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Timestamp: 2020-01-24 18:13:55+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 15102 del 19/06/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15102 del 19/06/2017
Cassazione civile, sez. VI, 19/06/2017, (ud. 03/02/2017, dep.19/06/2017), n. 15102
sul ricorso 13708-2016 proposto da:
P.N., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso
LORENZO TRUCCO;
PREFETTO PROVINCIA TORINO, MINISTERO DELL’INTERNO;
avverso l’ordinanza del GIUDICE DI PACE di TORINO, depositata il
Il ricorso di P.N. avverso il decreto di espulsione, emesso dal Prefetto di Torino il 7 settembre 2015, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2, lett. B, è stato rigettato dal Giudice di Pace di Torino, con ordinanza 10 novembre 2015, sulla base delle seguenti ragioni: l’interessato non aveva chiesto il permesso di soggiorno nel termine di legge e non ricorrevano motivi umanitari, ovvero ad altro titolo o per gravi motivi di carattere personale, a norma del D.P.R. n. 394 del 1999, art. 11, comma 1, lett. C-ter, ovvero del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19; egli, pur avendo riferito di essere in pericolo per il fatto che il fratello aveva ucciso un uomo, rimanendo esposto alla vendetta di sangue della famiglia dell’ucciso secondo la legge albanese del Kanun, contraddittoriamente non aveva richiesto la protezione internazionale.
P.N. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di un motivo, notificato al Prefetto di Torino, con il quale ha evidenziato che il riconoscimento della protezione internazionale non presuppone una richiesta formale, essendo sufficiente che l’interessato abbia comunque manifestato la volontà di chiederla, come nel caso in esame, in cui egli aveva rappresentato il rischio di applicazione della legge del Kanun in caso di rimpatrio, dovendo le autorità amministrativa e giudiziaria valutare la sussistenza del pericolo prospettato.
Il motivo è infondato, anche se la motivazione dev’essere parzialmente corretta, laddove il Giudice di Pace ha preteso una formale richiesta di protezione internazionale, mentre è sufficiente che vi sia il concreto pericolo di essere sottoposto a persecuzione o a trattamenti inumani e/o degradanti in caso di rimpatrio nel paese d’origine, in quanto la norma di protezione introduce una misura umanitaria a carattere negativo, che conferisce al beneficiario il diritto a non vedersi nuovamente immesso in un contesto di elevato rischio personale (v. Cass. n. 3898/2011).
La conclusione cui è pervenuto il Giudice di Pace è, però, conforme a diritto.
Il rischio di esposizione alla legge albanese Kunun, oltre ad essere in fatto rimasta mera affermazione sfornita di prova, non ha rilevanza ai fini di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, il quale configura una esposizione a rischio di generale persecuzione ad opera dello Stato di rimpatrio e non include in alcun modo ipotesi di esposizione a rischio di vendette familiari o personali, che non si scorge perchè non debbano essere prevenute e represse dagli organi competenti della Repubblica albanese e che, comunque, non appaiono in alcun modo riferibili a quello Stato (v. Cass. n. 18907/2010, n. 16417/2007). Inoltre, il ricorrente non ha specificato se, a fronte del pericolo prospettato, abbia chiesto protezione agli organi statali del suo Paese e, in caso affermativo, se sia stata negata l’adozione di misure adeguate ad impedire che possano essere inflitti atti persecutori o danni gravi nei suoi confronti (cfr. art. 6, secondo comma, d.lgs. n. 251/2007).

References: Sentenza 
 art. 13
 art. 11
 art. 19
 Cass. 
 art. 19
 Cass. 
 art. 6