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Rassegna stampa 08 gennaio 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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da Alessia peilex|Pubblicato 9 gennaio 2019
08/01/2019 – La Stampa
Nei primi mesi del nuovo anno Torino giocherà due partite molto importanti per il suo futuro. Si dovranno decidere, infatti, gli assetti di vertice della più importante azienda pubblica di servizi del Nord Ovest, Iren, la partecipata dei Comuni di Genova, dell’ Emilia e, appunto, di Torino e della più grande banca italiana, Intesa Sanpaolo. La capitale subalpina, dopo la sconfitta subita con la vicenda della candidatura per le Olimpiadi invernali del 2026 e con il rischio di perdere l’ occasione del suo inserimento, attraverso la Tav, nel corridoio mediterraneo della logistica continentale tra Ovest ed Est dell’ Europa, teme un isolamento strategico derivante anche dal suo ridotto peso politico negli equilibri italiani di potere. Ecco perché l’ esito di queste due partite non conterà solo per l’ assegnazione di nomine dall’ influenza notevole sull’ economia del territorio, ma anche, e forse soprattutto, per segnalare il futuro ruolo che potrà esercitare Torino in campo nazionale e internazionale. L’ azienda di servizi pubblici Iren, finora, si è retta su un patto collaborativo fra i tre poli del suo azionariato, quello di Torino, quello di Genova e quello dell’ Emilia. Ora, l’ imminente modifica dello statuto, che dovrebbe essere approvata dai consigli comunali detentori delle quote azionarie della società, prevede che, senza un accordo preventivo tra questi soci, sarà chi detiene il pacchetto più cospicuo di azioni ad assegnarsi la carica più importante. In questo caso Torino, che, con Paolo Peveraro, attualmente ricopre il posto di presidente, rischia di restare completamente fuori dall’ assetto di vertice dell’ azienda. Motivo di questo possibile declassamento è il calo della sua quota di possesso azionario, arrivata al 13,8 per cento, dopo l’ improvvida decisione della giunta Appendino di vendere il 2,5 per un’ emergenza contabile dei bilanci comunali che ha tamponato sì una crisi congiunturale di cassa, ma ha ipotecato sia le future finanze cittadine, sia il peso di Torino nell’ azienda. Con l’ aggravante dell’ annunciata ipotesi di vendere, tra poco tempo, anche un altro 2,5 per cento della quota torinese di Iren. Occorre considerare che le decisioni di una tale società di servizi pubblici sono assai rilevanti per gli investimenti sul territorio, perché non riguardano solo l’ energia, già un settore fondamentale, ma pure l’ acqua, i rifiuti e molte altre attività collegate, con evidenti riflessi sui tassi di sviluppo dell’ occupazione. Se dalla vecchia logica di collaborazione si passasse a una pura contabilità di interessi contrapposti, la partita per Torino potrebbe essere destinata a una molto prevedibile sconfitta. Altrettanto importante è il «risiko» di potere che si giocherà ai vertici di Intesa Sanpaolo. Anche qui, la poltrona del presidente è attualmente ricoperta da un altro torinese, Gian Maria Gros Pietro, di cui la riconferma è in dubbio. Nonostante l’ accordo con l’ amministratore delegato della banca, Carlo Messina, in questi anni, abbia funzionato molto bene e il «tandem» abbia ottenuto rilevanti successi sui conti aziendali, ma pure per il ruolo che, in generale, l’ istituto ha esercitato in Italia e all’ estero, le voci sul passaggio dell’ attuale vice presidente, il milanese Paolo Andrea Colombo, alla massima carica non si placano. Le decisioni in questa partita sembrano ancora legate all’ influenza del «grande vecchio» del potere bancario in Italia, l’ ex democristiano Giuseppe Guzzetti che, nonostante la veneranda età lo destini a un imminente pensionamento, è ancora in grado di esercitare un peso determinante nelle scelte sia per Intesa Sanpaolo, sia per quella del suo successore alla presidenza dell’ Acri, l’ associazione di fondazioni e casse di risparmio. Per Torino, i pronostici sembrano più avversi per la partita Iren e meno per quella della banca. Ma, anche in caso di un pareggio, i conti non tornerebbero. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.
08/01/2019 – Italia Oggi
Anticipazioni di liquidità, rebus per gli enti locali
Non sono ancora ben chiari i rapporti tra i due strumenti
Enti locali al bivio anticipazioni. La manovra (l 145/2018) mette a disposizione delle amministrazioni due strumenti diversi per fronteggiare le carenze momentanee di liquidità, ma senza chiarire quale sia il rapporto (cumulabilità o alternatività) fra l’ uno e l’ altro. Da un lato, il comma 906 eleva a da 3/12 a 4/12, fino al 31 dicembre 2019, il limite entro il quale è possibile chiedere cassa al proprio tesoriere. Ricordiamo che la materia è regolamentata dall’ art. 222 del Tuel, che collega il massimale dell’ anticipazione ordinaria attivabile alle entrate accertate nel penultimo esercizio precedente (quindi, per l’ anno in corso, il 2017) ai primi tre titoli del bilancio. Dall’ altro lato, i commi 849-857 introducono la possibilità di richiedere a banche, intermediari finanziari, Cassa depositi e prestiti e istituzioni finanziarie dell’ Unione europea anticipazioni «straordinarie» da destinare al pagamento di debiti, certi, liquidi ed esigibili, maturati alla data del 31 dicembre 2018, relativi a somministrazioni, forniture, appalti e a obbligazioni per prestazioni professionali. Anche in tal caso, il massimale è fissato a 3/12 delle entrate correnti accertate nel 2017, ma i termini di richiesta e rimborso sono fissati, rispettivamente, al 28 febbraio ed al 15 dicembre. A parere di chi scrive, i due strumenti sono certamente cumulabili, anche perché hanno presupposti e finalità solo in parte sovrapponibili. Mentre l’ anticipazione «ordinaria» non presenta vincoli particolari di utilizzo, quella «straordinaria» è espressamente circoscritta ai debiti commerciali, il cui elenco analitico dovrà essere allegato alla richiesta. Se è chiaro, quindi, che ogni ente può spingersi fino a 7/12 come anticipazione complessiva, qui iniziano i dubbi, che sono sostanziali e procedurali. In primo luogo, non è chiaro se, al di sotto del tetto massimo dei 7/12, la scelta fra l’ uno o l’ altro strumento sia libera e determinata solo dalla convenienza economica (ossia dal tasso applicato dall’ istituto erogante). In molti casi, infatti, i contratti di tesoreria prevedono una preferenza (se non una priorità) a favore delle banche che svolgono il servizio, mentre la legge di bilancio non prevede espressamente che la disciplina dell’ anticipazione «straordinaria» prevalga de iure sulle clausola contrattuali difformi. Nemmeno è chiaro come debba essere scelta, nell’ anticipazione «straordinaria», la controparte (che al limite potrebbe essere lo stesso tesoriere): serve una gara? Si può andare direttamente in Cdp? Ancora, l’ anticipazione «straordinaria» soggiace allo stesso regime autorizzatorio di quella «ordinaria», che come noto passa attraverso una delibera di giunta, oppure è da intendersi come già autorizzata ex lege? È bene precisare che, sebbene si tratti di uno strumento facoltativo, la mancata attivazione dell’ anticipazione «straordinaria» potrebbe comportare l’ applicazione delle sanzioni previste dal comma 857, ovvero un’ applicazione rinforzata delle misure di velocizzazione dei tempi di pagamento previste dai successivi commi 858-872 a decorrere dal 2020. Infine, per l’ anticipazione «straordinaria» rimane l’ incognita della tempistica di rimborso: la scadenza del 15 dicembre è molto infelice e quindi rischia di costringere comunque gli enti a non oltrepassare il tetto dei 4/12 previsto per l’ anticipazione «ordinaria». MATTEO BARBERO
07/01/2019 17.00 – Public Policy
MANOVRA, GLI ATTUATIVI SU AMBIENTE&ENERGIA //FOCUS
Sono una decina i decreti attuativi in materia di ambiente inseriti dalla legge di Bilancio 2019 (145/2018), in vigore dal 1° gennaio.
VOUCHER MALTEMPO
Arrivano 3 milioni per voucher per rimuovere e recuperare alberi o tronchi, caduti o abbattuti per il maltempo verificatosi a ottobre e novembre scorsi. Il contributo copre fino al 50 per cento dei costi effettivamente sostenuti e documentati. Un dm Mipaaft, di concerto con Mise e Mef, stabilirà condizioni e modalità d’accesso alle agevolazioni.
Entro fine aprile il ministero dell’Ambiente, d’intesa con la Conferenza Stato- Regioni e previo parere delle competenti commissioni parlamentari, adotta un programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati. Anche per questo il Fondo bonifiche è stato aumentato di 20 milioni di euro all’anno fino al 2024.
FONDO PLASTICHE MONOUSO
Entro fine febbraio un dm del ministero dell’Ambiente disciplinerà le modalità di utilizzo del Fondo per le plastiche monouso (100mila euro all’anno per attività di studio e verifica tecnica e monitoraggio da parte dei competenti istituti di ricerca).
Entro fine febbraio un dm del ministero dell’Ambiente e del Mef, di concerto con Mef e Mise, definirà criteri e modalità di concessione dei finanziamenti agevolati per interventi urgenti per l’efficientamento energetico degli edifici scolastici e universitari pubblici.
Atteso entro fine febbraio il dm Mipaaft che regolerà la spesa di 2 milioni di euro fino al 2020 per la realizzazione di progetti nel settore apistico.
Con dm Mipaaft, da adottare previa intesa in Stato-Regioni, saranno fissati i criteri di riparto del nuovo fondo (2 mln per il 2019, 2,4 per il 2020, 5,3 per il 2021 e 5,2 dal 2022). (Public Policy) @PPolicy_News
08/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Soggetti aggregatori privati, Palazzo Spada rimette il caso alla Corte Ue
Il Consiglio di Stato: escludere i privati dal servizio di centralizzazione delle gare è contro la libera concorrenza
«La scelta di ricorrere ad un modello organizzativo che esclude la partecipazione di soggetti privati, quale il consorzio di comuni di cui all’art. 31 del Testo unico degli enti locali, può apparire in contrasto con i principi euro-unitari di libera circolazione dei servizi e di massima apertura alla concorrenza, limitando ai soli soggetti pubblici italiani, tassativamente individuati, l’esercizio di una prestazione di servizi qualificabile come attività di impresa e che, in questa prospettiva, potrebbe meglio essere svolta in regime di libera concorrenza nel mercato interno».
È uno dei passaggi più significativi della pronuncia n.68/2019 con la quale il Consiglio di Stato (Sezione V) rimette alla Corte di giustizia europea la decisione su un impianto normativo che esclude per l’operatore privato la possibilità di associarsi a un soggetto pubblico che svolge l’attività di aggregazione o centralizzazione delle gare per conto delle amministrazioni locali.
La sentenza – pubblicata il 3 gennaio scorso – nasce da un complesso contenzioso sollevato da Asmel Scarl nel maggio del 2015 (in seguito ad alcuni pareri dell’Anac) contro alcune norme del vecchio codice appalti. Asmel Scarl, che all’epoca dell’impugnazione era partecipata sia da soggetti interamente pubblici, sia da soggetti misti pubblico-privati, rivendicava la possibilità di svolgere un’attività procurement analoga a quella svolta dalle centrali di committenza e dei soggetti aggregatori. L’Anac – a seguito di una apposita indagine – ha escluso entrambe le possibilità, e cioè che l’Asmel potesse corrispondere sia al modello della centrale di committenza, sia che potesse essere incluso tra i soggetti aggregatori.
Il contenzioso appare superato sotto il profilo strettamente normativo, in quanto l’impugnazione di Asmel riguardava norme del Dlgs 163/2006 (in particolare l’articolo 33, comma 3-bis). Tuttavia, la sentenza – e soprattutto la futura decisione della Corte Ue – conserva tutta la sua attualità, a motivo del principio che viene affermato da Palazzo Spada, sia pure con una formula dubitativa. Il principio – se non si comprende male – è quello che indica nella funzione della committenza per conto di una pubblica amministrazione appunto una «prestazione di servizi qualificabile come attività di impresa», prestazione che, in quanto tale, «potrebbe meglio essere svolta in regime di libera concorrenza nel mercato interno». © RIPRODUZIONE RISERVATA
Albo commissari di gara, una settimana al big bang: guida agli adempimenti delle Pa
Si parte martedì 15. Dalle informazioni da inserire nei bandi agli obblighi di pubblicità: i paletti da rispettare per non cadere in errori e contestazioni
Parte oggi il conto alla rovescia per l’obbligo che imporrà alle stazioni appaltanti di utilizzare esperti indipendenti, scelti all’interno dell’albo tenuto dall’Autorità Anticorruzione, nelle commissioni giudicatrici dei contratti pubblici. Tra una settimana tutti i bandi che prevedono l’assegnazione delle commesse con criteri non legati esclusivamente al prezzo (offerta economicamente più vantaggiosa) dovranno adeguarsi ai nuovi criteri di scelta delle commissioni, che prevedono sostanzialmente la nomina di commissari esterni alla stazione appaltante. La novità, quasi una rivoluzione rispetto agli assetti attuali, scatta il 15 gennaio. E dall’Anac non filtrano ipotesi di ripensamenti o proroghe che pure sono stati in qualche caso sollecitati dagli addetti ai lavori.
L’obbligo di nomina di commissari esterni, ricordano le linee guida n. 5 dell’Anac, riguarderà tutti gli appalti di lavori sopra un milione di euro oltre a servizi e forniture di importo superiore alle soglie Ue. Inutile ricordare l’obiettivo, cruciale, che muove tutta l’operazione e che è quello di provare a spezzare le catene di ambiguità che, come hanno svelato innumerevoli inchieste della magistratura, spesso legano imprese e funzionari pubblici nei grandi come nei piccoli appalti. Se il nome del commissario è “imprevedibile”, svincolato dall’amministrazione che gestisce l’appalto ed è anche garanzia professionalità – è l’assunto – dovrebbe anche essere un baluardo in più contro i fenomeni di corruzione. In alcuni casi sarà però ancora possibile nominare commissari interni con l’esclusione del presidente. Le eccezioni sono possibili per i lavori sotto al milione, per i servizi sotto alle soglie Ue e per i contratti «che non presentano particolare complessità», come quelli assegnati tramite piattaforme elettroniche.
Ma come dovranno comportarsi i Comuni, le Regioni e tutti gli altri piccoli e grandi enti pubblici tra sette giorni per mettersi al riparo da errori e contestazioni? La bussola la fornisce l’Anac nelle linee guida già citate. Proviamo qui a fornire i passaggi chiave in sintesi. Lasciando questa volta da parte tutti i dubbi sulla presenza nell’albo di un numero già sufficiente di esperti e sulla sostenibilità economica dell’operazione per le casse spesso esangui degli enti pubblici che pure sono stati più volte sollevati in passato (e forse rimangono ancora attuali).
Primo: scrivere tutto nei documenti di gara
Il primo adempimento da tenere presente dal 15 gennaio è che c’è una lunga serie di informazioni da inserire nei bandi di gara. Negli avvisi le Pa dovranno indicare il numero dei commissari, tenendo conto che di regola dovranno essere tre, al massimo cinque nei casi più complessi. Ovviamente non basterà limitarsi al numero. Nel bando dovranno anche essere indicate le professionalità richieste (non a caso l’albo gestito dall’Anac è distribuito in un discreto elenco di sottosezioni). «In generale – spiega l’Autorità nelle linee guida – sarà necessario ricorrere a esperti caratterizzati da professionalità distinte, a titolo esemplificativo, nei seguenti casi:
3) affidamenti particolarmente complessi, ad esempio finanza di progetto, che
richiedono la presenza di esperti di aree diverse». Nel bando andrà indicato anche il numero di componenti della commissione scelti tra i dipendenti della Pa, iscritti all’albo, nei casi concessi dalle norme.
Nei bandi vanno poi inseriti anche i criteri di scelta del presidente e la durata prevista per i lavori della commissione. Sulla selezione del presidente l’Anac spiega che si potrà tenere conto della competenza e del curriculum, ma anche propendere per il semplice sorteggio. Insieme alla durata dei lavori dovranno essere anche indicati i mezzi tecnici che potrebbero permettere ai commissari interessati di lavorare a distanza, garantendo la riservatezza delle comunicazioni.
Secondo: muoversi per tempo
Assolti gli obblighi di informazione, i tempi sono una variabile da non sottovalutare. Spetta alla Pa decidere il momento migliore per richiedere all’Anac la lista dei candidati da sorteggiare. Vanno però rispettate due condizioni. La prima è che la richiesta va inviata dopo la chiusura del termine per la presentazione delle offerte, in modo da evitare al massimo i rischi di “contaminazione” della gara. La seconda condizione è che, sostanzialmente per lo stesso motivo, la richiesta deve essere presentata «in prossimità della seduta in cui si aprono le offerte tecniche», ma «almeno 15 giorni prima». Inviando la richiesta all’Anac, la stazione appaltante deve anche rendere nota la data in cui verrà effettuato il sorteggio degli esperti all’interno della rosa di nomi forniti dall’Anticorruzione.
Terzo: occhio a obblighi di pubblicazione e conflitti di interesse
L’Anac ha cinque giorni di tempo per fornire la rosa dei candidati da sorteggiare. Ricevuto l’elenco la Pa deve procedere al sorteggio pubblico dandone piena informazione. A questo scopo la data del sorteggio deve essere comunicata sul sito Internet della stazione appaltante. Nello stesso momento l’ente deve comunicare a tutti i candidati l’oggetto delle gara, l’elenco delle imprese ammesse e la data del sorteggio in modo da permettere agli esperti di valutare la presenza di eventuali cause di incompatibilità che impediscano di accettare l’incarico. Se qualcuno dovesse rinunciare, si potrà selezionare un sostituto all’interno della rosa dei candidati. Se non bastasse si potrà chiedere all’Anac di integrare la lista.
Prima di insediare la commissione resta un ultimo adempimento. Nomi e curriculum dei commissari, oltre ai loro compensi e al costo complessivo dell’operazione, devono essere resi pubblici sul sito internet dell’amministrazione, in una pagina specifica ricava all’interno della sezione «amministrazione trasparente»
Ferrovie/1. Il Contratto Rfi non è ancora operativo: manca l’ultimo decreto
Dopo l’ok parlamentare a fine ottobre il CdP 2017-2021 è ancora fermo al Mit: manca sigla finale, poi Dm Mit-Mef e registrazione
Con l’emanazione dei pareri parlamentari, positivi con prescrizioni marginali, l’iter del Contratto di programma Rfi 2017-2021 sembrava sostanzialmente concluso. Ma così non è, e il piano con nuovi interventi per 13,2 miliardi di euro è ancora nel congelatore, dopo un iter partito due anni fa, all’inizio del 2017.
Dopo i pareri parlamentari di fine ottobre (servizio) l’ultima fase dell’iter prevede la correzione del documento per tener conto delle prescrizioni, poi la firma finale tra il ministero delle Infrastrutture e Rfi (Gruppo Fs), poi l’approvazione definitiva del Contratto con decreto dei ministri delle Infrastrutture e dell’Economia, infine la registrazione del decreto da parte della Corte dei Conti.
Ebbene, dopo due mesi siamo ancora nella fase di “recepimento delle prescrizioni”, con modifiche al documento.
IL LUNGO ITER (NON FINITO)
Il Ministro delle Infrastrutture ha poi mandato il testo alle Camere – senza modifiche – a inizio settembre. Parere positivo a fine ottobre. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Ferrovie/2. Apre pezzo del Passante di Palermo, ma per completarlo serve nuovo bando
Il 30 dicembre completato tratto Pa Centrale-Orleans, ma Sis “molla” il cantiere e Rfi dovrà riappaltare gli ultimi 60 milioni di euro
Il 30 dicembre, pochi giorni fa, è stato “attivato” il raddoppio dei binari ferroviari fra le stazioni di Palermo Centrale e Palazzo Reale Orleans, un altro importante tassello verso il completamento del Passante ferroviario di Palermo, opera mastodontica da 1.150 milioni di euro, affidata al Consorzio Sis per circa 800 milioni.
Dopo dieci anni di lavori (partiti nel 2008), l’avanzamento è ormai al 95% per le opere civili, ma nel novembre scorso si è arrivati alla rottura tra Rfi e i costruttori del Consorzio Sis. Non si è trattato di una risoluzione vera e propria, ma piuttosto di una “risoluzione de facto”.
Sis ha chiesto a Rfi 160 milioni di euro aggiuntivi per i costi aggiornati necessari al completamento dell’opera. Rfi ne ha riconosciuti solo 5.
Dal momento però che Sis aveva già realizzato lavori per oltre la cifra contrattuale pattuita (oltre il 6° quinto, in gergo), aveva la possibilità di “mollare”. E così ha fatto, senza aprire un contenzioso, i 160 milioni non erano infatti una riserva.
A quanto sembra entrambe le parti non vedevano l’ora di separare i loro destini. Rfi si preprara infatti a rimettere in gara la parte mancante per circa 60 milioni di euro, ben più dei 5 riconosciuti a Sis.
Il bando è previsto nei prossimi mesi, l’aggiudicazione entro l’anno, l’avvio dei lavori all’inizio del 2020 e la loro conclusione a fine 2020/inizio 2021.
Oltre 200 lavoratori sono stati licenziati per fine cantieri, un esito legato alla fine del cantiere principale, ma in parte anche all’interruzione del completamento, che ripartirà a nuovo appalto aggiudicato.
Non manca poco in realtà: 4 nuove fermate e il raddoppio nel tratto centrale S. Lorenzo-Notarbartolo-Orleans. La linea ferroviaria, dopo i lavori, ha riaperto nell’ottobre scorso (tre anni di stop totale), e a fine anno è stato reso disponibile il nuovo tratto Palermo Centrale-Orleans. Questo darà nell’immediato più regolarità al servizio ferroviario metropolitano, e da marzo a un potenziamenti in termini di frequenze.
Il tratto che resta a binario unico fino a fine lavori inciderà sulla capacità della linea, che potrà essere a pieno regime solo a lavori conclusi. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Tar Lazio: i patti di integrità vincolano l’impresa per il contratto
Gli impegni assunti dai concorrenti con la sottoscrizione dei patti di integrità operano «pro futuro» e non costituiscono dichiarazioni in ordine al possesso di requisiti
Gli impegni assunti dai concorrenti con la sottoscrizione dei «patti di integrità» operano pro futuro in relazione al contratto da affidare e non costituiscono dichiarazioni in ordine al possesso di pregressi requisiti rilevanti per la partecipazione alle procedure di gara. È questo il principio affermato dal Tar Lazio, sede di Roma, con la sentenza n. 12178 del 14 dicembre 2018.
Nel febbraio 2017 una stazione appaltante segnalava all’Autorità anticorruzione l’esclusione di un operatore economico da una procedura di gara. L’esclusione – o meglio l’annullamento dell’intera procedura di gara – era stata disposta dall’Amministrazione a seguito di una sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale penale di Velletri nei confronti dell’amministratore unico della società. Dopo l’aggiudicazione della gara era stato infatti accertato che la gara era stata oggetto di turbativa d’asta. La stazione appaltante comunicava poi ad Anac l’annullamento in autotutela anche di un’altra aggiudicazione in favore della medesima impresa, provvedimento che prendeva anch’esso le mosse dalla medesima pronuncia del Tribunale di Velletri. L’Anac disponeva pertanto l’iscrizione, all’interno del Casellario informatico degli operatori economici, dell’annotazione contenente la menzione dell’esclusione dell’impresa dalle due gare citate per aver reso false dichiarazioni ai fini della dimostrazione del requisito di cui all’articolo 38 dell’allora vigente Dlgs 163/2006. A tali fini, veniva in particolare richiamato dall’Anac il patto di integrità, sottoscritto ai fini della partecipazione ad entrambe le due gare, con il quale l’impresa si era impegnata «a conformare i propri comportamenti ai principi di lealtà, trasparenza e correttezza, a non offrire, accettare o richiedere somme di danaro o qualsiasi altra ricompensa, vantaggio o beneficio, sia direttamente che indirettamente tramite intermediari, al fine dell’assegnazione del contratto e/o al fine di distorcerne la relativa corretta esecuzione; a segnalare alla stazione appaltante qualsiasi tentativo di turbativa, irregolarità o distorsione nelle fasi di svolgimento della gara e/o durante l’esecuzione dei contratti da parte di ogni interessato o addetto o di chiunque possa influenzare le decisioni relative alla gara in oggetto; ad assicurare di non trovarsi in situazioni di controllo o di collegamento (formale e/o sostanziale con altri concorrente e che non si è accordata e non si accorderà con altri partecipanti alla gara)».
Con la pronuncia in rassegna il Tar Lazio annulla l’iscrizione dell’impresa all’interno del Casellario informatico, evidenziando che gli impegni assunti dall’operatore economico mediante la sottoscrizione del «patto di integrità» operano su un piano squisitamente contrattuale e non costituiscono, di conseguenza, «dichiarazioni» in ordine alla ricorrenza di requisiti e condizioni rilevanti per la partecipazione alla procedure, la falsità delle quali è considerata l’unica condizione rilevante ai sensi dell’articolo 38, comma 1, lett. h), del Dlgs 163/2006.
Più in particolare, l’Autorità evidenzia che i patti di integrità costituiscono condizioni generali di contratto predisposte dalla stazione appaltante ed accettate dall’impresa concorrente, con la conseguenza che la relativa accettazione è presupposto necessario e condizionante la partecipazione delle imprese alla specifica gara: si tratta, infatti, di condizioni finalizzate ad ampliare gli impegni cui si obbliga, pro futuro, il concorrente.
Secondo la giurisprudenza amministrativa richiamata nella pronuncia in commento, infatti, i «patti di integrità» costituiscono condizioni generali di contratto predisposte dalla stazione appaltante che devono essere necessariamente accettate dall’impresa concorrente (Consiglio di Stato, Sezione V, 5 febbraio 2018, n. 722).
Si tratta, in particolare, di un «sistema di condizioni la cui accettazione è presupposto necessario e condizionante la partecipazione delle imprese alla specifica gara di cui trattasi», condizioni finalizzate dunque ad ampliare gli impegni cui si obbliga il concorrente, e ciò sotto un duplice punto di vista:
1) sotto il profilo temporale, nel senso che gli impegni assunti dalle imprese rilevano sin dalla fase precedente alla stipula del contratto di appalto;
2) sotto il profilo del contenuto, nel senso che si richiede all’impresa di impegnarsi, non tanto e non solo alla corretta esecuzione del contratto di appalto per il quale la stessa concorre alla gara, ma soprattutto ad un comportamento leale, corretto e trasparente, sottraendosi a qualsiasi tentativo di corruzione o condizionamento dell’aggiudicazione del contratto (così Consiglio di Stato, Sezione V, 9 settembre 2011 n. 5066).
L’articolo 1, comma 17 della legge 6 novembre 2012 n. 190, recante le disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione, prevede, in particolare, che: «le stazioni appaltanti possono prevedere negli avvisi, bandi di gara o lettere di invito che il mancato rispetto delle clausole contenute nei protocolli di legalità o nei patti di integrità costituisce causa di esclusione dalla gara». Il patto di integrità fa dunque sorgere obbligazioni strettamente connesse alla specifica procedura cui l’operatore economico partecipa e per la quale sottoscrive il patto, e non si riferisce quindi a comportamenti tenuti dall’impresa in occasione di precedenti appalti: ed infatti, ove fosse imposto con il patto di integrità un impegno di lealtà, trasparenza e correttezza riferito anche ad appalti precedentemente eseguiti, si verificherebbe un’indebita sovrapposizione con le cause di esclusione (ex articolo 38 Dlgs 163/2006 ed, attualmente, ex articolo 80 Dlgs 50/2016) relative alla pregressa condotta dell’impresa, cause che invece sono tassativamente ricondotte dal Codice dei contratti pubblici ad inadempimenti di obblighi assunti dall’impresa nei rapporti contrattuali, mentre gli impegni assunti nei patti di integrità si riferiscono esclusivamente alla singola gara per la quale ciascun patto viene predisposto ed accettato.
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References: art. 222
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 articolo 38
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