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Timestamp: 2018-06-22 01:28:16+00:00

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Studio Legale Capello - ANATOCISMO
Postato in Luglio 2013
Questione ampiamente dibattuta, soprattutto a livello giurisprudenziale, è quella che concerne il c.d. anatocismo.
Si tratta di quel fenomeno giuridico contabile inerente alle obbligazioni pecuniarie, consistente nell’operazione di “conversione degli interessi in debito di capitale allo scopo di provocare la decorrenza di nuovi interessi sulla somma per tale titolo dovuta” , e che, più semplicemente, la dottrina maggioritaria tende a definire come “il diritto degli interessi sugli interessi”.
Per una miglior comprensione di tale fenomeno si prenda, ad esempio, in considerazione un capitale di € 100,00 e un saggio di interesse del 2%. Alla prima scadenza, dopo l’applicazione degli interessi, il capitale ( € 100,00) e gli interessi ( € 2,00 ) daranno una somma di € 102,00.
Alla seconda scadenza, il calcolo degli interessi dovrebbe effettuarsi, tenendo sempre in considerazione, come base, il capitale iniziale di € 100,00; di conseguenza, anche nei mesi successivi, ogni singola quota di interessi dovrebbe sempre essere di € 2,00.
La situazione, tuttavia, muta se si effettua un calcolo anatocistico in quanto la base su cui applicare il saggio del 2% non è più € 100,00, bensì € 102,00 (capitale di € 100,00 + € 2,00 di interessi). Da ciò consegue che, già alla seconda mensilità, gli interessi non sono più € 2,00, ma € 2,04 (per un totale di € 102,04).
Effettuando un calcolo anatocistico, dunque, gli interessi producono altri interessi e finiscono per essere esponenzialmente sempre più elevati.
Il nostro legislatore disciplina tale materia all’art. 1283 c.c., ove si legge che “in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti da almeno sei mesi”.
Rispetto a tale disposizione si può preliminarmente osservare che, per costante opinione prevalente sia in giurisprudenza che in dottrina, l’anatocismo si applica solo agli interessi dovuti per quelle obbligazioni sin dall’origine pecuniarie o che siano divenute tali a seguito di liquidazione giudiziale o convenzionale. Inoltre gli interessi primari, ossia quelli maturati direttamente sul capitale, per produrre interessi devono essere scaduti; tale situazione si realizza solo rispetto ai debiti di valuta e non anche a quelli di valore. In secondo luogo, l’articolo in esame prevede che le somme dovute a titolo di interessi possano produrre, a loro volta, interessi solo se maturati per almeno sei mesi.
Si può, dunque, facilmente comprendere che l’anatocismo sia soggetto ad una disciplina restrittiva in modo tale da evitare che la posizione del debitore diventi troppo gravosa.
Dalla lettera della norma si ricavano, inoltre, tre eccezioni al divieto di capitalizzazione degli interessi. Precisamente:
gli interessi scaduti possono produrre interessi solo “dal giorno della domanda giudiziale”: in tal caso si allude all’ipotesi, ad esempio, di un importo portato a decreto ingiuntivo. Il giudice, una volta accettato il ricorso per decreto ingiuntivo, autorizza che tale somma, qualora sia comprensiva di una parte di capitale e di una parte di interessi non pagati ma maturati sullo stesso, venga riconosciuta come unico debito e che su di esso sia lecito che maturino ulteriori interessi. Occorre precisare che gli interessi primari siano già scaduti al momento della proposizione della domanda giudiziale, sì da essere concretamente esigibili.
gli interessi scaduti possono produrre interessi solo “per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza”: si tratta del caso in cui un debito sia giunto a scadenza con i relativi interessi e le parti si accordino per un’ulteriore dilazione di tempo per il pagamento. La somma fino ad allora maturata e comprensiva dei relativi interessi scaduti viene considerata come un nuovo capitale prestato e su di essa possono maturare nuovi interessi. Una simile pattuizione è da stipularsi in forma scritta almeno sei mesi dopo la scadenza degli interessi primari, a pena di nullità. (La disposizione mira ad evitare che l’accettazione della clausola anatocistica possa essere utilizzata come condizione che il debitore deve necessariamente sottoscrivere per poter accedere al credito).
la norma si apre con le parole : “in mancanza di usi contrari”. Possiamo affermare che la norma ammetta che le condizioni legali normalmente operanti in tema di anatocismo possano essere derogate da usi. Tuttavia, questi ultimi devono essere qualificati come usi normativi, in quanto operanti sullo stesso piano della norma come eccezione al principio generalmente applicabile. Tale inciso, nonostante la formazione della norma consenta una sua applicazione in diversi settori, ha trovato applicazione soprattutto nella prassi bancaria. Sul punto occorre, pertanto, far riferimento a quegli usi bancari che ammettevano la validità dell’anatocismo in deroga a quanto disposto dall’art. 1283 c.c. e che hanno consentito agli istituti bancari, soprattutto a partire dagli anni ’50, di prevedere nei contratti bancari la capitalizzazione degli interessi a favore della banca ogni tre mesi e quelli a favore del cliente solo annualmente.
Con riferimento a tale ultimo punto sono sorte numerose problematiche, in quanto le banche hanno elevato i loro usi a rango di usi normativi. Questa posizione è stata per molto tempo avallata dalla giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, che ha affermato la validità delle clausole di capitalizzazione trimestrale, non ravvisando alcun contrasto con la previsione di cui all’art. 1283 c.c. e sostenendo l’esistenza di un uso idoneo a derogare al divieto di anatocismo stabilito da tale norma.
La situazione cambia nella primavera del 1999, quando la giurisprudenza di legittimità giunge ad un importante revirement con le celebri sentenze pronunciate dalla I sezione ( Cass. n. 3096/99) e dalla III sezione (Cass. n. 2374/99) della Corte di Cassazione, nelle quali si afferma il principio secondo cui “gli usi contrari”, idonei ex art. 1283 c.c. a derogare il precetto ivi stabilito, sono solo quelli “normativi” in senso tecnico, desumendo la nullità delle clausole bancarie anatocistiche, rispondendo la stipulazione delle medesime ad un uso meramente negoziale. In altre parole, secondo la Cassazione, non esiste alcuna consuetudine per cui, nei rapporti tra banca e cliente, gli interessi a carico di quest’ultimo possono essere capitalizzati ogni trimestre.
Più precisamente, nella sentenza n. 2374/99, che è la prima con cui viene condannata la prassi anatocistica, si legge: “… E’ nulla la previsione contenuta nei contratti di conto corrente bancario, avente ad oggetto la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente – tanto più nel caso di contratti stipulati dopo l’entrata in vigore dell’articolo 4 della legge 17 febbraio 1992 n. 154 che vieta le clausole contrattuali di rinvio agli usi – giacché essa si basa su di un mero uso negoziale e non su di una vera e propria norma consuetudinaria e interviene anteriormente alla scadenza degli interessi …”.
In altra parte della sentenza, inoltre, si osserva: “ …il tradizionale orientamento (sull’interpretazione dell’art.1283 c.c.) deve essere rivisto, anche alla luce delle obiezioni sollevate da una parte della dottrina e della giurisprudenza di merito …”.
Quindi la Cassazione conclude: “…Gli interessi scaduti non possono produrre altri interessi ogni trimestre: al contrario di quanto sostenuto dagli istituti di credito non esiste un uso normativo che autorizzi il c.d. anatocismo al di fuori dei limiti imposti dalla legge. E’ quindi nulla l’eventuale clausola inserita dalla banca nel contratto e fatta sottoscrivere al cliente …”.
In seguito a tale importante mutamento giurisprudenziale del 1999, il legislatore, cedendo alle pressioni provenienti dal mondo delle banche, è intervenuto in materia con l’introduzione del decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 342, contenente disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 385/1993 ( Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia). Con questa norma si è introdotto il principio dell’eguale cadenza di capitalizzazione dei saldi attivi e passivi e si è previsto, inoltre, con una norma transitoria, una sanatoria per il pregresso, facendo salve le clausole di capitalizzazione trimestrale contenute nei contratti conclusi prima dell’entrata in vigore della nuova disciplina.
Più precisamente, l’art. 25 comma 2 del sopra citato decreto legislativo, inserito all’art. 120 del TUB, ha attribuito al CICR (Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio) il potere di stabilire << modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio delle’attività bancaria, prevedendo che in ogni caso nelle operazioni in conto corrente sia assicurata nei confronti della clientela la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori che creditori >>.
Il terzo comma di tale articolo ha, invece, previsto che << le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera di cui al comma 2, sono valide ed efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate al disposto della menzionata delibera, che stabilirà modalità e tempi dell’adeguamento. In difetto di tale adeguamento le clausole divengono inefficaci e l’inefficacia può essere fatta valere solo dal cliente >>.
La Corte Costituzionale, tuttavia, con sentenza 17 ottobre 2000, n. 425, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del terzo comma dell’art. 25 del d.lgs. n. 342/99 per eccesso di delega legislativa e conseguente violazione dell’art. 76 della Costituzione. In tale occasione, la Corte Costituzionale, tenendo in considerazione il fatto che il Governo era stato delegato con l’art. 1, comma 5, della L. 128/98 ad emanare disposizioni integrative e correttive del Testo Unico Bancario, ha osservato che << per quanto ampiamente possano interpretarsi le finalità di integrazione e correzione perseguite dal legislatore delegante è certamente da escludersi che la suddetta delega legittimi una disciplina retroattiva e genericamente validante, sia pure nell’esercizio del potere di armonizzazione di tale testo unico con il resto della normativa di settore>>. Di conseguenza la Corte ha dichiarato l’art. 25, comma 3, del d.lgs. in questione illegittimo nella parte in cui stabilisce che le clausole riguardanti la produzione di interessi su interessi maturati, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla delibera del CICR, relativa alle modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, siano valide ed efficaci fino a tale data e che, dopo di essa, debbano essere adeguate, a pena di inefficacia da farsi valere solo dal cliente, al disposto della menzionata delibera, con le modalità e i tempi ivi previsti.
Dopo la breve parentesi rappresentata dall’entrata in vigore dell’art. 25, comma 3, del d.lgs. 342/99, si osserva come la Cassazione abbia continuato a ribadire il proprio approccio più recente, confermando in modo netto il revirement del 1999. Ad esempio, con la sentenza a Sezioni Unite del 4 novembre 2004, n. 21095, la Cassazione ha fissato alcuni punti fermi nell’evoluzione giurisprudenziale della materia, tra i quali, in particolare, il fatto di considerare nulla la clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi contenuta nei contratti predisposti dagli istituti di credito, in quanto non corrisponde ad un uso normativo, consolidando così il nuovo “trend” giurisprudenziale.
Dunque, aderendo a questi ultimi indirizzi giurisprudenziali, si può affermare con certezza che le clausole di ricapitalizzazione trimestrali sottoscritte dal cliente, a seguito di prassi bancaria, debbano qualificarsi nulle.
Chiarita tale questione, occorre mettere in luce il fatto che il tema dei diritti dei correntisti alla ripetizione di somme illegittimamente addebitate sul conto, soprattutto per interessi anatocistici e commissioni di massimo scoperto, presenta ulteriori profili autorevolmente dibattuti.
Tra questi assume particolare rilievo il problema dell’individuazione del giorno in cui inizia a decorrere il termine di prescrizione decennale per far valere tali diritti, ai sensi dell’art. 2935 c.c., questione su cui si registrano due diversi orientamenti.
Una prima interpretazione conduce a sostenere che il termine di prescrizione inizi a decorrere dalla chiusura del conto corrente. Bisogna considerare la natura unitaria del contratto di conto corrente bancario, che darebbe luogo ad un unico rapporto giuridico, sicché la serie di accreditamenti e addebiti costituirebbe un dato contabile, mentre è la chiusura del conto che determina l’entità del credito e del debito delle parti (cfr. Cass. Civ., 14 maggio 2008, n. 10127).
Il secondo filone interpretativo, invece, sostiene che la prescrizione decorra da ciascun addebito in conto corrente, poiché l’annotazione di quest’ultimo modificherebbe il saldo e consentirebbe di esercitare il diritto di ripetizione (cfr. Cass. Civ., 13 aprile 2005, n. 7651).
A dirimere il contrasto giurisprudenziale, le Sezioni Unite della Cassazione sono intervenute con la celebre sentenza n. 24418 del 2 dicembre 2010. Sulla questione, la Cassazione ha precisato che, per individuare il dies a quo della prescrizione, occorre distinguere le operazioni meramente ripristinatorie della provvista (composta dal saldo attivo e dal credito concesso dalla banca), per cui il cliente gode di una apertura di credito, dalle operazioni qualificabili come e veri propri pagamenti e comportanti, in quanto tali, uno spostamento patrimoniale in favore della banca (qui il versamento è un vero pagamento, con natura solutoria).
Secondo le Sezioni Unite, nella prima ipotesi il termine di prescrizione decorre dalla chiusura del conto in virtù del fatto che i precedenti addebiti non sono qualificabili come veri e propri pagamenti; nella seconda ipotesi, invece, ogni versamento determina un vero e proprio pagamento per cui determina il diritto del cliente di chiederne la ripetizione, ed il termine di prescrizione di tale diritto, quindi, inizia a decorrere subito.
A distanza di poche settimane da tale sentenza, il legislatore è intervenuto in materia con l’emanazione del decreto legge 29 dicembre 2010, n. 225 (convertito con legge 26 febbraio 2011, n. 10), mutando in modo radicale i termini della suddetta questione. Di particolare rilievo, rispetto a tale normativa, è l’art. 2, comma 61, in quanto ha stabilito che, per le operazioni bancarie in conto corrente, l’art.2935 è da intendersi nel senso che la prescrizione del diritto alla ripetizione inizia a decorrere dal momento in cui è avvenuta l’annotazione in conto. Nel medesimo comma, con disposizione di difficile interpretazione, è stato altresì stabilito che << in ogni caso non si fa luogo alla restituzione degli importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto>> . Tale norma è stata denominata norma “salvabanche” ed è stata denunciata per illegittimità costituzionale da diversi giudici di merito, dopo essere stata aspramente criticata in dottrina.
Questo significa l’estinzione della gran parte delle pretese, soprattutto in materia di anatocismo, poiché, in tale ambito, le controversie riguardano prevalentemente operazioni poste in essere negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, in relazione alla disciplina dell’epoca precedente.
Dunque, come in passato, anche in questo caso, è intervenuta la Corte Costituzionale, con sentenza del 5 aprile 2012, n. 78, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma sopra citata (art.2, comma 61, del decreto legge 225/2010), affermando che il principio di irretroattività della legge costituisce un valore fondamentale di civiltà giuridica e, pertanto, il legislatore può introdurre norme di interpretazione autentica, tali da incidere anche su situazioni preesistenti, solo nel momento in cui vi sia una situazione di incertezza del dato normativo o un contrasto giurisprudenziale non risolto, o la necessità di recuperare il significato aderente all’originaria volontà del legislatore. La disposizione in questione, tuttavia, era intervenuta sull’art. 2935 c.c. in assenza di una situazione di oggettiva incertezza del dato normativo, perché, in materia di decorrenza del termine di prescrizione relativo ad operazioni bancarie regolate in conto corrente, si era formato un orientamento maggioritario che aveva trovato riscontro in sede di legittimità ed aveva portato ad riconoscere nella chiusura del rapporto contrattuale o nel pagamento solutorio il dies a quo per il decorso del termine.
Da ciò consegue, secondo la Corte Costituzionale, la violazione dell’art. 3 della Costituzione, perché la norma censurata, facendo retroagire la disciplina in essa prevista, non rispettava i principi di uguaglianza e ragionevolezza.
Oltre alla violazione dell’art. 3 della Costituzione, la Corte ha rilevato anche la violazione dell’art. 117, comma 1, della Costituzione. Bisogna considerare che la Corte Costituzionale stessa, con le sentenze n. 348 e n. 349 del 2007, aveva affermato che le norme della CEDU integrassero come norme interposte il parametro costituzionale dell’art. 117, comma 1, nella parte in cui impone la conformazione delle norme interne ai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali, e che la Corte Europea dei Diritti Dell’Uomo aveva già affermato più volte che il principio di preminenza del diritto e di equità del processo ex art.6 CEDU ostavano, salvo “imperative ragioni di interesse generale”, all’eccessiva ingerenza del potere legislativo nell’amministrazione della giustizia. Dunque, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’ art. 2, comma 61, del decreto legge 225/2010 per violazione dell’art. 117, comma 1, della Costituzione in relazione all’art. 6 CEDU, non sussistendo alcuna ragione di “imperativo interesse generale” tale da giustificare la retroattività della norma in oggetto.
Esaminata tale sentenza, quindi, è possibile giungere a due considerazioni conclusive.
In primo luogo si può concludere che, ai fini dell’ individuazione del termine da cui decorre la prescrizione, si ripristinano i criteri già emersi nella precedente giurisprudenza, senza fare alcun riferimento alla norma dichiarata illegittima.
In secondo luogo, si può affermare che, con tale sentenza, non si sia in presenza di un semplice ripristino degli orientamenti precedenti, ma un vero e proprio rafforzamento dell’indirizzo maggioritario in base al quale la prescrizione decorre dalla chiusura del conto. Il diverso orientamento secondo cui la prescrizione decorre dai singoli addebiti, secondo la Corte Costituzionale, non può nemmeno essere considerato uno dei possibili significati dell’art.2935 c.c.

References: Cass. 
 art. 1283
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art.6
 art. 2