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Timestamp: 2019-08-25 00:27:49+00:00

Document:
Tutela sociale della maternità e interruzione volontaria della gravidanza (marzo 2014)
(Dati relativi agli anni: 1995 - 2013)
Tabella di sintesi relativa alle giurisdizioni penale e volontaria: anno 2013
Circolari in vigore:
Circolare del 3 dicembre 2013 (per le Corti di appello)
Circolare del 3 dicembre 2013 (per le Procure generali)
Dati disponibili più recenti: anno 2013
Procedimenti penali iscritti in Procura - 2013
159 265 69,0% 31,0% 100,0%
Provvedimenti definitivi presso gli Uffici giudicanti - 2013
74% 11% 0% 15% 100%
Richieste al Giudice Tutelare di aborto da parte di donne minorenni e interdette - 2013
Nota metodologica per l'anno 2013
Per ciò che riguarda l'analisi del fenomeno in sintesi e nei dettagli, si rimanda alla corrente Relazione al Parlamento (edizione Marzo 2014) ed alle tabelle ad essa allegate.
Tabelle relative alla giurisdizione penale: anno 2013 (formato xls, 162 Kb)
Tabelle relative alla giurisdizione volontaria: anno 2013 (formato xls, 47 Kb)
I dati relativi agli anni 1995 – 2013 mostrano che il fenomeno, a livello di giurisdizione penale, ossia di repressione delle violazioni delle disposizioni penali previste dalla Legge, è di ridotte proporzioni, essendo caratterizzato da un contenuto numero di procedimenti penali iscritti presso le Procure (159 procedimenti penali iscritti nell’anno 2013 presso le Procure), e, analogamente, da un numero di persone iscritte anch'esso contenuto (265 persone iscritte nell’anno 2013 presso le Procure, con un numero medio di circa 1,7 persone iscritte per procedimento).
Caratteristica di rilievo è la marcata incidenza degli stranieri rispetto al totale delle persone (italiane e straniere) nei procedimenti penali iscritti presso le Procure. Nell’anno 2013 la percentuale degli stranieri sul totale delle persone iscritte presso le Procure è stata del 31,0%; tale incidenza risulta essere piuttosto elevata, soprattutto se si pensa che la popolazione straniera residente al 01/01/13 costituisce solo il 7,4% (fonte: ISTAT) circa dell’intera popolazione residente in Italia.
Restringendo l’analisi alle sole persone che hanno commesso delitti di tipo esclusivamente doloso (artt. 18 e 19 della Legge), si nota come l’incidenza degli stranieri diventi pari al 61,3% nel 2013. Tale incidenza, se confrontata con il 31,0% sopra riportato e, a maggior ragione e più correttamente, con il 7,4% ISTAT, evidenzia, anche per l’anno 2013, una propensione decisamente maggiore da parte degli stranieri rispetto agli italiani a commettere i delitti dolosi sopra indicati (vedi par. 2.3.e).
I dati relativi agli anni 1989 – 2013 mostrano che il fenomeno, a livello di giurisdizione volontaria, ossia di richieste al Giudice Tutelare di autorizzazione all’aborto da parte di donne minorenni, nei casi in cui sia mancato l’assenso delle persone che esercitano la potestà o la tutela su di esse (art. 12 della Legge), resta ancora di dimensioni abbastanza significative.
Sono state infatti 1.033 le richieste di autorizzazione all’aborto da parte di donne minorenni nel 2013, mentre nulle sono state le richieste da parte di donne maggiorenni interdette.
L’andamento, tuttavia, che sembrava permanere pressoché stazionario fino al 2007 con una media annua di circa 1.300 casi ex art. 12, appare in significativa diminuzione nell’ultimo periodo della serie storica, 2007 – 2013, con un ‘trend’ sempre decrescente (nel 2007 si erano avuti 1.435 casi ex art. 12, mentre nel 2013, se ne sono avuti, appunto, 1.033).
Per ciò che riguarda in particolare quest’ultima, nel corso degli ultimi anni tali osservazioni sono state sostanzialmente ribadite dagli Uffici giudiziari e, in generale, non ne sono state aggiunte di nuove. Anche nel corso dell’anno 2013 non sono state segnalate nuove difficoltà di tipo interpretativo od applicativo della Legge da parte dei singoli uffici.
Si fa presente che anche per l’anno 2013, come per gli ultimi anni del periodo esaminato, non sono state richieste le copie di tutti i provvedimenti emessi dai Giudici Tutelari indistintamente, ma solo le copie di quei provvedimenti che i Giudici Tutelari avessero ritenuto significativi per segnalare eventuali difficoltà di tipo interpretativo od applicativo della Legge, o questioni di legittimità costituzionale.
Mediante il monitoraggio concernente la giurisdizione penale viene effettuata la rilevazione, in tutte le sue varie fasi processuali e gradi di giudizio, dei procedimenti instauratisi presso le Autorità giudiziarie competenti (Procure e Uffici giudicanti) per violazione delle disposizioni in materia penale previste dalla Legge.
Limitatamente agli anni 2001-2013, le percentuali di uffici giudiziari rispondenti sono state le seguenti,
Numero uffici (*)
Uffici rispondenti (in % sul totale)
Procure ordinarie 165 95% 95% 95% 98% 99% 98% 82%
Procure minorenni 29 97% 90% non rilevato non rilevato non rilevato non rilevato non rilevato
Uffici giudicanti 666 51% 70% 83% 85% 86% 83% 64%
tenendo sempre nel debito conto che, considerato il ristretto margine temporale concesso agli uffici per la trasmissione dei prospetti (entro il 15 Gennaio dell’anno successivo a quello cui si riferiscono i dati, termine stabilito dalla Circolare ministeriale appositamente istituita per effettuare questo monitoraggio), alcuni uffici comunicano le informazioni in tempo non utile per la stesura della relazione annuale. In ogni caso si è sempre potuto constatare che, in genere, gli uffici non rispondenti presentano pochi o nessun caso, pertanto i dati rilevati si possono ritenere ben significativi per l’analisi della materia.
Pur tuttavia, per l’anno 2013, si segnala che la percentuale degli uffici giudicanti rispondenti è stata in effetti piuttosto contenuta (solo il 64% del totale degli uffici giudicanti in materia penale hanno risposto), in quanto hanno forse inciso negativamente la soppressione e contestuale riorganizzazione di molti uffici giudicanti, disposte dal D.lvo 7 settembre 2012, n. 155 .
I dati relativi al periodo 1995 – 2013 mostrano che il fenomeno è di ridotte proporzioni, essendo caratterizzato da un contenuto numero di procedimenti penali iscritti presso le Procure (159 procedimenti penali iscritti nel 2013 presso le Procure, di cui solo 5 contro ignoti):
41,70% 43,20% 40,90% 29,00% 40,00% 54,00% 51,50% 38,70% 48,50% 50,90%
22,60% 13,70% 12,50% 29,00% 24,40% 15,90% 15,20% 22,20% 16,00% 14,50%
25,00% 24,20% 38,60% 27,40% 25,20% 20,50% 24,80% 26,90% 25,70% 22,60%
10,70% 18,90% 8,00% 14,50% 10,40% 9,70% 8,50% 12,30% 9,70% 11,90%
84 95 88 124 135 176 165 212 206 159
In particolare, per ciò che riguarda i procedimenti penali iscritti presso le Procure per i delitti previsti dall’art. 19 della Legge (aborto clandestino), abbiamo:
che mostra come questi particolari procedimenti siano circa il 25-30% dei procedimenti totali. Nel 2013 si sono quindi avuti 43 procedimenti iscritti presso le Procure ex art. 19 su un totale di 159, con un’incidenza, quindi, del 27%.
Analogamente al numero di procedimenti, anche il numero delle persone iscritte è di ridotte proporzioni (265 persone iscritte nel 2013 presso le Procure, con un numero medio di circa 1,7 persone iscritte per procedimento):
37,90% 39,00% 26,00% 15,30% 29,70% 56,50% 47,20% 32,00% 40,80% 43,40%
19,30% 6,70% 40,10% 31,00% 19,70% 10,90% 21,40% 17,20% 15,50% 10,90%
33,10% 44,30% 27,10% 41,30% 40,00% 20,10% 23,30% 37,00% 30,60% 29,10%
9,70% 10,00% 6,80% 12,50% 10,70% 12,50% 8,20% 13,90% 13,10% 16,60%
145 210 177 281 290 313 318 338 343 265
Per ciò che riguarda le persone iscritte presso le Procure per i delitti previsti dall’art. 19 della Legge (aborto clandestino), abbiamo:
che mostra come le persone iscritte in questi particolari procedimenti siano mediamente circa il 30% del totale. Nel 2013 si sono avute 46 persone iscritte nei procedimenti ex art. 19 su un totale di 265 persone iscritte, con una incidenza del 17%.
2011: 1,7
Anche limitando l’analisi al solo art. 19, abbiamo:
Procedimenti penali di cui all'art. 19 della L. 194/78 (aborto clandestino)
Procedimenti 4 9 3 2 8 1 2 1 3 1
Persone 14 79 61 25 44 62 7 3 13 3
Medio persone 3,5 8,8 20,3 12,5 5,5 62 3,5 3 4,3 3
(numero di persone iscritte, in %, cui sono stati contestati i reati in esame sul totale delle persone iscritte)
Reati contestati della L. 194/78
art. 17 50,30% 26,70% 16,40% 28,10% 41,30% 44,70% 52,50% 53,80% 53,90% 55,40%
art. 18 18,60% 21,00% 32,80% 30,60% 22,00% 20,10% 25,80% 24,60% 26,20% 26,20%
art. 19 24,80% 47,60% 42,40% 25,60% 23,80% 34,20% 16,00% 22,20% 20,50% 17,30%
art. 21 0,00% 0,00% 0,00% 0,00% 0,00% 0,30% 0,30% 0,30% 0,00% 0,00%
altri artt. (*) 2,10% 3,30% 11,90% 16,70% 0,70% 2,20% 3,50% 3,00% 0,30% 0,30%
Reati connessi 9,70% 21,00% 41,80% 19,90% 48,60% 22,00% 29,20% 37,90% 40,50% 35,00%
Totale nazionale (numero persone) 145 210 177 281 290 313 318 338 343 265
Caratteristica di rilievo è la marcata incidenza degli stranieri rispetto al totale delle persone (italiane e straniere) nei procedimenti penali iscritti presso le Procure. Nell’anno 2013 la percentuale degli stranieri sul totale delle persone iscritte presso le Procure è stata del 31,0% (è la somma delle percentuali relative alle modalità ‘UE’, ossia l’Unione Europea, e ‘Altro’, ossia restanti Paesi esteri, vedi la tabella di seguito riportata).
Tale incidenza risulta essere piuttosto elevata, soprattutto se si pensa che la popolazione straniera residente al 01/01/13 costituisce solo il 7,4% (fonte: ISTAT) circa dell’intera popolazione residente in Italia:
Non rilevato 23,80% 22,00% 11,30% 11,50% 17,00% 18,10%
Italia 64,70% 69,30% 77,00% 65,60% 69,90% 69,00%
UE (2) 0,00% 1,20% 0,00% 0,70% 0,00% 0,00%
Altro 35,30% 29,50% 23,00% 33,80% 30,10% 31,00%
Totale nazionale 100,00% 100,00% 100,00% 100,00% 100,00% 100,00%
Numero persone totale 290 313 318 338 343 265
Restringendo l’analisi alle sole persone che hanno commesso delitti di tipo esclusivamente doloso (artt. 18 e 19 della Legge), si nota che l’incidenza degli stranieri è stata nel 2013 del 61,3% (data, anche qui, dalla somma delle due modalità ‘UE’ e ‘Altro’):
Non rilevato 16,90% 25,60% 17,80% 15,70% 18,30% 18,40%
Italia 61,00% 50,40% 49,50% 34,10% 37,60% 38,70%
UE (2) 0,00% 1,50% 0,00% 0,80% 0,00% 0,00%
Altro 39,00% 48,10% 50,50% 65,10% 62,40% 61,30%
artt. 18-19 142 176 135 153 153 114
Tale incidenza del 61,3% se confrontata con il 31,0% sopra riportato, e a maggior ragione e più correttamente con il 7,4% ISTAT, evidenzia, anche per l’anno 2013, una propensione decisamente maggiore da parte degli stranieri rispetto agli italiani a commettere i delitti dolosi sopra indicati.
Se tale propensione fosse stata identica per entrambi i gruppi, le percentuali di questa tabella sarebbero state identiche a quelle della tabella precedente.
Per l’anno 2013 il tasso di risposta degli Uffici giudicanti competenti in materia penale è stato solo del 64% (vedi par. 2.1). Se da un lato solo pochi degli Uffici giudicanti rispondenti comunicano di avere trattato procedimenti di cui alla Legge, confermando quindi le ridotte proporzioni del fenomeno già ben visibili presso le Procure, dall’altro si è potuto constatare che in genere quelli non rispondenti presentano pochi o nessun caso.
Come tuttavia accennato nel par. 2.1, tale bassa percentuale di rispondenza da parte degli uffici giudicanti competenti per la materia penale della Legge, è stata forse dovuta alla soppressione e contestuale riorganizzazione di molti uffici giudicanti, disposte dal D.lvo 7 settembre 2012, n. 155 .
Procedimenti definiti dagli uffici giudicanti e
relativo numero di persone con provvedimento definitivo (in %)
Dati rilevati presso
definiti 81 70 71 87 116 159 209 201 228 214
Persone definite 127 102 114 133 257 260 384 415 428 370
Decreti di archiviazione 55% 67% 51% 68% 58% 67% 70% 61% 57% 74%
Assoluzioni irrevocabile 6% 10% 22% 5% 11% 14% 11% 13% 21% 11%
Sentenze di prescrizione 0% 0% 16% 7% 2% 1% 2% 1% 1% 0%
Condanne irrevocabili 39% 23% 11% 20% 30% 18% 17% 25% 20% 15%
Totale 100% 100% 100% 100% 100% 100% 100% 100% 100,00% 100,00%
Questa elevata percentuale è verosimilmente dovuta, da un lato, all’infondatezza di molte notizie di reato (o ad altre cause previste dal codice) e alla probabile fisiologica difficoltà di ricercare obiettivi elementi di imputazione durante la fase delle indagini preliminari (sempre se esistano), e, dall’altro, alla lentezza dei processi presso gli uffici giudicanti che fa sì che un numero di imputati sempre maggiore rimanga in attesa di giudizio (da cui segue che il numero di sentenze irrevocabili è inferiore a quanto sarebbe corretto attendersi).
I dati inerenti la professione delle persone, raccolti per il periodo 1995 – 2013 e relativi ai procedimenti trattati dagli Uffici giudicanti sono stati i seguenti:
Professione delle persone iscritte nei procedimenti trattati (1) dagli uffici giudicanti
MEDICO --- 37% 32% 31% 24% 25% 17% 14% 15% 15%
PARAMEDICO (2) --- 5% 2% 2% 3% 3% 2% 3% 2% 3%
ALTRO --- 30% 34% 35% 45% 33% 23% 23% 19% 14%
Non rilevato --- 28% 32% 32% 29% 39% 58% 61% 65% 68%
Totale --- 100% 100% 100% 100% 100% 100% 100% 100% 100%
La percentuale del “non rilevato”, peraltro decisamente crescente nel periodo esaminato, pone alcuni problemi circa la stima delle effettive percentuali delle categorie medico, paramedico e altro (= altra professione), in quanto non sembra corretto ripartirla in modo uniforme nelle percentuali delle altre modalità, come potrebbe sembrare forse naturale a prima vista.
Se infatti la professione della persona è quella del medico o del paramedico, se quindi la persona presta servizio presso una qualche struttura pubblica o privata (come è logico attendersi, considerate queste due particolari professioni), a tale informazione si dovrebbe infine pervenire, durante le fasi delle indagini preliminari o dibattimentali, mediante un qualche documento amministrativo della struttura ove opera la persona stessa.
Al contrario, se la persona non è né medico, né paramedico, la professione potrebbe essere di più difficile determinazione. Si potrebbe quindi dedurre, sia pure in modo approssimativo, che le percentuali effettive delle categorie “medico” e “paramedico” siano solo di poco superiori a quelle indicate nella tabella, mentre la percentuale della categoria “altro” sia in effetti quella indicata sommata a gran parte della percentuale del “non rilevato”.
La tabella può comunque dare un’idea abbastanza approssimativa della situazione, tenendo ad ogni buon fine sempre presente che la percentuale del “non rilevato” è piuttosto elevata e disuguale nel periodo esaminato, e non permette di operare diretti confronti tra un anno e l’altro. Il numero delle persone che esercitano la professione di medico e paramedico appare, in linea di massima e supposto che la percentuale del “non rilevato” si debba ipoteticamente riversare quasi esclusivamente nella categoria “altro”, tendenzialmente decrescente. Tale tendenza decrescente potrebbe essere verosimilmente dovuta anche all’aumento del numero degli stranieri coinvolti, persone che in genere non esercitano professioni di tipo sanitario.
Relativamente all’anno 2013, non sono state formulate nuove osservazioni, né sollevate questioni di legittimità costituzionale, né segnalate difficoltà di tipo interpretativo od applicativo della Legge in ambito penale.
Come esposto nel par. 2.3.e, una parte significativa delle persone iscritte nei procedimenti penali iscritti presso le Procure è costituita da stranieri (31,0% nel 2013).
Mentre fino all’anno 2005 veniva richiesto ai Giudici Tutelari di inviare le copie di tutti i provvedimenti da loro emessi ex artt. 12 e 13 della Legge, al fine di esaminarli in modo dettagliato ed anche per estrarvi alcuni dati relativi alle principali caratteristiche delle donne minorenni richiedenti l’autorizzazione all’aborto, diversamente, dall’anno 2006, per motivi di ragionevole opportunità ed anche poiché la Legge non ha subito nessuna modifica nel corso del tempo, sono state richieste solo le copie di quei provvedimenti che gli stessi Giudici Tutelari avessero ritenuto significativi per segnalare eventuali difficoltà di tipo interpretativo od applicativo della Legge, od anche questioni di legittimità costituzionale.
Le percentuali di risposta degli uffici dei Giudici Tutelari relative al periodo 2001-2012 sono state ben significative, considerato anche il fatto che in genere presso gli uffici non rispondenti pervengono poche o nessuna richiesta. Diversamente, per l’anno 2013, la percentuale è stata del solo 61,9%, probabilmente per lo stesso motivo accennato nel par 2.1 (soppressione e contestuale riorganizzazione di molti uffici giudicanti disposte dal D.lvo 7 settembre 2012, n. 155):
Giudici Tutelari 370 90% 81% 85% 82% 85% 86% 61,90%
Appare in ogni modo importante segnalare, per opportuna conoscenza, che ormai da diversi anni si procede ad effettuare una stima dei dati mancanti per quegli uffici dei Giudici Tutelari che non hanno risposto, quindi anche il dato relativo all’anno 2013 può ritenersi significativo.
Se la donna maggiorenne è interdetta per infermità di mente (art. 13 della Legge), la richiesta può essere presentata ad un medico di fiducia o ad una delle strutture di cui all’art. 4 sia dalla donna, sia dal tutore, sia dal marito non tutore. Se la richiesta è stata presentata dalla donna o dal marito non tutore deve essere sentito anche il tutore; se la richiesta è stata presentata dal tutore o dal marito non tutore deve essere confermata dalla donna. Come nel caso della donna minorenne, il medico o la struttura trasmettono al Giudice Tutelare una relazione entro 7 giorni dalla richiesta ed il Giudice Tutelare, sentiti eventualmente gli interessati, decide entro 5 giorni con atto non soggetto a reclamo.
Nel periodo 1989 – 2013 non vi è stata quasi nessuna richiesta al Giudice Tutelare relativa a donne maggiorenni interdette, come si vede dalla seguente tabella riepilogativa:
Al contrario, nello stesso periodo in esame, il numero di richieste al Giudice Tutelare da parte di donne minorenni, nei casi in cui sia mancato l’assenso delle persone che esercitano la potestà o la tutela su di esse, resta ancora di dimensioni abbastanza significative, essendo mediamente di circa 1.300 l’anno (1.033 nel 2013):
Nord 41% 38% 33% 38% 38% 44% 45% 44% 46% 44%
Centro 32% 27% 24% 23% 23% 25% 25% 27% 26% 25%
Sud 20% 26% 31% 29% 28% 24% 22% 21% 20% 23%
Isole 7% 9% 12% 10% 11% 7% 7% 8% 8% 8%
Totale nazionale % 100% 100% 100% 100% 100% 100% 100% 100% 100% 100%
Totale nazionale 1.390 1.348 1.263 1.305 1.341 1.314 1.435 1.186 1.109 1.033
Autorizzazioni concesse 98,60% 97,20% 97,60% 97,50% 97,50% 97,30% non rilevato non rilevato non rilevato non rilevato
Il numero di richieste, che sembrava permanere pressoché stazionario fino al 2007 con una media annua di circa 1.300 casi ex art. 12, appare in significativa diminuzione nell’ultimo periodo della serie storica, 2007 – 2013, con un ‘trend’ che è apparso sempre decrescente (come si vede, nel 2007 si erano avuti 1.435 casi, mentre nel 2013, se ne sono avuti, appunto, 1.033; vedi anche il successivo grafico).
L’area maggiormente interessata è stata, comunque, sempre quella del Nord. Le autorizzazioni all’aborto vengono in genere concesse dal Giudice Tutelare alle minorenni nella quasi totalità dei casi (questo dato è stato rilevato solo fino all’anno 2005, ma si ha motivo di ritenere che non vi siano stati significativi cambiamenti).
Nel corso degli ultimi anni tali osservazioni sono state ribadite e, in generale, non ne sono state aggiunte di nuove. Come detto in precedenza, anche per l’anno 2013, come per gli anni precedenti, non sono state richieste le copie di tutti i provvedimenti emessi dai Giudici Tutelari indistintamente, ma solo le copie di quei provvedimenti che lo stesso Giudice avesse ritenuto significativi per segnalare eventuali difficoltà di tipo interpretativo o applicativo della Legge, o questioni di legittimità costituzionale.
Come esposto nelle precedenti Relazioni si ricorda che, dall’esame delle copie dei provvedimenti inviati dagli Uffici dei Giudici Tutelari al Ministero fino all’anno 2005, nonché dalle relative lettere di accompagno, si era potuto constatare come sussistevano di fatto orientamenti interpretativi della Legge anche del tutto opposti tra un Giudice Tutelare e l’altro. Erano state anche segnalate alcune difficoltà di tipo applicativo della Legge.
Le osservazioni potevano così raggrupparsi (si riportano alcune di quelle più significative):
In questo senso, sintomatica era stata l’esperienza di un giudice che aveva invitato due minorenni, che si trovavano già alla loro seconda esperienza di gravidanza, ad informarne i genitori; in seguito le minorenni non si erano più presentate e, contestualmente, il numero di richieste presso l’ufficio era diminuito in modo significativo; il giudice aveva pertanto ritenuto che le altre potenziali richiedenti, informate in qualche modo dell’orientamento dell’ufficio, si fossero quindi indirizzate a strutture fuori del territorio di sua competenza, sperando probabilmente di incontrare meno ostacoli per ottenere l’autorizzazione.
sebbene il procedimento davanti al Giudice Tutelare rientri giuridicamente tra gli “affari civili non contenziosi”, se si ipotizza che in ogni caso le parti in causa sono sempre due, ossia la minorenne ed il concepito, entrambi con diritti meritevoli di tutela (art. 1 della Legge) ma in questo caso contrapposti, allora, non essendovi di fatto un giudice naturale precostituito per territorio, il concepito sembrerebbe poter usufruire di una tutela giuridica da parte dello Stato inferiore rispetto a quella della madre, la quale può scegliere il giudice che, a parità di condizioni, la può autorizzare più facilmente ad abortire il figlio. A questo proposito si deve tenere presente anche la sent. n° 39 del 10/02/97 della Corte Costituzionale, che sancisce che il diritto alla vita, costituzionalmente riconosciuto, deve trovare particolare protezione nell’attuazione dell’art. 1 della Legge.
Il Giudice Tutelare, pur non avendo alcun potere istruttorio, una volta verificata la sussistenza dei requisiti e la correttezza delle procedure prescritti dalla Legge, possiede sempre un certo margine di discrezionalità circa la sua decisione (“…può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo..”; art. 12), potendo basarla non solo sulla documentazione inviata dalla struttura, ma anche sul colloquio con la minorenne e sul suo libero convincimento come giudice. A questo proposito si era ravvisato come vi fossero alcune divergenze interpretative nonché difficoltà applicative della Legge, qui di seguito riportate.
In linea generale, alcuni giudici suggerivano un’attenta valutazione, oltre che della documentazione inviata dalla struttura socio-sanitaria, anche degli elementi che emergevano dal colloquio con la minorenne e, possibilmente, con qualche suo familiare, per approfondire e valutare nel modo migliore i motivi da essa addotti per chiedere l’aborto. Altri avevano proposto di confrontare le conseguenze psicologiche dell’aborto con quelle derivanti dall’eventuale prosecuzione della gestazione, nonché di valorizzare il periodo di tempo ancora disponibile (sempre entro i 90 giorni), per permettere alla minorenne di valutare nel modo migliore la sua decisione.
Per ciò che riguarda i motivi addotti dalla minorenne per chiedere l’aborto e i seri motivi di non consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, si era parimenti ravvisato come vi fossero orientamenti diversi e, a volte, anche diametralmente opposti tra un Giudice Tutelare e l’altro.
In generale, si potevano distinguere due gruppi di giudici: un primo gruppo era costituito da alcuni giudici che ritenevano corretto entrare, sia pure in certa misura, nel merito delle risposte fornite dalla minorenne per valutare nel modo migliore possibile se concedere o meno l’autorizzazione all’aborto; un secondo gruppo era costituito da altri giudici che, al contrario, non ritenevano corretto entrare in tale merito, ma ritenevano corretto fornire solo un sostegno volto ad integrare la volontà non ancora del tutto formata della minorenne, considerando quindi come dato di fatto quanto da lei dichiarato.
Relativamente ai motivi addotti, era stato affermato da un giudice che “se fosse sufficiente il semplice disagio personale e relazionale della minore a far ritenere sussistente il serio pericolo per la salute psichica prescritto dalla legge, dovrebbe concludersi che in tutti i casi di concepimento ad opera di una minore, che ne abbia tenuto all’oscuro i suoi genitori, l’aborto dovrebbe essere autorizzato quasi automaticamente, perché quasi sempre, in casi del genere, la minore vive una situazione di grave sofferenza e disagio…”.
Relativamente ai motivi di non consultazione, era stato osservato che, senza poteri di accertamento ed istruttori, risulta difficile per il giudice valutare l’esistenza dei “seri motivi che impediscono o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela”, anche a causa dei tempi molto ristretti prescritti dalla Legge per decidere sulla richiesta (il giudice deve decidere entro 5 giorni dalla ricezione della relazione della struttura; vedi anche par. 3.2). A tale proposito era stato affermato che non rientrava tra i seri motivi di non consultazione il mero timore della minorenne di una censura, sia pure ferma e decisa, da parte dei genitori, i quali hanno ildiritto-dovere di educare i figli (art. 30 della Costituzione). Sarebbe stato infatti necessario un ‘quid pluris’ da lasciare fondatamente prevedere una rottura irreparabile dei rapporti genitori-figlia. Infatti, "se la consultazione dei genitori non è prescritta essa non è nemmeno esclusa, ma lasciata (…) al prudente apprezzamento del giudice" (sent. 109/81 della Corte Costituzionale). Analogamente era stato osservato che “la consultazione dei genitori va decisa o esclusa a seconda che, con essa, la libertà morale della minore si rafforzi (nel caso in cui il confronto con persone, le quali costituiscano un punto di riferimento affettivo e morale, possa rimuovere pregiudizi o rinsaldare motivazioni e dare, comunque, indispensabile conforto in un delicatissimo momento di vita), ovvero si riduca (nel caso in cui i genitori possano conculcare la minore, imponendo soluzioni, anziché favorendo un processo formativo)."
In questo contesto potevano forse inserirsi, ad esempio, due questioni di legittimità costituzionale.
La prima questione era stata sollevata, nel 2011, da un Giudice Tutelare a causa di un possibile contrasto tra uno specifico inciso dell’art. 12 della Legge (…“o sconsiglino”…) ed alcuni articoli della Costituzione (artt. 24, 29 e 30), in quanto era stato rilevato che il diritto soggettivo del genitore (nel caso pratico, il padre della minorenne) di istruire ed educare i figli, non appariva sufficientemente tutelato dal citato art. 12 della Legge nel momento in cui viene esclusa, ove sussistano “seri motivi”, la possibilità di informarlo della gravidanza e di manifestarne il suo avviso. Come rilevato dallo stesso Giudice Tutelare, la Corte Costituzionale già si era espressa più volte, nel passato, su analoga questione; tuttavia lo stesso Giudice aveva ugualmente deciso di sollevare il contrasto normativo, in quanto il contesto socio-culturale nel quale era nata la Legge nel 1978 appare oggi profondamente cambiato.
La seconda questione era stata sollevata da un Giudice Tutelare ancora relativamente all’art. 12 della Legge ma in relazione all’art. 111, 6º comma della Costituzione (“Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati”). Se infatti da un lato l’art. 12 della Legge assegna teoricamente al Giudice un certo potere discrezionale autorizzativo e integrativo della volontà della minorenne (“Il giudice tutelare …può autorizzare la donna…”), consentendogli quindi di motivare il suo provvedimento (in accordo quindi con l'art. 111, 6° comma Cost.), dall’altro, tale potere discrezionale non sembra essere di fatto esercitabile, non essendovi concretamente il tempo materiale per una eventuale istruttoria (il giudice deve infatti provvedere entro soli 5 giorni dalla ricezione della relazione della struttura sanitaria), come peraltro osservato anche da altri Giudici di questo primo gruppo.
Un secondo gruppo di Giudici Tutelari aveva invece affermato sostanzialmente che al giudice non spetterebbe sindacare sui motivi addotti dalla minorenne all’aborto, né sull’esistenza dei seri motivi di non consultazione, in quanto sarebbe semplicemente sufficiente quanto affermato dalla minorenne stessa. Una volta verificata la sussistenza dei requisiti e la correttezza delle procedure indicati dalla Legge, al giudice spetterebbe unicamente, da un lato, di fornire alla minorenne un sostegno volto ad integrare la sua libera ma non ancora del tutto formata volontà, e, dall’altro, di assicurarsi che la sua scelta sia libera da coercizioni morali, senza quindi entrare mai nel merito di quanto affermato dalla minorenne stessa, non essendovi bisogno di alcuna valutazione discrezionale circa i motivi addotti ed i seri motivi di non consultazione (da ciò discende che l’autorizzazione diviene quasi automatica, come ha affermato un giudice del primo gruppo; vedi sopra).
Alcuni giudici avevano espresso soddisfazione per il lavoro svolto dalle strutture del loro territorio (in particolare dai Consultori) mentre altri, al contrario, avevano espresso pareri negativi, osservando che la struttura non deve solo limitarsi a registrare quanto affermato dalla minorenne, ma farsi anche carico di verificarlo.
A questo proposito, vi era stato ad esempio il caso di una minorenne che aveva richiesto ed ottenuto dal Giudice Tutelare l’autorizzazione all’aborto, ma, al momento dell’intervento, aveva dichiarato di non voler più abortire in quanto era stata psicologicamente costretta dalla suocera. Il Giudice aveva pertanto invitato il Consultorio ad effettuare indagini più approfondite sul contesto socio-familiare delle minori e su quanto da esse dichiarato, in quanto era prassi locale limitarsi ad inviare un semplice resoconto delle dichiarazioni rese dalle interessate.
Era stato anche osservato che alcune strutture erano solite inviare relazioni carenti ed incomplete, non corredate dal proprio parere e da cui non risultava chiaro se fossero state eseguite le procedure disposte dalla Legge. In particolare, come osservato da alcuni Giudici, la struttura dovrebbe attestare anche la sussistenza o meno delle condizioni previste dall’art. 4 della Legge (pericolo per la salute fisica e psichica della minore, sue precarie condizioni socio-economiche, …), mentre vi erano stati anche alcuni casi in cui non era stata neanche indicata la data di nascita della minorenne, né la settimana di gravidanza. Tale carenza sarebbe risultata più marcata nel caso dei medici di fiducia, il cui possibile ricorso da parte della minorenne, secondo alcuni giudici, doveva essere abrogato.
Infine alcuni giudici avevano fatto presente che le strutture (in particolare Consultori, Servizi Sociali e ASL) avrebbero dovuto fornire alla minorenne non solo un valido sostegno socio-assistenziale, ma anche psicologico. Erano stati ad esempio segnalati anche casi di minorenni coinvolte nell’ambiente prostituzione, dove l’assistenza delle strutture sarebbe potuta risultare decisiva.

References: art. 12
 art. 12
 art. 19
 art. 19
 art. 19

art. 17

art. 18

art. 19

art. 21
 art. 12
 art. 12
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