Source: http://enricomariaradaelli.it/emr/aureadomus/convivium/convivium_la_chiesa_ribaltata_estratti1.html
Timestamp: 2018-12-11 18:02:06+00:00

Document:
- §§ 19, 20 e 21 (SUL PLURALE MAIESTATIS PAPALE.) -
(§ 4, p. 18-22).
SE LA SEDE APOSTOLICA POSSA ESSERE GIUDICATA:POSSIBILITà, CONDIZIONI E LIMITI.
« Prima Sedes – si dice – a nemine iudicatur »: “La Sede Apostolica non può esser giudicata da alcuno” (Codex Iuris Canonici, can. 1404). Con tale sentenza però Alcuino, l’antico suo autore, ricordava al suo re Carlo Magno non già che nessun intelletto possa formulare un giudizio razionale sui suoi atti, ma solo che nessun tribunale possa emettere una sentenza su un Romano Pontefice. Le due cose non coincidono.
Il cattolicesimo è l’unica religione che ha il privilegio di basarsi sulla realtà. Se un malfattore compie una cattiva azione, non solo la coscienza lo rimorde, ma ogni testimone è – deve essere e non può esimersi dall’esserlo, a meno che l’atto sia per lui di difficile lettura – giudice di quella azione, e, sempre per rispetto della realtà, ha il dovere di deferirla a un tribunale, pur non potendo egli stesso emettere una sentenza che, passando in giudicato, condanni e sanzioni il reo.
Da ciò si capisce che quando don Matteo Graziola (Il Foglio, 1-11-13) accusa Gnocchi e Palmaro di non essere solo « duri critici » del Papa, ma veri e propri suoi « giudici », dice bene, da una parte, perché l’atto sillogistico dell’intelletto è proprio quello di compiere un giudizio sulla realtà, ma dice male, dall’altra, allorché vorrebbe con ciò insinuare che i due hanno voluto nascondere dietro un paravento “critico” un “giudizio” in verità a loro precluso: no, i due sono ‘giudici’ proprio in quanto ‘critici’, la critica essendo la qualità prima di ogni riflessione, che si dice appunto ‘riflessione critica’, la cui durezza (la cui capacità di scalfire) dipende solo dal grado di penetrazione che le si vuole o può dare.
Insomma: altro è il tribunale della coscienza, altro quello positivo, legale, pubblico e codificato della società, religiosa o civile che sia. Ma tra i due tribunali, tra i due processi, c’è ancora un secondo tribunale pubblico, un secondo processo che non emette sentenza sanzionatoria, ma solo ‘di giudizio’, e questo è il tribunale dell’opinione testimoniale, conseguente a quello di coscienza, il quale tribunale, come si diceva, laddove si possa rilevare doveroso e necessario, può mettere in guardia lo stesso autore della cattiva azione – forse non consapevole pienamente, p. es., della malvagità del suo atto – e può segnalare a terzi, in forma privata o invece pubblica, quello che in coscienza ritiene un crimine.
Negli ultimi cinquant’anni Pastori e Papi, come rilevato dallo stesso Giovanni Paolo II (v. Discorso del 6-2-81 al Convegno per le Missioni al popolo), hanno causato tra alcuni fedeli gravissime perplessità, e di ciò – dei loro atti e delle loro conseguenze – a ciascuno è lecito, anzi doveroso, ‘giudicare attribuendo o negando qualche qualità ai soggetti’, per quanto difficile e delicata possa risultare tale operazione.
Va chiarito che, in docendo, infallibile e indefettibile dalla verità il Papa è unicamente se si verificano due condizioni: quando parla ex cathedra e quando cita una dottrina insegnata costantemente dal magistero ordinario; e, quanto alla sostanza della verità insegnata, quando vuole definire e obbligare a credere come divinamente rivelato ciò che insegna, in maniera ordinaria, ‘non-solenne’ o comune (p. es. Papa Giovanni Paolo II sull’inammissibilità del sacerdozio femminile); (v. A. V. Xavier da Silveira, in Catolicismo, n. 202, 1967).
Ogni altro magistero del Sommo Pontefice è per sese fallibile, sicché, anche se ovviamente gli si deve il religioso ossequio interno ed esterno richiesto almeno per essere esso emanato dal Vicario di Cristo, esso può essere oggetto di giudizio nei termini visti (più avanti se ne vedranno i modi).
San Roberto Bellarmino, Dottore della Chiesa, così spiegava la sentenza di Alcuino: « Come è lecito resistere al Pontefice che attacca il corpo, così anche è lecito resistergli se attacca le anime o distrugge l’ordine civile o, sopra tutto, se tenta distruggere la Chiesa. Dico che è lecito resistergli attraverso il non fare ciò che ordina e l’impedire l’esecuzione della sua volontà. Non è lecito, tuttavia, giudicarlo [in un processo], punirlo, o deporlo, perché questi sono atti propri di un superiore » (De Romano Pontifice, II, 29). Ammettendo la resistenza, il santo Dottore presuppone il previo giudizio intellettuale, nel senso di ‘giudicare attribuendo o negando alcune qualità a un soggetto’ da parte di un inferiore, e una conseguente sentenza pratica che commina e determina quella resistenza. Ciò che dunque resta negato è unicamente il processo formale e sanzionatorio.
Al canone 212 del Codex si afferma poi che i fedeli possono e anche debbono a volte poter esprimere pubblicamente le loro perplessità sull’operato dei loro Pastori, sempre con la deferenza, la carità e la prudenza dovute a chi, per il suo sacro Ufficio, rappresenta in terra Cristo Gesù.
In questo spirito, il presente scritto non vuole in alcun modo mancare di rispetto ai Pastori della Chiesa, ma va detto che gli atti, le nozioni e gli argomenti qui discussi parrebbero offrire una lettura tanto contraria a quel che si ritiene – forse a torto, ma forse no – il più corretto sentire cattolico, che ogni tanto potrebbe darsi si possa incontrare qualche espressione un po’ più carica di perplessità del dovuto.
Ebbene, esse sono da prendere solo come argomentativamente critiche della teorica discussa, ma, ovviamente, mai dei Pastori che l’hanno promossa, specie se sommi, ai quali va ogni più rispettoso ossequio e tutto l’amore dovuto, fintanto essi siano coerenti con le esigenze evangeliche.
Ma se gli argomenti qui portati dovessero evidenziare un saltus tra le dottrine insegnate o anche solo appoggiate e i capisaldi evangelici del dogma, ritengo si possa palesare il proprio giudizio critico anche nei loro personali confronti, senza con ciò mancare loro di rispetto, in forza del comune e più alto rispetto per la verità così come ricordato da san-t’Agostino: « Se da una parte io sono per voi [mie pecorelle,] dall’altra mi consola il fatto che io sono con voi. per voi infatti io sono vescovo, con voi sono cristiano. Quello è nome di pericolo, questo di salvezza » (Discorso 340, 1; marcature mie).
L’amore per il Pastore è vivo nell’amore per Cristo e per la sua Chiesa, secondo la santa disposizione d’amore data da quel passo di san Matteo che si vedrà più avanti. Esattamente questo, non altro, è « quell’amore che ti fa pregare che il Signore lo protegga e lo illumini, che ti fa sperare che possa fare del bene a tutti, che ti fa desiderare di dargli una mano, che ti fa trepidare nel caso cadesse in qualche equivoco o errore e ti fa fare di tutto per aiutarlo a superare il pericolo » (don Matteo Graziola, loc. cit.). A questo punto, però, il don della citazione si distanzia alquanto dal nostro indirizzo: « Questo amore – continua infatti – si fonda su un riconoscimento decisivo: che quel-l’uomo è stato scelto da Dio per guidare la sua Chiesa ».
Ma qui io dico: scelto, o tollerato? San Tommaso chiarisce bene quanto Dio, nella sua volontà assoluta e illimitabile di bene, pur permetta il male: « Dio né vuole che il male ci sia, né vuole che il male non ci sia; ma vuol permettere che il male ci sia. E ciò è un bene » (S. Th., I, 19, 9 ad 3). In ciò consiste la tolleranza del male, o sua permissione, da parte di Dio, ivi compresa l’elezione, come a volte avvenuto, di un Papa pessimo.
Tutto l’amore, tutto, sia dato in entrambi i casi, ci mancherebbe, ma intanto, restando strettamente nel suo ambito caritativo, anzi intensificandolo con l’atto intellettivo di giudizio, per il quale si pregherà di più per il Pastore che si sa manchevole, ci sia permesso di raccogliere qui un giudizio critico, dopo i primi nove mesi di pontificato, che permetta a tutti di capire dove va la Chiesa, dove cioè il suo Sposo vuole, o anche solo permette e tollera che vada: non saranno certo queste pagine a non tener conto dell’eschaton.
(§ 5, p. 22-5).
LA GRAZIA, IL PRINCIPIODI NON-CONTRADDIZIONE,
(COLPE? PECCATI?) VERSO LO SPIRITO SANTO.
Certo, il rischio è che qualcuno salti su a dire: “Chi sei tu che ti credi investito di Spirito Santo più del Papa e di un intero Concilio di 2.500 Padri?” Si correrà il rischio: in realtà, quando una certa affermazione, filosofica o teologica, è fallibile, la sua espressione, da chiunque e a qualsiasi grado di impegno magisteriale sia espressa, si dice non più solo positivamente voluta dallo Spirito, ma, per lo spazio di male che virtualmente offre, ossia di possibile privazione di bene, che è a dire di verità, anche solo tollerata, o permessa: sono le due alternative che si stavano vedendo giusto qui sopra.
Ma, oltre a ciò, se quell’affermazione magisteriale è stata espressa a un grado di insegnamento fallibile, quello, per intenderci, che comunemente, ma, in fondo, solo dal XIX secolo circa, si dice ‘pastorale’, era possibile altrimenti? era possibile cioè un insegnamento, invece, dogmatico? e, se possibile, sarebbe stato esso forse anche doveroso?
In tali casi la volontà dello Spirito Santo, configurandosi la possibilità di una colpa, da parte dei Pastori della Chiesa, potrebbe non essere stata, verso tale atto, positiva, ma negativa, ossia potrebbe essere stata la volontà che Dio riserva al male, al peccato, di qualsiasi natura e provenienza sia, fosse pure di supremo e straordinario Magistero: volontà di tolleranza (o, che è uguale, di permissione) della libertà dell’uomo, anche se orientata, e pur magari minimamente, al male.
Sicché, più che allo Spirito Santo, in questa immensa terra di nessuno dove accanto al grano più dorato potrebbe crescere, ahimè, anche il più ostinato e nocivo loglio, il povero e minimo fedele non ha altro cui appellarsi che al sommo ma pur sempre ben controllabile e visibile principio di non-contraddizione, principio posto peraltro proprio per questo, e proprio dallo Spirito del Logos eterno, a luce estrema e a i-namovibile cippo di orientamento e soccorso a eventuali vittime innocenti di possibili naufragi, o, per meglio dire, di terribili sbandamenti, tra i marosi, della Barca di Pietro.
Perché questa è la cosa da dire, e da dire sopra ogni altra, quasi fosse il profumo che dovrebbe pervadere, leggero, tutte queste pagine dall’inizio alla fine: che qui si parla tanto di verità, di dogma, di idee, facendone il discrimine da cui passa cosmicamente l’intero universo con tutto il suo firmamento, e non si dice mai ciò che invece dovrebbe trasparire da ciascuna di tali parole così algide, formali, ossia che è decisivo capire la passione, il dramma che esse sottendono: le parole non sono se stesse, ma a volte sono carne, fuoco, sangue, altre volte carezze, abbracci, sorrisi, e se le parole vincenti, allorché si parlerà di relativismo, di verità liberali – libertà dai dogmi –, dovessero prendere un giorno un volto musicale, una sonorità, nessuno si illuda: avrà solo suoni sdolcinati, musichette melensi, sentimentali, noiose, tipo Frisina, o alla Morricone, che magari prendono i cuori, sì, ma non quella sposa naturale della bellezza che è l’umana ragione.
Se invece dovessero vincere le parole di verità di adesione amorosa al dogma, al comando celeste e difficile da comprendere, anzi impossibile, ma che si sa voluto e dato unicamente per il nostro bene, ecco, in tal caso a noi giungerà proprio quella delicata sonorità sentita con l’orecchio fine del grande Elia (peraltro il profeta tutto fuoco, irruzione e tempesta): in un « sussurro di una brezza leggera » (1 Re 19,12), tale come la parola suadente, seria, placida, della ragione.
Ecco, questa è la musicalità profumata di queste pagine: non rumorose e passionali, non frastorno di tuono, né zucchero emozionale e sentimentaloide, ma armonia di ragione dopo ragione, sorridente convincimento di argomenti probanti, di ipotesi ben vagliate tra le più fini sfumature, e, alla fine, persuasive. Anche la musica più bella infatti, se letta sullo spartito, è tutta e solo algido rigore. Ma poi, che cuore!
Dunque la domanda è: forse che quelle assise del Vaticano II furono un bene, positivamente voluto dallo Spirito, o non invece, in qualche misura, nei termini delle virtuali ma sempre possibili fallibilità e defettibilità dalla verità ora viste, al-meno virtualmente permesse dalla forma pastorale e non do-gmatica con cui furono aperte, tenute e concluse, un male, e, come tali, dallo Spirito solo permesse e tollerate (certo solo in vista di un bene maggiore, e si vedrà più avanti quale)?
Non sono certo poveri e semplici fedeli a poter dare una risposta adeguata a tanta domanda. A costoro dev’essere ed è bastevole ricordare solo che quelle assise, per gli errori dottrinali che circolavano nella Chiesa già allora e di cui qui si vedono solo alcune pallide tracce, avrebbero dovuto essere formalmente riconosciute della stessa identica forma con cui furono aperte tutte le consimili precedenti assise sorelle di santa Romana Chiesa allorché essa si era trovata in circostanze di analoghe difficoltà dottrinali: forma dogmatica, solo nella quale lo Spirito Santo, essendo essa la forma ‘tipica’ della Chiesa, profonde la più garantita e sicura sapienza veritativa di cui essa abbisogna allorché il Trono più alto e solo esso (Pio IX, Pastor Æternus, v. Denz 1445) decide di radunare solennemente intorno a sé un tale straordinario e solenne Magistero universale per lanciare l’anatema su errori ed erranti. Ciò non vuol dire che tutto ciò che quei venti concili stabilirono sia dogmatico (il concilio Laterano IV in gran parte prese provvedimenti amministrativi), ma che allorché entrarono nel merito del dogma non fallirono di un solo iota.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza