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Timestamp: 2018-08-20 17:26:10+00:00

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Anatocismo Bologna - Verifica Anomalie Bancarie
L’illegittimità della capitalizzazione degli interessi bancari (il c.d. anatocismo bancario) comportando l’applicazione di interessi c.d. composti, invece dell’applicazione di interessi passivi semplici, è stata sancita sia dalla giurisprudenza di legittimità sia da quella di merito, confermandone la rilevabilità anche d’ufficio. Ogni dubbio sulla possibile validità della capitalizzazione annuale o semestrale, in sostituzione automatica di quella trimestrale, è stato definitivamente risolto dall’intervento della SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE – SEZIONE UNITE CIVILE con Sentenza del 2 dicembre 2010 Num 24418. Così in particolare si è pronunciata la Suprema Corte nella sentenza di cui sopra: “ omissis … L’interpretazione data dal giudice di merito all’art. 7 del contratto di conto corrente bancario, stipulato dalle parti in epoca anteriore al 22 aprile 2000, secondo la quale la previsione di capitalizzazione annuale degli interessi contemplata dal primo comma di detto articolo si riferisce ai soli interessi maturati a credito del correntista, essendo invece la capitalizzazione degli interessi a debito prevista dal comma successivo su base trimestrale, è conforme ai criteri legali d’interpretazione del contratto ed, in particolare, a quello che prescrive l’interpretazione sistematica delle clausole; con la conseguenza che, dichiarata la nullità della surriferita previsione negoziale di capitalizzazione trimestrale, per contrasto con il divieto di anatocismo stabilito dall’art. 1283 c.c. (il quale osterebbe anche all’eventuale previsione negoziale di capitalizzazione annuale), gli interessi a debito del correntista debbono essere calcolati senza operare capitalizzazione alcuna. Omissis”. Nella fattispecie, per quanto concerne i criteri utilizzati per la capitalizzazione degli interessi non si riscontra la presenza nel contratto di conto corrente della espressa accettazione della Clausola di reciprocità. Ciò comporta che l’applicazione dell’anatocismo bancario è illegittima e il ricalcolo ne terrà conto con la conseguenza che gli addebiti imposti dalla Banca a titolo di capitalizzazione degli interessi saranno sottratti al saldo debitorio. In merito è anche da considerare che l’art. 629 della Legge 147 del 27.12.2013 ha di fatto abolito l’anatocismo bancario, intervenendo sull’art. 120 comma 2 del TUB; alla lettera b) del citato comma si legge infatti il nuovo dettato normativo come segue: “gli interessi periodicamente capitalizzati non possono produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale”. Sul punto infatti la relazione di Legge alla Camera afferma che si: “intende stabilire l’illegittimità della prassi bancaria in forza della quale vengono applicati sul saldo debitore i cosiddetti interessi composti, o interessi sugli interessi … la proposta di legge, che per la prima volta tipizza gli interessi composti, intende mettere la parola fine a un comportamento riconosciuto illegittimo dalla giurisprudenza, ma costantemente tollerato dal legislatore”.
L’usura bancaria è una fattispecie normativa introdotta dall’Art.644 del Codice penale italiano ed è stata riformulata dalla Legge n. 108 del 7 marzo 1996 recante “Disposizioni in materia di usura”, che ha apportato profonde innovazioni e modifiche in materia di usura nell’ordinamento giuridico dell’Italia.
Usura in C/C
Spiegazione Usura
La norma ha ridefinito il quadro complessivo descritto dalla fattispecie incriminatrice affiancando ai parametri puramente soggettivi, previsti dalla vecchia formulazione, nuovi parametri cosiddetti “oggettivi”. L’intervento del legislatore, ha contribuito ad ampliare, in maniera notevole, l’ambito di applicazione del reato di usura, e conseguentemente l’area di tutela offerta dalla norma, che non è più relegata ad operare esclusivamente nei casi in cui sussista lo “stato di bisogno” del quale taluno abbia “approfittato” conseguendo vantaggi per sé o per altri, ma opera anche ogni qual volta il limite, cosiddetto Tasso Soglia d’Usura, (posto dall’Art. 2 della stessa L. 108/96) venga superato. Pertanto, quella che era una norma destinata ad offrire tutela in casi estremi, nell’ambito dei quali l’usura costituiva, nella pratica, l’anello di una catena di fattispecie delittuose spesso complesse e più gravi, grazie all’intervento legislativo del 1996, ha acquisito una diversa rilevanza. Il legislatore, ha infatti, inteso delineare un importante ed oggettivo discrimine tra il lecito e l’illecito nel settore dell’erogazione del credito.
L’ Art. 1 della succitata legge ha precisato l’art. 664 del Codice penale disciplinando il reato d’usura. Esso si considera verificato quando, in un rapporto a prestazioni corrispettive di denaro, la controprestazione supera il limite di un determinato tasso d’interesse fissato per legge, il c.d. tasso usuraio.
L’ Art. 2 della citata L. 108/96 stabilisce inoltre le modalità di determinazione dei tassi usurai: sono da considerarsi tali i tassi che superano della metà il Tasso Effettivo Globale Medio (TEGM), rilevato trimestralmente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (in precedenza Ministero del Tesoro) e pubblicati in G.U. con Decreto Ministeriale. Viene quindi regolamentata la verifica del reato di usura con la pubblicazione trimestrale, a cura della Banca d’ Italia, del Tasso Annuo Effettivo Globale (TAEG), introdotto dal Testo Unico Bancario nell’ambito della trasparenza dei contratti bancari, e del Tasso di Soglia di Usura.
La Sentenza del 9 gennaio 2013 Num 350 della SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE I CIVILE, (interessi comunque promessi o convenuti) permette di definire già a livello contrattuale una USURA contrattuale (USURA OGGETTIVA) indipendentemente dai rapporti successivi alla erogazione primaria (versamento iniziale dell’ Istituto di Credito).
Prima dell’introduzione della nuova norma, modalità e termini relativi all’erogazione del credito ed il costo del denaro erano rimessi alla volontà delle parti: ovviamente la parte contrattualmente più forte era nella situazione di poter dettare termini e condizioni in maniera arbitraria, stante l’assenza di regole, sanzioni e conseguenti responsabilità. Con tale liberalità di mercato, in assenza di regole specifiche, era frequente, possibile e legale, che l’erogatore del credito addebitasse costi elevati al cliente e pertanto la L.108/96 ha colmato una lacuna normativa. La norma è volta a sanzionare la condotta di chi (banche ed operatori finanziari), a fronte di operazioni di erogazione di credito, applichi “commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e […] spese, escluse quelle per le imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito” (Art. 1 L. 108/96) superiori al limite determinato dall’Art 2 della L. 108/96 (Tasso Soglia d’Usura). Il principale ambito di operatività della disciplina è costituito dai conti correnti, dai mutui e da altre operazioni di finanziamento e credito.
L’Usura in conto corrente è determinata dai costi addebitati al correntista, connessi alle operazioni di erogazione del credito, ai sensi dell’art. 1, comma 3, L.108/96: Sulla base degli estratti conto disponibili e dei relativi riassunti scalari, vengono individuati i trimestri che eventualmente presentino interessi anatocistici, competenze illegittimamente addebitate e tassi di interesse ultralegali o usurai. In riferimento al tasso di interesse applicato si utilizza la metodologia di calcolo del Tasso Effettivo Globale (TEG) così come disciplinata dalla L. 108/96 che ha modificato il quarto comma dell’art. 644 C. P. che sancisce, come visto in precedenza, che: ”per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito”. Per tale motivo nel calcolo viene inclusa la commissione di massimo scoperto e l’eventuale commissione di disponibilità fondi ove presente e tutti gli oneri e le spese collegati, così come sancito anche dalla sentenza della SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE II sezione penale n. 262/2010 e dalla Sentenza del 9 gennaio 2013 n. 350 della SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE I SEZIONE CIVILE.
Il TEG viene calcolato per ogni trimestre di osservazione come: (INTERESSI+CMS+SPESE) X 36500/NUMERI DEBITORI.
Va ricordato anche che con la sentenza n. 4669/2011, le sezioni penali della Corte di Cassazione si sono pronunciate sul caso della responsabilità penale dei rappresentanti legali e dei direttori di filiale di alcuni istituti di credito per il reato di concorso in usura aggravata ex art. 644, comma 5, n. 1, c.p., perché praticata nell’ambito dell’attività bancaria.
Una volta determinati gli estremi di usura oggettiva, cioè di usura determinata già a livello contrattuale con il solo calcolo di “interessi comunque promessi o convenuti” sulla base dei Tassi pubblicati dalla Banca d’ Italia, è applicabile la Legge 28 Febbraio 2001 N. 24 che prevede la “conversione forzosa del mutuo usuraio in mutuo gratuito” e cioè di fatto annulla ogni clausola di pagamento di interesse a qualsiasi titolo. Tale ipotesi è abbondantemente verificata, nella giurisprudenza seguente, da numerose Sentenze di II Grado e dalla Suprema Corte di Cassazione. In seguito alla riforma operata dalla L. 108/96 ed all’abbattimento dei tassi d’interesse negli anni successivi si creava una situazione per cui i mutui contratti prima del 1996 sarebbero divenuti usurari. Inoltre, i tassi di interesse in essi previsti, in seguito alla riforma avrebbero superato il tasso soglia d’usura, e conseguentemente l’usurarietà del mutuo avrebbe consentito al mutuario (colui chi accende il mutuo) di invocare l’applicazione dell’art. 1815, comma 2 C.C.: “Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”. Tale circostanza avrebbe consentito al mutuario di chiedere ed ottenere la restituzione di quanto versato in eccedenza.
Per evitare gravi ripercussioni nel sistema bancario e creditizio italiano, si ritenne opportuno varare il D.L. n. 394/2000, successivamente convertito nella legge n. 24/2001, noto, ai più, come Decreto Salva Banche. Tale norma è intervenuta ad arginare la situazione che si sarebbe potuta creare a seguito dell’applicazione della L. 108/96, mediante la previsione dell’art. 1, comma 1 L. 24/2001, il quale dispone, come precedentemente accennato, che: “Ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815, secondo comma c.c. si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal loro pagamento”. Tuttavia, al fine di non pregiudicare i diritti dell’utenza creditizia mediante tale disposizione (cosiddetta di interpretazione autentica) proprio in considerazione dell’inaspettata caduta dei tassi di interesse verificatasi in Europa e in Italia, il legislatore stabilì un Tasso di sostituzione, fissato per l’8% per i mutui sulla prima casa fino a 150 milioni delle vecchie lire, a favore di tutti coloro i quali avevano stipulato un mutuo a tasso fisso prima dell’aprile 1997.
PRESTITO / FINANZIAMENTO / MUTUO
A norma dell’art. 1813 c.c. “Il mutuo è il contratto col quale una parte (mutuante) consegna all’altra (mutuatario) una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili, e l’altra si obbliga a restituire ratealmente altrettante cose della stessa specie e quantità.” Il prestito è la cessione di una somma di denaro con il vincolo della restituzione di capitali di pari valore o maggiori. Il termine indica essenzialmente un finanziamento di denaro che un istituto o società di credito autorizzata (detta mediatore o dealer) (es. banca) o un privato cittadino concede ad un altro soggetto economico.
• capitale finanziato,
• tasso annuo nominale d’interesse (TAN)
• tasso annuo effettivo globale (TAEG)
• l’importo, ed eventuali rate e condizioni.
L’assegnazione di un prestito avviene dopo una serie di controlli preliminari che il mediatore esegue in base alla situazione economica e professionale del soggetto richiedente, esami che gli permettono di valutare la sicurezza evitando sconvenienti situazioni di insolvenza. Tale finanziamento può essere richiesto ed erogato con diversi scopi: per acquistare beni di consumo (automobile, abitazione, arredamento, elettrodomestici, vestiti, ecc.), per ristrutturare la propria casa (edilizia), per saldare altri debiti o prettamente per possedere una disponibilità immediata di denaro contante (prestiti di liquidità).
La concessione di un prestito può essere subordinata alla presentazione da parte del richiedente di una garanzia reale o personale. Possiamo quindi fare un’ulteriore distinzione tra prestiti garantiti e non garantiti:
Il prestito inoltre può essere finalizzato e non finalizzato. La caratteristica principale che distingue i due tipi di prestito-sovvenzione è basata sul metodo di erogazione e conseguentemente alla restituzione del denaro stesso: nel caso dei prestiti finalizzati, il cliente è obbligato all’acquisto di un bene di consumo specificando comunque la finalità del prestito e mettendo necessariamente a conoscenza l’istituto finanziatore; mentre nel caso di prestiti non finalizzati il cliente non ha alcun vincolo di destinazione ed è libero di disporre della somma richiesta in prestito con maggiore libertà d’azione. Generalmente i prestiti finalizzati si distinguono dagli altri per una maggiore semplicità e rapidità della pratica, infatti talvolta possono essere erogati dallo stesso punto vendita del bene in questione grazie a convenzioni commerciali e finanziarie con le banche; mentre per i prestiti non finalizzati ci si rivolge esclusivamente a istituti di credito.
Tra i prestiti non finalizzati il più diffuso è il prestito personale, che rientra anche nella categoria del credito al consumo ed è un prestito senza garanzia. In Italia la disciplina del credito al consumo prevede un importo compreso tra 154,94 euro e 30.987,41 euro. Generalmente, nel caso dei prestiti personali in senso stretto, l’importo è medio alto, mentre per le somme più contenute si preferisce utilizzare la forma del credito rotativo: carte di credito revolving o apertura di linee di credito rotative (stesso meccanismo delle carte revolving ma senza il supporto di plastica). La durata è compresa tra 12 e 120 mesi. Ovviamente la scelta tra queste due forme di finanziamento sarà fatta dal cliente in stretta relazione alle proprie esigenze e disponibilità.
La Banca, nel momento in cui concede il mutuo, chiede delle garanzie per tutelarsi in caso di insolvenza, ovvero mancato pagamento delle rate, da parte del mutuatario (debitore). Si parla di mutuo ipotecario (quello più frequentemente utilizzato) se la garanzia è rappresentata dall’iscrizione di ipoteca sull’immobile. Generalmente il mutuo ipotecario ha una durata superiore ai 5 anni; viene stipulato in presenza di un notaio, il quale provvederà a stipulare il contratto e a registrarlo presso gli uffici competenti per l’iscrizione all’ipoteca con durata legale di 20 anni: in questo modo il creditore acquisisce il diritto di rivalsa sul bene ipotecato dal debitore. Funzione dell’ipoteca La Banca quindi, grazie all’ipoteca, ha il diritto di sottrarre il bene offerto come garanzia, venderlo all’asta e ricavare la somma necessaria ad estinguere il debito (solitamente la percentuale di ricavato percepita dalla vendita all’asta, prevista dal contratto, è tra il 150% ed il 300% della somma finanziata).
La tabella mostra i vari tipi di Mutuo
Variabile Puro
Variabile e Rata Costante
Variabile con il Cap
Variabile con Rimborso Libero del Capitale
Mutuo a Tasso Variabile Puro
Questa forse è l’immagine che meglio esprime il concetto di mutuo a tasso variabile nell’immaginario di molte persone. Un gioco d’azzardo. Già la definizione lascia poco spazio ad equivoci, la rata di questa tipologia di mutuo è soggetta all’oscillazione dei tassi di interesse in base alla loro revisione, da parte della banca, nei periodi previsti dal contratto. Come abbiamo visto nella pagina dedicata ai tassi di interesse questa revisione avviene ogni volta che l’indice di riferimento, l’Euribor, subisce una variazione e viene contabilizzato in base alla periodicità scelta dalla banca, normalmente ogni mese, ogni tre mesi, ogni sei mesi o più raramente ogni 12 mesi. Rispetto al passato, e a dinamiche di tassi spesso fuori controllo estremamente volatili come volatile era l’economia prima dell’Euro, con l’avvento della moneta unica e l’adozione di indici comunitari, l’aspettativa sui tassi è di una maggiore stabilità. Questo non ci mette comunque al sicuro da possibili picchi di valori degli indici determinati da particolari accadimenti socio-economici ma questi comunque in genere, nel lungo periodo, tendono ad annullarsi. Per quanto detto, il mutuo a tasso variabile puro, risulta essere poco adatto a chi difficilmente sopporta la pressione psicologica dovuta all’oscillazione dei tassi. Tuttavia per lunghe durate e importi di mutuo contenuti, possono rappresentare una valida soluzione.
Prodotti attualmente di grande successo, tanto da far togliere dal listino di alcune banche il variabile puro, sono l’alternativa più valida soprattutto nei momenti di incertezza economica. Il contratto di un mutuo a tasso variabile con opzione prevede, da parte del mutuatario, la possibilità di passare dal tasso variabile al tasso fisso in periodi prestabiliti durante tutto l’ammortamento del mutuo. Possono cambiare nome e permettere il passaggio a tasso fisso in momenti diversi, alcune banche in qualsiasi momento, altre in periodi stabiliti durante l’anno, altri dopo che siano trascorsi già dei mesi o a scadenze annuali, ma la sostanza non cambia. L’opzione di solito consiste nel passaggio al tasso fisso e al suo mantenimento per una certa durata da dichiarare al momento dell’opzione, in genere possiamo mantenere il tasso fisso per 2 o per 3 per 5 o per 10 anni o addirittura fino alla fine del mutuo. La natura più sofisticata di questo prodotto richiede comunque un minimo di attenzione, soprattutto di informazione, sulla dinamica dei tassi, in quanto il grosso vantaggio del passaggio al tasso fisso non è solo quello di tranquillizzare la rata per un certo periodo, magari di turbolenza dell’economia, ma quello di approfittare del fatto che l’indice usato per il tasso fisso sarà sempre l’Irs del periodo corrispondente. Abbiamo già visto, parlando degli indici, che l’Irs dei due anni o dei tre o dei cinque sarà sempre più basso di quello corrispondente a tutta la durata del mutuo. Scaduto il periodo deciso, il mutuo ritorna a tasso variabile e così via per tutta la durata. E’ doveroso chiarire bene che alla scelta del passaggio al tasso fisso corrisponderà sempre il tasso fisso di quel momento, quindi qualora fosse particolarmente competitivo in quel momento non è escluso possa essere molto più alto successivamente. E’ anche necessario ricordarsi le date utili per i passaggi di stato in quanto salvo rare eccezioni la banca non manda alcun avvertimento e di solito la comunicazione della scelta va esercitata 60 giorni prima della scadenza del periodo precedente e per lettera raccomandata. In caso di dimenticanza il mutuo torna automaticamente al tasso variabile.
Mutui a tasso variabile ma con la caratteristica di una rata fissata contrattualmente all’inizio e che resta uguale per tutta la durata. Per quello che abbiamo visto, quindi, parlando del piano di ammortamento, se il tasso è variabile, ma la rata no, quello che deve cambiare, per far quadrare i conti, è il tempo. Gli aumenti o la diminuzione dei tassi di interesse procurano un accorciamento o un allungamento della durata complessiva. E’ un tipo di mutuo adatto a chi, in periodo di tassi bassi, vuole approfittare della partenza a tasso variabile per mantenere bassa la rata e abbattere maggiore capitale iniziale, ma mantenersi la possibilità di avere il tasso fisso magari in un momento migliore. E’, altresì, adatto a chi ama essere informato su quanto accade nei mercati finanziari o per spirito di partecipazione o perché seguito da un consulente. Non è adatto a chi sottoscrive questa tipologia di mutuo e dimentica di averla. Il tallone d’Achille è proprio nel caso di aumento dei tassi, l’allungamento della durata può assumere connotazioni imbarazzanti che vanno per esempio a cozzare con la durata massima prevista dai contratti in relazione all’età dei mutuatari. Il mutuo può aumentare mediamente di un 30/35% della durata originaria. Per alcune banche massimo fino a 35 anni, per altre, comunque fino all’età massima prevista per i mutuatari. In passato, in periodo di picchi di variabilità dei tassi, i mutui a tasso variabile a rata costante hanno causato non pochi problemi al Servizio Clienti delle banche, tanto da spingerne alcune a toglierli dal listino, altre a regolamentare l’età all’ingresso e la durata massima possibile.
Mai, forse, un prodotto finanziario ha avuto commercialmente tanto successo quanto il mutuo a tasso variabile con il cap, che un paio di anni fa ha fatto fare miliardi di Euro di erogato soprattutto alle banche che più ci hanno creduto. Come da definizione sono mutui a tasso variabile che hanno un limite massimo al di sopra del quale il tasso del mutuo non può andare, da contratto. Di origine inglese, questo Cap (dall’inglese Capped Rate), è fissato in base all’andamento dei tassi e prevede qualche costo aggiuntivo, in termini di spread, da pagare. La banca, infatti, per poter garantire questa protezione ai suoi clienti deve acquistare contemporaneamente al mutuo, degli strumenti finanziari, che coprono prima lei, come per esempio i Covered Warrant Cap, il cui costo viene in qualche modo scaricato sui clienti stessi. Nel tempo il loro successo è andato scemando, soprattutto per via del costo maggiore. Per completezza di informazione va detto che ci sono anche dei mutui, molto sofisticati, a tasso variabile con opzione, che prevedono anche il Cap durante il periodo scelto a tasso fisso.
Mutui a Tasso Variabile con Rimborso Libero del Capitale
Forma molto particolare di mutuo in cui è contrattualmente previsto che la rata che viene pagata mensilmente sia composta dalla sola quota relativa agli interessi sul capitale richiesto, mentre il capitale può essere rimborsato con una certa “libertà”. Ogni volta che si versa il capitale la banca ricalcola la rata sul capitale residuo, che sarà composta sempre solo della parte interessi e così per tutta la durata del mutuo. In realtà questa libertà ha dei paletti diversi da banca a banca, in alcuni casi il rimborso del capitale è possibile entro lassi di tempo molto lunghi, in altri a scadenze ravvicinate, ogni due anni per esempio, altre prevedono percentuali crescenti nel tempo, altre addirittura oltre i rimborsi periodici, una maxi rata finale. Vanno fatte però due avvertenze, la prima è che le percentuali di capitale da versare sono sempre relative al capitale iniziale e non al capitale residuo, allo stesso modo finché non si fanno i versamenti di capitale la rata è composta degli interessi sull’intero capitale; la seconda è che, in genere, se non si rispetta il paletto messo dalla banca il mutuo si trasforma subito in un mutuo a tasso variabile tradizionale.
Con l’avvento dell’Euro il mutuo in valuta ha perso sicuramente appeal pur avendo sempre rappresentato un “prodotto” di nicchia. Caratterizzati spesso da tassi di interesse molto bassi, lasciano però al mutuatario la responsabilità di accollo del rischio cambio. Questo evidenzia come l’aspetto speculativo sia determinante nei mutui in valuta. La scommessa è quella di avere un mutuo espresso in una valuta che sia nel tempo sempre svalutata nei confronti dell’Euro, questo rappresenterebbe il vantaggio di pagare una rata per un capitale che espresso nella valuta diversa dell’Euro è più basso. Naturalmente funziona finché rimane questa condizione, in caso di apprezzamento sull’Euro della valuta di riferimento il mutuatario sarebbe costretto a riconvertire il proprio mutuo in Euro trovandosi esattamente nella situazione inversa. Sarebbe opportuno preferire uno mutuo in valuta che mantenendo la rata costante anche nei momenti di cambio estremamente favorevole accantonasse i guadagni per utilizzarli invece nei momenti negativi.
Per mutuo chirografario si intende il mutuo garantito solo da un documento, definito chirografo, che è firmato dal debitore, il quale si obbliga nei confronti del creditore unicamente con la propria firma e senza garanzie reali quali ipoteca, fidejussione, anticresi. Qualora un mutuo non fosse ipotecario, è per definizione chirografario: si applica, infatti, per prestiti di modesta entità come nel caso di opere di manutenzione straordinaria di un condominio.
È il contratto con cui una parte concede all’altra il godimento di un bene, verso il corrispettivo di un canone periodico, per un certo periodo di tempo, alla scadenza del quale chi ha ricevuto in godimento il bene può: restituire il bene; proseguire nel godimento, versando un canone inferiore; acquistare in proprietà il bene, pagando una somma ulteriore; richiedere la sua sostituzione con altro bene; agire secondo altre previsioni contrattuali. Nella pratica commerciale il contratto di leasing dà luogo a diverse figure che, pur seguendo di massima lo schema generale, ne divergono in alcuni particolari.
Un’impresa produttrice concede a quella utilizzatrice la temporanea disponibilità di beni strumentali, per un periodo di tempo inferiore alla loro vita economica, verso corrispettivo periodico, fornendo inoltre servizio di assistenza e manutenzione. Pur essendo un contratto atipico è riconducibile allo schema della locazione, del noleggio o dell’affitto (di tutto: computer, calcolatori elettronici, biancheria per un albergo…). Viene chiamato operativo perché il suo scopo è quello di fornire un’utilità durevole. Canone: corrispettivo per l’uso.
È un contratto di finanziamento con cui una società finanziaria acquista, per conto di un’impresa, un bene a questa necessario per la sua attività, cedendolo in godimento alla stessa secondo determinate modalità. Abbiamo un triplice rapporto: il produttore del bene (locatore); il destinatario che prenderà il bene in godimento (utilizzatore): il finanziatore che ha un proprio interesse finanziario a facilitare l’operazione di fondo; la quale resta originariamente un’operazione di prestito tra produttore e destinatario-utilizzatore del bene in questione. Il locatore, estraneo all’attività del conduttore-utilizzatore, cerca una rendita per i propri capitali o beni, e la trova fornendo in uso beni mobili o immobili. Dato che al locatore rimane la proprietà del bene locato, la garanzia è data dal bene stesso, facilitandosi così la prevalente funzione di finanziamento da parte delle banche. Così la società che esercita il leasing assume una posizione intermediatrice tra fornitore e utilizzatore del bene; e anche se lo scopo fondamentale del rapporto è un finanziamento garantito, si prevede la restituzione del bene in relazione al godimento primario. La misura del corrispettivo, che sarebbe molto elevato rispetto ai normali canoni locatizi, si spiega per il tipo di beni che ne sono oggetto e anche perché in tal modo viene facilitata l’opzione di acquisto, lasciata all’utilizzatore in alternativa alla restituzione. Per entrambi, cioè sia per il leasing operativo che per quello finanziario, alla scadenza del contratto, l’utilizzatore ha una triplice possibilità: la restituzione del bene, il suo acquisto o il rinnovo del contratto.
Dall’art. 1842 c.c. si legge: “L’apertura di credito bancario è il contratto col quale la banca si obbliga a tenere a disposizione dell’altra parte una somma di danaro per un dato periodo di tempo o a tempo indeterminato”.
L’art. 1842 prevede due tipi di apertura di credito:
Apertura di Credito a Tempo Determinato
La banca si obbliga a tenere a disposizione la somma per un periodo prestabilito e può recedere prima della scadenza del termine solo per giusta causa (art. 1845 c.c.). Il recesso opera immediatamente ma la banca deve concedere al cliente un termine di almeno 15 gg. per la restituzione delle somme utilizzate.
Apertura di Credito a Tempo Indeterminato
La banca tiene a disposizione la somma per un periodo non stabilito nel contratto, le parti possono recedere dal contratto dando un preavviso, salvo patto contrario, di 15 gg. A questo punto il cliente, ottenuta la disponibilità del credito, preleva le somme necessarie per poi provvedere ai successivi versamenti; proprio in riferimento a queste operazioni, possono verificarsi due ipotesi (art. 1843 c.c.):
La prima: apertura in conto corrente: il cliente può alternare prelevamenti e versamenti ed emettere anche assegni ordinando alla banca di pagare a terzi nei limiti del credito concesso;
La seconda: apertura semplice: il cliente può solo effettuare prelevamenti e non alternarli a versamenti. È poco usata nella pratica. La banca concederà l’apertura di credito (c.d. fido) fidandosi della sola serietà del cliente o potrà pretendere delle garanzie; abbiamo, quindi:
Apertura allo scoperto: la banca concede il credito senza garanzie.
Apertura con garanzie: il cliente concede garanzie reali o personali a garanzia del credito.
Le garanzie sono date per tutta la durata del rapporto e non si estinguono prima della sua fine per il solo fatto che il cliente cessa di essere debitore della banca. Se la garanzia diviene insufficiente, la banca può chiedere un supplemento di garanzia o la sostituzione del garante; in mancanza può ridurre la garanzia o recedere dal contratto Ovviamente il cliente dovrà corrispondere gli interessi ma solo sulle somme prelevate e non su tutto il credito concessogli. Gli interessi erano capitalizzati trimestralmente, ma la giurisprudenza ha riportato la capitalizzazione degli interessi nei limiti ordinari di un anno.
PRESTITO PERSONALE O CON LA VARIANTE CESSIONE DEL QUINTO DELLO STIPENDIO E CARTA REVOLVING
Un prestito personale è un finanziamento senza obbligo di destinazione: in pratica, si ottiene una somma di denaro che è possibile impiegare in qualsiasi modo desiderato, a differenza del prestito finalizzato che invece è legato all’acquisto di un determinato bene o servizio. Il debito acquisito nei confronti della banca o della società finanziaria che ha erogato il prestito personale, viene poi rimborsato a rate, con un tasso di interesse fisso e cadenza solitamente mensile. Il prestito personale rientra all’interno della categoria dei prodotti di “credito al consumo”, se il finanziamento è compreso fra i 200 ed i 75.000 euro.
La cessione del quinto dello stipendio (o della pensione) è una forma di finanziamento che viene rimborsato a rate. Può essere ottenuto da lavoratori dipendenti, pubblici e privati, sia a tempo indeterminato che determinato, dai lavoratori atipici (a progetto) e dai pensionati. Viene rimborsato attraverso il pagamento di rate mensili a tasso fisso. A differenza di altre forme di prestito, le rate vengono trattenute direttamente dalla busta paga o dal cedolino pensione nella misura massima di un quinto dello stipendio/pensione, fino ad esaurimento del debito. Poiché il suo fondamento è l’esistenza di uno stipendio o pensione da cui detrarre una frazione, essa è obbligatoriamente accompagnata da un’assicurazione contro il rischio di morte o di perdita del lavoro e quindi, oltre alle rate, chi richiede una cessione del quinto deve pagare il premio relativo a tale polizza assicurativa. Per richiedere questa forma di finanziamento, è necessario rientrare nelle categorie di lavoratori dipendenti (a tempo indeterminato o determinato), a progetto o pensionati; pertanto, essa non è accessibile ai lavoratori autonomi e ai liberi professionisti. Facciamo un esempio concreto: se il dipendente di un’azienda decide di richiedere un finanziamento tramite la “cessione del quinto”, si deve recare presso una società finanziaria o una banca che eseguirà un’analisi del merito creditizio. Se la valutazione sarà positiva il dipendente incasserà il prestito e continuerà a svolgere la sua normale attività lavorativa. Le rate del finanziamento vengono versate direttamente dal datore di lavoro che trattiene una parte dello stipendio mensile mediante la “cessione del quinto” dello stipendio. In questo modo, il lavoratore percepisce un netto inferiore ma sarà sicuro di non saltare il pagamento di una rata, per dimenticanza o per difficoltà a mettere da parte la somma necessaria.
La Carta Revolving è una carta plastificata simile alle tradizionali carte di credito, dotata di banda magnetica e microchip, data di scadenza e codice di 16 cifre che identificano il titolare e l’Istituto di Credito che ha emesso la carta.
Essa contiene una riserva di denaro da spendere per acquisti oppure da prelevare e da restituire nel tempo, attraverso singole rate di piccolo importo, secondo le modalità ed i tempi concordati al momento della stipula del contratto tra il richiedente della Carta e l’ Istituto di Credito.
Si tratta di un vero e proprio prestito, su cui saranno poi pagati gli interessi; è un prestito non finalizzato e quindi l’importo disponibile non è vincolato all’acquisto specifico di un bene o di un servizio.
Il vantaggio principale della Carta Revolving è quello di avere a disposizione in qualsiasi momento una certa somma di denaro, senza bisogno di avviare più volte una pratica di finanziamento: è come se fosse un salvadanaio pieno di monete da svuotare in occasione degli acquisti e da riempire nuovamente a determinate scadenze. Si tratta di una vera e propria fonte di denaro alla quale si può attingere ogni volta che ne abbiamo la necessità in quanto, pur riducendosi la disponibilità della carta ogni volta che viene effettuato un prelievo, il credito viene ristabilito attraverso il rimborso delle rate che, generalmente, avviene il mese successivo.
Il TAN (Tasso Annuo Nominale) rappresenta l’interesse annuo applicato ad un prestito, da riconoscere al finanziatore al termine dell’anno. Va detto però che nei comuni piani di ammortamento di prestiti e mutui l’interesse non viene pagato tutto in una volta a fine anno, ma caricato su ogni rata in scadenza. Questo avvantaggia un pochino il finanziatore che entra in possesso in anticipo degli interessi. Il Tasso Annuo Nominale rimane insensibile a questo fenomeno differendo in tal senso dal Tasso Effettivo (elemento costitutivo del TAEG). ESEMPIO: un prestito al tasso annuo nominale del 20% presenterebbe un tasso effettivo del 20% solo se il pagamento degli interessi avvenisse in unica soluzione a fine anno. Se invece si procede al rimborso rateale degli interessi aggiungendoli ad ogni rata di rimborso capitale, il tasso effettivo aumenta. Con il frazionamento mensile quello del suddetto prestito salirebbe dal 20% al 22%. La differenza tra Tasso Nominale e Tasso Effettivo si assottiglia esponenzialmente con il decrescere del tasso considerato. Con incidenze del 5% la differenza massima si attesta intorno allo 0,12%.
Il T.A.E.G. (Tasso Annuo Effettivo Globale) si pone l’obiettivo di rappresentare nel modo più completo ed esatto possibile il costo di un finanziamento. Si tratta di un tasso puramente virtuale. Non viene infatti utilizzato per calcolare le rate. Piuttosto è un indicatore, una cifra in grado di dichiarare il costo globale del prestito. Il grande vantaggio del TAEG è il suo utilizzo ai fini comparativi. Confrontando il TAEG di due mutui si acquisisce immediatamente l’idea di quale costi di più e di quanto. Vediamo allora come differisce dal Tasso Annuo Nominale, con cui si ha più confidenza. Nelle considerazioni sui tassi è consuetudine misurare la spesa annua in interessi. Un costo di 50 Euro su un finanziamento di 1.000 Euro rimborsato dopo un anno vuol dire pagare il 5%. Ciò corrisponde al Tasso Annuo Nominale (T.A.N.) del prestito. Nella sua semplicità questa considerazione non tiene conto di due elementi complementari e non trascurabili:
Il metodo di ammortamento usato abitualmente per mutui e prestiti (francese a rata costante) prevede che il pagamento dell’interesse non avvenga una volta sola a fine anno, ma risulti caricato su ogni rata. Con pagamenti frazionati nell’anno, il più delle volte mensili, ciò rappresenta un piccolo vantaggio per il finanziatore, che comincia ad incassare gli interessi in anticipo. Il fenomeno lascia insensibile il Tasso Nominale mentre viene recepito dal Tasso Effettivo. La differenza tra Tasso Nominale ed Effettivo si incrementa con l’aumentare del tasso e con il crescere del numero di rate annue. ESEMPIO: Consideriamo un prestito al Tasso Nominale del 5% annuo. Se il pagamento avviene semestralmente (2 rate all’anno) il Tasso Effettivo sarà pari al 5,06%. Con il pagamento mensile (12 rate annue) ammonterà al 5,12%. Invece un Tasso Nominale del 20%, regolato con pagamento mensile aumenterà fino al 21,9%, con una differenza di quasi due punti rispetto al Tasso Nominale. Nella sua volontà di rappresentare fedelmente il costo del finanziamento il T.A.E.G. disdegna il Tasso Nominale per prendere in considerazione il più autorevole Tasso Effettivo.
Obiettivo dichiarato del TAEG è quello di ricomprendere gli effetti di tutte le spese obbligatorie ai fini di apertura e pagamento del finanziamento. Per conseguirlo si ipotizza che i costi iniziali riducano il capitale prestato e che le spese periodiche aumentino la rata. Il calcolo del TAEG viene effettuato dopo avere apportato tali correttivi ai numeri dell’operazione.
ESEMPIO: un mutuo decennale di 100.000 Euro al 5% (1.061 Euro mensili) privo di spese di apertura o di gestione avrebbe un TAEG coincidente con il suo Tasso Effettivo, cioè 5,12%. Qualora invece la banca richiedesse 800 Euro di spese iniziali ciò corrisponderà in pratica a ricevere un finanziamento ridotto a 99.200 Euro (100.000 – 800). Se poi tutti i mesi dovrò pagare 3 Euro per la polizza incendio e 2 Euro di spese di incasso, sarà come sopportare una rata maggiorata di 5 Euro. Il fedele TAEG farà perciò i suoi conti considerando il capitale ristretto a 99.200 Euro ed una rata mensile maggiorata a 1.066 Euro (1.061 + 5 di spese). Risultato: TAEG = 5,41%, ovvero il tasso effettivo di un mutuo decennale di 99.200 Euro rimborsato con una rata mensile di 1.066 Euro. In pratica sarà come avere azzerato tutti i costi del finanziamento avendoli tramutati in interessi. Pertanto paragonare i TAEG corrisponde idealmente a confrontare diversi finanziamenti a spese zero.
Una delle ultime apparizioni nel settore dei mutui è stato l’ISC. La sua descrizione estesa è peraltro autoesplicativa: “Indicatore Sintetico di Costo”. La definizione ha assunto significato più formale nel 2003 con una delibera del CICR (Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio) cui è seguito un Provvedimento attuativo della Banca d’Italia che ne ha confermato il presumibile significato. Precisando che l’ISC è “calcolato conformemente alla disciplina sul tasso annuo effettivo globale (TAEG)”, è stato chiarito che dire ISC è come dire TAEG. Quindi nell’ISC andranno ricomprese tutte le spese specificate dalla normativa del 1992 per il TAEG, ovvero:
5. il costo dell’attività di mediazione svolta da un terzo, se necessaria per l’ottenimento del credito;
Per mora si intende il ritardo ingiustificato e imputabile, da una parte all’altra, nell’adempimento dell’obbligazione, qualora essa possa essere eseguita anche dopo la scadenza. La mora può essere a carico del creditore o del debitore; l’una e l’altra, pur avendo in comune il concetto generale di ritardo nell’adempimento, sono due istituti diversi, differendo sostanzialmente per la diversa posizione che il debitore e il creditore hanno nel rapporto obbligatorio, oltre che per la diversa attività da essi svolta per l’adempimento, poiché il debitore è obbligato ad adempiere, mentre il creditore ha un diritto di cooperare all’esecuzione della prestazione dovutagli, senza ch’egli ordinariamente sia a ciò obbligato. Gli effetti della mora del debitore sono: il risarcimento, a carico del debitore stesso, dei danni derivati al creditore dal ritardo (danni moratorî) e la sopportazione dei rischi e pericoli sempre da parte del debitore, in modo che egli resta responsabile se per caso fortuito successivamente la cosa dovuta perisca o l’esecuzione della prestazione si renda impossibile, dicendosi in tal senso che mora perpetuat obligationem. La mora del debitore può cessare per la rinuncia da parte del creditore (rinuncia agli effetti della mora, pur continuando a esistere il credito), oppure con adempimento o con qualsiasi altro mezzo di estinzione dell’obbligazione
La commissione di massimo scoperto (CMS) è quella percentuale che la banca applica sul massimo saldo negativo registrato durante il trimestre. La commissione di massimo scoperto (CMS) viene applicata per tutto il trimestre, anche se nel trimestre il cliente affidato e’ andato in “rosso” per un solo giorno.
L’abbreviazione LIBOR o Libor indica il London Interbank Offered Rate (inglese, tasso interbancario ‘lettera’ su Londra), un tasso di riferimento per i mercati finanziari. Si tratta di un tasso variabile, calcolato giornalmente dalla British Bankers’ Association in base ai tassi d’interesse richiesti per cedere a prestito depositi in una data divisa (tra le altre, sterlina inglese, dollaro USA, franco svizzero ed euro) da parte delle principali banche operanti sul mercato interbancario londinese Il Libor è il tasso di riferimento europeo al quale le banche si prestano denaro tra loro, spesso durante la notte (in batch notturno), dopo la chiusura dei mercati. Esso è minore del tasso di sconto che gli istituti di credito pagano per un prestito alla banca centrale. Il mercato interbancario è particolarmente importante per assicurare la solvibilità delle banche e dell’intero sistema creditizio, e per una banca è forse il modo più facile e meno costoso di reperire capitali. A fronte di una domanda di prelievi maggiore del denaro liquido che un istituto ha a disposizione, la banca vende una certa quantità di titoli di Stato o altri titoli, ricevendo in questo mercato il denaro di cui ha bisogno. Un elemento importante è la fiducia fra i vari istituti di credito a prestarsi denaro, e il ruolo “garantista” della banca centrale nel risarcire i diritti delle banche creditrici nel caso di qualche istituto in difficoltà. Il Libor è un indice del costo del denaro a breve termine che viene adoperato comunemente come base per il calcolo dei tassi d’interesse relativi a molte operazioni finanziarie (mutui, futures, ecc.) principalmente in valute diverse dall’Euro, per il quale il tasso di riferimento è più spesso l’EURIBOR.
Quando la banca vuole garantire al cliente un tasso fisso deve tutelarsi in modo da evitare di rimetterci cifre da capogiro se i tassi si alzano. Ciò è possibile ricorrendo a speciali accordi (detti swap) con soggetti disposti ad accollarsi il rischio, nell’ambito di un intento speculativo. Dal tasso a cui si concludono tali accordi nasce l’IRS (Interest Rate Swap). L’entità dell’IRS cambia in funzione del periodo coinvolto. Ovviamente lo speculatore che accetta il rischio per un anno concluderà a tassi più bassi di chi lo prende in carico per venti o trenta. Così si osserverà l’esistenza dell’IRS a 1 anno (detto “IRS 1y” cioè 1 year), a 2 anni… e via dicendo fino a 30 anni, con valori crescenti all’aumentare della durata. Per guadagnare sul mutuo la banca dovrà incassare dal finanziamento il tasso IRS da destinare al contratto di swap e aggiungervi una quota per sé, denominata spread. Così che il tasso fisso del mutuo risulterà pari a: IRS di durata del periodo a tasso fisso + Spread annuo Un mutuo a tasso fisso per tutta la durata prenderà in considerazione l’IRS di durata pari a quella dell’intero mutuo.
ESEMPIO: un mutuo ventennale a tasso fisso proposto con uno spread dell’1,50% costerà al cliente un tasso pari all’IRS 20 anni (rilevato il giorno di stipula) + 1,50%. Nel caso di un mutuo con opzione biennale verrà invece considerato l’IRS 2 anni, ovviamente ogni due anni.
ESEMPIO: un mutuo con opzione biennale potrà iniziare con un tasso pari a IRS 2 anni + spread, se si desidera cominciare con il tasso fisso, o Euribor + spread se si sceglie di partire col tasso variabile. Dopo due anni l’opzione si ripresenterà. Scegliendo di continuare a tasso fisso il tasso praticato sarà pari all’IRS 2 anni rilevato a quel tempo, maggiorato dello spread contrattuale.

References: Sentenza 
 sentenza 
 Art. 1
 Art. 2
 Sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 644