Source: https://news.avvocatoandreani.it/doc/cassazione-civile-sez-sentenza-21501-del-2018-104678.html
Timestamp: 2020-02-24 09:00:23+00:00

Document:
V.M., C.A., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CICERONE, 44, presso lo studio dell'avvocato GIOVANNI CORBYONS, rappresentati e difesi dagli avvocati ERCOLE ROMANO, PAOLA BALZARINI;
E.F., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA COSSERIA 5, presso lo studio dell'avvocato GUIDO FRANCESCO ROMANELLI, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato UMBERTO GRELLA;
V.M., C.A., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CICERONE, 44, presso lo studio dell'avvocato GIOVANNI CORBYONS, rappresentati e difesi dagli avvocati PAOLA BALZARINI, ERCOLE ROMANO;
avverso la sentenza n. 3327/2013 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 29/08/2013;
udito l'Avvocato ROMANO Ercole, difensore del ricorrente che ha chiesto l'accoglimento del ricorso principale e rigetto dell'incidentale;
udito l'Avvocato GRELLA Umberto, difensore del resistente che ha chiesto di riportarsi al controricorso incidentale.
Il Tribunale di Monza, Sezione Distaccata di Desio, con sentenza depositata il 29/1/2010, accogliendo in parte la domanda avanzata da E.F., dichiarò la libertà dell'area in proprietà dell'attrice dalla pretesa servitù addotta da V.M.M. e C.A.; inoltre, condannò quest'ultimi "a provvedere alla regolarizzazione della gronda, delle tre finestre aperte sul lato nord-est del proprio fabbricato e alla chiusura del cancello per cui è causa".
La Corte d'appello di Milano, con sentenza depositata il 29 agosto 2013, accogliendo in parte l'appello principale dei primigenei convenuti e quello incidentale della E., nel resto confermando la sentenza di primo grado, rigettò la domanda dell'attrice diretta alla regolarizzazione delle tre finestre e alla chiusura del cancelletto e condannò il V. e la C. "ad arretrare il loro fabbricato in modo tale da rispettare la distanza di m. 5 dal confine di proprietà", e, in solido, a risarcire il procurato danno nella misura omnicomprensiva di Euro 1.000,00.
In estrema sintesi, al fine di rendere rapidamente apprezzabile la vicenda e il non coincidente opinamento fra le due statuizioni, è utile chiarire che con la domanda iniziale la E., dopo aver premesso di essere proprietaria di un compendio immobiliare, sul quale insisteva un fabbricato ad uso residenziale, a lei pervenuto per donazione paterna del 12/9/1991; che alla medesima non era opponibile, in quanto non trascritto e privo dei necessari requisiti di forma e sostanza, il contratto del 20/5/1989, stipulato dagli odierni ricorrenti con il di lei padre, E.P., con il quale era stata attribuita ai convenuti la facoltà di edificare in deroga alle norme sulle distanze, sia tra fabbricati, che rispetto al confine, aveva chiesto condannarsi i convenuti: a) ad abbattere la porzione del loro fabbricato edificato in violazione di legge, oltre al risarcimento del danno, da stimarsi anche in via equitativa; b) ad eliminare le gronde collocate a distanza inferiore di quella legale, oltre al risarcimento del danno, da stimarsi anche in via equitativa; c) a chiudere le tre finestre, in quanto realizzate a distanza inferiore rispetto a quanto prescritto dall'art. 905 cod. civ., oltre al risarcimento del danno, da stimarsi anche in via equitativa; d) ad eliminare il cancelletto, dal quale derivava un illegittima servitù di passo, oltre, anche in quest'ultimo caso, al risarcimento del danno per come sopra.
Alla pretesa attorea i convenuti avevano contrapposto che la scrittura privata intervenuta con il padre dell'attrice era a costei opponibile, trattandosi di erede, subentrante nella stessa posizione del de cuius.
Il Tribunale, considerato che l'attrice aveva acquistato, sia pure a titolo gratuito, inter vivos e non mortis causa, considerò a lei inopponibile la scrittura di cui s'è detto e, dopo aver giudicato soddisfatto l'onere probatorio della titolarità per l'esercizio dell'actio negatoria servitutis, concluse come segue: 1) non conformità a legge della grondaia; 2) non applicabilità della regola sulle distanze fra fabbricati, in quanto i due edifici non erano fronteggianti; 3) illegittimità delle finestre, collocate in violazione dell'art. 905 cod. civ.; 4) illegittimità del cancelletto, tale da permettere il transito sulla proprietà della E.; 5) l'attrice non aveva "offerto alcun elemento" dal quale desumere l'entità dei danni.
La Corte locale, confermando nel resto la decisione di primo grado: 1) escluse la violazione dell'art. 905 cod. civ., in quanto le finestre, anche a volerle considerare dirette (ed, invece, oblique erano parse a quel Giudice), sulla base degli accertamenti del CTU, si trovavano a 2 m. dalla proprietà della E.; 2) il cancelletto si apriva su una striscia di terreno, la quale sibbene esile, era di esclusiva proprietà dei V.- C.; 3) il Tribunale aveva omesso di prendere in esame la verifica del rispetto della distanza tra fabbrica e confine, senza che possa assumere rilievo la circostanza che i due fondi fossero separati da una striscia di terreno di proprietà comune, e considerato che il regolamento locale imponeva uno stacco di 5 m. dal confine, occorreva disporre condanna all'arretramento del manufatto, edificato a soli 29,5/30 cm. di distanza; 4) risultava equo liquidare, a titolo di danno omnicomprensivo, l'importo di Euro 1.000,00.
V.M. e C.A. ricorrono avverso la statuizione d'appello prospettando sette motivi di censura.
Resiste con controricorso E.F., svolgendo in seno al predetto atto ricorso incidentale, articolato su due censure.
Entrambe le parti, all'approssimarsi dell'udienza di discussione hanno depositato memorie illustrative.
1. Con i primi due motivi, tra loro collegati e dipendenti, i ricorrenti denunziano violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1350, 1346, 1372, 2644 e 949 cod. civ., art. 81 cod. proc. civ., in relazione all'art. 360, n. 3; nonchè omesso esame di un fatto controverso e decisivo, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5.
Il ricorso ripropone la tesi vanamente perorata dai ricorrenti nel corso del giudizio di merito di primo e secondo grado: poichè la E. era succeduta, quale erede universale, al padre, la stessa era soggetta ai limiti posti alla proprietà dal de cuius, tal quale a lei pervenuta per successione. Il contratto, portato dalle scritture private del 20/5/1989 e del 9/6/1989, aveva prodotto effetti reali, ai sensi degli artt. 1350 e 1346 cod. civ., ai quali la controricorrente non poteva sottrarsi, in quanto non poteva essere considerata terzo. Non assumeva rilievo la circostanza che la E. avesse agito affermandosi proprietaria per acquisto a titolo di donazione, poichè: "al contempo erede del padre (...) in tale sua qualità (era subentrata) nei contratti da questi sottoscritti".
Da ciò derivava, ulteriormente, che la E. non era legittimata a promuovere l'azione di negatoria servitutis. Difatti, seguendo il ragionamento impugnatorio, dalle scritture in narrativa derivava che la proprietà della stessa confinava, per 4/5 m., con il fondo dei ricorrenti, stante che nel caso contrario, il terreno dei ricorrenti avrebbe confinato con l'originaria strada privata; in definitiva, con l'accordo di cui si discute si erano regolati i confini come nella planimetria, alla quale si era attenuto il CTU. La Corte d'appello, dopo che il Tribunale aveva giudicato irrilevante la interposizione, tra i due confini, di un terreno altro, non aveva preso in considerazione la questione della legittimazione della E., che, invece, era rilevante in ogni grado del giudizio.
1.1. Il complesso censuratorio sopra esposto è infondato.
La E. ebbe ad acquistare l'immobile per atto inter vivos dal padre e, pertanto, il bene non faceva parte del relictum ereditario per la basica ragione che già si apparteneva alla E. al momento dell'apertura della succesisone, costituendo la circostanza che costei fosse figlia ed erede del padre un evento accidentale del tutto irrilevante quanto alla sorte del predetto bene.
In caso di mancata trascrizione del relativo atto costitutivo, la servitù è inopponibile agli aventi causa, a titolo particolare, del proprietario del fondo servente, che abbiano acquistato in base ad un titolo regolarmente trascritto e sempre che la servitù non sia stata portata a loro conoscenza, ed implicitamente da essi accettata, nei rispettivi atti di trasferimento della proprietà, senza peraltro che, in quest'ultimo caso, ai fini di detta opponibilità sia sufficiente che, in luogo della descrizione della servitù esistente, l'atto di trasferimento contenga frasi generiche o di mero stile, ricorrenti negli atti notarili (cfr., ex multis, Sez. 2, n. 5158, 3/4/2003, Rv. 561789; Sez. 2, n. 9457, 28/4/2011, Rv. 617690).
Ovviamente, non è dirimente affermare che dal contratto a suo tempo stipulato dai ricorrenti con il padre della E. fossero derivati effetti reali, dovendosi qui fare applicazione della concorrente regola che subordina una tale efficacia nei confronti dei terzi alla previa trascrizione.
Nel resto la critica censuratoria muove rilievi in questa sede non esaminabili, in quanto fondati sul preteso contenuto delle scritture negoziali di cui s'è detto e su un riscontro dei luoghi, alternativo rispetto a quanto accertato dal Giudice del merito. La mancanza di specificità e autosufficienza rende, pertanto, inammissibile il chiesto vaglio.
Da quanto fin qui chiarito è del tutto evidente la infondatezza del prospetto vizio omissivo. Dell'art. 360 cod. proc. civ., il n. 5 post riforma operata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. nella L. 7 agosto 2012, n. 134, consente il ricorso solo in presenza di omissione della motivazione su un punto controverso e decisivo (pur dovendosi assimilare alla vera e propria omissione le ipotesi, che qui non ricorrono, di "motivazione apparente", di "contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili" e di "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile", esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di "sufficienza" della motivazione - S.U., n. 8053, 7/4/2014, Rv. 629830; S.U. n. 8054, 7/4/2014, Rv. 629833; Sez. 62, ord., n. 21257, 8/10/2014, Rv. 632914), omissione che qui non si rileva affatto, avendo la Corte territoriale preso in considerazione il punto controverso.
2. Con il terzo motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 871, 872, 873, 949 e 2058 cod. civ., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3; nonchè omesso esame di un fatto controverso e decisivo, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5.
La condanna ad arretrare il fabbricato violava gli artt. 872 e 873 cod. civ., in quanto "l'unica distanza misurabile è tra gli spigoli degli edifici (peraltro irrilevante sotto il profilo del rispetto delle distanze legali) ed è pari a mt. 3".
Quel che rilevava era la distanza minima imposta dal Comune di Verano Brianza in m. 5, salvo diversa convenzione registrata, senza che fosse stato imposto pure l'onere della trascrizione e, poichè sull'assolvimento del presupposto della registrazione si era fatto luogo, i ricorrenti erano stati autorizzati dalla P. A. all'intervento edilizio. Pertanto, di nessuna lesione poteva dolersi la controparte, dovendosi ritenere legittimamente derogato per libero accordo fra le parti il limite imposto dallo strumento comunale.
Con un secondo profilo i ricorrenti evidenziano che la condanna all'arretramento, implicante la demolizione parziale del fabbricato, avrebbe dovuto essere sostituita dalla condanna per equivalente, ai sensi dell'art. 2058, cod. civ., apparendo il risarcimento del danno in forma specifica eccessivamente oneroso per il debitore.
2.1. La doglianza non è condivisa dalla Corte.
Quanto alla prima questione, i ricorrenti equivocano: la sentenza ha sanzionato il mancato rispetto della distanza del fabbricato rispetto al confine e, quindi, il richiamo alla misurazione della distanza tra fabbricati non è pertinente. Per completezza, sul punto, vai la pena soggiungere che le norme sulle distanze tra le costruzioni, integrative di quelle contenute nel codice civile, devono essere applicate indipendentemente dalla destinazione dello spazio intermedio che ne risulti e prescindendo dall'appartenenza di tale spazio a terzi (cfr., da ultimo, Sez. 2, n. 25890, 31/10/2017, Rv. 645803).
Non opponibili, in ragione di quanto deciso in ordine ai primi due motivi, i negozi stipulati con il dante causa della E., non può essere presa in considerazione la deroga convenzionale che da essi i ricorrenti pretendono di far derivare.
Infine, svestita di apprezzabilità giuridica appare la tesi che pretende limitare il diritto reale del terzo in forza di un titolo negoziale non trascritto, sul presupposto che l'ente locale territoriale abbia stabilito per regolamento che la scrittura sia stata registrata, ma non anche trascritta. L'infondatezza è evidente: i provvedimenti edilizi espansivi della sfera del richiedente non possono giammai ledere i diritti soggettivi dei terzi e la prescrizione della registrazione imposta dal comune non ha affatto una simile inconcepibile pretesa, valendo, invece, a rendere certa l'esistenza e la data della convenzione privata, la quale, ovviamente non può pregiudicare i diritti dei terzi.
Costituisce principio fermo quello secondo cui, atteso il carattere assoluto dei diritti reali, la tutela degli stessi mediante reintegrazione in forma specifica non è soggetta al limite ex art. 2058 c.c., comma 2, salvo che lo stesso titolare danneggiato chieda il risarcimento per equivalente (cfr., da ultimo, S.U., n. 10499, 2075/2016, Rv. 639689). Di conseguenza, in sede di esecuzione, l'art. 2933 c.c., comma 2, che limita l'esecuzione forzata degli obblighi di non fare, vietando la distruzione della cosa che sia di pregiudizio all'economia nazionale, va riferito alle sole fonti di produzione o distribuzione della ricchezza dell'intero paese e, pertanto, non è invocabile per evitare lo spostamento di una costruzione alla distanza prescritta dalle norme in materia, comportando la persistenza di detta costruzione, al contrario, una lesione di pur rilevanti interessi individuali (cfr., da ultimo, Sez. 2, n. 25890, 31/10/2017, Rv. 645803).
3. Con il quarto motivo i ricorrenti deducono violazione e/o falsa applicazione dell'art. 889 c.c., comma 2, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3.
Poichè, assumono i ricorrenti, "la metà (pari a mt. 1,5) della strada privata esistente a cavaliere tra i mappali (OMISSIS) appartiene ai signori V. - C. (ne deriva) che la sporgenza delle gronde di cm. 50 oltre il confine disegnato nella planimetria allegata alla scrittura privata del 20.05.1989 rispetta la distanza di mt. 1 dal confine originario, prevista dall'art. 889 c.c., comma 2".
3.1. Il motivo è inammissibile, implicandone il vaglio riesame del giudizio di merito, fondato su accertamenti fattuali, non ripercorribili in sede di legittimità.
4. Con il quinto motivo, con il quale si denunzia la violazione degli artt. 81 e 112 cod. proc. civ., si afferma che la statuizione di condanna emessa dalla Corte d'appello, a cagione della sua genericità, avrebbe potuto interpretarsi come riferentesi alla lunghezza dell'intero fabbricato; quindi, "anche per la parte non vicina a quello della signora E.". Una tale conclusione avrebbe procurato vizio di ultrapetizione.
4.1. la prospettazione è inammissibile.
La censura, invero, ipotizza una lettura pregiudizievole del dispositivo, che il tenore della sentenza, nel suo complesso, mostra essere non solo congetturale, ma razionalmente ingiustificata. Non può giammai essere dubbio, perchè così risulta dalle emergenze di causa, dal tenore della motivazione e del correlato dispositivo, oltre che dalla logica corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, che la condanna ad arretrare il fabbricato non può che essere intesa per quanto di interesse giuridicamente tutelato della controparte, cioè solo per la parte dell'edificio dei ricorrenti confinante con la proprietà dei resistenti.
5. Con il sesto motivo si lamenta violazione e falsa applicazione dell'art. 949 c.c., comma 2, art. 872 c.c., comma 2 e art. 2697 cod. civ., in quanto, nonostante che la E. non avesse fornito prova alcuna del pregiudizio economico, le era stata liquidata, a titolo di risarcimento del danno, l'ammontare di Euro 1.000,00.
In tema di violazione delle distanze tra costruzioni previste dal codice civile e dalle norme integrative dello stesso, quali i regolamenti edilizi comunali, al proprietario confinante che lamenti tale violazione compete sia la tutela in forma specifica, finalizzata al ripristino della situazione antecedente al verificarsi dell'illecito, sia quella risarcitoria, ed il danno che egli subisce (danno conseguenza e non danno evento), essendo l'effetto, certo ed indiscutibile, dell'abusiva imposizione di una servitù nel proprio fondo e, quindi, della limitazione del relativo godimento, che si traduce in una diminuzione temporanea del valore della proprietà medesima, deve ritenersi "in re ipsa", senza necessità di una specifica attività probatoria (cfr., ex multis, Sez. 2, n. 25475, 16/12/2010, Rv. 615881).
6. Con il settimo motivo, denunziante violazione e/o falsa applicazione dell'art. 91 cod. proc. civ., s'invoca il favore delle spese, nello "auspicato accoglimento" del ricorso.
6.1. La pretesa è inammissibile, non trattandosi di un argomento censuratorio, il quale presuppone la denunzia di un errore in iudicando o in procedendo, bensì, appunto, di una conseguenza dell'auspicato accoglimento del ricorso.
7. Con il primo motivo del ricorso incidentale la E. denunzia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 833, 1058, 1079 e 2697 cod. civ., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3.
Espone la ricorrente incidentale che il rigetto della domanda volta alla chiusura del cancelletto non trovava spiegazione. Il manufatto era stato collocato, senza autorizzazione, "sul confine sud-est della proprietà" della medesima, così "aprendo una fastidiosa servitù di transito pedonale su area di proprietà esclusiva (...) in quel tratto attualmente aperta e non recintata". La Corte di merito aveva accertato che il cancelletto si apriva su un'area molto ristretta di proprietà della controparte, tuttavia, per la E., a cagione della conformazione dei luoghi e, in particolare della contiguità della propria proprietà e dell'esiguità della striscia di proprietà avversa, sarebbe stato inevitabile lo sconfinamento pedonale all'interno dell'area della ricorrente incidentale. Di talchè all'opera avrebbe dovuto assegnarsi perlomeno natura emulatoria, avendo "chiara finalità di disturbo con i transiti nel cortile privato della sig.ra E.".
Accertato e non controverso che il cancello è posto in corrispondenza di una striscia di proprietà della controparte, la circostanza che accedendo dal predetta apertura sia possibile sconfinare all'interno della proprietà della ricorrente incidentale costituisce una evenienza possibile, ma non inevitabile. Non può, pertanto, seriamente mettersi in dubbio che il paventato esercizio abusivo di un potere di fatto corrispondente ad una servitù pedonale di transito non sussiste. Peraltro, la ricorrente incidentale, ben può premunirsi dal rischio ipotetico che alcuno possa mettere piede sul suolo di sua proprietà, sia pure casualmente ed occasionalmente, esercitando la facoltà di separare il predetto suolo mediante recinzione.
L'assegnazione di natura emulativa all'apposizione del cancello costituisce prospettazione nuova, il cui fondamento, peraltro di non agevole configurazione, non può essere verificato in sede di legittimità.
8. Con il secondo motivo si deduce violazione e/o falsa applicazione degli artt. 872, 873 e 2043 cod. civ., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3.
La ricorrente incidentale contesta la quantificazione in sole Euro 1.000,00 la stima del danno patito. Misura, questa, che a cagione della sua minimalità, non poteva che considerarsi simbolica e priva di capacità soddisfattiva.
In altri termini, la E. rappresenta al Giudice della legittimità che ha diritto ad un risarcimento in re ipsa che non sia simbolico e sia rappresentativo del danno sofferto; ma un tale condivisibile enunciato non è supportato da indicatori quantitativi del danno, sufficientemente specifici, nonostante che la Corte d'appello sul punto avesse, peraltro, espressamente stigmatizzato la deduzione del tutto generica in ordine al quantum del danno patito.
Devesi enunciare, in definitiva, il seguente principio di diritto: aver proclamato la simbolicità per esiguità della liquidazione non investe perciò stesso del sindacato la Corte di cassazione, alla quale non può essere assegnato il compito d'individuare, nel merito e peraltro d'ufficio, i concreti pregiudizi patiti e, di poi, in rapporto ad essi, la inadeguatezza assoluta della stima, tanto da doverla considerare meramente simbolica.
10. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), ricorrono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato da parte dei ricorrenti (principale e incidentale), a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti (principale e incidentale), dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 81
 sentenza 
 art. 2058
 art. 872
 art. 2697
 art. 13
 art. 1
 art. 13
 art. 13
 art. 1
 art. 13