Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20091105.htm
Timestamp: 2018-01-22 16:31:29+00:00

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L’incarico di curatore, infatti, va equiparato ad un contratto di mandato che va conseguentemente adempiuto con la diligenza del buon padre di famiglia, cosicché nel giudizio di responsabilità, ai sensi dell’art. 38 l.fall. - R.D. n. 267/1942, il nuovo curatore deve provare l’inadempimento, da parte del curatore revocato, di un obbligo di legge, il pregiudizio del patrimonio fallimentare e il nesso causale fra la condotta e il danno, presumendosi, invece, la colpa iuris tantum ai sensi dell’art. 1218 c.c .(Trib. Milano, 13 giugno 2006). L’attore ha fornito la prova documentale di tali elementi. Infatti, è stato prodotto in giudizio il fascicolo del fallimento dal quale emerge che i mandati di pagamento sono stati riscossi dal curatore e la sottoscrizione di questo in calce ai documenti di incasso, prodotti dalla Banca commerciale, non è stata disconosciuta dagli eredi. Con riferimento alla posizione della banca è pacifico che ricorre un rapporto contrattuale di deposito di somme di danaro, con emissione di un libretto nominativo, nel quale la banca depositaria ha l’obbligo di accertare la legittimazione del soggetto che effettua le operazioni di prelievo. In particolare, il prelievo delle somme è sottoposto alla condizione che l’ordinativo di pagamento deve provenire dal giudice delegato a mezzo di un provvedimento sottoscritto di proprio pugno e che va sottoposto a precise formalità da parte della cancelleria. Conseguentemente l’istituto di credito, per il tramite del proprio dipendente, deve verificare la rispondenza della copia conforme del mandato di pagamento del giudice delegato, che gli viene sottoposta, ai requisiti previsti dalla legge. Trattandosi di azione contrattuale nella quale si deduce l’inadempimento è opportuno definire correttamente in che misura va ripartito l’onere probatorio.
Per stabilire l’onere della prova occorre distinguere se è eccepito l’integrale inadempimento da parte dell’attore e cioè l’exceptio inadimpleti contractus, in questo caso l’attore ha l’onere di provare di avere esattamente adempiuto; se, invece, il convenuto si limiti ad eccepire un inadempimento soltanto parziale, l’exceptio non rite adimpleti contractus, grava sull’eccepiente stesso l’onere di dimostrare l’inesattezza dell’altrui adempimento. Tale specifico riparto probatorio rimane immutato anche a seguito della pronuncia delle Sezioni unite della Cassazione del 30 ottobre 2001, n. 13533, alla stregua della sua coerenza con il principio di riferibilità o di vicinanza della prova che regge le conclusioni delle Sezioni unite in tema di oneri probatori, in generale, sia che si agisca per l’adempimento, per la risoluzione o per il risarcimento del danno. Spetta al debitore provare i fatti estintivi o modificativi della pretesa azionata dal creditore (Cass. S.U. sent. n. 13533/01 - Trib. Genova, Sez. VI, 14 novembre 2006).
Nel caso di specie l’attore ha allegato l’inadempimento dell’istituto di credito poiché lo stesso non ha osservato la disciplina prevista all’art. 34 l.fall., e la banca ha eccepito un parziale inadempimento rispetto all’onere previsto nella disciplina regolamentare (circolare 2775 del Ministero di Grazia e Giustizia del 28 novembre 1942) che prevede una serie di adempimenti a carico – secondo la banca – anche della curatela e del giudice delegato. La circostanza non è stata contestata dalla parte attrice. Orbene, sulla base di tali elementi occorre verificare se vi è stato inadempimento e, quindi, sulla base dell’onere probatorio stabilito dalle Sezioni Unite della Cassazione accertare se l’istituto di credito ha dimostrato di avere esattamente adempiuto e se l’exceptio non rite adimpleti contractus è rilevante ai fini della decisione. L’art. 34 della legge fallimentare prevede che il deposito «non può essere ritirato che in base a mandato di pagamento del giudice delegato», questo significa che l’istituto di credito deve essere posto nelle condizioni di verificare direttamente che l’ordine di prelievo provenga effettivamente dal giudice delegato, astenendosi dall’effettuare il pagamento richiesto nei casi in cui tale verifica non sia possibile. La disciplina normativa, come rilevato dalla stessa banca, è stata da tempo integrata dal punto di vista regolamentare dalla circolare del Ministero di Grazia e Giustizia del 28 novembre 1942, la quale prevede che il giudice delegato al fallimento e il cancelliere devono depositare le proprie firme presso l’ufficio postale o l’istituto di credito dove è stato eseguito il deposito delle somme. La circolare prevede anche altri adempimenti che nel caso di specie non sono rilevanti: «allorché il giudice delegato emette mandato di pagamento il cancelliere dà comunicazione a mezzo lettera raccomandata contenente gli estremi del mandato ed il visto dello stesso giudice delegato... all’istituto di credito presso cui le somme sono state depositate, sia alla parte a cui favore il mandato è stato emesso; l’intestatario del mandato di pagamento deve presentare... all’istituto di credito la lettera raccomandata per il ritiro della somma». Tali ultimi adempimenti, non rilevano ai fini della presente decisione (per ciò che riguarda la posizione dell’attore), essendo pacifico che il giudice delegato non ha emesso mandati di pagamento, pertanto non andava eseguita la comunicazione a mezzo di lettera raccomandata.
Nel più ampio genere dei depositi di denaro disposti nel quadro dell’amministrazione della giustizia (intesa latu sensu) spiccano - se non altro per la spesso rilevante entità delle somme affidate in custodia, frutto della liquidazione concorsuale sull’intero patrimonio del debitore, ex art. 42 l. fall. - quelli relativi alle procedure fallimentari, che la legge indica di effettuare presso una banca o presso un ufficio postale, in forza delle previsioni di cui all’art. 34 l.fall.
L’accentuazione in questa direzione delle potestà del comitato si è particolarmente manifestata in sede di “decreto correttivo” (d. lgs. 12 settembre 2007 n. 169) giacchè in un primo momento, con la novella del gennaio 2006, era stato conservato al giudice delegato, al terzo comma dell’art. 34 l.fall., un potere autorizzativo - comunque in condivisione con il comitato dei creditori che doveva esprimere parere positivo - riguardo all’investimento in titoli emessi dallo Stato che il curatore avesse proposto per i fondi non immediatamente distribuibili ai creditori[4].
Del tutto pacifica risulta peraltro la responsabilità ex art. 38 l.fall. dell’originario curatore ( e per esso dei suoi eredi) per la dolosa sottrazione dei fondi - tanto che in motivazione ne sono dedicate poche righe - e che il giudice appare pure inquadrare (quantomeno anche) nell’alveo della responsabilità contrattuale con riferimento al rapporto di mandato da assolversi con la necessaria diligenza da parte del mandatario[7] (ed essendo da considerare estinta con la morte del reo la personale responsabilità penale).
Ciò non può naturalmente che ricollegarsi al più ampio dibattito circa la natura della responsabilità facente capo al curatore sulla quale le opinioni - divise fra la fonte contrattuale od extracontrattuale - non sembrano ancora ricondotte ad unità: la modifica infatti introdotta all’art. 38 l. fall., con la specificazione della diligenza “richiesta dalla natura dell’incarico” (con la quale il curatore è chiamato all’osservanza dei doveri imposti dalla legge o derivanti dal piano di liquidazione approvato) non appare, da questo punto di vista, recare novità tali da essere risolutive.
Nel caso in cui, a fronte del deposito delle somme, la banca rilasci un libretto, ci troviamo al cospetto del tipico deposito a risparmio, perché tale - con un sistema di certamente meno agevole prelevamento delle somme - appare essere la prevalente finalità del contratto, rispetto invece ai depositi in conto corrente (questa è infatti la grande bipartizione classificatoria dei depositi bancari)
Ciò che grava quindi sulla banca è una specificazione del più generale obbligo di eseguire i contratti con i clienti con particolare correttezza e diligenza (la diligenza dell’accorto banchiere) per cui essa ha il dovere di svolgere - come ben articolato concettualmente dal tribunale di Lecce - le attività strumentali che appaiono idonee a garantire l’effettivo titolare del diritto.
Esse consistono, nel caso che ci riguarda, nella puntuale verifica della coincidenza tra il soggetto intestatario del libretto e colui che si presenta ad esigere, nonché - considerato che versiamo nell’ipotesi di libretti emessi in sede fallimentare - nell’accertamento dell’ulteriore condizione legittimante dell’esistenza del mandato di pagamento del giudice delegato previsto dalla norma fallimentare, in modo che la riscossione dei fondi possa essere ricondotta alla volontà del “soggetto - procedura” ed il pagamento della banca risulti liberatorio.
In merito, è pur vero che le disposizioni emanate dei presidenti delle sezioni fallimentari possono dare indicazione alla banca di esigere anche copia del provvedimento autorizzativo del giudice, in maniera da verificare la rispondenza ad esso del mandato, ma l’obbligo di “pretendere” il deposito delle firme del giudice e del cancelliere - e l’imputazione della responsabilità conseguente in caso di mancata ottemperanza - come discendente dalle previsioni di cui alla circolare ministeriale del 1942 (e da un più generale dovere di predisporre gli accorgimenti relativi alla esecuzione del contratto di deposito), costituisce un vero salto di qualità nella graduazione del necessario tenore di diligenza della banca.
In definitiva, anche se non è corretto attribuire al curatore dei poteri certificatori - non di questo infatti si tratta, ma solo di soppesare il fenomeno per la sua capacità, come già detto, di condizionare la misura ed il contenuto degli obblighi di scrupolosità e vigilanza dell’istituto depositario - non priva di fondamento pare l’assegnazione alla circostanza di un certo valore probatorio (da stabilirsi nella sua entità, ma certo superiore a quello promanante dal quisque de populo) circa l’ autenticità delle firme sul mandato, accreditate (se vogliamo implicitamente) come tali dal curatore pubblico ufficiale esibente al momento della riscossione[23].
Esse vengono comunemente riconosciute - contenendo istruzioni, ordini di servizio, direttive, specie interpretative, impartite dalle autorità amministrative centrali o gerarchicamente superiori agli enti o organi periferici o subordinati, con la funzione di indirizzare in modo uniforme l’attività di tali enti od organi - quali atti meramente interni dell’Amministrazione stessa, che esauriscono la loro portata ed efficacia giuridica nei rapporti tra i suddetti organismi ed i loro funzionari e non possono quindi spiegare alcun effetto giuridico nei confronti di soggetti estranei all’Amministrazione.[25]
In tanto parrebbe potersi parlare quindi di disciplina integrativa - rispetto all’art. 34 l. fall. - prevista dalla circolare, in quanto la si intenda, se del caso, rivolta principalmente agli uffici giudiziari [27], allo scopo di meglio organizzare ed uniformare le pratiche e l’operatività dei depositi giudiziari di tipo fallimentare. [28]
Meno oscure appaiono invece le disposizioni della circolare laddove contemplerebbero - come menzionato dal tribunale - che l’istituto di credito (o la posta) dia successiva comunicazione al tribunale di ciascuna operazione di ritiro somme. Tale indicazione, prescindendo dal profilo più sopra citato della efficacia diretta di tali norme nei confronti dei soggetti terzi, risponde in linea generale (considerati anche gli episodi di distrazione avvenuti presso taluni tribunali) alla comprensibile esigenza di “chiudere” il perimetro di gestione e di controllo sui fondi fallimentari, in coerenza con l’attività inerente al mandato, e può assumere rilievo se contemplata nelle istruzioni emanate in argomento dai presidenti delle sezioni fallimentari.[31]
Nondimeno, la spinta centrifuga che porta ad espanderne in linea di principio le conseguenze sino ad onerare il depositario dell’accertamento della veridica provenienza del mandato, di là dalla regolare esibizione formale che ne faccia il curatore (debitamente identificato), anche attraverso la “pretesa”, rivolta direttamente all’organo giurisdizionale, di deposito dello specimen di firma, in assenza di positiva ed efficace regolamentazione di tale aspetto - giacchè tale non può essere, nei confronti della banca, la circolare n. 2775 del 28 novembre 1942 addotta dal giudice, ed a maggior ragione se nulla si rinvenga in proposito nelle istruzioni emanate dai vari tribunali cui tali prescrizioni ministeriali sarebbero dirette - appare meno condivisibile, e tale da alterare in modo sensibile il corretto quadro di riferimento degli equilibri contrattuali.
[2] Cfr. D. Spagnuolo, sub.art. 34, in La riforma della legge fallimentare, a cura di A. Nigro e M. Sandulli,Torino, 2006, 210; L. Abete, sub. art. 34 in Codice commentato del fallimento, a cura di G. Lo Cascio, Milano, 2008, 295; A. Ghedini, sub. art. 34, in La legge fallimentare, commentario teorico - pratico, a cura di M. Ferro, Padova, 2007, 261.
[8] Sul punto, si veda Trib. Napoli 9 maggio 1997, in Dir. fall. 1998, II, 800 , con nota di S. Masturzi, Responsabilità del curatore e della banca per prelievi irregolari da un libretto di deposito nominativo di somme depositate presso la banca, e poi, in secondo grado, App. Napoli 10 giugno 1999, ivi, 2000, II, 600, con nota sempre di S. Masturzi, Responsabilità solidale del curatore e della banca per illegittimi prelievi.; la prima delle due sentenze è pubblicata anche in Fallimento, 1998, 205, con nota di A. Chiozzi. In quella vicenda i giudici affermarono la responsabilità concorrente della banca (considerando che l’indebito prelievo avvenne nell’ ambito dello svolgimento di compiti dell’impiegato della banca - che tenne una condotta quantomeno colposa nel consentire l’effettuazione dell’operazione senza debita identificazione del presentatore del libretto e senza esibizione del mandato - che si ponevano non in rapporto di mera occasionalità rispetto all’esercizio delle mansioni sue proprie, bensì di occasionalità necessaria) e del curatore (rilevando che l’affidamento non autorizzato del libretto alla custodia di un terzo costituiva violazione dei suoi doveri ed aveva contribuito a causare il danno ) sottolineando altresì che ai fini della responsabilità solidale risarcitoria, non poteva ostare l’eventuale autonomia ed eterogeneità delle condotte lesive o illecite, poiché l’elemento qualificante è l’unicità dell’evento dannoso prodotto, cosicchè il principio enunciato dall’art 2055 cod. civ. si applica anche nel caso in cui taluno degli autori del danno debba rispondere a titolo di responsabilità contrattuale ed altri a titolo di responsabilità aquiliana.
[18] Vedi M. Spinelli - G. Gentile, op. cit., 206 e ss. , i quali aggiungono come non vi sia una precisa ragione giuridica per la richiesta di deposito della firma nel caso di libretto nominativo, in aggiunta alla verifica dell’identità dell’intestatario, circostanza che vale pure a differenziarne la disciplina dagli altri documenti di legittimazione.
[21] All’indomani della riforma, non è mancato chi - preso atto della più spiccata dimensione di governance dell’impresa fallita, nell’interesse dei creditori, che ha assunto la figura del curatore - ha criticato la conservazione della connotazione pubblicistica di cui all’art. 30 l.fall., ritenendola anacronistica rispetto ai nuovi compiti dell’organo gestorio ed ai mutati rapporti con l’autorità giudiziaria ed il comitato dei creditori.
In particolare nell’art. 37 bis l. fall., introdotto dalla riforma, si è ravvisato un tratto di precarietà, in quanto il curatore verrebbe posto in una posizione di dipendenza rispetto alla parte privata (giacchè i soli creditori costituenti la maggioranza dei crediti ammessi possono chiedere la sostituzione del curatore indicando al tribunale le ragioni della richiesta ed un nuovo nominativo), e ciò in contrasto con la qualità di pubblico ufficiale (P. Filippi, in M. Ferro, op. cit., sub. art. 30, 234; L. Abete, in A. Jorio - M. Fabiani, op. cit. , sub. art. 30, 546)
[25] Così Cass. 22 maggio 2007, in Rass. dir. farmaceutico 2007, 5, 1213; sul punto, l’ancor più recente sentenza a Sezioni Unite della Cassazione (9 ottobre 2007 n. 23031, in Dir. & prat. lav., 2008, 6, 405, con nota di commento di D. Messineo e L. Grasso, Circolari ministeriali e interpelli: natura giuridica ed efficacia ) nel ribadire in linea generale tali principi, amplia l’esame - con riguardo alle circolari emesse dall’amministrazione finanziaria - alla vincolatività interna nei confronti degli uffici, affermando la possibilità che le circolari siano disattese dagli organi subordinati senza automatica illegittimità del concreto provvedimento adottato.

References: art. 42
 art. 38
 art. 34
 art. 34
 art. 30
 art. 30
 Cass. 
 sentenza