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Sentenza Tribunale di Venezia 20 Settembre 2005
G.U. dott. Roberto Simone
Con l’atto di citazione in epigrafe indicato X. X. chiedeva al Tribunale di Venezia, previo accertamento della responsabilità del dr. A. A., del dr. M. C. e del Prof. dr. D. C., per la negligenza e imprudenza negli interventi compiuti congiuntamente e separatamente sull’attore, nonché della Regione Veneto (quale successore ex Lege della ULS n. 34) e dell’Azienda Ospedaliera S. Maria degli Angeli, la condanna in solido dei convenuti al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale subito nella misura determinanda, anche con valutazione equitativa, in corso di causa. Con interessi e rivalutazione da dì del dovuto al saldo.
Esponeva l’attore che era affetto, sin dalla nascita, da piede sinistro piatto valgo congenito, patologia che aveva cominciato a dargli qualche fastidio nel 1987 con manifestazioni dolorose solo sotto carico, pur in assenza di limitazioni funzionali; nel 1992, aggravatisi i problemi, aveva chiesto una visita da parte del dr. A. A., ma era stato visitato nell’estate dello stesso anno dal suo assistente, tale dr. M. C.; quest’ultimo, diagnosticata la patologia in atto, aveva consigliato un intervento chirurgico per evitare un sicuro peggioramento; l’intervento era eseguito nell’estate del 1993 dal dr. A. e dal dr. C. ed era dimesso con apparecchio gessato; trascorsi tre mesi era asportato il gesso e visitato dal dr. A., il quale aveva diagnosticato la riuscita dell’intervento; nonostante la riabilitazione con fisioterapia, non riusciva a camminare a causa dei dolori al piede; nell’ottobre del 1993 il dr. C., dopo una nuova visita effettuata a Montecchio Maggiore, aveva dichiarato che l’intervento era riuscito, ma sarebbero occorsi tempi lunghi per la scomparsa dei dolori e per il recupero della funzionalità del piede; in effetti con il tempo la funzionalità del piede era migliorata lentamente, ma permanevano i dolori soprattutto alla caviglia, alla zona sottomalleolare, al medio e all’avampiede lungo il 1° raggio; nell’aprile 1994 era rivisto a Montecchio Maggiore dal dr. C. che, per rendersi conto dell’anomalo andamento post intervento, faceva eseguire una radiografia dalla quale rilevava che la vite dell’artrodesi si era rotta e l’altra vite creava problemi al tallone, onde si rendeva necessario un nuovo intervento per rimuovere entrambe le viti; nel giugno 1994 era sottoposto dal dr. C. ad un intervento di estrazione dei mezzi metallici; l’intervento non riusciva completamente, poiché un pezzo della vite rotta non poteva essere estratto ed era lasciato in loco; era poi dimesso con gessatura, tolta dopo 20 giorni circa; ancora dopo il secondo intervenuto i dolori permanevano ed anzi divenivano più acuti; ricoverato nuovamente nel luglio 1994, era effettuata soltanto terapia in quanto sia il dr. C. che il primario dott. Cicero dichiaravano che il piede era a posto e che bisognava avere pazienza in quanto il periodo di assestamento era lungo; analoga diagnosi era fatta anche dal dr. Polesso, fisiatra presso l’Ospedale di Noale, che gli consigliava un nuovo plantare; nell’ottobre 1994, prima di iniziare un’attività lavorativa (come pizzaiolo) comportante il mantenimento di posizione eretta si era fatto nuovamente visitare dal dr. A. per la persistenza dei dolori; il dr. A. lo aveva rassicurato circa l’ottima riuscita dell’intervento, pronosticando una lenta ma sicura guarigione e dichiarando che l’incipiente lavoro non avrebbe potuto compromettere la situazione del piede ormai stabilizzata; nell’inverno 1995 si riacutizzavano i dolori al piede, impedendogli di camminare e di stare in piedi oltre brevi periodi; nell’aprile 1995 era nuovamente visitato dal dr. A., il quale ribadiva ancora che non vi erano problemi, che poteva continuare il lavoro e prescriveva solo terapie; nel novembre 1995, essendo aumentati i dolori che gli impedivano di lavorare, era visitato nuovamente dal dr. C. che diagnosticava una lussazione e prescriveva TAC e RM con l’intesa di effettuare nuova visita a gennaio 1996; durante tale visita (fine gennaio 1996), dopo aver riferito che non riusciva a stare in piedi, il dr. C., una volta esaminati i referti degli esami, diagnosticava un picco artrosico della tibio-tarsica nonché un’irregolarità della rima articolare, prescrivendo infiltrazioni in loco, che effettuava personalmente una volta la settimana per circa due mesi; costretto a lasciare il lavoro di pizzaiolo, si iscriveva ad un corso per orafo e, non avendo ricevuto particolari benefici né dalle infiltrazioni né dalla magnetoterapia, era tornato dal dr. A. nel luglio 1996, il quale, constatata la lussazione del tallone, consigliava altro intervento d’urgenza per eliminarla e correggere il valgismo da eseguire mediante artrodesi della sottoastragalica; prima di affrontare il terzo intervento, del tutto inatteso alla luce delle rassicuranti dichiarazioni dei sanitari, decideva di interpellare il prof. C. di Pordenone; quest’ultimo confermava la diagnosi e l’intervento proposto dal dr. A.: artrodesi della sottoastragalica da eseguire subito; il 2.2.1997 era ricoverato presso l’Ospedale di Pordenone e operato dal prof. C.; ad intervento eseguito il prof. C. riferiva di aver eseguito anche l’artrodesi calcaneo-cuboidea per meglio bloccare il tallone; era dimesso con apparecchio gessato da tenere per tre mesi; nel maggio 1997 una volta tolto il gesso iniziava la riabilitazione, sebbene all’appoggio il piede desse dolori ancor più forti che in precedenza; nel giugno 1997 era nuovamente visitato dal prof. C., al quale riferiva che i dolori gli impedivano di camminare; il sanitario, tuttavia, ribadiva che l’intervento era perfettamente riuscito, il piede non aveva più problemi, confermava che il paziente poteva svolgere un lavoro implicante posizione eretta e prescriveva infiltrazioni e terapie, che peraltro non portavano alcun beneficio, così come a nulla serviva un nuovo plantare nel giugno 1997; si era sottoposto ad altre visite mediche ed aveva provato a sostituire il plantare, ma la situazione era peggiorata sino a che, in data 9.6.1998, era visitato dal dr. Volpe di Abano, il quale per la prima volta sollevava dubbi circa l’opportunità della duplice artrodesi, intervento ormai desueto perché compromette la biomeccanica del piede, tanto che il risultato non era più emendabile, impedendogli di camminare se non per brevi tratti e con fortissimi dolori; gli interventi chirurgici eseguiti dai medici convenuti erano incongrui, non eseguiti correttamente e, soprattutto, non era stato preventivamente informato dei rischi conseguenti ad essi; i tre interventi lo avevano privato dell’uso del piede, precludendogli lo svolgimento di una normale attività lavorativa ed avevano determinato ripercussioni di natura non patrimoniale sul piano della vita di relazione e della validità psico-fisica, anche in considerazione della rilevanza penale delle condotte; dei fatti in contestazione, inoltre, avrebbero dovuto rispondere anche le strutture convenute, compresa la Regione Veneto quale successore ex lege della disciolta ULSS 34, da cui dipendeva l’ospedale di Montecchio Maggiore.
Contestava l’attore che:
1) l’intervento di artrodesi astragalo scafoidea eseguito nel luglio 1993 dai dr. A. e C. era ormai desueto; era più opportuno l’utilizzo di altra tecnica, mentre il calcaneo-stop era sconsigliabile in soggetto ormai in età matura. Altro elemento di colpa del chirurgo si ravvisava nella mancata prescrizione al paziente post intervento di un plantare idoneo a sostenere l’arco plantare appena ricostruito. Omissione che aveva poi, quanto meno, favorito la rottura della vite.
In ogni caso, mancava totalmente, il preventivo consenso informato del paziente sui rischi prevedibili, tra cui la possibile (e poi verificatasi) rottura della vite impiegata nell’intervento, e sul possibile conflitto tibio-tarsico e l’irrigidimento del retro-piede.
2) nel terzo intervento, eseguito dal Prof. C. nel febbraio 1997, vi era stata una errata diagnosi, ossia che i problemi al piede del X. derivassero dalla rigidità della sottoastragalica che aveva subito una lussazione ed era artrosica e quindi dolorosa. Per contro, i problemi erano invece alla tibio-tarsica, come era apparso chiaro dopo l’intervento risultato non risolutivo.
3) In entrambi gli interventi vi era stata una colpevole omissione da parte dei chirurghi sulle preventive indagini da compiere per centrare i problemi e ottimizzare gli interventi: non erano state eseguite preventivamente indagini di routine: TAC, risonanza magnetica ed in particolare prima dell’intervento del prof. C., una artroscopia ed una scintigrafia ossea. Nessun chirurgo infine aveva mai eseguito un esame podometrico per consigliare al paziente un plantare adeguato agli esiti dell’intervento.
Si costituiva l’A. e resisteva alla domanda svolta, perché fondata su una mera allegazione di parte, ossia la consulenza del dr. Volpe, il quale aveva definito desueto l’intervento di correzione del piede valgo, sebbene non specificato se la desuetudine fosse tale in relazione alle tecniche dell’epoca o a quelle più recenti. Ad ogni modo, quand’anche vi fossero state delle tecniche più avanzate, questo non implicava perciò solo che il tipo di intervento non fosse consono, anche perché descritto nella letteratura internazionale dell’epoca e, comunque, dalle cartelle cliniche emergeva che il primo intervento era riuscito. Nella denegata ipotesi di accertata responsabilità il convenuto chiedeva di essere manlevato dagli altri, instando per il differimento dell’udienza ex art. 180 c.p.c.
Il dr. C. nel costituirsi resisteva alla domanda svolta. Deduceva il convenuto che sin dal primo incontro, che si svolse collegialmente con il dr. Gianfranco X. (padre dell’attore), ebbe a chiarire le ragioni dell’intervento, cercando di impiegare terminologia adatta ad un non tecnico; alcuni mesi dopo, a seguito di una telefonata del padre dell’attore, il paziente fu ricoverato; la situazione clinica era caratterizzata da piede piatto molto pronunciato con marcato valgismo del tallone e con marcata divergenza astragalo-calcaneare come evidenziato dagli esami radiologici; all’epoca non fu firmato alcun atto di “consenso informato”, perché la pratica non esisteva; la correzione ottenuta all’esito dell’intervento, come comprovato dalla documentazione radiologica e clinica, era molto buona; il decorso post-operatorio ed i tempi di immobilizzazione furono nella norma, sebbene l’arrivo del paziente in occasione del secondo ricovero con gesso in cattive condizioni, nonostante il prescritto riposo a letto, faceva presumere la possibilità di un appoggio del piede in fase di consolidamento, tale da provocare stress della vite astragalica; quest’ultima fu rimossa dalla sua posizione sporgente dallo scheletro, lasciando la parte profonda, poiché piccoli pezzi metallici, annegati nell’osso, raramente potevano essere causa di disturbo; sarebbe stato particolarmente imprudente eseguire un tunnel astragalico per consentire la rimozione della parte distale della vite a solo un anno di distanza dall’intervento, poiché il paziente riferiva dolori solo in corrispondenza della emergenza delle viti e relative cambre metalliche.
Il prof. C. si costituiva e resisteva alla domanda svolta, instando per il differimento dell’udienza ex art. 180 c.p.c. al fine di procedere alla chiamata in causa dell’Allianz Subalpina s.p.a., dalla quale chiedeva di essere manlevato nel caso di accoglimento della domanda attorea.
Evidenziava il prof. C. che al momento della prima visita la situazione del piede sinistro, valgo sin dalla nascita, si era ulteriormente aggravata, tant’è che lo stesso attore nell’atto di citazione aveva evidenziato il conflitto tibiotarsico, come complicanza dei precedenti interventi, che nell’ottobre 1996 era ormai sintomatico, sì che l’intervento chirurgico (da lui eseguito) era mirato non alla guarigione del piede, ma al tentativo di una sua stabilizzazione per correggere la deformità in valgismo e ridurre la sintomatologia dolorosa; l’asserita omessa informazione era contraddetta dalla dichiarazione di accettazione, a firma dell’attore, dell’intervento di tipo terapeutico (nella specie, artrodesi sottoastragalica del piede sinistro) con le eventuali modifiche che si fossero rese necessarie in corso di intervento; nessun addebito poteva essergli mosso, poiché, a fronte della situazione patologica in atto, l’intervento eseguito, senza alcun grave errore, dovendo il tutto valutarsi alla luce dell’art. 2236 c.c., era l’unico possibile secondo la migliore scienza ed esperienza dell’epoca in considerazione dei non riusciti precedenti interventi.
L’Azienda Ospedaliera S. Maria degli Angeli resisteva alla domanda svolta e, in via pregiudiziale di rito, eccepiva la nullità della citazione per l’assoluta indeterminatezza della causa petendi e per l’omessa indicazione degli elementi di prova, a nulla valendo l’opinione dell’indicato dr. Volpe, né potendo supplire al rigoroso onere della prova, in relazione ai prospettati danni, il ricorso alla C.T.U.
Nel merito, la struttura deduceva di non poter in alcun modo rispondere dell’operato di sanitari non suoi dipendenti, né tantomeno di eventuale attività svolta dal prof. C. extra moenia. Ad ogni modo alcun addebito poteva essere mosso per l’operato di quest’ultimo, posto che la prestazione del consenso all’intervento e alle eventuali modifiche necessarie in corso era documentalmente provata nella cartella clinica, l’intervento era stato correttamente eseguito, tenuto conto altresì della particolare difficoltà tecnica, né era stato prospettato dall’attore in quale errore si fosse incorsi o quale esame specifico fosse stato omesso. Contestava la convenuta l’ambito del pregiudizio esposto e concludeva per il rigetto della domanda attorea e, in subordine, chiedeva che l’eventuale pronuncia di condanna fosse mantenuta nel limite del provato e della sola quota ad essa riferibile con esclusione della solidarietà.
Si costituiva in giudizio la Regione Veneto eccependo, in via pregiudiziale, la propria carenza di legittimazione passiva, con condanna in caso di soccombenza della Gestione Liquidatoria della ex ULSS 34. La Regione, inoltre, chiedeva che fosse rimessa alla Corte costituzionale la questione di legittimità costituzionale dell’art. 6, comma 1, l. 724/1994. Nel merito, in via subordinata, la Regione Veneto concludeva per il rigetto della domanda non essendo imputabile un credito risarcitorio per fatti antecedenti al 31-12-1994, poiché non accertato nella sua esistenza e nel suo ammontare a quella data.
All’udienza del 19.11.1999, alla luce delle tempestive istanze per la chiamata in causa di terzi, del C., dell’A. e dell’attore si disponeva il differimento dell’udienza ex art. 180 c.p.c.
A fronte dell’intervenuta notifica dell’atto di integrazione del contraddittorio da parte dell’A., il C. dimetteva il 22.2.2000 una seconda memoria di costituzione, nella quale rilevava la tardività della chiamata in causa e ribadiva la domanda di manleva nei confronti della propria compagnia assicurativa.
La ridetta compagnia si costituiva e, quanto alla dedotta responsabilità, ribadiva che l’intervento posto in essere dal proprio assicurato era stato correttamente eseguito dopo i necessari esami diagnostici e previa congrua informazione al paziente, peraltro a seguito dell’aggravamento della situazione congenita dell’attore determinata dai due precedenti interventi. Affermava la terza chiamata che la fattispecie doveva essere inquadrata nell’ambito dell’art. 2236 c.c. e che era onere dell’attore provare, non tanto l’esito dell’intervento, quanto il comportamento dell’assicurato frutto di colpa grave. In ordine alla pretesa attorea, la terza chiamata eccepiva la nullità della domanda per assoluta indeterminatezza, non avendo l’attore provveduto a specificare né l’entità del pregiudizio, né la sua possibile parametrazione sull'operato dei diversi sanitari.
A seguito della chiamata fatta dall’attore, alla luce della difesa svolta dalla Regione Veneto, si costituiva la Gestione Liquidatoria della disciolta ULSS 34 e resisteva alla domanda svolta, non senza instare per la chiamata in causa della Reale Mutua Assicurazioni s.p.a., dalla quale chiedeva di essere manlevata per il caso di accoglimento della domanda.
Deduceva la convenuta, premesso di essere legittimata passivamente ai sensi dell’art. 45 bis, comma 1 e 2, l.r. 55/94, che sin dal primo incontro, svolto collegialmente dal dr. C. e dal dr. A. ed alla presenza del dr. Gianfranco X. (padre dell’attore), furono chiariti tutti gli aspetti dell’intervento ed i risvolti sulla vita del paziente (al riguardo il dr. C. riferiva trattarsi di uno studente); a distanza di alcuni mesi, a seguito di una telefonata del padre dell’attore, il paziente fu ricoverato il 18.7.1993 con la diagnosi di “malformazione del piede sinistro”, nella specie piede piatto valgo; l’intervento consistette nell’allungamento a “Z” del tendine di Achille, nell’artrodesi astragalo-scafoidea e nella risi extrarticolare di sottoastragaliga con vite calcaneo-stop di Pisani; il paziente fu poi dimesso in settima giornata dopo l’intervento con gessatura e prescrizione di riposo a letto con arto sopraelevato, per poi rientrare il 9.9.1993 annotandosi che il gesso si trovava in cattive condizioni; l’11.10.1993 l’attore fu nuovamente ricoverato per la rimozione del gesso con prescrizione di kinesiterapia e con ripresa del carico una volta avuta la disponibilità di scarpe da ginnastica con plantare; l’attore fu nuovamente ricoverato il 30.5.1994 in vista del secondo intervento, previsto per il 1° giugno, ma l’arrivo con gesso in cattive condizioni, nonostante il prescritto riposo a letto, faceva presumere la possibilità di un appoggio del piede in fase di consolidamento, tale da provocare stress della vite astragalica; quest’ultima fu rimossa dalla sua posizione sporgente dallo scheletro, lasciando la parte profonda, poiché piccoli pezzi metallici, annegati nell’osso, raramente potevano essere causa di disturbo; sarebbe stato imprudente eseguire un tunnel astragalico per consentire la rimozione della parte distale della vite a solo un anno di distanza dall’intervento, poiché il paziente riferiva dolori solo in corrispondenza della emergenza delle viti e relative cambre metalliche; solo in questa sede aveva appreso che, dopo il secondo intervento ed agli ulteriori controlli effettuati presso la propria struttura, l’attore si era sottoposto a visite presso altri sanitari ed aveva subito altro intervento chirurgico.
Si costituiva la Reale Mutua Assicurazioni s.p.a. e contestava il difetto di legittimazione passiva della Gestione liquidatoria della disciolta ULSS 34, dovendo ritenersi legittimata la Regione Veneto, fermo restando che qualunque fosse l’ente legittimato e, se ritenuta operativa, la copertura assicurativa valeva nei limiti del massimale di cinque miliardi di Lire per ciascun danneggiato.
La terza chiamata, in via preliminare, eccepiva la decadenza dall’azione ex art. 1667, commi 2 e 3, c.c. e la prescrizione ex art. 2226, comma 2, c.c.
Nel merito la compagnia resisteva alla domanda svolta e rilevava che: l’intervento di artrodesi astragalo-scafoidea non era desueto, né era sconsigliato il calcaneo-stop in soggetto in età matura; era stato debitamente prescritto l’impiego di plantare per sostenere l’arco plantare appena ricostituito; quand’anche dimostrata la mancata acquisizione del consenso informato, circostanza impensabile per essere l’attore il figlio di un collega, sarebbe stato necessario verificare comparativamente l’omissione con la situazione, già grave, antecedente alle terapie; erano stati debitamente prescritti la TAC e la risonanza magnetica prima dell’inizio della terapia, nonché l’esame podometrico prima della prescrizione del plantare.
In parallelo con l’instaurazione del giudizio di merito l’attore promuoveva un procedimento ex art. 696 c.p.c. , nel corso del quale in data 13.12.2000 era depositata la relazione da parte del consulente prof. Bruno Altamura.
Nel procedimento di merito, una volta instaurato il contraddittorio, era fissata l’udienza ex art. 183 c.p.c., all’esito della quale erano concessi i termini per il deposito delle memorie ex art. 183, comma 5, c.p.c. per la definizione del thema decidendum e per replica. In seguito erano concessi termini per il deposito delle memorie ex art. 184 c.p.c. Nel corso del giudizio, disattese le richieste di prova orale, era disposta C.T.U. medico-legale, affidandola al prof. Altamura, il quale prestava giuramento di rito. Stante l’avvenuto improvviso decesso del C.T.U., si provvedeva alla sostituzione con il dr. Franco Franco unitamente al dr. Luigi Roncaglia specialista in ortopedia. Avvenuto il deposito della relazione di C.T.U. e disposta integrazione con ordinanza del 4.6.2003, la causa, stante la designazione del nuovo G.I., era trattenuta in decisione sulle conclusioni epigrafate all’udienza del 21.1.2005, previa concessione dei termini per il deposito degli atti ex art. 190 c.p.c.

References: Sentenza 
 art. 180
 art. 180
 art. 180
 art. 1667
 art. 2226
 art. 696
 art. 183
 art. 183
 art. 184
 art. 190