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Timestamp: 2017-02-28 03:12:00+00:00

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Art. 420 cod. proc. civile: Udienza di discussione della causa
HOME Codice proc. civile Articoli Codice proc. civile Agg. il 28 gennaio 2015 Codice proc. civile Art. 420 cod. proc. civile: Udienza di discussione della causa L’AUTORE: Redazione
Nell’udienza fissata per la discussione della causa il giudice interroga liberamente le parti presenti (1), tenta la conciliazione della lite e formula alle parti una proposta transattiva o conciliativa. La mancata comparizione personale delle parti, o il rifiuto della proposta transattiva o conciliativa del giudice, senza giustificato motivo, costituiscono comportamento valutabile dal giudice ai fini del giudizio. Le parti possono, se ricorrono gravi motivi, modificare le domande, eccezioni e conclusioni già formulate, previa autorizzazione del giudice (2).
Le parti hanno facoltà di farsi rappresentare da un procuratore generale o speciale (3), il quale deve essere a conoscenza dei fatti della causa. La procura deve essere conferita con atto pubblico o scrittura privata autenticata e deve attribuire al procuratore il potere di conciliare o transigere la controversia [c.p.c. 84]. La mancata conoscenza, senza gravi ragioni, dei fatti della causa da parte del procuratore è valutata dal giudice ai fini della decisione.
Il verbale di conciliazione ha efficacia di titolo esecutivo (4.
Se la conciliazione non riesce e il giudice ritiene la causa matura per la decisione, o se sorgono questioni attinenti alla giurisdizione o alla competenza o ad altre pregiudiziali la cui decisione può definire il giudizio, il giudice invita le parti alla discussione e pronuncia sentenza anche non definitiva dando lettura del dispositivo (5).
Nella stessa udienza ammette i mezzi di prova già proposti dalle parti e quelli che le parti non abbiano potuto proporre prima (6), se ritiene che siano rilevanti, disponendo, con ordinanza resa nell’udienza, per la loro immediata assunzione.
A tutte le notificazioni e comunicazioni occorrenti provvede l’ufficio (7).
Conciliazione: [v. 410]; Titolo esecutivo: [v. 474]; Questioni di giurisdizione e di competenza: [v. 279]; Questioni pregiudiziali: [v. 34]; Sentenza: [v. 132]; Mezzo di prova: [v. 183]; Assunzione: [v. 202]; Notificazione: [v. 137]; Comunicazione: [v. 136]. Transazione: è il contratto col quale le parti, facendosi reciproche concessioni, pongono fine ad una lite già insorta o prevengono una lite che può sorgere tra loro (art. 1965 c.c.). Udienza di discussione della causa: udienza nella quale i difensori delle parti espongono oralmente in fatto e in diritto le ragioni poste a sostegno delle rispettive domande. In particolare, nel processo del lavoro costituisce, almeno tendenzialmente, l’unica udienza attraverso la quale si snoda il procedimento. Procuratore: è il soggetto autorizzato, sulla base di un negozio giuridico unilaterale, detto procura, a rappresentare una persona (rappresentato) e a compiere atti al suo posto. Può essere generale, se la procura riguarda tutti gli atti del rappresentato, o speciale, se è conferita in relazione a uno o più affari determinati. Da non confondersi con la rappresentanza tecnica [v. 83]. Atto pubblico: è il documento redatto, con le richieste formalità, da un notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato ad attribuirgli fede nel luogo dove l’atto è formato (c.c. 2699). Scrittura privata autenticata: è l’insieme di un documento privato, sottoscritto dall’autore della dichiarazione, e di un atto pubblico, l’autenticazione, che conferisce al primo, oltre che efficacia probatoria, anche data certa. Dispositivo: parte della sentenza che precede la data e la sottoscrizione della stessa; enuncia il disposto contenuto nella sentenza e in qualsiasi altro provvedimento giurisdizionale.
(1) L’interrogatorio in esame si differenzia da quello formale [v. 228] (del quale resta comunque salva l’ammissibilità), in quanto non è diretto a provocare la confessione giudiziale, ma ad acquisire ulteriori elementi di valutazione, definendo meglio il tema decisionale. Nonostante l’obbligatorietà, la sua omissione non determina nullità della sentenza. L’interrogatorio delle parti costituisce una sorta di testimonianza di parte e può risultare molto utile come integrazione ed interpretazione delle altre prove. Tuttavia, tale finalità finisce per essere svilita, se il giudice nell’udienza di comparizione chiede soltanto alle parti di confermare il contenuto del ricorso o della memoria di costituzione predisposti dai rispettivi difensori. L’omissione di questo incombente non dà luogo a nullità.
(2) L’autorizzazione può essere anche implicita. Eccezioni nuove possono essere sollevate dal convenuto (attore in riconvenzione). Non è invece consentita la mutatio libelli neanche con il consenso della controparte.
(3) La parte può farsi rappresentare dallo stesso difensore. Questi, peraltro, sarebbe tenuto a conoscere i fatti di causa e a dire la verità.
(4) Il presente verbale di conciliazione, a differenza di quello di cui all’art. 411 [v. →], è titolo esecutivo di per sé, e non necessita del decreto del giudice.
(5) Si discute se, come avviene nel rito ordinario ai sensi dell’art. 189, il giudice sia investito di tutta la causa, anche quando la rimessione abbia ad oggetto soltanto questioni preliminari e pregiudiziali.
(6) Il giudice può disporre l’assunzione non soltanto dei mezzi di prova proposti dalle parti, ma anche di quelli che ritenga opportuno assumere ex officio [v. 421].
(7) L’ufficio provvede alle notificazioni e alle comunicazioni soltanto in relazione alla chiamata del terzo prevista nei commi precedenti. Così, ad esempio, la citazione dei testimoni rimane un atto riservato all’impulso della parte interessata, secondo quanto previsto dall’art. 250.
Interrogatorio libero delle parti; 2. Modifica delle domande, conclusioni ed eccezioni; 3. Ammissione e assunzione dei mezzi di prova; 4. Chiamata in causa e costituzione del terzo chiamato.
Interrogatorio libero delle parti.
Le dichiarazioni rese in sede d’interrogatorio libero o non formale, che è istituto finalizzato alla chiarificazione delle allegazioni delle parti e dotato di funzione probatoria a carattere meramente sussidiario, non possono avere valore di confessione giudiziale ai sensi dell’art. 229 c.p.c., ma possono solo fornire al giudice elementi sussidiari di convincimento utilizzabili ai fini del riscontro e della valutazione delle prove già acquisite; ne consegue che rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la scelta relativa alla concreta utilizzazione di tale strumento processuale, non suscettibile di sindacato in sede di legittimità, e che la mancata considerazione delle sue risultanze, da parte del giudice, non integra il vizio di omesso esame di un punto decisivo della controversia. Cass. lav., 22 luglio 2010, n. 17239.
Nel rito del lavoro l’espletamento del libero interrogatorio delle parti e del tentativo di conciliazione, pur essendo obbligatorio, non è previsto a pena di nullità, restando affidato al potere discrezionale del giudice di merito di valutare, anche in relazione agli assunti delle parti, se tale espletamento si configuri di qualche potenziale utilità, o sotto il profilo del buon esito del tentativo o al fine di acquisire elementi di convincimento per la decisione; ne consegue che l’omissione di uno di tali adempimenti da parte del giudice non incide sulla validità dello svolgimento del rapporto processuale, restando ininfluente - e di conseguenza non denunciabile in sede di legittimità - la mancata considerazione dell’omissione stessa, ove lamentata in sede d’appello, da parte del giudice del gravame. Cass. lav., 18 agosto 2004, n. 16141; conforme Cass. lav., 7 giugno 2002, n. 8310.
Modifica delle domande, conclusioni ed eccezioni.
Nel rito del lavoro, l’invocazione a sostegno della domanda di una regolamentazione di fonte pattizia non dedotta nell’atto introduttivo costituisce mutamento della “causa petendi” e implica una modifica della domanda possibile solo in primo grado e unicamente previa autorizzazione del giudice a norma dell’art. 420 c.p.c., sicché la relativa deduzione fatta per la prima volta in appello deve essere dichiarata d’ufficio inammissibile dal giudice del gravame. Cass. lav., 22 ottobre 2010, n. 21760.
La mutatio libelli, nel processo ordinario di cognizione così come in quello del lavoro, si concretizza nella formulazione di una pretesa nuova, diversa da quella originaria, nel senso che di quest’ultima deve innovare l’oggetto ed introdurre nel giudizio nuovi temi di indagine. Pertanto, il ricorrente, che in un suo atto difensivo nell’ambito del processo del lavoro, limitandosi a meglio definire giuridicamente la domanda contenuta nell’atto introduttivo del giudizio, senza alterarne l’oggetto originario, si proponga almeno un parziale soddisfacimento della pretesa azionata formulando una richiesta subordinata, attua una mera riduzione del petitum originario, che non richiede - ai sensi dell’art. 420, comma primo, c.p.c. - alcuna autorizzazione del giudice. Cass. lav., 21 febbraio 2007, n. 4003.
Ammissione e assunzione dei mezzi di prova.
In tema di licenziamento collettivo, qualora il lavoratore che lo impugni limiti nel ricorso introduttivo la deduzione della violazione dei criteri di scelta con riferimento precipuo ad un determinato dipendente rispetto al quale, invocando la relativa comparazione, fondi il diritto azionato, il successivo e tardivo riferimento alla comparazione con altri e diversi dipendenti, in relazione ai quali prospetti il fondamento del diritto azionato, si traduce in un tardivo e, come tale, inammissibile ampliamento del tema d’indagine e quindi dell’oggetto del giudizio. Cass. lav., 27 luglio 2011, n. 16470.
Chiamata in causa e costituzione del terzo chiamato.
Nel rito del lavoro la tardività dell’istanza di chiamata in causa del terzo, non formulata nella memoria difensiva di cui all’art. 416 c.p.c., ma nella prima udienza, deve essere rilevata d’ufficio, onde il giudice di appello, al quale sia stata proposta dal chiamato, rimasto contumace in primo grado, la relativa eccezione di irritualità della propria chiamata, non può ritenere preclusa tale eccezione perché non sollevata dalla parte o non rilevata dal giudice nel grado precedente. Cass. lav., 15 luglio 2008, n. 19480.
Nel rito del lavoro, l’assenza di una previsione analoga a quella di cui all’art. 269 c.p.c., che impone alla parte che chiama in causa il terzo di depositare la citazione notificata entro il termine previsto per la costituzione dell’attore, non esonera il chiamante dall’onere di dimostrare di aver effettuato la vocatio del terzo, nei cui confronti egli intenda, in via di estensione o meno, formulare la domanda già proposta contro il convenuto; ne consegue che, in mancanza di tale prova, non può adottarsi alcuna pronuncia nei confronti del soggetto di cui il giudice abbia autorizzato la chiamata in causa a norma dell’art. 420 c.p.c. Cass. lav., 1º settembre 2004, n. 17554.
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