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Timestamp: 2018-10-19 03:43:29+00:00

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Come fare causa ai genitori
9 maggio 2017 | Autore: Carlos Arija Garcia
I diritti che il figlio può difendere davanti ad un giudice: dalle accuse di violenza sessuale e psicologica o di maltrattamenti, alla gestione dei suoi beni.
Tutto ha inizio il giorno del matrimonio. Il sacerdote, o il sindaco o assessore che sia se le nozze si celebrano con rito civile, legge una serie di articoli del codice civile che impegnano gli sposi a rigare dritto tra di loro e con i propri figli. L’impegno, a quel punto, diventa ufficiale. Chi sgarra, paga.
Può succedere così che un giorno i figli si rivoltino contro i genitori perché non rispettano gli impegni presi il giorno del fatidico «sì». Quali sono questi impegni? Che cosa può portare un figlio a denunciare il padre o la madre o entrambi chiedendo un risarcimento o di essere portati via da casa? E come fare causa ai genitori?
1 I diritti dei figli
2 Se viene a mancare la responsabilità genitoriale
3 L’amministrazione dei beni dei figli
4 L’usufrutto legale
5 Le conseguenze di una causa civile ai genitori
6 Fare causa penale ai genitori
7 La causa ai genitori per violenza sessuale
8 Fare causa ai genitori per violenza psicologica
9 Fare causa ai genitori per stalking
10 Fare causa ai genitori per violenza fisica
Il codice civile offre un lungo elenco di motivi per cui si può fare causa ai genitori quando questi non rispettano gli impegni presi verso i figli. A cominciare dall’articolo che sancisce i diritti (ma anche i doveri) del figlio [1]. Vediamo.
Il figlio ha diritto ad essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni. Significa che non solo bisogna garantirgli qualcosa sulla tavola ogni giorno (finché umanamente si può), mandarlo a scuola, insegnargli la buona educazione ed appoggiarlo quando moralmente è in difficoltà. Ma è un obbligo dei genitori anche lasciare che prenda la strada verso la quale è portato. Nel momento in cui papà e mamma impongono al figlio di diventare o di «fare da grande» quello che non vuole, quello per cui non è portato o che non rientra «nelle sue inclinazioni naturali e nelle sue capacità» il figlio può fare causa ai genitori per non aver rispettato quello che il codice civile stabilisce.
Lo stesso articolo, inoltre, precisa che il minore che abbia compiuto 12 anni o che sia anche più piccolo ma con capacità di discernimento (di intendere e di volere, insomma), deve essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano. Per fare un esempio banale, se a quell’età decide per il Liceo artistico perché da grande vuole fare lo scultore, non si può pretendere che faccia il Classico.
Il figlio, infine, ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.
Qualche dovere c’è, comunque: il figlio deve rispettare i genitori e contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa.
Se viene a mancare la responsabilità genitoriale
Il figlio può fare causa ai genitori anche quando questi mancano alle proprie responsabilità, non rispettando i diritti appena elencati.
Può succedere, però, che tra i genitori non ci sia un accordo su come crescere il proprio figlio e che il padre o la madre insistano sulla propria linea. Sulle questioni di particolare importanza ciascuno di loro può ricorrere ad un giudice e spiegare il proprio punto di vista [2]. Il magistrato sentirà i genitori ed anche il figlio (sempre se dodicenne o, se più piccolo, con capacità di discernimento), proporrà una mediazione e, se il contrasto permane, attribuirà ad uno dei genitori il potere di decisione nell’interesse del minore.
La responsabilità genitoriale di entrambi i genitori non cessa a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio [3].
L’amministrazione dei beni dei figli
Altro motivo per cui si può fare causa ai genitori: i soldi o i beni che appartengono ai figli ma che vengono amministrati dal padre o dalla madre o da entrambi. Il codice civile, infatti, così lo prevede fino alla maggiore età o l’emancipazione del minore [4]. Gli atti di ordinaria amministrazione, esclusi i contratti con i quali si concedono o si acquistano diritti personali di godimento, possono essere compiuti disgiuntamente da ciascun genitore.
Ci sono una serie di vincoli per l’amministrazione dei beni dei figli che, se non vengono rispettati, possono dare adito ad una causa ai genitori. Questi ultimi non possono:
accettare o rinunciare ad eredità o legati;
accettare donazioni;
procedere allo scioglimento di comunioni;
contrarre mutui o locazioni della durata superiore ai nove anni o compiere altri atti eccedenti la ordinaria amministrazione né promuovere, transigere o compromettere in arbitri giudizi relativi a tali atti, se non per necessità o utilità evidente del figlio dopo autorizzazione del giudice tutelare;
riscuotere dei capitali senza l’autorizzazione del giudice tutelare, il quale ne determina l’impiego;
acquistare direttamente o tramite terze persone, neppure all’asta pubblica, i beni ed i diritti dei figli [6];
diventare cessionari di qualche ragione o credito verso il minore.
E se ci sono dei conflitti per interessi patrimoniali? Il figlio può fare causa ai genitori davanti al giudice tutelare, il quale provvederà alla nomina di un curatore speciale [5]. Se il conflitto sorge tra i figli e uno solo dei genitori esercenti la responsabilità genitoriale, la rappresentanza dei figli spetta esclusivamente all’altro genitore.
Una cosa è partecipare alla vita e agli oneri della famiglia ed un’altra ben diversa è «tutto quello che è tuo dev’essere anche mio». E’ vero che i genitori hanno in comune l’usufrutto legale dei beni del figlio fino alla maggiore età o l’emancipazione del ragazzo [7] ma è altrettanto vero che ci sono alcuni beni che non rientrano in questo diritto di usufrutto. Il solo fatto di metterci le mani può essere un motivo per fare causa ai genitori.
Non sono soggetti ad usufrutto legale i beni:
acquistati dal figlio con i proventi del suo lavoro;
lasciati o donati al figlio per studiare o con la condizione che i genitori non ne abbiano l’usufrutto (condizione che, però, non ha effetto per ciò che spetta al figlio a titolo di legittima);
pervenuti al figlio per eredità, legato o donazione e accettati nell’interesse del figlio contro la volontà dei genitori. Se uno solo di essi era favorevole all’accettazione, l’usufrutto legale spetta esclusivamente a lui.
Le conseguenze di una causa civile ai genitori
Di motivi, dunque, per fare causa ai genitori davanti ad un Tribunale civile ce ne sono. Nel caso in cui il figlio, un altro parente o il pubblico ministero decida di rivolgersi ad un giudice tutelare per difendere i propri diritti, quali possono essere le conseguenze?
Il giudice può far decadere la responsabilità genitoriale quando il padre o la madre o entrambi violano e trascurano i loro doveri o abusano del loro potere con grave pregiudizio del figlio [8]. Può anche determinare l’allontanamento del figlio dalla residenza familiare o l’allontanamento del genitore che maltratta o abusa del minore. Lo steso vale in caso di condotta pregiudizievole al figlio [9].
Nel momento in cui cessino le ragioni per cui il giudice ha preso tali decisioni e, soprattutto, cessi il pericolo di pregiudizio per il figlio, la responsabilità genitoriale può essere reintegrata.
Se il patrimonio del minore è amministrato male e si decide di fare causa ai genitori, il giudice può dettare le condizioni a cui i genitori devono attenersi oppure può rimuovere entrambi o uno solo di dall’amministrazione stessa e privarli, in tutto o in parte, dell’usufrutto legale [10].
Se il giudice dispone la rimozione di entrambi i genitori, l’amministrazione dei beni del minore viene affidata ad un curatore speciale.
Il Tribunale provvede in camera di consiglio, assunte informazioni e sentito il pubblico ministero. Dispone, inoltre, l’ascolto del figlio minore che abbia compiuto i 12 anni (o ancora minore ma con capacità di discernimento) [11]. Il minore viene sentito dal presidente del Tribunale o dal giudice delegato, a meno che l’audizione sia in contrasto con l’interesse del ragazzo. Il giudice si può avvalere di esperti o di altri ausiliari per l’ascolto del minore e decidere se all’audizione possono partecipare i genitori, il curatore speciale o i difensori delle parti.
Se il provvedimento è richiesto contro il genitore, questi deve essere sentito.
Infine, il giudice tutelare è tenuto a vigilare sull’osservanza delle condizioni stabilite dal Tribunale per l’esercizio della responsabilità genitoriale e per l’amministrazione dei beni [12].
Fare causa penale ai genitori
Ci sono, però, dei motivi ben più gravi per fare causa ai genitori. Sono quei casi in cui subentra la violenza psicologica o l’abuso sessuale. C’è perfino chi decide di portare madre e padre davanti ad un giudice perché non vengono accettati i propri orientamenti sessuali o per problemi di stalking.
Di fronte a questi episodi non c’è che rivolgersi alla giustizia ordinaria, con l’aiuto di un avvocato oppure di un’associazione, se ad essere protagonisti delle violenze sono dei minori o delle persone che non osano esporsi più di tanto, magari per paura di ritorsioni immediate. Associazioni che si occupano di intervenire denunciando, segnalando, accertando o trattando direttamente casi di abuso sessuale, di maltrattamento fisico, psicologico, trascuratezza, violenza assistita a danno di minori o di adulti.
La causa ai genitori per violenza sessuale
La violenza sessuale subìta da un figlio o da una figlia da uno dei genitori (o da entrambi, quando l’altro è consenziente o complice dell’abuso) viene punita dal codice penale con la reclusione da 5 a 10 anni [13]. La Cassazione conferma la gravità di questo reato con una sentenza in cui osserva che «ponendo in essere quella condotta, il genitore lede la libertà di autodeterminazione sessuale del figlio, determinando uno sviamento della funzione di accudimento e di protezione tipica della figura genitoriale» [14]. Non solo: sempre la Suprema Corte ricorda in un’altra sentenza che «deve ritenersi responsabile di concorso nel reato di violenza sessuale continuata commesso da un padre nei confronti di una figlia minore la madre di quest’ultima, la quale, benché consapevole dei fatti, ometta sistematicamente di denunciarli e di chiedere l’intervento dell’autorità, limitandosi invece ad esortare la vittima alla sopportazione e al perdono» [15].
Fare causa ai genitori per violenza psicologica
La violenza psicologica è un altro dei motivi che ha indotto qualche figlio a fare causa ai genitori. Per violenza psicologica si intende quella serie di atteggiamenti intimidatori o minacciosi, vessatori e denigranti, da parte dei genitori (o di uno di loro) verso il figlio. Atteggiamenti che, nel quotidiano, si possono tradurre in rifiuto del figlio, aggressione, sopraffazione, isolamento, sottomissione, abuso di potere, annientamento, ecc. Condotte che, qualche volta, portano il figlio a perdere la propria autostima o, nei casi più gravi, all’autolesionismo, alla distruzione morale, alla malattia mentale o al suicidio.
Ecco perché è possibile inquadrare la violenza psicologica in quegli articoli del codice penale che puniscono la violenza privata, la minaccia, le lesioni che provocano una malattia del corpo o della mente, l’abuso dei mezzi di correzione e di disciplina, i maltrattamenti in famiglia e, nel caso dell’isolamento forzato, il sequestro di persona.
C’è stato un caso, però, poco abituale in cui un figlio ha fatto (e vinto) una causa ai genitori per violenza psicologica. Si tratta di un uomo di Rimini, un pescatore, condannato per maltrattamenti per avere sgridato il figlio che non studiava. Stanco di vedere il figlio perennemente bocciato, lo aveva rimproverato più volte. Il ragazzo, secondo il padre, passava le giornate davanti ai videogiochi o al computer, quando non era a letto. Per questo lo aveva richiamato più volte senza – a suo dire – avere mai mosso le mani. Il figlio, invece, insieme alle due sorelle e alla madre, aveva denunciato il padre per maltrattamenti. Risultato: il Tribunale di Rimini ha condannato il genitore a 16 mesi di reclusione e ad una provvisionale di 5.000 euro per aver sgridato – e dunque psicologicamente vessato – il figlio. Il pescatore non è andato in galera, ma ha dovuto pagare i 5.000 euro. E, probabilmente, è stato costretto anche a mangiarsi il fegato, tra un tonno, un merluzzo e qualche gamberetto.
Fare causa ai genitori per stalking
Più difficile fare causa ai genitori per la loro eccessiva invadenza nella vita privata dei figli. Il Tar della Lombardia, ad esempio, ha annullato alcuni anni fa la decisione del Questore di Pavia di ammonire una mamma ritenuta troppo ingerente dal figlio, il quale, appunto, l’aveva denunciata per stalking. Per il Tar, il fatto che la donna stesse troppo addosso al ragazzo (andato, ormai, a vivere da solo e costretto, addirittura, a cambiare casa e numero di cellulare) non rientra in quanto disposto dalla legge sullo stalking, che – secondo il Tribunale amministrativo – non può essere utilizzata come strumento «per ingerirsi in situazioni di pura conflittualità familiare, per quanto esasperate».
Che cosa dice, invece, il codice penale? Dice che, salvo che il fatto non costituisca più grave reato, chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta qualcuno in modo da provocare un perdurante e grave stato d’ansia o di paura o un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto da costringerlo a cambiare abitudini di vita è punito con la reclusione da 6 mesi a 5 anni. La pena aumenta se il fatto è commesso da un parente stretto oppure attraverso strumenti informatici o telematici. Ed aumenta fino alla metà se la vittima dell’atto persecutorio è un minore [16]. Ci deve essere, quindi, un «perdurante e grave stato d’ansia o di paura» tale da costringere la vittima a cambiare abitudini di vita.
Come fare causa ai genitori per stalking? Tramite una querela da presentare entro 6 mesi dall’atto persecutorio.
Fare causa ai genitori per violenza fisica
Far del male o spaventare i figli può scatenare una causa ai genitori. Non solo quando si alzano le mani contro i ragazzi provocando delle lesioni, ma anche quando c’è un contatto fisico mirato a spaventarli: spingerli, strattonarli, rompere un oggetto vicino a loro, prenderli per il collo.
Il codice penale interviene in questi casi punendo le lesioni personali, per percosse, i maltrattamenti, l’abuso dei mezzi di correzione e di disciplina attuati con violenza, fino al tentato omicidio o all’omicidio, nel casi più estremi.
[1] Art. 315 cod. civ.
[3] Art. 317 cod. civ.
[4] Art. 320 cod. civ.
[5] Art. 321 cod. civ.
[6] Art. 323 cod. civ.
[7] Art. 324 cod. civ.
[8] Art. 330 cod. civ.
[9] Art. 333 cod. civ.
[10] Art. 334 cod. civ.
[11] Art. 336 cod. civ.
[12] Art. 337 cod. civ.
[13] Art. 609-bis cod. pen.
[14] Cass. sent. n. 1190/2008.
[15] Cass. sent. n. 40712/2001.
[16] Art. 612-bis cod. pen.

References: sentenza 
 sentenza 
 Art. 315
 Art. 317
 Art. 320
 Art. 321
 Art. 323
 Art. 324
 Art. 330
 Art. 333
 Art. 334
 Art. 336
 Art. 337
 Art. 609
 Cass. 
 Cass. 
 Art. 612