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Timestamp: 2020-08-07 19:15:25+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 17591 del 05/09/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17591 del 05/09/2016
Cassazione civile sez. lav., 05/09/2016, (ud. 24/05/2016, dep. 05/09/2016), n.17591
sul ricorso 15911/2010 proposto da:
G.M., C.F. (OMISSIS), in qualità di erede del Sig.
G.A. titolare della ditta “Leone di A. G.”, elettivamente
domiciliato in ROMA, VIA PO 102, presso lo studio dell’avvocato IDA
RICCIARDI, rappresentato e difeso dall’avvocato LAURA FORMICHINI,
ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS) in
persona del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in
CALIULO, LELIO MARITATO e ANTONINO SGROI, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 142/2010 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,
depositata il 04/03/2010, R.G. N. 1320/2008;
Con la sentenza n. 142/2010, depositata il 4.3.2010, la Corte d’Appello di Firenze accoglieva il gravame dell’INPS contro la sentenza di primo grado del Tribunale di Livorno che aveva annullato l’iscrizione a ruolo esattoriale recante il pagamento in favore dell’Istituto previdenziale di contributi e sanzioni richiesti in conseguenza di un verbale ispettivo in base al quale era stato accertato che la ditta Leone di A. G. avesse utilizzato le prestazioni di soci della cooperativa Toscana Servizi s.r.l. in regime di appalto vietato L. n. 1369 del 1960, ex art. 1. La Corte in riforma della sentenza di primo grado rigettava l’opposizione alla cartella esattoriale e condannava l’appellato al pagamento delle spese di entrambi i gradi del giudizio.
A fondamento della pronuncia la Corte osservava che dalle dichiarazioni rese in sede ispettiva fosse emerso, in difetto di ogni elemento idoneo a porre in dubbio la loro veridicità, non solo l’utilizzo da parte dei dipendenti dell’appaltatore degli strumenti e dei macchinari dell’appaltante con operatività della presunzione di legge, ma anche il loro concreto inserimento nel ciclo produttivo ordinario ed assoggettamento alle direttive tecniche (ancorchè non gestionali del rapporto) impartite dal committente.
Avverso detta sentenza ricorre per cassazione G.M., in qualità di erede di G.A., affidando le proprie censure a tre motivi. Resiste l’INPS con controricorso.
1.- Con il primo motivo il ricorso lamenta la violazione e falsa applicazione della L. n. 1369 del 1960, artt. 1 e 3 (art. 360 c.p.c., n. 3), applicabile alla fattispecie in quanto i fatti erano risalenti al settembre 2000/ottobre 2001. A sostegno della censura si sostiene che la Corte d’appello abbia sostenuto che fosse del tutto irrilevante l’esplicazione del potere direzionale ed organizzativo del datore di lavoro appaltatore sulla prestazione lavorativa fornita dai propri dipendenti.
Il motivo è infondato in quanto la sentenza d’appello rispetta il diritto sostanziale e gli approdi della giurisprudenza in materia; ed ha ricavato con chiarezza il giudizio sull’esistenza della fattispecie interpositoria vietata dalla legge attraverso la corretta interpretazione della medesima normativa, ratione temporis applicabile, relativamente all’esercizio del potere organizzativo e direttivo ed all’utilizzo dei macchinari indispensabili per l’esecuzione della prestazione, con esistenza della presunzione L. n. 1369 del 1960, ex art. 1; alla commistione del personale dell’appaltatrice e della committente nell’esecuzione delle prestazioni; all’irrilevanza delle gestione amministrativa del rapporto; all’operatività oggettiva del divieto di intermediazione, senza che occorra accertare l’esistenza dell’intento fraudolento o simulatorio delle parti (Cass., 12363/2003, Cass. SU 2517/1997, Cass. 13373/2003, 16146/2004), all’irrilevanza della natura di impresa dell’appaltatore.
2. Il secondo motivo di ricorso denuncia contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) in quanto la Corte d’appello per motivare la propria decisione si era avvalsa delle sole dichiarazioni acquisite senza contraddittorio da due lavoratori in sede di accertamento ispettivo, non solo ignorando le sei testimonianze assunte nel corso dell’istruttoria del processo e sulla cui base aveva deciso il primo giudice, ma anche affermando che i primi elementi di prova erano tali da assumere “valenza decisiva in difetto di ogni elemento idoneo a porre in dubbio la loro veridicità”.
3.- Il terzo motivo deduce l’omessa motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio in quanto la Corte d’appello non aveva minimamente considerato le testimonianze rese al giudice del lavoro di Livorno dai sei dipendenti (tre dei quali citati dall’INPS e tre dal G.), i quali concordemente avevano riferito circostanze diverse da quelle riportate nel verbale ispettivo.
3.1 Il secondo e terzo motivo, da valutare unitariamente per l’evidente connessione che li collega, sono fondati.
3.2 Va ricordato che secondo la giurisprudenza di questa Corte è devoluta al giudice del merito l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, e pertanto anche la valutazione delle prove, il controllo della loro attendibilità e concludenza, la scelta, fra le risultanze istruttorie, di quelle ritenute idonee ad acclarare i fatti oggetto della controversia, privilegiando in via logica taluni mezzi di prova e disattendendone altri, in ragione del loro diverso spessore probatorio, con l’unico limite della adeguata e congrua motivazione del criterio adottato; conseguentemente, ai fini di una corretta decisione, il giudice non è tenuto a valutare analiticamente tutte le risultanze processuali, nè a confutare singolarmente le argomentazioni prospettate dalle parti, essendo invece sufficiente che egli, dopo averle vagliate nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il suo convincimento e l’iter seguito nella valutazione degli stessi e per le proprie conclusioni, implicitamente disattendendo quelli logicamente incompatibili con la decisione adottata.
3.3 Tuttavia nel caso in esame la Corte d’appello, nel riformare la pronuncia di primo grado, non spiega in modo esauriente perchè l’accertamento di fatto posto alla base della prima sentenza, sulla scorta delle testimonianze assunte in istruttoria, fosse errato. Infatti non solo non richiama le medesime testimonianze, sia pure soltanto per confutarle globalmente; ma sostiene pure che non vi fossero elementi idonei a contrastare le due dichiarazioni ispettive utilizzate in sede di appello ai fini della decisione; laddove – come risulta dal ricorso per cassazione – le dichiarazioni testimoniali rese in primo grado, in punto a esplicazione dei poteri direttivi ed appartenenza delle attrezzature impiegate dai lavoratori, erano invece discordanti con le prime ed astrattamente idonee a portare ad una diversa soluzione.
Sussiste perciò il vizio logico della sentenza, denunciabile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (ratione temporis applicabile alla fattispecie, in base del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 2) “per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”, in quanto la pronuncia omette di motivare su fatti controversi e decisivi risultanti ex actis sostenendo in sostanza che essi non esistessero; ed evidenziando cosi che gli stessi fatti non possano essere stati valutati dal giudice d’appello neppure complessivamente od in via implicita.
4.- Ne consegue che il ricorso debba essere accolto con cassazione della sentenza impugnata. Va quindi disposto il rinvio della causa ad altro giudice, designato in dispositivo, per l’ulteriore esame della controversia. Il giudice del rinvio provvederà altresì, ex art. 385 c.p.c., sulle spese del giudizio di legittimità.
La Corte accoglie il ricorso nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Firenze in diversa composizione anche per le spese.

References: Sentenza 
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 art. 1
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 art. 1
 Cass. 
 Cass. 
 art. 2
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 art. 385
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