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Timestamp: 2020-01-27 22:30:43+00:00

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16 Ottobre 2005 Locri (RC). Assassinato Francesco Fortugno mentre ricopriva la carica di vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria. -
Ottobre 16, 2005 /
“Francesco Fortugno avrebbe pagato con la vita l’inaspettata elezione in Consiglio Regionale con oltre 8500 preferenze. I Marcianò, elementi vicini al clan Cordì, avevano infatti “tirato la volata” a un altro candidato: quel Domenico Crea condannato in seguito per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito del processo “Onorata Sanità”. Crea, però, non riuscì a essere eletto, ottenendo un pessimo risultato proprio a Locri, dove Alessandro Marcianò, caposala dell’ospedale, aveva promesso almeno 700 voti. A questo punto, dunque, i Marcianò, avrebbero commissionato l’omicidio di Fortugno al giovane Salvatore Ritorto proprio per riacquistare credito nei confronti di Mimmo Crea, al fine di salvaguardare eventuali possibilità di arricchimento: “Appare ampiamente logico e plausibile – scrivono i magistrati Finocchiaro e Gaeta – condividere l’assunto dei giudici di prime cure allorquando scrivono che l’omicidio dell’onorevole Fortugno è stato ideato e voluto proprio per sanare la defaillance che avrebbe non solo nuociuto ai Marcianò sotto il profilo economico immediato, ma anche isolato gli stessi, rendendoli personaggi non più affidabili e, quindi, impossibilitati a riproporre i loro servigi nelle successive consultazioni elettorali”. I Marcianò, dunque, si sarebbero spesi per Crea, con la speranza che questi, una volta eletto, diventasse assessore alla sanità, ma l’exploit di Fortugno mandò ogni progetto all’aria. L’eliminazione di Fortugno avrebbe dovuto permettere allora a Crea di approdare in Consiglio Regionale, visto che si era posizionato come primo dei non eletti: “Il Crea, infatti, nella sua qualità di primo dei non eletti, a seguito della morte dell’on. Fortugno, sarebbe automaticamente subentrato a quest’ultimo nel Consiglio Regionale (così come di fatto è avvenuto)”.” (Claudio Cordova – Strilli.it)
Francesco Fortugno, 54 anni, medico, padre di due figli è stato colpito a Locri da due sicari mentre andava a votare per le primarie dell’Unione.
I killer sono riusciti a fuggire. Non si esclude la pista mafiosa.
Rutelli: “Siamo sconvolti. Alemanno: “Fatto grave e inquietante”.
LOCRI (Reggio Calabria) – Il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno, della Margherita, è stato ucciso a Locri in un seggio elettorale mentre votava alle primarie dell’Unione.
A sparare è stato un killer fuggito su un’auto guidata da un complice. Fortugno è stato trasportato in ospedale, ma ormai non c’era più nulla da fare.
La dinamica dell’omicidio. L’omicidio è avvenuto nell’androne di palazzo Nieddu, su corso Vittorio Emanuele, nel centro di Locri, dove era allestito uno dei due seggi dell’Unione per le primarie. Secondo le prime notizie, Fortugno, poco dopo le 17.30, stava parlando con alcune persone, quando un sicario si è avvicinato e gli ha esploso contro cinque colpi di pistola calibro 9. I carabinieri hanno ricostruito gli ultimi minuti del vice presidente. Fortugno, che risiedeva a Brancaleone, ha raggiunto in auto il centro di Locri seguito da una vettura con a bordo due persone. Nel Palazzo dei seggi è entrato insieme al suo killer. L’assassino gli ha sparato a bruciapelo davanti allo sguardo impotente di una decina di persone. Poi ha raggiunto l’auto condotta dal complice e si è allontanato.
Non si esclude la pista mafiosa. Non si esclude il movente della vendetta mafiosa. Anche se al momento i carabinieri stanno seguendo varie piste, a quella mafiosa i carabinieri attribuiscono una consistente credibilità. Sul conto di Fortugno che viene dalla Democrazia Cristiana e, poi, dal Partito Popolare, non risultano indagini neppure pregresse né sospetti di rapporti con la malavita organizzata. Domani mattina, il ministro dell’ Interno Giuseppe Pisanu, sarà in Calabria per fare il punto delle indagini insieme al prefetto e alle forze dell’ordine.
Il cordoglio di Rutelli e Alemanno. In una nota, la Margherita esprime il suo profondo dolore per l’omicidio di Francesco Fortugno. Francesco Rutelli ha parlato con la moglie di Fortugno esprimendole il sentimento di dolore e di vicinanza di tutti gli esponenti del partito. “I dirigenti della Margherita sono sconvolti per questo spaventoso fatto di sangue – ha detto Rutelli – che colpisce un amministratore stimato dai suoi colleghi e da tutta la Calabria”. Il ministro del Ministro delle Politiche Agricole Gianni Alemanno, An, definisce l’episodio “grave ed inquietante che appare riconducibile alla criminalità organizzata. Se la criminalità organizzata si rivolge ai più alti vertici istituzionali – ha osservato Alemanno – stiamo superando un livello di guardia che può essere molto pericoloso”.
La Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria ha confermato la condanna all’ergastolo per Alessandro e Giuseppe Marcianò, padre e figlio, Salvatore Ritorto e Domenico Audino, per l’omicidio di Francesco Fortugno, il vice presidente del Consiglio regionale della Calabria ucciso a Locri il 16 ottobre del 2005.
Nei confronti dei quattro imputati maggiori l’accusa ha invocato la riduzione, da tre anni a diciotto mesi, della pena accessoria del regime d’isolamento carcerario. Conferma della condanna anche per Carmelo e Antonio Dessi, mentre un aumento di pena, da dodici a diciotto anni, è stato formalizzato a carico di Vincenzo Cordì.
L’uccisione del vicepresidente del Consiglio regionale avvenne il 16 ottobre del 2005 nell’androne di palazzo Nieddu del Rio di Locri, al cui interno era stato localizzato il seggio per le primarie del Pd. L’assassinio di Francesco Fortugno scosse il Paese e ai suoi funerali partecipò anche l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Cinque mesi dopo il barbaro episodio, esattamente il 21 marzo del 2006, le indagini della Squadra mobile della questura di Reggio Calabria e del commissariato di Siderno ( nella circostanza il Ministero dell’Interno inviò nella Locride i migliori 007) portarono all’arresto di nove persone, quattro già in carcere per una precedente indagine della polizia, tra cui Salvatore Ritorto indicato come l’esecutore materiale del delitto. Un ruolo importante nella prosecuzione del lavoro investigativo lo ebbe uno dei due collaboratori di giustizia, Bruno Piccolo, suicidatosi nella località dove viveva sotto protezione, esattamente, due anni dopo l’uccisione di Fortugno. Il 21 giugno 2006, sempre la polizia, arrestò i due presunti mandanti del delitto: Alessandro e Giuseppe Marcianò, il primo caposala presso l’ospedale di Locri dove Fortugno e la moglie, Maria Grazia Laganà (oggi parlamentare del Pd), lavoravano come medici.
“Ringrazio la magistratura reggina – ha detto Maria Grazia Laganà, vedova di Francesco Fortugno – che ha confermato la sentenza di primo grado. Adesso aspettiamo le motivazioni. Per il momento sono troppo emozionata per poter aggiungere altro. Credo sia una soddisfazione non solo per i familiari, ma anche e soprattutto per la società civile di Reggio che vorrei ringraziare”. “Io continuo a dirlo a gran voce – ha aggiunto – ed è giusto che continuino le indagini, perché l’uccisione di Franco non poteva essere decisa soltanto a livello locale. Adesso aspettiamo le motivazioni”.
Maria Grazia Laganà ha poi rimandato a quanto a suo tempo detto dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che parlava del delitto Fortugno come un omicidio “politico-mafioso”. “Io ne sono convinta – ha detto – tanto è vero che continuo a chiedere che si indaghi su un livello superiore. Questo è stato ribadito non solo da Grasso – ha proseguito – ma anche da altri magistrati. Chiedo verità e giustizia fino in fondo. Quello che dovevo fare io l’ho fatto fino in fondo, fin dal primo giorno”.
A distanza di sei anni è ancora forte la richiesta di fare piena luce sull’omicidio di Francesco Fortugno, il vice presidente del consiglio regionale della Calabria ucciso a Locri mentre usciva dal seggio per le primarie dell’Unione. Oggi, in occasione del sesto anniversario dal delitto, nel corso della celebrazioni, ancora una volta è stato lanciato un appello affinchè le indagini facciano chiarezza su tutte gli aspetti dell’omicidio. Il primo a sollevare qualche dubbio è stato il vice presidente del Senato, Vannino Chiti, il quale è difficile credere che «ad organizzare tutto questo sia stato un semplice caposala».
Il riferimento di Chiti è ad Alessandro Mancianò nei confronti del quale, insieme al figlio Giuseppe, la Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria ha confermato la condanna all’ergastolo perchè ritenuti i mandanti dell’omicidio. Il 24 marzo scorso i giudici di secondo grado alla confermato la condanna all’ergastolo anche per Salvatore Ritorto e Domenico Audino ritenuti gli autori materiali dell’omicidio. Alle perplessità di Chiti si aggiungono quelle della vedova di Fortugno, l’On. Maria Grazia Laganà, la quale nonostante i due processi ci sono ancora «troppe stranezze e fatti da chiarire». Ed è proprio in questo quadro che si innesca la decisione della commissione parlamentare antimafia di approfondire la vicenda sull’omicidio Fortugno. Nel giugno scorso il Procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, ha inviato una lettera alla commissione antimafia, così come riportato dal blog di Roberto Galullo ‘Guardie o Ladrì, nel quale si afferma che sono state disposti nuovi accertamenti su una intercettazione, fatta il 13 ottobre del 2005, nei confronti del boss Mico Libri nel quale ci sarebbe una sorta di riferimento a quanto sarebbe avvenuto nella locride a distanza di pochi giorni. Dopo la morte di Fortugno quella intercettazione non fu utilizzata perchè ritenuta «incomprensibile» ed il perito nominato dalla Procura non era riuscito ad effettuare la trascrizione.
Nella lettera di Pignatone all’antimafia del giugno scorso si afferma che «E’ stato richiesto alla Squadra mobile di Reggio Calabria un’ulteriore attività investigativa su tutte le persone e i fatti che emergono o emergeranno dalla conversazione in esame». Successivamente alla risposta di Pignatone i componenti dell’antimafia, i parlamentari Luigi De Sena e Luigi Li Gotti, hanno ottenuto dal Presidente, Beppe Pisanu, che ci fosse una risposta definitiva e più precisa che, secondo il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, arriverà nei prossimi giorni. «Ci sono state – afferma Grasso – delle indagini che abbiamo concluso. Ora bisogna avere pazienza e tra alcuni giorni si saprà se quella telefonata è legata al caso Fortugno». Nel corso della manifestazione svoltasi oggi a Locri il presidente del consiglio regionale della Calabria, Francesco Talarico, è giunto, infine, ha affermato che il modo migliore per onorare la memoria di Fortugno consiste «nell’impegno quotidiano di istituzioni e cittadini della Calabria civile e onesta nel combattere e sconfiggere la criminalità organizzata».
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del sesto anniversario del vile assassinio di Franco Fortugno, in un messaggio ha espresso alla signora Maria Grazia Laganà, il suo commosso pensiero: «Rinnovare e celebrare il ricordo di chi, come suo marito, ha pagato con la vita l’impegno al servizio delle Istituzioni, non deve essere soltanto espressione di vicinanza a chi ha subito la perdita dei propri cari, ma deve anche fungere da stimolo per rafforzare nella collettività la cultura del rispetto delle regole contro ogni forma di violenza e sopraffazione. L’importante iniziativa da lei promossa testimonia la mobilitazione della società civile e, in specie, dei giovani contro una delinquenza agguerrita e pervasiva; consente poi di rinnovare il deciso sostegno delle Istituzioni e delle Forze politiche e sociali all’attività che la Magistratura e le Forze dell’Ordine stanno svolgendo con determinazione, coraggio e crescenti risultati per contrastare l’aspirazione delle organizzazioni criminali al controllo del territorio».
”I Marcianò fecero uccidere Fortugno per riacquistare prestigio con Mimmo Crea”. Le motivazioni della sentenza d’appello
L’omicidio Fortugno come “riattualizzazione di quelle originarie prospettive di guadagno preventivate sia dal Crea che da i suoi supporter”. Queste le conclusioni cui è arrivata la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria con riferimento all’omicidio di Franco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria assassinato a Locri il 16 ottobre del 2005. I giudici Bruno Finocchiaro e Lilia Gaeta hanno depositato le motivazioni della sentenza con cui sono stati confermati i quattro ergastoli nei confronti di Alessandro e Giuseppe Marcianò e di Salvatore Ritorto e Domenico Audino, ritenuti mandanti ed esecutori materiali dell’omicidio politico-mafioso avvenuto fuori da Palazzo Nieddu, in occasione delle primarie dell’Ulivo per la scelta del premier da candidare alle elezioni politiche. Il 23 marzo scorso, la Corte, condannò anche Antonio Dessì a 5 anni e 8 mesi, mentre decretò l’assoluzione (con immediata scarcerazione) per Carmelo Dessì e Vincenzo Cordì.
Fortugno, dunque, avrebbe pagato con la vita l’inaspettata elezione in Consiglio Regionale alle elezioni del 2005 con oltre 8500 preferenze. I Marcianò, elementi vicini al clan Cordì, avevano infatti “tirato la volata” a un altro candidato: quel Domenico Crea condannato in seguito per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito del processo “Onorata Sanità”. Crea, però, non riuscì a essere eletto, ottenendo un pessimo risultato proprio a Locri, dove Alessandro Marcianò, caposala dell’ospedale, aveva promesso almeno 700 voti. A questo punto, dunque, i Marcianò, avrebbero commissionato l’omicidio di Fortugno al giovane Salvatore Ritorto proprio per riacquistare credito nei confronti di Mimmo Crea, al fine di salvaguardare eventuali possibilità di arricchimento: “Appare ampiamente logico e plausibile – scrivono i magistrati Finocchiaro e Gaeta – condividere l’assunto dei giudici di prime cure allorquando scrivono che l’omicidio dell’onorevole Fortugno è stato ideato e voluto proprio per sanare la defaillance che avrebbe non solo nuociuto ai Marcianò sotto il profilo economico immediato, ma anche isolato gli stessi, rendendoli personaggi non più affidabili e, quindi, impossibilitati a riproporre i loro servigi nelle successive consultazioni elettorali”.
I Marcianò, dunque, si sarebbero spesi per Crea, con la speranza che questi, una volta eletto, diventasse assessore alla sanità, ma l’exploit di Fortugno mandò ogni progetto all’aria. L’eliminazione di Fortugno avrebbe dovuto permettere allora a Crea di approdare in Consiglio Regionale, visto che si era posizionato come primo dei non eletti: “Il Crea, infatti, nella sua qualità di primo dei non eletti, a seguito della morte dell’on. Fortugno, sarebbe automaticamente subentrato a quest’ultimo nel Consiglio Regionale (così come di fatto è avvenuto)”.
Marcianò junior, peraltro, avrebbe partecipato al delitto, accompagnando il killer Ritorto all’agguato nei confronti di Fortugno, attinto, da meno di un metro, con cinque colpi di pistola. Scrivono i giudici: “Sussiste l’alta probabilità logica e un elevato grado di credibilità razionale che Marcianò Giuseppe abbia partecipato all’omicidio a seguito di un apposito programma preventivamente concordato con il padre che, in prima persona, aveva un fortissimo movente per volere la morte del politico antagonista del Crea; il verificarsi di tale evento gli avrebbe permesso, infatti, di riacquistare quel prestigio ed autorevolezza che aveva perso in un paese come Locri ove non solo si attende, ma addirittura si pretende che “i patti vengano rispettati”. Il Crea, infatti, impersonava non solo il soggetto politico antagonista di Fortugno, ma soprattutto il terminale su cui si era registrata la convergenza di sforzi elettorali, messi in campo a più livelli, anche da soggetti appartenenti alla criminalità organizzata, in vista dei cospicui vantaggi che l’intero cartello elettorale avrebbe conseguito se il Crea avesse ottenuto l’obiettivo dell’elezione e dell’eventuale assegnazione di un assessorato”.
Un omicidio realizzato su volere dei Marcianò per favorire il loro politico di riferimento, Mimmo Crea che, a suo dire, aveva contribuito ad arricchirli e che, comunque, non è mai stato indagato per il delitto. Un processo indiziario che, come in primo grado, ha dato grande rilevanza alle dichiarazioni dei collaboratori Bruno Piccolo (morto suicida) e Domenico Novella: “Dichiarazioni reciprocamente riscontrate” scrivono i giudici. E anche con riferimento al movente, nella sentenza sono richiamate le parole di Novella, ascoltato, nei mesi d’indagine, dal pm Giuseppe Creazzo, oggi procuratore di Palmi: “Che il movente sottostante all’omicidio dell’on. Fortugno vada individuato proprio nella perdita di credibilità ed affidabilità dei Marcianò (con contestuale perdita da parte di costoro dei preventivati vantaggi economici legati all’elezione del Crea) ha trovato, d’altronde, una conferma nella stessa deposizione del collaboratore Novella. Costui, infatti, nel riportare le notizie apprese in proposito da Ritorto Salvatore, ha espressamente dichiarato che fu proprio il Ritorto a confidargli di agire “per conto di Marcianò Alessandro”. Sempre a detta del Novella, poi, il Ritorto gli aveva fatto presente la possibilità di ottenere una ricompensa economica (“tanti soldi”) nel caso in cui egli lo avesse aiutato a commettere l’omicidio precisando, altresì, che al pagamento avrebbe provveduto lo stesso Ritorto insieme a Marcianò Alessandro”.
E, in effetti, dopo l’omicidio, Ritorto cambiò autovettura ed ebbe la possibilità di effettuare dei lavori di ristrutturazione all’interno della propria abitazione: “Anche il particolare tenore di vita di Ritorto Salvatore evidenziato dopo il fatto delittuoso è stato oggetto di curiosità da parte dei due collaboratori. Entrambi hanno infatti riferito dell’incremento patrimoniale dello stesso” scrivono i giudici Finocchiaro e Gaeta. Il giovane Ritorto, esecutore materiale del delitto, dunque, viene accusato dai collaboratori Piccolo e Novella: “L’indicazione concorde fornita da entrambi i collaboratori circa l’individuazione del killer in Ritorto Salvatore ha trovato sostanziale conferma nei dati di prova generica acquisiti agli atti del dibattimento che hanno consentito di ricostruire la fisionomia dell’omicida, descritto come una persona essenzialmente snella, di giovane età, di altezza media, leggermente più alto del dott. Fortugno”. Ma, oltre che dalle dichiarazioni dei pentiti, Ritorto è stato incastrato però anche dalle dichiarazioni dei testimoni, presenti a Palazzo Nieddu al momento dell’omicidio: “La complessiva valutazione delle dichiarazioni e dunque le indicazioni relative alla corporatura, all’atteggiamento all’età del killer convergono nel descrivere una persona giovane, dalle movenze agili, di altezza media, di corporatura snella caratteristiche del tutto compatibili con quelle dell’appellante Ritorto Salvatore che all’epoca dei fatti aveva 26 anni, era alto 171 cm e pesava 67 kg”.
Lo stesso Giuseppe Marcianò ha tentato di procurarsi un alibi, sostenendo di trovarsi, nel giorno dell’omicidio, presso il Centro Commerciale Peguy di Cinquefrondi. Una versione dei fatti che ha spinto i giudici di secondo grado a commissionare una perizia sui tempi di percorrenza da Cinquefrondi a Locri. Una perizia che, però, incastrò ulteriormente Marcianò, perché dimostrò che non sarebbero occorsi più di 25-26 minuti per spostarsi da un luogo all’altro: “Anche nel caso in cui si volesse riconoscere la presenza di Marcianò Giuseppe presso il Centro Commerciale Peguy nell’orario indicato dai testi d’alibi (i quali hanno sostenuto di essere arrivati al Centro Commerciale tra le 16,00 e le 16,20), si è ribadita la correttezza dei tempi di percorrenza così come emergenti dal giudizio di primo grado e, quindi, la possibilità per l’odierno imputato di essere presente a Palazzo Nieddu del Rio alle ore 17,22 ossia nell’orario in cui l’on. Fortugno è stato assassinato”.
E se i Marcianò sono considerati personaggi vicini alla cosca Cordì, ma non solo (la moglie di Alessandro Marcianò, e quindi madre di Giuseppe, è una Bruzzaniti), anche il gruppo di Novella, cui avrebbero fatto parte Ritorto, Audino e Piccolo, è stato comunque considerato una “cellula” del clan Cordì, che avrebbe potuto operare, però, con una certa autonomia, visto che, in quegli anni, il “locale” di Locri era chiuso a causa della sanguinosa faida tra i Cordì e i Cataldo: “Dalle intercettazioni acquisite in atti (ed, in particolare, dalla conversazione tra presenti svoltasi in data 18.03.2010, alle ore 17.10, tra Commisso Giuseppe e Aversa Ilario, all’interno del locale adibito a lavanderia denominato “Apegreen” di Commisso Rosa) emerge chiaramente che, dopo una trentennale guerra di mafia condotta tra le due opposte famiglie dei Cordì e dei Cataldo (circostanza questa ben nota ed emersa anche dagli esiti del processo Primavera 1) era stata finalmente siglata la pace tra le citate ‘ndrine locali ed era stata riattivata la “locale” di Locri precedentemente “messa in sonno”. In pratica, da tale conversazione si trae la conferma che all’epoca dell’omicidio Fortugno (e sino agli inizi del 2010) non esisteva a Locri una “locale” a cui fare riferimento; ogni gruppo criminale (tra cui anche quello del Novella) era libero di prendere qualsiasi iniziativa (logicamente di tipo criminale) senza chiedere il permesso o la preventiva autorizzazione ad alcun organismo locale a ciò predisposto”.
Un delitto, quello di Fortugno, su cui non è stata fatta piena luce sui presunti mandanti politici, ma su cui, anche nelle motivazioni della sentenza d’appello, viene messo il marchio della ‘ndrangheta: “La obiettiva carica intimidatoria emergente dall’omicidio dell’on. Fortugno e i suoi risvolti in termini di assoggettamento e di omertà costituiscono, nel loro insieme, un formidabile fattore di impunità e di sopraffazione di cui normalmente i sodalizi mafiosi si avvalgono nel raggiungimento del loro incontrastato potere di controllo e di gestione non solo del territorio, ma anche dei loro abitanti”.
Da rifare il processo d’Appello per uno dei mandanti, Alessandro Marcianò. Insieme al figlio, avrebbe ordinato il delitto per motivi di rancore a seguito dell’elezione del candidato della Margherita
ROMA La Cassazione ha confermato tre delle quattro condanne all’ergastolo, inflitte dalla Corte di Assise di Appello di Reggio Calabria, per i mandanti e per gli esecutori materiali dell’omicidio del vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, Francesco Fortugno. E’ stata annullata con rinvio solo la condanna di Alessandro Marcianò, uno dei mandanti. La Sesta sezione penale della Cassazione, dunque, ha confermato il carcere a vita per il mandante del delitto Giuseppe Marcianò, e per gli esecutori materiali Salvatore Ritorto e Domenico Audino, che uccisero Fortugno in un agguato a Locri il 16 ottobre del 2005 all’interno di palazzo Nieddu, dove era stato allestito il seggio per le primarie dell’Unione di Prodi. Una circostanza, questa, che aveva fatto pensare al delitto politico-mafioso “sconfessato”, adesso in via definitiva, dalla Suprema Corte. Secondo i giudici di merito, infatti, Giuseppe Marcianò con il padre Alessandro – la cui posizione è però da riesaminare – avrebbero ordinato il delitto per motivi di rancore, provati da Alessandro Marcianò, dipendente dell’ospedale di Locri, verso Fortugno. La “colpa di Fortugno” sarebbe stata quella di essere stato eletto al posto di un altro candidato, Domenico Crea, sostenuto dallo stesso Marcianò e che nell’inchiesta sul delitto non è mai stato coinvolto. Fortugno apparteneva alla Margherita.
«Motivazioni lacunose», ecco perché Alessandro Marcianò si “salva”
in Cassazione dalle accuse per l’omicidio di Franco Fortugno
Le motivazioni della Suprema Corte che hanno permesso al capo sala dell’ospedale di Locri di rivedere aperta la propria posizione per il delitto del vicepresidente del Consiglio regionale. La Corte d’Appello dovrà riformulare il processo
LOCRI – «La motivazione della sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria appare lacunosa». E’ questo forse il passaggio più importante delle quasi 60 pagine di motivazione che la Corte di Cassazione ha depositato in merito alla sentenza del processo sull’omicidio Fortugno e relativo alla posizione di Alessandro Marcianò. Secondo la sesta sezione penale della Suprema Corte ci sono aspetti della vicenda processuale che non appaiono chiari. Circa un mese fa la Cassazione si era pronunciata in modo definitivo sulle condanne agli imputati per il delitto dell’onorevole Franco Fortugno, avvenuto il 16 ottobre del 2005 a Palazzo Nieddu del Rio a Locri. Per Salvatore Ritorto, Domenico Audino e Giuseppe Marcianò era stato confermato il carcere a vita, l’ergastolo, conferma della pena, a 5 anni e 8 mesi, era arrivata anche per Antonio Dessì.
Per Alessandro Marcianò, il capo sala dell’ospedale di Locri condannato all’ergastolo in primo e secondo grado e accusato di essere il mandante dell’omicidio, era arrivato l’annullamento con rinvio, ovvero si dovrà ripetere il processo d’appello. Pochi giorni fa la decisione della Cassazione è stata supportata dal deposito delle motivazioni a firma del presidente della sesta sezione penale Nicola Milo. Nelle pagine che di fatto motivano la decisione della Suprema Corte è scritto nero su bianco che «la responsabilità di Alessadro Marcianò non è documentata». Nel descrivere l’incartamento processuale che è stato posto al vaglio dei giudici di Roma si parla di “passaggi lacunosi” e di “riscontri non oggettivi”. E in particolare sui riscontri entrati nel processo Fortugno rispetto alla posizione di Alessandro Marcianò, i giudici della Cassazione hanno ribadito come le parole dei collaboratori di giustizia, da sole, senza un supporto probatorio forte non sono sufficienti, oltre al fatto che non indicano con certezza una responsabilità chiara di Marcianò. Tutto quindi passa ora nuovamente nelle mani della Corte d’Appello di Reggio Calabria che delle motivazioni della Corte di Cassazione dovrà tenere conto. A sette anni di distanza si chiude definitivamente il cerchio sul commando che portò a termine il delitto che sconvolse la Calabria e l’Italia intera, si aprono dubbi e perplessità su chi quell’omicidio lo ha effettivamente voluto.
Tiene però in larghissima parte il costrutto presentato dall’accusa in due processi che hanno visto condannare i responsabili del delitto. In particolare resistono in Cassazione le motivazioni presentate anche dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, che circa il movente che avrebbe determinato il delitto, si rifà alle parole dei collaboratori di giustizia Domenico Novella e Bruno Piccolo, che in un primo momento riferivano di avere appreso da Ritorto che bisognava uccidere il dottore Fortugno perchè quest’ultimo minacciava di consegnare alla Dda di Reggio Calabria delle registrazioni comprovanti un’estorsione effettuata dai due ai danni di un parente dello stesso dottore, ma che secondo Novella, comunque, diverso era il motivo che ha portato alla morte il povero Fortugno, ritenendo di ricollegare alle questioni politiche le molle che hanno armato il gruppo. Un humus, quello in cui si è sviluppato l’omicidio di Fortugno che quindi sarebbe ben chiaro e delineato, non limpido sarebbe invece il ruolo di Alessandro Marcianò che la Cassazione ha di fatto rimesso in libertà.
Confermata la condanna per l’uomo accusato di essere il mandante del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria ucciso nel 2005 a Locri durante le primarie del centrosinistra. La Cassazione aveva rimandato gli atti a Reggio. E ora la nuova sentenza. L’avvocato: «Ricorreremo ancora»
REGGIO CALABRIA – La Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria ha confermato la sentenza di condanna all’ergastolo per Alessandro Marcianò, ritenuto il mandante dell’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno, ucciso il 16 ottobre 2005 a Locri durante le primarie del Centrosinistra.
“E’ difficile commentare una sentenza quando non si conoscono le motivazioni. Le aspetteremo e poi sicuramente ricorreremo nuovamente in Cassazione” ha dichiarato all’Adnkronos l’avvocato difensore Antonio Managò.
«E’ difficile commentare una sentenza quando non si conoscono le motivazioni. Le aspetteremo e poi sicuramente ricorreremo nuovamente in Cassazione» ha dichiarato all’Adnkronos l’avvocato difensore Antonio Managò.
16 ottobre 2005 – 16 ottobre 2013
Locri (Reggio Calabria) – Ancora è impresso nella memoria di molti il rintocco solenne e deciso di quella campana. Era la Cattedrale di una Locri ferita, offesa, indignata e solo apparentemente silente. In attesa dell’estremo saluto alla salma di Francesco Fortugno, il vice presidente del Consiglio regionale della Calabria era stato ucciso barbaramente a Palazzo Nieddu del Rio, nel cuore di Locri solo pochi giorni prima. Una ferita ancora aperta. Era il 16 ottobre di otto anni fa. Si celebrava uno dei momenti di democrazia partecipativa per eccellenza, le consultazioni primarie promosse dall’Unione per esprimere il candidato alla presidenza del Consiglio dei Ministri.
Lì in quell’occasione così pregnante, colui che oggi è ricordato come il medico prestato alla politica, veniva assassinato a colpi di pistola in pieno centro. Locri ha voluto riscattare quella pagina dolorosa insieme ai giovani, giunti in 1300 per ricordare, per ascoltare, per ripartire, al fianco della famiglia addolorata, dei figli Giuseppe e Anna, della moglie Maria Grazia Laganà.
Da subito si parlò di delitto politico mafioso. Ad oggi però questa qualificazione è stata sconfessata dalla sentenza di secondo grado che ha lasciato in piedi solo il movente politico. Secondo i giudici di merito, infatti, Giuseppe Marcianò e il padre Alessandro, dipendente dell’ospedale di Locri avrebbero ordinato il delitto Fortugno per motivi di rancore legati alla elezione sua e non dell’altro candidato da loro sostenuto, Domenico Crea. Ripercorriamo la vicenda giudiziaria.
Nel febbraio del 2009 i giudici della Corte d’Assise di Locri presieduta da Olga Tarzia condanna in primo grado all’ergastolo Alessandro e Giuseppe Marcianò, padre e figlio, Salvatore Ritorto e Domenico Audino. Condannati anche Vincenzo Cordì (12 anni), Carmelo Dessì (4 anni) e Antonio Dessì (8 anni) per il reato di associazione mafiosa.
Confermati, in secondo grado, gli ergastoli per Alessandro e Giuseppe Marcianò, Salvatore Ritorto e Domenico Audino per il quale è però esclusa l’aggravante dell’articolo 7 della legge 203/1991 relativa alle modalità mafiose. Viene ridotta la pena per Antonio Dessì, condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione (escluse anche per lui le aggravanti mafiose). Assolti Carmelo Dessì e Vincenzo Cordì, immediatamente scarcerati.
Dunque, la sentenza di secondo grado, oltre ad avere destrutturato per assenza di riscontri adeguati la matrice politico – mafiosa, ha anche sancito l’assoluzione di Vincenzo Cordì e Carmelo Dessì, escludendo per tutti i condannati le aggravanti mafiose.
Dopo la conferma degli ergastoli da parte dei giudici della Corte di Assise d’Appello di Reggio Calabria per Alessandro e Giuseppe Marcianò, padre e figlio, Salvatore Ritorto e Domenico Audino, rispettivamente mandanti ed esecutori dell’omicidio, nell’ottobre 2012 la Corte di Cassazione annulla con rinvio la sola condanna all’ergastolo di Alessandro Marcianò, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore generale Alfredo Montagna, secondo il quale a carico di Alessandro Marcianò non erano emerse prove “ogni oltre ragionevole dubbio”.
Proprio lo scorso giugno il procuratore generale di Reggio Calabria, Fulvio Rizzo aveva chiesto alla Corte d’Assise di Appello di Reggio Calabria, all’attenzione della quale la posizione di Alessandro Marcianò era stata riesaminata, la conferma della condanna all’ergastolo. Conferma accordata lo scorso luglio. La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo, ha dichiarato lo scorso agosto ricevibile il ricorso presentato dall’avvocato Pino Mammoliti per conto di Giuseppe Marcianò, condannato all’ergastolo con sentenza passata in giudicato.
Omicidio Fortugno, il mandante fu Alessandro Marcianò
Ultima pagina nel lungo capitolo giudiziario per l’omicidio dell’allora vicepresidente del Consiglio regionale. Complessivamente sono quattro le persone condannate all’ergastolo per l’assassinio di Locri
LOCRI – Condannato all’ergastolo Alessandro Marcianò, è lui il mandante dell’omicidio di Francesco Fortugno, il vice presidente del Consiglio Regionale brutalmente assassinato a Locri il 16 ottobre del 2005. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che martedì, intorno alle 19.30 ha emesso nei confronti dell’ex caposala dell’ospedale di Locri la sentenza definitiva.
Con la condanna di Alessandro Marcianò cala, salvo clamorose sorprese, il sipario su una delle pagine più oscure della Calabria e forse di tutta l’Italia. Infatti poco più di una anno fa la Cassazione aveva confermato gli ergastoli anche nei confronti di Giuseppe Marcianò (figlio di Alessandro), considerato organizzatore e mandante del delitto, Salvatore Ritorto, considerato il killer ed esecutore materiale dell’omicidio, e Domenico Audino.
Quattro condanne di carcere a vita per l’assassinio del politico calabrese. Nell’ottobre del 2012 la Corte di Cassazione, nel confermare le pene nei confronti di Giuseppe Marcianò, Salvatore Ritorto e Domenico Audino, aveva annullato con rinvio la condanna di Alessandro Marcianò spiegando che le motivazioni della sentenza di appello non avevano convinto in pieno e non potevano essere tenute a sostegno di una condanna all’ergastolo. Successivamente si è svolto il nuovo processo d’appello a Reggio Calabria dove sostanzialmente si è ripetuto una sorta di processo bis sull’omicidio a carico del solo Alessandro Marcianò, processo d’appello che si è concluso con una conferma della condanna all’ergastolo per l’ex caposala di Locri
(LA SECONDA CONDANNA IN APPELLO).
16 Ottobre 2005Francesco Fortugno (54 anni)Locri (RC)vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria

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