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Timestamp: 2020-08-04 23:40:25+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 17307 del 27/06/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17307 del 27/06/2019
Cassazione civile sez. I, 27/06/2019, (ud. 13/03/2019, dep. 27/06/2019), n.17307
sul ricorso 13765/2018 proposto da:
A.S., domiciliato in Roma, P.zza Cavour, presso la
dall’avvocato Grande Flavio, giusta procura in calce al ricorso;
avverso il decreto del TRIBUNALE di BOLOGNA, del 17/03/2018; udita la
relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
Il Tribunale di Bologna, con decreto depositato il 17 marzo 2018, ha rigettato la domanda di A.S., cittadino del (OMISSIS), volta ad ottenere il riconoscimento della protezione internazionale o, in subordine, della protezione umanitaria.
E’ stato, in primo luogo, ritenuto che difettassero i presupposti per il riconoscimento in capo al ricorrente dello status di rifugiato, non essendo le due dichiarazioni state ritenute attendibili (costui aveva riferito di essere fuggito dal (OMISSIS) per sottrarsi alla minaccia di morte di una organizzazione terroristica di religione sunnita che, in primo momento, lo aveva costretto a lavorare, quale tecnico informatico, per tale gruppo e lo aveva, successivamente aggredito fisicamente e minacciato, una volta scoperto che lo stesso ricorrente era di religione (OMISSIS)).
Inoltre, con riferimento alla richiesta di protezione sussidiaria, il Tribunale di Bologna ha evidenziato l’insussistenza del pericolo del ricorrente di essere esposto a grave danno in caso di ritorno nel paese d’origine, non essendovi pericolo per la sicurezza della popolazione nella regione del (OMISSIS).
Infine, il ricorrente non era comunque meritevole del permesso per motivi umanitari, non essendo stata allegata una specifica situazione di vulnerabilità personale del ricorrente.
Ha proposto ricorso per cassazione A.S. affidandolo a tre motivi. Il Ministero dell’Interno si è costituito con controricorso.
1. Con il primo motivo è stata dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5.
Contesta il ricorrente la valutazione di vaghezza e genericità delle sue dichiarazioni effettuata dal giudice di primo grado sia in relazione al contenuto della lettera che il gruppo terroristico religioso gli impose di scrivere, sia in relazione alle aggressioni subite.
Contesta il ricorrente anche il giudizio formulato dal Tribunale di non coerenza logica e contraddittorietà tra le dichiarazioni rese alla Commissione Territoriale e quelle rilasciate davanti al Giudice di merito.
Va osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma. 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito. (Sez. 1 -, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019, Rv. 652549).
Nel caso di specie, il Tribunale di Bologna ha valutato le dichiarazioni del ricorrente tenendo ben presenti i parametri previsti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 essendo stati particolarmente analizzati i profili della plausibilità e della coerenza del racconto, evidenziando con ricchezza di particolari i punti nei quali il narrato del richiedente era privo di tali necessari requisiti.
D’altra parte, il ricorrente ha censurato le obiezioni svolte dal giudice di primo grado al suo racconto con il mero rilievo che “provavano troppo” o si è comunque limitato genericamente a contestare il giudizio di genericità, vaghezza e, in generale, di inattendibilità delle sue dichiarazioni formulato dal Tribunale.
Inoltre, il ricorrente, con l’apparente censura della violazione da parte del Tribunale di una norma di legge, ovvero il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 ha, in realtà svolto delle censure di merito, in quanto finalizzato a prospettare una diversa lettura delle sue dichiarazioni.
3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 360, comma 1, n. 3 in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 7,8 e 14.
Lamenta il ricorrente che, avuto riguardo alla sua vicenda personale, in caso di ritorno in (OMISSIS), è concretamente esposto al rischio per la propria vita, con conseguente diritto al riconoscimento dello status di rifugiato o, quantomeno, della protezione sussidiaria.
Il ricorrente fonda la sua richiesta di protezione internazionale sul grave rischio per la propria vita cui sarebbe esposto in caso di ritorno in (OMISSIS), così fornendo – inammissibilmente in questa sede – una ricostruzione difforme da quella accertata dal Tribunale, non cogliendo che il Tribunale di Bologna, con motivazione adeguata, ha ritenuto le sue dichiarazioni inattendibili e non credibili, escludendo così in radice il rischio paventato.
5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 360, comma 1, n. 3 in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14.
Lamenta il ricorrente che il dettato del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 anche alla luce dell’art. 8 della direttiva 2004/83/CE, non consente il diniego della protezione sul rilievo che in una parte del territorio del paese d’origine il richiedente non ha motivo di temere di essere perseguitato o di subire un danno grave ed è ragionevole attendersi che egli si stabilisca in tale parte del paese.
Il ragionamento svolto dal ricorrente avrebbe un fondamento ove fosse stato accertato che nella parte di territorio del paese di origine da cui lo stesso proviene vi fosse un pericolo concreto di “grave danno” alla persona ed il giudice di merito gli avesse negato la protezione sul rilievo che avrebbe potuto trasferirsi in altra parte del suo Stato più sicura.
In realtà, nel caso di specie, è stato accertato che la sua regione di provenienza non presenta i paventati pericoli.
In proposito, anche recentemente questa Corte ha statuito che, in tema di protezione internazionale, il riconoscimento dello “status” di rifugiato politico va escluso nell’ipotesi in cui il pericolo di persecuzione non sussista nella parte di territorio del paese di origine dalla quale proviene il richiedente, essendo tale ipotesi diversa da quella prevista dall’art. 8 della direttiva 2004/83/CE, non recepita nel nostro ordinamento, in cui il pericolo di persecuzione sussista nel territorio di provenienza, ma potrebbe tuttavia essere evitato con il trasferimento in altra parte del territorio del medesimo paese in cui tale pericolo non sussiste (Sez. 1, n. 28433 del 07/11/2018, Rv. 651471).
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in Euro 2100, oltre S.P.A.D. oltre accessori di legge.

References: Sentenza 
 art. 3
 art. 3
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 art. 14
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