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Timestamp: 2020-05-28 05:36:16+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 17158 del 11/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17158 del 11/07/2017
Cassazione civile, sez. VI, 11/07/2017, (ud. 24/05/2017, dep.11/07/2017), n. 17158
sul ricorso 15258-2016 proposto da:
RETE FERROVIARIA ITALIANA S.P.A. (C.F. (OMISSIS), P.I. e (OMISSIS)),
O.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA Q. MAIORANA 9
presso lo studio FAZZARI, presso rappresentato e difeso
dall’avvocato AURORA NOTARIANNI;
avverso la sentenza n. 2/2016 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,
depositata l’8/3/2016;
partecipata del 24/5/2017 dal Consigliere Dott. MAROTTA CATERINA.
– con la sentenza impugnata, la Corte di appello di Messina in solo parziale riforma della decisione del Tribunale della stessa sede, previa conferma della declaratoria di illegittimità dei contratti di arruolamento (a viaggio e/o a tetinine) stipulati tra O.P. e Rete Ferroviaria Italiana S.p.A. dal 1995 al 2008 per insufficienza delle indicazioni contenute negli stessi a configurare un pieno adempimento dell’osservanza delle norme imperative volte a prevenire gli abusi, della pronuncia di instaurazione di un rapporto a tempo indeterminato e della quantificazione in 12 mensilità dell’indennità risarcitoria della L. n. 183 del 2010, ex art. 32, condannava la società a corrispondere al lavoratore anche la retribuzione dovuta dalla data della sentenza di primo grado fino alla riassunzione;
– O.P. resiste con controricorso e formula, altresì, ricorso incidentale cui la società resiste con controricorso;
– solo il controricorrente ha depositato memoria;
– con il primo motivo la società denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e 1372 c.c., in relazione al mancato rilievo dell’intervenuta risoluzione per mutuo consenso per il comportamento concludente delle parti. Evidenzia che, nella specie, tale inerzia andava valutata con riguardo al primo dei contratti stipulati tra le parti ed oggetto di conversione;
– questa S.C., poi, ha più volte avuto modo di rilevare che non sono indicative di un intento risolutorio nè l’accettazione del t.f.r. nè la mancata offerta della prestazione, trattandosi di comportamenti entrambi non interpretabili, per assoluto difetto di concludenza, come tacita dichiarazione di rinunzia ai diritti derivanti dalla illegittima apposizione del termine (cfr., Cass. n. 15628/2001, in motivazione). Lo stesso dicasi della condotta di chi sia stato costretto ad occuparsi o comunque cercare occupazione dopo aver perso il lavoro per cause diverse dalle dimissioni (cfr. Cass. n. 839/2010, in motivazione, nonchè, in senso analogo, Cass. n. 15900/2005, in motivazione)” – si vedano, in termini, anche le più recenti Cass. nn. 8061/2014, 6632/2014;
– nel caso in esame, la Corte di appello ha respinto l’eccezione di scioglimento del vincolo contrattuale sul rilievo che dopo il contratto del 1995 l’ O. era stato nuovamente chiamato al lavoro ed aveva stipulato con la stessa società altri contratti ma sempre a viaggio ovvero a tempo determinato: non aveva dunque conseguito una stabile occupazione nè rifiutato una o più chiamate al lavoro che potessero essere significative di un disinteresse al ripristino della piena funzionalità del rapporto; nè circostanza significativa poteva considerarsi l’accettazione senza riserve del t.f.r. all’atto della cessazione del rapporto o il mero decorso del tempo (che, pur di per sè rilevante, per essere espressivo di una tacita rinuncia a coltivare il diritto a far accertare l’illegittimità del termine apposto al contratto, è necessario “concorra con altri elementi convergenti, ad indicare, in modo univoco ed inequivoco, la volontà di estinguere ogni rapporto di lavoro tra le parti – cfr. da ultimo Cass., Sez. Un., 27 ottobre 2016 n. 21691, Cass. Sez. Un., 15 novembre 2016, n. 23226);
– la Corte di merito ha indicato le ragioni per le quali ha ritenuto corretta la determinazione in dodici mensilità dell’indennità di cui all’art. 32 cit. individuandole, da un lato, nelle dimensioni aziendali, e dall’altro, nell’anzianità del lavoratore. Si tratta, all’evidenza, di una corretta applicazione dei criteri di cui al citato la L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 8, involgente, peraltro, valutazioni di merito che non possono essere sindacate in questa sede (Cass. 22 gennaio 2014, n. 1320, Cass. 5 marzo 2014, n. 5198, Cass. 17 marzo 2014, n. 6122, Cass. 8 settembre 2014, n. 18902);
– ragioni di ordine logico impongono a questo punto, prima dell’esame del terzo motivo di ricorso della società, quello del ricorso incidentale con il quale il lavoratore ha dedotto la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., artt. 1218, 1223, 1223, 1226, 2103 e 2059 c.c. e art. 432 c.p.c., nonchè omessa pronuncia sulla domanda di risarcimento del danno ulteriore per forzata inattività come danno esistenziale ed alla professionalità;
– tale ricorso è manifestamente infondato;
– innanzitutto non corrisponde al vero che la Corte territoriale non si sia pronunciata su entrambe le indicate voci di danno domandate con l’appello incidentale (si veda il passaggio motivazionale di cui a pag. 5 della sentenza in cui è stata disattesa la richiesta risarcitoria di danno esistenziale “trattandosi di domanda nuova, mai proposta con il ricorso di primo grado”);
– per il resto si osserva che, se pure il lavoratore ha testualmente riportato il contenuto dell’appello incidentale e la richiesta di riforma della sentenza di primo grado con il riconoscimento del danno esistenziale ed alla professionalità, tuttavia dell’analoga domanda avanzata in sede di ricorso di primo grado non vi è traccia negli atti di causa;
– si rileva dalla sentenza impugnata e dal ricorso incidentale che il lavoratore aveva chiesto il solo “risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni dovute negli intervalli di tempo non lavorati ed al riconoscimento dell’anzianità lavorativa”;
– la domanda aveva, dunque, avuto ad oggetto espressamente il solo danno patrimoniale (tanto si evince chiaramente dal fatto che il risarcimento “commisuratò alle retribuzioni era stato chiesto in via subordinata/alternativa rispetto al pagamento diretto delle retribuzioni per i periodi di tempo in cui non era stata resa la prestazione lavorativa – cfr. pag. 2 della sentenza -) mentre alcun cenno vi era stato a quello “non patrimoniale” (nel cui ambito è ricompreso tanto il danno esistenziale, quale pregiudizio alle attività non remunerative della persona, quanto il danno alla professionalità quale compromissione delle aspettative di sviluppo della personalità del lavoratore che si svolge nella formazione sociale costituita dall’impresa – cfr. Sezioni Unite n. 26972 in data 24 giugno 2008);
– è vero che è stato ritenuto (in materia di demansionamento) che è configurabile a carico del lavoratore un danno, costituito da un impoverimento delle sue capacità per il mancato esercizio quotidiano del diritto di elevare la professionalità lavorando, sicchè per la liquidazione di tale danno è ammissibile, nell’ambito di una valutazione necessariamente equitativa, il ricorso al parametro della retribuzione, tuttavia è pur sempre necessaria ab initio una specifica deduzione di tale danno;
– consentire solo in appello una specificazione del danno preteso nei termini indicati dal ricorrente incidentale comporterebbe un inammissibile ingresso di un nuovo tema di indagine ed una modifica dell’oggetto sostanziale dell’azione in violazione del contraddittorio;
– così non è incorsa in alcuna omessa pronuncia la Corte di appello in relazione ad una domanda inammissibile non sussistendo al riguardo alcun obbligo del giudice di pronunciarsi nel merito non potendo lo stesso ritenersi implicitamente ricompreso in una domanda risarcitoria nella domanda così come formulata dal ricorrente (cfr. ex multis Cass. 2 dicembre 2010, n. 24445; Cass. 25 maggio 2006, n. 12412);
– conclusivamente, essendo da condividere la proposta del relatore, il ricorso principale e quello incidentale vanno rigettati;
– la reciproca soccombenza consente la compensazione parziale delle spese di lite in ragione di un terzo; per i restanti due terzi esse rimangono a carico della ricorrente principale;
La Corte rigetta il ricorso principale e quello incidentale. Condanna la ricorrente principale al pagamento in favore del controricorrente di due terzi delle spese di lite, da attribuirsi all’avv. Aurora Notarianni, anticipatario, e compensa tra le parti la residua quota. Liquida per intero tali spese in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge e rimborso forfetario in misura del 15%.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente principale e del ricorrente incidentale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del dello stesso art. 13, comma 1 bis.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 32
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. Sez. 
 art. 8
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 432
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 13
 art. 13