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Timestamp: 2018-04-21 02:15:47+00:00

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CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 10356 del 19 maggio 2016 - Legittimo il licenziamento disciplinare intimato al lavoratore, con mansioni di liquidatore sinistri, per ripetute e gravi irregolarità da parte sua a favore dello stesso avvocato - Studio Cerbone
CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 10356 del 19 maggio 2016 – Legittimo il licenziamento disciplinare intimato al lavoratore, con mansioni di liquidatore sinistri, per ripetute e gravi irregolarità da parte sua a favore dello stesso avvocato
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CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 10356 del 19 maggio 2016
LAVORO – RAPPORTO DI LAVORO SUBORDINATO – LICENZIAMENTO DISCIPLINARE – LIQUIDATORE SINISTRI – GRAVI IRREGOLARITA’ – OBBLIGO DI FEDELTA’
Con sentenza n. 255/13 la Corte d’appello di Firenze rigettava il gravame di L. S. contro la sentenza n. 374/12 del Tribunale della stessa sede, che ne aveva respinto l’impugnativa del licenziamento disciplinare intimatogli il 27.7.11 da F. SAI S.p.A. (alle cui dipendenze lavorava con mansioni di liquidatore sinistri) per ripetute e gravi irregolarità da parte sua (nel periodo 2008-10) nelle liquidazioni di 26 sinistri, tutte a vantaggio dello stesso avvocato che assisteva i diversi aventi diritto ai risarcimenti.
Per la cassazione della sentenza ricorre L. S. affidandosi a quattro motivi.
F. SAI S.p.A. resiste con controricorso.
1.1. – Il primo motivo denuncia vizio di motivazione per avere la Corte territoriale fondato la propria decisione su una prassi non dimostrata né dedotta da F. SAI S.p.A., minimizzando – invece – l’assenza di norme procedurali espresse circa le corrette modalità tecniche di liquidazione; si obietta in ricorso che la sentenza non ha valorizzato neppure l’archiviazione in sede penale della denuncia presentata contro il ricorrente, così come non ha considerato che, in realtà, le liquidazioni effettuate in favore dell’avv. S. erano giustificate (contrariamente a quanto si legge nella gravata pronuncia) dalle apposite procure scritte rilasciate al professionista dai danneggiati da lui assistiti e presenti nel fascicolo delle indagini preliminari (a tale riguardo il ricorrente dichiara di aver proposto anche istanza di revocazione della sentenza).
Censura sostanzialmente analoga – quanto all’esistenza delle procure all’incasso in favore dell’avv. S., esistenza negata dalla gravata pronuncia – viene fatta valere con il secondo motivo sotto forma di denuncia di violazione e falsa applicazione degli artt. 1392, 1393, 1703, 1708, 1709, 1713 e 1721 c.c., anche per quel che concerne la forma della procura che, contrariamente a quanto asserito dai giudici di merito, in tale evenienza ben poteva essere anche meramente verbale o comunque ricavarsi da elementi presuntivi; aggiunge il ricorrente che la richiesta della documentazione che certifichi l’esistenza del potere rappresentativo in capo al mandatario (che non necessita neppure di espressa contemplata domini da parte sua) è meramente facoltativa da parte del terzo.
Dall’altro, la nuova formulazione dell’art. 360 co. 1° n. 5 c.p.c. (applicabile, ai sensi del cit, art. 54, co. 3°, alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, cioè alle sentenze pubblicate dal 12.9.12 e, quindi, anche alla pronuncia in questa sede impugnata) rende denunciabile per cassazione solo il vizio di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.
In tal modo II legislatore è tornato, pressoché alla lettera, all’originaria formulazione dell’art. 360 co. 1° n. 5 c.p.c. del codice di rito del 1940.
Con orientamento (cui va data continuità) espresso dalla sentenza 7.4.14 n. 8053 (e dalle successive pronunce conformi), le S.U. di questa S.C., nell’interpretare la portata delta novella, hanno in primo luogo notato che con essa si è assicurato al ricorso per cassazione solo una sorta di “minimo costituzionale”, ossia lo si è ammesso ove strettamente necessitato dai precetti costituzionali, supportando il giudice di legittimità quale giudice dello ius constitutionis e non, se non nei limiti della violazione di legge, dello ius iitigatoris.
Proprio per tale ragione le S.U. hanno affermato che non è più consentito denunciare un vizio di motivazione se non quando esso dia luogo, in realtà, ad una vera e propria violazione dell’art. 132 co. 2° n. 4 c.p.c.
Ciò si verifica soltanto in caso di mancanza grafica della motivazione, o di motivazione del tutto apparente, oppure di motivazione perplessa od oggettivamente incomprensibile, oppure di manifesta e irriducibile sua contraddittorietà e sempre che i relativi vizi emergano dal provvedimento in sé, esclusa la riconducibllità in detta previsione di una verifica sulla sufficienza e razionalità della motivazione medesima mediante confronto con le risultanze probatorie.
Per l’effetto, il controllo sulla motivazione da parte del giudice di legittimità diviene un controllo ab intrinseco, nel senso che la violazione dell’art. 132 co. 2° n. 4 c.p.c. deve emergere obiettivamente dalla mera lettura della sentenza in sé, senza possibilità alcuna di ricavarlo dal confronto con atti o documenti acquisiti nel corso dei gradi di merito.
Ma il riferimento al fatto secondario non implica che possa denunciarsi ex art. 360 co. 1° n. 5 c.p.c. anche l’omesso esame di determinati elementi probatori: basta che il fatto sia stato esaminato, senza che sia necessario che il giudice abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie emerse all’esito dell’istruttoria come astrattamente rilevanti.
A sua volta deve trattarsi dì un fatto (processualmente) esistente, per esso intendendosi non un fatto storicamente accertato, ma un fatto che in sede di merito sia stato allegato dalle parti: tale allegazione può risultare già soltanto dal testo della sentenza impugnata (e allora si parlerà di rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza del dato extra-testuale).
Sempre le S.U. precisano gli oneri di allegazione e produzione a carico del ricorrente ai sensi degli artt. 366 co. 1° n. 6 e 369 co. 2° n. 4 c.p.c.: il ricorso deve indicare chiaramente non solo il fatto storico del cui mancato esame ci si duole, ma anche il dato testuale (emergente dalla sentenza) o extra-testuale (emergente dagli atti processuali) da cui risulti la sua esistenza, nonché il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti e spiegarne, infine, la decisività.
Del pari non conferente rispetto alla ratio decidendi è il sostenere la mera facoltatività della verifica del potere del rappresentante da parte del terzo che con lui venga in contatto: L. S., nella sua qualità di liquidatore di sinistri, agiva non in proprio, ma pur sempre quale rappresentante di F. SAI S.p.A., sicché era tenuto ad agire con la diligenza prescritta dall’art. 1710 c.c., che gli imponeva (anziché consentirgli una mera facoltà a riguardo) di verificare l’esistenza dei poteri dell’altro supposto rappresentante (l’avv. S.) prima di liquidargli alcunché.
È possibile un’implicita censura d’una ratio decidendi soltanto quando le due o più rationes decidendi siano in rapporto di pregiudizialità logica o giuridica: in siffatta evenienza la specifica impugnazione della ratio pregiudicante contiene per implicito anche la contestazione della ratio pregiudicata, non potendo quest’ultima reggersi da sola una volta che sia stata dimostrata l’inconsistenza della prima.
In breve, va ribadito il principio secondo cui, ove venga impugnata una sentenza – o un capo di questa – fondata su più ragioni, tutte autonomamente idonee a sorreggerla, è necessario che ciascuna di esse abbia formato oggetto di specifica censura; diversamente, l’omessa impugnazione di una di esse rende inammissibile la censura relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva l’autonoma motivazione non impugnata, non potrebbe produrre in nessun caso la rimozione della sentenza (v. Cass. 25.2.13 n. 4672; cfr. altresì, ex aliis, Cass. 3.11.11 n. 22753 e Cass. S.U. 8.8.2005 n. 16602).
Lamentare che la sentenza non abbia indicato le norme di legge ritenute violate costituisce una denuncia di vizio della motivazione in diritto, in quanto tale non spendibile mediante ricorso per cassazione ex art. 360 co. 1° n. 5 c.p.c., che concerne solo la motivazione in fatto, giacché quella in diritto può sempre essere corretta o meglio esplicitata, sia in appello che in cassazione (in quest’ultimo caso ex art. 384 ult. co. c.p.c.), senza che la sentenza impugnata ne debba in alcun modo soffrire.
La tempestività di una contestazione disciplinare va valutata non muovendo dall’epoca dell’astratta conoscibilità dell’infrazione, bensì dal momento in cui il datore di lavoro ne acquisisca in concreto piena conoscenza, a tal fine non bastando meri sospetti (cfr., ex aliis, Cass. n. 26304/14; Cass. n. 12577/02; Cass. n. 12621/2000).
Nel caso di specie, con accertamento in punto di fatto insindacabile nella presente sede, la gravata pronuncia ha constatato che gli illeciti disciplinari sono stati scoperti (soprattutto nel loro elemento unificante, costituito dalla costante identità dell’avvocato avvantaggiato dalle anomale modalità di liquidazione dei sinistri da parte dell’odierno ricorrente) solo dopo le indagini svolte dai revisori della funzione AUDIT del gruppo societario, cioè soltanto dopo la segnalazione fatta nel luglio 2010 dal supervisore sinistri dell’area.
Ciò significa che le more della contestazione sono state giustificate dalla complessità della ricostruzione di vicende protrattesi nell’arco di un biennio (relative a 26 sinistri, ma ad un numero di gran lunga superiore di soggetti a vario titolo interessati) e dalle necessarie verifiche prodromiche all’avvio dei procedimento di cui all’art. 7 Stat., solo ai cui esito la società ha avuto contezza dei fatti e della loro rilevanza disciplinare.
Né siffatto obbligo può ricavarsi dai principi di correttezza e buona fede ex artt. 1175 e 1375 c.c. (cfr. Cass. n. 16196/09): lo smentisce il carattere fiduciario del rapporto di lavoro, fiducia che per sua stessa nozione consiste nella sensazione di sicurezza basata sulla speranza o sulla stima riposta in qualcuno o in qualcosa.
Ciò implica che la fiducia del datore di lavoro nei confronti del proprio dipendente faccia si che egli normalmente conti sulla sua correttezza, ossia che faccia affidamento sul fatto che il lavoratore rispetti i propri doveri anche in assenza di controlli assidui e continui.
Rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in euro 5.100,00, di cui euro 5.000,00 per compensi professionali ed euro 100,00 per esborsi, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge.

References: sentenza 
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 art. 54
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 art. 360
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 art. 360
 art. 384
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