Source: https://palermoprime.it/2018/09/22/larruffapopolo-la-guerra-a-colpi-di-lupara-tra-i-lavoratori-ed-il-feudo/
Timestamp: 2019-04-22 02:26:09+00:00

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L’ARRUFFAPOPOLO La guerra, a colpi di lupara, tra i lavoratori ed il feudo – Palermo Prime
L’ARRUFFAPOPOLO La guerra, a colpi di lupara, tra i lavoratori ed il feudo
Ultimo aggiornamento Set 22, 2018
La continua ricerca sull’opera e l’azione di Pasquale Cipolla, ha fatto si che fra le tante carte che sono riuscito a trovare e visionare, ve ne fossero alcune particolarmente interessanti e soprattutto inedite. “Arruffapopolo” è il nomignolo che venne affibbiato a Pasquale Cipolla da parte di coloro che ne avversarono le azioni e il pensiero, per fini ed interessi lontani da quelli prettamente politici o ideologici. Taluni lo ritennero infatti un subdolo agitatore delle masse e quindi un pericoloso sobillatore, i signori Cammarata ad esempio ritenevano che il Cipolla fosse guidato da sentimenti di odio nei confronti del feudo, e che quindi conducesse una personale battaglia a scopi prettamente politici e ideologici. I lavoratori di Campofelice e la maggior parte del popolo Campofelicese considerava, invece, Cipolla lo strenuo difensore dei diritti delle classi deboli, dei contadini, di chi insomma viveva in condizioni non agiate. Della lotta cruenta tra Cipolla e i Cammarata, sostenuti dal loro amministratore delle terre e sindaco dell’epoca ‘Nzulu Rao, abbiamo ampiamente trattato in altre ricerche, qui invece voglio raccontarvi alcuni episodi fin’ora a me sconosciuti, e penso non solo a me. I fratelli Cammarata di Corleone, il Barone Bernardo e il Cavaliere Leoluca, acquistarono la maggior parte del demanio ex feudale di Roccella dal Duca di Villarosa, con atto in notar Marchese e Mento di Palermo, stipulato il 23 maggio 1894. Appena divenuti acquisitori della proprietà, cominciarono a contrastare tutti i consueti usi dei cittadini di Campofelice, tra cui il pascolo sulle ristoppie. Il barone Cammarata aveva dato, nel giugno del 1896, ordini formali ai suoi impiegati affinché impedissero, anche con la forza, l’esercizio dell’uso civico di pascolo a secco nelle terre ex feudali, allora indivise tra lo stesso barone ed il fratello Cav. Leoluca, divisione che avvenne successivamente, il 25 febbraio 1902, con atto alle minute del notar Francesco Cammarata di Palermo. Avvenne che il giorno 25 giugno 1896, due cittadini Campofelicesi, tali Maiorca Salvatore e Gurrera Lorenzo si recarono, così come era loro consuetudine, in contrada Basalaci con i loro animali sulle ristoppie, Basalaci apparteneva al feudo Roccella e precisamente in quella quota che spettò, dopo la divisione, al Cav. Leoluca (Pistavecchia). I due, ignari di ciò che sarebbe loro accaduto da lì a poco, se ne stavano tranquilli con le loro due mucche ed una decina di pecore ciascuno, nei pressi del piccolo torrente “Basalaci” (dal nome della contrada). Si era già fatta l’ora di pranzo, per i due un semplice spuntino con pane e un pezzetto di pecorino, quando all’improvviso si avvicinarono due uomini a cavallo. Erano i “campieri” dei Cammarata, il loro atteggiamento mise un po’ di soggezione a Maiorca e Gurrera, i quali, appena si accorsero del loro arrivo, riposero pane e companatico nel “tascappano” (bisaccia) e si alzarono. I due salariati del Barone Cammarata erano Petrusa Salvatore e Salerno Antonino, i campieri nelle terre dell’ex feudo giravano armati, con fucile a canne mozze in spalla e stivali alla cavallerizza, immancabile il vestito di velluto marrone scuro a coste larghe e la tradizionale coppola nera. Il Salerno intimò ai due “casalara“ di prendere gli animali e uscire dalle terre del Barone, Lorenzo Gurrera fece segno al Maiorca di obbedire e cominciò a fischiare e gridare agli animali in modo da poterli indirizzare verso la via d’uscita, Maiorca era più giovane di Gurrera e quell’ordine gli parve un sopruso, non parlò ma alzando il capo all’indietro fece capire che non intendeva sottostare a quel dettame. L’altro campiere, tale Petrusa, era di temperamento focoso, scese da cavallo con un balzo e mise mano alla lupara, “…tinni vai chi boni o vo sentiri u ciauru ru chiummu…” ( te ne vai con le buone maniere o vuoi sentire l’odore del piombo). Gurrera pregò il Petrusa di riporre il fucile e gridò al compagno di sventura “…amuninni!…”, Salvatore Maiorca aveva 22 anni era “…testa caura…”, alla vista del fucile tirò fuori un revolver di marca tedesca, Masser o Mauser, facendo intuire al campiere Petrusa che non aveva paura e che non avrebbe lasciato le terre. Alla vista del revolver Salvatore Petrusa perse il controllo e fece fuoco ferendo al braccio sinistro Maiorca, il quale a sua volta rispose ferendo il campiere alla gamba. Gurrera e Salerno intervennero subito disarmando i duellanti e prestando loro le prime cure. L’arrivo degli altri Campofelicesi, che si trovavano nelle vicinanze, e delle Guardie Campestri in un secondo momento, riuscì a scongiurare il peggio, i due furono ammanettati e portati alla caserma dei Regi Carabinieri. Mai si era arrivati a tanto, i contadini di Campofelice, da tempo immemorabile, avevano sempre esercitato l’uso civico di pascolo sulle ristoppie. L’autorità municipale fece in quel frangente il suo dovere, da un canto seppe, senza “ricorrere alla truppa”, frenare il giusto risentimento della popolazione, sventando le male arti “di chi si era affrettato a descrivere presso il Sottoprefetto il paese in rivolta, sperando di sopprimere col terrore ogni diritto dei cittadini”; dall’altro, seppe tutelarne i diritti, sia richiamando sui fatti l’autorità tutoria, sia provvedendo di assistenza i due cittadini imputati ( Gurrera e Maiorca), more solito, di esercizio abusivo delle proprie ragioni. Dinanzi al Pretore di Cefalù, Antonino Anzalone, nel giudizio dibattutosi l’8 ottobre 1896, in contraddittorio col Barone Cammarata, costituitosi parte civile e difeso dall’ Avvocato Edoardo Arnò, fu luminosamente provata l’esistenza e l’esercizio dell’uso civico di pascolo dei cittadini di Campofelice da tempo immemorabile, conforme a quanto prescritto dalla norma sullo scioglimento delle promiscuità dell’11 dicembre 1844. Il Pretore di Cefalù, condannò il Maiorca ed il Petrusa a tre giorni di reclusione per l’uso delle armi, ma dichiarò di non farsi luogo a procedimento penale per l’imputazione di esercizio arbitrario, per inesistenza di reato, legittimando di fatto l’esercizio dell’uso civico di pascolo da parte dei cittadini di Campofelice. La sentenza è una vittoria su tutti i fronti per i Campofelicesi, difesi magistralmente dall’Arruffapopolo Cipolla, ne riportiamo alcuni passi: “…In fatto gli abitanti di Campofelice da moltissimi anni hanno esercitato la servitù di pascolo per gli animali nelle terre dell’ex feudo Basalaci, ora appartenente al Barone Cammarata. Quindi, dopo avere narrato i fatti svoltisi il 25 giugno in contrada Basalaci, accertando che il Petrusa ed il Salerno avevano agito in esecuzione degli ordini del Barone Cammarata, di opporsi allora e per la prima volta con la violenza, che i cittadini esercitassero il loro uso. Or nella specie è evidente che gl’imputati Gurrera e Maiorca si trovarono nella condizione di respingere la violenza, nel momento stesso in cui gli altri volevano impedire la continuazione del godimento di un diritto, e pertanto non violarono la legge penale. Il torto sta evidentemente dalla parte del proprietario delle terre, il quale ordinò ai suoi dipendenti di usare anche la forza per ostacolare quest’anno ai comunisti di Campofelice l’esercizio del diritto di pascolo, mentre se costoro, incontinenti, si mantennero nel possesso del diritto agirono legalmente …”. Ma il brillante magistrato, stigmatizzando l’opera del barone Cammarata, si spinge oltre: “…senza dubbio sarebbe comodo assai al barone Cammarata con una sentenza penale di condanna per il delitto in esame, incutere il timore nella massa e raggiungere l’ambito fine di liberare in fatto di una servitù i suoi vasti possedimenti di Roccella. Questa lusinghiera speranza lo avrà indotto ad insistere tanto su una querela assai poco fondata, coronata da una costituzione di parte civile; ma non è del pari comodo agli interessi della giustizia, uniformarsi alle vedute di lui…”. Che grande magistrato! Considerata l’epoca, la sentenza fu una pietra miliare su cui l’arruffapopolo Cipolla fondò la costruzione della sua grande opera di difesa e tutela dei lavoratori di Campofelice! Contro quella sentenza, che condannava il barone anche alle spese di giudizio, lo stesso propose appello presso la cancelleria della pretura di Cefalù in data 10 ottobre 1896, per mezzo del suo procuratore speciale Avv. Francesco Miceli Alaimo il quale si affrettò a far notificare, in data 6 novembre 1896, per mezzo dell’usciere Satariano, ai Signori Gurrera e Maiorca, pretendendo che la sentenza del Pretore Anzalone fosse revocata ai soli fini civili e fosse dichiarata la responsabilità degli appellati, per avere commesso esercizio arbitrario a mano armata in ex – feudo Pistavecchia, con la condanna ai danni ed alle spese del primo e del secondo giudizio. Il 14 novembre 1896 , dopo appena otto giorni dalla notifica, il barone inspiegabilmente rinunciava all’appello, non potendo provare nulla contro il diritto dei cittadini. La sentenza del Pretore Anzalone fu accolta dalla popolazione di Campofelice come inconfutabile prova del possesso dell’uso civico di pascolo ed ab immemorabili, i pochi notabili del paese, amici o stipendiati dal barone, la definirono inconcludente e da un delegato di polizia addirittura priva di qualsiasi valore. Pasquale Cipolla, passeggiando con alcuni lavoratori e due giovani universitari di Campofelice, parlando della sentenza così concludeva: “…a noi, ossequenti ai pronunziati dei magistrati, sembra incece, anzi lo è, la maggior prova dell’esistenza dell’uso civico di pascolo sulle ristoppie, esercitato dai cittadini di Campofelice nel demanio ex feudale, e siamo rimasti oltremodo sorpresi e addolorati del contegno delle autorità locali, che hanno sdegnato ogni chiarimento, adempiendo ad un solo mandato: strappare colla forza quanto il diritto aveva riconosciuto e concesso ed il magistrato sanzionato, e questo fia suggel ch’ogni uomo sganni ( Cipolla cita Dante, canto XIX Inferno)”.
dipinto dell’artista Campofelicese, Serafino Barbera
Il barone Cammarata aveva perso una battaglia della lunga guerra con i cittadini di Campofelice ed il loro difensore, definito dal barone in modo dispregiativo Arruffapopolo, ma era ben lungi dall’essere sconfitto e soprattutto non pensò mai di rassegnarsi ai fatti ed al diritto. Pochi anni dopo, nel 1898, i “Campofelicioti” attendevano come ogni anno che fosse mietuto il fieno nelle terre demaniali dei fratelli Cammarata, per esercitare il loro uso civico di pascolo sulle ristoppie. Il barone, che mal sopportava tale esercizio, pensò bene per quell’anno di mettere in esecuzione un mezzo per liberare il suo fondo dalla servitù che esercitavano i cittadini, ed appena mietuto il fieno fece bruciare le ristoppie, credendo che ciò facendo avrebbe impedito loro di esercitare l’uso, ma il rimedio per svincolare la proprietà fu peggiore del male. Era il 15 di maggio del 1898, doppiamente festivo per Campofelice, perché domenica e perché ricorreva la festa del SS. Crocifisso, la popolazione unanime si recò dal sindaco per protestare contro l’operato del barone Cammarata, invocando la tutela dei propri diritti. Il sindaco si mostrò pronto, in un primo momento, e messosi alla testa di un improvvisato corteo si recò in casa dell’avvocato Cipolla, sottoponendogli il quesito volto a chiarire se il barone poteva agire così come aveva fatto. Cipolla visto quell’assembramento, pubblicamente dichiarò che il barone era libero nella sua proprietà di fare quelli che più gli sembrava conveniente. I Campofelicesi, per quanto dubbiosi del linguaggio usato da Pasqualino Cipolla, certamente in urto con quanto dallo stesso affermato in precedenza, per il momento si calmarono. Era festa, Cipolla non era un credente, ma non volle turbare la tradizionale giornata di allegria e spensieratezza di quella ricorrenza. Nello stesso pomeriggio, però, lo stesso faceva pervenire al sindaco una lettera, nella quale dava a lui spiegazioni dell’operato precedente, al solo fine di evitare se non dei disordini, anche una lieve dimostrazione data la giornata festiva. Nella missiva il difensore dei lavoratori, ribadiva l’esistenza e l’esercizio dell’uso civico di pascolo, e che il Cammarata aveva agito illegalmente, contro i diritti dei cittadini, e in urto con la legge di P.S. Il giorno seguente, i lavoratori della terra, resi edotti della lettera, si recarono in massa a conferire con il sindaco il quale, costretto dall’evidenza, consentiva “…che la dimani andassero coi loro animali sulle terre del barone, dove era stato mietuto il fieno…”. Il sindaco era in evidente difficoltà, il giorno del Santissimo Crocifisso aveva usato lo stratagemma di scaricare su Cipolla la eventuale responsabilità di disordini, ma una volta che i cittadini erano stati informati della realtà dei fatti, non aveva altra scelta: doveva agire contro i Cammarata. Già! Si fa presto a dire e a pensare, il sindaco deve difendere i cittadini contro l’arroganza del barone, ma tra il dire e il fare si sa, c’è di mezzo il pane, proprio così, non il mare, il pane! Perché il povero sindaco era alle dipendenze del barone Cammarata, era un suo stipendiato per cui, in quei giorni, aveva perso il sonno e anche l’appetito. La mattina del 16 maggio oltre cento cittadini, coi loro animali, disarmati, (tale era stata la prescrizione data in pubblica riunione, dal presidente della locale Lega dei Lavoratori) recavansi nelle terre del barone Cammarata, in contrada Basalaci, ed ivi giunti mettevano al pascolo sulle ristoppie di fieno i loro animali, senz’alcuno ostacolo od impedimento da parte dei campieri del barone. “…faceva parte della comitiva il figlio dello stesso sindaco, unitamente a vari consiglieri comunali tra cui un assessore, ed a molte persone notoriamente ligie al sindaco come autorità e come persona, quali i componenti delle famiglie Di Maggio e Imburgia …”. Il sindaco si trovava nel casamento di Roccella, con il cav. Leoluca Cammarata, il quale ignaro del consenso che il sindaco aveva dato ai cittadini, mandò un suo impiegato ad avvisare le guardie campestri della nuova invasione. Intanto si era fatta l’una, e il Cavaliere Cammarata doveva recarsi alla stazione ferroviaria per prendere il diretto delle 14, che lo avrebbe riportato in Palermo. Solo allora il Cavaliere venne a conoscenza del consenso che il sindaco aveva dato, affinché i cittadini di Campofelice si recassero nelle terre di Basalaci per esercitare il loro uso civico di pascolo. E fu lì che il Cavaliere riprese malamente e pubblicamente il sindaco, ordinandogli di riparare al misfatto, riscontrando nello stesso un’offesa personale e andando in escandescenze contro l’operato dei cittadini. Mentre il treno muoveva lentamente verso Palermo, tra il rumore e il fumo, il povero sindaco non capì bene le ultime parole proferite dal Cavaliere che si era affacciato dal finestrino, gridando, non certo per salutarlo. Sta di fatto che alle 14,10, dallo scalo ferroviario di Campofelice, fu spedito il seguente telegramma: “…cittadini invasero terre cav. Cammarata ritenendo esercitare uso pascolo terreni a fieno, Temonsi disordini…”. Il telegramma portava la firma di un assessore che era assente, e richiedeva l’intervento della forza pubblica. Quella sera stessa, di quel giorno fatale, in seguito a quel telegramma, delegati di P.S., guardie e carabinieri invasero il tranquillo comune di Campofelice, seguiti a breve distanza da mezza compagnia di soldati al comando del Capitano Bifulco. Fu un periodo oscuro per i Campofelicesi, la lotta per l’esercizio dei propri diritti si era fatta aspra e senza esclusione di colpi. Da un lato la pretesa dei Cammarata di sbarazzarsi di Cipolla, ritenuto un pericoloso sobillatore di masse, cioè un Arruffapopolo, dall’altro i cittadini di Campofelice che ritenevano Pasquale Cipolla il loro paladino. “…per alcuni fu ritenuto un sobillatore sovversivo, mentr’egli altri non era che l’assertore dei tempi nuovi…” (Giornale l’Ora di Palermo, 1911).

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