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Timestamp: 2020-01-25 21:00:52+00:00

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Politiche economiche e previdenziali:ancora sacrifici per lavoratori e pensionati – PennabiroPennabiro
“La nomina di Tito Boeri alla presidenza dell’INPS nasce dalle parti di «Repubblica». A cacciarsi nei guai è stato Pittibimbo, che voleva da Sorgenio De Benedetti una mano a coprirsi a sinistra, nel pieno della dura battaglia con la Camusso sul Jobs Act. L’ingegnere ha chiesto a Renzi «qualcosa di sinistra». Qualcosa per i lavoratori? No, una bella poltrona per il fido Boeri all’INPS. Una cosa molto di sinistra. Pittibimbo da neo-democristiano ha chiesto che Boeri desse «un segno di affidabilità», visto che in passato non ha perso mai un’occasione per attaccarlo. Il 20 dicembre, il segno arriva. In un editoriale per «Repubblica» Boeri appoggia il Jobs Act, ne chiede la rapida implementazione, attacca i sindacati e chiude dicendo che «ora il nostro Paese può farcela a ripartire». Intanto è ripartito lui!”1
La ricostruzione del sito DAGOSPIA bollettino di informazioneonline della nomina di Boeri all’INPS, nello stile di DAGOREPORT, è alquanto suggestiva e forse non molto lontana dalla realtà. Infatti “non era certo in cerca di lavoro Tito Boeri quando ha ricevuto la proposta di diventare presidente dell’Inps [dagli] studi e all’attività del prorettore alla Ricerca dell’Università Bocconi, nonché Centennial professor alla London School of economics […] principale fondatore del sito lavoce.info, uno dei luoghi dove il dibattito economico e il controllo sull’azione di governo è stato più attivo e incisivo [ci sarebbe da chiedersi:] che Renzi abbia voluto prendere a bordo anche una voce tutt’altro che condiscendente nei confronti di misure non proprio lineari? Di sicuro l’ex senior economist dell’Ocse (quella dell’attuale ministro Pier Carlo Padoan) ha forti capacità di influenza e orientamento del pensiero economico. È direttore scientifico della Fondazione Rodolfo Debenedetti, padre di Franco e Carlo De Benedetti che presiede l’istituzione (oltre a essere editore del gruppo Espresso del quale Boeri è anche editorialista). Fondazione che studia le politiche del lavoro e del welfare in Europa. E sempre il docente della Bocconi è il direttore scientifico del Festival dell’economia di Trento.”2
Di professori prestati alla politica, viste le recenti esperienze fallimentari anche in campo previdenziale – in primis con i professori Monti e Fornero – se ne sarebbe fatto volentieri a meno (anche l’ex Commissario straordinario dell’INPS, Tiziano Treu, è un Professore); la nomina però appare significativa sia perché pone fine al commissariamento dell’Ente previdenziale sia perché operata al di fuori del potere politico-sindacale.
Tito Boeri, dunque, non “detta la linea” al governo. Tuttavia, “alla guida dell’INPS c’è un autista che guida senza mani, senza freni e senza guardare la strada. Dagospia ha consultato alcuni tra i maggiori esperti di previdenza in Italia. Quello che emerge è che le proposte avanzate da Tito Boeri sono avventate, costose, sbagliate. Grande è l’imbarazzo di Palazzo Chigi, perché in neo-Presidente dell’INPS, cocco di Carlo De Benedetti, è un tecnico astratto, senza alcuna esperienza di gestione di una macchina ultra-complessa come il sistema pensionistico italiano, né di una grande burocrazia tecnico-amministrativa come l’INPS. Si è trasformato, anziché nell’esecutore delle politiche del Governo, nell’ideatore di misure strampalate, quasi sempre sconfessate con imbarazzo dal Ministro competente, Poletti, e dallo stesso Premier Renzi, per gli allarmi che suscitano. Una specie di Ministro-ombra (o Ministro bomba) del Lavoro, visto con crescente insofferenza. In una delle decine di interviste che ha dato negli ultimi mesi, si è lanciato sulla modifica della Legge Fornero, in particolare sulla «flessibilità in uscita dal mercato del lavoro».”3
Al di là dei retroscena e di come sia avvenuta la nomina alla presidenza dell’INPS di Tito Boeri, gli studi e le proposte del Professore, sia passate che recenti, in tema previdenziale, sembrano però collimare con quelle del Consigliere economico di Renzi. Infatti, le tesi di Tito Boeri, si completano con quelle di Yoram Gutgeld, manager della grande finanza internazionale ex McKinsey, oggi deputato PD e Consigliere economico del Presidente del Consiglio Matteo Renzi.
“Un confronto tra le tesi di Gutgeld e di Boeri è illuminante. Giusto un anno fa, in un saggio (Più uguali, più ricchi, Rizzoli), Gutgeld definiva «inique» e «privilegio ingiustificato» le pensioni calcolate con il metodo retributivo, in vigore parzialmente fino alla riforma Fornero, in quanto assicurano un assegno previdenziale superiore a quello che si avrebbe con il solo metodo contributivo. Per questo Gutgeld riteneva opportuno e giustificato un intervento legislativo di tipo retroattivo, che tagliasse «in tutto o in parte» le pensioni retributive sopra una certa soglia, così da ridurre la spesa previdenziale dello Stato.” […] “Così il 14 gennaio 2014 il sito lavoce.info pubblicava un articolo a più mani, firmato da Boeri [e altri], nel quale si suggeriva al governo di ricalcolare tutte le pensioni retributive in essere, evidenziare lo squilibrio di ciascuna rispetto al calcolo contributivo, e colpire tale squilibrio in misura crescente: taglio del 20% dello squilibrio per le pensioni da 2mila a 3mila euro al mese; del 30% per quelle tra 3mila e 5mila, del 50% per quello sopra i 5mila. Il tutto avrebbe fornito un gettito di 4,2 miliardi, con l’avvertenza che non sarebbe stato un contributo una tantum, ma un taglio permanente della spesa previdenziale.” 4
Renzi, almeno fino alla prossima Legge di stabilità a fine 2015, non ritiene al momento opportuno metter mano alle pensioni e al sistema previdenziale. Una strada che, a dire il vero, dal 1992 quasi tutti i suoi predecessori – di destra e/o di sinistra, tecnocrati o meno – percorrono, dicendo di voler così risolvere i problemi economici e il debito pubblico del Paese. In particolare, in questi ultimi cinque anni, la grave crisi economica e il declino industriale del nostro Paese, conseguenti alle errate politiche dei governi italiani – dalla guerra alla Libia alle sanzioni alla Russia, dalle castranti politiche energetiche alla svendita/privatizzazione delle industrie strategiche, fino alle insensate politiche europee filo-coloniali e atlantiste piene di ipocrisia e retorica “democratica” – che hanno creato la perdita di posti di lavoro e alimentato i cosiddetti esodati,stanno ancora generando numerosi disoccupati non solo tra i giovani (comunque protetti dalle famiglie, da genitori e nonni pensionati) ma anche tra i lavoratori tra i 55 e i 65 anni.
Un interessante articolo pubblicato su Il Foglio quotidiano (27/04/2015) cerca di dare una “lettura geoeconomica in contromano sulla contesa atlantica ed euroasiatica nel teatro italiano”. Così si legge: “L’Italia, linea di demarcazione tra poderosi campi di forza, è teatro di un plot elettrizzante. Sulla penisola italiana insistono quattro grandi forze esterne: migrazioni e risorse prime dall’Africa; petrolio e gas dalla Russia; soldi crescenti dalla Cina; basi militari dagli Stati Uniti. A tutti gli effetti, è la conferma che Roma è nella scomoda posizione di chi si trova esattamente sul punto di tangenza di più placche geopolitiche. Oggi il ritorno della storia ha messo in ebollizione il Mediterraneo e la geografia dello “stivale” è nuovamente un elemento interessante, ma il fardello del quarto debito pubblico al mondo e le crescenti difficoltà della politica nel conciliare rigore di bilancio con tornaconto elettorali non consentono facili ottimismi.”5
Sicuramente la grande competizione che si è messa in moto nel mondo sta scatenando le crisi finanziarie, economiche e istituzionali che stiamo vivendo in questi ultimi anni, e in cui giocano un ruolo fondamentale gli USA, che determinano anche quei gravi scontri militari sopra accennati. E il nostro Paese “è teatro” di tutto questo, ma gli attuali dirigenti politici pare non vogliano (o non possano!?) cogliere le opportunità che, ancora una volta, la nostra posizione geografica sembra offrire, rinunciando ad una politica estera autonoma e alle aziende strategiche per il Paese, rilanciando le privatizzazioni delle aziende di Stato, mentre in Parlamento si generano caos e scontri su inutili leggi, che non perseguono gli interessi della popolazione.
Il Sole 24 Ore del 15 aprile u.s. fa notare che siamo “nell’era della grande stagnazione e l’economia globale non brillerà più” e sembra quindi suggerirci che non è per niente certa la “ripresina” che alcuni dicono si stia avvicinando. Se non vengono modificate radicalmente le politiche sopra accennate, si continuerà a ricorrere alle “toppe”, magari ricorrendo al sistema previdenziale. Infatti, secondo il pensiero Boeri/Gutgeld, il reperimento delle risorse avviene in primis all’interno del sistema previdenziale con il taglio delle attuali pensioni retributive superiori a 2000 euro lordi mensili attraverso il ricalcolo con il sistema contributivo, senza badare al calcolo a suo tempo effettuato in conformità alle leggi vigenti.
Poco importa che queste ipotesi vadano contro principi costituzionali o sentenze della Consulta e/o ammonimenti della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) che ha sede a Strasburgo6. Vari governi non si sono mai preoccupati di violare i diritti acquisiti anche se, in certi casi, i diritti valgono per molti ma non per tutti.
In molte occasioni Tito Boeri rilascia dichiarazioni e promuove, con grafici e tabelle, le sue “riforme” previdenziali, spiazzando Matteo Renzi che però non apre bocca in materia rimandando appunto ad una futura riforma, mentre i suoi ministri dell’economia e del lavoro un giorno dicono una cosa e il giorno dopo la smentiscono. Così i vari parlamentari – in materia previdenziale – sembrano assenti e disinteressati dietro alle altre riforme in ponte, da quella del lavoro a quella della pubblica amministrazione, da quella costituzionale a quella elettorale.
Tutti i cittadini dovrebbero essere favorevoli ad una operazione di trasparenza sul sistema pensionistico, cardine dello Stato sociale, della solidarietà intergenerazionale e della tenuta socio-economica del nostro Paese, ma quello che si sta producendo in questi ultimi mesi – nei casi sinora evidenziati dei Fondi di piloti, dirigenti industriali, ferrovieri e telefonici – appare più come una vera e propria criminalizzazione di intere categorie di pensionati che però hanno avuto trattamenti pensionistici sulla base di norme di leggi e riconfermati, come sopra accennato, anche da varie sentenze laddove le pensioni venivano intaccate nei principi di adeguatezza, nel rispetto dei diritti quesiti, della ragionevolezza e proporzionalità.
Quanto al sistema contributivo, se di per sé è socialmente sostenibile in un sistema economico che garantisce a tutti condizioni di lavoro stabili e sicure, con versamenti contributivi costanti, non lo è sicuramente nell’attuale mondo del lavoro precario e con una crisi economica in atto: infatti, l’attuale deflazione sta svalutando i contributi e in futuro trasformerà l’assegno di pensione in una vera e propria elemosina che non permetterà all’anziano di domani una vita dignitosa e serena quando si ritirerà dal lavoro.
Con il sistema contributivo, la pensione viene calcolata sui contributi che i lavoratori avranno accumulato, rivalutati ogni anno dall’INPS. Il tasso d’interesse su questi contributi pagato dall’INPS, è pari alla crescita media del PIL nominale nei 5 anni precedenti; tuttavia se questo PIL non cresce e l’inflazione arretra, diventando appunto come oggi deflazione, i contributi versati all’INPS, invece di aumentare, diminuiscono. Questo inghippo è successo nel 2014 quando si è avuto un tasso di capitalizzazione di segno negativo stimato a -0,024%, che ha così eroso il montante contributivo: è la prima volta che succede da quando esiste il sistema contributivo. Per questo motivo è necessario rivalutare i montanti contributivi, modificando il parametro della variazione del PIL quinquennale.
Questo problema, con una crisi economica lunga e senza crescita, ridurrà ancor più le pensioni contributive. Infatti, secondo calcoli della Federpev, “se il PIL, che misura la capacità produttiva e la crescita dell’economia, aumentasse in media dell’1,5-2% anno un lavoratore dipendente di 30 anni quando a 67 lascerà il lavoro incasserebbe una pensione pari al 71% dell’ultimo stipendio. Ma se la crescita del PIL fosse zero, quella stessa pensione non supererebbe il 45% circa dell’ultimo stipendio. Se non si ricomincia a crescere, insomma, e se non arriva un po’ di “sana” inflazione saranno dolori per i futuri pensionati. I 20/40enni di oggi potranno trovarsi un tasso di sostituzione netto (rapporto tra la prima pensione e l’ultima retribuzione netta) compreso tra il 40 e il 70/75%. Nella migliore delle ipotesi saranno quasi allineati alle pensioni retributive, nella peggiore alla metà.
Pertanto, ad esempio, se un lavoratore dipendente trentenne che oggi ha un reddito netto di 1.000 euro non avrà un’attività contributiva continuativa, ma lunghi periodi di sospensione (senza contributi) a 67 anni prenderà, nella peggiore delle ipotesi, circa 400 euro netti, e cioè oltre 100 euro in meno dell’attuale minimo, senza possibilità alcuna di avere l’integrazione al minimo da parte dello Stato come avviene ora. Si tratta quindi di un gravissimo problema che dovrà essere risolto a livello politico dando maggiore stabilità al lavoro”.
Per quanto riguarda infine la proposta sulla busta arancione, che Boeri vorrebbe inviare periodicamente ai lavoratori, contenente le previsioni sul futuro assegno pensionistico, fa amaramente sorridere in quanto, come appena accennato, l’incerto futuro dell’economia rende inevitabilmente incerto anche il futuro previdenziale; se a ciò si aggiunge anche l’incerto futuro occupazionale, la pensione si fa effettivamente, come detto, inferiore alla cifra dell’assegno sociale. Oltretutto nel nostro Paese vanno anche messe in conto ipotetiche nonché continue e ripetute riforme previdenziali, che assai spesso alleggeriscono le pensioni.
Pertanto, nell’operazione della “busta arancione” sembra insinuarsi furtivamente l’invito a sottoscrivere le polizze di pensioni integrative, pensioni private che, visti i bassi salari e il lavoro precario, difficilmente possono essere sottoscritte e sostenute dai lavoratori, in particolare giovani. In questa operazione qualcuno, visto che molti Fondi previdenziali sono quotati in borsa, vi avrebbe ravvisato addirittura dei tentativi di aggiotaggio e/o di insider trading.Siffatta politica sembra minare il valore delle pensioni pubbliche a tutto vantaggio della previdenza privata, facendo così perdere all’INPS la caratteristica sociale.
Al contrario di oggi, dal dopoguerra fino agli anni novanta le politiche per la conquista dei consensi elettorali fra DC e PCI (oggi PD) si basavano fortemente sulle pensioni estendendo tutele previdenziali agli agricoli, agli artigiani, ai commercianti, agli autonomi, ai dipendenti pubblici (che diventavano pensioni baby), ai sindacalisti e ai politici (che senza contributi arrivarono a godere di rendite previdenziali).
Dal Rapporto n.2 del 15 aprile 2015 su “Il bilancio del sistema previdenziale italiano”, redatto a cura del Comitato tecnico scientifico di Itinerari previdenziali, si apprende che oggi circa 8milioni e mezzo di pensioni, oltre il 52% del totale dei pensionati italiani, percepiscono prestazioni totalmente o parzialmente a carico della fiscalità generale.
In genere si tratta di cittadini che non hanno una contribuzione regolare oppure non hanno mai versato i contributi – il che fa supporre che non abbiano mai lavorato o lavorato in nero e dunque mai pagato le tasse; certamente una pensione modesta, comunque in tutto o in parte pagata dalla collettività. Il costo complessivo, sempre secondo il Rapporto citato, è di 89.995 miliardi di euro, circa 5,77 punti di PIL; tra queste vi sono anche le pensioni liquidate in base alla legge n.388 del 2000, una legge che“permette anche agli stranieri di percepire un assegno di pensione sociale, pari a €395,60 euro al mese, più 154,90 euro di importo aggiuntivo, per un totale esentasse di €7.156 euro annui.”7
In Italia si pagano i contributi previdenziali tra i più elevati del mondo (circa il 30% sulle retribuzioni lorde) e dopo aver pagato tutta la vita lavorativa contributi e tasse i lavoratori, una volta pensionati, continuano a pagare tasse, anche queste tra le più elevate. Con il Jobs Act e il nuovo scenario del mercato del lavoro che si va prefigurando, tali aliquote contributive dovranno essere ridotte, naturalmente ancora una volta a scapito del futuro pensionistico dei giovani lavoratori.
Alla luce di quanto sopra riportato è dunque auspicabile, separare l’assistenza dalla previdenza: ogni tipologia di spesa sulle prestazioni assistenziali dovrebbe essere nettamente separata dalla spesa previdenziale, è questa la trasparenza sulla quale dovrebbe intervenire l’INPS.
Nella legge di stabilità del 2015 il Governo sembra però continuare ad attingere al mondo della previdenza, anche privata: infatti ha aumentato l’imposta sostitutiva sulle rivalutazioni dei fondi TFR, ha ridotto le esenzioni fiscali di cui godevano le polizze vita e no profit, e ha quasi raddoppiato la tassazione sulle pensioni integrative … che poi ti invitano a fare!
Nel mentre Boeri, in nome della lotta ai “privilegi”, pubblicizza i suoi progetti di “equità”, altri, come lui, continuano a prendersela contro i pensionati “d’oro” da 2000 euro lordi mensili, mentre dovrebbero e potrebbero andare a recuperare risorse dagli alti costi della politica, a iniziare dai vitalizi, questi sì, frutto di privilegi, e anche implementando effettive politiche che favoriscano il lavoro e l’occupazione (ad esempio, con il ritiro delle sanzioni alla Russia)8 oppure rivedendo la spesa militare destinata alla Nato che in media – secondo dati ufficiali Nato – si aggira intorno a 52 milioni di euro al giorno (cifra smentita dall’Istituto Internazionale di Stoccolma per la ricerca sulla pace che invece la quantifica in 72 milioni di euro al giorno), nonché con la lotta all’evasione fiscale e alla corruzione.
A proposito della sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco della perequazione delle pensioni
Il 1° maggio è stata resa nota la sentenza n°70/2015 pronunciata dalla Corte Costituzionale, con la quale ha bocciato il blocco della rivalutazione delle pensioni deciso dal Governo Monti con la cosiddetta manovra “Salva Italia”; detto blocco della perequazione era riferito a tutte le pensioni superiori a tre volte il minimo INPS (€1.405 lordi mensili) per gli anni 2012/2013, contenuto nella norma Fornero L.214/2011.
A promuovere il ricorso nei suoi vari gradi e fino alla Corte Costituzionale sono stati, tra gli altri, Dirstat, Federpev, Federmanager, Confedir e il Sindacato Pensionati dell’ORSA. Non per niente la sentenza riprende l’ordinanza del 25 luglio 2014 della Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Liguria, emessa a seguito del ricorso pilota presentato dal sindacato SAPENS/ORSA che, a differenza delle altre organizzazioni sindacali confederali dei pensionati, non si era limitato alle sole critiche.
La Consulta, secondo indiscrezioni pubblicate sui giornali, si sarebbe divisa sulla sentenza e la pronuncia sarebbe passata per un solo voto di maggioranza. Pare che la votazione si sia svolta con sei giudici favorevoli e sei contrari, e che poi sia stato determinante il voto doppio del Presidente; tra i contrari anche Giuliano Amato, autore di una riforma delle pensioni che prevedeva anche l’eliminazione dell’aggancio delle pensioni alla dinamica salariale. Comunque sia i due fronti, sempre secondo retroscena giornalistici, non rappresentano una destra e una sinistra, sono “bipartisan”!
Nella citata sentenza si legge: “L’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio. Risultato, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art.36, primo comma, Cost.) e l’adeguatezza (art.38, secondo comma, Cost.).”9
Palazzo Chigi ha subito fatto sapere che il Governo si è attivato per cercare nei margini della sentenza di limitarne l’applicazione, ovvero che bisognerà leggere con attenzione la sentenza della Corte per trovare come limitarne gli effetti, riferendosi al fatto che la Consulta ha bocciato il blocco dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita perché sono stati valicati i limiti della ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto, incidendo sui trattamenti di importo meno elevato (tre volte il minimo). L’errore principale sarebbe quindi quello di aver posto l’asticella del blocco troppo in basso, a partire da 1.217 euro netti mensili.
Il Governo, assecondato da esperti previdenziali, adesso starebbe ipotizzando la rimodulazione del blocco lasciandolo solo sulle pensioni elevate, con la conseguenza di ulteriori nuovi contenziosi. Passerebbero comunque altri anni e non è detto che la Consulta boccerebbe questo ulteriore blocco delle pensioni più elevate, visto che la Consulta stessa, in passato, non ha abrogato precedenti blocchi che avevano riguardato pensioni superiori a 5 volte il minimo INPS (finanziaria Governo Prodi 1998) oppure 8 volte il minimo (finanziaria Governo Berlusconi 2007).
Una nota dell’Agenzia ANSA del 6 maggio u.s., in riferimento alla sopracitata sentenza della Corte Costituzionale, riportando dichiarazioni del Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, informa che per far fronte ai nuovi esborsi, “se non sarà una manovra, sul tavolo del Governo dovrebbe arrivare a breve un decreto ad hoc che indichi una soluzione per rispettare a pieno la sentenza della Consulta, minimizzando però allo stesso tempo, ha puntualizzato il Ministro, l’impatto sul bilancio. L’esecutivo è impegnato al massimo in queste ore a cercare innanzitutto di limitare la platea dei beneficiari dei rimborsi ai pensionati con assegni più bassi, escludendo per esempio quelli sopra 5 o 6 volte il minimo.”10
L’idea quindi sembra essere quella di introdurre delle soglie. Per quanto riguarda le risorse che comunque andrebbero trovate, il sottosegretario all’Economia e leader di Scelta Civica Enrico Zanetti suggerisce che entrate non indifferenti arriverebbero se “si riconsiderassero i trattamenti pensionistici più alti basati sul calcolo retributivo in base ad una nuova base contributiva. L’ipotesi sembra non dispiacere neanche ad una parte del PD (ad accennarla è stato anche Filippo Taddei) e consentirebbe risparmi consistenti”11, avvicinandosi così alle tesi di Boeri/Gutgeld.
Sull’affaire della Consulta sembra proprio che si stia giocando una partita alle spalle dei pensionati ma anche della stessa INPS, forse anche del Governo di Matteo Renzi (?!).
Stando ai fatti, nell’udienza del 10 marzo u.s. la Consulta ha stabilito l’incostituzionalità del blocco alle perequazioni delle pensioni; esattamente un mese dopo, il 10 aprile u.s., il Governo vara il Documento di economia e finanza (DEF); successivamente, mentre detto DEF è al vaglio delle autorità di Bruxelles, il 30 aprile viene divulgata la sentenza della Corte Costituzionale. Un calendario e una concomitanza di date che pongono seri interrogativi.
Anche se la sentenza è stata scritta per essere “interpretata”, visto che “gli organi politici, ove lo ritengano, possono adottare i provvedimenti del caso nelle forme costituzionali”12 – infatti il governo, come sembra, introdurrà diversi scaglioni di rimborso, restituendo a pochi tutto, a molti una parte e ad altri niente – appare però poco credibile che il Governo sia stato lasciato all’oscuro da un altro organo dello Stato, che il Presidente del Consiglio e il Ministero dell’Economia non fossero a conoscenza della sentenza. Una sentenza “pesante” che, secondo l’analisi dell’Ufficio studi della Confederazione degli artigiani (CGIA) di Mestre, sarebbe quantificabile 16,6 miliardi di euro, un risultato che cambierebbe i conti notificati a Bruxelles e che quasi certamente metterebbe sotto procedura d’infrazione europea l’Italia.
Comunque sia, sabato 9 maggio, dunque più di una settimana dopo la pubblicazione della sentenza, Matteo Renzi ha rilasciato alcune dichiarazioni di irritazione per l’assenza di comunicazione della Consulta che considera sia “un danno per il Paese” che un danno alla sua immagine. “Adesso, per effetto di una sentenza della Consulta, gli toccherà la parte del «cattivo», a cui spetterà decidere quanti (e quanto) riceveranno ciò che la Corte stabilisce essere un loro diritto. […] Ma è consapevole che saranno molti gli scontenti, e che forse il suo provvedimento finirà di nuovo sotto la lente di osservazione dei giudici costituzionali […] toccare le pensioni significa disorientare i cittadini, provocare un abbassamento del livello di affidabilità dello Stato, innescare un meccanismo di sfiducia e d’incertezza per il futuro. Tutto il contrario di quanto si è proposto di fare [già] sta tentando di camuffarsi nel suo nuovo ruolo, mirando a posticipare il varo del provvedimento sulle pensioni dopo le urne delle Regionali, per evitare emorragie nel consenso.”13
Insomma, Renzi come altri metterà le mani sulle pensioni degli italiani, si sobbarcherà l’eredità delle scelte di altri governi e probabilmente lui stesso passerà la “patata bollente” ad altri governi ancora, in quanto le scelte che si produrranno probabilmente genereranno nuovi contenziosi e nuove bocciature della Corte anche se la giurisprudenza costituzionale, come abbiamo visto, consente interventi limitati nel tempo (ad esempio un prelievo aggiuntivo applicato agli assegni più alti, ma con una durata a termine).
E dunque, quale ruolo stanno giocando Tito Boeri e i poteri forti che l’hanno messo all’INPS? È possibile che ci sia altro dietro questa sentenza della Corte? Una lotta di potere (di poteri!!)? In effetti per Renzi non è tutto “rose e fiori”, “ci fosse stato qualcuno della minoranza del mio partito, in questi giorni, che avesse detto qualcosa … No che non l’hanno detta, allora – da Bersani a Letta – tutti votarono a favore del provvedimento di Monti”.14
Collegandoci a quanto sopra scritto, l’Italia, in una lettura “geoeconomica contromano”, essendo chiamata ad essere una “linea di demarcazione tra poderosi campi di forza” è sicuramente al centro delle profonde trasformazioni globali, e la crisi che sta impoverendo la popolazione da oltre cinque anni ci seguirà ancora per molti anni, figlia di queste trasformazioni che stanno portando ad un nuovo ordine mondiale.
La crisi, infatti, non può essere riferita solo alla Borsa, allo spread, ai derivati, ecc…ai cambiamenti che stanno globalmente orientando il mondo verso un nuovo sistema a più poli – multipolare appunto. Il passaggio che sta scatenando le conflittualità geopolitiche sopra accennate genera in realtà anche delle opportunità che il nostro Paese deve assolutamente saper cogliere, per fermare ulteriori riduzioni del tenore di vita di tutta la popolazione.
In questo senso, rimanendo nel solo ambito pensionistico, si dovrebbero evitare ulteriori carichi fiscali, non mettere sempre in discussione i diritti acquisiti e applicare per esteso i disposti costituzionali, senza che ci sia così la necessità di ricorrere alla giustizia. Sarebbe opportuno scongiurare il pericolo di una privatizzazione della previdenza pubblica, impedendo il trasferimento al settore finanziario privato delle risorse introitate dall’INPS per la previdenza sociale pubblica, evitando un’ulteriore americanizzazione della società, che vorrebbe imporre polizze private di assicurazione al posto della pensione pubblica, dando invece ai giovani un futuro previdenziale certo e dignitoso.
Lì, 10 maggio 2015
1 http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/nomina-tito-boeri-presidenza-dell-inps-nasce-parti-91673.htm
2 Daniele Manca, Tutti gli orfani di Tito Boeri, Corriere della Sera, 27 dicembre 2014 http://www.corriere.it/politica/14_dicembre_27/tutti-orfani-tito-boeri-bc49bb0a-8da2-11e4-8076-7a871cc03684.shtml
3http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/boeri-demolition-man-nuovo-capo-dell-inps-ha-subito-preso-malattia-99555.htm
4 Tino Oldani, Con la nomina di Boeri all’Inps si farà cassa su pensioni d’oro da 2 mila euro, Italia Oggi, 30.12.2014
http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1949749&codiciTestate=1
5 Francesco Galietti, L’Italia, possibile laboratorio della gigantesca alleanza sino-russa, IL FOGLIO quotidiano, 24 aprile 2015
6 Da non confondere con la Corte di Giustizia dell’Unione Europea con sede in Lussemburgo
7“Chi, in altre parole, non ha mai avuto contributi previdenziali e ha compiuto i 65 anni, può richiedere questo assegno all’INPS di competenza, anche se straniero. Esiste un modo per sfruttare appieno questa norma nonostante lo straniero non abbia mai lavorato (neanche in nero) sul territorio italiano. Infatti, la legge italiana prevede, tra le altre cose, il cosiddetto istituto del “ricongiungimento famigliare” rivolto a tutti gli stranieri che siano regolarmente residenti nel territorio e abbiano la carta di soggiorno in regola. Per loro dunque è possibile chiedere allo Stato italiano la possibilità di fare arrivare in Italia figli, moglie e genitori, ottenendo per questi un regolare permesso di soggiorno. Il giovane straniero regolare chiede il ricongiungimento famigliare per i propri genitori ultrasessantacinquenni, i quali arrivano nel nostro paese con un regolare permesso. A questo punto dovranno solo recarsi all’INPS di competenza per ottenere la pensione sociale in base alla legge 388 del 2000. Un danno non indifferente per lo Stato italiano, che si sobbarca anche il mantenimento di persone che in alcun modo hanno mai vissuto nel territorio e nel territorio hanno mai lavorato. Un danno al quale peraltro si aggiunge anche la beffa. Perché la legge non pone alcuna condizione al godimento della pensione sociale (tranne l’età e la mancanza di un reddito). Così i famosi genitori dello straniero regolarmente residente, una volta che hanno preso la pensione dallo Stato italiano, ecco che fanno: prendono la nave o l’aereo e se ne tornano a casa loro. Lo Stato italiano provvederà a corrispondergli la pensione di anzianità direttamente nel loro paese. A nostre spese.”
http://www.beppegrillo.it/listeciviche/forum/2013/04/pensioni-facili-agli-immigrati-aboliamo-la-legge-388-del-2000-che-permette.html
8 Secondo uno studio della Bocconi per il boicottaggio alla Russia, l’Italia ha perso nel 2014 il 17% del fatturato, rispetto al 2013 – ben 12 miliardi di euro in meno – mentre le stime a lungo termine indicano in 300 miliardi di dollari la perdita complessiva per le esportazioni europee.
9 http://www.cortecostituzionale.it/schedaUltimoDeposito.do;jsessionid=C8E8EA68A420E69302A728AAEDAB8D36
10 http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2015/05/05/pensioni-padoan-stiamo-lavorandorispetteremo-regole_3ce4348f-155b-495c-8eb1-ba425c553106.html
11 Idem (vedi nota n°4)
12 Corte Costituzionale, Ufficio Stampa, Precisazione sulla sentenza n.70 del 2015, dal Palazzo della Consulta,7/5/ 2015
13 Francesco Verderami, Palazzo Chigi e il verdetto pensioni. Renzi irritato: «Un danno per il Paese», Corriere della Sera, 9 maggio 2015
14 Idem, nota n.13
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