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Timestamp: 2017-01-20 22:21:38+00:00

Document:
⭐Autorità di Bacino del Fiume Arno
Tommasina Niccolina Romani
1 Autorità di Bacino del Fiume Arno PIANO DI BACINO (Legge 18 maggio 1989 n. 183) Piano Stralcio per l Assetto Idrogeologico RELAZIONE INTEGRATIVA FIRENZE Novembre 20042 PREMESSA...3 PARTE I...5 RECEPIMENTO DELLE OSSERVAZIONI AL PROGETTO DI PIANO...5 INTRODUZIONE...7 Adozione del pai e successivi adempimenti...7 ISTRUTTORIA SULLE OSSERVAZIONI...8 Generalità...8 Osservazioni di carattere giuridico-normativo...8 Osservazioni di carattere tecnico...11 Osservazioni di carattere metodologico...13 PARTE II...23 CRITICITA...23 PREMESSA...25 Generalità sugli eleborati cartografici del PAI...25 CRITICITÀ EMERSE DALL ANALISI DELLE AREE A RISCHIO IDRAULICO E DI FRANA...27 Generalità...27 APPROCCIO METODOLOGICO...28 Descrizione delle criticità...30 Aree soggette a rischio idraulico...30 Aree soggette a rischio di instabilità da processi geomorfologici di versante e da frane...36 PARTE III...39 PROGRAMMA DEGLI INTERVENTI E FABBISOGNI FINANZIARI...39 PROGRAMMAZIONE DEGLI INTERVENTI...41 La programmazione del Piano stralcio per la riduzione del rischio idraulico...41 La programmazione per la pericolosità da processi geomorfologici di versante e da frana...66 Programma triennale di intervento e fabbisogno finanziario...82 Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre3 Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre4 PREMESSA L adozione del Piano stralcio per l assetto idrogeologico corona la nuova stagione della difesa del suolo, introdotta dalla legislazione susseguente ai tragici fatti di Sarno, prima e Soverato, poi. Tale adempimento trova la nostra Autorità già saldamente impostata nella strada del Piano di bacino con tre stralci definitivamente approvati, una forte attività di programmazione svolta e un sistema di salvaguardie diffuso e ormai condiviso su tutte le aree a rischio idrogeologico più alto. L assetto idrogeologico è un concetto ancora relativamente acerbo, una partitura che si presta ad interpretazioni diverse e variegate. Il piano che andiamo a considerare è frutto di un percorso che la nostra Amministrazione ha studiato accuratamente, impostato in un progetto di ampio respiro e svolto con puntigliosa attenzione. Questo nel tentativo di cogliere al massimo l occasione che l innesto della nuova legislazione sull impianto classico, eppur straordinariamente attuale della 183, ha definito ormai dieci anni or sono. Gli spunti che il legislatore ha disseminato nella lunga serie di provvedimenti che indirizzano il Piano, sono numerosi e stimolanti. Soprattutto per la nostra Autorità che si presenta all adozione del PAI con alle spalle una forte attività di pianificazione e programmazione già svolta in tema di rischio idrogeologico. Si tratta spesso di argomenti di frontiera, di concetti ancora freschi, di questioni non definitivamente consolidate neppure nella letteratura più recente. La individuazione e perimetrazione delle aree a pericolosità idrogeologica, ad esempio, è un problema scientifico aperto, complesso e di variegata interpretazione tecnica, operativa e giuridica. Nel perfezionare il Piano stralcio per l assetto idrogeologico, abbiamo operato cercando di pensare in grande, di cogliere per intero i grandi temi che, a livello di impostazione, le fonti normative suggeriscono. Non abbiamo tuttavia perso di vista l approccio pragmatico, necessario a fornire uno strumento chiaro ed efficiente destinato a garantire immediata operatività ai soggetti, pubblici e privati, che ne dovranno fruire. Il progetto di PAI è stato messo a punto dal Comitato Tecnico e dalla Segreteria Tecnica Operativa, protagonisti istituzionali della elaborazione del Piano di bacino. Ad essi abbiamo affiancato ricercatori e tecnici di valore, con l intento di fornire quegli indirizzi metodologici direttamente distillati dalla produzione più attuale della comunità scientifica, tecnica e giuridica. Al contempo abbiamo mantenuto una costante interlocuzione con le Amministrazioni locali, i comitati dei cittadini, le categorie professionali, gli imprenditori, le associazioni ambientaliste e, più in generale, gli altri soggetti interlocutori della pianificazione di bacino, per ascoltare le esigenze del territorio nelle sue diverse espressioni. Con deliberazione 164 il Comitato Istituzionale ha adottato il Progetto di PAI. Il processo di consultazione ed istruttoria susseguente è stato caratterizzato dal confronto fra le Amministrazioni interessate in seno alle Conferenze Programmatiche di cui all art. 1 bis della legge 365/2000. I pareri espressi dalle suddette Conferenze sono poi confluiti nel processo di revisione normativa e cartografica svolto dalla Segreteria Tecnico Operativa e dal Comitato Tecnico. Il PAI rappresenta oggi la sintesi e la condivisione fra tutti i soggetti chiamati al governo ed alla gestione del territorio delle problematiche e delle conoscenze inerenti la pericolosità del territorio e degli interventi necessari e sufficienti a mettere in sicurezza il bacino idrografico dell Arno. La presente relazione, pertanto, integra quanto già indicato nella Relazione allegata alla Delibera di Comitato Istituzionale 1 agosto 2002, n. 164, con la quale veniva adottato il Progetto di Piano Stralcio per l Assetto Idrogeologico. Le integrazioni riguardano in particolare la revisione dell apparato normativo e tecnico derivato dall analisi e il recepimento delle osservazioni, la revisione delle criticità che emergono dal modificato quadro cartografico, nonchè il programma degli interventi. Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre5 Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre6 PARTE I RECEPIMENTO DELLE OSSERVAZIONI AL PROGETTO DI PIANO Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre7 Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre8 INTRODUZIONE ADOZIONE DEL PAI E SUCCESSIVI ADEMPIMENTI Con deliberazione n. 164 del 1 agosto 2002 il Comitato Istituzionale ha adottato il Progetto di Piano di Bacino del fiume Arno, stralcio Assetto Idrogeologico (di seguito anche brevemente indicato Progetto di PAI), elaborato dal Comitato Tecnico col supporto della segreteria tecnicooperativa. Dell avvenuta adozione è stata data notizia, ai sensi dell art.18 comma 3 della legge 183/1989, in data 10 ottobre 2002 sulla Gazzetta Ufficiale e in data 9 ottobre 2002 sui Bollettini Ufficiali delle Regioni Toscana e Umbria. Successivamente, sono state allestite presso le Regioni territorialmente competenti, le Province e l Autorità di Bacino le sedi di consultazione. I soggetti interessati hanno, quindi, provveduto a presentare alle amministrazioni territorialmente competenti ai sensi dell art.18 comma 8 della legge 183/1989 le osservazioni al Progetto di PAI. Le osservazioni sono state presentate sia da enti pubblici che da privati e hanno riguardato sia gli aspetti tecnici che gli aspetti giuridici del Progetto di PAI. A tal riguardo si ricorda che per l adozione dei PAI, l art.1 bis del D.L. 279/2000 convertito con modificazioni nella legge 365/2000, ha fissato una disciplina specifica rispetto a quella generale contenuta all art.18 comma 9 della L.183/1989. In particolare ha stabilito che ai fini dell'adozione ed attuazione dei piani stralcio e della necessaria coerenza tra pianificazione di bacino e pianificazione territoriale, le regioni convocano una conferenza programmatica, articolata per sezioni provinciali, o per altro ambito territoriale deliberato dalle regioni stesse, alle quali partecipano le province ed i comuni interessati, unitamente alla regione e ad un rappresentante dell'autorità di bacino. La conferenza di cui al comma 3 esprime un parere sul progetto di piano con particolare riferimento alla integrazione a scala provinciale e comunale dei contenuti del piano, prevedendo le necessarie prescrizioni idrogeologiche ed urbanistiche (...). Il Comitato Istituzionale...sulla base dell unitarietà della pianificazione di bacino, tiene conto delle determinazioni della conferenza, in sede di adozione del Piano. In ottemperanza a quanto disposto dall art.18 della legge 183/1989 e dall art. 1 bis della legge 365/2000, le Regioni Toscana e Umbria hanno provveduto alla convocazione delle conferenze programmatiche. Per la Regione Umbria la Conferenza Programmatica si è tenuta in data 30 ottobre 2003 ed ha espresso parere favorevole sul Progetto di PAI anche sulla scorta delle osservazioni pervenute. La Regione Umbria, con deliberazione G.R. n.1965 del ha preso atto del parere espresso dalla Conferenza ed ha espresso il proprio parere favorevole sul Progetto di PAI. La Regione Toscana in data 16 aprile 2003 ha avviato la conferenza programmatica. Con deliberazione della G.R. n.517 del sono stati individuati gli obiettivi e i criteri informatori che si intendevano portare all attenzione della Conferenza e rispetto ai quali orientare la valutazione sul Progetto di PAI adottato, in modo da garantire coerenza tra pianificazione di bacino e pianificazione territoriale. Questi possono essere riassunti nei seguenti punti: 1. omogeneità del concetto di sicurezza idrogeologica; 2. evidenza e trasparenza dei criteri di definizione della pericolosità; 3. esplicitazione delle condizioni per la verifica di efficacia e coerenza a scala di bacino del complesso di attività relative al riequilibrio idrogeologico e alla prevenzione; 4. chiarezza nella definizione degli obiettivi dei piani d intervento; 5. esplicitazione delle condizioni di mantenimento del territorio; 6. criteri di aggiornamento dei quadri conoscitivi di bacino. Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre9 I lavori della conferenza sono proseguiti nelle date del 1 e 2 luglio 2003, articolati su tre ambiti territoriali (Alto, Medio e Basso Valdarno). Sono stati in seguito attivati specifici tavoli tecnici organizzati e gestiti dagli uffici regionali per la tutela del territorio. In data 27 aprile 2004 si è svolta la seduta conclusiva della Conferenza che ha espresso il parere sul Progetto di PAI. Successivamente, con delibera di Consiglio Regionale n.127 del 5 ottobre 2004, la Regione Toscana ha preso atto delle determinazioni finali della conferenza programmatica ed ha espresso il proprio parere sulle osservazioni pervenute. ISTRUTTORIA SULLE OSSERVAZIONI GENERALITÀ Le osservazioni sono state presentate sia da enti pubblici che da privati e hanno riguardato sia gli aspetti tecnici, inerenti principalmente la richiesta di modifiche alla cartografia di Piano, che gli aspetti giuridici del Progetto di PAI. Alcune osservazioni hanno riguardato, insieme agli aspetti cartografici, anche questioni di carattere metodologico in merito alle tecniche di perimetrazione delle aree soggette a pericolosità. Ogni nota può al suo interno contenere ulteriori osservazioni con più riferimenti geografici e/o normativi e/o metodologici. La tabella che segue, ricavata fedelmente da quanto riportato nel parere delle Conferenze, cerca di riassumere in sintesi le tipologie di osservazione: Provincia Osservazioni Totali Osservazioni Idraulica Osservazioni frane Osservazioni miste Osservazioni norme Perugia Arezzo Firenze Livorno Lucca Pisa Pistoia n.d. 2 Prato Siena Totali OSSERVAZIONI DI CARATTERE GIURIDICO-NORMATIVO Caratteristiche delle osservazioni presentate Le osservazioni relative alle norme di attuazione del Progetto di PAI possono distinguersi in: osservazioni di carattere generale; osservazioni su specifiche norme. Per quanto attiene a quelle di carattere generale un primo gruppo di osservazioni riguarda le necessarie integrazioni da apportare all impianto normativo a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale del comma 5 dell art. 1 bis della legge 365/2000. Tale articolo prevedeva l adeguamento automatico degli strumenti urbanistici alle previsioni del PAI adottato. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 524/2002, ha ritenuto che una incidenza diretta ed automatica della normativa del PAI sulla normativa urbanistica, si ponesse in netto contrasto con le competenze regionali in materia di pianificazione del territorio ed ha pertanto espunto dall ordinamento tale norma. La decisione della Corte si fonda, altresì, sul fatto che la possibilità di Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre10 introdurre disposizione dichiarate immediatamente vincolanti per le amministrazioni, gli enti pubblici ed i soggetti privati è prevista dall art. 17 comma 5 della L.183/1989 così come dallo stesso legislatore erano state previste misure di salvaguardia inibitorie e cautelative (Art.17 comma 6 bis). Un secondo gruppo di osservazioni lamenta la mancata adozione di idonee misure di salvaguardia per le aree a pericolosità più elevata. A tal proposito si ricorda che la delibera di adozione del Progetto faceva salve le misure inibitorie e cautelative contenute nei piani straordinari diretti a rimuovere le situazioni a rischio più alto di cui alle delibere C.I. 135 e 139 in attuazione di quanto prescritto all Art. 9 del D.L. 13 maggio 1999, n. 132 convertito con modificazioni nella L. 226/99. Le norme interessate da osservazioni di carattere puntuale sono quelle di cui al Titolo II Aree a pericolosità idrogeologica, nonchè al Titolo III, Programmazione e attuazione degli interventi. Apporti collaborativi puntuali sono stati proposti altresì al Titolo IV, per la Procedura di integrazione e modifica del PAI. La conferenza programmatica della Regione Umbria non ha rilevato elementi da modificare nelle norme di attuazione del PAI. Diversamente, il parere della conferenza programmatica della Regione Toscana ha messo in evidenza, anche alla luce delle osservazioni succitate, la necessità che le norme di attuazione del PAI consentissero un adeguamento dinamico degli strumenti di governo del territorio relativamente agli aspetti di tutela idraulica e geomorfologica. In tale prospettiva sono stati individuati i criteri e gli elementi che la normativa del PAI avrebbe dovuto recepire per consentite l adeguamento di cui sopra. In particolare è stato richiesto di: - inserire una norma che consenta l adeguamento degli strumenti di governo del territorio attraverso l approfondimento del quadro conoscitivo, con esplicitazione dei criteri e delle modalità per effettuare il medesimo approfondimento; - evidenziare le norme immediatamente vincolanti e le misure di salvaguardia; - dettare una normativa transitoria per l attuazione degli interventi previsti dagli strumenti urbanistici nelle more dell adeguamento al PAI; - rivedere le condizioni d uso previste per gli ambiti territoriali a pericolosità elevata e molto elevata. Nel parere della conferenza è stata, altresì, individuata l importanza di definire in modo chiaro le finalità e gli obiettivi della programmazione delle azioni del PAI e la correlazione di quest ultima con i piani stralcio già approvati (Piano stralcio per la riduzione del Rischio Idraulico, Piano stralcio Attività Estrattive e Piano stralcio Qualità delle acque ). Aggiornamento delle norme di attuazione del PAI sulla base delle osservazioni e dei pareri delle conferenze programmatiche. A seguito dei pareri delle conferenze il Comitato Tecnico, sulla scorta dell istruttoria effettuata dalla segreteria tecnico-operativa, ha provveduto a aggiornare e integrare le norme, considerando le osservazioni e i pareri come utili strumenti per l affinamento del PAI. In questa prospettiva, pur sempre nel rispetto dei principi e dei criteri informatori posti a base del Progetto, sono state recepite le indicazioni della conferenza programmatica della Regione Toscana e sono state così riviste alcune norme di cui ai Titoli II, III e IV. In particolare sono stati dettagliati i criteri per consentire l adeguamento dinamico degli strumenti di governo del territorio, aggiornando l allegato relativo a Criteri e indirizzi per lo svolgimento degli approfondimenti e delle modifiche di cui all art. 32, al fine di facilitare l adeguamento al PAI previsto dall art. 17 comma 6 della legge 183/1989. Sono state individuate due differenti discipline transitorie (art. 36 e 37 delle norme di attuazione del PAI) per consentire la realizzazione degli interventi previsti dagli strumenti urbanistici vigenti ferma restando a necessità della messa in sicurezza. Sono state, altresì, meglio definite le condizioni d uso del territorio previste per le aree a pericolosità elevata e molto elevata, al fine di favorire il recepimento delle stesse negli strumenti urbanistici. Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre11 In dettaglio vengono richiamati gli articoli delle norme di attuazione che hanno subito le più significative integrazioni e modifiche. L art.1 è stato modificato in attuazione a quanto statuito dalla Corte Costituzionale. All art. 2 è stata inserita una più articolata elencazione delle definizioni. In particolare, sulla scorta delle molteplici osservazioni puntuali pervenute, sono state introdotte le definizioni di sicurezza idraulica, frana quiescente e frana stabilizzata. All art.4 sono stati esplicitati gli elaborati del PAI. Gli artt. 6 e 7, che regolano le condizioni d uso nelle aree a pericolosità idraulica molto elevata ed elevata, sono stati oggetto di revisioni significative. In sostanza sono stati rivisitati gli interventi ammissibili in tali aree evidenziando le condizioni di sicurezza idraulica necessarie ai fini della loro realizzazione. L art. 8 è stato modificato al fine di renderlo coerente con gli strumenti urbanistici. Gli artt. 10 e 11, relativi alla disciplina degli usi delle aree a pericolosità geomorfologica molto elevata ed elevata, sono stati modificati, in coerenza e analogia con le integrazioni apportate agli articoli 6 e 7. Il titolo III, ed in particolare gli articoli 20-26, sono stati rivisti al fine di chiarire le finalità e gli obiettivi, in termini di sicurezza idrogeologica, della programmazione degli interventi. Per la parte idraulica è stato previsto che il programma triennale degli interventi, ai sensi dell art. 21 della legge 183/1989, aggiorni gli interventi del Piano stralcio Rischio idraulico. Tra le modalità di attuazione degli interventi è stato previsto, all art. 23, il ricorso ad accordi di programma e altre forme di programmazione negoziata riferite ad ambiti territoriali differenziati (Casentino, Pianura aretina e Val di Chiana; Mugello e Val di Sieve; Valdarno Superiore, Area Fiorentina e Chianti; Comprensorio dell Ombrone Pistoiese, del Bisenzio e dell area metropolitana; Area Empolese Valdelsa e Valdarno Inferiore; Pianura lucchese e Padule di Bientina; Basso Valdarno e Area Pisana). Per quanto attiene agli interventi di messa in sicurezza geomorfologica, l art. 24 richiama l elenco degli interventi relativi contenuti nella presente Relazione e ne prevede la possibilità di aggiornamento. Per quanto attiene agli interventi in agricoltura e alla normativa sugli impianti ortoflorovivaistici (rispettivamente articoli 25 e 26), è stato fatto rinvio a specifiche linee guida che l Autorità di bacino si è impegnata ad adottare entro i 12 mesi successivi all entrata in vigore del PAI. In tale prospettiva sono stati soppressi gli allegati originariamente numerati 2 e 3. Negli artt. 27 e 32 sono state riformulate le disposizioni relative all adeguamento della pianificazione urbanistica e territoriale al PAI. In particolare è stata prevista una procedura snella per l approfondimento del quadro conoscitivo con l espressione di un parere vincolante dell Autorità sulla proposta formulata dall amministrazione interessata. E stato introdotto un articolo specifico (art. 33) sulle modalità di rilascio dei pareri dell Autorità richiamati nell articolato delle norme del PAI. E stata confermata la norma relativa ai rapporti del PAI con gli altri Piani stralcio già approvati (art. 34). In particolare, per quanto attiene al Piano stralcio relativo alla riduzione del Rischio Idraulico, è stato esplicitato il richiamo alla Carta degli interventi proposti per la riduzione del rischio idraulico nel bacino dell Arno, costituente l Allegato A.1 del medesimo Piano. Sono state, infine, evidenziate le norme immediatamente vincolanti ai sensi dell art.17 comma 5 della legge 183/1989. Le misure di salvaguardia di cui alle delibere di Comitato Istituzionale n. 135 e 139 del 1999 sono state sostituire da nuove misure inibitorie e cautelative, vigenti fino alla data di entrata in vigore del D.P.C.M. di approvazione del PAI e coincidenti con alcune delle disposizioni contenute nelle norme di attuazione. Con l adozione del PAI e delle relative misure di salvaguardia cessa, dunque, di aver vigore il Piano straordinario per la rimozione delle situazioni a rischio idrogeologico più alto del bacino del fiume Arno di cui alle delibere sopra richiamate. In sintesi si sottolinea che la normativa di attuazione del PAI condivide, nella sua versione aggiornata, gli apporti collaborativi che sono venuti tanto dalle singole osservazioni quanto dalle valutazioni delle conferenze programmatiche e delle Regioni interessate. Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre12 OSSERVAZIONI DI CARATTERE TECNICO Le osservazioni di carattere tecnico avanzate riguardano, per la maggior parte, la richiesta di modifiche alla cartografia in aree nel complesso di non rilevante estensione. Tale richieste sono motivate da vari elementi che possono essere ricompresi nelle seguenti categorie principali: documentazione tecnico-analitica, documentazione storica, affermazioni non suffragate da documentazione. Nel parere della Conferenza la Regione Toscana ha ritenuto tecnicamente ammissibili le osservazioni pervenute nei termini di legge più sopra richiamati purché corredate da adeguata documentazione, demandando la valutazione di merito alla Autorità di Bacino. Sono state ritenute ammissibili dalla Regione Toscana anche le ulteriori osservazioni presentate dagli Enti durante lo svolgimento della Conferenza. Per la valutazione delle osservazioni la Segreteria Tecnica dell Autorità di Bacino ha predisposto un data base in formato Access collegato ad un data base geografico in formato Arc Gis. L analisi delle osservazioni di carattere cartografico, ovvero quelle che contengono richieste di modifica dei perimetri delle classi di pericolosità, ha condotto alla determinazione di un totale di 923 identificativi di area, di cui 240 riguardanti le aree a pericolosità da frana e 683 riguardanti le aree interessate da pericolosità idraulica. Per identificativo di area si intende la porzione di territorio che, per effetto dell osservazione, può essere oggetto di modifica dei poligoni che definiscono le classi di pericolosità. Naturalmente l elevato numero di identificativi di area è dovuto al fatto che numerose osservazioni si riferiscono a più poligoni, pertanto le aree oggetto di valutazione risultano di fatto molto maggiori. Le osservazioni accolte hanno portato alla modifica dei poligoni di 223 identificativi di area per quanto riguarda la pericolosità idraulica, e di circa 1100 identificativi di area per quanto riguarda la pericolosità da frana. Si deve ricordare che la regione Toscana, per ciò che concerne le osservazioni di carattere tecnico, si è espressa solo in termini di correttezza dell osservazione in merito ai tempi di presentazione e alla presenza di documentazione a suffragio, lasciando la verifica tecnica di merito all Autorità di Bacino. Ciò ha comportato la necessità di una attenta analisi dei contenuti tecnici di ogni osservazione, nel rispetto dei criteri stabiliti nella metodologia di realizzazione del PAI, indicati espressamente nella Parte IV. Tali criteri, anche alla luce delle valutazioni contenute nel parere della Conferenza, sono stati maggiormente chiariti e resi espliciti. Tali criteri trovano piena corrispondenza con gli obiettivi di chiarezza e coerenza richiesti sia dalla sopra richiamata delibera di Giunta Regionale n. 24 del , sia dal parere delle Conferenze, e hanno consentito di derivare con facilità le modalità regolatrici della fase di valutazione delle osservazioni, che vengono di seguito riassunte, divise per la parte idraulica e per i dissesti geomorfologici di versante. Modalità relative alla valutazione delle osservazioni in merito alla pericolosità idraulica Si distinguono, nella sostanza, due casi. Nelle porzioni di reticolo ove la pericolosità idraulica è definita mediante il modello numerico predisposto appositamente dall Autorità di Bacino, ovvero lungo l asta principale e porzioni del corso degli affluenti principali (livello di dettaglio della cartografia del PAI in scala 1:10.000): non sono state valutate le osservazioni che presentano modifiche della pericolosità derivate da altra modellazione. Questo al fine di mantenere l uniformità, la riproducibilità e la coerenza del metodo alla scala dell intero bacino, così come è stabilito nell atto di indirizzo e coordinamento del 29 settembre 1998; sono state esaminate le osservazioni che, rispetto al quadro conoscitivo del PAI, indicano l evenienza di variazioni o difformità morfologiche - sia del territorio soggetto alle inondazioni, sia degli alvei fluviali - che possano determinare una modificazione nella definizione delle aree Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre13 inondate. I nuovi dati proposti (superfici topografiche diverse da quelle considerate nel modello, nuove sezioni fluviali, evidenze morfologiche e quant altro) sono stati considerati nel modello; Nelle porzioni di reticolo ove la pericolosità idraulica è invece definita mediante i criteri cosiddetti storico-inventariali, basati cioè sulla documentazione ufficiale relativa agli eventi calamitosi degli anni passati (livello di sintesi della cartografia del PAI in iscala 1:25.000), sono state valutate le proposte di nuove perimetrazioni: delle alluvioni storiche, con indicazione delle fasce di pericolosità, derivate da approfondimenti e studi di dettaglio sulle aree realmente allagate, certificate dall Ente osservante; della pericolosità idraulica derivate da approfondimenti e studi di dettaglio condotti mediante analisi numerica svolta ad una scala territoriale di adeguata estensione; della pericolosità idraulica derivate da studi di carattere idraulico, geologico e geomorfologico di dettaglio, in aree a morfologia particolarmente complessa per le quali l analisi numerica presenti ridotta affidabilità; della pericolosità idraulica derivate dalla realizzazione di opere che modificano il livello di rischio, con presentazione dei certificati di regolare esecuzione o di collaudo e, se possibile, delle verifiche idrauliche dei tratti interessati. Modalità relative alla valutazione delle osservazioni sulla pericolosità geomorfologica La pericolosità da frana, come ampiamente descritto nella parte IV, è stata anch essa definita mediante due livelli di approfondimento: 1. livello di sintesi, redatto avvalendosi del quadro conoscitivo già in possesso della Autorità nonché mediante i dati ricavati dai P.T.C. Questa indicazione di pericolosità, coerentemente con la scala dei dati di origine, è da considerarsi come livello di prima approssimazione; 2. livello di dettaglio, ottenuto attraverso l elaborazione del censimento dei fenomeni franosi realizzato dall Autorità nell ambito di un progetto sviluppato con il concorso delle Università di Firenze, Siena e Pisa. Per i due livelli sopra indicati la valutazione delle osservazioni è stata svolta attraverso i seguenti criteri: la pericolosità da frana individuata mediante il livello di sintesi (cartografia in iscala 1:25.000) perimetra tre classi di pericolosità bassa, media ed elevata, lasciando la determinazione della fascia a pericolosità molto elevata al livello di dettaglio. In tale contesto sono state valutate le osservazioni riguardanti modificazioni dei perimetri delle aree PF3, pericolosità da frana elevata, derivate da strumenti di pianificazione vigenti, con un livello di definizione cartografica superiore alla scala 1: Non sono state valutate le osservazioni riguardanti le aree PF2 e PF1, pericolosità media e bassa, in quanto rappresentano aree di attenzione su cui dovranno essere svolti approfondimenti a scala di bacino. la pericolosità da frana definita mediante il livello di dettaglio (cartografia in scala 1:10.000) individua i corpi franosi con pericolosità variabile da molto elevata, ad elevata e a media. Poiché tali aree derivano dall elaborazione del censimento dei dissesti svolto da questa Autorità, le modifiche ai perimetri e/o le nuove perimetrazioni sono state valutate attraverso la documentazione di dettaglio presentata in sede di osservazione, coadiuvata da appositi sopralluoghi in sito. La verifica è stata svolta - in ossequio a quanto già indicato nella Parte IV con le procedure qui di seguito dettagliate che riguardano pertanto le metodologie utilizzate per la valutazione delle osservazioni riguardanti le aree a pericolosità di frana media (PF2), elevata (PF3) e molto elevata (PF4) definite in scala 1: a) Determinazione dell estensione areale dell area soggetta a pericolosità. La delimitazione della aree a pericolosità media (P.F.2), elevata (P.F.3) e molto elevata (P.F.4), è definita, oltre che dall area interessata dalla massa in movimento, anche da quella che può essere interessata, direttamente o indirettamente, dall evoluzione del dissesto. Pertanto, la definizione spaziale della pericolosità considera anche la Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre14 distanza di propagazione, i limiti di retrogressione e la possibile espansione areale. La valutazione di tali aspetti in conseguenza delle presentazione di osservazioni, è stata effettuata sia sulla base della documentazione, sia attraverso sopralluoghi mirati alla definizione delle caratteristiche della frana ed all esame delle condizioni geomorfologiche locali e della natura e distribuzione dei dissesti che interessano gli elementi a rischio presenti. b) Procedure di distinzione tra PF3 e PF4 nell ambito dei fenomeni franosi attivi. Nell ambito dei fenomeni franosi attivi, per distinguere le aree a pericolosità elevata (P.F.3) da quelle a pericolosità molto elevata (P.F.4), è stata svolta, sulla base delle osservazioni, una stima del rischio, inteso come danno potenziale massimo indotto sugli eventuali elementi presenti. La qualità e quantità degli elementi ricompresi nel perimetro del corpo franoso attivo concorrono a determinare pertanto la classe di pericolosità elevata o molto elevata. c) Procedure di distinzione tra PF2 e PF3 nell ambito dei fenomeni franosi inattivi. Nell ambito dei fenomeni franosi inattivi, per identificare le aree a pericolosità elevata (P.F.3) da quelle a pericolosità media (P.F.2), sono stati distinti i fenomeni quiescenti, ovvero con evidenze morfologiche di potenziale instabilità, dalle frane stabilizzate naturalmente o artificialmente. In sostanza, una volta che è stata determinata l estensione areale della pericolosità secondo quanto riportato al punto a), si procede secondo i punti b) e c) alla discriminazione tra aree P.F.4, P.F.3 e P.F.2 secondo la metodologia riportata nella Parte IV che, ricordiamo, adotta il seguente schema: P.F.4 pericolosità indotta da fenomeni franosi attivi che siano anche causa di rischio molto elevato; P.F.3 pericolosità indotta da fenomeni franosi attivi o da fenomeni franosi inattivi che presentano segni di potenziale instabilità (frane quiescenti) causa potenziale di rischio elevato; P.F.2 - pericolosità indotta da fenomeni franosi inattivi quiescenti o stabilizzati (naturalmente o artificialmente) causa di rischio medio. OSSERVAZIONI DI CARATTERE METODOLOGICO Il parere della Conferenza Programmatica della Regione Toscana, recependo alcune osservazioni in tal senso, ha rilevato la necessità di esplicitare maggiormente alcuni criteri e condizioni adottati per la redazione del PAI. A tali necessità si è cercato di dare risposta compiuta attraverso una analisi dettagliata delle osservazioni di carattere metodologico avanzate, integrando, dove possibile, la metodologia adottata. Gli aspetti rilevati sono di seguito analizzati, divisi per pericolosità idraulica e pericolosità da processi geomorfologici di versante. Pericolosità Idraulica La Conferenza Programmatica per quanto riguarda la pericolosità idraulica ha sollevato alcune richieste in merito agli aspetti che vengono di seguito riassunti in sintesi in tre temi principali: 1) necessità di una esplicitazione maggiore del concetto di sicurezza idraulica; 2) necessità di individuazione degli eventi pluviometrici di riferimento in rapporto alle pericolosità individuate nel PAI; 3) necessità di una maggiore chiarezza nelle componenti che concorrono ad identificare la pericolosità idraulica con riferimento specifico al reticolo di riferimento; Le righe che seguono entrano nel merito specifico delle questioni sollevate dalla Conferenza, cercando di chiarire ed esplicitare quanto richiesto. Definizione di sicurezza idraulica Con riferimento ad ogni specifica porzione di territorio il concetto riguarda, oltre al grado di vulnerabilità dei beni ivi presenti, l assetto delle aree considerate, nel loro tessuto complessivo, per quanto attiene l esposizione a fenomeni di inondazione o ristagno. La definizione è dunque di carattere generale. Essendo forzatamente connessa con il concetto di pericolosità, dipende da un Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre15 approccio di carattere probabilistico. Il concetto può essere comunque interpretato a vari livelli di complessità. Sotto questo punto di vista è utile il riferimento metodologico alla DCR della Toscana n. 12/2000, Approvazione del Piano di Indirizzo Territoriale ex Art. 7 LR 16/1/1995 n. 5. In particolare all Art. 65, comma 2, si fa riferimento al quadro conoscitivo necessario alla messa in sicurezza del quale sono parti integranti, tra le altre, la Carta delle aree inondabili della Toscana, l elenco dei corsi d acqua principali e l archivio informatico e programmi di gestione per la regionalizzazione delle portate di piena. Questo fatto, letto assieme agli ulteriori cenni alla sicurezza riportati nel medesimo comma e, più in generale nel PIT, consente di dedurre che la sicurezza idraulica può essere identificata coordinando il dato storico con specifiche indagini di carattere numerico. Per queste ultime, attraverso l esplicito riferimento al modello ALTO, si evince: 1. che la sicurezza idraulica può essere associata alla pericolosità idraulica per fenomeni di insufficienza del reticolo di drenaggio. Il territorio sicuro, seguendo questo ragionamento, è quello non pericoloso per un definito scenario di evento. Questa posizione non esclude che l obiettivo possa essere raggiunto per gradi attivando interventi che, nelle more della realizzazione delle opere strutturali, vadano a anche ridurre la vulnerabilità dei beni esposti al rischio. 2. che l insufficienza viene valutata sulla base della capacità di smaltimento di idrogrammi sintetici derivanti da trasformazione di afflussi in deflussi. Tali procedute fanno riferimento a specifici modelli di regionalizzazione delle portate di piena che ne consentono una affidabile caratterizzazione in frequenza; La sicurezza idraulica, sulla base di questo approccio, è dunque legata alla non inondabilità per eventi pluviometrici di assegnata frequenza. Visto che la Regione Toscana si è inoltre dotata degli strumenti teorici e operativi che consentono di trattare il problema in maniera omogenea sull intero territorio, il PAI ha ritenuto di conservare questo orientamento che, per quanto approssimato, consente una gestione della problematica coordinata e condivisa a livello regionale. Eventi pluviometrici di riferimento La definizione di sicurezza appena ricordata richiede che si fissino scenari cui fare riferimento per la pianificazione. La pratica ingegneristica riconosce in generale una gerarchia degli eventi pluviometrici sulla scorta dei criteri di progettazione degli interventi. Si riconoscono dunque eventi cui indirizzare la progettazione delle reti di bonifica e di smaltimento dei deflussi urbani che, per comodità, chiameremo frequenti. In questi casi si fa riferimento a tempi di ritorno tra i 10 e i 30 anni, a seconda della rilevanza dei beni posti a rischio. Ci sono poi gli eventi che chiameremo eccezionali, cui ricondursi, tra l altro, per la progettazione idraulica dei ponti e per le opere strutturali di mitigazione del rischio idraulico dovuto a esondazione diretta dei corsi d acqua. Lo scenario, in questo caso è generalmente esteso fino 200 anni di tempo di ritorno. C è da rilevare che il limite superiore di questo intervallo è proposto come indice di sicurezza dallo stesso PIT con riferimento all Ambito B all Art. 77, comma 6, oltreché dalla delibera 139 CI Autorità di bacino del fiume Arno, come condizione di sicurezza per il superamento del vincolo relativo alle aree a pericolosità molto elevata. Lo scenario estremo, riferito a tempi di ritorno superiori a 200 anni è invece quello cosiddetto catastrofico, cui uniformare gli elementi strutturali più critici quali, ad esempio, gli organi di scarico superficiale delle dighe. In questo caso non è infrequente parlare di tempi di ritorno cinquecentennali o addirittura millenari. La sicurezza idraulica secondo il PAI Dalle considerazioni appena esposte nasce l approccio metodologico utilizzato nel PAI. Il Piano, nel definire le classi di pericolosità, ha fatto intrinseco riferimento al concetto di sicurezza idraulica che la stessa Regione Toscana, già con la DCR 230/1994, aveva saldamente impostato secondo le linee concettuali appena ricordate e che raggiunge, proprio in questi tempi, il suo decimo anno di utilizzo. In particolare, a livello di metodo, si ritrova la modellazione matematica secondo la concettualizzazione idrologica propria del modello ALTO, l integrazione con i criteri storico Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre16 inventariali basati sulla Carta guida delle aree allagate e gli scenari differenziati relativi specifiche classi di eventi. In tale differenziazione si possono identificare alcune frequenze che hanno caratterizzato a quelle degli eventi degli anni 1991, 92 e 93 che, per il bacino dell Arno, costituiscono in qualche modo il paradigma della pericolosità associata agli eventi ricorrenti. Si ritrovano inoltre, come meglio discuteremo nel seguito, gli eventi del tipo di quello del 1966 che, a seconda delle sezioni, ha avuto tempi di ritorno stimabili in cifra tonda, salvo alcune eccezioni puntuali, tra i 100 e i 200 anni per la durata di 24 ore. Lo scenario dei 500 anni resta un riferimento estremo cui, peraltro, è riconducibile un grossolano ma assai efficace inviluppo del territorio inondabile dal reticolo. Facendo dunque riferimento alla tradizione culturale e normativa del territorio oltreché alla buona pratica ingegneristica, è possibile identificare lo scenario di riferimento per la sicurezza idraulica in quello mirato a determinare nel reticolo di drenaggio la capacità di smaltimento di eventi di portata sintetici con tempo di ritorno pari a 200 anni, calcolare tali idrogrammi sulla base della trasformazione afflussi deflussi di eventi pluviometrici di pari frequenza, secondo i modelli che caratterizzano la regionalizzazione delle portate di piena a livello di bacino, determinare tali eventi sulla scorta delle linee segnalatrici valutate tramite il modello ALTO o tramite metodologie di letteratura, di pari o superiore livello di approfondimento. Tale approccio costituisce essenzialmente un riferimento di tendenza che risulta cogente in numerose situazioni specifiche ma cui, come si è detto, è possibile giungere per successivi livelli di intervento, anche in base alle caratteristiche geomorfologiche, ambientali e di uso del territorio oltreché dal tipo di evento calamitoso considerato. Considerazioni ulteriori sulla pericolosità La pericolosità idraulica, intesa come probabilità di accadimento dell evento di inondazione, è sempre determinata da una molteplicità di fattori tra loro interagenti in maniera spesso non lineare. É possibile tuttavia individuare i filoni principali cui questi fattori possano essere ricondotti, anche per precisare i limiti di azione del Piano e individuare coerentemente le adeguate azioni di difesa. É bene distinguere, in primo luogo, la pericolosità dovuta all insufficienza dei sistemi idraulici da quella determinata da ulteriori cause. La prima è quella indotta da portate per le quali i sistemi stessi siano intrinsecamente, appunto, insufficienti. La seconda è prodotta da malfunzionamenti delle opere o altre cause non inerenti alla configurazione ordinaria del sistema idraulico oggetto di studio. Rientra così nella prima categoria la portata che tracima dagli argini perché superiore alla capacità di smaltimento dell alveo, l inondazione di un comprensorio di acque basse dovuta a intermittenza di scolo per insufficiente volume di invaso, il ristagno causato da afflussi superiori a quelli che la stazione di pompaggio deputata non è in grado di sollevare verso il recettore. Fanno invece parte del secondo gruppo eventi quali il collasso delle strutture arginali, l ostruzione dei fornici dei ponti causata da abnorme trasporto flottante, la diminuzione della conduttività di un corso d acqua dovuta a un frana o a colate detritiche provenienti dai versanti o da altri fenomeni di ostruzione localizzata. É bene precisare che l approccio al problema, all atto della stesura di un Piano esteso alla scala del bacino dell Arno, si è basato sull ipotesi del corretto funzionamento delle opere che contribuiscono al sistema idraulico complessivo. In questa posizione è l assunto che i fenomeni di crisi strutturale o meccanica siano tenuti in conto a priori, sia attraverso la progettazione, l esecuzione e il collaudo delle opere, che in seguito, attraverso le procedure di manutenzione e controllo e la vigilanza. Un tipico esempio è proprio quello delle arginature per le quali sono previste manutenzioni e sopratutto il servizio di piena in modo da prevenirne la crisi in corso di evento o, comunque, abbatterne drasticamente la probabilità. In maniera analoga, la corretta manutenzione dell alveo e della vegetazione riparia viene a limitare in maniera significativa i problemi relativi al trasporto solido flottante di origine naturale. Restano comunque ineliminabili le anomalie localizzate che, pur non dominando il processo complessivo del deflusso, ne costituiscono una evidente condizione al contorno. Tali fenomeni, quali ad esempio irregolarità geometriche, forme di fondo, presenza di piccoli manufatti, sono computati, assieme alle incertezze inerenti i calcoli, con l adozione di adeguati coefficienti di Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre17 perdita localizzata e di scabrezza del tronco considerato. Sotto questo punto di vista conviene osservare che tali coefficienti, soprattutto negli alvei naturali, sono pensati per tenere intrinsecamente conto, in maniera globale, dei numerosi fattori che condizionano il legame da livello e portata. Tra questi, oltre a quelli citati, si annoverano variazioni locali della morfologia dell alveo, scambi di energia con il trasporto solido in atto e presenza di vegetazione riparia. Il problema delle cause perturbatrici di maggiore entità quali, ad esempio, frane o colate detritiche in alveo, o altri incidenti di origine antropica come ad esempio la presenza di grandi relitti galleggianti, va inquadrato in termini di probabilità. É evidente che molti di tali fatti non possono essere considerati eventi indipendenti rispetto alla precipitazione o alla piena. Parimenti la caratterizzazione della loro frequenza, combinata con quella della pioggia, è spesso pressoché insuperabile per via della miriade di fattori concorrenti e la stessa eccezionalità degli eventi che non consente valutazioni efficaci di carattere statistico. Si può comunque affermare, vista la composizione di probabilità, che tali eventi concomitanti riportino comunque a scenari più rari di quello considerato per la specifica valutazione di pericolosità. É tuttavia importante che tali situazioni potenziali e le cause che le determinano vadano progressivamente censite e monitorate, affidando a specifiche azioni di assetto idrogeologico e alle buone pratiche di gestione e manutenzione del territorio perifluviale, le adeguate misure tecniche di salvaguardia. Tra queste merita un cenno, anche a titolo di esempio, l inibizione del parcheggio di autoveicoli, camper e rimorchi in aree che possano essere interessate dal deflusso. Reticolo idrografico, dati di base Il citato Piano di Indirizzo Territoriale, sempre trattando del quadro conoscitivo di cui all Art. 65, Comma 2, lettera b, specifica il reticolo idraulico cui riferirsi indicando l elenco dei corsi d acqua principali, ai fini del corretto assetto idraulico, redatto sulla base dell allegato A della DCR 230 del 1994, con alcuni adeguamenti e integrazioni. I dati geometrici dei corsi d acqua, ricavati in forma coerente con la rappresentazione grafica in scala 1:25000, sono organizzati nella base dei dati parte integrante del modello ALTO. In particolare sono riportati i parametri di carattere geomorfologico e idrologico necessari alla stima delle portate di piena per i diversi tempi di ritorno. Per un numero significativo di tronchi di questo reticolo, sono disponibili gli elementi di taratura che consentono di svolgere effettivamente l elaborazione. L Autorità di bacino del fiume Arno, insieme alla Regione Toscana, ha recentemente sviluppato il Sistema delle acque. Si tratta di un Sistema informativo che, oltre ad un accurato modello digitale del terreno, riporta i dati vettoriali relativi al reticolo di drenaggio coerente con la rappresentazione cartografica della Carta Tecnica Regionale in scala 1: Questo strumento costituisce un significativo passo avanti. Il livello di accuratezza è difatti superiore. L aspetto più significativo, tuttavia, è la derivazione del dato che, estratto direttamente dagli strati informatizzati della nuova CTR, supera nettamente per precisione, flessibilità e coerenza, il vecchio reticolo, ottenuto dalla digitalizzazione manuale delle tavolette IGM. Il reticolo del Sistema delle acque è gerarchizzato in grafo orientato ed è organizzato in oltre tronchi. Per ciascuno di essi, tra l altro, è possibile evincere, attraverso semplici operazioni informatiche, l insieme dei dati geomorfologici necessari alla stima dei parametri dell idrogramma alla sezione considerata. Questo insieme di dati, anche per il coordinamento intrinseco con il modello digitale del terreno, costituisce in via di tendenza il quadro cui sarà possibile riferirsi in futuro per le analisi idrologiche e idrauliche di dettaglio. Allo stato attuale, al fine di garantire la necessaria coerenza con il quadro di pianificazione a livello regionale, il PAI definisce il proprio reticolo di riferimento in coerenza con l elenco dei corsi d acqua indicato nel PIT e secondo le considerazioni espresse nel sottoparagrafo che segue. Una riflessione complessiva sulle modalità e i tempi per passare al nuovo modello dato dal Sistema delle acque potrà essere affrontata e sviluppata nei successivi aggiornamenti del Piano. Il reticolo di riferimento per la pianificazione Il PAI, come è stato dettagliatamente precisato nella Relazione generale, prevede la mappatura delle aree a pericolosità attraverso il ricorso ai due strumenti della modellazione matematica e dei dati storico-inventariali. La modellazione matematica consente di disporre di perimetrazioni coerenti con la scala 1:10000 che, almeno in un ottica di prospettiva, andrà sempre più a costituire Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre18 il principale livello di analisi e rappresentazione cartografica del PAI per quanto attiene alla pericolosità. Tale indagine è estesa all asta principale e agli affluenti più importanti, almeno sui tratti ritenuti maggiormente significativi per la produzione del rischio sul territorio. Si tratta dunque di un reticolo eminentemente di acque alte, sottoinsieme della base di dati a supporto del modello ALTO, più innanzi citato. Proprio a questo proposito conviene ricordare che le capacità di elaborazione di questo sistema sul bacino dell Arno sono estese a due specifici insiemi di tronchi fluviali chiamati rispettivamente bac_arno e bac_arn1 che comprendono l asta principale e gli affluenti in un sistema di ordine 8 secondo Horton. Il modello stesso individua poi un ulteriore insieme chiamato bac_abas, riferito al reticolo cosiddetto delle acque basse e caratterizzato dal fatto che su di esso il programma non è in grado di produrre alcuna elaborazione di carattere idrologico. Tale sistema comprende, nella sostanza, i principali comprensori di bonifica, intesi nel senso proprio del termine. Si tratta infatti di aree a scolo intermittente o meccanico, ove il regime idraulico dei canali è governato dai volumi di invaso piuttosto che dalla generazione e propagazione di onde di piena. Tali aree di bonifica non sono coerenti con l impostazione analitica complessiva e sono peraltro oggetto della pianificazione che i Consorzi svolgono a livello di comprensorio. L impostazione mista, analitica e storico-inventariale, cui è informato il PAI, consente di superare tale difficoltà. La memoria degli eventi passati, consente difatti di valutare in maniera ragionevolmente affidabile i nodi ove l insufficienza nella capacità di invaso risulta più frequente e offre una buona valutazione della pericolosità fatti salvi gli approfondimenti specifici. Per questi territori sussiste tuttavia il problema dovuto al forte sviluppo che ha interessato le aree di pianura. Aree residuali o dedite ad una agricoltura minore e parcellizzata, organizzate in un reticolo di bonifica spesso basato ancora sulla originale centuriazione romana, hanno mutato radicalmente la propria destinazione d uso. Si tratta, ad esempio, della Piana di Firenze che, negli ultimi decenni, ha subito una trasformazione imponente in termini di valore del territorio e dei beni esposti al rischio. É evidente che, sebbene i criteri storici della bonifica prevedano la stima della capacità di invaso su orizzonti frequenti, l azione di messa in sicurezza debba basarsi in generale su eventi duecentennali. Il quadro conoscitivo, sotto questo punto di vista, potrà essere integrato con analisi di dettaglio ad hoc. La valutazione degli interventi, laddove sia previsto lo scolo per sollevamento meccanico, deve peraltro, garantire il non aggravio delle condizioni di piena del recettore. Il rapporto tra i criteri di sicurezza e pericolosità nei Piani stralcio Si fa riferimento al Piano stralcio per la riduzione del rischio idraulico, approvato con DPCM 5/11/1999 che tratta argomenti fortemente intrecciati con quelli del PAI. L analisi di pericolosità presente in questo atto, è basata sostanzialmente sulla memoria storica dell evento eccezionale del 1966 e di quelli, già ricordati, dei primi anni 90 che coinvolsero sopratutto gli affluenti e il reticolo minore. In effetti la disponibilità di dati recenti, affidabili e, soprattutto, spalmati su di un vasto spettro di tipologie, consentì, ai tempi, un quadro chiaro e robusto cui informare la pianificazione. Tale assunto è sostanzialmente incontestabile ed ha indirizzato, in maniera coerente e ragionevole, l individuazione degli interventi per la messa in sicurezza. Si tratta peraltro di un attività che risale ad oltre dieci anni or sono, a fronte di un incremento intercorso che, in termini di know-how e disponibilità di potenza di calcolo, è quantificabile in ordini di grandezza. L analisi di pericolosità introdotta dal PAI, per buona parte basata su eventi sintetici, consente un nuovo salto qualitativo che è riassumibile nei punti che seguono: 1. risulta immediatamente allineata con le definizioni di pericolosità proprie degli strumenti di governo del territorio; 2. è coerente con la pratica progettuale degli interventi che, appunto, è riferita ad eventi di assegnato tempo di ritorno; 3. consente di enucleare l effettiva insufficienza del reticolo di drenaggio rispetto a cause accidentali e aleatorie che possono aver influenzato l andamento delle aree inondate; 4. permette di evincere gli effetti derivanti dalle esondazioni dei diversi corsi d acqua nel rispettivo concorso all inondazione del territorio; 5. permette di valutare direttamente l efficacia degli interventi definendo in maniera chiara e diretta la relazione che sussiste tra i concetti di pericolosità e sicurezza idraulica. Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre19 6. consente analisi quantitative del rischio, anche in funzione della valutazione costi benefici degli interventi, attraverso la combinazione dei diversi scenari di inondazione con gli strati informativi dei beni esposti al rischio. L integrazione dei due stralci funzionali nell ambito del medesimo Piano di bacino richiede le condizioni di allineamento dei relativi criteri. Il problema presenta aspetti sostanziali, legati alla magnitudo degli eventi considerati e aspetti di carattere più strettamente quantitativo, legati all impostazione scientifica della questione. Tale allineamento trova il suo punto focale nell evento del 1966 che risulta il parametro di riferimento per il dimensionamento degli interventi di messa in sicurezza previsti dal Piano. L evento del 4 novembre 1966 fu caratterizzato da precipitazioni eccezionali diffuse su buona parte del bacino e di durata generalmente pari o superiore alle 24 ore. I tempi di ritorno delle piogge, stimati in base alle linee segnalatrici proposte da ALTO, variano localmente e indicano tempi di ritorno che, sulle durate maggiori, sono pari o superiori a 200 anni. Può essere utile aggiungere che lo stesso modello ALTO indica la frequenza della portata di piena, stimata a Firenze il 4 novembre 1966, attorno ai 200 anni di tempo di ritorno. Tale portata, di carattere idrologico, non prende in considerazione le esondazioni a monte. Queste tuttavia, considerandone l entità in rapporto al volume complessivo della piena non paiono rilevanti, tant è che il modello SIMI, utilizzato per la propagazione delle onde di piena del PAI e che, dunque, tiene conto dell effettiva idraulica del problema, fornisce dati congruenti nell ambito di qualche percento. Sulla scorta di questi risultati è possibile porre l ipotesi che l evento duecentennale del PAI possa considerarsi di pari magnitudo rispetto a quello del La verifica è possibile confrontando gli effetti dell evento sintetico e di quello osservato in termini di estensione delle aree allagate e di battenti. Conviene osservare che i dati relativi all inondazione del 1966 presentano margini di incertezza come accade per la memoria storica di qualsiasi evento calamitoso. É comunque da sottolineare come il confronto tra gli strati informativi del PAI relativi alle aree a pericolosità di livello eguale a superiore a 2 e quello delle aree allagate sia straordinariamente coerente. Tale coerenza è particolarmente significativa per aree sensibili quali il centro storico di Firenze, la Piana di Prato, i comuni del Distretto conciario, il Valdarno superiore e il Casentino nella quale le due perimetrazioni sono praticamente sovrapponibili. Diverso è il caso degli eventi del tipo di quelli del 1991, 92 e 93. Il Piano stralcio per la riduzione del rischio idraulico individua tali eventi come obiettivo cui mirare la messa in sicurezza della prima fase quinquennale del piano. La caratterizzazione in frequenza per questi eventi è alquanto complessa. Il tempo di ritorno delle piogge varia difatti in maniera molto sensibile al variare della durata. Questo fatto non costituisce un particolare problema per il caso del 1966, nel quale i tempi di ritorno sono abbastanza stabili per le durate confrontabili con i diversi tempi di corrivazione sull asta principale, almeno a valle del Casentino. Nel caso dei primi anni 90 invece è praticamente impossibile giungere ad un quadro univoco, vista la estrema differenziazione nella distribuzione delle piogge e dei tempi di corrivazione nelle diverse sezioni critiche, laddove si sono verificate le inondazioni. É tuttavia possibile affermare che i tempi di ritorno delle piogge variano tra i 5 e i 10 anni, almeno per i corsi d acqua minori. Il quadro del PAI, riferito allo scenario di frequenza trentennale, indica un quadro di inondazione sostanzialmente più grave ed esteso. L immagine, sotto questo punto di vista, è quella di un evento frequente, tuttavia in grado di provocare tangibili sintomi di crisi sull asta principale. Questo imperfetto allineamento tra i due strumenti di pianificazione è tuttavia, in buona sostanza, inessenziale. L idea contenuta nel DPCM del 1999 è difatti quella di guadagnare una progressiva sicurezza in termini di tempo di ritorno via via che i singoli interventi siano stati realizzati. Il riferimento agli eventi osservati, così intrinsecamente debole da un punto di vista quantitativo, va dunque letto come generica indicazione verso eventi frequenti. Conviene peraltro osservare che la stessa Autorità, proprio nelle more della definitiva approvazione dello Stralcio per la riduzione del rischio idraulico, si è espressa nel Piano straordinario di cui alla legge 225/99, in merito alle aree a pericolosità molto elevata. Nella delibera di approvazione si fa chiaramente riferimento alla perimetrazione basata su eventi sintetici a frequenza trentennale. In tale atto si legge un chiaro indirizzo sugli interventi di immediata messa in sicurezza che supera le forzate incertezze del precedente strumento di Piano. Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre20 Pericolosità da processi geomorfologici di versante La Conferenza Programmatica per quanto riguarda la pericolosità da frana ha sollevato alcune richieste in merito agli aspetti che vengono di seguito riassunti in sintesi: 1) poichè le classi di pericolosità del PAI sono associate anche a valutazioni di rischio, è necessaria una maggiore esplicitazione del concetto di sicurezza idrogeologica e degli obiettivi di sicurezza strutturale per la pianificazione territoriale, con indicazione delle condizioni di verifica opportune; 2) sempre in conseguenza del fatto che sono presenti nella stessa classe di pericolosità (elevata) fenomeni franosi con stato di attività diverso, è necessario definire regole e condizioni per la trasformabilità del territorio, sia per la sicurezza dell esistente che per la pianificazione territoriale; 3) necessità di maggiore coerenza dei criteri di classificazione della pericolosità al fine di rendere più esplicite le modalità di ricognizione delle componenti che concorrono alla definizione della classe di pericolosità; 4) necessità di maggiore esplicitazione dei criteri di integrazione e modifica del quadro conoscitivo in relazione allo sviluppo di elaborazioni e verifiche, con particolare riferimento alla necessità di criteri utili per la definizione di pericolosità; 5) necessità di esplicitare maggiormente le condizioni di verifica/efficacia per ciascun intervento sia a scala locale che di bacino; 6) valutazione dell opportunità di fornire criteri per la individuazione di areali o domini caratterizzati da peculiarità litologiche, di uso del suolo, etc., suscettibili di innesco di fenomeni di colate di detrito e fango e di zone dove sono da attendersi significative portate solide. Appare opportuno, prima di analizzare nel dettaglio le richieste della Conferenza della Regione Toscana, precisare alcuni concetti che hanno portato alla redazione della pericolosità da frana e che possono essere importanti per capire l impostazione data al lavoro e i suoi contenuti. La determinazione della pericolosità da frana nel PAI affonda i suoi presupposti nel Piano Straordinario e, giocoforza, ne prende anche le impostazioni concettuali e metodologiche. Come già ricordato nella Parte I, il Piano Straordinario ha avuto forti caratteri di emergenzialità in quanto, in breve tempo, era richiesta una analisi profonda delle cause del dissesto idrogeologico e una immediata determinazione dei fattori di rischio puntuali, con individuazione specifica degli interventi per risolvere le situazioni in cui persone e cose erano maggiormente esposte. Tale impostazione ha condotto a cercare di individuare immediatamente le situazioni in cui, per i fenomeni franosi, si avevano centri abitati, infrastrutture, agglomerati, sottoposti ad un rischio evidente, individuando nel contempo i rimedi e gli interventi necessari. Pertanto l analisi è giustamente centrata sul rischio in quanto la necessità era la soluzione di situazioni evidenti in cui era in gioco la sicurezza della vita umana e dei beni. Con il PAI gli aspetti sono necessariamente, almeno sotto il punto di vista tecnico, cambiati. Se il PAI deve essere anche uno strumento di supporto alla pianificazione, identificando i dissesti e dettando le condizioni di uso del territorio a beneficio degli enti locali, ne consegue abbastanza logicamente che la sua impostazione metodologica deve essere espressa in termini di analisi di pericolosità, dando nel contempo anche le necessarie direttive ed indicazioni per determinare il rischio sull esistente e sulle ipotesi di pianificazione. In tale logica le azioni necessarie per determinare la pericolosità e il rischio sono in sequenza e non consentono è concettualmente possibile un loro intreccio. Nell analisi svolta per il PAI dell Arno questo è stato possibile sino ad un certo punto. Gli stretti tempi imposti dalla legge e il notevole lavoro svolto per il Piano Straordinario hanno consigliato di seguire una via che, recuperando tutta la mole di dati a disposizione per il bacino dell Arno e nel contempo introducendo i nuovi concetti basati sul rischio, potesse unire in un unico elaborato le risposte ritenute in questa fase necessarie, lasciando ad un approfondimento di metodo le fasi successive. Sulla base delle considerazioni avanzate si è pertanto ritenuto di concentrare l azione sulla determinazione di quei dissesti che potevano, al momento, avere dirette conseguenze sulle strutture coinvolte, introducendo nelle classi di pericolosità anche dei criteri di valutazione del rischio indotto. Come indicato nella Parte IV, le perplessità sollevate dalla Conferenza erano ben Relazione integrativa al PAI in seguito alle osservazioni al Progetto di Piano Novembre Vedere altro
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 art.18
 art.18
 art.1
 art.18
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 art. 1
 art. 1
 sentenza 
 art. 17
 Art. 9
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 art. 8
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