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Timestamp: 2017-02-25 09:00:05+00:00

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La mappa del terrore: in 78 Paesi essere gay vuol dire la galera. E, in 7, il patibolo | VOX CLAMANTIS
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Colpevoli Parigi. Ogni giorno lo si vede percorrere il suo giardino per verificare che tutto vada bene. Progetta nuove opere di giardinaggio. Ha 25 anni, vive da solo, si accontenta di andare a lavorare e tornare a casa la sera. Nessuno dei vicini sospetta che, invece, conduca anche un’altra vita, per cui rischia fino a sette anni di carcere, per il fatto di essere un omosessuale in Botswana. A oltre seimila chilometri da lì, un trentottenne di Teheran scrive: “Sono un iraniano gay rinchiuso fra quattro mura disgustose: legge, cultura, famiglia e religione”. Se lo scoprissero, per lui ci sarebbe la pena di morte.
Atto contro l’ordine naturale indecente, atto impudico, abominevole, sodomia. Tanti modi diversi di chiamare l’omosessualità nei codici penali di ogni latitudine, tante pene diverse per punirla: multe in denaro, prigione, lavori forzati, condanna a morte, anche con la lapidazione pubblica. In 78 Paesi, sui 242 nel mondo, l’omosessualità è un crimine. In sette la si punisce con la pena capitale: succede in Mauritania, Sudan, Yemen, Arabia Saudita, in Iran e in alcune regioni di Somalia e Nigeria, dove vige la svaria, la legge cranica. Luoghi dove non esiste quasi mai un movimento per i diritti gay, dove è difficile sentire la voce di rischia la pelle.
“In tutti i nostri scambi on line, la paura dominava sempre” racconta Philippe Castebon, giornalista e fotografo francese, curatore di Les condamnés, preziosa raccolta di testimonianza dirette sul tema. Iscrivendosi ai siti web per incontri gay, è riuscito a mettersi in contatto con uomini omosessuali che vivono in Paesi dove l’omosessualità è reato. A loro ha chiesto di inviargli un autoritratto fotografico e una testimonianza scritta. Alla fine si è trovato fra le mani una mappa vivente della criminalizzazione dell’omosessualità, niente nomi, ma molte vite: “Non è uno studio sull’omofobia nel mondo, sono uomini che parlano in prima persona di sé” ci spiega nel salone della Terza Municipalità di Parigi, dove ha allestito la mostra con le testimonianze raccolte.
“Nei siti internet per gay gli utenti di solito pubblicano immagini in cui non si possa riconoscere la loro identità, dove ad esempio manca la testa. Da qui l’idea di chiedere ai miei interlocutori di scattarsi una foto appositamente per il progetto. Ho chiesto di mandarmi anche un testo scritto e la frase ‘nel mio Paese, la mia sessualità è un crimine’ tradotta nella loro lingue”.
Nell’arco di un anno, dal novembre 2008 a quello del 2009, Castetbon ha contattato oltre seicento uomini. Cinquantuno hanno risposto.
“A ciascuno ho presentato il progetto, l’idea della mostra e di un libro fotografico. Ho passato molto tempo a rassicurare ciascuno di loro. Con un ragazzo libico ho discusso sette mesi e alla fine m’ha detto: ‘Ho troppo paura’. Mi ha inviato un testo, ma non la sua immagine”.
Di paura parlano in molti nelle testimonianze raccolte da Castetbon: per l’iracheno, un uomo di 32 anni di Bagdad, “righe, pagine intere o anche libri non potrebbero descrivere l’accumularsi di decenni di paura e angoscia”. Praticamente tutti vivono di nascosto. “In Arabia Saudita si può essere gay solo in segreto” scrive un venticinquenne da Ryad. “Per condurre questa vita nascosta, ti devi sposare con una donna, perché la famiglia ti forza a farlo. Per amicizia gli uomini si tengono spesso per mano nei Paesi Arabi. Questo mi permette di camminare stringendo la mano del mio compagno e la gente non dice niente”.
Anche dove la legge non è applicata, il rischio permane e arriva dalla strada. È il caso della Giamaica: “Un Paese terribile” dice Castetbon, “ci sono uccisioni di omosessuali ogni anno. E la pressione sociale è fortissima”. Internet può fare la differenza, pur virtuale, in un’esistenza che altrimenti sarebbe soffocata. “È una finestra, un luogo di scambio, con la speranza folle di innamorarsi, di vivere un’altra vita. Per il ragazzo che mi ha scritto dall’India, trovare on line uomini come lui è stata una rivelazione. Si è reso conto di non essere solo”.
IN questi Paesi, pochi sono i club o i luoghi di incontro per gay, rare le associazioni per la difesa dei loro diritti. Eppure qualcosa si muove anche in Africa (per esempio in Kenya e Camerun). Negli ultimi anni la questione omosessuale ha guadagnato visibilità anche grazie alla breccia aperta sui temi della sessualità da parte delle campagne internazionali contro l’Aids. Parlando di malattie sessualmente trasmissibili si parla di sessualità. Ce lo conferma Mathilde Chevalier, della Commissione Lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) di Amnesty Intenational: “Spesso è così che le associazioni operano in Africa, dove è raro che vengano create specifiche organizzazioni per la depenalizzazione dell’omosessualità. Si lavora su entrambe le questioni, Aids e omofobia. Questa è anche la politica dell’Onu: far passare il messaggio che, se si criminalizza l’omosessualità, si danneggiano le politiche di lotta all’Aids. In America Latina, invece, sono nate associazioni specifiche, Lgbt, come in Honduras”.
Continuano, però, a mancare riconoscimento e visibilità per le lesbiche: “Fantasmi più degli altri” spiega Chevalier, dal momento che le campagne anti-Hiv stimolano l’uscita dall’ombra soprattutto di uomini. D’altra parte anche le leggi ignorano talvolta l’omosessualità femminile, penalizzando di più quella maschile: dei 78 Paesi con leggi anti-gay, solo 44 fanno riferimento alle relazioni tra donne.
Dove non esistono associazioni cui rivolgersi, ognuno si arrangia come può. “Sono andato a trovare l’imam, per parlargli della mia sessualità, all’epoca in cui, ancora adolescente, la odiavo” racconta un ragazzo di 27 anni di Dubai. “Vuole sapere la sua risposta? ‘Andrai all’inferno e brucerai per sempre’. In quel momento, me ne ricordo bene, mi sono alzato e gli ho detto: “Se brucerò all’inferno, sarà là che ci troveremo”.
di Francesca Ghirardelli “Il Venerdì”
In Uganda tutte le chiese ci danno la caccia
Kampala “Sono un virus, se non li fermiamo infetteranno la nostra gioventù”. Robert Sonko fa il tassista e quando parla dei gay alza il sopracciglio fissandoti dallo specchietto retrovisore con l’aria di uno che sa il fatto suo. Fa lo slalom tra le buche nelle strade trafficate al centro di Kampala e tra un balzo e l’altro dell’auto, aggiunge: “Per me non è essenziale mandarli a morte. Cinque anni di galera possono bastare per rieducarli, ma molti non sono tolleranti come me”.
In Uganda chiese evangeliche di esportazione statunitense, dove, nelle prediche domenicali, so confonde volutamente la pedo-pornografia con l’omosessualità, è in corso una crociata contro i “diversi”. Per lo stesso presidente della Repubblica Yoweri Museveni, essere gay è “un atteggiamento anti-africano”. Non soprende quindi che la proposta di legge, che chiede l’introduzione della pena di morte per il reato di “omosessualità aggravata”, arrivi dal partito di governo.
Cinquecentomila firme raccolte on line non sono bastate per far ritirare la legge. Secondo la rugbista Warry Ssenfuka, detta Bighi, direttrice di Freedom and Roam Uganda, organizzazione per i diritti di fay e Lbti (la “i” sta per intersex), la legge “non passerà, ma solo perché Usa ed Europa minacciano di tagliare gli aiuti”. Se i gay d’Uganda eviteranno il boia grazie alle pressioni del portafogli di Washington, dovranno comunque battersi a lungo contro le false credenze diffuse su di loro. “Dicono che andiamo in giro a fare proseliti” aggiunge Bighi, 26 anni, che ha subito anche lei questa accusa e ha penato per farsi accettare nel suo rugby club. “Il peggio è che credono di poterci ‘salvare’”. Non solo con le prediche: lo stupro rieducativi dei gay da parte di famigliari o amici è pratica diffusa in Uganda, come in Sudafrica.
Articolo 534: ogni relazione sessuale contro natura è punta con il carcere per la dura minima di un mese e fino a un anno.
I rapporti omosessuali tra adulti consenzienti che avvengono in privato non sono vietati. Ma la legge 10/1961 contro la prostituzione, come pure l’articolo 278 sugli atti pubblici impudichi, sono stati utilizzati in questi ultimi anni per arrestare, incriminare e condannare gli omosessuali.
Articolo 110: la pena per la sodomia è la morte. Il giudice della sharia decide il tipo di esecuzione. Articolo 111: la sodomia determina la pena di morte nell’ipotesi in cui la persona attiva nell’atto sessuale sia la passiva siano mature, sane di spirito e agiscano volontariamente.
Sezione 14.74: la “Sodomia volontaria” costituisce un’infrazione derivante dal coinvolgimento in un “rapporto sessuale deviato”. L’infrazione è catalogata come reato di primo grado.
Articolo 338: chi commette atti omosessuali è unito con il carcere da due mesi fino a due anni e con una multa da cinquecento a duemila dinari algerini.
Botswana: Articolo 164: ogni individuo che abbia una relazione carnale contro l’ordine naturale con altro individuo o con un animale o che permette ad altra persona di avere relazioni carnali contro l’ordine naturale con lui o lei, commette reato ed è soggetto ad una pena massima di 7 anni di carcere.
Anche l’Italia ha i suoi omofobi razzisti:
Tralasciando le recenti dichiarazioni del Cardinal Bertone che mette in correlazione l’omosessualità con la pedofilia, l’Italia non vive certo una stagione di diritti verso il mondo Lgbt, soprattutto in campo cattolico un esempio è il sito Pontifex.Roma.it dove sono presenti chiari esempi di omofobia e razzismo (verso tutto ciò che è diverso) dove troverete l’intervista qui sotto riportata dello psichiatra Francesco Bruno, di stretta osservanza cattolica, che viola ogni regola deontologica e va contro ogni modello di riferimento dell’Oms, giusto per capire come l’omofobia (ricordiamo a Francesco Bruno che l’omofobia è una malattia da cui anche lui può guarire) alberghi anche in chi dovrebbe essere più professionale e meno ignorante segue il commento della dottoressa Paola Biondi: Ha ragione il cardinale Barragan: l’omosessualità é una patologia e gay si diventa, non si nasce. Si tratta di un disturbo che distacca l’uomo dalla norma. La sessualità serve principalmente alla riproduzione.
Una intervista del Cardinale messicano Barragan al nostro sito (www.pontifex.roma.it), come del resto era inevitabile, ha destato qualche polemica. Era nel conto e, dunque, pace. Abbiamo voluto sentire, in proposito, la opinione di uno psichiatra di chiara fama, il noto professor Francesco Bruno, volto spesso presente in Tv. Professor Bruno, l’omossessualità, può considerarsi normalità o patologia?: ” il discorso é lungo. Un tempo era senza dubbio vista da tutti come patologia. Poi ,recentemente, prima società americana di psichiatria e dopo la organizzazione mondiale della sanità, la hanno cancellata”. Dunque non é una malattia: ” bisogna vedere in che modo siamo arrivati a questo risultato e le dico che non é una bella cosa. Come del resto si sa, le lobbies omosessuali e non solo quelle, sono potenti e per ottenere quel risultato si sono mobilitate persino con una campagna porta a porta. Ometto altri particolari per evitarmi…ed evitarle querele, ma ci siamo intesi”. La sua idea al riguardo?: ” io ero e resto della convinzione che la omosessualità sia una patologia, una anormalità della sessualità e quindi un disturbo”. Disturbo in che senso?: “per disturbo si intende un distacco dalla realtà e non ci piove sul fatto che la sessualità abbia come primo e principale scopo la riproduzione della specie. Ora non é possibile questo evento nell’atto sessuale tra persone del medesimo sesso. Nessuno, tanto meno io, vuole fare delle discriminazioni, ma é così”. Dunque se l’atto sessuale é volto alla procreazione, siamo nella anormalità: ” certamente, ecco il motivo per il quale parlo di patologia. In un certo senso, da un punto di vista definitorio, quello che dice l’organizzazione mondiale della sanità, non é totalmente fuori strada, ma allora il concetto di libera scelta andrebbe a farsi benedire”. Chi decide in sostanza se siamo nel caso concreto nella patologia o nella normalità?: ” il medico, lasciando da parte le decisioni della organizzazione mondiale. Lo stabilisce solo il medico nella sua libera scelta, in scienza e coscienza. Basta con le burocrazie imposte e che tagliano le gambe a quanto il medico può vedere nella sua libertà. Se per assurdo a me dovessero dire che é legittimo fare la iniezione letale ad un moribondo, mi negherei a farla, per il principio della sacralità della vita e per il dovere che ha il medico di curare, evitando ogni accanimento”. Professore, omosessuali si nasce o si diventa?: ” si diventa, spesso per ambienti nei quali si vive, per propria scelta o per tendenza. In parte ci potrebbero essere persone geneticamente predisposte alla omosessualità, ma non é detto, come altre patologie se quel virus, non mi riferisco alla omosessualità per virus, esploda oppure no. Ma omosessuali si diventa, ed il più delle volte, per libera e precisa volontà. In una società che ha perduto ogni valore etico”
PARERE DELLA DR.SSA PAOLA BIONDI
Leggo con sconcerto sul sito Pontifex, di chiara matrice cattolica, un articolo che presenta le idee dello psichiatra Francesco Bruno in merito all’omosessualità.
Vediamole nel dettaglio e cerchiamo di fare chiarezza su quanto affermato.
1) Alla domanda se l’omosessualità può considerarsi normalità o patologia risponde affermando che un tempo era considerata patologia ma che sia la psichiatria che l’OMS l’hanno “cancellata”. Aggiunge però che a questa decisione si è arrivati solo perché le lobbies omosessuali americane hanno fatto una campagna porta a porta.
Ho sempre pensato che la scienza e gli scienziati, gli esperti, gli studiosi non si facessero condizionare così facilmente dall’uomo comune.
E’ vero che gli attivisti gay sono intervenuti durante un meeting APA negli anni ‘70 e ‘71, ma è anche vero che dal ‘72 in poi sono stati gli stessi psichiatri gay ad affrontare scientificamente il problema. Ricordiamo che in quegli anni gli psichiatri omosessuali non potevano dichiarare il loro orientamento sessuale altrimenti nessun istituto psicoanalitico avrebbe loro permesso di formarsi e lavorare (Un esempio ne è il Dr. H. Anonymous).
Negli anni ‘72 e ‘73 come è consuetudine dell’APA sono state istituite commissioni scientifiche che passassero in rassegna gli studi di sessuologia ritenuti più scientifici e questo portò il Board of Trustees dell’APA a rimuovere l’omosessualità dal DSM-II e a sostituirla con Disturbo dell’Orientamento Sessuale.
Nel 1974 una petizione degli psicoanalisti chiese la revoca della decisione del Board attraverso un referendum tra i soci (quindi la possibilità di modificare quanto scelto prima è stata data a tutti in modo assolutamente democratico).
Il 58% dei 10.000 soci APA votò a favore della decisione del Board.
Nel 1974 quindi la Position State (posizione ufficiale) dell’APA fu:
“Dal momento che, l’omosessualità non implica di per sé impedimenti nel giudizio, stabilità, affidabilità, o in generale nelle capacità sociali o professionali, l’APA deplora ogni forma di discriminazione contro l’omosessualità, pubblica e privata, in ogni contesto, sul lavoro, in casa, negli uffici pubblici, e dichiara che in nessun caso gli omosessuali vanno considerati in modo diverso dagli altri per quanto riguarda giudizio, capacità e affidabilità…” Ancora l’APA sostiene e raccomanda l’abrogazione di tutte le leggi discriminatorie nei riguardi di atti omosessuali compiuti tra adulti consenzienti.
Nel 1980 viene distinta nel DSM-III l’Omosessualità Egodistonica (persistente e marcato disagio riguardo l’orientamento sessuale) e nel 1987 con il DSM-III-R viene cancellata totalmente.
Ad oggi, in attesa del DSM-V, l’unica voce presente è il Disturbo Sessuale NAS.
La normalizzazione culturale dell’omosessualità come conseguenza della decisione APA apre ad alcune domande:
a) Se l’omosessualità non è una malattia, e
b) Se non si accettano alla lettera le proibizioni bibliche contro l’omosessualità, e
c) Se la democrazia contemporanea e laica separa Chiesa e Stato, e
d) Se le persone omosessuali sono cittadini/e adeguati/e e produttivi/e,
Allora, cosa c’è di sbagliato nell’essere omosessuali?
Fonte: [J. Drescher, Convegno Internazionale Omosessualità e Psicoterapie, 7 nov 2009]
Torniamo al dott. Bruno che insiste affermando:
2) “Io ero e resto della convinzione che l’omosessualità sia una patologia, una anormalità della sessualità e quindi un disturbo. Per disturbo si intende un distacco dalla realtà e non ci piove sul fatto che la sessualità abbia come primo e principale scopo la riproduzione della specie. Ora non è possibile questo evento nell’atto sessuale tra persone del medesimo sesso.”
Prendiamo per buono quanto afferma il dott. Bruno. Proviamo a considerare sessualità normale, adeguata, giusta, esente da disturbi solo i rapporti destinati alla procreazione. Dovremmo per obiettività considerare identici ai rapporti omosessuali anche:
tutti i rapporti sessuali tra maschio e femmina che non hanno portato alla fecondazione di un ovulo; tutti i rapporti sessuali tra maschio e femmina che sono costituzionalmente sterili quindi impossibilitati a procreare; tutti i rapporti sessuali tra maschio e femmina se per via di una malattia uno dei due (o entrambi) ha perso gli organi riproduttivi; tutti i rapporti sessuali tra maschi e femmina in presenza di malattie neoplastiche che necessitano di cure radio e/o chemioterapiche (in genere viene consigliato di avere rapporti protetti perché le gravidanze potrebbero produrre feti con gravi patologie e anomalie); tutti i rapporti sessuali anali/orali tra maschio e femmina; tutti i rapporti sessuali tra maschio e femmina protetti (e credo siano la maggioranza!); tutti i rapporti sessuali tra maschio e femmina in menopausa/andropausa.
Come sappiamo tutti la sessualità non è esclusiva della procreazione, ma contiene altre componenti come il piacere, l’intimità, l’affettività ed è una componente fisiologica e indispensabile per la vita di ciascuno e rientra tra i bisogni primari individuati da Maslow nel lontano 1954.
Ancora il dott. Bruno alla domanda “Chi decide in sostanza se siamo nel caso concreto della patologia o nella normalità?” afferma
3) “il medico, lasciando da parte le decisioni della organizzazione mondiale. Lo stabilisce solo il medico nella sua libera scelta, in scienza e coscienza. Basta con le burocrazie imposte e che tagliano le gambe a quanto il medico può vedere nella sua libertà. Se per assurdo a me dovessero dire che é legittimo fare la iniezione letale ad un moribondo, mi negherei a farla, per il principio della sacralità della vita e per il dovere che ha il medico di curare, evitando ogni accanimento“.
Analizziamo questa affermazione dalla parte opposta. Lui afferma che ogni medico (e non si parla di psicologi!) deve agire liberamente, in scienza e coscienza. Ma se agisse in scienza dovrebbe tener conto di quanto l’OMS, l’APA e altri organismi scientifici afferma. Quindi se rifiuta di seguire le indicazioni scientifiche resta la scelta in coscienza. Fermo restando questo assunto dovrebbe essere altrettanto possibile che un medico che, in coscienza sente di poter aiutare una persona in stato vegetativo permanente a morire, possa farlo senza incappare in procedimenti legali a suo carico. O no?
Sulla tanto controversa questione se omosessuali si nasce o si diventa afferma:
4) “si diventa, spesso per ambienti nei quali si vive, per propria scelta o per tendenza. In parte ci potrebbero essere persone geneticamente predisposte alla omosessualità, ma non é detto, come altre patologie se quel virus, non mi riferisco alla omosessualità per virus, esploda oppure no. Ma omosessuali si diventa, ed il più delle volte, per libera e precisa volontà. In una società che ha perduto ogni valore etico“.
Il dott. Qazi Rahman, professione di Biologia Cognitiva presso la Queen Mary University di Londra è di parere contrario. Afferma che quasi tutti gli scienziati sono concordi nel dire che l’omosessualità possiede semplicemente cause naturali e che l’orientamento sessuale non è una scelta. La scelta si riduce a eterosessualità o omosessualità, anche se esiste una piccola variazione che permette di non escludere il comportamento bisessuale. Le cause per un diverso orientamento sessuale fanno capo a due aree: la variazione dei geni e da “fattori non condivisi” come ad es. gli ormoni. Entrambi sono fattori biologici.
Il Karolinska Institute ha dimostrato che uomini eterosessuali e donne lesbiche mostrano un’asimmetria nella parte destra degli emisferi cerebrali, al contrari di donne eterosessuali e uomini gay (più simmetrici). Questa differenza sarebbe localizzata nell’amigdala, la parte del nostro cervello responsabile per l’orientamento in risposte agli stimoli emozionali.
Siamo molto lontani dal trovare il “gene gay” il cui primi studi risalgono a Dean Hamer nel 1993. La cui scoperta taciterebbe le coscienze moraliste e religiose, ma forse non eliminerebbe discriminazioni e omofobia nella società.
Io penso che l’unica scelta che una persona omosessuale può fare è di vivere serenamente la sua identità o di nascondersi per tutta la vita, scegliendo spesso una vita eterosessuale che non gli appartiene per accontentare le richieste sociali alle cui pressioni è sottoposto quotidianamente.
Posted on 16 aprile 2010 at 2:41 PM in Diritti umani, Società	| RSS feed
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References: Articolo 534

Articolo 110
 Articolo 111

Articolo 338
 Articolo 164
e contrario