Source: http://www.forgionegianluca.it/CONTENZIOSO_TRIBUTARIO/DOTTRINA/libro_contenzioso/istituti_generali/giurisdizione.htm
Timestamp: 2019-01-17 10:39:52+00:00

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L’oggetto della giurisdizione tributaria
L’oggetto della giurisdizione tributaria è disciplinato dall'art. 2 del D.Lgs. 546/1992, mentre il successivo art. 19 reca l'elenco degli atti impugnabili innanzi le Commissioni tributarie.
Sono attribuite alla giurisdizione tributaria le seguenti fattispecie:
a) tutte le controversie aventi ad oggetto i tributi di ogni genere e specie comunque denominati, compresi quelli regionali, provinciali e comunali e il contributo per il Servizio sanitario nazionale[1];
b) le sovrimposte e le addizionali;
c) le sanzioni amministrative, comunque irrogate da uffici finanziari, gli interessi e ogni altro accessorio;
d) le controversie promosse dai singoli possessori concernenti l'intestazione, la delimitazione, la figura, l'estensione, il classamento dei terreni e la ripartizione dell'estimo fra i compossessori a titolo di promiscuità di una stessa particella, nonché le controversie concernenti la consistenza, il classamento delle singole unità immobiliari urbane e l'attribuzione della rendita catastale.
Restano escluse dalla giurisdizione tributaria soltanto le controversie riguardanti gli atti della esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento e, ove previsto, dell'avviso di cui all'articolo 50 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, per le quali continuano ad applicarsi le disposizioni del medesimo decreto del Presidente della Repubblica. Si tratta delle opposizioni all’esecuzione di cui all’art. 615 c.p.c. relative alla pignorabilità dei beni, e le opposizioni agli atti esecutivi previsti dall’art. 617 c.p.c., diverse da quelle relative alla regolarità formale ed alla notificazione del titolo esecutivo.
Le Commissioni tributarie sono competenti per tutte le controversie in materia di imposte e tasse e la loro giurisdizione è esclusiva e di carattere generale[2], pertanto tale giurisdizione è estesa ad ogni questione relativa all’an o al quantum del tributo[3]. Ne deriva che ogni tributo, anche di nuova istituzione, rientrerà automaticamente nella giurisdizione tributaria, senza necessità di espresse disposizioni al riguardo[4].
2. L’ampliamento della giurisdizione
Il passaggio da un sistema basato sulla definizione dell'oggetto della giurisdizione tributaria che si identificava nell'elencazione tassativa di tributi rimessi alla cognizione delle Commissioni tributarie provinciali e regionali[5], ad un sistema “aperto”, coincidente con l’intera area del contenzioso tributario[6], è avvenuto per mezzo di due interventi legislativi:
a)l’art. 12, c. 2, della L. 28 dicembre 2001, n. 448;
b) l' art. 3-bis del D.L. 30 settembre 2005, n. 203 convertito con L. 2 dicembre 2005, n. 248 (c.d. collegato alla finanziaria 2006).
Tale ampliamento della giurisdizione non ha mancato di sollevare dubbi di legittimità costituzionale con riferimento:
1. alla possibile violazione dell’art. 102 e della VI disposizione trans. Cost., che dispone l’illegittimità di nuovi giudici speciali previsti da una norma successiva all’entrata in vigore della costituzione;
2. alla possibile violazione del limite – richiamato a suo tempo dalla Corte Costituzionale con ord. n. 144 del 23/04/1998 – della natura tributaria delle materie attribuite alle Commissioni tributarie, che rappresenta presupposto indispensabile per non farle ritenere “nuovi giudici speciali”.
3 L’ampliamento ad opera dell’art. 12, c. 2, della L. 28 dicembre 2001, n. 448
L’art. 12, c. 2, della L. 28 dicembre 2001, n. 448[7]:
- ha esteso la giurisdizione a tutte le controversie aventi ad oggetto i tributi di ogni genere e specie, sostituendo l’elencazione tassativa delle imposte rimesse alla cognizione delle Commissioni tributarie. Conseguentemente, ogni tributo, anche di nuova istituzione, rientrerà automaticamente nella giurisdizione tributaria, senza necessità di espresse disposizioni al riguardo. La giurisdizione delle Commissioni ha assorbito, quindi, quella che era la competenza del giudice ordinario in materia di imposte e tasse prevista dall’art. 9 c.p.c.;
- ha consentito di superare le problematiche connesse all’interpretazione della categoria dei “tributi comunali e locali”, emerse con riferimento alla ricomprensione o meno in tale categoria dei tributi regionali, infatti alcune interpretazioni restrittive escludevano dalla giurisdizione speciale le controversie relative a quest’ultima categoria di tributi[8];
- ha attribuito alla cognizione delle Commissioni tutte le controversie in materia di sanzioni amministrative “comunque irrogate da uffici finanziari”, mentre la precedente formulazione dello stesso articolo, limitava la giurisdizione tributaria alle sole sanzioni tributarie non penali.
A decorrere dall’entrata in vigore (1 gennaio 2002) della citata modifica legislativa, sono stati attratti nella giurisdizione tributaria, tra l’altro, le seguenti controversie concernenti:
- i contributi spettanti ai consorzi di bonifica ed imposti ai proprietari, per le spese di esecuzione, manutenzione ed esercizio delle opere di bonifica nonché di miglioramento fondiario, in quanto rientranti nella categoria generale dei tributi, considerato che gli obblighi sono imposti dalla legge e non da accordi contrattuali[9]. Pertanto, spetta al giudice tributario, la competenza, ratione materiae, a conoscere della domanda con la quale il contribuente chiede la restituzione delle somme versate a tale titolo, laddove deduca di non avere tratto alcun vantaggio dall'attività consortile[10];
- i diritti doganali di cui all’art. 34 del TULD;
- l’imposta straordinaria sui beni di lusso[11] di cui all'art. 8 D.L. 384/1992, convertito, con modificazioni, nella L. 438/1992;
- i diritti aeroportuali relativi all’imbarco dei passeggeri, previsti dalla L. 5 maggio 1976, n. 324 in quanto obbligatoriamente corrisposti dagli utenti del servizio aeroportuale allo scopo di consentire ai gestori di svolgere le attività loro affidate[12].
Ciò nonostante sussisteva, il problema della giurisdizione per talune entrate patrimoniali degli Enti locali tra cui la TIA[13], in riferimento alle quali il Consiglio di Presidenza della Giustizia tributaria, nella Relazione al Parlamento sull'andamento dell'attività degli organi di giurisdizione tributaria (anno 2003), aveva prospettato l'attrazione delle relative controversie nell'alveo della giurisdizione tributaria, a ragione della loro prevalente natura di imposizioni tributarie.
4 L’ampliamento ad opera delle lett. a) e b) del c. 1 dell' art. 3-bis del D.L. 30 settembre 2005, n. 203 convertito con L. 2 dicembre 2005, n. 248
Le disposizioni normative di cui alle lett. a) e b) del c. 1 dell' art. 3-bis del D.L. 30 settembre 2005, n. 203 convertito con L. 2 dicembre 2005, n. 248 hanno ulteriormente modificato l’art. 2.
La lettera a) inserisce al c. 1 del citato art. 2, dopo le parole "tributi di ogni genere e specie", le parole "comunque denominati". Si tratta di una disposizione, con la quale si dà rilevanza all’aspetto sostanziale anzichè formale[14] (nomen iuris).
La lettera b) del c. 1 dell'art. 3-bis, riconduce nell'ambito della giurisdizione tributaria i seguenti canoni o tariffe di competenze degli Enti locali:
- le controversie relative alla debenza del canone per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche previsto dall'articolo 63 del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, e successive modificazioni;
- del canone per lo scarico e la depurazione delle acque reflue e per lo smaltimento dei rifiuti urbani;
- le controversie attinenti l'imposta o il canone comunale sulla pubblicità e il diritto sulle pubbliche affissioni.
In definitiva, vengono attribuite alla giurisdizione tributaria anche le entrate patrimoniali di cui gli artt. 62 e 63 del D.Lgs. 446/1997, alla L. 5 gennaio 1994, n. 36 ed all'art. 49 del D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22.
Antecedentemente a quest’ultima innovazione normativa, la giurisprudenza di legittimità si era consolidata nel riconoscere relativamente alle citate entrate la giurisdizione del giudice ordinario[15], trattandosi di controversie relative a rapporti individuali di utenza con soggetto privato, dovendosi ritenere per soggetto privato qualunque utente del servizio, e quindi anche un ente pubblico. Tale soluzione, veniva rafforzata dall’osservazione che detti "rapporti individuali di utenza con soggetti privati", sono sottratti dall'art. 7 della L. n. 205/2000 alla giurisdizione esclusiva in materia di pubblici servizi: si tratta, infatti, di rapporti la cui fonte regolatrice non è di natura amministrativa, ma di diritto privato negoziale, indipendentemente dalla natura (pubblica o privata) del soggetto del rapporto giuridico da tale regolamento scaturito[16]. Tale soluzione è rafforzata dal nuovo testo dell'art. 33 del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80, così come modificato dall'art. 7 della L. n. 205/2000[17], nel testo risultante dalla dichiarazione di parziale incostituzionalità, pronunciata dalla Corte Costituzionale con la sent. n. 204 del 2004. La Corte ha, infatti dichiarato l'illegittimità costituzionale del citato art. 7 in quanto attribuisce al giudice amministrativo l'intera materia dei pubblici servizi, a prescindere dalla natura delle situazioni soggettive coinvolte. La Corte ha, infatti, statuito che, a prescindere dall'ipotesi di concessione di servizi, già contemplata dall'art. 5 della L. 1034/1971, la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di pubblici servizi sopravvive soltanto nelle controversie "relative a provvedimenti adottati dalla Pubblica Amministrazione o dal gestore di un pubblico servizio in un procedimento regolato dalla L. 7 agosto 1990, n. 241", ovvero relative all'affidamento di un pubblico servizio e alla vigilanza e controllo nei confronti del gestore, nonché alla vigilanza in settori particolari espressamente indicati[18]-[19]-[20]-[21].
Tuttavia, nulla è mutato con riferimento alle cause per contributi previdenziali obbligatori in costanza di lavoro, la cui competenza è dei Giudici civili - Giudici monocratici del lavoro[22].
5. Le sentenze della Corte costituzionale n. 64 del 14 marzo 2008 e n. 130 del 5 maggio 2008
Con Sent. n. 64 del 14 marzo 2008 la Corte Costituzionale[23] ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, c. 2, secondo periodo, del D.Lgs. 546/1992 – come modificato dall’art. 3-bis, c. 1, lett. b), del D.L. 30 settembre 2005, n. 203, nella parte in cui stabilisce che «Appartengono alla giurisdizione tributaria anche le controversie relative alla debenza del canone per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche previsto dall’articolo 63 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, e successive modificazioni». Ciò discende dalla considerazione che una volta appurato che il COSAP non ha, secondo il diritto vivente, natura tributaria, la norma sopra citata nell’attribuire alla giurisdizione tributaria la cognizione di controversie relative a prestazioni patrimoniali non tributarie si risolve nella creazione di un giudice speciale vietato dal c.2 dell’art. 102. Dalla natura non tributaria discende che il credito non gode del privilegio speciale che l’art. 2752 c.c. assicura ai tributi locali.
La Corte Costituzionale con sentenza n. 130 del 5 maggio 2008 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell’art. 2, c. 1, primo periodo nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari, anche laddove esse conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria. Si trattava, nel caso di specie, delle sanzioni previste dall’art. 3 del D.L. 12/2002 per l’impiego di lavoratori dipendenti non risultanti dalle scritture obbligatorie e, pertanto, estranee alla materia tributaria, essendo dirette a contrastare il lavoro irregolare. Infatti, la norma scrutinata si pone in contrasto con il divieto costituzionale di istituzione di giudici speciali laddove devolve alla giurisdizione tributaria le controversie relative all’irrogazione di sanzioni in materia estranea alla disciplina dei rapporti tributari in virtù di un mero criterio soggettivo associato all’appartenenza all’Amministrazione finanziaria dell’ufficio competente all’irrogazione delle dette sanzioni.
6. Decorrenza della modifica della giurisdizione
Per il principio della perpetuatio jurisdictionis, di cui all’art. 5 c.p.c., applicabile in base al richiamo di cui all'articolo 1, c. 2 del D. Lgs. 546/1992, la giurisdizione si determina secondo la legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda. Senza che abbiano rilevanza i mutamenti legislativi successivi alla proposizione della domanda[24] nei casi in cui il sopravvenuto mutamento dello stato di diritto privi il giudice della giurisdizione al momento della introduzione della domanda.
Con particolare riferimento alle modifiche apportate con l' art. 3-bis del D.L. 30 settembre 2005, n. 203 restano, incardinate avanti al giudice ordinario le controversie introdotte avanti a quest'ultimo fino alla data del 3 dicembre 2005 (data di entrata in vigore della L. n. 248/2005)[25], mentre le nuove disposizioni si applicano a tutti i ricorsi presentati a partire da tale data. Da tale disposizione deriva che:
- il principio in argomento trova applicazione anche per gli atti notificati anteriormente al 3 dicembre 2005, sempre che - prima di tale data – gli stessi non siano stati impugnati (anche con la proposizione di ricorso amministrativo) in base alla disciplina previgente e che - alla stessa data - non sia ancora decorso il termine stabilito per l'impugnazione;
- tutti i giudizi già incardinati dinanzi al giudice ordinario alla data del 2 dicembre 2005 proseguono presso quest'ultimo in quanto non vengono influenzati dalla novella in rassegna[26];
- tutti i giudizi già incardinati dinanzi al giudice tributario alla data del 2 dicembre 2005, ancorché la giurisdizione al momento della domanda fosse stata carente, proseguono presso quest'ultimo, in quanto la novella legislativa ne conferma al giurisdizione[27].
L’art. 5 c.p.c. non trova applicazione in caso di sopravvenuta incostituzionalità della norma inerente la giurisdizione, come si è verificato nel caso delle sentenze della Corte costituzionale n. 64 del 14 marzo 2008 e n. 130 del 5 maggio 2008, in quanto la dichiarazione di illegittimità costituzionale non essendo una forma di abrogazione della legge ma una conseguenza della sua invalidità originaria, ha efficacia retroattiva, nel senso che investe anche situazioni processuali precedenti alla sentenza di abrogazione, salvo l’avvenuta formazione del giudicato e la presenza di preclusioni processuali già verificatesi[28], in conformità al principio enunciato dagli artt. 136 Cost. e 30 della L. 11 marzo 1953, n. 87. Di conseguenza le relative controversie se ancora pendenti al momento della dichiarazione di illegittimità costituzione devono essere riassunte dinanzi al giudice fornito di giurisdizione (c.d. traslatio judicii).
L’applicabilità della translatio iudicii comporta che - a seguito della declaratoria di difetto di giurisdizione pronunciata dalla Commissione tributaria presso cui pende il giudizio instaurato prima della pubblicazione della sentenza che dichiara l’illegittimità costituzionale - il processo possa essere riassunto innanzi al giudice fornito di giurisdizione del luogo in cui è stata commessa la violazione ovvero al diverso Tribunale indicato dal Giudice, entro il termine indicato dal Giudice a quo o, in mancanza, entro il termine di 6 mesi di cui al c.1 dell’art. 50 c.p.c., con conservazione degli effetti sostanziali e processuali della domanda introduttiva del giudizio tributario. In applicazione dei criteri enunciati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 77 del 2007, nel giudizio di riassunzione non possono essere formulate domande ulteriori rispetto a quelle sollevate nel giudizio originariamente instaurato innanzi al Giudice tributario[29]. In merito alla forma ed al contenuto dell’atto di riassunzione, si richiamano, in particolare, le disposizioni di cui all’art. 125 disp. att. c.p.c. e la relativa giurisprudenza di legittimità (cfr., tra le altre, Cass. n. 18170 del 9 settembre 2004; n. 6255 del 21 giugno 1999). La mancata riassunzione determina l’estinzione dell’intero processo, con il venir meno delle sentenze emesse nel corso di esso e la conseguente definitività dell’atto (cfr. Cass. n. 3040 dell’8 febbraio 2008, secondo cui “l’estinzione del processo travolge la sentenza …, ma non l’atto amministrativo che – come noto - non è un atto processuale bensì l’oggetto dell’impugnazione”). Ciò posto, nel giudizio di riassunzione innanzi al Tribunale, pur essendo ammessa la possibilità di avvalersi della prova testimoniale – non ammessa nel processo tributario -, i fatti oggetto della prova sono pur sempre e solo quelli già ritualmente introdotti nel giudizio tributario, considerato che, come già ricordato, non si tratta di un nuovo giudizio, ma della prosecuzione di quello già instaurato, senza possibilità di modifica della domanda e dei fatti posti a fondamento della stessa. Più specificamente, la mancata allegazione in sede amministrativa o processual-tributaria di dichiarazioni rese da terzi si ritiene che escluda la possibilità di utilizzare validamente la prova per testi nell’ambito del giudizio di riassunzione[30].
7. Controversie rientranti nella giurisdizione del giudice tributario
Di seguito si elencano le entrate tributarie e patrimoniali comunali, provinciali e regionali oggetto della giurisdizione delle Commissioni tributarie. Tale elencazione non è tassativa in quanto per effetto dell’ampliamento della giurisdizione da parte della normativa sopra citata viene superata la precedente elencazione ratione meteriae, pertanto ogni tributo anche di nuova istituzione rientrerà automaticamente nella giurisdizione tributaria[31].
7.1. I tributi di ogni genere e specie.
Con il termine “tributo” ci si riferisce al prelievo coattivo imposto in virtù di un potere autoritativo dell’Ente, rispetto ad un obbligo imposto dalla costituzione, che deve essere riconosciuto a tutte quelle prestazioni che non trovino giustificazione o in una finalità punitiva perseguita dal soggetto pubblico, o in un rapporto sinallagmatico tra la prestazione stessa ed il beneficio che il singolo riceve[32]. Rientrano nella categoria dei “tributi di ogni genere e specie”, a titolo esemplificativo:
I) Tributi Erariali
- Imposte sui redditi (IRPEF e IRPEG);
- Imposta sul valore aggiunto (I.V.A.);
- Imposta di registro (D.P.R. 26.04.1986, n. 131);
- INVIM (soppressa con L. 28.12.2001, n. 448) ordinaria, decennale e straordinaria;
- imposte ipotecarie e catastali (D.Lgs. 31.10.1990, n. 347);
- imposta sulle successioni (soppressa con L. 18.10.2001, n. 383) e donazioni;
- imposta erariale di trascrizione dei veicoli al P.R.A. di cui alla L. 23.12.1977, n. 952;
- imposta sulle assicurazioni;
- imposta straordinaria immobiliare – ISI –(D.L. 11.07.1992, conv. con modif. con L. 8.8.1992, n. 359);
- imposta straordinaria sui depositi bancari (D.L. 11.07.1992, n. 333, conv. con modif. con L. 8.8.1992, n. 359);
- imposta straordinaria sui beni di lusso (D.L. 19.9.1992, n. 384, conv. con modif. con L. 14.11.1992, n. 438);
- imposta sul patrimonio netto delle imprese (D.L. 30.9.1992, n. 394, conv. con modif. con L. 26.11.1992, n. 461) abolita con D.Lgs 446/1997;
- imposta di bollo (D.P.R. 26.10.1972, n. 642);
- tasse automobilistiche (L. 27.12.1997, n. 449);
- imposte sugli spettacoli di cui al D.P.R. 26.10.1972, n. 640 (come modificata dal D.Lgs. 26.2.1999, n. 60);
- tassa sulle concessioni governative (D.P.R. 26.10.1972, n. 641);
- tributi doganali (D.P.R. 23.1.1973);
- imposte di fabbricazione e di consumo (accise) di cui al D.Lgs. 26.10.1995, n. 504;
- diritti camerali riscossi dalle Camere di Commercio di cui alla L. 29.12.1993, n. 580;
- tassa sui concorsi ed operazioni a premio (cd. tassa di lotteria) di cui al R.D.L. 19.10.1938, n. 1933, conv. con L.. 5.6.1939, n. 973 e ss.mm.;
- tassa sui contratti di borsa di cui al R.D. 30.12.1923, n. 3278 e ss.mm.;
- contributo al S.S.N. (cd. ‘tassa sulla salute’) di cui all’art. 31, L. 28.2.1986, n. 41 (soppresso dall’1.1.1998);
- tributi consortili, cioè i contributi dovuti agli enti consortili di bonifica o di sviluppo industriale;
- il canone di abbonamento radiotelevisivo (canone RAI) di cui alla L. 14.4.1995,n. 103, la cui natura tributaria di tassa è stata affermata dalla Corte Costituzionale con sentenza 12.5.1988, n. 535 (conf., CTC sez. XVI, dec. 19.11.1983 n .3899; Cons. di Stato sez. VI sent. 2.4.1998, n. 426).
II) Tributi Comunali
- ICI. l'imposta comunale sugli immobili (disciplinata dal D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504);
- ICPDPA, imposta comunale sulla pubblicità ed i diritti sulle pubbliche affissioni (artt. 1 ss., D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507);
- CIMP, canone per l’installazione di mezzi pubblicitari (art. 62, D.Lgs. 446/1997);
- TOSAP, tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche dei comuni e delle provincie (artt. 38 ss., D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507);
- TARSU, tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (artt. 58 ss., D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507);
- TIA, Tariffa di igiene urbana (art. 49 del D.Lgs. n. 22/1997 - cosiddetto decreto Ronchi).
III Tributi Provinciali:
- TEFA, tributo provinciale per l'esercizio delle funzioni di tutela, protezione e igiene dell'ambiente (artt. 19 ss., D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504);
- TOSAPP, tassa per l’occupazione delle aree pubbliche delle province (D.Lgs. 15 novembre 1993, n.507);
- IPT, l’imposta provinciale di trascrizione;
- la tassa speciale per il deposito in discarica di rifiuti solidi;
- l’addizionale provinciale all’IRPEF (istituita dall’art. 12 della L. 13 maggio 1999, n.133);
IV Tributi Regionali:
- TUNIV, tassa per il diritto allo studio universitario (art. 3, c. da 19 a 23, L. 549/1995);
- TAUR, le tasse automobilistiche[33] regionali, di cui all'art. 23, D.Lgs. 30 dicembre1992, n. 504;
- addizionale regionale sul consumo di gas metano;
- IRBA, tassa regionale sulla benzina per autotrazione;
- IRESA, imposta regionale sulle emissioni sonore di aeromobili;
- TSDD, tributo speciale regionale per il deposito in discarica di rifiuti solidi;
- TCR, tasse sulle concessioni regionali.
7.1.a. Canone per l’installazione di mezzi pubblicitari (art. 62, D.Lgs. 446/1997) [34].
I comuni possono, ai sensi del c. 1 dell'art. 62 del D.Lgs. n. 446/1997, escludere l'applicazione, nel proprio territorio, dell'imposta comunale sulla pubblicità di cui al capo I del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, sottoponendo le iniziative pubblicitarie che incidono sull'arredo urbano o sull'ambiente ad un regime autorizzatorio e assoggettandole al pagamento di un canone in base a tariffa .
Gli elementi di analogia tra il canone e l’imposta comunale sulla pubblicità attengono:
1. all'oggetto dei suddetti due prelievi. Il presupposto dell'imposta è costituito dalla «diffusione di messaggi pubblicitari» (cioè di messaggi diffusi nell'esercizio di un'attività economica allo scopo di promuovere la domanda di beni o servizi, ovvero di messaggi finalizzati a migliorare l'immagine del soggetto pubblicizzato), effettuata «attraverso forme di comunicazione visive od acustiche, diverse da quelle assoggettate al diritto sulle pubbliche affissioni», in luoghi pubblici ovvero aperti o esposti al pubblico (art. 5 del d.lgs. n. 507 del 1993). Analogamente, il canone è dovuto per «l'installazione di mezzi pubblicitari» (rubrica dell'art. 62 del d.lgs. n. 446 del 1997) o, piú precisamente, per l'effettuazione di «iniziative pubblicitarie che incidono sull'arredo urbano o sull'ambiente» (testo del medesimo art. 62). Al pari di ciò che avviene per l'imposta sulla pubblicità, l'obbligo di pagare il CIMP nasce, dunque, direttamente in forza della legge, per il solo fatto dell'installazione dei mezzi pubblicitari, con l'unica differenza che tale installazione, per essere considerata legittima, deve essere preceduta, per l'imposta sulla pubblicità, da un'apposita dichiarazione del contribuente e, per il CIMP, dall'autorizzazione del Comune;
2. il regolamento al fine di applicare sia l'imposta che il canone per la pubblicità, ha sostanzialmente lo stesso contenuto per ambedue i prelievi, quanto agli elementi strutturali e procedimentali che li caratterizzano. Appare particolarmente significativo, al riguardo, che la tariffa del CIMP sia parametrata a quella dell'imposta, nel senso che la prima non può superare di piú di un quarto la seconda. Ne deriva che l'importo del canone, analogamente a quello dell'imposta, non è determinato in funzione del criterio della copertura del costo di un eventuale servizio prestato dal Comune a favore di chi installi il mezzo pubblicitario. Ciò conferma l'impossibilità di configurare un rapporto di corrispettività contrattuale.
3. per la pubblicità assoggettata a canone, si applica un sistema di controllo, accertamento e sanzioni amministrative degli abusi sostanzialmente corrispondente a quello previsto per la pubblicità assoggettata ad imposta. In relazione a quest'ultima, il D.lgs. n. 507 del 1993, prevede: a) l'applicazione dell'imposta anche nel caso di pubblicità effettuata in difetto od in difformità dalla dichiarazione che il soggetto passivo è tenuto a presentare preventivamente (art. 8); b) l'obbligo di vigilanza del Comune sulla corretta osservanza delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di pubblicità, alla violazione delle quali conseguono, a seconda dei casi, sanzioni amministrative non tributarie e tributarie, con rimozione degli impianti pubblicitari abusivi, loro sequestro (a séguito di ordinanza sindacale) a garanzia del pagamento dell'ammontare dell'imposta e degli accessori di questa nonché delle spese di rimozione e di custodia, anche con immediata copertura della pubblicità abusiva (art. 24, commi 1, 2, 3 e 4); c) l'adozione, da parte del Comune, di un «piano specifico di repressione dell'abusivismo, di recupero e riqualificazione con interventi di arredo urbano», eventualmente prevedendo procedure agevolative dirette a «favorire l'emersione volontaria dell'abusivismo», e ciò all'evidente fine di ridurre l'impatto della pubblicità sull'arredo urbano e sull'ambiente (art. 24, comma 5-bis). Analogamente, l'art. 62 del d.lgs. n. 446 del 1997 – proprio nel dichiarato intento di consentire al Comune il controllo preventivo, mediante un adeguato sistema di autorizzazioni, dell'impatto della pubblicità sull'arredo urbano e sull'ambiente – stabilisce che il regolamento istitutivo del CIMP debba prevedere: a) «l'equiparazione, ai soli fini del pagamento del canone, dei mezzi pubblicitari installati senza la preventiva autorizzazione a quelli autorizzati» (prima parte della lettera e del comma 2); b) per l'installazione dei mezzi pubblicitari non autorizzati, «sanzioni amministrative pecuniarie di importo non inferiore all'importo della relativa tariffa, né superiore al doppio della stessa tariffa» (seconda parte della medesima lettera e del comma 2); c) «la rimozione dei mezzi pubblicitari privi della prescritta autorizzazione, o installati in difformità della stessa, o per i quali non sia stato effettuato il pagamento del canone», nonché la «immediata copertura della pubblicità con essi effettuata» (comma 4).
In conclusione, i sottolineati forti tratti di continuità tra la disciplina del CIMP e quella dell'imposta sulla pubblicità evidenziano che il canone costituisce, seppure con diverso nomen iuris, un prelievo della stessa natura dell'imposta e presenta, perciò, tutte le caratteristiche del tributo. A tale conclusione non può opporsi che, nel caso di mezzo pubblicitario installato su beni pubblici, il CIMP ha natura di corrispettivo contrattuale, come risulterebbe dimostrato sia dall'analogia di detto prelievo con il COSAP, già ritenuto di natura non tributaria. Infatti, in primo luogo, va osservato, in proposito, che il CIMP, contrariamente al COSAP ed alla TOSAP, è connesso a un regime non concessorio – tale, cioè, da attribuire al concessionario diritti di cui altrimenti non sarebbe titolare – ma autorizzatorio, in senso proprio, delle iniziative pubblicitarie incidenti sull'arredo urbano o sull'ambiente (comma 1 dell'art. 62 del d.lgs. n. 446 del 1997). La previsione di un siffatto regime comporta che l'autore delle suddette iniziative è già titolare del diritto a esercitarle e che la previa autorizzazione, avendo la funzione di realizzare un controllo preventivo, non costituisce una controprestazione del Comune rispetto al pagamento del canone.
In secondo luogo, per quanto attiene al COSAP, il soggetto che occupa il bene pubblico è tenuto a prestare un corrispettivo (se titolare di concessione-contratto) o una indennità (se privo di tale concessione) per remunerare l'uso di un bene del demanio o del patrimonio indisponibile del
Comune. Per quanto attiene al CIMP, invece, al pagamento del canone non corrisponde alcuna controprestazione da parte del Comune, perché né il consenso all'incidenza della pubblicità sull'arredo urbano o sull'ambiente, né il rilascio di autorizzazioni alle iniziative pubblicitarie possono qualificarsi come corrispettivi contrattuali a carico del Comune.
In terzo luogo, deve ritenersi non rilevante, ai fini della qualificazione del CIMP, il fatto che la legge, nell'ipotesi di occupazione di beni pubblici a fini pubblicitari, da un lato, non escluda che la TOSAP o il COSAP si cumulino con l'imposta sulla pubblicità (comma 7 dell'art. 9 del d.lgs. n. 507 del 1993; comma modificato dal comma 55 dell'art. 145 della legge 23 dicembre 2000, n. 388) e, dall'altro, disponga che la tariffa del CIMP sia «comprensiva» della TOSAP o del COSAP (comma 2, lettera d, dell'art. 62 del d.lgs. n. 446 del 1997; lettera modificata dal comma 5, lettera b, dell'art. 10 della legge 28 dicembre 2001, n. 448). Infatti, tale diversità di disciplina non incide sulla sopra rilevata analogia tra il presupposto del CIMP e quello dell'imposta sulla pubblicità, in quanto la “comprensione” in un prelievo di natura tributaria, quale il CIMP, di un prelievo di natura privatistica come il COSAP non muta la natura del tributo “comprendente” – che è l'unico prelievo applicabile in tale fattispecie – e comunque non fa venir meno la distinzione concettuale tra il fatto dell'installazione di mezzi pubblicitari ed il fatto dell'occupazione di spazi ed aree pubbliche.
7.1.b Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani[35] (artt. 58 ss., D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507).
Il D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, efficace a decorrere dal 1° gennaio 1994, – in attuazione del comma 4 dell’art. 4 della legge di delegazione 23 ottobre 1992, n. 421 – ha stabilito, all’art. 58, che, in relazione all’istituzione ed all’attivazione del servizio relativo allo «smaltimento dei rifiuti solidi urbani interni, svolto in regime di privativa» nelle zone del territorio comunale, i Comuni «debbono istituire una tassa annuale» (usualmente denominata “TARSU”), da applicarsi «in base a tariffa», secondo appositi regolamenti comunali, a copertura (dal cinquanta al cento per cento ovvero, per gli enti locali per i quali sussistono i presupposti dello stato di dissesto, dal settanta al cento per cento) del costo del servizio stesso, nel rispetto delle prescrizioni e dei criteri specificati negli artt. da 59 a 81 del medesimo decreto legislativo.
Diversamente dal precedente regime, il prelievo non riguarda lo smaltimento dei rifiuti “esterni” ed il richiamo ai rifiuti solidi urbani «equiparati» (ai sensi dell’art. 60 del decreto legislativo) a quelli «interni» – richiamo originariamente contenuto nel comma 1 del citato art. 58 del d.lgs. n. 507 del 1993 – è stato soppresso dalla lettera a) del comma 3 dell’art. 39 della legge 22 febbraio 1994, n. 146 (articolo che ha abrogato anche l’art. 60 del suddetto decreto legislativo). Solo con l’introduzione del comma 3-bis dell’art. 61 del d.lgs. n. 507 del 1993, ad opera dall’art. 3, comma 68, lettera b), della legge 28 dicembre 1995, n. 549, hanno acquistato rilevanza anche per la TARSU i rifiuti “esterni”, perché tale disposizione stabilisce che dal costo complessivo dei servizi di nettezza urbana gestiti in regime di privativa comunale va dedotta una quota «a titolo di costo
dello spazzamento dei rifiuti solidi urbani di cui all’art. 2, terzo comma, numero 3), del d.P.R. 10 settembre 1982, n. 915» (cioè «i rifiuti di qualunque natura o provenienza giacenti sulle strade ed aree pubbliche o sulle strade ed aree private, comunque soggette ad uso pubblico o sulle spiagge marittime, lacuali e sulle rive dei fiumi»). L’art. 31, comma 23, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, ha ampliato, dal punto di vista quantitativo, l’incidenza del suddetto costo di spazzamento dei rifiuti “esterni”.
Quanto ai soggetti passivi, la tassa è dovuta (in solido tra i componenti del nucleo familiare o tra gli utilizzatori in comune degli immobili) da coloro che occupano o detengono locali od aree scoperte a qualsiasi uso adibiti – ad esclusione delle aree scoperte pertinenziali o accessorie di civili abitazioni diverse dalle aree a verde – esistenti nelle zone del territorio comunale in cui il servizio è istituito ed attivato o comunque reso in maniera continuativa, ivi comprese le abitazioni coloniche e gli altri fabbricati con area scoperta di pertinenza anche se nella zona in cui è attivata la raccolta dei rifiuti è situata solo la strada di accesso (artt. 62 e 63). I soggetti passivi hanno «l’obbligo di denuncia» dell’occupazione o detenzione dei locali ed aree tassabili siti nel territorio del Comune (art. 70, specie commi 1 e 6). In connessione con l’obbligo di presentare tale dichiarazione di scienza, è attribuito al Comune il potere di «emettere» (nel senso di “notificare”, come chiarito dal comma 1 dell’art. 72) motivati avvisi di accertamento d’ufficio (in caso di omessa denuncia) o in rettifica (in caso di denuncia infedele o incompleta), entro specifici termini di decadenza (artt. 71, 73). È prevista l’esclusione o l’esonero dal tributo in determinati casi in cui gli immobili si trovino in condizione di non potere produrre rifiuti, mentre è, di regola, irrilevante la circostanza che il soggetto passivo abbia, in concreto, autonomamente provveduto allo smaltimento (art. 62, commi 2, 3 e 5). Il prelievo, dunque, è posto in relazione, da un lato, alla attitudine media ordinaria alla produzione quantitativa e qualitativa dei rifiuti per unità di superficie e per tipo di uso degli immobili e, dall’altro, alla potenziale fruibilità del servizio di smaltimento dei rifiuti da parte dei soggetti passivi. È coerente con tale impostazione pubblicistica l’obbligo, imposto agli occupanti o detentori «degli insediamenti comunque situati fuori dall’area di raccolta», di utilizzare il servizio pubblico di nettezza urbana, conferendo i rifiuti urbani, «interni ed equiparati», nei «contenitori viciniori» (art. 59, comma 3). È compatibile con la medesima impostazione, anche la previsione di riduzioni della tassa per le zone in cui la raccolta non viene effettuata e per i casi di non svolgimento, svolgimento per periodi stagionali, nonché per i casi in cui l’utente dimostri di aver provveduto autonomamente allo smaltimento in periodi di protratto mancato svolgimento del servizio, ove l’autorità sanitaria competente abbia riconosciuto una situazione di danno o di pericolo di danno alle persone o all’ambiente secondo le norme e prescrizioni sanitarie nazionali (art. 59, commi 2, 4, 5, 6, secondo periodo). La natura pubblicistica e non privatistica del prelievo è ulteriormente evidenziata sia dalla regola secondo cui «L’interruzione temporanea del servizio di raccolta per motivi sindacali o per imprevedibili impedimenti organizzativi non comporta esonero o riduzione del tributo» (art. 59, comma 6, primo periodo); sia dal sopra citato comma 3-bis dell’art. 61 e successive modificazioni, che ha reso rilevante anche il costo dello spazzamento dei rifiuti esterni. Il d.lgs. n. 507 del 1993 prevede anche una «tassa giornaliera di smaltimento» dei rifiuti producibili mediante l’uso (autorizzato o no), per periodi inferiori a 183 giorni per anno solare, di locali od aree pubbliche, di uso pubblico, o aree gravate da servitù di pubblico passaggio (art. 77). Per la riscossione, si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni del d.P.R. n. 602 del 1973, e del d.P.R. 28 gennaio 1988, n. 43 (art. 72). Ai sensi dell’art. 52, comma 5, del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, il Comune ha facoltà di disciplinare con proprio regolamento l’affidamento a terzi delle fasi di liquidazione, accertamento e riscossione della tassa. Sanzioni specifiche sono previste dall’art. 76 (e successive modificazioni) per l’omessa o infedele denuncia e per la mancata presentazione o trasmissione di atti, documenti o dati richiesti dal Comune; sono comunque applicabili le disposizioni generali sulle sanzioni amministrative in materia tributaria stabilite dal d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 472.
7.1.c Tariffa di igiene urbana (TIA) [36] -[37].
L'art. 49 del D.Lgs. n. 22/1997 (cosiddetto decreto Ronchi) successivamente modificato dall’art. 1, c. 28, della L. 9 dicembre 1998, n. 426, e dall’art. 33 della L. 23 dicembre 1999, n. 488, in applicazione della Direttiva n. 91/156/CEE, ha abolito la previgente TARSU, introducendo una "tariffa", tesa ad assicurare la copertura totale dei costi del servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti diqualunque natura o provenienza giacenti sulle strade ed aree pubbliche e soggette ad uso pubblico, nelle zone del territorio comunale. Tale tariffa – usualmente denominata tariffa di igiene ambientale (TIA) – «è composta da una quota determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio, riferite in particolare agli investimenti per le opere e dai relativi ammortamenti, e da una quota rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito, e all’entità dei costi di gestione, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio». Con regolamento del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, viene elaborato il metodo normalizzato per definire le componenti dei costi e determinare la tariffa di riferimento. Il metodo normalizzato è stato approvato con il regolamento di cui al D.P.R. 27 aprile 1999, n. 158. È tenuto al pagamento della tariffa «chiunque occupi oppure conduca locali, o aree scoperte ad uso privato non costituenti accessorio o pertinenza dei medesimi, a qualsiasi uso adibiti, esistenti nelle zone del territorio comunale» (comma 3). La tariffa è ridotta nei casi in cui il produttore di rifiuti assimilati dimostri (mediante attestazione rilasciata da chi effettui il recupero) di aver avviato detti rifiuti al recupero (comma 14). La tariffa è applicata e riscossa dal soggetto che gestisce il servizio (commi 9 e 13). Diversamente dalla normativa sulla TARSU, l’art. 49 del “decreto Ronchi”, pertanto: a) evita di qualificare espressamente il prelievo come “tributo” o “tassa”, pur mantenendo il riferimento testuale alla «tariffa»; b) stabilisce che la TIA deve sempre coprire l’intero costo del servizio di gestione dei rifiuti; c) dispone che detta tariffa è dovuta anche per la gestione dei rifiuti “esterni”; d) non reca, con riguardo alla TIA, specifiche disposizioni in tema di accertamento, liquidazione e sanzioni. Analogamente alla TARSU, anche per la TIA la riscossione volontaria e coattiva della tariffa può essere effettuata tramite ruolo, secondo le disposizioni del d.P.R. n. 602 del 1973 e del D.P.R. n. 43 del 1988 (c.15 del medesimo art. 49).
La completa soppressione della TARSU e la sua sostituzione con la TIA, inizialmente fissata a decorrere dal 1° gennaio 1999, è stata via via differita dal legislatore, secondo uno scadenzario differenziato, in ragione sia del grado di copertura dei costi dei servizi raggiunto dai diversi Comuni sia della popolazione dei Comuni stessi (c. 184 dell’art. 1 della L. 27 dicembre 2006, n. 296, quale modificato dall’art. 5, commi da 1 a 2-quinquies del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 208, recante «Misure straordinarie in materia di risorse idriche e di protezione dell’ambiente», convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 27 febbraio 2009, n. 13).
Non è individuabile, allo stato, un’univoca giurisprudenza di legittimità sulla natura di tale tariffa, anche se pare maggiormente attestato l’orientamento che le riconosce natura tributaria. Infatti, ad una pronuncia della Corte di cassazione civile che ha qualificato come non tributaria tale prestazione pecuniaria (sezioni unite, ordinanza n. 3274 del 2006), hanno fatto séguito altre decisioni della stessa Corte che, con varie motivazioni e differenze linguistiche, hanno invece ricondotto detta prestazione nel novero dei tributi (sezioni unite: ordinanza n. 3171 del 2008, sentenze n. 13902 del 2007 e n. 4895 del 8 marzo 2006; sezioni semplici: sentenze n. 5298 e n. 5297 del 2009, n. 17526 del 2007). Al fine di determinare la natura (tributaria o extratributaria) della TIA, oggetto di contrastanti opinioni anche nella dottrina, è perciò necessario procedere ad un autonomo ed analitico esame delle caratteristiche di tale prelievo. Al riguardo, non rilevano né la formale denominazione di «tariffa», né la sua alternatività rispetto alla TARSU, né la possibilità di riscuoterla mediante ruolo. Dalla comparazione tra la TARSU e la TIA emergono le forti analogie dei due prelievi. Entrambi mostrano un’identica impronta autoritativa e somiglianze di contenuto con riguardo alla determinazione normativa, e non contrattuale, della fonte del prelievo. Con riferimento a quest’ultimo aspetto per entrambi i prelievi: a) i servizi concernenti lo smaltimento dei rifiuti devono essere obbligatoriamente istituiti dai Comuni, che li gestiscono, in regime, appunto, di privativa, sulla base di una disciplina regolamentare da essi stessi unilateralmente fissata; b) i soggetti tenuti al pagamento dei relativi prelievi (salve tassative ipotesi di esclusione o di agevolazione) non possono sottrarsi a tale obbligo adducendo di non volersi avvalere dei suddetti servizi; c) la legge non dà alcun sostanziale rilievo, genetico o funzionale, alla volontà delle parti nel rapporto tra gestore ed utente del servizio. La rilevata comune struttura autoritativa dei prelievi non viene meno per il fatto che, riguardo alla TARSU, il d.lgs. n. 507 del 1993 individua quale soggetto attivo del tributo il Comune e disciplina specificamente la fase di accertamento e di liquidazione della tassa, prevedendo sanzioni e interessi (artt. 71, 73 e 76); mentre, riguardo alla TIA, l’art. 49 del d.lgs. n. 22 del 1997, da un lato identifica nel gestore del servizio il soggetto che la applica e riscuote (commi 9 e 13) e, dall’altro, non reca alcuna disciplina specifica in tema di accertamento, di liquidazione della prestazione dovuta, di contenzioso e di sanzioni e interessi per omesso o ritardato pagamento. Non può negarsi, infatti, che, sia per la TARSU che per la TIA, il soggetto attivo del prelievo è il Comune; e ciò anche nel caso in cui il regolamento comunale affidi a terzi l’accertamento e la riscossione dei due prelievi e la relativa legittimazione a stare in giudizio. Analogamente, nulla osta a che, per le sanzioni ed interessi relativi all’omesso o ritardato pagamento della TIA, possano applicarsi le norme generali in tema di sanzioni amministrative tributarie. Cosí come, con riguardo al contenzioso, è evidente che ad entrambi i prelievi si applica il comma 2 dell’art. 2 del d.lgs. n. 546 del 1992, che attribuisce, appunto, alla giurisdizione tributaria la cognizione delle controversie relative, in generale, alla debenza dei tributi e, specificamente del «canone […] per lo smaltimento dei rifiuti urbani». Non contraddice tale conclusione il fatto che fonti secondarie prevedano, per il pagamento della TIA, l’emissione di semplici «bollette che tengono luogo delle fatture […] sempreché contengano tutti gli elementi di cui all’art. 21» del d.P.R. n. 633 del 1972 (art. 1, comma 1, del citato decreto ministeriale n. 370 del 2000), e cioè l’emissione di atti formalmente diversi da quelli espressamente indicati dall’art. 19 del d.lgs. n. 546 del 1992 come impugnabili davanti alle Commissioni tributarie. In tale caso, infatti, è possibile, in via interpretativa ( come, del resto, ha già affermato la Corte di cassazione con la sentenza n. 17526 del 2007, con specifico riferimento alla TIA) , un’applicazione estensiva dell’elenco di cui al citato art. 19, al fine di considerare impugnabili anche atti che, pur con un diverso nomen iuris, abbiano la stessa funzione di accertamento e di liquidazione di tributi svolta dagli atti compresi in detto elenco; con l’ovvio corollario che le suddette «bollette», avendo natura tributaria, debbono possedere i requisiti richiesti dalla legge per gli atti impositivi. In terzo luogo, sono analoghi i criteri di commisurazione dei due prelievi. La TARSU – quantomeno per i Comuni con popolazione non inferiore a 35.000 abitanti – è commisurata «in base alla quantità e qualità medie ordinarie per unità di superficie imponibile dei rifiuti solidi urbani […] producibili nei locali ed aree per il tipo di uso, cui i medesimi sono destinati, e al costo dello smaltimento» (art. 65, comma 1, del d.lgs. n. 507 del 1993). La TIA, in forza dell’art. 49, comma 4, del d.lgs. n. 22 del 1997, è suddivisa in una parte fissa (concernente le componenti essenziali del costo del servizio – ivi compreso quello dello spazzamento delle strade –, riferite in particolare agli investimenti per le opere ed ai relativi ammortamenti) ed una parte variabile (rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito, e all’entità dei costi di gestione). I criteri di determinazione di tali due parti della TIA sono contenuti nel citato d.P.R. n. 158 del 1999, che prevede indici costruiti, tra l’altro, sulla quantità totale dei rifiuti prodotti nel Comune, sulla superficie delle utenze, sul numero dei componenti il nucleo familiare delle utenze domestiche, su coefficienti di potenziale produzione di rifiuti secondo le varie attività esercitate nell’ambito delle utenze non domestiche. Risulta evidente, pertanto, che il suddetto «metodo normalizzato» per la determinazione della TIA è pienamente coerente con i criteri fissati dalla legge per la commisurazione della TARSU, la quale, certamente, non può definirsi “corrispettivo”, neppure in relazione ai criteri stabiliti dall’art. 117, comma 1, del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, per le tariffe dei servizi pubblici resi dagli enti locali. Per entrambi i prelievi, infatti, rileva la potenziale produzione dei rifiuti, valutata per tipo di uso delle superfici tassabili. In particolare, per quanto riguarda la TIA, va sottolineato che, ai sensi dell’art. 49, comma 14, del d.lgs. n. 22 del 1997, perfino l’autonomo avviamento a recupero dei rifiuti, da parte del produttore di essi, non comporta l’esclusione dal pagamento, ma determina una riduzione proporzionale della sola parte variabile di tale tariffa.
Questa disposizione è, per alcuni aspetti, analoga al comma 2 dell’art. 67 del d.lgs. n. 507 del 1993, secondo cui il regolamento comunale «può» prevedere riduzioni della TARSU nel caso in cui gli «utenti dimostrino di avere sostenuto spese per interventi tecnico-organizzativi comportanti un’accertata minore produzione di rifiuti od un pretrattamento volumetrico, selettivo o qualitativo che agevoli lo smaltimento o il recupero da parte del gestore del servizio». I due prelievi, pertanto, sono dovuti, sia pure in misura ridotta, anche nel caso in cui il produttore di rifiuti dimostri di aver adeguatamente provveduto allo smaltimento. Il che esclude per entrambi la sussistenza di un rapporto di sinallagmaticità tra pagamento e servizio di smaltimento dei rifiuti.
In quarto luogo, come sopra accennato, la TIA – analogamente alla TARSU - ha la funzione di coprire il costo dei servizi di smaltimento concernenti i rifiuti non solo “interni” (cioè prodotti o producibili dal singolo soggetto passivo che può avvalersi del servizio), ma anche “esterni” (cioè rifiuti di qualunque natura o provenienza giacenti sulle strade ed aree pubbliche e soggette ad uso pubblico. L’unica sostanziale differenza sul punto tra i due prelievi si riduce al fatto che, mentre per la TARSU il gettito deve corrispondere ad un ammontare compreso tra l’intero costo del servizio ed un minimo costituito da una percentuale di tale costo determinata in funzione della situazione finanziaria del Comune (art. 61, comma 1, del d.lgs. n. 507 del 1993); per la TIA il gettito deve, invece, assicurare sempre l’integrale copertura del costo dei servizi (art. 49 del d.lgs. n. 22 del 1997). Tuttavia, tale differenza non è sufficiente a caratterizzare in senso privatistico la TIA, perché nulla esclude che una pubblica spesa (come il costo di un servizio utile alla collettività) possa essere integralmente finanziata da un tributo. Come si è già osservato al punto 6.1.2., anche la TARSU può coprire il cento per cento del costo del servizio di smaltimento dei rifiuti ed in tal caso essa non muta, per ciò solo, la sua natura da pubblicistica a privatistica. In altri termini, la mera circostanza che la legge assegni a un pagamento la funzione di coprire integralmente i costi di un servizio non è sufficiente ad attribuire al medesimo pagamento la natura di prezzo privatistico.
In quinto luogo, con riferimento alla disciplina complessiva della TIA, va rilevato che l’art. 49, comma 17, del d.lgs. n. 22 del 1997 ha espressamente tenuto ferma l’applicabilità del tributo provinciale «per l’esercizio delle funzioni di tutela, protezione ed igiene dell’ambiente» previsto dall’art. 19 del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 504 (cosiddetto TEFU), anche dopo la soppressione della TARSU e la sua sostituzione con la TIA. Poiché il TEFU è stato configurato dal legislatore come un’addizionale della TARSU, ne consegue che, una volta soppressa quest’ultima, esso deve necessariamente determinarsi con riferimento ai criteri di quantificazione della TIA e deve, perciò, essere qualificato come un tributo addizionale della TIA stessa. Ciò evidenzia un ulteriore elemento di omogeneità e continuità tra la TARSU e la TIA.
In sesto luogo, infine, un altro significativo elemento di analogia tra la TIA e la TARSU è costituito dal fatto che ambedue i prelievi sono estranei all’ambito di applicazione dell’IVA. Infatti, la rilevata inesistenza di un nesso diretto tra il servizio e l’entità del prelievo porta ad escludere la sussistenza del rapporto sinallagmatico posto alla base dell’assoggettamento ad IVA ai sensi degli artt. 3 e 4 del d.P.R. n. 633 del 1972 e caratterizzato dal pagamento di un «corrispettivo» per la prestazione di servizi[38]. Non esiste, del resto, una norma legislativa che espressamente assoggetti ad IVA le prestazioni del servizio di smaltimento dei rifiuti, quale, ad esempio, è quella prevista dall’alinea e dalla lettera b) del quinto comma dell’art. 4 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, secondo cui, ai fini dell’IVA, «sono considerate in ogni caso commerciali, ancorché esercitate da enti pubblici», le attività di «erogazione di acqua e servizi di fognatura e depurazione, gas, energia elettrica e vapore». Se, poi, si considerano gli elementi autoritativi sopra evidenziati, propri sia della TARSU che della TIA, entrambe le entrate debbono essere ricondotte nel novero di quei «diritti, canoni, contributi» che la normativa comunitaria (da ultimo, art. 13, paragrafo 1, primo periodo, della Direttiva n. 2006/112/CE del Consiglio del 28 novembre 2006; come ribadito dalla sentenza della Corte di giustizia CE del 16 settembre 2008, in causa C-288/07) esclude in via generale dall’assoggettamento ad IVA, perché percepiti da enti pubblici «per le attività od operazioni che esercitano in quanto pubbliche autorità» (come si desume a contrario dalla sentenza della Corte costituzionale n. 335 del 2008), sempre che il mancato assoggettamento all’imposta non comporti una distorsione della concorrenza (distorsione, nella specie, non sussistente, in quanto il servizio di smaltimento dei rifiuti è svolto dal Comune in regime di privativa).
Le sopra indicate caratteristiche strutturali e funzionali della TIA disciplinata dall’art. 49 del d.lgs. n. 22 del 1997 rendono evidente che tale prelievo presenta tutte le caratteristiche del tributo e che, pertanto, non è inquadrabile tra le entrate non tributarie, ma costituisce una mera variante della TARSU disciplinata dal D.P.R. n. 507 del 1993 (e successive modificazioni), conservando la qualifica di tributo propria di quest’ultima. A tale conclusione, del resto, si giunge anche considerando che, tra le possibili interpretazioni della censurata disposizione e dell’art. 49 del d.lgs. n. 22 del 1997, deve essere preferita quella che, negando la violazione del secondo comma dell’art. 102 Cost., appare conforme a Costituzione (sulla necessità, in generale, di privilegiare un’interpretazione costituzionalmente orientata, ex plurimis: sentenza n. 308 del 2008, ordinanze n. 146 e n. 117 del 2009). Le controversie aventi ad oggetto la debenza della TIA, dunque, hanno natura tributaria e la loro attribuzione alla cognizione delle commissioni tributarie, ad opera della disposizione denunciata, rispetta l’evocato parametro costituzionale.
7.1.d Tariffa per la gestione dei rifiuti urbani.
L’art. 238 del D.Lgs. 3 aprile 2006 n. 152 recante norme in materia di ambiente ha previsto a regime la soppressione della tariffa di cui all'articolo 49 del D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22 sostituendola con la Tariffa per la gestione dei rifiuti urbani, che una disposizione successiva (l’art. 5, c. 2-quater, del citato D.L. n. 208 del 2008) denomina «tariffa integrata ambientale (TIA)». Tale tariffa integrata deve essere determinata ad opera dell’autorità d’ambito territoriale ottimale (AATO), prevista dall’art. 201 dello stesso decreto legislativo, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del regolamento ministeriale (da emanarsi, a sua volta, entro sei mesi dalla sopra indicata data di entrata in vigore della parte quarta del decreto legislativo e, quindi, dell’art. 238 in essa compreso) con il quale sono fissati i criteri generali per la definizione delle componenti dei costi e la determinazione della tariffa (commi 3 e 6). La tariffa integrata è dovuta da chiunque possegga o detenga a qualsiasi titolo locali, o aree scoperte ad uso privato o pubblico non costituenti accessorio o pertinenza dei locali medesimi, a qualsiasi uso adibiti, esistenti nelle zone del territorio comunale, che producano rifiuti urbani (c. 1, primo periodo). Detta tariffa, in particolare, è «commisurata alle quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti prodotti per unità di superficie, in relazione agli usi e alla tipologia di attività svolte, sulla base di parametri […] che tengano anche conto di indici reddituali articolati per fasce di utenza e territoriali» (comma 2), e costituisce «il corrispettivo per lo svolgimento del servizio di raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti solidi urbani e ricomprende anche i costi indicati dall’art. 15 del D.Lgs. 13 gennaio 2003, n. 36» (c. 1, secondo periodo) – cioè «i costi di realizzazione e di esercizio dell’impianto per lo smaltimento in discarica, i costi sostenuti per la prestazione della garanzia finanziaria ed i costi stimati di chiusura, nonché i costi di gestione successiva alla chiusura per il periodo fissato dalla legge – oltre ai «costi accessori relativi alla gestione dei rifiuti urbani quali, ad esempio, le spese di spazzamento delle strade» (c. 3, secondo periodo). La medesima tariffa «è composta da una quota determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio, riferite in particolare agli investimenti per le opere ed ai relativi ammortamenti, nonché da una quota rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito e all’entità dei costi di gestione, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio» (comma 4). È espressamente previsto che la tariffa «è applicata e riscossa dai soggetti affidatari del servizio di gestione integrata» (c. 3) e che la sua riscossione, volontaria o coattiva, «può» essere effettuata secondo le disposizioni del D.P.R. n. 602 del 1973, «mediante convenzione con l’Agenzia delle entrate» (c. 12). La soppressione della precedente tariffa di igiene ambientale ha effetto dalla data di entrata in vigore dello stesso art. 238, ma, fino alla completa attuazione della nuova tariffa integrata (cioè con l’emanazione del sopra menzionato regolamento ministeriale ed il compimento degli adempimenti per l’applicazione della tariffa), «continuano ad applicarsi le discipline regolamentari vigenti» (comma 10). Nel caso in cui il regolamento ministeriale non sia stato adottato entro il 30 giugno 2010, i Comuni possono ugualmente «adottare la tariffa integrata ambientale TIA […] ai sensi delle disposizioni legislative e regolamentari vigenti»[39].
Nelle more della completa attuazione delle disposizioni recate dal D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, il c. 184 dell’ art. 1 della L. 27 dicembre 2006 n. 296 così come integrato dal c. 1 dell'art. 5, D.L. 30 dicembre 2008, n. 208 ha disposto che il regime di prelievo relativo al servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti adottato in ciascun comune per l'anno 2006 resta invariato anche per l'anno 2007 e per gli anni 2008 e 2009.
In deroga all'articolo 238 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, ai sensi dell’art. 7 del D.L. 11 maggio 2007, n. 61 i comuni della regione Campania adottano le iniziative urgenti per assicurare che, a decorrere dal 1° gennaio 2008 (termine prorogato al 31 dicembre 2008) e per un periodo di cinque anni, ai fini della determinazione della tassa di smaltimento dei rifiuti solidi urbani e della tariffa igiene ambientale (TIA) siano applicate misure tariffarie per garantire la copertura integrale dei costi del servizio di gestione dei rifiuti[40].
7.1.e Canone o diritto per i servizi relativi alla raccolta, all'allontanamento, la depurazione e lo scarico delle acque (art. 2, D.L. 17 marzo 1995, n. 79, conv. con L. 17 maggio1995, n. 172).
In materia di servizio idrico unificato, a partire dal 3 ottobre 2000, data di entrata in vigore del D.Lgs. 18 agosto 2000 n. 258, è divenuta operativa l'innovazione introdotta dall'art. 31, c. 28 della L. n. 448/1998, nella parte in cui ha previsto che anche il canone in questione non è più tributo comunale, ma quota tariffaria (cfr., per tutte, Cass. SS.UU. 14693/2005 e 6418/2005). Pertanto, il canone di depurazione di acque reflue ha, dopo il 3 ottobre 2000, natura di corrispettivo patrimoniale, per cui il relativo contenzioso fino al 3 ottobre 2000 rientra nella giurisdizione del giudice tributario[41], dal 3 ottobre 2000 e fino all’entrata in vigore della legge 248/2005 rientra nella giurisdizione del giudice ordinario[42]. Nulla, invece, è mutato in merito al canone acqua, fatturato nel documento relativo al servizio idrico integrato, relativamente al quale le controversie rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario, vertendosi in tema di posizioni di diritto soggettivo di fonte negoziale[43] (contratto di somministrazione tra l’utente e l’Ente) e non trovando, quindi, titolo in una potestà impositiva. Sulla tariffa depurazione è intervenuta la Corte costituzionale con sentenza 10 ottobre 2008 n. 335 per la quale è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 14, c. 1, L. 5 gennaio 1994, n. 36 (Disposizioni in materia di risorse idriche), nel testo originario e nel testo modificato dall’art. 28, L. 31 luglio 2002, n. 179 (Disposizioni in materia ambientale), sollevata in riferimento all’art. 3 Cost., nella parte in cui prevede che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione è dovuta dagli utenti nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi[44].
Poiché il citato art. 14, c.1, della legge n. 36 del 1994 è stato, con decorrenza dal 29 aprile 2006, abrogato dall’art. 175, c. 1, lett.u), del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), e sostituito dall’art. 155, c. 1, primo periodo, dello stesso decreto legislativo, la Corte ha dichiarato, inoltre, l’illegittimità costituzionale di tale disposizione.
L’efficacia retroattiva della sentenza della Corte costituzionale non può estendersi oltre i termini di prescrizione decennale. La tariffa di servizio idrico integrato si configura quale corrispettivo di una prestazione commerciale complessa e trova fonte nel contratto di utenza. L’esistenza di un preciso sinallagma contrattuale esclude la ragionevolezza della debenza del corrispettivo in assenza della relativa possibilità di fruizione del servizio.
La sezioni Unite della Corte di cassazione, in sede di regolamento preventivo di giurisdizione (ordinanza n.11 del 25 luglio 2008) hanno sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art.3-bis, nella parte in cui devolve alla giurisdizione speciale anche le controversie in tema di canone di depurazione, sulla scia della dalla sentenza n. 64/08.
7.1.f Contributi in favore di Consorzi di bonifica
Costituiscono un esborso di natura pubblicistica, e rappresentano una forma di finanziamento di un servizio pubblico attraverso l'imposizione dei relativi costi sull'area sociale che da tali costi ricava un beneficio. Non è perciò necessaria una esatta corrispondenza costi-benefici sul piano individuale essendo invece indispensabile una razionale individuazione dell'area dei beneficiari e della maggiore o minore incidenza dei benefici. Il giudice tributario è perciò competente[45] a verificare, ove vengano in contestazione le singole obbligazioni tributarie, che gli atti amministrativi di carattere generale relativi alla individuazione degli immobili compresi nel consorzio e alla ripartizione fra di essi degli oneri consortili rispondano ai principi contenuti nell'art. 860 c.c. secondo cui “I proprietari dei beni situati entro il perimetro del comprensorio sono obbligati a contribuire nella spesa necessaria per l'esecuzione, la manutenzione e l'esercizio delle opere in ragione del beneficio che traggono dalla bonifica”, o dalle opere cui attende il consorzio. Il “beneficio” è infatti - ex art. 23 della Costituzione- l'elemento costitutivo dell'obbligo contributivo, ed il criterio per la ripartizione dell'onere[46].
7.1.g Diritto camerale
La Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto camerale annuale è un tributo, sebbene non può essere definito "tributo locale" in quanto la legge riserva tale denominazione solo ai tributi gestiti dagli enti pubblici territoriali. Quindi, qualora sorgano delle contestazioni in materia, spetta alle Commissioni tributarie e non alle Camere di commercio il compito di dirimere la controversia. Pertanto le Camere di commercio hanno solo il compito di gestire la riscossione del tributo, ma nessuna competenza in materia di contenzioso[47].
7.2 Le sovrimposte e le addizionali
rientrano nella giurisdizione del giudice tributario le controversie concernenti le addizionali ai tributi, tra le quali, a titolo esemplificativo, l’addizionale comunale all’IRPEF (istituita dall’art. 1 del D.Lgs. 28 settembre 1998, n. 360) e l’addizionale regionale all’IRPEF (istituita dall’art.50 D.Lgs. 446/97).
7.3 Le sanzioni amministrative irrogate da uffici finanziari
Ci si riferisce alle sanzioni irrogate dagli uffici finanziari per violazioni in materia tributaria, comprese quelle commessa da soggetti estranei al rapporto d’imposta tenuti per legge a obblighi strumentali connessi all’accertamento ed alla riscossione dei tributi[48].
L’art. 2, c. 1, primo periodo del D.Lgs. 546/1992 è stato dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 130 del 5 maggio 2008 nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari, anche laddove esse conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria.
In tale fattispecie, la norma si pone in contrasto con il divieto costituzionale di istituzione di giudici speciali, in quanto devolve alla giurisdizione tributaria le controversie relative all’irrogazione di sanzioni in materia estranea alla disciplina dei rapporti tributari, in virtù di un mero criterio soggettivo associato all’appartenenza all’Amministrazione finanziaria dell’ufficio competente all’irrogazione delle dette sanzioni.
Pertanto, risulta definitivamente superato il precedente orientamento giurisprudenziale che riconosceva la giurisdizione delle commissioni tributarie in base non alla correlazione esclusiva della natura della norma violata, ma anche all'organo che irrogava la sanzione[49], orientamento che trovava conforme la prassi dell’Agenzia Entrate.
Quest’ultima, riteneva che fossero devolute alla giurisdizione tributaria anche le sanzioni amministrative non tributarie irrogate dagli uffici finanziari, vale a dire le sanzioni non strettamente correlate alla violazione di norme disciplinanti il rapporto tributario, in quanto a differenza della precedente formulazione dell'art. 2 che limitava la giurisdizione delle commissioni tributarie alle sole sanzioni tributarie non penali, il nuovo testo della citata disposizione demanda alle commissioni tributarie tutte le controversie in materia di sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari. In tali casi, comunque, l’Agenzia ha ritenuto che tale situazione, non conferisce a dette sanzioni natura di violazioni tributarie, restando, quindi, inapplicabili alle sanzioni amministrative non tributarie le disposizioni previste dal D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472[50].
Alla luce di quanto sopra esposto, ne deriva che non hanno natura tributaria:
- la sanzioni previste dall’art. 3 D.L. 12/2002 per l’impiego di lavoratori dipendenti non risultanti dalle scritture obbligatorie, essendo tali sanzioni dirette a contrastare il lavoro irregolare[51];
- le sanzioni amministrative irrogate dagli uffici locali dell’Agenzia delle entrate per irregolarità accertate dagli uffici provinciali del lavoro o per l’utilizzo di dipendenti pubblici senza previa autorizzazione dell’amministrazione di appartenenza[52];
- le sanzioni pecuniarie irrogate per infrazioni valutarie, e richieste con lo strumento della cartella di pagamento[53].
Hanno, viceversa, natura tributaria e pertanto rientrano nella giurisdizione del giudice tributario:
- le sanzioni di cui ai D.Lgs. 471, 472, 473 del 1997;
- l'impugnazione avverso il provvedimento con cui veniva inflitta, ai sensi dell'art. 2, c. 4, della L. n. 13/1983, al contravventore dell'obbligo di emissione di scontrino fiscale, la sanzione amministrativa della sospensione della licenza o della autorizzazione a svolgere l'attività commerciale[54];
- le sanzioni previste dall’art. 39 del D.Lgs. 241/1997, in materia di visto di conformità, di asseverazione e di certificazione tributaria;
- le sanzioni previste dall’art. 7-bis del D.Lgs. 241/1997, in caso di omessa o tardiva trasmissione delle dichiarazioni da parte degli intermediari;
- le sanzioni applicabili ai concessionari del servizio di riscossione dei tributi per la violazione delle disposizioni relative agli obblighi di riscossione e di riversamento dei tributi e dei relativi accessori derivanti dal rapporto concessorio previsto dal D.Lgs. 112/1999;
- le sanzioni conseguenti all’evasione dell’imposta erariale sull’energia elettrica anche a seguito di sottrazione di energia elettrica[55].
7.4 Gli interessi e ogni accessorio relativi ai tributi, alle sovrimposte e addizionali
Per altri accessori si intendono gli aggi dovuti all’esattore, le spese di notifica, gli interessi moratori ed al limite il maggior danno da svalutazione monetaria ex art. 1224, c. 2 c.c. (Cass. SS.UU. 4 ottobre 2002 n. 14274 e 17 novembre 1999 n. 789).
La questione relativa alla rivalutazione monetaria delle somme versate a titolo di imposta e di cui il contribuente ottenga pronuncia di rimborso rientra nella giurisdizione del giudice tributario, in quanto consequenziale ad una controversia tributaria, in forza del “principio della concentrazione” della tutela giurisdizionale, che caratterizza l'attuale sviluppo dell'ordinamento anche in materia tributaria[56].
Sono invece escluse, in quanto rientranti nella giurisdizione del giudice ordinario, le controversie sul risarcimento del danno per comportamento illecito dell’Amministrazione finanziaria ex art. 2043 c.c. (cfr. Cass. SS.UU. 30 novembre 2006 n. 15; Cass. SS.UU. 29 aprile 1999 n. 722; Cass. Sez. III civ. 27 gennaio 2003 n. 1191), nonché le controversie in materia di riscossione a mezzo cartella di pagamento delle ammende e delle spese di giustizia relative a processi penali, non pagate nei termini previsti dal T.U. delle disposizioni legislative in materia di spese di giustizia di cui al D.P.R. 115/2002 (CTR Puglia 27 dicembre 2006 n. 114).
7.5. Il fermo di beni mobili registrati e l’ipoteca sugli immobili
Inoltre, dal 12 agosto 2006, in conseguenza della modifica apportata dall’art.35, c. 26-quinquies, del D.L. 4 luglio 2006, convertito dalla L. 248 del 4 agosto 2006 all’art. 19 D.L.gs. 546/1992 vengono attratti nella giurisdizione tributaria i ricorsi contro il fermo di beni mobili registrati e l’ipoteca sugli immobili, a condizione che i citati atti scaturiscano da entrate soggette alla giurisdizione del giudice tributario[57].
Antecedentemente alla novella legislativa sopra richiamata, poiché il fermo amministrativo[58], è preordinato all'espropriazione forzata, la Corte di Cassazione ha ritenuto che, rientra nella giurisdizione del giudice ordinario[59], la controversia avente ad oggetto il fermo amministrativo di autoveicolo per mancato pagamento di cartelle tributarie, con le forme, consentite dal vigente art. 57 del DPR 29 settembre 1973, n. 602, dell'opposizione all'esecuzione o agli atti esecutivi. Infatti, l’attività relativa la fermo amministrativo dei beni mobili iscritti nei pubblici registri del debitore o dei coobbligati posta in essere dal concessionario decorso il termine previsto dall’art. 50 del DPR 602/1973 rappresenta una potestà che si colloca nell’ambito dei diritti potestativi del creditore finalizzato all’esercizio dello jus eligendi e non già un potere discrezionale ed autoritativo. In caso di opposizione all’esecuzione il tribunale fissa l’udienza di comparizione della parti avanti a sé con decreto steso in calce al ricorso, ordinando al concessionario di depositare in cancelleria, cinque giorni prima dell’udienza, estratto del ruolo e copia di tutti gli atti di esecuzione. Il giudice dell’esecuzione fissa con decreto l’udienza di comparizione delle parti e il termine perentorio per la notifica del ricorso alla controparte. L’esecuzione dell’esattore può esser sospesa a norma dell’art. 60 del DPR 602/1973 alla presenza di gravi motivi e di un danno grave ed irreparabile.
8. Controversie escluse dalla giurisdizione del giudice tributario
Restano, tuttavia, escluse dalla giurisdizione tributaria e, quindi, devolute all'A.G.O, le controversie inerenti:
a) l'addizionale comunale e l'addizionale provinciale sul consumo dell'energia elettrica (D.L. 28 febbraio1983, n. 55, conv. con L. 26 aprile 1983, n. 131). La circolare ministeriale n. 98/1996 ha infatti precisato che per le relative controversie si applicano le disposizioni sul contenzioso dell'imposta erariale sul consumo di energia elettrica, che non è attribuita alla giurisdizione delle Commissioni tributarie;
b) l'addizionale regionale all'imposta di consumo sul gas metano (art. 9, D.Lgs. 21 dicembre 1990, n. 398; D.L. 18 gennaio 1993, n. 8, conv. con L. 19 marzo 1993, n. 68);
c) l'indennizzo ex art. 18, L. 319/1976, che a differenza del canone per i servizi relativi alla depurazione delle acque, non ha natura tributaria[60];
d) le azioni di rivalsa da parte del soggetto passivo della pretesa tributaria nei confronti del terzo, in quanto l'obbligazione tributaria non costituisce l'oggetto del giudizio[61];
e) la controversia fra l'impresa fornitrice e il beneficiario della prestazione colpita dall'IVA, in quanto non ha ad oggetto un rapporto tributario, intercorso tra contribuente ed Amministrazione finanziaria, ma esclusivamente un rapporto di natura privatistica, riguardante un mero accertamento incidentale in ordine all'ammontare dell'Iva, applicata dalle società erogatrici in misura contestata dall'utente[62];
f) le azioni di rimborso limitatamente alle ipotesi in cui l’Ente impositore abbia riconosciuto inequivocabilmente la fondatezza della pretesa del contribuente ed in particolare il diritto al rimborso e la quantificazione della somma dovuta, pertanto non residuano questioni in merito all’an ed al quantum del rimborso[63];
g) le controversie tra lavoratore e datore di lavoro, che non hanno ad oggetto i profili tributari quale l’applicazione della ritenuta[64]. Ad esempio, la domanda proposta dal lavoratore nei confronti del datore di lavoro per ottenere il risarcimento dei danni causati dal ritardo nella corresponsione di una parte delle retribuzioni dovutegli, e consistenti nella maggiore imposta sul reddito pagata dall’attore per effetto del cumulo delle retribuzioni, che abbia comportato la collocazione del suo reddito imponibile in uno scaglione superiore. In tale ipotesi, pur vertendo tra sostituito e sostituto d’imposta, la controversia non ha ad oggetto la legittimità della ritenuta d’imposta applicata dal datore di lavoro, e pertanto, non presupponendo la definizione di una causa tributaria avente carattere pregiudiziale, esula dalla giurisdizione delle commissioni tributarie[65];
h) i ricorsi avverso gli atti con cui l’Amministrazione chiede il pagamento di spese di giustizia e sanzioni penali[66], ancorché venga utilizzato quale mezzo di riscossione l’emissione di cartella di pagamento;
i) i ricorsi avverso le sanzioni per lavoro nero. A seguito delle modifiche dei c. 3 e 5 dell’art. 3 del D.L. n.12/2002 ad opera dell’art. 36 –bis , c. 7, lett. a) e b) del D.L. 4 luglio 2006, n. 223 la competenza in merito all’irrogazione delle sanzioni è stata trasferita dall’Agenzia delle entrate alla Direzione Provinciale del Lavoro. Conseguentemente, per le contestazioni successive al decreto sopra citato, non risulta più applicabile il D.Lgs. 472/1997 bensì la L. 24 novembre 1981 686;
j) la controversia con la quale un consorzio chiede, alla concessionaria della riscossione dei contributi consortili, l’IVA applicata sui compensi per la riscossione dei contributi stessi, asserendo che essi non sono soggetti ad IVA avendo natura tributaria[67];
k) il canone concessorio per l'occupazione degli spazi e delle aree pubbliche – COSAP[68] - (art. 63, D.Lgs. 446/1997), in merito al quale è stata esclusa la natura di tributo[69], in quanto assume i connotati propri di un'entrata patrimoniale[70]. In fatti, il COSAP è stato concepito dal legislatore come un quid ontologicamente diverso, sotto il profilo strettamente giuridico, dal tributo (TOSAP) in luogo del quale può essere applicato, e che lo stesso nel solco di un processo politico-istituzionale inteso ad una sempre più vasta defiscalizzazione delle entrate rimesse alla competenza degli enti locali (canoni di fognatura e di depurazione delle acque, remunerazione dei servizi di pubbliche affissioni e di ritiro dei rifiuti urbani, e così via), risulta disegnato come corrispettivo di una concessione, reale o presunta (nel caso di occupazione abusiva), dell'uso esclusivo o speciale di beni pubblici. In particolare, l'oggettiva differenza fra TOSAP e COSAP è segnata dalla diversità del titolo che ne legittima l'applicazione, da individuarsi, rispettivamente, per la prima nel fatto materiale dell'occupazione del suolo, e per il secondo in un provvedimento amministrativo, effettivamente adottato o fittiziamente ritenuto sussistente, di concessione dell'uso esclusivo o speciale di detto suolo;
l) la domanda con cui un contribuente, deducendo un comportamento scorretto dell’Ente esattore, chieda la condanna dell’Ente al risarcimento del danno in misura pari alla tassa indebitamente riscossa, in quanto il giudice non è chiamato a pronunciarsi sulla debenza o meno della tassa, ma sul comportamento illecito dell’esattore[71];
m) la fase dell’espropriazione forzata, rispetto alla quale sono atti prodromici, autonomamente impugnabili innanzi al giudice tributario a norma del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, tanto la cartella esattoriale, quanto l’avviso di mora (o intimazione di pagamento D.P.R. n. 602 del 1973, ex art. 50), che costituisce nel caso l’oggetto specifico dell’impugnazione proposta dal contribuente[72]. Quest’ultima disposizione stabilisce che il concessionario procede ad espropriazione forzata quando è inutilmente decorso il termine di 60 giorni dalla notificazione della cartella di pagamento, salve le disposizioni relative alla dilazione ed alla sospensione del pagamento. Se l'espropriazione non è iniziata entro un anno dalla notifica della cartella di pagamento, l'espropriazione stessa deve essere preceduta dalla notifica, di un avviso che contiene l'intimazione ad adempiere l'obbligo risultante dal ruolo entro 5 giorni.
Sono devolute alla giurisdizione del giudice amministrativo, ai sensi dell’art. 5 della L. 1034/71:
a) le controversie tra l’Amministrazione ed il concessionario, ma non anche quelle tra quest’ultimo ed il contribuente, anche allorquando sia posta in discussione la titolarità del rapporto di concessione o i suoi contenuti[73];
b) le somme dovute a titolo di oblazione in sede di condono edilizio previsto dalla L. 47/1985[74];
c) le pretese relativa al pagamento degli oneri di urbanizzazione e delle relative sanzioni, in quanto la giurisdizione appartiene al giudice amministrativo, ai sensi sia dell'articolo 16, legge n. 10/1977 sia dell'articolo 7, legge n. 205/2000. Il contributo di concessione edilizia, infatti, non ha natura di tributo[75], neppure quando gli oneri siano riscossi con cartella esattoriale;
d) l’impugnazione degli atti amministrativi generali e i regolamenti in materia di tributi[76]. Infatti, ogni volta che oggetto della controversia è l'esercizio di un potere discrezionale, la competenza è del giudice amministrativo, mentre sono devolute al giudice tributario le controversie attinenti l'esecuzione della pretesa tributaria[77];
e) la controversia avente ad oggetto l'atto con il quale il Garante del contribuente interferisce, con procedure di autotutela, sull'autonomia organizzativa del concessionario della riscossione[78].
Sono devolute alla giurisdizione della Corte dei conti la controversia instaurata dal concessionario della riscossione tributi avverso il provvedimento dell’Amministrazione finanziaria di rigetto della domanda di rimborso o di discarico di quote inesigibili tenuto conto sia degli effetti che il provvedimento è destinato a produrre e sia che a norma dell’art. 103 c. 2 della Costituzione, degli 13 e 44 del R.D. 12 luglio 1934, n. 1214, dell’art. 9 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 603 e dell’art. 127 del DPR 15 maggio 1963, n. 858, alla Corte dei conti è attribuita una giurisdizione tendenzialmente generale in materia di contabilità pubblica, giurisdizione che riguarda ogni controversia inerente alla gestione di denaro di spettanza dello Stato o di enti pubblici da parte di un agente contabile[79].
Nei casi sopra elencati, qualora, la questione venga sottoposta al giudice tributario, in via principale, a quest’ultimo è inibita ogni pronuncia, dovendo dichiarare il proprio difetto di giurisdizione.
9. Decisione del giudice tributario in via incidentale
In base al c. 3 dell'art. 2 il giudice tributario risolve in via incidentale, ossia limitatamente a quanto strettamente necessario per la decisione della controversia, ogni questione, civile o amministrativa, da cui dipenda la decisione delle controversie rientranti nella propria giurisdizione, fatta eccezione delle questioni concernenti:
- la materia di querela di falso in merito ai documenti inerenti il giudizio;
- lo stato o la capacità delle persone, diversa dalla capacità di stare in giudizio di all’art. 39 D.Lgs. 546/1992.
Il potere delle Commissioni tributarie di decidere in via incidentale su qualunque questione attribuita alla giurisdizione di altri giudici, salvo i casi espressamente previsti dalla legge, deriva dai principi regolatori del processo e deve, pertanto, ritenersi ammesso anche prima dell'espresso riconoscimento contenuto nell'art. 12 della L. 448/2001[80]. Qualora, per previsione di legge o per libera iniziativa delle parti, si dia luogo ad una causa autonoma, di carattere pregiudiziale, si inserisce nel processo una ulteriore domanda, che è soggetta - in difetto di norme che prevedano deroghe per motivi di connessione - alle proprie regole sulla giurisdizione, con conseguente eventuale separazione delle due domande e devoluzione di ciascuna al giudice rispettivamente fornito della giurisdizione.
La citata norma riproduce, sostanzialmente, le analoghe disposizioni poste a presidio del giudizio amministrativo dagli artt. 28 del T.U. 26 giugno 1924, n. 1054 (contenente norme relative al Consiglio di Stato) e 8 della L. 6 dicembre 1971, n. 1034 (istitutiva dei Tribunali amministrativi regionali). In base a tale principio, per il quale il giudice della causa principale è giudice anche della causa pregiudiziale, si è ritenuto, che compete al giudice tributario:
- per quanto riguarda la tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche, ai sensi del D. Lgs. n. 507 del 1993, accertare la natura demaniale o meno dell'area coinvolta[81], nonché la proprietà del bene su cui grava la tassa[82];
- decidere, in via incidentale, sulla qualità di erede del contribuente[83];
- decidere, in via incidentale, sulla simulazione o nullità di contratti, sullo status di coltivatore diretto[84].
Il giudice tributario non può giudicare in merito alla legittimità degli atti amministrativi generali, dei quali può conoscere incidenter tantum ed entro confini ben determinati, solo ai fini della disapplicazione dell'atto amministrativo presupposto dell'atto impugnato[85].
10. Difetto di giurisdizione del giudice tributario
In ogni processo vanno individuati "due distinti e non confondibili oggetti del giudizio, l’uno (processuale) concernente la sussistenza o meno del potere-dovere del giudice di risolvere il merito della causa e l’altro (sostanziale) relativo alla fondatezza o no della domanda"[86].
Pertanto sussiste l’obbligo del giudice di accertare l’esistenza della propria giurisdizione prima di passare all’esame del merito o di altra questione ad essa successiva.
Secondo l'art. 3, D.Lgs. 546/1992, il difetto di giurisdizione è sempre proponibile dalle parti e rilevabile d'ufficio dal giudice, in ogni stato e grado del processo, finchè non sia intervenuto il giudicato[87], come definito dall’art. 324 c.p.c.
Il c.1 dell'art. 3 riproduce sostanzialmente l'art. 37 c.p.c. in base al quale il difetto di giurisdizione del giudice ordinario nei confronti della pubblica amministrazione o dei giudici speciali è rilevato, anche d'ufficio, in qualunque stato e grado del processo.
Il difetto di giurisdizione può essere eccepito fino a quando la causa non sia decisa nel merito in primo grado, anche dopo la scadenza dei termini previsti dall’art. 38 c.p.c.. Entro lo stesso termine le parti possono chiedere il regolamento preventivo di giurisdizione ai sensi dell’art. 41 c.p.c..
La sentenza di primo grado di merito può sempre essere impugnata per difetto di giurisdizione. Le sentenze di appello sono impugnabili per difetto di giurisdizione soltanto se sul punto non si è formato il giudicato implicito o esplicito.
Il principio, secondo il quale il difetto di giurisdizione è rilevabile dal giudice d’ufficio in ogni stato e grado del processo, deve essere coordinato con il principio di economia processuale e di ragionevole durata del processo. Conseguentemente, l’ordinamento non accorda tutela alle ipotesi giusta le quali la relativa eccezione di parte viene sollevata secundum eventum litis ovvero manifestata direttamente in sede di legittimità, senza che siffatta contestazione sia stata precedentemente dedotta, ostandovi il principio di acquiescenza, di leale collaborazione e di formazione del giudicato[88].
Il difetto di giurisdizione può riguardare:
- la violazione della giurisdizione in generale, ossia l’esercizio da parte del giudice della giurisdizione nel settore di competenza del legislatore o della discrezionalità amministrativa;
- oppure, la violazione dei limiti esterni alla propria giurisdizione, ossia la violazione in positivo o negativo da parte del giudice dei limiti della propria giurisdizione rispetto ad altra giurisdizione (ordinaria o amministrativa).
La pronuncia potrà assumere la forma del decreto ex art. 27 D. Lgs. 546/1992, qualora il difetto venga rilevato nella fase di esame preliminare da parte del presidente, in caso contrario, verrà pronunciata con sentenza.
La sentenza del giudice di merito che declina la giurisdizione, a differenza di quelle pronunciate in tema di giurisdizione dalla Corte di cassazione a sezioni unite, non può obbligare al giudice presso il quale la causa venga eventualmente riassunta di adeguarsi a tale pronuncia. Pertanto, laddove quest’ultimo dichiari il proprio difetto di giurisdizione, le parti sarebbero costrette a denunciare il conflitto negativo di giurisdizione mediante ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 362, c.2 c.p.c..
E` ammesso il regolamento preventivo di giurisdizione previsto dall'art. 41, c. 1 c.p.c. che così dispone: "Finche` la causa non sia decisa nel merito in primo grado, ciascuna parte può chiedere alle Sezioni unite della Corte di cassazione, che risolvano le questioni di giurisdizione di cui all'art. 37”. La formula della prima parte dell'art. 41 c.p.c. deve essere interpretata nel senso che qualsiasi decisione emanata dal giudice ha efficacia preclusiva del regolamento preventivo di giurisdizione, quindi non solo una pronuncia che abbia riguardato il merito della causa[89].
L'istanza si propone con ricorso a norma degli articoli 364 e ss. e produce gli effetti di cui all'art. 367 c.p.c..
Il regolamento di giurisdizione è il mezzo che permette di ottenere una decisione definitiva e vincolante sui limiti della giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordinaria o dei giudici speciali, finalizzato quindi ad perseguimento di economie in termini processuali. Il regolamento di giurisdizione ha carattere preventivo e deve essere proposto prima che la causa sia decisa nel merito in primo grado. La richiesta deve provenire dalla parte, in quanto è escluso che il regolamento possa essere promosso d'ufficio.
L'istanza si propone con ricorso diretto alle Sezioni unite della Corte di cassazione, quale organo supremo, senza che sulla questione di giurisdizione si pronuncino i giudici investiti della causa.
Il ricorso deve essere sottoscritto da un avvocato ammesso al patrocinio davanti alla Corte di cassazione e iscritto all'apposito albo (degli avvocati c.d. cassazionisti). Tale sottoscrizione è prevista a pena d'inammissibilità ex art. 365 c.p.c..
La proposizione del ricorso per regolamento di giurisdizione non produce automaticamente la sospensione del processo ai sensi dell'art. 367 c.p.c.. La sospensione è pronunciata mediante ordinanza del giudice a quo, il quale concede la predetta sospensione soltanto se ritiene che l'istanza non è inammissibile o se non reputa che la contestazione della giurisdizione è manifestamente infondata. Il giudice verifica la sussistenza delle condizioni per la proponibilità del regolamento. L'art. 367, c. 2 c.p.c. stabilisce che se la Corte di cassazione dichiara la giurisdizione del giudice ordinario, le parti debbono riassumere il processo entro il termine perentorio di 6 mesi dalla comunicazione della sentenza.
Sono inammissibili le questioni di legittimità sollevate dal giudice del merito dopo la presentazione del ricorso per regolamento di giurisdizione, e segnatamente quando le norme sospette di incostituzionalità rilevino per la risoluzione della questione di giurisdizione ( Cass. ord. n. 248 del 2000, che richiama espressamente l'ordinanza n. 239 del 1989 e le sentenze n. 173 del 1981 e n. 43 del 1980)[90].
La pronuncia, da parte del giudice amministrativo, sull'istanza incidentale di sospensione del provvedimento amministrativo impugnato con il giudizio principale, non rende inammissibile il regolamento preventivo di giurisdizione, proposto con riguardo a tale giudizio, ancorché nell'ordinanza che abbia provveduto sull'istanza cautelare sia stata delibata la questione di giurisdizione[91].
12. Applicazione della translatio iudicii
Attraverso la statuizione di questo importante principio, si consente al processo, iniziato erroneamente davanti ad un giudice che non ha la giurisdizione indicata, di poter continuare – così com’è iniziato – davanti al giudice effettivamente dotato di giurisdizione, onde dar luogo ad una pronuncia di merito che conclude la controversia processuale, comunque iniziata. Pertanto, a fronte di una pronuncia che declina la giurisdizione del giudice adito, la parte non è costretta a promuovere un nuovo giudizio, ma ha la possibilità della riassunzione della causa.
Le ragioni prospettate a sostegno dell'introduzione del principio della translatio iudicii vengono ravvisate, anzitutto, nell'esteso criterio di ripartizione della giurisdizione tra giudice ordinario e giudice speciale che rende oggi più difficile stabilire a quale giudice (ordinario o speciale) la parte debba rivolgersi, specie dopo che sul riparto di giurisdizione per blocchi di materia è intervenuta la sentenza, in parte modificativa, della Corte Costituzionale n. 204 del 2004 e successivamente la 191 del 2006.
Altra ragione viene indicata nell'esigenza di evitare che la declaratoria di difetto di giurisdizione del giudice ordinario possa dare luogo, essendo intanto maturato il termine perentorio per la proposizione del ricorso davanti al giudice speciale, alla definitiva stabilità dell'atto impugnato.
La normazione di questo principio, enunciato in giurisprudenza dalla sentenza n. 4109 del 2007 delle sezioni Unite della corte di Cassazione e n. 77 del 2007 della Corte costituzionale, è avvenuto ad opera dell’art. 59 rubricato “Decisione delle questioni di giurisdizione” della L. 18 giugno 2009 n. 69 recante “Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo”.
Le Sezioni Unite della Corte di cassazione[92] con una sentenza innovativa hanno affermato l’operatività della regola della translatio iudicii sia nel caso di ricorso ordinario ex art. 360, n. 1, c.p.c. – previsto per il solo giudizio ordinario e poi esteso, ai sensi dell’art. 111 Cost., a tutte le decisioni – sia nel caso di regolamento preventivo di giurisdizione proponibile innanzi al giudice ordinario, ma anche innanzi al giudice amministrativo, contabile o tributario.
Le sezioni unite della Corte di cassazione, quindi, hanno mutato lo “ius receptum (ex plurimis: Cass. SS.UU. n. 7039/2006; Cass. SS.UU. n. 19218/2003; Cass. SS.UU. n. 17934/2003; Cass. SS.UU. n. 8089/2002; Cass. SS.UU. n. 7099/2002; Cass. SS.UU. n. 6041/2002; Cass. SS.UU. n. 2091/2002; Cass. SS.UU. n. 14266/2001; Cass. SS.UU. n. 1146/2000; Cass. SS.UU. n. 1166/94; Cass. SS.UU. n. 10998/93) sul tema”, in base al quale “la translatio iudicii dal giudice ordinario al giudice speciale (e viceversa) presuppone necessariamente l’unicità della giurisdizione”.
A tale precedente indirizzo - fondato sull’applicabilità della translatio alle sole ipotesi tassative di difetto di competenza nell’ambito dello stesso ordine giudiziario (art. 50 c.p.c.) e di pronuncia in sede di regolamento di giurisdizione, se la Corte di cassazione dichiarava la giurisdizione del giudice ordinario (artt. 41 e 367 c.p.c.) - conseguiva che “nel caso … di domanda proposta innanzi ad un giudice privo di giurisdizione, non era possibile la riassunzione dinanzi al giudice … fornito di tale giurisdizione”.
A seguito del riesame delle proprie posizioni, posto in essere con la predetta sentenza n. 4109 del 2007, le sezioni unite “nella loro funzione di Corte regolatrice della giurisdizione ritengono che, in base ad una lettura costituzionalmente orientata della disciplina della materia sussistano le condizioni per potere affermare che è stato dato ingresso nell’ordinamento processuale al principio della translatio iudicii dal giudice ordinario al giudice speciale, e viceversa, in caso di pronuncia sulla giurisdizione”.
Ad avviso della Suprema Corte, “premessa indispensabile è la considerazione di carattere generale che, seppure in tema di giurisdizione non è espressamente stabilita una disciplina improntata a quella prevista per la competenza (artt. 44, 45 e 50 c.p.c.), ammissiva della riassunzione della causa dal giudice incompetente a quello competente, neppure sussiste la previsione di un espresso divieto della translatio iudicii nei rapporti tra giudice ordinario e giudice speciale”. Sulla applicabilità della translatio iudicii tra Giudici di ordine diverso è intervenuta la Corte costituzionale con sentenza n. 77 del 12 marzo 2007, concernente dichiarazione di illegittimità costituzionale – per contrasto con gli articoli 24 e 111 della Costituzione - dell’articolo 30 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, “nella parte in cui non prevede che gli effetti, sostanziali e processuali, prodotti dalla domanda proposta a giudice privo di giurisdizione si conservino, a seguito di declinatoria di giurisdizione, nel processo proseguito davanti al giudice munito di giurisdizione”. Le conclusioni di entrambe le Corti sono, in ogni caso, volte alla conservazione degli effetti sostanziali e processuali della domanda, sia pure con la differenza che, mentre la Cassazione ritiene che la translatio sia applicabile a diritto vigente, il Giudice delle leggi auspica un intervento del legislatore, “con l’urgenza richiesta dall’esigenza di colmare una lacuna dell’ordinamento processuale” che dia “attuazione al principio di conservazione degli effetti, sostanziali e processuali, prodotti dalla domanda proposta a giudice privo di giurisdizione nel giudizio ritualmente riattivato – a seguito di declinatoria di giurisdizione – davanti al giudice che ne è munito”. Più specificamente, la Consulta nella predetta sentenza n. 77 del 2007 chiarisce che “la conservazione degli effetti prodotti dalla domanda originaria discende non già da una dichiarazione del giudice che declina la propria giurisdizione, ma direttamente dall’ordinamento …; ed anzi deve escludersi che la decisione sulla giurisdizione, da qualsiasi giudice emessa, possa interferire con il merito (al quale appartengono anche gli effetti della domanda) demandato al giudice munito di giurisdizione”. Aggiunge, inoltre, che “È superfluo sottolineare che, laddove possibile utilizzando gli strumenti ermeneutici (come, nel caso oggetto del giudizio a quo, dopo la declinatoria di giurisdizione), i giudici ben potranno dare attuazione al principio della conservazione degli effetti della domanda nel processo riassunto”. Successivamente, il Consiglio di Stato, con decisione n. 3801 del 28 giugno 2007, ha statuito l’applicabilità della translatio iudicii nei rapporti tra giudice amministrativo e giudice ordinario, “considerato che la Corte costituzionale (sentenza n. 77 del 2007) e le Sezioni Unite (sentenza n. 4109/2007) hanno affermato il principio … secondo cui il giusto processo è diretto non allo scopo di sfociare in una decisione purchessia, ma di rendere una pronuncia di merito, stabilendo chi ha ragione e chi ha torto, onde esso deve avere per oggetto la verifica della sussistenza dell’azione in senso sostanziale e, nei limiti del possibile, non esaurirsi nella discettazione sui presupposti processuali”. Il richiamato orientamento è stato ulteriormente confermato dal Consiglio di Stato con la decisione n. 3065 del 19 giugno 2008, in cui si sottolinea che “In attesa dell’intervento legislativo auspicato dalla Corte costituzionale, il Collegio ritiene che per dare attuazione al principio enunciato dalle sopra indicate sentenze (Cass. SS.UU. n. 4109 del 2007 e Corte cost. n. 77 del 2007) sia necessario: a) rimettere le parti davanti al Giudice ordinario affinché dia luogo al processo di merito …; b) precisare, comunque, che sono salvi gli effetti sostanziali e processuali della domanda …; c) … fissare un termine entro cui tale salvezza opera …. Ai fini dell’individuazione di tale termine può essere applicato analogicamente … l’art. 50 c.p.c. …”[93].
L’art. 59 della L. 18 giugno 2009, n. 69 obbliga ad indicare il giudice munito di giurisdizione, disponendo al primo comma che il giudice che, in materia civile, amministrativa, contabile, tributaria o di giudici speciali, dichiara il proprio difetto di giurisdizione indica altresì, se esistente, il giudice nazionale che ritiene munito di giurisdizione. Prevede, altresì, un’efficacia vincolante per ogni giudice e per le parti anche in altro processo della pronuncia sulla giurisdizione resa dalle sezioni unite della Corte di cassazione.
Il comma 2 regola l’accesso al giudice indicato come munito di giurisdizione stabilendo che “se, entro il termine perentorio di 3 mesi dal passaggio in giudicato della pronuncia di cui al c. 1, la domanda è riproposta al giudice ivi indicato, nel successivo processo le parti restano vincolate a tale indicazione e sono fatti salvi gli effetti sostanziali e processuali che la domanda avrebbe prodotto se il giudice di cui è stata dichiarata la giurisdizione fosse stato adito fin dall’instaurazione del primo giudizio, ferme restando le preclusioni e le decadenze intervenute. La domanda si ripropone con le modalità e secondo le forme previste per il giudizio davanti al giudice adito in relazione al rito applicabile”. Il termine per l’accesso al giudice come munito di giurisdizione è perentorio e decorre dal giorno del passaggio in giudicato della pronuncia. Quest’ultimo per le pronunce della Suprema corte coincide con il giorno della pubblicazione della sentenza, mentre ove si tratti di pronuncia resa da un giudice di merito coincide con il decorso del termine per l’impugnazione a cui è soggetta la pronuncia declinatoria della giurisdizione. L’inosservanza dei termini fissati per la riassunzione o per la prosecuzione del giudizio comporta l’estinzione del processo, che è dichiarata anche d’ufficio alla prima udienza, e impedisce la conservazione degli effetti sostanziali e processuali della domanda. Al contrario, il rispetto del termine trimestrale sopracitato ha come conseguenza la salvezza degli effetti sostanziali e processuali che la domanda avrebbe prodotto se il giudice di cui è stata dichiarata la giurisdizione fosse stato adito fin dall’instaurazione del primo giudizio. Il c. 3 dell’art. 59 introduce nell’ordinamento il regolamento di giurisdizione d’ufficio disponendo che “Se sulla questione di giurisdizione non si sono già pronunciate, nel processo, le sezioni unite della Corte di cassazione, il giudice davanti al quale la causa è riassunta può sollevare d’ufficio, con ordinanza, tale questione davanti alle medesime sezioni unite della Corte di cassazione, fino alla prima udienza fissata per la trattazione del merito. Restano ferme le disposizioni sul regolamento preventivo di giurisdizione”. Il c. 5 della’art. 59 stabilisce che “In ogni caso di riproposizione della domanda davanti al giudice di cui al c. 1, le prove raccolte nel processo davanti al giudice privo di giurisdizione possono essere valutate come argomenti di prova”. Tale principio trova applicazione anche per i giudizi già pendenti all’entrata in vigore della L. n. 69/2009, non trovando applicazione il regime transitorio previsto dall’art.58 della citata legge di riforma.
[1] In merito al CSSN si veda la Cass. SS.UU. ord. 7 dicembre 2006 n.123 per la quale “è devoluta alla giurisdizione del giudice tributario ogni controversia riguardante l’omesso versamento di contributi per il Servizio sanitario nazionale in riferimento a prestazioni di lavoro subordinato, e relative sanzioni, in considerazione della natura tributaria di tali contributi. La citata norma, affermano le Sezioni unite, manifestamente non si pone in contrasto con gli artt. 25 e 102 Cost. poiché, in ragione della natura tributaria dei contributi in questione, non può ritenersi che essa abbia snaturato la competenza delle commissioni tributarie”.
[2] La Cass.SS.UU. 8 maggio 2007 n. 11082 ha riconosciuto che le liti che dovessero sorgere in relazione alle tasse automobilistiche rientrano nel campo di decisione del giudice tributario e non già del tribunale ordinario. Conforme Cass. SS.UU. 27 marzo 2007 n. 7399 per la quale con riferimento alla competenza giurisdizionale per le controversie relative alle cartelle esattoriali utilizzate per riscuotere somme di natura previdenziale, al di là del mezzo utilizzato per la riscossione (tipicamente tributario), occorre avere riguardo all'oggetto della lite e, dunque, un rapporto di natura previdenziale resta tale e di pertinenza del giudice ordinario.
[3] Cass. SS.UU. 15 maggio 2007 n. 11082.
[4] Circ. Ag. Entrate 13 marzo 2006 n. 10/E.
[5] In particolare, già prima della riforma dell’art. 2 rientravano nella sfera d’azione delle Commissioni tributarie:
1) l’imposta comunale sulla pubblicità e diritto sulle pubbliche affissioni;
2) la tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche dei comuni;
3) la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani;
4) l’imposta comunale sugli immobili;
5) l’imposta comunale per l’esercizio di arti e professioni.
[6] Cass. sez. trib. 5 maggio 2003 n. 6774.
[7] Con Circ. n. 251/E del 2002, il Ministero, ha fornito chiarimenti in merito all'ampliamento dell'oggetto della giurisdizione tributaria risultante dalle modifiche dell'art. 2 del D.Lgs. n. 546/1992 operate dall'art. 12, c. 2, della L. 28 dicembre 2001, n. 448.
[8] Il Ministero delle Finanze nella Circ. 98/1996, afferma che per i tributi regionali la competenza delle Commissioni tributarie va valutata alla luce di quanto disposto dall'art. 6 della L. 16 maggio 1970, n. 281, secondo cui “avverso l'accertamento e la riscossione, nonchè per il rimborso dei tributi regionali, fatta salva l'azione giudiziaria avanti ai giudici ordinari, può essere proposto, in luogo dei ricorsi previsti dalle leggi relative ai corrispondenti tributi erariali e comunali, il ricorso in via amministrativa al presidente della giunta regionale”. Conseguentemente, il contenzioso poteva, a scelta del ricorrente, essere proposto dinanzi alle predette Commissioni ovvero utilizzando gli altri mezzi alternativi previsti dal citato art. 6.
[9] Cass. sez. trib. 10 aprile 2003 n. 5647; Cass. sez. trib. 15 marzo 2004 n. 5261.
[10] Cass. sez. trib. 25 maggio 2006 n. 14863; Cass. SS.UU. 31 marzo 2005 n. 14934 e 6 aprile 2004 n. 6784; Cass. sez. trib. 14 settembre 2004 n. 18484. Contra Cass. SS.UU. 26 gennaio 2001 n. 23.
[11] Cass. SS.UU. 16 giugno 2003 n. 9554.
[12] Cass.SS.UU. ord. 17 ottobre 2006 n. 22245 per la quale non assumono alcun rilevanza in senso contrario, le seguenti circostanze: a) i diritti in questione sono devoluti alla società concessionaria della gestione dell’aeroporto (che svolge attività d’impresa), b) su di essi l’Amministrazione pretende la corresponsione dell’Iva c) l’accertamento e la riscossione di tali diritti avviene secondo le modalità previste dal D.P.R.15 novembre 1982, n. 1085 e, quindi, attraverso modalità e atti non riconducibili alle tipologie di cui all’art. 19 del D.Lgs. n. 546/1992.
[13] Risoluzione Agenzia delle entrate 5 febbraio 2003, n. 25/E, con la quale si sosteneva la natura non tributaria.
[14] Come evidenziato dalla Circ. dell’Agenzia delle Entrate n.10/E del 2006, ogni tributo anche di nuova istituzione rientrerà automaticamente nella giurisdizione tributaria, senza necessità di espresse disposizioni al riguardo.
[15] Cass. SS.UU. 19 novembre 2001, n. 14543, per la quale “è devoluta alla giurisdizione del giudice ordinario la controversia attinente la pretesa creditoria dell'Amministrazione finanziaria, per somme dovute in dipendenza dell'occupazione senza titolo di un bene del demanio, anche se detta controversia riguardi sanzioni amministrative applicate a carico dell'occupante ed insorga in via di opposizione ad ingiunzione di pagamento, dovendosi escludere sia la giurisdizione della Commissione tributaria, sia quella del giudice amministrativo”; Cass. SS.UU. 19 agosto 2003 n. 12167 che afferma “la competenza del giudice ordinario in relazione al canone per l'occupazione di spazi e aree pubbliche (COSAP) in quanto il canone per l’occupazione di spazi di aree pubbliche (istituito dall’art. 63 D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, come modificato dall’art. 31 della L. 23 dicembre 1998, n. 448) è stato concepito dal legislatore come un quid ontologicamente diverso, sotto l’aspetto strettamente giuridico, dal tributo (tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche, di cui al capo II del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507 ed all’art. 5 L. 16 maggio 1970, n. 281) in luogo del quale può essere applicato, e risulta configurato come corrispettivo di una concessione, reale o presunta (nel caso di occupazione abusiva), dell’uso esclusivo o speciale di beni pubblici. Da siffatto inquadramento si è fatta derivare la conseguenza che le controversie attinenti alla debenza del canone in questione esulano dalla giurisdizione delle commissioni tributarie (come delineata dall’art. 2 D.Lgs. 546/1992, pur dopo la sostituzione operata dall’art. 12 della L. 28 dicembre 2001, n. 448) e rientrano nell’ambito della competenza giurisdizionale del giudice ordinario, a mente dell’art. 5 della L. 6 dicembre 1971, n. 1034, come modificato dall’art. 33 D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80 (poi sostituito dall’art. 7 della L. 21 luglio 2000, n. 205)”. Cass. SS.UU. ord. 25 maggio 2006 n. 14864; Cass. SS.UU. ord. 19 agosto 2003 n. 12167; Cass. SS.UU. 23 ottobre 2006 n. 22661 per le quali “le controversie concernenti indennità, canoni od altri corrispettivi riservate, in materia di concessioni amministrative, dall’art. 5, comma secondo, della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, alla giurisdizione del giudice ordinario sono solo quelle con un contenuto meramente patrimoniale, senza che assuma rilievo un potere di intervento della P.A. a tutela di interessi generali, con la conseguenza che quando la controversia coinvolga la verifica dell’azione autoritativa della P.A. sul rapporto concessorio sottostante, ovvero quando investa l’esercizio di poteri discrezionali-valutativi nella determinazione del canone e non semplicemente di accertamento tecnico dei presupposti fattuali economico-aziendali (sia sull’an che sul quantum), la medesima è attratta nella sfera di competenza giurisdizionale del giudice amministrativo”.
[16] Cass. SS.UU. 28 aprile 2004 n. 8103, con la quale la Corte ha affermato la giurisdizione del giudice ordinario con riguardo ad una controversia, insorta davanti ad un Giudice di pace, avente ad oggetto l'erogazione del servizio di fornitura di acqua potabile ed il relativo conteggio delle somme dovute da un privato ad un Comune; Cass. SS.UU. 27 novembre 2002 n. 16831 in base alla quale in tema di smaltimento dei rifiuti ai sensi del d.P.R. 10 settembre 1992 n. 915, soltanto lo smaltimento di quelli urbani, in quanto obbligatoriamente riservato ai comuni in privativa, è espressamente definito "servizio pubblico", mentre tale natura non può riconoscersi - stante la concezione c.d. soggettiva di servizio pubblico seguita da detto d.P.R. - all'attività di smaltimento dei rifiuti speciali nell'ipotesi in cui essi siano dai produttori conferiti ai soggetti esercenti il servizio pubblico relativo ai rifiuti urbani, sicchè la convenzione al riguardo stipulata, ad onta della denominazione di concessione attribuita dalle parti, deve essere riguardata come un contratto di diritto privato, nel quale le parti stesse sono poste su un piano paritetico, con la conseguenza che le controversie da essa originanti, attenendo a diritti soggettivi, sono devolute alla cognizione del giudice ordinario.
[17] Cons. di Stato 16 novembre 2005 n. 6409 che in merito ad una controversia avente per oggetto il pagamento da parte di un Comune di corrispettivi per il pubblico servizio di smaltimento dei rifiuti gestito da un’Azienda consortile di servizi ambientali ha affermato che sussiste la giurisdizione del giudice ordinario in tale lite. Ciò in quanto l’art. 33 del D.Lgs. n. 80/1998, come sostituito dall’art. 7 della legge n. 205/2000 (in vigore all’epoca della proposizione del ricorso originario), è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo, con sentenza Corte Costituzionale 6 luglio 2004 n. 204, nella parte in cui attribuiva alla giurisdizione esclusiva del Giudice amministrativo le controversie riguardanti le prestazioni di ogni genere, anche di natura patrimoniale, rese nell’espletamento di pubblici servizi, ivi comprese quelle rese nell’ambito del servizio sanitario nazionale. Sebbene, quindi, tali diatribe rientrassero allora nella giurisdizione esclusiva amministrativa, “la dichiarazione di incostituzionalità di cui alla sentenza” della Corte Costituzionale citata, “si applica anche a questo giudizio”, “in considerazione degli effetti retroattivi della dichiarazione di incostituzionalità.
[18] CTR Roma, 20 maggio 2005 n. 138 per la quale “il canone di concessione sulla pubblicità può paragonarsi ad un canone conseguente ad un contratto che ha come oggetto la fornitura di un servizio (come, ad esempio, il canone Rai) e, in ogni modo, di determinate prestazioni aventi connotazioni completamente diverse dal tributo. Trattandosi di un'entrata patrimoniale, è sottratto alla giurisdizione del giudice tributario ai sensi dell'art. 2 del D.Lgs. 546/1992”. Contra Cass. sez. trib. 18 settembre 2006 n. 20068 per la quale “il Canone RAI che si configurava originariamente come corrispettivo dovuto dagli utenti di un servizio riservato allo Stato ed esercitato in regime di concessione, ha da tempo assunto, nella legislazione, natura di entrata tributaria, non essendo commisurata alla possibilità effettiva di usufruire del servizio in questione, al cui finanziamento il canone è destinato, ma essendo dovuta sul presupposto della sua riconducibilità ad una manifestazione, ragionevolmente individuata, di capacità contributivo, pertanto le controversie rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario”.
[19] Cass. SS.UU. ord. 29 settembre 2005 n. 3274 per la quale “la controversia in cui un'azienda consortile chieda il versamento della tariffa per i rifiuti solidi urbani (nel caso di specie, ad un Istituto comprensivo statale che sosteneva l'esenzione per gli edifici di scuole di Stato) non costituisce controversia relativa ad un provvedimento devoluta al giudice amministrativo, sebbene nella definizione del debito soggettivo possano assumere rilievo provvedimenti generali. Sussiste pertanto la giurisdizione del giudice ordinario”.
[20] Cass.SS.UU. ord. 3 aprile 2007 n. 8956 per la quale “non rientra nella giurisdizione del giudice amministrativo la controversia relativa al contributo per la valutazione dell’impatto ambientale previsto, ratione temporis, dall’art.27 L. 136/1999 (ma la situazione non è diversa nel nuovo regime emergente del c.d. codice dell’ambiente). Pur avendo ad oggetto una prestazione che si ricollega all’espletamento di un pubblico servizio, essa non riguarda un rapporto di concessione né implica un sindacato sulla legittimità di un provvedimento amministrativo, in quanto l’obbligo di pagamento sorge da presupposti interamente regolati dalla legge, senza che siano riservati alla pubblica amministrazione spazi di discrezionalità circa la concreta individuazione dei soggetti obbligati, i presupposti oggettivi o il quantum del corrispettivo dovuto. Tale prestazione, che trova la propria fonte nella legge e non in un rapporto contrattuale, presenta i connotati della tassa che è definibile come la prestazione che lo Stato può imporre al fine di procurarsi un’entrata in stretta correlazione all’espletamento di funzioni pubbliche che riguardano specificamente l’obbligato in una situazione di scambio di utilità (per il vantaggio che ne deriva all’obbligato medesimo) - prestazione che diversamente dall’impositiva – si ispira al principio di corrispettività e che non trova titolo giustificativo nella capacità contributiva del soggetto al quale è richiesta. Pertanto il relativo contenzioso rientra nella giurisdizione del giudice tributario”.
[21] Cons. di Stato Sez. V ord. 27 settembre 2004 n. 4356 che nega la giurisdizione del TAR in materia di fermo amministrativo.
[22] ex art. 442 c.p.c. con lo speciale rito del processo del lavoro secondo la L. 11 agosto 1973, n. 533.
[23] In giudice delle leggi con tale sentenza afferma che “per valutare la sussistenza della violazione dell’art. 102, secondo comma, Cost., occorre accertare, se la controversia devoluta ai giudici tributari abbia o no effettiva natura tributaria. E, a tal fine, non si può prescindere dai criteri elaborati dalla giurisprudenza di questa Corte per qualificare come tributarie le entrate erariali; criteri che, indipendentemente dal nomen iuris utilizzato dalla normativa che disciplina tali entrate, consistono nella doverosità della prestazione e nel collegamento di questa alla pubblica spesa, con riferimento ad un presupposto economicamente rilevante (ex multis: sentenze n. 334 del 2006 e n. 73 del 2005). Al riguardo, va sottolineato che, ove sia stata accertata la natura non tributaria della materia attribuita alla cognizione dei giudici tributari, si deve affermare l’illegittimità costituzionale di detta attribuzione, né possono addursi in contrario argomenti che non trovano fondamento nell’art. 102, secondo comma, Cost. e nella VI disposizione transitoria della Costituzione. Ad esempio, non sarebbe sufficiente, al fine di negare lo “snaturamento” della materia attribuita alla giurisdizione tributaria, affermare che le controversie relative ad alcuni particolari canoni, pur non avendo natura tributaria, sono legittimamente attribuite alla cognizione delle commissioni tributarie per la sola ragione che il fatto generatore delle suddette prestazioni patrimoniali è simile al presupposto che, in passato, avevano avuto alcuni tributi. Neppure sarebbe sufficiente addurre mere ragioni di opportunità per giustificare, sul piano costituzionale, la cognizione, da parte dei giudici tributari, di controversie non tributarie riguardanti fattispecie in qualche misura simili a quelle propriamente tributarie. Al contrario, come già rilevato, il difetto della natura tributaria della controversia fa necessariamente venir meno il fondamento costituzionale della giurisdizione del giudice tributario, con la conseguenza che l’attribuzione a tale giudice della cognizione della suddetta controversia si risolve inevitabilmente nella creazione, costituzionalmente vietata, di un “nuovo” giudice speciale”.
[24] Circ. Agenzia Entrate n.10/E del 2006.
[25] Cass. SS.UU. 2 febbraio 2006 n. 4898 in materia di canone depurazione; Cass. SS.UU. ord. 15 febbraio 2006 n. 3274.
[26] Cass. SS.UU ord. 15 frbbraio 2006 n. 3274.
[27] Cass. SS.UU. 26 febbraio 2004 n. 3877 per la quale “debbono essere trattenute avanti alle Commissioni tributarie le controversie instaurate avanti a tali organi prima della riforma del 2001 poiché il principio della perpetuatio iurisdictionis, contenuto nell'art. 5 del codice di procedura civile, consente di affermare l'irrilevanza, ai fini della determinazione della giurisdizione, dei mutamenti legislativi successivi alla proposizione della domanda nei soli casi in cui il sopravvenuto mutamento dello stato di diritto privi il giudice della giurisdizione al momento dell'introduzione della domanda, ma non, all'opposto, nei casi in cui esso comporti l'attribuzione della giurisdizione al giudice che ne era inizialmente privo e davanti a cui il processo è stato (in ipotesi) erroneamente instaurato”. Corte Cass. SS.UU. 24 luglio 2007 n. 16289 in base alla quale “poiché le tasse automobilistiche hanno indiscutibilmente natura tributaria alla luce dell'art. 2 del D.Lgs. n. 546/1992, come sostituito dall'art. 12, comma 2, della L. 28 dicembre 2001, n. 448 (ed integrato dal D.L. 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla L. 2 dicembre 2005, n. 248) ed il relativo contenzioso rientra nella giurisdizione del giudice tributario, restano attribuite al giudice tributario anche le controversie promosse dinanzi ad esso in data anteriore all'entrata in vigore della nuova disposizione, non potendo utilmente invocarsi in contrario il principio della perpetuatio iurisdictionis, il quale opera soltanto nel caso di sopravvenuta carenza di giurisdizione del giudice adito, e non anche quando quest'ultimo, originariamente privo di giurisdizione, acquisisca la competenza in pendenza del giudizio”. Cass. civ. Sez. III Ord., 17 gennaio 2008, n. 857 per la quale “l'art. 5 cod. proc. civ., anche nel testo novellato dall'art. 2 della legge 26 novembre 1990, n. 353, che esclude la rilevanza dei mutamenti in corso di causa della legge - oltre che dello stato di fatto - in ordine alla determinazione della competenza, va interpretato in conformità alla sua "ratio", che è quella di favorire, non già di impedire, la perpetuatio iurisdictionis, sicchè, ove sia stato adito un giudice incompetente al momento della proposizione della domanda, non può l'incompetenza essere dichiarata se quel giudice sia diventato competente in forza di legge entrata in vigore nel corso del giudizio”.
[28] Cass. SS.UU. 3 marzo 2007 n. 14993; Cass. sez. trib. 21 marzo 2006 n. 10761, Cass. sez. I 14 febbraio 2003 n. 6926, Cass. sez. I 10 maggio 2002 n. 13839.
[29] Cass. 19 marzo 2008 n. 7392, per la quale “secondo l’orientamento consolidato, la riassunzione del processo non comporta la costituzione di un nuovo rapporto processuale, bensì la prosecuzione di quello inizialmente instaurato, sicché sotto ogni aspetto, sia sostanziale che processuale, la posizione delle parti nel processo, a seguito della riassunzione, è e deve essere esattamente quella assunta nell’originario ricorso (cfr. Cass. n. 11628 del 2007)”.
[30] Si veda la Circ. n. 56/E del 24 settembre 2008 Agenzia delle Entrate – Dir. normativa e contenzioso Sanzioni amministrative per l’utilizzo di lavoratori irregolari – Modifiche normative e giurisprudenza della Corte costituzionale nella quale l’Agenzia delle entrate evidenzia che, nell’ipotesi di riassunzione effettuata a cura di controparte, gli Uffici devono primariamente verificare il rispetto del termine indicato dal Giudice a quo ovvero, in mancanza, del termine di sei mesi previsto dall’articolo 50 del codice di procedura civile.
[31] Circ. Agenzia Entrate n.10/E del 2006.
[32] Cass. SS.UU. 9 gennaio 2007 n. 123.
[33] Cass. SS.UU. 15 maggio 2007 n. 11082 per la quale “le Commissioni tributarie sono competenti per tutte le controversie in materia di imposte e tasse e la loro giurisdizione è esclusiva e di carattere generale. Pertanto, le liti che dovessero sorgere in relazione alle tasse automobilistiche rientrano nel campo di decisione del giudice tributario e non già del tribunale ordinario. La questione è sorta dalla impugnazione da parte di un cittadino della sentenza emessa da un giudice di pace che dichiarava la propria incompetenza giurisdizionale a favore di quella del giudice tributario. In particolare, la controversia aveva a oggetto l'avviso di mora con cui il concessionario aveva richiesto al contribuente il pagamento della tassa automobilistica per una determinata annualità”. Conforme Cass.SS.UU. 11 novembre 2007 n. 23832; Cass. 31 marzo 2008 n. 8283.
[34] Corte Cost. Ord. 17 luglio 2009, n. 218 in base alla quale è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 del D.Lgs. n. 546/1992 nella parte in cui devolve alla giurisdizione tributaria le liti relative al canone per l'installazione di mezzi pubblicitari, in quanto a) la disciplina dell'imposta comunale sulla pubblicità e quella del CIMP hanno «forti tratti di continuità», con riferimento sia agli elementi strutturali del prelievo, sia ai poteri ed obblighi attinenti al controllo, all'accertamento ed alle sanzioni, sia all'insussistenza di un rapporto sinallagmatico tra il soggetto tenuto al pagamento ed il Comune; b) entrambi i suddetti prelievi presentano tutte le caratteristiche richieste dalla giurisprudenza costituzionale per essere qualificati come "tributi". Conforme Corte Cost. sent. 8 maggio 2009 n. 141.
[35] Cass. SS.UU. 20 marzo 2003 n. 6954 che fa discendere la giurisdizione del giudice tributario in materia di TARSU dall’art.12 c. 2 L. 28 dicembre 2001, n. 448.
[36] Cass. Sez. I civ 5 marzo 2009, n. 5298 per la quale “ricadono nel sistema tributario forme di partecipazione alle spese pubbliche che non sono riconducibili alla fiscalità generale e non sono perciò ragguagliate ad una qualche specifica capacità patrimoniale del soggetto. Rientrano cioè nel sistema fiscale anche quelle entrate pubbliche che si possono con termine moderno denominare tasse di scopo, che, cioè, mirano a fronteggiare una spesa di interesse generale ripartendone l’onere sulle categorie sociali che da questa traggono vantaggio o che comunque determinano l’esigenza per la mano pubblica di provvedere. Esempi in proposito sono costituiti dai contributi consortili, dalla tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (ora tariffa igiene ambientale), dal canone per lo scarico e la depurazione delle acque reflue (che risponde al principio chi inquina paga)". "Si tratta di un complesso di proventi non sempre esattamente inquadratali o definibili, i cui confini sono stati tracciati da queste Sezioni Unite (ordinanze cass nn. 123/07, 8956/07) attraverso l’affermazione secondo cui deve essere riconosciuta natura tributaria a tutte quelle prestazioni che non trovino giustificazione o in una finalità punitiva perseguita dal soggetto pubblico o in un rapporto sinallagmatico tra la prestazione stessa e il beneficio che il singolo riceve". (Cass. sez. un 3158/08). Alla luce di questi principi generali è stato ritenuto, in riferimento alla T.I.A, che, anche se è vero che il D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22, art. 49, (successivamente sostituito dal D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 238) ha previsto la soppressione della tassa per lo smaltimento dei rifiuti urbani interni (originariamente prevista dal R.D. 14 settembre 1931, n. 1175, art. 268 e segg., poi modificata dal D.P.R. 10 settembre 1982, n. 915, art. 21, e compiutamente riordinata dal Capo 3 del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507), prevedendo che in suo luogo si applichi la Tariffa per l’igiene ambientale, tuttavia tale tariffa non risulta presentare caratteri sostanziali di diversità rispetto alla tassa (Cass. 17526/07). Prescindendo, infatti, dalla considerazione che il termine tariffa non ha all’interno del sistema tributario un significato univoco, questa Corte ha osservato anzitutto che la applicazione della T.I.A non trova fondamento in alcun intervento o atto volontario del privato. Essa, infatti, ai sensi del D.Lgs n. 22 del 1997, art. 49, riveste carattere obbligatorio in quanto deve "essere applicata nei confronti di chiunque occupi oppure conduca locali, o aree scoperte ad uso privato non costituenti accessorio o pertinenza dei locali medesimi, a qualsiasi uso adibiti, esistenti nelle zone del territorio comunale". Il fatto che siano assoggettati alla tariffa tutti i locali "esistenti nelle zone del territorio comunale" costituisce addirittura un’accentuazione del carattere pubblicistico dell’entrata (Cass. n. 17526/07), estendendone la base di applicazione rispetto a quanto in precedenza previsto dal R.D. n. 1175 del 1931, art. 270 (e poi del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 62) che prevedeva che "la tassa era dovuta soltanto da chi occupasse oppure conducesse locali a qualsiasi uso adibiti, esistenti nelle zone del territorio comunale in cui i servizi erano istituiti a norma delle disposizioni di legge vigenti in materia". (Cass. 17526/07). Presupposto del debito, è dunque "l’occupare o condurre immobili" a prescindere dal conferimento dei rifiuti al servizio pubblico, sia pure monopolistico, dal momento che la tassa è dovuta anche da chi occupa immobili in zone dell’area comunale non servite, in ipotesi, dal servizio di raccolta dei rifiuti. Il conferimento dei rifiuti (e la loro quantità) concorre quindi solo a determinare la partecipazione alla "quota rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito, e all’entità dei costi di gestione, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio" (Cass. 17526/07). È stato ulteriormente osservato che "anche il riferimento ai rifiuti conferiti si rivela - almeno quando si discorra di utenze familiari - piuttosto labile: il D.P.R. 27 aprile 1999, n. 158 ("Regolamento recante norme per la elaborazione del metodo normalizzato per definire la tariffa del servizio di gestione del ciclo dei rifiuti urbani") ha infatti consentito alle Amministrazioni comunali di applicare un sistema presuntivo, prendendo a riferimento la produzione media comunale procapite, desumibile da tabelle che saranno predisposte annualmente sulla base dei dati elaborati dalla Sezione nazionale del Catasto dei rifiuti". (Cass. 17526/07). La non corrispondenza tra il conferimento effettivo dei rifiuti da parte dei cittadini e la somma da questi corrisposta si evince ulteriormente dal fatto che la tariffa comprende anche spese che riguardano la collettività nel suo insieme, dal momento che essa copre anche i costi per i servizi relativi ai rifiuti di qualunque natura o provenienza giacenti sulle strade ed aree pubbliche e soggette ad uso pubblico (Cass. 17526/07). La natura tributaria della tariffa non è messa poi in discussione dalla eventuale natura eventualmente privatistica del soggetto che gestisce la stessa. Questa Corte ha infatti più volte affermato che le varie forme di attribuzione a soggetti privati di servizi (ed entrate) pubbliche non fanno venir meno i cardini della struttura pubblicistica dei servizi (e delle entrate) stesse. La natura tributaria in questione non può neppure essere contestata in base alla considerazione che la parte terza della tabella A allegata al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 49, in materia di IVA, preveda (n. 127 sexiesdecies) che le prestazioni di raccolta, trasporto recupero e smaltimento dei rifiuti sia urbani che speciali siano soggette al pagamento dell’IVA 10%. È sufficiente a tale proposito osservare che detta previsione normativa è stata introdotta dal D.L. n. 557 del 1993, art. 4, comma 1, convertito con L. n. 133 del 1994, quando era ancora in vigore la TARSU, la cui natura tributaria è sempre stata indiscussa. Il che dimostra che l’applicazione dell’Iva all’importo corrisposto per smaltimento dei rifiuti prescinde dalla sua natura tributaria o meno. Deve dunque concludersi (in accoglimento della corrispondente censura avanzata dalla società ricorrente) che l’entrata in questione ha natura sicuramente tributaria, non costituendo, in senso tecnico, il corrispettivo di una prestazione liberamente richiesta; e rappresentando invece una forma di finanziamento di servizio pubblico attraverso la imposizione dei relativi costi sull’area sociale che da tali costi ricava, nel suo insieme, un beneficio. Cass. SS.UU. 8 marzo 2006 n. 4895 ha affermato la giurisdizione tributaria relativamente alle controversie “in materia di TIA - con riferimento alla TIA, alla stregua della disciplina sopravvenuta con l’art. 3-bis, comma 1, lett. b), della Legge n. 248/2005 di conversione del D.L. n. 203/2005”-. Contra Cass. SS.UU. ord. 15 febbraio 2006 n. 3274 che ha dichiarato la giurisdizione del Giudice ordinario per le controversie aventi ad oggetto la tariffa per la raccolta dei rifiuti urbani (TARSU). Con decreto del 12 febbraio 2008 il presidente di sezione della CTP di Pistotia ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto contro la fattura emessa per la TIA. Si veda anche Sent. n. 259 del 30 dicembre 2008 (ud. del 21 novembre 2008) della Comm. trib. prov. di Pisa, Sez. IV per la quale la T.I.A. rappresenta una “tariffa” (e non una “tassa”) che deve essere pagata da chi produce rifiuti a fronte del servizio di raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti solidi urbani.
[37] Corte Cost. 24 luglio 2009 n.238 che ha dichiarato la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2, secondo periodo, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (– come modificato dall’art. 3-bis, comma 1, lettera b), del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 2 dicembre 2005, n. 248 –, sollevate, dalla Corte di Cassazione con ordinanza del 15 giugno 2009 n. 13894, in riferimento agli artt. 25, c.1, e 102, c.2 della Costituzione, nonché alla VI disposizione transitoria della Costituzione. Per i giudici costituzionali le caratteristiche della TIA rendono evidente che tale prelievo presenta tutte le caratteristiche del tributo e pertanto non è inquadrabile tra le entrate non tributarie, ma costituisce una mera variante della TARSU.
[38] La tariffa - come si afferma nella circolare n. 1l1/E del 21 maggio 1999- non ha natura tributaria, in quanto assume i connotati propri di un'entrata patrimoniale. La stessa è, infatti, assoggettata ad imposta sul valore aggiunto, con l’aliquota del 10%, (n. 127-sexiesdecies- della Tabella A, Parte III, allegata al D.P.R. n. 633/1972, introdotto dall'art. 1 del D.L. n. 328/1997, come convertito dalla L. n. 410/1997).
[39] Il nuovo termine è stato fissato dal D.L. 194/2009 (c.d. decreto milleproroghe). In origine era fissato al 30 giugno 2009 e poi differito al 31 dicembre 2009 (art. 5, c. 2-quater, del D.L. n. 208 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 13 del 2009).
[40] Ai comuni che non provvedono nei termini previsti si applicano le sanzioni di cui all'articolo 141, comma 1, del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, previa diffida ad adempiere e successiva nomina, in caso di inottemperanza, di un apposito commissario da parte del prefetto per l'approvazione delle delibere necessarie.
[41] Cass. SS.UU. 22 maggio 2003 n. 11188 per la quale“alla stregua della disciplina sopravvenuta con l’art. 3-bis, comma 1, lett. b), della L. n. 248/2005 di conversione del D.L. n. 203/2005”, escludendo anche ogni sospetto di incostituzionalità “sotto il profilo della possibile violazione dell’art. 102 e della VI disposizione trans. Cost., per l’inosservanza del limite – richiamato a suo tempo dalla Corte Costituzionale con ord. n. 144 del 23 aprile 1998 – della natura tributaria delle materie attribuite alle Commissioni tributarie, indispensabile per non farle ritenere “nuovi” Giudici speciali”, tenuto conto, tra l’altro, “che i canoni indicati nella disposizione sopravvenuta attengono tutti ad entrate che in precedenza rivestivano indiscussa natura tributaria”.
[42] Cass. SS.UU. 6 ottobre 2005 n.20471; Cass. SS.UU. 12 luglio 2004, n. 12877.
[43] Cass. SS.UU. 24 luglio 2000 n. 520; Cass. sez. trib. 15 maggio 2002 n. 7099; Cass. sez. trib. 27 giugno 2002 n. 9338; Cass. sez. I 25 giugno 2002, n. 9240 per la quale “il credito del Comune per l'erogazione al singolo di acqua ad uso domestico costituisce entrata patrimoniale dell'ente e può essere riscosso con gli strumenti propri delle entrate tributarie, ma non è imposta o tassa, trovando titolo non in una potestà impositiva, ma negli impegni convenzionalmente assunti dall'utente con la richiesta della somministrazione e la sottoscrizione del relativo contratto. Ne deriva che la controversia relativa a detto credito (che spetta alla cognizione del giudice ordinario) esula dalla competenza per materia del tribunale di cui all'art. 9 c.p.c. Inoltre, l'impugnazione della cartella di pagamento non è soggetta al termine di sessanta giorni previsto dall'art. 21 d.lg. 31 dicembre 1992 n. 546, applicabile nella sola materia tributaria, e ciò anche se la cartella costituisca mezzo di esecuzione esattoriale, configurandosi in tal caso un'opposizione all'esecuzione ex art. 615 e ss. c.p.c.”.
[44] Sul tema è intervenuta anche la Corte dei conti – sezione regionale di controllo per la Campania -, che con parere n, 24/2008 modificando i propri precedenti orientamenti ha affermato che le tariffe per il servizio di depurazione e fognature non vanno riscosse non solo se le utenze sono ubicate in zone prive di depuratore, ma anche se non sono allacciate alla fognatura comunale.
[45] Cass. SS.UU. 5 agosto 2009 n. 17943.
[46] Cass. SS.UU 26 luglio 200 7 n. 16428.
[47] Cass. SS.UU. 23 aprile 2008 n. 10469. Conforme Cass.SS.UU. 24 giugno 2005 n. 13549; Cass. sez. trib. 13 gennaio 2006 n.618.
[48] Corte Cost. ord. 6 marzo 2006 n. 94; Conforme Corte Cost. ord. 1 febbraio 2006 n. 34.
[49] Secondo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con sent. n. 15846 del 7 luglio 2009 2009 la carenza di giurisdizione delle commissioni tributarie per le sanzioni irrogate dall’agenzia delle entrate in materia di lavoro nero comporta la cassazione delle eventuali sentenze pronunciate dai giudici tributari e la rimessione delle parti innanzi al giudice del lavoro, in base al principio della traslatio iudicii. Cass. SS.UU. 11 febbraio 2008 n. 3171, in base alla quale “rientrano cioè nel sistema fiscale anche quelle entrate pubbliche che si possono con termine moderno denominare "tasse di scopo" che cioè mirano a fronteggiare una spesa di interesse generale ripartendone l'onere sulle categorie sociali che da questa spesa traggono vantaggio, o che comunque determinano l'esigenza per la "mano pubblica" di provvedere. Esempi in proposito sono costituiti dai contributi consortili, dalla Tassa per lo Smaltimento dei rifiuti solidi Urbani (ora Tariffa Igiene Ambientale), dal canone per lo scarico e la depurazione delle acque reflue (che risponde al principio "chi inquina paga"). Si tratta di un complesso di proventi non sempre esattamente inquadrabili e definibili, i cui confini sono stati tracciati da queste Sezioni Unite (ordinanze n. 123 del 9 gennaio 2007 e n. 8956 del 16 aprile 2007) attraverso l'affermazione secondo cui deve essere riconosciuta natura tributaria a tutte quelle prestazioni che non trovino giustificazione o in una finalità punitiva perseguita dal soggetto pubblico, o in un rapporto sinallagmatico tra la prestazione stessa ed il beneficio che il singolo riceve. Questa proposizione consente di individuare la massima estensione della giurisdizione tributaria compatibile con il testo costituzionale e con il divieto di istituire "giurisdizioni speciali". Al giudice tributario possono cioè essere attribuite tutte le controversie che rientrano nella materia tributaria latamente intesa, ivi comprese quelle che derivino dalla applicazione di sanzioni conseguenti a violazioni di carattere tributario”.
[50] Circ. Agenzia delle entrate n. 25/E del 21 marzo 2002.
[51] Cass. SS.UU. ord. 10 febbraio 2006 n. 2888, oramai superata, che nel caso esaminato ha dichiarato la giurisdizione del giudice tributario in ordine all’opposizione ad un’ordinanza – ingiunzione di pagamento emessa dall’Agenzia delle entrate concernente la violazione dell’obbligo di registrazione dei lavoratori impiegati accertata dall’ufficio provinciale del Lavoro. L’art. 36-bis del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 introdotto in sede di conversione dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, ha modificato in più parti l’art. 3 del decreto-legge n. 12 del 2002, tra l’altro attribuendo alla direzione provinciale del lavoro – anziché alla Agenzia delle entrate – la competenza ad irrogare la sanzione ivi prevista per l’impiego di lavoratori non risultanti dalle scritture obbligatorie. Tale modifica normativa è entrata in vigore il 12 agosto del 2006, pertanto l’atto di irrogazione della sanzione è impugnabile innanzi al Tribunale ordinario.
[52] Cass. SS.UU. 5 giugno 2007 n. 13902, oramai superata, per la quale è devoluta alla giurisdizione tributaria la controversia avente ad oggetto l’irrogazione di sanzioni disposta dagli uffici finanziari per l’utilizzazione di dipendenti pubblici senza la preventiva autorizzazione dell’amministrazione di appartenenza (art. 58 del D.Lgs. 31 marzo 1993, n. 29 e art. 53 del D.Lgs. n. 165/2000) in quanto tale fattispecie costituisce un fenomeno molto spesso associato al lavoro nero ed all’evasione fiscale e contributiva.
[53] La cartella di pagamento costituisce uno strumento in cui viene soltanto enunciata una pregressa richiesta di natura sostanziale; non possiede quindi (a differenza del fermo dei bei mobili registrati e della iscrizione di ipoteca) alcuna autonomia che consenta di impugnarla prescindendo dagli atti in cui la obbligazione è stata enunciata. Ed ove in un’unica cartella vengano incorporate più pretese ciascuna di esse conserva piena autonomia; di guisa che il regime delle impugnazioni è identico a quello che troverebbe applicazione ove fossero notificate più cartelle. Dunque la cartella esattoriale deve essere impugnata avanti al giudice competente a decidere in ordine al rapporto cui la cartella stessa è funzionale. Il petitum alla base della cartella impugnata riguardava "infrazioni valutarie" cioè una materia non devoluta alla giurisdizione tributaria. Conforme Cass. SS.UU. 27 marzo 2007 n. 7399; Cass. SS.UU. 20 ottobre 2006 n. 22514.
[54] Cass. SS.UU. 26 febbraio 2004 n. 3877.
[55] Cass. SS.UU 5 giugno 2008 n. 14827, che ha osservato che nella fattispecie esaminata la giurisdizione spetta al giudice tributario in quanto la sanzione in argomento : a) è irrogata da un ufficio finanziario, l’Agenzia delle Dogane, Ufficio Tecnico di Finanze; b) è relativa a violazione attinente a tributi, l’imposta erariale sull’energia elettrica; c) è prevista da una norma tributaria espressa dal D.Lgs. n. 504 del 1995, art. 59, che costituisce il “testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative”. Quindi, sussistono alla luce di quanto osservato dal Giudice delle leggi, tutte le condizioni perché la giurisdizione spetti al giudice tributario.
[56] Cass. SS.UU n. 16871 del 31 luglio 2007, la quale a differenza di precedenti pronunce (Cass. n. 22204 del 16 ottobre 2006 e n. 19400 del 5 ottobre 2005) subordina il riconoscimento della rivalutazione monetaria del rimborso di imposte a criteri di particolare rigore. Pertanto, è inammissibile la domanda di risarcimento danni da svalutazione per il ritardato rimborso di imposta che venga proposta come automatica conseguenza della mora debendi, senza che vengano neppure allegate le ragioni che giustificherebbero questo risarcimento. E tale inammissibilità può essere rilevata anche dal giudice di cassazione quando si debba pronunciare circa la questione relativa alla sussistenza (o meno) della giurisdizione del giudice tributario in ordine a questa forma di risarcimento.
[57] Cass. SS.UU. 5 giugno 2008 n. 14831 per la quale “il giudice tributario innanzi al quale sia stato impugnato un provvedimento di fermo di beni mobili registrati ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 86, deve accertare quale sia la natura - tributaria o non tributaria - dei crediti posti a fondamento del provvedimento in questione, trattenendo, nel primo caso, la causa presso di se, interamente o parzialmente (se il provvedimento faccia riferimento a crediti in parte di natura tributaria e in parte di natura non tributaria), per la decisione del merito e rimettendo, nel secondo caso, interamente o parzialmente, la causa innanzi al giudice ordinario, in applicazione del principio della translatio iudicii. Allo stesso modo deve comportarsi il giudice ordinario eventualmente adito. Il debitore, in caso di provvedimento di fermo che trovi riferimento in una pluralità di crediti di natura diversa, può comunque proporre originariamente separati ricorsi innanzi ai giudici diversamente competenti”; Cassazione SS.UU. ord. 17 aprile 2007 n. 875 che in merito ad una controversia avente ad oggetto l’ omesso versamento di contributi previdenziali ha disposto che “Il provvedimento di fermo amministrativo dei beni mobili registrati (nella specie, un'autovettura) emesso da un concessionario del servizio riscossione tributi ex art. 86 del D.P.R. n. 602 del 1973 è un atto funzionale all'espropriazione forzata attraverso il quale si realizza il credito dell'amministrazione, e pertanto la tutela giurisdizionale nei confronti dello stesso si realizza dinanzi al giudice ordinario con le forme dell'opposizione all'esecuzione e agli atti esecutivi”.
[58] Sull’argomento è intervento da ultimo L'Agenzia delle Entrata Ris. n. 2/E del 9 gennaio 2006, con cui viene revocata la precedente risoluzione n. 92/E del 2004, e si consente ai concessionari della riscossione di procedere in via diretta al fermo, a condizione che l'iscrizione di fermo "sia preceduta da un preavviso, contenente ulteriore invito a pagare le somme dovute, esclusivamente presso gli sportelli della competente azienda concessionaria, entro i successivi venti giorni, decorsi i quali, il preavviso stesso assumerà il valore di comunicazione di iscrizione di fermo". In tal modo, si recepisce la modifica legislativa ad opera dell'art. 3, c. 41, del D.L. 30 settembre 2005, n. 203, convertito nella L. 2 dicembre 2005, n. 248, che detta una norma di interpretazione autentica dell'art. 86 del D.P.R. n. 602 del 1973, e stabilisce che le disposizioni del citato art. 86 si interpretano nel senso che, fino all'emanazione del decreto previsto dal comma 4 dello stesso articolo, il fermo può essere eseguito dal concessionario sui veicoli a motore nel rispetto delle disposizioni, relative alle D.M. 7 settembre 1998, n. 503 del Ministro delle finanze.
[59] In tal senso Cass. SS.UU. 31 gennaio 2006 n. 2053 per la quale “il rimedio del fermo amministrativo di beni mobili registrati del debitore d’imposta s’inserisce nel processo di espropriazione forzata esattoriale, il quale è segnato dalle seguenti tappe: l’iscrizione del credito a ruolo (art. 49 del D.P.R. 602/73); la notificazione al contribuente della cartella di pagamento al fine della decorrenza del termine dilatorio per l’inizio dell’esecuzione (art. 50 dello stesso D.P.R.); la possibilità di iscrivere il fermo nei registri mobiliari (art. 51 del medesimo decreto) per sottrarre il bene sia alla circolazione naturale secondo il disposto dell’art. 214 comma ottavo del codice della strada, sia a quella giuridica attraverso la inopponibilità al concessionario degli atti dì disposizione successivi del bene, secondo il disposto dall’art. 5, c.1 del D.M. 503/98. Il fermo amministrativo, dunque, è atto funzionale all’espropriazione forzata e, quindi, mezzo di realizzazione del credito allo stesso modo con il quale la realizzazione del credito è agevolata dall’iscrizione ipotecaria ex art. 77 del citato D.P.R. 602/73. Se ne ricava che la tutela giudiziaria esperibile nei confronti del fermo amministrativa si deve realizzare davanti al giudice ordinario con le forme, consentite dal vigente art. 57 del citato D.P.R. 602/73, dell’opposizione all’esecuzione o agli atti esecutivi. Sì deve aggiungere che nella materia non ricorre neppure la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, giacché, con la richiesta di trascrizione nei registri mobiliari del fermo amministrativo, il concessionario non esercita alcun potere di supremazia in materia di pubblici servizi che, alla luce della pronuncia della Corte Cost. 204/04, giustifichi questa forma di giurisdizione amministrativa”. Conforme Cass. SS.UU. 23 giugno 2006 n. 14701; Cons. Stato, Sez. V, 13 settembre 2005 n. 4689 che ha negato la propria giurisdizione che in primo grado era stata affermata dal TAR; Cons. Stato, Sez. IV, 3 febbraio 2006 n. 418. Si veda anche Ordinanza Corte Cost. 8 maggio 2007 n. 161. Per altro filone giurisprudenziale Cons. di Stato 13 aprile 2006 n. 2032 “le controversie relative al fermo rientravano nella giurisdizione del giudice amministrativo, per la natura ablatoria del provvedimento amministrativo”.
[60] Cass. sez. trib. 3 aprile 1992 n. 2801; Cass. sez. trib. 9 febbraio 1995 n. 1471. Contra Cons. di Stato Sez. V 18 maggio 1987 n. 305; Cons. di Stato, Sez. V 15 giugno 1990, n. 579.
[61] Cass. sez. trib. 15 novembre 2002 n. 16158 per la quale “appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la controversia promossa dal locatore nei confronti del conduttore per ottenere il rimborso della tassa rifiuti solidi urbani versata all'amministrazione comunale, senza convenire in giudizio l'amministrazione stessa. In tal caso il giudice tributario dovrà risolvere in via incidentale la questione relativa alla titolarità dell'obbligazione tributaria, nonché quella, accessoria e subordinata, dell'esattezza della somma pretesa in relazione all'effettiva misura della superficie assoggettata alla tassa al limitato fine di stabilire se ed in quale misura sia fondata la domanda di rivalsa proposta dal locatore nei confronti del conduttore dell'immobile, senza che la relativa statuizione possa fare stato, nei confronti dell'ente impositore dell'obbligazione tributaria”. Cass. SS.UU. 27 marzo 2003 n. 9067; Cass. SS.UU. 20 gennaio 2003 n. 745. In tal senso anche Cass. SS.UU. n. 13199/1982; Sent. n. 5140/1998. Tali disposizioni non si pongono in contrasto con la Cass., SS.UU. n. 2803/1993, Cass. SS.UU n. 4223/1996 e n. 11891/1998 concernenti la controversia tra sostituto d'imposta e sostituito, avente ad oggetto il pagamento di quella parte del credito del lavoratore che il datore di lavoro abbia trattenuto e versato a titolo di ritenuta d'imposta, attesa la particolare posizione soggettiva del sostituto d'imposta rispetto all'Amministrazione finanziaria e con Cass. SS.UU. 21 settembre 2006 n. 22515 per la quale è devoluta alla giurisdizione tributaria la controversia promossa dal sostituito d’imposta nei confronti del sostituto, per pretendere il pagamento di quella parte del suo credito che il convenuto (nel caso di specie il comune) abbia trattenuto e versato a titolo di ritenuta d'acconto (nel caso in esame sulle somme liquidate a titolo di risarcimento danni per illegittima occupazione di un suolo). Si tratta, infatti, di un’indagine sulla legittimità della ritenuta integrante non una mera questione pregiudiziale, suscettibile di essere delibata incidentalmente, ma una causa tributaria avente carattere pregiudiziale, la quale deve essere definita con effetti di giudicato sostanziale dal giudice cui la relativa cognizione spetta ratione materiae", in litisconsorzio necessario con l'Amministrazione finanziaria. Conforme Cass. SS.UU. 26 giugno 2009, n. 15047 per la quale laddove il thema decidendum della controversia abbia ad oggetto la sussistenza e determinazione del quantum di una ritenuta tributaria deve dichiararsi la giurisdizione del giudice tributario. Cass. SS.UU. 15 novembre 2005 n. 23019 e 19 febbraio 2004 n. 3343. Contra Cass. SS.UU. 26 giugno 2009 n. 15031.
[62] Cass. SS.UU. 4 febbraio 2008 n. 2509. Conforme Cass. SS.UU. 11 febbraio 2003 n. 1995 avente ad oggetto l’azione di rivalsa per il pagamento dell'IVA tra appaltatore e committente; Cass. sez. trib. 14 maggio 2001 n. 208 in tema di rimborso di IVA da parte del consumatore finale nel confronti oltre che del cedente anche nei confronti dell’Amministrazione finanziaria.
[63] Cass. SS.UU. ord. 22 luglio 2002 n.10725 per la quale “qualora l'Amministrazione finanziaria abbia formalmente riconosciuto il diritto del contribuente al rimborso delle imposte e la quantificazione della somma dovuta, sì che non residuino questioni circa l'esistenza dell'obbligazione tributaria, il "quantum" del rimborso o la procedura con la quale lo stesso deve essere effettuato, non ricorrono i presupposti di applicabilità della riserva alla giurisdizione tributaria, di cui all'art. 2 d.lg. 31 dicembre 1992 n. 546, con conseguente esperibilità, da parte del contribuente, dell'ordinaria azione di ripetizione d'indebito oggettivo ex art. 2033 c.c. e devoluzione della controversia alla giurisdizione del giudice ordinario”; Cass. SS.UU. ord. 8 luglio 2005 n. 14332 per la quale “in mancanza di una decisione definitiva che contenga una condanna dell'Ente impositore al pagamento di somme dovute (della quale può chiedersi l'esecuzione in via civile ovvero l'ottemperanza), deve sempre attivarsi il procedimento di rimborso, contro il cui rifiuto può soltanto esperirsi la tutela dinanzi alle Commissioni tributarie”; Cass. SS.UU. 6 luglio 2004 n. 12352 per la quale “la controversia relativa al rifiuto di rimborso dell'Imposta comunale sugli immobili (ICI) è devoluta alla giurisdizione delle Commissioni Tributarie, ai sensi dell'art. 2, comma 1, lett. h), del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (nel testo originario, applicabile nella fattispecie "ratione temporis"), in relazione all'art. 19, comma 1, lett. g), del D.Lgs. 31 dicembre 1992 n. 546 medesimo, atteso che tale inderogabile regola non si applica nei soli casi in cui il credito del contribuente sia incontestato, per essere stato formalmente riconosciuto dall'ente impositore. Né rileva, in contrario, la motivazione del diniego (nella specie fondata sull'intervenuta decadenza triennale ex art. 13 del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504), poiché la giurisdizione tributaria è delineata unicamente dalla natura del rapporto e non dalla natura della problematica da affrontare per la sua definizione”.
[64] Cass. SS.UU. 22 gennaio 2003 n. 865; Cass. SS.UU. 20 maggio 2003 n. 7889; Cass. SS.UU. 15 luglio 2003 n. 11025.
[65] Cass.SS.UU. 18 maggio 2006 n. 11650; Cass. SS.UU. 30 ottobre 2008 n. 26013, che in applicazione dell’enunciato principio ha ritenuto la giurisdizione dell’AGO in una controversia avente ad oggetto la richiesta, avanzata da azienda operante nel settore elettrico ai propri dipendenti, di restituzione di quanto versato all’erario sulla base della bolletta elettrica per la quale i dipendenti medesimi, a noma del contratto di lavoro, erano esentati dal pagare ma avevano l’obbligo di versare le imposte.
[66] Cass. SS.UU. ord. 12 ottobre 2006 n. 3184.
[67] Cass.SS.UU. 17 aprile 2007 n. 12063, che nel caso esaminato afferma la giurisdizione del giudice ordinario, mentre rientra nella giurisdizione del giudice tributario la domanda di manleva avanzata dal concessionario nei confronti dell’Amministrazione finanziaria, in quanto in tale ultima controversia la debenza dell’IVA non costituisce un profilo incidentale, bensì l’oggetto principale del contendere.
[68] Si veda Corte Cost. 14 marzo 2008 n. 64.
[69] Min. Fin. Circ. n. 256/E/I/166089 del 3 novembre 1998.
[70] Cass. SS.UU. nn. 25551, 13902, 1611 del 2007; n. 14864 del 2006; n. 1239 del 2005; n. 5462
del 2004; Cass, SS.UU. 19 agosto 2003 n. 12167 per la quale “le controversie appartenevano alla giurisdizione ordinaria. In particolare, la Cassazione, dopo aver rilevato che il COSAP si applica in via alternativa al tributo denominato «tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche» (TOSAP), ha precisato che detto canone, da un lato, «è stato concepito dal legislatore come un quid ontologicamente diverso, sotto il profilo strettamente giuridico, dal tributo (Tosap) in luogo del quale può essere applicato» e, dall’altro, «risulta disegnato come corrispettivo di una concessione, reale o presunta (nel caso di occupazione abusiva), dell’uso esclusivo o speciale di beni pubblici”.
[71] Cass. SS.UU. 18 gennaio 2008 n. 968. Conforme Cass. SS.UU. 30 aprile 2008 n. 10826 in base alla quale “non rientra nella giurisdizione esclusiva delle commissioni tributarie, e spetta invece alla cognizione al giudice ordinario, la controversia con la quale il privato, adempiuto il debito d’imposta (nel caso di specie relativo all’ICI) non tempestivamente o integralmente versata, domandi il risarcimento dei danni subiti in sede di riscossione coattiva per aver dovuto corrispondere anche le somme pretese dal comune per l’assistenza legale allo stesso prestata da avvocati di cui l’ente pubblico si sia avvalso. Non invade l’ambito proprio della giustizia amministrativa la sentenza con cui il giudice di pace qualifichi come illegittima la condotta del comune che, in sede di riscossione coattiva dei tributi, si avvalga della assistenza di un legale ponendo poi a carico del contribuente le relative spese, e quindi condanni il comune al risarcimento del danno. È priva di qualunque supporto normativo la pretesa del Comune volta ad ottenere il rimborso delle spese legali affrontate per una procedura di riscossione coattiva di debiti fiscali”. Cass. SS.UU. 16 aprile 2007, n. 8958 per la quale “compete al giudice ordinario valutare se l'illegittima richiesta di un tributo non dovuto abbia determinato danni patrimoniali e non patrimoniali risarcibili” (nel caso di specie l'Amministrazione era stata condannata al ristoro delle spese sostenute dal contribuente per l'iscrizione ipotecaria a garanzia del presunto credito tributario).
[72] Cass. SS.UU. 31 marzo 2008 n. 8279; Conforme Cass. SS.UU. 19 novembre 2007 n. 23832 e ordinanza 25 maggio 2005 n. 10958.
[73] Cass. SS.UU. 8 luglio 2003 n. 10733.
[74] CTR Roma 17 ottobre 2006 n. 315.
[75] Cass. sez. trib. 20 ottobre 2006 n. 22514.
[76] Cass. SS.UU. 1 marzo 2002 n. 3030.
[77] Cons. di Stato 30 settembre 2004 n. 6353.
[78] T.A.R. Basilicata 12 luglio 2007, n. 498, nella specie il Garante del Contribuente in Basilicata con il provvedimento definitivo del 21.6.2004, impugnato con il presente ricorso, ai sensi dell'art. 13, comma 6, l. n. 212/2000 ha esercitato il potere di attivazione delle procedure di autotutela, il quale non si riferisce al rapporto contribuente-Amministrazione Finanziaria di competenza del Giudice Tributario (né si riferisce alla fase di esecuzione forzata, successiva all'emissione della cartella di pagamento, la quale ai sensi dell'art. 2, comma 1, seconda frase, d.lgs. n. 546/1992 spetta alla cognizione del Giudice Ordinario), ma costituisce una diretta ed unilaterale interferenza e/o intromissione sull'esercizio in generale dell'attività della società ricorrente e sul potere di autonomia organizzativa del concessionario. Infatti, il vigente ordinamento giuridico non prevede espressamente l'obbligo dell'Amministrazione finanziaria o dei concessionari della riscossione di emanare i provvedimenti di autotutela richiesti dal Garante del Contribuente o di adeguarsi alle decisioni da questo assunte, con la conseguenza che gli atti di tale organo non sono vincolanti e perciò non producono nemmeno effetti lesivi, ma costituiscono soltanto atti di sollecito, dai quali tutt'al più può derivare soltanto un obbligo di rispondere all'istanza di autotutela e/o di riesaminare la pratica, presentata dal contribuente.
[79] Cass. SS.UU. ord. 3 aprile 2007 n. 8957; Cass. SS.UU. 7 maggio 2003 n. 6956; Cass. SS.UU. 11 luglio 2006 n. 15658; Cass. SS.UU. 29 maggio 2003 n. 8580; Cass. SS.UU. 10 aprile 1999 n. 237.
[80] Cass. sez. trib. 5 agosto 2002 n. 11676; Cass. sez. trib. 29 aprile 2003 n. 6631; Cass. sez. trib. 23 maggio 2003 n. 8130.
[81] Cass. sez. trib. 21 novembre 2002 n. 8130.
[82].Cass. SS.UU. 13 giugno 2002 n. 16156. Contra Cass. SS.UU 27 febbraio 2003 n. 6631.
[83] Cass. sez. trib. 20 febbraio 2003 n. 2354.
[84] Cass. sez. trib. 28 luglio 2003 n. 11610.
[85] Cass. SS.UU. 2 marzo 2006 n. 6224. Conforme Cass. SS.UU. 20 settembre 2006 n. 20318; Cass. SS.UU. 25 gennaio 2007 n. 1616 in base alla quale “la controversia che abbia ad oggetto un atto amministrativo generale, presupposto dell'accertamento e della determinazione in concreto del tributo, ove esso sia integrativo del precetto legislativo (ciò essendo consentito dalla natura non assoluta della riserva di legge in materia tributaria), esula dalla giurisdizione delle Commissioni tributarie (e ricade nella giurisdizione amministrativa), poiché il cui potere di annullamento dei giudici tributari riguarda, anche dopo la riforma del 2001, soltanto gli atti indicati dall'art. 19 del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, e non si estende agli atti amministrativi generali, dei quali l'art. 7 del medesimo decreto legislativo consente soltanto la disapplicazione. Né il fatto che questa Corte, da una parte, non possa esercitare la funzione di nomofilachia rispetto alle sentenze del Consiglio di Stato (in tema di annullamento degli atti generali amministrativi di valenza tributaria) mentre, dall'altra, possa esercitare detta funzione rispetto ai singoli rapporti tributari, è in contrasto con il parametro di cui all'art. 3 della Costituzione in quanto i limiti di intervento di questa Corte rispetto alle sentenze del Consiglio di Stato sono espressamente tracciati dall'art. 111, comma 8, della Costituzione ("per soli motivi inerenti alla giurisdizione"), sul presupposto della diversa tutela accordata agli interessi legittimi rispetto ai diritti soggettivi ex art. 113 della Costituzione. Non incorre in eccesso di potere giurisdizionale la sentenza del Consiglio di Stato che constati come la legislazione vigente non consenta ai comuni di fissare aliquote diverse dell'Ici per le singole tipologie di immobili destinati ad usi non abitativi e quindi dichiari illegittima le discriminazioni all'interno della stessa categoria catastale, a danno della centrale termoelettrica dell'E. società per azioni. L'opera del giudice amministrativo si è esaurita nell'interpretazione delle norme di diritto che disciplinano il potere di stabilire l'aliquota Ici, senza alcuno straripamento giurisdizionale”; Cass. SS.UU. 27 luglio 1998, n. 7350 che con riguardo alla delibera di determinazione dell'aliquota dell'imposta comunale sugli immobili (nella misura, in specie, del sei per mille) ha stabilito che si sottrae al sindacato delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione la decisione del Consiglio di Stato di annullamento di detta delibera, a seguito di negativo riscontro della sua legittimità, per essere la detta determinazione fondata non sulla presenza di un fabbisogno economico-finanziario predeterminato ed emergente alla data di approvazione del bilancio comunale di previsione, bensì con riguardo ad un fabbisogno futuro ancora in fase di studio, trattandosi di interpretazione della normativa vigente in materia non sindacabile in sede di giudizio sulla giurisdizione ex art. 362 del codice di procedura civile, e non di pronuncia travalicante nella sfera del merito, sostitutiva delle determinazioni dell'Amministrazione.
[86] Cass. SS.UU. 10 maggio 2002 n. 6737.
[87] Ai sensi dell'art. 324 c.p.c., si intende passata in giudicato la sentenza che non è più soggetta nè a regolamento di competenza, nè ad appello, ne` a ricorso per cassazione, ne` a revocazione per i motivi di cui ai numeri 4 e 5 dell'art. 395 c.p.c..
[88] Cass. SS.UU. 9 ottobre 2008 n. 24883.
[89] Cass. SS.UU. 19 agosto 2002 n. 12246.
[90] Corte Cost ord. 1 luglio 2002 n. 322.
[91] Cass. SS.UU. 5 luglio 2004 n. 12307; Cons. di Stato ord. 5 luglio 2004 n. 12307.
[92] Cass. SS.UU. 22 febbraio 2007 n. 4109. Si veda anche Corte Cost. n. 77 del 2007 per la quale “il Giudice delle leggi, partendo dai principi costituzionali dell’effettività della tutela e del giusto processo ex art. 24 e 111 Cost., ha dichiarato incostituzionale l’art. 30 l.1034/1971 (istitutiva dei TAR) nella parte in cui non prevede che gli effetti, sostanziali e processuali, prodotti dalla domanda proposta a giudice privo di giurisdizione si conservino, a seguito di declinatoria di giurisdizione, nel processo proseguito davanti al giudice munito di giurisdizione”. Cons. di Stato sez. 4, Sent. 18 gennaio 2008 n. 1059, per cui “l’affermazione del principio della translatio iudici davanti a un giudice di un diverso ordine, ha fortemente assimilato il difetto di giurisdizione a quello di competenza”.
[93] Si veda Circ. n. 56/E del 24 settembre 2008 Agenzia delle Entrate – Dir. normativa e contenzioso Sanzioni amministrative per l’utilizzo di lavoratori irregolari – Modifiche normative e giurisprudenza della Corte costituzionale.

References: art. 19
 art. 3
 art. 3
 art. 3
 art. 2
 art. 7
 sentenza 
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 62
 art. 58
 art. 49
 sentenza 
 art. 19
 art. 13
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 238
 art. 1
 Cass. 
 sentenza 
 art. 14
 sentenza 
 sentenza 
 art. 23
 sentenza 
 art. 1224
 art. 2043
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. Sez. 
 art. 57
 art. 18
 art. 19
 art. 50
 sentenza 
 art. 27
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 art. 365
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
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 Cass. sez. 
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 Cass. Sez. 
 art. 49
 art. 238
 art. 268
 art. 21
 art. 49
 art. 270
 art. 62
 art. 49
 art. 4
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 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. 
 Cass. sez. 
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 113
 sentenza 
 Cass. 
 art. 362
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 24