Source: http://euroholocaust.blogspot.it/2012/03/
Timestamp: 2017-07-26 22:42:04+00:00

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Euro-Holocaust: marzo 2012
Apprendiamo che alcuni giorni fa un giudice dell’Alta Corte di Kerala avrebbe equiparato la presunta sparatoria attribuita ai Fucilieri di Marina italiani ad un atto terroristico. Tale scellerata esternazione del magistrato indiano forse intende soddisfare strategie politiche locali, ma noi non intendiamo in questa sede inoltrarci nelle nebbie che circondano le elezioni in quella regione, quanto piuttosto dimostrare che l’affair Enrica Lexie si è sviluppato seguendo un disegno improntato alla falsificazione (spesso maldestra) delle prove. La disamina degli atti e delle dichiarazioni ufficiali della Polizia, della Guardia Costiera di Kochi, dei testimoni locali e dei giudici di Kerala porta ad un'unica verità: i nostri due Marò non hanno sparato al peschereccio St. Anthony, come da loro dichiarato sin dagli esordi di questa incresciosa vicenda. Chi scrive non da oggi crede a quanto detto dai due Fucilieri, mantenendo una posizione che qualcuno in Italia sembra non condividere, a partire da Giuliana Sgrena, che, dalle pagine del Manifesto, in sostanza chiosa che gli sforzi per riportare a casa i nostri ragazzi sono solo un tentativo di fargliela passare liscia. Sgrena pare non considerare le troppe e macroscopiche contraddizioni nelle quali gli investigatori e magistrati del posto paiono indulgere. Un esempio tra i molti: i verbali della polizia e della Guardia Costiera di Kochi riportano che il peschereccio St. Antony con le due vittime a bordo è rientrato in porto alle 18:20. A quell’ora il sole a Kochi era ancora abbastanza alto, essendo tramontato alle 19:47. Dunque, secondo le autorità il mesto ritorno del peschereccio sarebbe avvenuto alla luce del sole. Peccato che i filmati delle televisioni locali che registravano l’evento siano stati girati alle 22:30, in piena notte, come attestato dagli stessi reporter indiani e riscontrabile su youtube.
Inviato da Roberto Orsi il 26 marzo 2012 - 21:07 [commento condivisibile di un lettore all'articolo di Paniccia, ndr]Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia. Noi abbiamo voluto diventare pecore? Ecco che stiamo diventando le vittime perfette dei lupi. Siamo rimasti i soli a credere nel "diritto internazionale", che viene sempre e sistematicamente usato contro i nostri interessi e per difendere i diritti dei banditi e delle organizzazioni criminali (vedi Lampedusa).
“È davvero la svendita degli Stati Uniti”, ha affermato l’ex candidato presidenziale ed ex presidente del Partito Democratico, Howard Dean: “Siamo stati venduti da cinque magistrati, grazie alla sentenza Citizens United.” In realtà, la nostra democrazia è stata venduta al miglior offerente già da molto tempo, però nelle elezioni del 2012 l’esplosione dei super PAC ha reso cosciente l’opinione pubblica dell’eclatante disuguaglianza all’interno del nostro sistema politico, così come il movimento Occupy ha messo in luce l’iniquità economica. Entrambi, naturalmente, vanno a braccetto. “Sconfiggeremo il potere dei soldi con il potere del popolo”, ha detto Newt Gingrich, dopo aver perso contro Mitt Romney in Florida alla fine di gennaio. Gingrich, personificazione più pura del complesso industriale delle lobby, ha fatto questa dichiarazione nonostante la sua candidatura sia appoggiata da un super PAC finanziato da due donazioni di 5 milioni di dollari da parte del magnate dei casinò di Las Vegas, Sheldon Adelson. Sarebbe stato più divertente se le primarie presidenziali del Partito Repubblicano non fossero un caso di studio di una contesa con abbondante denaro e poca partecipazione.
Le primarie dello 0,01% Al momento ci sono oltre 300 super PAC registrati presso la Commissione Elettorale Federale. Quello finanziato dal maggior numero di piccoli donatori appartiene a Stephen Colbert, che ha convertito il proprio programma televisivo in un brillante spazio di commenti sulla deformazione dello scenario dei super PAC. La super PAC satirica di Colbert, Americans for a Better Tomorrow, Tomorrow, ha raccolto più di un milione di dollari da 31.595 persone, tra le quali 1.600 hanno donato 1 dollaro ciascuna ( http://www.colbertsuperpac.com/ ). Si può considerare un raro esempio di potere del popolo nel 2012.
L’industria della difesa dei profitti Nel suo libro Oligarchy, il politologo Jeffrey Winters chiama questi gruppi di attori sproporzionatamente ricchi e influenti nel sistema politico col nome di “industria della difesa dei profitti”. Se volete sapere come questa classe ricca, che ha prosperato durante i governi Bush e Clinton, ha trovato il modo di eliminare quasi tutto quello che non le piace durante gli anni di Obama, basta osservare la forma in cui adesso l’1% dell’1% controlla il nostro sistema politico. Questo semplice fatto spiega perché gli amministratori degli hedge fund pagano un’aliquota di imposte minore rispetto ai loro impiegati, o perché gli Stati Uniti siano l’unico paese industrializzato senza un sistema sanitario universale, o perché il pianeta continua a riscaldarsi a un ritmo senza precedenti mentre non si fa niente per combattere il problema. I soldi comprano le elezioni e in genere, indipendentemente da chi venga eletto, quasi sempre comprano anche un condizionamento. Nelle elezioni del 2010 l’1% dell’1% rappresentava il 25% di tutte le donazioni legate alla campagna – un totale di 774 milioni di dollari -, e l’80% di tutte le donazioni ai partiti Democratico e Repubblicano, la percentuale maggiore dal 1990 ( http://sunlightfoundation.com/blog/2011/12/13/the-political-one-percent-of-the-one-percent/ ). Nelle elezioni del 2010 per il Congresso, secondo il Center for Responsive Politics (Centro per le Politiche Dinamiche, ndt), il candidato che ha speso di più ha vinto l’80% delle sfide alla Camera e l’83% di quelle al Senato ( http://www.opensecrets.org/news/2010/11/bad-night-for-incumbents-self-finan.html ).
Ai mezzi di comunicazione piacciono le storie dei partecipanti più deboli, però oggi essi hanno dieci volte meno possibilità di vincere. Considerando il costo per il funzionamento delle campagne e la contropartita che si ottiene spendendo più del proprio avversario, non è strano che quasi la metà dei membri del Congresso sia milionaria e che la ricchezza media netta di un senatore degli Stati Uniti sia di 2,56 milioni di dollari ( http://www.nytimes.com/2011/12/27/us/politics/economic-slide-took-a-detour-at-capitol-hill.html?_r=2&pagewanted=all ). L’influenza dei super PAC era già evidente nel novembre del 2010, appena nove mesi dopo la sentenza della Corte Suprema. John Nichols e Robert McChesney di The Nation hanno segnalato che nel 2010, nei 53 distretti della Camera dove l’organizzazione Crossroads aveva speso più dei candidati dei Democratici, i repubblicani hanno avuto la meglio in cinquantuno occasioni ( http://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=0CC4QFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.thenation.com%2Farticle%2F165733%2Fafter-citizens-united-attack-super-pacs&ei=Jd82T9HWKOX40gGn2uzDAg&usg=AFQjCNGzAbGb2jtYTGiFxWoLIJvV6B1XYQ&sig2=aj2I ). Comunque, quest’ultima elezione è risultata essere solo una prova della stravaganza monetaria rappresentata dalle elezioni del 2012. Quest’anno i Repubblicani stanno scommettendo sul vantaggio ottenuto dai Super PAC, quando i costi della sfida presidenziale e di tutte le altre contese per gli incarichi federali aumenteranno dai 5 miliardi di dollari del 2008 ( http://www.tomdispatch.com/blog/175478/tomgram%3A_engelhardt,_the_1%25_election/ ) a 7 miliardi fino a novembre scorso ( http://www.pri.org/stories/politics-society/government/estimated-cost-of-2012-campaign-6-billion3276.html )(le elezioni del 2000 sono costate “solo” 3 miliardi di dollari). In altre parole, i soldi che verranno spesi durante questa tornata elettorale saranno più o meno l’equivalente del PIL di Haiti.
Il mito dei piccoli donatori Nel giugno del 2003 il candidato presidenziale Howard Dean sconvolse la classe politica avendo raccolto 828.000 dollari in un solo giorno attraverso Internet, con una media di 112 dollari a donazione. Dean, di fatto, ottenne il 38% del totale dei fondi della sua campagna con donazioni pari o inferiori ai 200 dollari, e mise le basi di quella che molti considerarono una rivoluzione dei piccoli donatori nella politica statunitense.
Curiosamente, tanto Obama, quanto Paul, di fatto, hanno raccolto più denaro dai piccoli donatori nel 2011 che nel 2008, rispettivamente il 48% e il 52% dei totali ( http://cfinst.org/Press/PReleases/12-02-08/Small_Donors_in_2011_Obama_s_Were_Big_Romney_s_Not.aspx ). Eppure, nell’era dei Super PAC, quei soldi già non hanno lo stesso impatto. Anche Dean dubita che la sua campagna anti-establishment, realizzata su Internet nel 2004, oggi avrebbe lo stesso successo. “I Super PAC hanno fatto si che le campagne di base siano meno efficaci”, dice: “Si può ancora fare una campagna di quel tipo, però il problema è che oggi uno può essere sopraffatto dalla televisione e da volgari pubblicità che arrivano per posta […] c’è stato un forte cambiamento rispetto al 2008.” Obama è un candidato dalla doppia personalità. E per questo la sua campagna elettorale è altrettanto schizofrenica. I suoi portavoce affermano di aver raccolto il 98% dei fondi dai piccoli donatori e che Obama sta “costruendo la campagna di base più forte della storia statunitense”, secondo il direttore della campagna, Jim Messina. Ma le brillanti statistiche e la retorica che le accompagna sono molto ingannevoli. Degli 89 milioni di dollari raccolti nel 2011 dall’Obama Joint Victory Fund (Fondo Congiunto per la Vittoria di Obama, ndt), una collaborazione tra il Comitato Democratico Nazionale (DNC) e il gruppo a sostegno di Obama, il 74% è arrivato da donazioni di 20.000 dollari o più e il 99% da donazioni superiori ai 1.000 dollari.
Seventy percent of Endorse Liberty's money in February came from Margaret McMahon, of San Antonio, Texas, who gave $200,000. The last nine expenditures for Endorse Liberty since February 21st were small dollar ad buys for online advertising with Facebook according to FEC records.
La banca degli immigrati condannata per razzismo: se il buongiorno si vede dal mattino...
E' un piccolo caso, curioso al momento, e per il futuro vedremo che cosa rappresenterà, quello che vede condannata per razzismo Extrabanca, la prima banca italiana creata soprattutto per gli extracomunitari. Nata un paio di anni fa e con due sedi a Milano e Brescia, ora vede due suoi dirigenti venir condannati per molestie razziste contro un dipendente di origini senegalesi. Secondo la sentenza del Tribunale di Milano, datata 22 marzo, Cheikh Tidiane Gaye sarebbe stato fatto oggetto di insulti razzisti in almeno un paio di occasioni.
Ad accomunare gli episodi le aspirazioni di Gaye, sia politiche che lavorative. Sarebbe cioè stato insultato sia a causa della sua candidatura con la Lista Pisapia alle elezioni comunali milanesi del 2011, uno dei tre stranieri della lista, ma non eletto [qui la lista] [qui invece una intervista riguardo la sua candidatura], sia a causa del suo ambire ad un posto manageriale in banca. Non essendoci dettagli maggiori, non sappiamo se possa aver giocato, nella questione, anche una certa sfrustrazione di Gaye.
Nella sentenza, si fa riferimento, a pagina 2, a non ben chiare minacce contro la banca (da parte di Gaye o altri?) e, a pagina 4, a testimoni a difesa degli accusati. In entrambi i casi, il giudice Fabrizio Scarzella non avrebbe tenuto conto di questi elementi.
Quello che però ha fatto Scarzella è definire come "prodromica a una migliore gestione da un punto di vista linguistico, etnico e funzionale, dei rapporti commerciali con una clientela prettamente straniera" la presenza tra i dipendenti di oltre il 50% di stranieri. Quindi, se gli allogeni dovessero continuare ad aumentare in Italia, per una "migliore gestione" dei "rapporti" con gli stranieri, gli italiani dovrebbero farsi da parte?
Sentenza del Tribunale di Milano del 22 marzo 2012, N.R.G 16945/2011 [in PDF]
Extrabanca, la "banca degli immigrati", condannata per razzismo (Elvio Pasca, Stranieri in Italia, 26 marzo 2012):
Si presenta come il primo istituto di credito dedicato agli immigrati, ma intanto Extrabanca rimedia una condanna per razzismo dal Tribunale di Milano. Il suo presidente Andrea Orlandini e un altro dirigente avrebbero infatti insultato ripetutamente un dipendente italiano di origine senegalese, Cheikh Tidiane Gaye.
Gaye è stato candidato alle comunali del 2011 in una lista civica che sosteneva Pisapia. In quell’occasione, si legge nella sentenza, il presidente di Extrabanca, Andrea Orlandini, avrebbe tentato di dissuaderlo dicendogli che era come “gli zingari e i musulmani che ..vogliono rovinare Milano”, che lui e un altro dipendente di colore erano “due negri africani” che stavano “creando troppi problemi”, che “avere troppi negri non poteva giovare alla banca” e quindi era meglio assumere “una persona con un colore più chiaro”.
Non è tutto. Gaye, che aspirava a un posto manageriale, si era sentito rispondere da un altro dirigente di Extrabanca che “gli stranieri pretendono troppo, soprattutto quelli che hanno la cittadinanza ...devono sapere che sono ospiti”. Inoltre, uscendo da riunioni con persone di colore, la stessa persona aveva pronunciato altre frasi a sfondo razzista prendendosela con i “negroni”, e parlando di “extracomunitari in modo dispregiativo”.
Si tratta, scrive il giudice Fabrizio Scarzella, di “molestie, o, quantomeno, di comportamenti indesiderati a sfondo razziale aventi lo scopo e, sicuramente, l’effetto di violare la dignità personale del ricorrente e delle altre persone di colore o, comunque, straniere, presenti in azienda”. Il fatto che i colpevoli ricoprono funzioni apicali, inoltre, “comprova la diretta riconducibilità delle condotte in esame all’azienda resistente”.
Il giudice ha quindi ordinato a Extrabanca “l’immediata cessazione dei comportamenti illeciti”, il pagamento delle spese legali e di un risarcimento di cinquemila euro al dipendente, assistito in giudizio dagli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri. L’istituto di credito dovrà inoltre affiggere presso la sua sede di Milano un comunicato che cita la sentenza e la carta dei valori dell’istituto e invita tutto il personale ad “astenersi, nei rapporti tra colleghi e nelle riunioni di lavoro, da espressioni volgari od offensive a sfondo razziale”.
Extrabanca: "Sentenza ingiusta e surreale, ricorreremo in appello"
In una nota diffusa in serata, Extrabanca definisce “del tutto ingiusto” il provvedimento del giudice e annuncia che ricorrerà in appello.
L'azienda ricorda che “ha 34 dipendenti, ben 19 dei quali sono espressione di 14 diverse comunità straniere” e dice che “un’accusa di discriminazione, per chiunque conosce la vita vissuta della Banca, è addirittura surreale tanto più che inutilmente la stessa ha chiesto che venissero ascoltati tutti i dipendenti". "Purtroppo – si legge ancora nella nota - la vicenda è stata trattata dal Giudice in modo “sommario”, anche in ragione del rito adottato, ma manifestamente non coerente con le risultanze acquisite al giudizio".
"Il Presidente di Extrabanca è stato accusato, per esempio, di aver scoraggiato la candidatura del dipendente alle elezioni comunali. Ebbene – sostiene l'istituto di credito - è provato da fatti oggettivi, e risulta dagli atti di causa, che il Presidente non solo gli ha dato il proprio voto, ma ne ha attivamente appoggiato la candidatura e suggerito a più persone di votarlo".
Una circostanza, quest'ultima, che però il giudice nella sentenza definisce "irrilevante" e "non dirimente", perchè "comunque incerta e in ogni caso inidonea ad annullare o giustificare l'illiceità delle condotte" di Orlandini e del dirigente.
"Incontreremo una gran quantità di persone sole e sofferenti nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi." (Ray Bradbury "Fahrenheit 451")
Che abbiano anch'essi pregiudizi culturali o (persino peggio) non li abbiano, fa, appunto, capolino un'idea totalitarista. Il totalitarismo è artisticamente afono. Conosce solo il dettato, l'elenco, la parola d'ordine. Tutto il resto va cancellato o piegato all'idea. Che differenza ci possa essere tra la proposta di Gherush92 e il rogo dei libri da parte dei nazisti è questione di lana caprina. Che differenza ci possa poi essere rispetto alla prospettiva formulata da Ray Bradbury in "Fahrenheit 451" è ancor meno rilevante, perché non c'è. I tipi di Gherush92 desiderano né più né meno quello che la società totalitaria, raccontata da Bradbury, predisponeva, ossia eliminare la singolarità e la contradditorietà del racconto in maniera da eliminare ogni singolarità e contradditorietà umana. I vigili del fuoco di "Fahrenheit 451" bruciano i libri per impedire che il pensiero in essi contenuto turbi l'ordine imposto, il quale è stato imposto affinché il pensiero umano non turbi l'umanità stessa. L'umanità elimina, cioè, se stessa. Nell'opera di Bradbury, invece, gli umani resistenti all'ordine imposto preferiscono ricordare, ossia apprendere i e dai libri, nonostante la contradditorietà in essi presente.
NOTE [1] [si veda la pagina 4 del seguente documento, con le annotazioni finali delle varie ONG] VALENTINA JAPPELLI, of Gherush 92 Committee for Human Rights, said there was concern and
Selon vous, il faudrait donc abattre systématiquement par égorgement ?Je ne dis pas cela. Je pense que les deux techniques sont bonnes, à condition qu'elles soient bien exécutées. Le problème aujourd'hui, c'est la cadence qui nous est imposée et les problèmes d'hygiène que l'on peut rencontrer dans certains abattoirs. Mais que la viande soit tuée selon le mode rituel ou non, ça n'a strictement aucune incidence sur sa qualité ! Ce qui est sûr, c'est qu'aujourd'hui, si le rythme industriel reste le même, l'égorgement serait plus efficace. Sinon, il faut revenir à de petites unités d'abattage, pour pouvoir étourdir correctement. [...]
Religiosità non-europea,

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