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Timestamp: 2020-02-22 00:29:41+00:00

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Studio legale Martinelli Rogolino » L’opinione
Alcune spigolature sugli statuti degli enti del terzo settore
26/02/2019 di Guido Martinelli
Tutto chiaro? Purtroppo no; la lettura del codice continua ad offrire dubbi a tutte le numerose associazioni che si stanno preparando a questo adempimento.
Proviamo ad analizzarne qualcuno.
il terzo legato al tempo che intercorrerà con la possibilità di richiedere la personalità giuridica ai sensi del citato articolo del codice. Infatti è pacifico che la procedura di cui all’articolo 22 sarà praticabile solo quando il Runts sarà operativo e, pertanto, nelle migliori delle ipotesi dal primo gennaio del prossimo anno. Ne consegue che, al momento della richiesta al notaio per il riconoscimento, il patrimonio potrebbe essere ben diverso da quello oggi indicato in sede di modifica statutaria.
Ma i problemi sono ulteriori.
Quando questa proporzione dovrà essere determinata? Il principio della porta aperta, tipico delle associazioni, rende estremamente variabile il numero degli associati mentre analoga variabilità non potrà mai essere prevista per i lavoratori.
Andrebbe chiarito se, in caso di necessità di arrotondamenti questi debbano avvenire per eccesso o per difetto.
Attendiamo indicazioni.
Gli enti senza scopo di lucro e la Legge di bilancio 2019 – I° parte
08/01/2019 di Guido Martinelli
Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale lo scorso 31 dicembre, è ormai pienamente in vigore la L. 145/2018che reca il bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019.
Numerosi sono gli interventi normativi che incidono sulla gestione degli enti senza scopo di lucro.
Proviamo ad analizzare le novità.
L’articolo 1, comma 51, L. 145/2018 reca l’abrogazione dell’articolo 6 D.P.R. 601/1973. La norma consentiva la riduzione al cinquanta per cento dell’imposta sul reddito delle persone giuridiche (oggi Ires) nei confronti degli enti di assistenza sociale, società di mutuo soccorso, enti ospedalieri, enti di assistenza e beneficienza, enti culturali in genere dotati di personalità giuridica.
La reazione del mondo del volontariato all’entrata in vigore di questa norma è stata molto forte, tanto da indurre illustri esponenti del Governo a preannunciare una “marcia indietro” con un futuro provvedimento legislativo teso a ripristinare l’agevolazione, che, comunque oggi è da intendersi abrogata.
La norma già non avrebbe comunque trovato applicazione nei confronti degli enti del terzo settore, in virtù di quanto previsto dall’articolo 89, comma 5, D.Lgs. 117/2017 (c.d. “codice del terzo settore”) a decorrere dal periodo di imposta successivo all’autorizzazione della Commissione europea di cui all’articolo 101, comma 10, del codice citato, e comunque non prima del periodo di imposta successivo alla operatività del registro unico nazionale del Terzo settore.
L’articolo 1, comma 56, L. 145/2018 abroga l’articolo 10, comma 2, D.L. 119/2018 (convertito con L. 136/2018).
Trattasi della norma, già criticata (si veda, a tal proposito, il precedente contributo “Il decreto fiscale e le novità per gli enti non commerciali”), che poneva in capo ai cessionari gli obblighi di fatturazione e registrazione relativi ai contratti di sponsorizzazione e pubblicità posti in essere dalle società e associazioni sportive dilettantistiche che avessero optato per gli adempimenti di cui alla L. 398/1991.
Il venir meno di questa norma non risolve, però, i numerosi dubbi interpretativi che ancora sono legati all’applicazione del comma precedente che esonera dall’obbligo della fattura elettronica tutti gli enti senza scopo di lucro che abbiano optato per la L. 398/1991 “e che nel periodo di imposta precedente hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo non superiore a euro 65.000” prevedendo, invece, in presenza di maggiori ricavi la necessità di assicurarsi “che la fattura sia emessa per loro conto dal cessionario o committente soggetto passivo di imposta”.
I punti oscuri della norma, sui quali appare necessario un urgente chiarimento, sono i seguenti:
Se l’associazione in 398/91 con volume d’affari superiore a 65.000 euro volesse emettere fattura ad un’altra associazione in regime 398, chi provvede?
Il cessionario committente o soggetto passivo di imposta dovrà emettere una fattura in nome e per conto oppure emettere un’autofattura da assoggettare al regime di inversione contabile? I softwareche elaborano le fatture elettroniche prevedono la possibilità di emettere la fattura elettronica in nome e per conto? Come può l’ente senza scopo di lucro assicurarsene?
Cosa succede se il cliente – nel rispetto del principio di inversione – emette una fattura indicando un importo diverso da quello contrattualmente convenuto? Prevale quanto indicato nel contratto e soprattutto quanto risulta dal pagamento tracciabile o prevale quanto indicato nella fattura elettronica? Quali sono i profili di responsabilità del cliente dell’associazione?
Come si calcola il volume dei 65.000 euro? È necessario tener conto degli importi fatturati o degli importi che concorrono alla formazione della base imponibile? (i rapporti convenzionati, ex articolo 143 Tuir, con la Pubblica Amministrazione concorrono o meno alla formazione del plafond dei 65.000? I contributi assoggettati a ritenuta ai sensi dell’articolo 28 D.P.R. 600/1973 sono da calcolare oppure no?) Le entrate commerciali non connesse alle attività istituzionali, concorrono, o meno, al plafond dei 65.000 euro? Se nel corso del periodo di imposta successivo supero il plafond, posso continuare ad emettere fattura cartacea fino alla fine del periodo?
L’associazione in 398 deve fare qualcosa per la conservazione elettronica delle fatture emesse per suo conto dal cliente?
Qualora il contribuente emetta fattura per una prestazione di servizi non connessa alle attività istituzionali e conseguentemente da assoggettare agli adempimenti e modalità di liquidazione delle imposte ordinarie, in relazione a tali prestazioni si configura l’obbligo di emissione diretta della fattura elettronica o la semplificazione è legata semplicemente all’opzione del regime 398?
Permane l’obbligo di emissione di fatturazione elettronica nei confronti delle Pubbliche Amministrazioni? Quali sono gli obblighi di conservazione connessi?
Essendo questa una norma che, nelle originarie intenzioni, doveva avere ragioni di semplificazione, che così non appare alla luce dei numerosi dubbi sopra elencati che inducono al rischio di non applicarla correttamente, la scelta potrebbe essere quella di decidere, da parte degli enti che applicano la L. 398/1991 di non applicarla e di procedere sempre e comunque, in presenza di ricavi commerciali, ad emettere fattura elettronica.
Non credo che un comportamento di questa natura possa essere in alcun modo sanzionato e ritengo che oggi, in presenza delle perplessità sopra evidenziate, questo costituisca per le associazioni, il comportamento più conveniente e meno rischioso.
18/12/2018 di Guido Martinelli
È stata approvata in via definitiva dalla Camera dei Deputati la legge di conversione del D.L. 119/2018.
La vera novità è contenuta ai commi 1 e 2 dell’articolo 10 D.L. 119/2018, introdotti in sede di conversione.
Vengono esonerati dall’obbligo di fatturazione elettronica (e quindi continueranno ad emettere la fattura cartacea) “i soggetti passivi” (pertanto, al momento, oltre che le società e associazioni sportive dilettantistiche anche tutti gli altri enti senza scopo di lucro che potranno continuare ad utilizzare tale norma fino all’entrata in vigore del registro unico nazionale del terzo settore) che hanno optato per la gestione dei proventi commerciali con il noto regime forfettario di cui alla L. 398/1991 e che nel periodo d’imposta precedente hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo non superiore a euro 65.000; “tali soggetti, se nel periodo d’imposta precedente hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo superiore a euro 65.000, assicurano che la fattura sia emessa per loro conto dal cessionario o committente soggetto passivo d’imposta”.
Andrebbe, in via preliminare, chiarito se esonero valga “divieto” oppure se i soggetti che applicano la L. 398/1991 possano comunque, volendolo, anche se rimangono sotto il tetto indicato, emettere la fattura elettronica
Si pone il problema se nell’importo indicato debbano essere ricompresi solo i proventi commerciali “connessi” all’attività istituzionale dell’ente o anche quelli “non connessi”, come tali non ricompresi nel perimetro di applicazione della L. 398/1991 secondo la recente interpretazione dell’Agenzia delle entrate di cui alla circolare 18/E/2018.
Cosa accadrà per le fatture da emettere nei confronti della Pubblica Amministrazione?
Altri dubbi, che speriamo siano chiariti in tempi molto rapidi, riguardano l’obbligo di conservazione digitale delle fatture passive (soprattutto nel caso di emissione di fatture elettroniche verso P.A.) e quali siano le responsabilità che ricadono in capo al soggetto in regime L. 398/1991 in riferimento alle fatture emesse per suo conto dal cliente.
Ma ancora, nel caso di mancato superamento della soglia nel periodo d’imposta 2018, l’esonero vale per tutto il periodo d’imposta 2019 a prescindere dall’ammontare dei proventi commerciali conseguiti in tale anno oppure l’esonero si “interrompe” al raggiungimento della soglia in corso d’anno? E anche qui, rilevano tutti i proventi commerciali o solo quelli connessi alle finalità istituzionali?
Da ultimo ci sembra opportuno ricordare che i soggetti in regime forfettario L. 398/1991 sono obbligati all’emissione delle fatture esclusivamente per le prestazioni previste all’articolo 74, comma 6, D.P.R. 633/1972, ovvero “per le prestazioni di sponsorizzazione, per le cessioni o concessioni di diritti di ripresa televisiva e di trasmissione radiofonica e per le prestazioni pubblicitarie”.
Come conciliarlo con l’onere posto in capo ai cessionari? Che significato andrà dato al termine “assicurano”?
La norma sembra doversi riferire solo alla cessione dei diritti radiotelevisivi in quanto per le sponsorizzazioni esiste un ulteriore comma specifico in cui viene previsto che gli obblighi di fatturazione e registrazione relativi a contratti di sponsorizzazione e pubblicità in capo a soggetti di cui agli articoli 1 e 2 L. 398/1991, nei confronti di soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato, sono adempiuti dai cessionari.
L’articolo 10, comma 2, D.L. 119/2018 non ripete il riferimento del precedente (“i soggetti passivi che hanno esercitato l’opzione”) ma si riferisce ai soggetti di cui agli articoli 1 e 2 L. 398/1991. Sembrerebbe quasi che questo secondo comma, pertanto, possa trovare applicazione solo nei confronti delle associazioni sportive dilettantistiche, unici soggetti citati nelle norme indicate, e non a tutti gli enti senza scopo di lucro. Addirittura si potrebbe mettere in dubbio che lo stesso possa trovare applicazione anche nei confronti delle società sportive dilettantistiche, che applicano la L. 398/1991 in virtù del contenuto dell’articolo 90, comma 1, L. 289/2002.
Sembrerebbe quindi che per le associazioni sportive dilettantistiche che operano in regime L. 398/1991, in questo caso indipendentemente dall’ammontare dei corrispettivi conseguiti, l’assolvimento dell’imposta debba avvenire mediante applicazione del meccanismo dell’inversione contabile in presenza di rapporti di sponsorizzazione o di pubblicità.
Ma, così operando, trasferendo in capo all’azienda sponsor l’obbligo di assolvimento dell’imposta ordinariamente previsto in capo al cedente/prestatore (il soggetto in regime 398) significa che l’ente in 398 non potrà più godere della disponibilità finanziaria del 50% dell’iva abbattuta forfettariamente; disponibilità che aveva fino ad oggi consentito un legittimo vantaggio di non poco conto per il mondo delle associazioni sportive.
Un chiarimento urgente appare fondamentale.
Ancora sui compensi sportivi – I° parte
13/12/2018 di Guido Martinelli
Stanno girando nel mondo dello sport numerosi messaggi, per la gran parte lanciati da soggetti interessati in quanto organizzatori di corsi di formazioni autorizzati da uno o più enti di promozione sportiva, secondo i quali i soggetti interessati, per poter percepire i compensi erogati “nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche”, debbano essere tesserati per l’ente affiliante della società o associazione sportiva presso la quale svolgono attività e devono essere in possesso di “certificato” abilitativo rilasciato dall’ente stesso quale istruttore di una delle quasi quattrocento discipline sportive riconosciute dal Coni.
Proviamo a verificare il fondamento di tali affermazioni.
Partiamo da un dato generale. La norma “incriminata”, l’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir classifica i compensi sportivi tra i redditi diversi purché non siano conseguiti “nell’esercizio di arti o professioni … né in relazione alla qualità di lavoratore dipendente”.
L’esercizio di arti o professioni viene definito dall’articolo 53 Tuir come “l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di attività di lavoro autonomo” e che non costituiscano reddito di impresa. Rientrano in tale categoria anche le prestazioni degli sportivi professionisti che ai sensi di quanto previsto dall’articolo 3, comma 2, L. 91/1981 costituiscono contratti di lavoro autonomo.
Ne deriva, pertanto, che chi svolge con tali modalità un lavoro sportivo, in quanto ne detiene la professionalità e ne costituisce per lui l’attività prevalente ancorché non esclusiva, rientra in tale categoria e in suo favore non potranno essere riconosciuti i compensi sportivi sopra ricordati che rientrano, dal 2001 (in seguito alla novella operata dalla L. 342/2000), tra i redditi diversi.
La casistica concreta si rivolge ai maestri di tennis, ai personal trainer, agli istruttori di pattinaggio o di nuoto che lavorino sia per un centro sportivo che per singoli privati che richiedono le loro prestazioni.
A maggior ragione vi rientrano i maestri di sci (L. 81/1991) e gli istruttori di vela (D.Lgs. 229/2017) nella loro qualità di soggetti la cui attività è legata all’iscrizione ad un albo professionale previsto da leggi dello stato.
Ma non potranno essere prestazioni sportive nemmeno quelle che: “derivano da rapporti aventi per oggetto la prestazione di lavoro, con qualsiasi qualifica, alle dipendenze e sotto la direzione di altri” (articolo 49 Tuir).
Pertanto la “segretaria” del centro sportivo che soggiace ad orari prefissati,a comportamenti imposti e, magari, a sanzioni disciplinari o a richieste di permessi per potersi allontanare dal posto di lavoro rientrerà sicuramente nel novero dei lavoratori subordinati e mai in quello degli “sportivi”.
Ristretto, in tal modo, il nucleo di soggetti nei confronti dei quali appare possibile riconoscere la disciplina dei compensi sportivi, appare ora necessario cercare, sulla base dei dati in essere oggi, quali caratteristiche questi soggetti devono avere.
Il primo quesito è legato alla necessità del tesseramento all’ente affiliante del soggetto interessato.
È chiaro che il tesseramento è adempimento sicuramente da suggerire, non fosse altro per la copertura assicurativa ad esso legata, ma il tema in discussione è se tale tesseramento è richiesto come conditio sine qua non per il riconoscimento del compenso sportivo.
Il documento di prassi amministrativa “chiave” per affrontare la fattispecie in esame è la circolare 1/16 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro.
La circolare in esame riporta un passaggio che potrebbe essere fuorviante. Viene, infatti, indicato che il soggetto percettore deve svolgere “mansioni” rientranti tra quelle previste dalle singole Federazioni sportive (concetto poi esteso con altra circolare anche agli enti di promozione sportiva) e che la qualifica acquisita attraverso specifici corsi di formazione tenuti dalle Federazioni non costituisce “un requisito da solo sufficiente per ricondurre tali compensi tra quelli di lavoro autonomo”. Da ciò se ne fa derivare come il requisito del tesseramento costituisca condizioni essenziale, secondo alcuni commentatori per la legittima erogazione del compenso sportivo.
Tale affermazione non appare del tutto convincente.
È stato già ricordato che, ovviamente, il tesseramento costituisce comunque buona prassi. Ma, dato per assodato questo, non ricaviamo alcuna norma che imponga il tesseramento del percettore. Una limitazione soggettiva ai requisiti per poter godere di un diritto non può che derivare da una norma di legge.
Se così fosse, ad esempio, al dirigente volontario che accompagna gli atleti con la sua autovettura sui campi di gara non potremmo riconoscere il compenso sortivo in assenza di tesseramento?
Altrettanto al tesserato come giocatore della prima squadra che si presta ad allenare i bambini dei vari corsi di avviamento? O all’istruttore in possesso di brevetto rilasciato da una Federazione che va a prestare attività in favore di un sodalizio sportivo affiliato ad un ente di promozione sportiva?
Disegno di Legge di bilancio 2019. Quali novità per lo sport
12/11/2018 di Guido Martinelli
Già la Legge di bilancio 2018 (L. 205/2017) si era presentata con una sostanziale riforma dello sport, in gran parte poi venuta meno con l’abrogazione contenuta nel decreto dignità.
Il tentativo si ripresenta, sia pure con presupposti totalmente diversi, esaminando il disegno di Legge di bilancio 2019, nel testo presentato nei giorni scorsi alle Camere per l’avvio del dibattito parlamentare.
Infatti gli articoli 47 (sport bonus) e 48 (disposizioni in materia di sport) contengono importanti novità per il mondo delle sportive.
Sicuramente il contenuto di maggiore interesse, anche mediatico, è legato alla nuova denominazione che dovrà essere assunta dalla società Coni Servizi (che dovrebbe diventare Sport e Salute spa) con nuova governance e assunzione della responsabilità di distribuzione delle risorse statali alle Federazioni sportive nazionali, escludendo il Coni da questo importante compito fino ad oggi assolto e da nuovi presupposti per la distribuzione dei proventi legati alla cessione dei diritti radiotelevisivi dei campionati professionistici.
Ma trattandosi di argomentazioni sulle quali si è già aperto un ampio dibattito che fa presumere interventi modificativi al testo originario e con ricadute abbastanza relative sul mondo delle società e associazioni sportive dilettantistiche, dedichiamo invece maggiore attenzione a due ulteriori novità, di estremo interesse, inserite nel provvedimento.
La prima è contenuta all’ottavo comma del citato articolo 48 laddove, novellando l’articolo 27 bis della tabella di cui all’allegato B del D.P.R. 642/1972, tra gli atti, documenti, istanze, contratti nonché copie anche se dichiarate conformi, estratti, certificazioni, dichiarazioni e attestazioni esenti dall’imposta di bollo in modo assoluto ricomprende anche quelli delle: “associazioni e società sportive dilettantistiche senza fine di lucro riconosciute dal Coni”.
Va ricordato che era stata la stessa Agenzia delle entrate, proprio con la recente circolare 18/E/2018, a confermare l’efficacia della norma pur in presenza di quanto disposto dall’articolo 102 D.Lgs. 117/2017 che ne aveva previsto l’abrogazione nei confronti delle Onlus.
Questa norma, aggiungendosi all’esonero già previsto dall’articolo 90, comma 6, L. 289/2002 per le Federazioni sportive e gli enti di promozione sportiva porterebbe tutti i soggetti collettivi del mondo sportivo fuori dalla applicazione della imposta di bollo.
Va ricordato, in questa sede, l’articolo 82, comma 5, D.Lgs. 117/2017 che prevede analoga esclusione per tutti i soggetti del terzo settore, con ciò disciplinando in modo uniforme (finalmente!!) ai fini del bollo sia i sodalizi sportivi che le altre realtà iscritte al registro unico nazionale del terzo settore.
L’articolo 47 della bozza di Legge di bilancio 2019 in esame, invece, conferma un credito di imposta “in misura pari al 65 per cento delle erogazioni effettuate” per le erogazioni effettuate nell’anno per interventi di manutenzione e restauro di impianti sportivi pubblici e per la realizzazione di nuove strutture. Il beneficio è applicabile anche nel caso in cui il contributo sia destinato ai soggetti concessionari o affidatari degli impianti medesimi.
Il credito di imposta è riconosciuto alle persone fisiche e agli enti non commerciali nei limiti del 20 per cento del reddito imponibile mentre per i titolari di reddito di impresa nei limiti del 10 per mille dei ricavi annui, ripartito in tre quote annuali di pari importo. Per costoro potrà essere utilizzabile anche tramite compensazione e non rileva ai fini delle imposte sui redditi e sull’Irap. Tutto ciò nel limite complessivo di spesa di 13,2 milioni di euro.
Tale credito di imposta non potrà essere cumulato con altre agevolazioni fiscali previste da altre disposizioni di legge a fronte delle medesime erogazioni.
I soggetti beneficiari ne dovranno dare comunicazione all’Ufficio sport presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri dichiarando l’ammontare ricevuto e la sua destinazione.
Entro il 30 giugno di ogni anno successivo a quello di erogazione e fino alla ultimazione dei lavori di manutenzione, i soggetti che hanno ricevuto il contributo dovranno dare allo stesso Ufficio comunicazione sullo stato di avanzamento dei lavori “anche mediante una rendicontazione delle modalità di utilizzo delle somme erogate”.
Entro 90 giorni dalla data di approvazione della Legge di bilancio, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri di concerto con il Ministro dell’Economia e delle finanze, saranno individuate le disposizioni applicative necessarie.
Le prestazioni di servizi tra enti sportivi – II° parte
22/10/2018 di Guido Martinelli
Dopo aver definito i presupposti sulla base dei quali l’Agenzia riconosce il diritto al godimento della agevolazione di cui all’articolo 148, comma 3, Tuir alla cessione dei diritti sulle prestazioni degli atleti, rimane il problema, non risolto nel quesito che faceva espresso riferimento solo all’Ires, del trattamento di detta cessione ai fini Iva.
Per quanto attiene all’ Iva, è la stessa L. 398/1991 a rendere imponibili, seppur con aliquota ridotta (con successivi provvedimenti uniformata, oggi, alla aliquota base), le cessioni in questione.
La norma di cui all’articolo 4 L. 398/1991, che, in quanto speciale e successiva, deroga all’articolo 4 D.P.R. 633/1972, prevede quanto segue: “Le cessioni dei diritti alle prestazioni sportive degli atleti effettuate dalle associazioni sportive di cui alla presente legge sono soggette all’imposta sul valore aggiunto con l’aliquota del 9 per cento”.
Le associazioni indicate dalla legge sono quelle dilettantistiche. L’applicabilità anche alle società sportive dilettantistiche deriva dalla previsione dell’articolo 90, comma 1, L. 289/2002.
Che l’operazione rientri nel campo di applicazione dell’Iva, tra l’altro, lo conferma, in via residuale, anche il tenore dell’articolo 3, comma 2, numero 2), D.P.R. 633/1972, posto che lo stesso annovera, fra gli atti assoggettati al tributo, “le cessioni […] relative a diritti o beni similari ai precedenti”, laddove, in precedenza, la stessa norma fa riferimento alle cessioni di diritti e beni immateriali.
Va da sé – ma giova comunque rammentarlo – che l’assoggettamento ad Iva dei corrispettivi in questione non può che dipendere dalla circostanza che gli enti protagonisti dello scambio configurino, per presenza di attività commerciale, il requisito soggettivo dell’imposta (articolo 4 D.P.R. 633/1972).
Tale tesi appare confermata anche da un documento di prassi amministrativa del 2015 proveniente dalla Direzione Regionale delle Entrate del Friuli Venezia Giulia (“prime risposte ai quesiti posti dalle associazioni sportive dilettantistiche del Friuli Venezia Giulia”), che, a fronte di specifico quesito, così letteralmente risponde: “Nel caso di trasferimento di un atleta tra ASD, se la somma viene riconosciuta a fronte di una obbligazione (nel caso specifico l’obbligazione a rilasciare il nulla osta al nuovo tesseramento), esistono i presupposti di un’operazione di natura commerciale e pertanto, in quanto tale, imponibile ai fini delle imposte dirette e assoggettabile ai fini Iva (con emissione di fattura). Qualora l’associazione abbia optato per la Legge 398/1991, l’Iva andrà versata al 50% e la somma percepita costituirà plusvalenza tassabile”.
L’Agenzia, poi, arriva alle medesime conclusioni esaminando, per quelle discipline sportive i cui regolamenti federali la consentano, la fattispecie della cessione dei diritti sportivi.
Anche in questo caso viene ritenuta “conforme alle attività istituzionali” e, pertanto, ove sussistano i requisiti soggettivi ricordati nella prima parte di questo lavoro, si potrà applicare l’agevolazione della decommercializzazione ai fini dei redditi di cui all’articolo 148 Tuir. L’unica condizione che viene inserita è che la società cedente non si sciolga a seguito di detta cessione ma prosegua, in altre categorie, la propria attività agonistica.
In tal caso, si ritiene non vi siano cause ostative all’applicazione, ai fini dell’iva, dell’articolo 4, comma 4, D.P.R. 633/1972 e ritenere l’importo integralmente sottratto ad ogni imposizione.
Altra fattispecie di rilievo, non esaminata dal documento di prassi amministrativa, è la cessione di spazi attrezzati per lo svolgimento di una attività sportiva da parte di una associazione o società sportiva che gestisce un impianto ad altra realtà dilettantistica interessata a fare la propria attività all’interno del medesimo impianto.
Qui si porrà un problema ulteriore. Le norme agevolative prevedono infatti che le parti debbano far parte di “un’unica organizzazione locale o nazionale”. Si ritiene che questo capostipite comune non possa essere il Coni in quanto, dopo la riforma Melandri, le Federazioni non ne sono più organi e gli enti di promozione sportiva non lo sono mai stati.
Quindi, affinché possa scattare la disciplina di favore in esame, sarà necessario che entrambe le parti siano affiliate alla medesima Federazione, disciplina sportiva associata o ente di promozione sportiva.
Assodato che sussistano i requisiti soggettivi (affiliazione al medesimo ente, statuto conforme all’articolo 148, comma 8, Tuir e invio del modello EAS), si pone il problema se tale attività possa ritenersi conforme o meno “alle finalità istituzionali”.
La risposta va ricercata nell’analisi sul “se” l’attività sportiva dilettantistica comprenda anche, o meno, la gestione e l’eventuale locazione di spazi sportivi.
Sull’utilizzatore degli spazi non sembra possa esserci dubbi; qualche perplessità potrebbe nascere sulla conformità da parte del soggetto gestore dell’impianto che dovrebbe, in linea teorica, utilizzarlo in proprio e non locarlo a terzi.
Pertanto, anche in questo caso, di notevole diffusione, appare auspicabile un intervento interpretativo da parte dell’Agenzia.
Le prestazioni di servizi tra enti sportivi – I° parte
17/10/2018 di Guido Martinelli
La circolare AdE 18/E/2018, nel rispondere ai quesiti emersi nel tavolo tecnico attivato con il Coni, entra nel merito di due fattispecie concrete per le quali riconosce la possibilità di applicare, nei rapporti economici tra due sodalizi sportivi, la decommercializzazione del provento ai fini reddituali ai sensi di quanto previsto dall’articolo 148, comma 3, Tuir.
In particolare, il documento di prassi amministrativa tratta il tema della cessione dei diritti sulle prestazioni degli atleti e del diritto sportivo a partecipare ad un determinato campionato.
Esiste, però, nella pratica, un ulteriore caso, piuttosto diffuso, non oggetto di esame nel documento di prassi amministrativa in esame, di prestazioni di servizio tra enti sportivi: l’affitto di spazi attrezzati che una associazione o società sportiva che gestisce un impianto concede ad altro sodalizio.
Analizziamo la disciplina delle tre fattispecie alla luce delle indicazioni fornite dalla Agenzia delle entrate
Affinché si possa utilizzare la norma agevolativa in esame, in tutti i casi oggetto di indagine, occorre che sussistano una serie di presupposti comuni:
deve trattarsi di enti, cedente e cessionario, tutti affiliati alla medesima federazione sportiva nazionale, disciplina sportiva associata o ente di promozione sportiva e regolarmente iscritti al registro Coni,
deve essere stato inviato da entrambe le parti il modello EAS,
la cessione deve rientrare tra le finalità istituzionali delle parti in esame.
Dato per scontata la possibilità di determinare i primi due requisiti con criteri oggettivi, resta da valutare la sussistenza dell’ultimo.
Per la cessione degli atleti, l’Amministrazione finanziaria, ritiene: “la cessione verso corrispettivo del diritto alla prestazione sportiva dell’atleta può considerarsi rientrante nell’ambito delle attività svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali ai sensi dell’articolo 148, comma 3, Tuir sempreché l’atleta abbia svolto nell’ambito della associazione o società sportiva dilettantistica non lucrativa cedente un’effettiva attività volta ad apprendere e migliorare la pratica sportiva dilettantistica”.
Ma, ricordando il concetto di “attività svolte”, appare indirettamente confermata la natura di “cessione del bene immateriale” quale inquadramento civilistico del trasferimento dell’atleta.
Pertanto la transazione rientra tra le operazioni c.d. “commerciali”, salva la possibilità di applicare la decommercializzazione di cui all’articolo 148 Tuir.
Ad ogni buon conto, la lettura proposta – per quanto “soddisfacente” sul piano della sistematica giuridica – pare in grado di adattarsi esclusivamente ai “casi” di trasferimento di atleti vincolati.
Discorso diverso andrebbe fatto in caso di tesseramento di atleta c.d. “svincolato” per il quale la Federazione di appartenenza richiede il pagamento di una determinata indennità.
In tal caso non sussistendo la “cessione” verrebbe meno il presupposto di cessione di beni o servizi e, pertanto, di conseguenza, l’assoggettamento ad imposta.
Prima di addentrarci ulteriormente sul tema si impone una chiosa. La fattispecie in esame è completamente differente ed estranea rispetto a quella del c.d. “premio di addestramento e formazione tecnica” previsto e disciplinato dall’articolo 6 L. 91/1981 sul professionismo sportivo. Tale premio, infatti, gode di un regime di defiscalizzazione proprio ma è applicabile esclusivamente alla indennità percepite da sodalizio dilettantistico nel caso in cui un proprio tesserato sottoscriva un contratto con società professionistica. Pertanto, ad oggi, applicabile solo nelle Federazioni che prevedano un settore professionistico. In più la norma, essendo indubbiamente di carattere eccezionale, non appare suscettibile di interpretazione analogica ai sensi di quanto previsto dall’articolo 14 preleggi al codice civile.
L’Amministrazione finanziaria ritiene, quindi, applicabile, ai fini Ires, la decommercializzazione di cui all’articolo 148, comma 3, Tuir in tutti quei casi in cui la cessione non abbia “finalità meramente speculative”.
Si apre, poi, un problema di onere della prova in sede di accertamento. Come poter provare in giudizio che sia la cedente che la cessionaria possedevano, all’epoca della transazione, i requisiti indicati? Sarà necessario acquisire e scambiarsi reciprocamente la documentazione necessaria a tal fine? Un ulteriore chiarimento sul punto appare auspicabile.
Dando per scontata, invece, la presenza del requisito della affiliazione alla medesima Federazione (altrimenti non potrebbe avvenire il “trasferimento” dell’atleta) deve essere precisato che, ad avviso della Agenzia, oltre ai requisiti già ricordati, per poter applicare l’articolo 148, comma 3, Tuir è necessario anche che l’atleta “abbia svolto nell’ambito dell’associazione o società sportiva dilettantistica non lucrativa cedente un’effettiva attività volta ad apprendere e migliorare la pratica sportiva dilettantistica”.
Viene, infatti, poi precisato che l’agevolazione non può trovare applicazione in quei casi in cui: “il diritto alla prestazione sportiva sia stato precedentemente acquistato e successivamente rivenduto senza che l’atleta sia stato sostanzialmente coinvolto dall’ente nell’attività formativa e di crescita nell’ambito della pratica sportiva dilettantistica”.
Criterio non oggettivo che potrebbe limitare sostanzialmente la possibilità di avvalersi della disciplina in esame.
Il rischio è quello di avere certezza nel godimento della agevolazione soltanto in quei casi in cui l’atleta ceduto sia stato per la prima volta tesserato dalla società cedente.
In caso contrario “la cessione assume rilevanza reddituale ai fini Ires nella misura in cui integri la realizzazione di una plusvalenza ai sensi dell’articolo 86 Tuir”. Plusvalenza che, ricordiamo, per le associazioni e società sportive dilettantistiche che applicano la L. 398/1991 non rientra tra quelle per le quali può trovare applicazione il coefficiente di reddittività del 3%.
05/09/2018 di Guido Martinelli
La circolare AdE 18/E/2018 sulle associazioni e società sportive dilettantistiche se, da un lato, offre e precisa punti importanti della disciplina giuridico – fiscale di tali enti, continua a lasciare alcune zone oscure sulle quali vorremmo soffermarci.
Ad esempio, sulla disciplina di cui alla L. 398/1991 afferma: “in presenza di comportamento concludente del contribuente e di regolare comunicazione all’agenzia delle entrate dell’opzione per il regime di cui alla legge 398/91, la mancata presentazione della comunicazione alla Siae non comporta la decadenza dal regime agevolativo in esame, non avendo la stessa comunicazione natura costitutiva ai fini della fruibilità dello stesso”. Sembrerebbe quindi che il comportamento concludente possa sanare, con il pagamento della sanzione, solo l’eventuale mancata comunicazione alla Siae ma non la mancata comunicazione alla Agenzia delle entrate. Ciò comporterebbe che il comportamento concludente, in assenza di entrambe le comunicazioni, non consentirebbe di legittimare l’applicazione della L. 398/1991. Si ritiene abnorme questa conclusione e, pertanto, un ulteriore chiarimento sul punto appare auspicabile.
L’Agenzia, in seguito, afferma che, dal momento in cui entrerà in vigore il titolo X del codice del terzo settore, le Federazioni sportive nazionali (e, di conseguenza le discipline sportive associate e gli enti di promozione sportiva) non potranno più applicare la L. 398/1991. Ciò in quanto, non essendo associazioni e società sportive dilettantistiche, il presupposto che oggi legittima l’applicazione di tale norma, ossia l’articolo 9 bis L. 66/1992 sarà definitivamente abrogato. Se tale affermazione può essere condivisa, (ma creerà molti problemi a non poche strutture territoriali di enti di promozione sportiva che utilizzano in maniera massiccia tale legge) tutti da approfondire appaiono i passaggi logici successivi.
Infatti dallo stesso periodo di imposta scatterà anche la novella all’articolo 148 Tuir.
E se per l’Agenzia delle entrate le Federazioni non sono considerate equiparate alle associazioni sportive ai fini della L. 398/1991 non potranno esserlo neanche ai fini dell’articolo 148, comma 3, Tuir.
Questo che conseguenza avrà sulla disciplina fiscale dei proventi delle affiliazioni, dei tesseramenti e delle varie quote gara versate dai partecipanti a vario titolo alle attività dalle stesse indette? Se per le Federazioni il riconoscimento pubblicistico del tesseramento e delle affiliazioni potrebbe “aiutare” ad evitare interpretazioni tese all’applicazione di imposizione sui corrispettivi versati a tali enti, per le discipline sportive associate e gli enti di promozione sportiva qualche ulteriore approfondimento sul punto parrebbe opportuno.
Il documento di prassi amministrativa affronta, poi, lo spinoso tema del trattamento fiscale della cessione verso corrispettivo del diritto alla prestazione sportiva dell’atleta (la disciplina rimane valida sia in caso di cessione a tempo determinato – c.d. prestito – sia di cessione a titolo definitivo)
Secondo l’Agenzia questa operazione rientrerebbe tra quelle per le quali potrà trovare applicazione l’articolo 148, comma 3, Tuir, sempreché l’atleta abbia svolto nell’ambito dell’associazione o società sportiva dilettantistica non lucrativa cedente un’effettiva attività svolta ad apprendere e migliorare la pratica sportiva dilettantistica.
Già questa affermazione complica non poco il profilo operativo di queste operazioni. Infatti, secondo l’Agenzia, deve escludersi la ricorrenza del requisito della diretta attuazione degli scopi istituzionali nel caso di cessioni aventi finalità meramente speculative come nel caso in cui il diritto alla prestazione sportiva sia stato precedentemente acquistato e successivamente rivenduto senza che l’atleta sia stato sostanzialmente coinvolto dall’ente nell’attività formativa e di crescita nell’ambito della pratica sportiva dilettantistica. In tal caso, la cessione assume rilevanza reddituale ai fini Ires nella misura in cui integra la realizzazione di una plusvalenza ai sensi dell’articolo 86 Tuir.
Ma i problemi irrisolti sono ulteriori. Infatti sappiamo che l’applicazione della disciplina in esame è subordinata alla presentazione del modello Eas e all’adeguamento dello statuto ai principi di cui al comma 8 della norma in oggetto.
Ebbene, in una “compravendita” di diritti sugli atleti questi presupposti devono essere presenti in entrambe le parti? E se così fosse, ognuna, per poter giustificare in caso di accertamento la defiscalizzazione, dovrà poter dimostrare il possesso dei citati requisiti da parte dell’altra? E nel caso di risposta affermativa come?
Ma la nebbia si infittisce trasferendo la problematica sotto il profilo dell’Iva.
Infatti non può essere dimenticato che l’articolo 4 L. 398/1991, mai abrogato, prevede letteralmente che: “le cessioni dei diritti alle prestazioni sportive degli atleti effettuate dalle associazioni sportive di cui alla presente legge [e dalle società sportive, aggiungiamo noi, per il richiamo di cui all’articolo 90, comma 1, L. 289/2002] sono soggette all’imposta sul valore aggiunto con aliquota del 9 per cento”.
Quindi tale cessione, ferma l’applicazione riconosciuta dell’articolo 148 Tuir, sarà da assoggettare o meno ad Iva? Un ulteriore chiarimento sarebbe opportuno.
Il lavoro sportivo dilettantistico dopo le recenti novità
24/07/2018 di Guido Martinelli
Una recentissima sentenza della sezione lavoro della Corte d’Appello di Roma (sentenza n. 2924/2018),pronunciata in udienza lo scorso 5 luglio e pubblicata il successivo giorno 20, si presenta come la prima decisione emanata, in materia di lavoro sportivo dilettantistico in favore di sodalizi non lucrativi, dopo che, il giorno 3, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Giorgetti aveva annunciato l’abrogazione, con il decreto “dignità” (articolo 13, comma 1, D.L. 87/2018), delle norme della L. 205/2017 (c.d. pacchetto Lotti sullo sport) che avevano qualificato tali prestazioni quali collaborazioni coordinate e continuative, sia pure sempre riconducibili fiscalmente ai redditi diversi di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir.
Dopo aver ricostruito la disciplina dei compensi sportivi qualificati come redditi diversi, la Corte della Capitale ne individua i presupposti di applicabilità, sia soggettivo che oggettivo. Dato che il presupposto soggettivodeve essere individuato nel riconoscimento ai fini sportivi del soggetto erogante, tramite l’iscrizione al registro Coni, requisito pacifico nel caso di specie, viene precisato che: “il dato oggettivo è costituito, invece, dall’esclusione della natura professionale del compenso che va riscontrata allorché emergano, in via continuativa, i seguenti indici:
La funzione dell’articolo 1, comma 358, Legge di Bilancio 2018 era duplice: da un lato individuare in maniera indiscutibile quali fossero le tipologie di attività che rientrassero nel concetto di esercizio diretto di attività sportiva dilettantistica e, dall’altro, confermare l’orientamento giurisprudenziale e amministrativo secondo il quale sarebbe stato possibile riconoscere compensi privi di tutela previdenziale anche ai lavoratori dei sodalizi sportivi dilettantistici non lucrativi.
La conseguenza negativa sarebbe stata che anche per quelle prestazioni con causa non riconducibile ad una prestazione lavorativa (essendo prevalente l’aspetto ludico, inter associativo, di condivisione delle finalità della associazione) ci saremmo comunque trovati di fronte ad una prestazione inquadrata come co.co.co. con conseguente applicazione della disciplina amministrativa prevista per tale fattispecie (vedi comunicazione al centro per l’impiego, iscrizione nel libro unico e cedolino paga).
La prima considerazione da fare alla luce della abrogazione della norma citata in premessa appare essere se a questo si debba o meno dare un significato. Ossia sarà possibile sostenere che la volontà del legislatore, cancellando questa norma, sia stata quella di escludere che l’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir sia come tale applicabile a prestazioni continuative di lavoro autonomo?
Questa è proprio la tesi a cui fa riferimento la decisione della Corte d’Appello di Roma commentata nel precedente contributo e che, evidentemente, non è escludibile a priori.
Ma, forse, appare utile fare una piccola “storia” della disciplina dei compensi per attività sportive dilettantistiche.
Negli anni ’70 l’emolumento per attività sportiva era riserva quasi esclusiva di coloro i quali furono poi inquadrati nella L. 91/1981 quali professionisti sportivi. Ben presto, però, ci si rese conto che anche nel rimanente mondo del dilettantismo iniziavano a essere riconosciuti compensi per disciplinare i quali il legislatore fiscale emanò la L. 80/1986, oggi abrogata.
Questa riconosceva la possibilità di erogare “rimborsi spese forfettari e indennità di trasferta” in occasione della effettiva partecipazione a eventi sportivi. Per lungo tempo si discusse (e il problema non fu mai definitivamente risolto) se nel concetto di evento sportivo potessero essere ricondotte anche le partecipazioni agli allenamenti. La parte eccedente tali massimali (sessantamila lire al giorno) veniva regolarmente tassata.
Venne, poi, la L. 133/1999. Veniva stabilito un massimale annuo di compenso (l’ammontare finale era di dieci milioni di lire) esentasse al di sopra del quale la prestazione veniva considerata collaborazione coordinata e continuativa e regolarmente assoggettata a ritenute fiscali, previdenziali e assicurative. Se, vigente la L. 80/1986, lo sportivo aveva l’onere di documentare l’effettiva pratica sportiva e partecipazione all’attività, al fine di poter ottenere i gettoni “esentasse”, ora il “compenso” veniva, o meglio, poteva essere riconosciuto, anche in assenza di prova della effettiva attività sportiva svolta.
La L.133/1999 fu novellata dalla legge 342/2000 che diede origine all’attuale articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir sui compensi sportivi.
Da qui iniziarono i problemi interpretativi della norma.
Infatti, fino al 2000, tutti gli sportivi dilettanti, compresi gli atleti, che percepivano compensi superiori ai dieci milioni di lire erano regolarmente inquadrati come lavoratori (nella forma della collaborazione coordinata e continuativa di cui all’articolo 409 c.p.c.) con regolari versamenti previdenziali e assicurativi.
All’epoca (io, purtroppo per me, già operavo nel settore da tempo) senza apparenti problematiche giuridiche od economiche. Al di sotto della cifra indicata veniva ritenuto una sorta di indennizzo per l’impegno sportivo, al di sopra veniva ritenuto vera e propria attività lavorativa tutelata sotto ogni profilo.
La legge che trasportò nel nuovo millennio la disciplina dei compensi sportivi scelse la strada di collocarli, sotto il profilo fiscale, tra i “redditi diversi” senza adottare alcuna limitazione alla qualificazione degli stessi. Infatti il combinato disposto di cui agli articoli 67 e 69 Tuir e delle precedenti normative sopra citate disciplina, sotto il profilo fiscale, diversamente il compenso sulla base del suo ammontare ma, indipendentemente dal suo importo, anche milionario, rimane qualificato come reddito diverso.
Ne conseguì che l’Inps e l’Inail cessarono di riscuotere i loro contributi, indipendentemente dall’ammontare del compenso, in quanto era venuto meno il presupposto giuridico (reddito da lavoro) che giustificava il loro intervento.
Fino al 2005 si visse nel limbo, ossia fino a quando non fu emanato, nel marzo di quell’anno, il famoso decreto (D.M. 15.03.2005) che, ridisegnando le categorie dei soggetti da inquadrare presso l’allora attiva Enpals, ci collocò anche le categorie dei lavoratori dello sport dilettantistico con l’unica eccezione degli atleti.
Da quel momento si scatenò un copiosa produzione di prassi amministrativa e di giurisprudenza finalizzata a chiarire se i lavoratori dello sport dovessero essere inquadrati con una formula giuridica di lavoro autonomo o subordinato (con conseguente aggravio di contribuzione fiscale, previdenziale o assicurativa), oppure se fossero tutti comunque inquadrabili tra i redditi diversi e quindi si potesse riconoscere loro il compenso sportivo non assoggettato a coperture previdenziali e assicurative indipendentemente dalla causa del loro rapporto.
Purtroppo, dopo 13 anni, siamo tornati a questo punto.
I maggioritari e più recenti orientamenti di giurisprudenza e di prassi amministrativa (vedi tra tutte la circolare 1/16 INL) erano tesi a ritenere che anche i soggetti che lavorano nello sport dilettantistico rientrassero tout court nella fattispecie dei redditi diversi di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir.
E’ chiaro che oggi, alla luce sia della sentenza commentata che dell’indubbio effetto causato dall’abrogazione della norma, tale inquadramento non può più essere ritenuto “pacifico” o, comunque oggetto di presunzione.
Prima di approfondire tale aspetto sarà necessario delimitare il perimetro dei soggetti ai quali potenzialmente potranno essere riconosciuti i compensi sportivi.
Tornerà, probabilmente, utile il riferimento indicato nella circolare dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro laddove veniva previsto che vi rientrassero quelle categorie di soggetti che l’ente sportivo affiliante, federazione sportiva nazionale, disciplina sportiva associata o ente di promozione sportiva aveva riconosciuto come soggetti svolgenti attività sportiva nei propri regolamenti o nelle proprie deliberazioni.
Vediamo di entrare ancora più nel merito delle singole fattispecie.
Il decreto (D.M. 15.03.2005) che inserisce i lavoratori dilettanti tra coloro che sono soggetti all’assicurazione obbligatoria settore spettacolo omette completamente ogni riferimento agli atleti. Probabilmente ritenendo che nei loro confronti prevalga l’aspetto ludico rispetto a quello lavorativo.
Se a questo aggiungiamo che, comunque, nei loro confronti non potrà mai trovare applicazione, anche in modo analogico, la L. 91/1981 sul professionismo sportivo causa il limite previsto dall’articolo 14 Preleggi al codice civile, ne deriva che agli atleti delle varie discipline sportive potrà continuare a essere riconosciuto il compenso sportivo ex articolo 67, comma 1, lett. m), senza limiti di ammontare e sempre senza obblighi di natura previdenziale e assicurativa (che non sia quella legata al tesseramento).
Non essendo sicuramente nel loro caso neanche in via interpretativa applicabile la disciplina delle collaborazioni coordinate e continuative non scatterà neanche l’obbligo del pagamento con mezzi tracciabili per importi inferiori ai mille euro.
Tecnici (allenatori e istruttori)
Nei loro confronti sarà necessario effettuare un approfondimento. Se, infatti, o per la natura minimale del compenso (si ricorda che l’allora Enpals aveva fissato in 4.500 euro annui tale ammontare) o per la indubbia possibilità di provare che il tecnico consegua fuori dallo sport la fonte prevalente dei suoi compensi è oggettivo che l’attività svolta non costituisca attività lavorativa per il tecnico, appare confermato che gli sarà possibile riconoscere i compensi sportivi in esame. Ove, invece, il tecnico svolgesse l’attività sportiva come principale, anche se non esclusiva, sarà necessario svolgere una ulteriore indagine, ossia se nelle modalità effettive di svolgimento della prestazione siano presenti o meno i caratteri del lavoro subordinato o dell’esercizio di arti o professioni. In tal caso la possibilità di riconoscere i compensi sportivi sarebbe ex legeesclusa dall’incipit dello stesso articolo 67 Tuir.
Sotto tale profilo sarà necessario porre la massima attenzione nell’introdurre figure quali il direttore tecnico o il capo allenatore che potrebbero motivare l’esistenza di una subordinazione gerarchica nei confronti degli altri tecnici sottoposti alle loro direttive.
A questo punto rimane da analizzare la situazione del tecnico che “lavora” nello sport da “autonomo” ma senza che questa attività costituisca esercizio di arti o professioni (l’istruttore di nuoto che svolge la sua attività in favore di un unico centro nuoto). Che fare? La giurisprudenza prevalente (anche se, come abbiamo dimostrato, non esclusiva) appariva favorevole anche in questo caso al riconoscimento del compenso sportivo.
Si tratterà di vedere, ora, se l’avvenuta abrogazione per legge della disposizione che lo consentiva espressamente rappresenterà o provocherà anche un mutamento di orientamento da parte della giurisprudenza.
Nel caso in cui ritenessimo o si decidesse comunque di applicare la disciplina dei compensi sportivi rimane un problema: in presenza di “lavoro sportivo” come questo può o deve essere qualificato ai fini lavoristici?
Non potendo qualificarlo come esercizio di arti o professioni (espressamente escluso dall’articolo 67 Tuir) e non potendo ritenerlo, nella grande maggioranza dei casi, collaborazione occasionale, non si potrà che tornare alla qualificazione, per esclusione, di collaborazione coordinata e continuativa, con buona pace di coloro i quali hanno “favorito” l’abrogazione della qualificazione espressa come tale.
Per tutti coloro i quali svolgono attività inerenti la pratica agonistica (vedi dirigenti accompagnatori, addetti agli arbitri, ecc) varranno le considerazioni già espresse per i tecnici.
Per gli addetti alla segreteria, i c.d. “amministrativo – gestionali” si porrà, per le modalità attraverso le quali viene svolta la prestazione, la necessità di porre maggiore attenzione ai rischi di riconoscimento del rapporto come subordinato.
Per il resto varranno le medesime valutazioni già svolte con l’unica differenza che, in questo caso, essendo rimasta la qualificazione come collaborazione coordinata e continuativa, sarà necessario effettuare i pagamenti con modalità tracciabili a prescindere dall’importo e si dovrà operare la denuncia al centro per l’impiego e porre in essere gli adempimenti conseguenti.
Le leggi dello sport e il gioco dell’oca
11/07/2018 di Guido Martinelli
Con l’articolo 4, comma 1, del c.d. “decreto dignità” (al momento non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale) il Governo ha abrogato l’articolo 1, commi da 353 a 361, L. 205/2017, ossia tutta la disciplina della società sportiva dilettantistica lucrativa e dell’inquadramento come collaborazione coordinata e continuativa delle prestazioni sportive dilettantistiche.
Rimane salvo (casualmente?), per le attività sportive dilettantistiche solo il nuovo limite di compensi annui per dette attività (diecimila euro) al di sotto del quale non trova applicazione alcuna forma di ritenuta fiscale.
Pertanto, salvo improbabili modifiche in sede di conversione, come in un immaginario gioco dell’oca siamo tornati alla casella di partenza.
La società lucrativa di fatto non è mai nata (in quanto il Coni non aveva ancora approvato le modalità di riconoscimento ai fini sportivi, presupposto per il loro ingresso nell’ordinamento delle federazioni e degli enti di promozione sportiva e conseguente applicazione delle agevolazioni collegate).
Chi l’avesse nel frattempo costituita la potrà far operare come società commerciale a tutti gli effetti (ossia senza applicazione di alcuna forma di “aiuto” fiscale) salvo eliminare “alla prima occasione” gli inserimenti in statuto che erano stati introdotti per conformarsi alla disciplina prevista dalla L. 205/2017.
Per la società sportiva lucrativa il problema appare quindi limitato ai maggiori costi di costituzione che erano stati sostenuti contando sulla previsione legislativa e sull’imminente via libera da parte del Coni; la vicenda appare, per il resto, immune da conseguenze per chi già operava e opera come associazione o società sportiva senza scopo di lucro.
Altrettanto non possiamo però dire per la disciplina dei compensi sportivi.
Siamo, infatti, tornati alla situazione che era stata stigmatizzata correttamente dalla Corte di Cassazione(sentenza n. 602/2014): “Quale premessa di ordine metodologico occorre partire dalla nozione di attività sportiva dilettantistica. Nel nostro ordinamento non figura una definizione giuridica univoca di tale attività e, più in generale, di sport dilettantistico, la cui nozione si ricava per esclusione rispetto al concetto di attività sportiva professionistica che prevede l’esercizio di attività sportive in via continuativa e remunerata a titolo professionale, normativamente disciplinata dalla L. 91/1981 sul professionismo sportivo. In parallelo va aggiunto che la figura del lavoratore sportivo dilettante non forma oggetto di una disciplina giuridica compiuta, né nell’ordinamento sportivo, né in quello nazionale. Manca, infatti, uno specifico inquadramento sotto il profilo del diritto del lavoro mentre si rinviene la regolazione di taluni aspetti specifici, soprattutto nel settore del diritto tributario”.
Mancato inquadramento al quale aveva cercato di porre rimedio la riforma, ora cancellata, qualificando, sotto il profilo lavoristico, le prestazioni sportive quali collaborazioni coordinate e continuative.
Ecco allora che, nonostante gli importanti spunti in senso favorevole forniti da alcune sentenze di merito e da specifici documenti di prassi amministrativa (vedi tra tutti la circolare 1/2016 Ispettorato Nazionale del Lavoro) continua a rimanere potenzialmente irrisolto il problema chiave delle prestazioni sportive: nel caso in cui la causa del rapporto non sia nell’ambito associativo ma trovi collocazione tra le prestazioni di lavoro, potrà trovare applicazione la disciplina di cui al combinato disposto dell’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir e dell’articolo 69, comma 2, Tuir?
Il limite, in tal senso, continua ad essere la previsione dell’articolo 38, comma 2, Cost. laddove prevede che: “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.
Quindi permane uno stato di incertezza sull’inquadramento dei collaboratori che potrà continuare a dare adito a contenziosi di esito incerto.
Va detto che uno dei motivi principali a sostegno degli “avversari” del provvedimento era costituito dagli obblighi(comunicazione al centro per l’impiego, cedolino paga e iscrizione nel libro unico del lavoro) che derivavano, in capo al committente, dall’inquadramento delle prestazioni come collaborazioni coordinate e continuative.
Se questo è vero è altrettanto vero che la comunicazione mette o, meglio, avrebbe potuto comunque mettere al riparo la sportiva da eventuali sanzioni per “lavoro nero” nel caso in cui in sede di accertamento il verificatore ritenesse sussistere un rapporto qualificabile come subordinato.
Importante ricordare che l’articolo 4, comma 2, del decreto in esame trasferisce i fondi che erano stati stanziati per le agevolazioni per le lucrative alla creazione di un tesoretto, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, da destinare “a interventi in favore delle società sportive dilettantistiche”.

References: articolo 143
 articolo 48
 sentenza 
 articolo 67
 sentenza 
 articolo 67
 articolo 67