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Timestamp: 2020-04-01 11:51:19+00:00

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Studio Legale Mancino: giugno 2019
By Studio Legale Mancino a giugno 23, 2019
Il passeggero non risponde di omissione di soccorso in caso di incidente con feriti
Si segnala la pronuncia Cass. Pen. del 18 giugno 2019, n. 26888 la quale dispone che - in caso di incidente stradale con feriti – non può essere richiesto al “trasportato” (in quanto soggetto che non fa uso attivo della strada) di imporre al guidatore l’obbligo di fermare il veicolo e prestare assistenza.
Tuttavia, qualora dalle indagini emerga che il passeggero abbia sollecitazione la fuga e l'omissione di soccorso del conducente o ne abbia rafforzato la volontà di fuggire o di omettere di prestare assistenza o ponga volontariamente in atto qualunque altra condotta che tenda a quel risultato, risponderà a titolo di concorso con il guidatore per i reati previsti dall’art. 189 c.d.s., commi 6 (omissione dell’obbligo di fermarsi) e 7 (omissione di soccorso).
La Corte di legittimità, con la pronuncia Cass. Pen. 6 maggio 2019, n. 25140, ha disatteso la tesi della difesa che escludeva la responsabilità dell’automobilista per difetto della qualità di "conducente" quale requisito necessario per la configurabilità del reato ex art. 186 cod. strada: per essere ritenuti responsabili non è sufficiente essere al posto di guida ma occorre altresì circolare.
La predetta Corte afferma invece che la "fermata" costituisce una fase della circolazione e, per questo motivo, conferma la sanzione per l’automobilista ubriaco fermato "perché zigzagava con la macchina", lungo il rettilineo dove il carabiniere si trovava ad eseguire un posto di blocco. Se fermati ad un controllo, dunque, si può parlare di “conducente” anche con veicolo fermo.
1. La Corte di appello di Roma ha confermato la sentenza del Tribunale di Cassino che - ritenuto L. M. responsabile del reato di guida in stato di ebbrezza (accertato in Gaeta il 04/08/2013) - lo condannava, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, alla pena di mesi 4 di arresto ed euro 1.000 di ammenda, pena sospesa e non menzione. Disposta altresì la sanzione accessoria della sospensione della patente di guida per anni due.
2. Avverso la menzionata sentenza, l'imputato interpone ricorso per Cassazione, a mezzo del difensore, sollevando due motivi. Con il primo, deduce errata applicazione della legge, mancanza dello status di conducente e manifesta illogicità della motivazione. La Corte distrettuale si è appiattita sulle motivazioni del primo giudice, raffigurando la vicenda diversamente da quanto realmente accaduto.
Manca in capo al M. la qualità di "conducente" e quindi del necessario requisito richiesto dall'art. 186 cod. strada che contempla un reato proprio, poiché si deve essere alla guida per venire reputati responsabili. Di più: non è sufficiente essere al posto di guida ma occorre altresì circolare. Erroneamente, dunque, la Corte di appello ritiene che la "fermata" costituisce una fase della circolazione.
Con il secondo motivo, si lamenta l'errata interpretazione delle prove assunte in violazione dell'art. 192 c.p.p. Si chiede pertanto a questa Corte Suprema una diversa interpretazione delle prove. Al riguardo, si riportano stralci delle dichiarazioni dell'imputato, dalla teste M. R., dell'appuntato G. S.. Si sottolinea, poi, che l'appuntato M. non è mai stato sentito al processo di primo grado nonostante fosse il verbalizzante.
4. Il primo motivo è manifestamente infondato a fronte di una motivazione che ha fatto corretta applicazione dtaleAdge e che si appalesa altresì adeguata, congrua e completa. Ricorda, in particolare, come G. S. - facente parte insieme ad A. M. della pattuglia dei Carabinieri che aveva proceduto al controllo dell'autovettura condotta dal M. - abbia riferito, senza incorrere in alcun equivoco, di aver fermato il prevenuto "perché zigzagava con la macchina", lungo il rettilineo dove l'operante si trovava ad eseguire un posto di blocco. La circostanza, continua l'impugnata sentenza, è coerente con le annotazioni presenti nel verbale di accertamenti urgenti e nel verbale di elezione di domicilio che l'imputato aveva sottoscritto senza sollevare alcuna obiezione. La Corte di appello, a tutto voler concedere, sostiene che comunque la tesi difensiva è inidonea ad escludere la sussistenza del reato atteso il costante orientamento di questa Corte di legittimità secondo il quale la "fermata" costituisce una fase della circolazione (sez. 4, n. 21057 del 25/01/2018, F., Rv. 272742; sez. 4, n. 45514 del 07/03/2013, Pin, Rv. 257695).
5. Il secondo motivo è inammissibile perché il ricorrente sviluppa considerazioni di merito che dovrebbero indurre questa Corte a sovrapporre le proprie valutazioni a quelle della Corte territoriale. Una siffatta incursione "nel fatto" non è, tuttavia, consentita in questa sede, tanto più a fronte di una motivazione adeguata ed immune da vizi logici. Il compito della Corte di cassazione non consiste nell'accertare la plausibilità e l'intrinseca adeguatezza dei risultati dell'interpretazione delle prove, coessenziale al giudizio di merito, ma quello, ben diverso, di stabilire se i giudici di merito abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano dato esauriente risposta alle deduzioni delle parti e se nell'interpretazione delle prove abbiano esattamente applicato le regole della logica, le massime di comune esperienza e i criteri legali dettati in tema di valutazione delle prove, in modo da fornire la giustificazione razionale della scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre.
Non può pertanto opporsi alla valutazione dei fatti contenuta nel provvedimento impugnato una diversa ricostruzione, quand'anche fosse altrettanto logica, dato che in quest'ultima ipotesi verrebbe inevitabilmente invasa l'area degli apprezzamenti riservati al giudice di merito (sez. 1, n. 12496 del 21/09/1999, G. e altri, Rv. 214567).
6. In conclusione, il ricorso é inammissibile. Alla declaratoria di inammissibilità segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della Cassa delle ammende.
1. Con la sentenza impugnata la Corte d'appello di Trento ha confermato, anche agli effetti civili, la condanna di T. A. per il reato di atti persecutori commesso ai danni di S. L..
2. Avverso la sentenza ricorre l'imputata articolando cinque motivi. Con il primo ed il secondo deduce violazione di legge e vizi della motivazione in merito alla configurabilità del reato. In proposito viene evidenziato come dalle risultanze processuali emerga._che gli episodi relativi alle deiezioni dei gatti della T. siano stati occasionali e comunque dovuti ad incuria nella loro custodia, difettando dunque tanto il requisito dell'abitualità della condotta, quanto il dolo richiesto per la sussistenza del reato.
Quanto invece all'esposizione all'interno del condominio di scritte e cartelli riportanti minacce ed insulti nei confronti della persona offesa alcuna prova sarebbe emersa in merito alla loro attribuibilità all'imputata. Analoghi vizi vengono denunziati con il terzo motivo, con il quale si lamenta il difetto di una tempestiva querela, posto che non ricorrono le condizioni per la procedibilità d'ufficio del reato, mentre con il quarto ed il quinto la ricorrente lamenta difetto di motivazione in merito alla commisurazione del danno liquidato in favore della S. e della pena irrogata all'imputata.
2. Contrariamente a quanto eccepito dalla ricorrente, i giudici del merito non hanno sostanzialmente addebitato alla T. una mera incuria colposa nel governo dei propri animali, evidenziando invece come, nonostante le ripetute lamentele, ella abbia volontariamente continuato a liberarli nelle parti comuni dell'edificio abitato anche dalla persona offesa, nell'evidente consapevolezza delle conseguenze sul piano igienico che ciò comportava e della molestia che in tal modo arrecava alla propria vicina.
Comportamento questo certamente riconducibile a quello tipizzato dall'art. 612-bis c.p., tanto più che lo stesso non può essere considerato disgiuntamente dagli ulteriori atti contestati, soprattutto ai fini della prova dell'elemento soggettivo del reato e dell'abitualità della condotta, requisiti entrambi motivatamente ritenuti sussistenti dalla Corte territoriale. Quanto alla asserita occasionalità degli episodi imputati, il ricorso si rivela invece generico, non essendosi confrontato con l'articolata motivazione della sentenza, la quale, oltre che su quanto affermato dalla persona offesa, ha fondato le proprie conclusioni basandosi anche sulle dichiarazioni dei numerosi testi - compresi gli agenti della polizia municipale allertati dalla persona offesa - che avevano avuto modo a vario titolo di frequentare l'edificio e che tutti unanimemente hanno riferito circa la presenza di escrementi animali ovvero del persistente olezzo delle loro deiezioni. In tal senso è poi inconferente che la figlia della persona offesa non convivesse con la medesima, atteso che espressamente la sua testimonianza, per come valorizzata in sentenza, fa riferimento alle occasioni in cui la stessa si recava a far visita alla madre.
Per quanto riguarda, poi, l'attribuibilità all'imputata delle scritte e dei cartelli contenenti insulti e minacce, questa è stata logicamente desunta dal giudice dell'appello dal contesto della vicenda, ma, soprattutto, dal fatto che l'edificio teatro dei fatti era una villetta bifamiliare, le cui parti comuni servivano esclusivamente, oltre che l'abitazione della vittima, quella dell'imputata, ritenendo dunque escluso che altri potessero essere stato protagonista di tali comportamenti o avere interesse a porli in essere. Quanto infine all'evento del reato, generica e manifestamente infondata è l'obiezione circa l'inconferenza della certificazione rilasciata dalla psicologa che ha visitato la persona offesa, posto che la ricorrente non evidenzia i motivi di tale assertiva affermazione, peraltro sorvolando sul fatto che lo stato di prostrazione e di ansia in cui versava la vittima è stato provato in sentenza anche facendo riferimento al contenuto delle dichiarazioni di alcuni dei testimoni, rimaste dunque incontestate.
Il Tribunale, in sede di patteggiamento, aveva applicato la pena concordata fra le parti, per il reato di guida in stato di ebbrezza (tasso accertato 2,98 g/l) commesso a bordo di un velocipede a pedalata assistita, conducibile con patente di guida AM (cd. patentino) ai sensi del Reg. UE n. 168/2013, così provocando un incidente. Il giudice, al contempo, aveva ordinato la revoca della patente di guida.
La vicenda approda a Roma, in Piazza Cavour (sentenza 22 maggio 2019, n. 22228).
Nell’accogliere la tesi difensiva, il collegio della IV Sezione Penale, dispone l’annullamento della pronuncia nel punto concernente la revoca della patente di guida, quindi rinviando la decisione al Tribunale. In particolare, il giudice di merito aveva identificato il veicolo condotto dal prevenuto nella “bicicletta a pedalata assistita” e, per l’effetto, aveva disposto la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida. Ciò in considerazione della circostanza che, alla data del 1° gennaio 2017, ha avuto vigore il Regolamento U.E. n. 168/2013, conformemente al quale i veicoli dotati di motore elettrico azionabile da un acceleratore devono essere muniti di certificato di circolazione e di targa, e il conducente aver conseguito la patente di guida AM.
Ancor più in dettaglio, lo stesso giudice di merito non aveva valutato che detto Regolamento Europeo non trova applicazione per ogni veicolo a pedalata assistita, bensì riguarda unicamente quelli dotati di potenza superiore a 250 W (c.d. “cicli a propulsione”, con targa e per i quali è richiesta patente AM), al contrario, quelli di potenza pari o inferiore sono considerati velocipedi ai sensi dell’art. 50 C.d.S.
La pronuncia del Tribunale e annullata dalla Cassazione, tramite il pronunciamento del 22 maggio, non aveva riportato analisi alcuna in merito alla tipologia, come pure alle caratteristiche del veicolo guidato dal prevenuto, nonostante la questione avesse rivestito importanza determinante ai fini dell’applicazione, o meno, della sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida.
Nessuna revoca se la patente non occorreva. A supporto della tesi argomentativa seguita, il collegio richiama un consolidato orientamento giurisprudenziale, secondo il quale la revoca della patente di guida non può essere disposta verso chi abbia guidato un veicolo, per condurre il quale non era necessaria abilitazione alcuna, come nella specie (Corte di Cassazione, Sezione IV Penale, sentenza n. 19413 del 29 marzo 2013).
By Studio Legale Mancino a giugno 06, 2019

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