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Timestamp: 2017-12-13 20:30:44+00:00

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L’articolo torna sul reato di Bancarotta Fraudolenta rettorato per tutelare la massa dei creditori del fallito.Infatti non vi è bancarotta se non vi è fallimento
L’estraneo come puo’ concorrere nel reato di Bancarotta insieme all’imprenditore la cassazione ci dice :secondo cui in tema di bancarotta la data di consumazione del reato va riportata al momento della declaratoria del fallimento, ovvero dello stato di insolvenza e non già a quello dei singoli comportamenti posti in essere in precedenza: invero detta declaratoria è elemento costitutivo del reato e non condizione di punibilità, il che comporta che la decorrenza del termine prescrizionale abbia inizio a partire dalla medesima
Parimenti infondato è il secondo motivo di ricorso, concernente l’elemento psicologico della bancarotta preferenziale, che è integrato dal dolo specifico di favorire taluno dei creditori in danno degli altri, ma non occorre che il danno alla massa sia voluto direttamente dall’agente, essendo sufficiente l’accettazione della sua eventualità (Cass., 20/5/2009, n. 31168; N. 4431 del 4/3/1998. Conf. N. 7856 del 1987, Rv. 176284; N. 6681 del 1988, Rv. 178537; N. 7230 del 1991, Rv. 187698).
Pertanto, è vero che l’esecuzione, da parte dell’imprenditore, di pagamenti in un periodo di difficoltà dell’impresa non concreta sempre un’ipotesi di bancarotta preferenziale, potendo essere mosso dalla prospettiva di superare difficoltà contingenti in vista di un presumibile riequilibrio finanziario e patrimoniale (prospettiva che esclude, sotto l’aspetto psicologico, l’intenzione di discriminare i creditori); tuttavia, tale finalismo non è invocabile di fronte ad un dissesto grave e irreversibile, che lascia Intravedere, in termini più che probabilistici, il dissolvimento dell’impresa.
In questo caso non solo i pagamenti eseguiti a favore dell’amministratore e a coloro che lo coadiuvano sono da ricondurre – com’è costantemente affermato in giurisprudenza – al l’ipotesi della bancarotta fraudolenta (quantomeno di quella preferenziale), ma anche quelli eseguiti a favore dei creditori – e anche quelli fatti per ottenere desistenze dall’iniziativa di fallimento – devono ricevere analoga qualificazione, essendo logicamente accompagnati dalla consapevolezza, anche solo a livello di dolo eventuale, di alterare, in prospettiva, l’ordinato concorso dei creditori sul compendio fallimentare (Cass., 24/2/1998, n. 4427).
Nella specie è stato correttamente rilevato che nessuno dei pagamenti specificati al capo d) era giustificato dalle condizioni di totale decozione dell’impresa: non quello a favore dell’amministratore, che non è mai ammesso a soddisfarsi con preferenza rispetto agli altri creditori (da ultimo, Cassazione penale, sez. V 16/04/2010 n. 21570, che ha escluso l’esistenza del più grave reato di bancarotta patrimoniale, ma ha ribadito la ricorrenza dì quella preferenziale); non quello a favore dell’A., che concorreva con i crediti aventi pari o miglior privilegio e doveva sottostare, quindi, alle regole della concorsualità; non quello a favore dei fornitori, che erano addirittura chirografari e destinati a rimanere, con ogni probabilità, totalmente insoddisfatti nel riparto fallimentare. Le doglianze della ricorrente sono, quindi, del tutto infondate, anche se la sentenza va annullata sul punto perché il reato si è, nel frattempo, prescritto.
Nemmeno il terzo motivo – concernente la bancarotta per distrazione di cui al capo e) – è fondato. Secondo il costante insegnamento di questa Corte, il distacco del bene dal patrimonio dell’imprenditore poi fallito (con conseguente depauperamento in danno dei creditori), in cui si concreta l’elemento oggettivo del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, può realizzarsi in qualsiasi forma e con qualsiasi modalità, non avendo incidenza su di esso la natura dell’atto negoziale con cui tale distacco si compie, né la possibilità di recupero del bene attraverso l’esperimento delle azioni apprestate a favore della curatela.
In conseguenza di ciò – è stato affermato – costituisce condotta idonea ad integrare un fatto distrattivo riconducibile all’area d’operatività dell’art. 216, comma primo, n. 1, legge fall., l’affitto dei beni aziendali per un canone incongruo (Cass., n, 44891 del 9/10/2008), specie se stipulato al fine di mantenere la disponibilità materiale dell’immobile locato alla famiglia del titolare della società fallenda (49642 del 2/10/2009) o anche di altro soggetto giuridico (n. 46508 del 27/11/2008); la conclusione di contratti (nella specie affitto di azienda) privi di effettiva contropartita e preordinati ad avvantaggiare i soci a scapito dei creditori (Cass., 10742 del 15/2/2008); il contratto di locazione di beni aziendali perfezionato nella immediatezza della dichiarazione di fallimento senza la previsione di una clausola risolutiva espressa da fare valere nel caso di imminente instaurarsi della procedura fallimentare (Cass., N. 7201 del 18/1/2006).
Trattasi di giurisprudenza da cut non si intravedono motivi per discostarsi, posto che l’oggetto giuridico del reato è dato, nella specie, dalla tutela dell’integrità del patrimonio del debitore in funzione dell’interesse dei creditori: integrità certamente compromessa da atti che, seppur formalmente leciti, determinano, per il modo e le circostanze in cui vengono posti in essere, un danno per I creditori.
9. Nel caso di specie il contratto d’affitto è stato stipulato a favore di società riconducibile ai P., posto che i suoi soci erano persone da loro scelti; la società affittuaria non si accollava i debiti della locatrice; con l’affitto dei beni alla Costruzioni P. srl la società (poi) fallita perdeva la possibilità di svolgere qualsiasi proficua attività, per cui non avrebbe consegnato al curatore un’azienda fornita di residua vitalità (anche in vista di un esercizio provvisorio); il contratto era stipulato per sei anni e non prevedeva alcuna clausola di gradimento per la curatela: pertanto, sulla base della normativa dell’epoca (art. 80 L.F.), il curatore poteva solo subentrare net contratto e accettarne gli effetti, con tutte le conseguenze che ne derivavano per I creditori (compresa quella di attendere lo spirare del sessennio per avviare la liquidazione dei beni locati). In maniera più che logica, pertanto, i giudici hanno ritenuto che tale contratto fosse stato stipulato nell’interesse dei P. e che esso determinasse un impoverimento della massa fallimentare, comportando una drastica riduzione del valore dei beni che ne erano oggetto.
Né ha rilievo che i beni non fossero ancora entrati definitivamente nel patrimonio del locatore, né che il contratto non avesse avuto ancora esecuzione. Tra i beni del fallito sono ricompresi, infatti, non solo quelli di sua proprietà, ma anche quelli sui quali l’impresa vanti un diritto reale, sia pure sottoposto a condizione, o personale di godimento, in quanto: nel primo caso, sussiste in capo al curatore il diritto di subentro nel contratto, ovvero, in caso di risoluzione per inadempimento, un diritto alla restituzione delle rate già riscosse (ex art. 1526 cc); nel secondo caso si tratta pur sempre di un diritto avente contenuto economico, di cui il curatore può, a seconda delle circostanze e della natura del contratto, avvalersi. Esatta è, pertanto, l’interpretazione dei giudici di merito, i quali hanno ritenuto che la riserva di proprietà dei beni a favore della P.P. spa non abbia influenza nella qualificazione della condotta.
AVVOCATO PENALE TRIBUTARIO BOLOGNA-AVVOCATO SERGIO ARMAROLI . 354 C.P.P. Accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone. Sequestro.
11. Quanto, poi, al fatto che il contratto dovesse avere decorrenza a partire dall’1- 12-1996, trattasi di circostanza legittimamente ritenuta ininfluente, pacifico essendo che il reato di bancarotta patrimoniale è integrato, dal punto di vista oggettivo, dalla semplice esposizione a pericolo dell’interesse protetto, a nulla rilevando che un danno non si sia, in concreto, verificato (ex multis, Cass., ; 22/6/2010, n. 30932).
Peraltro, tale evenienza non è nemmeno rispondente alla ; realtà di questo processo, in quanto – come è stato chiaramente messo in evidenza nella sentenza impugnata – il contratto di cui si discute non è stato affatto “indolore” per la curatela, che è stata costretta ad imbarcarsi in lunghe e costose azioni giudiziarie per recuperare la disponibilità dei beni locati (pag. 13 della sentenza d’appello).
13. Infondate sono anche le doglianze in tema di elemento soggettivo, posto che concorre in qualità di “extraneus” nei reati di bancarotta patrimoniale e documentale il consulente contabile che, consapevole dei propositi distrattivi o di confusione contabile dell’imprenditore, fornisca consigli o suggerimenti sui mezzi giuridici idonei a sottrarre i beni ai creditori o lo assista nella conclusione dei relativi negozi ovvero ancora svolga attività dirette a garantirgli l’impunità o a rafforzarne, con il proprio ausilio e con le proprie preventive assicurazioni, l’intento criminoso (ex multis, Cass., n. 39387 del 27/6/2012).
Nella specie, tutta la ricostruzione operata dalla Corte d’appello evidenzia come l’A. abbia “consapevolmente proposto, coltivato e insistito affinché venissero posti in essere atti depauperatori del patrimonio sociale a danno dei creditori” (pag. 13); né assume rilievo la circostanza che sia stato il P. a chiedere il fallimento della società, posto tale comportamento non è logicamente incompatibile con l’intenzione di conservare la disponibilità dei beni sociali attraverso prestanomi (anzi, lo presuppone).
Nemmeno merita accoglimento il motivo in rito (il quarto).
La mancata assunzione di una prova decisiva – quale motivo di impugnazione per cassazione può essere dedotta solo in relazione ai mezzi di prova di cui sia stata chiesta l’ammissione a norma dell’art. 495, secondo comma, cod. proc. pen., sicché il motivo non potrà essere validamente invocato nel caso in cui il mezzo di prova sia stato sollecitato dalla parte attraverso l’invito al giudice di merito ad avvalersi dei poteri discrezionali di integrazione probatoria di cui all’art. 507 cod. proc. pen. e da questi sia stato ritenuto non necessario ai fini della decisione (Cass., n. 9763 del 6/12/2013). Nella specie non risulta, né è stato dedotto, che le prove ritenute “non decisive” dal giudice siano state chieste a norma dell’art. 495 cod. proc. pen., per cui lo doglianza relativa alla mancata escussione del liquidatore della P. P. spa e all’acquisizione documentazione specificata a pag. 15/16 del ricorso è destituita di fondamento.
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 09 dicembre 2013, n. 49472
Reati societari – Bancarotta fraudolenta – Patrimoniale – Consulente dell’imprenditore – Fattispecie
1. La Corte d’appello di Milano, con sentenza del 6-10-2011, in parziale riforma di quella emessa dal Tribunale di Lodi, ha condannato A. M. a pena di giustizia per avere, in concorso con P. R., amministratore e legale rappresentante della P. P. srl, dichiarata fallita il 12-11-1996, eseguito pagamenti preferenziali per £ 39.137.150 a favore di P. R. e per £ 115.335.000 a favore di sé stessa, nonché altri tre pagamenti preferenziali per complessive £ 155.725.83 (capo d). Inoltre, per avere, in concorso con P. R. e con M. L., amministratore della Costruzioni P. srl, distratto beni della fallita P. P. srl, dandoli in affitto alla Costruzione P. srl nell’imminenza della dichiarazione di fallimento (capo e).
La responsabilità dell’A. è stata ricollegata alla sua posizione di ragioniera e fiduciaria dell’amministratore di diritto, a cui fu molto vicina nella fase terminale della società, contribuendo in tal modo all’assunzione delle decisioni che portarono ai pagamenti preferenziali di cui al capo d) e alla stipula, in data 1/10/1996, dei contratto di locazione di cui al capo e) – avente ad oggetto beni mobili ed immobili – con cui la società si spogliò di buona parte delle sue attività. Quanto al M., già dipendente della società fallita, nell’aver contribuito alla costituzione della Costruzioni P. srl, divenendone quotista di minoranza insieme ad altri dipendenti, nonché amministratore, e nell’avere, in tale qualità, stipulato il contratto di locazione di cui al capo e) nonostante la consapevolezza del grave dissesto della P. P. srl.
2. Ha proposto ricorso per Cassazione nell’interesse di entrambi gli imputati l’avv. N. D., avvalendosi di cinque motivi per A. M. e di un motivo per M. L..
2.1. Quanto ad A., lamenta:
– la violazione di legge per mancata assunzione di prove decisive art. 606, comma 1, lett. d), cod. proc. penale. Deduce che il Tribunale fece limitato uso dei poteri conferitogli dall’art. 507 cod. proc. pen. ed accolse solo in parte le richieste difensive formulate all’esito dell’istruttoria dibattimentale (tra cui quella di sentire il liquidatore della P. P. spa e di acquisire documentazione varia) e che il giudice d’appello, sebbene sollecitato a rimediare, abbia errato nel ritenere le nuove prove non decisive;
2.2. Quanto a M. L., lamenta l’illogicità della motivazione resa in punto di responsabilità per il reato a lui ascritto al capo e). Deduce che, contro ogni logica, la Corte d’appello ha ravvisato nella costituzione della nuova società (la Costruzioni P. srl) e nel contratto di locazione dell’1/10/1996 l’intenzione di P. R. di mantenere il controllo dei beni necessari allo svolgimento dell’attività da tempo esercitata in altro ambito societaria, giacché tate ricostruzione contrasta con le emergenze processuali, dalle quali si evince che fu lo stesso P. R. a chiedere il fallimento della P. P. srl.
Lamenta, inoltre, che la Corte abbia riconosciuto il ruolo marginale svolto dal M. e ravvisato nella sua iniziativa lo scopo di mantenere il posto di lavoro e che, nonostante questo, abbia ritenuto sussistente l’elemento soggettivo della banca rotta.
2.3. In data 19/09/2013 l’avv. D. ha depositato, nell’interesse di A. M., memoria con “motivi nuovi”, con cui ha nuovamente argomentato sui punti toccati dal ricorso. Ha sottolineato, in ordine al capo e (terzo motivo di ricorso), il fatto che i beni oggetto del contratto di locazione non appartenevano alla società fallita, ed ha eccepito la prescrizione dei reati.
Motivi di A. M.. 1. Il primo motivo è infondato, essendo principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo cui si ha violazione del principio di corrispondenza tra accusa e decisione solo nel caso l’imputato risulti concretamente pregiudicato nel suo diritto di difesa. Per accertare se la modifica dell’addebito nella sentenza determini un vulnus di tale diritto non è sufficiente il mero confronto letterale fra l’imputazione e la decisione, ma bisogna accertare se sia mutato il fatto, vale a dire se risulti radicalmente trasformata la fattispecie concreta contestata, in maniera tale da risultare incerto l’oggetto della contestazione. Al contrario, deve escludersi la violazione del diritto de quo allorquando l’originaria contestazione, considerata nella sua interezza, contenga gli stessi elementi del fatto costitutivo del reato ritenuto in sentenza e si accerti che l’indagato si è trovato, in concreto, nella condizione di difendersi. Inoltre, ai fini della valutazione della corrispondenza tra pronuncia e contestazione di cui all’art. 521 c.p.p., deve tenersi conto non solo del fatto descritto in imputazione, ma anche di tutte le ulteriori risultanze probatorie portate a conoscenza dell’imputato e che hanno formato oggetto di sostanziale contestazione, sicché questi abbia avuto modo di esercitare le sue difese sul materiale probatorio posto a fondamento della decisione.
Alla luce di tanto nessuna violazione di legge può dirsi consumata. Basti osservare, in proposito, che – come si legge nell’impugnato provvedimento – all’imputata era stato contesto di aver eseguito personalmente i pagamenti preferenziali di cui al capo d) e di aver posto in essere personalmente, quale amministratore di fatto, le operazioni di cui al capo e), e che rispetto a tali contestazioni l’A. si è difesa nel corso di tutto il procedimento, negando un suo ruolo nelle operazioni sopra descritte e contestando la stessa qualificazione dei fatti. La sua difesa, pertanto, non ha subito alcun pregiudizio dall’accertata compartecipazione ai fatti di P. R., amministratore di diritto, giacché la fattispecie originariamente contestata è più ampia e coinvolgente di quella ritenuta in sentenza, essendo quest’ultima della stessa natura giuridica ma più circoscritta in fatto, con conseguente delimitazione del thema probandum.
2. Parimenti infondato è il secondo motivo di ricorso, concernente l’elemento psicologico della bancarotta preferenziale, che è integrato dal dolo specifico di favorire taluno dei creditori in danno degli altri, ma non occorre che il danno alla massa sia voluto direttamente dall’agente, essendo sufficiente l’accettazione della sua eventualità (Cass., 20/5/2009, n. 31168; N. 4431 del 4/3/1998. Conf. N. 7856 del 1987, Rv. 176284; N. 6681 del 1988, Rv. 178537; N. 7230 del 1991, Rv. 187698). Pertanto, è vero che l’esecuzione, da parte dell’imprenditore, di pagamenti in un periodo di difficoltà dell’impresa non concreta sempre un’ipotesi di bancarotta preferenziale, potendo essere mosso dalla prospettiva di superare difficoltà contingenti in vista di un presumibile riequilibrio finanziario e patrimoniale (prospettiva che esclude, sotto l’aspetto psicologico, l’intenzione di discriminare i creditori); tuttavia, tale finalismo non è invocabile di fronte ad un dissesto grave e irreversibile, che lascia Intravedere, in termini più che probabilistici, il dissolvimento dell’impresa. In questo caso non solo i pagamenti eseguiti a favore dell’amministratore e a coloro che lo coadiuvano sono da ricondurre – com’è costantemente affermato in giurisprudenza – al l’ipotesi della bancarotta fraudolenta (quantomeno di quella preferenziale), ma anche quelli eseguiti a favore dei creditori – e anche quelli fatti per ottenere desistenze dall’iniziativa di fallimento – devono ricevere analoga qualificazione, essendo logicamente accompagnati dalla consapevolezza, anche solo a livello di dolo eventuale, di alterare, in prospettiva, l’ordinato concorso dei creditori sul compendio fallimentare (Cass., 24/2/1998, n. 4427).
3. Nemmeno il terzo motivo – concernente la bancarotta per distrazione di cui al capo e) – è fondato. Secondo il costante insegnamento di questa Corte, il distacco del bene dal patrimonio dell’imprenditore poi fallito (con conseguente depauperamento in danno dei creditori), in cui si concreta l’elemento oggettivo del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, può realizzarsi in qualsiasi forma e con qualsiasi modalità, non avendo incidenza su di esso la natura dell’atto negoziale con cui tale distacco si compie, né la possibilità di recupero del bene attraverso l’esperimento delle azioni apprestate a favore della curatela. In conseguenza di ciò – è stato affermato – costituisce condotta idonea ad integrare un fatto distrattivo riconducibile all’area d’operatività dell’art. 216, comma primo, n. 1, legge fall., l’affitto dei beni aziendali per un canone incongruo (Cass., n, 44891 del 9/10/2008), specie se stipulato al fine di mantenere la disponibilità materiale dell’immobile locato alla famiglia del titolare della società fallenda (49642 del 2/10/2009) o anche di altro soggetto giuridico (n. 46508 del 27/11/2008); la conclusione di contratti (nella specie affitto di azienda) privi di effettiva contropartita e preordinati ad avvantaggiare i soci a scapito dei creditori (Cass., 10742 del 15/2/2008); il contratto di locazione di beni aziendali perfezionato nella immediatezza della dichiarazione di fallimento senza la previsione di una clausola risolutiva espressa da fare valere nel caso di imminente instaurarsi della procedura fallimentare (Cass., N. 7201 del 18/1/2006). Trattasi di giurisprudenza da cut non si intravedono motivi per discostarsi, posto che l’oggetto giuridico del reato è dato, nella specie, dalla tutela dell’integrità del patrimonio del debitore in funzione dell’interesse dei creditori: integrità certamente compromessa da atti che, seppur formalmente leciti, determinano, per il modo e le circostanze in cui vengono posti in essere, un danno per I creditori.
Nel caso di specie il contratto d’affitto è stato stipulato a favore di società riconducibile ai P., posto che i suoi soci erano persone da loro scelti; la società affittuaria non si accollava i debiti della locatrice; con l’affitto dei beni alla Costruzioni P. srl la società (poi) fallita perdeva la possibilità di svolgere qualsiasi proficua attività, per cui non avrebbe consegnato al curatore un’azienda fornita di residua vitalità (anche in vista di un esercizio provvisorio); il contratto era stipulato per sei anni e non prevedeva alcuna clausola di gradimento per la curatela: pertanto, sulla base della normativa dell’epoca (art. 80 L.F.), il curatore poteva solo subentrare net contratto e accettarne gli effetti, con tutte le conseguenze che ne derivavano per I creditori (compresa quella di attendere lo spirare del sessennio per avviare la liquidazione dei beni locati). In maniera più che logica, pertanto, i giudici hanno ritenuto che tale contratto fosse stato stipulato nell’interesse dei P. e che esso determinasse un impoverimento della massa fallimentare, comportando una drastica riduzione del valore dei beni che ne erano oggetto.
Quanto, poi, al fatto che il contratto dovesse avere decorrenza a partire dall’1- 12-1996, trattasi di circostanza legittimamente ritenuta ininfluente, pacifico essendo che il reato di bancarotta patrimoniale è integrato, dal punto di vista oggettivo, dalla semplice esposizione a pericolo dell’interesse protetto, a nulla rilevando che un danno non si sia, in concreto, verificato (ex multis, Cass., ; 22/6/2010, n. 30932). Peraltro, tale evenienza non è nemmeno rispondente alla ; realtà di questo processo, in quanto – come è stato chiaramente messo in evidenza nella sentenza impugnata – il contratto di cui si discute non è stato affatto “indolore” per la curatela, che è stata costretta ad imbarcarsi in lunghe e costose azioni giudiziarie per recuperare la disponibilità dei beni locati (pag. 13 della sentenza d’appello).
Infondate sono anche le doglianze in tema di elemento soggettivo, posto che concorre in qualità di “extraneus” nei reati di bancarotta patrimoniale e documentale il consulente contabile che, consapevole dei propositi distrattivi o di confusione contabile dell’imprenditore, fornisca consigli o suggerimenti sui mezzi giuridici idonei a sottrarre i beni ai creditori o lo assista nella conclusione dei relativi negozi ovvero ancora svolga attività dirette a garantirgli l’impunità o a rafforzarne, con il proprio ausilio e con le proprie preventive assicurazioni, l’intento criminoso (ex multis, Cass., n. 39387 del 27/6/2012). Nella specie, tutta la ricostruzione operata dalla Corte d’appello evidenzia come l’A. abbia “consapevolmente proposto, coltivato e insistito affinché venissero posti in essere atti depauperatori del patrimonio sociale a danno dei creditori” (pag. 13); né assume rilievo la circostanza che sia stato il P. a chiedere il fallimento della società, posto tale comportamento non è logicamente incompatibile con l’intenzione di conservare la disponibilità dei beni sociali attraverso prestanomi (anzi, lo presuppone).
4. Nemmeno merita accoglimento il motivo in rito (il quarto). La mancata assunzione di una prova decisiva – quale motivo di impugnazione per cassazione può essere dedotta solo in relazione ai mezzi di prova di cui sia stata chiesta l’ammissione a norma dell’art. 495, secondo comma, cod. proc. pen., sicché il motivo non potrà essere validamente invocato nel caso in cui il mezzo di prova sia stato sollecitato dalla parte attraverso l’invito al giudice di merito ad avvalersi dei poteri discrezionali di integrazione probatoria di cui all’art. 507 cod. proc. pen. e da questi sia stato ritenuto non necessario ai fini della decisione (Cass., n. 9763 del 6/12/2013). Nella specie non risulta, né è stato dedotto, che le prove ritenute “non decisive” dal giudice siano state chieste a norma dell’art. 495 cod. proc. pen., per cui lo doglianza relativa alla mancata escussione del liquidatore della P. P. spa e all’acquisizione documentazione specificata a pag. 15/16 del ricorso è destituita di fondamento.
Senza fondamento è anche la lamentata violazione dell’art. 603 cod. proc. penale. Nel giudizio d’appello, trattandosi di un procedimento critico che ha per oggetto la sentenza impugnata, la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale è un istituto di carattere eccezionale, rispetto all’abbandono del principio di oralità del secondo grado, nel quale vale la presunzione che l’indagine istruttoria abbia ormai raggiunto la sua completezza nel dibattimento svoltosi innanzi al primo giudice. In una tale prospettiva, l’art. 603, comma 1, c.p.p. non riconosce carattere di obbligatorietà all’esercizio del potere del giudice d’appello di disporre la rinnovazione del dibattimento, anche quando è richiesta per assumere nuove prove, ma vincola e subordina tale potere, nel suo concreto esercizio, alla rigorosa condizione che il giudice ritenga, nella sua discrezionalità, di non poter decidere allo stato degli atti. Con la conseguenza che, se è vero che il diniego dell’eventualmente invocata rinnovazione dell’istruzione dibattimentale deve essere spiegato nella sentenza di secondo grado, la relativa motivazione (sulla quale nei limiti della illogicità e della non congruità è esercitabile il controllo di legittimità) può anche ricavarsi per implicito dal complessivo tessuto argomentativo, qualora il giudice abbia dato comunque conto delle ragioni in forza delle quali abbia ritenuto di potere decidere allo stato degli atti (Cassazione penale, sez. IV, 28/04/2011, n. 23297). Tanto è in concreto avvenuto, avendo la Corte territoriale ritenuto che fosse “già ricostruita in modo articolato e puntuale nel corso del giudizio di primo grado la natura dei rapporti intercorsi tra A. e il liquidatore prima e il curatore poi della P.P. spa e comunque potendo essi riferire di circostanze non decisive in ordine alla sussistenza dei reati anche nella loro componente soggettiva”; mentre, per quanto riguarda la documentazione dì cui veniva chiesta l’acquisizione, è stato sottolineato che riguardava reati prescritti o era attinente a circostanze irrilevanti.
Ricorso di M. L.. Anche il ricorso di M. è infondato. Costituisce ius receptum che, in tema di bancarotta fraudolenta impropria, l’extraneus concorre nel reato proprio dell’amministratore quando sia l’istigatore o il beneficiario di operazioni dolose volte a depauperare il patrimonio dell’impresa, allorché risulti consapevole del rischio che le suddette operazioni determinano per le ragioni dei creditori della società, non essendo invece necessario che egli abbia voluto causare un danno ai creditori medesimi. Circa l’effetto pericoloso per la società delle operazioni a lui addebitate valga quanto evidenziato al punto 3. Né lo scopo da lui asseritamente perseguito (conservare il posto di lavoro) elide l’antigiuridicità della condotta, posto che il dolo di bancarotta è integrato, nella specie, dalla consapevole volontà dei singoli atti di sottrazione, occultamento o distrazione e, comunque, di quegli atti con i quali si viene a dare la patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa, con la consapevolezza di compiere atti che cagionano, o possono cagionare, danno al creditori (Cass., sez. 5, 16/10/2008, n. 43216; Cass., 10/1/2008; Cass., 15/11/2007, n. 46921).
Ciò posto, si rileva, comunque, che il reato si è prescritto, per M., il 6/1/2012. Pertanto, la sentenza va annullata nella parte che lo riguarda.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di M. L. per essere il reato ascrittogli estinto per prescrizione e nei confronti della A. limitatamente al capo d) per essere il reato estinto per prescrizione, Rinvia gli atti ad altra sezione della Corte d’appello di Milano, limitatamente al giudizio di comparazione relativo al capo e), nei confronti della A.. Rigetta nel resto il ricorso di quest’ultima.
BANCAROTTA FRAUDOLENTA:RIVENDERE MERCE SOTTOCOSTO E NON VERSARE IMPORTO ALLA SOCIETA’
· La tesi dell’imputato, secondo cui le predette vendite sottocosto sarebbero state giustificate dalla necessità di tacitare alcuni creditori particolarmente pressanti, oltre ad adombrare, semmai, l’ipotesi di bancarotta preferenziale e non quella di bancarotta semplice, è stata comunque valutata dal giudice del merito, il quale la ha qualificata come del tutto indimostrata.
· Quanto infine alla richiesta di derubricazione dei fatti ai sensi dell’articolo 217 legge fallimentare, la Corte territoriale ha ricordato, per condividerlo appieno, il principio già affermata dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui non ricorre l’ipotesi di bancarotta semplice integrata da operazioni gravemente imprudenti poste in essere dall’imprenditore, ma quella più grave della bancarotta fraudolenta, nel caso di sistematica e preordinata vendita sotto costo, o comunque in perdita, di beni aziendali. Invero, anche le operazioni manifestamente imprudenti, di cui al n. 3 dell’art. 217 del R.D. 16 marzo 1942 n. 267, devono presentare, in astratto, un elemento di razionalità nell’ottica delle esigenze dell’impresa, cosicché il risultato negativo sia frutto di un mero e riscontrabile errore di valutazione (Sez. 5, Sentenza n. 2876 del 10/06/1998, Rv. 212608; conformi: N. 5850 del 1979 Rv. 142346; Sez. 5, Sentenza n. 47040 del 19/10/2011 Ud. (dep. 20/12/2011) Rv. 251218). Ebbene, nella sentenza impugnata, è stato dato atto della assoluta incoerenza, rispetto alle finalità della società, delle ripetute vendite sotto costo dei beni aziendali, con la conseguenza che stato escluso in punto di fatto l’errore di valutazione che, solo, avrebbe giustificato l’inquadramento dei fatti a titolo colposo.
Ed anche tale motivazione sfugge alle dirette censure del ricorrente, il quale si limita a contrapporre ad essa soltanto circostanze di fatto non apprezzabili in sede di legittimità.
La societa’ aveva il libro giornale ed i registri IVA, ma non era stata effettuata nessuna registrazione, in particolare riguardo i consistenti pagamenti effettuati per i viaggi oggetto di imputazione. Sotto tale profilo, pertanto, l’affermazione di responsabilita’ dell’imputato e’ del tutto in linea con la giurisprudenza di questa Corte, secondo cui l’amministratore di diritto risponde del reato di bancarotta, anche laddove sia investito solo formalmente dell’amministrazione della societa’ fallita (cosiddetta testa di legno), in quanto sussiste il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le predette scritture.
Con riferimento al capo c) il ricorso e’ assolutamente generico, poiche’ la difesa si limita a ribadire quanto gia’ dedotto riguardo alla differente ipotesi oggetto del precedente capo b), senza confrontarsi in alcun modo con le puntuali argomentazioni poste a sostegno della sentenza di appello. In ogni caso, occorre prendere atto che non e’ vi e’ contestazione in ordine alla materialita’ del fatto e non vi sono censure riguardo ai dati documentali e contabili richiamati in sentenza, dai quali emerge, come adeguatamente evidenziato dalla Corte territoriale, il dato oggettivo, riferito gia’ all’anno 2002, di una perdita superiore al capitale sociale, in assenza di provvedimenti idonei a porre rimedio a tale anomali. Inoltre, nell’anno 2003, risultano emesse fatture relative a operazioni inesistenti per ridurre le perdite.
3. La motivazione appare incensurabile avendo fatto corretta applicazione del principio secondo cui la nozione di “spese personali eccessive” richiamata dal citato articolo 217, disciplinando e punendo le spese personali eccessive dell’imprenditore dichiarato fallito, e’ tipicamente riferibile all’imprenditore individuale e non anche all’amministratore societario. Questi, invero, non puo’ essere ritenuto legittimato a spese personali, neppure se non eccessive, mentre puo’ essere chiamato a rispondere di operazioni manifestamente imprudenti o delle altre ipotesi di cui al citato articolo 217, nn. 4 e 5, che, in tali limiti, deve intendersi richiamata dall’articolo 224 della medesima normativa con riferimento all’amministratore di societa’ dichiarata fallita (Cass. Sez 5, 30 ottobre 2013 n. 44248).
BILANCI E SCRITTURE FALSEFICATE NON BASTANO PER LA BANCAROTTA FRAUDOLENTA
Quanto alla fattispecie di bancarotta documentale deve infatti osservarsi che, a fronte dell’imputazione (peraltro avvenuta in via suppletiva nel corso del dibattimento) di aver tenuto la contabilita’ in maniera da non consentire la ricostruzione del volume d’affari della fallita, la Corte distrettuale ha sostanzialmente motivato la responsabilita’ degli imputati facendo esclusivo riferimento alla acclarata falsita’ dei bilanci, senza dimostrare cio’ che invece era dedotto in contestazione e cioe’, per l’appunto, l’impossibilita’ di ricostruire i movimenti relativi all’operazione (OMISSIS), anche alla luce della relazione del curatore, il quale non aveva denunciato difficolta’ in tal senso.
In altri termini la falsificazione del bilancio – condotta di per se’ integrante il reato previsto dall’articolo 2621 c.c., o, qualora correlabile alla determinazione del dissesto o del suo aggravamento, quello di bancarotta da reato societario – non consente di per se’ di ritenere consumato anche il reato di bancarotta fraudolenta documentale, dovendosi provare che dalle scritture contabili nel loro complesso non sia stato possibile ricostruire altrimenti il volume e il patrimonio del fallito di cui il bilancio ha fornito una immagine non veritiera.
sentenza 21 luglio 2014, n. 32045
1. La Corte d’appello di Milano confermava la condanna di (OMISSIS) e (OMISSIS) per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, nonche’ di bancarotta impropria da reato societario commessi nelle rispettive qualita’ di presidente del consiglio di amministrazione e successivamente di liquidatore, il primo, e di consigliere d’amministrazione, il secondo, della (OMISSIS) s.p.a., dichiarata fallita il (OMISSIS). In parziale riforma della pronunzia di primo grado, invece, la Corte distrettuale dichiarava l’estinzione per prescrizione degli ulteriori reati di bancarotta preferenziale e ricorso abusivo al credito pure contestati ai summenzionati imputati.
2.1 Con il primo viene eccepita la nullita’ della sentenza perche’ fondata sulla valutazione della deposizione e della relazione del consulente del pubblico ministero, atti nel corso dei quali questi avrebbe riferito, in violazione dell’articolo 197 c.p.p., lettera d), del contenuto delle audizioni eseguite, nell’espletamento dell’incarico, di diversi testimoni e degli stessi imputati.
2.2 Con il secondo motivo i ricorrenti deducono il difetto assoluto di motivazione per essersi la Corte distrettuale sostanzialmente limitata a richiamare quella della sentenza di primo grado, mentre con il terzo denunciano il travisamento delle risultanze processuali in merito all’affermata circostanza per cui l’esistenza della societa’ estera (OMISSIS) (riconducibile a (OMISSIS)) sarebbe emersa solo a seguito degli accertamenti compiuti dal curatore presso la cliente della fallita (OMISSIS). Analogo travisamento viene evidenziato con riguardo ai presunti pagamenti effettuati da quest’ultima a (OMISSIS) per la merce fornita dalla fallita, atteso che il debito della societa’ cubana venne invero solo rinegoziato e la presunta differenza tra il suo valore (espresso in dollari) e quello del credito ceduto dalla citata (OMISSIS) in sede di transazione con la curatela invero altro non sarebbe che la logica conseguenza della conversione tra le due diverse valute.
2.3 Ulteriori vizi della motivazione vengono dedotti con il quarto motivo in ordine alla ritenuta falsificazione dei bilanci della fallita oggetto dell’imputazione L.F., ex articolo 223, comma 2, n. 1), non avendo la Corte distrettuale spiegato a che titolo e per quale entita’ avrebbe dovuto essere costituito un fondo di svalutazione dei crediti.
2.4 Con il quinto motivo si lamenta l’errata applicazione della L.F., articolo 216, e correlati vizi motivazionali in ordine alla ritenuta configurabilita’ del reato di bancarotta documentale in riferimento alla mancata appostazione del summenzionato fondo, mentre con il sesto motivo viene eccepita ulteriore errata applicazione della legge penale in riferimento all’affermata responsabilita’ di (OMISSIS) sostanzialmente a titolo di omesso controllo, condotta non prevista dalle norme incriminatrici contestate.
2.5 La motivazione della sentenza viene nuovamente censurata con il settimo motivo per non aver i giudici d’appello tenuto conto della relazione del curatore fallimentare (il cui contenuto questi avrebbe confermato in udienza), nella quale si segnalavano irregolarita’ nelle scritture contabili al piu’ integranti la fattispecie di bancarotta semplice e si negava l’acquisizione dell’evidenza di condotte distrattive. Ulteriori vizi della motivazione vengono dedotti infine con l’ottavo motivo in relazione alla censurata entita’ della provvisionale liquidata in prime cure, illogicamente ritenuta congrua dalla Corte territoriale solo perche’ inferiore all’ammontare del credito vantato dalla fallita nei confronti di (OMISSIS).
2. Invero infondato e’ il primo motivo di ricorso che si fonda sull’orientamento giurisprudenziale per cui il consulente che partecipi agli atti di assunzione di dichiarazioni da persone informate sui fatti o dall’indagato, sarebbe incompatibile con l’ufficio di testimone ai sensi dell’articolo 197 c.p.p., lettera d), in quanto ausiliario del pubblico ministero.
2.1 Orientamento questo che si e’ formato con specifico riguardo agli incarichi di consulenza conferiti ad esperti di neuropsichiatria infantile e tesi alla valutazione dell’attendibilita’ del minore persona offesa di abusi sessuali. Contrariamente a quanto sostenuto nella sentenza impugnata, il summenzionato principio e’ stato affermato proprio nei termini richiamati dal ricorrente e non gia’ con l’intenzione di limitarne la portata allo specifico aspetto dell’attendibilita’ della persona assunta a sommarie informazioni. In realta’, come agevolmente si ricava dalla lettura delle citate pronunzie (e soprattutto dalla motivazione di Sez. 3, n. 4526/02 del 26 novembre 2001, Er Regraui, Rv. 221052, richiamata anche nel ricorso e dalla Corte distrettuale), il fondamento della ritenuta incompatibilita’ del consulente a testimoniare e’ stato individuato nel fatto che egli assumerebbe la qualifica di ausiliario del pubblico ministero, per l’appunto espressamente indicata nella menzionata lettera d) dell’articolo 197 tra quelle che tale incompatibilita’ determinano.
2.2 Peraltro, piu’ di recente, questa Corte ha mostrato di non condividere piu’ tale orientamento, affermando l’opposto principio per cui deve escludersi l’incompatibilita’ con l’ufficio di testimone per il consulente tecnico incaricato dal P.M. non rivestendo costui la qualita’ di ausiliario dell’organo inquirente, in quanto e’ tale solo l’ausiliario in senso tecnico che appartiene al personale della segreteria o della cancelleria dell’ufficio giudiziario e non gia’ un soggetto estraneo all’amministrazione giudiziaria che si trovi a svolgere, di fatto ed occasionalmente, determinate funzioni previste dalla legge (Sez. 3, n. 8377 del 17 gennaio 2008, Scarlassare e altro, Rv. 239282). Tale indirizzo, che il collegio ritiene di condividere apparendo maggiormente aderente al dato normativo e alla sua ratio, e’ venuto rapidamente consolidandosi (v. ex multis Sez. 3, n. 42721 del 9 ottobre 2008, Amicarelli, Rv. 241426; Sez. 3, n. 24294 del 7 aprile 2010, D. S. B., Rv. 247869; Sez. 3, n. 3055/13 del 27 novembre 2012, T., Rv. 254137), mentre quello meno recente non e’ stato piu’ riproposto, tanto da doverlo considerare oramai abbandonato. Ne consegue che non puo’ ritenersi in atto un effettivo contrasto giurisprudenziale che imponga la rimessione della questione alle Sezioni Unite. 2.3 Deve conclusivamente rilevarsi che la Corte territoriale ha correttamente respinto l’eccezione di inutilizzabilita’ proposta dagli imputati e conseguentemente legittimamente fondato la propria decisione sulle dichiarazioni e sulla relazione del consulente del pubblico ministero, a nulla rilevando che la motivazione adottata a sostegno del menzionato rigetto non possa essere ritenuta altrettanto corretta (Sez. 2, n. 19696 del 20 maggio 2010, Maugeri e altri, Rv. 247123; Sez. Un., n. 155/12 del 29 settembre 2011, Rossi e altri, in motivazione).
3. Inammissibile e’ invece il secondo motivo, con il quale in maniera generica i ricorrenti lamentano la natura solo apparente della motivazione della sentenza in forza del rinvio da questa operato a quella della pronunzia di primo grado, senza peraltro confrontarsi con l’espressa precisazione da parte della Corte distrettuale che tale rinvio veniva operato nei rigorosi limiti di cio’ che non fosse stato contestato con il gravame di merito ovvero di quanto contestato ricorrendo alla mera riproposizione degli argomenti disattesi dal giudice di prime cure non correlati alle ragioni della sua decisione. In altri termini i giudici milanesi hanno fatto riferimento ai criteri stabiliti da questa Corte in merito alle condizioni che legittimano il ricorso alla motivazione per relationem e pertanto la generica censura di tale operazione, senza la contestuale indicazione di quali siano le critiche mosse alla sentenza di primo grado con l’atto d’appello che sarebbero state ignorate, risulta del tutto aspecifico.
4. Parimenti inammissibile e’ il terzo motivo, nella misura in cui con esso si lamenta l’omessa valutazione di prove documentali, indicate in maniera generica (e comunque non allegate al ricorso o riprodotte nel corpo del medesimo) e di cui solo sommariamente i ricorrenti evocano la capacita’ di confutare alcune affermazioni svolte in sentenza, ma di cui non viene rivelato l’effettivo contenuto, ne’ le ragioni della asserita decisivita’. La Corte distrettuale, peraltro, ha fatto riferimento all’emersione del ruolo di (OMISSIS) nello specifico affare tra (OMISSIS) e la fallita trattando della percezione in tal senso avutane dal collegio sindacale, mentre i ricorrenti non hanno saputo precisare per quale motivo l’esistenza di un pregresso rapporto contrattuale tra (OMISSIS) e (OMISSIS) dovrebbe compromettere la tenuta argomentativa della sentenza impugnata e soprattutto perche’ l’eventuale intermediazione di (OMISSIS), societa’ gestita da (OMISSIS), impedirebbe di configurare la natura distrattiva dell’intera operazione. Quanto alle presunte illogicita’ della motivazione denunciate con il medesimo motivo e’ appena il caso di evidenziare come la Corte distrettuale – e prima di essa il Tribunale – abbia fondato la prova della natura distrattiva dell’operazione (OMISSIS) sulla base della documentazione da questa fornita al curatore circa la reale identita’ del soggetto con cui si era interfacciata e cioe’ (OMISSIS). In tal senso il passaggio della sentenza criticato dai ricorrenti non ha voluto intendere che la prova della distrazione discenda dalla progressiva erosione del credito, quanto piuttosto, richiamando un brano della pronunzia di primo grado in maniera forse troppo sintetica ma comunque sufficientemente esaustiva, evidenziare come la stessa rinegoziazione di quest’ultimo ad opera di (OMISSIS) e non gia’ della fallita dimostra la sussistenza del reato: in altri termini, secondo i giudici del merito, se e’ (OMISSIS) che ha rinegoziato il credito sarebbe piu’ che verosimile quanto sostenuto da (OMISSIS) e cioe’ che era a mani della stessa (OMISSIS) che avvennero i pagamenti. Ragionamento questo la cui tenuta e’ fuori discussione e che i ricorrenti invero non hanno specificamente contestato nelle sue premesse.
5. Manifestamente infondato e’ anche il quarto motivo, atteso che e’ la rilevata necessita’ di svalutare il credito a rivelare la falsita’ dei bilanci anteriori. E’ dunque irrilevante che i giudici del merito non abbiano precisato l’ammontare dell’ipotizzato fondo, atteso che la sua costituzione comunque e’ indice dell’esigenza di rimediare alla manipolazione dell’informazione veicolata dai bilanci in precedenza, attribuendo alla fallita un credito invero distratto a favore di un soggetto terzo.
6.1 Quanto alla fattispecie di bancarotta documentale deve infatti osservarsi che, a fronte dell’imputazione (peraltro avvenuta in via suppletiva nel corso del dibattimento) di aver tenuto la contabilita’ in maniera da non consentire la ricostruzione del volume d’affari della fallita, la Corte distrettuale ha sostanzialmente motivato la responsabilita’ degli imputati facendo esclusivo riferimento alla acclarata falsita’ dei bilanci, senza dimostrare cio’ che invece era dedotto in contestazione e cioe’, per l’appunto, l’impossibilita’ di ricostruire i movimenti relativi all’operazione (OMISSIS), anche alla luce della relazione del curatore, il quale non aveva denunciato difficolta’ in tal senso. In altri termini la falsificazione del bilancio – condotta di per se’ integrante il reato previsto dall’articolo 2621 c.c., o, qualora correlabile alla determinazione del dissesto o del suo aggravamento, quello di bancarotta da reato societario – non consente di per se’ di ritenere consumato anche il reato di bancarotta fraudolenta documentale, dovendosi provare che dalle scritture contabili nel loro complesso non sia stato possibile ricostruire altrimenti il volume e il patrimonio del fallito di cui il bilancio ha fornito una immagine non veritiera.
6.2 Quanto poi all’affermata responsabilita’ di (OMISSIS), la sentenza si rivela sostanzialmente immotivata, limitandosi all’apodittico e generico riferimento alla sua canea di consigliere d’amministrazione, al piu’ idoneo a giustificare – contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso, stante il disposto dell’articolo 40 cpv. c.p. – la condanna per la bancarotta documentale (viziata per altro motivo come si e’ visto), ma non certo per gli altri reati in contestazione. In tal senso e’ infatti necessario dimostrare o l’effettivo svolgimento diretto del singolo consigliere negli atti di gestione oggetto di illecito ovvero la sua consapevolezza che altri stessero operando in potenziale danno del ceto creditorio e che egli abbia volontariamente omesso di attivarsi per impedirlo come invece impostogli dai doveri della sua carica (cfr. Sez. 5, n. 23000/13 del 5 ottobre 2012, Berlucchi e altri, Rv. 256939).
7. Conclusivamente la sentenza deve essere annullata con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte d’appello di Milano per il (OMISSIS) limitatamente al reato di bancarotta documentale e in toto per (OMISSIS).
Annulla la sentenza impugnata nei confronti di (OMISSIS), nonche’, limitatamente all’ addebito di bancarotta fraudolenta documentale, nei confronti di (OMISSIS) con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte di appello di Milano. Rigetta nei resto il ricorso di (OMISSIS).
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References: sentenza 
 art. 1526
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 art. 606
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 articolo 217
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 articolo 223
 articolo 216
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