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Applicazione Legge ex Cirielli, scarcerazione dei boss e decreto d'urgenza | Avv. Paolo Alfano
Applicazione Legge ex Cirielli, scarcerazione dei boss e decreto d’urgenza
da Paolo Alfano | Feb 12, 2010 | Giurisprudenza penale, Procedura penale | 0 commenti
Spostamento di competenza dal tribunale alla Corte d’assise per i procedimenti a carico dei mafiosi processati per reati che comportino pene detentive superiori a 24 anni.
In assenza di un decreto di urgenza da parte del Governo è quello che potrebbe accadere in base a quanto previsto dalla recentissima sentenza 4964/2010.
I giudici della Suprema Corte erano stati investiti della questione dal tribunale di Catania che, nell’ambito di un processo, si era dichiarato incompetente a decidere sulla sorte di nove imputati coinvolti per reati di mafia.
A tali imputati erano state contestate le aggravanti dell’associazione armata (articolo 416-bis) e del reimpiego di profitti derivanti da illeciti.
Secondo quanto stabilito dalla legge ex Cirielli, tali condotte farebbero scattare condanne superiori ai 24 anni: tale limite è quello oltre il quale l’articolo 5 c.p.p. stabilisce la competenza della Corte d’Assise.
Proprio la Corte d’Assise ha sollevato il conflitto di competenza basando la propria tesi in relazione al fatto che con la legge 251/2005, ovvero la c.d. ex Cirielli, il legislatore (nell’elevare le pene in presenza delle aggravanti), non aveva avvertito l’esigenza di produrre una clausola di salvaguardia della competenza della Corte d’Assise, motivo per cui la giurisdizione rimaneva al tribunale ordinario.
Una simile impostazione non ha, però, convinto gli ermellini che hanno scelto la strada imposta dal sopra citato articolo 5 c.p.p., anche se consapevoli dei collaterali effetti di una tale decisione; tanto che la stessa Suprema Corte ha accolto l’annuncio della contromisura prevista dal Governo (lo stesso Ministro Alfano ha annunciato che in brevissimo tempo verrà emanato il decreto d’urgenza) per annullare gli effetti della sentenza mantenendo la competenza al tribunale, evitando così doppi processi e soprattutto le “tanto temute” scarcerazioni.
La soluzione potrebbe essere contenuta nelle previsioni dell’articolo 5 del decreto legge 29/1999, in materia di competenza della Corte d’assise (norma che già in passato è stata “utile” in simili situazioni) e che l’Esecutivo potrebbe decidere di copiare.
Si attende, perciò, con ansia e trepidazione l’emanazione del decreto d’urgenza da parte del Governo.
Sentenza 8 febbraio 2010, n. 4964
1. Con decreto in data 9 gennaio 2009 il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Catania rinviava gli imputati in epigrafe indicati al giudizio del Tribunale della stessa città per rispondere del delitto di associazione di tipo mafioso (casi previsti dal primo e secondo comma dell’articolo 416-jbis c.p.) aggravato dalle circostanze di cui ai commi quarto (associazione armata) e sesto (attività economiche finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti).
2. Con sentenza in data 7 maggio 2009 il Tribunale di Catania dichiarava “la propria incompetenza per materia” e disponeva la trasmissione degli atti alla Corte di assise della stessa città.
– che, a norma dell’articolo 5, comma 1, lett. a), c.p.p. la corte di assise è competente per i delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a ventiquattro anni e che il reato anzidetto é punito con pena superiore a ventiquattro anni di reclusione (per l’associazione “armata” si applica, invero, la pena della reclusione da dodici a ventiquattro anni nei casi previsti dal secondo comma dell’artìcolo 416-£>is c.p., relativi a coloro che promuovono, dirigono o organizzano l’associazione – nella specie gli imputati A. A., S. B. e C. M.; per l’aggravante contestato^ di cui al sesto comma, la pena stabilita nel quarto è aumentata da un terzo alla metà);
– che le ipotesi di mera partecipazione all’associazione (nella specie contestate a F. e R. A. C., S. A. B., G. P., L. P. e R. R.) erano “strettamente connesse e collegate”, sì da far apparire necessaria la trattazione congiunta per evitare “duplicazioni”.
– che l’articolo 33-jbis, comma 1, lett. c) , c.p.p. stabilisce che é attribuito al tribunale in composizione collegiale il delitto previsto dall’articolo 416-bis c.p.;
– che detta disposizione è attributiva di “competenza”;
– che ciò appare confermato dal rilievo che il legislatore, allorquando ha elevato a ventiquattro anni di reclusione il massimo edittale dell’anzidetta ipotesi aggravata (legge 5 dicembre 2005, n. 251; e lo stesso è a dirsi con riguardo all’ulteriore aumento di pena introdotto dalla legge 24 luglio 2008, n. 125) non ha avvertito l’esigenza di introdurre, in relazione al delitto di cui all’articolo 416-£>is c.p., quindi nell’articolo 33-bis, comma 1, lett. c) , c.p.p., una clausola di salvaguardia della competenza della corte d’assise analoga a quella prevista, dalla lett. a) della stessa disposizione, per i “delitti indicati nell’articolo 407, comma 2, lettera a), numeri 3), 4) e 5), c.p.p.”;
– che, in ogni caso, per i meri partecipi, la pena massima edittale non raggiunge il limite di ventiquattro anni di reclusione, sicché il reato, non sussistendo ipotesi di connessione, appartiene alla competenza del tribunale.
– che, a norma dell’artìcolo 5, comma 1, lettera a), c.p.p., la corte di assise è competente per i delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a ventiquattro anni, esclusi i delitti di tentato omicidio, di rapina e di estorsione, comunque aggravati, e i delitti previsti dall’articolo 630, primo comma del codice penale e dal decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309;
– che l’articolo 4 c.p.p. stabilisce, per il caso in cui la legge individui la competenza unicamente sulla base della pena edittale, che, per determinare la competenza, si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per ciascun reato consumato o tentato e si tiene conto delle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale, quelle cioè che, come stabilito dal terzo comma dell’articolo 63 c.p., “importano un aumento o una diminuzione della pena superiore ad un terzo” ed al cui genus dottrina e giurisprudenza comunemente riconducono anche le circostanze aggravanti in relazione alle quali il legislatore abbia determinato la misura della pena in modo indipendente da quella ordinaria del reato” (ed. circostanze aggravanti indipendenti; cfr. da ultimo Cass. IV 6 febbraio 2003, Bellini, RV 224754, con riguardo all’art. 278 c.p.p. che propone analoga formula nel dettare i criteri per determinare il presupposto edittale per l’adozione delle misure cautelari personali);
– che l’articolo 416-jbis c.p. prevede, al primo comma, che chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone è punito con la reclusione da sette a dodici anni; al secondo comma, che coloro che promuovono, dirigono o organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da nove a quattordici anni; al quarto comma che, se l’associazione è armata, si applica la pena della reclusione da nove a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da dodici a ventiquattro anni nei casi previsti dal secondo comma; al sesto comma che, se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti, le pene stabilite nei commi precedenti sono aumentate da un terzo alla metà;
– che l’articolo 33-Ms, comma 1, lett. c) , prevede che sia attribuito al tribunale in composizione collegiale il reato previsto dall’articolo 416-bis,
b) Ciò premesso, deve, anzi tutto, osservarsi che la questione, ruotante – come si diceva – attorno a dette disposizioni, ha origine recente. Essa è nata allorquando la pena, per l’ipotesi aggravata di associazione armata di cui al quarto comma dell’articolo 416-jbis c.p., è stata fissata, ad opera dell’articolo 1 della legge 5 dicembre 2005, n. 251, nella reclusione da sette a quindici anni, per i partecipi, e da dieci a ventiquattro anni, per promotori, direttori e organizzatori (il minimo edittale della pena è stato, poi, ulteriormente aumentato, nei termini indicati – v. supra 2 ~ dalla legge 24 luglio 2008, n. 125) . In precedenza la questione non aveva ragione di esistere: il menzionato quarto comma dell’articolo 416-jbis c.p. prevedeva, invero, la pena della reclusione da quattro a dieci anni per i partecipi e da cinque a quindici anni per gli associati di rango primario, ipotesi quest’ultima che, anche con l’aumento fino alla metà di cui al sesto comma del citato articolo, non poteva mai attingere il limite dei ventiquattro anni necessario per aversi competenza della corte d’assise.
E’, dunque, dall’8 dicembre 2005, data di entrata in vigore della menzionata legge n. 251, che il reato, aggravato nei termini visti (e tenuto conto delle regole di cui all’articolo 4 c.p.p.), é diventato -secondo quanto afferma il Tribunale di Catania – di competenza della corte di assise (per “connessione” o “collegamento” con riguardo ai meri partecipi).
E a tale data – è opportuno chiarirlo subito – la permanenza che caratterizza il reato associativo addebitato agli imputati non era ancora cessata (agli imputati risulta contestato il delitto associativo di cui all’articolo 416-jbis c.p., permanente quanto meno fino alla data del decreto che dispone il giudizio, vale a dire fino al 9 gennaio 2009). E’ da escludere, pertanto, che i fatti siano stati commessi in data anteriore all’entrata in vigore della disposizione (articolo 1 della legge 5 dicembre 2005, n. 251) che ha elevato la pena edittale nei termini anzidetti.
Di riflesso, l’articolo 33-£>is c.p.p. non era – contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte d’assise di Catania – né aveva bisogno di essere, norma attributiva di competenza, ma era disposizione che si limitava a specificare che la cognizione del reato era attribuita al tribunale in composizione collegiale.
E questo spiega, naturalmente, perché il legislatore (nel menzionato articolo 10 della legge n. 479 del 1999) non avesse sentito la necessità, in relazione al reato in questione, di dettare una clausola di salvaguardia analoga a quella scritta [nell’artìcolo 33-jbis, comma 1, lett. a)] con riguardo ai delitti indicati nell’articolo 407, comma 2, lettera a), numeri 3), 4) e 5) , c.p.p. (“sempre che per essi non sia stabilita la competenza della Corte di assise”): il delitto di associazione di tipo mafioso non apparteneva alla competenza della corte d’assise in nessuna delle contemplate manifestazioni.
La lettura dell’articolo 33-bis c.p.p. non può prescindere, in altre parole, dalla previa individuazione della competenza della corte d’assise ed è questo, non altro – è opportuno ribadirlo – il significato da attribuire alla citata clausola di salvaguardia prevista dal comma 1, lett. a), dell’articolo 33-bis con riguardo ai delitti indicati nell’articolo 407, comma 2, lettera a), numeri 3), 4) e 5).
e) Ciò detto, non resta che constatare che il reato di cui all’articolo 416-jbis c.p. appartiene, nelle ipotesi di cui ai primi due commi anche se aggravate dalla circostanza di cui al sesto comma (ed in quelle di mera partecipazione di cui al primo comma anche se aggravate dalla circostanza di cui al quarto comma, eventualmente congiunta a quella del sesto), alla competenza del tribunale in virtù della regola residuale di cui all’articolo 6 c.p.p., secondo la quale il tribunale è competente per i reati che non siano di competenza della corte di assise (non dunque in forza dell’articolo 33-jbis, comma 1, lett. c) , c.p.p.).
L’attribuzione di competenza è effetto prodotto – come si è detto -dall’aggravamento dei limiti edittali di pena operato dalla legge 5 dicembre 2005, n. 251 e non rileva chiedersi se il legislatore si sia oppure reso conto del prodursi di detto effetto (anche se l’assenza di una disposizione transitoria che distingua tra reati commessi prima e reati commessi successivamente alla data di entrata in vigore della legge, quanto mai opportuna in casi di mutamenti della competenza per materia, sembrerebbe imporre una risposta negativa).
f) Come si è accennato per le ipotesi di mera partecipazione, anche se aggravate, la competenza per materia è tuttora del tribunale (la pena massima, tenuto conto di entrambe le aggravanti, non raggiunge, invero, i ventiquattro anni indispensabili per “appartenere” alla corte d’assise).
Consigliere estensore.

References: sentenza 
 articolo 5
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Sentenza 
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 Cass. 
 articolo 10