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Ordinanza n. 64 del 24 novembre 2012 Tribunale di Trieste - Tutto Stranieri
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Ordinanza n. 64 del 24 novembre 2012 Tribunale di Trieste
Istanza volta ad ottenere la concessione del contributo economico a sostegno dell’accesso alle abitazioni di locazione – accertato carattere discriminatorio e contrario al diritto dell’Unione europea della legislazione regionale del Friuli-Venezia Giulia in materia di prestazioni di welfare
Con ricorso al Tribunale Ordinario di Trieste, depositato in data 2.2.2012 e promosso, ai sensi delle disposizioni dianzi citate, nei confronti del Comune di Trieste e della Regione Friuli Venezia Giulia, i ricorrenti indicati nell’epigrafe, premesso di essere cittadini romeni regolarmente soggiornanti ed occupati in Italia e residenti nel Comune di Trieste, hanno esposto di aver proposto domanda, tra l’aprile ed il maggio del 2010, allo Sportello Casa gestito dall’ ATER della Provincia di Trieste e dal Comune di Trieste, per la concessione del contributo economico a sostegno dell’accesso alle abitazioni in locazione.
Dopo essere stati inseriti con riserva nella graduatoria provvisoria degli aventi diritto, i ricorrenti avevano appresso di essere stati esclusi dalla graduatoria definitiva, pubblicata il 29/11/2010, per mancanza del requisito della residenza in Italia da dieci anni; peraltro, in una nota delle 15/9/2011, il Comune di Trieste aveva rappresentato di aver già disapplicato l’art. 12 della L.R. n. 6/2003 in relazione al bando delle 2011 per i medesimi contributi, trattandosi di norma che violava il diritto comunitario, mentre, in relazione al bando per il 2010, il Comune aveva asserito di essere in attesa di determinazione da parte della Regione Friuli Venezia Giulia.
Hanno sostenuto i ricorrenti che l’art. 12 della L.R. F.V.G. n. 6/2003, come modificato dagli art. 4 e 5 della successiva L.R. n. 18/2009, nel richiedere per l’erogazione dei contributi per l’accesso alla locazione il requisito dell’anzianità di residenza o di attività lavorativa decennale nel territorio nazionale ed annuale in quello regionale, violava le disposizioni comunitarie relative al principio di parità di trattamento e divieto di discriminazione, segnatamente gli artt. 18 c. 1, 45, 49 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, l’art 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, l’art 9 del regolamento n. 1612/68/CEE, l’art. 24 della Direttiva n. 2004/38, l’art. 11 c. 1 della Direttiva CE n. 109/2003. La disposizione di legge regionale e quella regolamentare, che aveva dato alla prima pedissequa attuazione, contrastavano, con ogni evidenza con la citata normativa comunitaria, prevedendo un criterio di anzianità di residenza che risultava indirettamente discriminatorio per tutti cittadini non italiani, in particolare per quelli romeni, che rappresentavano il 70% di tutti cittadini dell’Unione residenti in Italia e che intanto avevano potuto ivi stabilirsi in quanto la Romania era entrato a far parte dell’Unione Europea, e dunque soltanto dall’1.1.2007, con conseguente possibilità di soddisfare il requisito di anzianità di residenza o lavorativa decennale. Ciò premesso, i ricorrenti hanno concluso perché fosse ordinato al Comune di Trieste ed alla Regione Friuli Venezia Giulia di cessare la condotta discriminatoria poste in essere con il bando ed il regolamento, per la condanna del Comune di Trieste al risarcimento del danno patrimoniale, nella misura del contributo già indicato nella graduatoria provvisoria, gli importi specificati per ciascun ricorrente, per la condanna della Regione Friuli Venezia Giulia a procedere al trasferimento dei fondi al Comune di Trieste per far fronte al maggior fabbisogno conseguente alla sollecitata condanna, per la condanna dell’amministrazione comunale e regionale alla pubblicazione dell’ordinanza su un quotidiano.
Il Comune di Trieste non si è costituito nel procedimento, a differenza della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, che ha preliminarmente eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva dovendosi considerare che ad essa, nella qualità di amministratore, competeva esclusivamente la ripartizione dei fondi ai Comuni che avevano ricevuto le domande dei richiedenti il sostegno finanziario delle locazioni. Nel merito, l’amministrazione regionale, premesso che la posizione dei richiedenti nella graduatoria era determinata dal punteggio calcolato sulla base delle dichiarazioni ISEE e del canone corrisposto, allegato che, relativamente al bando 2010, le risorse economiche disponibili avevano consentito l’erogazione del contributo a quanti avessero ottenuto un punteggio pari o superiore a 15 ed a gran parte, ma non tutti, di quelli che avevano conseguito il punteggio 14. In relazione a sei dei ricorrenti erano state verificate specifiche situazioni legittimanti l’esclusione, e cioè: – *****, interessati da controlli a campione in ordine alla veridicità dei dati autocertificati, non avevano prodotto documentazione attestante il requisito di residenza/anzianità lavorativa previsto dal bando; – *****, parimenti non avevano fornito la richiesta documentazione prova del possesso dei requisiti ed erano stati segnalati alla Procura della Repubblica; – *****, si era collocato in posizione non utile a causa dell’insufficienza dei fondi; ***** era collocata nella posizione 1.557 della graduatoria ed i fondi disponibili avevano consentito di liquidare il contributo ai soli richiedenti che si erano collocati sino alla posizione 1.456.
Argomentato in diritto sulla normativa disciplinante il contributo a sostegno delle locazioni, sulla natura della prestazione e sostenuta l’assenza, nel caso di specie, di qualsiasi discriminazione, applicandosi le disposizioni legislativa e regolamentare sul requisito dell’anzianità di residenza o lavorativa a tutti i richiedenti il contributo, ivi compresi cittadini italiani, la Regione ha concluso per la propria estromissione del giudizio ed, in via subordinata di merito, per il rigetto delle domande.
Il ricorso è fondato e merita accoglimento
Dalla documentazione prodotta risulta che i ricorrenti sono cittadini romeni, regolarmente soggiornanti in Italia ed iscritte nelle liste anagrafiche della popolazione residente nel Comune di Trieste.
Essi hanno presentato allo Sporte Casa dell’ATER nella Provincia di Trieste e del Comune di Trieste, istanza volta ad ottenere la concessione del contributo economico a sostegno dell’accesso alle abitazioni di locazione di cui alla L. 9.12.1998, n. 431 e disciplinato dall’art. 6 L.R. FVG 7.3.2003, n. 3, così come modificata dagli artt. 4 e 5 della L.R. Fvg n. 18/2009, a seguito del bando di concorso indetto dal Comune di Trieste del 19.4.2010 fondi 2009, in relazione alla delibera della Giunta comunale di Trieste n. 170 del 19.4.2010 (doc. 1 dei ricorrenti).
I ricorrenti hanno proposto la domanda di concessione del predetto contributo entro il termine imposto dal bando, le domande in questione sono state esibite in giudizio su ordine del giudice.
Successivamente, il Comune di Trieste a mezzo dell’ATER, ha pubblicato le graduatorie provvisorie dei beneficiari del contributo (doc. 5), nelle quali venivano inseriti anche ricorrenti, seppure con riserva, con l’indicazione dell’ammontare del contributo che sarebbe loro spettata:
– *****: posizione 187, contributo annuo pari ad € 3.100,00; – *****: posizione 214, contributo pari ad € 3.100,00; – *****: posizione 296, contributo pari ad € 3.100,00; – *****: posizione 309,contributo pari ad € 3.100,00; – *****: posizione 522,contributo pari ad € 3.100,00; – *****: posizione 541, contributo pari ad € 3.100,00; – *****: posizione 623, contributo pari ad € 3.100,00; – *****: posizione 998,contributo pari ad € 1.978,68; – *****: posizione 1.074, contributo pari ad € 3.100,00; – *****: posizione 1169, contributo pari ad € 3.100,00; – *****: posizione 1199,contributo pari ad € 3.100,00; – *****: posizione 1/2/07,contributo pari ad € 2.928,24; – *****: posizione 1341, contributo pari ad € 3.100,00; – *****: posizione 1526, contributo pari ad € 2.252,29; – ***** posizione 1557,contributo pari ad € 6.635,47; – *****: posizione 1799,contributo pari ad € 1.209,59.
Dalla nota del Comune di Trieste delle 15.11.2011 (doc. 5 dei ricorrenti), risulta confermato che i ricorrenti furono esclusi dalla graduatoria definitiva per difetto della requisito dell’anzianità di residenza o lavorativa in Italia da dieci anni.
La L.R. FVG n. 6/2003 ha disciplinato le modalità di accesso al Fondo nazionale per il sostegno alle locazioni istituito con l’art. 11 della legge 9.12.1998 n. 431 e finanziato da risorse nazionali e regionali.
Il fondo viene ripartito tra i Comuni ai quali spetta, tramite l’emanazione di appositi bandi, l’individuazione delle modalità di erogazione dei contributi.
Per accedere alla contributo, è necessario che il contratto di locazione sia correttamente registrato, che il nucleo familiare del beneficiario possegga un reddito imponibile annuo inferiore a quello indicato dalla normativa regionale per l’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica e che la situazione economica e patrimoniale del nucleo familiare attestata dalla certificazione della situazione economica equivalente (ISEE) di cui al D. Lgs. 31.3.1998 n. 109 sia conforme ai parametri di legge.
Scopo della normativa è evidentemente quello di sostenere l’accesso alla locazione e garantire il diritto fondamentale dell’abitazione per i soggetti non abbienti, mediante la riduzione della spesa sostenuta dal beneficiario per i canone di locazione (art 6 L.R. 6/2003).
La Regione Friuli Venezia Giulia, che in materia ha competenza legislativa residuale in base al Titolo V Cost. (art. 117 Cost.), con la legge regionale n. 6/2003, modificata dagli art. 4 e 5 della legge regionale n. 18/2009, ha condizionato l’erogazione del contributo all’ulteriore requisito dell’anzianità di residenza o di attività lavorativa decennale sul territorio nazionale, e annuale sul territorio regionale. Il suo art. 12, come modificato dall’art. 4 L.R. n. 18/2009, stabilisce infatti, che “I beneficiari agli interventi di (…) Sostegno alle locazioni risiedono o svolgono attività lavorativa da almeno dieci anni, anche non continuativi sul territorio nazionale, di cui uno in Regione”. Tale ultimo presupposto, relativo all’anzianità di soggiorno annuale nella Regione Friuli Venezia Giulia, è stato di recente eliminato dalla L.R. 17/2010.
Il regolamento regionale attuativo della L.R. n. 6/2003 (D.P.Reg. 27.5. 2005, poi modificato dal D.P.Reg. del 6.4.2010), ha poi ribadito tali prescrizioni.
Con la L.R. FVG 15.10.2009, n, 18, art 5, è stata esclusa la necessità della requisito di anzianità di residenza o di attività lavorativa a favore dei corregionali e dei loro discendenti che dall’estero, abbiano ristabilito la residenza in Regione, e a favore di coloro che ivi prestano servizio presso le Forze Armate le Forze di Polizia.
Il Comune di Trieste ha stipulato con l’ATER della Provincia di Trieste un accordo di collaborazione, per cui secondo svolge per conto del primo l’attività di raccolta, documentazione e di concorso nell’istruttoria del procedimento per l’assegnazione dei contributi per il sostegno ai canoni di locazione.
Il contributo a sostegno delle locazioni presenta le caratteristiche di un vero e proprio diritto soggettivo in quanto è la normativa stessa ad indicare, con precisione, i requisiti per la sua concessione, senza che residui alcuno spazio discrezionale in capo ai Comuni, cui compete unicamente alla verifica dei requisiti e l’erogazione dei contributi.
La norma regionale che impone, ai fini della concessione del contributo di cui si discute, l’anzianità decennale di residenza o di attività lavorativa in Italia confligge con le norme dell’Unione Europea in materia di parità di trattamento e di non discriminazione.
Nei confronti dei cittadini di Paesi membri dell’Unione europea vige il principio di non discriminazione di cui all’art. 18 c.1 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (già art. 12 del Trattato sulla Comunità Europea), il quale sancisce che “nel campo di applicazione dei trattati, e senza pregiudizio delle disposizioni particolari dagli stessi previste è vietata ogni discriminazione effettuata in base alla nazionalità”. Tale principio rappresenta la più chiara ed esplicita manifestazione del contenuto di quella “cittadinanza dell’Unione”, riconosciuto a chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro e distribuita dall’art. 20 c.2 TFUE (ex art. 17 TCE), per cui tutti cittadini dell’Unione godono dei diritti che sono soggetti ai doveri previsti nei trattati.
Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il 1 dicembre 2009, è entrata parimenti in vigore la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che, all’art. 21, prevede il diritto alla non-discriminazione, ribadendo “il divieto di qualsiasi discriminazione fondata sulla cittadinanza nell’ambito di applicazione del trattato sull’Unione Europea e di quella sul funzionamento dell’Unione Europea”. Il principio di non discriminazione ha, dunque, valore e rango di diritto fondamentale e gli Stati membri dell’Ue sono vincolati al rispetto della Carta europea dei diritti fondamentali quando applicano il diritto dell’Unione europea.
L’art. 45 del TFUE (già art. 39 TCE) “assicura la libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione europea” ed afferma l’esigenza che a tal fine sia assicurata “l’abolizione di qualsiasi discriminazione, fondata sulla nazionalità, tra i lavoratori degli Stati membri, per quanto riguarda l’impegno, la retribuzione e le altre condizioni di lavoro”.
L’art. 49 del TFUE (ex art 43 del TCE), che tutela il diritto di stabilimento all’interno dell’Unione, vieta “le restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato membro”.
Al fine della realizzazione dei principi di libertà di circolazione e di stabilimento dei lavoratori all’interno della Comunità europea, è stato approvato il Regolamento comunitario n. 1612/1968 (ora sostituito dal Regolamento Ue n. 492/2011 dd. 5 aprile 2011) che, all’art. 7 c.2, ha sancito il principio di parità di trattamento fra lavoratori nazionali e lavoratori di altri Stati membri in materia di vantaggi sociali e fiscali.
Come bene evidenziato dalla difesa dei ricorrenti, la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea ha poi progressivamente esteso l’ambito di applicazione degli artt. 12, 39 e 43 del TCE (ora rispettivamente artt. 18,45 e 49 TFUE), e della normativa che ne è l’esplicazione, riconoscendo che la parità del trattamento deve trovare applicazione anche quei diritti e vantaggi sociali e fiscali non direttamente connessi all’impiego del lavoratore comunitario che ha esercitato il diritto alla libera circolazione, ogniqualvolta la prestazione sociale o fiscale erogata sia in grado di facilitare la mobilità dei cittadini comunitari all’interno dello spazio comune europeo (CGE, Even, sentenza 31.5.1979).
Così, in virtù dell’art, 7 c. 2 del Regolamento n. 1612/68 (rimasto invariato anche nel nuovo regolamento Ue n. 492/2011), la Corte di Giustizia ha riconosciuto il diritto del lavoratore emigrante comunitario a fruire di agevolazioni finanziarie concesse ai soli cittadini nazionali in occasione della nascita di un figlio (CGE Reina, causa 65/81, sentenza 14.1.1982, principio poi ribadito nella sentenza CGE Commissione c. Lussemburgo, causa V-111/91, sentenza 10.3.1993) ritenendo che rientrassero nella nozione di vantaggio sociale di cui all’art. 7 del regolamento n. 1612/68/CEE anche le provvidenze economiche a carattere assistenziale e non contributivo (ad es. il diritto alla riduzione sulle tariffe ferroviarie concessa da un ente ferroviario nazionale alle famiglie numerose (CGE Cristini, sentenza 30.9.1975, 32/75).
Il medesimo Regolamento n. 1612/68/CEE. all’art. 9. Prevede anche la parità di trattamento del lavoratore comunitario migrante e dei suoi familiari con i lavoratori nazionali per quanto concerne i diritti e i vantaggi apportati in materia di abitazione, in quanto funzionali alla piena realizzazione della libertà di circolazione dei lavoratori: “1. Il lavoratore cittadino di uno Stato membro occupato sul territorio di un altro Stato membro gode di tutti i diritti e vantaggi apportati ai lavoratori nazionali per quanto riguarda l’alloggio, ivi compreso l’accesso alla proprietà dell’alloggio di cui necessita. 2. Detto lavoratore può iscriversi, nella Regione in cui è occupato, allo stesso titolo dei nazionali, negli elenchi dei richiedenti alloggio nella località ove tali elenchi esistono, e gode dei vantaggi e precedenze che ne derivano.” (Testo rimasto invariato anche nel nuovo regolamento Ue n. 492/2011).
L’art. 24 della Direttiva n. 2004/38, che disciplina il diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, recepite in Italia con i d.lgs n. 30/2007 e n. 32/2008, espressamente estende il principio di parità di trattamento, a favore dei cittadini comunitari e dei loro familiari, anche alla materia dell’assistenza sociale, con le uniche deroghe previste per i primi tre mesi di soggiorno e, per i periodi anche immediatamente successivi, quando il diritto al soggiorno venga esercitato per la ricerca di un’attività occupazionale.
Le disposizioni europee sopra richiamate sanciscono un principio di parità di trattamento che è stato poi esteso anche ad altre categorie di cittadini stranieri.
L’art. 11 co. 1 lettera d) della direttiva CE n. 1092003, relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo in uno Stato dell’unione Europea, prevede che “Il soggiornanti di lungo periodo gode dello stesso trattamento del cittadino nazionale per quanto riguarda… le prestazioni sociali, l’assistenza sociale e la protezione sociale ai sensi della legislazione sociale…”.
La lettera f) del medesimo articolo prevede pure il principio di parità di trattamento a favore dei lungo soggiornanti per quanto attiene “all’accesso ai beni e servizi a disposizione del pubblico,… nonchè alla procedura per l’ottenimento di un alloggio”. L’Italia ha recepito tale direttiva con il D.lgs 3/2007 che ha sostituito l’art. 9 del d.lgs 286/98.
L’art 9 TU immigrazione prevede che il titolare del permesso per lungo soggiornanti può “usufruire delle prestazioni di assistenza sociale, di previdenza sociale, … salvo che sia diversamente disposto e sempre che sia dimostrata l’effettiva residenza dello straniero sul territorio nazionale… Il soggiornanti di lungo periodo gode dello stesso trattamento dei cittadini nazionale per quanto riguarda (…) d) le prestazioni sociali, l’assistenza sociale la protezione sociale ai sensi della legislazione nazionale”.
Ugualmente, l’art 40 c.6 del medesimo D.Lgs n. 286/98 prevede il principio di parità di trattamento rispetto al cittadino italiano a favore del titolare di carta di soggiorno (ora permesso di soggiorno UE per lungo soggiornanti) in materia di interventi per agevolare l’accesso alle locazioni abitative.
Come ricordato nel contesto del ricorso, beneficiari del diritto alla parità di trattamento sono altresì coloro che hanno ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, di cui alla direttiva 29 aprile 2004 n. 2004/83/CE, attuata in Italia con il D.lgs 19.11. 2007, n. 251, il cui art. 27 dispone che “I i titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria hanno diritto al medesimo trattamento riconosciuto al cittadino in materia di assistenza sociale e sanitaria”. L’art. 29 c. 3 del medesimo D.lgs n. 251/2007 estende anche ai rifugiati e ai titolari di protezione sussidiaria il principio di trattamento di cui all’art 40 c. 6 del D.Lgs 286/98 in materia di interventi per agevolare l’accesso alle locazioni abitative.
Il principio di parità di trattamento garantito dal diritto dell’Unione Europea non si limita ad escludere le sole discriminazioni dirette, attuate mediante attribuzione di un trattamento meno favorevole in ragione della nazionalità, ma anche le discriminazioni indirette, che si producono quando una disposizione o un criterio o una prassi apparentemente neutra dello Stato membro pone una persona di cittadinanza diversa da quella nazionale ed, innanzitutto, il cittadino dell’Unione Europea in una posizione di particolare e sproporzionato svantaggio rispetto ai cittadini dello Stato membro.
Tale nozione di discriminazione indiretta e ricavabile tanto dalle direttiva europea antidiscriminazione (n. 2000/43/CE, n. 2000/78/CE, n. 2006/54/CE, n. 2004/113/CE) quanto dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo e della Corte di Giustizia Europea.
Nella sentenza Scholz. (CGE, Scholz, causa C-41992, sentenza 23.02.1994) in materia di libertà di circolazione dei lavoratori, la Corte di Giustizia europea ha affermato che “l’art 48 del Trattato vieta soltanto le discriminazioni palesi in base alla cittadinanza, ma anche quelle dissimulate che, fondandosi su altri criteri, pervengono comunque al medesimo risultato”, precisando, poi, in altra occasione, che “una simile interpretazione, necessaria a garantire l’efficacia di uno dei principi basilari della comunità, è espressamente riconosciuta nel 5° considerando del regolamento n. 1612/68, in cui si legge che la parità di trattamento dei lavoratori deve essere assicurata “di diritto e di fatto” (CGE, Sotgiu, causa 152/73, sentenza 12.2.1974).
Come noto, la Corte Costituzionale ha ricostruito i rapporti tra diritto comunitario il diritto interno in termini di rapporti tra sistemi giuridici autonomi e distinti, ancorché coordinati, in relazione alle rispettive competenze previste dai Trattati; le norme comunitarie vincolano il legislatore nazionale, ex artt. 10 e 117 c. I Cost., hanno efficacia diretta e comportano l’obbligo del giudice di interpretare le norme interne in senso conforme od, ive ciò non sia possibile, di disapplicare le disposizioni nazionali confliggenti, con il solo limite dell’intangibilità dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e dei diritti inviolabili, obbligo che peraltro è stato riconosciuto gravare anche sugli organi amministrativi. Il giudice delle leggi ha altresì riconosciuto l’immediata applicabilità delle disposizioni comunitarie anche la relazione alle “situazioni risultanti (…) dalle sentenze interpretative della Corte di Giustizia” (C.Cost. 23.4.1985, n. 113).
Accertata la condotta discriminatoria, si rileva che sei stata correttamente imputata sia al Comune di Trieste che alla regione autonoma Friuli Venezia Giulia.
Il Comune di Trieste e titolare del potere di concessione del beneficio, ma intanto può erogare contributi, in quanto l’amministrazione regionale gli trasferisca i fondi necessari, sulla base del fabbisogno accertato (art. 6 D.P.Reg. 27.5.2005 n. 0149/Pres. E successive modifiche); l’evocazione della Regione è giustificata non soltanto dall’interesse a che la decisione faccia stato anche nei suoi confronti, come ente finanziatore, ma anche dalla considerazione che l’amministrazione regionale ha concorso nella condotta discriminatorie, con l’emanazione di disposizioni regolamentari e di istruzione dirette all’amministrazione comunale. Va sottolineato che, con la nota del 15.11.2011 (doc. 5 ricorrenti), il Comune di Trieste ha comunicato a procuratore degli odierni ricorrenti di avere visto applicato la norma regionale relativa requisito di anzianità di residenza o attività lavorativa in Italia relativamente al bando emesso per il 2011 fondi 2010 e di essere in attesa di istruzioni dalla Regione per le determinazioni da assumere in relazione al bando per l’anno precedente, quello cui si riferisce il presente procedimento.
Il ricorrenti hanno proposto, ai sensi dell’art. 28 c. 5 D.Lgs n. 150/2011 e 4 c. 4 D.Lgs n. 215/2003, domanda di risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale.
Il pregiudizio patrimoniale può per certo essere identificato, conformemente alla richiesta dei ricorrenti, nella mancata percezione del contributo già indicato in loro favore nella graduatoria provvisoria.
In proposito, la Regione resistente ha evidenziato che i richiedenti ***** e ***** avrebbero reso la dichiarazione non corrispondente al vero di essere residenti o prestare la loro attività loro lavorativa da almeno dieci anni, anche non consecutive, sul territorio nazionale, di cui uno in regione, affermando poi che ***** e ***** non avrebbero depositato la documentazione attestante il possesso dei requisiti loro richiesta. Il bando relativo la concessione dei contributi prevedeva che, nel caso fosse messo, nel corso di controlli a campione, la non veridicità dei dati dichiarati, l’amministrazione comunale avrebbe potuto provvedere alla revoca del beneficio concesso. Le dichiarazioni non rispondente al vero di cui si discute relativamente ad ***** e ***** non possono certo comportare l’esclusione del diritto al risarcimento nella misura pari al contributo, posto che questo sarebbe comunque spettato, a prescindere dalla dichiarazione non veritiera, perché i requisiti di tale dichiarazione si riferiva non doveva essere preteso dall’amministrazione, in quanto discriminatorio ed illegittimo.
A diverse conclusioni deve invece pervenirsi relativamente ai ricorrenti ***, ***, *** e ***. Per *** ed *** l’amministrazione resistente ha allegato che essi erano stati esclusi dall’omessa produzione, da parte della stessa, di ogni documentazione relativa ai requisiti, dunque anche a quelli diversi dal requisito discriminatorie. Quanto a ***, *** e ***, la Regione resistente ha evidenziato il collocamento in una posizione non utile nella graduatoria, in ragione dei fondi disponibili. Incombendo ai ricorrenti la prova del danno subito e non avendo gli stessi addotto concrete circostanze volte a confutare le allegazioni della Regione resistente in punto omessa produzione della documentazione relativa ai requisiti diversi da quello ritenuto discriminatorio, quanto a *** e ***, ed imputo sufficienza dei fondi disponibili per erogare contributo coloro che avevano consentito il ponteggio 14 sino alla posizione 1456 – mentre ***aveva il ponteggio 10, *** e ***, pur con ponteggio 14, erano collocati nelle posizioni 1526 e 1557 – deve escludersi la ricorrenza nei confronti dei predetti del giudizio patrimoniale, posto che non avrebbero comunque potuto conseguire il contributo, anche in caso di disapplicazione delle requisito discriminatorie.
Nulla può riconoscersi in favore dei ricorrenti a titolo di danno non patrimoniale, in difetto della benché minima allegazione sul punto.
Le spese del procedimento, levigati come da dispositivo in considerazione della complessità delle questioni trattate, seguono la soccombenza.
1) ordina la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia dal Comune di Trieste di cessare la condotta discriminatoria poste in essere, rispettivamente, con l’inserimento nel regolamento D.P. Reg. 149 del 27.5.2005 della previsione di cui all’art. 5 lett. b) (essere residenti ovvero prestare attività lavorativa da almeno dieci anni, anche non continuativi, sul territorio nazionale, di cui uno in regione) e con la previsione, tra i requisiti soggettivi prescritti dal bando di concorso del Comune di Trieste del 19.4.2010 per l’erogazione dei contributi integrativi per il pagamento dei canoni di locazione di immobili adibiti ad uso abitativo-fondi 2009, del citato requisito di “anzianità” di residenza o di lavoro, e ciò mediante eliminazione e disapplicazione delle citate previsioni discriminatorie;
2) condanna il Comune di Trieste la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, in via tra loro solidale, a risarcire il danno patrimoniale, mediante pagamento delle somme dianzi indicate, da maggiorarsi per la rivalutazione secondo gli indici Istat e per gli interessi legali sulla somma via via rivalutata, ha il seguente ricorrenti -***: € 3.100,00; -***: € 3.100,00; -***: € 3.100,00; -***: € 3.100,00; -***: € 3.100,00;-***: € 3.100,00;-***: posizione 541, € 3.100,00; -***: € 3.100,00; -***: € 1.978,68; -***: € 3.100,00; -***: € 3.100,00; -***: € 2.928,24; -***: € 3.100,00;
3) rigetta le domande risarcitorie dei ricorrenti ***, ***, *** e ***;
4) condanna alle amministrazione contenute, in solido tra loro, a rifondere ai ricorrenti le spese del giudizio liquidate in complessive € 2.837,00, di cui € 37,00 per esborsi ed il resto per compenso professionale, oltre a CPA ed IVA.
Trieste, 24 novembre 2012.
Ada Perrotta
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References: e contrario
 art. 4
 art. 4
 art. 12
 art. 12
 art. 17
 art. 39
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 27
 sentenza 
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