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Timestamp: 2019-08-24 22:04:33+00:00

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Sentenza 09 febbraio 2015, n.2400 - Olir
Sentenza 09 febbraio 2015, n.2400
Insussistenza di un obbligo costituzionale ad estendere il vincolo coniugale alle unioni "omoaffettive" e riconducibilità di queste ultime al dettato dell'art. 2 della Costituzione
Matrimonio, Diritti fondamentali, Pubblicazioni, Ufficiale dello stato civile, Famiglia, Unioni di fatto, Persone dello stesso sesso
Nel nostro sistema giuridico il matrimonio tra persone dello stesso sesso è inidoneo a produrre effetti perché non previsto tra le ipotesi legislative di unione coniugale. Il nucleo relazionale che caratterizza l’unione "omoaffettiva", invece, riceve un diretto riconoscimento costituzionale dall’art. 2 Cost. e mediante il processo di adeguamento e di equiparazione imposto dal rilievo costituzionale dei diritti in discussione può acquisire un grado di protezione e tutela equiparabile a quello matrimoniale in tutte le situazioni nelle quali la mancanza di una disciplina legislativa determina una lesione di diritti fondamentali scaturenti dalla relazione in questione. L’insussistenza di un obbligo costituzionale ad estendere il vincolo coniugale alle unioni omoaffettive è stata del resto ribadita dalla sentenza n. 170 del 2014 della Corte Costituzionale, nella quale è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale della disciplina normativa che faceva conseguire in via automatica, alla rettificazione del sesso, lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, senza preoccuparsi di prevedere per l’unione, divenuta omoaffettiva, un riconoscimento e uno statuto di diritti e doveri che ne consentisse la conservazione in una condizione coerente con l’art. 2 Cost. (e 8 Cedu). La Corte ha in questo senso evidenziato che il contrasto in tale fattispecie si determina il “passaggio da uno stato di massima protezione giuridica ad una condizione di assoluta indeterminatezza", con conseguente necessità di un tempestivo intervento legislativo.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 30 ottobre 2014 – 9 febbraio 2015, n. 2400: "Insussistenza di un obbligo costituzionale ad estendere il vincolo coniugale alle unioni omoaffettive e riconducibilità di queste ultime al dettato dell'art. 2 della Costituzione"
E’ necessario, pertanto, richiamare preliminarmente i principi stabiliti in questa pronuncia al fine di accertare se siano intervenuti orientamenti successivi da parte della Corte Europea dei diritti umani o dalla stessa Corte Costituzionale, in pronunce successive che possano determinare, anche alla luce di alcune opzioni dottrinali,
La sentenza n. 138 del 2010 ha affermato che l’art. 12 CEDU e l’art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea lasciano al legislatore nazionale di stabilire forme e disciplina giuridica delle unioni, tra persone dello stesso sesso. Tali scelte rientrano pienamente nel margine di discrezionalità dei singoli stati, dovendosi escludere, per questa specifica tipologia di unioni l’imposizione di un modello normativo unico da trarre dal paradigma matrimoniale. Secondo la Corte Costituzionale “Ulteriore riscontro di ciò si desume dall’esame delle scelte e delle soluzioni adottate da numerosi Paesi che hanno introdotto, in alcuni casi, una vera e propria estensione
alle unioni omosessuali della disciplina prevista per il matrimonio civile oppure, più frequentemente, forme di tutela molto differenziate e che vanno dalla tendenziale assimilabilità al matrimonio delle dette unioni fino alla chiara distinzione, sul piano degli effetti, rispetto allo stesso”.
Deve, pertanto, escludersi, secondo la sentenza n. 138 del 2010, che la mancata estensione del modello matrimoniale alle unioni tra persone dello stesso sesso determini una lesione dei parametri integrati della dignità umana e dell’uguaglianza, i quali assumono pari rilievo nelle situazioni individuali e nelle situazioni relazionali rientranti nelle formazioni sociali costituzionalmente protette ex art. 2 e 3 Cost. Per formazione sociale secondo la Corte “deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, quale stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri. Si deve escludere, tuttavia, che l’aspirazione a tale riconoscimento (che necessariamente ostula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia) possa essere realizzata soltanto attraverso un’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio”. Nella pronuncia vi è, di conseguenza, l’espresso riconoscimento del rilievo costituzionale ex art. 2 delle unioni tra persone dello stesso sesso e si avverte l’ esigenza di rimettere al legislatore “nell’esercizio della sua piena discrezionalità, d’individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni omosessuali”, unitamente alla possibilità della Corte stessa d’intervenire a tutela di specifiche situazioni (com’è avvenuto per le convivenze more uxorio).
Questa esigenza, unita all’insussistenza dell’ obbligo
costituzionale o convenzionale di estendere il vincolo coniugale alle unioni omoaffettive, è stata ribadita dalla sentenza n. 170 del 2014 della Corte Costituzionale, nella quale è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale della disciplina normativa che fa conseguire in via automatica alla rettificazione del sesso lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio preesistente senza preoccuparsi di prevedere per l’unione divenuta omoaffettiva, un riconoscimento e uno statuto di diritti e doveri che ne consenta la conservazione in una condizione coerente con l’art. 2 Cost. (e 8 Cedu). La Corte evidenzia che il contrasto si determina per il “passaggio da uno stato di massima protezione giuridica ad una condizione di assoluta indeterminatezza (quale quella di tutte le relazioni tra persone dello stesso sesso nel nostro ordinamento n.d.r)”. Ciò determina la necessità di un tempestivo intervento legislativo.
Ugualmente infondato deve ritenersi il terzo motivo per quanto riguarda la dedotta lesione dell’art. 22 Cost., risultando per il resto sostanzialmente riconducibile alle
« Sentenza 27 gennaio 2015, n.1495 » Ordinanza 05 febbraio 2015, n.5888

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 art. 2
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