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Timestamp: 2017-01-20 03:43:36+00:00

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Professionisti Pubblicato il 14 maggio 2016 Articolo di Edizioni Simone Professionisti L’impresa familiare L’AUTORE: Edizioni Simone
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Impresa familiare: natura giuridica, diritto al mantenimento, diritto di partecipazione agli utili, fallimento. Si definisce familiare l’impresa in cui prestano attività di lavoro continuativa il coniuge dell’imprenditore, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo (art. 230bis). La legge di riforma del diritto di famiglia, nel prevedere l’istituto dell’impresa familiare ha inteso disciplinare un fenomeno diffuso nella nostra realtà sociale, soprattutto in agricoltura ma anche nelle attività commerciali ed artigiane, in cui accade che i familiari prestino di fatto, ossia senza regolamentazione contrattuale, un’attività lavorativa nell’impresa del loro coniuge, parente o affine.
– un rapporto familiare: oltre all’imprenditore, partecipano all’impresa il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo;
– l’attività di lavoro nell’impresa, svolta in modo continuativo. Non è rilevante il tipo di attività svolta: tuttavia, se l’impegno del coniuge supera i limiti di una prestazione di lavoro e assume i caratteri di una cogestione, avremo una comunione legale ex art. 177, lett. d) (GAZZONI).
Natura giuridica Particolarmente dibattuta è la natura giuridica dell’impresa familiare, configurata da alcuni pur sempre come un’impresa individuale, da altri come un’impresa collettiva. Per la teoria dell’impresa individuale (CORSI, GAZZONI, GALGANO, BIANCA, COTTINO, RESCIGNO), nell’impresa familiare il solo titolare dell’azienda può essere ritenuto imprenditore, laddove la partecipazione dei familiari assume rilievo soltanto nei rapporti interni. Di conseguenza, solo il titolare dell’impresa risponde, nei confronti dei creditori con tutti i suoi beni e fallisce in caso di insolvenza.
Disciplina Dalla partecipazione all’impresa familiare, il soggetto acquista:
– il diritto al mantenimento, secondo la condizione patrimoniale della famiglia;
– il diritto di partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato. È, dunque, esclusa ogni presunzione di gratuità del lavoro prestato, anche quando non siano avanzate richieste retributive (Cass. 1-3-1988).
Il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell’uomo. Accanto ai diritti di contenuto economico, la legge attribuisce ai familiari anche il diritto di partecipare alla gestione dell’impresa.
– la gestione ordinaria che spetta esclusivamente all’imprenditore;
– la gestione straordinaria in cui rientrano, secondo l’art. 230 bis, le decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi, gli indirizzi produttivi e la cessazione dell’impresa, che devono essere adottate, a maggioranza (calcolata per teste e non per quote), dai familiari che partecipano all’impresa stessa. La violazione del diritto di partecipazione non condiziona la validità o l’efficacia degli atti di gestione nei confronti dei terzi, ma determina soltanto una responsabilità contrattuale dell’imprenditore nei confronti dei familiari. Il diritto di partecipazione si configura come un diritto di credito. In caso di conflitto con i creditori dell’impresa, prevalgono questi ultimi, dato che il diritto di partecipazione presuppone un’impresa in attivo. Peraltro, esso si realizza al momento dello scioglimento: quindi i creditori personali non possono espropriare la quota di partecipazione, perché questa «non è precostituita ed è indeterminabile in senso tecnico» (GAZZONI). Il diritto di partecipazione è intrasferibile, salvo che il trasferimento avvenga a favore di un altro familiare col consenso di tutti i partecipanti.
In caso di cessazione, per qualsiasi causa, della prestazione di lavoro o di alienazione dell’azienda, esso può essere liquidato in denaro. L’art. 230 bis riconosce, infine, a ciascun partecipe un diritto di prelazione sull’azienda, disciplinato dall’art. 732, per il caso di divisione ereditaria o di trasferimento dell’azienda.
Fallimento Il titolare dell’impresa familiare è soggetto alla dichiarazione di fallimento. Ai fini dell’estensione del fallimento del titolare dell’impresa familiare agli altri componenti della stessa è necessario l’accertamento dell’effettiva costituzione di una società di fatto, attraverso l’esame del comportamento assunto dai familiari nelle relazioni esterne all’impresa, al fine di valutare se vi è stata la spendita del nome della società o, quantomeno, l’esteriorizzazione del vincolo sociale, l’assunzione delle obbligazioni sociali ovvero un complessivo atteggiarsi idoneo a ingenerare nei terzi un incolpevole affidamento in ordine all’esistenza di un vincolo societario, mentre non assume rilievo univoco né la qualificazione dei familiari come collaboratori dell’impresa familiare, né l’eventuale condivisione degli utili, trattandosi d’indicatori equivoci rispetto agli elementi indefettibili della figura societaria costituiti dal fondo comune e dall’affectio societatis. Il tratto che segna il discrimine tra l’impresa familiare e la società di fatto risiede, pertanto, nel comportamento mantenuto dai componenti dell’impresa nelle relazioni esterne alla componente familiare. In questa prospettiva, per escludere l’impresa familiare, ammettendo la società di fatto, occorre che vi sia stata la suddetta esteriorizzazione del vincolo sociale (Cass. 14580/2010).
La Cass. S.U. 23676/2014 ha risolto il contrasto sull’applicabilità dell’art. 230bis c.c. nell’ipotesi in cui il congiunto svolga attività imprenditoriale in forma societaria. La prima sentenza edita che, dopo una serie di apporti dottrinali, si è occupa del tema è App. Messina 16- 2-2000, la quale ha ritenuto configurabile un’impresa familiare nella collaborazione prestata a congiunti che svolgano un’attività imprenditoriale in forma di società di fatto. Ad un giorno di distanza viene depositata la motivazione di Trib. Venezia 17-2-2000, inaugurando il contrasto nella giurisprudenza di merito: per il giudice veneziano non è ammissibile la collaborazione familiare ex art. 230bis c.c. nell’impresa societaria in cui i soci siano parenti o affini, in quanto, in tal caso, unico soggetto del rapporto lavorativo-collaborativo è esclusivamente la società, che per definizione rimane estranea da qualsivoglia rapporto di familiarità o affettivo. Qualche mese dopo interviene Cass. 13861/2000, ritenendo configurabile un’impresa familiare nella collaborazione con un congiunto che svolge un’attività imprenditoriale in società di fatto con altri. Cass. 8991/2002, invece, afferma che l’impresa familiare non ricorre nel caso di mera gestione, da parte dei familiari, di una quota di partecipazione sociale, per mancanza di un’attività lavorativa prestata alle dipendenze del familiare-imprenditore. In dottrina alcuni autori ammettono l’applicabilità della norma poiché dall’art. 230bis c.c. non emerge la volontà del legislatore di limitarne l’applicazione alle imprese individuali, né vi sarebbero problemi di compatibilità con la disciplina societaria poiché l’art. 230bis c.c. regola il solo rapporto interno tra congiunti e non quello tra congiunto e società (BIANCA). In seno a questo orientamento dottrinale alcuni limitano l’applicazione della norma alle sole società di persone (CORSI). Un altro filone dottrinale esclude l’applicabilità della norma poiché l’art. 230bis c.c. fa riferimento alla collaborazione prestata in favore di un familiare imprenditore e non in favore della società. Le S.U. hanno risolto il contrasto ritenendo inapplicabile l’art. 230bis c.c. all’ipotesi in cui il familiare eserciti l’attività d’impresa in forma societaria, poiché l’art. 230 bis c.c. detta una disciplina «palesemente irriducibile a una qualsiasi tipologia societaria. La norma, infatti, prevede la partecipazione agli utili e agli incrementi in proporzione alla quantità ed alla qualità del lavoro prestato e non alla quota di partecipazione.
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References: art. 177
 Cass. 
 sentenza 
 art. 230
 Cass. 
 Cass.