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Timestamp: 2018-11-16 09:24:04+00:00

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Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 10 aprile 2015, n. 7339. Il privato non è obbligato alla tenuta delle scritture contabili e, pertanto, non si può gravare allo stesso di fornire l correlazione tra il tenore di vita e la disponibilità di risorse prive di rilevanza fiscale - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 10 aprile 2015, n. 7339. Il privato non è obbligato alla tenuta delle scritture contabili e, pertanto, non si può gravare allo stesso di fornire l correlazione tra il tenore di vita e la disponibilità di risorse prive di rilevanza fiscale
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sentenza 10 aprile 2015, n. 7339
La CTR di Milano ha respinto l’appello dall’Agenzia proposto contro la sentenza n. 167/46/2010 della CTP di Milano che aveva accolto il ricorso di G.G. contro avviso di accertamento per IRPEF 2005, avviso emesso a seguito di accertamento sintetico di genere presuntivo fondato sulla capacità di spesa desunta dall’acquisto di tre appartamenti intestati al coniuge (fiscalmente a carico) del contribuente e dall’acquisto di una autovettura di grossa cilindrata.
La parte intimata si è costituita con controricorso (e ricorso incidentale che è privo delle caratteristiche minime necessarie ai fini di consentire che lo si consideri tale, siccome manca la imprescindibile identificazione di uno dei motivi di impugnazione tra quelli tassativamente identificati dall’art.360 cpc).
Il ricorso è stato esaminato dal relatore designato ai sensi dell’art.380 cpc e fatto oggetto di proposta di definizione con la procedura di cui all’art.375 cpc ma il collegio designato per la trattazione camerale ne ha disposto la rimessione in pubblica udienza, ritenuto che non sussistessero i presupposti per la trattazione camerale.
Non sono state depositate memorie illustrative.
La CTR Lombardia ha motivato la decisione ritenendo che la documentazione agli atti di causa per il periodo dal 2003 al 2008 apparisse idonea a giustificare gli investimenti immobiliari effettuati nel periodo (si trattava di rimborsi di finanziamenti effettuati in precedenza a favore di due società, oltre ai redditi dichiarati in somme cospicue, per importi complessivi che risultavano congrui per giustificare gli investimenti), in ragione di movimentazioni bancarie desunte dagli estratti-conto allegati in copia all’ appello incidentale di parte contribuente.
Il ricorso per cassazione è sostenuto con unico motivo e si conclude – previa indicazione del valore della lite in € 132.108,20- con la richiesta che sia cassata la sentenza impugnata, con ogni consequenziale pronuncia anche in ordine alle spese di lite.
E ciò, non soltanto perché il testo del comma sesto del menzionato art.38 (nella versione applicabile ratione temporis, antecedente alla recente novella introdotta dall’art.22 del D.L. n.78/2010) non contempla affatto un tale “contenuto necessario” dell’onere di prova che incombe a carico della parte contribuente per effetto dell’inversione disposta dalla norma (“Il contribuente ha facoltà di dimostrare, anche prima della notificazione dell’accertamento, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta. L’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione”), così che esso si estenda alla dimostrazione della stretta correlazione tra spese e somme derivanti da redditi esenti o già soggetti a ritenuta alla fonte, ma anche perché vi sono argomenti logici, a valenza di interpretazione sistematica, che depongono a sfavore di un così rigoroso tenore dell’onere di prova.
Non resta che concludere che l’apprezzamento del giudicante, radicato proprio sulla ritenuta idoneità della prova contraria addotta dal contribuente a dimostrare la compatibilità tra complessivi redditi maturati e le spese effettuate per incrementi patrimoniali, non merita cassazione per le ragioni postulate dalla parte ricorrente.
L’infondatezza dell’unico motivo giustifica l’integrale rigetto del ricorso principale, con conseguente assorbimento di quello incidentale.
La regolazione delle spese di lite è improntata al criterio della soccombenza.
Rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente a rifondere le spese di lite di questo giudizio, liquidate in € 5.500,00 oltre accessori di legge ed oltre € 100,00 per esborsi.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2015-04-20T11:45:17+00:0020 aprile 2015|Cassazione penale 2015, Corte di Cassazione, Diritto Tributario, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti

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 art.38