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Timestamp: 2020-05-26 23:06:23+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 6844 del 16/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6844 del 16/03/2017
Cassazione civile, sez. II, 16/03/2017, (ud. 10/11/2016, dep.16/03/2017), n. 6844
sul ricorso 2201/2013 proposto da:
D.L.P.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in
ROMA, VIA LAURA MANTEGAZZA, presso lo studio MARCO GARDIN,
rappresentata e difesa dall’avvocato DOMENICO PARRELLA;
M.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI TORRE
rappresentato e difeso dagli avvocati DARIO IERVESE, GABRIELE
IERVESE;
avverso la sentenza n. 2884/2012 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
10/11/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO ORICCHIO;
udito l’Avvocato PARRELLA Domenico, difensore della ricorrente che ha
udito l’Avvocato IERVESE Gabriele difensore del resistente che ha
PEPE Alessandro, che ha concluso per il rigetto dei primi due motivi
di ricorso, l’accoglimento del terzo motivo.
D.L.P.F., con contratto del 12 dicembre 1984, prometteva in vendita a M.F. un suolo edificatorio in (OMISSIS) di circa mq. 1100 al prezzo di Lire 250 milioni che doveva ritenersi compensato con il valore di una villa bifamiliare che il promittente acquirente si impegnava a realizzare in altra porzione sul medesimo suolo.
Insorgeva controversia fra le parti con contrapposte domande di risoluzione contrattuale e risarcimento danni, separatamente azionate e definite dal Tribunale di Napoli, che – riuniti i separati giudizi intrapresi da entrambe le parti – con sentenza n. 12440/2001 dichiarava risolti i contratti di permuta ed appalto inter partes per inadempimento del M.F., con condanna del di lui figlio C., subentrato nel corso del giudizio quale erede ed avente causa del primo nelle more deceduto, al risarcimento dei danni in favore dell’attrice quantificati nella misura di Lire 174 mila, nonchè con condanna della D.L. alla restituzione della somma di Lire 41.360.000 e del M. alla refusione della metà delle spese di lite.
Proposto da parte del M. appello principale, con la resistenza della D.L. che svolgeva appello incidentale, l’adita Corte di Appello di Napoli, con sentenza n. 3039/2003, rigettava l’appello incidentale ed, in parziale accoglimento del gravame principale, condannava la D.L. al pagamento, in favore del M., della differenza fra la maggior somma di Euro 111.224,16, oltre interessi legali dal 25 marzo 1995 ed in minor importo di Euro 89.863,50 oltre interessi legali dal 7 febbraio 1994, confermando nel resto la gravata decisione e compensando integralmente le spese del giudizio.
Riassunto il giudizio, la Corte di Appello di Napoli – con sentenza n. 2884/2012 – dichiarava risolto il contratto inter partes per fatto e colpa della D.L., condannando l’appellata alla restituzione in favore del M. della complessiva somma di Euro 111.224,16, oltre interessi legali, nonchè al risarcimento danni liquidati in Euro 12.911,42, rivalutati di anno in anno ed la pagamento di tutte le spese di lite liquidate, come in atti, con attribuzione agli avvocati antistatari.
Per la cassazione di tale ultima sentenza della Corte napoletana la D.L.P. propone ricorso fondato su tre ordini di motivi e resistito con controricorso dal M..
1.- Con il primo motivo del ricorso si censura il vizio di “violazione dell’art. 1176 c.c. e ss., degli artt. 1218 e 1453 c.c.; violazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 (nonchè) omessa e insufficiente motivazione su un punto decisivo in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5”.
Col motivo, dopo l’esposizione di una serie di parti della sentenza impugnata, si deduce che la stessa “sia stata presa in dispregio di tutti i principi che regolano l’adempimento delle obbligazioni…”.
Quali siano i principi violati dalla gravata decisione, nè si indica in modo idoneo principio giurisprudenziale alla cui stregua, dovrebbe essere cassata la sentenza del Giudice del rinvio.
Ciò posto deve evidenziarsi che, alla stregua del principio (non eluso) della prima decisione di questa Corte, si è correttamente provveduto – con l’impugnata sentenza – a valutare l’inadempimento contrattuale e ad ascriverlo – per la rilevanza dello stesso – alla D.L.P..
La circostanza che l’appaltatore abbia chiesto la declaratoria di inadempimento della committente solo all’esito della avversa – e contraria domanda di quest’ultima non poteva nè può certo costituire motivo impeditivo allo svolgimento della domanda, poi, accolta del M..
In particolare risulta ben evidenziato il persistente mancato adempimento della committente a quanto impostole dal contratto inter partes ovvero la pattuita cessione del fondo a fronte dell’integrale e pregresso pagamento del prezzo dello stesso, costituito dalla realizzazione (accertata in oltre i 4/5) del manufatto edilizio, in sostanza costruito da parte del M.. Per di più, ancora, non era configurabile un legittimo impedimento alla detta cessione del terreno in dipendenza del mancata edificabilità del terreno, fatto – quest’ultimo – che, di certo (e come desumibile dalla stessa decisione di questa Corte del 2009), non poteva certo costituire, “secondo i principi di buona fede di cui all’art. 1366 c.c…… condizione impeditiva alla controprestazione promessa all’appaltatore”.
Tanto anche alla stregua delle pattuizioni contrattuali, di cui all’artt. 16 dello stesso, che – nel prevedere la condizione essenziale del rilascio della concessione a costruire” si riferiva “con ogni evidenza (come rilevato nella sentenza impugnata) al rilascio della concessione per edificare la villetta bifamiliare destinata proprio alla D.L.P. e non anche alle future concessioni relative alle possibili costruzioni da edificare sul terreno ceduto all’appaltatore M.”.
Non è configurabile, quindi, nella gravata decisione alcuna violazione di legge nè si riscontra in essa alcun difetto motivazionale.
2.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce il vizio di “violazione dell’art. 112 c.p.c.; violazione degli artt. 1435 e 1457 c.c.; violazione degli artt. 2033 e 2041 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”.
Parte ricorrente lamenta, in sostanza, col motivo qui in esame la violazione – in particolare – della norma di cui all’art. 2033 c.c., perchè la Corte distrettuale ha stabilito che gli interessi dovuti sulla somma da restituire dal giorno del pagamento.
Infatti, “nel caso di risoluzione di un contratto preliminare di vendita per inadempimento del promittente venditore, quest’ultimo è tenuto a restituire le somme ricevute con gli interessi legali, dovuti come frutto civile del denaro, a decorrere dal giorno in cui le somme gli furono consegnate dall’altro contraente” (Cass. civ., Sez. Terza, Sent. 18 settembre 2014, o. 19659 e, in precedenza, conformemente Cass. n. 4604/2008).
Orbene, poichè nella concreta ipotesi in giudizio, il pagamento del suolo da parte dell’appaltatore era costituito dalla realizzazione del fabbricato per la committente (che non adempiva alla controprestazione di pertinenza ovvero alla cessione del terreno) non poteva non condannarsi quest’ultima alla restituzione con interessi dal momento del percepimenio dell’altrui controprestazione e non dalla domanda, come innanzi precisato secondo il noto e consolidato orientamento giurisprudenziale.
3.- Con il terzo motivo parte ricorrente lamenta la “violazione degli artt. 1218, 1223 e 1435 c.c., violazione dell’art. 1226 c.c.; violazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 (nonchè) omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo (perdita della qualità edificatoria) in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5”.
Il motivo attiene, in buona sostanza, alla questione della determinazione del danno risarcibile al M..
E, pertanto, “il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale e per il risarcimento del danno deve provare solo la fonte del suo diritto” (Cass. civ., Sez. Terza, Sent. 16 giugno 2014, n. 13643), che lo abilita – in quanto non inadempiente – alla giustifica richiesta di danni, gravando – viceversa – al debitore “l’onere di dimostrare l’avvenuto esatto adempimento” contrattuale che ne bloccherebbe la richiesta stessa (Cass. civ., Sez. Terza, sent. 15 maggio 2012, n. 7530).
Deve, infine, osservarsi che la parte riscorrente, col motivo qui in esame, ha allegato – senza alcune specifica indicazione temporale e normativa – l’erroneità del risarcimento stabilito dalla Corte territoriale in dipendenza della circostanza che il terreno promesso in vendita al M. (e, comunque, mai allo stesso ceduto) aveva perso la propria edificabilità; tanto “per effetto del cambiamento del regime urbanistico di quella zona”.
A tal proposito, infatti, poteva eventualmente costituire profilo rilevante al fine del decidere l’accertata inedificabilità al momento del mancato adempimento e dell’omessa cessione al M. (fatto questo non addotto, nè specificato in ricorso) e non certo l’inedificabilità eventualmente e successivamente intervenuta.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 10 novembre 2016.

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