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Timestamp: 2018-08-21 18:37:02+00:00

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Corte di Cassazione, III sezione, sentenza n. 8860, depositata il 18/4/2011. Il commercialista incaricato della compilazione delle denunce dei redditi deve redigere le dichiarazioni secondo le regole che presiedono alla corretta denuncia dei redditi del singolo dichiarante, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1176 c.c. - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, III sezione, sentenza n. 8860, depositata il 18/4/2011. Il commercialista incaricato della compilazione delle denunce dei redditi deve redigere le dichiarazioni secondo le regole che presiedono alla corretta denuncia dei redditi del singolo dichiarante, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1176 c.c.
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza n. 8860 del 18-4-2011. Responsabilità commercialista – pdf
Corte di Cassazione, III sezione, sentenza del 18-4-2011 n. 8860.
La scure della S.C. in danno dei Commercialisti “arditi”.
Il commercialista deve fare attenzione quando dispensa suggerimenti e scorciatoie per ridurre l’imponibile fiscale se a compilare la denuncia dei redditi è lui in persona.
Il rischio, infatti, è che venga chiamato a risarcire il cliente nel caso in cui il Fisco accerti che era dovuta una somma più alta.
Il caso è quello di un ragioniere commercialista che per conseguire un risparmio fiscale aveva consigliato a degli eredi di una unica società di fatto[1] di costituire due distinte imprese familiari.
Infatti, l’impresa familiare si realizza “a mezzo della collaborazione prestata dai familiari all’attività svolta dall’imprenditore nell’impresa stessa, di cui questi risulta però titolare in via esclusiva”.
Pertanto,, il commercialista incaricato di fare le dichiarazioni fiscali “doveva redigere le dichiarazioni secondo le regole che presiedono alla corretta denuncia dei redditi del singolo dichiarante […] appariva corretto il richiamo del primo giudice al canone della diligenza contenuto nell’art. 1176 c.c.[2] e del tutto condivisibile la considerazione che il commercialista non avesse adempiuto all’incarico di predisporre le dichiarazioni dei redditi dei clienti con la diligenza e la perizia che si richiedono al professionista nell’espletamento dell’incarico ricevuto”.
Sorrento, 19/4/2011
[1] Non esiste nel codice civile una definizione di società di fatto: essa viene formulata dalla dottrina e dalla giurisprudenza per mezzo dell’analisi dei principi generali in materia di società ed, in particolar modo, per mezzo di uno studio differenziale rispetto all’istituto della comunione d’azienda (cd. comunione di mero godimento). Infatti, la società di fatto – come ogni altra società – deve avere uno scopo lucrativo, trovare la sua causa nello svolgimento di un’attività economica e caratterizzarsi per la disponibilità di risorse economiche materiali ed immateriali apportate dai soci in forza di un contratto di società. Pertanto una prima caratteristica della società di fatto si fonda sull’estrinsecazione verso i soggetti terzi dell’esistenza di un vincolo societario tra i soggetti che partecipano in qualità di soci. Carattere, questo, che permette di distinguere la società di fatto (palese) dalla società occulta, ossia dalla società che viene individuata dalla giurisprudenza (soprattutto in sede fallimentare) come esistente tra un soggetto che agisce formalmente come imprenditore individuale ed altri soggetti, che non appaiono formalmente essere soci.
[2] Art. 1176 c.c. Diligenza nell’adempimento
Nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia (703, 1001, 1228, 1587, 1710-2, 1768, 2148, 2167).
Nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata (1838 e seguente, 2104-1, 2174-2, 2236).
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2011-05-17T15:17:12+00:0019 aprile 2011|Cassazione civile 2011, Responsabilità e deontologia professionale, Sentenze - Ordinanze|3 Commenti
Massimo Felici 11 giugno 2011 at 02:46	- Reply
Ho un problema con una commercialista che x gli ultimi 5 anni di contabilitÃƒÂ , oltre agli altri 5 circa che sembrerebbero perÃƒÂ² a posto, ebbene l’equitalia mi richiede in totale circa25 mila euro tra contributi e iva e tasse x quei 5 anni in cui la stessa ha avuto diversi problemi personali ed ÃƒÂ¨ stata quasi latitante x anche solo parlarci x tel, e cosÃƒÂ¬ ÃƒÂ¨ divenuta un caos totale la mia contabilitÃƒÂ ed ora devo pagare tutto io. Non so come uscirne fuori. Mi aiuterete? vi sembra gisto tutto ciÃƒÂ²? Noi piccoli artigiani siamo tutelati in qulche modo nella nostra incompetenza nel settore? Altrimenti ora ero io a far le consulenze di contabilitÃƒÂ come lavoro…. aspetto vostre risposte
Massimo Felici 11 giugno 2011 at 02:34	- Reply
ho un mio problema con una commercialista che x 5 anni di contabilitÃƒÂ , oltre altri 5 circa a posto sembra, ebbene l’equitalia mi richiede in totale circa25 mila euro tra contributi e iva e tasse. Non so come uscirne fuori.mi aiuterete?
Fabrizio 25 aprile 2011 at 17:46	- Reply
Ho letto tutta la sentenza e devo dire che in essa si legge un forte richiamo a chi fa dichiarazione dei redditi ad essere professionale e attento.
L’oggetto ÃƒÂ¨ un argomento molto delicato che merita la massima attenzione e questo nell’interesse del cliente.
In linea il commento che mi pare attento ed esplicativo di tale sentenza.

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