Source: http://www.camera.it/leg18/410?idSeduta=0175&tipo=atti_indirizzo_controllo&pag=allegato_b
Timestamp: 2019-05-22 23:32:31+00:00

Document:
la Banca d'Italia, secondo la normativa vigente, è Istituto di diritto pubblico, e, come banca centrale della Repubblica italiana, è autorità nazionale competente nell'ambito del meccanismo di vigilanza unico di cui all'articolo 6 del regolamento (UE) n. 1024/2013 e parte integrante del Sistema europeo di banche centrali; a norma del comma 1 dell'articolo 4 del decreto-legge 30 novembre 2013, n. 133 «è indipendente nell'esercizio dei suoi poteri e nella gestione delle sue finanze»;
il capitale della Banca d'Italia, detenuto da 124 soggetti, è di 7.500.000.000 euro rappresentato da quote nominative di partecipazione il cui valore nominale, determinato per legge, è di euro 25,000 ciascuna;
nonostante Banca d'Italia sia «Ente di diritto pubblico» le quote di partecipazione sono detenute da 124 soggetti privati: banche e imprese di assicurazione e riassicurazione aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia; fondazioni, enti ed istituti di previdenza e assicurazione aventi sede legale in Italia e fondi pensione; peraltro, la legge n. 5 del 2014 ha stabilito la soglia massima del 3 per cento alla quota detenibile da ciascun soggetto; oltre tale soglia sulle quote non spetta diritto di voto e i relativi dividendi sono imputati alle riserve statutarie della Banca;
la Banca d'Italia ha una fondamentale funzione di vigilanza sul sistema bancario e di tutela dell'integrità finanziaria degli istituti di credito e della concorrenza;
in base alla seconda direttiva della Unione europea la banca centrale – come organo di controllo – può negare l'autorizzazione a qualsiasi operazione di modifica della struttura proprietaria delle banche italiane, a fortiori se l'operazione implica l'acquisizione o l'entrata nel capitale di una delle banche azioniste di Banca d'Italia da parte di un socio estero;
il Trattato sul funzionamento della Unione europea prevede l'obbligo, per gli Stati, di informare la Banca centrale europea sui progetti di disposizioni legislative che rientrino nelle sue competenze, in particolare se questi riguardano la disciplina delle banche centrali dei Paesi membri;
la modifica dell'assetto proprietario della Banca d'Italia con l'eventuale acquisizione delle quote di proprietà della Banca d'Italia detenute da soggetti privati da parte del Ministero dell'economia e delle finanze al valore nominale stabilito dall'articolo 20 del regio decreto-legge 12 marzo 1936, n. 375, pari a 154.937 euro (trecento milioni di lire), fissando il prezzo di acquisto ex lege, ad un valore nominale sensibilmente inferiore all'attuale, di fatto determina una riduzione forzosa del valore delle quote ed è, in sostanza, un indennizzo ai partecipanti al capitale di Banca d'Italia;
da notare che la Banca centrale europea, chiamata a valutare le modifiche alla governance della Banca d'Italia rivenienti dalla legge n. 262 del 2005 e dal decreto-legge n. 133 del 2013, ravvisava la necessità di verificare che il trasferimento delle quote allo Stato fosse coerente con il principio del divieto di finanziamento monetario, dal momento che l'acquisizione delle quote di partecipazione detenute da soggetti privati implica necessariamente un esborso diretto, peraltro da quantificare, da parte dell'erario, non potendo essere posta carico delle riserve della banca centrale;
la Banca centrale europea inoltre, in quella circostanza ha ribadito la necessità che la riforma della proprietà dell'Istituto d'emissione avrebbe dovuto preservare l'indipendenza finanziaria della Banca d'Italia «attualmente garantita dalle disposizioni del suo Statuto riguardanti l'indipendenza del Consiglio superiore e i limiti alla distribuzione degli utili ai partecipanti al capitale»;
la stessa Banca centrale europea, nel valutare le modifiche alla struttura proprietari della Banca d'Italia determinate dalla legge n. 262 del 2005 e dal decreto-legge n. 133 del 2013, ha ritenuto la presenza di soggetti privati nel capitale di Banca d'Italia coerente con l'indipendenza e l'autonomia della stessa, in virtù di una governance che attribuisce la competenza sulle delibere aventi rilevanza esterna al Direttorio, preserva le competenze del governatore quale membro del Consiglio direttivo della Bce assegna un ruolo di mera amministrazione all'assemblea dei partecipanti (nomina dei membri del Consiglio superiore, del collegio sindacale e approvazione del bilancio) e al Consiglio superiore (amministrazione generale, vigilanza sull'andamento della gestione e controllo interno della Banca);
secondo i dati ricavabili dal bilancio della Banca d'Italia 2017, approvato a fine marzo 2018 e dall'ultima relazione del governatore all'assemblea ordinaria dei Partecipanti al capitale (29 maggio 2018) si rileva che l'utile netto, in aggiunta a imposte di competenza per 1,563 milioni, ha determinato per lo Stato un'entrata di circa 4,9 miliardi di euro;
i partecipanti al capitale di Banca d'Italia hanno diritti patrimoniali limitati al valore del capitale e agli utili netti annuali e non possono, in alcun modo, avanzare diritti sulle riserve auree; peraltro, in base ai Trattati, le autorità nazionali, legislative e di Governo, sono tenute al rispetto dell'indipendenza della Bce e delle Banche centrali nazionali, anche assicurando che esse abbiano sufficienti risorse finanziarie per svolgere i propri compiti; la Banca centrale non può quindi essere destinataria di prescrizioni vincolanti nello svolgimento dei propri compiti istituzionali nelle materie di competenza previste dall'eurosistema, in particolare nella gestione delle riserve valutarie;
l'articolo 123 del Trattato, in merito al divieto di finanziamento monetario impedisce alle banche centrali nazionali di erogare credito allo Stato e agli altri enti pubblici, incluso il finanziamento degli obblighi al settore pubblico nei confronti dei terzi; la Banca centrale europea ha precisato che il divieto comprende qualsiasi erogazione finanziaria, anche in assenza di un obbligo di restituzione; pertanto qualsiasi trasferimento non oneroso, o comunque effettuato a prezzi inferiori a quelli di mercato, di attività finanziarie dal bilancio della Banca d'Italia a quello dello Stato rientrerebbe in tale divieto; eventuali disposizioni in contrasto con tale assetto normativo dovranno pertanto essere valutate sul piano della compatibilità con l'ordinamento del Sistema europeo delle Banche centrali;
le consistenti riserve auree italiane – tra le più cospicue nell'ambito dell'Eurosistema e a livello internazionale – detenute da Banca d'Italia sono un'importante riserva di valore nel tempo non soggetta in misura significativa all'inflazione o alle turbolenze dei mercati finanziari — elemento quanto mai importante in situazioni di incertezza economica, finanziaria o politica; l'oro, a differenza di qualunque attività finanziaria o valuta, possiede una caratteristica che ne garantisce il valore nel tempo: non è emesso da alcun governo o banca centrale e il suo valore non è influenzabile dalle decisioni politiche, dalla credibilità o dalla solvibilità di alcuna istituzione; poiché non ha «rischio di credito» (cioè non espone al rischio – associato a qualsiasi attività finanziaria come azioni o obbligazioni – che l'emittente non rimborsi il suo debito, rappresentato dal valore nominale del titolo) né è soggetto alle oscillazioni proprie delle valute, detenere una consistente riserva di oro rappresenta un presidio importante per una banca centrale e un elemento di stabilità e di tutela dalle tensioni del sistema finanziario;
in merito alla proprietà delle riserve detenute da Banca d'Italia, l'articolo 127 del Tfue (ex articolo 105 del Tce) prevede, al paragrafo 2, tra i compiti fondamentali da assolvere tramite il Sebc, quello di «detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri»; al contempo, l'articolo 30 dello statuto del Sebc prevede che «La BCE ha il pieno diritto di detenere e gestire le riserve in valuta che le vengono trasferite e di utilizzarle per gli scopi indicati nel presente statuto»;
più specificatamente, la normativa europea ribadisce la detenzione, esplicitamente nel titolo dell'articolo 31 dello statuto Sebc, e in particolare nella disposizione del comma 2 del medesimo articolo, che fa riferimento alle «attività di riserva in veduta che restano alle banche centrali nazionali dopo i trasferimenti», con ciò evidenziando nessuna supponibile ingerenza del diritto europeo circa la proprietà e il titolo in forza del quale le banche centrali nazionali detengono tali riserve, ivi comprese quelle auree, lasciando così sul campo del diritto nazionale la determinazione della questione;
la risposta fornita in data 27 marzo 2019 dal presidente della Bce Mario Draghi, all'interrogazione presentata dai parlamentari europei Marco Valli e Marco Zanni conferma e chiarisce questa interpretazione, laddove esplicita che «il Trattato sul funzionamento dell'Unione europea e lo Statuto del Sebc non utilizzano il concetto di proprietà per determinare le competenze del Sebc [...] in relazione alle riserve», competenze che riguardano la detenzione e la gestione delle riserve stesse;
la detenzione da parte di Banca d'Italia delle riserve auree avviene ai sensi del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea e dello Statuto Sebc, mentre la relativa iscrizione nell'attivo di bilancio della Banca è frutto di una semplice convenzione e non implica alcun diritto di proprietà, come chiaramente specificato anche negli statuti di altre banche centrali europee aderenti al Sebc;
il Fondo per l'indennizzo dei risparmiatori, di cui ai commi 493-507 dell'articolo 1 della legge di bilancio 2019, si configura come una sorta di «struttura rimediale» nei confronti della violazione della normativa nazionale in materia e della legislazione comunitaria sancita, in particolare, dalla Mifid II e dalla normativa nazionale di recepimento, e può costituire un utile punto di riferimento anche per iniziative analoghe di altri Paesi dell'Unione europea;
tale «struttura rimediale» ha, tra l'altro, lo scopo rilevante di rassicurare i mercati sulla pronta e tempestiva azione di indennizzo delle autorità nazionali qualora un bene pubblico – costituzionalmente garantito «il risparmio» – sia compromesso e minacciato per violazione della disciplina che si configura come un vero e proprio «diritto del risparmio» (tra questi, in particolare, gli articoli 21 e 167 del decreto legislativo 21 febbraio 1998, n. 58 – Testo unico della finanza – e la legge 28 dicembre 2005, n. 262 – Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari);
l'azione congiunta del Governo e del Parlamento ha dunque portato ad un inedito «strumento di tutela collettiva del risparmio» nelle more di una riforma della normativa nazionale che ampliando la nozione di «azione di classe risarcitoria» di cui all'articolo 140-bis del codice del consumo, estenda la possibilità di agire – con azione di classe – a tutela di diritti individuali omogenei – nel caso in ispecie, dei risparmiatori – nonché degli interessi collettivi di tutti i partecipanti al mercato finanziario, presenti e futuri;
il rafforzamento patrimoniale con aggregazioni di banche di medie e piccole dimensioni attraverso la trasformazione in credito d'imposta, per il loro intero ammontare, delle attività per imposte anticipate («Dta») permetterebbe, da un lato, più flessibilità nella gestione dei crediti deteriorati e, dall'altro, consentirebbe alla combined bank di essere redditiva fin da subito; la possibilità di trasformare Dta in credito d'imposta ne anticiperebbe, appunto, la fruibilità economica e può agevolare l'aggregazione di piccoli e medi istituti bancari,
1) a dare rapida e piena attuazione a quanto disposto dalla legislazione vigente per l'indennizzo dei risparmiatori;
2) a supportare, per quanto di competenza, iniziative volte al miglioramento della governance della Banca d'Italia al fine di allinearla ai prevalenti standard europei;
3) a favorire, per quanto di competenza, l’iter parlamentare della proposta di legge di interpretazione autentica già in discussione alla Camera per ribadire la proprietà statale delle riserve auree in deposito presso la Banca d'Italia;
4) a promuovere incontri intergovernativi per discutere della possibile evoluzione delle funzioni delle banche centrali alla luce dell'attuale situazione economica;
6) ad adottare iniziative per incrementare ed estendere i poteri di vigilanza della Banca d'Italia, in particolare per la tutela del risparmio, a norma dell'articolo 47 della Costituzione, anche monitorando costantemente l'effettività e l'efficacia della normativa vigente in materia;
8) ad adottare iniziative per consolidare e potenziare i poteri ispettivi e di accertamento della Banca d'Italia;
10) a valutare l'opportunità di adottare iniziative per introdurre nel nostro ordinamento norme per rafforzare il ruolo della Banca d'Italia nella realizzazione di piani di esdebitazione, sul modello della Banca di Francia, per garantire sostegno a cittadini e imprese e migliorare le opportunità di effettivo recupero delle attività in crisi;
11) a valutare l'opportunità di iniziative normative di carattere fiscale laddove si renda necessario favorire aggregazioni tra banche di medie e piccole dimensioni per rafforzarne la capitalizzazione.
(1-00184) «D'Uva, Molinari».
l'articolo 6 della Costituzione stabilisce chiaramente che «la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche» e all'articolo 116 prevede che le regioni a statuto speciale dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale;
nello specifico, l'articolo 8 dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige (decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1972, n. 670) attribuisce alle province la potestà di emanare norme legislative anche nella materia relativa alla «toponomastica, fermo restando l'obbligo della bilinguità nel territorio della provincia di Bolzano»;
disponendo in tal modo, la norma appena citata impone chiaramente che la toponomastica della provincia di Bolzano sia sempre e in ogni caso bilingue e opera in conformità con l'articolo 117, primo comma, della Costituzione, secondo cui l'attività legislativa deve svolgersi nel rispetto degli obblighi internazionali;
la disposizione statutaria, infatti, costituisce espressione del principio codificato all'articolo 1, comma 2, lettera b), del cosiddetto Accordo di Parigi, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, il quale stabilisce che «ai cittadini di lingua tedesca» sarà specialmente concesso «l'uso, su di una base di parità, della lingua tedesca e della lingua italiana nelle pubbliche amministrazioni, nei documenti ufficiali, come anche nella nomenclatura topografica bilingue»;
conformemente ai principi costituzionali ed internazionali testé menzionati, l'articolo 101 dello statuto precisa che «nella provincia di Bolzano le amministrazioni pubbliche devono usare, nei riguardi dei cittadini di lingua tedesca, anche la toponomastica tedesca, se la legge provinciale ne abbia accertata l'esistenza ed approvata la dizione», e l'articolo 102, comma 1, prevede che anche le popolazioni del Trentino-Alto Adige hanno diritto «al rispetto della toponomastica»;
gli articoli 101 e 102 appena menzionati, che dettano specifiche disposizioni in materia di toponomastica, devono essere letti nella più ampia cornice dettata dall'articolo 99 dello Statuto, secondo il quale «Nella regione la lingua tedesca è parificata a quella italiana che è la lingua ufficiale dello Stato. La lingua italiana fa testo negli atti aventi carattere legislativo e nei casi nei quali dal presente statuto è prevista la redazione bilingue»;
con gli articoli 101 e 102 dello statuto del Trentino-Alto Adige si ribadisce sostanzialmente che, oltre alla toponomastica in lingua italiana, si debba usare nei riguardi dei cittadini di lingua tedesca anche la toponomastica nella lingua tedesca, che quindi si aggiunge e non si sostituisce a quella italiana su una porzione del territorio nazionale;
la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, che l'Italia ha firmato il 27 giugno 2000 ma non ancora ratificato, afferma che «il diritto di usare una lingua regionale o minoritaria nella vita privata e pubblica costituisce un diritto imprescindibile, conformemente ai principi contenuti nel Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici delle Nazioni Unite e conformemente allo spirito della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del Consiglio d'Europa (...) coscienti del fatto che la tutela e il promovimento delle lingue regionali o minoritarie nei diversi Paesi e regioni d'Europa contribuiscano in modo considerevole a costruire un'Europa fondata sui principi della democrazia e della diversità culturale, nell'ambito della sovranità nazionale e dell'integrità territoriale»;
alla luce di quanto appena riportato nessun atto pubblico e, quindi, nessuna cartografia ufficiale e nessuna indicazione toponomastica può, quindi, essere redatta soltanto in lingua tedesca o ladina, poiché è sempre necessaria la redazione italiana, a cui quella bilingue o trilingue viene parificata;
si tratta di un valore non negoziabile su cui viceversa i vertici politici nazionali e locali, soprattutto in questi ultimi anni, hanno immoralmente e volutamente glissato: il bilinguismo in Alto Adige non è un'opportunità, ma una precisa previsione di legge riportata nello statuto d'autonomia che ha rango costituzionale;
purtroppo, il tema della toponomastica in Alto Adige è stato troppo spesso strumentalizzato, diventando «oggetto» di controversia politica, in quanto percepito come mezzo di lotta per l'autonomia e la «cancellazione» sul territorio dello Stato italiano;
sono sempre più numerose le denunce riguardanti l'uso distorto delle due lingue provinciali nella segnaletica di montagna; da ultimo, il 4 gennaio 2019 si è verificato un drammatico incidente su una pista nel Corno del Renon, in Alto Adige, dove una bambina di otto anni, mentre era su uno slittino insieme alla mamma, ha perso la vita dopo essersi schiantata contro un albero;
la tragedia si è verificata su una pista nera dove il divieto di slittare è scritto solo in tedesco con un grafico poco visibile e, dunque, palesemente incomprensibile ai milioni di turisti che arrivano in Alto Adige;
nel 2010 la procura di Bolzano si era già occupata dei cartelli segnaletici in montagna, 36.000 cartelli in versione monolingue tedesca e della loro necessaria integrazione con la lingua italiana, in quanto la scritta monolingue rappresenta una violazione della legge per mancato rispetto delle disposizioni vigenti in materia di toponomastica e bilinguismo;
quanto riportato non è un fatto nuovo, considerato che tra il 2008 e il 2009, quando l’Alpenverein disseminò nei sentieri di montagna cartelli solo in tedesco, il Governo Berlusconi con un accordo con la provincia autonomia di Bolzano aveva gettato le basi al fine di rimuovere gli stessi cartelli di montagna non più conformi in quanto recanti solo la lingua tedesca; tuttavia, l'interruzione dell'attività del Governo Berlusconi ne ha impedito la conclusione;
a ciò si aggiunge che, in data 16 novembre 2012, il Consiglio dei ministri allora in carica aveva deliberato l'impugnativa dinanzi alla Corte costituzionale della legge provinciale 20 settembre 2012, n. 15, «in quanto contenente disposizioni in materia di toponomastica in contrasto con norme internazionali e, quindi, con l'articolo 117, primo comma, della Costituzione e con diversi articoli dello Statuto speciale della regione Trentino-Alto Adige»; dopo svariati rinvii, il ricorso sarà trattato all'udienza pubblica del 2 aprile 2019;
la legge provinciale recante «Istituzione del repertorio toponomastico provinciale e della consulta cartografica provinciale», che tra l'altro è stata approvata dai soli consiglieri del gruppo linguistico tedesco rappresenta, ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo, un'evidente forzatura politica, in quanto in modo unilaterale e senza alcun confronto con lo Stato individua i toponimi continuando un percorso che amplia i confini della lingua tedesca a scapito dell'italiano, in modo non conforme ai principi statutari, percorso che, peraltro, era già iniziato con la vicenda della segnaletica di montagna che, nella misura di oltre 1.500 toponimi, era tutta posta in lingua tedesca;
alla luce dell'evidente incostituzionalità della legge sulla toponomastica, tanto in relazione allo Statuto quanto in relazione alla Costituzione, il governatore Kompatscher ha annunciato l'intenzione di abrogare la legge citata per poi procedere, in un primo momento all'adozione di una norma di attuazione, e successivamente all'approvazione di una proposta legislativa provinciale in materia attraverso un confronto tra il Governo e la «Commissione dei sei»;
si tratta di una legge che non avrebbe mai dovuto essere approvata, poiché rappresenta ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo una evidente forzatura politica finalizzata ad un uso discrezionale della lingua italiana se non alla sostanziale sparizione della stessa, in spregio allo statuto del Trentino Alto-Adige che la definisce quale lingua ufficiale dello Stato;
nel frattempo la Corte costituzionale, con sentenza n. 210 del 2018, è intervenuta dichiarando l'illegittimità costituzionale dell'articolo 1, commi 1, 2 e 4, della legge della regione autonoma del Trentino-Alto Adige 31 ottobre 2017, n. 8, nella parte in cui utilizza la denominazione «Sèn Jan di Fassa-Sèn Jan» anziché quella di «San Giovanni di Fassa-Sèn Jan»;
la Consulta è intervenuta ribadendo il «bilinguismo» perfetto in Alto Adige e specificando che «lo Statuto speciale reca altresì disposizioni in tema di toponomastica le quali, dettando una disciplina che è profondamente influenzata dalle vicende storiche che hanno interessato la regione nel corso della prima metà del secolo scorso, non apportano, tuttavia, alcuna deroga all'ufficialità della lingua italiana – la quale, dunque, deve essere necessariamente adoperata anche in tale ambito – ma si limitano a imporre, nei vari casi, l'utilizzo di denominazioni anche in lingua tedesca, ladina, monchena o cimbra»;
la Corte costituzionale ha altresì aggiunto che nella regione Trentino Alto Adige «devono essere utilizzati, per un, verso, toponimi anche in lingua tedesca nella Provincia autonoma di Bolzano e, per un altro, al fine di rispettarne le tradizioni, toponimi anche in lingua – secondo i casi – ladina, cimbra o mochena, nei territori ove sono presenti le rispettive popolazioni. Prescrivendo la compresenza della lingua italiana e, a volta a volta, delle lingue minoritarie, viene apprestata una tutela alle minoranze linguistiche e al loro patrimonio culturale in tema di toponomastica, senza tuttavia far venire meno, neppure in tale ambito, la primazia della lingua ufficiale della Repubblica, espressamente riconosciuta dall'art. 99 dello statuto speciale»;
citando anche la recente e storica sentenza n. 42 del 2017 sul ruolo dell'italiano, la Consulta ha così riaffermato che «il primato della lingua italiana non solo è costituzionalmente indefettibile, [ma è] decisivo per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell'identità della Repubblica, oltre che garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell'italiano come bene culturale in sé»;
ancora oggi, in Alto Adige, in alcuni sentieri di montagna continuano ad essere installati cartelli con indicazioni soltanto in lingua tedesca a dimostrazione della scarsissima considerazione che la Südtirol Volkspartei (Svp) riserva agli ospiti di lingua italiana, in contraddizione con quelli che dovrebbero essere gli obiettivi di una località a vocazione prettamente turistica;
la questione della segnaletica è stata apparentemente affrontata dalla giunta provinciale di Bolzano che, il 19 marzo 2019, ha approvato una delibera sulle linee guida in merito all'utilizzo del materiale relativo alla segnaletica e in cui si rinvia genericamente al regolamento sulla toponomastica attualmente vigente prevedendo il bilinguismo obbligatorio per i nomi generici e il mantenimento della dizione originaria tedesca dei nomi «storici» per le denominazioni di luogo;
in questo modo la maggioranza che guida la giunta provinciale di Bolzano propone una applicazione piuttosto variabile dello statuto che, in alcuni casi, viene considerato dalla stessa maggioranza come un «totem» intoccabile e in altri viene dilaniato e superato quando si tenta, ancora oggi, di cancellare l'identità italiana e di minare la convivenza pacifica tra i gruppi linguistici;
tradurre la segnaletica, specie in una terra a vocazione turistica come il Trentino-Alto Adige, non è dunque solo questione di buon senso ma di rispetto della legge alla quale, istituzioni, associazioni, consorzi dovrebbero strettamente attenersi. In caso contrario, si tratta, secondo i firmatari del presente atto di indirizzo, in definitiva di incidere sulle stesse regole democratiche alla quale solo con pesanti sanzioni amministrative e penali si potrà evidentemente riparare,
1) ad adottare con determinazione ogni iniziativa utile, nell'ambito delle proprie competenze e nel pieno rispetto dello statuto di autonomia speciale per il Trentino Alto Adige-Südtirol, a contrastare ogni iniziativa, anche normativa, non rispettosa del bilinguismo e delle peculiarità di una provincia plurilingue, dando seguito a quanto stabilito nella sentenza n. 210 del 2018 della Corte costituzionale richiamata in premessa, partendo dal presupposto di imprescindibilità della presenza della toponomastica italiana, nonché ad assicurare la tutela del bilinguismo prevista dallo statuto di autonomia;
2) a non approvare, per quanto di competenza, norme di attuazione dello statuto di autonomia per il Trentino Alto Adige-Südtirol che possano violare o interpretare in senso restrittivo il dettato e lo spirito dello statuto per quanto concerne il bilinguismo della toponomastica non riconoscendo denominazioni di luogo in lingua italiana diffusamente utilizzate e/o censite sulla base di criteri oggettivi nonché accettate anche internazionalmente, al fine di tutelare l'interesse della comunità altoatesina e tutte le minoranze linguistiche che la animano.
(1-00185) «Biancofiore, Gelmini».
I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere – premesso che:
in un articolo apparso l'11 marzo 2019 su «Il Fatto quotidiano» di Lilli Mandara viene data notizia di «un'opera faraonica e forse inutile, centinaia di migliaia di tonnellate di cemento alla foce del fiume: nasce così, pezzo dopo pezzo e sotto falso nome, il nuovo porto di Pescara. Nasce parecchio tempo fa e grazie a una serie di piroette riesce ad evitare la Valutazione di impatto ambientale (Via): a decidere è sempre la Regione, che fa solo uno screening preliminare mentre il Ministero dell'ambiente resta fuori, grazie alla tecnica dei progetti a singhiozzo. Che di volta in volta vengono chiamati “interventi per il miglioramento delle acque” o “progetti per la difesa della costa”. La parola “porto” è bandita, proprio per aggirare la Via»;
nel citato articolo si legge: «a settembre 2018 viene presentato il secondo lotto di lavori per 15 milioni di euro, finanziato col Masterplan, che viene presentato come la realizzazione del nuovo molo nord.... Anche il secondo lotto bypassa la VIA nazionale ma trova la sorpresa: la procedura viene approvata col “no” dell'Agenzia ambientale secondo la quale queste opere aumentano l'erosione, quindi devono andare dritte alla Via»;
nel 2016 il consiglio regionale abruzzese ha approvato il nuovo piano regolatore portuale del porto di Pescara, fermo dal 2008: piano regolatore che, tra gli altri scopi, avrebbe dovuto risolvere i problemi di interrimento causati dalla realizzazione di una diga foranea, realizzata a metà degli anni ’90 senza alcuna procedura di valutazione di impatto ambientale;
nel 2011 il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare con nota DVQ 2011 – 25176 chiarì, in merito a quali procedure di valutazione ambientale sottoporre il redigendo piano regolatore portuale, che la regione Abruzzo poteva scegliere se fare un'unica procedura coordinata Via-Vas oppure se condurre prima la sola Vas sul piano regolatore, assoggettando successivamente ogni singola opera portuale a Via nazionale: la regione Abruzzo optò per la prima soluzione assoggettando alla sola Vas il piano;
a partire dal 2015, ancor prima dell'approvazione del piano regolatore portuale, il provveditorato alle opere pubbliche del Lazio, Abruzzo e Molise appaltò due progetti il taglio della diga foranea e la realizzazione di una scogliera sommersa che ricalcava il tracciato del futuro molo nord del porto di Pescara secondo la configurazione prevista dal nuovo piano regolatore portuale;
le procedure per gli appalti sono state avviate ancor prima di completare le procedure valutative ambientali che sono rimaste a livello regionale, in considerazione del fatto che non sono state considerate opere ricadenti nell'Allegato II, punto 11, della parte seconda del decreto legislativo n. 152 del 2006, cioè porti e modifiche di porti esistenti, di competenza nazionale ma esclusivamente opere per la difesa della costa e del mare (allegato IV, punto 7, lettera n);
in forza di quanto sopra esposto, è stata svolta la semplice verifica di assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale regionale e non a valutazione di impatto ambientale diretta nazionale, nonostante fosse evidente che la connotazione del nuovo porto fosse inequivocabilmente dettata da questi lavori di fatto già attuativi del piano regolatorio portuale;
nel 2018 l'Arap utilizzando 15 milioni di euro del masterplan della regione Abruzzo, ha depositato un ulteriore progetto per realizzare il molo nord e un «pennello» esterno all'apertura della diga foranea;
il Comitato Via della regione Abruzzo, con il voto contrario dell'Arta, ha inteso classificare questo intervento, di nuovo, esclusivamente sotto la lettera n) dell'Allegato IV, non ricomprendendolo tra i porti, escludendone, quindi, la valutazione e applicando l'Allegato II, punto 11, della parte seconda del decreto legislativo n. 152 del 2016, riferito a porti e modifiche di porti esistenti;
la conseguenza di questa artata applicazione è che invece della valutazione di impatto ambientale diretta di competenza statale anche in questo caso si sta conducendo una semplice valutazione ambientale regionale: situazione rilevata anche dalle osservazioni formulate dal pubblico sui progetti de quo, come vere e proprie manovre e decisioni devianti, per non rispettare le norme che assegnano la competenza al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare con valutazione di impatto ambientale diretta (come si fa per tutti gli altri porti e modifiche di porti in Italia e come risulta anche solo da una semplice consultazione del sito WEB del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare);
sempre nelle richiamate osservazioni viene evidenziato come gli eventuali effetti sulla qualità delle acque e sulla sedimentazione fossero secondari rispetto al fatto che comunque si stava realizzando una modifica sostanziale di un porto, intervento ricadente inequivocabilmente tra i progetti di competenza statale –:
quali iniziative urgenti si intendano assumere, per quanto di competenza, con lo scopo di verificare la sussistenza di una competenza statale in materia di valutazione di impatto ambientale nel caso di specie, anche in relazione agli elementi di complessità che la stessa valutazione presenta e in considerazione degli effetti dei cambiamenti climatici su opere che hanno una vita utile di 50-100 anni.
(2-00384) «Grippa, Parentela, Corneli».
DE FILIPPO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
QUARTAPELLE PROCOPIO, BAZOLI, UNGARO e SERRACCHIANI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
il 25 gennaio 2016 scompare al Cairo Giulio Regeni, il giovane ricercatore di Fiumicello che stava scrivendo una tesi di dottorato per l'università di Cambridge. Il suo corpo senza vita, straziato dalle torture, viene ritrovato il 3 febbraio 2016 sul ciglio della superstrada che collega II Cairo ad Alessandria d'Egitto;
lo Stato italiano deve fare tutto il possibile per identificare i responsabili e fare chiarezza: nessuna ragion di stato può giustificare la violazione di diritti umani come avvenuto nel caso di Giulio poiché la verità per Giulio Regeni è una priorità d'interesse nazionale;
l'Italia lo ha dimostrato da subito, chiedendo una indagine congiunta italo-egiziana poche ore dopo il ritrovamento del corpo martoriato di Giulio; si trattava di un atto di rispetto per la dignità e la memoria del giovane ucciso, e per il dolore immenso dei suoi cari. Ma era anche il livello di collaborazione, piena e totale, che ci si aspettava da un Paese alleato;
purtroppo così non e stato, e per rispondere ai tentativi di «insabbiamento», venuti in alcuni casi dalle stesse istituzioni egiziane, l'Italia aveva reagito ritirando il nostro ambasciatore al Cairo;
la fermezza italiana dal punto di vista diplomatico e la volontà di collaborare tra procure aveva portato a passi in avanti: si è cominciato a conoscere nomi e responsabilità delle persone coinvolte nella sparizione e nei depistaggi intorno al caso Regeni;
il 30 aprile 2019 la Camera dei deputati ha inoltre approvato l'istituzione di una commissione monocamerale di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni;
ad oggi, però, nonostante una lotta strenua e ostinata della famiglia che, con i suoi legali, ha chiesto ufficialmente di proseguire con gli accertamenti giudiziari sulla base di nuovi elementi emersi dalle loro indagini difensive, la verità sul sequestro, la tortura e la morte di Giulio Regeni è ancora lontana;
proprio in questi giorni si apprende di importanti novità sul caso: un funzionario dell’intelligence egiziana avrebbe riferito di aver preso parte al sequestro del giovane ricercatore italiano ucciso al Cairo in circostanze misteriose nel gennaio 2016;
appare dunque più impellente procedere, come la magistratura italiana sta già facendo, – secondo qualificate fonti giudiziarie, la procura di Roma avrebbe inoltrato una rogatoria in dodici punti, nell'ambito del lavoro di condivisione giudiziaria in corso con la procura del Cairo –, alla raccolta di quante più possibili prove testimoniali;
le norme ci sono: nella scorsa legislatura è stata introdotta, con il decreto legislativo 3 ottobre 2017, n. 149, una riforma del libro XI del codice di procedura penale, che ha adeguato l'apparato normativo di assistenza giudiziaria a fronte di una criminalità organizzata sempre più transnazionale, anche in relazione alle significative modifiche alla disciplina dell'assistenza giudiziaria penale introdotte a livello di Unione europea, essenzialmente finalizzate all'acquisizione probatoria e all'audizione di testimoni in forma protetta –:
quali iniziative, per quanto di competenza, il Governo abbia adottato o intenda adottare, di carattere diplomatico ma non solo, al fine di ottenere, nel pieno rispetto ma soprattutto a supporto dell'azione della magistratura, assistenza giudiziaria da parte delle autorità egiziane per l'acquisizione probatoria, con particolare riguardo alla raccolta delle testimonianze di quante più persone siano al corrente di circostanze riscontrabili e decisive nell'individuazione delle responsabilità della morte di Giulio Regeni, in modo protetto e sicuro, così come previsto dall'ordinamento italiano.
ROSTAN. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
la legge 30 dicembre 2018, n. 145, recante bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale – serie generale n. 302 del 31 dicembre 2018, all'articolo 1, commi 35 e seguenti, ha previsto l'istituzione della cosiddetta web tax, determinando gli elementi essenziali dell'imposta e demandandone la concreta attuazione a ulteriori provvedimenti amministrativi da assumere entro il 30 aprile 2019;
in data 27 aprile 2019 il Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo dal titolo «Digital tax, rinvio inevitabile – in fumo i primi incassi 2019», nel quale viene dato conto del fatto che in assenza dei citati provvedimenti amministrativi l'imposta non sarà applicabile e che, pertanto, verranno meno i cospicui introiti previsti per l'anno 2019;
già per l'anno 2018 era stata prevista dal decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50, convertito dalla legge 21 giugno 2017, n. 96, una imposta analoga per la quale alla formale approvazione della legge da parte del Parlamento non ha fatto seguito alcuna concreta attuazione, per mancanza della normativa secondaria, mai approvata dagli apparati amministrativi designati;
in ambedue i casi si tratta di imposte che incidono su un numero limitato di contribuenti, sicché è facile l'individuazione di soggetti passivi del tributo che, per l'inerzia della pubblica amministrazione, risultano agevolati da un improprio vantaggio fiscale ovvero dalla mancata applicazione di norme di legge (ovvero colossi del web ai quali è affidata in modo preponderante la gestione di informazioni e pubblicità, compresa la cosiddetta web reputation dello stesso Esecutivo) –:
per quali ragioni non sia stato adottato il decreto ministeriale di cui all'articolo 1, comma 45, della legge n. 145 del 2018 e quali iniziative abbia intrapreso il Governo per dare attuazione alle norme che hanno istituito la cosiddetta web tax;
quali iniziative intenda assumere per la copertura dei mancati introiti, che sarebbero derivati dalla tassazione dei colossi del web.
RAMPELLI, LOLLOBRIGIDA, LUCA DE CARLO, VARCHI, TRANCASSINI, FOTI, MOLLICONE e BELLUCCI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
nella giornata del 4 gennaio 2019 un drammatico incidente si è verificato nel comprensorio sciistico di Corno del Renon, in Alto Adige; una bambina di otto anni originaria di Reggio Emilia è morta e la sua mamma versa in gravissime condizioni all'ospedale di Bolzano dopo che le stesse si sono schiantate contro un albero con il loro slittino, mentre percorrevano una pista nera interdetta all'uso di questi mezzi;
dai primi rilievi dell'inchiesta in corso sembrerebbe pressoché certo che nella cartellonistica predisposta dalla società che ha in gestione gli impianti del Renon il divieto di percorrere la pista con la slitta fosse descritto esclusivamente in lingua tedesca e con un simbolo grafico assai poco visibile;
se tutto ciò sarà confermato dalla magistratura – nella quale gli interpellanti ripongono la massima fiducia – risulta evidente che la causa della tragedia sia da rinvenire nell'ennesimo caso di mancato rispetto dell'obbligo del bilinguismo in Alto Adige;
negli ultimi anni, e anche in tempi più recenti, nella provincia autonoma di Bolzano sono innumerevoli le denunce riguardanti la sostanziale violazione dei criteri sull'uso delle due lingue provinciali nella segnaletica di montagna: ciò avviene per lo più attraverso l'installazione di cartelli turistici recanti toponimi riportati solo in lingua tedesca o contenenti indicazioni in entrambe le lingue ma con caratteri tipografici sproporzionatamente diversi, sempre a scapito della lingua italiana;
va poi considerato che gli enti e le organizzazioni che si rendono responsabili della cancellazione della lingua italiana dalla toponomastica e nelle comunicazioni con gli utenti sono gli stessi che beneficiano di fondi pubblici per l'allestimento della cartellonistica;
la perdurante e sistematica violazione delle disposizioni sull'obbligo del bilinguismo contenute nello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige rappresenta una evidente mortificazione per la popolazione di lingua italiana residente in provincia di Bolzano, nonché per gli stessi turisti che ivi si recano da altre regioni, i quali, sempre più spesso, hanno la sensazione di trovarsi come stranieri nella propria Nazione, «buoni» solo per portare risorse economiche al territorio;
quanto descritto avviene, secondo gli interroganti, con il silenzioso avallo delle istituzioni della provincia autonoma di Bolzano, le quali, specie dopo l'approvazione della legge provinciale 20 settembre 2012, n. 15, hanno di fatto avviato un vero e proprio «ostracismo» nei confronti di parte della toponomastica italiana;
il Presidente del Consiglio dei ministri dell'epoca, prof. Mario Monti, ha presentato ricorso dinanzi alla Corte costituzionale contro la provincia autonoma di Bolzano per la dichiarazione di illegittimità costituzionale della citata legge provinciale: il ricorso, dopo vari rinvii dovuti a modifiche della legge in questione, è stato trattato all'udienza pubblica del 3 aprile 2019;
la stessa Corte costituzionale, nella recente sentenza n. 210/2018, pubblicata in data 28 novembre 2018, occupandosi di un caso analogo, ha richiamato una precedente pronuncia nella quale si afferma che «Il primato della lingua italiana (...) non solo è costituzionalmente indefettibile [ma è] decisivo per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell'identità della Repubblica, oltre che garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell'italiano come bene culturale in sé (sentenza n. 42 del 2017)»;
in un altro decisivo passaggio della sentenza n. 210/2018, i giudici costituzionali sono giunti a questa conclusione: «nella Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol (...) devono essere utilizzati, per un verso, toponimi anche in lingua tedesca nella Provincia autonoma di Bolzano e, per un altro, al fine di rispettarne le tradizioni, toponimi anche in lingua – secondo i casi – ladina, cimbra o mochena, nei territori ove sono presenti le rispettive popolazioni. Prescrivendo la compresenza della lingua italiana e, a volta a volta, delle lingue minoritarie, viene apprestata una tutela alle minoranze linguistiche e al loro patrimonio culturale in tema di toponomastica, senza tuttavia far venire meno, neppure in tale ambito, la primazia della lingua ufficiale della Repubblica, espressamente riconosciuta dall'articolo 99 dello statuto speciale» –:
se non ritenga opportuno adottare urgenti iniziative, per quanto di competenza, affinché in Alto Adige siano garantite alla lingua e alla cultura italiana pari dignità, utilizzo e diffusione e se, tra le iniziative volte a tutelare i cittadini italiani, non intenda considerare l'ipotesi di ricondurre alla competenza legislativa dello Stato la materia della toponomastica.
DI SAN MARTINO LORENZATO DI IVREA. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
la legge n. 89 del 2014 ha introdotto alla tabella dei diritti consolari da riscuotersi dagli uffici diplomatici un diritto di 300 euro da riscuotere per il trattamento della domanda di riconoscimento della cittadinanza italiana di persona maggiorenne;
in particolare, nei Paesi dell'America latina, l'accertamento della cittadinanza italiana jure sanguinis è diventato un percorso particolarmente complesso, tanto da richiedere il potenziamento delle ambasciate e delle sedi consolari;
tale potenziamento sarebbe possibile anche considerando il fatto che, dei 300 euro incassati per ciascuna pratica di riconoscimento, il trenta per cento torna al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dovrebbe essere reinvestito in servizi consolari –:
a quanto ammontino le entrate in applicazione della legge n. 84 del 2014 nei consolati italiani in tutto il mondo e, in particolare, nei singoli Paesi;
quante pratiche di riconoscimento di cittadinanza jure sanguinis siano state elaborate durante questo periodo in ciascuno dei consolati italiani in Argentina e Brasile;
quante persone, in particolare in Argentina e Brasile, abbiano avviato ma non concluso la pratica di riconoscimento di cittadinanza e quanti siano ancora in lista d'attesa per iniziarla;
a quanto ammonti il trasferimento di risorse in attuazione della legge n. 84 del 2014 e successive modifiche da parte del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale a favore dei consolati italiani in Argentina e Brasile;
se i consolati di Argentina e Brasile, beneficiari di tali trasferimenti di risorse, abbiano mai restituito al Ministero parte delle risorse succitate;
come i consolati di Argentina e Brasile abbiano utilizzato i fondi, a loro trasferiti in base alla succitata legge, al fine di rafforzare i servizi consolari per i cittadini italiani residenti o presenti all'estero;
se i consolati abbiano destinato tali fondi prioritariamente alla contrattualizzazione di personale locale da destinare, sotto le direttive e il controllo dei funzionari consolari, allo smaltimento dell'arretrato riguardante le pratiche di cittadinanza presentate presso i medesimi uffici consolari in Argentina e Brasile, e, in tal caso, quale sia il numero dei contratti sottoscritti.
(4-02899)
EPIFANI e FORNARO. — Al Ministro per gli affari regionali e le autonomie. — Per sapere – premesso che:
nella XVII legislatura vi è stato l'avvio dei negoziati con il Governo, su iniziativa delle regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, per definire le intese per l'attribuzione di autonomia differenziata, in attuazione dell'articolo 116, terzo comma, della Costituzione;
il 28 febbraio 2018 si è giunti alla definizione di tre distinti accordi «preliminari», ciascuno sottoscritto dal rappresentante del Governo e dal presidente della regione interessata, con cui le parti hanno inteso dare rilievo al percorso intrapreso e alla convergenza sui princìpi generali, su metodologia e su un primo elenco di materie, in vista della definizione dell'intesa per l'attribuzione dell'autonomia differenziata;
anche in altre regioni ordinarie si è registrata ampia attenzione per il tema dell'attuazione del cosiddetto «regionalismo differenziato»;
sul tema è in atto una profonda discussione che ha evidenziato l'esistenza di forti problemi di natura costituzionale ed economica;
lo stesso Ministro dell'economia e delle finanze Giovanni Tria, nel corso di un'audizione svolta presso la Commissione parlamentare per l'attuazione del federalismo fiscale, ha sottolineato che «In alcuni casi le richieste regionali non appaiono del tutto coerenti con i princìpi costituzionali, inerenti a materie diverse da quelle elencate dalla Costituzione che, vista la tassatività del disposto costituzionale, non possono essere oggetto di attribuzione»;
il tema sta sollevando forti preoccupazioni tra i soggetti economici e sociali che sottolineano il pericolo che si vadano ad accentuare le disparità in termini di servizi e investimenti tra le diverse regioni;
i sindacati della scuola e il mondo dell'associazionismo, da ultimi, hanno espresso con un appello il loro dissenso con riguardo alla richiesta di ulteriori e particolari forme di autonomia in materia di istruzione, considerandola un'ipotesi che pregiudica la tenuta unitaria del sistema nazionale, in un contesto nel quale già esistono forti squilibri fra aree territoriali e regionali;
i diritti dello stato sociale, sanciti nella Costituzione in materia di sanità, istruzione, lavoro, ambiente, salute, assistenza, vanno garantiti in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale;
non c'è ancora traccia del disegno di legge del Governo sulle intese Governo-regioni e che dovrà essere discusso dalle Camere;
ad oggi peraltro non risulta ancora sciolto il nodo dell'emendabilità del disegno di legge governativo che dovrebbe essere presentato sul tema –:
in che modo il Governo intenda agire sul tema del regionalismo differenziato, nel necessario confronto con il Parlamento.
con l'interrogazione n. 4-13522 della XVII legislatura e con l'interrogazione a risposta in Commissione n. 5-01922 nella presente legislatura il primo firmatario del presente atto evidenziava aspetti peculiari relativi all'autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata alla ditta Burgo Group di Altavilla Vicentina (Vicenza) nel 2008 e nel 2011 e di cui sono stati richiesti riesame e voltura il 31 dicembre 2015 dalla società Cartiere Villa Lagarina. In partenza venivano richieste potenzialità doppie per la produzione di carta e triple per la potenza elettrica del nuovo inceneritore. La quantità di rifiuti da incenerire prevista dal proponente (10 t/h) con riferimento alla sostanza secca avrebbe comportato un aumento di 5 t/h della medesima sostanza secca, rispetto a quelle autorizzate e superiore alla soglia Ippc di 3 t/h. Dopo numerosi ricorsi al Tar e una verifica peritale, la società ha accettato di non ritirare rifiuti da altri stabilimenti e di dimezzare la produzione cartaria annunciando che richiederà un incremento. Non è chiaro se l'inceneritore attualmente previsto sarebbe in grado di smaltire il pulper stabilito per lo stabilimento attuale e quindi se alla richiesta di raddoppio di produzione di carta conseguirà una richiesta di raddoppio dell'inceneritore stesso. Il paventato inceneritore in questa area così pressata dal punto di vista ambientale (Sin del polo chimico e polveri sottili che causano 89 decessi all'anno secondo i dati esposti dal dottor Paolo Ricci dell'Ats Valpadana nella valutazione di incidenza sanitaria) ha già causato l'emigrazione da Mantova di numerose famiglie residenti nei pressi della cartiera e il deprezzamento degli immobili, anche per importanti molestie olfattive presenti dal momento dell'insediamento della società del gruppo Pro-Gest, seppure non vi sia ancora formalmente produzione di carta né alcun inceneritore funzionante;
di recente, è stata inviata una diffida da parte della provincia di Mantova nei confronti di Pro-Gest per aver accumulato materiale (non è chiaro se si tratta di carta da raccolta differenziata, rifiuti o carta già prodotta durante le sperimentazioni) in quantità maggiore alle 50 mila tonnellate concesse, stoccata anche in aree prive di impermeabilizzazione;
è stato annunciato sulla stampa locale che una parte del materiale stoccato al suolo presso la cartiera è di provenienza statunitense, dato confermato dalla proprietà; la figlia dell'imprenditore Zago, Alessandra, ha fondato nel 2017 in California l’American Recycling Services (Ars.eco Inc.), una società di trading di carta e cartone da riciclare;
è stata resa nota un'indagine della procura di Mantova in merito a gestione illecita di rifiuti in merito al materiale stoccato presso la cartiera, con il sequestro di depuratore, discarica e «fibra» depositata. Nei giorni successivi si è appreso che la qualità della «carta» statunitense era piuttosto scarsa con impurità importanti (nei video della GDF si apprezzano elettrodomestici in mezzo alla carta) e superiori alla media italiana; per questo motivo la Cina dal 2018 ha bloccato l’import di maceri di carta di questo genere al di sopra dello 0,5 di impurità. Gli Stati Uniti hanno una produzione di RSU pro-capite superiore a 800 chilogrammi, contro i 500 scarsi italiani. La carta raccolta ed esportata dagli Usa secondo Epa supera i 9,2 milioni di tonnellate annue, contro i 3,4 raccolti in Italia. Fatti salvi eventuali riscontri penali appare importante sottolineare come l'Italia stia migliorando la propria filiera di gestione dei rifiuti a partire da una buona raccolta differenziata e con obiettivi di riciclo, di recupero di materia (come Ecopulplast nel settore cartario), di stimolo internazionale per le sue molte eccellenze, obiettivi che potrebbero essere inficiati da quantità importanti di rifiuti mal differenziati rifiutati finalmente dalla Cina con lo Sword act del 2018. Le impurità possono avere al loro interno anche materiali organici o altro che possono conferire caratteristiche critiche, anche con riferimento a molestie olfattive, direttamente o in fase di depurazione dei reflui;
una parte dei rifiuti nei dintorni della cartiera risultano fanghi e potrebbero anche provenire dal Veneto, dove la proprietà ha stabilimenti, contestualmente a maceri di carta;
non è noto il piano finanziario di questa filiera di gestione transoceanica e se sia sostenibile e basato su eventuali incentivi di Stato –:
se il Ministro interpellato intenda verificare, per quanto di competenza, l'esistenza di accordi per il trattamento a livello nazionale di rifiuti differenziati provenienti dagli Usa da parte di ditte italiane, quali siano i suoi orientamenti in relazione a tale situazione, in particolare, in merito alla natura dei rifiuti o del materiale giunto dagli Usa a Mantova, e se intenda adottare iniziative per analizzare i dati finanziari della filiera;
se, nell'ambito del tavolo nazionale sui limiti per i Pfas, intenda proporre un dosaggio dei Pfas in uscita dal depuratore dell'impianto Pro-Gest a Mantova che scarica nel fiume Mincio;
se intenda adottare iniziative normative per prevedere la revoca alle autorizzazioni per il trattamento dei rifiuti in questo e in altri casi analoghi sul territorio nazionale.
(2-00381) «Zolezzi, Ilaria Fontana, Daga, Deiana, D'Ippolito, Federico, Licatini, Alberto Manca, Maraia, Ricciardi, Rospi, Terzoni, Traversi, Varrica, Vianello, Vignaroli, Carbonaro, Carelli, Carinelli, Casa, Caso, Cassese, Cataldi, Maurizio Cattoi, Chiazzese, Cillis, Cimino, Ciprini, Colletti, Corda, Corneli, Costanzo, Cubeddu, Currò, Dadone, D'Ambrosio, Sabrina De Carlo, De Giorgi, De Girolamo, De Lorenzis, De Lorenzo, De Toma, Del Grosso, Del Monaco, Del Sesto, Di Lauro».
la discarica di «Ca’ Filissine» situata a nord del comune di Pescantina, è un impianto di smaltimento autorizzato per rifiuti solidi urbani e assimilati, realizzato a partire da metà degli anni ’80 e si colloca su un potente complesso alluvionale;
nell'agosto 2006, l'attività della discarica è stata posta sotto sequestro per l'inquinamento della prima falda freatica rilevato in prossimità del piezometro M7, posizionato a valle della parete est, al confine con la zona denominata «vigneto Ferrari»;
come hanno rilevato i periti del tribunale nel 2007, erano infatti andati in default la rete di drenaggio e il sistema di captazione del percolato a causa della reimmissione nella stessa discarica del percolato concentrato;
già nel 2010, a sequestro in corso, un comitato tecnico presieduto dall'università di Padova, provincia di Verona, agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto e regione Veneto, aveva messo in evidenza il coinvolgimento dell'inquinamento ad opera della vicina area del vigneto Ferrari, nonché la necessità di portare a chiusura la discarica Ca’ Filissine per la definitiva messa in sicurezza;
nel corso del tempo si sono susseguiti molti progetti per la bonifica, tutti con apporto di nuovi rifiuti e le vicende della discarica in questione hanno riguardato anche quelle amministrative, considerata la rilevanza della questione tant'è che l'8 maggio 2013 si dimise il sindaco di Pescantina;
con sentenza n. 2112/2012 del 15 ottobre 2012, il procedimento è stato definito in primo grado, con la sentenza del tribunale penale di Verona che ha condannato la maggior parte degli imputati per le contravvenzioni previste dai commi 2, 3 e 4 dell'articolo 256 del decreto legislativo n. 152 del 2006 nonché un dirigente del settore ecologia della provincia di Verona per il delitto di omissione di atti d'ufficio;
la discarica è stata ritenuta causa, almeno in parte, dell'inquinamento della falda acquifera sottostante e la pratica di reimmettere in discarica il percolato dopo il trattamento ha pregiudicato la impermeabilizzazione della discarica, con conseguente infiltrazione nel suolo del suo contenuto liquido; il sequestro preventivo della discarica nel 2006 non ha impedito la continua formazione di nuovo percolato a causa degli agenti atmosferici;
nella scorsa legislatura vi è stato un importante e significativo lavoro portato avanti a livello parlamentare e con i Governi nazionali a guida PD per individuare le risorse necessarie a presentare un progetto di bonifica senza apporto di rifiuti, a salvaguardia della salute dei cittadini di Pescantina e dei comuni limitrofi della Valpolicella con uno stanziamento di 65 milioni di euro;
grazie allo stanziamento statale è stato possibile predisporre un più efficace e sicuro progetto di bonifica per portare a zero la quantità di rifiuti da conferire in discarica, inizialmente previsti a copertura dei costi di bonifica;
è stato avviato un tavolo tra comune, regione, Arpav e Ministero competente per giungere alla definizione di un accordo di programma centrato sull'utilizzo delle risorse messe a disposizione per la bonifica e messa in sicurezza del territorio in questione;
dopo diversi incontri ed una fitta corrispondenza tra i vari soggetti istituzionali la regione Veneto in data 16 novembre 2018 ha inviato, per la firma, al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, presso la direzione generale salvaguardia territorio e acqua, la versione ultima dell'accordo di programma;
da quella data si sono perse le tracce dell'accordo di programma e al comune di Pescantina non sono più giunte notizie, nonostante due successivi solleciti formali e altri di profilo informale;
da articoli di stampa si apprende che presso la suddetta direzione ministeriale si siano tenuti alcuni incontri con un comitato di cittadini del comune di Pescantina oltreché con parlamentari e consiglieri regionali veronesi, senza che il sindaco, a quanto consta agli interpellanti, fosse informato o che almeno gli fosse comunicata risposta ufficiale alle sollecitazioni inoltrate, considerata la rilevanza della questione attinente alla bonifica della discarica;
sempre da articoli di stampa il candidato sindaco della Lega, in vista delle prossime amministrative, in un passaggio durante la presentazione della sua candidatura ha auspicato di poter essere lui a firmare l'accordo di programma con il Ministero, alludendo ad avviso degli interpellanti ad un possibile rinvio della firma proprio a dopo le elezioni comunali del 26 maggio 2019;
sarebbe paradossale e inquietante che, considerata la critica situazione ambientale con grave rischio per la salute pubblica, un atto importante come l'accordo di programma fosse subordinato a logiche di natura elettorale –:
per quali ragioni non siano mai state fornite risposte ufficiali ai solleciti istituzionali formalizzati dal sindaco di Pescantina;
quali siano state le ragioni dei ritardi che si sono oggettivamente accumulati dal mese di novembre del 2018 data di invio del testo definitivo da parte della regione Veneto e quando intenda procedere alla sottoscrizione definitiva dell'accordo di programma per la bonifica della discarica in questione, a tutela della salute dei cittadini del comprensorio.
(2-00385) «Zardini, Rotta, Dal Moro».
DE MENECH. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
nei giorni scorsi è stato presentato dal Ministero per i beni e le attività culturali il piano «Cultura futuro urbano»;
il piano prevede un investimento pari a 25 milioni di euro da destinare a circa 300 progetti che hanno come obiettivo la riqualificazione delle periferie attraverso il potenziamento delle attività culturali e creative;
possono accedere al bando solo i comuni capoluogo di provincia;
questa clausola del bando, quindi, impedisce la partecipazione a tutte quelle città che, pur non essendo capoluoghi, hanno servizi culturali di primo livello (come, ad esempio, musei, biblioteche e scuole);
si rischia quindi di escludere dai finanziamenti spazi periferici di comuni non capoluogo ma che hanno servizi con funzioni culturali molto importanti per il territorio;
nel passato il Governo precedente aveva posto dei criteri che riguardavano il merito e la qualità dei progetti, non la caratteristica amministrativa dei comuni, come ad esempio i programmi «Art Bonus» e «Bellezz@» –:
se intenda adottare iniziative per incrementare le risorse disponibili al fine di estendere il bando almeno con riferimento ai comuni con servizi culturali di primo livello o se si intenda, a breve, costruire ed emanare un altro bando aperto a tutti i comuni.
NAPPI, MANZO, PARENTELA, VILLANI e MENGA. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:
il territorio della provincia di Napoli è ricco di siti archeologici, molti ancora da scoprire e valorizzare;
negli anni Ottanta, nel corso di lavori per la costruzione di una scuola elementare tra Ottaviano e Piazzolla di Nola (Napoli), in località Villa Albertini, fu rinvenuto un capitello composito in marmo bianco di pregevole fattura e recentemente altri reperti consegnati alla soprintendenza;
lo studio dei reperti ritrovati hanno consentito la pubblicazione del libro «Territorio e Archeologia – Ricerche e indagini di superficie nei territori nolano ed avellano» curato dall'archeologo Nicola Castaldo;
in particolare, il capitello rinvenuto, per dimensioni e tipologia è decisamente originale: l'ipotesi è che possa essere addirittura parte di una villa romana di livello. Giuseppe Vecchio, ispettore per l'area nolana della soprintendenza archeologica di Napoli, ebbe a definirlo «reperto importantissimo». Forse si trattava della dimora «apud Nolam» nei pressi di Nola, dove il primo imperatore di Roma, Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, stroncato da un malore, il 19 agosto del 14 d.C., emanò l'ultimo respiro all'età di 76 anni;
il ritrovamento del «capitello» si deve alla passione e all'amore per l'archeologia di alcuni cittadini componenti del comitato civico di Ottaviano ed è grazie a loro che il pregevole reperto attualmente è esposto nel lapidarium allestito nel cortile interno del Museo storico archeologico di Nola;
sul sito di rinvenimento del capitello, ad avviso dell'interrogante, occorre intervenire subito:
disponendo un sondaggio preliminare di scavo, propedeutico a un eventuale e successivo vincolo archeologico;
stabilendo indagini preventive, che comprendono: prospezioni geofisiche non invasive, carotaggi esplorativi e sondaggi preliminari di scavo andando così a fornire un supporto completo e integrato;
utilizzando le prospezioni geofisiche (georadar e geomagnetismo) per condurre indagini di carattere non distruttivo dalla superficie del terreno, con straordinaria utilità a scopo preventivo;
elaborando e interpretando quei dati al fine di ottenere la restituzione grafica di quanto conservato nel sottosuolo, con particolare efficacia in presenza di strutture murarie e materiale con carica magnetica residua (metalli ma anche concentrazioni di laterizi antichi) –:
quali misure abbia intenzione di promuovere con riferimento a detto capitello e in generale all'area dove lo stesso è stato rinvenuto e se sulla predetta area siano previste, nel breve/lungo periodo, indagini preliminari onde accertare l'importanza archeologica del sito ed all'esito, verificatane la rilevanza, porre il vincolo archeologico.
(4-02896)
in data 6 marzo 2019, la stampa ha pubblicato una notizia di una selezione di macchinisti avviata dal gruppo Ferrovie dello Stato italiane (Fsi) che si sarebbe svolta dal 5 marzo 2019 e nelle settimane seguenti, notizia confermata anche da fonti sindacali;
la selezione, avviata senza bando, non ha un numero definito di addetti ricercati;
oltre duecento macchinisti già formati e operanti in altre aziende concorrenti del gruppo Fsi, di cui almeno 2/3 del settore cargo, tuttavia, sarebbero stati interessati dalle procedure selettive in corso;
in caso di esito positivo delle procedure di reclutamento, le imprese di provenienza dei macchinisti perderebbero percentuali anche molto rilevanti del loro personale qualificato, in alcuni casi si tratta di circa il 25-30 per cento dei macchinisti;
ove si verificasse questa condizione ad essere compromessa sarebbe la capacità delle imprese presso le quali attualmente i macchinisti sono in servizio di rispettare i contratti già in essere nonché la stessa operatività, considerato che per la formazione di nuovi macchinisti ci vogliono tempi mediamente lunghi dai 12 ai 24 mesi;
nel settore cargo si andrebbero così a colpire quelle piccole ma dinamiche imprese entrate sul mercato a partire dalla liberalizzazione del 2001, la cui attività ha consentito, finora, di tamponare il progressivo abbandono da parte dell'ex monopolista del settore cargo ferroviario;
va ricordato che tale settore ha subito una dura contrazione negli ultimi anni, passando dai 70 milioni di treni chilometri prodotti nel 2007 ai 48 milioni di treni chilometri prodotti nel 2018;
sembrerebbe che suddetto personale in fase di selezione dovrebbe essere destinato al trasporto regionale;
in realtà, se così fosse la tendenziale stabilità di traffico che caratterizza il trasporto passeggeri regionale avrebbe consentito un'agevole pianificazione delle necessità in termini di risorse umane, con la conseguente possibilità di avviare per tempo gli iter formativi anche in ragione della necessità di evitare quello che l'interrogante ritiene un possibile e oramai probabile contenzioso giudiziario per abuso di posizione dominante o pratiche anticoncorrenziali;
si segnala che una selezione del personale così come descritta e in corso presso il gruppo Fsi è in termini occupazionali a «saldo 0», dato che gli operatori interessati sono tutti già assunti dalle imprese private a tempo indeterminato nel rispetto di contratti collettivi nazionale di lavoro vigenti;
non è dato comprendere per quali ragioni esista questa difficoltà da parte di Fsi nel selezionare suddetto personale considerata la richiamata necessità;
risulta opportuno un intervento del Governo, finalizzato a guidare le imprese del settore ferroviario a superare le carenze di forza lavoro che, paradossalmente, in tempi di forte disoccupazione, si stanno manifestando, scongiurando conflitti tra imprese –:
se il Governo sia a conoscenza di quanto riportato in premessa e se non ritenga di convocare un tavolo tecnico, con la partecipazione di tutti gli operatori interessati, sia nell'ambito del trasporto ferroviario merci che di quello passeggeri, al fine di gestire la vicenda conformemente agli obiettivi prefissati di mantenimento ed espansione dei treni chilometri movimentati senza produrre una lesione della libera e leale concorrenza tra gli operatori, nonché per conoscere i programmi di formazione e assunzione in tutto il settore, scongiurando conflitti tra imprese e criticità in un segmento strategico per la mobilità e l'economia nazionale.
(5-02118)
PAITA, BRUNO BOSSIO, CANTINI, GARIGLIO, NOBILI e PIZZETTI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
con la legge 1° ottobre 2018, n. 117, recante «Introduzione dell'obbligo di installazione di dispositivi per prevenire l'abbandono di bambini nei veicoli chiusi», il Parlamento, votandola all'unanimità, ha voluto introdurre nel nostro ordinamento e in particolare, nel codice della strada misure finalizzate a scongiurare il verificarsi di drammatici episodi che purtroppo si sono registrati negli ultimi anni;
in base a quanto previsto dalla normativa in questione il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti avrebbe dovuto produrre entro il 27 dicembre 2018 il relativo decreto attuativo, necessario per far scattare l'obbligo a partire dal 1° luglio 2019;
con la legge di bilancio 2019 approvata in via definitiva il 30 dicembre e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 31 dicembre 2018, è stato autorizzato lo stanziamento di un milione di euro per l'anno 2018 per incentivare l'acquisto di sistemi di allarme per prevenire l'abbandono dei bambini nei veicoli;
si apprende dagli organi di informazione che il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti non sarebbe ancora pronto e che la data del 1° luglio non sarà rispettata –:
per quali ragioni il decreto di attuazione non sia ancora pronto e quali iniziative intenda assumere il Governo per porre fine a questo ingiustificato e inaccettabile ritardo, tanto più grave se si pensa che la finalità della legge è la sicurezza dei bambini.
ROTELLI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
il 27 marzo 2019 la procura di Livorno ha notificato la conclusione delle indagini dell'inchiesta che ha coinvolto i vertici dell'Autorità di sistema del Tirreno settentrionale, l'ente che gestisce i porti di Livorno, Piombino, isola di Capraia, Portoferraio, Rio e Cavo, nella concessione temporanea di alcuni accosti del porto;
gli indagati sono accusati di abuso d'ufficio e falso ideologico per aver favorito in maniera illegale il gruppo Grimaldi e alcune società a esso collegate, a discapito di altre compagnie di navigazione, impedendo la libera concorrenza e provocando ingenti danni all'erario;
in particolare, tra gli indagati, figurano Stefano Corsini e Massimo Provinciali, rispettivamente Presidente e Segretario generale dell'Autorità portuale di Livorno, Giuliano Gallanti, Presidente della medesima Autorità portuale fino al marzo 2017, e Matteo Paroli, fino all'ottobre 2015 dirigente del settore demanio dell'Autorità portuale livornese e oggi segretario generale dell'Autorità portuale di Ancona, tutti interdetti dai pubblici uffici per dodici mesi;
sono indagati, inoltre, l'amministratore delegato della Sintermar spa e principale referente del gruppo di armatori Grimaldi nel porto di Livorno, Costantino Baldissara, il componente del consiglio di amministrazione della Sintermar Corrado Neri, e l'amministratore unico della Seatrag autostrade del mare Massimiliano Ercoli;
le indagini erano iniziate nel 2016 a seguito di due esposti presentati dalle società Ltm e Agemar, concorrenti di Grimaldi, che avevano segnalato «reiterati e pervicaci comportamenti tenuti dall'Autorità portuale di Livorno», e si sono concentrate sulle concessioni di alcune banchine del porto di Livorno per la movimentazione delle navi, assegnate formalmente in via temporanea ma nei fatti in modo duraturo e non occasionale, favorendo la compagnia di navigazione Grimaldi rispetto alle altre e applicando, nel suo caso, anche tariffe scontate;
nell'ordinanza di misura interdittiva, il giudice per le indagini preliminari gip afferma che gli interessati avrebbero messo in atto il «medesimo disegno criminoso» almeno dal 2012, praticando «una torsione delle norme di disciplina delle aree demaniali a tutto favore dell'armatore Grimaldi, dietro l'ammonimento, neanche tanto implicito del medesimo di abbandonare il porto di Livorno in caso di mutamento dei soggetti abilitati ad operare sulle aree retrostanti gli accosti»;
secondo la magistratura, in questo modo alle società veniva procurato «un ingiusto vantaggio patrimoniale nell'avere per anni l'uso stabile ed esclusivo delle aree (...) senza doversi confrontare con la concorrenza di altre imprese di settore pur interessate a degli accosti, nonché nel non presentare le previste fideiussioni, nel pagare meno del dovuto per l'occupazione e nel beneficiare di illegittime riduzioni del canone previsto»;
risulta all'interrogante che alcune autorità portuali avrebbero aderito, seppure solo a titolo onorario, all'Associazione logistica dell'intermodalità sostenibile Alis, il cui presidente è Guido Grimaldi, e il cui direttore generale è inquisito nell'ambito di un'inchiesta incentrata su alcuni presunti illeciti volti a favorire un altro grande gruppo armatoriale quale Liberty lines;
da quanto sin qui esposto sembrerebbe configurarsi una vera e propria rete di contatti sia in ambito commerciale che con rappresentanti istituzionali intorno al gruppo imprenditoriale oggetto dell'attenzione della magistratura nell'inchiesta sull'Autorità portuale di Livorno –:
quali iniziative intenda assumere, per quanto di competenza, per fare chiarezza sulle attività dell'autorità portuale di Livorno e su quelle di autorità di altri porti nei quali si rileva una massiccia presenza del gruppo armatoriale Grimaldi;
se non ritenga che la partecipazione delle Autorità di sistema portuale all'associazione di logistica Alis sia incompatibile con le funzioni che tali autorità devono garantire, e, se del caso, quali iniziative di competenza intenda assumere in merito.
(4-02897)
LUCIANO CANTONE. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
il porto di Catania è un sito di rilevanza economica internazionale con funzioni commerciali e industriali, di servizio passeggeri, turistiche e da diporto. Il sito è stato oggetto di indagini giudiziarie, il dossier redatto dalla Commissione nazionale antimafia ha svelato il malaffare esistente all'interno dell'area portuale;
con delibera n. 436 del 2018, l'Autorità nazionale anticorruzione censura l'operato dell'avvocato Annunziata per le attività esercitate presso il porto di Salerno quando ivi rivestiva la carica di presidente. A ciò si aggiungono altre perplessità sul suo operato presso il porto di Catania; infatti, egli avrebbe prospettato di affidare in concessione alla società Katanè Marina Yachting la realizzazione di un progetto di approdo turistico all'interno del porto pur in assenza del piano regolatore;
il giornale on line ecocostiera.it del 19 aprile 2019 riporta notizie allarmanti sui lavori di ampliamento del porto commerciale; il costo del progetto sarebbe lievitato da 50 milioni a 62,5 milioni di euro. Ciò figura in un avviso pubblicato nel supplemento della Gazzetta europea del 27 ottobre 2018. Appare cioè un anno dopo i vincoli posti dall'Unione europea sulle saline qualificate come zona speciale di conservazione e zona di protezione speciale. Eppure la gara per il previsto ampliamento dei piazzali è proseguita;
in data 31 luglio 2017, il comitato di gestione dell'Autorità di sistema portuale di Sicilia orientale ha nominato all'unanimità l'ingegnere Carlo Guglielmi, su proposta del presidente, segretario generale per la durata di 4 anni. Tutti i componenti del comitato si sono espressi favorevolmente viste le sue capacità e la comprovata esperienza professionale nel settore portuale e nelle materie amministrativo-contabile;
il segretario generale ha svolto svariati compiti inerenti la sua funzione e ha sottolineato, in merito a diversi interventi, delle criticità sia sul deposito Gnl del porto di Augusta sia in relazione alla questione dell'approdo turistico nel porto di Catania sia sull'assunzione di personale con contratti di somministrazione;
per la questione del deposito, il segretario generale non è stato nominato responsabile unico del procedimento e, nonostante la richiesta di rettifica degli atti pubblicati ciò non è stato eseguito. Per la questione dell'approdo turistico nel porto di Catania, nella seduta della conferenza ad esso relativa del 14 marzo 2019, il presidente ha partecipato al consesso, al posto del segretario generale, potendo con tale comportamento invalidare il procedimento;
con delibera prot. N. 3854-U-2019 del 3 aprile 2019 è stata notificata al segretario generale una proposta di revoca del suo mandato e una contestazione disciplinare avente ad oggetto svariate doglianze, tra cui ritardo nell'elaborazione del bilancio consuntivo del 2018 e violazione degli obblighi di riferire al comitato di gestione sullo stato di attuazione dei piani di intervento e di sviluppo delle strutture portuali e altro;
si apprende in ultimo, che il segretario generale è stato licenziato, eppure la figura professionale tecnica come quella dell'ingegnere Guglielmi era stata definita «necessaria a realizzare e sviluppare le opere di infrastrutturazione avviate e da avviare»;
vista l'importanza delle competenze e la rilevanza che la figura del segretario generale riveste all'interno dell'Autorità di sistema portuale appare estremamente urgente la verifica dei fatti accaduti –:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti illustrati e se non intenda promuovere una verifica in merito ai fatti e ai comportamenti illustrati, nonché sulla correttezza degli interventi attuati dal presidente dell'autorità di sistema portuale della Sicilia Orientale.
(4-02902)
il 2 aprile 2019, a seguito del trasferimento di 70 rom – tra cui 33 bambini e alcune donne incinte – in una struttura situata nel quartiere di Roma Torre Maura, circa 300 manifestanti, in spregio a qualsiasi norma di precauzione e sicurezza, si sono spinti a ridosso del cancello del centro di accoglienza, rivolgendo alle persone ospitate insulti razzisti e gravi minacce, come riportato diffusamente dai media;
come mostrato da un video della trasmissione «Piazza Pulita», un manifestante dal cancello ha gridato «ti taglio la gola» all'indirizzo di minorenni, nonostante tale condotta integri la fattispecie del reato di minaccia, che in quanto tale dovrebbe essere perseguito; l'articolo 612 del codice penale infatti punisce severamente simile reato, prevedendo che si provveda d'ufficio in determinate circostanze e che le pene siano aumentate nel caso la minaccia sia commessa da più persone riunite;
le forze dell'ordine di fatto non hanno impedito che i manifestanti calpestassero i panini destinati agli ospiti della struttura, né che appiccassero il fuoco all'auto di una onlus e a un camper che si trovava al suo fianco;
sempre a Roma, nel quartiere di Casal Bruciato, a partire dal 6 maggio 2019 e nei giorni successivi, i militanti di CasaPound che stavano protestando contro l'assegnazione di una casa popolare a una famiglia rom hanno installato un gazebo nel cortile interno dell'immobile in cui è situato l'appartamento;
i manifestanti hanno minacciato ripetutamente i legittimi assegnatari dell'alloggio con frasi del tipo «vattene, ti stupro!»;
il diritto costituzionale di manifestare può essere garantito tutelando al contempo dignità e sicurezza delle persone; questo non è quello che abbiamo visto a Roma, dove le vicende riportate pongono seri interrogativi sulla gestione dell'ordine pubblico in tali occasioni, su come siano state coordinate le forze dell'ordine presenti sul posto e su quali siano state le disposizioni impartite –:
perché in entrambe le occasioni sia stato consentito di manifestare a ridosso degli immobili in questione e perché essi non siano stati invece isolati, al fine di garantire il diritto di manifestare e al contempo la sicurezza e la dignità delle persone accolte.
MOLINARI, ANDREUZZA, BADOLE, BASINI, BAZZARO, BELLACHIOMA, BELOTTI, BENVENUTO, BIANCHI, BILLI, BINELLI, BISA, BOLDI, BONIARDI, BORDONALI, CLAUDIO BORGHI, BUBISUTTI, CAFFARATTO, CANTALAMESSA, CAPARVI, CAPITANIO, VANESSA CATTOI, CAVANDOLI, CECCHETTI, CENTEMERO, CESTARI, COIN, COLLA, COLMELLERE, COMAROLI, COMENCINI, COVOLO, ANDREA CRIPPA, DARA, DE ANGELIS, DE MARTINI, D'ERAMO, DI MURO, DI SAN MARTINO LORENZATO DI IVREA, DONINA, FANTUZ, FERRARI, FOGLIANI, FORMENTINI, FOSCOLO, FRASSINI, FURGIUELE, GASTALDI, GERARDI, GIACCONE, GIACOMETTI, GIGLIO VIGNA, GOBBATO, GOLINELLI, GRIMOLDI, GUSMEROLI, IEZZI, INVERNIZZI, LATINI, LAZZARINI, LEGNAIOLI, LIUNI, LO MONTE, LOCATELLI, LOLINI, EVA LORENZONI, LUCCHINI, MACCANTI, MAGGIONI, MARCHETTI, MATURI, MORELLI, MOSCHIONI, MURELLI, ALESSANDRO PAGANO, PANIZZUT, PAOLINI, PAROLO, PATASSINI, PATELLI, PATERNOSTER, PETTAZZI, PIASTRA, PICCOLO, POTENTI, PRETTO, RACCHELLA, RAFFAELLI, RIBOLLA, SALTAMARTINI, SASSO, STEFANI, TARANTINO, TATEO, TIRAMANI, TOCCALINI, TOMASI, TOMBOLATO, TONELLI, TURRI, VALBUSA, VALLOTTO, VINCI, VIVIANI, ZICCHIERI, ZIELLO, ZÓFFILI e ZORDAN. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
l'articolo 19 del decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2018, n. 132, e recante disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, prevede una sperimentazione delle armi ad impulsi elettrici da parte dei corpi e servizi di polizia locale (cosiddetta pistola ad impulsi elettrici «Taser»);
ad oggi sono 107 i Paesi in cui la pistola elettrica è già in uso, in particolare gli Stati Uniti, Canada, Brasile, Australia, Nuova Zelanda, Kenya e in Europa, Germania, Regno Unito, Francia, Grecia, Finlandia e Repubblica Ceca –:
a che punto sia la sperimentazione della cosiddetta pistola ad impulsi elettrici da parte delle forze dell'ordine e quali gli esiti della stessa ad oggi conseguiti.
(3-00732)
CARNEVALI, MARTINA, QUARTAPELLE PROCOPIO, GRIBAUDO, ENRICO BORGHI, FIANO, MORANI, ROTTA, DEL BARBA, PAITA, SCALFAROTTO, DE FILIPPO, RIZZO NERVO, MARATTIN, CIAMPI, VISCOMI, BRUNO BOSSIO, GADDA, PELLICANI, FREGOLENT, NOJA, MAURI, SCHIRÒ, MORETTO, MIGLIORE e SERRACCHIANI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
(3-00733)
SIRACUSANO, GERMANÀ, PRESTIGIACOMO, BARTOLOZZI, MINARDO e SCOMA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
nella città di Messina, da oltre centodieci anni, esiste una delle più vecchie baraccopoli del nostro Paese, eredità del terremoto che, nel 1908, aveva duramente colpito quell'area;
si tratta di insediamenti dell'estensione di circa 230.770 metri quadrati, dove vivono oltre 2.100 famiglie, pari a circa 6.400 persone in condizioni di estremo degrado: una vera e propria emergenza igienico-sanitaria e sociale che investe gli ambiti territoriali di risanamento sui quali insistono le costruzioni individuati dai vecchi piani particolareggiati redatti all'indomani della legge n. 10 del 1990: Annunziata, Giostra-Ritiro-Tremonti, Camaro, Fondo Saccà, Bordonaro-Gazzi-Taormina, Santa Lucia;
in ragione della grave situazione, il sindaco di Messina, Cateno De Luca, ha emanato l'ordinanza contingibile e urgente n. 163 del 6 agosto 2018, per lo sgombero e la demolizione di tutte le strutture abitative che insistono negli indicati ambiti di risanamento;
lo scorso 19 settembre la giunta Musumeci ha approvato la richiesta di dichiarazione dello stato di emergenza socio-sanitaria ambientale, sulla quale il Dipartimento della Protezione civile si è espresso negativamente in ragione della preesistenza della condizione denunciata e della natura cronica cagionata dalla mancanza di interventi;
allo stato risultano realizzati e consegnati dall'Iacp circa 600 alloggi – ai quali dovrebbero aggiungersene circa un centinaio che saranno consegnati dall'agenzia Arisme – ma molti altri (pare più di duemila) ne occorrerebbero per far vivere i cittadini in condizioni sane e dignitose;
nel tempo, la situazione è ulteriormente peggiorata con il forte aumento di baracche abusive che hanno creato in diverse zone di Messina vere e proprie «favelas»: una sorta di «area franca», un ambito spesso impenetrabile, e altrettanto spesso sotto il controllo della criminalità organizzata che vi ha creato delle vere e proprie piazze di spaccio, il tutto a discapito delle persone perbene e dei bambini, che pure vi risiedono;
è evidente che tale situazione di illegalità e degrado necessita di un immediato e massiccio intervento dello Stato, che non può più rimanere inerte –:
se e quali iniziative di competenza il Governo abbia intrapreso o intenda portare avanti, e in quali tempi, in sinergia con il comune di Messina, rispetto alle problematiche delle aree in premessa, assicurando così le normali condizioni di vivibilità e di sicurezza per i cittadini messinesi.
(3-00734)
LOLLOBRIGIDA, MELONI, ACQUAROLI, BELLUCCI, BUCALO, BUTTI, CARETTA, CIABURRO, CIRIELLI, LUCA DE CARLO, DEIDDA, DELMASTRO DELLE VEDOVE, DONZELLI, FERRO, FIDANZA, FOTI, FRASSINETTI, GEMMATO, LUCASELLI, MANTOVANI, MASCHIO, MOLLICONE, MONTARULI, OSNATO, PRISCO, RAMPELLI, RIZZETTO, ROTELLI, SILVESTRONI, TRANCASSINI, VARCHI e ZUCCONI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
il ferimento di una bambina avvenuto lo scorso 3 maggio in pieno centro a Napoli, a causa di un agguato di camorra, pone con drammatica attualità il tema della criminalità a Napoli come anche in altri centri della Campania;
in particolare, la zona di Castelvolturno vive da tempo uno stato di emergenza sicurezza a causa della fortissima presenza della mafia nigeriana, dedita allo spaccio di droga, alla prostituzione, e addirittura al traffico di organi, e nutrita da una manovalanza pressoché infinita vista la massiccia presenza nella zona di immigrati africani irregolari, stimati tra quindicimila e venticinquemila unità;
nella risposta all'atto di sindacato ispettivo n. 5-00165, presentato dal gruppo Fratelli d'Italia il 9 gennaio 2019, il Governo ha affermato che «Accanto all'azione decisa delle Forze dell'ordine e dell'autorità giudiziaria, il Governo, come è noto, è già impegnato nell'area di Castel Volturno in un'azione di risanamento ad ampio spettro che mira: a riaffermare il principio di legalità, a migliorare la situazione ambientale e della salute pubblica, a consentire l'inserimento nel tessuto sociale e produttivo degli stranieri in posizione regolare»;
il 27 febbraio 2019, nell'ambito dell'esame della mozione n. 1-00113 sull'immigrazione presentata dal gruppo Fratelli d'Italia, l'Assemblea della Camera dei deputati ha approvato l'impegno relativo a «l'invio di un contingente militare nella zona di Castel Volturno a supporto delle forze di polizia impiegate nella lotta alla mafia nigeriana» –:
per quali motivi non sia ancora stata data attuazione all'impegno approvato contenuto nella mozione citata in premessa, e quali iniziative siano state messe in atto sinora per garantire la sicurezza e il contrasto alla criminalità nell'area di Castel Volturno.
(3-00735)
FORNARO e BOLDRINI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
la mattina del 13 maggio 2019 il Ministro dell'interno, nonché segretario della Lega, era a Brembate per una iniziativa di campagna elettorale;
un cittadino ha voluto esprimere il proprio dissenso esponendo uno striscione dalla propria abitazione con scritto «Non sei il benvenuto»;
lo striscione è stato rimosso da una squadra dei vigili del fuoco che, con una gru, ha raggiunto il balcone su cui era stato esposto;
l'articolo 21 della Costituzione italiana recita «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»;
il comandante dei vigili del fuoco di Bergamo ha spiegato che l'intervento è stato chiesto dalla questura;
come precisato dalla Funzione pubblica Cgil vigili del fuoco, rimuovere uno striscione non è compito dei vigili del fuoco, che operano per portare soccorso ai cittadini, non per impedire il libero dissenso;
come riportato dal sito www.vigilfuoco.it, il Corpo nazionale dei vigili del fuoco, al fine di salvaguardare l'incolumità delle persone e l'integrità dei beni, è istituzionalmente chiamato ad assicurare interventi tecnici caratterizzati dal requisito dell'immediatezza della prestazione, per i quali siano richieste professionalità tecniche anche ad alto contenuto specialistico ed idonee risorse strumentali;
più specificatamente, secondo la normativa vigente, tra gli interventi tecnici di soccorso pubblico di competenza del Corpo nazionale sono compresi: l'opera tecnica di soccorso in occasione di incendi, di incontrollati rilasci di energia, di improvviso o minacciante crollo strutturale, di frane, di piene, di alluvioni o di altra pubblica calamità; l'opera tecnica di contrasto dei rischi derivanti dall'impiego dell'energia nucleare e dall'uso di sostanze batteriologiche, chimiche e radiologiche;
pertanto, gli interventi tecnici di soccorso pubblico del Corpo nazionale dei vigili del fuoco devono limitarsi a compiti di carattere strettamente urgente e cessano al venir meno della effettiva necessità –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza di quanto accaduto e con quale motivazione sia stato richiesto l'intervento dei vigili del fuoco a Brembate.
(4-02893)
OCCHIONERO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
con sentenza del 18 ottobre 2018, la III sezione del Consiglio di Stato ha confermato lo scioglimento del comune di Parabita, in provincia di Lecce, per condizionamento mafioso, ai sensi dell'articolo 143 del testo unico sugli enti locali;
i motivi dello scioglimento sono legati alla circostanza che il vicesindaco era di fatto legato ai clan della criminalità organizzata pugliese. Il vicesindaco è stato pertanto dichiarato incandidabile con sentenza del tribunale civile di Lecce del 14 dicembre 2018;
per motivi che, ad avviso dell'interrogante, il tribunale di Lecce non ha chiarito a sufficienza, non è stato invece dichiarato incandidabile il sindaco di Parabita;
nelle nuove consultazioni amministrative previste per il 26 maggio 2019 si era presentato Marco Cataldo, un giovane ingegnere espressione di un disegno di discontinuità con il passato;
proprio pochi giorni fa, come ha denunciato anche l'associazione Libera, Marco Cataldo ha ricevuto a casa il recapito di bossoli di proiettili da caccia e manifestini funerari;
egli ha pertanto ritirato la sua candidatura e così hanno fatto i candidati al consiglio comunale della lista a suo sostegno;
ad avviso dell'interrogante, si tratta di un fatto di enorme gravità, che attesta la solitudine delle iniziative di sana gestione amministrativa che non vengono sostenute dalle autorità centrali – :
quali iniziative di competenza intenda assumere per ristabilire la serenità, la sicurezza e l'agibilità politica nel comune di Parabita, seriamente interessata dalla minaccia mafiosa.
(4-02894)
AMITRANO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
a Napoli e provincia negli ultimi mesi si sta assistendo ad un preoccupante incremento degli episodi di violenza collegati alla sempre maggiore pervasività della camorra: le cosiddette «stese», agguati, ferimenti;
quella della camorra, sempre più aggressiva e sfrontata, è una vera e propria sfida allo Stato e negli ultimi mesi, a Napoli, si assiste ad una preoccupante crescita di episodi di violenza, relativi non solo a faide tra bande rivali per il controllo del territorio, ma che coinvolgono anche privati cittadini, dal momento che ormai sono divenute quotidiane le notizie che riportano il verificarsi di fatti criminali;
l'estorsione ai danni dei commercianti continua ad essere uno dei principali mezzi di controllo dei territori da parte della criminalità organizzata; anche nel centro di Napoli, sono stati compiuti gravi atti intimidatori contro attività commerciali, quali l'esplosione di una bomba carta all'esterno della pizzeria Sorbillo, la sparatoria contro la pizzeria Granieri, la sparatoria contro la pizzeria Di Matteo;
con la delibera della giunta del comune di Napoli n. 875 del 2012 è stato definito l'elenco degli interventi del grande progetto denominato «Centro Storico di Napoli, valorizzatone del sito Unesco», aggiornato con le parziali modifiche elaborate dall'amministrazione e approvate dalla regione; la delibera ha disposto un ampio programma di interventi nell'insieme finalizzati al recupero e alla valorizzazione del centro storico di Napoli non solo attraverso il restauro di monumenti e di edifici storici, ma anche attraverso un'articolata serie di riqualificazione del tessuto urbano e della gestione degli spazi pubblici;
all'interrogante, risulta, da fonti giornalistiche, che il cantiere per i lavori di restyling di Porta Capuana, nel centro di Napoli, finanziati nell'ambito del Grande Progetto Unesco siano stati chiusi in quanto l'impresa appaltatrice dei lavori, la Spinosa Costruzioni di Isernia, ha sospeso l'attività, ritirando uomini e mezzi a seguito di reiterati episodi di minacce e pressioni da parte del racket delle estorsioni, prontamente denunciate dalla stessa alla Questura;
la situazione dell'ordine pubblico in città ha ormai raggiunto livelli insostenibili di emergenza tanto per il tessuto imprenditoriale quanto per i cittadini –:
quali iniziative di competenza e in quali tempi, il Ministro interrogato intenda assumere nell'ambito di una strategia complessiva che faccia fronte all'emergenza criminalità in atto a Napoli, al fine di garantire sicurezza e tutela a difesa degli imprenditori, commercianti e cittadini, che quotidianamente vivono l’escalation di violenze, racket e illegalità.
(4-02895)
TUCCI, SIRAGUSA, GIANNONE, INVIDIA, DE LORENZO, COSTANZO, CIPRINI, TRIPIEDI, PALLINI, BILOTTI, DADONE, PALMISANO, CURRÒ, ASCARI, MELICCHIO, SCUTELLÀ, CATALDI, FORCINITI, MACINA, SAPIA, MISITI, PARENTELA, BARBUTO, D'IPPOLITO, ORRICO, NESCI e DIENI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
l'inchiesta «Rimpiazzo» contro il clan dei «Piscopisani» condotta dalla direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, guidata dal procuratore Nicola Gratteri, scattata il 9 aprile 2019 ha messo in luce i rapporti tra mafia e politica a Vibo Valentia, disvelandone il forte condizionamento mafioso della cosca in occasione di passate tornate elettorali;
in particolare, all'attenzione della procura distrettuale antimafia e degl'inquirenti sono finite le elezioni regionali del novembre 2014 in Calabria e le amministrative del maggio 2015 a Vibo Valentia. Secondo quanto emerge dalle indagini, in entrambe le consultazioni elettorali il clan avrebbe puntato su diversi candidati arrivando a controllare il voto. A conferma dei fatti vi sono in mano agli investigatori le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Raffaele Moscato e Andrea Mantella e le intercettazioni tra esponenti di primo piano del locale di ’ndrangheta di Piscopio e politici vibonesi;
il 26 maggio 2019 si terranno a Vibo Valentia le elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio comunale;
appare forte l'influenza criminale a cui è soggetta la città, come emerge dall'inchiesta testé citata –:
se non ritenga opportuno assumere iniziative per rafforzare i controlli delle forze dell'ordine, onde evitare fenomeni di condizionamento mafioso del voto;
se non ritenga opportuno adottare tutte le iniziative di competenza necessarie per prevenire e contrastare possibili azioni di «picchettaggio» ai seggi e nei dintorni da parte di consorterie mafiose.
(4-02900)
come noto, il cosiddetto reddito di cittadinanza istituito dal Governo, con il decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, è stato introdotto come una misura assistenziale per chi è in difficoltà economica;
l'importo di denaro di tale sussidio varia a seconda del reddito familiare. Coloro che ne hanno fatto domanda hanno poi ricevuto una comunicazione dall'Inps sull'esito della richiesta e, in caso positivo, è stato attribuito agli stessi l'importo della misura;
secondo gli ultimi dati, circa il 50 per cento di coloro a cui è stata accolta la domanda per ottenere il reddito di cittadinanza percepisce un importo inferiore ai 500,00 euro, mentre in alcuni casi si arriva persino sotto ai 50,00 euro. Al riguardo, vi è stata una diffusa delusione per le somme riconosciute, il cui quantum è ben lontano dalle somme promesse dal Governo, prima che fosse concretamente realizzata tale misura. Soprattutto, si ritiene che, nel riconoscimento dell'importo, si verifichino delle disparità, poiché lo stesso non viene calcolato in riferimento a parametri che consentano di tenere conto della reale situazione economica del richiedente;
si prenda, ad esempio, il caso appreso nell'ambito di un'inchiesta giornalistica, resa pubblica il 28 aprile 2019 dal programma televisivo Non è l'arena, che riguarda una signora pugliese di 41 anni, disoccupata da quasi due anni, con un isee di poco superiore ai 3.000 euro. La stessa ha ottenuto l'accoglimento della domanda per ottenere il reddito di cittadinanza ma l'importo attribuitole è di soli euro 183,00 euro mensili, nonostante l'isee particolarmente basso. La signora riteneva ci fosse stato un errore nel calcolo della somma, invece, l'esattezza dell'importo è stata confermata anche dall'Inps;
ebbene, ciò che ha pregiudicato la richiedente è che il reddito di cittadinanza è stato istituito facendo riferimento all'isee soltanto come requisito di ingresso, mentre per il calcolo dell'importo si prende in considerazione l'ultima dichiarazione dei redditi, dunque, quella del 2017; a quel tempo la signora aveva ancora un lavoro e quindi, per il reddito più alto del periodo, le è stata riconosciuta la somma di 183,00, che di certo non rappresenta un adeguato sostegno rispetto alla condizione economica descritta;
viceversa, è accaduto che persone a cui è stato attribuito un isee superiore a quello predetto abbiano ricevuto un sussidio di importo più elevato, poiché avevano un basso reddito al tempo dell'ultima dichiarazione;
pertanto, si ritiene che il calcolo della somma dovuta a titolo di reddito di cittadinanza non prenda in considerazione la reale situazione economica dei beneficiari –:
se e quali iniziative intenda adottare il Ministro interrogato affinché il metodo di calcolo del reddito di cittadinanza venga definito con riferimento a parametri più equi, che prendano in considerazione l'attuale situazione economica del richiedente, escludendo il verificarsi di ingiustizie come quelle descritte in premessa.
UBALDO PAGANO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
negli ultimi anni l'agricoltura e l'olivicoltura pugliese sono stati messi a dura prova dai sempre più frequenti eventi calamitosi e dalla diffusione della Xylella fastidiosa, tali da generare danni per centinaia di milioni di euro in un settore – quello agricolo – cruciale per l'economia regionale;
in questi giorni una forte ondata di maltempo ha colpito la Puglia e, in particolare, le province di Taranto e Bari;
le forti piogge, le raffiche di vento e le copiose grandinate hanno creato ingenti danni alle coltivazioni;
il maltempo delle ultime ore ha falcidiato la provincia di Bari, con fiumi d'acqua a Monopoli per la violenta bomba d'acqua e acqua e grandine a Castellana, Conversano, Alberobello, Turi, con gravi danni a seminativi, ciliegie e mandorle;
Coldiretti Bari, dopo le prime verifiche e i rilievi effettuati nelle zone interessate, stima un danno di grandi proporzioni per l'agricoltura locale, tale da distruggere più della metà dei raccolti di ciliegie, albicocche, grano e agrumi;
le frequenti e violente precipitazioni di grandine, in modo particolare, hanno arrecato danno anche ai vigneti e agli uliveti locali;
diverse associazioni di rappresentanza, consorzi e cooperative di agricoltori, nonché autorità locali stanno avviando, in queste ore, le procedure per la richiesta del riconoscimento dello stato di calamità naturale;
inoltre, a detta delle stesse associazioni, il meccanismo del fondo di solidarietà nazionale allo stato attuale non è più in grado di rispondere alla complessità, alla violenza e frequenza degli eventi calamitosi, così come il meccanismo assicurativo, atteso che «le polizze multirischio non coprono assolutamente le colture dagli eventi estremi che si stanno verificando a causa della tropicalizzazione del clima, oltre ad essere eccessivamente onerose. Anche i periodi in cui possono essere stipulate le polizze non sono più rispondenti alle necessità degli agricoltori» –:
se e quali iniziative di competenza il Governo intenda intraprendere per salvaguardare il settore agricolo pugliese e per risarcire gli agricoltori dei danni subiti;
se e quali iniziative il Governo intenda adottare per rivedere il meccanismo del fondo di solidarietà nazionale per calamità naturali;
se il Governo intenda, ad ogni modo, adottare le iniziative di competenza per accogliere le richieste di riconoscimento dello stato di calamità naturale nelle zone maggiormente colpite dagli eventi calamitosi.
(4-02889)
LOMBARDO, PARENTELA, PIGNATONE, MARTINCIGLIO, SABRINA DE CARLO, CASA, DEL SESTO, GRIPPA e MARZANA. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
la viticoltura nel sud Italia e, in particolare, quella siciliana attraversa da lungo tempo una forte crisi di mercato causata da una scarsa richiesta di prodotti come vino e mosto concentrato, e dal costo basso dei prodotti vinicoli: oggi il vino non confezionato ha un costo ricompreso fra i 15 e i 20 centesimi di euro al litro, facendo registrare un netto ribasso rispetto agli anni precedenti;
alle notizie positive sui trend del cosiddetto Imbottigliato, emersi durante l'ultima edizione del Vinitaly, non corrisponde una ripresa della filiera della produzione che vede oggi i giovani viticoltori combattere per scongiurare l'abbandono dei vigneti, già gravemente penalizzati dalla vendita dei diritti di reimpianto (cosiddetti catastini) agli imprenditori del nord;
la persistente situazione di crisi del mercato vitivinicolo, unitamente ai bassi prezzi del vino prodotto, allo stato attuale non consente alla maggior parte delle cantine sociali della Sicilia occidentale di onorare i prestiti relativi alla cosiddetta anticipazione bancaria su merci, con il rischio di incorrere in gravi sofferenze bancarie e, nei casi più gravi, nel fallimento aziendale; tale circostanza comporterebbe conseguenze sociali devastanti per l'intero territorio siciliano, determinando uno stato di crisi che colpirebbe migliaia di famiglie di viticoltori e causando uno stato di sofferenza e di paralisi economica dell'attività delle cantine sociali in Sicilia;
la crisi che ha investito la produzione di vino e mosto concentrato siciliano, e più in generale del sud Italia, ha origine dalla grande quantità di giacenze immesse sul mercato, nel corso dell'ultima annata agraria, dalle cantine di diverse regioni italiane che hanno dichiarato una raccolta con alte rese per ettaro: in particolare, i dati aggiornati al mese di marzo 2019 indicano in Sicilia la presenza di 8.944 ettari coltivati a vigneto, con giacenze di vino bianco pari a 1.016.468 litri; il Veneto ne possiede 4.354 ettari, con giacenze pari a 2.059.799 litri; in Emilia-Romagna, dato che appare anomalo, i vigneti sono pari a 504 ettari e si registrano giacenze pari a 3.834.894 litri; infine, la Puglia con i suoi 42.986 ettari coltivati a vigneto ha dichiarato 2.179.907 litri di giacenze di vino;
il Testo unico n. 238 del 2016 consente alle cantine di presentare dichiarazioni di raccolta relative al vino bianco comune sino ad un massimo di 500 quintali per ettaro di vigneto;
i dati relativi alla resa dei vigneti in funzione della produzione vanno verificati attraverso un raffronto con i dati delle dichiarazioni di produzione delle singole aziende vitivinicole: ciò consentirebbe di conoscere la somma complessiva delle denunce aziendali di raccolta e, al contempo, di verificare se tale somma corrisponda ai dati di produzione complessivi per la cantina sociale di riferimento, nonché per l'intera regione –:
quali iniziative intenda intraprendere il Ministro interrogato a tutela dei viticoltori siciliani e in particolare se e per quanto di competenza, non intenda assumere iniziative per procedere alla modifica del Testo unico n. 238 del 2016 nel senso di disporre, per il vino bianco comune, il limite massimo di 250 quintali di raccolta per ettaro e incrementare i controlli al fine di verificare la corretta corrispondenza tra le denunce aziendali di raccolta e il vino complessivamente prodotto;
se non intenda assumere iniziative di competenza per la distillazione degli esuberi per quelle aziende che abbiano superato i 200 quintali per ettaro di media come risulta dalle denunce di raccolta per le uve destinate a vino bianco comune;
se non ritenga di predisporre appositi controlli volti ad individuare eventuali soggetti responsabili del cosiddetto zuccheraggio dei vini, pratica vietata nel nostro Paese.
(4-02891)
nel 2014 è entrato in vigore il tetto ai dirigenti della pubblica amministrazione, fissato in 240.000 euro (la parte fissa è pari a 192.000 euro, cui si aggiungono voci variabili legate alla tipologia e complessità di gestione, nonché ai risultati); il tetto ha interessato i dicasteri, gli enti pubblici e le autorità indipendenti ed è stato esteso anche alle società partecipate, ad esclusione di quelle quotate e quelle che emettono strumenti finanziari;
il tetto sugli stipendi dei cosiddetti «manager pubblici» ha comportato tagli di notevole entità, arrivando in alcuni casi anche a dimezzare l'emolumento, anche se, pur con la «sforbiciata», il nostro Paese rimane, con una media di 212.000 euro annui, ancora ben sopra la media dei Paesi Ocse per la retribuzione delle figure apicali, che risulta essere pari a circa 132.000 euro;
al tetto fissato per le figure apicali avrebbe dovuto conseguire necessariamente l'adeguamento degli stipendi delle fasce sottostanti le figure apicali, che riguardano circa 46.000 dirigenti; a tal fine, era previsto un successivo intervento per stabilire delle fasce sottostanti il livello apicale e determinare per ciascuna il limite dei compensi massimi, secondo il grado di responsabilità, ma esso non ha mai visto la luce;
al tetto introdotto per i circa 2.000 apicali della pubblica amministrazione non ha fatto seguito una norma per riequilibrare le posizioni dei dirigenti sottostanti, neanche con riguardo alle società partecipate – sembrerebbe, tra l'altro, che non vi sia una mappatura o una banca dati con gli stipendi dei dirigenti delle società partecipate della pubblica amministrazione – circostanza che ha comportato e comporta una sperequazione tra emolumenti ed una vera e propria discrasia rispetto ai principi di equità, di responsabilità, complessità e risultato –:
se e quali iniziative il Ministro interpellato intenda adottare per porre rimedio a quanto esposto in premessa, con riguardo agli squilibri determinatisi tra gli emolumenti delle diverse categorie di dirigenti conseguentemente all'introduzione del tetto per i soli apicali ed alla mancanza di trasparenza e conoscibilità.
(2-00383) «Macina, Dieni, Alaimo, Baldino, Berti, Bilotti, Maurizio Cattoi, Corneli, Dadone, D'Ambrosio, Forciniti, Parisse, Francesco Silvestri, Suriano, Elisa Tripodi, Gubitosa, Ianaro, Invidia, Iorio, Iovino, L'Abbate, Lattanzio, Liuzzi, Lombardo, Gabriele Lorenzoni, Lovecchio, Maglione, Maniero, Manzo, Mariani, Marino, Martinciglio, Marzana, Masi, Melicchio, Migliorino, Misiti, Nitti, Olgiati, Pallini, Palmisano».
MADIA e DI GIORGI. — Al Ministro per la pubblica amministrazione, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
come è noto, con la legge 7 agosto 2015, n. 124, ed in particolare con il conseguente decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75, si sono creati i presupposti giuridici ed economici per avviare il superamento del precariato nella pubblica amministrazione;
uno dei comparti in cui tale fenomeno si è radicato nel corso degli anni e nel quale ha determinato gravi problemi lavorativi e funzionali è, senz'altro, quello degli enti di ricerca;
secondo le stime provenienti da varie fonti, i lavoratori che rimangono in attesa del perfezionamento delle procedure di stabilizzazioni previste dall'articolo 20 del citato decreto legislativo n. 75 del 2017, sarebbero circa 980 al Centro nazionale delle ricerche (Cnr) 170 all'Istituto nazionale di astrofisica, 100 all'Istituto nazionale di fisica nucleare, 100 al Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria, più altre decine di lavoratori presso l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, l'Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche e l'Istituto nazionale di ricerca metrologica;
una situazione che, oltre a frustrare le legittime aspettative dei tanti lavoratori precari del comparto della ricerca, rischia di disperdere un patrimonio di competenze e professionalità essenziali per la cultura e la competitività del nostro Paese, nonostante siano state stanziate le corrispondenti risorse finanziarie necessarie per la loro stabilizzazione; peraltro, alcuni enti non utilizzano gli interi fondi;
nell'ambito della suddetta disfunzione organizzativa, si registrano anche una serie di situazioni che sembrano aggravare la condizione lavorativa del personale in questione, come nel caso del ricercatore A.C., il quale ha prestato servizio come ricercatore a tempo determinato part-time al 50 per cento dal 2015 presso il Cnr. Non avendo maturato completamente i 3 anni necessari per richiedere la stabilizzazione, in fase di manifestazione di interesse, A.C. ha chiesto che gli venissero riconosciuti anche gli anni lavorati con contratto a tempo indeterminato part-time al 50 per cento fino al dicembre scorso, presso il Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici, ente costituito su iniziativa del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e finanziato dal fondo ordinario per il finanziamento degli enti e istituzioni di ricerca;
il Cnr ha accolto la richiesta di riconoscimento dei pregressi periodi lavorativi presso il Cmcc e dal 27 dicembre 2018 ha assunto, a tempo indeterminato e a tempo pieno, A.C. Paradossalmente, il 19 aprile 2019, l'ufficio stragiudiziale, tramite posta certificata, comunica l'apertura di un'istruttoria nei confronti del suddetto lavoratore, contestando la validità dei periodi lavorativi maturati presso il Cmcc;
a parere dell'interrogante, è di tutta evidenza la totale buona fede di A.C. e, allo stesso tempo, la gestione quantomeno ondivaga ed approssimativa dell'amministrazione del Cnr di una questione tanto rilevante come il destino lavorativo di un suo ricercatore –:
quale sia lo stato di attuazione del processo di stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione e, in particolare, degli enti di ricerca, inclusa la specifica situazione dei cosiddetti «comma 1 non prioritari» e delle chiamata dirette;
se siano a conoscenza della paradossale situazione in cui si è venuto a trovare il citato ricercatore del Cnr e quali iniziative intendano assumere al fine di definire le più opportune soluzioni amministrative volte a dare risposta alle sue legittime aspettative lavorative.
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della salute, il Ministro per gli affari regionali e le autonomie, per sapere – premesso che:
dal 2009 la regione Calabria è sottoposta a piano di rientro dal disavanzo sanitario regionale e dal 2010 è commissariata per l'attuazione del medesimo;
in un articolo apparso il 13 febbraio 2019 sulla testata onlineCorriere della Calabria, a firma del direttore Paolo Pollichieni, si legge che ammonterebbe a «mezzo miliardo di euro, negli ultimi dieci anni» «la somma», forse «imprecisa per difetto», «che le Regioni del Centro-Nord, in particolare Lombardia, Lazio e Piemonte», avrebbero sottratto «illecitamente alla Regione Calabria attraverso la cosiddetta mobilità sanitaria», ovvero le prestazioni erogate a cittadini calabresi da strutture di altre regioni;
nell'articolo Pollichieni riporta che questi dati sulla mobilità sanitaria sono stati richiesti al dipartimento regionale tutela della salute dal nuovo dirigente generale della struttura, Antonio Belcastro;
nello stesso articolo si spiega che un «rapido incrocio con» i dati «in possesso del Ministero (le regioni che “accreditano prestazioni” presentano il “conto” al Ministero che gira loro gli importi relativi a tali prestazioni, detraendoli dalle somme che dovrebbero essere trasferite alla Regione Calabria) avrebbe consentito di avere la conferma: la Regione Calabria ha pagato prestazioni non dovute e mai eseguite»;
«tutti sapevano – si legge nell'articolo, nel quale vengono riportate, a riguardo, domande specifiche del deputato del Pd Antonio Viscomi – che la regione Calabria era l'unica a non aver mai effettuato, almeno con riferimento agli ultimi dieci anni, alcuna verifica sui conti presentati per la mobilità sanitaria»;
l'articolo prosegue raccontando che Franco Pacenza, consulente per la sanità del presidente della regione Calabria in carica, Mario Oliverio, ha dato notizia della istituzione «nei prossimi giorni» di un «Nucleo dedicato alla verifica dei flussi di mobilità ed alla loro appropriatezza che, con il supporto tecnico adeguato, dovrà attivare tutte le procedure di contestazione e contemporaneamente verificare l'insieme dei flussi degli anni precedenti»;
le affermazioni del Pacenza confermano, in sostanza, è la deduzione di Pollichieni, che la regione Calabria, contrariamente a tutte le altre regioni, non ha esercitato controlli «sulle rendicontazioni relative alla supposta “mobilità sanitaria”, prendendo per buone quelle presentate dalle regioni “creditrici”» –:
di quali informazioni siano in possesso nel merito della vicenda;
quali iniziative di competenza il Governo intenda avviare al fine di agevolare gli opportuni accertamenti circa la corrispondenza tra dati disponibili e fatti in ordine alla mobilità sanitaria negli ultimi 10 anni dei residenti in Calabria.
(2-00382) «Sapia, Massimo Enrico Baroni, Bologna, D'Arrando, Lapia, Lorefice, Mammì, Menga, Nappi, Nesci, Provenza, Sarli, Sportiello, Trizzino, Troiano, Leda Volpi, Di Sarno, Di Stasio, Dieni, D'Incà, Donno, Dori, D'Orso, D'Uva, Ehm, Emiliozzi, Ermellino, Faro, Ficara, Flati, Forciniti, Frate, Frusone, Gagnarli, Galantino, Galizia, Gallinella, Gallo, Giannone, Giarrizzo, Giordano, Giuliano, Giuliodori, Grande, Grimaldi, Grippa».
LAPIA, MASSIMO ENRICO BARONI, D'ARRANDO, BOLOGNA, LOREFICE, MAMMÌ, MENGA, NAPPI, NESCI, PROVENZA, SAPIA, SARLI, SPORTIELLO, TRIZZINO, TROIANO e LEDA VOLPI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
a seguito di un'inchiesta di 44 procure generali di altrettanti Stati negli Usa, durata cinque anni, emergono accuse di frode ai danni dello Stato per venti aziende farmaceutiche, tra cui Novartis, Teva, Gsk e Mylan; in particolare l'accusa è quella di aver fatto lievitare fino al 1.000 per cento il prezzo dei farmaci; tra i farmaci interessati, circa un centinaio, ci sarebbero anche antiretrovirali per l'Hiv, terapie per l'asma, statine, antibiotici, antitumorali e antidiabetici;
il 1° febbraio 2019, l'Italia ha avanzato una proposta di risoluzione all'OMS dal titolo «Improving the Transparency of markets for drugs, vaccines and other health-related technologies» per adozione dalla 72esima Assemblea mondiale della sanità (WHA), con la quale si invoca l'attuazione di provvedimenti in materia di trasparenza nel settore farmaceutico;
come si evince anche dalla succitata proposta di risoluzione, lo sviluppo di un mercato farmaceutico competitivo è basato sulla trasparenza, cioè sulla disponibilità di informazioni pubbliche e condivise sui diversi aspetti del ciclo di vita del farmaco;
il settore farmaceutico si caratterizza per una profonda asimmetria informativa fra autorità pubbliche e aziende, in particolare determinata da: dati limitati sui risultati degli studi clinici; flussi di finanziamento pubblico e privato per ricerca e sviluppo non chiari, carenti e spesso assenti; mancanza di informazioni sulla disponibilità e rimborsabilità di farmaci; mancanza di dati facilmente accessibili sui brevetti e scadenza dei relativi diritti di proprietà intellettuale;
il decreto legislativo sulle sperimentazioni cliniche dei farmaci ad uso umano, approvato di recente dal Consiglio dei ministri, novellando il decreto legislativo n. 211 del 2003, all'articolo 2 prevede che l'Aifa pubblichi sul proprio sito istituzionale l'elenco delle strutture autorizzate alla sperimentazione clinica, garantendo che siano resi pubblici i nominativi e i curricula di tutti i soggetti coinvolti nella sperimentazione oltreché tutte le sperimentazioni attivate, in corso o concluse, e quelle autorizzate, nonché i correlati finanziamenti e i programmi di spesa con i relativi contratti –:
quali ulteriori azioni ritenga di dover porre in essere per consentire una piena condivisione di informazioni sui farmaci e sulla determinazione del prezzo, dei ricavi, dei costi di ricerca e sviluppo, nonché sulle informazioni cruciali in tema di tutela brevettuale.
LEDA VOLPI, MENGA, NAPPI e BOLOGNA. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
il disturbo dello spettro autistico e un insieme eterogeneo di disturbi del neuro-sviluppo, caratterizzato da esordio precoce di difficoltà nella interazione reciproca e comunicazione sociale associata a comportamenti e interessi ripetitivi e ristretti (definizione secondo DSM-5 e ICD-11);
la legge n. 134 del 2015 prevede interventi finalizzati a garantire la tutela della salute, il miglioramento delle condizioni di vita e l'inserimento nella vita sociale delle persone con disturbi dello spettro autistico, in conformità a quanto previsto dalla risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite A/RES/67/82 del 12 dicembre 2012, sui bisogni delle persone con autismo; tale legge dispone anche l'aggiornamento, da parte dell'Istituto superiore di sanità, delle Linee guida sul trattamento dei disturbi dello spettro autistico in tutte le età della vita, sulla base dell'evoluzione delle conoscenze fisiopatologiche e terapeutiche derivanti dalla letteratura scientifica e dalle buone pratiche nazionali e internazionali;
la legge di stabilità 2016 articolo 1, commi 401-402, della legge 208 del 2015) ha istituito, a decorrere dal 2016, presso il Ministero della salute, il Fondo per la cura dei soggetti con disturbo dello spettro autistico, con una dotazione a regime di 5 milioni di euro, per una serie di obiettivi, tra cui l'individuazione di centri di riferimento, con compiti di coordinamento dei servizi di assistenza sanitaria nell'ambito della rete regionale e delle province autonome; la realizzazione di percorsi diagnostici, terapeutici e assistenziali per la presa in carico di minori, adolescenti e adulti con disturbi dello spettro autistico, quali: formazione degli operatori, costituzione di specifiche équipe territoriali dedicate, sostegno alle famiglie, garanzia di strutture semiresidenziali dedicate; nuovi progetti di ricerca riguardanti la conoscenza del disturbo dello spettro autistico e buone pratiche terapeutiche ed educative;
la legge di bilancio 2017 ha autorizzato, per il 2017, la riassegnazione al Fondo per la cura dei soggetti con disturbo dello spettro autistico delle risorse a questo destinate nel 2016 e non ancora utilizzate, mentre la successiva legge di bilancio per il 2018 ha previsto un aumento del Fondo di ulteriori 5 milioni di euro, per ciascuno degli anni 2019 e 2020 –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza di quali soggetti siano già stati beneficiari, e per quali somme, di risorse provenienti dal Fondo per la cura dei soggetti con disturbo dello spettro autistico di cui alla legge n. 208 del 2015 – e successive leggi di bilancio – e quali iniziative intenda adottare per vigilare sul rispetto della necessaria trasparenza nell'assegnazione delle risorse e nella rendicontazione della dotazione economica del citato fondo.
DALL'OSSO. — Al Ministro della salute, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
l'obbligatorietà di iscrizione all'Albo è rivolta a tutte le categorie che hanno un Ordine o Collegio professionale non rientrando nella fattispecie le professioni per il cui esercizio il legislatore non ha previsto tale vincolo nonché le professioni per le quali l'Albo non è ancora stato istituito in attuazione della legge 11 gennaio 2018, n. 3, inerente al riordino della disciplina degli Ordini delle professioni sanitarie;
l'articolo 1737 del decreto legislativo n. 66 del 2010, al comma 6, reca: «Il diploma è accompagnato dal distintivo e dalla tessera di cui agli articoli 1011 e 1022 del regolamento e importa il versamento della tassa di cui all'articolo 1744; il personale in possesso del diploma, equivalente all'attestato di qualifica di operatore socio-sanitario specializzato, esclusivamente nell'ambito dei servizi resi, nell'assolvimento dei compiti propri delle Forze armate e della Croce rossa italiana, è abilitato a prestare servizio di emergenza e assistenza sanitaria con le funzioni e attività proprie della professione infermieristica. Il diploma, nel possesso dei requisiti richiesti e nel rispetto dell'ordinamento universitario, consente l'accesso ai corsi di laurea in infermieristica con il riconoscimento dei relativi crediti formativi acquisiti»;
per effetto della modifica intervenuta con la legge n. 3 del 2018, l'operatore socio-sanitario non è più una figura tecnica, ma una professione sanitaria e quindi soggetta a maggiori obblighi di legge previsti per le altre figure professionali –:
se nell'ambito delle loro funzioni «a prestare servizio di emergenza e assistenza sanitaria con le funzioni e attività proprie della professione infermieristica», alle infermiere volontarie della Croce Rossa italiana sia richiesto il possesso dell'assicurazione obbligatoria in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie, prevista della legge n. 24 del 2017, a tutela dei pazienti.
D'ATTIS. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
il decreto legislativo 4 agosto 2016, n. 171, istituiva l'elenco nazionale dei soggetti idonei alla nomina di direttore generale delle aziende sanitarie locali e degli enti del servizio sanitario nazionale e stabiliva che, all'esito della formazione dell'elenco nazionale degli idonei, le regioni procedessero obbligatoriamente alla copertura dei posti vacanti nelle asl o negli ospedali mediante avviso pubblico, con valutazione dei candidati – esclusivamente proveniente dall'elenco ministeriale degli idonei – da parte di una commissione di esperti;
il 3 gennaio 2019, sul Bollettino Ufficiale della regione Lazio, è stato emanato l'avviso pubblico di selezione per il conferimento di incarichi di direttore generale presso sei aziende o enti del servizio sanitario del Lazio;
la commissione (un dirigente dell'Agenas, uno regionale e un professore associato della Bocconi) ha agito senza trasparenza e con modalità di dubbia regolarità: non ha dato pubblicità ai criteri che hanno condotto all'ammissione o all'esclusione dei candidati, né ha pubblicato l'elenco degli ammessi al colloquio, negando così agli esclusi il diritto all'impugnativa del provvedimento davanti gli organi giurisdizionali, richiedendo l'ammissione con riserva. Il bando stabiliva convocazioni esclusivamente via Pec con preavviso di dieci giorni e invece l'8 marzo appariva sul sito regionale un comunicato che precisava che, per disservizi del protocollo informatico, ogni candidato ammesso sarebbe stato contattato direttamente dal personale regionale, per i colloqui previsti dal 12 al 14 marzo, un preavviso irrituale e molto ravvicinato;
nei giorni successivi, sull'onda di articoli di stampa, interrogazioni di consiglieri regionali, esposti all'Anac e alla procura della Repubblica, si procedeva incredibilmente alla convocazione per il 27 o 28 marzo di un'altra decina di candidati, non si sa in base a quale modifica dei criteri di selezione, senza nemmeno una comunicazione sul sito regionale, rendendo di fatto queste ulteriori sedute di colloqui a porte chiuse, e cioè segrete e non pubbliche, violando la vigente normativa sui concorsi;
è principio consolidato per tutte le pubbliche amministrazioni che le procedure concorsuali debbano essere ispirate a regole di chiarezza e di trasparenza e quindi di pubblicità tale da rendere visibili i criteri adottati nonché lo svolgimento delle varie fasi della procedura selettiva, al fine di evitare comportamenti opachi e valutazioni di natura discrezionale. La commissione agiva, invece, secondo l'interrogante in totale spregio agli elementari principi di pubblicità e di trasparenza che avrebbero dovuto assicurare a tutti i candidati la par condicio nello svolgimento dei colloqui –:
di quali elementi disponga il Governo, per quanto di competenza, in relazione alla vicenda descritta in premessa e se intenda adottare iniziative normative per assicurare i principi di pubblicità e trasparenza nelle procedure finalizzate alla nomina dei direttori generali delle aziende sanitarie locali.
(4-02903)
GEMMATO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro per il sud, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
il decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91, ha previsto l'attivazione di una misura incentivante denominata «Resto al Sud» finalizzata a promuovere la costituzione di nuove imprese nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia da parte di giovani imprenditori;
l'articolo 1, comma 601, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, «Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021», ha modificato il predetto decreto prevedendo l'ampliamento della platea degli aventi diritto aprendola ai liberi professionisti ed estendendola ai soggetti di età compresa tra i 18 ed i 45 anni;
ad oggi, i nuovi beneficiari della misura «Resto al Sud» non possono ancora presentare domande online sul sito di Invitalia e, dunque, non possono ancora avvalersi delle agevolazioni previste, poiché, secondo quanto si evince anche dall'avviso pubblicato sullo stesso portale, non sono ancora state emanate le disposizioni attuative per la gestione dell'incentivo;
già il 3 aprile 2019 l’«Unione dei giovani dottori commercialisti ed esperti contabili di Salerno» aveva denunciato questa problematica agli organi di informazione, evidenziando l'importanza della misura incentivante per i giovani che intendono avviare attività lavorative al Sud Italia –:
quali siano le tempistiche di adozione del decreto recante le citate disposizioni attuative per la gestione dell'incentivo riferito alla misura «Resto al Sud» e se non si ritenga opportuno accelerarne l'elaborazione, affinché anche i nuovi aventi diritto possano avvalersi dei benefici previsti dal provvedimento che risultano decisamente rilevanti per la costituzione di nuove imprese nelle regioni del Sud Italia.
L'interrogazione a risposta in Commissione Carnevali e altri n. 5-02107, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 13 maggio 2019, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Gadda, Boldrini, Pellicani, Fregolent, Noja, Mauri, Schirò, Moretto.
interpellanza urgente Rampelli n. 2-00220 del 9 gennaio 2019;
interrogazione a risposta in Commissione Nesci n. 5-01741 del 22 marzo 2019;
interpellanza Zolezzi n. 2-00380 del 13 maggio 2019.
Il seguente documento è stato così trasformato su richiesta del presentatore: interrogazione a risposta orale Luciano Cantone n. 3-00722 dell'8 maggio 2019 in interrogazione a risposta scritta n. 4-02902.

References: articolo 105
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 1