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Processo, condanna e morte di Giordano Bruno: sintesi dei documenti | Ipse Dixit
Pubblicato da: luigivassallo | 16 febbraio 2010
Processo, condanna e morte di Giordano Bruno: sintesi dei documenti
Ricordando il 17 febbraio 1600
La denuncia a Venezia
Giordano Bruno viene denunciato all’Inquisitore di Venezia il 23 maggio 1592 da Giovanni Mocenigo che l’ospitava in casa sua. Di cosa lo accusa Mocenigo? Di aver detto, tra le altre cose:
– che è bestemia grande quella dei cattolici il dire che il pane si transustanzii in Carne;
– di essere nemico della Messa;
– che niuna religione gi piace;
– che non vi è distinzione in Dio di persone, e che questo sarebbe imperfezion in Dio;
– che il mondo è eterno, e che sono infiniti mondi, e che Dio ne fa infiniti continuamente;
– che Cristo faceva miracoli apparenti e ch’era un mago;
– che Cristo mostrò di morir mal volentieri;
– che le anime create per opera della natura passano d’un animale in un altro;
– che la Vergine non può aver parturito;
– che la nostra fede cattolica è piena tutta di bestemie contra la maestà di Dio;
– che bisognerebbe levar la disputa e le entrate alli frati perché imbratano il mondo;
– che il non fare ad altri quello che non vorressimo che fosse fatto a noi basta per ben vivere;
– che se n’aride di tutti gli altri peccati;
– che San Tomaso e tutti li dottori non hanno saputo niente a par di lui;
– di aver avuto altre volte in Roma querelle a l’inquisizione di cento e trenta articuli, e che se ne fugì mentre era presentato, perché fu imputato d’aver gettato in Tevere chi l’ccusò.
Mocenigo aggiungeva nella sua denuncia che cose simili avrebbero potuto confermare il libraio Ciotto e il libraio Bertano, il qual Bertano mi ha parlato particolarmente di lui, e mi disse ch’era nemico di Cristo e della nostra fede, e che gli aveva sentito a dire di gran eresie.
In altre due denunce, del 25 e 29 maggio dello stesso anno, Mocenigo si preoccupò di far capire che si era reso conto della “malvagità” di Bruno solo dopo averlo ospitato in casa e che, quando se ne era reso conto, era subito corso a denunciarlo.
I due librai, citati da Mocenigo, non ne confermarono le accuse. Ciotto (Giovan Battista Ciotti) dichiarò che, recatosi a Francoforte (alla fiera di Pasqua), aveva ricevuto da Mocenigo l’incarico di indagare se Bruno, che aveva insegnato e scritto lì, era persona affidabile circa la sua promessa di insegnargli l’arte della memoria e che a Francoforte aveva sentito dire che sì, Bruno faceva ben professione de memoria e d’aver altri secreti simili, ma che non s’era mai visto ch’egli avesse fatto opera con alcuno e che, inoltre, a Francoforte è tenuto per omo che non abbi alcuna religione. Quanto a Bertano (il libraio Giacomo Brictano) dichiarò Con meco il detto Giordano non ha detto, né mi son accorto de cosa alcuna che non sia da cristiano.
Interrogato più volte, Bruno fornì particolari sulla sua vita e su alcune sue opere, badando a sostenere che ove sue affermazioni potessero apparire eretiche e in contrasto con la retta religione, queste dovevano essere intese come formulate sul piano filosofico (dove, peraltro, egli riprendeva tesi di altri filosofi) e non sul piano della fede (nei riguardi del quale egli era “allineato” con gli insegnamenti della Chiesa). Anzi aggiunse: Può esser che io in tanto corso di tempo abbi ancor errato e deviato dalla Santa Chiesa in altre maniere di quelle che ho esposto (…) Ho confessato e confesso ora li errori mie prontamente, e son qui nelle mani delle SS.VV.ill.me per ricever remedio alla mia salute (…) Domando umilmente perdono a S.r Dio ed alle SS.VV.ill.me de tutti li errori da me commessi; e son qui pronto per ossequiare quanto dalla loro prudenzia sarà deliberato e si giudicarà espediente all’anima mia.
Processo e condanna a Roma
A Venezia non si trovano elementi certi per accusare di eresia Bruno, ma il suo caso viene intanto seguito dall’Inquisizione Romana che cerca di spostarne il processo da Venezia a Roma e ci riesce solo dopo un lungo braccio di ferro con le autorità veneziane, che si oppongono alla richiesta se non altro per rivendicare la propria autonomia. Il 27 febbraio 1593 Bruno viene rinchiuso a Roma nel Palazzo del Sant’Uffizio. Ha inizio un processo che si trascina per otto anni, non riuscendo gli accusatori a provare con facilità le loro accuse, anche perché non sono in possesso di tutti gli scritti di Giordano Bruno pubblicati in diversi Paesi europei.
Delle singole tappe del processo non si hanno documenti diretti, ma possono essere ricostruite dalla sentenza finale, datata 8 febbraio 1600.
La sentenza ricorda a fra’ Giordano
che era stato denunziato nel S.to Offizio di Venezia già otto anni sono: Che tu avevi detto ch’era biastiema grande il dire che il pane si transustanzii in carne etc.;
che otto proposizioni gli erano state presentate il 18 gennaio 1599 nella Congregazione dei Sig.ri Prelati nel Sant’Offizio e che gli erano stati assegnati sei giorni perché decidesse se abiurarle o meno;
che il 25 gennaio 1599 egli aveva risposto di essere pronto ad abiurare quelle proposizioni se la Sede Apostolica e la Santità di Nostro Signore (= il Papa) avevano dette proposizioni come definitivamente eretiche, o che Sua Santità le conoscesse per tali o per il Spirito Santo le diffinisca per tali;
che nella stessa occasione aveva consegnato una scrittura indirizzata a Sua Santità ed a noi, quale (come dicesti) concerneva la tua deffensione;
che il 4 febbraio 1599 fu deciso che gli si proponessero di nuovo quelle proposizioni (cosa che fu fatta il 15 febbraio) e che, riconoscendole per eretiche e volendole abiurare, tu dovessi essere ricevuto a penitenza, altrimenti, che te si prefiggesse il termine di 40 giorni a pentirti;
che egli aveva dichiarato di riconoscere dette otto proposizioni per eretiche ed essere pronto per detestarle ed abiurarle in loco e tempo che piacerà al S.to Offizio, e non solo le dette otto proposizioni, ma anco che eri apparecchiato a fare ogni obedenzia circa l’altre che ti erano apposte;
che poi, però, aveva consegnato altre scritture (…) dirette alla Santità di N.o Sig.re ed a Noi, dalle quali apparisce manifestamente che perseveravi pertinacemente negli sudetti errori, sicché il 10 settembre 1599 gli si fissò un termine di 40 giorni per pentirsi, doppo il quale si saria proceduto contra di te, come ordinano e commandano li sacri Canoni;
che – continuando Bruno nella sua ostinazione – gli furono mandati i padri Ippolito Maria Beccaria e Paolo Isaresio della Mirandola, l’uno Generale, l’altro procuratore dell’ordine di detta tua religione(= dell’ordine dei domenicani di cui aveva fatto parte Bruno), acciò ti ammonissero e persuadessero a riconoscere questi tuoi gravissimi errori e eresie;
che però Bruno aveva sempre perseverato pertinacemente ed ostinatamente nelle sue oppinioni erronee ed eretiche.
Per il che essendo stato visto e considerato il processo contra di te formato e le confessioni delle tuoi errori ed eresie con pertinacia ed ostinazione, benché tu neghi essere tali, tutte le altre cose da vedersi et considerarsi: proposta prima la tua causa nella Congregazione nostra generale, fatta avanti la Santità di N. Signore sotto il dì 20 di Gennaro prossimo passato, e quella votata e resoluta, siamo venuti all’infrascritta sentenzia.
Nella sentenza, dunque, dopo l’invocazione del nome di Nostro Signore Gesù Cristo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria, i Cardinali Inquisitori concludono: dicemo, pronunziamo, sentenziamo e dichiaramo te fra Giordano Bruno predetto essere eretico impenitente pertinace ed ostinato, e perciò essere incorso in tutte le censure ecclesiastiche e pene dalli sacri canoni, leggi e costituzioni così generali come particolari a tali eretici confessi, impenitenti, pertinaci ed ostinati imposte.
Conseguentemente, Bruno deve esser degradato (..) da tutti gli ordini ecclesiastici maggiori e minori nelli quali sei costituito; deve essere scacciato dal foro nostro ecclesiastico e dalla nostra santa ed immaculata Chiesa, della cui misericordia ti sei reso indegno; deve essere consegnato alla Corte secolare, sì come ti rilasciamo alla Corte di voi Mons. Governatore di Roma qui presente, per punirti delle debite pene.
E qui il linguaggio “burocratico” della sentenza finisce con l’apparire ipocrita, perché Bruno viene consegnato al braccio secolare per la sua condanna a morte e questo gesto viene accompagnato dalla formula pregandolo (= il Governatore di Roma) però efficacemente che voglia mitigare il rigore delle leggi circa la pena della tua persona, che sia senza pericolo di morte o mutilazione di membro.
All’esclusione di Bruno dall’ordine domenicano e dalla Chiesa e alla sua condanna a morte (mascherata sotto un formula ipocrita) si aggiunge la condanna dei suoi scritti: Di più condanniamo, riprohamo e proibemo tutti gli sopradetti ed altri tuoi libri e scritti, come eretici ed erronei e continenti molte eresie ed errori, ordinando che tutti quelli che sin ora si son avuti, e per l’avvenire verranno in mano del S.to Officio, siano pubblicamente guasti ed abbrugiati nella piazza di S. Pietro, avanti le scale, e come tali che siano posti nell’Indice de libri proibiti, sì come ordiniamo che si facci.
La sentenza è firmata dai Cardinales generales Inquistores, tra i quali spicca il nome di Roberto Bellarmino, lo stesso che qualche anno dopo processerà Galilei e che nel 1930 avrebbe avuto da papa Pio XI la triplice glorificazione di beato, di santo e di dottore della Chiesa.
Il rifiuto di Bruno di pentirsi
Un verbale della Congregazione dell’Uffizio della Santa Romana e Universale Inquisizione attesta che alla data del 21 dicembre 1599, Giordano Bruno, visitato in carcere, dichiarava quod non debet nec vult rescipiscere, et non habet quid recsipiscat nec habet materiam rescipiscendi, et nescit super quod debet rescipisci (che non deve né vuole pentirsi e non ha di che pentirsi né ha materia di pentimento, e non sa di che cosa debba pentirsi).
Avviso di Roma del 12 febbraio 1600
L’avviso (cioè la comunicazione pubblica al popolo di Roma)del 12 febbraio 1600 lamenta la mancata esecuzione, attesa per quel giorno, di un domenichino da Nola, eretico ostinatissimo (…) Questo frate dicono sia stato due anni a Genevra; poi passò a legere nello Studio di Tolosa, e di poi in Lione, e di là in Inghilterra, dove dicono non piacessono punto le sue opinioni; e però se ne passò in Norimbergh, e di là venendosene in Italia, fu acchiappato; e dicono in Germania abbia più volte disputato col Card. Bellarmino. Ed insomma il meschino, s’Iddio noll’aiuta, vuol morire obstinato ed essere abbruciato vivo.
Giornale dell’Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato in Roma
Alle date del 16 e 17 febbraio 1600 risulta registrato l’impegno della Compagnia a seguire l’esecuzione di Giordano, del q. (= quondam, cioè fu) Giovanni Bruni frate apostata da Nola di Regno (cioè del Regno di Napoli), eretico impenitente (…) E tanto perseverò nella sua ostinazione che da ministri di giustizia fu condotto in Campo di fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu bruciato vivo.
Avvisi di Roma del 19 febbraio 1600
Giovedì fu abbrugiato vivo in Campo di Fiore quel frate di S. Domenico, di Nola, eretico pertinace, con la lingua in giova, per le bruttissime parole che diceva, senza voler ascoltare né confortatori né altri. La “lingua in giova” era una pena inflitta ai bestemmiatori e consisteva in un chiodo ricurvo ficcato nella lingua.
Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbruggiato vivo quello scelerato frate domenichino di Nola (…) eretico ostinatissimo, ed avendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, ed in particolare contro la SS. Vergine ed i Santi, volse ostinatamente morire in quelli lo scelerato; e diceva che moriva martire e volentieri, e che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma ora egli se ne avede se diceva la verità.
Lettera di Kaspar Schopp
In data 17 febbraio 1600 Kaspar Schopp, scrivendo all’amico Conrad Rittershausen, dà notizia dell’esecuzione di Giordano Bruno, dopo averne sinteticamente raccontato la vita e le eresie e la condanna definitiva da parte del Sant’Uffizio dell’Inquisizione:
(…) fuit Brunus ille in locum Inquisitionis introductus; ibique genibus flexis sententiam contra se pronunciari audiit (…) Haec cum ita essent peracta, nihil ille respondit aliud, nisi minabundus: Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam (…) Hodie igitur ad rogume sive piram deductus, cum Salvatoris crucifixi imago ei morituro ostenderetur, torvo eam vultu aspernatus reiecit; sicque ustulatus misere periit, renunciaturus, credo, in reliquis illis, quos finxit, mundis, quonam pacto homines blasphemi et impii a Romanis tractari soleant. Hic itaque, mi Rittershusi, modus est, quo contra homines, imo monstra huiusmodi a nobis procedi solet.
TRADUZIONE (…) fu introdotto quel Bruno nel palazzo dell’Inquisizione, e lì ascoltò in ginocchi la sentenza contro di lui (…) Compiuto ciò, non rispose nient’altro se non, con tono minaccioso, “Forse voi pronunciate la sentenza contro di me con più paura di quanta io ne abbia nel riceverla (…) Oggi dunque condotto al rogo o pira, poiché a lui che stava per morire veniva mostrata un’immagine del Salvatore crocifisso, fissandola con volto torvo la respinse; e così morì bruciato miseramente, per andare a riferire, credo, in quegli altri mondi che s’era immaginato come i Romani siano soliti trattare gli uomini blasfemi ed empi. Qui e così, mio Rittershausen, è il modo con cui si suole procedere da parte nostra (= da noi cattolici) contro uomini, anzi contro mostri di questa specie
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By: Elio Ria | Giordano Bruno, il domenicano arso vivo on 25 febbraio 2012

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