Source: http://www.networkantidiscriminazione.it/discriminazione-sul-lavoro/
Timestamp: 2017-03-23 21:58:46+00:00

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Discriminazione – Network Antidiscriminazione
Discriminazione Cos’è la discriminazione
Fattori e forme della discriminazione
Due caratteristiche principali sono necessarie per definire discriminatorio un atteggiamento nei confronti di qualcuno:
la presenza di un trattamento particolare, diverso rispetto a quello riservato ad altri individui o gruppi;
l’assenza di giustificazione per questo differente trattamento.
Esempio: trattamenti particolari come i congedi di maternità non costituiscono discriminazione perché giustificati dalla situazione.
Secondo l’Art. 43, comma 1 del Testo Unico sull’Immigrazione costituisce discriminazione “ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose, e che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica”.
Costituiscono fattori di discriminazione i seguenti elementi:
convinzioni e pratiche religiose;
condizioni personali e/o sociali (es.: età, handicap, orientamento e identità sessuale).
Secondo il Decreto Legislativo 9 luglio 2003, possiamo distinguere tra due macro-tipi di discriminazione: diretta o indiretta.
La discriminazione diretta è quel trattamento meno favorevole cui viene sottoposta una persona a causa di uno dei fattori di cui sopra.
Si ha invece discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri possono mettere alcune persone in una posizione di particolare svantaggio rispetto ad altre.
Per approfondimenti sulle altre forme di discriminazione si rimanda al glossario.
Obiettivo e/o effetto di un comportamento discriminatorio è violare o compromettere il riconoscimento, il godimento e l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti riconosciuti dall’ordinamento giuridico e costituzionale ed escludere una persona o un gruppo dal pieno godimento delle risorse economiche, sociali e culturali.
Ma non tutte le forme di esclusione costituiscono casi di discriminazione. Discriminazione è un’ esclusione ingiustificata in quanto basata su elementi che non dovrebbero essere oggettivamente rilevanti (vedi i fattori di discriminazione). Se invece l’elemento in questione è rilevante – si pensi al caso di un operatore al pubblico che deve necessariamente essere fluente in lingua italiana – allora l’esclusione di coloro che non lo posseggono non può considerarsi discriminatoria in quanto giustificata da una finalità legittima.
Nel nostro ordinamento la fonte primaria del diritto antidiscriminatorio è l’articolo 3 della Costituzione, quando afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali avanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
A livello europeo, i capisaldi sono la direttiva 2000/43/CE, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica, la direttiva 2000/78/CE, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro. Tali normative sono state recepite, rispettivamente con i D.Lgs. 215/2003 e D.Lgs 216/2003. L’art. 1 del D.Lgs. n.215/2003, in particolare, dispone “le misure necessarie affinché le differenze di razza o di origine etnica non siano causa di discriminazione, anche in un’ottica che tenga conto del diverso impatto che le stesse forme di discriminazione possono avere su donne e uomini, nonché dell’esistenza di forme di razzismo a carattere culturale e religioso”.
A livello nazionale il D.Lgs 286/1998, (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), introduce il principio di parità di trattamento per i cittadini non comunitari rispetto a quelli italiani, stabilendo che i diritti fondamentali della persona umana sono garantiti a tutti gli stranieri presenti in Italia – regolari e non. Lo straniero regolarmente soggiornante gode inoltre dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano, i titolari di carta di soggiorno anche dei diritti politici. È assicurata la piena uguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori italiani, e la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi. Lo straniero presente nel territorio italiano è tenuto all’osservanza degli obblighi previsti dalla normativa vigente.
Nello specifico, Il divieto di discriminazione per nazionalità/cittadinanza/origine nazionale è presente:
nel diritto comunitario primario. Ma opera solo nell’ambito di applicazione dei trattati quindi tra cittadini comunitari (art. 18 TFUE e art. 21, 2^ comma, Carta dir. fond.)
nell’ordinamento CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, art. 14) ma con le limitazioni tipiche di questo ordinamento (riguarda solo «i diritti previsti dalla presente convenzione» e non è direttamente applicabile nell’ordinamento interno ma costituisce parametro interposto di costituzionalità).
nel diritto comunitario derivato come diritto alla parità di trattamento di specifici gruppi di non-comunitari. Infatti ci sono stranieri per i quali il diritto alla parità è previsto dal diritto comunitario e precisamente: i lungo soggiornanti (direttiva 2003/109 art. 11), i titolari di protezione internazionale (dir. 2004/83 artt. 26-29), i titolari di “carta blu” cioè i lavoratori “altamente qualificati” (dir. 2009/50 art. 14), i familiari di cittadini comunitari e italiani (dir. 2004/38 art. 24), i titolari di un titolo di soggiorno che consente di lavorare (dir. 2011/98 art. 12 – recepita con d.lgs. 40/2014)
nel diritto nazionale: art. 43 TU immigrazione, ma non in forma assoluta: la parità dello straniero è regolata dall’art. 2 ed è derogabile;
La violazione di tale parità – anche se prevista da una legge – costituisce discriminazione.
Allo scopo di di garantire, in piena autonomia di giudizio ed in condizioni di imparzialità, l’effettività del principio di parità di trattamento fra le persone, di vigilare sull’operatività degli strumenti di tutela vigenti contro le discriminazioni nonché di contribuire a rimuovere le discriminazioni fondate sulla razza e l’origine etnica, nel 2003 è stato istituito l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR).
Glossario della discriminazione
ovvero di cosa parliamo quando parliamo di discriminazione
La discriminazione di genere è definita dalla Direttiva 2002/73/CE relativa all’attuazione del principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne per quanto riguarda l’accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionale e le condizioni di lavoro.
La discriminazione diretta è quel trattamento sfavorevole, rispetto a quello riservato ad un’altra persona in una situazione analoga, cui viene sottoposta una persona a causa di una propria peculiare condizione naturale o sociale (genere, etnia, etc.).
Si parla di discriminazione indiretta quando una “disposizione, un criterio o una prassi” apparentemente neutri possono mettere le persone di una determinata condizione (sesso, etnia, etc.) in una posizione di particolare svantaggio rispetto a persone che non abbiano la medesima condizione, a meno che tale disposizione, criterio o prassi siano oggettivamente giustificati da una finalità legittima e i mezzi impiegati per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari.
Si parla di discriminazione istituzionale quando un ente pubblico o qualsiasi altra istituzione non fornisce un servizio appropriato o professionale o prevede una norma o un regolamento che pregiudicano una particolare categoria di persone. la principale caratteristica di questa forma di discriminazione è che si esplica in modo impersonale attraverso regolamenti, procedure e prassi.
Con il termine discriminazione multipla ci si riferisce a quei casi in cui una persona è discriminata in base a due o più fattori discriminatori. Tale discriminazione determina situazioni di particolare complessità in quanto i livelli di tutela dei diversi fattori di discriminazione variano sensibilmente.
Esempio: Una donna rom può essere discriminata nel mondo del lavoro in quanto donna e in quanto rom;
Questa ampia accezione può essere articolata in almeno tre fattispecie:
Discriminazione multipla ordinaria: si verifica quando una persona è discriminata sulla base di più fattori, ma ogni discriminazione avviene in momenti diversi e si basa ogni volta su fattori differenti.
Discriminazione additiva: avviene quando la discriminazione ha luogo nella stessa occasione, ma sulla base di fattori discriminatori diversi, ognuno dei quali aggrava la discriminazione, che si aggiungono l’uno all’altro pur restando separati e mantenendo una propria individualità.
Discriminazione intersezionale: ha luogo quando la discriminazione è basata su più fattori che interagiscono tra loro in modo da non poter più essere distinti e separati.
Per discriminazione etnica si intende il trattamento meno favorevole, differenziato e vietato dall’ordinamento, subito da una persona rispetto ad un’altra, a causa dell’origine etnica.
Per fattori di discriminazione, giuridicamente rilevanti, si intendono quelle caratteristiche, vere o presunte, che definiscono l’identità di una persona, di un gruppo o categoria di persone, esponendoli al rischio di discriminazione. I fattori di discriminazioni riconosciuti dal diritto antidiscriminatorio sono: il genere, l’origine etnica, la religione, l’orientamento sessuale, l’età, la disabilità, le convinzioni personali.
Traducibile con “incitamento all’odio”, l’hate speech indica un genere di parole e discorsi che hanno lo scopo di esprimere odio e intolleranza verso un individuo o un gruppo di persone.
Forte avversione dettata da ragioni pregiudiziali verso la cultura e la religione islamica.
Si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore all’interno dell’ambiente di lavoro. Si manifesta attraverso sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. il mobbing non costituisce di per sé atteggiamento discriminatorio, a meno che non sia motivato da fattori di discriminazione.
Molestia Per molestia si intende un comportamento non desiderato, messo in atto allo scopo o con la conseguenza di ledere la dignità di una persona. Quando tale comportamento è motivato da caratteristiche che la legge riconosce come fattori di discriminazione, allora la molestia viene definita come discriminazione e perseguita come tale (mentre le altre tipologie di molestia vengono ritenute reati comuni e perseguite e punite come tali). è da considerarsi una discriminazione quando è motivata da uno dei fattori di discriminazione, allora il comportamento è punibile anche tramite la legislazione antidiscriminatoria.
Il pregiudizio è un atteggiamento ingiustificato o non corretto, generalmente negativo basato su opinioni precostituite o su stati d’animo irrazionali dove non c’è la conoscenza reale dell’altro, nei confronti di specifici gruppi sociali e mantenute nonostante le evidenze ne dimostrino l’infondatezza. I pregiudizi possono determinare singoli specifici atti di discriminazione, ma non costituiscono atto discriminatorio per sè.
Indica una forma di razzismo specifica, una forma di deumanizzazione e di razzismo nutrita da una discriminazione storica verso la minoranza rom. Viene espressa attraverso violenza, discorsi d’odio, sfruttamento, stigmatizzazione e attraverso le più evidenti forme di discriminazione.

References: art. 21
 art. 14
 art. 11
 art. 14
 art. 24
 art. 12
 art. 43