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Stenografico Assemblea - Sed. n. 98 di giovedì 25 gennaio 2007 - 15^ Legislatura
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(Rinvio interpellanza urgente Colucci - n. 2-00280)
PRESIDENTE. Avverto che, su richiesta del presentatore, sulla quale ha convenuto il Governo, lo svolgimento dell'interpellanza urgente Colucci n. 2-00280 è rinviato ad altra seduta.
(Iniziative per la promozione di progetti di formazione per la tutela del Mediterraneo - n. 2-00306)
PRESIDENTE. L'onorevole Cassola ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00306 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 1).
ARNOLD CASSOLA. Signor Presidente, rappresentanti del Governo, come si sa per questo Governo il dialogo con i paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente diventa un cardine della politica estera italiana ed una priorità. Il Presidente del Consiglio Prodi, dopo aver ottenuto la fiducia al Senato, ha detto chiaramente che l'Italia deve riprendere il proprio ruolo per aiutare la costruzione di una Costituzione europea, però, intanto, il nostro lavoro deve essere anche quello di proporre ed attuare, con un numero più limitato di paesi, una nuova grande politica per il Mediterraneo.
L'Italia deve assumere il grande ruolo di spingere su questo punto. Il processo di Barcellona non basta più. Abbiamo bisogno di centri di decisione e di decisioni prese dai paesi della sponda nord e della sponda sud del Mediterraneo. In questo contesto l'Italia deve agire a livello interno, nell'ambito del processo di integrazione dell'Unione europea; però, dovrebbe essere promotrice di accordi e di azioni bilaterali anche con i paesi mediterranei, che sono fuori dall'Unione europea. A questo riguardo, le zone di maggior interesse sia economico sia strategico per l'Italia sono i Balcani e i paesi del bacino meridionale del Mediterraneo. L'Italia trarrebbe molto vantaggio se il processo di integrazione di questi paesi, che sono oggi fuori dall'Unione europea, andasse avanti a tutti livelli, compreso quello ambientale. La loro maggiore integrazione sarebbe di grande vantaggio per il nostro Paese, mentre il fallimento di questo processo comporterebbe problemi per l'Italia che è lo Stato a loro più prossimo.
Anche il ministro degli esteri D'Alema ha sottolineato l'impegno del Governo nel rilanciare il ruolo dell'Italia nel Mediterraneo. In un'intervista rilasciata al giornale egiziano Al Ahram, D'Alema ha dichiarato: «Il Governo mira a rilanciare il ruolo dell'Italia nel Mediterraneo non solo dal punto di vista nazionale, ma anche in linea con l'impegno europeo. Crediamo che sia arrivato il momento che l'Europa indirizzi il suo interesse verso il Mediterraneo, che è tornato ad essere un crocevia vitale per le relazioni internazionali nel bene e nel male». Secondo il ministro, ci vuole una nuova strategia soprattutto per il processo di Barcellona, che finora è Pag. 35stato mancante di contenuti concreti. Dunque, il Governo italiano si sta ponendo il problema di dare contenuti e risultati concreti al processo di Barcellona, avviato nel 1995, che - ahimè - non ha portato molti frutti in questi dieci anni.
Tuttavia, il Mediterraneo è diventato una priorità anche per la Commissione europea, perché la sua ricchezza di biodiversità ne fa uno fra i più importanti ecosistemi del mondo. Quindi, la Commissione europea già si sta preparando ad adottare una direttiva per la difesa della biodiversità, sia all'interno dell'Unione europea, sia al suo esterno. Infatti, come ha detto il commissario Stavros Dimas, l'estinzione di piante ed animali è una perdita irreversibile per l'umanità e, quindi, la comunicazione che si appresta a preparare il medesimo commissario Dimas dovrebbe identificare quattro aree di intervento: la biodiversità nella Unione europea; l'Unione europea e la biodiversità a livello globale; la biodiversità ed il cambiamento climatico (altro grave problema che ormai coinvolge tutti. Noi Verdi eravamo accusati di catastrofismo molti anni fa, quando parlavamo di questi problemi, oggi siamo almeno lieti di constatare che questa tematica è condivisa da tutti, che tutti ne parlano e che tutti ritengono necessario adottare misure in merito); la base della conoscenza.
Per salvaguardare la diversità biologica, la varietà dei geni, le specie, gli ecosistemi ed altro, così come per la lotta ai cambiamenti climatici ed altro, bisognerebbe riuscire - dice la Commissione - ad approvare il suddetto piano, fornendo anche un contributo economico ai paesi che non fanno parte dell'Unione europea ma che si affacciano sul Mediterraneo. Ovviamente, le principali minacce che mettono a rischio le specie, gli habitat ed interi sistemi del Mediterraneo sono, in molti casi - ahimè - riconducibili all'attività umana.
Chiedo pertanto al rappresentante del Governo se non si ritenga utile promuovere progetti, anche a livello bilaterale, con paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo, al di fuori dell'Unione europea, quindi con i paesi del Nord Africa, del Maghreb e dei Balcani, posto che anche a livello regionale si prevede la costituzione di una piattaforma che abbia quale obiettivo generale il rafforzamento della conoscenza tecnica, del know-how, delle capacità operative degli attori ambientali in loco, quindi delle istituzioni locali, delle ONG ed altro, specialmente nelle zone in cui la formazione di tali soggetti è più difficile. L'Italia dovrebbe promuovere una strategia a lungo termine per elaborare strumenti operativi, training, scambi di esperienza nord-sud, sud-sud, progetti pilota su tematiche specifiche, per combattere la menzionata perdita di biodiversità, che è essenziale per la qualità della vita di tutti noi.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per l'ambiente e la tutela del territorio e del mare, Laura Marchetti, ha facoltà di rispondere.
LAURA MARCHETTI, Sottosegretario di Stato per l'ambiente e la tutela del territorio e del mare. Signor Presidente, in merito a quanto indicato nell'interpellanza presentata dagli onorevoli Cassola e Bonelli, si rappresenta che la regione mediterranea è oggetto di un intenso dibattito politico-internazionale, rappresenta oggi una delle aree privilegiate in cui si esplica l'attività di cooperazione dei paesi dell'Unione europea e dell'Italia in particolare. A conferma di ciò, basti pensare alla creazione del Partenariato Euro-Mediterraneo nel 1995, agli aggiornamenti della Convenzione di Barcellona dell'UNEP e dei suoi Protocolli, al programma comunitario «Horizon 2020», avviato nel 2006.
In tale contesto, la proposta di realizzare una piattaforma che abbia come obiettivo generale il rafforzamento della conoscenza tecnica e delle capacità operative degli attori ambientali che lavorano nella regione mediterranea risulta essere di grande interesse e, a tal proposito, si sottolinea che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, già dal 2002, ha promosso un intenso programma di cooperazione ambientale bilaterale, Pag. 36attraverso la realizzazione di programmi finalizzati a progettare e sperimentare le modalità di attuazione di una strategia regionale per lo sviluppo sostenibile.
I programmi di cooperazione ambientale avviati dal Ministero con gran parte dei paesi del Mediterraneo rappresentano un tassello importante per il dialogo tra queste diverse culture nella direzione comune di amicizia, conoscenza, scambio di informazioni.
Fino ad oggi, sono stati avviati 30 progetti (con Algeria, Egitto, Marocco, Tunisia, Israele) finalizzati a promuovere: in primo luogo, l'attuazione di azioni di efficienza energetica e l'uso delle fonti rinnovabili per la desalinizzazione delle acque, la generazione di elettricità ed acqua calda nelle zone rurali e negli impianti turistici, il raffreddamento e la conservazione dei prodotti agricoli e della pesca; in secondo luogo, programmi nazionali per la gestione integrata delle zone costiere, il recupero e la gestione integrata delle risorse idriche, la promozione del turismo sostenibile, la lotta contro la desertificazione e la protezione delle oasi del deserto, la riforestazione di zone aride; in terzo luogo, le capacità nazionali e locali di governo dell'ambiente, anche attraverso esperienze di gemellaggio ambientale per realizzare le capacità di governance ambientale, mediante il trasferimento di competenze dall'Italia ed il training in Italia dei quadri e della classe dirigente futura di questi paesi; infine, la diffusione di veicoli a basse emissioni nelle aree urbane.
Per il coordinamento e il monitoraggio dei progetti per la promozione delle fonti rinnovabili è stata avviata la partnership MEDREP, un'iniziativa lanciata dall'Italia a Johannesburg nel 2002, con una sede permanente a Tunisi.
Il programma è finalizzato alla promozione delle fonti rinnovabili nella regione mediterranea attraverso la diffusione delle tecnologie, sostenuta da strumenti e meccanismi finanziari innovativi, e il rafforzamento delle istituzioni dei paesi dell'area, per dare certezza e continuità alle regole e alle procedure finalizzate a sostenere gli investimenti privati, con particolare riferimento ai crediti di riduzione delle emissioni nell'ambito del CDM del protocollo di Kyoto.
Per il coordinamento dei progetti per la lotta alla desertificazione è stata istituita, invece, una sede permanente ad Algeri.
I progetti sono realizzati in collaborazione con i ministeri, le istituzioni locali, le agenzie dei paesi del sud del Mediterraneo, le agenzie delle Nazioni Unite e della World Bank.
Per parte italiana, sono coinvolte l'APAT, l'ENEA, il CNR e le Università di Pavia, Padova, Firenze, Pisa, Viterbo Tuscia, altri istituti universitari, anche privati, oltre a società di ingegneria e imprese italiane impegnate a trasferire tecnologie innovative.
Le iniziative italiane, in particolare per quanto riguarda il trasferimento di tecnologie, si collocano nella prospettiva del partenariato euromediterraneo, finalizzato alla creazione di un'area di libero scambio tra i paesi dell'Unione europea e i paesi della sponda sud del Mediterraneo, da realizzarsi entro il 2010.
Il valore complessivo dei progetti corrisponde attualmente a circa 65 milioni di euro e il cofinanziamento del Ministero è stato, fino ad oggi, stanziato in 30 milioni di euro, mentre la quota restante è stata coperta dalle istituzioni dei paesi nei quali sono stati avviati i programmi, dalle istituzioni e dalle imprese italiane che partecipano al programma, dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalla stessa World Bank.
Inoltre, sono stati cofinanziati dalla Commissione europea sei progetti nella regione mediterranea, finalizzati alla promozione delle energie rinnovabili, alla capacity building ed assistenza tecnica nel settore della gestione di risorse idriche, alla protezione delle zone costiere, al rafforzamento delle capacità delle pubbliche amministrazioni dei paesi beneficiari in materia ambientale.
Ancora, nell'ambito delle attività connesse all'Accordo ACCOBAMS (Accordo per la conservazione dei cetacei del Mediterraneo, del Mar Nero e della zona atlantica contigua), il Ministero dell'ambiente Pag. 37e della tutela del territorio e del mare, oltre a finanziare iniziative tese a sviluppare la sensibilità verso le tematiche della protezione dei mammiferi marini nel Mediterraneo, ha già avviato una serie di azioni finanziando, attraverso il segretariato di ACCOBAMS, attività di formazione sulla materia della conservazione dei cetacei per i paesi del Mediterraneo, attraverso workshop e corsi per operatori e tecnici e di promozione.
In particolare, nel 2007 sarà finanziato un progetto che riguarda tecniche di monitoraggio dei cetacei, che coinvolge attività di formazione in diversi paesi mediterranei tra cui Albania, Bulgaria, Marocco, Tunisia, Libano e Siria. Infine, non manca un'attività di supporto al REMPEC (Centro di risposta per la gestione delle emergenze da inquinamento nel mare Mediterraneo) che, come è noto, svolge attività formativa per gli Stati membri in materia di prevenzione e pronto intervento in caso di inquinamento da idrocarburi e sostanze chimiche, con contributi aggiuntivi pluriennali per specifici progetti e per personale tecnico di supporto.
PRESIDENTE. L'onorevole Cassola ha facoltà di replicare.
ARNOLD CASSOLA. Signor Presidente, sono alquanto soddisfatto per la risposta del signor sottosegretario. Mi fa piacere che l'Italia sia coinvolta in tutti questi progetti che, a partire dal 2002, sono stati avviati. Questa attività diventa importante non soltanto per la salvaguardia della biodiversità ma anche perché rappresenta un inizio nella creazione di una barriera contro i problemi ambientali di vario genere che avremo in futuro, a causa del cambiamento climatico, dell'innalzamento delle acque e così via. Inoltre, si offre alle imprese italiane ed agli istituti di ricerca universitari l'opportunità di svolgere la loro attività ricorrendo al know how e alla tecnologia italiana, che è all'avanguardia. Intensificando queste iniziative è altresì possibile che i nostri ricercatori, che molte volte sono costretti a recarsi all'estero, rimangano in Italia, proprio per lavorare su questi progetti.
Mi sembra che la maggior parte di essi sia orientata verso il sud del Mediterraneo e il nord Africa. Questa è un'ottima cosa, ma bisognerebbe non trascurare l'area orientale, in particolare quella dei Balcani, che dobbiamo coinvolgere nel lavoro per la conservazione delle acque interne, delle foreste, degli ecosistemi marini e così via. È importante stabilire reti di collaborazione con i vari attori in loco, redigere programmi di capacity building e così via. Non possiamo rischiare, infatti, che i paesi meno ricchi del Mediterraneo si sviluppino a costo di danni ambientali. Sfortunatamente, a causa della desertificazione - come lei ha ricordato - ma anche della povertà, del cambiamento climatico, delle guerre e dell'inquinamento postbellico, le zone del Mediterraneo che hanno maggior bisogno di risorse sono proprio quelle più vicine noi; mi riferisco ai Balcani occidentali e al nord Africa. Aiutare questi paesi e promuovere, in Italia, la conoscenza e la professionalità sarebbe utile non solo per il nostro paese ma anche per i paesi del Mediterraneo e per tutti, in generale (Applausi dei deputati del gruppo Verdi).
(Incidente ferroviario verificatosi sulla linea Bolzano-Verona - n. 2-00286)
PRESIDENTE. L'onorevole Mario Ricci ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00286 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 2).
MARIO RICCI. Signor Presidente, constato la presenza, in questa Assemblea, del viceministro dei trasporti, De Piccoli, il quale, riguardo all'incidente accaduto a Borghetto sull'Adige, già ha reso una informativa in sede di Commissione. In quella occasione, egli ha precisato che sarebbero state istituite due commissioni, l'una ministeriale e l'altra ad opera del gruppo delle Ferrovie dello Stato. Tali commissioni, entro un mese, avrebbero potuto e dovuto fornire migliori ragguagli sulle cause precise del medesimo incidente. Tra l'altro, quest'ultimo seguiva, a distanza di qualche anno, un altro incidente, Pag. 38avvenuto sulla stessa linea, a Colle d'Isarco. Ciò significa, secondo noi, che su questo tratto di ferrovia c'è, quanto meno, una caduta di attenzione, per quanto riguarda la manutenzione, da parte dei gestori della rete.
Sarebbe il caso - siamo qui, infatti, per ascoltare il viceministro - di conoscerne le cause reali. Infatti, dai dati in nostro possesso e sulla base delle segnalazioni delle rappresentanze sindacali, si tratta di una linea sulla quale frequentemente avvengono interruzioni dovute appunto alla sussistenza di limiti in ordine alla manutenzione della linea stessa. Dunque, guasti alla tratta che hanno determinato - come nel caso del 13 dicembre - alcune battute di arresto, in conseguenza delle quali la marcia a vista diventa una sorta di assuefazione con gli incidenti che conosciamo.
Non vorrei che le due commissioni - come solitamente è avvenuto in occasione di molti altri incidenti ferroviari - giungessero alla determinazione che anche questo incidente sulla linea Bolzano-Verona, nella località Borghetto sull'Adige, sia stato causato da un errore umano. Motivazione quest'ultima che riteniamo abbastanza superficiale e della quale non ci accontentiamo.
Infatti, la catena di incidenti drammatici e mortali, che hanno investito le nostre ferrovie dal 1986 ad oggi, evidenzia altri fenomeni che stanno alla base di queste drammatiche morti sul lavoro, che hanno coinvolto i lavoratori da una parte, ma gli stessi viaggiatori dall'altra.
Potremmo fare un elenco di tali incidenti: il 1o ottobre del 2003, nell'incidente di Porretta Terme, si sono registrati 1 morto e 127 feriti; il 13 settembre 2004, sul treno Cuneo-Torino, 2 morti e 30 feriti; il 7 gennaio 2005, alla stazione di Crevalcore, 17 morti e 50 feriti; il 20 dicembre 2005, alla stazione di Roccasecca, 2 morti e circa 70 feriti di cui 10 gravi e, da ultimo in ordine di tempo, il 13 dicembre 2006, 2 morti e diversi feriti. Questa catena drammatica di morti bianche è attribuibile a precise responsabilità. La nostra era la ferrovia più sicura d'Europa; oggi forse siamo la ferrovia più insicura d'Europa!
Con questi dati di fatto abbiamo messo sotto smacco tutti i processi di liberalizzazione che hanno interessato anche un settore strategico del nostro paese come quello dei trasporti. I fatti parlano in maniera molto precisa!
Pertanto, sollecitiamo il nostro Governo ad adoperarsi affinché possano terminare questi gravi incidenti. In particolare, riteniamo vi debba essere un maggiore interessamento per quanto riguarda gli investimenti per la sicurezza sui tratti ferroviari anche ordinari e non solo sull'alta velocità; un'accurata e continua formazione degli equipaggi; una manutenzione attenta delle linee e del materiale rotabile; un attento governo delle risorse umane, con rapporti di lavoro che tendano sempre di più alla stabilità e alla qualità del lavoro; un'organizzazione societaria, all'interno del gruppo delle Ferrovie dello Stato, che superi la frantumazione che si è determinata nel corso di questi dieci anni.
Non è un caso che, dal 1986 ad oggi, nel nostro paese, si sono verificati 130 disastri ferroviari e che, in tale periodo, oltre 50 macchinisti (siamo vicini ai 70) sono morti. Se ci si riferisce a periodi precedenti al 1986, credo che, nell'arco dello stesso tempo, siano solo successi minimi incidenti ferroviari, con la morte di 7 macchinisti, che, come ho già detto, sono i primi a pagare per queste inadempienze.
Ascolterò, quindi, con attenzione il viceministro, dati anche i tempi di oltre un mese che ci separano da quell'incidente, per sapere se le commissioni hanno concluso i propri lavori e quali siano le determinazioni alle quali sono pervenute.
CESARE DE PICCOLI, Viceministro dei trasporti. Signor Presidente, desidero innanzitutto ricordare che, in merito all'incidente accaduto lo scorso 13 dicembre 2006 sulla linea ferroviaria Bolzano-Verona, il giorno dopo, ho partecipato Pag. 39alla seduta della Commissione trasporti per informare tempestivamente gli onorevoli deputati in ordine alla dinamica dell'incidente ed alle iniziative intraprese. Peraltro, sono tuttora in corso gli accertamenti sia da parte della magistratura, sia da parte delle commissioni di indagine istituite rispettivamente da Trenitalia, da Rete Ferroviaria Italiana e ovviamente dal Ministero dei trasporti. Non si è ancora pervenuti alla conclusione di questa indagine.
Dal punto di vista della sicurezza dell'infrastruttura, allo stato attuale, sull'intera rete ferroviaria italiana, sono in corso di installazione tecnologie per la protezione della marcia dei treni. In particolare, sulla rete in concessione a Rete Ferroviaria Italiana SPA, tutte le tratte arrivate dal sistema alta velocità/alta capacità, sono attrezzate con il sistema radio ERTMS (European Railway Management System), che è il sistema di comando, controllo e stanziamento dei treni per garantire l'interoperabilità ferroviaria, mentre sulle tratte della rete fondamentale (oltre 1.500 chilometri) è in corso di installazione il sistema di controllo marcia treno (SCMT), già realizzato per circa il 70 per cento sulle tratte della rete complementare (circa 5.500 chilometri), ed è in corso di installazione il sistema di supporto alla condotta (SSC), già realizzato in Sardegna ed in parte in Sicilia.
Per l'installazione di tali sistemi, di cui si prevede il completamento entro la fine del 2007 con la copertura dell'intera rete, sono già stati garantiti i necessari finanziamenti. Tali sistemi, per poter essere utilizzati, necessitano dell'installazione di apparecchiature a bordo dei rotabili in grado di interagire con il sistema di terra; di tale sistema, che rappresenta la vera criticità, soprattutto per quanto riguarda Trenitalia, allo stato attuale, è stato attrezzato circa il 40 per cento su un totale di 4.600 rotabili. Su tale aspetto, il Ministero ha ritenuto non soddisfacenti i programmi presentati dalle imprese ferroviarie ed ha richiesto a Rete Ferroviaria Italiana SPA una più dettagliata analisi degli stessi, finalizzata a monitorare non solo il rispetto dei tempi di installazione dei predetti sistemi, ma anche l'ottimizzazione dell'utilizzo dei rotabili dotati delle apparecchiature di bordo sulle linee con i sistemi in questione già funzionanti.
In particolare, sulla linea Verona-Bolzano-Brennero sono stati realizzati e sono in fase di ultimazione interventi di sicurezza e potenziamento infrastrutturale e tecnologico per un valore complessivo di 792,5 milioni di euro, di cui 440 milioni sono stati destinati alla realizzazione di quattro variabili di tracciato della linea in questione, che hanno consentito la messa in sicurezza della linea rispetto alla caduta di massi dai versanti montani delle valli e dalle esondazioni del fiume Isarco, mentre 316 milioni di euro sono stati destinati al potenziamento tecnologico dell'intera rete. Tale potenziamento prevede: blocco automatico banalizzato a correnti codificate per il di stanziamento dei treni; sostituzione di buona parte degli apparati centrali elettrici ad itinerari di tipo elettromeccanico, con gli apparati centrali computerizzati a calcolatore elettronico; telecomando della linea da un unico posto centrale sito a Verona. Infine, 36,5 milioni di euro sono stati destinati per la realizzazione del sottosistema terra (SST) e del sistema di controllo marcia treno (SCMT), attivato il 22 dicembre 2005 tra Verona e Trento, l'8 marzo 2006 tra Trento e Bolzano e il 3 agosto 2006 tra Bolzano e Brennero.
A questi progetti, di entità considerevole, si è costantemente accompagnata un'azione di mantenimento in efficienza dell'infrastruttura, mediante interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, per i quali, nel periodo 2000-2006, sono stati investiti rispettivamente 324 e 260 milioni di euro.
Per quanto riguarda le questioni legate all'impegno lavorativo dei due macchinisti coinvolti nell'incidente, sulla base degli elementi emersi dalle registrazioni effettuate dal sistema informativo «Veste», è risultato che, durante la notte tra il 12 e il 13 dicembre 2006, i due macchinisti avrebbero dovuto effettuare, da turno programmato, un servizio da Domegliara al Pag. 40Brennero ed un servizio dal Brennero a Bolzano, con inizio delle prestazioni dal deposito di locomotive di Verona alle ore 20,53 e termine a Bolzano alle ore 3,31, della mattina, cui avrebbe fatto seguito il riposo fuori residenza.
Durante la sosta effettuata al Brennero, ai due macchinisti è stata richiesta - ed è stata da loro accordata - la disponibilità a proseguire il servizio fino a Verona, a causa della non effettuabilità del corrispondente allacciamento previsto nella programmazione del turno del personale di macchina, dovuta ad un ritardo.
Nei giorni precedenti l'incidente, i due macchinisti avevano effettuato servizio usufruendo del previsto riposo settimanale. Infatti, dalle verifiche effettuate per accertare un presunto status di «super bonus», è stato posto in evidenza che, al momento dell'incidente, nessuno dei due si trovava in tale posizione.
Va, infine, sottolineato che le condizioni di operatività del personale che svolge sull'infrastruttura ferroviaria mansioni legate alla sicurezza dell'esercizio sono correlate al possesso di requisiti fisici e psico-attitudinali. Il mantenimento di tali requisiti viene accertato periodicamente con visite sanitarie, secondo un criterio dipendente dall'età anagrafica e dalla specificità dell'attività di sicurezza.
Infine, colgo l'occasione per comunicare che il Ministero dei trasporti, in accordo con FS Holding, si è attivato per pervenire, in tempi brevi, alla costituzione dell'Agenzia per la sicurezza ferroviaria, come previsto da una specifica direttiva dell'Unione europea.
PRESIDENTE. L'onorevole Mario Ricci ha facoltà di replicare.
MARIO RICCI. Signor Presidente, prendiamo atto della puntualità della risposta del viceministro e, soprattutto, della presa di coscienza della necessità di massicci interventi per quanto riguarda il sistema di sicurezza nei trasporti.
Anche noi abbiamo lavorato nella Commissione trasporti, insieme agli altri gruppi, per avviare quanto previsto dalla direttiva europea, ossia la costituzione di un'Agenzia per la sicurezza ferroviaria, anche se in ritardo. Riteniamo, infatti, che essa costituisca uno strumento importante per prevenire questi gravi e drammatici incidenti sulla nostra rete ferroviaria.
Prendiamo atto anche del fatto che il Governo ha rilevato, nei rapporti con il gruppo delle Ferrovie dello Stato, una inadeguatezza, registrata fino ad oggi, circa gli investimenti per fare fronte al sistema della sicurezza. Vogliamo sottolineare, signor viceministro, che sarebbe il caso di porre mano ad una politica di redistribuzione attenta delle risorse.
Se, com'è avvenuto nel passato, continueremo a praticare i sogni dell'alta velocità, è ovvio che le risorse non saranno sufficienti. Nel nostro paese, l'obiettivo che si è dato il management delle Ferrovie dello Stato nel corso di questi ultimi anni ha finito per produrre i buchi che conosciamo, cui ha fatto fronte la legge finanziaria per il 2007; nella legge finanziaria, sono stati reperiti 13 miliardi di euro per colmare i debiti prodotti e coprire gli investimenti riguardanti la rete dell'alta velocità nel corso di questi anni e, soprattutto, per far fronte alla sottrazione di impegni da parte delle grandi imprese, con riferimento all'assegnazione delle gare d'appalto sui tratti dell'alta velocità, di cui esse hanno tratto beneficio. Per coprire le inadempienze del privato, dunque, lo Stato si è accollato ben 26 mila miliardi delle vecchie lire. Non c'è una disponibilità di risorse sufficiente per far fronte al grave problema della sicurezza e della manutenzione della rete e del materiale rotabile in un settore strategico, come quello del trasporto su ferro.
Cogliamo l'occasione per chiedere al Governo di porre mano a questa politica della redistribuzione delle risorse, in maniera tale che il servizio ne benefici e soprattutto che ne beneficino quelle linee fondamentali e secondarie preposte alla mobilità dei lavoratori e delle lavoratrici, soprattutto dei pendolari. Su queste linee spesso avvengono quegli incidenti drammatici Pag. 41di cui abbiamo parlato anche oggi (mi riferisco anche alla vicenda del 13 dicembre).
Questo impegno, che il Governo farà assumere, lo favoriremo e saremo sempre pronti a sostenere queste politiche che vanno in direzione dei massimi sistemi di sicurezza sulle reti ferroviarie e nel settore dei trasporti del nostro paese.
(Fenomeno della poligamia in relazione agli immigrati di fede islamica - n. 2-00309)
PRESIDENTE. L'onorevole Capitanio Santolini ha facoltà di illustrare l'interpellanza Volontè n. 2-00309 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 3), di cui è cofirmataria.
LUISA CAPITANIO SANTOLINI. Signor Presidente, vorrei illustrare le ragioni di questa interpellanza. La situazione della poligamia in Italia non è un problema piccolo; l'impressione è quella che sia ampiamente sottovalutato. Quindi, la nostra interpellanza vuole proprio accendere i riflettori su ciò che sta avvenendo in Italia oggi, e che, tra l'altro, è su tutti i giornali, ma con un'impressione di sottovalutazione del fenomeno da parte delle autorità.
Il reato di bigamia è sanzionato, com'è noto, dall'articolo 556 del codice penale che vieta, ovviamente, di contrarre il matrimonio due volte, se prima non vi è stata una sentenza di divorzio. Malgrado ciò, in Italia sta diffusamente prendendo piede il fenomeno della poligamia, ovviamente tra gli immigrati di fede islamica, perché, in realtà, l'ordinamento non riconosce legalmente il matrimonio islamico e le unioni poligamiche, di fatto, non sono perseguibili. Quindi, siamo in una situazione che crea non poche preoccupazioni.
Tra l'altro, c'è una sentenza del tribunale di Bologna, come abbiamo scritto nella nostra interpellanza, che crea non pochi problemi e non poche perplessità; questa sentenza ha sancito che il reato di bigamia può essere commesso solo dal cittadino italiano nel territorio nazionale, essendo irrilevante il comportamento tenuto all'estero dallo straniero la cui legge nazionale riconosce la possibilità di contrarre più matrimoni.
Siamo davanti ad uno strabismo, se posso esprimermi in questo modo, delle normative.
A Catania, addirittura, un giudice ha deciso che due vedove si sarebbero divise la pensione del marito defunto e che la casa sarebbe spettata ad entrambe. Si tratta di segnali di una difficoltà nell'interpretare questi fenomeni, con sentenze molto diverse tra loro e contraddittorie.
Vorrei sottolineare che il problema della poligamia in Italia non è solamente un fenomeno da non sottovalutare, poiché vi è una specie di escalation da parte di alcuni esponenti delle comunità islamiche che non può non preoccuparci. Infatti, il matrimonio nelle comunità islamiche non assume il significato che ha da noi, perché si cerca di attribuire a tale istituto una connotazione religiosa che in realtà non ha. Tale connotazione manca perché si tratta di un contratto privatistico tra due persone. Pertanto, non ha questo tipo di risvolti.
Inoltre, si cerca di far passare questo matrimonio - che religioso non è - invocando addirittura la facoltà di celebrare o sciogliere matrimoni religiosi senza che questo abbia effetti rilevanti sul piano giuridico. Adesso si cerca addirittura di legalizzare la poligamia.
È apparsa su tutti i giornali - e pertanto mi sembra giusto richiamarla anche in quest'aula - una dichiarazione, a dir poco inquietante, rilasciata da un portavoce delle comunità islamiche, un'eminenza grigia dell'UCOI, in cui si afferma: «Mi fa piacere avere quattro mogli, ma se il Governo non me lo permette, cosa faccio? Devo andare in clandestinità e questo non è giusto».
Ciò significa che in nome dei diritti individuali si cerca di far passare l'idea che la poligamia sia un diritto e che ciascuno possa decidere della propria vita quello che vuole. Ciò fa il paio con molti diritti individuali invocati anche in quest'aula, Pag. 42che non possono non creare problemi a coloro che hanno a cuore un cosiddetto bene comune come quello di regolare tali aspetti.
Al di là della questione giuridica, che pure in qualche modo deve essere affrontata e risolta, esiste il problema delle donne islamiche. È proprio di questi giorni la dichiarazione rilasciata da una personalità del Marocco, la quale ha affermato che le donne sono molto più protette, bene o male, nei loro paesi di origine rispetto all'Italia, per quanto riguarda il fenomeno della poligamia, per il fatto che in quelle nazioni hanno comunque una famiglia alle spalle in grado di tutelarle. Inoltre, esistono società, tradizioni e culture che le sostengono; comunque, la poligamia non può avvenire se non esiste il consenso della precedente moglie, la quale in pratica non lo rilascia mai.
Pertanto esistono in quei paesi paletti contro la poligamia, mentre in Italia tali paletti non ci sono perché siamo al di là di ogni possibile regolamentazione e non possiamo neppure adottare le misure necessarie. Quindi, queste donne sono aggredite, maltrattate, offese, violentate, emarginate. Si tratta di una problema davvero preoccupante; noi che ci vantiamo di essere la patria del diritto da duemila anni non possiamo non interrogarci su una situazione così drammatica che - ripeto - rischia di essere ampiamente sottovalutata.
La poligamia sta per diventare una specie di status symbol; addirittura viene teorizzato che fa bene alla salute delle donne e che la nostra società è così ipocrita da praticarla nella clandestinità, mentre qualcun altro è così corretto da farla alla luce del sole, il che è molto meglio per tutti.
Davanti ad una situazione del genere, con la nostra interpellanza chiediamo al Governo se ha intenzione, come qualcuno afferma, di adottare iniziative normative volte a legalizzare il matrimonio islamico. Ricordiamo che non si tratta di un problema piccolo. Infatti, il matrimonio cattolico, come è noto, è codificato da concordati ed accordi precisi con il Vaticano, mentre ciò non avviene con riferimento alle comunità islamiche. Vorrei sapere, pertanto, se risponda al vero questa notizia, perché il matrimonio islamico risponde in realtà ad alcune tradizioni, anche giuridiche non solo culturali, diverse dalle nostre e spesso con le stesse incompatibili.
Vorrei sapere, inoltre, cosa intenda fare il Governo, perché questo fenomeno, che è in aperto contrasto con le nostre leggi e con nostre regole di convivenza civile, sta purtroppo dilagando.
PAOLO NACCARATO, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Signor Presidente, voglio tranquillizzare l'onorevole Capitanio Santolini che non vi è naturalmente alcuna sottovalutazione del fenomeno della poligamia islamica. Da questo punto di vista, vorrei rilevare che, di fronte a stranieri musulmani che vivono in Italia e che praticano la loro religione, lo Stato può rapportarsi solo facendo riferimento alle norme di diritto internazionale privato, codificate nella legge n. 31 maggio del 1995, n. 218, che, a loro volta, rimandano al diritto musulmano positivo espresso dagli Stati di appartenenza ove è stato celebrato il matrimonio.
Tali norme, infatti, richiamano, per la determinazione delle condizioni di contrarre il matrimonio e degli effetti personali e patrimoniali del matrimonio stesso, la legge nazionale dei nubendi della quale, peraltro, è necessario il vaglio, alla luce dei principi dell'ordine pubblico italiano. Ciò vale anche per i matrimoni contratti da cittadini italiani all'estero.
Pertanto, allo stato attuale ed in mancanza di ministri di culto, figura questa che non esiste nel mondo islamico, con nomina approvata, il matrimonio religioso contratto in Italia da stranieri di fede musulmana non può in ogni caso avere effetti civili per il diritto italiano e non Pag. 43risultano attualmente iniziative governative volte a legalizzare il matrimonio islamico. Ciò consente la possibilità di celebrare e sciogliere matrimoni religiosi, senza produrre effetti civili secondo la legge e la tradizione islamica.
Gli stranieri comunque restano sottoposti ai vincoli di cui all'articolo 116 del codice civile, che detta le norme per contrarre matrimonio nello Stato italiano.
Come noto, presso la I Commissione affari costituzionali della Camera è in corso l'esame dei progetti di legge di iniziativa parlamentare. Mi riferisco all'A.C. 36 dell'onorevole Marco Boato e l'A.C. 134 dell'onorevole Valdo Spini, aventi proprio ad oggetto norme sulla libertà religiosa ed abrogazione della legislazione sui culti ammessi; progetti nel cui articolato sono contenute disposizioni specificatamente dedicate al tema dei matrimoni religiosi.
Tutto ciò premesso, si fa presente che l'articolo 29 della Costituzione sancisce il valore giuridico e sociale dell'istituto del matrimonio, come è noto a tutti, ed il codice civile ne regola dettagliatamente i diversi aspetti. Tra questi, la libertà di stato dei contraenti costituisce un elemento essenziale del contrarre matrimonio, elemento al quale, tra l'altro, il legislatore ha dedicato un'attenzione particolare dimostrata anche dalla lettura, durante il rito, degli articoli dello stesso codice civile riguardanti i diritti ed i doveri dei coniugi, nonché dall'introduzione nel nostro codice penale della fattispecie del reato di bigamia.
Quanto a livello giuridico e socio politico, questi principi rappresentano dei capisaldi del nostro sistema e non sono assolutamente messi in discussione dall'attività del Governo, dal quale sono, anzi, pienamente condivisi.
Infatti, reputando fondamentale stimolare una serie di riflessioni sull'esigenza di una corretta integrazione del nostro sistema sociale per una crescente comunità di immigrati portatori di storia, tradizioni e cultura - spesso molto diversa da quelle italiana -, si ritiene assolutamente valido il quadro normativo vigente relativo all'istituto del matrimonio.
S'intende, pertanto, fugare ogni dubbio circa la paventata ipotesi di iniziative legislative volte a modificare l'ordinamento in materia - tanto meno nella fattispecie - e a introdurre una qualsivoglia legalizzazione delle unioni poligamiche.
Le preoccupazioni espresse dagli interpellanti, proprio con riferimento quest'ultimo punto, ripropongono alcuni timori emersi recentemente in occasione del dibattito parlamentare sulle proposte di legge in materia di libertà religiosa che però - come già accennato -, sono in discussione presso la I Commissione della Camera dei deputati. In nessuna delle proposte oggi in discussione viene lasciato spazio alcuno all'ipotesi di introduzione di elementi di modifica o di stabilizzazione del sistema vigente in cui il matrimonio poligamico non può essere in modo assoluto riconosciuto. Infatti, la libertà di stato - come detto precedentemente - è condizione necessaria e indispensabile per contrarre matrimonio.
A conferma di ciò, basta ricordare che le disposizioni relative al matrimonio contenute nelle proposte all'attenzione della Camera, stabiliscono l'iter procedurale che prevede la lettura degli articoli del codice civile. Nella stessa direzione va il Governo, attraverso l'elaborazione di una carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione nella quale saranno ribaditi i principi alla base della concezione monogamica del matrimonio.
PRESIDENTE. L'onorevole Capitanio Santolini ha facoltà di replicare.
LUISA CAPITANIO SANTOLINI. La mia replica sarà brevissima, signor Presidente, perché non voglio dilungarmi più di tanto. Però, vorrei fare alcune precisazioni. Intanto, vorrei sottolineare che, secondo il rito islamico, il matrimonio è un semplice atto notarile e non un fatto religioso. Quindi, anche quando se ne parla, sarebbe opportuno riferirsi ad un matrimonio non religioso e ciò non soltanto Pag. 44per un problema di terminologia. Infatti, si tratta di una questione molto precisa che richiede rigore da parte di tutti noi, Governo compreso.
Dunque, parlare di matrimonio religioso con riferimento alle comunità islamiche è una dizione non corretta, perché si tratta di un semplice atto notarile. Se non si facesse il distinguo, a forza di parlarne, si verrebbe a creare una letteratura in questo campo che non ci può aiutare a capire i problemi.
Sappiamo bene che c'è una discussione in corso presso la I Commissione di questo ramo parlamentare. Pertanto, toccherà a noi, come Parlamento, affrontare e risolvere la questione. Rimaniamo dell'idea che l'eguale libertà di tutte le confessioni religiose è assolutamente fuori discussione, ma in realtà ciò non implica un'uguaglianza di trattamento. Infatti, ci sono delle questioni che vanno assolutamente disciplinate e capite. Vi è la possibilità di discipline giuridiche diverse e perciò sappiamo bene che questo è un discorso che dovrà essere affrontato in Parlamento.
La terza precisazione è che prendo atto che non vi sia alcuna volontà o tentativo di legalizzare il matrimonio islamico. Ne prendo buona nota e ciò mi fa ovviamente piacere.
Non mi pare, tuttavia, di aver appreso dal sottosegretario come intenda agire il Governo per contrastare il fenomeno. Ad avviso mio e degli altri colleghi firmatari dell'interpellanza, non si può rimanere spettatori passivi - più o meno succubi, più o meno proni verso fenomeni in aumento in Italia -, senza che vengano assunte adeguate misure. Non sono in grado di suggerire ricette o formule e non farò riferimento a misure repressive (nel senso peggiore del termine); non intendo suggerire l'adozione di taluni provvedimenti, ma certo noi ci aspettiamo che un Governo sappia affrontare e prendere in carico tali emergenze. Perciò, perché risulti cosa intenda fare il Governo, non basta, a mio avviso, invocare leggi e normative - pure esistenti e tali da fissare, in qualche modo, taluni paletti -; fenomeni di sfruttamento, di violenza e di discriminazione nei confronti delle donne - che peraltro avvengono a dispetto di tutto quanto viene dichiarato nel nostro paese -, ritengo meritino davvero di essere presi in seria considerazione dal Governo, che non si può limitare ad elencare una serie di normative. Queste sono certamente importanti, ma il Governo deve assumere delle iniziative, varando misure dalla cui adozione, quand'anche ne fosse, in ipotesi, difficile la realizzazione, non potrebbe invero esimersi.
Quindi, auspico che davvero il Governo adotti dei provvedimenti per contrastare il fenomeno; altrimenti, la situazione diverrebbe ingestibile e potremmo rimpiangere di non essere stati in grado, a tempo debito e nei modi opportuni, di intervenire in maniera adeguata.
(Gestione dell'emergenza rifiuti in Puglia - n. 2-00325)
PRESIDENTE. L'onorevole Fitto ha facoltà di illustrare l'interpellanza Leone n. 2-00325 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 4), di cui è cofirmatario.
RAFFAELE FITTO. Signor Presidente, abbiamo rivolto questa interpellanza urgente al Governo per diverse ragioni. La prima nasce dalle notizie apprese dalla stampa le quali riportano che l'attuale commissario per l'emergenza ambientale sui rifiuti in Puglia, il presidente della regione Vendola, ha dichiarato che il 31 di questo mese cessa l'emergenza in Puglia e le competenze passano alle amministrazioni provinciali.
È evidente che noi, pur profondamente consapevoli del tema e di vicende che hanno riguardato altre regioni, interroghiamo oggi il Governo su talune questioni perché possa comprendere la gravità della situazione che si sta determinando in Puglia; lo facciamo anche e soprattutto alla luce delle gravissime inadempienze che denunziamo nell'interpellanza.
È altresì evidente che bisogna partire da una rapida valutazione del precedente piano di soluzione del problema dell'emergenza Pag. 45rifiuti in Puglia; piano che prevedeva: la divisione della regione in dieci bacini; la realizzazione con bandi pubblici - varati preventivamente di intesa anche con il comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica -; una valutazione di intesa con il Ministero dell'ambiente per il finanziamento e la realizzazione degli impianti di completamento del ciclo del trattamento dei rifiuti. Non vi era una scelta ideologica a favore o contro i termovalorizzatori, tema al centro del dibattito politico, ma vi era invece un'impostazione ben precisa che, rispetto a questi bacini, lasciava al mercato l'individuazione della soluzione migliore tra qualità tecniche e offerta economica per la realizzazione o del termovalorizzatore o della discarica o dell'impianto di trasformazione dei rifiuti in CdR, attenendosi in modo scrupoloso alle indicazioni legislative nazionali.
La regione Puglia negli anni scorsi, a differenza di quanto abbiamo appreso da recenti dibattiti - svoltisi, ad esempio, sull'emergenza rifiuti in Campania -, ha finanziato in forma autonoma, senza un solo euro di finanziamento da parte del Governo centrale, questo piano di rifiuti. Ha avviato queste gare, ma già precedentemente, con la pubblicazione degli stessi bandi, le procedure erano state impugnate - in molti casi, dagli attuali gestori delle discariche - presso il Tribunale amministrativo regionale ed il Consiglio di Stato. In tutti i giudizi, sia la struttura commissariale sia la regione Puglia hanno avuto ragione; successivamente a tali giudizi, le gare si sono svolte ed hanno visto l'aggiudicazione della realizzazione degli impianti, con una articolazione differente a seconda dei bacini e delle offerte tecniche ed economiche. Tutto ciò è accaduto entro maggio 2005, ovvero oltre un anno e otto mesi fa.
Da allora, subentrato un nuovo commissario per l'emergenza ambientale, onorevole Vendola, la situazione non ha subito alcun cambiamento né modifica. È stata assunta una posizione analoga alla precedente rispetto ai contenziosi in atto, su cui tornerò rapidamente più tardi, per segnalare un fatto molto grave che deve essere portato a conoscenza della Presidenza del Consiglio dei ministri, che emanerà l'ordinanza di nomina del commissario, al quale delega, in deroga a tutte le leggi esistenti sul territorio, poteri assoluti che scavalcano qualsiasi competenza comunale, provinciale, regionale e nazionale.
In questo contesto, sono stati presentati ulteriori ricorsi, sempre dalle aziende che attualmente gestiscono le discariche (sottolineo tale dato) al Tribunale regionale amministrativo regionale. Tali ricorsi sono stati vinti tutti dalla struttura commissariale senza che vi sia stata alcuna sentenza che potesse mettere in discussione ciò.
Dal maggio 2005 ad oggi è accaduto che, anziché firmare contratti con le aziende vincitrici di regolare bando, che aveva già superato tutti i livelli di giudizio, l'attuale commissario, da una parte, ha costituito la regione su una serie di ricorsi, tranne uno in cui (lo dirò più tardi) ha dimenticato forse di costituirsi, e, dall'altra parte, ha approvato la modifica del piano predisposto facendo prevalere una logica non di carattere tecnico, ma di carattere ideologico.
Infatti, confermato l'impianto del piano precedente, sono state fatte due modifiche: soppressa la realizzazione dei termovalorizzatori e aumentata la raccolta differenziata come percentuale di riferimento dal 40 al 55 per cento. Ricordo che il decreto Ronchi stabilisce come quota massima di raccolta differenziata da raggiungere il 35 per cento. La media è del 35 per cento nel nord d'Italia, del 18 nel centro e del 6,7 per cento nel Mezzogiorno.
Come dicevo, l'attuale commissario per l'emergenza ambientale ha revocato la realizzazione dei termovalorizzatori. Parliamo, lo dico per chi riceverà la richiesta di risarcimento danni, di una gara conclusa con un bando aggiudicato che ha superato tutti i livelli di giudizio. L'attuale commissario ha revocato questa gara. Non solo; non ha costituito la regione in un ricorso particolare, dopo aver modificato la nomina di tutti gli avvocati nei ricorsi presentati davanti al TAR ed anche al Consiglio di Stato.Pag. 46
In questo caso, le circostanze ci raccontano una «storia» molto particolare della nostra regione. È una circostanza il fatto che il commissario si sarà distratto e non si sarà costituito presso il Consiglio di Stato. È una circostanza che un ricorrente, un'azienda che oggi gestisce le discariche e che dalla non realizzazione di questi impianti o dal loro blocco avrebbe avuto un'evidente e logico beneficio. È un'altra circostanza, sicuramente casuale, il fatto che il ricorrente, avendo perso al TAR, nel Consiglio di Stato ha affiancato lo studio dell'attuale presidente della provincia per difenderlo al Consiglio di Stato. Lo studio dell'attuale presidente della provincia, Pellegrino, è lo stesso studio che ha predisposto tutti i ricorsi che hanno paralizzato la realizzazione di questi impianti, evidentemente portando un beneficio (sotto gli occhi di tutti) a chi gestisce le discariche, creando una situazione di caos nella regione, allontanando sotto ogni punto di vista la realizzazione del completamento dell'emergenza e giungendo ad un paradosso, il motivo per cui chiediamo che l'emergenza debba continuare e che vi sia la nomina di un commissario che possa, nel caso specifico, sostituire l'attuale commissario ed evitare che i poteri tornino nelle mani del presidente della provincia di Lecce. Altrimenti, succederebbe che (spesso si «straparla» di conflitto di interessi) lo studio che difende le imprese che gestiscono le discariche che impugnano i ricorsi sarebbe lo stesso studio legale che rappresenta il presidente della provincia di Lecce, nonché subentra nei poteri e decide cosa fare della situazione attualmente esistente. Sto dicendo tutto ciò in Assemblea affinché risulti nel resoconto stenografico.
Nel frattempo è avvenuto che la realizzazione degli impianti non si è verificata e l'attuale commissario ha compiuto qualcosa di diverso rispetto al passato: ha ampliato dodici discariche, unici provvedimenti predisposti in questo periodo. In questo anno ed otto mesi, sono state ampliate dodici discariche, senza compiere alcun altro atto che andasse nella direzione di modificare la programmazione precedente e risolvere le questioni poc'anzi rapidamente elencate, ma che nell'interpellanza urgente sono indicate in modo specifico. A questo aggiungiamo un altro dato, che è singolare: la raccolta differenziata, in questo anno e otto mesi, oltre che nel proclama di indirizzo (dal 40 al 55 per cento) nei fatti è salita dal 9 per cento del 2005 al 10 per cento di questi giorni. Se in un anno e otto mesi è cresciuta di un punto percentuale, il conteggio è che forse fra 45 anni i nostri figli vedranno realizzato quell'obiettivo fantomatico, che è stato indicato dall'attuale commissario per l'emergenza rifiuti.
Le indicazioni alle quali ho fatto riferimento, caro sottosegretario, riguardano un'altra questione, che rientra nella competenza della Presidenza del Consiglio dei ministri. Nel frattempo l'attuale commissario ha garantito al bacino Lecce 2, cioè a quello della provincia di Lecce, un finanziamento che varia dai 2 ai 4 milioni di euro per il conferimento dei rifiuti in un impianto della Sud Gas - voglio essere così preciso, perché essendo la stenografia perfetta in quest'aula, questo intervento potrà essere letto sia oggi sia domani, anche all'esterno di quest'aula -, prevedendo queste risorse della Protezione civile da assegnare in forma straordinaria per ragioni di protezione civile ai comuni, come beneficio della differenza delle risorse che i comuni devono spendere chiedendo e aumentando la tassa sui rifiuti ai cittadini, per un passaggio inutile e superfluo, che è quello che prevede in questo impianto - sempre della stessa ditta, sempre difesa dallo stesso avvocato, sempre coincidente l'avvocato con il ruolo di presidente della provincia, firmataria di questo protocollo - la possibilità di un passaggio collegato alla biostabilizzazione dei rifiuti, che è una norma obbligatoria per legge (decreto legislativo n. 36 del 2003), che puntualmente - proprio oggi abbiamo discusso del provvedimento di proroga termini - prevede la proroga così come è accaduto nel 2005 e nel 2006 e che consente la possibilità (quindi non obbligatoria) Pag. 47di dover portare i rifiuti in questi impianti. Ma invece da noi si fa diversamente.
Nonostante la legge consenta di non avere questo obbligo, la presidenza della provincia e il commissario per l'emergenza rifiuti decidono di utilizzare lo stesso questo impianto: costo 45 euro a tonnellata in più. Moltiplicato, arriva a un costo complessivo di 16 milioni di euro (da 4 milioni 750 mila euro arriviamo a 16 milioni di euro). Faccia lei la differenza, signor sottosegretario. Parte di questi costi dovrebbero essere coperti con le risorse che la Protezione civile dovrebbe assegnare in questi giorni (di 2 o di 4 milioni di euro) alla struttura commissariale per coprire queste spese, ma non riusciamo ancora a capire per quale drammatica esigenza, se non quella di andare incontro ad una scelta scellerata di carattere privatistico, che non rientra in alcun modo nelle previsioni legislative.
Tutte queste cose le stiamo dicendo perché, evidentemente, la nostra iniziativa di oggi proseguirà. Essa vuole mettere in guardia il Governo, e in particolare la Presidenza del Consiglio, su due aspetti. Il primo è di non assegnare risorse importanti (perché peraltro nelle precedenti gestioni queste risorse non sono mai state assegnate), che non possono essere utilizzate in modo assolutamente illogico, al di fuori di ogni programmazione e non giustificato dall'intervento della Protezione civile. Il secondo aspetto, molto importante, è che la Presidenza del Consiglio deve evitare - ce lo stiamo dicendo oggi, e mi auguro di non doverne riparlare fra uno o due anni - che la Puglia (esattamente come la Campania) si ritrovi in una situazione, in cui questa scellerata scelta, operata in questo anno e otto mesi, e questo immobilismo, porti la nostra regione ad avere una situazione analoga a quella della Campania.
Dunque, la Presidenza del Consiglio oggi ha l'obbligo di intervenire con la nomina di un commissario che sia diverso dall'attuale, per evidente incapacità o, peggio, non volontà - questo lo si accerterà rispetto alle cose che ho detto -, per evitare di passare una patata bollente nelle mani delle province, che non sono in grado di risolverla, e per evitare di trovarci anche in Puglia con i rifiuti in mezzo alla strada e soprattutto per evitare nel caso specifico (al quale ho fatto riferimento e che voglio puntualmente sottolineare) che chi è chiamato a decidere sull'ampliamento delle discariche e sulla scelta del conferimento dei rifiuti in questo o in quell'impianto sia il presidente della provincia, il cui studio legale difende il principale gestore di tutte le discariche oggi esistenti nella nostra provincia.
Questo è il dato che io consegno come riflessione alla Presidenza del Consiglio. Aggiungo che la procura della Repubblica di Lecce ha già sequestrato un impianto, che è quello al quale ho fatto riferimento per altre ragioni. Pertanto, anche questo aspetto suggerirebbe un'attenzione verso chi ha a cuore non l'attacco politico nei confronti di qualcuno - perché abbiamo aspettato un anno e otto mesi, pur potendo dire queste cose molto prima - ma verso chi ha a cuore, caro sottosegretario, l'attenzione di questo Governo per la soluzione di un problema drammatico, che rischia di diventare ancor più drammatico, se guardiamo a ciò che è accaduto in altre regioni. Siccome noi, come parlamentari pugliesi del gruppo di Forza Italia, tutti firmatari di questa interpellanza, vogliamo porre questa questione con forza e con grande attenzione, chiediamo che la Presidenza del Consiglio e che la Protezione civile non solo legga questa ordinanza, ma legga tutti gli atti conseguenti e soprattutto prima di assegnare risorse capisca bene in che direzione esse vanno (Applausi dei deputati dei gruppi Forza Italia e Lega Nord Padania).
PAOLO NACCARATO, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Signor Presidente, l'onorevole Fitto, nell'esporre molto accuratamente Pag. 48questa articolata interpellanza urgente, ha portato una serie di elementi aggiuntivi che non sono presenti nell'atto ispettivo. Quindi, conoscendo meglio di me quali sono le regole, questi potranno essere oggetto di un successivo intervento, se richiesto, da parte del Governo. Tuttavia, mi fermo al merito delle questioni che sono presenti nell'interpellanza. Confermo che il settore rifiuti nella regione Puglia è attualmente ancora commissariato ed è stato dichiarato lo stato di emergenza con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 1o giugno 2006, in scadenza il prossimo 31 gennaio 2007.
Con una nota del 15 gennaio di quest'anno, il commissario delegato - presidente della regione Puglia - ha comunicato al dipartimento della Protezione civile l'esigenza di porre termine alla gestione commissariale nel delicato settore dei rifiuti e delle bonifiche, e la contestuale necessità di assicurare, attraverso una gestione stralcio, disposta e disciplinata dal Governo nazionale, la continuità amministrativa concernente le procedure relative alle iniziative di bonifica delle aree di interesse nazionale ricadenti nel territorio della Puglia, individuate dal commissario delegato nell'area di Manfredonia, dove si deve completare l'opera di bonifica dei siti ove si trovano le discariche «Pariti 1 - liquami» e «Pariti 2».
In particolare, il predetto commissario delegato ha sottolineato la necessità di bonificare la discarica «Pariti 1 - liquami», caratterizzare la discarica «Pariti 2» e le aree marine dei siti di Taranto, Brindisi e Manfredonia. Per quanto attiene alla caratterizzazione delle aree marine sopracitate, il commissario delegato ha riferito che tale intervento è già stato attivato in collaborazione con Sviluppo Italia aree produttive Spa.
ANTONIO LEONE. Fino ad ora non c'entra niente!
PAOLO NACCARATO, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Un momento, ci arriviamo... Egli, in proposito, ha rappresentato che le iniziative sono state coordinate e concordate con la direzione per la qualità della vita del Ministero dell'ambiente e si sono rese necessarie per fare fronte ad un contenzioso comunitario ex articolo 228 del Trattato CE nel settore ambientale. Per quanto riguarda il trattamento di biostabilizzazione dei rifiuti promosso dal commissario delegato, si rende noto che il decreto legislativo n. 36 del 13 gennaio 2003, emanato in attuazione della direttiva 1999/31/CE, ha introdotto sul piano nazionale le nuove regole per l'attività di smaltimento in discarica dei rifiuti ed in tale contesto è stato vietato smaltire rifiuti non sottoposti ad opportuno trattamento, ossia proprio alla biostabilizzazione. Sebbene l'entrata in vigore della menzionata disposizione normativa sia stata prorogata dalla legge n. 296 del 27 dicembre 2006 (legge finanziaria 2007) al 31 dicembre 2007, l'adeguamento al nuovo quadro normativo di riferimento in materia di rifiuti - che, peraltro, recepisce le direttive comunitarie in materia - risulta auspicabile proprio per evitare il ricorso agli strumenti straordinari propri delle gestioni emergenziali.
Infatti, la direttiva comunitaria 99/31/CE all'articolo 5 prevede specifici obiettivi di riduzione della frazione biodegradabile da collocare in discarica, con l'obiettivo di limitare la presenza di sostanze che, sottoposte a processi biochimici di degradazione, possano emettere biogas determinando, altresì, il carico inquinante del percolato. La Sud Gas di Poggiardo, adibita al trattamento di biostabilizzazione e di selezione dei rifiuti del bacino Lecce 2, risulta quindi utile per permette un trattamento dei rifiuti nel rispetto dell'ambiente, consentendo una ottimale utilizzazione delle discariche in ossequio al nuovo quadro normativo.
In relazione all'ampliamento delle discariche, il commissario delegato ha riferito che tale intervento, già, peraltro, utilizzato dal precedente commissario, si è reso necessario per assicurare al territorio regionale un corretto smaltimento dei rifiuti urbani nelle more del perfezionamento di tutte le procedure per la realizzazione della dotazione impiantistica a regime.Pag. 49
Tali ampliamenti sono stati, comunque, effettuati assicurando, per quanto possibile, la massima efficienza ambientale degli impianti medesimi.
Al riguardo il commissario delegato ha sottolineato come i poteri di deroga alla legislazione vigente siano stati utilizzati per derogare soltanto alle procedure di autorizzazione e non anche alla normativa tecnica di settore.
Per quanto riguarda il piano rifiuti, il commissario delegato ha fatto presente che tale piano è centrato sull'obiettivo di attuare la raccolta differenziata per il 55 per cento dei rifiuti fino all'anno 2010, anticipando, sostanzialmente, le previsioni adottate a livello nazionale con la legge finanziaria 2007.
Infatti, la legge finanziaria 2007 in proposito regola il raggiungimento dei livelli di raccolta differenziata del 40 per cento per l'anno 2007 e del 60 per cento per il 2009, prevedendo anche il commissariamento dei comuni inadempienti.
Passando, invece, ai quesiti riguardanti i presunti ritardi con cui il commissario delegato avrebbe firmato i contratti per la realizzazione degli impianti, quest'ultimo, interpellato in proposito, ha fatto presente che i contratti inerenti alla realizzazione ed alla gestione dei rifiuti urbani a regime nel periodo da aprile ad agosto dello scorso anno, derivanti dalla precedente gestione commissariale, sono stati stipulati a valle della pronuncia e del deposito delle sentenze da parte del Consiglio di Stato.
Si è ritenuto, infatti, di operare solo in presenza delle determinazioni definitive della giustizia amministrativa.
Inoltre, a seguito della sottoscrizione dei citati contratti, si è dovuto attendere il completamento delle procedure relative alla VIA (valutazione di impatto ambientale) prima di procedere all'approvazione definitiva dei relativi progetti, attualmente in corso.
Del resto, è stata proprio la precedente gestione a disporre di subordinare la sottoscrizione dei contratti alla VIA, come era giusto.
A seguito della stipula di contratti, della rivisitazione del piano regionale gestione rifiuti urbani di cui si è fatto cenno, del completamento della pianificazione dei rifiuti speciali e dell'adozione di provvedimenti urgenti per fronteggiare, in alcune aree territoriali della Puglia, la fase transitoria fino alla messa a punto della rete impiantistica (già programmata ed approvata, la cui realizzazione è prevista nell'arco di 11-12 mesi), il commissario delegato ha ritenuto di aver determinato sul territorio regionale una situazione di relativa tranquillità che costituisce il necessario preludio per una gestione ordinaria delle problematiche relative ai rifiuti.
Ed infatti, rinviare ulteriormente l'auspicato rientro nel regime ordinario non produrrebbe, ad avviso del commissario delegato, nessun concreto beneficio alla regione.
Pertanto, come conferma la predetta nota del 15 gennaio trasmessa al Dipartimento della protezione civile, a parte l'esigenza di prevedere una gestione stralcio per i siti di interesse nazionale del territorio di Manfredonia, il commissario delegato ha confermato il proprio intendimento di non richiedere una ulteriore proroga dello stato di emergenza.
Per discutere della cessazione dello stato di emergenza, sono in corso contatti per la convocazione a breve di una riunione presso il Dipartimento della protezione civile con il predetto commissario e con il Ministero dell'ambiente.
Per quanto riguarda, infine, gli aspetti finanziari, si fa presente che con l'articolo 9 dell'ordinanza 27 settembre 2006, n. 3545 sono stati assegnati al commissario delegato 2 milioni di euro, mentre ulteriori risorse sono state attinte dal bilancio regionale.
La richiesta di assegnazione, da parte del commissario delegato, di un finanziamento straordinario di 2 milioni di euro da destinare per gli interventi nel bacino Lecce 2, è stata rappresentata, con nota del 23 dicembre 2006 al Ministero dell'economia e delle finanze che, sentito il Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, ha fatto presente che la suddetta Pag. 50richiesta risulta parzialmente assentita con decreto di prelevamento del fondo di riserva per le spese impreviste.
Quest'ultimo è in corso di predisposizione, al fine di integrare l'apposito capitolo 7446 dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze, per complessivi cinque milioni di euro, destinati, tra l'altro, a fronteggiare le spese derivanti dai citati interventi.
Infine, si rappresenta che le spese sostenute dal commissario delegato sono sottoposte al vaglio della Ragioneria generale dello Stato e monitorate dal dipartimento della protezione civile sotto il profilo dell'attività consultiva delle strutture commissariali, al fine di indirizzarne, ove necessario e se richiesto, l'operato.
Concludo, signor Presidente, segnalando che, meritoriamente per la verità, già l'allora presidente, onorevole Fitto, oggi tra gli interpellanti ed all'epoca presidente della regione Puglia - parlo del 2 febbraio 2004 -, proprio nella qualità di commissario delegato per l'emergenza ambientale della stessa regione Puglia, richiese una riunione in prefettura a cui partecipò il coordinamento delle forze di polizia, allargato alla presenza dei magistrati della locale procura e della direzione distrettuale antimafia per compiere tutta una serie di accertamenti ed approfondimenti sui vari profili di competenza di quest'organo. Proprio in esito a tali approfondimenti ci è stato comunicato che gli accertamenti esperiti dal suddetto organismo non hanno fatto emergere, al momento, tentativi di infiltrazione mafiosa sugli interventi in questione.
ANTONIO LEONE. L'interpellanza è per oggi, non per il passato!
PRESIDENTE. L'onorevole Fitto ha facoltà di replicare.
RAFFAELE FITTO. Signor Presidente, mi dichiaro insoddisfatto per diverse ragioni. La prima è collegata alla parte iniziale della risposta del sottosegretario, che nulla c'entra con il merito della nostra interpellanza; la seconda al desiderio di spiegare meglio alcuni passaggi. Infatti, possiamo essere d'accordo su molti aspetti di quanto detto, perché essi sono il frutto di scelte precedenti. «Al momento, non risultano infiltrazioni» ... perché signor sottosegretario? Quando il sottoscritto redasse i menzionati bandi di gara chiese la convocazione in prefettura del comitato cui lei ha fatto riferimento, consegnò preventivamente i bandi, li fece valutare, spiegò ciò che stava facendo, ebbe un riscontro in merito ed i bandi stessi proseguirono il loro iter.
La situazione oggi è differente, perché ciò che le hanno detto, che lei ha riferito e che il commissario ha comunicato non è vero, nella misura in cui si devono sottolineare alcuni dati. La Sud Gas di Poggiardo, cui lei ha fatto riferimento, dovrebbe realizzare - e non esiste alcuna sperimentazione che ne dimostri la fattibilità - il trattamento di biostabilizzazione. Nella stessa provincia vi si sono diversi bacini con comuni confinanti, che in alcuni casi portano in discarica rifiuti che non sono trattati in tale impianto, quindi rifiuti tal quali; in altri casi rifiuti cosiddetti biostabilizzati - il che è tutto da verificare, perché si è in assenza di una sperimentazione precisa - con un costo eccessivo, pari ad oltre 45 euro a tonnellata, che viene pagato dai cittadini.
Tutto ciò è causato da inadempienze, perché i bandi cui lei ha fatto riferimento nella conclusione della sua risposta e che hanno seguito tale iter si sono conclusi nel periodo febbraio-marzo 2005. In tal caso, dopo il ricorso al TAR, che non ha concesso alcun titolo di sospensiva - si è trattato di una sentenza piena e definitiva - l'obbligo era quello di firmare i contratti, approvare allora - e non dopo un anno ed otto mesi - la valutazione di impatto ambientale, presentata in quei giorni, e creare le condizioni perché decorressero i previsti undici mesi per la realizzazione degli impianti, per non utilizzare le discariche. Chi ha utilizzato in precedenza tali discariche lo ha fatto per accompagnare il processo di realizzazione degli impianti ed uscire dall'emergenza. Invece, nell'ultimo anno ed otto mesi le Pag. 51discariche sono state ampliate ed utilizzate perché, nel frattempo, si è bloccato il processo di realizzazione dei ricordati impianti. Consiglio alla Presidenza del Consiglio ed alla Protezione civile le risorse che la stessa Protezione civile dovrebbe assegnare in questi giorni, perché sono utilizzate con riferimento ad un decreto legislativo, cui ho fatto riferimento prima di lei, signor sottosegretario, ossia il n. 36 del 2003, che prevede una proroga e che pertanto non obbliga al trattamento dei rifiuti per la biostabilizzazione fino al 31 al dicembre 2007.
Ciò che sta accadendo oggi non è obbligatorio: è facoltativo e costa molto. Si sceglie solamente l'impianto della Sud Gas con un semplice avviso di gara che esclude tre partecipanti, con tutte le implicazioni cui ho fatto riferimento prima.
Allora, se c'è la volontà di comprendere la gravità della situazione e delle questioni cui abbiamo fatto riferimento è un bene; diversamente, mi riservo di riproporre un'altra interpellanza, anche utilizzando e sacrificando il tempo del nostro gruppo.
Già in questa interpellanza urgente vi sono elementi che potranno risultare utili a lei, alla Presidenza del Consiglio, alla Protezione civile. Comunque, se essi non dovessero essere sufficienti e dovessero essere necessari anche gli allegati relativi ai dati che abbiamo citato (che potrebbero anche essere richiesti in fotocopia a tutti gli enti di riferimento) faremo lo sforzo di fornire tale materiale nell'interesse complessivo.
Tale intervento, che può apparire molto duro dal punto di vista politico, ha un solo obiettivo: non vedere sciupato un lavoro di programmazione realizzato in una regione che, grazie ad esso, non ha visto fino ad oggi una sola busta di spazzatura in mezzo alla strada; oggi si comincia ad intravedere questo rischio per una gestione dissennata, priva di qualsiasi programmazione, che in alcuni casi pone seri punti interrogativi e che, comunque, vede nella migliore delle ipotesi il prevalere (volendo essere buoni nel giudizio) di una follia ideologica, che porta a dire «no» a tutto, anche quanto gli impianti sono identificati a seguito di gare.
Questo Governo o quello che verrà tra qualche anno (ci auguriamo sia un altro) si troveranno a pagare ingenti danni per la realizzazione di alcune di queste gare: con un semplice atto, è stata decisa una revoca, dopo il completamento di una gara di carattere europeo.
Vi stiamo dicendo queste cose perché si possano aprire gli occhi e si possa comprendere il livello di gravità della situazione. Signor sottosegretario, per avere un minimo di soddisfazione, auspichiamo che lei possa portare le considerazioni svolte in questa sede all'attenzione della Presidenza del Consiglio dei ministri e della Protezione civile ed intraprendere iniziative, che possano dimostrare un minimo di attenzione concreta.
Diversamente, proseguiremo le nostre battaglie in tutte le sedi (Applausi dei deputati dei gruppi Forza Italia e Lega Nord Padania).
(Iniziative a sostegno della città di Foggia quale sede dell'Autorità nazionale per la sicurezza alimentare - n. 2-00321)
PRESIDENTE. L'onorevole Di Gioia ha facoltà di illustrare l'interpellanza Villetti n. 2-00321 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 5), di cui è cofirmatario.
La Puglia, oggi, è al centro della nostra attenzione e me ne compiaccio...
Prego, onorevole Di Gioia.
LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, mi auguro che la Puglia possa essere al centro del dibattito anche nel prossimo futuro.
Non ritengo di dovere illustrare la mia interpellanza e mi riservo di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per le politiche agricole, alimentari e forestali, Stefano Boco, ha facoltà di rispondere.
STEFANO BOCO, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole, alimentari e forestali. Signor Presidente, ringrazio lei e i sottoscrittori di questa interpellanza per avermi dato la possibilità di rispondere ai loro quesiti.
Ricordo che il regolamento CE del 28 gennaio 2002, n. 178, del Parlamento europeo e del Consiglio, che istituisce l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), prevede in ogni paese membro l'individuazione di un'analoga struttura tecnico-scientifica, deputata a garantire la corretta valutazione dei rischi negli alimenti, quale punto di contatto istituzionale.
In attuazione del regolamento in data 17 giugno 2004 è stata adottata tra il Ministero della salute, referente istituzionale in tale materia, il Ministero per le politiche agricole e forestali, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, un'Intesa in materia di sicurezza alimentare in virtù della quale è stato istituito il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare (CSNA).
A tale organismo, allocato presso il Ministero della salute, è stato affidato, tra l'altro, il compito di garantire i rapporti con l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, di cui al regolamento CE n. 178 del 2002.
Con legge del 30 novembre 2005, n. 244 (Conversione in legge con modificazioni del decreto-legge 1o ottobre 2005, n. 202, recante misure urgenti per la prevenzione dell'influenza aviaria) il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare è confluito nel Dipartimento per la sanità pubblica veterinaria, la nutrizione e la sicurezza degli alimenti.
In particolare, con il decreto del Presidente della Repubblica 14 marzo 2006, n. 189, l'ente di riferimento nazionale dell'EFSA è stato individuato nel segretariato nazionale della valutazione del rischio della catena alimentare del Ministero della salute; questo ultimo, con i propri uffici, fornirà il supporto operativo al comitato.
In attuazione della legge 4 agosto 2006, n. 248, di conversione con modificazioni del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, il ministro della salute con il ministro De Castro ha predisposto uno schema di regolamento, approvato nell'ambito del Consiglio dei ministri del 19 gennaio 2007, con il quale il comitato è stato riconfermato.
Il nostro paese, per tutto quello che ho elencato, ha rispettato l'impianto normativo ed organizzativo dell'autorità europea per la valutazione del rischio alimentare. È altresì confermato l'impegno del Governo, ed in particolare dei ministri De Castro e Turco, ad adottare tutti gli ulteriori interventi che possano incrementare l'efficacia delle strutture nazionali di riferimento a supporto del sistema produttivo agroalimentare, nonché a tutela degli interessi dei consumatori.
Infine, si evidenzia che, affinché il comitato possa assumere piene funzioni, nei prossimi mesi verrà designata la sede dello stesso, che attualmente è ubicato presso il Ministero della salute. Numerose sono le città italiane candidate a tale ruolo e tutte hanno peculiarità importanti e motivi di attenzione.
Sottolineo che, partendo da tali basi, il Governo opererà la scelta ritenendo prioritario il collocamento di tale sede nell'area del centro sud d'Italia, al fine di assicurare il massimo coinvolgimento dei territori, delle esperienze e competenze che l'Italia agroalimentare esprime, in un coeso rapporto di sinergia tra la sede dell'EFSA e quella dell'autorità nazionale.
Gli interpellanti evidenziano le molte peculiarità di una di queste città ricordate: Foggia, come essi osservano, riveste una grande importanza e noi - concludo, Presidente - saremo attenti alle potenzialità, al ruolo, alla centralità, alle infrastrutture, all'importanza agricola e ambientale di questo contesto.
Siamo certi che entro breve arriveranno le risposte, dopo aver vagliato con grande rispetto tutte le candidature e tutte le proposte che sono arrivate.
PRESIDENTE. L'onorevole Di Gioia ha facoltà di replicare.
LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, egregio signor sottosegretario, debbo dirle Pag. 53con franchezza che mi ritengo totalmente insoddisfatto. Questo mi dispiace per il semplice motivo che all'interno di questo Governo svolgono ruoli importanti ministri, che hanno un chiaro collegamento con l'area da me citata nella interpellanza.
A prescindere da questo, che può adombrare una questione di carattere campanilistico in virtù delle posizioni di carattere politico, credo che questo Governo non stia affatto valutando con puntualità le peculiarità di tale area. Mi consenta, sottosegretario, mi sembra molto ovvio che nella sua relazione ampia venga sostenuto, anche con dovizia di particolari tecnici, che quest'autorità alimentare possa essere allocata nel centro-sud.
Guai se si dovesse pensare di allocarla al centro-nord, dal momento che in quell'area vi è già una struttura di significativa importanza a livello sia nazionale, sia europeo! Credo che ciò costituirebbe, ovviamente, una scelta totalmente irresponsabile. Qual è, allora, il problema?
In tal senso, vorrei ricordare le scelte chiare compiute da una realtà importante, come lei ha sottolineato, per capacità di produzione: basti pensare che la provincia di Foggia è la seconda in Italia per produzione agricola, con un valore che ammonta a circa un miliardo di euro. In quell'area, inoltre, come è stato sottolineato anche da autorevoli esponenti del mondo scientifico, esistono strutture estremamente significative, che, per l'appunto, possono garantire la sicurezza alimentare.
Bisogna aggiungere un altro elemento rilevante, rappresentato dalla centralità geografica dell'area foggiana. Ritengo ciò importante in relazione anche alle condizioni necessarie per la realizzazione di interventi finalizzati alla tutela della salute ed della salubrità degli alimenti.
È questo il motivo per cui credo che questo Governo aveva il dovere, politico e morale, di sostenere la candidatura di Foggia quale sede dell'authority in questione. Guardi, signor sottosegretario, quella realtà negli anni passati è stata totalmente penalizzata dal Governo di centrodestra: oggi deve essere risarcita dei danni che, dal punto di vista della realizzazione di infrastrutture e degli interventi a favore della crescita economica e produttiva, ad essa sono stati arrecati.
Credo, quindi, che il Governo avrebbe dovuto assumere l'impegno politico e morale, come stavo dicendo, di accelerare i tempi per individuare la sede dell'authority agroalimentare nella provincia e nella città di Foggia.
Oltretutto, signor sottosegretario, vorrei evidenziare che la prossima settimana discuterò in quest'Assemblea un'ulteriore interpellanza urgente, concernente la chiusura della scuola di Polizia di Foggia. Ciò significa che anche il Governo in carica non ha ancora compreso le scelte che bisogna adottare in una realtà difficile, come quella di Foggia, che vive una situazione grave soprattutto per quanto riguarda la sicurezza. Basti leggere, per l'appunto, i «bollettini», che negli anni passati hanno travagliato la vita sociale della realtà foggiana!
Mi auguro vivamente che, nell'immediato futuro, possa essere scelta definitivamente la sede dell'Autorità nazionale per la sicurezza alimentare. Sono convinto che questo Governo - da questo punto di vista, desidero manifestare con grande rispetto i miei orientamenti - possa individuare nella città e nella provincia di Foggia la sede di tale authority.
Si tratta di ciò che con grande chiarezza e con grande responsabilità politica e morale intendevo rappresentare, perché credo che questo Governo dovrebbe dimostrare la sensibilità di ripagare quella provincia dei guasti che l'Esecutivo di centrodestra ha prodotto negli anni passati.
(Chiusura dello stabilimento Nuova Magrini Galileo di Battaglia Terme (Padova) - n. 2-00319)
PRESIDENTE. L'onorevole Goisis ha facoltà di illustrare l'interpellanza Maroni n. 2-00319 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 6), di cui è cofirmataria.
PAOLA GOISIS. Signor Presidente, voglio anzitutto fare una premessa. Le segnalo Pag. 54che avevo presentato questo atto di sindacato ispettivo come interrogazione ben quattro mesi fa.
Purtroppo, i tempi di attesa sono stati così lunghi che mi hanno costretta a presentare la presente interpellanza urgente, poiché urgente è il problema che riguarda, come lei ha detto, lo stabilimento di Nuova Magrini Galileo di Battaglia Terme, una fabbrica che ha cento anni e che opera nella provincia di Padova, in modo particolare nella bassa padovana, nel sud della città, che è specializzata nella produzione di interruttori di alta tensione (apparecchiature indispensabili alla trasmissione e distribuzione dell'energia elettrica) e che tratta materiale, che potrebbe anche essere abbandonato in quanto non importante, come qualcuno vuol far pensare.
Tale stabilimento rischia di essere dismesso, lasciando senza lavoro 350 dipendenti (e le relative famiglie), molti dei quali risultano essere monoreddito. Purtroppo, la crisi di redditività, iniziata nel lontano 1984, ha determinato la vendita dell'azienda a tre diverse società non italiane (la prima di nazionalità francese, la seconda austriaca e la terza tedesca, la Siemens per l'appunto), le quali, dovendo privilegiare nell'assegnazione dei mercati e dei prodotti la società del paese d'origine della proprietà, non hanno mai favorito investimenti adeguati nel ramo aziendale d'origine italiana, considerandolo quasi morto e tale da poter benissimo essere tagliato.
Purtroppo la predetta dismissione, che nel testo dell'interpellanza è definita come «non ancora ufficializzata», perché era stata presentata quattro mesi fa, ora è una certezza, perché è stata decisa dalla società tedesca Siemens, che, avendo acquistato un anno fa la Vatech, società austriaca, proprietaria di Nuova Magrini Galileo, ha proceduto ad un riassetto dei relativi rami aziendali, decidendo di attuare la dismissione di due siti della Nuova Magrini Galileo, in particolare Stezzano (nel bergamasco) e Cairo Montenotte (in provincia di Savona).
Veniamo ora alla società di cui stiamo parlando, la Nuova Magrini Galileo di Battaglia Terme, la cui dismissione purtroppo è confermata non soltanto dalle parole, ma dai fatti, ossia dalla mancanza di un piano industriale, tanto da obbligare la predetta società ad iniziare l'anno 2007 con il portafoglio ordini come unico riferimento di lavoro.
L'acquisto della società in parola da parte della Siemens avrebbe determinato la sostituzione dei membri del consiglio di amministrazione e dato conferma (prima era solo in via ufficiosa, ora purtroppo è ufficiale) della chiusura del sito di Battaglia Terme, che si trova in una situazione di equilibrio nel rapporto produttività-redditività, come è dimostrato dal fatturato. Su questo punto devo effettuare una correzione materiale al testo dell'interpellanza: già questa mattina mi sono premurata di fare presente all'ufficio competente che il fatturato ammonta non ad «un milione di euro all'anno», come scritto nel testo, ma a ben 45 milioni di euro: non si tratta quindi di un ramo secco, bensì di un'azienda che opera in modo estremamente positivo.
Ancora, la Nuova Magrini Galileo rappresenta uno dei maggiori fornitori di riferimento dell'Enel ed ha una valenza industriale strategica.
La nostra interpellanza mira a sentire l'impegno e l'interesse del Governo, vista l'importanza di salvaguardare l'occupazione di 350 lavoratori, che sono concentrati nello stabilimento di Battaglia Terme, e a chiarire se non ritenga opportuno sollecitare un tavolo di concertazione con tutte le parti interessate.
Dovrà però trattarsi di un tavolo che dia risposte chiare e precise, perché purtroppo durante tutta l'estate abbiamo assistito ai tentativi, da parte dei sindacati e dei lavoratori della Magrini, di instaurare un rapporto con il Ministero del lavoro, che è sempre stato negato dai funzionari, adducendo motivi vari (il ministro era assente, non era reperibile, eccetera).
So anche che, dopo vari tentativi, un incontro con i sindacati si è svolto qui a Pag. 55Roma, ma le risposte sono state evasive e, comunque, non abbiamo ancora ricevuto una risposta reale e concreta.
Devo purtroppo rilevare che anche nel mitico Nord-est esistono plaghe di difficoltà economica, in modo particolare, come dicevo prima, proprio nella zona a sud di Padova, che viene chiamata «Bassa padovana»: l'aggettivo indica proprio la difficoltà economica nella quale essa versa.
Non vorremmo lasciare questa zona come sede di discariche, perché ne esistono addirittura due, ma vogliamo che i nostri lavoratori abbiano realmente la possibilità di un futuro davanti a loro.
D'altra parte, capiamo che è molto più facile per la Siemens affidare le commesse di lavoro non tanto alla nuova Magrini Galileo, bensì, magari, alla Cina, perché costituisce una soluzione molto più positiva, visto il basso costo del lavoro e la concorrenza sleale, che purtroppo ci troviamo da tanto tempo a denunciare.
Vorremmo sapere dal Governo, pertanto, quali siano le sue proposte e le sue intenzioni e a che punto siano i contatti con i dirigenti e i sindacati di quest'azienda.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico, Alfonso Gianni, ha facoltà di rispondere.
ALFONSO GIANNI, Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico. Signor Presidente, gli onorevoli interpellanti Maroni e Goisis, che ha testè illustrato il testo dell'interpellanza, ci domandano, in sostanza, se, in considerazione dell'importanza dell'occupazione di 350 lavoratori di Battaglia Terme, il Governo non ritenga opportuno intervenire.
A questo riguardo, vorrei fare alcune precisazioni ed esporre in dettaglio il punto della situazione, sempre che vi sia la necessaria pazienza di ascoltare.
La prima considerazione che debbo fare è che, per fortuna - anche se è una magra consolazione -, il numero dei lavoratori in pericolo è inferiore a quello dichiarato nell'interpellanza: non sono 350, ma, considerando anche i contratti a termine in essere, sono poco più di 200 i lavoratori occupati nel sito di Battaglia Terme. L'altro sito industriale, ossia quello di Cairo Montenotte, non è messo attualmente in discussione.
La strategia della Siemens tedesca, com'è stata più volte esplicitata, è esattamente quella di puntare e di concentrare il loro interesse e il loro impegno in Italia a Cairo Montenotte, mentre considerano non positivo - si tratta di una loro valutazione, non nostra -, dal punto di vista della produttività, lo stabilimento di Battaglia Terme, e intendono, quindi, portare le loro produzioni di interruttori ad alta tensione a Berlino.
La Cina, in questa vicenda, non c'entra proprio nulla: è un problema di carattere squisitamente europeo, almeno per ora.
Ciò non di meno, la preoccupazione del Governo, sia per quanto riguarda la continuità della produzione nello stabilimento patavino, sia per quanto riguarda la salvaguardia del «saper fare» in esso incorporato da oltre 100 anni di attività, e sia, soprattutto - se mi è permesso -, per quanto riguarda la salvaguardia dell'occupazione esistente e, possibilmente, del suo eventuale incremento, è massima.
Quindi, possiamo dare una risposta positiva agli onorevoli interpellanti, ma ricordando che non vi è mai stata alcuna sordità da parte del Governo rispetto alla richiesta dell'unione, che la sede propria, ovviamente, non è mai stata, almeno fino ad ora (poi spiegherò perché), il Ministero del lavoro, ma, per fortuna, siamo ancora in una situazione precedente all'intervento di ammortizzatori sociali; quindi, la sede propria è quella del Ministero dello sviluppo economico.
Appena è giunta la richiesta di convocazione da parte delle istituzioni locali e delle organizzazioni sindacali, il Ministero nel quale opero si è fatto carico di convocare (sono ormai diversi mesi) un tavolo, che ho definito permanente, presieduto da chi le parla e dall'onorevole Giaretta, con una presenza politica diretta del Ministero, confortato dall'esperienza dei funzionari che si occupano dell'unità di crisi, Pag. 56con l'attiva presenza dei due commissari liquidatori di Siemens, con la presenza, ovviamente più sporadica, del responsabile di Siemens Italia e dei dirigenti della Siemens tedesca, di cui parlerò tra poco, delle organizzazioni sindacali nazionali, locali e aziendali, nonché con l'attiva partecipazione della signora sindaco di Battaglia Terme, attraverso la quale abbiamo una partecipazione diretta anche delle istituzioni locali del territorio.
L'obiettivo che ci siamo proposti - e che, onorevole Goisis, è ancora l'obiettivo principale che, in queste ore, ci proponiamo - è quello di realizzare le condizioni affinché possa avvenire una vendita dello stabilimento di Battaglia Terme, acquisito il fatto che la società tedesca Siemens si vuole ritirare nella roccaforte berlinese, a favore di chi possa continuare quella produzione, mantenendo quel livello occupazionale.
Riconosco, visto che attorno a questo obiettivo ci lavoro da diverse settimane, che è l'obiettivo massimo, e certamente non è facile. Tuttavia (desidero che questo rimanga a verbale perché la questione coinvolge anche responsabilità oltre frontiera), la possibilità di raggiungere questo obiettivo si fonda su un elemento essenziale.
Nel corso di una delle prime riunioni, nel tardo autunno nell'anno appena passato, ho posto alla signora Knapp, rappresentante della Siemens tedesca, una precisa domanda, ossia se la Siemens tedesca fosse disponibile a vendere l'azienda (mi riferisco alla Nuova Magrini Galileo, marchio ovviamente incluso di macchinari e stabilimento) a competitor della stessa Siemens tedesca presenti sul mercato internazionale, tenendo conto che, come forse lei sa, il numero di questi competitor presenti sul mercato internazionale non è infinito ed è facilmente riscontrabile la loro disponibilità all'acquisto.
La risposta della signora Knapp fu positiva, con la condizione, ovvia dal suo punto di vista, che la vendita dello stabilimento avvenisse in modo non oneroso e, dunque, vantaggioso per la stessa Siemens.
A tutt'oggi - e ci tengo a sottolineare la data odierna - il Governo italiano non ha avuto, da parte della proprietà tedesca, risposta diversa da quella che gli è stata data nel corso di quella riunione. Pertanto, il nostro Governo ha il dovere di perseguire quella strada e quell'obiettivo principale.
Naturalmente ci rendiamo conto che i comportamenti concreti della proprietà tedesca, la Siemens, non paiono essere perfettamente in linea con la risposta che abbiamo ricevuto e che finora non è stata formalmente contraddetta. Infatti, abbiamo favorito - perché evidentemente non possiamo costringere - l'incontro tra diversi operatori internazionali in questo settore e la Siemens. Abbiamo discusso con una grande società francese, di proprietà pubblica, ed anche interessato una grande ed emergente società indiana, presente su questo mercato; abbiamo favorito cioè uno scambio riservato (anche per il Governo italiano, come è ovvio) di informazioni che permettessero la valutazione delle possibilità di acquisto. Finora questi tentativi non hanno avuto successo.
Tuttavia, stiamo insistendo e valutando in questi ultimi giorni, di intesa con i soggetti presenti al tavolo e già nominati, anche ipotesi diverse, subordinate all'obiettivo principale, che possano eventualmente vedere impegnati nell'area attualmente occupata dal sito produttivo di Battaglia Terme anche una pluralità di soggetti italiani, sia nell'ipotesi di una continuità, se pur con volume minore, delle stesse produzioni (interruttori per l'alta tensione), sia con diverse ipotesi dal punto di vista produttivo. Una verifica in tal senso è tuttora in corso; si sta effettuando in queste ore e a me stesso non è dato di sapere né di conoscerne l'esito.
Nel frattempo è in corso una mobilitazione da parte delle istituzioni venete: della regione Veneto, presso la quale si è tenuta recentemente una riunione, della provincia di Padova, oltre che naturalmente dell'attivissimo comune di Battaglia Terme. Il Governo naturalmente valuta - e lo abbiamo esplicitamente detto nel corso delle riunioni e delle assemblee cui ho personalmente partecipato in fabbrica - molto positivamente l'impegno delle istituzioni Pag. 57e degli enti locali, che consideriamo decisivo per raggiungere un obiettivo assolutamente comune.
Intanto il nostro Ministero è intervenuto - ed ecco la ragione per cui il tavolo si tiene presso il Ministero dello sviluppo economico e non quello del lavoro - a più riprese nei confronti dei commissari liquidatori - e l'ha fatto finora con successo - per evitare l'apertura formale di procedure di mobilità o addirittura di messa in cassa integrazione per cessazione dell'attività dell'azienda. Non solo, ma il Governo si è attivato con uno scambio di lettere - che naturalmente sono a disposizione - per chiedere all'ENEL di confermare le commesse presso lo stabilimento di Battaglia Terme, evitando quindi di dare ascolto a pressioni provenienti dalla proprietà tedesca per spostare le stesse commesse negli stabilimenti in Germania e ricevendo dall'ENEL una risposta positiva di cui ho dato notizia immediatamente alla rappresentanze sindacali ed alle istituzioni locali.
Siamo in una fase delicata e decisiva.
Il 14 febbraio è previsto un incontro in Germania, se non erro a Norimberga, che vedrà direttamente coinvolta la proprietà tedesca, rappresentanti delle istituzioni locali e delle organizzazioni sindacali.
Il Governo naturalmente attende l'esito di quell'incontro, sapendo che, fino a quella data, in ogni caso, non è possibile intervenire con l'apertura di processi di mobilità o di procedure che portino al licenziamento.
Il Governo sta, inoltre, valutando tutte le possibilità sul terreno economico e su quello politico per raggiungere la migliore soluzione, certo, in una situazione ed in una vicenda tutt'altro che eccellente, al fine di mantenere vivo il saper fare, la continuità della produzione, la stabilità e l'occupazione che è sempre motivo sacrosanto di preoccupazione da parte delle popolazioni locali.
PRESIDENTE. L'onorevole Goisis ha facoltà di replicare.
PAOLA GOISIS. Signor Presidente, saranno i lavoratori di Battaglia Terme a doversi dichiarare soddisfatti o meno della risposta del Governo, perché mi pare di capire che siamo ancora nel campo delle buone intenzioni, di cui comunque devo dare atto.
Tuttavia, vorrei precisare una cosa: il sottosegretario ha affermato che non corrisponde a verità il fatto che le varie richieste non sono state accettate, ma i sindacati mi hanno sollecitato ad intervenire. Per questo motivo ho presentato anche a settembre un'interrogazione; proprio perché non riuscivano a mettersi in contatto né con il Ministero del lavoro né con altri ministeri, tra cui quello dello sviluppo economico. Veniva sempre negata la presenza degli interessati. Questa è una realtà!
Che poi vi sia stata un'insistenza legittima dei sindacati e dei lavoratori e che, quindi, il Governo abbia recepito l'importanza della situazione e si sia dato da fare è qualcosa di cui dobbiamo prendere atto.
Per quando riguarda poi la questione del numero dei dipendenti, volutamente abbiamo inserito il numero di 350 dipendenti, perché dobbiamo considerare non solo quelli dello stabilimento Nuova Magrini Galileo, ma tutto l'indotto che lavora attorno a tale stabilimento. Pertanto, non si tratta solo di cento o duecento persone, ma di quasi il doppio, con relative famiglie. Se consideriamo che le famiglie sono ancora composte da quattro persone minimo, capite quanto il problema sia grave e pesante!
Inoltre, so bene che alla società francese era stato chiesto se fosse interessata, ma mi risulta che abbia fornito una risposta negativa, per cui, come ripeto, siamo ancora nel campo della ricerca. Purtroppo, i lavoratori non possono accontentarsi della ricerca; vogliono risposte chiare e sicure, perché è in gioco il loro futuro, quello delle famiglie e dei loro figli!
Il 27 dicembre, appena siamo tornati da Roma, già era in atto una manifestazione sotto la nebbia e al freddo proprio per sensibilizzare le istituzioni, in particolare quelle locali, che da tempo si sono mosse; mi riferisco al comune di Battaglia, ma anche alla prefettura, alla regione, alla Pag. 58provincia. Tuttavia, questo impegno non deve essere sufficiente, se è vero, come ha ricordato anche il sottosegretario, che il sindaco di Battaglia ha organizzato questo incontro in Germania, a Norimberga, ma, addirittura, a breve deve presentare la situazione a Bruxelles.
Questo ci fa capire quanto drammatica sia la situazione, per cui tutte le osservazioni e le attestazioni di fiducia del sottosegretario non possono lasciarmi soddisfatta, così come non lasceranno assolutamente soddisfatti i dipendenti e le loro famiglie.
Noi viviamo in una situazione veramente tragica!
Ricordo che, quando abbiamo partecipato alle riunioni, noi della Lega Nord abbiamo insistito sul fatto importante che, una volta constatato il problema, non volevamo venisse risolto con la mobilità e la cassa integrazione.
Infatti, per i nostri cittadini chiediamo che venga rispettata la dignità di essere tali. Noi non siamo abituati all'assistenzialismo. Al nord si lavora e si vuole lavorare. Sarebbe troppo facile accettare la cassa integrazione, starsene a casa come fanno tanti e magari, nello stesso tempo, svolgere un lavoro nero. Questa non è la risposta che vogliamo. Non posso tornare domani a Battaglia Terme e dire che questa è la risposta.
Mi pare che il sottosegretario abbia detto un «no» alla cassa integrazione e alla mobilità, ma vogliamo che queste siano certezze. Infatti, la nostra gente ne ha bisogno e ce le chiede in modo chiaro ed assoluto.
Purtroppo, sarò costretta ad uscire da qui soltanto con risposte che mi parlano di intenzioni. Non vedo, a questo punto della situazione, con tutti i chiarimenti che il sottosegretario ha dato, un futuro roseo per i nostri cittadini, per la Nuova Magrini Galileo e per tutta la Bassa padovana.
(Protesta attuata dagli avvocati di Piacenza - n. 2-00229)
PRESIDENTE. L'onorevole Foti ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00229 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 7).
TOMMASO FOTI. Signor Presidente, vorrei soltanto svolgere brevemente alcune considerazioni di ordine generale. Com'è noto, la legge Bersani, che molti continuano ad ostinarsi a chiamare decreto, ma è legge a tutti gli effetti ormai da alcuni mesi, ha provocato la reazione - a mio avviso perfettamente comprensibile - di numerosi appartenenti al mondo delle libere professioni e ha suscitato le proteste, in particolare, degli avvocati. Queste ultime mi pare che siano oltre modo fondate, in ragione soprattutto di alcune norme introdotte in quella legge che ledono i diritti della libera professione, ma anche alcune caratteristiche precipue della professione forense.
Quando è stato adottato questo decreto-legge, convertito con un voto di fiducia da parte del Parlamento, era prevedibile che vi sarebbero state reazioni. Tuttavia, il ministro Bersani non aveva messo in conto alcuni aspetti. Egli effettivamente ha poca affinità con il mondo delle libere professioni, essendo noto come funzionario di partito o come politico giustamente stipendiato, ma non ha mai avuto un'attività libero-professionale e conosce poco questo mondo. I suoi limiti il ministro li ha dimostrati nel momento in cui, volendo colpire in modo inopinato la categoria e l'ordine forense, forse non s'è accorto che gran parte del rapporto avvocati-giudici è talmente buono da spingere gli avvocati a svolgere delle mansioni che non sono loro proprie e che comunque non rientrano nei loro compiti istituzionali. Ciò ha portato ad avere dei rapporti buoni sotto profilo del funzionamento della giustizia. Ma è bastato che, per pochi giorni, nella città di Piacenza come in altre città, venissero attuate delle forme di protesta per andare, ad esempio, ad un rinvio delle udienze e, quindi, ad una situazione di denegata giustizia da parte di chi la chiedeva. Tali proteste null'altro erano se non una richiesta di rispetto delle regole del gioco, vale a dire che gli avvocati si limitassero a fare gli avvocati e a non fornire invece una Pag. 59serie di servizi supplementari, come la verbalizzazione delle udienze o la disponibilità ad estrarre di persona la copia di atti di documenti del fascicolo della causa. Addirittura, è stato sufficiente che gli avvocati smettessero di fornire al tribunale di Piacenza l'occorrente per il funzionamento delle fotocopiatrice, come carta, toner e quant'altro, per provocare il rinvio delle udienze.
In ragione di ciò, l'interpellanza, ovviamente partendo da un caso particolare, poneva il problema più generale di trovare una forma di collaborazione seria, e non imposta per legge o per decreto-legge, con gli ordini professionali, volta ad evitare situazioni che, alla fine, anziché favorire, come è stato dichiarato in modo inopinato, il cittadino consumatore, realizzano condizioni nelle quali addirittura quest'ultimo non ha neppure la possibilità di vedere riconosciuti i propri diritti.
Questo era il senso dell'interpellanza presentata; mi appresto ora ad ascoltare la risposta del rappresentante del Governo.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la giustizia, Luigi Scotti, ha facoltà di rispondere.
LUIGI SCOTTI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Grazie Presidente; grazie anche all'interpellante, che però, se dichiara che l'interpellanza è puramente strumentale ai fini, per così dire, di esprimere una valutazione negativa sulla cosiddetta legge Bersani, allora mi induce a rispondere che avrei ben poco da dire, se non chiarire il perché della cosiddetta legge Bersani, ben noto a tutti, ben noto anche a me. Mi è conosciuta, peraltro, la situazione della giustizia, essendo io un ex magistrato.
Per quanto riguarda la situazione del tribunale di Piacenza, compreso nel distretto di Bologna, ho letto e poc'anzi sentito la denunzia degli interpellanti circa le gravi carenze di organico di tale ufficio. Si lamenta che il servizio non può essere garantito all'utenza non solo per scarsità di personale, ma anche per deficienza di strutture e dei relativi fondi.
A quanto dichiarato l'altro ieri dal ministro Mastella devo aggiungere che purtroppo tutti gli uffici giudiziari hanno una carenza di organico, soprattutto nel settore degli «amministrativi» (su 47 mila 366, ne mancano 41 mila 874); carenza conseguente al blocco dei concorsi realizzatosi nella precedente legislatura (durante, quindi, una determinata gestione della macchina giudiziaria).
Analogamente, per ciò che attiene alle risorse finanziarie, come già è stato evidenziato in varie occasioni, dal ministro e da me medesimo - in Commissione giustizia come in Commissione bilancio -, negli ultimi sei anni il decremento delle spese cosiddette fisse, vale a dire quelle per la gestione ordinaria degli uffici giudiziari, è stato del 52 per cento, il che ha colpito soprattutto i servizi di cancelleria, l'informatica, le spese ordinarie di manutenzione, anche quelle di cui l'interpellante si lamenta.
In questo quadro la situazione del tribunale di Piacenza non è una delle peggiori.
L'organico del tribunale è il seguente. Su 58 funzionari amministrativi, ne sono presenti 57; quindi, per così dire, il deficit di personale ammonta a meno uno: se consideriamo che quelli di Milano e Roma si attestano, rispettivamente, a meno 14 e a meno 12, allora ci si rende conto che poi questo tribunale non funziona così male.
Con il decreto ministeriale 6 aprile 2001, si è provveduto ad una revisione delle piante organiche degli uffici per quanto riguarda l'amministrazione giudiziaria; il tribunale di Piacenza non è stato uno dei maltrattati. Tra l'altro, vi operano 8 unità di personale con contratto a tempo determinato - che suppliscono ad eventuali carenze di organico stabile - per le quali si prevede un graduale assorbimento (l'ultima finanziaria consente un assorbimento fino al 40 per cento di coloro i quali andranno in pensione).
Il posto attualmente vacante di cancelliere C1, come è specificamente riportato nell'interpellanza, è stato inserito tra quelli da assegnare agli idonei del concorso per ufficiale giudiziario bandito nel Pag. 602002, in conformità ad alcune disposizioni legislative recate dalla legge n. 311 del 2004; tuttavia, nessuno degli idonei convocati per la scelta degli uffici giudiziari del distretto di Bologna ha optato per la sede di Piacenza. Un invio d'ufficio, che pur potrebbe effettuarsi, probabilmente «scatenerebbe» la presentazione di ricorsi al TAR; del resto, ci troveremmo comunque in presenza di un impiegato o di un funzionario non certo ben disponibile, essendo stato trasferito d'ufficio da altra sede.
D'altra parte non è possibile procedere diversamente alla copertura delle vacanze se non nei modi che ho esplicitato. L'unico strumento al quale si può fare ricorso per una rapida distribuzione delle risorse umane è l'istituto dell'applicazione in via provvisoria da parte del presidente della corte d'appello.
Ora, l'applicazione non soltanto presenta quegli inconvenienti del trasferimento d'ufficio, se è fatta senza il consenso dell'interessato (e consensi in questo caso non se ne sono verificati), ma, in secondo luogo, il presidente della corte d'appello di Bologna, facendo una comparazione tra i deficit di organico dei vari uffici del suo distretto e quello di Piacenza, si è accorto che proprio quello di Piacenza è il deficit minore rispetto alle esigenze degli altri uffici, e perciò ha ritenuto comunque di non ricorrere all'istituto dell'applicazione.
Inoltre, il dicastero ha evaso ogni richiesta degli uffici giudiziari di Piacenza in relazione alla fornitura di fotocopiatrici ed apparecchiature fax, nonché all'assistenza e alla fornitura di materiale di consumo, accreditando alla corte d'appello di Bologna ben 167.616 euro per l'intero distretto.
Una buona parte di questa somma, circa il 10 per cento, precisamente 20.700 euro (quindi più del 10 per cento), è andata proprio al tribunale di Piacenza, in modo da risolvere i problemi finanziari in corso, e cioè pagare gli impegni assunti per le varie forniture.
Infine, per la gestione del servizio di trascrizione degli atti dibattimentali sono stati emessi ordini di accreditamento per il saldo di tutte le fatture relative all'anno 2005 e per il pagamento di quelle relative al quarto trimestre dell'anno 2006.
Attualmente è stato impegnato l'importo di 138.371 euro, che verrà accreditato in tempi brevi. Se paragoniamo questa situazione a quella degli altri uffici giudiziari, per la verità dovrei dire che Piacenza è un'oasi felice.
Se poi auspichiamo una intesa generale fra tutti i protagonisti della giustizia, allora è chiaro che ciascuno di questi protagonisti (magistrati, funzionari, avvocati) deve compiere tutti gli sforzi possibili, perché non è strumentalizzando certe situazioni che si possono ottenere determinati risultati; in questo modo, non si fa che il danno del cittadino-utente, il quale attende inutilmente una risposta giudiziaria.
PRESIDENTE. L'onorevole Foti ha facoltà di replicare.
TOMMASO FOTI. Signor Presidente, diventa difficile dichiararsi soddisfatti, quando non si ha risposta all'interpellanza, perché probabilmente essa o è stata mal letta, o è stata mal scritta, o è stata mal capita.
È evidente che l'obiettivo dell'interpellanza era un nuovo rapporto, o un rapporto da intraprendere a livello nazionale con il mondo forense, dopo l'entrata in vigore, signor rappresentante del Governo, di quella legge Bersani che voi non state applicando, in quanto, come lei ha detto prima - so che è un ex magistrato e quindi dovrebbe conoscere meglio di me la situazione - nessun ordine ha adeguato le norme deontologiche alle previsioni della legge Bersani e non vi è stata pertanto alcuna sostituzione delle stesse, così come previsto dalla medesima legge.
Ma ciò che è più sconcertante, lo dico per il rappresentante del Governo, è che mi venga a raccontare la situazione del tribunale di Piacenza, facendo riferimento al quinquennio 2001-2006, quando l'impegno dei parlamentari del centrodestra ha consentito di colmare alcune di quelle carenze di organico che oggi addirittura Pag. 61vengono quasi disconosciute per il passato, quasi che, signor rappresentante del Governo, i rinvii delle udienze a Piacenza non ci fossero.
Mi dispiace che ella abbia smesso l'attività di giudice; penso però che avrà modo, come sottosegretario, di chiedere quali sono i periodi di rinvio di una udienza nel tribunale di Piacenza.
E mi sconvolge ancora di più sentire che il rappresentante del Governo ha attribuito all'interpellante affermazioni che, invece, provengono dalla cancelleria del tribunale di Piacenza, vale a dire da un organo che, mentre è estraneo all'interpellante, è indubbiamente inserito nell'articolazione organizzativa del Ministero della giustizia.
Non io, signor sottosegretario, ma la cancelleria del tribunale ha comunicato al locale consiglio dell'ordine che non può essere garantita, data la scarsità di personale di idonea qualifica, l'assistenza a tutte le udienze civili; non l'interpellante, ma ancora la cancelleria del predetto tribunale ha comunicato al locale consiglio dell'ordine che, ai fini del rilascio di copie, la dotazione dell'intero tribunale ammonta soltanto a quattro risme di fogli di carta; signor rappresentante del Governo, non l'interpellante, ma sempre la cancelleria del tribunale di Piacenza ha comunicato al locale consiglio dell'ordine che, per l'anno 2006, non è possibile prevedere ulteriori dotazioni per carenza assoluta di fondi, sussistendo già uno scoperto di circa 1.500 euro. Allora, se neppure le affermazioni dei responsabili dei locali uffici giudiziari riescono a far ragionare questo Governo, la cosa preoccupa ancora di più!
Signor rappresentante del Governo, non so se la percentuale del 52 per cento di tagli, da lei riferita, sia esatta (ma non ho dubbi in proposito); faccio presente, però, che il cosiddetto decreto Bersani (o, meglio, la cosiddetta legge Bersani) ha introdotto tagli - per il 2006, per il 2007 e per il 2008 - sul consolidato e che, di conseguenza, la percentuale è destinata a lievitare.
Ritengo che il problema della giustizia - che è un problema di questo paese, forse uno dei più importanti - richiederebbe una meditazione più attenta. Con l'interpellanza in trattazione si voleva affrontare a chiare lettere una questione di metodo. Mi pare che, in questi giorni, si stia parlando di nuove «lenzuolate» di liberalizzazioni. Ebbene, penso che liberalizzare le tariffe non sia servito minimamente agli utenti. Analogamente, per quanto riguarda la giustizia, penso che tutte le norme contenute nella cosiddetta legge Bersani potrebbero legittimamente essere espunte dall'ordinamento, poiché altro non hanno fatto che causare danni.
Signor rappresentante del Governo, premesso che, a mio avviso, non dovremmo parlare in rappresentanza delle categorie, presentandoci come ex magistrati ovvero come mancati avvocati, dovremmo considerare, invece, che il rapporto tra classe forense, magistrati ed ordinamento giudiziario in generale va tenuto in equilibrio. Nel momento in cui si tenta di rompere tale equilibrio con atto di imperio, è legittimo protestare. D'altra parte, anche i magistrati hanno deciso, spesso e volentieri, di attenersi strettamente alle loro funzioni. Orbene, quando gli avvocati hanno smesso di verbalizzare in udienza, si è visto cosa succede! È meglio, allora, cercare un rapporto collaborativo, come si riteneva di suggerire nell'interpellanza, oppure è meglio, signor sottosegretario, seguire la via burocratica e dare una risposta che sicuramente non onora l'impegno a risolvere i problemi della giustizia?
In conclusione, mi auguro che il Governo voglia riprendere un dialogo proficuo con la classe forense (non l'ha fatto, invece, il rappresentante del Governo, in modo, a mio avviso, inopinato). Ritengo, infatti, che il funzionamento ottimale della giustizia passi attraverso un rapporto di collaborazione. Quando si pensa di intervenire «a gamba tesa» - a proposito, consiglierei al rappresentante del Governo di vedere cosa si sostiene a proposito della legge Bersani nella proposta di legge presentata dal collega Mantini e da altri deputati della Margherita -, si rischia di realizzare autogol. La protesta degli avvocati Pag. 62di Piacenza ha dimostrato che il Governo ha fatto autogol, appunto, quando la giustizia si è bloccata, in una città di 250 mila abitanti (provincia compresa), soltanto perché gli avvocati non hanno più permesso agli uffici del locale tribunale di utilizzare le fotocopiatrici del consiglio dell'ordine e non si sono più prestati a svolgere l'attività di verbalizzazione delle udienze.
Possiamo pensare che un paese come il nostro, che vuole e ambisce legittimamente ad essere un paese che si confronta con le grandi democrazie europee, possa fermarsi e fermare la giustizia perché mancano i fogli alla fotocopiatrice? Signor rappresentante del Governo, penso che questa risposta non la debba dare io, ma la dia, di per sé, la denuncia del fatto (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Nazionale).
(Attività giudiziaria e di polizia relativa al presunto coinvolgimento di Thomas Kram nella strage di Bologna - n. 2-00324)
PRESIDENTE. L'onorevole Raisi ha facoltà di illustrare l'interpellanza La Russa n. 2-00324 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 8), di cui è cofirmatario.
ENZO RAISI. Signor Presidente, mi aspettavo la partecipazione del ministro ma, saputo che il sottosegretario è un ex magistrato, la sua presenza mi fa molto piacere, anche perché mi dà la possibilità di poter dimostrare - a volte la politica giudica quanto meno poco trasparente l'operato di alcuni suoi colleghi o almeno ex colleghi - che ci sono le condizioni per un confronto diretto anche nelle sedi parlamentari.
La nostra interpellanza era di ben altro tipo, ma è stata cassata in sette o otto delle domande in essa contenute; quindi, in qualche modo, dovrò accontentarmi di quelle ritenute ammissibili. Tuttavia, vorrei inquadrare il problema molto brevemente, anche perché sono molto curioso ed attendo risposte chiare almeno rispetto alle poche domande che mi sono state lasciate proporre in questa sede.
Per sua informazione, signor sottosegretario, Thomas Kram è l'unico terrorista riconosciuto presente il 2 agosto 1980 a Bologna, quando c'è stata la famosa strage alla stazione. Thomas Kram, dal 2 agosto 1980, quando scoppiò la bomba, entra in clandestinità; nel 1986 diventa latitante perché poi ricercato dalle autorità tedesche - attenzione, non da quelle italiane - e si fa ventisette anni di latitanza (per darle un'idea della situazione, Totò Riina ha fatto tanti anni di latitanza in Italia). Finalmente, nel dicembre scorso si è consegnato alle autorità tedesche, probabilmente perché il paese che lo ospitava ha pensato bene di dirgli che era meglio che si consegnasse.
Quando le autorità italiane seppero della presenza di Kram in Italia il 2 agosto 1980, ci fu un breve scambio di informazioni - che durò dieci giorni - fra la questura e i servizi segreti italiani di allora; poi la cosa sparì e non si seppe nulla. Inquietanti sono alcuni passaggi. Addirittura fino al 1994 nella banca dati della polizia italiana Kram risultava estremista di destra, ma, per sua informazione - già allora si sapeva -, frequentava le cellule rivoluzionare tedesche, era legato a Carlos e al terrorismo internazionale dell'estrema sinistra.
Nel 2001 la polizia tedesca segnalò alla polizia italiana che Kram era ancora in libertà e lo collegò alla strage di Bologna, inviando una nota alla polizia italiana. Il responsabile capo della polizia italiana, dottor De Gennaro - quindi, non gli onorevoli Raisi o La Russa -, nel 2001 segnalò questo fatto alla questura e, quindi alla procura di Bologna, e chiaramente lo collegò alla strage di Bologna (c'è una sua nota, ma non vorrei fare tutto l'excursus).
Tali atti sono presenti anche all'interno della tanto vituperata Commissione Mitrokhin, che, in realtà, aldilà degli Scaramella di turno, possiede i documenti fornitici dai magistrati tedeschi, francesi e dei paesi dell'est che hanno fatto molta chiarezza sul terrorismo internazionale degli anni Settanta e Ottanta. In quella nota faceva esplicitamente il collegamento tra la presenza di Kram e l'attentato della strage di Pag. 63Bologna. La soluzione migliore per la procura di Bologna fu quella di aprire un piccolo fascicolo giudiziario, in cui inserì il nome di Kram insieme ad una millantatrice, che, nel frattempo, aveva scritto in Germania dicendo che sapeva di essere accusata per la strage: si archiviò il tutto e sparì anche in quella occasione.
Nulla si sarebbe saputo di tutta questa faccenda se la Commissione Mitrokhin, nell'ambito del lavoro che stava svolgendo, non avesse acquisito le carte riuscendo finalmente, dopo venticinque anni, a far capire a tutti chi fosse questo Kram.
Anche in accordo con recenti dichiarazioni, al momento della consegna alle autorità tedesche il soggetto in questione è stato fatto passare per un semplice falsificatore di documenti; in realtà si trattava di uno dei più stretti collaboratori di Carlos, che faceva parte del gruppo Separat.
Stiamo parlando - lo ripeto - di un uomo potentissimo poiché, mentre il suo capo Weinrich era in galera, essendo stato condannato all'ergastolo, egli si fece ventisette anni di latitanza. Anch'ella, signor sottosegretario, visto che ha ricoperto la carica di magistrato, può immaginare come non si tratti di un personaggio di poco rilievo, nonostante i procuratori di Bologna continuino a sostenere che trattasi di un semplice falsificatore; fra l'altro, grazie ai documenti acquisiti, il Kram è risultato essere anche un esperto di esplosivi.
Abbiamo anche dimostrato che un mese dopo la strage di Bologna il soggetto si è incontrato a Budapest - una delle sedi di Carlos - con la Fróhlich, la signora chiamata in codice Heidi, cioè colei che fu vista da un testimone a Bologna il giorno della strage e che fu arrestata a Fiumicino nel 1982 in possesso di un esplosivo compatibile a quello usato per l'attentato.
La procura di Bologna, pressata dalla Commissione Mitrokhin, è stata, obtorto collo, costretta ad aprire un fascicolo che ha definito il Kram persona informata sui fatti. Lo ripeto, De Gennaro - non il sottoscritto - già indicava un collegamento tra i fatti di Bologna e Kram, quindi l'imputazione avrebbe perlomeno dovuto essere riconosciuta nel momento in cui venne aperto un fascicolo; di contro, si è avuta la bellissima idea di aprire un fascicolo che indicava il Kram persona informata sui fatti.
Il Kram, il 14 dicembre, si è consegnato alle autorità tedesche, ma in questo paese non si sa mai nulla, non si è venuti a conoscenza del fatto che un personaggio così importante si era consegnato dopo ventisette anni di latitanza. Ai primi di gennaio è uscita un'agenzia ANSA in cui si informa che Kram, consegnatosi alle autorità tedesche, è stato posto in libertà condizionale, frutto di una trattativa tra il soggetto e le stesse autorità. La procura di Bologna, che nulla aveva detto e facendo finta di essere a conoscenza della cosa, non ha trovato di meglio da fare che annunciare una rogatoria per poter ascoltare Kram in Germania come persona informata sui fatti.
Lei capisce, signor sottosegretario, che in questo modo il Kram probabilmente si rifiuterà di parlare, contribuendo così a far chiudere definitivamente il fascicolo che lo riguarda; quindi, si continua a non voler capire che la presenza di Kram a Bologna non è stata casuale.
Capisce meglio di me, signor sottosegretario, che se un terrorista internazionale si è trovato a Bologna proprio in quei giorni, il fatto non può dirsi casuale. Tra l'altro, alla luce di quanto è emerso dai lavori della Commissione Mitrokhin, l'anno scorso Carlos ha ammesso in una intervista a Il Corriere della Sera che a Bologna era presente un suo uomo che usciva dalla stazione, anche se ha imputato l'attentato agli israeliani. Per carità, stiamo parlando di un gioco delle parti, in ogni caso finalmente si è stabilito che quell'uomo non si trovava casualmente a Bologna.
Noi vogliamo che la procura di Bologna indaghi veramente poiché non si può pensare, ancora una volta, di nascondere questa vicenda. Noi non accusiamo nessuno, ma sosteniamo - poiché a Bologna Pag. 64era presente Kram, probabilmente in compagnia della Fróhlich - la non casualità di questi fatti.
Quindi, chiediamo la massima attenzione nei confronti di questa importantissima rogatoria; vogliamo capire come verrà portata avanti e se, effettivamente, la procura di Bologna non era realmente a conoscenza della consegna di Kram dopo ventisette anni di latitanza.
L'interpellanza era molto più ampia ma è stata in parte cassata: ne prendo atto anche se in sede di replica tratterò di altre questioni.
LUIGI SCOTTI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, onorevole Raisi, l'interpellanza urgente ripercorre una vicenda che vede al centro dell'attenzione Thomas Kram, cittadino tedesco più volte segnalato agli organi di polizia di vari paesi come appartenente a cellule terroristiche e recentemente arrestato in Germania.
A suscitare giustamente attenzione è la probabile presenza del Kram in Italia, anzi nella città di Bologna, il giorno prima della terribile strage.
Ciò ha indotto gli interpellanti a chiedere se la procura di Bologna, a cui furono trasmessi rapporti e informazioni da varie forze di polizia, abbia svolto un'azione indagatrice idonea a considerare anche l'eventuale condotta partecipativa di tale personaggio nella drammatica strage della stazione di Bologna.
Che il Kram fosse in rapporto con vari elementi del terrorismo internazionale è riferito in diversi atti di polizia, compresa quella italiana; altrettanto che egli li mantenesse con tale Heidi, forse identificabile con Christa-Margot Fróhlich, elemento di spicco del ben noto gruppo eversivo Carlos; ancora, che il Kram fosse sospettato di aver preso parte ad episodi terroristici risulta da accertamenti di organi di polizia tedeschi ed austriaci. Infatti, la polizia tedesca accertò - o, almeno, la polizia tedesca riferisce di aver accertato - che il Kram avrebbe partecipato, in concorso con altri - tra cui, il suo collaboratore Schindler Rudolf -, all'attentato compiuto il 28 ottobre 1986 al dirigente dell'ufficio stranieri di Berlino, Harald Hollenberg, ferendolo alle gambe. La polizia tedesca riferì, inoltre, che il Kram, alla fine degli anni Settanta, aveva diretto in Germania la pubblicazione di un giornale di estrema sinistra. Per altro verso, la presenza in Italia di tale individuo è stata evidenziata in vari rapporti, nei quali si sottolineava che dai primi di settembre del 1979 egli risultava iscritto all'Università per stranieri di Perugia, per frequentare un corso di lingua italiana che sarebbe terminato il 21 dicembre successivo.
In una nota trasmessa dalla polizia di frontiera di Chiasso, si segnala che Kram, partito da Karlsruhe alle 10,30 del 1o agosto 1980, con il treno n. 201, risulta essere entrato in Italia alle 12,08, diretto a Milano, dal valico di frontiera di Chiasso. Dalla Digos di Bologna risulta che Kram, dopo la mezzanotte del 1o agosto 1980, giunse all'albergo Centrale di Bologna, sito in via della Zecca n. 2, dove fu identificato e registrato. È altrettanto vero che nella segnalazione datata 8 marzo 2001, il capo della polizia riferì che il Kram poteva aver preso alloggio in un albergo di Bologna il 1o agosto 1980, giorno antecedente a quello della strage, tanto da invitare - il medesimo capo della polizia - la questura di Bologna ad effettuare verifiche in tal senso, il cui esito la questura comunicò alla procura di Bologna con rapporto del 18 aprile 2001, di cui parlerò a breve.
Ho riferito tali fatti per essere estremamente obiettivo, per poter dire: è vero, esisteva tutto ciò; ma, allo stesso tempo, per poter analizzare secondo le note della procura della Repubblica di Bologna, se tali fatti consentissero una vera e propria indagine a carico di un indagato, in senso letterale, oppure se tali elementi, come sostiene la procura di Bologna, non esistessero. Sulla base di tali informazioni, gli interpellanti si chiedono perché la procura di Bologna ritenne di iscrivere il Kram a «modello 45», come persona informata Pag. 65dei fatti e non, piuttosto, a «modello 21», quale indiziato del reato. La spiegazione data dalla procura di Bologna, a seguito della precedente interpellanza - e che ha confermato, a seguito di nostra richiesta, per adempiere al dovere del Governo di rispondere a questa interpellanza - è, in buona sostanza, la seguente, articolata nei punti che esporrò.
In primo luogo, nonostante la caratterizzazione terroristica della sua personalità e nonostante l'accertata presenza in Italia, non erano emersi elementi indiziari di una qualche concretezza specificamente collegabili alla strage di Bologna, ossia tali da iscriverlo a «modello 21». Nonostante il fatto che fosse un terrorista, che frequentasse quegli ambienti, che fosse stato segnalato più volte come terrorista da varie polizie, che fosse presente in Italia nell'imminenza della strage di Bologna, non vi era alcun elemento per poterlo indiziare quale autore della stessa strage di Bologna.
Una successiva nota della procura di Bologna, ribadendo il contenuto della precedente, precisa che nella segnalazione dell'8 marzo 2001 il capo della polizia, a proposito dell'avere il Kram preso alloggio a Bologna la notte del 1o agosto 1980, vi dà rilevanza in rapporto alla strage - ma precisando «con tutte le cautele e riserve del caso» - semplicemente perché il terrorista Carlos in un suo contributo partecipativo alla giustizia, riportato successivamente dal quotidiano Il Tempo del 31 marzo 2000, aveva descritto la silhouette, cioè l'immagine, da lui intravista sul luogo della strage, di un compagno alla stazione, figura però praticamente sparita dalla sua memoria quando riferì i fatti collaborando con la magistratura.
Dunque, il collegamento che il capo della polizia fa tra il Kram e la strage di Bologna è interamente fondato su questo fatto.
In secondo luogo, i coniugi Di Costanzo e Amato, i quali secondo i rapporti della polizia avrebbero preso alloggio nell'albergo di Bologna insieme al Kram, sentiti a sommarie informazioni come testimoni dalla procura di Bologna, dissero di non conoscerlo e tanto meno di non aver mai pernottato con lui a Bologna.
In terzo luogo, nel corso delle perquisizioni per motivi doganali effettuate il 1o agosto 1980 (il Kram, infatti, avendo preso il treno da Karlsuhe a Milano, fu perquisito per motivi doganali), gli furono trovate indosso due lettere che la procura della Repubblica dichiara prive di rilevanza: una alla sua amica, sia pure indiziata di terrorismo, che parlava di ben altre cose; un'altra riguardava ragioni di studio relative all'iscrizione ad una università italiana per l'apprendimento della lingua italiana.
Dunque, neppure da queste perquisizioni, che pure erano indicate dalla polizia come un fatto abbastanza rilevante, si traggono elementi indiziari (non prove), ossia quel fumus di una minima concretezza, che consente di iscrivere un soggetto a «modello 21».
Infine, dagli accertamenti eseguiti dalla questura di Bologna, richiesti dal capo della polizia, era risultata confermata la presenza del Kram a Bologna il 1o agosto, ma nient'altro che potesse collegare in qualche modo tale presenza alla strage. Da notare che il capo della polizia chiedeva alla questura non soltanto accertamenti circa la presenza del Kram a Bologna (presenza che risultava anche dalla sua identificazione e dalla registrazione presso un albergo di Bologna), ma anche accertamenti circa lo specifico collegamento, almeno indiziario, tra la presenza di questa persona e la strage di Bologna.
Altrettanto fece la procura della Repubblica di Bologna nell'invitare la questura - la Digos, in particolare - a svolgere questi accertamenti.
Informazioni date con rapporto successivo non dettero alcun esito su questo punto, se non confermando la presenza del Kram presso un albergo di Bologna.
Dopo gli accertamenti svolti, come innanzi descritti, il fascicolo fu inviato all'archivio dalla procura in quanto atti non costituenti notizia di reato, senza alcuna richiesta di archiviazione al giudice per le indagini preliminari, prevista soltanto quando si voglia iniziare un'azione penale Pag. 66e ci sia un'indagine a carico di un determinato soggetto, il quale abbia quanto meno acquistato la qualità di indiziato con iscrizione a «modello 21».
Debbo dire, in base a questi elementi e alle informazioni fornite anche dal Ministero dell'interno, che la valutazione degli elementi per l'iscrizione in un modello o nell'altro - «modello 21» o «modello 45» -, iscrizione pur sempre provvisoria in rapporto alle eventuali emergenze di fatti nuovi, appartiene all'autonoma valutazione del magistrato dell'indagine, salvo - ben s'intende - una palese abnormità per iniziale inettitudine valutativa o per successiva inerzia di indagini. Sono queste le valutazioni che, a sua volta, il Ministero può fare per espletare indagini ispettive nei confronti di un ufficio giudiziario.
Nel caso concreto, per quanto esposto, la suddetta inettitudine iniziale non era delineabile né si configurava una successiva inerzia perché le indagini allo stato ritenute sufficienti anche in collaborazione attiva e passiva con autorità straniere, furono pur sempre eseguite nel modo che ho descritto. Non si trattava soltanto di un fascicoletto nel quale furono inserite le sole comunicazioni della polizia straniera.
Si trattò di indagini vere e proprie, con esami di testimoni, con richieste presso tutti gli organi che avevano avuto a che fare con il Kram, in rapporto alla strage di Bologna, per le eventuali connessioni e anche per l'acquisizione del materiale probatorio a seguito della perquisizione occasionalmente ricevuta dal Kram.
Fu per questa ragione che gli uffici del ministero non dettero corso all'accertamento ispettivo, a cui, nella risposta del 20 gennaio del 2006, fece riferimento l'allora sottosegretario Valentino.
Anzi, in quella sede, il sottosegretario disse che il ministro si riservava di delegare l'ispettorato generale, ma probabilmente non ritenne di sciogliere la riserva proprio per mancanza di specifici elementi su cui formulare lo specifico incarico per un'ispezione mirata o addirittura una inchiesta. La cosa non nasce ora, è nata con il precedente Governo.
La situazione potrebbe avere successivi sviluppi, sia a seguito della documentazione inviata dalla Commissione Mitrokhin, sia a seguito dell'arresto in Germania di Thomas Kram, avvenuto 15 giorni fa. Sulla documentazione della Mitrokhin la procura attende i risultati delle indagini demandate ai competenti organi di polizia, quanto all'arresto, la procura ne è venuta a conoscenza l'8 gennaio scorso ed avvierà al più presto gli opportuni contatti con le autorità tedesche per quanto necessario, anche per sentire il Kram.
Per ottenere un risultato in un interrogatorio, non basta iscriverlo al «modello 21», anzi, a maggior ragione, se l'indiziato di reato - deve trattarsi di un personaggio notevole - per tanti anni è riuscito ad essere latitante, nonostante gli atti compiuti presso varie polizie, si può immaginare che probabilmente il Kram tenti di nascondere le sue responsabilità, e non perché sia iscritto nel «modello 45» piuttosto che nel modello «21».
Eventuali fatti nuovi possono ovviamente determinare svolte con eventuali riprese di indagini secondo l'autonoma valutazione della procura competente e anche con una diversa iscrizione nel registro degli indagati, purché emergano oggi - perché non sono emersi ieri - eventuali indizi tali da poter consentire una iscrizione a «modello 21».
Perciò, il ministero si riserva di dare al Parlamento una pronta informazione, effettuando anche attraverso gli organi competenti quella vigilanza che la delicatezza del caso certamente impone.
PRESIDENTE. L'onorevole Raisi ha facoltà di replicare.
ENZO RAISI. Signor Presidente, più che insoddisfatto mi dichiaro stupito. Non me ne voglia il segretario, che ringrazio per la sua correttezza e per il suo intervento. Lui non fa altro che leggere le carte che provengono dalla procura di Bologna.
Sulla prima parte non entro neanche nel merito, perché questo dibattito si è già svolto nella scorsa legislatura, in Commissione Mitrokhin. Abbiamo perdonato Pag. 67quello che è successo nel 2001 (dico così perché non voglio far polemiche in questa sede). Però, potrei dirle che mi sembra strano che nel modello 45 vengano messi insieme un terrorista internazionale e una mitomane che scrive alla Germania, e che si proceda ad un'indagine su due elementi che sono totalmente diversi. Lei ha fatto il magistrato, io no, ma può capire che è strano mettere sullo stesso livello Curcio e la signora Pina, che manda una lettera alla procura, con la quale sostiene di credere che qualcuno l'abbia accusata di aver partecipato ad attività terroristiche delle brigate rosse. È un po' strana la vicenda. Passi anche questo, ma nella Commissione Mitrokhin si svolse una seduta durante la quale si chiarì questo fatto e il procuratore capo - ci sono i verbali che parlano - disse che non sapeva quello che avevamo appena scoperto. Lo stesso dottor Mancuso, che all'epoca fu PM nel processo per la strage di Bologna, quando era consulente della commissione Mitrokhin, disse che non si era mai accertato il collegamento tra Kram e Carlos, però noi gli abbiamo esibito i documenti acquisiti dalla magistratura ungherese, che dimostravano che Carlos, Kram e la Fróhlich - collegamento mai dimostrato fino a quel momento - si erano riuniti un mese dopo la strage a Budapest.
Quindi, è caduto l'elemento di «ignoranza» riguardo a tali eventi. Questi potevano giustificare quanto accaduto nel 2001, ma non possono giustificare il fatto che sia stata riaperta un'indagine, in cui egli è ancora definito come «persona informata sui fatti»!
Ciò è avvenuto perché la «caratura» di Kram, se non poteva essere conosciuta nel 2001, non poteva essere ignorata nel 2004, quando i signori sono venuti ed hanno ricevuto dal sottoscritto la relazione della Commissione Mitrokhin che parlava di questi fatti. Infatti, vi sono 150 pagine, con documenti allegati, su chi è Kram e sul suo ruolo.
Ricordo che il senatore Andreotti si è alzato in Commissione Mitrokhin ed ha affermato che, dell'attività di tale Commissione, l'unico elemento di grande novità erano, effettivamente, i passaggi sulla strage di Bologna, ma che era meglio non votarli, perché, altrimenti, si sarebbe creato un forte attrito istituzionale tra Parlamento e magistratura. Infatti, ovviamente, si notano alcuni comportamenti quantomeno non trasparenti da parte della magistratura. Abbiamo quindi cercato di evitare di creare l'ennesimo conflitto con essa. Lo si può fare, però, se poi vi è un comportamento normale.
Infatti, non si possono fare certe affermazioni, alla luce di tutto quello che abbiamo consegnato. Loro citano la dichiarazione rilasciata da Carlos al Tempo nel 2000; ma Carlos nel 2005, in un'intervista al Corriere della Sera, ha finalmente ammesso che un suo uomo era uscito dalla stazione di Bologna quel giorno, e che tale uomo era Kram.
Quindi, qualcuno mi deve spiegare come sia possibile che, in questo paese, una procura non indaghi su un terrorista internazionale che è latitante da 27 anni e che il giorno della strage di Bologna era uscito dalla stazione, affermando che non vi sono indizi per farlo! Ma in questo paese si è indagato per molto meno!
Ricordo a tutti che sono state condannate, per la strage di Bologna, tre persone con un processo indiziario: nessuno ha mai dimostrato che, quel giorno, quei tre fossero lì! Poi, attraverso indizi e sulla base delle dichiarazioni di un testimone che si chiamava Sparti, sono arrivati ad emettere una condanna (che io non contesto, per carità! si tratta di una condanna definitiva: volete che mi metta a contestarla?). Mi domando, tuttavia, perché non si indaghi su un fatto evidente e che è sotto gli occhi di tutti!
Allora, la procura di Bologna viene a sapere, l'8 gennaio (praticamente, un mese dopo l'accaduto), che questo signore si è consegnato dopo 27 anni di latitanza perché ha letto un'agenzia ANSA - poiché l'8 gennaio è la data in cui è stata diffusa tale notizia -, ma mi dice che non hanno ancora fatto nulla!
Ho consegnato alla magistratura di Bologna la relazione della Commissione Mitrokhin su questi fatti, con tanto di documenti, Pag. 68ma io non sono stato ancora ascoltato da quella procura! Ripeto: non sono stato ancora ascoltato, e sono già passati sette mesi! Allora, questo è uno scandalo! Signor sottosegretario, faccio veramente appello al suo passato di magistrato: guardate bene in questa vicenda!
Vede, io credo molto nelle coincidenze. Recentemente, mi sono comprato un libro, intitolato Breviario laico. Si tratta di un libro, scritto da un sacerdote, che è un vero e proprio «breviario», e riporta ogni giorno una frase di un filosofo, di uno scrittore o di un sacerdote (in modo «laico», perché ci sono i detti di tutti).
Il giorno in cui ho presentato questa ultima interpellanza - che, ripeto, in parte è stata cassata - ho letto una frase di un teologo boemo, un sacerdote finito sul rogo il 6 luglio del 1415 su ordine del Concilio di Costanza. Quel giorno ho trovato, in una paginetta dedicata proprio a questo tema, la seguente frase di Jan Hus: «Cerca la verità, ascolta la verità, impara la verità, ama la verità, difendi la verità fino alla morte». Ripeto: l'ho letta proprio il giorno in cui ho presentato l'ennesimo atto di sindacato ispettivo sulla strage di Bologna.
Mi rivolgo a lei perché forse ci rivedremo altre volte, ma io non mollerò di un millimetro su questa vicenda, perché questo è uno degli scandali del nostro paese: mi riferisco alla volontà di non indagare e di non cercare la verità fino in fondo!
Vede, quel giorno, il 2 agosto 1980, non sono saltato per aria per pochi minuti. Infatti, mi stavo dirigendo alla stazione di Bologna, perché dovevo partire per svolgere il servizio militare nei Carabinieri, ed ho mancato la strage per 10 minuti! Non mi accontento del processo di Bologna: io voglio che si ricerchi, fino in fondo, chi c'era e cosa è successo quel giorno, perché su un fatto siamo tutti d'accordo. Infatti, c'è chi sostiene che il processo ha emesso una sentenza giusta e c'è chi sostiene il contrario, ma comunque mancano i mandanti e le motivazioni: lo ha affermato anche il pubblico ministero nella requisitoria finale.
Allora, vi dico che abbiamo un elemento di novità straordinario. Abbiamo accertato, innanzitutto, chi era finalmente questo Kram, che non è un appartenente alle Cellule rivoluzionarie (come qualcuno insiste a dire). È anche un membro di queste, ma fa parte del gruppo Separat di Carlos, della Stasi, dei «palestinesi». Se vuole, signor sottosegretario, le invio tutta la relazione, così si capisce anche di cosa stiamo parlando. In altri termini, c'è tutto il collegamento!
Questa persona è stata ben focalizzata, e non si può dire che quel giorno fossero lì per caso lui e la Fróhlich (che si chiamava Heidi). Certo, la procura mi dice che gli hanno trovato in tasca delle lettere indirizzate ad Heidi, ma questo era un nome di battaglia! Come è possibile leggere, esistevano due livelli: vi era il livello di quelli che lavoravano «alla luce del sole», come Kram, ed utilizzavano i documenti normali (ecco perché, quel giorno, aveva usato i propri) e vi erano quelli del livello «militare», che usavano invece i soprannomi. Ma volete che nelle tasche egli portasse documenti che dicessero ad Heidi: andiamo a trasportare gli esplosivi? Mi sembra anche banale la risposta che leggo lì, però è sotto gli occhi di tutti che non può essere casuale la presenza di Kram a Bologna quel giorno, della Fróhlich, che un testimone dice essere presente quel giorno a Bologna, di Carlos che dice che effettivamente quel giorno dalla stazione di Bologna era uscito uno dei suoi uomini di corsa perché avevano cercato di tendergli una trappola, o che altro! Ma vogliamo accertare la verità fino in fondo? Si può pensare di dire che questa persona probabilmente è a conoscenza dei fatti? Ma cosa ci faceva quel giorno quell'uomo a Bologna? Per molto meno abbiamo avviato processi di ben altro livello, se vogliamo citare il caso del senatore Andreotti: è bastato molto meno per aprire filoni giudiziari di quel tipo!
Ricordando quella frase che ho prima citato, perché le coincidenze per me significano qualcosa, dico che qui siamo solamente agli inizi - lo dico perché mi leggeranno «in coppia», la procura di Pag. 69Bologna e i servizi segreti, come anche le istituzioni che lei rappresenta - e io non mollerò mai su questa vicenda! E ogni volta se voi mi ritornerete a raccontare la stessa storia di sempre, io ricomincerò daccapo e aggiungerò quegli elementi di novità che vi saranno, perché questa storia deve essere portata in un normale tribunale e deve essere verificato fino in fondo cosa sia successo quel giorno a Bologna, incominciando da chi quel giorno effettivamente c'era.
PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento delle interpellanze all'ordine del giorno.

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