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Timestamp: 2017-12-12 02:41:18+00:00

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DANNO DA MORTE – AVVOCATO PENALISTA DANNO DA MORTE – AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA danno morte congiunto tabelle milano danno morte iure hereditatis danno morte fratello non convivente danno morte sezioni unite danno morte sezioni unite 2015 danno tanatologico cassazione danno catastrofale
DANNO DA MORTE – AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA- RISARCIMENTO DANNO DA MORTE INCIDENTE RESPONSABILITA’ MEDICA
DANNO DA MORTE – AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
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Viene in questo articolo nuotante analizzata la problematica del risarcimento ai congiunti e aventi diritto in caso di mort dei un famiglia in incidente estradale seco un principio della Suprema Corte :
secondo cui un diritto di risarcimento può sorgere in capo alla persona deceduta limitatamente ai danni verificatisi dal momento della lesione a quello della morte, e quindi non sorge in caso di morte immediata, la quale impedisce che la lesione si rifletta in una perdita a carico della persona offesa, ormai non più in vita” (v. Corte Cost., 27/10/1994, n. 372).
La risarcibilità del danno da perdita della vita è stata dalla Corte Costituzionale negata sulla base del rilievo che oggetto di risarcimento può essere solo la “perdita cagionata dalla lesione di una situazione giuridica soggettiva”, laddove la morte immediata non è invero una “perdita” a carico “della persona offesa”, in quanto la stessa è “non più in vita” così Corte Cost., 27/10/1994, n. 372, che nel dichiarare la non fondatezza, in riferimento agli artt. 2 e 32 Cost., della questione di costituzionalità dell’art. 2043 c.c., nella parte in cui non consente il risarcimento iure hereditatis del “danno biologico da morte”, ha affermato il principio in base al quale, diversamente dalla lesione del diritto alla salute, la lesione immediata del diritto alla vita (senza una fase intermedia di malattia) non può configurare una perdita (e cioè una diminuzione o privazione di un valore personale) a carico della vittima ormai non più in vita, onde è da escludere che un diritto al risarcimento del cd. “danno biologico da morte” entri nel patrimonio dell’offeso deceduto e sia, quindi, trasmissibile ai congiunti in qualità di eredi, in ragione non già del carattere non patrimoniale del danno suddetto bensì del limite strutturale della responsabilità civile, nella quale sia l’oggetto del risarcimento che la liquidazione del danno devono riferirsi non alla lesione per se stessa, ma alle conseguenti perdite a carico della persona offesa.
A tale stregua la Corte di legittimità costituzionale delle leggi ha fatto ricorso all'”argomento, risalente a una non recente sentenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione (n. 3475 del 1925), secondo cui un diritto di risarcimento può sorgere in capo alla persona deceduta limitatamente ai danni verificatisi dal momento della lesione a quello della morte, e quindi non sorge in caso di morte immediata, la quale impedisce che la lesione si rifletta in una perdita a carico della persona offesa, ormai non più in vita” (v. Corte Cost., 27/10/1994, n. 372).
All’esito della detta affermazione è andata nella giurisprudenza di legittimità consolidandosi la massima secondo cui la lesione dell’integrità fisica con esito letale intervenuta immediatamente o a breve distanza dall’evento lesivo non è configurabile quale danno biologico, giacchè la morte non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute ma incide sul diverso bene giuridico della vita, la cui perdita, per il definitivo venir meno del soggetto, non può tradursi nel contestuale acquisto al patrimonio della vittima di un corrispondente diritto al risarcimento, trasferibile agli eredi, non rilevando in contrario la mancanza di tutela privatistica del diritto alla vita (invero protetto con il diverso strumento della sanzione penale), attesa la funzione non sanzionatoria ma di reintegrazione e riparazione di effettivi pregiudizi svolta dal risarcimento del danno, e la conseguente impossibilità che, con riguardo alla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del suo titolare e da questi fruibile solo in natura, esso operi quando tale persona abbia cessato di esistere (v. Cass., 25/2/1997, n. 1704, e, conformemente, Cass., 30/6/1998, n. 6404; Cass., 25/2/2000, n. 2134; Cass., 2/4/2001, n. 4783; Cass., 30/7/2002, n. 11255; Cass., 23/2/2005, n. 3766; Cass., 2/7/2010, n. 15706).
DECRETO PENALE DI CONDANNA REMISSIONE IN TERMINI? AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
. Con ordinanza del 16/12/2013 il G.I.P. del Tribunale di Rimini ha respinto l’istanza proposta da (OMISSIS), intesa ad ottenere la restituzione nel termine, ai sensi dell’articolo 175 c.p.p., comma 2, per impugnare il decreto penale di condanna emesso nei suoi confronti in data 28/4/2008 per il reato p. e p. dall’articolo 186 C.d.S., commi 1 e 2, lettera b) e comma 2 bis, commesso il (OMISSIS).
Siffatta negazione, unitamente alla considerazione che “per il bene della vita è inconcepibile una forma di risarcimento anche solo per equivalente” (così Cass., 14/2/2000, n. 1633; Cass., 20/1/1999, n. 491), ha indotto la giurisprudenza ad ammettere la ristorabilità di altri e diversi “beni”.
Movendo dalla configurazione della morte quale più grave stadio di lesione o lesione massima – in quanto integrale – del bene salute;
dalla distinzione tra danno biologico da invalidità permanente e danno biologico da invalidità temporanea; dalla ritenuta relativa inconfigurabilità per definizione in ipotesi di morte cagionata dalla lesione, giacchè in tal caso la malattia non si risolve con esiti permanenti ma determina la morte dell’individuo, si è nella giurisprudenza di legittimità pervenuti ad affermare che “quando la morte è causata dalle lesioni”, e tra le lesioni colpose e la morte intercorra un “apprezzabile lasso di tempo”, è invero risarcibile il danno biologico terminale (v. Cass., 28/8/2007, n. 18163, nel senso che l’ammontare del danno biologico terminale va commisurato soltanto all’inabilità temporanea, ma ai fini della liquidazione il giudice deve tenere conto, nell’adeguare l’ammontare del danno alle circostanze del caso concreto, del fatto che pur se temporaneo tale danno è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte), e “per il tempo di permanenza in vita” (v. Cass., 16/5/2003, n. 7632), e a considerare il diritto di credito al relativo risarcimento trasmissibile iute hereditatis (v. Cass., l/2/2003, n. 18305; Cass., 16/6/2003, in 9620; Cass., 14/3/2003, n. 3728; Cass., 2/4/2001, n. 4783; Cass., 10/2/1999, n. 1131; Cass., 29/9/1995, n. 10271).
Il danno biologico terminale, quale pregiudizio della salute che pur se temporaneo è massimo nella sua entità ed intensità (v. Cass., 23/2/2004, n. 3549) in quanto conduce a morte un soggetto in un sia pure limitato ma apprezzabile lasso di tempo (v. Cass., 23/2/2005, n. 3766), si è ravvisato come “sempre esistente”, per effetto della “percezione”, “anche non cosciente”, della gravissima lesione dell’integrità personale della vittima nella fase terminale della sua vita (v. Cass., 28/8/2007, n. 18163).
La brevità del periodo di sopravvivenza alle lesioni ha peraltro indotto ad escludersi la sussistenza del danno biologico laddove risulti non apprezzabile, ai fini risarcitori, il deterioramento della qualità della vita a cagione del pregiudizio alla salute.
Si è cioè ritenuto che in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte la sofferenza non sia suscettibile di degenerare in danno biologico.
Si è peraltro affermato che, se non il danno biologico, in tal caso può ritenersi senz’altro integrato il danno morale terminale, dalla vittima subito per la sofferenza provata nel consapevolmente avvertire l’ineluttabile approssimarsi della propria fine.
Danno morale terminale per la cui configurabilità, in luogo dell’apprezzabile intervallo di tempo tra lesioni e decesso della vittima, assume rilievo il diverso criterio dell’intensità della sofferenza provata (v. Cass., 8/4/2010, n. 8360; Cass., 23/2/2005, n. 3766; Cass., l/12/2003, n. 18305; Cass., 19/10/2007, n. 21976; Cass., 24/5/2001, n. 7075; Cass., 6/10/1994, n. 8177; Cass., 14/6/1965, n. 1203. In tema di cd. danno catastrofico v. già Cass., 2/4/2001, n. 4783).
Anche in tal caso la risarcibilità è ammessa solamente al ricorrere del presupposto della permanenza in vita (v. Cass., 25/2/1997, n. 1704; Cass., 6/10/1994, n. 8177), in ragione della sofferenza, rilevante sotto il profilo del danno morale, provocata dalla cosciente percezione da parte della vittima delle “conseguenze catastrofiche delle lesioni” (v. Cass., 31/5/2005, n. 11601; Cass., 6/8/2007, n. 17177). E al riguardo si è parlato anche di danno “biologico di natura psichica” (v. Cass., 14/2/2007, n. 3260).
Le Sezioni Unite del 2008 hanno quindi ammesso la risarcibilità della “sofferenza psichica, di massima intensità anche se di durata contenuta, nel caso di morte che segua le lesioni dopo breve tempo”, quale “danno morale inteso nella sua nuova più ampia accezione”, altrimenti indicato come danno da lucida agonia o catastrofale o catastrofico (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26772; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26773).
Pur continuando a qualificarsi a volte la lucida percezione dell’approssimarsi della propria fine in termini di danno biologico di natura psichica (v. Cass., 18/1/2011, n. 1072. V. altresì Cass., 13/1/2009, n. 458, di conferma della sentenza impugnata, che aveva qualificato la sofferenza della vittima come danno morale, e non già come danno biologico terminale, in ragione della ravvisata inidoneità dell’intervallo di tempo di tre giorni tra il sinistro e la morte ad integrare gli estremi di quest’ultimo), tale ricostruzione è stata prevalentemente confermata dalle Sezioni semplici della Corte Suprema di Cassazione, che considera catastrofale il “danno non patrimoniale conseguente alla sofferenza patita dalla persona sopravvissuta per un lasso di tempo apprezzabile in condizioni di lucidità tali da consentirle di percepire la gravità della propria condizione e di soffrirne” (v. Cass., 21/3/2013, n. 7126).
In dottrina si è al riguardo criticamente osservato che il riferimento ai “danni terminali (biologico, morale o da “lucida agonia”)” costituisce il “frutto” di “acrobazie logiche e concettuali”, e di “intenzioni sostanzialmente compensative della totale assenza di risarcimento per la perdita della vita”.
A tale stregua, piuttosto che al decorso di un apprezzabile intervallo di tempo tra l’evento lesivo e la morte decisivo rilievo risulta assegnato alla sofferenza psichica e alla disperazione, di “massima intensità”, che provoca la percezione, pur se di breve durata, dell’approssimarsi della propria morte, la “sofferenza patita dalla vittima che sia rimasta lucida durante l’agonia, in consapevole attesa della fine” (v. Cass., 13/1/2009, n. 458. V. altresì Cass., 8/4/2010, n. 8360. E già Cass., 2/4/2001, n. 4783).
Danno da tenersi invero distinto dal “danno biologico”, il quale si ha allorquando la vittima sia sopravvissuta “per un considerevole lasso di tempo ad un evento poi rivelatosi mortale” ed abbia in tale periodo “sofferto una lesione della propria integrità psico-fisica autonomamente considerabile come danno biologico …, quindi accertabile con valutazione medicolegale e liquidabile alla stregua dei criteri adottati per la liquidazione del danno biologico vero e proprio” (v. Cass., 21/3/2013, n. 7126).
Pregiudizio che va del pari tenuto distinto dal cd. danno tanatologico inteso quale “danno connesso alla perdita della vita” (v., da ultimo, Cass., 21/3/2013, n. 7126).
Si è in dottrina da alcuni sostenuto che le Sezioni Unite del 2008 hanno negato la risarcibilità del danno tanatologico o da perdita della vita in favore del soggetto deceduto.
In realtà nelle richiamate pronunzie le Sezioni Unite non si sono espresse al riguardo, limitandosi a fare il punto in ordine all’orientamento interpretativo maturato (in particolare nella giurisprudenza di legittimità) in argomento, pervenendo ad ammettere la risarcibilità del danno subito dalla persona danneggiata, rimasta lucida durante l’agonia in consapevole attesa della fine, allorquando la morte segua “dopo breve tempo” dall’evento dannoso, atteso che la vittima soffre una “sofferenza psichica … di massima intensità”, pur se di “durata contenuta”, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973, che ha nella specie riconosciuto la configurabilità del danno morale da danno cd. catastrofale in un caso di agonia protrattasi per undici ore).
A tale stregua Le Sezioni Unite hanno fatto in realtà riferimento al cd. danno catastrofale, quale particolare espressione del danno morale.
Pur segnando tale affermazione un progresso sul piano interpretativo, non sfugge che rimane a tale stregua priva di tutela l’ipotesi dell’agonia inconsapevole, peraltro in passato dalla giurisprudenza ritenuta ristorabile (con riferimento al danno biologico e al danno morale v., da ultimo, Cass., 19/10/2007, n. 21976. Per la risarcibilità del danno non patrimoniale sofferto anche se in stato di incoscienza v. altresì Cass., 19/2/2007, n. 3760; Cass., 24/5/2001, n. 7075; Cass., 6/10/1994, n. 8177; Cass., 14/6/1965, n. 1203).
Successivamente alla pronunzia delle Sezioni Unite del 2008, mentre la risarcibilità iure hereditatis della perdita del congiunto ha trovato riconoscimento nella giurisprudenza di merito per la risarcibilità del danno da morte, non già quale lesione della salute, bensì quale danno da perdita del bene vita v., in giurisprudenza di merito, Trib. Venezia 15/6/2009 (in Danno e resp., 2010, 1013 ss.). Anteriormente al 2008, v. in particolare Trib.
Terni, 20/4/2005 (in Giur. it., 2005, 2281 ss.); Trib. S. Maria C.V., 14/5/2003 (in Giur. it., 2004, 495 ss.); Trib. Foggia, 28/6/2002 (in Foro it., 2002, 1, 3494 ss.); Trib. Civitavecchia, 26/2/1996 (in Ass., 1997, 2, 2, 85 ss.); App. Roma, 4/6/1992 (in Resp. civ., 1992, 597 ss.); Trib. Roma, 24/5/1988 (in Dir. pratica ass., 1988, 379 ss.), nella giurisprudenza di legittimità si è ribadito che il cd. danno tanatologico, o da morte avvenuta a breve distanza di tempo da lesioni personali, deve essere ricondotto al danno morale, concorrendo alla relativa liquidazione, non potendo ritenersi riconducibile alla nozione di danno biologico cd. terminale (v. Cass., 13/1/2009, n. 458; Cass., 27/5/2009, n. 12326; Cass., 8/4/2010, n. 8360; e, da ultimo, Cass., 7/6/2011, n. 12273; Cass., 29/5/2012, n. 8575. La risarcibilità del danno non patrimoniale morale cd. catastrofale è stato negata, in mancanza di prova in ordine alla lucidità della vittima durante l’agonia, da Cass., 28/11/2008, n. 28433).
Si è al riguardo altresì precisato che il risarcimento del cd. danno catastrofale può essere fatto valere iure hereditario a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754. Conformemente v. Cass., 9/5/2011, n. 10107).
Pur riconoscendosi che in una virtuale scala gerarchica il diritto alla vita è sicuramente il primo tra tutti i diritti inviolabili dell’essere umano, nel sottolinearsi come esso risulti “in ogni contesto e con le più variegate modalità” tutelato, se ne esclude invero la ristorabilità in favore dello stesso soggetto che la vita abbia perso, appunto morendo all’esito di lesioni inferte da terzi (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).
Mero artifizio retorico viene qualificata (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754) l’obiezione secondo cui, essendo il risarcimento del danno da lesioni gravissime assai oneroso per l’autore dell’illecito, ed escludendosi per converso la risarcibilità del danno da soppressione della vita a favore dello stesso soggetto di cui sia provocata la morte, viene paradossalmente a risultare “economicamente più “conveniente” uccidere che ferire”.
“Improprio” si considera il rilievo secondo cui, essendo quella risarcitoria la tutela minima di ogni diritto, la negazione della risarcibilità del danno da lesione del diritto alla vita a favore del soggetto stesso la cui vita è stata spenta da terzi viene a porsi in intima contraddizione con il riconoscimento della tutela propria del primo tra tutti i diritti dell’uomo.
Il vero problema, si osserva, è che il risarcimento costituisce solo una forma di tutela conseguente alla lesione di un “diritto di credito, diverso dal diritto inciso, ad essere tenuto per quanto è possibile indenne dalle conseguenze negative che dalla lesione del diritto derivano, mediante il ripristino del bene perduto, la riparazione, la eliminazione della perdita o la consolazione- soddisfazione-compensazione se la riparazione non sia possibile” (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).
Non è allora “giuridicamente concepibile”, si conclude, che dal soggetto che muore venga acquisito un diritto derivante dal fatto stesso della sua morte (“chi non è più non può acquistare un diritto che gli deriverebbe dal non essere più”), essendo “logicamente inconfigurabile” la stessa funzione del risarcimento che, nel diritto civile, non ha nel nostro ordinamento natura sanzionatoria bensì riparatoria o consolatoria, che in caso di morte che si è ravvisata “per forza di cose” non attuabile “a favore del defunto” (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).
Si è ulteriormente asserito che il “Pretendere che tutela sia data (oltre che ai congiunti) “anche” al defunto” risponda in realtà al mero “contingente obiettivo di far conseguire più denaro ai congiunti”, giacchè non si sostiene “da alcuno che sia in linea col comune sentire o col principio di solidarietà l’erogazione del risarcimento da perdita della vita agli eredi “anzichè” ai congiunti (se, in ipotesi, diversi), o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato” (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).
Il risarcimento, si osserva, assumerebbe in tal caso una “funzione meramente punitiva, viceversa assolta dalla sanzione penale. E si risolverebbe in breve, come l’esperienza insegna, in una diminuzione di quanto riconosciuto iure proprio ai congiunti, cui viene ora riconosciuto un ristoro corrispondente ad un’onnicomprensiva valutazione equitativa, con la conseguenza che verrebbe a risultare frustrata anche la finalità di innalzamento dell’ammontare del risarcimento” (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).
I suindicati argomenti sono stati dalla giurisprudenza di legittimità anche recentemente ribaditi (v., da ultimo, Cass., 17/7/2012, n. 12236).
In una non risalente occasione, nel fare richiamo alla pronunzia Corte Cost., 6/5/1985, n. 132 e ricordando come parte della dottrina (italiana ed Europea) suggerisca il riconoscimento della lesione come momento costitutivo di un diritto di credito che entra istantaneamente, al momento della lesione mortale, nel patrimonio della vittima quale corrispettivo del danno ingiusto, senza che rilevi la distinzione tra evento di morte mediata o immediata, questa Corte ha peraltro sottolineato come la ristorabilità anche del danno da morte, inteso come lesione del diritto inviolabile alla vita, in favore di chi la perde, si appalesi in realtà imprescindibile, in quanto tutelato dall’art. 2 Cost., e ora anche dalla Costituzione Europea (v. Cass., 12/7/2006, n. 15760).
Tale affermazione costituisce invero un obiter dictum, che nella stessa pronunzia viene definito “sistematico” e necessitato dall’essere la Corte Suprema di Cassazione “vincolata dal motivo del ricorso”.
In dottrina si è per altro verso suggerito di configurare la perdita della vita in termini di perdita della chance di sopravvivenza.
Movendo dalla qualificazione giurisprudenziale della chance quale “entità patrimoniale giuridicamente ed economicamente valutabile”, che fa parte del soggetto la cui “perdita produce un danno attuale e risarcibile”; nonchè argomentando dalla ammissione della risarcibilità del danno (conseguente ad errata diagnosi medica) consistente nelle chances di vivere di più e meglio v. Cass., 16/10/2007, n. 21619. In giurisprudenza di merito v. Trib. Monza, 30/1/1998 (in Resp. civ., 1998, 696 ss.), si sostiene che, intendendo il dictum della Suprema Corte in una accezione più ampia, come se dicesse “alla vittima che, per effetto di un comportamento (illecito/negligente, omissivo o attivo) di un dato soggetto, abbia perduto la chance di vivere più a lungo, spetta il risarcimento del danno”, debba riconoscersi che allorquando viene colpito un bene già parte del patrimonio della vittima rappresentato dalla “aspettativa di vita media”, non può negarsene il ristoro.
Nell’operare la ricostruzione del sistema dei danni con indicazione delle “regole generali della tutela risarcitoria non patrimoniale” alla stregua di una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. (cfr. Corte Cost., 11/7/2003, n. 233), costituente principio informatore della materia, fondamentale rilievo le Sezioni Unite del 2008 hanno assegnato al principio della integrante del risarcimento, sottolineando la necessità che si pervenga a “ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre” (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).
Sentenza 7 gennaio 2009, n. 25
Nel dicembre del 1996 A. G. convenne in giudizio innanzi al tribunale di Napoli la società editrice, il direttore e l’autrice di alcuni articoli giornalistici pubblicati nel periodico “La Voce della Campania” tra il marzo del 1995 e il novembre del 1996, affermandone il carattere diffamatorio e domandando che i convenuti fossero condannati a risarcirgli i danni patrimoniali e non patrimoniali procuratigli (quantificati in lire 200.000.000) ed al pagamento di una somma ulteriore ex art. 12 della legge n. 47 del 1948.
I convenuti resistettero, tra l’altro negando il carattere diffamatorio degli articoli pubblicati.
Con sentenza del 31.7.2000 il tribunale condannò i convenuti al pagamento solidale di lire 30.000.000 e della somma ulteriore di lire 3.000.000 ai sensi della legge da ultimo citata.
La corte d’appello di Napoli ha rigettato l’appello dei soccombenti con sentenza n. 872/2003, avverso la quale l’editrice la Cinqueprint s.r.l. in liquidazione, A. C. e R. P. ricorrono per cassazione affidandosi a tre motivi, cui resiste con controricorso A. G..
1.1. Col primo motivo è dedotta violazione dell’art. 2697 c.c., assumendosi che erroneamente la corte d’appello ha ritenuto che la prova dei danni patiti dal diffamato fosse stata raggiunta per avere quegli “indicato con precisione il contenuto, ritenuto diffamatorio”, degli articoli.
I ricorrenti negano, in particolare, che potessero costituire validi e rassicuranti parametri di riferimento della valutazione equitativa del danno non patrimoniale le menomazioni conseguite sul piano psicologico e la significativa diffusione del giornale nel luogo di residenza del danneggiato.
1.2. Col secondo motivo è denunciata violazione dell’art. 21 Cost.. Si sostiene che gli articoli costituivano legittima espressione dell’esercizio del diritto di critica e di cronaca, sussistendo l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti narrati in relazione alla posizione del G., che in passato aveva diretto un importante periodico regionale e che ancora svolgeva attività di promozione di convegni pubblici, sicché la portata esimente dell’esercizio del diritto di critica doveva essere valutata con maggiore elasticità.
Si assume, inoltre, che la sentenza impugnata aveva incomprensibilmente escluso che gli articoli dovessero considerarsi espressione di una trattazione in chiave satirica solo perché pubblicati su un giornale non umoristico e se ne critica l’apprezzamento della non continenza espressiva, essendo lecito l’uso di parole aspre e pungenti ove queste siano razionalmente correlate ai fatti riportati ed ai giudizi espressi e congrui in relazione al livello della contrapposizione polemica raggiunta.
Col terzo motivo si prospetta la violazione dell’art. 1227 c.c. per avere la corte escluso, ai fini della determinazione del danno, che l’omessa richiesta di rettifica da parte del G. potesse assumere rilievo alcuno. I ricorrenti affermano che, avvalendosi della rettifica, il danneggiato avrebbe potuto quantomeno attenuare le conseguenze lesive dell’illecito e che la corte d’appello aveva erroneamente ritenuto che “l’esercizio del diritto di critica era chiaramente inutile se non dannoso”.
2. È logicamente preliminare l’esame del secondo motivo, che è fondato nei sensi di cui appresso.
Questa corte ha recentemente affermato che, in tema di azione di risarcimento dei danni da diffamazione col mezzo della stampa, quando la narrazione di determinati fatti sia esposta insieme alle opinioni dell’autore dello scritto, in modo da costituire nel contempo esercizio di cronaca e di critica, la valutazione della continenza non può essere condotta sulla base di criteri solo formali, dovendo invece lasciare spazio alla interpretazione soggettiva dei fatti esposti.
Infatti, la critica mira non già ad informare, ma a fornire giudizi e valutazioni personali, e, se è vero che, come ogni diritto, anche quello in questione non può essere esercitato se non entro limiti oggettivi fissati dalla logica concettuale e dall’ordinamento positivo, da ciò non può inferirsi che la critica sia sempre vietata quando sia idonea ad offendere la reputazione individuale, richiedendosi, invece, un bilanciamento dell’interesse individuale alla reputazione con quello alla libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita.
Siffatto bilanciamento è ravvisabile nella pertinenza della critica di cui si tratta all’interesse pubblico, cioè all’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza non del fatto oggetto di critica, che è presupposto dalla stessa, e, quindi, fuori di essa, ma di quella interpretazione del fatto (così Cass., n. 17172/07).
L’apprezzamento dell’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza dei fatti pubblicati nell’esercizio della libertà di stampa costituisce dunque il presupposto di ogni ulteriore valutazione del giudice adito per il risarcimento dei danni da parte di chi si affermi diffamato, giacché non è altrimenti possibile il bilanciamento cui s’è fatto cenno. E quell’apprezzamento necessariamente presuppone a sua volta l’analisi del contenuto degli articoli che si assumono diffamatori, non potendo altrimenti ravvisarsi l’assenza di copertura costituzionale, di cui all’art. 21 Cost., in ordine all’attività del giornalista.
Ebbene, la sentenza impugnata non ha riguardo al contenuto di nessuno degli articoli costituenti la pur affermata “campagna denigratoria”, che restano totalmente ignoti pur dopo la lettura dell’intera motivazione e di cui si acquisisce parziale contezza solo dal ricorso e dal controricorso.
Si coglie, così, tra l’altro:
– che il primo articolo (marzo 1995) recava nell’occhiello l’affermazione “c’è ancora l’ombra di Pomicino sul teatro di Napoli”;
– che il secondo (ottobre 1995) aveva riguardo al G., descritto come “direttore del cuore di ‘O Ministro” … “che oggi campeggia sul Mattino con articoli sulla realtà melmosa della sinistra” concludendo: “e poi ci domandiamo chi ha ucciso la voglia di politica? Anzi se lo chiede, sempre da Chiatamone street, il neopolitologo A. G., che per risolvere l’amletico quesito scomoda grossi calibri come Panebianco, Colletti e Galli della Loggia. Chissà che la sinistra buonista – sospira l’ex direttore del cuore di ‘O Ministro – non possa liberarsi dell’attuale realtà melmosa. Eppure la risposta è semplice, G.: gli Italiani non amano più la politica semplicemente perché in politica non c’è più Pomicino. O no?”;
che nel terzo (gennaio 1996), sotto il titolo “Arieccoli”, si leggeva: “Eh sì, da quando, tre anni fa, ha chiuso i battenti Itinerario, l’indimenticabile pastone politico-giornalistico pasciuto da P. C. P., l’informazione al sud è diventata davvero un problema. Se n’è accorta una pattuglia di reduci (come? da dove? da Itinerario, no?), che ha appena fondato all’uopo una nuova associazione che promette scintille. In prima fila (c’è bisogno di dirlo?) siede A. G., direttore prediletto di ‘o Ministro”; e cosi via.
Appare da tanto evidente che il contenuto degli articoli è ispirato da un’inequivoca connotazione di sarcastica contrapposizione politica, e che si risolve in una critica, nella quale l’uso di un linguaggio particolarmente pungente ed incisivo trova più ampi spazi di legittimità (Cass., n. 20140/05), sicché l’affermazione del loro carattere diffamatorio indipendentemente dalla specifica considerazione del loro contenuto e del conseguente bilanciamento di interessi di cui s’è detto deve ritenersi compiuta in violazione del principio costituzionale richiamato.
La sentenza va conseguentemente cassata con rinvio alla stessa corte d’appello di Napoli in diversa composizione, che deciderà in applicazione degli enunciati principi di diritto e regolerà anche le spese del giudizio di cassazione.
Emerge a tale stregua, da un canto, l’illegittimità dell’apposizione di una limitazione massima non superabile alla quantificazione del ristoro dovuto (v. infra); e, per altro verso, la indefettibile necessità che nessuno degli aspetti di cui si compendia la categoria generale del danno non patrimoniale, la cui sussistenza risulti nel caso concreto accertata, rimanga priva di ristoro, dovendo essere essi presi tutti in considerazione a fini della determinazione dell’ammontare complessivo del risarcimento conseguentemente dovuto al danneggiato/creditore (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 7/6/2011, n. 12273; Cass., 9/5/2011, n. 10108; Cass., 6/4/2011, n. 7844; Cass., 13/5/2011, n. 10527).
Come questa Corte ha già avuto modo di porre in rilievo (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844), all’esito delle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008 la categoria del danno non patrimoniale risulta delineata in termini di categoria concernente ipotesi di lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, di natura composita, articolantesi in una pluralità di aspetti (o voci), con funzione meramente descrittiva, quali il danno morale, il danno biologico e il danno da perdita del rapporto parentale o cd. danno esistenziale (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972, cit. v. altresì Cass., Sez. Un., 19/8/2009, n. 18356, e, da ultimo, Cass., 19/2/2013, n. 4043).
Le Sezioni Unite del 2008 hanno inteso il danno morale quale patema d’animo o sofferenza interiore o perturbamento psichico, di natura meramente emotiva e interiore (danno morale soggettivo), a tale stregua recependo la relativa tradizionale concezione affermatasi in dottrina e consolidatasi in giurisprudenza (in precedenza volta a limitare la risarcibilità del danno non patrimoniale alla sola ipotesi di ricorrenza di una fattispecie integrante reato).
Con riferimento all’art. 2059 c.c., ribadendo l’impossibilità di prescindersi dal dato normativo (in tali termini v. già Cass., 12/6/2006, n. 13546) e dalla relativa interpretazione andata maturando nel tempo (cfr. Cass., 11/6/2009, n. 13547), si è dalle Sezioni Unite escluso che la formula danno morale individui “una autonoma sottocategoria di danno”.
Sentenza 23 gennaio 2014, n. 1361
Dott. RUSSO Libertino Alberto – Presidente –
S.C., S.M., F.E., P. V., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA COLA DI RIENZO 8, presso lo studio dell’avvocato PETRONIO MARINA, che li rappresenta e difende I unitamente agli avvocati BOCCARDI MONICA, BOCCARDI ERCOLE giusta delega in atti;
V.R., RAS S.P.A., C.N.;
ALLIANZ S.P.A. (già RAS S.P.A.) (OMISSIS), in persona dei procuratori speciali dott.ssa R.M. e dott.ssa G. A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PANAMA 88, presso lo studio dell’avvocato SPADAFORA GIORGIO, che la rappresenta e difende giusta delega in atti;
S.M., V.R., S.C., F. E., P.V., C.N.;
V.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PANAMA 88, presso lo studio dell’avvocato SPADAFORA GIORGIO, che lo rappresenta e difende giusta delega in atti;
S.M., S.C., F.E., P. V., C.N., RAS S.P.A.;
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