Source: https://francescocolaci.wordpress.com/2012/02/page/2/
Timestamp: 2019-10-17 21:27:21+00:00

Document:
febbraio | 2012 | Francesco Colaci's BLOG | Pagina 2
SENTENZA CASSAZIONE TEMPO TUTA ED ORARIO LAVORO
Di seguito si riporta il testo della sentenza emessa l’11 novembre 2011 dalla Corte di Cassazione sulla questione di cui al titolo.
sul ricorso 29897-2008 proposto da:
ILVA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro
tempore, elettivamente domiciliata in ROMA» VIA L.G.
FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ROMEI
ROBERTO, che la rappresenta e difende unitamente agli
avvocati FAILLA LUCA MASSIMO, TORCHIO STEFANO, giusta
ASCIONE PIERO, DI SALVO CLEMENTE;
Ogget tc
R.G.N. 29897/2008
– Presidente – Ud. 08/11/2011
– Rel. Consigliere – Pu
– int:’;matí –
DI SALVO CLEMENTE, ASCIONE PIERO, elettivamente
domiciliati in ROMA, VIA DELLE FORNACI 43, presso lo
studio dell’avvocato SCORSONE VINCENZO, che li
rappresenta e difende unitamente all,avvocato FORMENTO
SERGIO GIOVANNI BATTISTA, giusta delega in attì;
– aontrorloorremtl e zi orremtl la identall –
ILVA S.P.A., in persona del legale rappresen.tante p_ o
tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA L.G.
– oo trori orrente a r/aorso inaidentale –
avverso la sentenza n. 1148/2007 della CORTE D’APPELLO
di GENOVA, depositata il 07/12/2007 r.g.n. 375/06;
udienza del 08/11/2011 dal Consigliere Dott. PIETRO
CURZIO;
udito 1,Avvocato FAILLALUCAMASSIMO;
udito l’Avvocato FRANCESCO FORMENTO per delega SERGIO
FORMENTO;
……….. ° ………..- Consigliere –
Generale Dott. RENATO FINOCCHI GHRRSI, che ha concluso
per il rigetto del ricorso principale, assorbito
1 ‘ incidentale.
8 m vemhre 2011
1. [LVA spa chiede l’annullamento della sentenza non definitiva della Corte
d’appello di Genova, che, in parziale riforma della decisione di primo grado,
l’ha condannata a corrispondere ai lavoratori che la convennero in giudizio il
compenso dovuto, a titolo di lavoro straordinario, per il tempo necessarìo per
indossare la tuta da lavoro e i dispositivi di protezione individuale (DPI),
nonché per recarsi dallo spogliatoio al repal o e viceversa.
2. I lavoratori hanno notificato e depositato controricorso, proponendo ricorso
incidentale condizionato. Entrambe le parti hanno depositato una memoria per
i’udienza. La difesa della società ha anche depositato note di replica alle
conclusioni del PG.
3. Con il primo motivo la società denunzia “violazione c/o falsa applicazione
degli artt. 1, 3 e 6 del rdl n. 692 del 1923, dell’art. 5 e 10 del rd n. 1955 del
1923, della direttiva CEE 104/1993, nonché degli artt. 1 e 8 d .lgs n. 66 del
2003”. La tesi prosp¢ttata è che l’orario di lavoro debba intendersi limitato al
tempo della effettiva prestazione lavorativa ed eventualmente ai tempi
precedenti e/o successivi ma solo se, durante questi ultimi, al lavoratore sia
ríchiesto lo svolgimento di attività dirette e controllate dal datore di lavoro
quanto a modalità e tempi di esecuzione, con effettiva dísponibilità alla
prestazione da parte del lavoratore e potenziale assoggettamento di
quest’ultimo al potere direttivo, di controllo e disciplinare dello stesso datore di
lavoro. La società sostiene che la sentenza abbia violato le norme su indicate
per aver ritenuto che rientrino nell’orario di lavoro ii tempo speso dai
lavoratori per indossare e dismettere la tuta e i dispositivi di protezione
individuale, nonché il tempo speso dai medesimi per percorrere il tragitto dallo
spogliatoio al reparto e viceversa, pure in mancanza, durante tale arco
temporale, di alcun potere direttivo, di controllo e disciplinare da parte del
datore di lavoro ILVA.
4. Con il secondo motivo la società denunzia violazione e falsa applicazione dei
ccnl aziende metalmeccaniche pubbliche aderenti a]l’lntersind del 9 luglio
1994, nonché del ceni metalmeccanici privati del 5 luglio 1994 e 8 giugno
1999. Il quesito di diritto, posto è se sia consentito alle par’ti stipulanti un
contratto collettivo considerare nell’orario di lavoro retribuibile soltanto il
tempo della eftì ttiva prestazione in reparto, con esclusione di tutti i tempi
precedenti e/o successivi a quest’ultima, impíegati dal lavoratore per lo
svolgimento di attività meramente preparatorie e strumentali e se sia legittima
la scelta delle parti stipulanti il ccnl Intersind e ceni metalmeccanici privati dì
limitare l’orario di lavoro e la retribuzione al soie tempo della effettiva
prestazione misurata con l’orologio di reparto, con esclusione quindi del tempo
tuta e del tempo percorrenza.
5. Prima di esaminare le tesi critiche della società ricorrente è opportuno
delineare con precisione il tema controverso, l lavoratori avevano chiesto che
fosse considerato nel loro orario di lavoro “il tempo impiegato per coprire il
tragitto dal varco di accesso allo stabilimento al reparto ,z viceversa”. L’ILVA
considera, invece, tempo di lavoro esclusivamente quello dall’inizio alla fine
dell’attività nel reparto. Il giudice, accogliendo solo in parte la domanda dei
lavoratori, ha indicato una soluzione intermedia, non considerando tempo di
lavoro quello impiegato per andare dall’accesso allo stabilimento sino allo
spogliatoio, ma considerando invece il tempo necessario alla vestizíone, nello
spogliatoio, della tuta e dei dispositivi di protezione individuale, nonché il
tempo di percorrenza dallo spogliatoio al reparto. Il tutto si ripropone in senso
inveìso, includendo nell’orario il tempo di percorrenza dal reparto allo
spogliatoio e di svestizione della tuta e dei dispositivi di protezione, senza
invece considerare il tempo di percorrenza dallo spogliatoio all’uscita dello
stabilimento (i tempi sono stati quantificati dalla Co1 e d’appello nella misura
che più avanti si vedrà). La soluzione della Corte di merito è conforme alla
6. Non è in discussione che i lavoratori in questione devono necessariamente
lavorare indossando la tuta e i dispositivi di protezione individuale. Se quella
della tuta è una scelta aziendale, i dispositivi di protezione individuale (DPI)
rientrano tra le ‘misure’ che, ai sensi dell’art. 2087 c.c, i! datore di lavoro deve
adottare per tutelare l’integrità fisica del lavoratore (in questo caso misure
specificamentei ndividuated agli artt.3 77 e 379 del dpr 547 del 1955 e dagli
artt. 40, 43 e 44 d. lgs. n. 626 del 1994). Le disposizioni aziendali in materia,
espresse o implieite, rientrano nell’ambito del potere direttivo del datore di
lavoro. Se un lavoratore pretendesse di svolgere le sue mansioni in reparto
senza aver indossato tuta e dispositivi di protezione sarebbe esposto al potere
disciplinare delI’ILVA. Di conseguenza, indossm’li è un obbligo per ì
lavoratore e svolgere le relative operazioni fa parte della prestazione cui egli è
tenuto nei confronti del datore di lavoro.
7. Non è ipotizzabile che i lavoratori possano effettuare queste operazioni prima
di recarsi sui posto di lavoro. La Corte d’appello, con una valutazione di fatto
compiutamente motivata, ha giudicato materialmente impraticabile la
soluzione di percorrere ii tragitto da casa all’azienda con indosso la tuta e i
dispositivi di protezione ed ha evidenziato che tuta e DPI sono nei caso
specifico beni aziendali, che non possono essere portati fuori dell’azienda
senza una specifica disposizione dell’imprenditore; disposizione che non
risulta essere stata impartita.
8. Quindi, si è in presenza di operazioni imposte da un obbligo interno al rapporto
di lavoro, che deve essere eseguito utilizzando dispositivi di proprietà
azíendale, scelti e prescritti dai datore di lavoro, in adempimento, a sua volta,
di obblighi dedvantigli dalla logge, e deve essere eseguito ne[ locali aziendali.
Non è discutibile, di conseguenza, la soggezione del lavoratore
nell’adempimento di tali obblighi al potere direttivo e disciplinare
dell’imprenditore. Tali operazioni sono esecutive di una preserizione datoriale
e se il lavoratore non le compie è soggetto a responsabilità disciplinare. Si è
pertanto all’interno dei poteri direttivi, di controllo e disciplinare del datore di
9. La circostanza che l’impresa non abbia adottato prescrizioni sui tempi entro i
quali compiere tali operazioni non modifica il quadro. L’azienda avrebbe
potuto dare direttive sul punto e in ogqai caso avrebbe potuto legittimamente
considerare come tempo di lavoro, e conseguentemente retribuire, solo quello
necessario a compiere tali operazioni, E’ ciò che ha faro la Corte di merito,
quantifieando analiticamente i tempi (per spogliarsi dai vestiti civili ed
indossare la tuta e gli altri dispositivi di protezione sono stati calcolati 5
minuti; il tempo necessario per percorrere la distanza tra lo spogliatoio e i
diversi reparti stato calcolato, per ciascun lavoratore, tenendo conto della
distanza da coprire procedendo ad una andatura di 4 Km!h; tempi identici sono
stati calcolati per il percorso inverso).
10.La ricostruzione del sistema normativo che include nell’orario di lavoro
effettivo e retribuibile tali segmenti di tempo non viola le molteplici
disposizioni dell’Unione europea, della legislazione italiana e della
contrattazione collettiva indicate dalla società ricorrente.
l l.Quanto alla normativa europea deve preeisarsi che la materia dell’orario rientra
nell’ambito del diritto dell’Unione limitatamentea i profili incidenti sulla salute
e la sicurezza dei lavoratori, quindi limitatamente alla previsione di limiti
massimi alla durata della prestazione. I profili retributivi dell’orario di lavoro
rientrano invece nella competenza esclusiva del legislatore nazionale.
L’affermazione 6 condivisa anche dalla Corte di giustizia dell’UE, che, con
l’ordinanza 4 marzo 2011, emessa nella causa C-258/10, Grigore c. Regia
nazionala a Padurilor Romsilva, esaminando l’orario di lavoro di una guardia
forestale rumena, ha precisato che la direttiva 2003/88 (ma il discorso vaie
anche per le direttive precedenti) “deve essere interpretata nel senso che
l’obbligo del datore di lavoro di versare le retribuzioni e gli emolumenti
analoghi per il periodo durante il quale la guardia forestale era tenuta a
garantire in sorveglianza della particella boschiva di cui era responsabile
dipende non da detta direttiva, ma dalle pertinenti disposizioni del diritto
12.Le disposizioni del diritto italiano che incidono sulla materia, considerato il
periodo oggetto della controversia, sono, per la prima parte, quelle dettate dal
r.d.l. 15 marzo 1923, n. 692 e dai suoi regolamenti di atluazione, per la seconda
parte quelle del d. lgs. 8 aprile 2003, n. 66.
13.La normativa del 1923 considerava lavoro effettivo quello che richiede
un’applicazione assidua e continuativa ed escludeva da ta]e ambito occupazioni
discontìnue o di semplice attesa o custodia, stabilendo che queste ultime
occupazioni potevano pertanto superare i limiti massimi temporali fissati dalla
legge. Il regolamento di attuazione per le imprese industriali, emanato con r.d.
n. 1955 dei medesimo anno, preeisava (art. 5) che non si considerano come
lavoro effettivo: 1) i riposi intermedi che siano presi sia all’interno che
all’esterno dell’azienda; 2) il tempo impiegato per recarsi sul posto di lavoro;
3) le soste di lavoro di durata non inferiore a dieci minud e complessivamente
non superiore a due ore, comprese tra l’inizio e la fine di ogni periodo della
giornata di lavoro, durante le quali non sia richiesla alcuna prestazione
all’operaio o all’impiegato. Anche questa normativa non è finalizzata a
stabilire qual è il tempo di lavoro retribuibileb, ensì a fissare i limiti massimi
della durata del lavoro, tanto che in taluni casi riposi e pause sono retribuiti.
Comunque, nel considerare le fasi prodromiche, il regolamento si limìta ad
escludere ii tempo impiegato per recarsi sul posto di lavoro, il che coincide con
la conclusione della sentenza ilnpugnata che non solo ha escluso quel tempo,
ma ha escluso anche il tempo necessario per recarsi, una volta entrati in
azienda, sino allo spogliatoio, e viceversa.
14.Più complessa è l’analìsi del decreto legislativo del 2003, che riprende, alla
lettera, dal diritto europeo la definizione di orario di lavoro, ponendola peraltro
alla base di una disciplina che va al di là dei limiti tematici del diritto
dell’Unione. La definizione così formulata: CAgli effetti delle disposizioni
dei presente decreto si intende per a) ‘orario di lavoro’ qualsiasi periodo in cui
il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore dí lavoro e nell’esercizio
della sua attività o delle sue funzioni”.
15.Rientra pertanto nell’orario di lavoro ii tempo in cui il lavoratore è ai lavoro, a
disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue
funzioni. La formula è ampia: la dizione “attività ‘o” funzioni” indica una
volontà legislativa di considerare non solo l’attività lavorativa in senso stretto,
ma un concetto più flessibile ed esteso, che sicuramente integra operazioni
strettamente funzionali alla prestazione. Peraltro, nello svolgimento di tali
operazioni è necessario che il lavoratore sia “a disposizione” del datore di
lavoro, cioè soggetto al suo potere direttivo e disciplinare. Tutte queste
circostanze, come si è visto, sussistono nel caso in esame.
16.Per mera esigenza dì completezza, dato che, come si è detto, í profili della
materia esaminati in questa sede non rientrano nel diritto deil’UE, deve
ricordarsi che il carattere ampio della formula legislativa utilizzata dal
legislatore italiano è stato sottolineato anche dalla Co te di giustizia dell’UE.
Interpretartdo la direttiva in cui la definizione di orario di lavoro ripresa dal
legislatore italiano nel 2003 venne originariamente proposta, la Corte –
ne ha esteso la portata anche ad alcune situazioni dì attesa e di mera
disponibilità, ritenendo necessario interpretare estensivamente la nozione di
orario di lavoro (cfr., in particolare, Corte di giustizia dell’Unione europea, 3
ottobre 2000, C-303/98, Sindacato de medícos de m, istencia pubblica (Simap)
c. Conselleria de sanitad y consumo de la Generalidad Valen«iana), nonché 9
settembre 2003, C-151/02, LandenshauptstadtK iel c. Jeager).
17.Deve escludersi, infine, che l’interpretazione della Cor te d’appello violi le
dei contratti collettivi dei metalmeccanici per cui
‘sono
ore di lavoro (e quindi retribuibili) quelle di effettiva prestazione’.
18.Sul punto questa Corte si è già espressa in più occasioni, in alcune controversie
ex art. 420-bis, c.p.c., tali clausole erano state dichiarate nulle per contrasto con
la disciplina legale inderogabile la materia di orario di lavoro. Le decisioni
sono state cassate, censurando i giudici di merito “p r non aver esitato a
diihiararne la nullità senza chiedersi se tale risultato avrebbe potuto essere
evitato attribuendo a tali clausole una diversa interpretazione: se cioè, in
analogia a quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità con ritbrimento
alla disciplina legale dell’orario di lavoro, siano da ricomprendere nella
nozione di lavoro ‘effettivo’, come tali da retribuire, anche le attività
preparatorie dello svolgimento dell’attività lavorativa, sempre che siano
eterodirette dal datore di lavoro”. Si è aggiunto “che analogo criterio
interpretativo andrebbe adottato anche in presenza di operazioni successive alla
che rivestano le medesime caratteristiche dì quelle preparatorie”
(Cass. 8 aprile 2011, n. 8063, ma v. anche, Cass. 10 settembre 2010, n. 19358).
19.La società ricorrente ripropone anche la questione relativa al fatto che i
medesimi contratti collettivi dei metalmeccanici identificherebbero l’orario con
le ore di lavoro contate con l’orologio marcatempo dei reparto. La sentenza
impugnata non viola ii contratto collettivo neanche sotto tale profilo, perché la
clausola in questione non impone affatto di contare le ore con l’orologio di
reparto, ma consente di farlo anche con l’orologio di stabilimento. Più i n
radice, deve sottolinearsi che quella individuata dal contratto una mera
tecnica di rilevazione dell’orario di ingresso e di uscita dalla stabilimento o dal
reparto, ma non ha potere di qualificazione del tempo di lavoro effettivo (Cass.
2 luglio 2009, n. 15492).
20.Quanto
detto comporta il rigetto anche del terzo motivo, con il quale si
denunzia violazione e falsa applicazione deU’art. 115 ,:pc e dell’art. 2697 cc
non sarebbe stato adempìuto l’onere, posto a carico dei lavoratori, di
dimostrare che “nei singoli tempi in cui sì trovavano all’interno dello
stabilimento senza essere impegnati nello svolgimento di alcuna attività
lavorativa, essi risultassero comunque effettivamente assoggettati alla
eterodirezione datoriale delI’ILVA”. Si è già spiegato perché i periodi di tempo
destinati ad indossare tuta e DPI e a percorrere l’itinerario endoaziendale tra lo
spogliatoio e il reparto siano orario di lavoro e la valutazione della Corte
d’appello in ordine alla adeguatezza, della prova sul punto è assolutamente
21.Con ii quarto ed il quinto motivo la società denunzia invece un vizio di
motivazione, assumendo che mancherebbe, o sarebbe insufficiente, la
motivazione della sentenza che “ha omesso di spiegare perché e in che modo
dalla circostanza che il datore di lavoro abbia apprestato uno spogliatoio
dovrebbe derivare automaticamente anche un obbligo dei lavoratore di
servirsene, secondo certe modalità e certi tempi”. La censura è inammissibile
perché il vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360, n. 5, cpc, deve riguardare
un fatto controverso e decisivo. In questo caso la circostanza non è decisiva.
Quella della Corte è una motivazione di contorno ed aggiuntiva per affermare
la sussistenza di un obbligo in capo ai lavoratori di indossare tuta e DPI e di
farlo non a casa, ma ali’interno dello stabilimento. Come si è visto, tale obbligo
ha un suo autonomo fondamento a prescindere dalla circostanza, meramente
confermativa, che I’ILVA abbia apprestato a tal fine uno spogliatoio aziendale.
22.Infondati sono anche i motivi proposti in via subordinata.
23.Con il sesto si denunzia violazione e tàlsa applicazione degli artt. 1362 cc e
1419 cc e 115 cpc; sostenendo che la nullità della clausola del contratto
collettivo dei metalmeccanici in materia di orario di lavoro effettivo comporta
anche, per il nesso di inscindibilità che collega le due previsioni, la
invalidazione della disciplina del contratto colle .tivo in materia di
straordinario. A prescindere dalla sussistenza o meno del vincolo di
inscindibilìtà, il presupposto del ragionamento è errato perché, per le ragioni
prima esposte, la clausola concernente l’orario di lavoro del ccnl non è nulla.
Analoghe considerazioni valgono per il settimo motivo, che poggia sulla
medesima premessa.
24.Con l’ottavo motivo la società denunzia, in via ulteriormente subordìnata,
violazione della normativa in materia d’interruzione della prescrizione e
relativo vizio di omessa o insufficiente motivazione. Sarebbe stata violata la
disciplina sull’interruzione della prescrizione riconoscendo efficacia
intelTutt[va all’istanza di convocazione presso la dìrezione provinciale del
lavoro, comunicata alI’ILVA a mezzo raccomandata, nella quale venne
formulata una richiesta di pagamento dei dovuto per lavoro straordinario, che
la Corte ha ritenuto di contenuto specifico e idoneo a mettere in mora la
socl•e t.à Premesso che la motivazione sul punto non solo sussiste, ma spìega in
modo adeguato le ragioni della decisione, il motivo di ricorso è inammissibile
perché entra nel merito della valutazione della Corte in ordine al contenuto
dell’atto e alla sua specificità, il che va oltre l’ambito del giudizio di
25.Con il nono motivo si denunzia violazione dell’art. 112 epe e dell’art. 2033 cc,
la Corte d’appello avrebbe omesso di pronunciarsi sulla domanda di
restituzione dell’incidenza del lavoro straordinario sulla tredicesima mensilità,
riconosciuta in primo grado e negata in appello. Il motivo è generico e non
conforme al canone dell’autosuffícienza perché ci si limita ad affermare che
tale richiesta di restituzione sarebbe stata formulata
“‘nella
misura meglio
quantifieata in corso di causa”, ma non si specifica se, come, dove e in che
entità tale richiesta sia stata effettuata. In ogni caso, dalla lettura della sentenza
si evince che la Corte ha deciso sui punto e quindi non »in è violazione dell’art.
112 cpc.
26.I1 ricorso principale, pertanto, deve essere rigettato. Il ricorso incidentale,
essendo condizionato all’accoglimento del ricorso principale, rimane assorbito.
Le spese, per legge, gravano sulla parte che perde il giudizio.
La Corte riunisce i ricorsi. Rigetta il ricorso principale, assorbito l’incidentale.
C, ,,,-hnn la «neietà ricorrente a rítbndere ai controricorrenti le spese del giudizio di
legittimità, che liquida, nel complesso, m . .. .ì …L uro, nonehe ,..UUu,oo curo per
onorari, oltre IVA, CPA e spese generali.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio dell’8 novembre’ 2011.
ISTRUZIONI INPS DIVIETO PAGAMENTO PRESTAZIONI SUPERIORI 1.000 EURO
l’Inps fornisce chiarimenti edistruzioni circa l’art. 12, comma 2, del decreto-legge 6 dicembre 2011 n. 201 convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 ,riguardante il contrasto all’uso del contante in relazione al pagamento delle prestazioni a sostegno del reddito di importo superiore a 1000 euro con il Messaggio 23 febbraio 2012, n. 3204,il cui testo si riporta di seguito.
L’articolo 12, comma 2, del decreto-legge 6 dicembre 2011 n. 201 convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, ha aggiunto, all’art. 2 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, il comma 4-ter che, alla lettera c), prevede il divieto per le pubbliche amministrazioni di effettuare pagamenti con denaro contante per un importo superiore a 1.000 euro a partire dal 7 marzo 2012.
La nuova disposizione è finalizzata a “favorire la modernizzazione e l’efficienza degli strumenti di pagamento, riducendo i costi finanziari e amministrativi derivanti dalla gestione del denaro contante”.
2. Aspetti operativi per pagamenti a ridosso del 7 marzo 2012
La nuova normativa si applica, quindi, anche alle prestazioni a sostegno del reddito che, come noto, sono caratterizzate da elementi peculiari quali la temporaneità della durata della prestazione stessa, nonché l’imprevedibilità dell’evento che genera lo stesso pagamento.
Per tali ragioni, e al fine di evitare che i legittimi beneficiari possano subire ritardi o disguidi nella corresponsione delle somme ad essi spettanti, soprattutto con riferimento ai pagamenti già acquisiti dall’Istituto con la modalità del bonifico domiciliato per cassa presso l’ufficio postale (come da scelta del richiedente), è stato raggiunto un accordo operativo con Poste Italiane che si è impegnata a dar corso ai pagamenti concomitanti con l’entrata in vigore delle nuove disposizioni, con le seguenti modalità:
a. qualora il beneficiario accetti una delle modalità per la riscossione del bonifico prospettate da Poste Italiane, e sottoscriva il modulo di richiesta di accredito, l’Ufficio Postale, al quale è demandata la custodia dell’importo spettante al beneficiario, procederà contestualmente all’accredito in suo favore.
b. qualora il beneficiario non aderisca ad alcuna delle modalità di pagamento prospettate da Poste Italiane – reso edotto della circostanza che l’Ufficio Postale non può disporre, in altro modo, l’accredito dell’importo – Poste Italiane provvederà immediatamente al riaccredito attraverso la procedura in uso senza attendere i 40 giorni previsti in convenzione.
L’articolo 7 dell’allegato alla convenzione per il pagamento delle prestazioni temporanee prevede che il Direttore della Sede possa autorizzare il pagamento della prestazione a persona delegata dal legittimo prenditore.
a. la procura notarile generale o speciale (redatta da un notaio, se in Italia, o presso i Consolati Italiani all’estero) dalla quale si evinca il mandato di apertura del rapporto;
b. il provvedimento del Giudice in caso di minori, inabilitati, interdetti e beneficiari di amministrazione di sostegno.
Al fine di dare ampia diffusione delle nuove disposizioni normative e di agevolare i percettori delle prestazioni a sostegno del reddito per i quali è stato disposto il pagamento per cassa, l’Istituto sta inviando ai possessori di telefonia mobile un sms, con il seguente testo: “SI RIVOLGA A SEDI INPS, PATRONATI,CONTACT CENTER 803164 PER ESSERE INFORMATO SULLE NUOVE MODALITÀ DEI PAGAMENTI INPS.”
Gli operatori del Contact Center contatteranno, invece, i percettori in essere che abbiamo indicato recapito di telefonia fissa per informarli sulle nuove modalità di pagamento e su quanto garantito da Poste Italiane; gli stessi operatori forniranno assistenza per tutta l’utenza che desideri maggiori informazioni sulle nuove modalità di pagamento.
Nel contempo verrà spedita, con elaborazione centralizzata presso la Direzione generale, ai medesimi beneficiari una lettera – il cui facsimile si allega – per sensibilizzare l’utenza ad utilizzare fin da subito gli strumenti previsti dalla recente disciplina normativa.
3. Aspetti operativi per i pagamenti a regime
Per quanto concerne, invece, le nuove domande di prestazioni a sostegno del reddito, si fa presente che sono in corso gli aggiornamenti di tutta la modulistica e l’adeguamento di tutte le procedure di gestione.
In particolare, è stata prevista la variazione del campo “modalità di pagamento”, presente nella modulistica, con l’integrazione della voce “accredito sul conto corrente bancario o postale, libretto postale, INPS card o carte di pagamento dotate di IBAN”,mantenendo inalterato il campo dell’IBAN.
Tutta la nuova modulistica, non appena disponibile, verrà pubblicata nel sito Intranet/Internet nella sezione della Banca dati ” Modulistica On Line”.
Al fine di dare la massima diffusione alle nuove modalità di pagamento, sono stati svolti incontri con tutti gli Enti di Patronato per sensibilizzarli sulla particolarità della situazione ed invitarli a collaborare per evitare eventuali sgradevoli disguidi e disagi al cittadino.
Analogamente tutte le Strutture Territoriali sono invitate a promuovere sul territorio iniziative affini per comunicare all’utenza, con ogni mezzo disponibile (media, comunicati stampa, riunioni, ecc.), le nuove disposizioni. In particolare, dovranno essere curati i contatti con gli intermediari abilitati, coinvolgendoli, nell’ambito del proprio mandato, per guidare i propri assistiti in questo percorso di adeguamento alle nuove disposizioni.
Inoltre, al fine di fornire all’utenza tutte le informazioni e l’aiuto che verrà richiesto, vanno sensibilizzati tutti gli operatori addetti alle informazioni istituzionali ed alle relazioni con il pubblico (linee servizio, sportello veloce, punti di consulenza ).
In relazione a quanto sopra ,si rapresenta che sarebbe stato predisposto un emendamento da inserire nella legge di conversione del decreto sulle semplificazione in cui, tral’atro,si prevede lo littameno dal 7 marzo al 1° maggio 2012 l’entrata in vigore della tracciabilita’ di stipendi e pensioni oltre i 1.000 euro ,sostituendo il pagamento in denrocon strumenti di pagamento elettronico bancari o postali .
ELEMENTI IDENTIFICATIVI CONTRATTO ASSOCIAZIONE IN PARTECIPAZIONE
Si ritiene confacente pubblicare il testo della Sentenza della Corte di Cassazione n 21 febbraio 2012, n. 2496 ,che appare particolarmente significativa in quanto individua gli elementi che consentono di affermare esistente il contratto di associazione in partecipazione.
1. In data 14 ottobre 2000 la società C. s.r.l. riceveva cartella esattoriale di pagamento per contributi dovuti all’lnps nella misura di lire 503.492.522. La somma era richiesta titolo di contributi per assicurazioni sociali dei lavoratori dipendenti relativamente al periodo da febbraio del 1994 all’aprile 1998.
Con ricorso in data 20 novembre 2000 la società adiva il tribunale di Sulmona al fine di ottenere l’annullamento dell’impugnata cartella esattoriale.
Successivamente la stessa società riceveva in data 7 maggio 2003 altra cartella esattoriale con cui veniva chiesto il pagamento di contributi per un importo complessivo di euro 63.919,11 per contributi dovuti al Servizio sanitario nazionale.
Con sentenza del 13 marzo 2003 il tribunale di Sulmona ha annullato l’ordinanza ingiunzione suddetta e decidendo nel merito ha statuito che nel rapporto instaurato con gli associati in partecipazione non sussistevano gli elementi della subordinazione. Riteneva quindi che tra le parti associate era intercorso un effettivo rapporto di associazione in partecipazione secondo la fattispecie di cui all’art. 2249 cc.
Con sentenza n. 36 del 24 gennaio 2007 – 30 gennaio 2008 il tribunale di Sulmona dichiarava inammissibile la domanda proposta dalla B. in proprio per carenza di interesse e accoglieva i ricorsi proposti dalla società e per l’effetto annullava il verbale ispettivo impugnato del 15 giugno 1998 nonché le cartelle esattoriali opposte di cui ai nn. 08320000021307611 e 08320030004252968.
2. L’Inps proponeva appello.
Si costituivano in giudizio gli appellati.
La Corte d’appello dell’Aquila con sentenza n. 605 del 15 ottobre 2009 – 29 gennaio 2010 accoglieva l’appello e riformava la sentenza del tribunale di Sulmona n. 36 del 30 gennaio 2008. Rigettava e il ricorso in opposizione avverso le due cartelle esattoriali suddette (di cui ai nn. 08 32 00000 21 30 76 11 e 08 32 003000 42 52 968). In particolare osservava la Corte d’appello che gli elementi distintivi del contratto di associazione in partecipazione rispetto al rapporto di lavoro subordinato andavano individuati del potere di controllo dell’associato sulla gestione economica dell’impresa, comportante l’obbligo del rendiconto periodico da parte della associante e nell’esistenza dell’associato un rischio d’impresa, non imputabile al assodante, comportante l’assenza di una garanzia di guadagno per il prestatore di lavoro. In tutti gli altri casi invece, in mancanza dei requisiti suddetti, il rapporto doveva essere ricondotto allo schema del lavoro subordinato. Passando in rassegna le risultanze probatorie la corte d’appello è pervenuta al convincimento che, avuto riguardo alle modalità di concreto svolgimento dell’attività lavorativa, sussistevano i tratti maggiormente tipici della rapporto di lavoro subordinato.
Condannava l’appellante al rimborso delle spese del doppio grado.
3. Avverso questa pronuncia ricorre per cassazione la società con otto motivi illustrati anche da successiva memoria.
Resiste con controricorso I’INPS. La società S. s.p.a. si è costituita con controricorso; nessuna difesa ha svolto la società M. s.p.a..
Con il primo motivo la società ricorrente denuncia difetto di motivazione su punti decisivi della controversia. In particolare richiama – e trascrive pedissequamente – la motivazione della sentenza n. 3894 del 2009 per sostenere che nella specie si trattava di associazione in partecipazione e non già di lavoro subordinato.
Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 24 del decreto — legge n. 46 del 1999 nonché vizio di motivazione. Sostiene l’erroneità della sentenza della corte d’appello che ha legittimato l’iscrizione a ruolo e la cartella in assenza di valido accertamento non solo impugnato, ma dichiarato definitivamente nullo. Deduce altresì vizio di motivazione.
Con il terzo motivo la società denuncia insufficiente motivazione circa punti decisivi della controversia. Contesta in particolare la ritenuta subordinazione nel rapporto.
Con il quarto e il quinto motivo la società ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2094 e 2549 cc, nonché vizio di motivazione. In particolare contesta l’esistenza di un controllo penetrante e costante del datore di lavoro, come ritenuto dalla corte.
Con il sesto motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c. lamentando che la corte d’appello sarebbe andata al di là della domanda giacché l’Inps non deduceva nell’atto d’appello l’insussistenza del rapporto di associazione in partecipazione. Comunque il contenuto dei singoli contratti con gli associati mostrava l’esistenza di un effettivo rapporto associativo.
Con l’ottavo ed ultimo motivo la ricorrente – denunciando vizio di motivazione – deduce che ogni associato apportare la propria prestazione lavorativa in cambio di una partecipazione agli utili derivanti dall’esercizio del negozio (ossia dalla differenza tra i ricavi delle vendite e dei costi di produzione); ma gli utili erano calcolati forfettariamente senza possibilità di conguaglio. Comunque l’introito che derivava dall’associazione all’associato era collegato ad un ricavo dell’azienda, sempre variabile; ricavo che derivava dalla capacità del punto vendita.
2. Il ricorso – i cui otto motivi possono essere esaminati congiuntamente – è infondato.
In tema di distinzione fra contratto di associazione in partecipazione con apporto di prestazione lavorativa da parte dell’associato e contratto di lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili dell’impresa, questa Corte (Cass., sez. lav., 19 dicembre 2003, n. 19475; Cass., sez. lav., 22 novembre 2006, n. 24781) ha affermato che l’elemento differenziale tra le due fattispecie risiede nel contesto regolamentare pattizio in cui si inserisce l’apporto della prestazione lavorativa dovendosi verificare l’autenticità del rapporto di associazione, che ha come elemento essenziale, connotante la causa, la partecipazione dell’associato al rischio di impresa, dovendo egli partecipare sia agli utili che alle perdile.
Quanto all’esatta identificazione delle connotazioni del rapporto intercorso tra la società ed il suo asserito associato e la qualificazione giuridica dello stesso (se rapporto di associazione in partecipazione ovvero rapporto di lavoro subordinato), deve considerarsi che le parti hanno qualificato il rapporto, tra loro stesse instaurato, come di associazione in partecipazione caratterizzato nella specie dall’apporto di una prestazione lavorativa da parte degli associati. L’art. 2549 cc. infatti prevede che con il contratto di associazione in partecipazione l’assodante attribuisce all’associato una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il corrispettivo di un determinato apporto. Il sinallagma è costituito dalla partecipazione agli utili (e quindi al rischio d’impresa, di norma esteso anche alla partecipazione alle perdite) a fronte di un “determinato apporto” dell’associato, che può consistere anche nella prestazione lavorativa del medesimo. Che ciò sia possibile risulta anche indirettamente da C. cost.15 luglio 1992, n. 332, che ha dichiarato illegittimo, per violazione degli art. 3 e 38 Cost., comma 1, il D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 4, nella parte in cui non prevede tra le persone assicurate gli associati in partecipazione i quali prestino opera manuale. In tal caso l’associato che offre la propria prestazione lavorativa si inserisce nell’assetto organizzativo aziendale e quindi – essendo la gestione dell’impresa nella disponibilità dell’assodante (art. 2552 cc, comma 1) – si sottopone al potere direttivo di quest’ultimo. È ben possibile allora che l’espletamento della prestazione lavorativa assuma caratteri in tutto simili a quelli della prestazione lavorativa svolta nel contesto di un rapporto di lavoro subordinato.
Ed allora l’elemento differenziale tra le due fattispecie risiede essenzialmente nel contesto regolamentare pattizio in cui si inseriscono rispettivamente l’apporto della prestazione lavorativa da parte dell’associato e l’espletamento di analoga prestazione lavorativa da parte di un lavoratore subordinato. Tale accertamento implica necessariamente una valutazione complessiva e comparativa dell’assetto negoziale, quale voluto dalle parti e quale in concreto posto in essere. Ed anzi la possibilità che l’apporto della prestazione lavorativa dell’associato abbia connotazioni in tutto analoghe a quelle dell’espletamento di una prestazione lavorativa in regime di lavoro subordinato comporta che il fulcro dell’indagine si sposta soprattutto sulla verifica dell’autenticità del rapporto di associazione.
Il quale – come già rilevato – ha come indefettibile elemento essenziale, che ne connota la causa, il sinallagma tra partecipazione al rischio dell’impresa gestita dall’associante a fronte del conferimento dell’apporto (in questo caso, lavorativo) dell’associato, intendendosi peraltro in tal caso che l’associato lavoratore deve partecipare sia agli utili che alle perdite (ex art. 2554 cc, non essendo ammissibile un contratto di mera cointeressenza agli utili di un’impresa senza partecipazione alle perdite, atteso che l’art. 2554, che pur in generale Io prevede, richiama invece l’art. 2102 cc, quanto alla sola partecipazione agli utili attribuita al prestatore di lavoro, mostrando cosi di escludere l’ammissibilità di un tale contratto di mera cointeressenza allorché l’apporto dell’associato consista in una prestazione lavorativa.
Comunque nella specie i giudici di merito hanno escluso la partecipazione degli associati al rischio d’impresa “tout court” e quindi deve intendersi che abbiano escluso la partecipazione sia agli utili che alle perdite. Né è mancata la verifica di ulteriori elementi caratterizzanti il contratto di associazione, quali il controllo della gestione dell’impresa da parte dell’associato (art. 2552, secondo comma, cc.) ovvero il periodico rendiconto dell’assodante (art. 2552, terzo comma, cc).
La partecipazione al rischio d’impresa da parte dell’associato caratterizza la causa tipica dell’associazione in partecipazione. Quindi, una volta verificato che all’assetto contrattuale voluto dalle parti non corrispondeva la concreta attuazione di un rapporto di associazione in partecipazione, i giudici di merito hanno correttamente valutato, in questa diversa prospettiva del raggiunto convincimento dell’inesistenza di un rapporto di associazione in partecipazione tra le parti, l’espletamento di una prestazione lavorativa da parte di lavoratori (e non già di associati in partecipazione) ed hanno proceduto alla qualificazione giuridica del rapporto di fatto intercorso tra le parti, una volta esclusa l’autenticità della qualificazione formale voluta dalle stesse.
C’è poi anche da considerare che, laddove è resa una prestazione lavorativa inserita stabilmente nel contesto dell’organizzazione aziendale senza partecipazione al rischio d’impresa e senza ingerenza nella gestione dell’impresa stessa, si ricade nel rapporto di lavoro subordinato in ragione di un generale “favor” accordato dall’art. 35 Cost. che tutela il lavoro “in tutte le sue forme ed applicazioni”.
In punto di fatto deve poi rimarcarsi che la corte d’appello – che correttamente ha ritenuto non determinante la qualificazione formale che le parti avevano dato alla rapporto contrattuale – ha considerato che nel periodo in questione, va dal 1° febbraio 1994 al 30 aprile 1998, il potere di gestione del contratto di associazione in partecipazione era stato attribuito all’assodante. Agli associali era riconosciuto una partecipazione agli utili dell’impresa a fronte del loro apporto, consistente nella prestazione lavorativa. In tal caso l’espletamento della prestazione lavorativa assumeva caratteri in tutto simili alla prestazione lavorativa svolta nel contesto di un rapporto di lavoro subordinato.
In particolare le mansioni degli associati/lavoratori erano consistite essenzialmente nell’apertura e nella chiusura del negozio, nella pulizia e nella tenuta in perfetto ordine del negozio stesso, nella riscossione delle vendite e nella successiva rimessa a fine giornata dei ricavi a mezzo di cassa continua alla società. Si trattava pertanto di una prestazione lavorativa standardizzata. Dalle risultanze di causa era altresì emersa l’osservanza dell’orario di lavoro ben determinato, non contraddetto da una certa autonomia degli associati dell’organizzazione del lavoro. Era altresì emerso un controllo penetrante costante sull’operato degli associati da parte dell’assodante; di qui una soggezione al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro tanto che era rimesso alla facoltà insindacabile dell’assodante di non rinnovare il contratto alla scadenza dei sei mesi di validità. Era poi mancato un vero e proprio rendiconto periodico.
La corte territoriale ha quindi tenuto conto degli clementi distintivi del contratto di associazione in partecipazione rispetto al rapporto di lavoro subordinato: il potere di controllo dell’associato sulla gestione economica dell’impresa, l’obbligo di rendiconto periodico da parte della società, l’esistenza di un rischio di impresa comportante l’assenza di una garanzia di guadagno per il prestatore di lavoro.
E, sulla base di tale corretto presupposto di diritto, la corte d’appello, in sintesi, avuto riguardo alle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa, è pervenuta, con motivazione puntuale e non contraddittoria, al convincimento che erano emersi i tratti maggiormente tipici del rapporto di lavoro subordinato.
Alla soccombenza consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali di questo giudizio di cassazione in favore dell’INPS nella misura liquidata in dispositivo.
Possono compensarsi le spese di questo giudizio quanto alla società S. s.p.a.; non occorre provvedere sulle spese quanto alla società M. s.p.a..
Rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento, in favore dell’INPS, delle spese di questo giudizio di cassazione liquidate in euro 40,00 oltre euro 2.500,00 (duemilacinquecento) per onorario d’avvocato ed oltre IVA, CPA e spese generali; compensa le spese di questo giudizio quanto alla società S. s.p.a.; nulla spese quanto alta società M. s.p.a..
RISPOSTE MINISTERO LAVORO A DUE INTERPELLI
Con note del 24 febbraio 2012 la Direzione Generale per l’Attività Ispettivaha risposto ai seguenti quesiti:
• Composizione organismi di certificazione costituiti presso una Fondazione appartenente all’Università
• Ferie e riposi del personale di volo dell’aviazione civile
Di seguito si riportano in sintesi le risposte in questione.
INTERPELLO N. 4
Le questioni poste al Ministero dalla UGL Trasporti sono due, benché collegate.
La prima concerne, con riferimento all’art. 4 del D.Lgs. n. 185/2005, la possibilità o meno di traslare il periodo di maturazione delle ferie nell’anno successivo, ovvero la possibilità di monetizzarle.
Il secondo quesito attiene alla possibilità che i riposi, di cui al successivo art. 5, vengano assorbiti da periodi di ferie nel caso di assegnazione dei medesimi nell’ambito del mese.
Con riguardo al primo quesito appare opportuno evidenziare che il Legislatore, con specifico riguardo al personale di volo, mira a salvaguardare la necessità che le ferie vengano necessariamente godute nell’anno di riferimento – salva tuttavia anche in tal caso una diversa previsione della contrattazionecollettiva (“almeno 4 settimane alle condizioni previste dalla normativa vigente o dai contratti
collettivi di lavoro applicati”) – al fine di recuperare le necessarie energie psico-fisiche, inconsiderazione, verosimilmente, della particolare modalità di svolgimento dell’attività lavorativa.
Per quanto concerne il secondo quesito, relativamente al diritto del personale suddetto ad undeterminato numero di “riposi” mensili, comunicati preventivamente dal datore di lavoro, i medesimi sono assegnati “fermo restando quanto disposto dall’art. 4 in materia di ferie”.
Tale inciso, contenuto nella prima parte della norma, sembra chiaramente escludere ogni possibilità di fusione o assorbimento di tali giornate con quelle concernenti il diritto alle ferie.
I contratti collettivi possono definire solo le modalità di fruizione proporzionale delle richiamate giornate di riposo, ma sempre nel rispetto della distinzione dei singoli istituti.
L’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” ha richiesto s della Commissione di certificazione, ex art. 76 del D.Lgs. n 276/2003, costituita presso una Fondazione, appartenente all’Università.
possano far parte professori e
ricercatori di diritto del lavoro collocati, ai sensi dell’art. 11 del D.P.R. n. 382/1980, nel regime diimpegno a tempo definito, ovvero esclusivamente in regime di impegno a tempo pieno.
Rapporti di Lavoro, occorre evidenziare che il disposto normativo, pur privilegiando la
categoria dei docenti di ruolo a tempo pieno, come membri di organismi (anche) di certificazione, non esclude tuttavia espressamente la possibilità anche per i docenti a tempo definito di far parte degli stessi.
Dalla lettura del testo normativo applicabile non si rinvengono, infatti, preclusioni o
incompatibilità riguardanti la partecipazione dei professori di ruolo a tempo definito alle commissione in esame.
Si fa presente, inoltre, che la lettera circolare B/2005 del 17 febbraio 2005 – diramata dallaDirezione generale delle Relazioni Industriali e dei Rapporti di Lavoro recante istruzioni operative per l’iscrizione all’Albo delle Commissioni di certificazione costituite presso le università – haprevisto che, all’atto di presentazione dell’istanza di iscrizione all’Albo debba essere allegato, tra l’altro, un documento contenente i requisiti tecnico professionali dei singoli componenti, la cui
valutazione compete alla citata Direzione generale, senza richiedere espressamente il titolo di “professore”, a tempo pieno o definito.
Si precisa comunque che per l’iscrizione e l’operatività delle Commissioni in questione
appare indispensabile la presenza di almeno un docente di ruolo a tempo pieno che, avendo attivato almeno un contratto di collaborazione ai sensi dell’art. 66 del D.P.R. n. 328/1980, possa assumere le funzioni di Presidente della Commissione e sottoscrivere la relativa istanza di iscrizione all’Albo.
GOVERNO APPROVA EMENDAMENTO DECRETO LIBERALIZZAZIONI E DECRETO SEMPLIFICAZIONE FISCALE
Nella riunione del 24 scorso ,il Consiglio dei ministri ha approvato quanto specificato nel titolo.
L’emendamento al decreto n.1 del 24 gennaio 2012 ,all’esame delle Commissioni competenti del Senato per la conversione in legge ,concerne l’applicazione dal 2013 dell’Imu agli immobili della Chiesa che non sono utilizzati per il culto,mentre per gli immobili ad uso misto l’esenzione sara’ limitata alla sola porzione in cui si svolge l’attivita’ non commerciale.
Sara’ mintrodotto un meccanismo di dichiarazione vincolata a direttive rigorose stabilite dal ministro dell’economia circa l’individuazione del rapportoproporzionale tra attivita’ commerciale e non commerciali.esercitate all’interno dello stesso immobile.
Non si prevede alcuna sanatoria per il contenzioso in corso e non saranno interrotte eventuali attivita’ di accertamento in atto eventualmente.
Per quanto riguarda il nuove decreto legge approvato in materia di semplificazione fiscale ,si evidenziano le disposizioni relative ai seguenti argomenti :
IMU case all’estero, ”per valore dell’immobile, ai fini dell’imposta, si assume non piu’ solo il valore di mercato ,ma quello utilizzato nel Paese estero per le imposte patrimoniali o sui trasferimenti”. Inoltre per gli italiani che lavorano all’estero per lo Stato (es. diplomatici) si prevede la riduzione dell’aliquota di 0,4 punti percentuali (ma solo per il periodo in cui si lavora all’estero). Viene anche riconosciuta la detrazione (200 euro) se l’immobile e’ adibito ad abitazione principale.
LISTE SELETTIVE EVASORI. Conterranno i nominativi dei contribuenti che sono stati ”ripetutamente” colti in fallo nella emissione di scontrini o ricevute. I controllori potranno attingere da queste liste i nominativi per nuovi accertamenti.
– ABOLITI MINI-DEBITI. Nessuna iscrizione a ruolo per quelli inferiori ai 30 euro.
– RATE FLESSIBILI Per la rateizzazione dei debiti si potra’ optare, invece di rate costanti, per rate variabili di importo crescente.
– PIGNORAMENTI STIPENDI. Al massimo si applicherà un decimo per importi fino a 2.000 euro e a un settimo per importi da 2.000 a 5.000 euro.
– CHIUSURA D’UFFICIO PARTITE IVA INATTIVE.Provvederà l’Agenzia delle Entrate quando registrera’ che non sono stati effettuati movimenti.
–FUGHE CAPITALI-Sanzione passa dal 5 al 30% della maggiore valuta esportabile.
– DOMICILIO FISCALE. Non sara’ piu’ richiesto negli atti destinati all’amministrazione finanziaria.
– LEGGE-MANCIA. Il ministero dell’Economia, d’intesa con il ministero degli Interni, dovra’ vigilare sul corretto utilizzo dei micro finanziamenti.
ISTRUZIONI MINISTERO INTERNO RIDUZIONE NUMERO CONSIGLIERI E ASSESSORI ENTI TERRITORIALI
In vista delle prossime elezioni amministrative che si terranno per il rinnovo di numerose amministrazioni comunali e provinciali ,il Ministero dell’Interno ha ritenuto di richiamare l’attenzione sulle disposizioni legislative che hanno ridimensionato il numero dei consiglieri ed assessori degli eni territoriali attraverso le circolari del 16. 02/2012 n 2379 e del 18.2.2012 n.2915 ,che sono riportate di seguito
Prot.n.2379 del 16.2.2012
OGGETTO: Articolo 16, comma 17, del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, concernente la riduzione del numero dei consiglieri e degli assessori comunali per i comuni fino a 10.000 abitanti.
Com’è noto, nelI’ambito degli interventi volti al contenimento della spesa pubblica, con l’art. 16, comma 17, del decreto legge 13 agosto 2011. n. 138, convertito dalla legge 14 settembre 201, n. 148, il legislatore è intervenuto per ridurre il numero dei consiglieri e degli assessori per i comuni fino a 10,000 abitanti.
A decorrere dal primo rinnovo di ciascun consiglio comunale successivo alla data dì entrata in vigore della legge di conversione (17 settembre 2011) è pertanto prevista una riduzione ulteriore, rispetto a quanto già previsto dalla legge n. 42/2010, del numero dei componenti degli organi collegiali dei comuni compresi nella classe demografica fino a 10.000 abitanti.
In considerazione delle prossime consultazioni amministrative si ritiene opportuno richiamare l’attenzione sul disposto normativo che ha delineato la nuova composizione dei consigli, e del numero degli assessori, per tutti i comuni con popolazione fino a 10.000 abitanti, suddividendoli, altresì, in nuove fasce demografiche.
Di conseguenza è stato modificato l’art. 37 del d.lgs. n. 267/2000.
Per maggiore chiarezza si acclude alla presente un prospetto predisposto dal Ministero dell’Interno che sintetizza, per i comuni fino a 10.000 abitanti, la situazione pregressa e attuale relativa alla composizione dei consigli comunali ed al numero massimo degli assessori.
Con specifico riguardo ai comuni con popolazione fino a 1.000 abitanti, si segnala che la lettera a) dell’art. 16, comma17, haprevisto la presenza dei soli consiglieri comunali.
Per completezza si fa rilevare che la determinazione numerica degli assessori rientra nella materia “organi di governo” dei comuni rimessa, ai sensi dell’art. 117, comma 2, lett p) della Costituzione, alla potestà legislativa esclusiva dello Stato; pertanto le disposizioni statutarie, allorché incompatibili con intervenute modifiche normative, non trovano applicazione anche in relazione a quanto disposto dal comma 3 dell’art. 1, del d.lgs. n. 267/2000, per il quale “l’entrata in vigore di nuove leggi che enunciano espressamente i principi che costituiscono limite inderogabile per l’autonomia normativa dei comuni e delle province abroga le norme statutarie con essi incompatibili. I consigli comunali e provinciali adeguano gli statuti entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore delle leggi suddette”.
Resta fermo che, per i comuni con popolazione superiore a 10.000 abitanti, continua ad applicarsi, a decorrere dal 2011, e per tutti gli anni a seguire, la riduzione del 20 per cento del numero dei consiglieri comunali e provinciali ai singoli enti per i quali ha luogo il primo rinnovo del rispettivo consiglio. con efficacia dalla data del medesimo rinnovo, come prevista dall’art 1, comma 2, della legge n. 42/2010, che ha modificato ed integrato l’art. 2, commi da183 a 187 della legge n. 191/2009 (legge finanziaria 2010).
In proposito si richiama la precedente circolare del Ministero dell’Interno, n 2915 del 18 febbraio 2011, reperibile anche sulla pagina web del Ministero all’indirizzo http://incomune.interno.it.
Si pregano, pertanto, le Prefetture di voler dare la massima diffusione degli elementi sopra esposti.
DAIT – Direzione Centrale UTG e Autonomie
Prot.Uscita del 18/02/2011
Numero: 2915
OGGETTO: legge 26 marzo 2010, n. 42 di conversione del decreto-legge 25
gennaio 2010, n. 2 recante: “Interventi urgenti concernenti enti locali
e regioni”. Numero consiglieri e assessori comunali e provinciali.
Com’è noto l’art. 1, comma 2, della legge n. 42/2010, ha modificato ed integrato
l’art. 2, commi da 183 a 187 della legge n. 191/2009 (legge finanziaria 2010) in materia di
contenimento delle spese degli enti locali disponendo, a tal fine, la graduale riduzione del
numero dei consiglieri e degli assessori, comunali e provinciali.
In considerazione delle prossime consultazioni amministrative si ritiene opportuno
richiamare l’attenzione sul disposto normativo ai sensi del quale, a decorrere dal 2011, e
per tutti gli anni a seguire, si applica la riduzione del 20 per cento del numero dei
consiglieri comunali e pro'(inciali ai singoli enti per i quali ha luogo il primo rinnovo del
rispettivo consiglio, con efficacia dalla data del medesimo rinnovo.
A tal fine “l’entità della riduzione è determinata con arrotondamento all’unità
superiore”, non computando, rispettivamente, il sindaco e il presidente della provincia.
Si evidenzia, al riguardo, che la disposizione legislativa in argomento postula
inequivocabilmente che “l’entità della riduzione” applicata è arrotondata all’unità superiore
tutte le volte in cui le risultanze del calcolo danno luogo ad una cifra decimale.
AI fine di offrire un’esemplificazione circa la nuova composizione dei consigli
comunali e provinciali, fissata ai sensi dell’art. 37 del T.U.O.E.L. n. 267/2000 sulla base
della popolazione residente, come rideterminata dalla normativa in parola, è stata
predisposta la tabella n. 1 che si allega.
Per gli enti che vanno a rinnovo dal 2011, e per gli anni a seguire, va rideterminato il
numero massimo degli assessori comunali e provinciali, sulla base della nuova
composizione consiliare e con efficacia dalla data del rinnovo, in misura pari a un quarto
del numero dei consiglieri del comune e della provincia, computando, in tal caso,
rispettivamente il sindaco o il presidente della provincia, con arrotondamento all’unità
In ogni caso, tale numero, ai sensi dell’art. 47, comma 1, del T.U.O.E.L. n.
267/2000, non può superare comunque le 12 unità.
Si allega, al riguardo, la tabella n. 2.
In relazione a quanto indicato sono fatte salve le modifiche apportate in sede di
conversione del D.L. 29 dicembre 2010, n. 225 (c.d. mille proroghe) per i comuni con
popolazione superiore a un milione di abitanti.
Si pregano le SS. LL. di voler curare – con i mezzi ritenuti più idonei – la massima
diffusione degli elementi sopra esposti presso le amministrazioni locali interessate,
rientranti nella competenza di codeste province, alcune delle quali hanno già formulato
quesiti specifici.
CONSIGLIERI COMUNALI ESCLUSO IL SINDACO
Popolazione superiore a un milione di abitanti :Prima 60 :Dopo 48*
Popolazione superiore a 500.000 abitanti-Prima 50 Dopo 40
Popolazione superiore a 250.000 abitanti -Prima 46 Dopo 36
Popolazione superiore a 100.000 abitanti:Prima 40 Dopo pop.sup.100 mila e capoluoghi provincia 32
Popolazione superiore a 30.000 abitanti Prima 30 Dopo 24
Popolazione superiore a 10.000 abitanti Prima 20 Dopo 16
Popolazione superiore a 3.000 abitanti Prima 16 Dopo 12
Popolazione altri comuni Prima 12 Dopo 9
* fatte salve le modifiche apportate in sede di conversione del D.L. 29 dicembre 2010, n. 225 (c.d. mille proroghe) per i comuni con popolazione superiore a un milione di abitanti.
CONSIGLIERI PROVINCIALI ESCLUSO IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA
Popolazione superiore a 1.400.000 abitanti Prima 45 Dopo 36
Popolazione superiore a 700.000 abitanti Prima 36 Dopo 28
Popolazione superiore a 300.000 abitanti Prima 30 Dopo 24
Popolazione altre province Prima 24 Dopo 19
NUMERO MASSIMO ASSESSORI COMUNALI
RINNOVI DAL 2011
Prima un quarto dei consiglieri, computando il sindaco
Dopo un terzo consiglieri computando sindaco
Popolazione superiore a un milione di abitanti Prima 12 Calcolo su 49 (48 consiglieri + il sindaco)Dopo Calcolo su 61 (60 consiglieri + il sindaco) 12 ***
Popolazione superiore a 500.000 abitanti Prima Calcolo su 51 (50 consiglieri + il sindaco) 12 Dopo Calcolo su 41 (40 consiglieri + il sindaco) 11
Popolazione superiore a 250.000 abitanti Prima Calcolo su 47 (46 consiglieri + il sindaco)12 Dopo Calcolo su 37 (36 consiglieri + il sindaco) 10
Popolazione superiore a 100.000 abitanti
Prima Calcolo su 41 (40 consiglieri + il sindaco) 12 Dopo Calcolo su 33 (32 consiglieri + il sindaco) 9
Popolazione superiore a 30.000 abitanti
Prima Calcolo su 31 (30 consiglieri + il sindaco) 10 Dopo Calcolo su 25 (24 consiglieri + il sindaco) 7
Popolazione superiore a 10.000 abitanti Prima Calcolo su 21 (20 consiglieri + il sindaco) 7 Dopo Calcolo su 17 (16 consiglieri + il sindaco) 5
Popolazione superiore a 3.000 abitanti Prima Calcolo su 17 (16 consiglieri + il sindaco) 6 Dopo Calcolo su 13 (12 consiglieri + il sindaco) 4
Popolazione altri comuni Prima Calcolo su 13 (12 consiglieri + il sindaco) 4 Dopo Calcolo su 10 (9 consiglieri + il sindaco) 3
* ai sensi dell’art. 47, comma 1, del d.lgs.vo n. 267/2000 il numero massimo degli assessori nonpuò essere superiore a 12 unità.
** fatte salve le modifiche apportate in sede di conversione del D.L. 29 dicembre 2010, n. 225 (c.d. milleproroghe) per i comuni con popolazione superiore a un milione di abitanti.
NUMERO MASSIMO ASSESSORI PROVINCIALI
T.U.O.E.L. n. 267/2000 : un terzo dei consiglieri computando il presidente della provincia.Per (art. 47, Legge finanziaria per il 2010 come comma 1) modificata dalla legge n. 42/2010:Un quarto dei consiglieri computando il presidente della
Popolazione superiore a 1.400.000 abitanti abitanti
Calcolo su 46 (45 consiglieri + il presidente )12 Calcolo su 37 (36 consiglieri + il presidente della provincia) 10
Popolazione superiore a 700.000 abitanti Calcolo su 37 (36 consiglieri + il presidente 12 Calcolo su 29 (28 consiglieri + il presidente della provincia ) 8
Popolazione superiore a 300.000 abitanti Calcolo su 31 (30 consiglieri + il presidente )10 Calcolo su 25 (24 consiglieri + il presidente della provincia) 7
Popolazione altre province
Calcolo su 25 (24 consiglieri + il presidente ) 8 Calcolo su 20 (19 consiglieri + il presidente della provincia) 5
SENTENZA CIRCA APPLICAZIONE DIVIETO TRASFERIMENTO LEGGE 104/92 IN CASO CAMBIO PLESSO SCOLASYOCO
Si segnala che il Giudice del Lavoro del Tribunale di Matera con decisione n.540 pubblicata il 6 febbrao 2012 ha definito una questione che fa riferimento alla tutela riconosciuta dalla legge n.104/92 ai lavoratori dipendenti ,in rapporto alla normativa della legge Brunetta sulla competenza dei dirigenti pubblici in materia di organizzazione e gestione del personale .
In merito alla legge n.104/92 , si evidenzia che l’art.34 della legge n. 183/2010 (collegato al lavoro ) è intervenuto sul testo dell art. 33 della stessa ,prevedendo ,tra l’altro, la sostituzione di alcune parole nel comma 5 , il cui testo ora stabilisce che :” Il lavoratore di cui al comma 3( che presta assistenza , oltre al coniuge, a parenti o affini del disabile entro il secondo grado in condizione di gravita’).ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede”
Il decreto legvo n.150/2009 ,invece all’art.34 dispone la modifica all’articolo 5 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 ,stabilendo che :
«2. Nell’ambito delle leggi e degli atti organizzativi di cui all’articolo 2, comma 1, le determinazioni per l’organizzazione degli uffici e le misure inerenti alla gestione dei rapporti di lavoro sono assunte in via esclusiva dagli organi preposti alla gestione con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro, fatta salva la sola informazione ai sindacati, ove prevista nei contratti di cui all’articolo 9. Rientrano, in particolare, nell’esercizio dei poteri dirigenziali le misure inerenti la gestione delle risorse umane nel rispetto del principio di pari opportunità, nonche’ la direzione, l’organizzazione del lavoro nell’ambito degli uffici.»
In nrelazione alle norme sopra richiamate ,è accaduto che il dirigene di una suola dirigente all’inizio dell’anno scolastio ha disposto l’assegnazione di un’ATA ad una sede dell’istituzione scolastica distante circa 40 km da quella di precedete servizio ,senza tener conto che trattavasi di dipendente beneficiaria dei pemessi chel’art.33 riconosce ai lavoratori per prestare l’ assistenza ai familiari invalidi in condizioni di gravita’( tre giorni al mese ovvero due ore di riduzione dell’orario giornaliero),noche del diritto a non essere trasferita senza il suo consenso.
Il dirigente ,a seguito delle rimostranze della dipendente ha invocato sia l’art.34 dellalegge Brunetta ,affermando sia che la materia dellagestione del personale e dell’organizzazione della struttura rientra nella esclusiva compenza del responsabile della stessa , essendo sottratta alla contrattazione ,sia che tattandosi di spostamento da un plesso ad un altro, la questione non trova tutela nella fattipecie prevista disciplinata dallal ege n.104/92.
A fronte della posizione intransigente del dirigente,la dipendente ha fatto ricorso al giudice del lavoro ,che ha concluso il processo instaurato dando ragione alla ricorrente,accogliendo il ricorso ed annullando il provvedimento di assegnazione in altro plesso scolasstico della lavoratrice Ata interessata ,sula base della considerazione secondo cui ,malgrado l’uso nell’ambito della disciplina della mobilita’ del personale della scuola di un glossario diverso ,non sussistono dubbi ed incertezze circa il ricorrere di un’ ipotesi di trasferimento rispetto alla fattispecie in causa , poiche’ al riguardo bisogna tra l’altro tener conto della sentenza della Cass. civ. Sez. lavoro, 18 maggio 2010, n. 12097,secondo cui la nozione di trasferimento del lavoratore, che comporta il mutamento definitivo del luogo geografico di esecuzione della prestazione, ai sensi dell’art. 2103, primo comma (ultima parte), cod. civ., e alla stregua delle disposizioni collettive applicabili , non è configurabile se e quando lo spostamento venga attuato nell’ambito della medesima unità produttiva, salvo i casi in cui l’unità produttiva comprenda uffici notevolmente distanti tra loro (Nella speciea S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto configurabile il trasferimento di un dipendente dell’Ente Poste presso una sede situata in un comune diverso, situato a circa trenta chilometri dall’ufficio di provenienza).
INATTUABILE OCCUPAZIONE INCENTIVATA LAVORATRICI CONTRATTO INSERIMENTO
Come è noto la disciplina del contratto d’inserimento è contenuta negli articoli da 54 a 59 del decreto legislativo n.276/03 ,a cui sono state nel tempo apportate modifiche ed integrazione da succesivi provvedimenti legislativi.
Le prime variazioni risultano apportate dall’art.8 comma 1 lettere a) e b) del decreto legge n.70/2011 ,convertito in legge n.106/2011.
Infatti ,in primo luogo, la lettera a) dell’art.8, comma 1, , inserisce nel testo della lettera e) del comma 3 dell’art.54 del dec.legvo n.276/03, dopo le parole “qualsiasi eta’ ” le seguenti.”prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi”.
Pertanto ,dalla data di entrata in vigore del decreto n.70/2011 ,il contratto di inserimento può essere utilizzato per le donne di qualsiasi eta’ prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno un semestre, residenti in una area geografica in cui il tasso di occupazione femminile, determinato con apposito decreto del Ministro dei lavoro e delle politiche sociali di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze , sia inferiore almeno del 20 per cento di quello maschile o in cui il tasso di disoccupazione femminile superi del 10 per cento quello maschile .
In secondo luogo,la lettera b) del citato art.8 comm1 b) all’articolo 59, comma 3, dispone che le parole «n.2204/2002 della Commissione, del 5 dicembre 2002, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale delle Comunita’ europee il 13 dicembre 2002» siano sostituite dalle seguenti: «n.800/2008 della Commissione, del 6 agosto 2008».
Pertanto la seconda modifica, ,che riguarda non soltanto le lavoratrici,bensi’ tutte le categorie di lavoratori di cui all’articolo 54, comma, 1, lettere b), c), d), e) ed f) ,destinatarie degli incentivi economici in caso di assunzione con contratto d’inserimento,così come previsti dalla disciplina vigente in materia di contratto di formazione e lavoro .
Pertanto dal 14.5.2011 ,il testo del comma 3 dell’art.59 del dec.leg.vo n.276 /03,è così composto.”
“3. In attesa della riforma del sistema degli incentivi alla occupazione, gli incentivi economici previsti dalla disciplina vigente in materia di contratto di formazione e lavoro trovano applicazione con esclusivo riferimento ai lavoratori di cui all’articolo 54, comma, 1, lettere b), c), d), e) ed f) nel rispetto del regolamento (CE) n. 800/2008 della Commissione , del 6 agosto 2008,pubblicato nella Gazzetta Ufficiale delle Comunita’ europee il 9 agosto 2008″.
Un ulteriore modifica alla disciplina originaria del contratto d’inserimento ,risulta apportata dall’art.22 coma 3 dellaleggen.183/2011,secondo cui :”Al fine di promuovere l’occupazione femminile, all’articolo 54,
comma l, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, la
lettera e) e’ sostituita dalla seguente: «e) donne di qualsiasi eta’
prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi
residenti in una area geografica in cui il tasso di occupazione
femminile sia inferiore almeno di 20 punti percentuali a quello
maschile o in cui il tasso di disoccupazione femminile superi di 10
punti percentuali quello maschile. Le aree di cui al precedente
periodo nonche’ quelle con riferimento alle quali trovano
applicazione gli incentivi economici di cui all’articolo 59, comma 3,
nel rispetto del regolamento (CE) n. 800/2008 della Commissione, del
6 agosto 2008, sono individuate con decreto del Ministro del lavoro e
delle finanze da adottare entro il 31 dicembre di ogni anno, con
riferimento all’anno successivo». Per gli anni 2009, 2010, 2011 e
2012, le aree geografiche di cui all’articolo 54, comma 1, lettera
e), del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, come
modificata dal presente comma, sono individuate con decreto del
Ministro del lavoro e delle politiche sociali di concerto con il
Ministro dell’economia e delle finanze da adottare entro trenta
giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge”
Come si vede per il ricorso al contratto d’inserimento per l’assunzione delle donne , anche dopo la modifiche normative del testo originario dell’art.54 comma 1 lettera e) , risulta confermato che sia le aree geografiche in cui il tasso di occupazione
punti percentuali quello maschile nonche’ quelle con riferimento alle quali trovanoapplicazione gli incentivi economici di cui all’articolo 59, comma 3,
delle finanze da adottare entro il 31 dicembre di ogni anno.
Detto questo si osserva che un primo decreto interministeriale 11.11.2oo5,valido peril triennio 2004-2006 aveva individuato “in tutte le Regioni e Province autonome ” i territori in cui era possibile stipulare contratti d’insrimento e fruire del beneficio uniforme e generalizzato del 25 % ,poiche’ lo stesso non ostituisce aiuto di stato ai sensi dell’art.87 del Trattato Ce ,
Nell’art.2 del predetto provvedimento nvece erano individuate le Regioni Lazio,Molise,Campana,Puglia,Basilicata ,Sicilia e Sardegna ,come are territoriali in cui dovevano risiereledonne con cui era possibile stipularei conteatti dinserimento per fruire dello sgravio contributi maggiore e uperiore al 25%.
Il nuovo decreto interministeriale 31.7.2007 ,applicabilper l’anno 2007,ha confermato lo sgravio uniforme e generalizzato del 25% per le aree di tutte l Regioni e Province autonome,ma ha escluso per il beneficio superioeal 25% ,rispetto all’eleco precedene,soltanto laregioneLazio.
Infine venne emanato il decreto interministeriale del 29.12.2008 ,valido per l’anno 2008,ma dopo di esso lanorma in questione non risulta piu’ atuata.
Come prima detto ,la legge n.183/2011 con l’art.22 comma 1ha modificato l’art.54 del dec.legvo n.276/03 per conformarlo alle diposizioni comunitarie,prevedendo altresi che per gli anni 2009, 2010, 2011 e 2012, le aree geografiche di cui all’articolo 54, comma 1, lettera e), del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, come
giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge”,ossiaentro il 31.1.2012.
Tale scadenzarisulasuperata ,ma il decreto nterministeriale non risultaadotato e quindi l’assunzione delle lavoratrici con contrato d’inserimento residenti nell aree geografiche in cui il tasso di occupazione
punti percentuali a quello maschile ,con titolo all’incentivo in favore dei datori lavoro superipoel 25% ,almeno per adesso non risulta prsticabile .
MODIFICA E REVOCA PROVVEDIMENTO MINISTERIALE RIPARTIZIONE RISORSE REGIONI LAVORATORI DISABILI
Si evidenzia che i con il sotto riportato decreto del Ministero Lavoro 27 ottobre 2011,pubblicato in Gazzetta Ufficale n.44 del 22 scorso,risulta disposta la modifica ed abrogazione del decreto 4 febbraio 2010 concernente i criteri e le modalità di ripartizione delle disponibilità del Fondo per il diritto al lavoro dei disabili,di cui alla legge n.68-99.
1. Il riparto del Fondo è effettuato entro il 30 aprile di ciascun anno dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, proporzionalmente alle richieste di contributo presentate dai datori di lavoro privati che hanno effettuato assunzioni a tempo indeterminato ai sensi dell’art. 12-bis, comma 5, lettera b) e dell’art. 13, comma 1, lettere a), b) della legge n. 68/1999, nell’anno antecedente al provvedimento di riparto, e quelle relative agli interventi di cui alla lettera d) del citato art. 13.
2. Le regioni e le province autonome, per ciascuna richiesta di contributo di cui agli articoli 12-bis, comma 5, lettera b) e 13, comma 1, lettere a), b) della citata legge n. 68/1999 ritenuta ammissibile in quanto conforme alle disposizioni dei citati articoli, assegnano un punteggio calcolato moltiplicando il costo salariale annuo sostenuto dal datore di lavoro per il lavoratore disabile assunto per:
punti 0,60 per le assunzioni effettuate a tempo indeterminato, ai sensi dell’art. 13, comma 1, lettera a), tramite le convenzioni di cui all’art. 11 della legge n. 68/1999;
punti 0,25 per le assunzioni effettuate a tempo indeterminato, ai sensi dell’art. 13, comma 1, lettera b), tramite le convenzioni di cui all’art. 11 della legge n. 68/1999;
3. Le regioni e le province autonome, per ciascuna richiesta di contributo, ritenuta ammissibile in quanto conforme alle disposizioni del presente decreto, relativa agli interventi di cui all’art. 13, lettera d), connessi al lavoratore disabile assunto a tempo indeterminato ai sensi dell’art. 12-bis, comma 5, lettera b) e ai sensi dell’art. 13 della legge n. 68/1999 o connessi al lavoratore, con riduzione della capacità lavorativa superiore al 50%, assegnano un punteggio come di seguito indicato:
4. Le regioni e le province autonome comunicano entro il 28 febbraio di ogni anno, al Ministero del lavoro e delle politiche sociali il punteggio assegnato per ciascuna richiesta ritenuta ammissibile, indicando altresì nella comunicazione: ragione sociale; partita IVA o codice fiscale del datore di lavoro privato;
data di assunzione; tipologia di assunzione di cui all’art. 2, comma 2, del presente decreto; ammontare del costo salariale annuo del disabile assunto; ammontare della spesa per interventi di cui all’art. 13, comma 1, lettera d) della legge n. 68/1999.
6. Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, sulla base degli importi calcolati come indicato al precedente comma 5), determina l’importo complessivo delle risorse finanziarie del Fondo da trasferire annualmente con il provvedimento di riparto ad ogni singola regione e provincia autonoma.
7. Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, nell’ambito di quanto previsto dall’art. 13, comma 10, della citata legge n. 68/1999 procede anche ad una verifica degli effetti delle disposizioni del presente decreto con particolare riferimento agli incentivi previsti dall’art. 13, lettera d).
b) nella misura e in base all’entità della riduzione della capacità lavorativa indicate all’art. 13, comma 1, lettere a) e b) della legge n. 68/1999, per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate tramite le convenzioni di cui all’art. 11 della legge n. 68/1999;
3. Le regioni e le province autonome nell’assegnazione delle risorse soddisfano, con diritto di prelazione, le richieste di contributo relative alle assunzioni effettuate ai sensi dell’art. 12-bis, comma 5, lettera b) della legge n. 68/1999. Successivamente provvedono a soddisfare le richieste di contributo relative alle assunzioni effettuate ai sensi dell’art. 13, commi 1 e 3 e quelle relative agli interventi di cui all’art. 13, comma 1, lettere a), b) e d) della citata legge n. 68/1999, nella misura e con le percentuali di invalidità ivi indicate.
4. I contributi concessi per le assunzioni effettuate ai sensi del comma precedente possono essere cumulati con quelli concessi per gli interventi di cui all’art. 13, comma 1, lettera d), della legge n. 68/1999, nel rispetto della disciplina prevista dal regolamento comunitario CE n. 800/2008 della commissione.
5. Gli eventuali contributi di cui all’art. 13, comma 1, lettera d), possono essere concessi per il rimborso forfettario parziale delle spese necessarie alla trasformazione del posto di lavoro per renderlo adeguato alle possibilità operative dei disabili con riduzione della capacità lavorativa superiore al 50 per cento, o per l’apprestamento di tecnologie di telelavoro, ovvero per la rimozione delle barriere architettoniche che limitano in qualsiasi modo l’integrazione lavorativa del disabile.
1. Le regioni e le province autonome determinano l’entità del contributo concesso per ciascuna richiesta di cui agli articoli 12-bis e 13 della legge n. 68/1999 e lo erogano nell’ambito di tre annualità, assicurando la corrispondenza del contributo erogato al costo salariale realmente sostenuto dal datore di lavoro che ha effettuato l’assunzione e relativamente agli incentivi di cui alla lettera d) del citato art. 13, assicurando la corrispondenza del contributo erogato al costo degli interventi attuati dal datore di lavoro.
3. In caso di risoluzione del rapporto di lavoro per cause non imputabili al lavoratore disabile, il contributo dovrà essere ridotto in proporzione alla durata del rapporto di lavoro così come in caso di trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale.
2. La relazione deve contenere un resoconto delle assunzioni finanziate con le risorse del Fondo di cui all’art. 13, comma 4, della legge n. 68/1999 e sulla durata della permanenza nel posto di lavoro, e deve essere redatta secondo le disposizioni di cui all’art. 11 del regolamento (CE) n. 800/2008 e conformemente al capo III del regolamento (CE) n. 794/2004. Nella relazione di cui al presente articolo, le regioni e province autonome danno conto, altresì, dei contributi trasferiti ma non erogati al datore di lavoro e per le cause citate al comma 3 del precedente art. 5, e delle economie realizzate per la mancata attuazione degli interventi. di cui all’art. 13, comma 1, lettera d).
3. Agli adempimenti di cui al presente decreto si applica quanto previsto dall’art. 11, comma 1 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 il quale prevede che la trasparenza costituisce livello essenziale delle prestazioni erogate dalle amministrazioni pubbliche ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione.
4. Le regioni e le province autonome conservano, secondo le disposizioni di cui all’art. 10 del regolamento (CE) 6-8-2008 n. 800/2008, i dati dettagliati relativi agli incentivi erogati in virtù dell’art. 13 della legge n. 68/1999, che debbono contenere tutte le informazioni necessarie per verificare il rispetto delle condizioni di cui al medesimo regolamento. I dati debbono essere resi disponibili sia per i controlli da parte della Commissione delle Comunità europee sia per le verifiche e le valutazioni da parte del Ministero del lavoro e delle politiche sociali previste dall’art. 13, comma 10, della legge n. 68/1999 e dall’art. 2, comma 7 del presente decreto.
1. Le risorse finanziarie sono trasferite dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali direttamente alle regioni e province autonome per le finalità di cui all’art. 13 della legge n. 68/1999, con obbligo di contabilità separata.
Norma di esclusione
1. Ai sensi e per gli effetti dell’art. 2, comma 109, della legge 23 dicembre 2009, n. 191, le quote relative alle province autonome di Trento e Bolzano sono rese indisponibili.
1. Il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali di concerto con il Ministro dell’economia e finanze del 4 febbraio 2010 concernente l’individuazione dei criteri e delle modalità per la ripartizione fra le regioni e province autonome delle disponibilità del Fondo per il diritto al lavoro dei disabili è abrogato.
COMUNICATO RAI PAGAMENTO CANONE SPECIALE COMPUTER AZIENDALE
Si riporta il testo del comunicato che l’ufficio stampa della RAI ha diramato sulla questione di cui all’oggetto ,al fine di superare le numerose contestazioni registrate a seguito delle richieste recapitate a migliaia di aziende,esercizi pubblici ,studi professionali per il pagamento del canone speciale dovuto per l’uso del computer come televisore.
“La Rai, a seguito di un confronto avvenuto questa mattina con il Ministero dello Sviluppo Economico, precisa che non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone.
Si ribadisce pertanto che in Italia il canone ordinario deve essere pagato solo per il possesso di un televisore.”
Per completezza informativa ,si evidenzia che da parte dell’ADUC a coloro che hanno già pagato il canone/imposta per il solo possesso di PC (sia azienda che privati) viene rappresentato di fare richiesta( con il modulo sotto riportat di rimborso, oltre ad un congruo risarcimento del danno per le spese di recupero di quanto pagato e non dovuto.
Casella postale, 22
DOMANDA DI RIMBORSO DEL CANONE TV
Dati indentificativi dello scrivente
Cognome …………………… Nome………………………
Residente in via …………………….città……………..
Nato a………………..Data di nascita…………………..
Codice fiscale…………………………………………..
Titolare di abbonamento tv n………………………………
Abbonamento per il quale si richiede il rimborso……………………….
Intestato a……………………………………………..
Rapporto con il richiedente (qualora titolare e richiedente siano persone diverse)…………..
Periodo per il quale si richiede il rimborso………….
Nel caso di accertamento positivo del diritto al rimborso, si chiede che la somma sia corrisposta tramite:
assegno …..
accredito in conto canoni futuri ……
Data …………………. Firma ………………………………
Il rimborso e’ richiedibile entro 3 anni dalla data del versamento non dovuto.
Coloro invece che non hanno ancora pagato, e non posseggono televisori tradizionali, possono gettare non dar corso alla lettera della Rai.
You are currently browsing the Francesco Colaci's BLOG blog archives for febbraio 2012.

References: SENTENZA 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 420
 Cass. 
 sentenza

 sentenza 
 sentenza

 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
 art. 4
 art. 2554
 art. 5
 art. 76
 Articolo 16

SENTENZA 
 art. 33
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art.8
 art. 13
 art. 13
 art. 5