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Timestamp: 2019-07-22 07:37:04+00:00

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» Ritagli Fierrabras
22 settembre 2015 § 0 commenti § permalink
Un po’ di clamore ha fatto nei giorni scorsi nel Regno Unito una caricatura d’epoca di un grande violinista della fine dell’Ottocento, Leopold Auer, pubblicata senza adeguate spiegazioni, sul programma di una serata dei BBC Proms dedicata al Concerto per violino di Čajkovskij:
La vignetta è chiaramente di stampo antisemita, ed è di quelle che fiorirono sui giornali di mezza Europa dalla metà del Diciannovesimo secolo in poi. L’odio razziale che passa attraverso la derisione di un clichè fisico ed “estetico”: Wagner in questo fu un maestro e in un certo senso un capofila, molti altri seguiranno, in un vortice che è molto ben raccontato da un libro di Michael Haas di prossima pubblicazione in Italia (per la EDT). Haas molti lo ricorderanno come il geniale discografico che creò la lunga serie di produzioni Decca intitolata Entartete Musik, “Musica degenerata”, dedicata ai compositori cancellati dalla violenza nazista.
Probabilmente in chi ha curato il programma BBC non c’era la volontà di offendere, c’era solo ignoranza o disattenzione, e l’azienda televisiva inglese si è poi scusata, seppure con qualche ritardo.
Ma qualche mese fa, sui giornali i mezzo mondo, fecero molto discutere i commenti di sapore apertamente antisemita che apparvero persino su giornali importanti alla notizia della nomina di un maestro russo di origine ebraica alla direzione dei Berliner Philharmoniker – e si noti bene che l’altro candidato era il tedeschissimo e nazionalisticamente iperconnotato Christian Thielemann. Anche lì, grandi scuse e cancellazioni e prese di distanza: perdonate, ci siamo sbagliati, non avevamo pensato, non volevamo eccetera. Ma con una mossa abbastanza sorprendente, poco dopo la nomina di Kirill Petrenko a Berlino, i Bayreuter Festspiele, il festival fondato da Richard Wagner e tuttora condotto dai suoi pronipoti, ha nominato Thielemann “direttore musicale”, carica appositamente creata per lui; una mossa che aveva il sapore neanche troppo nascosto di una riparazione e una risposta della “nazione tedesca”.
Il fatto è che questa faccenda della caricatura, in questo periodo, rimanda anche a quella ben più grave di Charlie Hebdo e dei tragici fatti di Parigi e della sollevazione in difesa della libertà di satira e più in generale di pensiero contro l’oscurantismo religioso. Ora, le due vicende sono state messe in relazione persino da quealche colto e sensibile intellettuale (uno per tutti, Bob Shingleton, il curatore di un importante e storico blog musicale).
Ora, a me sembra chiaro che pubblicare una vignetta mediocremente antisemita di un secolo fa, del tutto decontestualizzata, senza spiegazione e senza alcun contenuto di satira politica sia una grave disattenzione da parte di chi si occupa di comunicazione culturale. Che caricatura eè una cosa e vignetta satirica è un’altra (e spesso si confondono le due cose). E che la differenza rispetto a chi utilizza anche violentemente la matita per dileggiare e pungere l’oscurantismo politico/religioso che pervade una parte crescente del pianeta sia abbastanza palese senza bisogno di ulteriori approfondimenti Però devo dire che sono comunque argomenti di una certa delicatezza, e ancora una volta mi trovo a disagio vicino a chi manifesta incrollabili e immediate certezze.
2 dicembre 2013 § 2 commenti § permalink
Un bellissimo, breve articolo dello storico Sergio Luzzatto pubblicato nell’inserto domenicale del «Sole 24 Ore» di ieri (1° dicembre 2012, p. 41). Lo riproduco per intero perché non si trova in rete:
Diderot, chi era costui? Mentre i francesi hanno celebrato da par loro l’«année Diderot» – il terzo centenario della nascita del più fantasioso, del meno dogmatico, del più dialogico tra i philosophes – l’editoria italiana ha brillato per il suo disinteresse. Nelle librerie si fatica a trovare anche soltanto un titolo recente dedicato a Diderot. Non la traduzione della mirabile raccolta di saggi di Jean Starobinski, Diderot, un diable de ramage. Né la traduzione della felicissima biografia-non-biografica (per così dire) firmata da Michel Delon, Diderot cul par-dessus tête. Dove non foss’altro che i due titoli, quanto meno curiosi, avrebbero meritato di sollecitare l’attenzione degli editori, tanto la figura dì Diderot, quest’uomo nato nel 1713, interpella il nostro presente per una straordinaria molteplicità di risvolti, dalle pratiche del corpo e dell’identità sessuale alle teorie dell’arte e del linguaggio, fino ai cinguettii di Twitter… In generale, l’«année Diderot» si presenta come un’ennesima occasione perduta dalla cultura italiana per riflettere sulla contemporaneità dell’illuminismo: su quel passato dei Lumi che non è solo un antecedente, è anche un parallelo dell’oggi. Ma chi lo spiegherà, tanto per cominciare, ai ragazzi che studiano filosofia nelle nostre scuole superiori? Quale insegnante si sottrarrà al ricatto storicistico del «manuale» e al ricatto burocratico del «Programma» scegliendo –semplicemente – di far leggere Diderot? Chi mostrerà ai ragazzi quanto si impari intorno ai rapporti di genere tuffandosi, ad apertura di pagina, nelle lettere scritte dal «filosofo» alla donna della sua vita, Sophie Volland? Quanto si impari delle sensazioni, le proprie e le altrui, attraverso la Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono? E magari anche, perché no, quanto si impari sul sesso spigolando tra I gioielli indiscreti?
È tutto vero. Il disinteresse della stampa e dell’editoria italiana nei confronti di questo straordinario uomo e intellettuale è stato letteralmente sorprendente – disinteresse che in ogni caso riflette presumibilmente quello, ben più triste e preoccupante, della ricerca e dell’accademia nazionali. Cos’è che ancora ci impedisce di conoscere e amare quest’uomo libero, intelligente e acuto quant’altri mai? Questo pensatore imprevedibile, il più letterariamente elegante dei philosophes, la testa meno classificabile, il corpo e il cuore più instancabili dell’Illuminismo? Che sia proprio la sua stupefacente capacità di guardare e ripensare le cose “da zero”, senza pregiudizi o condizionamenti? Nella religione, nella morale, nell’arte, nella storia, nel costume, nel sesso. Pressoché ovunque.
Ma se è vero che il panorama editoriale italiano è desolantemente povero di buoni testi critici su questo faro dell’intelligenza umana, offre comunque alcuni dei suoi capolavori in edizioni anche ottime. Prima di tutto quello che a me sembra il testo più enigmatico, poetico e appassionante della sua intera opera, la “satira” amata e tradotta da Goethe, un libro da cui mi verrebbe da dire che non si impara niente, perché la libertà non insegna ma contagia, e cioè Il nipote di Rameau. Einaudi ne aveva in catalogo un’eccellente traduzione di Augusto Frassineti (scrittore finissimo e di grande attualità, anch’esso dimenticato), ma oggi la pubblica Quodlibet; ottima edizione, fedele e accurata, è pure quella della BUR. E sempre nella collana economica della Rizzoli si possono leggere altri testi importanti e appassionanti, da Jacques il fatalista ai Gioielli indiscreti. Ma se dovessi consigliare un amico, dopo Il nipote di Rameau – che poi è un dialogo fra un Moi e un Loi in cui viene messo in scena uno dei personaggi più divertenti e teatrali dell’intera letteratura francese – consiglierei la lettura del Paradosso sull’attore, del quale è in commercio un’ottima traduzione pubblicata da SE. Molto interessanti, anche se su un altro piano, le sue voci per l’Enciclopedie – l’opera di tutta la sua vita, la meravigliosa ossessione a cui sacrificò gran parte delle sue forze: alcune di queste voci sono comprese nel bel volume ripubblicato da Laterza nel 2003 (Enciclopedia o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri ordinato da Diderot e D’Alembert, a cura di Paolo Casini).
Certo, a chi se la sente di affrontare il francese elegante e pulito di questo prolificissimo autore, consiglierei l’acquisto del recente volume della Pléiade che comprende le opere cosiddette “letterarie” – anche se i confini fra pamphlet, satira, libello, articolo, racconto e via dicendo sono molto difficili da tracciare nell’opera di Diderot, dove tutto sembra nascere dall’impulso della vis polemica o dal gusto della più franca e divertente conversazione: Contes et romans, pubblicato nel 2004 sotto la direzione di Michel Delon. Nella stessa, splendida collana di Gallimard, si trova anche uno dei classici Album a lui dedicato e il volume di Œuvres philosophiques (2003).
Rimane senza risposta la domanda di fondo: perché si parla così poco di Diderot? Ho come la sensazione che la risposta, nel non vastissimo dizionario della cultura italiana contemporanea, sia da cercare proprio alla voce libertà. Una scellerata, spregiudicata, per noi faticosa e talvolta quasi accecante libertà.
Il ritratto in alto è quello, famosissimo, di Louis-Michel van Loo, dipinto nel 1767 e donato nel 1911 dalla famiglia Vandeul (i discendenti di Diderot) allo Stato francese; oggi è visibile al Louvre (ala Sully). A Diderot il ritratto del suo amico van Loo, esposto per la prima volta al Salon del 1767, non era piaciuto affatto, e ne aveva preso spunto per una delle sue bellissime pagine sulla pittura, forse la più famosa. Accusa il pittore di avere cercato in lui l’atteggiamento e la compostezza a detrimento del vero, del carattere. In questa pagina di wikipedia dedicata al cosiddetto “ritratto letterario” si può leggere (in francese) un riassunto della vicenda. Non gli piaceva la posizione da ministro, la boccuccia atteggiata, l’aria soddisfatta e seduttiva. Lodava invece un altro ritratto di un pittore minore oggi perduto (Jean-Baptist Garand). Avvertiva gli eredi a cui il ritratto di van Loo sarebbe arrivato: «Figli miei, vi prevengo, quello non sono io». E a quanti avessero visto il suo vero viso nel ritratto di Garand, lui immaginava che sarebbe venuto in mente il giusto commento estetico sul suo viso (e sulla sua personalità). Un commento in italiano, perché la commedia della sua vita è stata Commedia dell’Arte: «Ecco il vero Pulcinella!». Per dire il personaggio. Confrontare con gli intellettuali di oggi, se ci si vuole fare del male.
L’Avvocato e il Maestro
22 novembre 2013 § 2 commenti § permalink
Ieri ho ricevuto una lettera da un avvocato milanese. È il legale di Mauro Meli, l’ex sovrintendente del Lirico di Cagliari, poi della Scala, poi del Regio di Parma. Mi invita a rimuovere “immediatamente” un post di Fierrabras “entro e non oltre il termine di tre giorni a far data dalla presente” eccetera eccetera. Logica temporale a parte, la lettera è persino cortese, ed è intesa a difendere “la reputazione” e “l’immagine professionale” del proprio assistito. Anzi, si dilunga nello spiegarmi che l’indennità percepita a Parma dal Maestro Mauro Meli era in realtà ben diversa da quella da me indicata – peraltro tratta da informazioni di stampa ancora presenti sul sito del giornale “La Repubblica”, prive di qualsiasi rettifica – ed era stata stabilita “in forza di un inquadramento contrattuale previsto dal CCNL dei Dirigenti d’azienda industriale (lo stesso applicato anche al successore Fontana)”. Meli in persona, in una lettera alla “Gazzetta di Parma”, precisava l’importo esatto della propria indennità e dava altri particolari sul contratto con il Teatro Regio. Onestamente a me sembrano gli stessi miei numeri, che oltre tutto nel post avevo anche evidenziato in una rettifica. Ma tant’è.
Pare in ogni caso che il mio post contenesse “impietosi giudizi […] del tutto falsi e fuorvianti” e pertanto, unica concessione alla minacciosità rituale (se si eccettua la tetra formula finale “Con ogni più ampia riserva. Distinti saluti”), l’avvocato mi avverte che, “in relazione ad articoli e post di contenuto identico al Suo, lo scrivente ha già promosso molteplici azioni legali con esito positivo nei confronti dei rispettivi autori”. Sembra di capire, con qualche difficoltà, che i rispettivi autori abbiano perso cause e dovuto pagare danni.
Ora, il post in questione, intitolato “È scandaloso lo stipendio di Meli?” (col punto interrogativo), è datato 7 ottobre 2009, ha avuto migliaia di visualizzazioni ed è stato nel frattempo ripubblicato 245 volte sulle bacheche di Facebook di altrettanti lettori. In esso mi limitavo a confrontare l’indennità percepita da Mauro Meli, secondo quanto risultava da articoli di stampa, con quella del più retribuito dirigente della Regione Lombardia. Per settimane Google mi ha avvertito della lettura del post da parte di studi legali lombardi, emiliani, e di siti istituzionali: qualche reazione, allora, me la aspettavo. Invece è arrivata oggi. Da quello che si legge in queste settimane sui giornali, in seguito alle tante polemiche scatenate intorno al suo costo aziendale e alla sua retribuzione a Parma, in particolare nel periodo delle ultime elezioni amministrative (in maniera effetivamente talvolta anche strumentale), Meli ha deciso di reagire con una campagna legale e di informazione piuttosto aggressiva.
Io il Maestro Mauro Meli lo incontrai quando era sovrintendente alla Scala, nel 2004. Lavoravo a un’inchiesta su quel teatro per il “Giornale della Musica”, e andai a intervistarlo. Era un periodo di grandi polemiche e battaglie intorno al teatro milanese, e gli feci tutte le domande che mi sembrava utile fare; lui rispose con gentilezza, diplomazia e furbizia, io riportai il tutto correttamente. Quell’articolo avrebbe dovuto essere seguito da un altro di verifica e di approfondimento, che tuttavia non arrivò mai: nel corso di una riunione nella redazione del GdM fui infatti violentemente contestato da Sergio Sablich, che non si capacitava di come avessi potuto lasciar dire a Meli le cose che aveva detto senza rispondere subito in maniera più polemica. Lui poco tempo prima era stato chiamato alla Scala in qualità di Consulente alla Direzione artistica, incarico dal quale aveva dato le dimissioni dopo avere lamentato pubblicamente una sorta di sordo mobbing interno, vicenda dalla quale era rimasto profondamente indignato e offeso. Non saprò mai se fui troppo ingenuo io con Meli o se Sablich sia stato troppo severo nel giudicarmi in quell’occasione, perché pochi mesi dopo lui scomparve improvvisamente, lasciando un vuoto ancora adesso incolmabile nella cultura musicale italiana – e nell’animo di molte delle persone che l’hanno conosciuto.
Uscito dalla Scala, Meli approdò al Regio di Parma, dove rimase in qualità di sovrintendente e direttore artistico fino a poco tempo fa. Moltissimo si è parlato su tutti i mezzi di informazione della sua retribuzione e delle sue capacità: il passaggio di Mauro Meli da un teatro è sempre stato accompagnato da forti dibattiti. Una semplice ricerca su Google mostrerà la folle quantità di informazioni più o meno veritiere, sempre difficilmente verificabili, che hanno accompagnato queste polemiche, da entrambe le parti. Ma come posso rispondere io, a tanti anni di distanza, e quando ormai di tutta la faccenda e del personaggio in questione mi importa tutto sommato assai poco?
Io so di avere scritto quel post, come gli altri di questo blog, con tutta l’onestà e l’accuratezza di cui sono capace, ma non ho né il tempo né le risorse per addentrarmi nelle cavillosità che una minaccia di querela richiede di esaminare. È inoltre noto che in Italia è molto facile perdere la causa se si viene querelati per diffamazione, e che l’istituto della “lite temeraria”, cioè la possibilità di rivalerti nei confronti di chi ti querela sapendo di avere torto (e non affermo certamente che sia questo il caso), è quasi desueto. E allora? E allora rimuovo, e magari non cancello. Quando avrò il tempo, se mai ne avrò voglia (cosa che per la verità dubito assai), verificherò se ha ragione il Meli o se avevo scritto cose corrette. Anche perché, e lo dico fuori da ogni tono polemico: a prescindere da quale che sia veramente la reputazione e l’immagine professionale di Mauro Meli, mi dispiacerebbe molto avere scritto cose sbagliate, e non sono mai certo, per principio, di essere dalla parte della ragione. Sparisce dunque, per ora, un vecchio post del 2009, probabilmente oggi del tutto inutile; spero tuttavia che non ci si stanchi mai di controllare e di discutere le cose della vita culturale italiana, al di là di ogni apparenza e nonostante ogni tono minaccioso. Da parte mia, per quanto posso, mi impegno.
Voltolini l’assassino
20 dicembre 2012 § 2 commenti § permalink
Un bicchiere di vino in compagnia di Dario Voltolini. Si parla del più e del meno e a un certo punto il discorso cade, non so come, su Moravia, e Dario mi racconta una storia veramente divertente.
Dunque, è andata così. Un giorno del 1990 Dario riceve la telefonata di un certo critico teatrale e intellettuale, a cui era stato chiesto di pensare il numero zero dell’inserto culturale di Fortune, la rivista economica americana da poco uscita in versione italiana.
Questo signore ha un’idea brillante per la copertina: decide di chiedere a uno scrittore illustre di leggere l’opera prima di un esordiente, e poi di intervistarlo raccogliendo il suo autorevole parere sul giovane collega. Nel 1990 Dario Voltolini aveva appena pubblicato da Bollati Boringhieri Un’intuizione metropolitana ottenendo un fulminante successo critico. Ecco fatto: il direttore in pectore dell’inserto gli comunica che il primo esordiente a essere sottoposto all’esperimento sarà lui, e che lo scrittore illustre sarà nientemeno che il grande Alberto Moravia. Dario Voltolini e Alberto Moravia: un incontro incredibile, potenzialmente esplosivo.
Moravia accetta la sfida, si fa mandare il libro e concorda l’intervista per le 9 del mattino di un certo giorno del settembre 1990. Dario è molto contento ma anche un po’ preoccupato e il critico lo rassicura: andrà tutto bene, appena finisco l’intervista ti chiamo e ti racconto.
Finalmente giunge il giorno dell’incontro, e Dario attende un po’ emozionato. È nel suo ufficio, all’Olivetti, dove all’epoca si occupava di intelligenza artificiale. Aspetta, aspetta, aspetta. Arrivano le 10 e finalmente il telefono suona. È lui, il critico! Allora, cos’ha detto? Una pausa di silenzio. Come sarebbe che cos’ha detto! Ma allora non sai nulla? No, che cosa? Moravia! è morto stanotte.
È così che nella testa di Voltolini ha cominciato a serpeggiare il vago sospetto di avere ucciso Alberto Moravia. Lui se lo immagina a letto con il suo libro, sussurrare in un gemito “No, questo è troppo!” e poi abbandonare per sempre questa terra dell’ingratitudine.
Io Un’intuizione metropolitana me lo ricordo benissimo. In quegli anni vivevo in treno, e un giorno, leggendo un racconto su un gasometro mentre dal finestrino vedevo scorrere la grigissima periferia milanese, l’ho sentita. Ho sentito l’intuizione metropolitana del titolo. Netta, bellissima, mai provata prima e da allora rimasta lì come quelle aperture di prospettiva che solo l’arte riesce a dare, e che aggiungono per sempre qualcosa alla capacità di vedere. Non è necessariamente quello che l’autore voleva dire, ma le parole di uno scrittore vero, come quelle di un amico davvero intelligente, mettono in moto processi che si ripercuotono a catena, toccando corde anche lontane.
Ecco, io lo so bene cosa ci ho trovato, in quello splendido libretto arancione. Non saprei dire perché, ma sarei veramente curioso di sapere che cosa Moravia ci possa avere trovato. Riguardo all’omicidio, che immagino possa qualificarsi come preterintenzionale, non saprei dire se il fatto sussista o meno. Forse punterei sull’insufficienza di prove.
Il gioco di Roth
19 novembre 2012 § 1 commento § permalink
Che un grande scrittore come Philip Roth decida di andare in pensione, per così dire, e lo annunci in modo tale da fare del suo proposito il tema letterario più dibattuto del momento, è cosa che dovrebbe fare sorridere. Ma confesso che un particolare della faccenda, così come è stata riportata dalla stampa di tutto il mondo, non riesco a levarmelo dalla mente. Mi perseguita; mi sembra un’immagine troppo forte per non essere stata creata intenzionalmente, e mi domando perché.
Cosa fa al mattino l’autore del Lamento di Portnoy e di Pastorale americana, ora che ha smesso di lottare con le parole? Poteva dire tante cose, ma ne ha detta una che fa un male boia.
Al mattino si sveglia e gioca con l’iPhone.
Se l’è appena comprato, e come tutti, a quanto pare, ci gioca. Come tutto il mondo, come tutti i suoi lettori, come tutti quelli che non lo leggono e forse non lo leggeranno mai. Lui gioca con quella che gli osservatori del secolo hanno definito l’invenzione del secolo, creata dal genio del secolo. Finalmente, dice Roth. Non ne potevo più.
Non so spiegare perché, ma fra tutti gli inutili commenti questo particolare, anzi questa immagine, mi sembra umanamente insopportabile. E forse non ce n’è motivo. Ma il fatto è che la scrittura, come l’amore, mi sembra una lotta che riguarda due forze immaginarie contrapposte, inscindibili, necessarie l’una all’altra. La lotta con la parola è anche la lotta per l’ascolto, e forse ci sono momenti in cui ti accorgi che che non hai niente da dire, perché non c’è niente che possa essere ascoltato fra le cose che potresti avere da dire.
O almeno, non c’è niente che possa essere ascoltato dalle persone di cui le tue parole hanno bisogno per poter essere dette. E allora fai come loro, lasci perdere. Finito.
Ma chi è che ci perde veramente, in questo gioco?
Davvero l’uomo è ciò che mangia?
6 novembre 2012 § 0 commenti § permalink
Mi sono spesso domandato che cosa significhi questa valanga di attività economiche, di pubblicazioni, di riflessioni, questo parlottio incessante sul cibo. Mangiare. Annusare, masticare, gustare, deglutire, digerire, espellere sembrano essere diventate le attività culturalmente più pregnanti della nostra civiltà.
Qualche giorno fa, sulla Repubblica, l’insegnante e scrittore Marco Lodoli ha pubblicato un interessante articolo sulla fine della cultura umanistica nel quale si interroga, apparentemente senza amarezza – ma fra le righe c’era, eccome – sul perché agli studenti della scuola superiore in cui insegna, le parole delle materie cosiddette umanistiche – la storia, la letteratura e la filosofia prima di tutto – suonino totalmente estranee e inutili. Non sanno che farsene di una cultura fatta di morti, dice. Per affrontare la complessità del presente hanno bisogno di qualcos’ altro. Hanno bisogno di energia.
Ecco, forse la fissazione culturale col cibo dipende da questo: non siamo più in grado di portare le profonde riflessioni che la cultura umanistica ci ha consegnato a un’elaborazione tanto avanzata da permetterci di farle influire sul nostro enigmatico e complesso presente. Quella del cibo è una cultura che si assimila attraverso la mente ma soprattutto attraverso i tessuti, gli organi della digestione, i fluidi corporei, i processi chimici. È la cultura che produce energia senza chiedere gradi di elaborazione eccessivi, è una cultura apparentemente democratica (ma è un’apparenza esilissima, e richiede un particolare grado di ottundimento per non dimostrarsi tale), è una cultura energetica su cui la mente può lavorare a piacere, e che dunque permette una continuata e sontuosa occupazione intellettuale: critici culinari, sommelier, cuochi rock-star, assaggiatori crapuloni, dotti, medici e sapienti ormai spuntano come funghi.
E così che la cucina, e la sua cultura, si connettono ad altri elementi della vita associata di oggi, principalmente la palestra, la spa, una certa visione del viaggio, per fornire all’uomo gli strumenti per affrontare le complessità del presente. Il corpo dev’essere ben nutrito, abbronzato, depilato, reso scattante e compatto, la mente dev’essere rilassata dai lunghi massaggi, dalle docce emozionali, dalle acque profumate, da prolungati e frequenti soggiorni nell’immobilità totale di una spiaggia, nel nuoto ritmato sottoriva. Perché del presente non c’è niente da capire. Troppo difficile. Serve solo la forza per affrontarlo, in una direzione a cui si possono imprimere scarti e scelte, ma in qualche modo predeterminati. Posso cambiare ristorante, lavoro, compagno, amici, palestra, destinazione del viaggio, e pensare di stringere così il timone della mia vita. Ma non posso cambiare mentalità. La mia mente è diventata come il corpo: è un muscolo che posso potenziare per renderlo più veloce, più adatto alla competizione sociale, ma non fargli eseguire movimenti per cui l’uso non l’ha forgiato, o per cui ha perso la capacità evolutiva.
Con questo non voglio certo dire che la cucina non sia un’attività ad alto tasso di contenuto culturale: nelle mani di una persona sensibile e consapevole cucinare vuol dire riflettere, ricordare, sognare, ripercorrere strade lontane o sperimentarne di nuove: è una forma di comunicazione affettiva straordinaria e spesso introversa; la famiglia italiana, con i suoi pranzi festivi emozionalmente e relazionalmente impegnativi in questo senso è sempre stata una palestra esemplare. Ma se mi guardo intorno non trovo abbondanza di approcci di questo tipo. Trovo piuttosto il logorante commento, magari al ritorno da un fine settimana di vacanza, su posti in cui “si mangia bene e si spende poco”, su abbuffate, assaggi e spedizioni etiliche dall’opulenza un po’ triste.
Forse è proprio questo a produrre questa assordante, soffocante sensazione di una corsa sempre più veloce, profumata, saporita, snella, armonica, verso un unico grande traguardo. Quale sia il senso di questa corsa e il suo traguardo è molto difficile da capire. Ogni tanto si sente qualche risposta filtrare minacciosa dagli scaffali della cultura umanistica. Allora è il momento di accendere l’iPod.
Cose trovate – Io che cosa sono?
3 maggio 2012 § 0 commenti § permalink
Postulare che l’uomo (ogni uomo) abbia come vocazione essenziale la conoscenza, la conoscenza di ciò che è, la conoscenza di chi è, non significa assegnargli un ideale irraggiungibile, ignorare le condizioni materiali e affettive che possono garantirgli il benessere e talvolta la felicità: significa ricordare la parte di umanità generica di cui siamo tutti portatori, e l’esigenza etica e critica che ne consegue. Il fatto di includersi nella conoscenza di sé significa progredire, iniziare un percorso e capire che questo movimento è il mezzo e, allo stesso tempo, l’oggetto della conoscenza: io che cosa sono se non questa fragile e tenace volontà di capire? La coscienza comune di questa tensione profonda definisce il più alto grado di sociabilità, il rapporto più intenso con gli altri, l’incontro.
Marc Augé, Futuro, Bollati Boringhieri, Torino 2012, p. 125.
Gianfranco Contini e i parricidi
22 ottobre 2011 § 2 commenti § permalink
Pietro Citati qualche giorno fa ha scritto che Gianfranco Contini non capì mai né Gadda né Proust. Succede che, nella piccola repubblica delle lettere italiane, ci sia ancora chi ha voglia di prendersi queste soddisfazioni postume; e oggi finalmente si può fare, perché davvero, oggi finalmente tutto si può fare.
La cornice di questa affermazione è quella di cui qui già si scrisse, e cioè la ripubblicazione delle opere di Carlo Emilio Gadda nella Biblioteca Adelphi, dopo anni di onorato servizio da Einaudi e, soprattutto, da Garzanti. La settimana scorsa è infine uscito il primo volume, i meravigliosi Accoppiamenti giudiziosi, in un’edizione lussuosa e curata, di quelle a cui da anni ci ha abituato Adelphi. Non che all’edizione Garzanti mancasse nulla: il lusso tuttavia ha il suo fascino, e d’altro canto la vecchia edizione, spartana e fragile, costava solo due euro meno dell’attuale. Per dire invece quanto la nuova edizione del testo, curata da Paola Italia e Giorgio Pinotti, sia importante e innovativa, sarà necessario ascoltare il parere degli agguerriti filologi gaddiani.
Nel frattempo sul Corriere della Sera è uscito un articolo di Pietro Citati, il quale dopo avere scritto su Gadda «decine di saggi, saggetti, articoli, risvolti, annunci» e avere curato «sette o otto libri» (beata abbondanza che si permette l’approssimazione!), si dichiara oggi incapace di aggiungere una sola riga su uno scrittore «conosciutissimo e amatissimo». Ma non potendo, nonostante il dolorosissimo blocco, astenersi da scrivere qualcosa sul volume pubblicato da Adelphi (che in fondo è anche un suo editore), ci regala un’inedita perla di perfidia editoriale. Inedita secondo lui, almeno.
Citati racconta di quando, nel 1963, a Gianfranco Contini fu chiesto di scrivere l’introduzione all’edizione Einaudi della Cognizione del dolore, il grande capolavoro di Gadda. Contini, legato a Gadda da una profonda amicizia che risaliva agli anni Trenta, scrive un brillante e denso saggio alla sua maniera, che comincia confrontando due gesti di parricidio simbolico: quello di Mademoiselle Vinteuil nella Ricerca del tempo perduto di Proust e quello di Gonzalo Pirobutirro, il protagonista della Cognizione nel cui personaggio si riconoscono molti tratti dello stesso Gadda. In Proust la figlia del musicista Vinteuil fa l’amore con un’amica di fronte a un ritratto del padre, e lascia che l’amica ci sputi sopra; il Narratore assiste alla scena dalla finestra, e questa pagina avrà un’importanza enorme in tutto il dispiegarsi del suo grandioso romanzo, e in particolare nella scoperta dell’omosessualità. In Gadda, Gonzalo stacca dalla parete il ritratto fotografico del padre, lo sbatte per terra e lo calpesta ripetutamente e con rabbia. Contini parte da questa analogia per illuminare la complessa trama psicologica della Cognizione, e nel farlo commette, da filologo, l’imperdonabile errore (almeno agli occhi di uno scrittore) di portare alla luce alcune chiavi nascoste del romanzo.
Gadda se ne dispera, e comincia una lunga trattativa condotta anche attraverso la mediazione di un altro critico e filologo, Gian Carlo Roscioni, curatore dell’edizione Einaudi del romanzo. Alla fine Contini accetta di mescolare un po’ le carte e oscurare i riferimenti; anzi, per dirla con le sue parole e nel suo inimitabile stile (il ‘continese’, come una volta lo definivano): «Deferii ai paranoici desiderî, ricorsi a perifrasi non meno grame, placai quella terebrante angoscia, cosa che sola importava. Gadda me ne ringraziò lungamente (9 aprile 1963, ore 14), tornando a parlare di “ragioni familiari” e di “prudenza municipale”».
Citati racconta questa storia da par suo, credendola conosciuta solo «dal mio amico Giancarlo Roscioni, e da pochissimi altri». Riferisce quindi in questo modo l’incidente: «Quando lesse le pagine di Contini, Gadda diventò furibondo di dolore, disperazione, vergogna, angoscia. In realtà, Contini non aveva compreso né La cognizione del dolore né la Recherche: il gesto di Gonzalo non aveva nessuna componente erotica o lesbica o profanatoria; e non racchiudeva nemmeno il segno del peccato originale e la colpa dello sguardo. Gadda protestò violentemente con l’ editore e con Contini, il quale ridusse il suo paragone a un accenno quasi incomprensibile, o comprensibile a venti conoscitori di Proust. Ma la ferita, in lui, rimase immedicabile. Immaginava che, dopo le pagine di Contini, tutti, persino i fattorini del tram e le portiere, vedessero in lui un mostro: un lesbico, che aveva sputato sul ritratto del padre e ucciso la madre, come appunto racconta la Cognizione».
In realtà l’episodio è noto a qualcuno in più dei pochissimi che crede Citati, perché lo stesso Gianfranco Contini ne scrisse, e proprio sul «Corriere della Sera», il 3 gennaio 1988, e lo face ben più diffusamente di Citati, riportando frammenti della corrispondenza con Gadda e concludendo il suo resoconto con un lapidario e significativo: «Tale il pedaggio pagato da uno scrittore attanagliato dalla doppia branca della sincerità e della paura». L’articolo è stato poi incluso, insieme all’Introduzione alla Cognizione del dolore e ad altri saggi gaddiani, nel volume significativamente intitolato Quarant’anni di amicizia. Scritti su Carlo Emilio Gadda (1934−1988), pubblicato nella PBE di Einaudi nel 1989. Dunque non si tratta di vicende mantenute in quel ‘pettegolo riserbo’ di cui Citati sembra volerle ammantare. D’altronde lo stesso Citati aveva già raccontato l’episodio (con le stesse parole: un caso di copia-incolla!) nel 2010 in una sua recensione, questa volta sulla «Repubblica», dell’edizione Garzanti dell’epistolario Gadda-Contini. Già, perché forse è bene ricordarlo, Gadda e Contini furono grandissimi amici, e non smisero mai di esserlo, fino alla morte di Gadda nel 1973.
Certo, dall’articolo di Citati si potrebbe essere portati a pensare il contrario, come si potrebbe essere portati a pensare che Citati non apprezzi Contini. La realtà è per fortuna ben diversa: come lo stesso Citati racconterà in un’intervista televisiva, Gianfranco Contini fu infatti il maestro più amato in gioventù, incontrato in Svizzera dopo averlo a lungo ‘immaginato’ negli anni torinesi e alla Normale di Pisa. Nell’articolo dell’anno scorso su Repubblica, Citati dice cose interessanti, perfide e talvolta vistosamente inique sullo stile e sulla vita di Contini, come sempre per metà travestendole da opinioni altrui (in questo caso di Gadda).
Forse, allora, tutto tornerebbe più chiaro se ai due parricidi simbolici dell’incriminata prefazione, con tutto quello che comportano in termini di conflittualità e pulsioni represse, se ne aggiungesse un terzo: quello del filologo e critico Pietro Citati nei confronti del filologo e critico Gianfranco Contini.
Quando lo sponsor ti danneggia, ovvero Riccardo Muti senatore a vita
7 agosto 2011 § 0 commenti § permalink
Dopo il pasticciaccio brutto della cittadinanza onoraria capitolina, offerta dalla giunta di Alemanno a Riccardo Muti e poi sfumata nel vociare di beghe borgatare, ecco che la mejo destra tenta di riparare alzando la posta, e chiede la nomina del Maestro a senatore a vita. Ora si espone anche Carlo Rossella, il nostro Tom Wolfe formato Olgettina, con un raffinato pezzo di critica musicale nella sua rubrichina “Alta società” (sul Foglio), ormai da anni uno dei più efficaci spazi di approfondimento dell’imbecillità umana:
Straordinario Macbeth di Muti al Festival di Salisburgo. Il maestro sorride quando si parla della sua eventuale nomina a senatore a vita. Ma l’Italia glielo deve, nessuno al mondo dirige Verdi come lui.
L’idea non è né nuova né di per sé sbagliata. Il problema è un altro, e ancora una volta ricorda la palude italiana: con uno sponsor così, chi ha il coraggio di tirarsi indietro? Napolitano sarà sicuramente felice del consiglio.
La splendida foto di Muti nella “foresta di Birnamo” è di Kerstin Joensson (AP Photo/dapd)
Barbanera e la domenica italiana, ovvero: “è giusto suonare Mozart al fortepiano?”
20 luglio 2011 § 2 commenti § permalink
Da alcune settimane, l’esclusivo parterre dei critici musicali italiani si è arricchito di un nuovo arrivo. Lo spazio è quello della pagina dedicata alla musica dall’inserto domenicale del “Sole 24ore”, che già ospita gli storici articoli di un colto e monumentale reazionario come Quirino Principe e le dotte lezioni-recensioni di Carla Moreni (sulle quali Fierrabras aveva già espresso qualche riserva alcuni anni fa). La firma fa pensare alle scorrerie dei pirati o, in alternativa, ai calendari da cucina e agli oroscopi: Barbanera, niente di meno.
Questa firma che si suppone corsara è comparsa la prima volta il 3 luglio scorso sotto una piuttosto sgangherata stroncatura di un doppio cd contenente gli Studi brillanti op. 740 di Czerny e gli Studi trascendentali di Liszt eseguiti da Fred Oldenburg: il commento era da antologia della “non critica” italiana: “Il confronto con Liszt è perdente in partenza sotto tutti i punti di vista e poi nessun allievo potrebbe aspirare di arrivare [sic!] a un livello esecutivo simile (per gli studi di Czerny). Come dare un automobile a pedali a un pilota di formula uno”. Come se si trattasse di una gara fra Czerny e Liszt; non una parola su chi suona e come lo fa.
La domenica successiva però Barbanera torna all’arrembaggio, e anche questa volta lo fa scegliendo un tema non esattamente di ‘avanguardia’. L’articolo è un pavido rimbrotto al fantasma di Herbert von Karajan, in occasione del riversamento in cd dei Concerti Brandeburghesi da lui incisi con i Berliner 47 anni fa (!); se il soggetto è già quasi archeologia, l’argomentazione dell’articolo non potrebbe essere più muffosa, e raggiunge il suo apice di apnea intellettuale quando, in riferimento alla grande corrente di riscoperta della ‘musica antica’, scrive: “Doveroso precisare che, a nostro parere, dopo anni di ricerca e affinamento, si è arrivati a un ottimo compromesso che consente di apprezzare della musica piacevole e ben scritta, come in fondo è la musica barocca.” Musica piacevole e ben scritta: ma dove, mi chiedo, nell’intero mondo della stampa quotidiana, si potrebbero leggere parole come queste, se non in un giornale locale della provincia più profonda, che magari affida una rubrica di musica al parroco che un po’ di musica l’ha masticata in seminario, o al professore di pianoforte del locale conservatorio?
Terza puntata, il 17 luglio, e terzo brivido: una specie di stroncatura di un’incisione di tre concerti per pianoforte di Mozart eseguiti al fortepiano da Ronald Brautigam, con la Kölner Akademie. Qui le argomentazioni non sono più solo muffose, sono decrepite e squinternate. » Read the rest of this entry «
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