Source: http://astratto.info/capitolo-i-lo-svolgimento-del-processo.html?page=44
Timestamp: 2020-02-18 16:13:17+00:00

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Capitolo I lo svolgimento del processo - Pagina 44
PRESIDENTE: Mi scusi, il cenno col capo che significava?
DEL PONTE C.: Significava che Tognoli Oliviero guardava noi, dopo aver sentito questa domanda del Giudice Falcone, risponde "Si'".
PRESIDENTE: E quindi assente col capo?
DEL PONTE C.: Assente dicendo "Si'">> (in termini, pag. 61 della trascrizione).
La stessa Del Ponte ha successivamente ribadito la formulazione del “si”da parte di Tognoli (pag. 81 della trascrizione ), precisando anche di avergli fatto rilevare, nel corso del dibattimento svoltosi nel 1990 nel processo svizzero - in un frangente in cui egli aveva indicato nel fratello Mauro la persona che lo aveva avvertito la mattina del 12 aprile 1984 - che in precedenza, a lei ed a Giovanni Falcone, aveva indicato Bruno Contrada.
Non è conducente, a questa stregua,l’osservazione difensiva secondo cui, sino alla rogatoria dell’otto maggio 1989, Tognoli non avrebbe mai fatto il nome dell’odierno imputato: quel nome, in effetti,il 3 febbraio 1989 venne fatto da Falcone, ma l’indicazione ricevette una espressa conferma nel <<Si>> dello stesso Tognoli, accompagnato da un cenno di assenso.
Per dare un’idea della estrema lucidità delle risposte della dr.ssa del Ponte, basta considerare un breve passaggio della descrizione e dei distinguo circa le rispettive posizioni di essa teste, di Falcone e di Tognoli e di Ajala e dell’avv. Gianoni al momento della conclusione dell’interrogatorio svizzero della mattina del 3 febbraio 1989: <<P.M.: Finito l'interrogatorio, se ho capito bene, il Tognoli si alza, si alza per andare via praticamente?
DEL PONTE C.: Esatto.
P.M.: A questo punto si alza il Dott. Falcone che si avvicina a Tognoli e lei si avvicina altrettanto. Il Dott. Ayala in quel momento che posizione aveva nell'aula?
DEL PONTE C.: Non lo so che posizione aveva, perche' qualsiasi posizione avesse era comunque dietro le mie spalle, e quindi io non ho visto.
P.M.: Lei sa se il Dott. Ayala ebbe modo di sentire o meno quello che gli disse Tognoli?
DEL PONTE C.: No, non lo sapeva perche' quando ne abbiamo parlato dopo non si era espresso in questo senso; per cui ritengo di no, che non lo sapesse.
P.M.: Si'. La posizione dell'Avvocato?
DEL PONTE C.: Anche li' non so. Posso solo dire che non era vicino a noi>>.
Il Tribunale ha, poi, puntigliosamente rassegnato le convergenze tra le deposizioni della teste del Ponte e quella del teste Ajala.
Quest’ultimo, escusso all’udienza del primo luglio 1994, ha fornito una descrizione per immagini perfettamente sovrapponibile alla testimonianza di Carla Del Ponte in ordine alla fasi immediatamente successive alla conclusione dell’interrogatorio svizzero del 3 febbraio 1989.
Segnatamente (cfr. pag. 1520 della sentenza appellata) ha ricordato che, quando l’interrogatorio era già stato concluso e la dott.ssa Del Ponte era impegnata, come era solita fare, nella scrupolosa rilettura del verbale, vi era stato uno scambio di battute tra Giovanni Falcone ed il Tognoli, ancora seduti attorno al tavolo: Falcone, aveva rivolto al Tognoli una frase del seguente tenore: <<Dopo tanti anni ci vediamo…certo lei non vorrà far credere che è stata casuale la sua latitanza!>> “e Tognoli, anzicchè rispondere in maniera reticente, aveva pronunciato la frase: “è chiaro che non è stato casuale”, accompagnandola tale frase con un eloquente sorriso.
Il teste Ajala aveva soggiunto di essere rimasto seduto a lavorare alla predisposizione di una scaletta di domande da porre all’imputato nel pomeriggio in sede di commissione rogatoria italiana; di avere visto Giovanni Falcone alzarsi e raggiungere il Tognoli ad una certa distanza dal tavolo e di avere notato che Carla Del Ponte, nel frattempo, si era alzata ed aveva raggiunto lo stesso Falcone ed il Tognoli che stavano dialogando tra loro.
In questa cornice, non regge l’obiezione difensiva secondo cui i tempi necessari alla rilettura del verbale non avrebbero potuto consentire alla dr.ssa del Ponte - data la presumibile brevità della iniziale conversazione tra il giudice Falcone e Tognoli sul carattere non casuale del repentino allontanamento di quest’ultimo - di alzarsi, avvicinarsi, vedere lo stesso Tognoli annuire e sentirgli dire il “si” alla domanda se il suo informatore fosse stato Contrada.
E’ ben possibile infatti, che la rilettura avesse riguardato non l’intero verbale, ma una parte non ancora verificata, apparendo, anzi, ragionevole che la teste avesse riletto il documento per fasi, cioè nel corso nello svolgimento dell’atto istruttorio.
Il teste Ajala, poi, così come avvenuto per i fatti della mattina, ha offerto un perfetto riscontro visivo alle dichiarazioni dell’Ispettore della Polizia Elvetica Enrico Mazzacchi sui fatti del pomeriggio del 3 febbraio 1989.
L’ispettore Mazzacchi ha riferito di avere assistito, nelle fasi preliminari alla rogatoria italiana davanti al Giudice Istruttore elvetico Lehman, alla richiesta di Tognoli di parlare riservatamente con il proprio legale, ed ha precisato che stesso avv.to Gianoni all’esito del breve colloquio con il suo assistito, aveva confermato “è Contrada”.
Orbene, anche in questo caso il teste Ajala ha fornito un perfetto riscontro visivo di questi accadimenti.
Il Tribunale, infatti, ha ricordato che, secondo il suo narrato: <
>. Lo stesso Ajala ha riferito <> (pag. 1523 della sentenza appellata).
La perfetta linearità della testimonianza di Giuseppe Ajala si coglie anche in quei passaggi che, nel corso della discussione svolta in questo giudizio di rinvio, la Difesa ha ritenuto offrissero spunti di incertezza.
E’ fuorviante, in particolare, la estrapolazione delle frasi al condizionale <<… ad avvertirlo sarebbe stato l’imputato>> (pag. 31 trascrizione all’udienza del primo luglio 1994) e <> (ibidem, pagine 32 e 33), effettuata per accreditare il dubbio sulla indicazione di Contrada.
Il teste, infatti, ha riferito all’indicativo quanto da lui sentito dire a cena, la sera del 3 febbraio 1989, tra i magistrati Falcone e Del Ponte, precisando di essere arrivato a discorso iniziato, ma ha correttamente esposto al condizionale l’avere dato Tognoli una risposta affermativa perché egli non aveva avuto modo di udirla, essendo impegnato a predisporre la scaletta delle domande che avrebbe posto nel pomeriggio.
La versione integrale del brano di pag. 31 della trascrizione è, infatti, << quando sono arrivato, i due già avevano iniziato a parlare in maniera molto esplicita, chiara e in termini di certezza su quello che era stata la missione di Tognoli del colloquio e cioè a dire che ad avvertirlo sarebbe stato imputato>>.
Alla medesima stregua, il costrutto accusatorio non è minimamente indebolito dal richiamo alle s.i.t. rese da Ajala il 18 marzo 1993 ai Pubblici Ministeri di Caltanissetta Boccassini e Cardella, che peraltro non ha dato luogo ad alcuna contestazione in senso tecnico.
Segnatamente Giuseppe Ajala avrebbe dichiarato (il verbale non è stato acquisito, appunto, in difetto di contestazione):
di non ricordare se, durante quella cena, Falcone avesse detto che Tognoli gli aveva rivelato informalmente di essere stato avvertito da Contrada;
di non potere escludere tale circostanza, visto che l’aveva confermata la dr.ssa Del Ponte.
In realtà, lo stesso Ajala ha chiarito di avere focalizzato in seguito il proprio ricordo,precisando di avere già trovato iniziato il discorso su Bruno Contrada, essendo andato a lavarsi le mani per poi raggiungere i suoi commensali (pagine 98,99 e 100 della trascrizione), sicchè questo spunto nulla aggiunge e nulla toglie al suo contributo.
Altrettanto chiari sono stati i richiami della teste Del Ponte ad un interrogatorio reso nel dicembre 1988, nel corso del quale era stata posta al Tognoli una domanda sulle circostanze del suo allontanamento da Palermo.
Lo stesso Tognoli, in tale occasione, aveva dichiarato a verbale di essere stato avvertito << telefonicamente da un funzionario di Polizia>> mentre <<si trovava all’albergo Ponte di Palermo>> (pagina 59 trascrizione udienza 28 giugno 1994), riferimento ulteriormente precisato dalla indicazione temporale <<quella mattina>> ( ibidem pag. 60).
La teste aveva ritenuto opportuno verbalizzare la risposta anche se non direttamente pertinente al procedimento penale svizzero.
Ha soggiunto di conservare un preciso ricordo dell’atto istruttorio perché aveva con sé il verbale quando era stata interrogata dal sostituto Procuratore della Repubblica del Tribunale di Caltanissetta, dott.ssa Boccassini (ibidem, pag. 60).
Ha dichiarato, infine, a specifica domanda del Pubblico Ministero, che mai, durante tale atto istruttorio, Oliviero Tognoli aveva detto che il funzionario di Polizia che gli aveva consentito di dileguarsi fosse un amico o un conoscente (ibidem, pag. 61).
Non è sostenibile, a questa stregua, l’assunto difensivo secondo cui tutta la ricostruzione della vicenda sarebbe stata viziata da un equivoco, <>.
Vieppiù evidente, allora, è l’artificiosità della indicazione, operata da Oliviero Tognoli l’otto maggio 1989, di Cosimo Di Paola come il funzionario di Polizia che lo avrebbe genericamente avvertito “un paio di giorni prima” del 12 aprile 1984.
Tutto ciò travolge l’ingegnosa ma tardiva escogitazione del Tognoli di precisare che il suo informatore era stato un funzionario di Polizia, ma che non lo era più, come in effetti non lo era il dott. Di Paola, il quale, nel 1987 aveva vinto il concorso di referendario al T.A.R.. Con tale precisazione, infatti, egli intese adombrare una qualche assonanza con la carriera dell’imputato (trasferito nella consistenza organica istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed immesso nei ruoli del S.I.S.D.E in data 27 gennaio 1982) e quindi insinuare l’idea dell’equivoco evocato dalla Difesa.
Persuasivamente, del resto, il Tribunale ha disatteso l’osservazione difensiva secondo cui il grado rivestito a quell’epoca da Contrada era diverso e più elevato rispetto a quello ricoperto dal Commissario Gioia: ha rilevato, cioè, che non poteva pretendersi che il Tognoli conoscesse con precisione la corrispondenza tra i gradi gerarchici delle Forze di Polizia italiane e quelle svizzere, intendendo riferirsi, così come chiaramente recepito dal commissario Gioia, ad un alto funzionario di Polizia italiano (alle pagine 1530 e 1531 della sentenza appellata).
Per altro verso, è sintomatico della artificiosa costruzione di una versione di comodo, volta a cancellare un precedente ancorchè informale rivelazione, il fatto che Tognoli avesse menzionato l’imputato soltanto per dire che era un funzionario di Polizia, da lui conosciuto di sfuggita.
La teste Del Ponte, infatti, precisando di avere letto il verbale della rogatoria italiana del 3 febbraio 1989 (cfr. pagine 74-76 trascrizione udienza 28 giugno 1994), ha riferito che Tognoli si era bensì riservato di fare il nome del suo informatore, ma non aveva detto che questi era un funzionario di Polizia.
Ed ancora, come puntualmente sostenuto dal Tribunale, non si comprende perché mai Oliviero Tognoli avrebbe dovuto creare, in poca non sospetta, la falsa icona di un Contrada delatore : <
Altrettanto significativo appare che il Tognoli avesse riferito con assoluta precisione al commissario Gioia di essere stato informato dell’imminente emissione a suo carico di un provvedimento restrittivo attesocchè, come è stato possibile ricostruire sulla base della documentazione acquisita e della testimonianza resa dal dott. De Luca, il giorno in cui il Tognoli si era reso irreperibile, il 12 Aprile 1984, non era stato ancora emesso un ordine di cattura a suo carico da parte del magistrato, ma era stata solo concordata dal dott. De Luca l’esecuzione di un fermo ad iniziativa della P.G. di Palermo>> (pagine 1531 e 1532 della sentenza appellata).
Del tutto priva, di rilievo, inoltre, è l’osservazione che l’otto maggio 1989 (erroneamente si indica la data del 9 maggio) <> (pag. 17 Vol. VIII dell’Atto di impugazione).
E’ evidente, infatti, che nessuna contestazione avrebbe potuto essere mossa al Tognoli sulla base di una verbalizzazione non effettuata (quella della mattina del 3 febbraio, dopo la conclusione dell’atto istruttorio), ovvero di una verbalizzazione limitata alla riserva di indicare il soggetto che lo aveva fatto fuggire (riserva inserita alla fine del verbale della rogatoria del pomeriggio del 3 febbraio).
Per le medesime ragioni, non vale minimamente ad infirmare la credibilità della teste Del Ponte la sua risposta, citata dalla Difesa nel corso della discussione, di non avere riaperto il verbale perché si trattava di vicenda estranea al procedimento svizzero, e perché, comunque, Falcone non le aveva chiesto di farlo.
La teste, infatti, ha ampiamente chiarito che il rifiuto di Tognoli di ripetere a verbale quanto detto informalmente aveva indotto il giudice Falcone a desistere dal chiedere la riapertura del verbale stesso, che comunque non era un atto dovuto, concernendo un fatto di esclusivo interesse della giurisdizione italiana.
L’ipotesi che Carla Del Ponte possa avere mentito o essersi sbagliata non appare sorretta nemmeno dal richiamo alle dichiarazioni dei testi Di Maggio, Misiani e Mori, tutte scaturite da colloqui informali con il giudice Falcone e variamente polarizzate sulla circostanza che Oliviero Tognoli aveva sorriso quando gli era stato chiesto se il suo informatore fosse stato Bruno Contrada.
Rinviando alla puntuale trattazione operata dalla sentenza di primo grado, che di tali deposizioni ha evidenziato i limiti ed i margini di incertezza (pagine 1618 –1632), mette conto soltanto rilevare che il senso di tali, non ufficiali, colloqui può cogliersi nel proposito di Giovanni Falcone di sottolineare il senso di una comunicazione nel suo aspetto non verbale, e cioè il significato di un sorriso - sorriso del quale ha fatto menzione anche il teste Ajala - che un uomo come Tognoli, cresciuto in Sicilia, era perfettamente in grado di manifestare ad un siciliano come lui.
Tale sottolineatura, del resto, era un modo di stigmatizzare l’ambiguità del personaggio Tognoli, che non aveva voluto dare un seguito formale ad una sua rivelazione informale, in un contesto in cui una traccia documentale della indicazione di Contrada sarebbe stata di vitale importanza, e, per contro, la mancanza di una traccia siffatta non poteva che suggerire cautela.
Va ricordato, infatti, che (pagine 1573 e seguenti della sentenza appellata) il 21 Luglio del 1989 era apparso sul settimanale “L’Espresso” un articolo a firma del giornalista Sandro Acciari intitolato “ Il Corvo, la Talpa, il Falcone” in cui un funzionario del S.I.S.D.E., chiaramente identificabile nell’odierno imputato anche se non se ne faceva esplicitamente il nome, era stato indicato come il soggetto che aveva avvertito Oliviero Tognoli consentendogli di darsi alla latitanza, ed era stato altresì indicato come il sospetto informatore della mafia per l’organizzazione dell’attentato dinamitardo alla casa a mare del giudice Falcone del giugno 1989.
In un secondo articolo,dal titolo “Lotta alla mafia. Segreti di Servizio”, a firma del giornalista Roberto Chiodi, apparso sul medesimo settimanale, in edicola dal 7agosto 1989, tra altre accuse, era stata rivolta a Contrada, in modo esplicito, quella di avere favorito la fuga di Oliviero Tognoli.
Rinviando alla sentenza appellata per la descrizione delle vicende del procedimento penale scaturito dalla querela proposta da Bruno Contrada contro il giornalista Chiodi ed il direttore del settimanale - e dovendosi dare atto che non è alcun modo risultato che l’odierno imputato fosse stata una delle “menti raffinatissime” che avrebbero armato mani mafiose nel fallito attentato al giudice Falcone - resta il fatto che la temperie dell’epoca imponeva un atteggiamento di prudente attesa, anche perché non era neanche disponibile il verbale della rogatoria dell’otto maggio 1989.
In questa cornice vanno lette le dichiarazioni rese 12 luglio 1989 ed il 4 dicembre 1990 dal dott. Giovanni Falcone al Procuratore della Repubblica di Caltanissetta dott. Salvatore Celesti, in merito al patito attentato dinamitardo del Giugno 1989 nella residenza estiva dell’Addaura.
Lo stesso Falcone indicò chiaramente ai magistrati nisseni che indagavano su quel delitto, quale possibile movente, le indagini che egli stava svolgendo in collaborazione con i colleghi svizzeri presenti a Palermo proprio il giorno dell’attentato.
In quell’occasione, come ricordato dal Tribunale (pagine 1515-1516 della sentenza appellata) la delegazione svizzera era composta dalla dott.ssa Del Ponte, in qualità di Procuratore Pubblico, dal G.I. dott. Lehmann, dal Commissario Gioia e da un perito giudiziario svizzero.
La teste Del Ponte, nel corso del proprio esame, ha riferito che la delegazione era giunta una domenica sera. Il lunedì successivo erano iniziati gli interrogatori degli imputati, ma, poichè il programma di lavoro stava per esaurirsi anzitempo in quanto molti di essi si erano avvalsi della facoltà di non rispondere, nel corso della cena del Lunedì (cui avevano partecipato, oltre ai componenti della delegazione svizzera, anche alcuni funzionari di P.G. palermitani) si era stabilito di recarsi alla villa al mare del dott. Falcone per fare un bagno il pomeriggio dell’indomani.
All’ultimo momento, tuttavia, il programma era stato cambiato perchè essa teste aveva espresso il desiderio di recarsi a fare una visita ai monumenti di Palermo. La mattina successiva a detta visita, la delegazione svizzera era stata fatta ripartire in gran fretta per motivi di sicurezza,essendosi scoperto che era stato collocato dell’esplosivo all’esterno della villa di Falcone.
Nel corso di un breve colloquio avuto con lei prima della partenza, lo stesso Falcone aveva espresso il convincimento che l’attentato potesse ricollegarsi all’inchiesta riguardante Oliviero Tognoli (cfr. pagine 54 e ss. trascrizione udienza 28/6/1994).
Ora, al Procuratore della Repubblica di Caltanissetta,Giovanni Falcone indicò anche la possibilità che da quelle indagini potessero emergere conseguenze ed implicazioni di natura istituzionale (cfr. il verbale del 12 luglio 1989). Affermò, in particolare, che uno degli imputati, Oliviero Tognoli, non aveva <<detto per intero la verità sui suoi collegamenti con la mafia siciliana e sulle inquietanti vicende riguardanti la sua fuga da Palermo>> (cfr. il verbale del 4 dicembre 1990).
Rinviando alle pagine 1517-1520 della sentenza appellata, ove vengono riportate tali dichiarazioni, va rilevato che:
l’ipotesi della reticenza di Olivero Tognoli trova pieno riscontro nel suo rifiuto di verbalizzare le rivelazioni informali del 3 febbraio 1989;
il collegamento tra tale rifiuto e le “implicazioni di natura istituzionale” delle indagini ben si attaglia alla indicazione della persona di Contrada quale informatore;
la paura delle reazioni mafiose che lo stesso Tognoli aveva mostrato nel mettere a verbale il nome dell’imputato ed << il gran timore che le sue dichiarazioni>> venissero << in qualche modo conosciute in Italia>> (cfr. il verbale delle dichiarazioni al Procuratore Celesti del 4 dicembre 1990), poteva giustificare in Giovanni Falcone la convinzione che, comunque,egli non avesse detto tutto quanto a sua conoscenza.
Né è sostenibile, come ha fatto la Difesa nel corso della discussione in questo giudizio di rinvio, che la paura manifestata dal Tognoli fosse soltanto un pretesto per prendere tempo e non coinvolgere l’amico Cosimo Di Paola (si assume, in particolare, che lo stesso Tognoli aveva accusato soggetti coinvolti nel narcotraffico, in tal modo dimostrando di non temere Cosa Nostra o Contrada).
A parte la rilevata artificiosità della indicazione di Cosimo Di Paola, infatti, è evidente che i timori del Tognoli - alimentati dalle mnacce alla famiglia della quali ha riferito, in sede di esame, il di lui fratello Mauro (sul punto, cfr. pag. 1554 della sentenza appellata) - trovano una logica spiegazione proprio nella consapevolezza di un intreccio tra istituzioni e criminalità mafiosa, fattore di vitalità stessa del sodalizio ed elemento di un sistema che poteva ben sopravvivere agli arresti dei trafficanti da lui accusati.
In conclusione, la stessa Difesa si è dimostrata consapevole delle pesantissime ricadute del giudizio di responsabilità dell’imputato per la condotta di agevolazione di che trattasi, tanto che, nel corpo della “Note in replica alla requisitoria del Procuratore Generale” nel primo dibattimento di appello si afferma (in modo, come si è visto, inesatto): << Il grosso equivoco, rivelatosi di immenso danno per il dott. Contrada, è sorto essenzialmente perché al dott. Falcone, in occasione della sua prima rogatoria in Svizzera, a febbraio 1989, fu riferito dalla Del Ponte e da Gioia che Tognoli Oliviero aveva detto che ad informarlo era stato un suo amico, funzionario di polizia a Palermo (nel 1984) ma allo stato (cioè nel 1989) non più perché passato ad altra Amministrazione (n.b. il Di Paola ha lasciato la Polizia il 5.10.1987, avendo vinto il concorso di magistrato amministrativo) >>.
D’altra parte, questa Corte non può esimersi dal rilevare che, alla tesi difensiva di un complotto ai danni dell’imputato, si è spesso aggiunta quella dell’equivoco, evocato per questa come per altre vicende, come quella relativa all’incontro del 23 febbraio 1985 con Gilda Ziino, vedova Parisi, ovvero al colloquio con il funzionario di Polizia Renato Gentile del 12 aprile 1980.
La medesima consapevolezza ha mostrato di avere il magistrato elvetico Carla Del Ponte, pienamente cosciente del peso delle sue parole.
Deve, dunque, condividersi l’osservazione svolta dal Tribunale a chiusura del nono paragrafo del quarto capitolo, relativo alla vicenda in esame, e cioè che : << Non vi è alcun dubbio, quindi, che l’intervento esplicato dal dott. Contrada in favore di Oliviero Tognoli costituisce un grave fatto specifico a suo carico in perfetta sintonia con il complessivo quadro accusatorio e con le tipologie di condotte dallo stesso esplicate in favore di “Cosa Nostra” : l’imputato servendosi delle notizie di cui era venuto in possesso in ragione dei propri incarichi istituzionali e del peculiare rapporto di fiducia che intratteneva con alcuni funzionari della P.G. di Palermo, era riuscito con una tempestiva informazione a rendere possibile la sottrazione alla cattura del Tognoli, risultato un prezioso intermediario di cui si avvaleva “Cosa Nostra” per lo svolgimento dei propri traffici illeciti in uno dei settori nevralgici dell’intera organizzazione quale appunto quello del riciclaggio del denaro proveniente dal commercio degli stupefacenti>> (pag. 1572 della sentenza appellata).

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