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Timestamp: 2020-08-12 18:19:44+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 2645 del 30/01/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2645 del 30/01/2016
Cassazione civile sez. trib., 30/01/2019, (ud. 20/12/2018, dep. 30/01/2019), n.2645
Dott. GUIDA Riccardo – rel. Consigliere –
sul ricorso iscritto al n. 9480/2012 R.G. proposto da:
Generale dello Stato.
L&L SRL, rappresentata e difesa dall’avv. Amedeo Grassotti e
dall’avv. Rita Gradara, con domicilio eletto in Roma, in Largo
Somalia n. 67, presso lo studio di quest’ultima.
Lombardia, sezione n. 64, n. 31/64/11, pronunciata il 16/11/2010,
depositata il 22/02/2011.
Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 20 dicembre
2018 dal Consigliere Riccardo Guida.
1. l’Agenzia delle entrate ricorre, con quattro motivi, nei confronti della L&L Srl, che resiste con controricorso, avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia, in epigrafe, che – in controversia avente ad oggetto l’impugnazione di un avviso di accertamento che recuperava a tassazione, ai fini IRES, IRAP e IVA, per l’anno d’imposta 2004, un maggior reddito non dichiarato, per un ammontare di Euro 102.423,00, determinato con l’applicazione del pertinente studio di settore – ha confermato la sentenza di primo grado che aveva annullato l’atto impositivo;
in particolare, il giudice d’appello ha affermato che l’Ufficio, gravato dell’onere di avvalorare le presunzioni semplici di maggiori ricavi non dichiarati, conseguenti all’applicazione dello studio di settore, si è “arroccato” sulla tesi del comportamento antieconomico della società, senza contrastare gli elementi da quest’ultima addotti, in fase amministrativa, a dimostrazione delle peculiarità dell’attività d’impresa, caratterizzata, nell’annualità in verifica, da un’evidente fase di transizione e di riorganizzazione commerciale.
a. preliminarmente si osserva che l’intervenuto fallimento della contribuente, dichiarato dal Tribunale di Mantova, con sentenza n. 86 del 2014, di cui dà conto la difesa della stessa società, nella memoria ex art. 380-bis 1, c.p.c., non ha rilevanza in sede di legittimità; infatti, l’art. 43 L. Fall., comma 3, secondo cui l’apertura del fallimento determina l’interruzione del processo, non comporta l’interruzione del giudizio in corso, in sede di legittimità, posto che per quest’ultimo dominato dall’impulso d’ufficio – non trovano applicazione le comuni cause d’interruzione del processo previste dalla legge (ex multis: Cass. 15/11/2017, n. 27143);
1. con il primo motivo di ricorso, denunciando: “1) Violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., comma 1, in combinato disposto con D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, l’Ufficio censura l’errore di diritto che la CTR avrebbe commesso nella distribuzione, tra le parti, dell’onere della prova, affermando che spettasse all’Ufficio dimostrare, “in termini specifici”, pur in presenza di un reddito della contribuente minore rispetto a quello derivante dai “parametri”, l’origine di tale scostamento, mentre, per giurisprudenza costante, è il contribuente, in tal caso, a dovere fornire la prova della sussistenza di elementi ostativi e contrari alla pretesa erariale;
2. con il secondo motivo, denunciando: “2) Violazione e falsa applicazione, sotto altro profilo, dell’art. 2697 c.c., comma 1, in combinato disposto con il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, con la L. n. 549 del 1995, art. 3, comma 181, nonchè con il D.L. n. 331 del 1993, art. 62 sexies, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, l’Ufficio censura l’error iuris della CTR nell’escludere l’idoneità a fondare la pretesa fiscale degli strumenti parametrici di cui al detto art. 3, comma 181, con i connessi corollari, in tema di ripartizione dell’onere della prova;
3. con il terzo motivo, denunciando: “3) Violazione e falsa applicazione, del D.L. n. 331 del 1993, art. 62 sexies e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.”, si censura il vizio della sentenza che non avrebbe tenuto conto che l’Ufficio aveva individuato un comportamento antieconomico della società, sulla base dei seguenti elementi: la società, dopo avere perso il principale cliente Lemma Spa, procedeva al riacquisto di una fornitura effettuata ad un’azienda che, in precedenza, era una cliente; in seguito all’asserita ristrutturazione, nonostante la riduzione dei ricavi, vi era stato un aumento dei costi fissi per effetto dell’assunzione di nuovi operai e dell’esternalizzazione di parte dell’attività a società concorrenti; malgrado l’asserita crisi economica, la società aveva rimborsato ai soci un finanziamento fruttifero coll’accensione di un prestito bancario;
4. con il quarto motivo, denunciando: “4) Insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo del giudizio in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5”, l’Ufficio censura la sentenza impugnata per non avere esposto il percorso logico giuridico seguito e di essersi limitata ad affermare, in termini anapodittici, l’assenza degli elementi presuntivi, gravi, precisi e concordanti, idonei a supportare la pretesa fiscale, senza chiarire le ragioni per le quali gli indici fattuali addotti dall’Agenzia non erano stati reputati idonei a sorreggere la ricostruzione presuntiva di un maggiore reddito d’impresa non dichiarato;
5. i primi tre motivi, da esaminare congiuntamente perchè connessi, sono fondati;
5.1. è ius receptum che: “La procedura di accertamento standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è ex lege determinata in relazione ai soli standard in sè considerati, ma nasce procedimentalmente in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente (che può tuttavia, restare inerte assumendo le conseguenze, sul piano della valutazione, di questo suo atteggiamento), esito che, essendo alla fine di un percorso di adeguamento della elaborazione statistica degli standard alla concreta realtà economica del contribuente, deve far parte (e condiziona la congruità) della motivazione dell’accertamento, nella quale vanno esposte le ragioni per le quali i rilievi del destinatario dell’attività accertativa siano stati disattesi. Il contribuente ha, nel giudizio relativo all’impugnazione dell’atto di accertamento, la più ampia facoltà di prova, anche a mezzo di presunzioni semplici, ed il giudice può liberamente valutare tanto l’applicabilità degli standard al caso concreto, che deve essere dimostrata dall’ente impositore, quanto la controprova sul punto offerta dal contribuente.” (Cass. sez. un. 18/12/2009, n. 26635);
nel caso in esame, va premesso, da un lato, che non è in discussione che, nella fase amministrativa, sia stato assicurato il contraddittorio con la contribuente e, dall’altro, che non sono contestate la legittimità dell’avviso di accertamento, la congruità della sua motivazione e la correttezza dell’applicazione dello studio di settore (che – giova rimarcarlo – coincide con quello presentato dalla società verificata);
ciò precisato, ha errato la CTR nel reputare che, come essa si è espressa: “permaneva in capo all’Ufficio, l’onere di avvalorare le presunzioni semplici con argomenti idonei a contrastare le ragioni della contribuente” (cfr. pag. 4 della sentenza) che, dal canto suo, come suaccennato, aveva illustrato le peculiarità dell’esercizio in verifica (anno 2004);
invero, attesa la legittimità dell’accertamento del reddito d’impresa mediante il meccanismo presuntivo dell’applicazione dello studio di settore, il giudice d’appello avrebbe dovuto riconoscere che l’Amministrazione finanziaria aveva già assolto all’onere probatorio su di essa gravante e che, quindi, spettava alla contribuente fornire la prova contraria, costituita da elementi di fatto idonei a dimostrare che, nel caso specifico, per la concreta realtà economica dell’impresa, lo scostamento dei ricavi dichiarati (e, in ultima analisi, del reddito), rispetto ai maggiori ricavi (e reddito) ricostruiti presuntivamente, tramite l’accertamento standardizzato, dipendeva dal peculiare atteggiarsi della dinamica aziendale;
è accaduto, invece, che la CTR, sul presupposto dell’esistenza di una mera giustificazione della contribuente (che, in fase amministrativa, aveva genericamente addotto alcune anomalie dell’esercizio 2004, senza però scalfire la legittimità dell’accertamento standardizzato), abbia errato nel ripartire tra i litiganti l’onere probatorio, per di più omettendo di soffermarsi sulla copiosa serie di circostanze, rafforzativi del risultato probatorio ormai raggiunto, offerte dall’Amministrazione finanziaria a conferma dell’evasione fiscale già accertata, riconducibili, in sintesi, all’apparente antieconomicità della gestione societaria;
6. il quarto motivo è assorbito per effetto dell’accoglimento del primi tre mezzi d’impugnazione;
7. in conclusione: accolti il primo, il secondo e il terzo motivo di ricorso ed assorbito il quarto motivo, la sentenza è cassata, con rinvio alla CTR, in diversa composizione, cui è demandato di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.
la Corte accoglie il primo, il secondo e il terzo motivo di ricorso; dichiara assorbito il quarto motivo di ricorso; cassa la sentenza impugnata alla Commissione tributaria regionale della Lombardia, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, il 20 dicembre 2018.
Depositato in Cancelleria il 30 gennaio 2019

References: Sentenza 
 sentenza 
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 art. 380
 Cass. 
 art. 39
 art. 39
 art. 3
 art. 62
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