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Timestamp: 2018-06-20 00:17:22+00:00

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Tariffe Professionali:documento della formazione decentrata della C.di Appello di Milano - UDgdp - Unità' Democratica giudici di pace (motto: "uno per tutti e tutti per uno")-email:udgdpo@gmail.com ; Facebook:Ud gdp; Twitter: @UDGDP UDgdp – Unità' Democratica giudici di pace (motto: "uno per tutti e tutti per uno")-email:udgdpo@gmail.com ; Facebook:Ud gdp; Twitter: @UDGDP
Ufficio dei referenti per la formazione decentrata del Distretto di Milano
La liquidazione di compensi professionali degli avvocati nel settore penale dopo l’entrata in vigore del D.M. 140/2012
Incontro del 15 ottobre 2012 – Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Milano Relazione dell’avv. Donatella Montagnani
1. Premessa: l’art. 9 del D.L. 24 gennaio 2012 n.1 (convertito con modificazioni nella L. 24 marzo 2012 n.27) ha, come noto, abrogato le tariffe per gli onorari spettanti ai professionisti la cui attività è regolamentata nel sistema ordinistico, ivi comprese quelle degli avvocati di cui, in ultimo, al D.M. 8 aprile 2004 n.1271.
Nell’abrogare le tariffe, il citato art. 9 ha previsto che nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, il compenso del professionista debba essere determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del Ministro vigilante.
Con decreto del Ministro di Giustizia del 20 luglio 2012 n.140 – entrato in vigore il giorno dopo la sua pubblicazione avvenuta sulla G.U. n.195 del 22 agosto 2012 – è stato emanato il regolamento di attuazione della citata norma, contenente i principi ed i nuovi parametri per la liquidazione dei compensi degli avvocati.
1 Le prime sostanziali modifiche al sistema di tariffazione speciale previsto per le attività prestate nell’ambito di professioni regolamentate sono state apportate dalla Legge 4 agosto 2006 n. 248 di conversione del c.d. Decreto Bersani (D.L. 223/2006); l’art.2 di detta legge aveva stabilito che, alla data di entrata in vigore, erano “abrogate le disposizioni legislative e regolamentari, con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali” che prevedevano, fra l’altro “a) l’obbligatorietà di tariffe fisse o minime ovvero il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti; b) il divieto, anche parziale, di svolgere pubblicità informativa circa i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto, nonché il prezzo ed i costi complessivi delle prestazioni…c) il divieto di fornire all’utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti…”; detto articolo inoltre aveva precisato che: “1) sono fatte salve le disposizioni riguardanti le eventuali tariffe massime prefissate in via generale a tutela degli utenti; 2) il giudice provvede alla liquidazione delle spese di giudizio e dei compensi professionali, in caso di liquidazione giudiziale e di gratuito patrocinio, sulla base della tariffa professionale”.
Le prime due riflessioni riguardano le conseguenze connesse all’abrogazione delle tariffe in relazione ai provvedimenti legislativi che ad esse fanno tuttora riferimento ed il regime transitorio applicabile alle liquidazioni non ancora effettuate all’entrata in vigore del D.M. relative ad istanze presentate in epoca antecedente per attività professionale prestata nella vigenza del D.M. n.127/2004.
Quanto alla prima questione, sovviene espressamente il dato normativo contenuto nel comma 5 dell’art.9 della Legge 27/2012 (già comma 4 dell’art.9 D.L. 1/2012) ai sensi del quale “Sono abrogate le disposizioni vigenti che, per la determinazione del compenso del professionista, rinviano alle tariffe di cui al comma 1” 2.
Da ciò consegue che ogni riferimento alla “tariffa professionale”, contenuto in provvedimenti legislativi di qualsiasi tipo è attualmente superato e non può essere preso in considerazione ai fini delle liquidazioni: ciò vale, ad esempio, per la norma contenuta nel comma 1 dell’art. 82 del D.P.R. 115/02 T.U. sulle Spese di Giustizia ai sensi della quale “L’onorario e le spese spettanti al difensore sono liquidati dall’autorità giudiziaria con decreto di pagamento, osservando la tariffa professionale in modo che, in ogni caso, non risultino superiori ai valori medi delle tariffe professionali vigenti relative ad onorari, diritti ed indennità…”.
L’art.82 del predetto T.U., che regola le modalità di liquidazione degli onorari del difensore di soggetto ammesso al gratuito patrocinio, ha una portata molto ampia costituendo norma di riferimento anche per le liquidazioni relative agli onorari del difensore d’ufficio di soggetto inadempiente (art. 116 T.U.), del difensore d’ufficio di persona irreperibile (art.117 T.U.) e del difensore del collaboratore di giustizia ammesso allo speciale programma di protezione (art.115 T.U.).
Abolite le tariffe professionali – e conseguentemente abrogata ogni disposizione vigente che per la determinazione del compenso del professionista ad esse rinvia – logica vorrebbe che si facesse riferimento, per analogia, ai valori medi della Tabella B).
Ma non è così, posto che il Decreto prevede una norma specifica, l’art.9, ai sensi del quale “Per le liquidazioni delle prestazioni svolte a favore di
2 Art.9 comma 1 L.27/12: “Sono abrogate le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico”.
soggetti in gratuito patrocinio e per quelle ad esse equiparate dal testo unico delle spese di giustizia … si tiene specifico conto della concreta incidenza degli atti assunti rispetto alla posizione processuale della persona difesa, e gli importi sono di regola ridotti della metà anche in materia penale”.
Di conseguenza, se un tempo si faceva riferimento ai valori medi delle tariffe, oggi il valore è del tutto indeterminato, avendo il Ministro indicato soltanto i criteri cui il Giudice deve rapportarsi nella determinazione del compenso (la concreta incidenza degli atti assunti rispetto alla posizione processuale della persona difesa) restando, come unica certezza, che quel compenso, così determinato, dovrà di regola essere ridotto della metà.
Per avere un riferimento certo si potrebbe ipotizzare, mediante un’applicazione analogica dell’art. 82 T.U. Spese di Giustizia, una liquidazione ancorata ai valori medi della Tabella B) su cui applicare la riduzione della metà ex art.9, escludendo le ulteriori diminuzioni ivi previste in percentuale.
L’importante è che la liquidazione risulti equa; diversamente, qualora si operassero su tale valore anche le diminuzioni previste in percentuale, si adotterebbe un metodo gravemente lesivo non solo della dignità del difensore e del ruolo da egli rivestito, ma soprattutto del diritto di difesa dei soggetti più deboli che rischierebbe di tradursi in un concreto ostacolo per l’accesso alla giustizia.
Si ricorda che l’art.24 della Costituzione garantisce che “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione”.
Se i mezzi per agire sono vanificati attraverso una liquidazione inadeguata che, riconoscendo compensi irrisori – se non risibili – svilisce il ruolo e la funzione del difensore, ebbene allora anche la previsione costituzionale si svuota del sommo significato che le è proprio relegandola ad un feticcio.
E allora molto meglio sarebbe avere il coraggio di istituire, come nei paesi statunitensi, l’istituto del difensore d’ufficio stipendiato dallo Stato.
La seconda questione appare, se possibile, più spinosa.
Si ricorderà che all’azzeramento delle tariffe operato dall’art.9 comma 1 del D.L. n.1/2012, in assenza di qualsiasi regolamentazione in merito al regime transitorio, era seguito un autentico scompiglio con deferimento della questione alla Consulta, ragion per cui la legge di conversione di quel decreto (la n. 27 del 24 marzo 2012) ha aggiunto all’art.9 il comma 3, a norma del quale “le tariffe vigenti alla data di entrata in vigore del presente decreto continuano ad applicarsi, limitatamente alla liquidazione delle spese giudiziali, fino alla data di entrata in vigore dei decreti ministeriali di cui al comma 2 e, comunque, non oltre il centoventesimo giorno dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”.
A norma dell’art.42 del D.M. n.140/12 “il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana”; essendo stato pubblicato sulla G.U. n.195 del 22 agosto 2012, il decreto è entrato in vigore il 23 agosto 2012.
Fermo restando il discrimine rappresentato dal 23 di agosto, vi è da chiedersi se i principi ed i parametri previsti dal decreto n.140 si applichino alle attività professionali prestate (o terminate) da questa data in avanti o alle liquidazioni effettuate dal giudice anche se le prestazioni o le istanze sono ad esse antecedenti.; in altre parole vi è da chiedersi se il D.M. n.140 ha portata retroattiva applicandosi anche a quelle attività esperite durante la vigenza del regime tariffario ma, al 23 di agosto, non ancora liquidate.
Contrariamente a quanto accaduto con il D.L. n.1/2012, il D.M. n.140 prevede, all’art. 41, una disciplina transitoria, definita “disposizione temporale”, ai sensi della quale “le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore”: il riferimento al momento in cui si esplica l’attività liquidatoria del giudice appare chiaro, secondo il tenore letterale della norma. Coerentemente, sembra di poter escludere l’applicabilità della previgente normativa ( D.M. n. 127/2004) alle istanze presentate antecedentemente all’entrata in vigore del D.M., riguardanti attività pregresse, espletate sotto i previgenti tariffari, ma non ancora liquidate al 23 di agosto 2012.
A conforto sovviene una recente sentenza della Cassazione civile sezione II, la n.16581 del 28.9.2012 che enuncia il seguente principio: “In caso di
successione di tariffe professionali, per stabilire in base a quale di essa deve essere liquidato il compenso, occorre tenere conto della natura dell’attività professionale e, se per la complessa portata dell’opera, il compenso deve essere liquidato con criterio unitario, la tariffa applicabile è quella che vige alla data di liquidazione anche se l’esplicazione dell’attività ha avuto inizio quando era vigente altra tariffa”.
Il principio espresso in tale massima si colloca in conformità con un orientamento consolidato della Cassazione civile già espresso nelle sentenze n. 8160 del 2001, n. 1010 del 1996 e n. 6275 del 1988.
Del medesimo avviso è il Tribunale di Varese, sezione I civile, che con decreto 17 settembre 2012 n.1252 ha stabilito che “Il regolamento, ai fini dell’applicabilità ai processi pendenti, indica quale parametro di riferimento non il momento in cui si è conclusa l’attività del professionista (momento statico) ma il momento in cui il giudice deve provvedere a liquidare il compenso (momento dinamico). Ciò vuol dire che è irrilevante il referente temporale che fa da sfondo all’attività compiuta e rileva, invece, la data storica vigente al momento dell’attività giudiziale- procedimentale di quantificazione del compenso spettante”. Analogamente si è espresso il Tribunale di Termini Imerese con sentenza 17 settembre 2012 ritenendo che “la liquidazione delle spese processuali debba avvenire integralmente sulla base dei nuovi parametri introdotti dal D.M. n.140 sopravvenuto in corso di causa”, ciò in quanto “il credito vantato a titolo di corrispettivo per l’attività professionale svolta diviene concretamente esigibile, e pertanto liquidabile, unicamente al termine dell’esecuzione del mandato difensivo, con l’esaurimento o con la cessazione dell’incarico professionale e che tale liquidazione non può che avvenire sulla base dei parametri e dei criteri legali vigenti nel momento in cui il mandato difensivo ha il suo termine”.
Anche TAR Lombardia, sezione di Brescia, con ordinanza 4-10 settembre 2012 n.15258, ha stabilito che “il nuovo Regolamento per la liquidazione giudiziale dei compensi, contenuto nel D.M. n.140, in virtù dell’art.41, si applica a tutte le liquidazioni successive alla sua entrata in vigore e, dunque, a prescindere dal momento in cui è stata espletata l’attività professionale, quindi anche ai processi i corso”.
Fuori dal coro si colloca il Tribunale di Cremona che con ordinanza 13 settembre 2012 ha sollevato “eccezione di legittimità costituzionale dell’art.9 del D.L. 1/2012, convertito con modificazioni dall’art.1 della Legge 27/2012, e del collegato D.M. n. 140/2012, nella parte in cui dispongono l’applicazione retroattiva delle nuove tariffe forensi anche ai processi in corso e all’attività già svolta ed esaurita prima della sua entrata in vigore, in relazione agli artt. 3, 24 e 117 della costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 6 del Cedu, all’art. 5 del Trattato Ue e all’articolo 296 del Trattato sul Funzionamento dell’Ue e all’art. 6 del Trattato Ue e per esso ai principi dello Stato di diritto richiamati dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dalla Carta di Nizza”.
Dal compendio normativo, anche sovranazionale, preso in esame nella ordinanza “emerge come la retroattività di una legge non penale possa ammettersi solamente laddove, all’esito di un prudente bilanciamento, sussistano preminenti motivi imperativi di interesse generale a sostegno della scelta. Ora, con riferimento alla norma censurata non risultano sussistere tali imperative ragioni di interesse generale e la norma è irragionevole. Infatti lo scopo dichiarato del legislatore con il D.L. 1/2012 e norme derivate e conseguenti è quello di liberalizzare il mercato delle professioni. Tuttavia, rispetto a tale obiettivo, la retroattività dell’abrogazione delle tariffe è del tutto inefficace e, quindi, il mezzo appare inadeguato e sproporzionato allo scopo …infatti l’autonomia negoziale, cui la liberalizzazione vorrebbe fare da volano, risulta veramente spendibile solo nel momento – anteriore all’instaurazione del rapporto – delle trattative e, quindi, solamente con riguardo ai contratti ancora da stipulare, successivi alle nuove disposizioni. Mentre, per quelli già conclusi in epoca precedente e tutt’ora in fase di esecuzione, il mutamento dei compensi in corso d’opera si traduce in un mutamento dell’equilibrio contrattuale a suo tempo concordato tra le parti….Ciò ha del resto la sua logica spiegazione giuridica nel fatto che il diritto e la misura del compenso del professionista sorgono e si determinano nel momento stesso del compimento delle singole attività. Si intende dire che la fattispecie giuridica, col compimento del singolo adempimento, si è già perfezionata e l’effetto (il diritto e la misura del compenso) si è già prodotto in favore del professionista, secondo il noto sillogismo fatto – norma – effetto. Intervenire retroattivamente su quell’effetto significa
dunque non solo toccare un diritto quesito, ma anche alterare arbitrariamente gli effetti di una fattispecie esaurita, a danno necessariamente di una delle parti”.
Nel corpo della sentenza il Giudice si lascia prendere la mano, travalicando il limite di quelle che dovrebbero essere mere argomentazioni tecniche di supporto all’eccezione, rappresentando le seguenti considerazioni critiche di natura politico legislativa: “In realtà l’obiettivo del legislatore sembra essere un altro: dare forza contrattuale al cliente, tramite l’abbassamento delle tariffe, ma non già per favorire il portafogli del cliente stesso, bensì per spingere gli avvocati a non accettare incarichi non remunerativi e, così, bloccare l’alluvionale afflusso di processi che intasano le aule di giustizia. In pratica, dietro l’apparente schermo della liberalizzazione si tenta di risolvere il problema della giustizia, facendo leva sul solito versante delle spese: fino ad oggi lo si era fatto calcando la mano sulla soccombenza, oggi lo si fa svilendo il lavoro degli avvocati. Ed ecco allora che, nell’ottica del legislatore, anche la retroattività dell’abrogazione delle tariffe acquisterebbe un senso: quello di spingere gli avvocati a definire in fretta cause per le quali si rischia di aver lavorato per anni in perdita. Così però si usa in maniera distorta lo schermo della liberalizzazione e lo strumento della retroattività, per creare un filtro indiretto all’accesso dei cittadini alla giustizia. Ma ciò è contrario all’art. 24 della Costituzione, che deve quindi anch’esso ritenersi violato dalla normativa censurata. Si è tutti d’accordo che, tra le cause della lentezza dei processi, vi sia l’eccessiva mole di contenzioso. Bisogna però allora avere il coraggio di fare una scelta fondamentale: o garantire un accesso alla giustizia indiscriminato, come avviene oggi, strada che appare però sempre più difficilmente percorribile, a fronte della scarsità di risorse, oppure creare i giusti filtri e limiti – il filtro in Cassazione e il filtro in appello ad esempio, recentemente introdotto – che però non possono passare per lo svilimento del lavoro già svolto di un’intera categoria di professionisti”.
Particolarmente significativa è infine la sentenza n. 17406 del 25 settembre 2012 delle Sezioni Unite civili della Cassazione che, dopo aver evidenziato che il compenso evoca la nozione di un corrispettivo unitario e che “quindi i nuovi parametri siano da applicare ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data
di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta in epoca precedente, quando ancora erano in vigore le tariffe professionali abrogate” stabilisce il seguente principio.
“Vero è che il terzo comma del citato art.9 del d.l. n.1/12 stabilisce che le abrogate tariffe continuano ad applicarsi, limitatamente alla liquidazione delle spese giudiziali, sino all’entrata in vigore del decreto ministeriale contemplato nel comma precedente; ma da ciò si può trarre argomento per sostenere che sono quelle tariffe – e non i parametri introdotti dal nuovo decreto – a dover trovare ancora applicazione qualora la prestazione professionale di cui si tratta si sia completamente esaurita sotto il vigore delle precedenti tariffe”.
Vi è un’ultima considerazione, anzi una proposta che ci si permette di appoggiare, che potrebbe sopperire al mancato contemperamento dell’effetto negativo dell’applicazione retroattiva dei parametri.
Posto che il D.M. n.140 prevede espressamente che nell’attività di liquidazione il Giudice non è vincolato non solo al rispetto delle “soglie numeriche indicate, anche a mezzo di percentuale, sia nei minimi che nei massimi” (comma 7 dell’art. 1) ma addirittura all’adozione dei parametri specifici di cui alla tabella B – Avvocati (comma 1 dell’art.143), si potrebbe ipotizzare che il giudice possa, mediante adeguata motivazione, discostarsi da tali parametri, se ritenuti incongrui, ed applicare le vecchie tariffe nel caso in cui la gran parte dell’attività sia stata svolta nel tempo in cui esse erano vigenti.
In questi termini – in una sorta di obiter dictum in relazione all’ordinanza di Cremona e per disattenderne la fondatezza sulla lamentata incostituzionalità – si è espresso il Tribunale di Varese con il decreto già citato, ove si afferma che se il giudice reputi incongruo il compenso determinato alla luce dei parametri “in conseguenza dell’effetto retroattivo della normativa”, potrebbe “non applicarla e ricalcolare il compenso secondo i vecchi criteri, spiegando le ragioni per le quali adotta la
3 “I parametri specifici per la determinazione del compenso sono, di regola, quelli di cui alla tabella B – Avvocati, allegata al presente decreto. Il giudice può sempre diminuire o aumentare ulteriormente il compenso in considerazione delle circostanze concrete, ferma l’applicazione delle regole e dei criteri generali di cui agli articoli 1 e 12”.
soluzione de qua; si tratterebbe, cioè, di guardare alle vecchie regole come canoni orientativi adottando un’interpretazione adeguatrice, secundum constitutionem”.
2. Ambito di applicazione del D.M. n.140: la Relazione ministeriale collegata al Decreto ha evidenziato che il Legislatore ha esplicitamente abbandonato la “disciplina dei compensi professionali basata sulla predeterminazione amministrativa, aggiornabile, varata su proposta degli Ordini professionali di riferimento, sia pure poi approvata dal Ministro competente, in quanto non direttamente rapportata al mercato”.
La regola è divenuta quella del mercato, ripristinandosi la centralità dell’accordo tra professionista e cliente al momento del conferimento dell’incarico; in mancanza di accordo si ricade nel sistema liquidatorio giudiziale previsto dal nuovo Decreto.
Da ciò si evince che il ricorso ai parametri del D.M. n.140/2012 è da intendersi criterio residuale, in quanto la determinazione dell’onorario è rimessa, in via principale, alla libera contrattazione delle parti ai sensi dell’art.2233 del codice civile.
I criteri stabiliti dal D.M. n.140 si applicano a tutti i casi in cui la liquidazione degli onorari sia devoluta all’Autorità Giudiziaria.
La prima considerazione da farsi è che, mentre in materia civilistica la liquidazione giudiziale degli onorari è la regola ed il pagamento del quantum liquidato è a carico del soccombente ai sensi dell’art.91 c.p.c., per lo più soggetto privato, in sede penale la liquidazione degli onorari ad opera del Giudice costituisce un’eccezione e, se si escludono le ipotesi marginali riguardanti gli onorari per l’assistenza della parte e del responsabile civile e le controversie originate dall’impugnativa della parcella, riguarda prevalentemente gli onorari per attività professionale prestata in favore di imputati e persone offese ammessi al gratuito patrocinio ed equiparati (imputati irreperibili dichiarati e di fatto, imputati difesi d’ufficio insolventi, collaboratori di giustizia) così come previsto, rispettivamente, dagli artt. 74, 117, 116 e 115 del T.U. sulle Spese di Giustizia D.P.R. n.115 del 30 maggio 2002, in relazione ai quali il pagamento del quantum liquidato è a carico dello Stato.
Appare all’evidenza che in questo specifico settore – ontologicamente esulando la possibilità di un accordo tra l’avvocato ed il proprio assistito –
il ricorso ai parametri, per la liquidazione degli onorari, non costituisce più criterio residuale essendo l’unico adottabile.
Quindi, se è vero che nel settore penale l’ambito di applicazione del Decreto è più limitato rispetto a quello civilistico tuttavia, essendo prevalentemente circoscritto alla materia del gratuito patrocinio ed assimilati e quindi, ed in definitiva, alle parcelle il cui pagamento è a carico dell’erario, l’impatto è da ritenersi più incisivo e ciò sia perché il ricorso ai parametri, in assenza di possibilità di regolamentazione pattizia, costituisce l’unica modalità di determinazione del compenso, sia perché appare altamente probabile che gli onorari esposti dagli avvocati in questo particolare settore subiranno tagli drastici e determinazione nei minimi nell’ottica del contenimento della spesa pubblica di cui si faranno verosimilmente portatori i Magistrati liquidatori.
3. Struttura del D.M. n.140 limitatamente al settore penale: per quanto riguarda l’attività giudiziale penale, la normativa di riferimento è invero scarna, essendo costituita da soli tre articoli dedicati allo specifico settore: gli artt. 12, 13 e 14 del Decreto; vi sono poi, tra le disposizioni generali, due articoli che, per la loro particolare rilevanza, è necessario ricordare: gli artt. 1 e 9.
L’art. 12 contiene i principi generali per la liquidazione stabilendo che: “1. L’attività giudiziale penale è distinta nelle seguenti fasi: fase di studio; fase di introduzione del procedimento; fase istruttoria procedimentale o processuale; fase decisoria; fase esecutiva. Se il procedimento o il processo non vengono portati a termine per qualsiasi motivo ovvero sopravvengono cause estintive del reato, l’avvocato ha diritto al compenso per l’opera effettivamente svolta.
2. Nella liquidazione il giudice deve tenere conto della natura, complessità e gravità del procedimento o del processo, delle contestazioni e delle imputazioni, del pregio dell’opera prestata, del numero e dell’importanza delle questioni trattate, anche a seguito di riunione dei procedimenti o dei processi, dell’eventuale urgenza della prestazione. Ai fini di quanto disposto nel periodo che precede, si tiene conto di tutte le particolari circostanze del caso, quali, a titolo di esempio, il numero dei documenti da esaminare, l’emissione di ordinanze di applicazione di misure cautelari, l’entità economica e l’importanza degli interessi coinvolti, la costituzione
di parte civile, la continuità, la frequenza, l’orario e i trasferimenti conseguenti all’assistenza prestata.
3. Si tiene altresì conto dei risultati del giudizio e dei vantaggi, anche civili e non patrimoniali, conseguiti dal cliente.
4. Qualora l’avvocato difenda più persone con la stessa posizione processuale il compenso unico può essere aumentato fino al doppio. Lo stesso parametro di liquidazione si applica, in caso di costituzione di parte civile, quando l’avvocato difende una parte contro più parti.
5. Per l’assistenza d’ufficio a minori il compenso può essere diminuito fino alla metà.
7. Si applica l’art. 9, comma 1, secondo periodo”.
Mentre l’art. 12 individua i principi, l’art. 14 individua i criteri per la determinazione del compenso: “1. I parametri specifici per la determinazione del compenso sono, di regola, quelli di cui alla tabella B – Avvocati, allegata al presente decreto. Il giudice può sempre diminuire o aumentare ulteriormente il compenso in considerazione delle circostanze concrete, ferma l’applicazione delle regole e dei criteri generali di cui agli articoli 1 e 12.
2. Il compenso è liquidato per fasi.
3. Nella fase di studio sono compresi, a titolo di esempio: l’esame e lo studio degli atti, le ispezioni dei luoghi, la ricerca dei documenti, le consultazioni con il cliente e la relazione o parere, scritti ovvero orali, al cliente precedenti gli atti di fase introduttiva o che esauriscono l’attività. 4. Nella fase introduttiva sono compresi, a titolo di esempio: gli atti introduttivi quali esposti, denunce, querele, istanze, richieste, dichiarazioni, opposizioni, ricorsi, impugnazioni, memorie.
5. Nella fase istruttoria sono compresi, a titolo di esempio: le richieste, gli scritti, le partecipazioni o le assistenze, anche in udienza in camera di consiglio o pubblica, relative ad atti o attività istruttorie, procedimentali o processuali anche preliminari, funzionali alla ricerca dei mezzi di prova, alle investigazioni o alla formazione della prova, comprese le liste, le citazioni, e le relative notificazioni ed esame di relata, dei testimoni, consulenti e indagati o imputati di reato connesso o collegato. La fase si
considera in particolare complessa quando le attività ovvero le richieste istruttorie sono plurime e in plurime udienze, ovvero comportano la redazione di scritti plurimi e coinvolgenti plurime questioni anche incidentali.
7. Nella fase esecutiva sono comprese tutte le attività connesse all’esecuzione della pena o delle misure cautelari.
9. Il compenso, ai sensi dell’art. 1, comma 3, comprende ogni attività accessoria, quali, a titolo di esempio, gli accessi agli uffici pubblici, le trasferte, la corrispondenza anche telefonica o telematica o collegiale con il cliente, le attività connesse a oneri amministrativi o fiscali, le sessioni per rapporti con colleghi, ausiliari, consulenti, investigatori, magistrati”. Dall’art. 13 è regolata la liquidazione dei compensi per le prestazioni professionali rese nell’interesse della parte civile e del responsabile civile: “1. I parametri previsti per l’attività giudiziale penale operano anche nei riguardi della parte e del responsabile civile costituiti in giudizio, ma per quanto non rientri nelle fasi penali, operano i parametri previsti per l’attività giudiziale civile”.
A questi tre articoli dedicati specificamente all’attività giudiziale penale, occorre aggiungere altre due norme – tra quelle di portata generale – di particolare rilievo anche per il settore penale: quella dell’art. 1 “Ambito di applicazione e regole generali” e quella dell’art. 9 “Cause per l’indennizzo da irragionevole durata del processo e gratuito patrocinio”; art. 1: “1. L’organo giurisdizionale che deve liquidare il compenso dei professionisti di cui ai capi che seguono applica, in difetto di accordo tra le parti in ordine allo stesso compenso, le disposizioni del presente decreto. L’organo giurisdizionale può sempre applicare analogicamente le disposizioni del presente decreto ai casi non espressamente regolati dallo stesso.
2. Nei compensi non sono comprese le spese da rimborsare secondo qualsiasi modalità, compresa quella concordata in modo forfettario. Non sono altresì compresi oneri e contributi dovuti a qualsiasi titolo. I costi degli ausiliari incaricati dal professionista sono ricompresi tra le spese dello stesso.
3. I compensi liquidati comprendono l’intero corrispettivo per la prestazione professionale, incluse le attività accessorie alla stessa.
4. Nel caso di incarico collegiale il compenso è unico ma l’organo giurisdizionale può aumentarlo fino al doppio. Quando l’incarico professionale è conferito a una società tra professionisti, si applica il compenso spettante a uno solo di essi anche per la stessa prestazione eseguita da più soci.
6. L’assenza di prova del preventivo di massima di cui all’art. 9, comma 4, terzo periodo, del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, costituisce elemento di valutazione negativa da parte dell’organo giurisdizionale per la liquidazione del compenso.
7. In nessun caso le soglie numeriche indicate, anche a mezzo di percentuale, sia nei minimi che nei massimi, per la liquidazione del compenso, nel presente decreto e nelle tabelle allegate, sono vincolanti per la liquidazione stessa”.
Art. 9: “1. Nelle controversie per l’indennizzo da irragionevole durata del processo, il compenso può essere ridotto fino alla metà. Per le liquidazioni delle prestazioni svolte a favore di soggetti in gratuito patrocinio, e per quelle a esse equiparate dal testo unico delle spese di giustizia di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, si tiene specifico conto della concreta incidenza degli atti assunti rispetto alla posizione processuale della persona difesa, e gli importi sono di regola ridotti della metà anche in materia penale”.
L’individuazione dei valori di liquidazione è infine contenuta nella Tabella B – Avvocati – (attività giudiziale penale) suddivisa, in ragione dell’Autorità Giudiziaria avanti la quale l’attività professionale è stata prestata, nel modo che segue:
“Tribunale monocratico e Magistrato di Sorveglianza 13
– Fase di studio: valore medio di liquidazione euro 300; aumento: fino a + 300%; diminuzione: fino a – 50%
– Fase introduttiva: valore medio di liquidazione euro 600; aumento: fino a + 50%; diminuzione: fino a – 50%
– Fase istruttoria: valore medio di liquidazione euro 900; aumento: fino a + 100%; diminuzione: fino a – 70%
– Fase decisoria: valore medio di liquidazione euro 900; aumento: fino a + 50%; diminuzione: fino a – 70%
– Fase esecutiva: euro 20 per ogni ora o frazione di ora, con aumento o diminuzione del 50%.
– Valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il tribunale monocratico, diminuito del 20%
– Valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il tribunale monocratico, aumentato del 20%
– Valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il tribunale monocratico, aumentato del 30%
– Valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il tribunale monocratico, aumentato del 150%
– Valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il tribunale monocratico, aumentato del 60%
– Valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il tribunale monocratico, aumentato del 160%
– Valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il tribunale monocratico, aumentato del 220%”.
4. Criticità riscontrate: numerosi sono gli aspetti del Decreto che prestano il fianco a censure, sia sotto il profilo contenutistico che sotto quello metodologico.
Ciò che emerge dalla lettura complessiva del testo è il senso di smarrimento che colpisce l’operatore – sia egli Avvocato istante che Giudice liquidante, almeno ci si augura – a fronte di regole generiche, inutilmente ripetitive, e di portata talmente discrezionale che comportano inevitabilmente una totale incertezza in merito all’individuazione del compenso dovuto per l’attività prestata dal professionista.
A titolo di esempio, si prenda dalla tabella B la “fase istruttoria” avanti il Giudice per le indagini preliminari o dell’udienza preliminare ove, a fronte di un valore medio di liquidazione pari ad € 1.080 (€ 900 del Tribunale monocratico aumentato del 20%), è prevista la possibilità di un aumento fino a 2.160 euro ed una diminuzione fino ad € 324: si tratta di una forbice amplissima (da € 2.160 ad € 324) all’interno della quale occorrerà individuare l’equa determinazione del quantum liquidabile sulla base dei principi espressi dall’art.12 e dei criteri indicati dall’art.14; a ciò occorrerà aggiungere la possibilità (“di regola” secondo la norma di cui all’art. 9) ma, attesa l’esperienza pregressa, si presume certezza, di riduzione della metà nel caso si tratti di attività prestata in favore di soggetti ammessi al gratuito patrocinio ed equiparati.
Ma l’operazione appena descritta, già di per sé complessa proprio per l’ampio margine di scelta, non esaurisce il procedimento di individuazione del quantum liquidabile, posto che entrano in gioco altre due norme che possono vanificare i parametri specifici indicati nella Tabella B.
Si tratta, come già anticipato, della disposizione prevista nel comma 1 dell’art. 14, ai sensi della quale “I parametri specifici per la determinazione del compenso sono, di regola, quelli di cui alla tabella B – Avvocati, allegata al presente decreto. Il giudice può sempre diminuire o aumentare ulteriormente il compenso in considerazione delle circostanze concrete, ferma l’applicazione delle regole e dei criteri generali di cui agli articoli 1 e 12”.
Di conseguenza neanche il range pur estremamente ampio, che sopra si è riportato a titolo di esempio, costituisce un punto fermo nella liquidazione della parcella, posto che il Giudice può sempre discostarsi non solo dal valore medio espresso nella tabella B (potendo a questa far riferimento “di regola”) ma anche dagli aumenti e dalle diminuzioni massime ivi indicate in percentuale.
Vi è da chiedersi, poi, quali siano quelle circostanze concrete che il Giudice può considerare al fine di discostarsi dalle indicazioni tabellari posto che tutti i principi previsti dall’art.12 (la cui applicazione resta ferma, a norma del comma 1 dell’art.14) e di cui il Giudice deve tener conto nella liquidazione, sono informati al caso concreto: la natura, la complessità, la gravità del procedimento o del processo, delle contestazioni e delle imputazioni, del pregio dell’opera prestata, del numero e dell’importanza delle questioni trattate, dell’eventuale urgenza della prestazione… di tutte le particolari circostanze del caso…e finanche dei risultati del giudizio e dei vantaggi, anche civili e non patrimoniali, conseguiti dal cliente.
A corollario di quanto sopra vi è infine la norma, decisamente pleonastica, di cui al comma 7 dell’art.1, secondo la quale “In nessun caso le soglie numeriche indicate, anche a mezzo di percentuale, sia nei minimi che nei massimi, per la liquidazione del compenso, nel presente decreto e nelle tabelle allegate, sono vincolanti per la liquidazione stessa”.
Da quanto sopra non si può non pervenire alla conclusione di apertura, convenendo sulla totale incertezza in merito alla ipotizzabile quantificazione del compenso per l’attività professionale prestata dall’avvocato.
Oltre ai numeri ed all’amplissimo perimetro – se perimetro vi è, ma non vi è, come si è visto – entro il quale la quantificazione del Giudice si colloca, si osserva che anche i criteri che dovrebbero soccorrere il Magistrato, indirizzandolo verso una determinazione equa e corretta, appaiono generici e contraddittori rendendo ancor più difficoltosa l’operazione di liquidazione.
Si prenda ad esempio la norma di cui all’art. 9 che, nel regolare il trattamento delle “liquidazioni delle prestazioni svolte a favore di soggetti in gratuito patrocinio e per quelle ad esse equiparate dal T.U. sulle Spese di Giustizia” impone al Giudice non solo di ridurre, “di regola”, gli importi della metà, ma anche di “tenere specifico conto della concreta incidenza degli atti assunti rispetto alla posizione processuale della persona difesa”.
Riempire di contenuti il concetto di concreta incidenza, soprattutto nella prospettiva della posizione processuale dell’indagato/imputato/parte civile,
è operazione valutativa tutt’altro che facile anche e soprattutto perché gli atti assunti dal difensore, proprio perché assunti nell’interesse del proprio assistito, non hanno, né possono avere, una valenza oggettiva prestandosi ad interpretazioni diverse a seconda degli obiettivi perseguiti nell’interesse, appunto, del proprio assistito.
Quali sono, verrebbe da dire, i parametri che il giudice deve prendere in considerazione per esprimere il giudizio richiesto dall’art.9, funzionale alla quantificazione del compenso del difensore?
Prendiamo ad esempio la norma di cui al comma 4 dell’art. 555 c.p.p. che, nei casi di citazione diretta a giudizio, prevede, fra l’altro, che “le parti possono concordare l’acquisizione al fascicolo per il dibattimento di atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero…”: il consenso prestato dal difensore all’acquisizione dei verbali di s.i.t. redatti nel corso delle indagini preliminari è certamente atto che assume una concreta incidenza rispetto alla posizione processuale della persona difesa, ma tale incidenza come deve essere valutata ai fini liquidatori?
Positivamente perché così si evita il dispendio di energie ed i costi connessi alla citazione dei testimoni contraendo al contempo i tempi di celebrazione del dibattimento?
Se così fosse si tratterebbe, ictu oculi, di una valutazione a carattere oggettivo, per nulla ancorata alla posizione processuale della persona difesa.
E se, in considerazione del consenso prestato all’acquisizione degli atti il Giudice fosse indotto a concedere, in caso di condanna, le circostanze attenuanti generiche in ragione di un malinteso “corretto comportamento processuale”?
In questo caso, conseguendo dall’atto assunto una riduzione della pena inflitta, si potrebbe sostenere che esso abbia inciso positivamente, anche sotto un profilo soggettivo e relativistico, sulla posizione processuale dell’assistito.
Ma questa è una pratica auspicabile?
E’ auspicabile che un difensore abdichi alla propria funzione di tutore di diritti di diretta derivazione costituzionale, quali quelli espressi dall’art. 111 in punto di formazione della prova nel contraddittorio tra le parti, in ragione di un’aspettativa liquidatoria a lui più favorevole?
Si tratterebbe di una distorsione grave ed inammissibile che finirebbe per comprimere l’autonomia e l’indipendenza del difensore e per ledere il diritto di difesa, efficace ed effettivo, del cittadino.
Prendiamo l’esempio opposto ovvero che l’avvocato non presti il consenso all’acquisizione degli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero ed in particolare dei verbali di s.i.t. e che, citati i testi, l’istruttoria deponga a favore del proprio assistito così assolto: l’omessa prestazione del consenso è in questo caso certamente atto che ha assunto una concreta incidenza sulla posizione processuale dell’assistito, meritando pertanto una valutazione positiva a fini parcellari.
In tal senso depone anche il principio generale contenuto nel comma 3 dell’art. 12 del Decreto ove si impone al Giudice di tener conto “dei risultati del giudizio e dei vantaggi, anche civili e non patrimoniali, conseguiti dal cliente”.
Ma se per ottenere la presenza dei testi in giudizio sono necessarie più udienze, magari in ragione di notifiche non andate a buon fine o per impedimenti dei testimoni stessi, e se, a fronte della rinuncia del pubblico ministero, il difensore insiste per l’assunzione della prova a norma del comma 4 bis dell’art. 495 c.p.p., tale comportamento processuale potrà forse essere qualificato come “condotta dilatoria tale da ostacolare la definizione del procedimento in tempi ragionevoli” ed in ragione di ciò valutato negativamente a fini parcellari ai sensi del comma 6 dell’art.12 del Decreto?
Si tratterebbe anche in questo caso di un’interpretazione aberrante del testo normativo che avrebbe come ricaduta quella di indurre il difensore ad abdicare alla propria funzione in ragione di interessi di carattere economico patrimoniale.
Ma l’attività di liquidazione del giudice (e prima ancora l’attività di redazione della parcella ad opera dell’avvocato) risulta vieppiù complessa anche in ragione dell’individuazione delle attività da ascrivere all’una o all’altra fase nelle quali la Tabella B si articola.
Distinguendo l’intera attività professionale in cinque macro fasi, eliminando le numerose voci presenti nel precedente sistema tariffario, il Ministro ha verosimilmente inteso semplificare, da un lato, e lasciare ancora una volta ampio margine discrezionale all’organo liquidante, dall’altro.
E’ vero che nell’art.14 sono descritte, per ciascuna fase, alcune delle attività che devono intendersi ivi ricomprese, ma l’elencazione, come del resto esplicitamente afferma il testo, è fatta solo a titolo di esempio.
A ciò si aggiunga che, ai sensi del comma 3 dell’art. 1, “I compensi liquidati comprendono l’intero corrispettivo per la prestazione professionale, incluse le attività accessorie alla stessa”, disposizione ribadita e specificata dal comma 9 dell’art. 14 a norma del quale “Il compenso, ai sensi dell’articolo 1 comma 3, comprende ogni attività accessoria quali, a titolo di esempio, gli accessi agli uffici pubblici, le trasferte, la corrispondenza anche telefonica o telematica o collegiale con il cliente, le attività connesse ad oneri amministrativi o fiscali, le sessioni per rapporti con colleghi, ausiliari, consulenti, investigatori, magistrati”. Nell’ottica di una corretta applicazione del Decreto, si ritiene che queste attività, unitamente a tutte le altre effettivamente eseguite nell’ambito dell’incarico, dovranno essere specificate dall’avvocato nella redazione della parcella ed essere prese in considerazione dal Giudice nella liquidazione della medesima.
Tornando al testo del Decreto, la chiarezza fa difetto anche sotto il profilo metodologico.
Si prendano a confronto le tabelle A (giudizi civili) e B (giudizi penali): la modalità adottata dal Ministro vigilante per adattare i valori alle diverse A.G., e cioè quella di prendere come base di riferimento il valore medio per l’attività prestata, per fase, avanti il Tribunale monocratico, aumentandola di una certa percentuale, presta il fianco a seri dubbi interpretativi in relazione agli aumenti ed alle diminuzioni applicabili posto che, contrariamente a quanto previsto (anche se non sempre) nella tabella A4 nulla si dice, nella tabella B, sull’applicazione delle medesime percentuali, in aumento o in diminuzione, anche al valore aumentato, sempre in percentuale, secondo l’A.G. di riferimento: sarebbe certamente incongruo non applicarle ma dobbiamo prendere atto che sul punto il Decreto è lacunoso.
Si prenda ad esempio la disposizione di cui al comma 4 dell’art.12 ove si prevede che “Qualora l’avvocato difenda più persone con la stessa
4 Si vedano ad esempio i valori espressi per le Magistrature Superiori ove, dopo aver indicato la variazione del valore medio rispetto allo scaglione di riferimento, si stabilisce espressamente “stesse variazioni percentuali in aumento o diminuzione”.
posizione processuale il compenso unico può essere aumentato fino al doppio. Lo stesso parametro di liquidazione si applica, in caso di costituzione di parte civile, quando l’avvocato difende una parte contro più parti”: vi è da chiedersi quale sia la regola nel caso in cui l’avvocato assista più parti civili in un processo pendente a carico di più imputati, caso che nel concreto può manifestarsi con frequenza e che non è stato preso in considerazione dal Decreto.
Nella predetta ipotesi l’avvocato si trova a difendere più persone (più parti civili) con la stessa posizione processuale e quindi in una situazione che giustifica un possibile aumento del compenso unico fino al doppio, d’altra parte e contestualmente, l’avvocato si trova a contrastare la posizione di più imputati, così trovandosi in una situazione di applicazione del medesimo parametro di liquidazione e cioè di un aumento del compenso unico fino al doppio: si deve ipotizzare che questo secondo aumento si apporti su un compenso unico già aumentato fino al doppio? Dubito che l’esperienza pratica deporrà in tal senso ma è indubbio che la norma lasci spazio a questa interpretazione.
Altro elemento che suscita perplessità, e che contribuisce ad apportare una considerevole decurtazione, rispetto al passato, nella determinazione del compenso è il dettato di cui al comma 2 dell’art. 1 secondo il quale “Nei compensi non sono comprese le spese da rimborsare secondo qualsiasi modalità, compresa quella concordata in modo forfettario. Non sono altresì compresi oneri e contributi dovuti a qualsiasi titolo. I costi degli ausiliari incaricati dal professionista sono ricompresi tra le spese dello stesso”.
Certamente è da ritenersi scomparsa la voce del 12,5% prevista dall’art. 8, Capitolo II, D.M. n.127/2004 quale rimborso spese generali e che andava a coprire, seppur in maniera minimale, i costi sopportati dall’avvocato per la gestione dello studio professionale (ad esempio il costo della tipografia per la stampa della carta da lettere).
Ma qualche dubbio, stante la pessima formulazione della norma, viene anche in merito alla possibilità di sottoporre a liquidazione le spese documentate; d’altra parte escluderle tout court assoggettandole in via esclusiva alla regolamentazione scaturente dal contratto in essere con il cliente, significherebbe addossare al difensore tutti quegli oneri economici,
anche rilevanti, nel caso in cui una regolamentazione pattizia non sussista o sia messa in discussione.
Si pensi, ad esempio, alle spese sostenute dal difensore per gli interpelli ai Consolati o all’Ufficio Anagrafe se non per gli atti esecutivi, nei casi in cui si richieda, per la liquidazione della parcella, il previo esperimento di procedure volte al rintraccio del proprio assistito o al tentativo di recupero del credito professionale.
D’altra parte, un argomento a favore della sottoponibilità a liquidazione delle spese documentate lo si ricava, sotto un profilo sistematico, dalle norme succitate contenute nel T.U. sulle Spese di Giustizia dove oggetto della liquidazione sono, espressamente, sia gli onorari che le spese (cfr.: artt. 82, 115, 116 e 117 T.U. e 83 per il CTP in caso di gratuito patrocinio). L’altro argomento a favore è di natura semantica, posto che il Decreto non ha espressamente escluso la liquidazione delle spese limitandosi ad escluderle come voce del compenso: si ricorderà che il rimborso forfettario delle spese generali pari al 12,5 % costituiva una componente dell’onorario, sulla cui somma andavano poi a conteggiarsi gli oneri fiscali.
5. Le vecchie tariffe ed i nuovi parametri a confronto.
Sotto il profilo dei principi, se sovrapponiamo il testo di cui all’art.12 D.M. n. 140/2012 (contenente i principi generali per l’attività giudiziale penale) con quello di cui all’art.1 del Capitolo II del D.M. n.127/2004 (contenente i criteri generali sulla tariffa penale) ci rendiamo conto che, a parte la suddivisione dell’attività processuale in fasi anziché in atti, per il resto poco o nulla è cambiato.
Al comma 2 dell’art.12 D.M. 140/12 si stabilisce che “Nella liquidazione il giudice deve tenere conto della natura, complessità e gravità del procedimento o del processo, delle contestazioni e delle imputazioni, del pregio dell’opera prestata, del numero e dell’importanza delle questioni trattate, anche a seguito di riunione dei procedimenti o dei processi, dell’eventuale urgenza della prestazione. Ai fini di quanto disposto nel periodo che precede, si tiene conto di tutte le particolari circostanze del caso quali, a titolo di esempio, il numero dei documenti da esaminare, l’emissione di ordinanze di applicazione di misure cautelari, l’entità economica e l’importanza degli interessi coinvolti, la costituzione di parte
civile, la continuità, la frequenza, l’orario e i trasferimenti conseguenti all’assistenza prestata”.
Al comma 1 dell’art. 1 Capitolo II D.M. n. 127/2004 si prevedeva che “Per la determinazione dell’onorario di cui alla tabella deve tenersi conto della natura, complessità e gravità della causa, delle contestazioni e delle imputazioni, del numero e dell’importanza delle questioni trattate e della loro rilevanza patrimoniale; della durata del procedimento e del processo; del pregio dell’opera prestata; del numero degli avvocati che hanno condiviso il lavoro e la responsabilità della difesa; dell’esito ottenuto, anche avuto riguardo alle conseguenze civili; delle condizioni finanziarie del cliente”.
Come si può agevolmente vedere, i canoni generali di valutazione cui ancorare la determinazione del compenso sono rimasti sostanzialmente immutati, essendo le poche differenze ancorate alla diversa modalità di individuazione dell’attività prestata, per fasi ma globalmente intesa oggi, per atti allora; ed ecco ad esempio che le trasferte che nel D.M. 2004 avevano un’autonoma regolamentazione nell’art.4 del Capitolo II oggi sono ricomprese nei principi generali di cui all’art.12.
Anche quella regola, che da più parti è stata definita quale novità e criticata quale trasformazione dell’obbligazione che ci lega al nostro assistito da mezzi a risultato, mi riferisco al comma 3 dell’art.12 D.M. n. 1405 in realtà era già contenuta nel comma 1 dell’art.1 D.M. n. 127/2004: “Per la determinazione dell’onorario deve tenersi conto … dell’esito ottenuto, anche avuto riguardo alle conseguenze civili”.
Ove, inequivocabilmente, esito è sinonimo di risultato: è quest’ultimo termine che, utilizzato dal legislatore sostanziale per distinguere le obbligazioni, ha creato un immotivato scompiglio.
Quella che costituisce invece una novità assoluta è la regola di cui al comma 6 dell’art.12 D. M. n. 140 /2012 (articolo che, si ricorda, contiene i principi generali per la liquidazione dell’attività giudiziale penale) che così recita: “Costituisce elemento di valutazione negativa in sede di liquidazione giudiziale del compenso l’adozione di condotte dilatorie tali da ostacolare le definizione del procedimento in tempi ragionevoli”.
5 “Si tiene altresì conto dei risultati del giudizio e dei vantaggi, anche civili e non patrimoniali, conseguiti dal cliente”.
Si tratta di una regola pericolosissima che può prestarsi ad interpretazioni tali da comportare effetti devastanti sotto il profilo dell’autonomia del difensore e della tutela del diritto di difesa, inteso quale diritto ad esercitare tutti gli strumenti previsti e consentiti dall’ordinamento processuale per perseguire l’interesse del proprio assistito6.
E’ indubbio che la regola in questione prenda le mosse e vada inserita nella nota tematica dell’abuso del processo.
Se così è, da questa tematica però occorre non discostarsi ed avere ben presente, nel momento della valutazione della sussistenza o meno dei presupposti per applicare la regola, dei confini in cui quella tematica è e deve essere circoscritta.
Diversamente si finirebbe per operare una illegittima compressione e limitazione dell’autonomia del difensore e del diritto di difesa.
La questione è ben rappresentata, anche con richiami a pronunce emesse in ambito sovrannazionale, dalla nota sentenza 29 settembre 2011 n. 155 emessa dalle S.U. penali della Cassazione, Presidente Ernesto Lupo.
In estrema sintesi, secondo il Supremo Collegio, l’abuso del processo consisterebbe in “un vizio, per sviamento, della funzione, ovvero, secondo una più efficace definizione riferita in genere all’esercizio di diritti potestativi, in una frode alla funzione”;… “un uso distorto del diritto di agire o reagire in giudizio, rivolto alla realizzazione di un vantaggio contrario allo scopo per cui il diritto stesso è riconosciuto”.
Calata nella vicenda processuale in merito alla quale quella sentenza fu pronunciata, la nozione di abuso del processo viene così esplicitata: “Lo svolgimento e la definizione del processo di primo grado sono stati insomma ostacolati da un numero esagerato di iniziative difensive, ciascuna in astratto di per sé espressione di una facoltà legittima ma che, essendo in concreto del tutto prive di fondamento e di scopo conforme alle ragioni per cui dette facoltà sono riconosciute, hanno realizzato un abuso del processo, che rende le questioni di nullità prospettate in relazione all’art. 108 c.p.p. (concessione dei termini a difesa) manifestamente infondate”.
6 Occorre non dimenticarsi che il difensore è passibile di imputazione ai sensi dell’art.380 c.p. nel caso in cui “rendendosi infedele ai suoi doveri professionali, arreca nocumento agli interessi della parte da lui difesa”.
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Da ciò discende che se l’iniziativa difensiva, anche se infondata, è conforme allo scopo, non si verte in un uso arbitrario del diritto o della facoltà e, quindi, non si verte in un caso di abuso del processo.
Ciò che caratterizza e rende arbitrario l’esercizio delle facoltà e dei diritti concessi dall’ordinamento è, secondo quella pronuncia delle Sezioni Unite, il loro utilizzo in maniera distorta, non conforme allo scopo.
Questo principio, che costituisce il perimetro entro il quale deve mantenersi la valutazione sulla sussistenza dei presupposti per ritenersi in presenza di un abuso del processo, è contenuto e ribadito anche nel passaggio della sentenza in cui il Supremo Collegio collega l’abuso alla ragionevole durata del processo.
Si dice infatti: “L’uso arbitrario trasmoda poi in patologia processuale, dunque in abuso, quando l’arbitrarietà degrada a mero strumento di paralisi o di ritardo e il solo scopo è la difesa dal processo, non nel processo: in contrasto e a pregiudizio dell’interesse obiettivo dell’ordinamento e di ciascuna delle parti ad un giudizio equo celebrato in tempi ragionevoli”.
In conclusione, se le iniziative difensive non sono arbitrarie non si verte in un caso di abuso del processo anche se le predette iniziative ne dilatano i tempi di trattazione; in tal senso credo che debba essere interpretata la regola di cui al comma 6 dell’art.12 D.M. n.120/2012: le condotte sono da intendersi dilatorie quando non sono conformi allo scopo per il quale l’ordinamento le ha previste e consentite.
Diversamente, se la regola fosse in futuro utilizzata, in assenza dei presupposti per l’abuso, unicamente come strumento per contenere i tempi del processo, così comprimendo l’autonomia del difensore e il diritto di difesa, si assisterebbe ad un uso improprio, quello sì, della previsione normativa contenuta nel Decreto, con sostituzione del giudice al legislatore.
Non bisogna dimenticarsi che è la legge – e non la giurisprudenza – che assicura la ragionevole durata del processo: lo dice chiaramente l’art. 111 della Costituzione.
Finchè il sistema delle notificazioni resterà quello che è disciplinato dalle norme del codice, ad ogni notifica irregolare o nulla, se non rilevata d’ufficio, deve corrispondere la relativa eccezione, anche se tale iniziativa dilata i tempi del processo e questa attività difensiva non potrà essere
censurata, men che meno mediante una valutazione negativa degli onorari esposti in parcella.
Tornando al confronto tra vecchie tariffe e nuovi parametri e parlando di numeri è indubbio che gli importi delle parcelle liquidate giudizialmente sono (o saranno) ridotti, e ciò non tanto – o non solo – per i valori espressi nella Tabella B) quanto per le plurime disposizioni che consentono al giudice una discrezionalità amplissima (ai limiti dell’arbitrio) e ci si riferisce, come si è già avuto modo di vedere, alla regola generale di cui al comma 7 dell’art.1 ai sensi del quale “In nessun caso le soglie numeriche indicate, anche a mezzo di percentuale, sia nei minimi che nei massimi, per la liquidazione del compenso, nel presente decreto e nelle tabelle allegate, sono vincolanti per la liquidazione stessa” nonché al criterio di cui al comma 1 dell’art.14 secondo il quale “I parametri specifici per la determinazione del compenso sono, di regola, quelli di cui alla tabella B – Avvocati, allegata al presente decreto. Il giudice può sempre diminuire o aumentare ulteriormente il compenso in considerazione delle circostanze concrete…”.
Ciò basta, e a prescindere dall’analisi dei valori individuati nella tabella B), per constatare che versiamo in un’incertezza assoluta sul quantum debeatur, per ipotizzare tagli drastici alle nostre parcelle, e a rendere inutile o pleonastico ogni confronto sul tema, a meno che non si condivida l’opportunità se non addirittura la necessità di individuare concordemente dei criteri, anche numerici, che suppliscano all’indeterminatezza e arginino la possibilità di arbitrio, si chiamino protocolli o linee guida. Diversamente, appare senza dubbio necessario che il decreto di liquidazione del compenso sia motivato, con ciò intendendosi una motivazione reale e non fittizia da ciclostile, in maniera tale da contenere l’arbitrio e di consentire una efficace impugnazione o opposizione, tecnicamente intesa.
L’Ufficio studi del CNF ha elaborato un documento datato 19 settembre 2012 riguardante le “Criticità relative ai parametri per la determinazione del compenso all’avvocato: proposte per un intervento correttivo”.
Nella invero contenuta analisi dell’attività giudiziale penale (una paginetta su 14) si è rappresentato un prospetto in cui si raffrontano i valori medi previsti nelle tariffe abrogate e nei parametri attuali per attività prestata avanti al G.I.P. – G.U.P..
Se ai valori dei parametri ministeriali si applica la riduzione della metà prevista dall’art.9, il risultato è il seguente:
Fase di studio – medio 2004: 629,2; parametri: 180;
Fase introduttiva – medio 2004: 514,80; parametri: 360;
Fase istruttoria – medio 2004: 772,20; parametri: 540;
Fase decisoria – medio 2004: 1072; parametri: 540;
Fase esecutiva – medio 2004: 500,5; parametri: 12 per ogni ora.
Alla stessa conclusione si arriva se agli attuali parametri si raffrontano i valori concordati nel protocollo c.d. sulle forfettizzazioni siglato il 28 maggio 2010 in questo Tribunale.
6. L’ipotesi di linee guida per l’applicazione dei parametri previsti dal D.M. n.140 del 20 luglio 2012 alla liquidazione dei compensi professionali per i difensori delle persone ammesse al gratuito patrocinio (art. 74 T.U. Spese di Giustizia), degli imputati dichiarati o di fatto irreperibili (art. 117 T.U. S.G.), degli imputati difesi d’ufficio insolventi (art. 116 T.U. S.G.), dei collaboratori di giustizia (art.115 T.U.).
In ragione delle peculiari modalità con le quali il Ministro ha inteso regolamentare la materia, con particolare riguardo alle plurime disposizioni che prevedono amplissimi margini di discrezionalità nella scelta dei criteri e nella quantificazione del liquidato, si è ritenuto auspicabile individuare criteri standardizzati, anche numerici, al fine di rendere effettiva, rapida ed agevole la liquidazione dei compensi professionali nonchè per limitare divergenze tra quanto richiesto e quanto liquidato e per creare una uniformità decisionale che argini il fenomeno, riscontrato in passato, di trattamenti diversi per situazioni analoghe. Saranno elaborate delle tabelle orientative che si propongono di costituire, da un lato, un criterio ricognitivo della congruità del compenso e, dall’altro, un vero e proprio “uso” da prendere a riferimento, e ciò limitatamente al settore nel quale più di ogni altro si avverte la necessità di equità ed omogeneità e cioè quello relativo agli onorari il cui pagamento è a carico dell’erario.
Le linee guida, pertanto, potrebbero essere adottate, qualora condivise, per la liquidazione degli onorari per attività professionale prestata in favore di imputati e persone offese ammessi al gratuito patrocinio (art. 74 T.U.
Spese di Giustizia) imputati dichiarati o di fatto irreperibili (art. 117 T.U. S.G.) imputati difesi d’ufficio insolventi (art. 116 T.U. S.G.), collaboratori di giustizia (art.115 T.U.).
Quanto prima verrà apprestato un tavolo di lavoro per discutere ed elaborare il progetto.
In via preliminare ed in previsione del lavoro, si ritiene opportuno ricordare, del sistema di nuovo conio, la suddivisione dell’attività giudiziaria forense per fasi e la quantificazione massima e minima conseguente, per ciascuna fase, all’applicazione, ai valori medi indicati nella Tabella B) del Decreto, degli aumenti e delle diminuzioni ivi stabiliti in percentuale.
Come previsto dal comma 2 dell’art. 14, il compenso è liquidato per fasi. Le fasi, nelle quali l’attività giudiziale penale è distinta, sono indicate nell’art. 12 quali:
– fase di studio;
– fase di introduzione del procedimento;
– fase istruttoria procedimentale o processuale;
– fase decisoria;
– fase esecutiva.
L’art. 14, ai punti 3, 4, 5, 6 e 7, riporta, a titolo di esempio, le principali attività rientranti in ciascuna fase:
– “Nella fase di studio sono compresi, a titolo di esempio: l’esame e lo studio degli atti, le ispezioni dei luoghi, la ricerca dei documenti, le consultazioni con il cliente e la relazione o parere, scritti ovvero orali, al cliente precedenti gli atti di fase introduttiva o che esauriscono l’attività.
– Nella fase introduttiva sono compresi, a titolo di esempio: gli atti introduttivi quali esposti, denunce, querele, istanze, richieste, dichiarazioni, opposizioni, ricorsi, impugnazioni, memorie.
– Nella fase istruttoria sono compresi, a titolo di esempio: le richieste, gli scritti, le partecipazioni o le assistenze, anche in udienza in camera di consiglio o pubblica, relative ad atti o attività istruttorie, procedimentali o processuali anche preliminari, funzionali alla ricerca dei mezzi di prova, alle investigazioni o alla formazione della prova, comprese le liste, le citazioni, e le relative notificazioni ed esame di relata, dei testimoni, consulenti e indagati o imputati di reato connesso o collegato. La fase si considera in particolare complessa quando le attività ovvero le richieste
istruttorie sono plurime e in plurime udienze, ovvero comportano la redazione scritti plurimi e coinvolgenti plurime questioni anche incidentali.
– Nella fase decisoria sono compresi, a titolo di esempio: le difese orali o scritte anche in replica, l’assistenza alla discussione delle altre parti, in camera di consiglio o udienza pubblica.
– Nella fase esecutiva sono comprese tutte le attività connesse all’esecuzione della pena o delle misure cautelari.
Fermo quanto specificatamente disposto dalla tabella allegata al regolamento e relativa agli Avvocati, nei procedimenti cautelari ovvero speciali anche quando in camera di consiglio, il compenso viene liquidato per analogia ai parametri previsti per gli altri procedimenti, ferme le regole e i criteri generali di cui agli articoli 1 e 12”.
Di seguito si riportano, per ciascuna fase e per ciascuna A.G., i valori medi ed i valori conseguenti all’applicazione degli aumenti e delle diminuzioni massime secondo la Tabella B) del Decreto.
Fase di studio: valore medio di liquidazione € 300; aumento fino a + 300% (+900) = € 1.200; diminuzione fino a – 50% (-150) = € 150;
Fase introduttiva: valore medio di liquidazione € 600; aumento fino a + 50% (+300) = € 900; diminuzione fino a – 50% (-300) = € 300;
Fase istruttoria: valore medio di liquidazione € 900; aumento fino a + 100% (+900) = € 1.800; diminuzione fino a – 70% (-630) = € 270;
Fase decisoria: valore medio di liquidazione € 900; aumento fino a + 50% (+450) = € 1.350; diminuzione fino a – 70% (- 630) = € 270;
Fase esecutiva: € 20 per ogni ora o frazione di ora, con aumento o diminuzione del 50%: da € 30 a € 10.
Ipotizzando che la liquidazione riguardi tutte le fasi (esclusa quella esecutiva quantificabile ad ore) l’importo complessivo medio da tabella è
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pari ad € 2.700; l’importo complessivo con aumenti massimi è pari ad € 5.250; l’importo complessivo con diminuzioni massime è pari ad € 990.
Se si verte in un caso di applicazione della riduzione della metà, così come di regola prevista dall’art.9: l’importo complessivo medio da tabella è di € 1.350; l’importo complessivo con aumenti massimi è di € 2.625; l’importo complessivo con diminuzioni massime è di € 495.
La tabella B del D.M. prevede l’applicazione del valore medio di liquidazione corrispondente a quello stabilito per il Tribunale monocratico diminuito del 20% e così:
Fase di studio: valore medio di liquidazione € 240; aumento fino a + 300% (+720) = € 960; diminuzione fino a – 50% (-120) = € 120;
Fase introduttiva: valore medio di liquidazione € 480; aumento fino a + 50% (+240) = € 720; diminuzione fino a – 50% (-240) = € 240;
Fase istruttoria: valore medio di liquidazione € 720; aumento fino a + 100% (+720) = € 1.440; diminuzione fino a – 70% (-504) = € 216;
Fase decisoria: valore medio di liquidazione € 720; aumento fino a + 50% (+360) = € 1.080; diminuzione fino a – 70% (- 504) = € 216;
Fase esecutiva: € 16 per ogni ora o frazione di ora, con aumento o diminuzione del 50%: da € 24 a € 8.
Ipotizzando che la liquidazione riguardi tutte le fasi (esclusa quella esecutiva quantificabile ad ore) l’importo complessivo medio da tabella è pari ad € 2.160; l’importo complessivo con aumenti massimi è pari ad € 4.200; l’importo complessivo con diminuzioni massime è pari ad € 792.
Se si verte in un caso di applicazione della riduzione della metà, così come di regola prevista dall’art.9: l’importo complessivo medio da tabella è di € 1.080; l’importo complessivo con aumenti massimi è di € 2.100; l’importo complessivo con diminuzioni massime è di € 396.
La tabella B del D.M. prevede l’applicazione del valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il Tribunale monocratico aumentato del 20% e così:
Fase di studio: valore medio di liquidazione € 360; aumento fino a + 300% (+1080) = € 1.440; diminuzione fino a – 50% (-180) = € 180;
Fase introduttiva: valore medio di liquidazione € 720; aumento fino a + 50% (+360) = € 1.080; diminuzione fino a – 50% (-360) = € 360;
Fase istruttoria: valore medio di liquidazione € 1.080; aumento fino a + 100% (+1.080) = € 2.160; diminuzione fino a – 70% (-756) = € 324;
Fase decisoria: valore medio di liquidazione € 1.080; aumento fino a + 50% (+540) = € 1.620; diminuzione fino a – 70% (- 756) = € 324;
Fase esecutiva: € 24 per ogni ora o frazione di ora, con aumento o diminuzione del 50%: da € 12 a € 36.
Ipotizzando che la liquidazione riguardi tutte le fasi (esclusa quella esecutiva quantificabile ad ore) l’importo complessivo medio da tabella è pari ad € 3.240; l’importo complessivo con aumenti massimi è pari ad € 6.300; l’importo complessivo con diminuzioni massime è pari ad € 1.188.
Se si verte in un caso di applicazione della riduzione della metà, così come di regola prevista dall’art.9: l’importo complessivo medio da tabella è di € 1.620; l’importo complessivo con aumenti massimi è di € 3.150; l’importo complessivo con diminuzioni massime è di € 594.
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La tabella B del D.M. prevede l’applicazione del valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il Tribunale monocratico aumentato del 30% e così:
Fase di studio: valore medio di liquidazione € 390; aumento fino a + 300% (+1.170) = € 1.560; diminuzione fino a – 50% (-195) = € 195;
Fase introduttiva: valore medio di liquidazione € 780; aumento fino a + 50% (+390) = € 1.170; diminuzione fino a – 50% (-390) = € 390;
Fase istruttoria: valore medio di liquidazione € 1.170; aumento fino a + 100% (+1.170) = € 2.340; diminuzione fino a – 70% (-819) = € 351;
Fase decisoria: valore medio di liquidazione € 1.170; aumento fino a + 50% (+585) = € 1.755; diminuzione fino a – 70% (- 819) = € 351;
Fase esecutiva: € 26 per ogni ora o frazione di ora, con aumento o diminuzione del 50%: da € 39 a € 13.
Ipotizzando che la liquidazione riguardi tutte le fasi (esclusa quella esecutiva quantificabile ad ore) l’importo complessivo medio da tabella è pari ad € 3.510; l’importo complessivo con aumenti massimi è pari ad € 6.825; l’importo complessivo con diminuzioni massime è pari ad € 1.287.
Se si verte in un caso di applicazione della riduzione della metà, così come di regola prevista dall’art.9: l’importo complessivo medio da tabella è di € 1.755; l’importo complessivo con aumenti massimi è di € 3.412,50; l’importo complessivo con diminuzioni massime è di € 643,50.
La tabella B del D.M. prevede l’applicazione del valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il Tribunale monocratico aumentato del 150% e così:
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Fase di studio: valore medio di liquidazione € 750; aumento fino a + 300% (+2.250) = € 3.000; diminuzione fino a – 50% (-375) = € 375;
Fase introduttiva: valore medio di liquidazione € 1.500; aumento fino a + 50% (+750) = € 2.250; diminuzione fino a – 50% (-750) = € 750;
Fase istruttoria: valore medio di liquidazione € 2.250; aumento fino a + 100% (+2.250) = € 4.500; diminuzione fino a – 70% (-1.575) = € 675;
Fase decisoria: valore medio di liquidazione € 2.250; aumento fino a + 50% (+1.125) = € 3.375; diminuzione fino a – 70% (- 1.575) = € 675;
Fase esecutiva: € 50 per ogni ora o frazione di ora, con aumento o diminuzione del 50%: da € 75 a € 25.
Ipotizzando che la liquidazione riguardi tutte le fasi (esclusa quella esecutiva quantificabile ad ore) l’importo complessivo medio da tabella è pari ad € 6.750; l’importo complessivo con aumenti massimi è pari ad € 13.125; l’importo complessivo con diminuzioni massime è pari ad € 2.475.
Se si verte in un caso di applicazione della riduzione della metà, così come di regola prevista dall’art.9: l’importo complessivo medio da tabella è di € 3.375; l’importo complessivo con aumenti massimi è di € 6.562,50; l’importo complessivo con diminuzioni massime è di € 1.237,50.
La tabella B del D.M. prevede l’applicazione del valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il Tribunale monocratico aumentato del 60% e così:
Fase di studio: valore medio di liquidazione € 480; aumento fino a + 300% (+1.440) = € 1.920; diminuzione fino a – 50% (-240) = € 240;
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Fase introduttiva: valore medio di liquidazione € 960; aumento fino a + 50% (+480) = € 1.440; diminuzione fino a – 50% (-480) = € 480;
Fase istruttoria: valore medio di liquidazione € 1.440; aumento fino a + 100% (+1.440) = € 2.880; diminuzione fino a – 70% (-1.008) = € 432;
Fase decisoria: valore medio di liquidazione € 1.440; aumento fino a + 50% (+720) = € 2.160; diminuzione fino a – 70% (- 1.008) = € 432;
Fase esecutiva: € 32 per ogni ora o frazione di ora, con aumento o diminuzione del 50%: da € 48 a € 16.
Ipotizzando che la liquidazione riguardi tutte le fasi (esclusa quella esecutiva quantificabile ad ore) l’importo complessivo medio da tabella è pari ad € 4.320; l’importo complessivo con aumenti massimi è pari ad € 8.400; l’importo complessivo con diminuzioni massime è pari ad € 1.584.
Se si verte in un caso di applicazione della riduzione della metà, così come di regola prevista dall’art.9: l’importo complessivo medio da tabella è di € 2.160; l’importo complessivo con aumenti massimi è di € 4.200; l’importo complessivo con diminuzioni massime è di € 792.
La tabella B del D.M. prevede l’applicazione del valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il Tribunale monocratico aumentato del 160% e così:
Fase di studio: valore medio di liquidazione € 780; aumento fino a + 300% (+2.340) = € 3.120; diminuzione fino a – 50% (-390) = € 390;
Fase introduttiva: valore medio di liquidazione € 1.560; aumento fino a + 50% (+780) = € 2.340; diminuzione fino a – 50% (-780) = € 780;
Fase istruttoria: valore medio di liquidazione € 2.340; aumento fino a + 100% (+2.340) = € 4.680; diminuzione fino a – 70% (-1.638) = € 702;
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Fase decisoria: valore medio di liquidazione € 2.340; aumento fino a + 50% (+1.170) = € 3.510; diminuzione fino a – 70% (- 1.638) = € 702;
Fase esecutiva: € 52 per ogni ora o frazione di ora, con aumento o diminuzione del 50%: da € 78 a € 26.
Ipotizzando che la liquidazione riguardi tutte le fasi (esclusa quella esecutiva quantificabile ad ore) l’importo complessivo medio da tabella è pari ad € 7.020; l’importo complessivo con aumenti massimi è pari ad € 13.650; l’importo complessivo con diminuzioni massime è pari ad € 2.574.
Se si verte in un caso di applicazione della riduzione della metà, così come di regola prevista dall’art.9: l’importo complessivo medio da tabella è di € 3.510; l’importo complessivo con aumenti massimi è di € 6.825; l’importo complessivo con diminuzioni massime è di € 1.287.
La tabella B del D.M. prevede l’applicazione del valore medio di liquidazione corrispondente a quello previsto per il Tribunale monocratico aumentato del 220% e così:
Fase di studio: valore medio di liquidazione € 960; aumento fino a + 300% (+2.880) = € 3.840; diminuzione fino a – 50% (-480) = € 480;
Fase introduttiva: valore medio di liquidazione € 1.920; aumento fino a + 50% (+960) = € 2.880; diminuzione fino a – 50% (-960) = € 960;
Fase istruttoria: valore medio di liquidazione € 2.880; aumento fino a + 100% (+2.880) = € 5.760; diminuzione fino a – 70% (-2.016) = € 864;
Fase decisoria: valore medio di liquidazione € 2.880; aumento fino a + 50% (+1.440) = € 4.320; diminuzione fino a – 70% (- 2.016) = € 864;
Fase esecutiva: € 64 per ogni ora o frazione di ora, con aumento o diminuzione del 50%: da € 96 a € 32.
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Ipotizzando che la liquidazione riguardi tutte le fasi (esclusa quella esecutiva quantificabile ad ore) l’importo complessivo medio da tabella è pari ad € 8.640; l’importo complessivo con aumenti massimi è pari ad € 16.800; l’importo complessivo con diminuzioni massime è pari ad € 3.168.
Se si verte in un caso di applicazione della riduzione della metà, così come di regola prevista dall’art.9: l’importo complessivo medio da tabella è di € 4.320; l’importo complessivo con aumenti massimi è di € 8.400; l’importo complessivo con diminuzioni massime è di € 1.584.
Si ricorda infine, e sempre in via preliminare, che nell’approccio alla valutazione di congruità del compenso che verrà individuato occorre tenere ben presente che non sempre, anzi quasi mai, in un procedimento/processo penale si assisterà alla prestazione di attività professionale che integri tutte le fasi.
Si prenda ad esempio l’attività professionale prestata per assistenza ad un imputato irreperibile con istanza di liquidazione presentata in sede di udienza preliminare avanti al G.U.P., in assenza di incidente probatorio, in assenza di memorie difensive e, necessariamente, in assenza di riti alternativi: le fasi che dovranno essere prese in considerazione, in concreto, saranno solo quelle “di studio” e “decisoria” per le quali la Tabella B) del Decreto, applicata sul valore medio la riduzione della metà prevista dall’art.9, prevede un compenso complessivo pari ad € 720 e ciò a fronte di un valore medio, già decurtato della metà, pari ad € 1.620 qualora fossero integrate tutte le fasi.

References: art. 9
 Art.9
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 sentenza 
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 art.9
 art. 1

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