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Timestamp: 2018-11-16 21:00:13+00:00

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La mafia romana e la contiguità con la destra fascista (di M. Castellano)
A volte, la riforma di una sentenza da parte di una istanza superiore della giurisdizione costituisce un fatto assolutamente normale della dialettica che in ogni processo si instaura tra le parti ed i Giudici di merito.
A volte, invece, viene sanato in questo modo un manifesto errore giudiziario.
Tutti i giornali di ieri, in particolare quelli editi a Roma, che dedicano al verdetto gran parte delle loro pagine di cronaca locale, commentano con grande risalto il verdetto della Corte di Appello nel processo detto di “Mafia Capitale”, sottolineano che a giudizio della Corte l’associazione a delinquere tra gli imputati – tra cui figurano personaggi del calibro di Buzzi e Carminati, detto “er Cecato” per essere stato sguerciato in uno scontro a fuoco con la Polizia – deve essere considerata “di stampo mafioso”.
Il giudizio di prima istanza aveva riconosciuto la loro responsabilità penale per tutti quanti i capi di imputazione e per tutti i fatti dedotti in giudizio, ma la condanna era stata per associazione a delinquere semplice.
Noi avemmo l’onore di commentare molto criticamente quel verdetto, per cui ora ci compiacciamo – in qualità di studiosi del Diritto – in quanto la sentenza di appello riflette le nostre osservazioni in merito a quella precedente.
Prima di addentrarci nella sua analisi, vorremmo esprimere alcune valutazioni in merito al clima in cui si concluse il processo di prima istanza.
Erano presenti nell’Aula di piazzale Clodio tanto i Magistrati Inquirenti che avevano svolto l’istruttoria, compiendo un lavoro tanto accurato quanto appassionato, esponendosi a gravi e reiterate minacce da parte degli ambienti malavitosi, nonché gli Ufficiali della “Benemerita” che avevano precedentemente svolto con competenza ed abnegazione le indagini di Polizia Giudiziaria; tutti quanti avevano svolto le loro rispettive funzioni sotto la guida esperta del Procuratore Capo, Dottor Pignatone, veterano della lotta intrapresa dallo Stato contro la delinquenza organizzata.
Al momento della lettura del dispositivo, tanto gli Avvocati difensori degli imputati quanto il pubblico, composto da scomposti “claqueurs” radunati dal “milieu” delinquenziale della Capitale e dall’estrema Destra – due entità notoriamente finitime, collidenti ed in buona sostanza coincidenti – era esploso in ovazioni tipiche delle “curve” calcistiche.
Fin qui, tuttavia, le reazioni potevano considerarsi ancora comprese nei limiti – sia pure estremi – della liceità, anche se non certo in quelli della buona educazione.
Ciascuno, in fondo, ha gli eroi che si merita.
Non si può tuttavia dire lo stesso per l’irrisione nei confronti di tanti onesti e leali Servitori dello Stato, né per le minacce profferite contro i nostri colleghi giornalisti, rei – secondo il pubblico di chiara espressione fascista – di essere degli irriducibili e faziosi “colpevolisti”.
Quanto alla stampa estera, che pure era presente, i suoi rappresentanti non si capacitavano di come tanto gli imputati quanti i loro Patroni e tifosi potessero esultare per una sentenza di condanna, che certificava l’assoluta veridicità di tutti i fatti addebitati agli accusati.
In realtà, tanto costoro, quanto gli Avvocati difensori, quanto la loro parte politica avevano vinto una importante battaglia.
Per fortuna, non hanno però vinto la guerra: risulta infatti estremamente improbabile che la Corte di Cassazione, cui spetta l’ultima parola, rovesci il criterio affermato dalla sentenza di appello, in base al quale l’associazione a delinquere costituita tra gli imputati risultava essere “di stampo mafioso”.
Cerchiamo di spiegare per quale motivo un processo per i più squallidi reati comuni, motivati esclusivamente dalla sete di guadagni illeciti, e non certo da finalità sia pure remotamente ideologiche, sia stato trasformato in un processo politico.
Notino bene i nostri lettori che deliberatamente non mettiamo tra virgolette questa parola.
La Difesa, guidata dagli Avvocati Naso, padre e figlia, notoriamente legati alla Destra più radicale, verso la quale propende comunque la gran parte del cosiddetto “generone” romano, composto da una borghesia non imprenditoriale, bensì funzionariale e professionale, le cui origini risalgono nel tempo ai rapporti con la Corte Pontificia, ha commesso un evidente errore nella sua strategia processuale.
Gli assistiti non hanno però evidentemente eccepito ai loro Patroni i rischi derivanti da questa scelta.
Il motivo è presto detto: né agli uni, né agli altri importava tanto di vincere la causa, vedendo attenuata la responsabilità penale, quanto piuttosto affermare una tesi per l’appunto politica.
In base alla sentenza di primo grado, tale obiettivo risultava raggiunto: di qui l’esultanza manifestata nel momento della sua lettura da parte del Presidente della Corte.
La strategia difensiva più adatta ad ottenere la derubricazione del reato di associazione a delinquere “di stampo mafioso” in associazione a delinquere semplice poteva consistere nella valutazione del “modus operandi” degli imputati, o nel rilevare l’assenza dei particolari vincoli di carattere iniziatico che contraddistinguono le “cosche” della mafia, le “paranze” o “famiglie” della camorra e le “’ndrine” della ‘ndrangheta.
La tesi difensiva, accolta dalla sentenza di prima istanza, era invece del tutto diversa: secondo i loro difensori, Buzzi, Carminati e soci non potrebbero essere considerati mafiosi per il semplice fatto che non si tratta né di Siciliani, né di Calabresi, né di Napoletani, bensì di “Romani de Roma”.
Pergolesi inserì il tema della nota canzone popolare “lasciatece passare, semo Romani” nel suo poema sinfonico ispirato alla fontane di Roma, laddove la musica descrive la discesa della Befana in piazza Navona.
I tifosi di Buzzi e Carminati avrebbero potuto cantare questo inno a commento del verdetto.
Nel quale – come scrivemmo nella nostra analisi, pubblicata immediatamente dopo la conclusione del primo grado di giudizio, viene platealmente smentito il principio costituzionale di eguaglianza trai cittadini: lo stesso comportamento configura l’associazione a delinquere “di stampo mafioso”, ovvero l’associazione a delinquere semplice a seconda che venga messo in atto da Meridionali o da Settentrionali.
Scrivemmo allora che ai nostalgici del Regno delle Due Sicilie era stato fornito un ottimo argomento per invocare la secessione dallo Stato unitario, essendo stati formalmente declassati a cittadini di seconda categoria.
Già Cesare Lombroso aveva affermato, su basi assolutamente pseudo scientifiche, una loro “naturale” predisposizione a delinquere.
Degli “argomenti” simili vennero usati contro i suoi fratelli Israeliti, all’epoca delle famigerate “leggi razziali” da parte di ciarlatani come il “professor” Pende.
La tesi difensiva, accolta dalla sentenza di promo grado, risultava manifestamente razzista.
Non era tuttavia il razzismo a motivare ed a mobilitare nella difesa degli imputati i loro Avvocati ed i loro sostenitori, quanto piuttosto un obiettivo di carattere politico.
Per descriverlo ai nostri lettori, occorre – come nei romanzi di appendice – fare un passo indietro, risalendo ai tempi della cosiddetta “Banda della Magliana”, una potente quanto misteriosa consorteria dedita tanto all’eversione politica di segno neofascista quanto alla comune attività delinquenziale.
La figura criminale di Carminati, che era riuscito a coinvolgere nel suo perverso “trasversalismo” il “democratico” Buzzi (grande elemosiniere del “Rottamatore” Matteo Renzi), costituisce l’anello di congiunzione tra la “Banda della Magliana” ed il nuovo “milieu” malavitoso di “Mafia Capitale”, come anche notoriamente rappresenta il “trait d’union” tra il cosiddetto “mondo di mezzo” politico ed imprenditoriale ed il “mondo di sotto”, cioè la “Corte dei Miracoli” delle borgate, popolata da pesci grandi e piccoli della delinquenza più o meno organizzata.
Se si riusciva ad affermare la tesi secondo cui tutto ciò non aveva nulla a che vedere con il fenomeno mafioso, una volta scontate le pene (adeguatamente ridotte), placato l’inevitabile clamore mediatico e ricostituito il tessuto criminale temporaneamente lacerato, si sarebbe potuto fare affidamento su di un risultato molto ambizioso, foriero di un futuro rafforzamento del potere criminale, cioè la certificazione giudiziale dell’inesistenza a Roma della malavita organizzata.
Ecco dunque spiegato il motivo per cui il Dottor Pignatone, i suoi Aggiunti e Sostituti, nonché gli Ufficiali della “Benemerita” si sono tanto impegnati per istruire il processo detto “Mafia Capitale”, vedendo infine per nostra fortuna riconosciute le tesi accusatorie.
Ecco però anche spiegato l’accanimento dimostrato dalla Destra – in tutte le sue sfumature, neon solo dunque da parte di quella più estrema e più manifestamente eversiva – per mantenere aperta la sua grande riserva di affari illeciti e di patti oscuri tra la malavita ed il potere politico che si chiama Roma.
Contro questo disegno, si è vinta una battaglia giudiziaria molto importante.
La guerra, però, non è finita: se piazzale Clodio si conferma la piazzaforte dello Stato democratico e di Diritto, sul Campidoglio c’è chi viene dalla scuola di Cesare Previti, mentre a Palazzo Chigi comanda un Signore cui la ‘ndrangheta ha procurato i voti della Calabria, in cambio degli appalti per l’Expo di Milano.
Il Cardinale Ruffini diceva che la mafia non esisteva, e che si trattava di una invenzione dei Comunisti, ma venne più tardi smentito dal Papa.
Ora la Destra voleva farci credere che a Roma la Mafia non esiste: questa volta, però, è stata più laicamente sbugiardata dalla Magistratura.
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