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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 3 maggio 2017, n. 10685 - Renato D'Isa
Home Corte di Cassazione Cassazione civile 2017 Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 3 maggio 2017, n. 10685
Nell’ambito del rapporto di lavoro giornalistico il carattere della subordinazione risulta attenuato per la creatività e la particolare autonomia qualificanti la prestazione lavorativa e per la natura prettamente intellettuale dell’attività stessa: con la conseguenza che ai fini dell’individuazione del vincolo di subordinazione rileva particolarmente l’inserimento continuativo ed organico di tali prestazioni nell’organizzazione dell’impresa
sentenza 3 maggio 2017, n. 10685
sul ricorso 20708-2014 proposto da:
(OMISSIS) S.R.L. C.F. (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), rappresenta e difende, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 1385/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 21/02/2014 R.G.N. 8908/2011;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/01/2017 dal Consigliere Dott. LORITO MATILDE;
La Corte d’Appello di Roma, con sentenza pubblicata in data 21/2/2014, in riforma della pronuncia resa dal Tribunale della stessa sede, accoglieva la domanda proposta da (OMISSIS) nei confronti della (OMISSIS) a r.l. intesa a conseguire l’accertamento della intercorrenza fra le parti di un rapporto di lavoro giornalistico con qualifica di collaboratore fisso ex articolo 1 c.n.g. con decorrenza 26/6/2003 nonche’ la declaratoria di inefficacia del licenziamento verbale intimato in data (OMISSIS). Condannava, quindi, la societa’ alla reintegra del ricorrente nel posto di lavoro ed al risarcimento del danno commisurato alla retribuzione mensile di Euro 1.750,00 ai sensi del L. n. 300 del 1970, articolo 18, nonche’ al pagamento delle ulteriori differenze retributive spettanti.
La Corte distrettuale, nel pervenire a tali conclusioni, osservava, in estrema sintesi, che il quadro istruttorio delineato deponeva nel senso che la prestazioni lavorativa era stata resa in termini di continuita’ e non di mera occasionalita’, elementi questi che consentivano di ritenere dimostrata la stabilita’ dell’inserimento lavorativo nella struttura organizzativa aziendale, come reso evidente anche dalla quantita’ di articoli pubblicati dal (OMISSIS) e dalla cura di una rubrica quotidiana.
Avverso tale decisione interpone ricorso per Cassazione la societa’ affidato a quattro motivi.
1. Con il primo motivo e’ denunciata violazione e falsa applicazione degli articoli 2104, 2105 e 2106 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Ci si duole che la Corte distrettuale, nell’esegesi della categoria della subordinazione, abbia omesso il doveroso riferimento ai canoni di diligenza e soggezione al potere direttivo del datore di lavoro che qualificano la prestazione come riconducibile all’archetipo della subordinazione.
2. Con il secondo motivo si deduce violazione degli articoli 2729, 2222 e 2224 c.c., Decreto Legislativo n. 276 del 2003, articolo 61, Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, articolo 50, articolo 409 c.p.c..
Si lamenta che la Corte territoriale, nel proprio percorso argomentativo, abbia fatto leva su elementi presuntivi privi dei connotati di gravita’, precisione e concordanza, onde pervenire all’accertamento della natura subordinata del rapporto inter partes, considerando che anche le disposizioni di cui al Decreto Legislativo n. 276 del 2003, articolo 61 e l’articolo 409 c.p.c., prevedono che la collaborazione autonoma possa essere resa nelle forme della continuita’ e della coordinazione.
3. Con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 2104, 2105 e 2106 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, riproponendosi le doglianze gia’ formulate con il primo motivo.
4. Con la quarta censura si deduce insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5 per avere la Corte omesso di motivare in ordine alla sottoposizione del (OMISSIS) al potere direttivo della direzione aziendale, sia pure nelle forme attenuate ritenute sussistenti nel rapporto di lavoro giornalistico, non adducendo alcuna argomentazione in relazione all’esercizio dell’eventuale potere sanzionatorio che compete alla parte datoriale ne’ all’obbligo di fedelta’.
Ci si duole altresi’ della contraddittoria motivazione resa in ordine alla persistenza dell’impegno del giornalista, fra una prestazione e l’altra, di porre la propria opera a disposizione del datore di lavoro, richiamato dai precedenti giurisprudenziali di legittimita’, ma non riscontrato in concreto.
5. I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi siccome connessi, vanno disattesi.
In via di premessa, non puo’ tralasciarsi di considerare che le critiche formulate con i primi tre motivi, risultano affette da profili di inammissibilita’ laddove, pur a fronte di denunciati vizi di violazione di legge, in realta’ si lamenta principalmente una erronea valutazione delle circostanze fattuali che, se rettamente apprezzate, avrebbero dovuto condurre ad escludere la ricorrenza della subordinazione e, dunque, un vizio motivazionale.
In tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste infatti, nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa e’, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura e’ possibile, in sede di legittimita’, solo sotto l’aspetto del vizio di motivazione (cfr. ex plurimis, Cass. 11/1/2016, n. 195, Cass. 16/7/2010, n. 16698). Nella specie ricorre proprio siffatta ultima ipotesi in quanto la violazione di legge viene dedotta mediante la contestazione della valutazione delle risultanze di causa la cui censura e’ ammissibile, in sede di legittimita’, sotto l’aspetto del vizio di motivazione, che qui non viene denunciato, ma non sotto il profilo della violazione o falsa applicazione di legge.
6. Giova, inoltre, ricordare, sul punto dell’accertamento della controversa natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso tra le parti, che ai fini della qualificazione di tale rapporto come autonomo ovvero subordinato, e’ sindacabile, nel giudizio di cassazione, essenzialmente la determinazione dei criteri generali ed astratti da applicare al caso concreto: mentre la valutazione delle risultanze processuali in base alle quali il giudice di merito ha ricondotto il rapporto controverso all’uno od all’altro istituto contrattuale implica un accertamento ed un apprezzamento di fatto che, come tali e’ censurabile solo ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (cfr. Cass. 3/4/2000, n. 4036 cui adde Cass. 7/10/2013, n. 22785).
7. In tal senso, si palesano evidenti i profili di inammissibilita’ che connotano le critiche formulate, tendenti a pervenire ad una rinnovata valutazione degli approdi ai quali e’ pervenuta la Corte distrettuale, inibita nella presente sede di legittimita’ anche alla luce dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella versione di testo applicabile ratione temporis, di cui alla novella del Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134.
Nella interpretazione resa dai recenti arresti delle Sezioni Unite di questa Corte, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’articolo 12 delle preleggi (vedi Cass. S.U. 7/4/2014, n. 8053), la disposizione va letta in un’ottica di riduzione al minimo costituzionale del sindacato di legittimita’ sulla motivazione. Scompare, quindi, nella condivisibile opinione espressa dalla Corte, il controllo sulla motivazione con riferimento al parametro della sufficienza, ma resta quello sull’esistenza (sotto il profilo dell’assoluta omissione o della mera apparenza) e sulla coerenza (sotto il profilo della irriducibile contraddittorieta’ e dell’illogicita’ manifesta) della motivazione, ossia con riferimento a quei parametri che determinano la conversione del vizio di motivazione in vizio di violazione di legge, sempre che il vizio emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza impugnata.
Il controllo previsto dal nuovo n. 5) dell’articolo 360 c.p.c., concerne, dunque, l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo.
L’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, non integra l’omesso esame circa un fatto decisivo previsto dalla norma, quando il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorche’ questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti.
8. Applicando i suddetti principi alla fattispecie qui scrutinata, non puo’ prescindersi dal rilievo che tramite la articolata censura, la parte ricorrente, contravvenendo ai detti principi, sollecita un’inammissibile rivalutazione dei dati istruttori acquisiti in giudizio, esaustivamente esaminati dalla Corte territoriale, auspicandone un’interpretazione a se’ piu’ favorevole, non ammissibile nella presente sede di legittimita’.
Lo specifico iter motivazionale seguito dai giudici dell’impugnazione non risponde infatti ai requisiti dell’assoluta omissione, della mera apparenza ovvero della irriducibile contraddittorieta’ e dell’illogicita’ manifesta; che avrebbero potuto giustificare l’esercizio del sindacato di legittimita’, onde la statuizione resiste comunque alla censura all’esame.
Facendo leva sui dati acquisiti in sede istruttoria, la Corte di merito ha infatti acclarato come il rapporto di lavoro inter partes fosse qualificato dalla continuita’ e non occasionalita’ dell’apporto lavorativo del ricorrente, che si esplicava altresi’ nella cura di una rubrica quotidiana, traducendosi in situazione di stabile inserimento nell’assetto organizzativo dell’impresa, assicurando in via stabile, la soddisfazione di un’esigenza informativa della testata mediante la sistematica redazione di articoli.
Gli approdi ai quali e’ pervenuto il giudice del gravame, oltre che sostenuti, per quanto sinora detto, da iter motivazionale esente da censure riconducibili ad una violazione del minimo costituzionale, appaiono conformi a diritto perche’ coerenti con l’ampia elaborazione giurisprudenziale delineata in tema di rapporto di lavoro giornalistico di natura subordinata.
9. In via generale, e’ stato infatti affermato che nell’ambito di tale tipo di attivita’ il carattere della subordinazione risulta attenuato per la creativita’ e la particolare autonomia qualificanti la prestazione lavorativa e per la natura prettamente intellettuale dell’attivita’ stessa: con la conseguenza che ai fini dell’individuazione del vincolo di subordinazione rileva particolarmente l’inserimento continuativo ed organico di tali prestazioni nell’organizzazione dell’impresa (cfr. tra le altre, Cass. 7/10/2013 n. 22785, Cass. 6/3/2006, n. 4770, Cass. 9/4/2004, n. 6983).
Per la configurabilita’ della qualifica di “collaboratore fisso”, di cui all’articolo 2 del c.c.n.l. lavoro giornalistico (reso efficace “erga omnes” con Decreto del Presidente della Repubblica 16 gennaio 1961, n. 153), e’ stato altresi’ rimarcato che la “responsabilita’ di un servizio” va intesa come l’impegno del giornalista di trattare, con continuita’ di prestazioni, uno specifico settore o specifici argomenti d’informazione, onde deve ritenersi tale colui che mette a disposizione le proprie energie lavorative, per fornire con continuita’ ai lettori della testata un flusso di notizie in una specifica e predeterminata area dell’informazione, attraverso la redazione sistematica di articoli o con la tenuta di rubriche, con conseguente affidamento dell’impresa giornalistica, che si assicura cosi’ la “copertura” di detta area informativa, rientrante nei propri piani editoriali e nella propria autonoma gestione delle notizie da far conoscere, contando, per il perseguimento di tali obiettivi, sulla piena disponibilita’ del lavoratore, anche nell’intervallo tra una prestazione e l’altra (cfr. Cass. 20/5/2014, n. 11065, Cass. 9/1/2014, n. 190).
Si tratta di principi consolidati nella giurisprudenza di questa Corte, e qui condivisi, ai quali il giudice dell’impugnazione si e’ correttamente conformato.
11. Con riferimento, infine, alla quarta censura, formulata per violazione dei dettami di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deve ribadirsi che la pronuncia impugnata si sottrae alla critica, posto che la rilevanza del vizio di motivazione, quale oggetto del sindacato di legittimita’, e’ limitata alle fattispecie nelle quali esso si’ converte in violazione di legge: e cio’ accade solo quando il vizio di motivazione sia cosi’ radicale da comportare, con riferimento a quanto previsto dall’articolo 132 c.p.c., n. 4, la nullita’ della sentenza per “mancanza della motivazione”, ipotesi questa non riconducibile, per quanto sinora detto, alla fattispecie qui scrutinata.
Alla stregua delle sinora esposte considerazioni deve pertanto affermarsi che la pronuncia impugnata si presenta del tutto corretta sul versante giuridico, essendosi attenuta ai principi di diritto sopra richiamati e, sotto il profilo motivazionale, per quello che riguarda il richiamato accertamento, risulta del tutto congrua nei vari elementi che ne costituiscono la struttura argomentativa, sottraendosi in tal guisa, a qualsiasi sindacato di legittimita’.
In definitiva, il ricorso, per quanto sinora detto, va disatteso.
Consegue, per il principio della soccombenza, la condanna della ricorrente al pagamento delle spese inerenti al presente giudizio di cassazione, nella misura determinata in dispositivo.
Infine si da’ atto della ricorrenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater.
Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per compensi professionali oltre spese generali al 15%, ed accessori di legge.
Corte di Cassazione, sezione VI civile, ordinanza 13 febbraio 2017, n....

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 articolo 409
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