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Timestamp: 2019-08-19 10:10:26+00:00

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giugno 2016 - Assistenza Legale Roma
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Quando il marito è troppo attaccato alla madre
La cassazione conferma la nullità del matrimonio concordatario del ‘mammone’ con la moglie
La difficoltà di emanciparsi dalla figura materna ha un nome: complesso di Edipo, che si verifica quando il proprio compagno fatica ad allontanarsi dalla figura materna.
I sondaggi, più o meno recenti, parlano chiaro: la popolazione maschile sotto i trentacinque anni ha difficoltà ad abbandonare la casa dei genitori, coccolati e viziati, come sono, dalle mamme.
E se sul fenomeno del mammismo sono stati fatti studi, scritti saggi, articoli, tanto da indurre gli psicologi ad affermare che particolarmente in questi anni esso si è fatto acuto e preoccupante, non essendo questa evidentemente la sede opportuna per approfondire i commenti dal punto di vista psicologico, non ci si indugia a discorrere oltremodo, residuando qui l’esigenza di un esame dello stesso dal punto di vista giuridico, con il commento della sentenza oggetto del presente articolo (n.19691/2014).
Il fatto alla attenzione degli Ermellini.
Come ricostruisce la sentenza 19691 redatta da Giacinto Bisogni (presidente Ugo Vitrone), il Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo, con sentenza ecclesiastica ratificata dal Tribunale Ecclesiastico Regionale Ligure e resa esecutiva dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, aveva dichiarato la nullità del matrimonio concordatario per incapacità del marito di ottemperare agli obblighi essenziali del matrimonio, giusta le previsioni del canone 1095, n. 3. Infatti, sottoponendo i coniugi a test e perizie, risultava, con riferimento al marito, «note marcate di dipendenza dalla figura materna e nelle problematiche sessuali conseguenti», con il conseguente sviluppo di una «patologia produttiva dell’incapacità ad assumere l’obbligo di quella minima integrazione psico-sessuale che il matrimonio richiede con la conseguenza di un comportamento anaffettivo e indifferente nei confronti» della moglie. Legittima, dunque, la richiesta di dichiarare la nullità del matrimonio, richiesta peraltro avanzata dal marito.
Lo stesso marito, con atto di citazione, conveniva in giudizio la moglie dinanzi alla Corte di Appello territorialmente competente, al fine di sentire dichiarare l’efficacia della sentenza ecclesiastica; la moglie, ritualmente costituitasi, si opponeva al riconoscimento del Giudice Civile, sostenendo che l’uomo era perfettamente consapevole delle turbe che lo affliggevano e soltanto lei era all’oscuro degli effetti negativi del legame morboso del marito con sua suocera. Secondo la ricorrente, dunque, il matrimonio era perfettamente valido, ditalché, con la separazione, la stessa avrebbe avuto diritto all’assegno di mantenimento o alla possibilità di chiedere il risarcimento dei danni preclusale dall’annullamento.
La Corte d’Appello di Brescia, in sede di delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità, confermava la nullità del matrimonio concordatario contratto con il coniuge dichiarata dal Tribunale ecclesiastico, dichiarando altresì l’efficacia nella Repubblica Italiana della sentenza di nullità del matrimonio, stante la non contrarietà all’ordine pubblico italiano e alle leggi fondamentali dello Stato.
Ricorre per cassazione la donna, determinata ad ottenere la separazione e il diritto all’assegno di mantenimento, non conseguibile con l’annullamento delle nozze, affidandosi a due motivi di impugnazione: (a) con il primo, la donna lamenta l’omesso esame della Corte territoriale bresciana del fatto che la malattia psichica, di cui il marito era a conoscenza, era stata definita dal consulente tecnico “celata nel periodo di fidanzamento”, avendo la Corte d’appello «stravolto il significato dell’espressione “celata” attribuendole la valenza di non conoscibilità della patologia da parte dello stesso [M] se non dopo l’inizio della vita matrimoniale»; (b) con il secondo motivo la donna sosteneva la contrarietà della sentenza all’ordine pubblico italiano, al principio di tutela della buona fede e dell’affidamento.
Con la sentenza in commento, i giudici di Piazza Cavour anzitutto rilevavano come, nel decidere sulla delibazione, il giudice italiano non possa sindacare nel merito le valutazioni svolte dal Tribunale Ecclesiastico, o da qualunque altra Autorità Giudiziaria straniera.
La Corte rigettava il ricorso della moglie, evidenziando, con riferimento al primo motivo di ricorso, che «non vi è stata, da parte della Corte distrettuale bresciana, né una mancata considerazione delle patologie della personalità del [M], riscontrate in sede peritale e nella motivazione della sentenza ecclesiastica, né vi è stata una omessa considerazione dell’espressione “celate” che ha invece costituito l’oggetto di una interpretazione, non condivisa dalla ricorrente, ma che deve ritenersi compatibile … con il dispositivo e le motivazioni della sentenza ecclesiastica», mentre, con riferimento al secondo motivo di ricorso, che neppure vi è contrarietà all’ordine pubblico e al principio dell’affidamento, poiché la disciplina della causa di nullità delle nozze, accertata dal giudice ecclesiastico con riferimento all’ordinamento canonico, come la giurisprudenza della Suprema Corte ha da tempo affermato, è diversa rispetto alle disposizioni del codice civile in tema di invalidità del matrimonio per errore (essenziale) su una qualità personale del consorte, «e precisamente sulla ritenuta inesistenza in quest’ultimo di malattie (fisiche o psichiche) impeditive della vita coniugale (art. 122, terzo comma, n. 1 cod. civ.)», ma detta «diversità non investe un principio essenziale dell’ordinamento italiano, qualificabile come limite di ordine pubblico».
Oggetto del giudizio e della decisione del Tribunale ecclesiastico, affermano gli Ermellini, «non è stato né l’accertamento dell’esistenza di un vizio di consenso da parte del [M] al momento della celebrazione del matrimonio né l’accertamento della consapevolezza della sua incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio al momento della sua celebrazione né, tantomeno, l’accertamento del doloso occultamento di questa incapacità nei confronti della [T]. Ciò toglie rilevanza, nella prospettiva in discussione, all’interpretazione dell’espressione celare, … espressione utilizzata dal C.T.U. del giudizio ecclesiastico non in forma assertiva ma ipotetica .. con lo scopo di rendere plausibile la manifestazione di una incapacità sconosciuta prima del matrimonio riferendola a una patologia già in atto ma non necessariamente evidente e che si è dimostrata non superabile alla prova del matrimonio».
Continuano gli Ermellini ricordando che l’art. 122, terzo comma, n. 1, c.c., «secondo cui il matrimonio può essere impugnato da quello dei coniugi il cui consenso è stato dato per effetto di errore essenziale sulle qualità personali dell’altro coniuge riguardante l’esistenza di una malattia fisica o psichica o di una anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale».
Inoltre, la Cassazione, a scanso di equivoci, ricorda che «la giurisprudenza ha da tempo affermato che la delibazione della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario per incapacitas (psichica) assumenti onera coniugalia di uno dei coniugi non trova ostacolo nella diversità di disciplina dell’ordinamento canonico rispetto alle disposizioni del codice civile in tema di invalidità del matrimonio per errore (essenziale) su una qualità personale del consorte e precisamente sulla ritenuta inesistenza in quest’ultimo di malattie (fisiche o psichiche) impeditive della vita coniugale (art. 122, terzo comma, n. 1 cod. civ.), poiché detta diversità non investe un principio essenziale dell’ordinamento italiano, qualificabile come limite di ordine pubblico».
Circa il fatto che la nullità del matrimonio era stata chiesta dallo stesso marito “mammone”, la Suprema Corte chiarisce che non vi è nell’ordinamento nazionale «un principio di ordine pubblico secondo il quale il vizio che inficia il matrimonio possa essere fatto valere solo dal coniuge il cui consenso sia viziato», di talché sia lui sia lei possono chiedere che sia dichiarata la nullità.
Infine, con riferimento alla rilevanza dello ‘affidamento’ del coniuge che non ha dato causa all’invalidità del matrimonio concordatario, coerentemente con quanto sostenuto dalla giurisprudenza di legittimità, mentre in tema di contratti la disciplina generale dell’incapacità naturale dà rilievo alla buona o alla mala fede dell’altra parte, tale aspetto è ignorato come causa d’invalidità del matrimonio, essendo in questo caso preminente l’esigenza di rimuovere il vincolo coniugale inficiato da vizio psichico.
Conclude la Suprema Corte «in un caso come quello in esame in cui l’altro coniuge ha determinato con la sua incapacità, derivante da una patologia psichica, la invalidità del matrimonio concordatario si pone, sia pure ex post, una questione di effettività e validità del consenso che prevale sulla tutela dell’affidamento riposto dal coniuge inconsapevole al momento della celebrazione del matrimonio»; in altri e più chiari termini, l’effettività e la validità del consenso prevalgono sulla tutela dell’affidamento riposto dal coniuge inconsapevole al momento della celebrazione delle nozze.
L’istanza della donna non può, pertanto, trovare accoglimento ed il ricorso va dunque respinto.
Altro non resta alla donna che attendere gli esiti della causa civile avviata dinanzi al Tribunale di Mantova nei confronti dell’uomo “mammone”, al fine di ottenere un qualche risarcimento economico per quanto occorsole.
Frasi generiche, caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni, non integra il reato di diffamazione
Di Cristiana Centanni il 20 giugno 2016 con 0 Commenti
L’utilizzo di frasi generiche, caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni, non integra il reato di diffamazione
Corte di Cassazione, Sez. V Penale, 23.02.2016 n. 24065
La quinta sezione penale della Cassazione ha confermato l’archiviazione, disposta dal gip di Verona, del procedimento penale che era stato aperto a carico del fotografo Oliviero Toscani, indagato per diffamazione a seguito di una querela presentata da quattro cittadini veneti che si erano sentiti offesi dalle affermazioni pronunciate da Toscani, nel corso della trasmissione radiofonica La Zanzara, andata in onda su “Radio 24” in data 2 febbraio 2015, con cui lo stesso aveva apostrofato i veneti, come si legge in sentenza, «“un popolo di ubriaconi ed alcolizzati”, proseguendo con frasi del tenore seguente: “Poveretti, non è colpa loro se nascono in Veneto” – “I veneti sono un popolo di ubriaconi, alcolizzati atavici, i nonni, i padri, le madri” – “Poveretti i veneti, non è colpa loro se uno nasce in quel posto, è un destino. Basta sentire l’accento veneto: è da ubriachi, da alcolizzati, da ombretta, da vino”».
I querelanti, dopo l’archiviazione disposta dal gip, hanno presentato ricorso in Cassazione, che i supremi giudici hanno dichiarato infondato, conclusivamente affermando il seguente principio di diritto: «Non integra il reato di diffamazione l’affermazione offensiva, caratterizzata da preconcetti e luoghi comuni, che non consenta l’individuazione specifica ovvero riferimenti inequivoci a circostanze e fatti di notoria conoscenza attribuibili ad un determinato individuo, giacché il soggetto passivo del reato deve essere individuabile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita» Un criterio che, come dicono i giudici di Piazza Cavour, «non è surrogabile con intuizioni o con soggettive congetture che possano insorgere in chi, per sua scienza diretta, può essere consapevole, di fronte alla genericità di un’accusa denigratoria, di poter essere uno dei destinatari».
Ad avviso degli Ermellini, «il TOSCANI, nel definire i “veneti …ubriaconi alcolizzati”, ha fatto affermazioni del tutto generiche, indubbiamente caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni (con riferimento alle asserite caratteristiche di abitanti in una determinata zona del territorio nazionale) ma prive di specifica connessione con l’operato e la figura di soggetti determinati o determinabili»
Affinché possa ritenersi integrata la diffamazione, è necessario che il soggetto passivo sia individuato con certezza affidabile, tenendo conto della prospettazione oggettiva dell’offesa desumibile dal contesto in cui si inserisce.
E ciò in quanto, in tema appunto di diffamazione, se è pacifico che «non solo una persona fisica ma anche una entità giuridica o di fatto, una fondazione, un’associazione o altro sodalizio, possa rivestire la qualifica di persona offesa dal reato, essendo concettualmente identificabile un onore o un decoro collettivo, quale bene morale di tutti gli associati o membri, considerati come unitaria entità, capace di percepire l’offesa», è pure «incontroverso che la legittimazione competa anche ai singoli componenti solo se le offese si riverberino direttamente su di essi, offendendo la loro personale dignità (Sez. 5, n. 2886 del 24/01/1992, Bozzoli, Rv. 189901). Infatti, il reato di diffamazione è costituito dall’offesa alla reputazione di una persona determinata e non può essere, quindi, ravvisato nel caso in cui vengano pronunciate o scritte frasi offensive nei confronti di una o più persone appartenenti ad una categoria anche limitata se le persone cui le frasi si riferiscono non sono individuabili (Sez. 5, n. 51096 del 19/09/2014, Monaco’, Rv. 261422). L’interpretazione giurisprudenziale sul punto è rigorosa, richiedendo che l’individuazione del soggetto passivo del reato di diffamazione a mezzo stampa, in mancanza di indicazione specifica e nominativa ovvero di riferimenti inequivoci a fatti e circostanze di notoria conoscenza, attribuibili ad un determinato soggetto, deve essere deducibile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita».
Né, tantomeno, nelle parole di Toscani, come ritenuto dal Pubblico Ministero che aveva chiesto l’archiviazione, è ravvisabile l’incitazione all’odio etnico verso i veneti, come sostenuto dai querelanti che hanno fatto riferimento alla c.d. legge ‘Mancino’, che di solito si applica negli stadi per gli insulti razzisti, «posto che tale fattispecie non può certo riferirsi ai fatti enunciati in querela. La manifestazione di pensiero utilizzata dal TOSCANI va quindi confinata nell’ignoranza tipica dei luoghi comuni e non merita di assurgere a rilevanza penale».
A riguardo, gli Ermellini, ritenendo manifestamente infondata la doglianza, rappresentano che «Ai fini della configurabilità del delitto in esame, la finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso è integrata solo quando la condotta posta in essere si manifesta come consapevole esteriorizzazione, immediatamente percepibile, di un sentimento connotato dalla volontà di escludere condizioni di parità per ragioni fondate sulla appartenenza della vittima ad una etnia, razza, nazionalità o religione. Invero, la “propaganda di idee” di cui all’art. 3, comma primo, lett. a), prima parte, legge 13 ottobre 1975 n. 654 deve consistere nella divulgazione di opinioni finalizzata ad influenzare il comportamento o la psicologia di un vasto pubblico ed a raccogliere adesioni; l'”odio razziale o etnico”, poi, è integrato non da qualsiasi sentimento di generica antipatia, insofferenza o rifiuto riconducibile a motivazioni attinenti alla razza, alla nazionalità o alla religione, ma solo da un sentimento idoneo a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori. Peraltro, la “discriminazione per motivi razziali” è quella fondata sulla qualità personale del soggetto, non – invece – sui suoi comportamenti. In ragione di ciò, è del tutto evidente che nel caso in esame non possa configurarsi la suddetta previsione incriminatrice, giacché le affermazioni del TOSCANI non sono riconducibili nel concetto di “odio razziale o etnico”, né comunque possono considerarsi potenzialmente discriminatori nei confronti di una determinata categoria di soggetti appartenenti ad una determinata razza, nazionalità o religione».
In altri e più chiari termini, parlare per ‘luoghi comuni’ non è diffamatorio, almeno quando non si fa riferimento a persone specifiche, e neppure può seriamente parlarsi di istigazione al razzismo.
La Corte di Cassazione, con il rigetto del ricorso, ha pertanto messo la parola fine al procedimento giudiziario contro il fotografo, Oliviero Toscani.

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