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Timestamp: 2018-04-25 06:48:40+00:00

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Mercoledì, 28 Marzo 2018 11:06
« ..conscientia errat nisi per Spiritum Sanctum rectificetur … » . La «coscienza morale soprannaturale» nella dottrina di s. Tommaso d’Aquino.
Chiediamo luce e sapienza al Signore.
Preghiera per ottenere la sapienza divina (Sap 9, 1–6. 9–11)
Dio dei padri e Signore di misericordia, * che tutto hai creato con la tua parola, che con la tua sapienza hai formato l’uomo, * perché domini sulle creature che tu hai fatto, e governi il mondo con santità e giustizia * e pronunzi giudizi con animo retto, dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono * e non mi escludere dal numero dei tuoi figli, perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella, uomo debole e di vita breve, * incapace di comprendere la giustizia e le leggi. Anche il più perfetto tra gli uomini, privo della tua sapienza, sarebbe stimato un nulla. Con te è la sapienza che conosce le tue opere, * che era presente quando creavi il mondo; essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi * e ciò che è conforme ai tuoi decreti. Mandala dai cieli santi, * dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica * e io sappia che cosa ti è gradito. Essa tutto conosce e tutto comprende: mi guiderà con prudenza nelle mie azioni * e mi proteggerà con la sua gloria.
La coscienza morale e la coscienza morale soprannaturale nella dottrina di s. Tommaso.
a) Nozioni più generali sulla coscienza morale nella dottrina tomista1.
S. Tommaso parla in vari testi della coscienza morale donandoci una dottrina abbastanza ricca sul tema2. Il termine coscienza per s. Tommaso ha vari significati, a volte può significare la stessa cosa insieme conosciuta, altre volte un abito per cui ci si dispone a conoscere insieme; più precisamente la coscienza secondo s. Tommaso è un atto3 per il quale si applica la scienza ad un certo atto4 particolare :» … conscientia … nominat ipsum actum, qui est applicatio cuiuscumque habitus vel cuiuscumque notitiae ad aliquem actum particularem.«5 … tale applicazione può avvenire in due modi: 1) secondo che si consideri se l’atto fu compiuto 2) secondo che si consideri se l’atto sia retto o meno, s. Tommaso infatti dice :«Applicatur autem aliqua notitia ad aliquem actum dupliciter: uno modo secundum quod consideratur an actus sit vel fuerit: alio modo secundum quod consideratur an actus sit rectus vel non rectus.«6 Il secondo modo di applicazione appena indicato, quello per cui si considera se l’atto sia retto o meno, si può relizzare a sua volta secondo due vie: 1) una per cui, attraverso l’abito della scienza, ci indirizziamo a fare o non fare qualcosa, ed è come la via dell’invenzione, 2) e un» altra per cui, attraverso l’abito della scienza, giudichiamo se sia retto o meno quanto abbiamo già fatto, ed è come la via del giudizio7. In senso più strettamente inerente alla morale la coscienza è, quindi, un atto di giudizio o di invenzione della ragione pratica per il quale si applica la scienza dell’uomo ad un atto concreto «conscientia nihil aliud est quam applicatio scientiae ad aliquem specialem actum «8 per vedere se sia retto o meno9 ; l’atto al quale viene applicata tale scienza può essere, come è evidente da quanto detto, passato o presente o futuro. La coscienza è come dire “scienza con un altro” perché applica la scienza universale ad un atto particolare e anche perché per essa la persona è conscia (appunto “sa con”) di ciò che ha fatto o che intende fare; la coscienza è detta anche sentenza o dettame della ragione10 . La coscienza è una considerazione della ragione per cui l’uomo stabilisce quello che deve fare e quello che deve fuggire11 ma il giudizio di coscienza morale si distingue dal giudizio del libero arbitrio perche“ il giudizio di coscienza consiste nella sola conoscenza mentre il giudizio del libero arbitrio consiste nell’applicazione della conoscenza all’affetto ed è un giudizio di elezione, ossia di scelta12. Precisiamo che riguardo alle cose da scegliere o da fuggire la ragione usa dei sillogismi; nel sillogismo vi è una triplice considerazione secondo tre proposizioni: dalle prime due proposizioni si conclude con la terza; nei sillogismi circa le cose da scegliere o fuggire la maggiore di queste tre proposizioni è offerta dalla sinderesi, la minore è offerta dalla ragione superiore o dalla ragione inferiore, la considerazione della conclusione scelta è l’atto della ragione pratica che è detto coscienza13. L’esempio che s. Tommaso riporta è il seguente: la sinderesi propone questo principio: non si deve fare ciò che è proibito dalla legge di Dio; la ragione superiore porta questo principio: l’unione carnale con questa donna è contro la legge di Dio; la conclusione che è propria della coscienza è la seguente: questa unione carnale va evitata14. La coscienza non è infallibile, essa può sbagliare; un tale errore non è dovuto alla sinderesi ma alla ragione; la ragione superiore perversa dell’eretico, per es., lo porta a credere che mai egli possa giurare e perciò egli stabilisce in coscienza che egli mai faccia giuramento anche a costo di morire (notiamo che per la dottrina cattolica in alcuni casi è possibile giurare, mentre per gli eretici di cui parla s. Tommaso mai è possibile realizzare lecitamente un giuramento); in questa linea il Dottore Angelico distingue la legge naturale che è l’insieme dei principi di diritto, la sinderesi che è l’abito, o la potenza con abito, di tali principi, e la coscienza che, invece, è l’applicazione della legge naturale, per modo di conclusione, ad un qualcosa che deve essere fatto15 o che già è stato fatto. La «sentenza» della coscienza, continua s. Tommaso è applicazione degli abiti operativi della ragione che sono la synderesi, la scienza e la sapienza16; la synderesi perfeziona l’ intelletto pratico, è, infatti, l’abito dei primi principi della ragione pratica17; la sapienza è l’abito che considera le cause altissime e giudica di tutto, essa perfeziona la ragione superiore; la scienza è abito che considera ciò che è ultimo in questo o quel genere di cose, cioè le conclusioni dell’attività di ricerca dell’uomo, più precisamente essa considera i principi speculativi unitamente alle conclusioni cui conducono, essa perfeziona la ragione inferiore; questi tre abiti si applicano alla coscienza morale in modo vario, puo“ difatti agire uno solo di essi o possono agire tutti e tre; comunque, alla luce di essi noi uomini esaminiamo quanto fatto in passato e ci consigliamo sul da farsi in futuro18. Gli abiti che informano la coscienza morale sebbene siano molti hanno tutti efficacia da un solo abito che e“ la sinderesi e siccome l’abito e“ principio dell’atto, a volte il nome di coscienza e“ attribuito alla synderesi; infatti s. Tommaso dice :
“Consuetum est enim quod causae et effectus per invicem nominentur”19.
Vale a dire: si è soliti chiamare con lo stesso nome le cause e gli effetti, cioè la sinderesi e la coscienza; il termine di “naturale iudicatorium” con cui viene indicata talvolta la coscienza morale, si riferisce pertanto non precisamente alla coscienza ma all’abito morale fondamentale che e“ la sua causa, cioe“ si riferisce alla synderesi . La synderesi è infallibile:
“[…] in anima est aliquid quod est perpetuae rectitudinis, scilicet synderesis: quae quidem non est ratio superior, sed se habet ad rationem superiorem sicut intellectus principiorum ad ratiocinationem de conclusionibus” 20 .
La sinderesi è abito innato nelle nostre menti e scaturente dal lume dell’intelletto agente, è abito dei principi per sé noti come: non si deve fare il male, si deve obbedire ai comandi di Dio etc.; per tali principi, attraverso la synderesi, la ragione pratica è guidata nella sua azione; la ragione pratica, si distingue quindi dalla synderesi in quanto quest’ultima è un’abito mentre la ragione pratica è una potenza; la synderesi è appunto abito della ragion pratica 21.
La sentenza della ragione pratica, cioè la sentenza della coscienza morale, lega chi lo emette: questo, si noti bene, significa che pecca chi non si conforma a sentenza da lui stesso emesso, ma non significa che chi segue tale sentenza non pecca22; la sentenza di coscienza, secondo s.Tommaso, lega anche se il precetto del prelato sia contrario ad essa23, lega puramente e semplicemente se la coscienza e“ retta, lega “secundum quid” se la coscienza e“ erronea24 e lega anche riguardo a materia per se“indifferente25.
Se a qualcuno la coscienza comanda di fare ciò che è contro la Legge di Dio ed egli non agisce secondo tale coscienza, pecca, ma pecca anche se agisce secondo tale coscienza, perché l’ignoranza del diritto non scusa dal peccato a meno che sia invincibile come nel caso di persone malate di certe patologie psichiche, può comunque deporre la sua coscienza e agire secondo la Legge di Dio e così facendo non pecca. 26
Praticamente lo stesso dice s. Tommaso quando parla del caso in cui la coscienza erronea comandi di non fare ciò che comanda il prelato, infatti spiega il s. Dottore che la coscienza non lega se non in forza del precetto divino e quindi comparare il legame della coscienza al legame che è il precetto del prelato non è altro che comparare il legame del precetto divino al legame del precetto del prelato e poiché il precetto divino obbliga contro il precetto del prelato e obbliga più del precetto del prelato anche il legame della coscienza è maggiore del legame del legame del precetto del prelato e la coscienza obbliga anche dinanzi al precetto contrario del prelato; nel caso di coscienza retta, però, che si oppone al precetto del prelato occorre dire che tale coscienza obbliga perfettamente e semplicemente, semplicemente perché essa non può essere deposta senza peccato e perfettamente perché la coscienza retta non solo lega nel senso che chi non la segue pecca ma anche nel senso che chi la segue è immune da peccato quantunque vi sia il precetto del prelato in contrario, invece la coscienza erronea lega contro il precetto del prelato anche nelle cose indifferenti ma lega secondo qualcosa e imperfettamente, lega infatti secondo qualcosa perché non obbliga in ogni caso ma solo sotto condizione della sua durata, e si può e si deve deporre tale coscienza, imperfettamente perché chi non la segue pecca ma pecca anche chi la segue perché è disubbidiente al prelato e tuttavia pecca di più se non fa, stante tale coscienza, ciò che essa comanda, perché la coscienza lega più del precetto del prelato27
Anche in questo caso appena visto, dunque, come in quello che vedemmo più sopra, la persona può e deve deporre la coscienza erronea e ascoltare il comando del prelato, se vuole evitare di peccare.
In un altro testo s. Tommaso precisa che chi agisce secondo coscienza erronea a volte è scusato da peccato grave se tale errore procede da ignoranza di ciò che non può sapere e non è tenuto a sapere; se invece tale errore è esso stesso peccato perché procede dall’ignoranza di ciò che la persona può ed è tenuta a sapere, in questo caso l’errore di coscienza non ha forza di assolvere o scusare e se l’atto che si compie è grave , chi lo compie realizza un peccato grave, come è il caso di colui che ritenesse che la fornicazione è peccato veniale e con tale coscienza fornicasse: il suo peccato sarebbe mortale e non veniale28.
S. Tommaso spiega più generalmente che:
«Ad tertium dicendum, quod corrupta ratio non est ratio, sicut falsus syllogismus proprie non est syllogismus; et ideo regula humanorum actuum non est ratio quaelibet, sed ratio recta: et ideo philosophus dicit quod homo virtuosus est mensura aliorum. Unde ex hoc non sequitur quod in ratione non sit peccatum, sed quod non sit in ratione recta.«29
La regola corrotta non è regola, la ragione falsa non è ragione (ragione, dal latino ratio, significa proprio regola), perciò la regola delle azioni umane, perché esse siano giuste, non è semplicemente la ragione ma la ragione retta. Il peccato non è nella ragione retta. La coscienza morale per essere retta, deve essere guidata a regolata da Dio: Prima Regola, Legge eterna 30. Ma noi, a causa del peccato originale, ci troviamo ad avere a livello naturale una regola in certo modo corrotta, che è precisamente la ragione. La coscienza morale in quanto atto della ragione (pratica) porta in se“ evidentemente le conseguenze della ferita arrecata alla nostra ragione dal peccato (originale e attuale), ferita che e“ l’ignoranza per la quale la ragione è destituita dal suo ordine verso la verità (“ratio destituitur suo ordine ad verum”31). Attraverso la sua Incarnazione per la nostra salvezza, il Signore ha purificato la nostra coscienza con il suo Sangue 32 Accogliendo il dono di Dio in Cristo la nostra coscienza è purificata dalla grazia e dalla fede, è una coscienza illuminata dalla salvezza portata da Cristo, è una coscienza morale soprannaturale, cioè una coscienza rettificata sotto la guida dello Spirito Santo, della grazia, e della fede; s. Tommaso dice a riguardo :«Testis infallibilis sanctorum est eorum conscientia, unde (Apostolus n.d. r.) subdit “testimonium mihi perhibente conscientia mea”II Cor.1,12 “Gloria nostra haec est, testimonium conscientiae nostrae”. Et quia interdum conscientia errat nisi per Spiritum Sanctum rectificetur, subdit “in Spiritu Sancto”. Supra 8,16 “Ipse Spiritus testimonium reddit spiritui nostro.» 33 Come dice s. Tommaso, la coscienza dei santi è un teste infallibile.; perché purificata e rettificata da Cristo e quindi è guidata e regolata da Dio: Prima Regola, Legge eterna 34; tale coscienza è appunto la coscienza morale soprannaturale. Della coscienza morale soprannaturale parleremo qui di seguito; si tratta un tema di cui francamente ci pare che se ne parli poco ma è un tema importante per intendere a fondo la dottrina tomista sulla coscienza morale perciò vi chiediamo una particolare attenzione nell’esaminare quanto diremo.
b) Precisazioni relative alla coscienza morale soprannaturale nella dottrina tomista.
Precisiamo che s. Tommaso non usa mai il termine: coscienza morale soprannaturale; egli parla semplicemente di coscienza; alcuni tomisti, tra cui Noble35, usano quel termine e ben a ragione; vi sono testi, difatti, che appaiono chiaramente giustificare questo termine indicando una elevazione della sentenza di coscienza all’ordine soprannaturale attraverso la grazia e le virtù infuse.
Riguardo a questo argomento mi pare fondamentale leggere il commento di s. Tommaso a ciò che afferma s. Paolo in Ebrei 9,14 » … quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?
Il Sangue di Cristo purifica interiormente la coscienza per la fede :«Sciendum tamen quod sanguis illorum animalium mundabat tantum ab exteriori macula, scilicet a contactu mortui; sed sanguis Christi mundat interius conscientiam, quod fit per fidem Act. XV, 9: fide purificans corda eorum inquantum scilicet facit credere quod omnes qui Christo adhaerent, per sanguinem eius mundantur. Ergo iste emundat conscientiam. Item ille emundabat a tactu mortui, sed iste ab operibus mortuis, scilicet peccatis, quae tollunt Deum ab anima, cuius vita est per unionem charitatis.«36 La coscienza soprannaturale è quindi una coscienza purificata dalla grazia e dalla fede, è una coscienza illuminata dalla salvezza portata da Cristo.
S. Tommaso spiega ancora, sempre commentando il passo di Eb. 9,14: «Ad tertium dicendum, quod secundum hoc conscientia inquinata emundari dicitur, secundum quod aliquis qui prius fuit sibi peccati conscius, postmodum scit se esse a peccato mundatum; et ita dicitur habere conscientiam puram. Est igitur eadem conscientia quae prius erat immunda, et postmodum munda; non quidem ita quod conscientia sit subiectum munditiae et immunditiae, sed quia per conscientiam examinantem utrumque cognoscitur; non quod sit idem actus numero quo prius sciebat aliquis se esse immundum, et post scit se esse purum; sed quia ex eisdem principiis utrumque cognoscitur, sicut dicitur esse eadem consideratio quae ex eisdem principiis procedit.»
La coscienza che, secondo s. Tommaso, esamina e che scopre che la persona è purificata dal peccato è evidentemente una coscienza illuminata dalla fede perché solo in essa e più generalmente nella grazia la persona capisce che la persona stessa è stata purificata dal peccato.
Dice poi s. Tommaso, in un altro testo:
“Ad tertium dicendum quod, licet lex aeterna sit nobis ignota secundum quod est in mente divina; innotescit tamen nobis aliqualiter vel per rationem naturalem, quae ab ea derivatur ut propria eius imago; vel per aliqualem revelationem superadditam”.37
Come si vede s. Tommaso spiega che la Legge eterna, che è Dio stesso38, ci viene fatta conoscere sia attraverso la ragione naturale, sia attraverso una qualche rivelazione sopraggiunta, cioè attraverso la Rivelazione che noi accogliamo attraverso la fede e quindi attraverso la grazia, tale conoscenza ci porta ad una «sentenza» concreta sugli atti da noi compiuti o che dobbiamo compiere, cioè all’atto di coscienza morale soprannaturale per cui noi applichiamo la scienza in modo veramente illuminato le nostre azioni.
Nel De Veritate q.17, cioe“ in una questione dedicata tutta al tema della coscienza, il s. Dottore afferma che ciascuno e“ tenuto ad esaminare i propri atti secondo la scienza che ha da Dio, sia naturale, sia acquisita, sia infusa: infatti ogni uomo deve agire secondo ragione:
“Unusquisque enim tenetur actus suos examinare ad scientiam quam a Deo habet, sive sit naturalis, sive acquisita, sive infusa: omnis enim homo debet secundum rationem agere.” 39
Questo vuole chiaramente dire che accanto ad un atto di coscienza morale che e“ applicazione della scienza naturale o acquisita vi è un atto di coscienza che è applicazione di scienza soprannaturale, infusa; precisamente questo ultimo atto è ciò che noi indichiamo con il termine di coscienza soprannaturale. Un altro testo di particolare interesse per noi su questo tema della coscienza morale soprannaturale è il seguente:
“Ad tertium dicendum, quod sicut lumen intellectus naturale non sufficit in cognoscendo ea quae fidei sunt; ita etiam non sufficit in remurmurando his quae contra fidem sunt, nisi lumine fidei adjuncto; et ideo synderesis etiam in infidelibus manet integra quantum ad lumen naturale; sed quia privato lumine fidei excaecati sunt, non remurmurat eorum synderesis his quae contra fidem sunt. Vel dicendum, quod synderesis semper remurmurat malo in universali; sed quod in haeretico non remurmurat huic malo particulari, hoc contingit propter errorem rationis in applicatione universalis principii ad particulare opus, ut patebit in sequenti articulo.”40
Il lume dell’intelletto naturale non è sufficiente per conoscere le cose della fede e così non è sufficiente perché l’anima si lamenti per quelle cose che sono contro la fede, se non con il sostegno del lume della fede; e così la sinderesi anche negli infedeli rimane integra quanto al lume naturale ma poiché, in quanto privati del lume della fede, sono acciecati, la loro sinderesi non si lamenta per le cose che sono contro la fede. O si deve che la synderesi sempre si lamenta del male in ciò che è universale ma il fatto che tale coscienza non si lamenti a questo male particolare ciò accade per l’errore della ragione inell’applicazione del principio universale all’opera particolare.
Il testo appena visto richiama l’articolo che lo segue in cui s. Tommaso spiega che nella coscienza la ragione, dai principi comuni generali , presentati dalla synderesi, arriva ad una «sentenza» su un atto particolare attraverso alcuni principi propri e determinati, che attengono alla ragione superiore o inferiore, e che non sono per sé noti ma si conoscono attraverso la ricerca o attraverso l’assenso della fede e poiché «la fede non è di tutti» ( 2 Tess. 3) e inoltre la ragione può sbagliare nella ricerca circa tali principi, perciò circa questi principi propri e determinati capita che si commettano errori; come la coscienza dell’eretico sbaglia quando crede che non si deve giurare neppure se vi è una causa che renda legittimo tale giuramento non perché sbaglia nel principio comune secondo cui non si devono fare illeciti ma perché sbaglia nel credere che ogni giuramento è illecito41
Quindi, come visto , la fede entra nella coscienza in alcuni casi e la rende retta; tale rettificazione si compie a livello soprannaturale perché la fede è virtù soprannaturale. Nell’atto di coscienza morale soprannaturale la fede entra e fa che la sentenza che tale atto emette sia retta come spiega molto bene s. Tommaso nel testo che segue :
«Testis infallibilis sanctorum est eorum conscientia, unde (Apostolus n.d. r.) subdit “testimonium mihi perhibente conscientia mea”II Cor.1,12 “Gloria nostra haec est, testimonium conscientiae nostrae”. Et quia interdum conscientia errat nisi per Spiritum Sanctum rectificetur, subdit “in Spiritu Sancto”. Supra 8,16 “Ipse Spiritus testimonium reddit spiritui nostro. 42
Si noti: per i santi il testimone infallibile è la coscienza morale; e perché è infallibile? Perché è un testimone rettificato, attraverso la grazia, dallo Spirito Santo che è Dio Verità. Lo Spirito Santo opera questa rettificazione interiore dell’uomo per grazia, attraverso la fede, per essa Dio Verità rettifica la coscienza morale del fedele, facendola partecipare alla sapienza di Cristo, come confermato da s. Tommaso in questo testo che segue:
“…“nos autem”, scilicet spirituales viri, “sensum Christi habemus” idest recipimus in nobis sapientiam Christi ad iudicandum. Eccli 17,6: Creavit illis scientiam spiritus, sensu adimplevit corda illorum”. 43
Noi , cioè gli uomini spirituali abbiamo il pensiero di Cristo cioè abbiamo ricevuto la sapienza di Cristo per giudicare.
Le virtù infuse ci dispongono al compimento dell’atto che è la coscienza morale soprannaturale .
La coscienza morale soprannaturale, come detto, è un atto soprannaturale, invece le virtù infuse sono disposizioni all’atto soprannaturale, dunque le virtù infuse predispongono anche al compimento dell’atto soprannaturale che è la coscienza morale soprannaturale; la fede, che appunto è una virtù infusa, coadiuva la sinderesi indicando i principi morali cristiani per l’azione, la fede predispone l’uomo al compimento dell’atto soprannaturale che è detto coscienza morale soprannaturale:
“ Id enim quod universaliter fide tenemus, puta usum ciborum esse licitum vel illicitum, conscientia applicat ad opus quod est factum vel faciendum”44
S. Tommaso aggiunge che : lo scopo della vita spirituale è l‘unione dell’uomo con Dio, che si attua con la virtù della carità; e tutte le altre cose attinenti alla vita spirituale sono mezzi ordinati a questo scopo; tutte le virtù, i cui atti sono appunto materia dei precetti, sono ordinate a questo : o a purificare il cuore dal turbine delle passioni, come le virtù che hanno per oggetto le passioni, o a formare la buona coscienza, come le virtù che hanno per oggetto le azioni esterne, o a garantire il possesso di una fede sincera, come le cose riguardanti il culto di Dio; per amare Dio sono richiesti questi tre elementi: infatti un cuore impuro viene distolto dall‘amore di Dio a causa della passione che inclina verso le cose terrene, la cattiva coscienza rende odiosa la divina giustizia per il timore del castigo e la fede insincera trascina l‘affetto verso un‘idea falsa di Dio, separando dalla verità divina . 45 Sottolineo in particolare che : la buona coscienza di cui qui si parla è la coscienza illuminata dalla fede, quindi è una coscienza soprannaturale; i precetti divini comandano le virtù infuse, che Dio vuole donare, per le quali si attua la «sentenza » della coscienza morale soprannaturale. Le virtù infuse si distinguono dalla grazia: la virtù è una disposizione del perfetto e perfetto è ciò che è disposto secondo natura, la grazia è il principio delle virtù infuse; la grazia, pur essendo un abito, è una nuova natura che l’uomo, in certo modo, riceve e le virtù sono delle disposizioni al compimento di azioni in questa natura46. Per la ricezione di questa natura diciamo di essere rigenerati in figli di Dio. Pertanto il lume della grazia, che è partecipazione alla divina Natura, è qualcosa di diverso dalle virtù soprannaturali, così come il lume naturale della ragione è qualcosa di diverso dalle virtù acquisite che da quel lume derivano e a quel lume sono ordinate. La grazia è somiglianza partecipata alla Natura divina, per cui noi possiamo vivere da veri figli di Dio con la perfezione delle virtù infuse. La grazia eleva la nostra natura e ci rende capaci di agire in modo veramente perfetto, partecipando in modo elevato alla perfezione di Cristo, le virtù infuse ci predispongono a compiere atti soprannaturali, tra cui come detto occorre includere l’atto di coscienza morale soprannaturale, che ci assimilano allo stesso Gesù Cristo e fanno sì che Egli si manifesti in noi con la sua santità.
La fede, la carità e la coscienza morale soprannaturale.
Noi abbiamo ricevuto, per grazia e quindi attraverso l’Eucaristia, la sapienza di Cristo per giudicare 47; la coscienza morale soprannaturale è atto illuminato dalla sapienza che viene in noi attraverso la grazia, cioè in ultima analisi dalla sapienza di Cristo. Cristo, Regola somma conforme a noi e Capo del suo Corpo Mistico ci dona sapienza soprannaturale nella fede e nella carità 48; da Cristo Capo, perciò, noi riceviamo, l’intelligenza, la sapienza e la carità per poter realizzare l’atto perfetto di coscienza morale soprannaturale. In tale atto soprannaturale, la fede precisa il giudizio universale della sinderesi; nella coscienza la ragione, infatti, dai principi comuni generali , presentati dalla synderesi, arriva a sentenziare su un atto particolare attraverso alcuni principi propri e determinati, che attengono alla ragione superiore o inferiore, e che non sono per sé noti ma si conoscono attraverso la ricerca o attraverso l’assenso della fede e poiché «la fede non è di tutti» ( 2 Tess. 3) e inoltre la ragione può sbagliare nella ricerca circa tali principi, perciò circa questi principi propri e determinati capita che si commettano errori; come la coscienza dell’eretico sbaglia quando crede che non si deve giurare neppure se vi è una causa che renda legittimo tale giuramento non perché sbaglia nel principio comune secondo cui non si devono fare illeciti ma perché sbaglia nel credere che ogni giuramento è illecito49 . Quindi, come detto, nella coscienza morale soprannaturale, resta la synderesi ma coadiuvata dalla fede in questa linea dobbiamo intendere quello che dice s. Tommaso nel seguente testo :
“Deinde cum dicit “Beatus qui non iudicat” […] Id enim quod universaliter fide tenemus, puta usum ciborum esse licitum vel illicitum, conscientia applicat ad opus quod est factum vel faciendum […]”50
Per noi questo significa che la coscienza soprannaturale, sempre guidata dalla synderesi ma appunto coadiuvata dalla fede, applica al caso concreto ciò che universalmente teniamo per fede. La fede è dunque la luce sulla base della quale si compie la coscienza morale soprannaturale, per la fede partecipiamo in Cristo alla conoscenza di Dio:
“[…]per potentiam intellectivam homo participat cognitionem Dei per virtutem fidei[…]”51
Per la fede, quindi, partecipiamo alla conoscenza divina, in Cristo, sicché possiamo giudicare in modo veramente retto le nostre azioni.
Per fede vengono fissati in noi i principi dell’operare soprannaturale sulla base dei quali giudichiamo il nostro comportamento. A questo riguardo dice s. Tommaso:
La fede illumina l’intelletto donando ad esso la conoscenza di verità soprannaturali che sono principi per l’azione soprannaturale52; ma va notato che la fede di cui qui si parla è, soprattutto, la fede perfetta, e affinché l’atto della fede sia perfetto e meritorio occorre che l’abito della virtù sia nell’intelletto, per la fede stessa, e nella volontà53, per la s. carità54. Per la fede perfezionata dalla carità, nella maniera più piena si attua in noi il giudizio di Cristo su una determinata azione, è per questa fede che la sapienza di Cristo per giudicare viene a noi partecipata in modo molto alto, è per questa fede unita alla carità che la vita divina, attraverso Cristo viene in noi e ci comunica i doni dello Spirito Santo che radicano più pienamente in noi l’abito della fede e perfezionano la nostra coscienza. A riguardo occorre considerare che, come detto, la coscienza, a livello naturale, è applicazione degli abiti operativi della ragione che sono la synderesi, la scienza e la sapienza; a livello soprannaturale la coscienza morale è partecipazione, per grazia, alla perfezione degli abiti operativi di Cristo, partecipazione che si attua in noi attraverso la fede, la carità, le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo: la carità difatti informa la fede e porta nell’anima umana tutte le virtù e i doni dello Spirito Santo; per tale partecipazione alle perfezioni di Cristo noi possiamo realizzare nella maniera più alta e divina i 2 atti in cui consiste la coscienza morale: l’esame e il consiglio o deliberazione55. Per tale partecipazione alle perfezioni di Cristo, ulteriormente, la nostra volontà, che è il fulcro della vita morale cristiana, può orientarsi verso ciò che è semplicemente buono per l’uomo vale a dire che può orientarsi rettamente verso la beatitudine del cielo e verso tutto quello che ad essa veramente conduce.
La relazione tra la carità e la fede va precisata ulteriormente considerando che attraverso la carità lo Spirito Santo perfeziona e quindi illumina, in certo modo, la fede perché la persona giudichi rettamente il bene da farsi; a sua volta lo Spirito Santo attraverso la fede orienta, in certo modo, la carità : attraverso la fede noi infatti conosciamo il modo di agire retto e la carità vera ci muove ad agire appunto secondo questa rettitudine; la fede, infatti, ha per oggetto la Verità Prima che è il fine di tutte le nostre azioni e di tutti i nostri desideri e che ci illumina anche su ciò che dobbiamo fare: perciò si dice che la fede opera per la carità 56; bisogna ulteriormente precisare a riguardo che la fede, sebbene abbia l’intelletto speculativo come suo soggetto, si estende all’intelletto pratico, perché l’intelletto speculativo diventa pratico per estensione, dunque la fede illumina anche il nostro intelletto pratico e illumina, come visto, l’atto di coscienza morale soprannaturale per il quale conosciamo ciò che dobbiamo fare secondo la Volontà di Dio; la carità consiste precisamente nel fare bene, soprannaturalmente, ciò che Dio vuole da noi e quindi nel vivere nella luce della Verità che risplende in particolare nel giudizio della retta coscienza .… La carità quindi ci porta a vivere secondo la retta coscienza illuminata in particolare dalla fede …
Per la fede formata vengono in noi i doni dello Spirito Santo che ci permettono di partecipare più profondamente a Cristo e quindi di emettere un atto di coscienza soprannaturale che partecipa più pienamente della perfezione di Lui. Si consideri a questo riguardo che la vita spirituale è tale che con la grazia e la carità vengono in noi, perfezionate, tutte le altre virtù infuse57 e tutti i doni dello Spirito Santo58, cioè tutte le nostre disposizioni all’agire soprannaturale. Facciamo rilevare inoltre che i doni dello Spirito Santo e le virtù infuse ci sono stati donati attraverso Cristo59 che è la Fonte della vita (spirituale) cristiana60, cioè di tutta la vita spirituale cristiana, e l’Eucaristia ci dona lo stesso Cristo, applica a noi la potenza salvifica e santificante di tutti i Misteri della sua vita61 e ci fa ricevere in pienezza i suoi doni perciò ci dona tutta la vita spirituale: l’Eucaristia ci dona tutta la vita spirituale e ci perfeziona in essa62 unendoci a Cristo63 e facendoci partecipare a Lui; tale partecipazione può crescere sempre più sicché la sapienza di Cristo illumini sempre più la nostra coscienza morale soprannaturale.
Concludiamo questo lavoro ringraziando con Maria e in Maria, il Signore per tutto il bene che continuamente ci dona e in particolare per avere potuto realizzare questo scritto, a sua maggiore gloria.
1 Su questo tema si possono consultare utilmente: Beaudouin, R. –Gardeil, A., De conscientia, Doornik 1911; Borgonovo, G. (a cura di), “La coscienza”, L.E.V., Roma 1996; Garcia De Haro, R., De Celaya, I., La sabiduria moral cristiana, Pam­plona 1986; R. Garcia de Haro, Legge, coscienza e liberta“, Milano 1990; H. D. Noble, La conscience morale, Paris 1923; id., Le discerniment de la conscience morale, Paris 1934; L. Melina– J. Noriega – J. J. Perez-Soba, Camminare nella luce dell’amore, ed. Cantagalli, Siena 2008, 597–629.
2 Testi in cui si parla piu“ direttamente della coscienza morale: Super Sent.,II d.24 q.2 a.4, q.3 a.3, d.39 q.3; De Ver.,q.17; S.Th., I q.79 a.13; S. Th. I-IIae q. 19; Quodl. VIII q.6 a 3; Quodl. IX q 7 a 2; Quodl. III q.12 a 2; vi sono inoltre importanti indicazioni su questo tema nei commenti di s. Tommaso alle lettere di s. Paolo quali In Rom. c.9 lec.1; In I Cor. c.2 lec.3; In Gal. c.5 l.1.
3De veritate, q. 17 a. 1 co.
4Cfr. De Ver.,q.17 a.2. «conscientia nihil aliud est quam applicatio scientiae ad aliquem specialem actum »
5De veritate, q. 17 a. 1 co. “Et huius distinctionis haec videtur esse ratio; quia cum conscientiae sit aliquis actus …”
6De veritate, q. 17 a. 1 co.
7De veritate, q. 17 a. 1 co. “Secundum vero alium modum applicationis, quo notitia applicatur ad actum, ut sciatur an rectus sit, duplex est via. Una secundum quod per habitum scientiae dirigimur ad aliquid faciendum vel non faciendum. Alio modo secundum quod actus postquam factus est, examinatur ad habitum scientiae, an sit rectus vel non rectus. Et haec duplex via in operativis distinguitur secundum duplicem viam quae etiam est in speculativis; scilicet viam inveniendi et iudicandi. Illa enim via qua per scientiam inspicimus quid agendum sit, quasi consiliantes, est similis inventioni, per quam ex principiis investigamus conclusiones. Illa autem via qua ea quae iam facta sunt, examinamus et discutimus an recta sint, est sicut via iudicii, per quam conclusiones in principia resolvuntur. Secundum autem utrumque applicationis modum nomine conscientiae utimur. Secundum enim quod applicatur scientia ad actum ut dirigens in ipsum, secundum hoc dicitur conscientia instigare, vel inducere, vel ligare. Secundum vero quod applicatur scientia ad actum per modum examinationis eorum quae iam acta sunt, sic dicitur conscientia accusare vel remordere, quando id quod factum est, invenitur discordare a scientia ad quam examinatur; defendere autem vel excusare, quando invenitur id quod factum est, processisse secundum formam scientiae. ”
8Cfr. De Ver.,q.17 a.2.
9De veritate, q. 17 a. 1 co. «Applicatur autem aliqua notitia ad aliquem actum dupliciter: uno modo secundum quod consideratur an actus sit vel fuerit: alio modo secundum quod consideratur an actus sit rectus vel non rectus.»
10Cfr.Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.
11Cfr. Super Sent II d. 24 q.2 a.4.
12 De Ver., q. 17 a. 1 ad 4.
13Cfr. De Ver.,q.17 a.2. ; Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.
14Cfr. Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.
15Cfr. Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.
16Cfr. De Ver.,q.17 a. 1 in c. “….Sed in secunda et tertia applicatione, qua consiliamur quid agendum sit, vel examinamus iam facta, applicantur ad actum habitus rationis operativi, scilicet habitus synderesis et habitus sapientiae, quo perficitur superior ratio, et habitus scientiae, quo perficitur ratio inferior; sive simul omnes applicentur, sive alter eorum tantum.”
17Cfr. S.Th., Iª q. 79 a. 12 in c.
18 De Ver., q.17 a.1 in c.
19Cfr. S.Th., I q.79 a.13.
20Cfr. Super Sent.,II d. 24 q.3 a.3 ad 5m; d.39 q.3 a.1
21Cfr. Super Sent.,II d.24 q.2 a. 3 .
Cfr. Super Sent.,II d. 39 q.3 a.1ad 3m “Ad tertium dicendum, quod sicut lumen intellectus naturale non sufficit in cognoscendo ea quae fidei sunt; ita etiam non sufficit in remurmurando his quae contra fidem sunt, nisi lumine fidei adjuncto; et ideo synderesis etiam in infidelibus manet integra quantum ad lumen naturale; sed quia privato lumine fidei excaecati sunt, non remurmurat eorum synderesis his quae contra fidem sunt. Vel dicendum, quod synderesis semper remurmurat malo in universali; sed quod in haeretico non remurmurat huic malo particulari, hoc contingit propter errorem rationis in applicatione universalis principii ad particulare opus, ut patebit in sequenti articulo.”
22 De Ver., q. 17 a. 4 in c.
23De Ver., q. 17 a. 5 in c.
24De Ver., Q.17 a. 4 in c.
25 De Ver., q. 17 a. 4 ad 7 .
26 Quodlibet III, q. 12 a. 2 ad 2 «Ad secundum ergo dicendum, quod si alicui dictat conscientia ut faciat illud quod est contra legem Dei, si non faciat, peccat; et similiter si faciat, peccat: quia ignorantia iuris non excusat a peccato, nisi forte sit ignorantia invincibilis, sicut est in furiosis et amentibus; quae omnino excusat. Nec tamen sequitur quod sit perplexus simpliciter, sed secundum quid. Potest enim erroneam conscientiam deponere, et tunc faciens secundum legem Dei non peccat.»
27 Cfr. De Ver. q. 17 a. 5 «Dicendum, quod huius quaestionis solutio satis ex his quae dicta sunt, potest apparere. Dictum est enim supra, quod conscientia non ligat nisi in vi praecepti divini, vel secundum legem scriptam, vel secundum legem naturae inditi. Comparare igitur ligamen conscientiae ad ligamen quod est ex praecepto praelati, nihil est aliud quam comparare ligamen praecepti divini ad ligamen praecepti praelati. Unde, cum praeceptum divinum obliget contra praeceptum praelati, et magis obliget quam praeceptum praelati: etiam conscientiae ligamen erit maius quam ligamen praecepti praelati, et conscientia ligabit, etiam praecepto praelati in contrarium existente. Tamen hoc diversimode se habet in conscientia recta et erronea. Conscientia enim recta simpliciter et perfecte contra praeceptum praelati obligat. Simpliciter quidem, quia eius obligatio auferri non potest, cum talis conscientia sine peccato deponi non possit. Perfecte autem, quia conscientia recta non solum hoc modo ligat, ut ille qui eam non sequitur peccatum incurrat, sed etiam ut ille qui eam sequitur sit immunis a peccato quantumcumque praeceptum praelati sit in contrarium. Sed conscientia erronea ligat contra praeceptum praelati etiam in indifferentibus secundum quid et imperfecte. Secundum quid quidem, quia non obligat in omnem eventum, sed sub conditione suae durationis: potest enim aliquis et debet talem conscientiam deponere. Imperfecte autem, quia ligat quantum ad hoc quod ille qui eam non sequitur, peccatum incurrit; non autem quantum ad hoc quod ille qui eam sequitur, peccatum evitet, cum praeceptum praelati est in contrarium, si tamen ad illud indifferens praeceptum praelati obliget: in tali enim casu peccat, sive non faciat, quia contra conscientiam agit, sive faciat, quia praelato inobediens est. Magis autem peccat si non faciat, conscientia durante, quod conscientia dictat; cum plus liget quam praeceptum praelati.”
28Cfr. Quodlibet VIII, q. 6 a. 5 co. “Cuius quaestionis de facili patet solutio: quia, cum conscientia etiam erronea habeat vim ligandi, ex hoc ipso quod contra conscientiam facit, mortaliter peccat. Error autem conscientiae quandoque habet vim absolvendi sive excusandi: quando scilicet procedit ex ignorantia eius quod quis scire non potest, vel scire non tenetur. Et in tali casu, quamvis factum de se sit mortale, tamen intendens peccare venialiter, peccaret venialiter; sicut si aliquis intenderet accedere ad uxorem suam causa delectationis, et ita intenderet peccare venialiter, si alia ei supponeretur eo nesciente, nihilominus venialiter peccaret. Quandoque vero error conscientiae non habet vim absolvendi vel excusandi: quando scilicet ipse error peccatum est, ut cum procedit ex ignorantia eius quod quis scire tenetur et potest; sicut si crederet fornicationem simplicem esse peccatum veniale; et tunc, quamvis crederet peccare venialiter, non tamen peccaret venialiter, sed mortaliter.
29Cfr. Super Sent., II d.24 q.3 a.3 ad 3m.
30Cfr. S.Th.II-IIae q.23 a. 3 in c. e a.6 in c.
31Cfr. S.Th., I-IIae q.85 a.3
32Super Heb., cap. 9 l. 3
33 Cfr. In Rom. c.9 lec.1.
34Cfr. S.Th.II-IIae q.23 a. 3 in c. e a.6 in c.
35 H. D. Noble, La conscience morale, Paris 1923 pp. 135–159; Le discerniment de la conscience morale, Paris 1934 pp. 53–76 . 96–126.
36Super Heb., cap. 9 l. 3
37Cfr. S.Th., I-II, q. 19 a. 4 ad 3m .
38Cfr. S.Th., I-II q. 93 a. 4.
39De Ver.,q.17 a.5 ad 4m.
40 Super Sent.,II d. 39 q.3 a.1ad 3m
41 Super Sent., lib. 2 d. 39 q. 3 a. 2 in c. “Respondeo dicendum, quod sicut ex praedictis patet, prima principia, quibus ratio dirigitur in agendis, sunt per se nota; et circa ea non contingit errare, sicut nec contingit errare ipsum demonstrantem circa principia prima. Haec autem principia agendorum naturaliter cognita ad synderesim pertinent, sicut Deo esse obediendum, et similia. Sicut autem in scientiis demonstrativis ex principis communibus non deducuntur conclusiones nisi mediantibus principiis propriis et determinatis ad genus illud, virtutem primorum principiorum continentibus; ita in operabilibus, in quibus ratio deliberans syllogismo quodam utitur ad inveniendum quid bonum sit, ut patet ex 3 de anima, ex principiis communibus in conclusionem hujus operis determinati venit mediantibus quibusdam principiis propriis et determinatis. Haec autem propria principia non sunt per se nota naturaliter sicut principia communia: sed innotescunt vel per inquisitionem rationis, vel per assensum fidei. Et quia non omnium est fides, ut dicitur 2 Thessal. 3, et iterum quia ratio conferens quandoque decipitur; ideo circa ista principia contingit errare; sicut haereticus errat in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum. Et haec principia determinata pertinent ad rationem superiorem vel inferiorem; veritas autem conclusionis dependet ex utrisque principiis: et ideo cum conscientia sit quaedam conclusio sententians quid bonum sit fieri vel dimitti, ut patet ex his quae dicta sunt supra, dist. 24, quaest. 3, art. 3, contingit in conscientia errorem esse propter hoc quod ratio decipitur in principiis appropriatis; sicut conscientia haeretici decipitur dum credit se non debere jurare etiam pro causa legitima, quando ab eo expetitur: non quia decipiatur in hoc communi principio, quod est, nullum illicitum esse faciendum; sed quia decipitur in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum, quod quasi pro principio accipit.”
42 Cfr. In Rom. c.9 lec.1.
43 In 1Cor. c.2 lec.3.
44 In Rom., cap. 14 l. 3.
45S.Th., IIª-IIae q. 44 a. 1 co « Finis autem spiritualis vitae est ut homo uniatur Deo, quod fit per caritatem, et ad hoc ordinantur, sicut ad finem, omnia quae pertinent ad spiritualem vitam. Unde et apostolus dicit, I ad Tim. I, finis praecepti est caritas de corde puro et conscientia bona et fide non ficta. Omnes enim virtutes, de quarum actibus dantur praecepta, ordinantur vel ad purificandum cor a turbinibus passionum, sicut virtutes quae sunt circa passiones; vel saltem ad habendam bonam conscientiam, sicut virtutes quae sunt circa operationes; vel ad habendam rectam fidem, sicut illa quae pertinent ad divinum cultum. Et haec tria requiruntur ad diligendum Deum, nam cor impurum a Dei dilectione abstrahitur propter passionem inclinantem ad terrena; conscientia vero mala facit horrere divinam iustitiam propter timorem poenae; fides autem ficta trahit affectum in id quod de Deo fingitur, separans a Dei veritate.»
46Cfr. S.Th., I-II, q. 110 a. 3 in c. “.. lumen gratiae, quod est participatio divinae naturae, est aliquid praeter virtutes infusas, quae a lumine illo derivantur, et ad illud lumen ordinantur …. virtutes infusae perficiunt hominem ad ambulandum congruenter lumini gratiae.”
47 In 1Cor. c.2 lec.3. “…“nos autem”, scilicet spirituales viri, “sensum Christi habemus” idest recipimus in nobis sapientiam Christi ad iudicandum. Eccli 17,6: Creavit illis scientiam spiritus, sensu adimplevit corda illorum”.
48Cfr. Super Sent., III d. 13 q. 2 a. 1 in c. “dicitur caput ratione secundae proprietatis, quia per ipsum, sensum fidei et motum caritatis accepimus, quia gratia et veritas per Jesum Christum facta est; Joan. 1, 17: et similiter direxit nos doctrina et exemplo: quia coepit Jesus facere et docere, Act. 1, 1…. Christus secundum humanam naturam habet perfectionem aliis homogeneam, et est principium quasi univocum, et est regula conformis, et unius generis.”
49 Super Sent., lib. 2 d. 39 q. 3 a. 2 in c. “Respondeo dicendum, quod sicut ex praedictis patet, prima principia, quibus ratio dirigitur in agendis, sunt per se nota; et circa ea non contingit errare, sicut nec contingit errare ipsum demonstrantem circa principia prima. Haec autem principia agendorum naturaliter cognita ad synderesim pertinent, sicut Deo esse obediendum, et similia. Sicut autem in scientiis demonstrativis ex principis communibus non deducuntur conclusiones nisi mediantibus principiis propriis et determinatis ad genus illud, virtutem primorum principiorum continentibus; ita in operabilibus, in quibus ratio deliberans syllogismo quodam utitur ad inveniendum quid bonum sit, ut patet ex 3 de anima, ex principiis communibus in conclusionem hujus operis determinati venit mediantibus quibusdam principiis propriis et determinatis. Haec autem propria principia non sunt per se nota naturaliter sicut principia communia: sed innotescunt vel per inquisitionem rationis, vel per assensum fidei. Et quia non omnium est fides, ut dicitur 2 Thessal. 3, et iterum quia ratio conferens quandoque decipitur; ideo circa ista principia contingit errare; sicut haereticus errat in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum. Et haec principia determinata pertinent ad rationem superiorem vel inferiorem; veritas autem conclusionis dependet ex utrisque principiis: et ideo cum conscientia sit quaedam conclusio sententians quid bonum sit fieri vel dimitti, ut patet ex his quae dicta sunt supra, dist. 24, quaest. 3, art. 3, contingit in conscientia errorem esse propter hoc quod ratio decipitur in principiis appropriatis; sicut conscientia haeretici decipitur dum credit se non debere jurare etiam pro causa legitima, quando ab eo expetitur: non quia decipiatur in hoc communi principio, quod est, nullum illicitum esse faciendum; sed quia decipitur in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum, quod quasi pro principio accipit.”
50 In Rom., cap. 14 l. 3.
51Cfr. S.Th., I-IIae q. 110 a.4 in c.
52 De virt., q. 1 a. 10 in co. «Naturalia autem operationum principia sunt essentia animae, et potentiae eius, scilicet intellectus et voluntas, quae sunt principia operationum hominis, in quantum huiusmodi; nec hoc esse posset, nisi intellectus haberet cognitionem principiorum per quae in aliis dirigeretur, et nisi voluntas haberet naturalem inclinationem ad bonum naturae sibi proportionatum; sicut in praecedenti quaestione dictum est. Infunditur igitur divinitus homini ad peragendas actiones ordinatas in finem vitae aeternae primo quidem gratia, per quam habet anima quoddam spirituale esse, et deinde fides, spes et caritas; ut per fidem intellectus illuminetur de aliquibus supernaturalibus cognoscendis, quae se habent in isto ordine sicut principia naturaliter cognita in ordine connaturalium operationum; per spem autem et caritatem acquirit voluntas quamdam inclinationem in illud bonum supernaturale ad quod voluntas humana per naturalem inclinationem non sufficienter ordinatur.»
53Cfr. S.Th.,II-II a. 2 ad 2m “Ad secundum dicendum quod non solum oportet voluntatem esse promptam ad obediendum, sed etiam intellectum esse bene dispositum ad sequendum imperium voluntatis, sicut oportet concupiscibilem esse bene dispositam ad sequendum imperium rationis. Et ideo non solum oportet esse habitum virtutis in voluntate imperante, sed etiam in intellectu assentiente.”
54Cfr S.Th.,II-II a. 3, iltesto di questo articolo si veda su questo nostro lavoro qualche nota più avanti.
55 De Ver.,q.17 a.1 in c.
56Cfr. S.Th., II-II q. 2 a. 2 ad 3m “Ad tertium dicendum quod fides est in intellectu speculativo sicut in subiecto, ut manifeste patet ex fidei obiecto. Sed quia veritas prima, quae est fidei obiectum, est finis omnium desideriorum et actionum nostrarum, ut patet per Augustinum, in I de Trin.; inde est quod per dilectionem operatur. Sicut etiam intellectus speculativus extensione fit practicus, ut dicitur in III de anima.”
57Cfr.S.Th., I-II q.65 a. 3 “ Respondeo dicendum quod cum caritate simul infunduntur omnes virtutes morales. Cuius ratio est quia Deus non minus perfecte operatur in operibus gratiae, quam in operibus naturae. Sic autem videmus in operibus naturae, quod non invenitur principium aliquorum operum in aliqua re, quin inveniantur in ea quae sunt necessaria ad huiusmodi opera perficienda, sicut in animalibus inveniuntur organa quibus perfici possunt opera ad quae peragenda anima habet potestatem. Manifestum est autem quod caritas, inquantum ordinat hominem ad finem ultimum, est principium omnium bonorum operum quae in finem ultimum ordinari possunt. Unde oportet quod cum caritate simul infundantur omnes virtutes morales, quibus homo perficit singula genera bonorum operum. Et sic patet quod virtutes morales infusae non solum habent connexionem propter prudentiam; sed etiam propter caritatem. Et quod qui amittit caritatem per peccatum mortale, amittit omnes virtutes morales infusas.”
58Cfr.S.Th.,Iª-IIae q. 68 a. 5 in c. “Respondeo dicendum quod huius quaestionis veritas de facili ex praemissis potest haberi. Dictum est enim supra quod sicut vires appetitivae disponuntur per virtutes morales in comparatione ad regimen rationis, ita omnes vires animae disponuntur per dona in comparatione ad Spiritum Sanctum moventem. Spiritus autem sanctus habitat in nobis per caritatem, secundum illud Rom. V, caritas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum Sanctum, qui datus est nobis, sicut et ratio nostra perficitur per prudentiam. Unde sicut virtutes morales connectuntur sibi invicem in prudentia, ita dona Spiritus Sancti connectuntur sibi invicem in caritate, ita scilicet quod qui caritatem habet, omnia dona Spiritus Sancti habet; quorum nullum sine caritate haberi potest.”
59 Super Sent., III proemium “Et sic patet materia tertii libri: in cujus prima parte agitur de incarnatione, in secunda de virtutibus et donis nobis per Christum collatis.”
60 Super Sent., IV q.8 d.1 a.1 q.1 ad 1m. (vedi nota seguente)
61 S. Th. III q. 40 a.3 “Secundo quia, sicut mortem corporalem assumpsit ut nobis vitam largiretur spiritualem, ita corporalem paupertatem sustinuit ut nobis spirituales divitias largiretur, secundum illud II Cor. VIII, scitis gratiam domini nostri Iesu Christi, quoniam propter nos egenus factus est, ut illius inopia divites essemus.” Si veda in questo nostro libro quanto abbiamo affermato al capitolo IV, D,f, 3 , cioè nel paragrafo intitolato “Precisazioni riguardo alla relazione dell’ Eucaristia con i vari misteri della vita di Cristo.”
62S. Th. III q. 79 a. 1 ad 1m “Ad primum ergo dicendum quod hoc sacramentum ex seipso virtutem habet gratiam conferendi, nec aliquis habet gratiam ante susceptionem huius sacramenti nisi ex aliquali voto ipsius, vel per seipsum, sicut adulti, vel voto ecclesiae, sicut parvuli, sicut supra dictum est. Unde ex efficacia virtutis ipsius est quod etiam ex voto ipsius aliquis gratiam consequatur, per quam spiritualiter vivificetur. Restat igitur ut, cum ipsum sacramentum realiter sumitur, gratia augeatur, et vita spiritualis perficiatur. …Per hoc autem sacramentum augetur gratia, et perficitur spiritualis vita, ad hoc quod homo in seipso perfectus existat per coniunctionem ad Deum.”
63 Super Sent., IV q.8 d.1 a.1 q.1 ad 1m “Fons autem christianae vitae est Christus; et ideo hoc modo eucharistia perficit, Christo conjungens; et ideo hoc sacramentum est perfectio omnium perfectionum, ut Dionysius dicit; unde et omnes qui sacramenta alia accipiunt, hoc sacramento in fine confirmantur, ut ipse dicit.”
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