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Timestamp: 2020-05-31 10:41:47+00:00

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Giustizia: storie di lettori rovinati da un sistema malato
Il Giornale, 30 dicembre 2013
Ci sono quattrocento vigili che dal 1988 aspettano di vedersi restituito il grado che gli avevano tolto: e intanto molti di loro sono andati in pensione, e qualcuno è morto. C'è l'imprenditore che nel 1988 è stato dichiarato fallito, e da allora attende invano che il giudice tiri le somme.
C'è chi dopo diciassette anni di cause si è visto dare ragione, e ha ottenuto poi di essere risarcito per la lunare durata del processo, ma ora dice: "Avrei preferito avere una sentenza vera e definitiva e non un risarcimento a spese della comunità. Perché non pagano quei magistrati che hanno sbagliato?".
Uno sconsolante racconto corale sta prendendo forma in questi giorni nella casella di posta elettronica che il Giornale ha aperto per raccontare le storie degli italiani alle prese con i tempi incredibili della giustizia. Sono vicende al limite dell'assurdo, e anche oltre, che verranno pubblicate ogni giorno sul sito del Giornale, e che alla fine verranno raccolte e consegnate al ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, se accetterà di riceverle. Drammi individuali ma anche tasselli di un dramma collettivo.
Sono vicende come queste che hanno portato l'Italia dapprima a finire nel mirino della Corte europea dei diritti dell'Uomo, e poi ad accumulare un debito di 340 milioni di euro nei confronti dei cittadini vittime della giustizia lumaca: un debito che, alla tariffa minima prevista dalla legge, equivale a un ritardo complessivo di 680mila anni. Ecco alcune di queste storie.
Morto da 25 anni
"Per avere fatto per un mese l'amministratore dell'azienda di famiglia sono entrato, dal 1988, in un girone infernale che non mi ha permesso di essere un cittadino normale e mi ha costretto, da quel momento, ad espatriare per fare l'imprenditore. Comunque dall'88 ad oggi il fallimento non è ancora chiuso perché non hanno ancora finito, i vari personaggi nominati dal tribunale di mangiare i soldi. Quando finiranno allora penso che chiuderanno ed io qui, da quell'88, sono stato un uomo morto per le banche e qualunque forma di credito. Perciò è da 25 anni che attendo la chiusura del procedimento".
"Io credo di essere l'unico fallito nell'aprile 1986, dico 1986, un solo processo, appello e poi più nulla. I legali dicono ormai tutto prescritto ma io voglio essere sentito dai giudici per la prima sentenza e a distanza di 27 anni devo sempre chiedere al curatore per avere un passaporto. Preciso: ho 73 anni".
"Il 4.7.2007 mia madre avviò una causa contro il proprietario della casa confinante, in quanto questi, in sfregio alle norme edilizie, si elevava di un piano. L'abuso era (ed è) evidentissimo, manca la distanza, una causa che doveva essere conclusa in un'udienza, massimo due, demolizione dell'abuso o compensazione e invece, tra ricorsi al Tar, commissioni di studio, rinvii, udienze senza capo ne coda sono passati 5 anni e mezzo e ancora non si vede fine; gli avvocati godono le loro parcelle, la parte offesa ha tempo di aspettare".
"Sono subentrato, dopo il 1990, quale erede in una causa promossa dalla sorella di mio padre contro lo stesso nel dicembre 1969. Dopo circa 35 anni c'è stata la sentenza di primo grado del tribunale di Livorno; la causa è stata gestita da un giudice onorario perché il titolare non aveva tempo, era in altre faccende affaccendato. Ha firmato comunque la sentenza che aveva inconsistenti motivazioni; in appello a Firenze, infatti, la sentenza è stata annullata nella sua parte essenziale. Ho dovuto fare appello in Cassazione per una questione secondaria. È tuttora pendente ricorso in Cassazione dopo 44 anni. Ho ottenuto la condanna dello Stato al pagamento a mio favore di circa 17mila euro per l'eccessiva durata del processo. Io ora ho 73 anni e non credo che mi verranno versati finché sarò in vita anche se per prendermi in giro hanno voluto l'Iban del mio conto corrente; non so se spetteranno ai miei eredi".
"Ho iniziato una causa civile contro il mio socio nel 2002, a gennaio 2014 dovrebbe uscire la sentenza di primo grado, 11 anni senza poter entrare nella società e senza vedere un bilancio e un utile. Stiamo parlando di un Punto Snai di 440 metri quadrati, 13 vetrine ad Ostia".
Inizio processo 1968 fine processo 29 novembre 2013: credo si commenti da solo.
"Nonostante una sentenza di separazione e poi di divorzio menzionasse un assegno di mantenimento da parte del mio ex al figlio, dal 2009 io mantengo da sola il ragazzo a tuttora minore (16 anni). La denuncia ha solo originato una serie di udienze che ancora non trovano giudizio definitivo".

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