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Timestamp: 2019-01-18 14:55:48+00:00

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Art. 829 cod. proc. civile: Casi di nullità | La Legge per tutti
L’impugnazione per violazione delle regole di diritto relative al merito della controversia è ammessa se espressamente disposta dalle parti o dalla legge. E’ ammessa in ogni caso l’impugnazione delle decisioni per contrarietà all’ordine pubblico.
Casi di nullità.
Nullità della convenzione di arbitrato; 2. Inesistenza del compromesso o della clausola compromissoria; 3. Mancato rispetto delle forme e delle modalità prescritte per la nomina degli arbitri; 4. Lodo; 4.1. Oggetto; 4.2. Mancanza dei requisiti previsti dai numeri 5, 6 e 7 dell’art. 823; 4.2.1. Vizio di motivazione; 4.2.2. Conferenza personale; 4.3. Pronuncia successiva al termine stabilito dall’art. 820; 5. Inosservanza delle forme previste; 6. Contrasto con precedenti lodi o sentenze; 7. Inosservanza del principio del contraddittorio; 8. Inosservanza delle regole di diritto; 8.1. Casistica; 9. In genere.
Nullità della convenzione di arbitrato.
A norma dell’art. 829 c.p.c., il difetto di potestas iudicandi del collegio arbitrale può essere rilevato anche d’ufficio, indipendentemente dalla sua precedente deduzione nella fase apud arbitros, soltanto qualora derivi dalla nullità del compromesso o della clausola compromissoria mentre, in tutti gli altri casi - e, cioè, nelle più semplici ipotesi di nomine avvenute con modalità diverse da quelle previste dalle parti o, in mancanza, dal codice di rito civile - l’irregolare composizione del collegio decidente può costituire motivo di impugnazione soltanto quando essa sia stata già denunciata nel corso del giudizio arbitrale. Cass. 3 giugno 2004, n. 10561.
In tema di arbitrato, la clausola compromissoria che stabilisca un modo di nomina degli arbitri di impossibile attuazione pratica, è nulla ai sensi dell’art. 809, commi 2 e 3, del codice di procedura civile, ma ciò non comporta l’inesistenza del lodo arbitrale, che si verifica invece nelle sole ipotesi in cui, per inesistenza del compromesso o della clausola compromissoria, o per essere la materia affidata alla decisione degli arbitri estranea a quelle suscettibili di formare oggetto di compromesso, viene a mancare in radice la potestas decidendi, costituendo, quindi, la pronuncia arbitrale una vera e propria usurpazione di potere. Al di fuori di tali ipotesi, le eventuali difformità dai requisiti e dalle forme del giudizio arbitrale possono provocare solo la nullità del lodo che, una volta rilevata, non impedisce il passaggio alla fase rescissoria per l’accertamento della eventuale nullità del compromesso prevista dall’art. 829, comma 1, n. 1, del codice di procedura civile. Cass. 7 ottobre 2004, n. 19994.
In tema di impugnazione per nullità del lodo arbitrale, le nullità del patto compromissorio, menzionate nell’art. 829 c.p.c., primo comma, n. 1, non sono solo quelle che derivano da vizi di forma estrinseca, ma comprendono anche quelle che traggono origine dai limiti di compromettibilità della controversia e da ogni altra ipotesi di nullità, annullabilità o inefficacia che determini l’insussistenza - originaria o sopravvenuta - della volontà contrattuale delle parti, la quale costituisce il fondamento della potestà decisoria degli arbitri, dovendosi la nozione di nullità di cui alla norma citata riferire a tutti i casi di radicale inidoneità del negozio compromissorio a produrre i suoi effetti. In tali ipotesi, il giudice dell’impugnazione, ravvisata la carenza di detta potestà decisoria, si limita a dichiarare la nullità del lodo e si astiene dal passare alla fase rescissoria del giudizio, senza alcun pregiudizio per le parti, che restano libere di riproporre le loro domande nella sede che ritengano più opportuna. Cass. 29 aprile 2004, n. 8206.
La nullità del lodo per incompetenza degli arbitri va proposta in sede d’impugnazione a norma dell’art. 829 c.p.c., senza che sia necessario che tale nullità sia stata fatta valere dinanzi agli arbitri. Cass. 13 giugno 2000, n. 8029.
In tema di impugnazione di lodo arbitrale, la carenza della potestas iudicandi degli arbitri è questione che attiene alla validità del compromesso o della clausola compromissoria, nonché ai relativi limiti sostanziali e temporali, o alla composizione del collegio arbitrale. Pertanto, a mente dell’articolo 829 c.p.c., il quale regola tassativamente le ipotesi che consentono di impugnare per nullità il lodo arbitrale, non è consentito far valere con il relativo giudizio il vizio di motivazione del lodo arbitrale, ad esclusione dell’ipotesi in cui essa manchi del tutto. Cass. 14 marzo 2006, n. 5466.
La direttiva del Consiglio n. 93/13/CEE, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, deve essere interpretata nel senso che essa implica che un giudice nazionale chiamato a pronunciarsi sull’impugnazione di un lodo arbitrale rilevi la nullità dell’accordo arbitrale ed annulli il lodo, nel caso ritenga che tale accordo contenga una clausola abusiva, anche qualora il consumatore non abbia fatto valere tale nullità nell’ambito del procedimento arbitrale, ma solo in quello per l’impugnazione del lodo. Corte giust., I, 26 ottobre 2006, n. 168.
Inesistenza del compromesso o della clausola compromissoria.
La radicale inesistenza di qualsiasi clausola compromissoria (o di un compromesso), cui segue una assoluta carenza di potere giurisdizionale degli arbitri comportante la inesistenza del lodo arbitrale, essendo rilevabile anche d’ufficio nel giudizio di impugnazione del lodo medesimo, può essere eccepita, per la prima volta, in sede di impugnazione del lodo stesso. Cass. 12 aprile 2005, n. 7535.
Mancato rispetto delle forme e delle modalità prescritte per la nomina degli arbitri.
Il vizio che inficia la nomina del terzo arbitro rituale, perché effettuata dagli altri due e non dal presidente del tribunale così come previsto dalla clausola compromissoria, non è deducibile come motivo di impugnazione per nullità del lodo in difetto di preventiva prospettazione in sede arbitrale. Cass. 3 giugno 2004, n. 10561.
Le questioni delle forme e dei modi della nomina degli arbitri (inclusa quella relativa al difetto di legittimazione alla nomina), se questi non ne rilevano l’invalidità d’ufficio in sede di verifica dei loro poteri, devono essere state proposte nel giudizio arbitrale per poter essere fatte valere con l’impugnazione per nullità del lodo. Cass. 23 gennaio 2003, n. 995.
In tema di impugnazione del lodo per motivi attinenti alla nomina degli arbitri (art. 829 comma 1, n. 2 c.p.c.), l’ammissibilità dell’impugnazione stessa è condizionata alla deduzione della relativa nullità nell’arco dell’intero giudizio arbitrale, senza che possa, conseguentemente, porsi alcuna questione di limiti temporali nell’ambito dello stesso giudizio che non derivi dal necessario rispetto del principio del contraddittorio, restando, per l’effetto, irrilevante che la relativa deduzione sia sollevata non nella prima difesa della parte eccipiente, ma in una memoria successiva. Cass., 14 febbraio 2003, n. 2208.
Stante la natura privatistica dell’arbitrato, che si configura come rinuncia all’azione giudiziaria ed alla giurisdizione dello Stato e come opzione per la soluzione della controversia sul piano privatistico, l’irregolare composizione del collegio arbitrale per difetto in taluno dei componenti di una condizione pattiziamente prevista (nella specie, era stato previsto che l’arbitro del comune dovesse rivestire una delle qualifiche previste dall’art. 45, D.P.R. n. 1063 del 1962) può essere impugnata ai sensi dell’art. 829, comma 1, n. 2, c.p.c. con il limite che la nullità può essere fatta valere solo se sia stata già dedotta nel giudizio arbitrale, e non ai sensi dell’art. 158 c.p.c. che si riferisce ai vizi relativi alla costituzione del giudice, nè del n. 3 dell’art. 829 cit., stante la natura tassativa delle ipotesi ivi contemplate. Cass. 3 ottobre 2002, n. 14182.
Una comparsa depositata nel giudizio arbitrale, se sottoscritta dalla parte, può contenere un’implicita ratifica dell’illegittima nomina degli arbitri, se in essa sia ravvisabile una dichiarazione di volontà in tal senso. Cass. 9 aprile 2002, n. 5062.
La formulazione scritta dei quesiti, il deposito di una o più memorie e la formulazione di istanze istruttorie, in sede di arbitrato rituale, non integrano di per sé una dichiarazione scritta, neanche implicita, di ratifica della nomina degli arbitri nulla, ad opera della parte che ha depositato le memorie e formulato le istanze. Cass. 9 aprile 2002, n. 5062.
Il vizio di incompatibilità dell’arbitro invano ricusato può essere fatto valere in sede di impugnazione del lodo ex art. 829, comma 1, n. 2, c.p.c. anche se l’istanza di ricusazione è stata formulata tardivamente. Cass. 15 novembre 2010, n. 23056.
4.1. Oggetto.
Il senso della norma di cui all’art. 829, n. 4, c.p.c., che sanziona con la nullità il lodo arbitrale che «ha pronunciato fuori dei limiti del compromesso o non ha pronunciato su alcuno degli oggetti del compromesso», è che gli arbitri hanno l’obbligo di decidere su tutto il thema decidendum ad essi sottoposto e non oltre i limiti di esso; tale concetto, letteralmente espresso con riferimento al «compromesso», vale, indubbiamente, anche con riguardo al caso in cui la potestas iudicandi sia agli arbitri conferita in base a clausola compromissoria, e in tal caso il thema decidendum è quello specificato nei quesiti posti agli arbitri, non già quello genericamente indicato nella clausola. Cass. 29 agosto 2003, n. 12694.
In ipotesi di impugnazione di nullità del lodo sotto il profilo previsto dal n. 4 del primo comma dell’art. 829 c.p.c., il giudice, dopo avere accertato che la questione sia stata prospettata agli arbitri (e, quindi, non sia preclusa ai sensi dell’art. 817 c.p.c.), deve prendere in esame la clausola compromissoria ed i quesiti ed, esclusivamente sulla base della loro rispettiva interpretazione, deve sia verificare l’ambito della clausola compromissoria, identificandone l’oggetto nella sua estensione e nei suoi limiti, sia stabilire se i quesiti rientrino in tale oggetto. A tale operazione ermeneutica, in quanto volta ad accertare il contenuto della clausola arbitrale e dei quesiti in relazione alla verifica della potestas iudicandi degli arbitri, resta del tutto estraneo l’esame dell’esistenza delle condizioni sostanziali per l’accoglimento delle domande formulate con i quesiti, ivi comprese le eventuali decadenze o la prescrizione dedotte dalle parti. Queste, infatti, riguardano il merito del giudizio arbitrale e devono essere decise secondo le regole di questo, che possono (a seconda della volontà espressa dalle parti nella clausola compromissoria) non essere quelle di diritto, ma quelle d`equità. Cass. 30 agosto 1999, n. 9111.
4.2. Mancanza dei requisiti previsti dai numeri 5, 6 e 7 dell’art. 823.
4.2.1. Vizio di motivazione.
In tema di giudizio arbitrale il vizio di motivazione deducibile come motivo di nullità del lodo è ravvisabile nelle sole ipotesi in cui la motivazione manchi del tutto o sia a tale punto carente da non consentire di comprendere l’iter del ragionamento seguito dagli arbitri e di individuare la ratio della decisione adottata. Cass. 22 marzo 2007, n. 6986; conforme Cass. 9 luglio 2004, n. 12690.
L’impugnazione per nullità del lodo ex art. 829 c.p.c., numero 4, deve ritenersi consentita in tutti i casi in cui la contraddittorietà tra le varie statuizioni del dispositivo, o tra motivazione e dispositivo, si traduca nella impossibilità di comprendere la ratio decidendi della pronunzia, includendosi in detta causa di nullità anche la contraddittorietà interna della motivazione stessa, a condizione però che vi sia vera e propria inconciliabilità tra le varie parti di essa, di consistenza tale da rendere impossibile la ricostruzione della ratio e, quindi, da integrare una sostanziale mancanza di motivazione. Cass. 26 marzo 2004, n. 6069; conforme Cass. 14 febbraio 2003, n. 2211; Cass. 8 agosto 2003, n. 11950.
Contra: La nullità del lodo conseguente alla circostanza che il medesimo «contiene disposizioni contraddittorie», secondo la previsione dell’articolo 829, n. 4, del c.p.c., è apprezzabile soltanto quando il contrasto sia riferibile a statuizioni contenute nel dispositivo, tali da non consentire la percezione della ratio decidendi)In tema di impugnazione del lodo arbitrale, la nullità della pronuncia arbitrale è ravvisabile unicamente nelle ipotesi in cui tra le varie statuizioni del dispositivo o tra questo e la motivazione emerga una contraddittorietà tale da rendere impossibile la ricostruzione delle ragioni della decisione (con riferimento all’art. 829, nn. 4 e 5, c.p.c.), ovvero nell’ipotesi in cui manchi radicalmente una esposizione anche sommaria dei motivi, ex art. 823, n. 3, c.p.c. Cass. 8 febbraio 2005, n. 2531; conforme App. Milano, 3 dicembre 2003, App. Roma, 13 novembre 2007.
In tema di giudizio arbitrale, il vizio di motivazione denunciabile ex art. 829, n. 5, c.p.c., a differenza di ciò che avviene in presenza di identico vizio ravvisato in una sentenza del giudice ordinario, è deducibile solo nella ipotesi in cui la motivazione del lodo sia del tutto inesistente, ovvero presenti una carenza tale da non consentire di individuare la ratio della decisione adottata dall’arbitro, o ancora sia caratterizzata dalla scelta di un iter argomentativo assolutamente non accettabile sul piano dialettico. Ciò posto, l’unica ipotesi che consente una censura, sotto il profilo della nullità, della pronuncia di un arbitro è quella di una motivazione inesistente o meramente apparente, mentre non assume alcun rilievo una motivazione che, sebbene possa apparite discutibile, consenta comunque di ricostruire l’iter logico ed i canoni ermeneutici attraverso i quali gli arbitri sono giunti alla pronuncia della decisione impugnata. App. Roma, 27 giugno 2007.
L’interpretazione data dagli arbitri al contratto e la relativa motivazione sono sindacabili, nel giudizio di impugnazione del lodo per nullità, soltanto per violazione di regole di diritto, sicché non è consentito al giudice dell’impugnazione sindacare la logicità della motivazione (ove esistente e non talmente inadeguata da non permettere la ricostruzione dell’iter logico seguito dagli arbitri per giungere a una determinata conclusione), né la valutazione degli elementi probatori operata dagli arbitri nell’accertamento della comune volontà delle parti. Cass. 7 febbraio 2007, n. 2717.
In tema di interpretazione del contratto l’accertamento dell’accordo delle parti si traduce in una indagine di fatto affidata al giudice di merito e, quindi, in ipotesi di arbitrato, agli arbitri. Tale accertamento è censurabile in sede di controllo di legittimità - quale è quello esercitato nella fase rescindente dal giudice dell’impugnazione per nullità del lodo arbitrale ex articolo 829 del c.p.c., solo nel caso in cui la motivazione sia così inadeguata da non consentire la ricostruzione dell’iter logico seguito dagli arbitri per giungere ad attribuire al contratto un determinato contenuto oppure per violazione delle norme ermeneutiche di cui agli articoli 1362 e seguenti del codice civile. Cass. 15 febbraio 2005, n. 2976.
L’impugnazione per nullità del lodo arbitrale non può essere finalizzata ad una rivalutazione dei fatti, neppure in via di controllo sull’adeguatezza e congruità dell’iter argomentativo seguito dagli arbitri. Ed infatti, le disposizioni di cui all’art. 829, primo comma, nn. 4 e 5, c.p.c. consentono l’impugnazione per difetto di motivazione solo se si tratti di radicale assenza di sostegno logico della pronuncia arbitrale. Altresì, le stesse conferiscono effetto invalidante solo al vizio di contraddittorietà del dispositivo, non anche alle eventuali contraddizioni che sussistano all’interno della motivazione stessa. App. Roma, 5 luglio 2011.
Qualora il compromesso affidi agli arbitri il compito di decidere secondo equità, la pronuncia del lodo secondo diritto integra un errore “in procedendo”, come tale denunciabile con l’impugnazione per nullità, ai sensi dell’art. 829, primo comma, n. 4, c.p.c., senza che sia onere del denunciante dedurre e dimostrare che la statuizione sia difforme da quella che sarebbe stata adottata in applicazione del parametro equitativo. Cass. 24 giugno 2011, n. 13968.
L’interpretazione data dagli arbitri al contratto e la relativa motivazione sono sindacabili, nel giudizio d’impugnazione del lodo per nullità, soltanto per violazione di regole di diritto, sicché non è consentito al giudice dell’impugnazione sindacare la logicità della motivazione (ove esistente e non talmente inadeguata da non permettere la ricostruzione dell’iter logico seguito dagli arbitri per giungere a una determinata conclusione), né la valutazione degli elementi probatori operata dagli arbitri nell’accertamento della comune volontà delle parti. App. Milano, 5 ottobre 2011.
4.2.2. Conferenza personale.
In tema di nullità di un lodo arbitrale, il requisito della «riunione in conferenza personale» degli arbitri è condizione di validità della pronuncia, essendo il relativo precetto testualmente dettato dal primo comma dell’art. 823 c.p.c., ed espressamente richiamato dal successivo comma secondo, punto 5 del medesimo articolo (che prescrive, appunto, «l’indicazione del luogo o del modo in cui il lodo è stato deliberato»), sicché, se dal testo del provvedimento non risulti, neppure per implicito, l’osservanza di tali modalità di deliberazione, ne deriverebbe il difetto del requisito di cui al citato art. 823, comma secondo, n. 5, indicato come caso di nullità dal successivo art. 829, comma primo, n. 5 c.p.c. Cass. 19 gennaio 2001, n. 793.
In tema di lodo arbitrale, l’attestazione che la deliberazione è stata adottata in conferenza personale di tutti gli arbitri e che, in ipotesi di omessa sottoscrizione da parte di arbitro dissenziente, questi non abbia voluto sottoscriverlo, benché costituisca - ai sensi del combinato disposto degli art. 823, commi 1, 2 n. 5 e 3, e 829, comma 1, n. 5, c.p.c. - requisito di validità della pronuncia, non richiede formule particolari, essendo sufficiente che dal testo del provvedimento risulti, anche in modo implicito, l’osservanza di dette modalità di deliberazione. Cass. 30 luglio 2002, n. 11241.
4.3. Pronuncia successiva al termine stabilito dall’art. 820.
L’art. 829 c.p.c., numero 6, commina la nullità del lodo pronunziato oltre il termine stabilito dall’art. 820 c.p.c., ma fa salvo il disposto dell’art. 821 c.p.c., alla stregua del quale il decorso del termine non può essere fatto valere come causa di nullità del lodo se la parte, prima della deliberazione del lodo stesso, non abbia notificato alle altre parti e agli arbitri che intende far valere la loro decadenza. Cass. 26 marzo 2004, n. 6069.
Inosservanza delle forme previste.
La nullità del lodo per violazione di norme processuali, ai sensi dell’art. 829 n. 7 c.p.c., è configurabile soltanto alla duplice condizione che non siano state rispettate le forme di cui le parti e gli stessi arbitri abbiano previsto l’osservanza, e che le stesse forme siano prescritte a pena di nullità. Ne consegue che non dà luogo a fattispecie di nullità il fatto che gli arbitri, dovendosi pronunciare in tema di rifiuto della stipula di un contratto definitivo, ritengano, pur in difetto di prova ad opera della parte interessata, l’avveramento di una condizione alla quale risultava sospensivamente condizionata l’efficacia del contratto preliminare. Cass. 13 agosto 1999, n. 8637.
Il d.m. 2 dicembre 2000, n. 398, recante le norme di procedura del giudizio arbitrale in materia di lavori pubblici ai sensi dell’art. 32, l. 11 febbraio 1994 n. 109, nella parte in cui fissa il contenuto della domanda arbitrale, da osservarsi a pena di nullità rilevabile d’ufficio, e delimita inderogabilmente l’oggetto del giudizio (art. 2), è legittimo ancorché non conforme agli artt. 156, 157 e 183 c.p.c., poiché il cit. art. 32 della legge ha inteso introdurre una disciplina peculiare, con possibilità di discostarsi dal modello del codice di rito, fermi restando i relativi principi fondamentali costituenti limiti esterni al potere regolamentare; e con siffatti principi non collidono tali disposizioni, dal momento che, ai sensi degli artt. 816, comma 2, e 829 n. 7, dello stesso codice di rito, le parti possono liberamente dettare la disciplina delle modalità di svolgimento del procedimento, compreso il regime delle nullità che intendano introdurre. T.A.R. Lazio, 7 giugno 2002, n. 5302.
In tema di arbitrato rituale l’eventuale nullità della procura rilasciata al difensore non può configurare una causa di nullità del lodo, ai sensi dell’art. 829, comma 1, n. 7, c.p.c., qualora né la clausola compromissoria né altro atto antecedente abbiano imposto l’osservanza delle forme prescritte per i giudizi sotto pena di nullità. App. Napoli, 9 gennaio 1997.
Contrasto con precedenti lodi o sentenze.
Il conflitto assunto come rilevante dalla norma di cui all’art. 829, comma 1, n. 8, c.p.c. è quello che ha ad oggetto due decisioni che cadano su controversie identiche e non si estende al caso in cui la precedente pronuncia arbitrale verta su diritti o situazioni giuridiche pregiudiziali, o dipendenti, o incompatibili o concorrenti con quella oggetto del lodo successivo. Stante la non perfetta identità delle controversie, non possono essere sindacati gli arbitri che, nel loro autonomo giudizio, hanno stimato che era consentito giudicare oltre il limite già vagliato da precedenti arbitri. App. Napoli, 22 gennaio 2007.
Inosservanza del principio del contraddittorio.
L’arbitrato rituale dà luogo a un giudizio di natura privata che deve svolgersi con le garanzie tipiche della giurisdizione civile, sia di quelle che riguardano l’imparzialità del giudice, sia di quelle che attengono al rispetto del diritto di difesa e del contraddittorio. Alle parti, pertanto, deve essere assicurata la possibilità di esporre il proprio assunto, di conoscere in tempo utile le richieste e le memorie di controparte e, più in generale, le prove e le risultanze del processo, nonché di presentare, entro i termini prefissati, istanze istruttorie, memorie e repliche. Deriva, da quanto precede, pertanto, che è nullo, per violazione del principio del contraddittorio, il lodo pronunciato dagli arbitri qualora dopo l’espletamento dell’istruttoria del caso sia stato concesso alle parti termine per il deposito di eventuali memorie conclusionali ma, prima della scadenza di tale termine l’ordinanza che ha disposto la concessione di tale termine sia revocata e il lodo sia stato reso immediatamente. Cass. 27 ottobre 2004, n. 20829.
Anche nel giudizio arbitrale l’omessa osservanza del contraddittorio - il cui principio si riferisce non solo agli atti ma a tutte quelle attività del processo che devono svolgersi su un piano di paritaria difesa delle parti - non è un vizio formale ma di attività; sicché la nullità che ne scaturisce ex art. 829, n. 9, c.p.c. - e che determina, con l’invalidità dell’intero giudizio, quella derivata della pronuncia definitiva - implica una concreta compressione del diritto di difesa della parte processuale, soggiacendo, inoltre, alla regola della sanatoria per raggiungimento dello scopo. Cass. 31 gennaio 2007, n. 2201.
Con riferimento alle impugnazioni per nullità del lodo arbitrale, il difetto di integrità del contraddittorio per omessa citazione di un litisconsorte necessario, non costituendo un’eccezione in senso proprio può essere sollevata per la prima volta anche nel giudizio di legittimità (con conseguente remissione della causa ad altro giudice per l’integrazione del contraddittorio e per il giudizio di merito); tuttavia, tale eccezione può essere formulata solo alla duplice condizione che gli elementi di fatto posti a fondamento emergano, con ogni evidenza, dagli atti già ritualmente acquisiti nel giudizio di merito, senza quindi la necessita di nuove prove e dello svolgimento di ulteriori attività - vietate in sede di legittimità - e che sulla questione non si sia formato il giudicato. Cass. lav., 25 agosto 2003, n. 12462.
La previsione di nullità del lodo per violazione del contraddittorio, di cui all’art. 829, n. 9, c.p.c., ha un’autonoma valenza allorquando le parti, nella libertà di plasmare le forme di svolgimento dell’arbitrato, hanno posto un limite al rilievo giuridico delle nullità formali. Per l’inverso, non può farsi discorso di autonoma configurabilità del vizio in questione quando, nel fissare le regole processuali del giudizio arbitrale con il compromesso, le parti hanno previsto l’applicazione delle rigorose forme del processo ordinario, essendo evidente, già da questa scelta delle forme attraverso cui condurre gli arbitri al giudizio, che, ai fini di una declaratoria di nullità del lodo, ha rilievo la violazione di tutte quelle prescrizioni formali del codice di rito civile che in varia guisa tutelano e garantiscono il principio del contraddittorio, venendo per tale via sanzionate da quel tipo di effetto. Cass. 31 gennaio 2007, n. 2201; conforme Cass. 14 febbraio 2006, n. 3186.
La domanda di risoluzione del contratto per inadempimento ha presupposti di fatto e di diritto, nonché contenuto, diversi dalla domanda di accertamento dell’intervenuta risoluzione del contratto in conseguenza della dichiarazione di una parte all’altra della sua volontà di valersi della pattuita clausola risolutiva espressa. Conseguentemente, viola il principio del contraddittorio (art. 829, comma 1, n. 9 c.p.c.), sotto il profilo dell’osservanza della regola della corrispondenza tra chiesto e pronunciato, con conseguente nullità del lodo, il collegio arbitrale che sostituisca la domanda di risoluzione giudiziale a quella di accertamento della risoluzione a norma dell’art. 1456 c.c. Cass. 7 febbraio 2006, n. 2599.
Inosservanza delle regole di diritto.
In tema di nullità del lodo, la non osservanza delle regole di diritto di cui all’art. 829 c.p.c., penultimo comma, deve essere intesa nel senso della «violazione e falsa applicazione delle norme di diritto» di cui all’art. 360, n. 3, c.p.c., con la conseguenza che possono essere dedotti come motivi di nullità esclusivamente errori di diritto, con esclusione della cognizione dei fatti concernenti il rapporto sostanziale controverso, che devono essere assunti come definitivamente accertati dagli arbitri. App. Napoli, 3 maggio 2005.
In tema di impugnazione di lodo rituale ai sensi dell’art. 829, secondo comma, c.p.c., mentre l’interpretazione degli arbitri in ordine al contenuto di una clausola contrattuale non può essere contestata per la ricostruzione operata della volontà delle parti, né sostituita con un’interpretazione diversa, il sindacato della Corte d’Appello può invece essere utilmente sollecitato in merito all’inosservanza o alla violazione delle regole di diritto applicate alla clausola ed ai suoi effetti. Cass. 22 aprile 2003, n. 6423; conforme Cass. 13 settembre 2002, n. 13439.
Ove gli arbitri siano autorizzati a pronunciare secondo equità, non può trovare ingresso come motivo di impugnazione del lodo l’error in iudicando. Cass. 7 maggio 2003, n. 6933.
La parte, che abbia visto rigettata la propria istanza di ricusazione dell’arbitro, può chiedere il riesame di tale pronuncia attraverso l’impugnazione per nullità del lodo alla cui deliberazione abbia concorso l’arbitro invano ricusato. Cass. 28 agosto 2004, n. 17192.
In tema di impugnazione del lodo arbitrale dinanzi alla corte d’appello, la violazione della regola - dettata dall’art. 350 c.p.c. (nel testo sostituito dall’art. 55, l. 26 novembre 1990, n. 353) - della trattazione collegiale del procedimento che si svolge davanti a quel giudice non si traduce in un vizio di costituzione del giudice ai sensi dell’art. 158 c.p.c., e non comporta la nullità assoluta della relativa pronuncia, quando l’attività in concreto svolta - illegittimamente - dal giudice monocratico su delega del collegio abbia rilievo meramente ordinatorio (ad esempio, direzione dell’udienza di prima comparizione e di quella di precisazione delle conclusioni), mentre tale vizio è ravvisabile nei casi in cui il predetto giudice svolga un’attività sostanzialmente istruttoria, che implichi l’esercizio di funzioni, se non decisorie, certamente valutative, le quali sono riservate dalla legge al collegio. Cass. 21 settembre 2004, n. 18917.
Il giudizio di impugnazione per nullità del lodo arbitrale, che è giudizio a critica limitata, è proponibile entro i limiti stabiliti dall’art. 829 c.p.c. Ne consegue che dal complesso del ricorso è necessario che risulti quale sia stata la norma violata dagli arbitri, anche se priva della sua esatta determinazione, ovvero il principio di diritto che si assume violato, ad onere dell’istante. App. Roma, 30 novembre 2009.
8.1. Casistica.
La valutazione della tempestività delle riserve, nei contratti di appalto di opere pubbliche, non si esaurisce in un mero accertamento di fatto rivolto alla individuazione dell’esatto momento in cui l’appaltatore ne ha effettuato l’iscrizione nel registro di contabilità, dovendosi invece stabilire se il momento della iscrizione rientri nell’ambito temporale normativamente stabilito (art. 54, R.D. 25 maggio 1895, n. 350), e dovendosi pertanto compiere un giudizio sul fatto alla stregua della disciplina legale. Da ciò consegue che deve ritenersi ammissibile, ai sensi dell’art. 829 c.p.c., l’impugnazione per nullità di un lodo arbitrale nel caso di dedotta inosservanza delle regole di diritto in tema di tempestività delle riserve. App. Roma, 1° marzo 2007; conforme Cass. 16 agosto 2005, n. 16958.
I motivi di impugnazione del lodo arbitrale rituale sono esclusivamente quelli previsti in modo tassativo dall’articolo 829 del codice di procedura civile. Cass. 8 agosto 2003, n. 11950.
La regola della specificità della formulazione dei motivi di censura, prescritta per il ricorso in cassazione, vale anche per il giudizio d’impugnazione per nullità del lodo arbitrale ex art. 829 c.p.c. Ciò, ovviamente, non significa che sia assolutamente necessario che l’impugnazione contenga l’indicazione delle disposizioni di legge violate, ma è necessario che dal complesso del ricorso risulti quale sia stata la norma (o regola giuridica) violata dagli arbitri, anche se priva della sua (esatta) denominazione, ovvero il principio di diritto che si assume violato, il cui onere di identificazione compete a colui che impugna il lodo arbitrale. Cass. 20 febbraio 2004, n. 3383.
Nel giudizio per impugnazione del lodo arbitrale, che è un giudizio di nullità, nei limiti di cui all’articolo 829 del c.p.c., la proposizione della critica alla decisione arbitrale deve seguire il principio della formalizzazione dei motivi specifici di impugnazione, contenuti nell’atto introduttivo, con la conseguenza che il giudice non può prendere in esame altro rispetto a quello che, correttamente, è stato contenuto nell’atto introduttivo dell’impugnazione. Cass. 8 aprile 2004, n. 6931.
L’impugnazione del lodo arbitrale non ha natura di appello limitato ma tende ad instaurare un procedimento nel quale si vuole ottenere, attraverso un provvedimento intermedio e strumentale di dichiarazione di nullità del lodo stesso, il riesame del merito; pertanto, non è necessario che vi sia un’istanza formale o un’espressa manifestazione di volontà specificamente contenuta nelle conclusioni, ben potendo la domanda (sia di nullità del lodo che di merito) risultare implicitamente o indirettamente dalle deduzioni o richieste complessivamente formulate. Cass. 30 gennaio 2002, n. 1230.
L’impugnazione disciplinata dall’art. 829 c.p.c. non è ontologicamente omologabile al processo d’appello, ancorché ne mutui nei limiti compatibili la disciplina, in quanto rappresenta piuttosto un giudizio di accertamento, condotto dinanzi all’autorità giudiziaria, in unico grado, avente ad oggetto la validità del lodo, riconducibile a parametro di impugnazione di un atto negoziale e non ad un secondo grado. Cass. 16 ottobre 2009, n. 22083.
Il giudizio d’impugnazione per nullità del lodo è rigorosamente circoscritto ai motivi di nullità dedotti nell’atto introduttivo, conseguentemente, poiché i motivi d’impugnazione sono esclusivamente quelli previsti in modo tassativo dall’art. 829 c.p.c., la parte che propone l’impugnazione ha l’onere di indicare non solo il capo della pronuncia che intende impugnare, ma anche il motivo di nullità fatto valere e, nell’ipotesi in cui denunci la violazione di una norma di diritto, il principio di diritto che assume essere stato violato dagli arbitri. App. Roma, 12 ottobre 2011.

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