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Timestamp: 2018-04-24 06:55:31+00:00

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Incapacità di donare può desumersi dall’invalidità lavorativa - Studio di consulenza legale e fiscale
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Giuseppina Vassallo -
Cassazione civile , sez. VI-2, ordinanza 17.09.2013 n° 21148
Il caso. In primo grado, il giudice di merito annulla una donazione fatta da una donna la quale, qualche tempo prima del compimento dell’atto, era stata dichiarata invalida con totale e permanente inabilità lavorativa al 100% e con necessità di assistenza continua, non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita. La donna era risultata affetta da un'arteriosclerosi cerebrale con turbe della memoria e del comportamento, e una vascolopatia cerebrale senile. I donatari impugnano la sentenza e la Corte di Appello di Catania, ribaltando la pronuncia del Tribunale, dichiara valida la donazione già annullata. Ricorrono per Cassazione le eredi della donna.
La sentenza della Cassazione n. 21148/2013. La pronuncia della Cassazione esamina l’iter logico argomentativo fornito dalla Corte catanese. La circostanza che la donante non fosse interdetta, comporterebbe che la dimostrazione dell'incapacità naturale di lei grava su chi chiede l’annullamento della donazione, non essendo sufficiente ad invertire l'onere probatorio, il solo certificato della Commissione medica, rilasciato un anno e mezzo prima della donazione ai fini della domanda di pensione per invalidità e/o di indennità d'accompagnamento, poichè tale atto attestava esclusivamente un'invalidità ostativa al lavoro e uno stato di non autosufficienza, ma non anche un'incapacità naturale.
Tale assunto non è condiviso. La sentenza della Cassazione, infatti, rileva che giustamente il Tribunale aveva tenuto conto del principio giurisprudenziale dominante in materia secondo cui, una volta provata l'infermità mentale permanente, è onere di chi afferma la validità dell'atto dimostrare che sia stato compiuto in occasione di una temporanea regressione della patologia, ovvero in un lucido intervallo, secondo la corretta interpretazione delle norme di cui all’art. 2697 c.c. e 428 c.c. (cfr. Cass. Civ. n. 17130/2011, Cass. Civ. n. 9662/2003 e Cass. Civ. n. n. 4539/2002).
Al contrario, la Corte pur acquisendo al giudizio la prova di una malattia mentale e quindi di una patologia permanente che avrebbe determinato l'inversione dell'onere probatorio ai fini della validità della donazione, ha ritenuto il referto ricollegabile soltanto all’accertamento dell’invalidità lavorativa finalizzata alla richiesta di una pensione e indennità di accompagnamento.
Secondo la Cassazione è palese l'illogicità del ragionamento svolto dal giudice dell’appello, che invece di valutare direttamente se la malattia così come diagnosticata avesse o no incidenza sulle facoltà cognitive del soggetto donante, ha desunto dalla certificata inabilità al lavoro che l'incapacità naturale non fosse stata esistente.
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