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Timestamp: 2017-11-18 21:47:21+00:00

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Il sequestro penale (preventivo o probatorio) l'ambito del riesame in punto di valutazione del fumus commissi delicti. Il Tribunale del Riesame deve "assecondare" la rappresentazione del fatto fatta dal PM o verificarne la fondatezzaalla luce dell'istruttoria espletata?
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revoca del sequestro preventivo disposta dal PM modello
Un profilo particolarmente dibattuto in giurisprudenza è quello inerente l'ampiezza del sindacato esercitabile dal giudice del riesame in merito ai presupposti di fatto legittimanti il sequestro preventivo che sia stato disposto disposto dal GIP.
Secondo un primo orientamento, invero risalente ma fondato su una pronuncia delle Sezioni Unite della Suprema Corte (sent.20.11.1996, n. 23/97, Bassi) il sindacato del giudice del riesame sulla sussistenza del fumus del reato non potrebbe investire la concreta fondatezza dell'accusa, ma dovrebbe essere compiuto solo sotto il profilo della congruità degli elementi rappresentati, che non potrebbero essere sindacati sotto il profilo fattuale ma andrebbero valutati così come esposti dal pubblico ministero al fine di verificare se essi consentano di sussumere l'ipotesi formulata in quella tipica.
Tale principio risulta così massimato dalla pronuncia delle SSUU dianzi citata: "Alla giurisdizione compete, perciò, il potere-dovere di espletare il controllo di legalità, sia pure nell'ambito delle indicazioni di fatto offerte dal pubblico ministero. L'accertamento della sussistenza del fumus commissi delicti va compiuto sotto il profilo della congruità degli elementi rappresentati, che non possono essere censurati in punto di fatto per apprezzarne la coincidenza con le reali risultanze processuali, ma che vanno valutati così come esposti, al fine di verificare se essi consentono di sussumere l'ipotesi formulata in quella tipica. Pertanto, il tribunale non deve instaurare un processo nel processo, ma svolgere l'indispensabile ruolo di garanzia, tenendo nel debito contro le contestazioni difensive sull'esistenza della fattispecie dedotta ed esaminando l'integralità dei presupposti che legittimano il sequestro".
Si tratta, tuttavia, di un principio in via di superamento in quanto tutta la giurisprudenza di legittimità più recente appare invece orientata nel senso di munire il Giudice del Riesame del potere dovere di verificare l'ipotesi accusatoria posta a sostegno del sequestro effettuato alla luce degli elementi probatori acquisiti. In ciò d'altronde consiste la verifica in ordine al fumus commissi delicti.
In particolare, si è avuto modo di rilevare come il tribunale del riesame, per espletare il ruolo di garanzia dei diritti costituzionali che la legge gli demanda, non può avere riguardo solo alla astratta configurabilità del reato, ma deve prendere in considerazione e valutare, in modo puntuale e coerente, tutte le risultanze processuali, e quindi non solo gli elementi probatori offerti dalla pubblica accusa, ma anche le confutazioni e gli elementi offerti dagli indagati che possano avere influenza sulla configurabilità e sulla sussistenza del fumus del reato contestato (cfr., ex plurimis, Sez. 1^, 9 dicembre 2003, n. 1885/04, Cantoni, m. 227.498; Sez. 3^, 16.3.2006 n. 17751; Sez. 2^, 23 marzo 2006, Cappello, m. 234197; Sez. 3^, 8.11.2006, Pulcini; Sez. 3^, 9 gennaio 2007, Sgadari; Sez. 4^, 29.1.2007, 10979, Veronese, m.236193; Sez. 5^, 15.7.2008, n. 37695, Cecchi, m. 241632; Sez. 1, 11.5.2007, n. 21736, Citarella, m. 236474; Sez. 4^, 21.5.2008, n. 23944, Di Fulvio, m. 240521; Sez. 2^, 2.10.2008, n. 2808/09, Bedino, m. 242650; Sez. 3^, 11.6.2009, Musico; Sez. 3^, 12.1.2010, Turco;Sez. 3^, 24.2.2010, Normando; Sez. 3^,11.3.2010, D'Orazio; Sez. 3^, 20.5.2010, Bindi; Sez. 3^, 6.10.2010, Kronenberg-Widmer).
Nella valutazione del "fumus commissi delicti" quale presupposto del sequestro preventivo di cui all'art. 321, comma 1, c.p.p., il giudice del riesame non può avere riguardo alla sola astratta configurabilità del reato, ma deve tener conto, in modo puntuale e coerente, delle concrete risultanze processuali e dell'effettiva situazione emergente dagli elementi forniti dalle parti, indicando, sia pure sommariamente, le ragioni che rendono allo stato sostenibile l'impostazione accusatoria
Cassazione penale sez. I 17 giugno 2011 n. 40648
In tema di sequestro preventivo, il requisito del fumus commissi delicti deve essere verificato dal giudice non solo con riguardo alle risultanze processuali in base alle quali vengono ritenuti esistenti il reato configurato e la conseguente possibilità di sussumere la fattispecie concreta in quella astratta, ma anche con riferimento agli elementi che, per consistenza e significato, consentano una ragionevole delibazione, allo stato degli atti, di un concreto grado di probabilità logica e di successo della prospettazione accusatoria.
Il tribunale del riesame, per espletare il ruolo di garanzia dei diritti costituzionali che la legge gli demanda, non può avere riguardo solo alla astratta configurabilità del reato, ma deve prendere in considerazione e valutare, in modo puntuale e coerente, tutte le risultanze processuali, e quindi non solo gli elementi probatori offerti dalla pubblica accusa, ma anche le confutazioni e gli elementi offerti dagli indagati che possano avere influenza sulla configurabilità e sulla sussistenza del fumus del reato contestato (nella specie, la Corte ha annullato l'ordinanza impugnata, confermativa di un sequestro preventivo in relazione al reato di dichiarazione infedele prevista dall'art. 4 d.lg. n. 74/2000, in quanto il sindacato del tribunale del riesame si era mantenuto su di un piano di astrattezza e di ipoteticità, senza valutare in concreto il fondamento degli assunti difensivi, dando luogo, pertanto, ad una motivazione solo apparente).
In sede di riesame del sequestro probatorio, il tribunale deve stabilire l'astratta configurabilità del reato ipotizzato. Tale astrattezza, però, non limita i poteri del giudice nel senso che questi deve esclusivamente "prendere atto" della tesi accusatoria senza svolgere alcuna attività, ma determina soltanto l'impossibilità di esercitare una verifica in concreto della sua fondatezza. Alla giurisdizione compete, perciò, il potere-dovere di espletare il controllo di legalità, sia pure nell'ambito delle indicazioni di fatto offerte dal pubblico ministero. L'accertamento della sussistenza del fumus commissi delicti va compiuto sotto il profilo della congruità degli elementi rappresentati, che non possono essere censurati in punto di fatto per apprezzarne la coincidenza con le reali risultanze processuali, ma che vanno valutati così come esposti, al fine di verificare se essi consentono di sussumere l'ipotesi formulata in quella tipica. Pertanto, il tribunale non deve instaurare un processo nel processo, ma svolgere l'indispensabile ruolo di garanzia, tenendo nel debito contro le contestazioni difensive sull'esistenza della fattispecie dedotta ed esaminando l'integralità dei presupposti che legittimano il sequestro.
In tema di sequestro preventivo di un bene pertinente ad un reato, non è necessario valutare la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza , essendo sufficiente che sussista il "fumus commissi delicti", vale a dire la astratta sussumibilità in una determinata fattispecie di reato, del fatto, contestato come ipotesi di accusa. (Fattispecie relativa a sequestro preventivo emesso con riferimento a titoli di credito, facenti parte di compendio ereditario ed oggetto di infruttuosa esecuzione di sequestro giudiziario in sede civile. La Cassazione, enunciando il principio sopra riportato, ha rigettato il ricorso dell'indagato, che chiedeva l'annullamento del provvedimento cautelare reale, sostenendo che a suo carico non sussistevano elementi di accusa in ordine ai contestati reati di cui agli art. 388 comma 3 e 627 c.p.).
Con l'ordinanza in epigrafe il tribunale del riesame di Santa Maria Capua Vetere confermò il decreto di sequestro preventivo emesso dal Gip del medesimo tribunale il 17.5.2010 di conti correnti bancari, beni mobili ed immobili della srl Arcaica Costruzioni finalizzato alla confisca per equivalente fino alla concorrenza di Euro 256.152,50, pari al profitto da mancato pagamento di parte delle imposte sui redditi del 2008 per mancata dichiarazione dei ricavi ottenuti dalla vendita di otto villette, in riferimento al reato di cui al D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 4.
M.E., amministratore della srl Arcaica Costruzioni, propone ricorso per cassazione deducendo mancanza di motivazione nonchè violazione di legge e del principio della effettiva capacità contributiva di cui all'art. 53 Cost..
Osserva che per la configurabilità del reato di cui al D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 4, occorre che l'imposta evasa sia superiore ad Euro 103.291,38 con riferimento a taluna delle singole imposte.
Non può quindi computarsi congiuntamente l'importo evaso relativo alle imposte sui redditi e quello relativo all'IVA, ancorchè sia stata presentata la dichiarazione unificata prevista dal D.P.R. n. 322 del 1998, art. 3, comma 1.
Non si comprende quindi da dove il tribunale del riesame abbia ricavato l'ammontare della imposta evasa, posto che la GDF ha accertato maggiori costi per Euro 316.686,00 per i quali non risulterebbero registrate le relative fatture. Questo dato non è stato tenuto in considerazione, non essendo stati calcolati i maggiori costi.
Il giudice, pertanto, avrebbe dovuto, per operare l'esatto ammontare dell'imposta presuntivamente evasa, dedurre dai maggiori ricavi ottenuti dalla società (come accertati dalla GDF) i maggiori costi (come accertati dalla stessa GDF), nonchè mondare gli importi relativi ai maggiori ricavi ottenuti di quelle somme da considerarsi caparre, o comunque acconti sulle future vendite, che per l'anno d'imposta 2008 rappresentano per la società meri debiti nei confronti dei promittenti acquirenti, da computarsi, ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 109, esclusivamente nell'anno di imposta in cui si realizza il trasferimento di proprietà.
Il ricorso è fondato. Il tribunale del riesame, infatti, si è basato sul principio - affermato come premessa dell'ordinanza - che il suo sindacato sulla sussistenza del fumus del reato non potrebbe investire la concreta fondatezza dell'accusa, ma dovrebbe essere compiuto solo sotto il profilo della congruità degli elementi rappresentati, che non potrebbero essere sindacati sotto il profilo fattuale, per apprezzarne la coincidenza con le reali risultanze processuali, ma che andrebbero valutati così come esposti dal pubblico ministero al fine di verificare se essi consentano di sussumere l'ipotesi formulata in quella tipica; il tribunale del riesame, quindi, non dovrebbe instaurare un processo nel processo.
Si tratta però di una tesi che non può essere condivisa, sia perchè, per disporre e mantenere la misura cautelare reale, con conseguente compromissione del diritto costituzionalmente tutelato, occorre che vi sia il fumus del reato ipotizzato, sia perchè il sindacato del tribunale del riesame non può limitarsi alla mera verifica della astratta possibilità di ricondurre il fatto contestato alla fattispecie di reato ipotizzata, ma deve appunto verificare la concreta sussistenza del fumus del reato e del periculum in mora, Il diverso principio, che pure a volte era stato affermato in passato da una parte della giurisprudenza sulla base di una tralaticia e non completa considerazione della motivazione di una decisione delle Sezioni Unite (20.11.1996, n. 23/97, Bassi), è stato però disatteso innumerevoli volte dalla giurisprudenza più recente - che qui si conferma -, secondo cui il tribunale del riesame, per espletare il ruolo di garanzia dei diritti costituzionali che la legge gli demanda, non può avere riguardo solo alla astratta configurabilità del reato, ma deve prendere in considerazione e valutare, in modo puntuale e coerente, tutte le risultanze processuali, e quindi non solo gli elementi probatori offerti dalla pubblica accusa, ma anche le confutazioni e gli elementi offerti dagli indagati che possano avere influenza sulla configurabilità e sulla sussistenza del fumus del reato contestato (cfr., ex plurimis, Sez. 1^, 9 dicembre 2003, n. 1885/04, Cantoni, m. 227.498; Sez. 3^, 16.3.2006 n. 17751; Sez. 2^, 23 marzo 2006, Cappello, m. 234197; Sez. 3^, 8.11.2006, Pulcini; Sez. 3^, 9 gennaio 2007, Sgadari; Sez. 4^, 29.1.2007, 10979, Veronese, m.236193; Sez. 5^, 15.7.2008, n. 37695, Cecchi, m. 241632; Sez. 1, 11.5.2007, n. 21736, Citarella, m. 236474; Sez. 4^, 21.5.2008, n. 23944, Di Fulvio, m. 240521; Sez. 2^, 2.10.2008, n. 2808/09, Bedino, m. 242650; Sez. 3^, 11.6.2009, Musico; Sez. 3^, 12.1.2010, Turco;Sez. 3^, 24.2.2010, Normando; Sez. 3^,11.3.2010, D'Orazio; Sez. 3^, 20.5.2010, Bindi; Sez. 3^, 6.10.2010, Kronenberg-Widmer).
Nel merito, infatti, l'ordinanza impugnata si è limitata ad osservare che "sussiste senz'altro fumus del reato contestato di dichiarazione infedele prevista dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 4, essendo astrattamente configurabile una falsa rappresentazione contabile mediante mendaci indicazioni inerenti agli elementi attivi del reddito dell'impresa... così come appare superata la soglia di punibilità...". Subito dopo rileva che "fatti salvi più approfonditi accertamenti anche sulla scorta dei rilievi contenuti nella relazione tecnica di parte depositata, non appaiono condivisibili le conclusioni riportate in tale elaborato in ordine agli errori di calcolo...". Quindi osserva che "si ritiene astrattamente configurabile la realizzazione di un profitto da parte dell'indagato... così come determinato dalla Guardia di Finanza operante che, nella determinazione di tale importo, pare abbia tenuto presente non solo i ricavi, ma anche i costi sostenuti dall'impresa".
E' evidente che il sindacato del tribunale del riesame si è mantenuto su di un piano di astrattezza e di ipoteticità, senza valutare in concreto il fondamento degli assunti difensivi. La motivazione è quindi solo apparente.
In particolare, la difesa dell'indagato aveva ricordato che è configurabile il reato (invece che un illecito amministrativo) solo quando è superata la soglia di punibilità prevista dalla norma e che il superamento della soglia di Euro 103.291,38 di imposta evasa va riferito a ciascuna delle singole imposte, di modo che è esclusa la possibilità di computare congiuntamente l'importo evaso concernente le imposte sui redditi e quello relativo all'IVA, ancorchè sia stata presentata la dichiarazione unificata prevista dal D.P.R. n. 322 del 1998, art. 3, comma 1.
Aveva quindi rilevato che, proprio sulla base del processo verbale di constatazione, le imposte evase nel 2008 sarebbero state di Euro 93.716,60 per IVA, di Euro 14.548,25 per IRAP, e di Euro 83.003,52 per IRES; e che non era stato assolutamente calcolato, nel computo della base imponibile sia per l'IRAP sia per l'IRES, l'importo sostenuto dalla società per i maggiori costi che la stessa GDF, sempre sulla evidenza dei dati extracontabili rinvenuti, aveva riscontrato sempre sulla evidenza dei dati extracontabili rinvenuti, aveva riscontrato.
La tesi difensiva avrebbe quindi essere dovuto essere esaminata sotto il profilo del fumus in quanto, almeno in astratto, non appariva manifestamente infondata, dal momento che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, "In tema di determinazione del reddito d'impresa, la deducibilità delle spese e degli altri componenti negativi, in presenza dei requisiti indicati nel D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 75, non è preclusa nè dalla violazione degli obblighi di tenuta e conservazione delle scritture contabili, di cui al D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 22 (risolvendosi tale violazione nell'impossibilità per l'imprenditore di giovarsi della prova documentale per dimostrare l'esistenza di un fatto a sè vantaggioso - laddove sia gravato del relativo onere -, ma non assumendo rilievo allorchè il verificarsi di tale fatto non sia contestato), nè dall'omessa o irregolare registrazione dei costi, atteso che il relativo obbligo, previsto dal D.P.R. n. 917 del 1986, art. 75, comma 6, - la cui violazione precludeva la possibilità di provare l'esistenza di costi altrimenti deducibili -, è stato abrogato dal D.P.R. 9 dicembre 1996, n. 695, art. 5, e tale nuova disciplina trova applicazione anche nei procedimenti pendenti" (Cass. civ., Sez. 5^, 11.7.2001, n. 10090, m. 555660); "In tema di imposte sui redditi inerenti ad attività d'impresa, il principio sancito dal D.P.R. n. 917 del 1986, art. 75 e ribadito dal D.L. n. 90 del 1990, art. 6 bis, secondo cui le spese sono deducibili se e nella misura in cui siano annotate nelle scritture contabili ed abbiano concorso alla determinazione del risultato del conto profitti e perdite, non è applicabile in caso di rettifica induttiva, in cui alla ricostruzione dei ricavi deve corrispondere un'incidenza percentualizzata dei costi" (Id., 17.1.2001, n, 640, m. 543241); "Qualora, dall'esame della dichiarazione dei redditi del contribuente, risulti l'esistenza di false fatturazioni, la rettifica di essa da parte dell'amministrazione finanziaria, a mezzo di accertamento induttivo, deve essere effettuata mediante ricostruzione, anche in via analitica, di tutte le voci che hanno determinato il reddito imponibile, ovvero prendendo in considerazione tutte le componenti infedelmente dichiarate, sia che esso giovi all'amministrazione consentendo il recupero a tassazione di porzioni di reddito sottratte all'imposizione, sia che giovi al contribuente, determinando un abbattimento della base imponibile e del relativo tributo" (Id., 12.12.2003, n. 19062, m. 568862).
Il tribunale del riesame non ha risposto alle suddette eccezioni, così come non ha risposto all'eccezione che gli acconti su future vendite avrebbero dovuto, secondo la difesa, essere conteggiate tra i ricavi solo nell'anno di imposta in cui si sarebbe realizzato il trasferimento di proprietà.
L'ordinanza impugnata deve pertanto essere annullata per mancanza di motivazione, con rinvio al tribunale di Santa Maria Capua Vetere per nuovo esame.
visite oggi 1992
Dal 12/06/09 14910763

References: art. 388
 art. 4
 art. 4
 art. 3
 art. 109
 art. 4
 art. 3
 art. 75
 art. 22
 art. 75
 art. 5
 art. 75
 art. 6