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Timestamp: 2019-10-15 20:19:22+00:00

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Il decreto ingiuntivo: cos'è e quando richiederlo
Il decreto ingiuntivo: cos’è e quando richiederlo
15 Gennaio 2019 | Autore: Antonio Turano
Con il decreto ingiuntivo, il creditore in possesso di idonea prova scritta ha la possibilità di farsi restituire quanto dovuto dal debitore.
Può capitare, nella vita quotidiana, che il datore di lavoro non paghi una o più retribuzioni dei dipendenti o che una società non saldi la fattura emessa dal fornitore di merci e materie prime. A volte, il cliente non ne vuole sapere di corrispondere l’onorario per l’incarico svolto dal professionista. Può succedere, ancora, di affidare uno o più beni mobili a qualcuno (in prestito o comodato, in leasing, ecc) e che questi non li restituisca alla scadenza del contratto. Cosa si può fare, in questi casi, per recuperare il dovuto? Nella migliore delle ipotesi, per risolvere la vicenda bastano e-mail e telefonate di sollecito. A volte può servire una richiesta a mezzo raccomandata o PEC, magari con l’aiuto di un avvocato di fiducia. Se la situazione non cambia ed il debitore si dimostra particolarmente ostinato, sarà necessario munirsi di uno strumento più efficace. Ricorrendo i requisiti richiesti dalla legge, infatti, il creditore può rivolgersi al giudice ed ottenere un provvedimento che imponga al debitore di adempiere la sua obbligazione. Ci occuperemo dei passaggi e dei documenti necessari per procurarsi il decreto ingiuntivo: cos’è e quando richiederlo.
1 A cosa serve il decreto ingiuntivo?
2 Condizioni per richiedere il decreto
3 Il ricorso in tribunale
4 Efficacia del decreto ed esecuzione provvisoria
5 Opposizione al decreto ingiuntivo
A cosa serve il decreto ingiuntivo?
Il decreto ingiuntivo è un provvedimento del giudice e contiene l’ordine, rivolto al debitore, di pagare una somma di denaro o restituire dei beni al creditore. Il destinatario del decreto deve eseguire l’ordine entro il termine di 40 giorni dalla notifica [1], altrimenti si procederà con l’esecuzione forzata nei suoi confronti [2].
Per ottenere il decreto ingiuntivo, il creditore si rivolge al tribunale ed avvia un procedimento di tipo speciale, detto “monitorio”, a cognizione sommaria. Questo vuol dire che l’accertamento dei presupposti della richiesta e la valutazione delle prove si svolgono in modo rapido e non approfondito.
A differenza di un normale processo, inoltre, non è prevista la presenza dell’altra parte. Il giudice decide se concedere o meno il decreto ingiuntivo senza ascoltare il debitore, che potrà far valere le proprie ragioni solo in un secondo momento, con l’opposizione.
Con il procedimento per decreto ingiuntivo, il creditore fa accertare il proprio diritto in tribunale, evitando i tempi spesso lunghi del giudizio ordinario. In questo modo, riesce a procurarsi un titolo esecutivo [3] ed ottiene uno strumento di tutela efficace contro il debitore inadempiente.
Condizioni per richiedere il decreto
La richiesta di decreto ingiuntivo può essere presentata da chi vuol farsi restituire una somma di denaro, una cosa mobile ben precisa (es. un auto, beni dati in comodato o in prestito, ma anche dei documenti) o una certa quantità di beni fungibili (es. merci e materie prime, 1 kg di chiodi, 100 scatole di cereali, ecc.) [4].
Nello specifico, se il credito si riferisce ad uno o più beni mobili, questi devono essere ben specificati e descritti o almeno facili da individuare (es. l’armadio antico modello xx, un tavolo di tot larghezza, tot lunghezza, tot altezza, ecc).
Il credito in denaro, invece, deve essere liquido ed esigibile. In tal senso, bisogna indicare con precisione l’ammontare della somma oggetto del debito (es. busta paga di 1.000 €). Il credito è esigibile, invece, quando si può chiedere l’adempimento senza aspettare la scadenza di un termine o il verificarsi di una condizione.
Affinché il giudice ci conceda il decreto, è necessario fornire prova scritta [5]. Possiamo citare:
messaggi Pec o e-mail;
promesse unilaterali (es. promessa di pagamento, ammissione del debito, ecc);
scritture contabili delle imprese soggette a registrazione (es. libro giornale, libro inventari, bilancio, ecc) [6];
scritture private e contratti firmati dal debitore (es. contratto di assunzione);
titoli di credito (cambiali o assegni);
verbale d’assemblea di condominio (es. con l’approvazione del rendiconto o delle quote condominiali).
L’elenco appena fornito non va considerato completo. Nella vita di tutti i giorni potremo imbatterci in tantissimi altri possibili esempi di “prova scritta” in cui si trovi rappresentato e descritto il diritto di credito.
Nel procedimento monitorio, non è possibile utilizzare dei testimoni per confermare il proprio credito, sono ammessi solo atti e documenti.
Il decreto può essere richiesto da professionisti che abbiano svolto il proprio lavoro nel corso di un processo, come avvocati, procuratori, cancellieri, ufficiali giudiziari, consulenti, interpreti, ecc. al fine di recuperare onorari e spese.
Anche i notai e chi esercita una libera professione o arte (es. avvocati, commercialisti, ingegneri, grafici, ecc) possono chiedere al giudice di pronunciare il decreto ingiuntivo per riscuotere un credito di lavoro.
In questi casi, il richiedente deve depositare, insieme alla domanda, anche la parcella sottoscritta ed il parere della propria associazione professionale o ordine. Il parere non è necessario se il compenso e le spese sono stati determinati in base a tariffe obbligatorie.
Il creditore deve presentare la domanda in tribunale sotto forma di ricorso [7], indicando:
il tribunale cui ci si rivolge (es. Tribunale di Roma);
le generalità delle parti (nome, cognome, indirizzo, codice fiscale o partita Iva di creditore e debitore);
l’oggetto (somma di denaro o consegna di beni);
le ragioni a fondamento del ricorso (es. retribuzione da lavoro dipendente, bene non restituito, cambiale non pagata, ecc);
su quali documenti si basa la pretesa;
le conclusioni (ovvero la richiesta di decreto ingiuntivo).
Se la domanda riguarda dei beni fungibili, occorre precisare la somma di denaro che si è disposti ad accettare in sostituzione, qualora non fosse possibile restituire l’esatta quantità o lo stesso tipo di beni.
Il ricorso deve contenere, inoltre, l’indirizzo PEC cui ricevere le comunicazioni e la procura al difensore, con la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio.
Il ricorso ed i documenti vanno depositati nella cancelleria del giudice che sarebbe competente se la domanda fosse presentata col procedimento ordinario [8]. Se il credito non supera € 5.000, ci si deve rivolgere al giudice di pace. Se il valore è superiore, decide il tribunale in composizione monocratica (con un solo giudice).
Per le cause di valore inferiore a € 1.100, si può agire anche da soli, senza avvocato, e presentare la domanda con modalità telematiche (dal sito web del tribunale). Si può sfruttare questa possibilità qualora si possiedano esperienze o competenze in materia giuridica. In caso contrario, è consigliabile rivolgersi ad un legale di fiducia, per evitare errori o sviste che potrebbero compromettere il risultato finale della richiesta.
Per il deposito del ricorso servono una marca da bollo da € 27 ed il pagamento del contributo unificato. L’importo dipende del valore della causa e, rispetto ad una causa ordinaria, nel procedimento d’ingiunzione è ridotto della metà.
Efficacia del decreto ed esecuzione provvisoria
Il giudice prende la sua decisione entro 30 giorni dal deposito del ricorso [9], dopo aver valutato le ragioni esposte e le prove fornite dal richiedente. Qualora ritenga le prove insufficienti, invita il creditore a fornire nuovi documenti.
Se non ricorrono le condizioni di legge (es. credito indicato in modo generico o bene non individuato) oppure se la parte non presenta altre prove come richiesto, la domanda viene rigettata con decreto motivato [10]. In caso contrario, il ricorso è accolto ed il giudice emette il decreto ingiuntivo.
Il decreto, così formato, deve essere portato a conoscenza del debitore. Dal momento della notifica, il citato debitore ha 40 giorni di tempo per adempiere o fare opposizione [11].
Se il destinatario non adempie nel termine indicato, non presenta opposizione o, pur opponendosi, non si costituisce in giudizio, il giudice dichiara esecutivo il provvedimento. Il creditore può così utilizzare il decreto come titolo esecutivo ed intraprendere l’esecuzione forzata.
In ogni caso, il decreto ingiuntivo deve essere notificato entro 60 giorni dalla sua pronuncia [12], altrimenti non è più efficace. Il creditore non perde il suo diritto, tuttavia, per ottenere un altro decreto, dovrà presentare un nuovo ricorso, anche per le stesse ragioni e con le stesse prove.
La legge stabilisce alcune ipotesi nelle quali il decreto, richiesto in base a prove particolari, può acquisire efficacia immediata [13].
Si parla, in tal caso, di “provvisoria esecuzione” del decreto ingiuntivo. Al debitore viene ordinato di pagare o consegnare subito quanto dovuto, mentre il termine di 40 giorni dalla notifica rimane valido solo per poter fare opposizione. Il creditore ha l’opportunità di procedere subito con l’esecuzione, notificando precetto ed atto esecutivo [14].
Su istanza del creditore, il giudice concede la provvisoria esecuzione del decreto:
quando il credito si basa su cambiale, assegno (bancario o circolare), su certificato di borsa o atto ricevuto da notaio o altro pubblico ufficiale (es. ufficiale giudiziario);
quando si dà prova del proprio credito con uno o più atti sottoscritti dallo stesso debitore (es. promessa di pagamento, scrittura privata, adesione alla definizione del debito a saldo e stralcio, ecc);
quando vi sia il pericolo che ritardare oltre l’adempimento possa danneggiare il creditore (es. aspettare troppo potrebbe dare il tempo al debitore di nascondere o liberarsi dei suoi beni e rendere inutile l’esecuzione).
In alcuni casi, la provvisoria esecuzione è riconosciuta automaticamente, anche senza la specifica richiesta di parte. Ad esempio, è subito efficace il decreto richiesto dall’amministratore di condominio che agisce per il recupero delle quote non pagate o dei debiti dello stabile [15]. Lo stesso vale per il recupero di pensioni non dovute da parte dell’Inps [16], per gli affitti arretrati dell’inquilino moroso [17], ecc.
La provvisoria esecuzione viene concessa, con ordinanza, anche nella prima udienza [18] della successiva fase di opposizione:
se l’opposizione del debitore non è fondata su prova scritta o di pronta soluzione [19];
se il richiedente offre una somma di denaro come garanzia, che comprenda l’ammontare credito, oltre spese e danni.
Qualora il debitore, nella sua opposizione, non contesti tutto il credito ma solo una parte, il giudice deve concedere l’esecuzione parziale per la parte non opposta [20].
Come abbiamo visto, nel termine di 40 giorni dalla notifica, il debitore può scegliere di pagare oppure contestare le pretese del creditore.
È possibile presentare opposizione anche dopo la scadenza del termine di 40 giorni, ma il debitore deve dimostrare che notifica irregolare (es. atto ricevuto da un’altra persona, estranea al destinatario), caso fortuito o forza maggiore (es. calamità naturali, incidenti, ecc) [21] gli hanno impedito di venire a sapere del provvedimento.
È bene precisare che il debitore non ha l’obbligo di opporsi. Potrebbe raggiungere un accordo col creditore oppure pagare o consegnare i beni come richiesto e così chiudere la vicenda. D’altro canto, se ritiene che il decreto sia ingiusto o ci siano degli errori, ha diritto di difendersi.
L’opposizione si presenta con atto di citazione [22], da depositare presso lo stesso ufficio giudiziario cui appartiene il giudice che ha emesso il decreto e da notificare all’avvocato o all’indirizzo dichiarato dalla controparte.
Mentre quello monitorio è un procedimento rapido e semplice, l’opposizione si svolge secondo i tempi, le regole ed i passaggi del processo ordinario.
In questa fase, il creditore chiederà senz’altro la conferma del decreto ingiuntivo. Potrebbe essere necessario fornire prove ulteriori dell’esistenza del credito ed esporre le proprie ragioni in modo approfondito (es. indicando gli avvenimenti che hanno portato alla nascita del credito, perché è sorto il rapporto col debitore, ecc).
Il debitore, da parte sua, dovrà dare prova che la richiesta è ingiusta, illegittima o non ha motivi di essere accolta. Potrebbe rilevare, ad esempio, che l’atto è irregolare o incompleto, che il credito è prescritto, che la somma non è dovuta (in tutto o in parte) perché ha già pagato, i beni sono stati riconsegnati in tempo, il debito è stato ceduto e la controparte non è il vero creditore, ecc.
Il debitore non può chiedere la revoca del decreto ma solo che ne sia sospesa l’esecuzione, se ricorrono gravi motivi [23]. Ad esempio, se il debitore è disoccupato o in difficoltà economica, il pagamento richiesto potrebbe seriamente compromettere le sue condizioni di vita; in caso di società, l’azione di esecuzione potrebbe intaccare parte del patrimonio ed ostacolare investimenti ed iniziative sul mercato, ecc.
L’opposizione si chiude con sentenza [24] che rigetta o accoglie, in tutto o in parte, le richieste del debitore.
Se l’opposizione è rigettata (o il processo si estingue, ad es. per rinuncia da parte del creditore), il decreto acquista efficacia esecutiva (se non era stata concessa in precedenza). Se l’opposizione viene accolta, il giudice revoca il decreto ingiuntivo. Se l’opposizione è accolta solo in parte, la sentenza sostituisce il decreto ingiuntivo e gli atti già compiuti restano efficaci, ma solo per la parte del credito confermata.
[1] Art. 641 co. 1 cod. proc. civ.
[2] L’esecuzione forzata è un procedimento che consente a chi è creditore e possiede un titolo esecutivo – come il decreto ingiuntivo non soddisfatto – di ottenere l’adempimento dell’obbligazione non ancora eseguita. Il creditore si rivolge al tribunale per costringere il debitore, a seconda dei casi, ad eseguire un certa attività, a consegnare uno o più beni determinati, a pagare una somma di denaro, ecc; sarà possibile anche procedere alla vendita dei beni (mobili o immobili) del debitore, al fine di reperire i soldi necessari a coprire il credito dovuto e le spese di procedura.
[3] Il titolo esecutivo è un documento che contiene l’accertamento dell’esistenza e dell’entità di un diritto di credito. Questo atto permette a chi è creditore di iniziare l’esecuzione forzata nei confronti di chi è debitore, imponendogli di saldare il debito o pignorando i suoi beni. Esempi di titoli esecutivi sono: la sentenza di condanna, il decreto ingiuntivo, l’ordinanza di convalida di sfratto, ecc. Nello specifico, si tratta di titoli esecutivi detti “giudiziali”, poiché risultanti dall’attività svolta in tribunale. Esistono anche titoli formati fuori dal processo e detti perciò “stragiudiziali”, ad esempio i titoli di credito come cambiale ed assegno, muniti della “formula esecutiva”, apposta da cancelliere, notaio o altro pubblico ufficiale.
[4] Si dicono fungibili tutti quei beni che possono essere sostituiti con altri dello stesso tipo senza che questo comporti alcuna differenza. L’esempio più classico è rappresentato del denaro: se hai prestato 50 € a qualcuno, t’interessa ricevere indietro quella cifra e non esattamente la stessa banconota.
[5] Art 634 cod. proc. civ.
[6] Le scritture contabili devono essere regolarmente tenute, bollate e vidimate secondo la legge.
[7] Art. 638 cod. proc. civ.
[8] Art. 637 cod. proc. civ. Il foro generale delle persone fisiche è quello del luogo in cui si trova la residenza, il domicilio o la dimora del debitore; per le persone giuridiche, invece, il luogo dove si trova la sede o uno stabilimento o il rappresentante autorizzato a stare in giudizio. Poi ci sono alcuni fori speciali, per particolari controversie. Ad esempio, se il debito riguarda un’obbligazione, ci si rivolge al giudice del luogo in cui è sorta o in cui va eseguita; per gli oneri condominiali, si fa riferimento al giudice in cui si trova il condominio; quando l’inadempimento deriva da un contratto, la domanda si presenta al foro eventualmente scelto dalle parti. Per recuperare una o più buste paga ed in materia di previdenza (es. per la pensione di vecchiaia o d’invalidità), ci si deve rivolgere al giudice del lavoro; per le parcelle di avvocati e notai, è competente il giudice del luogo in cui ha sede il consiglio dell’ordine o il consiglio notarile.
[9] Art. 641 comma 1 cod. proc. civ.
[10] Il decreto di rigetto non è impugnabile, nemmeno in Cassazione. Questo, tuttavia, non impedisce al richiedente di presentare nuovamente domanda, per lo stesso credito, ma in modo corretto.
[11] Art. 641 co. 2 cod. proc. civ. Il termine ordinario di 40 giorni può essere ridotto a 10 giorni o aumentato fino a 60 giorni, qualora ricorrano giustificati motivi, che la parte richiedente indica nel ricorso. Ad esempio, se il debitore comincia a disfarsi di tutti i suoi beni, il creditore ha necessità di agire in fretta, altrimenti rischia di non trovare nulla per saldare il proprio credito. Se il debitore è residente in uno dei Paesi dell’Unione Europea, il termine è di 50 giorni (ma può essere ridotto a 20); se risiede in un altro Stato, il termine è di 60 giorni (ma deve essere sempre compreso tra 30 e 120 giorni).
[12] Art. 644 cod. proc. civ.
[13] Art. 642 cod. proc. civ.
[14] Il precetto è l’atto che anticipa l’esecuzione forzata vera e propria. Prima di poter procedere con il pignoramento nei confronti del debitore, il creditore deve notificargli un documento – il precetto, appunto – che indichi il titolo in base al quale si agisce (es. sentenza, decreto ingiuntivo esecutivo, cambiale, ecc) e l’invito a pagare quanto dovuto entro 10 giorni dal ricevimento, altrimenti inizierà l’esecuzione (mobiliare, immobiliare, presso terzi). Il precetto deve essere notificato successivamente oppure insieme al titolo esecutivo.
[15] Art. 63 co. 1 disp. att. cod. civ.
[16] L. n. 11/1986
[17] Art. 664 co. 3 cod. proc. civ.
[18] Art. 648 cod. proc. civ.
[19] La prova di pronta soluzione è quella che può essere acquisita direttamente in udienza, perché ad esempio basata su fatti conosciuti o su fatti non contestati tra le parti, e non ha bisogno di ulteriori accertamenti in fase istruttoria.
[20] In precedenza, il giudice aveva la possibilità di valutare se concedere o meno l’esecuzione parziale relativamente alle somme non contestate dall’opponente. Con la modifica introdotta dal D.l. 59/2016, invece, il potere discrezionale viene meno ed il giudice è obbligato a dichiarare la parziale esecutività di tali importi, a meno che l’opposizione non sia proposta per vizi attinenti alla procedura.
[21] Per caso fortuito s’intende un avvenimento improvviso ed indipendente dalla propria volontà che determina una certa azione o condotta. La forza maggiore, invece, è quella forza esterna inarrestabile, cui non è possibile opporsi.
[22] Art. 645 cod. proc. civ.
[23] Art. 649 cod. proc. civ.
[24] Trattandosi di un giudizio ordinario, la sentenza che chiude l’opposizione è soggetta ai mezzi d’impugnazione del processo di cognizione: ricorso in appello, revocazione, opposizione di terzo.

References: sentenza 
 sentenza 
 Art. 641
 sentenza 
 Art. 638
 Art. 637
 Art. 641
 Art. 641
 Art. 644
 Art. 642
 Art. 63
 Art. 664
 Art. 648
 Art. 645
 Art. 649
 sentenza