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Timestamp: 2019-10-15 05:20:05+00:00

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Cessione del ramo di azienda e nullità - Corte di cassazione civile - sentenza n. 6755/15 del 02/04/2015
Cessione del ramo di azienda e nullità
sentenza 6755/15 del 02/04/2015
La nullità della cessione di ramo d'azienda produce il diritto al risarcimento del danno a favore del lavoratore che, nonostante la dichiarazione giudiziale di nullità, non sia stato ammesso a riprendere il lavoro nell'impresa cedente. Questo diritto tuttavia non sussiste qualora lo stesso lavoratore abbia accettato l'estinzione dell'unico rapporto di lavoro, di fatto proseguito con l'impresa cessionaria, sottoscrivendo insieme a quest'ultima un verbale di messa in mobilità.
Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza del 2.04.2015, n. 6755
Come primo motivo parte ricorrente deduce la violazione degli artt. 2112 e 2126 c.c.. I lavoratori avevano accettato la collocazione in mobilità da parte della società Telepost, riconoscendolo come vero datore di lavoro e comunque facendo cessare il rapporto da intendersi unico.
Come secondo motivo deduce l'omesso esame di un punto decisivo e cioè che i lavoratori avevano accettato la loro messa in mobilità da parte della Telepost.
Come terzo motivo deduce "Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1206, 1207, 1217, 1223, 1256, 1453 e 1463 c.p.c.", e ribadisce che il diritto alla retribuzione è collegato allo svolgimento della prestazione, mentre qualora questa non venga richiesta e resa il lavoratore ha diritto ad ottenere il risarcimento del danno, con detrazione dell'aliunde perceptum. Vanno accolti i primi due motivi di ricorso e dichiarato assorbito il terzo.
Emerge dal ricorso Telecom (e non viene contestato da controparte, cfr. pag. 2 del controricorso) che i lavoratori hanno nel dicembre del 2005 accettato la messa in mobilità da parte di Telepost sottoscrivendo il relativo verbale. I lavoratori hanno pertanto accettato liberamente l'estinzione dell'unico rapporto di lavoro posto che non si può dubitare del fatto che comunque si è svolta una sola attività lavorativa degli intimati presso quel complesso che non è stato ritenuto costituire ramo d'azienda. Gli intimati chiedono in questa sede il pagamento di retribuzioni dopo la cessazione volontaria del rapporto di lavoro avendo firmato il verbale di conciliazione ed essendo stati immessi in mobilità percependo il relativo trattamento. Tali mensilità di retribuzione, anche solo a titolo risarcitorio secondo l'orientamento di questa Corte, non spettano in quanto il rapporto si è risolto su iniziativa dei lavoratori che hanno aderito alle proposte conciliative della società cessionaria. Certamente la cessione di ramo d'azienda è stata dichiarata inefficace e Telecom è stata condannata al ripristino del rapporto il che non è avvenuto; tuttavia il detto rapporto è stato autonomamente risolto dai lavoratori che hanno percepito i benefici previsti in conseguenza di un atto di conciliazione e pertanto non spettano somme richieste dopo l'avvenuta risoluzione.
Deve dunque affermarsi il seguente principio di diritto: "la nullità della cessione di ramo d'azienda produce il diritto al risarcimento del danno a favore del lavoratore che, nonostante la dichiarazione giudiziale di nullità, non sia stato ammesso a riprendere il lavoro nell'impresa cedente. Questo diritto tuttavia non sussiste qualora lo stesso lavoratore abbia accettato l'estinzione dell'unico rapporto di lavoro, di fatto proseguito con l'impresa cessionaria, sottoscrivendo insieme a quest'ultima un verbale di messa in mobilità".
La fondatezza dei primi due motivi di ricorso ne determina l'accoglimento, con assorbimento del terzo motivo, risultando infondate le pretese azionate con i decreti ingiuntivi opposti. La sentenza gravata deve essere quindi cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito ex art. 384 c.p.c. , comma 1 con il rigetto delle domande dei lavoratori. Circa le spese sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese dei gradi di merito stante la controvertibilità della questione ponendo a carico delle parti intimate le spese del giudizio di legittimità liquidate come al dispositivo della presente sentenza.
accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e - decidendo nel merito - rigetta la domanda. Condanna le parti intimate al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 100,00 per esborsi, nonchè in Euro 3.500,00 per compensi oltre accessori.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 4 dicembre 2014.

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 art. 384
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