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Responsabilità medica per omesso o intempestivo intervento terapeutico-chirurgico | Sindacato FSI
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Responsabilità medica per omesso o intempestivo intervento terapeutico-chirurgico
Sentenza 9 febbraio 2006/12 aprile 2006, n. 12894
(Presidente D. Nardi, Relatore F. Monastero)
Il GIP presso il Tribunale di Lametia Terme con sentenza del 17 luglio 2002 assolveva, con la formula perché il fatto non sussiste, il dott. V. P., primario della divisione di ostetricia e ginecologia dell’Ospedale di Soveria Mannelli, e il dott. V.
F., responsabile pro tempore del predetto reparto (in assenza del primo, per ferie, nei giorni 13,14,15 maggio 1999), dal reato di omicidio colposo in danno di G. I. M., gestante, ivi ricoverata con i sintomi di un parto prematuro, a far data dal 13 maggio 1999 e deceduta il 16 dello stesso mese, a causa della sindrome denominata “coagulopatia intravasale disseminata (CID)” (un difetto nella coagulazione del sangue dovuto alla mancanza di fibrinogeno), seguita da shock emorragico con danno ipossico generalizzato.
Si era contestato agli imputati di aver cagionato per negligenza, imperizia ed imprudenza la morte di I. G., addebitandosi in particolare ad entrambi, nelle rispettive qualità, di avere omesso di effettuare sulla paziente gli esami clinici e strumentali (ecografia, monitoraggio dei valori dell’emocromo, tocografia uterina) necessari per accertare la presenza o l’insorgenza di un distacco intempestivo di placenta; di avere omesso di effettuare un emocromo la mattina del 16 maggio 1999, nonostante i sintomi di distacco della placenta presentati dalla paziente (dolori addominali e vomito); di avere omesso di disporre tempestivamente il trasferimento della paziente ad altro ospedale, dotato di centro trasfusionale, di rianimazione e di terapia intensiva neonatale, idoneo, pertanto, a fronteggiare una potenziale situazione di crisi in cui la G. si fosse venuta a trovare, pur in presenza di diversi fattori, conosciuti da entrambi i medici (il V. anche in qualità di medico curante) deponenti per il distacco della placenta.
Il giudice di primo grado aveva assolto entrambi i medici dall’ imputazione loro ascritta sulla base dei seguenti rilievi: 1) la sussistenza di una situazione dubbia in merito alle modalità di manifestazione della patologia, non essendo risultato certo che il distacco intempestivo della placenta (DIP) si fosse manifestato in maniera progressiva, evolvendosi da una forma lieve di primo grado ad una gravissima di terzo grado, e che, di conseguenza, tale distacco potesse essere tempestivamente diagnosticato e curato; 2) il distacco improvviso della placenta -ritenuta l’ipotesi più probabile- avrebbe escluso la configurabilità dell’omissione, essendo stato praticato in termini ragionevoli il taglio cesareo o comunque apparendo difficile ritenere, con ragionevole certezza, che una maggiore celerità dell’intervento avrebbe salvato la vita della donna; 3) in considerazione della gravissima situazione, il decesso sarebbe avvenuto anche in una struttura attrezzata, in conformità alle conclusioni del perito nominato dal giudice, prof.
Barrii, il quale aveva sottolineato che non vi sarebbero state misure idonee a fronteggiare la gravissima situazione e che, in casi come quello in esame in cui il DIP aveva avuto come conseguenza la coagulopatia intravasale disseminata (CID), poteva essere addirittura controproducente la terapia trasfusionale; 4) non vi erano elementi per ritenere che una condotta non omissiva degli imputati avrebbe determinato un decorso degli eventi sostanzialmente diverso.
A seguito dell’appello interposto dal P.M. e dalle parti civili, la Corte di Appello di Catanzaro, con sentenza in data 13 maggio 2004, riformava quella di primo grado, assolvendo il V. con la formula per non avere commesso il fatto, ma dichiarando il V. responsabile del reato ascrittogli e, concessegli le attenuanti generiche, lo condannava alla pena di mesi otto di reclusione, oltre al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separato giudizio.
I giudici di appello ritenevano il dott. V. esente da colpa, con riferimento ad entrambe le posizioni di garanzia dallo stesso rivestite, sia nella qualità di primario (per tutto il periodo del ricovero, salvo l’ultimo giorno, in cui la situazione era già compromessa, il V. era in ferie) che in quella di medico curante (sulla base del principio dell’affidamento, al sanitario (il quale, interpellato telefonicamente sui sintomi presentati dalla donna nel corso della notte -sanguinamento e contrazioni uterine-aveva indicato come probabile un leggero distacco della placenta ed aveva indirizzato la paziente all’ Ospedale di Soveria Mannelli) non poteva addebitarsi la responsabilità di non avere previsto i possibili sviluppi del caso.
Secondo la Corte territoriale, invece, doveva ritenersi sussistente il nesso di causalità tra le omissioni colpevoli, contestate e ritenute dimostrate, tutte riconducibili al V., responsabile del reparto, in assenza del primario, e la morte della paziente, Nel pervenire al giudizio di responsabilità, La Corte osservava che: 1) le emergenze processuali dimostravano che il distacco della placenta, causa determinante della morte, era già presente al momento del ricovero in ospedale (tale conclusione era contenuta anche nella consulenza del prof. Ricci ( il quale, unitamente alla dott. Giardini aveva redatto la prima consulenza disposta dal P.M.), favorevole alla difesa; 2) anche se così non fosse stato, sarebbero stati comunque omessi tutti gli accertamenti necessari (in particolare quello ecografico e quello sulla contrattilità uterina che
avrebbero consentito di valutare più a fondo le cause delle perdite ematiche) per impedire che il distacco della placenta, perfettamente prevedibile, avesse le conseguenze letali poi verificatesi, tenuto conto che trattavasi di paziente a rischio, oltre che per la sintomatologia, anche per la sua storia pregressa (dalla consulenza di un altro consulente del P.M., il prof. Bresadola, risultava che la gravidanza della G. era successiva a due aborti spontanei precoci, a due ricoveri in ospedale per difficoltà gestazionali, ad una terapia giornaliera di deltacortene e bassi dosi di aspirina, a fronte del ripetersi di emorragie modeste); 3) la mancanza di sofferenza fetale -argomento utilizzato dal primo giudice per escludere il distacco della placenta al momento del ricovero- non era significativa, alla luce della letteratura medica, per pervenire alle conclusioni della sentenza di primo grado; 4) anche il colorito normale e roseo del muscolo uterino -altro elemento di sostegno alla pronuncia assolutoria- costituiva argomento non significativo, sia perché la circostanza era stata riferita dai medici, che avevano eseguito il taglio cesareo (gli imputati) sia perché si poteva desumere dalla consulenza del prof. Bresadola che l’area interessata era situata nella parte posteriore dell’utero e comunque, all’interno della cavità uterina; 5) erano stati trascurati i segnali di malessere (vomito e forti dolori di pancia) che la donna presentava il giorno 16 maggio 1999, per il quale era già stata disposta la sua dimissione, così creando una situazione dì emergenza che non era stato possibile affrontare con i presidi disponibili, laddove altra struttura sanitaria, dotata di un centro trasfusionale e dì rianimazione, avrebbe invece potuto intervenire con successo; 6) le conclusioni del prof. Barni, secondo il quale il decesso sarebbe avvenuto anche in una struttura attrezzata, erano smentite da quelle rese dai consulenti Bresadola e Rizzo (quest’ultimo consulente nominato dalle parti civili) e dalla letteratura medica, secondo la quale la percentuale di mortalità materna in caso di DIP era da ritenere dell’ordine del 5% e la gravità della condizione morbosa doveva considerasi dipendente in gran misura non solo dall’entità del distacco placentare ma anche dalla durata dell’intervallo fra inizio dei sintomi e istituzione di adeguata terapia.
Avverso la predetta decisione propone ricorso per cassazione Vescia F. articolando un unico complesso motivo con il quale deduce la violazione di legge e la carenza ed illogicità della motivazione quanto all’affermazione di responsabilità.
Il ricorrente, dopo aver premesso che la sentenza impugnata ha aderito acriticamente all’impostazione accusatoria del P.M., sostiene che i giudici di merito, disattendendo i principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte (10 luglio 2002, Franzese) avrebbero errato nell’individuare la sussistenza del nesso eziologico tra il suo comportamento ed il decesso della paziente, non tenendo conto della interferenza di decorsi causali alternativi e facendo riferimento ad ormai superati criteri di probabilità statistica.
Sotto il primo profilo, si sostiene che i giudici dell’appello sarebbero partiti dall’apodittico presupposto che al momento del ricovero la G. fosse in condizione di probabile distacco della placenta; in ogni caso, anche ipotizzando la reale sussistenza di tale situazione, il trattamento sanitario adottato, come, si sostiene, risultava anche da talune delle consulenze tecniche acquisite in atti, sarebbe stato in linea con i protocolli medici; il distacco della placenta sarebbe invece stato improvviso, dopo tre giorni di quiete, come emergeva dalla consulenza del prof. Barni e, pertanto, nessuna rilevanza avrebbero potuto avere le omissioni contestate all’imputato (relative all’ accertamento ecografico e quello sulla contrattilità uterina ed al trasferimento della paziente in un centro attrezzato), dovendo ragionevolmente ritenersi che l’evento morte si sarebbe comunque verificato.
Sotto il secondo profilo, in violazione dei principi affermati dalle Sezioni unite, la sentenza impugnata, avrebbe tratto la conferma della ipotesi sull’esistenza del rapporto di causalità, dal coefficiente di probabilità statistica espresso dalla legge scientifica, laddove aveva contestato la tesi esposta dal prof. Barni, secondo il quale il decesso sarebbe avvenuto anche in una struttura attrezzata, facendo riferimento alla bassissima percentuale di mortalità materna in caso di distacco intempestivo di placenta e sottolineando che, in caso di intervento tempestivo con tutte le misure idonee a fronteggiare l’emorragìa, l’evento morte era da ritenere evitabile in una altissima percentuale di casi.
Così ragionando i giudici avrebbero dedotto “automaticamente” dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge statistica la conferma dell’ipotesi accusatoria sull’esi­stenza del nesso causale, violando il dovere loro imposto di verificarne la validità nel caso concreto, sulla base delle circostanze del fatto e dell’evidenza disponìbile. In applicazione di tali principi, secondo il ricorrente, al giudizio di responsabilità si potrebbe pervenirsi solo quando, all’esito del ragionamento probatorio, che abbia altresì
escluso l’interferenza di fattori alternativi, risulti giustificata e “processualmente certa” la conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione necessaria dell’evento lesivo con “alto o elevato grado di credibilità razionale” o “probabilità logica”.
Nella fattispecie, si argomenta, i giudici dell’appello non avrebbero tenuto conto del complessivo quadro probatorio secondo il quale: non poteva escludersi l’ipotesi di un distacco improvviso della placenta (assunta dal perito d’ufficio come dato pressoché certo); doveva ritenersi l’idoneità della struttura sanitaria ad affrontare l’emergenza, alla luce dichiarazioni del perito nel corso del dibattimento, che aveva escluso comunque I’ efficacia di qualsiasi intervento nella ipotesi di distacco improvviso della placenta con sindrome CID e l’inutilità della terapia trasfusionale; l’incertezza in ordine alla possibilità di una diagnosi più tempestiva in quanto i possibili esami sull’ematocrito e quelli ecografia non avrebbero consentito con sicurezza la diagnosi; l’idoneità in ogni caso del trattamento sanitario adottato che non sarebbe stato diverso anche se fosse stato più celermente diagnosticato il distacco intempestivo di placenta.
Con memoria ritualmente depositata, la difesa dell’imputato ha articolato un motivo aggiunto, con il quale prospetta plurime violazioni alle norme processuali da parte dei giudici di appello, che possono sintetizzarsi nei seguenti termini.
La sentenza impugnata, accogliendo acriticamente i motivi di impugnazione del P.M., non avrebbe dato atto del contraddittorio materiale probatorio, costituito dagli esiti delle diverse consulenze, provenienti anche dallo stesso pubblico ministero, in merito alle cause della morte della G., così dando luogo ad una motivazione incompleta, fondata su una valutazione frazionata degli atti di causa ed apodittica. Sotto tale ultimo profilo i giudici del merito non avrebbero evidenziato gli elementi dai quali avevano desunto il momento iniziale del distacco della placenta (da essi individuato, contrariamente al giudice di primo grado, nel momento del ricovero della G.) nonché la prevedibilità del distacco della placenta, soprattutto tenuto conto delle conclusioni del prof. Bami, perito nominato dal giudice, che aveva sottolineato che tale sintomatologia nelle sue espressioni più gravi è solita manifestarsi in modo improvviso ed in apparente benessere, come anche la devastante complicazione di CID.
Tale situazione di contrasto avrebbe legittimato, nella ipotesi in cui i giudici non avessero ritenuta adeguata l’applicazione dell’art. 530, comma 2, c.p.p., la predisposizione di un nuovo accertamento peritale che potesse consentire di fare chiarezza sulle conclusioni difformi, al fine di dirimere il ragionevole dubbio sulla ricostruzione del nesso causale, in conformità agli insegnamento della S.C.
I motivi di impugnazione consentono una trattazione unitaria vertendo, a ben vedere, tutti sulla ritenuta erroneità dell’affermato giudizio di responsabilità.
Deve innanzitutto sottolinearsi che con il presente gravame, attraverso la denunzia di asseriti vizi di violazione di legge e di motivazione, sono state riproposte questioni sostanzialmente di fatto già dibattute nelle precedenti fasi del giudizio, tutte tese a dimostrare che il quadro probatorio esaminato dai giudici di merito non avrebbe fornito sufficiente prova della responsabilità del ricorrente.
IIvizio di motivazione deducibile in sede di legittimità deve, per espresso disposto normativo, risultare dal testo del provvedimento impugnato e l’illogicità deve essere manifesta, cioè percepibile immediatamente, ictu oculì ( v. Cass., Sezioni unite, 24 settembre 2003, Petrella).
Tanto comporta, quanto al vizio di illogicità, per un verso, che il ricorrente deve dimostrare in tale sede che l’iter argomentativo seguito dal giudice è assolutamente carente sul piano logico e, per un altro verso, che questa dimostrazione non ha nulla a che fare con la prospettazione di un’altra interpretazione o di un altro iter, quand’anche in tesi ugualmente corretti sul piano logico; ne consegue che, una volta che il giudice abbia coordinato logicamente gli atti sottoposti al suo esame, a nulla vale opporre che
questi atti si prestavano ad una diversa lettura o interpretazione, munite di eguale crisma di logicità ( v. Cass., Sezioni unite, 27 settembre 1995, Mannino; da ultimo, Cass., Sezione IV, 14 dicembre 2004, parte civile Castelbonese ed altri, in proc.Marotta ed altri): dedurre tale vizio in sede di legittimità significa dimostrare che il testo del provvedimento è manifestamente carente di motivazione e/o di logica, e non già opporre alla logica valutazione degli atti effettuata dal giudice di merito una diversa ricostruzione, magari altrettanto logica.
E’ principio non controverso, infatti, che nel momento del controllo della motivazione, la Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga la migliore ricostruzione dei fatti, né deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una “plausibile opinabilità di apprezzamento”. Ciò in quanto l’art. 606, comma 1, lettera e), del c.p.p non consente alla Corte di cassazione una diversa lettura dei dati processuali o una diversa interpretazione delle prove, perché è estraneo al giudizio di legittimità il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai dati processuali (Cass., Sezione V, 13 maggio 2003, Pagano ed altri). In altri termini, il giudice di legittimità, che è giudice della motivazione e dell’osservanza della legge, non può divenire giudice del contenuto della prova, in particolare non competendogli un controllo sul significato concreto di ciascun elemento di riscontro probatorio (Cass., Sezione VI, 6 marzo 2003, Di Folco).
Ciò premesso in termini generali, ritiene il Collegio che i vizi dedotti non sono riscontrabili nella sentenza impugnata con la quale la Corte ha dimostrato di avere analizzato tutti gli aspetti essenziali della vicenda, pervenendo, all’esito di un approfondito vaglio di tutta la materia del giudizio, a conclusioni sorrette da argomentazioni logico giuridico.
I giudici di appello hanno infatti adeguatamente e logicamente motivato il proprio convincimento sulla sussistenza di comportamenti omissivi posti in essere dal ricorrente, nella qualità di responsabile del reparto di ginecologia dell’ospedale di Soveria Mannelli, e sulla rilevanza causale degli stessi nel processo determinativo dell’evento.
Nella specie la Corte di merito ha dedotto in modo logico e corretto, la responsabilità del ricorrente da specifici accertamenti fattuali e dalle relazioni dei consulenti tecnici del pubblico ministero, individuando vari profili di colpa, tutti riconducibili, in via generale, alla mancanza dì una assistenza adeguata a fronteggiare la situazione di una paziente, certamente a rischio per la sua storia pregressa e certamente da monitorare attentamente per i sintomi che presentava.
Alla luce di tali premesse, a fine di accertare se possa ritenersi corretta la valutazione dei giudici di appello sull’esistenza degli elementi costitutivi del reato, appare opportuno riassumere la ricostruzione dei fatti così come effettuata dalla Corte di appello, integrata con il riferimento a quella eseguita dal giudice di primo grado, e ciò per verificare, nel rigoroso ambito di valutazione e di sindacato di cui supra si è detto, la congruenza delle conclusioni adottate sull’esistenza della colpa e del nesso di condizionamento tra la condotta colposa ed il verificarsi dell’evento.
Come si è accennato in premessa, si desume dalla motivazione della sentenza gravata che G. I., al settimo mese di gravidanza, era stata ricoverata presso l’Ospedale dì Soveria Mannelli il 13.5.1999, con la diagnosi di minaccia di parto prematuro, dopo che a seguito di contrazioni uterine e perdite ematiche vaginali dal giorno precedente, il medico curante aveva paventato un distacco intempestivo della placenta. La paziente durante il ricovero non era stata sottoposta ad accertamenti ecografia per indisponibilità dell’ecografo né al monitoraggio delle contrazioni uterine attraverso l’effettuazione di tracciati cardiotocografici: indagini strumentali, entrambe, che avrebbero consentito di fornire importanti indicazioni diagnostiche in merito alle cause di quelle perdite ematiche e di accertare la presenza di un eventuale distacco, anche se lieve, della placenta. il giorno 16.5.1999, già fissato per le dimissione della G., insorgeva una sintomatologia acuta, caratterizzata da forti dolori di pancia e vomito e venivano constatate perdite ematiche dai genitali rosso vivo miste a coaguli; diagnosticato un distacco intempestivo di placenta, la G. era sottoposta a taglio cesareo d’urgenza, a seguito del quale il feto veniva estratto privo di vita. Essendo comparsa una emorragia imponente, veniva eseguito un intervento di isterectomia e, infine, la donna veniva ricoverata d’urgenza presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale di Lametta Terme, dove, risultate inefficaci le manovre rianimatorie, se ne
verificava il decesso per arresto cardio-circolatorio conseguente a coagulazione intravasale disseminata (CID) instauratasi per distacco intempestivo di placenta.
Proprio muovendo da tali incontestati dati fattuali, i giudici dell’appello hanno, con adeguata e convincente motivazione, espresso il loro convincimento sìa sulla causa della morte della G., sia sui profili di colpa (omissiva) apprezzati a carico del sanitario che aveva in cura la donna (il ricorrente, dottor V.), sia sulla sussistenza del nesso causale tra detti profili di colpa e l’evento letale.
Tale apprezzamento, va soggiunto, è stato compiuto attraverso l’analisi critica dei diversi (e contrastanti) apporti medico-legali e delle conclusioni di segno opposto raggiunte dal giudice di primo grado.
Sotto il primo profilo, quello dell’accertamento della causa della morte, la Corte d’appello ha ritenuto di trarre dalle emergenze processuali, analizzate nei termini suddetti, il convincimento che causa della morte era da ritenersi il distacco della placenta, da cui era scaturita la coagulopatia intravasale disseminata (CID) seguita da shock emorragico con danno ipossico generalizzato.
In tal modo la Corte di merito ha rispettato il principio ineludibile in forza del quale,
nella ricostruzione del nesso eziologico, non si può assolutamente prescindere dall’individuazione dì tutti gli elementi concementi la “causa dell’evento” (ergo, la causa della morte del paziente): solo conoscendo in tutti i suoi aspetti fattuali e scientifici il momento iniziale e la successiva evoluzione della malattia, è poi possibile analizzare la condotta omissiva colposa addebitata al sanitario per effettuare il giudizio controfattuale e verificare (avvalendosi delle leggi statistiche o scientifiche e delle massime di esperienza che si attaglino al caso concreto) se, ipotizzandosi come realizzata la condotta dovuta (ma omessa), l’evento lesivo “al di là di ogni ragionevole dubbio” sarebbe stato evitato o si sarebbe verificato ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva (sul punto, v. Cass., Sezione IV, 25 maggio 2005, Lucarelli, i cui principi, diversamente da quanto prospettato nei motivi aggiunti, non sono affatto contraddetti dalla sentenza sub iudice).
Il convincimento espresso dal giudice d’ appello, siccome adeguatamente argomentato attraverso l’analisi dei diversi apporti del sapere tecnico-scientifico, non può essere qui posto in discussione, non interessando neppure approfondire se la patologia iniziale (il distacco della placenta) fosse o meno presente già al momento del ricovero, essendo ampiamente satisfattivo, ai fini dell’accertamento della colpa (v. infra), la rappresentazione, in parte motiva, di circostanze che dovevano indurre a ritenere tale evento (a prescindere da quando insorto) come prevedibile, sì da imporre un conseguente approccio diagnostico e terapeutico.
Or bene, sotto il secondo profilo, quello della colpa del sanitario, il giudice di merito ha posto in evidenza i plurimi addebiti colposi omissivi riconducibili all’odierno ricorrente, il quale, nella qualità dì medico che aveva in cura la paziente, aveva comunque omessi tutti gli accertamenti necessari (in particolare quello ecografico e quello sulla contrattilità uterina che avrebbero consentito di valutare più a fondo le cause delle perdite ematiche che subiva la paziente) per impedire l’evento letale verificatosi a seguito di una patologia – quale il distacco della placenta- che, come accennato, poteva e doveva ritenersi prevedibile, tenuto conto che trattavasi di paziente a rischio, oltre per la sintomatologia, anche per la sua storia pregressa (si rappresenta in motivazione che la gravidanza della G. era successiva a due aborti spontanei precoci, a due ricoveri in ospedale per difficoltà gestazionali, ad una terapia giornaliera di deltacortene e bassi dosi di aspirina, a fronte del ripetersi di emorragie modeste). Prevedibilità del resto rafforzata, secondo quando convincentemente riportato in motivazione, dai segnali di malessere (vomito e forti dolori di pancia) che la paziente presentava il giorno per il quale era stata disposta la dimissione.
Sotto il terzo profilo, quello del rapporto di causalità, risulta convincentemente argomentata la ritenuta sussistenza del nesso di condizionamento tra le carenze comportamentali del sanitario e l’evento morte, sviluppata attraverso il rilievo, supportato dalla scienza medica scientifica, che laddove vi fosse stato un intervento tempestivo di diagnosi e di cura, altissime sarebbero state le probabilità di fronteggiare con successo l’emorragia rivelatasi invece letale (99, 5%).
In proposito, non può condividersi la censura della difesa che il ragionamento del giudice di merito avrebbe finito con il contrastare con i principi della sentenza Franzese, laddove questa avrebbe imposto il superamento delle regole della probabilità statistica nella ricostruzione del nesso di condizionamento tra la condotta omissiva del sanitario e l’evento letale verificatosi per il paziente.
Al riguardo, come puntualizzato anche in dottrina, bisogna partire dalla considerazione che la risposta sulla sussistenza o meno del nesso eziologico non può essere, in effetti, esaustivamente e semplicisticamente trovata, sempre e comunque, nelle leggi statistiche. E” un assunto ormai non più dubitabile, dopo quanto ampiamente, ed esaustivamente, osservato proprio dalle Sezioni unite, con la sentenza Franzese.
Le leggi statistiche, in vero, sono solo uno degli elementi che il giudice può e deve considerare, unitamente a tutte le altre emergenze del caso concreto. Con la conseguenza che il giudizio positivo sulla sussistenza del nesso eziologico non si baserà più solo sul calcolo aritmetico/statistico (quale che sia la percentuale rilevante), ma dovrà trovare il proprio supporto nell’apprezzamento di tutti gli specifici fattori che hanno caratterizzato la vicenda concreta.
Il giudice, in buona sostanza, potrà (anzi, dovrà) partire dalle leggi scientifiche di copertura e in primo luogo da quelle statistiche, che, quando esistano, costituiscono il punto di partenza dell’indagine giudiziaria. Però, dovrà poi verificare se tali leggi siano adattabili al caso esaminato, prendendo in esame tutte le caratteristiche specìfiche che potrebbero minarne -in un senso o nell’altro- il valore di credibilità, e dovrà verificare, altresì, se queste leggi siano compatibili con l’età, il sesso, le condizioni generali del paziente, con la presenza o l’assenza di altri fenomeni morbosi interagenti, con la sensibilità individuale ad un determinato trattamento farmacologico e con tutte le altre condizioni, presenti nella persona nei cui confronti è stato omesso il trattamento richiesto, che appaiono idonee ad influenzare il giudizio di probabilità logica.
In una tale prospettiva, il dato statistico, lungi dall’essere considerato ex se privo di qualsivoglia rilevanza, ben potrà essere apprezzato dal giudice, nel caso concreto, ai fini della sua decisione, se riconosciuto come esistente e rilevante, unitamente a tutte le altre emergenze fattuali della specifica vicenda sub iudice, apprezzando in proposito, laddove concretamente esìstenti ed utilizzabili, oltre alle leggi statistiche, le “regole scientifiche” e quelle dettate dall”‘esperienza”.
E’ ovvio poi che, in questo giudizio complessivo, il giudice dovrà verificare l’eventuale emergenza di “fattori alternativi” che possano porsi come causa dell’evento lesivo, tali da non consentire di poter pervenire ad un giudizio di elevata credibilità razionale (“al di là di ogni ragionevole dubbio”) sulla riconducibilità di tale evento alla condotta omissiva del sanitario.
Ed è altresì ovvio che, in questo giudizio complessivo, il giudice dovrà porsi anche il problema dell’ “interruzione del nesso causale”, per I’ eventuale, possibile intervento nella fattispecie di una “causa eccezionale sopravvenuta” -rispetto alla condotta sub iudice del medico- idonea ad assurgere a sola causa dell’evento letale (articolo 41, comma 2, c.p.).
Nel rispetto di tale approccio metodologico, il giudizio finale, laddove di responsabilità a carico del sanitario, non potrà che essere un giudizio supportato da un “alto o elevato grado di credibilità razionale” ovvero da quella “probabilità logica” pretesa dalle Sezioni unite Franzese; mentre l’insufficienza, la contraddittorietà e/o l’incertezza del riscontro probatorio sulla ricostruzione del nesso causale e, quindi, il ragionevole dubbio sulla reale efficacia condizionante della condotta omissiva del medico, rispetto ad altri fattori interagenti o eccezionalmente sopravvenuti nella produzione dell’evento lesivo, non potrà che importare una conclusione liberatoria.
Or bene, il giudice di merito si è mosso nel pieno rispetto di questi principi essendo pervenuto al giudizio di responsabilità esprimendo il proprio convincimento non solo e non tanto sul dato statistico percentuale (delle probabilità di salvezza), ma inserendo tale dato nel giudizio complessivo che lo ha portato, in modo convincente e qui incensurabile, a fondare la responsabilità del sanitario per l’evento letale in modo “processualmente certo”.
In altri termini, la sentenza impugnata, richiamando il dato statistico relativo alla possibilità di sopravvivenza della paziente con distacco di placenta in caso di intervento tempestivo, dopo avere esaminato tutte le circostanze del caso concreto ed aver effettuato il giudizio controfattuale, si è posta in linea con i principi consolidati della giurisprudenza di legittimità, secondo i quali, come già evidenziato, il dato statistico deve ricevere conferma nell’apprezzamento di tutti gli elementi che hanno caratterizzato il caso concreto.
rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di quelle di parte civile che liquida in complessive euro 2.500,00 ( duemilacinquecento), di cui 300,00 ( trecento) per spese, oltre IVA e CPA.
Così deciso nella camera di consiglio del 9 febbraio 2006
Il Consigliere, estensore II Presidente
Patrizia Piccialli Graziana Campanaio

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