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Timestamp: 2020-04-02 07:31:40+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 19385 del 30/09/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19385 del 30/09/2016
Cassazione civile sez. III, 30/09/2016, (ud. 01/03/2016, dep. 30/09/2016), n.19385
sul ricorso 10701/2014 proposto da:
MARMIFERA APRICENESE SRL, in persona del legale rappresentante
D.D., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TAGLIAMENTO 14,
G.E.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI
RICCI, rappresentata e difesa dall’avvocato PASQUALE G. IANNARELLI
G.M.M.;
avverso la sentenza n. 1598/2013 della CORTE D’APPELLO di BARI,
Il Tribunale di Apricena, con sentenza n. 69/2009, dichiarava cessato alla data del (OMISSIS) il contratto di affitto di cava stipulato in data (OMISSIS) tra le concedenti G.M.M. e G.E.G., da un lato, e la conduttrice Marmifera Apricenese s.r.l., dall’altro, condannando quest’ultima a risarcire i danni conseguenti alla protratta detenzione “sine titulo” e fino al rilascio dell’immobile, da liquidarsi in separato giudizio. L’appello proposto dalla società veniva rigettato dalla Corte d’appello di Bari, con sentenza 26.11.2013 n. 1598 confermativa della decisione di prime cure, alla stregua dei seguenti argomenti: la istanza di rimessione in termine relativa alla produzione di un contratto registrato “inter alios” era sfornita di prova in ordine al fatto impeditivo non imputabile alla parte, attesa la pubblicità del documento; la postilla aggiunta al contratto di affitto stabiliva al (OMISSIS) il termine di efficacia del contratto e di rilascio dell’immobile senza necessità di disdetta; la previsione di rinnovabilità del contratto contenuta nella postilla, interpretata alla luce di altri elementi anche extratestuali, escludeva che le parti avessero pattuito un diritto di opzione, a favore del conduttore, avente ad oggetto il rinnovo automatico del contratto; la condanna generica era stata tempestivamente richiesta dalle concedenti con l’atto introduttivo, mentre i danni erano stati correttamente ricondotti alla mora della società nell’adempimento della obbligazione di restituzione dell’immobile.
La società “in persona del legale rappresentante ed amministratore unico D.D.” ha un impugnato per cassazione detta sentenza con ricorso notificato alle controparti in data 23 e 22 aprile 2014, con il quale ha dedotto con due motivi violazioni di norme di diritto.
Hanno resistito le intimate, depositando distinti controricorsi, ed eccependo G.E.G. la inammissibilità del ricorso per difetto di rappresentanza e di legittimazione processuale dell’amministratore della società ricorrente, essendo quest’ultima stata posta in liquidazione con Delib. 10 dicembre 2013 e ed Delib. 11 dicembre 2013, iscritte in data (OMISSIS) nel registro delle società tenuto dalla CCIAA di (OMISSIS), con conseguente attribuzione dei poteri rappresentativi in via esclusiva al liquidatore della società.
La società Marmifera Apricense in liquidazione a r.l. “in persona del liquidatore D.D.” ha, quindi, notificato in data 13.11.2014 alle resistenti “Atto di ratifica e conferma” del precedente ricorso.
G.E.G. e la società in liquidazione hanno depositato memorie illustrative.
p.1. La eccezione pregiudiziale di inammissibilità del ricorso, proposta dalla difesa di G.E.G. è infondata.
1.3 Premesso che nel caso di specie trova applicazione l’art. 182 c.p.c., comma 2 (“Quando rileva un difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione, il giudice può assegnare alle parti un termine per la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza o l’assistenza, o per il rilascio delle necessarie autorizzazioni, salvo che si sia avverata una decadenza.”) nel testo anteriore alla modifica introdotta della L. 18 giugno 2009, n. 69 , art. 46, comma 2, che ha generalizzato l’effetto sanante della costituzione in giudizio del soggetto legittimato o del rilascio o rinnovo della procura alle liti invalida, estendendolo tanto ai vizi processuali quanto ai vizi sostanziali (modifica che, ai sensi dell’art. 58, comma 1 della medesima Legge, si applica ai giudizi introdotti successivamente alla data 4.7.2009), si evidenziano due distinti orientamenti giurisprudenziali di legittimità a) un primo orientamento sostiene che la ratifica dell’atto del “falsus procurator” con efficacia retroattiva (art. 1399 c.c.) non opera nel campo processuale e, in ipotesi di procura alle liti, fuori del caso previsto dall’art. 125 c.p.c., non vale a sanare le decadenze nel frattempo intervenute; pertanto, qualora per una persona giuridica abbia agito un soggetto privo di poteri rappresentativi, la sanatoria conseguente dalla spontanea costituzione in giudizio del soggetto munito di rappresentanza processuale ha efficacia “ex nunc”, ai sensi dell’art. 182 c.p.c. e non sana le decadenze maturate, nè impedisce l’eventuale formarsi del giudicato (cfr. Corte Cass. Sez. 1, Sentenza n. 5175 del 09/03/2005; id. Sez. U, Sentenza n. 23019 del 31/10/2007; id. Sez. 3, Sentenza n. 3700 del 09/03/2012; id. Sez. 2, Sentenza n. 9464 del 11/06/2012; id. Sez. 3, Sentenza n. 17697 del 19/07/2013); b) un diverso ed opposto orientamento afferma invece che il difetto di legittimazione processuale della persona fisica che agisce in giudizio in rappresentanza di un ente può essere sanato in qualunque stato e grado del giudizio con efficacia retroattiva, con riferimento a tutti gli atti processuali già compiuti per effetto della costituzione in giudizio del soggetto dotato dell’effettiva rappresentanza dell’ente stesso, il quale manifesti la volontà anche tacita, di ratificare la precedente condotta difensiva del “falsus procurator”. Tanto la ratifica, quanto la conseguente sanatoria devono ritenersi ammissibili anche in relazione ad eventuali vizi inficianti la procura originariamente conferita al difensore da un soggetto non abilitato a rappresentare la società in giudizio, trattandosi di atto soltanto inefficace e non anche invalido per vizi formali o sostanziali, attinenti a violazione degli artt. 83 e 125 c.p.c. (cfr. Corte Cass. Sez. 1, Sentenza n. 21811 del 11/10/2006; id. Sez. 3, Sentenza n. 23670 del 15/09/2008; id. Sez. U, Sentenza n. 9217 del 19/04/2010; id. Sez. 2, Sentenza n. 4198 del 21/02/2014, in motivazione; id. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 5343 del 18/03/2015; id. Sez. 1, Sentenza n. 22559 del 04/11/2015).
2.1.1. La critica che viene svolta si incentra, come è dato comprendere, interamente nell’applicazione del criterio ermeneutico oggettivo di buona fede ex art. 1366 c.c., ma trascura di considerare che la Corte d’appello aveva già risolto il dubbio interpretativo con l’applicazione del prevalente (cfr. Corte Cass. Sez. L, Sentenza n. 6852 del 22/03/2010; id. Sez. 3, Sentenza n. 925 del 24/01/2012) criterio della ricerca della volontà negoziale ex art. 1362 c.c., desunta anche da elementi extratestuali, laddove ha affermato che la espressione rinnovabilità include un significato di mera eventualità che esclude l’attribuzione di un diritto “al rinnovo”, conclusione che veniva rafforzata dalla chiara indicazione del termine finale di efficacia del contratto senza necessità di preventiva disdetta ((OMISSIS)), nonchè dalle deposizioni dei testi escussi che aveva riferito che la postilla concernente la rinnovabilità era stata aggiunta dalle parti per consentire il più agevole accesso della società alla erogazione di finanziamenti bancari (sentenza in motivazione, pag. 5), ed ancora “a contrario” dalle clausole utilizzate nella prassi locatizia che riconoscevano un vero e propri diritto (qualificabile come opzione) al conduttore.
Inconferente appare inoltre l’argomento secondo cui la espressione in questione avrebbe dovuto imporre alle concedenti “di motivare e giustificare un eventuale diniego”: se infatti la prevista rinnovabilità legittimava certamente le parti ad intraprendere nuove trattative per pervenire alla stipula di un nuovo contratto alle medesime o variate condizioni del contratto cessato, e se non è dubbio che ove tali trattative fossero iniziate, il dovere di buona fede imponeva alle parti la tutela dell’affidamento ingenerato nei confronti dell’altra (art. 1337 c.c.), tale ipotesi tuttavia neppure è insorta, atteso che le concedenti con racc. 19.12.2001 avevano chiaramente manifestato la intenzione di volere cessare il rapporto contrattuale ed ottenere il rilascio dell’immobile (tale data è riportata nella sentenza, mentre nel controricorso di G.M.M., pag. 2 si fa riferimento ad una precedente racc. spedita il 26.6.2001).
2.2.2. Non viene trascritto per intero il contenuto delle richieste formulate nell’atto introduttivo del giudizio e la mera trascrizione della proposizione “da accertarsi in corso di causa anche attraverso espletanda ctu” bene potrebbe preludere ad un accertamento del quantum, da effettuare “nella medesima causa” subordinatamente al previo accertamento con sentenza soltanto dell'”an”. Tanto più che, secondo le conclusioni rassegnate in primo grado dal difensore delle concedenti, alla udienza 27.9.2007, integralmente trascritte nel controricorso G.E. alla pag. 26, risulta in modo inequivoco che l’unica domanda risarcitoria proposta era limitata alla condanna generica ex art. 278 c.p.c. (“danni da accertarsi e liquidarsi in separata sede”).
La mancata trascrizione dell’atto introduttivo e delle conclusioni precisate dalle concedenti, determina l’inosservanza del requisito di autosufficienza del ricorso ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, con conseguente inammissibilità del motivo.
Il vizio denunciato avrebbe dovuto, peraltro, essere dedotto come vizio processuale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 e non come errore di diritto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, incorrendo pertanto la censura anche in tale ulteriore rilievo di inammissibilià.
p.3. In conclusione il ricorso deve essere rigettato e la parte soccombente condannata alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità liquidate come in dispositivo.

References: Sentenza 
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 art. 46
 Cass. Sez. 
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 art. 1366
 Cass. Sez. 
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 art. 1362
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 art. 278
 art. 366
 art. 360
 art. 360