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Timestamp: 2019-12-12 15:41:17+00:00

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Centro di Ateneo per i Diritti Umani - Università di Padova | Pubblicazioni :: La sentenza Torreggiani: una sentenza pilota contro il sovraffollamento delle carceri italiane
La II Camera della Corte europea dei diritti umani (CtEDU), con la sentenza nel caso Torreggiani e altri c. Italia (ricorsi nn. 4357/09, 46882/09, 55400/09; 57875/09, 61535/09, 35315/10, 37818/10), adottata l’8 gennaio 2013, ha condannato lo Stato italiano per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU). Il giudice italiano, Guido Raimondi, ha sostenuto la decisione, approvata all’unanimità. Il caso riguardava trattamenti inumani o degradanti subiti dai ricorrenti, sette persone detenute per molti mesi nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, in celle triple e con meno di quattro metri quadrati a testa a disposizione. Ciò che appare particolarmente significativo è che la Corte ha qualificato tale decisione come “sentenza pilota”. Quanto riscontrato dalla Corte nella sentenza Torreggiani in relazione ai sette ricorrenti troverà pertanto applicazione in futuro in relazione alla generalità dei reclami pendenti davanti alla Corte e non ancora comunicati alle parti riguardanti l’Italia e aventi ad oggetto analoghe questioni di sovraffollamento carcerario, nonché a quelli che le saranno sottoposti nei prossimi tempi relativi allo steso problema. Questo è il principale elemento di distinzione tra questa sentenza e quella emessa il 16 luglio 2009 nel caso Sulejmanovic c. Italia (ric. n. 22635/03), che costituisce il suo precedente diretto. In Sulejmanovic, la maggioranza della Corte aveva accertato che la permanenza per circa due mesi e mezzo del ricorrente in una cella di Rebibbia di poco più di 16 metri quadri insieme ad altri cinque detenuti (2,70 metri quadri a testa), costituiva trattamento contrario all’art. 3 CEDU, anche se nel periodi considerato il carcere romano non conosceva una situazione di grave sovraffollamento. La situazione prospettata in Torreggiani e nella serie di altri casi analoghi che la CtEDU si trova a dover trattare riguarda invece carenza di spazio, aggravata da alcune disfunzioni nei servizi, in carceri che lo stesso governo italiano riconosce essere sovraffollate anche se – a suo dire – non in misura preoccupante (a Busto Arsizio, nel 2011, c’erano 439 detenuti per 297 posti previsti, a Piacenza 412 su una capacità massima di 346 – cfr. §§ 60-61).
La sentenza Torreggiani riguarda dunque sette ricorsi depositati tra il 2009 e il 2010 da altrettanti detenuti, tre italiani, due marocchini, uno ivoriano e uno albanese, che lamentavano di aver subito un trattamento inumano e degradante. Erano stati infatti detenuti in celle di nove metri quadrati, da condividere con altre due persone, per periodi che andavano da 14 a 54 mesi, tra il 2006 e il 2011. Lamentavano inoltre che le celle erano scarsamente illuminate e che l’accesso all’acqua calda per le docce era limitato. Nonostante tutti i ricorrenti meno uno fossero ormai liberi al momento in cui la Corte si pronunciava, essi non per questo hanno perso la qualità di “vittime” della presunta violazione dell’art. 3 CEDU (cfr. §§ 36-40).
Il governo italiano non contesta i dati forniti dai ricorrenti, limitandosi a dichiarare (senza tuttavia portare documentazione specifica a sostegno) che la dimensione delle celle del carcere di Piacenza destinate ad ospitare tre detenuti era di 11 metri quadri e non di nove. L’argomento principale su cui si incentra la difesa dello Stato consiste nell’affermare la inammissibilità del caso per mancato esaurimento dei ricorsi interni. La legge penitenziaria infatti (l. 354/1975), all’art. 35, prevede che i detenuti possano sottoporre reclami al giudice di sorveglianza territorialmente competente (oltre che alle autorità dell’amministrazione penitenziaria) in relazione al mancato rispetto delle norme della stessa legge penitenziaria relative alle condizioni di detenzione e di trattamento degli internati. Il giudice decide con ordinanza, la quale può disporre misure d’urgenza che l’amministrazione penitenziaria deve eseguire. Un reclamo di tal genere era stato presentato tuttavia da uno solo dei ricorrenti, il quale oltretutto aveva omesso di chiedere espressamente alla direzione del carcere di Piacenza l’esecuzione dell’ordinanza a lui favorevole emessa dal giudice di sorveglianza di Reggio Emilia. Tutti gli altri ricorrenti invece avevano del tutto trascurato tale procedura. Tutti i ricorsi pertanto dovevano ritenersi inammissibili.
La Corte riconosce che la normativa italiana mette a disposizione dei detenuti dei mezzi di ricorso accessibili con cui contestare le carenze nel trattamento. Essa tuttavia nega che tali ricorsi siano effettivi in pratica. Infatti la loro esecuzione è rimessa alla decisione delle autorità penitenziarie e, in definitiva, dipende dalla materiale disponibilità di celle libere. La situazione di sovraffollamento presente virtualmente in tutte le carceri italiane rende praticamente inefficaci le pronunce che accolgono le lagnanze dei detenuti. A conferma di ciò, l’unico ricorrente ad avere esperito queste misure dinanzi al giudice di sorveglianza, è stato trasferito in una cella doppia non prima di sei mesi dalla data dell’ordinanza che accoglieva la sua lamentela (cfr. §§ 12-16 e 52).
La CtEDU osserva inoltre che i ricorsi previsti dalla legge italiana davanti al giudice di sorveglianza non permettono al ricorrente di ottenere alcuna forma di riparazione del danno esistenziale patito in ragione della permanenza in celle sovraffollate. Una apertura giurisprudenziale in tal senso (ordinanza del giudice di sorveglianza di Lecce n. 17 del 9 giugno 2011) è rimasta isolata (cfr. §§ 20-22).
A favore dei ricorrenti è stato disposto un equo indennizzo pecuniario. In alcuni casi i giudici hanno accolto in toto le richieste dei ricorrenti o le hanno ridotte in misura modesta (indennizzi tra 10.600 euro e 15.000 euro); in altri casi hanno attribuito una certa somma a ricorrenti che si erano affidati alla valutazione dei giudici (23.000 euro per il ricorrente ivoriano); nel caso di uno dei ricorrenti che aveva chiesto un indennizzo di 30.000 euro per una permanenza in cella in condizioni di trattamento degradante di 17 mesi, la Corte ne ha attribuiti solo 12.500. Complessivamente lo Stato è tenuto a pagare circa 96.000 euro. Somme modeste (1.500 euro ciascuno) sono state attribuite a titolo di rimborso di spese legali solo ai ricorrenti che si sono avvalsi della rappresentanza di avvocati. I tre ricorrenti che erano stati autorizzati a difendersi da soli non hanno avuto alcun rimborso per spese legali.
Il caso Torreggiani esprime una linea intransigente da parte delle CtEDU nei confronti dell’Italia sul problema del sovraffollamento delle carceri e, più in generale, della condizione penitenziaria. L’altro paese per il quale la CtEDU ha adottato recentemente una sentenza pilota in relazione all’art. 3 e alla condizione delle prigioni è la Federazione Russa (Ananyev e altri c. Russia, ric. nn. 42525/07 e 60800/08, 10 gennaio 2012). Su tale scelta della Corte ha pesato probabilmente la mancanza di misure incisive adottate dal nostro paese per rendere più effettiva la procedura di reclamo esperibile dai detenuti, nonostante la condanna subita dallo Stato nel caso Sulejmanovic. Probabilmente ha inciso anche la constatazione che le misure adottate dopo il 2010 non sono state riforme strutturali del sistema penitenziario e penale, ma sono state intese come essenzialmente emergenziali e quindi inidonee ad operare efficacemente e in modo duraturo nella direzione suggerita dal Consiglio d’Europa di un progressivo contenimento del ricorso alla sanzione detentiva.
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