Source: http://liturgiadomenicale.blogspot.com/2008/05/pio-xii-haurietis-aquas-sul-culto-al.html
Timestamp: 2018-02-23 08:29:10+00:00

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Liturgia della Domenica: Pio XII. Haurietis aquas. Sul culto al sacratissimo Cuore di Gesù
"Voi attingerete con gaudio le acque dalle fonti del Salvatore" (Is 12,3). Queste parole, con le quali il profeta Isaia simbolicamente preannunciava le molteplici e abbondanti benedizioni di Dio, che l’èra cristiana avrebbe apportato, spontanee ritornano alla nostra mente, allorché diamo uno sguardo ai cento anni che sono trascorsi da quando il nostro predecessore di i. m. Pio IX, ben lieto di assecondare i voti del mondo cattolico, si compiaceva di estendere e rendere obbligatoria per la chiesa intera la festa del cuore sacratissimo di Gesù.
Innumerevoli infatti sono le grazie celesti che il culto tributato al cuore sacratissimo di Gesù ha trasfuso alle anime dei fedeli, purificandoli, confortandoli con superbe consolazioni, e incitandoli ad acquistare ogni virtù. Noi pertanto, memori della sapientissima sentenza dell’apostolo san Giacomo: "Ogni donazione buona e ogni dono perfetto viene dall’alto e scende dal Padre dei lumi" (Gc 1,17), a buon diritto possiamo scorgere in questo culto, divenuto ormai universale e ogni giorno sempre più fervoroso, il dono che il Verbo incarnato, nostro salvatore divino e unico mediatore di grazia e di verità tra il Padre celeste e il genere umano, ha fatto alla chiesa, sua mistica sposa, in questi ultimi secoli della sua travagliata storia. Grazie a questo dono d’inestimabile valore, la chiesa può agevolmente manifestare l’ardente carità che essa nutre verso il suo divin Fondatore, e corrispondere in più larga misura all’invito che l’evangelista san Giovanni riferisce come pronunziato da Gesù Cristo stesso: "Nell’ultimo gran giorno della festa, Gesù, levatosi in piedi, diceva ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, dal ventre di lui sgorgheranno torrenti d’acqua viva. Ciò egli disse dello Spirito che dovevano ricevere i credenti in lui" (Gv 7,37-39). Agli uditori di Gesù non fu certamente difficile cogliere in quelle sue parole, che contenevano la promessa di una sorgente di "acqua viva" che sarebbe scaturita dal suo seno, una chiara allusione ai vaticini con i quali i profeti Isaia, Ezechiele e Zaccaria, predicevano l’avvento del regno messianico, come pure alla tipica pietra che, percossa dalla verga di Mosè, versò mirabilmente acqua (cf. Is 12,3; Ez 47,1-12; Zc 13,1; Es 17,1-7; Nm 20,7-13; 1Cor 10,4; Ap 7,17; 22,1).
La carità divina ha in realtà la sua principale sorgente nello Spirito Santo, che è l’amore personale sia del Padre sia del Figlio in seno all’augustissima Trinità. Ben a ragione quindi l’Apostolo, quasi facendo eco alle parole di Gesù Cristo attribuisce allo Spirito d’amore l’effusione della carità nell’animo dei credenti: "La carità di Dio si è riversata nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato" (Rm 5,5).
Questo strettissimo nesso, che secondo le parole della s. Scrittura intercorre tra la carità che deve ardere nei cuori dei cristiani e lo Spirito Santo che è amore per essenza, ci manifesta in modo mirabile, venerabili fratelli, l’intima natura stessa di quel culto che è da tributarsi al cuore sacratissimo di Gesù. Se è vero, infatti, che questo culto considerato nella sua propria essenza, è un atto eccellentissimo della virtù di religione, in quanto richiede la assoluta e incondizionata sottomissione e consacrazione da parte nostra all’amore del Redentore divino, di cui è indice e simbolo, quanto mai espressivo, il suo cuore trafitto; è vero parimenti, e in un senso ancora più profondo, che tale culto comporta la risposta dell’amore nostro all’amore divino. Poiché soltanto per effetto della carità si ottiene la piena e perfetta sottomissione dello spirito umano al dominio del supremo Signore, allorché cioè gli affetti nel nostro cuore in tal modo aderiscono alla divina volontà da formare con essa quasi una cosa sola, secondo che è scritto: "Chi aderisce al Signore forma un solo spirito con lui" (1Cor 6,17).
"Se tu conoscessi il dono di Dio" (Gv 4,10). Ecco, venerabili fratelli, il paterno monito che noi, chiamati per divina disposizione ad essere custodi del tesoro di fede e di pietà, che il divin Redentore ha affidato alla sua chiesa, rivolgiamo, con piena coscienza del nostro dovere, a tutti quei nostri figli i quali, nonostante che il culto al cuore sacratissimo di Gesù, trionfando degli errori e della indifferenza degli uomini, abbia pervaso il mistico corpo del Salvatore, nutrono ancora dei pregiudizi a riguardo e giungono persino a ritenerlo meno rispondente, per non dire dannoso alle necessità più urgenti della chiesa e dell’umanità nell’ora presente. Taluni, infatti, confondendo o equiparando l’indole primaria di questo culto con le varie forme di devozione che la chiesa approva e favorisce, ma non prescrive, lo stimano quasi come alcunché di superfluo che ciascuno può praticare o no a suo arbitrio; altri poi stimano che questo culto sia oneroso e di nessuno o ben modesto vantaggio, specialmente per i militanti del regno di Dio, preoccupati soprattutto di consacrare il meglio delle loro energie spirituali, dei loro mezzi e del loro tempo alla difesa e alla propagazione della verità cattolica, alla diffusione della dottrina sociale cristiana e all’incremento di quelle pratiche e opere di religione, che giudicano molto più necessarie per i tempi nostri, vi sono inoltre alcuni, i quali anziché riconoscere in questo culto un mezzo efficacissimo per l’opera di rinnovamento e di progresso dei costumi cristiani, sia degli individui sia delle famiglie, vi vedono una forma di devozione pervasa piuttosto di sentimento che di nobili pensieri ed affetti, e perciò più confacente alle donne che adatto a uomini colti.
Vi sono infine altri, i quali, ritenendo questo culto come troppo vincolato agli atti di penitenza, di riparazione e di quelle virtù che chiamano piuttosto "passive", perché prive di appariscenti frutti esteriori, lo giudicano meno idoneo a rinvigorire la spiritualità moderna cui incombe il dovere dell’azione aperta e indefessa per il trionfo della fede cattolica e la strenua difesa dei costumi cristiani, in mezzo a una società inquinata di indifferentismo religioso, incurante di ogni norma discriminatrice del vero dal falso nel pensiero e nell’azione, ligia ai principi del materialismo ateo e del laicismo.
Chi non vede, venerabili fratelli, lo stridente contrasto tra simili opinioni e le pubbliche attestazioni di stima per il culto al sacratissimo Cuore di Gesù, professato dai nostri predecessori su questa cattedra di verità? Chi osa giudicare inutile o meno adatta per l’epoca nostra quella devozione che il nostro predecessore di i. m. Leone XIII non esitò a definire: "pratica religiosa encomiabilissima"; e nella quale non dubitò di additare il rimedio a quegli stessi mali, che anche oggi, e indubbiamente in un modo più vasto ed acuto, travagliano i singoli e l’intera società? "Questa devozione, che a tutti consigliamo, asseriva egli, sarà a tutti di giovamento". E inoltre, aggiungeva questi ammonimenti ed esortazioni, che ben si addicono anche al culto verso il cuore sacratissimo di Gesù: "Di fronte alla minaccia di gravi sciagure, che già da molto sovrasta, è urgente che si ricorra, per scongiurarle, all’aiuto di colui che soltanto ha la potenza per allontanarle. E chi altri potrà essere costui se non Gesù Cristo, l’unigenito di Dio? "Poiché non c’è sotto il cielo alcun altro nome dato agli uomini dal quale possiamo aspettarci d’essere salvati" (At 4,12). A lui dunque si deve ricorrere, che è via, verità e vita" (Enc. Annum sacrum (25 maii 1899): Acta Leonis 19 (1900), pp. 71, 77-78).
Né meno degno di encomio e giovevole per fomentare la pietà cristiana riconosceva essere questo culto il nostro immediato predecessore di f. m. Pio XI, il quale in una enciclica scriveva: "Non sono forse racchiusi in tal forma di devozione il compendio di tutta la religione cattolica e quindi la norma della vita più perfetta, costituendo essa la via più spedita per giungere alla conoscenza profonda di Cristo signore e il mezzo più efficace per piegare gli animi ad amarlo più intensamente e a imitarlo più fedelmente?" (Enc. iserentissimus Redemptor (8 maii 1928): AAS 20 (1928), p. 167).A noi poi, non certamente meno dei nostri predecessori, questa sublime verità è apparsa evidente e degna di approvazione; e allorché iniziammo il nostro pontificato, nel contemplare il felice e quasi trionfale incremento dei culto al cuore sacratissimo di Gesù in mezzo al popolo cristiano, sentimmo il nostro animo ricolmo di gioia degli innumerevoli frutti di salvezza che ne erano derivati a tutta la chiesa; e questi nostri sentimenti ci compiacemmo di manifestare già nella prima nostra lettera enciclica (cf. Enc. Summi pontificatus, 20 oct. 1939: AAS 31 (1939), p. 415). I quali frutti in questi anni del nostro pontificato pieni di calamità e di angustie, ma anche ricolmi di ineffabili consolazioni, non sono andati diminuendo né per numero né per qualità né per bellezza, ma piuttosto aumentando. Infatti, varie sono state le opere felicemente iniziate allo scopo di favorire l’incremento sempre maggiore di questo stesso culto e sommamente rispondente ai bisogni dei nostri tempi: associazioni cioè di cultura, di pietà e di beneficenza; pubblicazioni di carattere storico, ascetico e mistico, pertinenti a tale scopo; pie pratiche espiatorie; e soprattutto degne di menzione le manifestazioni di ardentissima pietà promosse dall’Associazione dell’apostolato della preghiera, al cui zelo si deve principalmente se famiglie, istituti e talvolta anche nazioni intere si sono consacrate al cuore sacratissimo di Gesù; per le quali manifestazioni di culto non di rado, o mediante lettere o per mezzo di discorsi o servendoci di radiomessaggi, abbiamo espressa la nostra paterna compiacenza (cf. AAS 32 (1940), p. 276; 35 (1943), pp. 170; 37 (1945), pp. 263-264; 40 (1948), pp. 501; 41 (1949), pp. 331.).
Pertanto nel veder tanta abbondanza di acque salutari, cioè l’effusione celestiale di amore superno, che, scaturendo dal sacro cuore del nostro Redentore, non senza l’ispirazione del divino Spirito, si è riversata su innumerevoli figli della chiesa cattolica, non possiamo astenerci, venerabili fratelli, dal rivolgervi un paterno invito affinché vi uniate a noi nello sciogliere un inno di somma lode e di fervidissime azioni di grazie a Dio largitore di ogni bene, esclamando con l’apostolo: "A lui che può far tutto, molto più di quel che noi domandiamo o pensiamo secondo la virtù che opera in noi, a lui sia la gloria nella chiesa, in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli. Amen" (Ef 3,20-21). Ma, dopo aver reso all’Altissimo le dovute grazie, noi desideriamo con questa lettera enciclica esortare voi e tutti gli amatissimi figli della chiesa a una più attenta considerazione di quei principi dottrinali contenuti nella sacra Scrittura, nei santi padri e nei teologi, sui quali, quasi su solidi fondamenti, poggia il culto al cuore sacratissimo di Gesù. Siamo infatti pienamente persuasi che soltanto quando, al lume della divina rivelazione, avremo penetrato più a fondo l’intima ed essenziale natura di questo culto, saremo in grado di convenientemente e perfettamente apprezzarne l’incomparabile eccellenza e l’inesauribile fecondità in ogni sorta di celesti grazie, e in tal modo trarre dalla pia meditazione e contemplazione da esso derivate, motivo per una degna celebrazione del primo centenario della estensione della festa del cuore sacratissimo di Gesù alla chiesa universale.
Allo scopo, dunque, di offrire alle menti dei fedeli salutari riflessioni, alimentati dalle quali essi possano più facilmente comprendere la vera natura di questo culto e ricavarne più copiosi frutti, noi ci soffermeremo anzitutto sulle pagine del Vecchio e del Nuovo Testamento che rivelano e propongono l’infinita carità di Dio per il genere umano, la cui sublime grandezza mai potremo sufficientemente scrutare; poi accenneremo al commento che ce ne hanno lasciato i padri e i dottori della chiesa; finalmente procureremo di porre in evidenza il nesso intimo che intercorre tra la forma di devozione da tributarsi al cuore del Redentore divino e il culto che gli uomini sono tenuti a rendere all’amore che egli e le altre persone della santissima Trinità nutrono verso tutti gli uomini. Stimiamo infatti che, una volta contemplati alla luce della sacra Scrittura e della tradizione i fondamenti e gli elementi costitutivi di questa nobilissima forma di pietà, riuscirà più agevole ai cristiani di attingere "con gaudio dalle fonti del Salvatore" (Is 12,3); apprezzare cioè tutta l’importanza che il culto al cuore sacratissimo di Gesù ha assunto nella liturgia della chiesa, nella sua vita interna ed esterna, e anche nelle sue opere; in tal modo sarà più facile ad essi raccogliere quei frutti spirituali che segnino un rinnovamento salutare nei loro costumi, secondo i voti dei pastori del gregge di Cristo.
Se vogliamo comprendere in primo luogo il valore racchiuso in alcuni testi del Vecchio e del Nuovo Testamento in ordine a questo culto, occorre tener ben presente il motivo del culto di latria che la chiesa tributa al cuore del Redentore divino. Orbene, come voi ben sapete, venerabili fratelli, tale motivo è duplice. L’uno, cioè che è comune anche alle altre sacrosante membra del corpo di Gesù Cristo, si fonda sul principio che il suo cuore, essendo una parte nobilissima dell’umana natura, è unito ipostaticamente alla persona del Verbo di Dio; pertanto esso è meritevole dell’unico e identico culto di adorazione con cui la chiesa onora la persona dello stesso Figlio di Dio incarnato. Si tratta di una verità di fede cattolica, essendo stata solennemente definita nei concili ecumenici di Efeso e nel secondo di Costantinopoli (CONC. EPHES., can. 8: MANSI, Sacrorum conciliorum amplissima collectio, IV, 1083 C; CONC. CONST. 11, can. 9: ibid., IX, 382 E). L’altro motivo, che appartiene in modo speciale al cuore del divin Redentore, e che perciò conferisce al medesimo un titolo tutto proprio a ricevere il culto di latria, risulta dal fatto che il suo cuore, più di ogni altro membro dei suo corpo, è l’indice naturale, ovvero il simbolo della sua immensa carità per il genere umano. "È insita nel Sacro Cuore, come osserva il nostro predecessore Leone XIII di i. m., la qualità di simbolo e di espressiva immagine dell’infinita carità di Gesù Cristo, che ci stimola a ricambiarlo con il nostro amore" (cf. Enc. Annum sacrum: Acta Leonis 19(1900), p. 76).
Per quanto riguarda lo scopo del nostro argomento, non crediamo necessario addurre molte testimonianze dei libri dei Vecchio Testamento, nei quali sono contenute le divine verità divinamente rivelate, ma stimiamo sia sufficiente far rilevare che l’alleanza stipulata tra Dio e il popolo eletto e sancita con vittime pacifiche - le cui leggi fondamentali scolpite su due tavole furono promulgate da Mosè (cf. Es 34,27-28) e interpretate dai profeti - fu un patto, oltre che fondato sui vincoli di supremo dominio da parte di Dio e di doverosa obbedienza da parte dell’uomo, consolidato e vivificato anche dai più nobili motivi dell’amore. Infatti, anche per il popolo d’Israele la ragione suprema della sua obbedienza a Dio doveva essere non tanto il timore dei divini castighi che i tuoni e le folgori lampeggianti e sprigionantisi dalla vetta del Sinai incutevano negli animi, quanto piuttosto il doveroso amore verso Dio: "Ascolta, Israele; il Signore Dio nostro è il solo Signore. Amerai il Signore Iddio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze. Queste parole, che io oggi ti bandisco, staranno nel tuo cuore" (Dt 6,4-6).
Non ci deve pertanto meravigliare se Mosè e i profeti del popolo eletto che a buon diritto l’angelico Dottore chiama "i maggiori" (Summa theol., I-II, q. 2, a. 7: ed. Leon., t. VIII, 1895, p. 34), ben comprendendo che il fondamento di tutta la legge era riposto in questo comandamento dell’amore, hanno descritto tutti i rapporti esistenti tra Dio e la sua nazione, ricorrendo a similitudini tratte dal reciproco amore tra padre e figlio o dall’amore dei coniugi, piuttosto che rappresentarli con immagini severe ispirate al supremo dominio di Dio o alla dovuta e timorosa servitù di noi tutti. Così, ad esempio, Mosè stesso, nel celeberrimo suo cantico di liberazione del suo popolo dalla schiavitù d’Egitto, volendo significare che essa era avvenuta per opera di Dio, ricorre a queste espressioni e immagini che riempiono l’animo di commozione: "Com’aquila che addestra al volo i suoi piccoli e vola sovr’essi, stese le sue ali (il Signore), sollevò Israele, e lo portò sulle sue spalle" (Dt 32,11). Ma forse nessun altro tra i profeti meglio di Osea, manifesta e descrive con accenti veementi l’amore mai venuto meno di Dio verso il suo popolo. Nel linguaggio infatti di questo eccellentissimo tra i profeti minori per profondità di concetti e concisione di espressione, Dio manifesta verso il popolo eletto un amore tale, cioè giusto e santamente sollecito, qual è appunto l’amore di un padre misericordioso e amorevole, o di uno sposo, il cui onore è conculcato. t un amore, che, lungi dal raffreddarsi o venir meno alla vista di mostruose infedeltà e di ignobili tradimenti, prende si da essi motivo per infliggere ai colpevoli i meritati castighi: non già per ripudiarli e abbandonarli a se stessi, ma soltanto allo scopo di vedere la sposa, resasi estranea e infedele, e i figli ingrati, pentirsi, purificarsi e tornare a unirsi a lui con rinnovati e più solidi vincoli di amore. "Quando era fanciullo Israele, io l’amai e dall’Egitto ho chiamato il figlio mio. ... lo ho fatto da balia a Efraim; li ho portati in braccio, ma non compresero la cura che io avevo di loro. Li ho attirati a me con vincoli propri degli uomini, coi vincoli della carità. ... lo sanerò le loro piaghe, li amerò spontaneamente, perché la mia collera si è da loro allontanata. Sarò come rugiada; Israele fiorirà come giglio e getterà le sue radici come le piante del Libano" (Os 11,1.3-4; 14,5-6).
Accenti simili risuonano sulle labbra del profeta Isaia, quando, impersonando gli opposti sentimenti di Dio e del popolo eletto, esce in queste espressioni: "Sion ha detto: "Il Signore mi ha abbandonato, il Signore si è scordato di me!" Potrà forse una donna dimenticare il suo bambino, sì da non sentire più compassione per il figlio delle sue viscere? E se pur questa lo potrà dimenticare, io non mi dimenticherò mai di te!" (Is 49,14-15). Né meno commoventi sono le espressioni con le quali l’autore del Cantico dei cantici, servendosi del simbolismo dell’amore coniugale, dipinge con vividi colori i legami di vicendevole amore, che uniscono fra loro Dio e la nazione da lui prediletta: "Come un giglio fra le spine, così l’amica mia tra le fanciulle!... Io sono del mio diletto e il mio diletto è per me, egli che pascola tra i gigli. ... Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore, inesorabile come gli inferi la gelosia: le sue vampe sono vampe di fuoco e di fiamma" (Ct 2,2; 6,2; 8,6).
Tuttavia questo tenerissimo, indulgente e paziente amore di Dio, che, pur sdegnandosi per le ripetute infedeltà del popolo di Israele, mai giunse a ripudiarlo definitivamente, benché siasi manifestato come veemente e sublime, non fu in sostanza che preludio di quella ardentissima carità che il Redentore promesso avrebbe riversato dal suo amantissimo cuore su tutti, e che sarebbe dovuta divenire il modello del nostro amore e il fondamento della nuova Alleanza. Infatti, solo colui che è l’Unigenito del Padre e il Verbo fatto carne, "pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14), essendosi avvicinato agli uomini oppressi da innumerevoli peccati e miserie, poté far scaturire dalla sua umana natura, unita ipostaticamente alla sua divina persona, "una sorgente di acqua viva", che irrigasse copiosamente l’arida terra dell’umanità e la trasformasse in giardino fiorente e fruttifero. t nel profeta Geremia che si ha un lontano presagio di questo stupendo prodigio, che sarebbe stato l’effetto del misericordiosissimo e eterno amore di Dio: "D’un amore eterno ti ho amato e perciò ti ho tirato a me pieno di compassione. ... Ecco che verranno giorni, dice il Signore, e io stringerò con la casa di Israele e con la casa di Giuda una nuova alleanza. ... Questa sarà l’alleanza che avrò stretta con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: lo metterò la mia legge nel loro intimo e la scriverò nel loro cuore, e sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo ... ; perché farò grazia alle loro iniquità e del loro peccato non mi ricorderò più" (Ger 31,3; 31,33-34).
Ma soltanto dai Vangeli veniamo a conoscere con perfetta chiarezza che la nuova alleanza stipulata tra Dio e l’umanità - di cui si era avuta la prefigurazione simbolica nell’alleanza sancita tra Dio e il popolo d’Israele per mezzo di Mosè e il preannunzio nel vaticinio di Geremia - è quella stessa che è stata attuata mediante l’opera conciliatrice di grazia del Verbo incarnato. Questa alleanza è da stimarsi incomparabilmente più nobile e più solida, perché a differenza della precedente, non è stata sancita nel sangue di capri e di vitelli, ma nel sangue sacrosanto di colui che quelli stessi pacifici e irrazionali animali avevano prefigurato come "l’Agnello che toglie il peccato del mondo" (cf. Gv 1,29; Eb 9,18-28; 10,1-17). Ebbene, l’alleanza messianica, più ancora che l’antica, si manifesta chiaramente come un patto non ispirato da sentimenti di servitù e di timore, ma da quella amicizia che deve regnare nelle relazioni tra padre e figlio, essendo essa alimentata e consolidata da una più munifica elargizione di grazia divina e di verità, conforme alla sentenza dell’evangelista san Giovanni: "Dalla pienezza di lui tutti abbiamo ricevuto, grazia su grazia. Perché la legge è stata data da Mosè; la grazia e la verità sono venute da Gesù Cristo" (Gv 1,16-17).
Introdotti con le parole del "discepolo che Gesù amava e che durante la cena posò il capo sul petto di lui" (Gv 21,23), nel mistero stesso dell’infinita carità del Verbo incarnato, sembra essere cosa degna e giusta, equa e salutare che noi ci soffermiamo alquanto, venerabili fratelli, nella contemplazione di così soave mistero, affinché, illuminati dalla luce che su di esso riflettono le pagine del Vangelo, possiamo anche noi esperimentare il felice adempimento del voto che l’Apostolo formulava scrivendo agli Efesini: "Cristo dimori nei vostri cuori per mezzo della fede, e voi, radicati e fortificati in amore, siate resi capaci di comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità, e intendere questo amore di Cristo che sorpassa ogni scienza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio" (Ef 3,17-19).
Il mistero della divina redenzione è primariamente e naturalmente un mistero d’amore: un mistero, cioè, di amore giusto da parte di Cristo verso il Padre celeste, cui il sacrificio della croce, offerto con animo amante e obbediente, presenta una soddisfazione sovrabbondante e infinita per le colpe del genere umano: "Cristo soffrendo per carità e obbedienza, offri a Dio qualche cosa di maggior valore, che non esigesse la compensazione per tutte le offese fatte a Dio dal genere umano". E inoltre mistero di amore misericordioso dell’augusta Trinità e del Redentore divino verso l’intera umanità, poiché essendo questa del tutto incapace di offrire a Dio una soddisfazione degna per i propri delitti (Summa theol., III, q. 48, a. 2: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 464. Cf. Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS 20 (1928), p. 170), Cristo, mediante le inscrutabili ricchezze di meriti che si acquistò con l’effusione del suo preziosissimo sangue, poté ristabilire quel patto di amicizia tra Dio e gli uomini che era stato una prima volta violato nel paradiso terrestre per la miserevole caduta di Adamo e poi innumerevoli volte per l’infedeltà del popolo eletto. Pertanto il divin Redentore - come legittimo e perfetto mediatore nostro - avendo, sotto lo stimolo di un’accesissima carità per noi, conciliati perfettamente i doveri e gli impegni del genere umano con i diritti di Dio, è stato indubbiamente l’autore di quella meravigliosa conciliazione tra la divina giustizia e la divina misericordia che costituisce l’assoluta trascendenza dei mistero della nostra salvezza, così sapientemente espressa dall’angelico dottore in queste parole: "Giova osservare che la liberazione dell’uomo mediante la passione di Cristo fu conveniente sia alla sua misericordia che alla sua giustizia. Alla giustizia anzitutto perché con la sua passione Cristo soddisfece per la colpa del genere umano: e quindi per la giustizia di Cristo l’uomo fu liberato. Alla misericordia, poi, perché non essendo l’uomo in grado di soddisfare per il peccato di tutta l’umana natura, Dio gli donò un riparatore nella persona del Figlio suo. E questo fu segno di più abbondante misericordia che se egli avesse perdonato i nostri peccati senza esigere alcuna soddisfazione. Perciò sta scritto: "Dio ricco di misericordia, per il grande amore che ci portava, pur essendo noi morti, ci risuscitò in Cristo" (Ef 2,4)"( Summa theol., III, q. 46, a. 1 ad 3: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 436).
Ma, affinché possiamo veramente, per quanto è consentito a uomini mortali, "comprendere con tutti i santi, qual sia la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità" (Ef 3,18) dell’arcana carità del Verbo incarnato verso il suo celeste Padre e verso gli uomini macchiati di tante colpe, occorre tener ben presente che il suo amore non fu unicamente spirituale, come si addice a Dio, poiché "Dio è spirito" (Gv 4,24). Indubbiamente d’indole puramente spirituale fu l’amore nutrito da Dio per i nostri progenitori e per il popolo ebraico; perciò le espressioni di amore umano, sia coniugale sia paterno, che si leggono nei salmi, negli scritti dei profeti e nel Cantico dei cantici, sono indizi e simboli di una dilezione verissima ma del tutto spirituale, con la quale Dio amava il genere umano; al contrario, l’amore che spira dal Vangelo, dalle Lettere degli apostoli e dalle pagine dell’Apocalisse, dov’è descritto altresì l’amore del cuore di Gesù Cristo, non comprende solo la carità divina, ma si estende ai sentimenti dell’affetto umano. Per chiunque fa professione di fede cattolica, è questa una verità inconcussa. Il Verbo di Dio, infatti, non ha assunto un corpo illusorio e fittizio, come già nel primo secolo dell’èra cristiana osarono affermare alcuni eretici, attirandosi la condanna dell’apostolo san Giovanni con queste severissime parole: "Poiché sono usciti per il mondo molti seduttori, i quali non confessano che Gesù Cristo sia venuto nella carne: questi è il seduttore, è l’anticristo" (2Gv 7); ma realmente egli ha unito alla sua divina Persona una natura umana individua, integra e perfetta, concepita nel seno purissimo di Maria Vergine per virtù dello Spirito Santo (cf. Lc 1,35). Niente dunque mancò alla natura umana, assunta dal Verbo di Dio; in verità egli la possedette senza alcuna diminuzione, senza alcuna alterazione, tanto nei suoi elementi costitutivi spirituali quanto in quelli corporali, vale a dire: dotata di intelligenza e di volontà e delle altre facoltà conoscitive interne ed esterne; dotata parimenti delle potenze affettive e sensitive e di tutte le loro naturali passioni. È questo l’insegnamento della chiesa cattolica, sanzionato e solennemente confermato dai romani pontefici e dai concili ecumenici: "Integro nelle sue proprietà, integro nelle nostre" (S. LEO MAGNUS, Epist. dogrn. "Lectis dilectionis tuae" ad Flavianum, Const. Patr., 13 iun. 449: PL 54, 763; COD 78/20-21). "Perfetto nella divinità e perfetto nell’unianità" (CONC. CHALCED. (a. 451): MANSI, VII, 115 B; COD 86/18-19). "Tutto Dio (s’è fatto) uomo, e tutto l’uomo (sussiste in) Dio" (S. GELASIUS, Tract. III: "Necessarium" De duabus naturis in Christo: A. THIEL, Epist. rom. pont. a s. Hilaro usque ad Pelagium II, p. 532).
Tuttavia il fatto che il Verbo di Dio abbia assunto una natura umana vera e perfetta, e si sia plasmato e modellato un cuore di carne che, non meno del nostro, fosse capace di soffrire e di essere trafitto, questo fatto, diciamo, se non è posto e considerato nella luce che emana non solo dall’unione ipostatica e sostanziale, ma anche dall’umana redenzione, che è per cosi dire il complemento di quella, potrebbe ad alcuni apparire "scandalo" e "stoltezza", come infatti tale sembrò "Cristo crocifisso" ai giudei e ai gentili (cf. 1Cor 1,23). Orbene, i documenti autentici della fede, perfettamente concordi con le divine Scritture, ci assicurano che il Figlio unigenito di Dio ha assunto la natura umana passibile e mortale in vista principalmente del sacrificio cruento della croce, che egli desiderava offrire allo scopo di compiere l’opera dell’umana salute. t questo del resto l’insegnamento espresso dell’Apostolo delle genti: "Poiché e chi santifica e i santificati provengono tutti da uno, è per questo che non ha scrupolo a chiamarli fratelli dicendo: "Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli". E ancora: "Eccomi io e i figliuoli che Dio mi ha dato". Poiché dunque i figliuoli partecipano del sangue e della carne, anch’egli ne ebbe ugualmente parte. ... Ne deriva che egli in tutto doveva essere fatto simile ai suoi fratelli, per diventare misericordioso e fedele sacerdote nelle cose divine, affinché fossero espiate le colpe del popolo. Proprio per il fatto di essere stato lui provato e avere sofferto, per questo può venire in aiuto a quelli che sono nella prova" (Eb 2,11-14.17-18).
S. Giustino, quasi facendo eco alle parole dell’Apostolo, scrive: "Noi adoriamo e amiamo il Verbo nato dall’ingenito e ineffabile Dio. Egli in verità si è fatto uomo per noi affinché, resosi partecipe delle nostre umane affezioni, recasse ad esse il rimedio" (Apol. 11, 13: PG 6, 465.). S. Basilio poi, il primo dei tre padri cappàdoci, afferma decisamente che gli affetti sensibili di Cristo furono a un tempo veri e santi: "Benché sia a tutti noto che il Signore ha assunto gli affetti naturali per confermare la realtà dell’incarnazione, vera e non fittizia; tuttavia egli respinse da sé gli affetti disordinati che inquinano la purezza della nostra vita, perché li ritenne indegni della sua incontaminata divinità" (Epist. 261, 3: PG 32, 972.). Anche per s. Giovanni Crisostomo, il più illustre decoro della chiesa antiochena, le emozioni sensibili cui andò soggetto il Redentore divino cooperarono mirabilmente a comprovare che egli aveva assunto una natura umana integra sotto ogni aspetto: "Infatti se egli non fosse stato della nostra natura, non avrebbe pianto per ben due volte" (In Ioann., hom. 63, 2: PG 59, 350.). Fra i padri latini meritano di essere ricordati coloro che la chiesa onora oggi tra i principali suoi dottori. Così s. Ambrogio vede nell’unione ipostatica la sorgente naturale degli affetti e commozioni sensibili cui andò soggetto il Verbo di Dio fatto uomo: "Pertanto, poiché egli assunse l’anima, ne assunse parimenti le passioni; in quanto Dio infatti, com’egli era, non avrebbe potuto né turbarsi né morire" (De fide ad Gratianum, 11, 7, 56: PL 16, 594.). Anche s. Girolamo dall’esistenza3. La testimonianza dei santi padri in favore degli affetti sensibili del Verbo incarnato
S. Giustino, quasi facendo eco alle parole dell’Apostolo, scrive: "Noi adoriamo e amiamo il Verbo nato dall’ingenito e ineffabile Dio. Egli in verità si è fatto uomo per noi affinché, resosi partecipe delle nostre umane affezioni, recasse ad esse il rimedio" (Apol. 11, 13: PG 6, 465.). S. Basilio poi, il primo dei tre padri cappàdoci, afferma decisamente che gli affetti sensibili di Cristo furono a un tempo veri e santi: "Benché sia a tutti noto che il Signore ha assunto gli affetti naturali per confermare la realtà dell’incarnazione, vera e non fittizia; tuttavia egli respinse da sé gli affetti disordinati che inquinano la purezza della nostra vita, perché li ritenne indegni della sua incontaminata divinità" (Epist. 261, 3: PG 32, 972.). Anche per s. Giovanni Crisostomo, il più illustre decoro della chiesa antiochena, le emozioni sensibili cui andò soggetto il Redentore divino cooperarono mirabilmente a comprovare che egli aveva assunto una natura umana integra sotto ogni aspetto: "Infatti se egli non fosse stato della nostra natura, non avrebbe pianto per ben due volte" (In Ioann., hom. 63, 2: PG 59, 350.). Fra i padri latini meritano di essere ricordati coloro che la chiesa onora oggi tra i principali suoi dottori. Così s. Ambrogio vede nell’unione ipostatica la sorgente naturale degli affetti e commozioni sensibili cui andò soggetto il Verbo di Dio fatto uomo: "Pertanto, poiché egli assunse l’anima, ne assunse parimenti le passioni; in quanto Dio infatti, com’egli era, non avrebbe potuto né turbarsi né morire" (De fide ad Gratianum, 11, 7, 56: PL 16, 594). Anche s. Girolamo dall’esistenza in Cristo di quelle affezioni sensibili trae l’argomento più persuasivo per asserire che egli aveva realmente assunta l’umana natura: Il Signore nostro, per manifestare che aveva veramente unita alla sua persona la natura dell’uomo, soggiacque veramente alla tristezza (cf. Super Matth. 26, 37: PL 26, 205). Sant’Agostino poi in modo particolare rileva l’intimo nesso che esiste tra le affezioni sensibili del Verbo incarnato e il fine dell’umana redenzione: "Ora il Signore Gesù assunse questi sentimenti della fragile natura umana, come la carne stessa che fa parte della inferma natura dell’uomo e la morte dell’umana carne, non spinto dal bisogno della sua condizione (divina), ma stimolato dalla sua libera volontà di usarci misericordia; allo scopo cioè di offrire in se stesso, al suo corpo che è la chiesa, di cui si degnò farsi capo, vale a dire, alle sue membra che sono i suoi santi e i suoi fedeli, il modello da imitare. In modo che se ad alcuno di loro, sotto l’assalto delle umane tentazioni, accadesse di rattristarsi e soffrire, non per questo stimasse di essersi sottratto all’influsso della sua grazia; e comprendesse che tali afflizioni non sono peccati, ma solo indizi dell’umana passibilità. Così il suo mistico corpo, simile a un coro di voci che s’accorda a quella di chi dà l’intonazione, avrebbe imparato dal suo proprio capo" (Enarr. in Ps. 87, 3: PL 37, 1111). Più concisamente, ma non meno efficacemente, manifestano la dottrina della chiesa i seguenti testi di san Giovanni Damasceno: "Certamente Dio mi ha assunto tutto, e tutto si è unito a tutto, affinché recasse la salvezza a tutto l’uomo. Poiché altrimenti non avrebbe potuto essere sanato, ciò che non fosse stato assunto" (De fide orth. 111, 6: PG 94, 1006). "Cristo, dunque, assunse tutto, per tutto santificare" (De fide orth., 111, 20: PG 94, 1081).
Bisogna tuttavia riconoscere che né gli autori sacri, né i padri della chiesa, sia nei testi riferiti sia in molti altri simili, che non abbiamo riportato, pur affermando chiaramente che Gesù Cristo fosse dotato di affezioni, che commovevano il suo animo, e pur mettendo in stretto rapporto l’assunzione dell’umana natura con lo scopo della nostra eterna salvezza prefissosi da Cristo, mai pongono in esplicito rilievo il nesso esistente tra gli affetti e il cuore fisico del Salvatore, così da indicare in esso espressamente il simbolo del suo amore infinito. Ma, se gli evangelisti e gli altri sacri scrittori non ci rivelano direttamente gli affetti vari che nel ritmo pulsante del cuore del Redentore nostro, non meno vivo e sensibile dei nostro, dovettero indubbiamente produrre le passioni del suo animo e il ridondante amore della sua duplice volontà, divina e umana, essi mettono però in evidenza l’amore e tutti gli altri sentimenti con esso connessi, cioè il desiderio, la letizia, la tristezza, il timore, l’ira, secondo che si manifestavano attraverso il suo sguardo, le parole, i gesti. E certamente il volto del nostro Salvatore adorabile fu certamente indice e quasi specchio fedelissimo di quelle affezioni, che, commovendo in vari modi il suo animo, a somiglianza di onde che si ripercuotono sulle opposte rive, raggiungevano il suo cuore santissimo e ne eccitavano i battiti. In verità, anche a proposito di Cristo, vale quanto l’angelico Dottore, ammaestrato dalla comune esperienza, osserva in materia di psicologia umana e dei fenomeni a essa connessi: "Il turbamento dell’ira raggiunge anche le membra esterne; e soprattutto si fa notare in quelle membra, nelle quali più apertamente si riflette l’influsso del cuore, come negli occhi, nel volto e nella lingua" (Summa theol., I-II, q. 48, a. 4: ed. Leon., t. VI, 1891, p. 306).
A buon diritto, dunque, il cuore del Verbo incarnato è considerato come il principale indice e simbolo di quel triplice amore, col quale il divino Redentore ha amato e continuamente ama l’eterno Padre e l’umanità. Esso, cioè, è anzitutto il simbolo di quell’amore divino, che egli ha comune con il Padre e con lo Spirito Santo, ma che soltanto in lui, perché Verbo fatto carne, si manifesta a noi attraverso il fragile e caduco corpo umano, "poiché in esso abita corporalmente tutta la pienezza della divinità" (Col 2,9). Inoltre, il cuore di Cristo è il simbolo di quell’ardentissima carità che, infusa nella sua anima, costituisce la preziosa dote della sua volontà umana e i cui atti sono illuminati e diretti da una duplice perfettissima scienza, la beata e l’infusa (cf. Summa theol., III, q. 9, aa. 1-3: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 142). Finalmente - e ciò in modo ancor più diretto e naturale - il cuore di Gesù è il simbolo del suo amore sensibile, giacché il corpo di Gesù Cristo, plasmato nel seno castissimo della Vergine Maria, per opera dello Spirito Santo, supera in perfezione e quindi in capacità percettiva ogni altro organismo umano (cf. Summa theol, III, q. 33, a. 2 ad 3; q. 46, a. 6: ed. Leon., t. XI, 1903, pp. 342 et 433).
Edotti allora dai sacri testi e dagli autentici documenti della fede cattolica sulla perfetta consonanza e armonia regnante nell’anima santissima di Gesù Cristo, e sull’aver egli manifestamente diretto al fine della nostra Redenzione il triplice amore, noi possiamo con ogni sicurezza contemplare e venerare nel cuore del divin Redentore l’immagine eloquente della sua carità e il documento dell’avvenuta nostra redenzione, come pure quasi la mistica scala per salire all’amplesso di "Dio Salvatore nostro" (Tt 3,4). Perciò nelle sue parole, negli atti, negli insegnamenti, nei miracoli e specialmente nelle opere che più luminosamente testimoniano il suo amore per noi - come l’istituzione della divina Eucaristia, la sua dolorosa passione e morte, la donazione della sua santissima Madre, la fondazione della chiesa, la missione dello Spirito sugli apostoli e su tutti i credenti - in tutte queste opere, ripetiamo, noi dobbiamo ammirare altrettante testimonianze del suo triplice amore; e meditare con animo pieno d’amore i battiti del suo cuore, con i quali sembrò che egli misurasse gli attimi di tempo dei suo pellegrinaggio terreno, fino al supremo istante, in cui, come ci attestano gli evangelisti, "dopo aver di nuovo gridato con gran voce, disse: t compiuto. E chinato il capo, rese lo spirito" (Mt 27,50; Gv 19,30). Allora il battito del suo cuore si arrestò, e il suo amore sensibile rimase come sospeso fino all’istante della risurrezione gloriosa. Unitasi quindi nuovamente l’anima del Redentore vittorioso della morte al suo corpo glorificato, il cuore suo sacratissimo riprese il suo battito regolare e da allora non ha mai cessato né cesserà di significare con ritmo ormai divenuto per sempre calmo e imperturbabile, il triplice amore che vincola il Figlio di Dio al suo celeste Padre e all’intera comunità umana, di cui è, con pieno diritto, il mistico Capo.
E ora, venerabili fratelli, per cogliere più abbondanti frutti da queste nostre tanto consolanti riflessioni, indugiamoci alquanto nella contemplazione dell’intima partecipazione avuta dal cuore del Salvatore nostro Gesù Cristo alla sua vita affettiva umana e divina, durante il periodo della sua vita terrena e della partecipazione che esso ha al presente e avrà per tutta l’eternità. Principalmente dalle pagine del Vangelo risplenderà quella luce che inondandoci e fortificandoci, ci metterà in grado di inoltrarci nel santuario di questo cuore divino, dove potremo ammirare con l’Apostolo delle genti "l’immensa ricchezza della grazia [di Dio], nella benignità verso di noi in Gesù Cristo" (Ef 2,7).
Palpita d’amore il cuore adorabile di Gesù Cristo, all’unisono con il suo amore umano e divino, quando, come ci rivela l’apostolo, non appena la vergine Maria ha pronunziato il suo magnanimo fiat, il Verbo di Dio, "entrando nel mondo, dice: "Tu non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo; olocausti per il peccato non gradisti: allora dissi: Ecco io vengo (come all’inizio del libro è scritto di me) per compiere, o Dio, la tua volontà". E per questa volontà noi siamo santificati per l’offerta del corpo di Gesù Cristo (fatta) una volta" (Eb 10,5-7. 10). Palpitava altresì d’amore il cuore del Salvatore, sempre in perfetta armonia con gli affetti della sua volontà umana e con il suo amore divino; quando egli intesseva celestiali colloqui con la sua dolcissima madre, nella casetta di Nazaret, e col suo padre putativo s. Giuseppe cui obbediva prestandosi come fedele collaboratore nel faticoso mestiere dei falegname. Parimenti palpitava di quel triplice amore nelle sue continue peregrinazioni apostoliche; nel compiere gli innumerevoli prodigi di onnipotenza, con i quali o risuscitava i morti, o ridonava la salute a ogni sorta di infermi; nel sopportare le fatiche; nel tollerare il sudore, la fame, la sete; nelle veglie notturne trascorse in preghiera al cospetto dei celeste suo Padre; e finalmente nel pronunziare i discorsi, e nel proporre e spiegare le parabole, specialmente quelle che più ci parlano della sua misericordia, come la parabola della dramma perduta, della pecorella smarrita e del figliol prodigo. E veramente in queste parole e in queste azioni, come osserva s. Gregorio Magno, si è manifestato il cuore di Dio: "Intuisci il cuore di Dio nelle parole di Dio, affinché più ardente possa esperimentare l’attrattiva dei beni eterni" (Registr. epist., lib. IV, ep. 31 ad Theodorum medicum: PL 77, 706).
Palpitava ancor più d’amore il cuore di Gesù Cristo, quando dalle sue labbra uscivano accenti ispirati a un ardentissimo amore. Così, ad esempio, quando dinanzi allo spettacolo di turbe stanche e affamate esclamava: "Ho compassione di questo popolo" (Mc 8,2); e, nel rimirare la prediletta città di Gerusalemme, accecata dai suoi peccati e perciò votata all’estrema rovina, le rivolgeva questo rimprovero: "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte io pure volli adunare i tuoi figlioli come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali e tu non hai voluto!" (Mt 23,37). Il suo cuore palpitava ancora di amore verso il Padre e di santo sdegno nel vedere il sacrilego commercio che si faceva nel tempio, a causa del quale rivolse ai profanatori queste severe parole: "Sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di orazione, e voi l’avete ridotta una spelonca di ladri" (Mt 21,13).
Ma di speciale amore e di timore palpitò il cuore di Gesù nell’imminenza dell’ora della passione, allorché, provando naturale ripugnanza dinanzi al dolore e alla morte ormai incombenti, esclamò: "Padre mio, se è possibile passi da me questo calice!" (Mt 26,39); palpitò poi d’invitto amore e di intensa afflizione quando, al bacio del traditore egli oppose quelle ultime sublimi parole, che suonarono come un ultimo invito rivolto dal misericordiosissimo suo cuore all’amico che con animo empio, fedifrago e sommamente ostinato si accingeva a consegnarlo nelle mani dei carnefici: "Amico, a che sei venuto? Con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?" (Mt 26,50; Lc 22,48); palpiti invece di tenero amore e di profonda commiserazione furono quelli che commossero il cuore del Salvatore, quando alle pie donne, che ne compiangevano l’immeritata condanna al tremendo supplizio della croce, diresse queste parole: "Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. ... Perché se si tratta così il legno verde, che ne sarà del secco?" (Lc 23,28.31).
Ma è soprattutto sulla croce che il divin Redentore sente il suo cuore, divenuto quasi torrente impetuoso, ridondare dei sentimenti più vari, cioè di amore ardentissimo, di angoscia, di misericordia, di acceso desiderio, di quiete serena, come ci manifestano apertamente le seguenti sue parole: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34); "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,46); "Ti dico in verità, oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,43); "Ho sete" (Gv 19,28); "Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio" (Lc 23,46).
Ancor prima di mangiare l’ultima cena con i suoi discepoli, al solo pensiero dell’istituzione del sacramento del suo corpo e del suo sangue, la cui effusione avrebbe sancito la nuova Alleanza, il cuore di Gesù aveva avuto fremiti d’intensa commozione, da lui rivelati agli Apostoli con queste parole: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima di patire" (Lc 22,15); ma la sua commozione dovette raggiungere il colmo, allorché "prese del pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo, dato per voi. Fate questo in memoria di me. Similmente, dopo la cena, diede la coppa dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel sangue mio, che sarà sparso per voi" (Lc 22,19-20).
Si può quindi affermare a buon diritto che la divina Eucaristia, sia come sacramento sia come sacrificio, di cui egli stesso è dispensatore e immolatore, "da dove sorge il sole fin dove tramonta" (Mal 1,11), come pure il sacerdozio sono doni palesi del cuore sacratissimo di Gesù.
Ma anche Maria, l’alma madre di Dio e madre nostra amantissima, è, come dicemmo, un dono preziosissimo dei cuore sacratissimo di Gesù. Era giusto infatti che colei, che era stata la genitrice del Redentore nostro secondo la carne, e a lui era stata associata nell’opera di rigenerazione dei figli di Eva alla vita della grazia, fosse da Gesù stesso proclamata madre spirituale dell’intera umanità. Ben a ragione quindi scrive di lei sant’Agostino: "Indubbiamente ella è madre delle membra del Salvatore, che siamo noi, poiché con la sua carità ha cooperato affinché avessero la vita nella chiesa i fedeli, che di quel capo sono le membra" (De sancta virginitate, VI: PL 40, 399).
All’incruento dono di sé, poi, sotto le specie del pane e del vino, il Salvatore nostro Gesù Cristo volle aggiungere, come suprema testimonianza della sua profonda, infinita dilezione, il sacrificio cruento della croce. Così facendo, egli dava l’esempio di quella sublime carità, che aveva indicato ai suoi discepoli come meta finale dell’amore con queste parole: "Nessuno ha un amore più grande di questo, di uno che dia la vita per i suoi amici" (Gv 15,13). Pertanto l’amore di Gesù Cristo Figlio di Dio svela con il sacrificio del Golgota, e nel modo più eloquente, l’amore stesso di Dio: "Da questo abbiamo conosciuto l’amore di Dio, perché egli ha dato la sua vita per noi, e così noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli" (1Gv 3,16). E in realtà il nostro divin Redentore è stato confitto al legno della croce più dal suo amore che dalla violenza dei suoi carnefici; e il suo volontario olocausto è il dono supremo che il suo Cuore ha fatto a ogni singolo uomo, secondo l’incisiva sentenza dell’apostolo: "Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20).
Non vi può essere dunque alcun dubbio che il cuore sacratissimo di Gesù, compartecipe così intimo della vita del Verbo incarnato, e perciò assunto quasi a strumento congiunto della Divinità, non meno delle altre membra dell’umana natura, nel compimento di tutte le sue opere di grazia e di divina onnipotenza (cf. Summa theol., III, q. 19, a. 1: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 329), sia anche divenuto il simbolo legittimo di quella immensa carità, che spinse il Salvatore nostro a celebrare nel sangue il suo mistico matrimonio con la chiesa: "Egli ha accettato la passione, per l’ardente desiderio che aveva di unire a sé la chiesa come sua sposa" (Summa theol., Suppl., q. 42, a. 1 ad 3: ed. Leon., t. XII, 1906, p. 81). La Chiesa quindi, vera ministra del sangue della redenzione, è nata dal cuore trafitto del Redentore; e dal medesimo è parimenti sgorgata in sovrabbondante copia la grazia dei sacramenti, che trasfonde nei figli della chiesa la vita eterna, come ben ci ricorda la sacra liturgia: "Dal cuore trafitto nasce la chiesa a Cristo congiunta. ... Tu, che dal tuo cuore fai sgorgare la grazia" (Hymn, ad Vesp. Festi Ss.mi Cordis Iesu). Di questo simbolismo, non ignoto nemmeno agli antichi padri e scrittori ecclesiastici, il Dottore comune, facendosi loro fedele interprete, scrive: "Dal lato di Cristo sgorgarono l’acqua, simbolo di spirituale abluzione e il sangue, simbolo di redenzione. Perciò il sangue ben si addice al sacramento dell’Eucaristia; l’acqua, invece al sacramento del battesimo, che però mutua la sua virtù purificatrice dalla virtù del sangue di Cristo" (Summa theol., III, q. 66, a. 3 ad 3u’: ed. Leon., t. XII, 1906, p. 65). Quanto è stato qui scritto del lato di Cristo, trafitto e aperto dal soldato, deve similmente dirsi del suo cuore, raggiunto dal colpo di lancia, vibrato proprio allo scopo di accertare la morte di Gesù Cristo crocifisso. Pertanto, la ferita del cuore sacratissimo di Gesù, ormai spirato, doveva rimanere nei secoli la vivida immagine di quella spontanea carità, che aveva indotto Dio stesso a dare il suo Unigenito per la redenzione degli uomini, e con la quale Cristo amò noi tutti con amore sì veemente, da offrirsi come vittima di immolazione cruenta sul Calvario: "Cristo amò noi, e diede se stesso per noi, oblazione e sacrificio a Dio, profumo di soave odore" (Ef 5,2).
Dopo che il Salvatore nostro ascese al cielo e si assise alla destra del Padre nello splendore della sua umanità glorificata, non ha cessato di amare la chiesa, sua sposa, anche con quell’ardentissimo amore che palpita nel suo cuore. Egli, infatti, ascese al cielo recando nelle ferite delle mani, dei piedi e del costato i trofei luminosi della sua triplice vittoria: sul demonio, sul peccato e sulla morte; e recando altresì nel suo cuore, come riposti in un preziosissimo scrigno gli immensi tesori di meriti, frutti di quel medesimo suo triplice trionfo che adesso dispensa in larga copia al genere umano redento. t questa la verità consolante, di cui si fa assertore, l’Apostolo delle genti, quando scrive: "Ascendendo in alto portò via schiava la schiavitù, dette donativi agli uomini. Colui che discese è lo stesso che ascese sopra tutti i cieli, affinché riempisse tutte le cose" (Ef 4,8.10).
La donazione dello Spirito Santo, fatta ai discepoli, è il primo segno perspicuo della munifica carità del Salvatore dopo la sua trionfale ascensione alla destra del Padre. Infatti, dopo dieci giorni lo Spirito paraclito dato dal Padre discende sugli Apostoli radunati nel cenacolo, secondo quanto Gesù aveva promesso nell’ultima cena: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga in eterno con voi" (Gv 14,16). Il quale Spirito paraclito essendo l’amore mutuo personale, con il quale il Padre ama il Figlio e il Figlio il Padre, da ambedue è inviato e sotto il simbolo di lingue di fuoco investe gli animi dei discepoli con l’abbondanza della divina carità e degli altri celesti carismi. Ma questa infusione di suprema carità emana anche dal cuore del Salvatore nostro, "in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (Col 2,3). Questa carità pertanto è dono a un tempo dei cuore di Gesù e del suo Spirito. A questo comune Spirito del Padre e del Figlio si devono in primo luogo e l’origine della chiesa e la sua mirabile propagazione in mezzo a tutte le genti pagane, prima contagiate dall’idolatria, dall’odio fraterno, dalla corruzione dei costumi e dalla violenza. t la carità divina, dono preziosissimo del cuore di Cristo e del suo Spirito, che ha ispirato agli apostoli e ai martiri la fortezza eroica nel predicare e nel testimoniare la verità del Vangelo, sino all’effusione del sangue; ai dottori della chiesa lo zelo ardente per la chiarificazione e la difesa della fede cattolica; ai confessori la pratica delle più elette virtù e il compimento delle imprese più utili e più ammirabili, proficue alla propria santificazione e alla salute temporale e eterna del prossimo; alle vergini, infine, la rinunzia pronta e gioiosa a tutte le delizie dei sensi allo scopo di consacrarsi unicamente all’amore del celeste Sposo. A questa divina carità, che ridondando dal cuore del Verbo incarnato si riversa per opera dello Spirito Santo negli animi di tutti i credenti, l’apostolo delle genti scioglie quell’inno di vittoria che celebra in pari tempo il trionfo di Gesù Cristo capo e dei membri del suo mistico corpo su quanto ostacola l’instaurazione del regno divino dell’amore fra gli uomini: "Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione o l’angoscia o la fame o la nudità o il pericolo o la persecuzione o la spada?... Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per opera di colui che ci ha amati. Poiché io sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né virtù, né cose attuali, né future, né fortezza, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù Signor nostro" (Rm 8,35.37-39).
Nel cuore pertanto del Salvatore nostro vediamo in qualche modo riflessa l’immagine della divina persona dei Verbo, come pure l’immagine della sua duplice natura, l’umana cioè e la divina; e vi possiamo ammirare non soltanto il simbolo, ma anche quasi una sintesi di tutto il mistero della nostra redenzione. Adorando il cuore sacratissimo di Gesù, in esso e per esso noi adoriamo sia l’amore increato del Verbo divino, sia il suo amore umano con tutti gli altri suoi affetti e virtù, poiché e quello e questo spinse il nostro Redentore a immolarsi per noi e per tutta la chiesa sua sposa, conforme alla sentenza dell’Apostolo: "Cristo amò la chiesa e diede se stesso per lei per santificarla purificandola col lavacro dell’acqua mediante la parola di vita, per farsi comparire davanti la sua chiesa tutta gloriosa, affinché sia senza macchia, senza ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata" (Ef 5,25-27).
Come Cristo ha amato la chiesa, cosi egli l’ama tuttora intensamente con quel triplice amore di cui abbiamo parlato; ed è appunto questo amore che lo stimola a farsi nostro avvocato (cf. 1Gv 2,1), per conciliarci dal Padre grazie e misericordia, "essendo sempre vivo per intercedere in nostro favore" (Eb 7,25). Le preghiere che erompono dal suo inesauribile amore, dirette al Padre, non soffrono alcuna interruzione. Come "nei giorni della sua vita nella carne" (Eb 5,7), così ora che è trionfante nei cieli, egli supplica il Padre celeste con non minore efficacia; ed è a lui che "ha talmente amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16), egli mostra il suo cuore vivo e ferito dall’amore, ben più profondamente che non lo sia stato, ormai esanime, dal colpo di lancia del soldato romano: "Per questo è stato trafitto (il tuo cuore): affinché, attraverso la ferita visibile, vedessimo la ferita invisibile dell’amore" (S. BONAVENTURA, Opusc. X: Vitis mystica, c. III, 5: Opera Omnia, Ad Claras Aquas (Quaracchi) 1898, t. VIII, p. 164; cf. S. THOMAS, Summa theol., III, q. 54, a. 4: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 513).
Non vi può essere dunque alcun dubbio che, supplicato da tanto avvocato e con si veemente amore, il Padre celeste, "che non risparmiò il proprio Figlio ma lo diede per tutti noi" (Rm 8,32), profonderà incessantemente su tutti gli uomini le sue grazie divine.
Abbiamo voluto, venerabili fratelli, proporre alla considerazione vostra e del popolo cristiano, per sommi capi, l’intima natura e le perenni ricchezze del culto al cuore sacratissimo di Gesù, richiamandoci alla dottrina della divina rivelazione come alla sua primaria sorgente. Siamo pertanto convinti che queste nostre riflessioni, dettateci dall’insegnamento stesso del Vangelo, abbiano chiaramente mostrato come questo culto si identifichi, in sostanza, col culto all’amore divino e umano del Verbo incarnato e, finalmente, col culto all’amore stesso che anche il Padre e lo Spirito Santo nutrono verso gli uomini peccatori. Poiché, come osserva l’angelico Dottore, la carità dell’augusta Trinità sta al principio e alle origini del mistero dell’umana redenzione, in quanto, influendo essa potentemente sulla volontà di Gesù Cristo, e ridondando abbondantissimamente quindi nel suo cuore adorabile, gli ispirò un identico amore, che l’indusse a dare generosamente il suo sangue, per riscattarci dalla servitù del peccato (cf. Summa theol., III, q. 48, a. 5: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 467): "Io devo ancora essere battezzato con un battesimo, e come sono angustiato finché esso non si compia" (Lc 12,50).
È peraltro nostra persuasione che il culto tributato all’amore di Dio e di Gesù Cristo verso il genere umano, mediante il simbolo augusto del cuore trafitto del Redentore crocifisso, non sia mai stato completamente assente dalla pietà dei fedeli, benché abbia avuto la sua chiara manifestazione e la sua mirabile propagazione nella chiesa in tempi da noi non molto remoti, soprattutto dopo che il Signore stesso si degnò di scegliere alcune anime predilette, cui svelò i segreti divini di questo culto e che egli elesse a messaggere del medesimo, dopo averle ricolmate in gran copia di grazie speciali.
Sempre, infatti, vi sono state anime sommamente a Dio devote, le quali, ispirandosi agli esempi dell’eccelsa madre di Dio, degli apostoli e di illustri padri della chiesa, hanno tributato all’umanità santissima di Cristo, e in modo speciale alle ferite, aperte nel suo corpo dai tormenti della salutifera passione, il culto di adorazione, di ringraziamento e di amore.
Del resto, come non riconoscere nelle parole stesse: "Signore mio e Dio mio" (Gv 20,28), pronunziate dall’apostolo Tommaso e rivelatrici della sua improvvisa trasformazione da incredulo in fedele, un’aperta professione di fede, di adorazione e di amore, che dall’umanità piagata del Salvatore si elevava sino alla maestà della divina Persona?
Se però il cuore trafitto del Redentore dovette sempre esercitare un potente stimolo al culto verso il suo amore infinito per il genere umano, poiché per i cristiani di tutti i tempi hanno valore le parole del profeta Zaccaria, dall’evangelista Giovanni riferite al Crocifisso: "Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto" (Gv 19,37; cf. Ze 12,10), è doveroso tuttavia riconoscere che soltanto gradualmente esso venne fatto oggetto di un culto speciale, come immagine dell’amore umano e divino del Verbo incarnato.
2. Il culto al s. Cuore nel medioevo e nei secoli seguenti
Volendo ora soltanto accennare alle tappe gloriose percorse da questo culto nella storia della pietà cristiana, occorre anzitutto ricordare i nomi di alcuni di coloro, che ben si possono considerare come gli antesignani di questa devozione; la quale, in forma privata, ma in modo graduale sempre più vasto, andò diffondendosi in seno agli istituti religiosi. Così, ad esempio, sono benemeriti del sorgere e dell’espandersi del culto al cuore sacratissimo di Gesù san Bonaventura, sant’Alberto Magno, santa Geltrude, santa Caterina da Siena, il beato Enrico Susone, san Pietro Canisio, san Francesco di Sales. A san Giovanni Eudes si deve la composizione del primo ufficio liturgico in onore al cuore sacratissimo di Gesù, la cui festa solenne fu per la prima volta celebrata, col beneplacito di molti vescovi della Francia, il 20 ottobre del 1672. Ma fra tutti i promotori di questa nobilissima devozione merita di essere posta in speciale rilievo santa Margherita Maria Alacoque, poiché al suo zelo, illuminato e coadiuvato da quello del suo direttore spirituale, il beato Claudio de la Colombière, si deve indubbiamente se questo culto, già così diffuso, ha raggiunto lo sviluppo che desta oggi l’ammirazione dei fedeli cristiani e ha rivestito le caratteristiche di omaggio, di amore e di riparazione, che lo distinguono da tutte le altre forme della pietà cristiana. (Cf. Litt. Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS 20 (1928), pp. 167-168)
Basta questo rapido sguardo ai primordi e al graduale sviluppo del culto al cuore sacratissimo di Gesù, per renderci pienamente convinti che il suo mirabile progresso è dovuto anzitutto al fatto che esso fu trovato in tutto conforme all’indole della religione cristiana, che è la religione dell’amore. Tale culto, quindi, non può dirsi originato da rivelazioni private, né si deve pensare che esso sia apparso quasi all’improvviso nella vita della chiesa; ma è scaturito spontaneamente dalla viva fede e dalla fervida pietà, che anime elette nutrivano verso la persona del Redentore e verso quelle sue gloriose ferite che ne testimoniano nel modo più eloquente l’amore immenso dinanzi allo spirito contemplativo dei fedeli. Pertanto, le rivelazioni, di cui fu favorita santa Margherita Maria, non aggiunsero alcuna nuova verità alla dottrina cattolica. Ma la loro importanza consiste nel fatto che il Signore - mostrando il suo cuore sacratissimo - si degnò di attrarre in modo straordinario e singolare le menti degli uomini alla contemplazione e alla venerazione dell’amore misericordiosissimo di Dio per il genere umano. Infatti, mediante una così eccezionale manifestazione, Gesù Cristo espressamente e ripetutamente indicò il suo cuore come un simbolo atto a stimolare gli uomini alla conoscenza e alla stima del suo amore; e insieme lo costituì quasi segno e caparra di misericordia e di grazia per i bisogni spirituali della chiesa nei tempi moderni.
3. Approvazione pontificia della festa del s. Cuore
Del resto, una prova evidente che questo culto trae la sua linfa vitale dalle radici stesse del dogma cattolico è resa dall’approvazione della festa liturgica da parte della sede apostolica che ha preceduto quella degli scritti di santa Margherita Maria; in realtà, indipendentemente da ogni rivelazione privata, ma soltanto assecondando i voti dei fedeli, la Sacra Congregazione dei riti, con decreto emanato il 25 gennaio dell’anno 1765, e approvato dal nostro predecessore Clemente XIII il 6 febbraio dello stesso anno, concedeva all’episcopato della Polonia e all’arciconfraternita romana del S. Cuore la facoltà di celebrare la festa liturgica; col quale atto la Santa Sede volle che prendesse nuovo incremento un culto già vigente e florido, il cui scopo era quello di "ravvivare simbolicamente il ricordo dell’amore divino" (cf. A. GARDELLINI, Decreta authentica 1857, t. III, p. 174, n. 4579), che aveva indotto il Salvatore a farsi vittima di espiazione per i peccati degli uomini.
A questo primo riconoscimento ufficiale, dato sotto forma di privilegio e in forma limitata, un altro ne seguì a distanza quasi di un secolo, di importanza molto maggiore e in forma molto più solenne. Intendiamo parlare del decreto, già sopra menzionato, emanato dalla Sacra Congregazione dei riti il 23 agosto dell’anno 1856, con il quale il nostro predecessore Pio IX, di i.m., accogliendo il voto dei vescovi della Francia e di quasi tutto il mondo cattolico, estendeva alla chiesa intera la festa del cuore sacratissimo di Gesù, e ne prescriveva la degna celebrazione liturgica (cf. Decr. S. C. Rituum, apud N. NILLES, De rationibus festorum Sacratissimi Cordis Iesu et purissimi Cordis Mariae, Innsbruck 1885/5, t. 1, p. 167). Evento, questo, veramente meritevole di essere raccomandato al perenne ricordo dei fedeli, poiché, come ben si fa rilevare nella liturgia stessa di tale festività: "Da quel giorno il culto al cuore sacratissimo di Gesù, simile a un fiume straripante, superati tutti gli ostacoli, si sparse per tutto il mondo cattolico".
Da quanto siamo venuti esponendo appare evidente, venerabili fratelli, che è nei testi della s. Scrittura, della tradizione e della sacra liturgia, che i fedeli devono studiarsi principalmente di scoprire le sorgenti limpide e profonde del culto al cuore sacratissimo di Gesù, se desiderano penetrarne l’intima natura e trarre dalla pia meditazione intorno ad essa alimento ed incremento del loro religioso fervore. Grazie a questa assidua e altamente luminosa meditazione l’anima fedele non potrà non giungere a quella soave conoscenza della carità di Cristo, nella quale è riposta la pienezza della vita cristiana, come, edotto dalla propria esperienza, insegna l’apostolo quando scrive: "In vista di ciò io piego le ginocchia davanti al Padre del signore nostro Gesù Cristo perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere dal suo Spirito fortemente corroborati nell’uomo interiore, e faccia sì che Cristo dimori nei vostri cuori per mezzo della fede, e voi, radicati e fortificati nell’amore, siate resi capaci ... di conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni scienza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio" (Ef 3,14.16-19). Di questa universale pienezza di Dio è appunto immagine splendidissima il cuore stesso di Gesù Cristo: pienezza cioè di misericordia, propria della nuova Alleanza, nella quale "apparve la benignità e l’amore per gli uomini del Salvatore nostro Dio" (Tt 3,4), poiché: "Dio non ha mandato il Figlio suo nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Gv 3,17).
4. Spiritualità e nobiltà del culto al s. Cuore di Gesù
Fu dunque costante persuasione della chiesa, maestra agli uomini di verità, fin da quando emanò i suoi primi atti ufficiali riguardanti il culto del cuore sacratissimo di Gesù, che gli elementi essenziali di esso, cioè gli atti di amore e di riparazione tributati all’amore infinito di Dio verso gli uomini, lungi dall’essere inquinati di materialismo e di superstizione, costituiscono una forma di pietà, in cui si attua perfettamente il culto quanto mai spirituale e veritiero, preannunziato dal Salvatore stesso nel suo colloquio con la samaritana: "Viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. Tali sono appunto gli adoratori che il Padre domanda. Dio è spirito, e quelli che lo adorano lo devono adorare in spirito e verità" (Gv 4,23-24).
Non è pertanto giusto dire che la contemplazione del cuore fisico di Gesù impedisce il contatto più intimo con l’amore di Dio e che essa ritarda il progresso dell’anima sulla via che conduce al possesso delle più eccelse virtù. La chiesa respinge senz’altro questo falso misticismo, come per bocca del nostro predecessore Innocenzo XI, di f.m., ha condannato la dottrina di coloro che asserivano: "Non devono (le anime di questa via interiore) compiere atti di amore verso la beata Vergine, i santi o l’umanità di Cristo; poiché, essendo tali oggetti sensibili, anche l’amore che ad essi si porta è sensibile. Nessuna creatura e nemmeno la beata Vergine e i santi, devono albergare nel nostro cuore: poiché solo Dio lo vuole occupare e possedere" (INNOCENTIUS XI, Cost. apost. Coelestis Pastor (19.11.1687): Bullarium Romanum, Romae 1734, t. VIII, 443). Coloro che così pensano sono naturalmente del parere che il simbolismo del cuore di Cristo non si estenda oltre la significazione del suo amore sensibile e che quindi non possa costituire un nuovo fondamento del culto di latria, che è riservato soltanto a ciò che è essenzialmente divino. Ora una simile concezione del valore simbolico delle sacre immagini deve apparire ad ognuno del tutto falsa, perché essa ne coarta a torto il trascendente significato. Diversamente da costoro giudicano e insegnano i teologi cattolici, di cui esprime la comune sentenza s. Tommaso quando scrive: "Alle immagini viene tributato il culto religioso, non secondo la considerazione loro assoluta, in quanto cioè sono delle realtà a sé, ma in quanto sono immagini che ci conducono fino a Dio incarnato. Ora il movimento dell’animo che ha per oggetto l’immagine, in quanto è immagine, non si arresta ad essa, ma tende fino all’oggetto da essa rappresentato. Perciò, per il fatto che alle immagini di Cristo è tributato il culto religioso, non risulta un culto di latria essenzialmente diverso, né una distinta virtù di religione" (Summa theol., II-II, q. 81, a. 3 ad 3; ed. Leon., t. IX, 1897, p. 180). È dunque alla persona stessa del Verbo incarnato che termina il culto relativo tributato alle sue immagini, siano queste le reliquie della passione, o il simulacro che tutte le vince per valore espressivo, cioè il cuore trafitto di Cristo crocifisso.
Dall’elemento quindi corporeo, che è il cuore di Gesù Cristo, e dal suo naturale simbolismo è per noi legittimo e doveroso ascendere, sorretti dalle ali della fede, non soltanto alla contemplazione del suo amore sensibile, ma ancora più in alto, fino alla considerazione e all’adorazione dei suo altissimo amore infuso; finalmente, con un’ultima dolce e sublime ascesa, elevarci sino alla meditazione e all’adorazione dell’amore divino del Verbo incarnato. Alla luce, infatti, della fede, per la quale crediamo che nella persona di Cristo esiste il connubio tra la natura umana e la divina, la nostra mente è resa idonea a concepire gli strettissimi vincoli che esistono tra l’amore sensibile del cuore fisico di Gesù e il suo duplice amore spirituale, l’umano e il divino. In realtà, questi amori non devono semplicemente considerarsi come coesistenti nell’adorabile persona del divino Redentore, ma anche come tra loro congiunti con vincolo naturale, in quanto all’amore divino sono subordinati l’umano spirituale e sensibile, e questi due ultimi riflettono in sé medesimi la somiglianza analogica del primo. Non si pretende perciò di vedere e di adorare nel cuore di Gesù l’immagine cosiddetta formale, cioè il segno proprio e perfetto del suo amore divino, non essendo possibile che l’intima essenza di questo sia adeguatamente rappresentata da qualsiasi immagine creata; ma il fedele, venerando il cuore di Gesù, adora insieme con la chiesa il simbolo e quasi il vestigio della carità divina, la quale si è spinta fino ad amare anche col cuore del Verbo incarnato il genere umano, contaminato da tante colpe.
È necessario quindi tenere sempre presente, in questo così importante ma altrettanto delicato argomento, che la verità del simbolismo naturale, in virtù del quale il cuore fisico di Gesù entra in un nuovo rapporto con la persona del Verbo, riposa tutta sulla verità primaria dell’unione ipostatica; intorno a cui non si può nutrire alcun dubbio, se non si vogliono rinnovare gli errori, più volte dalla chiesa condannati, perché contrari all’unità di persona in Cristo, nella distinzione e integrità delle due nature.
Tale fondamentale verità ci fa comprendere come il cuore di Cristo sia il cuore di una persona divina, cioè del Verbo incarnato, e che pertanto rappresenta l’amore che egli ha avuto ed ha ancora per noi. È proprio per questa ragione che il culto da tributarsi al cuore sacratissimo di Gesù è degno di essere stimato come l’espressione ideale (absolutissima professio) di tutto il cristianesimo. Questa è, infatti, la religione di Gesù, tutta imperniata sull’Uomo-Dio mediatore, cosi che non si può giungere al cuore di Dio se non passando per il cuore di Cristo, conforme a quanto egli ha affermato: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me" (Gv 1416). Ciò presupposto, è facile concludere che il culto al cuore sacratissimo di Gesù non è in sostanza che il culto dell’amore che Dio ha per noi in Gesù, ed è insieme la pratica del nostro amore verso Dio e verso gli altri uomini. In altre parole, tale culto si propone l’amore di Dio come oggetto di adorazione, di azione di grazie e di imitazione; e inoltre considera la perfezione del nostro amore per Dio e per il prossimo come la meta da raggiungere mediante la pratica sempre più generosa del comandamento nuovo, lasciato dal divino Maestro agli Apostoli quasi in sacra eredità, allorché disse loro: "Io vi do un comandamento nuovo: Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi... Ecco il mio comandamento: Amatevi scambievolmente, come io ho amato voi" (Gv 13,34; 15,12). Comandamento veramente nuovo e proprio di Cristo, poiché, come osserva l’Aquinate: "La differenza tra il Nuovo e il Vecchio Testamento è tutta sommata in una breve parola; come infatti è detto in Geremia: "lo stringerò con la casa di Israele una nuova alleanza" (Ger 31,31). Che poi anche nel Vecchio Testamento si praticasse tale comandamento sotto l’impulso di un timore e di un amore santo, è da attribuirsi al Nuovo Testamento: perciò questo comandamento esisteva già nell’antica legge, non però come sua prerogativa, ma piuttosto come preludio e preparazione della nuova" (Comment. in Evang. S. Ioannis, c. XIII, lect. VII, 3: ed. Parmae, 1860, t. X, p. 541).
V. AMMONIMENTI ED ESORTAZIONI PER UNA PRATICA PIÙ ILLUMINATA E PIÛ ESTESA DEL CULTO AL CUORE SS. DI GESÙ
1. Invito a meglio comprendere e attuare le varie forme di devozione al Cuore di Gesù
Prima di por fine a così belle e consolanti riflessioni sull’autentica natura e singolare eccellenza del culto al cuore sacratissimo di Gesù, noi, pienamente consapevoli dell’ufficio apostolico affidato per la prima volta al beato Pietro, dopo che questi ebbe resa al Salvatore divino una triplice professione di amore, crediamo opportuno rivolgere a voi nuovamente, venerabili fratelli, e per mezzo vostro a quanti stimiamo nostri dilettissimi figli in Cristo, una parola di esortazione, affinché vi studiate di promuovere quest’eccellentissima devozione, dalla quale attendiamo copiosissimi frutti spirituali anche per i nostri tempi.
In realtà, se gli argomenti, sui quali si fonda il culto tributato al cuore trafitto di Gesù, saranno debitamente ponderati, dovrà ad ognuno apparire manifesto che non si tratta di una qualsiasi pratica di pietà, che sia lecito posporre ad altre o tenere in minor conto, ma di una forma di culto sommamente idoneo al raggiungimento della perfezione cristiana. Poiché, se "la devozione - secondo il suo concetto teologico tradizionale, espresso dall’angelico Dottore - non sembra essere altro che la pronta volontà di dedicarsi a quanto riguarda il servizio di Dio" (Summa theol., II-II, q. 82, a. 1: ed. Leon., t. IX. 1897, p. 187), quale servizio di Dio più obbligatorio e più necessario si può immaginare, e in pari tempo più nobile e dolce, di quello reso al suo amore9 E quale servizio si può inoltre pensare più gradito ed accetto a Dio di quello che consiste nell’omaggio alla carità divina, e che viene reso per amore, dal momento che ogni servizio reso liberamente è, in un certo senso, un dono, e "l’amore costituisce il primo dono, fonte di ogni donazione gratuita"? (Summa theol., I, q. 38, a. 2: ed. Leon.. t. IV, 1888, p. 393) È degna dunque di essere tenuta in grande onore quella forma di culto, grazie alla quale l’uomo è in grado di onorare e amare maggiormente Dio e di consacrarsi più facilmente e prontamente al servizio della divina carità; tanto più, poi, se si tiene presente che il Redentore stesso si è degnato di proporla e di raccomandarla al popolo cristiano, e i sommi pontefici con atti memorandi l’hanno protetta e ricolmata di grandi lodi. Farebbe pertanto cosa temeraria e perniciosa, e offensiva per Dio, chi nutrisse minore stima per un cosi insigne beneficio elargito da Gesù Cristo alla sua chiesa.
Stando così le cose, non vi può essere alcun dubbio per i fedeli, che, tributando il loro ossequio al cuore sacratissimo del Redentore, essi soddisfino in pari tempo al dovere grandissimo che hanno di servire Dio e di consacrare al loro Creatore e Redentore se stessi e tutta la propria attività, sia interna sia esterna, e in tal modo mettano in pratica il precetto divino: "Ama il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza" (Mc 12,30; Mt 22,37). Così facendo, i fedeli sono altresì sicuri di non avere come principale motivo della loro consacrazione al servizio divino alcun vantaggio personale corporale o spirituale, temporale o eterno, ma la stessa bontà di Dio, cui procurano di rendere ossequio con atti di amore, di adorazioni e di debite azioni di grazie. Se così non fosse, il culto al cuore sacratissimo di Gesù non risponderebbe più all’indole genuina della religione cristiana, poiché allora l’uomo non avrebbe in tale culto soprattutto di mira l’ossequio da rendere all’amore di Dio; e pertanto dovrebbero essere ritenute come giuste le accuse di eccessivo amore e di troppa sollecitudine di sé medesimi, mosse talvolta a coloro che mal comprendono o meno rettamente praticano una forma di devozione di per sé nobilissima. Si deve perciò ritenere da tutti fermamente che il culto al cuore sacratissimo di Gesù non consiste principalmente in devote pratiche esteriori, né esso deve essere ispirato anzitutto dalla speranza di propri vantaggi, poiché anche questi benefici il Salvatore divino li ha assicurati mediante private promesse, affinché gli uomini fossero spinti a compiere con maggiore fervore i principali doveri della religione cattolica e per ciò stesso provvedessero nel modo migliore al proprio spirituale vantaggio.
Sproniamo dunque tutti i nostri dilettissimi figli in Cristo a praticare con fervore questa devozione, sia coloro che già sono assuefatti ad attingere le acque salutari che sgorgano dal cuore del Redentore, sia specialmente coloro che, a guisa di spettatori, stanno tuttora osservando con animo curioso ed esitante questo consolante spettacolo. Riflettano essi attentamente che si tratta di un culto, come abbiamo sopra fatto osservare, che già da molto tempo si è diffuso nella chiesa e che affonda profondamente le sue radici nelle pagine stesse del Vangelo; di un culto, che apertamente si accorda con l’insegnamento della tradizione e della sacra liturgia e che gli stessi romani pontefici hanno esaltato con molteplici ed altissime lodi; né si contentarono essi di istituire la festa in onore al cuore augustissimo del Redentore e di estenderla alla chiesa universale, ma si fecero inoltre gli autori della solenne consacrazione del genere umano al sacratissimo cuore (cf. LEO XIII, Enc. Annum sacrum: Acta Leonis 19 (1900), p. 71s; Decr. S. C. Rituum, 28 iun. 1899: Decr. auth., III, n. 3712; PIUS XI, Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS 20 (1928), p. 177s; Decr. S. C. Rituum, 29 ian. 1929: AAS 21 (1929), p. 77). Questo culto, finalmente, ha in suo favore una messe di copiosissimi e allietanti frutti spirituali che ne sono derivati alla chiesa, cioè: innumerevoli ritorni di anime alla pratica della religione cristiana, rinvigorimento della fede in molti spiriti, più intima unione dei fedeli col nostro amabilissimo Redentore; tutti questi frutti, soprattutto in questi ultimi decenni, sono apparsi in una forma esuberante e commovente.
Nel contemplare un sì meraviglioso spettacolo, costituito dalla pietà sempre più fervorosa e estesa di ogni ceto dei fedeli cristiani verso il cuore sacratissimo di Gesù, l’animo nostro si sente indubbiamente ricolmo di ineffabile conforto; e dopo aver rese le dovute grazie al Redentore nostro per i tesori infiniti e per la sua bontà, non possiamo tralasciare di esprimere la nostra paterna compiacenza a tutti coloro, sia chierici sia laici, che hanno cooperato efficacemente all’incremento di questo culto.
2. Massima utilità dei culto al s. Cuore per le necessità attuali della chiesa
Ma, venerabili fratelli, nonostante che la devozione verso il cuore sacratissimo di Gesù abbia prodotto copiosi frutti di spirituale rinnovamento nella vita cristiana, a nessuno può sfuggire che la chiesa militante in questo mondo, e soprattutto l’umano consorzio, non ha raggiunto quella perfezione morale, che risponda ai voti e ai desideri manifestati da Gesù Cristo, mistico sposo della chiesa e redentore del genere umano. Non pochi infatti sono i figli della chiesa che ne deturpano con numerose macchie e rughe quel volto, che in sé medesimi portano; non tutti i fedeli cristiani risplendono per santità di costumi, cui tuttavia sono divinamente chiamati; non tutti i peccatori sono ritornati alla casa paterna malamente abbandonata, per ivi rivestire la "veste più bella" (Lc 15,22) e ricevere l’anello, simbolo della propria fedeltà allo Sposo dell’anima loro; né tutti gli infedeli sono stati inseriti come membra nel corpo mistico di Cristo. E ciò non basta. Poiché, se da un lato il nostro animo è vivamente addolorato allo spettacolo della tiepidezza dei buoni, sedotti dai falsi amori del secolo, che raffreddano e finalmente estinguono la fiamma della divina carità nei loro cuori, dall’altro è ancor più rattristato nel rimirare le macchinazioni degli uomini empi, i quali, più che per il passato, sembrano eccitati dal nemico stesso infernale nel loro implacabile e aperto odio contro Dio, contro la chiesa, e specialmente contro colui, che sulla terra è il legittimo vicario del divino Redentore e rappresentante della sua carità presso gli uomini, secondo la ben nota sentenza del vescovo e dottore della chiesa di Milano: "(Pietro) è infatti interrogato su ciò di cui gli altri potevano dubitare, ma il Signore non dubita; il quale interroga non per imparare, ma per insegnare a colui che, dovendo egli salire al cielo, lasciava a noi come vicario del suo amore" (S. AMBROSIUS, Expos. in Ev. sec. Lucam, l. X, n. 175: PL 15, 1942).
In verità, l’odio contro Dio e contro i suoi legittimi rappresentanti è il delitto più nefando di cui si possa macchiare l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio e destinato al godimento della sua perfetta e perenne amicizia in cielo; infatti con l’odio contro Dio l’uomo si allontana completamente dal sommo Bene e viene spinto ad allontanare da sé e dai suoi simili tutto ciò che viene da Dio, con Dio unisce, e al godimento di Dio conduce: la verità, la virtù, la pace e la giustizia (cf. S. THOMAS, Summa theol., II-II, q . 34. a. 2: ed. Leon_ t. VIII, 1895, p. 274).
Orbene, nel vedere che, purtroppo, il numero di coloro che si professano nemici di Dio va oggi crescendo, e che i principi del materialismo teorico e pratico si vanno spargendo sempre di più; dinanzi allo spettacolo dell’esaltazione delle cupidigie più sfrenate, come meravigliarsi che si vada raffreddando nell’animo di molti la carità, che è la legge suprema della religione cristiana, il fondamento solidissimo della vera e perfetta giustizia, la sorgente sovrana della pace e delle caste delizie? Del resto il Salvatore stesso ha ammonito: "Per il moltiplicarsi delle iniquità si raffredderà la carità di molti" (Mt 24,12).
3. Il culto al s. cuore di Gesù, vessillo di salvezza anche per il mondo moderno
Dinanzi allo spettacolo di tanti mali, che oggi, più che nel passato, travagliano individui, famiglie, nazioni e il mondo intero, dove mai, venerabili fratelli, cercheremo il rimedio? Si potrà forse trovare una devozione più eccellente dei culto al cuore augustissimo di Gesù, più conforme all’indole propria della religione cattolica, più idonea a sovvenire le odierne necessità della chiesa e del genere umano? Ma, quale atto di omaggio religioso più nobile, più dolce, più salutare del culto sullodato, dal momento che esso è tutto rivolto alla stessa carità di Dio? (cf. Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS 20(1928), p. 166) Finalmente, quale stimolo più potente della carità di Cristo - che la pietà verso il cuore sacratissimo di Gesù fomenta e accresce ogni giorno più - per spingere i fedeli alla perfetta osservanza della legge evangelica, senza la quale, come ammoniscono saggiamente le parole dello Spirito Santo: "Opera della giustizia sarà la pace" (Is 32,17), non è possibile instaurare la vera pace tra gli uomini?
Pertanto, seguendo l’esempio del nostro immediato predecessore, piace anche a noi di rivolgere a tutti i nostri dilettissimi figli in Cristo le parole ammonitrici con le quali Leone XIII, di i.m., al tramonto del secolo scorso, esortava tutti i fedeli cristiani e quanti sono sinceramente solleciti della propria salvezza, e di quella della civile società: "Ecco che oggi si offre agli sguardi un altro consolantissimo e divinissimo segno, vale a dire: il cuore sacratissimo di Gesù ... rilucente di splendidissimo candore in mezzo alle fiamme. In esso sono da collocarsi tutte le speranze: da esso è da implorare e attendere la salvezza dell’umanità" (Enc. Annum sacrum: Acta Leonis 19 (1900), p. 79; Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS 20 (1928), p. 167).
È altresì vivissimo nostro desiderio che quanti si gloriano del nome di cristiani e intrepidamente combattono per stabilire il regno di Cristo nel mondo, stimino l’omaggio di devozione al cuore di Gesù come vessillo di unità, di salvezza e di pace. Però, nessuno pensi che con tale ossequio venga arrecato alcun pregiudizio alle altre forme di pietà, con le quali il popolo cristiano, sotto l’alta direzione della chiesa, onora il Redentore divino. Al contrario, una fervida devozione verso il cuore di Gesù alimenterà e promuoverà il culto alla sacratissima croce, come pure l’amore verso l’augustissimo sacramento dell’altare. E in verità possiamo asserire - ciò che del resto è anche mirabilmente illustrato dalle rivelazioni, di cui Gesù Cristo volle favorire santa Geltrude e santa Margherita Maria - che nessuno potrà capire adeguatamente Gesù crocifisso, se non colui a cui si schiudono i mistici penetrali del suo cuore. Né si potrà facilmente comprendere la forza dell’amore che ha spinto il Salvatore a farsi nostro spirituale alimento, se non coltivando una speciale devozione verso il cuore eucaristico di Gesù, il quale ci ricorda appunto, come ben si esprimeva il nostro predecessore di f.m. Leone XIII, "l’atto di suprema dilezione col quale il nostro Redentore, profondendo tutte le ricchezze del suo cuore, allo scopo di stabilire tra noi la sua dimora sino alla fine dei secoli, istituì l’adorabile sacramento dell’Eucaristia" (Litt. Apost. quibus Archisodalitas a Corde Eucharistico Iesu ad S. Ioachini de Urbe erigitur, 17 febr. 1903: Acta Leonis 22 (1903), p. 307s; cf. Enc. Mirae caritatis (28 maii 1902): Acta Leonis 22 (1903), p. 116). E, infatti, "l’Eucaristia non è da stimarsi una particella minima del suo cuore, tanto grande essendone stato l’amore coi quale ce l’ha donata" (S. ALBERTUS M., De Eucharistia, dist. VI, tr. 1, c. 1: Opera Omnia, ed. Borgnet, vol. 38, Parisiis 1890, p. 358).
Finalmente, mossi dal veemente desiderio di opporre validi presidi contro le empie macchinazioni dei nemici di Dio e della chiesa, come pure di ricondurre sul sentiero dell’amore di Dio e del prossimo famiglie e nazioni, non esitiamo a proporre la devozione al cuore sacratissimo di Gesù come la scuola più efficace della divina carità. Su questa carità divina deve poggiare, come su solido fondamento, quel regno di Dio che occorre stabilire nelle coscienze dei singoli uomini, nella società domestica e nelle nazioni, secondo il sapientissimo ammonimento dello stesso nostro predecessore di p.m.: "Il regno di Gesù Cristo trae forza e bellezza dalla carità divina: amare santamente e ordinatamente è il suo fondamento e il suo fastigio. Da ciò derivano necessariamente le seguenti norme: adempiere inviolabilmente i propri doveri; non fare ingiustizia ad alcuno, stimare i beni umani come inferiori ai divini; anteporre l’amor di Dio a tutte le cose" (Enc. Tametsi: Acta Leonis 20 (1900), p . 303).
Affinché poi il culto verso il cuore augustissimo di Gesù porti più copiosi frutti di bene nella famiglia cristiana e in tutta la società umana, si facciano un dovere i fedeli di associarvi intimamente la devozione al cuore immacolato della Genitrice di Dio. È, infatti, sommamente conveniente che, come Dio ha voluto associare indissolubilmente la beatissima vergine Maria a Cristo nel compimento dell’opera dell’umana redenzione, in guisa che la nostra salvezza può ben dirsi frutto della carità e delle sofferenze di Gesù Cristo, cui erano strettamente congiunti l’amore e i dolori della madre sua; così il popolo cristiano, che da Cristo e da Maria ha ricevuto la vita divina, dopo aver tributati i dovuti omaggi al cuore sacratissimo di Gesù, presti anche al cuore amantissimo della celeste Madre consimili ossequi di pietà, di amore, di gratitudine e di riparazione. In armonia con questo sapientissimo e soavissimo disegno della Provvidenza divina noi stessi volemmo solennemente dedicare e consacrare la santa chiesa e il mondo intero al cuore immacolato della beata vergine Maria (cf. AAS 34 (1942), p. 345s)
4. Invito a una degna celebrazione del I centenario della festa dei s. Cuore
E poiché nel corso di quest’anno, come abbiamo più sopra accennato, si compie felicemente un secolo da quando, per disposizione del nostro predecessore di f.m. Pio IX, la festa del cuore sacratissimo di Gesù si celebra in tutta la chiesa, è desiderio nostro vivissimo, venerabili fratelli, che questa centenaria ricorrenza sia ricordata dal popolo cristiano, dappertutto e solennemente con pubblici omaggi di adorazione, di ringraziamento e di riparazione da offrirsi al cuore divino di Gesù. Queste manifestazioni poi di cristiano giubilo e di cristiana pietà dovranno indubbiamente essere celebrate con specialissimo fervore - in comunione tuttavia di carità e di preghiera coi fedeli della chiesa universale - in quella nazione, in cui, non senza un arcano disegno di Dio, ebbe i natali quella santa vergine, che fu promotrice e aralda infaticabile di questa devozione.
Frattanto, confortati da soavissima speranza e già pregustando con l’animo quei frutti spirituali che, come confidiamo, deriveranno copiosi alla chiesa dal culto al cuore sacratissimo di Gesù - purché sia rettamente compreso e fervidamente praticato, conformemente abbiamo esposto - innalziamo supplichevoli preci a Dio, affinché si degni di assecondare questi ardentissimi nostri voti col valido sostegno delle sue grazie; esprimiamo inoltre il voto che, col favore dell’Altissimo, la pietà dei fedeli verso il cuore sacratissimo di Gesù ritragga dalle celebrazioni di quest’anno un sempre maggiore incremento e più ampiamente si espanda su tutti nel mondo intero il soavissimo suo impero e regno: "regno cioè di verità e di vita; regno di santità e di grazia; regno di giustizia, di amore e di pace" (Ex Miss. Rom., Praef. Iesu Christi Regis).
Quale auspicio poi di questi doni celesti, sia a voi personalmente, venerabili fratelli, sia al clero e a tutti i fedeli affidati alle vostre cure pastorali, e particolarmente a coloro che si studiano con ogni mezzo di promuovere e accrescere il culto verso il cuore sacratissimo di Gesù, impartiamo con tutta l’effusione dell’animo l’apostolica benedizione.
Roma, presso S. Pietro, 15 maggio 1956, anno XVIII del Nostro pontificato.

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