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Timestamp: 2019-03-25 10:25:46+00:00

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E' reato esercitare un'attività rumorosa se non si rispetta la quiete pubblica | Studio Legale Parenti
E' reato esercitare un'attività rumorosa se non si rispetta la quiete pubblica
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La Suprema corte, infatti, ha chiarito che la Corte di appello di Salerno, prima di confermare la condanna emessa in primo grado dal Gup di Nocera Inferiore, avrebbe dovuto esaminare le giustificazioni offerte dal sindaco anche se in ritardo al fine di verificare la “la corrispondenza della <> della spesa”, e non sottrarsi all’esame delle stesse, come invece ha fatto, “in base alla sola considerazione della non coevità” nella presentazione della documentazione di appoggio.
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Corte di Cassazione -Sezione III Sentenza 13/04/ 2015 n. 14951
Sanzioni penali per chi interviene su un immobile vincolato, anche se si tratta di opere che ottengono successivamente l’autorizzazione del Sovrintendente. Lo sottolinea la Cassazione penale con sentenza 14951 del 13 aprile 2015, relativa ad un edificio nel centro storico di Trieste. L’amministratore dell’edificio aveva fatto sostituire due serrande ed alcuni dispositivi elettrici di chiusura realizzando un foro nella facciata, montando poi infissi grigliati di aerazione senza l’autorizzazione della sovrintendenza. Ne è scaturita un’azione penale che ha condotto la condanna dell’amministratore anche se, nel frattempo, era stata ottenuta l’autorizzazione per l’esecuzione dei lavori, qualificando questi ultimi come compatibili con il vincolo.
La Cassazione penale distingue infatti tra sanzioni contenute nella Codice dei beni culturali e del paesaggio (Dlgs. 42/2004), separando gli abusi su beni paesaggistici rispetto agli interventi sui beni culturali. I beni paesaggistici sono quelli indicati nell’articolo 136 del predetto Codice, ad esempio quelli che ricadono nelle fasce di rispetto dal mare o da corsi d’acqua e quelli sottoposti a tutela dei piani paesaggistici. I beni culturali, invece (articolo 10 Dlgs 42) sono specifici immobili o mobili appartenenti allo Stato o a soggetti pubblici, tra i quali le raccolte dei musei, pinacoteche, gallerie, gli archivi, raccolte librarie, i beni di interesse artistico, storico, archeologico specificamente vincolati (con singoli decreti) ed ogni altro bene che abbia riferimento alla storia politica, militare, letteraria, artistica e scientifica, compresi manoscritti autografi, carte geografiche, fotografie, ville, parchi e giardini, navi ed architetture rurali.
Corte di cassazione Sezioni unite penali Sentenza 14/04/2015 n. 15232
Nelle udienze camerali, il mancato accoglimento della richiesta di rinvio da parte del legale che si astenga per uno sciopero di categoria comporta una nullità a regime intermedio della sentenza, non essendo l’assistenza del difensore obbligatoria. Tuttavia, il diritto al rinvio non sorge qualora la richiesta provenga unicamente dal difensore della parte civile, o persona offesa, e non anche dall’avvocato dell’indagato, dovendosi privilegiare la scelta di perseguire la celerità del processo. Lo hanno stabilito le Sezioni unite penali con la sentenza 15232/2015 fissando due principi di diritto.
Il diritto al rinvio – Per la Suprema corte, dunque, «in relazione alle udienze camerali, in cui la partecipazione delle parti non è obbligatoria, il giudice è tenuto a disporre il rinvio della trattazione in presenza di una dichiarazione di astensione del difensore, legittimamente proclamata dagli organismi di categoria ed effettuata o comunicata nelle forme e nei termini previsti dall’art. 3, comma 1, del vigente codice di autoregolamentazione». Tuttavia, prosegue la sentenza, «trattandosi di una ipotesi in cui l’assistenza del difensore non è obbligatoria, il mancato accoglimento della richiesta di rinvio comporta una nullità della sentenza per mancata assistenza dell’imputato ai sensi degli artt. 178, comma 1, lett. c), e 180, cod. proc. pen.: nullità da considerarsi a regime intermedio e non assoluta ex art. 179, primo comma, cod. proc. pen.».
La difesa dell’indagato – Nel caso in esame, però, il difensore degli indagati aveva revocato la dichiarazione di astensione ed aveva espressamente chiesto la trattazione del processo nel merito. A fronte di questa manifestazione di volontà la riproposizione della dichiarazione di astensione da parte dei soli difensori delle persone offese, non da diritto al rinvio. Infatti, chiarisce la Cassazione, affermando un secondo principio di diritto: «Nelle udienze penali, a partecipazione del difensore facoltativa, l’astensione dei difensore della parte civile o della persona offesa, prevista dall’art. 3, comma 2, del codice di autoregolamentazione degli avvocati pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 4 gennaio 2008, non dà diritto al rinvio qualora il difensore dell’imputato o dell’indagato non abbia espressamente o implicitamente manifestato analoga dichiarazione di astensione, così mostrando un proprio interesse ad una celere definizione del procedimento».
Corte costituzionale sentenza 26/03/ 2015 n. 48
Per gli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, la previsione del carcere come unica misure per soddisfare le esigenze cautelari è incostituzionale. Siamo, infatti, di fronte ad un reato diverso rispetto all’«associazione mafiosa» vera e propria, per il quale la «pericolosità sociale» può essere fronteggiata anche con misure più blande quali i domiciliari.
Lo ha stabilito la Corte costituzionale, sentenza 48/2015, dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’articolo 275, comma 3, secondo periodo, del codice di procedura penale, «nella parte in cui – nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di cui all’art. 416-bis cod. pen., è applicata custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari – non fa salva, altresì, rispetto al concorrente esterno nel suddetto delitto, l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure».
La vicenda – Il caso è stato sollevato dal Gip del tribunale di Lecce investito dell’istanza di sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari dal difensore di un uomo sottoposto ad indagini per concorso esterno per aver messo a disposizione dell’organizzazione le proprie cognizioni tecniche e le apparecchiature idonee all’individuazione di microspie collocate dalla polizia giudiziaria. Per il giudice rimettente però le esigenze cautelari pur non essendo venute meno «potrebbero essere, tuttavia, adeguatamente soddisfatte con la misura meno gravosa degli arresti domiciliari», idonea a fronteggiare il pericolo di reiterazione di fatti. Ma la norma non consentiva l’accoglimento della richiesta richiedendo obbligatoriamente l’assoluta mancanza di esigenze cautelari.
La motivazione – La Consulta premesso che il concorrente esterno «è, per definizione, un soggetto che non fa parte del sodalizio», rileva che non è neppure ravvisabile quel vincolo di «adesione permanente» al gruppo criminale che legittima «il ricorso in via esclusiva alla misura carceraria, quale unico strumento idoneo a recidere i rapporti dell’indiziato con l’ambiente delinquenziale di appartenenza e a neutralizzarne la pericolosità».
Del resto il “supporto” del concorrente esterno può risultare anche meramente episodico, o addirittura unico: «circostanza che rende ancor meno giustificabile tanto la totale equiparazione del concorrente esterno all’associato, quanto l’omologazione delle diverse modalità concrete con cui il concorso esterno è suscettibile di manifestarsi, ai fini dell’esclusione di qualunque possibile alternativa alla custodia carceraria come strumento di contenimento della pericolosità sociale dell’indiziato».
Infine, conclude la Corte, «è significativo» che la giurisprudenza di legittimità abbia già differenziato le posizioni dell’associato e del concorrente esterno con riguardo alle esigenze cautelari. Mentre, infatti, nel caso dell’associato, «la presunzione di pericolosità sociale cede solo di fronte alla dimostrazione della rescissione definitiva del vincolo di appartenenza al sodalizio»; nel caso del concorrente esterno «il parametro per superare la presunzione è diverso e meno severo, rimanendo legato alla prognosi di non reiterabilità del contributo alla consorteria» (Cassazione 2014, n. 9478).
Cassazione penale sez. II sentenza 11/03/2015 n. 10766
1. Con sentenza del 12.3.2012 il Tribunale di Palermo dichiarò S.G. responsabile del reato di truffa e – concesse le circostanze attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti – lo condannò alla pena di mesi 4 di reclusione ed Euro 100.00 di multa, pena sospesa.
2. L’imputato propose gravame ma la Corte d’appello di Palermo, con sentenza del 27.2.2014, confermò la pronunzia di primo grado.
3. Ricorre per cassazione l’imputato, tramite il difensore, deducendo:
1. violazione di legge e vizio di motivazione in quanto l’assunto secondo il quale S. sarebbe l’unico beneficiario dell’illecito non tiene conto della deposizione del teste Falletta che ha riferito di non aver controllato se la sottoscrizione fosse di S. o della moglie e se la domanda fosse falsa; non può desumersi alcuna prova dalla mancata impugnazione dell’annullamento del decreto di riconoscimento delle provvidenze poichè non risulta che sia stato notif
icato all’imputato;
2. violazione di legge in relazione alla mancata qualificazione del fatto contestato ai sensi dell’art. 316 ter c.p. in quanto l’artificio contestato (la formazione del verbale della commissione medica falso) non ha influito sulla formazione della volontà dell’ente erogante non essendo stato preso in considerazione dalla Prefettura.
1. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato e svolge censure di merito.
La Corte territoriale ha argomentato che, comunque, beneficiario della pensione per invalidità civile è stato S.G. e sulla scorta di tale considerazione ha ravvisato il concorso di S..
In tale motivazione non vi è alcune manifesta illogicità che la renda sindacabile in questa sede.
2. Il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato.
Integra il delitto di truffa aggravata e non quello di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato l’utilizzazione o la presentazione di dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere, o l’omissione di informazioni dovute, quando hanno natura fraudolenta (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 21609 del 18/02/2009 dep. 25/05/2009 Rv. 244539. In motivazione la Corte ha evidenziato la necessità di valutare, ai fini della qualificazione giuridica del fatti, la rilevanza, e le conseguenze in ordine alle determinazioni dell’ente pubblico, di elementi come la natura fittizia dell’ente richiedente, la presentazione di fatture materialmente false e di documenti oggetto di rendiconto presentati anche ad altro ente, il silenzio serbato dall’imputato sull’aver ricevuto “aliunde” entrate riconducibili alle medesime iniziative).
Nel caso in esame la falsa dichiarazione di una situazione di invalidità accompagnata da documentazione falsa integra il delitto di truffa.
L’affermazione che il verbale falso non sia stato utilizzato è priva di qualunque prova.
3. Il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile.
4. Da ultimo il Collegio osserva che non possono trovare applicazione le norme sulla prescrizione del reato, pur essendo maturati i relativi termini, dal momento che – secondo la giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte – l’inammissibilità del ricorso per cassazione dovuta alla mancanza, nell’atto di impugnazione, dei requisiti prescritti dall’art. 581 c.p.p., ovvero alla manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell’art. 129 c.p.p. (cfr.: Cass. Sez. Un., sent. n. 21 del 11.11.1994 dep. 11.2.1995 rv 199903; Cass. Sez. Un., sent. n. 32 del 22.11. 2000 dep. 21.12.2000 rv 217266).
5. Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, l’imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonchè – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di Euro 1.000,00, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.
Così deciso in Roma, il 11 marzo 2015.
Depositato in Cancelleria il 13 marzo 2015
Cassazione penale , SS.UU. sentenza 17.03.2015 n. 11170
Il caso e la questione di diritto
Il Primo Presidente della Corte, con decreto del 6 maggio 2014, aveva assegnato alle Sezioni Unite uno dei due ricorsi trasmessigli dal magistrato delegato al cd spoglio, ovvero all’esame preliminare dei ricorsi, nel caso assegnati alla quinta sezione della Corte, che aveva rilevato che due ricorsi ponevano la questione della tutela dei terzi in buona fede che, vantando crediti nei confronti del fallimento, avrebbero potuto subire un pregiudizio in caso di sequestro, e successiva confisca, di parte della massa fallimentare.
Ciò in quanto il Primo Presidente della Corte aveva condiviso le osservazioni delle difese, che avevano richiesto preventivamente che la trattazione dei casi fosse riservata alle Sezioni Unite sussistendo un contrasto in materia.
Il tema era stato in qualche modo trattato anni addietro dalle Sezioni Unite, con le sentenza 24 maggio 2004, dep. il 9 luglio 2004, n. 22951, su ricorso della curatela fallimentare in proc. Focarelli.
In quella occasione la corte aveva precisato in primis che la curatela fallimentare non è “terzo estraneo al reato”, in quanto il concetto di appartenenza di cui all’art. 240 comma 3 cod. proc. pen. ha una portata più ampia del diritto di proprietà, così che dovesse intendersi per terzo estraneo al reato soltanto colui che non partecipi in alcun modo alla commissione dello stesso o all’utilizzazione dei profitti derivati.
La decisione aggiungeva inoltre che la sentenza che dichiara il fallimento priva la società fallita dell’amministrazione e della disponibilità dei beni esistenti a quella data, assoggettandoli alla procedura esecutiva concorsuale finalizzata al soddisfacimento dei creditori, anche se tale effetto di spossessamento non si traduce in una perdita della proprietà, in quanto la società resta titolare dei beni fino al momento della vendita fallimentare.
Per quanto attiene più specificamente al tema che era stato devoluto all’attenzione della Corte nel caso in esame, la decisione aveva affermato la legittimità del sequestro preventivo, funzionale alla confisca facoltativa, di beni provento di attività illecita e appartenenti ad un’impresa dichiarata fallita, nei cui confronti sia stata instaurata la relativa procedura concorsuale, a condizione che il giudice, nell’esercizio del suo potere discrezionale, desse motivatamente conto della prevalenza delle ragioni sottese alla confisca rispetto a quelle attinenti alla tutela dei legittimi interessi dei creditori nella procedura fallimentare.
In quella occasione la Corte aveva anche precisato che:
a) il sequestro probatorio può legittimamente essere disposto su beni già appresi al fallimento e, se anteriore alla dichiarazione di fallimento, conserva la propria efficacia anche in seguito alla sopravvenuta apertura della procedura concorsuale, trattandosi di una misura strumentale alle esigenze processuali, che persegue il superiore interesse della ricerca della verità nel procedimento penale;
b) il sequestro conservativo previsto dall’art. 316 cod. proc. pen., in quanto strumentale e prodromico ad una esecuzione individuale nei confronti del debitore ex delicto, rientra, in caso di fallimento dell’obbligato, nell’area di operatività del divieto di cui all’art. 51 l. fall., secondo cui dal giorno della dichiarazione di fallimento nessuna azione individuale esecutiva può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento;
c) il sequestro preventivo c.d. impeditivo, previsto dall’art. 321 comma 1 cod. proc. pen., di beni appartenenti ad un’impresa dichiarata fallita è legittimo, a condizione che il giudice, nel discrezionale giudizio sulla pericolosità della res, operi una valutazione di bilanciamento del motivo di cautela e delle ragioni attinenti alla tutela dei legittimi interessi dei creditori, anche attraverso la considerazione dello svolgimento in concreto della procedura concorsuale;
d) il sequestro preventivo avente ad oggetto un bene confiscabile in via obbligatoria deve ritenersi assolutamente insensibile alla procedura fallimentare, prevalendo l’esigenza di inibire l’utilizzazione di un bene intrinsecamente e oggettivamente “pericoloso” in vista della sua definitiva acquisizione da parte dello Stato.
La posizione della più recente giurisprudenza
Ma le conclusioni della sentenza Focarelli, che si era occupata di un caso di confisca facoltativa, e non di quella ex art. 19, d.lgs n. 231/2001, non aveva potuto evitare il formarsi di un diverso e comunque rilevante contrasto.
Negli anni successivi le sezioni semplici della Corte avevano avuto modo di sostenere che la obbligat
orietà della confisca nei casi previsti dall’art. 12 sexies del D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito con modificazioni in legge 7 agosto 1992 n. 356, siccome stabilita non in funzione della intrinseca pericolosità delle cose da confiscare, ma soltanto del loro legame con chi ha subito condanna per determinati delitti, non impediva che, qualora dette cose, nell’ambito di procedimento penale per taluno di tali delitti, fossero state oggetto di sequestro preventivo in vista appunto della loro assoggettabilità a confisca obbligatoria e fosse sopravvenuto il fallimento dell’imputato, il curatore del fallimento potesse chiedere ed ottenere l’autorizzazione alla loro vendita ed alla conseguente distribuzione del ricavato ai creditori concorsuali.
Ciò in quanto anche in tal caso si dava luogo alla realizzazione della finalità perseguita dal legislatore, costituita dallo spossessamento del condannato; con l’avvertenza che il giudice, in tal caso, era tenuto a esercitare un più rigido e penetrante controllo onde acquisire la ragionevole certezza che i beni che sarebbero stati da confiscare non ritornassero surrettiziamente in altro modo, attraverso prestanomi o con altri fraudolenti accorgimenti, nella diretta o indiretta disponibilità del condannato medesimo.
La necessità di approfondire ai massimi livelli le questioni sottese aveva indotto il Primo Presidente a condividere le perplessità avanzate dal magistrato assegnatario, ed a fissare l’udienza dello scorso 25 settembre 2014, per vedere risolta la questione.
Le sezioni unite penali della Corte hanno dato puntuale risposta ai quesiti sottesi alla soluzione della questione, che può essere compitamente sintetizzata come segue: se, per disporre il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente a norma dell’art. 19, comma 2, d.lgs. 8 giugno 2001 n. 231, con riferimento ai beni di pertinenza della massa attiva di un fallimento, il giudice penale possa limitarsi ad accertare la confiscabilità dei cespiti, senza prendere in considerazione le esigenze tutelate dalla procedura concorsuale, o debba invece procedere ad una valutazione comparativa tra le ragioni di questa, e segnatamente dei creditori in buona fede, e quelle afferenti alla pretesa punitiva dello Stato e, in quest’ultimo caso, se la verifica delle ragioni dei singoli creditori, al fine di accertarne la buona fede, debba essere compita dal giudice penale o, invece, dal giudice fallimentare, eventualmente in applicazione analogica della disciplina dei sequestri di prevenzione di cui al d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159 (cd codice antimafia).
La motivazione della Corte muove dall’analisi del citato art. 19 del decreto legislativo 231 evidenziando come questo disciplini una connessione funzionale tra la misura cautelare reale e la confisca simile a quella di cui all’art. 321, comma 2 bis, c. p. p., così che il regime del sequestro segue quello della confisca.
Questa poi ha natura di vera e propria sanzione principale, obbligatoria ed autonoma allorchè viene disposta in danno di un ente ritenuto responsabile di un illecito amministrativo dipendente da reato, stante lo stretto rapporto tra responsabilità accertata e sanzione, con una qualificazione certamente innovativa (anche i dubbi relativi alla confisca per equivalente sono stati superati nel senso del riconoscimento della natura di sanzione principale).
La emanazione del sequestro preventivo sarà pertanto compito del Gip e quella della confisca del giudice della cognizione, con la conseguenza che saranno costoro a dovere valutare se eventuali diritti vantati da terzi siano o meno stati acquisiti in buona fede, atteso che non può essere che il giudice che deve disporre il sequestro o la confisca a dovere selezionare i beni da escludere perché da restituire al danneggiato o perché di terzi in buona fede.
Così la verifica delle ragioni dei terzi al fine di accertarne la buona fede spetta al giudice penale e non al giudice fallimentare.
Ove il terzo non abbia avuto modo di fare valere i propri diritti in sede cognitiva (come in caso non conoscenza del procedimento) le istanza andranno rivolte al giudice dell’esecuzione penale.
La Corte ha poi sottolineato come le finalità dei due vincoli, quello fallimentare e quello penale, siano del tutto differenti e non configgenti, in quanto lo stesso articolo 19 cit. prevede che siano salvaguardati i diritti dei terzi acquisiti in buona fede, senza porre limiti temporali alla prova della acquisizione del diritto, in quanto è possibile che al terzo venga riconosciuta l’acquisizione in buona fede dopo la confisca (come di fatto avviene in caso di apertura della procedura fallimentare, ove il diritto del terzo viene riconosciuto alla chiusura della procedura).
Le sezioni unite hanno poi affermato il principio per il quale il curatore fallimentare non è legittimato a proporre l’impugnazione contro il provvedimento di sequestro adottato ai sensi dell’art. 19 del d.lgs. n. 231 del 2001 per mancanza di interesse.
Ciò in quanto il curatore fallimentare, soggetto gravato da un munus pubblico, di carattere prevalentemente gestionale, non può agire in rappresentanza dei creditori, i quali prima della conclusione della procedura non sono titolari di alcun diritto sui beni e quindi privi di qualsiasi titolo restitutorio sui beni, né è titolare in proprio di alcun diritto sui beni. Conseguentemente la Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi.
1. La questione di diritto per la quale i ricorsi sono stati assegnati alle Sezioni Unite può essere così riassunta: “Se, per disporre il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente a norma del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 19, comma 2, con riferimento a beni di pertinenza della massa attiva di un fallimento, il giudice penale possa limitarsi ad accertare la confiscabilità dei cespiti, senza prendere in considerazione le esigenze tutelate dalla procedura concorsuale, o debba invece procedere ad una valutazione comparativa tra le ragioni di questa, e segnatamente dei creditori in buona fede, e quelle afferenti alla pretesa punitiva dello Stato e, in quest’ultimo caso, se la verifica delle ragioni dei singoli creditori, al fine di accertarne la buona fede, debba essere compiuta dal giudice penale o, invece, dal giudice fallimentare, eventualmente in applicazione analogica della disciplina dei sequestri di prevenzione di cui al titolo IV del D.Lgs. 6 settembre 2011, n. 159 (c.d. codice antimafia)”.
Va peraltro subito avvertito che interferiscono con tale tematica i problemi, della legittimazione e dell’interesse concreto del curatore fallimentare a proporre impugnazione contro il provvedimento di sequestro adottato ai sensi del D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19; i quali sono da risolvere precisando quale sia il rapporto, alla luce della legislazione vigente in materia, tra la procedura fallimentare ed i provvedimenti di sequestro e confisca adottati ai sensi del citato art. 19.
2. Prima di affrontare detti problemi, è tuttavia opportuno prendere le mosse, per la sua diretta riferibilità alla natura degli addebiti su cui si fonda il provvedimento impugnato, dalla questione posta con il primo motivo, che, pur essendo fondata, non può condurre, per le ragioni che in seguito saranno esposte, all’accoglimento dei ricorsi.
Tale questione attiene alla dedotta mancanza di un reato presupposto, a seguito della modifica del capo F della rubrica, riferito alla posizione della Uniland, da reato societario a bancarotta impropria societaria determinata dalla apertura prima della procedura di concordato preventivo e poi dalla declaratoria di fallimento della predetta società, necessario per disporre il sequestro.
Il problema non riguarda la Housebuilding, perchè il capo R contestato alla società è rimasto invariato, come pure il capo Q – aggiotaggio societario – che costituisce il delitto presupposto.
Quanto alla Uniland, il capo F contestato agli indagati veniva modificato dal P.M. dopo la dichiarazione di fallimento della società in bancarotta societaria e, tra l
e altre violazioni si specificava che la condotta era diretta anche a commettere il reato sub N, ovvero la manipolazione del mercato, reato quest’ultimo, però, mai specificamente contestato alla Uniland, perchè il capo F- bis attribuito alla società contestava il reato di cui all’art. 2632 c.c. – formazione fittizia di capitale – e conteneva un generico richiamo al capo F. In ogni caso e senza alcuna pretesa di completezza, che non sarebbe nemmeno opportuna, tenuto conto del tenore della decisione, sembra il caso di porre in evidenza che la giurisprudenza, con il consenso unanime della Dottrina, ha individuato, nell’interpretare il D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 2, – secondo il quale “l’ente non può essere ritenuto responsabile per un fatto costituente reato se la sua responsabilità amministrativa in relazione a quel reato e le relative sanzioni non sono espressamente previste da una legge entrata in vigore prima della commissione del fatto” – oltre alle norme che contengono l’elenco dei reati presupposto che legittimano l’affermazione di responsabilità degli enti, la necessità di un doppio livello di legalità.
E’ necessario, cioè, che il fatto commesso dagli organi apicali dell’ente sia previsto da una legge entrata in vigore prima della commissione dello stesso e che tale reato sia previsto nel tassativo elenco dei reati presupposto, dai quali soltanto può derivare la responsabilità amministrativa dell’ente, previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2001.
Questa interpretazione appare corretta perchè dal complesso delle norme del D.Lgs. n. 231 del 2001, emerge che il sistema italiano, a differenza di altri ordinamenti giuridici, non prevede una estensione della responsabilità da reato alle persone giuridiche di carattere generale, coincidente cioè con l’intero ambito delle incriminazioni vigenti per le persone fisiche, ma limita detta responsabilità soltanto alle fattispecie penali tassativamente indicate nel decreto stesso.
Una tale impostazione è stata seguita dalla Terza Sezione penale (sent. n. 41329 del 07/10/2008, Galipò, Rv. 241528) in tema di reati ambientali prima che ad alcuni di essi venisse collegato l’illecito amministrativo dell’ente con il D.Lgs. 7 luglio 2011, n. 121, ed è stata confermata dalle Sezioni Unite (sent. n. 10561 del 30/01/2014, Gubert, Rv 258646) in tema di reati tributari non previsti nei tassativi elenchi del più volte citato decreto 231 del 2001 (vedi anche per una particolare applicazione del principio indicato Sez. 6, n. 3635 del 20/12/2013, Riva Fi.Re s.p.a., Rv. 257789).
Con più specifico riferimento alla vicenda Uniland, di particolare interesse è una decisione della Suprema Corte (Sez. 2, n. 41488 del 29/09/2009, Rimoldi) che ha escluso che in caso di ritenuto reato complesso si potesse scomporre tale reato al fine di fare derivare, da una parte artificialmente separata della condotta posta in essere ed isolatamente riguardata, quelle conseguenze sanzionatorie che solo da essa, e non invece da quella globalmente considerata dalla legge, conseguirebbero.
Una siffatta operazione – nel caso considerato si versava in ipotesi di truffa aggravata in danno dello Stato e frode fiscale e si era ritenuta la prevalenza per specialità di tale ultimo reato non previsto nel catalogo dei reati presupposto – si tradurrebbe, invero, nella applicazione di una misura sanzionatoria per una ipotesi criminosa che non la contempla, con conseguente violazione del principio di stretta legalità, che contraddistingue anche l’ordinamento della responsabilità degli enti.
Quella esaminata dalla Seconda Sezione è certamente una ipotesi analoga a quella in discussione perchè il delitto di bancarotta impropria societaria assorbe il reato societario – nel caso di specie manipolazione del mercato, peraltro mai contestato all’ente, al quale, invece, era stato contestato il reato di formazione fittizia di capitale – ed assume una connotazione del tutto propria e particolare, essendo necessario che quella condotta abbia cagionato o aggravato il dissesto della società dichiarata fallita.
Peculiarità a cui non sfugge, come è stato efficacemente sottolineato (vedi Sez. 5, n. 23091 del 29/03/2012, Baraldi, Rv.
252804) nemmeno l’elemento psicologico perchè in tema di bancarotta societaria, il dolo presuppone una volontà protesa al dissesto, da intendersi non già quale intenzionalità di insolvenza, bensì quale consapevole rappresentazione della probabile diminuzione della garanzia dei creditori e del connesso squilibrio economico.
Le specificità e peculiarità del delitto di bancarotta societaria, che assorbono completamente il reato societario, non consentono l’ardita operazione di scomposizione della condotta di bancarotta contestata per far derivare dal reato societario, compreso nel catalogo dei reati presupposto a differenza della bancarotta societaria, la responsabilità amministrativa della società.
Nè a risultati diversi si potrebbe pervenire facendo riferimento al principio di autonomia della responsabilità degli enti sancito dal D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 8, principio non affermato nel provvedimento impugnato, ma nell’ordinanza del 20 luglio 2013 del Tribunale di Bologna, pure pronunciata nei confronti della Uniland, ma costituente oggetto di diverso procedimento incidentale.
Il citato articolo 8, in effetti, non consente la divaricazione tra il delitto contestato alla persona fisica e quello chiamato a fungere da presupposto della responsabilità amministrativa dell’ente.
Tale norma, infatti, si limita soltanto a prevedere l’insensibilità del processo contra societatem alla mancata identificazione o alla non imputabilità della persona fisica e all’estinzione del reato- presupposto per causa diversa dall’amnistia.
Insomma l’importante è che un reato di quelli compreso nel catalogo dei reati presupposto sia stato accertato e sia riferibile ad uno dei soggetti indicati dal D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5, anche se poi manchi o sia insufficiente la prova della responsabilità individuale di uno di tali soggetti.
Il riferimento al principio di autonomia della responsabilità degli enti è, quindi, destituito di fondamento.
3. Venendo ora al denunciato contrasto in ordine al rapporto tra i provvedimenti di sequestro e confisca del profitto del reato e procedura fallimentare quando i provvedimenti di sequestro/confisca riguardino beni di pertinenza della massa attiva di un fallimento, deve rilevarsi che, come messo in evidenza dai ricorrenti, esso appare effettivamente apprezzabile sulla base del panorama giurisprudenziale.
3.1. La sentenza Focarelli delle Sezioni Unite, n. 29951 del 24/05/2004, esaminando il caso di un sequestro preventivo disposto in funzione della confisca facoltativa prevista dall’art. 240 c.p., comma 1, sul profitto di delitti tributari e truffe ai danni dello Stato commessi in forma organizzata, affrontò la questione così enunciata, oggetto di un contrasto di giurisprudenza: “se sia consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca facoltativa di beni provento di attività illecita dell’indagato e di pertinenza di impresa dichiarata fallita”.
Le Sezioni Unite risolsero il contrasto escludendo, pur in mancanza di una previsione legislativa, la radicale insensibilità del sequestro alla procedura concorsuale, affidando al potere discrezionale del giudice la conciliazione dei contrapposti interessi, ovvero di quelli propri della tutela penale (impedire che i proventi di illecito potessero giovare all’indagato) e di quelli tipici della procedura concorsuale (tutela dei legittimi interessi dei creditori nella procedura fallimentare).
Quindi, secondo la sentenza Focarelli, il sequestro penale non sarebbe precluso a condizione che il giudice dia motivatamente conto della prevalenza delle ragioni sottese alla confisca rispetto a quelle attinenti alla tutela dei legittimi interessi dei creditori.
A fondamento della decisione la sentenza poneva alcune condivisibili considerazioni sul rilievo pubblicistico degli interessi perseguiti dalla procedura concorsuale, come è lecito desumere anche dalla Relazione ministeriale alla le
gge fallimentare, e sul ruolo del curatore fallimentare, quale emerge dalle fonti del suo potere, dalle finalità istituzionalmente collegate al suo agire e dai controlli che presidiano la sua attività gestoria, che non deve essere considerato, quindi, come un soggetto privato che agisca in rappresentanza o sostituzione del fallito e/o dei creditori, ma piuttosto come organo che svolge una funzione pubblica nell’ambito della amministrazione della giustizia, incardinato nell’ufficio fallimentare a fianco del tribunale e del giudice delegato.
Inoltre la sentenza Focarelli rilevava che non è possibile, in linea astratta, escludere che lo spossessamento determinato dalla procedura concorsuale assorba la funzione del sequestro preventivo penale, che è quella di evitare che il reo resti in possesso delle cose che sono servite a commettere il reato o che ne sono il prodotto o il profitto, contemperandola con la garanzia dei creditori sul patrimonio dell’imprenditore fallito.
Istanza quest’ultima alla quale non può essere indifferente l’ordinamento penale (come rilevato non solo dalla citata sentenza, ma anche da autorevoli precedenti, quali Sez. U, n. 9 del 18/05/1994, Comit Leasing s.p.a. in proc. Longarini e Sez. U, n. 9 del 28/04/1999, Bacherotti) quando la presunzione di pericolosità sottesa alla misura di sicurezza inerisca non alla cosa illecita in sè ma alla relazione che la lega al soggetto che ha commesso il reato.
Nell’esaminare, poi, le diverse ipotesi di sequestro e confisca, la sentenza Focarelli escludeva che in ipotesi di confisca obbligatoria vi fossero margini di discrezionalità per il giudice, e chiariva che le finalità del fallimento non sono in grado di assorbire la funzione assolta dal sequestro prevalendo la esigenza preventiva “di inibire l’utilizzazione di un bene intrinsecamente e oggettivamente pericoloso in vista della sua definitiva acquisizione da parte dello Stato; sicchè le ragioni di tutela dei terzi creditori sono destinate ad essere pretermesse rispetto alla prevalente esigenza di tutela della collettività”.
3.2. Ma le conclusioni della sentenza Focarelli, che, come si è già notato, si era occupata di una ipotesi di confisca facoltativa e, comunque, non attinente alla confisca prevista dal D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19, lungi dal risolvere il contrasto giurisprudenziale, hanno posto i presupposti per altro ed ancor più delicato contrasto.
Ed, infatti, la conclusione, che, comunque, costituiva un obiter rispetto al thema decidendum, in ordine alla insensibilità della confisca obbligatoria agli interessi dei creditori e, quindi, alla procedura concorsuale sembrava essere attenuata dal riferimento, in un successivo passaggio della motivazione, alla necessità “di inibire l’utilizzazione di un bene intrinsecamente e oggettivamente pericoloso”.
Ora è noto che dal legislatore sono previste ipotesi di confisca obbligatoria – uno dei casi è proprio quello della confisca D.Lgs. n. 231 del 2001, ex art. 19, come meglio si dirà – che non hanno per oggetto cose intrinsecamente pericolose, ovvero gli oggetti di cui all’art. 240 c.p., comma 2, n. 2.
Si è verificata, pertanto, una divaricazione tra chi ha ritenuto che le Sezioni Unite avessero inteso legare il principio della insensibilità assoluta al fallimento alla configurazione legislativa, facoltativa o obbligatoria, della confisca, o avessero, invece, tenuto conto della natura, intrinsecamente pericolosa o meno, del bene che ne forma oggetto.
3.3. Senza alcuna pretesa di completezza, anche perchè, come si vedrà, la soluzione del problema avverrà per ragioni diverse da quelle che hanno originato il contrasto di giurisprudenza, appare opportuno dare conto della giurisprudenza formatasi sul punto.
Stando a un indirizzo, che ben può ritenersi prevalente, ciò che conta al fine di stabilire la insensibilità o meno al fallimento della confisca è la natura della res.
Secondo la sentenza Sorrentino (Sez. 3, n. 20443 del 02/02/2007, Rv 236846) pronunciata in tema di sequestro finalizzato alla confisca D.L. 8 giugno 1992, n. 306, ex art. 12 sexies, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 1992, n. 356, la funzione della confisca obbligatoria prevista dalla norma citata è simile a quella della confisca facoltativa di cui all’art. 240 c.p., comma 1, perchè si vuole impedire che il reo possa commettere ulteriori reati; quindi non trattandosi di res pericolose in sè bisogna tenere conto della procedura concorsuale di analogo rilievo pubblicistico; naturalmente vi è la necessità che il curatore fallimentare agisca con particolare rigore, essendo poi il giudice a compiere le necessarie valutazioni in ordine alla effettiva compatibilità tra le esigenze della prevenzione penale ed il concreto svolgimento della procedura concorsuale.
La sentenza Arconte (Sez. 1, n. 20216 del 01/03/2013, Arconte, Rv 256256), sempre in materia di confisca ex art. 12 sexies, segue l’indirizzo della Sorrentino, precisando che il giudice, nel compiere le sue valutazioni, deve acquisire la ragionevole certezza che attraverso la procedura concorsuale i cespiti non rientreranno nella diretta o indiretta disponibilità del condannato.
Prescindendo dalle particolarità del caso trattato e dal riferimento alla disciplina delle fasi di gestione e liquidazione del patrimonio aziendale confiscabile e confiscato contenuta nel ed codice antimafia, la sentenza Lu.fra trasporti s.r.l. (Sez. 6, n. 49821 del 17/10/2013, Rv 258579) pronunciata in tema di prevenzione antimafia si muove nel solco della sentenza Sorrentino.
La sentenza Grassi, pronunciata in tema di sequestro e confisca per equivalente ex artt. 322 ter e 640 quater c.p., (Sez. 2, n. 31990 del 14/06/2006, Rv 235129), dopo avere confermato il principio dettato dalla sentenza Focarelli che in caso di confisca obbligatoria il sequestro di cose pericolose è insensibile al fallimento, ha precisato che il profitto diretto del reato è insensibile al fallimento trattandosi di beni oggettivamente pericolosi data la loro pertinenza al reato, mentre la confisca per equivalente va trattata come la Focarelli tratta la confisca facoltativa trattandosi di una misura sanzionatoria consistente in un prelievo pubblico a compensazione di un profitto illecito.
Di grande rilievo è poi l’affermazione della sentenza Grassi secondo cui la pretesa dello Stato deve trovare tutela nell’ambito della procedura fallimentare per il rilievo pubblicistico degli interessi perseguiti da tale procedura.
Si tratta certamente di pronunce di interesse, ma che riguardano materie affini e non direttamente i provvedimenti di sequestro e confisca adottabili ai sensi del D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19.
3.4. Due sentenze della Quinta Sezione penale, invece, si occupano specificamente del sequestro per equivalente disciplinato dal citato art. 19.
La prima (Sez. 5, n. 33425 del 08/07/2008, Fazzalari, Rv 240559) segue l’indirizzo della Focarelli precisando che i beni oggetto di confisca per equivalente non sono intrinsecamente pericolosi e che spetta, quindi, al giudice dare conto della prevalenza delle ragioni sottese alla confisca rispetto a quelle che implicano la tutela dei legittimi interessi dei creditori nella procedura fallimentare.
La sentenza Fazzalari afferma, inoltre, che la confisca per equivalente prevista dal D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19, comma 2, diversamente da quella del profitto diretto di cui al primo comma sarebbe prevista come facoltativa in virtù del termine “può” contenuto nella disposizione.
Quest’ultima costituisce affermazione isolata e non condivisibile perchè, a tacere di altri pur importanti argomenti, di cui poi si dirà, il dato lessicale “può” valorizzato dalla sentenza segnala non la facoltatività o discrezionalità, ma il carattere eventuale della confisca per equivalente in relazione alla non scontata sussistenza dei due presupposti attinenti alla impossibilità di procedere alla confisca diretta e alla necessità di individuare altri beni appartenenti all’ente responsabile.
Di grande interesse è la seconda sentenza della Quinta Sezione (n. 48804 del 09/10/2013,
Cur. Fall. Infrastrutture e servizi, Rv 2577553) che trova le ragioni del necessario bilanciamento delle esigenze di tutela penale e quelle dei creditori nel dettato del D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19, che fa salvi i diritti acquisiti dai terzi in buona fede; ebbene – ha affermato tale sentenza – terzo in buona fede rispetto alle vicende personali del fallito è certamente il curatore, come pure i creditori insinuati.
L’interesse della sentenza è costituto dal corretto tentativo di trovare la soluzione del problema nella disposizione normativa specifica che disciplina l’istituto della confisca in danno degli enti, mentre non appare condivisibile, come meglio si dirà, la drastica affermazione che il curatore ed i creditori insinuati siano i terzi in buona fede indicati dalla norma per il semplice fatto che essi non sono certamente titolari di “diritti acquisiti sui beni”.
3.5. A tale prevalente indirizzo se ne è contrapposto altro che, nel disciplinare i rapporti tra sequestro/confisca e fallimento ha, invece, dato rilievo alla natura della confisca.
Su questa linea si sono espresse essenzialmente tre pronunce: le prime due (Sez. 6, n. 31890 del 04/03/2008, Bruno, Rv 241013; e Sez. 1, n. 16783 del 07/04/2010, Profilo, Rv 246994), in materia di prevenzione antimafia, affermano che la res confiscabile è per presunzione assoluta pericolosa perchè frutto di attività illecita, cosicchè, trattandosi di confisca obbligatoria, se ne deve affermare la insensibilità al fallimento in attuazione del principio dettato dalla più volte citata sentenza Focarelli; la seconda sentenza, poi, dopo aver negato al curatore fallimentare dell’impresa alla quale appartengono i beni confiscabili il diritto di intervenire nel procedimento di prevenzione patrimoniale, ha riconosciuto allo stesso la possibilità di proporre incidente di esecuzione avverso il provvedimento di sequestro.
La terza decisione ascrivibile a tale minoritario indirizzo è stata, invece, pronunciata proprio in tema di sequestro disposto ai sensi del decreto legislativo n. 231 del 2001 (Sez. 6, n. 19051 del 10/01/2013, Curatela fall. Soc. Tecno Hospital s.r.l., Rv 255255).
Tale decisione, dopo avere riconosciuto alla confisca del profitto nei confronti dell’ente la natura di sanzione principale ed autonoma anche quando si tratti di confisca per equivalente di cui al D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19, comma 2, ed averne, conseguentemente, affermato la obbligatorietà, trattandosi di profitto ottenuto illecitamente in quanto derivante da reato, ha dichiarato, in ossequio all’obiter della sentenza Focarelli, la assoluta insensibilità del sequestro finalizzato a confisca obbligatoria alla procedura fallimentare.
4. Per risolvere i problemi derivanti dal rapporto tra il sequestro/confisca D.Lgs. n. 231 del 2001, ex art. 19, e la procedura fallimentare è necessaria una impostazione diversa da quella seguita dalla sentenza Focarelli, che fondava le sue conclusioni sul presupposto, non condivisibile, della mancanza di disposizioni legislative in materia e sulla necessità, comunque, di contemperare le differenti e, per molti aspetti ritenute contrastanti, esigenze della tutela penale e dei legittimi diritti dei creditori.
Ed infatti non può parlarsi di assenza di disciplina, perchè, quantomeno per le ipotesi di sequestro/confisca in danno degli enti, il D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19, se approfonditamente analizzato, nella sua lettera e nella sua logica, consente sia una ricostruzione precisa dell’istituto del sequestro/confisca, sia una armonica soluzione del rapporto tra tale istituto e la eventuale procedura fallimentare a carico dell’ente.
Conviene, per esigenze di chiarezza e più rapida intelligenza dei problemi, riportare il testo del citato art. 19: “1. Nei confronti dell’ente è sempre disposta, con la sentenza di condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato. Sono fatti salvi i diritti acquisiti dai terzi in buona fede. – 2. Quando non è possibile eseguire la confisca a norma del comma 1, la stessa può avere ad oggetto somme di denaro, beni o altre utilità di valore equivalente al prezzo o al profitto del reato”.
4.1. Dalla lettura del testo emergono immediatamente con tutta evidenza la natura della confisca, così come configurata dal citato art. 19, e la stretta connessione funzionale tra la misura cautelare reale del sequestro e la confisca.
Il sequestro, previsto dall’art. 53, in relazione al D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19, è disciplinato, infatti, in prospettiva della futura confisca, anche per equivalente, del prezzo e del profitto del reato.
Si tratta di un connessione funzionale tra la misura cautelare reale e la confisca simile a quella disciplinata dall’art. 321 c.p.p., comma 2 bis, e, quindi, il regime del sequestro – obbligatorio o facoltativo – segue quello della confisca; è necessario, pertanto, esaminare brevemente tale ultimo istituto.
La confisca disciplinata dal decreto legislativo n. 231 del 2001 è una vera e propria sanzione principale, obbligatoria ed autonoma, come è stato chiarito dalla giurisprudenza (ex multis Sez. U, n. 26654 del 27/03/2008, Impregilo-Fisia Impianti; Sez. 2, n. 9829 del 16/02/2006, Miritello, Rv 233373; Sez. 6, n. 34505 del 31/05/2012, Codelfa) e dalla prevalente dottrina, quando venga disposta in danno di un ente ritenuto responsabile di un illecito amministrativo dipendente da reato; del resto è lo stesso D.Lgs. n. 231 del 2001, che all’art. 9, comma 1, lett. c), attribuisce natura sanzionatoria alla confisca.
Il più volte citato decreto, invero, dando attuazione alla Convenzione OCSE 17/12/1997 che all’art. 2, obbligava gli Stati aderenti ad assumere “le misure necessarie a stabilire la responsabilità delle persone morali” ha introdotto nel nostro ordinamento uno specifico e, per molti aspetti, innovativo sistema punitivo per gli enti collettivi superando il tradizionale principio societas delinquere et puniri non potest; ne è derivata la individuazione di originali sanzioni interdittive, pecuniarie ed ablatorie, che fossero in stretto rapporto funzionale con la responsabilità accertata.
Restando nei limiti di ciò che è strettamente necessario alla presente decisione, bisogna ricordare che il sistema sanzionatorio previsto per gli enti dal D.Lgs. n. 231 del 2001, fuoriesce dagli schemi tradizionali incentrati sulla distinzione tra pene e misure di sicurezza, tra pene principali e pene accessorie e mira a stabilire uno stretto rapporto funzionale tra la responsabilità accertata e la sanzione da applicare.
Rapporto quest’ultimo ravvisabile, quindi, non solo per la confisca del prezzo e del profitto del reato, ma anche per quella di valore prevista dal D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19, comma 2, perchè, come efficacemente è stato rilevato (Sez. U, Impregilo – Fisia Italimpianti, già citata), “la confisca assume più semplicemente la fisionomia di uno strumento volto a ristabilire l’equilibrio economico alterato dal reato – presupposto, i cui effetti – appunto economici – sono comunque andati a vantaggio dell’ente collettivo, che finirebbe, in caso contrario, per conseguire un profitto geneticamente illecito”.
La qualificazione della confisca come sanzione principale è certamente innovativa, dal momento che nel nostro sistema ordinamentale era stata, e lo è tuttora, variamente qualificata.
Se il codice Zanardelli, infatti, la elencava tra gli “effetti penali della condanna”, il codice Rocco la cataloga, con la previsione dell’art. 240 c.p., tra le misure di sicurezza patrimoniali, e la fonda, come precisato dalla giurisprudenza (Sez. U, n. 1 del 22/01/1983, Costa) sulla pericolosità derivante dalla disponibilità di cose servite o destinate a commettere il reato ovvero delle cose che ne sono il prodotto o il profitto e finalizzata a prevenire la commissione di ulteriori reati.
Successivamente sono state introdotte nell’ordinamento ipotesi di confisca obbligatoria dei beni strumentali alla consumazione del reato e del profitto ricavato; e sempre con l’obiettivo di impedire che l’autore d
el reato potesse godere del profitto dello stesso il legislatore ha, poi, previsto numerose ipotesi di confisca per equivalente nei casi in cui non fosse possibile aggredire il profitto diretto del reato. La natura sostanzialmente sanzionatoria della confisca per equivalente risulta, quindi, evidente.
Va comunque detto che nello stesso testo legislativo sulla responsabilità degli enti la confisca assume funzioni diverse e, quindi, deve essere in diverso modo qualificata: se quella indicata dall’art. 9, comma 1 del citato decreto in relazione all’art. 19, si atteggia non solo per la espressione letterale usata dal legislatore, ma anche per la già descritta funzione sanzionatoria e specialpreventiva che alla stessa è demandata, come vera e propria sanzione amministrativa conseguente ad un reato, a quella prevista dall’art. 6, comma 5, del decreto in esame applicabile in ipotesi di assenza di responsabilità dell’ente, ad esempio, non può essere riconosciuta una funzione sanzionatoria proprio per la mancanza di responsabilità dell’ente.
4.2. L’applicazione della sanzione della confisca del prezzo o del profitto del reato prevista dal D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19, commi 1 e 2, non è lasciata alla discrezionalità del giudice, ma è obbligatoria.
E’, infatti, la legge che esplicitamente prevede che nei confronti dell’ente “è sempre disposta… la confisca del prezzo o del profitto del reato”; l’espressione letterale adoperata dal legislatore non si presta ad alcun equivoco: una volta accertato il reato presupposto e stabilita la responsabilità dell’ente, il giudice deve confiscare il prezzo e/o il profitto del reato.
D’altronde una tale soluzione discende dai principi generali, nel senso che una volta accertata la responsabilità di una persona per il reato contestatogli il giudice non può, nel nostro sistema penale – e la responsabilità degli enti è in buona sostanza modellata su quella penale – omettere di applicare la sanzione prevista dal codice o dalle leggi speciali, essendo la sua discrezionalità limitata alla sola misura della sanzione da infliggere al colpevole.
Del resto non conviene insistere sul punto perchè dottrina e giurisprudenza sono concordi nel ritenere l’obbligatorietà della sanzione della confisca D.Lgs. n. 231 del 2001, ex art. 19, quando sia stata accertata la responsabilità dell’ente.
4.3. Qualche incertezza si è avuta soltanto per la ipotesi prevista dal più volte citato art. 19, comma 2, ovvero per la confisca di valore equivalente al prezzo o al profitto quando non sia possibile eseguire la confisca del profitto immediato.
La disposizione, che riproduce analoghe forme di confisca per valore introdotte nel nostro sistema per i reati contro la pubblica amministrazione – art. 322 ter c.p., – e per i delitti di truffa in danno dello Stato o di altri enti pubblici – art. 644 quater c.p. – (Sez. 6, n. 19051 del 10/01/2013, Curatela fall. Soc. Tecno Hospital, Rv 255255 ha sottolineato la perfetta omogeneità funzionale tra la confisca per equivalente contra societatem e quelle previste dal codice penale dagli artt. 322 ter, 640 quater e 644 c.p.), prevede senz’altro una ipotesi di confisca obbligatoria, come chiarito dalla giurisprudenza maggioritaria di legittimità e dalla unanime dottrina, fatta salva una opinione contraria.
L’equivoco è stato introdotto, come si è già notato, da una sentenza (Sez. 5, n. 33425 del 08/07/2008, Fazzalari), che per giustificare, o meglio nel tentativo di rinvenire un fondamento normativo alla ritenuta necessità di un raffronto tra le esigenze sanzionatorie e quelle dei creditori in ipotesi che i beni da sottoporre a sequestro facessero parte della massa attiva di una procedura concorsuale, ha ritenuto che il termine “può”, utilizzato dal legislatore all’art. 19, comma 2, Decreto n. 231 del 2001, stesse ad indicare la facoltatività della confisca di valore da tale norma prevista.
L’interpretazione della sentenza Fazzalari non appare corretta perchè, sotto il profilo lessicale il termine “può”, come è già stato posto in evidenza, segnala, non la facoltatività o la discrezionalità, ma il carattere eventuale della confisca per equivalente in relazione alla non scontata sussistenza dei due presupposti attinenti alla impossibilità di procedere alla confisca diretta del profitto ed alla necessità di individuare altri beni appartenenti all’ente responsabile.
Inoltre, sotto un profilo sistematico, proprio la confisca di valore ha chiari connotati sanzionatori, cosicchè sarebbe davvero singolare che alla affermazione di responsabilità dell’ente non seguisse, come doveroso, la prevista sanzione; la finalità del legislatore è, invero, quella di ristabilire l’equilibrio economico alterato dal reato, finalità che verrebbe frustrata dall’interpretazione in discussione, risultando favoriti gli enti più capaci di alienare e/o dissimulare i beni, e comunque, ì proventi illecitamente acquisiti.
Per concludere sul punto si deve, pertanto, ritenere che sia la confisca prevista dal D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19, comma 1, sia quella di valore prevista dal comma 2, dello stesso articolo siano vere e proprie sanzioni principali ed obbligatorie (vedi sul punto, tra le tante, Sez. 6, n. 14973 del 18/03/2009, Azzano, Rv 243507;
Da tutte le precedenti considerazioni segue l’enunciazione dei seguenti principi di diritto:
“il curatore fallimentare non è legittimato a proporre impugnazione contro il provvedimento di sequestro adottato ai sensi del D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19”.
“La verifica delle ragioni dei terzi al fine di accertarne la buona fede spetta al giudice penale e non al giudice fallimentare”.
11. Le conclusioni raggiunte impongono, pertanto, la declaratoria di inammissibilità dei ricorsi e la condanna delle ricorrenti, singolarmente, al pagamento delle spese processuali.
Si omette la condanna delle ricorrenti al versamento di una somma in favore della cassa delle ammende, tenuto conto della particolarità delle questioni e della peculiare novità della decisione.
Corte di Cassazione, sentenza n. 7392 del 19.02.2015
Sussiste la fattispecie di “disturbo alle occupazioni ed al riposo delle persone” di cui all’art. 659 c.p., se i rumori abbiano una tale intensità da arrecare disturbo ad una pluralità di persone.
Tale principio è stato enunciato dalla Suprema Corte relativamente al ricorso presentato dai proprietari di un cane, avverso la pronuncia con cui il Tribunale li aveva condannati ex art. 659 c.p., per non aver impedito il continuo abbaiare del loro animale.
Lamentavano i ricorrenti, appellandosi al principio della plurioffensività della condotta, come invece, nel caso in questione, ad essere disturbati fossero stati solo i vicini denuncianti, considerato che non esisteva altro nucleo abitativo nei pressi.
In proposito la Cassazione, concordando con l’interpretazione del ricorrente, ha puntualizzato come la rilevanza penale della condotta produttiva dei rumori, censurati come forma di disturbo alle occupazioni ed al riposo delle persone, richieda l’incidenza sulla quiete pubblica, quale interesse che il legislatore intende qui tutelare.
Sicché i rumori e schiamazzi devono avere una tale diffusività che l’evento di disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere risentito da un numero indeterminato di persone, pur se poi concretamente solo taluna se ne possa lamentare.
Corte di Cassazione, sentenza n. 8170 del 24.02.2015
Commette reato di truffa aggravata e non di estorsione, colui che, al fine di trarre un ingiusto profitto, si spaccia per facente parte dell’Amministrazione finanziaria e induce il titolare di un’attività commerciale a consegnargli una somma di denaro, dietro minaccia di sottoporlo ad accertamento fiscale.
E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione, 2^ Sez. Penale, con la sentenza in oggetto, rigettando le ragioni addotte dall’imputato avverso la sua condanna per il reato di cui all’art. 629 c.p..
Il ricorrente, in particolare, era stato condannato per aver indotto un commerciante – attribuendosi il falso
stato di appartenenza all’Agenzia delle Entrate ed esibendo gli appositi distintivi – a farsi consegnare una determinata somma di denaro, minacciandolo, ove non avesse provveduto, di un imminente accertamento fiscale nei confronti della sua attività.
La Corte di Cassazione, annullando con rinvio la statuizione del provvedimento impugnato circa la qualificazione dei fatti contestati, ha ritenuto sussistere, nella fattispecie, il reato di truffa aggravata ai sensi dell’art. 640 c.p..
Corte di Cassazione, sentenza n. 5735 del 9.2.2015
Nell’esercizio di professioni rumorose, il mero superamento dei limiti di emissione fissati, si configura come illecito amministrativo di cui alla legge 447/95, mentre integra la contravvenzione penale di cui all’art. 659 comma 1 c.p., lo svolgimento delle attività, in modo tale da turbare la pubblica quiete.
E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza in esame, in rigetto del ricorso presentato dal gestore di una discoteca, condannato, a seguito di giudizio abbreviato, ai sensi dell’art. 659 comma 1 c.p..
Il ricorrente lamentava un’arbitraria riqualificazione dei fatti contestati, ricondotti, nell’imputazione originaria, nella fattispecie di cui al comma 2 medesimo art. 659 c.p..
Con la pronuncia in esame, la Cassazione ha pertanto colto l’occasione per delineare in maniera più puntuale, previo ampio excursus normativo e giurisprudenziale, l’ambito di applicazione di ipotesi sanzionatorie aventi presupposti simili.
Ha stabilito, in particolare, la Suprema Corte che, con riferimento a mestieri o attività rumorosi, si configura il solo illecito amministrativo ex art. 10 legge 447/95, qualora si verifichi esclusivamente il mero superamento dei limiti di emissione dalla medesima legge fissati.
Quando invece la condotta si concreti nella violazione di disposizioni e prescrizioni dettate dalle competenti autorità, sarà configurabile la contravvenzione sanzionata dall’art. 659 comma 2 c.p.
Infine, nel caso in cui il mestiere si svolga eccedendo le normali modalità di esercizio, in modo da turbare la pubblica quiete, sarà invece configurabile la violazione sanzionata dall’art. 659, comma 1 c.p.
Nel caso di specie la Cassazione, dapprima escludendo la configurabilità del suddetto illecito amministrativo, ha riscontrato come l’attività di discoteca avvenisse spesso sino a tarda notte, ovvero ben oltre l’orario di cui all’autorizzazione amministrativa, in modo da arrecare turbamento al riposo ed alle occupazioni delle persone.
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References: Sentenza 
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 art. 179
 sentenza 
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 Sentenza 
 Cass. Sez. 
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 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 19
 art. 19
 articolo 19
 art. 19
 art. 19
 art. 19
 art. 2
 art. 8
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 art. 5
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 art. 19
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 art. 12
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 art. 19
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 art. 19
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 art. 19
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 art. 19
 art. 19
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 art. 19
 art. 19
 art. 19
 art. 19
 art. 19
 art. 19
 art. 322
 art. 644
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 art. 19
 art. 19
 sentenza 
 art. 659
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 art. 659
 art. 10