuto nell'insegnamento del Simbolo. Quelli che formano i segni e come gli strumenti per procurarci la divina grazia sono racchiusi nell'insegnamento relativo ai Sette Sacramenti. Quanto poi si riferisce alle leggi, il cui fine è la carità, si trova descritto nel Decalogo. Finalmente tutto quello che gli uomini possono salutarmente desiderare, sperare e chiedere, è racchiuso nella Preghiera del Signore. Ecco perché spiegando queste quattro formule, che costituiscono come i punti comuni di riferimento della S. Scrittura, non rimane quasi più niente da insegnare circa le cose che il cristiano è tenuto a imparare e a desiderare.
Suggerimenti ai Parroci per unire alla spiegazione del Vangelo quella del Catechismo.
Riteniamo quindi opportuno avvertire i Parroci che ogni qualvolta essi sono chiamati a spiegare un passo del Vangelo o qualsiasi brano della S. Scrittura, la materia di quel testo, qualunque esso sia, ricade sotto una delle quattro formule riassuntive suddette; e a quella essi dovranno ricorrere per trovarvi la fonte della spiegazione richiesta. Nel caso, p. es., che si debba spiegare il Vangelo della prima domenica d'Avvento: " Ci saranno segni nel sole, nella luna, ecc. " (Lc 21,25), quanto si riferisce a tale argomento si troverà in quell'articolo del Simbolo: " Verrà a giudicare i vivi e i morti ". E cosi valendosi della spiegazione di quell'articolo, il pastore d'anime insegnerà insieme e il Credo e il Vangelo.
perciò in ogni suo impegno d'insegnamento e d'interpretazione prenderà l'abitudine di riferire ogni cosa a quei quattro generi di argomenti, ai quali fanno capo, come abbiamo detto, tutti gli sforzi e gli insegnamenti della sacra Scrittura.
Nell'insegnare poi ognuno terrà quell'ordine che sembrerà più adatto alle condizioni di persona e di tempo. Noi pero, seguendo l'autorità dei santi Padri, i quali nella iniziazione cristiana dei neofiti cominciavano dalla dottrina della fede, abbiamo giudicato opportuno mettere al primo posto quanto si riferisce alla fede.
Definizione della fede.
9. Le sacre Scritture attribuiscono al termine fede molti significati: noi ne parliamo come di una disposizione, in forza della quale prestiamo assenso completo alle verità divinamente manifestate. Che una tal fede sia necessaria al conseguimento della salvezza, nessuno potrà porlo seriamente in dubbio, specialmente ricordando quanto è scritto: Senza la fede è impossibile piacere a Dio (He 11,6). Essendo infatti la mèta proposta all'uomo per la sua beatitudine troppo sublime per poter essere raggiunta dalla capacità della ragione umana, era necessario riceverne conoscenza da Dio. Ora questa conoscenza è appunto la fede; e la sua efficacia fa si che riteniamo per certo quanto l'autorità della Chiesa nostra madre addita come rivelato da Dio. In nessun fedele infatti può nascere dubbio intorno a verità di cui Dio, verità per essenza, è garante.
Cosi appare chiara la differenza che corre tra questa fede, prestata a Dio, e quella riposta negli scrittori della storia umana. Essa varia notevolmente per estensione, intensità, dignità (è detto infatti nelle sacre Scritture: Uomo di poca fede, perché hai dubitato? altrove: Grande è la tua fede, Mt 15,28 e ancora: Accresci la nostra fede, infine: La fede senza le azioni è una fede morta, Gc 2,20 - e, La fede opera attraverso la carità, Ga 5,6). Tuttavia la fede è sempre genericamente la stessa e ai molteplici suoi gradi conviene la medesima natura e il significato della definizione. Quanto poi essa sia fruttifera e quanto beneficio ne ricaviamo, sarà spiegato nel commento dei singoli articoli.
Il Simbolo della fede.
10. I cristiani devono dunque conoscere in primo luogo le verità che, animati dallo Spirito divino, i santi apostoli, maestri e dottori della fede, distribuirono nei dodici articoli del Simbolo. Avendo infatti essi ricevuto dal Signore l'ordine di andare, quali suoi ambasciatori (2Co 5,20), nel mondo intero, ad annunziare il vangelo ad ogni creatura (Mc 16,15), decisero di redigere una forinola della fede cristiana, che permettesse a tutti l'unanimità del sentimento e della professione e rimuovesse ogni possibilità di scisma tra i chiamati al l'unità della fede, perfezionandoli nell'unità di spirito e di credenza (1Co 1,10). E, dopo averla composta, gli apostoli chiamarono questa professione di fede e di speranza cristiana, Simbolo; sia perché risultante dalle varie sentenze messe dai singoli in comune, sia perché di essa avrebbero potuto servirsi, quasi di sigillo e di parola d'ordine, per distinguere facilmente i disertori e gl'intrusi (Ga 2,4) falsi fratelli, intenti ad adulterare l'evangelo (2Co 2,17), da coloro che si erano arruolati sinceramente nella milizia di Cristo.
Divisione del Simbolo.
11. Tra le molte verità proposte dalla religione cristiana ai fedeli, a tutte e singole le quali occorre prestare sicuro e incrollabile assenso, la prima ed essenziale, quasi fondamento e ricapitolazione di tutta la verità, è quella che Dio medesimo ci insegno intorno all'unità dell'essenza divina e alla distinzione delle tre Persone, nonché alle azioni, che in singolare modo a ciascuna di esse sono attribuite. Il Parroco mostrerà come la dottrina riguardante tale mistero sia compendiata nel Simbolo degli apostoli.
Come già notarono i nostri padri, che studiarono con pietà e amore l'argomento, esso appare distribuito in tre parti principali. Nella prima è studiata la prima Persona della natura divina e l'opera mirabile della creazione; nella seconda, la seconda Persona e insieme il mistero dell'umana redenzione; nella terza infine la terza Persona, principio e sorgente della nostra santità; il tutto condensato in molteplici e opportune sentenze. Queste, secondo una consuetudine dai nostri padri frequentemente seguita, sono chiamate articoli. In realtà, come le membra del corpo sono distinte mediante articolazioni, cosi in questa confessione di fede è rettamente e lucidamente chiamato articolo ogni inciso che, per sé stesso e indipendentemente dal conseguente, vuole il nostro assenso.
Io credo in Dio Padre onnipotente creatore del cielo e della terra.
12. Ecco il senso racchiuso in queste parole: ritengo con certezza e riconosco senza ombra di dubbio che v'è un Dio Padre, cioè la prima Persona della Trinità, il quale nella onnipotente sua virtù trasse dal nulla il cielo, la terra e quanto è contenuto nell'ambito del cielo e della terra; egli regge e governa tutto il creato. Né solamente credo col cuore in lui e lo confesso con le labbra, ma aspiro a lui col fervore e l'amore più intensi, come al sommo e perfettissimo bene. Questa, in breve, una prima dilucidazione dell'articolo. Ma poiché quasi ogni suo vocabolo nasconde sublimi misteri, occorre che il Parroco vi consacri attentissima considerazione, affinché il popolo fedele ascenda, pavido e tremante, a contemplare la gloria della maestà divina entro i limiti stabiliti da Dio.
Valore e significato della parola: Credo, nel dominio della fede cristiana.
13. Io credo. Qui il verbo credere non significa reputare, stimare, opinare; bensi, secondo l'insegnamento della sacra Scrittura, significa il sicurissimo assenso, in virtù del quale l'intelligenza aderisce, con fermezza e tenacia, a Dio che rivela i propri misteri. Percio, chi crede (nel senso qui inteso) possiede indubbia e nettissima convinzione di qualcosa. Né si pensi che la conoscenza insita nella fede sia meno sicura, per il fatto che le realtà proposteci a credere sono invisibili; perché se la luce divina che ce le fa percepire non le fa raggiare nell'evidenza, non permette tuttavia che ne dubitiamo.
Il medesimo Dio che comando alla luce di scaturire dalle tenebre, quello stesso rifulse nei nostri cuori (2Co 4,6), perché il Vangelo non fosse velato per noi, come lo è per coloro che periscono (IB 4,3). Ne consegue che chi possiede simile celeste conoscenza data dalla fede, è immune da ogni vana curiosità di ricerca. Infatti Dio comandandoci di credere, non ci volle intenti a scrutare i divini giudizi, il loro piano, la loro causa; ma impose quella fede inalterabile, che da all'anima il riposo nella conoscenza della verità eterna. Ora, se l'Apostolo proclama che Dio solo è veritiero, mentre tutti gli uomini mentiscono (Rm 3,4), e se noi normalmente reputiamo segno di impudente arroganza non prestar credito a un uomo che, fornito di saggezza e gravita, ci comunichi qualcosa, e pretendere che comprovi con ragioni e testimoni il suo asserto, di quale temeraria stoltezza non si renderà reo chi, ascoltando la parola di Dio, oserà chiedere le ragioni della celeste salutare dottrina? perciò la fede deve bandire non solo ogni parvenza di dubbio, ma anche ogni velleità di dimostrazione.
Necessità dell'atto esterno di fede.
14. Il Parroco non mancherà inoltre di insegnare a colui che dice: Io credo, come, oltre all'esprimere cosi l'assenso intimo del proprio spirito, in cui si compendia l'atto interno della fede, deve con la massima sollecitudine manifestare pubblicamente, con esplicita professione di fede, quanto porta chiuso nel cuore. Nei fedeli deve aleggiare quello spirito, che spingeva il Profeta ad esclamare: Ho creduto, e per questo ho parlato (Ps 115,1). Essi devono imitare gli apostoli che rispondevano alle autorità del popolo: Non possiamo tacere quanto abbiamo visto e udito (Ac 4,20); memori della bella frase di san Paolo: Io non arrossisco del Vangelo, che è la virtù di Dio per la salvezza di tutti i credenti (Rm 1,16); e di quell'altra, in cui è la diretta conferma della sentenza qui illustrata: Crediamo col cuore per essere giustificati; confessiamo con le labbra per essere salvati (Rm 10,10).
Conoscenza di Dio per mezzo della fede.
15. In Dio. Già di qui c'è dato di apprezzare la dignità e l'eccellenza della sapienza cristiana e con ciò il debito contratto verso la divina bontà, potendo noi rapidamente salire, quasi attraverso i gradini della fede, alla conoscenza della più nobile e desiderabile realtà. Qui appunto risiede una delle grandi differenze tra la filosofia cristiana e la sapienza di questo mondo. Mentre questa, guidata semplicemente dal lume di natura, muovendo adagio adagio dagli effetti e da tutto ciò che è percepito dai sensi, riesce solo dopo diuturni sforzi a contemplare a mala pena le realtà invisibili di Dio, a riconoscerlo e comprenderlo quale prima Causa e Autore di tutto il creato; quella invece affina talmente la penetrazione dello spirito umano, che esso può innalzarsi al cielo senza fatica. Illuminato dallo splendore divino, scorge dapprima l'eterna fonte stessa della luce e poi quanto giace al disotto di essa.
perciò a noi è dato di constatare con la più intensa letizia spirituale come veramente, secondo la parola del Principe degli Apostoli, siamo chiamati dal fondo delle tenebre a una luce mirabile (1P 2,9), e possiamo trasalire di ineffabile gioia nella nostra fede (1P 1,8). A ragione dunque i fedeli proclamano innanzi tutto di eredere in Dio, la maestà del quale, con Geremia, definiamo incomprensibile (Jr 32,19). Egli dimora, come dice l'Apostolo, in uno splendore inaccessibile, che nessuno vide, o può vedere (1Tm 6,16). Parlando a Mosè, disse Dio stesso: Nessuno mi vedrà e sopravviverà (Ex 33,20). Infatti, per arrivare a Dio, vertice del sublime, l'intelligenza nostra deve essere del tutto astratta dai sensi; il che non è concesso alle facoltà naturali in questa vita.
La conoscenza razionale di Dio.
16. Tuttavia Dio, secondo la sentenza dell'Apostolo, non manco di dare di sé testimonianza, beneficandoci, inviando dal cielo le pioggie e le stagioni fruttifere, ricolmando di nutrimento e di gioia le creature umane (Ac 14,16). Cosi ai sapienti fu evitato di concepire intorno a Dio nozioni indegne, e di eliminare dal suo concetto ogni elemento corporeo, materiale, composito. Essi inoltre collocarono in Dio la pienezza di tutti i beni, la fonte perenne e inesauribile di bontà e di misericordia, da cui rifluisce su tutte le realtà e nature create ogni bene e ogni perfezione. Lo chiamarono sapiente, autore e tutore della verità, giusto, benefico: con tutti quei nomi, insomma, in cui è espressa la suprema ed assoluta perfezione; sostennero poi che la sua immensa ed infinita virtù riempie ogni luogo e raggiunge ogni estremo. Tutto ciò traspare molto più nettamente dalle divine Scritture, come mostrano, per esempio, i passi seguenti: Dio è spirito (Jn 4,24); Siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto (Mt 5,48); Tutto è nudo e scoperto ai suoi occhi (He 4,13); O profondità dei tesori della sapienza e della scienza divina! (Rm 11,33); Dio è veritiero (Rm 3,4); Io sono la via, la verità, la vita (Jn 14,6); La tua destra è ricolma di giustizia (Ps 47,11); Tu apri la tua mano, ed empi di benedizione ogni essere che respira (Ps 144,16); Dove mi rifugero per evitare il tuo spirito e il tuo volto? Se salgo al cielo, ivi tu sei: se scendero nell'inferno, sei presente; se all'alba prendero le mie ali, e mi lancero verso i confini del mare, tu sei li (Ps 138,7-9); Il Signore dice: non riempio io forse il cielo e la terra? (Jr 23,24).
La conoscenza di Dio mediante la fede è superiore alla conoscenza razionale.
17. Sono grandi in verità ed insigni queste nozioni, che circa la natura di Dio, in armonia con l'autorità della sacra Scrittura, i filosofi trassero dalla contemplazione del creato. Eppure anche qui scopriremo la necessità di una dottrina rivelata, se riflettiamo che la fede, come abbiamo detto, non solo fa si che le verità scoperte dai sapienti dopo paziente studio brillino d'un tratto e senza sforzo anche agli ignoranti, ma che la loro conoscenza, conseguita attraverso la pedagogia della fede, penetri nei nostri intelletti in modo infinitamente più sicuro e immune da errori, di quel che si verificherebbe, se l'avessero raggiunte mediante i ragionamenti della scienza umana.
Però quanto non è da reputarsi più nobile quella conoscenza della divinità, che non è indistintamente data a tutti dallo spettacolo della natura, ma particolarmente fu irraggiata nei credenti dal lume della fede. Orbene, questa è condensata in quegli articoli del Simbolo, che ci manifestano l'unità dell'essenza divina e la distinzione delle tre Persone; e ci additano Dio come ultimo fine dell'uomo, da cui dobbiamo attenderci la celestiale ed eterna beatitudine, come apprendemmo da san Paolo:
LA FEDE E IL SUO SIMBOLO41
Dio è rimuneratore di chi lo cerca (He 11,6). Di qual valore sia tutto ciò e come trascenda i beni, ai quali la conoscenza avrebbe potuto aspirare da sola (1Co 2,9), già molto prima dell'Apostolo lo aveva spiegato Isaia: Dall'origine dei secoli, al di fuori di te, o Signore, non fu inteso da orecchio o percepito da occhio umano, quanto tu hai preparato a coloro che ti amano (Is 64,4).
Unità di Dio.
18. Da quanto abbiamo esposto risulta che dobbiamo anche confessare l'esistenza di un solo Dio, non di più dèi. Attribuendo infatti a Dio la suprema bontà e perfezione, è inconcepibile che l'infinito e l'assoluto si riscontrino in più d'un soggetto. E se a uno poi manca qualcosa per toccare la perfezione assoluta, con ciò stesso è imperfetto, né può convenirgli la natura divina. Molti passi scritturali confermano simili deduzioni. E scritto infatti: Ascolta, Israele:Il Signore Dio nostro è Dio unico (Dt 6,4). Ed è comando di Dio: Non avrai altro Dio, fuori che me (Ex 20,3). Dio inoltre spesso ammonisce per mezzo del profeta: Io sono il primo e l'ultimo; nessun Dio fuori di me (Is 41,4 Is 44,6). E apertamente assicura l'Apostolo: Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo (Ep 4,5). Né ci sorprenda il fatto che talora la sacra Scrittura attribuisce l'appellativo Dio anche a nature create. Chiamando infatti talora dèi i profeti e i giudici, non rispecchia i preconcetti dei gentili, che empiamente e stoltamente si raffigurarono molteplici divinità; ma, secondo il parlare usuale, vollero esprimere qualche esimia loro virtù, o qualche speciale funzione ad essi da Dio affidata. In conclusione la fede cristiana crede e professa un Dio solo, nella natura, nella sostanza, nell'essenza, come il Simbolo del concilio Niceno, per rassodare tale verità, ha spiegato. Né basta: elevandosi più in alto, la fede intende l'unità in modo tale da venerare l'unità nella trinità e la trinità nell'unità. Di questo mistero, che segue appunto nel Simbolo, dobbiamo ora trattare.
Dio, Padre di tutte le cose per creazione, Padre in modo peculiare dei Cristiani per l'adozione.
19. Padre. Poiché il vocabolo di Padre è attribuito a Dio per molteplici ragioni, dovremo innanzi tutto spiegare quale sia il significato più proprio di questa parola. Già alcuni di coloro le cui tenebre non erano state dissipate dal sole della fede, avevano compreso essere Dio la sostanza eterna, da cui il mondo aveva ricevuto l'essere e dalla cui provvidenza è governato e conservato nella sua ordinata disposizione. Presa dunque la similitudine dalle realtà umane, poiché chi propaga l'essere in una famiglia e ne vigila le sorti col consiglio e l'autorità, è chiamato padre, furono indotti a chiamare Padre quel Dio, che riconoscevano artefice e moderatore di tutte le cose.
Anche le sacre Scritture ricorsero al medesimo appellativo, quando, parlando di Dio, vollero mostrare come a Dio si dovessero attribuire la creazione, il potere e la mirabile provvidenza nell'universo. Vi leggiamo infatti: Non è lo stesso Padre tuo che ti ha posseduto, ti ha fatto, ti ha creato? (Dt 32,6). E altrove: Non è forse uno solo il Padre di tutti noi? Uno solo il nostro Creatore? (Ml 2,10). Ben più spesso e quasi con peculiare proprietà, soprattutto nei libri del nuovo Testamento, Dio è chiamato Padre dei cristiani, poiché questi non ricevettero, nel timore, lo spirito di schiavitù, bensi lo spirito di adozione, quali figli di Dio, che li autorizza a invocare: Abbà, Padre (Rm 8,15). Il Padre infatti ci uso tale amore, che in verità possiamo essere nominati e in realtà siamo figli di Dio (1Jn 3,1). Se poi figli, anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Gesù Cristo, primogenito tra innumerevoli fratelli (Rm 8,17-29), che non arrossisce nel chiamarci tali (He 2,11). Sicché a buon diritto i fedeli professano la loro fede in Dio loro padre, sia che si consideri la relazione generica nascente dalla creazione e dalla provvidenza, sia che si tenga conto del singolare vincolo della spirituale adozione.
Il valore del nome Padre nella Divinità.
20. Oltre le nozioni testé spiegate, il Parroco mostrerà a quali più sublimi misteri l'intelletto debba innalzarsi, nell'ascoltare l'appellativo di Padre. Gli oracoli divini infatti cominciano, col vocabolo di Padre, a farci intravedere quanto si nasconde più misteriosamente in quella luce inaccessibile, che è dimora di Dio e che la ragione e l'intelletto dell'uomo mai avrebbero potuto da sé, non dico raggiungere, ma neppure sospettare. Poiché quel nome dimostra che nell'unica essenza divina dobbiamo riconoscere non già una sola Persona, bensi una distinzione di Persone.
Tre di fatto sono le Persone nell'unica Divinità: quella del Padre, da nessuno generato; del Figlio, generato dal Padre anteriormente a tutti i secoli; dello Spirito santo, pur dalla eternità procedente dal Padre e dal Figliuolo. Nell'unica sostanza divina il Padre è la prima Persona, che, col suo Figlio unigenito e con lo Spirito santo, forma un solo Dio, un solo Signore, non già nella singolarità di un'unica Persona, bensi nella trinità di un'unica sostanza.
Le tre Persone divine sono distinte per le loro rispettive proprietà.
21. Non essendo permesso concepire tra queste tre Persone alcuna differenza o ineguaglianza, dovranno intendersi distinte solamente in virtù delle loro proprietà; per cui il Padre è non generato, il Figlio è generato dal Padre, lo Spirito santo procede da entrambi. E professeremo fra le tre Persone una tale identità di essenza e di sostanza, che nella confessione completa di un Dio vero ed eterno, riterremo dover adorare, piamente e santa mente, nelle Persone la proprietà, nell'essenza l'unità, nella trinità l'uguaglianza. Sicché quando diciamo che la Persona del Padre è la prima, non bisogna pensare che nella Trinità sussista una differenza come se una fosse anteriore o posteriore, maggiore o minore.
Lo spirito dei fedeli sia immune da una tale empietà: la religione Cristiana proclama nelle tre Persone l'identica eternità e la stessa maestà di gloria. Noi affermiamo senza esitazione che il Padre è veramente la prima Persona, perché è principio senza principio; e poiché ciò che la contrassegna è la proprietà di Padre, ad essa sola conviene l'aver generato dall'eternità il Figlio. Infatti pronunciamo insieme in questo articolo i nomi di Dio e di Padre, per ricordare costantemente che Dio è stato sempre Padre.
Non occorre istituire intorno alla Trinità troppo sottile ricerca.
22. Siccome in nessun altro campo vi è tanto pericolo nell'indagine e tanta possibilità di errori gravissimi, come nel presentare e spiegare questa sublime e difficilissima verità, il Parroco insegnerà doversi scrupolosamente ritenere i vocaboli propri di essenza e di persona, con i quali viene formulato il mistero, ricordando ai fedeli come l'unità è nell'essenza, la distinzione nelle Persone. Dopo cio, non è affatto necessario inoltrarsi in analisi più minute, memori della sentenza biblica: Chi vuole scandagliare la maestà, sarà sopraffatto dalla gloria (Pr 25,27). Deve apparire sufficiente il fatto che quanto per fede riteniamo certo e indiscusso, lo apprendemmo da Dio, gli oracoli del quale vogliono l'assenso, se non si è irreparabilmente folli e miserabili. Egli ha detto infatti: Andate ad istruire tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo (Mt 28,19). E altrove: Tre sono i testimoni nel cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito santo; e i tre costituiscono una sola sostanza (1Jn 5,7). Tuttavia colui il quale crede per divina grazia a tali verità, preghi assiduamente e scongiuri Dio Padre, che dal nulla trasse l'universo, tutto disponendo dolcemente (Sg 8,1), che ci concesse la capacità di divenire figli di Dio (Jn 1,12) e all'umana intelligenza discopri il mistero trinitario. Preghi, dico, affinché accolto un giorno nei tabernacoli eterni (Lc 16,9), sia degno di scorgere questa meravigliosa fecondità di Dio Padre, che, intuendo e comprendendo se stesso, genera un Figlio, pari e uguale a se stesso; di contemplare come l'identico Amore di carità dei Due, che è lo Spirito santo, procedente dal Padre e dal Figliuolo, stringe reciprocamente, con eterno e indissolubile vincolo, il Genitore e il Generato; come infine si attui cosi, nella divina Trinità, l'unità di essenza e la perfetta distinzione delle tre Persone.
L'onnipotenza di Dio.
23. Onnipotente. Le sacre Scritture sogliono spiegare con molti nomi la perfezione sovrana e l'infinita grandezza di Dio, per mostrare con quale rispetto e pietà debba venerarsi l'adorabile maestà sua. Ma il Pastore insegnerà innanzi tutto che l'onnipotenza è il qualificativo preferito. Dio stesso dice di sé: Io, Dio onnipotente (Gn 17,1). E Giacobbe, inviando i figli a Giuseppe, li accomiata con l'augurio:Il mio Dio onnipotente ve lo renda placabile (Gn 43,14) Nell'Apocalisse in fine è scritto: Dio, Signore onnipotente, che è, che era, e che verrà (Ap 1,8); e ancora:Il gran giorno si chiama il giorno di Dio onnipotente (Ap 16,14). Talora 11 medesimo concetto è espresso con più parole, come appare dai passi seguenti: Niente è impossibile avanti a Dio (Lc 1,37); La mano di Dio è forse impotente? (Nb 11,23); Il potere ti spetta, quando tu voglia (Sg 12,18); e simili. E evidente che le varie espressioni adombrano il medesimo contenuto: l'onnipotenza.
Questo attributo sta a significare che nulla possono l'intelligenza e la fantasia raffigurarsi, che Dio non possa compiere. Egli ha la virtù di compiere non solamente effetti che, per quanto grandissimi, rientrano in qualche modo nell'ambito della nostra comprensione: come ridurre il tutto nel nulla o di produrre all'istante molteplici mondi, ma anche gesta infinitamente più grandiose, Superiori a ogni immaginazione dello spirito umano. Pur tutto potendo, Dio non può però mentire, ingannare, essere ingannato, peccare, perire, ignorare qualcosa; tutti attributi di esseri, le cui operazioni sono imperfette. Appunto perché l'operazione di Dio è sempre perfettissima, diciamo che non può compiere quelle azioni, le quali sono indizio di debolezza, non già di una somma e infinita potenza operativa, quale egli possiede. In conclusione noi crediamo Dio onnipotente, rimuovendo da lui con ogni cura tutto ciò che sia difforme e contrario alla perfezione suprema della sua essenza.
Necessità e utilità della fede nella onnipotenza di Dio.
24. Il Parroco mostrerà con quanta sapienza sia stato proposto nel Simbolo alla nostra fede quest'unico attributo di Dio, tralasciati gli altri che gli convengono. In realtà, proclamando Dio onnipotente, implicitamente veniamo a riconoscerlo onnisciente, dominatore e signore dell'universo. Inoltre, se riteniamo per certo che egli può fare tutto, ne segue che riconosceremo in lui tutte quelle altre perfezioni, mancando le quali ci riuscirebbe incomprensibile l'esercizio della onnipotenza. Infine nulla meglio della persuasione che Dio tutto può fare, potrebbe corroborare in noi i sentimenti di fede e di speranza. La ragione, guadagnata la nozione dell'onnipotenza divina, aderirà senza ombra di esitazione a qualunque cosa sia necessario credere, per quanto insigne e mirabile, per quanto superiore alle leggi e all'ordine di natura. Anzi riterrà tanto più agevolmente doversi prestare fede, quanto più sublimi sono le manifestazioni degli oracoli divini. Cosi, sul terreno delle sante speranze, l'animo sarà sbigottito dalla grandezza della meta agognata; ma trarrà coraggio e fiducia dal pensiero frequente, che nulla è impossibile all'onnipotenza di Dio.
Di questa fede dovremo in particolare modo premunirci quando ci accingiamo a compiere qualcosa di notevole per il vantaggio del prossimo, o quando con le preghiere desideriamo impetrare qualcosa da Dio. Per il primo caso lo stesso Signore ci ammaestro quando, rimproverando agli apostoli la loro incredulità, esclamo: Se avrete fede quanto un granello di senapa, direte a questo monte: passa di là; e passerà, e niente vi sarà impossibile (Mt 17,19). Per il secondo, abbiamo la testimonianza di san Giacomo: Chi chiede, chieda con fede, senza esitare; chi esita, è simile all'onda del mare, spinta in ogni lato dal vento; e non s'illuda di ottenere qualcosa da Dio ().
Tale fede del resto ci procura parecchi altri importanti vantaggi: ci educa innanzi tutto alla modestia e all'umiltà dello spirito, come suggerisce il Principe degli Apostoli: Umiliatevi sotto la potente mano di Dio (1P 5,6). In secondo luogo ci insegna a non tremare, poiché null'altro v'è da temere se non Dio solo, che tiene in suo potere noi e tutte le nostre cose. Ammonisce infatti il Salvatore: Io vi additero chi dobbiate temere: temete Colui che, dopo avervi tolta la vita, ha potere di mandarvi all'inferno (Lc 12,5). Infine ci aiuta a riconoscere e a celebrare i benefici immensi che Dio ci ha elargito; poiché chi riconosce Dio onnipotente, non può avere ingratitudine si nera da non gridare spessissimo: Grandi cose ha fatto per me Colui che è potente (Lc 1,49).
L'onnipotenza è principalmente attribuita al Padre.
25. Dal fatto che in questo articolo chiamiamo onnipotente il Padre, nessuno sia tratto erroneamente a pensare che tale attributo a lui convenga, senza essere parimente comune al Figlio e allo Spirito santo. Poiché come diciamo Dio il Padre, Dio il Figlio, Dio lo Spirito santo, pur non riconoscendo tre dèi, bensi un solo Dio, cosi pure confessiamo l'onnipotenza del Padre, del Figlio e dello Spirito, senza riconoscere tre onnipotenti, ma un solo Onnipotente. Tuttavia al Padre più particolarmente riserviamo tal nome, perché fonte di qualsiasi origine; come in particolare si attribuisce al Figlio, eterno Verbo del Padre, la sapienza, e allo Spirito santo, Amore di entrambi, la bontà; quantunque questi e simili attributi appartengano, secondo la regola della fede cattolica, solidalmente a tutte e tre le Persone.
26. Creatore del cielo e della terra. Quanto ora diremo per spiegare la creazione dell'universo, mostrerà come sia necessario istruire in antecedenza i fedeli circa l'onnipotenza di Dio. Non avendo infatti lasciato alcun dubbio sulla potenza sconfinata del Creatore, è cosi agevolata la fede nel prodigio di si grande opera. Dio non ha formato il mondo da una materia preesistente, ma lo creo dal nulla, non costretto dalla violenza o dalla necessità, ma di propria spontanea volontà. L'unica causa che lo spinse all'atto creativo fu il desiderio di espandere la sua bontà sulle cose create. La natura di Dio infatti, beatissima in sé, non ha bisogno di nulla, secondo le parole di David: Io ho detto al Signore: tu sei il mio Dio, perché non hai bisogno de' miei beni (Ps 15,2). Ma, come indotto dalla sua sola bontà, ha compiuto tutto ciò che ha voluto, cosi, gettando le basi dell'universo, non si è uniformato a un esemplare o a un disegno esistente fuori di lui. Infatti se la sua intelligenza racchiude in sé stessa i prototipi di tutte le cose, il sovrano Artefice, contemplandoli in sé, e quasi imitandoli, creo all'inizio le realtà dell'universo, con la sapienza e potenza infinita che gli sono proprie. Egli parlo, e le cose furono; comando, e vennero create (Ps 32,9).
Nei termini poi cielo e terra occorre intendere tutto quanto essi contengono. Ai cieli infatti, che il Profeta chiamo opera delle sue dita (Ps 8,4), Dio aggiunse il luminoso ornamento del sole, della luna, delle rimanenti stelle; e affinché servissero a distinguere le stagioni, i giorni, gli anni, dispose il corso sicuro e costante dei globi celesti, in modo che nulla appaia più mobile del loro orbitare perpetuo, nulla più certo del loro movimento.
Creazione degli angeli.
27. Dio inoltre trasse dal nulla il mondo spirituale e gli angeli innumerevoli, perché gli fossero ministri assidui, arricchendoli poi con i doni della sua ineffabile grazia e del suo alto potere. Le parole infatti della sacra Scrittura:Il diavolo non persevero nel vero (Jn 8,44), dimostrano nettamente come esso e gli altri angeli apostati avevano dalla loro origine ricevuto la grazia. Dice in proposito sant'Agostino: Dio creo gli angeli dotati di retta volontà, vale a dire animati da un casto amore, che a lui li avvinceva, dando loro l'essere ed elargendo insieme la grazia. Possiamo perciò ritenere che gli angeli santi non furono mai sprovvisti di rettitudine nella volontà, cioè dell'amor di Dio (Agost. La città di Dio, 12,9). Riguardo alla loro scienza, abbiamo la dichiarazione dei Libri sacri: Ma tu, o re, mio signore, sei sapiente, come è sapiente l'angelo di Dio, si che tutto conosci sulla terra (2S 14,20). Infine il santo re David attribuisce loro la potenza, dichiarando potenti gli angeli per intima virtù ed esecutori dell'ordine divino (Ps 102,20). Anzi le sacre Scritture li chiamano spesso forze ed eserciti del Signore. Purtroppo, sebbene tutti arricchiti di tali doni celesti, molti, avendo ripudiato Dio loro padre e creatore, furono espulsi dalle sublimi sedi e chiusi nel carcere oscurissimo della terra, dove pagano eternamente la pena della loro superbia. Di essi parla san Pietro: Dio non ha risparmiato gli angeli peccatori, ma li ha precipitati nell'inferno, abbandonandoli agli abissi delle tenebre, dove li mantiene per il Giudizio (2P 2,4).
LA FEDE E IL SUO SIMBOLO51
Creazione dei viventi.
28. Dio inoltre con la sua parola volle che la terra, ben fondata sulla sua stabilità, avesse posto nella parte centrale del mondo; e fece si che le montagne si innalzassero e le valli si aprissero nei punti designati (Ps 111,8-9). E perché l'acqua non la sommergesse, fisso il confine, oltre il quale mai si spingesse l'inondazione. Quindi vi spiego sopra una magnifica veste di alberi, di erbe, di fiori; e, come antecedentemente aveva popolato l'acqua e l'aria di innumerevoli specie di animali, cosi fece per la terra.
29. Infine Dio trasse dal fango l'uomo, organizzandolo corporalmente in modo tale, da divenire suscettibile, non per forza di natura, ma per beneficio divino, di immortalità e d'impassibilità. Creo poi la sua anima a immagine e similitudine propria, dotandolo di libero arbitrio, e temperando in lui gli istinti e gli appetiti in modo che mai potessero sopraffare il dominio della ragione. Aggiunse il meraviglioso dono della giustizia originale e volle che l'uomo comandasse a tutti gli animali. Tutto ciò del resto potrà essere attinto agevolmente dai Parroci, per l'istruzione dei fedeli, dalla storia sacra del Genesi.
Ecco cosi spiegato quel che deve intendersi nell'inciso relativo alla creazione del cielo e della terra. Il Profeta aveva già tutto brevemente riassunto con le parole: Tuoi sono, o Signore, i cieli e la terra; tu hai fondato il globo terracqueo e quanto lo riempie (Ps 88,12). Molto più sinteticamente si espressero i Padri del concilio Niceno, introducendo nel Simbolo due soli vocaboli: le cose visibili e le invisibili. Tutto cio, infatti, che è compreso nell'universo, e riconosciamo creato da Dio, o cade sotto la percezione dei nostri sensi ed è detto visibile, o può essere percepito solamente dalla nostra ragione e intelligenza, ed è chiamato invisibile.
30. Non dobbiamo però concepire la nostra fede in Dio, creatore e autore di tutte le cose, in modo da supporre che queste, compiutasi l'opera creativa, possano sussistere indipendentemente dalla sua potenza infinita. Come tutto, per assurgere alla esistenza, fu dovuto suscitare dalla saggia e buona onnipotenza del Creatore, cosi tutto ripiomberebbe istantaneamente nel nulla, se l'eterna sua provvidenza non assistesse il creato e non lo con servasse con la medesima virtù, che gli diede l'essere. Lo attesta la sacra Scrittura: Che cosa potrebbe sussistere, se tu non lo volessi? e se non fosse ognora sorretto da te, che cosa potrebbe conservarsi? (Sg 11,26).
Dio non solamente tutela e regge l'universo con la sua provvidenza, ma spinge con intima efficacia al movimento e all'azione tutto ciò che si muove e opera nel mondo, non già sopprimendo l'efficienza delle cause seconde, bensi prevenendola. La sua efficacia misteriosa raggiunge le singole realtà, e, secondo la parola della Sapienza, opera con potenza da un'estremità all'altra (del mondo) e tutto governa soavemente (Sg 8,1). Annunciando agli Ateniesi quel Dio che essi adoravano senza conoscerlo, l'Apostolo esclamava: Egli non è lontano da ciascuno di noi, poiché in lui abbiamo la vita, il movimento e l'essere (Ac 17,27-28).
L'atto creativo è comune alla santissima Trinità.
31. E basti per quanto riguarda la spiegazione del primo articolo. Aggiungeremo tuttavia che l'opera della creazione è comune a tutte le Persone della santa e indivisa Trinità. Poiché, mentre in questo articolo del Simbolo degli apostoli confessiamo Dio Padre, creatore del cielo e della terra, nelle sante Scritture leggiamo del Figlio: Tutto è stato fatto per suo mezzo (Jn 1,3); e dello Spirito santo: Lo Spirito del Signore aleggiava sulle acque (Gn 1,2); e altrove: Nel Verbo del Signore i cieli sono stati resi stabili e dallo Spirito della sua bocca è profluito ogni loro pregio (Ps 32,6).

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in fine
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