Source: https://www.laleggepertutti.it/240158_somme-non-dovute-in-busta-paga-il-dipendente-deve-restituirle
Timestamp: 2019-02-22 05:02:07+00:00

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Somme non dovute in busta paga: il dipendente deve restituirle?
Stipendi pagati in più: il datore di lavoro può pretendere la restituzione dei rimborsi e delle voci dello stipendio pagate per errore?
Immaginiamo che un dipendente, dopo aver prestato servizio per molti anni per un’azienda, subisca un trasferimento presso una sede distaccata, distante 100 chilometri dal luogo precedente. In occasione di ciò riesce a concordare col datore di lavoro un supplemento sulla busta paga a titolo di rimborso spese per il viaggio. Questa voce gli viene erogata puntualmente su tutti gli stipendi successivi. Senonché, dopo tre anni, viene di nuovo assegnato alla vecchia sede. L’ufficio paghe, però, non informato di ciò, continua ad erogare ogni mese il rimborso per il viaggio che questi non effettua più. Né il dipendente segnala l’errore, incassando serenamente la somma come una sorta di benefits ormai acquisito. Senonché, al momento di andare in pensione, l’uomo esige che il trattamento di fine rapporto (Tfr) venga calcolato tenendo conto anche dei rimborsi spese percepiti seppur in modo illegittimo, essendo divenuti ormai parte integrante della retribuzione e costituendo quindi la base di calcolo per la liquidazione. L’azienda, dal canto suo, pretende la restituzione di tali somme, versate solo per errore pur nella malafede del lavoratore. Chi dei due ha ragione? Il dipendente deve restituire le somme non dovute in busta paga? La questione è stata, proprio di recente, analizzata da una sentenza della Cassazione [1].
La Corte è in linea con il proprio orientamento, affermato da più anni, secondo cui la legge tutela i cosiddetti “diritti quesiti” dei lavoratori, ossia quelle attribuzioni che, divenute ormai stabili per la ripetizione nel tempo, hanno generato un’aspettativa nel percettore. Il punto però è cercare di contemperare questo principio con la malafede del dipendente che, pur consapevole di percepire dei supplementi non dovuti, non lo fa presente all’ufficio paga.
1 Prescrizione delle somme illegittimamente versate in busta paga
2 Restituzione: le somme vanno restituite tutte in una volta?
3 Stipendi pagati in più: vanno restituiti?
Prescrizione delle somme illegittimamente versate in busta paga
Partiamo da un dato di fatto: anche nella peggiore delle ipotesi, il dipendente non deve restituire tutte le somme percepite illegittimamente in busta paga ma solo quelle la cui restituzione non è caduta in prescrizione. In particolare la giurisprudenza ha chiarito che: «Il diritto del datore di lavoro alla restituzione di somme indebitamente percepite dal lavoratore si prescrive nel termine decennale, a nulla rilevando la modalità di erogazione al lavoratore di quanto non dovuto con ratei mensili di stipendio, termine che comunque decorre in costanza del rapporto di lavoro».
In termini pratici, se anche si aprisse una controversia sulla restituzione di alcune voci dello stipendio, il lavoratore può essere chiamato a restituire solo gli arretrati degli ultimi 10 anni.
Restituzione: le somme vanno restituite tutte in una volta?
Anche in ipotesi di restituzione, il datore di lavoro che effettui una trattenuta dallo stipendio per la restituzione di somme indebitamente corrisposte deve rispettare le stesse norme dei pignoramenti, per cui non può sottrarre più di un quinto dalla busta paga. In altre parole, il dipendente potrà perdere non più del 20% dello stipendio per ogni mese.
Ora però trattiamo l’aspetto cruciale: il dipendente è davvero obbligato alla restituzione oppure, al contrario, non solo può considerare i “premi” come ormai acquisiti, ma anche come base di calcolo per il Tfr?
Stipendi pagati in più: vanno restituiti?
Nell’ambito del pubblico impiego viene dato particolare peso alla buona fede del lavoratore. In tale ipotesi infatti alla pubblica amministrazione non è dovuta solo la restituzione dei frutti e degli interessi, mentre le somme vanno ridate al datore. A queste conclusioni è arrivato il Tar Marche [3] secondo cui, in materia di restituzione degli emolumenti non dovuti ai dipendenti pubblici, la pretesa alla loro restituzione da parte della p.a. non costituisce un atto assolutamente vincolato; infatti quest’ultima deve, in ogni caso, valutare la buona fede del percipiente che, di regola, rimane estraneo al procedimento di quantificazione dello stipendio, degli assegni e delle indennità, limitandosi, per lo più, all’attività materiale di percezione. Pertanto, prima di procedere al recupero dell’indebito, la p.a. deve necessariamente farsi carico di valutare l’affidamento ingenerato nel lavoratore sulla correttezza dei pagamenti eseguiti in relazione, anche, al tempo trascorso dalla originaria liquidazione.
Nel settore privato, al contrario, la Cassazione mostra un atteggiamento più favorevole al percettore delle somme e stabilisce il seguente principio: la corresponsione continuativa di un assegno al dipendente è generalmente sufficiente a farlo considerare, salvo prova contraria, come elemento della retribuzione. In altri termini la somma non va più restituita solo se erogata in via continuativa per più mesi e va a costituire base di calcolo del Tfr. E ciò per tutelare l’affidamento che il dipendente ha ormai fatto su tale disponibilità economica per via della sua reiterata erogazione [4].
[1] Cass. sent. n. 222387/18 del 13.09.2018.
[2] C. App. Milano, sent. n. 80/2009.
[3] Tar Ancona, Marche, sent. n. 740/2001.
[4] Va presunta la natura retributiva di un reiterato e costante pagamento che si verifichi nell’ambito di un rapporto di lavoro, spettando al solvens dimostrare l’insussistenza di essa. Quindi, non potendo la dimostrazione che fare leva su elementi contrari rispetto all’esistenza di quel titolo, dovrebbe provarsi l’effettivo e concreto verificarsi di un errore oppure l’insussistenza o l’inidoneità giuridica dei fatti che la stessa controparte in concreto abbia addotto quale fondamento della persistente attribuzione retributiva.
Possiamo quindi concludere che le somme erroneamente versate, come ogni indebito oggettivo, vanno restituite. A meno che non sia integrata la fattispecie di corresponsione continuativa di una somma al dipendente che la giurisprudenza considera generalmente sufficiente a far considerare tale somma, salvo prova contraria, come elemento della retribuzione (Cass. 9 maggio 2003, n. 7154).
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 15 maggio – 13 settembre 2018, n. 22387
1. V.G. ha agito nei confronti del proprio ex datore di lavoro Intesa S. Paolo, già S. Paolo Imi, esponendo di avere ottenuto, in ragione di un distacco dalla sede di Padova a quella di Vicenza, un contributo mensile per le spese di viaggio. Cessato il distacco e venute meno le esigenze di viaggio, proseguiva il ricorrente, la banca aveva ciononostante continuato a riconoscergli quell’emolumento, dal settembre 2004 fino alla cessazione del rapporto nel marzo 2008, sicché egli chiedeva che si tenesse conto di esso nel calcolo del t.f.r. ed al fine del risarcimento da lui contestualmente domandato in ragione del mancato computo nella determinazione della pensione integrativa aziendale.
2. La Corte d’Appello di Torino, riformando con sentenza n. 1164/2012 la contraria pronuncia del Tribunale della stessa sede, ha respinto tali richieste, accogliendo al contempo la domanda riconvenzionale con cui Intesa S. Paolo chiedeva la restituzione dei pagamenti eseguiti, in quanto indebiti.
La Corte d’Appello riteneva che il pacifico venir meno del titolo per il quale era stato previsto quel contributo, rendeva ex se fondata l’azione di ripetizione dell’indebito, spettando al lavoratore dimostrare il sopravvenire di un nuovo titolo che giustificasse le erogazioni e la considerazione di esse per i fini dedotti in giudizio. Prova che non poteva essere ravvisata negli elementi presuntivi indicati dal Tribunale (durata del pagamento per 43 mesi; sua esecuzione nonostante una nota datoriale escludesse trattamenti economici aggiuntivi in favore del ricorrente; corresponsione del rimborso a forfait anche quando vi erano trasferte, spese a parte; successivo recupero del pagamento omesso, rispetto ad un mese in cui non vi era stata la corresponsione) in quanto essi, secondo la Corte, avrebbero al più consentito di ritenere dimostrato che il datore di lavoro conoscesse o fosse in grado di conoscere il fatto che stava corrispondendo al dipendente un trattamento non dovuto, dato da cui non derivava però l’accertamento positivo della debenza, né che l’erogazione fosse collegata agli accordi di cui era menzione nel ricorso introduttivo. Infine non poteva farsi riferimento, secondo la Corte distrettuale, ai capitoli di prova testimoniale dedotti, in quanto generici o non conferenti.
3. Il V. ha proposto ricorso per cassazione con cinque motivi, resistiti da controricorso di Intesa S. Paolo. Entrambe le parti hanno depositato memoria.
1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 2033, 2099 e 2697 c.c., nonché degli artt. 49 e 51 del d.p.r. 917/1986, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., per avere la Corte territoriale ritenuto automaticamente indebite tutte le somme erogate al dipendente il cui titolo o la cui imputazione, imposte dal datore di lavoro, non corrispondeva alla realtà dei fatti.
Con il secondo motivo si afferma, ai sensi dell’art. 360 nn. 3 e 4 c.p.c, la violazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 112 c.p.c. per avere ritenuto che egli fosse tenuto ad allegare e provare una fonte di debito alternativa che, una volta esclusa la sussistenza del titolo cui il solvens aveva imputato il pagamento, giustificasse l’erogazione delle corrispondenti somme.
Con il terzo motivo si lamenta ex art. 360 n. 3 c.p.c. la violazione degli artt. 115, 116, 244 e 420 c.p.c. per non avere la Corte distrettuale ammesso i tre capitoli di prova testimoniale finalizzati a dimostrare l’accordo per il mantenimento ad altro titolo dell’indennità oggetto di causa.
Con il quarto motivo la sentenza impugnata è censurata, sempre ai sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c., sul presupposto che siano stati violati gli artt. 2727, 2729 c.c. e 116 c.p.c., essendosi fondata, l’esclusione della ricorrenza di elementi indiziari favorevoli alla sussistenza di un accordo di mantenimento del trattamento ad un diverso titolo, su un ragionamento presuntivo illogico ed inadeguato.
Il quinto ed ultimo motivo afferma infine la violazione degli artt. 1428, 1429, 1431 e 2033 c.c., sotto la rubrica ancora dell’art. 360 n. 3 c.p.c., per non avere la Corte riportato la vicenda alla disciplina dell’errore negoziale, così omettendo di richiedere la necessaria prova dell’essenzialità e riconoscibilità per l’accipiens, quale controparte del pagamento asseritamente non dovuto.
2. Il primo e secondo motivo sono fondati ed assorbenti.
3. È pacifico, nella giurisprudenza di questa Corte, che spetti al solvens che agisca per ripetizione di indebito dimostrare l’assenza di causa debendi (Cass. 10 novembre 2010 n. 22872; Cass. 13 novembre 2003, n. 17146; Cass. 23 agosto 2000, n. 11029), il che è ineludibile conseguenza della evidente presunzione di giuridicità, in sé, del pagamento, quale effetto del fatto stesso che esso sia avvenuto.
In punto di fatto, rispetto al caso di specie, è altrettanto pacifico e ripetuto più volte da entrambe le parti, che la causa originaria del pagamento, cui nelle buste paga ha continuato ad imputarsi l’erogazione dell’indennità in questione, ovverosia il contributo mensile per spese di viaggio, era venuta meno dal 1.9.2004.
Ciò non può però significare che, per i pagamenti intervenuti successivamente, mese per mese, fino alla cessazione del rapporto in data 31.3.2008, spetti all’accipiens dimostrare una diversa causa debendi.
D’altra parte il principio menzionato dalla banca nelle proprie difese, secondo cui “al solvens compete determinare la causa di ciascun pagamento e, anzi la configurazione di questo in riferimento ad un determinato (…) obbligo conforme”, sicché “nella successiva azione di ripetizione il solvens deve dimostrare l’inesistenza solo di quella causa da lui stesso individuata all’atto del pagamento, incombendo allo accipiens la dimostrazione di un’eventuale altra fonte di debito” (Cass. 28 luglio 1997, n. 7027), se può essere condiviso rispetto a singoli pagamenti in sé considerati, mal si attaglia al caso, come quello di specie, in cui le erogazioni di cui si assume la natura indebita si inseriscono nell’ambito di un rapporto di durata ed assumono conformazione identica a quella delle obbligazioni pecuniarie tipiche di esso. Determinandosi, in tale diverso contesto, la necessità che la regula iuris si adegui rispetto agli affidamenti che in tal modo necessariamente si creano all’interno del rapporto stesso.
Conclusione che del resto appare coerente con il parallelo e più generale principio, secondo cui la corresponsione continuativa di un assegno al dipendente è generalmente sufficiente a farlo considerare, salvo prova contraria, come elemento della retribuzione (Cass. 9 maggio 2003, n. 7154).
Deve allora affermarsi che va presunta la natura retributiva di un reiterato e costante pagamento che si verifichi nell’ambito di un rapporto di lavoro, spettando al solvens dimostrare l’insussistenza di essa. Quindi, non potendo la dimostrazione che fare leva su elementi contrari rispetto all’esistenza di quel titolo, dovrebbe provarsi l’effettivo e concreto verificarsi di un errore oppure l’insussistenza o l’inidoneità giuridica dei fatti che la stessa controparte in concreto abbia addotto quale fondamento della persistente attribuzione retributiva.
Il ragionamento della Corte territoriale secondo cui, essendo pacifico il venir meno dei presupposti, di fatto e diritto, che avevano precedentemente giustificato quell’erogazione aggiuntiva, spetterebbe al lavoratore dimostrare un nuovo titolo per la sua attribuzione, è quindi errato e viola gli artt. 2697 e 2033 c.c.
4. L’accoglimento dei primi due motivi comporta l’assorbimento dei restanti, in cui si muovono critiche rispetto al fatto che i mezzi istruttori su cui aveva fatto leva il lavoratore non fossero stati ammessi (prova testimoniale) o non fossero stati adeguatamente valutati (prova presuntiva).
Il venire meno dell’impostazione di fondo, rispetto al riparto degli oneri probatori, su cui si è basata la sentenza impugnata determina infatti la necessità di un nuovo apprezzamento del materiale istruttorio, su corrette basi giuridiche, in sede di rinvio. Resta infatti senza sostegno l’affermazione, da cui muove la motivazione del rigetto pronunciato dalla Corte territoriale rispetto alle pretese del V. , secondo cui il lavoratore non avrebbe assolto l’onere della prova dell’esistenza di un titolo alternativo: infatti le circostanze di causa vanno apprezzate muovendo dall’opposto principio, per cui si deve viceversa presumere che vi sia il titolo retributivo, onde valutare se sia dimostrato o meno ciò che il datore di lavoro, per contrastare un’attribuzione di tale natura, è onerato di provare.
5. Non diversamente, la questione sulla riconoscibilità dell’eventuale errore commesso nel pagamento, sollecitata con il quinto motivo, postula evidentemente la prova che sbaglio vi sia stato, il che, stante la presunzione di sussistenza della causa debendi retributiva, in tanto potrà essere affermato, in quanto nel prosieguo del giudizio si concluda appunto per il verificarsi dei pagamenti in questione a causa di un (provato) errore da parte del solvens. Anche da questo punto di vista vi è quindi assorbimento del relativo motivo.
La Corte accoglie i primi due motivi di ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’Appello di Torino, in diversa composizione.

References: sentenza 
 Cass. 
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 sentenza 
 art. 360
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 Cass. 
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