Source: http://win.carc.it/CARC/comunicati/com2007/agosto08/com.2008_08.08.htm
Timestamp: 2019-05-20 19:10:45+00:00

Document:
Il 24 luglio lo stesso GUP ha depositato la motivazione della sentenza (disponibile in versione integrale sul sito www.carc.it), in cui, in sostanza, illustra perché ha deciso per il non luogo a procedere.
Nelle 84 pagine dell’articolata sentenza prodotto di un accurato esame degli atti del procedimento, il giudice Zaccariello, esponendo le motivazione giuridiche del non luogo a procedere, smonta punto per punto i capi di imputazione (il metodo violento, la clandestinità, i rapporti con altre organizzazioni combattenti o clandestine di matrice comunista) sui quali il PM Giovagnoli aveva costruito la sua montatura giudiziaria, liquida il “compendio probatorio”, cioè la mole delle cosiddette prove messe assieme da Giovagnoli con intercettazioni, pedinamenti, perquisizioni e sequestri durati ben cinque anni, come “del tutto inidoneo a qualificare tale struttura (la CP del (n)PCI) come associazione con finalità di terrorismo ed eversione ai sensi dell’art. 270 bis” e conclude che “il compendio probatorio presenta (…) carenze fondamentali che non potrebbero in alcun modo essere sanate in una successiva fase dibattimentale e che pertanto inducono a ritenere sin da ora, dall’esito della udienza preliminare, che sia impossibile formulare con ragionevole fondamento una prognosi di condanna”.
Per quanto riguarda il metodo violento, il GUP afferma che “manca del tutto la prova che la CP(n)PCI intendesse perseguire il proprio progetto politico eversivo mediante il ricorso al compimento di atti di violenza, (…) manca il benché minimo riscontro che fossero in atto attività preparatorie alla commissione di atti di violenza con finalità eversiva”, cioè mancano le basi per poter ipotizzare un’associazione con finalità di terrorismo.
Per quanto riguarda la clandestinità, si legge nella sentenza, “in tutto il materiale documentale sottoposto a sequestro nel presente procedimento (…) non è possibile rinvenire un solo scritto in cui all’opzione di clandestinità e ai vari gruppi della CP(n)PCI sia attribuito altro scopo se non quello di agevolare il processo di rifondazione del partito”, per la CP(n)PCI la condizione della clandestinità è necessaria per dare impulso alla costruzione di un partito che non esiste ancora e che verrà alla luce solo mediante un processo di formazione politica che si vuole sottrarre, tramite la clandestinità, ad ogni forma di repressione preventiva”.
Per quanto riguarda i “rapporti di collaborazione “politica” e “personale” con altre organizzazioni combattenti o clandestine di matrice comunista attive in Italia o all’estero, quali le “Brigare Rosse”, il “PCE(r)-GRAPO” e “Frazione Ottobre del PCE(r)”, la sentenza definisce questa parte dell’imputazione “del tutto anomala” e afferma che “il ricorso a non meglio indicati rapporti di “collaborazione politica e personale” con organizzazioni combattenti di matrice comunista operanti in Italia e all’estero, finalizzate al tentativo di accomunarle in un unico progetto rivoluzionario (…) non potrebbe mai essere interpretato come un proponimento attuale e concreto di specifici atti di violenza politica, requisito essenziale ai fini della sussistenza del reato di cui all’art. 270 bis”.
Et voilà, Giovagnoli è servito!
Di fatto questa sentenza
- conferma, insieme al rigetto della richiesta di custodia cautelare emesso il 24.04.03 dal giudice Umberto Antico del Tribunale di Napoli, la pretestuosità dei capi di imputazione mossi da più di vent’anni contro la carovana del (n)PCI;
- svela il reale intento per cui il PM Paolo Giovagnoli di Bologna (e quella parte delle Autorità italiane di cui esegue il mandato) ha aperto l’8° e poi anche il 9° procedimento contro i compagni del (n)PCI, del Partito dei CARC e dell’ASP: perseguitare, controllare, reprimere e ostacolare l’attività dei comunisti;
- intralcia il progetto politico perseguito da una parte della borghesia del nostro paese, di cui Giovagnoli è un solerte esecutore se non anche un attivo promotore: prevenire il “contagio” comunista ad ogni costo, con ogni mezzo, calpestando e violando senza alcuno scrupolo le libertà e i diritti sanciti dalla Costituzione e le leggi (per ora) vigenti che le tutelano anche se solo parzialmente.
E’ chiaro che nella sentenza non si dice esplicitamente tutto questo, non si denuncia né si prendono esplicitamente le distanze dal progetto politico perseguito da Giovagnoli. Infatti
- non si parla di persecuzione politica contro la carovana del (n)PCI, pur citando alcune delle inchieste conclusesi con l’archiviazione e pur riconoscendo che Giuseppe Maj è “incorso in vicissitudini giudiziarie in relazione al reato associativo di cui all’art. 270 bis, accusa da cui tuttavia è sempre stato prosciolto”;
- non si menziona assolutamente il Gruppo bilaterale italo-francese su terrorismo e minacce gravi messo in piedi illegalmente da Giovagnoli;
- a quest’ultimo vengono riconosciute le lodevoli intenzioni (“l’attenzione all’area carchiana era stata finalizzata principalmente a verificare l’ipotesi di una partecipazione o di un coinvolgimento a qualunque titolo da parte di costoro” nell’uccisione di Marco Biagi oltre che di Massimo D’Antona), come anche la meticolosità con cui ha condotto le indagini (“la pratica della clandestinità - ossia i comportamenti consequenziali e i consequenziali strumenti operativi (…) - nonché le finalità perseguite con la scelta della clandestinità sono state ricostruite in dettaglio solo dall’esito delle indagini coordinate dalla Procura di Bologna”); vengono coperte le spalle rispetto alla palese violazione del “ne bis in idem” (“il sodalizio indagato nelle distinte sedi giudiziarie, pur avendo la medesima origine, non è lo stesso né sotto il profilo della composizione soggettiva né sotto il profilo dell’arco temporale di operatività. Infatti le risultanze acquisite dalla Procura di Bologna delineano una vicenda di maggiore ampiezza e definizione rispetto a quella vagliata dagli inquirenti e dal giudice per le indagini preliminari di Napoli”) e vengono infine concesse le attenuanti generiche (“l’estremismo ideologico propugnato dalla formazione e la storia personale di alcuni tra gli imputati hanno verosimilmente (il corsivo è nostro!) impedito che gli inquirenti ponessero nella giusta luce alcuni dati essenziali, quali la ferma critica alla cosiddetta deviazione militarista da parte dell’area carchiana”).
Però, in sintesi, nella sentenza si afferma che proprio sulla base delle indagini condotte e delle prove acquisite, Giovagnoli aveva in mano tutti gli elementi per concludere che la CP(n)PCI non è un’associazione con finalità di terrorismo, tutt’altro. E’ giocoforza, allora, domandarsi perché il PM Giovagnoli anziché archiviare l’8° procedimento giudiziario non solo ha chiesto il rinvio a giudizio, ma ne ha aperto anche un altro, il 9° e ha dato mandato alla Procura di Ancona di aprire un procedimento per diffamazione perché abbiamo “osato” definirlo novello Torquemada e inquisitore e denunciare, fatti alla mano, che ha il 270 bis facile? L’unica spiegazione logica è appunto che Giovagnoli è incaricato di condurre la “guerra preventiva” ai comunisti, mira a “soffocare il bambino finché è nella culla”, fa parte di una cordata di esponenti della classe dominante decisa a mettere fuori gioco, di fatto fino a che non riuscirà a farlo per legge, i comunisti e tutti gli oppositori più decisi al programma di miseria, guerra e degrado della borghesia.
Stoppando o comunque rendendo molto difficoltoso a Giovagnoli proseguire nell’attuazione pratica del progetto antidemocratico e anticostituzionale di cui è portatore, la sentenza del GUP Zaccariello contribuisce a indebolire tale progetto nel suo complesso: non solo nei confronti del (n)PCI, del Partito dei CARC e dell’ASP, ma nei confronti di tutti i comunisti, gli antifascisti, i rivoluzionari, i sindacalisti onesti, i comitati di lotta e quanti utilizzano quanto resta delle libertà di pensiero, di propaganda e di organizzazione strappate dalla classe operaia e dalle masse popolari del nostro paese con la Resistenza e le lotte degli anni ’60 e ’70 per sviluppare la mobilitazione e la lotta in campo politico, sindacale, sociale e culturale. Per questo la vittoria della carovana del (n)PCI contro l’8° procedimento giudiziario costituisce una vittoria e un punto di forza per tutto il movimento comunista e popolare del nostro paese!
La sentenza del GUP Zaccariello è una conferma che oggi non c’è ancora uno schieramento compatto delle Autorità nel valutare qual è l’interesse della borghesia e quali sono i mezzi migliori per fare l’interesse della borghesia, sulla cinica decisione di passare sopra le leggi e alla dignità professionale per fare l’interesse della borghesia: per questo nella borghesia c’è una forte tendenza a creare una magistratura speciale e tribunali speciali per la persecuzione politica.
La sentenza è una dimostrazione che la linea della “lotta su due gambe” e del “processo di rottura” è giusta: esiste una contraddizione tra i servitori dello Stato alla Giovagnoli, al servizio della parte più becera, reazionaria e liberticida della borghesia del nostro paese e i servitori dello Stato alla Zaccariello e alla Antico, ancora convinti che la “legge è uguale per tutti” e che le libertà democratiche sancite dalla Costituzione (conquistate con il sangue e i sacrifici dei partigiani comunisti, delle masse popolari e dei democratici) vadano garantite a tutti, di amministrare la giustizia “in nome del popolo italiano”, dell’autonomia dei giudici e del loro essere “al di sopra delle parti”. In questa contraddizione ci si può e ci si deve inserire. Su questa contraddizione fa leva la “lotta su due gambe” e il “processo di rottura”: la mobilitazione delle masse popolari in primo luogo, ma anche le prese di posizione di esponenti della sinistra borghese e dei sinceri democratici, le interpellanze parlamentari, l’azione degli avvocati, la posizione di accusatori assunta dagli accusati. Anche questa contraddizione può e deve essere usata per far avanzare la rinascita del movimento comunista, cioè per sviluppare la resistenza al procedere della crisi generale (politica, economica e culturale), per accrescere l’unità delle masse popolari, per rafforzare la loro organizzazione ed elevare la loro coscienza ideologica e politica, per combattere l’influenza politica e ideologica della destra borghese, dei fascisti, del clero e della sinistra borghese sulle masse popolari fino a romperla.
Nei prossimi giorni i nostri avvocati depositeranno presso la Procura di Ancona, dove è stato aperto su richiesta di Giovagnoli il procedimento per diffamazione contro il segretario nazionale del P-CARC, il segretario e due membri dell’ASP, la sentenza di non luogo a procedere emessa dal GUP di Bologna: cosa farà il PM Piccilli? Seguirà l'esempio del giudice Zaccariello oppure eseguirà gli ordini di Giovagnoli?
Non sappiamo che fine ha fatto il 9° procedimento giudiziario aperto sempre da Giovagnoli in contemporanea all’8°: è stato archiviato visto anche che ormai sono passati già tre anni dal suo inizio e quindi i termini sono scaduti? Oppure Giovagnoli lo tiene ancora aperto per continuare le indagini sulla carovana del (n)PCI (e magari anche rifarsi dello smacco che ha subito con l’8°)? E se è così, quanto spenderà questa volta, visto che nell’8° procedimento solo per le intercettazioni ha speso ben 8.900.000 euro che sono stati tolti dalle tasche delle masse popolari!!! E poi i padroni e le loro Autorità ci vengono a dire che “non ci sono soldi” per la sanità, per l’istruzione laica, per condizioni di vita dignitose, per pagare i dipendenti pubblici e le pensioni, per dare lavoro e casa a tutti e che dobbiamo fare sacrifici! L’unico “sacrificio” che dobbiamo realmente imparare a fare è quello di dedicare ogni nostra forza e risorsa alla lotta per liberarci di questa classe di sanguisughe e di tutto il suo codazzo di solerti servitori!
Avanziamo nella rinascita del movimento comunista!

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