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Timestamp: 2019-09-21 04:32:03+00:00

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Patto di prova - Pubblico impiego - Rassegna di diritto del lavoro
Patto di prova – Pubblico impiego
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Cass. n. 20916/2019
Le assunzioni nell’ambito del pubblico impiego privatizzato, anche se precedute da un contratto di lavoro a termine per il quale sia stata superata la prova, sono – ex lege – assoggettate all’esito positivo di un periodo di prova, in forza di quanto previsto dall’art. 70, comma 13, del d.lgs. n. 165 del 2001 e dall’art. 28 del d.P.R. n. 487 del 1994, non trovando applicazione l’art. 2096 cod. civ.; l’autonomia contrattuale è abilitata esclusivamente alla determinazione della durata del periodo di prova, nei limiti di quanto previsto dalla contrattazione collettiva ex art. 2, comma 3, del d.lgs. n. 165 del 2001 (Cass. n. 26679 del 2018, 21376 del 2018, n. 21586 del 2008).
Il patto di prova mira ad accertare non solo la capacità tecnica ma anche la personalità del lavoratore e. in genere, l’idoneità dello stesso ad adempiere gli obblighi di fedeltà, diligenza e correttezza (v. Cass., n. 26679 del 2018, e giurisprudenza nella stessa richiamata).
L’esercizio del potere di recesso deve essere coerente con la causa del patto di prova che va individuata nella tutela dell’interesse comune alle due parti del rapporto di lavoro, in quanto diretto ad attuare un esperimento mediante il quale sia il datore di lavoro che il lavoratore possono verificare la reciproca convenienza del contratto, accertando il primo le capacità del lavoratore e quesf ultimo, a sua volta, valutando l’entità della prestazione richiestagli e le condizioni di svolgimento del rapporto.
Pertanto non è configurabile un esito negativo della prova ed un valido recesso qualora le modalità dell’esperimento non risultino adeguate ad accertare la capacità lavorativa del prestatore in prova.
Accade ciò, ad esempio, nel caso di esiguità del periodo in cui il lavoratore è sottoposto alla prova, o allorquando il prestatore espleti mansioni diverse da quelle per le quali era pattuita la prova.
Cass. n. 6334/2019
La stabile immissione nei ruoli del personale scolastico presuppone la valutazione positiva espressa all’esito dell’esperimento, in difetto della quale il rapporto può essere risolto ai sensi dell’art. 496 del richiamato d.lgs. n. 297/1994.
Il giudizio discrezionale che il datore di lavoro pubblico esprime, una volta decorso il periodo di prova, non è sindacabile nel merito né è necessario provarne in giudizio le giustificazioni, poiché l’illegittimità del recesso è predicabile solo qualora il potere venga esercitato per finalità diverse da quelle che la prova tende ad assicurare o senza il necessario rispetto delle regole formali e procedimentali imposte dalla legge e dalla contrattazione collettiva.
Cass. n. 32877/2018
Tutte le assunzioni alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche sono assoggettate all’esito positivo di un periodo di prova, e ciò avviene ex lege e non per effetto di patto inserito nel contratto di lavoro dall’autonomia contrattuale» (Cass. n. 21586/2008 e negli stessi termini Cass. n. 17970/2010; Cass. n. 655/2015; Cass. n. 9296/2017; Cass. n. 21376/2018).
Ne discende che dall’eventuale carenza del regolamento contrattuale, quanto alla prova ed alle mansioni in relazione alle quali la stessa dovrà svolgersi, non possono derivare le conseguenze che nel lavoro privato si ricollegano alla nullità del patto e che presuppongono il carattere facoltativo dello stesso.
Nell’impiego pubblico contrattualizzato dalla doverosità dell’assunzione in prova deriva che il regolamento contrattuale viene ad essere necessariamente integrato ex art. 1339 cod. civ.
Dalla disciplina dettata dal legislatore e dalle parti collettive, sicché ciò che rileva ai fini della legittimità del recesso è solo che la valutazione sull’esito dell’esperimento venga espressa dopo un adeguato periodo di assegnazione a mansioni proprie della categoria o del profilo professionale di assunzione, sia motivata e sia coerente con le finalità della prova.
Al riguardo va precisato che nel rapporto privato l’esigenza della specificazione si giustifica, oltre che in ragione della non obbligatorietà del patto, perché il prestatore deve essere posto in condizione di conoscere le mansioni alle quali verrà assegnato e sulle quali si svolgerà l’esperimento.
Nell’impiego pubblico contrattualizzato la sottoscrizione del contratto presuppone l’espletamento di una procedura concorsuale bandita in relazione ad uno specifico profilo professionale che, a sua volta, trova compiuta definizione nella contrattazione collettiva, dalla quale il datore di lavoro pubblico non può discostarsi, sicché quelle esigenze alle quali sopra si è fatto riferimento sono già assicurate dalle regole che necessariamente governano l’instaurazione e la gestione del rapporto.
Cass. n. 31091/2018
Non essendo in discussione nella fattispecie in esame la validità della clausola appositiva del patto di prova e non potendo omologarsi la disciplina del recesso per mancato superamento della prova alla giustificazione del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo (Cass. 26679/2018, 23061/2017, 143/2008), deve escludersi che alla inefficacia dell’atto di recesso adottato da organo incompetente consegua la ricostituzione del rapporto, ovvero la sua conversione- trasformazione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
Va al riguardo richiamato il consolidato orientamento giurisprudenziale di questa Corte secondo cui l’art. 2096 c.c. ed i principi elaborati dalla giurisprudenza sulla base di detta norma, non sono, infatti, applicabili allo “speciale” rapporto di pubblico impiego alle dipendenze di pubbliche amministrazioni, risultando l’istituto della prova regolato da diverse, specifiche norme secondo la salvezza formulata dal d.lgs. n. 165 del 2001, art. 2, rapporto in relazione al quale, per effetto del rinvio contenuto nell’art. 70, comma 13, del d. Igs. n. 165/2001, la disciplina dell’assunzione in prova è dettata dall’art. 28 del d.P.R. n. 487/1994 e dalla contrattazione collettiva (Corte costituzionale sentenze nn. 313/96, 309/97, 89/2003, 199/2003; Cass.nn. 26679/2018, 22396/2018, 21376/2018, 9296/2017, 17970/2010, 17970/2010, che nella specie è intervenuta a disciplinare la materia con l’ art. 15 del CCNL 10.4.1996 per la dirigenza degli enti locali (applicabile al caso di specie).
L’obbligo di motivare il recesso, imposto dalle parti collettive alle amministrazioni, non esclude né attenua la discrezionalità dell’ente nella valutazione dell’esperimento, non incide sulla ripartizione degli oneri probatori, né porta ad omologare il recesso per mancato superamento della prova al licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, essendo finalizzato solo a consentire la verificabilità giudiziale della coerenza delle ragioni del recesso rispetto, da un lato, alla finalità della prova e, dall’altro, all’effettivo andamento della prova stessa», fermo restando che grava sul lavoratore l’onere di dimostrare il perseguimento di finalità discriminatorie o altrimenti illecite o la contraddizione tra recesso e funzione dell’esperimento medesimo (Cass. nn. 26679/2018,23061/2017, 21586/2008, 19558/2006).
Cass. n. 26679/2014
La giurisprudenza di questa Corte si è orientata nel ritenere che i principi elaborati in materia di patto di prova e relativa risoluzione siano applicabili anche nell’ambito dei rapporti di lavoro “privatizzati” alle dipendenze di una pubblica amministrazione (come di recente ribadito da Cass. n. 9296 del 2017, conf. a Cass. n. 655 del 2015).
Ferma l’applicabilità anche alla P.A del principio secondo il quale il recesso del datore di lavoro per esito negativo della prova ha natura discrezionale e dispensa dall’onere di provarne la giustificazione, al rapporto di lavoro privatizzato non si estende l’obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi previsto dall’art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241, trattandosi di atto gestionale del rapporto di lavoro adottato con le capacità e i poteri del privato datore di lavoro (Cass. n. 16224 del 2013).
Invero l’obbligo di motivazione del recesso dal patto di prova può anche esprimersi in modo sintetico, in ragione della natura discrezionale del potere conferito al datore di lavoro, né tanto meno grava questi dell’onere di provare il mancato superamento della prova.
Cass. n. 21376/2018
In materia di rapporti di lavoro pubblico nel settore sanitario, disciplinati a seguito della privatizzazione dalla contrattazione collettiva nazionale, anche in deroga a previsioni di legge o regolamento, la previsione del C.C.N.L del comparto sanità del 1.9.1995, secondo cui il dipendente assunto a tempo indeterminato è soggetto ad un periodo di prova, consente l’esecuzione della prova anche nel caso di assunzione di un lavoratore che in precedenza ha stipulato un contratto a termine, ancorché abbia superato la relativa prova, avendo le parti, in conformità alla disposizione contenuta nell’art. 70 c. 13 del D. Lgs. n. 165 del 2001, ritenuto funzionale all’interesse pubblico l’espletamento della prova in vista della costituzione di un rapporto a tempo indeterminato (Cass. 8934/2015, 24409/2008).
Va anche osservato che l’art. 2096 c.c. ed i principi elaborati dalla giurisprudenza sulla base di detta norma, non sono applicabili allo “speciale” rapporto di pubblico impiego alle dipendenze di pubbliche amministrazioni (Corte costituzionale sentenze nn. 313/96, 309/97, 89/2003, 199/2003; Cass. 9296/2017, 17970/2010) risultando l’istituto della prova regolato da diverse, specifiche norme secondo la salvezza formulata dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 2, comma 2.
Come già affermato da questa Corte nella sentenza n. 9296/2017, quest’ultima legge, all’art. 70 comma 13, dispone, infatti, che “in materia di reclutamento, le pubbliche amministrazioni applicano la 4 RG 3611/2014 disciplina prevista dal D.P.R. 9 maggio 1994, n. 487, e successive modificazioni ed integrazioni, per le parti non incompatibili con quanto previsto dagli artt. 35 e 36, salvo che la materia venga regolata, in coerenza con i principi ivi previsti, nell’ambito dei rispettivi ordinamenti”.
E l’art. 17 della richiamata fonte normativa (Assunzioni in servizio), al comma 1, prevede che i candidati dichiarati vincitori sono assunti in prova nel profilo professionale di qualifica o categoria per il quale risultano vincitori, la durata del periodo di prova è differenziata in ragione della complessità delle prestazioni professionali richieste e sarà definita in sede di contrattazione collettiva, i provvedimenti di nomina in prova sono immediatamente esecutivi.
La regola è poi ripetuta dall’art. 28, comma 1, con riguardo alle assunzioni degli avviati al lavoro dagli uffici di collocamento: Le amministrazioni e gli enti interessati procedono a nominare in prova e ad immettere in servizio i lavoratori utilmente selezionati, anche singolarmente o per scaglioni, nel rispetto dell’ordine di avviamento e di graduatoria integrata.
Il richiamato quadro normativo rende evidente che tutte le assunzioni alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche sono assoggettate all’esito positivo di un periodo di prova, e ciò avviene ex lege e non per effetto di patto inserito nel contratto di lavoro dall’autonomia contrattuale e che l’autonomia contrattuale è abilitata esclusivamente alla determinazione della durata del periodo di prova, ma tale abilitazione è data dalle norme esclusivamente alla contrattazione collettiva, restando escluso che il contratto individuale possa discostarsene (D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 2, comma 3).

References: Cass. 
 art. 2

Cass. 

Cass. 
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1339

Cass. 
 art. 2
 art. 15

Cass. 
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Cass. 
 Cass. 
 art. 2
 sentenza 
 art. 2