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Timestamp: 2019-07-17 05:25:06+00:00

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La dimensione europea del disegno di legge Cirinnà: una conquista storica di civiltà o una vittoria mutilata che ci allontana dall’Europa?Diritti Europa
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La dimensione europea del d.d.l. Cirinnà: una storica conquista di civiltà o una vittoria mutilata che ci allontana dall’Europa?
Posted by: Roberto Federico Proto in Categorie Violazioni CEDU, I diritti in Europa, In evidenza, Notizie, Vita privata e familiare 9 marzo 2016
I recenti scenari politici ci indicano come anche in Italia si stia per colmare quel grave vuoto normativo che ha comportato, per le c.d. unioni civili, «l’inidoneità a produrre qualsiasi effetto giuridico nell’ordinamento italiano», secondo quanto dichiarato dalla Corte di cassazione nella celebre sentenza n. 4184 del 15 marzo 2012.
Infatti, un importante passo in avanti verso la promulgazione di una legge che attribuisca rilevanza giuridica e disciplini l’istituto delle unioni civili[1] è stato compiuto con l’approvazione da parte del Senato del disegno di legge n. 14, presentato il 15 Marzo 2013. Anche se, invero, il testo licenziato il 25 Febbraio 2015 con il voto favorevole di 173 senatori, in un contesto di elevata contrapposizione ideologica e in un passaggio politicamente mal gestito, è stato epurato da importanti diritti e doveri (ad esempio l’obbligo di fedeltà e la c.d. stepchild adoption) che differenziano segnatamente l’istituto dell’unione civile da quello del matrimonio.
Questo procedimento legislativo in itinere, dopo numerose proposte di legge[2] arenatesi durante le varie navette parlamentari tra camera e senato, è stato favorito dai recenti approdi giurisprudenziali, soprattutto della Corte europea dei diritti dell’uomo, che hanno operato come un fattore propulsivo per un’effettiva discussione parlamentare che portasse all’approvazione di una legislazione organica in materia.
I provvedimenti giudiziari che, a livello interno, hanno segnato un solco nell’inveterata ritrosia politico-istituzionale al riconoscimento dell’unioni civili sono stati la sentenza n. 4184/2012 della Suprema Corte di Cassazione e la sentenza n. 170/2014 della Corte costituzionale.
Nella prima sentenza, la Suprema Corte di Cassazione, seppure sia stata ferma nel sancire il principio per cui i matrimoni civili (celebrati all’estero) hanno immediata validità e rilevanza nel nostro ordinamento solo se celebrati secondo le forme previste dalla legge straniera e sempre se sussistano i requisiti sostanziali relativi allo stato ed alla capacità delle persone previsti dalla legge italiana (ossia la diversità di sesso dei nubendi e la manifestazione di volontà matrimoniale espressa in presenza dell’ufficiale dello stato civile celebrante ndr), ha attribuito per la prima volta alle unioni caratterizzate dalla stabile convivenza tra due persone, anche dello stesso sesso, il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia e di ottenere in specifiche situazioni un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata. Suddetta conclusione è stata garantita riconnettendo l’istituto dell’unione civile/omosessuale nella definizione di “formazione sociale”, di cui all’art. 2 Cost., intesa come ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico[3].
La sentenza n. 4184/2012 della Suprema Corte di Cassazione è stata influenzata non solo dalla nota sentenza n. 138/2010 della Corte Costituzionale, che ha riconosciuto per la prima volta alle unioni omosessuali la dignità di formazioni sociali ai sensi dell’art. 2 Cost., escludendo però il fondamento costituzionale del diritto a contrarre matrimonio tra due persone dello stesso sesso in riferimento sia agli artt. 3 e 29 Cost., ma anche dalla sentenza della C. Edu del 24 giugno 2010, caso Schalk e Kopf contro Austria. In quest’ultima sentenza la Corte europea, affrontando per la prima volta la questione se due persone dello stesso sesso “possano affermare di avere il diritto di contrarre matrimonio”, ha esteso la portata giuridica del diritto sancito all’art. 12 Cedu, mediante il suo combinato disposto sia con gli artt. 8 e 14 della Convenzione che con l’art. 9 della Carte dei diritti fondamentali dell’U.E., includendo nell’alveo di applicazione dell’art. 12 Cedu anche le persone dello stesso sesso, quale “nuovo contenuto” ermeneuticamente emergente proprio dai predetti diritti riconosciuti dalla Convenzione e dalla Carta.
Per cui, attraverso un’interpretazione evolutiva, rispetto ad “una consolidata ed ultramillenaria nozione di matrimonio”, è stato formalmente riconosciuto il diritto a contrarre matrimonio tra due persone dello stesso sesso, ma solo “secondo le leggi nazionali regolanti l’esercizio di tale diritto”: quindi la sostanziale garanzia dell’art. 12 Cedu è totalmente rimessa al potere legislativo degli Stati contraenti della Convenzione e/o membri dell’Unione Europea[4].
Quest’ultimo aspetto, rilevato anche dalla Corte Costituzionale (nella sentenza sopra richiamata) e al quale si è allineato la Cassazione, stabilisce una riserva assoluta del legislatore nazionale sia in relazione all’art. 12 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo che all’art. 9 della Carta di Nizza, garantendo al legislatore nazionale un margine di discrezionalità nella scelta delle forme e della disciplina giuridica dell’unione matrimoniale[5].
Un ulteriore passaggio è rappresentato dalla sentenza del 14 Aprile 2010 n. 138 della Corte Costituzionale, in cui i giudici della legge si sono pronunciati sul c.d. divorzio automatico nell’ipotesi in cui uno dei coniugi, successivamente al matrimonio, avesse proceduto alla rettificazione del proprio sesso.
La consulta, pur non riconoscendo il diritto «della coppia non più eterosessuale a rimanere unita nel vincolo del matrimonio» – poiché questo istituto giuridico è ancorato al requisito della diversità dei sessi dei coniugi per quanto attiene alla sua “esistenza giuridica” -, ha sottolineato come il divorzio automatico ponga il problema di «una cancellazione, sul piano giuridico, del pregresso vissuto, nel cui contesto quella coppia ha maturato reciproci diritti e doveri, anche di rilievo costituzionale, che, seppur non più declinabili all’interno del modello matrimoniale, non sono, per ciò solo, tutti necessariamente sacrificabili»[6]. Relativamente al tema delle unioni civili, la consulta ha fatto un monito al legislatore affinché intervenisse per «introdurre una forma alternativa (e distinta dal matrimonio) che consenta ai due coniugi di evitare il passaggio da uno stato di massima protezione giuridica ad una condizione, su tal piano, di assoluta indeterminatezza».
Questa breve e preliminare ricostruzione della nostra giurisprudenza è funzionale per poter comprendere sia quanto l’evoluzione della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo abbia preparato il terreno giuridico per questo passaggio politico, sia la rilevanza storica che ha assunto la sentenza della C. Edu del 21 Luglio 2015, caso Oliari e altri c. Italia, nella quale l’Italia è stata condannata ad adempiere all’obbligo positivo di predisporre una disciplina sulle unioni civili, che si attende dal 2001.
Nel caso di specie, i ricorrenti (tre coppie omosessuali italiane), invocando l’art. 8 Cedu e l’art. 14 Cedu in combinato disposto col art. 8 Cedu, hanno contestato il dato fattuale di non aver alcun mezzo per salvaguardare legalmente la loro relazione, non essendo riconosciuto e regolamentato dallo Stato italiano alcun tipo di unione civile. In particolare, le coppie ricorrenti hanno sottolineato come il governo convenuto non solo non abbia legiferato in materia, ma che al contrario affermasse che le coppie dello stesso sesso fossero già protette, nonostante l’assenza di un quadro giuridico specifico. In realtà, essendo negata una qualsiasi forma di protezione giuridica, erano lasciate in uno stato di incertezza e rimesse alla totale discrezionalità dei giudici.
Questa contraddizione connotava il ritardo del legislatore in vera e propria volontà di non intervenire, volontà comunque sprovvista di una debita giustificazione. Anzi, a detta dei ricorrenti, l’unica base razionale che fondava questa disparità di trattamento era una discriminazione determinata dal loro orientamento sessuale e dettata dal timore che il riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso potesse pregiudicare i diritti delle “famiglie tradizionali”.
La Corte con voto unanime ha dichiarato che vi è stata una violazione dell’art. 8 Cedu, in ragion del fatto che lo Stato italiano «non abbia rispettato l’obbligo positivo di assicurare il rispetto della vita privata e familiare dei ricorrenti attraverso la fornitura di un quadro giuridico che consente loro di instaurare un rapporto riconosciuto e tutelato dal diritto interno». Inoltre, la Corte di Strasburgo, argomentando sul punto, ha asserito che «le coppie dello stesso sesso sono in grado, come le coppie di sesso diverso, di entrare in stabili e durature relazioni, verificandosi una situazione significativamente simile a quella di una coppia di sesso diverso per quanto riguarda la necessità di una protezione giuridica del loro rapporto e dei loro diritti di coppia».
È opportuno precisare che la Corte Edu, richiedendo una disciplina legale sulle unioni civili, non si spinge ad affermare che le coppie omosessuali debbano ottenere una parificazione giuridico-normativa con le coppie di sesso diverso – aspetto che invaderebbe il margine di discrezionalità garantito agli Stati firmatari della Convenzione –, ma richiede esclusivamente l’adempimento del c.d. “positive obligation inherent in an effective respect for private and family life”.
Fatte queste osservazioni, possiamo comprendere con più facilità come l’approvazione del c.d. d.d.l. Cirinnà, soprattutto in luce della recente sentenza della Corte di Strasburgo, sia stato un passaggio politico obbligato più che spontaneo. E con molta probabilità, in assenza di un provvedimento di condanna, non si sarebbe verificata una convergenza politica su questo tema in tempi così contingentati. Aspetto, questo, che ha però comportato delle forzature e delle degenerazioni nel dibattito parlamentare che si sono rilesse sulle scelte di politica del diritto.
Tale considerazione è confermata non semplicemente dal dato politico dell’improvviso mutamento della maggioranza politica che ha approvato il d.d.l. in questione, ma anche da come il Governo, pur di ottenere un voto favorevole al Senato, abbia accettato che il testo normativo sia stato sensibilmente modificato, tradendo in parte la ratio originale del progetto di legge.
Nell’esprimere una valutazione sul risultato finale, si è indotti a porre lo stesso interrogativo di fondo che si è posto Stefano Rodotà sulle colonne de la Repubblica del 25 Febbraio 2015: con questo intervento legislativo, quanto siamo lontani dall’Europa?
Questa legge avrebbe dovuto consentire all’Italia di ridurre quel deficit di civiltà che soffre rispetto agli altri ordinamenti giuridici europei, equiparandoci a quella maggioranza dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa che hanno (chi più e chi meno) pienamente riconosciuto le unione tra le persone dello stesso sesso. Ma il testo approvato appare una “nuova testimonianza” di un’arretratezza culturale e giuridica che non riusciamo a superare.
Se Europa significa edificare un sistema sempre più diffuso e condiviso di principi e regole che pone come suoi architravi la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea, quest’ultime dovrebbero essere il punto di riferimento imprescindibile nelle discussioni parlamentari dei singoli Stati membri. Ma così non è stato. Inoltre, i fatti recenti ci dimostrano come l’Europa dei diritti si stia lasciando vincere sempre più da una logica economico-finanziaria che neutralizza il contenuto giuridico e l’effettività dei diritti fondamentali. Una logica che si sta introiettando nell’opinione dell’uomo comune a scapito dei principi di eguaglianza, parità dei diritti e libertà di scelta. Infatti tra le tante argomentazioni addotte per contestare un’estensione dei diritti civili alle coppie omosessuali vi sarebbe anche quella di una presunta insostenibilità economica per garantire un riconoscimento in tal senso.
Non bisogna dimenticare però che il diritto al matrimonio, in qualità di diritto fondamentale – poiché derivante dagli artt. 2 e 29 Costituzione italiana ed espressamente riconosciuto dall’art. 16, paragrafo 1, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, dall’art. 12 della CEDU del 1950, dall’art. 23, paragrafo 2, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966 e dall’art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea -, spetta «ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani, cioè alla persona in quanto tale». In particolare, «il riconoscimento di tale diritto fondamentale comporta necessariamente non soltanto l’appartenenza di esso al patrimonio giuridico costitutivo ed irretrattabile del singolo individuo quale persona umana, ma anche l’effettiva possibilità del singolo individuo di farlo valere erga omnes e di realizzarlo, aspetti che costituiscono la garanzia del suo riconoscimento, secondo l’inscindibile binomio contenuto nell’art. 2 Cost.», riproponendo quanto osservato dalla nostra Corte Costituzionale nelle sentenze nn. 105 del 2001, 249 del 2010, 245 del 2011.
Pertanto, è la mancata interiorizzazione di questo punto nevralgico che determina il minor grado di accettazione sociale dell’omosessualità e dei relativi diritti, tendenza di cui non è rimasto immune il nostro legislatore. Infatti, sia per opportunismo politico sia per volontà riduzionistica, non è stato approvato, ad esempio, quell’istituto giuridico che consente ad un figlio di essere adottato dal partner del proprio genitore (stepchild adoption), rievocando lo spettro della discriminazione tra figli naturali e figli legittimi, o l’esclusione dell’obbligo di fedeltà, quasi ad indicare giuridicamente che la dimensione affettiva e familiare delle coppie di fatto è diversa da quella delle coppie che contraggono matrimonio.
Fatte queste precisazione, in conclusione, ritengo che quello che sarebbe dovuto essere un nuovo inizio ha avuto una fine precoce, nonostante il nostro legislatore abbia compiuto, sì, un passo importante ed innovativo, ma in ogni caso insoddisfacente per le speranze e la fiducia di quei cittadini omossessuali che chiedevano esclusivamente di superare le differenze di orientamento sessuale nel riconoscimento dei diritti civili, cosicché da rimediare a quel fallimento censurato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
[1] – «L’unione civile definisce il rapporto tra da due persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, che vogliano organizzare la loro vita in comune», preambolo del disegno di legge n. 14 – Disciplina delle unioni civili – della XVII legislatura, presentato il 15 Marzo 2013.
[2] – Dal 1986 al 2016 si sono succeduti bene 36 disegni di legge sulle unioni civili.
[3] – Simone Marani, Coppia gay: non trascrivibile l’atto di matrimonio contratto all’estero, pubblicato su www.altalex.com.
[4] – Sentenza n. 4184 del 15 marzo 2012 della Corte di cassazione.
[5] – Giuseppina Vassallo, Unioni omosessuali, Cedu: l’Italia deve riconoscerle e tutelarle, pubblicato su www.altalex.com.
[6] – Francesca Bartolini, Cambiare sesso da sposati: la Consulta sul divorzio del transessuale, pubblicato su www.dirittocivilecontemporaneo.com
– RASSEGNA SULLA CORTE EUROPEA, Le Sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo del 21/07/2015;
– MARIA ROSARIA BASILONE, Divorzio ex lege per cambio di sesso: dubbi di incostituzionalità interna ed europea. Verso il riconoscimento delle “Unioni civili”;
– MARIA ROSARIA BASILONE, La Corte di Strasburgo sul diritto di adozione per le coppie omosessuali;
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