Source: http://scorza.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/01/03/diffamazione-online-caso-tavecchio-maneggiare-con-cautela/
Timestamp: 2017-09-26 09:16:00+00:00

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Diffamazione online: caso Tavecchio, maneggiare con cautela - Avvocato del Diavolo - Blog - L’Espresso
Diffamazione online: caso Tavecchio, maneggiare con cautela
In un articolo di ieri su La Repubblica, Alessandro Longo segnala una recente sentenza della Corte di Cassazione con la quale quest’ultima sembrerebbe aver affermato un principio tanto grave quanto allarmante: i siti sono responsabili per i commenti dei lettori.
La Sentenza in questione resa all’esito di una lunga querelle giudiziaria tra il gestore di una community sul mondo del calcio e il Presidente della Lega Nazionale Calcio, Carlo Tavecchio è decisione brutta, confusa e, almeno apparentemente, fondata su un grave equivoco di fondo ma non stabilisce il principio universale e liberticida per il quale un gestore di qualsiasi sito internet è sempre e comunque responsabile dei contenuti pubblicati da terzi sulle proprie pagine.
I Giudici della Cassazione, in realtà, sembrano voler ribadire l’ovvio: ovvero che il gestore di un sito internet possa essere chiamato a rispondere di un contenuto pubblicato da un terzo laddove, venuto a conoscenza della sua illiceità, non intervenga a rimuoverlo e, ovviamente, il contenuto venga poi dichiarato effettivamente illecito.
Lo fanno però – per quel che è dato comprendere dalla lettura della sentenza – nel caso sbagliato ovvero in una vicenda nella quale il gestore del sito internet in questione sembrerebbe non aver mai avuto notizia del carattere illecito del contenuto pubblicato ma, semplicemente, della pubblicazione del contenuto e, si sa, il diavolo di annida nei dettagli.
Prima che il tam tam della Rete diffonda inutili allarmi vale pertanto la pena di provare a fare un po’ di chiarezza, sebbene con il rammarico di dover prendere atto, ancora una volta, che troppo spesso le questioni connesse alla libertà di informazione sino affrontate dai nostri Giudici con meno attenzione e cautela di quanto la sua centralità nella vita democratica di uno Stato richiederebbe.
Nell’estate del 2009 un utente della community Agenziacalcio.it posta un messaggio sulla piattaforma nel quale – stando a quanto si legge nella Sentenza – definisce, tra l’altro, Tavecchio come un “emerito farabutto” e “pregiudicato doc”, allegando anche il relativo certificato penale.
Qualche giorno dopo, poi, lo stesso autore del messaggio – sempre stando a quanto si legge nella sentenza – invia al gestore del sito una mail alla quale allega una copia dello stesso certificato penale già pubblicato dal quale, ancorché la Sentenza non lo dica, appare lecito supporre risultasse la veridicità dell’affermazione riportata nel proprio messaggio.
In nessun passaggio della Sentenza si legge, tuttavia, se Tavecchio – o i suoi avvocati – a questo punto scrivano al gestore del sito per chiedere la rimozione del contenuto, contestandone il carattere diffamatorio.
Nella decisione dei Giudici della Cassazione di riferisce invece che, nei giorni successivi alla pubblicazione del messaggio, il gestore del sito avrebbe scritto e pubblicato, sempre sulle pagine della Community, un articolo richiamando il messaggio “incriminato” e contestando pubblicamente l’idea secondo la quale chiedere se Tavecchio fosse stato legittimamente eletto, potesse essere considerato diffamatorio.
La Corte di Cassazione – difendendo la decisione della Corte d’Appello che si era già pronunciata negli stessi termini – sembra dire che la conoscenza da parte del gestore del sito dell’esistenza del messaggio pubblicato dall’utente della community e la sua scelta consapevole di lasciarlo online costituirebbero un presupposto sufficiente per l’accertamento della sua responsabilità per diffamazione.
Qui i Giudici della Cassazione sembrano prendere una cantonata grave e preoccupante e, sebbene con il rispetto che si deve a chi fa una professione incredibilmente difficile “in nome del popolo”, non si può fare a meno di metterlo nero su bianco senza esitazioni né reticenze.
Avere notizia dell’avvenuta pubblicazione da parte di un terzo all’interno di un proprio sito internet di un determinato contenuto ed avere, di conseguenza, l’opportunità di valutarne la liceità non basta a rendere il gestore di una piazza online responsabile per l’eventuale illiceità del contenuto in questione.
A tal fine serve, almeno, che il gestore del sito – che agisce da c.d. intermediario della comunicazione – abbia notizia del carattere illecito del contenuto in questione.
Si tratta di un insuperabile principio di civiltà giuridica scolpito da oltre 15 anni nella disciplina europea sul commercio elettronico a tutela proprio della Rete come volano e megafono della libertà di informazione.
Ed è un principio che avrebbe dovuto suggerire ai Giudici della Cassazione di decidere in modo completamente diverso, specie in una vicenda nella quale non vi è dubbio che sapere che qualcuno ha chiamato “farabutto” o “pregiudicato” un personaggio pubblico sulla base di un certificato penale, evidentemente, non immacolato, non sia davvero sufficiente a ritenere diffamatorio e, dunque, illecito il contenuto in questione.
In un Paese di ambizioni democratiche, a decidere se la pubblicazione di un contenuto del genere è lecita o illecita deve essere un Giudice e solo un Giudice deve poter ordinare a chicchessia di rimuovere quel contenuto dallo spazio pubblico telematico, ogni scorciatoia diversa rischia di rappresentare una cura peggiore del male, una cura che non ci si può permettere se si ha cuore la libertà di informazione.
Mario di Garda scrive:
Guido, possiamo stare tranquilli sui commenti pubblicati sul nostro profilo Facebook?
3 gennaio 2017 alle 21:19
Al di là dei cavilli legali, mi pare di capire che è vero che Tavecchio è stato condannato: al momento Wikipedia menziona 4 o 5 condanne. Quindi in un paese civile (ad es. Svizzera o USA) non c'è nessuna diffamazione. Solo in un paese omertoso e mafioso è diffamazione dire la verità.
Marco Coletti scrive:
4 gennaio 2017 alle 11:46
Io invece non capisco su cosa si fonda il principio secondo cui il gestore di un sito dovrebbe censurare i commenti di terzi nel caso abbia notizia della loro illiceità.
A parte la legge di epoca fascista che pone in capo al direttore di un quotidiano o di una rivista la responsabilità dei contenuti, la cui applicabilità nel caso specifico è discutibile, cosa rimane?
Il fatto che colpire il gestore sia più facile che identificare l'autore non mi sembra una giustificazione.
Non esiste il concetto di veicolo neutrale? È possibile aprire un sito ed ospitare commenti senza doversi assumere l'onere di controllare tutto quanto?
Google dovrebbe spendere milioni di dollari per filtrare tutto ciò che include nei propri database?

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