Source: https://wmpolitica.it/2012/01/30/sindrome-cinese/
Timestamp: 2020-04-04 12:29:55+00:00

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Sindrome cinese | Wanda Montanelli Politica
lunedì, 30 Gennaio 2012 20:08
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Questo post è stato pubblicato	lunedì 30 Gennaio, 2012 alle 20:08	ed è catalogato in Articoli, Pari Opportunità. Puoi ricevere aggiornamenti sui commenti a questo post tramite il feed RSS 2.0 . Puoi scrivere un commento, o utilizzare il trackback dal tuo sito.
56 commenti su “Sindrome cinese”
il contratto unico è meglio delle 40 formule che ci sono ora. il contratto unico di chi incomincia a lavorare, e in ogni evenienza la causa di licenziamento dichiarata su un verbale. Non giochiamo con il lavoro, siamo seri.
30 Gennaio 2012 at 22:47
che dobbiamo prendere esempio da Sarkozy è la cosa più “insolita” del tuo articolo, ma in tempi di trasversalità chi fa qualcosa si applaude, a anche il presidente francese se si fa promotore della Tobin tax va apprezzato. Magari ci riesce.. e dà esempio ai nostri al Governo e in Parlamento.
i nostri? ma hai visto le iene due sere fa che non ne hanno beccato uno tra i parlamentari all’uscita da montecitorio che sapesse che cosa è la tobin tax? Una decina di figure di m…
e li paghiamo a peso d’oro!
30 Gennaio 2012 at 23:09
hai perfettamente centrato la questione, c’è chi campa di rendita con l’art. 18 e non c’è un’intervista che non si butta sull’argomento come le mosche sul miele. E’ evidente che con questi nuovi al governo non ci sono scandali per inzuppare la penna e scrivere pezzi da far vendere i giornali, ma ripetere sto ritornello sull’articolo 18!!!1! Ti approvo tutto il pezzo da cima in fondo.
30 Gennaio 2012 at 23:35
segno di grande scompostezza politica la richiesta di Angela Merkel di commissariare la Grecia. Definita l’elefante in cristalleria ha consegnato a Bruxelles un documento ufficiale in cui la Germania chiede la sudditanza economica della grecia all’UE. Il premier del Lussemburgo Jean-Claude Juncker e lo stesso Sarkozy hanno ritenuto inaccettabile la proposta. Si rivela sempre di più la tendenza di supremazia di certi paesi, e il comportamento della Merkel per noi che sosteniamo i governi al femminile rusulta di stampo prevaricatore, e bisogna stigmatizzarlo. Ci sono altri metodi per dare aiuto. Soprattutto facciamo attenzione che poi potrebbe toccare a noi.
31 Gennaio 2012 at 09:18
e che ne dici dei miracolosi incassi quando ai negozi si avvicina la finanza? cortina e milano raddoppiano e triplicano gli incassi, si stanno facendo controlli e si trova evasione in cifre esorbitanti, si può allora tassare anche chi ha la ferrari e dichiara 5mila euro l’anno o non dichiare niente. era ora!
31 Gennaio 2012 at 09:50
Io darei fiducia dopo aver passato il peggio al governo Monti. Ho visto qualcosa qui e là del suo curruculum, e sapendo che non è liberista e non è keynesiano, si spiegherebbero le sue scelte in quanto è un convinto fautore dell’economia sociale di mercato, studi economici nati in Germania negli anni 40 che uniscono liberismo economico e giustizia sociale. In questo Il ruolo delo Stato è fondamentale. Direi che fin qui ci siamo. Staremo a vedere anche perché c’è chi ritiene che l’economia sociale di mercato è un metodo scientifico per socializzare le perdite e privatizzare i profitti (?). Quanto alla Tobin tax, Monti è stato compagno di corsi universitari con il premio Nobel James Tobin a Yale dove ha proseguito gli studi dopo la laurea alla Bocconi naturalmente.
Ma se fossero in due Monti e Sarkozy a crederci, il “binomio fantastico” delle favole ideate a mano libera potrebbe funzionare. Ripeto. Staremo a vedere, perché no?
TABU’?????????
Significato? Forte proibizione a comportamenti o consuetudini. Infrangerli è ripugnante e degno di biasimo da parte della collettività.
Ma l’Art.18 è un articolo di “legge” e va rispettato finchè resta tale.
Dunque il problema potrebbe esistere se la comunità dovesse considerare sacro l’articolo in quanto per l’ambiente culturale in cui viviamo è ritenuto una certezza PROATTIVA..che va oltre la legge per motivi che tutti conosciamo e percepiamo a fior di pelle.
Hegel sosteneva : “Ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è razionale”.
L’articolo 18 è razionale in un tempo la cui realtà è dettata da una guerra di classe ossia della classe RICCA E POTENTE contro tutte le altre al fine di governare il globo e ridisegnarne i confini come torta dalle megafette.
La realtà, insiste Hegel, è IDEA.
Quando l’idea viene però bloccata qualsiasi organizzazione si blocca a seguito.
Insomma una catastrofe per il moto dell’evoluzione umana.
L’articolo 18 è come la legge 2005 sull’Impresa Sociale.
Talmente all’avanguardia e civili che abortirle è meglio.
Basta colorarle con un pò di supruso e il gioco è fatto.
Di guerra di classe si tratta. Subdola guerra di classe, colorata di sopruso, come ben scrive Anna Rossi, e mistificata dal bisogno di socializzare la presa di coscenza sulla crescita, ma di socializzazioni effettive fino a questo momento ci sono state le perdite, mantre i profitti vanno ai pochi. Al 10 per cento che ha in mano la ricchezza.
I nostri politici si guardano bene dall’intervenire. Hanno rinunciato a settecento euro di aumento, e qualcuno di loro vi ricorrerà contro. I loro emolumenti restano tal quali.
Che bell’esempio di “socializzazione delle perdite!”.
la Vostra “voce” è sempre un lampo che squarcia le cupe tenebre di una Nazione – la nostra – prigioniera di schemi, tatticismi, enclave, che sarà durissimo modificare.
Una voce come la Vostra, critica ed analitica al bisogno, aiuta quanti patiscono questa condizione di sofferenza (forzosa) a sentirsi meno soli.
31 Gennaio 2012 at 19:10
Bell ‘articolo , grazie.
Non male la Fornero quando dice che l’accesso al lavoro si affronta soprattutto con l’istruzione, principale parificatore delle opportunità. Cè un cambio di tendenza rispetto a pochi mesi fa.
E anche dove dice: “Tutti possono perdere il posto di lavoro perché l’impresa per la quale si lavorava, per questioni economiche, non c’è più. Dobbiamo dare una chance a chi perde il lavoro. Questa è anche parità di opportunità nella vita lavorativa”.
Gli ammortizzatori sociali sono la risposta giusta. Un salario minimo garantito per tutti. Poiché, e anche Wanda in questo converrà con me che non dobbiamo scervellarci per inventare il lavoro, ma affrontare il problema al contrario trovare un motivo per pagare la gente, per farli uscire di casa la mattina, e muovere l’economia.
leggerti è un premio, “uno squarcio nel buio” è vero! E’ un esercizio di intelligenza e verità a portata di mano che molta più gente potrebbe vedere se si spogliasse dei preconcetti di casta.
E’ perfetto. L’art. 18 è lo scudo dietro cui si nasconde chi non ha idee e progetti per risolvere la crisi. La verità è di tutt’altri contenuti. La Union Camere ha fatto un sondaggio e si capisce che chi ragiona con serietà sa che i problemi degli imprenditori sono altri e non saranno risolti rinuovendo l’art. 18:
“Sondaggio Unioncamere-Excelsior sui motivi di non assunzione nel 2011. Nessuno tira in ballo l’articolo 18. La scarsa flessibilità in uscita non incide sulle strategie aziendali. Proprio le più grandi, dove c’è il vincolo del reintegro, assumono di più
Non si tratta di licenziamenti, di articolo 18, diflessibilità in uscita: il vero guaio, perle imprese italiane, è la mancanza di prospettive a breve termine. Arrivano poche commesse, i dipendenti che già ci sono bastano e avanzano, c’è la crisi dei consumi, c’è un enorme difficoltà di accesso al credito. Ecco perché non ci si lancia in nuove assunzioni: il reintegro del dipendente licenziato senza giusta causa c’entra poco e niente. E’ questo che dicono le aziende italiane e l’atteggiamento emerge con chiarezza se si guarda all’ultimo rapporto ExcelsiorUnioncamere. Interrogati sulle intenzioni o meno di assumere e — nel secondo caso — sui motivi della mancata creazione di nuovi posti di lavoro, gli imprenditori danno risposte chiare. A frenare l’assunzione, è la mancanza di nuove commesse (5,7 per cento) o l’incertezza e la domanda in calo (14,1), quindi nel 20 per cento dei casi sono le condizioni di mercato a dettare la strategia. La stragrande maggioranza delle aziende ritiene che l’organico presente sia sufficiente (il che vuol dire che non ha mire espansionistiche): comunque sia, la mancanza di una flessibilità in uscita non viene nemmeno menzionata fra le prime cause del fermo occupazionale. Probabilmente è compresa nella casella «altri motivi», barrata solo dal 12 per cento dei centomila imprenditori che costituiscono il campione dell’indagine. E la graduatoria delle motivazioni non varia di molto se si ragiona sull’ambito territoriale o sulle dimensioni dell’azienda. In realtà, le aziende che invece assumono sono proprio quelle grandi, dove l’articolo 18 trova applicazione. Che non sia l’articolo 18 a determinare la politica del lavoro di una azienda lo conferma anche Mario Sassi, responsabile del Welfare per la Confcommercio. “A bloccare le assunzioni sono il costo del lavoro e la crisi dei consumi — afferma — in assenza di queste due condizioni non ci può essere occupazione». Il ragionamento, precisa, vale sia per le piccole che per le grandi imprese: “intervenire sulla flessibilità in uscita senza affrontare le vere cause del problema porta ad incanalarsi in una polemica pregiudiziale e ideologica”. Prima di parlare di articolo 18, secondo Confcommercio “va piuttosto affrontato il tema degli ammortizzatori sociali, che dovranno garantire un sostegno ai lavoratori che usciranno dalle aziende ma, visto l’innalzamento dell’età pensionabile, non saranno coperti da assegno”. Altre priorità, secondo Sassi, sono «la formazione e l’accesso al credito: solo affrontando tutto questo si può parlare anche di articolo 18». La questione non è di poco conto perché è vero che l’Italia è il paese delle piccole imprese, ma l’articolo 18 è applicato alla maggioranza dei lavoratori. Lo certifica la Cgia di Mestre che guardando alla platea dei dipendenti italiani assicura che «oltre il 65 per cento degli occupati – quasi i due terzi del totale – avora in aziende con più di 15 dipendenti, quindi sottoposte alla norma”.
Complimenti a voi, e soprattutto a Wanda, per le approfondite e appassionate argomentazioni!
Manca l’amore del prossimo. Quando ce n’è di più non si pensa a risolvere i problemi inventando altri poveri e altri precari. Certi governanti troppo avvezzi ai privilegi non guardano negli occhi chi ha bisogno. Un semestre di lavoro alla caritas glielo farei fare a ognuno di loro. Prima provate come si sta nel precariato e nella disperazione, poi parlate!
RINNOVATI I BRACCIALETTI ELETTRONICI CHE COSTANO UN MILIONE DI EURO CADAUNO? ? è vera la notizia? sono folli anche questi governanti dell’università, e che hanno studiato a fare!!!
1 Febbraio 2012 at 11:03
la minoranza rumorosa fa tanto casino per provocazione, ma si andranno a nascondere – e vedrai se si nasconderanno – quando scenderemo in piazza.
1 Febbraio 2012 at 11:40
io inizio ad aver paura… ieri indignados e occupy hanno dato appuntamento a chicago per il g8
detesto la violenza e tutto ciò che ad essa è riconducibile ma secondo me qui finisce male… i politici stanno tirando troppo la corda e nn è detto ke le genti rimangano per sempre quiete!!
Monti lo vedo serio ma nn so quanta attenzione potrà dare alle classi più in difficoltà. E soprattutto, non so quanto durerà… nel senso ke secondo me nel giro di qualke settimana vediamo rispuntare fuori i vari imbroglioni dei partiti cn le case fronte colosseo a loro insaputa.
Gli imprenditori di livello condividono le responsabilità con il personale e danno incentivi sugli utili. Il progetto unilaterale che accaparra i guadagni e piange miseria alla verifica del calo di crescita non è nell’ottica moderna. L’etica prima del profitto è nella prospettiva di un’imprenditoria moderna che bada alla sicurezza sui posti di lavoro, alla dignità dei salari e agli aspetti solidali extraeconomici. Cambiare mentalità, abolire steccati, tra chi lavora da dipendente e chi lavora da imprenditore farà la differenza. Si deve crescere non solo nei profitti, ma nella matura visione del meglio per chi lavora, da qualsiasi parte si trovi.
1 Febbraio 2012 at 15:46
A conferma del parere mirato di donne oggi la Camusso ha dichiarato
-TEMA E’ ART. 18? DICANO CHE VOGLIONO LICENZIARE- Roma, 1 feb. “Anche per i neoassunti l’ articolo 18 non si (DIRE) Roma, 1 feb. -tocca. Lo ribadisce Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, al Tg3.
“Noi abbiamo detto con nettezza- spiega Camusso- che l’ art. 18 non e’ il problema del mercato del lavoro. La riduzione dei diritti non e’ la strada che da buona occupazione”.
Poi replica al ministro Passera: “Il ministro sa bene che bisognerebbe smettere di dare un’ imamgien del Paese che non corrisponde alla realta”. Basta guardare “i dati sulla
disoccupazione” e i tanti accordi firmati in questi anni.
Insomma, “se c’ e’ una cosa che non si puo’ dire oggi e’ che non c’e’ un’ ampia uscita dal lavoro”. E se si dice che per uscire da questa situazione “il tema e’ art. 18, allora si deve avere il coraggio di dire che si possono fare licenziamenti
discriminatori”, altrimenti si tratta “di una discussione finta.
La difesa della discriminazione e’ un elemento di civilta'”.
( Dire)
Molti parlano di mobilità senza sapere che cosa si intende. Il modello danese che in tanti citano come esempio è un modello in cui la gente è felice anche se è licenziata. Il Paese a più alta mobilità sociale secondo la classifica Ocse ha cittadini senza stress da precariato, gente che si sente sicura e che ha fiducia nel futuro. In Danimarca ho amici che quando perdono il lavoro sono sostenuti dallo Stato con un paio di migliaia di euro al mese. Come conseguenza il licenziamento è preso da occasione per andare in vacanza almeno fino a che non si presenta l’offerta di un nuovo lavoro. Di che parliamo se duemila euro in Italia sono una chimera anche per la maggioranza di chi lavora. c’è mobilità e c’è precariato mobile, ma sono due situazioni diverse e distinte. Lì l’art. 18 nemmeno serve. Forse i lavoratori potrebbero addirittura desiderare di essere ogni tanto “licenziati” per prendersi un periodo di libertà. Con il sussidio garantito chi non ci metterebbe la firma?
1 Febbraio 2012 at 21:11
Siamo in un’economia di mercato. La regola del mercato da cui non si può sfuggire, altrimenti la si paga in altra forma, è che più si rischia più si guadagna. Se si eliminano i rischi i salari sono bassi, non perchè lo decide questo o quel governo, ma perchè lo decide il mercato. In Italia si è introdotta l’anomalia al contrario, il precario rischia, ma guadagna di meno. Questo per mantenere inalterati le garanzie dei lavoratori dipendenti. Questa distorsione ha portato ad un crollo dei consumi. L’anomalia si toglie con il contratto unico e con la reintroduzione del concetto di rischio che è insita in ogni attività umana, sindacati o meno.
2 Febbraio 2012 at 04:51
Wanda hai letto delle hostess di Meridiana obbligate a fare la dieta per la taglia 42 delle divise (per essere più sexy). E’ un ennesimo oggettivare, le donne, dovremmo parlarne.
2 Febbraio 2012 at 09:43
La Commissione europea ha l’obiettivo degli eurobond e della Tobin tax. Il vicepresidente dell’esecutivo europeo, Maros Sefcovic, durante il dibattito sulle conclusioni del vertice straordinario di lunedì lo ha assicurato.
Quarant’anni dal 1972, quando Jean Tobin l’ha proposta per la prima volta. Quasi mezzo secolo per arrivarci. Meglio tardi che mai. Oscar
2 Febbraio 2012 at 10:01
Senti che scrive Scilipoti:
“La sfida di cambiare lavoro è bella quando si può passare da un buon lavoro ad un altro migliore. Dire che il posto fisso è noioso è come parlare della favola della volpe e dell’uva”. Così l’On. Scilipoti, segretario politico del Movimento di Responsabilità Nazionale, in riferimento alle esternazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri in tema di riforme del mercato del lavoro. “Si sta cercando di camuffare l’azione di attacco che il Governo potrebbe aver già deciso di sferrare all’art. 18 dello statuto dei lavoratori – continua il leader del MRN – utilizzando argomentazioni soft per defraudare i lavoratori di legittimi diritti conquistati da più di quarant’anni, attraverso lunghe lotte sindacali”. E poi – conclude l’On. Scilipoti – l’essersi fatto nominare senatore a vita: esiste un posto fisso più fisso di questo? Ma allora lo ammetta, il Prof. Monti: il posto fisso non è noioso…!”.
Stavolta non è che ha torto.
2 Febbraio 2012 at 12:01
la volpe e l’uva……infatti l’incitazione a non ambire al post fisso viene da chi sta bel piazzato con la poltrona sotto il sedere. e che poltrona! Monti docet!
2 Febbraio 2012 at 12:21
La problematica si può ribaltare, basta contare quante aziende sono dislocate fuori dall’Italia, e quante ne stanno dislocando. In Sicilia più di 7 mila i posti di lavoro sono a rischio. Lo afferma l’Ugl prevedendo in numero rilevante di industriali, che stanno trasferendo la loro produzione in aree geografiche a costi bassi: Cina, Albania, Bulgaria e Thailandia, e lasciando a casa i nostri operai e impiegati. Le attività dislocate sono call-center ma non solo; aziende metalmeccaniche, manifatturiere del ‘made in Italy’ che solo per piccole rifiniture rispediscono le merci in Italia.
Servono più regole e azioni contro il precariato. E’ ora di darsi una mossa non solo esternare dichiarazioni alla stampa.
2 Febbraio 2012 at 16:08
L’offerta di lavoro “non standard” ossia quella che non è un tabù per alcuni, è stata approfondita e analizzata dopo un decennio di osservazione.
Parlo di offerta e non di domanda in quanto il contesto scarsamente produttivo non credo dia molto spazio alla forza “domanda”.
La flessibilità, in quei paesi dove la cultura del lavoro ha caratteristiche regolamentate e trasparenti quindi non viziate da scorciatoie legali, può essere strumento di valorizzazione del mercato del lavoro.
Una serie di fenomeni quali l’allargamento molto ampio dell’utilizzo di contratti a tempo determinato e l’uso impreciso del lavoro “non standard” (non esiste nessuna definizione legislativa a riguardo) ha finito per creare un clima oppressivo e di sfiducia da parte della forza lavoro.
Il problema resta culturale.
Un paese dedito alla sottrazione di interesse per il bene comune è un paese a rischio quando regole certe vengono sostituite da regole approssimative.
Dunque il tabù diviene a norma della sacralizzazione di una difesa in un mondo sempre più prossimo a divenire giungla.
Immersi in questa realtà nasce naturale la domanda:
a chi conviene una società delle non regole?
2 Febbraio 2012 at 16:38
ROMA (MF-DJ)–“Siamo d’accordo con quanto affermato dal premier Mario Monti: l’articolo 18 non deve essere un tabu’, crea una dicotomia pesantissima”.
E’ quanto dichiara il leader di Confindustria, Emma Marcegaglia annunciando che l’articolo 18 “e’ un tema sul tavolo e noi lo sosteniamo”.
In merito alle dichiarazioni del ministro del Welfare Elsa Fornero secondo cui la riforma del mercato del lavoro verra’ fatta anche senza il consenso delle parti sociali, Marcegaglia commenta: “comprendiamo la posizione del ministro Fornero, la riforma va fatta comunque”. dar/cat
senza vergogna CONFINDUSTRIA!
ANZICHE’ PRENDERE IL PROBLEMA DALLA PARTE DEL PRECARIATO LO PRENDE DALLA PARTE DEI DIRITTI….
LE VOLPI DELLA FINANZA NON HANNO VERGOGNA…MAI
3 Febbraio 2012 at 14:20
Un gigantesco problema che fa chiudere e suicidare i piccoli imprenditori e artigiani è il ritardo dei pagamenti di fatture delle amministrazioni pubbliche. E’stato fatto da Marco Baltrami dei radicali uno sciopero della fame ad oltranza per mettere attenzione alla Direttiva europea sui ritardi di tutti i pagamenti alle piccole e medie imprese e ai professionisti. In Italia abbiamo carenze normative intollerabili. In altri stati d’Europa il tempo massimo per onorare i pagamenti è di uno o due mesi. Qui le fatture vanno nell’oblio e le banche opprimono con i loro interessi esagerati le aziende che vanno “in rosso”, fino al punto che chi non trova credito o va dagli strozzini, o si suicida subito. Se va dagli strozzini si suicida più in là nel tempo. Ma la fine che fa è la stessa.
4 Febbraio 2012 at 12:06
Il tempo è ormai maturo cara Wanda, e con il chiasso intorno ai rimborsi elettorali si arriverà quanto prima a controllare la questione che tu hai presentato all’attenzione delle istituzioni democratiche, mondo politico, stampa e giudizio civile. Osservo che il giudizio della causa che hai promosso e che seguiamo con trepidazione, visti i punti fondamentali che tocca, non ha avuto il totale coraggio per sentenziare completamente a tuo favore, tuttavia mi pare estremamente interessante il pronunciamento che lascia fuori la Camera dei Deputati dalla responsabilità di come vengono spesi e “distratti” i soldi dei rimborsi elettorali. E’un’indecenza che in tempi di crisi è ancora più confliggente con i sacrifici che fanno i cittadini. I radicali avevano già proposto e vinto un referendum contro il finanziamento dei partiti. Uscito dalla porta è rientrato dalla finestra, sotto forma di rimborsi che dovrebbero essere dati dopo corretti rendiconti. Ma fino poco fa si spon nascosti dietro un dito: la Camera dei deputati che dovrebbe controllare. Ora la tua sentenza afferma che così non è. La camera non entra nella funzione di controllo. E’ importantissimo e se non erro è il primo pronunciamento in questa direzione. Stiamo scavando la roccia, goccia su goccia. Ma la pazienza e la tenacia non ci manca. Siamo con te per l’Appello.
Stefania, da Pisa
5 Febbraio 2012 at 16:25
Una cosa la dice giusta la Fornero che chi sceglie di offrire lavoro a termine lo deve pagare di più. Inversione di tendenza da come ora è il mondo del lavoro: più precario sei meno ti pagano!
5 Febbraio 2012 at 19:28
L’ARTICOLO 18? ECCO A COSA SERVE. LETTERA A MONTI SU UNA STORIA INCREDIBILE
A cosa serve l’articolo 18? Caro presidente del Consiglio Mario Monti, abbia la pazienza di ascoltare questa storia, che arriva dal profondo Nord. Una di quelle storie che fanno riflettere, a meno di non avere il cervello obnubilato dalla eccessiva monotonia (non è il suo caso) del posto fisso, sull’importanza dell’Art. 18.
La vicenda si svolge a Mantova, città di Emma Marcegaglia, la presidente degli industriali italiani. Un’azienda, la Primafrost, che opera nella filiera del settore alimentare, ha licenziato una ventina di lavoratori che protestavano per le proibitive condizioni di lavoro a cui erano sottoposti. Per carità il loro non era un “lavoro fisso” quindi, per cortesia, non si indisponga. Diciamo che era ragionevolmente continuativo. Va bene così? Ci segua in questo istruttivo racconto e scoprirà delle cose che da “tecnico”, quale lei si qualifica, forse nemmeno immaginava. Lo vede che c’è sempre qualcosa da imparare nella vita?
A dirla tutta, questi lavoratori, che “godono” (anzi, godevano) di un lavoro ragionevolmente continuativo, non hanno grandi motivi per annoiarsi. Pensi, trascorrevano la loro giornata in piedi senza protezione su ponteggi alti 4-5 metri, con scarpe anti-infortunistica rattoppate con il nastro adesivo. Avevano gli straordinari pagati come semplici rimborsi per alleggerire buste paga e tasse (qui lei dovrebbe storcere il naso eh!). In più, c’era anche il mancato riconoscimento per un lavoro a 30 gradi sotto zero che durava fino a 13-14 ore al giorno. Lei si annoierebbe al loro posto? Nemmeno per sogno! Come è e come non è… un giorno questi poveri cristi che non ce la fanno più di tutto questo divertimento si rivolgono al sindacato, che si rivolge agli ispettori, che chiamano i carabinieri, che confermano la versione, … che parte l’inchiesta. Che interviene, non ci crederà, anche la Guardia di Finanza, come a Cortina, a Roma e a Milano. I dipendenti infatti, per rendere un po’ più frizzante il clima si sono autodenunciati, il 25 gennaio scorso, alla Guardia di Finanza per le buste paga irregolari. Si arriva anche all’autolesionismo in questo strano Paese pur di rompere sto brutto clima di monotonia.
C’è di più, molto di più. E questa volta tocchiamo proprio il cuore dell’Articolo 18, quello che lo fa così tanto arrabbiare. L’azienda ha lasciato a casa tutti quelli che non hanno accettato di abbandonare il sindacato e smettere di protestare per lo sfruttamento. E per chi ha accettato di stracciare la tessera della Cisl il posto in azienda è rimasto. Ma guarda un po’!
Ah dimenticavo di dire, i lavoratori non sono dipendenti diretti della Primafrost. Troppo monotono no? Sono dipendenti di una coop, la Bbs di Bresso, che si è vista revocare l’appalto nel giro di un battibaleno.
Titolari e dirigenti di Primafrost si sono chiusi in un silenzio ostinato: non rispondono al sindacato, e nemmeno alla stampa. Non rispondono, pensi, nemmeno ad una istituzione come la Provincia. Può fare qualcosa lei? Le dò un suggerimento: tolga i politici e ci metta i tecnici, magari quelli della Primafrost si impressionano.
Morale della storia. Grazie all’Art. 18 ora i “lavoratori annoiati” della Primafrost qualche speranza del reintegro ce l’hanno. Torneranno ad annoiarsi. È vero, ma con la dignità e l’amor proprio perfettamente integri. E non mi dica che questi valori non aiutano l’Italia ad andare avanti in questo disastro epocale.
04/02/2012 09:58 | CONFLITTI – ITALIA | Autore: fabio sebastiani
5 Febbraio 2012 at 19:33
Da sole24ore un preannuncio di rivolta rimandando a camus:
“Con la perdita della pazienza, con l’impazienza, comincia un movimento che può estendersi a tutto ciò che in precedenza veniva accettato. Questo movimento è quasi sempre retroattivo. Il funzionario, nell’istante in cui non riconosce la riflessione umiliante del suo superiore, rifiuta insieme lo stato di funzionario per intero. Il moto di rivolta lo porta più in là di quanto egli non vada con un semplice rifiuto”.
Il freno all’economia non è l’articolo 18. Il governo tecnico si preoccupi di incentivare la crescita creando il lavoro, soprattutto di donne, giovani, e specialmente nelle regioni meridionali dove manca il sostentamento, la legalità, i treni per spostarsi da una città all’altra. treni diurni e notturni che ancora non si comprende il motivo per cui sono stati soppressi. Sono gli economisti internazionali a dichiarare che la concentrazione sull’art.18 è un SIPARIO per nascondere interessi forti e ostacoli per affrontare le ricette risolutive della crisi, una di queste per esempio la tobin tax.
Hanno incominciato in sordina e non ci sembrava vero, poi giorno dopo giorno un delirio di dichiarazioni, e si vede che il potere inebria chi ce l’ha. Dichiarazioni che sono confutabili dal loro stesso modo di vire con posti fissi, per sè e per i loro figli, poltrone al caldo e compemsi danaroso. Così è facile parlare del precariato. Ma chi di loro rinuncerebbe alla sicurezza economica per dare esempio di come si affronta con coraggio il diniego delle banche di concedere un prestito, o quello del prestinaio di fare credito. Che si diano una regolata!
9 Febbraio 2012 at 19:13
Pietro Ichino dichiara che sospendere l’art. 18 non basta, nel senso che bisogna cancellarlo definitivamente.
“Roma, 13 feb: – Il senatore Pd Pietro Ichino interviene
su La Repubblica sulla questione dell’ articolo 18, sostenendo che non basta sospenderlo per tre anni, come viene ipotizzato, ma
“per aumentare l’ occupazione giovanile occorrono altre misure. Queste di cui stiamo discutendo servono invece per migliorarne la qualità, facilitando l’ accesso al lavoro con un rapporto a tempo indeterminato. Oggi più di quattro quinti dei nuovi rapporti sono in forma di contratto a termine o di
collaborazione autonoma. Tutti hanno da guadagnare da misure che puntino a invertire la proporzione, contrastando in modo efficace l’ abuso delle collaborazioni e incentivando la stabilizzazione del contratto a termine”.
Ichino poi sostiene che “per riaprire l’ Italia agli investimenti
stranieri è indispensabile una legislazione del lavoro semplice,
allineata rispetto ai migliori standard internazionali. L’ idea di offrirla in via sperimentale per i nuovi insediamenti, dove l’ impresa sia disposta ad accollarsi i
maggiori oneri per la protezione del lavoratore, mi sembra straordinariamente positiva”.
la Grecia insegna che si entra nel tunnel e si chiedono sacrifici su sacrifici. Lo stato sociale va a farsi benedire. Non entriamo nella trappola. La crisi non l’ha provocata il popolo, ma la subisce e paga il conto per impinguare la ricchezza dei pochi che senza scrupoli giocano con la vita dei poveri.
Bruxelles spinge nel baratro Atene. Gli aiuti salva Grecia sono di nuvo bloccati. I 130 miliardi di euro sono ancora in cassaforte. Le condizioni per ottenerli sono troppo pesanti per la gente già provata da rinunce, e non sbaglia chi pensa di non pagare il debito e uscire dall’Eurozona, per fermare la strage dello stato sociale. Tra i due mali il default non è il peggiore.
15 Febbraio 2012 at 18:34
la tattica usata per il problema Grecia non è esente da colpe. Se la Grecia è responsabile la UE è doppiamente colpevole per la gestione draconiana della crisi. La baraonda su che cosa esattamente significa default e che cosa l’uscita dall’Euro è voluta. L’uno non è per forza conseguente all’altra. Il default può essere positivo per l’immediato abbattimento del debito, mentre l’uscita dall’euro è emarginazione e speculazioni selvagge, svalutazioni e conseguenze gravi per il paese che la subisce. Fare corretta informazione è compito dei giornali e degli economististi. Fare confusione abitudine di chi guadagna sull’ignoranza.
Segnalo l’articolo di G. Viale sul Manifesto di oggi, ‘La Grecia siamo noi (domani)’.
Sembra che alcuni comunisti (tutti?) lavorino al meglio quando le condizioni sono le
“LA GRECIA SIAMO NOI
EDITORIALE – Guido Viale
A due anni dalla denuncia dello stato comatoso delle sue finanze (ma gli interessati, in Germania e alla Bce, lo sapevano da tempo: erano stati loro a nasconderlo) la Grecia, sotto la cura imposta dalla cosiddetta Troika (Bce, Commissione europea e Fmi) presenta l’aspetto di un paese bombardato: un’economia in dissesto; aziende chiuse; salari da fame; disoccupazione dilagante; file interminabili al collocamento e alle mense dei poveri; gente che fruga nei cassonetti; ospedali senza farmaci; altri licenziamenti in arrivo; tasse iperboliche sulla casa e sfratti; beni comuni in svendita. E ora anche una città in fiamme. Ma a bombardare il paese non è stata la Luftwaffe, bensì il debito contratto e confermato dai suoi governanti di ieri e di oggi nell’interesse della finanza internazionale. Con la conseguenza che, a differenza di un paese uscito da una guerra, in Grecia non c’è in vista alcuna “ricostruzione”, o “rinascita”, “ripresa”; ma solo un fallimento ormai certo – e dato per certo da tutti gli economisti che l’avevano negato fino a pochi giorni o mesi fa – procrastinato solo per portare a termine il saccheggio del paese e, se possibile, il salvataggio delle banche che detengono quel debito; o di quelle che lo hanno assicurato. Le armi però c’entrano eccome. All’origine di quel debito, oltre alla corruzione e all’evasione fiscale, ci sono le Olimpiadi del 2004 (costate oltre un decimo del Pil) e l’acquisto di armi, che la Grecia è costretta a comprare e pagare a Francia e Germania come contropartita della “benevolenza” europea, per importi annui che arrivano al 3 per cento del Pil. Quattro fattori, armi (come F135), Grandi eventi (Olimpiadi o Expò, o Mondiali, o G8), evasione fiscale e corruzione che accomunano strettamente Grecia e Italia. Ma non solo.
Certamente, sia che l’euro venga conservato, sia che si torni alle vecchie divise, il caos economico che incombe sul paese e sull’Europa è spaventoso; ma non minore di quello in cui ci sta trascinando il tentativo di rinviare giorno per giorno una resa dei conti. In tempi di crisi valutaria, ciò con cui bisognerà fare i conti, a livello nazionale e locale, saranno gli approvvigionamenti: innanzitutto quelli energetici e alimentari. L’unica risorsa a cui attingere a piene mani nel giro di pochi mesi e pochi anni sono risparmio ed efficienza energetica. La condizione di paese bombardato apparirà allora in tutta evidenza: spente le luminarie che non servono per vedere ma per farsi vedere; auto ferme e mezzi pubblici strapieni (scarseggerà il carburante); orari cambiati per garantire il pieno utilizzo dei mezzi durante tutto l’arco della giornata; conversione in tempi rapidi – come all’inizio di una guerra – delle fabbriche compatibili con la produzione di impianti per le fonti rinnovabili o di cogenerazione, di mezzi di trasporto collettivi o condivisi a basso consumo; interventi sugli edifici per eliminarne la dispersione energetica. ecc. Giusto quello che si sarebbe dovuto fare – e ancora potrebbe essere fatto – in questi anni, con esiti economici certo migliori. Lo stesso vale per l’approvvigionamento alimentare: occorrerà restituire a ogni territorio la sovranità alimentare con un’agricoltura meno dipendente dal petrolio e un’alimentazione meno dipendente da derrate importate: una operazione da mettere in cantiere con una nuova leva di giovani da avviare a un’attività ad alta intensità di innovazione e di lavoro che potrebbe cambiare l’aspetto del paese. Analogamente occorrerà intervenire sul patrimonio edilizio inutilizzato, sul ciclo di vita dei materiali (risorse e rifiuti), su scuola, università, sanità con interventi che riducono gli sprechi e producono occupazione di qualità. Ma soprattutto ci vorrà una revisione generale degli acquisti quotidiani: spesa condivisa, rapporti diretti con il produttore e Km0 (i GAS), riduzione degli imballaggi e del superfluo, ricorso all’usato e alla riparazione e alla condivisione dei beni: tutti campi in cui il sostegno di un’amministrazione locale conta molto. E tante altre cose simili su cui occorre riflettere: sono tutti interventi da concepire, programmare e gestire a livello locale – con la partecipazione diretta della cittadinanza attiva – che potranno essere agevolati anche da un circuito parallelo di monete garantite dalle autorità locali, come era avvenuto con successo in molti paesi occidentali – compresa la Germania nazista – durante la grande crisi degli anni ’30. Fantascienza? Forse; comunque un programma meno irrealistico dell’idea di affidare alla liberalizzazione dei servizi e dei rapporti di lavoro la ripresa di una crescita che sottragga l’Italia al cappio del debito; e magari anche alla crisi ambientale – ah! questa sconosciuta! – che investe il pianeta.”
18 Febbraio 2012 at 09:34
elen - MANIFESTO "SALVIAMO LA GRECIA DAI SALVATORI"
Scritto da Vicky Skoumbi, Dimitris Vergetis, Michel Surya* – il manifesto
Mercoledì 22 Febbraio 2012 07:37 –
Il caso greco e il suo epilogo sono arrivati a un punto di non
ritorno. La battaglia da fare per costruire un’altra Europa
Un appello agli intellettuali europei Nel momento in cui un giovane greco su due è disoccupato, 25.000 persone senza tetto vagano per le strade di Atene, il 30 per cento della popolazione è ormai sotto la soglia della povertà, migliaia di famiglie sono costrette a dare in affidamento i bambini perché non crepino di fame e di freddo e i nuovi poveri e i rifugiati si
contendono l’immondizia nelle discariche pubbliche, i “salvatori” della Grecia, col pretesto che i Greci “non fanno abbastanza sforzi”, impongono un nuovo piano di aiuti che raddoppia la dose letale già somministrata. Un piano che abolisce il diritto del lavoro e riduce i poveri alla miseria
estrema, facendo contemporaneamente scomparire dal quadro le classi medie.
L’obiettivo non è il “salvataggio”della Grecia: su questo punto tutti gli economisti degni di questo nome concordano. Si tratta di guadagnare tempo per salvare i creditori, portando nel frattempo il Paese a un fallimento differito.Si tratta soprattutto di fare della Grecia il laboratorio
di un cambiamento sociale che in un secondo momento verrà generalizzato a tutta l’Europa. Il modello sperimentato sulla pelle dei Greci è quello di una società senza servizi pubblici, in cui le scuole, gli ospedali e i dispensari cadono in rovina, la salute diventa privilegio dei ricchi e la
parte più vulnerabile della popolazione è destinata a un’eliminazione programmata, mentre coloro che ancora lavorano sono condannati a forme estreme di impoverimento e di precarizzazione.
Ma perché questa offensiva neoliberista possa andare a segno, bisogna instaurare un regime che metta fra parentesi i diritti democratici più elementari. Su ingiunzione dei salvatori, vediamo quindi insediarsi in Europa dei governi di tecnocrati in spregio della sovranità popolare. Si tratta di una svolta nei regimi parlamentari, dove si vedono i”rappresentanti del popolo” dare carta bianca agli esperti e ai banchieri, abdicando dal loro supposto potere decisionale. Una sorta di
colpo di stato parlamentare, che fa anche ricorso a un arsenale repressivo amplificato di fronte alle proteste popolari. Così, dal momento che i parlamentari avranno ratificato la Convenzione
imposta dalla Troika (Ue, Bce, Fmi), diametralmente opposta al mandato che avevano ricevuto,
un potere privo di legittimità democratica avrà ipotecato l’avvenire del Paese per 30 o 40 anni.
Parallelamente, l’Unione europea si appresta a istituire un conto bloccato dove verrà
direttamente versato l’aiuto alla Grecia, perché venga impiegato unicamente al servizio del debito. Le entrate del Paese dovranno essere “in priorità assoluta” devolute al rimborso dei creditori e, se necessario, versate direttamente su questo conto gestito dalla Ue. La
Convenzione stipula che ogni nuova obbligazione emessa in questo quadro sarà regolata dal
diritto anglosassone, che implica garanzie materiali, mentre le vertenze verranno giudicate dai tribunali del Lussemburgo, avendo la Grecia rinunciato anticipatamente a qualsiasi diritto di
ricorso contro sequestri e pignoramenti decisi dai creditori. Per completare il quadro, le privatizzazioni vengono affidate a una cassa gestita dalla Troika, dove saranno depositati i titoli
di proprietà dei beni pubblici. In altri termini, si tratta di un saccheggio generalizzato,
caratteristica propria del capitalismo finanziario che si dà qui una bella consacrazione
Poiché venditori e compratori siederanno dalla stessa parte del tavolo, non vi è dubbio alcuno
che questa impresa di privatizzazione sarà un vero festino per chi comprerà.
Ora, tutte le misure prese fino a ora non hanno fatto che accrescere il debito sovrano greco, che, con il soccorso dei salvatori che fanno prestiti a tassi di usura, è letteralmente esploso sfiorando il 170% di un Pil in caduta libera, mentre nel 2009 era ancora al 120%. C’è da scommettere che questa coorte di piani di salvataggio – ogni volta presentati come ‘ultimi’- non ha altro scopo che indebolire sempre di più la posizione della Grecia, in modo che, privata di
qualsiasi possibilità di proporre da parte sua i termini di una ristrutturazione, sia costretta a cedere tutto ai creditori, sotto il ricatto “austerità o catastrofe”. L’aggravamento artificiale e coercitivo del problema del debito è stato utilizzato come un’arma per prendere d’assalto una
società intera. E non è un caso che usiamo qui dei termini militare: si tratta propriamente di una
guerra, condotta con i mezzi della finanza, della politica e del diritto, una guerra di classe contro un’intera società. E il bottino che la classe finanziaria conta di strappare al ‘nemico’ sono
le conquiste sociali e i diritti democratici, ma, alla fine dei conti, è la stessa possibilità di una
vita umana. La vita di coloro che agli occhi delle strategie di massimizzazione del profitto non producono o non consumano abbastanza non dev’essere più preservata.
E così la debolezza di un paese preso nella morsa fra speculazione senza limiti e piani di salvataggio devastanti diviene la porta d’entrata mascherata attraverso la quale fa irruzione un nuovo modello di società conforme alle esigenze del fondamentalismo neoliberista. Un modello
destinato all’Europa intera e anche oltre. E’ questa la vera questione in gioco. Ed è per questo
che difendere il popolo greco non si riduce solo a un gesto di solidarietà o di umanità: in gioco
ci sono l’avvenire della democrazia e le sorti del popolo europeo.
Dappertutto la “necessità imperiosa” di un’austerità dolorosa ma salutare ci viene presentata
come il mezzo per sfuggire al destino greco, mentre vi conduce dritto. Di fronte a questo
attacco in piena regola contro la società, di fronte alla distruzione delle ultime isole di
democrazia, chiediamo ai nostri concittadini, ai nostri amici francesi e europei di prendere
posizione con voce chiara e forte. Non bisogna lasciare il monopolio della parola agli esperti e
ai politici. Il fatto che, su richiesta dei governanti tedeschi e francesi in particolare, alla Grecia
siano ormai impedite le elezioni può lasciarci indifferenti? La stigmatizzazione e la denigrazione
sistematica di un popolo europeo non meritano una presa di posizione? E’ possibile non alzare
la voce contro l’assassinio istituzionale del popolo greco? Possiamo rimanere in silenzio di
fronte all’instaurazione a tappe forzate di un sistema che mette fuori legge l’idea stessa di
solidarietà sociale?
Siamo a un punto di non ritorno. E’ urgente condurre la battaglia di cifre e la guerra delle parole
per contrastare la retorica ultra-liberista della paura e della disinformazione. E’ urgente
decostruire le lezioni di morale che occultano il processo reale in atto nella società. E diviene
più che urgente demistificare l’insistenza razzista sulla “specificità greca” che pretende di fare
del supposto carattere nazionale di un popolo (parassitismo e ostentazione a volontà) la causa
prima di una crisi in realtà mondiale. Ciò che conta oggi non sono le particolarità, reali o
immaginari, ma il comune: la sorte di un popolo che contagerà tutti gli altri.
Molte soluzioni tecniche sono state proposte per uscire dall’alternativa “o la distruzione della
società o il fallimento” (che vuol dire, lo vediamo oggi, sia la distruzione sia il fallimento). Tutte
vanno prese in considerazione come elementi di riflessione per la costruzione di un’altra
Europa. Prima di tutto però bisogna denunciare il crimine, portare alla luce la situazione nella
quale si trova il popolo greco a causa dei “piani d’aiuto” concepiti dagli speculatori e i creditori a
proprio vantaggio. Mentre nel mondo si tesse un movimento di sostegno e Internet ribolle di
iniziative di solidarietà, gli intellettuali saranno gli ultimi ad alzare la loro voce per la Grecia?
Senza attendere ancora, moltiplichiamo gli articoli, gli interventi, i dibattiti, le petizioni, le
manifestazioni. Ogni iniziativa è la benvenuta, ogni iniziativa è urgente. Da parte nostra ecco
che cosa proponiamo: andare velocemente verso la formazione di un comitato europeo di
intellettuali e di artisti per la solidarietà con il popolo greco che resiste. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non adesso, quando?
Prime adesioni: Daniel Alvaro, Alain Badiou, Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar,
Fernanda Bernardo, Barbara Cassin, Bruno Clement, Danièle Cohen-Levinas, Yannick Courtel,
Claire Denis, Georges Didi-Hubermann, Ida Dominijanni, Roberto Esposito, Francesca Isidori, Pierre-Philippe Jandin, Jérome Lebre, Jean-Clet Martin, Jean-Luc Nancy, Jacques Ranciere, Judith Revel, Elisabeth Rigal, Jacob Rogozinski, Avital Ronell, Ugo Santiago, Beppe Sebaste,
Michèle Sinapi….
Non solo Ichino, ma anche Veltrusconi e il mantra dell’art. 18 No tabù:
“PD: VELTRONI, IO DI DESTRA? VENDOLA SI SCUSI
O PROBLEMA E’ POLITICO. Il vecchio vizio di attribuire l’ etichetta di traditore o nemico a chi non la pensa come te e’ pericoloso e inaccettabile. Non e’ possibile accettare l’ idea che chi non la pensa come Vendola e’ di destra. Le scuse di Nichi sarebbero gradite”. Cosi’ Walter Veltroni, in una
conferenza stampa che sottolinea essere la prima dal 2009, si sfoga contro l’intervista del leader di Sel che, commentando le parole dell’ ex segretario Pd sull’ articolo 18, lo ha definito
esponente di una destra “colta e con il loden”.
“Voglio rispondere a questa affermazione di Vendola non
tanto perche’ mi riguarda, ma perche’ ha in se’ un’ idea di
politica che non condivido e che mi preoccupa”. Veltroni ha poi spiegato di attendersi delle scuse da Vendola: “spero si sia trattato di un incidente, che quelle parole gli siano sfuggite e non siano una linea politica” perche’ “se quel che ho detto, e che e’ la posizione del Pd, non va bene a Vendola, allora c’ e’ un problema, c’ e’ una questione politica. Sarebbe la spia
di qualcosa di piu’ profondo”(AGI).
PD. MUSSI (SEL) A VELTRONI: DI DESTRA DIRE CHE ART. 18 NON É TABU
(DIRE) Roma, 28 feb. – “Si’, caro Walter, brutta cosa appiccicare
etichette. Come quelle che nel 2008 portarono all’ esclusione
della sinistra “per definizione” solo e sempre “radicale”, e ad una drammatica sconfitta elettorale del centrosinistra. O come
quella che ogni giorno mette d’ autorita’ fuori dal campo
“riformismo” chiunque non canti nel coro della sterminata
maggioranza economica, politica e mediatica che sostiene il
governo in carica”. Sel affida al presidente della direzione
nazionale Fabio Mussi la replica a Walter Veltroni che vuole le scuse di Nichi Vendola per averlo definito ‘ di destra’.
“Mi pare- aggiunge Mussi- che Nichi Vendola abbia parlato dopo una tua specifica intervista, dove tra l’ altro si leggeva il mantra che va per la maggiore: “l’ articolo 18 non e’ un tabu'”.
Ritenere di destra l’ ormai lungo e sistematico smantellamento del
diritto del lavoro, sino alla gia’ realizzata estromissione della Costituzione dalle aziende Fiat, per esempio, e alla volonta’ di abrogare le protezioni (in verita ‘ molto, molto riformiste….)
dello Statuto dei Lavoratori, e’ un giudizio di merito. Su tale giudizio occorre discutere. Consiglierei di far riposare Lama, Trentin e Berlinguer e gli altri esponenti storici della sinistra del nostro Paese. Chi, come te rivendica una vita a sinistra, dovrebbe pensare piuttosto al posto della sinistra nel futuro
dell’ Italia. A meno che, naturalmente, – conclude Mussi – non si sia voluto parlare a nuora”.
Basta parlare di articolo 18! E’ assodato dove non c’è welfare come in Italia è arrivato l’articolo 18…segno straordinario di civiltà.
Nessuno di questi geni della politica ha mai pensato di esportarlo invece che metterlo in discussione?
A nesuno è mai venuto in mente di disperdere energie nel “FERTILIZZARE” le risorse umane giacenti nel mondo del lavoro con formazione continua?
Ma come pensiamo di farcela contro un mondo emergente pieno di manodopera a basso costo se non con la specializzazione?
possiamo dare lezioni di civiltà, e l’art. 18 è un capitolo della materia. La grezza volontà di fare dell’essere umano bestia da soma dà il risultato a cui assistiamo. Mi faccio meraviglia di Veltroni, ma sarà per volontà di far parlare di sé, anche lui come molti, il che è il male minore anche se deleterio, perchè se fosse convinto di quello che dice sarebbe troppo grave: da cambiare partito e latitudine.
La leader della Cgil, Susanna Camusso ci va giù pesante con Walter Ego Veltroni. VeltronJohn l’americano (ribattezzato anche “Walterloo Veltroni” dopo la sconfitta con Berlusconi) che aveva auspicato una riforma dell’art. 18.
Susanna Camusso nel corso della trasmissione “La storia siamo noi”risponde all’ex segretario del Pd, Walter Veltroni, che recentemente aveva inviatato il sindacato ad ragionare sulla possibilita’ di riformare l’articolo 18 accusando la Cgil di “posizione ideologiche”.:
“Aveva detto che andava in Africa….aveva annunciato progetti importanti per la sua esistenza che non ha portato a termine”.
15 Marzo 2012 at 10:45
Il Ministro Fornero ne proporrebbe una modifica peggiorativa introducendo il licenziamento individuale per ragioni economiche, con indennizzo monetario al posto del reintegro se ritenuto illegittimo dal giudice. L’articolo 18 e l’obbligo di reintegro da parte dell’impresa resterebbe valido solo per licenziamenti legati ad atti discriminatori (per motivi politici, culturali, religiosi, ecc.). Le nuove regole sui licenziamenti si applicherebero inizialmente ai nuovi assunti ma non è escluso che, dopo un paio d’anni, siano estese a tutti i lavoratori,.
19 Marzo 2012 at 09:24
Eccellente il pezzo di Rino Formica: ” Un socialista che non appartenga agli spiriti animali ma che sia figlio dello spirito razionale dell’eguaglianza, non piange sulla fine della concertazione, del consociativismo parlamentare e consiliare e sulla caduta dell’ideologia del corporativismo sociale Un socialista, però, sa che tutta questa roba, di cui si annuncia la fine, è nei fondamentali ideologici della Carta costituzionale. Stabilità, governabilità e vincolo estero non sono bestemmie. Sono contenitori di materiale politico e sociale. La Costituzione italiana è fondata sul lavoro, inteso come principio fondamentale (da art. 1 ad art. 12). La Costituzione europea è fondata sulla tutela delle regole del mercato. Le due Costituzioni sono in rotta di collisione.
E’ in corso la costituzionalizzazione del principio della prevalenza assoluta sulla legislazione nazionale dell’ordinamento giuridico europeo attuale e futuro. Questa decisione, senza verifica referendaria popolare, annuncia la fine della Costituzione italiana fondata sul lavoro. Le decisioni del governo Monti in materia di stato sociale, sono coerenti con la lettera Trichet-Draghi, ma non sono in armonia con la nostra Carta costituzionale. Tutto ciò è in regola nel centrodestra, motore degli spiriti animali. Ma come la mettiamo con la sinistra che nacque in Europa e in Italia per tutelare gli spiriti umani? La legittimazione democratica di un governo di tecnici può essere sanata da un voto del Parlamento. Ma la legittimazione democratica di un mutamento costituzionale richiede un voto popolare. Se i provvedimenti del governo Monti, assunti con l’inizio della primavera dell’anno 2012, dovessero aprire la strada a un sussulto di vitalità della sinistra europea e italiana di tradizione socialista, cristiana e libertaria, sarà vera primavera. Altrimenti l’inverno sociale arriverà prima del cambio di stagione. Fraternamente
49 e 18 | Wanda Montanelli Blog
[…] dello statuto del lavoratori di grande civiltà, ho già scritto. Volerlo abolire è una sorta di sindrome cinese che se dovesse contagiarci ci potrebbe far amaramente pentire come la Apple si è pentita dopo i […]
11 Aprile 2012 at 20:26
[…] che credo faranno prima i cinesi a chiedere l’articolo 18 che tutti gli altri ad abolirlo (sindrome cinese). Allora forse terminerà questa indecente litania contro una legge che impedisce che un […]
Licenziare, magica parola, che scarica di adrenalina nel dirla: la furbizia di Matteo Renzi - Sardegna ReporterSardegna Reporter
[…] non si troverà nel rendere tutti precari per un dato di fatto incontrovertibile: gli italiani non impareranno mai ad essere cinesi, semmai insegneranno ai cinesi (o pachistani, rumeni, indiani) a fare come gli italiani. Ad esigere […]
5 Gennaio 2015 at 21:05
“LICENZIARE”, MAGICA PAROLA. Che scarica di adrenalina nel dirla!
7 Gennaio 2015 at 08:55
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3 Marzo 2020 at 23:58

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