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Timestamp: 2018-03-20 23:31:16+00:00

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﻿ R.P. Salvatore M. Brandi d.C.d.G.: Leone XIII e la questione Biblica (II).
La Civiltà Cattolica anno XLV, serie XV, vol. IX (fasc. 1050, 5 marzo 1894) Roma 1894 pag. 652-665.
Dall'esposizione della dottrina cattolica sull'ispirazione dei Libri sacri, da noi data nel precedente articolo [1], apparisce evidente la falsità del principio, su cui gli esegeti della nuova scuola fondano il loro capitale errore. Cotesto principio, come dicemmo [2], afferma bensì tutto ciò che si riferisce nella Bibbia al domma ed alla morale doversi riputare parola di Dio e quindi infallibile, ma non così tutto quello che nella stessa Bibbia s'incontra e si legge fuori di quella cerchia. In altri termini essi così la discorrono: Se si ammette che vi sieno o almeno che vi possano essere nelle Scritture sacre alcune proposizioni false od inesatte, ciò si ammette solo perchè l'azione di Dio ispirante, in forza della quale egli è l'Autore principale di quelle Scritture, non si estende egualmente a tutte le loro parti.
Ora un tal principio ripugna apertamente a' decreti della Chiesa. Infatti, secondo il Concilio Tridentino, tutti e singoli i libri del vecchio e nuovo Testamento, ricevuti e venerati dalla Chiesa con egual sentimento di pietà e riverenza, debbono ritenersi tutti interi, con tutte le loro parti, come sacri e canonici. «Omnes libros tam veteris quam novi Testamenti.... pari pietatis affectu ac reverentia [Ecclesia] suscipit et veneratur... Si quis autem libros ipsos integros cum omnibus suis partibus... pro sacris et canonicis non susceperit; Anathema sit.» Dunque, come sacri e canonici, bisognerà ritenere quei libri, non solo in alcune parti, in quelle cioè che sono dommatiche e morali, ma eziandio nelle altre, sian pure storiche o scientifiche. Se non che quei libri non dovrebbero nè potrebbero, con egual sentimento di pietà e riverenza, essere ritenuti sacri e canonici in tutte le loro parti, se non fossero in esse tutte egualmente ispirati.
E che sia appunto così, lo attesta il Concilio Vaticano; il quale, avendo dichiarato, che la Chiesa tiene quei libri con tutte le loro parti per sacri e canonici, precisamente perchè scritti per ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per Autore, stabilisce il seguente importantissimo canone: «Si quis sacrae Scripturae libros integros cum omnibus suis partibus divinitus inspiratos esse negaverit; Anathema sit [3].» [«Si quis sacrae Scripturae libros integros cum omnibus suis partibus, prout illos sancta Tridentina Synodus recensuit, pro sacris et canonicis non susceperit, aut eos divinitus inspiratos esse negaverit; anathema sit.» — «Se alcuno non riceverà per sacri e canonici i libri interi della sacra Scrittura con tutte le loro parti, come li enumerò il santo Sinodo Tridentino, o negherà che siano divinamente ispirati; sia anatema.» Conc. Vaticano, Cost. Dei Filius. N.d.R.]
Ecco la vera ed ineluttabile ragione per cui il Santo Padre Leone XIII insegna nella sua Enciclica, che il sistema propugnato dalla nuova scuola non sia neppur da tollerarsi, come quello che si fonda sopra un principio erroneo e ripugnante alla fede della Chiesa. «Nefas omnino fuerit inspirationem ad aliquas tantum sacrae Scripturae partes coangustare... Etenim libri omnes atque integri, quos Ecclesia tanquam sacros et canonicos recipit, cum omnibus suis partibus, Spiritu Sancto dictante, conscripti sunt.» [«Ma non è assolutamente permesso restringere l'ispirazione soltanto ad alcune parti della sacra Scrittura ... Infatti tutti i libri e nella loro integrità, che la chiesa riceve come sacri e canonici, con tutte le loro parti, furono scritti per dettato dello Spirito Santo.» N.d.R.]
La forza di questo argomento non poteva sfuggire a' più ortodossi seguaci della nuova scuola. Quindi si videro essi costretti ad ammettere, almeno in parole, che l'ispirazione non fosse ristretta ad alcune parti delle sacre Scritture, ma si estendesse a tutte. Desiderosi però di salvare ad ogni costo il loro prediletto sistema di esegesi biblica, dissero, come fu pur da noi notato al §. II, che l'ispirazione delle parti storiche non impediva che in esse potessero incontrarsi errori ed inesattezze, vuoi perchè non tutto ciò che è ispirato da Dio è da lui necessariamente rivelato, e perciò indubitatamente vero, vuoi perchè l'ispirazione, dipendendo dalla libera volontà di Dio, potrebbe non conferire a quelle parti gli effetti della sua infallibilità.
Poche osservazioni mostreranno quanto futile sia siffatto ripiego; il quale, mentre ammette in parole l'ispirazione delle predette parti, in realtà la nega. E valga il vero: chi non vede che le parti, le quali contengono falsità, errori, ecc. non sono nè possono essere parola di Dio? Non ripugna forse che Dio dica il falso? Di quelle parti, cioè, in nessun modo potrebbe asserirsi Dio essere l'Autore principale, poichè in nessuna guisa può a lui attribuirsi l'errore, senza impugnare in qualche maniera la sua scienza e veracità. Ora, secondo il concetto cattolico dell'ispirazione de' Libri sacri, non è ispirata quella parte di cui Dio non è Autore, nè è ispirato ciò che non è scritto per dettato dello Spirito Santo. Onde il Card. Bellarmino chiama eretica l'opinione di coloro, i quali «in divinis libris non omnia scripta volunt dictante Spiritu Sancto [4]». Posto adunque che quanto è scritto per ispirazione non sia, come già accennammo al §. VI, rivelato nello stretto significato della parola rivelazione, pure è dettato da Dio ed in questo senso, usitatissimo presso i teologi, anch'esso veramente rivelato, e però indubitatamente vero [5].
Ma, ripigliano gli avversarii, l'ispirazione, essendo un dono intieramente gratuito della munificenza divina, dipende dalla libera volontà di Dio. Verissimo, rispondiamo noi; quindi non neghiamo che, come poteva Dio non ispirare gli Agiografi a scrivere i libri che ora noi riconosciamo colla Chiesa come sacri e canonici, così poteva concedere loro quel dono in quella misura che meglio gli piacesse. La questione presente però non risguarda ciò che Dio avrebbe potuto fare, ma bensì ciò che egli ha fatto. Dio certamente, creando l'uomo, avrebbe potuto non elevarlo all'ordine soprannaturale, e caduto pel peccato originale, avrebbe potuto non redimerlo, o redimerlo, anche a rigor di giustizia, senza la morte del suo Figlio fatto uomo: dubiteremo perciò del fatto della elevazione, del fatto della redenzione, del fatto della morte di Cristo signor nostro per riconciliare l'uman genere al suo Padre celeste?
Ciò che Dio ha liberamente operato nell'ordine soprannaturale non è da noi conosciuto con certezza, se non mediante la sua rivelazione, trasmessaci per mezzo del vivo ed autentico magistero della sua Chiesa. Ora la Chiesa ha sempre insegnato non solo il fatto della ispirazione de' Libri sacri, la quale, senza veruna restrizione, si estende a tutte le loro parti, ma eziandio che lo Spirito Santo, con quella ispirazione, come dice il Santo Padre nella sua Enciclica, «in tal guisa eccitò e mosse gli Agiografi a scrivere, e così nello scrivere gli assistette, che rettamente concepissero nella mente, fedelmente volessero scrivere e adattamente con infallibile verità esprimessero tutte e sole quelle cose ch'egli comandava.»
Questa stessa osservazione vale a mostrare la falsità di un altro principio, spesse volte invocato dagli esegeti della nuova scuola. «Nel determinare, dicono essi, l'estensione della inerranza della Bibbia bisogna in modo speciale ricercar il motivo della ispirazione. Se Dio ha avuto delle ragioni di sapienza e bontà per ispirare gli Scrittori sacri, è evidente che l'ispirazione deve guarentire da ogni errore i loro detti in tutti i casi, a' quali quelle ragioni si applicano [6].»
Ma ciò suppone una ricerca che noi neghiamo essere necessaria, bastando che si conosca d'altronde che la Bibbia è, senza veruna restrizione, parola di Dio in tutte le sue parti. Ecco il fatto, per accertare il quale non v'è altro mezzo che valga da quello in fuori del magistero della Chiesa, il cui insegnamento su questo punto è oramai notissimo. Quando in tal modo si conosce quali cose abbia dettate Dio, per potere asserire che esse sieno infallibilmente vere, non fa mestieri indagare o ponderare il motivo per cui piacque a lui di dirle. Qual ch'esso siasi, rimarrà sempre inconcusso che tutte le cose dette da Dio sono così necessariamente vere, come è necessario che Dio, somma Verità, non possa mentire o essere autore di alcuna falsità. Onde sapientemente dichiara Leone XIII, che gli esegeti, di cui qui discorriamo «falsamente opinano, quando si tratta della verità delle sentenze, non doversi cotanto ricercare quali cose abbia detto Dio, quanto ponderare per quali ragioni le abbia dette.» Falso arbitrantur, de veritate sententiarum quum agitur, non adeo exquirendum quaenam dixerit Deus, ut non magis perpendatur quam ob causam ea dixerit.
Nel resto, quand'anche volessimo seguire, nel determinare l'estensione della inerranza della Bibbia, la norma voluta con tanta insistenza dagli avversarii, non verremmo certamente ad una conchiusione favorevole alla loro sentenza. Siffatta norma sarebbe «di ricercare diligentemente la ragione per cui Dio ispirò gli Agiografi a scrivere.» Or qual sarebbe questa ragione? Se crediamo a' nuovi esegeti «lo scopo che Dio si propose nel dettare i Libri sacri fu di condurre l'uomo al suo fine soprannaturale, istruendolo in tutto ciò che egli deve credere, sperare e praticare [7].»
Ma a questo scopo tendono, in un modo o in un altro, tutte le parti della Bibbia, non solo le parti dommatiche e morali, ma eziandio le storiche. Stando dunque a quella norma, anzichè negare alle parti storiche la infallibile loro verità, questa dovrebbe piuttosto loro concedersi. L'asserzione non è nostra, ma del grande apostolo delle genti, S. Paolo, il quale così scrive a' Romani: «Tutte le cose che sono state scritte (nella Bibbia), per nostro ammaestramento furono scritte; affinchè mediante la pazienza e la consolazione delle Scritture abbiamo speranza.» Quaecumque scripta sunt, ad nostram doctrinam scripta sunt; ut per patientiam et consolationem scripturarum, spem habeamus [8]. E nella sua prima Lettera ai Corinti, parlando segnatamente de' fatti storici narrati nelle Scritture, aggiunge: «Queste cose tutte accadevano loro in figura; e sono state scritte per nostro avvertimento.» Haec autem omnia in figura contingebant illis; scripta sunt autem ad correptionem nostram [9].
La verità della nostra tesi apparirà ancor più fulgida ove si ponga mente, essere gli esegeti della nuova scuola, da noi impugnati, quelli stessi i quali, come fu sopra notato, ammettono, almeno in parole, l'ispirazione di tutte le parti della sacra Scrittura. Questi dunque, se non vogliono cadere in aperta contraddizione con sè stessi o con l'Apostolo, debbono ammettere altresì che tutte quelle parti, e perciò anche le storiche, sieno in qualche modo «utili ad ammaestrare, a redarguire, a correggere, a formare alla giustizia; affinchè perfetto sia l'uomo di Dio, disposto ad ogni opera buona.» Omnis scriptura divinitus inspirata, utilis est ad docendum, ad arguendum, ad corripiendum, ad erudiendum in iustitia; ut perfectus sit homo Dei ad omne opus bonum instructus [10].
L'Angelo delle Scuole S. Tommaso, nel suo Commentario sopra le citate parole di S. Paolo [11], sapientemente osserva che le utilità enumerate dall'Apostolo costituiscono i quattro effetti prodotti dallo studio della Scrittura, presa in tutte le sue parti. Essa co' suoi dommi, co' suoi precetti, co' suoi fatti, co' suoi esempii, insegna la verità e riprova la falsità, ritrae dal male e stimola al bene. Pretenderebbero forse gli avversarii che in nessun modo conduca l'uomo al suo fine soprannaturale ciò che peraltro giova a renderlo perfetto e disposto ad ogni opera buona? Eppure questo dovrebbero essi dire, se, ammettendo l'ispirazione delle parti storiche della Scrittura, persistessero nel dubitare della loro infallibile verità, adducendo l'assurdo pretesto che quelle parti non tendono allo scopo per cui Dio ha ispirato i sacri libri! Diciamo assurdo pretesto, perchè, se si ammette essere quelle parti da Dio ispirate, e lo scopo proprio della divina ispirazione essere precisamente quello di condurre l'uomo al suo fine soprannaturale, non si può, senza flagrante contraddizione, negare che le dette parti sieno da Dio ordinate ad un tale scopo [12].
I seguaci della nuova scuola sembrano ignorare che gli storici avvenimenti narrati nella Bibbia non si debbono considerare semplicemente come fatti isolati, ma piuttosto come fatti collegati sempre con la dottrina, e da divino consiglio ordinati e, per soprannaturale impulso e dettato dello Spirito Santo, ne' sacri Libri consegnati ad illustrare, confermare, chiarire le verità dommatiche e morali: Quaecumque scripta sunt, ad nostram doctrinam scripta sunt.
E ciò noi asseriamo, non solo riguardo a' fatti di maggior rilievo, ma eziandio riguardo a quelli che potrebbero ad alcuni sembrare narrazioni di cose minute e per sè indifferenti. Imperocchè teniamo, con S. Girolamo, doversi a Dio autore dei Libri sacri, attribuire tanto le cose piccole, come le grandi in essi contenute: «Quod si non putant eorum esse parva quorum et magna sunt, alterum mihi conditorem formicae, vermium, culicum, locustarum; alterum coeli, terrae, maris et Angelorum debent introducere. An potius eiusdem potentiae est, ingenium quod in maioribus exercueris, etiam in minoribus non negare [13].»
Inoltre, secondo l'insegnamento cattolico, autorevolmente propostoci da Leone XIII, la Scrittura sacra, in virtù della divina ispirazione, contiene tutte e sole quelle cose che Dio volle fossero in essa ricordate [14]. Ora nessuno durerà fatica a comprendere che tale insegnamento sarebbe falso, se i fatti creduti di minor importanza ed in essa ricordati, non fossero parimente da attribuirsi a Dio come a loro ispiratore: in tale ipotesi la Scrittura non conterrebbe solamente quelle cose che Dio volle fossero in essa ricordate, ma altre ancora che l'uomo vi avrebbe aggiunto di proprio moto.
Quelle che a noi sembrano ne' Libri sacri cose minute non sono prive di utili insegnamenti. Il chiarissimo P. Patrizi, discorrendo di siffatte cose, osserva, che «Chi legge la Sacra Scrittura colla persuasione che Dio ne è l'autore, e in leggendo tiene presente questa verità, all'imbattersi p. e. nella narrazione del cagnolino di Tobia [15], vi scorgerà di leggeri l'indizio di quella provvidenza, onde Iddio ordina a' servizi dell'uomo anche le cose prive di ragione, create a bella posta per lui. Incontrandosi poi a leggere del mantello di Paolo [16], ritrarrà lo ammaestramento della cura in che si debbono avere anche i beni terreni e quelli del corpo. L'ospitalità che l'Apostolo domanda a Filemone [17] è di eccitamento ad imitarla in quel grado che era esercitata dagli antichi cristiani. I saluti che s'incontrano nelle lettere dell'Apostolo, avevano per fine d'incitare coloro che di tanto erano degnati dall'Apostolo ad imprendere cose grandi, e di perpetuare la memoria di persone che avessero meritato un sì segnalato privilegio [18].»
La comune sentenza è quella che S. Gregorio Nazianzeno espresse parlando in nome di tutti i cattolici: «Noi che l'assoluta esattezza (ἀκρίβειαν) dello Spirito ad ogni apice e ad ogni punto estendiamo, non concediamo e non crediamo lecito il concedere che alcuna minima cosa sia posta a caso nelle Scritture [19].» Il qual concetto, con ogni brevità e chiarezza, propose Leone XIII nella sua Enciclica, quando disse che «i libri sacri tutti e intieri e in tutte le loro parti furono scritti per dettato dello Spirito Santo.»
Onde segue che le cose storiche ricordate nella sacra Scrittura, non meno delle altre dommatiche e morali appartengono all'oggetto della nostra fede, quantunque, come insegna S. Tommaso, non nello stesso modo. «Dicendum est ergo, quod fidei obiectum per se est id per quod homo beatus efficitur, ut supra dictum est (q. I, art. 8): per accidens autem aut secundario, se habent ad obiectum fidei omnia quae in sacra Scriptura divinitus tradita continentur: sicut quod Abraham habuit duos filios, quod David fuit filius Isai et alia [facta storica] huiusmodi [20].» Cioè, come altrove [21] più diffusamente spiega l'Angelico, tutte le verità contenute nelle sacre Scritture sono oggetto della nostra fede, ma alcune sono tali per se stesse, in quanto che, non potendosi conoscere se non per una rivelazione strettamente detta, appartengono alla sostanza della nostra fede. Tali sarebbero, ad esempio, i misteri della Trinità, dell'Incarnazione e simili; altre poi, sicut multa historialia, sono oggetto di fede, soltanto accidentalmente, in quanto che, quantunque potute conoscersi naturalmente, sono state nondimeno dettate da Dio e ricordate nella Scrittura, quam fides supponit, Spiritu Sancto dictante promulgatam esse. Queste cose sono dunque da credersi sol perciò che sono scritte nei libri sacri. Ond'è che, secondo S. Tommaso, sarebbe eretico chi negasse un avvenimento qualunque nella Scrittura affermato: Hoc tenendum est quod quidquid in sacra Scriptura continetur verum est: alias, qui contra hoc sentiret, esset haereticus [22]. E cercando di esporre le difficili questioni che sorgono dalle parole usate nel Genesi sulla distinzione delle opere ne' sei giorni, seguendo S. Agostino, ci avvisa che in qualsivoglia interpretazione deve sempre rimaner fermo il principio, ut veritas Scripturae inconcusse teneatur [23].
Dal che s'intende altresì la profonda venerazione che i Padri e Dottori della Chiesa ebbero sempre per tutte e singole le sentenze e le cose riferite nelle sante Scritture, nelle quali al dire di S. Gio. Grisostomo non v'è sillaba, nè apice nel cui fondo non si trovi un grande tesoro [24]. S'intende inoltre la ragione per cui essi strenuamente ne difesero sempre l'infallibile verità contro tutti gli attacchi degli eretici e dei pagani de' loro tempi e rigettarono costantemente, come errore gravissimo ed intollerabile bestemmia, non che l'affermazione, ma il dubbio stesso che qualche cosa di contraddittorio o di falso si trovasse o potesse trovarsi in esse.
A saggio trascriveremo qui alcune testimonianze, tolte dalle opere de' più illustri Padri. S. Giustino Martire, il principe degli Apologisti cristiani, nel suo Dialogo con Trifone, fa la seguente dichiarazione: «Io non oserò mai nè pensare nè dire che vi sieno contraddizioni nelle Scritture, ma se mi si proponesse un testo il quale sembrasse dare un appiglio a dire che esso contraddice ad un altro, io che sono convinto che nessuna scrittura è opposta ad un'altra, confesserò piuttosto di non capirne il significato.» Scripturas inter se pugnare nunquam audebo nec cogitare, nec dicere, sed si qua proponatur scriptura, quae eiusmodi esse videatur, et praetextum, quasi esset alteri contraria, praebeat, cum persuasum habeam nullam Scripturam alteri contrariam esse, fatebor potius me non intelligere quae dicuntur [25]. Lo stesso convincimento è espresso da S. Epifanio, il quale vi aggiunge un'osservazione, di cui profitteranno, come ci giova sperare, gli esegeti della nuova scuola. «Anzi tutto, dice il Santo, devi tu credere che, nè negli altri luoghi della Scrittura, nè in quello, di cui ora trattiamo (Prov. VIII, 22), vi sieno parole che contraddicano ad altre, sebbene possano apparire tali a coloro solamente, i quali o non posseggono la sana fede o sono di un più debole ingegno.» In primis itaque crede nihil nec in caeteris Scripturae locis, nec in eo de quo modo agimus, ulla sibi invicem esse Scripturae verba contraria, tametsi iis dumtaxat qui vel sanae fidei praediti non sunt, vel imbecillioris ingenii sunt, repugnare videantur [26]. Quindi a buon diritto S. Basilio considerava grave e intollerabile bestemmia l'ammettere nelle Scritture, non che un errore, ma una semplice parola oziosa. In verbis divinitus inspiratis ne ulla quidem syllaba est otiosa [27].
Nè altrimenti giudicava S. Agostino, il quale così scriveva a S. Girolamo: «Io lo confesso alla tua carità: solamente a quei libri delle Scritture, che si chiamano canonici, imparai a rendere tale riverenza ed onore, che fermissimamente credo nessuno scrittore di essi aver menomamente errato nello scrivere. E se alcun che troverò in quelli che sembri contrario alla verità, non esiterò punto a credere o che sia difettoso il codice, o che l'interprete non abbia raggiunto il senso delle parole, o ch'io non l'abbia inteso.» Ego fateor caritati tuae, solis eis Scripturarum libris, qui iam canonici appellantur, didici hunc timorem honoremque deferre, ut nullum eorum auctorem scribendo aliquid errasse firmissime credam. Ac si aliquid in eis offendero literis quod videatur contrarium veritati, nihil aliud quam vel mendosum esse codicem, vel interpretem non assecutum esse quod dictum est, vel me minime intellexisse non ambigam [28]. Appare qui evidente il pensiero del Santo Dottore, cioè, che non puossi mai sospettare, secondo la fede cattolica, essere ne' libri canonici scorso un qualche errore. Per ciò solo che una proposizione è scritta in que' libri, essa è per lui, e dev'essere per tutti, infallibilmente vera. Egualmente esplicita e perfetta è la dichiarazione che fa S. Girolamo della fede cattolica in questo punto. Protestando egli a difesa de' suoi lavori di versione de' libri sacri, scrive: «Non sono io così ignorante e stupido da credere che nelle parole del Signore qualche cosa si debba correggere o non sia divinamente ispirata.» Non adeo me hebetis fuisse cordis et tam crassae rusticitatis, ut aliquid de dominicis verbis aut corrigendum putaverim, aut non divinitus inspiratum [29].
A queste testimonianze potremmo aggiungere quelle di altri Padri e Dottori della Chiesa, i quali tutti, come ci assicura Leone XIII nella sua Enciclica, «tennero sempre per indubitato che le divine Scritture, quali vennero rese pubbliche dagli Agiografi, sono assolutamente immuni da ogni errore.» Così resterebbe pienamente dimostrato con quanta ragione il Santo Padre abbia asserito nella medesima Enciclica, che la sentenza, da noi qui difesa, esprime veramente l'antica e costante fede della Chiesa. Haec est antiqua ed constans fides Ecclesiae.
Ma sarebbe cotesto un gittar tempo e fatica, tanto più che gli esegeti, nostri avversarii, lo confessano apertamente. Essi hanno abbandonato l'antica scuola per la nuova, ed alle venerande autorità citate non altro oppongono se non il vantato progresso nelle scienze naturali: «Quei Padri e Dottori, così essi dicono gravemente, avrebbero parlato altrimenti, se fossero vissuti a' tempi nostri, ed avessero conosciute le gravi difficoltà che gli scienziati moderni fanno contro la Bibbia.» Queste difficoltà, dedotte dalla odierna critica storica, archeologica, geografica, astronomica e cronologica, riguarderebbero i giorni della creazione, l'antichità dell'uomo, i particolari storici intorno al peccato originale, i matrimonii tra i figli di Dio e le figlie degli uomini, il diluvio, la genealogia precisa de' patriarchi, i frammenti cronologici e simili.
Ora tali difficoltà della nuova scuola, come dimostreremo in un prossimo quaderno, sono difficoltà vecchie, già da lungo tempo esaminate e risolte, secondo i principii cattolici, dai Padri e Dottori della Chiesa e segnatamente da S. Agostino e da S. Tommaso. La veste moderna e l'apparato scientifico di che al presente si circondano, non ne muta, come vedremo, la sostanza, e non ne accresce la forza. Esse rimangono quel che sempre furono, cioè difficoltà, e difficoltà che ammettono varie, buone e sufficienti soluzioni.
Intanto conchiuderemo questo secondo articolo, col ricordare a' lettori le gravi parole del Santo Padre contro coloro, i quali, scossi da codeste obbiezioni non hanno esitato di sacrificare una parte del preziosissimo tesoro, confidato da Dio alla sua Chiesa, ed hanno dato ansa a' nemici della Bibbia di assaltare più furiosamente i suoi dommi e la sua morale, come chi, ceduto al nemico un forte avanzato, gli apre il campo ad assalire più facilmente la ròcca. «Nec toleranda est eorum ratio, qui ex istis difficultatibus sese expediunt, id nimirum dare non dubitantes, inspirationem divinam ad res fidei morumque, nihil praeterea pertinere.» [«Infatti non è ammissibile il metodo di coloro che risolvono queste difficoltà non esitando a concedere che l'ispirazione divina si estenda alle cose riguardanti la fede e i costumi, e nulla più» N.d.R.]
[1] Vedi il Quaderno 1048, pp. 401-415.
[2] Ibid. pag. 403.
[3] Sess. III, cap. 2. De Revelatione.
[4] Controv. lib. I, cap. 6.
[5] Essendo questo punto, nella presente questione, di sommo rilievo, aggiungeremo qui a maggior conferma le parole dell'Emo Card. Franzelin: «Si revelatio sensu minus stricto sed frequentatissimo intelligitur veritatis propositio ab ipso Deo facta, inspiratio quaevis ad scribendos libros sacros erat revelatio, quae primum quidem fiebat interne in mente hominis inspirati, ut deinde per scriptionem tamquam verbum Dei proponeretur Ecclesiae et obiectum fidei constitueret.» De Traditione et Scriptura Edit. 3.ª, pag. 354. L'Emo Card. Mazzella insegna lo stesso. «Si revelatio sumatur sensu latiori pro locutione seu propositione quacumque veritatis scribendae, tunc evidenter est de ratione inapirationis ». De Virt. Infusis, Disp. IV, art. 4, n. 939.
[6] «Le meilleur moyen de déterminer les effets de l'inspiration, c'est d'en chercher le motif. Si Dieu a eu des raisons de sagesse et de bonté pour inspirer les écrivains sacrés, il est évident que l'inspiration doit cautionner leurs dires dans tous les cas ou ces raisons trouvent à s'appliquer.» Le Correspondant du 25 octobre 1892.
[7] «La fin que Dieu s'est proposée en dictant les Saints Livres a été de conduire l'homme à sa destinée surnaturelle, en l'instruisant de ce qu'il doit croire, espérer et pratiquer.» Correspondant, ibid.
[8] Rom. XV, 4.
[9] I. Cor. X, 11.
[10] II. Tim. III, 16, 17.
[11] Lect. IV Oper. T. XVI. Edit. Venetiis, 1593, p. 189.
[12] Le cose qui dette, intorno allo scopo della ispirazione delle sacre Scritture, sono confermate da quello che i Teologi insegnano intorno all'oggetto di attribuzione della nostra fede. Vegga il lettore, per esempio, l'articolo 2° della 2° Disputazione del Trattato De Virtutibus infusis dell'Emo Card. Mazzella.
[13] S. Girolamo. In Epist. ad Phil., Prologus. Ed. Migne, P. L., Vol. 26, pag. 602.
[14] Il Card. Newman, in un suo articolo sull'ispirazione della Scrittura, pubblicato nel periodico inglese The Nineteenth Century del Feb. 1884, favorisce la sentenza opposta. Dobbiamo però aggiungere che, secondo le dichiarazioni stampate dall'illustre prelato inglese, egli non aveva voluto dire che una cosa, cioè, che non siamo obbligati a credere de fide, che la ispirazione nella Scrittura si estende anche alle cose minime da lui designate col nome di obiter dicta. Il ch. P. Brucher S. I., il quale confutò questa sentenza negli Études (dec. 1884 e genn. 1885) osserva ben a proposito che «l'autorità dell'Emo Newman, così grave in certe cose, non basterebbe certo a legittimare una teoria limitante la ispirazione. La sua propensione a minimizzare, come egli diceva, le materie di fede, faceva torto alcune volte alla sicurezza della sua teologia». Noi che abbiamo lette le opere dell'illustre prelato, non possiamo che pienamente sottoscrivere a questo giudizio.
[15] Tob. XI, 9.
[16] II. Tim. IV. 15.
[17] Ad Phil. 22.
[18] De Scriptura div. VI.
[19] Orat. II, De Fuga, n. 105. Ed. Migne, P. G. Vol. 35, p 503.
[20] Summa Theol. 2a 2ae, q. II, art. 5.
[21] In 2dum Sent. dist. XII, quaest. I, art. 2.
[22] Quodlibetum XII, art. 26.
[23] Summa Theol. I. p., q. 68, art. 1. Si veda su questo punto l'opuscolo di G. M. S. I. da noi lodato nel quaderno 1048, p. 468.
[24] Hom. 21 in Genesim. Ed. Migne, P. G. Vol. 53, p. 175.
[25] Dial. cum Tryphone. Ed. Migne, P. G. Vol. VI, p. 626.
[26] Adversus Haereses l. III, t. I. haer. 73 Ed. Migne, P. G. Vol. 42, p. 462.
[27] Hom. VI in Hexam. Ed. Migne P. G. Vol. 29, p. 143; Adv. Eunomium l. II. Ibid. p. 588.
[28] Epist. LXXXII, n. 3. Ed. Migne, P. L Vol. 33, p. 277.
[29] Epist. ad Marcellam, XXVII. Ed. Migne, P. L. Vol. 22. p. 431.

References: sentenza 
 art. 8
 art. 4
 sentenza 
 sentenza 
 art. 5
 art. 2
 art. 26
 art. 1