Source: http://www.genitoriseparati.it/a/index.php?option=com_content&view=article&id=417:al-tribunale-minorile-di-genova-la-giustizia-e-amministrata-non-in-nome-dell-popolo-italiano-lassu&catid=39:dossier&Itemid=69
Timestamp: 2017-08-18 06:45:38+00:00

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Al Tribunale minorile di Genova la Giustizia è amministrata non in nome dell popolo italiano! L’assu
Al Tribunale minorile di Genova la Giustizia è amministrata non in nome del popolo italiano! L’assurda odissea di una madre francese.
Una madre attende Giustizia da 11 anni
Un tribunale minorile da chiudere, subito!
Una vicenda atroce che dimostra la indifferenza e/o strafottenza di chi dovrebbe tutelare i minori, sempre. Non esprimiamo valutazioni di merito che spettano ai giudici e agli organi di controllo sul loro operato, ma abbiamo l’obbligo di denunciare ritardi ed omissioni, segnalati e protetti in una parte della regione Liguria in cui il Tribunale per i minori di Genova, spesso è assurto all’onore della cronaca per la facilità con cui toglie e separa i figli dai genitori. Il nostro caso non è solo incredibile, ma assurdamente sconcertante per l’irrispettoso comportamento dei protagonisti, al limite della decenza giudiziaria.
Nei prossimi giorni parleremo di un’altra vicenda simile a questa dove una madre è stata dichiarata decaduta dalla responsabilità genitoriale e il suo ricorso per la revisione del provvedimento con tanto di documentazione resta nel cassetto del giudice senza risposta alcuna. Siamo, in questo altro caso, in presenza dello stesso “chiacchierato” giudice, di una assistente sociale inattendibile – condannata anche dallo stesso ordine di cui fa parte per il suo operato relativo al caso che tratteremo -, di un avvocato nominato dal T.M. quale tutore di una minore e condannato per il suo operato, degli stessi giudici onorari.
Nel caso che sotto riportiamo c’è pure la figura di un magistrato nominato, chissà perché, difensore civico regionale, il quale dalla elevata ignoranza, in accordo con il responsabile del Comune dove operano i servizi sociali della figlia della madre francese, ha negato l’accesso agli atti come previsto dalla legge 241/90. La discrezionalità presunta è diventata comune metodo, per molti rappresentanti dello Stato per prevaricare, comprimere diritti dei cittadini ed abusare della legge.
Da 11 anni questa donna di nazionalità francese lotta per vedersi riconosciuto il diritto a frequentare la figlia, a viverla come madre e a curarne le sensibilità di donna. Da undici anni il Tribunale di Genova, si palleggia la questione e non riesce ad emettere una decisione sulla vicenda, tenendo la donna nel pallone e lasciando che intanto il tempo faccia un miracolo. Abbiamo bisogno di giudici capaci di prendere decisioni con rapida responsabilità. Questo caso sottratto alla giustizia è costato milioni di euro tra giudici, personale del comune ed avvocati.
Dove sono finiti i principi di efficienza, di efficacia ed economicità tanto voluti dalla legge? Come mai il CSM, a cui è stata sottoposta questa vicenda (come pure l’altra che pubblicheremo nei prossimi giorni) e la Corte dei Conti, per quanto riguarda lo sperpero di danaro pubblico, non mettono le mani sulla situazione di questo tribunale, impenetrabile ed oscuro?
Che cosa impedisce di aprire una inchiesta seria su ciò che accade, sui procedimenti, aperti e non chiusi per lungo tempo, su personaggi e soggetti che circolano, sempre gli stessi, su rapporti e modalità di vita condivisa?
Non è fuori luogo fare una severa verifica sull’operato dei vari Pm di Genova e di Imperia e sui giudici coinvolti in questa vicenda per verificarne la correttezza. Indubbiamente quanto pubblicato in queste pagine potrebbe indurre qualcuno a mettere in atto ritorsioni di vario genere e la nostra associazione non mancherà di denunciare tutto al fine di garantire trasparenza e terzietà degli organi giudicanti. I figli sono dei genitori e non “giocattoli” in mano alle istituzioni pubbliche che dovrebbero tutelarli con solerzia sempre ed ovunque. L’assistente sociale non ha alcun potere di legge di sospendere gli incontri protetti made-figlia a sua discrezione e il giudice non può avallare questo abuso dopo neve mesi. Questi signori sono stati ricusati, ma inutilmente. Che cosa li lega a qualcuno che dirige il caso?
Ultima annotazione. Il giudice di genere, anche relatore, titolare del procedimento, da undici anni non sente personalmente la minore, i genitori, i loro avvocati, delegando il giudice onorario, anche nell’audizione della mino9re avvenuta senza alcuna garanzia per la minore stessa, ed ignora le Ctu di qualificati professionisti di psicologia dell’età evolutiva, da lui non designati. Invitiamo a scriverci il vostro parere a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . Provvederemo a pubblicarli, anche in forma anonima, e ad inoltrarli sia al presidente del T.M. di Genova che agli organi superiori a cui spetta il dovere del controllo, fino ad oggi, eluso nonostante specifiche denunce.
Una giovane donna francese si è trasferita a Menton presso un’amica avendo trovato un nuovo lavoro in quella zona. Durante una serata in discoteca, incontra un attraente giovane italiano. Nasce, fra loro, una simpatia che ben presto si trasformerà in qualcosa di più impegnativo. Lei ha trent’anni e lui è di un anno più grande. Convenzionalmente li chiameremo Lucia e Luca.
La donna, dopo alcuni mesi, rimane incinta e il fidanzato la convince ad abortire. Lucia, rientrata a casa dopo l’intervento, nella notte accusa atroci dolori al basso ventre e, vivendo da sola, chiama il fidanzato per essere accompagnata nuovamente in ospedale non potendo contattare il medico di famiglia. Luca si rifiuta di aiutarla e nelle ore successive non si preoccupa nemmeno di accertarsi sul suo stato di salute.
Il lunedì mattina, Lucia viene visitata dal medico di famiglia che la fa immediatamente ricoverare in ospedale per un delicato intervento a seguito del mal riuscito aborto. Alla signora viene detto che diventerà sterile in caso di altri aborti. Lucia, a causa della sua indifferenza, interrompe i rapporti con Luca che, dopo alcuni mesi, si rifà vivo per riprendere la relazione.
Lei, sebbene titubante, gli concede di nuovo fiducia. Si frequentano con assiduità e dopo alcuni mesi Lucia rimane nuovamente incinta, nonostante l’uso di anticoncezionali. Luca diviene nervoso, la maltratta e pretende ad ogni costo che faccia nuovamente ricorso all’aborto ma, dinnanzi al suo fermo rifiuto, incomincia a minacciarla, ad insultarla e perfino a picchiarla. Passati i tre mesi, Luca pretende che lei si rechi con lui in Inghilterra dove, a suo dire, sarebbe possibile abortire fino al quinto mese. Lucia avvicinandosi la data del parto, teme sempre più per la sua incolumità, visto che sente il suo campanello suonare a tutte le ore della notte e che Luca la minacciava dicendole che le aprirà la pancia per fare uscire il bambino, da lui chiamato “il bastardo”.
Lucia rinuncia al lavoro, si reca in Comune per fare il riconoscimento di maternità prima della nascita, così che la bambina acquisirà il suo cognome e il successivo riconoscimento del padre potrà avvenire solo se da lei autorizzato e, comunque, il cognome di Luca sarà aggiunto a quello materno. Su consiglio del medico, si trasferisce presso i propri genitori, a mille km. di distanza dalla cittadina della Costa Azzurra, dove dà alla luce una bella bimbetta.
La madre di Lucia avvisa il padre del lieto evento, il quale dopo cinque giorni si reca in ospedale, non chiedendo di vedere la figlia, come sarebbe logico, ma ripetendo con insistenza a Lucia che, nonostante non l’abbia mai voluta, è disposto a riconoscere la figlia e che in futuro non vorrà avere alcun rapporto con la madre. La madre, con la preoccupazione che la figlia abbia il cognome del padre, acconsente al riconoscimento che avviene dopo i termini temporali previsti dall’ordinamento francese.
La bambina, Giulia (nome di fantasia), ben presto manifesta dei problemi fisici e nei mesi successivi viene ricoverata in ospedale. Luca, dopo alcuni giorni, si reca a trovarla e convince Lucia a trasferirsi con la bambina nel paese ligure dove vivono i suoi genitori (o meglio sua madre, avendo egli interrotto qualsiasi rapporto con il padre) le sorelle e i cognati, oltre ai nipoti.
La sua famiglia, proveniente da una temuta regione del Sud, vive da molti anni in Liguria e nel paese ligure vivono anche alcuni suoi parenti legati alla malavita organizzata; sua madre è parente di una nota e chiacchierata “santona” alla quale, dopo la morte, è stato costruito un grandioso santuario con soldi di indubbia provenienza, così come è stato sostenuto nella stampa indipendente. Lucia, preoccupata di garantire alla figlia la presenza del padre e fiduciosa nel fatto che i rapporti tra loro si possano rinsaldare, acconsente a trasferirsi sulla riviera ligure confinante con la Francia, anche se ella non conosce affatto la lingua italiana.
Luca prende una casa in affitto, acquista un negozio (intestandolo a suo nome, facendo, però, pagare il mutuo alla compagna!) per adibirlo ad atelier di sartoria, essendo Lucia esperta nel settore dell’abbigliamento. L’affitto della casa dove vivono, la gestione della stessa e le spese per il vitto sono pagati da Lucia perché lui, a suo dire, metteva da parte tutti i guadagni che gli provengono da una attività imprenditoriale e commerciale floreale per costruire una casa per la famiglia su terreni suoi. Mai fatto!
Con il pretesto di dover regolarizzare la residenza in Italia di madre e figlia, Luca accompagna Lucia all’anagrafe facendole firmare, con inganno, il consenso a far premettere il proprio cognome a quello materno della figlia. Lucia, il cui cognome discende da un antico e nobile casato di Firenze, mai avrebbe consentito. Lei firma perché, non dubitando del compagno e non conoscendo la lingua italiana, pensa di firmare per regolarizzare la residenza sua e della figlia in Italia. La dipendente comunale, che sicuramente parlava bene il francese, pur constata la delicatezza della pratica e vedendo che la signora non conosce la lingua italiana, stranamente non le spiega cosa stia firmando.
Lucia non è accettata dalla “suocera” (che parla quasi esclusivamente il dialetto calabrese e che vuole gestire lei la nipote arrivando a non permetterle nemmeno di prenderla in braccio), dal clan familiare delle sorelle e dei rispettivi mariti, perché Lucia è una straniera, ha rifiutato di abortire e perché è troppo bella e disinvolta. Trascorre tutto il suo tempo a lavorare ed accudire la casa; quando l’atelier è chiuso viene portata a lavorare nelle coltivazioni floreali, assieme ai dipendenti extracomunitari del compagno.
Luca non si interessa della figlia, dedica gran parte del suo tempo alla palestra, alle escursioni – anche per l’intera giornata – in moto e in bici, alla frequentazione di bar e ritrovi. Trascura la compagna, la sera la maltratta e non disdegna il ricorso alle mani, minacciandola che la ridurrà in carrozzella se non farà tutto quello che vogliono lui e sua madre, da cui è psico-dipendente, come scriverà una Ctu.
Gli stessi vicini di casa conoscono bene la situazione, ma hanno paura di parlare, perché la famiglia è temuta e perché, in città, c’è un clima di terrore ed esistono strani collegamenti tra politica e malavita, tanto che a causa di questi intrecci il consiglio comunale verrà sciolto per infiltrazioni mafiose.
I. Luca denuncia Lucia per il rapimento della figlia
Una domenica a mezzogiorno, rientrando dalla solita escursione vacanziera con la moto, Luca, con tono arrogante, comunica a Lucia che il giorno successivo riconsegnerà l’appartamento dove vivono, che lei deve immediatamente ritornare in Francia senza figlia, perché lui non vuole più vederla e si trasferirà da sua madre con Giulia.
Lucia parla con Luca e con i suoi familiari chiedendo spiegazioni ma trova un muro dinnanzi a sé. Propone, allora, di pensarci su e lei, come già preventivato, intende trascorrere due settimane di ferie dai suoi genitori, dove Giulia – che ha due anni e mezzo – conoscerà i nonni materni, gli zii e i cuginetti. Al rientro, se Luca persevererà nella sua decisione, lei chiuderà l’attività artigianale e si trasferirà in Francia con la bambina a lei molto legata, essendo il padre di fatto un estraneo per la propria figlia. Tutti - a parole - dicono di essere d’accordo con la proposta e Lucia con la figlia viene accompagnata alla stazione dal proprietario dell’abitazione, poiché Luca e i suoi parenti si sono rifiutati di farlo.
Appena partita - era la fine di luglio 2005 - Luca denuncia immediatamente la compagna alle autorità italiane e francesi per abbandono della casa familiare e per sottrazione della minore con l’intento di espatriare in Africa, dove Lucia è nata – essendo suo padre ingegnere alle dipendenze di una ditta francese - e dove vive una sua sorella. Al processo, che si è tenuto in Francia (dove Lucia si trova in vacanza a casa dei propri genitori), Luca, accompagnato dal cognato poliziotto, sostiene, senza portare alcuna prova, che la signora è stata vista all’aeroporto per espatriare con la figlia. Una vera e propria menzogna ad arte costruita per “incantare” il giudice.
La gendarmeria francese di Bourges, quando notifica a Lucia la denuncia del suo compagno che asserisce di non sapere dove si trovi sua figlia e di non aver più alcun contatto telefonico con lei (asserzioni queste sconfessate dai tabulati telefonici presentati al processo, ma da nessuno mai presi in considerazione), le comunica la data del processo presso il Tribunale di Bourges (di lì a pochi giorni), le consiglia di non rientrare immediatamente in Italia perché rischierebbe l’arresto e di aspettare prima l’esito del processo. Sono i giorni di Ferragosto, la signora si trova in difficoltà per avere un legale esperto di diritto minorile ed è costretta ad affidarsi a quello disponibile.
Durante il processo, a cui partecipano Luca, suo cognato e sua sorella, la legale di Luca sostiene con forza le sue tesi accusatorie.
Il giudice – in un clima surreale e senza alcuna indagine psicologica - concorda con Luca che la bambina ha subito gravi danni psicologici (!?!), perché è stata sottratta al padre (per venti giorni, dovendo aspettare il processo!), che non ha avuto contatti con lei e che la madre avrebbe tentato di fuggire in Africa.
Giulia, di appena due anni e mezzo, non vuole andare con il padre e gli zii, urla, si dibatte e supplica tutti di farla restare solo con la madre.
Dinnanzi a questo assurdo comportamento del tribunale francese, che toglie una figlia di appena due anni alla madre perché da venti giorni non vedeva il padre, nasce spontanea una domanda: cosa dovrebbe succedere quando un genitore lavora lontano da casa e vede i figli solo raramente o quando un genitore porta in vacanza da solo i figli e si assenta dalla casa familiare per varie settimane?
Giulia, nonostante abbia la doppia nazionalità, ha la residenza in Italia e, così, la solerte e sbrigativa giudice francese, senza tener conto dell’età della bambina, l’affida, con modalità congiunta, al padre in Italia e stabilisce che la madre possa vederla una volta ogni due mesi, predispone una Ctu sui genitori alle cui conclusioni rinvia per emettere una sentenza definitiva con regolamentazione del diritto di visita.
Immediato il ricorso alla Corte d’Appello francese, che viene rigettato, la Corte riconferma le disposizioni del giudice di primo grado. Dopo quindici mesi arriva la decisione definitiva del tribunale francese, il quale nulla cambia nonostante le documentate smentite, con fatti certi, delle asserzioni di Luca e del suo clan familiare.
A nulla valgono le urla e i pianti di Giulia che non vuole allontanarsi dalla madre. In futuro, le sue proteste fatte ai servizi sociali, le sue denunce di maltrattamenti nella casa paterna e le sue insistenti richieste di voler stare solo con la madre cadono sempre e inspiegabilmente nel vuoto.
Lucia, senza lavoro, è costretta a restare con i genitori e successivamente, viste le difficoltà per incontrare la figlia, vuole ritornare in Costa Azzurra, adattandosi a fare qualsiasi lavoro per garantirsi l’indipendenza economica e stare vicina alla figlia.
II. La madre ricorre al Tribunale per i Minori di Genova
Lucia, nonostante il comportamento del Tribunale francese, è ancora fiduciosa della giustizia che, secondo le sue speranze, non può e non deve rendersi complice di macchinazioni e strategie studiate e complottate da persone di dubbia affidabilità istituzionale, che sistematicamente finiscono sulle pagine della cronaca, ma che, al contrario, devono operare e decidere nel rispetto della legge, dei diritti, degli interessi superiori dei minori e, soprattutto, senza infrangere il sacro principio della famiglia che comunque ancora esiste anche nelle separazioni.
Lucia, poiché la decisione del Tribunale francese non è stata delibata in Italia e quindi non ha alcun effetto giuridico in Italia, nel marzo 2006 presenta una istanza al Tribunale per i Minorenni di Genova, competente territorialmente, per chiedere, previo accertamento della sussistenza dei requisiti di legge, l’affidamento della figlia di appena tre anni, nonché la definizione delle modalità di visita alla figlia da parte del padre. Al ricorso viene allegata copiosa documentazione ma, inspiegabilmente, parte di questa non si trova più nel fascicolo.
L’istruttoria è affidata ad una giudice (il cui operato spesso viene messo in discussione nelle cronache dei giornali liguri) e la prima udienza è fissata per l’inizio del mese di giugno 2006 e, in quella sede, Lucia mette al corrente il giudice delegato delle inquietanti confidenze fatte a lei e alle sue amiche dalla figlia su possibili abusi sessuali da parte del padre, come già segnalato ai servizi sociali di Nizza, che hanno convocato e informato il padre. Luca, durante l’udienza, rivolge contro Lucia le stesse accuse da lei riferite in precedenza alle assistenti sociali francesi e a lui note, depositando una sua strumentale dichiarazione in merito, precedentemente preparata ad arte.
Il Tribunale minorile emette una serie di decreti in linea con i provvedimenti temporanei del Tribunale francese, non rispettando la legge; predispone una nuova Ctu affidata ad una psicologa genovese, che durante i lavori non permette a Lucia di avere un interprete e nemmeno di avere test in lingua francese, mettendola in seria difficoltà di comprensione delle domande; incarica i Servizi Sociali del chiacchierato Comune ligure (gestiti da una cooperativa) di monitorare la situazione della minore e di predisporre date e modalità degli incontri protetti madre-figlia, alla presenza di una operatrice che deve relazionare sugli incontri stessi e colloca la bambina presso il padre, fino all’espletamento della Ctu, cioè presso quel genitore che, stando a quanto la bambina aveva riferito alla madre e alle sue tante amiche, aveva” particolari” attenzioni nei suoi confronti.
Provvedimenti incomprensibili: la madre, ancora una volta, viene privata della figlia di appena tre anni e mezzo perché ritenuta non credibile, per un atavico preconcetto, forse, sulle francesi e, probabilmente, perché colà dominano ragioni non legate al diritto di famiglia e alla psicologia infantile.
I Servizi Sociali fissano il primo incontro madre-figlia solo dopo alcuni mesi e, nei successivi cinque mesi, viene concesso a Lucia di incontrare la figlia solo tre volte. Il suo legale segnala al T.M. e ai Servizi Sociali che il padre - come richiesto dal P.M. – non ha mai permesso alla madre di parlare al telefono con la figlia. Il giudice interessato non prende in considerazione la segnalazione, intendendo chiaramente favorire la situazione come “predisposta” dal padre della bambina.
Il T.M., in ottemperanza a quanto proposto dalla Ctu, con un secondo decreto nel marzo dell’anno successivo dispone la fine degli incontri protetti e rinnova ai Servizi Sociali il mandato di predisporre, vista la distanza di mille km. tra Bourges e il Comune ligure, un calendario di incontri madre-figlia di sette giorni al mese, senza pernottamento e con divieto di espatrio, per Lucia, con la figlia in Francia.
L’assistente sociale, in accordo con la psicologa che segue Giulia, valutato il comportamento della madre e il disagio della figlia per la lontananza della genitrice, nel dicembre 2007, dispone il fine settimana alternato tra i genitori (dal venerdì pomeriggio all’ingresso alla scuola materna del lunedì) e propone la mediazione familiare per appianare le divergenze tra i genitori. Nelle sue relazioni, l’attenta assistente sociale insiste sulla necessità di intensificare i rapporti madre-figlia per non arrecare danni psicologici alla bambina.
Ben presto l’assistente sociale attenta alle esigenze della minore, però, non seguirà più il caso perché trasferita in una Asl al sud della Liguria.
Nel 2010 il tribunale emette il terzo decreto con il quale stabilisce l’affidamento condiviso della minore ad entrambi i genitori con residenza e collocazione abitativa presso il padre e dispone che la madre possa tenerla con sé a settimane alterne.
Il 20.6.2011, il T.M. emette il quarto decreto – definitivo - depositato in cancelleria il 21 e portato a conoscenza della madre nel pomeriggio del 22, con cui si richiama ad litteram il decreto del 2010 e si dispone che la bambina sia seguita a livello psicologico dal Consultorio Comprensoriale di Imperia e che i servizi sociali tengano la minore sotto osservazione; prescrive ai genitori, infine, “di favorire l’accesso della minore all’altro genitore e la gestione della bambina da parte di questi”.
Giulia, nuovamente e a distanza di cinque anni, da mesi racconta con insistenza alla madre e alle sue amiche delle particolari attenzioni del padre che, contro la sua volontà, vuole stare con lei sotto la doccia, nonostante abbia otto anni, la lava e le mette le dita nelle parti intime “facendole male”, la obbliga a dormire nel suo letto e la costringe a vedere con lui film pornografici, di cui descrive scene piccanti. La babysitter e le amiche di Lucia insistono con lei affinché segnali immediatamente all’autorità giudiziaria ciò che la bambina va loro raccontando da alcuni mesi.
La madre, preoccupata, ai primi di giugno 2011 si rivolge al pediatra che segue la figlia quando è con lei a Mentone, il quale le consiglia di consultarsi con una rinomata psicologa forense del luogo, esperta nella psicologia dell’età evolutiva, la quale, dopo alcuni incontri da sola con la bambina, inoltra una preoccupante segnalazione alla Procura della Repubblica di Nizza che, per competenza territoriale, la trasmette a quella italiana, segnalazione che rimarrà per sempre nei cassetti della Procura di Sanremo.
Siamo alla fine di giugno. Una amica della madre, trovandosi in Italia per le vacanze, allerta Telefono Azzurro che, a sua volta, informa la Questura di Imperia che, di conseguenza, convoca immediatamente Lucia. Gli agenti, sentiti i fatti, chiedono alla signora di denunciare Luca per poter proseguire nelle indagini e di portare, la mattina successiva, la bambina al pronto soccorso di Imperia per una visita ginecologica, al fine di accertare eventuali traumi e per un colloquio con una psicologa dell’ospedale. La bambina, diffidente, nel colloquio durato venti minuti, non si apre e non può essere diversamente perché Giulia non conosce la psicologa.
Il Tribunale genovese, informato della denuncia e dell’esito della frettolosa visita ginecologica e psicologica sulla bambina, nella Camera di Consiglio del 1.7.2011, senza predisporre indagini e accertamenti, accusa la madre di aver fatto la denuncia solo per danneggiare il padre, perché a lei il Tribunale minorile nella Camera di Consiglio del 20.6.2011 (depositata – è bene ripeterlo - in cancelleria il giorno successivo, trasmessa all’avvocato la mattina del 22 e consultata dalla madre nello studio del suo legale a Sanremo solo nel pomeriggio, come attestato dallo stesso difensore e come documentato dalla ricevuta dell’autostrada) non ha concesso l’affido della figlia.
Su insistenza del/della P.M. (la cui firma è illeggibile!) che chiede perfino la revoca e/o sospensione della potestà genitoriale alla madre, il Tribunale annulla il decreto di alcuni giorni prima ed emette i provvedimenti sopraesposti, arrivando a vietare alla madre di comunicare con la figlia telefonicamente e a proibirle, negli incontri protetti sotto la supervisione di una educatrice, di usare la lingua francese, come abitualmente avveniva fino ad allora, e di parlare fra loro a bassa voce e farsi effusioni affettuose tipiche tra madre e figlia.
Alla madre si lascia l’affido condiviso/congiunto e contemporaneamente non le viene permesso di incontrare la figlia in modalità non protetta! Una vera e propria beffa istituzionale. Qualcuno ci dovrebbe spiegare quale sia il senso di questa decisione e come sia possibile che tali giudici possano ancora restare a fare i giudici!
La bambina, ancora non ascoltata, viene lasciata collocata presso il padre, nonostante la segnalazione di possibili abusi psicologici e di natura sessuale. Lucia, nella denuncia, sottoscritta su insistenza della Questura, chiede di collocare la figlia, durante le indagini, in una famiglia o in una casa famiglia per evitare che i genitori possano condizionarla ed inquinare la verità. Non viene ascoltata e c’è da chiedersi per quali ragioni ciò sia stato fatto.
In qualsiasi tribunale italiano ed estero in presenza di tali segnalazioni, la minore sarebbe tolta dal contesto paterno, al fine di appurare la veridicità dei suoi racconti, soprattutto quando il padre da sempre si mostra ostile alla figlia – che non vuole – e alla di lei madre, colpevole di non aver abortito. Alla figlia provvedono non il padre, che non rinuncia alla sua vita mondana e festaiola, ma l’anziana nonna paterna e le zie, di cui una vorrebbe addirittura adottarla, perché ha solo figli maschi!
I servizi sociali, fatti gestire dal comune ad una cooperativa sociale, la cui dirigente è moglie di un vigile urbano molto vicino al padre di Giulia e collega di suo cognato e sul cui incarico sarebbe bene fare accertamenti, considerato che in quel comune, poi sciolto dal prefetto, avvenivano, in quegli anni, tante cose poco chiare, mentre provvedono immediatamente a far seguire la figlia da una psicologa del consultorio di Imperia, impiegano, al contrario e con scuse varie, tanti mesi per predisporre l’inizio degli incontri farsa madre-figlia.
Da quel momento inizia il calvario della bambina e della madre, perseguitate inspiegabilmente proprio da quelle istituzioni che avrebbero dovuto ascoltare la minore, tutelare il suo diritto alla bigenitorialità e rispettare le sue esigenze e la sua persona!
La madre e la bambina, dal 2011 ad oggi, sono state sottoposte a tutte una serie di abusi e violenze psicologiche, giudiziarie e a provvedimenti contrari alla logica del diritto, restrittivi e forzatamente personali, parziali e di favore nei confronti del padre, tutti concatenati e condivisi dalla magistratura ligure, che ha violato le più elementari norme del diritto di famiglia, quelle costituzionali e internazionali di salvaguardia dei valori e diritti della persona della minore, della madre e del suo diritto alla bigenitorialità.
I Servizi Sociali ritengono Lucia una cattiva madre, la cui presenza sarebbe pericolosa per la figlia, senza alcuna prova di quanto scrivono, basandosi solo sulle affermazioni del padre descritto dalle varie Ctu come una persona immatura e psicodipendente dalla propria madre; non tengono in alcun conto le conclusioni delle Ctu nelle quali la psicologa piemontese ha rimproverato al Tribunale minorile genovese di aver dannosamente predisposto gli incontri protetti madre-figlia, di non aver preso in considerazione il forte disagio della bambina, di non aver considerato il danno psicologico irreversibile che l’allontanamento della madre ha prodotto nella minore, e, contemporaneamente, chiede una graduale ma immediata ripresa dei contatti liberi madre-figlia e auspica che la minore possa recarsi liberamente dalla madre in Francia e riprendere i rapporti con i parenti materni e con gli amici che aveva a Mentone.
Gli incontri protetti, di soli 90 minuti, avvengono rigidamente ogni due settimane e, in caso di una loro cancellazione per un impedimento dell’educatrice o per impossibilità della madre per problemi di lavoro, l’assistente sociale non ne concede il recupero, perché il padre si dichiara indisponibile ad accompagnare la figlia agli incontri: cosa questa che fa solo raramente, dovendo frequentare la palestra e il bar in quegli orari. Il suo rifiuto è solo pretestuoso, consapevole dell’indifferenza dei servizi sociali che dovrebbe imporsi e perché spesso era sua sorella, il cognato e la nipote ad accompagnare la minore all’incontro.
Giulia chiede con insistenza alla madre e all’educatrice che in occasione della sua immediata prima comunione vorrebbe la presenza della madre. La madre e il console francese chiedono ai servizi sociali l’autorizzazione, ma nessuno risponde alle loro sollecitazioni. Lucia nei giorni precedenti incontra il parroco e la mattina della cerimonia, senza farsi vedere dalla figlia, si mette in fondo alla chiesa, strapiena di gente, e, non potendo seguire la cerimonia da quel luogo, dopo alcuni minuti se ne va via. Qualcuno la vede e lo riferisce al padre che, il giorno successivo, si rivolge all’amica assistente sociale per chiedere esemplari provvedimenti contro la madre di sua figlia.
C’è da sottolineare che il decreto restrittivo ha mantenuto l’affido condiviso e non ha predisposto – perché non può farlo, rebus sic stantibus - l’allontanamento della made dai luoghi frequentati dalla figlia.
Nonostante ciò, la solerte assistente sociale di sua sponte e senza il preventivo assenso del Tribunale, sospende gli incontri madre-figlia per sei mesi, cioè fino a quando non sarà avvenuto l’incidente probatorio sulla figlia in merito alle accuse al padre. La ragione di tale assurdo ed improprio provvedimento è da ricercarsi nel progetto di isolare la figlia dalla madre e condizionarla alla volontà del padre e del suo clan familiare, che le ripete continuamente che se conferma il contenuto della denuncia il padre andrà in galera e lei finirà in un istituto, perché non può essere affidata alla madre, in quanto è una pazza.
Puro terrore psicologico per non farla parlare e la bambina non parlerà e mai lo farà, perché terrorizzata di perdere i genitori, come per circa venti volte sottolinea la Ctu nella sua relazione al Gip di Imperia.
La stessa assistente sociale, non soddisfatta del suo stesso provvedimento, contatta con insistenza il parroco, perché vuole sapere cosa si siano detti lui e la madre nell’incontro in canonica. Con molta difficoltà il parroco la ricevette in canonica per parlare dell’incontro che nulla ha di pericoloso e di eccezionale!
Gli incontri, cosiddetti protetti, avvengono (senza un protocollo per disciplinarli, affidato alla discrezionalità degli operatori sociali, i quali agiscono senza rispettare il procedimento amministrativo - sconosciuto anche agli stessi amministratori comunali) in luogo non idoneo e carente delle norme di sicurezza volute dalla legge (gli incontri sono trasferiti dalla sede dei servizi sociali presso la sede dei vigili urbani, in uno stanzino diviso con una parete di cartone dal loro spogliatoio, nel quale vi è sempre una persona che origlia e riferisce al padre ciò che la figlia racconta alla madre. Giulia riferisce alla madre e alla mediatrice che il padre conosce tutti i loro discorsi e che la fa piangere e la maltratta quando racconta cosa le accade nella casa paterna.
A nulla valgono i rilievi dell’educatrice che, come è sua consuetudine, avrà sicuramente riportato con puntualità questi episodi - confermati anche dal padre - così come ha riferito alle autorità giudiziarie in una Sit rilasciata alla Procura di Imperia. Il padre arriva perfino ad imporre le modalità di svolgimento degli incontri protetti stessi e si permette di fare intimidazioni sulla gestione delle visite alle educatrici, tanto che una di loro poi si dimetterà dall’incarico.
Nel palazzo comunale, luogo degli incontri, lavoravano e vi lavorano anche oggi, come già anticipato, parenti, familiari ed amici del padre e delle assistenti sociali. In quel Comune si respirava aria soffocante e notoriamente controllata (il Comune è stato sottoposto a misure repressive di scioglimento degli Organi statali per associazione a delinquere). Nelle relazioni dei servizi sociali al Tribunale minorile non sono allegate le relazioni della educatrice che ha assistito alla disperazione, alle energiche proteste e ai pianti di Giulia, che non vuole più stare con il padre, violento nei suoi confronti; che accusa i parenti di maltrattarla per il suo attaccamento alla madre. Lucia, per la completezza dell’informazione, ha provveduto a depositare al Tribunale di Imperia e di Genova le relative registrazioni.
Cosa dire poi del fatto che le educatrici che non condividono l’operato della responsabile dei servizi sociali e del giudice minorile con pretesti vari sono sostituite o messe nella condizione di dover rinunciare all’incarico?
Con grande sensibilità psicologica e pedagogica dei servizi sociali, poi, alla madre non è permesso mai di incontrare la figlia durante le vacanze natalizie, tanto meno di festeggiare il giorno della ricorrenza del compleanno della bambina a metà gennaio.
La madre è costretta, per tutelare sua figlia e sé, a denunciare alla Procura di Imperia i servizi sociali per non aver impedito le intercettazioni delle conversazioni madre-figlia-educatrice da parte di persone compiacenti con il padre e tutti coloro che, a vario titolo, si sono resi responsabili di un comportamento contrario alla legge. La denuncia verrà frettolosamente archiviata nonostante le motivate ed articolate opposizioni presentate dai legali della madre.
La madre, ancora una volta, segnala al Tribunale genovese che il padre ha importanti amicizie e protezioni nell'ambiente in cui opera e vive; persone tutte impegnate in posti e posizioni interferenti con i servizi sociali, a cui il giudice ha conferito l’incarico di indagare e decidere sulla sorte e sulla vita sua e di sua figlia.
Dopo avere espresso ricusazione motivata dei servizi pubblici, la madre richiede al giudice relatore di affidare l’incarico ai servizi sociali di altro comune, con maggiori garanzie di imparzialità e soprattutto in regime di vigilanza continua. La Magistratura minorile ligure, in risposta, l’avvisa che, se insiste su queste accuse, potrebbe toglierle l’affidamento condiviso della figlia e dichiarare decaduta dalla responsabilità genitoriale.
Le numerose istanze dei legali della madre al Tribunale genovese per richiedere di andare subito a sentenza nel procedimento pendente, di fatto, da dieci anni sono cadute tutte nel voto.
I decreti emessi ripetono e riconfermano da dieci anni sempre le stesse cose, con il metodo copia e incolla, e partono sempre dalla sentenza del Tribunale francese che, per legge, non può essere presa in considerazione, perché non delibata in Italia.
La legge, dunque, non è sempre e per tutti uguale!
La denuncia contro il padre è definitivamente archiviata dalla Procura di Imperia, perché la minore nell’incidente probatorio - avvenuto dopo due anni e dopo mesi che la figlia non vedeva più la madre e di cui non sa nemmeno quale sia la residenza - non ha ammesso di aver subito abusi da parte del padre e ciò, per il giudice, è sufficiente per non sentire altre persone presenti ai racconti della bambina né ascoltare le registrazioni depositate nel fascicolo. Non sono state tenute in doverosa considerazione nemmeno le due Ctu ad hoc effettuate e predisposte dalla stessa Procura. Altro mistero!
Come leggere e giustificare tutto ciò?
La madre ha presentato sia alla Procura di Imperia che al T.M. di Genova una corposa “Cronistoria dei fatti di causa” che ricostruisce, documenti alla mano, tutta la vicenda di questa bambina tolta arbitrariamente alla madre, evidenziando le palesi contraddizioni delle istituzioni pubbliche che l’avrebbero dovuta tutelare.
E’ seguita poi una relazione tecnica di uno psicologo forense e psicoterapeuta nonché Ctu presso il Tribunale dei minori e presso la Corte di Appello di Venezia, dal titolo “Considerazioni psicologiche in merito agli atti relativi alla cessazione dei rapporti madre e figlia a causa delle inadempienze degli organi giudiziari”.
In questo ambiente ed in questo clima si sono svolti i fatti e gli incontri.
In questo clima sono stati emanati i provvedimenti della magistratura. Nessuno ha avuto il coraggio di adottare provvedimenti in autotutela a garanzia del percorso protetto. Il giudice relatore, nonostante le istanze della madre, non ha mai vigilato sull’operato degli assistenti sociali e sulle loro abusive pretese di sospendere gli incontri protetti, richiamandoli al loro ruolo di relazionare al Tribunale e non di predisporre in sua vece. Agli atti del fascicolo non esiste alcuna prova del suo dovuto controllo.
Nell'ultimo incontro del 12.05.2015 la bambina, guardandosi intorno e con gli occhi abbassati, ha comunicato alla madre di non volerla più incontrare. Le assistenti sociali, il 20.5.2015, hanno sospeso gli incontri madre-figlia, senza averne alcuna facoltà ed autorità, senza averne competenza e delega (è abuso quando si agisce non secondo legge).
La giudice solo dopo alcuni mesi avalla, con uno specifico provvedimento, la decisione dei servizi sociali, lasciando in piedi un provvedimento di affido condiviso con le responsabilità che ne derivano, non essendo stato mai revocato e modificato.
Avendo compreso che il piano strategico del Tribunale è quello di stancarla e di costringerla a rinunciare, in data 15 luglio 2015, la madre presentò una nuova denuncia alla Procura della Repubblica di Imperia contro tutti coloro che si sono macchiati di gravissimi crimini, “per i reati p. e p. dagli artt. 323, abuso di ufficio, 388 mancata esecuzione del provvedimento del Giudice, 573 e 574 sottrazione di minore e incapace, art 416 associazione criminosa, art 378 favoreggiamento. e per tutte le altre fattispecie di reato ravvisabili nei fatti rappresentati”.
Il giudice relatore genovese, con inaudita interferenza, si permette di entrare nella questione scrivendo una lettera personale al GIP di Imperia, con la quale tenta di difendere le assistenti sociali denunciate, influenzando il percorso giudiziario in cui si vedono coinvolte.
Dopo soli 33 giorni, il l8.8.2015, il magistrato, senza leggere nulla (forse per stanchezza estiva), dispone l'archiviazione della denuncia. Il 6.11.2015, la madre si oppone alla nuova archiviazione, formulando diversi capitoli di indagine, con la speranza che il GIP incaricato dia seguito al suo diritto di sapere in quale ambiente vive sua figlia, con quali persone ha rapporti e da quali autorità istituzionali è tutelata. Le denunce sono ampiamente motivate e sorrette in punto di diritto, ma puntualmente archiviate ed alcune sono analizzate, con proposta di archiviazione, dalla stessa P.M. che, per ben due volte, sempre lei ha proposto la richiesta di archiviazione della denuncia contro il padre per probabili abusi sessuali sulla minore.
La stessa P.M. di Imperia durante una Sit dell’educatrice che assiste agli incontri protetti è stata informata dell’ascolto degli incontri protetti da parte di un vigile su ordine del padre, fatte prima dell’incidente probatorio, sottolineando che queste circostanze, come già rimarcato, oltre che dalla figlia, sono state confermate dal padre stesso.
Il Tribunale, non tenendo in alcun conto le indicazioni della Ctu torinese che propone di non sottoporre più Giulia ad audizioni e nonostante la contrarietà della madre che ha fatto proprie le indicazioni della Ctu, predispone l’audizione della minore, dandone incarico ad un giudice onorario non esperto di psicologia evolutiva e, senza alcuna garanzia di trasparenza, vieta ai genitori e ai loro legali di assistervi in modalità riservata, mentre poi con il giudice onorario c’è l’assistente sociale che la madre ha denunciato, mentre il padre ha accompagnato figlia ed assistente sociale a Genova!
Ridicolo è il verbale di appena trenta righe relativo ad un incontro durato oltre un’ora e mezzo dove rilevante è la dichiarazione della minore di dodici anni, espressa con le consuete sintesi verbali paterne, già note a tutti, la quale asserisce che non vuole più incontrare la madre perché, a suo dire (o a dire del padre!?!) è l’unica responsabile delle calunnie contro suo padre e che pertanto lei, Giulia, pretende le scuse della madre al padre.
La psicologa torinese, che fa ben due Ctu per incarico della Procura di Imperia a seguito dell’incidente probatorio, sostiene sempre che la bambina non parlerà fino a che resterà collocata presso il padre, perché intimorita dal clan familiare paterno; che Giulia subisce un forte disagio per la lontananza dalla madre e che il Tribunale deve immediatamente permettere alla figlia di frequentarla liberamente, di recarsi anche in Francia dove ha i parenti e gli amici.
“Sarebbe invece auspicabile che il Tribunale per i Minorenni riuscisse a prendere in esame la possibilità che Giulia possa vedere la madre al di fuori del contesto protetto, riprendendo a ricontrarla gradualmente liberamente e possa riprendere a frequentare l'abitazione, la vita e la famiglia della mamma. Giulia necessita di un rapporto quotidiano con la madre, che le permetta di conoscerla e di frequentarla, senza dover mettere in atto nei suoi confronti idealizzazioni. Giulia ha altresì bisogno di riprendere i suoi legami (famigliari ed amicali) e i suoi interessi (danza) in Francia….
La madre non risulta essere una persona pericolosa per la bambina, anzi può essere per lei una risorsa fondamentale nella vita concreta ed emotiva della minore. Giulia peraltro manifesta un forte desiderio di ripresa di frequentazione della casa domestica e anche delle amicizie e delle attività della Francia….
Giulia è una bambina che presenta un disturbo dell'attaccamento (attaccamento insicuro), caratterizzato da una forte angoscia di abbandono. Questo disturbo è chiaramente la conseguenza dei continui distacchi (spesso traumatici) dalla figura materna. Attualmente la bambina è fortemente angosciata anche dalla possibilità di un distacco dal padre o addirittura dalla possibilità di non poter più vedere la madre. In questo senso, Giulia appare una bambina a forte rischio psico-evolutivo, con la possibilità di una strutturazione di un Falso Sé, che possa essere funzionale e adattativo delle richieste del mondo esterno”.
Singolare, poi, è il comportamento dei servizi sociali: ai nonni materni, molto anziani e distanti mille km. dalla cittadina ligure e che non possono sostenere il viaggio e le relative spese solo una volta o due all’anno, permettano di vedere la nipote con modalità protetta e solo per due ore in tutto!
Da mesi si è in attesa di un pronunciamento definitivo del Tribunale minorile di Genova e c’è il forte sospetto che forse si dovrà aspettare che la minore, ormai dopo dieci anni, raggiunga la maggiore età! I ripetuti solleciti dei legali della madre (l’ultimo di pochi mesi or sono) a chiudere il procedimento con sentenza definitiva cadono nel vuoto. Il fascicolo da due anni si trova presso il giudice relatore per la sentenza e non viene permesso nemmeno la visione per conoscere le relazioni ultime dei servizi sociali. Il giudice ha tanto lavoro, deve sistemare il nuovo ufficio, non ha tempo per pronunciarsi ed ultimamente è in ferie. A quando la decisione che potrebbe essere impugnata dalla madre e portata a Strasburgo? Il Tribunale genovese teme proprio il giudizio della Cedu.
Tale giustizia genovese – e per altro verso anche quella di Imperia - riconosce il diritto all’affido congiunto della figlia da parte della madre e contemporaneamente non le permette di vedere e tenere con sé la figlia. Da ben undici anni si aspetta una sentenza chiara e da sei anni la Giustizia silente riflette! Da due anni questa madre non vede la figlia “perché la minore non lo vuole” e i servizi sociali rispettano “la sua volontà”, senza predisporre nessun intervento specifico di uno psicologo dell’età evolutiva.
Il Tribunale continua a tacere!
La madre, in tutti questi anni, ha lottato contro le ingiustizie delle istituzioni chiedendo agli Organi di controllo dei tribunali italiani che il processo venisse sottratto alla competenza di un magistrato non più di sua fiducia e il cui operato dovrebbe essere sottoposto alla verifica del Csm e che il caso venisse affidato ad un giudice diverso, che esamini atti e documenti, con assoluto spirito di imparzialità.
E’ stato chiesto che gli incontri come disposti e fino a quando il Tribunale minorile non disporrà diversamente, vengano tenuti in altro Comune e vengano specificate le modalità degli incontri madre-figlia, in apposito protocollo, con indicazione di tempi, luoghi e modalità, sotto la stretta vigilanza del giudice e che tutti gli indagati siano tenuti lontani dalla vicenda.
E’ indispensabile che venga disposta, da parte del Ministero della Giustizia e del Csm, ispezione presso gli Uffici Giudiziari (Tribunali per i Minorenni di Genova e presso Procura della Repubblica di Imperia) per accertare colpe e responsabilità in questa assurda vicenda, svolta e controllata da una rete esterna alle istituzioni pubbliche.
Nessuno può negare ad una madre il diritto di vedere la figlia, di parlare e vivere con lei e nessun giudice può decidere e giudicare la vita affettiva tra madre e figlia. Non c’è Giustizia se non si rispetta il diritto inalienabile dei minori alla bigenitorialità.
Dopo oltre due anni dalla sospensione degli incontri protetti, dopo 11 anni dall’apertura del procedimento di affido di Giulia, dal 2011 si attende un decreto definitivo da parte del Tribunale di Genova che possa essere impugnato e, dopo l’iter in Italia, essere sottoposto alla Commissione europea per i diritti dell’uomo (Cedu), che ultimamente sovente condanna la giustizia italiana proprio sul diritto dei minori alla bigenitorialità ed infligge allo Stato italiano pesanti e significative multe che pagano tutti i cittadini e mai i giudici!
Ancora oggi quel Tribunale con gli stessi giudici responsabili con i servizi sociali della conduzione dell’evento, non hanno deciso sulla sorte di quella bambina, ancora in affidamento condiviso che non vede e non incontra la madre dal maggio del 2015. Il percorso protetto è stato sospeso senza alcun provvedimento formale.
Il Tribunale di Genova ha operato in modo contrario e diverso da ciò che relazionavano le perizie, di parte e di ufficio, e la Procura di Imperia ha preferito archiviare “tutto” piuttosto che accertare la verità.
L’esposto denuncia alle massime autorità da cui dipende il funzionamento della giustizia italiana è stato da loro archiviato nonostante puntuali e scientifiche relazioni sul comportamento dei servizi sociali e del Tribunale genovese e della Procura di Imperia fossero state allegate, assieme ai Decreti e relazioni dei Servizi Sociali e Ctu.
Forse non se la sentivano di andare contro una collega e, forse, non avevano alcuna voglia di leggere circa 600 pagine di documenti essenziali! La risposta è stata, letta la difesa del giudice genovese, di piena solidarietà tra gli Organi italiani che gestiscono la Giustizia.
Questa Magistratura non può rappresentare la Giustizia. La giustizia è altra cosa, opera con altro tono, cioè secondo legge e soprattutto in un clima ed atmosfera di garantito equilibrio.
Questa giustizia è una follia!
Il nostro grido di disprezzo e di speranza non può essere che questo: Nessuno tocchi i minori!

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