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Timestamp: 2020-01-21 10:20:32+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 14395 del 09/06/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14395 del 09/06/2017
Cassazione civile, sez. trib., 09/06/2017, (ud. 27/02/2017, dep.09/06/2017), n. 14395
sul ricorso n. 15031/12, proposto da:
T.M., elett.te domic. in Roma, alla via G. Cuboni
n.12, presso lo studio legale Macchi di Cellere Gangemi, rappres. e
avverso la sentenza n. 4/24/12 della Commissione tributaria regionale
T.M. impugnò innanzi alla CTP di Trapani un avviso d’accertamento, relativo al 2000, fondato su un p.v.c. redatto dalla G.d.f. di Alcamo, avente ad oggetto la determinazione del maggior reddito di lavoro autonomo, previa attribuzione d’ufficio di partita iva.
La CTR respinse l’appello, argomentando che la sentenza impugnata fosse stata correttamente motivata, sia in ordine all’utilizzabilità degli atti delle indagini penali- come trasmessi dall’autorità giudiziaria alla g.d.f.- sia in ordine agli elementi di prova utilizzati per la determinazione del reddito ascritto al ricorrente.
T.M. ha proposto ricorso per cassazione avverso la suddetta sentenza, formulando sette motivi.
Con il secondo motivo, il ricorrente ha denunziato la nullità dell’avviso d’accertamento per intervenuta decadenza, in quanto la relativa notificazione fu effettuata dopo il termine di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57 e D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, nonchè l’omessa motivazione della sentenza impugnata in ordine all’inapplicabilità della proroga del termine biennale stabilito a pena di decadenza dal potere di controllo fiscale.
Con il terzo motivo, il ricorrente ha lamentato la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 6 bis, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62, nonchè l’incongrua e illogica motivazione su una questione decisiva, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, poichè l’avviso impugnato fu fondato su dati acquisiti illegittimamente, in quanto non avrebbero potuto essere utilizzati in mancanza dell’autorizzazione del comandante di zona.
Con il quarto motivo, è stata denunziata la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 49, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62, nonchè l’omessa valutazione di elementi di prova decisivi, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Con il quinto motivo, è stata dedotta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2, e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41 e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55 – in ordine alla lamentata inversione dell’onere della prova-, nonchè l’insufficiente, illogica e contraddittoria motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Con il sesto motivo, il ricorrente ha altresì lamentato la violazione e falsa applicazione degli artt. 1, 6 e 8 del Tuir – D.P.R. n. 917 del 1986 – nonchè il difetto di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Nei due ultimi motivi è stata invocata la violazione delle norme in tema di accertamento induttivo del reddito, nonchè il vizio di motivazione, con specifico riferimento all’insussistenza di prove dello svolgimento di attività imprenditoriale individuale.
Con il settimo motivo, il ricorrente ha invocato l’insufficiente, illogica e contraddittoria motivazione, in riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, riguardo sia alla rilevanza delle prove addotte, che all’indicazione generica delle movimentazioni bancarie utilizzate.
Detta natura dell’atto impositivo potrebbe essere messa in relazione con lo scopo dell’atto stesso, che è quello, per un verso, di impedire la decadenza dell’Amministrazione finanziaria dalla potestà di accertamento e di riscossione dei tributi e, per altro verso, di porre il contribuente in grado di contestare e contrastare, anche in sede giudiziaria, la pretesa tributaria nascente dalla supposta violazione delle regole e dei doveri in materia. Se così è, va rilevato anzitutto che il tema dei vizi delle notificazioni degli atti impositivi risulterebbe strettamente correlato al tema del tempestivo e regolare esercizio dell’azione tributaria entro i termini decadenziali fissati dalla legge. L’inutile decorso del termine non estingue il potere impositivo, ma obbliga l’Amministrazione finanziaria a non esercitarlo, sicchè il vizio dell’atto impositivo non sarebbe rilevabile d’ufficio, ma dovrebbe essere eccepito dal contribuente. Pertanto, non solo il contribuente sarebbe tenuto ad eccepire l’eventuale nullità della notificazione dell’atto impositivo nei suoi confronti, ma dovrebbe eccepire anche la conseguente decadenza dell’Amministrazione dalla specifica pretesa fiscale.
Il secondo motivo è parimenti inammissibile, per le medesime argomentazioni adottate per il motivo precedente, considerato che la doglianza risulta formulata per la prima volta nel ricorso per cassazione.
Inoltre, il motivo è anche privo dell’autosufficienza, in quanto il ricorrente non ha allegato il decreto di archiviazione del giudice penale, precludendo ogni esame del rilievo concernente la legittimità della proroga biennale, contestata dal contribuente, la cui operatività era connessa alla natura del reato per cui si procedeva, ai sensi del D.Lgs. n. 74 del 2000.
Il terzo motivo è infondato, in quanto l’autorizzazione resa dal Pubblico Ministero alla G.d.f. legittima certo gli accertamenti tributari, mentre l’autorizzazione del comandante di zona riguarda l’espletamento dei suddetti accertamenti nei casi in cui non pendano indagini penali.
Il quarto motivo va esaminato congiuntamente al quinto, sesto e settimo, per connessione tra loro.
Pertanto, la motivazione della sentenza della CTR, afferente alla determinazione del reddito ascritto al contribuente (nel periodo 200028.3.2005)- in mancanza totale di dichiarazioni fiscali- è immune dalla censura in esame, essendo fondata sull’applicazione delle presunzioni afferenti ai movimenti affluiti sul conto corrente.
Al riguardo, occorre richiamare la consolidata giurisprudenza della Corte secondo cui l’utilizzazione dei dati acquisiti presso le aziende di credito quali prove presuntive di maggiori ricavi o operazioni imponibili, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2, secondo periodo, e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, comma 2, n. 2, non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività d’impresa o di lavoro autonomo, atteso che, ove non sia contestata la legittimità dell’acquisizione dei dati risultanti dai conti correnti bancari, i medesimi possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito da essa ricavato, incombendo al contribuente l’onere di provare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti (Cass., 28.2.2017, n. 5135; 13.10.2011, n. 21132).
Il sesto motivo è invece fondato.
Il settimo motivo è da ritenere assorbito.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 57
 art. 43
 sentenza 
 art. 32
 art. 62
 art. 49
 art. 62
 art. 32
 art. 41
 art. 55
 sentenza 
 art. 32
 art. 51