Source: http://astratto.info/ecc-mo-consiglio-di-stato-in-sede-giurisdizionale-roma.html
Timestamp: 2019-12-14 11:01:20+00:00

Document:
RICORSO EX ART. 4 D.Lgs 216/03
“Azione civile contro la discriminazione”
della CGIL di Brescia, in persona del segretario generale Damiano Galletti e della FLC-CGIL di Brescia, in persona del segretario generale Pierpaolo Begni, rappresentate e difese dagli avvocati Alberto Guariso del foro di Milano e Alessandro Zucca del foro di Brescia, unitamente all’avv. Mara Marzolla e elettivamente domiciliate presso il secondo in Leno, (BS), vicolo Fiori 4/A, come da distinte deleghe a margine del presente atto
COMUNE DI ADRO, in persona del Sindaco pro tempore, con sede in Adro, via Tullio Dandolo 55
ISTITUTO SCOLASTICO COMPRENSIVO DI ADRO, in persona del Dirigente scolastico pro tempore, con sede in Adro, via Nigoline 16, domiciliato ex lege presso l’Avvocatura Distrettuale dello Stato, in Brescia, via Santa Caterina 6
MINISTERO DELL’ISTRUZIONE , DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICECRA, in persona del Ministro pro tempore, domiciliato ex lege presso l’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Brescia, in Brescia, via Santa Caterina 6.
In data 11 settembre 2010, il Sindaco di Adro ha inaugurato il nuovo polo scolastico omnicomprensivo sito in Adro, via Nigoline 16 (cfr. doc. 1 – articolo inaugurazione). Il plesso è intitolato a Gianfranco Miglio - docente universitario noto anche per la sua vicinanza ideologia al partito politico “Lega Nord” - e comprende la scuola per l’infanzia, la scuola primaria e secondaria.
Come ampiamente riferito dalla stampa, l’edificio - che è di proprietà del Comune e da questo destinato a scuola statale - ha la peculiarità di contenere 700 simboli raffiguranti il cosiddetto sole delle alpi (6 petali inscritti in una circonferenza) che è anche il simbolo del predetto partito.
Tali simboli si trovano ovunque: sono incisi sui banchi di scuola, sugli zerbini, sui posacenere, sui cestini, sulle vetrate, sui totem recanti le indicazioni interne (cfr. doc. 2 – fotografie esemplificative).
La scelta dell’amministrazione comunale di connotare l’edificio scolastico con detti simboli ha destato forti critiche non solo presso cittadini e gruppi politici, ma anche presso le istituzioni.
A riguardo, in una lettera alle famiglie di Adro diffusa dalla stampa, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha precisato come “nessun simbolo identificabile con una parte politica possa sostituire in sede pubblica, quelli della nazione e dello Stato, né questi possono essere oggetto di provocazione e sfide” (cfr. doc. 3 – articolo Napolitano).
Sempre a quanto riferito dalla stampa, anche il Dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale e il Ministro della Pubblica Istruzione avrebbero invitato il sindaco di Adro a adoperarsi per la rimozione di detti simboli, ma ad oggi senza risultato. A seguito di tali inviti il Sindaco avrebbe dato una generica disponibilità, ma solo a fronte di un intervento economico (non è chiaro da parte di chi) per sostenere i costi della rimozione, mentre il Prefetto avrebbe auspicato una “razionalizzazione” dei simboli stessi.
Da ultimo le organizzazioni sindacali ricorrenti sono venute a conoscenza che in una lettera del 6.10.10 del direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale, indirizzata tra gli altri al Dirigente Scolastico di Istituto, nella quale si ricorda che il dirigente scolastico è “il garante della legalità, della serenità dell’intera comunità scolastica e del corretto svolgimento del servizio formativo e di istruzione, nonché il consegnatario dei beni mobili e immobili che sono necessari per l’espletamento dello stesso” e lo si invita a “attivarsi per una positiva risoluzione del caso “.
Fatto sta, che ad oggi nulla è accaduto.
Con lettera 21 settembre 2010, CGIL e FLC-CGIL di Brescia hanno invitato l’amministrazione comunale di Adro a rimuovere i simboli, al fine di evitare che i lavoratori della scuola fossero obbligati ad operare all’interno di un ambiente politicamente connotato, in contrasto con la natura laica e non-ideologica del soggetto con il quale i lavoratori stessi hanno stipulato il loro contratto di lavoro (cfr. doc.4).
Il Comune non ha dato riscontro.
Il simbolo del partito politico Lega Nord
Il presente ricorso richiede un preventivo chiarimento in punto di fatto: l’emblema di cui si tratta costituisce (solo o anche) il simbolo del partito politico Lega Nord e non rappresenta invece, come taluno ha cercato di affermare sulla stampa, un antichissimo simbolo indoeuropeo, a valenza culturale anche locale, come tale “neutrale” rispetto alle esigenze di parità di trattamento e non discriminazione che costituiscono il fondamento della presente azione.
In realtà ben poco c’è da chiarire sul punto, essendo la circostanza assolutamente inoppugnabile.
All’art. 3 dello Statuto della Lega Nord per l’indipendenza della Padania, approvato nel marzo del 2002, si legge: “Il simbolo della Lega Nord – per l’indipendenza della Padania è costituito da un cerchio con all’interno il Sole delle Alpi, rappresentato da sei petali disposti all’interno di un secondo cerchio e la figura di Alberto da Giussano, così come rappresentato nel monumento di Legnano; sullo scudo è disegnata la figura del leone alato con spada e libro chiuso, nella parte inferiore è la parola Padania; il tutto contornato, nella parte superiore, dalla scritta Lega Nord. Tale simbolo è anche contrassegno elettorale per le elezioni politiche ed europee, mentre per le elezioni amministrative, ciascuna Sezione Nazionale può inserire, alternativamente, in basso o sul lato sinistro del guerriero ed in orizzontale, il nome della rispettiva Sezione Nazionale…….Tutti i simboli usati nel tempo dal Movimento o dai movimenti in esso confluiti, o che in esso confluiranno, anche se non più utilizzati, o modificati, o sostituiti, fanno parte del patrimonio della Lega Nord” (cfr. doc. 4 Statuto Lega Nord).
Già nel 1999 Editoriale Nord S.c.a.r.l. - proprietaria del quotidiano La Padania e dell’intero universo mediatico del movimento - ha ottenuto la registrazione all’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi della descrizione verbale del logo, che è la seguente: “Sole delle Alpi costituito da sei petali disposti all’interno di un cerchio il cui raggio fornisce la cadenzatura dell’intera costituzione. I vertici dei sei petali intersecano i vertici di un ipotetico esagono iscritto nel cerchio”.
Nel 2001 è stato registrato, sempre dalla stessa società, il marchio figurativo, ovvero il simbolo vero e proprio (doc.5).
Vi è dunque tra il simbolo e il partito un legame che non è meramente giornalistico o di immagine, ma è di ordine giuridico, tanto che Lega Nord, che esercita su detto simbolo il diritto di proprietà, potrebbe impedire a chiunque di farne uso.
Peraltro, ai fini del presente ricorso, l’esistenza di detto legame giuridico non è affatto necessaria, essendo sufficiente attingere ai fatti di comune esperienza ex art. 115 , 2^ comma , c.p.c.: nella cultura corrente, nelle notizie giornalistiche, nella simbologia utilizzata nelle manifestazioni e nelle comunicazioni al pubblico (volantini, giornali, manifesti ecc.) il cd “sole delle alpi” è indissolubilmente legato alla partito politico Lega Nord e il partito stesso beneficia costantemente di tale identificazione, insistendo a sua volta nell’utilizzo del simbolo.
Se poi tutto ciò non bastasse, soccorrerebbero ulteriori elementi di fatto a confermare che una così smaccata e ingiustificata diffusione del simbolo nel plesso scolastico di Adro non ha altro significato se non quello di richiamare il predetto partito politico: l’immobile, come si è detto, è di proprietà del Comune e da questo progettato e gestito; l’attuale amministrazione comunale, a forte maggioranza leghista, è capeggiata da un sindaco assurto agli onori della cronaca per la sua forte identificazione con il partito in questione; la scuola, come si è visto, è intitolata a uno studioso noto per la sua azione di supporto alla Lega.
Infine nessun dubbio è sorto in proposito nelle varie istituzioni (Ufficio Scolastico Provinciale, MIUR, Prefetto, Presidenza della Repubblica) che hanno in vario modo sollecitato la rimozione dei simboli e che, per quanto risulta dalle informazioni di stampa, non hanno mai messo in dubbio la riconducibilità dei simboli al partito, il che – data l’autorevolezza degli autori di tali interventi e la loro conoscenza della realtà - esclude qualsiasi dubbio in ordine alla “neutralità” dei simboli in questione e rende assolutamente impossibile non associare i predetti simboli al partito politico Lega Nord.
E’ dunque del tutto irrilevante considerare se il predetto simbolo sia in astratto associabile anche ad altro. Comunque solo per scrupolo si produce sub doc. 6 una lettera indirizzata al Giornale di Brescia da un documentato lettore di storia locale che ben evidenzia la assoluta impossibilità di ricondurre il simbolo a tradizioni locali: men che meno a tradizioni così rilevanti e radicate da meritare una così invasiva e assillante presenza nell’ambito di una scuola pubblica.
La discriminazione per ragioni di convinzioni personali
Il divieto di discriminazioni per ragioni di convinzioni personali è stato introdotto nell’ordinamento comunitario dall’art. 21 della Carta di Nizza (Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, oggi recepita nel diritto primario dell’unione con l’art. 6 TUE) ove si legge “E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura….”.
Nella Carta di Nizza il divieto ha una portata generale e si applica a tutti i settori della vita sociale.
Detto divieto è stato però specificato e ribadito, con riferimento all’ambito dell’accesso al lavoro, dell’occupazione e delle condizioni di lavoro, dalla Direttiva 2000/78/CE, che vieta la discriminazione determinata da tale fattore al fine di “garantire pari opportunità a tutti i cittadini e (...) la piena partecipazione degli stessi alla vita economica, culturale e sociale e alla realizzazione personale” (cfr. considerando 9 della Direttiva) nonché “per il raggiungimento di un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale, la solidarietà e la libertà di circolazione delle persone” (cfr. considerando 11 della Direttiva)1.
L’ordinamento italiano ha dato attuazione alla citata Direttiva con il D. Lgs. 9 luglio 2003 n. 216, che reca “le disposizioni relative all’attuazione della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla religione, dalle convinzioni personali, …. disponendo le misure necessarie affinché tali fattori non siano causa di discriminazione…” (art. 1).
La nozione di “convinzioni personali” non è esattamente definita dall’ordinamento, ma certamente comprende le opinioni politiche (peraltro, come si è visto, richiamate dall’art. 21 della Carta di Nizza) e a maggior ragione le “appartenenze politiche” a partiti o associazioni.
Nel nostro ordinamento poi, a differenza di altri, il generale divieto di discriminazione è nato e si è consolidato proprio con riferimento alla discriminazione di ordine politico e sindacale, sicchè il divieto riferito a tale fattore (inizialmente inteso prevalentemente come esclusione dal lavoro o da benefici nell’ambito del rapporto di lavoro, ma che oggi deve essere riletto alla luce dei nuovi principi comunitari in materia di discriminazione) costituisce uno dei pilastri della normativa nazionale: tanto è vero che le opinioni politiche sono indicate nell’art. 3 della Costituzione (a fianco di sesso, razza, lingua, religione, condizioni personali e sociali) come uno dei fattori in relazione ai quali è vietato operare “distinzioni” che contrastino con il principio di uguaglianza; e che già dal 1970 l’art. 8 L. 300/70 vietava indagini del datore di lavoro sulle “opinioni politiche” del dipendente, introducendo già allora il principio della necessaria indifferenza di dette opinioni rispetto al rapporto di lavoro; e, ancora, che la ricezione nel nostro ordinamento della direttiva 2000/78 è stata attuata anche modificando l’art. 15 L. 300/70 ove i nuovi fattori previsti dalla norma comunitaria (ivi comprese le convinzioni personali) sono stati posti a fianco di quello della appartenenza sindacale.
Sarebbe dunque del tutto illogico non solo sul piano letterale ma anche sul piano della interpretazione sistematica delle norme, non comprendere nel divieto di cui si tratta (“convinzioni personali”) anche quello per opinioni e appartenenze politiche.
La violazione del principio di parità di trattamento in danno dei lavoratori
Le direttive del 2000 e la successiva elaborazione dottrinale hanno consentito di chiarire la nozione di discriminazione: trattasi di trattamento di svantaggio2 connesso ad un motivo vietato (letteralmente: “sulla base di uno dei motivi di cui all’art. 1” - cfr. art. 2 lett. a) direttiva 2000/78).
Sulla rilevanza del motivo “convinzioni personali” si è già detto.
Quanto allo svantaggio, non vi è dubbio che la situazione venutasi a creare presso il centro scolastico di Adro non corrisponde più all’ordinario ambiente di lavoro che un dipendente (tanto più se opera all’interno dell’istituzione scolastica) ha il diritto di pretendere; ed è ancor più evidente che i lavoratori i quali si trovano ad operare attualmente o che opereranno in futuro (si pensi ai frequenti trasferimenti di personale docente) presso detto centro, si trovano in una situazione di svantaggio.
Per qualsiasi rapporto di lavoro, anche privatistico, valgono infatti i principi di necessaria “neutralità” del luogo di lavoro. Senza scomodare le (non peregrine) teorie sulla funzionalizzazione dell’azienda all’interesse collettivo, è comunque pacifico che l’azienda non è proprietà esclusiva dell’imprenditore, ma è il luogo dove anche il dipendente realizza, mediante il lavoro, la sua personalità; peraltro il nesso tra convinzioni e identità personale (oggetto di tutela, tra le altre, da parte delle norme sulla privacy) risulta anche dal fatto che le prime costituiscono dati sensibili (cfr.art. 4 Dlgs 196/03).3
Dunque, ad esclusione delle organizzazioni di tendenza (oggetto nella direttiva 2000/78 della specifica disciplina di cui all’art. 4), in ogni luogo di lavoro, alla irrilevanza delle convinzioni personali del prestatore (garantita dalle norme citate) deve necessariamente corrispondere la irrilevanza e la “non visibilità” delle opinioni politiche del datore di lavoro, al quale non è consentito contrassegnare l’azienda con i simboli del proprio credo politico e partitico.
Se tutto ciò vale per qualsiasi lavoratore, vale a maggior ragione nel caso di personale della scuola pubblica. Trattasi infatti di lavoratori che hanno stipulato il loro contratto di lavoro con lo Stato, soggetto laico e neutrale per eccellenza e che si sono vincolati, in forza dell’art. 98, 1^ comma, Cost, ad essere “a servizio esclusivo della Nazione”.
In adempimento del loro contratto di lavoro, hanno quindi diritto di operare in un ambiente che non contenga altri riferimenti politici e ideologici se non appunto quelli che contraddistinguono il patto sociale fondamentale e individuano nel suo insieme una comunità nazionale.
I profili di “svantaggio” che il caso concreto evidenzia, sono dunque molteplici:
Vi è quello inerente il “foro interno” del dipendente, cioè il suo diritto a non operare in un ambiente che può risultargli sgradito perché non rispondente alle convinzioni che contraddistinguono la sua identità personale.
Vi è quello dell’immagine nei confronti dei terzi: trattandosi di luogo nel quale viene reso un servizio al pubblico, la connotazione partitica del luogo fisico espone chi opera al suo interno alla identificazione (da parte del terzo) con tale connotazione: in parole povere ad essere identificato come una “persona che lavora nella scuola della Lega”.
Vi è quello dell’inadempimento contrattuale del datore di lavoro il quale, come detto, si è obbligato ad adempiere gli obblighi derivanti dal contratto lavoro “neutralizzando” le convinzioni personali del dipendente e, conseguentemente dello stesso datore di lavoro: e non vi è dubbio che ogni inadempimento contrattuale costituisca svantaggio.
Vi è quello della libertà di insegnamento, costituzionalmente tutelata (art. 33 Cost.) che va di pari passo con l’esigenza di preservare la neutralità dello spazio pubblico ove ha sede la formazione, al fine di evitare quei condizionamenti della libertà di coscienza e di autodeterminazione dei docenti che possono derivare da una diffusione così ossessiva e invasiva di simboli di parte.
In conclusione la situazione venutasi a creare nella cittadina di Adro, dove il nuovo plesso scolastico assume quasi l’aspetto di una scuola di partito, comporta certamente per i dipendenti ivi addetto una condizione di svantaggio, rispetto alla analoga situazione di un dipendente che operi in una scuola “normale”.
Le conseguenze e la legittimazione passiva.
Fermo restando che il principio cardine comunitario in materia di sanzioni è quello dei rimedi “effettivi, proporzionati e dissuasivi” (art. 17 della direttiva 78 del 2000), il nostro ordinamento prevede (ex art. 4 D.Lgs. 216/2003) che all’accertamento della discriminazione consegua, qualora la discriminazione sia ancora in essere, l’ordine di cessazione, la rimozione degli effetti e la condanna al risarcimento.
Nella specie, l’unico modo per far cessare la discriminazione in essere è ovviamente la rimozione integrale dei simboli.
Trattasi di ordine che rientra nella funzione inibitoria e ripristinatoria propria del procedimento antidiscriminatorio e che ben può essere impartito anche alla Pubblica Amministrazione, come peraltro riconosciuto da pacifica giurisprudenza4 .
Quanto alla legittimazione passiva sembra ovvio ritenere che il destinatario naturale dell’ordine sia il Comune, essendo il soggetto che materialmente ha provveduto, nella costruzione della scuola, alla collocazione dei simboli e che, anche di fronte alla opinione pubblica, se ne è assunto la responsabilità.
Tuttavia, come correttamente rilevato dal Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale nella lettera citata in narrativa sub par. 7, il dirigente scolastico è il consegnatario degli immobili e il responsabile del corretto svolgimento del servizio formativo: sicché al di là delle responsabilità che derivano dalla inerzia, di tale ufficio, è anche a quest’ultimo (e al MIUR, dal quale il dirigente dipende) che deve essere rivolto l’ordine giudiziale.
Stante la gravità e la anomalia della discriminazione si chiede inoltre che il Giudice voglia assumere il provvedimento di cui al settimo comma dell’art. 4 Dlgs 216/03 3 e pertanto ordinare la pubblicazione del provvedimento di accoglimento del presente ricorso su un quotidiano a tiratura nazionale, nonché sul sito del comune e nei locali comunali.
Trattasi di provvedimento (peraltro individuato anche dalla CGE come uno di quelli più idonei a garantire gli effetti della rimozione in ipotesi di discriminazione collettiva 5) particolarmente pertinente in ipotesi di discriminazione commessa da ente pubblico, in quanto rende noto ai cittadini la parola della legge sul contenzioso e vincola l’amministrazione, di fronte all’opinione pubblica, nei suoi futuri comportamenti.
Ai sensi dell’art. 4 Dlgs 216/03, in ipotesi di discriminazione collettiva, la legittimazione attiva spetta tra l’altro alle associazioni sindacali e dunque anche alle associazioni ricorrenti (che, in assenza di specificazione circa la natura categoriale o confederale dei soggetti legittimati, agiscono congiuntamente) peraltro le più rappresentative a livello nazionale e a livello locale.
Unica condizione richiesta dalla legge al fine di determinare la legittimazione di enti esponenziali è che i soggetti lesi non siano “immediatamente e direttamente identificabili”, ma tale condizione è sicuramente realizzata: sia perché la norma si riferisce evidentemente al solo caso in cui i soggetti lesi emergano già dall’atto discriminatorio, senza che l’attore debba sobbarcarsi alcuna attività ulteriore di ricerca6; sia perché le associazioni ricorrenti non hanno alcuna possibilità di accedere al nome di tutti i dipendenti del plesso scolastico; sia, infine, perché – come si è detto nel testo – sono discriminati anche i soggetti (ad oggi non identificabili) che in futuro si troveranno a lavorare nel plesso7.
In considerazione di quanto sopra esposto le associazioni ricorrenti, domiciliate e rappresentate come indicato in epigrafe, chiedono che il Giudice, previ gli incomenti di rito, voglia accogliere le seguenti
Voglia il Tribunale,
accertare e dichiarare il carattere discriminatorio ai sensi del D.Lgs 216/03 del comportamento tenuto da tutte le amministrazioni convenute e consistente nell’aver apposto o consentito che altri apponessero e comunque nell’aver sino ad oggi tollerato, all’interno del polo scolastico omnicomprensivo sito ad Adro via Nigoline 16, i simboli raffiguranti il cosiddetto “sole delle alpi” e consistenti in 6 petali inscritti in una circonferenza, in quanto simboli del partito politico Lega Nord, o comunque riconducibili a tale partito o tali da richiamare il partito stesso;
ordinare al Comune di Adro, in persona del Sindaco pro tempore, all’Istituto Comprensivo di Adro, in persona del Dirigente scolastico pro tempore nonché al MIUR, in persona del Ministro pro tempore, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, la cessazione del comportamento discriminatorio e la rimozione degli effetti e la rimozione immediata di tutti i simboli di cui sopra,
ordinare la pubblicazione del dispositivo dell’emanando provvedimento su un quotidiano a tiratura nazionale (con indicazione di una dimensione minima idonea a garantire una adeguata visibilità) e nei locali comunali, nonché la pubblicazione dell’intero provvedimento per la durata minima di tre mesi sul sito internet del Comune;
assumere ogni ulteriore provvedimento ritenuto opportuno al fine di ripristinare la parità di trattamento ivi compreso un piano di rimozione ex art. 4 DLgs 216/03 idoneo a prevenire il reiterarsi della discriminazione.
In via istruttoria, senza inversione dell’onere della prova, si chiede occorrendo assumersi ogni opportuna informazione in ordine ai fatti indicati in narrativa, indicando sin d’ora a informatore il sig. Fortunato Ferretti, autore della lettera prodotta sub doc.6; con riserva di indicare altri informatori.
Si chiede altresì che il Giudice - ove necessario - disponga, ex art. 421 III comma c.p.c., l’accesso alla scuola, per verificare lo stato dei luoghi, nonché l’acquisizione di informazioni presso l’ufficio marchi e brevetti.
fotografie esemplificative
articolo dichiarazione Napolitano
3. lettera a Comune di Adro 21 settembre 2010
4. art. 3 Statuto Lega Nord
5. articolo di stampa su registrazione marchio
6. lettera sig. Fortunato Ferretti al Giornale di brescia
Milano, 10 ottobre 2010
avv. Alessandro Zucca
avv. Mara Marzolla
1 Per completezza, va aggiunto che il diritto derivato tende anch’esso (come già ha fatto il Trattato) a estendere i divieti di discriminazione a tutti i campi della vita sociale, come già accaduto per razza e origine etnica con la direttiva 2000/43: al Parlamento Europeo è infatti in discussione una proposta di nuova direttiva che estenderebbe i divieti di cui alla direttiva 2000/78 al di fuori del settore lavoro/occupazione. Cfr. la proposta di direttiva COM(2008)0426 – C 6.0291/2008 – 2008/0140 (CNS)
2 Come è noto i vocaboli usati dalla direttiva sono rispettivamente “trattamento meno favorevole” per la discriminazione diretta e “posizione di particolare svantaggio” per la discriminazione indiretta
3 Ai sensi della norma citata costituiscono dati sensibili “i dati personali idonei a rivelare l'origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l'adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale”;
4 Ci si riferisce in particolare alle innumerevoli pronunce, anche di questo Tribunale, che hanno ordinato la modifica di delibere in tema di prestazioni sociali; o all’altrettanto consolidato orientamento in tema di ordine di modifica di bandi di concorso che escludono gli stranieri dal pubblico impiego.
5 Si veda la sentenza CGE Feryn, 2008
6 Si pensi al caso di un piccolo gruppo di soggetti esclusi dalla idoneità in un concorso ma nominativamente individuati dalla graduatoria finale.
7 Si aggiunga solo per completezza, che la norma deve essere interpretata restrittivamente per esigenze di parità con la discriminazione di genere rispetto alla quale il Codice Pari Opportunità prevede la legittimazione del soggetto esponenziale “anche” (e non solo) qualora i soggetti lesi non siano identificabili.

References: ART. 4
 art. 115
 art. 2
 art. 4
 art. 4
 art. 421
 art. 3
 sentenza