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Timestamp: 2019-03-25 15:38:56+00:00

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La responsabilità 231 "di gruppo" nella giurisprudenza della Cassazione - Ius in itinere
La responsabilità 231 “di gruppo” nella giurisprudenza della Cassazione
di Andrea Amiranda · 4 Marzo 2019
La Corte di Cassazione è recentemente tornata sullo scivoloso terreno della responsabilità ex crimine dell’ente, affrontando la questione relativa alla operatività o meno della clausola di salvaguardia di cui all’art. 5, comma 2, D.lgs. n. 231 del 2001, nel caso in cui il ‘vantaggio’ sia stato conseguito dalla società controllante o dalla capogruppo o, comunque, dalla medesima compagine dei soci.
La sentenza n. 28725 del 21.06.2018 della Terza Sezione della Cassazione Penale rappresenta un unicum nel panorama giurisprudenziale di legittimità in tema di responsabilità 231. E infatti, se oggi appaiono del tutto superate le discussioni relative alla natura – penale, amministrativa ovvero mista – della responsabilità degli enti, è invece questione molto dibattuta la configurabilità di questo tipo di responsabilità per gli enti di un gruppo di società con riferimento ai reati commessi nell’ambito di una delle società del gruppo[1].
In buona sostanza, il nucleo della questione è costituito dall’interpretazione da assegnare ai concetti di “interesse o vantaggio” dell’ente e di “interesse proprio o di terzi” quando gli enti del gruppo sono riconducibili alla medesima compagine sociale, ai fini dell’operatività della clausola di cui all’art. 5, comma 2, D.lgs. n. 231/2001.
La questione posta all’esame della S.C. riguardava una società che, dopo aver preso in carico sul proprio terreno una certa quantità di autoveicoli per demolirli, aveva trasformato l’area di deposito in discarica abusiva integrando, in questo modo, la fattispecie contravvenzionale prevista dall’art. 256, comma 3, D.lgs. n. 152/2006, secondo il quale chi realizza o gestisce una discarica non autorizzata è punito con la pena dell’arresto da sei mesi a due anni e con l’ammenda da 2.600 euro a 26.000 euro.
Al termine di una serie di controlli, tuttavia, è venuto fuori che la proprietà di tale terreno non era riconducibile alla società in parola, bensì ad un’altra società che, tuttavia, faceva parte del medesimo gruppo di imprese e presentava un assetto proprietario ricollegabile ai componenti dello stesso gruppo familiare.
Alla luce di tale assetto societario, i giudici di merito avevano condannato, per lo stesso reato, anche l’amministratore unico della società proprietaria del terreno nonché l’ente proprietario, in quanto portatore di un interesse volto ad agevolare l’attività imprenditoriale della società demolitrice ad essa collegata.
Contro questa decisione, la società proprietaria aveva proposto ricorso in Cassazione per affermare l’insostenibilità di un interesse o di un vantaggio alla trasformazione in discarica del sito di cui era titolare. Tuttavia, la S.C., confermando le condanne pronunciate nei gradi precedenti, ha ritenuto sussistente, anche in capo all’ente proprietario, un vantaggio legato al risparmio dei costi necessari ad adeguare il sito alle normative in tema di rifiuti[2] ed ha qualificato come “non del tutto estranei” e “non terzi”, rispetto a quelli della società proprietaria, i vantaggi conseguiti dalla società demolitrice.
3. Diritto
Non essendoci nel D.lgs. n. 231/2001 riferimenti ai gruppi di imprese, alcuni autori hanno paventato il rischio che il contesto di gruppo si prestasse alla creazione di enti strumentali alla commissione di reati, sottraendo la controllante alle conseguenti sanzioni 231 o rendendo, comunque, difficoltosa l’attribuzione della responsabilità[3]. Ai fini dell’attribuzione del reato all’ente potenzialmente responsabile bisognerà, allora, concentrare l’analisi su diversi aspetti.
Innanzitutto, requisito indefettibile nell’accertamento della responsabilità è l’esistenza di un legame funzionale tra la persona fisica autrice del reato-presupposto e l’ente. E infatti, la giurisprudenza di merito ha segnalato come la capogruppo possa rispondere dei reati commessi nella controllata “non in modo indiscriminato o irragionevole, ma solo quando sussista […] l’appartenenza qualificata all’ente della persona fisica che ha commesso il reato, ciò che garantisce dal rischio di arbitraria e ingiustificata estensione della responsabilità[4]”.
Per quanto riguarda, invece, le problematiche relative al concetto di “interesse dell’ente” (considerata la partecipazione di quest’ultimo al gruppo) e alla estensione del concetto di “interesse esclusivo di terzi”, espresso all’art. 5, comma 2, nella prospettiva delle singole società partecipanti al gruppo di imprese, si osserva che il D.lgs. n. 231/2001 stabilisce che il reato debba essere commesso “nell’interesse o a vantaggio dell’ente”. Ciò posto, gli interessi o vantaggi di gruppo possano assumere rilievo anche nel meccanismo di imputazione obiettiva del reato all’ente? La risposta al quesito è tutt’altro che semplice.
Innanzitutto, la responsabilità 231 presuppone, per espressa previsione di legge, un interesse ‘proprio’ dell’ente (alcune pronunce che hanno optato per una interpretazione analogica[5] sono rimaste isolate).
In secondo luogo, la finalizzazione del reato all’interesse del gruppo di società potrebbe avere una qualche rilevanza solo se – e nella misura in cui – ciò assuma un significato anche nella prospettiva della singola società cui l’autore del reato è funzionalmente legato, poiché, da un lato, la sussistenza di un interesse non direttamente riferibile all’ente non basta a fondare il collegamento obiettivo fra reato ed ente[6] e, dall’altro, l’inserimento della società in un gruppo di imprese non può automaticamente implicare che essa persegua, in caso di commissione di un reato, l’interesse dell’intero gruppo di imprese[7].
Infine, va analizzato il profilo della funzione ascrittiva del criterio del vantaggio dell’ente e dei riflessi economici positivi che derivano da reati commessi in altre società del gruppo. Sul punto si osserva che il D.lgs. n. 231/2001 non delinea alcuna fattispecie che consenta di saggiare l’effettiva autonomia decisionale dell’ente potenzialmente responsabile e di trarne la conseguenza di disconoscere la sua distinta soggettività, Pertanto, autorizzare tale scelta ricostruttiva significa lasciare alla sola discrezionalità dell’interprete l’individuazione dei casi in cui imputare i vantaggi dell’ente ad una differente società del gruppo, in evidente contrasto con il principio di legalità.
3. La sentenza
Per ciò che riguarda i profili di “interesse o vantaggio dell’ente” e della clausola di salvaguardia di cui all’art. 5, comma 2, la S.C. afferma, in primo luogo, che sono da considerarsi terzi soltanto i soggetti del tutto estranei alla compagine dei soci e, in secondo luogo, che il vantaggio conseguito da soggetti “non del tutto terzi” comporta l’inoperatività della clausola di cui sopra.
Il fatto che i vantaggi derivanti dal reato sono “non del tutto terzi” rispetto all’ente sub iudice non dovrebbe bastare ad escludere l’applicazione dell’art. 5, comma 2, se è vero che tale disposizione prevede testualmente un accertamento sulla terzietà degli interessi e non dei vantaggi, e se si intende riconoscere un’effettiva autonomia ai due criteri imputativi in parola. L’unica prospettiva in cui il ragionamento della Cassazione potrebbe, invece, risultare coerente con il dato legislativo è quella di assegnare al vantaggio un valore soltanto sintomatico dell’interesse dell’ente, rischiando tuttavia di indebolire la capacità selettiva dei criteri di imputazione obiettiva.
La verifica della terzietà dell’interesse si indirizza sui soggetti che fanno parte della compagine sociale, comportando, di fatto, un’indagine sull’interesse degli assetti proprietari. Se si vuole identificare una definizione di interesse dell’ente in via astratta, essa non potrà che basarsi su di un’indagine limitata agli scopi perseguiti da singoli “referenti soggettivi”, e ciò perché mancherebbe di coerenza logica un paradigma ascrittivo fondato sulla colpa di organizzazione che richieda, in prima battuta, una comparazione fra le intenzioni soggettivamente riferibili a specifici individui. Se poi, in concreto, si volesse individuare una cerchia di soggetti espressivi dell’interesse dell’ente, essa potrebbe rinvenirsi, al più, fra coloro che esprimono un ruolo diretto nella gestione o nella direzione della società (gli apicali); non, invece, fra coloro che non possono direttamente determinare la politica d’impresa o l’adozione di decisioni volte a prevenire (o a tollerare) gli illeciti. Nella 231 la posizione dei soci non è presa in considerazione ad alcun titolo: anzi, disposizioni come quelle degli artt. 29 e 30 che preservano la sanzionabilità dell’ente che ha subito un processo di fusione o scissione societaria post factum confermano che l’imputazione obiettiva dell’ente sopravvive all’eventuale subentro di una compagine sociale del tutto nuova e disinteressata alla commissione del reato, che era dunque“del tutto terza” perché non partecipava al capitale quando il fatto si è verificato.
Le motivazioni della Corte di Cassazione rendono difficile l’individuazione dei confini applicativi dell’art. 5, comma 2, dal momento che per terzi – si legge – debbano intendersi “i soli soggetti del tutto estranei alla compagine sociale”, con ciò conferendo valore non solo agli interessi della compagine dei soci ma anche a quelli di coloro che sono ad essa estranei, ma non del tutto. L’insolita scelta lessicale non è causale: si legge, nel “fatto”, che le società del gruppo “facevano capo allo stesso nucleo familiare”, perciò il criterio adottato dalla Cassazione ha consentito di escludere la terzietà delle compagini che erano, tra loro, connesse da un “legame familiare”.
La sentenza, dunque, afferma che la riconduzione delle diverse compagini sociali al medesimo nucleo familiare costituisce indice sintomatico della comunanza di interessi fra gli enti coinvolti nella vicenda, reinterpretando in termini assolutamente generici i criteri obiettivi di imputazione ed evitando, in questo modo, l’approfondimento delle seguenti questioni:
se rapporti di natura economica – anziché familiare – sussistevano fra le imprese in questione;
se a tali legami corrispondeva, in concreto, un’effettiva condivisione di interessi o di vantaggi, individualmente apprezzabili nella prospettiva dei singoli enti.
Le affermazioni della sentenza in commento rischiano, pertanto, di vanificare i passati e apprezzabili tentativi della Corte di Cassazione di negare l’impiego di meccanismi presuntivi nella ricostruzioni della responsabilità da reato nei contesti di gruppo e asegnando all’art. 5 un’interpretazione che potrebbe sempre a autorizzare ad infrangere il dato formale costituito dallo “schermo societario” e a riferire l’interesse o vantaggio dell’ente direttamente alla compagine sociale, giustificando, fra l’altro, questa ennesima “scorciatoia imputativa” sulla base della genericità del testo legislativo.
[1] Cfr. A. Alessandri, Diritto penale ed attività economiche, Bologna, 2010, 233 ss.; G. De Vero, La responsabilità penale delle persone giuridiche, Milano, 2008, 177 ss.; C. Benussi, La responsabilità degli enti per “reati”commessi nell’ambito di un gruppo societario, in G. Bellantoni –D. Vigoni (a cura di), Studi in onore di Mario Pisani, III, Piacenza, 2010, 262 ss.
[2] Cfr Cass. Pen., SS.UU., 18 settembre 2014, n. 38343, Espenhahn in Cass. pen., 2014, 426; Cass. Pen. 20 luglio 2016, n. 31210
[3] P. Bastia, Implicazioni organizzative e gestionali della responsabilità amministrativa delle aziende, in F. Palazzo (a cura di), Societas delinquere potest, Padova, 2003, 63 ss.
[4] Trib. Milano 20 dicembre 2004, in Il merito, 2005, 2, 62.
[5] G.I.P. Trib. Milano 26 febbraio 2007, in Corr. Mer. 2007, 912.
[6] E. Scaroina, Societas delinquere potest, cit., 227.
[7] L. Pistorelli, Brevi osservazioni sull’interesse di gruppo quale criterio oggettivo di imputazione della responsabilità da reato, cit., 15
Andrea si laurea nel 2017 in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, con una tesi in Diritto amministrativo dal titolo “La Fusione dei Comuni”.
Successivamente entra a far parte del Coordinamento Nazionale delle Fusioni dei Comuni “FCCN” e, in qualità di Responsabile tecnico per la Campania, partecipa come relatore a diversi convegni sul tema.
Dal 2017 collabora con lo Studio Legale Bocchini, dove ha maturato esperienza nell’ambito del Diritto societario, amministrativo, tributario ed assicurativo.
Nel tempo libero coltiva la sua passione per il giornalismo, scrivendo per l’area di Diritto amministrativo di Ius in Itinere e per il settimanale QdN – Qualcosa di Napoli.
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