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Cassazione sentenza n. 18526 del 09 settembre 2011 - Lavora a tempo determinato e risoluzione per mutuo consenso - Studio Cerbone
Cassazione sentenza n. 18526 del 09 settembre 2011 – Lavora a tempo determinato e risoluzione per mutuo consenso
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Corte di Cassazione sentenza n. 18526 del 09 settembre 2011
LAVORO SUBORDINATO – LAVORO A TEMPO DETERMINATO – RISOLUZIONE DEL RAPPORTO PER MUTUO CONSENSO – CONFIGURABILITA’ – PRESUPPOSTI – RELATIVA VALUTAZIONE DEL GIUDICE DI MERITO – CENSURABILITA’ IN SEDE DI LEGITTIMITA’ – ESCLUSIONE – LIMITI
La mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine è di per sé insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso in quanto, affinché possa configurarsi un tale risoluzione, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo, sicché la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto.
Con sentenza del 6/6 – 8/6/06 la Corte d’appello di Torino – sezione lavoro rigettò l’impugnazione proposta dalla s.p.a. P.I. avverso la sentenza n. 144/04 del giudice del lavoro del Tribunale di Biella, con la quale era stata dichiarata la nullità del termine apposto al contratto stipulato l’1/6/99 con S.M. in relazione al periodo 1/6 – 30/10/99 sulla base delle esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione societaria di cui all’art. 8 del CCNL di settore del 26/11/94, con trasformazione dello stesso in rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
Nel confermare la sentenza impugnata, la Corte territoriale accertò, in particolare, che dagli atti non emergeva alcun dato in ordine alla connessione tra la posizione della lavoratrice e le eventuali esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione della società che avevano giustificato il ricorso alla tipologia del contratto a termine e che era, altresì, infondata l’eccezione di risoluzione del rapporto per mutuo consenso sollevata dalla difesa dell’appellante; infine, il risarcimento del danno non poteva che decorrere dall’offerta della prestazione lavorativa da ritenere coincidente con la richiesta del tentativo obbligatorio di conciliazione.
Per la cassazione della sentenza propone ricorso la s.p.a. P.I. che affida l’impugnazione a due motivi di censura. Resiste con controricorso la S.M.
1. Col primo motivo vengono denunziati i seguenti vizi della sentenza: “Violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 n. 3 c.p.c.) in relazione all’art. 23 della legge 28/2/1987, n. 56; violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 c.c. e ss. (art. 360, n. 3 c.p.c); contraddittoria e omessa pronuncia in ordine ad un punto decisivo della controversia (art. 360, n. 5 c.p.c.).
La ricorrente contesta, in particolare, la circostanza per la quale la Corte territoriale ha ritenuto necessario, ai fini della verifica della legittimità dell’apposizione del termine, che venisse fornita la prova della sussistenza del nesso eziologico tra l’assunzione della singola dipendente e le esigenze dedotte in contratto, anche con riferimento allo specifico ufficio di applicazione.
Si osserva, anzitutto, che pur essendo corretta la decisione finale della Corte territoriale di respingere l’appello, diverse, sono, tuttavia, le ragioni che conducono a ciò e, a tal fine, va operata la opportuna correzione della motivazione.
Al riguardo, si è già avuto modo di chiarire (Cass. sez. 3 n. 22283 del 21/10/2009) che ” l’esercizio da parte della Corte di cassazione del potere d’ufficio di correzione della motivazione della sentenza, ai sensi dell’art. 384, quarto comma, cod. proc. civ., non è soggetto alla regola di cui al terzo comma del medesimo articolo, che impone alla Corte il dovere di stimolare il contraddittorio delle parti sulle questioni rilevabili d’ufficio che ritenga di porre a fondamento della decisione.”
Orbene, osserva il Collegio che la Corte di merito, tra l’altro, ha attribuito rilievo decisivo alla considerazione che il contratto in esame è stato stipulato, per “esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, ed in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi ed in attesa dell’attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle risorse umane” – ai sensi dell’art. 8 del ccnl del 1994, come integrato dall’accordo aziendale 25 settembre 1997 – in data successiva al 30 aprile 1998, vale a dire per il periodo 1.6.99-30.10.99.
Tale considerazione – in base all’indirizzo ormai consolidato in materia dettato da questa Corte (con riferimento al sistema vigente anteriormente al ceni del 2001 ed al d.lgs. n. 368 del 2001) – è sufficiente a sostenere l’impugnata decisione, in relazione alla nullità del termine apposto al contratto “de quo”.
Invece, il giudice d’appello ha aggiunto che non emergeva dagli atti alcun dato in ordine alla connessione tra la posizione della lavoratrice e le eventuali esigenze eccezionali connesse con la fase di ristrutturazione in corso, ritenendo, in tal modo, necessario l’assolvimento dì un onere probatorio superfluo rispetto alla sorte, ormai segnata, della illegittimità dell’apposizione del termine in data successiva a quella (30/4/98) entro la quale era ancora possibile, in base ai citati accordi collettivi, ricorrere alla tipologia del contratto a termine. Al riguardo, sulla scia della pronunzia delle Sezioni Unite di questa Corte (Cass. SU. 2-3-2006 n. 4588), è stato precisato che “l’attribuzione alla contrattazione collettiva, ex art. 23 della legge n. 56 del 1987, del potere di definire nuovi casi di assunzione a termine rispetto a quelli previsti dalla legge n. 230 del 1962, discende dall’intento del legislatore di considerare l’esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con l’unico limite della predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a termine rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla necessità dì individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori ovvero di fissare contrattualmente limiti temporali all’autorizzazione data al datore di lavoro di procedere ad assunzioni a tempo determinato” (v. Cass. 4-8-2008 n. 21063, v. anche Cass. 20-4-2006 n. 9245, Cass. 7-3-2005 n. 4862, Cass. 26-7-2004 n. 14011). “Ne risulta, quindi, una sorta di “delega in bianco” a favore dei contratti collettivi e dei sindacati che ne sono destinatari, non essendo questi vincolati alla individuazione di ipotesi comunque omologhe a quelle previste dalla legge, ma dovendo operare sul medesimo piano della disciplina generale in materia ed inserendosi nel sistema da questa delineato.” (v., fra le altre, Cass. 4-8-2008 n. 21062, Cass. 23-8-2006 n. 18378).
In tale quadro, ove però, come nel caso di specie, un limite temporale sia stato previsto dalle parti collettive (anche con accordi integrativi del contratto collettivo), la sua inosservanza determina la nullità della clausola di apposizione del termine (v. fra le altre Cass. 23-8-2006 n. 18383, Cass. 14-4-2005 n. 7745, Cass. 14-2-2004 n. 2866).
In particolare, quindi, come questa Corte ha costantemente affermato e come va anche qui ribadito, “in materia di assunzioni a termine di dipendenti postali, con l’accordo sindacale del 25 settembre 1997, integrativo dell’art. 8 del c.c.n.l. 26 novembre 1994, e con il successivo accordo attuativo, sottoscritto in data 16 gennaio 1998, le parti hanno convenuto di riconoscere la sussistenza della situazione straordinaria, relativa alla trasformazione giuridica dell’ente ed alla conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso di attuazione, fino alla data del 30 aprile 1998; ne consegue che deve escludersi la legittimità delle assunzioni a termine cadute dopo il 30 aprile 1998, per carenza del presupposto normativo derogatorio, con la ulteriore conseguenza della trasformazione degli stessi contratti a tempo indeterminato, in forza dell’art. 1 della legge 18 aprile 1962 n. 230” (v., fra le altre, Cass. 1-10-2007 n. 20608; Cass. 28-1-2008 n. 28450; Cass. 4-8-2008 n. 21062; Cass. 27-3-2008 n. 7979, Cass. 18378/2006 cit.).
In base a tale orientamento consolidato ed al valore dei relativi precedenti, pur riguardanti la interpretazione di norme collettive (cfr. Cass. 29-7-2005 n. 15969, Cass. 21-3-2007 n. 6703), va, quindi, confermata la declaratoria dì nullità del termine apposto al contratto de quo, seppur per ragioni diverse da quelle adottate con la sentenza impugnata, risultando superfluo l’esame di ogni altra censura al riguardo.
2. Col secondo motivo è lamentata la violazione e falsa applicazione di norme di diritto (artt. 1372, 1° comma, 1362, 2° comma, 1427 e segg., 2697 c.c. e art. 115 c.p.c.), nonché l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia (art. 360, nn. 3 e 5 c.p.c.).
Ci si duole, in sostanza, dell’errore in cui sarebbe incorsa la Corte d’appello nel respingere l’eccezione di risoluzione del rapporto di lavoro per effetto del mutuo consenso tacito, laddove la prolungata inerzia dell’intimata, unitamente alle altre circostanze dedotte nelle memorie dei precedenti gradi, rimaste incontestate, ed a quelle emerse nel corso del libero interrogatorio avrebbero dovuto indurre la stessa Corte ad accoglierla.
Al riguardo la ricorrente pone il seguente quesito di diritto: “Dica l’Ecc.ma Corte di Cassazione se costituisca violazione e falsa applicazione degli artt. 1372, 1° comma” 1362, 2° comma, 2697 c.c. e art. 115 c.p.c. ovvero omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia subordinare la configurabilità della risoluzione per mutuo consenso tacito del rapporto di lavoro alla espressa rinuncia del lavoratore alla riattivazione del rapporto, anche a fronte di comportamenti delle parti incompatibili con la volontà di mantenere in vita il vincolo contrattuale ed in particolare la prolungata inerzia del lavoratore per un apprezzabile lasso di tempo dopo la scadenza del contratto, la percezione del TFR senza alcuna riserva, il reperimento di una nuova stabile occupazione da valutarsi sia singolarmente sia congiuntamente.”
Invero, la Corte d’appello si è espressamente pronunziata in merito all’eccezione di cui trattasi in termini logico-giuridici tali da fugare ogni sorta di dubbio sulla loro immunità dai rilievi mossi, osservando che alla luce delle allegazioni e delle prove offerte non erano rilevabili circostanze atte a manifestare un completo disinteresse delle parti alla attuazione del rapporto in guisa tale da poterlo considerare risolto.
Il giudice d’appello ha, infatti, evidenziato che l’inerzia si era protratta per un periodo di tempo tale da non consentire di ritenere che ciò equivalesse alla volontà della lavoratrice di rinunciare all’azione di nullità del termine ed al conseguente ripristino del rapporto di lavoro, posto che la imprescrittibilità dell’azione di nullità del contratto impediva di attribuire all’inerzia dell’avente diritto un significato abdicativo dei propri diritti; d’altra parte, nemmeno si poteva esigere che la lavoratrice reiterasse l’offerta della propria prestazione lavorativa ad un datore di lavoro che non appariva più interessato alla sua attività. Né, tantomeno, l’accettazione, da parte della lavoratrice, di una stabile occupazione lavorativa avrebbe potuto avere il significato in equivoco di dismissione delle pretese nei confronti del precedente datore di lavoro, sia perché era interesse della medesima lavoratrice procurarsi dei redditi per poter vivere, sia perché la norma di cui all’art. 1227, comma 2°, c.p.c. le imponeva di adoperarsi per limitare le conseguenze dannose dell’illegittima cessazione del rapporto di lavoro con le P.I.
E’, inoltre, il caso di ricordare che l’indirizzo consolidato di questa stessa Sezione (Cass. sez. lav. n. 5887 dell’11/3/2011; Cass. sez. lav. n. 23057 del 15/11/2010; Cass. sez. lav. n. 26935 del 10/11/08; C. sez. lav. n. 17150 del 24/6/08; C. sez. lav. n. 20390 del 28/9/07; C. sez. lav. n. 23554 del 17/12/04; C. sez. lav. n. 17674 dell’11/12/02) è nel senso di ritenere che la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine è di per sé insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso in quanto, affinché possa configurarsi una tale risoluzione, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalla parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo, sicché la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto.
D’altra parte, come è noto, l’azione diretta a far valere la illegittimità del termine apposto al contrasto di lavoro, per violazione delle disposizioni che individuano le ipotesi in cui è consentita l’assunzione a tempo determinato, si configura come azione di nullità parziale del contratto per contrasto con nome imperative ex artt. 1418 e 1419, comma 2, c.c. Essa, pertanto, ai sensi dell’art. 1422 c.c., è imprescrittibile, pur essendo soggetti a prescrizione i diritti che discendono dal rapporto a tempo indeterminato risultante dalla conversione ex lege per illegittimità del termine apposto. Ne consegue che il mero decorso del tempo tra la scadenza del contratto e la proposizione di siffatta azione giudiziale non può, di per sé solo, costituire elemento idoneo ad esprimere in maniera inequivocabile la volontà della parti di risolvere il rapporto a tempo indeterminato risultante dalla conversione ovvero, in un ottica che svaluti il ruolo e la rilevanza della volontà delle parti intesa in senso psicologico, elemento obiettivo, socialmente e giuridicamente valutabile come risoluzione per tacito mutuo consenso (v. Cass., 15/12/97 n. 12665; Cass., 25/3/93 n. 824 e da ultimo Cass. sez. lav. n. 23057 del 15/11/2010). Comunque, consentendo l’ordinamento di esercitare il diritto entro limiti di tempo predeterminati, o l’azione di nullità senza limiti, il tempo stesso non può contestualmente e contraddittoriamente produrre, da solo e di per sé, anche un effetto di contenuto opposto, cioè l’estinzione del diritto ovvero una presunzione in tal senso, atteso che una siffatta conclusione sostanzialmente finirebbe per vanificare il principio dell’imprescrittibilità dell’azione di nullità e/o la disciplina della prescrizione, la cui maturazione verrebbe “contra legem” anticipata secondo contingenti e discrezionali apprezzamenti. Per tali ragioni appare necessario, per la configurabilità di una risoluzione per mutuo consenso, manifestatasi in pendenza del termine per l’esercizio del diritto o dell’azione, che il decorso del tempo sia accompagnato da ulteriori circostanze oggettive le quali, per le loro caratteristiche di incompatibilità con la prosecuzione del rapporto, possano essere complessivamente interpretate nel senso di denotare “una volontà chiara e certa della parti di volere, d’accordo tra loro, porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo” (v. anche Cass., 2/12/2000 n. 15403; Cass., 20/4/98 n. 4003).
È, inoltre, onere della parte che faccia valere in giudizio la risoluzione per mutuo consenso allegare prima e provare poi siffatte circostanze (v. Cass. sez. lav. n. 2279 dell’1/2/2010, n. 16303 del 12/7/2010, n. 15624 del 6/7/2007).
In tal senso, quindi, va respinto il ricorso, non essendo stata, peraltro, avanzata alcuna altra censura, che riguardi in qualche modo le conseguenze economiche della dichiarazione di nullità della clausola appositiva del termine ed il capo relativo al risarcimento del danno.
Al riguardo, osserva il Collegio che, con la memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c. la società ricorrente, invoca, in via subordinata, l’applicazione dello ius superveniens, rappresentato dall’art. 32, commi 5°, 6° e 7° della legge 4 novembre 2010 n. 183, in vigore dal 24 novembre 2010.
Orbene, a prescindere da ogni altra considerazione, va premesso, in via di principio, che costituisce condizione necessaria per poter applicare nel giudizio di legittimità lo ius superveniens che abbia introdotto, con efficacia retroattiva, una nuova disciplina del rapporto controverso, il fatto che quest’ultima sia in qualche modo pertinente rispetto alle questioni oggetto di censura nel ricorso, in ragione della natura del controllo di legittimità, il cui perimetro è limitato dagli specifici motivi di ricorso (cfr. Cass. 8 maggio 2006 n. 10547, Cass. 27-2-2004 n. 4070). Tale condizione non sussiste nella fattispecie.
Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza della ricorrente e vanno poste a carico di quest’ultima nella misura liquidata come da dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del presente giudizio nella misura di € 2000,00 per onorario, oltre € 20,00 per esborsi, nonché IVA, CPA e spese generali ai sensi di legge.
Così deciso in Roma il 19 maggio 2011

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