Source: http://bastamonopolio.over-blog.com/2015/12/costituzione-italiana-indifendibile-se-keinesiana.html
Timestamp: 2017-07-27 04:45:33+00:00

Document:
Costituzione Italiana INDIFENDIBILE se keinesiana - Basta monopolio
Dedicato a Vladimiro Giacché
COSTITUZIONE ITALIANA INDIFENDIBILE SE KEYNESIANA
Critica costruttiva al libro di V. Giacché “Costituzione Italiana contro Trattati europei. Il conflitto inevitabile”
http://digilander.libero.it/VNereo/costituzione-italiana-indifendibile-se-keynesiana.htm
La scoperta di Rudolf Steiner in merito all’idea della triarticolazione sociale (esposta nel pdf http://www.file-pdf.it/2015/07/19/rudolf-steiner-i-punti-essenziali-della-questione-sociale/ da me curato) non potrà mai attuarsi come programma politico, o teorico, perché il suo scopo è quello di formare in ogni individuo un organo di percezione capace di osservare in modo nuovo la realtà secondo la consapevolezza di tale scoperta. Solo in tal modo potrà e dovrà attuarsi un’equa triarticolazione dei tre principali poteri dell’organismo sociale, italiano e/o europeo.
Quanto segue è un esempio d’uso di tale consapevolezza, applicata ai contenuti del libro di Vladimiro Giacché “Costituzione Italiana contro Trattati europei. Il conflitto inevitabile” (Ed. Imprimatur, Reggio Emilia 2015). Premesso che tale consapevolezza è una veggenza possibile ad ogni essere umano capace di pensare, di sentire e di volere, in quanto già queste tre caratteristiche (pensare, sentire e volere) esprimono la triarticolazione nella fisiologia dei tre sistemi principali di ogni organismo umano sano (rispettivamente nel sistema nervoso, in quello respiratorio-cardiocircolatorio, ed in quello metabolico, con questa veggenza, cioè usando l’idea della triarticolazione come punto di vista ci si accorge che anche coloro che hanno buone intenzioni, come quelle espresse dal libro di Giacché, sono irrimediabilmente costretti - se non fanno un passo autonomo verso lo spirito del tempo presente - a bloccarsi negli anacronismi della partitocrazia, oppure a trovare rimedi di ieri ai misfatti sociali di oggi, come mi sembra di cogliere in Giacché. Non bisognerebbe mai dimenticare che il nostro Paese ed i suoi partiti sono centralisti e monopolisti, perché sanno bene che lo Stato assistenziale non può esistere senza il mercato protetto e, viceversa, che gli oligopoli non resistono senza uno Stato accentratore ed autoritario, cioè senza un tiranno.
Ma torniamo a Giacché. Ho letto in una sola notte il suo libro perché non è scritto in politichese ma secondo coerenza logica e onestà nella denuncia del caos sociale che stiamo vivendo. Vladimiro Giacché è un comunista che, a differenza di molti altri comunisti, non mette la testa nella sabbia come fanno gli struzzi, ma rende evidente la stupidità di ciò che dal 1999 chiamo “mentecattocomunismo”. Questa stupidità, che volle creare l’Euro e l’“Europa” alla rovescia, cioè come un edificio a partire dal tetto anziché dalle fondamenta, è la stessa che formulò e formula i Trattati Europei, o come deve essere lungo un cetriolo, o cosa deve costare, e che detta legge in materia di politica economico-monetaria europea. Sottolineo che da anni ripeto che già il concetto di economia politica è qualcosa di spurio dato che la politica e l’economia sono DUE concetti essenzialmente diversi fra loro (il diritto infatti basa sull’uguaglianza, mentre l’economia sulla convenienza e sul profitto), che mischiati in un unico concetto non possono che generare escalation di mega conflitti di interesse.
Credo che il libro di Giacché sia benefico, anche se propone il ritorno alla Costituzione Italiana come rimedio, senza rilevare che essa poggiava (e ancora poggia) sul lavoro, che oggi è per lo più svolto dalle macchine. Rilevare ciò dovrebbe essere, nella coscienza del lettore di quel libro, l’esigenza sociale di una consapevolezza essenziale, simile a quella che cervello, polmone e muscoli non possono non interagire fra loro, ognuno nell’autonomia della loro propria essenza, se l’organismo umano deve essere sano. Così è per l’organismo sociale rispettivamente all’economia, al diritto, ed alla cultura. Si dovrebbe avvertire dunque che nella nostra società mancano completamente le articolazioni fra diritto, economia e cultura (cioè l’articolazione del diritto con se stesso, con l’economia e con la cultura, quella dell’economia con se stessa, col diritto e con la cultura, e quella della cultura con se stessa, col diritto e con l’economia). E da questo punto di vista, tale lettura mi sembra propedeutica all’idea di Rudolf Steiner circa la triarticolazione dell’organismo sociale (non solo italiano ma anche europeo) del futuro, anche per chi non sa nulla di Steiner.
Vladimiro Giacché attacca, nel suo libro, l’art. 81 della Costituzione italiana dicendo che esso non fa parte della Costituzione Italiana. In verità un articolo 81 faceva parte della Costituzione Italiana. Ed è proprio quello che oggi è stato manomesso. I guai iniziarono quando quell’antico articolo 81 incominciò ad essere disatteso. Infatti il dissesto del nostro Paese non è cominciato ieri, e non è responsabilità specifica di questo o di quel governo. La spirale del debito pubblico cominciò ad avvitarsi nel 1966, quando, con una sentenza-truffa, la Corte Costituzionale autorizzò il Governo e la maggioranza parlamentare a ricorrere, per la copertura di spese pluriennali, ad una generica previsione di maggiori entrate negli esercizi futuri. Da quel momento non fu più rispettato l’antico articolo 81 della Costituzione, voluto dall’ultimo dei liberali italiani, Luigi Einaudi. La norma diceva: “ogni legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i metodi per farvi fronte”, ma rimase disattesa. Da allora, cioè da quando il parlamento si sentì autorizzato a spendere e spandere in base alle idee di Keynes [John Maynard Keynes, 1883-1946, economista inglese, professore all’università di Cambridge; durante la prima guerra mondiale fu consigliere del ministro del tesoro e collaborò al finanziamento della guerra; secondo il principio interventista keynesiano qualsiasi evento catastrofico, guerra compresa, producendo armamenti, può essere utile all’economia di un Paese], il debito pubblico incominciò a crescere in modo esponenziale: nel 1970 ammontava a 27.470 miliardi di lire, nel 1980 era cresciuto a 228.554 miliardi, per poi salire a 1 milione 318.000 miliardi nel 1990 e a oltre 1 milione 600.000 miliardi nel 1992, e così di seguito. Oggi abbiamo trionfalmente raggiunto i 2.211,8 miliardi di euro!!! (il dato è di ottobre 2015: http://www.corriere.it/economia/15_dicembre_15/debito-pubblico-aumenta-ancora-sfiora-record-22118-miliardi-e1aa1d1a-a311-11e5-8cb4-0a1f343ea988.shtml).
Dell’errore dei keinesiani, Rudolf Steiner aveva parlato a Stoccarda nella conferenza del 2/1/1921 a proposito dell’illusione del credere possibile un’intesa con gli anglofoni circa la statalizzazione di tutta l’economia in “una specie di Stato mondiale” pensato secondo le “vecchie abitudini di pensiero”, che avevano già condotto alla prima catastrofe mondiale (R. Steiner, “Come si opera per la triarticolazione sociale”, Ed. Antroposofica, Milano 1988, 2ª conferenza del 2° corso). Steiner sottolineò sempre come gli interessi di Stato (“economia di Stato”, o “keynesianesimo”, o “economia politica”, o “politica economica”, che dir si voglia), ingerendosi nell’universale e naturale tendenza all’autonomizzazione della vita economica del pianeta, perturbassero e perturbino l’economia reale fino a bloccarla. Di fatto oggi è così, dato che l’economia politica non fa che generare miseria, distruggendo perfino la vita giuridica, la quale simulando una base democratica che non ha, poggia ancora su base monocratica (monopolio). Da ciò l’esigenza risanatrice odierna della triarticolazione.
A complicare la gestione economica dello Stato, appesantito dall’enorme spesa pubblica clientelare, c’era il fatto che le responsabilità del bilancio non erano concentrate in un unico ministero, come in ogni Paese industriale avanzato, ma ripartite fra tre ministeri (Finanze, Tesoro e Bilancio), con esiti disastrosi per il controllo della spesa pubblica. Fra l’altro fu affermata, in sede di bilancio di previsione, la prassi demagogica di sottostimare le spese e sovrastimare le entrate, salvo rivedere i conti in sede di consuntivo e aggiustare tutto con ricorrenti “manovrine”, decreti legge, ecc. Il tutto, nell’indifferenza dei grandi mezzi d’informazione e con l’annuale liturgia della Corte dei conti che distribuiva come oggi le sue bacchettate senza risultati apprezzabili.
Così, fra menzogne su menzogne e idiozie su idiozie siamo arrivati, sempre in clima di monopolio e del conseguente signoraggio (nel libro di Giacché vi è un accenno ad entrambi: nella nota 7 a pag. 19 a proposito della nazionalizzazione dei monopoli proposta da Togliatti l’11 marzo 1947 per gli articoli 35-47 della Costituzione, e a pag. 41 citando una frase di Andreatta sugli spiacevoli effetti collaterali del “grave problema del signoraggio”; cfr. anche: B. Andreatta, “Il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia e la lite fra le comari, “il Sole 24 Ore”, 26 luglio 1991), all’“UE” (Unione Europea), alla “moneta unica”, e al “rinnovato” articolo 81 di oggi.
Il novello art. 81 è oggi quello che introduce l’obbligo perenne del pareggio di bilancio, ed è giustamente criticato da Giacché in quanto profondamente lesivo di una serie di diritti fondanti la Costituzione Italiana.
Quanto sta di fatto succedendo negli ultimi mesi del 2015 è appunto una lesione dei nostri diritti, molti dei quali sono oggi messi in discussione proprio facendo leva su questo art. 81 che - pur essendo collocato in un punto che si trova oltre la metà dei 139 articoli costituzionali, dei quali, come tutti i costituzionalisti sanno, solo i primi 12 contengono i diritti fondamentali della nostra Costituzione, mentre tutti gli altri sono di rango inferiore, perché riguardano l’esecuzione e/o l’attuazione di quei primi diritti - è diventato nella prassi legislativa una sorta di super-articolo della Costituzione, che gioca contro tutti gli altri. Questo è già avvenuto. Le polemiche che si ebbero qualche mese fa nella Corte Costituzionale, per esempio quella che dichiarava incostituzionale il blocco di una certa categoria di pensioni (quelle che, superando di tre volte il minimo, arrivavano alla “spaventosa” cifra di 1217 euro mensili), fu attaccata dal Governo Renzi proprio sulla base della necessità di osservare come prima cosa l’art. 81.
In sintesi il Giacché afferma che la Costituzione Italiana configura un modello di Società con valori e diritti alla base di questo, che essi sono principalmente il diritto al lavoro e quello ad una remunerazione adeguata al lavoro svolto; e che se essi mancano, i cittadini, senza il lavoro e senza soldi, non sono nelle condizioni paritarie di esercitare questi diritti, per cui, non essendo uguali tra loro, viene svuotato anche il concetto stesso di democrazia. Questo punto fondamentale illustrato da Giacché mi sembra discutibile, perché per questo modo di porre la questione, l’uguaglianza degli esseri umani di fronte alla legge appare NON come un valore determinante, cioè in grado di determinare leggi uguali per tutti, ma come valore determinato da remunerazione, cioè dai soldi provenienti dal lavoro. A me pare invece - fino a prova contraria - che l’uguaglianza fra un uomo ed un altro uomo sia un valore qualitativo e non quantitativo. Io sono come te, cioè uguale a te, in quanto siamo caratterizzati dalla nostra identica qualità di essere umani, non dalla quantità del nostro reddito da lavoro. Ma andiamo avanti perché questa cosa non è essenziale per ciò che voglio dire.
Ovviamente - continua Giacché, mostrando il proprio stupore - non c’è soltanto il diritto al lavoro, c’è fortunatamente il diritto alla sanità, c’è il diritto a pensioni adeguate; ci sono tanti altri diritti che sono incardinati nei - e discendono dai - principi fondamentali della Costituzione; ma se ci spostiamo da questo modello a quello dei Trattati europei realmente esistenti, ci accorgiamo che lì c’è un modello completamente diverso. Se per il modello della Costituzione Italiana è fondante, appunto, il principio del diritto al lavoro, così come è importante il ruolo dello Stato nell’economia, ci accorgiamo di sperimentare un certo stupore.
Prima di passare all’esperienza di Giacché di tale stupore, sottolineo che ritenere importante il ruolo dello Stato nell’economia è nel senso della triarticolazione dei tre sistemi di funzionamento dell’organismo sociale, qualcosa di patologico. Non che Giacché sia malato a pensare così. Semplicemente non ha questa chiave di lettura e onestamente vorrebbe che nello Stato vivessero realmente tali diritti. Se conoscesse in se stesso l'idea della triarticolazione saprebbe che solo grazie ad essa quei diritti possono esiste nell'organismo sociele e che senza di essa tutto è patologico. Saprebbe altresì che tale patologia è simile a quella che nell’organismo umano farebbe, ad es., agire come cosa importante il sistema respiratorio sia nella sfera del sistema nervoso, sia in quello metabolico, col risultato del conseguente blocco cardiaco. Lo stesso dicasi per il ruolo della banca centrale monopolizzata dallo Stato per regolare l’economia: per la triarticolazione ciò è un’assurdità, dato che lo Stato è come il cuore e l’economia è come il nervo. E se è il cuore a regolare il nervo prima o poi scoppia come una grande bolla.
Ma andiamo avanti. Nell’art 3, comma 3, del Trattato sull’Unione Europea leggiamo: “L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico”.
Tutto bello - commenta giustamente Giacché - salvo il fatto che è un po’ buffo che la stabilità dei prezzi venga prima della piena occupazione del progresso sociale. Un po’ buffo? Qui Giacché è molto moderato, dato che non solo è un po’ buffo ma è un’idiozia. Perché se io voglio scambiare con un mio simile un prodotto o un servizio di cui mi sono occupato e mi occupo, e lo voglio scambiare con altri prodotti o servizi, o con denaro, prima di tutto dobbiamo essere stati occupati entrambi a creare quei beni di scambio. Cioè prima creo il bene e poi lo vendo contrattandolo con te. Dunque il prezzo viene dopo, non prima. Se per legge il prezzo deve venire prima sarebbe bloccata ogni creatività e tutti sarebbero in cerca del maggior prezzo per il minor bene o viceversa del maggior bene per il minimo prezzo. Ciò non può davvero esistere. Perché per una simile assurdità legale sarebbe impedito a tutti ogni tipo di vocazione, o di ogni talento umano.
Ma perché mai la legge procede in modo così antilogico? Semplicemente perché questo è il continuum della costruzione di una casa comune detta “Europa” con tanto di “moneta unica”, partendo dal tetto. E lo vediamo bene: se si legge il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) (sia il TFUE che il Trattato sull’Unione Europea fanno parte del Trattato di Lisbona, attualmente vigente) leggiamo la stessa incredibile imbecillità: all’art. 119, comma 2, là dove si parla della moneta unica e della Costituzione del sistema europeo delle banche centrali (dunque a proposito della “politica economica e monetaria”) in riferimento ad azioni comunitarie è scritto: “[…] questa azione comprende una moneta unica, l’euro, nonché la definizione e la conduzione di una politica monetaria e di una politica del cambio uniche, CHE ABBIANO L’OBIETTIVO PRINCIPALE DI MANTENERE LA STABILITÀ DEI PREZZI E, FATTO SALVO QUESTO OBIETTIVO di sostenere le politiche economiche generali nell’Unione conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” (caratteri maiuscoli miei). Ma cosa altro significano le parole - si chiede giustamente Giacché - “FATTO SALVO QUESTO OBIETTIVO” se non “DOPO che questo obiettivo sia stato conseguito”?
La stessa formulazione idiota la si trova ancora più avanti in un altro articolo, e precisamente nell’articolo 127, esplicitamente dedicato alla “politica monetaria”, dove, al comma l, leggiamo: “L’OBIETTIVO PRINCIPALE del sistema europeo o di banche centrali, in appresso denominato SEBC, è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nell’Unione al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione, definiti nell’articolo 3 del Trattato sull’Unione europea” (caratteri maiuscoli miei).
Nel suo libro, Vladimiro Giacché scrive a questo proposito: «Qui il mantenimento della “stabilità dei prezzi” è diventato 1’obiettivo principale, cui le stesse “politiche economiche generali” ispirate al “principio di un’economia di mercato aperta” (non più “sociale”) e “in libera concorrenza” devono essere subordinate» (V. Giacché, “COSTITUZIONE ITALIANA contro TRATTATI EUROPEI. Il conflitto inevitabile”, p. 32, Ed. Imprimatur, Reggio Emilia 2015).
Dunque il problema è che i trattati europei pongono di fatto la stabilità dei prezzi come principio (e/o valore) superiore a tutti gli altri. Questo è il punto fondamentale (che dimostra l’antilogicità o la stupidità sfuggita dalla penna degli estensori di quei trattati). E qui Giacché non ha una ma mille ragioni: non fu un caso dunque che qualche anno fa, quando si valutò lo sforaramento italiano del deficit, Prodi dicesse che le regole del Trattato di Maastricht erano stupide. Prodi poté dire ciò perché il pareggio di bilancio non può che significare pareggio, dunque una cosa ben precisa, si riferiva al fatto che non si potesse sforare, cioè fare un deficit di bilancio, nemmeno superiore ai soli 3%. Nel 2012 tale stupidità fu notoria, perché se l’originaria soglia massima di deficit annuo prevista al 3 per cento poteva essere definita come una regola “stupida” da Prodi, l’idea di ridurre il debito del 5 per cento annuo si meritò l’appellativo di “folle” (così W. Münchau, riferendosi proprio all’Italia in “The eurosceptics have the best lines again”, “Financial Times”, 16 luglio 2012”).
Quello che non tutti sanno - e che Vladimiro Giacché, onestamente, ricorda sottolineandolo - è che oggi le regole sono state superate in peggio, perché quando (regnante Monti, dopo il via libera dato già da Berlusconi) fu fatto approvare il “Fiscal Compact”, si stabilì che non si poteva sforare neanche del 3%, e che dunque il pareggio di bilancio esigeva lo 0% di sforamento, con un’unica eccezione: che se si è in crisi si ha qualche “sconticino” (sic!).
Già quest’ultima pensata da mentecatti (lo “sconticino”) dimostra che da anni ci troviamo in un crescente regime del tutto idiota, cioè, appunto, mentecattocomunista! E non a caso, nella Costituzione Italiana il termine “stabilità dei prezzi” non esiste nemmeno, e non solo - come afferma Giacché - per il motivo ché quello non era un valore fondante della nostra Costituzione (in quanto i nostri costituenti - sempre secondo Giacché - pensavano che se una moderata inflazione consentiva di avere un livello di occupazione più elevato, ciò non sarebbe stato un problema), ma soprattutto - e questo sfugge a Giacché - perché il prezzo di una merce può stabilirsi solo in base a un rapporto, cioè in base al rapporto fra chi vende e chi compra, non da un concetto giuridico!
Ciò che sfugge a Giacché è che il keinesianesimo (che è la “religione” di Bankitalia) faceva credere ai nostri padri costituenti che una moderata inflazione potesse consentire di avere un livello di occupazione maggiore, e che questa FEDE era ed è un’altra aberrazione. Era il pregiudizio completamente ascientifico dell’economia politica che assolutizzava l’eccezionalità di un accelerare in curva per non uscire di strada, simboleggiando di stampare tranquillamente soldi (cioè premere tranquillamente l'acceleratore della stampa del denaro), generando inflazione e indebitandosi, senza minimamente rendersi conto che un’eccezione, se assolutizzata, non è più un’eccezione ma diventa un dogma, una regola fissa.
Oltretutto tutta la “genialità” di Keynes è riducibile in definitiva all’applicazione di tale espediente automobilistico (o meccanicistico) applicato al campo economico; e cioè che se imbocchi un curva a velocità eccessiva, rischiando quindi di andare fuori strada, non devi frenare (come ti verrebbe naturale di fare) ma, semmai, accelerare ulteriormente. Solo così si può sperare di rientrare nella carreggiata. Quando però Keynes propose questa sua teoria (a mio parere comunque pericolosa fino all’idiozia) il rapporto fra il debito pubblico ed il PIL era, in Gran Bretagna, del 20%. In Italia è oggi (fine 2015) a quota 130%!!! Dunque se si imbocca una curva che regge i 50 km orari ai 70, si può, sì, accelerare. Se però ci si arriva andando ai 150, resta solo da farsi il segno della croce (cfr. italiaoggi.it). E questa regola fissa dell’idiozia dura oramai quasi da un secolo, dunque non è per nulla un’eccezione ma è divenuta, appunto un dogma, anzi IL DOGMA, che ha portato e continua a portare tutti “NORMALMENTE” fuori strada, proprio perché tale accelerazione è un non senso. NON SI PUÒ SPENDERE SE NON SI hanno i soldi né il lavoro che li permette (e/o perché, per l’appunto, la maggior parte del lavoro è oggi svolto dalle macchine!).
Ecco perché viviamo in un mondo in cui i maiali comandano (cfr. George Orwell, autore de “La fattoria degli animali”) e gli struzzi scrivono stronzate, per dirla nel mio “latino” orwelliano... Ed ecco perché oggi per combattere il dogma keynesiano abbiamo un altro dogma, quello della stabilità dei prezzi intesa come lotta all’inflazione, rilevato da Giacché.
Giacché, per combattere questo dogma, propone ingenuamente (nel senso filosofico del realismo ingenuo) di ritornare al dogma precedente, quello keynesiano, che evidentemente, grazie agli insegnamenti delle scuole di Stato, non percepisce come errore.
In sintesi Keynes dice: in casi eccezionali si deve accelerare in curva per non uscire di strada, quindi generate pure inflazione, stampate soldi, così potete dare lavoro a tutti mediante opere di Stato (per esempio il ponte sullo stretto di Messina, o perfino facendo buchi nelle strade per poi ripianarle, o altre opere inutili o incompiute, ecc.).
I trattati europei sono invece costretti a dire: se si continua così a spendere e a spandere non possiamo che ritrovarci in una assurda bolla di sapone che poi è destinata ad esplodere (come è già avvenuto e continua ad avvenire) perciò dovete attenervi ai prezzi ed alle merci che vi diciamo noi: i cetrioli devono avere la lunghezza di un “tot” e devono valere “tot”, ecc. Dunque la nuova regola - dicono - è che prima deve venire la stabilità dei prezzi, e poi viene tutto il resto.
Ma entrambi i principi sono errati. Il primo perché l’accelerazione in curva non può divenire una regola di guida dell’auto, e il secondo perché non si può costruire un casa (l’Europa e/o l’Euro) partendo dal tetto ma dalle fondamenta.
Dunque prima di pensare a fare una moneta unica, sarebbe stato necessario garantire agli individui la possibilità realmente democratica di scambiare fra loro le loro merci ed i loro servizi. Come? ELIMINANDO OGNI MONOPOLIO.
Infatti il mercato non potrà mai essere realmente libero se ci sarà qualcuno che abbia il monopolio di stampa dei soldi. Perché bisognerà dipendere da costui se si vogliono scambiare merci e servizi.
Prima di “fare” l’Europa e/o l’Euro occorreva, dunque, liberare lo Stato italiano dalla cecità di coloro che ne iniziarono il saccheggio ed il dissesto.
La responsabilità specifica di questo dissesto e di questo saccheggio appartiene a coloro che vi instaurarono il monopolio dell’emissione dei soldi senza accorgersi che il tempo dell’impero era finito e che non vi era più un imperatore o un signore da obbedire ma una nuova situazione, detta “democrazia” da ascoltare (obbedire proviene, appunto, da ob-audire, cioè dall’ascolto) non più monofonico ma stereofonico, anzi “pluri-fonico”, dato che demo significa popolo, ed che il popolo è fatto da più persone. Dunque ognuno, DEMOCRATICAMENTE, avrebbe dovuto avere il diritto di emettere moneta propria. Dal momento in cui una persona presta una somma di denaro o ad un’altra o si occupa dei suoi risparmi riponendoli in appositi banchi contenitori di valuta, non esercita forse il servizio di una banca? Se io ti concedo la mia fiducia firmandoti delle carte corrispondenti a determinati valori commerciali non esercito forse il servizio di emissione di cartamoneta?
Quando la Commissione europea andò a verificare lo sforamento italiano per concedere all’Italia lo “sconticino”, valutando la cosa sulla base di una serie di dinamiche astruse (sono e rimangono astruse affinché nessuno le capisca e possano essere gestite a livello tecnocratico in una specie di Olimpo sottratto al dibattito pubblico) si raccomandarono di non eccedere con politiche di bilancio troppo espansive, cioè politiche di bilancio troppo pro-occupazione keynesiana, dato che queste, come la storia insegna, generano inflazione su inflazione e bolle speculative su bolle speculative, che poi esplodono in crisi su crisi.
In realtà ancora nel 2015 abbiamo a che fare con la crisi dello Stato nazionale di tipo occidentale, che esige un mutamento direzionale del nostro... pensare. Di questo si accorge Vladimiro Giacché nel suo libro, e da ciò traspare onestà intellettuale. Il rimedio che egli auspica è però ancora un ritorno a Keynes. E quest’idea non è accettabile come sociale, così come non è accettabile come idea sociale la guerra o la produzione di armamenti.
L’unica idea veramente sociale che ho trovato nella mia vita è quella quella della triarticolazione, in quanto valida su tre piani sociali: economico, giuridico, e culturale, ognuno dei quali completa l’altro, in modo che l’uno non esiste senza l’altro.
Invece lo Stato italiano coi suoi partiti, creduto ingiustamente uno Stato di diritto, è plenipotenziario (centralista) e monopolista, pertanto non è uno Stato in cui esista cosa pubblica (o “res publica”) ma solo “res nostra”: cosa nostra! Tutti oramai sanno che in quanto mafioso, lo Stato assistenziale non può esistere senza il mercato protetto e, che gli oligopoli non resistono senza uno Stato plenipotenziario, accentratore e autoritario.
Come ho detto, il dissesto dello Stato italiano non è cominciato ieri, ed è responsabilità specifica di coloro che hanno instaurato il monopolio dell’emissione dei soldi senza avvedersi che il tempo dell’impero era finito e che quindi sarebbe subentrata la democrazia, in base alla quale ognuno avrebbe dovuto avere il diritto di emettere la moneta che avesse desiderata.
La crisi dello Stato nazionale di tipo occidentale che stiamo vivendo in Italia segna la cesura fra questo tipo di Stato mafioso e lo Stato di diritto verso il quale tendono - già a partire da Goethe (vedi la “triarticolazione sociale” espressa nei tre Re della sua “Favola del serpente verde e della bella Lilia”) - le forze del cambiamento. Tre sono le fasi di vita di questo moloch chiamato Stato, sorto in Europa fra il XVII e il XVIII secolo (vedi la figure A, B e C delle tendenze storiche causate dalla fine del mito pianificatore e di quello legislativo): dallo Stato plenipotenziario di tipo socialista si passa allo Stato plenipotenziario di tipo occidentale (è il caso dell’Italia, che però ha ancora alcune caratteristiche socialiste in senso meramente partitocratico) per poi passare allo Stato di diritto, il quale dovrebbe equivalere ad 1/3 rispetto a ciò che era prima.
L’economia, nei primi due casi (figure A e B), fu incanalata e gestita dallo Stato anche se in maniera diversa.
Nel terzo caso (figura C) l'economia dovrà essere liberata, cioè realmente autogestita.
Lo Stato plenipotenziario socialista, nel quale vivevano intatti sia il mito pianificatore sia il mito legislativo, agiva - e agisce ancora - sul nostro Paese attraverso il controllo totale dell’economia, delle leggi e della cultura. Non essendoci concorrenza fra pubblico e privato non c’è neppure un sistema elettorale concorrenziale; il sistema elettorale debole da’ vita a un parlamento che non è espressione della libera volontà del Paese.
Attraverso questo sistema elettorale, il Paese non può interagire, né cambiare le regole dello Stato.
Perciò lo Stato plenipotenziario socialista è uno Stato “non democratico e oppressore”.
Lo Stato plenipotenziario di tipo occidentale, che abbiamo davanti agli occhi in Italia, a differenza di quello socialista, non ha più il mito pianificatore, che è sostituito dalla concorrenza fra economia di Stato (economia politica) ed economia privata. Anche il clima elettorale sembra diventare un po’ più concorrenziale e democratico, dato che attraverso il parlamento - che dovrebbe essere (ma che ancora non è) libera espressione della volontà democratica - il Paese sembra interagire, modificando lo Stato nazionale e le sue regole. Ma ciò che sembra ancora non è, a causa dei monopoli pubblici e di quelli privati.
Uno Stato di monopoli non ha, per forza di cose, una legge antitrust, oppure ha una legge-farsa spacciata per legge antitrust, per limitare le posizioni economiche dominanti; la sua economia è poco liberale e meno florida del prevedibile, anzi genera pian piano carestia ovunque e in definitiva ancora e sempre... guerre e morti.
Inutile precisare che l’Italia è un Paese di questo tipo, con i monopoli e con una legge antitrust da barzelletta.
Lo Stato di diritto è teoricamente ma non realmente di diritto, ed è tecnicamente democratico perché sembra rendere possibile la concorrenza. Però è sempre uno Stato che può ugualmente vessare il popolo con scelte oppressive a sostegno dello “statu quo” monopolistico.
Per limitare questi rischi, e consentire alla macchina dello Stato di restare al passo con le esigenze dell’apparato produttivo, la Costituzione aveva previsto l’istituto del referendum per l’abrogazione di leggi. Strumento, oltre che insufficiente, progressivamente neutralizzato dalla classe politica nostalgica dello Stato plenipotenziario socialista che si comportò e continua a comportarsi come il manovratore di un tram che non vuol essere disturbato dai viaggiatori: tutte le leggi e gli istituti abrogati dal popolo con referendum sono stati reintrodotti dal parlamento. E allora!?!
Lo Stato di diritto reale (quello che dovrebbe esserci ma che non c’è) deve rinunciare, oltre che al mito pianificatore ed al mito legislativo, anche al mito del monopolio di emissione monetaria, che lo Stato concesse alle banche emittenti, mediante cui esse si fanno ovviamente proprietarie di tutto e di tutti, in quanto generano schiavitù.
IL PASSAGGIO DAL DIRITTO DI STATO PLENIPOTENZIARIO O MAFIOSO ALLO STATO DI DIRITTO PASSA ATTRAVERSO L’INDIVIDUALITÀ DI OGNI SOCIO EFFETTIVO DELL’ORGANISMO SOCIALE. Basta semplicemente averne la consapevolezza...

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