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Timestamp: 2019-02-21 02:27:48+00:00

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I file nascosti sono prova penale di evasione contabile | Commercialista Telematico
I file nascosti sono prova penale di evasione contabile
Con sentenza n. 48148 del 17 dicembre 2009 (ud. del 29 ottobre 2009) la Corte di Cassazione, Sez. III penale, ha confermato che il possesso di dati extracontabili (file nascosti nel computer) costituisce prova di evasione fiscale e reato di cui all’art. 4 del D.Lgs. n. 74 del 2000.
Il Tribunale di Ascoli Piceno, sezione distaccata di San Benedetto del Tronto, con sentenza del 16/4/08, ha condannato M.R. alla pena di anni uno di reclusione, concesse le attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena, perché riconosciuto colpevole del reato di cui all’art. 4 del D.Lgs. n. 74 del 2000 ( reato di dichiarazione infedele, secondo cui, fuori dei casi previsti dagli articoli 2 e 3, è punito con la reclusione da uno a tre anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, indica in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi, quando, congiuntamente: a) l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, a lire duecento milioni; b) l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante indicazione di elementi passivi fittizi, è superiore al dieci per cento dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque, è superiore a lire quattro miliardi).
La Corte di Appello di Ancona, chiamata a pronunciarsi sull’appello interposto dalla difesa del prevenuto, con sentenza del 2/2/09, ha confermato il decisum di prime cure.
Propone ricorso per cassazione l’imputato a mezzo del proprio difensore con i seguenti motivi:
la Corte territoriale ha omesso di esaminare la eccepita carenza di motivazione, posta a sostegno della sentenza del Tribunale, in relazione al superamento delle soglie di punibilità indicate positivamente dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 4. La norma in oggetto, infatti, prevede una doppia soglia di punibilità, per cui è necessario che si sia congiuntamente conseguita una evasione di imposta, riferita a ciascuna delle singole imposte, superiore ad Euro 103.291,38, con un ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti alla imposizione superiore al 10% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione o, comunque, superiore ad Euro 2.065.827,60;
la distrazione dell’importo di Euro 2.226.619,600 “ trasfusa nella imputazione trae origine dalle indicazioni contenute negli accertamenti della Guardia di Finanza, recepiti pedissequamente dalla Agenzia delle Entrate e da questa travasate negli avvisi di accertamento”. Sul punto, peraltro, in contrasto con la essenzialità della prova ritenuta a fondamento della tesi accusatoria, costituita dai verbali redatti dalla Guardia di Finanza predetti, si rileva che il Tribunale di Ascoli Piceno, in altro processo per bancarotta fraudolenta, che vedeva imputato lo stesso M., ha avuto modo di affermare, con sentenza del 10/12/08, che detti verbali vanno disattesi.
Per la Corte di Cassazione il ricorso è manifestamente infondato e va dichiarato inammissibile.
La sentenza impugnata si palesa sorretta da logica e corretta
argomentazione motivazionale.
Il decidente rileva che l’imputato veniva riconosciuto responsabile del contestato delitto di dichiarazione infedele perché, quale amministratore unico della “P. S.R.L.”, esercente l’attività di “night club”, aveva omesso di annotare e dichiarare maggiori ricavi relativi all’anno d’imposta 2001, per l’importo di Euro 1.345.862,32, con evasione di imposta IRPEG per Euro 484.510,42 e di IVA per Euro 286.654,75, “ importi superiori alle soglie di punibilità previste dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art., lett. a) e b)”.
Il fatto veniva constatato dalla Guardia di Finanza di San Benedetto del Tronto ed i testi, B.S. e M.A., riferivano in dibattimento gli esiti della verifica, documentati dal relativo verbale di constatazione, “ precisando che un rilevante numero di transazioni non erano state annotate nella contabilità ufficiale, ma erano emerse dalla reperita contabilità extracontabile, consistente in fogli stampati e in file conservati nel computer della società”.
La Corte territoriale, pur ammettendo che la motivazione della decisione resa dal Tribunale è carente in ordine alla ricorrenza della soglia di punibilità, di cui all’art. 4, lett. b), del citato D.Lgs., ha evidenziato che la ricorrenza di tale necessario requisito si ricava del pari, agevolmente e chiaramente, dagli elementi acquisiti al processo, visto che dagli esiti della verifica fiscale emerge che gli elementi attivi registrati sono dell’importo di L. 560.135.250, mentre quelli attivi, sottratti alla imposizioni ammontano L. 2.749.409.750.
Priva di fondamento si rivela altresì la censura mossa in relazione ai verbali redatti dalla Guardia di Finanza, disattesi in altro processo, che aveva visto lo stesso M. imputato di bancarotta fraudolenta, in quanto “ la valutazione attribuita a tale prova dal giudice di merito in quella sede nessuna incidenza può avere nel caso che ci occupa”: ai fini della pronuncia per il reato di cui al R.D. n. 267 del 1942, art. 216, comma 1, n. 1, comma 2, n. 1 ( bancarotta fraudolenta), e art. 233, comma 1 ( mercato di voto), “ il Tribunale di Ascoli Piceno ha ritenuto che i verbali de quibus non comprovassero la tesi accusatoria; di contro, nel processo che vede il M. chiamato a rispondere del reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 4, i detti verbali sono stati considerati, correttamente, prova essenziale dell’illecita condotta posta in essere dall’imputato, dato che da essi si evince, con nettezza, la omessa annotazione dei maggiori incassi relativi all’anno di imposta 2001, nonchè gli specifici importi evasi”.
La Corte di Cassazione, da ultimo, tenuto conto della sentenza della Corte Costituzionale n. 186 del 13/6/2000, secondo cui è costituzionalmente illegittimo l’art. 616 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che la Corte di Cassazione, in caso di inammissibilità del ricorso, possa non pronunciare la condanna in favore della cassa delle ammende, a carico della parte privata che abbia proposto ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, rilevato che non sussistono elementi per ritenere che il M. abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, a norma dell’art. 616 c.p.p., condanna l’imputato al pagamento di una somma, in favore della Cassa delle Ammende, equitativamente fissata, in ragione dei motivi dedotti, nella misura di Euro 1.000,00.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 4
 sentenza 
 sentenza 
 art. 216
 art. 233
 art. 4
 sentenza