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Timestamp: 2020-07-12 06:30:06+00:00

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Cassazione Penale, Sez. 3, 11 dicembre 2015, n. 48949 - Lavori in quota: rischi insiti e rischi evitabili
1. Con sentenza emessa in data 10/02/2014, depositata in data 3/03/2014, il tribunale di Genova dichiarava V.C. colpevole dei reati di cui agli artt. 159, comma secondo, lett. c), d.lgs. n. 81 del 2008 in relazione all'art. 125, comma sesto, d.lgs. citato (in quanto il sistema di ancoraggio dell'opera provvisionale montata sulla facciata della costruzione, costituito da tiranti di fil di ferro ritorto, non rientrando in quelli indicati nel libretto e autorizzazione ministeriale degli elementi del ponteggio e costituendo una soluzione tecnica diversa da quella prevista nel progetto dell'Ing. C. C., non offriva le necessarie garanzie di efficacia e di resistenza) e in relazione all'art. 111, comma secondo, d.lgs. citato (in quanto non aveva scelto un idoneo sistema di accesso ai vari impalcati del ponteggio, in particolare le scale erano disposte in modo tale che i lavoratori una volta effettuata la discesa sull'impalcato sottostante, si trovavano una botola aperta, immediatamente a destra o sinistra a seconda dell'impalcato, con pericolo di caduta o inciampo); fatti contestati come accertati in data (omissis) .
2. Ha proposto ricorso V.C. , a mezzo del difensore fiduciario cassazionista, impugnando la sentenza predetta con cui deduce quattro motivi, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen.: a) violazione di legge sotto il profilo dell'erronea applicazione dell'art. 125, comma sesto, d.lgs. n. 81 del 2008 (art. 606, lett. b), cod. proc. pen.); b) violazione di legge sotto il profilo dell'esercizio da parte del giudice di una potestà riservata dalla legge a organi legislativi (art. 606, lett. a), cod. proc. pen.); c) vizio motivazionale sotto il profilo dell'illogicità quanto alla ricostruzione del fatto rilevante ex art. 111, commi secondo e quarto, d.lgs. n. 81 del 2008 (art. 606, lett. e), cod. proc. pen.); d) violazione di legge sotto il profilo dell'erronea applicazione dell'art. 111, comma secondo, d.lgs. n. 81 del 2008 (art. 606, lett. b), cod. proc. pen.).
2.1. In sintesi, la censura di cui al primo motivo (e, correlativamente, anche al secondo motivo, che meritano congiunta illustrazione, attesa l'omogeneità sotto il profilo logico che unisce le due censure) investe l'impugnata sentenza per aver fatto erronea applicazione della norma di cui all'art. 125, d.lgs. n. 81 del 2008 e, in particolare del comma sesto della predetta norma; premette il ricorrente che detta disposizione regola il profilo dell'ancoraggio del ponteggio alla costruzione, prevedendo come quest'ultimo debba essere efficacemente ancorato almeno in corrispondenza di due piani del ponteggio e ad ogni due montati, con disposizione di ancoraggi a rombo o di pari efficacia; secondo il ricorrente sarebbe chiaro l'oggetto di detta disposizione: a) descrivere le modalità tipologiche di ancoraggio del ponteggio alla facciata con riguardo alla frequenza (ogni due piani del ponteggio e ogni due montanti) ed alla disposizione geometrica (a rombo o di pari efficacia, nel senso, secondo il ricorrente, che gli ancoraggi devono esser sfalsati, uno in alto e uno più in basso, per evitare che si trovino tutti sulla stessa linea orizzontale, ovvero presentare una disposizione di eguale efficacia in termini di tenuta).
Nel caso concreto, diversamente, si duole il ricorrente per il fatto che sarebbe stata fraintesa la portata della norma; il giudice si sarebbe concentrato non sulla disposizione geometrica degli ancoraggi, bensì sulle modalità tecniche di raccordo fra ponteggio e facciata dell'edificio, profilo non rientrante nel campo di applicazione della norma in oggetto (detto equivoco sarebbe stato originato dall'attività ispettiva dell'ing. R. che, avendo rilevato che la modalità di ancoraggio del ponteggio, costituita da tiranti in fil di ferro ritorto, differiva da quella prevista nel progetto redatto dall'Ing. C. per tale ponteggio, aveva ritenuto di dover ravvisare una violazione del comma sesto citato); poiché il progetto redatto dall'Ing. C. per tale ponteggio prevedeva quale soluzione da adottare quale modalità di raccordo ponteggio-edificio gli "ancoraggi a sbadacchio ed anello o a tassello di espansione", l'intera fase istruttoria si sarebbe concentrata sulla verifica della "pari efficacia" del sistema con "fil di ferro ritorto" rispetto a quello previsto nel progetto (e, sul punto, il ricorrente ricorda come le tesi contrapposte fossero state quella del verbalizzante ing. R. , - confortato dal perito d'ufficio, ing. M. -, che aveva escluso che tale sistema offrisse la stesse garanzie di resistenza rispetto a quella prevista nel progetto; dall'altra, quella del c.t. della difesa, ing. C. , ossia proprio colui che aveva elaborato il progetto prevedendo quel sistema con "ancoraggi a sbadacchio o a tassello di espansione", che invece aveva sostenuto che la modalità prescelta dal ricorrente garantisse pari efficacia); orbene prosegue il ricorrente, quand'anche si ritenesse che la soluzione prescelta dal giudice fosse quella corretta, la condanna non potrebbe comunque essere giustificata, in quanto la norma dell'art. 125, comma sesto, d.lgs. n. 81 del 2008 non riguarderebbe le specifiche modalità di raccordo del ponteggio all'edificio, prevedendo invece la frequenza e la disposizione geometrica degli ancoraggio di qualunque tipo essi siano; il campo di applicazione della predetta disposizione normativa non avrebbe potuto essere esteso alle specifiche caratteristiche dei giunti di fissaggio, prevedendo questa esclusivamente la loro necessaria disposizione geometrica (donde, secondo il ricorrente, sarebbe derivata l'estensione applicativa della norma che, secondo il giudice, avrebbe imposto il divieto di utilizzare sistemi di ancoraggio di un tipo piuttosto che di un altro, laddove, invece, in merito alle modalità di raccordo la norma nulla prevede, sicché il giudice, estendendone arbitrariamente il campo di applicazione facendovi rientrare il divieto di utilizzo di quel sistema di ancoraggio utilizzato dal ricorrente, avrebbe creato il precetto legislativo, così esercitando una potestà riservata dalla legge agli organi legislativi); sarebbero quindi scorretti i termini del giudizio di pari efficacia compiuto dal giudice che avrebbe dovuto prendere in esame solo il tema della disposizione a rombo degli ancoraggi e l'eventuale adozione di altri sistemi.
2.2. In sintesi, poi, la censura di cui al terzo motivo investe l'impugnata sentenza per aver fondato il giudizio di condanna quanto all'imputazione di cui al capo 2), con cui si contestava la configurabilità dell'illecito in relazione all'art. 111, comma secondo, d.lgs. n. 81 del 2008, in quanto contenente passaggi apodittici e manifestamente illogici, frutto di travisamento del fatto; il giudice, in altri termini, avrebbe fondato il giudizio di responsabilità basandolo sull'osservanza delle fotografie in atti, che avrebbero dimostrato come le botole di accesso agli impalcati erano poste nelle immediate adiacenze del piede delle scale che conducevano da un piano all'altro; secondo il giudice, la scala, pur correttamente disposta a rampe sfalsate presentava un pericolo ulteriore "non meglio individuato" rispetto a quello insito nel percorrere la scala, in quanto chi fosse scivolato salendo o scendendo da una delle scale, avrebbe potuto finire nella botola e cadere al piano sottostante, rischio che avrebbe potuto essere evitato facendo in modo che tra la botola e la base della scala vi fosse una distanza maggiore; detta affermazione del tribunale sarebbe logicamente errata, da un lato, perché errata sarebbe la premessa circa la necessità di una modalità esecutiva diversa da quella seguita e errata, dall'altro lato, sarebbe l'inferenza secondo cui la pretesa difformità realizzerebbe una condizione di pericolo ulteriore rispetto a quella tipica del mezzo; detto pericolo ulteriore - che, secondo il tribunale, consisterebbe nel rischio di caduta nella botola e quindi nel piano sottostante - in realtà sarebbe stato insussistente, in quanto, si sostiene, il ricorrente avrebbe scrupolosamente osservato la disposizione, prevedendo un sistema di scale sfalsate e non in prosecuzione, tant'è che sarebbe stato materialmente impossibile per la stessa posizione fisica della scale che un soggetto che fosse scivolato da una delle scale potesse finire nella botola sottostante, e indi cadere al piano inferiore, per due ordini di ragioni: a) da un lato, perché il lavoratore avrebbe trovato sotto di sé il tavolato del ponteggio e non la botola, che si trovava a seconda del piano alla sua dx o alla sua sx; b) dall'altro lato, perché le stesse dimensioni della botola rendevano impossibile ad un essere umano di normale corporatura passarvi attraverso, se non in posizione perfettamente verticale, e comunque trovando a contrastare la caduta la stessa scala di discesa al piano; la premessa fattuale su cui il tribunale fonda il giudizio di responsabilità, pertanto, sarebbe del tutto errata, donde la manifesta illogicità della motivazione; infine, conclude il ricorrente, non avrebbero alcuna valenza le considerazioni svolte dal giudice quanto alla circostanza, emersa nel corso dei due sopralluoghi, per la quale le botole erano state trovate aperte, ciò che consentiva di desumere come ai dipendenti non venisse raccomandato di tenerle chiuse dopo ogni passaggio, considerazione che - secondo il ricorrente - oltre che essere frutto di una infondata inferenza generalizzante, non solo non rientrerebbe affatto nell'ambito applicativo del disposto dell'art. 111, comma secondo, d.lgs. n. 81 del 2008, ma non varrebbe a dimostrare che la medesima situazione si realizzasse normalmente in cantiere, né autorizzava a ritenere non attendibile la prova contraria sul punto.
2.3. In sintesi, infine, la censura di cui al quarto motivo investe l'impugnata sentenza per aver erroneamente applicato il giudice l'art. Ili citato, la cui ratio è quella di imporre al datore di lavoro di predisporre un sistema di accesso ai piani di lavoro in quota che risulti idoneo, concetto, quest'ultimo, cui sarebbe connaturale un profilo di discrezionalità da esercitarsi tuttavia in modo da garantire l'oggetto della tutela, ossia l'incolumità del lavoratore; la corretta lettura della norma mostrerebbe come ben chiari siano i criteri cui orientare il vaglio di idoneità che la soluzione concreta adottata dal datore di lavoro deve soddisfare: a) frequenza di circolazione, dislivello e durata dell'impiego; b) prescrizioni puntuali, limitative della scelta discrezionale circa i sistemi di accesso, indicando il requisito di consentire l'evacuazione in cado i pericolo imminente e di non ingenerare rischi di caduta ulteriori rispetto alla percentuale di rischio già insita nell'utilizzare un sistema di accesso in quota; sarebbero questi i parametri cui dovrebbe ispirarsi la valutazione circa l'idoneità del sistema di accesso, e, in caso di esito negativo di tale giudizio, in base ai quali deve essere specificamente motivata la scelta sanzionatoria; il giudice, anziché seguire tali indicazioni, si sarebbe invece limitato ad una valutazione superficiale della situazione di fatto, osservando le fotografie acquisite e, proseguendo, avrebbe apoditticamente affermato la inidoneità della scelta operata dal ricorrente; da qui, dunque, la violazione di legge, avendo applicato il giudice la norma oltre i limiti testuali ad essa riferibili, non essendo ravvisabile, secondo il ricorrente, alcun rischio ulteriore di caduta e risultando assolutamente possibile l'evacuazione del ponteggio nel caso in esame.
Dalla lettura dell'impugnata sentenza è emerso che in occasione di un sopralluogo eseguito presso il cantiere aperto dall'impresa di cui il ricorrente è amministratore, era stato accertato: a) che il ponteggio era stato progettato ex art. 133, d.lgs. n. 81 del 2008, con altezza superiore ai 20 mt. ed era ancorato al fabbricato con uno stocco in tubo e giunto e con una legatura di filo di ferro ritorto del diametro di 3 mm. vincolata ad un tassello ancorato nella muratura; b) che l'accesso ai diversi piani dell'impalcato era consentito da scale a pioli in metallo inclinate alternativamente verso dx e verso sx, ma le botole che consentivano il passaggio da un piano all'altro erano poste nelle immediate adiacenze della scala, alla dx o alla sx del piede della stessa. Da quanto riferito dal verbalizzante, il sistema di ancoraggio, costituito da tiranti di fil di ferro ritorto, costituiva una soluzione tecnica diversa da quella prevista nel progetto di ponteggio redatto dall'Ing. C. ; tale diversa soluzione, ad avviso del verbalizzante, non forniva adeguate garanzie di resistenza a non poteva essere considerata di pari efficacia rispetto a quella indicata nel progetto (capo 1).
Quanto al sistema prescelto per l'accesso agli impalcati (capo 2), ex art. 111, comma secondo, d.lgs. n. 81 del 2008), lo stesso non forniva garanzie di sicurezza contro il pericolo di caduta, in quanto le botole erano poste troppo a ridosso delle scale e, nel corso di tutti i sopralluoghi, si era constatato che venivano lasciate aperte, sicché vi era per i lavoratori che utilizzavano le scale, un pericolo di caduta aggiuntivo rispetto a quello che si sarebbe verificato se le botole fossero state distanti dal piede di ciascuna scala.
Tale situazione come accertata comportava, con riferimento al sistema di ancoraggio del ponte alla facciata, la violazione dell'art. 125, comma sesto, d.lgs. n. 81 del 2008 e, con riferimento al sistema di accesso agli impalcati, la violazione dell'art. 111, comma secondo, d.lgs. n. 81 del 2008. Le prescrizioni successivamente impartite ex d.lgs. n. 758 del 1994 erano rimaste senza esito, non avendo provveduto il ricorrente ad eliminarle, come appurato a seguito di sopralluogo eseguito successivamente alla scadenza del termine per l'adempimento, in quanto le botole erano state spostate se non in minima parte e il ponteggio continuava ad essere ancorato alla facciata con tiranti di fil di ferro.
6. A fronte di tale dettagliata, accurata e logicamente ineccepibile motivazione del giudice di merito, fondata non su personali supposizioni ma su vantazioni tecniche condivise espresse con argomentazioni immuni da vizi logici, il ricorrente svolge censure al limite dell'inammissibilità, sostenendo che il giudice si sarebbe arrogato l'esercizio di un potere spettante al legislatore (secondo motivo) e che, comunque, avrebbe fatto un'errata applicazione della disposizione di cui all'art. 125, comma sesto, d.lgs. n. 81 del 2008; il giudice, cioè, indotto all'errore dall'inquadramento della questione che era stato operato in sede ispettiva dall'Ing. R. , si sarebbe concentrato non già sulla disposizione geometrica degli ancoraggi, ma sulle modalità tecniche di raccordo tra ponteggio e facciata dell'edificio, ossia sulle specifiche caratteristiche dei giunti di fissaggio, sicché tutta la valutazione svolta in sede dibattimentale sulla "pari efficacia" del sistema di ancoraggio utilizzato rispetto a quello, ritenuto più corretto (anche perché indicato nell'originario progetto del ponteggio redatto dall'Ing. C. ) basato sul raccordo a sbadacchio ed anello, avrebbe dovuto incentrarsi invece sulla pari efficacia tra la disposizione a rombo degli ancoraggi e l'eventuale adozione di altri sistemi, nel caso in esame non rilevabile.
Ritiene, diversamente, il Collegio che la valutazione operata dal primo giudice sia conforme al dettato normativo. Ed invero, occorre muovere dalla lettura della disposizione in esame. L'art. 125 del d.lgs. 9 aprile 2008, n. 81, che trova il suo identico antecedente normativo nell'abrogato art. 20, comma sesto, del d.P.R. 7 gennaio 1956, n. 164 (come coordinato con il D.M. 2 settembre 1968 e con il D.M. 6 ottobre 1988, n.451), nel disciplinare la disposizione dei montanti, stabilisce al comma 6 che "il ponteggio deve essere efficacemente ancorato alla costruzione almeno in corrispondenza ad ogni due piani di ponteggio e ad ogni due montanti, con disposizione di ancoraggi a rombo o di pari efficacia".
Ciò, pertanto, non significa che al giudice sia precluso valutare le modalità tecniche di raccordo tra ponteggio e facciata dell'edificio, trattandosi di profilo sicuramente rientrante nel campo di applicazione della norma in oggetto che, come detto, descrive solo i requisiti minimi ("almeno") perché un ancoraggio del ponteggio alla costruzione possa ritenersi efficace. È indubbio, infatti, che la stabilità del ponteggio è assicurata dagli ancoraggi i quali pertanto devono: a) essere di tipo autorizzato; b) essere dimensionati alle spinte trasmesse localmente dal ponteggio; c) "lavorare" sia a trazione sia a compressione; d) essere in numero sufficiente alle dimensioni del ponteggio. Ed un ancoraggio "efficace" nel senso voluto dall'art. 125, comma sesto, d.lgs. n. 81 del 2008, è quello "almeno" in corrispondenza ad ogni due piani di ponteggio e ad ogni due montanti, con disposizione di ancoraggi a rombo o di pari efficacia. Ma ciò, come detto, non preclude una valutazione più ampia che si "estenda" alle specifiche caratteristiche dei giunti di fissaggio. Per la stabilità durante l'esercizio del ponteggio, infatti, occorre non solo prevedere ancoraggi ad ogni 2 piani di ponteggio ed a ogni 2 montanti con disposizione di ancoraggi a rombo o di pari efficacia, ma anche procedere alla disposizione degli ancoraggi secondo schemi tipo autorizzati: situazione, questa, come detto, che la verifica tecnica eseguita dal perito ha valutato inidonea, atteso che il sistema di ancoraggio con fil di ferro ritorto è stato motivatamente e tecnicamente ritenuto di minore efficacia rispetto al sistema previsto nel progetto originario.
7. Può quindi procedersi all'esame del terzo e del quarto motivo di ricorso, anch'essi esaminabili congiuntamente, attesa l'omogeneità dei profili di doglianza sollevati che investono entrambi il disposto dell'art. 111, comma secondo, d.lgs. n. 81 del 2008.
Come sostenuto già davanti al primo giudice, questi ha affermato che le botole aperte nei piani del ponteggio si trovavano alternativamente a dx e a sx della scala, dunque, essendo sfalsate tra loro, non determinavano alcun pericolo aggiuntivo di caduta e non era possibile collocarle in posizione diversa; nel ricorso si censura la manifesta illogicità dell'argomentazione svolta dal giudice che, per travisamento del fatto, avrebbe errato nel ritenere anzitutto necessaria una modalità esecutiva diversa da quella seguita e, in secondo luogo, avrebbe condotto un errato ragionamento inferenziale, sostenendo che la pretesa difformità avrebbe realizzato una condizione di pericolo ulteriore rispetto a quella tipica del mezzo, ossia il rischio di caduta nella botola e dunque nel piano sottostante. Tale argomentazione, inoltre, secondo il ricorrente, avrebbe violato la norma richiamata (art. 111, comma 2, d.lgs. n. 81 del 2008) che indicherebbe i criteri "discrezionali" cui orientare il vaglio di idoneità che la soluzione concreta adottata dal datore di lavoro deve soddisfare (frequenza di circolazione, dislivello, durata dell'impiego; prescrizioni puntali, limitative della scelta discrezionale circa i sistemi di accesso, quali quella di consentire l'immediata evacuazione in caso di pericolo imminente e non ingenerare rischi di caduta ulteriori); in sostanza, il giudice si sarebbe limitato a una vantazione superficiale della situazione di fatto basandosi solo sull'osservazione delle fotografie e, sulla base del predetto travisamento del fatto, avrebbe apoditticamente affermato l'inidoneità della scelta operata dal ricorrente, cosi estendendo il campo di applicazione della norma ben oltre i limiti testuali della stessa, in quanto non vi sarebbe stato alcun rischio ulteriore di caduta poiché le botole nei piani del ponteggio si trovavano alternativamente a dx e a sx della scala, dunque, essendo sfalsate tra loro, non determinavano alcun pericolo aggiuntivo di caduta.
È sufficiente, a tal fine, ricordare l'insegnamento sul punto del Giudice delle Leggi con la nota sentenza n. 312 del 25 luglio 1996, in cui la Corte Costituzionale ebbe a dichiarare non fondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 25 e 70 Cost., dell'art. 41, co. 1, del d.lgs. 15 agosto 1991, n. 277, che impone(va) al datore di lavoro di ridurre "al minimo, in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico, i rischi derivanti da esposizione al rumore mediante misure tecniche, organizzative e procedurali, concretamente attuabili, privilegiando gli interventi alla fonte", sollevata sotto il profilo della violazione dei principi di riserva di legge in materia penale e di tassatività e determinatezza della fattispecie penale, in quanto verrebbe posto a carico del datore di lavoro un obbligo del tutto generico e indeterminato, che fa riferimento, oltre alle prescrizioni ed acquisizioni tecniche, anche ad altre non meglio specificate misure organizzative e procedurali, senza contestualmente fissare un valore limite di tollerabilità del rumore.
Nello stesso senso, si noti, anche con la sentenza n. 475 del 27 aprile 1988, la Corte Costituzionale ebbe a chiarire come l'obbligo per l'imprenditore di adottare i provvedimenti consigliati dalla tecnica per diminuire l'intensità dei rumori dannosi ai lavoratori non può dirsi generico ed indeterminato, in quanto alla mancata fissazione di limiti massimi di tollerabilità delle emissioni sonore negli ambienti di lavoro suppliscono le nozioni della scienza specialistica e le significative indicazioni comunque presenti nell'ordinamento (all'epoca, d.P.R. n. 146 del 1975, concernente le indennità di rischio per il personale civile e gli operai dello Stato). Sia l'imprenditore che il giudice - chiarì la Corte costituzionale - sono pertanto in grado di conoscere il comportamento che la legge esige, e l'integrazione della norma ad opera del giudice, mediante prudente apprezzamento delle indicazioni scientifiche, non costituisce invasione dei poteri riservati al legislatore.
Facendo, quindi, coerente applicazione di tali principi, non può quindi dirsi che il giudice, in base alle risultanze dell'accertamento tecnico svolto dall'Ing. R. (che aveva verificato come l'accesso ai diversi piani dell'impalcato era consentito da scale a pioli in metallo inclinate alternativamente verso dx e verso sx, ma che le botole che consentivano il passaggio da un piano all'altro erano poste nelle immediate adiacenze della scala, alla dx o alla sx del piede della stessa), abbia travalicato i limiti applicativi della disposizione in esame affermando che il sistema prescelto per l'accesso agli impalcati (capo 2), ex art. 111, comma secondo, d.lgs. n. 81 del 2008, non fornisse garanzie di sicurezza contro il pericolo di caduta, in quanto le botole erano poste troppo a ridosso delle scale (e che, nel corso di tutti i sopralluoghi, si era constatato che venivano lasciate aperte), sicché vi era per i lavoratori che utilizzavano le scale, un pericolo di caduta aggiuntivo rispetto a quello che si sarebbe verificato se le botole fossero state distanti dal piede di ciascuna scala.
Il giudice, nel caso in esame, infatti, valutando la previsione dell'art. 111, comma secondo, d.lgs. n. 81 del 2008, che impone l'obbligo del datore di lavoro di scegliere "il tipo più idoneo di sistema di accesso ai posti di lavoro temporanei in quota" - e tenendo conto delle prescrizioni da rispettarsi nell'esercizio della discrezionalità insita nella previsione della "maggiore idoneità" del sistema prescelto -, ha motivatamente ritenuto che non fosse stata rispettata proprio la prescrizione secondo la quale "il passaggio da un sistema di accesso a piattaforme, impalcati, passerelle e viceversa non deve comportare rischi ulteriori di caduta", così svolgendo quell'opera di integrazione della norma, mediante prudente apprezzamento delle indicazioni tecniche fornite dal R. che aveva sottolineato come quel sistema di accesso agli impalcati non fornisse garanzie di sicurezza contro il pericolo di caduta, essendo le botole poste troppo a ridosso delle scale e che, essendo peraltro emerso nel corso dei sopralluoghi che erano aperte, ciò rendeva potenzialmente esistente il pericolo di caduta aggiuntivo per i lavoratori impegnati nell'utilizzo delle scale, rispetto a quello che si sarebbe verificato se le botole fossero state distanti dal piede di ciascuna scala (indicazione tecnica non rispettata). La circostanza, peraltro, che pur non avendo ottemperato alle prescrizioni ex d.lgs. n. 758 del 1994, il ricorrente avesse provveduto a spostare "se non in minima parte" le botole, costituiva prova della possibilità tecnica di attuare il sistema di accesso ai posti di lavoro temporanei in quota "più idoneo", possibilità tecnica che per una deliberata scelta imprenditoriale di non rispettare le prescrizioni venne solo parzialmente attuata, così determinando il rinvio a giudizio e la condanna del datore di lavoro.
a) "La disposizione del dell'art. 125, comma sesto, D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, - come già prima quella dell'abrogato art. 20, comma 6, d.P.R. n. 164 del 1956 -, stabilisce una regola tecnica con cui si indicano le modalità topologiche di ancoraggio del ponteggio alla facciata, indicando che il minimo normativamente (e tecnicamente) richiesto per garantire l'efficace ancoraggio del ponteggio alla costruzione è l'ancoraggio almeno in corrispondenza ad ogni due piani di ponteggio e ad ogni due montanti, con disposizione di ancoraggi a rombo o di pari efficacia; ne consegue che, al giudice non è precluso valutare le modalità tecniche di raccordo tra ponteggio e facciata dell'edificio, trattandosi di profilo sicuramente rientrante nel campo di applicazione della norma in oggetto, la quale si limita a descrivere solo i requisiti minimi (almeno) perché un ancoraggio del ponteggio alla costruzione possa ritenersi efficace.
b) L'art. 111, comma secondo, D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, che individua gli Obblighi del datore di lavoro nell'uso di attrezzature per lavori in quota, nel prevedere l'obbligo del datore di lavoro di scegliere il tipo più idoneo di sistema di accesso ai posti di lavoro temporanei in quota, specifica, in particolare, che il passaggio da un sistema di accesso a piattaforme, impalcati, passerelle e viceversa non deve comportare rischi ulteriori di caduta; ne consegue che non può ritenersi preclusa al giudice la valutazione della idoneità o meno del sistema di accesso ai posti di lavoro temporanei in quota, ritenendo insufficiente l'adozione di un sistema di scale sfalsate, ove detto sistema, tenuto conto delle prescrizioni da rispettarsi nell'esercizio della discrezionalità insita nella previsione della maggiore idoneità del sistema prescelto, si riveli tecnicamente inidoneo a scongiurare i rischi di caduta ulteriori rispetto alla percentuale di rischio in sé insita nell'utilizzare un sistema di accesso in quota".

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 173
 art. 111
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 133
 art. 111
 art. 20
 sentenza 
 sentenza 
 art. 111
 art. 20