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Turchia: Quando la privacy si scontra con il dovere di informareDiritti Europa
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Posted by: Luca Gulino in Categorie Violazioni CEDU, Discriminazione, I diritti in Europa, In evidenza, Sistema CEDU 20 ottobre 2012
Rispetto della vita privata e familiare – Sentenza Alkaya v. Turkey, 9 Ottobre 2012
Quando la riservatezza personale si scontra con il dovere di informare
La tutela della privacy è un diritto riconosciuto da ogni ordinamento che garantisce la riservatezza dei propri dati personali. Quando però si tratta di persone pubbliche e quindi famose, che a causa del loro lavoro sono costantemente esposte a livello mediatico, ci possono essere dei problemi per garantire un equilibrio tra vita privata e informazione. Su questo argomento si sviluppa la sentenza della Corte Edu, che vede come ricorrente Yasemin Alkaya, un’attrice di cinema e teatro molto famosa in Turchia.
IL CASO: La mattina del 12 ottobre 2002, Alkaya è vittima di un furto con scasso nella sua abitazione. Tre giorni dopo, il 15 ottobre 2002, la notizia diviene di dominio pubblico poiché vista l’importanza della vittima tutti i giornali turchi dedicano almeno uno spazio a questo fatto di cronaca. Tra i vari giornali interessati alla vicenda, c’è il quotidiano nazionale Aksam, che pubblica il suo articolo sull’ accaduto, lasciando ampio spazio al fatto e integrando all’intervista della vittima anche le fotografie della sua casa specificando il quartiere in cui si trova, l’indirizzo e il numero dell’appartamento nella struttura. Praticamente tutti i dati della sua residenza e quindi della sua privacy vengono resi pubblici! Per questo motivo Alkaya si rivolge alla Alta Corte di Zeytinburnu chiedendo un risarcimento danni nei confronti del quotidiano, del suo direttore e del giornalista autore dell’articolo. Il danno in questione è sia di carattere materiale sia morale poiché da quel momento la sua casa finisce di essere un luogo sicuro, e tutti sanno che in quell’ appartamento abita un’attrice famosa.
Quello che quindi doveva essere un articolo meramente informativo si è rivelato un fatto pericoloso, lesivo della privacy personale che è andato oltre il concetto di libertà di stampa.
A sostegno di ciò, Alkaya ha presentato alla Corte altri numerosi articoli sul fatto, provenienti però da altre testate giornalistiche, in tutti questi casi, non si è fatto riferimento a nessun tipo di indirizzo, quartiere o dettaglio sul furto. L’articolo incriminato insomma era solo uno, quello portato in giudizio.
A questa richiesta di risarcimento il tribunale dell’Alta Corte si è opposto, sottolineando che proprio per lo status di “persona famosa” non si può applicare la normativa nazionale sulla privacy, poiché in questo caso non c’è stato il carattere lesivo sul diritto riconosciuto. Si sostiene che a causa delle loro popolarità, persone come politici, sportivi e artisti sono soggetti a una maggiore attenzione e a una richiesta maggiore di informazioni da parte del pubblico. Sono soggetti quindi ad una privacy più esposta rispetto a quella della gente comune.
Per la cronaca il testo della normativa prevede che:
“Chiunque subisca un’interferenza illecita dei suoi diritti della personalità può intentare un’azione civile per chiedendo una somma di denaro a titolo di risarcimento e interesse per i danni morali subiti.”.
Contro questa sentenza, la ricorrente presenta ricorso in Cassazione, portando nelle sue memorie altre documentazioni che provano il danno subito. Diverse persone hanno testimoniato che in quell’appartamento per diversi giorni ci sono state delle vere e proprie folle di fan che dalla mattina fino a tarda notte hanno inneggiato all’ attrice; alcuni uomini addirittura hanno provato a fermarla per cercare di baciarla. La situazione insomma è degenerata e la paura di restare in quella casa da sola è aumentata.
Nonostante tutte queste prove e testimonianze, il 12 giugno 2006 la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di primo grado.
CORTE EDU: Esauriti i ricorsi interni e fermamente convinta di aver subito un grave danno sulla sua sfera dei diritti personali e del suo domicilio, Yasemin Alkaya decide di adire la Corte Cedu, lamentando la violazione dell’ Art. 8 della Convenzione (Diritto al rispetto della vita privata e familiare). Reputa che ci sia stato nei suoi confronti un comportamento discriminatorio effettuato dalle Corti di giustizia turche, accusate di non aver applicato una norma, soltanto perché si è fatto affidamento allo status di persona pubblica rispetto a quella di un comune cittadino, violando quindi il principio di equità e non discriminazione.
La Corte Edu, valutato il caso di specie nei suoi dettagli, si è impegnata a dare una definizione dell’Art 8 della Convenzione. Si parla di tutela della persona e del suo domicilio, inteso come il luogo in cui avviene e sviluppa la vita privata e familiare. Per questo motivo, possono essere lesive di questo diritto anche le cose immateriali o intangibili che causano violazione della tranquillità di quel luogo. Nel caso di Alkaya, l’indirizzo di casa è un dato considerato sensibile e rientrante nelle informazioni personali del soggetto e quindi tutelate dalle norme preposte per questo. Non è ammissibile che una persona nota al pubblico non sia legittimata ad avere una tutela pari a quella prevista per i soggetti privati sconosciuti al grande pubblico. Il fattore che determina il bilanciamento tra tutela della privacy e libertà d’espressione deve rintracciarsi nelle informazioni pubblicate e all’ interesse generale che queste mirano.
Se c’è infatti un diritto del pubblico ad essere informato, diritto essenziale in una società democratica, non ci può essere in alcune circostanze (come questa) l’occasione di concentrare articoli o pubblicazioni su aspetti della vita privata di persone famose, con il solo scopo di soddisfare la curiosità dei lettori e tralasciando però l’interesse principale della pubblicazione, ossia quello di informare. Per la Corte di Strasburgo, i giudici turchi, rigettando il ricorso presentato da Alkaya non hanno considerato in maniera adatta l’impatto che la divulgazione di questi dati, su un quotidiano nazionale, ha causato alla vittima, ma soprattutto i giudici non hanno fatto una adeguata valutazione degli interessi in gioco, non applicando quelle norme di diritto interno efficaci e tutelanti per il rispetto della privacy. Per tutti questi motivi, si può confermate l’avvenuta violazione dell’Art. 8 Cedu. Dal punto di vista pecuniario lo stato turco dovrà versare (entro tre mesi dall’efficacia della sentenza) alla ricorrente 7.500€ a titolo di risarcimento danni, materiali e morali.
La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Alkaya V. Turchia del 9 Ottobre 2012.
Art 8 CEDU Ineta Ziemele Seconda Sezione Turchia	2012-10-20
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