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Timestamp: 2018-03-22 15:48:57+00:00

Document:
Coniuge invalido o minore: reato lasciarlo solo
Lo sai che? Coniuge invalido o minore: reato lasciarlo solo
Reato di abbandono di persona incapace per chi si allontana di casa anche solo per un giorno.
Commette il reato di abbandono di persona incapace [1] chi, avendo un coniuge con una invalidità per malattia al 100% e che, quindi, non sia autosufficiente, si allontani dalla propria abitazione anche solo per un giorno e una notte, lasciandolo senza assistenza di terze persone.
Lo ha detto il tribunale di Taranto in una recente sentenza [2]. Lo stesso discorso vale per i minori che, per legge, sono appunto incapaci di provvedere a sé stessi.
Nel caso di specie, l’uomo era stato trovato in uno stato di assoluta invivibilità insieme ai numerosi cani e gatti che vivevano nell’appartamento, mentre la donna si era assentata per trascorrere del tempo con il suo nuovo compagno.
Il reato di abbandono di incapace è volto a tutelare la vita e l’integrità fisica di persone incapaci di provvedere a se stesse: siano esse malate oppure minori di età. L’illecito, quindi, scatta nel momento in cui il soggetto viene semplicemente esposto al pericolo a prescindere dal fatto che questi subisca un danno concreto: basta solo una situazione di pericolo anche solo potenziale per la sua incolumità [3].
Si può evitare il delitto in questione solo se il soggetto che si allontana fa intervenire, al posto suo, persone idonee ad evitare il pericolo stesso.
[2] Trib. Taranto sent. n. 2500 del 5.01.2015.
[3] Cass. sent. n. 19476/2010, n. 15147/2007, n. 15245/2005, n. 10126/1995.
Tribunale Taranto – Sezione II penale – Sentenza 5 gennaio 2015 n. 2500
Il Giudice Dr. Fulvia Misserini all’udienza del 06/10/2014
con l’intervento del Pubblico Ministero Dr. M. Marasco – vpo delegata e l’assistenza del Cancelliere sig.ra Filomena Todaro
De.Sa., nata (…) e residente in Taranto via (…)
Libero contumace assente
del reato di cui all’art. 591 c.p. per aver abbandonato il marito Ra.Gi., invalido al 100% per malattia e non autosufficiente, e quindi incapace di provvedere a se stesso, lasciandolo solo in casa durante il giorno e la notte insieme a numerosi cani e gatti in uno stato di assoluta invivibilità per sporcizia causata dagli escrementi degli animali e dello stesso Ra.
Con l’intervento del difensore di ufficio Avv.to Tr. – assente – sostituita ex art. 97 4 comma cpp dall’avv. F.La. – presente
Con decreto del G.U.P. in sede del 5.10.2011 veniva disposto il giudizio nei confronti dell’odierna imputata per il reato di cui all’art. 591, c.p., per aver abbandonato il marito Ra.Gi., invalido al 100% per malattia e non autosufficiente, e quindi incapace di provvedere a se stesso, lasciandolo solo in casa durante il giorno e la notte insieme a numerosi cani e gatti in uno stato di assoluta invivibilità per sporcizia causata dagli escrementi degli animali e dello stesso Ra. In San Vito – Taranto, accertato il (…).
Dopo alcune udienze di rinvio per il perfezionamento delle notifiche, all’udienza del 17.3.2014 finalmente poteva aprirsi il dibattimento che, all’udienza del 6.10.2014, si svolgeva con l’esame del teste di lista del P.M., ossia luogotenente dei Carabinieri Fe.Ca., comandante la Stazione di Talsano, la cui attendibilità deve dirsi piena non essendo positivamente emerso alcun elemento di segno contrario, nonché con l’acquisizione della scheda del 118 datata
16.11.2009 e, sull’accordo delle Parti, con quella della figlia della persona offesa, Ra.Al., resa ai Carabinieri di Talsano in data 11.11.2009; all’esito le Parti concludevano come in epigrafe riportato.
La norma di cui all’art. 591, c.p. tutela il valore etico – sociale della sicurezza della persona fisica contro determinate situazioni di pericolo. In questa prospettiva, osserva il giudicante, nessun limite – si pone nella individuazione delle fonti da cui derivano gli obblighi di custodia e di assistenza che realizzano la protezione di quel bene e che si desumono dalle norme giuridiche di qualsivoglia natura, da convenzioni di natura pubblica o privata, da regolamenti o legittimi ordini di servizio, rivolti alla tutela della persona umana, in ogni condizione ed in ogni segmento del percorso che va dalla nascita alla morte. Ad ogni situazione che esige detta protezione fa riscontro uno stato di pericolo che esige un pieno attivarsi, sicché ogni abbandono diventa pericoloso e l’interesse risulta violato quando la derelizione sia anche solo relativa o parziale (già Cass. 14.1.1994, Ba.). Ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico del reato, è poi sufficiente il dolo generico, costituito dalla consapevolezza di abbandonare il soggetto passivo, che non abbia la capacità di provvedere autonomamente alle proprie esigenze, in una situazione di pericolo per la sua integrità fisica (Già Cass. 14.3.2007, Si.).
Per quanto la sentenza non si possa in questa sede approfondire ex professo la tematica del delitto ex art. 591, c.p., va comunque ricordato che la fattispecie penale, intesa alla tutela della vita e dell’integrità fisica di persone incapaci di provvedere a se stesse, per consolidato orientamento di legittimità, reato di pericolo, essendo quindi sufficiente l’esposizione dell’incapace, e in particolare del minore, ad una situazione di pericolo, anche solo potenziale, per la sua incolumità (Cass. 19476/2010, 15147/2007, 15245/2005, 10126/1995).
Vanno, inoltre, ribaditi i seguenti principi di diritto: “Ai fini dell’integrazione del delitto di cui all’art. 591 cod. pen., il necessario “abbandono” è integrato da qualunque azione od omissione contrastante con il dovere giuridico di cura (o di custodia) che grava sul soggetto agente e da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o per l’incolumità del soggetto passivo; risponde, pertanto, del delitto in questione il soggetto che, pur non allontanandosi dal soggetto passivo, ometta di far intervenire persone idonee ad evitare il pericolo stesso”; “Il dolo del delitto di cui all’art. 591 cod. pen. è generico e consiste nella coscienza di abbandonare a sé stesso il soggetto passivo, che non abbia la capacità di provvedere alle proprie esigenze, in una situazione di pericolo per la sua integrità fisica di cui si abbia l’esatta percezione, senza che occorra la sussistenza di un particolare malanimo da parte del reo”.
Ebbene, nel caso che ci occupa Ra.Gi., era soggetto incapace di provvedere da solo a sé stesso. Infatti, pur non essendo stata acquisita documentazione sanitaria sul punto, devono dirsi elementi sufficienti per ritenere provata tale circostanza sia dalla testimonianza del Luogotenente Ca. che parlando del Ra. ha ricordato come lo stesso fosse in una condizione di salute già precaria, molto precaria, incapace di attendere a se stesso per gravissime patologie che l’avevano colpito tra ictus, paresi e così via. Era immobilizzato nel letto, sia dalle parole della figlia Ra.Ad. secondo le quali il padre sin dal 2003 era affetto da ischemia celebrale per la quale risultava invalido totale con indennità di accompagnamento.
Quanto, poi, alla condotta posta in essere dalla DE. ossia la moglie del Ra., colei che per legge (la fonte dell’obbligo è individuabile nelle norme del codice civile che disciplinano il matrimonio) era tenuta ad assisterlo, gli elementi emersi dal dibattimento dai quali ricavare la sua responsabilità sono i seguenti. Le parole della figlia Ra.Ad. che ha descritto lo stato di abbandono in cui versasse il padre, lasciato solo per molte ore al giorno (la madre aveva trovato un compagno diverso dal padre) e insieme a numerosi cani e gatti che la donna aveva portato in casa e che lasciava vivere allo stato brado.
Tale descrizione trova la più ampia conferma nella testimonianza del Luogotenente Ca. che ha riferito di un intervento dei Carabinieri del (…) e di un suo successivo personale sopralluogo in cui constatò all’interno dell’abitazione tutte porte e finestre chiuse, bloccate con pannelli di compensato, reti, per dividere le varie stanze destinate ad accogliere quelli dei gatti, quelle dei cani più pericolosi e così via.
Quanto al trattamento sanzionatorio, allora, attesa la sussistenza della aggravante di cui all’ultimo comma dell’art. 591, c.p., stante la qualità soggettiva della DE., non sussistendo ragioni per la concessione di circostanze attenuanti generiche atteso il contesto in cui la vicenda si è sviluppata, seguendo i criteri dettati dall’art. 133 c.p., si stima legale la pena di cui in dispositivo. Può essere concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena.
il Tribunale di Taranto, seconda sezione penale, in composizione monocratica,
letti gli artt. 533 e ss. c.p.p., dichiara: De.Sa. colpevole del delitto in rubrica ascrittole e, con l’aumento dell’ultimo comma dell’art. 591, c.p., la condanna alla pena di anni uno di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.
Pena sospesa nei termini ed alle condizioni di legge.
Così deciso in Taranto il 6 ottobre 2014.
Depositata in Cancelleria il 5 gennaio 2015.

References: sentenza 
 Cass. 
 Sentenza 
 art. 97
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 591