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Timestamp: 2020-05-25 20:25:44+00:00

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Giurisprudenza: Giurisprudenza Sentenze per esteso massime | Categoria: Diritto urbanistico - edilizia Numero: 39740 | Data di udienza:
Numero: 39740
Presidente: Guido
CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. 3^ – 3 novembre 2011, n. 39740
DIRITTO URBANISTICO – Reato urbanistico – Natura di reato permanente – Cessazione dell’attività edificatoria urbanistica – Individuazione.
Il reato urbanistico ha natura di reato permanente la cui consumazione ha inizio con l’avvio dei lavori di costruzione e perdura fino alla cessazione dell’attivita’ edificatoria abusiva (v. SS. UU. n. 17178, 8 maggio 2002), che si ha con l’ultimazione dei lavori per completamento dell’opera, con la sospensione dei lavori volontaria o imposta (ad esempio mediante sequestro penale), con la sentenza di primo grado, se i lavori continuano dopo l’accertamento del reato e sino alla data del giudizio (ex pi. Sez. 3, n. 38136, 24 ottobre 2001).
(Conferma ordinanza n. 269/2010 TRIB. LIBERTA’ di CATANZARO, del 21/12/2010) – Pres. Guido, Est. Ramacci – Ric. Ca. Sa.
DIRITTO URBANISTICO – Nozione di ultimazione dei lavori.
L’ultimazione dei lavori, rilevante ai fini della cessazione della permanenza del reato urbanistico, coincide con la conclusione dei lavori di rifinitura interni ed esterni quali gli intonaci e gli infissi (Sez. 3 n.32969, 7 settembre 2005). Deve trattarsi, in altre parole, di un edificio concretamente funzionale che possegga tutti i requisiti di agibilita’ o abitabilita’. Le opere devono essere, inoltre, valutate nel loro complesso, non potendosi, in base al concetto unitario di costruzione, considerare separatamente i singoli componenti (Sez. 3, 4048, 29 gennaio 2003; Sez. 3 n. 34876, 9 settembre 2009).
DIRITTO URBANISTICO – Reato urbanistico – Sequestro preventivo – Carico urbanistico – Concretezza del requisito del pericolo – Adeguata motivazione del giudice.
Ai fini della legittimità del sequestro preventivo, il pericolo degli effetti pregiudizievoli del reato, anche relativamente al carico urbanistico, deve presentare il requisito della concretezza, in ordine alla sussistenza del quale deve essere fornita dal giudice adeguata motivazione (Sez. 3, n. 4745, 30 gennaio 2008; conf. Sez. 6, n. 21734, 29 maggio 2008; Sez. 2, n. 17170, 5 maggio 2010): a tal fine, l’abuso va considerato unitariamente (Sez. 3, n. 28479, 10 luglio 2009; Sez. 3, n. 18899, 9 maggio 2008).
CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. 3^ - 3 novembre 2011, n. 39740
1) Ca. Sa. , (…)
avverso l’ordinanza n. 269/2010 TRIB. LIBERTA’ di CATANZARO, del 21/12/2010;
sentite le conclusioni del PG Dott. Mazzotta Gabriele, annullamento senza rinvio per intervenuta prescrizione con restituzione all’avente diritto di quanto in sequestro.
Con ordinanza del 21 dicembre 2010, il Tribunale di Catanzaro, quale giudice del riesame, confermava il decreto del G.I.P. del Tribunale di Lamezia Terme emesso il 27 novembre 2010 e con il quale veniva disposto il sequestro preventivo di tre manufatti, realizzati in assenza di permesso di costruire in violazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 44, lettera c), nonche’ delle disposizioni in materia di costruzioni in zone sismiche e sulle opere in cemento armato ed in ordine alle quali risultava indagato, unitamente ad altre persone, Ca. Sa..
Premessa una descrizione della vicenda processuale e dei contenuti della richiesta di riesame deduceva, con un primo motivo di ricorso, l’inosservanza e l’erronea applicazione degli articoli 157 e 158 c.p., osservando di aver documentalmente dimostrato la intervenuta prescrizione dei reati ipotizzati sulla scorta di verbali di perquisizione e contratti di utenze relative alla fornitura di elettricita’ e linee telefoniche che, contrariamente a quanto sostenuto dal Tribunale, comprovavano una funzionalita’ all’uso degli immobili sequestrati risalente negli anni.
Con un secondo motivo di ricorso deduceva la violazione dell’articolo 321 c.p.p. in considerazione della mancanza di attualita’ del periculum e dell’assenza di aggravio del carico urbanistico, trattandosi di interventi ormai realizzati da decenni e non di nuove costruzioni richiedenti nuove strutture o opere collettive.
Va preliminarmente osservato che lo stesso si concreta, sostanzialmente, nella riproposizione delle questioni gia’ sollevate in sede di riesame ed alle quali i giudici avevano fornito adeguata risposta.
Il Tribunale, dopo aver correttamente richiamato l’ambito della propria cognizione come delineato dalla giurisprudenza di questa Corte e proceduto all’esame dei dati fattuali documentati dalle risultanze delle prime indagini, pervenendo alla conclusione che la natura abusiva degli interventi e’ di macroscopica evidenza, rileva l’assenza di idonea documentazione fotografica, catastale, amministrativa o di altro genere, comprovante con certezza la data di ultimazione degli interventi e, conseguentemente, il momento consumativo dei reati da considerare ai fini del calcolo della prescrizione.
Si e’ detto, a tale proposito, che il reato urbanistico ha infatti natura di reato permanente la cui consumazione ha inizio con l’avvio dei lavori di costruzione e perdura fino alla cessazione dell’attivita’ edificatoria abusiva (v. SS. UU. n. 17178, 8 maggio 2002).
Si e’ poi precisato (ex pi. Sez. 3, n. 38136, 24 ottobre 2001) che la cessazione dell’attivita’ si ha con l’ultimazione dei lavori per completamento dell’opera, con la sospensione dei lavori volontaria o imposta (ad esempio mediante sequestro penale), con la sentenza di primo grado, se i lavori continuano dopo l’accertamento del reato e sino alla data del giudizio.
Si e’ inoltre chiarito che l’ultimazione dei lavori coincide con la conclusione dei lavori di rifinitura interni ed esterni quali gli intonaci e gli infissi (Sez. 3 n.32969, 7 settembre 2005 ed altre prec. conf. nella stessa richiamate).
Deve trattarsi, in altre parole, di un edificio concretamente funzionale che possegga tutti i requisiti di agibilita’ o abitabilita’, come si ricava dal disposto del cit. Decreto del Presidente della Repubblica, articolo 25, comma 1, che fissa “entro quindici giorni dall’ultimazione dei lavori di finitura dell’intervento” il termine per la presentazione allo sportello unico della domanda di rilascio del certificato di agibilita’. Le opere devono essere, inoltre, valutate nel loro complesso, non potendosi, in base al concetto unitario di costruzione, considerare separatamente i singoli componenti (Sez. 3, 4048, 29 gennaio 2003; Sez. 3 n. 34876, 9 settembre 2009). Tali caratteristiche riguardano, inoltre, anche le parti che costituiscono annessi dell’abitazione (Sez. 3, n. 8172, 2 marzo 2010).
Cio’ posto, deve rilevarsi come le conclusioni cui sono pervenuti i giudici del riesame sul punto appaiano pienamente condivisibili ed in linea con l’orientamento dianzi delineato.
Correttamente il Tribunale ha ritenuto, infatti, che fosse necessaria altra e piu’ pregnante documentazione per dimostrare lo stato di avanzamento dei lavori, poiche’ la presenza di utenze – che se effettivamente riferite agli immobili abusivi sarebbero state attivate in palese violazione del divieto di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 48 – e la presenza di persone all’interno del manufatto dimostrano, al piu’, che l’immobile era abitato o comunque utilizzato ma non che l’intervento edilizio potesse ritenersi ultimato nel senso in precedenza indicato.
A fronte di cio’ i giudici del riesame non potevano ritenere determinato il momento consumativo del reato e, conseguentemente, maturata la prescrizione, poiche’ la materiale utilizzazione di un immobile e l’eventuale attivazione di utenze non sono elementi da soli sufficienti per dimostrare la sua concreta ed effettiva funzionalita’ e la presenza di tutti i requisiti di agibilita’ o abitabilita’ che consentano di ritenerlo ultimato.
Occorre inoltre rilevare che nella stessa direzione dei principi sopra ricordati si pone anche la pronuncia richiamata in ricorso (Sez. 3, n. 14436/2004), che si riferiva ad un deposito di attrezzature per il quale si era dimostrata la sussistenza di tali requisiti.
Va poi aggiunto che grava comunque sull’indagato che voglia giovarsi della causa estintiva della prescrizione, in contrasto o in aggiunta a quanto gia’ risulta in proposito dagli atti di causa, l’onere di allegare gli elementi in suo possesso (Sez. 3, n. 19082, 7 maggio 2009; Sez. 3, n. 10585, 11 ottobre 2000) e, per le medesime ragioni in precedenza indicate, tale onere non poteva ritenersi adeguatamente assolto.
A conclusioni analoghe puo’ pervenirsi anche con riferimento al secondo motivo di ricorso.
Le contestazioni mosse dalla difesa si fondano, essenzialmente, nel richiamo alla giurisprudenza delle Sezioni Unite penali di questa Corte (SS. UU. n. 12878, 20 marzo 2003) e nella negazione della sussistenza dei presupposti di applicabilita’ della misura reale in considerazione dell’epoca di ultimazione dei lavori che, come gia’ detto, si assume essere risalente nel tempo, con la conseguenza che difetterebbe qual si voglia aggravio del carico urbanistico.
Il Tribunale, al contrario, riconosce la legittimita’ del sequestro e, dopo aver ricordato che il G.I.P. aveva ritenuto applicabile la cautela reale sul presupposto di un aggravio del carico urbanistico cagionato dalla realizzazione degli immobili in area agricola, soggetta anche a vincolo idrogeologico, richiama a sua volta la citata pronuncia delle Sezioni Unite e riconosce la attualita’ delle esigenze cautelari, che individua nell’incidenza sul carico urbanistico rappresentata dalla consistenza dell’insediamento edilizio ed il numero di nuclei familiari presenti, dall’incremento della domanda di strutture, opere collettive e dotazione minima di spazi pubblici per abitante, dalla necessita’ di salvaguardare l’ambiente e la staticita’ dei luoghi e, infine, dalla possibilita’ che le opere non ancora ultimate siano portate a compimento e le unita’ non ancora abitate siano occupate.
Cio’ posto, occorre ricordare che la menzionata pronuncia delle Sezioni Unite afferma come il giudice di merito debba valutare attentamente e, conseguentemente, motivare, la sussistenza del pericolo derivante dalla libera disponibilita’ del bene pertinente al reato, considerando, in particolare, “la reale compromissione degli interessi attinenti al territorio ed ogni altro dato utile a stabilire in che misura il godimento e la disponibilita’ attuale della cosa da parte dell’indagato o di terzi possa implicare una effettiva ulteriore lesione del bene giuridico protetto, ovvero se l’attuale disponibilita’ del manufatto costituisca un elemento neutro sotto il profilo della offensivita'”. A titolo di esempio, con specifico riferimento all’incidenza sul carico urbanistico, si aggiunge che la delibazione in fatto sotto tale profilo deve essere effettuata considerando la consistenza reale e l’intensita’ del pregiudizio temuto, tenendo conto della situazione esistente al momento dell’adozione della misura.
Sulla nozione di “carico urbanistico”, peraltro, vengono fornite puntuali indicazioni, osservando, testualmente, che “(…)questa nozione deriva dall’osservazione che ogni insediamento umano e’ costituito da un elemento c.d. primario (abitazioni, uffici, opifici, negozi) e da uno secondario di servizio (opere pubbliche in genere, uffici pubblici, parchi, strade, fognature, elettrificazione, servizio idrico, condutture di erogazione del gas) che deve essere proporzionato all’insediamento primario ossia al numero degli abitanti insediati ed alle caratteristiche dell’attivita’ da costoro svolte. Quindi, il carico urbanistico e’ l’effetto che viene prodotto dall’insediamento primario come domanda di strutture ed opere collettive, in dipendenza del numero delle persone insediate su di un determinato territorio. Si tratta di un concetto, non definito dalla vigente legislazione, ma che e’ in concreto preso in considerazione in vari istituti di diritto urbanistico: a) negli standards urbanistici di cui al Decreto Ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444 che richiedono l’inclusione, nella formazione degli strumenti urbanistici, di dotazioni minime di spazi pubblici per abitante a seconda delle varie zone; b) nella sottoposizione a concessione e, quindi, a contributo sia di urbanizzazione che sul costo di produzione, delle superfici utili degli edifici, in quanto comportino la costituzione di nuovi vani capaci di produrre nuovo insediamento; c) nel parallelo esonero da contributo di quelle opere che non comportano nuovo insediamento, come le opere di urbanizzazione o le opere soggette ad autorizzazione; d) nell’esonero da ogni autorizzazione e percio’ da ogni contributo per le opere interne (Legge n. 47 del 1985, articolo 26 e Legge n. 493 del 1993, articolo 4, comma 7) che non comportano la creazione di nuove superficie utili, ferma restando la destinazione dell’immobile; e) nell’esonero da sanzioni penali delle opere che non costituiscono nuovo o diverso carico urbanistico (Legge n. 47 del 1985, articolo 10 e Legge n. 493 del 1993, articolo 4)”.
Sulla scia di tali condivisibili rilievi, altre decisioni successive hanno ulteriormente delineato i termini della questione, richiamando l’attenzione sulla circostanza che il pericolo degli effetti pregiudizievoli del reato, anche relativamente al carico urbanistico, deve presentare il requisito della concretezza, in ordine alla sussistenza del quale deve essere fornita dal giudice adeguata motivazione (Sez. 3, n. 4745, 30 gennaio 2008; conf. Sez. 6, n. 21734, 29 maggio 2008; Sez. 2, n. 17170, 5 maggio 2010) e chiarendo che, a tal fine, l’abuso va considerato unitariamente (Sez. 3, n. 28479, 10 luglio 2009; Sez. 3, n. 18899, 9 maggio 2008).
L’aggravamento del carico urbanistico e’ stato riconosciuto anche con riferimento alle ipotesi di realizzazione di opere interne comportanti il mutamento della originaria destinazione d’uso di un edificio (Sez. 3, n. 22866, 13 giugno 2007; conf. Sez. 4, n. 34976, 28 settembre 2010).
Nelle richiamate pronunce vengono, inoltre, indicate ipotesi specifiche di incidenza dei singoli interventi sul carico urbanistico, richiamando, ad esempio, il contenuto della Legge 17 agosto 1942, n. 1150, articolo 41 sexies, come modificato dalle Legge n. 122 del 1989 e Legge n. 246 del 2005 il quale richiede, per le nuove costruzioni ed anche per le aree di pertinenza delle costruzioni stesse, la esistenza di appositi spazi per parcheggi in misura non inferiore ad un metro quadrato per ogni dieci metri cubi di costruzione (Sez. 3, n. 28479/09, cit); la rilevanza di nuove costruzioni in termini di esigenze di trasporto, smaltimento rifiuti, viabilita’ etc. (Sez. 3, n.22866/07, cit.); l’ulteriore domanda di strutture ed opere collettive, sia in relazione alle prescritte dotazioni minime di spazi pubblici per abitante nella zona urbanistica interessata (Sez. 3, n. 34142 23 settembre 2005).
Anche sul punto, dunque, l’ordinanza impugnata supera indenne il vaglio di legittimita’.

References: sentenza 
 articolo 44
 sentenza 
 articolo 25
 articolo 48
 articolo 26
 articolo 4
 articolo 10
 articolo 4
 articolo 41