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Timestamp: 2019-11-17 11:58:26+00:00

Document:
ore 10 – Sala Boldini, Via Previati 18
“Non hanno ucciso il futuro”
tavola rotonda con i famigliari di alcune vittime delle forze dell’ordine
ore 15,30 – Sala Boldini, via Previati 18
“Arte e comunicazione per Federico”
ore 20,30 – Sala Boldini, via Previati 18
sarà presente l’autore http://www.youtube.com/watch?v=-AgYpEMupUk
presso le Grotte del Boldini sarà possibile visitare la mostra “Aldro, 5 anni dopo”
E’ la sentenza di un Giudice di un’altra città, e conclude allo stesso modo del Giudice Caruso. Penso che le osservazioni proposte dal G.U.P. siano un’altra pietra miliare in questo percorso di giustizia, e offrono una valutazione “terza” sui comportamenti dei protagonisti del processo per l’omicidio di mio figlio.
TRIBUNALE DI MANTOVA – Ufficio del giudice per le indagini preliminari
a seguito dell’udienza di opposizione all’archiviazione, proposta dalle persone offese Enzo Pontani, Monica Segatto e Luca Pollastri,
il giorno 5 luglio 2008 sul quotidiano “La Nuova” di Ferrara veniva pubblicata una intervista resa da Patrizia Moretti all’Ansa (madre di Federico Aldrovandi deceduto in Ferrara il giorno 25.9.2005 a seguito dell’intervento di due pattuglie della polizia di stato composte dalle odierne persone offese, oltre che da un altro collega), nella quale l’indagata narrava dei contatti avuti con i parenti di Riccardo Rasman, anch’esso deceduto a Trieste in data 27.10.2006 dopo un intervento della polizia, manifestando l’auspicio che anche per questi ultimi “si arrivi presto ad un processo, come è giusto che sia, e che si gudichino quelle persone a prescindere dal fatto che son0 poliziotti”.
L’intervista si concludeva con la seguente dichiarazione della Moretti: “anche perchè noi, io e Giuliana, la sorella di Riccardo, non consideriamo quelle persone come rappresentanti delle istituzioni, ma solo come delinquenti“.
Proprio su quest’ultima frase si appuntava la censura delle persone offese, le quali preentavano tempestiva querela nei confronti della Moretti, oltre che del giornalista Pesci Valentino e del direttore responsabile Nesti Leonardo, in ordine ai delitti di diffamazione a mezzo stampa e di omesso controllo sulla pubblicazione. Ritenevano infatti le persone offese che le espressioni utilizzate – ed in particolare la loro definizione come “delinquenti” – fossero lesive della loro reputazione e non scriminate dal legittimo esercizio del diritto di critica, i cui limiti risultavano nella fattispecie travalicati.
Il Pm titolare delle indagini ha invece richiesto l’archiviazione, ritenendo che in considerazione del contesto in cui la vicenda si era svolta e della provenienza di quele dichiarazione dalla madre della vittima, “le affermazioni della madre della vittima costituiscono una legittima manifestazione del diritto di critica in relazione a vicende di primario interesse pubblico inerenti casi di un uso eccessivo della forza da parte delle forze di polizia nei confronti dei cittadini con conseguenze tragiche“.
Alla richiesta di archiviazione si sono opposte le persone offese evidenziando che le considerazioni del PM sono i radice viziate e non condivisibili in quanto condizionate dal fatto che, successivamente alla pubblicazione dell’articolo, è intervenuta sentenza di condanna in ordine al delitto di omicidio colposo a carico dei tre imputati, laddove le dichiarazioni rese e le espressioni utilizzate dalla Moretti avrebbero invece dovuto essere valutate e soppesate con riferimento allo sviluppo processuale del vicenda al momento della pubblicazione, momento in cui, a detta degli opponenti, “si era ancora in attesa della celebrazione del processo di primo grado a carico dei querelanti…non era ancora neppure iniziato il processo di primo grado nei confronti dei signori Pontani, Pollastri e della signora Segatto. In quel preciso momento, è bene evidenziarlo, non si poteva prevedere l’esito del processo, e certamente non era strata affermata alcuna responsabilità per l’uso eccessivo della forza dalle forze di polizia, nè si era formata alcuna prova su questo specifico tema“.
Pertanto, secondo gli opponenti, nel momento in cui la Moretti avrebbe affermato di ritenere i poliziotti intervenuti in occasione del decesso del figlio “come dei delinquenti“, detta valutazione – chiaramente indicativa di una valutazione personale della Moretti (come reso evidente dall’uso dell’espressione “noi consideriamo” utilizzata al principio della frase) e non di un dato di fatto accertato aliunde e riportato come dato oggettivo – non potrebbe essere considerata quale legittimo esercizio del diritto di critica, in quanto asseritamente non basata su prove od emergenze istruttorie acquisite nel corso di un processo che – affermano gli imputati – “non era ancora neppure iniziato“.
Ciò premesso osserva il giudicante che, pur dovendosi condividere l’osservazione degli opponenti secondo cui nella valutazione della portata diffamatoria delle espressioni sopra riportate si deve prescindere dalla affermata colpevolezza delle persone offese intervenuta in momento successivo alla pubblicazione dell’intervista (la sentenza di condanna del Tribunale di Ferrara è del 6.7.09), proprio considerando le sole emergenze istruttorie acquisite prima del 5.7.08 deve ritenersi che le considerazioni e le espressioni particolarmente “forti” utilizzate dalla Moretti nell’intervista rilasciata all’Ansa e poi riprodotta sul quotidiano “La Nuova” di Ferrara, non fossero affatto espressione di una critica ingiustificata e totalmente disancorata dalla ponderata valutazione di circostanze obiettive idonee a fondare quel personale convincimento della madre della vittima.
Invero proprio dalla narrativa della sentenza di condanna prodotta dalla Moretti all’udienza di discussione dell’opposizione emerge in modo chiaro che le emergenze processuali esistenti al momento dell’intervista non erano affatto quelle falsamente prospettate dalla difesa degli opponenti nell’atto di opposizione.
Invero alle pagine 9 ss della sentenza il Giudice procede ad un analitico riassunto dell’iter processuale, riassunto dal quale emerge che – contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa degli opponenti- alla data del 5.7.08 il processo a carico delle odierne persone offese non solo era già da tempo iniziato (a partire dal 29.11.07), ma era già in stato di avanzata istruttoria, essendos già proceduto all’escussione di tutti i testi introdotti dalle parti, oltre che alla trascrizione a mezzo di perito delle telefonate intercorse tra alcuni degli imputati e la centrale operativa la mattina del 25.9.05.
In pratica alla data del 26.6.08 (ossia alla data dell’udienza immediatamente precedente la pubblicazione dell’intervsta di cui si discute) tutta l’istruttoria “in fatto” poteva ritenersi conclusa ed invero tutte le udienze istruttorie successve risultano essere state destinate essenzialmente all’esame dei vari periti e, quindi, all’analisi delle problematiche di natura medica inerenti all’individuazione della causa specifica del decesso di Federico Aldrovandi.
Ebbene, proprio considerando solo le emergenze istruttorie acquisite sono all’udienza del 26.6.08, risultavano sussistere molteplici prove del fatto che l’intervento operato dai poliziotti era stato caratterizzato da un uso della forza assolutamente eccessivo e sproporzionato rispetto alla finalità di bloccaggio dell’Aldrovandi che doveva essere perseguita.
In pratica già in quel momento, sulla base delle emergenze istruttorie, vi erano elementi più che sufficienti per consentire ad un osservatore esterno di esprimere fondatamente (ossia in modo non apodittico e dettato solo da personali ragioni di risentimento e rancore personale) un giudizio fortemente critico sull’operato degli agenti di polizia intervenuti nell’occasione, operato del tutto difforme dai limiti che dovrebbero caratterizzare in ogni situazione l’operato delle forze di polizia in uno Stato regolato dalle norme di diritto e dal rispetto – sempre e comunque – dei diritti delle persone e non, invece, dall’esercizio incontrollato della forza da parte di persone che, in ragione delle mansioni svolte, rappresentano in quei frangenti le istituzioni democratiche.
Chi scrive ha ben presente le difficoltà in cui sono chiamate ad operare quotidianamente ed in modo meritorio le forze di polizia ed il senso di frustrazione che in alcune occasioni può – sotto il profilo umano – cogliere le forze dell’ordine nel vedersi aggredite od offese da terzi soggetti.
Ma è proprio in queste situazioni che si misura la tenuta del sistema democratco e che entra in gioco la professionalità delle forze di polizia, le quali devono sempre aver presente che l’uso della forza deve costtuire l”extrema ratio” e che, anche quando necessario, deve essere sempre proporzionato ecommisurato all’offesa da fronteggiare.
E laddove questi limiti siano oggettivamente superati deve già solo per questo ritenersi sussistente una condizione di agire illegittimo da parte delle forze di polizia, agire che deve sempre e comunque essere stimgatizzato e che può parimenti essere criticato – anche in modo aspro – a prescindere dal fatto che, nel caso concreto proprio quella violenza eccessivamente esercitata sia stata o meno la causa diretta, sotto il profilo medico legale, del decesso della persona nei cui confronti quella violenza è stata esercitata.
Ciò che si intende dire è che, a prescindere dal fatto che l’iter processuale si concluda nei successivi gradi di giudizio con la condanna o con l’assoluzione definitiva degli odierni opponenti, l’esercizio da parte degli stessi dei una forza repressiva obiettivamente ed ingiustificatamente eccedente i limiti consentiti continuerebbe comunque ad integrare comportamento illegittimo da stigmatizzare e da sottoporre legittimamente a crtica, anche aspra.
Ebbene alla data del 5.7.08 erano già moleplici le emergenze comprovanti che a carico dell’Aldrovandi era stata eserctata una violenza non solo eccessiva e sproporzionata rispetto all’offesa da respingere, ma addirittura tale da integrare un vero e proprio “pestaggio” conuso di corpi contundenti assolutamente non tollerabile in un sistema democratico, a prescindere dal fatto che quella condotta determini poi a carico della vittima il decesso ovvero semplici lesioni o contusioni.
Ed invero dalla lettua della sentenza e dell altre produzioni documentali prodotte dalla Moretti all’udienza di opposizione (le quali vengono richiamate solo quali fonti delle emergenze istruttorie già acquisite alla data del 5.7.08) emerge che l’uso eccessivo della forza risultava in quel momento già comprovato quantomeno (l’elencazione è solo parziale e si riferisce alle emergenze più significative) dalle seguenti emergenze istruttorie:
- dalle dichiarazioni rese dalla teste oculare Tsagueu Anne Marie, sentita in incidente probatorio il 25.7.06, la quale aveva assistito da breve distanza (l’abitazione della teste si trovava di fronte al luogo ove sono avvenuti i fatti) all’intera vicenda. Dalla deposizione della teste emerge che l’azione repressiva dei poliziotti era iniziata dopo che l’Aldrovandi si era avvicinato a passo svelto ai quattro poliziotti, i quali avevano già in mano i manganelli, ed aveva accennato ad un’azione con le gambe simile ad una sforbiciata, senza colpire gli agenti. A questa condotta della vittima era seguita l’immediata azione dei poliziotti i quali – in quattro contro uno – si erano avventati sulla vittima, iniziando a bastonarla ripetutamente con i manganelli, prendendola per i capelli e menandola a terra, continuando anche in quella posizione a colpirla ripetutamente con i manganelli. Per immobilizzare il ragazzo al terreno tre dei quattro poliziotti si erano posti sopra il suo corpo in diverse posizioni, mentre il quarto uomo era rimasto in piedi, camminando e continuando a picchiare il giovane. La teste descrive l’azione dei quattro poliziotti come un vero e proprio pestaggio con uso di manganelli, oggetti che gli agenti avevano già in pugno prima che il giovane si avvicinasse a loro, il che evidenzia la premeditazione degli stesi circa l’utilizzo del corpo contundente. Pestaggio che era proseguito anche dopo che il giovane, che pur si dimenava e tentava di liberarsi, era ormai immobilizzato al terreno con controllo diretto da parte di ben quattro persone. Del tutto evidente risulta quindi, sulla scorta del racconto di questa testimone, la proposizione tra l’offesa e la reazione, nonché il travalica mento di ogni limite nell’esercizio della forza;
d) dalla telefonata fatta dal Pontani all’operatore del 113 Bulgarelli nella quale il poliziotto affermava testualmente “Abbiamo avuto una lotta di mezz’ora con questo… è proprio matto! L’abbiamo bastonato di brutto!”;
Ora, in considerazione di tutte le circostanze che precedono, occorre porsi la seguente domanda: laddove, nell’intervista resa all’Ansa e riportata sul quotidiano “la Nuova” di Ferrara del 5.7.08, la Moretti aveva affermato che i poliziotti coinvolti nella vicenda di cui si discute, a suo avviso (“noi consideriamo”) non avevano agito da rappresentanti delle istituzioni ma come delinquenti, la stessa aveva espresso una critica al loro operato da considerarsi legittima e che trovava fondamento in emergenze istruttorie idonee a suffragarla (emergenze, si badi bene, senz’altro ben note al pubblico dei lettori de “La Nuova”, tenuto conto della massima attenzione che era stata ovviamente riservata a questa vicenda dalla tranquilla comunità ferrarese, come reso peraltro evidente dal fatto che nel titolo dell’articolo la vittima era identificata con il diminutivo “Aldro”, anziché con le generalità complete) ovvero aveva posto in essere un attacco ingiustificato alla reputazione ed all’onorabilità delle odierne persone offese, assolutamente avulso da ogni riscontro idoneo a giustificarlo?
E ne può affermarsi che l’uso dell’espressione “delinquenti” – se si ha riguardo alle risultanze dibattimentali emerse sino alla data del 26.6.08 ed al fatto che la stessa (come ben noto al pubblico dei lettori a cui quell’articolo era rivolto) sintetizzava l’opinione di una madre che aveva pacificamente perso un figlio in occasione di un intervento di polizia caratterizzato da un uso della forza che definire eccessivo è riduttivo – potesse determinare – nel caso concreto – il travalica mento del limite della c.d. continenza verbale, considerata anche l’estrema gravità del fatto del quale, anche e principalmente grazie all’attività privata di indagine e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica da parte della Moretti, i quattro poliziotti erano in quel momento chiamati a rispondere dinanzi al locale Tribunale di Ferrara.
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Chissà, forse un giorno lo verremo anche a sapere.
Non c’è una benché minima ragione, alla luce dei fatti e delle ricostruzioni processuali, perché tu quella mattina sia morto.
Le parole usate dai Giudici (nei due processi: uno a chi ti ha cagionato la morte e l’altro a chi depistò…) nelle sentenze ti hanno ridato dignità e rispetto mio ragazzino, nell’attesa delle giuste e definitive punizioni, che non saranno mai abbastanza.
qui la sentenza e la condanna, tanto per non dimenticare chi ti ha cagionato la morte senza alcun motivo (parole del Giudice)
qui la sentenza del processo madre del 6 luglio 2009
e qui la sentenza verso chi ha intralciato le indagini arrecando patimento e sofferenza ulteriori, oltre che a noi (parole del Giudice), ai cittadini “normali “ e alle stesse Istituzioni (lo aggiungo io)
sentenza inchiesta bis 5 marzo 2010
Lasciamo stare gli ipocriti, i falsi perbenisti. Lasciamoli vivere nel loro mondo con una speranza e un augurio sincero: “che mai vi accada una tragedia simile”.
Ti ringrazio Federico per avermi regalato 18 anni indimenticabili e che nessuno potrà toglierci perché li abbiamo vissuti realmente e quel Pontani, quel Pollastri, quella Segatto e quel Forlani responsabili della tua morte, e i loro amici, non potranno mai capire, se non forse un giorno, prima di varcare inesorabilmente quella porta, ma sarà troppo tardi.
Viviamo uno nell’altro fino a confonderci, perché non sono mai stato tanto vicino dentro te. E non voglio che mi lasci perché adesso lo so che se tu mollerai per me sarà la fine.
E quindi ti voglio allegra, affamata di vita, curiosa, con gli occhi di chi guarda lontano e vede tutto, ma proprio tutto, ad ogni costo, senza paura, con l’innocenza e l’ingenuità di un bimbo alle prime scoperte.
Ecco, lo sento il tuo respiro abbandonarsi al sonno, finalmente la pace.
Non c’è rumore in questa casa, nessuno parla, qualcuno singhiozza ancora perché non sa che sono tornato, alla fine ce l’ho fatta ad aprire quella porta e fuori ci lascio loro, senza occhi, senza viso, a camminare zoppi in mezzo al fango.
Si Federico, ci sarai sempre e come te anche altre creature strappate all’amore dei propri cari, ma il mio ultimo pensiero, nel tuo giorno, non può che essere vicino alle tante care persone querelate assurdamente, solo per avere espresso una critica legittima poi dimostratasi coi fatti anche più soft rispetto alla realtà, attraverso quanto statuito da due sentenze chiare ed inequivocabili.
Qualcuno gli dica di smettere a questi individui.
In questa foto, accanto a te mi ci metto anch’io all’età di 23 anni.
Guardavo lontano.
Quattro anni dopo sarebbe nato il sogno della mia vita: “il mio primo figlio”.
10 giugno “Diritti negati” – Arci Varese
“Diritti negati: la sicurezza, un bene per tutti ?” Su questo tema giovedì 10 giugno alle ore 21, presso la Sala ex Rivoli di via dei Bersaglieri a Varese, i giornalisti Vincenzo Masotti della Radiotelevisione Svizzera e Claudio Del Frate, del Corriere della Sera, intervisteranno alcuni protagonisti, familiari e testimoni, di tre casi di fermo giudiziario che hanno suscitato clamore nell’opinione pubblica per il medesimo tragico epilogo : Federico Aldrovandi, morto a Ferrara nel settembre 2005 dopo un controllo di polizia… , Stefano Cucchi, deceduto all’Ospedale Sandro Pertini dopo… nell’ottobre 2009 http://perstefanocucchi.blogspot.com/ e Giuseppe Uva, che cessa di vivere nel giugno 2008 all’Ospedale di Varese dopo essere stato fermato dai Carabinieri che lo avevano trattenuto in caserma per diverse ore.
Nel corso della serata, a ingresso libero, mentre Vincenzo Masotti dialogherà con Ilaria e Lucia, rispettivamente sorelle di Cucchi e Uva, e con la madre di Aldrovandi, Patrizia, l’altro giornalista varesino Claudio Del Frate approfondirà i risvolti etici e legali con Gabriele Ghezzi del Siulp (uno dei sindacati della Polizia) e con l’ex sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi, presidente dell’Associazione “A buon diritto”. Interverrà anche l’avvocato Fabio Anselmo, che tutela legalmente i familiari dei tre deceduti. Organizzano la serata i comitati provinciali dell’ARCI e di Amnesty International, assieme alle associazioni Filmstudio’90, Libera, “A buon diritto” e alla CGIL.
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