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Timestamp: 2019-11-20 14:11:15+00:00

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Una storia di ordinaria (Pubblica) amministrazione… | Pietro Ficarra
Una storia di ordinaria (Pubblica) amministrazione…
PROPRIO COSÌ! Si tratta di una storia assurda, se non fosse, purtroppo per me, vera. E’ una di quelle storie che ti rovina la vita, proprio come quando al mattino di una qualsiasi giornata che si prospetta normale, esci di casa e ti travolgono sulle strisce. E finisci in carrozzella a ricominciare da capo una esistenza diversa. È una storia che può succedere quando lavori nella Pubblica Amministrazione – anche se certamente non capita solamente lì – e a dispetto del mito del lavoro tranquillo e del posto sicuro (forse è così, ma solo per gli inetti e i vili). Forse anche a voi sembrerà tanto più assurda proprio per il fatto che accade in quel luogo, immaginario e reale allo stesso tempo, che dovrebbe ed ha la pretesa di essere depositario di regole, certezza del diritto, trasparenza, imparzialità, buon andamento … e chi vuole aggiunga pure altre belle parole.
È una storia che va raccontata, a onore di coloro cui verosimilmente è capitata la stessa cosa, e perché possa giovare a coloro cui potrebbe capitare domani. Per prevenire, non si sa mai! È una storia con molti protagonisti, anche se ovviamente, come in tutte le storie, ci sono primi attori e le comparse. Protagonisti nel bene (pochi) e nel male, e il tutto a danno dei contribuenti del Comune di Limbiate, sfortunata cittadina del Milanese. È una storia cominciata nel 2001, con l’avvento della nuova Amministrazione Comunale guidata dal sindaco Antonio Romeo, e proseguita in questi anni soprattutto nelle aule della Sezione Lavoro del Tribunale di Milano, ma non solo, perché anche il contorno di come si possano eludere le regole a danno della Pubblica Amministrazione è rilevante, e gli enti pubblici interessati sono tanti. È una storia che vi regalo come racconto, ma a farla saranno soprattutto i fatti. Soprattutto per la vicenda giudiziaria mi asterrò dalle opinioni lasciando parlare i giudici con le sentenze.
Sentenza della Cassazione – Sezioni Unite del 16 febbraio 2009, n. 3677
Quest’intenso proliferare di articoli a stampa deve aver preso le mosse – se la mia ricostruzione è esatta – dall’eco avuta dall’iniziativa di qualche consigliere di minoranza di discutere pubblicamente la citazione da parte della Procura della Corte dei Conti di Milano dei responsabili dei danni subiti dal Comune di Limbiate a seguito delle condanne di cui ho già detto in questa pagina. La notizia del rinvio alla Corte per il giudizio – che come notizia, da quello che posso aver capito dagli articoli, non era poi neanche tanto fresca – e poi il passaggio in televisione devono aver generato inevitabilmente altro interesse e curiosità, soddisfatta da diversi cronisti locali nelle settimane successive, in vario modo e con risultati molto discutibili. Il rimbalzo da un giornale all’altro, le diverse opinioni, lo svolgimento di una riunione di Consiglio Comunale su questo tema, hanno mantenuto i riflettori accesi più di quanto in questi casi ci si può aspettare.
Per chi ha subito la vicenda e i suoi effetti la cosa più singolare di questo piccolo affollamento mediatico di gennaio sono state comunque le dichiarazioni del sindaco Romeo e di Giammarrusti. Prendo ovviamente per buone quelle riportate dai media, o perché “virgolettate” o perché chiaramente indicate come loro dichiarazioni. Riportate quasi sempre in modo acritico dai cronisti – che nel caso migliore hanno affiancato in una cornice qualche passo delle sentenze per un confronto – hanno finito per sembrare più o meno “l’altra verità”, l’opinione che si confronta con certi giudici che si permettono di sindacare l’operato degli amministratori. Sindaco e direttore generale, e in particolare Giammarrusti (Giornale di Seregno del 15 gennaio), non riescono a capire dove sarebbe il danno per il comune, tant’è che le funzioni dei dirigenti rimossi venivano svolte lo stesso, senza per altro pagare neanche uno stipendio supplementare per questo superlavoro! Tipo fai per tre, paghi uno …
I visitatori che hanno viaggiato in questo sito e che si sono avventurati in questa pagina hanno finora potuto leggere solamente l’introduzione qui sopra. Nonostante la promessa di raccontare la vicenda, seppure a poco a poco stante la sua lunghezza e la sua complessità, l’appuntamento è stato sempre rimandato. Di questo mi scuso, perché so che più d’uno mi ha inviato solleciti. Ho voluto prima attendere il deposito delle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Milano e poi il materiale preparato non mi è sembrato ancora sufficiente per far comprendere una storia complicata: i fatti e le circostanze, oltre al filone giudiziario principale che vede protagonisti i vertici del Comune di Limbiate, interessano infatti per via di una ricollocazione avversata in molti modi anche organi e uffici della Regione, della Provincia e di diversi comuni, il Difensore Civico regionale, l’Ispettorato della Funzione Pubblica, diversi livelli sindacali, le forze politiche limbiatesi, la Corte dei Conti. Mi ero ripromesso di seguire un ordine cronologico e di arrivare almeno a un certo punto della storia prima di aggiornare questa pagina. Però in questo modo la pagina era rimasta vuota.
È accaduto tuttavia che nello scorso mese di luglio sulla pagina di Limbiate de “Il Cittadino”, a fianco di un articolo firmato A.M., redatto a commento del riconoscimento di un c.d. “debito fuori bilancio” effettuato dal Consiglio Comunale di Limbiate per pagare i danni conseguenti alla sentenza della Corte di Appello, già scritto in maniera fuorviante rispetto alla vicenda e alla sua sostanza, sono comparse le parole virgolettate del Sindaco Antonio Romeo. Come è accaduto in (poche) altre circostanze in cui la stampa locale si è occupata di questa vicenda, infinitamente più grave di mille altre notizie da cortile cui viene dato risalto, il sindaco di Limbiate commenta apoditticamente e da spiegazioni in maniera che anche una superficiale lettura delle sentenze smentirebbe. Non è che in verità dalla stampa locale ci si possa mai aspettare molto, essendo essa troppo spesso – con poche eccezioni – ridotta per ignavia a mera cassa di risonanza di opinioni altrui e di comunicati ufficiali, ma un minimo sforzo si poteva fare, almeno per onorare la parola “giornale”.
Le motivazioni della sentenza di primo grado, rafforzate, se possibile, da quelle della sentenza di secondo grado, spiegano assai bene ciò che è successo sotto gli occhi dei limbiatesi, delle loro forze politiche e dei loro “cronisti”, per i quali usare il termine ignavia vuol dire usare un eufemismo. E se non dovessero bastare le sentenze, qualche consigliere comunale in crisi di identità (rimando anche alla sezione Finestra sul cortile di questo sito, all’inserto “che cos’è l’opposizione?”) e qualche “giornalista” potrebbe anche andare a vedere quanti e quali dipendenti con responsabilità importanti, al di là della vicenda dei dirigenti, hanno lasciato il Comune di Limbiate nel primo anno dell’amministrazione Romeo, e chiedersi perché.
Ora, anche se di quei commenti di luglio sul Cittadino sono venuto a conoscenza solo in questo ottobre, mi è parso che sia l’articolo di A.M. che, soprattutto, le parole del sindaco virgolettate, meritassero che io facessi almeno uno sforzo, togliendo tempo ad altre più urgenti necessità, e mettessi a disposizione di chi vuole (minimamente) informarsi le due sentenze, qui riportate in formato PDF. In verità, non essendoci, per secolare tradizione, maggiore forma di trasparenza di quello che è il giudicato, le sentenze sono state sempre ampiamente a disposizione, e per molte vie, dei cronisti e dei politici locali che avessero voluto anche semplicemente avere un’opinione. Questa ulteriore disponibilità attraverso il sito si aggiunge solamente, e anche con molto ritardo, alle altre.
Dalla lettura delle due sentenze e da quella combinata di entrambe emergono chiaramente le responsabilità relative alle azioni e ai provvedimenti posti in essere dal sindaco Romeo e dall’allora direttore generale Mario Giammarrusti nei confronti dei dirigenti (già, al plurale, perché tutta la vicenda riguarda anche il mio compagno di sventura, e non solo). Le parole con il quale egli afferma che “Il fatto che oggi la sentenza definitiva non abbia richiesto il reintegro dei due dipendenti e non abbia riconosciuto il danno morale, mostra come sia stata compresa la posizione del Comune” e che “Qui c’è stata una parziale ma significativa riforma, che ha ridotto il risarcimento” fanno intendere che anche il Comune in tutta questa vicenda avesse anche le sue buone ragioni. Chi ha la pazienza di leggere con attenzione proprio le sentenze può invece correttamente intendere cose ben diverse.
Per aiutare a capire chi non è abituato al linguaggio tecnico giuridico è comunque opportuno dare una mano su alcuni passaggi. Intanto, chi ha davvero la pazienza di leggere le motivazioni del mancato reintegro si trova davanti a talune “vaghezze” da far fatica veramente a comprendere le correlazioni con la parte sostanziale che porta alla pesante condanna del Comune di Limbiate. Per quanto riguarda il fatto che in appello non sia stato confermato il danno morale ma solo il danno all’immagine (come se questo non bastasse a rendere grave la sentenza) chi legge le motivazioni può vedere che esso è messo in relazione dalla Corte con il mancato riconoscimento di reato. Ciò in verità non sarebbe stato semplice in ambito civile, ma il fatto che finora, anche in vista del reintegro, non abbiamo preso in considerazione l’aspetto penale, non vuol dire che questa strada sia stata tralasciata per sempre. Sotto l’aspetto del reintegro e del danno morale la vicenda in sede giudiziale è quindi tutt’altro che conclusa.
Anche A.M., autore dell’articolo sul Cittadino fa della vicenda una ricostruzione deformata, dando l’impressione che in fondo si sia trattato di fatti legati alla riorganizzazione del Comune che, certamente, ogni amministrazione può fare nella sua autonomia, tant’è che riporta alla giunta Fortunati il fatto di avere chiamato i due dirigenti e aver riorganizzato il Comune. Intanto è utile precisare che non sono stato “chiamato” ma sono stato io a chiedere all’epoca la mobilità, secondo le regole previste, sul posto di responsabile dei Servizi al Cittadino vacante nella pianta organica comunale. L’ho fatto per esigenze di avvicinamento dovute a problemi familiari di salute e provenivo dal Comune di Legnano, dove facevo già il dirigente, nominato tale a seguito di concorso con molti partecipanti. Chi legge le sentenze comprende comunque facilmente come l’aspetto della riorganizzazione comunale, certo servito all’attuale amministrazione per opporsi al reintegro in virtù dell’appiglio della sua autonomia organizzativa, sia del tutto secondario nella vicenda che porta alla condanna del comune di Limbiate, il meno significativo, anche se concretamente è quello che ha consentito la nostra estromissione. Quale fosse la via della riorganizzazione della nuova organizzazione all’inizio del mandato della nuova amministrazione limbiatese è del resto difficile comprendere: nell’estate del 2001 il Comune viene autodeclassato alla fascia inferiore, in autunno viene creata una nuova dirigenza per i soli servizi sociali considerati più importanti (e per togliermi da Villa Mella), in occasione del nuovo bilancio si parla di potenziamento dei servizi, in primavera 2002 si creano due nuove dirigenze di staff per studio e innovazione (e lì ci spostano a far niente), e un paio di mesi dopo si cancellano cinque dirigenze su sei perché il comune ha meno cose da fare e le dirigenze non servono! Tranne quella dell’Ufficio Tecnico: perché poi proprio e solo quella?
A.M. che ha scritto l’articolo sul cittadino non comprende, come lo stesso giornale non ma mai voluto ben comprendere, la natura e il perché delle condanne del Comune in primo grado e in appello. Se i problemi fossero legati a involontari errori di valutazione e di autonomo e legittimo percorso riorganizzativo non si capirebbe certo perché il Comune di Limbiate debba pagare diverse centinaia di migliaia di euro di danni patrimoniali, professionali e di immagine, e la questione si dibatte anche intorno al danno morale. Quello che è del tutto evidente dalle sentenze è che invece il comune è stato condannato per le condotte illecite del sindaco Romeo e del direttore Giammarrusti nei confronti dei due dirigenti nel corso del primo anno del mandato amministrativo. E non sono illiceità di poco conto, finite in tribunale perché a due persone esasperate non era stata lasciata alcuna alternativa, anche se più volte abbiamo cercato di portare in conciliazione le questioni. Lo strumento della conciliazione avrebbe potuto risolvere molti problemi e fatto risparmiare molti soldi al comune e ai contribuenti limbiatesi, ma l’amministrazione ha sempre snobbato questa via, finendo per ottenere il bel risultato di trovarsi poi due condanne.
Se A.M. avesse voluto farsi un’opinione leggendo le due sentenze avrebbe potuto ragionare sulle parole dei giudici. Gliele ricordo, utilizzando in particolare quelle, virgolettate, del giudice di primo grado, il cui impianto, per quel che riguarda le penose storture a cui siamo stati sottoposti, ha del tutto confermato anche la sentenza di secondo grado.
Mediante diverse testimonianze, la cui lettura sarebbe amaramente esemplificativa di un metodo di lavoro che ha fatto scappare molti, il Giudice del Lavoro ha appurato che, “la decisione di estromettere i ricorrenti dal Comune di Limbiate [fu] comunicata fin dal momento di insediamento della nuova Giunta e dalla nomina del nuovo Direttore Generale e per motivi estranei alla professionalità dei ricorrenti ed alla riorganizzazione del Comune”. “Le motivazioni furono senza alcuna riserva rese esplicite fin dal settembre 2001”. Il nuovo Direttore Generale anticipò ai nostri collaboratori “che ci sarebbero stati molti cambiamenti e che questi avrebbero riguardato i due dirigenti e il comandante dei vigili urbani. Disse anche che non discuteva della professionalità dei tre ma sottolineava che c’era una forma di incompatibilità ambientale per il loro schieramento politico …” [!!!]. Più testimoni hanno affermato che costui andava dicendo che “queste persone non potevano più continuare a lavorare …”, “invitò a non intrattenere rapporti con queste persone malgrado fosse il mio superiore gerarchico …”, “aveva dato tempo a tali dirigenti per trovarsi altro posto di lavoro e [che] aveva consigliato loro un periodo di ferie ed avrebbe tollerato la loro presenza se fossero rimasti ai margini …” . Al personale che continuava ad avere rapporti con noi veniva detto di considerarsi “sotto osservazione”. Nelle relazioni con i nostri collaboratori sindaco e direttore generale non mancavano oramai di far sapere che “a breve sarebbero stati fatti degli atti che avrebbero eliminato tali dirigenti”. Le effettive motivazioni venivano “platealmente esplicitate”. Passò solamente qualche mese e “alle esplicite motivazioni di carattere politico seguirono le contestazioni di addebiti disciplinari”.
Il Giudice ha indagato in modo approfondito sulle accuse che ci erano state rivolte, interrogando diverse persone, comprese anche quelle richieste dall’Amministrazione, e ha ritenuto che i testi “hanno confermato l’insussistenza degli addebiti mossi ai ricorrenti”. Il fatto che poi, anche su questo aspetto, non siano stati rispettati da parte dell’Amministrazione i previsti sistemi di garanzia è stato accertato dal Giudice: “è già palese che l’attività dei dirigenti è stata negativamente valutata, non secondo criteri oggettivi stabiliti dall’ordinamento, ma in base a valutazioni personali del Direttore Generale e del Sindaco non ancorate a previsioni di legge e di contratto … “.
Il giudice del lavoro chiude le proprie motivazioni con un’affermazione che non è facile riscontrare nelle sentenze: “L’analisi della normativa è in sostanza pleonastica in considerazione di quanto in precedenza svolto e dalle affermazioni dei testi che costituiscono valida prova e non solo meri indizi della motivazione discriminatoria dei provvedimenti adottati nei confronti dei ricorrenti”. Rimossi dagli incarichi, venimmo privati di ogni collaboratore e isolati dietro a una scrivania e a un computer vuoti (“entrambi sono rimasti emarginati e totalmente inattivi come hanno confermato i testi escussi”). Il Giudice del Lavoro ha così riconosciuto che “i motivi discriminatori , politici e sindacali, posti a base della decisioni dell’Amministrazione convenuta comportano la nullità degli atti impugnati, inoltre l’escussione dei testi ha confermato l’infondatezza dei singoli addebiti posti a base del procedimento per responsabilità amministrativa a carico dei ricorrenti”.
Il Comune di Limbiate è stato così condannato al risarcimento di una serie di danni, soprattutto in considerazione del fatto che “la mancata utilizzazione dei ricorrenti nelle loro mansioni, alle quali era stati addetti da anni , ha comportato un depauperamento del loro bagaglio professionale che si traduce in un danno patrimoniale di non scarso rilievo se si considera la serietà del demansionamento, il lungo periodo durante il quale il demansionamento si è protratto e la delicatezza delle mansioni loro sottratte”. I danni diversi da quelli patrimoniali e professionali sono stati riconosciuti per “le modalità con le quali i ricorrenti sono stati ingiustamente oggetto di contestazione , posti in stato di inattività e successivamente estromessi dall’amministrazione comunale”.
Ora, certo basterebbero queste poche righe, una sintesi dell’opinione che si sono fatti i giudici che più “sintetica ” non si può rispetto alle molte pagine delle sentenze e ai faldoni di documenti visionati, per farsene una propria. Non appena avrò tempo questa vicenda sarà qui raccontata per intero, organizzata cronologicamente e senza trascurare, come dicevo sopra, i molti attori di contorno, che hanno contribuito con la loro inerzia e le loro omissioni a rendermi la vita ancora più complicata. Per il momento forse può bastare la precisazione che qui ho voluto fare rispetto a quanto scritto sul Cittadino a luglio. Dice ancora in quella occasione il sindaco Romeo che attende fiducioso “la corte dei Conti e se il sindaco, o altri, dovranno risponderne, siamo pronti a farlo”. Anche io attendo fiducioso, ma certo in un altro senso, la “Corte dei Conti”, la stessa davanti alla quale mi sono dovuto difendere fino al 2005 dagli addebiti del comune di Limbiate e con il successo di chi ha la coscienza professionale a posto.
E’ questa una storia destinata a essere ancora più lunga! E non ci saranno solamente e magistrature contabili. Per il momento comunque continua a pagare il contribuente limbiatese, che ha pagato gli stipendi ai dirigenti perché questi fossero costretti a far niente quando erano lì e ha pagato gli stipendi anche quando non erano più a Limbiate. Spero che almeno qualcuno ci faccia sopra una giusta riflessione!

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