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Timestamp: 2017-06-27 14:19:02+00:00

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Gruppo d'Intervento Giuridico o.n.l.u.s. » Ulteriori sentenze del T.A.R. Sardegna sul piano paesaggistico regionale.
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Gruppo d'Intervento Giuridico	Ieri 13 novembre sono state depositate tre sentenze (n. 2048 del 12 novembre 2007, n. 2049 del 12 novembre 2007, n. 2050 del 12 novembre 2007) da parte del T.A.R. Sardegna relativamente ad altrettanti ricorsi di Privati relativi all’edificabilità delle aree agricole: vengono a cadere le prescrizioni dell’art. 83 delle norme tecniche di attuazione del piano paesaggistico regionale – P.P.R. concernenti la presenza, a regime, della superficie minima (5 ettari per le colture intensive e 10 ettari per quelle estensive) per consentire la realizzazione di strutture a servizio della coltivazione del fondo. Tuttavia, il T.A.R. Sardegna riconosce e conferma le competenze della Giunta regionale riguardo alla predisposizione di norme che incidano anche sulle competenze urbanistiche comunali per perseguire gli obiettivi di tutela, salvaguardia e valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente. Lo scorso 31 ottobre sono state depositate altre cinque sentenze da parte del T.A.R. Sardegna relative ad altrettanti ricorsi avverso il piano paesaggistico regionale – P.P.R. Quattro (n. 2010 del 31 ottobre 2007, n. 2011 del 31 ottobre 2007, n. 2012 del 31 ottobre 2007, n. 2013 del 31 ottobre 2007) riguardo interventi immobiliari nei Comuni di Golfo Aranci e Santa Teresa di Gallura, comportanti l’annullamento della procedura dell’intesa Regione – Provincia – Comune (art. 15, comma 4°, delle norme tecniche di attuazione del P.P.R.) per i Comuni dotati di piano urbanistico comunale – P.U.C. vigente alla data di entrata in vigore del P.P.R. Un’altra sentenza annulla, su ricorso di Imprese interessate, il divieto generalizzato della cartellonistica pubblicitaria (sentenza n. 2014 del 31 ottobre 2007) lungo la viabilità regionale (art. 110 delle norme tecniche di attuazione del P.P.R.).
In precedenza, la sentenza T.A.R. Sardegna, sez. II, 8 ottobre 2007, n. 1810 sul ricorso n. 969/2006 presentato dai Comuni di Arborea e di Marrubiu, aveva evidenziato due aspetti fondamentali: la Confindustria non appare legittimata a proporre ricorso in quanto non può vantare alcun interesse leso, la competenza per l’approvazione del P.P.R. permane in capo alla Giunta regionale. Com’è noto, le associazioni ecologiste Amici della Terra, Lega per l’Abolizione della Caccia e Gruppo d’Intervento Giuridico sono intervenute ad opponendum davanti al T.A.R. a sostegno delle ragioni di salvaguardia ambientale presenti nel P.P.R. grazie al prezioso operato degli avvocati Carlo Augusto Melis Costa e Guendalina Garau. Uno dei punti critici negativi evidenziati è stata proprio la procedura dell’intesa. Nei prossimi mesi vi saranno le ulteriori udienze, fra cui, il 13 dicembre prossimo, quella relativa al ricorso n. 1019/2006 dei Comuni di Castelsardo, Valledoria, Bosa, Tempio Pausania, Gairo e delle società immobiliari Set s.r.l. e Vibrobeton s.r.l. dove siamo controinteressati, sempre presso la II Sezione (presidente Lucia Tosti, relatore Marco Lensi, componente Rosa Panunzio).
da La Nuova Sardegna, 14 novembre 2007 Illegittimi i vincoli ai fabbricati annessi alle aziende e il divieto di edificare in collina. Piano paesistico, il Tar cancella il lotto minimo. Secondo i giudici agli agricoltori non si può imporre un limite per coltivare e costruire. I magistrati hanno bocciato le norme attuative che bloccano l’edilizia in campagna. CAGLIARI. Con un colpo di spugna il Tar Sardegna annulla la disposizione del Piano paesaggistico regionale che ha bloccato le coltivazioni estensive sui lotti inferiori ai cinque ettari e l’attività intensiva su quelli che non raggiungono i dieci ettari. Delle imposizioni contenute nelle norme di attuazione del Piano, con tre sentenze i giudici amministrativi cassano anche i vincoli agli edifici annessi alle aziende agricole, le cui dimensioni dovevano essere rapportate alla superficie agricola. Gli agricoltori, inoltre, hanno il diritto di realizzare costruzioni in collina. Illegittimo imporre il limite di cinque ettari all’esercizio dell’attività estensiva. Illegittimo "dimensionare" le abitazioni annesse alle aziende agricole in base alla superficie posseduta. Illegittima, infine, quella parte del Piano paesaggistico regionale che vieta di edificare su colline o alture del fondo, con materiali che non siano "adeguati alle preesistenze tradizionali della regione storica in cui l’intervento ricade". Pur riconoscendo la competenza della Giunta ad adottare il Ppr, i giudici amministrativi bocciano quel passaggio delle norme attuative del Piano paesaggistico che aveva congelato la vitalità edilizia negli agri dell’Isola. Con tre sentenze depositate dalla seconda sezione, va via parte dell’articolo 83 delle Norme tecniche di attuazione del Ppr. In particolare, è risultato «del tutto priva di una ragione giustificatrice» l’obbligo di avere un lotto minimo di cinque ettari per l’esercizio dell’attività di carattere estensivo, dieci per quello intensivo, e quello che rapporta la superficie dell’opera da realizzare – magari una casa annessa all’azienda – al numero di ettari posseduti. «Riferimenti incongrui e inconferenti». E lo snodo fondamentale di questo principio sta nel comma 6 dell’articolo contestato sull’obbligo per i Comuni di inserire le "prescrizioni" negli strumenti urbanistici. Per la seconda sezione (presidente Lucia Tosti, consigliere Rosa Panunzio, consigliere estensore Grazia Flaim) la disposizione «è insanabile contraddizione con la riconosciuta natura di temporanea norma di salvaguardia. Imporre a regime le restrizioni all’edificabilità appare ingiustificato». Fuori dal linguaggio giuridico: se le norme di attuazione non sono definitive, perché possono imporre prescrizioni che diverranno, queste sì, permanenti ? È questo il cuore delle motivazioni con le quali il Tribunale amministrativo ha accolto il ricorso di tre privati (difesi dall’avvocato Pietro Corda) che si erano visti rifiutare dal comune di Golfo Aranci concessioni per ampliare la propria azienda agricola. Sullo sfondo di questa delegittimazione, molto importante per l’impatto che avrà sul territorio, per la prima volta i giudici amministrativi – sottolinea il difensore della Regione Gian Piero Contu – vagliano il Piano quasi nella sua interezza, e respingono le altre venti censure mosse dai ricorrenti. Nel ribadire la competenza della Giunta (l’avevano già fatto con l’ultima sentenza del 31 ottobre), i magistrati di piazza del Carmine citano la Costituzione: «La Regione può sottoporre a "specifica normativa d’uso" il territorio, dando la possibilità di indirizzare "le linee di sviluppo urbanistico ed edilizio" e di dettare "prescrizioni specifiche e prescrizioni ordinate al recupero e alla riqualificazione" e quindi di incidere sulle prerogative dei comuni titolari della gestione del territorio, purché il fine sia quello della tutela o valorizzazione del paesaggio». Il presidente della Regione Renato Soru e l’assessore dell’Urbanistica, Gian Valerio Sanna, hanno convocato una conferenza stampa per domani, alle 11,30, all’assessorato degli Enti Locali in viale Trieste. Ma Sanna anticipa alle agenzie di stampa: «Secondo i giudici, il Ppr ha svolto una attenta ricognizione territoriale della Sardegna in maniera accurata e specifica come mai prima era stato fatto».
da La Nuova Sardegna, 16 novembre 2007
Sanna: «Sul Ppr nessun colpo dal Tar». L’assessore rilegge l’ultima sentenza: «Solo rilievi e una censura marginale». Accolte tre istanze presentate da privati a Golfo Aranci Entro questo mese pronto lo schema per le zone rurali. Alfredo Franchini
CAGLIARI. «Il nostro obbligo non è regolare la vita politica ma il rispetto della verità dei fatti». Lo dice l’assessore all’Urbanistica, Gian Valerio Sanna, per giustificare il motivo della seconda conferenza stampa sull’ultima sentenza del Tar che, secondo la Regione, ha mosso rilievi marginali dando invece forza al lavoro della giunta. Così Sanna fa quasi una lettura pubblica delle 50 pagine scritte dai giudici del Tar. Non è un problema da affrontare con tesi precostituite per gli scontri tra le parti, è la tesi dell’assessore, perché il Ppr è una «pietra miliare». E allora, dalla lettura delle tre diverse sentenze, (numeri 2048, 2049 e 2050), viene fuori che la Regione ha il potere di approvare il piano paesaggistico regionale in base alle normativa nazionale e che i Comuni sono soggetti alle norme transitorie di tutela, in quanto sovraordinate. Nell’ultimo caso, la sentenza di martedì scorso, i giudici del Tar dell’isola dovevano decidere su 21 richieste di censure, «e, se fosse stata una partita», afferma Sanna, «potremmo dire che si è conclusa 20 a 1 a favore del Piano paesaggistico». L’assessore all’Urbanistica vuole scacciare i «corvi» – così li definisce – che si aggirano periodicamente sull’argomento e spiega che non ci sarà alcuna cancellazione dal Piano nemmeno del «lotto minimo» per la realizzazione di strutture residenziali o annesse in campagna. C’è stata solo una precisazione giuridica sull’ambito di applicazione del comma 6 dell’articolo 83, cassato dai giudici della seconda sezione del Tar della Sardegna nelle tre sentenze del 12 novembre scorso relative ai ricorsi di tre privati di Golfo Aranci. «I giudici ci dicono che la norma può essere applicata solo come transitoria e solo negli ambiti costieri e nei centri storici, inseriti nel Ppr approvato, e non come prescrizione diretta», ha spiegato l’assessore all’Urbanistica. Il paradosso è che per i tre vincitori dei ricorsi presentati, non cambierà nulla: la norma contestata deve essere comunque applicata perché Golfo Aranci è un comune costiero». Ma non è tutto: l’assessore Sanna ha annunciato che entro questo mese sarà predisposto lo schema della seconda parte del Ppr riguardante le zone rurali: gli ambiti passeranno da 27 a 51 e quella parte di norma cassata dai giudici potrebbe essere nuovamente applicabile in toto anche per i comuni dell’interno. Sanna ritorna poi sulla questione dell’Intesa che, «secondo i giudici, se correttamente condotta, non lede le prerogative dei Comuni e risulta una forma consentita nell’ambito dei poteri della Regione». L’esponente della giunta assicura che «farà tesoro dei rilievi dei magistrati del Tar perché il loro è il giudizio di un lavoro non politico. Noi stiamo mettendo a disposizione dei sardi un patrimonio giuridico». Perché, questo è un altro punto importante: le regole ci sono e valgono per tutti a dispetto dei colori politici. «Ho sentito qualche giorno fa alcuni pseudo economisti sostenere che il territorio deve regolare i mercati ed essere al servizio delle crisi. Ma nemmeno nel 1800… E allora facciamo chiarezza: tutti dicono di essere per la tutela del territorio però ci dicano che cosa farebbero al posto nostro. Se una cosa va male bisogna sempre dire quali sono le alternative». E di fronte agli attacchi del Centrodestra, l’assessore ricorda che «le scelte fatte dalla Regione sono molto apprezzate a livello nazionale». Si torna a parlare del prossimo referendum sulla legge «salvacoste» dalla quale è scaturito il Ppr: «Aspetto il discernimento giuridico degli avvocati di Pili», commenta l’assessore, «così sono questioni senza fondamento». (L’esponente di Forza Italia sostiene che, con la caduta della legge regionale numero 8, non si potrà realizzare il piano delle zone interne). In altre occasioni, Sanna aveva spiegato poi che non cambierebbe niente anche se il referendum avesse un esito positivo. Ora aggiunge: «Rappresenta un fatto simbolico e politico, di una campagna elettorale che comincia da lontano». In definitiva l’assessore sostiene che le diverse sentenze del Tar non hanno fatto crollare alcun pilastro del piano per il quale ci saranno solo piccole variazioni. Tutto si gioca, insomma, sul piano politico e per questo Sanna si richiama alla società civile: «Se i cittadini avranno gli strumenti per giudicare non ci saranno problemi perché questo piano ha una grande valenza culturale. E solo per questo vale la pena di combattere il referendum».
da L’Altravoce (www.altravoce.net), 16 novembre 2007.
Venti contestazioni respinte, una accolta. «Il Tar promuove ancora il Ppr. Sanna: quale tutela vuole il centrodestra? Nessuno scossone, nessun attacco al piano paesaggistico regionale. Anzi: le ultimissime sentenze del Tar – relative ai ricorsi di tre privati di Golfo Aranci – non fanno altro che rafforzarne ulteriormente l’impianto. Per la seconda volta nel giro di qualche settimana, l’assessore all’urbanistica Gianvalerio Sanna si trova a commentare le decisioni dei giudici della seconda sezione del Tribunale amministrativo di Cagliari: e per la seconda volta chiede «il rispetto della verità sostanziale» per un pronunciamento «che è imparziale e non politico». Cioè: non viene cancellato il "lotto minimo" per la realizzazione di strutture residenziali o annesse in campagna, ma si censura il comma 6 dell’articolo 83 per una «precisazione giuridica sull’ambito di applicazione». È l’unico passaggio a vuoto nelle 52 pagine del dispositivo con cui i giudici, sottolinea l’esponente della Giunta, riconoscono di nuovo il «patrimonio giuridico legale corretto», messo in campo dalla Regione: «Commisurato ai nostri poteri e susseguente al mandato del Governo su questo tema». Il ragionamento di Sanna è semplice. I giudici puntualizzano un passaggio che, riconosce l’assessore, è una contraddizione logica: «Ci dicono che la norma può essere applicata solo come transitoria e solo negli ambiti costieri e nei centri storici, inseriti nella parte di Ppr approvato, e non come prescrizione diretta». Ma nei casi singoli esaminati «la norma contestata deve essere applicata perché Golfo Aranci è un comune costiero: quindi, di fatto, non cambia nulla». In sostanza, il ricorso specifico contro la Regione non inficia minimamente la tenuta del piano: tanto che gli stessi giudici, parole testuali a pagina 12 del dispositivo, riconoscono «la oggettiva dimostrazione dello svolgimento di uno studio approfondito e dettagliato del territorio sardo mai in precedenza condotto con tanta accuratezza e specificità». Significa, per l’assessore, che le sentenze riconoscono «anche le capacità e la preparazione dell’Ufficio tecnico regionale». E in attesa dei prossimi pronunciamenti – riguarderanno anche il ricorso del Comune di Cagliari – previsti per febbraio, la Giunta va avanti: «Entro il mese approveremo la seconda parte del piano». Tutto perché, proprio per quanto sottolineato dal Tar e non nonostante, «diventa sempre più impossibile attaccarlo». Sanna durante la conferenza stampa legge una delle sentenze depositate tre giorni fa: un richiamo a quella «verità sostanziale dei fatti» che è un obbligo tanto per l’amministrazione regionale quanto per gli organi di informazione, «indicata dalla Carta dei doveri dei giornalisti». Però comunicarla all’esterno non è semplice. Allora serve una metafora calcistica facile facile: nel ricorso presentato c’erano 21 richieste di censura, «ma la partita si è conclusa 20 a 1 per il piano paesaggistico. Il comma 6 – «l’unico cassato dai giudici: lo cancelleremo» – rappresenta «il goal della bandiera» dei proponenti. Sulla questione della prevalenza della pianificazione paesaggistica su quella urbanistica comunale, espressamente prevista dall’articolo 132 del Codice Urbani, i giudici del Tar hanno invece indicato come «migliorativa» la modifica dell’articolo 83. Soprattutto per quanto riguarda lo strumento dell’intesa: «Se correttamente condotta, non lede le prerogative dei Comuni perché costituisce, in linea generale, una forma consentita di esercizio dei poteri spettanti alla Regione in materia di tutela del paesaggio». Di più: «Il ruolo degli enti locali è tutt’altro che irrilevante», ribadisce Sanna, «ed è in posizione attiva: spetta a loro applicare, discutere o confutare gli indirizzi e i progetti». Una conferma «non richiesta» – ma si capisce gradita – «contro i corvi neri che preconizzavano la caduta dello strumento dopo la censura del comma 4 dell’articolo 15», nelle precedenti sentenze depositate. «Nel centrodestra» è la risposta al comitato Pro Territorio che oggi sarà in piazza a Cagliari per "Sa die noa de sa Sardigna", «devono tenersi stretti a vicenda e fare gazzosa qua e là per la debolezza delle idee. Serve l’alternativa concreta e non la vaghezza: non ci vengano a dire "siamo tutti per la tutela", ma ci dicano piuttosto come la si vuole portare avanti». L’idea concreta sarebbe il referendum sulla legge "salvacoste": ma è il «fatto simbolico e politico di una campagna elettorale che comincia da lontano. In questa partita, però, c’è il diritto dei cittadini di conoscere: quando discutiamo del Ppr non parliamo di cose politiche ma di una legge, quindi della certezza del diritto». Sarà pure «carente» di idee «ma quella campagna va combattuta». Non portandola sul piano politico «ma dando più spazio ai principi e ai valori che sono in gioco: saranno sostenuti dalla comunità internazionale che si occupa di questi argomenti e che arriverà in Sardegna per difendere il piano» prima della consultazione popolare. Con una convinzione: «Questo progetto è discusso e preso come esempio in numerosi convegni, a livello nazionale e internazionale: solo noi continuiamo a sminuirlo».
da www.regione.sardegna.it, 15 novembre 2007
Il Tar conferma l’impianto del Ppr.
CAGLIARI, 15 NOVEMBRE 2007 – Confermato ancora una volta l’impianto principale del Piano paesaggistico regionale, che rimane ben solido nelle sue fondamenta dopo l’ultima sentenza del Tribunale amministrativo regionale, che ieri ha cassato solo il comma 6 dell’articolo 83 su 21 richieste di censura presentate. I giudici amministrativi lo hanno ribadito anche nelle ultime sentenze, quando è stato detto che il lavoro ricognitivo fatto dalla Giunta rappresenta uno studio approfondito e dettagliato del territorio sardo, mai condotto in precedenza con tanta accuratezza e specificità. Questo concetto è stato ribadito dall’assessore regionale dell’Urbanistica, Gian Valerio Sanna, che ha battezzato le recenti sentenze come una pietra miliare nel proseguimento del lavoro già avviato dalla Giunta. "Da questo complesso lavoro – ha detto Sanna – emerge la professionalità della Regione anche sulle capacità giuridiche della propria struttura legale". L’assessore dell’Urbanistica ha inoltre annunciato che si sta per concludere il processo del Piano, con la definizione entro il mese di novembre degli àmbiti interni. Da quel momento ripartirà la fase della concertazione con le conferenze di co-pianificazione tra la Regione e gli Enti locali. Sanna ha ribadito, inoltre, che il referendum promosso dal centrodestra non avrà alcun effetto sul Piano paesaggistico e ha sottolineato come i cittadini sardi, quando saranno chiamati ad esprimersi, "sapranno scegliere con coerenza tra chi lavora e chi invece continua solo a parlare senza proporre un bel niente". Su questo aspetto l’assessore ha invitato la Cdl a esprimersi: "Vorremo conoscere oltre ai giudizi dei tribunali – ha detto l’assessore Sanna – anche il loro parere".
Sembra opportuno riportare alcuni principi in materia di pianificazione paesaggistica enunciati dal T.A.R. Sardegna: Il provvedimento con il quale è stato approvato il piano paesaggistico regionale, oggetto dell’attuale controversia, è stato concepito in un contesto storico e giuridico che merita una attenta considerazione, poichè è da tale ambito complessivo che il giudice deve trarre gli strumenti di valutazione dell’azione amministrativa conclusa dalla regione. In punto di fatto, è appena il caso di rammentare che nel novembre del 2003, di seguito all’annullamento dei precedenti strumenti regionali di pianificazione del paesaggio – approvati in base alla legge regionale 22 dicembre 1989 n.45, e risalenti al 1993 – già sancito da decisioni su ricorsi straordinari al Capo dello Stato, anche questo Tribunale ha annullato quasi tutti i rimanenti piani territoriali paesistici, facendo proprie le motivazioni del parere del Consiglio di Stato ( sez.II parere 20 maggio 1998, n.548/98), secondo il quale tali strumenti erano nel complesso censurabili perché venivano "ammessi anche in aree meritevoli della massima tutela usi palesemente incompatibili con il grado di protezione ritenuto necessario per le medesime" e perché veniva snaturata la funzione del piano escludendo dal regime autorizzatorio una ampia serie di interventi ( tabella degli usi compatibili). In sintesi i piani sono stati annullati in toto perché tendenzialmente impostati ad una concezione urbanistica e di sfruttamento del territorio, piuttosto che al fine di orientarne la disciplina ad una ragionevole tutela. Si rammenta che tali piani come affermato dall’art.1 delle NTA avevano efficacia vincolante, oltre che nella fascia costiera dei 2 chilometri dalla linea di battigia, nelle sole zone soggette a vincolo paesaggistico ex lege 1497/1939 e 431/85, mentre per le restanti zone costituivano, stante la legislazione vigente all’epoca, un mero "quadro di riferimento territoriale", alle cui previsioni i comuni non erano tenuti ad adeguarsi. Ne è, comunque, derivato che, eliminato lo strumento sovraordinato, hanno riacquistato vigore nei vari comuni della Regione, nella maggioranza dei casi, strumenti di governo del territorio, in genere programmi di fabbricazione – in quanto pochissime amministrazioni avevano adottato Piani urbanistici comunali adeguati ai sia pur larghi canoni di tutela previsti dai piani annullati- concepiti in un’epoca storica, anni settanta, in cui ogni amministrazione locale si era determinata, con i propri piani comunque ritualmente approvati, nel senso di favorire un ampio sfruttamento delle coste comprese nel proprio territorio a fini turistici, attraverso la promozione di edilizia residenziale privata, per lo più attuabile tramite lo strumento delle lottizzazioni.
Tali previsioni seppure legittimamente in vigore si ponevano in contraddizione con i principi deducibili dei giudicati formatisi sugli strumenti sovrordinati, in quanto riconosciuti non coerenti con una corretta tutela del paesaggio.
La Regione, come è noto, ha quindi provveduto a dettare provvedimenti di salvaguardia, che la difesa del ricorrente ha giustamente e complessivamente richiamato, ed ha poi approvato la legge regionale n. 8 del 25 novembre 2004, avviando uno studio del territorio diretto a porsi come presupposto per la rapida adozione di un nuovo strumento di pianificazione paesaggistica.
Della consistenza e rilevanza degli esiti dell’istruttoria hanno dato atto, nella fase di adozione e di approvazione del piano tutti gli organi titolari di specifiche competenze, anche appartenenti alla minoranza politica (cfr. tra l’altro le premesse alle osservazioni della minoranza della Quarta commissione consiliare), i quali hanno condiviso e fatto proprie le risultanze oggettive acquisite attraverso il lavoro congiunto di esperti e di funzionari.
Si tratta di informazioni che assumono primaria importanza nella verifica di congruità della pianificazione territoriale, perché hanno la funzione di illustrare, con metodologie all’avanguardia , lo stato di fatto nelle sue varie componenti, il cd sistema informativo territoriale, sicchè i relativi dati, in quanto allegati ai provvedimenti di adozione e poi di approvazione della Giunta, ne sono parte integrante e consentono la valutazione a posteriori della logicità delle scelte effettuate e della coerenza tra analisi delle caratteristiche del territorio regionale e relativa previsione pianificatoria di natura paesaggistica o di regime d’uso di beni meritevoli di tutela. A prescindere dalle eventuali possibili incongruenze ed imprecisioni rispetto al reale stato dei luoghi, tra l’altro segnalate dalla stessa Commissione consiliare, giustificabili con la ponderosità del lavoro svolto, o con la differenza di scala delle planimetrie, le risultanze del processo di ricognizione delle caratteristiche di tutto il territorio regionale, in quanto certificate come conformi agli originali, vanno quindi considerate la "base forte" su cui effettuare eventuali valutazioni di eventuali profili di legittimità dedotti nei vari giudizi. Sul piano giuridico, rappresenta fulcro decisivo e determinante, oltre alle norme riguardanti il paesaggio prodotte in ambito internazionale e comunitario richiamate nelle premesse delle linee guida, l’entrata in vigore di due sistemi normativi che, seppure con grave ritardo hanno dato applicazione all’art. 9 della costituzione: la legge 9 gennaio 2006 n.14 di ratifica della Convenzione europea sul paesaggio, fatta a Firenze fin dal 20 ottobre 2000, ed il codice dei beni culturali e del paesaggio ( D.lgs. 22/1/2004, n.42 e D.lgs.24/3/2006, n.157 ), che hanno introdotto e recepito alcuni principi fondamentali nella materia di salvaguardia, gestione e pianificazione dei paesaggi, dai quali, per scelta del legislatore nazionale, ormai nessuna amministrazione comunale può prescindere nel regolare lo sviluppo del proprio territorio e l’edificabilità dei suoli. Dall’insieme di tali norme, senza voler essere esaustivi, attesa la complessità del quadro generale, emergono alcuni principi basilari che già, in special modo la legge Galasso (n.431/85) e la Corte Costituzionale avevano colto, nel corso degli anni ’80 ( ex multis n.151/86,182 e 183/86, 39/86), quello secondo cui, per un verso, il paesaggio, valore " primario" ed "assoluto"( corte cost. n.367/2007) non è però un valore immateriale e non è frutto di una pura percezione soggettiva, priva di elementi oggettivi, ma rappresenta una concreta rappresentazione della struttura del territorio, che deve godere di una considerazione acquisita nel tempo, frutto di una maturazione culturale: " il concetto di paesaggio indica , innanzi tutto la morfologia del territorio, riguarda cioè l’ambiente nel suo aspetto visivo" (corte cost. cit n. 367/2007); per altro verso, quello che la sua salvaguardia non si identifica con la ricerca del più alto grado di "naturalità", ma piuttosto nel mantenimento del rapporto uomo-ambiente, tipico dell’identità culturale che il paesaggio rappresenta: i beni paesaggistici costituiscono parte del "patrimonio culturale" ( art. 2 codice Urbani); . Un ulteriore elemento di assoluta novità nella legislazione italiana, acutamente colto da parte della dottrina, le cui considerazioni il collegio condivide, è rappresentato dal superamento del concetto di "vincolo paesaggistico".
Il regime della "bellezza naturale", destinata all’immodificabilità, si caratterizzava per la previsione di particolari modalità di conformazione del bene, con imposizione di peculiari destinazioni, che si risolvevano nella prescrizione di un procedimento tecnico di verifica della limitata trasformabilità.
Dopo il Codice Urbani, si sancisce la centralità della pianificazione paesaggistica, vista come tutela dinamica del paesaggio, diretta a definire i criteri generali di gestione dei beni paesaggistici, e si riconosce la sua attitudine a conformare effettivamente, sul piano sostanziale, il "regime d’uso" di determinate categorie di beni, riducendo gli spazi di discrezionalità in fase di autorizzazione, con previsioni, che per scelta del legislatore, che non appare né incongrua né irragionevole, ma anzi coerente con la gerarchia dei valori sancita dalla carta costituzionale, "sono cogenti per gli strumenti urbanistici dei comuni, delle città metropolitane e delle province, sono immediatamente prevalenti sulle disposizioni difformi eventualmente contenute negli strumenti urbanistici…" ( art. 145) .
Sancisce l’art.3 del D.lgs. 42/2004, che la tutela del patrimonio culturale, di cui i beni paesaggistici sono parte, "si esplica anche attraverso provvedimenti volti a conformare e regolare diritti e comportamenti"
Senza voler richiamare principi ormai ben noti, il piano paesaggistico, quindi, passa dalla funzione di ricognizione unitaria del regime preesistente, rappresentato dai vincoli gerarchicamente sovraordinati, imposti o dalla legge o da altri atti amministrativi, con compiti di mera attuazione della relativa disciplina d’uso – il cd. Piano di direttive, destinato a condizionare ed orientare l’azione dei soggetti pubblici – ad un’obbligatoria funzione attiva ed innovativa, di pianificazione e conformazione dell’intero territorio regionale e dei diritti dei titolari – cd. Piano di prescrizioni, immediatamente vincolante anche per i soggetti privati – che indica le trasformazioni compatibili del territorio e le azioni positive di recupero e riqualificazione specificamente delineata dall’art. 135 del codice Urbani. E altresì ormai consolidato il principio secondo cui il sistema di tutela del paesaggio giustifica l’affermazione di limitazioni all’uso della proprietà dei beni tipizzati ed individuati "senza limitarne, peraltro la commerciabilità od una redditività diversa da quella dello sfruttamento edilizio, alla luce dell’equilibrio costituzionale tra gli interessi in gioco, che vede alcune facoltà del diritto dominicale recessive di fronte all’esigenza di salvaguardia dei valori culturali ed ambientali ( art.9 cost.) in attuazione della funzione sociale della proprietà ( art. 42, secondo comma , Cost.) .."( Cass. Sez.I, 19 luglio 2002, n.10542, Corte Cost. 179/99). Il codice, su questo versante codifica e rafforza il principio espresso dalla Corte circa la non indennizzabilità dei vincoli generali connessi al carattere paesaggistico del bene. Un altro punto della nuova legislazione merita di essere evidenziato, quello del rapporto tra piano paesaggistico e strumenti urbanistici.
È pacifico che il codice Urbani ribadisce la prevalenza gerarchica del piano regionale sugli strumenti di pianificazione provinciale e comunale (cfr. art.145, comma 3 " Le previsioni dei piani…sono cogenti per gli strumenti urbanistici dei comuni" e "per quanto attiene alla tutela, sono comunque prevalenti"). L’art. 145 attribuisce, però, ai comuni una funzione ulteriore, quella di completare le previsioni conformative dettate dalla regione, "alla luce delle caratteristiche specifiche del territorio" laddove la stessa si sia limitata a tratteggiare, per ampie linee, prescrizioni ed indirizzi e quindi la funzione di dettare una disciplina conformativa più aderente all’effettivo stato dei luoghi, purchè ciò non realizzi una inammissibile delega della puntuale individuazione "degli immobili e delle aree" oggetto di nuova tutela (art.134, lett.c) che resta affidata alla Regione.
E’ recente infatti la riaffermazione da parte della Suprema corte (corte Cost. n. 182 del 5 maggio 2006) del principio secondo cui i rapporti tra i due strumenti sono improntati ad un modello "rigidamente gerarchico", che è "espressione di un intervento teso a stabilire una metodologia uniforme nel rispetto della legislazione di tutela dei beni…paesaggistici sull’intero territorio nazionale"… che "superi la pluralità degli interventi delle amministrazioni locali".
Spetta, dunque alla Regione, non solo tipizzare, ma anche individuare in modo puntuale ed inequivoco gli immobili o le aree da sottoporre a specifica disciplina di salvaguardia e di utilizzazione, con la conseguenza che, laddove il piano non abbia completato tali imprescindibili operazioni, poste a garanzia della certezza dei limiti all’uso dei beni, le relative previsioni, al di la della qualificazione datane nel provvedimento, non possono che assumere la funzione di mera ricognizione, di analisi, di suggerimento per "ulteriori previsioni conformative" dei "valori" paesaggistici, riservate all’autonomia dei comuni. Deve infatti essere tenuto presente, quale canone ermeneutico imprescindibile, che la legge delega n. 137/2002 vieta espressamente l’introduzione di "ulteriori restrizioni alla proprietà privata". Il potere conformativo dei comuni su specifici immobili e beni non può, quindi, che riferirsi a quelli cui sia stata previamente riconosciuta la specifica qualificazione paesaggistica dalla fonte gerarchicamente sovraordinata, salvo che non sia la stessa regione a prevedere una sorta di flessibilità per categorie meno rilevanti, con previsioni di salvaguardia fino all’adeguamento . In particolare, accanto ai concetti di rischio e di vulnerabilità del paesaggio, accanto al potere di "individuare e tipizzare" immobili ed aree diverse da quelle già tutelate da altri strumenti "con piena coincidenza tra rilevanza paesaggistica e definizione del regime d’uso", il nuovo piano deve prevedere interventi di valorizzazione e valutazioni ispirate alle "prospettive di sviluppo sostenibile" ( art 135, 3 comma lett. d, art.132, secondo comma), concetto quest’ultimo che seppure diretto ad introdurre un collegamento tra protezione del paesaggio e valori economici, non deve tuttavia essere inteso come giustificazione di una recessione "in misura accettabile" del primo rispetto ai secondi. E’ peraltro evidente che più alto e forte è il livello di incisione sulle modalità di fruizione e di disponibilità del bene individuo o di categorie di beni, più alla scelta di tutela rigorosa deve corrispondere l’oggettiva riconoscibilità della peculiare tipologia, rilevanza ed integrità degli stessi e l’effettiva corrispondenza delle qualità intrinseche con il fine di salvaguardia tipico delle restrizioni imposte. Tali elementi devono essere dimostrati da un procedimento di ricognizione ed analisi particolarmente accurato e definito, caratterizzato da rigore valutativo, supportato caso per caso da elementi scientifici riportati nella cartografia, nel glossario e nelle schede illustrative, che rappresentano l’elemento fondante del piano, unitamente alla relazione tecnica e del comitato scientifico, ed idoneo a rendere verificabile, da chi dimostri un interesse concreto, ed attuale, in relazione al specifiche posizioni fatte valere su beni od ambiti individuati (enti locali, privati altri centri esponenziali…), la corrispondenza degli elementi di fatto assunti a presupposto del regime prescelto, alla reale e concreta situazione degli stessi, con un controllo dell’esattezza e correttezza dei parametri, graduato in relazione alla incisività della disciplina (mantenimento, linee di sviluppo urbanistico, recupero e riqualificazione, valorizzazione). Sul piano della legislazione regionale, l’art. 1 della richiamata legge n.8/2004, contiene un rinvio dinamico alla normativa statale, che rappresenta quindi il condiviso quadro di disciplina, espresso nell’esercizio della piena potestà legislativa in materia di governo del territorio e di tutela paesistico ambientale dalla Regione autonoma della Sardegna, potestà riconosciuta di recente come legittima dal giudice delle leggi ( corte Cost. n. 51/2006).
In particolare, come ricordato dalla difesa regionale, la Corte, nella citata sentenza, ha stabilito che " è evidente che la regione Sardegna dispone, nell’esercizio delle proprie competenze statutarie in tema di edilizia ed urbanistica, anche del potere di intervenire in relazione ai profili di tutela paesistico ambientale. Ciò sia sul piano amministrativo che sul piano legislativo (in forza del cosiddetto principio del parallelismo di cui all’art. 6 dello statuto speciale) fatto salvo in questo secondo caso, il rispetto dei limiti espressamente individuati nell’art.3 del medesimo statuto in riferimento alle materie affidate alla potestà legislativa primaria della Regione (l’armonia con la Costituzione, e con i principi dell’ordinamento giuridico della Repubblica e il rispetto degli obblighi internazionali e degli interessi nazionali, nonché delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica)" In tale contesto assume rilevanza l’espresso richiamo agli artt. 135 e 143 del codice Urbani ed il riferimento alla "concertazione istituzionale" prevista all’art 144 "pubblicità e partecipazione", garantita, in sede regionale, nelle forme dell’istruttoria pubblica ai sensi dell’art. 18 della legge regionale 22 agosto 1990, n.40.
La legge regionale conferma nella Giunta regionale l’organo anche in precedenza prescelto per seguire il procedimento di formazione del piano (legge regionale 22 dicembre 1989, n.45, legge regionale 7/5/1993, n.23), in linea con le previsioni del codice Urbani, che attribuisce alle Regioni tale funzione( art.135), ma lascia alla libera scelta delle autonomie la valutazione sull’organo da individuare ( cfr. art. 144, secondo periodo, in cui si indicano indistintamente consiglio regionale o giunta come soggetti titolari del potere di approvare il piano); conferma le attribuzione consultive del Comitato tecnico regionale per l’urbanistica e della Commissione consiliare competente in materia urbanistica, ma dispone l’abrogazione degli artt. 10, 12 e 13 che disciplinavano i contenuti dei piani, dimostrando che il richiamo alle norme della legge statale è un rinvio dinamico ai relativi contenuti, quanto a finalità, fasi di elaborazione e criteri di individuazione dei beni. Questo, a larghe linee è il quadro normativo in base al quale il piano è stato adottato e poi approvato e da tale sistema di norme devono quindi essere dedotti di volta in volta i criteri di giudizio sulla conformità del piano alla legge. In via pregiudiziale deve essere anche ribadito il principio, pacifico in giurisprudenza, secondo il quale l’ammissibilità del ricorso e quella delle singole censure, laddove si chieda l’annullamento di un atto amministrativo generale di pianificazione, quale è quello all’esame del collegio, deve essere verificata in stretta connessione con la lesione attuale e diretta del bene che si intende tutelare, e previa dimostrazione da parte degli interessati della incidenza delle previsioni contestate su tale bene, dovendosi al contrario ritenere inammissibili, stante la mancanza in materia della previsione di un’azione popolare, le censure non direttamente riconducibili alla specifica posizione vantata. Neanche è idoneo il riferimento all’interesse strumentale, poiché deve essere dimostrato che l’unico rimedio all’illegittimità denunciata, sempre con riferimento alla posizione soggettiva di cui si è titolari, è quello dell’annullamento in toto del provvedimento e non quello, più limitato della eliminazione della specifica disposizione ritenuta lesiva. E’ comunque inammissibile il ricorso che tende ad ottenere una pronuncia di principio, che possa essere fatta valere in un futuro giudizio con riferimento a successivi comportamenti dell’amministrazione, atteso che la tutela di un interesse strumentale deve aderire in modo rigoroso all’oggetto del giudizio, con carattere diretto ed attuale ( cfr. per il principio Cons. Stato IV 19 giugno 2006, n. 3656, anche se nella specie tale interesse è stato riconosciuto ).
Ciò posto in linea generale deve essere esaminata per prima, stante la sua natura prevalente ed assorbente, la censura di incompetenza della Giunta regionale ad approvare il piano, che parte ricorrente fonda sulla qualificazione come regolamento del provvedimento impugnato . Si sostiene che il Consiglio regionale, in forza dell’art. 27 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n.3 ( Statuto speciale per la regione Sardegna) ha competenza per l’approvazione di leggi e, tuttora, anche dei regolamenti. La ricostruzione del quadro normativo in linea di principio è esatta.
Anche dopo l’approvazione dell’art. 121 della Costituzione, che ha eliminato la riserva di competenza ai consigli comunali nell’approvazione dei regolamenti, si è sancito ( Corte cost. 313/2003) che da tale norma non deriva l’attribuzione automatica del relativo potere alle Giunte, ma solo la possibilità che un nuovo Statuto disciplini in modo diverso la materia. Nel frattempo, vale la distribuzione di competenze già stabilite nello statuto. Secondo parte ricorrente la Giunta sarebbe di conseguenza incompetente ad approvare il piano paesaggistico " nelle parti", in particolare le Norme tecniche di attuazione, che, "per il loro contenuto" hanno natura regolamentare, ovvero di atto amministrativo generale a contenuto normativo. La questione ad avviso del collegio è mal posta. In primo luogo, la peculiare caratteristica di conformazione del territorio a fini di tutela paesaggistica dei piani di nuova generazione è stata già in precedenza illustrata. Ne deriva che in tali strumenti assume rilevanza determinante la fase di ricognizione delle qualità intrinseche del territorio disciplinato ed il conseguente quadro cartografico, in altri termini la parte tecnica e figurativa delle diverse tipologie prese in considerazione, attraverso le quali devono essere puntualmente ed oggettivamente riconoscibili le categorie di beni ed in particolare i beni paesaggistici e quelli identitari, disciplinati e qualificati in virtù del nuovo potere attribuito alle regioni dal codice Urbani, in coerenza con le definizioni e secondo i principi illustrati nelle norme tecniche. La disciplina di attuazione, se posta in correlazione con la coerente parte cartografica, ha nel contesto del piano una funzione strumentale e servente di categorie ben definite, e le contestate caratteristiche di generalità ed astrattezza sono apparenti, laddove siano riconducibili a specifici ambiti e beni. Se poi la Giunta, come si sostiene, nel formulare tali norme ha esorbitato dalle funzioni che gli attribuisce la legge ed ha adottato disposizioni che esulano dalla disciplina del territorio a fini di tutela del paesaggio attraverso il mantenimento, l’individuazione di linee di sviluppo, recupero, o valorizzazione, ovvero ha introdotto regole che derogano o modificano previsioni normative è il provvedimento in quelle sue parti ad essere illegittimo, ma non può valere il procedimento logico inverso, diretto a legittimare uno spostamento di competenze a causa della natura regolamentare eventualmente riconoscibile in alcune, limitate previsioni di un complesso atto di pianificazione. Occorre poi accertare, ai fini dell’ammissibilità delle relative censure in che misura le specifiche norme ritenute non conformi alle attribuzioni di competenza incidano direttamente sulle posizioni vantate. Analogamente, se dovessero essere rilevate previsioni in contrasto con fonti di rango superiore, norme di legge o regolamenti, le stesse potranno essere emendate laddove risulti alla verifica concreta ( enti locali o privati) la loro diretta lesività. In conclusione la censura seppure suggestiva è, allo stato, infondata, perché è la norma di legge che riconosce, in linea di principio, alle Regioni il potere di sottoporre a "specifica normativa d’uso" il territorio, dando la possibilità tra l’altro, negli ambiti di paesaggio correttamente individuati, di indirizzare "le linee di sviluppo urbanistico ed edilizio", di dettare "prescrizioni specifiche e previsioni ordinate: ..al recupero ed alla riqualificazione", e quindi di incidere sulle prerogative dei comuni titolari della gestione del territorio, purchè il fine sia quello di tutela o valorizzazione del paesaggio, che come prima illustrato, è ritenuto dalla stessa Costituzione gerarchicamente prevalente rispetto ad altre forme di uso del territorio. Stante la natura conformativa del piano impugnato, espressione di potestà amministrativa e diretto alla cura degli interessi pubblici, e la relazione di strumentalità delle norme tecniche rispetto alla parte di piano nella quale si è proceduto all’articolazione delle fasi disciplinate dall’art. 143 del codice Urbani, il provvedimento nel suo complesso ha le caratteristiche di atto amministrativo generale di pianificazione e non di regolamento ed è stato quindi correttamente approvato dalla giunta. Poste queste premesse di carattere generale, in applicazione dei criteri in precedenza illustrati, tenuto conto che l’interesse specifico, che legittima parte ricorrente, è correlato alla realizzazione in area agricola, in un lotto inferiore ai tre ettari, di un edificio residenziale che si afferma collegato funzionalmente al miglioramento fondiario di una porzione immobiliare di sua proprietà, in territorio del comune di Golfo Aranci, devono essere esaminate per prime le censure che investono la legittimità dell’art.83 delle NTA, nella versione formulata in sede di adozione ed in quella, modificata, stabilita in sede di approvazione. Con l’VIII° motivo di ricorso e con il XXI° dei secondi motivi aggiunti parte ricorrente, dedotta la violazione e falsa applicazione sia dell’art.1 della legge regionale n.8/2004, sia degli artt. 135 e 143 del D.lgs 42/2004 e dell’art. 11 della legge 45/89, ha in particolare censurato le previsioni della norma per illogicità, difetto di motivazione e sviamento.
In estrema sintesi, si censurano in primo luogo le modalità con cui sono state introdotte modificazioni alla Norma tecnica in fase di approvazione, rilevandone gli aspetti ulteriori di illegittimità, in secondo luogo sono contestate le previsioni della norma che, anziché provvedere alla tutela paesaggistica, avrebbero introdotto una minuziosa disciplina a carattere urbanistico, tra l’altro fortemente limitativa delle potenzialità edificatorie in tutte le aree agricole, senza che sia evidenziata la ragione logica delle restrizioni imposte. In particolare viene contestata: 1) la legittimità della previsione che riserva agli imprenditori agricoli ed alle aziende che svolgono prevalente ed effettiva attività agricola la possibilità di realizzare nuovi edifici; 2) l’introduzione del lotto minimo di tre ettari ( NTA in sede di adozione) e di cinque ettari, per attività a carattere estensivo (NTA in sede di approvazione); 3) l’obbligo di attivare lo strumento dell’intesa per gli interventi da realizzare nella fascia costiera. Fermo restando che spetterà comunque al comune, che a suo tempo si era limitato ad applicare le misure di salvaguardia, procedere alla riattivazione del procedimento, appare opportuno, attesa l’importanza del tema in contestazione, porre alcuni punti fermi in relazione alla norma contestata. Preliminarmente la disposizione va inquadrata nel contesto del sistema delle NTA, poi devono essere individuati, negli atti del procedimento, i riferimenti alle relative previsioni, operati dagli organi tenuti ad esprimente valutazioni e giudizi sulle proposte della Giunta e va infine verificata la legittimità del procedimento seguito per introdurre delle modificazioni tra la fase, conclusa, dell’adozione e quella della definitiva approvazione. L’art. 83 è contenuto nella seconda parte del piano, relativa all’"Assetto territoriale", quella parte che concerne " la ricognizione dell’intero territorio regionale e costituisce la base della rilevazione e della conoscenza per il riconoscimento delle sue caratteristiche naturali, storiche ed insediative nelle reciproche interrelazioni". La ricognizione è stata operata su tutto il territorio della regione, anche al di fuori degli ambiti di paesaggio costiero, per i quali tutte le disposizioni del piano sono immediatamente efficaci, ed ha delineato tre "assetti", ambientale, storico-culturale ed insediativo.
Il significato del termine "assetto" si chiarisce attraverso l’esame delle tre tavole facenti parte del piano (n.2, 3 e 4).
Si tratta di uno strumento di studio del territorio:
- non coincidente con gli "ambiti", all’interno del cui perimetro possono essere compresi svariati elementi territoriali appartenenti a ciascun assetto;
-diretto ad identificare beni paesaggistici o beni identitari, la cui previa e compiuta individuazione e tipizzazione, indipendentemente dalla loro localizzazione negli ambiti di paesaggio costiero, impone a tutti i comuni la soggezione alla disciplina del piano ( cfr. in particolare artt. 17/ 20, 47, 48 e 51); - soprattutto avente il fine ricognitivo e conoscitivo delle varie componenti del paesaggio, ovvero di quelle parti del territorio " i cui caratteri distintivi derivano, secondo l’art. 131 del Codice, dalla natura (assetto ambientale), dalla storia umana ( assetto storico-culturale) o dalle reciproche interrelazioni ( assetto insediativo) e che, pur non avendo un intrinseco "valore" da salvaguardare di grado sufficiente a sottoporli a specifica tutela, hanno comunque una rilevanza tale da giustificare l’intervento della regione, diretto ad indirizzare anche con prescrizioni indirette la normativa d’uso del territorio riservata ai comuni. E’ lo stesso codice Urbani, infatti all’art. 143, comma 2 che prevede " il paino paesaggistico, anche in relazione alle diverse tipologie di opere ed interventi di trasformazione del territorio, individua le aree nelle quali la loro realizzazione è consentita sulla base delle verifiche del rispetto delle prescrizioni, delle misure e dei criteri di gestione stabiliti nel piano paesaggistico ai sensi del comma 1, lettere e), f) g) ed h) e quelle per le quali il piano paesaggistico definisce anche specifiche misure vincolanti da introdurre negli strumenti urbanistici in sede di conformazione e di adeguamento ai sensi dell’art. 145".
Il piano quindi, oltre alla disciplina dei beni paesaggistici ( lettere e) ed f) ), può contenere anche le " misure necessarie per il corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico , alle quali debbono riferirsi le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle aree interessate" ( art. 143, comma 2 lett. g).
Tali prescrizioni, ad avviso del collegio, allo stato, possono però trovare diretta applicazione, nella regione Sardegna, solo alle componenti del paesaggio comprese all’interno degli ambiti di paesaggio costiero.
La ragione determinante che impone tale interpretazione è che solo i comuni il cui territorio è compreso in tutto od in parte negli ambiti di cui all’art. 14, hanno partecipato al procedimento di formazione del piano attraverso le conferenze di copianificazione. In caso di diversa interpretazione, il piano sarebbe affetto da un grave vizio inficiante la sua corretta formazione. In conclusione, per le componenti del paesaggio , esclusi quindi i beni paesaggistici individuati e tipizzati, fino al completamento della pianificazione paesaggistica con la definizione degli altri ambiti, le prescrizioni indirette non possono essere imposte al di fuori degli ambiti di paesaggio costieri definiti nel primo stralcio del piano. Ovviamente è lasciato alla valutazione discrezionale delle singole amministrazioni locali la scelta di anticipare i tempi e di adeguarsi, anche in parte, attraverso lo strumento dell’intesa di cui si dirà in seguito, alle indicazioni orientative del piano fissate in relazione ai vari assetti compresi nel loro territorio. (T.A.R. Sardegna, sez. II, 12 novembre 2007, n. 2049).
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3 Agosto 2010 a 17:19	| #1
da La Nuova Sardegna, 2 agosto 2010
Il Consiglio di Stato ha respinto i 17 punti del ricorso del Comune contro lo strumento di pianificazione. Il Ppr di Soru blindato dai giudici.
La commissione scientifica poteva operare, corretta anche l’«intesa».
Appese a un filo le prospettive di Tuvixeddu. (Mauro Lissia) CAGLIARI. Se il futuro di Tuvixeddu resta appeso a un filo, la sentenza depositata il 27 luglio dal Consiglio di Stato mette una parola chiara e probabilmente definitiva sulle prospettive del piano paesaggistico regionale: bocciati tutti i diciassette punti del ricorso incidentale col quale i legali del comune di Cagliari hanno provato a minare, per farlo crollare del tutto, lo strumento elaborato dall’amministrazione Soru, l’impianto del Ppr esce consolidato dal giudizio di palazzo Spada e ora sarà difficile per la giunta Cappellacci provare a modificarlo. Dopo aver affrontato con l’ormai celebre sentenza su Cala Giunco gli aspetti del piano legati alle misure di tutela (il passaggio fondamentale: «Sull’interesse privato e sulle esigenze dell’industria turistica prevale comunque l’interesse generale alla tutela del paesaggio») per la prima volta i giudici amministrativi supremi entrano a fondo nel merito del piano e sembrano volerne puntellare la validità persino negli aspetti più controversi, come la parte che riguarda lo strumento dell’intesa.
Gli avvocati del comune di Cagliari – Carla Curreli, Ovidio Marras, Massimo Massa e Marcello Vignolo – hanno attaccato il Ppr su tutti i fronti, partendo da un ragionamento che può essere considerato centrale: nelle scelte urbanistiche i comuni non devono sottostare alla verifica di coerenza con lo strumento di tutela regionale. Ma i giudici di Roma sono stati chiari e soprattutto categorici: il piano regionale prevale sui piani urbanistici comunali, che devono essere allineati alle prescrizioni contenute nello strumento generale. Non solo: al contrario di quanto hanno sostenuto nel ricorso su Tuvixeddu i legali del comune di Cagliari l’approvazione da parte della giunta regionale rende valido ed efficace il Ppr anche senza il voto del consiglio regionale, questo malgrado lo strumento abbia natura di regolamento. Perchè in realtà – ha chiarito il Consiglio di Stato, in linea con il Tar Sardegna – è la legge 8 del 2004 (la salvacoste) a stabilire le competenze per l’approvazione del Ppr e quelle competenze sono assegnate proprio all’esecutivo regionale.
Ma non è finita: il comune di Cagliari ha sostenuto nei due gradi di giudizio che la commissione scientifica nominata dall’amministrazione Soru per elaborare la ‘dottrina’ del Ppr sarebbe illegittima perchè nessuna norma ne prevede l’esistenza. Palazzo Spada ha bocciato anche questo punto del ricorso perchè la commissione nominata sulla base di criteri «prettamente fiduciari» ha operato soltanto «come mero strumento di supporto tecnico» e del resto – osservano i giudici – nessuno ha «posto in discussione sul piano professionale le capacità dei componenti il comitato stesso». Quindi la tanto discussa commissione scientifica è stata nominata correttamente («con una determinazione assunta dagli uffici regionali») ed era perfettamente legittimata a operare. D’altro canto il lavoro svolto dai professori è diventato un riferimento internazionale.
Ha retto al giudizio di secondo grado anche lo strumento dell’intesa, il famigerato articolo 11 del Ppr, che secondo gli oppositori del piano – e secondo il comune di Cagliari – attribuisce un eccessivo potere discrezionale alla Regione nell’autorizzare gli interventi edilizi autorizzati prima della legge 8 del 2004. In pillole: bloccato qualsiasi progetto cui i comuni avevano dato il proprio via libera prima che il Puc fosse adeguato al Ppr, un’intesa tra Regione-Provincia e comune di competenza può comunque autorizzare l’apertura del cantiere. Grazie a questa norma – sostengono gli oppositori del Ppr – l’amministrazione Soru avrebbe conservato un potere discrezionale utile a favorire i progetti più graditi, bocciando senz’appello tutti gli altri. Secondo il ricorso del comune di Cagliari quest’interpretazione della norma sarebbe una forzatura, perchè in realtà l’intesa servirebbe soltanto come «momento di verifica del rispetto delle regole generali e particolari e non il luogo di alcuna attività discrezionale». Questo perchè – sostengono i legali – il Ppr «non conterrebbe regole certe alle quali ancorare, senza la spendita di poteri discrezionali pressochè illimitati, le verifiche da porre a base dell’intesa». La prova starebbe «nel fatto che quelle verifiche non sarebbero attribuite agli organi tecnici delle amministrazioni interessate, bensì ai rispettivi organi politici». Nella stretta sostanza: prevedendo all’articolo 11 lo strumento dell’intesa l’amministrazione Soru si sarebbe riservata una ‘finestra’ per far passare i progetti considerati validi.
Ma per il Consiglio di Stato non è così: le regole ci sono e la disciplina di riferimento, cui devono attenersi gli enti coinvolti nell’intesa «viene individuata in un complesso normativo di carattere tecnico» come quello che regola le conferenze di servizi. Bocciato – e accolte anche qui le tesi opposte degli avvocati Giampiero Contu, Vincenzo Cerulli e Carlo Dore (per Italia Nostra) – il punto del ricorso che contestava la legittimità delle norme di salvaguardia: per i giudici il Ppr è conforme a quanto previsto nel Codice Urbani, una legge dello Stato che mette il paesaggio al centro degli obbiettivi di tutela.
16 Giugno 2009 a 0:10	| #2
Arzachena, sul Ppr il Tar dà ragione a Soru.
Respinto il ricorso del Comune: sì al Piano paesaggistico perché impone regole certe. (Luca Roych)
OLBIA. Polverizzato. Più letale di una benna il Tar ha demolito il castello di accuse tirato su dal comune di Azrazchena al Piano paesaggistico regionale. Sarà anche una vittoria postuma per la giunta guidata da Renato Soru, ma i giudici pezzo dopo pezzo smontano tutte le osservazioni fatte dal comune culla della Costa Smeralda. La sentenza, che fa scuola, ribadisce la bontà della filosofia del Ppr e mette ordine in un area in cui ogni granello vale oro. Solo se ricoperto da cemento armato. Il muro di eccezioni, che l’amministrazione ha presentato per abbattere il Ppr, viene abbattuto dai giudici. Si spezza il principio portato avanti nel ricorso del Comune. Più cemento-più denaro-più sviluppo. Il Ppr non trasforma il territorio della Costa Smeralda in una riserva integrale, ma dà regole certe. Questo è il principio che sembra ribadire il Tar con questa sentenza. Filosofia applicabile in tutti i centri dell’isola. Tra gli argomenti al centro del ricorso l’istituto delle intese. La procedura per cui il Comune presenta una serie di progetti alla Regione e chiede che vengano approvati. Secondo Arzachena è uno strumento arbitrario che spoglia l’amministrazione del suo potere di decidere. Ma il Tar rovescia il punto di vista. Le intese sono una gentile concessione della Regione alle amministrazioni che non sono state capaci di adeguare il piano urbanistico alle regole del Ppr. La Regione non voleva che tutto si fermasse nei centri costieri in attesa del varo dei nuovi Puc. Per questo ha proposto di portare almeno i progetti più importanti a Cagliari. Per discuterli insieme e trovare una intesa. «I comuni non sono obbligati a chiedere l’attivazione dell’intesa – riporta la sentenza -. Si possono limitare ad adeguare con la dovuta sollecitudine il Puc al piano paesaggistico». Ma già dalle prime righe il Tar comincia l’opera di demolizione. I giudici puntano l’indice contro il comune di Arzachena che nel suo ricorso non avrebbe fatto distinzione tra fascia, e ambito costiero. Per i profani due sinonimi. Per il Ppr due cose diversissime. La fascia è l’area vicina al mare, l’ambito è il territorio nel suo complesso. La fascia costiera è tutelata con maggiore rigidità. Arzachena, che si trova a 5 chilometri dal mare, sosteneva di essere considerata dal Ppr come fascia costiera. Ma il piano paesaggistico la individua come ambito costiero. Un’area che vive di e sul mare. Finezze non solo da giuristi, ma che hanno un peso che si misura in metri cubi di cemento. In ogni caso il Tar affonda questo punto forte del ricorso. «La Gallura costiera nord orientale è stata esaminata nelle sue componenti, non si può tracciare una linea netta di demarcazione che distingua la parte paesaggistica costiera da quella insediativa interna. Tutta l’area è un unicum di cui fanno parte sia i territori sul mare, sia quelli e interni». Un altro paletto il Tar lo fissa anche per la strada Olbia- Santa Teresa. Da sempre Arzachena chiede la quattro corsie. La giunta Soru ne ha programmato una a due corsie. Anche su questo punto i giudici mettono punti fermi. Il Comune si lamentava. «Perché la Regione – riporta il ricorso presentato da Arzachena – con la ricomprensione in ambito costiero delle aree interessate alla viabilità a quattro corsie Olbia-Arzachena ha con palese sviamento vietato la realizzazione dell’opera». Ma anche questo punto viene spazzato via dal tribunale che ribadisce la assoluta discrezionalità della Regione nel dare regole e pianificare lo sviluppo del territorio come meglio crede. In altre parole a decidere deve essere Cagliari.
15 Novembre 2007 a 18:34	| #3
Per dare una risposta esauriente alla tua domanda fondamentale (“quali saranno i nuovi limiti per costruire”) è necessario attendere la conclusione dei procedimenti davanti al T.A.R. Sardegna, salvo impugnativa davanti al Consiglio di Stato. Per ora – e ad una prima e necessariamente sommaria lettura delle sentenze T.A.R. – dovrebbe esser stato eliminato il limite del “lotto minimo” generalizzato per l’edificabilità nelle zone agricole (parte dell’art. 83 delle norme tecniche di attuazione del P.P.R.).
15 Novembre 2007 a 11:45	| #4
Ciao a tutti e complimenti per l’ottimo lavoro della vostra associazione.Non ho capito se queste sentenze del TAR annullano solo il blocco ai progetti edilizi nell’agro in corso di realizzazione oppure se il colpo di spugna avrà effetto anche in futuro. Insomma quali saranno i nuovi limiti per costruire?grazie
I commenti sono chiusi.	Percorsi meccanizzati di trasporto in Castello: si deve fare la V.I.A. !
Lombardia vergogna d’Europa ?
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References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2
 art. 145
 art.9
 art. 42
 Cass. 
 art.145
 art.132
 art.135
 art. 144
 art. 143
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 11
 sentenza