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Timestamp: 2018-03-22 03:53:26+00:00

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Cannabis coltivata sul terrazzo: niente reato
Lo sai che? Cannabis coltivata sul terrazzo: niente reato
Le piante di marijuana non rientrano nella produzione di sostanze stupefacenti: il principio attivo è insufficiente.
Vasi sistemati sul balcone di casa, la piantagione di cannabis è conclamata, almeno agli occhi dei più; ma per la Cassazione [1] scatta ugualmente l’assoluzione. Decisiva la valutazione dell’inoffensività della condotta. In sintesi, “non vi sarebbe alcuna lesione al bene giuridico tutelato dalla norma, ovvero la salute pubblica, per la irrilevanza del principio attivo contenuto nelle piante di cannabis”.
Per i Supremi giudici difatti, va tenuto conto della modestissima attività di coltivazione posta in essere sul balcone: la coltivazione domestica di cinque piantine collocate in alcuni vasi, da cui risultano estraibili 0,1048 grammi di sostanza stupefacente, non è sufficiente a far scattare il reato.
“Il fatto non sussiste”: è questo l’esito della sentenza.
Di diverso avviso una precedente sentenza sempre della Cassazione [2] secondo cui è punibile chi coltiva piante di marijuana, anche se per uso strettamente personale, a prescindere dalla quantità di principio attivo presente.
Riguardo alla distinzione tra i vari tipi di coltivazione, i giudici di legittimità in tale pronuncia hanno chiarito che integra una condotta penalmente rilevante ogni attività non autorizzata di coltivazione, anche se poste in essere in funzione di un uso soltanto personale.
Per quanto riguarda, invece, la specificità del fatto materiale di coltivazione – prosegue questa seconda sentenza -, non può aversi riguardo allo stadio accertato del processo produttivo, poiché la condotta vietata consiste nella sola idoneità della coltura a produrre la sostanza per il consumo.
Di conseguenza, non rileva la quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza dell’accertamento, ma la conformità delle piante al tipo botanico previsto e la loro attitudine a giungere a maturazione e a produrre la sostanza stupefacente.
[1] Cass. sent. n. 9156/2015.
[2] Cass. sent. n. 9885/14.
Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 11 dicembre 2014 – 2 marzo 2015, n. 9156
Presidente Brusco – Relatore D’Iso
S.L. ricorre per cassazione avverso la sentenza, indicata in epigrafe, della Corte d’appello di Brescia, che, in parziale.riforma, della sentenza di condanna del locale Tribunale il 27.03.2012, in ‘ordine al delitto di cui all’art. all’art. 73 d.P.R. 309/90 avente ad oggetto la coltivazione di piante di cannabis, ritenuta l’ipotesi di cui al V comma dello stesso articolo, ha concesso il beneficio della non menzione della condanna.
Si denuncia 1 con un unico motivo, violazione di legge e vizio di. motivazione laddove non è stata accolta la tesi difensiva dell’uso esclusivamente personale della droga, non essendo stato considerato, in diritto, che l’ipotesi di coltivazione per uso personale non costituisce reato; ciò, in quanto non vi sarebbe alcuna lesione al bene giuridico tutelato dalla norma, ovvero la salute pubblica per la irrilevanza del principio attivo contenuto nelle piante di cannabis sequestrate.
Ciò premesso, rispondendo alle censure svolte dal ricorrente, la stessa giurisprudenza di legittimità ha più volte precisato che “Ai fini della punibilità della coltivazione non autorizzata di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, spetta al giudice verificare in concreto l’offensività della condotta ovvero l’idoneità della sostanza ricavata a produrre un effetto drogante rilevabile” (Cass. Sez. U, Sentenza n. 28605 del 24/04/2008 Ud. (dep. 10/07/2008), Di Salvia, Rv. 239921; Cass. Conforme, Sez. U. 24 aprile 2008, Valletta; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 1222 del 28/10/2008 Ud. (dep. 14/01/2009) Nicoletti, Rv. 242371).
In tema di principio di offensività, va osservato che esso può essere riguardato da due punti di vista: come criterio guida per il legislatore e come ausilio per l’interprete nella valutazione della tipicità di una determinata condotta. L’aspetto che qui maggiormente interessa è il principio di “necessaria” offensività del reato, come criterio guida per l’interprete onde valutare la tipicità della condotta. Come è noto, si ha “tipicità” del fatto, quando questo corrisponde perfettamente alla fattispecie astratta prevista dalla norma incriminatrice. Secondo la più attenta dottrina e giurisprudenza, la mera aderenza dei fatto alla norma di per sè non integra il reato, essendo necessario anche che la condotta sia effettivamente lesiva del bene giuridico protetto dalla norma : non solo quindi “nullum crimen sine lege” ma anche “nullum crimen sine iniuria”.
Il principio di offensività deve ritenersi essere stato costituzionalizzatondi nostro ordinamento. A riprova di ciò vi sono gli artt. 25 e 27 Cost. che distinguono tra pene e misure di sicurezza, le prime dirette a colpire fatti offensivi, le seconde, la mera pericolosità del soggetto. Ancora, significativo in tale ottica è l’art. 13 Cost. che consente il sacrificio della libertà (connesso alla pena) solo in presenza della necessità di tutela di un concreto interesse. La necessaria offensività del reato si desume, inoltre, dalla disposizione di cui all’art. 49 c.p., comma 2 che prevede la non punibilità del reato impossibile. Tale norma, lungi dall’essere un inutile duplicato dell’art. 56 c.p. (laddove non prevede la punibilità del tentativo inidoneo), ha una sua propria autonomia sé:, interpretata nel senso di ritenere non punibili quelle condotte solo­apparentemente consumate e quindi aderenti al tipo, ma in realtà totalmente t deficitarie di lesività secondo una valutazione effettuata “ex post”. Dell’esistenza del detto principio vi è traccia sia nella giurisprudenza costituzionale che in quella ordinaria.
La Corte Costituzionale (Corte Cost.” 360 del 14/5/1995). ha precisato che diversa dal principio della offensività, come limite di rango costituzionale alla discrezionalità del legislatore penale ordinario, è la offensività specifica della singola condotta in concreto accertata. Ove questa sia assolutamente inidonea a porre a repentaglio il bene giuridico tutelato, viene meno la riconducibilità della fattispecie concreta a quella astratta, proprio perché la indispensabile connotazione di offensività in generale di quest’ultima implica di riflesso la necessità che anche in concreto la offensività sia ravvisabile almeno in grado minimo, nella singola condotta dell’agente, in difetto di ciò venendo la fattispecie a rifluire nella figura del reato impossibile (art. 49 cod. pen.).
Ciò detto e venendo al caso di specie, è da ritenere che il giudice di merito non abbia fatto buon governo dei principi illustrati, laddove ha riconosciuto-‘a fronte delle oggettive circostanze del fatto e della sia pure modesta attività,á coltivazione posta in essere (coltivazione domestica di cinque piantine invasate di dalle quali sono risultate estraibili, grammi 0,1048 di sostanza stupefacente di cui non è stato neanche indicato il principio attivo) denotano una condotta non certamente offensiva dei beni giuridici tutelati dalla norma incriminatrice.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 15 ottobre 2013 – 28 febbraio 2014, n. 9885
1. Per mezzo del comune difensore gli imputati F.V. e C.I. ricorrono per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Catania che ha confermato la decisione resa all’esito di giudizio ordinario dal Tribunale di Siracusa sezione di Avola, con la quale sono stati riconosciuti colpevoli di concorso nel reato di illecita coltivazione di dodici piante di marijuana e per l’effetto condannati, concessa la attenuante di cui all’art. 73 co. 5 L.S., alla pena sospesa di un anno e due mesi di reclusione ed Euro 5.000 di multa ciascuno. Condotta criminosa emersa a seguito di intervento domiciliare dei carabinieri di Avola, che il 22.5.2006 rinvengono e sequestrano sul terrazzo dell’appartamento occupato dai due imputati (e da essi soltanto) dodici piante di marijuana (cannabis indica) e materiale utilizzabile per l’innesto di nuove piante dello stesso tipo. Piante che le successive analisi di laboratorio confermeranno essere idonee a produrre marijuana, sostanza con efficacia drogante già presente in misura significativa nelle infiorescenze delle piante con percentuale di thc pari al 2%.
In particolare la Corte di Appello ha disatteso la tesi difensiva degli imputati, imperniata sui sequenziali profili della non punibilità della coltivazione funzionale ad un uso personale degli agenti e dell’inefficacia drogante (e, per ciò, della inoffensività della condotta) della sostanza ricavabile dalle piante sottoposte a sequestro.
Alla luce della congiunta lettura delle due conformi decisioni di merito, che si integrano vicendevolmente dando origine ad enunciati valutativi organici e inseparabili, il Tribunale e la Corte territoriale hanno evidenziato, per un verso, che – dopo la nota decisione delle Sezioni Unite della S.C. n. 28605 del 2008, rie. Di Salvia- la coltivazione abusiva di piante da cui siano estraibili sostanze stupefacenti è in ogni caso punibile anche quando il prodotto della coltivazione sia destinato all’uso personale dell’agente. Per altro verso i giudici di merito hanno rilevato la concreta offensività della concorrente condotta criminosa degli imputati, avuto riguardo agli esiti delle analisi indicanti la presenza del principio attivo della cannabis nelle piante sequestrate ai prevenuti.
2. Con ricorsi di omologo contenuto gli imputati denunciano erronea applicazione dell’art. 73 L.S. e mancanza e manifesta illogicità della motivazione in riferimento alla apprezzabilità penale dell’accertata coltivazione delle dodici piante di canapa indiana.
Muovendo dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 360/1995, che a loro avviso estenderebbe la non punibilità della detenzione di stupefacenti per uso personale alla coltivazione di piante idonee a fornire sostanze droganti, i ricorrenti lamentano l’omessa verifica della concreta offensività del fatto loro contestato, osservando come lo stesso concerna la coltivazione di poche piantine, dalle quali soltanto potenzialmente può ritenersi ricavabile un modesto e in pratica irrilevante principio attivo. In ogni caso un equilibrato criterio selettivo delle condotte punibili, in quanto corrispondenti al fatto reato tipizzato dall’art. 73 L.S. ma prive di offensività, è offerto dalla giurisprudenza di legittimità che distingue tra coltivazione in senso tecnico-agrario (considerata dagli artt. 26 e 28 L.S.), penalmente rilevante, e una piccola e insignificante coltivazione domestica (“autocoltivazione“) priva di reale offensività, specialmente quando – come nel caso di specie – neppure risulta esaurito il processo di coltivazione e dallo stesso non sia stata ancora ricavata alcuna sostanza realmente efficace e utilizzabile in chiave drogante.
Con il ricorso dell’imputata C. si censura altresì l’erronea applicazione degli artt. 110 e 40 co. 2 c.p., atteso che la Corte etnea non ha offerto appagante risposta al dedotto rilievo del difetto di prova del concorso criminoso della donna, non essendo a tal fine sufficiente la sua presenza al fianco del convivente, senza che sia individuato un suo concreto contributo causale all’illecita condotta di coltivazione delle piante di canapa riferibile al F. (“il solo [suo] comportamento omissivo, anche e soprattutto alla luce del vincolo affettivo, non costituisce segno univoco di partecipazione morale“).
3. Entrambi i ricorsi vanno rigettati per l’infondatezza dei motivi di doglianza rispettivamente prospettati.
3.1. L’assunto difensivo dell’imputata C. focalizzato su un suo contegno di mera connivenza non punibile rispetto alla condotta di coltivazione attuata e curata dal convivente coimputato F. non ha pregio.
La sentenza di primo grado, richiamata dalla impugnata decisione di appello, affronta la problematica, correttamente risolvendola in termini di pieno e consapevole concorso criminoso dell’imputata. La donna ha ammesso di essere a conoscenza della presenza delle piante sul terrazzo della sua abitazione (occupata soltanto da lei e dal coimputato) e la tesi di averne ignorato la reale natura è contraddetta in tutta evidenza, come rileva la sentenza del Tribunale, sia dalla particolare cura della coltivazione delle piante (“accudite con cura“) e dal ritrovamento di materiale e cose destinate ad “implementare” la stessa coltivazione, sia soprattutto dalla “tenace resistenza” opposta da entrambi gli imputati all’accesso dei carabinieri nel loro appartamento. Contegno tenuto anche dalla C. e non altrimenti giustificabile se non con la sua piena contezza del commesso reato e della sua partecipazione allo stesso, che non lascia spazio ad ipotesi di semplice passiva connivenza della donna. Come affermato da questa S.C., costituiscono affidabili indici di positivo contributo partecipativo all’altrui condotta criminosa anche contegni volti ad agevolare l’occultamento e la conservazione della droga, sottraendola ai controlli di p.g. (cfr.: Sez. 4, 22.1.2010 n. 4948, Porcheddu, rv. 246649; Sez. 6,18.2.2010 n. 14606, lemma, rv. 247127; Sez. 1,26.9.2012 n. 40248, P.G. in proc. Mazzotta, rv. 254735).
3.2. Destituiti di fondamento sono i rilievi, comuni ad entrambi i ricorrenti, sulla asserita irrilevanza penale della coltivazione di piante produttive di sostanze droganti per il personale uso degli imputati e – in subordine – dell’inoffensivita concreta dell’accertato fatto di coltivazione di dodici piante di canapa contestato ai due prevenuti.
Premesso – sul piano storico – processuale – che i giudici di merito hanno segnalato come sia il F. che la C. hanno sostenuto di non fare alcun uso di sostanze stupefacenti, la sentenza n. 360/1995 della Corte Costituzionale (manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale degli artt. 73 e 75 L.S. nella parte in cui prevedono l’illiceità penale della coltivazione di piante da cui siano estraibili sostanze stupefacenti univocamente destinate all’uso personale degli agenti) non ha, al contrario di quanto adducono i ricorrenti, configurato come non punibile la coltivazione di piante suscettibili di produrre sostanze stupefacenti destinate al consumo personale dei “coltivatori“, ma ha unicamente posto l’accento sulla pur sempre necessaria verifica, alla stregua di un giudizio di merito, della “offensività specifica della singola condotta in concreto accertata” e della sua effettiva idoneità a vulnerare il bene giuridico protetto (contrasto al consumo di droghe), in difetto della quale la condotta diviene priva della tipicità e non più riconducibile alla norma incriminatrice (Corte Cost.: “…nel caso della coltivazione manca il nesso di immediatezza con l’uso personale e ciò giustifica un possibile atteggiamento di maggior rigore, rientrando nella discrezionalità del legislatore anche la scelta di non agevolare comportamenti propedeutici all’approvvigionamento di sostanze stupefacenti per uso personale…la coltivazione è esterna all’area contigua al consumo e ciò già di per sé rende ragione sufficiente di una disciplina differenziata…“).
La decisione del giudice delle leggi è stata tenuta ben presente dalle Sezioni Unite di questa S.C. che con la menzionata decisione del 2008, richiamata da entrambe le sentenze di merito oggetto dei due ricorsi (S.U., 24.4.2008 n. 28605, Di Salvia, rv. 239920), ha sgombrato il campo dall’indirizzo giurisprudenziale valorizzato dai ricorrenti e basato sulla distinzione tra coltivazione tecnico-agraria e coltivazione domestica, definitivamente chiarendo che integra una condotta penalmente rilevante ogni attività non autorizzata di coltivazione di piante da cui siano estraibili sostanze stupefacenti, anche quando sia posta in essere in funzione di un uso soltanto personale del prodotto della coltivazione (così anche, ex plurimis: Sez. 6,13.10.2009 n. 49528, P.M. in proc. Lanzo, rv. 245648; Sez. 6, 9.12.2009 n. 49523, Cammarota, rv. 245661).
Chiarito quindi che, come affermano le Sezioni Unite, qualsiasi tipo di coltivazione è caratterizzato da un dato essenziale e distintivo rispetto alla fattispecie di detenzione di sostanze droganti, che è quello di contribuire ad accrescere in qualunque entità, pur se mirata a soddisfare esigenze di natura personale, la quantità di sostanza stupefacente esistente (“la coltivazione presenta la peculiarità di dar luogo ad un processo di produttivo astrattamente capace di autoalimentarsi attraverso la riproduzione dei vegetali”), l’attenzione nel caso dei due ricorrenti si sposta sulla verifica di offensività della condotta criminosa, proprio alla luce del dictum della Sezioni Unite sintonico con la ricordata decisione n. 360/1995 della Corte Costituzionale, sì che “l’offensività non ricorre soltanto se la sostanza ricavabile dalla coltivazione non è idonea a produrre un effetto stupefacente in concreto rilevabile” (cfr., ex multis: Sez. 6, 10.12.2012 n. 12616/13, Floriano, rv. 254891; Sez 6 2 5 2013 n. 22110, P.M. in proc. Capuano, rv. 255732). Ed in proposito conviene puntualizzare, come pure stabilito da recente decisione di questa S.C., che – in relazione alla specificità del fatto materiale di coltivazione – non può aversi riguardo allo stadio (iniziale, in corso, avanzato, esaurito) del processo produttivo accertato (ciò che equivarrebbe a dare ingresso ad un improprio criterio di punibilità differenziata), poiché l’offensività della condotta si radica nella sola idoneità della coltivazione a produrre la sostanza per il consumo. Con l’ovvia conseguenza che non rileva la quantità di principio attivo ricavabile nella immediatezza dell’accertamento, ma la conformità delle piante al tipo botanico previsto e la loro attitudine (anche per modalità e cura di coltivazione) a giungere a maturazione e a produrre la sostanza stupefacente utilizzabile per il consumo (Sez. 6,15.3.2013 n. 22459, Cangemi, rv. 255732).
Ora nel caso per cui è ricorso non è revocabile in dubbio che la ridetta idoneità produttiva di sostanza drogante sia stata concretamente verificata nel giudizio di merito in base alle analisi effettuate nelle indagini preliminari. Sicché, a fronte della conclamata presenza del principio attivo (thc) nelle infiorescenze delle dodici piante in sequestro non hanno pregio le critiche dei ricorrenti in riferimento al non elevato coefficiente (2/o) di tale principio attivo riferibile allo stadio produttivo coevo all’accertata condotta di abusiva coltivazione dei due ricorrenti.

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 Cass. 
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 Cass. Sez. 
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