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Timestamp: 2019-07-16 12:08:11+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 29 maggio 2019, n.23891
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MARTEDÌ 16 LUGLIO AGGIORNATO ALLE 14:8
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 29 maggio 2019, n.23891MASSIMA
Sussiste il falso innocuo quando l’infedele attestazione è del tutto irrilevante ai fini del significato dell’atto e del suo valore probatorio e, pertanto, non esplica effetti sulla sua funzione documentale e l’innocuità deve essere valutata non con riferimento all’uso che dell’atto falso venga fatto, ma avendo riguardo all’idoneità dello stesso ad ingannare comunque la fede pubblica e l’affidamento che i terzi possono fare su quanto da esso risulti, non solo con riferimento al suo contenuto intrinseco ma anche alla sua provenienza.
La Corte di Appello di Catanzaro, in riforma della sentenza del Tribunale di Cosenza di condanna di un comandante dei Carabinieri, assolveva il predetto dai reati, a lui ascritti, di cui all’art. 476 c.p., comma 2 e art. 328 c.p., perché il fatto non sussiste. Pertanto, il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Catanzaro e la parte civile proponevano ricorso per Cassazione, denunciando violazione di legge, atteso che le false firme apposte su un verbale di notifica di un provvedimento di custodia cautelare costituivano offesa alla fede pubblica e, pertanto, il falso commesso dall’imputato non poteva essere considerato innocuo.
Un Comandante dei Carabinieri, nell’esercizio delle sue funzioni, aveva redatto il verbale di notifica del provvedimento di sottoposizione alla misura cautelare degli arresti domiciliari, contraffacendo la firma dei due marescialli, anch’essi in servizio presso la sua stazione Carabinieri, i quali non erano presenti alla redazione del predetto verbale: risponde di falso o tale condotta integra un’ ipotesi di falso innocuo? A tale interrogativo la Suprema Corte è chiamata a rispondere nella sentenza in epigrafe. Nell’occasione i giudici di legittimità, contrariamente alla conclusione interpretativa della Corte catanzarese, evidenziano che sussiste il falso innocuo nei casi in cui l’infedele attestazione (nel falso ideologico) o l’alterazione (nel falso di falso materiale) siano del tutto irrilevanti ai fini del significato dell’atto e del suo valore probatorio e non esplicano effetti sulla sua funzione documentale, non dovendo l’innocuità essere valutata con riferimento all’uso che dell’atto falso venga fatto. In altri termini, l’innocuità deve essere valutata non con riferimento all’uso che dell’atto falso venga fatto, ma avendo riguardo all’idoneità dello stesso ad ingannare comunque la fede pubblica e l’affidamento che i terzi possono fare su quanto da esso risulti, non solo con riferimento al suo contenuto intrinseco ma anche alla sua provenienza. Pertanto, difficilmente può rivelarsi irrilevante sotto il profilo documentale non solo la circostanza che un documento pubblico - nel caso di specie il verbale di un pubblico ufficiale - sia stato posto in essere da un soggetto in luogo di un altro, sia pure con la medesima qualifica, ma anche quella secondo cui l’atto risulti proveniente anche da soggetti ulteriori che in realtà non hanno partecipato all’atto, risultando tradita in entrambi i casi la stessa natura pubblica dell’atto medesimo.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 29 maggio 2019, n.23891 - Pres. Sabeone – est. Sessa
Segnatamente il C. , nella sua qualità di Comandante della stazione dei Carabinieri di (...), nell’esercizio delle sue funzioni, aveva redatto il verbale di notifica del provvedimento di sottoposizione alla misura cautelare degli arresti domiciliari a carico del Ce. (misure emessa in aggravamento del divieto di dimora), contraffacendo la firma dei due agenti di P.g., maresciallo S.A. e maresciallo R.F. , anch’essi in servizio presso la stazione Carabinieri di (...), i quali non erano presenti alla redazione del predetto verbale e dunque non avevano preso parte all’attività di sottoposizione del Ce. alla misura cautelare domiciliare.
Ciò nonostante, la Corte territoriale nella sentenza impugnata afferma: 'Premesso che sussiste il falso innocuo quando l’infedele attestazione (nel falso ideologico) o la compiuta alterazione (nel falso materiale) sono del tutto irrilevanti ai fini del significato dell’atto e del suo valore probatorio e pertanto non esplicano effetti sulla funzione documentale, nel caso di specie l’apposizione sul verbale delle firme false del S. e del R. , due marescialli dei carabinieri, si è tradotta esclusivamente nella inveritiera attribuzione della paternità dell’atto a questi ultimi e non ha dunque inciso sulla verità sostanziale che lo stesso era diretto a provare consistente nell’esecuzione del provvedimento cautelare. D’altronde - continua la Corte - il verbale di cui all’art. 293 c.p.p. ha natura ricognitiva degli adempimenti esecutivi compiuti che nel caso di specie risultano formalmente e materialmente riconducibili al solo imputato, il quale, nel consegnare al Ce. copia del provvedimento cautelare, ha redatto in proprio la relata di notifica apposta sullo stesso atto, adempimento da ritenersi di essenziale rilevanza nell’ambito del procedimento esecutivo de quo.' (cfr. pagina 5 della sentenza impugnata).
1.1. Innanzitutto, con riferimento al reato di falso, secondo la sentenza impugnata la falsità commessa dal C. sarebbe innocua perché: 'premesso che sussiste il 'falso innocuo' nei casi in cui l’infedele attestazione (nel falso ideologico) o l’alterazione (nel falso di falso materiale) siano del tutto irrilevanti ai fini del significato dell’atto e del suo valore probatorio e non esplicano effetti sulla sua funzione documentale, nel caso di specie l’apposizione sul verbale delle firme false del S. e del R. , (due marescialli dei carabinieri), si è tradotta esclusivamente nella inveritiera attribuzione della paternità dell’atto a questi ultimi e non ha dunque inciso sulla verità sostanziale che lo stesso era diretto a provare consistente nell’esecuzione del provvedimento cautelare. D’altronde - continua la Corte - il verbale di cui all’art. 293 c.p.p. ha natura ricognitiva degli adempimenti esecutivi compiuti che nel caso di specie risultano formalmente e materialmente riconducibili al solo imputato, il quale, nel consegnare al Ce. copia del provvedimento cautelare, ha redatto in proprio la relata di notifica apposta sullo stesso atto, adempimento da ritenersi di essenziale rilevanza nell’ambito del procedimento esecutivo de quo.' (cfr. pagina 5 della sentenza impugnata).
In altri termini si ritiene che non resti privo di valore il fatto che la falsa attestazione non fosse utile a far conseguire ulteriore rilievo giuridico all’atto che comunque avrebbe conseguito il suo effetto anche con la sola attestazione della presenza dell’unico verbalizzante realmente presente, ovvero il C. , perché ciò che rileva sarebbe, in buona sostanza, lo scopo, l’uso, cui l’atto è preordinato; in tal modo si finisce però con l’affermare, non solo, che non rilevi il contenuto in sé dell’atto e, quindi, di per sé, la falsa attestazione in esso contenuta, ma anche che non rilevi l’eventuale idoneità dell’atto falso ad ingannare comunque la fede pubblica (laddove esso rileva di là della peculiare valenza probatoria dell’atto così formato, anche ed eventualmente a fini diversi da quello per il quale il documento è stato predisposto; ed invero, questa Corte ha già avuto modo di chiarire come il falso sia irrilevante quando non accresce in alcun modo la valenza probatoria dell’atto, e non anche quando l’atto stesso potrebbe esplicare una qualche efficacia pure in assenza della falsificazione, attestando ad es. in modo ingannevole l’esistenza in vita o la presenza dell’interessato in una certa data od in un certo luogo. Nel caso oggetto dell’impugnazione in esame, in realtà, nel corpo dell’atto si parla anche, proprio, al plurale, si dice 'noi' laddove gli altri due marescialli erano assenti per essersi già allontanati dalla sede di servizio, ed in definitiva si attesta essere avvenute le circostanze indicate nell’atto medesimo alla presenza anche degli assenti, dei quali sono infine apposte le firme false.).
Si deve, invero, più in generale osservare che, contrariamente alla conclusione interpretativa della Corte catanzarese, sussiste il 'falso innocuo' nei casi in cui l’infedele attestazione (nel falso ideologico) o l’alterazione (nel falso di falso materiale) siano del tutto irrilevanti ai fini del significato dell’atto e del suo valore probatorio e non esplicano effetti sulla sua funzione documentale, non dovendo l’innocuità essere valutata con riferimento all’uso che dell’atto falso venga fatto. (Fattispecie di ravvisata integrazione dei reati di falsità ideologica e falsità materiale commessa dal privato in atto pubblico in relazione ad una falsa denuncia di smarrimento di biglietti aerei emessi per ragioni di servizio in favore di due agenti di P.S., recante inoltre la falsa apposizione da parte dell’imputato della sottoscrizione dell’altro intestatario, sebbene si trattasse di atto non utile a conseguire il rimborso dei titoli di viaggio Sez. 5, Sentenza n. 2809 del 17/10/2013 Ud. (dep. 21/01/2014) Rv. 258946).
La giurisprudenza di questa Sezione, tradizionalmente, facendo applicazione dell’art. 49 c.p., distingue, in tema di falso, l’inidoneità della azione, che ricorre nel cosiddetto falso 'grossolano', nel falso, cioè, che per essere macroscopicamente rilevabile, non è idoneo a trarre in inganno alcuno, dall’inesistenza dell’oggetto, che ricorre nel cosiddetto falso c.d. 'inutile', nel falso, cioè, che cade su un atto, o su una parte di esso assolutamente privo di valenza probatoria (Sez. 5, n. 11498 del 05/07/1990, Casarola, Rv. 185132).
Con riferimento specifico al c.d. 'falso innocuo', si è ancora precisato che esso ricorre quando 'determina un’alterazione irrilevante ai fini dell’interpretazione dell’atto, non modificandone il senso' (Sez. 5, n. 38720 del 19/06/2008, Rocca, Rv. 241936) o, in altri termini, quando l’infedele attestazione (nel falso ideologico) o l’alterazione (nel falso materiale) non esplicano effetti sulla funzione documentale dell’atto stesso di attestazione dei dati in esso indicati (Sez. 5, n. 35076 del 21/04/2010, Immordino, Rv. 248395).
1.2. Talché deve concludersi che sussiste il 'falso innocuo' quando l’infedele attestazione, nel falso ideologico, è del tutto irrilevante ai fini del significato dell’atto e del suo valore probatorio e, pertanto, non esplica effetti sulla sua funzione documentale, funzione documentale che non è solo quella immediatamente riconducibile alla natura dell’atto e allo scopo per il suo tramite realizzato, essendo la funzione documentale dell’atto pubblico, e a maggior ragione di quello fidefaciente, non circoscrivibile al suo contenuto inteso in senso stretto, funzionalmente e strettamente correlato, cioè, allo specifico atto posto in essere, non essendo questo scindibile dal complessivo contesto probatorio-documentale in cui si inserisce, che è, a ben vedere, quello che gli conferisce il crisma della sua stessa natura pubblica nella parte in cui dà atto della sua provenienza da un determinato pubblico ufficiale, o contribuisce, comunque, a dargli tale valenza (così ad esempio la indicazione della data o del luogo possono anch’essi assumere rilievo documentale sotto il profilo penale laddove frutto di dolosa falsificazione, sebbene possa non rilevare ai fini dell’uso dell’atto, inteso, in senso stretto, funzionalmente correlato all’atto medesimo, che esso sia stato compiuto in un determinato giorno o luogo); con la conseguenza che l’innocuità deve essere valutata non con riferimento all’uso che dell’atto falso venga fatto, ma avendo riguardo all’idoneità dello stesso ad ingannare comunque la fede pubblica e l’affidamento che i terzi possono fare su quanto da esso risulti, non solo con riferimento al suo contenuto intrinseco ma anche alla sua provenienza, potendo difficilmente rivelarsi irrilevante sotto il profilo documentale non solo la circostanza che un documento pubblico - nel caso di specie il verbale di un pubblico ufficiale - sia stato posto in essere da un soggetto in luogo di un altro, sia pure con la medesima qualifica, ma anche quella secondo cui l’atto risulti proveniente anche da soggetti ulteriori che in realtà non hanno partecipato all’atto, risultando tradita in entrambi i casi la stessa natura pubblica dell’atto medesimo (detta conclusione è ancora più chiara se si rammenta che, nella esegesi delle disposizioni che puniscono i falsi, è stato sempre usato come criterio discretivo il fatto che la condotta incriminata abbia o meno messo in pericolo il bene della pubblica fede; e che ciò che rileva ed è sufficiente è il dolo generico e giammai potrebbe assumere rilevanza il motivo della falsità; di talché, insindacabile il motivo della falsa attestazione, ciò che rileva non può che essere la consapevole e volontaria falsità dell’attestazione medesima).
Si rimanda, in particolare, alle circostanze emergenti dai rispettivi atti e verbali dibattimentali allegati al ricorso della parte civile (di cui si dirà, nel dettaglio, in seguito), che non appaiono correttamente e/o adeguatamente valutate dalla Corte territoriale, che si è limitata ad affermare ed osservare al riguardo, che '... ' il movente' (riferito dal S. ) che ha informato le conclusioni del primo giudice non abbia trovato conferma nelle deposizioni testimoniali rese dagli altri militari in servizio presso la Stazione di XXXX, i quali hanno escluso l’esistenza di rapporti personali tra il C. e il Ce. tali da giustificare il ventilato trattamento di favore (l’imputato avrebbe consentito al cautelato di non subire controlli per tutto il fine settimana). Risulta inoltre provato che l’imputato il 16 gennaio 2010 ha redatto la comunicazione di vigilanza indirizzata alla stazione di Montalto Uffugo e per conoscenza al Comando di Rende imbucandola nelle rispettive caselle postali dell’alveare utilizzato per le comunicazioni interne, giustificando l’adozione di tale sistema sulla scorta delle proprie limitate capacità di uso del fax e della Pec, spiegazione che non risulta smentita dalle altre risultanze dibattimentali, che hanno dato atto di come il militare solitamente incaricato delle comunicazioni telematiche (l’appuntato Ca. ) e quello che ha poi trasmesso il fax in data 19.1.2010 (l’appuntato Z. ) nella giornata del 16.1.2010 (sabato) non fossero in servizio. E detto sistema di comunicazione interna, secondo il dichiarato del comandante di compagnia A. , non solo non si è rivelato del tutto inefficace, atteso che l’atto, pervenuto presso la stazione di Montalto Uffugo, non è stato protocollato in ingresso a causa di disfunzioni interne all’ufficio, ma all’epoca non era neanche desueto, potendo accadere che venisse utilizzato per qualunque tipo di comunicazione nei casi di scarsa dimestichezza con lo strumento della posta elettronica o negligenza e superficialità dell’operante. D’altronde, la comunicazione de qua - conclude la corte territoriale- in data 18 gennaio 2010 è stata ritirata presso la compagnia di Rende dai c.c. della Stazione di San Pietro in Guarano, i quali tuttavia risultavano territorialmente incompetenti in ordine alla vigilanza della misura. Pertanto pur risultando irrilevante che la stazione di Montalto Uffugo fosse stata diversamente notiziata della misura, occorrendo per l’attivazione della vigilanza la comunicazione dell’esecuzione dell’ordinanza cautelare, deve escludersi che l’imputato abbia rifiutato indebitamente tale atto, avendo adottato un sistema poco praticato ma non desueto o contrario alla legge '.
In definitiva la Corte, nel fondare la propria decisione sui motivi sopra indicati - gli unici posti a fondamento dell’assoluzione dal reato di rifiuto di atti di ufficio - ha finito con l’omettere di valutare i decisivi elementi probatori che descrivono, invece, l’omissione in tutte le sue sfaccettature e depongono, piuttosto, per l’assoluta urgenza della comunicazione, oltre che per l’assoluta inverosimiglianza della, pur valorizzata, incapacità del C. di adoperare quanto meno un fax (o un telefono), peraltro dallo stesso C. non sostenuta in termini assoluti, ma limitatamente agli allegati (il teste B. comandante di (...) ebbe peraltro a riferire in dibattimento che in realtà il C. si era giustificato con lui per il mancato inoltro dicendo di non aver fatto in tempo e che era stata una mera svista, cfr. sul punto sia il verbale dibattimentale allegato dalla difesa che la sentenza di primo grado).

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