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La Corte costituzionale e i passi per l’acqua pubblica | Economia e Politica
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Di Francesco Nannetti - 16 gennaio 2011 7 Stampa questo articolo
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Alle comunità locali la scelta sulla gestione dei servizi pubblici La gestione pubblica dell’acqua dopo la sentenza della Corte costituzionale Non una authority ma l’acqua pubblica 7 Commenti
17 gennaio 2011 at 12:35 pm
Ancora una volta c’� confusione tra il principio della concorrenza (che disciplina i servizi pubblici a rilevanza economica dal punto di vista “dell’offerta”) ed il diritto fondamentale di non esser privati dell’acqua (caratteristica della “domanda”).
Le due cose non sono assolutamente in contrasto e potrebbe benissimo aversi una gestione pi� efficiente (ma privata), sebbene io auspichi la gestione del servizio idrico con aziende pubbliche … ma che passino per una gara, con un prezzo equo e l’intervento del pubblico che sovvenziona quei cittadini che non possono permettersi di pagare il prezzo del corrispettivo!!!!
Infine mi piacerebbe sapere se, non essendo passato il secondo quesito referendario, tutto l’impianto dei referendum regge ancora oppure no Secondo me non regge pi� perch�, se passassero il primo ed il terzo quesito, si avrebbe semplicemente lo status quo (e quindi nella maggior parte dei casi affidamenti in house ad spa pubbliche come gi� oggi �) …. ma peggiorativo rispetto a prima perch� non si farebbero nemmeno quel minimo di investimenti che oggi ci sono grazie alla remunerazione certa del capitale investito! Grazie per l’eventuale risposta!
Risposta senzaverso
18 gennaio 2011 at 1:11 am
Credo che anche una gestione pubblica debba essere efficiente. L’unico mercato efficiente, forse, � uello perfetto e co� quello dove nessun componente della domanda e nessun componente dell’offerta pu� influzare il prezzo e ci� non esiste e non pu� esistere nella realt�. Per cui l’efficienza dipende solo dal modo come si organizza e governa un’azienda.
A prescindere da ci� non � assolutamente pensabile che beni fondamentali e cio� necessari alla riproducibilit� della comunit� siano commerciabili e soggetti a regole privatistiche. Mi sembra che le ricerche e i lavori intorno a Transform siano la strada.
21 gennaio 2011 at 3:54 pm
In risposta a Franco in particolare, se in teoria qualsiasi servizio pu� essere garantito come diritto sulla carta dalle autorit� pubbliche, per poi essere svolto da privati sul mercato; ragioni di ordine economico, etico e inerenti al significato stesso della missione di quel servizio consigliano che ci� non avvenga per vari settori della vita come, per fare alcuni esempi, la giustizia, la scuola e la sanit�. Qui normalmente pretendiamo che il potere pubblico si incarichi non solo delle definizioni delle regole, ma della pratica ed effettiva “fornitura” del servizio ai cittadini.
Nel caso dell’acqua si aggiunge l’elementare ragione dell’opportunit� di gestore pubblico in un caso di monopolio naturale.
In un mercato cos� dominato da poche grandi multinazionali competitors, la gara non rappresenta per niente una garanzia: avviene una spartizione preventiva dei mercati, tanto che le gare finora svolte spesso finiscono con un solo concorrente, e le condizioni di aggiudicazione possono essere -e spesso, vengono- rinegoziate dalla posizione di forza del gestore dopo un paio d’anni di gestione. Usando allo scopo le lamentele alle quali, ahim�, l’imprenditoria che lavora in Italia ci ha abituati da tempo.
In merito all’aiuto pubblico agli indigenti, se questo � certamente doveroso e in molti ATO gi� esiste, il movimento per l’acqua propone un indirizzo ben pi� ambizioso: assicurare il diritto a ciascuno di poter usufruire, senza spese, del quantitativo minimo vitale stimato dall’OMS in 50 l/ab die. Il finanziamento avviene con rimodulazione delle tariffe per i grandi consumi d’acqua e con la fiscalit� generale (come si assicurano in questo modo il diritto all’istruzione e alla sanit�). Nella situazione locale da me esaminata (ATO 3 Torinese), i costi di questo provvedimento inciderebbero ben poco sul bilancio della societ� di gestione e sarebbero di facile copertura con rimodulazioni tariffarie anche orientate in senso sociale e ambientale.
Infine, per pronunciarsi intorno al quadro che emergerebbe dai quesiti ammessi, attenderemo le motivazioni della decisione della Corte Costituzionale. E’ certo fin d’ora che una vittoria del SI assesterebbe comunque una “spallata” importante al sistema privatistico oggi imperante. Un gestore di diritto pubblico, in ogni caso, non ha bisogno che sia remunerato il capitale che investe perch� il suo fine � il servizio e non la distribuzione di dividendi.
26 gennaio 2011 at 2:12 pm
Innanzi tutto ringrazio l’autore dell’articolo per la gentilezza di avermi risposto e provo a chiarire meglio alcune questioni.
Nell�ambito dei servizi pubblici, anche nel caso in cui i servizi non vengano gestiti �direttamente�, non si parla mai di servizi ceduti a privati perch� rimangono pur sempre servizi pubblici (altrimenti il � “pubblici” non avrebbe alcun senso).
Come decidere se un servizio pubblico debba o possa essere gestito (e non solo regolamentato) dal pubblico? Se si tratta di servizi pubblici NON a rilevanza economica allora non c�� storia e lo deve gestire direttamente il pubblico; per quelli a rilevanza economica pu� gestirlo o no il pubblico a seconda che vinca o meno una gara (scusi la grossolana approssimazione ma il 23 bis all�art.2, comma a) dice questo!).
Ma quali sono quelli a rilevanza economica) Quelli che hanno ad oggetto beni dalle caratteristiche non di beni pullici; quelli che fanno uso di reti; quelli che hanno bisogno di conoscenze industriali di un certo rilievo; quelli che necessitano di grossi finanziamenti … in sostanza quelli che anche solo potenzialmente potrebbero essere gestiti pi� efficientemente attraverso procedure competitive!!!!
Quanto alla storia del monopolio naturale, qui si parla di concorrenza �per� il mercato e quindi fatta a monte e non a valle e non c�entra nulla con la concorrenza vera e propria che, come giustamente dice, non potrebbe mai aversi per via del fallimento del mercato di cui ha parlato.
Concordo pienamente con lei sul fatto che gi� OGGI rimodulando le tariffe potrebbe garantirsi un quantitativo minimo per tutti con bassa incidenza sui bilanci … ma questo dimostra proprio la faziosit� di chi invece sostiene che occorra cambiare l�abito (aziende di diritto pubblico invece che di diritto privato) per far diventare virtuoso il monaco (proprietario pubblico al 100%).
Non sono,invece, per niente d�accordo con le sue conclusioni finali perch� una vittoria del SI� non darebbe nessuna spallata a nessuno ma restaurerebbe(sostanzialemte) il vecchio 113 Tuel che d� facolt� sia di gestire direttamente che di mettere a gara � e se uno � colluso oggi lo sar� anche domani mettendo il servizio a gara!
Infine le aziende pubbliche al 100% di diritto privato (come dice la sentenza che ha commentato) rispettano il principio dell�economicit� se soltanto coi ricavi almeno coprono i costi senza nessuna ricerca dell�utile; e se che per avventura dovesse aversi, rimarrebbe all�azionista che nella peggiore delle ipotesi lo distribuirebbe sotto forma di dividendi ….. per fare piazze, strade (se � onesto) o altro (se � disonesto)….. ma se � disonesto chi le dice che con un’azienda di diritto pubblico i costi siano quelli di gestione … e non quelli della politica? Come vede l’abito non pu� fare il monaco ed i problemi sono altri.
28 gennaio 2011 at 11:59 pm
Sebbene non si possa procedere all’infinito con un dibattito fatto di botta e risposta, mi sembra ancora opportuno rispondere a Franco su alcuni dei punti da lui sollevati, per utile precisazione.
Se � vero che l’abito non fa il monaco, � pur vero che tutti gli ordini monastici prevedono un abito per i monaci! Cosa voglio dire?
Che le questioni di carattere sociale e politico legate a un servizio essenziale come l’acqua -quale, ad esempio, la garanzia del quantitativo minimo vitale- si affrontano e si ottengono male quando il gestore � una multinazionale che non pu� vedere con favore alcuna iniziativa che rischi di ridurre il suo profitto. Di pi�: la gara, cos� amata da certo pensiero economico, per affidamenti di lunga durata pu� trasformarsi in una “camicia di forza” per l’ente affidante, in quanto la presenza di un capitolato puntuale rende estremamente difficile rinegoziare le condizioni a distanza di anni per ragioni giuridiche (i non vincitori hanno diritto, entro certi limiti, che le condizioni di affidamento siano quelle di gara e non altre) oltre che per la posizione di forza del gestore (oggi abbiamo le aziende pubbliche, ma un domani esse sarebbero smantellate se non ricevono l’affidamento: qualcuno immagina che possano essere facilmente ricostituite?). Quindi non � condivisibile la superficiale affermazione che i problemi sono altri e che sarebbero indifferenti l’assetto proprietario o la forma giuridica di gestione.
Le societ� di capitali, anche se 100% pubbliche, hanno il dovere di ricercare l’utile per gli azionisti secondo l’articolo 2247 del codice civile, mentre l’obbligo di pareggio del bilancio si ha, di norma, per gli enti o aziende di diritto pubblico. Per questo il Forum persegue la strada della gestione pienamente pubblicistica: pu� questo da solo assicurare una corretta, efficiente e onesta gestione? Certamente no: qui entra la sfida della partecipazione dei cittadini utenti e dei lavoratori alla gestione -tutta da costruire, intendiamoci- per evitare le derive clientelari.
Sulla rilevanza economica, rimando all’articolo di Carlo Iannello (http://www.economiaepolitica.it/index.php/ambiente/la-gestione-pubblica-dellacqua-dopo-la-sentenza-della-corte-costituzionale/) che si sofferma efficacemente sull’artificiosit� del concetto, superando, a mio avviso, le obiezioni portate nei vari commenti.
Infine, segnalo -con soddisfazione del movimento per l’acqua- che la Corte Costituzionale, nella sentenza dello scorso 26 gennaio con cui ha reso pubbliche le motivazioni di ammissibilit� dei quesiti, ha affermato con chiarezza che in caso di vittoria del SI al primo quesito non si avrebbe alcuna reviviscenza di vecchie norme, come l’art.113 TUEL, ma si applicherebbe direttamente e senza mediazioni la disciplina comunitaria. Unitamente alla vittoria del SI al secondo quesito ammesso, la gestione privatistica risulterebbe sostanzialmente esclusa.
31 gennaio 2011 at 9:58 am
Sempre per utile precisione,
– il servizio idrico (se passasse il primo quesito) � vero che non verrebbe gestito dall’abrogato 113 Tuel, ma rimanderebbe alle norme europee �.. attenzione per� a quali norme europee? Certo non a quelle sui servizi generali ma su quelli d’interesse ECONOMICO generale (ribadito meglio nella citata Sentenza Costituzionale n. 325/2010)!
E come vengono gestiti questi servizi? Dato che, secondo la Consulta, sono servizi a rilevanza economica (ribadito nella Sentenza n. 325 ed in quelle – tutte e tre � dei referendum) comunque vanno gestiti tutelando la concorrenza ed il mercato, NON con una normativa cos� restrittiva come il 23 bis, ma dando, sostanzialmente, libert� o dell’affidamento diretto o della gara! Bene; ed il 113 Tuel che diceva?
I referendari puntavano sulla gestione secondo le forme d�impresa del 114 Tuel e questo � stato clamorosamente smentito proprio per il servizio idrico (sentenza che ha bocciato il secondo quesito referendario)!!!!
– si spiega, ancora una volta, che la rilevanza economica non deriva dal fare o meno profitti ma dalla gestione economica dell’impresa e che questo pu� benissimo aversi con SPA al 100% pubbliche, sementendo la �bufala� secondo cui, trattandosi di enti di diritto privato, che in base al codice civile debba fare utili, non possa andar bene per la gestione del servizio idrico (in sostanza al monaco pubblico pu� andar bene qualsiasi abito).
a) prevale pi� il soggetto economico (propriet�) che il soggetto giuridico (vestito) ;
b) perch� l’utile � un concetto assai diverso dal profitto in quanto, in concorrenza, solo le extra rendite (i profitti) non sono ammessi e non gli utili (che dovrebbero, al limite, servire alla ricostituzione del capitale iniziale) tanto � vero che la condizione di efficienza si ha quando i costi eguagliano i ricavi (al margine) ma non mi risulta che nei mercati competitivi si lavori per la gloria!!!!!
– si ribadisce che il servizio idrico debba essere gestito con il corrispettivo (e quindi non con la fiscalit� generale � altra botta per i sostenitori del referendum) e questo anche in mancanza di profitto “garantito”.
Se metto tutto insieme, IO capisco (ora sono mie opinioni e non �fatti� come quelli di sopra e quindi potrebbe non essere cos�) che anche con la vittoria di entrambi i quesiti referendari:
2) si incentiverebbero (in caso di affidamenti ai privati con gara) le gestioni non con capitale proprio ma con quello preso a prestito (giacch� la Consulta precisa che coi ricavi devono coprirsi i costi “pieni” e quindi anche l’interesse sul capitale preso a prestito)con buona pace di tutti coloro che per scongiurare l�avvento delle fantomatiche “multinazionali” (che almeno ci metterebbero soldi loro) apriranno le porte ai “furbetti del quartiere” �. nostrani che fanno gli imprenditori …. con i soldi degli altri e cio� con capitale di debito!
Infine, sulla trasparenza dei promotori dei referendum, sul loro modo di fare “corretta informazione” e sul fatto che nelle piazze dicono altro rispetto a quanto �costretti� a dire nelle sedi opportune, riporto testualmente le parole della Corte Costituzionale (solo la sottolineatura � la mia):
�l�obiettivo dei sottoscrittori del referendum va desunto non dalle dichiarazioni eventualmente rese dai promotori (dichiarazioni, oltretutto, aventi spesso un contenuto diverso in sede di campagna per la raccolta delle sottoscrizioni, rispetto a quello delle difese scritte od orali espresse in sede di giudizio di inammissibilit�), ma ��
4 febbraio 2011 at 2:20 am
Non � certo apprezzabile che il ragionamento sia trasportato su uno stile e su un linguaggio agonistico da campagna elettorale, quando fino adesso le considerazioni erano impostate su un libero confronto di opinioni. In ogni caso, questa campagna elettorale ci sar� e allora i contrari al referendum potranno votare no ai quesiti: mi auguro soltanto che quelli che la pensano come Franco non scelgano la scorciatoia, triste e poco democratica, di stare a casa sperando in un fallimento della consultazione democratica. In ogni caso, rispondo brevemente nel merito.
Vanno, per�, lette e riportate bene: si pu� criticare La Corte Costituzionale, ma non piegarla ai desideri delle parti.
Per prima cosa, l’ultima frase riportata da Franco va necessariamente intesa come un’osservazione generale sulla differenza tra dichiarazioni e memorie giuridiche tipica di ogni consultazione, non certo come un giudizio di merito -del tutto escluso dalle competenze della Corte -sulla correttezza di questa raccolta firme referendaria, come si desume chiaramente dal contesto. Piuttosto, affermando la sussistenza dei requisiti di chiarezza, univocit� e idoneit� allo scopo dei due quesiti ammessi, vi � un riconoscimento giuridico di fondo della limpidezza della proposta (negato ad esempio al quesito proposto sull’acqua da IdV).
La Corte afferma che in caso di vittoria del primo quesito si applicher� la normativa comunitaria. Questa consente tanto la gestione in regime di mercato, quanto quella diretta o mediante proprie strutture da parte dell’ente titolare. Nel primo caso si dovr� rispettare la concorrenza, nel secondo no, perch� non si opera sul mercato. Una scelta politica di fondo che Regioni, Comuni e Province saranno chiamati a fare, tenendo conto del chiaro orientamento a quel punto espresso dal popolo.
Con il secondo quesito, vincendo il SI, la tariffa non potr� pi� remunerare il capitale investito. La Corte scrive chiaro che ci� equivale a escludere che si possa fare profitto sull’acqua.
Per questo affermo che la combinazione dei due quesiti (al di la’ di quello bocciato, oggettivamente superfluo) produce una chiara scelta di fondo per la gestione pubblica, dove l’ente o azienda copre i costi coi ricavi e opera in regime di pareggio di bilancio. L’affidamento in house a SpA, essendo oggi un’anomalia ibrida tutta italiana, non sarebbe pi� necessario dopo il referendum, potendo disporre delle forme di diritto pubblico ammesse dall’ordinamento comunitario e interno, senza dubbio pi� confacenti allo scopo e ai requisiti del “controllo analogo”.
Un’ulteriore osservazione: il movimento per l’acqua ritiene che parte degli investimenti siano da finanziare tramite la fiscalit� generale anzich� tramite la tariffa (chi mai penserebbe che questo non sia necessario per scuola e sanit�, servizi essenziali come l’acqua?), ma l’ottenimento di tale istanza non � stato affidato ai quesiti referendari, bens� alla legge di iniziativa popolare che da tre anni � stata depositata in Parlamento e ancora attende di essere discussa dalle nostre solerti Camere.
Quanto alle gestioni privatistiche, che a lucrare sull’acqua ci sia (per fare due esempi) la multinazionale francese Suez (reputata incapace di gestire bene il servizio idrico -alla scadenza dell’affidamento- persino nella patria citt� di Parigi) oppure il nostrano Caltagirone (secondo azionista di Acea a Roma), al cittadino utente cambia poco, visto che in ogni caso si trova di fronte a un gestore privato che non ha alcun interesse a fornire un buon servizio, dopo aver “messo le mani” su un affidamento ultradecennale in regime di monopolio. L’esperienza mostra che di capitale proprio il gestore ne mette di solito ben poco, operando con capitale preso a prestito dal sistema bancario e ripagandolo con gli incassi da tariffa. Per quale motivo allora, non pu� fare lo stesso un gestore pubblico che ha almeno analoghe possibilit� di accesso al credito? Insomma, � bene che gli imprenditori seri facciano impresa sui mercati non protetti e competano con l’innovazione e le capacit� manageriali, e che il pubblico si assuma le sue responsabilit� di fornire ai cittadini i servizi essenziali per l’armonico funzionamento della societ�. Favorendo il facile profitto nei mercati garantiti (in quali altri settori, come avviene oggi sull’acqua, il capitale investito � remunerato per decreto al 7%?), si danneggiano gli uni (il sistema delle imprese cui si sottrae l’interesse a rischiare) e gli altri (noi cittadini e tutta la societ�).
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