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Timestamp: 2019-03-21 09:59:05+00:00

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LA LIQUIDAZIONE GIUDIZIALE DELLE SPESE LEGALI
LA LIQUIDAZIONE GIUDIZIALE DELLE SPESE LEGALI:
REALTA' GIURISPRUDENZIALE ED ABOLIZIONE DEI MINIMI
Relazione tenuta dall’Avv. Tommaso Marvasi al Convegno Giuridico sull’Ordinamento Forense
organizzato dall’Associazione Forense “Emilio Conte”
tenutosi all’Hotel Parco dei Principi” di Roma il 12 dicembre 2011
L’Avvocatura italiana vive un momento particolarmente difficile e complesso. Come affermato dal Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Avv. Antonio Conte, “forse il momento più critico della sua ultracentenaria storia”.
L’Avvocatura viene attaccata da ogni parte. Si mette in dubbio la sua funzione. Si ascrivono ad essa tutti i mali della giustizia: forse per mascherare le deficienze di altri protagonisti del settore e per coprire l’incapacità della pubblica amministrazione di offrire un servizio efficiente.
Lo dico senza tema di smentita, ma se le cancellerie fossero affidate alle segretarie dei nostri Studi si avrebbero risultati ed efficienza oggi neppure concepibili.
Io credo che l’attacco contro l’Avvocatura non sia casuale, né legato a ragioni economiche. Esso è un attacco contro ciò che noi rappresentiamo, perché come dico in un mio articolo “ammazziamo gli avvocati” (si può leggere sul mio sito www.studiomarvasi.it), riportando la nota frase shakespeariana, spiego che con essa il Poeta ha voluto esprimere un plauso alla nostra categoria: ammazziamo gli avvocati, perché essi sono il baluardo della libertà e del diritto, che qualcuno vuole sempre negare.
Non è mio compito, però, svolgere considerazioni politiche, né un convegno formativo la sede per farlo.
Volevo, però, spiegare come col tema da me scelto per il mio intervento, ho inteso certamente svolgere alcune considerazioni giuridiche, ma soprattutto compiere una verifica su uno dei punti più cari alla demagogia politica, quale quello delle tariffe forensi. Tema particolarmente gradito ai potentati economici: gli unici che dalla famigerata “liberalizzazione” delle tariffe e dal principio della inderogabilità dei minimi, hanno tratto vantaggi e gli unici che trarranno vantaggio dalla possibilità di società professionali con un socio, anche di maggioranza non professionista.
Verifica che, come vedremo, può portare ad alcune sorprese e può indicare a tutti noi Avvocati una linea di condotta che, se fosse adottata da tutti ed in tutti i giudizi, si risolverebbe in una formidabile azione.
2. Il presente studio non ha la pretesa di affrontare per intero la materia, ma solamente di offrire spunti di riflessione su alcuni aspetti che a me paiono oggi più attuali.
Il discorso non può che muovere dalla Legge 4 agosto 2006 n. 248, di conversione del d.L. 4 luglio 2006, n. 223 (il c.d. “decreto Bersani”).
In sede di conversione, pur dopo la riaffermazione della portata “ideologica” del decreto, si è dovuto prendere atto che la natura in prevalenza contenziosa e giudiziale dell’attività d’Avvocato impone di dovere fare riferimento a criteri oggettivi e predeterminati.
Così la legge di conversione conferma il principio della soccombenza e la liquidazione delle spese, ad opera del giudice sulla base della tariffa forense obbligatoria nei suoi minimi a tale scopo, indipendentemente dall’accordo intervenuto tra professionista e cliente.
In primo luogo, dunque, occorre rilevare che il “decreto Bersani” non abolisce i minimi tariffari, avendo, solamente abolito – limitatamente ad alcune ipotesi e col rispetto di formalità ben precise, quanto alla concreta applicazione – le disposizioni normative e regolamentari che prevedono l’obbligatorietà di tariffe fisse o minime. In sostanza, il tariffario di cui al D.M. 8 aprile 2004, n. 127, è ancora in vigore; ma l’avvocato non ha più l’obbligo di doverlo rispettare quanto ai suoi minimi, potendo derogare da essi, senza incorrere, come nel passato, in una attività deontologicamente censurabile.
Peraltro è bene avvertire subito che il terzo comma dell’art. 2233 cod. civ., nel quale è trasfuso il principio voluto dal decreto, prevede, che “sono nulli, se non redatti in forma scritta, i patti conclusi tra gli avvocati ed i praticanti abilitati con i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali”.
Il che limita la non obbligatorietà della tariffa forense soltanto a quei casi regolati da apposita convenzione scritta.
Si tratta di due principi – obbligatorietà dell’applicazione della tariffa forense da parte del giudice e inderogabilità dei minimi anche verso il cliente, salvo specifico accordo scritto – che occorrerà tenere presenti in vari punti della nostra analisi.
3. Preliminarmente, però, prima di affrontare il tema specifico della liquidazione giudiziale delle spese legali, occorrerà sgombrare il campo dalle qualunquistiche (e giornalistiche) affermazioni che la esistenza di tariffe obbligatorie rappresenterebbe una violazione delle disposizioni comunitarie.
Già con la sentenza 19 febbraio 2002, causa C-35/99 (ma in senso conforme anche la sentenza 5 dicembre 2006, nelle cause C-94/04 e C-202/04) in tema di tariffe professionali degli avvocati, la Corte di giustizia delle comunità europee ha stabilito essere valida la disposizione statale che fissa il principio della normale inderogabilità dei minimi degli onorari, atteso che «gli artt. 5 e 85 del trattato CEE (divenuti artt. 10 Reg. CEE e 81 Reg. CEE) non ostano all'adozione, da parte di uno Stato membro, di norme che approvino, sulla base di un progetto stabilito da un ordine professionale, una tariffa che fissa dei minimi e dei massimi per gli onorari dei membri dell'ordine, a condizione che lo Stato stesso eserciti, a mezzo dei suoi organi, controlli nei momenti dell'approvazione della tariffa e della liquidazione degli onorari».
La sentenza della Corte di Giustizia citata è stata posta più volte a base di decisioni della Suprema Corte che hanno rigettatola relativa eccezione di contrasto con la normativa comunitaria: Cass., 28 marzo 2006, n. 7094; Cass., 15 aprile 2008, n. 9878; Cass., 10 maggio 2007, n. 10704.
La questione comunitaria, sia pure in altri termini, è stata riproposta anche dopo il decreto Bersani.
È molto recente, del 29 marzo 2011, la sentenza sulla causa C-565/08, con la quale la Corte di Giustizia ha respinto il ricorso della Commissione europea contro l’Italia, affermando che l’esistenza di tariffe obbligatorie anche nei massimi, non limita il principio di concorrenza neppure con riguardo ad avvocati stranieri.
Negata così l’esistenza di una pregiudiziale europea il discorso può correre fluido all’esame della nostra giurisprudenza domestica.
4. Un primo principio da verificare, parlandosi di liquidazione giudiziale delle spese, è rappresentato dalla possibilità che detta liquidazione costituisca un vincolo nei confronti del proprio cliente.
Si tratta di stabilire, in altre parole, se l’Avvocato che ottiene una sentenza favorevole, nella quale vi sia la liquidazione delle spese, sia vincolato nei confronti del proprio cliente dalla quantificazione fatta dal giudice.
È una domanda che tutti gli Avvocati si sono sentiti porre. La risposta – lo sappiamo tutti – è negativa.
Non tutti conosciamo la fonte normativa di tale principio. Ad essa risale esattamente la Suprema Corte, regolando, favorevolmente per l’Avvocato, una lite riguardante proprio il diritto di richiedere una somma maggiore di quella determinata dal giudice: «In base all'art. 2 del d.m. 8 aprile 2004, n. 127, il cliente è tenuto al pagamento degli onorari nei confronti dell'avvocato indipendentemente dalla statuizione del giudice sulle spese giudiziali, mentre l'art. 61, secondo comma, del r.d.l. 27 novembre 1933, n. 1578, prevede espressamente la possibilità che venga richiesto al cliente un onorario maggiore di quello liquidato a carico della parte condannata alle spese; ne consegue che il regolamento delle spese compiuto nel giudizio contenzioso patrocinato dall'avvocato – essendo regolato da criteri legali diversi – non può in alcun modo vincolare la successiva liquidazione del corrispettivo in sede di procedura promossa dall'avvocato nei confronti del cliente per la determinazione del corrispettivo medesimo» (Cass., 22 aprile 2010, n. 9633; in senso conforme anche Cass., 19 febbraio 2010, n. 3996).
5. La liquidazione delle spese fatta dal giudice, peraltro non può derogare dalla tariffa forense. È lo stesso decreto, infatti, a disporre che “il giudice provvede alla liquidazione delle spese e dei compensi legali, sulla base della tariffa professionale”. Né potrebbe essere diversamente, non potendo il giudice procedere in maniera fantasiosa. Ciò significa che, mentre l’avvocato è autorizzato a scendere volontariamente al di sotto dei minimi tariffari, il giudice, invece, dovrà sempre rispettare le tariffe professionali. Dunque, l’avvocato potrà sempre pretendere che la liquidazione delle spese sia liquidata dal giudice in base alle tariffe professionali che, come detto, restano in vigore.
Sotto altro profilo non deve sfuggire che la modifica in sede di conversione del “decreto Bersani” è andata ancora oltre del testo originale, introducendo l’obbligo per cliente e legale, di pattuire per iscritto, sotto pena di nullità, l’entità di compensi professionali che deroghino alla Tariffa (così il nuovo testo del comma 3 dell’art. 2223 c.c. introdotto dalla Legge di conversione 4 agosto 2006, n. 248).
A meno dunque di voler intendere che in mancanza di pattuizione scritta, l’avvocato non abbia alcun diritto al compenso professionale, si deve infatti ritenere che il nuovo testo dell’art. 2223, II comma, cod. civ. limiti il suo ambito di applicazione alle ipotesi in cui cliente ed avvocato si siano preventivamente accordati – e per iscritto, sotto pena di nullità – sull’entità della tariffa.
Un provvedimento che violi detto principio, quindi, sarebbe in primo luogo illegittimo in quanto derogante dai minimi della tariffa forense, senza che fosse intervenuto in precedenza un accordo scritto tra il professionista e la procedura concorsuale cliente: rimanendo per ciò stesso integra l’obbligatorietà della tariffa ed il diritto del difensore di essere compensato almeno con i minimi tariffari; e, per converso, la soggezione del giudice alle tariffe professionali forensi che, approvate con decreto ministeriale, hanno “natura subprimaria regolamentare” (Cass., S.U., 11 settembre 2007, n. 19014).
Dall’assorbente principio testé enunciato discende anche l’obbligo per il giudice di motivare analiticamente ogni qual volta “tagli” la nota spesa dell’Avvocato.
Infatti, una volta che si sia stabilito che la liquidazione debba avvenire conformemente alla Tariffa Forense, non è dubbio che trovano applicazione i consolidati principi giurisprudenziali secondo cui «in tema di liquidazione di spese processuali, il giudice non può limitarsi ad una globale determinazione dei diritti di procuratore e degli onorari di avvocato, in misura inferiore a quelli esposti, ma ha l'onere di dare adeguata motivazione dell'eliminazione e della riduzione di voci da lui operata, allo scopo di consentire, attraverso il sindacato di legittimità, l'accertamento della conformità della liquidazione a quanto risulta dagli atti ed alle tariffe» (Cass., 24 febbraio 2009, n. 4404; nello stesso senso, ex plurimis, Cass. 8 marzo 2007, n. 5318).
Così che «la concreta determinazione degli onorari dovuti ad un avvocato costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice quando essa risulti contenuta tra i limiti minimi e massimi della tariffa legalmente approvata» (App. Napoli, 29 gennaio 2009, in Banca dati Platinum, Utet).
Si può ancora aggiungere che l’analitica motivazione richiesta al giudice che intenda ridurre gli onorari, stando alla giurisprudenza di legittimità, è particolarmente pregnante.
Si è addirittura sostenuto «che il giudice, anche in assenza di nota specifica prodotta dalla parte vittoriosa, deve indicare il sistema di liquidazione adottato, con la tariffa applicata, non potendo limitarsi ad una determinazione globale di tali compensi senza indicazione delle voci non considerate o ridotte» (Cass., 7 ottobre 2009, n. 21371).
Fermo restando, peraltro il principio che «in tema di liquidazione di spese processuali, il giudice, in presenza di una nota specifica prodotta dalla parte, non può limitarsi ad una globale determinazione, in misure inferiori a quelle esposte, dei diritti di procuratore e degli onorari di avvocato, ma ha l'onere di dare adeguata motivazione dell'eliminazione o della riduzione di voci da lui operata, allo scopo di consentire, attraverso il sindacato di legittimità, l'accertamento della conformità della liquidazione a quanto risulta dagli atti e alle tariffe, in relazione all'inderogabilità dei relativi minimi, a norma dell'art. 24 della legge 3 giugno 1942, n. 794» (Cass., 1 giugno 2006, n. 13085; in senso conforme v. anche Cass. 7 ottobre 2009, n. 21371; Cass., 24 ottobre 2007, n. 22347; per spunti e sfumature differenti sul tema si leggano anche Cass. 7 ottobre 2009, n. 21371; Cass., 26 giugno 2007, n. 14744; Cass., 19 aprile 2006, n. 9082).
6. Fermi gli annotati principi possono sorgere questioni in sede di impugnazione. Allorché, cioè, la questione della liquidazione delle spese viene fatta oggetto di un appello o di un ricorso per cassazione.
Relativamente al ricorso di legittimità, ribadendo gli stessi concetti sulla necessità della motivazione è stato osservato, in senso contrario alla decisione n. 22347/2007 testé richiamata, come, con riferimento ai profili di ammissibilità, nella prospettazione dei motivi di impugnazione, «tuttavia, al fine di consentire – da parte della Corte di Cassazione – la verifica della corretta liquidazione delle spese processuali, il ricorrente non può limitarsi alla denuncia dell'avvenuta violazione del principio di inderogabilità, ma ha l'onere della specifica ed analitica indicazione delle voci e degli importi spettantigli» (Cass., 19 aprile 2006, n. 9082; si vedano anche Cass., 3 novembre 2005, n. 21325 e Cass., 27 ottobre 2005, n. 20904).
Nel giudizio di appello, invece, l’attenzione sembra incentrarsi su differenti questioni.
In particolare ci si è chiesti se il giudice di secondo grado, in caso di accoglimento dell’appello, possa modificare la liquidazione delle spese anche mancanza di specifico gravame. La risposta è stata positiva posto che «in materia di liquidazione delle spese giudiziali, il giudice d'appello, mentre nel caso di rigetto del gravame non può, in mancanza di uno specifico motivo di impugnazione, modificare la statuizione sulle spese processuali di primo grado, allorché riformi in tutto o in parte la sentenza impugnata, è tenuto a provvedere, anche d'ufficio, ad un nuovo regolamento di dette spese alla stregua dell'esito complessivo della lite, atteso che, in base al principio di cui all'art. 336 cod. proc. civ., la riforma della sentenza del primo giudice determina la caducazione del capo della pronuncia che ha statuito sulle spese» (Cass., 22 dicembre 2009, n. 26985; si veda anche Cass. 3 maggio 2010, n. 10622; Cass., 19 novembre 2009, n. 24422; Cass., 3 maggio 2010, n. 10622; Cass., 17 gennaio 2007, n. 974).
7. Ciò che rileva ai fini del nostro discorso è, comunque, il vincolo che il giudice ha alla tariffa forense ed il suo obbligo di dare ampia e specifica motivazione ogni qual volta si discosta da essa.
Anche quando ritiene di ridurre gli onorari alla metà per cause di facile e pronta soluzione: «l'art. 60, comma 5, del R.D.L. n. 1578 del 1933 - disposizione non sostituita, ma solo integrata, da quella contenuta nella L. n. 794 del 1942, art. 4 - consente al giudice di scendere sotto i limiti minimi fissati dalle tariffe professionali quando la causa risulti di facile trattazione, sebbene limitatamente alla sola voce dell'onorario e non anche a quelle dei diritti e delle spese, cui non fa riferimento detta norma, e sempre che sia adottata espressa ed adeguata motivazione con riferimento alle circostanze di fatto del processo, non limitata, pertanto, ad una pedissequa enunciazione del criterio legale, ovvero all'aggiunta dell'elemento estrinseco, meramente indicativo, quale l'identità delle questioni; la riduzione dei minimi previsti dalla tariffa per gli onorari, in ogni caso, non può superare il limite della metà, ai sensi dell'art. 4 della legge n. 794 del 1942» (Cass., 3 6 2010, n. 13452).
O quando rigetta le domande di maggiorazione della tariffa: «in materia di liquidazione delle spese processuali, sussiste l'obbligo di motivazione della pronuncia giudiziale qualora, richiesta da parte del legale la maggiorazione di cui all’art. 5, D.M. n. 585 del 1994, con esplicitazione delle ragioni legittimanti una siffatta liquidazione (le quali non possono, tuttavia, consistere nel solo fatto della pluralità di assistiti) il Giudice disattenda le addotte ragioni» (Cass., 8 luglio 2010, n. 16153).
Così se in ogni impugnazione la questione della liquidazione delle spese non effettuata in maniera conforme e non sorretta da adeguata motivazione fosse sollevata con la ponderazione dovuta e non come un mero accessorio della domanda, si otterrebbe una maggiore considerazione ed una maggiore attenzione in linea generale alle ragioni anche economiche della nostra attività.
8. Certo è necessaria un’azione incisiva, posto che allorché il cliente è rappresentato da un potentato economico, quale ad esempio un Istituto di credito, riesce non soltanto ad imporre all’Avvocato un patto economico che è mortificante per la nostra professione, ma addirittura a lucrare sull’attività dell’Avvocato.
Prevedendo, ad esempio, che l’eventuale maggiore liquidazione delle spese operata dal giudice rispetto a quanto da essa banca pagato all’Avvocato vada a suo vantaggio.
Ciò che è una abnormità, un arricchimento alle spalle della nostra categoria, ritenuto che quasi sempre quanto pagato dalla Banca è molto meno di quanto liquidato dal giudice sulla base dei minimi di tariffa.
Contro tale vergognoso sistema è insorto il nostro vigile Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma nell’Adunanza del 21 ottobre 2010 (verbale n. 47), su segnalazione del Consigliere Alessandro Graziani.
Ci piace concludere il nostro discorso, riportando la discussione tenutasi al Consiglio dell’Ordine e la deliberazione sul punto (che può essere letta anche sul sito del Consiglio):
VERBALE N. 47 DELL'ADUNANZA DEL 21 OTTOBRE 2010
Il Consigliere Graziani riferisce quanto osservato nelle adunanze del 16 e 23 settembre 2010, relativamente al fatto che, nelle procedure esecutive immobiliari, l’assegnazione di somme ai creditori avviene secondo piano di riparto e successivo mandato di pagamento. Per effetto di ciò, taluni istituti bancari procedenti conseguono il legittimo pagamento anche di spese processuali (spese borsuali, diritti, onorari, spese generali, contributo previdenziale ed IVA) riconducibili agli oneri di assistenza da parte dei propri difensori. Sovente, tuttavia, per effetto di convenzioni stipulate dagli istituti bancari con i propri avvocati, i compensi corrisposti ai difensori sono inferiori a quella liquidata dall’Autorità giudiziaria. Se pure questa circostanza attiene al rapporto professionale tra gli istituti bancari ed i loro difensori, la situazione sopra evidenziata genera effettivamente una lesione economica in danno dei Colleghi e contestualmente il mancato versamento a chi di dovere (Cassa Forense e Amministrazione finanziaria) delle somme conseguite da parte degli istituti bancari a titolo di contribuzione previdenziale ed IVA, nella misura in cui i medesimi istituti bancari –per effetto di convenzioni- versino ai propri difensori compensi in misura minore rispetto all’importo effettivamente riscosso.
Il Consigliere Graziani chiede quindi che, a tutela dei Colleghi e nell’ottica di collaborare all’indirizzo dell’azione giurisdizionale verso il massimo rispetto delle norme civili e tributarie, il Consiglio segnali il fenomeno alla Presidenza del Tribunale di Roma – Settore Esecuzioni Immobiliari, proponendo che l’emissione dei mandati di pagamento venga preceduto dalla acquisizione agli atti della procedura di fatture (emesse da parte dei difensori che hanno prestato nel processo l’attività di cui si liquida il rimborso) con attestazione di quietanza di avvenuto pagamento (apposta dall’Avvocato) o di approvazione del documento (apposta dal beneficiario del mandato di pagamento) per importo pari al rimborso di spese processuali liquidato dal mandato stesso.
Il Consiglio delibera di segnalare alla Presidenza del Tribunale di Roma e al Settore Esecuzioni Immobiliari dello stesso Tribunale le circostanze riferite dal Consigliere Graziani nelle adunanze del 16 e 23 settembre 2010, affinché i mandati di pagamento emessi a favore dei creditori delle procedure esecutive rispecchino quanto più la destinazione ipotizzata, per ciascuna singola causale, dai piani di riparto delle somme riscosse nelle procedure stesse, delegando il Consigliere Graziani a riferire al Consiglio circa gli esiti della segnalazione
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 art. 4