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Trib. Milano Sez. I, Sent., 22-11-2017 – Pubblicazione immagini minore
Trib. Milano Sez. I, Sent., 22-11-2017
TRIBUNALE DI MILANO – Sezione Prima civile
Il Tribunale, nella persona della dott. Paola Maria Gandolfi
nella causa civile di I Grado iscritta al N. 34648/2012 R.G. promossa da:
D.R. (c.f. (…) ), con il patrocinio degli avv. (…),
M.P.I. (c.f. (…) ), con il patrocinio degli avv. (…) ,
ATTORI;
T.A. (c.f. (…) ), con il patrocinio degli avv. (…)
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E.C.N. SPA (C.F. (…) ), con il patrocinio dell’avv. (…),
E con la chiamata in causa di
Pollini Scalzati Pollini Sandali Scalzati Tacco Con Sandali L.P.A. s.r.l., con gli avv. (…),
N.I. BV, con l’avv. (…),
Con atto di citazione notificato il 11/5/12 G.A. e T.A., quali genitori esercenti la potestà sul minore B.A., chiamavano in giudizio la E.C.N. s.p.a. per ottenere il risarcimento dei danni morali e patrimoniali subiti dal minore a causa della pubblicazione, non preventivamente autorizzata, della sua fotografia sul numero 147 della rivista QG.
L’immagine del minore B., che si arrampica su un muro, era inserita a corredo di un articolo sulle difficoltà incontrate dai sindaci della Calabria a governare un territorio di n’drangheta, ed era accompagnata dalla didascalia “Normalità? Bambini giocano per le strade di un paesino calabrese, in una zona controllata dalla n’drangheta”. Ritendo violato il diritto all’immagine ed alla riservatezza del figlio, gli attori avevano iniziato il presente giudizio.
Analoga azione, sempre con atto notificato il 11/5/12, hanno svolto D.R. e M.P.I., quali genitori esercenti la potestà sul minore G.R., che nella medesima fotografia compariva mentre osservava dalla strada l’amico B. nella sua “scalata”.
In entrambe le cause si costituiva C.N., sottolineando di avere pubblicato le fotografie per illustrare un articolo sul coraggio di taluni sindaci calabresi per garantire una normale amministrazione nel territorio, tanto che la foto illustrava proprio un episodio di vita quotidiana in un paese (peraltro non identificato). Nel merito delle pretese attoree, C.N. affermava la liceità della pubblicazione ex art. 97 LA trattandosi di immagine scattata in luogo pubblico, per finalità informative/descrittive, di pubblica informazione, senza uso di espressioni denigratorie. Inoltre la convenuta allegava che gli attori non avevano dimostrato che il minore ritratto fosse effettivamente il loro figlio e contestava che i soggetti fotografati risultassero riconoscibili. La convenuta negava altresì violazione della riservatezza, a fronte dell’essenzialità dell’informazione per fini di pubblico interesse, e comunque riteneva priva di fondamento la quantificazione dei danni richiesti. Infine, C.N. rilevava di avere acquistato il servizio, per scopi editoriali, da L.P.A. s.r.l., contrattualmente responsabile per l’acquisizione del consenso del soggetto ritratto.
Pertanto la convenuta chiedeva ed otteneva, all’udienza del 12/3/13, di essere autorizzata a chiamare in causa L.P.A..
Quest’ ultima si costituiva affermando di essere agente sul territorio italiano di N.I. BV, con sede in A., che nel contratto si era impegnata a fornire tutte le liberatorie necessarie ed a tenere indenne e manlevata l’Agenzia di tutte le pretese di terzi relativi o in connessione con contestazioni sulle fotografie, sicché a sua volta chiedeva ed otteneva di essere autorizzata alla chiamata in causa della società olandese.
Nel merito delle pretese attoree, anche la terza chiamata sottolineava la liceità della pubblicazione dell’immagine -scattata in luogo pubblico e legata a fatti di cronaca (trattandosi di un reportage realizzato all’epoca, 2007, in cui la faida di San Luca era sfociata nella strage del ristorante di Duisburg, ma relativo a contesti in cui la problematica permaneva)- e la non riconoscibilità dei minori ritratti. Quanto alla violazione del diritto alla privacy, L. rilevava come la Carta di Treviso del 1990 pone in capo al giornalista l’esclusiva responsabilità di valutare se la pubblicazione di una notizia sia contrastante con l’interesse oggettivo del minore, sicchè spettava solo al giornalista di C.N. considerare le eventuali controindicazioni dell’associazione di immagini di minori ai contenuti dell’articolo in questione (se del caso ovviandovi con il semplice accorgimento tecnico dell’oscuramento del volto). L. affermava quindi la propria estraneità alle scelte editoriali di C.N..
Quanto al contenuto del rapporto contrattuale con la chiamante, L. richiamava le condizioni generali di contratto, accettate con l’acquisizione delle fotografie, che chiarivano come le stesse non fossero “model release”, ed inoltre eccepiva la decadenza e prescrizione ex art. 1495 c.c.
Con Pollini Scalzati Sandali Tacco Pollini Scalzati Sandali All’udienza del 30/10/13 si costituiva N.I. BV, richiamando a sua volta le condizioni generali di contratto con L. accettate da C.N. e, nel merito delle richieste attoree, svolgendo difese analoghe a quelle di convenuta e terza chiamata.
Scalzati Scalzati Sandali Con Sandali Pollini Pollini Tacco Anche N. eccepiva la decadenza e prescrizione delle domande svolte da C.N..
Il G.I. riuniva le due cause e concedeva i termini di cui all’art. 183 c.p.c., quindi rimetteva la causa in decisione, ritendo documentate le questioni controverse.
La causa subiva molteplici vicissitudini a causa dell’assunzione di altro incarico da parte del G.I., infine veniva chiamata all’udienza del 11/4/17 avanti al nuovo G.I., che alla luce della natura della controversia tentava una conciliazione, che tuttavia, malgrado l’interesse mostrato dalle parti, non dava buon esito, sicché, all’udienza del 13/6/17 veniva trattenuta in decisione.
Innanzitutto va sottolineata l’inammissibilità della domanda di risoluzione del contratto con L. svolta da C.N. per la prima volta nella memoria ex art. 183,VI n. 1 c.c.
Questo giudice osserva invero che si ha “mutatio libelli” quando la parte immuti l’oggetto della pretesa ovvero quando introduca nel processo, attraverso la modificazione dei fatti giuridici posti a fondamento dell’azione, un tema di indagine e di decisione completamente nuovo, fondato su presupposti totalmente diversi da quelli prospettati nell’atto introduttivo e tale da disorientare la difesa della controparte e da alterare il regolare svolgimento del contraddittorio (cfr. Cass. 1585/15).
Ora, l’art. 183 c.p.c. non consente all’attore di introdurre in giudizio domande o eccezioni nuove, ma solo di proporre le domande e le eccezioni che sono conseguenza della domanda riconvenzionale del convenuto (da intendersi in senso proprio, non anche nelle semplici controdeduzioni volte a contestare il fondamento dell’azione), ovvero di precisare e modificare le domande e le conclusioni già formulate.
Quanto poi agli effetti processuali del raggiungimento della maggiore età da parte di B.A., va ricordato che “la rappresentanza processuale del minore (da parte del genitore, del tutore, o, ove ricorra, del curatore speciale) non cessa automaticamente allorché il minore diventa maggiorenne ed acquista, a sua volta, la capacità processuale, rendendosi invece necessario che il raggiungimento della maggiore età sia reso noto alle altre parti mediante dichiarazione, notifica o comunicazione della circostanza con un atto del processo. È infatti solo da tale momento che cessa la legittimazione processuale del rappresentante, e che si produce, nel giudizio di merito, l’interruzione del processo, nonché che i successivi atti processuali vanno indirizzati personalmente alla parte. Tale principio dell’ ultrattività di una tale rappresentanza, opera – tuttavia – soltanto nell’ambito della stessa fase processuale, attesa l’autonomia dei singoli gradi di giudizio” (Cass. 1206/02, conf. Cass. 19015/10).
Pertanto, in assenza di dichiarazione del legale dei signori A., non è stato possibile dichiarare l’interruzione del processo (salvo che gli effetti sostanziali positivi si riverseranno su B.A., mentre gli eventuali oneri di lite dovranno essere sostenuti direttamente ed esclusivamente dai rappresentanti).
In ordine alla legittimazione processuale degli attori, va poi considerato che tanto i genitori di B.A. che quelli di G.R. hanno prodotto la certificazione di stato di famiglia da cui risulta la loro qualità di genitori degli stessi.
Quanto infine alla riconoscibilità di B.A. e G.R. va rilevato che le fotografie prodotte in atti (carta di identità di B.A. e legalizzazione di fotografia di G.R.) -anche se relative ad un momento ben successivo a quello in cui è stata scattata la fotografia oggetto di doglianza- consentono di ritenere, ad una semplice visione, sia pure attenta, l’effettiva corrispondenza dei tratti fisiognomici (occhi, naso, forma del viso) con i minori ritratti da F.Z..
Anche se il volto di B.A. è parzialmente coperto dal movimento del braccio destro nell’atto della scalata del muretto, residua visibile buona parte del viso, così da consentire la sua agevole identificazione, quantomeno nel limitato contesto locale del paese di appartenenza, ove può considerarsi notorio che il ragazzo sia conosciuto.
Analogamente deve ritenersi per G.R., pur se ripreso sullo sfondo, non risultando il suo viso in alcun modo oscurato.
Nel merito nel caso di specie, come in altri di cui si è occupato questo Tribunale, è complessivamente dedotta la violazione di un diritto della persona che trova primaria tutela negli artt. 2 Cost. e 10 c.c.
In particolare, il diritto alla riservatezza (di cui la tutela dell’immagine costituisce una particolare espressione), trova fondamento normativo, al di là della sussistenza di altre e più specifiche previsione, direttamente nell’art. 2 Cost. e consiste nella tutela dalla conoscenza e curiosità pubblica di situazioni e vicende di natura personale e familiare, che soltanto il relativo protagonista può decidere di pubblicizzare ovvero di difendere da ogni ingerenza -sia pure realizzata con mezzi leciti e non implicante danno all’onore o alla reputazione o al decoro- che non trovi giustificazione nell’interesse pubblico alla divulgazione. La lesione di tale diritto può aversi, sia con riguardo a persona nota, sia ignota, benché, quanto alla prima, possa più facilmente operare la scriminante della esigenza pubblica di informazione, del pari costituzionalmente tutelata.
Ai fini della pubblicazione del ritratto fotografico di una persona è necessario, a norma dell’art. 96 della L. n. 633 del 1941, il suo consenso, seppure manifestato tacitamente, il quale può, come ogni altra forma di consenso, essere condizionato da limiti soggettivi (in relazione ai soggetti in favore dei quali è prestato) od oggettivi (in riferimento alle modalità di divulgazione). La mancanza del consenso alla pubblicazione della propria immagine porta a ricondurre la fattispecie a quella dell’illecito aquiliano ai sensi degli articoli 10 e 2043 del codice civile ed obbliga il soggetto che ha proceduto all’illecita pubblicazione al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale.
Costituisce eccezione al principio enunciato quanto disposto dal successivo art. 97 LA, per cui “non occorre il consenso della persona ritratta quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, o quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. Il ritratto non può tuttavia essere esposto o messo in commercio, quando l’esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all’onore, alla reputazione od anche al decoro della persona ritrattata”.
A tali considerazioni deve poi aggiungersi che, come affermato dalla Corte di Cassazione, “anche l’immagine di una persona, in sè considerata, quando in qualche modo venga visualizzata o impressa, possa costituire “dato personale” ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 4, lett. b), noto anche come “codice privacy“. In tal senso, invero, depongono specifiche decisioni del Garante per la protezione di dati personali (21 ottobre 1999; 4 ottobre 2007, 18 giugno 2009, n. 1623306), nonchè la decisiva circostanza della previsione, nell’ambito del codice privacy, di una specifica norma (art. 134) in materia di videosorveglianza” (Cass. 14346/2012).
Con particolare riferimento alle immagini per cui è causa, relative a minori, non pare inutile ricordare che la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata in Italia con L. 27 maggio 1991, n. 176) sancisce che in tutti gli atti relativi ai minori, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l’interesse superiore del minore deve essere considerato preminente (art. 3); nessun fanciullo può essere sottoposto ad interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa o nella sua corrispondenza, nè a lesioni illecite del suo onore e della sua reputazione. Ogni fanciullo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o atteggiamenti lesivi (art. 16).
La tutela dei minori e dei soggetti deboli era altresì contemplata dalla Carta dei doveri del giornalista, approvata l’8 luglio 1993 dal Consiglio nazionale Ordine giornalisti e dalla Federazione nazionale Stampa italiana.
In seguito, alla tutela dei minori il Codice di deontologia dei giornalisti del 29/7/98 dedica l’art.7: “Al fine di tutelarne la personalità, il giornalista non pubblica i nomi dei minori coinvolti in fatti di cronaca, nè fornisce particolari in grado di condurre alla loro identificazione. 2. La tutela della personalità del minore si estende, tenuto conto della qualità della notizia e delle sue componenti, ai fatti che non siano specificamente reati. 3. Il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di critica e di cronaca; qualora, tuttavia, per motivi di rilevante interesse pubblico e fermo restando i limiti di legge, il giornalista decida di diffondere notizie o immagini riguardanti minori, dovrà farsi carico della responsabilità di valutare se la pubblicazione sia davvero nell’interesse oggettivo del minore, secondo i principi e i limiti stabiliti dalla “Carta di Treviso”.
La Carta di Treviso (adottata nell’ottobre 1990), infatti, impone di tutelare “la specificità del minore come persona in divenire, prevalendo su tutto il suo interesse ad un regolare processo di maturazione che potrebbe essere profondamente disturbato e deviato da spettacolarizzazioni del suo caso di vita, da clamorosi protagonismi o da fittizie identificazioni”.
La novità del Codice deontologico dei giornalisti, anche rispetto alla Carta di Treviso, è nella netta affermazione che “il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di critica e di cronaca”.
Analogo principio è espresso nella Carta europea dei diritti, dove si legge che l’interesse superiore del minore deve essere considerato preminente in tutti gli atti che lo riguardano, siano essi compiuti da soggetti pubblici che da privati. L’affermazione della preminenza dell’interesse del minore arriva alla fine di un lungo processo che ha valorizzato la centralità della persona (indipendentemente dall’età) nella Costituzione.
In relazione alla pubblicazione di fotografie palesemente riguardanti minori, è comunque affidata al giornalista la responsabilità di valutare quando, in presenza di “motivi di rilevante interesse pubblico e fermi restando i limiti di legge”, la pubblicazione di notizie o immagini riguardanti un minore sia davvero “nell’interesse oggettivo” del minore stesso.
Poiché per il codice deontologico, “il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di critica e di cronaca”, ne consegue, come sottolineato da autorevole commentatore, una diversa gerarchia tra diritto di cronaca e diritto alla privacy: se il giornalista deve trovare un contemperamento tra questi due diritti, nei casi riguardanti i minori viene stabilita una priorità netta: il diritto all’anonimato deve essere anteposto al diritto di cronaca.
Anche se la pubblicazione di immagini di minori, infatti, non comporta sempre di per sé un danno per lo sviluppo della loro personalità, anche la diffusione di immagini di gioco (di per sé non lesive della personalità del minore) possono avere un effetto traumatico sul loro processo di maturazione, ove, come nel caso di specie, si svolgano in luogo del quale l’immagine sottolinea il degrado ed a corredo di un articolo nel quale la normalità viene definita eroica, in un ambiente economico-sociale pressoché totalmente in mano alla criminalità organizzata.
La fotografia di cui si discute, che presenta B.A. mentre scala un muretto diroccato con espressione tutt’altro che gioiosa ed il piccolo G.R. che lo osserva dalla strada con aria perplessa, in una scorcio di via con edifici fatiscenti da un lato e casette più “borghesi” dall’altro, viene accompagnata dalla didascalia “NORMALITA’? Bambini giocano per le strade di un paesino calabrese in una zona controllata dalla n’drangheta”
Evidentemente anche il gioco così rappresentato sottolinea il cupo contesto di cui si narra nell’articolo, ad aggravare il quale il punto di domanda nella didascalia dopo il titolo NORMALITA’ evidenzia l’assoluta straordinarietà, in negativo, dell’ambiente in cui i due ragazzini stanno giocando.
L’immagine trasmette il messaggio di una triste crescita dei minori in luoghi urbanisticamente degradati e socialmente pervasi dalla criminalità organizzata, in contrasto con quanto normalmente dovrebbe essere.
Va poi escluso che ci si trovi di fronte ad un interesse pubblico all’informazione, trattandosi di -belle- immagini di repertorio del tutto prive di efficacia ai fini della illustrazione della notizia (relativa al coraggio di taluni amministratori pubblici in terre di n’drangheta) oltre che sicuramente prive di effetti positivi per la maturazione dei minori.
Spettava quindi al redattore, che ha scelto le fotografie con cui illustrare l’articolo, operare quel minimo bilanciamento degli interessi contrapposti, imposto dalla normativa nazionale ed internazionale, facendo in modo di espungere dal servizio fotografico la foto in questione, ovvero, se ritenuto utile alla descrizione del degrado dei luoghi, a rendere in essa totalmente non identificabili i soggetti minori, onere pacificamente non assolto nel caso in esame.
Ne consegue che l’editore C.N. deve essere ritenuta responsabile della violazione dei diritti della personalità di B.A. e G.R., sotto il profilo del diritto all’immagine, alla riservatezza ed alla loro serena maturazione.
Deve, dunque, procedersi alla quantificazione del risarcimento del danno richiesto nell’interesse della minore parte attrice.
In applicazione di quanto disposto dagli artt. 10 c.c. e 15 D.Lgs. n. 196 del 2003 usualmente si afferma che l’autore della illecita pubblicazione dell’immagine è tenuto al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali; i primi devono essere principalmente determinati secondo il cd. “prezzo del consenso”, indicante la somma che il soggetto ritratto -rappresentato dai genitori esercenti la potestà sul minore- avrebbe potuto ottenere quale corrispettivo della volontaria concessione a terzi del diritto di pubblicare la propria fotografia (cfr. Cass. Civ. Sez. I, 1/9/08, n. 21995; Cass. Civ. Sez. 1, 16/5/08, n. 12433).
Deve tuttavia concordarsi con la giurisprudenza di questo Tribunale, laddove si afferma che in tutti i casi in cui si ritenga sussistere una lesione del diritto dell’immagine e della riservatezza del minore -in quanto la pubblicazione dell’effigie comporti un possibile vulnus alla serenità della sua crescita- ci si trovi di fronte ad una situazione non negoziabile, neanche in astratto, non potendosi individuare un corrispettivo lecitamente percepibile dall’avente diritto.
Può infatti affermarsi che, in tutti i casi con tali connotazioni, vi sia un interesse di rilievo pubblicistico, non comprimibile, in ipotesi, neanche in presenza dell’eventuale consenso alla pubblicazione prestato dall’esercente la potestà sul minore (e ciò a prescindere dal pure configurabile rischio di un conflitto di interessi tra il legale rappresentante del minore ed il minore stesso).
Ne consegue che nel caso in esame deve ritenersi integrata esclusivamente una lesione attinente ai diritti di immagine e di riservatezza di natura non patrimoniale, da liquidarsi in via equitativa.
Debbono essere considerati a tal fine, da un lato l’assenza di elementi potenzialmente lesivi dell’onore e del decoro degli interessati, la mancata identificazione di particolari tali da condurre il più ampio pubblico all’identificazione dei minori e, dall’altro il messaggio di assoluta anormalità in negativo del loro contesto di crescita e formazione della personalità.
Siffatto elemento di turbamento psichico è allegato nel contesto degli atti difensivi degli attori e non necessita una prova diretta, potendo rientrare nella categoria del notorio.
Valutati siffatti criteri, il Tribunale stima congrua la somma di Euro 5.000,00 per ciascun minore, comprensiva di rivalutazione ed interessi ad oggi; trattandosi di debito di valore, su di esso sono dovuti gli interessi a far tempo dalla pubblicazione della presente sentenza e sino al saldo effettivo.
Come ricordato in narrativa, C.N. ha chiamato in manleva la L.P.A. s.r.l., che aveva curato la commercializzazione delle immagini, stipulando il contratto di licenza per uso editoriale.
In proposito rileva il Tribunale che, trattandosi per l’appunto di un contratto di licenza di proprietà intellettuale (diritti di utilizzazione economica dell’opera ceduti da Z. a N. e commercializzati da L. come agente della società olandese) governati dalle disposizioni della LA (segnatamente per le opere fotografiche gli artt. 87 e segg.), risulta fuori luogo ogni richiamo alle disposizioni in tema di decadenza e prescrizione che regolano il diverso contratto di vendita ex art. 1470 e segg. c.c.
Secondo le disposizioni normative, se il cessionario ha l’obbligo di indicare il nome del fotografo (e, per il vero anche la data dell’anno di produzione delle fotografie), il cedente deve garantire l’utilizzabilità della fotografia per l’uso per cui è stata ceduta in licenza, e quindi anche il consenso della personalità ritratta, ove necessario.
A nulla rileverebbe in proposito che le foto cedute in licenza editoriale fossero indicate in contratto come non “model release”, trattandosi di espressione in sé ambigua (potenzialmente relativa all’uso non informativo dell’immagine), non potendo farsi carico al cessionario di acquisire il consenso di ignoti.
Con Sandali Pollini Scalzati Tacco Pollini Scalzati Sandali Tuttavia, pare al Tribunale che la pacifica assenza di consenso da parte dei genitori dei due minori, non rivesta alcuna rilevanza causale nella complessiva realizzazione dell’illecito, come sopra ricostruito, da parte della redazione di QG.
Intanto, l’editore era ben consapevole di avere acquistato fotografie realizzate quattro anni prima della sua pubblicazione (la data di creazione 12/9/07 era chiaramente indicata dall’estratto del sito L., doc. 4 conv.), sicchè erano prive di qualsiasi funzione di documentazione degli eventi narrati nell’articolo. Ne consegue che le rigorosissime finalità di pubblica informazione che potrebbero giustificare la pubblicazione di immagini di minori, apparivano più che dubbie, mentre risultava evidente l’assenza di un interesse oggettivo dei minori ritratti, aggravata dalle modalità di presentazione ai lettori della pur suggestiva immagine.
Inoltre, neppure il consenso dei genitori -comunque da ritenersi oggettivamente limitato ad un reportage su San Luca (per cui le foto erano state scattate)- avrebbe potuto rendere lecita la pubblicazione.
Pollini Sandali Scalzati Tacco Sandali Pollini Scalzati Con Infatti, come si è già ricordato, se il bene tutelato dalle disposizioni normative è la serenità della crescita del minore, di rilevanza pubblicistica, anche la presenza dell’eventuale consenso alla pubblicazione prestato dall’esercente la potestà genitoriale, non ne avrebbe impedito la lesione.
Pollini Pollini Scalzati Scalzati Sandali Sandali Con Tacco Quindi la condotta, pur in astratto inadempiente di L.P.A. e, soprattutto, della sua preponente N.I. BV non hanno portato alcun contributo causale alla realizzazione dell’illecito civilistico ai danni dei due minori.
Di conseguenza non possono accogliersi le domande di manleva rivolte dalla convenuta nei confronti della terza chiamata e da questa a Noor.
Tuttavia, la carenza di un elemento essenziale alla pubblicabilità dell’immagine ex artt. 96 e 97 c.p.c. può essere considerata (in uno con l’infondatezza delle eccezioni preliminari di decadenza e prescrizione) sotto il profilo dell’onere delle spese di lite, quale giustificato motivo per la loro compensazione nei reciproci rapporti processuali (trattandosi di causa instaurata antecedentemente al 10 dicembre 2014).
Le spese degli attori, nel loro complesso, debbono invece essere poste a carico della convenuta nella misura qui liquidata, tenuto conto dell’unicità degli argomenti difensivi in fatto ed in diritto, dell’intervenuta riunione e dell’effettivo valore della controversia, in Euro 6.400,00 per compensi, oltre accessori di legge e 15% spese generali.
Il Tribunale, definitivamente pronunciando nelle cause riunite introdotte con distinti atti di citazione notificati il 11/5/12 da G.A. e T.A., quali genitori esercenti la potestà sul minore B.A., e da D.R. e M.P.I., quali genitori esercenti la potestà sul minore G.R., nei confronti della s.p.a. C.N., ogni altra domanda ed eccezione disattesa:
A) Ritenuta la lesione dei diritti all’immagine ed alla riservatezza di B.A. e di G.R., condanna la C.N. s.p.a. a rifondere i danni agli stessi, come sopra rappresentati, nella misura di Euro 5.000,00 ciascuno, in moneta attuale e comprensiva di interessi legali ad oggi, su cui decorreranno gli interessi legali dalla pubblicazione della sentenza al saldo effettivo;
B) Condanna la convenuta C.N. s.p.a. a rifondere agli attori, unitariamente considerati, le spese di lite, come sopra liquidate in Euro 6.400,00 per compensi, oltre IVA, CPA e 15% spese generali;
C) Rigetta le domande di manleva svolte da C.N. nei confronti di L.P.A. s.r.l. e da quest’ultima nei confronti di N.I. B.V., compensando interamente le spese nei reciproci rapporti processuali.
Così deciso in Milano, il 21 novembre 2017.
Depositata in Cancelleria il 22 novembre 2017.
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References: art. 97
 art. 1495
 art. 183
 Cass. 
 Cass. 
 art. 97
 art. 4
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 1470
 sentenza 

Cass.