Source: https://www.gianlucacongiusta.org/2013/04/11/grazie-gianluca-ci-indichi-il-senso-della-giustizia/
Timestamp: 2020-02-22 04:11:47+00:00

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Grazie, Gianluca: ci indichi il senso della giustizia | Gianluca Congiusta Onlus -
La sentenza di appello per l’omicidio Congiusta conferma la condanna all’ergastolo per Tommaso Costa e riduce la pena per Giuseppe Curciarello. “Giustizia è fatta”, dirà Mario a caldo. Le emozioni, la tensione e gli insegnamenti del processo visti dall’aula con i familiari
di Paola Bottero, 10/04/2013 23:55
L’oro di quelle parole. La legge è uguale per tutti. Sono incise sul legno in fondo all’aula. Ancora vuoti, gli scranni del Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria e dei sei giudici popolari che si sono chiusi in camera di consiglio poco prima delle tredici. Il silenzio parla più di ogni sentenza pronunciata nei tanti altri processi celebrati in quest’aula. Un silenzio che è attesa. Sono le venti, ormai. Dalle diciotto, i corridoi oltre quelle porte, oltre il velluto rosso dei tendoni, si sono riempiti di telecamere, persone, parole e cicche di sigarette.
Si attende la sentenza di secondo grado per l’omicidio di Gianluca Congiusta. Si attende con la speranza – che è quasi una certezza – di una conferma delle condanne. Sono arrivati in tanti a sostenere il padre, la madre, le sorelle di Luca. Qualcuno chiede notizie della mattinata. Qualcuno insegue un sorriso che possa spezzare la tensione. Ma sono tutti presenti per abbracciare quella famiglia arrivata da Siderno, nella Locride, prima delle dieci.
Mario, Donatella, Roberta e Alessandra sono stati lì, fermi e silenziosi, ad ascoltare Tommaso Costa, il principale imputato già condannato in primo grado all’ergastolo, mentre rincorreva i fili di un presunto e innominato burattinaio che, ha detto, «ha interesse alla mia condanna per far spegnere i riflettori, dando alla famiglia un colpevole».
Sono stati fermi e silenziosi anche quando Costa è andato oltre, e si è rivolto direttamente a loro. «Alla famiglia non mi sono mai rivolto, ma ora lo voglio fare». Mario non sente quelle parole: esce prima. «Io sono stato condannato a vita, ma siete condannati a vita anche voi: siete condannati alla menzogna, perché non sono stato io ad uccidere vostro figlio». Con tanto di prove, secondo lui: «Tutti sanno che non c’entro nulla con la morte di Gianluca».
Hanno ascoltato attentamente le parole di Francesco Mollace, sostituto procuratore generale, che in pochi minuti ha riassunto l’egregio lavoro compiuto in questi mesi, chiedendo la conferma della sentenza di primo grado.
Hanno ascoltato anche il secondo imputato, Giuseppe Curciarello, intervenuto dopo l’avvocato di Costa. Non si sono lasciati impressionare dalla calma con la quale ha cercato di smontare le accuse, pescando nella propria memoria, scomodando Dio («Non spacciavo droga, lo posso giurare su Dio. La procura lo sa. Non c’è niente»), sottolineando di non avere ancora capito le ragioni per le quali è in carcere («per un qualcosa che non solo non ho commesso, ma che ancora oggi non so com’è andato») e chiudendo ad effetto: «Io spero nella giustizia. Solo in questo».
Poi è arrivata l’attesa. Un’attesa che mi scorre davanti, ricordandomi le tante udienze passate, i tanti rinvii, le troppe ipotesi. Scorre la giornata ormai passata, scorrono i mesi e gli anni. Scorre il sorriso di Luca, la rabbia dell’impotenza, la certezza che la sentenza tanto attesa, stasera, non potrà che essere quella: conferma della condanna. Tutto si mescola e si dilata mentre sono lì, in piedi. Mentre sta per entrare la corte, e il mio sguardo sembra fisso su quelle lettere piantate davanti agli occhi di ciascuno dei presenti.
A sinistra il peso ingombrante delle sbarre, Curciarello che misura con i passi la sua gabbia. Davanti a me Mario, Roberta, Dona, Ale. Ai lati gli avvocati Pino Sgambellone e Geppo Femia, due colonne che chiudono e proteggono attimi dilatati come una vita. Oltre loro, oltre la prima fila occupata dalla difesa, il legno dei banchi della corte. Sopra, un mazzo di fiori finti e un Cristo. Mi concentro su quella croce: me ne ricorda un’altra, quella di Santa Croce a Firenze, che, imprigionata dalle impalcature, ha guardato anche loro, tra i tanti familiari di vittime innocenti di mafia giunti a metà marzo a Firenze per la marcia della memoria organizzata da Libera.
Il rumore del silenzio avvolge ogni cosa.
Non parlano i tanti arrivati a portare la propria solidarietà e un abbraccio ideale, e che ora attendono in silenzio in fondo all’aula: da Francesca Chirico e Cristina Riso per stop’ndrangheta a Mimmo e Mario Nasone per Libera, da Luca del don Milani a padre Ladiana e altri membri di ReggioNonTace. Ci sono anche tanti giornalisti, alcuni molto calati nella propria professionalità, altri molto coinvolti anche dal lato emotivo.
Tacciono tutti. Il loro silenzio, il nostro silenzio fa rumore. Poi viene rotto dall’entrata della Corte. Tutti in piedi.
Partono le frasi di rito. Hanno la voce di Bruno Finocchiaro, il Presidente. La citazione della norma di riferimento del codice di procedura civile. Poi una lama spezza in due l’aula. Una lama di sette lettere. Assolve.
La tensione è troppa per reggere a tanto. Non siamo preparati alla rigidità giuridica. Noi siamo cuore, siamo anima. Noi siamo un abbraccio che scalda più di ogni condanna. Noi siamo. Noi siamo stati là, abbiamo respirato quella tensione, abbiamo avuto paura. Nulla, in confronto al dolore che nessuna sentenza potrà cacciare dalle viscere di Roberta, Alessandra, Dona e Mario.
Ma esserci stati, averli abbracciati, è stata l’unica risposta possibile di vera compassione, nell’accezione più stretta (dal latino cum patior, soffro con, ad indicare un sentimento per il quale un individuo percepisce emozionalmente la sofferenza altrui provandone pena e desiderando alleviarla). Quella ben presente a Dostoevskij, quando diceva che “la compassione è la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera”.
La sentenza, iniziata con l’assoluzione da alcuni reati “minori”, conferma a Costa l’ergastolo per l’omicidio Congiusta, con isolamento diurno di diciotto mesi. A Curciarello viene rideterminata la pena, sempre a seguito dell’assoluzione dai reati di alcuni capi, a quindici anni di reclusione. «Giustizia è fatta» dirà Mario appena fuori.
Ma è successo qualcosa di molto più importante, almeno a me.
Essere stata in quell’aula, oggi, mi ha permesso di riassaporare il senso di ciò che dovremmo fare con costanza, giorno dopo giorno. Anche per questo non smetterò mai di ringraziare Luca e la sua famiglia. A partire da Roberta.
Luca in ius sanguinis
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