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Timestamp: 2017-07-26 16:50:59+00:00

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Caso Improta c. Italia (maggio 2017). L’avvocato Tomas Delmonte commenta il recente provvedimento CtEDU. Il testo della sentenza – Centro Antiviolenza Bigenitoriale
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Monumentale condanna CEDU all'Italia per violazione dell'articolo 8. La Corte ritiene inammissibili le lungaggini che intercorrono tra quando viene ostacolato il rapporto genitoriale e quando questa condotta viene interrotta dall'autorità giudiziaria.
Ai sensi dell’art. 34 della Convenzione EDU, il Sig. Giammarco Improta ha depositato in data 06.10.2014 un ricorso avverso lo Stato italiano per la violazione dell’art. 8 della Convenzione, lamentando la violazione del proprio diritto ad avere relazioni familiari piene con la propria figlia minore, nata nel marzo 2010 da una relazione sentimentale non fondata su matrimonio.
Già il mese successivo alla nascita della minore, la coppia va in crisi e la madre della minore cambia la serratura della porta di casa, dove entrambi vivevano, impedendo al padre l’accesso alla residenza.
Nel novembre 2010, il padre ricorre al Tribunale per i Minorenni di Napoli per chiedere l’affidamento condiviso della minore nonché la fissazione di tempi di frequentazione.
Da quel momento e fino alla conclusione del procedimento avanti il TM, il padre tenta in ogni modo di stabilire relazioni stabili con la figlia, scontrandosi, tuttavia, con l’inerzia del TM nonché con l’indisponibilità della madre a condividere tempi di frequentazione adeguati e non unilateralmente stabiliti.
Veniva disposta CTU psicologica, le cui risultanze prevedevano che tra i genitori vi era un’elevata conflittualità, pur essendo i genitori dotati di competenze genitoriali adeguate al compito, che la madre negava il ruolo del padre ed era preoccupata per le di lui competenze genitoriali, mentre il padre riconosceva il ruolo e la figura della madre, riferendo che la bimba era legata ad entrambi e che nessuno della famiglia materna era in grado di mediare le posizioni radicali della madre. La CTU terminava affermando che il padre non aveva dato prova che le relazioni con la minore fossero costanti, ma il padre contestava tale assunto, ribadendo l’impossibilità di vedere la minore al di fuori dei ristretti tempi stabiliti unilateralmente dalla madre e che tali rari incontri avvenivano sempre alla presenza della madre.
Nel luglio 2013, il TM emetteva un provvedimento con cui stabiliva l’affidamento condiviso della minore, con residenza presso la madre e tempi di frequentazione per la relazione padre-figlia come segue: fino al compimento del terzo anno di età, due pomeriggi a settimana per tre ore ciascuno ed una domenica ogni due. Dopo il terzo anno di età, un weekend su due in alternanza con la madre; tale alternanza sarebbe dovuta valere anche per il Natale, Pasqua ed i compleanni.
In aggiunta, anche a seguito di indagini redditual-patrimoniali sui genitori, il TM stabiliva un contributo al mantenimento della minore, a carico del padre, pari ad Euro 1500,00/mese. Si sottolinea che la CTU è durata dal novembre 2011 al gennaio 2013.
Il padre interponeva reclamo alla Corte d’Appello di Napoli, la quale, con provvedimento dd. 19.03.2014, confermava quanto stabilito dal TM, senza ordinare una nuova CTU psicologica, riducendo tuttavia il contributo al mantenimento ad Euro 1000,00/mese. I ridotti tempi di frequentazione padre-figlia non venivano modificati poiché la Corte riteneva che il padre non mostrava di avere competenze affettive, psicologiche e relazionali tali da beneficiare di tempi di frequentazioni più ampi.
Ad ottobre 2014, il padre ricorreva in Cassazione, lamentando che l’affidamento condiviso della figlia non era, in realtà, concretamente garantito ma era meramente formale.
Con il ricorso alla Corte, il padre lamenta di non avere rapporti con la figlia a causa della lentezza dei procedimenti e che ciò costituisce una grave ed arbitraria ingerenza dello Stato nelle relazioni padre-figlia; circostanza contestata dall’Italia, il cui rappresentante replicava affermando che il tempo impiegato si era reso necessario proprio per dare corso alle istanze del padre e che, medio tempore, il padre aveva goduto di un tempo di frequentazione stabilito (un weekend ogni due, in alternanza con la madre).
A tali argomentazioni del rappresentante per l’Italia, la Corte afferma, innanzitutto e con forza, che le frequentazioni tra un genitore ed il figlio sono un elemento fondamentale della vita familiare e che le misure interne che impediscano ciò costituiscono ingerenza nel diritto tutelato dall’art. 8 della Convenzione, che tutela proprio l’individuo contro le ingerenze del la pubblica autorità ma richiede altresì alle stesse autorità la messa in campo di azioni positive per il rispetto EFFETTIVO della vita familiare.
La Corte ribadisce come non sia possibile prevedere un elenco preciso di attività positive e negative che l’autorità debba porre in essere, ma caso per caso va stabilito quale sia il miglior contemperamento tra le esigenze della società ed il diritto alle relazioni familiari dell’individuo.
La Corte concorda sul fatto che la pubblica autorità non abbia l’obbligo assoluto ad agevolare e favorire le relazioni familiari; ma è altrettanto vero che le misure poste in essere dall’autorità devono essere adeguate, non certo automatiche e stereotipate, anche in relazione alla rapidità con cui esse sono poste in essere, poiché il tempo che scorre può avere conseguenze negative sulle relazioni tra il minore ed il genitore non convivente e trasformare il problema in lite prolungata.
Ebbene, la Corte ha stabilito che, a fronte delle iniziative giudiziarie del padre perché fosse assicurato il diritto alla propria relazione con la figlia, la pubblica autorità nazionale ha posto in essere azioni inadeguate dal punto di vista della durata, atteso che la madre fin dall’inizio ha posto in essere gravi ostacoli alla frequentazione padre-figlia, addirittura giungendo ad impedire al padre l’accesso alla casa, ad imporre la propria presenza agli incontri padre-figlia. La stessa durata della CTU in primo grado è stata tale da compromettere le relazioni tra figlia e genitore non convivente, dato che essa è durata oltre un anno.
L’autorità nazionale avrebbe dovuto sanzionare con efficacia la condotta della madre, giudicata unica responsabile del rifiuto ad incontri liberi tra padre e figlia. Gli incontri protetti, peraltro ritenuti non necessari in quanto la minore non correva alcun pericolo, sono stati disposti solo un anno dopo il ricorso paterno, durante il quale il Tribunale ha lasciato che la madre decidesse in via autonoma ed esclusiva il tempo ed il modo con cui il padre doveva frequentare la minore, impedendo, così, il realizzarsi concreto della relazione padre-figlio.
La condotta materna, impeditiva della possibilità di realizzazione di una vera e propria relazione tra padre e figlia, necessitava da parte della pubblica autorità la predisposizione di azioni specifiche volte a riparare al danno che il trascorrere del tempo ha causato, per fatto imputabile alla sola madre.
L’aver avuto bisogno di un anno per la pronuncia sul diritto di visita paterno, dovuto alle indagini redditual-patrimoniali per stabilire l’ammontare del contributo al mantenimento, ha danneggiato il padre nella sua richiesta di prevedere tempi certi di frequentazione.
Viene criticata anche la decisione della Corte d’Appello di non rinnovare la CTU, nonostante fosse noto che i rapporti padre-figlia fossero stati nel frattempo resi liberi, poiché sarebbe stata l’occasione per un aggiornamento sullo stato delle relazioni padre-figlia.
Date le carenze sopra citate, la Corte ritiene che l’Italia non abbia preso tutte le misure necessarie che si potevano razionalmente prevedere ed esigere allo scopo di mantenere un legame familiare tra il ricorrente e la propria figlioletta, nell’interesse di entrambi; tale assunto conduce alla decisione della Corte secondo cui l’Italia ha nuovamente violato l’art. 8 della Convenzione, con conseguente condanna della stessa a rifondere al ricorrente la somma di Euro 15.000/00, comprensiva di liquidazione del danno morale e delle spese legali, oltre ad oneri accessori.
Tomas Delmonte Avvocato in Verona
Il testo del comunicato stampa rilasciato dalla CtEDU
Il richiedente, signor Giammarco Improta, è italiano è nato nel 1969 e vive a Pozzuoli. Il caso riguardava la sua impossibilità ad esercitare il diritto di visita a causa dell’opposizione manifestata dalla madre di suo figlio.
In breve, dopo la nascita di sua figlia il 25 marzo 2010, il sig. Improta si separa dalla mamma di sua figlia. Nel frattempo, quest’ultima cambia la serratura della casa coniugale e decide unilateralmente che il papà avrebbe potuto vedere la figlia solo due volte a settimana per mezz’ora e in sua presenza.
Nel novembre 2010, il sig. Improta si rivolge al Tribunale dei minorenni di Napoli per richiedere l’affido condiviso della figlia e l’ampliamento delle visite. Il Tribunale dei minorenni ordina all’Agenzia delle Entrate di effettuare un’ispezione volta a determinare il tenore di vita del sig. Improta e della ex moglie. Viene altresì disposta una perizia sulla qualità delle loro relazioni personali e sulla loro capacità genitoriale. La CTU doveva stabilire i criteri migliori per la custodia della bambina.
Nel gennaio 2013 si ha il deposito del documento peritale. Questo consigliava, in particolare, che ai genitori dovesse venire accordato l’affidamento condiviso e che al padre dovesse venire garantita la possibilità di vedere sua figlia senza che la madre fosse presente.
Nella sentenza del 2 luglio 2013, il Tribunale dei minorenni disponeva la custodia ad entrambi i genitori, statuiva che la dimora principale della bambina dovesse essere assieme alla madre e stabiliva i criteri per il diritto di visita del padre. Il signor Improta faceva ricorso in Appello, pretendendo incontri più frequenti. Nella sentenza del 19 marzo 2014, la Corte d’Appello di Napoli confermava la decisione di primo grado. Il sig. Improta impugnava secondo i termini di legge. Il procedimento è ancora pendente davanti alla Corte di Cassazione.
Facendo affidamento sull’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), il richiedente sosteneva che la giurisdizione interna non avesse salvaguardato il suo diritto di visita, con ciò minando irrimediabilmente il legame con sua figlia.
Violazione dell’art. 8, riparazione della violazione:
3.000 euro (danni morali) e 12.000 euro (spese processuali)
AFFAIRE IMPROTA c. ITALIE – CtEDU, sezione prima – 4 maggio2017. Scarica il testo in lingua francese
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