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Timestamp: 2020-05-26 03:02:28+00:00

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Vincenzo Pacillo, Il diritto di ricevere i sacramenti di fronte alla pandemia. Ovvero, l’emergenza da COVID-19 e la struttura teologico-giuridica della relazione tra il fedele e la rivelazione della Grazia - Olir
Vincenzo Pacillo, Il diritto di ricevere i sacramenti di fronte alla pandemia. Ovvero, l’emergenza da COVID-19 e la struttura teologico-giuridica della relazione tra il fedele e la rivelazione della Grazia
1. Per un cristiano, i sacramenti rappresentano la più efficace ipotesi di coincidenza tra segno e Mistero. In essi, infatti, si verifica con evidenza immediata e sensibile l’ “accadere” della manifestazione del Mistero – il quale si disvela attraverso una struttura comunicativa fatta di parole e gesti – alla presenza simultanea e concreta dello stesso Mistero nel luogo e nel tempo in cui tale struttura comunicativa si compie.
In altre parole, attraverso il sacramento, Dio (il mistero per eccellenza) si manifesta all’essere umano in un atto che lo rende presente, immediatamente, all’essere umano che quel sacramento amministra e/o riceve. E così il sacramento comunica e allo stesso tempo rivela la Grazia – intesa non solo come partecipazione dell’uomo alla natura di Dio ma anche come partecipazione libera della volontà di Dio alla salvezza dell’uomo. Propriamente, per i cattolici, l’Ursakrament, il sacramento primordiale e fonte dei sacramenti è Cristo stesso: ma anche la Chiesa, in quanto Sponsa Verbi, deve essere considerata sacramento fondamentale (Grundsakrament) di salvezza, “segno-strumento attraverso cui si manifesta e realizza sia l’intima unione con Dio che l’unità del genere umano” (Corecco-Gerosa). Nella Chiesa-sacramento, i sette sacramenti radicati nel depositum fidei e dunque nello ius divinum, sono azioni liturgiche pubbliche “ad un tempo di Cristo e della Chiesa” mediante le quali “la fede viene espressa e rafforzata, si rende culto a Dio e si compie la santificazione degli uomini”; essi pertanto “concorrono sommamente a iniziare, confermare e manifestare la comunione ecclesiastica” (can. 840).
Il rapporto strutturale tra sacramenti e communio, come ben nota Gerosa, è particolarmente evidente nel disposto del can. 843, il quale – nel sancire il dovere dei sacri ministri di somministrare i sacramenti a coloro che li chiedano opportunamente, siano ben disposti e non ne abbiano dal diritto la proibizione di riceverli – evidenzia il ruolo centrale dei primi nell’economia della salvezza “aggregando o radunando da tutta l’umanità il popolo di Dio”; cosicché la seconda diviene non un mero aspetto sentimentale, ma una realtà organica che si costituisce e consolida anche attraverso la dimensione pubblica della comunicazione e rivelazione della Grazia.
I sacramenti sono dunque caratterizzati dalla pubblicità, nel senso che producono effetti diversi dagli atti di devozione privata, dalla necessarietà, nel senso che essi non sono azioni facoltative nel raggiungimento della finalità prevista dal can. 1752 del codice di diritto canonico, ma ne strutturano ontologicamente l’essenza, ed infine dall’ordinazione all’eucarestia, la quale costituisce il loro specifico fine: si può dunque affermare (cfr. Sacrosanctum Concilium, 59) che essi edificano la Chiesa e che, in quanto segni, hanno anche la funzione di istruire il popolo di Dio.
Seguendo dunque la dottrina tomista (Summa Theologiæ III,61,1) possiamo dire che – per la teologia cattolica – i sacramenti sono necessari alla salvezza dell’uomo e alla stessa costituzione ontologica della Chiesa.
2. La necessarietà dei sacramenti e la loro centralità nella vita della Chiesa hanno bisogno – questo non va mai dimenticato – del Verbum; la loro valida celebrazione richiede una forma rituale fatta di gesti e di parole, una cerimonia, dunque, in cui l’azione si deve strutturare secondo le linee portanti stabilite in via generale dai cann. 841 e 838, nel rispetto di quanto stabilito dai cann. 124 – 126. La dimensione pubblica – nel senso tracciato da Sacrosanctum Concilium, secondo la quale le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è «sacramento dell’unità », cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi, e perciò appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano – non può dunque in nessun caso dimenticare la dimensione cerimoniale, non tanto in ottemperanza ad un principio astratto per cui la forma è sostanza, ma perché il rapporto tra materia e forma costituisce il segno sensibile nella sua stessa struttura sacramentale. Del pari, la dimensione pubblica dei sacramenti, nel senso sopra evidenziato, non può mai dimenticare la necessità di un ministro, il quale è responsabile del rispetto della lex orandi. Come chiaramente espresso dal catechismo della Chiesa cattolica, “la legge della preghiera è la legge della fede, la Chiesa crede come prega. La liturgia è un elemento costitutivo della santa e vivente Tradizione. Per questo motivo nessun rito sacramentale può essere modificato o manipolato dal ministro o dalla comunità a loro piacimento. Neppure l’autorità suprema nella Chiesa può cambiare la liturgia a sua discrezione, ma unicamente nell’obbedienza della fede e nel religioso rispetto del mistero della liturgia.”
In virtù di queste coordinate teologiche e canonistiche, ben si comprende come il diritto di ricevere i sacramenti sia, per coloro che si trovano in piena comunione con la Chiesa, un diritto fondamentale che si radica nello ius divinum ed espresso nel (non sancito dal) can. 213. Un diritto fondamentale che – secondo Eugenio Corecco – deriva dal dovere di tendere alla santità (can. 210) ed ha quale presupposto il dovere-diritto all’educazione cristiana (can. 217), e che pertanto struttura la stessa esistenza del fedele nel senso tracciato dal can. 1752 del codice di diritto canonico.
3. Le misure giuridiche di contrasto alla pandemia dovuta al COVID-19 hanno portato, come già evidenziato in altro contributo già pubblicato nel Dossier Emergenza Coronavirus, ad una sospensione delle cerimonie religiose in tutta Italia, mentre i luoghi di culto, pur rimanendo aperti ai sensi della lettera i) del primo comma dell’art. 1 DPCM 8 marzo 2020, sono divenuti sostanzialmente “raggiungibili solo in casi estremi” in virtù del combinato disposto degli art. 1 del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 11 marzo 2020, dell’art. 1 del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 22 marzo 2020 nonché dell’art. 1 dell’Ordinanza del Ministro della salute 20 marzo 2020 concernenti le limitazioni alle possibilità di spostamento delle persone fisiche all’interno di tutto il territorio nazionale. Questo, a meno che non si voglia far rientrare lo spostamento verso il luogo di culto posto nel proprio Comune di residenza nel novero delle situazione di necessità, come previste dall’art. 1, comma 1, lett. a) del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 8 marzo 2020 e art. 1 del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 9 marzo 2020, anche se tale interpretazione sembra da escludersi ai sensi della nota del Ministero dell’Interno del 27 marzo 2020, in forza della quale è necessario che l’accesso alla chiesa avvenga solo in occasione di spostamenti determinati da “comprovate esigenze lavorative”, ovvero per “situazioni di necessità” e che la chiesa sia situata lungo il percorso, di modo che, in caso di controllo da parte delle Forze di polizia, possa esibirsi la prescritta autocertificazione o rendere dichiarazione in ordine alla sussistenza di tali specifici motivi. Questa nota, anch’essa fonte di provenienza unilaterale – secondo la ormai chiara riproposizione in senso sostanziale della prassi che, per la tutela della salute pubblica, vuole la sospensione del principio di bilateralità sancito dal secondo comma dell’art. 7 Cost. nello stato di emergenza pandemica – esclude con evidenza che l’accesso al luogo di culto motivato dalla volontà di pregare o confessarsi possa configurare – per sé solo – una situazione di necessità: per cui l’autorità preposta al controllo ben potrebbe contestare al fedele che esca da casa solo perché intende confessarsi la violazione delle disposizioni dirette al contenimento della pandemia. E’ vero che la suddetta nota prospetta un’eccezione, ma di questo parleremo infra.
Ci troviamo dunque di fronte ad una totale ed assoluta ridefinizione della relazione abituale tra i fedeli cattolici e la somministrazione dei sacramenti: ridefinizione che stata generata, tra l’altro, da una sostanziale mancanza di qualunque previsione strutturata diretta – secondo la flessibilità propria dell’ordinamento canonico – a cercare di contemperare le esigenze spirituali dei fedeli con quelle – inderogabili, intendiamoci – di salute pubblica. La non attivazione delle procedure previste dall’art. 14 dell’Accordo di Villa Madama e la sostanziale sospensione del regime pattizio hanno lasciato alla sola autorità ecclesiastica il compito di supplire allo stato di emergenza che si è venuto a creare: questo, beninteso, nella necessità assoluta di rispettare il diritto dello Stato in virtù del principio di leale collaborazione stabilito nell’art. 1 dell’Accordo, ma anche in ottemperanza a quanto disposto dal § 1 del canone 223 del codice di diritto canonico.
Tale necessità, oltre a condurre alla sospensione delle messe coram populo e dunque alla possibilità, per i fedeli che ne fossero degni, di accostarsi alla Santa Comunione, ha di fatto reso molto complesso celebrare anche i sacramenti della riconciliazione e dell’unzione degli infermi, per non parlare di battesimi, cresime e matrimoni, la cui celebrazione appare assolutamente problematica (o meglio, vietata nel momento in cui i riti diretti a celebrare detti sacramenti possano rientrare nel disposto dell’art. 1 comma 1 lettera i del citato DPCM 9 marzo 2020, con le precisazioni cui però faremo accenno infra).
La suddetta ridefinizione appare peraltro problematica, sia perché le misure di contenimento della pandemia rischiano di essere protratte nel tempo per un periodo non quantificabile al momento, ma certamente non particolarmente breve, sia perché esse cadono in prossimità di festività particolarmente significative, ed in particolare, per la Chiesa cattolica, della Pasqua.
E’ del tutto evidente che l’affievolimento del diritto garantito dal canone 213 non può essere disposto sine die: verrebbe infatti in questione lo stesso rispetto dello ius divinum in virtù della dimensione sacramentale della Chiesa di cui, nel primo paragrafo di questo contributo, si è tentato sommariamente di dar conto. Se infatti la somministrazione dei sacramenti dovesse essere sospesa a tempo indeterminato, verrebbe ad essere posta in questione la stessa struttura della Chiesa, e quelle funzioni – trasmettere l’efficacia della salvezza, comunicare la grazia, rendere culto a Dio, edificare la Chiesa, istruire il popolo di Dio – che sono proprie di ognuno dei sette sacramenti, finirebbero per essere disperse dentro un quadro dominato da un’assoluta incertezza di carattere teologico, prima ancora che giuridico.
Ed esiste un’altra conseguenza dell’affievolimento del diritto di cui al can. 213, di carattere eminentemente pastorale: appare evidente che – soprattutto in momenti di particolare difficoltà esistenziale, come nel caso di condizioni di salute serie – la deprivazione della possibilità di confessarsi, di comunicarsi, di ricevere il viatico o l’olio degli infermi interferisce in maniera evidente con la possibilità, per il fedele, di sentire quella vicinanza e quella prossimità che la Chiesa deve avere nei confronti della sofferenza. Molti chierici stanno supplendo, con un’attenzione pastorale straordinaria (penso ai cappellani delle strutture ospedaliere lombarde), a queste difficoltà: ma è chiaro che questo sacrificio – che va anche a discapito della salute di quegli stessi chierici – non può essere illimitato nel tempo.
E c’è poi la Pasqua di cui tener conto. La tradizione ecclesiastica conosce, dai tempi del Concilio Lateranense IV passando per il periodo Tridentino, ininterrottamente il precetto pasquale come precetto fondamentale, composto dai due doveri sacramentali che oggi si delineano dal combinato disposto dei canoni 920 e 989. E se è vero che il paragrafo 2 del canone 920 delinea la possibilità di ottemperare a detto precetto in altro momento dell’anno qualora ricorra una giusta causa, è altrettanto vero che il precetto pasquale rappresenta il minimo giuridico della ricezione dei sacramenti dell’Eucaristia e della penitenza, che fortifica il profondo legame tra di essi ed ha un valore – nel tempo pasquale – non solo simbolico. Come nota Massimo Del Pozzo “i precetti sacramentali sono intimamente connessi e collegati tra loro. Il mistero pasquale funge da sorgente e meta dell’intero organismo sacramentale. Non è casuale che si qualifichi e connoti in senso stretto come praeceptum paschalis l’obbligo circostanziato della ricezione annuale della Comunione. Tutto tende verso l’Eucaristia e questa trova il suo nucleo essenziale e costitutivo nella Pasqua”.
4. Le questioni prospettate non hanno trovato una soluzione bilaterale, stante la già ricordata sospensione del principio sancito dall’art. 7, 2° comma Cost. Né si può far rientrare – come parrebbe prospettare Guzzo – il principio di bilateralità (cacciato dalla porta dell’art. 7, 1° comma Cost.), “dalla finestra” della nota della CEI del 25 marzo 2020 “Orientamenti per la settimana santa”, emanata a seguito del Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti del 25 marzo 2020 n. 181, asserendo che tale nota parla di una “interlocuzione della Segreteria Generale con la Presidenza del Consiglio dei Ministri”. E’ evidente che tale “interlocuzione” non è espressione della bilateralità pattizia, ma della semplice proposizione di esigenze spirituali e liturgiche aventi effetti materiali da parte di un organo di un ente ecclesiastico civilmente riconosciuto non dotato di personalità di diritto internazionale (la CEI). Tali esigenze sono state vagliate dall’ordinamento statuale, che ha deciso unilateralmente come far fronte ad esse nella già citata nota del Ministero dell’Interno del 27 marzo 2020.
Oltre a quanto ricordato in precedenza, la suddetta nota contiene alcune interpretazioni perlomeno discutibili, in ogni caso profondamente rilevanti in relazione al diritto di ricevere i sacramenti di cui al can. 213 del codice di diritto canonico.
La prima di esse è relativa al fatto che “le celebrazioni (…) (liturgiche) non sono in sé vietate, ma possono continuare a svolgersi senza la partecipazione del popolo, proprio per evitare raggruppamenti che potrebbero diventare potenziali occasioni di contagio”. Questo vuol dire che le celebrazioni liturgiche senza popolo non possono rientrare nel novero delle cerimonie religiose, che risultano vietate ai sensi della lettera i), comma 1°, art. 1 DPCM 8 marzo 2020. Sarebbe dunque interessante capire a cosa si riferisce la locuzione “cerimonie religiose” di cui alla disposizione appena citata, posto che essa, ad avviso della nota del Ministero dell’Interno di cui sopra, non riguarda neppure i matrimoni (canonici) che si svolgano “alla sola presenza del celebrante, dei nubendi e dei testimoni” – che possono dunque essere celebrati a condizione che siano rispettate le prescrizioni sulle distanze tra i partecipanti.
Viene spontaneo chiedersi: e allora i riti battesimali? La celebrazione delle Cresime? La distribuzione della Santa Comunione fuori dalla Messa? Anche in questo caso la celebrazione alla presenza del solo fedele e del celebrante è permessa, se vengono rispettate le prescrizioni sulle distanze? Cosa occorrerà segnare sull’autocertificazione prescritta? La depenalizzazione delle misure sul contenimento ex art. 4 D.L. 19/2020 non elimina le perplessità relative alla estrema indeterminatezza dei comportamenti vietati, alla luce della necessità di applicare la regolamentazione prevista dalla legge 24/11/1981 n. 689; ma non elimina anche molte perplessità, di carattere canonistico, sullo stato di incertezza nella somministrazione dei sacramenti che si è venuto a creare in questo cortocircuito normativo.
In questa sede non tratterò poi delle questioni connesse ai riti funebri: risulta certo piuttosto curioso che, di fronte alla tragedia della pandemia, ci si possa sposare ma non avere un funerale.
5. La CEI ha tentato di dare delle risposte allo stato di emergenza ed alla correlativa relazione tra questo e la somministrazione dei sacramenti in un documento del 17 marzo 2020, in cui – dopo aver ricordato che “se non sussistono le condizioni per poter amministrare il sacramento, supplet Ecclesia, affidandosi al votum sacramenti, come del resto il “battesimo di desiderio” insegna” – la Conferenza dei Vescovi italiani fornisce alcune indicazioni pratiche su come somministrare ogni singolo sacramento rispettando le norme di contenimento della pandemia. Purtroppo il documento non si occupa in nessun modo né delle problematiche (come quella del divieto di spostamento) connesse alla legislazione italiana, né delle situazioni pastorali o giuridiche in cui il votum sacramenti rischia di non trovare compimento a seguito delle condizioni di salute del fedele (che, giova ricordarlo, nel caso del COVID-19 possono aggravarsi molto repentinamente). È assente – nel documento in esame – anche una particolare attenzione per i fedeli più vulnerabili per età e condizioni psicofisiche. Quanto alle celebrazioni dei riti pasquali, il citato Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti del 25 marzo 2020 n. 181 fissa alcune linee guida che prevedono la Messa sine populo e in luogo adatto: la citata nota del Ministero dell’Interno 27 marzo 2020, peraltro, autorizza ad assistere alla celebrazione una pluralità di celebranti ai celebranti, di un diacono, di un lettore, di un organista, di un cantore e di un imprecisato numero di “operatori per la trasmissione” attraverso TV o in streaming, i quali possono recarsi presso il luogo della celebrazione per “comprovate esigenze lavorative” (sic).
Di grande interesse, per converso, la nota della Penitenzieria Apostolica circa il Sacramento della Riconciliazione nell’attuale situazione di pandemia del 20 marzo 2020: secondo la Penitenzieria, vista “la gravità delle attuali circostanze” e “soprattutto nei luoghi maggiormente interessati dal contagio pandemico e fino a quando il fenomeno non rientrerà”, è possibile impartire “l’assoluzione collettiva”, cioè a più fedeli insieme, “senza la previa confessione individuale”. In questo caso, “il sacerdote è tenuto a preavvertire, entro i limiti del possibile, il Vescovo diocesano o, se non potesse, ad informarlo quanto prima”. Inoltre la Penitenzieria apostolica chiede di valutare “la necessità e l’opportunità di costituire, laddove necessario, in accordo con le autorità sanitarie, gruppi di cappellani ospedalieri straordinari, anche su base volontaria e nel rispetto delle norme di tutela dal contagio, per garantire la necessaria assistenza spirituale ai malati e ai morenti”.
Laddove invece “i singoli fedeli si trovassero nella dolorosa impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale”, si ricorda che “la contrizione perfetta, proveniente dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, espressa da una sincera richiesta di perdono (quella che al momento il penitente è in grado di esprimere) e accompagnata dal votum confessionis, vale a dire dalla ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale, ottiene il perdono dei peccati, anche mortali”, come indicato dal Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1452.
Proprio partendo da questa prospettiva, il Santo Padre Francesco ha voluto concedere a tutti i fedeli che lo desiderassero, indulgenza plenaria incondizionata ex art. 25 del Manuale delle Indulgenze nella drammatica celebrazione pubblica del 27 marzo scorso.
La risposta del Pontefice e della Penitenzieria all’emergenza appare in questo caso proporzionata tanto alla gravità della fattispecie quanto conscia della situazione di grave difficoltà dovuta alla necessità di rispettare la normativa statale, anche se potrebbe, nella fattispecie, verificarsi la possibilità ipotizzata da Giorgio Giovanelli di una modalità straordinaria di confessione in cui il ministro ed il penitente, pur non essendo fisicamente presenti nello stesso luogo, possano comunicare attraverso strumenti telefonici o informatici in collegamento remoto: modalità che darebbe al fedele la possibilità di un conforto – oltre che dell’assoluzione sacramentale – del proprio confessore abituale.
L’auspicio, peraltro, è che gli studiosi di diritto canonico sappiano trovare soluzioni accettabili – sia giuridicamente che da un punto di vista pastorale – alla vita sacramentale dei fedeli in questo periodo di prova: non si può pensare che l’ordinamento giuridico canonico – per sua natura finalizzato alla salvezza delle anime – rimanga muto in questo momento particolarmente drammatico del rapporto tra l’essere umano e la dimensione del Mistero.
Ci si permette, in questa sede, di prospettare la possibilità che alcuni volontari della Protezione Civile e della Croce Rossa autorizzati a prestare assistenza ai residenti particolarmente vulnerabili – nel rispetto del canone 230 § 3 e della normativa canonica particolare in materia, nonché delle esigenze derivanti dal rispetto del principio di laicità dello Stato – possano essere istituiti Ministri straordinari per l’Eucaristia, in modo che – in ossequio a quanto disposto dall’istruzione Immensae Caritatis – possano portare la Santa Comunione fuori della celebrazione della Messa, soprattutto in forma di Viatico, agli infermi e agli ammalati che si trovino in pericolo di morte. Oppure che – più in generale – venga emanata un’apposita normativa sulla somministrazione dei sacramenti in tempo di pandemia, che sappia venire incontro alle esigenze – anche spirituali – soprattutto dei più vulnerabili.

References: art. 1
 art. 1
 § 1
 art. 1
 art. 4
 art. 25
 § 3