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Contratti adesione nullità della clausola derogativa della competenza territoriale
Articolo del 28/06/2008 Autore Avv. Wladimiro Borchi Altri articoli dell'autore
Ipotesi di nullità della clausola derogativa della competenza territoriale prevista nei contratti per adesione .
Al fine di aggirare le nuove norme poste dall'ordinamento a tutela del consumatore (1469 bis e ss. c.c., oggi riprodotte ed aggiornate nel D.lgs.vo 206/05), grandi e piccole aziende di fornitura dei più disparati servizi, si recano, a mezzo di propri incaricati, a far sottoscrivere direttamente in pubblici esercizi o presso la sede di piccole aziende, contratti per adesione contenenti una pluralità di clausole di natura obiettivamente vessatoria, che vengono fatte espressamente approvare con la duplice sottoscrizione di cui agli art. 1341 e 1342 c.c.
Lo scopo è quello di rivolgersi a professionisti, imprenditori e legali rappresentanti di società al fine di non far rientrare il contratto in questione sotto le ampie tutele di cui al D.Lgs.vo 206/05 e far sottoscrivere contratti il cui contenuto sia inoppugnabile ed assolutamente sbilanciato dalla parte dell'azienda fornitrice del servizio quanto a diritti, facoltà e possibilità di tutela.
Fortunatamente, almeno ad avviso di chi scrive, non sempre tale prassi contrattuale paga in termini di inoppugnabilità delle pattuizione, in cui spesso il consenso prestato è frutto di dabbenaggine, pressappochismo ed ingenuità del piccolo imprenditore che pone la sua duplice (a volte triplice) sottoscrizione al contratto in questione, spesso senza leggere ed addirittura senza neppure chiedere di leggere quanto si sta firmando.
Ricordo, infatti, di aver fatto presente ad una giovane venditrice, di una nota azienda di telefonia mobile, recatasi presso il mio studio per sottopormi un contratto per adesione, che, seppur apparentemente conveniente, non avrei apposto la mia sottoscrizione allo stesso senza prima aver letto le condizioni generali di contratto che, con tale sottoscrizione, dichiaravo di aver letto ed approvato espressamente. In quell'occasione la ragazza mi rispose stupita di non averle con sé, ma che era rimasta alquanto sconcertata dalla mia domanda perché nessuno gliele aveva mai richieste.
Come si è detto, però, almeno in alcuni casi, nemmeno troppo marginali, pattuizioni come quelle di cui si parla, sono comunque destinate a crollare sotto il grimaldello della tutela del consumatore anche se contenute in contratti sottoscritti da imprenditori.
Com'è noto, ai sensi dell'art. 3 D.Lgs.vo 206/05, deve definirsi consumatore “la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta”.
Orbene, prendiamo ad esempio il contratto concluso presso una piccola azienda da parte un imprenditore titolare di una ditta individuale.
In questo caso è di tutta evidenza che l'imprenditore che appone la propria duplice sottoscrizione sul contratto in questione, titolare di un'impresa che avrà una sua particolare denominazione, è, a tutti gli effetti, persona fisica.
Com'è noto, infatti, la ditta non è dotata di autonoma personalità giuridica, distinta dal suo titolare, ma viene comunemente definita solo ed esclusivamente come il nome con cui l'imprenditore chiama la propria impresa, ed assume mero carattere distintivo della stessa, restando l'insieme dei rapporti giuridici, costituiti dall'imprenditore, in capo al medesimo, che di essa è il titolare.
Atteso che il contraente nell'esempio in questione è evidentemente persona fisica, resta da indagare, al fine di accertare l'applicabilità della normativa citata, se la sottoscrizione del contratto in questione sia avvenuto per scopi estranei all'attività imprenditoriale svolta.
Vi sono tutta una serie di servizi che mal si attagliano all'attività imprenditoriale eventualmente svolta dal titola dell'azienda. Si pensi alla telefonia cellulare per chi ha già un recapito di telefonia fissa presso il proprio esercizio o azienda, si pensi all'abbonamento a servizi internet o televisivi via cavo di natura espressamente ludica o di svago.
E' evidente che in tali casi possa applicarsi l'art. 3 della norma citata come, inequivocabilmente confermato dalla giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione (Cfr. ex plurimis, “Deve essere considerato consumatore e beneficia della disciplina di cui agli art. 1469 bis e ss. c.c. [oggi integralmente riversata nel D. Lgs.vo 206/05] la persona fisica che, anche se svolge attività imprenditoriale o professionale, conclude un qualche contratto per la soddisfazione di esigenze della vita quotidiana estranee all'esercizio di detta attività; mentre deve essere considerato “professionista” tanto la persona fisica quanto quella giuridica che invece utilizza il contratto nel quadro della propria attività professionale” [Cass. Civ. 10127/07]).
Peraltro, autorevole giurisprudenza di merito, oltreché la Corte di Giustizia CE, è andata anche oltre l'assunto della norma in questione, ritenendo comunque applicabile tutta la disciplina posta a tutela del consumatore, anche per la conclusione di contratti relativi a beni e servizi, quando gli stessi non siano comunque inquadrabili tra le manifestazioni dell'attività svolta dall'imprenditore. In altre parole chi si occupa commerciare stoffe, dovrebbe sempre e comunque essere ritenuto consumatore al momento della stipula di un contratto avente ad oggetto, ad esempio, un servizio di telefonia. E così, “è' consumatore anche colui che acquista un bene o richiede la prestazione di un servizio nel quadro dell'attività professionale svolta, qualora la stipulazione del relativo contratto non sia inquadrabile tra le manifestazioni di detta attività (nella specie, si è ritenuto consumatore uno scultore che aveva stipulato un contratto di trasporto per far prevenire ad un concorso una sua opera)” [Tribunale di Roma, 20 ottobre 1999], ma nello stesso tempo anche il Tribunale di Lucca 4 luglio 2000. Peraltro, come si è anticipato, la stessa Corte di Giustizia CE 20 gennaio 2005, nella causa C464/01 ha confermato l'applicabilità della disciplina relativa ai contratti conclusi dal consumatore anche in tutti i casi in cui “il nesso tra detto contratto e l'attività professionale svolta fosse talmente modesto da divenire marginale”).
Dalla qualità di consumatore, attribuibile al contraente nei citati esempi, discende, l'inequivocabile l'applicabilità dell'art. 33 del D. Lgs.vo 206/05 che, ricalcando quanto precedentemente disposto dagli art. 1469 bis e ss. c.c., che dispone espressamente che “si considerano vessatorie le clausole che, malgrado la buona fede, determinino a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto”.
Già l'evidenziato principio generale vorrebbe vessatorie clausole, quali quella derogativa della competenza territoriale del foro di della residenza o domicilio del consumatore, che porterebbe il gravoso onere per la stesso di dover adire un giudice lontano ogni qualvolta la stessa fosse costretta a far valere i propri diritti contro inadempienze della compagnia convenuta, nonché le altre che determinano, ad esempio, l'esclusione della responsabilità per fatti inequivocabilmente addebitabili alla società fornitrice del servizio.
Ma proprio al fine di evitare al Giudice il gravoso compito di individuare, di volta in volta, quali clausole possano considerarsi o meno vessatorie in base al suesposto principio generale, la norma citata, al suo secondo comma, individua tutta una serie di possibili clausole che ove contenute in contratti conclusi dal consumatore, devono presumersi vessatorie.
Tra tali clausole rientra quella diretta a “stabilire come sede del foro competente sulle controversie località diversa da quella di residenza o domicilio del consumatore” (cfr. art. 33 D. Lgs. vo 206/05, comma II, lett. u).
Ciò viene peraltro confermato incontestabilmente dalla Giurisprudenza tutta, sia di legittimità che di merito (cfr. ex plurimis Cass. Civ. n. 16336/04 che sulla scorta di quanto disposto allora dall'art. 1469 bis c.c. individua il foro della residenza o domicilio del consumatore come “foro esclusivo speciale”; Cass. Civ. SS. UU. n. 14669/03, sentenza sorta sempre sull'interpretazione dell'art. 1469 bis c.c. il cui contenuto, come si è detto, è oggi pedissequamente ripetuto nelle varie disposizioni del D. Lgs.vo cit., con cui la Suprema Corte a Sezioni Unite rileva come “il legislatore, nelle controversie tra consumatore e professionista, abbia stabilito la competenza territoriale esclusiva del giudice, del luogo, della sede o del domicilio del consumatore”).
Attesa la vessatorietà della clausola in questione, alla stessa non potrà che applicarsi la disciplina prevista per tali clausole dall'art. 36 del provvedimento in questione, in base alla quale “le clausole vessatorie ai sensi dell'art. 33 e 34 sono nulle mentre il contratto rimane valido”.
E' bene rilevare che, perché le clausole vessatorie, quale quella di cui si parla, possano considerarsi valide ed efficaci, non è sufficiente la mera sottoscrizione delle stesse ai sensi degli art. 1341 e 1342 c.c., ma, come espressamente previsto dalla normativa in questione all'art. 34, comma IV, e confermato da copiosa Giurisprudenza sia di legittimità che di merito, occorre che “le clausole e gli elementi di causa siano stati oggetto di trattativa individuale” tra il professionista ed il consumatore.
“Per superare la presunzione di vessatorietà della clausola che stabilisce, come sede del foro competente a decidere le controversie tra professionista e consumatore, una località diversa da quella di residenza e domicilio eletto da quest'ultimo, il professionista ha l'onere di provare che la clausola con cui è stato pattuito un foro non coincidente... è stata oggetto di trattativa individuale con il consumatore” (cass. cit.).
Peraltro, riguardo alla criticata prassi contrattuale di cui si parla, ove anche il professionista volesse sostenere l'avvenuta effettuazione di trattative, queste vengono escluse in radice dalla forma contrattuale utilizzata (contratto per adesione) inidonea, per le sue modalità di realizzazione, a qualsivoglia trattativa, e dall'art. 63 D. Lgs.vo cit. che, per i contratti, quale quello in esame, conclusi fuori dai locali commerciali del professionista, individua la “competenza territoriale inderogabile del giudice del luogo di residenza o di domicilio del consumatore”e quindi al di là di qualsiasi possibilità di trattativa.
Quanto detto, è bene ripeterlo, vale solo riguardo l'ipotesi di titolare di azienda individuale o professionista che concluda contratti relativi a beni o servizi estranei alla propria attività.
In Italia, infatti, come in quasi tutta l'Europa, viene esclusa in radice, come recentemente confermato dal Giudice delle Leggi e dalla Suprema Corte di Cassazione, l'applicabilità della tutela del consumatore alle persone giuridiche. Ne segue che, in caso il firmatario del contratto per adesione in questione sia il legale rappresentante di una società, sarà difficilmente sostenibile l'applicabilità della citata normativa.
Ciononostante rimarranno percorribili altre strade per la difesa dei diritti dei soggetti coinvolti nelle descritte situazioni. Spesso, infatti, la seconda sottoscrizione che viene fatta apporre all'incauto legale rappresentate contiene un generico riferimento a tutte le clausole del contratto (Es. “il sottoscritto dichiara di aver preso visione e di approvare espressamente ai sensi ed agli effetti dell'art. 1341 e 1342 c.c. tutte le clausole contenute nelle condizioni generali di contratto), altre volte le clausole sono tutte espressamente richiamate in modo unitario, in maniera tale che diviene quasi impossibile, anche per le dimensioni di carattere utilizzate, distinguere le une dalla altre (Es. “il sottoscritto dichiara di aver preso visione e di approvare espressamente ai sensi ed agli effetti dell'art. 1341 e 1342 c.c. le seguenti clausole delle condizioni generali di contratto Persone Giuridiche di seguito riportate: 1) proposta; 2) rifiuto di proposta; 3) rinnovo tacito; 4) controllo sull'utilizzabilità del servizio; 5) limitazioni di responsabilità; 6) foro competente; 7)......”).
In tali ultime ipotesi possono venire in soccorso recenti interpretazioni degli art. 1341 e 1342 c.c. che, sulla base della circostanza che la sottoscrizione di cui agli articoli in questione debba essere considerata finalizzata a richiamare l'attenzione del sottoscrivente, ritiene che la clausola derogativa delle competenza e le altre clausole vessatorie eventualmente contenute nel contratto, approvate nelle suesposte modalità, debbano considerarsi affette da nullità assoluta e rilevabile anche d'ufficio (Cfr. Cass. Civ. 18580 del 5.12.03).
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References: art. 1341
 art. 1469
 art. 1469
 art. 33
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 1341
 art. 1341
 Cass.