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Timestamp: 2020-06-04 00:28:31+00:00

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4 | Maggio | 2019 | Edscuola
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La realtà scolastica di oggi
sabato 4 Maggio 2019 Edscuola
La realtà scolastica di oggi: un vagare senza meta o una riforma epocale?
La scuola italiana in questa tarda primavera del 2019 assiste con alterna attenzione ad una serie di annunci, provvedimenti, dichiarazioni, richieste, proposte che vanno ad ingrossare le fila dei mutamenti nell’ambito di processi restauratori o riformatori che a volte si fermano alle dichiarazioni, a volte entrano in leggi o decreti, a volte alimentano dibattiti che poi finiscono non si sa dove. La domanda che mi pongo qui pubblicamente è se siamo di fronte ad un vagare senza meta o ad una riforma epocale del sistema dell’istruzione italiano fatta non attraverso una riforma organica, che – come le precedenti – sarebbe preda di contestazioni feroci e di cambiamenti in corsa col fine dichiarato di snaturarla, ma fatta attraverso una miriade di micro interventi tesi a modificare in forma consistente l’esistente. Pertanto porterò l’attenzione su alcuni elementi noti a tutti coloro che lavorano nella scuola e che possono essere analizzati attraverso una visione d’insieme da decodificare, oppure uno alla volta anche al fine di evitare l’apparente vagare senza meta. Decida dunque il lettore se il breve elenco commentato che riporto di seguito ha un senso d’insieme (e un senso comune) o se è proprio un segnale che il sistema è impazzito e cerca la sua linea d’insieme attaccando più o meno a caso punti spesso non collegati tra loro.
RILEVAZIONI BIOMETRICHE SULLA PRESENZA DEI DIRIGENTI SCOLASTICI. Alla base della “crociata” del Ministro Bongiorno contro i dirigenti scolastici (chiamerei almeno qui le cose con il loro nome) esiste una visione della professione che va nella direzione opposta a quella in cui la professione si è sviluppata. Il sistema delle reggenze, le esigenze delle classi e dei plessi, la presenza sociale del dirigente scolastico, il rapporto con il territorio, il fitto reticolo di impegni, rapporti e presenze del dirigente scolastico propongono una figura dirigenziale fortemente attenta al presidio dell’area o delle aree di pertinenza, mentre il provvedimento sulle rilevazioni biometriche si colloca sul versante del lavoro d’ufficio. Il ministro Bongiorno rassicura quotidianamente sul fatto che non si tratta di un sistema di controllo, ma solo di una rilevazione della presenza anche a tutela del dirigente, nell’ambito di un’azione trasparente della pubblica amministrazione. Poiché prendo per buone le intenzioni del ministro Bongiorno (nessun controllo, ma “crociata” certa) vedo in questo provvedimento anche il tentativo di modificare la professione per via “biometrica”. Sapendo di essere controllato il dirigente uscirà meno possibile dal suo ufficio: diciamo che è un’idea molto ministeriale di dirigenza quella che ne viene fuori, perché dal proprio ufficio si possono coordinare anche tre-quattro istituti emanando provvedimenti e presidiando procedimenti, senza aver bisogno di scendere sul campo o di stabilire contatti umani. L’idea che sta alla base sia del provvedimento, sia delle spiegazioni date dal Ministro è quella di una dirigenza senza faccia, che non ha bisogno del rapporto umano, perché dirige tutto da un ufficio. D’altronde il dirigente scolastico è un funzionario, non un insegnante o un politico eletto. Gli unici che hanno bisogno dei bagni di folla sono i politici eletti, gli unici che hanno bisogno di un contatto diretto con i propri studenti sono gli insegnanti. Quindi questi controlli non potranno incidere su una professione che è senza orari, ma incideranno sui comportamenti di chi ancora intende esercitare una leadership pedagogica che non potrà avere riscontri biometrici. Il provvedimento in sé non attesterà il tempo di permanenza in servizio, ma il tempo di permanenza dentro il proprio campo biometrico, diminuendo le funzioni di controllo sul sistema pedagogico e aumentando il controllo sul sistema burocratico.
TELEFACAMERE NELLE SCUOLE DELL’INFANZIA E NELLE SCUOLE. I reality sono entrati nel nostro “sistema simpatico” e stanno alla base di alcune idee che hanno circolato tra alcune forze di governo. La base scientifica del reality è molto banale: metto una telecamera per vedere tutto quello che succede e che fai. Quando andiamo in banca sappiamo di essere in un reality, penso di esserlo anche in qualche supermercato, mentre dove vedo gli addetti alla sicurezza penso si non essere in un reality perché c’è la sentinella al posto della telecamera (ma magari non è così). Davanti alle telecamere ognuno di noi trasforma i suoi comportamenti, il suo modo di essere, le sue azioni e le sue reazioni. Personalmente ho qualche difficoltà a partecipare a trasmissioni televisive locali (la mia celebrità non va più in là) perché soffro luci e telecamere (non capisco mai dove sono), ma mi faccio forza. Però tendo ad avere un comportamento diverso da quello che ho quando parlo in pubblico anche davanti ad uditori ampi. Anche in questo caso vedo il tentativo di spostare il comportamento degli insegnanti verso un’idea di scuola controllata, a fin di bene, ma controllata. La scuola sotto il controllo delle telecamere è una scuola più fredda, meno empatica, meno partecipata come già avviene all’università. Se tutti dobbiamo essere sempre sotto controllo vuol dire che il comportamento che avevamo quando non lo eravamo non andava bene, andava emendato. Si sa che le immagini una volta acquisite possono anche non sparire e sappiamo che il montaggio è spesso in grado di alterare il senso dell’azione compiuta. Tutto questo dunque tutela un’idea di scuola fredda e trasmissiva, in cui l’unica certezza di non fare cose esecrabili è quello di impartire nozioni corrette dentro un contesto freddo e non alterabile da sentimenti o partecipazioni, se non decise a tavolino. L’idea è quella della scuola come set, che quando vuole trasgredire deve compilare prima una scheda di autorizzazione alla trasgressione, perché una trasgressione in diretta può alterare il televoto. Tutta questa visione da reality fa il paio con l’eliminazione per via normativa delle note disciplinari nelle scuole primarie, procedura che credo nessuna scuola segua più da decenni. Anche qui c’è una visione molto statica della scuola e l’idea che si agisca disciplinarmente su alunni molto piccoli con le note scritte: poiché non è così, il messaggio lanciato dal provvedimento non è per i docenti, ma per gli utenti che devono venir convinti che una prassi assurda viene eliminata, anche se non praticata da alcuno. L’effetto annuncio prevale sulla realtà del provvedimento che è pressoché nulla.
ALTERNANZA SCUOLA LAVORO: L’IMPORTANZA DEL NOME. Il cambio del nome dei percorsi per gli studenti del triennio superiore da Alternanza scuola lavoro a Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento e la diminuzione delle ore obbligatorie rientrano in una visione cattedratica della scuola. Togliendo il concetto di lavoro dal nome (e lasciando l’aggancio col lavoro solo nei termini tirocinio o apprendistato propri di altri percorsi secondari) si entra in quel terreno proprio dell’idea per cui si superano i problemi dovuti alla mancanza di lavoro con un’idea assistenziale a cui la scuola non deve essere estranea. L’idea di base è che essere a scuola vuol dire studiare, con un dirigente che sta nell’ufficio a far funzionare le carte e a gestire i soldi e con insegnanti ripresi da telecamere che quindi hanno il vantaggio di poter fare delle dotte lezioni frontali. In questa idea di scuola è necessario avere un buon orientamento, ma non necessariamente un rapporto organico col mondo del lavoro. Diminuiscono cioè le opportunità di uscire dalle aule anche perché solo nelle aule ci posso mettere le telecamere, che testimoniano come il sapere e la cultura vengano trasmessi e basta stare sintonizzati per apprenderli. Le esperienze esterne servono, ma in forma molto moderata.
L’ESAME DI STATO. L’esame di stato è l’ulteriore esempio di come si sta intervenendo su parti del sistema e che la visione d’insieme deve essere trovata con analisi ermeneutiche. La pluridisciplinarietà viene connessa con l’esclusione della traccia d’italiano che ha connessioni con l’arte. Alternanza scuola lavoro (o meglio Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento) e Cittadinanza e Costituzione diventano parte dell’esame insieme ad un colloquio che non vuol essere nozionistico. E tutto questo modifica l’esame di stato in corso d’anno, mettendo tutti gli interessati in situazioni abbastanza critiche. Se da un lato alcuni provvedimenti tendono a riportare tutto alla lezione frontale, altri sembrerebbero indicare una maggiore coesione tra la pratica scolastica e i compiti di realtà. Sembra proprio che qui stiamo vagando a caso. Io credo invece esista una forte preoccupazione che il nozionismo trasmissivo serva sì a controllare il sistema e le sue eccessive dosi di empatia, ma non possa far credere a nessuno (se non forze all’ex insegnante Paola Mastrocola o al professore universitario Ernesto Galli della Loggia) che così si possano fronteggiare la crisi del sapere, le esigenze della società della conoscenza, le fake news, le sfide internazionali o le rilevazioni Invalsi o Ocse-Pisa. Anche l’eliminazione dei crediti formativi con la permanenza del solo credito scolastico in cui eventualmente far confluire quello formativo mostra la tendenza ad avere paura della realtà e delle sue opportunità, senza sapere al tempo stesso come fare a gestire un mondo che cambia. Non avendo una chiara idea di futuro si scarica tutto sul sistema, tra aperture e controlli.
IL DISEGNO DI LEGGE PROPOSTO DALLA SENATRICE GRANATO. Se il Ministro Bongiorno attacca i dirigenti scolastici ma assicura che non ha alcuna intenzione di farlo, la senatrice Bianca Laura Granato dichiara a chiare lettere che le sue proposte servono a fermare gli arbitri o abusi compiuti dai dirigenti scoalstici. Nei documenti parlamentari ci sono più d’una affermazione della senatrice fortemente lesivi della professionalità dei dirigenti scolastici. Se però noi abbiamo a che fare con un dirigente scolastico che sta chiuso nel suo ufficio monitorato biometricamente che senso ha che lo stesso non assegni i docenti alle classi come vogliono i docenti e che non emani l’orario che vogliono i docenti? Che motivo hanno i suoi interventi, se il suo lavoro deve trasformarsi nel controllo burocratico delle procedure? A quel punto al dirigente scolastico resta la sola leva disciplinare: se applicabile la si applica, sennò quello che viene auto deciso dai docenti non può essere toccato. Personalmente avrei trovato più semplice levare la competenza del dirigente scolastico dall’assegnazione dei docenti alle classi e dalla formulazione dell’orario didattico, ma così facendo veniva meno la sua responsabilità unitaria sull’istituzione scolastica assegnata. Quindi si vuole introdurre un farraginoso sistema di controllo ulteriore che pone in capo ad un nuovo soggetto, che nasce all’interno dell’Ufficio Scolastico Regionale, poteri a questo punto superiore a quelli del dirigente scolastico, senza che questo modifichi responsabilità e prerogative del dirigente stesso. Anche in questo caso si rimanda all’idea di un dirigente che faccia tante cose, ma non il leader pedagogico perché deve passare il tempo ad occuparsi solo di procedure: se queste sono fatte correttamente il provvedimento non potrà che trovare conferma dal nuovo organismo nato dentro l’USR. Se, invece, non sono state fatte a (burocratica) regola d’arte si eviteranno contenziosi giurisdizionali e si metteranno le cose a posto. In tutto questo non c’è alcuna idea pedagogica e non si affronta il problema degli insegnanti che invece non andrebbero assegnati a nessuna classe perché non sanno insegnare.
LA SANATORIA COME INDIRIZZO. L’intesa tra sindacati e Miur sul concorso riservato e semplificato per docenti con almeno 36 mesi di servizio precario entra invece nella logica che vuole come priva di senso l’idea contenuta nella legge 107/2015 che alla base della professione ci debba essere una consistente formazione prima dell’ingresso e un forte tirocinio controllato. La sanatoria approvata con grande soddisfazione da tutti stabilizza ulteriore precariato individuando nell’esperienza maturata l’unico requisito preventivo all’ingresso in ruolo. Siamo di fronte all’idea che formarsi serva poco o nulla e che alla base della professione ci siano solo stabilità e stipendio. Inoltre si fa sapere che non ci sono vie privilegiate d’accesso per i giovani, che dovranno invecchiare di supplenze prima di essere stabilizzati. In questo modo si manda un messaggio molto chiaro: per insegnare basta essere laureati in qualche disciplina, tutto il resto è un’aggiunta non essenziale. Torna anche qui un’idea di trasmissione cattedratica e passiva di saperi assoluti, poco al passo con i tempi, ma molto al passo con un’idea non selettiva e meritocratica del personale docente. Immettere personale nella scuola dopo molta formazione significa condizionare il personale dentro una visione comune di scuola; lasciare che i singoli entrino per esperienze lavorative significa solo che più docenti vanno in pensione più precari assumiamo. Non importa che cosa sappiano fare, perché che sanno fare qualcosa lo hanno già dimostrato negli almeno 36 mesi di precariato. Non c’è una visione premiante il lavoro in tutto questo, ma un’idea che garantisca il lavoratore in quanto tale, non in quanto portatore di competenze utili al sistema.
L’EDUCAZIONE CIVICA. Il ritorno dell’Educazione Civica senza mandare in pensione Cittadinanza e Costituzione non mostra con chiarezza che cosa si intende perseguire. La trasversalità è un’idea molto corretta di visione d’insieme, ma dovrebbe incidere più a livello di comportamenti che di teoria. Anche in questo caso l’idea di base non è cattedratico trasmissiva, ma l’impressione è che si vogliano inserire nel sistema troppe cose senza variare l’architettura generale. Tra l’altro questa re-introduzione dell’Educazione civica passa attraverso una sottovalutazione di quanto avvenuto dopo l’ingresso di Cittadinanza e Costituzione nella scuola. Una lettura dei PTOF delle scuole potrebbe facilmente far vedere quanto lavoro di educazione civica viene fatto nelle scuole. L’introduzione di questa disciplina trasversale è in sé molto positiva, ma rientra comunque nella logica che aggiunge e non sceglie. In questi giorni circola una petizione per aumentare la presenza della filosofia nella scuola italiana (con un aumento delle ore e quindi delle cattedre), qualche tempo fa girava la petizione a favore della Storia dell’Arte espulsa dalle tracce dell’italiano all’esame. Si sono lette petizioni per la geografia, il diritto, le lingue, eccetera. L’idea che sta alla base di tutto questo (e temo anche dell’Educazione Civica) è la richiesta di aumento delle ore e del tempo scuola, anche se in Italia ne facciamo già tantissima più degli altri. Tutto questo sembra rientrare nel problema sollevato da Edgar Morin ormai molti anni fa: bisognerebbe puntare alle teste ben fatte, mentre si punta alle teste ben piene. Questa idea di aggiungere ore e non togliere mai nulla è un’idea che vede un sapere trasmesso solo se “in orario”. Questa mentalità è dunque contraria rispetto al richiamo pluridisciplinare, perché dentro questa logica aggiuntiva o una disciplina è in orario o non esiste. In un mondo pluri, multi e trans culturale questo accanimento a favore delle discipline che vogliono più ore nel sistema (senza mai dire cosa togliere) mostra un’idea di cultura connessa all’obbligo e non alla scelta. Se si riducono i quadri orari obbligatori e si aumentano le possibilità opzionali delle scuole ci si inserisce in una logica europea, ma l’idea che sta invece alla base delle petizioni per aggiungere ore o discipline e del ministero che solo aggiunge è quella di aumentare non di far scegliere. Tutto dentro una logica di un sapere che comunque va trasmesso al di là degli apprendimenti degli studenti.
E VENIAMO AL GREMBIULE. Il Ministro degli Interni Salvini è a favore della re-introduzione del grembiule nel primo ciclo. Ci sono scuole in cui i bambini usano ancora oggi il grembiule e scuole in cui i bambini non lo usano nell’ambito di un completo e spesso complesso discorso sull’autonomia didattica. L’obbligatorietà invece riporta ad un’idea di scuola in cui la trasmissione avviene per gradi logici: il dirigente sta in ufficio, l’insegnante sta in classe, la realtà sta fuori, i vestiti dentro non coincidono con i vestiti fuori. Diciamo che è un segnale abbastanza chiaro che la scuola debba occupare del tempo, ma non preparare al mondo, quasi che il rapporto con la realtà e con il lavoro siano un problema e non un’opportunità. D’altronde non c’è niente di più ostacolante alla crescita che trattare i diversi come uguali, come ebbe modo di osservare don Milani un po’ di tempo fa. Se la società è caotica bisogna preservare uno spazio di ordine, che sia meno autonomo possibile, ma che al tempo stesso costituisca un elemento facilmente riconoscibile di luogo dell’insegnamento in cui è possibile apprendere.
E DA ULTIMI I PON. Ho avuto la fortuna di ospitare, in un seminario organizzato dal Liceo che dirigo a Udine il 16 aprile scorso, una nutrita e competente componente dell’Autorità di gestione dei PON (ben quattro ottimi relatori). I PON dovrebbero riequilibrare alcuni squilibri del nostro sistema scolastico costruendo attività fortemente migliorative ed orientanti. Dovrebbero cioè per equilibrare le disfunzioni, non trattando i diversi da uguali. L’Autorità di gestione ha spiegato che la loro politica è quella di non restituire nulla a Bruxelles e quindi di far partire tutti i PON possibili. L’eccesso di controlli e di burocrazia nasce dai controlli e dalla burocrazia che l’Unione Europea fa sull’Autorità di gestione italiana e che poi ricade sulla scuola. Ma l’idea è quella di spingere alla realizzazione e fare in modo che tutto funzioni al meglio. Quello che stupisce è che ci sia un’attenzione spasmodica alle procedure e alla burocrazia, ma non ai contenuti e all’esito delle attività. L’attenzione è sulle procedure (che un dirigente controllato biometricamente potrà presidiar ancora meglio), non sugli esiti e sul miglioramento obiettivo grazie a questa grande iniezione di fondi e progettualità. Inoltre le scuole non sono tutte uguali e i Fondi PON alla fine saranno spesi dalle scuole più forti e attrezzate lasciando quelle deboli e con segreterie in difficoltà senza progetti (e direi che questo è l’inverso del senso dell’idea del finanziamento europeo). Anche in questo caso troppo palese è il disinteresse del Miur per un armonico inserimento dei PON nei PTOF, mentre permane l’idea dell’ampliamento del tempo scuola che ormai supera il limite della capienza e che spesso rende impossibili i progetti per mancanza di studenti che si iscrivono. Il tempo scuola per l’apprendimento chiede selezione e approfondimento, mentre la strada scelta è quello dell’aumento delle ore con la copertura degli spazi di vita delle persone.
Alla fine ci troviamo dentro un vagare senza meta o dentro una riforma epocale fatta per piccoli passi continui?
da Scuolanapoletana
Nei giorni scorsi è stato raggiunto un accordo tra governo e sindacati della scuola, che ha fatto revocare lo sciopero già proclamato per il 17 maggio. “Sospendere, non revocare” precisano i sindacati; ma dopo il 17 maggio resta solo il blocco degli scrutini… Determinante per l’accordo è stata la scadenza elettorale ravvicinata: uno sciopero è sempre un problema per la maggioranza di governo. E poi il voto del personale della scuola ha un notevole peso quantitativo e qualitativo. Lo sanno bene il presidente Conte, presente alla trattativa, e il sottosegretario Giuliano, che hanno provato a neutralizzare il ministro Bussetti e le posizioni della Lega sul tema “istruzione”.
L’accordo o intesa riguarda vari aspetti. Uno sulla materia più propriamente sindacale: il rinnovo del contratto collettivo di lavoro per quanti operano nei settori di scuola, università e ricerca. Un altro pure importante riguardante il precariato; un altro ancora il sistema scolastico nazionale.
Per la parte relativa al contratto il governo si impegna a trovare risorse con la prossima finanziaria, quella famosa, del banco di prova o della resa dei conti, su cui si concentra l’attenzione di tutti. A dire di volersi impegnare a trovare le risorse non si è molto credibili, soprattutto alla vigilia di elezioni importanti. E poi c’è anche, per la verità, un brutto precedente. I dirigenti scolastici, quelli del controllo biometrico cioè delle impronte, aspettano da dicembre ancora la “certificazione” dell’ipotesi del loro Ccnl, sottoscritto con il governo. Per gli insegnanti e le altre figure, per adesso di concreto c’è ben poco. Anzi, solo il riconoscimento che la loro retribuzione è sotto di un 24% a quella media dei colleghi europei.
Nell’intesa si parla anche di precariato, o meglio, più che dei precari si parla dei posti che rimangono scoperti dopo i pensionamenti. Non ci troviamo mai pronti a sostituire i colleghi che vanno in pensione! E quando ci arriviamo, si sono liberati tanti altri posti e creato tanto nuovo precariato. Come affrontare l’emergenza che si determinerà, per via dei pensionamenti, all’inizio del prossimo anno scolastico? I sindacati hanno “strappato” l’impegno al governo di indire corsi di abilitazione e concorsi straordinari per tutto il personale con tre anni di servizio. È facile immaginare che per settembre prossimo il percorso di reclutamento non si sarà neppure avviato!
Risultati ben più soddisfacenti sono stati raggiunti dai sindacati della scuola sul sistema scolastico nazionale. E cioè sulla materia che meno si prestava a un accordo sindacale. Nell’intesa si parla di “garanzia di un sistema di reclutamento del personale della scuola uniforme in tutto il Paese con inquadramenti giuridici regolati esclusivamente dal CCNL e di tutela della unitarietà degli ordinamenti statali, dei curriculi e del sistema di governo delle istituzioni scolastiche autonome”. Mettendo in tal modo in discussione nientemeno che l’autonomia differenziata.
E così l’intesa siglata nella notte tra il 23 e il 24 aprile 2019 è modesta nei risultati per quanto riguarda il contratto di lavoro. È del tutto inadeguata per quanto riguarda l’emergenza pensionamenti e i diritti dei precari. Ma potrebbe diventare uno straordinario strumento per far saltare l’autonomia differenziata, il difficile equilibrio nella maggioranza, perfino il governo. Potenza della scuola e… delle elezioni!
Nella frazione di uno sparo
Ogni giorno donne prese a calci, spintonate, percosse, umiliate, ammazzate.
Tutti i giorni il bollettino di morte si gonfia a dismisura, rende incomprensibile il fare di conto, perfino la matematica che non è un’opinione, diventa un’esagerazione sostenibile. Un giorno si e l’altro pure si usa l’acido, il coltello, la pistola diventata oramai un dato esponenziale.
Si muore per una storia finita, per una convivenza forzata, perché l’amore diventa una prigione, per il delirio di possesso che non è mai amore, ma malattia che consuma la ragione e l’ultimo battito di cuore.
Le donne rimangono a terra, scomposte, con gli occhi reclinati, sempre e solo le donne a cadere nell’angolo buio dove non è più dato vedere, sentire, sopravvivere, figuriamoci vivere. Le donne soccombono ripetutamente, gli uomini afferrano le loro vite e ne fanno un nodo scorsoio, dove anch’essi a conclusione della tragedia intendono scomparire.
Donne catturate, abbattute, con le spalle al muro, denudate, colpite con i pugni, con i calci, donne violentate, azzerate, private della propria dignità, donne come prede studiate a tavolino, seguite e rincorse, chiuse nello spazio della follia dis-umana. Donne violentate dal branco, dall’insieme di incapaci a essere uomini, a essere maschi, a essere umani.
Quante donne inchiodate all’infelicità imposta dalla prepotenza, accettazione della resa al più forte, nel terrore a perdere ruolo di madre, professione lavorativa, i propri figli.
La vita divenuta commedia della rassegnazione alle offese, alle botte, alle violenze moltiplicate all’infinito, percepite come meno terribili di ciò che potrebbe attendere dietro l’angolo della porta lasciata aperta.
Donne in balia del sopruso, della prevaricazione, dove l’uomo è strumento di sofferenza, di lacerazioni profonde, annuncio di morte, gli uomini non sanno reagire né colmare il disagio del proprio fallimento, dei propri errori rivendicati a ragione con gli schiaffi, le minacce, i colpi scagliati senza provare alcuna vergogna.
Non tutti gli uomini sono così fragili e deboli da travestirsi da belligeranti di genere, non tutti e meno male, ma ce ne sono tanti, troppi, intrufolati nelle relazioni che dapprima emozionano e coinvolgono, ma che poi franano e impattano con la loro viltà d’animo, con la propria storia falsificata dalle menzogne, con i simboli della durezza maschile che non consentono confronto alla tenerezza.
Chi maltratta, umilia, fa del male a una donna, non è soltanto un uomo o quel che ne rimane, affetto da una sorta di disturbo della personalità, è di più, e di più spregevole, perché tra le quattro mura domestiche, nel garage eretto a spazio del dolore altrui, quegli uomini assumono la posizione di chi nella violenza ritrova parti derelitte di se stessi, mentre all’esterno mettono in mostra gentilezza ed educazione, disegnando una recita ingannevole e maleodorante, dove la collettività rifiutando di farci i conti, consente il perpetrarsi di violenze scritte in partenza, già conosciute, disperatamente annunciate più volte.
ZEROSEI: tra educazione e welfare
di Rosalba Marchisciana*
FORUM Infanzia alla Camera dei Deputati
Si è svolto nei giorni scorsi nella sala conferenze della Camera dei deputati un incontro sulle politiche educative e la piena attuazione del sistema integrato zero/sei promosso dal Coordinamento nazionale infanzia (che rappresenta le più importanti associazioni professionali e organizzazioni sindacali).
La specificità del contesto istituzionale che ha visto la presenza di deputati nazionali espressione di diversi partiti politici, è stata una occasione per accendere un faro sulle politiche scolastiche e sulla incertezza decisionale che pone criticità alla attuazione piena di Interventi operativi che potrebbero invece rilanciare la sostenibilità sociale. “Il sistema integrato zero-sei come rilancio del welfare scolastico e sociale “ è stato uno degli interventi che ha posto l’attenzione sui diritti della infanzia e sui servizi di educazione e istruzione che ruotano attorno (nidi, sezioni primavera, poli educativi) come strumenti per rispondere ad un bisogno sociale e, perché no, occupazionale.
Oltre i pregiudizi politici
La attuazione piena del d.lgs 65/2017 (uno dei decreti attuativi della L.107/2015 – la c.d. “buona scuola”) al netto dei pregiudizi politici che fanno venir meno la lucidità interpretativa, necessita di una accelerazione operativa e di accorgimenti perequativi nelle regioni meridionali ma soprattutto della lungimiranza degli Enti Locali chiamati ad intercettare bisogni e supportare le istituzioni scolastiche nella creazione di strutture idonee, concertando con i professionisti della scuola proposte progettuali competitive in grado di sostenere impiego di finanziamenti nazionali che, per difficoltà di progettazione e impiego nelle regioni in cui più forte è la “sete di servizi” rischiano di tornare indietro per essere destinati a regioni virtuose che hanno già una lunga tradizione di politiche per infanzia.
Occorre innescare un circolo virtuoso tale da promuovere opportunità nuove soprattutto nelle aree deprivate in cui c’è più bisogno di scuola e di servizi educativi.
Non è semplice partire dal nulla. Ma le buone pratiche consolidate e le professionalità diffuse possono essere una base di partenza solida per vincere diffidenze tra segmenti educativi diversi e lavorare a un progetto comune in linea con le indicazioni nazionali.
Senza trascurare la legittima richiesta di stabilizzazione delle figure professionali che per tanti anni hanno costruito la propria professionalità sul campo (educatrici, assistenti, operatrici delle sezioni primavera e dei nidi ), senza le quali probabilmente non si sarebbero create le premesse per la stesura di un decreto legislativo ad hoc.
Mentre la compagine governativa è impegnata a trovare equilibri di ogni sorta, gli operatori della primissima infanzia attendono attenzione e proposte concrete.
Nella consapevolezza che i servizi per l’infanzia rappresentino una delle politiche cruciali per lo sviluppo del capitale umano e più in generale per la crescita di un paese, è necessario promuovere un confronto sui temi della qualità dei servizi, della loro accessibilità, dell’orientamento alle famiglie, dell’inclusione come leva dello sviluppo sociale ed economico. E’ altrettanto necessario, se non primordiale, mettere in campo scelte politiche coraggiose che guardino alla Scuola con l’interesse di investimenti fondamentali per la ripresa civile e sociale per invertire la rotta della depressione sociale e dell’impoverimento relazionale.
Migliorare la qualità dell’offerta per alimentare una domanda sociale costruttiva
Questo significa garantire la qualità dei servizi offerti alle famiglie in un quadro di integrazione tra politiche pubbliche e private del settore. Ma soprattutto diffondere una cultura educativa di qualità presso le famiglie e le istituzioni locali, attraverso adeguate strategie di comunicazione, attraverso la costruzione e la rappresentazione di una policy “unitaria” sulle politiche sostenibili per l’offerta di contesti educativi di qualità.
L’assegnazione di contributi pubblici dovrebbe essere mirata ad attivare e potenziare servizi duraturi, per creare indotto, a sollecitare interventi edilizi e architettonici, piuttosto che ad erogare un voucher estemporaneo (come in Sicilia e in altre regioni). Occorre arginare la deriva del “sussidio” funzionale all’oggi commerciale e al consenso del momento, per porre attenzione a investimenti professionali duraturi e significativi, da monitorare, che siano in grado di rilanciare anche occupazione oltre che la qualità dei servizi
La maggior parte dei comuni delle regioni meridionali infatti si trova in difficoltà di rendicontazione con il rischio di una vanificazione se non azzeramento delle somme assegnate in attuazione del d.lgs 65/2017 per assenza di richiedenti rimborso, per assenza di strutture private qualificate. Le stesse somme potrebbero invece essere facilmente impiegate sollecitando e supportando le scuole pubbliche ad accogliere bambini dai 24 ai 36 mesi quanto meno nelle strutture in cui è possibile ricavare spazi idonei in attesa di una regolamentazione strutturata e strutturale del sistema integrato zero sei.
Una distribuzione più equa e razionale demandata alla specificità delle realtà locali e alla propositività concreta renderebbe merito a chi ha a cuore il mondo dell’infanzia ed è ben disposto a profondere energie per la definizione di un percorso strutturale sostenibile a valenza sociale.
Stabilizzazione dei servizi e degli operatori: primo passo per la legittimazione dello zero-sei
Incoraggiare la frequenza di una struttura educativa, ad esempio con un sostegno alle sezioni primavera all’interno degli stessi edifici scolastici, potrebbe invertire la rotta e innescare un circolo virtuoso di rilancio, oltre che creare un ponte naturale di raccordo tra un servizio ancora da strutturare e definire (0-3) e una realtà consolidata (3-6) che può solo trarre giovamento dalla esperienza di chi ha lavorato per favorirne l’accesso
Estendere le “sezioni- primavera” incoraggiandone la concreta diffusione capillare e definire il profilo professionale degli operatori (educatori, assistenti) anche attraverso concorsi riservati per la definizione di graduatorie specifiche funzionali ad un reclutamento stabile, potrà servire a porre le fondamenta solide di un percorso integrato 0-6 che, se ben strutturato, potrà dare linfa alla ricrescita economica del nostro Paese e ossigeno alle famiglie.
Oltre la provocazione, proposte concrete
A 50 anni dalla nascita della scuola della infanzia statale (Legge 444 del 1968), i tempi sono maturi anche per lanciare richieste concrete che possono tuonare come provocazioni: estensione delle sezioni primavera in tutti gli istituti comprensivi, assegnazione dei finanziamenti stanziati per lo “zero-sei” direttamente alle scuole in un’ottica di perequazione geografica; conseguente ridefinizione dei parametri di complessità funzionali anche alla definizione degli organici a sostegno del lavoro dei dirigenti scolastici.
Nel quadro complessivo di un processo di sostegno alla obbligatorietà della scuola della infanzia…. perché no, sulla scia di quanto si sta decidendo di fare in Francia? Nella consapevolezza che vivere l’infanzia è un diritto e che gli operatori della scuola insieme alle istituzione hanno il dovere di promuovere e tutelarne l’attuazione.
Dirigente scolastica a Gela-CL
Istat, ragazzini promossi ma ignoranti. Il 34% alla fine della terza media non ha competenze sufficienti
Promossi a giugno, e magari con una buona media, ma in difficoltà nella lettura e nella comprensione di un semplice brano o di fronte ai calcoli, anche elementari. È quello che emerge dall’ultimo report dell’Istat sugli Obiettivi per uno sviluppo sostenibile. Il rapporto 2019, diffuso qualche giorno fa dall’Istituto italiano di statistica, scandaglia tutti gli aspetti della vita economica e sociale del sistema Italia, mettendo al quarto posto, su 17 obiettivi, “l’istruzione di qualità per tutti”. Un aspetto che figura soltanto dopo la lotta alla povertà, la lotta alla fame e al benessere e alla salute. Scorrendo i dati sul livello effettivo di istruzione dei ragazzi italiani, calcolati in base all’Invalsi, si scopre che oltre un terzo non raggiunge una competenza alfabetica neppure sufficiente. Inondati dal linguaggio iper veloce e spesso sgrammaticato, zeppo di xché, xò e di emoticon, gli studenti del terzo anno della scuola media entrano sovente in crisi al momento di decodificare il contenuto di un brano scritto, che riescono a comprendere solo superficialmente.
Secondo il Rapporto SDG (Sustainable Development Goals), il 34,4% degli studenti italiani che frequentano il terzo anno della scuola media “non raggiungono un livello sufficiente di competenza alfabetica”. Riescono cioè a decodificare solo brani semplici e con informazioni esplicite. Appena il testo richiede di riconoscere e ricostruire autonomamente significati complessi, anche impliciti, le cose si complicano. Ed un terzo dei nostri ragazzini entra in difficoltà. Stesso discorso per la competenza numerica, quella che rende capaci i ragazzi di risolvere problemi anche di una certa complessità, come quelli che si presentano quotidianamente sulle questioni economiche o statistiche. In questo caso, la quota di adolescenti carenti, che si troverà in difficoltà a decifrare il mondo che li circonda, sale al 40%: quattro su dieci. I dati come detto sono dell’Invalsi e relativi al 2018. Ed è al Sud che questi valori crescono e oltrepassano sovente il 50%. E cambia poco se si analizzano i dati relativi ai ragazzi del secondo anno della scuola superiore. La quota di studenti che, nonostante le promozioni a scuola, incontra difficoltà in italiano e matematica resta praticamente invariata, descrivendo una situazione che la scuola, da sola, non riesce a fronteggiare.
Oggi, spiegano gli insegnanti, gli studenti fanno fatica a concentrarsi nello studio perché immersi in un mondo iper connesso in cui tutte le operazioni si svolgono a velocità sostenuta. E per gli approfondimenti c’è sempre meno tempo. “Il concetto di sviluppo sostenibile è introdotto per la prima volta – si legge nel dossier – nel Rapporto our common future rilasciato nel 1987 dalla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo del programma delle Nazioni unite per l’ambiente. Nel documento è definito sostenibile quello sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Un concetto che proprio in questi giorni è tornato ad essere di estrema attualità. Con la studentessa svedese Greta Thunberg che, in difesa dell’ambiente e contro la produzione selvaggia che danneggia la Terra, ha sollevato le coscienze dei giovani di mezzo mondo. Paolo Mazzoli è direttore dell’Invalsi e non si sorprende troppo di questi dati. “Probabilmente, il nostro insegnamento è ancora troppo scolastico. Mentre le prove Invalsi non sono prove propriamente scolastiche, scandagliano competenze durevoli, profonde. Ecco perché, probabilmente, i ragazzi entrano in difficoltà appena si trovano di fronte alla risoluzione di problemi di realtà o nel decodificare i significati più profondi di un testo scritto”.
Invalsi: alla prova di inglese nella V primaria partecipa il 99% delle classi
Comunicato Invalsi – Iniziate oggi le prove INVALSI nella scuola primaria con la prova di Inglese nelle classi quinte.
La prova di Inglese – come per le scuole secondarie di primo e secondo grado – si suddivide in ascolto e in lettura ma, a differenza degli altri gradi, le modalità di esecuzione sono rimaste invariate rispetto agli altri anni, vale a dire attraverso i fascicoli cartacei.
Gli allievi interessati dalla prova di Inglese della classe V primaria sono 560.629 suddivisi in 29.675 classi.
Di seguito le percentuali di partecipazione alla prova odierna:
PROVA DI INGLESE – V PRIMARIA
Partecipazione classi campione 99,42%
Partecipazione classi non campione 98,76%
Partecipazione complessiva (classi campione e non campione) 98,74%
L’1,26% delle classi non partecipanti è riconducibile per lo 0,09% a eventi di forza maggiore e per l’1,17% a varie ragioni (scioperi, allievi tutti assenti, altro).
La partecipazione delle classi è tale da garantire ampiamente la significatività della rilevazione sia per le classi campione sia per quelle non campione.
Il 6 maggio si svolgerà la prova di Italiano nelle classi II e V primaria e il 7 maggio le medesime classi sosterranno la prova di Matematica, entrambe in modalità cartacea.
I costi dell’accesso agli atti in un decreto MIUR
L’estrazione di copie di atti o documenti è sottoposta a rimborso nella misura di € 0,25 a pagina per riproduzioni fotostatiche formato UNI A4 e nella misura di € 0,50 a pagina per riproduzioni fotostatiche formato UNI A3.
E’ quanto ha precisato il MIUR con un decreto dittatoriale relativo al “Regolamento in materia di rimborso dei costi di riproduzione, per il rilascio di copie e diritti di ricerca di atti e documenti, richiesti a seguito dell’esercizio del diritto di accesso nell’ambito
dei procedimenti di competenza del Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca ai sensi dell’art. 25, comma 1, della legge 7 agosto 1990, n. 241.”
Il Regolamento dispone anche che ” l’estrazione di copie di atti o documenti è sottoposta a rimborso nella misura di € 1,00 a pagina qualora l’esercizio del diritto di accesso presupponga la copertura di dati personali nel rispetto delle disposizioni di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 recante Codice in materia di protezione dei dati personali, e successive modifiche e integrazioni.
Qualora la richiesta di accesso agli atti comporti la notifica ai controinteressati, i costi necessari alla notifica sono quantificati in € 10,00 a controinteressato (€ 2,00 per le notifiche indirizzate a personale in effettivo servizio presso il MIUR); tali importi, comprensivi delle spese postali e dei costi amministrativi, sono a carico del richiedente l’accesso”.
Le somme relative ai costi, precisa il decreto, possono essere corrisposte in marche da bollo o con versamento da effettuarsi presso la Tesoreria Provinciale dello Stato.
Concorso Dirigenti Scolastici, prova orale si conclude a luglio. ANP: a rischio assunzioni da settembre
Il Presidente Nazionale dell’ANP Antonello Giannelli, a conclusione della pubblicazione dei calendari dei colloqui relativi al concorso per il reclutamento di dirigenti scolastici, scrive al Ministro Bussetti per attenzionare il prolungarsi dei colloqui anche a luglio.
Alcuni aspetti relativi alla calendarizzazione delle prove orali – scrive Giannelli – suscitano perplessità.
Innanzitutto, era ipotizzabile che tutte le sottocommissioni, sia pur nel rispetto della loro autonoma programmazione operativa, pianificassero i colloqui in coerenza con il predetto vincolo temporale.
Si constata, invece, che ben tredici di esse non chiuderanno le operazioni prima della fine di giugno e che tre, addirittura, completeranno i lavori solo a luglio inoltrato.
Una tale dilatazione dei tempi – conclude Giannelli – stante l’unicità della graduatoria finale, mette evidentemente a rischio il rispetto della scadenza del 1° settembre.
I calendari della prova orale
Studenti italiani, terza media: competenze insufficienti sia in Italiano che in Matematica
Report 2019 dell’Istat sugli Obiettivi per uno sviluppo sostenibile. Il quarto posto, su 17 obiettivi, è “l’istruzione di qualità per tutti”. Ma i risultati sono deludenti.
Gestione PON: corso formazione gratuita. Riapertura iscrizioni sino al 20 maggio
Il Miur, in collaborazione con l’Indire, ha organizzato un corso di formazione gratuito denominato “Progettazione e gestione degli interventi finanziati con il PON per la Scuola 2014-2020”.
Il corso, rivolto a dirigenti scolastici, docenti, DSGA e personale tecnico-amministrativo di tutte le scuole pubbliche italiane, si è posto la finalità di consolidare le competenze dei corsisti nella progettazione di attività finanziate con i fondi del Programma Operativo Nazionale del MIUR e imparare a gestire al meglio l’ambiente GPU 2014-2020.
L’Indire, visto il grande interesse per la formazione online, comunica che sono riaperte le iscrizione al corso.
E’ possibile iscriversi sino al 20 maggio 2019. Spetta al dirigente scolastico iscrivere online il personale della propria scuola interessato alla formazione, come abbiamo illustrato nel summenzionato articolo.
Il percorso di formazione, che partirà nei prossimi mesi, affronterà diversi argomenti, concentrandosi su come gestire un progetto utilizzando gli strumenti messi a disposizione dal sistema GPU e su come pianificare un intervento efficace e di qualità nell’ambito del PON Per la Scuola.
Ciascun corsista, inoltre, sulla base delle proprie esigenze, potrà approfondire argomenti specifici legati alla progettazione di un intervento formativo, alle strategie educative e agli strumenti per la richiesta del finanziamento.
Attività formative e attestato finale
Le attività formative saranno tutte fruibili online e possono essere svolte in qualsiasi momento della giornata.
Sono previsti cinque moduli di 3 ore ciascuno, per una durata complessiva di 15 ore.
L’attestato finale si ottiene concludendo almeno 3 moduli (9 ore) così articolati:
Qui ulteriori info
Studenti, troppi impreparati: alle medie insufficienti uno su tre, al Sud la metà, nei professionali i tre quarti
Si parla tanto di valutazione degli studenti, mentre molto meno si dibatte sull’effettiva preparazione degli alunni. Ci sono delle percentuali dell’Istat, ora, su cui però vale la pena riflettere: sono contenute nel Rapporto “SDGs 2019. Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia”, pubblicato il 3 maggio, dal quale risulta che in Italia la quota di ragazzi iscritti al terzo anno delle scuole medie che non raggiungono la sufficienza nelle competenze alfabetiche è del 34,4%, in matematica del 40,1%.
Gli alunni del Sud più indietro
La Campania, con il 50,2% di low performer in lettura, seguita dalla Calabria (50%) e dalla Sicilia (47,5%), sono le regioni del Belpaese dove i livelli di competenze alfabetiche degli studenti risultano peggiori.
Anche per le competenze numeriche il trend è decisamente negativo: Campania e Calabria con il 60,3% dei ragazzi e Sicilia con il 56,6% figurano tra le regioni italiane peggio classificate a livello di scuola media.
I maschi più bravi in matematica, le femmine nella lettura
Sempre nella scuola secondaria di primo grado, le femmine risultano più indietro nelle discipline matematiche: non raggiunge la sufficienza, ben il 41,7% delle studentesse, contro il 38,5% dei compagni di sesso maschile.
La situazione si ribalta quando si ha a che fare con le capacità di lettura: il 38,3% degli studenti maschi non raggiunge la sufficienza nelle competenze alfabetiche, contro il 30,4% delle ragazze.
Alle superiori non si può generalizzare, ma…
E nella scuola superiore? I dati raccolti risultano più variegati.
Sempre secondo l’Istituto di statistica, il risultato a livello nazionale per tipo di istituto è molto differenziato, con il 17,7% dei liceali che non raggiungono la sufficienza nelle competenze alfabetiche e il 29,2% in quelle matematiche.
Se si guarda agli allievi che frequentano gli istituti tecnici, si scopre che sono insufficienti in lettura e in matematica rispettivamente il 39,6% e il 42,3%.
Ma è tra i ragazzi degli istituti professionali che i risultati raccolti dall’Istat risultano decisamente preoccupanti: il 69,4% non raggiunge la sufficienza in lettura e il 77,2% in competenze numeriche. Si tratta dei tre quarti degli iscritti.
Un risultato che, oltre a dirla lunga sulle difficoltà di ricezione da parte degli allievi che frequentano questo genere di scuola secondaria, spiega anche il motivo per cui tanti ragazzi non arrivano mai alla maturità, continuando a tenere alta la percentuale di abbandoni scolastici in Italia, di circa 5 punti percentuali a quello che chiede l’Unione Europea da lungo tempo.
Concorso scuola 2019, così si svolgerà: requisiti e prove d’accesso
Il 2019 sarà ricordato come l’anno dei concorsi per la scuola. Prima quello dell’infanzia e primaria (bando in pubblicazione nelle prossime settimane), poi quello della secondaria di primo e secondo grado.
Grande interesse per quello della scuola media e superiore con 48.536 posti disponibili di cui più di 8mila per il sostegno (8.491 per l’esattezza).
Concorso scuola 2019, requisiti di accesso
Per il posto comune bisognerà essere in possesso di uno dei seguenti titoli dell’abilitazione specifica sulla classe di concorso oppure laurea (magistrale o a ciclo unico, oppure diploma di II livello dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica, oppure titolo equipollente o equiparato, coerente con le classi di concorso vigenti alla data di indizione del concorso) e 24 CFU nelle discipline antropo-psico-pedagogiche e nelle metodologie e tecnologie didattiche oppure abilitazione per altra classe di concorso o per altro grado di istruzione.
Si può partecipare anche con il possesso del titolo di accesso alla classe di concorso ai sensi della normativa vigente oppure laurea più tre annualità di servizio (anche non continuativo, su posto comune o di sostegno, nel corso degli otto anni scolastici precedenti, entro il termine di presentazione delle istanze di partecipazione)
Per i posti di insegnante tecnico-pratico (ITP), il requisito richiesto sino al 2024/25 è il diploma di accesso alla classe della scuola secondaria superiore (tabella B del DPR 19/2016 modificato dal Decreto n. 259/2017).
Per i posti di sostegno, i requisiti sono quelli già indicati per i posti comuni oppure quelli per i posti di ITP, più il titolo di specializzazione su sostegno.
Concorso scuola 2019, prove di accesso
Per il concorso relativo ai posti comuni ci saranno due prove scritte e una prova orale. Per i posti di sostegno: una prova scritta; una prova orale.
La prima prova scritta avrà l’obiettivo di valutare il grado di conoscenze e competenze del candidato sulle discipline afferenti alla classe di concorso. Nel caso di classi di concorso riguardanti le lingue e culture straniere, la prova deve essere prodotta nella lingua prescelta.
La prova sarà superata dai candidati che conseguono il punteggio minimo di sette decimi o equivalente. Il superamento della prova è condizione necessaria perché sia valutata la prova successiva.
La seconda prova scritta per i candidati a posti comuni ha l’obiettivo di valutare il grado delle conoscenze e competenze del candidato sulle discipline antropo-psico-pedagogiche e sulle metodologie e tecnologie didattiche.
La prova sarà superata dai candidati che conseguono il punteggio minimo di sette decimi o equivalente.
Il superamento della prova è condizione necessaria per accedere alla successiva prova orale.
Concorso scuola 2019: per i precari superpunteggio e riserva del 10%
I giovani laureati devono anche considerare la presenza, probabilmente massiccia, dei precari storici, ovvero coloro che già hanno esperienza fra i banchi di scuola e che attendono di essere stabilizzati. Per loro, o meglio, per chi ha maturato almeno tre anni di servizio negli ultimi otto, è riservata una quota pari al 10% dei posti totali.
Non solo: con l’approvazione del provvedimento che include Quota 100 e Reddito di cittadinanza, nelle graduatorie di merito i titoli dei precari varranno il 40% del punteggio complessivo.
Ciò si traduce nel fatto che tra i titoli valutabili sarà particolarmente valorizzato il servizio svolto presso le istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione, al quale sarà attribuito un punteggio fino al 50% del punteggio attribuibile ai titoli.
In pratica, nelle graduatorie di merito del concorso fino a 20 punti su un totale di 100, potranno andare ai titoli di servizio.
Tuttavia, dopo l’intesa fra Miur e sindacati del 24 aprile, la situazione potrebbe modificarsi per quanto riguarda la procedura concorsuale per i precari.
Bisogna inoltre dire che per questi candidati con tre annualità di servizio negli ultimi otto anni non sono richiesti i 24 CFU nei settori antropo-psico-pedagogici e nelle metodologie e tecnologie didattiche e potranno concorrere in una delle classi di concorso in cui hanno lavorato almeno 1 anno.
Concorso scuola 2019: per i posti di ITP si accede solo con il diploma
Al concorso scuola 2019 secondaria, infine, ricordiamo che potranno accedere con il solo requisito del diploma: gli insegnanti tecnico-pratici sino al 2024/2025 potranno partecipare alle procedure concorsuali con il solo titolo di studio del diploma e senza l’obbligo del conseguimento dei 24 CFU.
In seguito, dopo l’anno scolastico 2024/2025, se non dovesse intervenire alcuna modifica, per gli ITP che vogliono partecipare al concorso sarà richiesta la laurea oppure un diploma dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica di primo livello, o in alternativa, un titolo equipollente o equiparato, in coerenza con le classi di concorso vigenti al momento dell’indizione del concorso, oltre ad i 24 CFU nelle discipline antropo-psico-pedagogiche e metodologie e tecnologie didattiche.
Le assunzioni dei vincitori del concorso scuola 2019 si svolgeranno pertanto a settembre 2020, quindi molte cattedre il prossimo anno scolastico resteranno scoperte.
Dopo il concorso scuola 2019 solo un anno di formazione e prova
Una volta vinto il concorso scuola secondaria 2019, il docente inizierà un “percorso annuale di formazione iniziale e prova“. Questo percorso sarà quindi annuale, ovvero, una volta vinto il concorso, il docente dovrà frequentare questo anno di “transizione” alla cattedra definitiva. Prima però sarà necessaria una valutazione finale.
Pertanto, è stato abolito il sistema di formazione iniziale adottato dal decreto Legislativo n. 59/2017, in merito ai tre anni di formazione iniziale e tirocinio che i vincitori di concorso dovevano sostenere prima di entrare in ruolo.
Un volta superato l’anno e confermato in ruolo, il docente vincitore di concorso dovrà restare altri quattro anni nella stessa scuola in cui ha superato l’annualità di formazione e prova, per un totale di cinque anni di blocco sulla stessa sede.
Concorso scuola 2019, come acquisire i 24 cfu
La norma che regolamenta l’acquisizione dei 24 CFU/CFA nei settori antropo-psico-pedagogici e nelle metodologie e tecnologie didattiche è il decreto ministeriale 616/17.
Dove e come acquisirli
Presso le università o istituzioni AFAM (Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica) che hanno istituito appositi corsi per acquisire i 24 CFU/CFA o di parte di essi.
Tramite il riconoscimento dei crediti acquisiti nei propri percorsi di studio con esami curriculari, esami aggiuntivi, master, dottorati di ricerca e scuole di specializzazione.
Mediante un semestre aggiuntivo, senza costi ulteriori per chi non è ancora laureato
In modalità telematica per un massimo di 12 CFU/CFA.
Per Università e istituzioni AFAM statali il costo massimo del pacchetto formativo è di 500 euro, questa cifra si riduce in base al reddito e al numero di crediti da acquisire.
I Settori Scientifico Disciplinari (SSD) in cui acquisire i crediti
Ambito della Pedagogia, Pedagogia speciale e Didattica dell’inclusione:
M-PED (tutti i settori), CODD/04, ABST/59, ADPP/01 + ISME/01 e /02 , ISDC/01 e /05
Ambito della Psicologia:
M-PSI (tutti i settori), ABST/58, ISSU/03, ISME/03, ISDC/01, ADPP/01 (se non valutato nell’area pedagogica)
Ambito dell’Antropologia:
M-DEA/01, M-FIL/03, ABST/55 + L-ART/08, CODD/06, ISSU/01 e /02, ADEA/01, /03 e /04
Ambito delle metodologie e tecnologie didattiche:
M-PED/03 e /04
e in relazione alla classe di concorso:
MAT/04, FIS/08, L-LIN/02, M-EDF/01 e /02, CODD/04, ABST/59, ADES/01 + le attività formative dei settori indicati dagli Allegati B e C del DM 616/2017, a condizione che siano declinate nei termini delle metodologie e tecnologie didattiche per gli insegnamenti compresi nelle classi di concorso.
L’elenco completo degli atenei autorizzati a erogare i pacchetti formativi (fonte Universitaly)
NOTA BENE il primo link si riferisce al sito dell’università, il secondo all’area dedicata ai 24 cfu
Università degli Studi di BARI ALDO MORO visualizza visualizza
Università degli Studi della BASILICATA visualizza visualizza
Università degli Studi di BERGAMO visualizza visualizza
Università degli Studi di BOLOGNA visualizza visualizza
Università degli Studi di BRESCIA visualizza visualizza
Università degli Studi di CAGLIARI visualizza visualizza
Università della CALABRIA visualizza visualizza
Università degli Studi di CAMERINO visualizza visualizza
Università degli Studi di CASSINO e del LAZIO MERIDIONALE visualizza visualizza
Università degli Studi di CATANIA visualizza visualizza
Università degli Studi “Magna Graecia” di CATANZARO visualizza visualizza
Università degli Studi “G. d’Annunzio” CHIETI-PESCARA visualizza visualizza
UKE – Università Kore di ENNA visualizza visualizza
Università degli Studi di FERRARA visualizza visualizza
Università degli Studi di FIRENZE visualizza visualizza
Università degli Studi di FOGGIA visualizza visualizza
Università degli Studi di GENOVA visualizza visualizza
Università degli Studi INSUBRIA Varese-Como visualizza visualizza
Università degli Studi dell’AQUILA visualizza visualizza
Università degli Studi di MACERATA visualizza visualizza
Università degli Studi di MESSINA visualizza visualizza
Università degli Studi di MILANO visualizza visualizza
Università degli Studi di MILANO-BICOCCA visualizza visualizza
Università Cattolica del Sacro Cuore visualizza visualizza
Università degli Studi di MODENA e REGGIO EMILIA visualizza visualizza
Università degli Studi del MOLISE visualizza visualizza
Università degli Studi di Napoli Federico II visualizza visualizza
Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” visualizza visualizza
Università degli Studi di NAPOLI “Parthenope” visualizza visualizza
Università degli Studi di NAPOLI “L’Orientale” visualizza visualizza
Università degli Studi Suor Orsola Benincasa – NAPOLI visualizza visualizza
Università degli Studi di PADOVA visualizza visualizza
Università degli Studi di PALERMO visualizza visualizza
Università degli Studi di PARMA visualizza visualizza
Università degli Studi di PAVIA visualizza visualizza
Università degli Studi di PERUGIA visualizza visualizza
Università per Stranieri di PERUGIA visualizza visualizza
Università di PISA visualizza visualizza
Università degli Studi “Mediterranea” di REGGIO CALABRIA visualizza visualizza
Università per Stranieri “Dante Alighieri” di REGGIO CALABRIA visualizza visualizza
Università degli Studi EUROPEA di ROMA visualizza visualizza
Università degli Studi di ROMA “La Sapienza” visualizza visualizza
Università degli Studi di ROMA “Tor Vergata” visualizza visualizza
Università degli Studi ROMA TRE visualizza visualizza
Università degli Studi Internazionali di ROMA (UNINT) visualizza visualizza
Libera Università degli Studi “Maria SS.Assunta” – LUMSA visualizza visualizza
Università del SALENTO visualizza visualizza
Università degli Studi di SALERNO visualizza visualizza
Università degli Studi del SANNIO di BENEVENTO visualizza visualizza
Università degli Studi di SASSARI visualizza visualizza
Università degli Studi di SIENA visualizza visualizza
Università per Stranieri di SIENA visualizza visualizza
Università Telematica “LEONARDO da VINCI” visualizza visualizza
Università Telematica “E-CAMPUS” visualizza visualizza
Università Telematica “GIUSTINO FORTUNATO” visualizza visualizza
Università degli Studi “Guglielmo Marconi” – Telematica visualizza visualizza
Università Telematica San Raffaele Roma visualizza visualizza
Università Telematica Internazionale UNINETTUNO visualizza visualizza
Università Telematica degli Studi IUL visualizza visualizza
Università Telematica PEGASO visualizza visualizza
UNICUSANO Università degli Studi Niccolò Cusano -Telematica Roma visualizza visualizza
Università degli Studi di TERAMO visualizza visualizza
Università degli Studi di TORINO visualizza visualizza
Università degli Studi di TRENTO visualizza visualizza
Università degli Studi di TRIESTE visualizza visualizza
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Università della VALLE D’AOSTA visualizza visualizza
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– DM 259/17 e relative tabelle (Decreto correttivo e integrativo del DPR 19/16)
– DPR 19/16 e relative tabelle (Nuovo regolamento delle classi di concorso)
– Decreto Interministeriale del 9 luglio 2009 (Equiparazioni tra diplomi di lauree di vecchio ordinamento, lauree specialistiche e lauree magistrali)
– Decreto Ministeriale 92 del 23 febbraio 2016 – Titoli di specializzazione per A-23 (Italiano L2)
– Decreto Ministeriale 93 del 23 febbraio 2016 – Ambiti disciplinari nuove classi di concorso
Educazione Civica: a settembre sui banchi di scuola. Il testo integrale della Legge
È ufficiale: dal prossimo settembre l’Educazione Civica sarà reintrodotta nella scuola primaria e secondaria. L’ok della Camera è arrivato con nessun voto contrario e con soli 3 astenuti. Alle medie e alle superiori sarà argomento d’esame, per le elementari si tratterà invece di un insegnamento più sintetico. Pubblichiamo di seguito il testo del ddl approvato:
Art. 1. (Princìpi)
L’educazione civica contribuisce a for- mare cittadini responsabili e attivi e a promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità, nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri.
L’educazione civica sviluppa nelle istituzioni scolastiche la conoscenza della Costituzione italiana e delle istituzioni dell’Unione europea per sostanziare, in particolare, la condivisione e la promozione dei princìpi di legalità, cittadinanza attiva e digitale, sostenibilità ambientale, diritto alla salute e al benessere della persona.
Art. 2. (Istituzione dell’insegnamento dell’educazione civica)
Ai fini di cui all’articolo 1, a decorrere dal 1° settembre del primo anno scolastico successivo all’entrata in vigore della presente legge, nel primo e nel secondo ciclo di istruzione è istituito l’insegnamento trasversale dell’educazione civica, che sviluppa la conoscenza e la comprensione delle strutture e dei profili sociali, economici, giuridici, civici e ambientali della società. Iniziative di sensibilizzazione alla cittadinanza responsabile sono avviate dalla scuola dell’infanzia.
Le istituzioni del sistema educativo di istruzione e formazione promuovono l’insegnamento di cui al comma 1. A tal fine, all’articolo 18, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226, le parole: «di competenze linguistiche» sono sostituite dalle seguenti: «di competenze civiche, linguistiche».
Le istituzioni scolastiche prevedono nel curricolo di istituto l’insegnamento trasversale dell’educazione civica, specificandone anche, per ciascun anno di corso, l’orario, che non può essere inferiore a 33 ore annue, da svolgersi nell’ambito del monte orario obbligatorio previsto dagli ordinamenti vigenti. Per raggiungere il predetto orario gli istituti scolastici possono avvalersi della quota di autonomia utile per modificare il curricolo.
Nelle scuole del primo ciclo, l’insegnamento trasversale dell’educazione civica è affidato, in contitolarità, a docenti sulla base del curricolo di cui al comma 3. Le istituzioni scolastiche utilizzano le risorse dell’organico dell’autonomia. Nelle scuole del secondo ciclo, l’insegnamento è affidato ai docenti abilitati all’insegnamento delle discipline giuridiche ed economiche, ove disponibili nell’ambito dell’organico dell’autonomia.
Per ciascuna classe è individuato, tra i docenti a cui è affidato l’insegnamento dell’educazione civica, un docente con compiti di coordinamento.
L’insegnamento trasversale dell’educazione civica è oggetto delle valutazioni periodiche e finali previste dal decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62, e dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 giugno 2009, n. 122. Il docente coordinatore di cui al comma 5 formula la proposta di voto espresso in decimi, acquisendo elementi conoscitivi dai docenti a cui è affidato l’insegnamento dell’educazione civica.
Il dirigente scolastico verifica la prima attuazione e la coerenza con il Piano triennale dell’offerta formativa.
Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare incrementi o modifiche dell’organico del personale scolastico, né ore d’insegnamento eccedenti rispetto all’orario obbligatorio previsto dagli ordinamenti vigenti. Per lo svolgimento dei compiti di coordinamento di cui al comma 5 non sono dovuti compensi, indennità, rimborsi di spese o altri emolumenti comunque denominati, salvo che la contrattazione d’istituto stabilisca diversamente con oneri a carico del fondo per il miglioramento dell’offerta formativa.
A decorrere dal 1° settembre del primo anno scolastico successivo all’entrata in vigore della presente legge, sono abrogati l’articolo 1 del decreto-legge 1° settembre 2008, n. 137, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2008, n. 169, nonché il comma 4 dell’articolo 2 e il comma 10 dell’articolo 17 del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62.
Art. 3. (Sviluppo delle competenze e obiettivi di apprendimento)
In attuazione dell’articolo 2, con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca sono definite linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica che individuano, ove non già previsti, specifici traguardi per lo sviluppo delle competenze e obiettivi specifici di apprendimento, in coerenza con le Indicazioni nazionali per il curricolo delle scuole dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, nonché con il documento Indicazioni nazionali e nuovi scenari, le Indicazioni nazionali per i licei e le linee guida per gli istituti tecnici e professionali vigenti, assumendo a riferimento le seguenti tematiche:
c) educazione alla cittadinanza digitale, secondo le disposizioni dell’articolo 5;
d) elementi fondamentali di diritto, con particolare riguardo al diritto del lavoro;
e) educazione ambientale, sviluppo ecosostenibile e tutela del patrimonio ambientale, delle identità, delle produzioni e delle eccellenze territoriali e agroalimentari;
Nell’ambito dell’insegnamento trasversale dell’educazione civica sono altresì promosse l’educazione stradale, l’educazione alla salute e al benessere, l’educazione al volontariato e alla cittadinanza attiva. Tutte le azioni sono finalizzate ad alimentare e rafforzare il rispetto nei confronti delle persone, degli animali e della natura.
Art. 4. (Costituzione e cittadinanza)
A fondamento dell’insegnamento dell’educazione civica è posta la conoscenza della Costituzione italiana. Gli alunni devono essere introdotti alla conoscenza dei contenuti della Carta costituzionale sia nella scuola dell’infanzia e del primo ciclo, sia in quella del secondo ciclo, per sviluppare competenze ispirate ai valori della responsabilità, della legalità, della partecipazione e della solidarietà.
Al fine di promuovere la conoscenza del pluralismo istituzionale, disciplinato dalla Carta costituzionale, sono adottate iniziative per lo studio degli statuti delle regioni ad autonomia ordinaria e speciale. Al fine di promuovere la cittadinanza attiva, possono essere attivate iniziative per lo studio dei diritti e degli istituti di partecipazione a livello statale, regionale e locale
La conoscenza della Costituzione italiana rientra tra le competenze di cittadinanza che tutti gli studenti, di ogni per- corso di istruzione e formazione, devono conseguire.
Con particolare riferimento agli articoli 1 e 4 della Costituzione possono essere promosse attività per sostenere l’avvicinamento responsabile e consapevole degli studenti al mondo del lavoro.
Art. 5. (Educazione alla cittadinanza digitale)
Nell’ambito dell’insegnamento trasversale dell’educazione civica, di cui all’articolo 2, è prevista l’educazione alla cittadinanza digitale.
Nel rispetto dell’autonomia scolastica, l’offerta formativa erogata nell’ambito dell’insegnamento di cui al comma 1 prevede almeno le seguenti abilità e conoscenze digitali essenziali, da sviluppare con gradualità tenendo conto dell’età degli alunni e degli studenti:
b) interagire attraverso varie tecnologie digitali e individuare i mezzi e le forme di comunicazione digitali appropriati per un determinato contesto;
c) informarsi e partecipare al dibattito pubblico attraverso l’utilizzo di servizi digitali pubblici e privati; ricercare opportunità di crescita personale e di cittadinanza partecipativa attraverso adeguate tecnologie digitali;
d) conoscere le norme comportamentali da osservare nell’ambito dell’utilizzo delle tecnologie digitali e dell’interazione in ambienti digitali, adattare le strategie di comunicazione al pubblico specifico ed essere consapevoli della diversità culturale e generazionale negli ambienti digitali;
e) creare e gestire l’identità digitale, essere in grado di proteggere la propria reputazione, gestire e tutelare i dati che si producono attraverso diversi strumenti digitali, ambienti e servizi, rispettare i dati e le identità altrui; utilizzare e condividere informazioni personali identificabili proteggendo se stessi e gli altri;
g) essere in grado di evitare, usando tecnologie digitali, rischi per la salute e minacce al proprio benessere fisico e psicologico; essere in grado di proteggere sé e gli altri da eventuali pericoli in ambienti digitali; essere consapevoli di come le tecnologie digitali possono influire sul benessere psicofisico e sull’inclusione sociale, con particolare attenzione ai comportamenti riconducibili al bullismo e al cyberbullismo.
Al fine di verificare l’attuazione del presente articolo, di diffonderne la conoscenza tra i soggetti interessati e di valutare eventuali esigenze di aggiornamento, il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca convoca almeno ogni due anni la Consulta dei diritti e dei doveri del bambino e dell’adolescente digitale, istituita presso il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ai sensi del decreto di cui al comma 4.
Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca sono determinati i criteri di composizione e le modalità di funzionamento della Consulta di cui al comma 3, in modo da assicurare la rappresentanza degli studenti, degli insegnanti, delle famiglie e degli esperti del settore. L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza designa un componente della Consulta.
La Consulta di cui al comma 3 presenta periodicamente al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca una relazione sullo stato di attuazione del presente articolo e segnala eventuali iniziative di modificazione che ritenga opportune.
La Consulta di cui al comma 3 opera in coordinamento con il tavolo tecnico istituito ai sensi dell’articolo 3 della legge 29 maggio 2017, n. 71.
Per l’attività prestata nell’ambito della Consulta, ai suoi componenti non sono dovuti compensi, indennità, gettoni di presenza o altre utilità comunque denominate, né rimborsi di spese.
Art. 6. (Formazione dei docenti)
Nell’ambito delle risorse di cui all’articolo 1, comma 125, della legge 13 luglio 2015, n. 107, una quota parte pari a 4 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2020 è destinata alla formazione dei docenti sulle tematiche afferenti all’insegnamento trasversale dell’educazione civica. Il Piano nazionale della formazione dei docenti, di cui all’articolo 1, comma 124, della legge 13 luglio 2015, n. 107, è aggiornato al fine di comprendervi le attività di cui al primo periodo.
Al fine di ottimizzare l’impiego delle risorse e di armonizzare gli adempimenti relativi alla formazione dei docenti di cui al comma 1, le istituzioni scolastiche effettuano una ricognizione dei loro bisogni formativi e possono promuovere accordi di rete nonché, in conformità al principio di sussidiarietà orizzontale, specifici accordi in ambito territoriale.
Art. 7. (Scuola e famiglia)
Al fine di valorizzare l’insegnamento trasversale dell’educazione civica e di sensibilizzare gli studenti alla cittadinanza responsabile, la scuola rafforza la collaborazione con le famiglie, anche integrando il Patto educativo di corresponsabilità di cui all’articolo 5-bis del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 24 giugno 1998, n. 249, estendendolo alla scuola primaria. Gli articoli da 412 a 414 del regolamento di cui al regio decreto 26 aprile 1928, n. 1297, sono abrogati.
Art. 8. (Scuola e territorio)
L’insegnamento trasversale dell’educazione civica è integrato con esperienze extra-scolastiche, a partire dalla costituzione di reti anche di durata pluriennale con altri soggetti istituzionali, con il mondo del volontariato e del Terzo settore, con particolare riguardo a quelli impegnati nella promozione della cittadinanza attiva. Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite le modalità attuative del presente comma e sono stabiliti i criteri e i requisiti, tra cui la comprovata e riconosciuta esperienza nelle aree tematiche di cui all’articolo 3, comma 1, per l’individuazione dei soggetti con cui le istituzioni scolastiche possono collaborare ai fini del primo periodo.
I comuni possono promuovere ulteriori iniziative in collaborazione con le scuole, con particolare riguardo alla conoscenza del funzionamento delle amministrazioni locali e dei loro organi, alla conoscenza storica del territorio e alla fruizione stabile di spazi verdi e spazi culturali.
Art. 9. (Albo delle buone pratiche di educazione civica)
Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca costituisce, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, l’Albo delle buone pratiche di educazione civica.
Nell’Albo sono raccolte le buone pratiche adottate dalle istituzioni scolastiche nonché accordi e protocolli sottoscritti dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca per l’attuazione delle tematiche relative all’educazione civica e all’educazione alla cittadinanza digitale, al fine di condividere e diffondere soluzioni organizzative ed esperienze di eccellenza.
Art. 10. (Valorizzazione delle migliori esperienze)
Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca indìce annualmente, con proprio decreto, per ogni ordine e grado di istruzione, un concorso nazionale per la valorizzazione delle migliori esperienze in materia di educazione civica, al fine di promuoverne la diffusione nel sistema scolastico nazionale.
Art. 11. (Relazione alle Camere)
Il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca presenta, con cadenza biennale, alle Camere una relazione sull’attuazione della presente legge, anche nella prospettiva dell’eventuale modifica dei quadri orari che aggiunga l’ora di insegnamento di educazione civica.
Art. 12. (Clausola di salvaguardia)
Le disposizioni della presente legge sono applicabili nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione.
Art. 13. (Clausola di invarianza finanziaria)
Le amministrazioni interessate provvedono all’attuazione della presente legge nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
Abolite note e sanzioni disciplinari: tanto rumore per nulla?
Un emendamento inserito nel disegno di legge sulla nuova Educazione civica, approvato in prima lettura alla Camera, ha fatto saltare di gioia i fautori del cambiamento giallo verde. Questo il testo del cambiamento ‘innovatore’: “Dopo il primo periodo, inserire il seguente: Gli articoli da 412 a 414 del Regio Decreto 26 aprile 1928, n.1297 sono abrogati”. Nello specifico si tratta degli articoli che parlavano delle note e delle sanzioni disciplinari a scuola.
Quel Regio decreto sull’istruzione elementare di quasi un secolo fa, dimenticato da tutti e rimasto inapplicato certamente da almeno tre quarti di secolo, infatti prevedeva all’art. 412 che “Verso gli alunni che manchino ai loro doveri si possono usare, secondo la gravità delle mancanze, i seguenti mezzi disciplinari:
I ammonizione;
II censura notata sul registro con comunicazione scritta ai genitori, che la debbono restituire vistata;
III sospensione dalla scuola, da uno a dieci giorni di lezione;
IV esclusione dagli scrutini o dagli esami della prima sessione;
V espulsione dalla scuola con la perdita dell’anno scolastico.
È vietata qualsiasi forma di punizione diversa da quelle indicate in questo articolo”.
L’art. 414, anch’esso ora abrogato, prevedeva “Le pene, che importano allontanamento anche temporaneo dalla scuola, non possono essere eseguite, se prima non ne sia stato dato avviso per iscritto alla famiglia”.
Sarebbe interessante sapere se gli attuali insegnanti di scuola primaria conoscono quelle vecchie norme sulle pene (?!) da irrogare ai propri alunni ‘colpevoli di gravi mancanze’.
Facile immaginare la risposta.
L’emendamento rappresenta ovviamente soltanto un intervento tecnico di pulizia normativa. Niente di più. Sbandierarlo come cambiamento è quasi un’offesa all’intelligenza. Tanto rumore per nulla.
Concorso DS: le prove orali si concluderanno a metà luglio
Nel tardo pomeriggio del 2 maggio si sono concluse, finalmente, le pubblicazioni di tutti i calendari delle prove orali del concorso DS. Con qualche sorpresa. Sono salite a 16 (su 38) le commissioni esaminatrici che – contrariamente a quanto annunciato e voluto dal Ministero – svolgeranno l’ultima parte delle prove orali concorso DS in concomitanza con lo svolgimento degli esami di maturità (creando non pochi problemi per i candidati impegnati come membri di commissione negli esami di Stato).
Sono addirittura 3 le commissioni che concluderanno le prove orali concorso DS a luglio, tra cui due l’undici luglio ormai in piena estate.
Una di queste commissioni tardive, la n. 5 della Campania, ha riservato un’ulteriore sorpresa, in quanto l’estensione del formato utilizzato non ne ha consentito la lettura a molti candidati (clicca qui per leggere correttamente il calendario).
A causa di questi ritardi, la graduatoria nazionale di merito, che comprenderà i 2.900 candidati destinati a ricoprire nei prossimi anni i posti vacanti di dirigenti scolastici, sarà pubblicata nella seconda metà del mese di luglio.

References: Art. 1

Art. 2

Art. 3

Art. 4

Art. 5

Art. 6

Art. 7

Art. 8

Art. 9

Art. 10

Art. 11

Art. 12

Art. 13