Source: https://issuu.com/poliziapenitenziaria/docs/2018_02_258
Timestamp: 2018-07-20 00:48:03+00:00

Document:
2018 02 258 by Polizia Penitenziaria - Issuu
anno XXV • n.258 • febbraio 2018
Quando un testo è vecchio non si cambiano solo alcune pagine...
un vecchio libro di Ordinamento Penitenziario
04 EDITORIALE Rinnovo del contratto: Perchè giusto firmare di Donato Capece
05 IL PULPITO Non si possono cambiare solo alcune pagine dell’Ordinamento Penitenziario... di Giovanni Battista de Blasis
06 IL COMMENTO Cresce la fiducia dell’opinione pubblica per il ruolo istituzionale della Polizia Penitenziaria di Roberto Martinelli
08 L’OSSERVATORIO POLITICO Abbiamo messo insieme la teoria e la pratica... di Giovanni Battista Durante
10 CRIMINOLOGIA Il concetto criminologico di “Femminiello’ di Roberto Thomas
anno XXV • n.258 • febbraio 2018 12 DIRITTO E DIRITTI
16 LO SPORT Pattinaggio su ghiaccio: Charlène Guignard e Marco Fabbri di Lady Oscar
18 MA CHI SIAMO Accadde al Penitenziario di Chiara Sonia Amodeo
19 GIUSTIZIA MINORILE Giustizia Minorile, bullismo e baby gang di Ciro Borrelli
20 CINEMA DIETRO LE SBARRE Brawl in cell block 99 - Nessuno può fermarmi a cura di G. B. de Blasis
21 MONDO PENITENZIARIO
Le garanzie costituzionali per le perquisizioni personali di Giovanni Passaro
Perchè tanta indignazione per le modifiche al 4-bis chieste dalla Direzione Antimafia? di Federico Olivo Lavoro e famiglia: problematiche workaholism di Francesco Campobasso
24 CRIMINI & CRIMINALI Una famiglia sparita nel nulla di Pasquale Salemme
26 SICUREZZA SUL LAVORO Le norme tecniche, le buone prassi e... di Luca Ripa
28 GIUSTIZIA La Giustizia riparativa di Gennaro Nelson Esposito
30 FORMAZIONE AESP Criminologia e prevenzione
Cod. ISSN: 2421-1273 • web ISSN: 2421-2121 Stampa: Romana Editrice s.r.l. Via dell’Enopolio, 37 - 00030 S. Cesareo (Roma) Finito di stampare: febbraio 2018 Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 3
Nella foto: ﬁrma di una atto
eglio prendere subito quello che è disponibile che rimanere nell’incertezza di più lauti guadagni di là a venire. Giovedì 25 gennaio, alla Funzione Pubblica, abbiamo preso consapevolezza che i margini della trattativa sulla parte economica del contratto erano esauriti. I vincoli imposti dagli stanziamenti della legge di bilancio e i paletti messi dalle direttive tecniche della relazione finanziaria hanno finito per circoscrivere i margini di manovra, fino a ridurli al lumicino. Pertanto, nell’interesse di tutti i colleghi abbiamo deciso di riporre nel cassetto il libro dei sogni per chiudere al più presto la trattativa. A nostro avviso, cercare ancora di allungare i tempi nella speranza di ottenere ulteriori stanziamenti era ormai velleitario, ancorché dannoso per il risultato finale. Gli eventuali sforzi possono e debbono essere semmai concentrati sulla prossima legge finanziaria laddove dovranno essere appostati gli stanziamenti per il prossimo imminente rinnovo 2019-2021. Del resto, la principale richiesta avanzata dalle organizzazioni sindacali e dai COCER circa la scelta di impiegare la maggior parte delle risorse sulla parte fissa della retribuzione è stata accolta. Il novanta per cento delle risorse andranno destinate in tal modo. Così, all’una di notte, a distanza di nove anni dall’ultima volta, è stato siglato l’accordo per il rinnovo della parte economica del contratto di lavoro delle forze di polizia, per il triennio 2016-2018. Malgrado l’ora tarda, era presente l’intera delegazione governativa: il Ministro dell’Interno Minniti, il Ministro della Difesa Pinotti, il Ministro della Giustizia Orlando, il Ministro della Funzione Pubblica Madia, i Sottosegretari di Stato Baretta per il MEF, Ferri per la Giustizia e Rughetti per la Funzione Pubblica. Al loro fianco i vertici di tutte le Amministrazioni. Per la definizione della parte economica, il Sappe ha ritenuto prioritario rendere subito disponibili i soldi per i colleghi, considerato che ulteriori risorse potranno essere previste solo con la nuova legge di stabilità del 2019. La firma dell’accordo per la sola parte economica farà si che già dallo stipendio del prossimo mese di marzo potrebbero arrivare i soldi nelle tasche di tutti i colleghi. Il rinnovo di questo contratto, che per la prima volta vede la vacanza contrattuale aggiunta e non inglobata nell’aumento complessivo, rappresenta l'ultima tappa di un percorso che prevedeva sblocco del tetto salariale, riordino e contratto che ha portato all’Agente un incremento stipendiale superiore ai 100 euro netti, oltre i benefici previdenziali e
4 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
sulla buonuscita che il bonus degli 80 euro non poteva garantire. Infatti, se si fa un raffronto tra le buste paga di settembre 2017 e gennaio 2018 (con l'applicazione dei benefici contrattuali in aggiunta a quelli del riordino compresa la decontribuzione sino ai 28.000 euro di retribuzione lorda complessiva) si potrà verificare che l'Agente riceverà un aumento ben oltre i 100 euro netti. E le nuove misure stipendiali avranno effetto sulla tredicesima mensilità, sul trattamento ordinario di quiescenza, ordinario e privilegiato, sull’indennità di buonuscita, sull’assegno alimentare per il dipendente sospeso, sull’equo indennizzo, sulle ritenute previdenziali e assistenziali e relativi contributi, compresi la ritenuta in conto entrata Inps, o altre analoghe, e i contributi di riscatto. A tutto questo vanno aggiunti gli arretrati per gli anni 2016 e 2017 che ammontano a circa 500 euro netti. Tutti i benefici economici saranno corrisposti anche al personale andato in pensione nel 2016 e nel 2017, nella misura di un dodicesimo per ogni mese lavorato prima della cessazione dal servizio. E già dai giorni immediatamente successivi all’insediamento del nuovo Governo inizieremo a discutere degli stanziamenti per il prossimo contratto per il triennio 2019-2021 da introdurre nella prossima legge di stabilità. E, comunque, da gennaio 2019 scatterà la nuova vacanza contrattuale. Nessuno di noi ha mai dimenticato lo scippo dei 780 milioni di euro che avevamo accumulato per il riordino delle carriere, requisiti da Tremonti perché non spesi né impegnati. E, pur tuttavia, oggi abbiamo dovuto subire i piagnistei di chi “non voleva firmare ma ha dovuto farlo per forza...”. Pretestuose e strumentali le giustificazioni di costoro circa il fatto che la mancata firma li avrebbe lasciati fuori dalle procedure successive all'intesa definita. Per tutto il 2017, infatti, avrebbero goduto ancora delle prerogative dello scorso contratto, senza esclusione su ciò che si sta facendo o discutendo ora. Per le procedure nuove comunque non sarebbero stati esclusi atteso che il prossimo gennaio si aprono le nuove trattative contrattuali che, qualora sottoscritte, danno diritto a partecipare a tutte le fasi conseguenti al contratto, compresa la definizione del nuovo ANQ. Abbiamo il sospetto, invece, che le motivazioni di costoro siano state squisitamente politiche tant’è che qualche candidatura eccellente alle elezioni ha chiarito definitivamente la questione. Ecco perché noi abbiamo detto: Pochi, maledetti e subito! F
Non si possono cambiare solo alcune pagine dell’Ordinamento Penitenziario... E’ necessaria una riforma strutturale del diritto, della procedura e dell’esecuzione penale
uando si parla di carcere c’è sempre il rischio di essere condizionati da singoli eventi o da specifiche questioni che, indubbiamente, rendono più interessante il dibattito sull’esecuzione penale. E pur tuttavia, certi temi non dovrebbero mai essere affrontati sull’onda dell’emozione, sottovalutando la complessità del carcere a discapito della sistematicità che dovrebbe caratterizzare eventuali interventi. Di certo, il comun denominatore dell’esecuzione penale italiana è il sovraffollamento delle strutture. In questo momento registriamo un eccesso di presenze di circa diecimila detenuti rispetto alla capienza regolamentare degli istituti penitenziari. La prima conseguenza del sovraffollamento è senza dubbio la significativa riduzione dello spazio disponibile all’interno della camera detentiva tanto che, talvolta, risulta impossibile per i detenuti stare in piedi tutti contemporaneamente nella superficie non occupata dalle brande; in pratica non si può scrivere, leggere o guardare la televisione in un luogo diverso dal letto. In secondo luogo, alla riduzione degli spazi consegue una maggiore promiscuità ed un rischio più alto di conflittualità tra gli occupanti della camera detentiva. Quindi, decresce la capacità di risposta del mondo penitenziario alle istanze dei detenuti e, da ultimo, diminuisce l’assistenza sanitaria. Per altro verso, il sovraffollamento comporta l’aumento dei carichi di lavoro per la Polizia Penitenziaria, con inevitabile riduzione dei normali meccanismi di controllo e conseguenti riflessi sul piano della sicurezza, con
aumento del rischio, già di per sé presente, di traffici illegali all’interno del carcere, anche connessi all’uso di stupefacenti. Ovviamente, l’aumento dei carichi di lavoro per il personale influisce, inoltre, sulla qualità del feed back necessario per la conoscenza approfondita dei detenuti a discapito della qualità dell’osservazione. Il sovraffollamento, infine, impedisce all’amministrazione di tenere separati i detenuti in base alla loro posizione giuridica, anche per il numero molto alto di quelli in attesa di giudizio e di quelli condannati a pene molto brevi. Altra caratteristica negativa dell’esecuzione penale del nostro Paese è quella relativa al flusso in entrata ed in uscita e ai periodi di permanenza in carcere. Ogni giorno, infatti, entrano ed escono centinaia di persone dagli istituti penitenziari... un movimento frenetico che comporta uno enorme stress del sistema soprattutto in una fase, quella dell’accoglienza, che è la più delicata e la più difficile da gestire. E questa situazione è resa ancora più difficile dal fatto che la popolazione detenuta è in gran parte costituita da stranieri, tossicodipendenti e da persone con problemi mentali. Reclusi con problemi mentali, spesso connessi alle dipendenze, che avrebbero bisogno di una assistenza psichiatrica costante e più incisiva. Esaminando la tipologia dei detenuti che fanno ingresso in carcere e analizzando i reati di cui sono accusati possiamo sostenere che il sistema
della repressione penale colpisce prevalentemente criminalità organizzata e fasce deboli della popolazione, quasi come se il carcere fosse lo strumento per risolvere (?) problemi che la società non è in grado di affrontare altrimenti. Se il carcere continua soltanto a raccogliere ed emarginare il disagio sociale, lo Stato non risolverà mai i
problemi che sono all’origine del fenomeno. Non si può risolvere il problema se ci si limita a nascondere in carcere l’effetto che produce. Andrebbe ripensato il sistema penale e, di conseguenza, l’esecuzione penale separando i fatti ritenuti di un disvalore sociale di tale gravità da imporre la misura estrema della detenzione da quelli, pur sempre di rilevanza penale, per i quali non è necessario il carcere (ipotizzando magari sanzioni diverse). Qualsiasi tipo di riforma, però, non può non tenere conto della permanenza brevissima (inferiore a 10 giorni) di quasi la metà dei detenuti che fanno ingresso dalla libertà perché colpiti da custodia cautelare. Ed è, anche, opportuno ricordare che decine di migliaia di detenuti sono in attesa di giudizio e altrettanti
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 5
Nella foto: l’immagine di copertina
rimangono in carcere non più di 48 ore, ovvero il tempo necessario all’udienza di convalida dell’arresto, per poi essere rimessi in libertà. Si tratta del fenomeno delle porte girevoli che causa un notevole aggravio di lavoro per il personale della Polizia Penitenziaria. Da tenere in considerazione, infine, che il sovraffollamento permane nonostante tutti gli interventi normativi (sempre emergenziali e sempre circoscritti a un singolo problema) che hanno sostanzialmente inciso sulla riduzione degli ingressi in carcere. E nonostante indulti ed indultini. Ciò sta a significare, inequivocabilmente, che gli interventi estemporanei a puro scopo deflattivo, le riforme parziali e tutti quegli altri provvedimenti di carattere emotivo non servono a nulla se non a rassicurare le coscienze delle anime belle o a procacciare proseliti a chi mercifica il disagio pro domo sua. Se ci deve essere una riforma dell’ordinamento penitenziario (ed io ne sono fermamente convinto) deve essere una Riforma con la “R” maiuscola. Non una riforma discussa su tanti tavoli. Non una riforma frammentata in tanti decreti attuativi. Un Riforma complessiva, a tutto tondo... come quella del 1975. E, soprattutto, una Riforma che non può prescindere dal riordinare e riorganizzare anche il Corpo di Polizia Penitenziaria che, oggi come oggi, è quello che fa le spese della crisi del sistema. Insomma, non si possono cambiare solo alcune pagine dell’Ordinamento Penitenziario (magari solo quelle che fanno comodo a qualcuno/a) ma è necessaria una riforma strutturale del diritto, della procedura e dell’esecuzione penale. F
è una lenta risalita sul livello di fiducia che gli italiani rivolgono alle Istituzioni del Paese: i giudizi positivi continuano a convergere su Forze di polizia, Difesa e Intelligence, Volontariato e Protezione civile. Dalla rilevazione Eurispes 2018 sul livello di fiducia nelle Istituzioni nel loro complesso emerge, rispetto allo scorso anno, un incremento dei cittadini che esprimono un aumento di fiducia dal 7,7% del 2017 all’attuale 13% (erano solo il 2,4% nel 2015). Allo stesso tempo, diminuiscono coloro che indicano una fiducia in calo: dal 42,8% al 34,4%. Il Governo ha ottenuto gradimento presso un italiano su cinque (21,5%). I consensi nei confronti del Parlamento arrivano al 22,3%, gli sfiduciati sono il 20% in meno rispetto al 2013. Cresce anche la fiducia nella Magistratura (+5,8), ma il tasso dei consensi non supera il 40%. Il sentimento di affezione nei confronti
Il dato che più balza agli occhi (e che ci riempie di orgoglio) è l’aumento di consensi che ha riscosso la Polizia Penitenziaria, pari al 66,3%. Ossia un ragguardevole +15,4% di fiduciosi rispetto all’anno precedente. L’Arma dei Carabinieri raccoglie il 69,4% dei consensi nel 2018 (+10,8% rispetto al 2017), la Polizia di Stato il 66,7% (rispetto al 61,1% del 2017), la Guardia di Finanza il 68,5% (+8,6%). Dall’edizione 2018 del Rapporto Italia entra a far parte della rilevazione il Corpo dei Vigili del Fuoco, che conquista subito una posizione altissima nella graduatoria della fiducia (86,6%). L’Esercito Italiano passa dal 59,6% delle indicazioni di fiducia nel 2017 al 70,4% nel 2018, in maniera simile in termini di crescita si assestano i valori dell’Aereonautica (dal 61,4% del 2017 al 72,9% del 2018) e della Marina Militare (dal 62,1% al 72,1%). L’Intelligence raccoglie nel 2018 il 65,4% dei consensi.
nel Presidente della Repubblica, Mattarella, non ha subìto variazioni (44,5%, era il 44,1% nel 2017). Se letta attraversi i risultati in serie storica (2004-2018), l’indagine di quest’anno segnala una interessante complessiva crescita del clima di fiducia nelle Istituzioni. I dati mostrano una inversione di tendenza in senso positivo che interessa tutte le Istituzioni, ma la fiducia continua a concentrarsi con maggiore intensità sulle Forze di Polizia, sulle Forze Armate e sui Servizi di Intelligence o su alcune delle altre Istituzioni prese in considerazione come il Volontariato e la Protezione civile.
Tra le altre Istituzioni, aumenta la fiducia per le associazioni degli imprenditori (dal 29,4% del 2017 al 41,1% del 2018), le confessioni religiose diverse da quella cattolica (dal 19,1% al 28%), la Pubblica amministrazione (dal 23% al 32,3%), i sindacati (dal 28,6% al 40,2%), il Sistema sanitario (dal 52,9% al 61,2%), i partiti (dall’11,9% al 21,6%) e, in misura meno marcata, le associazioni di consumatori (+0,5%), la Chiesa cattolica (+2,4%), la Scuola (+2,6%); l’Università si attesta al 69,8%. Rimangono su valori molto elevati di consenso la Protezione civile (76,3%) e le Associazioni di volontariato (64,9%).
6 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
Cresce la fiducia dell’opinione pubblica per il ruolo istituzionale e sociale del Corpo di Polizia Penitenziaria Questi dati, ossia una ripresa ancorché lenta e faticosa di fiducia verso le Istituzioni del Paese, va positivamente contestualizzata visto l’analisi generale che il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, ha fatto da quanto emerge dal Rapporto Italia 2018: “La mancanza di responsabilità è diventata un elemento distintivo del vivere quotidiano ed il principale comune denominatore di una serie di vicende che hanno caratterizzato la vita pubblica italiana su diversi fronti. Una caduta del senso di responsabilità che dai piani alti della società si trasferisce a livello dei singoli soggetti rendendo sempre più difficile la tenuta degli stessi rapporti sociali e interpersonali”. E questo obbliga a riflettere su due questioni. La prima: continuare a parlare di “Sistema Paese” è ormai improprio. Sarebbe più corretto parlare di Sistema e di Paese in maniera distinta. Il Sistema è l’insieme delle reti e dei servizi pubblici e privati. Le strutture delle comunicazioni, i trasporti, la sanità, la scuola, la difesa, la giustizia, l’apparato burocratico-amministrativo centrale, regionale e periferico, le diverse autorità a livello territoriale e quindi la classe dirigente che lo amministra. Il Paese è fatto da noi: cittadini, utenti, consumatori, corpi intermedi, associazioni. La seconda riguarda le organizzazioni politiche e sindacali, le stesse rappresentanze di categoria che dovrebbero costituire il collegamento tra Paese e Sistema. Tuttavia, sempre più, esse tendono ad alimentare la separatezza e a farsi, a loro volta, Sistema. “Ora – ha proseguito Fara - il matrimonio si è sciolto e Sistema e Paese, separati in casa, convivono
faticosamente sotto lo stesso tetto, spesso guardandosi in cagnesco, diffidenti l’uno dell’altro, in un’atmosfera di freddezza, tra reciproci rimproveri”. Il Paese si sente deluso, tradito da un Sistema che non riesce più a garantire crescita, stabilità, sicurezza economica, prospettive per il futuro. Lo accusa di essere diventato autoreferenziale e di aver perso di vista la sua storica funzione: quella di guidarlo ed accudirlo, assicurando una sempre migliore qualità dei servizi. E, nello stesso tempo, di aver utilizzato la delega per rafforzare il proprio potere e i propri privilegi, disattendendo attese, bisogni e diritti. Viceversa, le accuse che il Sistema rivolge al Paese non sono meno forti: il Paese non riesce a rendersi conto di trovarsi di fronte a cambiamenti epocali che mettono in discussione le antiche certezze. Pretende il mantenimento di un welfare che non può più permettersi ed è troppo legato all’idea del posto, possibilmente fisso, piuttosto che del lavoro. È ricco e continua ad accumulare risparmi invece di investirli e fa di tutto per non pagare le tasse. Ha ricevuto in eredità un patrimonio che tutto il mondo ci invidia e non si cura di proteggerlo considerandolo res nullius. Devasta interi territori salvo poi chiedere al Sistema di provvedere, magari con l’ennesimo condono. Vuole che i propri figli siano istruiti ma disprezza e sottopaga gli insegnanti e ricorre al Tar quando gli stessi figli vengono bocciati. Produce quantità enormi di immondizia ma non si piega alla raccolta differenziata. Chiede un’amministrazione di qualità ma poi si lamenta se veramente
funziona, quando tocca i suoi interessi. Anche per questo, a mio avviso, è necessario puntare sempre di più sulla comunicazione istituzionale del Corpo di Polizia Penitenziaria. La comunicazione istituzionale rappresenta infatti un imprescindibile veicolo di trasmissione dei valori e dell'identità della Polizia Penitenziaria, nonché un indispensabile strumento di fidelizzazione con il cittadino. E il saper comunicare rafforza l’immagine dell’Istituzione. E’ un dato oggettivo che negli ultimi anni è cresciuta molto la comunicazione esterna (e interna)
della Polizia Penitenziaria, anche su spinta dei Sindacati (il SAPPE in testa) che hanno (giustamente) portato a conoscenza degli organi di informazione, e quindi dell’opinione pubblica, fatti ed eventi accaduti nel carcere, luogo chiuso per eccellenza. Comunicare non è informare. Letteralmente informare significa dare notizia, mettere a conoscenza di qualche fatto. L’informazione ha come oggetto una notizia, un fatto specifico. Mentre comunicare significa, sempre letteralmente, rendere comune, far conoscere, far sapere; per lo più riguardante cose non materiali: comunicare. pensieri, idee, sentimenti; comunicare la propria
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 7
Nella foto: L’attore Pino Insegno insieme a dei poliziotti penitenziari
IL COMMENTO scienza; comunicare il coraggio, il timore; dire qualcosa, confidare: Quindi anche divulgare, rendere noto ai più un modo completo di essere. Per questo il SAPPE ha da tempo sviluppato un programma di relazioni con gli operatori dell’informazione, e quindi con l’opinione pubblica, sempre più dettagliato e aderente alle esigenze, dove comunicazione interna ed esterna sono connesse e reciprocamente alimentate. Bisogna che la gente sappia quel che fanno ogni giorno in carcere le donne e gli uomini appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. Per questo l’impegno del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria,
Nella foto: poliziotte penitenziarie
il SAPPE, è sempre stato ed è quello di rendere il carcere una “casa di vetro”, cioè un luogo trasparente dove la società civile può e deve vederci “chiaro”, perché nulla abbiamo da nascondere ed anzi questo permetterà di far apprezzare il prezioso e fondamentale - ma ancora sconosciuto - lavoro svolto quotidianamente con professionalità, abnegazione e umanità dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria. Ed è per questo che ci conforta l’aumento di consensi che ha riscosso la Polizia penitenziaria tra la pubblica opinione, come è emerso nel Rapporto Italia 2018 di Eurispes. C’è ancora molto da fare. Ma siamo sulla strada buona... F
otrà sembrare irriverente scomodare colui che ha inventato la teoria della relatività per parlare delle cose di cui diremo in seguito, ma Albert Einstein lo si può citare anche come filosofo, come uomo di grande saggezza e cultura. D’altra parte, lui è riuscito a spiegare come funziona l’universo, senza vederlo. Noi, il più delle volte, non riusciamo a trovare una soluzione a ciò che vediamo tutti i giorni. Ormai anche il governo in carica, che rimarrà tale per la gestione ordinaria, ha terminato il suo mandato. E’ il terzo governo della XVII legislatura: dopo Letta e Renzi è toccato a Gentiloni, in carica dal 2016. Con la fine della legislatura e del governo Gentiloni finisce anche l’era
pensiero minoritaria, diventate classe dirigente, hanno messo in atto una serie di iniziative volte a stravolgere l’organizzazione delle carceri, l’esecuzione della pena ed il ruolo della polizia penitenziaria. L’input a questa deriva demagogica, da anni latente e spesso adeguatamente frenata da altre autorevoli formazioni di tutt’altro pensiero, è giunto dalla ormai famosa sentenza Torreggiani, con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, nel 2013, ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 3 dei diritti umani, per i trattamenti inumani e degradanti subiti dai ricorrenti, per essere stati costretti a vivere in spazi troppo stretti all’interno delle carceri italiane.
Orlando alla Giustizia. Un periodo nel corso del quale l’amministrazione penitenziaria ha continuato la sua deriva, guidata da dirigenti che hanno smarrito ogni utile ed efficace obiettivo. In questi ultimi anni, purtroppo, complice una certa disattenzione delle forze più reazionarie (il termine non mi piace molto, ma non ne trovo uno più appropriato per indicare coloro che si oppongono alle derive ideologiche e ideologizzanti, di quanti non riescono a vedere la realtà per com’è, ma per come vorrebbero che fosse, ovvero che tentano di trasformarla non per renderla migliore, ma solo per adeguarla al proprio credo ideologico), alcune figure che hanno sempre rappresentato una corrente di
Che la condizione delle carceri dell’epoca in cui furono proposti i ricorsi fosse indegna di un paese civile e giuridicamente avanzato come il nostro era evidente a chiunque conoscesse la situazione delle strutture penitenziarie dell’epoca. Come sindacato più volte citammo in vari interventi alcuni esempi, come quello di Napoli Poggioreale, dove c’erano oltre 2.900 detenuti; personalmente avevo visitato il carcere di Rimini, dove avevo visto convivere fino a 18/19 detenuti in un unico camerone, con i letti a castello. Una situazione sicuramente non più tollerabile e da modificare. Ci provò il governo Berlusconi, nella precedente legislatura, con il Piano carceri: furono stanziati circa 500 milioni di euro, per la costruzione di
8 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
Abbiamo messo insieme la teoria e la pratica: non c’è niente che funzioni... e nessuno sa il perché Albert Einstein nuove carceri e nuovi padiglioni detentivi, furono avviate alcune riforme dall’allora ministro della Giustizia Alfano, ma il piano carceri stentò a decollare e finì per non vedere mai la luce. Prevalse successivamente l’idea di cercare di far uscire più detenuti possibile, tra coloro che avevano un determinato residuo pena, ovvero venivano condannati ad una pena che consentiva di applicare le misure alternative. Fu introdotta anche la messa alla prova, istituto giuridico già previsto per i minori. Furono temporaneamente aumentati i giorni di liberazione anticipata, da 45 a 75 giorni a semestre. Queste iniziative consentirono a circa 14.000 detenuti di uscire dal carcere, facendo scendere le presenze al di sotto delle 54.000 unità, dalle precedenti 70.000 circa. Fu anche previsto un risarcimento di 8 euro al giorno per i detenuti che erano stati costretti a stare in spazi troppo stretti. L’amministrazione, per evitare ulteriori condanne, pensò di riorganizzare le carceri, aprendo le stanze e lasciando i detenuti liberi per almeno otto ore al giorno, all’interno delle sezioni detentive, ma pochi di questi svolgevano e svolgono attività lavorative, ricreative, sportive e corsi di formazione, propedeutici e funzionali al recupero sociale del condannato, fermo restando che le carceri continuano ad ospitare oltre il 30% di detenuti in attesa di giudizio. Molti reparti divennero delle vere e proprie Babeli di nazionalità, lingue, culture e profili criminali. Segno dell’evidente fallimento di questa organizzazione/disorganizzazione è la crescita degli eventi critici: nel 2016 ci sono stati 8586 gesti di autolesionismo, 64 decessi per cause
naturali, 39 suicidi, 1.011 tentativi di suicidio, nel 2017 i gesti di autolesionismo sono diventati 9.510, i decessi per cause naturali 78, i suicidi 48, i tentativi di suicidio 1.135. Tutto questo avveniva con la polizia penitenziaria sotto organico di circa 6.000 unità, istituti senza sistemi di videosorveglianza, di antintrusione e antiscavalcamento e dove c’erano spesso non funzionavano e ancora non funzionano. Tutto andava avanti e va avanti, però, perché l’ideologia dominante voleva così. Le linee guida della politica penitenziaria e dell’esecuzione della pena sono state affidate a teorici che forse potrebbero fare bene nelle aule scolastiche, ma che fanno molto male quando assumono incarichi di responsabilità gestionale ed amministrativa. Nell’alveo di questo pensiero si sono inseriti altri soggetti che, da sempre, teorizzano l’abolizione del 41 bis e del 4 bis, anche se il loro desiderio latente è l’abolizione del carcere, la liberalizzazione della droga. Tra questi ci sono anche quelli che sostengono che se succedono gli scontri di piazza è sempre e solo colpa della polizia, mai di coloro che aggrediscono la polizia, sfasciano le vetrine dei negozi e le macchine. Allora perché non fare delle riforme più strutturali, provando innanzitutto ad introdurre il reato di tortura, cosa avvenuta, provando a modificare il 4 bis, in modo da far uscire dal carcere più facilmente gente che si è macchiata di reati come pedopornografia, pornografia minorile, estorsione aggravata, rapina aggravata, provando ad introdurre l’affettività in carcere (sesso in carcere), così le detenute possono magari farsi mettere tutte incinta ed ottenere la sospensione della pena, gli
uomini e le donne che non hanno una compagna o un compagno possono sceglierli da qualche sito su internet. Hanno provato a fare tutto questo, pensando di costruire un carcere più umano, migliore. Cosa importa, poi, se i detenuti restano ad oziare tutto il giorno, commettendo spesso reati all’interno del carcere e non rispettando le regole. La dignità per alcuni passa attraverso la documentazione delle perquisizioni ordinarie che fa la Polizia Penitenziaria, senza sapere, forse, qual è la finalità di quei controlli e quali sono le difficoltà operative. Per 50 persone che vanno a colloquio si fanno almeno 100 perquisizioni, quando escono e quando rientrano, poi ci sono quelli che vanno al lavoro
e così via. Questi sono i cambiamenti che sono stati introdotti e che si volevano introdurre. Per il momento il decreto legislativo sulle riforme strutturali dell’ordinamento penitenziario è stato messo da parte. E’ prevalsa la ragione dei pratici rispetto ai teorici, agli ideologi, di coloro che sognano un mondo diverso, senza saper come costruirlo. Come diceva Einstein “La teoria è quando si sa tutto e niente funziona. La pratica è quando tutto funziona e nessuno sa il perché”. Noi abbiamo messo insieme la teoria e la pratica: non c’è niente che funzioni... e nessuno sa il perché. Se è così, lasciamo fare ai pratici, meglio non sapere e far funzionare le cose. F
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 9
Nelle foto: sopra Albert Einstein nell’altra pagina una sezione detentiva di un carcere
Roberto Thomas Docente del corso di formazione specialistico in criminologia minorile presso l’Università di Roma La Sapienza Già Magistrato minorile
uando ero giovane Sostituto Procuratore della Repubblica per i Minorenni di Venezia, i Carabinieri portarono alla mia presenza, per i provvedimenti di protezione minorile ai sensi dell’ articolo 403 Cod.Civ., un ragazzo napoletano di 15 anni che si prostituiva in un parco pubblico di Vicenza che aveva il viso smagrito con il rossetto tinto sulle labbra, due grandi anelli ai lobi delle orecchie e movenze marcatamente femminili.
Nella foto: una raﬃgurazione classica di eﬀemminati
Era molto spaurito ma, a seguito delle mie ripetute domande, improntate alla massima comprensione della sua situazione, si aprì e mi raccontò la sua tristissima personale vicenda. Era un adolescente scappato di casa da una famiglia emarginata culturalmente ed economicamente che abitava nei bassifondi della città partenopea. Era cresciuto in un ambiente famigliare criminogeno, in cui dominava la violenza del padre ubriacone. La madre e i due fratelli maggiorenni spacciavano sigarette di contrabbando e sostanze stupefacenti. La sua solitudine esistenziale era ritmata, dopo l’abbandono scolastico avvenuto fin dalle elementari, da periodiche fughe da casa con le quali era entrato in contatto con ambienti malavitosi che lo inducevano sovente all’uso della droga e alla prostituzione.
Quando gli chiesi come si potesse sinceramente giudicare, mi rispose in napoletano stretto “i song nu fmniello” (io sono un femminiello). In seguito, nella mia lunghisssima carriera di magistrato minorile, quasi quarantennale, ho avuto l’occasione di incontrare altre decine e decine di femminielli minorenni che si prostituivano, tutti con una storia famigliare tristissima alle spalle, ma quel primo incontro mi è sempre rimasto impresso nella memoria. Questo esempio concreto è utile per stabilire il concetto terminologico e criminologico di femminiello. Il Grande Dizionario Italiano dell'editore Hoepli, a cura di Aldo Gabrielli, lo definisce : “sostantivo maschile dialettale a Napoli, giovane effeminato omosessuale che si prostituisce”. Come si vede, la predetta nozione sottolinea la gioventù del soggetto, prevalentemente minorenne, che si prostituisce. Tale terminologia, nasce in Campania già nell'ottocento (ma il primo riferimento storico è di Giovanni Battista Della Porta nel 1586, nel suo libro Della fisionomia dell'uomo, Longanesi, Milano, 1971, pag. 813 ), riferendosi ad un maschio omosessuale con movenze espressive di natura femminile, spesso travestito da donna. Egli, generalmente, vive nei quartieri popolari napoletani dove viene considerato quasi come un portafortuna. Curzio Malaparte nel suo romanzo storico del 1949 “La pelle” , che narra dell'occupazione alleata in Italia durante la seconda guerra mondiale, descrive la “figliata dei femminielli” ove questi, simulando il travaglio di un parto, danno alla luce un figlio di pezza dalle forme falliche. In particolare la tradizione napoletana del termine “femminiello” si è
10 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
irradiata in tutta Italia, come può testimoniare la mia esperienza di magistrato minorile (quattro anni Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Venezia, dal 1977 al 1981, e poi dal 1985 al 2013 alla Procura minorile di Roma) dove ho avuto avuto molti casi di prostituti minorenni che erano denominati femminielli, ma a differenza della tradizione napoletana, non si travestivano generalmente, con abiti femminili. Fatta questa premessa a carattere criminologico, occorre valutare il connesso profilo giuridico di coloro che frequentano femminielli minori che si prostituiscono. Preliminarmente occorre rilevare che non esiste, allo stato, nel nostro ordinamento penale, uno specifico reato denominato pedofilia. E' bensì vero che l'art. 414 bis del codice penale (introdotto dall'art. 4 della legge 1 ottobre 2012 n. 172, che dava esecuzione alla Convenzione del Consiglio d'Europa di Lanzarote del 25 ottobre 2007 in tema di protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale) cita espressamente, nella sua rubrica, il termine pedofilia , prevedendo il reato di “istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia”. Testualmente in siffatto articolo, dopo la precitata rubrica, si legge : “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque con qualsiasi mezzo e qualsiasi forma di espressione, pubblicamente istiga a commettere , in danno di minorenni, uno o più delitti previsti dagli art. 600 bis (prostituzione minorile), 600 ter (pornografia minorile) e 600 quater (detenzione di materiale pornografico), anche se relativi al materiale pornografico di cui all'art. 600 quater1 (pornografia virtuale),
CRIMINOLOGIA 600 quinquies (iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile), 609 bis (violenza sessuale) , 609 quater (atti sessuali con minorenni inferiori ai quattordici anni, ovvero ai sedici anni, qualora trattasi dei loro genitori anche adottivi, dei tutori, ovvero degli affidatari per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia, ovvero di persone comunque conviventi) e 609 quinquies (corruzione di minorenni) è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni. Alla stessa pena soggiace chi pubblicamente fa apologia di uno o più delitti previsti dal primo comma. Non possono essere invocate, a propria scusa, ragioni o finalità di carattere artistico, letterario, storico o di costume”. Come si vede chiaramente dal precitato testo è la stessa norma che offre il contenuto concreto del significato del termine pedofilia con il riferimento ad una serie di tipologie di reato, con diversificati “nomina iuris”, tutte convergenti verso la specifica e prevalente tutela della integrità psicofisica di un soggetto minorenne e cioè di colui che abbia un'età inferiore ai diciotto anni. Così facendo la legge penale amplia espressamente il concetto di vittima di pedofilia che, nel gergo popolare prevalente, si riferiva esclusivamente a quella di un bimbo in tenerà età (secondo l'etimologia greca della parola in oggetto derivante da filìa, che significa amore e pais, che si traduce fanciullo) e veniva ad indicare l'insieme di pratiche fisiche e morali, di natura perversa, rivolte da adulti, spesso anziani, ai soggetti più fragili per la loro tenerà età. Di più si deve sottolineare che il reato di istigazione alla pedofilia, sempre contrastando il precitato orientamento della “vulgata”, può essere commesso anche da un minorenne che abbia compiuto i quattordici anni (limite minimo di età per l'imputabilità penale) nei confronti di un altro minorenne, paradossalmente anche se la vittima minorenne sia di età
maggiore del suo autore. Da tale considerazione ne consegue, necessariamente, che il concetto giuridico di pedofilo può essere attribuito anche ad una persona minorenne, allargando la nozione restrittiva che, per il passato, si riferiva solo agli adulti, per di più in età avanzata. La pedofilia tradizionale, invero, si sostanziava (e in parte ancora lo è) nell'adescamento per strada da parte dell'adulto (spesso anziano) che avvicinava un bambino non accompagnato fuori da scuola e gli offriva un passaggio in macchina verso casa, offrendogli, durante il percorso, dolci, denaro e solleticanti promesse di visioni private di filmini pornografici. Attualmente l'approccio del pedofilo (non particolarmente anziano, anzi, come si è detto, anche minorenne) si svolge prevalentemente attraverso la rete di internet (secondo i dati forniti da Telefono Arcobaleno esistono 71.806 siti nel mondo - di cui il 73% localizzati in Europa - che permettono siffatti contatti e secondo la F.B.I. Statunitense sarebbero oltre settecento cinquanta mila i soggetti che ogni anno incrementano il numero mondiale dei pedofili che approcciano i bambini via chat) in cui si ha maggiore sicurezza , sfruttando il suo anonimato, nel “trasformarsi” in un coetaneo dei minorenni contattati, sollecitandone la loro curiosità e vanità. Così, diventando preventivamente loro “amico”, sempre perseguendo l'ancòra nascosto obiettivo perverso, ne conquista la fiducia e, come in un gioco a scacchi, compie delle mosse di “avvicinamento”, richiedendo alle future vittime lo scambio di foto e video “spinti”, con cui lusingarle e, nel caso di rifiuto, ricattarle di riferire tutto ai genitori. Così i minori entrano nella spirale virtuale dell'assoggettamento psicologico al pedofilo, fino a che questo non venga scoperto dai genitori preoccupati del comportamento dei loro figlioli, o dagli stessi denunciato, quando abbia superato il limite della tollerabilità. Questa pedofilia virtuale
viene di per sé punita penalmente, dal citato art.600 quater 1 cod. pen. che riguarda tutte le vittime che non abbiano compiuto i diciotto anni. Però fa eccezione soltanto, per quanto riguarda la fascia di età della vittima che non deve essere superiore ai sedici anni, la previsione del reato di adescamento di minorenni ex art. 609 undecies cod. pen .che punisce con la reclusione da uno a tre anni, salvo che il fatto commesso non realizzi un più grave delitto, chiunque adesca un minore di anni sedici al fine di commettere i delitti di riduzione in schiavitù, di violenza sessuale, di prostituzione e pornografia minorile . Per adescamento il predetto articolo intende : “qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche
mediante l'utilizzo della rete internet o di altre reti o mezzi di comunicazione” . La precitata fattispecie del reato di adescamento di minorenni è nota anche come “child grooming” che significa letteralmente “accarezzare il pelo” del bambino - traslando al mondo umano il gesto che gli animali usano per motivi di affetto o, come succede per i gatti, a fine di igiene individuale – intendendosi indicare l'atteggiamento “flautato” del pedofilo per tentare di ottenere la fiducia del minore, vincendone le sue difese psicologiche, fiducia propedeutica alla realizzazione del suo turpe scopo principale che consiste nel commettere sul bambino, passando dal mondo virtuale a quello reale, il delitto di violenza sessuale (ex art. 609 bis cod. pen.) o di
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 11
Nella foto: femminielli napoletani
CRIMINOLOGIA prostituzione (art.600 bis cod. pen.) ovvero di atti sessuali con minorenne (ex art. 609 quater cod. pen.). Invero il pedofilo, sovente, non si accontenta del predetto “scacco matto” virtuale , ma vuole anche effettuarlo nella realtà, facendo l'ultima mossa con la richiesta realizzata di un appuntamento concreto di “conoscenza diretta”. E la vittima diventa aggiogata ai suoi desideri malefici, fino a quando , non riesce a trovare la forza di ribellarsi e di denunciare tutto. Insomma il delitto di adescamento di minorenni (beninteso fino ai sedici anni) si potrebbe quasi definire come un tentativo di pedofilia, un prodromo della medesima, che potrebbe, è questo il nostro augurio, non debordare necessariamente in quello
Nella foto: l’attore Alessandro Di Sanzo in una scena del ﬁlm “Mary per sempre”
di atti di pedofilia consumata alla quale si riferiscono le violazioni già citate di cui agli artt.600 bis, 600 ter, 600 quater, 600 quater 1 cod. pen. , 600 quinquies, 609 bis, 609 quater e 609 quinquies del codice penale. L'autore della pedofilia possiede spesso un disturbo di natura psichiatrica, che rientra in quelli definiti parafiliaci nel Mauale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) 5 dell'Associazione Psichiatri Americani (APA) del 2013, che lo delinea come un interesse sessuale per i minori, dovuto ad una distorsione del loro comportamento sessuale per un vissuto “problematico”. Contro la pedofilia a mezzo Internet la legge n. 38 del 2006 ha previsto l'istituzione presso il servizio di polizia postale delle telecomunicazioni del Ministero dell'Interno di un Centro Nazionale per il contrasto della
pedopornografia sulla rete Internet, che ha la funzione di raccogliere ogni informazione sui siti che diffondono materiale pedopornografico, provvedendo anche al loro oscuramento, oltre che alla identificazione dei loro gestori. Di più è stato anche costituito presso il Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, l'Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia minorile (ai sensi del Decreto Ministeriale Politiche per la famiglia 30 ottobre 2007 n. 240 ), con funzioni di monitoraggio dell'attività di prevenzione e repressione dei fenomeni di pedofilia mediante l'elaborazione di una banca dati. Tutto ciò premesso occorre ora rispondere al quesito se colui che inneggia ad avere rapporti intimi con il cosiddetto femminiello possa essere legittimamente considerato un pedofilo. Da quanto precede emerge la necessaria connessione fra la figura del femminiello e la pedofilia. Invero, essendo egli un ragazzo giovanissimo, quasi sempre minorenne , necessariamente, colui che si accompagna con lui intimamente, o comunque istiga o fa l'apologia di frequentare intimamente i femminielli, deve essere correttamente definito, sotto un profilo giuridico, quale pedofilo per tutto quello che si è scritto in precedenza in questa nota. A nulla possano ostare le eventuali giustificazioni per eventuali “ragioni o finalità di carattere artistico, letterario, storico o di costume”, come recita l'art. 414 bis, terzo comma, cod. pen.. Ne consegue necessariamente che non sussiste il delitto di diffamazione per chi definisca pedofilo una persona che “frequenta” o istiga , ovvero fa l'apologia alla loro “frequentazione”, dei femminielli, in quanto la sua reputazione (sintesi di onore e decoro) corrisponde esattamente ai requisiti di legge, sopra ampiamente descritti, richiesti per la definizione di pedofilia, a cui siffatta reputazione, purtroppo in senso negativo, si adegua perfettamente. F
12 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
a libertà della persona, intesa come valore della persona, costituisce il fondamento logico e giuridico per l’esercizio di tutte le altre libertà garantite dalla Costituzione Italiana e rappresenta la conditio sine qua non affinché l’individuo possa godere dell’autonomia ed indipendenza imprescindibili per esercitare ogni altro diritto di libertà. Lo Stato operosamente si attiva a "...rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini...", così da permettere loro "...il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art. 3, secondo comma, Cost.). Ne consegue, in claris non fit interpretatio che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (art. 3, primo comma, Cost). L’articolo 13 della Costituzione italiana, è il più importante dei diritti inviolabili, il primo articolo, dopo i dodici relativi ai principi fondamentali, che apre la parte relativa ai diritti e doveri dei cittadini, disciplina il diritto insormontabile dell’inviolabilità della libertà personale (non è ammessa la detenzione, l’ispezione o perquisizione personale, se non per atto motivato dalla legge), è anche la principale libertà negativa riconosciuta sia ai cittadini che agli stranieri e agli apolidi in quanto presenta un carattere universale e afferisce all’essere umano e alla piena disponibilità della propria persona, a prescindere della sua nazionalità e da qualsiasi altro elemento di discriminazione. Consiste nel diritto del singolo a non subire coercizioni, restrizioni fisiche e arresti, che ne impediscano o limitino i movimenti e le azioni sancendo, così, l’inviolabilità
Le garanzie costituzionali per le perquisizioni personali della persona (habeas corpus). Soprattutto con riferimento all’universalità di questo primario e fondamentale diritto occorre tener presente, oltre che della disciplina della Costituzione, di norme internazionali e sovranazionali fra cui xsi ricorda: l’art. 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1998); l’art. 9 del Patto internazionale dei diritti civili (1966); gli artt. 3 e 5 Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU); l’art. 6 TUE e 6 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Il nucleo essenziale quindi è la libertà fisica “così appronta una tutela che è centrale nel disegno costituzionale, avendo ad oggetto un diritto inviolabile, quello della libertà personale, rientrante tra i valori supremi, quale indefettibile nucleo essenziale dell'individuo, non diversamente dal contiguo e strettamente connesso diritto alla vita ed all'integrità fisica, con il quale concorre a costituire la matrice prima di ogni altro diritto, costituzionalmente protetto, della persona”. Essendo questo diritto inviolabile, lo Stato lo deve riconoscere come tale, difatti l'art. 13 Cost. non enuncia la libertà personale in modo generico, ma garantisce una duplice riserva di legge e di giurisdizione, consentendosi all'autorità di pubblica sicurezza di ricorrere a tale misura soltanto nei casi di necessità ed urgenza e con provvedimento provvisorio, che deve essere convalidato dall'Autorità Giudiziaria, entro il termine massimo di novantasei ore: la riserva di legge, secondo cui esclusivamente il potere legislativo può stabilire casi e modalità con cui è possibile limitare la libertà personale del cittadino; la riserva di
giurisdizione, secondo la quale solo il giudice è legittimato ad emettere provvedimenti limitativi della libertà personale; la motivazione dei provvedimenti, secondo la quale l’ordinanza del giudice deve indicare in modo soddisfacente i motivi che l’hanno portato a limitare il soggetto della libertà personale. In particolare, i limiti sono definiti con l'efficacia di impedire agli altri poteri dello Stato di agire contro la libertà altrui, chiunque esso sia, per ragioni politiche o interessi personali. Per di più, appare importante evidenziare che la parola libertà deve essere interpretata sia come libertà fisica ovvero diritto alla vita, alla salute, all’integrità fisica, sia come libertà morale o meglio diritto di manifestare il proprio pensiero o la propria idea religiosa. Nella prassi giurisprudenziale, però, si è avuto un ampliamento della nozione di libertà personale. Non solo garanzia dagli arresti ma anche dalle altre forme di limitazione fisica dell'individuo come la detenzione, l'ispezione e la perquisizione personale. Inoltre, è punita ogni forma di violenza sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà (comma 3, art. 13 Cost. divieto esplicito di praticare qualunque forma di tortura). L’ambito in cui la polizia giudiziaria può procedere a perquisizione, cioè il limite in cui tale attività può essere legittimamente compiuta è chiaramente definito dalla norma, la quale prevede che la perquisizione può essere eseguita, oltre che nell’ambito di operazioni di polizia e al solo fine di accertare l’eventuale possesso di armi, esplosivi e strumenti di effrazione, in determinate circostanze previamente indicate e in situazioni eccezionali connotate da urgenza e necessità indicate
tassativamente dalla legge, quando non è possibile richiedere ed ottenere tempestivamente un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria, cui compete la successiva verifica della sussistenza delle condizioni di legge per l’espletamento dell’atto entro le quarantotto ore successive. In caso di mancata convalida i provvedimenti in questione si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.
Il soggetto che subisce la perquisizione può, inoltre, fare ricorso ai rimedi giurisdizionali previsti dalla legge. Un aspetto fondamentale che emerge nella perquisizione personale è l’accesso alla sfera fisica dell’individuo finalizzato a scopi di giustizia e quindi non contra legem, purché esso sia eseguito in maniera non lesiva del decoro e della dignità della persona, evitando cioè di infliggere umiliazioni o sofferenze in grado di lederne l’incolumità fisica. Discorso a parte merita la previsione normativa contenuta nell'art. 34 della Legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'Ordinamento Penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della liberta), che disciplina le perquisizioni personali nei confronti dei detenuti e degli internati, ovvero, soggetti in vinculis, stabilendo che
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 13
Nella foto: perquisizione personale
esse possono essere effettuate "per motivi di sicurezza" (primo comma), e che devono essere effettuate "nel pieno rispetto della personalità" (secondo comma). L'amministrazione penitenziaria non può adottare provvedimenti eccedenti il sacrificio della libertà personale già discendente dallo stato di detenzione o che, comunque, comportino una sostanziale alterazione nel grado di privazione della libertà personale imposto al detenuto, il che può avvenire esclusivamente con le garanzie (riserva di legge e riserva di giurisdizione) espressamente previste dall'art. 13, secondo comma, della Costituzione. Le perquisizioni personali nei cospetti dei detenuti assicurano un'esigenza di difesa dell'ordine e della sicurezza negli istituti penitenziari, nonché di difesa dell'ordine giuridico e della collettività, che giustifica l'esercizio di poteri di coazione personale sui detenuti, e quindi anche di poteri di perquisizione, nei casi previsti dai regolamenti, sono comprese fra le "misure di trattamento, rientranti nella competenza dell'amministrazione penitenziaria, attinenti alle modalità concrete(...) di attuazione del regime carcerario in quanto tale" (sentenza n. 351 del 1996). Esse non incidono, di per se', sul "residuo" di libertà personale di cui sono titolari i detenuti, bensì rientrano nell'ambito delle restrizioni alla libertà personale implicate dallo stato di detenzione. Non v'è pertanto luogo, in questi limiti, ad applicare le regole dell'art. 13, secondo e terzo comma, della Costituzione. Il potere di perquisizione non può essere esercitato ad libitum dell'amministrazione o della Polizia Penitenziaria, ma solo "per motivi di sicurezza" (art. 34 della legge n. 354 del 1975), come specificati dalle norme regolamentari, o "fuori dei casi ordinari" possono essere disposte solo per ordine del direttore (art. 74, comma 5, del d.P.R. n. 230 del 2000), ovvero, in caso di comprovata "particolare urgenza", su iniziativa del personale dell'istituto, che deve però informarne immediatamente il
direttore, "specificando i motivi che hanno determinato l'urgenza" (art. 74, comma 7, del d.P.R. n. 230 del2000 Quanto ai modi della perquisizione vale anzitutto il principio per cui i provvedimenti dell'amministrazione in ordine alle modalità di esecuzione della pena detentiva, non devono essere eccedenti il sacrificio della libertà personale già imposto al detenuto dallo stato di detenzione, "rimangono soggetti ai limiti ed alle garanzie previsti dalla Costituzione in ordine al divieto di ogni violenza fisica e morale (art. 13, quarto comma), o di trattamenti contrari al senso di umanità (art. 27, terzo comma), ed al diritto di difesa (art. 24)" (sentenza n. 349 del 1993; e cfr. anche sentenza n. 410 del 1993). Per ciò che concerne i limiti sostanziali, la legge sull'ordinamento penitenziario li ribadisce espressamente, la' dove stabilisce che "la perquisizione personale deve essere effettuata nel pieno rispetto della personalità" del detenuto (art. 34, secondo comma, della legge n. 354 del 1975). Nella stessa linea, il regolamento penitenziario specifica che "il personale che effettua la perquisizione e quello che vi presenzia deve essere dello stesso sesso del soggetto da perquisire" (art. 74, primo comma, del d.P.R.n. 230 del 2000). A ciò si aggiunge, comunque, lo stretto dovere dell'amministrazione di curare e sorvegliare che le circostanze ambientali in cui le perquisizioni si svolgono, e i comportamenti del personale che vi procede, siano in concreto rispettosi della persona e della sua inviolabile dignità. A tal proposito, il regolamento di esecuzione D.P.R. 230/2000 prevede che la perquisizione avvenga alla presenza di un appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria, di qualifica non inferiore a quella di vice sovrintendente (art. 74 cit., comma 1, primo periodo), e che la perquisizione può non essere eseguita quando è possibile compiere l'accertamento con strumenti di controllo (art. 74 cit., comma 2). La Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale degli articoli
14 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
35 e 69 della legge n. 354 del 1975 "nella parte in cui non prevedono una tutela giurisdizionale nei confronti degli atti dell’amministrazione penitenziaria lesivi di diritti di coloro che sono sottoposti a restrizione della libertà personale" (sentenza n. 26 del 1999). Pertanto, le modalità procedimentali applicabili alle perquisizioni dei detenuti per consentire un effettivo controllo giurisdizionale devono essere sempre documentate e verificabili, ovvero, gli atti dell'amministrazione devono necessariamente essere motivati e documentati, con effetto deterrente circa eventuali abusi e vessazioni, al fine di consentire il controllo del giudice sul rispetto dei limiti ad essa posti. La mancata previsione di un atto dell'amministrazione che illustri i motivi e le modalità della perquisizione eseguita, inoltre, non consentirebbe al destinatario di tutelare in modo adeguato i suoi diritti in via giurisdizionale, con conseguente violazione dei diritti di azione giudiziaria e di difesa (art. 24, primo e secondo comma, della Costituzione), dei principi di imparzialità e buon andamento dell'amministrazione (art. 97, primo comma, della Costituzione), nonché del diritto alla tutela giurisdizionale contro gli atti della pubblica amministrazione, senza esclusioni o limitazioni (art.113, primo e secondo comma, della Costituzione). Sussisterebbe, infine, violazione del principio di eguaglianza ragionevolezza di cui all'art. 3 della Costituzione per la disparità di trattamento rispetto ad altre ipotesi nelle quali la legge, pur prevedendo il potere degli organi di pubblica sicurezza di procedere a perquisizioni personali in via di urgenza, impone la successiva convalida da parte dell'autorità giudiziaria. Quindi la previsione dell'obbligo di redigere un atto motivato, da sottoporre al vaglio dell'autorità giudiziaria, realizza un ragionevole bilanciamento fra i diritti di libertà e di difesa, da un lato, e dall'altro le esigenze di sicurezza che possono giustificare le perquisizioni. F
E’ stato saggio rinviare la riforma penitenziaria. Evitata la destabilizzazione del carcere duro ed il concetto stesso di pena
iovedì 22 febbraio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato, ancora in via preliminare, solo una parte dei decreti delegati di attuazione della delega contenuta nella riforma del sistema penale (legge 106/2017): l’esecuzione della pena dei condannati minorenni, la riforma delle condizioni di vita detentiva e del lavoro penitenziario e le nuove modalità di giustizia riparativa e mediazione tra il reo e la vittima. Tutto il resto, cioè il potenziamento delle misure alternative al carcere e della concessione dei benefici penitenziari con la eliminazione degli automatismi ostativi e l’innalzamento della pena del reato non ostativa alla concessione a 4 anni, è stato accantonato in vista di una approvazione (in via definitiva visto che camera e senato hanno già espresso i pareri) in un prossimo futuro. In piena campagna elettorale la riforma ambiziosa del sistema penitenziario, ispirata a una concezione avanzata e costituzionale di esecuzione penale, portata avanti nell’arco di quasi una legislatura dal ministro guardasigilli Andrea Orlando, ha dovuto perdere alcuni pezzi importanti per non lasciare campo libero alle forze di opposizione, che sulla sicurezza dei cittadini hanno improntato il braccio di ferro elettorale. “Abbiamo varato tre decreti attuativi della riforma dell’ordinamento penitenziario”, ha detto il premier Paolo Gentiloni in conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri. “Il nostro è un lavoro in progress. Lavoriamo con strumenti diversi con l’obiettivo innanzitutto che il sistema carcerario contribuisca a ridurre il tasso recidiva da parte di chi è accusato o condannato per reati”. I tre decreti delegati, sui quali le camere dovranno comunque esprimere il parere, attuano la riforma con riguardo ai commi 82, 83 e 85
lettere f, g, h, p, r dell’articolo 1 della legge 106, relativi a esecuzione penale per i condannati minorenni, condizioni di vita detentiva e giustizia riparativa. Esecuzione penale per i condannati minorenni e al di sotto dei 25 anni. Centrale è la disciplina delle misure penali di comunità e la previsione di un modello che punti a “personalizzare” il trattamento. E’ stata una scelta saggia, quella di rinviare la riforma penitenziaria. Era assurdo approvare con un colpo di mano l’ennesimo e assurdo svuota carceri in danno delle vittime della criminalità. Per di più a fine legislatura. Nei mesi precedenti l’annunciata riforma, il SAPPE si era fatto portavoce dei rilievi di autorevoli magistrati e associazioni di vittime della criminalità per denunciare i provvedimenti oggetto del decreto di riforma penitenziaria avrebbero indebolito il sistema giudiziario e carcerario: uno “svuota carceri” mascherato, fino alla rottamazione del 41bis. Altro che più sicurezza: in quel decreto erano contenuti un insieme di benefici a vantaggio di appartenenti alla criminalità organizzata e a quella comune, seppur violenti. E’ stato dunque saggio rinviare la riforma penitenziaria. La situazione delle carceri si è notevolmente aggravata rispetto al 2016. I numeri riferiti agli eventi critici avvenuti tra le sbarre nell’interno anno 2017 sono inquietanti: 9.510 atti di autolesionismo (rispetto a quelli dell’anno 2016, già numerosi: 8.586), 1.135 tentati suicidi (nel 2016 furono 1.011), 7.446 colluttazioni (che erano 6.552 l’anno prima) e 1.175 ferimenti (949 nel 2016). E la cosa grave è che questi numeri si sono concretizzati proprio quando sempre più carceri hanno introdotto la vigilanza dinamica ed il regime penitenziario ‘aperto’, ossia con i detenuti più ore al giorno
liberi di girare per le Sezioni detentive con controlli sporadici ed occasionali della Polizia Penitenziaria. Per noi del SAPPE lasciare le celle aperte più di 8 ore al giorno senza far fare nulla ai detenuti – lavorare, studiare, essere impegnati in una qualsiasi attività – è controproducente perché lascia i detenuti nell’apatia: non riconoscerlo vuol dire essere demagoghi ed ipocriti. E la proposta è proprio quella di sospendere la vigilanza dinamica: sono infatti state smantellate le politiche di sicurezza delle carceri preferendo una vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto, con detenuti fuori dalle celle per almeno 8 ore al giorno con controlli sporadici e occasionali, con detenuti di 25 anni che incomprensibilmente continuano a stare ristretti in carceri minorili. Non a caso il SAPPE è tornato a sottolineare l’alto dato di affollamento delle prigioni italiane: oggi abbiamo in cella 58.087 detenuti per circa 45mila posti letto: 55.646 sono gli uomini, 2.441 le donne. Gli stranieri sono il 35% dei ristretti, ossia 19.818. Mancano Agenti di Polizia Penitenziaria e se non accadono più tragedie più tragedie di quel che già avvengono è solamente grazie agli eroici poliziotti penitenziari, a cui va il nostro ringraziamento. Un esempio su tutti: negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 18mila tentati suicidi ed impedito che quasi 133mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze. Ed è per questo che il giudizio del SAPPE sulla riforma dell’Ordinamento Penitenziario è sempre stato critico. I dati ci confermano che le aggressioni, i ferimenti, le colluttazioni - che spessissimo vedono soccombere anche gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, sempre più contusi e feriti da una parte di popolazione detenuta prepotente e destabilizzante sono sintomo di una situazione allarmante, per risolvere la quale servono provvedimenti di tutela per gli Agenti e di sicurezza per le strutture carcerarie e certo non leggi che allarghino le maglie della sicurezza penitenziaria. F
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 15
Nella foto: celle chiuse
compagni nella vita, colleghi di lavoro e coppia nello sport
ove anni di pattinaggio insieme, poco di più il tempo trascorso come coppia fuori dalle piste fatte di ghiaccio e fatica. Charlène Guignard e Marco Fabbri si sono scelti da tempo e condividono praticamente tutto: sport, vita e ormai anche lo stesso lavoro essendo entrambi atleti del gruppo sportivo Fiamme Azzurre. Charlène è entrata far parte del Corpo di Polizia Penitenziaria nel dicembre 2016, Marco l’ha raggiunta a novembre 2017 quando erano già vice campioni italiani assoluti nella danza dietro agli altri due gioielli già in forza alle Fiamme Azzurre, Anna Cappellini e Luca Lanotte.
Nelle foto: Charlène Guignard e Marco Fabbri
Presente e futuro insieme, per dare continuità ad una sezione ed ad un progetto iniziato da circa dieci anni or sono con una Carolina Kostner tutta da maturare in direzione di quella sicurezza che ha conquistato con il tempo, la pazienza e le spalle forti per farsi scivolare addosso polemiche e delusioni di ogni tipo. Quando nel 2009 Marco e Charlène decidono di gareggiare insieme dopo esperienze con diversi compagni, non hanno molte certezze sul loro futuro sportivo, ma capiscono che sono fatti l’uno per l’altra. L’amore tra i due è scattato a prima vista. Marco, italianissimo e nativo di
Milano, prende lezioni di francese per tradurre i pensieri per Charlène con parole che a lei fossero più familiari possibile. Charlène originaria di Brest (Francia) ha poi fatto lo stesso imparando per lui l’italiano. Se in molti settori lavorativi la vicinanza costante con un partner può essere considerata un limite ed un pericolo per la tenuta della coppia stessa, per i due pattinatori delle Fiamme Azzurre stare insieme è invece un elemento che rafforza l’affiatamento e rende migliori le prestazioni. Barbara Fusar Poli che li segue da allenatrice dalle origini e Corrado Giordani per la parte coreografica, hanno saputo valorizzare i punti di forza di entrambi e renderli armoniosi nelle coreografie negli allenamenti presso l’IceLab di Bergamo. Ritmi moderni, musiche giovani e “twizzles”, di alto livello li rendono proiettati verso un futuro da prima coppia italiana della danza del pattinaggio nel post Anna Cappellini e Luca Lanotte. Per ora sono stabilmente nella top ten delle competizioni continentali e mondiali. Il quinto posto raggiunto agli europei di Mosca (dove peraltro sono amatissimi e contano un gran numero di fans) è solo l’ultimo risultato continentale in ordine di tempo: i due campioni infatti, ottennero un undicesimo posto al loro esordio, nel 2012, ma nelle cinque edizioni successive si sono sempre piazzati nelle prime dieci posizioni, con due sesti posti ottenuti nel 2015 e nel 2017 come migliori risultati. Undicesimi al campionato mondiale 2017, sono arrivati a disputare con PyeongChang la loro seconda Olimpiade dopo il quattordicesimo posto di Sochi 2014. I due talenti delle Fiamme Azzurre
16 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
hanno dimostrato in questo quadriennio Olimpico una crescita importante, arrivando ai Giochi dopo gli ottimi risultati al Golden Spin di Zagabria e Shangai Trophy, conclusi in seconda posizione in entrambe le occasioni. Puntavano ad una buona prestazione nella rassegna a cinque cerchi ed è ampiamente arrivata: decimi nella classifica finale con 105.31 punti al termine della loro free dance eseguita sulle note di Exogenesis - Symphony Part III dei Muse che ha emozionato e contribuito ad un totale di 173.47 punti. Rispetto alla precedente partecipazione olimpica per la coppia in forza alla Polizia Penitenziaria sembra passata una vita in fatto di esperienza e consapevolezze acquisite. Correva il 2014 quando Charlène dopo Sochi raccontava in un’intervista le raccomandazioni di Barbara Fusar Poli: “Quando entrerete in pista e vedrete i cerchi olimpici, sarà molto emozionante”. Noi pensavamo “Sì, vabbè, sono delle
stampe sulle balaustre, cosa cambia notare la scritta World Championships o i cerchi olimpici?”. E invece appena arrivi in pista li vedi ovunque, sul ghiaccio, sulle pareti, dappertutto, e pensi “Cavolo, ci siamo!”, ma allo stesso momento capisci di non doverci pensare troppo, altrimenti rischi di farti schiacciare dall'ansia. Di Giochi Olimpici davanti, se tutto va come deve andare, ne avranno almeno altre due edizioni ed loro futuro, nella storia del pattinaggio italiano come prima coppia azzurra della danza, non è mai stato così vicino.
LO SPORT Pyeongchang: otto atleti delle Fiamme Azzurre ai Giochi Olimpici 2018
rgento per Cecilia Maffei. È l’unica medaglia della spedizione degli atleti della Polizia Penitenziaria presenti ai Giochi Olimpici coreani, la settima medaglia in totale per l'Italia ai Giochi di Pyeongchang (9-25 febbraio 2018). L’ha vinta la staffetta femminile di short track alla Gangneung Ice Arena: il quartetto, oltre alla rappresentante della Polizia Penitenziaria, era formato da Arianna Fontana, Lucia Peretti e Martina Valcepina. Cecilia Maffei e compagne hanno chiuso la finale al secondo posto. Oro alla Corea. Cecilia Maffei ha 33 anni e questa medaglia è stata la sua prima in una rassegna olimpica. Ha esordito sui pattini cominciando con l’artistico, passando allo short track già a 7 anni e a 12 era già in nazionale. Questa era la sua quarta esperienza alle Olimpiadi, nel suo palmares ci sono anche una medaglia di bronzo ai Mondiali, sempre in staffetta, nel 2014 a Montreal, un oro nel 2017 e un bronzo nel 2016 ai Campionati Europei. Un argento meritato dopo anni in cui ha continuato a lavorare con impegno e a coltivare il sogno di arrivare lassù, nell’Olimpo delle campionesse che, come la capitana Arianna Fontana, rendono grandi questi sport teoricamente “minori”, di cui a stento si parla solo ogni quadriennio olimpico. Per gli altri rappresentanti delle Fiamme Azzurre presenti ai Giochi nessuna medaglia ma il bilancio, nonostante ciò, può essere comunque considerato positivo per tutti, con motivazioni diverse. Carolina Kostner, 31 anni e quasi certamente alla sua ultima apparizione in una competizione olimpica, non è riuscita a salire sul podio ma la sua prova è stata comunque un tributo di classe e stile che non patiscono il tempo che passa. In classifica ha
trionfato un’atleta con meno della metà degli anni della fuoriclasse delle Fiamme Azzurre: la russa Amina Zagitova seguita dalla connazionale Yevgeniya Medvedyeva e dalla canadese Kaetlyn Osmond. Per la veterana della Polizia Penitenziaria sesto posto finale e appuntamento al mondiale di Milano, a marzo, probabilmente per un saluto finale al mondo delle gare. Nessuna medaglia neppure per Anna Cappellini e Luca Lanotte, bravi nell’interpretare “la vita è bella” di Piovani. I giudici hanno loro inflitto una deduzione condannandoli al sesto posto della classifica finale, proprio come a Sochi 2014. Uscendo dalla patinoire, Anna ha accarezzato il ghiaccio olimpico. E’ l’ultima Olimpiade anche per loro che chiuderanno la loro meravigliosa carriera ugualmente sul ghiaccio del Mondiale di Milano (21-25 marzo). Bene anche Valentina Marchei-Ondrej Hotarek bravi a centrare a un clamoroso sesto posto che è di gran lungo il miglior risultato azzurro della storia. Gli allievi di Franca Bianconi, mai così brillanti nel corso della carriera, sulle note di Amarcord, volano sul ghiaccio e in classifica conquistando come quasi nessun altro, il pubblico dell’Ice Arena. Abbattono i propri record italiani di libero e totale, fino a 142.09 e 216.59, superano i cinesi Yu Xiaoyu-Zhang Hao alla loro quarta olimpiade. Riescono a siglare addirittura il quarto punteggio tecnico di giornata, a meno di due punti complessivi dai francesi Vanessa James-Morgan Cipres, quinti perché meglio pagati in quello artistico. Una sesta piazza con il sapore di medaglia pesante se si pensa che i due azzurri, lui in forza alle Fiamme Azzurre, lei all’Aeronautica Militare, ai Mondiali, non sono mai andati oltre il nono posto. Ottima prova olimpica anche per l’ultimo reclutato in ordine di tempo nel gruppo sportivo Fiamme Azzurre, Matteo Rizzo, appena maggiorenne è arrivato diciannovesimo alla sua prima partecipazione olimpica pattinando con classe e stile che annunciano come per crescere e far bene sarà solo questione di tempo. Se tutto va secondo i programmi potrebbe
anch’egli arrivare alle quattro Olimpiadi di Carolina Kostner o Cecilia Maffei, che con questa edizione salutano invece cinque cerchi e carriera sportiva. Passato e presente insieme, per il futuro azzurro ...e delle Fiamme Azzurre. PYEONGCHANG (20 febbraio) Giochi Olimpici Invernali – Short Track, staffetta 3000m F (finale): (1) Corea del Sud 4’07”361, (2) Italia/Arianna Fontana - Lucia Peretti - CECILIA MAFFEI - Martina Valcepina 4’15”901, (3) Olanda (1fB) 4’03”471 PYEONGCHANG (19 febbraio) Giochi Olimpici Invernali – pattinaggio artistico, danza su ghiaccio: (1) Tessa Virtue-Scott Moir CAN 206.07, (2) Gabriella PapadakisGuillaume Cizeron FRA 205.28, (3) Maia Shibutani-Alex Shibutani USA 192.59, (6) ANNA CAPPELLINILUCA LANOTTE 184.91 (5/76.57 NR-6/108.34), (10) CHARLENE GUIGNARD-MARCO FABBRI 173.47
(11/68.16-9/105.31) PYEONGCHANG (23 febbraio) Giochi Olimpici Invernali – pattinaggio artistico, singolare F: (1) Alina Zagitova RUS 239.57, (2) Yevgeniya Medvedyeva RUS 238.26, (3) Kaetlyn Osmond CAN 231.02, (6) CAROLINA KOSTNER (6/73.15 + 5/139.29) PYEONGCHANG (17 febbraio) Giochi Olimpici Invernali – pattinaggio artistico, singolare M: (1) Yuzuru Hanyu JPN 317.85, (2) Shoma Uno JPN 306.90, (3) Javier Fernandez ESP 305.24, (21) MATTEO RIZZO 232.41 (23/75.63 + 19/156.78). F
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 17
Nella foto: la staﬀetta femminile di short track, al centro (con il casco) Cecilia Maﬀei
Nella foto: una scena tratta dal ﬁlm “Accadde al penitenziario”
n molti, cari colleghi, vi avranno chiesto: “Ma in cosa consiste il tuo lavoro?” Bella domanda, e la risposta è ancora più interessante perché quasi nessuno sa quali sono i compiti che svolge un agente di Polizia Penitenziaria e come si sviluppa la quotidianità in un carcere. Spesso si immagina, come viene mostrato nei film, che ci siano wc fissati a terra, e celle in cui vivono brutti ceffi con la tuta a righe.
troviamo anche fuori dai cancelli ed in cui convivono detenuti e Polizia Penitenziaria. La giornata viene scandita dalle varie attività previste dal regolamento di istituto e il compito di noi agenti è quello, come viene impartito dalla legge 395/90, che venga assicurata l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale, in poche parole che non ci scappi nessuno. Proseguendo la lettura dell’articolo 5
Beh non è così. Tanto per cominciare i detenuti possono vestirsi come preferiscono e trascorrono la loro giornata in molteplici attività: come la scuola o i vari corsi di formazione, inoltre lavorano, hanno la possibilità di trascorrere all’aria aperta alcune ore al giorno, effettuano colloqui con i famigliari o con i legali, fanno telefonate e ricevono la posta, eseguono visite mediche e fanno la spesa. Praticamente il carcere è una città parallela, in cui si espletano attività durante tutto il giorno ed anche la notte, una realtà sempre attiva in cui si svolgono tutte le occupazioni che
della suddetta legge troviamo un altro incarico: garantire l’ordine e tutelare la sicurezza dell’istituto. Una parola! Soprattutto quando il rapporto tra detenuti ed agenti, come riporta il sito Antigone, sia di 1,67 cioè di un poliziotto per ogni detenuto e mezzo, e per fortuna che uno è mezzo così con una gamba sola non può correre sennò era davvero dura! Scherzi a parte, la realtà è che spesso siamo in condizioni ancora peggiori perciò capita di affidarsi alla fortuna oppure di fare appelli ai detenuti stessi: “Oggi cercate di non fare storie perché tanto fino a domani mattina non si può fare niente!
18 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
Le attività della Polizia Penitenziaria in un luogo in continuo movimento, dimora di “guardie e ladri” L’ispettore non c’è, l’assistente è impegnato con cose più importanti e quindi per stasera starai in cella con Yussef anche se cucina con l’aglio. Domani cerchiamo di metterti con un tuo paesano e vedrai che sentirai odori meno sgradevoli.” Sembra una barzelletta e invece è la realtà dei fatti anche perché la convivenza non è facile tra marito e moglie figuriamo tra delinquenti di diverse culture! Ora arriviamo al partecipare alle attività di osservazione e trattamento rieducativo dei detenuti. Come lo facciamo? Beh con il tempo impariamo a conoscere le usanze e il temperamento dei ristretti e quindi a capire se determinati comportamenti rientrano nella normalità o meno e soprattutto, se si tratta di detenuti che hanno lunghe pene, conoscendoli da più tempo, sappiamo riconoscere se hanno una semplice giornata “no” oppure se stanno attraversando un brutto periodo anche perché, nella maggior parte dei casi, sono loro stessi che ci rendono partecipi del loro stato d’animo e dei motivi che lo rendono tale. Questo a causa del fatto che le figure di riferimento con cui dovrebbero trattare certi argomenti come gli educatori, gli assistenti sociali o gli psicologi si vedono davvero poco (sì, sono in carenza anche loro) e quindi nonostante ci manchino le qualifiche e la formazione adeguata spesso siamo noi i loro confidenti, coloro con i quali si sfogano se un colloquio è andato male, se hanno un genitore che sta poco bene, se non hanno soldi o se l’avvocato gli ha comunicato brutte notizie per il processo. Siamo noi che magari facendo una battuta gli tiriamo su il morale per
MA CHI SIAMO? evitare che possano farsi del male o che perdano il controllo. E per quanto riguarda la rieducazione che dire? Di regola non potremmo neanche sapere i reati dei ristretti e quindi a meno che la notizia non si legga sul giornale o ce lo dicano i detenuti di loro spontanea volontà, non possiamo certo fargli una ramanzina. E a volte non è neanche il modo giusto di intervenire perché ognuno è il risultato non solo delle le proprie scelte ma anche di una serie di casualità e di decisioni esterne, vedi la famiglia e il contesto sociale in cui si nasce e cresce. Beh penso che sia abbastanza no? Ah no, manca ancora un compito: espletiamo il servizio di traduzione e piantonamento di detenuti e internati ricoverati in luoghi esterni di cura. Questo comporta l’assicurarsi che i detenuti ricoverati in ospedale non evadano oltre ad accompagnare gli stessi alle visite mediche esterne ma anche assistere a parti o ad operazioni: a cuore aperto se va bene, alle emorroidi se si è più sfortunati. Insomma nel carcere ci sono una moltitudine di persone, chi è entrato per l’errore di una volta, chi è un assiduo frequentatore, oltre a tante altre figure, noi agenti siamo certamente in misura maggiore e trascorriamo buona parte della nostra giornata in questa istituzione al punto che a volte ci viene detto dai detenuti: ”Assistè io fra due anni esco, tu tra dieci anni stai ancora qua!” Su questo non ci piove ma io qua ci lavoro, non devo espiare alcuna colpa ed il mio lavoro onesto mi da un appagamento che non ha niente a che vedere con l’ebbrezza di una rapina, non far uso di sostanze stupefacenti mi fa apprezzare con lucidità ogni sfaccettatura della vita, vivere nella legalità ed assolvere alle proprie responsabilità mi permette di guardarmi allo specchio con orgoglio; sì è vero, spendiamo i nostri giorni dietro le sbarre con voi senza aver commesso alcun reato, ma avendo effettuato una scelta di vita che ci vede far parte del Corpo di Polizia più polivalente che ci sia. F
Giustizia Minorile, bullismo e baby gang
n generale dopo l’arresto di un minorenne imputabile (14 ai 18 anni), il Pubblico Ministero della Procura Minorile, stabilisce se il baby gangster deve essere rimesso in libertà oppure condotto in un Centro di Prima Accoglienza per Minorenni, sorvegliato della Polizia Penitenziaria, in cui rimane fino a quando l’Autorità Giudiziaria decide la sua sorte. Da quel momento in poi le possibilità a disposizione del giudice sono varie: custodia cautelare, collocamento presso comunità, permanenza in casa, prescrizioni, sospensione del processo e messa alla prova, sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto, perdono giudiziale. Per i più il carcere risolverebbe la situazione in maniera definitiva, in virtù della sua riconosciuta capacità deterrente. Di avviso diametralmente opposto gli esperti che insistono: baby criminali non si nasce, ma si diventa. La delinquenza di gruppo nasconde un malessere che è curabile. È difficile dare un nome ad un disagio che è nella quasi totalità dei casi composito e stratificato: noia, ostilità, bisogno di riconoscimento, rabbia sociale, ideologie, narcisismo, paure. L’unica evidenza rimane quella violenza cieca, gratuita, che in molti minori/adolescenti, può trapassare in dipendenza vera e propria, un modo di vivere abituale. Sul tema della devianza di gruppo minorile ed adolescenziale circolano immaginari collettivi che descrivono irrealisticamente il paese. Sembrerebbe che il fenomeno sia in aumento per qualità e quantità delle sue manifestazioni ma basta consultare i dati dell’Ufficio Studi e ricerche del Dipartimento Giustizia Minorile per rendersi conto che il fenomeno baby gang in Italia non
aumenta tanto nel numero, ma si modifica per qualità e territori. C’è una percezione della criminalità giovanile sovrastimata rispetto al dato reale . È difficile identificare il fenomeno e lavorare sulla sua conoscenza se non si tiene conto degli elementi “topici” che ricorrono nella maggior parte delle esperienze. La lista dei fattori scatenanti chiama in causa famiglie, scuola, società. In generale i baby gangster italiani rientrano in due grandi categorie: quelli “a breve termine”, che commettono reati per così dire occasionalmente, in una fase specifica e transitoria della vita, e i recidivi “a lungo termine”, che commettono reati in maniera maggiormente pianificata e routinaria, spesso in connessione con una crescita ed un radicamento in ambienti socialmente deprivati o collegati alla criminalità organizzata. In generale tra le cause del fenomeno baby gang vi sono fattori riferibili alla sfera dell’identità personale e del disimpegno morale (assumere un ruolo attraverso l’atto-reato, scarsa o nulla responsabilizzazione verso l’atto commesso). Disturbi della personalità e traumi patiti nella prima infanzia, insieme a fattori prettamente sociofamiliari (padri deceduti/o poco autorevoli/o in carcere, abuso delle punizioni corporali, modelli di attaccamento disorganizzati, famiglie disaggregate, genitori separati o divorziati), nonché, ovviamente, fattori legati a precedenti esperienze di commissione di reati seguiti da interventi rieducativi e di risocializzazione fallimentari. F
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 19
Nella foto: interno di un carcere minorile
Regia: Steven Craig Zahler Sceneggiatura: S. Craig Zahler Fotografia: Benji Bakshi Montaggio: Greg D'Auria Musiche: Jeff Herriott, S. Craig Zahler Costumi: Vanessa Porter Scenografia: Fredrick Waff Arredamento: Kim Fischer
L’ NOTE Film fuori concorso alla 74ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2017)
ex pugile Bradley Thomas (interpretato da Vince Vaughn) vede la sua vita andare i pezzi, quando viene lasciato dalla moglie e perde il suo lavoro di meccanico. Proprio tornando a casa in anticipo dopo esser stato licenziato, infatti, Bradley scopre che la moglie lo tradisce con un altro. In preda ad una crisi di nervi, fa rientrare la moglie in casa e, poi, le distrugge letteralmente l’auto con tanto di distacco del cofano. Poi entra di nuovo in casa, si siede sul divano e inizia un confronto verbale con lei, senza neppure sfiorarla con un dito, tentando di salvare il matrimonio. Lei, però, non ne vuole più sapere e lo lascia definitivamente. Senza la moglie, senza lavoro e senza denaro, Bradley accetta di fare da corriere della droga per una vecchia conoscenza. Finisce per trovarsi coinvolto in una sparatoria tra poliziotti e malviventi e durante il conflitto a fuoco viene ferito ed arrestato. Nonostante tutto, il boss pensa che lui lo abbia tradito e vuole vendicarsi. In carcere sarà il fisico di Vaughn a dominare una storia in cui non mancano situazioni cariche di violenza estrema. Bradley è un omone dalle spalle
Produzione: Assemble Media, Cinestate, IMG Films, XYZ Film Distribuzione: KVH Media Group, RLJ Entertainment
larghe, dall’espressione segnata e dalla testa rasata. Su questa montagna di carne e muscoli capeggia un vistoso tatuaggio, un'enorme croce nera avvolta da un filo spinato. E nel primo penitenziario nel quale viene rinchiuso, una prigione di media sicurezza, Bradley invece che fare il carcerato modello sarà così ingestibile e violento da rendere necessario il trasferimento in una prigione di massima sicurezza. Nel supercarcere (un posto che sembra il luogo dove era rinchiuso il Conte di Montecristo) Brandley farà in modo di farsi mandare nel Blocco 99 dove deve uccidere un altro prigioniero per ordine del Boss tradito. Per fargli commettere questo omicidio i suoi ex complici hanno rapito la moglie incinta e minacciano di uccidere lei e il bambino che porta in grembo. Davvero inquietante Don Johnson nei panni del direttore del carcere di massima sicurezza. F
20 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
Personaggi e interpreti: Bradley Thomas: Vince Vaughn Lauren Thomas: Jennifer Carpenter Gil: Marc Blucas Placid Man: Udo Kier Tuggs: Don Johnson Andre: Mustafa Shakir Wilson: Tom Guiry Eleaza: Dion Mucciacito Roman: Geno Segers Sig. Irving: Fred Melamed Detective Watkin: Clark Johnson Denise Pawther: Pooja Kumar Pedro: Victor Almanzar Sean: Calvin Dutton Jill: Devon Windsor Longman: Dan Amboyer Derrick: Philip Ettinger Teardrop: Jay Hieron Nathan: Larry Mitchell Cinnamon: Keren Dukes Jeremy: Rob Morgan Gonzalez: Adrian Matilla Johnny Mu: Jonathan Lee (II) Fat Tim: Jack Ricardo Miller Enrique: Franco Gonzalez Genere: Azione, Thriller Durata: 132 minuti, Origine: USA 2017
l 22 febbraio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato, in esame preliminare, tre dei quattro decreti della cosiddetta riforma dell’ordinamento penitenziario (che ora dovranno passare l’esame delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato) e rinviato l’approvazione di quel primo decreto, quello relativo alle misure alternative, perché il Governo ha ritenuto opportuno arrivare ad un testo condiviso con il Parlamento dopo le osservazioni sollevate dal Senato e che principalmente si riferiscono all’abolizione delle preclusioni automatiche del 4-bis prevista nel decreto. Apriti cielo! Sono intervenuti studiosi, politici, associazioni, garanti, giornalisti, avvocati, giudici ed opinionisti per denunciare il tradimento della Costituzione, il sovvertimento delle volontà espresse dal Papa e dal Presidente emerito Giorgio Napolitano, addirittura il tradimento della fiducia nelle istituzioni da parte di diecimila detenuti che ci hanno fatto il favore di non protestare con rivolte violente nelle carceri. Ma, mi chiedo, perché considerare un fallimento l’aver portato avanti gli altri tre decreti e aver rimandato il primo con lo scopo di considerare con più attenzione le sole osservazioni sul 4bis espresse peraltro dalla Direzione Nazionale Antimafia? Per carità, ognuno ha diritto di esprimere le proprie idee e lottare democraticamente per le proprie convinzioni, ma qui mi pare che qualche conto non torni. C’è qualcosa che non quadra... Facciamo un primo bilancio. Gli Stati generali dell’esecuzione penale convocati dal Ministro Andrea
Orlando hanno espresso delle indicazioni per migliorare il sistema penitenziario. Queste indicazioni sono state ulteriormente elaborate da altre commissioni appositamente nominate sempre dal Ministro Orlando che hanno stilato i quattro decreti. Di questi quattro decreti, il primo, quello relativo alle misure alternative e che comprende anche le modifiche all’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario, è stato approvato in via preliminare dal Governo durante la riunione del Consiglio dei Ministri del 22 dicembre scorso (qualche giorno dopo sono state sciolte le Camere della XVII legislatura). Il testo di questo primo decreto è stato prima approvato da parte della Camera che lo ha licenziato senza troppe osservazioni ed è poi stato approvato anche dal Senato che però ha sollevato alcuni dubbi sulla parte relativa al 4-bis ed ha chiesto al Governo di apportare delle modifiche riguardanti proprio questo singolo specifico argomento. I dubbi e le richieste di modifica chiesti dalla Commissione Giustizia del Senato però, per quanto marginali rispetto all’intero impianto della cosiddetta riforma dell’ordinamento penitenziario, non sono di poco in quanto si riferiscono alle osservazioni sollevate dal Procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita il quale,
giova ricordarlo, è stato per dieci anni direttore generale dell'Ufficio detenuti e trattamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e soprattutto, sono stati i dubbi espressi dal Procuratore Nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho.
Dunque, due tra i Magistrati più esperti di carcere e antimafia in Italia, hanno evidenziato singoli passaggi che se approvati con il testo approvato preliminarmente il 22 dicembre scorso, offrirebbero vantaggi a quelle persone detenute per fatti di mafia e altri gravissimi reati. Tutto sommato, sembrerebbe un piccolo intoppo, un fatto di poco conto rispetto all’intera cosiddetta “riforma Orlando” dell’ordinamento penitenziario: il Senato ha semplicemente chiesto di modificare una piccola parte di uno dei quattro decreti. Stiamo parlando di un argomento che riguarda qualche centinaia di persone detenute che hanno commesso crimini gravissimi e che non hanno mostrato di voler collaborare con la giustizia, rispetto alle altre cinquantottomila persone ristrette nelle carceri. Perché allora si grida allo scandalo? Perché si inneggia al “tradimento della Costituzione”? Perché addirittura il Garante nazionale dei detenuti, il Professor Mauro Palma, persona che ha sempre mantenuto un sincero profilo
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 21
Nelle foto: sopra Federico Caﬁero De Raho sotto Sebastiano Ardita
Nelle foto: sopra a sinistra Mauro Palma al centro Maria Brucale a destra Patrizio Gonnella
sotto a sinistra Liana Milella a destra Andrea Mascherin
istituzionale, il 20 febbraio ha invitato il Governo ad approvare il primo decreto nella versione originale ed integrale senza cioè le modifiche chieste dal Procuratore Nazionale Antimafia?
ricordare i settanta anni della Costituzione fare una scelta che sarebbe un tradimento dei principi costituzionali”? Perché Maria Brucale, già avvocato di Bernardo Provenzano ed ora nella
Perché lo stesso Garante nazionale la sera del 22 febbraio in un’intervista rilasciata a Radio Radicale ha detto: “l’universo carcerario finora ha dimostrato una grande responsabilità. Un senso di responsabilità e una fiducia nelle istituzioni che le istituzioni però devono saper meritare”? Perché Liana Milella, giornalista storica che raccolse molte interviste a Giovanni Falcone, ha gridato allo scandalo della “riforma tradita - e anche - buttati alle ortiche gli Stati generali sulla detenzione, che pure sono stati il fiore all'occhiello del Guardasigilli Andrea Orlando”? Perché Andrea Mascherin, Presidente del Consiglio nazionale forense e primo firmatario di una lettera inviata al Governo da oltre trecento “addetti ai lavori” per approvare subito e senza modifiche la riforma, ha commentato: “una grande delusione e un tradimento di quella democrazia voluta dalla nostra Costituzione. Non sarebbe certamente un bel modo di
Commissione Carcere della Camera Penale di Roma e nel Comitato direttivo di Nessuno Tocchi Caino lo ha descritto come: “Uno strappo feroce alla speranza di chi attendeva da anni un cambiamento doveroso e possibile”? Perché l’Unione delle Camere penali italiane hanno indetto un’astensione delle udienze a livello nazionale per le giornate del 13 e 14 marzo prossimi dichiarando che è “a rischio la effettiva realizzazione di una riforma fondamentale nell'ambito della esecuzione penale e dell'ordinamento penitenziario che ha creato grandi e giustificate aspettative di adeguamento del sistema ai principi costituzionali”? Perché Patrizio Gonnella, attuale Presidente dell’associazione Antigone ha detto che: “Hanno vinto quei sindacati autonomi di Polizia Penitenziaria che si sono sempre dichiarati contrari a ogni tentativo di umanizzazione della vita penitenziaria e che intendono confinare gli agenti al ruolo di girachiavi e i detenuti al ruolo di camosci”? Perché, dopo i tanti tentativi degli anni passati di smantellare il 41-bis, ora c’è tanta indignazione e si grida al fallimento della riforma Orlando e al tradimento della Costituzione se il Governo cerca di prendere tempo per apportare quelle piccole modifiche al decreto chieste dal Procuratore Nazionale Antimafia sul 4-bis? C’è qualcosa che non quadra... F
22 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
Più di 300mila pagine visitate ogni mese!
onciliare la propria attività lavorativa con la cura per la propria famiglia e i propri figli è un problema sempre più sentito in Italia, che si riversa inevitabilmente anche all’interno della nostra amata Amministrazione Penitenziaria. Gli strumenti per migliorare la situazione sono sicuramente tanti, ma occorre più coraggio nel metterli in campo. Diverse coppie sono sempre più preda di fattori di eccessivo stress determinato dai fatidici carichi di lavoro che, piuttosto che restare fuori dal contesto familiare, entrano a piedi uniti all’interno del nido coniugale. Un lavoro, il nostro, irto di difficoltà, laddove la fa da padrone il nervosismo, l’amarezza, fattori emotivi che riflettono il loro percorso finale all’interno del contesto ovattato della famiglia. Il dramma che spesso attanaglia gli eventi luttuosi di tanti colleghi che decidono di mettere in scena atti insoliti e incresciosi di puro autolesionismo, pone in risalto il vero dilemma, ovverosia quello di una vita particolarmente complessa in un contesto decisamente difficile. La percentuale delle coppie in crisi, con problematiche che trovano spesso e volentieri forti ripercussioni sui figli, risultano essere in costante ascesa. Il dover lavorare in turnazioni massacranti, in realtà penitenziarie gravate da problematiche varie, rappresentano alcuni punti in cui intavolare la ricerca di spunti in grado di affrontare la delicata tematica. Sarebbe ideale trovare nuove soluzioni in grado di ripristinare fenomeni in grado di aiutare il chiuso familiare, anche perché se sempre più spesso ci si portano le ansie ed i patemi all’interno del chiuso domestico, allora diventa veramente difficile arginare un così delirante problema.
Alcune persone, uomini e donne, vivono invece una vera e propria dipendenza dal lavoro. Si parla allora di workaholism. Si tratta di un disturbo psicologico, caratterizzato da sintomi ben precisi. Non di rado ci imbatte in colleghi dipendenti dal lavoro che si immergono a testa bassa nel servizio istituzionale, così come quelli che non fanno mai vacanze e non staccano mai la spina. La differenza tra una persona che ha tanto lavoro e un workaholic consiste soprattutto nel riconoscimento del sacrificio fatto. Il drogato dal lavoro si mette lui stesso sotto pressione, come se fosse la norma. Tutto questo alimenta il cd. “rischio della dipendenza”, che in sostanza rileva che il dipendente da lavoro può incorrere in seri rischi per la salute, sia fisica che psicologica, fino a essere vittima di un vero e proprio esaurimento. Si crea quindi una situazione paradossale: si sacrifica tutto per il lavoro ma si è meno efficienti all’interno del contesto familiare. Il partner è spesso vittima di queste situazioni, e non è raro che la coppia vada in frantumi. Anche senza diventare workaholic, è facile che il lavoro diventi un problema per la coppia. Innanzitutto ci sono le nuove tecnologie, che rendono difficile separare la sfera lavorativa da quella privata. Sono in molti ad avere accesso alla casella di posta dell’ufficio dal cellulare personale, e anche a dei documenti salvati sui sistemi cloud. Va aggiunto anche il peso delle distanze tra casa e lavoro. Quando si lavora molto lontano da casa, le giornate si allungano. E, quando si lavora fino a tardi, i
momenti che si passano in famiglia sono ridotti al minimo. Quali quindi i possibili rimedi ad una situazione del genere? Come affrontare la situazione? Se, in una coppia, uno dei due lavora troppo, bisogna affrontare la situazione serenamente, cercando di mettere delle barriere tra vita privata e lavorativa. Occorre in primo luogo accettare che porti del lavoro a casa, ma solo quando è veramente necessario. Perché le cose cambino davvero, non è sufficiente dire al partner "tu lavori troppo", o “sei troppo assente”, ma soprattutto che sia presente come compagno/a, genitore, amante... Molti colleghi trovano difficoltà ad allontanarsi dal proprio contesto lavorativo, anche quando si trovano in congedo lontani dal servizio.
La costante frequentazione con i colleghi anche fuori dal servizio stesso, il trattare argomenti che hanno sempre a che fare con il mondo del proprio lavoro, non considerare che il proprio partner non apprezzi sempre sentire questioni che si riflettono su temi che difficilmente comprende, conferma un’inclinazione tale da portare spesso le coppie ad allontanarsi inconsciamente l’uno dall’altro. La maggior parte dei consigli che a tal riguardo vengono comunque dati prende spunto dall’invitare le parti in causa a vivere i loro contesti quanto più possibile lontano dal mondo del proprio lavoro, incentrando e suscitando una ripresa negli affetti, altrimenti troppo localizzata ad un unico e solo settore. E alle coppie, poi, si uniscono le problematiche dei figli, che di riflesso crescono e avvertono questo disagio nell’unione dei propri genitori. F
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 23
Nelle foto: workaholism
Una famiglia sparita nel nulla
a notte tra il 4 e il 5 agosto del 1989, Giuseppe Carretta, la moglie Marta Chezzi e il secondogenito Nicola partono, almeno è quello che tutti credono, con il loro camper per le vacanze. Nella loro abitazione di Parma rimane solo Ferdinando, il loro primo figlio. Giuseppe Carretta, che lavorava come contabile in uno stabilimento di decorazioni in vetro, sarebbe dovuto tornare al lavoro il 28 di agosto.
Nella foto: Giuseppe Carretta e la moglie Marta Chezzi
Alcuni giorni dopo la data fissata per il rientro dalle ferie, nella fabbrica di Parma nessuno ha notizie di Giuseppe, che peraltro era noto per essere una persona molto meticolosa sul lavoro. Inoltre, la casa familiare, in via Rimini a Parma, è ancora completamente chiusa. Il successive 3 settembre la sorella della moglie, Adriana Chezzi, visto il perdurare dell’assenza, denuncia la scomparsa di Marta e del resto della famiglia. Le quattro persone sembrano sparite nel nulla e la quasi totale assenza d’indizi fa si che la scomparsa diventa il più discusso fatto di cronaca di quell’estate. A interessarsi al caso fu, tra gli altri, Chi l’ha visto?, un programma televisivo oggi molto
in possesso degli inquirenti erano scarse e nel gennaio del 1992 l’inchiesta sulla scomparsa venne definitivamente archiviata; rimase in piedi, però, quella aperta a Milano sull’omicidio plurimo dove i sospetti si erano concentrati sul primogenito Ferdinando. Mancavano pochi mesi alla dichiarazione di morte presunta, famoso, ma che andò in onda per la prevista dopo dieci anni dalla prima volta proprio nel 1989. Nel novembre del 1989 arrivò proprio scomparsa di una persona (art. 58 c.c.), quando nell’ottobre del 1998, a a Chi l’ha visto? una telefonata che Londra, un agente del Metropolitan permise poi di ritrovare, in un parcheggio in viale Aretusa, vicino allo Police Service ferma un uomo a bordo di una moto della pony express che stadio San Siro di Milano, il camper. transitava in una strada presidiata dalle Il camper aveva la batteria scarica ed forze dell’ordine per prevenire era aperto sia al posto di guida che attentati da parte dell’IRA (Irish nella parte posteriore. A seguito del Republican Army). I documenti ritrovamento del veicolo, l’allora magistrato di turno, Antonio Di Pietro, dell’uomo risultavano intestati ad Antonio Ferdinando Carretta, nato il 7 novembre del 1962. I successivi accertamenti, svolti dalla banca dati di Scotland Yard, rilevarono che il Carretta risultava, insieme a altri membri della sua famiglia, tra le persone scomparse presenti nella lista dell’Interpol. Il Procuratore di Parma, Francesco Saverio Brancaccio, che nove anni prima aveva indagato sulla scomparsa della famiglia Carretta, informato dall’Interpol, volò a Londra per interrogare l’uomo. Carretta, nel corso dell’interrogatorio, dichiarò di non avere più notizie della sua famiglia, che non sapeva spiegare la scomparsa dei familiari, e che voleva essere informato dalla polizia se vi aprì un fascicolo contro ignoti per omicidio plurimo. L’indagine si andava fossero stati degli sviluppi sulla così ad aggiungere a quella già aperta a scomparsa. Il 30 novembre del 1998, Ferdinando Parma per la scomparsa dell’intera Carretta decise, volontariamente, di famiglia. Dalle successive indagini fare rientro in Italia. All’aereoporto di emerse che nella mattina dell’8 di Roma-Fiumicino la polizia lo arresta e agosto Ferdinando Carretta aveva intascato a nome del padre un assegno, gli notifica un’ordinanza di custodia cautelare disposta dalla Procura di con firma che successivamente si rileverà falsificata, di cinque milioni di Parma per triplice omicidio dei congiunti, occultamento dei cadaveri e lire dalla Banca del Monte e un altro possesso di pistola. Poche ore dopo da un milione di lire dal conto del l’arresto Ferdinando Carretta confessa fratello. Inoltre, gli investigatori agli inquirenti il triplice omicidio. In scoprirono che alcuni mesi prima realtà, quella di Carretta ai magistrati aveva acquistato anche una pistola. era la seconda confessione, in quanto Nonostante le innumerevoli false notizie che circolavano su avvistamenti, qualche giorno prima aveva già confessato a Londra, nel corso di in ogni parte del mondo, dei componenti la famiglia, le informazioni un’intervista ad una troupe televisiva
24 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
CRIMINI E CRIMINALI della RAI del programma Chi l’ha visto?. Nell’intervista aveva improvvisamente confessato i tre omicidi: «Ho preso quella pistola, quell’arma da fuoco, e ho sparato ai miei genitori e a mio fratello. Un atto di follia. Un atto di follia completa». Il ragazzo, nel corso della confessione agli inquirenti ricostruisce il triplice omicidio: nella notte tra del 3 e il 4 agosto - all’epoca aveva 26 anni -, dopo aver sparato con una pistola Walther calibro 6,35 prima al padre, dopo alla madre e per ultimo al fratello, aveva tenuti i tre corpi nei tre giorni seguenti nella vasca da bagno, per poi avvolgerli in teli di plastica, caricarli in auto e portali nella discarica di Viarolo, in provincia di Parma.
trovate tracce. Dopo una breve detenzione nell’istituto penitenziario di Parma, Ferdinando Carretta venne trasferito nell’ospedale psichiatrico giudiziario. Nel corso del processo, celebrato innanzi alla Corte di Appello di Parma, i giudici popolari, il presidente Roberto Piscopo e il giudice a latere Stefano Brusati concordarono sulla tesi dei consulenti di parte (Vittorino Andreoli per il pubblico ministero e Giovanbattista Cassano per la difesa) e di quello d’ufficio (Cesare Piccinini): Ferdinando uccise senza capire quello che stava facendo, in un raptus. Stessa tesi sostenuta dal pm Francesco Saverio Brancaccio, che aveva chiesto l’assoluzione e 10 anni di ricovero in ospedale psichiatrico. I tre psichiatri che lo avevano
Ferdinando Carretta colpevole del triplice omicidio e, tuttavia, lo assolve in quanto non imputabile per vizio totale di mente. Carretta viene, così, inviato nell’Opg di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. Nel 2006, dopo aver trascorso 7 anni nell’OPG, è entrato in una comunità di recupero a Barisano in provincia di Forlì. Il parricidio posto in essere dal Carretta evidenzia un appiattimento affettivo, caratterizzato da delirio con idee paranoidi e false percezioni della realtà. Un quadro caratterizzato da un disturbo evolutivo con una situazione di isolamento sociale e dall’assenza di relazioni adeguate tra i membri della famiglia. Personalità dai tratti ossessivo compulsivi successivamente evoluta in
Le verifiche di quella confessione troveranno riscontro, nei giorni successivi, attraverso l’impiego del Luminol da parte del Reparto d’Investigazioni Scientifiche dei carabinieri di Parma nella casa familiare dei Carretta, nel frattempo affittata a terzi. I RIS rintracciano, a distanza di nove anni, una piccola macchia di sangue sotto il portasapone del bagno. Il Dna del sangue risultò essere di un uomo e di una donna, con «profili compatibili con la famiglia Carretta» (1). Dei corpi dei tre sventurati, però, nonostante le ricerche nell’immensa distesa di rifiuti, peraltro utilizzando la tecnica del georadar, non furono
esaminato conclusero affermando che il giovane vedeva nel padre un carnefice che gli impediva di vivere. I due litigavano spesso, poi il genitore sorprese il figlio mentre faceva i suoi bisogni in salotto. Finì in rissa e fu quello il punto di non ritorno in cui Ferdinando maturò il proposito di uccidere. La madre venne uccisa perché, altrimenti, la sua presenza sarebbe stata di ostacolo per lui a rifarsi una vita. Il fratello, invece, venne ucciso perchè Ferdinando temeva che lo stesso, una volta scoperta la morte del padre e della madre, avrebbe potuto vendicarsi. Il 15 novembre del 1999 la Corte d’Assise di Appello di Parma giudica
psicosi delirante (2). Carretta nel 2008 ha ottenuto l’eredità dei genitori uccisi, in seguito a un accordo con gli altri parenti: una eredità che oltre a dei soldi, comprendeva proprio quell’appartamento di Parma in cui uccise i genitori. Nel 2015 Carretta è tornato in libertà e ora vive in una casa di Forlì che ha comprato con il ricavato della vendita della casa del massacro della sua famiglia. Alla prossima... F note (1) (2) ANSA 19 maggio 2000. La linea d'ombra - Maso/Carretta, onora il padre e la madre - parte 5/8.
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 25
Nelle foto: sopra Ferdinando Carretta al centro Nicola Carretta a sinistra Antonio Di Pietro Magistrato di turno dell’epoca
Le norme tecniche, le buone prassi e le linee guida
ello scorso numero abbiamo parlato degli aspetti giuridici legati alle norme tecniche, in questo, al fine di completare adeguatamente la tematica, vedremo come ha origine una norma tecnica e cosa si intende per “buone prassi” e “linee guida”. Ed in particolare tenteremo di familiarizzare, attraverso un semplice compendio, con le sigle (acronimi) più comuni che sono sempre più
Nella foto: norme tecniche e linee guida
spesso citate quando si parla di normative afferenti la sicurezza sui luoghi di lavoro. Una norma tecnica nasce dalla adozione di una norma armonizzata, cioè una specifica tecnica, adottata da un organismo di normalizzazione europea, operante su incarico della commissione Europea, in conformità di quanto disposto dalla Direttiva 98/34/ CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, e valida per tutti gli Stati Membri. Gli organismi di normalizzazione europea sono: • il CEN, Comitato Europeo di Formazione, dal francese Comitè Européen de Normalisation, ha lo scopo di produrre norme tecniche (EN);
• il CENELC, Comitato Europeo di Normalizzazione Elettrotecnico, dal francese Comitè Européen de Normalisation en électronique et en électrotechnique, è responsabile della normalizzazione europea per il settore dell’ingegneria elettrica; • l’ETSI, Istituto Europeo per gli Standard nelle Telecomunicazioni, dall’inglese European Telecommunications Standards Institute, è responsabile della definizione e dell’emissione di standard europei nel campo delle telecomunicazioni, compresa la telefonia cellulare. Le norme armonizzate europee, una volta emanate, sono pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea e, quindi, successivamente adottate dagli Stati Membri con la pubblicazione di successivi Decreti volti a “nazionalizzare” la norma. Stando al Regolamento n. 1025/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012 sulla normazione europea, per “norma” si intende: “una specifica tecnica, adottata da un organismo di normazione riconosciuto, per applicazione ripetuta e continua, alla quale non è obbligatorio conformarsi, e che appartenga a una delle seguenti categorie”: • norma internazionale (ISO): rappresenta la norma che “è adottata da un’organizzazione internazionale di normalizzazione e che viene messa a disposizione del pubblico”. Va precisato che, benché in inglese l’ISO venga definito come International Organization for standardization, questo termine invero non è un acronimo, ma deriva da greco isos, vale a dire “uguale”. Le norme ISO sono riconoscibili da una struttura formata prevalentemente da numeri composti rispettivamente
26 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
dapprima dal numero della norma, successivamente, divisa da i due punti, l’anno di pubblicazione della stessa; • norma europea (EN): rappresenta la norma che “è adottata da un organismo europeo di normalizzazione e che viene messa a disposizione del pubblico”. Le norme europee devono essere recepite a livello nazionale, attraverso gli strumenti giuridici dei singoli Stati Membri, le eventuali norme nazionali
in conflitto con esse devono essere abrogate; • norma nazionale (UNI, CEI): rappresenta la norma che “è adottata da un organismo nazionale di normalizzazione e che viene messa a disposizione del pubblico”. In Italia, l’organismo preposto allo studio, alla pubblicazione ed alla diffusione delle norme tecniche nazionali relative a tutti i settori industriali è l’UNI, Ente Nazionale Italiano di Unificazione, ad esclusione dei settori elettronico ed elettrotecnico, che sono invece di competenza del Comitato Elettrotecnico Italiano (CEI). Le norme UNI sono documenti elaborati consensualmente dalle parti interessate (produttori, venditori, laboratori di prova, utilizzatori,
SICUREZZA pubblica amministrazione e consumatori) ed emanate dallo stesso UNI e definiscono lo “stato dell’arte” di prodotti, processi e servizi per migliorare l’economicità di produzione ed utilizzo, la commerciabilità, la sicurezza d’uso e il rapporto con l’ambiente. Sono valide sul territorio nazionale e se necessario possono essere aggiornate con nuove edizioni. Si definiscono, infine, “norme UNI CEI” le norme elaborate e pubblicate congiuntamente fra l’Ente Nazionale Italiano di Unificazione ed il Comitato Elettrotecnico Italiano. L’elaborazione delle norme tecniche avviene da parte di esperti che operano seguendo le procedure dettate dell’ente di normazione nazionale, che provvede al loro coordinamento mettendo a disposizione la propria struttura organizzativa. Il D.Lgs. n. 81/2008, prevede, oltre alle norme tecniche per la realizzazione di impianti, conformi alle norme di sicurezza, l’impiego di buone prassi e di linee guida (art. 2, co. 1, lett. v) - z)]. Sono definite dal Testo Unico “buone prassi”, le soluzioni organizzative o procedurali coerenti con la normativa vigente e con le norme di buona tecnica, adottate volontariamente e finalizzate a promuovere la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro attraverso la riduzione dei rischi e il miglioramento delle condizioni di lavoro. Le buone prassi sono elaborate e raccolte dalle Regioni, dall’INAIL e dagli organismi paritetici per essere poi validate dalla Commissione consultiva permanente, previa istruttoria tecnica della stessa INAIL, che provvede ad assicurarne la più ampia diffusione. Le “linee guida” sono invece “atti di indirizzo e coordinamento per l’applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza predisposti dai ministeri, dalle regioni e dall’INAIL ed approvati in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano”. F
Trieste Un carnevale ricco di bambini, allegria e significati...
el pomeriggio di venerdì 9 febbraio 2018, presso la sede del S.A.F.O.C. (Sindacato Autonomo Forze dell'Ordine in Congedo) di Trieste si è tenuta la festa di carnevale per i bambini. Ottimo successo e gradimento da parte di tutti i numerosi bambini e le relative famiglie dei poliziotti e vigili del fuoco, al consueto appuntamento del “Carnevale dei Bambini 2018”. L’evento è stato organizzato dal SAP (Sindacato Autonomo Polizia) con il SAPPE (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria) e il CONAPO (Sindacato Autonomo Vigili del Fuoco), diventato ormai un appuntamento annuale nella sala “Vincenzo Raiola”. Anche quest’anno SAP, SAPPE e CONAPO, che assieme rappresentano la "Consulta Sicurezza", hanno voluto condividere questo momento di divertimento e felicità non dimenticando quei bambini che purtroppo non possono passare momenti così felici e per questo motivo hanno partecipato per divertire e sensibilizzare i presenti, l’associazione triestina ospedaliera “ASTRO” (Associazione triestina ospedaliera per il sorriso dei bambini onlus). E’ stato un bel passare assieme tra famiglie, quelle della “Consulta Sicurezza” che condividono ogni
giorno le problematiche di chi tra mille difficoltà, cerca di garantire la Sicurezza e il Soccorso Pubblico ai cittadini, riuscendo anche a fare della beneficenza. Ancora una volta straordinaria l’animazione dell’Associazione “Gaia Eventi”, che ha condotto in modo perfetto la festa con giochi, magia, balli e molto gradito è stato l’intervento del Questore Isabella Fusiello che con la sua presenza ha ulteriormente arricchito di valore questo bel pomeriggio. Un ringraziamento particolare va a tutti i partecipanti che con le loro maschere hanno contribuito ad animare la festa. L’auspicio dei SAP SAPPE e CONAPO è quello che, per il futuro, questi momenti siano sempre più coinvolgenti e grandiosi. F Il Segretario Regionale Sappe Giovanni Altomare
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 27
Nelle foto: alcune fasi della festa di carnevale
Gennaro Nelson Esposito Avvocato Penalista rivista@sappe.it
Nella foto: stretta di mano
La nozione di giustizia riparativa ci invita a riflettere su due aspetti: da un lato si pone la funzione riparatoria tipica del risarcimento del danno in sede civile mentre, in ambito penale, viene in considerazione il percorso di avvicinamento dell’autore del reato alla vittima. Questo secondo tema merita una riflessione poiché impone di attuare, in sede penale, un adeguato bilanciamento tra certezza del trattamento sanzionatorio e funzione costituzionale della pena, nel quadro dei recenti interventi normativi e giurisprudenziali. La giustizia riparativa riflette, infatti, un nuovo paradigma di giustizia culturalmente e metodologicamente autonomo, attuabile in ogni stato e grado del processo penale, che supera l’ottica meramente punitiva della sanzione penale ed è teso a rinnovare la visione e la risposta al crimine. Esso è legato ad una lettura “relazionale” del fenomeno criminoso, inteso, ora, come un conflitto che provoca la rottura di aspettative sociali condivise e che è suscettibile di essere superato oltre la logica del castigo. Ciò produrrà un duplice effetto virtuoso: da un lato l’autore del reato, rendendosi conto di aver sbagliato, potrà «chiedere scusa» alla vittima e si prodigherà per porvi rimedio; dall’altro, la vittima avrà una diversa percezione del torto subìto e riceverà una ricompensa morale ed economica.
Fa da sfondo al nuovo istituto il fondamentale effetto deflattivo con l’obiettivo di migliorare la qualità del sistema giudiziario penale con il contenimento della recidiva anche in fase di esecuzione. 2 - Dopo aver acquisito piena cittadinanza nel dibattito scientifico, la giustizia riparativa dimostra una progressiva espansione anche sul piano normativo con l’importante impulso fornito, di recente, dagli Stati Generali dell’Esecuzione Penale. “Nata” in Italia con l’introduzione dell’istituto della messa alla prova nel codice di procedura penale minorile del 1988, la nozione di giustizia riparativa è contenuta nei Basic principles on the use of restorative justice programmes in criminal matters, elaborati dalle Nazioni Unite il 24 luglio 2002, che comprendono «qualunque procedimento in cui la vittima e il reo e, laddove appropriato, ogni altro soggetto o comunità lesi da un reato, partecipino attivamente insieme alla risoluzione delle questioni emerse dall’illecito, generalmente con l’aiuto di un facilitatore. Esempi di giustizia riparativa possono essere la mediazione, la conciliazione, il dialogo esteso ai gruppi parentali e i consigli commisurativi». A livello sovranazionale la Direttiva n. 29 del 2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, nel promuovere la mediazione penale a fini di giustizia riparativa a beneficio delle vittime, obbliga gli Stati ad attivare strumenti di protezione, informazione ed assistenza a favore delle vittime e - ponendo al centro gli interessi, le esigenze della vittima e la riparazione del danno richiede precise garanzie volte a contenere i rischi di vittimizzazione
28 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
secondaria (intimidazioni, ritorsioni). Uno dei pregi della direttiva è proprio quello di imporre l’abbandono di una visione esclusivamente reo-centrica del diritto processuale penale a favore di una nuova concezione dell’intera vicenda processuale come sede di bilanciamento degli interessi dei diversi soggetti, richiamando l’idea di un (ri)equilibrio fra le ragioni della vittima e quelle dell’autore del reato che deve essere garantito da norme minime in ciascun ordinamento nazionale. 3 - Il nostro ordinamento contempla diversi strumenti di giustizia riparativa, dalla sospensione del processo con messa alla prova nel processo penale minorile di cui all’art. 28 D.p.r. n. 488/1988, all’estinzione per riparazione di cui agli articoli 35, 54, 73 co. 5 bis, 186 e ss. della legge 274 del 2000 nell’ambito del procedimento penale davanti al giudice di pace e la messa alla prova per gli adulti, introdotta con legge n. 67 del 2014. E’ con la legge 103 del 2017 che è stato inserito nel codice penale l’art.162-ter che permette al giudice, per i reati perseguibili a querela soggetta a remissione, di dichiarare l’estinzione del reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato abbia riparato interamente il danno con le restituzioni o il risarcimento e abbia altresì eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato entro termini perentori. L’istituto, già introdotto nella giurisdizione di pace dall’art. 35 d.lgs. n. 274 del 2000, ha una ratio rieducativa, ristorativa e deflattiva e concorre ad attuare il “diritto penale minimo” alla stregua dei principi di proporzione e di extrema ratio della sanzione penale.
GIUSTIZIA Si tratta di una causa di estinzione del reato generale a carattere soggettivo, essendo applicabile ad un numero indeterminato di reati, specificamente tutti quelli a querela rimettibile ed al solo imputato che adempie la condotta riparatoria. La nuova norma ha immediatamente acceso il dibattito dottrinale e giurisprudenziale laddove, pur prevedendo la necessaria audizione delle parti e della persona offesa, non riconosce alla vittima un potere di veto e consente, in sostanza, di scavalcare la volontà punitiva del querelante anche se l'offerta, rifiutata dall'interessato, sia stata ritenuta congrua dal giudice. In tale ottica ha suscitato scalpore la recente decisione (sentenza del 2.10.2017) con la quale il Gup di Torino, dopo aver ritenuto congrua un'offerta risarcitoria modesta, che la persona offesa non aveva accettato, ha dichiarato estinto il reato di stalking in base al nuovo istituto previsto dall’art. 162 ter c.p. La pronuncia ha prestato il fianco alle critiche di coloro che hanno sostenuto l’arretramento dello Stato nell’esercizio della potestà punitiva e il carattere paradossale di una norma il cui evidente scopo deflattivo si scontra con la certezza della pena e con la comprensibile aspettativa risarcitoria delle persone offese. Senza abdicare alla funzione positiva dell’istituto, a tale criticità si è posto rimedio con l’art. 2 della legge n. 172 del 2017, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 284 del 5 dicembre 2017 che ha convertito in legge il decreto fiscale collegato alla Legge di Stabilità per il 2018 - che ha formalmente escluso lo stalking, anche nelle ipotesi procedibili querela, dal novero dei reati cui è applicabile l’estinzione per riparazione, in tal modo rafforzando la tutela delle vittime di questa odiosa forma di aggressione. Come ribadito nella relazione di accompagnamento, si è trattato di un intervento normativo che di fronte all’allarmante fenomeno delle donne vittime di femminicidio, ha inteso propendere per un bilanciamento a favore della funzione retributiva, generale e specialpreventiva della pena.
4 - In prospettiva si impone la necessità di valutare, in sede applicativa, la compatibilità del meccanismo estintivo per i reati procedibili a querela (o che potranno esserlo quando sarà attuata la delega dettata dalla legge n. 103 del 2017) con altre condotte di particolare allarme sociale, come le lesioni personali stradali di cui agli artt. 589 bis e ss. c.p. per non vanificare, con l’estinzione del reato, la finalità di prevenzione perseguita con la legge n. 41 del 2016 introducendo la sanzione accessoria della revoca della patente di guida. Resta ferma, ovviamente, la valutazione di congruità in via generale devoluta al giudice dall’art. 162 ter c.p., che viene in rilievo in relazione ad alcuni reati, perseguibili a querela, tra cui la diffamazione (specie se a mezzo stampa o con altri mezzi di pubblicità) in assenza di parametri obiettivi tali da garantire risultati omogenei. Ciò, in considerazione, della efficacia deterrente nei confronti di giornalisti ed editori delle sanzioni pecuniarie, peraltro preferibili alla reclusione nel quadro dei principi di libero esercizio dell’attività di informazione puntualizzati dalla giurisprudenza sovranazionale, in relazione ai reati di stampa. 5 - In conclusione non può essere negata la portata deflattiva dell’estinzione per riparazione che, insieme alle altre misure della messa alla prova e del doppio intervento di depenalizzazione (decreti legislativi 7 e 8 del 2016), concorrerà alla riduzione dei procedimenti in corso nei vari gradi di giudizio, passati da 1,65 milioni a fine 2015 a 1,55 milioni al 31 marzo 2017. Non bisogna, dunque, perdere di vista l’obiettivo di recuperare efficienza al processo penale, diminuendo il numero e la durata dei processi, e favorire il reinserimento sociale del reo attraverso azioni consapevoli e responsabili che attuino i programmi di giustizia riparativa con evidenti benefici per le vittime, senza però trascurare le irrinunciabili esigenze di sicurezza e certezza della pena. F
Forio d’Ischia Motocross sulle dune
l rombo dei motori, l'insidia delle dune di sabbia, la suggestione del panorama di Forio d'Ischia. E' la prima edizione dell'Ischia Mare Cross organizzata il 10 e 11 febbraio 2018 dalla Federazione Motociclistica Italiana e diretta dal nostro Direttore di Gara Nazionale FMI Ciro Borrelli (Sovrintendente del Corpo di Polizia Penitenziaria). La manifestazione patrocinata dal Comune di Forio ha richiamato una gran folla di curiosi ed appassionati sulla spiaggia della Chiaia. F
Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 29
Nelle foto: i partecipanti all’Ischia Mare Cross a ﬁanco: Ciro Borrelli
Settore formativo Accademia Europea Studi Penitenziari: Seminario formativo in Criminologia e prevenzione
l 20 Gennaio 2018 presso la Sala Consiliare Comune di Catanzaro si è tenuto il Seminario Formativo in Criminologia e Prevenzione del Settore Formativo Criminologia dell’AESP. L’obiettivo primario del Seminario è stato quello di porre in evidenza l’importanza della prevenzione del crimine e dell’analisi investigativa forense in detto ambito. L’evento è stato patrocinato da: • Comune di Catanzaro; • A.N.P.PE Sez. Paola (Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria); • AESP Accademia Europea Studi Penitenziari.
L’attività dell’ Accademia, oltre che ad esercitare un compito di mera formazione ed informazione, utile ad arricchire ogni singolo individuo culturalmente, mira a dare l’impulso in ambito sociale ed istituzionale affinché venga attuata ogni forma di prevenzione verso i comportamenti criminogeni. Lo studio a livello scientifico della delinquenza e del fenomeno criminale, consente di poter predisporre ogni utile intervento in ambito sociale per far fronte a questa piaga collettiva. Le aree scientifiche della Criminologia comprendono a largo spettro la Vittimologia e la Criminalistica, l’Area di Medicina forense, l’Area giuridica e sociologica e l’Area psicologicopsichiatrica. Da una breve analisi si può affermare che la criminologia può essere considerata una scienza interdisciplinare che accomuna varie discipline nello studio del
30 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
comportamenti antigiuridici e antisociali, che permette di penetrare nei meandri più interni e segreti del crimine. Nel Seminario sono state affrontate varie tematiche in ambito
CONVEGNO AESP criminologico, dalle sette al terrorismo, dai delitti in famiglia allo stalking, con elaborati ed allestimento del setting specifico, tecniche di ascolto, colloqui clinico forensi e strumenti peritali, decodifica della comunicazione para verbale. Fra i relatori: • Dott. Flavio De Luca Assistente Sociale e Criminologo; • Dott.ssa Annalisa Folino Biologa Criminologa; • Avv. Claudia Ambrosio Criminologa; • Dott.ssa Lorella Galassi Psicologa Penitenziaria • Dott. Sergio Caruso Criminologo, Criminal Profiler, Direttore Master Criminologia della Calabria; • Dott. Salvatore Panaro Dottore in Scienze Giuridiche con competenze accademiche in Criminologia, Componente del Comitato Scientifico dell’Accademia Europea Studi Penitenziari, Dirigente Sappe, Presidente Anppe Paola. F
info: studipenitenziari@gmail.com • info@sappe.it tel. 06.3975901 Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 31
LE RECENSIONI Sergio Segio
MICCIA CORTA. Una storia di Prima Linea DERIVE APPRODI Ed. pagg. 231 - euro 15,00
ergio Segio, il «comandante Sirio», tra i fondatori di Prima Linea (l’organizzazione armata di estrema sinistra che ha contato mille militanti e migliaia di simpatizzanti) descrive in questo libro una delle azioni più clamorose e audaci della lotta armata in Italia: l’assalto al carcere di Rovigo con cui liberò la sua compagna, la terrorista Susanna Ronconi, e altre tre detenute politiche. Il libro ha liberamente ispirato il film La Prima linea di Renato De Maria, interpretato da Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, una pellicola uscita nelle sale cinematografiche nel 2009, che ha fatto molto discutere e dalla quale Segio ha preso decisamente le distanze. E lo scrive nella nuova introduzione al libro: «Il film La prima linea è stato sottoposto a pressioni, intimidazioni e censure che non sarebbero state tollerate in nessun altro paese democratico. Perché, ormai, si vuole sia questa la
Storia, l’unica storia da raccontare di quegli anni: quella che dice della ferocia e dell’esclusiva responsabilità delle organizzazioni armate di sinistra... Come quasi sempre nella storia, il rancore e la vendetta esigono personificazione, capri espiatori, figure simboliche da mandare al rogo, o almeno al linciaggio morale, se non a quello fisico. È quello che è successo e che sta succedendo». Davvero singolare che a scrivere queste parole sia chi, nella sua folle lotta allo Stato, pretenderebbe dare e darsi un’immagine che non gli appartiene, ossia quella dei bravi ragazzi che sì, qualche errore l’avranno pure fatto, ma erano convinti di voler cambiare (e migliorare) il mondo per riportare la giustizia sociale... E per farlo hanno ucciso, ferito e reso permanentemente invalidi innocenti uomini delle Istituzioni, giornalisti, avvocati, esponenti della società civile (che considerava “i nemici politici da eliminare”): e hanno reso vedove molte donne e orfani molti bambini… Resto convinto che si potrà anche diventare ex terroristi, ma mai essere ex assassini.
LA FUGA DAL CARCERE. Le evasioni diventate Storia. Volume I DERIVE APPRODI Ed. pagg. 190 - euro 15,00
n questo libro l’Autore (con periodi di carcerazione per reati legati all’eversione politica), racconta alcune delle più eclatanti evasioni dalle carceri del mondo. Si parte da quella del 1382 di Guglielmo D’Ockham, dalle segrete del Palazzo papale di Avignone, e si conclude con quelle virtuali di Lincoln Burrows e Michael Scofiel nel serial televisivo americano Prison Brea. In mezzo, c’è spazio per quella
32 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
rocambolesca di Giacomo Casanova (1756) “per tetti e dalla porta dei Piombi di Venezia”, quella di Giuseppe Balsamo (detto Cagliostro) dalla fortezza di San Leo, per le fughe di 109 ufficiali dell’Unione durante la Guerra civile americana e di quelle dal campo di concentramento di Auschwitz, per citarne solamente alcune. Terroriste italiane e militanti dell’Ira, criminali ed assassini, prigionieri di guerra e sequestratori: storie personali differenti, ma un unico obiettivo: fuggire, o tentare la fuga, dal carcere nel quale stavano scontando una pena. Lasciano il tempo che trovano, poi, le teorie dell’Autore sull’abolizione del carcere: sarà forse conseguenza del le sue esperienze detentive, ma restiamo convinti che in uno Stato di diritto il carcere debba esistere come funzione di prevenzione nei confronti delle più o meno gravi forme di criminalità, a tutela delle persone oneste e delle vittime dei reati.
a cura di Alessandro Diddi
L’ESECUZIONE E IL DIRITTO PENITENZIARIO Seconda edizione PACINI GIURIDICA Ed. pagg. 288 - euro 22,00
uesto interessante libro, giunto in poco tempo alla seconda edizione per i nuovi interventi legislativi in materia di esecuzione penale e diritto penitenziario, assume una particolare importante alla luce dello schema di decreto legislativo di riforma dell'Ordinamento Penitenziario elaborato dal ministro della Giustizia Andrea Orlando e approvato il 22 dicembre scorso, in esame preliminare, dal Consiglio dei Ministri. Le linee guida della riforma prevedono, tra l’altro, la riduzione del ricorso al carcere in favore di soluzioni che, senza indebolire la sicurezza della collettività, riportano al centro del sistema la finalità
rieducativa della pena indicata dall'art. 27 della Costituzione e la diminuzione del sovraffollamento, sia assegnando formalmente la priorità del sistema penitenziario italiano alle misure alternative al carcere, sia potenziando il trattamento del detenuto e il suo reinserimento sociale in modo da arginare il fenomeno della recidiva. In questo contesto, il libro a cura di Alessandro Diddi esamina i temi dell’esecuzione penale e del diritto penitenziario in maniera organica e completa, sì da risultarne preziosa la consultazione per tutti coloro che, a cominciare dagli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, hanno a che fare quotidianamente con questi argomenti.
PROCEDIMENTO ED ESECUZIONE PENALE MAGGIOLI Edizioni pagg. 224 - euro 24,00
Autrice di questa interessante e preziosa Opera è giudice del Tribunale di Varese ed ha dunque un ampio competenza su questi temi. L’Opera è tanto più preziosa in relazione alla recentissima Riforma della giustizia penale (Legge 103 del 2017) e fornisce un’analisi operativa degli istituti operanti nel nostro sistema sanzionatorio penale, seguendo l'ordine delle varie fasi processuali. Si avvale inoltre di numerosi schemi e tabelle, oltre a puntuali rassegne giurisprudenziali, ed è scritta in maniera scorrevole e chiara. F
Rientro in servizio dopo una malattia e posto di servizio agevolato
uonasera Agente Sara, sono l'Agente Scelto Franco, ho subito un piccolo intervento chirurgico alla schiena, adesso sembra essere tutto superato, però il mio medico mi ha consigliato di richiedere per almeno una settimana l'impiego in un posto di servizio più tranquillo se possibile nel momento in cui rientro. Quanto detto me lo ha anche scritto su certificato. Il tutto giusto per riprendere un graduale servizio. Cosa posso fare? Se c’è da scrivere, mi dai un esempio, per favore. Grazie. Agente Scelto Franco Ciao Franco, allora visto quanto detto, puoi presentare un'istanza alla segreteria del personale di Polizia Penitenziaria dell'istituto in cui lavori, dove considerata la tua attuale e temporanea situazione chiedi di essere impiegato in posti di servizio tranquilli almeno per la settimana certificata dal tuo medico. A quel punto la Direzione, informerà il DSS di competenza(medico incaricato), il quale dopo averti incontrato valuterà in merito. Il DSS in concerto con la Direzione avrà modo di individuare i posti più idonei al tuo caso. Eccoti un esempio d'istanza alla quale necessariamente si deve allegare il certificato medico. F
TE DI REPARTO SEDE
AL COMANDAN
ntervento. in servizio post-i o tr en Ri : o.to et gg O servizio agevolat Richiesta posto di
________ ____________ __ __ tto ri sc tto di poter Il so est'istituto, chiede qu so es pr io iz rv illi per in se i di servizio tranqu st po in o at eg pi one essere im me da certificazi co a, an m tti se a almeno un ga in copia. medica che si alle tro.di cortese riscon Si resta in attesa Luogo e data Firma
Ricordiamo a tutti i lettori che i libri recensiti sulla nostra Rivista – salvo diversa indicazione - sono disponibili presso le migliori librerie specializzate o presso le Case Editrici che li hanno pubblicati, che spesso dispongono di siti internet nei quali è possibile l’acquisto on line. Ciò detto, NON È POSSIBILE ACQUISTARE I LIBRI PRESSO LA NOSTRA REDAZIONE. Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018 • 33
Le mie prigioni DAI CAPUTO, SBRIGATI... RISCRIVI IN FRETTA QUELLA PAGINA...
...BISOGNA AFFRETTARSI IL 23 MARZO CI TOLGONO L’INCHIOSTRO !
34 • Polizia Penitenziaria n.258 • febbraio 2018
MANUALE COMPLETO PER LA PREPARAZIONE AL CONCORSO PER 197 ALLIEVI AGENTI DI POLIZIA PENITENZIARIA - AA.VV. Collana: Esami e Concorsi Pagine: 752 Formato: 17x24 cm NLD CONCORSI € 26,00 ISBN: 978-88-3270-113-5 In data 13 ottobre 2017, il Ministero della Giustizia ha pubblicato il concorso pubblico, per esami, per il reclutamento di complessivi 197 posti (147 uomini; 50 donne) di allievo agente del Corpo di Polizia Penitenziaria. Lo svolgimento della prova d’esame consiste in una prova scritta, vertente su una serie di domande a risposta sintetica o a scelta multipla, relative ad argomenti di cultura generale e a materie oggetto dei programmi della scuola dell'obbligo. Il volume, edito da NelDiritto Editore, costituisce un valido strumento per la preparazione alla prova scritta del Concorso. Per ciascuna materia, vengono trattate in maniera chiara ed esaustiva le nozioni teoriche essenziali, in modo tale da fornire al candidato la possibilità di apprendere rapidamente i concetti e di ripassare velocemente i contenuti oggetto di studio. Le discipline trattate sono: • Italiano (Letteratura + Lingua italiana) • Storia • Geografia • Matematica • Educazione civica • Scienze
Il volume si compone, inoltre, per ciascuna materia trattata teoricamente, di una sezione dedicata alle batterie di domande a risposta multipla che prevedono quattro opzioni di soluzione fra le quali viene indicata la risposta corretta. Completa il volume l’innovativo simulatore online con il quale è possibile esercitarsi con batterie di domande a risposta multipla, aventi ad oggetto ciascuna delle materie oggetto del volume, consultabile con apposita password presente nel retro del volume.
2018 02 258
Pages 1-2, 4, 26, 29, 33

References: sentenza 
 articolo 403
 art. 600
 art.600
 art. 609
 art. 609
 art. 609
 art. 13
 sentenza 
 sentenza