Source: http://www.womenpriests.org/it/church/interlet.asp
Timestamp: 2019-11-21 11:46:59+00:00

Document:
Declarazione della Congregazione per la Fede sulla questione dell'ammissione di donne al ministero sacerdotale
numerazione dei paragrafi par John Wijngaards
§ 1. Tra i fenomeni che caratterizzano la nostra epoca il Sommo Pontefice Giovanni XXIII di v. m. indicava, nell’Enciclica Pacem in Terris dell’ll aprile 1963, l’ingresso della donna nella vita pubblica: piùù accentuatamente, forse, nei popoli di civiltà cristiana; più lenta- mente, ma sempre su larga scala, tra le genti di altre tradizioni o civiltà.(1) Nel medesimo senso il Concilio Vaticano 2, enumerando nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes le forme di discrimina- zione relative ai diritti fondamentali della persona, le quali debbono essere superate ed eliminate come contrarie al disegno di Dio, indica in primo luogo quella che fondata sul sesso.(2) L’eguaglianza che risulter deve condurre alla costruzione di un mondo non giàà livellato ed uniforme, ma armonioso ed unificato, se gli uomini e le donne vi apportano le ricchezze e i dinamismi loro propri, come precisava recentemente Sua Santit Paolo VI.(3)
§ 2. Nella vita stessa della Chiesa - la storia ce lo dimostra - vi sono state donne, che hanno esercitato un ruolo decisivo e svolto compiti di valore considerevole. Basta pensare alle Fondatrici delle grandi Famiglie religiose, come santa Chiara d’Assisi e santa Teresa d’Avila. Quest’ultima, d’altra parte, e santa Caterina da Siena hanno lasciato scritti cosìì ricchi di dottrina spirituale, che il Papa Paolo VI le ha annoverate tra i Dottori della Chiesa. Ne si potrebbero di- menticare le innumerevoli donne che si sono consacrate al Signore per la pratica delle opere di carit o per la causa delle Missioni, come pure quelle spose cristiane che hanno esercitato un influsso profondo sulle loro famiglie e, in particolare, hanno trasmesso ai loro figli la fede.
§ 3. Il nostro tempo, tuttavia, presenta esigenze maggiori: Poich ai nostri giorni le donne prendono parte sempre più attiva in tutta la vita sociale, di grande importanza una loro più larga partecipazio- ne anche nei vari campi dell’apostolato della Chiesa .(4) Questa con- segna del Concilio Vaticano II ha già determinato un movimento di evoluzione, che tuttora in corso: si tratta, beninteso, di esperienze diverse che hanno bisogno di maturare. Ma - come sottolineava ancora S. S. Paolo VI (5) - sono già molto numerose le comunit cristiane, che beneficiano dell’impegno apostolico delle donne. Alcu- ne di queste donne sono chiamate a prender parte alle istanze di ri- flessione pastorale, sia a livello delle diocesi che su scala parrocchiale; la Sede Apostolica ha ammesso delle donne a far parte di alcuni suoi Organismi di lavoro.
§ 4. Ora, da un certo numero di anni, diverse Comunit cristiane, sorte dalla Riforma del xvi secolo o in epoca successiva, hanno am- messo le donne all’ufficio di pastore, allo stesso titolo degli uomini; la loro iniziativa ha provocato, da parte dei mmbri di tali Comuni- t o di gruppi simili, richieste e scritti tendenti a generalizzare que- sta ammissione, come anche, del resto, reazioni in senso contrario. Ci costituisce, dunque, un problema ecumenico, sul quale la Chiesa cattolica deve far conoscere il proprio pensiero, tanto più che in di- versi settori dell’opinione pubblica ci si domandato se, a sua volta, essa non dovrebbe modificare la propria disciplina ed ammettere le donne all’ordinazione sacerdotale. Alcuni teologi cattolici hanno ad- dirittura posto pubblicamente questo problema e hanno provocato ricerche non solo nell’ambito dell’esegesi, della patristica, della storia della Chiesa, ma anche nel campo della storia delle istituzioni e dei costumi, della sociologia, della psicologia; i diversi argomenti, capaci di portare un chiarimento in questo importante problema, sono stati sottoposti ad un esame critico. Trattandosi di una discussione sulla quale la teologia classica non s’ molto attardata, l’attuale modo d’argomentare rischia di trascurare elementi essenziali.
§ 5. Per questi motivi, in esecuzione di un mandato ricevuto dal Santo Padre e facendo eco alla dichiarazione che Egli stesso ha fat- to nella sua Lettera del 30 novembre 1975,(6) la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede ritiene di dover richiamare che la Chiesa, per fedelt all’esempio del suo Signore, non si considera autorizzata ad ammettere le donne all’ordinazione sacerdotale, e crede opportu- no, nelle presenti circostanze, di spiegare questa posizione della Chiesa, che sar forse risentita dolorosamente, ma il cui valore posi- tivo apparir con l’andar del tempo, in quanto potrebbe aiutare ad approfondire la missione rispettiva dell’uomo e della donna.
I. IL FATTO DELLA TRADIZIONE
§ 6. La Chiesa cattolica non ha mai ritenuto che le donne potessero ricevere validamente l’Ordinazione presbiterale o episcopale. Alcune sette eretiche dei primi secoli, soprattutto gnostiche, vollero affidare esercizio del ministero sacerdotale a delle donne: tale innovazione fu subito rilevata e biasimata dai Padri, i quali la giudicarono come inaccettabile nella Chiesa.(7) pur vero che nei loro scritti si pu rintracciare l’innegabile influsso di pregiudizi sfavorevoli alla donna, i quali tuttavia - occorre sottolinearlo - ebbero ben poca incidenza sulla loro azione pastorale e, meno ancora, sulla loro direzione spirituale.
§ 7. Ma al di la di queste considerazioni, suggerite dallo spirito dei tempi, si trova espresso, soprattutto nei documenti cano- ni della tradizione antiochena ed egiziana, questo motivo essenziale che la Chiesa, chiamando unicamente uomini all’Ordine sacro e al ministero propriamente sacerdotale, intende restare fedele al tipo di ministero ordinato, voluto dal Signore Ges Cristo e scrupolosamente conservato dagli Apostoli.(8) La medesima convinzione anima la teologia medioevale,(9) anche se i maestri della Scolastica, nel tentativo di chiarire con la ragione i dati detta fede, presentano sovente su questo punto argomentazioni, che il pensiero moderno difficilmente potrebbe ammettere, o che addirittura rifiuterebbe a buon diritto. Da allora e fino afla nostra epoca, si pu dire che la questione non sa più stata sollevata, giac- ch la prassi benefici di un possesso pacifico e universale.
§ 8. La tradizione della Chiesa in materia stata, dunque, talmente stabile nel corso dei secoli, che il Magistero non avvert il bisogno di intervenire per affermare un principio che non incontrava oppo- sizione, o per difendere una legge che non era contestata. Ogni vol- ta, per, che questa tradizione aveva occasione di manifestarsi, essa attestava la volont della Chiesa di conformarsi al modello che il Signore le aveva lasciato. La stessa tradizione stata fedelmente salvaguardata dalle Chiese d’Oriente. La loro unanimit su questo punto appare tanto maggior- mente degna di nota, quando si tenga conto che, circa molte altre questioni, la loro disciplina ammette una grande diversit. Ed anche ai giorni nostri queste stesse Chiese rifiutano di associarsi alle richieste, miranti ad ottenere l’accesso delle donne all’Ordinazione Sacerdotale.
II. L’ATTEGGIAMENTO DI GESÙ
§ 9. Gesù Cristo non ha chiamato alcuna donna a far parte dei Do- dici. Se egli ha fatto così, non stato per conformarsi alle usanze del suo tempo, poich l’atteggiamento, da lui assunto nei confronti delle donne, contrasta singolarmente con quello del suo ambiente e segna una rottura voluta e coraggiosa.
§ 10. così che egli, con grande stupore dei suoi stessi discepoli, conversa pubblicamente con la Sa- maritana (cf Gv 4,27); non tiene alcun conto dello stato di impurit legale dell’emorroissa (cf Mt 9,20-22); lascia che una peccatrice lo avvicini presso Simone, il fariseo (cf Le 7,37ss.); e, perdonando la donna adultera, si preoccupa di mostrare che non si deve essere più severi verso la colpa di una donna, che verso quella degli uomini (cf Gv 8,11). Egli non esita a prendere le distanze rispetto alla leg- ge di Mos, per affermare l’eguaglianza dei diritti e dei doveri del- l’uomo e della donna di fronte al vincolo del matrimonio (cf Me 10,2-11; Mt 19,3-9).
§ 11. Nel suo ministero itinerante Ges non si fa accompagnare sol- tanto dai Dodici, ma anche da un gruppo di donne: Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assiste- vano con i loro beni (Le 8,2-3). In contrasto con la mentalit giudaica che non accordava grande valore alla testimonianza delle donne, come dimostra il diritto ebrai- co, sono tuttavia delle donne che hanno avuto, per prime, il privile- gio di vedere il Cristo risorto, ed ancora ad esse che Ges affida l’incarico di recare il primo messaggio pasquale agli stessi Undici (cf Mt 28,7-10; Lc 24,9-10; Gv 20,11-18), per prepararli a divenire i te- stimoni ufficiali della Risurrezione.
§ 12. Siffatte constatazioni, vero, non forniscono un’evidenza imme- diata. Ma ci non pu far meraviglia, poich i problemi sollevati dalla Parola di Dio superano l’evidenza. Per cogliere il senso ultimo della missione di Ges, come anche quello della Scrittura, non pu bastare l’esegesi puramente storica dei testi. Si deve, per, ricono- scere che vi qui un insieme di indizi convergenti, i quali sottoli- neano il fatto importante che Ges non ha affidato alle donne l’in- carico dei Dodici.(10) La stessa Madre, così strettamente associata al mistero dei suo divin Figlio, ed il cui incomparabile ruolo sottoli- neato dai Vangeli di Luca e di Giovanni, non stata investita del ministero apostolico, il che indurr i Padri a presentarla come esem- pio della volont di Cristo in questo campo: Bench la beata Ver- gine Maria superasse in dignit ed eccellenza tutti gli Apostoli - ripeter ancora agli inizi del xin secolo papa Innocenze III - tuttavia non a lei, ma a costoro che il Signore affid le chiavi del | Regno dei Cieli ."(11)
III. LA PRASSI DEGLI APOSTOLI
§ 13. La comunit apostolica rimasta fedele all’atteggiamento di Ge- s. Nella piccola cerchia di coloro che si riuniscono nel Cenacolo dopo l’Ascensione, Maria occupa un posto privilegiato (cf At 1,14). Eppure, non lei che viene designata per entrare nel Collegio dei Dodici, al momento dell’elezione che porter alla scelta di Mattia: coloro che sono presentati sono due discepoli, dei quali i Vangeli non fanno neppure menzione.
§ 14. Nel giorno di Pentecoste lo Spirito Santo discese su tutti, uomi- ni e donne (cf Al 2,1; 1,14), e tuttavia l’annuncio dell’adempimento delle profezie in Ges fu prodamato da Pietro e gli Undici {At 2, 14).
§ 15. Allora costoro e Paolo uscirono dai confini del mondo giudaico predicazione del Vangelo e la vita cristiana nella civilt greco- romana li indussero a rompere, talvolta dolorosamente, con le prati- che mosaiche. Essi avrebbero, dunque, potuto pensare, se su questo punto non fossero stati persuasi del loro dovere di fedelt al Signore, di conferire l’ordinazione alle donne. Nel mondo ellenistico parecchi culti di divinit pagane erano affidati a sacerdotesse. I Greci, infatti, non condividevano le concezioni dei Giudei: bench alcuni filosofi abbiano professato l’inferiorit della donna, gli storici sottoli- neano, tuttavia, l’esistenza di un certo movimento per la promozione femminile durante il periodo imperiale. Di fatto, constatiamo dal li- bro degli Atti degli Apostoli e dalle Lettere di San Paolo che alcune donne collaborano con l’Apostolo per il Vangelo (cf Rm 16,3-12; Fil 4,3); egli ne enumera i nomi con compiacimento nelle formule finali di saluto delle sue Lettere. Talune esercitano spesso un influsso di non lieve importanza sulle conversioni: Priscilla, Lidia ed altre; Pri- scilla soprattutto, la quale si assunta l’impegno di completare la formazione di Apollo (cf At 18,26); Febe che a servizio della Chiesa di Cenere (cf Rm 16,1). Tutti questi fatti manifestano nella Chiesa apostolica una notevole evoluzione nei confronti dei costumi del giudaismo. Ciononostante, non stata, in nessun momento, po- sta la questione di conferire l’Ordinazione a queste donne.
§ 16. Nelle Lettere paoline autorevoli esegeti hanno notato una differenza tra due formule, usate dall’Apostolo: egli scrive indistintamente miei collaboratori (Rm 16,3; Ftl 4,2-3) a proposito degli uomini e delle donne, che in un modo o nell’altro l’aiutano nel suo apostolato; ma ri- serva il titolo di cooperatori di Dio (1 Cor 3,9; cf 1 Ts 3,2) ad Apollo, a Timoteo e a se stesso, Paolo, così designati perch sono di- rettamente consacrati al ministero apostolico, alla predicazione della Pa- rola di Dio. Nonostante il loro ruolo così importante al momento della Resurrezione, la collaborazione delle donne non giunge, per San Paolo, fino all’esercizio dell’annuncio ufficiale e pubblico del messaggio, che re- sta nella linea esclusiva della missione apostolica.
IV. VALORE PERMANENTE DELL’ATTEGGIAMENTO DI GESÙ E DEGLI APOSTOLI
§ 17. Da un tale atteggiamento di Gesù e degli Apostoli, considerato co- me normativo da tutta la tradizione fino ai nostri giorni, potrebbe oggi la Chiesa allontanarsi? In favore di una risposta affermativa a questa domanda, sono stati portati diversi argomenti, che vale la pena esaminare.
§ 18. Si è veduto, in particolare, che la presa di posizione di Ges e degli Apostoli si spiegherebbe mediante l’influsso del loro ambiente e del lo- ro tempo. Se Ges - dicono - non ha conferito alle donne, e neppure a sua Madre, un ministero che le assimila ai Dodici, perch le circostanze storiche non glielo permettevano. Nessuno, tuttavia, ha mai provato - ed , senza dubbio, impossibile provarlo - che questo at- teggiamento si ispiri solamente a motivi socio-culturali. L’esame dei Vangeli - come abbiamo visto - indica, al contrario, che Ges ha rotto con i pregiudizi del suo tempo, contravvenendo largamente alle discriminazioni praticate nei confronti delle donne. Non si pu, dun- que, sostenere che, non chiamando le donne ad entrare nel gruppo apostolico, Ges si sia semplicemente lasciato guidare da ragioni di op- portunit. A più forte ragione, questo condizionamento socio-culturale non avrebbe trattenuto gli Apostoli nell’ambiente greco, dove queste di- scriminazioni non esistevano.
§ 19. Si ricava parimenti un’obbiezione dal carattere caduco, che si crede di riconoscere oggi ad alcune prescrizioni di San Paolo, riguardanti le donne, e dalle difficolt che, a questo proposito, certi aspetti della sua dottrina sollevano. Ma bisogna notare che queste disposizioni, probabilmente ispirate agli usi del tempo, non riguardano se non pratiche disciplinari di scarsa importanza, come l’obbligo fatto alle donne di portare il velo sul capo (cf 1 Cor 11,2-16); tali esigenze non hanno più valore normativo. Nondimeno, il divieto fatto da Paolo alle donne di parlare nell’assemblea (cf 1 Cor 14,34-35; 2 Tm 2,12) di natura differente. E gli esegeti ne precisano il senso così: l’Apostolo non s’oppone per nulla al diritto, che riconosce peraltro alle donne, di profetizzare nell’assemblea (cf 1 Cor 11,5); la proibizione riguarda unicamente la funzione ufficiale d’insegnare nell’assemblea cristiana. Una tale prescrizione, per San Paolo, legata al piano divino della creazione (cf 1 Cor 11,7; Gn 2,18-24); difficilmente vi si potrebbe vedere l’espressione di un dato culturale. Non bisogna dimenticare, del resto, che noi dobbiamo a San Paolo uno dei testi più vigorosi del Nuovo Testamento sull’eguaglianza fondamentale dell’uomo e della donna, come figli di Dio nel Cristo (cf Gai 3,28). Non c’ ragione, perci, di accusarlo di pregiudizi ostili alle donne, quando si constata la fiducia che egli loro esprime e la collaborazione che chiede loro nel suo apostolato.
§ 20. Ma oltre a queste obbiezioni, tratte dalla storia dei tempi apostolici, coloro che sostengono la legittimit di una evoluzione in materia traggo- no argomento dalla pratica della Chiesa nella disciplina dei Sacramenti. Si potuto rilevare, soprattutto nella nostra epoca, come la Chiesa ha coscienza di possedere sui Sacramenti, ancorch istituiti dal Cristo, un certo potere. Essa ne us nel corso dei secoli per precisarne il segno e le condizioni per amministrarli; le recenti decisioni dei Pontefici Pio XII e Paolo VI ne sono la prova.(12) Nondimeno occorre sottolineare che questo potere, che reale, resta limitato. Come ricordava Pio XII, la Chiesa non ha alcun potere sulla sostanza dei Sacramenti, vale a dire su tutto ci che il Cristo Signore, secondo la testimonianza delle fonti della Rivelazione, ha voluto che si mantenga nel segno sacramenta- le ."(13) Questo era stato già l’insegnamento del Concilio di Trento, che aveva dichiarato: Nella Chiesa sempre esistito questo potere, che cio nell’amministrazione dei Sacramenti, mantenendo inalterata la loro sostanza, essa possa stabilire o modificare tutto ci che giudica più conveniente all’utilit di quelli che li ricevono o al rispetto verso gli stessi Sacramenti, secondo il variare delle circostanze, dei tempi e dei luoghi .(14)
§ 21. D’altra parte, non bisogna dimenticare che i segni sacramentali non sono convenzionali; e anche se vero che sono, sotto certi aspetti, dei segni naturali perch rispondono al simbolismo profondo dei gesti e delle cose, essi sono più di questo: sono destinati principalmente a coinvolgere l’uomo di ciascuna epoca con l’Evento supremo della storia della salvezza, a fargli comprendere, mediante tutta la ricchezza della pedagogia e del simbolismo della Bibbia, quale grazia essi significhino e prducano. così, il Sacramento dell’Eucaristia non soltanto un convi- to fraterno, ma , ad un tempo, il memoriale che rende presente ed at- tualizza il sacrificio del Cristo e la sua offerta mediante la Chiesa; il sa- cerdozio ministeriale non un semplice servizio di carattere pastorale, ma garantisce la continuit delle funzioni affidate dal Cristo ai Dodici, e dei poteri relativi ad esse.L’adattamento alle civilt ed alle epoche,dunque,non pu abolire,nei punti essenziali,il riferimento sacramenta le agli avvenimenti costitutivi del cristianesimo e al Cristo medesimo.
§ 22. In ultima analisi, la Chiesa che, per la voce del suo Magistero, as- sicura, in questi vari campi, il discernanento tra ci che pu cambiare e ci che deve restare immutabile. Quando essa ritiene di non poter accettare certi cambiamenti, perch sa di essere legata al modo d’agi- re di Cristo; il suo atteggiamento, nonostante le apparenze, non allora quello dell’arcaismo, bens quello della fedelt: essa non si pu vera- mente comprendere se non a questa sotto luce. La Chiesa si pronuncia, in virt della promessa del Signore e della presenza dello Spirito Santo, al fine di proclamare meglio il mistero di Cristo, di salvaguardarne e di manifestame la ricchezza nella sua integrit.
§ 23. Questa pratica della Chiesa riveste, dunque, un carattere normativo: nel fatto di non conferire l’Ordinazione sacerdotale se non ad uomini implicita una tradizione continua nel tempo, universale in Oriente e in Occidente, ben attenta nel reprimere tempestivamente gli abusi. Una tale norma, che si appoggia sull’esempio del Cristo, seguita perch viene considerata conforme al disegno di Dio per l sua Chiesa.
V. IL SACERDOZIO MINISTERIALE ALLA LUCE DEL MISTERO DI CRISTO
§ 24. Dopo aver ricordato la norma della Chiesa ed i suoi fondamenti, utile ed opportuno chiarire questa regola, indicando la profonda conve- nienza che la riflessione teologica scopre tra la natura propria del sacra- mento dell’Ordine, nel suo riferimento specifico al mistero di Cristo, ed’ il fatto che soltanto gli uomini sono stati chiamati a ricevere l’Ordina- zione sacerdotale. Non si tratta già di apportarvi un’argomentazione di- mostrativa, ma di chiarire questa dottrina mediante l’analogia della fede.
§ 25. L’insegnamento costante della Chiesa, rinnovato e precisato dal Concilio Vaticano II, richiamato ancora dal Sinodo dei Vescovi nel 1971 e da questa Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede nella sua Dichiarazione del 24 giugno 1973, proclama che il Vescovo o il Presbitero, nell’esercizio del rispettivo ministero, non agisce a suo pro- prio nome, in persona propria: egli rappresenta il Cristo, il quale agisce per mezzo di lui: Il Sacerdote compie realmente le veci di Cristo - come scriveva già nel secolo III San Cipriano.(15) proprio questo valore di rappresentativit del Cristo che San Paolo considerava come caratte- ristico della sua funzione apostolica (cf 1 Cor ‘5,20; Gal 4,14). esso rag- giunge la più alta espressione ed una forma del tutto particolare nella celebrazione dell’Eucaristia, la quale la sorgente e il centro dell’unit della Chiesa, convito sacrificale in cui il Popolo di Dio associato al sacrificio di Cristo: il sacerdote che, solo, ha il potere di compierlo, agi- sce in questo caso non soltanto per la virt che gli conferita da Cri- sto, ma in persona Christi,(16) cio sostenendo la parte di Cristo, al punto di essere la stessa sua immagine, allorch pronuncia le parole della con- sacrazione.(17)
§ 26. Il sacerdozio cristiano , dunque, di natura sacramentale: il sacerdo- te un segno, la cui efficacia soprannaturale proviene dall’Ordinazione ricevuta, ma un segno che deve essere percettibile(18) e che i fedeli devo- no poter riconoscere facilmente.
§ 27. L’economia sacramentale fondata, in effetti, su segni naturali, su simboli che sono inscritti nella psicologia umana: I segni sacramentali - dice San Tommaso - rappresentano ci che significano per una naturale rassomiglianza .(19) Ora, questo criterio d rassomiglianza vale, come per le cose, così per le persone: allorch occorre esprimere sacramentalmente il molo del Cristo nell’Eucaristia, non si avrebbe questa “ naturale rassomiglianza ”, che deve esistere tra il Cristo e il suo ministro, se il molo del Cristo non fosse tenuto da un uomo: in caso contano, si vedrebbe difficilmente in chi ministro l’immagine di Cristo. In effetti, il Cristo stesso fu e resta un uomo.
§ 28. Certamente, di tutta l’umanit, tanto delle donne quanto degli uomini, che il Cristo primogenito: l’unit che egli ha ristabilito dopo il peccato tale che non c’ più n giudeo n greco, n schiavo n libero, non c’ più uomo e donna; tutti, infatti, sono uno solo in Cristo Ges (cf Gai 3,28). Tuttavia, l’incarnazione del Verbo avvenuta secondo il sesso maschile: , si, una questione di fatto, ma un tal fatto, lungi dall’implicare una presunta superiorit naturale dell’uomo sulla donna, inseparabile dall’economia della salvezza. In realt, esso in armonia col disegno di Dio nel suo insieme, così come Egli stesso l’ha rivelato ed il cui centro il mistero dell’Alleanza.
§ 29. Infatti, la salvezza offerta da Dio agli uomini, l’unione cui sono chiamati con Lui, in una parola l’Alleanza, riveste fin dall’Antico Testamento, presso i Profeti, la forma privilegiata di un mistero nuziale: il popolo eletto diventa agli occhi di Dio una sposa ardentemente amata. Di questa intimit d’ amore sia la tradizione giudaica che quella cristiana hanno scoperto la profondit, leggendo e rileggendo il Cantico dei Cantici lo Sposo divino rester fedele anche quando la Sposa tradir il suo amore, quando Israele sar infedele a Dio (cf Os 1-3; (Ger 2). Venuta “ la pienezza dei tempi ” (GaI 4,4), il Verbo, Figlio di Dio, assume la carne per inaugurare e sigillare la nuova ed eterna Alleanza nel suo sangue, che sar versato per la moltitudine in remissione dei pecca-ti: la sua morte raduner i figli di Dio che erano dispersi; dal suo fianco trafitto nascer la Chiesa, come Eva nata da quello di Adamo.
§ 30. Allora si realizza pienamente e definitivamente il mistero nuziale, annunziato e cantato nell’Antico Testamento: il Cristo lo Sposo; la Chiesa la sua sposa, che egli ama poich se l’ acquistata col suo sangue e l’ha resa gloriosa, santa ed immacolata, e dalla quale ormai inseparabile. Questo tema nuziale, che si precisa a partire dalle Lettere di San Paolo (cf 2 Cor 11,2; EI 522-33) fino agli scritti giovannei (soprattutto (Gv 3, 29; Ap 19,7 e 9), presente pure nei Vangeli sinottici: finch lo sposo con loro, i suoi amici non devono digiunare (cf Mc 2,19); il Regno dei cieli simile a un re che fece le nozze per suo figlio (6 Mt 22,1-14). attraverso questo linguaggio della Scrittura, tutto intessuto di simboli e tale da esprimere e raggiungere l’uomo e la donna nella loro profonda identit, che ci rivelato il mistero di Dio e di Cristo, mistero che di per s insondabile.
§ 31. per questo che non si deve mai trascurare questo fatto che Cristo un uomo. Pertanto, a meno che non si voglia misconoscere l’importanza di questo simbolismo per l’economia della Rivelazione, bisogna ammettere che, nelle azioni che esigono il carattere dell’Ordinazione ed in cui rappresentato il Cristo stesso, autore dell’Alleanza, sposo e capo della Chiesa, nell’esercizio del suo ministero di salvezza - e ci si verifica nella forma più alta nel caso dell’Eucaristia -, il suo ruolo deve essere sostenuto ( questo il senso originario della parola persona) da un uomo: il che a questi non deriva da alcuna superiorit personale nell’ordine dei valori, ma soltanto da una diversit di fatto sul piano delle funzioni e del servizio.
§ 32. Si potrebbe dire che, essendo Cristo al presente nella condizione celeste, sarebbe ormai indifferente che egli sia rappresentato da un uomo o da una donna, poich “ nella resurrezione non si prende n moglie n marito” (cf Mt 22,30)? Ma questo testo non significa che la distinzione dell’uomo e della donna, in quanto determina l’identit propria della persona, sia soppressa nella glorificazione; ci che vale per noi, vale anche per il Cristo. Infatti, appena necessario ricordare che negli esseri umani la differenza sessuale ha un influsso rilevante, più profondo che non, ad esempio, le differenze etniche: queste non raggiungono la persona umana tanto intimamente quanto la differenza dei sessi, direttamente ordinata sia alla comunione delle persone che alla generazione degli uomini. Nella Rivelazione biblica essa l’effetto di una volont primordiale di Dio: “ Uomo e donna egli li cre ” (Gen 1,27).
§ 33. Tuttavia - si potra ancora osservare - il sacerdote, soprattutto quando presiede le azioni liturgiche e sacramentali, rappresenta egualmente la Chiesa: egli agisce a suo nome, con “l’intenzione di fare ci che essa fa ”. In tal senso, i teologi del Medioevo dicevano che il ministro agisce anche in persona Ecclesiae, cio a nome di tutta la Chiesa e per rappresentarla. E di fatto, checch ne sia della partecipazione dei fedeli ad una azione liturgica, proprio a nome di tutta la Chiesa che tale azione celebrata dal sacerdote: questi prega a nome di tutti; nella Messa offre il sacrificio di tutta la Chiesa: nella nuova Pasqua la Chiesa che immola il Cristo, sotto segni visibili, per il ministero dei sacerdoti"(20) così, dal momento che il sacerdote rappresenta anche la Chiesa, non si potrebbe pensare che tale rappresentanza possa essere assicurata da una donna, secondo il simbolismo già esposto? vero che il sacerdote rappresenta la Chiesa, che il corpo di Cristo. Ma se lo fa, precisamente perch, innanzitutto, egli rappresenta il Cristo stesso, il quale il Capo e il Pastore della Chiesa: formula questa usata dal Concilio Vaticano II(21) che precisa e completa l’espressione in persona Christi. con tale qualifica che il sacerdote presiede l’assemblea cristiana e celebra il Sacrificio eucaristico, “ che la Chiesa tutta intera offre ed in cui essa si offre tutta intera ”(22)
§ 34. Se si d valore a queste riflessioni, si comprender meglio come sia ben fondata la prassi della Chiesa, e si concluder che le controversie, suscitate ai nostri giorni circa l’ordinazione della donna, costituiscono per tutti i cristiani un pressante invito ad approfondire il senso dell’Episcopato e del Presbiterato, a riscoprire la specifica posizione del sacerdote nella comunit dei battezzati, della quale egli certo fa parte, ma dalla quale si distingue poich, nelle azioni che esigono il carattere dell’Ordinazione, egli per essa - con tutta l’efficacia che comporta il sacramento - l’immagine, il simbolo cli Cristo stesso che chiama, perdona, compie il sacrificio dell’Alleanza.
2. Conc. ecum. vat. II, Costit. Past. Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n 2: AAS 58 (1966), pp. 1048-1049.
3. Paolo PP. VI, Allocuzione ai mmbri della Commissione di studio sulla funzione della Donna nella Società e nella Chiesa e ai membri del Comitato per l’Anno internazionale della Donna, 18 aprile 1975: AAS 67 (1975), p. 265.
4. Conc. ecum. vat. II, Decr. Apostolicam Actuositatem, 18 novembre 1965, n 9 AAS 58 (1966), p. 846.
5. Cf paolo PP. VI, Allocuzione ai mmbri della Commissione di studio sulla funzione della Donna nella Societ e nella Chiesa e ai mmbri del Comitato per l’Anno internazionale della Donna , 18 aprile 1975: AAS 67 (1975), p. 266.
6. Cf AAS 68 (1976), pp. 599-600; cf ibid.. pp. 600-601.
7. S. Ireneo, Adversus haereses I, 13, 2: PG 7, 580-581; ed. harvey, I, 114- 122;tertulliano, De praescnpt. haeretic. 41, 5: CCL 1, p. 221; firmiliano di Cesarea in S. cipriano, Epist., 75: CSEL 3, pp. 817-818; origene, fragmenta in 1 Cor 74, in Joumal of theological studies 10 (1909), pp, 41-42; S. Epifanio, Panarion 49 2-3; 78, 23; 79, 2-4: t. 2, GCS 31, pp. 243-244; t. 3, GCS 37, pp. 473, 477-479.
8. Didascalia Apostolorum, c. 15, ed. R. H. Connolly, pp. 133 e 142; Constitutiones Apostolicae, lib. 3, C. 6, nn. 1-2; C. 9, nn. 3-4, ed. F. X. Funk, pp. 191, 201; S.Giovanni Crisostomo, De sacerdoti 2, 2: PG 48, 633.
9. S. Bonaventura, In IV Sent., Dist. 25, art. 2, q. 1: ed. Quaracchi, t. 4, p.649: Riccardo di middletown, In IV Sent., Dist. 25, art. 4, n. 1, ed. Venezia,1499,f 177*; giovanni duns scoto, In IV Sent., Dist. 25: Opus Oxoniense, ed. Vi- ves t.19, p. 140; Reportata Parisiensia t. 24, pp. 369-371; durando di saint- Pourcain, In IV Sent., Dist. 25, q. 2, ed. Venezia, 1571, f. 364".
10. ‘ Si anche voluto spiegare questo fatto con un’intenzione simbolica di Ges: i Dodici dovevano rappresentare i capostipiti delle dodici trib d’Israele (cf Mt 19,28; Lc 23,33) . Ma non si tratta, in questi testi, che della loro partecipazione al giudizio escatologico. I senso essenziale della scelta dei Dodici da cercare, piuttosto, nella totalit della loro missione (cf Mc 3,14): essi devono rappresentare Gesù presso il popolo e continuare la sua opera.
11. Innocenzo PP. III, Epist. (11 dicembre 1210) ai Vescovi di Palenda e Burgos ,inserit nel Corpus luris, Decret. lib. 5, tit. 38, De Poemi., e. 10 Nova: ed. A.Friberg, t. 2, col. 886-887; cf Glossa in Decretal, lib. 1, Ut. 33, e. 12 Dilecta, v.Iurisdictionis; cf S. Tommaso, Summa theol., pars III, q. 27, a. 5 ad 3; pseudo-Alberto Magno, Mariale, quaest. 42, ed. borgnet 37, 81.
12. “ Pio PP. XII, Costit. Apost. Sacramentum Ordinis, 30 novembre 1947: AAS 40 (1948) pp. 5-7; Paolo PP. VI, Costit. Apost. Divinae Consortium Naturae, 15 agosto 1971: AAS 63 (1971), pp. 657-664; Costit. Apost. Sacram Unctionem, 30 novembre 1972: AAS 65 (1973), pp. 5-9.
13. Pio PP. XII, Costit. Apost. Sacramentum Ordinis: loc. cit., p. 5.
14. Sessione 21, cap. 2: Denzinger-schönmetzer, Enchiridum symbolorum, n. 1728. note
15. S. Cipriano, Epist. 63, 14: PL 4, 397 B; ed. hartel, t. 3, p. 713.
16. Conc. ecum. vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 4 dicembre 1963, n. 33: “ . . . del sacerdote, che presiede l’assemblea nella persona di Cristo... ”; Cost. dogm. Lumen Gentium, 21 novembre 1964, n. 10: “Il sacerdote ministeriale, con la potest sacra di cui investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo” 28. “In virtù del sacramento dell’Ordi ne, ad immagine di Cristo, sommo ed eterno Sacerdote, ... esercitano soprattutto il loro sacro ministero nel culto eucaristico o sinassi, in cui agendo in persona di Cristo ...”;Decr. Presbyterorum Ordinis, 7 dicembre 1965, n. 2: “I Presbiteri, in virt dell’unzione dello Spirito Santo, sono segnati da uno speciale carattere e in tal modo sono configurati a Cristo Sacerdote sicch sono in grado di agire in persona di Cristo Capo” , n. 13: “Nella loro qualità di ministri delle cose sacre, e soprattutto nel Sacrificio della Messa, i Presbiteri agiscono in modo speciale in persona di Cristo ... ”, - cf sinodo dei vescovi 1971, De sacerdotio ministeriali, I, n. 4; - S. congregazione per la dottrina della fede Declaratio circa catholicam doctrinam de Ecclesia, 24 giugno 1973, n. 6. “
17. S. tommaso, Summa theol., pars III, quaest. 83, art. 1, ad 3m: “Bisogna dire [come la celebrazione di questo Sacramento immagine rappresentativa della Croce di lui: ibid. ad 21], così per la stessa ragione il sacerdote reca in s l’immagine di Cristo , in persona ed in virt del quale egli pronuncia le parole per consacrare . ”
18. “Dal momento che il sacramento un segno, nelle operazioni che per lo stesso sacra mento si compiono si richiede non solo la “res”, ma anche la significazione della ‘res’, ricorda San Tommaso precisamente per respingere l’ordinazione delle donne in IV Sent., dist. 25, q. 2, art. 1, quaestiuncula 1a, corp.
19. In IV Sent., dist. 25, q. 20 quaestiuncula 1a ad 4um.
20. Cf Concilio TRIDENTINO, 8cm. 22, cap. 1: DS 1741.
21. CONC. ECM. VAT. II, Cost. dogm. Lumen Gentium, a. 28: “ Esercitando, secondo la loro parte ..., l’ufficio di Cristo, Pastore e Capo a; Decr. Presbyterorum Ordinis n.2: ” In modo da poter agire in persona di Cristo Capo ... “; n. 6: ” La funzione di Cristo Capo e Pastore a; 6 Pio PP. XII, Encicl. Mediator Dei: “ Il ministro dell’altare in persona Cristo in quanto Capo, che offre a nome di tutte le sue membra ”; AAS 39 (1947), p. 556; - SINODO DEI VESCOVI 1971, De sacerdotio ministeriali I, n. 4: “ . . rende presente Cristo Capo della comunità.
22. PAOLO PP. VI, Encicl. Mysterium Fidei 3 settembre 1965: AAS 57 (1965), p. 761.

References: § 1

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§ 6

§ 7

§ 8

§ 9

§ 10

§ 11

§ 12

§ 13

§ 14

§ 15

§ 16

§ 17

§ 18

§ 19

§ 20

§ 21

§ 22

§ 23

§ 24

§ 25

§ 26

§ 27

§ 28

§ 29

§ 30

§ 31

§ 32

§ 33

§ 34
 art. 2
 art. 4
 art. 1
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