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Timestamp: 2019-01-17 01:42:30+00:00

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Invalidità: l'incapacità lavorativa deve essere effettiva
Invalidità: l’incapacità lavorativa deve essere effettiva
L’invalidità permanente non determina l’automatica riduzione della capacità specifica lavorativa del danneggiato.
Il lavoratore che abbia subito un incidente e, in conseguenza di ciò, abbia riportato una invalidità permanente ha diritto a ottenere anche il risarcimento per la ridotta capacità lavorativa solo se riesce a dimostrare nel concreto la diminuzione delle potenzialità di guadagno. Non basta, infatti, l’accertamento di una invalidità permanente, né una riduzione della generica capacità lavorativa per poter parlare anche di un indennizzo: indennizzo che non è pertanto automatico. Al contrario, bisogna dare prova di una riduzione della capacità lavorativa specifica, facendo riferimento a ogni possibile attività, tenute presenti età, capacità ed esperienza del danneggiato. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.
Come noto, quando si è vittima di un incidente stradale, si ha diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali (come il danno biologico e morale) e danni patrimoniali. Questi ultimi sono costituiti da:
danno emergente: le spese sostenute per curarsi (farmaci, terapia, viaggi, ecc.);
lucro cessante: la perdita di guadagno nel periodo della malattia (a causa del riposo forzato) e, in caso di invalidità permanente, per tutto il resto della propria vita.
È proprio su quest’ultimo punto che interviene la Cassazione. La questione è particolarmente delicata per la seguente ragione. Il nostro ordinamento riconosce la possibilità di risarcimento solo a condizione che esista un danno certo e attuale. Rari, anzi rarissimi, sono i casi in cui è consentito il risarcimento di un danno futuro, in quanto non accertabile e quantificabile. Ebbene, il risarcimento da riduzione della capacità lavorativa va a sconfinare proprio nel «danno futuro» perché si finisce per verificare quanto, presumibilmente, il lavoratore guadagnerà di meno a causa dell’infortunio. Proprio per questo la prova di tale incapacità deve essere particolarmente rigorosa. Ed è per tale ragione che la Cassazione così si esprime: «In caso di lesione della integrità psico-fisica della persona, il diritto al risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante non può farsi discendere in modo automatico dall’accertamento della invalidità permanente, poiché esso sussiste solo se tale invalidità abbia prodotto una [effettiva] riduzione della capacità lavorativa specifica. A tal fine, il danneggiato è tenuto a dimostrare, anche tramite presunzioni, di svolgere, al momento dell’infortunio, una attività produttiva di reddito e di non aver mantenuto, dopo di esso, una capacità generica di attendere ad altri lavori confacenti alle sue attitudini personali.
In buona sostanza, se l’invalidità ha sì determinato una generica incapacità lavorativa, ma il danneggiato ha comunque modo di modificare la propria attività senza subirne una perdita di reddito non ha diritto al risarcimento. Viceversa, quando non può svolgere neanche altri lavori confacenti alle sue “specializzazioni”, allora l’indennizzo è dovuto.
Si tratta di una valutazione che non si può fare a priori, ma va verificata caso per caso. Una cosa è certa: non è la semplice invalidità permanente, anche se di grado particolarmente elevato, a determinare automaticamente il diritto al risarcimento del danno per diminuzione della capacità lavorativa. La riduzione percentuale della capacità lavorativa specifica del danneggiato e del correlato guadagno va dimostrata nel concreto, dando prova di una diminuzione dell’attività produttiva del reddito o del mancato conseguimento di questo in conseguenza dell’incidente.
La tesi è stata confermata dopo pochi giorni dalla stessa Cassazione [2] che rilancia: è necessario effettuare una valutazione complessiva del problema fisico lamentato dal lavoratore, con riferimento «alla sua incidenza sull’attività svolta in precedenza» e «su ogni altra attività» che possa essere svolta, «in relazione ad età, capacità ed esperienza», senza esporre «ad ulteriore danno la salute». Quindi, il criterio di riferimento non è «la riduzione della generica capacità lavorativa», bensì «la riduzione della capacità lavorativa in occupazioni confacenti alle attitudini» della persona.
[1] Cass. sent. n. 5786/17 dell’8.03.2017.
[2] Cass. sent. n. 6362/17 del 10.03.2017.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 25 gennaio – 10 marzo 2017, n. 6362
1. La Corte d’ appello di Lecce ha riformato la sentenza del Tribunale di Brindisi e, in adesione alle conclusioni del consulente medico nominato in appello, ha accolto la domanda di G. G. e ne ha dichiarato il diritto a percepire l’assegno ordinario di invalidità a decorrere dal 28 gennaio 2008, condannando l’Inps al pagamento dei ratei maturati, con gli accessori dovuti per legge oltre che al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.
2. Per la cassazione della sentenza ricorre l’ Inps e denuncia la violazione o falsa applicazione dell’art. 1 della legge n. 222 del 1984 in relazione all’art. 360 comma 1 n. 3 c.p.c.
Sostiene l’Istituto che il consulente avrebbe erroneamente riferito l’incidenza invalidante della patologia alla pregressa attività ( ex carpentiere edile di 48 anni) svolta dall’assicurato, senza considerarne l’incidenza sulla capacità lavorativa in occupazioni diverse e confacenti alle sue attitudini, avuto riguardo alle esperienze lavorative, al titolo di studio ed all’età, come richiesto dall’art. 1 della legge n. 222 del 1984.
Sotto altro aspetto, poi, la sentenza è censurata per avere utilizzato nella determinazione dell’invalidità le tabelle ministeriali proprie dell’invalidità civile (ex d.m. 5.2.1992) facendo riferimento per il linfoma cutaneo accertato ad una percentuale fissa del 60% in base al codice analogico 9319, così incorrendo nell’errata applicazione della norma richiamata.
3. Ha resistito con controricorso G. G., eccependo l’inammissibilità delle censure formulate e comunque la loro infondatezza.
1. Il ricorso risulta ammissibile, in quanto si richiede un intervento di questa Corte che chiarisca la corretta applicazione della normativa di riferimento, e contiene la descrizione dello sviluppo processuale e la riproduzione della consulenza tecnica d’appello, recepita nella sentenza gravata, funzionale all’ esatta fecalizzazione delle ragioni del ricorrente.
2. Esso è altresì manifestamente fondato in relazione ad entrambi i profili di doglianza proposti.
Il giudice d’ appello, nel ritenere sussistente il requisito di invalidità prescritto ai fini del diritto all’assegno ex lege n. 222 del 1984, ha recepito le conclusioni del c.t.u. che aveva fatto riferimento alla percentuale di invalidità espressamente calcolata sulla base delle tabelle ministeriali prescritte per l’accertamento della invalidità civile (D.M. 5.2.1992), ed ha riferito che “opportunamente sono state approfondite le ripercussioni delle affezioni sulla funzionalità dei principali apparati in rapporto all’attività espletata”.
3. Questa Corte ha però ripetutamente affermato che ai fini del riconoscimento dell’ assegno ordinario di invalidità, la sussistenza del requisito posto dall’art. 1 della legge 12 giugno 1984, n. 222, concernente la riduzione a meno di un terzo della capacità di lavoro dell’assicurato in occupazioni confacenti alle sue attitudini, deve essere verificata operando la valutazione complessiva del quadro morboso dell’assicurato con specifico riferimento alla sua incidenza sull’attività svolta in precedenza e su ogni altra che sia confacente, ossia che possa essere svolta dall’assicurato, in relazione alla sua età, capacità ed esperienza, senza esporre ad ulteriore danno la propria salute; sicché, pur essendo la invalidità ancorata non più alla capacità di guadagno, ma a quella di lavoro, il riferimento alla capacità attitudinale comporta una valutazione di qualità e condizioni personali e soggettive dell’assicurato, cui rimane conferita una tutela rispettosa del precetti costituzionali di cui agli artt. 38, 32, 2, 3 e 10 (v., fra le tante, da ultimo, Cass. 06/07/2007 n. 15265, Cass. 14/03/2011 n. 5964).
4. Con riferimento al secondo profilo di doglianza, è stato poi precisato che, in materia di invalidità pensionabile, la L. n. 222 del 1984, ha adottato, come criterio di riferimento, non la riduzione della generica capacità lavorativa, secondo quanto previsto dalla L. 30 marzo 1971, n. 118 per i mutilati ed invalidi civili, bensì la riduzione della capacità lavorativa in occupazioni confacenti alle attitudini dell’assicurato; ne consegue l’inidoneità del parametro relativo all’invalidità civile per valutare l’invalidità pensionabile anche se come mera guida di massima, a meno che nell’ambito di questa diversa valutazione non si dia espressa ragione dell’adeguamento del parametro all’oggetto specifico della diversa invalidità da valutare (ex plurimis: Cass. 04/10/2013 n. 22737).
5. Non essendosi la Corte di merito attenuta ai suesposti principi, il ricorso deve essere accolto, e la sentenza cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Lecce, in diversa composizione, che dovrà procedere a nuovo esame.
Accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la regolamentazione della spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Lecce in diversa composizione.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 1 dicembre 2016 – 8 marzo 2017, n. 5786
Nell’accogliere il ricorso avverso la prima sentenza della Corte di Appello felsinea, con la ordinanza n.1439/2012 questa Corte affermava testualmente: “è vero che la liquidazione del danno patrimoniale da riduzione della capacità di lavoro e di guadagno non può costituire un’automatica conseguenza dell’accertata esistenza di lesioni personali, ma è ugualmente vero che essa spetta ogni volta che sia verificata l’attuale o prevedibile incidenza dei postumi sulla capacità di lavoro, anche generica, della vittima. Ne consegue che, stante l’accertamento del C.T.U. che la stessa sentenza impugnata ha recepito, non è corretta la negazione della voce di danno in esame a seguito della mancanza di prova dell’esercizio in concreto di attività lavorativa all’epoca del sinistro. Tale situazione influisce sulla determinazione del danno emergente, ma non esclude la necessità di accertare e sussistendone i presupposti di fatto riconoscere – il danno futuro determinato dalla ridotta capacità di esplicare attività lavorativa confacente alle attitudini della vittima“, precisando altresì che “il Pi. non ha documentato la propria qualità di piastrellista, non essendo a tal fine sufficiente la dichiarazione resa al C.T.U.; pertanto il giudice di rinvio dovrà valutare l’applicabilità alla specie del criterio di cui al D.L. n. 857 del 1976, art. 4, come modificato dalla L. n. 39 del 1977 (triplo della pensione sociale)“.
Invero, il giudice felsineo, peraltro con motivazione laconica e di non agevole intellegibilità, ben lungi dal sottoporre a nuovo riscontro critico la sussistenza di incidenze lesive del sinistro su attitudini lavorative peculiari dell’attore, si è limitato a confermare l’apprezzamento operato dal Tribunale di Rimini in prime cure, ritenendo acclarata “la qualificazione in capo al danneggiato della capacità lavorativa e della conseguente valutazione estimativa della perdita futura, quali congruamente tratteggiati dal primo giudice con riferimento a mansioni inerenti aspirazioni primarie del giovane lavoratore“.
Dalla lettura degli atti di causa, risulta, inequivocabilmente, come parte attrice non abbia dedotto, nel libello introduttivo del giudizio e nemmeno nei termini consentiti per l’emendatiodelle domande, lo svolgimento di una attività (pregressa o contestuale al sinistro) di piastrellista né il possesso di siffatta peculiare abilitazione professionale: la prima allegazione al riguardo si rinviene nella dichiarazione resa personalmente da Pi.Ma. nel corso delle operazioni peritali al consulente tecnico di ufficio nominato nel giudizio di primo grado, con dichiarazione tuttavia ex se priva (come già rimarcato da questa Corte nella ordinanza n. 1439/2012) di sufficiente idoneità asseverativa.
14/03/2017 alle 17:23

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 Cass. 
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