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Timestamp: 2018-12-12 14:42:21+00:00

Document:
Cassazione civile, 19/11/2018, (ud. 25/09/2018, dep.19/11/2018), n. 29784
Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo                       -  Consigliere  -
Dott. ARIENZO           Rosa                        -  Consigliere  -
Dott. MAROTTA           Caterina               -  rel. Consigliere  -
sul ricorso 18992-2014 proposto da:
B.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIUSEPPE
GIOACHINO BELLI 36, presso lo studio dell'avvocato LUCA PARDINI,
rappresentato e difeso dall'avvocato GIACOMO CIARDELLI;
VALSECCHIA SNC, elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE G. MAZZINI
88, presso lo studio dell'avvocato MAURO AMICONI, che lo rappresenta
e difende unitamente all'avvocato GUSTAVO GHIDORZI;
avverso la sentenza n. 1574/2013 della CORTE D'APPELLO di BOLOGNA,
depositata il 16/01/2014 r.g.n. 994/2011;
2.3. questa Corte ha già precisato (v. già Cass. Sez. U., 11 novembre 2008, n. 26972) che il danno non patrimoniale di cui all'art. 2059 c.c., identificandosi con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica, costituisce categoria unitaria non suscettiva di suddivisione in sottocategorie;
tuttavia, come è stato evidenziato (v. le recenti Cass. 5 ottobre 2018, n. 24558; Cass. 12 giugno 2018, n. 15213) la liquidazione finalisticamente unitaria di tale danno (non diversamente da quella prevista per il danno patrimoniale) avrà il significato di attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subito tanto sotto l'aspetto della sofferenza interiore (cui potrebbe assimilarsi, in una suggestiva simmetria legislativa, il danno emergente in guisa di vulnus interno arrecato al patrimonio del creditore) quanto sotto quello dell'alterazione/modificazione peggiorativa della vita di relazione in ogni sua forma e considerata in ogni suo profilo, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche (danno idealmente omogeneo al cd. "lucro cessante" quale proiezione esterna del patrimonio del soggetto);
anche se, dunque, il danno non patrimoniale costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella relativa liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione oltre che ad un adeguamento della misura di tale danno, indicando il criterio di "personalizzazione" adottato, che dovrà risultare logicamente coerente con gli elementi circostanziali ritenuti rilevanti a esprimere l'intensità e la durata della sofferenza psichica (principio, questo, che rappresenta l'evoluzione naturale di quanto enunciato da questa Corte a Sezioni Unite con le note sentenze nn. 26972-26975 dell'11 novembre 2008);
natura onnicomprensiva sta invece a significare che, nella liquidazione di qualsiasi pregiudizio non patrimoniale, il giudice di merito deve tener conto di tutte le conseguenze che sono derivate dall'evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni risarcitorie, attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, e di non oltrepassare una soglia minima di apprezzabilità, onde evitare risarcimenti cd. bagatellari (in tali termini, Cass. 7 marzo 2016, n. 4379; Cass. 20 aprile 2016, n. 7766);
2.6. sempre nell'ambito del danno patrimoniale suddetto può esservi, poi, un particolare profilo costituito dal danno da perdita del rapporto parentale, danno che, come è stato evidenziato (v. Cass. 9 maggio 2011, n. 10107), va al di là del crudo dolore che la morte in sè di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell'irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull'affettività, sulla condivisione, sulla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell'ambito della famiglia e sulla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell'ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2,29 e 30 Cost., nonchè nell'alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti, danno che può presumersi allorquando costoro siano legati da uno stretto vincolo di parentela, ipotesi in cui la perdita lede il diritto all'intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che caratterizza la vita familiare nucleare (v. Cass. 16 marzo 2012, n. 4253; Cass. 14 giugno 2016, n. 12146; Cass. 15 febbraio 2018, n. 3767);
ed infatti, come questa Corte ha già avuto modo di affermare e di ribadire, la prova del danno da perdita dello stretto congiunto può essere data anche a mezzo di presunzioni (v. Cass. 31 maggio 2003, nn. 8827 e 8828; Cass. 19 agosto 2003, n. 12124; Cass. 15 luglio 2005, n. 15022), le quali al riguardo assumono anzi precipuo rilievo (v. Cass., Sez. U., 24 marzo 2006, n. 6572);
le presunzioni, vale osservare, come affermato in giurisprudenza di legittimità (v. Cass., Sez. U., n. 6572/2006 cit.) e sostenuto anche in dottrina, non costituiscono uno strumento probatorio di rango secondario nella gerarchia dei mezzi di prova e più debole rispetto alla prova diretta o rappresentativa;
2.7. solo affinchè possa ritenersi leso il rapporto parentale di soggetti al di fuori di dello stretto nucleo familiare (es. nonni, nipoti, genero, nuora) è necessaria la convivenza, quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l'intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico;
2.8. dunque la morte di un prossimo congiunto costituisce di per sè un fatto noto dal quale il giudice può desumere, ex art. 2727 c.c., che i familiari stretti dello scomparso, i quali sono stati privati di un valore non economico ma personale, costituito dal godimento della presenza del congiunto ed hanno subito la definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell'ambito del nucleo familiare, abbiano patito una sofferenza interiore tale da determinare un'alterazione della loro vita di relazione e da indurli a scelte di vita diverse da quelle che avrebbero altrimenti compiuto, sicchè nel giudizio di risarcimento del relativo danno non patrimoniale incombe al danneggiante dimostrare l'inesistenza di tali pregiudizi;
una prova del genere non può, evidentemente, consistere, nel caso di detto legame parentale stretto, nella mera mancanza di convivenza, atteso che il pregiudizio presunto, proprio per tale legame e le indubbie sofferenze patite dai parenti, prescinde già, in sè, dalla convivenza;
la mancanza di quest'ultima, quindi, non può rilevare al fine di escludere o limitare il pregiudizio, bensì al solo fine di ridurre il risarcimento rispetto a quello spettante secondo gli ordinari criteri di liquidazione, tenuto conto di ogni ulteriore elemento utile e così, ad esempio, della consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, delle abitudini di vita, dell'età della vittima, di quella dei singoli superstiti, ecc. (v. Cass. 21 agosto 2018, n. 20844);
anche la semplice lontananza non è una circostanza di per sè idonea a far presumere l'indifferenza dei familiari - madre, padre, fratelli - alla morte del congiunto - figlio, fratello - trattandosi di elemento neutro, in quanto interpretabile anche quale rafforzativo dei vincoli affettivi, a misura che la mancanza della persona cara acuisce il desiderio di vederla (v. in tal sento la citata Cass. n. 3767/2018);
2.9. ne consegue che, nel presente giudizio, non spettava ai ricorrenti (madre e fratelli della vittima) provare di avere sofferto per la morte del rispettivo figlio e fratello, ma sarebbe stato onere dei convenuti provare a mezzo di precise e concordanti circostanze, che, nonostante il rapporto di parentela, la morte di C.N. lasciò indifferente la madre ed i fratelli della vittima;
2.10. la Corte d'appello ha dunque effettivamente violato non solo l'art. 2697 c.c. ma anche l'art. 2729 c.c., perchè ha negato rilievo ad un fatto di per sè sufficiente a dimostrare l'esistenza del danno (il rapporto di filiazione e di fratellanza) al contempo attribuendo alla mancanza di convivenza ed alla lontananza la valenza di elementi idonei a superare tale presunzione;
2.11. le considerazioni che precedono non collidono con la giurisprudenza menzionata nella requisitoria del PG (Cass. n. 21060/16 e Cass. n. 10527/11), che aveva ad oggetto casi in cui era stato negato, in aggiunta al risarcimento per danno morale sofferto per la perdita in sè del congiunto, un risarcimento ulteriore in rapporto alla pura e semplice asserita alterazione delle abitudini di vita (e ciò per constatato difetto di idonea allegazione e prova); nella vicenda in esame, invece, i ricorrenti non hanno chiesto nuove, diverse e autonome poste di danno, ma hanno pur sempre chiesto il risarcimento del danno non patrimoniale, nel cui ambito il riferimento al dato (se allegato e provato) della convivenza o dei perduranti contatti (epistolari o in altra forma) con la persona deceduta può fungere da mero concorrente - ma non esclusivo - indice di ponderazione dell'entità della sofferenza complessivamente risarcibile;

References: sentenza 
 Cass. Sez. 
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 Cass. 
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 Cass. 
 art. 2727
 Cass. 
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