Source: https://www.laleggepertutti.it/98762_indennita-di-accompagnamento-inps-per-invalidi-chiarimenti-dei-giudici
Timestamp: 2019-07-21 01:25:49+00:00

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Indennità di accompagnamento, funzione, malattie e patologie comportanti una consistente limitazione delle facoltà cognitive e di deambulazione, necessità di giornaliera assistenza per incapacità a camminare o a compiere gli elementari atti della vita quotidiana.
Per quali tipi di malattie spetta l’indennità di accompagnamento (anche chiamato “assegno di accompagnamento”) a carico dell’Inps e quali sono le condizioni per ottenerla? In questo breve articolo verificheremo tutti i chiarimenti forniti, in questi ultimi anni, dai giudici e, segnatamente, dalla Cassazione (i testi delle sentenze possono essere letti cliccando sul link presente in nota).
Condizioni per l’accompagnamento
In tema di indennità di accompagnamento e con riferimento alla sua spettanza, la legge [1] richiede due presupposti che devono ricorrere contestualmente anche per chi ha superato 65 anni di età:
– una situazione di invalidità totale, rilevante per la pensione di inabilità civile [2]
– e, alternativamente, o l’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore oppure l’incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita con la conseguente necessità di assistenza continua, requisiti, quindi, diversi dalla semplice difficoltà di deambulazione o di compimento di atti della vita quotidiana con difficoltà (ma senza impossibilità).
Patologie per l’accompagnamento
Per ottenere l’indennità di accompagnamento è necessario che il richiedente dimostri di essere affetto da malattia che lo renda incapace di compiere gli elementari atti giornalieri: tale incapacità va intesa non solo in senso fisico, ossia come semplice idoneità ad eseguire materialmente tali atti (si pensi al soggetto impossibilitato a deambulare se non con l’aiuto di una terza persona), ma anche come capacità di intenderne il significato, la portata e l’importanza, anche ai fini della salvaguardia della propria condizione psico-fisica. Così ben potrebbe essere concesso l’accompagnamento a persona perfettamente capace di camminare da sola, ma con gravi deficit mentali. In diverse sentenze la Cassazione ha avuto modo di precisa che l’accompagnamento spetta quando siano presenti disturbi della sfera intellettiva, cognitiva o volitiva come, per esempio, nel caso di schizofrenia [3] o nel caso di un rendimento mentale quasi del tutto compromesso per incapacità di memorizzare e stare attento, oppure nel caso di ipovalidismo psichico, con manifestazione classiche della oligofrenia [4].
In questi casi, quindi, l’indennità di accompagnamento può essere accordata anche a chi è in grado di deambulare, ma che, per ragioni inerenti alla propria sfera psichica, non è comunque in grado di compiere i più elementari atti della vita quotidiana. Non bisogna tenere conto del numero degli elementari atti giornalieri, ma, soprattutto, sulle loro ricadute in termini di incidenza sulla salute del malato e sulla sua dignità come persona, sicché anche l’incapacità di compiere un solo genere di atti può, per la rilevanza di questi ultimi e l’imprevedibilità del loro accadimento, attestare la necessità di una effettiva assistenza giornaliera [4].
Allo stesso modo è stata riconosciuta l’indennità di accompagnamento a chi si trova in ciclo di chemioterapia [5], mentre è stata negata a chi, per camminare, ha necessità di avere sempre il bastone [6] sul presupposto che, per ottenere l’accompagnatore, si deve trattare di impossibilità e non di semplice difficoltà.
L’indennità di accompagnamento serve per fornire un sostegno economico non solo al malato, ma anche alla sua famiglia, al fine di consentire al primo – benché obbligato a ricevere controlli e assistenza continua – di continuare a vivere all’interno del proprio nucleo familiare e non dover, invece, farsi ricoverare in una casa di cura. Il che ovviamente si ripercuote anche in un beneficio per la spesa sociale. Ne deriva che il diritto al beneficio va riconosciuto in relazione a tutte le malattie che, per il grado di gravità espresso, comportano, per il malato, una consistente limitazione delle facoltà cognitive e, quindi, richiedono una giornaliera assistenza al fine di evitargli pericoli per sé e per gli altri [7].
L’anoressia in forma grave, quale sindrome nevrotica caratterizzata dal rifiuto sistematico del cibo, gioca un ruolo importante anche nel campo giuridico previdenziale. Tale malattia è stata, infatti, al centro di una sentenza della Cassazione [8], con la quale la Suprema Corte ha affermato il principio, già valido per l’esistenza del diritto all’assegno ordinario di invalidità della valutazione complessiva del quadro morboso del soggetto e non delle singole manifestazioni morbose. Per cui anche in caso di anoressia può essere riconosciuto l’accompagnamento.
Gli invalidi di età compresa fra i 18 e i 65 anni, nei cui confronti sia stata accertata una riduzione della capacità lavorativa pari almeno al 74% per minorazioni (congenite o acquisite, anche a carattere progressivo, ivi comprese le irregolarità psichiche per oligofrenie sia organiche che dismetaboliche e le insufficienze mentali per difetti sensoriali e funzionali), hanno diritto a un assegno mensile (per tredici mensilità) in presenza anche del possesso del requisito reddituale personale. Gli invalidi civili di età compresa tra i 18 e i 65 anni, nei cui confronti sia stata accertata, invece, una inabilità totale (100%), hanno diritto a una pensione di inabilità se in possesso anche del requisito reddituale personale.
L’indennità di accompagnamento scatta per dodici mensilità quando l’inabile (cioè l’invalido totale al 100%, minorenne o maggiorenne, per affezioni fisiche o psichiche) non sia in grado di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore oppure abbia bisogno di assistenza continua, trovandosi nell’incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita. Va subito notato che per l’ottenimento di tale indennità non sono previsti limiti di reddito per il semplice fatto che la corresponsione dell’indennità è legata solo alle minorazioni accertate.
[1] Art. 1 legge 11 febbraio 1980, n. 18.
[2] Art. 12 legge 30 marzo 1971, n. 118.
[3] Cass. ord. n. 1069/2014.
[4] Cass. ord. n. 25255/2014.
[5] Cass. sent. n. 25596/2008.
[6] Cass. sent. n. 15882/2015.
[7] Cass. sent. n. 28705/2011.
[8] Cass. sent. n. 6500/2002.
12 Ott 2015 | di Noemi Secci

References: sentenza 
 Art. 1
 Art. 12
 Cass. 
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