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Timestamp: 2018-03-17 16:16:08+00:00

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Correva l’anno Domini 1629, quando il 29 ottobre venne emessa la sentenza a morte contro il camerlengo (o meglio l’ex) del Monte, tale Armenio Melari. Il camerlengo oggi sarebbe l’amministratore delegato, trovato colpevole di aver sottratto al Monte la ragguardevole somma «di 40mila scudi». Una fortuna per l’epoca e anche oggi, stando agli stessi conteggi attualizzati del Monte dei Paschi: si tratta di un bottino di oltre 2 milioni di euro. La cosa sorprendente è che a dicembre Mps ha fatto dono a personalità e clienti illustri, di un doppio tomo (“I secoli del Monte”) che tra l’altro riporta le pene le corporali contro i dipendenti e gli amministratori che rubavano al Monte. Il caso più eclatante è certo quello dell’ex camerlengo, ma scorrendo il volume - come segnalato ieri da Italia Oggi - si scopre che i dipendenti infedeli, in quasi 5 secoli, non sono stati pochi.
In una conferenza dell’ottobre 2009 l’allora “Head of Operational Risk Management” di Mps, Giorgio Aprile, spiegava ad attoniti colleghi ungheresi che sì «il Monte è la banca più antica del mondo», ma forse anche la prima ad aver subito una frode interna tanto rilevante da parte proprio degli amministratori. Ricordando proprio il caso del camerlengo per assicurare che oggi non sarebbe più possibile truffare la banca grazie ai nuovi sistemi di protezione. Considerando che gli amministratori truffati a inizio Seicento promettevano, a chi avesse ammazzato l’infedele Armenio, la fantastica ricompensa di “scudi dugento” (400 a chi lo riconsegnava alla giustizia vivo), si comprende anche l’entità della frode. C’era chi veniva impiccato, chi torturato, chi ancora subiva lo schiacciamento dei piedi. La fantasia era sfrenata: per recuperare il malloppo e far confessare il truffatore. Una segnalazione. Pare che lo scaltro Melari non venne mai impiccato. Si rifugiò in un convento e gli storici ne persero le tracce. Così come gli azionisti truffati del Monte...
Chi è il mandante? Chi ha ordinato ad Ali Agca di entrare in piazza San Pietro - era il 13 maggio 1981 - e di sparare a papa Giovanni Paolo II? In un libro edito da Chiarelettere, e intitolato “Mi avevano promesso il Paradiso”, è lo stesso Agca a confessare e a dire che i mandanti furono l’Iran e in particolare l’Ayatollah Khomeini. «Questa è la volontà di Allah, caro Ali. Non devi dubitare», gli ha detto un giorno Khomeini. E ancora: «Te lo dico io, l’ayatollah Khomeyni. Allah ti chiama a questo grande compito.
Non dubitare mai, abbi fede, uccidi per lui, uccidi l’Anticristo, uccidi senza pietà Giovanni Paolo II e poi tu stesso togliti la vita affinché la tentazione del tradimento non offuschi il tuo gesto. Questa morte aprirà una volta per tutte la strada del ritorno dell’imam Mahdi sulla terra. Questo spargimento di sangue sarà il preludio della vittoria dell’Islam su tutto il mondo. Il tuo martirio sarà ricompensato con il paradiso, con la gloria eterna nel regno di Allah».
Maradona, cancellati i debiti col Fisco. Può tornare in Italia
L'avvocato Pisani: «Finito un incubo. Ho mandato per portare in tribunale chi ha perseguitato Diego in questi anni»
NAPOLI - Diego Armando Maradona ha definitivamente vinto la sua battaglia con il fisco italiano, che pretendeva circa 40 milioni di euro, e «ora può tornare in Italia da uomo libero». Lo riferisce, con entusiasmo, l'avvocato Angelo Pisani che ha assistito il "pibe de oro" insieme all'avvocato Angelo Scala. La Commissione Tributaria Centrale, ha riferito il legale, ha confermato la nullità, anche per Maradona, degli accertamenti fiscali eseguiti sul finire degli anni '80 a carico della Società Sportiva Calcio Napoli e di suoi tesserati stranieri - oltre al fuoriclasse argentino, anche i brasiliani Careca e Alemao - per compensi pagati a società estere per lo sfruttamento dei diritti di immagine.
La Commissione Tributaria ha, inoltre, evidenziato l'estinzione per condono dei giudizi fiscali a carico del Napoli e, di conseguenza, a carico di Maradona e dei due brasiliani in maglia azzurra in quegli anni. «Maradona - ha detto l'avvocato Pisani - è finalmente libero dall'incubo del fisco e dalle strumentalizzazioni a suo carico e ha dato mandato di agire in giudizio nei confronti dell'Agenzia delle Entrate e dell'Agente di riscossione per chiedere il risarcimento dei danni personali, all'immagine, patrimoniale e da perdita di chance subiti in questi anni di persecuzione con cartelle pazze: risarcimento per una somma quanto meno equivalente alla stessa pretesa ingiustamente addebitatagli, e cioè 40 milioni di euro».
venerdì 1 febbraio 2013 - 08:08 Ultimo aggiornamento: 08:08
Mario Cervi - Gio, 31/01/2013 - 09:00
Il faldone in cui era conservata quella documentazione - con testimonianze anche di Palmiro Togliatti, Sandro Pertini, Ferruccio Parri, Enrico Mattei - è stato salvato da una possibile distruzione, come ha raccontato ieri il giornalista Stefano Ferrari sulle pagine del quotidiano La Provincia di Como. E con i documenti sono state salvate tre agghiaccianti fotografie - rarissime, una addirittura inedita - scattate pochi istanti prima che la scarica del plotone d'esecuzione falciasse le vittime. Per la verità almeno uno dei giustiziati, proprio il medico Marcello Petacci, non fu abbattuto insieme agli altri. Il Petacci era arrivato a Dongo, con spaventosa incoscienza, insieme alla compagna Zita Ritossa e ai due figli.
I fascisti duri e puri non lo vollero insieme a loro, considerandolo non un fedele del Duce ma un profittatore del regime. Forse riteneva che l'avrebbero risparmiato perché nulla di grave poteva essergli addebitato. Quando s'accorse che i giustizieri erano risoluti a farlo fuori, sfuggì a chi lo custodiva - era giovane e robusto - e tentò la fuga gettandosi nel lago. Lì fu crivellato di colpi. La compagna e i bambini lo videro morire da una finestra dell'albergo dove erano alloggiati.
Le istantanee di quel 28 aprile 1945 sono terribili. Nessuna pietà, nessuna parvenza di umanità e di vera legittimità. Furono giorni di una mattanza spietata e volubile insieme: Ferruccio Parri la definì «macelleria messicana».
La sorte dei fascisti braccati dipese spesso da circostanze fortuite (o da decisioni fortunate, come quella del maresciallo Rodolfo Graziani che evitò astutamente l'autocolonna diretta a Dongo e riuscì a consegnarsi agli angloamericani). Fu un periodo che ebbe l'ambizione d'essere rivoluzionario, che da molti anche oggi viene descritto come rivoluzionario ed eroico, ma che della rivoluzione spartì solo in minima parte i connotati positivi: l'ardore del nuovo, la genuinità delle convinzioni e delle passioni, la speranza del futuro. Ne ebbe invece i connotati peggiori, la ferocia e la vendetta.
Rubato il biscotto d'oro da 20 chili dalla facciata della Bahlsen
Clamorosa la richiesta di "riscatto" per il prezioso simbolo. «Una fornitura completa di biscotti al latte per i bimbi dell'ospedale»
BERLINO - Una fornitura completa di biscotti per i bambini ricoverati in ospedale in cambio dell'amato 'biscottone' di bronzo ricoperto in oro che da un secolo faceva bella mostra di sé sulla facciata del quartier generale della Bahlsen, ad Hannover , in Germania. Sembra uscita da un romanzo per ragazzi la storia, ironica e un po' surreale, del furto del simbolo del noto produttore tedesco di biscotti. Senonchè Werner M. Bahlsen, patron dell'azienda di famiglia, nell'intera vicenda non trova nulla da ridere. E rivuole indietro il suo biscotto.
Il furto. Tutto è iniziato lo scorso 11 gennaio, quando nella notte ignoti hanno fatto scomparire dalla facciata della Bahlsen il biscotto dorato da 20 chili, sostenuto a ben cinque metri d'altezza da due vigorose statue in bronzo. Da allora nessuna notizia del simbolo scomparso. Ladri di metalli preziosi? Forse la crisi che morde a tal punto? Non proprio, sembra.
La richiesta di riscatto. Ieri Bahlsen e un quotidiano locale, l'Hannoversche Allgemeine Zeitung hanno ricevuto un'insolita richiesta di riscatto: una lettera composta con colorati ritagli di giornale in cui l'anonimo sequestratore - in una foto allegata mascherato da Cookie Mostro, il pupazzone blu dei Muppets - chiedeva una fornitura completa di biscotti per i bambini di tutti gli ospedali cittadini. Non biscotti qualsiasi, «ma quelli al latte». In più la multinazionale dei dolciumi avrebbe dovuto girare i mille euro di ricompensa messi 'sulla testa del rapitore' a un ricovero per animali. Niente scherzi, ha risposto Bahlsen: «Si tratta di un reato. Vogliamo che la cosa sia chiarita», ha detto oggi il patron 63enne davanti a microfoni e telecamere.
Sarà mica un'azione di marketing? Se lo chiede la stampa irriverente: «Sciocchezze, siamo un'impresa seria, non scherziamo con certe cose». La polizia intanto indaga sulle dichiarazioni di alcuni testimoni, che avrebbero visto due uomini vestiti di scuro aggirarsi con una scala nei pressi del biscotto dorato il giorno della sparizione. Gli agenti stanno vagliando anche la veridicità della richiesta di riscatto e della foto di Cookie Mostro - che in Germania si chiama mostro delle briciole -, un po' Peter Pan, un po' Robin Hood, l'uomo che sta facendo impazzire (dal ridere) la rete: chi si nasconderà mai dietro quel costume blu?
mercoledì 30 gennaio 2013 - 20:08 Ultimo aggiornamento: 21:09
San Raffaele, i 244 licenziati: «Ora chi ci paga, il sindacato?»
Maria Sorbi - Gio, 31/01/2013 - 07:18
Nella storia delle trattative sindacali, in pochi si ricordano casi più contraddittori del nodo San Raffaele. Magari più complicati (vedi le trattative Alfa Romeo), questo sì, ma non così pieni di controsensi.
Innanzitutto perché in mesi e mesi di incontri è mancata la volontà di certi sindacati di «mediare» realmente. La logica del muro contro muro è prevalsa rispetto alla volontà di salvare i posti di lavoro. E gli stessi lavoratori che ieri hanno bocciato il piano anti licenziamenti, ora tremano. Ieri all'interno dell'ospedale di via Olgettina è circolato un volantino, firmato dai 244 lavoratori che stanno per perdere il posto di lavoro. I dipendenti se la prendono con i sindacalisti più estremi, quelli che hanno dato battaglia sia all'azienda, sia ai colleghi più flessibili. «Noi il nostro futuro non lo vediamo roseo - scrivono i dipendenti - e soprattutto non vediamo le certezze dei sindacalisti che hanno detto di votare no al referendum». Come a dire che la lotta sindacale è stata combattuta sulla loro pelle da persone che ne staranno in ogni caso tranquille dietro una scrivania con stipendio e contributi.
«Qualcuno - scrivono ancora i 244 «licenziandi» - ha dichiarato che con la vittoria dei no al referendum si è tutelata la dignità dei lavoratori. Quanta dignità c'è nel perdere il posto e la propria indipendenza?». Le lettere di licenziamento sono pronte per partire. Ma i sindacati più «mordibi» cercano di rimediare in qualche modo al risultato del referendum. «Prima che i 244 lavoratori vengano lasciati a casa - spiega Renato Zambelli (Cisl) - ci sono ancora dei tempi tecnici da rispettare. Quindi sfruttiamo questo lasso di tempo per riprendere le trattative. Ma facciamolo cambiando i toni e usandone di più moderati per cercare sul serio di risolvere la situazione». La richiesta è quella di lasciare a casa le bandiere e di pensare esclusivamente agli aspetti pratici. Anche perché qualche decisione va presa: il debito del San Raffaele continua a crescere e bisogna ancora rimediare si buchi di bilancio di circa 100 milioni accumulati fra 2011 e 2012.
Rammaricato dal risultato del referendum interno all'ospedale è anche l'assessore lombardo alla Sanità Mario Melazzini che, nelle scorse settimane, aveva fatto da paciere tra la squadra di Giuseppe Rotelli e i sindacalisti. «Il nostro obiettivo principale - spiega Melazzini - era salvare i posti di lavoro. Spero comunque che oggi al tavolo del ministero del Lavoro si possa creare un'apertura di trattativa che possa portare alla tutela dei lavoratori». «L'esito del referendum - commenta invece Cristina Tajani, assessore al Lavoro del Comune di Milano - è netto e consegna una grande responsabilità alla proprietà, e anche ai lavoratori, che insieme dovranno impegnarsi ulteriormente per cercare altri margini di trattativa e di mediazione.
Speriamo che la ratifica dell'accordo presso il ministero del Lavoro sia la sede per riaprire un tavolo e verificare soluzioni alternative ai licenziamenti». C'è da dire tuttavia che l'azienda ha cercato in vari modi di salvare i posti di lavoro. Innanzitutto perché inizialmente i tagli avrebbero dovuto riguardare 450 persone ma sono stati «limitati» a 244. E poi perché, a più riprese, il consiglio di amministrazione presieduto da Nicola Bedin ha proposto ai sindacati un piano B. Cioè un accordo alternativo agli esuberi del personale. Ma il piano è stato sempre rifiutato. Solo al tavolo romano della scorsa settimana si era riusciti a trovare un accordo. Oggi il ministero potrebbe decidere di allungare i tempi. «L'azione di risanamento intrapresa dall'amministrazione - ha scritto in una nota l'azienda - continuerà comunque per consentire il salvataggio e il rilancio del San Raffaele».
Cassazione, depenalizzata la colpa lieve dei medici
Non ha più rilevanza penale la condotta medica connotata da colpa lieve, che si collochi «all'interno dell'area segnata da linee guida o da virtuose pratiche mediche, purché esse siano accreditate dalla comunità scientifica». Lo ha stabilito la IV sezione penale della Corte di Cassazione, presidente Carlo Brusco, con una sentenza depositata ieri e il cui principio è stato reso noto dall'avv.Guido Magnisi, legale bolognese che si occupa di svariati casi di colpe mediche. La questione sottoposta alla suprema corte era se l'articolo 3 della legge 189 dell'8 novembre 2012 (dal titolo `responsabilità professionale dell'esercente le professioni sanitarie´) abbia determinato la parziale abrogazione delle fattispecie colpose «commesse dagli esercenti le professioni sanitarie».
La riposta, appunto, è stata affermativa. Così i giudici, in applicazione del principio, hanno annullato con rinvio la condanna per omicidio colposo di un chirurgo che nell'esecuzione di un intervento di ernia al disco, aveva leso dei vasi sanguigni provocando una emorragia letale per il paziente. Al giudice di merito è stato chiesto di riesaminare il caso per determinare se esistano linee guida o pratiche mediche accreditate relative «all'atto chirurgico in questione», se l'intervento eseguito si sia mosso entro i confini segnati dalle direttive e, in caso affermativo, se nell'esecuzione dell'intervento vi sia stata colpa lieve o grave.
E «Mister Nutella»: «Non ho niente di cui vergognarmi»
Carlo Spreafico (Pd): «Tutte spese lecite, anche per i Magnum»
MILANO - «Che Lombardia sarebbe senza Nutella?», ironizzano ora gli avversari su Facebook, su Twitter, ovunque. E pensare che a lui non piace nemmeno. Carlo Spreafico, 62 anni, consigliere regionale del Pd al secondo mandato, dopo una vita tra i metalmeccanici della Cisl di Lecco, è pronto a giurarlo: «Glielo assicuro, non la mangio mai la Nutella».
Eppure anche quella piccola spesa (due euro e settanta centesimi), quel piccolo rimborso, adesso è al vaglio dei magistrati milanesi. «Sto verificando in queste ore tutti gli scontrini. Credo che si tratti di una piadina, appunto, alla Nutella, che avrò offerto a qualcuno in qualche bar dopo chissà quale incontro istituzionale». Spreafico dice di non voler parlare con i cronisti, ma poi alla fine al telefono qualcosa racconta.
Ricordate la foto dell'ufficio di presidenza del Pirellone, edizione 2010? Da Filippo Penati a Davide Boni, da Massimo Ponzoni a Franco Nicoli Cristiani: tutti indagati o peggio. L'unico «pulito» fino a mercoledì era proprio lui, il «segretario» dell'aula del Pirellone. «Capirà, per me è una doppia delusione. Amareggiato? Di più. Io però sono tranquillo. Tutte le mie spese si rifanno alla mia attività di consigliere». Compreso il Crodino al bar da sei euro? «Sarà stato anche quello un aperitivo "politico" o "istituzionale"».
La Nutella (in barattolo o in piadina, chissà), un Crodino, «due coni piccoli e uno medio» (8,10 euro), un Magnum (1,95). Carlo Spreafico ha fatto di più però. Per esempio ha messo a carico della Regione l'affitto mensile di un box in corso Matteotti a Lecco, la sua città. Totale: 648 euro. «È stato quando abbiamo fatto il trasloco. Intendo noi del gruppo. Prima stavamo nel palazzo di fronte, poi siamo venuti qua al Pirellone. E allora in quelle settimane mi serviva un posto dove stipare tutte le mie cose». Cartelle, faldoni, scatoloni. Serviva proprio un monolocale? A Lecco, per giunta? «Ma no, è solo una specie di magazzino».
Il consigliere del Pd assicura di non aver chiesto consigli a nessuno per le sue note spese. Possibile che non si sia consultato almeno coi funzionari del Pirellone o col suo capogruppo? «Le regole sono chiare, c'è una legge del 1972. Io mi sono attenuto a quella e ho fatto tutto secondo le norme». Non si ricandiderà, Spreafico. La decisione non ha niente a che fare però con l'inchiesta sui presunti rimborsi d'oro. «Avevo già scelto di finire qui il mio percorso politico. Motivi di famiglia, ecco». Viene dal sindacato, dai metalmeccanici, la Fim, «la mitica Flm».
«Io conosco il valore delle cose. La fatica del lavoro me la porto dentro. Ma no che non mi vergogno. Neanche un po'. Dall'ufficio di presidenza io ho contribuito a eliminare i vitalizi, a tagliare le auto blu e i viaggi aerei. Tutte battaglie che ho fatto proprio perché so da dove vengo. Ho fatto il mio dovere fino in fondo, io». La vicenda, com'è ovvio, ha acceso gli appetiti da campagna elettorale. La Lega distribuirà oggi pane e Nutella in piazza San Babila. Dice Matteo Salvini: «Vogliamo addolcire le bugie del centrosinistra e far ragionare la gente».
Andrea Senesi 1 febbraio 2013 | 13:16
Per i giudici i delitti dei figli sono colpa di mamma e papà
Cristiano Gatti - Gio, 31/01/2013 - 08:54
Due fratelli massacrarono un amico a coltellate "perché suonava male il basso". Condannati i genitori: "Li hanno educati male"
Già sembra una pena pesante ritrovarsi in casa due figli capaci di ammazzare, o quasi, un loro amico. La sera del 6 dicembre 2008, un padre e una madre di Genova hanno raccolto questo bel risultato dal loro lungo e complicato lavoro di educazione.
Cristina, la primogenita, 19 anni, cantante con molte ambizioni in testa, aveva preso in odio, proprio non lo sopportava più, il chitarrista della sua band «Soul Cry», un ragazzino 16enne troppo lento, decisamente inadeguato ad assecondare le sue doti di vocalist. Certe volte l'avrebbe ammazzato. Quella volta, dopo un debito lavaggio del cervello al fratello minore Andrea, ancora lontano dalla maggiore età, ci provò sul serio. I due aspettarono il chitarrista in un vicolo di Sestri e lo giustiziarono con quaranta coltellate. Se l'agguato non finì in omicidio fu per puro caso, o per puro miracolo: il sedicenne riuscì in qualche modo ad attutire i colpi. Lo salvarono all'ospedale, ma le cicatrici restano tutt'oggi, con un'invalidità del sessanta per cento. Soprattutto, con una menomazione dell'anima: come raccontano i genitori, il ragazzino non è più lo stesso.
Fratello e sorella stanno pagando per quella follia. Lei, la dark lady di famiglia e della band, sconta sei anni in una comunità, dopo che l'hanno riconosciuta seminferma. Al fratellino Andrea, giudicato dal Tribunale dei minori, viene concessa la «messa in prova», percorso particolare che permette la riabilitazione sotto stretto controllo. Alla famiglia della loro preda, però, non può bastare. Il loro ragazzo paga tutti i giorni per quelle quaranta coltellate, un disagio fisico e spirituale di cui qualcuno deve pur rispondere. Con sentenza decisamente choccante, come riferisce Il Secolo XIX, il Tribunale di Genova arriva ora a stabilire chi e come debba rispondere: tocca ai genitori dei due fratelli accoltellatori, nella misura di 822.055,66 euro.
Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, e questo lo sappiamo direttamente dall'antico libro dei proverbi, ma quelle dei figli? Il tema è intramontabile. La legge, che in qualche modo deve codificare rigidamente la nostra vita, è piuttosto chiara: fino a quando un individuo è minorenne, i danni provocati sono a carico dei genitori. Una semplificazione necessaria, che comunque esprime anche un'idea alta e indiscutibile: non ancora perfettamente autonomi e responsabili, i figli vanno in qualche modo controllati, educati, tutelati da chi li ha messi al mondo. Discussione lunga e inconcludente è poi quella sulla effettiva coincidenza dell'acquisita maturità con i diciotto anni: c'è gente che non è responsabile dei propri atti neppure a ottant'anni, ma chiaramente il codice non può arrivare al caso per caso.
La sentenza di Genova però va molto più in là di questa dottrina acquisita: i genitori, sostiene il tribunale, devono pagare per colpe proprie, pesanti, specifiche. A poco serve la loro autodifesa, quando spiegano che Andrea si era sempre mostrato «irreprensibile», non aveva mai dato segnali di inclinazioni alla violenza. Per il giudice, conta zero. Al massimo, questi racconti familiari «provano il corretto comportamento in ambito scolastico e il rispetto del ragazzo degli orari di rientro a casa». Ma non basta. Soprattutto, non sono «prove idonee a contrastare l'evidente carenza o inefficacia di educazione al rispetto dell'altro».
Alla radice di questo dramma, spiega ancora il tribunale, c'è «la grave immaturità del ragazzo, allora già sedicenne, sia sul piano cognitivo che su quello affettivo, con conseguente notevole difficoltà a operare una corretta valutazione dei propri atti». Quella «personalità disarmonica, dai tratti narcisistici» trova un'origine chiara nell'ambiente in cui è cresciuto. Risalendo la lunga catena delle cause e degli effetti, il tribunale arriva così all'origine prima, alla madre di tutte le colpe e di tutti gli errori: «Le oggettive carenze dell'attività educativa, o quantomeno nell'attento monitoraggio della presenza di palesi deficit di maturità del minore».
Tradotto in italiano corrente, i genitori si beccano la patente di falliti. Non hanno educato, non hanno controllato. La giustizia, tanto comprensiva e tollerante con i figli, diventa feroce e inflessibile con il padre e la madre. E' giustizia giusta? Basta valutare sommariamente il risultato. La famiglia era già disperata di suo: con 822mila euro da pagare e una sentenza tanto umiliante, la giustizia ci mette sopra una pietra tombale.
Intercettazioni sempre più care: nel 2011 in fumo 225,9 milioni
Laura Muzzi - Gio, 31/01/2013 - 12:27
Per le intercettazioni la procura di Milano ha speso nel 2011 oltre 36 milioni di euro, quella di Palermo 32 milioni
Milano e Palermo sono le città dove si spende di più per le intercettazioni: 36.279.033 euro nel capoluogo lombardo e 32.163.804 a Palermo.
Che ci fosse una certa attività si poteva intuire anche senza dati alla mano ma ora la conferma arriva dall’Eurispes che questa mattina ha presentato il 25° Rapporto Italia 2013. Nella scheda dedicata alle intercettazioni si apprende che, sebbene negli ultimi 3 anni le spese per le intercettazioni telefoniche siano in calo, la quota che i singoli distretti giudiziari liquidano per il pagamento di questa tipologia di servizio è ancora molto elevata. Nel 2011 si sono spesi 225.987.187 euro, l’1,9% in più rispetto al 2008.
Entrando nel dettaglio dei singoli distretti, Milano, Palermo sono gli uffici giudiziari dove nel 2011 la spesa per le intercettazioni telefoniche è stata più alta: 36.279.033 euro a Milano, 32.163.804 euro a Palermo. Al contrario, tra i distretti giudiziari dove la spesa per intercettazioni risulta essere più contenuta, troviamo Campobasso (239.723 euro), Potenza (1.200.201 euro) e Salerno (1.205.198 euro). “Osservando la diversa composizione delle spese liquidate – afferma L’Eurispes - dagli uffici giudiziari emerge chiaramente che – anche nel 2011 – la quota destinata al pagamento delle intercettazioni è ancora molto rilevante; l’86,5% delle somme liquidate serve a coprire i costi che gli uffici sostengono per le intercettazioni”.
I numeri del fenomeno. In base agli ultimi dati messi a disposizione dalla Direzione Generale di Statistica del Ministero della Giustizia, in Italia nel 2011 sono stati intercettati oltre 135mila bersagli telefonici. La quasi totalità delle intercettazioni continua ad essere di tipo telefonico, con 121.072 bersagli intercettati; seguono, con valori residuali, le intercettazioni di tipo ambientale (11.888), e quelle informatiche/telematiche (2.573). Tra le diverse tipologie, dunque, quelle telefoniche continuano a rappresentare il 90% del totale, quelle di tipo ambientale l’8,4%, e, infine, quelle informatiche e telematiche solo l’1,6%.
Calano i bersagli... aumentano le intercettazioni. Se è vero che nell’ultimo anno il numero totale dei bersagli intercettati è in leggero calo (erano 139mila nel 2010), negli ultimi cinque anni, il numero delle intercettazioni è aumentato del 19,6%, passando da 113mila bersagli intercettati nel 2006, a oltre 135mila nel 2011. Un dato che risente soprattutto degli incrementi registrati, sia tra le intercettazioni di tipo telefonico, con +20,9%, sia tra quelle ambientali, che nello stesso arco di tempo crescono del 13,5%. In calo solo le intercettazioni informatiche e telematiche che, passando da 2.726 nel 2006, a 2.573 nel 2011, registrano un calo pari al 5,6%. Numeri che fanno stimare in circa 179 milioni gli eventi telefonici intercettati in tutto il 2011.
Infine, le intercettazioni non si concentrino più solamente nelle province del Mezzogiorno, tradizionalmente associate alla presenza della criminalità organizzata di stampo mafioso, ma vengano disposte in misura massiccia anche in molti grandi centri dell’Italia settentrionale, un dato che conferma la penetrazione sempre più capillare delle mafie al Nord, dove sono presenti maggiori capitali e dove è possibile aggredire il sistema imprenditoriale.
Nassiriya, Cassazione: lo stato risarcirà i familiari delle vittime per l'attentato
Accolto il ricorso per le scarse misure di sicurezza adottate nella base Maestrale dove morirono 19 italiani
ROMA - Accolto dalla Cassazione il ricorso dei familiari delle vittime della strage di Nassiriya (12 novembre 2003) per ottenere, dal ministero della Difesa, il risarcimento per le vite dei loro congiuntiin relazione alle misure di sicurezza che - nella base italiana 'Maestrale' - avrebbe dovuto adottare anche il colonnello dei carabinieri Georg De Pauli, insieme al generale dell'esercito Bruno Stano, responsabile della sicurezza dei militari italiani. La Suprema Corte ha infatti deciso che sarà la Corte di Appello di Roma - alla quale deve essere trasmesso il procedimento - ad occuparsi della causa risarcitoria.
Stamani il procuratore generale militare Antonino Intelisano, nell'udienza innanzi alla Prima sezione penale, si era espresso negli stessi termini chiedendo l'annullamento con rinvio della sentenza emessa dalla Corte di Appello militare di Roma il sette febbraio 2012. Nel gennaio 2011, la stessa Cassazione aveva accolto il medesimo motivo di ricorso avanzato dai familiari dei caduti nei confronti di Stano. Il generale e De Pauli sono stati penalmente assolti dalle accuse ma, civilmente, adesso per non aver adottato le necessarie fortificazione attorno alla base 'Maestrale', il ministero della Difesa sarà chiamato a pagare per loro conto. In appello è già in corso il procedimento risarcitorio inerente il ricorso contro Stano, anche se non procede molto speditamente.
A Nassiriya - nell'esplosione di un camion guidato da un kamikaze - morirono 19 italiani (12 carabinieri, cinque militari dell'esercito e due civili) e sette iracheni. I feriti furono 140. Le fonti dell'intelligence nei giorni precedenti l'attentato avevano diramato molti e crescenti preavvisi di allarme. Totalmente scagionato, anche dal punto di vista risarcitorio, è stato solo il generale Vincenzo Lops che guidò la base dal venti giugno al sette ottobre 2003. I familiari dei caduti di Nassiriya sono stati difesi quasi tutti dall'avvocato Francesca Conte e da Dario Piccioni.
In alcuni casi si limitano ad affiggere manifesti, invitando gli abitanti a rispettare volontariamente i precetti indicati. Ma il rabbino Allan Nadler accusa: «Minacciano le persone e agiscono come la mafia».
Nei quartieri di New York abitati dagli ebrei ortodossi ci sono “comitati della modestia”, che perlustrano le strade e minacciano gli abitanti che si comportano in modo da violare i precetti. In alcuni casi entrano nei negozi e persino nelle case, affrontando i proprietari che non seguono le regole. Chiedono che i manichini troppo osè vengano tolti dalle vetrine, o sequestrano iPad e cellulari.
La denuncia viene dal New York Times, e segue uno sviluppo di cronaca che ha colpito molto la città. La settimana scorsa Nechemya Weberman, membro molto in vista del gruppo Satmar Hasidim di Brooklyn, è stato condannato a 103 anni di prigione per abusi sessuali contro una ragazza. Weberman è un terapista senza licenza, e la giovane gli era stata mandata proprio da uno di questi “comitati” per correggere il suo comportamento.
La vicenda ha attirato l’attenzione su questo fenomeno, spingendo il Times a condurre un’inchiesta. Il risultato è che i gruppi autonominati di custodi della decenza sono molto diffusi, soprattutto in zone come Williamsburg. Sono persone che spesso hanno rapporti con i rabbini locali, ma non hanno un incarico o un ruolo formale all’interno della comunità. Di loro iniziativa, però, si arrogano il diritto di controllare il comportamento dei vicini e sanzionarli, se li giudicano in contrasto con i precetti.
L’elemento centrale è la modestia, nel vestirsi e nel comportarsi. Le donne devono avere le gambe e la braccia coperte, e vestiti a girocollo che nascondano il petto. Gli uomini non possono portare i bermuda d’estate. Il colore e lo spessore delle calze delle bambine è bene definito, e guai a parlare di minigonne. I negozi di abbigliamento devono fare attenzione a come espongono la merce, perché i manichini troppo provocanti non sono tollerati. Anche gli iPad, i computer e i cellulari possono diventare pericolose violazioni delle regole, soprattutto quando i giovani li usano per parlare con persone dell’altro sesso.
Gli interventi per correggere questi comportamenti variano. In alcuni casi, i “comitati” si limitano ad affiggere manifesti, invitando gli abitanti a rispettare volontariamente i precetti indicati. In altri casi, secondo il rabbino Allan Nadler, «agiscono come la mafia». Entrano nei negozi, e consigliano ai proprietari di togliere o cambiare i manichini, per non ritrovarsi con le vetrine rotte; vanno dai padri, e dicono che se vogliono avere una vita serena, dovrebbero parlare con le proprie figlie per spingerle alla modestia.
In alcuni casi sono entrati direttamente in azione, confiscando iPad, computer e altri gadget giudicati non appropriati per i bambini. Un marito che tradiva la moglie è stato minacciato: o pagava il comitato per fare “terapia”, oppure le sue scappatelle sarebbero state rivelate al pubblico. Il procuratore di Brooklyn Charles Hynes, capo dell’acussa nel caso Weberman, ha ricevuto così tante denunce che presto potrebbe toccare ai vigilantes della modestia di essere giudicati.
Armstrong: “Il doping è sempre esistito Lo praticavano anche Coppi e Merckx”
“Nel mio sport nessuna generazione è stata esente da pratiche vietate. È inutile però scagliarsi contro un singolo corridore: serve invece una commissione di verità e riconciliazione, per invertire la tendenza a barare e fare pulizia”
Bandito ormai dal mondo del ciclismo e dello sport, Lance Armstrong cerca di nascondersi dietro la falsa attenuante che “si dopavano tutti” e va oltre, non ponendo limiti di tempo alle pratiche vietate nel ciclismo. «’Nessuna generazione era pulita» ha detto l’ex fuoriclasse americano in un’intervista al sito www.cyclingnews.com. Per Armstrong, dunque, i corridori di ogni epoca hanno sempre cercato «un aiuto», dunque lui non si considera la pecora nera del gruppo.
«La mia generazione non è stata molto diversa da quelle che l’hanno preceduta. Si sono soltanto evoluti i metodi per migliorare le prestazioni agonistiche. Un secolo fa ci si aggrappava ai treni, ora c’è l’eritropoietina: la differenza è soltanto questa. Nessuna generazione è stata immune dalle pratiche vietate, nemmeno quella di Merckx, di Hinault o di LeMond. Nemmeno quella di Coppi o di Gimondi, di Bartali o di Anquetil o di Indurain. E nemmeno la mia».
Dopo la confessione mediatica da Oprah Winfrey, l’ex corridore a stelle e strisce - privato per doping delle vittorie di sette Tour de France - è tornato dunque agli onori delle cronache, probabilmente nel tentativo - piuttosto maldestro, in verità - di riacquistare almeno in parte credibilità presso l’opinione pubblica. «Il fatto vero è che il ciclismo è uno sport dannatamente duro, il Tour è come un numero acrobatico e per un secolo tutti hanno cercato di trovare delle scorciatoie e dei vantaggi». Per fortuna il texano ha però cercato anche una via per uscire da questa spirale del doping.
«Verità e riconciliazione, non c’è altra soluzione per invertire questa tendenza. Io adesso sono nell’occhio del ciclone, ma la questione non riguarda un singolo corridore, nè una squadra o un direttore sportivo, ma l’intero ciclismo. E, a esser franchi, anche tutti gli sport di resistenza. Esporre al pubblico ludibrio un atleta o un team non risolve il problema. Si deve formare una commissione sul doping nel ciclismo e poi procedere a un’amnistia».
Armstrong però non ha fiducia nell’attuale presidente della Federciclismo internazionale (Uci) Pat McQuaid: «E’ patetico, capace soltanto di coprirsi le spalle. Con lui parlai già molti mesi fa, proponendogli proprio la nascita di una commissione di verità e riconciliazione, ma non ne ha voluto sapere». Secondo Armstrong, comunque, il ciclismo non morirà mai anche se di questo passo rischia una crisi profonda «con fuga di sponsor, tante gare cancellate e una lenta involuzione». L’ex Robocop ha poi sottolineato che intende spiegare alla Wada (agenzia mondiale antidoping) tutti i particolari di quanto gli è successo «ma a quello stesso tavolo non vorrò vedere nessuno dell’Uci e nemmeno dell’Usada (l’agenzia antidoping Usa, che lo ha incastrato, ndr), perché questo è uno sport mondiale e non statunitense».
Un automobilista effettua un sorpasso a destra: viene "beccato" e multato. Viola anche l’art. 180 del codice della strada, non dando alla polizia, come di proprietario del veicolo, le generalità del conducente al momento dell’infrazione. Si difende dicendo di aver proposto opposizione contro il verbale di accertamento dell’illecito presupposto, quindi quella contestazione non può dirsi definitiva. La Cassazione, con l’ordinanza 20534/12, accoglie le doglianze del ricorrente, precisando che «in tema di sanzioni amministrative conseguenti a violazioni del codice della strada, il termine entro cui il proprietario del veicolo è tenuto a comunicare all’organo di polizia che procede i dati relativi al conducente, decorre dalla richiesta rivolta al proprietario dall’organo di polizia».
Perché la Francia spegne le luci?
La Francia si appresta a spegnere le luci delle sue città. Perché e con quali modalità?
Ieri il «Journal Officiel» ha pubblicato un decreto preparato in realtà dal precedente governo sarkozysta ma promulgato da quello attuale socialista e dal suo ministro dell’Ecologia, Delphine Batho. Dal primo luglio prossimo, a partire dall’una del mattino resteranno al buio uffici, negozi ed edifici pubblici. Tutti, spiegano al ministero, compresi «monumenti, municipi, stazioni e tutto quel che non è residenziale». Per i negozi e gli uffici, ordine di spegnere all’una o al massimo un’ora dopo la fine dell’occupazione dei locali.
Il giro di vite, anzi d’interruttore, è innanzitutto simbolico: molte illuminazioni notturne sono assurdi sprechi di elettricità, in un Paese dove il concetto di uscire spegnendo la luce è molto meno diffuso che nel nostro, forse perché l’elettricità, grazie al nucleare, costa mediamente poco. Poi c’è la volontà di ridurre l’impatto ambientale dell’«inquinamento luminoso», nefasto, pare, per la migrazione e la riproduzione degli uccelli ma anche per i cicli di sonno degli umani. Infine, si tratta di risparmiare.
L’entità del risparmio è controversa. Secondo il ministero, lo spegnimento notturno permetterà di economizzare due terawatt (Twh) all’anno, cioè l’equivalente del consumo di 750 mila famiglie. Per il sindacato delle imprese dell’illuminazione, invece, il risparmio sarà di appena mezzo Twh, cioè appena dello 0,1% del consumo di elettricità francese.
Sì. I prefetti potranno concedere delle deroghe per giornate particolari, come i giorni di festa o quelli di Natale. E, soprattutto, recita il decreto, per «le zone turistiche di affluenza eccezionale o di animazione culturale permanente». È già stato comunicato l’elenco delle 41 città «graziate» e, al loro interno, delle zone esonerate dal rispetto dell’oscuramento.
Ci sono, ovviamente, molti degli angoli più celebri di Francia e più apprezzati dai turisti. Per esempio, il centro storico di Orléans e quello di Saint-Malo, il quartiere della cattedrale di Chartres, la Promenade des Anglais e il Vieux Nice a Nizza, il centro di Cannes, Vence, il Vieux Lyon e la Fournière di Lione, il Vieux Port di Marsiglia e così via.
Esentati la rue de Rivoli, la place des Vosges e la rue des Francs-Bourgeois, il Viaduc des Arts, il boulevard Saint-Germain (ma solo fra Saint-Germain-des-Près e i Saints-Pères), la butte Montmartre e naturalmente l’avenue degli Champs-Elysées. Da anni, la Torre Eiffel viene spenta a notte fonda, ma in questo caso si tratta di una decisione presa autonomamente dal Comune di Parigi.
Ci sono reazioni?
In generale, il decreto è stato accolto bene, anche perché era già stato annunciato e fa seguito a quello, in vigore dal luglio scorso, che obbliga a spegnere le insegne luminose dei negozi dall’una alle sei del mattino. Particolarmente entusiaste le reazioni di associazioni ecologiste come la Fne, France Nature Environnement, Francia natura ambiente, e soprattutto l’Anpcen, l’Associazione nazionale per la protezione del cielo e dell’ambiente notturno. Plaudono anche gli astrofisici, che da tempo lamentano che le città di notte siano così luminose da rendere difficile studiare il cielo stellato.
In Italia c’è stato qualcosa del genere?
Sì, l’operazione «Cieli bui», lanciata dal governo Monti nell’ambito della «spending review» per tagliare una bolletta che supera il miliardo di euro, anche perché i consumi di elettricità in Italia sono particolarmente alti: per l’illuminazione pubblica, ad esempio, 105 chilowattora pro capite contro una media europea di 51. Ma molti Comuni avevano anticipato la decisione governativa decidendo «in proprio» di tagliare l’illuminazione pubblica, non senza proteste dei cittadini per la sicurezza in strade meno illuminate».
Torino, che nel 2011 ha consumato per gli edifici e l’illuminazione pubblica (in complesso, 96 mila punti luce) oltre 170 milioni di Kwh, con una spesa totale di 30,8 milioni di euro, peraltro già ridotta del 2,5% rispetto al 2010. Per il 2012 l’assessore al Bilancio, Gianguido Passoni, aveva annunciato un’ulteriore riduzione della spesa limitando l’illuminazione decorativa nei giorni festivi, riducendo l’accensione di venti minuti, spegnendo le fontane luminose durante la settimana e rinegoziando contratti e convenzioni.
Nessuno toglierà le mummie dal Museo Egizio”
Intervista a Mario Turetta, direttore regionale dei Beni culturali: “Il progetto non è ancora pronto, ma quello preliminare ne conferma l’esposizione”
«Le mummie continueranno a essere esposte al museo Egizio, anche nel suo futuro, nuovo e ampliato allestimento. Lo prevede il progetto preliminare ed è di questa opinione anche il ministero dei Beni Culturali. Nessuno ha mai detto che le mummie saranno ritirate. Le notizie che hanno parlato di una presunta volontà del museo di non farle più vedere sono frutto di fraintendimenti». Mario Turetta, direttore regionale dei Beni culturali, rappresenta in Piemonte il ministero titolare della proprietà e della tutela delle collezioni del museo, affidate in gestione alla Fondazione Antichità Egizie, guidata da Evelina Christillin, affiancata dalla direttrice Eleni Vassilika.
Non sussiste pertanto il problema mummie?
« Non ho mai preso in considerazione l’idea che le mummie non vengano più esposte. Sono una parte fondamentale del museo egizio, un unico della collezione di Torino, che la rende seconda al mondo. Con curiosità e attenzione ho seguito il dibattito e ricordo le parole pronunciate dal ministro Ornaghi, in occasione della sua visita al Museo, il 15 gennaio scorso. A una precisa domanda ha risposto che le mummie saranno esposte».
Dove saranno collocate?
«L’esposizione è disciplinata da un progetto preliminare, che si affina di giorno in giorno. Lo prepara la direttrice Eleni Vassilika, in collaborazione con il comitato scientifico del Museo e in stretto rapporto con la Soprintendente Egle Micheletto. Il progetto preliminare già conferma l’esposizione. Per quanto ne so, contempla una riorganizzazione del museo com’ è, ma arricchito da scelte e percorsi nuovi».
Se il ministero non lo troverà adeguato dovrà essere cambiato?
«La questione sta in termini diversi. La Soprintendenza, garante della tutela delle collezioni, entra in merito al progetto e lo condivide con la direttrice, che lo redige, sentito il consiglio di amministrazione della Fondazione e il comitato scientifico del Museo. È una collaborazione costruttiva che garantirà un riallestimento rigoroso, ma anche in grado di comunicare con il grande pubblico.»
Com’ è nata allora la polemica?
«Non c’è alcuna polemica. Nelle riunioni del consiglio di amministrazione e negli incontri tecnici ai quali ho partecipato non è mai stata sollevata l’idea di nascondere le mummie. Non ho mai sentito la direttrice dire che vuole toglierle. La notizia è un probabile frutto di fraintendimento o di colloqui travisati».
La direttrice Vassilika, riferendosi alle mummie, ha dichiarato testualmente: «Il macabro non ci interessa. Siamo un museo d’arte».
«Respingo totalmente che l’Egizio in tutta la sua storia sia mai stato interessato alla rappresentazione del macabro o vi abbia speculato. Mai c’è stato da parte dei suoi direttori un approccio che guardasse al macabro, ma sempre al grande rigore scientifico».
Come mai allora ogni tanto il museo si è trovato a dover affrontare dicerie e leggende infondate. Come quella che voleva che ci fossero nei sotterranei tesori ignoti o che si diffondessero nell’aria miasmi in grado di creare disagi?
«Lo si deve al fascino della storia egizia, in gran parte ignota al grande pubblico, ma che provoca la sua fantasia».
A ottobre scadrà il mandato della direttrice Vassilika. Verrà rinnovato?
«La questione è di competenza del Consiglio di Amministrazione. Posso solo dire che il nuovo statuto del Museo prevede che la nomina del direttore avvenga a seguito di un nuovo bando pubblico, come quello che scelse la Vassilika».
Licenziare una colf o una badante da gennaio può costare 1.450 euro
L'applicazione della legge Fornero prevede un'indennità in caso di risoluzione del rapporto. Una platea potenziale di oltre 800mila persone
La novità è un fulmine a ciel sereno. Se la vicenda degli esodati riguardava oltre 300mila persone, quella del licenziamento di colf, badanti e baby sitter ne riguarda potenzialmente almeno tre volte tanto. Infatti, nelle pieghe della legge 92 del 2012, la cosiddetta riforma Fornero, si nasconde un detonatore che potrebbe far sussultare molte famiglie italiane. Si tratta delle norme che regolano il licenziamento del personale domestico. La bomba è stata portata alla ribalta dalla piccola e combattiva Assindatcolf, l’associazione sindacale dei datori di lavoro domestico. I conti sono presto fatti.
Con l’avvento dell’Aspi, l’assicurazione sociale per l’impiego, le norme sul licenziamento del personale di ogni tipo impongono il pagamento di un’indennità in caso di interruzione del rapporto di lavoro, escluse le dimissioni volontarie o la consensualità. La cifra, nel caso di colf, badanti e baby sitter, può raggiungere i 1.450 euro. Beneficiario è l’Inps, che in questi casi vedrebbe aumentare le sue entrate. Le conseguenze sono evidenti: la ricerca di formule alternative di assunzione di colf, badanti e baby sitter. Oppure, la peggiore: il ricorso al lavoro nero. Secondo le stime circolanti, la platea dei potenziali interessati riguarda oltre 800mila persone, senza contare gli irregolari, che stanno contrattando con il loro datore di lavoro famigliare la regolarizzazione del rapporto. L’Inps, per caso, intende dirimere il problema?
Trovato il casco del pilota scomparso
Il caccia F-16 disperso da due giorni al largo della costa dell’Adriatico. «Ma non perdiamo la speranza»
È stato ripescato 15 miglia al largo della costa di Cervia il casco del pilota di caccia americano Lucas Gruenther, che volava sull’F-16 precipitato lunedì sera nell’Adriatico. Sul posto anche il cacciamine “Vieste” della Marina Militare Italiana partito da Taranto che avrà il compito di scandagliare con la sua strumentazione il fondo marino alla ricerca dei resti dell’aereo. Alle ricerche partecipano anche gli americani con un C-130. «Spero che si possa riportare a casa il capitano Gruenther in sicurezza» dice il comandante della Base Usaf di Aviano, generale Scott J. Zobrist.
Il 31st Fighter Wing ospitato alla base friulana ha inviato dal pomeriggio di ieri altri aerei F-16 Fighting Falcon, che collaborano alla perlustrazione assieme ai velivoli e alle imbarcazioni italiani. «Anche se non sono specificamente progettati per la ricognizione - prosegue Zobrist - i nostri F-16 hanno sistemi di puntamento che possono essere utilizzati per precisare la ricerca. Ora che le navi e gli aerei da ricognizione hanno affinato l’area di ricerca, speriamo di aiutare mettendo più sensori e occhi. L’operazione di ricerca in Adriatico è davvero ampia. Sono grato ai molti professionisti italiani e americani che stanno svolgendo questa missione, e spero - conclude - che si possa riportare a casa il capitano in sicurezza».
L’Italia non garantisce i padri divorziati”
La Corte di Strasburgo: “Non viene fatto tutto il possibile per permettere loro di vedere i figli”
Raffica di condanne all’Italia, in un solo mese, da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Dopo le dure sentenze sul sovraffollamento delle carceri piombate nei primi giorni del 2013, ieri ne sono arrivate altre due. Una riguarda ancora la violazione dei diritti di un detenuto, l’altra «la violazione del diritto al rispetto dei legami familiari» di un padre separato.
Quando l’uomo ha iniziato la sua battaglia per vedere rispettato il suo diritto di visita la bambina aveva 2 anni, oggi ne ha 12. Anni importantissimi per stabilire con un figlio una relazione stabile, che l’uomo non ha quindi potuto costruire nonostante i tanti ricorsi fatti e le relative sentenze ricevute da vari tribunali. Sentenze che gli hanno sempre dato ragione, come quest’ultima, la più importante, quella della Corte di Strasburgo cui Sergio Lombardo - questo il nome dell’uomo - si è rivolto stanco di non veder reso esecutivo nella pratica il diritto che gli veniva riconosciuto nella teoria.
Nel suo ricorso, infatti, Lombardo ha accusato le autorità italiane - tribunali e servizi sociali - di mancanza di diligenza, attenzione e imparzialità e, soprattutto, di non aver fatto quanto in loro potere per proteggere i suoi diritti di genitore. E i giudici di Strasburgo gli danno ragione su tutta la linea.
Istituita nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per assicurarne il rispetto, la Corte (il cui vicepresidente è un italiano) ha infatti rilevato che «i tribunali non sono stati all’altezza di quello che ci si poteva ragionevolmente attendere da loro poiché hanno delegato la gestione tra padre e figlia ai servizi sociali».
Servizi sociali che spesso non hanno risorse e personale per seguire tante situazioni familiari difficili contemporaneamente. Ma la seconda motivazione è forse più pesante della prima: «la procedura seguita dai tribunali è stata fondata su una serie di misure automatiche e stereotipate» che alla fine hanno compromesso un rapporto equilibrato tra padre e figlia. La stoccata finale riguarda invece la condotta che il sistema di giustizia minorile italiano avrebbe dovuto tenere in una situazione come questa, e cioè prendere rapidamente misure «più dirette e specifiche» per ristabilire i contatti fra padre e figlia perché il passare del tempo, specie in età infantile, può avere conseguenze irrimediabili sulla relazione tra il bambino e il genitore che non vive più con lui.
Come per la questione carceri, non è la prima volta che la Corte di Strasburgo condanna l’Italia per la scarsa attenzione ai diritti dei padri separati. Due anni fa aveva dato ragione a un 45 enne riminese e condannato lo Stato a un risarcimento di 15 mila euro per danni morali per non aver messo in atto le misure necessarie a garantirgli la possibilità di incontrare il figlio. Ma la domanda vera per il padre che ieri ha ottenuto la sua ennesima vittoria sulla carta è: e ora? Cambierà qualcosa? Per Maurizio Quilici, presidente dell’Istituto Studi sulla Paternità «la sentenza è importante». Ma anche la legge 54 del 2006 che ha introdotto l’affido condiviso doveva garantire una più equilibrata presenza del padre. «E invece ha cambiato poco sul piano pratico». Occorre vigilare sull’adempimento delle pronunce dei giudici. Ma il punto debole è proprio questo. «Emessa la sentenza, appare facilissimo eluderne le disposizioni». Speriamo questo non valga anche per una condanna che ci scredita in Europa.
Il dramma dei papà clochard “Per pagare gli alimenti ci siamo ridotti in povertà”
Il caso di Max: cacciato di casa dopo aver perso il lavoro dorme in stazione Centrale a Milano
Max dormiva alla Stazione Centrale di Milano con un cappotto blu troppo elegante e la fede ancora al dito. «Più di tutto, avevo paura dei poliziotti - racconta - mi avvolgevo dentro ai giornali per sembrare un barbone. Avevo il terrore che mi chiedessero di spiegare come fossi finito lì». Certe volte, bastano sette mesi rovinosi. Quarant’anni, operatore finanziario, stipendio di medio livello, Max girava l’Italia e si sentiva forte - ultimi incarichi a Torino e Portogruaro - prima di essere licenziato. «Mia moglie mi ha sbattuto fuori di casa senza preavviso, mentre ero in causa con l’azienda per sei mesi di stipendi arretrati. Tutto quello che avevo da parte era giustamente per mia figlia, che ha tre anni. La adoro». Ed ecco come Max è finito a dormire alla stazione. Anche se non assomigliava agli altri residenti notturni.
Lo ha notato Diego Alloni, 50 anni, presidente dell’associazione Padri Separati della Lombardia. «Non c’entrava nulla in quel contesto, aveva un cappotto troppo elegante, anche se incominciava ad essere un po’ rovinato. Il fatto è che quella di essere attrezzati è proprio una mia fissazione. Chi si trova in uno stato di impoverimento improvviso, emotivo e materiale, deve attrezzarsi». Abiti giusti. Indirizzi giusti. Bisogna sapere a chi chiedere aiuto. Bisogna capire di cosa si tratta. «Siamo tutti sottopeso - dice Alloni - sarà contento il Governo, noi non creiamo problemi per l’eccesso di trigliceridi... Mangiamo un pasto al giorno, carne una volta alla settimana.
Il resto è frutta e verdura regalata, mense sociali, le derrate provvidenziali messe a disposizioni dal Banco Alimentare». Il calcolo che ripetono tutti, bisogna riconoscerlo, ha una sua fondatezza. «L’85 per cento delle persone in Italia non arriva a 1500 euro al mese - dice Alloni - dobbiamo ragionare su questa cifra. Togliendo 400 euro di mantenimento ai figli, ci si ritrova in condizioni di povertà relativa. Se togliamo altri 400 euro per il mutuo, si è proprio poveri. Poveri e basta». Sette nuovi casi allo sportello di Torino nell’ultima settimana, 5 a Napoli. «A noi ci salvano le mamme», dice Alessandro Ciardiello, il presidente dell’associazione Padri Separati della Campania.
Le mamme salvano i figli separati, come la Caritas, la Fondazione Scalabrini, il Cottolengo, le suore che distribuiscono cibo e maglioni caldi, come certi gesti di strepitosa generosità individuale. Perché questa storia di uomini soli, smagriti, fuori al freddo, in guerra con il mondo, può sembrare unicamente tragica, ma certe volte non lo è. Almeno non lo è stata per Massimiliano, raccolto alla Stazione Centrale da un uomo che lo ha riconosciuto come un suo simile. Adesso vive in un splendido alloggio sul lago di Lecco, con un altro padre separato. «È il dono di una gentilissima orefice di Arcore», racconta Diego Alloni. E poi sentite il caso di Raffaele, 27 anni, che mangiava pane, formaggio e scatolette di tonno all’associazione San Francesco.
Forse il più giovane padre separato della Lombardia. Raffaele è un designer di moda in crisi nera, senza soldi da un anno, padre di una bambina piccola, stava adattandosi a dormire in un container vicino al cimitero di Milano. «Ma un giorno arriva da noi una signora elegantissima sulla sessantina - racconta Alloni - una giornalista di Vogue, alta borghesia. Dice: “Ho avuto molto dalla vita. Abito in una casa troppo grande. Mi piacerebbe mettere a disposizione una stanza del mio appartamento per un padre separato...”». Così è andata. Ora il designer di moda in disgrazia convive con la giornalista affermata di Vogue. Perché spesso sono proprio altre donne a salvare gli uomini soli.
Processo Misseri, giudice popolare si astiene e viene sostituita.
La difesa di Sabrina: si è lasciata sfuggire un «giudizio poco lusinghiero» sulla teste Liala Nigro, amica di Sabrina.
Non devono essere piaciute le risposte della testimone Liala Nigro alla giudice popolare. Troppo a favore di Sabrina Misseri? Certamente quella frase sfuggita ad alta voce e detta all’orecchio della sua collega di giuria popolare non è sembrata opportuna alla difesa, tanto che l’avvocato Nicola Marseglia ha fatto presente il fatto alla presidente Rina Trunfio chiedendo l’astensione della signora. E dopo una breve riunione la giudice ha letto la sua astensione «per motivi personali». Sarà. D’altronde il beneficio del dubbio sembra concedersi a tutti in questa aula. Tranne che alle imputate, Sabrina Misseri e Cosima Serrano, madre e figlia, accusate si essere le assassine della piccola Sarah. Condannate dai milioni di giudici fai da te attaccati ai salotti tv invasi di cronaca. Ed evidentemente condannate anche da quella signora seduta in giuria, se è vero quello che sostiene l’avvocato di Sabrina, Nicola Marseglia.
E il fatto che la giudice si sia astenuta certo fa pensare. E questo ennesimo colpo di scena turba un clima già non sereno dove il principio democratico e a base del sistema giudiziario del «dubbio pro reo», sembra dimenticato. Non è questione di essere innocentisti e colpevolisti, basta analizzare le circostanze venite fuori da queste udienze a carico di Sabrina e Cosima per capire che non si tratta di fatti, di prove. E che gli indizi anche messi tutti insieme non fanno una prova. A Sabrina piaceva Ivano. Anche a Sarah piaceva Ivano. Quel giorno le cugine dovevano andare al mare. Non si sa bene se quel giorno in attesa di Sarah, Sabrina fosse sulla veranda o per strada. Una testimone dice che Sarah quella mattina era triste. Un altro testimone spiega che quella signora (la supertestimone) era detestata da Sarah ed era per quello che sembrava triste la mattina del 26 agosto a casa di Sabrina dove c’era proprio quella signora.
Gli orari? Ognuno ricorda diversamente. E per mettere tutti i testimoni d’accordo non sono bastati due interrogatori dei pm e tutte le udienze. Il sogno? E’ rimasto tale con il fioraio che preferisce finire nei guai, indagato per false dichiarazioni piuttosto che dire quello che tutti vogliono sentire da lui, ossia che quel sogno (dove Sabrina e Cosima trascinavano via Sarah in macchina) è realtà. Confusi dopo questo riassuntino? Nessuna preoccupazione, è questo lo stato dell’arte. Peccato che una ragazza e sua madre stiano in carcere da anni. E chi se ne importa del ministro Severino che in apertura di anno giudiziario ha ripetuto fino allo sfinimento che la carcerazione preventiva deve essere solo una extrema ratio.
Ma torniamo alla testimone di oggi, quella che non è piaciuta alla giudice popolare che alla fine ha deciso saggiamente di dimettersi dal suo incarico. Forse sarebbe stato meglio che lo facesse anche la sua vicina, quella a cui ha urlato l’insulto all’orecchio, visto che la risatina offerta al pubblico non è sembrata a molti garanzia di imparzialità. Liala ha raccontato che Sabrina e Sarah si vedevano praticamente ogni giorno. Il loro rapporto era tranquillo: «personalmente non ho mai visto screzi tra le due, nè ho notato atteggiamenti di gelosia o invidia per l’amicizia con Ivano Russo». La testimone ha sottolineato che Sarah usciva con loro solo quando era presente Sabrina e che era piuttosto taciturna. «Rimaneva - ha aggiunto - comunque sulle sue, non esprimeva tanto i suoi pareri perché noi facevamo discorsi lontani dai suoi interessi».
Ivano? «Sapevo della simpatia e dell’innamoramento tra Sabrina e Ivano, dell’attrazione che ci può essere tra ragazzi di vent’anni. Non sono arrivati al fidanzamento, ma Sabrina mi disse che una sera ci fu una piccola effusione fisica tra i due che, però, non ha portato a nulla». Sul padre di Sabrina, Michele Misseri: «Sabrina in un paio di occasioni, probabilmente un anno prima della morte di Sarah, mi disse che era preoccupata per il padre, temeva comportamenti strani, diceva che il padre aveva problemi di memoria ed aggressività», ha raccontato la Nigro in aula, aggiungendo che Sabrina si auspicava di far visitare il padre da un medico e precisando che fra Sabrina e suo padre Michele Misseri c`era un ottimo rapporto.
Liala parla tranquilla, senza esitazioni, invitata dalla presidente Trunfio a stare tranquilla e a dire la verità, di non avere altre preoccupazioni. E Liala ricorda. Forse le cose che dice sono troppo distanti dal ritratto che è stato fatto di Sabrina. Chissà. Ma la giudice popolare non ce la fa e sbotta in quella frase poco lusinghiera. «E’ stato un episodio increscioso», dice diplomaticamente Franco Coppi, il principe del Foro che difende Sabrina Misseri-. «E mi auguro che sia limitato a questo giudice perché non non possiamo che continuare ad avere fiducia nella serenità e nell’imparzialità di tutto il collegio».
Condomini, sentenza della Cassazione: «No alla gogna per gli inquilini morosi»
Condanna per diffamazione per gli amministratori che comunicano pubblicamente i nomi di chi è in ritardo con le bollette
ROMA - Scatta la condanna per diffamazione a carico degli amministratori condominiali che nell'androne del palazzo - ossia in luoghi accessibili a chiunque - affiggono un comunicato dove fanno il nome degli inquilini in ritardo con il pagamento delle bollette per sollecitarne il saldo e avvertire che altrimenti saranno sospese le erogazioni di servizi fondamentali, come la distribuzione dell'acqua. Lo sottolinea la Cassazione, confermando il verdetto di colpevolezza per Pietro A., amministratore di un condominio di Messina. L'uomo aveva affisso sulla porta dell'ascensore, all'ingresso del palazzo, l'elenco dei morosi avvisando che, se entro due giorni non avessero provvisto al saldo, la società municipalizzata erogatrice del servizio idrico li avrebbe lasciati all'asciutto.
Uno dei condomini, Rosario G., lo aveva denunciato per offesa alla reputazione anche perché una parte della mora che lo riguardava era attribuibile al precedente inquilino mentre lui, più volte, aveva anche sollecitato l'amministratore per fare chiarezza sulla sua parte di debito. Ad avviso di Rosario G., quel comunicato affisso all'ascensore aveva l'evidente intento «di sottoporre ad una "pubblica gogna" coloro che non avevano pagato le quote». Sia il Giudice di Pace di Messina, che il Tribunale - con verdetto del 21 gennaio 2011 - gli avevano dato ragione.
Lo stesso è avvenuto in Cassazione che ha ricordato: «integra il delitto di diffamazione il comunicato con il quale alcuni condomini siano indicati come morosi nel pagamento delle quote condominiali e vengano conseguentemente esclusi dalla fruizione di alcuni servizi, qualora esso sia affisso in un luogo accessibile, non già ai soli condomini dell'edificio per i quali può sussistere un interesse giuridicamente apprezzabile alla conoscenza di tali fatti, ma ad un numero indeterminato di altri soggetti».
La sentenza. La Suprema Corte, con la sentenza 4364, ha così respinto il ricorso dell'amministratore avvertendolo che avrebbe fatto meglio a «calibrare il contenuto dell'informazione a tale esigenza (di maggior riservatezza) evitando di menzionare anche l'identità dei condomini morosi».
Martedì 29 Gennaio 2013 - 16:39
La rimozione delle colpe e il mito del bravo italiano di Focardi
ROMA - Disquisendo della memoria della seconda guerra mondiale, lo storico inglese Tony Judt parla di “eredità maledetta”. Per lo scontro di civiltà che incarnò quel conflitto globalee per le sue truculente appendici (la Shoah, le deportazioni, la bomba atomica). Ma anche per il racconto mitizzato di quelle vicende. Con la (comoda) attribuzione alla Germania nazista di tutte le responsabilità e la presunzione di innocenza degli altri. Compreso chi, come l’Italia, vantava la primogenitura mondiale del fascismo e aveva collaborato strettamente con Hitler e i suoi atroci crimini. A distanza di settant’anni da quei fatti, il nostro Paese non si è ancora liberato di quell’“eredità maledetta”. E la visione autoassolutoria, con il corollario dello stereotipo de Il cattivo tedesco e il bravo italiano, come titola il saggio di Filippo Focardi (Editori Laterza, 288 pagine, 24 euro), resiste nell’immaginario collettivo.
Per dirla altrimenti, ampi settori dell’opinione pubblica italiana condividono il giudizio buonista su Benito Mussolini formulato da Silvio Berlusconi il 27 gennaio scorso. Bastava ascoltare ieri mattina le telefonate di consenso di molti ascoltatori alle parole dell’ex premier, nel corso della trasmissione condotta da Platinette su Radio Montecarlo. E infatti «il mito del bravo italiano», analizzato da David Bidussa già nel 1994, ha viaggiato (e viaggia) di pari passo con l’idea che il fascismo sia stata una dittatura all’acqua di rose, tenera verso gli oppositori e gli ebrei, i cui unici errori furono le leggi razziali e l’ingresso in guerra, e solo per compiacere l’alleato Hitler. Così, alla figura esecrabile del “cattivo tedesco”, barbaro, è stata contrapposta quella del “bravo italiano”, pacifista, non antisemita, generoso anche quando veste i panni dell’occupante. Tacendo, minimizzando o negando il coinvolgimento del popolo italiano nel fascismo e le responsabilità del paese nelle guerre fasciste e nei suoi crimini.
LE FONDAMENTA Quando questa narrazione assurge ad architrave della memoria pubblica nazionale? Focardi ritiene che le sue fondamenta siano state poste già fra l’armistizio del settembre 1943 e il 1947, quale strategia condivisa di un fronte composto dai partiti antifascisti, dal re e dal governo Badoglio, che utilizzarono la differenza tra Italia e Germania (e il contributo della Resistenza alla liberazione) «ai fini di autolegittimazione politica, di mobilitazione bellica e soprattutto di salvaguardia degli interessi nazionali», per evitare una pace punitiva nei confronti del nostro Paese. La mancanza di una “Norimberga italiana”, cioè il fallimento della prevista azione penale contro i circa 850 presunti criminali di guerra italiani individuati dalle Nazioni Unite, e l’amnistia per i reati politici (compreso il collaborazionismo con i tedeschi) concessa nel 1946 dal ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista, con il conseguente stop al processo di epurazione, completarono l’opera di rimozione.
Questa rappresentazione dei fatti è stata alimentata nei decenni successivi a livello storiografico, attraverso i giudizi autoassolutori di Renzo De Felice e di altri saggisti di fama, come Indro Montanelli e Arrigo Petacco. Ma ha trovato una sponda – come ci racconta Focardi – anche «sul piano della cultura popolare e di massa legata ai rotocalchi, al cinema, alla televisione e alle canzoni». Fino al recente film Mediterraneo di Gabriele Salvatores, premio Oscar del 1992. Intendiamoci, il mito del bravo italiano ha un suo nucleo di verità. Ci sono stati diversi Giusti italiani, che hanno salvato centinaia di ebrei dalle deportazioni, e nelle zone di occupazione spesso (anche se non sempre) le nostre truppe hanno trattato con umanità gli ebrei perseguitati, a volte rifiutandosi di consegnarli ai tedeschi.
«Ma il confronto con la malvagità tedesca – spiega Focardi – ha funzionato, volutamente o no, come un perfetto alibi, permettendo di rinviare una riflessione pubblica sulla violenza fascista nel suo complesso: le politiche razziste e antisemite, i progetti espansionistici, le occupazioni militari, le repressioni e i crimini di guerra». A differenza, ad esempio, di quanto si è fatto in Francia. Negli ultimi anni la storiografia ha compiuto molti passi avanti nel colmare le lacune di conoscenza sul regime fascista e le sue guerre, alzando il velo su aspetti taciuti e rimossi, dalle responsabilità autonome dell’Italia nelle leggi razziali fino all’uso dei gas chimici in Etiopia e alle violenze dei militari italiani in Russia e nei Balcani. Ma i risultati di queste ricerche hanno prodotto, come rileva Focardi, «solo flebili effetti sull’opinione pubblica, toccata alla superficie».
Martedì 29 Gennaio 2013 - 13:57

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