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﻿ Cassazione sentenza n. 24476 del 21 novembre 2011 - Riduzione dell'orario di lavoro e consenso delle parti - Studio Cerbone
Cassazione sentenza n. 24476 del 21 novembre 2011 – Riduzione dell’orario di lavoro e consenso delle parti
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Corte di Cassazione sentenza n. 24476 del 21 novembre 2011
RAPPORTO DI LAVORO – PART TIME – RIDUZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO – CONSENSO DELLE PARTI
Nel rapporto di lavoro a tempo parziale la volontà di riduzione dell’orario ha carattere necessariamente bilaterale anche relativamente alla collocazione temporale della prestazione lavorativa in un determinato orario; conseguentemente non può essere attuata unilateralmente dal datore di lavoro alcuna modifica di orario, essendo necessario per operare tale modifica il consenso di entrambe le parti.
Si è, infatti, statuito (Cass. sez. 1, n. 21803 dell’11/10/2006) che “nella società in accomandita semplice, soltanto la quota di partecipazione del socio accomandante è trasmissibile per causa di morte, ai sensi dell’art. 2322 c.c., mentre in caso di morte del socio accomandatario trova applicazione l’ari 2284 c.c., in virtù del quale gli eredi non subentrano nella posizione del defunto nell’ambito della società, e non assumono quindi la qualità di soci accomandatari a titolo di successione “mortis causa”, ma hanno diritto soltanto alla liquidazione della quota del loro dante causa, salvo diverso accordo con gli altri soci in ordine alla continuazione della società, e fermo restando che in tal caso l’acquisto della qualifica di socio accomandatario non deriva dalla posizione di erede del socio accomandatario defunto, ma dal contenuto del predetto accordo”.
Si sostiene che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte d’appello, dalle dichiarazioni rese dal C. in sede di libero interrogatorio e dai documenti versati in atti emergerebbe che la riduzione dell’orario di lavoro era stata concordata ed accettata dai lavoratori dell’azienda. A conclusione del motivo è posto il quesito di diritto col quale si chiede di accertare se le risposte date dalle parti in sede di libero interrogatorio ex art. 420 c.p.c. possano costituire l’unica fonte di convincimento del giudicante.
In effetti, il D.L. 30/10/84, n. 726, convertito, con modificazioni, nella legge 19 dicembre 1984, n. 863, all’art. 5, comma 10, prevede che la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto di lavoro a tempo parziale è ammessa solo su accordo delle parti, risultante da atto scritto, convalidato dall’Ufficio Provinciale del Lavoro e sentito il lavoratore interessato. 3. Col terzo motivo di doglianza sono denunziati i seguenti vizi della sentenza: – Violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 2 e comma 10, del D.L. 30/10/1984 n. 726, convertito in L. 19/12/1984 n. 863, dell’art. 2094 c.c., dell’art. 1207, comma 2 c.c., dell’art. 2126 c.c. e dell’art. 2697 c.c, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c. – Violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c. – Omessa o insufficiente motivazione su un punto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.
4. Con l’ultimo motivo è lamentata la violazione e falsa applicazione dell’art. 2126, comma 1, c.c., dell’art. 5, comma 2 e comma 10, del D.L. 30/10/1984 n. 726, convertito in L. 19/12/1984 n. 863, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., nonché l’omessa o insufficiente motivazione su un punto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360, n. 5 c.p.c. Si contesta, in particolare, che la Corte territoriale sia incorsa in errore nel ritenere che la riduzione unilaterale dell’orario di lavoro potesse comportare l’automatica instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo pieno e si aggiunge che una tale conseguenza non poteva scaturire nemmeno dalla nullità della clausola verbale di effettuazione del lavoro a tempo parziale, potendosi attribuire, semmai, a norma dell’art. 2126, comma 1, c.c., la retribuzione proporzionata alla prestazione in concreto eseguita.
Invero, come questa Corte ha già avuto modo di affermare (Cass. sez. lav. n. 5330 del 10/3/2006), “la nullità della clausola sul tempo parziale, per difetto di forma scritta, anche sulla scorta delle indicazioni offerte con la sentenza della Corte costituzionale n. 283 del 2005, non implica, ai sensi dell’art. 1419, comma primo, c.c., l’invalidità dell’intero contratto – a meno che non risulti che i contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte colpita da nullità – e comporta, per il principio generale di conservazione del negozio giuridico colpito da nullità parziale, che il rapporto di lavoro deve considerarsi a tempo pieno. (Nella specie la Corte ha confermato la decisione di merito che aveva, tra l’altro, rilevato che era onere del datore di lavoro dedurre e dimostrare che non avrebbe mai voluto costituire un rapporto a tempo pieno, circostanza in concreto nemmeno adombrata dallo stesso datore)”.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 420
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