Source: http://www.tangobond.it/forum/viewtopic.php?f=1&t=1169&start=10
Timestamp: 2020-01-25 10:29:18+00:00

Document:
Avv. Valerio Sangiovanni - Pagina 2 - tangobond.it
Messaggio da rolieg » lun apr 06, 2009 7:39 am
affermato il principio di diritto secondo cui la violazione dei doveri d’informazione del
cliente e di corretta esecuzione delle operazioni che la legge pone a carico dei soggetti
autorizzati alla prestazione dei servizi d’investimento finanziario puo` dar luogo a responsabilita`
precontrattuale, con conseguente obbligo di risarcimento dei danni, ove
tali violazioni avvengano nella fase precedente o coincidente con la stipulazione del
contratto d’intermediazione destinato a regolare i successivi rapporti fra le parti; puo`
invece dar luogo a responsabilita` contrattuale, ed eventualmente condurre alla risoluzione
del predetto contratto, ove si tratti di violazioni riguardanti le operazioni d’investimento
o disinvestimento compiute in esecuzione del contratto d’intermediazione
finanziaria. In nessun caso, in difetto di previsione normativa in tal senso, la violazione
dei suaccennati doveri di comportamento puo` pero` determinare la nullita` del contratto
d’intermediazione, o dei singoli atti negoziali conseguenti, a norma dell’art. 1418 comma
2. LA NULLITÀ DEI CONTRATTI D’INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA
PER CONTRARIETÀ A DISPOSIZIONE IMPERATIVA
Il cliente che consegna i proprio danari alla banca affinche´ questa acquisti strumenti
finanziari puo` cercare di ottenerne la restituzione chiedendo la declaratoria di nullita`
del contratto intercorso con l’intermediario. Si tratta di un rimedio radicale: se il contratto
e` nullo, chi ha prestato qualcosa in base a esso ha diritto a ottenerne la restituzione.
Trova difatti applicazione l’art. 2033 c.c., secondo il quale «chi ha eseguito un
pagamento non dovuto ha diritto di ripetere cio` che ha pagato». Proprio questo e` il
beneficio principale derivante dall’esercizio dell’azione di nullita` : la possibilita` di ottenere
la restituzione dell’intera somma messa a disposizione per l’investimento. Le
azioni di carattere risarcitorio producono invece effetti diversi, in quanto l’attore puo`
essere ristorato solo nei limiti del danno subito (anche se conserva la titolarita` degli
Le ragioni per cui si puo` chiedere la nullita` di un contratto sono le piu` diverse. Il
catalogo delle cause di nullita` e` contenuto nell’art. 1418 c.c. Nello specifico contesto dei
contratti d’intermediazione finanziaria e` spesso eccepita dai clienti la nullita` del contratto
per contrarieta` a disposizione cogente: la legge stabilisce che «il contratto e` nullo
quando e` contrario a norme imperative, salvo che la legge disponga diversamente»
(art. 1418 comma 1 c.c.).
Cosa si intende per disposizione «imperativa» ai sensi dell’art. 1418 comma 1 c.c.?
Leriviste che si sono occupate della questionehanno
talvolta pubblicato una sola delle due pronunce. Le
sentenze sono state pubblicate fra l’altro in Contr.,
2008, 221 ss., con nota di Sangiovanni; in Corr. giur.,
2008, 223 ss., con nota di Mariconda; in Danno e
resp., 2008, 525 ss., con note di Roppo e di Bonaccorsi;
in Giur. comm., 2008, II, 604 ss., con nota di Bruno-
Rozzi; in Giur. it., 2008, 347 ss., con nota di Cottino;
in Societa` , 2008, 449 ss., con nota di Scognamiglio.
In relazione alle sentenze nn. 26724 e 26725 cfr.
anche GALGANO, Il contratto di intermediazione finanziaria
davanti alle Sezioni unite della Cassazione,
in Contr. impr., 2008, 1 ss.; GENTILI, Disinformazione
e invalidita` : i contratti di intermediazione dopo
le Sezioni Unite, in Contr., 2008, 393 ss.;MAFFEIS,
Dopo le Sezioni Unite: l’intermediario che non si
astiene restituisce al cliente il denaro investito, in
Contr., 2008, 555 ss.; MAFFEIS, Discipline preventive
nei servizi di investimento: le Sezioni Unite e la notte
(degli investitori) in cui tutte le vacche sono nere, in
Contr., 2008, 403 ss.
g i u r i s p r u d e n z a c i v i l e
5 1 2 C O N T R A T T I
⎪P.3118 g i u r i s p r u d e n z a d i m e r i t o – n . 1 2 – 2 0 0 8
Messaggio da rolieg » lun apr 06, 2009 7:40 am
La Corte di cassazione ha stabilito che la natura imperativa della norma violata deve
essere individuata in base all’interesse pubblico tutelato (4). La Cassazione afferma che
occorre specificamente controllare la natura della disposizione violata e tale controllo
si risolve nella indagine sullo scopo della legge e in particolare sulla natura della tutela
apprestata, se cioe` di interesse pubblico o privato.
Nella materia dell’intermediazione finanziaria si rinvengono sia disposizioni finalizzate
alla tutela d’interessi pubblici sia norme preposte alla tutela d’interessi privati.
In questo senso e` significativo l’enunciato dell’art. 5 comma 1 t.u.f. secondo cui «la
vigilanza sulle attivita` disciplinate dalla presente parte ha per obiettivi: a) la salvaguardia
della fiducia nel sistema finanziario; b) la tutela degli investitori; c) la stabilita` e il
buon funzionamento del sistema finanziario; d) la competitivita` del sistema finanziario;
e) l’osservanza delle disposizioni in materia finanziaria». La lettura di questa
disposizione fa emergere chiaramente due obiettivi di tutela: l’uno pubblicistico (fiducia,
stabilita` , buon funzionamento e competitivita` del sistema finanziario), l’altro privatistico
(tutela degli investitori).
Questa duplice finalita` della vigilanza trovaunriscontro espresso nel contesto delle
norme di comportamento degli intermediari finanziari, e segnatamente nell’art. 21
comma 1 lett. a t.u.f., dove si stabilisce - fra le altre cose - che «nella prestazione dei
servizi e delle attivita` di investimento e accessori i soggetti abilitati devono: a) comportarsi
con diligenza, correttezza e trasparenza, per servire al meglio l’interesse dei
clienti e per l’integrita` dei mercati». «Interesse dei clienti» e «integrita` dei mercati»
esprimono, rispettivamente, il profilo privatistico e quello pubblicistico della disciplina.
Si tratta di due obiettivi che convivono nella materia in esame. La legge stabilisce
dunque espressamente che le norme di condotta degli intermediari finanziari sono
finalizzate anche alla realizzazione di interessi pubblici. Chi scrive condivide pertanto
quanto ha stabilito la Corte di cassazione nelle sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007,
secondo cui l’art. 21 t.u.f. va considerato come una disposizione imperativa, alla luce
degli interessi di carattere pubblicistico che tale disposizione intende tutelare. La
natura pubblicistica trova fra l’altro riscontro nel fatto che le inosservanze delle norme
di comportamento sono punite con sanzioni amministrative (5). Il risparmio, infine, e`
protetto addirittura da una disposizione costituzionale (6).
Queste osservazioni sulla natura pubblicistica di alcuni degli interessi tutelati dalla
disciplina dell’intermediazione finanziaria assumono rilievo, in relazione allenormedi
comportamento degli intermediari, se si riflette sul fatto che alcune sentenze di legittimita`
hanno stabilito che la nullita` del contratto puo` realizzarsi indipendentemente da
una previsione espressa in tale senso. Ad esempio nel 2001 la Corte di cassazione ha
deciso che, in presenza di un negozio contrario a norme imperative, la mancanza di
un’espressa sanzione di nullita` non e` rilevante ai fini della nullita` dell’atto negoziale in
conflitto con il divieto, in quanto vi sopperisce l’art. 1418comma1 c.c., che rappresenta
(4) Cass. 18 luglio 2003, n. 11256.
(5) V. in particolare l’art. 190 comma 1 t.u.f., che
prevede l’applicazione di una sanzione amministrativa
pecuniaria da euro 2.500 a euro 250.000 in caso
di violazione—fra le altre disposizioni—dell’art. 21
(6) L’art. 47 comma 1 Cost. stabilisce che «la Repubblica
incoraggia e tutela il risparmio in tutte le
sue forme».
C O N T R A T T I 5 1 2
un principio generale rivolto a prevedere e disciplinare proprio quei casi in cui alla
violazione dei precetti imperativi non si accompagna una previsione di nullita` (7). Si
tratta del fenomeno della nullita` c.d. «virtuale», che prescinde cioe` dall’espressa statuizione
che la violazione di una certa disposizione comporta nullita` . La nullita` per
contrarieta` all’art. 21 t.u.f. puo` dunque verificarsi anche in assenza di una previsione
espressa che sancisca che tale norma e` imperativa.
Cio` premesso, bisogna pero` distinguere nettamente fra il comportamento della
banca e il contenuto del negozio (8). Se e` la sola condotta dell’intermediario a violare
disposizioni imperative, cio` nondetermina la nullita` del contratto. L’art. 1321 c.c. recita:
«il contratto e` l’accordo di due o piu` parti per costituire, regolare o estinguere tra loro
un rapporto giuridico patrimoniale». Nullo puo` essere solo il «contratto», vale a dire il
risultato dell’accordo dei contraenti, non il «comportamento» di una delle parti. Un
esempio aiuta a chiarire il concetto che si intende esprimere. Se le parti inserissero nel
contratto d’intermediazione finanziaria una clausola in contrasto con l’art. 21 t.u.f., tale
pattuizione sarebbe nulla per violazione dinormaimperativa. Si immagini che la banca
e il cliente introducano nel testo contrattuale una clausola che dispensa l’intermediario
dall’acquisire le informazioni necessarie dai risparmiatori e dall’operare in modo che
essi siano sempre adeguatamente informati. Una pattuizione del genere sarebbe in
chiaro contrasto con il tenore letterale dell’art. 21 comma 1 lett. b t.u.f. (9). Siccome
questa disposizione di legge e` imperativa in quanto tutela interessi pubblici, la relativa
clausola del contratto sarebbe nulla. Ma la situazione tratteggiata e` radicalmente differente
da quella riconducibile a un comportamento illegittimo dell’intermediario. Le
condotte scorrette delle parti non entrano a far parte del programma contrattuale. Non
vi e` accordo sul punto e, dunque, non vi e` —al riguardo—contratto. Ne consegue che
non vi puo` essere nullita` .
1) l’art. 21 t.u.f. e` disposizione imperativa;
2) la sua inosservanza da` luogo a nullita` se la violazione e` «contrattuale», ossia
operata consensualmente da entrambi i contraenti;
3) la sua inosservanza non da` , al contrario, luogo a nullita` se la violazione e`
«unilaterale», vale a dire posta in essere dal solo intermediario finanziario. L’art. 21
t.u.f. fissa norme di comportamento valevoli per la banca, non per il cliente, e — di
conseguenza—l’unico soggetto che puo` violare le regole di condotta e` l’intermediario
(7) Cass. 3 marzo 2001, n. 2109. Ma gia` molti anni
prima Cass. 13 maggio 1977, n. 1901 aveva stabilito
che l’ipotesi di nullita` del contratto per contrarieta` a
norme imperative si verifica indipendentemente da
una espressa comminatoria della sanzione di nullita`
nei singoli casi. La norma dell’art. 1418 c.c. esprime
un principio generale, essendo rivolta a prevedere e
disciplinare proprio quei casi in cui alla violazione di
precetti imperativi non si accompagna una specifica
previsione di nullita` . In tali casi unico compito del
giudice e` quello di stabilire se la norma o le norme
contraddette dall’autonomia privata abbiano carattere
imperativo, siano—cioe` —dettate a tutela dell’interesse
(8) Questa distinzione e` operata, ad esempio, da
Trib. Ferrara, 28 settembre 2007, in Banca, borsa, tit.
cred., 2008, II, 165 ss., con nota di Pellegrini.
(9) Questa disposizione prevede che i soggetti
abilitati devono «acquisire le informazioni necessarie
dai clienti e operare in modo che essi siano sempre
adeguatamente informati».
⎪P.3120 g i u r i s p r u d e n z a d i m e r i t o – n . 1 2 – 2 0 0 8
Messaggio da rolieg » lun apr 06, 2009 7:41 am
3. IL CARATTERE ATIPICO DEL CONTRATTO
Il caso affrontato dal Tribunale di Brindisi si differenzia chiaramente dalla maggior
parte delle sentenze rese in materia di responsabilita` civile delle banche per investimenti
andati male, in quanto l’iter argomentativo seguito dal giudice non tocca in alcun
modo la questione della violazione delle norme di comportamento degli intermediari
Nel caso di specie la nullita` del contratto viene invece dichiarata sulla base del
combinato disposto di tre importanti norme civilistiche: l’art. 1418 c.c. (sulle cause di
nullita` del contratto), l’art. 1343 c.c. (sulla causa illecita) (10) e l’art. 1322 c.c. (sui contratti
atipici) (11). L’iter logico del Tribunale di Brindisi e` convincente, ma—essendo piuttosto
articolato—deve essere seguito passo per passo, al fine di essere compreso in tutte
Con l’istituto della nullita` del contratto l’ordinamento reprime certi comportamenti
delle parti che vengono reputati non compatibili con lo stesso sistema giuridico. Nel
caso di clausole contrattuali contrarie a disposizioni imperative (ipotesi che si e` esaminata
in dettaglio sopra), vengono espunti dall’ordinamento accordi fra privati che si
pongono in contrasto con norme che l’ordinamento considera non derogabili. Ma il
catalogo delle nullita` non si ferma a cio` . L’ordinamento prevede molte altre situazioni
che determinano tale risultato. Non essendo qui possibile soffermarsi su tutte le fattispecie
regolate dal legislatore, si concentrera` l’attenzione sul caso della nullita` del
contratto per illiceita` della causa.
Dal punto di vista normativo bisogna partire da quanto dispone l’art. 1418 comma 2
c.c., secondo cui produce nullita` del contratto — fra l’altro — l’illiceita` della causa. La
legge prevede poi che «la causa e` illecita quando e` contraria a norme imperative,
all’ordine pubblico o al buon costume» (art. 1343). Infine il legislatore stabilisce che «le
parti possono anche concludere contratti che non appartengano ai tipi aventi una
disciplina particolare, purche´ siano diretti a realizzare interessi meritevoli di tutela
secondo l’ordinamento giuridico» (art. 1322 comma 2 c.c.).
Nel caso di specie il Tribunale di Brindisi ritiene che il contratto concluso dalla
banca con il cliente sia atipico. In effetti il contratto posto in essere fra le parti presenta
caratteristiche del tutto particolari, che inducono a qualificarlo come atipico. La banca
concede un finanziamento «finalizzato» all’acquisto di strumenti finanziari; quale corrispettivo
per tale finanziamento, il cliente deve pagare un tasso d’interesse annuo del
6,20%. Il Tribunale brindisino esclude che si tratti di un contratto di mutuo, in quanto la
finalita` dell’operazione non e` il mero finanziamento del cliente, bensı` anche l’acquisto
degli strumenti finanziari. Manca inoltre, secondo la sentenza in commento, la «consegna
» del danaro (elemento richiesto dalla definizione legislativa di mutuo) (12), in
quanto il danaro viene direttamente utilizzato per comprare gli strumenti finanziari.
(10) Per un recente contributo in materia di causa
del contratto cfr. BESOZZI, La causa in concreto del
contratto: un vero revirement?, inContr., 2007, 1007
(11) Una rassegna dei contratti atipici che ricorrono
con maggiore frequenza nella prassi e` offerta
da DELL’UTRI, Commento all’art. 1322, in Codice civile
(a cura di Rescigno), I, 7ª ed., Milano, 2008, 2324
(12) Secondo la legge «il mutuo e` il contratto col
quale una parte consegna all’altra una determinata
quantita` di danaro o di altre cose fungibili, e l’altra si
obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie
e qualita`» (art. 1813 c.c.).
g i u r i s p r u d e n z a d i m e r i t o – n . 1 2 – 2 0 0 8 P.3121⎪
Messaggio da rolieg » lun apr 06, 2009 7:42 am
Questa ricostruzione del Tribunale di Brindisi appare convincente. Per quanto e` dato
comprendere dal testo della sentenza la consegna del danaro non avviene. Con la
conclusione del contratto in esame, la banca solo astrattamente «mette a disposizione»
del cliente una somma, la quale pero` non entra nella reale disponibilita` del cliente, in
quanto essa viene direttamente e immediatamente utilizzata per comprare gli strumenti
finanziari. Non vi e` dunque un trasferimento di danaro dalla banca al cliente.
Escluso che sussista un contratto di mutuo, il Tribunale di Brindisi afferma il carattere
di atipicita` del contratto di cui e` chiamato a occuparsi (13).
4. LA MERITEVOLEZZA DI TUTELA SECONDO L’ORDINAMENTO
I contratti atipici sono contratti diversi dai singoli contratti tipici, che sono disciplinati
espressamente nel codice civile. Il codice civile contiene una lunga elencazione di
contratti tipici, elencazione che occupa oltre 500 articoli dello stesso codice (artt. 1470-
1986 c.c.), a partire dal contratto di vendita (definito nell’art. 1470) per arrivare al
contratto di cessione dei beni ai creditori (definito nell’art. 1977 c.c.). Il contratto
realizzatosi fra le parti nel caso di specie non e` riconducibile a nessuno di quelli previsti
espressamente nel codice civile (in particolare, come si e` visto, non puo` essere ricondotto
a un mutuo). Si tratta, dunque, di un contratto atipico.
I contratti atipici vengono regolati cosı` nel codice civile: «le parti possono anche
concludere contratti che non appartengano ai tipi aventi una disciplina particolare,
purche´ siano diretti a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento
giuridico» (art. 1322 comma 2 c.c.). Il passaggio successivo con cui si confronta il
Tribunale di Brindisi e` allora quello di stabilire se il contratto sottoposto al suo esame
sia o meno meritevole di tutela. Il Tribunale brindisino giunge alla conclusione che gli
interessi perseguiti con il contratto di cui e` causa non siano meritevoli di tutela secondo
l’ordinamento giuridico. La banca lucra un tasso di interesse certo, mentre il cliente si
accolla da solo i rischi connessi all’acquisto e alla detenzione degli strumenti finanziari.
Questi titoli risultano essere di difficile liquidabilita` , non essendo negoziati in mercati
regolamentati, ed e` difficile valutarne il valore. Essi sono caratterizzati da una rischiosita`
molto elevata, con possibilita` di perdite anche eccedenti l’esborso originario, e non
vi e` garanzia del loro rendimento futuro.
Si noti che, come risulta dal testo della sentenza in commento, il contratto intercorso
fra le parti evidenziava chiaramente i rischi connessi all’operazione. Per questa
ragione un’azione giudiziaria «classica» nei confronti della banca, consistente nel con-
(13) Al riguardo si e` rinvenuto un precedente di
merito relativo proprio alla stessa vicenda«myway».
Secondo Trib. Salerno 18 marzo 2008, n. 762, in Codice
civile (a cura di Chine` -Garofoli), Roma, 2008,
2554, i contratti denominati «4 you» e «my way», con
i quali la banca mette a disposizione dell’investitore
una somma di danaro, che tuttavia viene da subito
vincolata e veicolata, senza possibilita` di diversa determinazione,
versounprestabilito piano finanziario
di accumulo, costituito dall’acquisto di determinate
obbligazioni, non e` assimilabile al contratto di mutuo
in quanto quest’ultimo si caratterizza per il fatto di
consentire al mutuatario di ottenere statim la liquidita`
occorrente per le proprie finalita` , con il vantaggio
di poter restituire la quantita` di danaro presa a
mutuo in forma dilazionata ed entro un periodo di
tempo, da lui aprioristicamente ritenuto sufficiente
per ottenere la provvista necessaria per remunerare
il mutuante per il prestito concesso, laddove, nel caso
di tali pattuizioni, il cliente e` costretto a utilizzare
l’importo mutuato per porre in essere una successiva
operazione in tutto predisposta dalla banca, senza
che su di essa possa avere in alcun modo interferito.
⎪P.3122 g i u r i s p r u d e n z a d i m e r i t o – n . 1 2 – 2 0 0 8
Messaggio da rolieg » lun apr 06, 2009 7:44 am
(segue) testare la mancata informazione da parte dell’intermediario finanziario, non avrebbe
probabilmente avuto successo. A ragione, dunque, l’attore sposta il profilo della sua
contestazione dalla mancata informativa alla mancata meritevolezza degli interessi
perseguiti dal contratto.
Il Tribunale di Brindisi qualifica il contratto sottoposto alla sua attenzione come un
«contratto aleatorio unilaterale». L’unilateralita` e` dovuta al fatto che il rischio e` in capo
a una parte sola, il cliente. Mentre la banca lucra un tasso fisso sicuro, il risparmiatore
nonha alcuna certezza di ottenereunritorno dall’investimento effettuato.Losquilibrio
contrattuale, che la particolare struttura del contratto realizza nel caso concreto, non e`
meritevole di tutela secondo l’ordinamento. Il sistema giuridico non puo` accettare
contratti che hanno la funzione di spostare tutto il rischio a carico di una parte sola.
Il Tribunale di Brindisi giunge dunque alla conclusione che il contratto sottoposto
alla sua attenzione persegue interessi che non sono degni di tutela secondo l’ordinamento
giuridico. Rimane da stabilire quali siano le conseguenze di tale mancata meritevolezza.
Al riguardo bisogna osservare che i contratti atipici, pur non avendo una
disciplina espressa e dettagliata come i singoli contratti (artt. 1470 ss. c.c.), sono assoggettati
alle disposizioni del codice civile che regolano i contratti in generale. In questo
senso si esprime il disposto dell’art. 1323 c.c., secondo cui «tutti i contratti, ancorche´
non appartengano ai tipi che hanno una disciplina particolare, sono sottoposti alle
norme generali contenute in questo titolo». Trovano insomma applicazione anche ai
contratti atipici gli artt. da 1321 a 1469-bis c.c.
Per i fini che qui interessano giova rilevare che trovano applicazione tutte le disposizioni
in materia di rimedi contrattuali, in particolare quelle sulla nullita` del contratto
(artt. 1418 ss. c.c.), sull’annullabilita` del contratto (artt. 1425 ss. c.c.) e sulla risoluzione
del contratto (artt. 1453 ss. c.c.). Si tratta allora di capire quale sia il rimedio corretto nei
confronti di un contratto, quale quello oggetto della sentenza del Tribunale di Brindisi,
che persegue interessi non meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico.
Secondo la soluzione fatta propria dal Tribunale di Brindisi, la mancata meritevolezza
incide sulla causa del contratto. Si e` visto che, ai sensi dell’art. 1323 c.c., tutti i
contratti - anche quelli atipici - sono sottoposti alle disposizioni sui contratti in generale.
Fra queste norme rientra anche l’art. 1325 c.c., che indica quali requisiti del
contratto: l’accordo delle parti, la causa, l’oggetto e la forma. Anche i contratti atipici
devono dunque avere una causa, poiche´ anche ai contratti atipici si applica l’art. 1325
c.c. (14). La decisione del Tribunale di Brindisi e` conforme a una sentenza della Cassazione,
secondo cui e` alla causa del contratto—intesa come finalita` in concreto perseguita
attraverso lo strumento negoziale — che va fatto riferimento per stabilire se il
contratto possa essere ritenuto valido per l’ordinamento (15).
La causa di un contratto, anche atipico, non puo` essere illecita, fattispecie che si
realizza quando essa e` contraria a norme imperative, all’ordine pubblico o al buon
costume (art. 1343 c.c.).
(14) Cass. 28 gennaio 2002, n. 982, in Corr. giur.,
2003, 44 ss., con nota di Rolfi, ha deciso che anche i
contratti atipici non possono essere privi di causa.
Gia` prima Cass. 20 novembre 1992, n. 12401, aveva
stabilito che anche i contratti atipici non possono
essere privi di causa.
(15) Cass. 19 ottobre 1998, n. 10332, in Riv. not.,
1999, II, 717 ss., con nota redazionale.
Ultima modifica di rolieg il gio ott 08, 2009 3:15 pm, modificato 4 volte in totale.
In effetti pare sussistere, nel caso di specie, una contrarieta` a disposizione cogente.
La norma imperativa e` l’art. 1322 comma 2 c.c. La contrarieta` a disposizione cogente non e` data dall’accordo dei contraenti: in questo caso si applicherebbe l’art. 1418 comma 1 c.c.
E`invece la finalita` perseguita da una delle parti (il totale squilibrio fra le
prestazioni) a essere contraria a norma imperativa. Ne consegue l’illiceita` della causa.
La illiceita` della causa determina la nullita` del contratto, ai sensi dell’art. 1418 comma 2 c.c. g i u r i s p r u d e n z a c i v i l e
www.gi u f f re. i t /r ivi s te/mer i to
Ultima modifica di rolieg il gio ott 08, 2009 3:16 pm, modificato 1 volta in totale.
Informazione sull’adeguatezza dell’operazione finanziaria e
Messaggio da rolieg » gio ott 08, 2009 7:40 am
INFORMAZIONE SULL'ADEGUATEZZA DELL'OPERAZIONE FINANZIARIA E DOVERE DI ASTENERSI.
a cura dell'Avv. Valerio Sangiovanni
Nota a Sentenza: TRIBUNALE DI BOLOGNA, sez. II, 2 marzo 2009, n. 1161 - Pres. Berlettano – Rel. Montanari – Tizio (avv. Franchi) c. Banca s.p.a. (avv.ti de Capoa, Pellegrini)
L’altra violazione di doveri informativi contestata dal Tribunale di Bologna concerne il prospetto informativo[5]. Nel caso di specie vennero vendute obbligazioni Parmalat. Le contestazioni che il Tribunale di Bologna muove all’intermediario sono molteplici. Si trattava anzitutto di obbligazioni prive di prospetto. Esse erano poi destinate a investitori istituzionali, e non a piccoli risparmiatori. La società che aveva emesso le obbligazioni era una società estera facente parte del gruppo Parmalat e non la società Parmalat svolgente l’attività industriale vera e propria. Del gruppo facevano inoltre parte società con bilanci contenenti indicatori fortemente negativi. Complessivamente l’acquisto delle obbligazioni Parmalat risultava essere un’operazione altamente rischiosa. Su questo complesso di circostanze l’intermediario non ha fornito informazioni adeguate. Il Tribunale di Bologna rileva che, se è vero che - a certe condizioni - non è obbligatorio pubblicare il prospetto informativo, è altrettanto vero che della assenza di prospetto (nonché delle sue ragioni) l’investitore deve essere informato in modo adeguato.
A questa impostazione si può obiettare che l’art. 5 comma 1 TUF è una disposizione sulla vigilanza ed è dunque indirizzata alle autorità di vigilanza e non alle banche. L’obiezione è corretta, ma bisogna tenere conto che la duplicità degli obiettivi di tutela (pubblicistici e privatistici) trova un riscontro espresso nel contesto delle norme di comportamento degli intermediari finanziari, e segnatamente nell’art. 21 comma 1 lett. a TUF, dove si stabilisce - fra le altre cose - che “nella prestazione dei servizi e delle attività di investimento e accessori i soggetti abilitati devono: a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, per servire al meglio l’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati”. “Interesse dei clienti” e “integrità dei mercati” esprimono, rispettivamente, il profilo privatistico e quello pubblicistico nel contesto normativo che qui interessa; si tratta di due obiettivi che convivono nella materia in esame. La legge stabilisce dunque espressamente che le norme di comportamento degli intermediari finanziari sono finalizzate anche alla realizzazione di interessi pubblici (oltre che degli interessi dei singoli investitori).
Ciò premesso, bisogna però distinguere nettamente fra il contenuto del contratto e il comportamento della banca. La confusione fra questi due elementi è stata la fonte delle incertezze che hanno caratterizzato la giurisprudenza di merito prima dell’intervento delle Sezioni Unite. Se è la sola condotta dell’intermediario a violare disposizioni imperative, ciò non determina nullità del contratto. L’art. 1321 c.c. recita: “il contratto è l’accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale”. Nullo può essere solo il “contratto”, vale a dire il risultato dell’accordo dei contraenti, non il “comportamento” di una delle parti posto in essere sulla base del contratto. Un esempio aiuta a chiarire il concetto che si intende esprimere. Se le parti inserissero nel contratto d’intermediazione finanziaria una clausola in contrasto con l’art. 21 TUF tale pattuizione sarebbe nulla per violazione di norma imperativa. Si immagini che la banca e il cliente introducano nel testo contrattuale una pattuizione che dispensa l’intermediario dall’acquisire le informazioni necessarie dagli investitori e dall’operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati. Questa previsione sarebbe in chiaro contrasto con il tenore letterale dell’art. 21 comma 1 lett. b TUF. Siccome questa disposizione di legge è imperativa in quanto tutela interessi pubblici, tale clausola sarebbe nulla. Ma la situazione tratteggiata è radicalmente differente da quella riconducibile a un comportamento (unilaterale) illegittimo dell’intermediario. Le condotte scorrette delle parti (e segnatamente dell’intermediario) non entrano a far parte del programma contrattuale. Non vi è accordo sul punto e, dunque, non vi è – al riguardo - contratto. Ne consegue che non vi può essere nullità.
Secondo una prima tesi, quella fatta propria dalle Sezioni Unite, l’inosservanza di questa disposizione configura un inadempimento dell’intermediario finanziario che determina l’obbligo di risarcire il danno (e nei casi più gravi la risoluzione del contratto). La responsabilità della banca si fonda sull’art. 1218 c.c. secondo cui “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno”. L’applicazione dell’art. 1218 c.c. presuppone che in capo all’intermediario vi sia l’obbligo di effettuare una prestazione. La “prestazione dovuta” dal debitore ai sensi dell’art. 1218 c.c. è quella che risulta dall’assetto contrattuale stabilito espressamente dalle parti, ma anche da tutto quello che le norme applicabili al caso di specie impongono. Se l’intermediario viola un dovere che gli fa capo e non esegue dunque esattamente la prestazione dovuta, in applicazione del dettato dell’art. 1218 c.c. è tenuto a risarcire il danno che l’investitore patisce. La mancata raccolta dell’ordine scritto o telefonico registrato dell’investitore, a fronte del prossimo compimento di un’operazione inadeguata, costituisce - secondo questa tesi - semplice inadempimento della banca da cui deriva l’obbligo di risarcire il danno.
Anche a voler prescindere da una possibile applicazione analogica dell’art. 1471 c.c., a un’attenta lettura delle sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007 risulta che la Corte di cassazione non ha affermato in maniera categorica che l’inosservanza di qualsiasi norma di comportamento degli intermediari finanziari determini sempre l’obbligo di risarcire il danno e che la possibilità di chiedere la nullità del contratto sia esclusa in modo assoluto. Al contrario: le Sezioni Unite distinguono. La Corte di cassazione dice espressamente che l’area delle norme inderogabili, la cui violazione può determinare la nullità del contratto in conformità al disposto dell’art. 1418 comma 1 c.c., è più ampia di quanto parrebbe a prima vista suggerire il riferimento al solo contenuto del contratto medesimo. Vi sono ricomprese anche le norme che vietano la stipulazione stessa del contratto. Se il legislatore vieta, in determinate circostanze, di stipulare il contratto e, nondimeno, il contratto viene stipulato, è la sua stessa esistenza a porsi in contrasto con la norma imperativa; e non par dubbio – continuano le Sezioni Unite - che ne discenda la nullità dell’atto per ragioni ancora più radicali di quelle dipendenti dalla contrarietà a norma imperativa del contenuto dell’atto medesimo. Questo passaggio delle sentenze della Corte di cassazione indica che, quando la c.d. “norma di comportamento” si sostanzia in un divieto di contrarre, e – ciò nonostante – l’intermediario finanziario contrae, il contratto può essere ritenuto nullo[16].
TRIBUNALE DI BOLOGNA, sez. II, 2 marzo 2009, n. 1161 - Pres. Berlettano – Rel. Montanari – Tizio (avv. Franchi) c. Banca s.p.a. (avv.ti de Capoa, Pellegrini)

References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.