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Timestamp: 2020-07-05 01:43:00+00:00

Document:
Studio Legale Locatelli - Newsletter - 12.2019
Liquidazione del danno: errata l’applicazione di tabelle non aggiornate
Cassazione Civile, sez. III, ordinanza n. 30516 del 22 novembre 2019 (rel. Cricenti)
La Corte di Cassazione, nella pronuncia in commento, affronta la questione della liquidazione del danno sulla base di tabelle non aggiornate lamentata da un soggetto danneggiato al quale era stato liquidato il danno sulla base di parametri tabellari non più validi. In particolare, la Suprema Corte ha avuto modo di evidenziare la necessità di liquidare il danno sulla scorta delle Tabelle vigenti pena altrimenti un’errata applicazione del criterio di valutazione equitativa del danno disciplinato dall’art. 1226 c.c..
E’ stato, dunque, ribadito che In tema di risarcimento del danno non patrimoniale, quando, all'esito del giudizio di primo grado, l'ammontare del danno alla persona sia stato determinato secondo il sistema "tabellare", la sopravvenuta variazione - nelle more del giudizio di appello - delle tabelle utilizzate legittima il soggetto danneggiato a proporre impugnazione, per ottenere la liquidazione di un maggiore importo risarcitorio, allorquando le nuove tabelle prevedano l'applicazione di differenti criteri di liquidazione o una rideterminazione del valore del "punto -base" in conseguenza di una ulteriore rilevazione statistica dei dati sull'ammontare dei risarcimenti liquidati negli uffici giudiziari, atteso che, in questi casi, la liquidazione effettuata sulla base di tabelle non più attuali si risolve in una non corretta applicazione del criterio equitativo previsto dall'art. 1226 c.c.
La risarcibilità dei danni micropermanenti
Cassazione Civile, sez. III, sentenza n. 31072 del 28 novembre 2019 (rel. Rossetti)
Nella sentenza in commento la Corte di Cassazione ribadisce il principio secondo cui il risarcimento di qualsiasi danno presuppone che chi lo invoca ne dimostri la sussistenza al di là di ogni ragionevole dubbio.
Il caso affrontato dalla Suprema Corte riguardava il rigetto di una domanda di risarcimento del danno alla persona con esiti micropermanenti per mancanza di accertamenti strumentali, di cui all’art. 32, commi 3-ter e 3-quater, del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1.
Il danneggiato si doleva del fatto che la norma non aveva affatto subordinato il risarcimento del danno alla persona con esiti micropermanenti alla esistenza di un accertamento strumentale, ma solo alla possibilità di un accertamento obiettivo.
Su queste basi, la Suprema Corte ha ritenuto di introdurre alcune specificazioni con riguardo alla natura dell’art. 32, commi 3 ter e 3 quater, del D.L. 24 gennaio 2012, n.1, chiarendo che:
(a) l'art. 32 D.L. cit. non è una norma di tipo precettivo, ma una di quelle norme che la dottrina definisce "norme in senso lato" (cioè prive di comandi o divieti, ma funzionalmente connesse a comandi o divieti contenuti in altre norme);
(c) tali criteri sono fungibili ed alternativi tra loro, e non già cumulativi”.
In realtà, e a ben vedere, ha proseguito la Suprema Corte, la normativa in esame più che porre limiti ai mezzi di prova, ribadisce un principio già insito nel sistema, ossia che il risarcimento di qualsiasi danno presuppone che chi lo invoca ne dimostri la sussistenza al di là di ogni ragionevole dubbio.
Risarcimento del danno non riconosciuto al coniuge non convivente
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 28222 del 4 novembre 2019 (rel. Valle)
Nella sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha avuto modo di ribadire gli elementi e i criteri che devono guidare il Giudice nella liquidazione del danno ai figli e ai coniugi, evidenziando che la distanza fisica, geografica e affettiva, rende meno forte il legame tra genitore e figli e quello tra marito e moglie, a maggior ragione se ormai separati di fatto.
La pronuncia prende le mosse da un giudizio conseguente ad un incidente mortale, a seguito del quale i parenti della vittima, figli e coniuge, chiedevano il risarcimento del danno, conclusosi con il riconoscimento del risarcimento del danno ai figli, ma non al coniuge, ormai separato di fatto.
I Giudici di legittimità nel sostenere che la misura della liquidazione del danno riconosciuta dalla Corte di merito fosse corretta, ha evidenziato che i due figli, ultraquarantenni, non convivessero più da tempo con il genitore e che la convivenza tra i due coniugi fosse cessata da più di vent’anni, con instaurazione, peraltro, di una nuova relazione affettiva da parte della vittima.
Su queste basi, la Suprema Corte ha ribadito che il risarcimento del danno non patrimoniale può essere riconosciuto al coniuge separato a condizione che si accerti che il fatto illecito del terzo abbia provocato quel dolore e quelle sofferenze morali che di solito ai accompagnano alla morte di una persona cara, previa dimostrazione che, nonostante la separazione, anche se solo di fatto, e non giudizialmente o consensualmente raggiunta, vi sia ancora un vincolo affettivo particolarmente intenso.
Consenso informato: la sottoscrizione di un modulo dattiloscritto con aggiunte a
penna costituisce informazione idonea
Cass. civ., sez. III, sent. 10 dicembre n. 32124 (rel. Scarano)
Con la pronuncia in esame la Corte di Cassazione ha avuto modo di ribadire l’importanza della tematica del consenso informato evidenziando, preliminarmente, che l'acquisizione da parte del medico del consenso informato costituisce prestazione altra e diversa da quella dell'intervento medico richiestogli, assumendo autonoma rilevanza ai fini dell'eventuale responsabilità risarcitoria in caso di mancata prestazione da parte del paziente e che costituisce legittimazione e fondamento del trattamento sanitario.
Inoltre, in questa decisione la Corte ha ritenuto idonea la sottoscrizione di un modulo di consenso informato che in parte conteneva delle aggiunte a penna enfatizzando il fatto che la sottoscrizione di tale documento fosse il risultato di un percorso informativo che la paziente aveva ricevuto nel corso dei diversi colloqui orali intervenuti con il medico in ordine alla patologia, all’intervento da effettuarsi e alle possibili complicazioni.
In altri termini, in questa specifica fattispecie, il consenso è stato ritenuto idoneamente acquisito prima dell’intervento anche se contenente delle aggiunte manoscritte.
I limiti alle indagini d’ufficio del CTU
Cassazione civile sez. III – 06 dicembre 2019, n. 31886 (rel. Rossetti)
La Corte di Cassazione è stata nuovamente chiamata a pronunciarsi sui limiti ai poteri di indagine del CTU.
In particolare, la Suprema Corte si è soffermata ad analizzare le conseguenze processuali della non giustificata violazione dei poteri istruttori da parte del CTU ritenendo preferibile, sia dal punto di vista costituzionale sia dal punto di vista dell’interpretazione sistematica e finalistica dell’art. 194 c.p.c., che il consulente non possa mai né indagare su questioni non prospettate dalle parti, né accertare i fatti costitutivi della domanda o dell'eccezione perché violerebbe il principio che addossa alle parti l'onere della prova.
Di conseguenza, l'accertamento dei fatti costitutivi delle domande o delle eccezioni resta sempre compito del giudice e le conclusioni assunte dal c.t.u. devono sempre intendersi soggette alla regola del rebus sic stantibus, cioè valide a condizione che anche il giudice, valutato il materiale probatorio utilizzato dal c.t.u., ritenga condivisibile la ricostruzione dei fatti come compiuta da quest'ultimo e la faccia propria.
Vengono, quindi, sanciti i seguenti principi di diritto:
(b) il c.t.u. non può acquisire di sua iniziativa la prova dei fatti costitutivi della domanda o dell'eccezione, né acquisire dalle parti o da terzi documenti che forniscano quella prova, potendosi derogare a tale principio soltanto quando la prova del fatto costitutivo della domanda o dell'eccezione non possa oggettivamente essere fornita coi mezzi di prova tradizionali;
(d) i principi che precedono non sono derogabili per ordine del giudice, né per acquiescenza delle parti;
Incidente stradale e ripartizione della responsabilità tra conducente e pedone.
Cassazione civile, sez. VI-3, ordinanza n. 31714 del 4 dicembre 2019 (rel. Cirillo)
Nella pronuncia in commento la Suprema Corte ha avuto modo di occuparsi della ripartizione di responsabilità tra pedone e conducente del veicolo investitore affermando che l’accertamento del comportamento colposo del pedone investito da un veicolo non è sufficiente per l’affermazione della sua esclusiva responsabilità, essendo pur sempre necessario che l’investitore vinca la presunzione di colpa posta a suo carico dall’art. 2054 c.c., comma 1, dimostrando di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno e tenendo conto che, a tal fine, neanche rileva l’anomalia della condotta del primo, ma occorre la prova che la stessa non fosse ragionevolmente prevedibile e che il conducente avesse adottato tutte le cautele esigibili in relazione alle circostanze del caso concreto.
Del resto, in coerenza con tale principio, la Suprema Corte si era già espressa nel senso di ritenere che In caso di investimento di un pedone, la responsabilità del conducente è esclusa quando risulti provato che non vi era, da parte di quest’ultimo, alcuna possibilità di prevenire l’evento, situazione ricorrente allorché il pedone abbia tenuto una condotta imprevedibile ed anormale, sicché l’automobilista si sia trovato nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti (ordinanza 22 febbraio 2017, n. 4551). Risulta da tale orientamento che non è sufficiente la dimostrazione dell’imprevedibilità del comportamento del pedone, dovendo comunque il conducente investitore superare l’invocata presunzione, con dimostrazione di aver fatto tutto quanto possibile per evitare il danno.
Caduta del pedone ed esclusione della responsabilità dell’ente comunale.
Cassazione civile, sez. VI, sentenza n. 31217 del 29 novembre 2019 (rel. Cirillo)
Nella pronuncia in commento la Suprema Corte torna ad affrontare la questione del danno subito da un pedone a causa della mancata manutenzione stradale da parte del Comune.
Nella vicenda in questione, sia il Tribunale che la Corte d’Appello respingevano la richiesta di risarcimento del danno subito da un pedone a causa della mancata manutenzione di un tombino.
La Corte di Cassazione ribadisce che in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull'evento dannoso, richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela.
Di conseguenza “quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l'adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l'efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso”.
28222_2019.pdf
30516_2019.pdf
31072_2019.pdf
31217_2019.pdf
cass. civ. 31886 2019.pdf
Cassazione-civile-sez.-III-10_12_2019-n.32124.pdf
31714_2019.pdf

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