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Timestamp: 2020-04-05 16:02:18+00:00

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Il Caso.it, Sez. Giurisprudenza, 6229 - pubb. 01/08/2010
Cassazione civile, sez. II, 06 Febbraio 2001, n. 3028. Est. Mazzacane.
Società - In genere - Differenze dalla comunione - Tipi di società - Indicazione negli atti e nella corrispondenza - Comunione di azienda - Sfruttamento diretto da parte di uno o più partecipanti - Qualificazione - Configurabilità di una impresa collettiva (società regolare o di fatto) - Sussistenza - Fondamento - Comunione a scopo di godimento e società - Differenze.
Nel caso di comunione d'azienda, ove il godimento di questa si realizzi mediante il diretto sfruttamento della medesima da parte dei partecipanti alla comunione, è configurabile l'esercizio di un'impresa collettiva (nella forma della società regolare oppure della società irregolare o di fatto), non ostandovi l'art. 2248 cod. civ., che assoggetta alle norme degli artt. 1100 e ss. dello stesso codice la comunione costituita o mantenuta al solo scopo di godimento. L'elemento discriminante tra comunione a scopo di godimento e società è infatti costituito dallo scopo lucrativo perseguito tramite un'attività imprenditoriale che si sostituisce al mero godimento ed in funzione della quale vengono utilizzati beni comuni. (massima ufficiale)
sul ricorso 7354/2006 proposto da:
FRASCHETTA FRANCESCO elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEL BABUINO 51, presso lo studio dell'avvocato RIDOLA MARIO GIUSEPPE, rappresentato e difeso dagli avvocati MENCHINI Sergio, NARDI CARLO, POGGI CASIMIRO;
FRASCHETTI CARLO;
sul ricorso 12549/2006 proposto da:
FRASCHETTI CARLO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI PORTA PINCIANA 4, presso lo studio dell'avvocato IMBARDELLI FABRIZIO, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato MODENA FRANCO;
FRASCHETTI FRANCESCO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEL BABUINO 51, presso lo studio dell'avvocato RIDOLA G. MARIO, rappresentato e difeso dagli avvocati MENCHINI SERGIO, NARDI CARLO, POGGI CASIMIRO;
avverso la sentenza n. 1901/2005 della CORTE D'APPELLO di FIRENZE, depositata il 30/12/2005;
udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del 01/10/2008 dal Consigliere Dott. VINCENZO MAZZACANE;
udito l'Avvocato PASQUINI Alessandro con delega depositata in udienza degli Avvocati MENCHINI e POGGI, che si riportano agli atti;
udito l'Avvocato MODENA Franco, difensore del resistente che si riporta agli atti;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. APICE Umberto, che ha concluso per rigetto ricorso principale;
assorbito e/o rigettato il ricorso incidentale.
Con atto di citazione del 29.5.1992 Carlo Fraschetti, dopo aver ottenuto dal Presidente del Tribunale di Firenze il sequestro giudiziario dell'azienda alberghiera Hotel Castri con sede in Firenze, Piazza Indipendenza 6-7 (all'epoca gestita dal proprio padre Francesco Fraschetti e della quale vantava la comproprietà in forza di successione ereditaria dalla zia Fraschetti Margherita), conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Firenze il proprio genitore Francesco Fraschetti chiedendo la convalida della misura cautelare, l'accertamento del dedotto diritto di comproprietà sulla suddetta azienda per la quota di 15/27 e la restituzione del bene alla comunione, la condanna del convenuto alla restituzione, secondo la quota di spettanza, dei relativi utili maturati a decorrere dal 1984 (data in cui la propria dante causa era stata estromessa dalla gestione aziendale) all'avvenuto decesso di Margherita Fraschetti, ed il risarcimento dei danni subiti per la sua illegittima estromissione dall'amministrazione della cosa comune. Si costituiva in giudizio il convenuto chiedendo il rigetto delle domande, deducendo l'assenza di qualsiasi prova che l'azienda fosse oggetto di comunione con la propria sorella Fraschetti Margherita.
Con sentenza non definitiva n. 724/1996 il Tribunale di Firenze non convalidava per motivi processuali il sequestro giudiziario, e con contestuale ordinanza sospendeva il giudizio in attesa della definizione di altra controversia promossa da Francesco Fraschetti in ordine all'accertamento della comproprietà dell'azienda denominata Hotel Castri.
A seguito di riassunzione e dopo la concessione di un nuovo sequestro giudiziario in data 9.1.1998, l'adito Tribunale con sentenza del 20.1.2003 dichiarava che l'azienda alberghiera suddetta apparteneva in comproprietà indivisa a Carlo Fraschetti per la quota di 15/27 ed a Francesco Fraschetti per quella di 12/27 e condannava quest'ultimo a restituire il bene alla comunione, condannava inoltre Francesco Fraschetti a corrispondere all'attore, a titolo di utili di gestione non ripartiti, la somma di Euro 365.539,87 con gli interessi legali dalla domanda e, a titolo di risarcimento del danno, l'importo di Euro 633.820,00 oltre rivalutazione monetaria ed interessi.
Proposto gravame da parte di Francesco Fraschetti cui resisteva Carlo Fraschetti che proponeva appello incidentale, la Corte di Appello di Firenze con sentenza del 30.12.2005, in parziale accoglimento dell'appello principale, che ha rigettato nel resto, ha dichiarato la nullità della sentenza di primo grado, ha dichiarato la nullità del sequestro giudiziario autorizzato con decreto del 9.1.2008 e, in parziale accoglimento dell'appello incidentale, ha condannato Francesco Fraschetti al pagamento in favore di Fraschetti Carlo della somma di Euro 1.007.460,00 a titolo di risarcimento danni, con rivalutazione ed interessi come in motivazione.
La Corte Territoriale ha ritenuto, quanto alla risoluzione della questione centrale della controversia, attinente alla comproprietà della suddetta azienda alberghiera ed all'uso che di questa era stato fatto, che, secondo le stesse deduzioni delle parti, in base all'atto transattivo del 14.8.1970, con cui era stata risolta la controversia sorta con la conduttrice Rosa Jadi, titolare dell'azienda stessa, Angiola Padovani (madre di Francesco Fraschetti), Margherita e Francesco Fraschetti, che già disponevano dell'immobile di Piazza Indipendenza, avevano acquistato congiuntamente l'azienda già gestita in quello stesso edificio dalla Jadi, e avevano proseguito senza soluzione di continuità l'attività commerciale apparentemente mediante impresa individuale intestata al solo Fraschetti Francesco (al quale era stato concesso in comodato l'immobile dalle altre due comproprietarie), ma, come era emerso chiaramente in causa, con gestione comune e proporzionale distribuzione degli utili. Il giudice di appello, poi, esaminando la questione relativa al conferimento dell'azienda alberghiera alla società di fatto che avevano costituito i suddetti soggetti, ha rilevato che, a differenza che per l'immobile di Piazza Indipendenza (il cui conferimento era avvenuto per atto scritto), nulla le parti avevano espressamente dichiarato per l'azienda, che quindi doveva presumersi essere stata conferita in semplice godimento; pertanto, venuta meno la pluralità dei soci con la scomparsa nel 1989 di Margherita Fraschetti, ed essendosi quindi sciolta la società, il suo erede Fraschetti Carlo aveva maturato il diritto alla restituzione dell'azienda alla comunione.
Per la cassazione di tale sentenza Francesco Fraschetti ha proposto un ricorso affidato a due motivi cui Carlo Fraschetti ha resistito con controricorso proponendo altresì un ricorso incidentale articolato in quattro motivi al quale a sua volta Francesco Fraschetti ha resistito con controricorso; il ricorrente principale ha successivamente depositato una memoria. MOTIVI DELLA DECISIONE
Venendo quindi all'esame del ricorso principale, si rileva che con il primo motivo Francesco Fraschetti, deducendo violazione dell'art. 112 c.p.c., censura la sentenza impugnata per aver ritenuto che Fraschetti Carlo, avendo chiesto quale erede di Fraschetti Margherita, la condanna dell'esponente al pagamento degli "utili" maturati ma non percepiti, avesse inteso porre a fondamento della domanda il rapporto societario al quale avrebbe partecipato - secondo la ricostruzione della vicenda operata dal giudice "a quo" - la defunta Margherita Fraschetti insieme al fratello Francesco ed alla madre Angiola Padovani.
Il ricorrente principale assume che in realtà Carlo Fraschetti, proponendo la suddetta domanda, non aveva voluto far valere il proprio diritto agli utili, posto che la "causa petendi" di questa domanda, come precisato più volte dalla controparte nel corso del giudizio, era costituita dalla allegata partecipazione della defunta Margherita Fraschetti alla comunione ordinaria dell'azienda alberghiera Hotel Castri, con la conseguenza che l'oggetto della domanda in esame doveva essere individuata nel diritto sancito dall'art. 1101 c.c., secondo il quale i comunisti concorrono nei vantaggi della comunione in proporzione delle rispettive quote di partecipazione; pertanto la Corte Territoriale, nell'emettere la statuizione impugnata, è incorsa nella violazione del principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato per aver sostituito la domanda "ex adverso" proposta con una diversa per "petitum" e per "causa petendi".
Come invero emerge chiaramente dalla lettura della sentenza impugnata non oggetto di specifica censura sul punto (vedi pagina 4), Fraschetti Francesco con il quinto motivo dell'atto di appello si era limitato a contestare soltanto il "quantum" dell'importo liquidato alla controparte dal giudice di primo grado a titolo di quota parte degli utili ritratti dall'azienda, e non aveva quindi censurato tale statuizione sotto il profilo della qualificazione della "causa petendi"; pertanto logicamente la Corte Territoriale ha limitato il suo esame soltanto alla correttezza o meno della liquidazione operata dal giudice di primo grado della somma riconosciuta a titolo di utili di gestione non ripartiti (ovvero Euro 365.539,87), poiché non era stata denunciata da Fraschetti Francesco nel giudizio di secondo grado alcuna violazione del principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato;
quindi la censura in proposito proposta in questa sede è inammissibile in quanto nuova.
Con il secondo motivo il ricorrente principale, denunciando falsa applicazione degli artt. 2247 e 2248 c.c., censura la sentenza impugnata per aver posto a base delle sue statuizioni la ritenuta parallela coesistenza di una comunione a scopo di godimento e di una società di fatto a scopo lucrativo, non considerando che la comunione dell'azienda Hotel Castri, in quanto costituita dai tre coacquirenti per l'esercizio in comune di una impresa alberghiera allo scopo di dividerne gli utili, era regolata dalla norme sulla società in nome collettivo irregolare, trattandosi di società "re contracta" e perciò non registrata; quindi la comunione d'azienda si era trasformata in società e dunque non vi era più comunione, cosicché non poteva configurarsi la parallela coesistenza di una comunione d'azienda e di una società esercente l'azienda medesima. Il ricorrente principale rileva che la sentenza impugnata, nell'affermare tale coesistenza, ha finito per riproporre la figura della cosiddetta comunione di impresa, intesa come un genere intermedio tra la comunione a scopo di godimento (non esercente un'attività imprenditoriale) e la società (esercente invece una impresa collettiva); tuttavia la tesi della comunione di impresa non era condivisibile, risolvendosi nella disapplicazione della normativa in materia societaria a fattispecie che il legislatore, tramite l'art. 2248 c.c., ha inteso qualificare e regolare come società. Francesco Fraschetti quindi assume che erroneamente il giudice di appello ha affermato la sussistenza nella fattispecie della comunione d'azienda Hotel Castri in quanto ad essa, costituita dai tre acquirenti per l'esercizio in comune di una impresa alberghiera, avrebbero dovuto essere applicate le norme sulla società in nome collettivo; sulla base di tale premessa, quindi, prosegue il ricorrente principale, la prima domanda proposta da Fraschetti Carlo - in quanto tendente all'accertamento della sua quota di comproprietà dell'azienda suddetta - avrebbe dovuto essere respinta per il rilievo che l'azienda non apparteneva "pro quota" ai soci "uti condomini", bensì alla società tra loro costituita; analogamente, poi, avrebbero dovuto essere rigettate le ulteriori domande relative al risarcimento di danni ed alla corresponsione degli utili, avendo entrambi tali pretese titolo nell'asserita comunione ordinaria dell'azienda, in realtà insussistente.
Il ricorrente principale pertanto, nel procedere alla ricostruzione delle vicende che hanno dato luogo alla presente controversia, sostiene che, dopo la costituzione della società esercente l'azienda alberghiera Hotel Castri da parte dei tre acquirenti l'azienda medesima, venuta meno la pluralità dei soci per effetto del decesso di Margherita Fraschetti il 4.7.1989, la società si era sciolta per la mancata ricostituzione delle pluralità dei soci nel termine dei mesi sei ex art. 2272 c.c., n. 4; pertanto l'unico socio superstite Francesco Fraschetti aveva proseguito individualmente l'esercizio dell'impresa sociale; la società inoltre, già divenuta temporaneamente società unipersonale a seguito del decesso di Margherita Fraschetti, si era sciolta, e contestualmente l'esponente era subentrato nella universalità dei suoi rapporti attivi e passivi, acquisendo così la titolarità esclusiva dell'azienda per cui è causa.
La Corte territoriale ha premesso come elemento pacifico in causa che, in virtù dell'atto transattivo del 14.8.1970 con cui era stata risolta la controversia insorta con la conduttrice dell'immobile di Piazza Indipendenza in Firenze Rosa Jadi, titolare dell'azienda alberghiera Hotel Castri, Angiola Padovani, Margherita e Francesco Fraschetti, proprietari del suddetto immobile dove era stata esercitata tale attività alberghiera, avevano acquistato congiuntamente l'azienda già ivi gestita dalla Jadi, ed avevano proseguito senza soluzione di continuità l'attività commerciale apparentemente mediante impresa individuale intestata al solo Francesco Fraschetti (al quale le altre due comproprietarie avevano concesso in comodato l'immobile sopra menzionato), ma, come era emerso chiaramente in causa, con gestione comune e proporzionale distribuzione di spese ed utili.
La sentenza impugnata ha poi ritenuto, in difformità del convincimento in proposito espresso dal giudice di primo grado, che tale ricostruzione in fatto della vicenda caratterizzata dall'esercizio di attività di impresa da parte dei suddetti comproprietari dell'azienda aveva dato luogo ad una società di fatto che disponeva di un proprio patrimonio; giunto a tali conclusioni il giudice di appello, contrariamente all'assunto del ricorrente principale, ha escluso espressamente la configurabilità di una comunione di impresa (cui invece aveva fatto riferimento il giudice di primo grado), ritenuta un "tertium genus" non previsto dal nostro ordinamento, ed ha attribuito valore decisivo, al fine di operare una distinzione netta tra comunione di godimento e società, all'esistenza o meno dell'esercizio in comune di una attività di impresa, requisito appunto ricorrente nella fattispecie. Le affermazioni della Corte Territoriale in proposito devono essere pienamente condivise, costituendo principio consolidato di questa Corte che l'elemento discriminante tra comunione a scopo di godimento e società è costituito dallo scopo lucrativo perseguito tramite una attività imprenditoriale che si sostituisce al mero godimento ed in funzione della quale vengono utilizzati beni comuni, e che (con più specifico riferimento alla fattispecie) nel caso di comunione d'azienda, ove il godimento di essa si realizzi mediante il diretto sfruttamento della medesima da parte dei partecipanti alla comunione, è configurabile l'esercizio di una impresa collettiva (nelle forme della società regolare oppure irregolare o di fatto), non ostandovi l'art. 2248 c.c., che assoggetta alle norme dell'art. 1100 c.c. e segg., la comunione costituita o mantenuta al solo scopo di godimento (Cass. 20.2.1984 n. 1251; Cass. 10.11.1992 n. 12087; Cass. 27.11.1999 n. 13291).
La sentenza impugnata, quindi, ha evidenziato che alla società di fatto così costituita (da considerarsi occulta per la mancata esteriorizzazione del rapporto societario, operando per conto dell'impresa soltanto Francesco Fraschetti) l'azienda era stata conferita in semplice godimento, non avendo le parti dichiarato espressamente nulla al riguardo (a differenza che per l'immobile di Piazza Indipendenza conferito con atto scritto in comodato a Francesco Fraschetti) e valorizzando quali indici presuntivi da un lato la mancanza di una volontà delle parti di conferire l'azienda in proprietà, e dall'altro la non necessità, ai fini del perseguimento dell'oggetto sociale, che la proprietà dell'azienda conferita entrasse a far parte del patrimonio sociale; sempre in proposito il giudice d'appello ha altresì rilevato che il conferimento di beni in società non comporta automaticamente il loro trasferimento nella titolarità dell'ente sociale, specie quando la società di fatto non debba apparire nei confronti di terzi (come nella fattispecie), volendosi limitare l'efficacia del "pactum societatis" ai rapporti interni tra i soci.
La Corte territoriale a tal punto ha osservato che, venuta meno la pluralità dei soci con la scomparsa nel 1989 di Fraschetti Margherita, ed essendosi successivamente sciolta la società per la mancata ricostituzione della pluralità dei soci nel termine di sei mesi, la conferente Margherita Fraschetti (e quindi l'erede di costei Carlo Fraschetti) aveva diritto alla restituzione alla Comunione dell'azienda a suo tempo conferita alla società; ed invero, una volta cessato il vincolo di destinazione all'attività comune impresso al bene dalla volontà del conferente, non era possibile consentire a Francesco Fraschetti di proseguire l'attività di impresa utilizzando la quota sui beni aziendali spettanti a Carlo Fraschetti; il giudice di appello al riguardo ha disatteso il diverso assunto dell'appellante secondo cui l'azienda Hotel Castri, una volta sciolta la società dopo la morte di Margherita Fraschetti, era divenuta patrimonio dell'impresa non più collettiva ma ormai individuale, e quindi era confluita nel patrimonio personale di Francesco Fraschetti, rilevando che tale deduzione presupponeva che il conferimento dell'azienda alla società fosse stato realizzato mediante il trasferimento della proprietà del bene, e non invece, come in effetti era avvenuto, in semplice godimento.
Orbene il convincimento espresso dalla corte territoriale all'esito di una articolata disamina della vicenda che ha dato luogo alla presente controversia appare corretto sul piano logico - giuridico ed immune dai profili di censura sollevati dal ricorrente principale. In proposito si è già osservato che, contrariamente all'assunto di quest'ultimo, la Corte territoriale ha espressamente negato la configurabilità teorica della comunione di impresa (prima ancora quindi di verificare l'applicabilità in concreto di tale istituto alla fattispecie) e ha escluso pertanto la sussistenza di un "tertium genus" tra comunione a scopo di godimento e società; neppure poi è ravvisabile nella ricostruzione e nella qualificazione della vicenda posta in essere dalla sentenza impugnata la asserita parallela coesistenza di una comunione d'azienda a scopo di godimento e di una società a scopo lucrativo, secondo le deduzioni reiteratamente espresse dal ricorrente principale nel motivo in esame; in realtà il giudice di appello, una volta rilevato che l'azienda Hotel Castri era stata conferita dai comproprietari in godimento alla società di fatto da essi stessi costituita, ha logicamente escluso che detta azienda potesse essere oggetto contestualmente di godimento da parte di coloro che ne erano rimasti comproprietari; ed invero proprio la non contestata utilizzazione dell'azienda suddetta per l'espletamento dell'attività sociale relativa alla gestione dell'Hotel Castri precludeva ovviamente un suo contemporaneo godimento da parte dei suoi comproprietari.
Del resto l'impianto argomentativo della sentenza impugnata, come si è visto, è volto, proprio ai fini dell'esatta configurazione della fattispecie, ad esaminare gli istituti della comunione di godimento avente ad oggetto un'azienda e della società per poi pervenire alla soluzione sopra enunciata (con esclusione quindi della suddetta comunione di godimento) all'esito di una adeguata e logica motivazione.
Deve a tal punto evidenziarsi che le conclusioni cui è giunta la Corte territoriale sono del tutto coerenti con le considerazioni da essa in precedenza espresse; se invero l'azienda era stata conferita dai suoi comproprietari soltanto in godimento (con una statuizione da parte del giudice di appello e con argomentazioni allegate a suo sostegno sia sotto il profilo giuridico sia sotto quello dell'accertamento di fatto non oggetto di specifiche censure da parte del ricorrente principale), logicamente da tale premessa consegue che, sciolta la società per i motivi sopra enunciati, i conferenti avevano diritto quali comproprietari di essa alla sua restituzione alla comunione; invero il perdurare della sua mancata utilizzazione da parte del comproprietario Carlo Fraschetti non trovava più alcuna giustificazione sul piano giuridico una volta che, con lo scioglimento della società, era venuto automaticamente meno il vincolo di destinazione dell'azienda alla attività sociale; il diverso assunto di Francesco Fraschetti circa l'acquisizione dell'azienda in sua proprietà individuale all'esito dello scioglimento della società presuppone invece (oltre alla dimostrazione della compatibilità di tale conclusione con la questione, invero elusa dal ricorrente principale, relativa alla necessaria liquidazione del patrimonio sociale nel quale rientrava l'azienda suddetta) il pregresso conferimento in favore della società non già del semplice godimento bensì della proprietà dell'azienda, evenienza esclusa dalla sentenza impugnata, come si è già osservato, con statuizione non oggetto di specifiche censure. Il ricorso principale deve quindi essere rigettato. Venendo quindi all'esame del ricorso incidentale, deve essere anzitutto disattesa l'eccezione di inammissibilità di esso sollevata dal ricorrente principale sulla base del rilievo che a margine del controricorso Carlo Fraschetti ha conferito agli avvocati Franco Modena e Fabrizio Imbardelli una procura soltanto a "rappresentare e difendere" il controricorrente, e dunque a resistere al ricorso principale e non anche a proporre un ricorso incidentale; premesso invero che ai sensi dell'art. 371 c.p.c., comma 1, il
controricorrente deve proporre con l'atto contenente il controricorso l'eventuale ricorso incidentale contro la stessa sentenza, è evidente che nella fattispecie l'apposizione della procura a margine dell'atto contenente il controricorso ed il ricorso incidentale proposti da Carlo Fraschetti assolve pienamente al requisito di specificità anche in relazione al ricorso incidentale, al di là del contenuto testuale che la caratterizza.
Ciò premesso, si rileva che con il primo motivo il ricorrente incidentale, deducendo violazione dell'art. 2909 c.c. e art. 324 c.p.c., nonché vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver escluso la formazione del giudicato in merito alla questione della comproprietà tra Francesco e Carlo Fraschetti sull'azienda alberghiera Hotel Castri a seguito della sentenza del Tribunale di Firenze n. 2002/1990 poi confermata dalla Corte d'Appello di Firenze con sentenza n. 1123/1994, a sua volta confermata dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 10008/1996;
invero, una volta che era stata respinta la domanda di Fraschetti Francesco per l'accertamento della sua proprietà esclusiva su detta azienda, non aveva alcun rilievo, ai fini di escludere il formarsi del giudicato, il fatto che non fosse stata esaminata in quanto tardiva la domanda riconvenzionale dell'esponente che atteneva invero non al tema dell'accertamento della comproprietà dell'azienda ma soltanto alla determinazione della quota di tale comproprietà ed alle conseguenti restituzioni.
La censura è inammissibile per difetto di interesse. Invero all'esito in questa sede del rigetto del ricorso principale proposto da Francesco Fraschetti resta ferma la statuizione della sentenza di primo grado, confermata a sua volta dalla sentenza impugnata, in ordine non solo all'appartenenza in comproprietà dell'azienda alberghiera Hotel Castri a Francesco Fraschetti ed a Carlo Fraschetti ma anche alla determinazione delle rispettive quote di comproprietà; è quindi evidente l'irrilevanza nel presente giudizio della soluzione della questione relativa all'efficacia o meno del giudicato circa l'accertamento compiuto in altro giudizio intercorso tra le stesse parti riguardo alla comproprietà o meno dell'azienda medesima.
Con il secondo motivo Carlo Fraschetti, denunciando vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per non aver considerato, quanto alla determinazione della somma determinata in proprio favore a titolo di risarcimento danni per la illegittima estromissione dalla gestione dell'azienda alberghiera, che, a seguito
dell'impossessamento dell'azienda da parte di Fraschetti Francesco, quest'ultimo aveva percepito tutti gli utili e non aveva restituito neppure l'immobile, così privando l'esponente di ogni remunerazione anche con riferimento alla sua quota di comproprietà su di esso. Carlo Fraschetti sostiene che, contrariamente a quanto ritenuto nella sentenza impugnata, la consulenza tecnica d'ufficio (cui avevano aderito i giudici di merito), nell'indicare il canone di affitto dell'azienda Hotel Castri, non aveva tenuto conto del canone di locazione dell'immobile di Piazza Indipendenza e degli utili ricavabili da un'azienda che goda di quel particolare beneficio consistente nel non dovere pagare alcunché per la locazione dell'immobile.
Il giudice di appello, dopo aver concordato con l'assunto di Fraschetti Carlo circa la diversità del corrispettivo per l'affitto di una azienda che abbia la disponibilità gratuita dell'immobile nel quale è ubicata rispetto a quello sicuramente inferiore riguardante l'affitto di una azienda che debba scontare il canone di locazione per l'immobile in cui opera, ha affermato che, poiché il consulente tecnico d'ufficio aveva accertato l'ammontare del canone di affitto soltanto dell'azienda Hotel Castri, a prescindere da qualsiasi considerazione del canone locativo, l'importo quantificato rappresentava quello ricavabile dall'affitto di un'azienda che godesse di quel particolare beneficio. Tale convincimento è condivisibile e quindi immune dalle censure sollevate dal ricorrente incidentale, considerato che, ai fini della determinazione degli utili ricavabili dall'azienda per cui è causa (a seguito dell'estromissione dalla sua gestione di Fraschetti Margherita) onde quantificare il danno in proposito lamentato da Carlo Fraschetti per la mancata percezione degli utili stessi, logicamente non si è tenuto conto dell'onere costituito da un presumibile canone locativo dell'immobile in cui l'azienda era ubicata (canone che evidentemente avrebbe inciso negativamente sugli utili dell'azienda che sarebbero stati in tale ipotesi decurtati dell'importo corrispondente al suddetto canone), atteso che di fatto l'azienda non aveva sostenuto costi per la locazione dell'immobile;
pertanto il criterio in proposito adottato dalla Corte territoriale ha consentito di determinare in maniera corretta il pregiudizio lamentato da Carlo Fraschetti commisurandolo all'ammontare del canone di affitto della sola azienda Hotel Castri.
Il giudice di appello inoltre ha rilevato che in tal modo era stato pure annullato il lamentato pregiudizio derivante dalla mancata remunerazione della proprietà dell'immobile in cui era ubicata l'azienda, posto che l'azienda e l'immobile erano stati sempre considerati inscindibilmente connessi, e che quindi era difficile se non impossibile immaginare una locazione immobiliare avente una destinazione diversa, cosicché, qualora Carlo Fraschetti avesse dato in uso a terzi la propria quota di immobile e di azienda, avrebbe percepito da quest'ultima un reddito inferiore a quello determinato dal consulente tecnico d'ufficio.
Orbene tale ulteriore statuizione, pure rilevante ai fini della decisione della Corte territoriale, è frutto di un accertamento di fatto sorretto da logica e congrua motivazione, e comunque non è stata oggetto di specifiche censure con il motivo in esame. Con il terzo motivo il ricorrente incidentale, deducendo violazione degli artt. 156, 157 e 158 c.p.c., assume che erroneamente il giudice di appello ha dichiarato la nullità del sequestro giudiziario autorizzato con decreto del 9.1.1998, avendo ritenuto che il giudice istruttore del Tribunale che aveva esaminato l'istanza per l'adozione della suddetta misura cautelare era stato nominato direttamente dal Presidente del Tribunale senza che la causa - dopo la riassunzione del giudizio per il venir meno della ragione della sospensione - fosse prima rimessa al Collegio dinanzi al quale il processo era stato a suo tempo sospeso.
Invero l'autorizzazione al sequestro giudiziario dell'azienda Hotel Castro fu a suo tempo richiesta da Carlo Fraschetti in funzione strumentale rispetto al giudizio di merito avente ad oggetto l'accertamento del proprio diritto alla comproprietà sulla suddetta azienda per la quota di 15/27; orbene, poiché la decisione in ordine a tale domanda è ormai avvenuta da parte dei giudici di merito, è evidente che è venuta meno in questa sede la ragione di risolvere la questione relativa alla nullità o meno del provvedimento di autorizzazione alla suddetta misura cautelare, fatta eccezione per la sua eventuale incidenza sulla statuizione in ordine alle spese di giudizio; e tuttavia tale residuo profilo di interesse all'esame sulla fondatezza o meno del presente motivo non è stato dedotto dal ricorrente incidentale.
Con il quarto motivo Carlo Fraschetti, denunciando violazione degli artt. 112 e 275 c.p.c., assume che il giudice di appello, dopo avere nella motivazione ritenuto di confermare il diritto dell'esponente alla restituzione alla comunione dell'azienda Hotel Castri di cui era titolare nella misura di 15/27 ed altresì il diritto del medesimo agli utili maturati nel periodo 31.7.1984 4.7.1989 nell'importo già determinato dalla sentenza di primo grado, nel dispositivo, dopo aver dichiarato la nullità di tale sentenza in ragione del mancato rispetto della riserva di collegialità, si è limitato a respingere l'appello principale, confermando per questa parte l'impugnata sentenza, ed ha omesso di riportare le statuizioni precedentemente espresse in motivazione; il ricorrente incidentale chiede quindi l'accoglimento del motivo in esame qualora si ravvisasse in tale carenza un vero e proprio vizio della sentenza per mancata piena corrispondenza della parte motiva con il suo dispositivo.
Il giudice di appello, pur dichiarando la nullità della sentenza di primo grado per la ragione prima enunciata, ha tuttavia confermato le statuizioni sopra riportate, come espressamente enunciato nel dispositivo della sentenza impugnata laddove ha rigettato l'appello principale "confermando per questa parte l'impugnata sentenza";
pertanto, poiché il dispositivo in proposito riflette fedelmente la motivazione della sentenza, il prospettato vizio di mancata corrispondenza della motivazione con il dispositivo stesso non sussiste. Anche il ricorso incidentale deve quindi essere rigettato. Ricorrono giusti motivi, avendo riguardo all'esito della lite, per compensare interamente tra le parti le spese di giudizio. P.Q.M.
riunisce i ricorsi, li rigetta entrambi e compensa interamente tra le parti le spese di giudizio.

References: sentenza 
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 art. 2272
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 Cass. 
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 art. 324
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