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Corte di Cassazione, Sezioni Unite civile. Sentenza 18 novembre 2010, n - PDF
Corte di Cassazione, Sezioni Unite civile. Sentenza 18 novembre 2010, n
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1 Corte di Cassazione, Sezioni Unite civile Sentenza 18 novembre 2010, n Integrale Avvocato - Utilizzo di pubblicità comparativa per il proprio studio - Sanzionabilità - Sussiste REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. VITTORIA Paolo - Primo Presidente f.f. Dott. PROTO Vincenzo - Presidente sezione Dott. D'ALONZO Michele - Presidente sezione Dott. GOLDONI Umberto - Consigliere Dott. SALME' Giuseppe - Consigliere Dott. SEGRETO Antonio - Consigliere Dott. TOFFOLI Saverio - rel. Consigliere Dott. MAZZACANE Vincenzo - Consigliere Dott. TRAVAGLINO Giacomo - Consigliere ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso proposto da: LEX24 - Gruppo 24 ORE Pagina 1 / 8
2 PA. FR., elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO TRIESTE 150, presso lo studio dell'avvocato ARMANDOLA ROBERTO, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati PRINCIPI EMANUELE, JACOPO PENSA, per delega a margine del ricorso; - ricorrente - contro CONSIGLIO DELL'ORDINE DEGLI AVVOCATI DI BRESCIA, in persona del Presidente pro-tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BOEZIO, 14, presso lo studio degli avvocati SCOGNAMIGLIO GIULIANA, LIBERTINI MARIO, che lo rappresentano e difendono, per delega a margine del controricorso; - controricorrente - e contro CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE, PROCURATORE GENERALE PRESSO LA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE; - intimati - sul ricorso proposto da: CO. CR. MA., elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO TRIESTE 150, presso lo studio degli avvocati MARZANO RENATA, ARMANDOLA ROBERTO, rappresentato e difeso dall'avvocato PANTANO PASQUALE, per delega in calce al ricorso; - ricorrente - contro CONSIGLIO DELL'ORDINE DEGLI AVVOCATI DI BRESCIA, in persona del Presidente pro-tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BOEZIO 14, presso lo studio degli avvocati SCOGNAMIGLIO GIULIANA, LIBERTINI MARIO, che lo rappresentano e difendono unitamente all'avvocato VACCARELLA ROMANO, per delega a margine del controricorso; - controricorrente - e contro CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE, PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE; - intimati - avverso la decisione n. 183/2009 del CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE, depositata il 21/12/2009; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/10/2010 dal Consigliere Dott. ANTONIO SEGRETO; uditi gli avvocati Emanuele PRINCIPI, Roberto ARMANDOLA, Jacopo PENSA, Romano VACCARELLA, Pasquale PANTANO, Mario LIBERTINI; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CENICCOLA RAFFAELE, che ha concluso per il rigetto del ricorso Pa., accoglimento del primo motivo, assorbiti gli altri motivi del ricorso Ca.. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO L'avv. La.Ad. trasmetteva al Consiglio dell'ordine degli Avvocati di Milano (OMESSO) articoli di giornali nei quali si riferiva dell'iniziativa degli avvocati Co.Cr. e Pa. Fr., che avevano aperto uno studio legale in (OMESSO) "simile a qualsiasi attivita' commerciale" sotto la insegna LEX24 - Gruppo 24 ORE Pagina 2 / 8
3 "(OMESSO). ovvero (OMESSO)". Il Consiglio dell'ordine di Milano trasmetteva gli atti per competenza a quello di Brescia, poiche' l'avv. Pa. era consigliere dell'ordine di Milano. Il Consiglio dell'ordine di Brescia iniziava procedimento disciplinare nei confronti dei due avvocati per avere gli stessi, al fine di acquisire rapporti di clientela, posto in essere una condotta non conforme a correttezza e decoro, consistita nell'avere aperto in (OMESSO), sotto la suggestiva insegna "(OMESSO)", un ufficio direttamente affacciato sulla pubblica via, alla cui porta di ingresso era applicata una scritta a caratteri vistosi, recante l'indicazione "Prima consulenza gratuita". Il Consiglio, esclusa ogni responsabilita' per l'uso di ambienti diversi da quelli tradizionali, riteneva l'illecito disciplinare nell'uso dell'acronimo (OMESSO), suggestivo come invito a fermarsi, nonche' per l'utilizzo dello slogan "assistenza per tutti" e per quello "prima consulenza gratuita"; quindi irrogava la sanzione della censura. Il Consiglio Nazionale Forense, adito dagli avv.ti Co. Cr. e Pa.Fr., con decisione del , rigettava i ricorsi. Riteneva il CNF che gli slogans usati, avevano solo funzione di pubblicita' suggestiva ed emozionale e non informativa dei possibili clienti, finalizzata a realizzare un vantaggio competitivo dei due incolpati nell'acquisizione della clientela e non informativa della professionalita' e dei settori di esercizio dello studio legale, per cui sussisteva la lesione del decoro e della dignita' della professione. Avverso questa decisione hanno proposto separati ricorsi per Cassazione gli incolpati. Resiste con separati controricorsi il Consiglio dell'ordine degli Avvocati di Brescia. Tutte le parti hanno presentato memorie. MOTIVI DELLA DECISIONE 1. Preliminarmente vanno riuniti i ricorsi. Va, quindi, esaminato il ricorso proposto dall'avv. Co. Cr. Ma.. Questi con il primo motivo di ricorso lamenta la violazione dell'articolo 38 Legge prof., e, quindi, l'incompetenza territoriale del Consiglio dell'ordine degli avvocati di Brescia (eccezione tempestivamente proposta), assumendo che erroneamente la decisione impugnata abbia ritenuto sussistente tale competenza per effetto della connessione del procedimento a carico del Co. con quello a carico della Pa., non operando tale figura nel procedimento disciplinare. A tal fine il ricorrente si riporta ad una decisione del 1996 del CNF, in contrasto con quella del 2001 richiamata nel provvedimento impugnato. 2. Il motivo e' fondato. Osserva preliminarmente questa Corte che nella giurisprudenza del Consiglio Nazionale Forense vi e' contrasto sull'applicabilita' della connessione da cumulo soggettivo (nell'ipotesi che si proceda contro due o piu' iscritti all'ordine) ai fini della determinazione della competenza territoriale. Secondo un orientamento piu' risalente, fatto proprio dal ricorrente, la competenza territoriale disciplinare e' determinata dal luogo dell'iscrizione dell'incolpato ovvero dal luogo in cui si sono verificati i fatti oggetto di incolpazione. Non sono invece applicabili ai procedimenti disciplinari ne' il principio della connessione oggettiva proprio del processo penale (perche' non richiamato dalla normativa disciplinare), ne' le regole sulla competenza per ragioni di connessione previste nel processo civile, in quanto ogni procedimento disciplinare deve ritenersi autonomo rispetto a quello contro altri incolpati (Cons. Naz. Forense , n. 151). Secondo altro orientamento, fatto proprio dalla decisione impugnata, la competenza territoriale disciplinare e' determinata dal luogo dell'iscrizione dell'incolpato, ovvero dal luogo in cui si sono verificati i fatti oggetto di incolpazione, secondo il principio della prevenzione, e la competenza e' attribuita al C.d.O. che per primo abbia dato inizio al procedimento. Tale competenza puo' essere derogata, in caso di connessione di illeciti disciplinari consumati da piu' iscritti, sulla base dei principi in tema di cumulo soggettivo fissati dal codice di procedura civile (Cons. Naz. Forense , n. 159) Osserva preliminarmente questa Corte (riportandosi ad un principio gia' espresso, per quanto risalente, di queste S.U. sent. 13/04/1981, n. 2176) che, data anche la natura amministrativa della fase procedimentale davanti al Consiglio dell'ordine Locale, nei procedimenti disciplinari a LEX24 - Gruppo 24 ORE Pagina 3 / 8
4 carico di avvocati e procuratori, si devono seguire, quanto alla procedura, le norme particolari che sono dettate dalla legge professionale per ogni singolo istituto ovvero, qualora manchino disposizioni specifiche si deve far ricorso alle norme del codice di procedura civile. Trovano applicazione le norme del codice di procedura penale invece, quando la legge professionale ne faccia espresso rinvio ovvero quando siano da applicare istituti, quali l'amnistia e l'indulto, che trovano la loro regolamentazione solo in detto codice Il R.D.L. n del 1933, articolo 38 statuisce, per quanto qui interessa, che: "Salvo quanto e' stabilito negli articoli 130, 131 e 132 c.p.p. e salve le disposizioni relative alla polizia delle udienze, gli avvocati ed i procuratori che si rendano colpevoli di abusi o mancanze nell'esercizio della loro professione o comunque di fatti non conformi alla dignita' e al decoro professionale sono sottoposti a procedimento disciplinare. La competenza a procedere disciplinarmente appartiene tanto al Consiglio dell'ordine che ha la custodia dell'albo in cui il professionista e' iscritto, quanto al Consiglio nella giurisdizione del quale e' avvenuto il fatto per cui si procede: ed e' determinata, volta per volta, dalla prevenzione. Il Consiglio dell'ordine che ha la custodia dell'albo nel quale il professionista e' iscritto e' tenuto a dare esecuzione alla deliberazione dell'altro Consiglio". Il D.Lgt.C.P.S. n. 597 del 1947, articolo 1 statuisce che "La competenza a procedere disciplinarmente in confronto dell'avvocato o del procuratore che e' componente del Consiglio dell'ordine, appartiene al Consiglio costituito nella sede della Corte d'appello. Se egli appartiene a quest'ultimo, e' giudicato dal Consiglio costituito nella sede della Corte d'appello piu' vicina" Ne consegue che la materia della competenza territoriale e' delineata completamente da disposizioni specifiche interne al procedimento disciplinare nei confronti degli avvocati. Pertanto non e' possibile procedere all'applicazione a questo procedimento di norme relative al processo civile, in tema di modifica della competenza per ragioni di connessione, ed a maggior ragione di norme del procedimento penale, in assenza di un qualunque rinvio operato dalle norme specifiche che trattano della competenza nel procedimento disciplinare contro un avvocato In ogni caso, a parte il suddetto principio dell'inapplicabilita' nel procedimento disciplinare delle deroghe alla competenza territoriale per ragioni di connessione, va rilevato che nella fattispecie l'unica ipotesi di connessione, che potrebbe essere operante tra quelle previste dagli articoli 31 e segg. c.p.c. e' quella di cui all'articolo 33 attinente al cumulo soggettivo. Sennonche' anche per la struttura interna alla stessa norma di cui all'articolo 33 c.p.c. sulla competenza in caso di cumulo soggettivo, non si sarebbe mai potuta affermare la competenza del Consiglio dell'ordine di Brescia anche in relazione al procedimento instaurato contro l'avv. Co.Cr. Ma., essendo tale competenza affermata nei confronti dell'avv. Pa., in quanto consigliere dell'ordine degli avvocati di Milano, e quindi a norma del D.Lgt.C.P.S. n. 597 del 1947, articolo 1. Infatti la modificazione della competenza per territorio, nel caso di cumulo soggettivo di cause connesse per l'oggetto o per il titolo, incide, per espressa previsione normativa (articolo 33 cod. proc. civ.), non suscettiva di interpretazione estensiva, soltanto sul foro generale delle persone fisiche o delle persone giuridiche (rispettivamente, articolo 18 c.p.c. e articolo 19 cod. proc. civ.), nel senso che consente l'attrazione soltanto a favore di uno dei suindicati fori generali e non anche a favore di altri fori, come i fori facoltativi operanti nei riguardi di una delle parti convenute (Cass. 11/01/2001, n. 313; Cass. 01/03/2007, n. 4862), ovvero, a maggior ragione, a favore di fori speciali operanti nei riguardi di una delle parti convenute, per ragioni soggettive (Cass. 13/07/2004, n ; Cass. 17/06/2004, n ) Nella fattispecie la competenza territoriale disciplinare del Consiglio di Brescia era individuata nei confronti di uno degli incolpati (avv. Pa. ), quale foro speciale dello stesso, perche' consigliere presso l'ordine di Milano, con la conseguenza che, gia' a norma dell'articolo 33 c.p.c. non si sarebbe potuta avere alcuna vis actractiva di questo foro speciale nei confronti di quelli propri dell'avv. Co. (dei quali peraltro solo quello relativo all'albo di iscrizione potrebbe ritenersi come foro generale, sia pure con interpretazione estensiva, tendenzialmente da evitare in sede di determinazione di competenza) Ovviamente, per le ragioni gia' esposte, neppure possono applicarsi i principi di cui all'articolo 12 c.p.p., lettera a) e articolo 16 c.p.p. in tema di competenza per connessione in materia penale "allorche' il reato per cui si procede e' stato commesso da piu' persone in concorso...". A parte il rilievo che, come gia' detto, la norma procedurale penale e' invocabile in siffatto procedimento disciplinare solo quando espressamente prevista e che nella fattispecie non lo e', va in ogni caso osservato che in siffatta ipotesi di connessione l'articolo 16 c.p.p., coordinato con l'articolo 8 c.p.p., statuisce che la competenza territoriale si appartiene al giudice del luogo ove si e' verificato l'evento. Sennonche' tanto coincide anche con uno dei due fori alternativi previsti dal R.D.L. n del 1933, articolo 38, per cui competente al procedimento disciplinare e', oltre al Consiglio dell'ordine di iscrizione del professionista, quello nella cui giurisdizione e' avvenuto il fatto. Al di fuori di tale ipotesi di determinazione della competenza per unicita' del fatto, non sono ravvisabili altre competenze e territoriali da LEX24 - Gruppo 24 ORE Pagina 4 / 8
5 connessione, fondate sulla vis actractiva di un foro speciale di un incolpato. Peraltro, l'eventuale accertamento in modo difforme del fatto storico non da luogo ad un contrasto pratico di giudicati, ma soltanto ad un contrasto logico.(cfr. Cass civ. n /2007) L'accoglimento del primo motivo di ricorso, comporta l'assorbimento degli altri motivi di censura mossi dall'avv. Co.. 4. Con l'unico motivo di ricorso l'avv. Pa. Fr. lamenta la nullita' della decisione per violazione e falsa applicazione del Decreto Legge n. 223 del 2006, articolo 2, conv. con Legge n. 248 del 2006 (cd. legge Bersani). Nullita' della decisione per violazione e falsa applicazione del D.D.L. n del 1933, articolo 38, comma, con riferimento al codice deontologico forense conseguente controllo di ragionevolezza in sede di legittimita' della concreta individuazione delle condotte costituenti illecito disciplinare. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo per il giudizio (concreta antigiuridicita' della condotta ascritta). Assume la ricorrente che con la L n. 248 del 2006, articolo 2 sono state abrogate le disposizioni legislative e regolamentari che disponevano divieti, anche parziali, di pubblicita' informativa relativa ad attivita' libero-professionale; che l'articolo 17, modificato a seguito di questa norme, del codice deontologico forense prevede che l'avvocato puo' dare informazioni sulla propria attivita' professionale, che l'articolo 17 bis cod. deontologico statuisce le modalita' dell'informazione; che l'articolo 19 vieta l'acquisizione di clientela con modi non conformi a correttezza ed al decoro. Lamenta la ricorrente che la censura sia stata irrogata su tre circostanze: a) l'utilizzo dell'acronimo (OMESSO); b) l'utilizzo dello slogan "(OMESSO)"; c) l'utilizzo dello slogan "prima consulenza gratuita". Ritiene la ricorrente che nel valutare tali comportamenti la decisione impugnata e' caduta in evidente errore interpretativo e sistematico, in quanto l'acronimo non compariva mai da solo, essendo accompagnato dalla scritta "(OMESSO)", per cui non rappresentava uno slogan suggestivo contrario alla dignita' ed al decoro professionale. Secondo la ricorrente ne' il nome dello studio ((OMESSO)) ne' l'indicazione "prima consulenza gratuita" possono essere considerati mezzi illeciti per un'attivita' accaparratoria di clientela Il motivo e' infondato. L'esame di tale motivo rende necessaria l'esposizione di alcuni principi regolatori della responsabilita' disciplinare degli esercenti la professione forense e del controllo delle Sezioni Unite sulla motivazione delle decisioni rese dal Consiglio Nazionale Forense in tale materia. Vi e' da premettere che, come affermato dalla costante giurisprudenza della Sezioni Unite (ex multis 16/11/2004, n ) il R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, articolo 38, il quale prevede che siano sottoposti a procedimento disciplinare gli avvocati "che si rendano colpevoli di abusi o di mancanze nell'esercizio della loro professione o comunque di fatti non conformi alla dignita' e al decoro professionale", non contiene una specifica tipizzazione di ipotesi d'illecito. La ragione di tale scelta di formulazione normativa, al pari di quanto avviene per altre categorie, viene generalmente ravvisata nel fine di evitare che violazioni dei doveri anche gravi possano sfuggire alla sanzione disciplinare. Pertanto, per un'esatta ricostruzione del controllo di legittimita' sull'interpretazione ed applicazione di tale norma, occorre prendere le mosse dalla premessa che la stessa descrive fattispecie d'illecito disciplinare, non mediante un catalogo di ipotesi tipiche, ma mediante clausole generali o concetti giuridici indeterminati. Cio' comporta anzitutto che tale norma non si presta ad una definitiva ed esaustiva individuazione di ipotesi tipiche sul piano astratto, sia pure da parte dell'organo deputato alla sussunzione del fatto nella norma generale. Il che, sotto il profilo attuativo, significa che il perimetro di tale norma generale, preposta alla tutela del decoro e della dignita' professionale, non e' esaurito dalle fattispecie tipiche lesive che possano rivenirsi nel codice deontologico professionale L'applicazione di norme di tale specie puo' dar luogo a valutazioni che - pur rimanendo distinte dal campo della discrezionalita', intesa come ponderazione comparativa d'interessi - finiscono con l'attribuire all'organo decidente un margine di apprezzamento non controllabile in cassazione. Il sindacato del giudice di legittimita' sull'applicazione di un concetto giuridico indeterminato deve essere, quindi, rispettoso dei limiti che il legislatore gli ha posto, utilizzando una simile tecnica di formulazione normativa, che attribuisce al giudice del merito uno spazio di libera valutazione ed apprezzamento. Il controllo della Corte di Cassazione sulla corretta interpretazione ed applicazione del citato articolo 38 non puo' prescindere dal fatto che detta norma contiene, per la definizione delle condotte sanzionabili, concetti giuridici indeterminati. LEX24 - Gruppo 24 ORE Pagina 5 / 8
6 5.3. Non fornendo la norma, per sua intrinseca natura, elementi tassativi per la definizione delle condotte disciplinarmente illecite, il sindacato di legittimita' deve tener conto del fatto che la categoria normativa impiegata finisce con l'attribuire agli organi disciplinari forensi un compito di individuazione delle condotte sanzionabili, nel quale non puo' ammettersi una sostituzione da parte dal giudice di legittimita', consistente nella riformulazione o ridefinizione di tali condotte. Il dibattito sul controllo di legittimita' dell'applicazione di concetti giuridici indeterminati effettuata dal giudice di merito non e' certo recente, ne' esclusivo della tradizione giuridica italiana, ma risale ad oltre un secolo e mezzo fa. Limitando l'esame all'esperienza applicativa della Corte, e' certo che, almeno nella sua teorica enunciazione, quando il giudice del merito e' chiamato ad applicare concetti giuridici indeterminati, il compito del controllo di legittimita' puo' essere soltanto quello di verificare la ragionevolezza della sussunzione del fatto. La Corte non puo', pertanto, sostituirsi al giudice di merito nell'attivita' di riempimento dei concetti indeterminati contenuti nel citato articolo 38. Tale e' la linea che si ricava dalla costante giurisprudenza della Corte e, in particolare, dalle pronunce delle Sezioni Unite in tema di sindacato di legittimita' sulle decisioni del Consiglio Nazionale Forense. Pertanto, anche nell'individuazione di condotte costituenti illecito disciplinare degli esercenti la professione forense, essendo le stesse definite dalla legge mediante una clausola generale, il controllo di legittimita' sull'applicazione di tale norma non consente alla Corte di Cassazione di sostituirsi agli organi forensi nell'enunciazione di ipotesi d'illecito, se non nei limiti di una valutazione di ragionevolezza (Cass. S.U , n. 1414) Cio' che va posto in risalto e' che in questa attivita' di individuazione dell'ipotesi concreta di illecito disciplinare, quale modo di porsi della norma generale per il caso concreto, l'organo professionale (prima ancora di effettuare una valutazione dei fatti storici) concretizza la norma al caso specifico, individuando un precetto per esso. Il precetto della norma generale di cui al D.D.L. n del 1933, articolo 38, e': "non commettere fatti non conformi al decoro ed alla dignita' professionale". Da tale precetto generale, il Consiglio dell'ordine e' giunto alla tipizzazione di un precetto per il caso specifico, sia pure - come ogni precetto - ancora in astratto: "non effettuare alcuna forma di pubblicita' con slogans evocativi e suggestivi, privi di contenuto informativo professionale, e quindi lesivi del decoro ed alla dignita' professionale". Ne consegue che in questa fase la ragionevolezza cui deve attenersi l'organo professionale disciplinare non e' quella relativa alla motivazione sulla ricostruzione dei fatti (che e' un momento successivo ed attiene all'accertamento degli avvenimenti fattuali), ma quella relativa alla "concretizzazione" della norma generale nella fattispecie in esame, come ipotesi di illecito disciplinare ascritto all'incolpato. Per l'effetto l'attivita' di sindacato della Corte di legittimita' sulla ragionevolezza in questo tipo di attivita' dell'organo disciplinare, quale risulta dal provvedimento impugnato, non attiene ad un giudizio di congruita' logica della motivazione adottata, a norma dell'articolo 360 c.p.c., n. 5. Non si versa in ipotesi di dubbio sulla ragionevolezza della motivazione sulla ricostruzione fattuale. Qui la ragionevolezza attiene all'individuazione del precetto formulato per l'ipotesi specifica considerata, come concretizzazione del piu' ampio precetto della norma generale (nella fattispecie l'articolo 38, L.F.). Il sindacato sulla ragionevolezza e' quindi non relativo alla motivazione del fatto storico, ma alla sussunzione dell'ipotesi specifica (sia pure in questa fase ancora in astratto) nella norma generale, quale sua concretizzazione. Il sindacato da parte della Corte di legittimita' sulla ragionevolezza di tale concretizzazione della norma generale e' quindi un sindacato su vizio di violazione di norma di diritto ex articolo 360 c.p.c., n. 3, ben lontano da quello di cui all'articolo 360 c.p.c., n Il secondo aspetto concerne i limiti del sindacato sulla motivazione propri dello speciale giudizio di legittimita' previsto in materia disciplinare per gli esercenti la professione forense. Si deve premettere che le decisioni del Consiglio Nazionale Forense sono impugnabili soltanto per i motivi previsti dal R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, articolo 56, comma 3, e Regio Decreto 22 gennaio 1934, n. 37, articolo 68, comma 1, (incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge). LEX24 - Gruppo 24 ORE Pagina 6 / 8
7 Fino all'entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 40 del 2006, articolo 2, secondo quanto previsto dall'articolo 27, stesso Decreto Legge, doveva, quindi, escludersi un sindacato della Corte di Cassazione secondo il canone di cui all'articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, e cioe' esteso alla sufficienza della motivazione, limitandosi il controllo di legittimita' ai casi in cui il vizio si traduca in violazione di legge (articolo 111 Cost.) 6.2. Per effetto della sostituzione dell'articolo 360 c.p.c., disposta dal Decreto Legislativo n. 40 del 2006, articolo 2, a norma dell'articolo 360 c.p.c., u.c., la decisione del CNF, essendo impugnabile per violazione di legge, lo puo' essere anche per vizio di motivazione a norma dell'articolo 360 c.p.c., n. 5. Va solo ribadito, in generale e secondo il costante orientamento, che il vizio di omessa od insufficiente motivazione, denunciabile con ricorso per Cassazione ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 5, sussiste solo quando nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile una obiettiva deficienza del criterio logico che lo ha condotto alla formazione del proprio convincimento, mentre il vizio di contraddittoria motivazione presuppone che le ragioni poste a fondamento della decisione risultino sostanzialmente contrastanti in guisa da elidersi a vicenda e da non consentire l'individuazione della "ratio decidendi", e cioe' l'identificazione del procedimento logico - giuridico posto a base della decisione adottata. Questi vizi non possono consistere nella difformita' dell'apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte. 7. Nella fattispecie non sussistono le lamentate violazioni di legge. E' vero infatti, che il Decreto Legge n. 223 del 2006, articolo 2, conv. con Legge n. 248 del 2006, ha abrogato le disposizioni legislative che prevedevano, per le attivita' libero-professionali, divieti anche parziali di svolgere pubblicita' informativa. Sennonche' diversa questione dal diritto a poter fare pubblicita' informativa della propria attivita' professionale e' quella che le modalita' ed il contenuto di tale pubblicita' non possono ledere la dignita' e al decoro professionale, in quanto i fatti lesivi di tali valori integrano l'illecito disciplinare di cui al R.D.L. n del 1933, articolo 38, comma 1 Lo stesso articolo 17 del regolamento deontologico forense dispone che sussiste la liberta' di informazione da parte dell'avvocato sulla propria attivita' professionale, ma che tale informazione, quanto alla forma ed alle modalita' deve "rispettare la dignita' ed il decoro della professione" e non deve assumere i connotati della "pubblicita' ingannevole, elogiativa, comparativa". L'articolo 17 bis del cod. deontologico stabilisce le modalita' specifiche dell'informazione e l'articolo 19 fa divieto di acquisizione della clientela con "modi non conformi alla correttezza e al decoro". Ne consegue che sotto il profilo delle lamentate violazioni di legge, esse non sussistono poiche' non e' illegittimo per l'organo professionale procedente individuare una forma di illecito disciplinare (non certamente nella pubblicita' in se' perfettamente legittima nel suo aspetto informativo ma) nelle modalita' e nel contenuto della pubblicita' stessa, in quanto lesivi del decoro e della dignita' della professione, e non nell'attivita' di acquisizione di clientela in se', ma negli strumenti usati, allorche' essi siano non conformi alla correttezza ed al decoro professionale. Non vi e', quindi, nel caso in esame irragionevolezza nel precetto deontologico individuato dall'organo professionale, quale fattispecie sanzionabile in sede disciplinare. 8. Quanto al preteso vizio motivazionale, lo stesso non sussiste negli stretti limiti in cui esso puo' essere fatto valere in questa sede di sindacato di legittimita', come sopra detto. La sentenza impugnata ha infatti ritenuto che (OMESSO) (sia pure puntato)fosse un messaggio non di informazione, ma di suggestione, poiche' induce a ritenere, in modo emotivo ed irriflessivo, che valga la pena di visitare quello che appare uno studio legale aperto ed accessibile senza le formalita' tipiche dello stereotipo legale; che la locuzione "prima consulenza gratuita" era un'informazione equivoca perche' non chiariva se era effettivamente una consulenza organica e completa o un inquadramento generico del problema, come colloquio di orientamento, per prassi gratuito; che lo stesso ricorso agli "slogans" era poco idoneo all'informazione, risultando evidente lo scopo di attrarre e stabilire un contatto, cosi' acquisendo un vantaggio competitivo sugli altri professionisti, con macroscopia di tali scritte rispetto a quelle descrittive. La decisione impugnata riteneva quindi che la scorrettezza del messaggio competitivo stava nel fatto che i messaggi non rendevano pubbliche le effettive caratteristiche dei servizi offerti e della personalita' professionale dell'offerente, ma miravano a persuadere il possibile cliente con un motto privo di contenuto informativo, e pieno di capacita' emozionale evocativa, eccedente l'ambito informativo completo, concreto e razionale. Trattasi di una valutazione degli elementi fattuali, la quale non e' ne' apparente, ne' insufficiente ne' contraddittoria, e pertanto non e' censurabile da questa Corte che non puo' sostituire il proprio apprezzamento nella rilevanza dei fatti rispetto alle incolpazioni, appartenendo cio' all'esclusiva competenza degli organi disciplinari forensi (Cass. S.U. 18 ottobre 1994, n febbraio 1998, n. 1342; 6 aprile 2001, n. 150). LEX24 - Gruppo 24 ORE Pagina 7 / 8
8 9. Pertanto va accolto il primo motivo di ricorso proposto dall'avv. Co.Cr., assorbiti i restanti. Va cassata l'impugnata sentenza e dichiarata la competenza territoriale del Consiglio dell'ordine di Milano. Va, invece, rigettato il ricorso dell'avv. Pa. Fr.. Vanno compensate tra le parti le spese di questo giudizio di cassazione, per l'esistenza di giusti motivi. Essi sono costituiti, quanto al ricorso del Co., per il contrasto esistente tra le decisioni del CNF, in tema di deroga della competenza per connessione, e, quanto al ricorso della Pa., per la mancanza di precedenti arresti giurisprudenziali in tema di pubblicita' da parte di studi legali che potessero costituire un precedente orientativo, in presenza della novita' normativa sia a livello legislativo che di codice deontologico. P.Q.M. Riunisce i ricorsi. Accoglie il primo motivo di ricorso proposto dall'avv. Co.Cr., assorbiti i restanti. Cassa l'impugnata sentenza e dichiara la competenza territoriale del Consiglio dell'ordine di Milano. Rigetta il ricorso dell'avv. Pa.Fr.. Compensa tra le parti le spese di questo giudizio di cassazione. LEX24 - Gruppo 24 ORE Pagina 8 / 8
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 articolo 2
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 articolo 38
 articolo 17
 sentenza 
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 CASS.