Source: http://www.insic.it/Giurisprudenza/78955/8
Timestamp: 2018-03-19 20:29:49+00:00

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Il trattamento conforme alla normale pratica industriale in caso d...
"La giurisprudenza di legittimità è ferma nel ritenere che il c.d. "fresato d'asfalto" costituisca in genere un rifiuto, sebbene non escludendosi, astrattamente, che ricorrendone tutti i requisiti, possa essere qualificato come sottoprodotto.
Nel merito era accaduto che il fresato derivante dalle operazioni di scarificazione della vecchia pista aeroportuale era reimpiegato quale componente del manto di copertura della nuova pista, dopo essere stato sottoposto a trattamento "a caldo" presso un impianto di produzione di conglomerati bituminosi.
La Cassazione conferma la natura di rifiuto, difettando parecchi requisiti per essere qualificato come sottoprodotto. L'art. 184 bis del D.Lgs. n. 152/2006, in particolare, tra i requisiti per qualificare una sostanza come sottoprodotto, richiede che essa sia utilizzata "direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale".
Nel caso di specie, ai fini del suo riutilizzo, il fresato non veniva impiegato "tal quale" ma era sottoposto ad una lavorazione a caldo che, attraverso la miscelazione con altre componenti vergini, dava luogo a un materiale del tutto diverso da quello originario.
Questo trattamento è conforme o no alla normale pratica industriale? Per «trattamento», anzitutto, si intende ogni operazione che comporta un mutamento strutturale delle componenti chimico-fisiche della sostanza trattata, comprese quelle "minimali", quali la cernita, la vagliatura, la frantumazione o la macinazione, poiché in ogni caso determinano una modificazione dell'originaria consistenza (Cass. pen. n. 17453/2012).
Orbene, il trattamento è conforme alla normale pratica industriale quando non è diverso da quello che l'impresa normalmente effettua sulla materia prima che il sottoprodotto va a sostituire.
L'art. 6 del D.M. 264/2016 è conforme a questa interpretazione. Per la disposizione, infatti, non è normale pratica industriale quel trattamento effettuato "per rendere le caratteristiche ambientali della sostanza o dell'oggetto idonee a soddisfare, per l'utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti", comprese dunque le operazioni cd. minimali, salvo che non costituiscano parte integrante del ciclo dove il residuo è prodotto. In quest'ultimo caso, viene garantito che il successivo utilizzo del sottoprodotto avvenga "tal quale".
Nel caso di specie, il trattamento non era eseguito durante il processo produttivo di scarifica, ma presso un impianto terzo, eccedendo così dalla normale pratica industriale."
V.M., nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);
M.I., nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);
avverso la sentenza del 19/10/2016 della Corte di appello di Cagliari;
udito il Procuratore Generale in persona del Dott. BIRRITTERI Luigi che ha concluso per l'inammissibilità del ricorso;
udito per il ricorrente ( M.) l'avvocato MANCA BITTI Guido che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.
1. V.M. e M.I. ricorrono per cassazione impugnando la sentenza indicata in epigrafe con la quale la Corte di appello di Cagliari ha confermato, per quanto qui interessa, la sentenza del tribunale dello stesso capoluogo, che aveva condannato i ricorrenti alla pena, di anni uno di reclusione ciascuno, condizionalmente sospesa per il solo M..
I ricorrenti erano accusati del reato previsto dagli artt. 81 cpv., 110 c.p. e D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 260, comma 1, poichè, in concorso tra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, il primo in qualità di amministratore unico dal 16 giugno 1989 al 28 ottobre 2009 della Sarcobit S.r.l., il secondo in qualità di direttore tecnico e, dal 12 settembre 2003 al 29 agosto 2008, procuratore speciale della Società Consortile Elams Scarl, costituita dalle società Sarcobit e Pavimental, e amministratore di fatto della Sarcobit S.r.l., al fine di conseguire un ingiusto profitto (per le suddette società dato dal mancato accollo dei costi per il regolare smaltimento dei rifiuti) effettuavano, tramite mezzi e attività continuative ed organizzate, il trasporto di rifiuti da vari cantieri riconducibili alle società Sarcobit (per un ammontare pari ad almeno 17.500 metri cubi) e li stoccavano presso l'arca di proprietà della Sarcobit S.r.l. situata in (OMISSIS), località (OMISSIS), ove venivano rinvenuti e sottoposti a sequestro dai Carabinieri del N.O.E., in data 23 marzo 2009, circa 100.000 metri cubi di rifiuti speciali costituiti da miscele bituminose derivanti dalla fresatura di manti stradali provenienti dai cantieri della (OMISSIS) e dell'Aeroporto di (OMISSIS).
Commessi in (OMISSIS) dal (OMISSIS) (data del sequestro).
2. Per l'annullamento dell'impugnata sentenza i ricorrenti, con separati ricorsi e per il tramite dei rispettivi difensori, sollevano i seguenti motivi di impugnazione, qui enunciati, ai sensi dell'art. 173 disp. att. c.p.p., nei limiti strettamente necessari per la motivazione.
2.1. V.M. affida il ricorso ad un unico complesso motivo con il quale denuncia l'inosservanza o l'erronea applicazione della legge penale e di altre norme giuridiche, di cui si deve tenere conto nella applicazione della legge penale, in relazione all'art. 2 c.p. ed al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 184-bis (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b)).
Premette che la sentenza impugnata ha preso in considerazione il testo della normativa vigente "all'epoca dei fatti" (pag. 11 sentenza), conducendo l'analisi alla luce della normativa allora vigente e negando qualsiasi rilevanza alle modifiche successivamente introdotte, sul presupposto che vi fosse una sostanziale continuità normativa tra le normative succedutesi nel tempo.
Sostiene il ricorrente che una simile interpretazione, sostanzialmente abrogativa delle modifiche successivamente introdotte, non può essere in alcun modo condivisa sul piano giuridico nè su quello logico, perchè non risponde al contenuto delle norme considerate e soprattutto risulta gravemente elusiva della disposizione di cui all'art. 2 c.p..
Dopo aver sinteticamente esaminato le differenze tra le normative succedutesi nel corso del tempo, il ricorrente conclude che, per tutte le ragioni esposte, illegittimamente e ingiustamente la sentenza impugnata ha omesso di applicare il disposto dell'art. 2 c.p. in materia di successione di norme, posto che l'applicazione della normativa vigente si risolve de plano nella sicura qualificazione del fresato quale sottoprodotto, con la conseguenza che l'insussistenza della qualità di rifiuto del fresato, comporta, necessariamente, il venir meno degli ulteriori fatti di presunto trasporto e traffico di rifiuti.
In particolare il ricorrente sottolinea come le modifiche introdotte nel 2010, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, fossero da ritenere assai significative e certamente più favorevoli in relazione al caso di specie, anche perchè rendono chiari taluni elementi che avevano - dato origine a interpretazioni inutilmente restrittive, che spesso finivano per risolversi, paradossalmente, nella frustrazione dell'intento del legislatore (anche e soprattutto a livello di Unione Europea) che mirava a valorizzare i sottoprodotti all'importantissimo fine di ridurre la produzione e la circolazione di rifiuti.
Rispetto alla nozione di sottoprodotto, come cristallizzata dalla normativa precedente, lo ius superveniens avrebbe, quanto ai requisiti di cui al n. 1 (origine, produzione) e al n. 3 (compatibilità ambientale) del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 183, non sarebbero registrabili sostanziali novità, mentre nel caso degli altri requisiti, come quello originariamente previsto dal D.Lgs. del 2008, art. 183, n. 2), la lett. b) dell'art. 184-bis introdotto con D.Lgs. 250 del 2010 ha previsto che il sottoprodotto può essere utilizzato nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione da parte del produttore o di terzi. Specificazione assai rilevante, considerato che la vecchia formulazione era interpretabile in senso restrittivo, nel senso che richiedesse l'integrale riutilizzo del sottoprodotto direttamente nel corso del medesimo processo di produzione e da parte dello stesso produttore.
Il requisito originariamente previsto dal D.Lgs. del 2008, art. 183, n. 4) è risultato pure modificato in maniera significativa nella lett. c) prevedendo che la sostanza può essere utilizzata direttamente senza alcun trattamento diverso dalla normale pratica industriale e non richiama più processi ("trattamenti preventivi, trasformazioni preliminari") inopportunamente assimilabili a quelli previsti per i rifiuti ovvero interpretabile come escludente in toto qualsiasi tipo di trattamento.
- la "certezza dell'utilizzo" non sarebbe più vincolata o fatta risalire cronologicamente al momento della formazione del materiale, come pretendeva l'art. 183, comma 1, lett. p) al n. 2.
Inoltre, in forza dell'art. 5 della direttiva 98/2008 CE, trasposto nell'art. 184-bis, non sarebbe più richiesto che il sottoprodotto:
- sia sottoposto ai trattamenti consentiti in via esclusiva da parte dello stesso produttore, potendo tali trattamenti essere applicati da terzi, anche non utilizzatori finali (purchè ovviamente non si configurino come "trattamenti di recupero", ai sensi dell'art. 183, comma 1, lett. h).
2.2. M.I. affida il ricorso a quattro motivi.
2.2.1. Con il primo motivo deduce l'omessa motivazione in ordine a specifici motivi di gravame (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), in relazione all'art. 125 c.p.p., comma 3).
In particolare, con l'atto di impugnazione era stata lamentata la mancanza di prova in ordine alla sussistenza dei requisiti del reato di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 260. Si era, in particolare, escluso che nell'area di proprietà della Sarcobit in (OMISSIS) (località (OMISSIS)) si fosse verificato un trasporto e uno stoccaggio illegittimi di "rifiuti speciali costituiti da miscele bituminose derivanti dalla fresatura di manti stradali provenienti dai cantieri della (OMISSIS) e dell'Aeroporto di (OMISSIS)".
Ancor più precisamente, con il terzo ed il quarto motivo di appello si contestava l'affermazione del Tribunale, secondo cui il trasporto di fresato dai cantieri delle (OMISSIS) sarebbe stato dimostrato, non essendo, al contrario, stata eseguita alcuna attività di accertamento in ordine alla provenienza del materiale rinvenuto in (OMISSIS) e, conseguentemente, alla sussistenza di uno stoccaggio illecito di materiale, posto che l'area in parola era di pertinenza della società CONMOTER, autorizzata alla "messa in riserva di rifiuti per sottoporli ad operazioni di recupero", circostanza che rendeva certamente lecita e, anzi, fisiologica la presenza dei materiali rinvenuti.
2.2.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la mancanza e la manifesta contraddittorietà della motivazione in ordine alla sussistenza dei presupposti del reato di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 260. (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e)).
Afferma che l'accertamento della sussistenza del reato di cui all'art. 260 presuppone un'attenta indagine in merito alle modalità del trasporto dei materiali contestati da parte delle imprese che dall'aeroporto di (OMISSIS) li portavano nell'impianto di (OMISSIS), nonchè sull'autorizzazione della CONMOTER e, comunque, sul sistema di lavorazione, al fine di verificare l'abusività delle condotte contestate e la relativa modalità di gestione, dovendosi distinguere il delitto in parola dalla contravvenzione di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256.
Nel caso di specie tale accertamento è stato erroneamente dato per scontato dai giudici del merito, non potendo lo stesso essere desunto dall'irregolare tenuta dei registri, come affermato dal Tribunale, nè, tantomeno, dall'interpretazione delle scelte difensive, come sostenuto dalla Corte d'Appello che così (non) argomentando ha eluso specifici motivi di gravame proposti con l'impugnazione.
Non solo. La sentenza, sul punto, presenterebbe profili di manifesta contraddittorietà con quanto affermato in altra parte della motivazione laddove, a parere del Tribunale e della Corte d'Appello, al gestore di fatto dell'impianto di (OMISSIS) è ascrivibile il reato di cui all'art. 256. Se così è, ne consegue che la gestione e lo stoccaggio dell'impianto in parola non sono stati caratterizzati dall'allestimento di mezzi e da attività continuative organizzate, nè da alcuno degli altri elementi che distinguono tale fattispecie dal delitto di cui all'art. 260 T.U.A., sicchè non si comprende come quest'ultimo reato possa essere stato, invece, ritenuto sussistente in capo al M., tanto per la condotta di stoccaggio contemplata dal capo a) - mediante la quale, anche ponendosi nella prospettiva dei giudici di merito, avrebbe concorso con l' U. - quanto per le attività di trasporto, in quanto, come osservato nel primo motivo di ricorso, le stesse sono oggetto della contestazione di cui al capo c).
2.3.3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce la mancanza di motivazione in ordine alla sussistenza dell'elemento psicologico del reato di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 260, poichè fondata la configurabilità di detto elemento su mere affermazioni di principio, come tali astratte e, dunque, scollegate dalla realtà dei fatti contestati.
Osserva a tal proposito che, alla luce delle prove documentali, le sentenze non offrono alcuna spiegazione sull'ingiusto profitto, in concreto, asseritamente perseguito dall'imputato, tanto più che non si comprende perchè gli imputati avrebbero allestito un'attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti - con tutte le conseguenze e i rischi in termini di sanzioni penali e amministrative - per favorire la stazione appaltante e farle sostenere costi inferiori di smaltimento, senza che ciò potesse comportare alcun ritorno economico per le imprese appaltatrici. Ricorda che la riconducibilità del materiale risultante dalla scarificazione delle piste nella categoria dei sottoprodotti è stata affermata sia dal concessionario pubblico-appaltante, peraltro sulla base della relazione redatta da un esperto all'uopo incaricato, sia dall'Enac, che approvando la proposta di variante ha, evidentemente, fatto proprie le considerazioni contenute nel documento.
Orbene, tale circostanza fa emergere ancor più chiaramente la mera apparenza di motivazione delle sentenze di merito in ordine alla sussistenza dell'elemento psicologico del reato contestato poichè, da un lato, rimane indimostrata e generica la finalità di profitto ingiusto perseguita dalle imprese appaltatrici - considerato che anche la perizia di variante conferma che gli oneri di smaltimento erano a carico della Sogaer - e, dall'altro, dimostra che il M. sarebbe, al più, incorso in un errore in buona fede nell'interpretazione della normativa ambientale in tema di sottoprodotti, ma tale aspetto non è stato neppure ipotizzato, pur a fronte del fatto, desumibile dalla prova documentale, che soggetti pubblici altamente qualificati erano incorsi nel medesimo errore.
2.2.4. Con il quarto motivo il ricorrente si duole della erronea applicazione della legge penale e della manifesta contraddittorietà della motivazione in merito al momento di consumazione del reato contestato al M. (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e)).
Ebbene, considerata tale premessa, il momento in cui è venuta meno la permanenza della asserita condotta illecita deve essere fatto retroagire, quantomeno, all'invio di tale documento e, comunque, non oltre il 17 dicembre 2008, data di approvazione della perizia da parte dell'Enac. Per le condotte realizzate successivamente, invero, deve escludersi la punibilità del M., ai sensi dell'art. 47 c.p., comma 3, in quanto la qualificazione dei materiali risultanti dai lavori di scarificazione operata dai predetti soggetti pubblici ha evidentemente determinato nell'imputato un errore sul fatto che costituisce il reato, convincendolo, stante la provenienza degli atti in parola, che il materiale costituisse sottoprodotto, come tale sottratto alla disciplina dei rifiuti.
2. Il primo motivo del ricorso V. ed i primi tre motivi del ricorso M., essendo tra loro strettamente collegati, vanno trattati congiuntamente.
3. Con accertamento di fatto, adeguatamente motivato e privo di vizi di manifesta illogicità, sicchè insuscettibile di essere sottoposto al sindacato di legittimità, i Giudici del merito, con doppia conforme motivazione, hanno precisato che, a seguito del sopralluogo compiuto dai Carabinieri del N.O.E., venne accertato che durante il periodo compreso tra il (OMISSIS), in (OMISSIS), località "(OMISSIS)" era stata trasportata e conferita una ingente quantità di conglomerato bituminoso (altrimenti detto "fresato d'asfalto") derivante dalle attività di rifacimento della pista aerea dell'aeroporto di (OMISSIS). Il terreno suindicato risultò di proprietà della Sar.Co.Bit. S.r.l. e pertinenza di un impianto della società collegata Con.Mo.Ter. S.r.l. specializzata nella produzione di conglomerati bituminosi.
I Giudici del merito hanno ritenuto provata un'attività di trasporto continua e accuratamente pianificata di detto materiale, eseguita con mezzi pesanti che dall'aeroporto di (OMISSIS) giungevano poi all'impianto di (OMISSIS), desumendo ciò dal rinvenimento di numerosi "report" acquisiti dai Carabinieri tramite il curatore del fallimento della Con.Mo.Ter. S.r.l..
I report in questione vennero infatti annotati, in via del tutto informale, dai dipendenti impegnati nelle attività di trasporto al fine di assicurare una documentazione seppur minima dei conferimenti di conglomerato bituminoso operati dalla Sar.Co.Bit. S.r.l. verso la Con.Mo.Ter. S.r.l..
L'attività continuativa di trasporto e di conferimento delle miscele presso l'agro di (OMISSIS) venne comunque anche confermata dalle dichiarazioni rese dal teste U.C., dichiarazioni ulteriormente corroborate da quelle rese da altro testimone ( D.A.D.).
Lo stesso imputato, M.I., aveva confermato che vi fu un trasporto continuo di miscela bituminosa dall'aeroporto di (OMISSIS) verso l'impianto di (OMISSIS).
Sulla base di ciò e di ulteriori risultanze, i Giudici del merito hanno ritenuto che il conglomerato conferito presso l'impianto di (OMISSIS), nel periodo compreso tra l'(OMISSIS), avesse natura di rifiuto essendo destinato per contratto all'abbandono ed essendo stato, per la maggior parte, derelitto; hanno inoltre ritenuto che le attività di trasporto e di conferimento nella località suindicata incrementarono una discarica già esistente su quel sito, formata anche da batterie esauste e da pneumatici fuori uso, nonchè da altre migliaia di metri cubi di sostanza analoga.
Tali circostanze comprovavano anche il perseguimento di un ingiusto profitto da parte delle società Sar.Co.Bit. e Con.Mo.Ter. avendo dette società organizzato il trasporto del conglomerato bituminoso, proveniente dal rifacimento della pista aerea dell'aeroporto di (OMISSIS), avendone disposto il conferimento presso l'impianto di (OMISSIS), in vista di un successivo riutilizzo nel ciclo produttivo, ed ottenendo anche un notevole risparmio sui costi che avrebbero dovuto altrimenti sostenere qualora la gestione del materiale fosse avvenuta nel pieno rispetto della normativa di settore.
4. Ciò posto, la prima questione da esaminare è, nell'ordine logico, se il materiale trasportato nell'impianto di (OMISSIS) vada qualificato come sottoprodotto, secondo la tesi esposta dai ricorrenti, o come rifiuto, secondo il convergente approdo cui sono giunti i Giudici del merito.
In particolare la difesa aveva sostenuto che il trasporto presso la località "(OMISSIS)" avvenne al solo fine di assicurane il trattamento nell'impianto della Con.Mo.Ter. in vista di un successivo reimpiego nel ciclo di rifacimento della pista aerea di (OMISSIS), secondo quanto disposto dal contratto d'appalto.
Per contro, ha ritenuto certa sin dall'origine la sua destinazione in discarica, pervenendo alla conclusione di ritenere pienamente integrato il reato di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 260 sotto il profilo oggettivo e soggettivo.
La Corte distrettuale ha stimato l'assunto erroneo sia perchè non ha ritenuto vero che il fresato dovesse essere per intero riutilizzato; sia perchè l'accezione di sottoprodotto impiegata è stata ritenuta non corrispondente alla rigorosa definizione che la legge dà dei materiali qualificabili come sottoprodotti.
Dopo aver riportato la definizione normativa di sottoprodotto vigente al momento dei fatti e introdotta dal D.Lgs. n. 4 del 2008, art. 2, comma 20, che sostituì per intero il testo del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 183 concernente le definizioni normative e dopo aver riportato anche la definizione di sottoprodotto data dal successivo D.Lgs. n. 205 del 2010, che ha nuovamente riformulato il citato art. 183 e, con specifico riferimento ai sottoprodotti, ha introdotto nel D.Lgs. n. 152 del 2006, l'art. 184-bis, la Corte del merito ha affermato come, con riferimento alla vicenda in esame, vi fosse una sostanziale continuità normativa tra la definizione dei sottoprodotti vigente all'epoca dei fatti e quella subentrata nel 2010.
A questo proposito, la Corte distrettuale ha posto in evidenza come, per stessa ammissione difensiva, il fresato non dovesse essere riutilizzato per intero perchè, come stabilito nel primo capitolato d'appalto e comprovato dalle dichiarazioni dell'ing. R.M., era previsto che il fresato derivante dalla scarificazione doveva essere riutilizzato per la nuova pista nella misura del 55%; pertanto, il restante 45% non sarebbe stato riutilizzato e perciò costituiva a tutti gli effetti un rifiuto.
Alla luce di ciò, è apparso irrilevante che, con la perizia di variante approvata soltanto il 17.12.2008 (cioè quando i lavori andavano avanti ormai da:
- tempo e un gran numero di trasporti di fresato a (OMISSIS) erano stati eseguiti), si era stabilito, quale compensazione per la riduzione al 20% del fresato da riutilizzare nella nuova pista, l'impiego del restante fresato per la realizzazione delle "strips" (fasce laterali rispetto alla pista in senso stretto) mischiandolo e costipandolo con altro materiale inerte: la variante non poteva evidentemente mutare, a posteriori, le caratteristiche del materiale già abbandonato e costituente a tutti gli effetti rifiuto, anche nell'ipotesi che esso fosse stato poi effettivamente impiegato per il nuovo uso deciso soltanto a fine 2008.
La Corte territoriale ha precisato come il concetto fosse stato espresso efficacemente anche dalla consulente, dr.ssa F.S., la quale aveva chiarito che "colui che deve e vuole riutilizzare come sottoprodotto lo deve dichiarare immediatamente e deve poi fare che ci sia assoluta certezza, ma in fase iniziale, non a metà strada o a fine lavoro" (ud. 20.6.2013, pag. 29).
Al riguardo, è stato ritenuto decisivo che il fresato fosse trasferito proprio a (OMISSIS), presso la Con.Mo.Ter., che gestiva un impianto di produzione di conglomerati bituminosi.
Ciò, di per sè, è stato considerato come indicativo della necessità di sottoporre il fresato da riutilizzare a un processo di trasformazione, rientrando in una nozione di comune esperienza il fatto che il materiale grezzo, polveroso e sassoso, proveniente dalla scarificazione del precedente asfalto, non viene reimmesso "tal quale" a integrare il nuovo fondo ma è impiegato per realizzare, mediante appositi macchinari, un diverso materiale - evidentemente non polveroso, nè sassoso - con caratteristiche del tutto diverse di pastosità, elasticità e relativa morbidezza.
E, con specifico riferimento al caso in esame, la Corte di appello non ha mancato di sottolineare come il consulente, dr. A.A., avesse spiegato che il conglomerato bituminoso utilizzato per lo strato di base della pista principale - cioè proprio quello per il quale era previsto il reimpiego del fresato di cui si discute - era prodotto a caldo in un impianto esterno (ud. 20.6.2013, pag. 51).
Dal testo della sentenza impugnata, risulta che lo stesso concetto è stato espresso dal dr. A. nella sua relazione scritta, richiamata dall'appello M. a pag. 2-3, trovando ciò specifica conferma nelle leali dichiarazioni dell'ing. P.S., consulente tecnico della difesa, la quale, pur avendo sostenuto -evidentemente al fine di corroborare la tesi difensiva - che il fresato sarebbe stato riutilizzato "tal quale", poco dopo, in palese contraddizione, ha precisato che per realizzare il conglomerato bituminoso "il reimpiego è stato fatto a caldo, quindi l'hanno portato nell'impianto di (OMISSIS), l'hanno miscelato con un conglomerato vergine e poi hanno riportato tutta la miscela in aeroporto" (ud. 5.11.2013, pag. 29).
Nello spiegare le tecniche di miscelazione per il reimpiego del fresato, l'ing. P. ha anche sottolineato che, mentre la tecnica a freddo permette di riutilizzare il 100% del fresato, che viene reimpastato direttamente sul sito con una macchina apposita e mischiato con nuovo bitume, cemento e acqua polverizzata, la tecnica a caldo non permette di conoscere a priori la quantità utilizzabile perchè dipende da quanto bitume è rimasto aggregato agli inerti dopo la fresatura e soprattutto non si conosce l'esatta pezzatura dell'inerte dopo che viene fresato. In questa prospettiva, occorre tener conto delle prestazioni meccaniche che si vogliono ottenere e proprio in ragione di ciò, dopo i test del Politecnico di (OMISSIS), fu deciso di abbassare la percentuale di fresato presente nel conglomerato bituminoso destinato alla nuova pista (ud. 5.11.2013, pag. 3133).
Da ciò la Corte di appello ha tratto la logica convinzione che, ai fini del suo riutilizzo quale componente del nuovo conglomerato bituminoso, il fresato non veniva impiegato "tal quale" ma era sottoposto a una lavorazione a caldo che, attraverso la miscelazione con altre componenti vergini, dava luogo a un materiale del tutto diverso da quello originario. E ciò avveniva affinchè il prodotto risultante potesse soddisfare le specifiche caratteristiche merceologiche richieste per l'asfalto della nuova pista aeroportuale, caratteristiche che il fresato "tal quale" non aveva, con la conseguenza che è stato escluso in modo certo, persino sulla base di acquisizioni probatorie indicate dalla stessa difesa negli atti d'impugnazione, che il fresato d'asfalto costituisse un sottoprodotto in senso stretto, mentre costituiva a tutti gli effetti un rifiuto.
5. Le conclusioni, cui sono giunti i Giudici del merito, sono corrette ed immuni dai rilievi giuridici sollevati dai ricorrenti perchè, nella specie, il materiale raccolto non è qualificabile come sottoprodotto, nè alla stregua delle versione originaria contenuta nel D.Lgs. n. 152 del 2006, nè alla stregua della versione introdotta dal D.Lgs. n. 4 del 2008, ratione temporis vigente, e neppure alla stregua della nuova definizione dei sottoprodotti recata dal D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 184-bis, inserito dal D.Lgs. 3 dicembre 2010, n. 205, art. 12, con la sottolineatura che gli approdi interpretativi devono ritenersi confermati anche a seguito dell'entrata in vigore (in data 2 marzo 2017) del D.M. 13 ottobre 2016, n. 264 (G.U. 15 febbraio 2017 n. 38 - Regolamento recante criteri indicativi per agevolare la dimostrazione della sussistenza dei requisiti per la qualifica dei residui di produzione come sottoprodotti e non come rifiuti).
La nuova disposizione legislativa, introdotta dal D.Lgs. n. 205 del 2010 che è invocata dai ricorrenti per supportare la tesi che non si trattasse di rifiuto, richiede perchè si tratti di sottoprodotto, tra l'altro, da un lato, che la sostanza o l'oggetto potesse essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale (comma 1, lett. c), e, da un altro lato, che la sostanza o l'oggetto fosse originato da un processo di produzione, di cui costituisse parte integrante, e il cui scopo primario non fosse la produzione di tale sostanza od oggetto (comma 1, lett. a).
Sul punto, questa Sezione ha affermato che integra il reato previsto dal D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 256, comma 1, lett. a), il reimpiego di materiale inerte derivante dall'attività di scarifica del manto stradale nel processo produttivo di conglomerato bituminoso, non potendo lo scarificato essere qualificato come sottoprodotto ai sensi dell'art. 184 bis del citato D.Lgs. neppure all'esito della modifica introdotta dall'art. 12 del D.Lgs. 3 dicembre 2010, n. 205 (Sez. 3, n. 7374 del 19/01/2012, Aloisio, Rv. 252101).
E' pacifico, tant'è che gli stessi ricorrenti se ne fanno carico, che una sostanza, per essere qualificata come sottoprodotto, deve soddisfare cumulativamente tutti i requisiti di cui all'art. 184-bis TUA, con la conseguenza che, se anche uno solo dei requisiti non è soddisfatto, la sostanza non può rientrare nella nozione di sottoprodotto.
Ciò posto, occorre partire dalla premessa, aderente al dato normativo, che i materiali che residuano da lavori di demolizione o di costruzione, che hanno ad oggetto strade o opere simili (quale, come nel caso in esame, la nuova costruzione di una pista aeroportuale) devono farsi rientrare nel novero dei rifiuti, perchè l'art. 184, comma 1, lett. b) del T.U.A., definisce, ex positivo iure, rifiuti speciali quelli derivanti da attività di demolizione, costruzione, nonchè quelli che derivano dalle attività di scavo, fermo restando la possibilità di gestire gli stessi come sottoprodotti, ricorrendo le condizioni di cui all'art. 184-bis TUA. Ne consegue che il materiale derivante dalle attività incluse nella lista di cui all'art. 184, comma 3, lett. b) TUA costituiscono rifiuti per presunzione ex lege iuris tantum (circostanza, del resto, confermata per quanto attiene l'attività di scarifica del manto stradale mediante fresatura a freddo qualificata al punto 7.6.1 come rifiuto dall'allegato 1 al D.M. del 5 febbraio 1998 e dal Codice Europeo dei Rifiuti), così dovendosi interpretare l'inciso "fermo restando quanto disposto dall'art. 184-bis", nel senso cioè che la regola è che si verte in tema di rifiuti, pur non essendo esclusa (in via di eccezione) la possibilità che dette sostanze derivanti da quelle attività costituiscano, in presenza di tutte le condizioni previste dall'art. 184-bis, sottoprodotti.
In tale quadro, secondo il Collegio, vanno letti gli arresti cui è pervenuta, sul tema della natura dei residui da demolizione del manto stradale, la giurisprudenza amministrativa (Cons. Stato, Sez. 4^, n. 4978 del 06/10/2014; Cons. Stato, Sez. 4^, n. 4151 del 21/05/2013), la quale si è espressa nel senso di ritenere astrattamente possibile qualificare il fresato d'asfalto come sottoprodotto, in presenza (appunto) di tutte le condizioni prescritte dall'art. 184-bis, del T.U.A..
La giurisprudenza amministrativa ha osservato che il fresato d'asfalto, pur essendo contemplato dal Codice Europeo dei Rifiuti (CER), può essere trattato alla stregua di un sottoprodotto quando venga inserito in un ciclo produttivo e - venga utilizzato senza nessun trattamento in un impianto che ne preveda l'utilizzo nello stesso ciclo di produzione, senza operazioni di stoccaggio a tempo indefinito, precisando che resta comunque ferma la qualifica di "rifiuto" del fresato d'asfalto, con la conseguenza che, ai fini dello smaltimento, esso è soggetto a tutte le norme che valgono per la categoria dei rifiuti, mentre può essere qualificato sottoprodotto, anzichè rifiuto, se lo stesso è inserito in un ciclo produttivo, ossia se viene utilizzato senza nessun trattamento diverso dalla normale pratica industriale in un impianto che ne preveda l'impiego nello stesso ciclo di produzione, e precisamente per il reimpiego del materiale come componente del prodotto finale trattato nell'ambito dello stesso impianto (Cons. Stato, Sez. 4^, n. 4151 del 2013, cit.).
In realtà, il nucleo che, in questa delicata materia del diritto ambientale, sorregge tale consolidato orientamento, dovendo per ovvie ragioni l'analisi essere limitata alle pronunce intervenute dopo la novella del 2010, è tutto nel senso che, in taluni casi, la presunzione legale iuris tantum della qualifica di rifiuto non è vinta da chi eccepisce la natura di sottoprodotto della sostanza derivante dalle predette attività (da ultimo, Sez. 3, n. 37168 del 09/06/2016, Bindi, non mass.), laddove, trattandosi di invocare una condizione per l'applicabilità di un regime derogatorio a quello ordinario dei rifiuti, incombe sull'interessato l'onere di provare che tutti i requisiti, richiesti dall'art. 184-bis per attribuire alla sostanza la qualifica di sottoprodotto, siano stati osservati ("... fermo restando quanto disposto dall'art. 184-bis"), mentre al giudice compete la verifica se il materiale probatorio fornito dalla parte abbia assolto tale onere.
In questo senso è anche il D.M. 13 ottobre 2016, n. 264 che, all'art. 4, nel dettare le condizioni generali di applicabilità, esordisce affermando che, ai sensi del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 184-bis, i residui di produzione, cui all'art. 2, comma 1, lett. b), ossia "ogni materiale o sostanza che non è deliberatamente prodotto in un processo di produzione e che può essere o non essere un rifiuto") sono sottoprodotti e non rifiuti quando il produttore dimostra che, non essendo stati prodotti volontariamente e come obiettivo primario del ciclo produttivo, sono destinati ad essere utilizzati nello stesso o in un successivo processo, dal produttore medesimo o da parte di terzi e, a tal fine, in ogni fase della gestione del residuo, è necessario fornire la dimostrazione che sono soddisfatte tutte le condizioni di - cui all'art. 4, lett. a), b), c) e d) del decreto.
E' stato infatti osservato che solo la fase della produzione è quella in cui, a seconda del comportamento o delle intenzioni del produttore, si può stabilire se egli si disfi o abbia intenzione di disfarsi della sostanza, nel qual caso si è in presenza di un rifiuto ovvero intenda procedere ad un riutilizzo di essa all'interno del circuito produttivo, nel qual caso, ricorrendo tutte le altre condizioni, si è in presenza di un sottoprodotto e tale opzione deve emergere, senza soluzione di continuità, nel momento della produzione e non può subentrare dopo che la sostanza abbia assunto la natura di rifiuto, con la conseguenza che, dovendosi individuare nel momento della produzione quello in cui vanno verificate le condizioni perchè possa parlarsi di sottoprodotto, è evidente che ciò non può che avvenire prima del suo utilizzo e che quest'ultimo deve essere preventivamente individuato e programmato, a prescindere dall'espressa previsione normativa.
Pertanto, non potendo la certezza dell'utilizzo subentrare dopo che la sostanza aveva già assunto la natura di rifiuto, è apparso, a ragione, irrilevante che, con la perizia di variante approvata soltanto il 17 dicembre 2008 (cioè quando i lavori andavano avanti ormai da tempo e un gran numero di trasporti di fresato a (OMISSIS) erano stati eseguiti), si era stabilito, quale compensazione per la riduzione al 20% del fresato da riutilizzare nella nuova pista, l'impiego del restante fresato per la realizzazione delle "strips" (fasce laterali rispetto alla pista in senso stretto) mischiandolo e costipandolo con altro materiale inerte: la variante non poteva evidentemente mutare, a posteriori, le caratteristiche del materiale già abbandonato e costituente a tutti gli effetti rifiuto, anche nell'ipotesi che esso fosse stato poi effettivamente impiegato per il nuovo uso deciso successivamente.
5.3. A seguito del D.Lgs. n. 205 del 2010, l'art. 184-bis, comma 1, lett. c) prevede che "la sostanza o l'oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale".
In altri termini, ai fini del suo riutilizzo quale componente del nuovo conglomerato bituminoso, il fresato non veniva impiegato "tal quale" ma era sottoposto, nel caso di specie, a una lavorazione a caldo che, attraverso la miscelazione con altre componenti vergini, dava luogo a un materiale del tutto diverso da quello originario. E ciò avveniva affinchè il prodotto derivato potesse soddisfare le specifiche caratteristiche merceologiche richieste per l'asfalto della nuova pista aeroportuale, caratteristiche che il fresato "tal quale" non aveva.
Tale ultima nozione non può infatti ricomprendere, come ha chiarito la giurisprudenza di legittimità, quelle attività che comportano trasformazioni così radicali del materiale trattato tanto da stravolgerne l'originaria natura (Sez. 3, n. 17453 del 17/04/2012, Busè, in motiv.), al pari di quelle che si risolvono, come nel caso di specie, in una vera e propria attività di recupero di rifiuti.
Invero, dall'accertamento di merito contenuto nella sentenza impugnata, è risultato evidente che i materiali derivanti dalla scarificazione della vecchia pista aeroportuale non venivano utilizzati direttamente, poichè erano sottoposti ad una specifica procedura di "trattamento", la cui nozione è ricavabile dal D.Lgs. n. 36 del 2003, art. 2, comma 1, lett. h) "Attuazione della direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti" e si riferisce ai "processi fisici, termici, chimici o biologici, incluse le operazioni di cernita, che modificano le caratteristiche dei rifiuti, allo scopo di ridurne il volume o la natura pericolosa, di facilitarne il trasporto, di agevolare il recupero o di favorirne lo smaltimento in condizioni di sicurezza", con la conseguenza che tale attività comporta un mutamento strutturale delle componenti chimico-fisiche della sostanza trattata, sicchè, se tale è il "trattamento", anche operazioni di minor impatto sul residuo, definite "minimali", individuabili in operazioni quali la cernita, la vagliatura, la frantumazione o la macinazione, ne determinano una modificazione dell'originaria consistenza, rientrando in tale concetto (Sez. 3, n. 17453 del 17/04/2012, cit. in motiv.). Essendo pertanto questa la nozione di "trattamento" da considerare ai fini dell'individuazione della sussistenza dei requisiti di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 184-bis, la giurisprudenza di legittimità ha osservato che la verifica - diretta ad accertare quando detto trattamento possa ritenersi rientrante nella normale pratica industriale - implica il ricorso ad un'interpretazione meno estensiva dell'ambito di operatività della disposizione in esame e tale da escludere dal novero della normale pratica industriale tutti gli interventi manipolativi del residuo diversi da quelli ordinariamente effettuati nel processo produttivo nel quale esso viene utilizzato. Tale lettura della norma, suggerita dalla dottrina e che considera conforme alla normale pratica industriale quelle operazioni che l'impresa normalmente effettua sulla materia prima che il sottoprodotto va a sostituire, è sembrata maggiormente rispondente ai criteri generali di tutela dell'ambiente cui si ispira la disciplina in tema di rifiuti, rispetto ad altre pur autorevoli opinioni che, ampliando eccessivamente il concetto, rendono molto più incerta la delimitazione dell'ambito di operatività della disposizione e più alto il rischio di una pratica applicazione che ne snaturi, di fatto, le finalità, con la precisazione che tale soluzione interpretativa, in ogni caso, non può prescindere da un puntuale accertamento in fatto da parte del giudice del merito, il quale dovrà necessariamente analizzare tutti gli aspetti significativi della vicenda processuale che consentano di verificare la effettiva sussistenza dei presupposti l'applicabilità della disciplina prevista per i sottoprodotti (Sez. 3, n. 17453 del 17/04/2012, cit. in motiv.).
A tale delicato compito non si sono sottratti, nel caso di specie, il Giudici del merito che, in considerazione del trattamento subito dal fresato di asfalto, hanno desunto la mancanza di questo altro e fondamentale requisito richiesto dal D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 184-bis per la configurazione del sottoprodotto.
Sotto quest'ultimo aspetto, va sottolineato come il precitato D.M. n. 264 del 2016 abbia fornito, all'art. 6 (Utilizzo diretto senza trattamenti diversi dalla normale pratica industriale), indicazioni non contrastanti con l'interpretazione giurisprudenziale del concetto di normale pratica industriale, laddove ha precisato, al comma 1, che, ai fini e per gli effetti dell'art. 4, comma 1, lett. c), non costituiscono normale pratica industriale i processi e le operazioni necessari per rendere le caratteristiche ambientali della sostanza o dell'oggetto idonee a soddisfare, per l'utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell'ambiente e a non portare a impatti complessivi negativi sull'ambiente, salvo il caso in cui siano effettuate nel medesimo ciclo produttivo, secondo quanto disposto al comma 2.
In base al quale, invece, rientrano, in ogni caso, nella normale pratica industriale le attività e le operazioni che costituiscono parte integrante del ciclo di produzione del residuo, anche se progettate e realizzate allo specifico fine di rendere le caratteristiche ambientali o sanitarie della sostanza o dell'oggetto idonee a consentire e favorire, per l'utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell'ambiente e a non portare ad impatti complessivi negativi sull'ambiente (D.M. n. 264 del 2016, art. 6, comma 2).
Ciò posto, in disparte la questione della natura certamente non integrativa della norma penale di tale decreto, appare chiaro come la definizione di normale pratica industriale appaia coerente con la tesi più restrittiva espressa in precedenza dalla giurisprudenza di legittimità, giacchè si esclude che possano rientrare in quella nozione "i processi e le operazioni necessari per rendere le caratteristiche ambientali della sostanza o dell'oggetto idonee a soddisfare, per l'utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti", comprese dunque le operazioni cd. minimali, salvo che non costituiscano parte integrante del ciclo di produzione del residuo in modo che sia garantito l'utilizzo del sottoprodotto "tal quale" (cioè nello stesso stato in cui è generato dal processo di produzione), circostanza che i giudici del merito, con logica ed adeguata motivazione, hanno correttamente escluso.
5.4. Conclusivamente, nel caso in questione, i ricorrenti, da una parte, non hanno assolto l'onere della prova, sugli stessi incombente, circa l'osservanza di tutte le condizioni richieste dal D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 184-bis per ritenere che il fresato di asfalto, ricavato dalle operazioni di scarificazione della vecchia pista aeroportuale, potesse rientrare nella categoria del sottoprodotto, fermo restando che costituisce una quaestio facti, demandata al giudice di merito ed insindacabile in sede di legittimità se giuridicamente corretta e se sorretta, come nella specie, da adeguata motivazione esente da vizi di manifesta illogicità, quella diretta a stabilire se una sostanza abbia o meno natura di sottoprodotto o di rifiuto.
6. Esclusa la natura di sottoprodotto del fresato di asfalto reiteratamente trasportato da (OMISSIS) a (OMISSIS) nell'impianto di (OMISSIS), devono ritenersi manifestamente infondati anche gli altri due motivi di impugnazione articolati dal ricorrente M..
A dimostrazione della loro manifesta infondatezza, va ricordato che il delitto di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 260) sanziona una pluralità di condotte che si risolvono in una qualunque delle operazioni tassativamente elencate dalla norma consistenti nella cessione, ricezione, trasporto, esportazione, importazione e, in ogni caso, nella gestione abusiva dei rifiuti e che devono realizzarsi nel contesto di una struttura organizzata tendenzialmente destinata ad operare con continuità.
La Corte di appello è pervenuta a tale conclusione, come già in precedenza anticipato, sulla base dei numerosi "report" dei camionisti attestanti il conferimento del fresato all'impianto di (OMISSIS) nonchè sulla base delle dichiarazioni del teste D.A. e dell'imputato M., che hanno offerto un quadro sufficientemente preciso del traffico di fresato di asfalto tra il cantiere aeroportuale di (OMISSIS) e l'impianto di (OMISSIS) (pagina 14 e 15 della sentenza impugnata).
La Corte del merito ha infine dato atto come l'elemento soggettivo del delitto in contestazione non sia stato posto in discussione, almeno in termini espressi, in alcuno dei due gravami e, quanto all'ingiusto, profitto, ha osservato come l'effettuazione dei trasporti in forma abusiva sgravasse le società appaltatrici dagli oneri, rilevanti sia sul piano finanziario che su quello amministrativo e burocratico, connessi alla regolarizzazione della movimentazione del fresato. Si trattò di un risparmio significativo anche in ragione dell'esigenza di portare a termine con celerità lavori così importanti e urgenti come quelli di riqualificazione dell'aeroporto internazionale di (OMISSIS) (pag. 15 e 16 della sentenza impugnata).
7. Anche il quarto motivo del ricorso M. è inammissibile perchè, la doglianza è nuova, al pari dell'ultima parte del terzo motivo relativamente all'intervento dell'ENAC ed alle conclusioni alle quali tale ente sarebbe giunto in ordine ai lavori eseguiti ed alla qualificazione come sottoprodotto dei materiali risultati dalla scarificazione della vecchia pista.
8.1. A tale proposito è il caso di precisare che manifestamente infondata, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 3, non è soltanto la questione palesemente pretestuosa o artificiosa oppure quella apparente, tale cioè da presentarsi ictu oculi come inconsistente e priva di ogni ragionevolezza, o quella caratterizzata da evidenti errori di diritto nella interpretazione della norma posta a sostegno del ricorso, il più delle volte contrastate da una giurisprudenza costante e senza addurre motivi nuovi o diversi per sostenere l'opposta tesi, ovvero invocando una norma inesistente nell'ordinamento (da ultimo, ex multis, Sez. U, n. 12602 del 17/12/2015, dep.2016, Ricci, in motiv.), situazioni processuali che non esigono perciò un particolare sforzo motivazionale per essere confutate.
Decreto Ministeriale - 13/12/2017
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Decisione della Commissione CE - 27/02/2018
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 art. 183
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 art. 260
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 art. 256
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