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Rassegna Stampa 12 Settembre 2018 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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12/09/2018 – Corriere della Sera
ROMA Almeno per il momento Autostrade per l’ Italia, la società controllata dalla famiglia Benetton che ha in gestione gran parte della rete italiana, non sarà esclusa dalle procedure per la ricostruzione del ponte crollato il 14 agosto a Genova. Non si tratta di una libera scelta del governo, che ha sempre detto di voler lasciare il gruppo fuori dai cantieri. Ma di una presa d’ atto, dopo un attento esame delle regole. In mattinata il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli dice alla Camera che il governo sta «verificando la possibilità di derogare al Codice degli appalti perché si possa fare l’ assegnazione immediata senza gara ad un soggetto pubblico come Fincantieri». Mentre il vicepremier Matteo Salvini, intervistato a Porta a porta, aggiunge che «non sarà Autostrade a ricostruire il ponte ma metterà i soldi. Paghi, faccia dieci passi di lato e chieda scusa che non l’ ha ancora fatto bene». Nelle stesse ora è in corso a Bruxelles un incontro per verificare la fattibilità dell’ affidamento diretto, visto che il tema degli appalti è anche di competenza comunitaria. Bruxelles prende tempo. Ma c’ è un problema. Le norme europee prevedono che l’ affidamento diretto, cioè senza gara, possa essere fatto in casi gravi e urgenti. Ma solo se l’ importo dei lavori resta sotto i 5 milioni di euro. La ricostruzione del ponte Morandi costerà molto di più. L’ unica strada percorribile è la cosiddetta procedura competitiva, una gara ristretta in cui vengono invitate almeno 5 aziende. È più veloce di un normale bando, si può chiudere anche in 30/40 giorni. E, sempre in caso di casi gravi e urgenti, non c’ è una soglia massima per l’ importo dei lavori. Dovrebbe essere questa, quindi, la procedura indicata nel decreto legge per Genova che arriverà venerdì in consiglio dei ministri, prevedendo per gli sfollati le stesse misure varate in passato per i terremoti, con il contributo minimo di 400 euro al mese, e la sospensione di tasse e bollette. Ma a chi spetterebbe decidere quali aziende potranno partecipare alla gara ristretta? È proprio qui che rientra in campo Autostrade per l’ Italia. Il governo ha avviato la procedura per la revoca della concessione al gruppo. Ma i tempi non sono brevissimi: anche se si dovesse arrivare alla revoca, devono passare ancora 5 mesi. In questo momento la concessione resta nelle mani di Autostrade che, come stabilisce l’ articolo 3 della convenzione, ha l’ obbligo di affidare i lavori per la ricostruzione. Dovrebbe essere proprio Autostrade per l’ Italia a decidere chi invitare alla gara ristretta. Per procedere con un affidamento diretto e saltare la società della famiglia Benetton, il governo dovrebbe aspettare la revoca della concessione. Ma fermare tutto per cinque mesi non sembra possibile. Mentre forzare la mano subito comporterebbe il rischio di una serie di ricorsi. Non per forza con i tempi lunghi dei tribunali ma anche con la possibilità di una sospensiva del Tar, visto che il decreto legge avrebbe comunque bisogno di decreti attuativi, impugnabili d’ urgenza davanti alla giustizia amministrativa. Ma la mediazione resta possibile. Pochi giorni fa è stato creato un gruppo di lavoro al quale partecipano Autostrade per l’ Italia, Fincantieri, lo studio Renzo Piano, Regione Liguria e Comune di Genova. Alla gara ristretta sarà comunque chiamata a partecipare Fincantieri. Ma non solo. Nella partita potrebbero entrare Italferr, la società delle Ferrovie che nella costruzione di ponti ha una grande esperienza, e forse anche Pavimental, società dello stesso gruppo Autostrade che pure ne ha realizzati diversi. Tenendo presente che la ricostruzione del ponte è un’ opera complessa. Difficile che una sola azienda faccia tutto. LORENZO SALVIA
12/09/2018 – Il Fatto Quotidiano
“Autostrade, nasce una nuova agenzia per la vigilanza”
“Nascerà un’ agenzia di vigilanza che si occuperà della vigilanza e dei controlli nelle autostrade”. Edoardo Rixi, sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, racconta quale sarà uno dei punti cardine del decreto del governo atteso per giovedì. Anzi, i decreti potrebbero essere due: uno dedicato a Genova, l’ altro dedicato soprattutto alla convenzione autostradale. Diverse le novità previste: “La nascita di un’ agenzia, esterna al ministero, dovrebbe garantire l’ assunzione di nuovi ispettori”, spiega Rixi, genovese. Attualmente i tecnici addetti alla vigilanza sono soltanto 120, troppo pochi. Previsti anche una banca dati unica per le infrastrutture e una nuova disciplina per i collaudi e le verifiche a carico dei concessionari. Per il ponte di Genova il decreto potrebbe prevedere una deroga al codice appalti che prevederebbe un affidamento diretto. Fonti ministeriali, però, definiscono “molto remota” la possibilità che il decreto possa revocare l’ intera convenzione ad Autostrade.
12/09/2018 – La Stampa
“Togliere le licenze all’ azienda è legittimo se viene a mancare il carattere fiduciario”
Umberto Fantigrossi L’ amministrativista: la vicenda finirà davanti al Tar, si rischia un ricorso alle corti internazionali
Una cosa sola è sicura a questo mondo: «C’ è sempre una corte superiore a cui fare ricorso». È ironico, Umberto Fantigrossi, presidente dell’ Unione nazionale avvocati amministrativisti. «Dal contenzioso non si scappa. Ma se un provvedimento è ben motivato, si vince». Lo può dire a ragione, visto che lui stesso qualche anno fa fece decadere un decreto legge, con sospensiva immediata, in campo immobiliare. Presidente Fantigrossi, che pensa della linea imboccata dal governo, di varare un decreto d’ urgenza per il nuovo ponte di Genova? «Che certo non è una novità assoluta. Mi vengono in mente molti precedenti di leggi-provvedimento. Per Expo, ad esempio, nel novembre 2015 il governo Renzi fece un decreto per dare a Cassa depositi e prestiti alcuni affidamenti. Evidentemente il governo ha deciso di non percorrere la via dell’ atto amministrativo a favore dell’ atto normativo». Lo fanno nella convinzione di aggirare o quantomeno ammorbidire il contenzioso con la società Autostrade. Ma sarà così? «Io resto dell’ idea che un atto amministrativo ben motivato avrebbe potuto portare alla decadenza della concessione. Nel caso delle autostrade, tutti parlano ossessivamente del contratto, che è a valle, e quasi mai della concessione, che è l’ atto a monte. Se vengono a mancare i caratteri fiduciari, così come un governo ha dato a un soggetto privato una concessione (oltretutto senza gara, ad affidamento diretto: è qui il vizio d’ origine di questa storia) la stessa si può revocare». Il governo Conte ha avuto paura della giustizia amministrativa. Teme di infilarsi nel tunnel delle sospensive e dei ricorsi. «Ma anche se la via è più tortuosa, il contenzioso è scontato anche nel caso di un decreto legge». Ci spieghi. «Come annuncia il vostro stesso giornale, è immaginabile che la società ex concessionaria andrà davanti al Tar chiedendo di interpellare la Corte Costituzionale, impugnando i criteri di urgenza, ragionevolezza e proporzionalità del decreto legge. Allo stesso tempo chiederà al giudice la sospensione degli effetti del decreto. Accade spesso; c’ è ormai una giurisprudenza anche in questo campo». Qualche esempio? «Ricordo una recente sentenza della Corte costituzionale contro la procura di Taranto, che aveva sollevato un conflitto di poteri per un decreto-provvedimento sull’ Ilva. Battuta su tutta la linea. Il decreto, poi divenuto legge, è stato fatto salvo». Qualunque sia la via che s’ imbocca, dunque, si finirà sempre davanti al Tar con il rischio di una sospensiva. «Esatto. Diciamo che con l’ atto amministrativo, il governo si prende un rischio in più. Con l’ atto normativo, al netto del percorso parlamentare, che do per acquisito, la società avrà di fronte un percorso più lento e impervio, ma tenterà ugualmente di sterilizzarne gli effetti e spingerà per arrivare davanti alla Corte costituzionale. Per essere chiari, non esiste una norma che sia blindata rispetto al rischio di un contenzioso. E se non basta la giurisdizione nazionale, si può sempre ricorrere a quella internazionale. C’ è sempre una corte superiore a cui fare ricorso». Lei però sembra dispiaciuto che si sia scelta la strada del decreto legge piuttosto che dell’ atto amministrativo che avrebbe fatto decadere la concessione. «Sa, è una certa deformazione professionale… Sono pur sempre il presidente degli avvocati amministrativisti». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI. FRANCESCO GRIGNETTI
12/09/2018 – Quotidiano Enti Locali e PA (Sole 24 Ore)
Illegittimo lo statuto della società in house che limita i poteri del cda alla gestione ordinaria
Con riferimento agli statuti delle società in house, la facoltà prevista dall’articolo 16, comma 2, del dlgs 175/2016 (testo unico sulle società partecipate) di introdurre deroghe all’articolo all’2380 bis del codice civile in ordine all’autonomia del consiglio di amministrazione non può spingersi fino a limitare i poteri di gestione di questo alla sola amministrazione ordinaria. Questo interessante principio affermato dal Tribunale di Roma – sezione «imprese» – con la sentenza n. 20276/2018è decisamente innovativo nel panorama della giurisprudenza sulle società in house, e potrebbe avere effetti dirompenti sulla governance delle società pubbliche, la cui natura giuridica è da sempre al confine tra il diritto civile e quello amministrativo. Il caso Un notaio rifiuta di chiedere l’iscrizione nel registro delle imprese della delibera assembleare che approva le modifiche statutarie di una società in house, interamente partecipata da un Comune laziale, perché a suo parere queste limiterebbero ingiustificatamente i poteri del cda alla sola amministrazione ordinaria della società, in contrasto con l’articolo 2380 bis del codice civile secondo cui «la gestione dell’impresa spetta esclusivamente agli amministratori, i quali compiono le operazioni necessarie per l’attuazione dell’oggetto sociale». A fronte di ciò, il presidente della partecipata si rivolge al Tribunale di Roma chiedendo di ordinare l’iscrizione del nuovo statuto sociale nel registro delle imprese, ma il collegio non accoglie l’istanza e rigetta il ricorso. Secondo i giudici, la gestione dell’impresa, privata o pubblica, è sempre di esclusiva competenza dell’organo amministrativo, il quale risponde per tutte le obbligazioni assunte a vario titolo dalla società nei confronti dei creditori e dei terzi. Deviazione dalle norma sulle società di capitali Ammettere una deroga al principio che riconduce al Cda l’ordinaria e la straordinaria amministrazione della società, attribuendo all’assemblea dei soci non solo poteri di indirizzo e controllo, ma anche di gestione per la straordinaria amministrazione, comporterebbe una «significativa deviazione» dalla normativa generale delle società di capitali. In un siffatto scenario gli amministratori della società non potrebbero essere chiamati a rispondere per gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, e d’altra parte stante il principio dell’irresponsabilità nell’espressione del voto in assemblea difficilmente il socio pubblico potrebbe essere chiamato a rispondere per le scelte gestionali di carattere straordinario decise in sede di assemblea. Il controllo analogo e la giurisprudenza Nel trattare questi aspetti della governance societaria sotto il profilo civilistico, la pronuncia va in controtendenza rispetto all’orientamento giurisprudenziale che fa leva sull’esigenza che la società in house operi quale «braccio operativo» e società-organo della Pa. Come già ricordava la Corte costituzionale con la sentenza n. 325/2010, la società in house può ottenere affidamenti direttisenza gara proprio per il fatto che si atteggia come «longa manus di un ente pubblico che la controlla pienamente». Anche di recente, comunque, la Cassazione civile a sezioni unite con l’ordinanza n. 19108/2018 ha escluso il carattere dell’in house providing per la società a capitale pubblico il cui statuto preveda il potere di gestione ordinaria e straordinaria in capo agli amministratori, perché questa clausola impedisce l’esercizio del «controllo analogo» sulla partecipata, che non può operare come longa manus della Pa (si veda il Quotidiano degli enti locali e della Pa del 2 agosto 2018). In questa logica, la giurisprudenza amministrativa ha più volte ribadito che gli statuti delle società in house devono prevedere norme che rendano effettivo l’esercizio del controllo analogo, garantendo «una qualche forma di intenso e dominante controllo della Pa sulla struttura societaria» (Consiglio di Stato, adunanza plenaria n. 1/2008), di modo che le decisioni più importanti devono essere sottoposte al vaglio preventivo dell’ente affidante (Consiglio di Stato, sezione V, sentenza n. 5/2008). Sempre il Consiglio di Stato ha chiarito che il cda della società pubblica non deve avere rilevanti poteri gestionali e all’ente affidante deve essere consentito esercitare poteri maggiori rispetto a quelli che il diritto societario riconosce normalmente alla maggioranza sociale (Sezione VI, sentenza n. 1514/2007). È solo in presenza di un potere assoluto di direzione che la Pa può prescindere dall’applicazione delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici, e questo non già in virtù di apposite clausole di esclusione contenute nelle rispettive normative di settore, ma piuttosto perché si è in presenza di un modello di organizzazione meramente interno, qualificabile in termini di delegazione interorganica (nota della Commissione europea del 26 giugno 2002, richiamata nella sentenza del Consiglio di Stato, Sezione VI, 11 febbraio 2013 n. 762). Il controllo analogo è stato definito come un rapporto equivalente a una relazione di subordinazione gerarchica, con l’effetto che tale situazione si verifica quando sussiste un controllo gestionale e finanziario stringente dell’ente pubblico sull’ente societario (Consiglio di Stato, Sezione VI, sentenza 25 gennaio 2005 n. 168). In ultima analisi, esso presuppone un potere di comando direttamente esercitato sulla gestione dell’ente con modalità e un’intensità non riconducibili ai diritti e alle facoltà che normalmente spettano al socio (fosse pure un socio unico) in base alle regole dettate dal codice civile, e sino al punto che agli organi della società non resta affidata nessuna autonoma rilevanza gestionale (Corte di Cassazione, sentenza del 8 ottobre 2013 n. 26283). Seguendo queste indicazioni, nei mesi scorsi le società in house hanno adeguato i loro statuti ai sensi del combinato disposto dell’articolo 26, commi 1 e 10, nonché articolo 11, commi 8 e 9, del dlgs 175/2016, talora escludendo l’adozione di atti di amministrazione straordinaria in capo al Cda e introducendo una limitazione funzionale all’organo amministrativo. Ora ciò sembra essere messo in discussione, facendo sorgere la necessità di un’ulteriore riesame nel delicato equilibrio di poteri nella governance delle società pubbliche. Michele Nico
12/09/2018 – Il Sole 24 ore – Edilizia e Territorio
Appalti/1. Toninelli: consultazione sul codice chiusa, al lavoro sulle modifiche
I temi caldi: trasparenza, funzioni del Rup, appalto integrato, albo commissari, partecipazione e qualificazione, subappalto, offerta economica
«Sul tema di codice degli appalti, un tavolo tecnico sta lavorando da oltre un mese per individuare, alla luce dell’esperienza maturata e dei problemi che sono emersi, una revisione del nuovo codice dei contratti pubblici, per far ripartire gli investimenti, liberare le energie del Paese, eliminare buona parte dalle incertezze interpretative emerse e superare talune rigidità». Lo ha detto il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ieri nel corso di una audizione alla Camera confermando la conclusione, il 10 settembre, della consultazione sul codice degli appalti lanciata nel mese di agosto.
«Il lavoro preparatorio predisposto dal gruppo degli esperti – ha confermato il ministro – è stato oggetto di consultazione pubblica conclusasi nella giornata di ieri (lunedì 10, ndr)». «Tra i temi più rilevanti emersi a seguito della consultazione – ha anticipato il ministro – si segnalano quelli relativi alla trasparenza, ai compiti e alle funzioni attribuite al responsabile unico del procedimento, all’appalto integrato, all’albo dei commissari, ai requisiti di partecipazione, al sistema di qualificazione, al subappalto, all’offerta economicamente più vantaggiosa». © RIPRODUZIONE RISERVATA
Appalti/2. UnionSoa: pronti a collaborare alle modifiche al codice dei contratti
La principale associazione delle società organismo di attestazione offre la disponibilità a collaborare al “cantiere” codice
«Confermiamo la nostra disponibilità ad un confronto aperto e costruttivo sul tema della riforma del codice appalti che ha bisogno di essere snellito e semplificato per il rilancio degli investimenti e, dunque, dell’economia del Paese». Lo ha detto Tiziana Carpinello, presidente di UnionSoa, l’Associazione nazionale società organismi di attestazione (Soa), la più importante realtà associativa degli organismi di attestazione – con riferimento a quanto affermato alla Camera dal ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Danilo Toninelli, in occasione dell’audizione presso la Commissione Ambiente sulle linee programmatiche del ministero, a conclusione della consultazione pubblica indetta dal Mit sulla riforma del Codice Appalti.
«Nell’ambito della consultazione pubblica – ha aggiunto Carpinello – UnionSoa ha dato il proprio contributo sottolineando la necessità, in sede di revisione del Codice, di una chiara individuazione delle responsabilità e dei ruoli tra gli attori coinvolti nel settore degli appalti pubblici, la definizione di criteri di selezione ancor più aderenti alla realtà d’impresa in fase di verifica dei requisiti necessari al rilascio delle attestazioni Soa, lo snellimento e la semplificazione delle procedure di attestazione, con l’obiettivo di garantire sempre maggiore trasparenza, risparmi per la PA e procedure più semplici per le imprese».
Ponte di Genova/2. Si allontana l’ipotesi di Toti commissario per la ricostruzione
Raul De Forcade
Il governo non ha apprezzato l’idea lanciata venerdì scorso dal governatore della Liguria di un accordo Autostrade-Fincantieri e Renzo Piano per rifare il ponte
«Non sta a me dire chi sarà il commissario per la ricostruzione del ponte di Genova, lo deciderà il presidente del Consiglio ma mi auguro che sia persona che possa dialogare a tutti i livelli, perché in questo momento meno tensioni ci sono, più ci si parla più si fa veloce a risolvere i problemi». È quanto ha detto il sottosegretario alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, al termine di un incontro al quale hanno preso parte il coordinatore europeo del Corridoio Reno-Alpi, Pawel Wojciechowski, il sindaco di Genova, Marco Bucci, il presidente dell’Autorità di sistema portuale di Genova e Savona, Paolo Signorini, e i rappresentanti degli operatori del porto della Lanterna. La frase di Rixi, arrivata in risposta a chi chiedeva se l’incarico potesse essere affidato a Bucci, lascia intendere che si allontana la possibilità che il Governo decida di nominare il presidente della Regione Liguria e commissario per l’emergenza, Giovanni Toti.
In questo momento, infatti, il dialogo tra l’Esecutivo e il governatore è ai minimi termini.In particolare dopo la conferenza stampa di venerdì scorso, con la quale Toti ha lanciato un possibile accordo tra Autostrade per l’Italia, Fincantieri e Renzo Piano, indirizzato alla ricostruzione del ponte. Il Governo (in particolare il M5S) si oppone a un ruolo attivo di Aspi nella ricostruzione. Lo stesso Rixi, che pure è in buoni rapporti con Toti, avendo contribuito, con lui, alla vittoria in Liguria della coalizione di centrodestra, ha sottolineato che «ora occorre buttare più acqua sul fuoco che benzina, perché di benzina ce n’è stata tanta negli ultimi giorni. Il Governo e gli enti locali devono trovare un punto di equilibrio».
Da parte sua, Toti ha risposto indirettamente affermando che «senza un decreto legge del Governo», il commissario per la ricostruzione rimane una «figura mitologica, come l’ippogrifo» e sottolineando che «nella normativa italiana il commissario per la ricostruzione non è sostitutivo, ma è supplementare a quello per l’emergenza (cioè lo stesso Toti, ndr), che resta fino a quando è decretato lo stato di emergenza, cioè per 12 mesi. Anche su questo argomento penso si possa ragionare molto serenamente con il Governo; dipende molto da quale sarà la strada che si vorrà percorrere per uscire dall’emergenza. Noi, come istituzioni locali, abbiamo chiesto che (i commissari, ndr) coincidano nella Regione Liguria ma siamo disponibili a discutere di ipotesi diverse purché queste siano semplificative».
Toti ha anche annunciato che «partirà nel fine settimana il monitoraggio con i sensori dei monconi del Ponte Morandi» per verificare, tra l’altro, se è praticabile «il rientro delle famiglie sfollate in casa per il recupero dei loro beni». Riguardo invece al decreto in fieri su Genova, «ci aspettiamo – ha detto Toti – un provvedimento di legge confrontato con gli enti locali fino in fondo». Rixi , intanto, ha chiarito che nel decreto saranno previste «per gli operatori del porto alcune misure che normalmente non si potrebbero attuare perché confliggerebbero con alcuni regimi di carattere europeo, ad esempio agevolazioni per utilizzo di sistemi di trasporto alternativo o anche per autotrasportatori. Del resto, arrivare oggi a Genova è molto più difficile di prima». L’incontro tra il sottosegretario, le istituzioni locali e Wojciechowski è stato un preludio all’arrivo a Genova, l’8 ottobre , di Violeta Bulc, Commissario Ue ai Trasporti, che sarà nel capoluogo ligure anche per vedere con i propri occhi l’entità del danno causato dal crollo del Morandi.
Wojciechowski si è confrontato con gli operatori portuali, sottolineando come, a maggior ragione dopo il collasso del Morandi, Genova abbia bisogno di un rafforzamento del trasporto su ferro sulla direttrice Nord-Sud, voluto fortemente anche dalla Ue. Rafforzamento che certamente include il Terzo valico ma anche la piena realizzazione dell’ultimo miglio ferroviario per il collegamento dei terminal portuali. E ha ricordato che ci sono programmi Ue a favore dello sviluppo di sistemi gestionali che possono avere una forte influenza nell’agevolare il momento di emergenza che Genova sta vivendo. Ad esempio il lavoro notturno, l’ottimizzazione del ciclo dei controlli doganali e sanitari delle merci e della piattaforma informatica port community system e l’utilizzo del marebonus e del ferrobonus.
Ponte Genova, ok della Ue all’affidamento senza gara. Resta il nodo del ruolo di Aspi
Decreto legge verso il consiglio dei ministri: ancora due ipotesi per la ricostruzione. Le norme nella bozza, il ruolo per Fincantieri
Nel decreto legge su Genova in preperazione da parte del governo (forse già venerdì in Consiglio dei ministri) non ci sarà la revoca immediata unilaterale della concessione di Autostrade per l’Italia (proposta nei giorni scorsi dal Ministero delle Infrastrutture): la procedura per la revoca, avviata dallo stesso Mit, il 16 agosto, farà il suo corso (almeno alcuni mesi) in base alle regole della convenzione vigente.
Nel decreto legge sarà invece istituita la figura di un nuovo commissario straordinario per la ricostruzione – che non sarà il presidente della Liguria Giovanni Toti – al quale il decreto assegnerà poteri speciali per derogare (con procedure super-accelerate) alle norme del Codice appalti su approvazione dei progetti e affidamento dei lavori. L’obiettivo del governo è arrivare a un affidamento diretto (o quasi, vedremo più avanti) a una cordata di imprese che comprenda Fincantieri.
Sulla ricostruzione del Ponte, però, all’interno dell’esecutivo la discussione è ancora aperta, e non ci sono ancora testi. Il Ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, appoggiato dal vice-premier Luigi Di Maio, propone di affidare tutti i compiti al nuovo commissario: ruolo di stazione appaltante e affidamento diretto di progetto e lavori, estromettendo del tutto Autostrade. La strada alternativa, a cui sta lavorando il sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgetti, punta invece a una soluzione consensuale con Autostrade, che ne salvi il ruolo formale di stazione appaltante, pur affidando progetti e lavori a gruppi in cui a decidere è lo Stato e Aspi avrebbe solo un ruolo secondario.
Questa seconda via, vicina alla “soluzione Toti” presentata venerdì scorso, rispetterebbe la convenzione vigente con Aspi (articolo 3 comma 1, «obbligo di riparazione tempestiva» a carico del concessionario) e otterrebbe l’impegno di Autostrade a pagare da subito tutti i costi. La soluzione Mit, invece, ricostruzione statale e pagamento da parte di Aspi, dovrebbe prevedere (a quanto apprende Il Sole 24 Ore) coperture finanziarie pubbliche nel decreto legge, per anticipare i soldi della ricostruzione (almeno 150-200 milioni di euro), in attesa di riaverli poi da Aspi dopo inevitabile contenzioso giudiziario.
«I lavori di ricostruzione del ponte – ha detto ieri mattina il Ministro Toninelli in audizione alla Camera – non possono essere affidati ed eseguiti da chi giuridicamente aveva la responsabilità di non farlo crollare. Deve esserci il progetto, il sigillo dello Stato. E la ricostruzione va affidata a un soggetto a prevalente o totale partecipazione pubblica dotato di adeguate capacità tecniche».
C’è anche un nodo giuridico: il Mit ha avuto ieri un primo via libera informale da Bruxelles alle deroghe al Codice, in considerazione della situazione eccezionale in cui si è venuta a trovare tutta Genova e la sua economia dopo il crollo del ponte. Ok dunque all’affidamento di progetto e lavori senza gara. Ma a quanto appreso da Radiocor non sarebbe possibile un affidamento diretto “secco”, una scelta a tavolino di Fincantieri, e sarebbe invece necessario – in base alle norme Ue sulla concorrenza – almeno invitare cinque imprese tra cui scegliere (pur con procedure rapide) l’appaltatore.
Sono invece parti consolidate del decreto legge (nelle bozze in circolazione) le norme per l’indennizzo statale a proprietari di case e imprese che hanno avuto immobili distrutti o danneggiati, rinvii ed esenzioni di obblighi fiscali e mutui, risorse per rilanciare il trasporto pubblico locale e la viabilità, misure accelerate per la logistica del porto, l’istituzione di una zona economica speciale (Zes) su Genova e il porto (procedure accelerate e sconti fiscali). E poi contributi una tantum in favore di micro, piccole e medie imprese per il riavvio delle attività, rimborso di danni diretti e indiretti sempre per le imprese, la creazione di una zona logistica semplificata, e infine di una Zona franca urbana (con esenzioni di imposte alle imprese con calo di fatturato di almeno il 25%).
E poi ancora, la costituzione di una nuova Agenzia pubblica per la sicurezza ferroviaria e anche stradale e autostradale, che assorbirà l’attuale Ansf (Agenzia sicurezza ferroviaria) e assumerebbe compiti di controllo e vigilanza sulla manutenzione e la sicurezza delle infrastrutture, con forti poteri di sanzione per i gestori di strade e ferrovie che non rispettino le sue disposizioni. L’obiettivo è arrivare presto a un monitoraggio quasi “in tempo reale” sullo stato della sicurezza e della manutenzione di strade, ponti, viadotti, ferrovie, anche tramite sensori da diffondere un po’ ovunque sulle reti, una sorta di banca dati su cui fondare un «Piano nazionale per l’adeguamento e sviluppo delle infrastrutture esistenti ai fini della sicurezza».
Domani l’incontro con i creditori: sul tavolo il ricorso al 182-bis. China merchant bank studia forme di sostegno finanziario
Il prossimo futuro di Astaldi si deciderà domani, in una riunione tra le società e le banche creditrici convocata per fare il punto sulla situazione dopo un periodo piuttosto teso per la compagnia. Il titolo è crollato a 1,188 euro, aggiornando nuovi minimi, mentre il prezzo del bond da 750 milioni con scadenza al 2020 è sceso a poco più del 44% del valore nominale mentre a maggio viaggiava attorno a 90. Numeri che sono lo specchio di una situazione che si è fatta via via sempre più critica, complice l’instabilità degli scenari economici e politici della Turchia. I tempi dilatati per la cessione del terzo Ponte sul Bosforo hanno infatti bloccato, per il momento, la necessaria realizzazione dell’aumento di capitale da 300 milioni. Manovra, quest’ultima, che fa parte di un più ampio progetto di rafforzamento patrimoniale del valore complessivo di 2 miliardi.
Come è noto, senza la valorizzazione dell’asset turco di fatto non scatta la garanzia di Jp Morgan sulla parte di aumento potenzialmente inoptata, ossia 150 milioni considerato che la quota restante dovrebbe venir sottoscritta dai soci storici (la famiglia Astaldi) e dalla giapponese Ihi. Di qui la richiesta delle banche creditrici, tra le quali UniCredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e Bnp Paribas, di valutare una strada alternativa che metta al sicuro l’azienda e i suoi creditori. In quest’ottica, una delle opzioni al momento sul tavolo sarebbe il ricorso a un accordo di ristrutturazione dei debiti. In particolare, secondo la disciplina dell’articolo 182-bis, che prevede il raggiungimento di un’intesa di tipo negoziale, ma con garanzie costituite da una verifica e un’omologa del tribunale. Il progetto deve essere gradito ad almeno il 60% dei creditori, considerando anche i privilegiati, e normalmente si utilizza sia per liquidare l’impresa che per continuare l’attività.
La mancata realizzazione in tempi rapidi della prospettata iniezione di liquidità da 300 milioni ha generato nuove esigenze di cassa, oltre a quella già preventivate dal precedente piano, che hanno messo in allerta le banche. Per certi aspetti pronte ad aprire nuovamente i cordoni ma solo di fronte a un piano che venga asseverato. Ecco perchè un’altra delle ipotesi al vaglio è il ricorso all’articolo 67 della legge fallimentare, procedura stragiudiziale alternativa al 182 bis. Più nel dettaglio, il piano attestato permette di ottenere l’esenzione da revocatoria per pagamenti, atti e garanzie. Viene concesso se idoneo al risanamento dell’esposizione debitoria e ad assicurare il riequilibrio finanziario. Ad attestarlo deve essere un professionista che non deve essere legato all’impresa da rapporti personali o professionali rilevanti. Qualche settimana fa Astaldi, a valle di alcune indiscrezioni di stampa, aveva chiarito di non aver «ricevuto alcuna richiesta di operare ai sensi dell’art. 67 del RD n. 267/1942». Allo stesso tempo, aveva confermato che «le trattative relative alla vendita degli asset legati alla concessionaria del Terzo Ponte sul Bosforo» fossero «in fase avanzata».
Ricordando, in particolare, che «nei mesi di luglio ed agosto» si sono tenuti diversi incontri «con la finalità di definire un’offerta vincolante in tempi ragionevoli, pur tenendo conto dei recenti accadimenti che stanno interessando la Turchia». A questo punto la palla è di fatto nel campo di China Merchant Bank che, affiancata da un partner turco, è al lavoro per presentare una proposta vincolante sull’asset. Il tempo stringe e nessuno esclude che China Merchant Bank possa concedere essa stessa la finanza di cui Astaldi ha bisogno in attesa della finalizzazione dell’operazione in Turchia. Si vedrà. Di certo l’incontro di domani potrebbe segnare una tappa chiave del prossimo futuro di Astaldi, le cui problematiche si inseriscono in un quadro comunque particolarmente complesso per il settore delle costruzioni in Italia. Basti ricordare la vicenda di Condotte, attualmente in mano a tre commissari, o a quella di Trevi. Lo stesso vertice di Salini-Impregilo ha recentemente commentato che la crisi del settore nel paese «è l’effetto di troppe regole e della mancanza di certezze». D’altra parte, guardando i dati di bilancio più recenti, emerge anche che quasi tutte le grandi società hanno un rapporto tra indebitamento e margine operativo lordo ben superiore a 1. In alcuni casi il valore supera pure le tre volte.
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