Source: http://www.nascitacostituzione.it/03p2/04t4/s1/102/art102-031.htm
Timestamp: 2018-12-13 12:46:35+00:00

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La nascita della Costituzione - Articolo 102 - 15 novembre 1947
Conti. [...] Si è parlato della giuria. Sono favorevole? Sono contrario? Io riassumo il mio modo di vedere intorno all'istituto della giuria nei termini seguenti: io sono contrario alla giuria. Le discussioni che si sono fatte intorno all'origine della giuria sono pregevolissime. È vero; la giuria è sempre sorta in tempo di libertà; ma, tra i tempi in cui la giuria sorse e i tempi nostri, sono passati molti anni e la democrazia vaga, nebulosa, la democrazia di ispirazione giacobina dell'89 e degli anni seguenti, non è più. Ben altra è oggi la situazione storica, politica, sociale. L'ultimo secolo ha segnato un grande sviluppo della società; conseguentemente si presentano in modo diverso molti problemi e anche quelli giuridici. È quindi evidente la necessità di organizzare la giustizia in modo utile e razionale. Non voglio intendere, così dicendo, che la giuria debba essere scartata, debba essere relegata fra le istituzioni del tutto superate.
Nel 1925, quando stavamo per cadere nell'abisso nel quale andammo a precipitare, si fece, da Il Mondo, un referendum intorno appunto all'istituto della giuria. Io risposi, ma la mia risposta non fu pubblicata, perché il giornale fu soppresso. Noi eravamo allora sotto la dominazione della monarchia e in una fase dell'istituzione che io consideravo funesta per il Paese, anche indipendentemente dal fascismo. Dissi: Sì, bisogna conservare la giuria, migliorandola: e facevo alcune proposte concrete intorno al modo di assunzione del giudice popolare.
Allora io ero dunque favorevole alla giuria; oggi non lo sono più. Ho detto però che non dobbiamo relegarla fra le cose morte, perché potrebbe essere anche possibile che la giuria dovesse essere in certi determinati momenti restaurata. Non pregiudichiamo dunque, con un articolo nella Costituzione, la soluzione di questo problema. Io credo che si debba rimettere alla legge ordinaria il compito di dirimere i contrastanti pareri.
È stato dibattuto un altro argomento: quello dell'unicità della giurisdizione. Unicità della giurisdizione. Vorreste forse rinunciare a questo grande principio?
Ma anche per questo principio potranno esserci attenuazioni, piccole deviazioni, le quali non guasteranno il disegno. Certo è, che bisogna sanare assolutamente la piaga cancerosa delle magistrature speciali.
Uno studio, di uno dei nostri più alti magistrati, denunzia, se non ha sbagliato chi mi ha riferito tale dato, l'esistenza in Italia di trecento magistrature speciali. Evidentemente siamo di fronte ad uno sproposito colossale; bisogna rettificare questa situazione. L'unicità della giurisdizione si impone.
Presidente Terracini. Dobbiamo ora passare allo svolgimento degli ordini del giorno, che sono abbastanza numerosi.
L'onorevole Rubilli ha presentato il seguente ordine del giorno:
1°) afferma — nell'esame della legge per la Costituzione dello Stato, la quale mira principalmente a stabilire i diritti e le guarentigie fondamentali — che l'Amministrazione della giustizia penale deve ritenersi preminente sopra ogni altra mansione o espressione giudiziaria, poiché la libertà dei cittadini vale assai più di qualsiasi contesa di carattere economico o patrimoniale, e perciò ad essa debbono essere preposti i migliori magistrati, non esclusi i capi dei collegi giudiziari, almeno per i dibattiti di maggiore entità, salvo a modificare opportunamente i criteri sinora seguiti per la carriera e le promozioni, i quali danno eccessiva importanza alle sentenze civili;
2) considera altresì che l'istituzione dei giurati rappresenta un grave problema, che non va risolto con criteri politici di male intesa democrazia, ma esclusivamente con criteri tecnici e giuridici; quindi ne ordina lo stralcio dalla legge costituzionale con la soppressione dell'articolo 96 e col rinvio alla legge che regolerà il funzionamento delle Corti d'assise».
Rubilli. [...] Passo ora alla seconda parte dell'ordine del giorno: il giudizio della Corte di assise. Se n'è parlato molto, è vero; ma, onorevoli colleghi, non ci stanchiamo di parlarne ancora. Perché, specialmente per quanto riflette la Corte di assise, la giustizia penale è davvero una cosa tremenda; bisogna dedicarvi ogni attenzione, ogni energia, affinché essa risponda sicuramente alle esigenze della nostra coscienza e della coscienza del popolo che in regime democratico ha al riguardo i suoi innegabili diritti.
Vi dico immediatamente che per la Corte di assise io vedo, sì, il problema di giurati, che è grave, importante ed anche nella divergenza delle opinioni manifestate dà luogo sempre ad una grande perplessità; ma vi è ancora un altro problema, se non più grave, egualmente grave, il problema dei Presidenti, il problema dei rappresentanti il pubblico ministero.
Per quanto riguarda i giudici popolari io credo non ci dobbiamo arrestare soltanto a vedere se convenga o meno ripristinare la giuria. Il quesito, secondo me, è un altro, o meglio va posto in un altro modo. Vogliamo o pur no l'intervento di giudici popolari per i giudizi della Corte di assise? Quando avremo dato una risposta affermativa a tale quesito, esamineremo sotto quale forma ed in qual modo, e con quali garanzie i giudici popolari debbano intervenire.
Ora, o signori, non è esatta la frase che lanciava, o meglio ripeteva, giorni fa l'onorevole Gullo nel suo ampio, complesso, magnifico ed elevato discorso; per lo meno e per quanto ora riguarda il nostro esame non è completamente esatta. Egli diceva: non libertà e non giuria: non giuria e non libertà.
No! È esatta solo la prima affermazione: non libertà e non giuria. Infatti non potete avere in tempi di tirannia, il giudice popolare. Ma non è esatta la seconda frase: non giuria, non libertà, perché la libertà non è affatto incompatibile con l'assenza del giudice popolare. Vi può essere sempre un regime libero e democratico, vi siano o non vi siano i giudici popolari. (Approvazioni al centro). Bisogna non farsi trascinare da queste deviazioni. Se tutti siamo compenetrati della gravità del problema e tendiamo le nostre forze a risolverlo come meglio conviene, nell'interesse del popolo e della giustizia, noi dobbiamo completamente evitare l'inutile, pericoloso pregiudizio che l'abolizione della giuria possa metterci in contrasto con la democrazia. Non ha proprio che vedere un concetto politico con l'esistenza o meno della giuria. L'equivoco sorge soltanto in Italia, e sorge in questo momento, perché una sola cosa è vera: il fascismo abolì la giuria per ragioni politiche. Nessun dubbio su ciò; e tu amico Mancini, l'hai ampiamente spiegato ieri. Questo è esatto. Ma non dobbiamo farci dominare da una impressione di ripugnanza al passato regime e concludere che se per ragioni politiche la giuria venne abolita, noi oggi anche per ragioni politiche, o meglio per un semplice sbandieramento d'un concetto politico vogliamo ripristinarla; seguireste gli stessi erronei criteri di prima, correndo il rischio che la giustizia sia sopraffatta dalla politica. (Rumori a sinistra). Cercate di non ingannarvi. Ve lo ripeto, è verissimo: non libertà, non giuria, ma non è vero: non giuria non libertà.
Gavina. E la fonte dove la prende?
Rubilli. Fonte di che? Fonte di soluzione del problema? La prendo dalle esigenze giudiziarie, dall'esperienza del passato, da quello che la nostra mente sa trovare di meglio per il più regolare e più saggio funzionamento delle Corti di assise.
Ma voglio farvi a questo punto un'altra osservazione. È vero, o è una semplice mistificazione, che noi ci proponiamo soltanto di risolvere il problema in esame nell'interesse della giustizia? Ebbene allora facciamo in modo che ciascuno possa esprimere liberamente le proprie opinioni ed esporre il frutto della propria, lunga esperienza professionale. Che significano queste agitazioni e queste eccitazioni, se qui non vi è un dibattito di partito e non si agita neppure una passione politica? Discutiamo con la maggiore serenità possibile, e perché il nostro voto sia consapevole e ponderato, cerchiamo di giungervi con quella calma che è indispensabile.
Porzio. Abbiamo detto che si rinvia.
Rubilli. Questo è il mio ordine del giorno; è questo che dico io, e voglio sperare che la mia proposta sia accolta anche dalla Commissione, con rinvio alla Camera legislativa.
Porzio. Insomma, voi volete una giuria e volete impedire che vi sia un appello. Voi siete dei metodi, né più né meno. (Interruzione del deputato Mancini).
Rubilli. Proprio mentre sto dicendo che ci dobbiamo mantenere calmi e sereni, si agitano maggiormente gli animi! (Interruzione del deputato Porzio). E con uno scambio di vivaci interruzioni reciproche, senza nulla concludere, perché l'uno non riuscirà mai a persuadere l'altro, vi distraete dall'essenza della questione.
Credo indispensabile — questa è la mia opinione — l'intervento del giudice popolare nei dibattimenti di Corte d'assise; indispensabile dice troppo, ma certo assai utile. Il Codice, di qualunque legislatore, non può completamente catalogare la grandissima immensa varietà dei fatti delittuosi, che hanno sempre un profilo assolutamente diverso, per cui ogni fatto si distingue dall'altro. Ora, è opportuno che nei grandi dibattiti da cui possono derivare pene gravissime, sieno talora contemperati i criteri di una rigorosa giustizia con criteri di equità specialmente in circostanze eccezionali che nella legge scritta non trovano esatto riscontro, ma trovano esatto, imponente riscontro nella pubblica coscienza.
So di essere con ciò anche in contrasto con l'amico Porzio che, non so perché, vorrebbe affidato il giudizio di Corte d'assise soltanto a cinque magistrati anziani, ma resto fermo nella mia opinione, e ritengo che sia un bene l'intervento, nei dibattiti penali più importanti, del giudice popolare. Si tratterà di vedere sotto quale forma, se giuria o assessorato, ma, secondo me, il problema va delineato proprio in questo senso: utilità dell'intervento del giudice popolare, discussione se tale intervento debba attuarsi in forma di giuria o in forma di assessorato. E dico francamente che a quest'ufficio di giudice popolare, secondo me, debbono essere completamente escluse le donne, non per la vecchia favola — per carità — della inferiorità della donna. Questa è una favola che ha fatto ormai il suo tempo e non sono mai riuscito a sapere, in quale secolo e dove sia nata quella testa amena a cui venne in mente di distinguere fra sesso debole e sesso forte, quando poi ho notato nell'umanità che non vi è stata nessuna forza maschile che abbia saputo resistere al fascino di una donna, (Si ride) e quando ho visto altresì che non vi è alcuno che non sia disposto a piegare i ginocchi ai piedi suoi! (Si ride). Quindi, non è per la vecchia favola, ormai tramontata, e da secoli, dell'inferiorità della donna, che io vorrei escluderla dall'ufficio di giudice popolare; non se ne allarmino perciò le colleghe presenti nell'Aula.
Io vengo a questa conclusione per due motivi. Primo, perché, sebbene la donna tenda a mascolinizzarsi, anche negli atteggiamenti e negli abiti, e cerchi persino di rinunziare per quanto può alla sua attraente femminilità, qualche cosa rimane che insanabilmente ed organicamente la distingue e la distinguerà sempre dall'uomo, e che si riflette sulla sua sensibilità, tanto che si è detto ovunque che tutto è possibile, tranne che una donna diventi uomo, e viceversa.
Ora cadono troppo di frequente le lacrime sulle gote delle donne, e non so se esse sappiano e possano resistere, e non farsi travolgere dal sentimento in Corte di assise dove si svolgono i più terribili drammi dell'umanità, dove palpitano i più grandi dolori e le più grandi sventure della vita. Come giudice popolare, quindi, io non chiamerei mai la donna. Secondo: sono contrario ad ammetterla anche per una difficoltà pratica: credete voi che sia proprio facile di avere in Assise una povera madre di famiglia, traendola per un mese o un mese e mezzo dalle sue occupazioni domestiche, quando non tutte le signore possono avere una cameriera fidata o una governante, a cui assegnare la propria casa e la cura dei propri figliuoli? Credo che se di diverso avviso dovreste ridurvi ad ammettere solo le donne nubili.
Ma poi arriverebbero le donne in Assise senza preparazione, senza attitudini, senza capacità ad orientarsi, né potrebbero facilmente formarsi; perché chiamate senza dubbio a lunghi intervalli. Di fronte al delitto che specialmente se tra i più gravi, distrugge due famiglie, ed apporta rovina per la vittima e per il colpevole, la donna potrebbe involontariamente cedere alla sua troppa squisita sensibilità.
Federici Maria. Ma per esercitare la giustizia ci vuole proprio la sensibilità!
Rubilli. Tutt'altro, è proprio il sentimento che d'ordinario bisogna mettere da parte. Lasciamo stare, quindi, le donne nella pubblica amministrazione ed anche in questa Assemblea Nazionale, dove con simpatia e deferenza, come meritano, sono state da ogni parte accolte, ma escludiamole eventualmente dalla giuria o dall'assessorato. (Interruzione del deputato Bertini).
No, Bertini, io sarei disposto a credere la donna più eccessivamente severa che eccessivamente indulgente, ma temo che indulgenza o severità possa essere determinata più dal cuore che dal cervello. È un timore e non dico che sia proprio così! (Interruzione della deputata Federici Maria)... Se non è vero tanto di guadagnato!
Ma se abbiamo accolto le donne come colleghe in questa Assemblea ed anche cordialmente, potremo accoglierle con gli stessi sentimenti di cavalleria anche in tribunale o in Corte d'assise, qui però sempre come giudici togati dopo provata carriera, mai come giurati o assessori.
Io ho firmato un ordine del giorno ben volentieri in questi sensi per mio convincimento ed anche per cortesia verso una egregia collega.
Anzi a me sembra in verità che al riguardo il problema sia di già risolto e non abbia bisogno di ulteriore esame, occorrendo al riguardo un'affermazione soltanto dal punto di vista formale. Abbiamo ammesso la donna come avvocato nelle aule giudiziarie; le abbiamo dato ormai la toga che per esse rappresenta un diritto acquisito.
Una voce. Ma quante ce ne sono?
Rubilli. Quelle che sono, sono: poche come avvocati, saranno poche come giudici. Non so proprio per quale ragione ne vogliate molte. Ma bisogna tener presente che, a differenza di quanto potrebbe avvenire per i giudici popolari, al suo ufficio arriverebbe ben preparata, quando attraverso un regolare concorso, come gli altri concorrenti, essa abbia dimostrato di avere l'attitudine e la cultura necessarie per poter fare il magistrato.
Quindi, il problema per questa parte mi pare completamente eliminato; ma per quello che riguarda il giudice popolare non solo non è risolto, ma non si può risolvere favorevolmente.
Ora, le difficoltà che si presentano per ammettere il giudice popolare sotto forma di giuria non sono poche e derivano dalla lunga esperienza del passato. Badate che non vi parlo di maggiore o minore capacità a valutare ed a decidere: io voglio persino e credo di non concedere poco, partire dal presupposto che siano ugualmente capaci di giudicare i giurati e i magistrati togati, voglio mettere da parte gli elastici e divergenti criteri personali per la maggiore efficacia delle mie obiezioni.
E così, per essere maggiormente obiettivo, mi occupo solo del funzionamento, del modo come può essere organizzato un giurì e spiegare la sua attività, perché anche solo da questo punto di vista che del resto è il più importante, si vedono meglio le enormi difficoltà che si presentano, e ci impongono di riflettere ancora prima di concludere; ed il mio ordine del giorno è in questo senso.
Solo si potrebbe stabilire sin da ora che rimane respinta la soluzione di affidarsi esclusivamente ai magistrati togati, i quali troppo si irrigidirebbero nelle strette pastoie della legge scritta, come di già ho rilevato. Il giurì d'altronde, urta in una difficoltà assolutamente, ripeto: «assolutamente» insormontabile, che basterebbe da sola, ed anche a prescindere da ogni altra considerazione, ad ostacolarlo e farne respingere il ripristino; accenno alla mancanza di motivazione nelle sentenze, che sinora non è stata ben valutata in tutta la sua entità e in un tutte le conseguenze che può produrre.
Sì, è stato detto, è vero, che non si può negare all'imputato il diritto di sapere per quali ragioni è stato condannato, che non si vuole togliere neppure il diritto alla società di controllare perché mai un imputato è stato prosciolto da un gravissimo addebito; va bene. Ma non avete notato due cose, almeno non le ho sentite, non avete notato prima di ogni altro, che la giuria è in aperta violazione della nostra legge costituzionale. Forse ciò non si è visto, perché non siamo arrivati ancora all'articolo 101, ma ci arriveremo fra poco, appena si passerà alla discussione degli articoli. Nella legge costituzionale, adunque, non c'è soltanto l'articolo 96, di cui ci siamo occupati e ci stiamo occupando, ma vi è pure l'articolo 101, che non potrà non essere approvato, perché contiene un concetto di indiscutibile necessità giuridica.
Ora nell'articolo 101 è stabilito ed è detto tassativamente che tutte le sentenze, tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.
Persico. Si può dire: visto il verdetto della giuria.
Rubilli. Ma non mi fate delle osservazioni che farebbero ridere. Visto il verdetto della giuria, si condanna oppure si assolve. E che significa, e qual valore ha ciò? Me la chiamate motivazione questa. Per motivazione, è elementare, s'intende dar conto del perché si condanna o si assolve.
Mi meraviglio di te, amico Persico; tu sei un vecchio e valoroso avvocato di Cassazione...
Persico. Abbiamo annullato a centinaia e a centinaia i verdetti contraddittori.
Rubilli. Ma, amico Persico, fammi il piacere: sta a sentire, e poi rispondi anche tu. Alla contraddittorietà del verdetto si ricorreva talora e molto di rado, anche per un ripiego, quando appariva troppo evidente la possibilità di un errore giudiziario.
Presidente Terracini. Onorevole Rubilli, prosegua, la prego.
Rubilli. Ma è un'intolleranza che io non comprendo, da parte di chi vorrebbe per forza imporre la sua opinione preconcetta in una questione tanto delicata.
Presidente Terracini. Sono quaranta minuti che parla, onorevole Rubilli: non raccolga le interruzioni; non ci vuole poi un grande sforzo.
Rubilli. Quaranta minuti che parlo, è vero, ma parecchi minuti se ne sono andati per le interruzioni.
E allora che cosa diremo? Che l'articolo 101 c'è per le piccole cause, per le piccole sentenze, mentre non c'è e non va in alcun modo rispettato per le grandi cause, per le grandi sentenze. Ma noi dobbiamo fare una legge costituzionale seria, che non sia contraddittoria nelle varie disposizioni.
In secondo luogo c'è di più ancora, perché, con la mancanza di motivazione, voi togliete al condannato il diritto di ogni gravame. Non c'è più gravame, è certo; non c'è l'appello: ed in sostanza non v'è nemmeno un ricorso, poiché il ricorso in tanto può avere una qualche efficacia, in quanto vi è una sentenza motivata. E che ci sta a fare allora la Cassazione? Per le violazioni di legge? Ma le questioni di diritto non si trattano in Assise.
Il problema fondamentale, quello che davvero preoccupa, è uno solo: è colpevole o è innocente l'imputato? Le quistioni ai giurati sono semplici, stereotipate formule che sempre identiche si ripetono.
Anche i benefici e le attenuanti si riducono a quistioni di fatto, per giunta incontrollabili se manca la motivazione. E allora? Le violazioni procedurali? Impossibili, perché, se anche il Presidente non ha dormito la notte e il cancelliere neppure ha dormito per essere andato a ballare, nessuno di loro può sbagliarsi: tutte le formalità procedurali sono scritte a stampa: si tratterebbe per questa parte, in Cassazione, di dare qualche fugace sguardo ad un formulario stampato.
Se dunque volete mantenere la giuria, è evidente che dovete prima modificare l'istituto della Cassazione, ed io pel momento almeno non vedo ancora come potrebbe essere opportunamente modificato. Credete forse che sia democratico dire ad un condannato all'ergastolo o a trent'anni: tieniti la tua pena, senza appello, senza ricorso, senza controllo, perché così vuole la democrazia, così impone la libertà? (Vive approvazioni).
Merlin Umberto. Bravo Rubilli!
Rubilli. Si lancia l'ipotesi di Cassazioni regionali, ma si tratterebbe sempre di giudici del diritto; e poi le aspetterete un pezzo; il Ministro del tesoro vi dirà che le Regioni, sì, e le Cassazioni, no.
Vedete, adunque, che l'inopportuno intervento della politica è soltanto una deviazione. Ma poi, giacché si parla in nome della democrazia e in nome della libertà, permettetemi che si insinui nell'animo mio anche il sospetto che si faccia con la giuria un poco la giustizia per i ricchi e non per i poveri: e questo neppure sarebbe un concetto democratico.
Persico. Questo lo dissi anch'io ieri.
Rubilli. E lo ripeto ora io, amico mio: non so che cosa tu abbia detto, ma se è cosa giusta, meglio dirla ancora.
Non si può mai intendere dunque qual è il valore, la forza, l'efficacia, che ha il grande avvocato dinanzi ai giurati. E, naturalmente, i grandi avvocati se li possono procurare soltanto i ricchi. Ma, signori miei, se in una causa indiziaria un imputato avesse fatto appello, per esempio, ad Enrico De Nicola, quando egli esercitava la professione anche dinanzi alle Corti d'assise, o in una causa passionale invitasse te, caro Porzio, i giurati sarebbero così storditi da formidabili, travolgenti arringhe che finirebbero per lo meno col votare scheda bianca. (Interruzioni).
Io non voglio fermarmi ad inutili astrazioni, ma considerare soltanto quello che veramente è, quello che dalla pratica e dall'esperienza è dato raccogliere.
Porzio. Già, perché non si accenna a vie sotterranee? Il guaio è che non diciamo la verità.
Rubilli. Basta quello che ho detto; non occorre andar oltre, fermiamoci qui e non c'ingolfiamo nei sotterranei per lanciare sospetti, che meglio possono essere sostituiti da una critica obiettiva.
Porzio. Non è che il magistrato sia infallibile, per carità!
Io chiederò di parlare per fatto personale.
Rubilli. Nientemeno, provoco persino dei fatti personali in tema di giuria; il fatto personale non vi è, ma potrai egualmente, credo, replicare, se ti pare proprio utile.
Presidente Terracini. Onorevole Rubilli, non divaghi, la prego.
Rubilli. So le pastoie regolamentari dei venti minuti per gli ordini del giorno, ma è un argomento di una certa gravità, questo di cui ci occupiamo.
Presidente Terracini. È da dieci giorni che lo si tratta.
Rubilli. Cinque o dieci minuti di più o di meno, se permette, poi non guastano.
Presidente Terracini. No, si tratta ormai di un'ora.
Rubilli. Allora, continuo per la sua bontà.
Presidente Terracini. Credo di darne la dimostrazione già da parecchio.
Rubilli. Affermo delle verità, e non posso neppure ampiamente dimostrarle, come vorrei, perché il Regolamento non lo permette. Ve le potrò spiegare meglio in privato, nelle nostre amichevoli, fraterne conversazioni di corridoio.
Alla forza dei grandi avvocati va aggiunta, è connessa la mozione degli affetti, ed il giurato vota immediatamente, rapidamente dopo che il difensore, il quale ha in ultimo la parola con un privilegio incommensurabile di fronte ai giurati, ha sconvolto la folla, ha provocato talora anche l'applauso. La scheda è pronta e riempita, ma nello stato d'animo in cui il giudice popolare ha votato, che valore ha quel sì o no? È sul funzionamento, adunque, che richiamo la vostra attenzione. Questa è la situazione vera, palpitante. In un paese come l'Italia la grande eloquenza non è mai mancata e non mancherà mai col suo fascino travolgente. E se ne avvantaggeranno gl'imputati assai più delle parti lese, per lo più abbattute dal delitto nell'anima e nel patrimonio.
Persico. Si reagisce.
Rubilli. La reazione però non è facile. E poi c'è, lo comprenderete, anche la difficoltà enorme per la ricusa, che rende sin dal principio poco agevole il funzionamento della giuria. Non potete non ammetterla: vi può essere un nemico dell'imputato o della parte civile, oppure qualcuno che risulti di cattiva condotta morale per informazioni date dalle autorità competenti; ma se non si può evitare in alcun modo la ricusa, quando l'avete ammessa, state certi che i migliori se ne scappano ed i peggiori rimangono.
Poi non sarà neppure facile averli, i giurati; spesso ce ne vuole di fastidio e di pazienza del Presidente, per avere cinque giudici popolari come assessori. Che avverrà nelle attuali difficoltà della vita, quando bisogna raccogliere una trentina di persone, tra professionisti, commercianti, industriali, ecc., e distoglierli dai loro affari per un periodo tutt'altro che breve?
Persico. Questo è malcostume!
Rubilli. Allora cambiate l'Italia. Io parlo di questo momento, nelle condizioni in cui ora ci troviamo.
Persico. Lo faremo passare.
Rubilli. Fatelo passare... per ora è così; e quando sarà passato ritorneremo sull'argomento.
Persico. Metteremo la licenza liceale.
Rubilli. Ma quello che più impressiona e preoccupa è il giudizio delle cause indiziarie, tanto frequenti in Corte d'assise. Consentitemi, onorevoli colleghi, un solo esempio, che per sé stesso sarà sufficiente a chiarire il mio pensiero. Nel dicembre scorso mi sono occupato di una gravissima causa in Corte d'assise: delitto orrendo, assassinio di un vecchio, in una sola famiglia, in una casa di campagna, di due bambini di sesso diverso, di due giovani donne, la padrona e la domestica, tra Calitri e Monteverde, in un bosco solitario e deserto.
Che ne sapete voi di questi paesi, dove il delitto si sprofonda in un imperscrutabile mistero? Voi conoscete Roma, conoscete le grandi e belle città. Nessuno ascolta, nessuno vede, è febbraio, la neve alta copre le case, rende impervie le strade, impossibili le comunicazioni.
Dopo due o tre giorni soltanto il fatto si scopre, arrivano in ritardo i carabinieri ed arriva il giudice dopo 8 giorni. Delitto raccapricciante, processo indubbiamente indiziario. Dopo un lungo dibattito di molti e molti giorni, di indagini delicate e scrupolose i giudici entrarono in camera di consiglio. Ne uscirono con un pronunziato preso ad unanimità, ma dopo parecchie ore di calma e serena valutazione, che poté tranquillizzare completamente la loro coscienza; e ciò ad onta dell'ora tarda, perché erano le undici di sera, quando apparvero nell'aula, consapevoli della loro responsabilità; dinanzi ad un pubblico enorme, ansioso e commosso, che si assiepava persino nei locali adiacenti alla Corte di assise; il Presidente pronunziò una sentenza di condanna all'ergastolo. La forma che si era seguita per giungere alla meditata decisione, rasserena l'animo ed appaga la giustizia, con innegabili garenzie. Che si può mai pretendere dai signori giurati cui offrite una scheda senza dar tempo alla benché minima riflessione, chiedendo un voto pronto ed immediato? Ripristinate per loro la camera di consiglio, che pur si dovette abolire per gl'inconvenienti cui dava luogo, e sarà peggio ancora; che ne può uscire da una tumultuosa discussione di una diecina di persone, senza un capo autorevole che la guidi ed in cui vi sarà qualcuno che in buona o mala fede cercherà d'imporre la propria opinione? Quanti giurati ho visti che poi si son pentiti di un voto dato in fretta e con scarsa ponderazione.
Ecco per quale ragione io propendo a ritenere utile — concludendo — che rimanga l'attuale sistema, il quale dà l'intervento del giudice popolare in grande maggioranza (sono cinque giudici popolari su due magistrati), ma con tutte le garanzie indispensabili per una retta, seria decisione.
È vero quello che disse ieri l'onorevole Mancini, che al principio con questo sistema si è verificato qualche inconveniente. Non sono stati molto frequenti i casi, ma pure qualche inconveniente ebbe a rilevarsi. Badate, però, che eravamo in tempo di tirannia, e la tirannia assume qualche volta forme epidemiche e contagiose. Vi sono i tiranni e i tirannelli, i gerarchi ed i gerarchetti, ed il Presidente della Corte di assise, di rado però, ripeto, si riteneva quasi rivestito di insindacabile autorità, tanto più che, come avviene sempre, distrutta la libertà, era quasi annientato, per lo meno assai diminuito, il diritto ed il prestigio della difesa.
Ma poi si è giunti ad un confortante assetto e gli inconvenienti originari possono ritenersi quasi completamente eliminati. Si procede con notevole regolarità, e con pieno affiatamento tra giudici popolari e magistrati.
La materia certo non è semplice, e bisogna contentarsi del meno peggio. Del resto, se tenete presente l'ordine del giorno che ho ora svolto, vedete che io non sono poi, né voglio essere, un peccatore impenitente. Io ho sempre delle facoltà mentali e morali che mi permettono la conversione. Quindi, se voi modificate l'istituto della Cassazione in guisa che io trovi una nuova garanzia sostituita a quella che togliete, abolendo la motivazione della sentenza, se riuscirete a scrivere delle norme che eliminino gli inconvenienti che si possono verificare, io accetterò volentieri una diversa opinione. Anche coi vecchi codici ho fatto tante cause, che non ho davvero nessuna questione personale contro la giuria. Pure preferendo, ed anche senza eccessivo entusiasmo, i sistemi attuali in Corte di assise, io potrò rassegnarmi ed anche con piacere a nuovi metodi, se migliorano e non peggiorano, se non si limitano a togliere, ma danno anche quello che occorre per garentire i diritti dei cittadini e della società. Però non è argomento questo che possa esaurirsi in sede di legge costituzionale; senza assumere pericolosi impegni, limitiamoci a concetti generali per il funzionamento della giustizia e riserbiamo alle leggi sulla Corte di assise la decisione sugli organi più adatti e più opportuni per il maggiore o minore intervento del popolo, sebbene sieno popolo e vengano dal popolo anche i magistrati.
Onorevoli colleghi, è mio convincimento che non può mai sorgere, non è assolutamente possibile che sorga, un conflitto fra la democrazia e la giustizia. Ma se per caso stranissimo e per quanto inconcepibile, il conflitto sorgesse, pur essendo istintivamente democratico, perché i sentimenti democratici non li ho acquistati e li ho sentiti innati in me, connaturati nella mia coscienza, derivanti dal mio intimo, dal mio carattere, dalla mia indole, se, dicevo, questo conflitto dovesse sorgere, io sarei per la giustizia, perché è appunto la giustizia, la quale per sé stessa rappresenta il più saldo, il più sicuro fondamento, non solo della umana società, ma anche di ogni regime democratico. (Applausi — Congratulazioni).
Porzio. Chiedo la parola per fatto personale.
Porzio. Il mio fatto personale è semplice. Forse io mi trovo un po' nelle condizioni dell'onorevole Donadio o in una condizione opposta, e cioè avrei dovuto domandare la parola per fatto personale ieri, dopo il discorso così eloquente del mio amico, onorevole Mancini.
Intendiamoci bene. Sostengo una sola cosa, quella di avere una giustizia possibilmente giusta, che non crei delle vittime, perché qui ci stiamo preoccupando molto dell'accusato, del condannato, a cui vorremmo spalancare le porte del carcere, e bisogna invece pur considerare le vittime, le quali molte volte sono deluse nelle loro legittime aspirazioni di giustizia e di equità. Ma tutta questa questione, diceva poco fa molto bene il nostro illustre Presidente, è da discutersi in sede legislativa, perché affermare in questo momento la giuria si può, ma anche volendola affermare, la questione risorgerà nuovamente quando si dovranno discutere le competenze, le possibilità di essa ed il suo armonizzarsi, come io ieri ebbi l'onore di accennare rapidamente e come oggi ha ripetuto l'onorevole Rubilli, con tutti quanti gli organi giudiziari cioè, la Sezione istruttoria e la Corte di cassazione.
Quello che mi è dispiaciuto, è stata una interruzione dell'onorevole Persico, il quale diceva: noi abbiamo avuto mille altre volte annullamenti in Corte di cassazione di verdetti dei giurati.
E faceva cenno a me, ricordando forse qualche causa nella quale anche io ho potuto ottenere l'annullamento, per contraddizione del verdetto.
Signori, ho ricordato il caso di Giuseppe Ceneri, uno dei più grandi giuristi ed una delle più grandi anime italiane, il quale era disperato, perché non riusciva a trovare un motivo per potere chiedere l'annullamento di un verdetto iniquo, che era stato emesso alla Corte d'assise di Bologna.
Allora, siamo tutti quanti d'accordo nel sostenere la necessità di un giurì con appello, un giurì con ricorso; ed allora è tutta questione di legislazione, che deve essere trasformata; e noi non possiamo in questo momento trasformarla, perché la dovremo discutere. La dovranno discutere coloro che verranno in seguito in questa Aula, speriamo meno sorda di quanto sia attualmente e meno bisognosa, onorevoli colleghi, di questi strumenti di tortura che io ho in questo momento dinanzi a me. Questo bisognerebbe fare, senza discutere tante cose le quali riguardano il merito. Quello che bisognerebbe fare è questo: inserire nell'articolo che il giudizio può eventualmente essere anche celebrato con i giurati.
Ieri, l'onorevole Mancini mi ha accusato di non essere un democratico.
Mancini. Non ho detto questo: ho detto che la sua democrazia non è la nostra. Lei definiva una democrazia che non è la mia.
Porzio. L'amico Mancini, al quale voglio bene e al quale sono legato da sentimenti di affetto, deve pensare che, quando si dice che il giurì deve essere composto di persone che hanno le qualità attualmente richieste, il principio antico della democrazia svanisce; e torneremmo a quel tale «demos», del quale abbiamo parlato ieri. Quindi ne parleremo a suo tempo, ne parlerete a suo tempo.
Occorre garantire l'interesse superiore della giustizia, consentendo che la sentenza sia motivata. Perché quando sento dall'onorevole Persico che è sentenza semplicemente l'applicazione della pena fatta dal magistrato, allora io dico: questa è la giustizia dell'avvenire, e questo è un diritto che io non conosco e non ho mai conosciuto. Chiamate sentenza il «visto il verdetto dei giurati, la Corte condanna a dieci anni di reclusione»? Questa è sentenza? E la motivazione dov'è? Ora, quando nel fanatismo si arriva a questo sproposito, resto a bocca aperta. Lei, signor Presidente, vorrebbe dire: «a bocca chiusa». Mi permetta una sola cosa: quello a cui sono perfettamente contrario è il sistema attuale. Me ne duole per l'amico onorevole Rubilli. Che cosa è questo giudizio ibrido? E che cosa sono quegli assessori? Io ricordai poco tempo fa, nel Congresso, una grande opera di Pirandello: «Sei personaggi in cerca d'autore». Invece il sistema attuale è questo: un autore in cerca di sei personaggi, per fare la commedia: e cioè la giustizia di uno solo. Ecco perché sono contrario a questa istituzione. Ringrazio il Presidente della bontà, ma credo di essermi sbrigato nei cinque minuti regolamentari.

References: Articolo 102
 sentenza 
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e contrario