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Timestamp: 2018-07-17 12:01:27+00:00

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Stalking, basta lo sguardo
Lo sai che? Stalking, basta lo sguardo
Se lo sguardo è tale da esprimere sentimenti e stati d’animo esso costituisce un atteggiamento persecutorio e, quindi, stalking.
Si configura stalking anche con un semplice sguardo insistente. È quanto chiarito dalla Cassazione con una serie di pronunce [1]. Perché lo sguardo possa essere configurato come atti persecutori è necessario che assuma la funzione di esprimere sentimenti e stati d’animo. L’effetto dello sguardo deve essere quello di determinare, nella vittima, uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità (alterando il suo equilibrio psicologico) o portarla a cambiare le proprie abitudini di vita quotidiane (come, ad esempio, cambiare una strada che, altrimenti, dovrebbe percorrere giornalmente per recarsi a casa) [2].
Immaginiamo una persona che si apposti quotidianamente sotto casa della sua vittima e, al suo passaggio, la guardi insistentemente. Non contento di ciò, continui a scrutare tutti i giorni in direzione del suo balcone o della finestra di camera da letto. Ebbene, un tale comportamento è senza dubbio classificabile come stalking. Lo sguardo fisso in direzione di una persona, quando non è uno sguardo distratto, ma volitivo e intenzionale, volto a comunicare sentimenti specifici, oppure lo sguardo verso la sua abituazione, è un comportamento che può incutere un certo timore e preoccupazione, che può portare il soggetto interessato a nascondersi o cambiare traiettoria, tutti effetti che, a detta della giurisprudenza, evidenziano una situazione di oppressione psicologica che è indice di stalking.
In questi casi, il giudice può vietare allo stalker di frequentare i luoghi della vittima e di stare a debita distanza da questa, impedendogli di contattarla o di rivolgerle semplicemente lo sguardo. In ogni caso, per non comprimere troppo la libertà di movimento del responsabile, il magistrato non può essere vago nell’individuare i luoghi che sono a questi preclusi.
[1] Cass. sent. n. 38090/2016, n. 5664/15.
[2] Ai fini della configurazione dello stalking non è essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, essendo sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto la vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità (ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori è sufficiente la consumazione anche di uno solo degli eventi alternativamente previsti dall’art. 612 bis cod. pen. – Cass. sent. n. 43085/2015.
Sentenza 13 settembre 2016, n. 38090
Data udienza 15 aprile 2016
udito in PUBBLICA UDIENZA del 15/04/2016, la relazione svolta dal Consigliere GRAZIA MICCOLI;
Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Dott. Giuseppe CORASANITI, ha concluso chiedendo la declaratoria di inammissibilita’ del ricorso.
Per la parte civile (OMISSIS), l’avv. (OMISSIS) ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso e depositando nota spese.
1.Con sentenza del 23 marzo 2015 la Corte d’appello di Brescia, in parziale riforma della pronunzia di primo grado del giudice per l’udienza preliminare presso il Tribunale di Cremona, appellata dall’imputato (OMISSIS), ritenuto commesso il fatto contestato dall'(OMISSIS), cosi’ precisata l’imputazione, ha ridotto la pena inflitta a mesi tre e giorni 17 di reclusione.
Ha ridotto, altresi’, la liquidazione del danno in favore della parte civile (OMISSIS) e ha confermato nel resto la pronunzia di primo grado.
Ha quindi disposto la trasmissione di copia degli atti alla Procura della Repubblica di Cremona per le valutazioni di competenza in ordine ai fatti di cui alla querela presentata dalla persona offesa il 23 marzo 2013.
2.L’imputato, con atto sottoscritto dal difensore, ha proposto ricorso articolato come segue.
2.1. Con il primo motivo si denunziano violazione di legge e vizi motivazionali in relazione all’affermazione di responsabilita’ per il reato di atti persecutori.
La Corte non aveva ritenuto condivisibile l’affermazione dell’appellante, secondo la quale lo stato d’ansia richiesto dalla norma non sussisteva.
2.2. Con un secondo motivo si denunziano violazione di legge e correlati vizi motivazionali in relazione all’articolo 660 c.p.. Evidenzia il ricorrente che il giudice di secondo grado ha respinto la richiesta subordinata di derubricazione del reato in quello di molestie.
2.3. Con il terzo ed ultimo motivo si deducono violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al diniego dell’attenuante di cui all’articolo 62 c.p., n. 6.
1.Infondati sono il primo e il secondo motivo, con i quali il ricorrente contesta la sussistenza degli elementi costitutivi dell’articolo 612 bis cod. pen..
1.1. Giova in proposito premettere, in via generale, che con l’introduzione della fattispecie di cui all’articolo 612 bis cod. pen. il legislatore ha voluto, prendendo spunto dalla disciplina di altri ordinamenti, colmare un vuoto di tutela ritenuto inaccettabile rispetto a condotte che, ancorche’ non violente, recano un apprezzabile turbamento nella vittima.
Il legislatore ha preso atto pero’ che la violenza (declinata nelle diverse forme delle percosse, della violenza privata, delle lesioni personali, della violenza sessuale) spesso e’ l’esito di una pregressa condotta persecutoria; pertanto, mediante l’incriminazione degli atti persecutori si e’ inteso in qualche modo anticipare la tutela della liberta’ personale e dell’incolumita’ fisiopsichica attraverso l’incriminazione di condotte che, precedentemente, parevano sostanzialmente inoffensive e, dunque, non sussumibili in alcuna fattispecie penalmente rilevante o in fattispecie per cosi’ dire minori, quali la minaccia o la molestia alle persone (si veda in tal senso, in motivazione, Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014, C e altro, Rv. 260410).
E’ peraltro utile ricordare come, per il consolidato insegnamento di questa Corte, integrano il delitto di atti persecutori anche due sole condotte tra quelle descritte dall’articolo 612 bis c.p., come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice (ex multis Sez. 5, n. 46331 del 5 giugno 2013, D. V., Rv. 257560). Invece, un solo episodio, per quanto grave e da solo anche capace, in linea teorica, di determinare il grave e persistente stato d’ansia e di paura che e’ indicato come l’evento naturalistico del reato, non e’ sufficiente a determinare la lesione del bene giuridico protetto dalla norma in esame, potendolo essere, invece, alla stregua di precetti diversi: e cio’ in aderenza alla volonta’ del legislatore il quale, infatti, non ha lasciato spazio alla configurazione di una fattispecie solo “eventualmente” abituale (Sez. 5, n. 48391 del 24/09/2014, C, Rv. 261024).
Il delitto, inoltre, e’ configurabile anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi sia la causa effettiva di uno degli eventi considerati dalla norma incriminatrice. (Sez. 5, n. 33563 del 16/06/2015, B, Rv. 264356).
Trattandosi di reato abituale e’ la condotta nel suo complesso ad assumere rilevanza (Sez. 5, n. 12509 del 17/11/2015, M, Rv. 266839) ed in tal senso l’essenza dell’incriminazione di cui si tratta si coglie non gia’ nello spettro degli atti considerati tipici, bensi’ nella loro reiterazione, elemento che li cementa, identificando un comportamento criminale affatto diverso da quelli che concorrono a definirlo sul piano oggettivo.
E’ dunque l’atteggiamento persecutorio ad assumere specifica autonoma offensivita’ ed e’ per l’appunto alla condotta persecutoria nel suo complesso che deve guardarsi per valutarne la tipicita’, anche sotto il profilo della produzione degli eventi alternativi richiesti per la sussistenza del reato (Sez. 5, n. 29872 del 19/05/2011, L., Rv. 250399).
In tale ottica, il fatto che tale evento si sia in ipotesi manifestato in piu’ occasioni e a seguito della consumazione di singoli atti persecutori e’ non solo non discriminante, ma addirittura connaturato al fenomeno criminologico alla cui repressione la norma incriminatrice e’ finalizzata, giacche’ alla reiterazione degli atti corrisponde nella vittima un progressivo accumulo del disagio che questi provocano, fino a che tale disagio degenera in uno stato di prostrazione psicologica in grado di manifestarsi nelle forme descritte nell’articolo 612 bis cod. pen..
Insomma, il delitto di atti persecutori, quale reato abituale, differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di “danno” consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di “pericolo”, consistente nel fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva (Sez. 3, n. 9222 del 16/01/2015, P.C. in proc.G., Rv. 262517; Sez. 5, n. 39519 del 05/06/2012, G., Rv. 254972).
Indubbiamente l’evento deve essere il risultato della condotta persecutoria nel suo complesso, anche se puo’ manifestarsi solo a seguito della consumazione dell’ennesimo atto persecutorio, in quanto dalla reiterazione degli atti deriva nella vittima un progressivo accumulo di disagio che, solo alla fine della sequenza, degenera in uno stato di prostrazione psicologica in grado di manifestarsi in una delle forme previste dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 51718 del 05/11/2014, T, Rv. 262636). E’ peraltro sufficiente la consumazione anche di uno solo degli eventi alternativamente previsti dall’articolo 612 bis cod. pen. (Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015, P.M. in proc. A, Rv. 265231).
Va detto, inoltre, che, ai fini dell’individuazione dell’evento cambiamento delle abitudini di vita, occorre considerare il significato e le conseguenze emotive della costrizione sulle abitudini di vita cui la vittima sente di essere costretta e non la valutazione, puramente quantitativa, delle variazioni apportate (Sez. 5, n. 24021 del 29/04/2014, G, Rv. 260580).
E in tema di prova va detto che, ai fini della configurabilita’ del reato di atti persecutori, non e’ necessario che la vittima prospetti espressamente e descriva con esattezza uno o piu’ degli eventi alternativi del delitto, potendo la prova di essi desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente (Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto irrilevante il fatto che la persona offesa non avesse riferito espressamente di essere impaurita, alla luce dei certificati medici delle lesioni subite, delle annotazioni di polizia giudiziaria sul suo stato di esasperazione e spavento, e dei messaggi sms di minaccia) (Sez. 5, n. 47195 del 06/10/2015, P.M. in proc. S., Rv. 265530).
Ed ancora, la prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneita’ a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui e’ stata consumata (Sez. 6, n. 50746 del 14/10/2014, P.C. e G, Rv. 261535; Sez. 5, n. 14391 del 28/02/2012, S., Rv. 252314).
Ne’ puo’ trascurarsi che, ai fini della integrazione del reato in esame, non si richiede l’accertamento di uno stato patologico, ma e’ sufficiente che gli atti ritenuti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenita’ e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’articolo 612 bis cod. pen. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (articolo 582 cod. pen.), il cui evento e’ configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica. (Sez. 5, n. 16864 del 10/01/2011, C., Rv. 250158).
Infine si deve precisare che nel delitto di atti persecutori, che -come si e’ gia’ detto- ha natura di reato abituale di evento, l’elemento soggettivo e’ integrato dal solo dolo generico, il cui contenuto richiede la volonta’ di porre in essere piu’ condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneita’ a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice e dell’abitualita’ del proprio agire, ma non postula la preordinazione di tali condotte – elemento non previsto sul fronte della tipicita’ normativa – potendo queste ultime, invece, essere in tutto o in parte anche meramente casuali e realizzate qualora se ne presenti l’occasione (Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015, P.M. in proc. A, Rv. 265230; Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014, C e altro, Rv. 260411; Sez. 5, n. 20993 del 27/11/2012, Feola, Rv. 255436).
1.2. Fatte le suesposte precisazioni in diritto, risultano non fondate tutte le censure alle sentenze dei giudici di merito che hanno ritenuto integrata la fattispecie di “stalking”.
Invero, alla luce della ricostruzione dei fatti come operata dai giudici di merito (in relazione alla quale e’ inibito il sindacato di legittimita’, se supportata da motivazione approfondita ed immune da vizi), si e’ accertato che l’imputato, nel periodo delimitato dalla sentenza di appello (dall'(OMISSIS)), aveva “posto in essere condotte di pedinamento continuo, di fermate innanzi alla casa della donna ove sostava con lo sguardo fisso verso l’abitazione e di invio di numerosi sms, a fronte delle quali la (OMISSIS) aveva chiaramente e sin da subito fatto capire di non avere alcuna intenzione di riprendere la relazione e di essere lasciata in pace, sicche’ se confusione poteva esserci stata, questa non poteva che avere avuto una durata di non piu’ di due o tre giorni, posto che rapidamente la persona offesa aveva manifestato e ribadito la propria intenzione di essere lasciata in pace” (pag. 6 della sentenza di appello). D’altronde, ai fini della configurabilita’ del reato, del tutto irrilevante deve ritenersi la circostanza che la vittima del reato di atti persecutori per un breve periodo tentenni nel dialogare con il persecutore (Sez. 5, n. 5313 del 16/09/2014, S, Rv. 262665).
Ne’ e’ rilevante nel caso di specie che le condotte persecutorie siano state delimitate in un periodo di pochi mesi, giacche’, come si e’ gia’ sopra rilevato, e’ pacifico che il delitto di atti persecutori sia configurabile anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto (Sez. 5, n. 33563 del 16/06/2015, B, Rv. 264356).
Correttamente, poi, la Corte territoriale ha ritenuto provati gli eventi del reato di cui all’articolo 612 bis cod. pen. sulla base delle dichiarazioni della stessa persona offesa, ritenute attendibili anche perche’ riscontrate da altri elementi probatori, tra i quali le dichiarazioni di altri soggetti sentiti a sommarie informazioni.
La donna “a seguito delle reiterate condotte del (OMISSIS), descritte in querela in modo attendibile e con dovizia di particolari e di riferimenti temporali, viveva con forte turbamento la situazione, se non con vero e proprio terrore, al punto che, come descritto dall’amica (OMISSIS), non si riteneva piu’ libera di uscire e di vivere la propria vita tranquillamente, che quando rincasava tardi si faceva sempre riaccompagnare da qualcuno, che non stava mai da sola in posti isolati e che era comunque ossessionata dalla presenza dell’imputato” (pag. 7 della sentenza).
E’ del tutto evidente che le suddette circostanze integrano sia l’evento del perdurante stato di ansia che quello del cambiamento delle abitudini di vita (Sez. 5, n. 45453 del 03/07/2015, M, Rv. 265506), essendo del tutto irrilevante il fatto -dedotto dal ricorrente- che la donna avesse continuato a frequentare i luoghi in cui avrebbe potuto incontrare il suo persecutore.
Correttamente, quindi, la Corte territoriale non ha condiviso l’affermazione dell’appellante, secondo la quale lo “stato d’ansia” richiesto dalla norma non sussisterebbe, in quanto smentito dal fatto che la persona offesa aveva continuato a frequentare amici e a fare passeggiate in centro a Treviglio, piccola citta’ dove vive e lavora l’imputato. E cosi’ condivisibilmente nella sentenza in esame si e’ affermato che “si pretenderebbe che la persona offesa ai fini della commissione del reato di cui all’articolo 612 bis prestasse un’acquiescenza totale alle condotte persecutorie, al punto da non tentare neppure una qualche forma di continuita’ della propria vita normale” (pag. 7 della sentenza).
1.3. Quanto sopra evidenziato e’ sufficiente a rigettare anche il motivo con il quale il ricorrente ha chiesto derubricarsi i fatti nella contravvenzione di cui all’articolo 660 cod. pen..
Come si e’ detto, il delitto di atti persecutori e’ reato abituale, che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento.
2.Manifestamente infondato e’ il motivo relativo al diniego della attenuante di cui all’articolo 62 c.p., n. 6.
La Corte territoriale ha rigettato l’analogo motivo di appello perche’ l’imputato non ha risarcito il danno e il versamento dell’importo di Euro 1500 prima del giudizio abbreviato va ricompreso tra gli elementi di meritevolezza che hanno consentito la concessione delle attenuanti generiche.
Si tratta di motivazione congrua, mentre le doglianze del ricorrente risultano rispetto ad essa generiche.
In proposito va rimarcato che, ai fini della configurabilita’ della circostanza attenuante di cui all’articolo 62 c.p., comma 1, n. 6, il risarcimento del danno deve essere volontario, integrale, comprensivo sia del danno patrimoniale che morale, ed effettivo (Sez. 6, n. 6405 del 12/11/2015, Minzolini, Rv. 265831).
D’altronde, la valutazione della congruita’ del risarcimento del danno e’ rimessa esclusivamente all’apprezzamento del giudice (Sez. 2, n. 9143 del 24/01/2013, Corsini e altri, Rv. 254880; Sez. 4, n. 34380 del 14/07/2011, Allegra, Rv. 251508).
Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonche’ in favore dell’Erario delle spese di parte civile (ammessa al patrocinio per non abbienti) liquidate nella misura qui di seguito indicata in dispositivo.
A norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52 va disposto che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalita’ e gli altri dati identificativi delle parti.
Cass. sent. n. 5664/15
avverso l’ordinanza n. 936/2014 TRIB. LIBERTA’ di VENEZIA, del 07/08/2014;
– Udito il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione, dr. Gioacchino Izzo, che ha chiesto la rimessione del ricorso alle Sezioni Unite, ovvero, in subordine, il rinvio pregiudiziale – ex articolo 267 TUE – alla Corte di Giustizia circa l’interpretazione dell’articolo 5, lettera C), della Direttiva 2011/99 UE del 13 dicembre 2011; in ulteriore subordine il rigetto del ricorso.
1.Il Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Treviso, con ordinanza confermata dal Tribunale del riesame di Venezia, ha applicato a (OMISSIS) la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati da (OMISSIS), nonche’ ai comuni di (OMISSIS) e (OMISSIS), siccome indagato per atti persecutori, lesioni personali e violazione di domicilio.
Il Tribunale ha ritenuto sussistente il quadro di gravita’ indiziaria sulla scorta delle dichiarazioni della persona offesa – che ha riferito di una serie continuativa di atti molesti, costituiti da messaggi e telefonate ingiuriose e minacciose, di pedinamenti e appostamenti, oltre che, infine, di aggressione fisica – e di vari testimoni, che sono stati spettatori di una selvaggia aggressione perpetrata in danno della donna.
2.0. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, nell’interesse dell’indagato, l’avv. (OMISSIS), il quale, con un primo motivo, lamenta una violazione del diritto di difesa, derivante dal fatto che l’ordinanza del Giudice delle indagini preliminari fa riferimento al reato di cui all’articolo 612 c.p., e non a quello di cui all’articolo 612 bis c.p..
Con altro motivo si duole della violazione dell’articolo 274 c.p.p., comma 1, lettera c), oltre che di un vizio di motivazione, per essere stato inferito il pericolo di reiterazione criminosa dal carattere stesso dei reati contestati e dai precedenti penali dell’indagato, non attinenti agli specifici fatti oggetto di contestazione, e nonostante il (OMISSIS), successivamente all’aggressione del 22-6-2014, non abbia piu’ voluto incontrare la persona offesa.
Col terzo motivo contesta la sussistenza del reato di cui all’articolo 612 bis c.p., dal momento che la (OMISSIS), nella denuncia sporta il 23/6/2014, non aveva proposto querela e aveva, nelle sommarie informazioni del 7/7/2014, dichiarato di non aver avuto modo di incontrare di persona (OMISSIS). Il ricorrente conferma che, successivamente al 22/6/2014, furono inviati altri messaggi alla persona offesa, ma esclude che (OMISSIS) abbia agito con l’intenzione di recare ansia o disturbo alla (OMISSIS).
Il ricorso e’ fondato limitatamente all’ultimo motivo proposto.
1.Il primo motivo e’ inammissibile per manifesta infondatezza. Sebbene il provvedimento del Giudice delle indagini preliminari menzioni l’articolo 612 c.p., tutta l’ordinanza e le motivazioni del provvedimento fanno riferimento al reato di cui all’articolo 612 bis c.p., per cui nessun intralcio all’esplicazione del diritto di difesa e’ conseguito alla erronea indicazione della norma penale applicabile nella specie. La giurisprudenza di questa Corte e’ costante nell’individuare le cause di nullita’, dovute alla erronea contestazione dei reati e alla modificazione dell’imputazione nel corso del procedimento, con riguardo all’incidenza che l’errore o la modifica ha avuto sulle possibilita’ di difesa dell’interessato; pertanto, ove, come nella specie, nessun pregiudizio sia derivato all’esercizio del diritto suddetto, nessuna nullita’ e’ possibile predicare con riguardo al provvedimento affetto dall’errore o interessato dalla modifica.
2.Il motivo relativo al fumus commissi delicti (il terzo del ricorrente, che viene esaminato prima del secondo per la sua priorita’ logica) e’ – parimenti – manifestamente infondato. Il reato di cui all’articolo 612 bis, e’ integrato da una serie ripetuta di atti minacciosi o molesti che cagionano alla vittima un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero ingenerano un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero costringono lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. Nella specie, i giudici di merito – sulla base delle dichiarazioni della donna, attentamente valutate, e di numerosi testi, che assistettero ad un episodio di selvaggia aggressione perpetrato in data 22 giugno 2014 – hanno ampiamente e congruamente motivato in ordine alla determinazione – da parte dell’indagato – dell’evento preso in considerazione dalla norma (sia il grave stato di ansia e di paura, sia il mutamento delle abitudini di vita, determinati da comportamenti minacciosi e violenti dell’uomo, durati mesi ed acuitisi dopo l’avvio di una nuova relazione sentimentale da parte della ex-compagna). Poco importa, quindi, se, come sostiene il ricorrente, in relazione all’episodio del 22 giugno 2014 la donna non abbia proposto querela, giacche’ nel fuoco dell’indagine giudiziale sono entrati comportamenti durati mesi e idonei, da soli, a integrare l’elemento oggettivo del reato; ne’ importa, per lo stesso motivo, che, nelle sommarie informazioni del 7/7/2014, la donna abbia – a dire del ricorrente – dichiarato di non aver incontrato di persona (OMISSIS), posto che gli “incontri” procurati, in precedenza, dall’indagato assumono da soli la rilevanza supposta dalla norma penale (senza contare che gli atti persecutori possono essere compiuti senza contatto fisico).
3.E’ manifestamente infondata anche la doglianza relativa alla ritenuta sussistenza delle esigenze cautelari, desunte dalla natura e reiterazione delle condotte delittuose attribuite all’indagato e alla sua negativa personalita’, apprezzata sia per i comportamenti – particolarmente odiosi – tenuti nei confronti della persona offesa, sia per i precedenti penali. Vale a dire, per le “specifiche modalita’ e circostanze del fatto e per la personalita’ della persona sottoposta alle indagini…, desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali”, secondo la testuale definizione dell’articolo 274 c.p.p., comma 1, lettera c), di cui l’ordinanza impugnata ha fatto puntuale applicazione.
4.Merita accoglimento parziale, invece, l’ultimo motivo di ricorso. Com’e’ noto, l’articolo 282 ter c.p.p. – introdotto dal D. L. 23 febbraio 2009, n. 11, conv., con mod., dalla Legge 23 aprile 2009, n. 38 – ha tipizzato una nuova figura di misura cautelare al fine di contrastare, prevalentemente, il fenomeno degli atti persecutori, costituito dal divieto di avvicinamento dell’imputato o dell’indagato “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa”, nonche’ dall’imposizione dell’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
E’ vivo nella giurisprudenza di questa Corte – ma non contraddittorio – il dibattito sui caratteri che devono avere le misure suddette, affinche’ le esigenze di cautela sottese alla norma siano conciliabili con i diritti e le necessita’ della persona cui le misure sono imposte, sotto un duplice profilo: a) quello di determinare una compressione della liberta’ di movimento dell’onerato nella misura strettamente necessaria alla tutela della vittima; b) quella di assicurare una sufficiente determinatezza della misura, affinche’ sia ben chiaro all’obbligato quali comportamenti deve tenere e sia eseguibile il controllo sulla corretta osservanza delle prescrizioni a lui imposte. E’ compito del giudice, pertanto, riempire la misura di contenuti adeguati agli obbiettivi da raggiungere e rendere la misura sufficientemente determinata, per evitare elusioni o problematiche applicative.
Ritiene il collegio che una interpretazione letterale della norma consenta di superare le difficolta’ applicative create da una misura che, nello spirito della legge, deve essere “calibrata” sulla situazione di fatto che si vuole tutelare in via cautelare. Ebbene, l’articolo 282-ter prevede – innanzitutto – il divieto di avvicinamento “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” e l’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi”, al fine – evidente – di assicurare alla vittima uno spazio fisico libero dalla presenza del soggetto che si e’ reso autore di reati in suo danno. La norma ricalca l’analoga previsione contenuta nell’articolo 282 bis c.p.p., introdotto per analoghe ragioni, dalla Legge 4 aprile 2001, n. 154, secondo cui il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumita’ della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, puo’ ordinare all’imputato o all’indagato, oltre che di lasciare immediatamente la casa familiare, “di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti”. In entrambe le disposizioni e’ contenuta, quindi, l’avvertenza di riempire la prescrizione di un contenuto specifico: quello della individuazione (“determinazione”) del luogo a cui l’autore del reato non si deve avvicinare. Tale previsione corrisponde ad una esigenza pratica e una esigenza di giustizia: l’esigenza pratica e’ quella di rendere noto all’obbligato quali sono i luoghi da evitare, alla cui determinatezza e’ collegata la stessa praticabilita’ della misura; l’esigenza di giustizia e’ quella di contenere le limitazioni imposte all’indagato nei limiti strettamente necessari alla tutela della vittima e di assicurare a quest’ultima la certezza di uno spazio libero dalla presenza del prevenuto. Entrambe le norme partono dal presupposto, quindi, che una indicazione generica del luogo “interdetto” all’obbligato non sia funzionale alle esigenze che si vogliono tutelare, perche’ non consentirebbe al prevenuto di sapere in anticipo quale comportamento e’ a lui richiesto. A questa categoria e’ da ascrivere – ad avviso del Collegio – anche il divieto “di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa”, sia perche’ l’obbligato non puo’ sapere quali siano i luoghi suddetti – peraltro normalmente destinati a variare a seconda delle esigenze e delle abitudini della persona – sia perche’ la misura assumerebbe una elasticita’ dipendente dalle decisioni (o anche dal capriccio) dell’offeso, a cui verrebbe rimesso, sostanzialmente, di stabilire il contenuto della misura. Tanto, si badi bene, anche nel caso la frequentazione di un luogo avvenga, con priorita’, da parte della persona sottoposta ad indagini, con la conseguenze – a dir poco paradossale – di imporgli un facere (allontanarsi dal luogo) anche quando sia la persona offesa ad avvicinarsi ad esso.
E’ da condividere, pertanto, la conclusione cui e’ pervenuta, sul punto, la Sez. 6 di questa Corte, allorche’ ha rilevato che un provvedimento che si limiti a parlare, genericamente, di “luoghi frequentati dalla persona offesa”, oltre a “non rispettare il contenuto legale, appare strutturato in maniera del tutto generica, imponendo una condotta di non facere indeterminata rispetto ai luoghi, la cui individuazione finisce per essere di fatto rimessa alla persona offesa” (Cass., n. 26816 del 7/4/2011. In senso conforme, Sez. 5, n. 27798 del 4/4/2013).
4.1.A conclusione diversa conduce, invece, l’imposizione – pure consentita dall’articolo 282-ter cod. proc. pen., dell’obbligo di “non avvicinarsi alla persona offesa”, ovvero quello di “tenere una determinata distanza dalla persona offesa”.
Come e’ stato rilevato, l’articolo 282 ter c.p.p., e’ stato introdotto contestualmente alla previsione del reato di “atti persecutori”, di cui all’articolo 612 bis c.p., che ha tra le sue manifestazioni tipiche il costante pedinamento della vittima, da parte del soggetto agente, anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente, e l’espressione di atteggiamenti intimidatori o molesti anche in assenza di contatto fisico diretto con la persona offesa e purtuttavia dalla stessa percepibili. Proprio per ovviare a questo tipo di “persecuzione” sono state previste, dal legislatore, le particolari misure del divieto di “avvicinamento” alla persona offesa, nonche’ quello di mantenere una determinata distanza dalla persona suddetta e il divieto di comunicazione. Il contenuto di queste misure e’ funzionale alla particolare tutela di cui e’ bisognosa la persona oggetto di attenzioni sgradite e di interferenze abusive nella sua sfera di vita personale, in quanto idonee a tenere lontano l’autore delle condotte sopra specificate. La norma, in altre parole, viene incontro all’esigenza di consentire alla persona offesa il completo svolgimento della propria vita lavorativa e sociale in condizioni di serenita’ e di sicurezza, anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali; con la conseguenza che e’ rispetto a tale esigenza che deve modellarsi il contenuto concreto di una misura la quale, non lo si dimentichi, ha comunque natura inevitabilmente coercitiva rispetto a liberta’ anche fondamentali dell’indagato (in questo senso si e’ gia’ espressa la sez. quinta di questa Corte, con le sentenze nn. 13568 del 16/1/2012; n. 36887 del 16/1/2013; n. 19552 del 26/3/2013).
Peraltro, il divieto di avvicinamento alla persona offesa e il divieto di comunicazione, ovvero quello di tenere una determinata distanza da lei, non hanno affatto (contrariamente al divieto di stare lontano dai “luoghi” frequentati dalla persona offesa, a meno che l’espressione non venga interpretata come divieto di stare lontano dalla persona offesa puramente e semplicemente) un contenuto generico o indeterminato, come talvolta si e’ sostenuto, pure in dottrina, perche’ rimandano ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa; e quindi di non avvicinarsi fisicamente alla persona suddetta, di non rivolgersi a lei con la parola o con lo scritto, di non telefonarle, di non inviarle SMS, di non guardarla (quando lo sguardo assume la funzione di esprimere sentimenti e stati d’animo): insomma, di non fare tutto cio’ che lo “stolker” e’ solito fare e che i soggetti appartenenti alla detta categoria comprendono benissimo. Peraltro, la sfera di liberta’ del prevenuto non e’ affatto compressa, con le misure suddette, in maniera indefinita o eccessiva, ma solo nella misura strettamente necessaria alla tutela della vittima, poiche’ si risolve nel rapporto interpersonale tra due soggetti; e quindi rappresenta la misura di minima invadenza, alternativa ad altre, pure previste dall’ordinamento (anche per far fronte alle situazioni contemplate dall’articolo 612 bis c.p.), che agiscono direttamente sulla persona e sulla sua liberta’ di locomozione. E non e’ nemmeno idonea a determinare violazioni involontarie delle prescrizioni giudiziali, rimanendo esclusi dall’ambito di rilievo penale gli eventuali, occasionali e non prevedibili incontri che non si traducano in alcun tipo di contatto molesto, dovendosi apprezzare, ai fini della valutazione del rispetto della misura, anche l’elemento soggettivo.
4.2. In definitiva, tenuto conto delle puntualizzazioni sopra esposte, corretta, e non contrastante con l’orientamento espresso dalla Sez. 6 – sopra richiamato – appare la conclusione cui e’ giunta questa Corte fin dalle prime applicazioni della norma, allorche’ ha affermato che l’articolo 282 ter c.p.p., “ha assunto una dimensione articolata in piu’ fattispecie applicative, graduate in base alle esigenze di cautela del caso concreto. L’originaria indicazione dei luoghi determinati frequentati dalla persona offesa rimane invero significativa nel caso in cui le modalita’ della condotta criminosa non manifestino un campo d’azione che esuli dai luoghi nei quali la vittima trascorra una parte apprezzabile del proprio tempo o costituiscano punti di riferimento della propria quotidianita’ di vita, quali quelli indicati dall’articolo 282 bis c.p.p., nel luogo di lavoro o di domicilio della famiglia di provenienza. Laddove viceversa, ed e’ situazione come si e’ detto ricorrente per il reato di cui all’articolo 612 bis c.p., la condotta oggetto della temuta reiterazione abbia i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi, e’ prevista la possibilita’ di individuare la stessa persona offesa, e non i luoghi da essa frequentati, come riferimento centrale del divieto di avvicinamento. Ed in tal caso diviene irrilevante l’individuazione di luoghi di abituale frequentazione della vittima; dimensione essenziale della misura e’ invero a questo punto il divieto di avvicinamento a quest’ultima nel corso della sua vita quotidiana ovunque essa si svolga. La predeterminazione dei luoghi di cui sopra risulterebbe del resto, nella situazione descritta, chiaramente dissonante con le finalita’ della misura, per come in precedenza delineate. Detta predeterminazione verrebbe di fatto a porsi come un’inammissibile limitazione del libero svolgimento della vita sociale della persona offesa, che viceversa costituisce precipuo oggetto di tutela della norma. La vittima si vedrebbe invero costretta a contenere la propria liberta’ di movimento nell’ambito dei luoghi indicati ovvero ad essere esposta, esorbitando dagli stessi, a quella condizione di pericolo per la propria incolumita’ che si presuppone essere stato riconosciuta sussistente anche al di fuori del perimetro della ricorrente frequentazione della persona offesa” (Cass., n. 13568 del 16/1/2012).
E’ compito del giudice del merito, pertanto, stabilire, in base alle concrete connotazioni assunte dalla condotta invasiva dell’agente, stabilire se questi debba tenersi lontano da luoghi determinati – in questo caso da indicare specificamente – ovvero se debba tenersi lontano, puramente e semplicemente, dalla persona offesa; e se una siffatta prescrizione debba essere accompagnata dal divieto di comunicare, anche con mezzi tecnici, con quest’ultima.
4.3. Alla luce di tali criteri va ritenuta eccessivamente generica la misura applicata a (OMISSIS), allorche’ prescrive a quest’ultimo di non avvicinarsi “ai luoghi frequentati da (OMISSIS)”, in quanto i luoghi – intesi come porzioni di territorio della Repubblica – vanno specificamente individuati, con conseguente annullamento dell’ordinanza. Sara’ compito del giudice di rinvio accertare se, oltre ai comuni di (OMISSIS) e (OMISSIS), vi siano altri “luoghi” che, per le esigenze di tutela dalla vittima, vanno interdetti al prevenuto, ferma la possibilita’ di applicare a quest’ultimo un generale divieto di avvicinamento alla ex compagna. Non vi e’ necessita’ di disporre il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia della Comunita’ Europea – richiesto dal Pubblico Ministero d’udienza – per l’interpretazione dell’articolo 5, lettera C), della Direttiva 2011/99 UE del 13 dicembre 2011, sia perche’ la direttiva suddetta stabilisce le norme che permettono all’autorita’ giudiziaria o equivalente di uno Stato membro (in cui e’ stata adottata una misura di protezione volta a proteggere una persona da atti di rilevanza penale di un’altra persona, tali da metterne in pericolo la vita, l’integrita’ fisica o psichica, la dignita’, la liberta’ personale o l’integrita’ sessuale) di emettere un ordine di protezione Europeo (articolo 1 della Direttiva), di cui non e’ stata intravista la necessita’ nella specie, sia perche’ la lettera c) dell’articolo 5 si riferisce alla possibilita’ di regolamentare “l’avvicinamento alla persona protetta entro un perimetro definito”, ma non esclude affatto un generale divieto di avvicinamento alla persona offesa. Non vi sono dubbi – pertanto – quanto alla corretta interpretazione della norma di diritto di cui trattasi.

References: Cass. 
 Cass. 

Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 52

Cass. 
 articolo 267