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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 23 dicembre 2016, n. 26930 - Renato D'Isa
Home Corte di Cassazione Cassazione civile 2016 Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 23 dicembre 2016, n. 26930
Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 23 dicembre 2016, n. 26930
Illegittimo il licenziamento per il lavoratore che abbia avuto un diverbio con il superiore. Rientra nel diritto di critica e pertanto la misura non si applica
sentenza 23 dicembre 2016, n. 26930
sul ricorso 7963-2014 proposto da:
(OMISSIS) S.P.A., C.F. (OMISSIS), gia’ (OMISSIS) S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 387/2013 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA, depositata il 24/09/2013 R.G.N. 347/2013;
Con sentenza 24 settembre 2014, la Corte d’appello di Brescia rigettava l’appello proposto da (OMISSIS) s.p.a. (gia’ (OMISSIS) s.r.l.) avverso la sentenza di primo grado, che aveva accertato l’illegittimita’ del licenziamento per giusta causa intimato dalla societa’ il 2 aprile 2010 alla dipendente (OMISSIS), condannandola alla sua reintegrazione nel posto di lavoro e al risarcimento del danno, pari alle retribuzioni nel periodo non corrisposte, detratto l’aliunde perceptum, oltre accessori di legge e contributi previdenziali e assistenziali.
A motivo della decisione, la Corte territoriale escludeva la giusta causa del licenziamento, ravvisando nella lettera, alla base della contestazione disciplinare, della lavoratrice, addetta alle mansioni di assicurazione della qualita’, l’esercizio di un legittimo diritto di critica e negando nel successivo episodio di aggressione verbale nei confronti di un superiore, pure oggetto di contestazione disciplinare, la natura di atto di insubordinazione Con atto notificato il 21 marzo 2014, la societa’ ricorre per cassazione con quattro motivi, illustrati da memoria ai sensi dell’articolo 378 c.p.c., cui resiste la lavoratrice con controricorso.
Con il primo motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’articoli 2119 c.c., articoli 51 e 52 CCNL Industria Chimica del 10 maggio 2006, per l’esclusione della legittimita’ del licenziamento sulla base del solo illecito disciplinare dell’atto di insubordinazione verso i superiori.
Con il secondo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’articolo 2119 c.c., L. n. 183 del 2010, articolo 30, articoli 51 e 52 CCNL Industria Chimica del 10 maggio 2006, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per la negazione di atto di insubordinazione verso i superiori nell’aggressione verbale del sig. (OMISSIS).
Con il terzo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli articoli 2105, 2106 e 2119 c.c., articolo 52, comma 1 CCNL Industria Chimica del 10 maggio 2006, anche in riferimento all’articolo 21 Cost. e L. n. 300 del 1970, articolo 1, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per la ravvisata legittimita’ di espressione del diritto di critica nella lettera di denuncia 8 marzo 2010 della lavoratrice, nonostante il mancato rispetto dei limiti di continenza formale ne’ sostanziale, sul quale ultimo neppure nulla detto.
Con il quarto, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli articoli 2105, 2106 e 2119 c.c., articolo 52, CCNL Industria Chimica del 10 maggio 2006, anche in riferimento agli articoli 594, 595, 599 e 612 c.p., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per la negazione di atto di insubordinazione verso i superiori nell’aggressione verbale della lavoratrice.
Il primo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione dell’articolo 2119 c.c., articoli 51 e 52 CCNL Industria Chimica del 10 maggio 2006, per esclusione della legittimita’ del licenziamento sulla base del solo illecito disciplinare dell’atto di insubordinazione verso i superiori, e’ inammissibile.
Esso e’, da una parte, privo di una specifica confutazione della qualificazione della fattispecie disciplinare operata dalla Corte territoriale, sostanzialmente riducibile alla davvero generica doglianza di non corretta limitazione della valutazione delle due condotte addebitate alla lavoratrice alla sola ipotesi dell’insubordinazione, trascurando la violazione delle norme di correttezza e buona fede e, piu’ in generale, dei principi dell’etica comune (al primo capoverso di pg. 40 del ricorso). Sicche’, cosi’ come formulato, esso viola la prescrizione di specificita’ dell’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 4, che esige l’illustrazione del motivo con esposizione degli argomenti invocati a sostegno della decisione assunta con la sentenza impugnata e l’analitica precisazione delle considerazioni che, in relazione al motivo come espressamente indicato nella rubrica, giustificano la cassazione della sentenza (Cass. 22 settembre 2014, n. 19959; Cass. 19 agosto 2009, n. 18421; Cass. 3 luglio 2008, n. 18202).
Sotto altro profilo, esso si risolve nella contestazione (come detto, pure generica) di una qualificazione risultante da un accertamento in fatto del giudice di merito, insindacabile in sede di legittimita’, in quanto adeguatamente giustificato (Cass. 16 dicembre 2011, n. 27197; Cass. 18 marzo 2011, n. 6288; Cass. 19 marzo 2009, n. 6694), sulla base delle ragioni esposte (a pgg. da 4 a 7 della sentenza).
Il secondo motivo (violazione e falsa applicazione dell’articolo 2119 c.c., L. n. 183 del 2010, articolo 30, articoli 51 e 52 CCNL Industria Chimica del 10 maggio 2006, per la negazione di atto di insubordinazione verso i superiori nell’aggressione verbale del sig. (OMISSIS)) puo’ essere congiuntamente esaminato, per ragioni di stretta connessione, con il quarto (violazione e falsa applicazione degli articoli 2105, 2106 e 2119 c.c., articolo 52, CCNL Industria Chimica del 10 maggio 2006, anche in riferimento agli articoli 594, 595, 599 e 612 c.p., per la negazione di atto di insubordinazione verso i superiori nell’aggressione verbale della lavoratrice).
Essi sono inammissibili, in quanto consistenti in censure intese ad una sostanziale rivisitazione del merito, insindacabile in sede di legittimita’ (Cass. 16 dicembre 2011, n. 27197; Cass. 18 marzo 2011, n. 6288; Cass. 19 marzo 2009, n. 6694), laddove adeguatamente motivato. E cio’ in riferimento all’attenta ed argomentata ricostruzione del contesto ambientale lavorativo ed emotivo personale di maturazione dell’esasperata reazione verbale della lavoratrice, di cui piu’ che plausibilmente e’ stata esclusa la rilevanza disciplinare contestata (per le ragioni esposte dal penultimo capoverso di pg. 10 al penultimo di pg. 11 della sentenza).
Appare, infine, inconferente la censura della ricorrente in ordine al richiamo dell’esimente della provocazione, per escluderne la ricorrenza in senso tecnico: non avendo all’evidenza la Corte territoriale, con l’espressione “la frase sfuggita era seguita ad un atteggiamento un po’ provocatorio del (OMISSIS)” (al primo capoverso di pg. 11 della sentenza), inteso riferirsi alla nozione penalistica, ma semplicemente illustrare, nella propria argomentata valutazione del merito dell’episodio, resasperazione” della lavoratrice, priva di un “dolo di insubordinazione” (ibid.).
Il terzo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione degli articoli 2105, 2106 e 2119 c.c., articolo 52, comma 1 CCNL Industria Chimica del 10 maggio 2006, anche in riferimento all’articolo 21 Cost. e L. n. 300 del 1970, articolo 1 per la ravvisata legittimita’ di espressione del diritto di critica nella lettera di denuncia 8 marzo 2010 della lavoratrice, nonostante il mancato rispetto dei limiti di continenza formale ne’ sostanziale, e’ infondato.
Ed infatti, la Corte territoriale ha operato, sotto il profilo di diritto, una corretta sussunzione della fattispecie concreta nella categoria giuridica dell’insubordinazione, operandone una valutazione coerente con i principii di diritto in materia di legittimo esercizio del diritto di critica: nel rispetto dei limiti di continenza formale e sostanziale, nella ravvisata carenza di lesivita’ della condotta della lavoratrice del decoro dell’impresa datoriale, suscettibile di provocare con la caduta della sua immagine anche un danno economico in termini di perdita di commesse e di occasioni di lavoro; pertanto inidonea a ledere definitivamente la fiducia alla base del rapporto di lavoro, cosi’ non integrando violazione del dovere di fedelta’ posto dall’articolo 2105 c.c., ne’ tanto meno giusta causa di licenziamento (Cass. 18 settembre 2013, n. 21362; Cass. 8 luglio 2009, n. 16000; Cass. 10 dicembre 2008, n. 29008).
Essa ha cosi’ fondato la propria decisione sulla sicura esclusione nella lettera di (OMISSIS) di una “volonta’… di gettare discredito, ma di difendere un lavoratore che… riteneva essere ingiustamente bersagliato dalle contestazioni disciplinari” (cosi’ al penultimo capoverso di pg. 9 della sentenza). E cio’ in esito ad un accertamento in fatto incensurabile in sede di legittimita’ se, come nel caso di specie, correttamente e congruamente motivato (Cass. 14 maggio 2012, n. 7471).
Dalle superiori argomentazioni discende coerente il rigetto del ricorso e la regolazione delle spese del giudizio secondo il regime di soccombenza.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la societa’ alla rifusione, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 100,00 per esborsi e Euro 4.500,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali in misura del 15 % e accessori di legge. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13 comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis, dello stesso articolo 13
Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 7 gennaio 2016, n. 67....

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