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Timestamp: 2018-04-23 07:47:17+00:00

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Donazione: come dimostrare che è falsa
Lo sai che? Donazione: come dimostrare che è falsa
Per dimostrare che una donazione è simulata, basta un’autodichiarazione.
Come dimostrare che una donazione è falsa, ossia – per usare una terminologia giuridica – è «simulata»? Si pensi, ad esempio, a un soggetto che dona una casa alla moglie al solo scopo di evitare il pignoramento dei creditori ma che, al momento della separazione, la voglia restituita: come può provare, in un’eventuale contenzioso davanti al giudice con l’ex, che l’intestazione dell’immobile era solo fittizia? A dare una risposta è una recente sentenza della Cassazione [1]. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire come dimostrare che una donazione è falsa.
1 Si può firmare una donazione falsa?
2 Come si fa una simulazione?
3 Si può revocare una donazione falsa?
4 Come dimostrare la simulazione della donazione?
Si può firmare una donazione falsa?
Innanzitutto è necessaria una precisazione. La legge consente i cosiddetti «accordi simulatori»: si tratta di tutti quei contratti firmati per una ragione diversa da quella che gli è propria, a condizione che questa ulteriore finalità non sia contraria alla legge. Così, ad esempio, una persona può donare una casa a un figlio come anticipo sulla sua quota ereditaria. È anche possibile intestare la casa a un parente per poter usufruire di benefici fiscali collegati alla prima casa. Se l’atto di vendita o di donazione pregiudica terzi soggetti (ad esempio i creditori) questi ultimi possono presentare in tribunale la cosiddetta «azione revocatoria»: possono cioè agire davanti al giudice, entro 5 anni dal rogito, per dichiarare inefficace l’atto simulato.
Come si fa una simulazione?
«Simulare» vuol dire «fingere»: in pratica, nella simulazione le parti di un contratto fingono di stipularlo ma, in realtà, o non ne stipulano nessuno (cosiddetta «simulazione assoluta») oppure ne pongono in essere un tipo diverso rispetto a quello che appare (cosiddetta «simulazione relativa»).
Di solito, quando si realizza una simulazione, le parti hanno l’accortezza di firmare due diversi contratti: quello “ufficiale” e quello “sottobanco”:
il primo è chiamato «accordo simulato»: è quello che figura all’esterno nei confronti dei terzi (ad esempio, la donazione), ma che tuttavia è falso; l’intenzione delle parti non è quella di realizzare lo scopo tipico di tale contratto;
il secondo invece è la controdichiarazione: si tratta di un atto in cui viene rappresentato l’accordo simulatorio. In pratica le parti si danno atto della loro reale intenzione e del fatto che l’accordo simulato è in realtà falso.
Si può revocare una donazione falsa?
A differenza della regola generale, secondo cui la donazione non può mai essere revocata (leggi Revoca della donazione), se la donazione è falsa, ossia simulata, il donante può chiedere la restituzione del bene facendo valere l’accordo “sottobanco” intercorso tra le parti, accordo in virtù del quale l’intestazione del bene era fittizia e serviva per differenti scopi.
Riprendiamo l’esempio riproposto in apertura. Immaginiamo che il marito, temendo di perdere l’abitazione in caso di fallimento, la intesti alla moglie. Lo può fare perché la legge non glielo vieta. Se tuttavia la coppia si separa, la moglie potrebbe rivendicare l’intervenuto trasferimento di proprietà del bene e, quindi, non volerlo più restituire. Il marito può ottenere la restituzione della casa donata a condizione che dimostri che la donazione è falsa.
Come dimostrare la simulazione della donazione?
Secondo una recente sentenza della Cassazione, la prova di un’eventuale simulazione non va necessariamente fornita con un atto pubblico, ossia il rogito di un notaio: basta una controdichiarazione scritta (il negozio che attesta l’avvenuta simulazione) contenuta in una scrittura privata, firmata da entrambe le parti o solo da quella cui tale dichiarazione va a sfavore. In buona sostanza, basta che l’accordo sia “conservato nel cassetto”, come si suole fare in questi casi per non diffondere la notizia della simulazione. Non ci sono obblighi di forme speciali.
Le controdichiarazioni rappresentano il documento con sui si dà prova della simulazione di un patto, e sono, quindi, destinate a rimanere segrete tra le parti. Questo significa che possono essere redatte anche su un semplice foglio firmato dalle parti e custodito dalle stesse, senza bisogno dell’intervento del notaio (è questa la cosiddetta «scrittura privata»). Dunque perché una simulazione sia tale e possa essere sempre fatta valere, il documento con il quale viene fornita la prova della simulazione di un dato contratto – ove si chiarisce la sussistenza di un rapporto giuridico differente (quello dissimulato) rispetto a quello apparente ai terzi – può rivestire qualsiasi forma.
[1] Cass. sent. n. 18204/17 del 24.07.2017.
Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 1 marzo – 24 luglio 2017, n. 18204
P.G. conveniva in giudizio Mi.Gr. per sentir dichiarare la simulazione di una donazione obnuziale in data 25.11.1997 e di una vendita in data 24.1.1998, entrambe compiute dall’attrice stessa, aventi ad oggetto beni immobili situati in (omissis) , acquirente in entrambi i casi la M. . A sostegno della domanda, due controdichiarazioni, ciascuna coeva all’atto di riferimento, riportate su di un unico foglio sottoscritto dalla convenuta. In entrambe si affermava che i due trasferimenti immobiliari dovevano intendersi effettuati anche in favore del figlio della donante, C.A. , che si sarebbe poi unito in matrimonio con la M. . Quanto alla donazione, vi si precisava che la scrittura stessa, nell’ipotesi di suo mancato riconoscimento giuridico, avrebbe dovuto considerarsi priva di effetti, con il conseguente permanere della piena titolarità del bene alla donante. L’attrice precisava che siffatta intestazione dei beni si era resa necessaria essendo il figlio oberato di debiti; e chiedeva che sia la donazione sia la vendita fossero dichiarate prive di effetti ovvero annullate.
Resisteva in giudizio Mi.Gr. , che chiedeva il rigetto della domanda e, in subordine e limitatamente alla sola compravendita, che l’immobile fosse dichiarato acquistato sia da lei che da C.A. .
Il contraddittorio era integrato nei confronti di lui, che nel costituirsi in giudizio aderiva alla domanda della madre, chiedendo che fosse riconosciuta l’efficacia dell’atto di vendita dissimulato in suo favore quale soggetto acquirente.
Entrambe le domande erano respinte in primo grado dall’adito Tribunale di Tivoli, e in secondo grado dalla Corte d’appello di Roma, con sentenza n. 3892/13 resa nei confronti di C.A. anche quale erede della madre.
Riteneva la Corte distrettuale che nessuna delle parti attrice e chiamata in causa aveva “chiesto di accertare la simulazione relativa della donazione, dichiarando che la stessa era stata effettuata in favore del figlio della donante, con conseguente riconoscimento del bene in oggetto anche nella sua contitolarità, né di accertare la simulazione relativa e dichiarare che la compravendita era stata effettuata anche in favore del C. con conseguente riconoscimento del bene anche nella con titolarità di quest’ultimo”. Di conseguenza era inammissibile, per il divieto di cui all’art. 345 c.p.c., la domanda d’inefficacia della donazione per l’avverarsi della condizione risolutiva apposta nella “scrittura privata in data 25 novembre 1997”.
Nel merito, riteneva che l’appellante non avesse provato la simulazione assoluta della donazione, giacché la controdichiarazione del 25.11.1997 recava manifestato l’intento di ritenere beneficiati entrambi i futuri coniugi. Solo che, per quanto concernente C.A. , tale atto non poteva produrre gli effetti della donazione in quanto privo della forma dell’atto pubblico, richiesta ad substantiam dall’art. 782 c.c..
Quanto alla vendita, la parte attrice non aveva provato che essa dissimulasse una donazione. E che anche a non considerare la quietanza di avvenuto pagamento del prezzo rilasciata dalla P. alla M. , e a tener fede, invece, alle dichiarazioni rese in sede penale da quest’ultima (che aveva ammesso di non aver pagato l’immobile non avendo ella disponibilità di denaro, salvo aggiungere che il prezzo l’avrebbe pagato il marito poco per volta col proprio lavoro cui contribuiva la stessa M. ), osservava che il mancato pagamento era un inadempimento ma non per questo prova della simulazione.
Per la cassazione di tale sentenza C.A. ricorre sulla base di quattro motivi.
Attivato il procedimento camerale ex art. 380-bis.1. c.p.c., inserito, a decorrere dal 30 ottobre 2016, dall’art. 1-bis, comma 1, lett. f), D.L. 31 agosto 2016, n. 168, convertito, con modificazioni, dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197, la parte controricorrente ha depositato memoria.
1. – Il primo motivo deduce la violazione degli artt. 112, 345 e 2697 c.c., in relazione al n. 4 dell’art. 360 c.p.c., perché la Corte d’appello avrebbe dovuto pronunciarsi sulla domanda di simulazione relativa soggettiva sia della donazione che della vendita, su cui si era già pronunciato il giudice di primo grado pur rigettandola. Di conseguenza, la Corte territoriale, lì dove ha ritenuto che tale domanda fosse nuova e dunque inammissibile ex art. 345 c.p.c., ha violato il giudicato interno formatosi sull’ammissibilità di essa.
2. – Il secondo motivo, riguardante la simulazione soggettiva della vendita, denuncia la violazione degli artt. 112 e 345 c.p.c., in relazione al n. 4 dell’art. 360 c.p.c., e la violazione dell’art. 1414 c.c., in relazione al n. 3 dell’art. 360 c.p.c., in quanto non può considerarsi nuova in appello una domanda di simulazione relativa soggettiva, quando in primo grado la parte attrice abbia dichiarato di estendere gli effetti del contratto ad un altro soggetto. Nello specifico, si sostiene, C.A. in primo grado aveva chiesto estendersi gli effetti della vendita in suo favore, sicché la domanda riproposta in appello non poteva ritenersi nuova.
3. – Col terzo motivo è dedotta la violazione degli artt. 2697 e 2733 c.c. e 115 c.p.c., in relazione al n. 4 dell’art. 360, nonché la violazione degli artt. 769, 1470, 782 e 1414 c.c. e 47 e 48 legge n. 89 del 1913, in relazione al n. 3 dell’art. 360 c.p.c., per non aver la Corte territoriale considerato che la dichiarazione di M.G. di non aver pagato il prezzo, non avendo ella disponibilità di denaro, costituiva una tipica confessione stragiudiziale. Pertanto, la Corte d’appello avrebbe dovuto rilevare che la vendita dissimulava una donazione e che quest’ultima era nulla per difetto di forma, non avendo assistito all’atto due testimoni, previsti dalla legge notarile.
4. – Il quarto motivo allega la violazione dell’art. 1414 c.c., in relazione all’art. 360, n. 3 c.p.c., e l’omesso esame d’un fatto decisivo e discusso dalle parti, lì dove la Corte d’appello ha ritenuto, in rapporto alla donazione, che la controdichiarazione dovesse essere assistita dal medesimo requisito di forma solenne prescritto per il contratto simulato.
5. – I primi due motivi, da esaminare congiuntamente per la comunanza della questione che pongono, sono fondati.
Qualora il giudice di primo grado abbia pronunciato su una domanda o eccezione e la pronuncia sia stata impugnata nel merito da una parte, senza che l’altra abbia formulato una contrapposta impugnazione per sostenere che il primo giudice non avrebbe dovuto pronunciarsi perché la domanda o eccezione non erano state ritualmente proposte, il giudice di appello non può omettere di pronunciare nel merito della stessa domanda o eccezione, argomentando che esse, non ritualmente proposte in primo grado, non avrebbero potuto trovare ingresso innanzi a lui (Cass. n. 8869/12).
Nello specifico, il Tribunale di Tivoli ebbe espressamente a pronunciarsi sulla domanda di simulazione relativa soggettiva sia della donazione che della vendita, tant’è che rigettò entrambe nel merito. Con la conseguenza che la Corte territoriale non poteva rilevarne la novità in appello, poiché in difetto di un’impugnazione incidentale condizionata della M. sull’ammissibilità delle due domande di simulazione soggettiva si era formato il giudicato interno. L’appellata, infatti, si era limitata ad eccepire la novità ex art. 345 c.p.c. di tali domande, criticando in tal modo non la sentenza di primo grado, ma l’ammissibilità dei motivi di gravame e, dunque, l’atto difensivo della controparte.
6. – L’accoglimento delle suddette censure, imponendo di riesaminare una delle due domande alternative inerenti alla medesima vendita, assorbe l’esame del terzo mezzo che a quest’ultimo contratto si riferisce.
7. – Anche il quarto motivo è fondato.
Questa S.C., in un suo lontano precedente (sentenza n. 3605/71) riferito alla modifica di convenzioni matrimoniali, soggette tanto nel c.c. del 1865 quanto nel c.c. vigente (in allora ed oggi) al requisito di forma dell’atto pubblico sotto pena di nullità, ebbe occasione di chiarire che le controdichiarazioni per raggiungere gli effetti che sono loro propri non richiedono la forma dell’atto pubblico, poiché hanno un’obbiettività giuridica diversa dalle mutazioni dei patti, giacché mentre queste ultime implicano un nuovo accordo, modificativo del precedente, realmente voluto e concluso, ed esigono pertanto, ad substantiam, l’atto pubblico al pari dell’atto modificato, le controdichiarazioni rappresentano invece il documento atto a constatare e a dare la prova della simulazione di un patto, e sono, quindi, destinate a rimanere segrete tra le parti.
Cambiando ciò che v’è da cambiare nella fattispecie e in rapporto al motivo in esame, è agevole ribadire il medesimo concetto di base, attraverso il seguente principio di diritto che si formula ai sensi dell’art. 384, 1 comma, c.p.c.: “dall’art. 1417 c.c. si ricava che la prova della simulazione tra le parti soggiace ad un requisito di forma scritta ad probationem tantum, non anche a quello solenne ed ulteriore eventualmente richiesto ad substantiam per l’atto della cui simulazione si tratta. Pertanto, la prova della parziale simulazione soggettiva di una donazione non richiede anch’essa l’atto pubblico, ma può essere fornita mediante una semplice controdichiarazione sottoscritta dalle stesse parti o da quella contro cui questa è prodotta”.
8. – La sentenza impugnata va dunque cassata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Roma, che nel provvedere ad un rinnovato esame di merito si atterrà al principio di diritto enunciato nel paragrafo precedente e regolerà altresì le spese di cassazione.
La Corte accoglie il primo, il secondo ed il quarto motivo di ricorso, assorbito il terzo, e cassa la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Roma, che provvederà anche sulle spese di cassazione.

References: sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
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 sentenza 
 art. 380
 art. 345
 art. 345
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