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Concussione e corruzione – Cass. pen., sez. VI, 14 settembre 2012, n. 35269 | Nuove Frontiere del Diritto
Home » Massimario » Note a sentenza » Cassazione Penale » Concussione e corruzione – Cass. pen., sez. VI, 14 settembre 2012, n. 35269	Concussione e corruzione – Cass. pen., sez. VI, 14 settembre 2012, n. 35269
Le fattezze del rapporto tra il privato ed il p.u. permette di distinguere il reato previsto dall’articolo 317 dal reato contemplato dall’articolo 319 del codice penale
Ai fini della differenziazione della fattispecie di concussione da quella di corruzione propria, costituisce elemento decisivo, il ricostruibile atteggiamento del pubblico ufficiale agente e del suo interlocutore privato e , dunque , del tipo di rapporto che si stabilisce tra i due. Mentre, invero, nella corruzione le rispettive volontà si incrociano su un piano sostanzialmente paritario, nella concussione il pubblico ufficiale sfrutta la propria autorità ed il proprio potere funzionale per coartare o condizionare la volontà del soggetto, facendo capire a questi che non dispone di alternative ad una arrendevole adesione alle sue ingiuste richieste, così che lo stato volitivo del privato è scandito dalla sensazione di essere sottomesso alla predominante, e come tale percepita, volontà del pubblico ufficiale.
Il delitto di concussione non può intendersi ravvisabile nell’ipotesi in cui il privato iscrive il suo personale contegno nell’ambito di un sistema in cui il mercimonio delle funzioni pubbliche e la prassi di remunerazioni tangentizie siano costanti.
In circostanze siffatte, invero, manca e si dissolve lo stato di soggezione del privato, che dal canto suo mira a garantirsi vantaggi illeciti avvalendosi dei meccanismi criminosi della prassi deviata, in tal modo rendendosi esso stesso protagonista del sistema illegale.
Qualora, dunque, il rapporto illecito tra pubblico ufficiale e privato si sia sviluppato su un piano di sostanziale parità, l’episodio criminoso deve ricondursi nell’ambito della corruzione propria.
Risponde di corruzione propria antecedente, il privato interlocutore che agisce nell’ambito di una prassi illecita, non chiaramente percepibile.
La fattispecie ha ad oggetto il fenomeno diffuso nell’ambito di un determinato contesto; la prassi invalsa riguardava la polizia stradale . Questa prassi, dunque, risulta, nel corso del giudizio, ben nota agli utenti della strada (soprattutto agli autotrasportatori, come poi confermato nel caso di specie ); dato fattuale che risulterà utile -come evidenziato nel corso della annotazione- al fine di risolvere il quesito giuridico. La prassi diffusasi e ,come anticipato, nota ai privati, consisteva nel consegnare somme (sebbene irrisorie di denaro o altri beni, ugualmente di poco valore ) alla polizia stradale con l’obiettivo ultimo di evitare multe a causa delle infrazioni commesse.
Ha ad oggetto il discrimen tra corruzione propria antecedente del privato interlocutore, che agisce nell’ambito di una prassi illecita non chiaramente percepibile, ovvero il reato di concussione. Quaestio juris
Attiene all’interrogativo se possa dirsi considerato il reato di concussione ovvero quello di corruzione quando il comportamento del privato sia ispirato ad una ben salda consapevolezza della prassi ed agisca, non perché intimorito dal pubblico ufficiale, ma perché mosso dal desiderio di raggiungere un proprio personale vantaggio.
Articolo 317 codice penale, concussione
Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio , che, abusando delle sue qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni. Articolo 319 codice penale, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio
Il pubblico ufficiale, che, per omettere o ritardare o per avere omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per avere compiuto un atto contrario ai doveri d’ufficio, riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da due a cinque anni.
La cassazione fa luce sul labile confine tra il reato di concussione e quello di corruzione (propria ).
Le nozioni, tanto di concussione quanto di corruzione, sono perimetrate dal codice penale, rispettivamente agli articoli 317 e 319, ma nonostante la chiara individuazione delle condotte tipiche, spesso la distinzione pratica risulta poco agevole. La concussione vede protagonista attivo il pubblico ufficiale, mentre la corruzione vede entrambi attivi nell’azione volta ad ottenere un proprio vantaggio. Questo pare essere il tratto distintivo sul quale maggiormente viene posta l’attenzione, tanto in giurisprudenza quanto in dottrina.
Soprattutto può risultare difficoltoso, allorquando subentrino ulteriori nozioni dal codice non individuate, quale la concussione ambientale. Quest’ultima è frutto dell’elaborazione giurisprudenziale, è individuabile nelle fattispecie in cui, nonostante il pubblico ufficiale non ponga in essere esplicite attività costrittive o induttive, alla luce del contesto ambientale, anche un contegno suggestivo, è in grado di consolidare nel privato una convinzione già consolidata. Evidentemente, esistono delle fattispecie, le quali, trovandosi al confine tra la concussione ambientale –innanzi descritta – e la corruzione, possono comportare difficoltà interpretative.
Il decisum della Corte ruota prevalentemente attorno all’analisi della volontà tanto del privato quanto del pubblico ufficiale coinvolti nella indebita erogazione – percezione. Infatti, laddove il privato si determini alla dazione non in quanto indotto o costretto dal pubblico ufficiale, avvalsosi delle proprie qualità, bensì alla luce di un calcolo, effettuato dallo stesso, dei benefici che potrebbe trarre dalla dazione, evidentemente, si evince dalla pronuncia, deve rinvenirsi il reato di corruzione piuttosto che quello di concussione.
Dunque, il discrimen tra i due reati è da individuarsi nell’alveo della reale volontà dei soggetti coinvolti, ovvero se la volontà del privato viene asservita alle richieste del pubblico ufficiale deve dirsi configurato il reato di concussione; qualora, invece, non si tratti di asservimento alle indebite pretese, bensì di un soddisfacimento di reciproci interessi deve dirsi configurato il reato di corruzione.
L’individuazione del confine tra concussione e corruzione non è mai stato di facile individuazione; numerose sono le teorie che sono state elaborate al fine di individuare un criterio certo. Una delle prime tesi elaborate ruotano attorno alla distinzione esistente tra reati in contratto e reati contratto. La concussione rappresenterebbe il prototipo di reato in contratto, in quanto ciò che viene incriminata è la condotta che mira a coartare il comportamento aggressivo della vittima. La corruzione, invece, sarebbe riconducibile nell’alveo dei reati-contratto, in quanto ciò che viene incriminata è la stipulazione in quanto tale (l’accordo tra privato e pubblico ufficiale).
Una ulteriore tesi individua la distinzione nella iniziativa, ovvero si sostiene che quando sia il p.u. a dare inizio alla trattativa debba inquadrarsi il reato nella disposizione di cui all’articolo 317 del codice penale; viceversa, quando sia il privato a prendere l’iniziativa, il reato deve inquadrarsi nel disposto normativo di cui all’articolo 319 dello stesso codice.
Una scuola di pensiero più recente perimetra la fattispecie di cui all’articolo 317 del codice penale in base all’esistenza del metus pubblicae potestatis, ovvero, la soggezione del privato al p.u.; per cui sarebbe sussumibile nel delitto di concussione, invece, la fattispecie nell’ambito della quale il privato non si trovi in una posizione di soggezione, bensì il privato ed il p.u. si trovino in una posizione di sostanziale parità. Dunque, in conclusione, è l’atteggiamento prevaricatore del soggetto pubblico a contraddistinguere il reato di concussione e non anche la figura della corruzione. Quest’ultima ricorre quando il giudice accerti il carattere paritetico del rapporto tra le volontà dei soggetti, quando, cioè, le parti -riprendendo la terminologia utilizzata dalle tesi che distingue tra reato contratto e reato in contratto – di comune intesa, pervengono, per mezzo di un pactum sceleris, al conseguimento dell’ illecito.
Giurisprudenza e dottrina tendono ad individuare il discrimen -tra le fattispecie in esame- in base alla posizione psicologica del privato a fronte del pubblico ufficiale, taluni giudici – ispirandosi a criteri di elaborazione dottrinaria- ricorrono ad altri parametri, quali quello concernente il danno, che il privato, nel caso della concussione, mira ad evitare, o il vantaggio che, nel caso della corruzione, si orienta a realizzare. Soprattutto in dottrina, invero, questo è indicato come un ulteriore ed attendibile criterio distintivo.
La tesi più recente, infatti, ponendosi in parte in contrapposizione ed in parte in linea di continuità rispetto alla precedente -rappresentando il precedente giurisprudenziale che ha permesso la nascita della giurisprudenza sposata dalla sentenza oggetto di nota-, sostiene che occorre avere riguardo non tanto alla soggezione del privato, quanto più alla volontà dello stesso, ovvero se questi sia mosso dalla volontà di evitare un danno, così configurandosi il reato di concussione, o piuttosto di raggiungere un indebito vantaggio, trattandosi, viceversa, di corruzione.
La concussione ambientale rappresenta una figura di elaborazione dottrinaria, sorta al fine di individuare quelle forme di concussione all’interno delle quali il p.u. non necessita di esternare la propria richiesta; la caratteristica principale di questa forma di concussione risiede proprio nel fatto che sono sufficienti suggestioni tacite, in quanto la vittima è già ben consapevole delle prassi in uso al fine di poter accedere a determinate prestazioni, per legge spettanti di diritto, senza che sia necessaria alcuna prestazione.
Dunque, la concussione ambientale si perfeziona quando il p.u non tenendo una condotta induttiva nei confronti del privato, si limita a mantenere un contegno volto ad irrobustire nel privato la convinzione già insorta per effetto di una prassi consolidata, della ineluttabilità del pagamento. Questa figura, pur essendo stata coniata per esigenze repressive fortemente sentite, è stata aspramente criticata, in quanto, si sostiene che, la coercizione della volontà del privato viene determinata da una condotta inidonea a causare lo stato di soggezione. La distorta volontà del privato discendendo da un elemento esterno ed oggettivo derivante dalla prassi illegale, propria di un determinato ambiente, colora un’astratta condotta, non individuata cioè in base ad un’attività del p.u. ( così ponendo problemi di compatibilità con il dettato Costituzionale, di cui all’articolo 25).
Sentenze e precedenti
Cassazione sez. sesta , sentenza del 23.05.2007, n 38066
Giurisprudenza penale, i singoli reati, R. Garofoli, G.Morabito;
Antolisei, manuale di diritto penale, parte speciale, ed.Giuffrè;
Padovani, Metamorfosi dei rapporti tra concussione e corruzione;
1. All’esito di indagini preliminari scaturite da denunce di autotrasportatori e conducenti di mezzi pesanti i sei imputati, agenti e graduati della Polizia Stradale in servizio presso la sottosezione compartimentale di Caserta Nord, sono stati tratti a giudizio con altri cinque colleghi (p.p. c/ B.G. + 10) per rispondere del reato di associazione per delinquere (capo A della rubrica), essendosi associati tra loro per commettere reati di concussione e altri illeciti connessi all’attività d’istituto, e di una serie di reati fine di concussione e di corruzione compiuti (rutti nella prima metà del 2001) con abuso delle funzioni e dei poteri esercitati durante i servizi di controllo automontati dei tratti di strada di competenza del reparto e in particolare delle sedi delle autostrade (omissis) . Reati inseriventisi, come emerge dalle due sentenze di merito, in un contesto ambientale caratterizzato da un’estesa illegalità dei membri degli equipaggi della Polizia Stradale, largamente noto agli autotrasportatori e camionisti soliti percorrere i suddetti tratti autostradali, sì da indurli ad accettare la diffusa “prassi” di consegnare piccole somme di denaro agli agenti della Stradale, pur in assenza di loro espresse richieste, per non avere noie o non essere multati per infrazioni al codice della strada (sentenza di primo grado: “…gli agenti non scendevanodalla macchina e non redigevano verbale, ma temporeggiavano in attesa della consegna della somma”).
No Comment	«Sinistro stradale e danno non patrimoniale – Trib. Tivoli, 21 marzo 2012
Cassazione pen.Sez.Unite 20 settembre 2012 n.36258 in tema di sostanze stupefacenti»

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