Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-17354-del-27-06-2019
Timestamp: 2020-05-31 05:14:56+00:00

Document:
Sentenza Cassazione Civile n. 17354 del 27/06/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17354 del 27/06/2019
Cassazione civile sez. lav., 27/06/2019, (ud. 03/04/2019, dep. 27/06/2019), n.17354
sul ricorso 10671/2018 proposto da:
C.A., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, CANCELLERIA DELLA
MARINO SARRITZU;
avverso la sentenza n. 301/2017 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,
depositata il 03/01/2018 R.G.N. 401/2016.
2. la Corte territoriale, richiamata la definizione di D.P.I. dettata dal D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 40, comma 1 (“qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la saluto durante il lavoro, nonchè ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo”), ha premesso come incombesse sul datore di lavoro, ai sensi dell’art. 4, comma 2, del D.Lgs. citato e nell’ambito del documento di valutazione dei rischi (D.V.R.), valutare i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori ed individuare “le misure di prevenzione e di protezione e i dispositivi di protezione individuale…”; ha ritenuto adeguata la valutazione operata dalla società nel senso di escludere che gli indumenti costituissero dispositivi antinfortunistici, sul rilievo che gli stessi, (maglie, pantaloni e giubbotti) forniti dalla società ai dipendenti, non avessero specifiche caratteristiche tecniche protettive;
3. premesso, quale fatto notorio, che la raccolta dei rifiuti esponga al contatto con germi, in particolare attraverso le mani (per contatto con la bocca o per la presenza di ferite) oppure per inalazione, la Corte d’appello ha escluso che gli indumenti in questione potessero svolgere una funzione protettiva ed ha ricondotto la fattispecie esaminata all’ipotesi prevista del citato art. 40, comma 2, lett. a), (“non sono dispositivi di protezione individuale gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore”);
5. entrambe le parti hanno depositato memoria, ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..
6. col primo motivo di ricorso il lavoratore ha censurato la sentenza, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n.. n. 626 del 1994 e del T.U. n. 1265 del 1934, art. 216, per aver escluso che la De Vizia Transfer s.p.a. fosse classificabile come impresa insalubre di prima classe;
7. col secondo motivo il ricorrente ha dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 2087 c.c., D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 40; D.Lgs. n. 475 del 1992, art. 1, comma 2; D.P.R. n. 547 del 1955, art. 379 e D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 43, comma 4, per avere la sentenza impugnata affermato che gli indumenti forniti ai lavoratori per lo svolgimento della prestazione non avessero alcuna funzione protettiva e quindi non fossero classificabili come D.P.I.;
8. col terzo motivo di ricorso il lavoratore ha denunciato violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè omesso esame di un punto decisivo della controversia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere la Corte d’appello erroneamente escluso il rischio alla salute, certificato dalle relazioni dell’Ausl, cui era esposto il lavoratore per il contatto con i rifiuti solidi urbani e per il lavaggio nella propria abitazione degli indumenti usati durante l’attività lavorativa; ha richiamato il verbale ispettivo del 4.8.2005 che aveva evidenziato l’esistenza, nel settore della raccolta e dello stoccaggio dei rifiuti solidi urbani, di un rischio di esposizione degli addetti ad agenti microbiologici, con particolare riferimento al virus dell’epatite B (HBV), e con pericolo di contatto, specie per alcune mansioni come quelle dei portasacchi, riguardante varie partì del corpo tra cui mani, braccia, gambe;
9. col quarto motivo il ricorrente ha dedotto erronea valutazione del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 4, comma 2 e art. 42, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la sentenza impugnata considerato attendibile il piano di valutazione dei rischi eseguito dal datore di lavoro;
10. col quinto motivo di ricorso il lavoratore ha censurato la decisione per violazione e falsa applicazione dell’art. 2087 c.c., D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 4; art. 67, comma 2, lett. a) c.c.n.l. 30.4.2003, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte d’appello escluso che gli indumenti da lavoro forniti ai dipendenti costituissero D.P.I. in quanto non menzionati nel piano di valutazione rischi aziendale;
11. col sesto motivo di ricorso il lavoratore ha dedotto violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame di un punto decisivo della controversia ed, esattamente, per avere la Corte d’appello erroneamente disatteso che tra gli indumenti forniti dall’azienda al lavoratore fossero ricomprese le scarpe, i guanti e la pettina alta visibilità che nel D.V.R. aziendale erano classificati D.P.I.;
13. non è di ostacolo all’accoglimento del terzo motivo l’impropria invocazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., posto che, secondo il costante indirizzo di questa Corte, ove si possa identificare il contenuto delle censure attraverso le ragioni prospettate dal ricorrente, il profilo sostanziale dell’atto deve prevalere su quello formale, sicchè l’omessa o l’erronea indicazione degli articoli di legge viene a perdere ogni rilevanza (Cass. n. 4923 del 1995; n. 302 del 1996; n. 1430 del 1999; n. 15713 del 2002) e, nella specie, dalle argomentazioni poste a base delle censure risulta evidente la denuncia di violazione dell’art. 2087 c.c., con riguardo all’affermata esclusione del rischio alla salute per i lavoratori di cui si tratta, in contrasto con quanto affermato – pacificamente – nelle relazioni dell’Ausl in sede di ispezione;
17. il D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 4, comma 5, prevede che “il datore di lavoro adotta le misure necessarie per la sicurezza e la salute dei lavoratori e, in particolare..lett. d) fornisce ai lavoratori i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale, sentito il responsabile del servizio di prevenzione e protezione”;
21. da tali premesse discende come la previsione del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 43, commi 3 e 4, secondo cui “3. Il datore di lavoro fornisce ai lavoratori i DPI (dispositivi di protezione individuale) conformi ai requisiti previsti dall’art. 42 e dal decreto di cui all’art. 45, comma 2″; 4. Il datore di lavoro: – a) mantiene in efficienza i DPI (dispositivi di protezione individuale) e ne assicura le condizioni d’igiene, mediante la manutenzione, le riparazioni e le sostituzioni necessarie (…)”, non possa essere letta in senso limitativo del contenuto e del novero dei D.P.I., come ha fatto la Corte d’appello, bensì quale previsione di un ulteriore obbligo di carattere generale, posto a carico del datore di lavoro, di adeguatezza dei D.P.I. e di manutenzione dei medesimi;
28. si è in particolare precisato come “l’idoneità degli indumenti di protezione che il datore di lavoro deve mettere a disposizione dei lavoratori – a norma del D.P.R. n. 547 del 1955, art. 379, fino alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 626 del 1994 e ai sensi dell’art. 40, art. 43, commi 3 e 4, di tale decreto, per il periodo successivo – deve sussistere non solo nel momento della consegna degli indumenti stessi, ma anche durante l’intero periodo di esecuzione della prestazione lavorativa. Le norme suindicate, infatti, finalizzate alla tutela della salute quale oggetto di autonomo diritto primario assoluto (art. 32 Cost.), solo nel suddetto modo conseguono il loro specifico scopo che, nella concreta fattispecie, è quello di prevenire l’insorgenza e il diffondersi d’infezioni. Ne consegue che, essendo il lavaggio indispensabile per mantenere gli indumenti in stato di efficienza, esso non può non essere a carico del datore di lavoro, quale destinatario dell’obbligo previsto dalle citate disposizioni”, (cfr. Cass., n. 11139 del 1998; n. 22929 del 2005; n. 14712 del 2006; n. 22049 del 2006; n. 18573 del 2007; n. 11729 del 2009; n. 16495 del 2014; n. 8585 del 2015);
32. la sentenza impugnata ha dato atto dell’esito del sopralluogo effettuato dall’Asl il (OMISSIS) che aveva individuato l’esistenza, nel settore della raccolta dei rifiuti svolta dalla società, di un rischio infettivo, più esattamente di un rischio da contatto con sostanze tossiche, nocive ed agenti biologici;
33. la Corte di merito, nonostante l’accertamento sulla esistenza di rischi, specie di natura infettiva, per la salute dei lavoratori impegnati nell’attività di raccolta dei rifiuti, rischi legati al possibile contatto con sostanze nocive, tossiche o corrosive, ha escluso la qualificazione degli indumenti forniti dalla società come D.P.I. sul rilievo che gli stessi non possedessero una specifica funzionalità protettiva desumibile da caratteristiche tecniche dettate per la loro realizzazione e commercializzazione, e ciò nonostante non risultassero adottati altri strumenti in grado di fronteggiare il rischio pacificamente accertato, cosicchè le tute rappresentavano per gli operatori ecologici l’unico schermo di protezione in concreto utilizzabile contro il possibile contatto con sostanze nocive per la salute;
34. in tal modo la sentenza impugnata è incorsa nel denunciato vizio di violazione di legge avendo interpretato il D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 40, comma 1 e la nozione legale di D.P.I. come limitata alle attrezzature appositamente create e commercializzate per la protezione di specifici rischi alla salute in base a caratteristiche tecniche certificate; laddove la disposizione suddetta, per l’ampio tenore letterale della previsione e la precipua finalità di tutela di beni fondamentali del lavoratore, deve essere letta, in conformità alla giurisprudenza di questa Corte, nel senso di includere nella categoria dei D.P.I. qualsiasi attrezzatura, complemento o accessorio che possa in concreto costituire una barriera protettiva, sia pure ridotta o limitata, rispetto a qualsiasi rischio per la salute e la sicurezza del lavoratore, aì fini dell’adempimento datoriale all’obbligo, posto dal D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 4, comma 5;
36. risulta, invece, inammissibile il quarto motivo di ricorso in quanto contenente censure di incompletezza ed inattendibilità del D.V.R. che non è stato, tuttavia, prodotto nè trascritto nelle parti rilevanti;
“la nozione legale di Dispositivi di Protezione Individuale (D.P.I.) non deve essere intesa come limitata alle attrezzature appositamente create e commercializzate per la protezione di specifici rischi alla salute in base a caratteristiche tecniche certificate, ma, in conformità alla giurisprudenza di legittimità, va riferita a qualsiasi attrezzatura, complemento o accessorio che possa in concreto costituire una barriera protettiva, sia pure ridotta o limitata, rispetto a qualsiasi rischio per la salute e la sicurezza del lavoratore, in conformità con l’art. 2087 c.c., norma di chiusura del sistema di prevenzione degli infortuni e malattie professionali, suscettibile di interpretazione estensiva in ragione sia del rilievo costituzionale del diritto alla salute sia dei principi di correttezza e buona fede cui deve ispirarsi lo svolgimento del rapporto di lavoro. Nella medesima ottica il datore di lavoro è tenuto a fornire i suddetti indumenti ai dipendenti e a garantirne l’idoneità a prevenire l’insorgenza e il diffondersi di infezioni provvedendo al relativo lavaggio, che è indispensabile per mantenere gli indumenti in stato di efficienza e che, pertanto, rientra tra le misure necessarie “per la sicurezza e la salute dei lavoratori” che il datore di lavoro è tenuto ad adottare ai sensi del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 4, comma 5 e del D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 15 e segg. e s.m.i. (Fattispecie riguardante gli addetti alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani)”.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 40
 art. 40
 art. 216
 art. 40
 art. 1
 art. 379
 art. 43
 sentenza 
 art. 4
 art. 42
 sentenza 
 art. 4
 art. 67
 art. 4
 art. 43
 art. 379
 art. 43
 sentenza 
 sentenza 
 art. 40
 art. 4
 art. 4