Source: https://www.laleggepertutti.it/250885_ferie-durante-la-malattia-si-puo-interrompere-il-comporto
Timestamp: 2019-04-26 16:51:55+00:00

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Ferie durante la malattia: si può interrompere il comporto?
Ai fini del superamento del periodo di comporto illegittimo il comportamento dell’azienda che licenzia il dipendente non permettendogli di interrompere la malattia con le ferie.
La tua malattia sta prendendo le lunghe. Sei assente dal lavoro ormai da diverso tempo e ora temi che questa lontananza possa farti rischiare il posto. Sai che il licenziamento è vietato solo entro un certo periodo di tempo, scaduto il quale però il datore di lavoro può recedere dal contratto senza neanche motivazione. Ti chiedi inevitabilmente come evitare questo rischio. D’un tratto ricordi di avere ancora delle ferie maturate e non godute; proprio lì ti viene l’intuizione: usufruendo delle ferie durante la malattia, si può interrompere il comporto? Certo, non sarà il massimo passare le vacanze a casa, magari ad aspettare il medico fiscale dell’Inps, ma è sempre meglio di rimanere senza lavoro. Cosa prevede la legge a riguardo?
La questione è stata decisa di recente dalla Cassazione [1]. La Corte ha analizzato proprio il caso di un dipendente che era stato licenziato per superamento del periodo di comporto nonostante avesse chiesto di attaccare le ferie alla malattia proprio per allungare il termine di conservazione del posto.
Partendo da tale pronuncia, in questo articolo ti spiegheremo se si può passare dalle ferie alla malattia e se tale richiesta deve passare dalla previa autorizzazione dell’azienda o se spetta invece di diritto.
Ma per prima cosa cerchiamo di capire cos’è il comporto e come vengono conteggiate le assenze per malattia.
2 Comporto: cos’è?
3 Interruzione del comporto per ferie
La prima domanda che si fa un dipendente costretto a mettersi in malattia è: quanti giorni mi posso assentare dal lavoro? Come noto, durante la malattia il dipendente non può mai essere licenziato salvo due casi: se sopraggiunge una crisi aziendale o per comportamenti illeciti posti dal dipendente stesso prima o durante l’assenza (si pensi a un falso certificato di malattia). In altri termini l’assenza dal lavoro per la malattia non può mai essere causa di licenziamento. Ciò però a condizione che tale assenza non si protragga per troppo tempo. Il limite di giorni entro cui non si può essere licenziati è chiamato comporto ed è indicato in ciascun contratto collettivo di lavoro. Se pertanto vuoi sapere quanti giorni di malattia ti spettano devi prendere in mano il tuo Ccnl (appunto il contratto collettivo nazionale di lavoro) e leggere con precisione a quanto ammonta il tuo comporto.
Solo una volta superato il comporto, il tuo datore di lavoro può licenziarti. Lo può fare senza dover quindi trovare una giusta causa o un giustificato motivo che non sia appunto l’eccessiva assenza. In questo caso infatti l’eccessiva durata della malattia è considerata una valida causa di recesso dal contratto. Il licenziamento comunque non è automatico: alla scadenza del comporto il rapporto di lavoro prosegue a meno che il datore decide di recedere dal contratto. In altri termini, il datore può prima farti rientrare sul posto per verificare se sei ancora “utile” alla produzione. Ma non deve attendere troppo tempo facendoti credere che il posto ti è stato riservato.
Comporto: cos’è?
Alla luce di ciò puoi già comprendere cos’è il comporto: è quel numero di giorni che, per legge (o meglio, per contratto collettivo), ti puoi prendere di malattia in uno stesso anno. Se non superi questo tetto non puoi essere licenziato anche se le tue assenze sono state a macchia di leopardo (ad esempio un giorno si e due no). Ovviamente a patto che la malattia sia realmente esistente, tu ti faccia trovare alle visite fiscali e non ritardi la guarigione con comportamenti colpevoli (non devi, ad esempio, fare un secondo lavoro che, seppur astrattamente lecito, non può pregiudicare la convalescenza).
Fatte salve le disposizioni più favorevoli contenute nei contratti collettivi, la legge regolamenta la durata del comporto solo per gli impiegati, differenziandola in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore [2]:
Interruzione del comporto per ferie
Si possono attaccare le ferie alla malattia? In altri termini, il calcolo dei giorni del comporto può essere interrotto se il dipendente, durante la malattia, prende le ferie? La risposta è positiva. Secondo la sentenza della Cassazione qui in commento, il datore di lavoro non può impedire al dipendente di interrompere la malattia con le ferie.
I magistrati hanno infatti respinto il ricordo presentato dalle Poste spa sostenendo che le ferie possono essere utilizzare per interrompere il periodo di comporto e che l’azienda non aveva motivato a sufficienza il diniego alla concessione delle ferie. I giudici hanno inoltre precisato che «pur non essendo il datore di lavoro tenuto ad accogliere una richiesta di ferie tempestivamente avanzata, essendo quest’ultima rimessa ad una sua valutazione nell’ambito di esigenze contrapposte, tuttavia, al fine di evitare il licenziamento, e quindi la perdita del posto di lavoro, solo esigenze effettive e concrete possono (in ossequio alle clausole generali della correttezza di buona fede e correttezza) giustificare un diniego e così far prevalere l’interesse aziendale all’interesse del lavoratore di godere di giorni di ferie, scongiurando così la maturazione del comporto».
Questo significa, in termini pratici, che il periodo di comporto può essere interrotto dalla richiesta del lavoratore di godere delle ferie già maturate [3]. La richiesta deve essere scritta, indicare il momento dal quale si intende convertire l’assenza per malattia in assenza per ferie ed essere tempestivamente presentata al datore di lavoro prima della scadenza definitiva del comporto [4].
Il datore di lavoro deve tenere in considerazione l’interesse del lavoratore al posto di lavoro, ma non ha l’obbligo di convertire d’ufficio l’assenza per malattia in ferie [5]. In altri termini non è previsto l’automatico prolungamento del periodo di comporto per un tempo corrispondente ai giorni di ferie non goduti se il dipendente non fa una esplicita richiesta e questa non viene accolta [6]. Ma il rigetto deve essere adeguatamente motivato (cosa tutt’altro che facile per il datore).
[3] Cass. 14 aprile 2016 n. 7433; Cass. 7 giugno 2013 n. 14471; Cass. 3 marzo 2009 n. 5078.
[4] Cass. 27 febbraio 2003 n. 3028; Cass. 11 maggio 2000 n. 6043.
[5] Cass. 22 aprile 2008 n. 10352.
[6] Cass. 4 giugno 1999 n. 5528.

References: sentenza 
 Cass. 
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