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Timestamp: 2017-11-22 20:13:09+00:00

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﻿ CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 02 novembre 2017, n. 26091 - Licenziamento disciplinare - Prova dell'imputabilità del primo addebito - Inammissibilità - Onere processuale - Ragionata e diversa soluzione della controversia rispetto a quella adottata dal giudice di merito - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 02 novembre 2017, n. 26091 – Licenziamento disciplinare – Prova dell’imputabilità del primo addebito – Inammissibilità – Onere processuale – Ragionata e diversa soluzione della controversia rispetto a quella adottata dal giudice di merito
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 02 novembre 2017, n. 26091
Licenziamento disciplinare – Prova dell’imputabilità del primo addebito – Inammissibilità – Onere processuale – Ragionata e diversa soluzione della controversia rispetto a quella adottata dal giudice di merito
1. La Corte di appello di Roma, con sentenza n. 3562/15, riformando la pronuncia di primo grado, in parziale accoglimento del gravame proposto da B.R.S. s.r.l., ha dichiarato la legittimità del licenziamento disciplinare intimato dalla società appellante a G.I., cui era stato addebitato di non avere trasmesso i dati di gioco al centro di controllo del Ministero delle Finanze nel periodo 26 luglio 2010-8 agosto 2010 e di essersi appropriata di mance destinate a tutti i dipendenti, nonché della somma di € 20,00 facente parte di un premio dovuto ad un cliente.
– d’altro canto, anche la declaratoria relativa al livello 1°, in cui la G. era inquadrata, implica l’assunzione di funzioni di direzione esecutiva di carattere generale o di un settore organizzativo di notevole rilevanza dell’azienda;
– le giustificazioni addotte dalla G. erano inadeguate e inidonee ad escludere l’inadempimento contestato, poiché: a) la mancata tempestiva trasmissione dei dati aveva interessato un lungo ed ininterrotto periodo di tempo, iniziato ben prima la giornata dell’assenza della ricorrente (3 agosto 2010) e protrattosi per un cospicuo numero di giorni successivamente; b) la responsabile di sala ben poteva e doveva verificare il corretto invio dei dati di ciascuna giornata; c) il fatto che fossero in corso lavori sulle linee telefoniche dove indurre la capo-sala ad una maggiore attenzione e diligenza in ordine al controllo dell’avvenuta trasmissione giornaliera dei dati e non la esimeva da responsabilità.
– in ogni caso, la violazione del divieto di cui all’art. 4 legge n. 300/70 costituiva eccezione formulata in termini del tutto generici, dovendo considerarsi ammissibile l’effettuazione di controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore (cosiddetti controlli difensivi); in particolare, l’installazione di telecamere all’interno di una Sala Bingo ha evidentemente la funzione di tutelare beni estranei rapporto di lavoro ed anche nel caso in esame il potere di controllo fu attuato ex post dal datore di lavoro, quando dalle dichiarazioni inviate da altri lavoratori erano emersi elementi di fatto tali da raccomandare l’avvio di un’indagine retrospettiva sulla condotta la G..
6. Per la cassazione di tale sentenza ricorre G.I. si con quattro motivi. Resiste con controricorso B.R.S..
1. Preliminarmente, va disattesa l’eccezione di inesistenza della notifica del ricorso, sollevata dalla parte controricorrente, per essere la notifica stata effettuata presso il domiciliatari di appello e non presso il domiciliatario eletto ex art. 330 c.p.c. all’atto della notifica della sentenza impugnata.
3. Il primo motivo di ricorso, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 434 c.p.c., nel testo introdotto dall’art. 54, comma 1, lett. c) bis del d.l. n. 83/2012, conv. in L. n. 134/2012, in relazione all’art. 360 n. 4 c.p.c., censura la sentenza per avere respinto l’eccezione di genericità dell’appello, sollevata in sede di memoria di costituzione in fase di gravame. Si deduce che l’atto di appello della società B.R.S. era limitato ad una generica censura dei valutazione dei fatti risultanti dall’intervenuta istruzione probatoria, priva dell’individuazione puntuale dei passaggi della sentenza appellata e della soluzione alternativa che si proponeva con l’impugnazione medesima.
6. Con il quarto motivo si denuncia violazione falsa applicazione dell’art. 4 L. n. 300/70, nonché dell’art. 431 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 4 c.p.c. per avere la sentenza valorizzato deposizioni testimoniali rese in secondo grado dalla teste A., aventi ad oggetto fatti non percepiti in via diretta, ma appresi in occasione della visione di registrazioni audiovisive da telecamere installate sul posto di lavoro. Il Giudice di appello avrebbe dovuto ritenere l’illiceità di tali riprese e quindi la loro inutilizzabilità in giudizio.
7. Il primo motivo è inammissibile. Premesso che i requisiti di contenuto della “motivazione” dell’appello, richiesti dall’art. 434 c.p.c. (nella formulazione, applicabile “ratione temporis”, introdotta dal d.l. n. 83 del 2012, conv. dalla I. n. 134 del 2012), pongono a carico dell’appellante un preciso ed articolato onere processuale, compendiabile nella necessità che l’atto di gravame, per sottrarsi alla sanzione di inammissibilità, offra una ragionata e diversa soluzione della controversia rispetto a quella adottata dal primo giudice (Cass. n. 1772 del 2016, n. 2143 del 2015; v. pure Cass. n. 10916 del 2017), va rilevato che dalla sintesi dei motivi di appello contenuta nella sentenza impugnata (pagg. 3 e 4) risulta un’articolazione di censure, il cui difetto di specificità rispetto alla pronuncia di primo grado avrebbe dovuto essere censurata in modo puntuale dall’odierna ricorrente mediante la trascrizione del contenuto della pronuncia di primo grado, non potendosi valutare il grado di specificità del motivo se non attraverso il suddetto confronto. Il ricorso è del tutto generico al riguardo e viola il canone di cui all’art. 366 nn. 3 e 4 c.p.c..
9. Il terzo motivo è inammissibile. La Corte di appello ha riferito che la produzione fu tempestiva. A fronte di tale affermazione, la contestazione di tardività è del tutto generica, priva di qualsiasi riferimento alla sequenza processuale e ai momenti dell’introduzione in giudizio delle relative allegazioni e produzioni e viola il canone di cui all’art. 366 nn. 3 e 4 c.p.c.
12. Sussistono i presupposti processuali (nella specie, il rigetto del ricorso) per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dall’art. 13. comma 1 quater, del d.P.R. 30 maggio, introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (legge di stabilità 2013).
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.500,00 per compensi professionali e in Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n.115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso articolo 13.

References: Sentenza 
 Sentenza 
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 art. 330
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 Cass. 
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 articolo 13