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Timestamp: 2020-01-26 05:28:54+00:00

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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 24 settembre 2015, n. 18878. In materia di arricchimento senza causa, perché possa configurarsi il diritto all'indennizzo ex art. 2041 c.c., è necessario che l'impoverimento e l'arricchimento derivino, in via immediata, dal medesimo fatto causativo, così aderendosi alla c.d. teoria del fatto unico (cui si contrappone la c.d. teoria della causalità storica), con la conseguenza che il fondamento dell'indennizzo viene meno qualora lo spostamento patrimoniale, pur se ingiustificato, tra due soggetti sia determinato da una successione di fatti che hanno inciso su due diverse situazioni patrimoniali soggettive, in modo del tutto indipendente l'uno dall'altro. Sono pertanto esclusi i casi di cosiddetto arricchimento indiretto, nei quali l'arricchimento è realizzato da persona diversa rispetto a quella cui era destinata la prestazione dell'impoverito, pur ritenendosi, tuttavia, che, avendo l'azione di ingiustificato arricchimento uno scopo di equità, il suo esercizio deve ammettersi anche nel caso di arricchimento indiretto nei soli casi in cui lo stesso sia stato realizzato dalla P.A., in conseguenza della prestazione resa dall'impoverito ad un ente pubblico, ovvero sia stato conseguito dal terzo a titolo gratuito - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 24 settembre 2015, n. 18878. In materia di arricchimento senza causa, perché possa configurarsi il diritto all’indennizzo ex art. 2041 c.c., è necessario che l’impoverimento e l’arricchimento derivino, in via immediata, dal medesimo fatto causativo, così aderendosi alla c.d. teoria del fatto unico (cui si contrappone la c.d. teoria della causalità storica), con la conseguenza che il fondamento dell’indennizzo viene meno qualora lo spostamento patrimoniale, pur se ingiustificato, tra due soggetti sia determinato da una successione di fatti che hanno inciso su due diverse situazioni patrimoniali soggettive, in modo del tutto indipendente l’uno dall’altro. Sono pertanto esclusi i casi di cosiddetto arricchimento indiretto, nei quali l’arricchimento è realizzato da persona diversa rispetto a quella cui era destinata la prestazione dell’impoverito, pur ritenendosi, tuttavia, che, avendo l’azione di ingiustificato arricchimento uno scopo di equità, il suo esercizio deve ammettersi anche nel caso di arricchimento indiretto nei soli casi in cui lo stesso sia stato realizzato dalla P.A., in conseguenza della prestazione resa dall’impoverito ad un ente pubblico, ovvero sia stato conseguito dal terzo a titolo gratuito
SENTENZA 24 settembre 2015, n. 18878
Con il primo motivo si denuncia ‘Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2041-2042-1180-1362-136[3] c.c. – Omessa e/o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio’. Sostiene la ricorrente che, nella fattispecie all’esame, la Corte di merito avrebbe erroneamente ravvisato nell’incameramento, da parte sua, della somma versatale dall’assicurazione l’indebita locupletazione alla quale farebbe riscontro un corrispondente impoverimento del Bo. , per non essere questi venuto in possesso di quella somma che sarebbe a lui spettata per aver già risarcito lo stesso danno. Ad avviso della B. , la predetta Corte non avrebbe, infatti, rilevato che il sinistro avvenuto in data (OMISSIS) aveva costituito la causa del danno pecuniario subito dalla ricorrente e rivendicato nei confronti del Bo. sulla base del rapporto risarcitorio tra loro due e che, invece era stato il successivo pagamento da parte dell’assicurazione a determinare la pretesa locupletazione della B. e il correlativo impoverimento della società assicuratrice; pertanto lo ‘squilibrio patrimoniale’ — che si collega solo in via mediata al già ricordato sinistro — riguarderebbe ‘un rapporto soggettivamente diverso da quello risarcitorio’ mentre ‘la diminuzione patrimoniale del Bo. a seguito del risarcimento (mai avvenuto) in favore della B. , conseguente all’incidente’ già detto non sarebbe ingiustificata. Lamenta, altresì, la ricorrente che la Corte territoriale avrebbe risolto ‘sbrigativamente e male’anche l’ulteriore profilo di inammissibilità della domanda proposta, riguardante il carattere sussidiario della stessa, in quanto il Bo. avrebbe potuto esercitare, nei confronti della ricorrente, le azioni ‘del mandato e/o delle obbligazioni in solido’, o ‘quelle derivanti dalla gestione degli affari altrui’, e l’azione ex art. 1891 c.c., nei confronti della compagnia assicuratrice o nei confronti del condominio contraente, qualora la polizza assicurasse esclusivamente quest’ultimo.
Ad avviso della ricorrente, la Corte avrebbe, altresì, fatto non corretta applicazione pure degli artt. 1362, 1363 e 1180 c.c. nel ritenere che ‘l’ipotesi considerata sia quella del terzo che paga volontariamente un debito altrui…”. Sostiene la B. che, nell’interpretazione della domanda, occorre fare anzitutto riferimento al senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate, sicché, stante l’univoco tenore letterale dell’atto introduttivo, il Giudice del gravame ‘avrebbe dovuto interpretare e qualificare il rapporto dedotto dal Bo. sulla base di ciò che egli aveva rappresentato’; inoltre, non avendo il Giudice neppure chiarito chi effettivamente debba intendersi come terzo tra la compagnia assicuratrice e il Bo. , sarebbe fuori luogo il richiamo all’art. 1180 c.c.; comunque, nel caso il terzo vada individuato nella compagnia assicuratrice che ha effettuato il pagamento dell’indennizzo in favore della ricorrente, il Bo. non avrebbe alcun titolo né legittimazione ad agire per la restituzione di quel pagamento effettuato da altri, qualora, invece, per terzo si intenda il Bo. , il pagamento da questi effettuato nei confronti dell’impresa edile non potrebbe essere inquadrato nell’ipotesi dell’adempimento del terzo, posto che dovrebbe trattarsi di un intervento spontaneo ed unilaterale del terzo mentre, nel caso in questione, il Bo. si sarebbe direttamente e personalmente accordato con l’impresa, sicché egli avrebbe adempiuto un debito proprio e non un debito altrui.
1.3. Per quanto attiene in particolare al nesso di correlazione tra arricchimento e impoverimento, si osserva che al riguardo si sono espresse le Sezioni unite di questa Corte con la sentenza del 2 febbraio 1963, n. 183, secondo cui perché possa configurarsi il diritto all’indennizzo ex art. 2041 c.c. è necessario che l’impoverimento e l’arricchimento derivino, in via immediata, dal medesimo fatto causativo, così aderendosi alla c.d. teoria del fatto unico (cui si contrappone la c.d. teoria della causalità storica), con la conseguenza che il fondamento dell’indennizzo viene meno qualora lo spostamento patrimoniale, pur se ingiustificato, tra due soggetti sia determinato da una successione di fatti che hanno inciso su due diverse situazioni patrimoniali soggettive, in modo del tutto indipendente l’uno dall’altro (v. anche Cass. 1978, n. 2087; Cass. 1981, n. 3716, Cass. 1981, n. 6664; Cass. 10 febbraio 1993, n. 1686). Tale orientamento è stato ribadito dalle medesime Sezioni Unite con la sentenza n. 24772 dell’8 ottobre 2008, con la quale è stata ribadita la necessità, oltre che della mancanza di qualsiasi altro rimedio giudiziale in favore dell’impoverito, della unicità del fatto causativo dell’impoverimento, sussistente quando la prestazione resa dall’impoverito sia andata a vantaggio dell’arricchito, con conseguente esclusione dei casi di cosiddetto arricchimento indiretto, nei quali l’arricchimento è realizzato da persona diversa rispetto a quella cui era destinata la prestazione dell’impoverito, pur ritenendosi, tuttavia, che, avendo l’azione di ingiustificato arricchimento uno scopo di equità, il suo esercizio deve ammettersi anche nel caso di arricchimento indiretto nei soli casi in cui lo stesso sia stato realizzato dalla P.A., in conseguenza della prestazione resa dall’impoverito ad un ente pubblico, ovvero sia stato conseguito dal terzo a titolo gratuito.
1.4. Al ricordato orientamento il Collegio ritiene di dare continuità. Nel caso all’esame non si riscontra l’unicità del fatto costitutivo dell’arricchimento e del depauperamento né la sussistenza del legame causale diretto tra i dedotti impoverimento e arricchimento, conseguendo questo dal versamento dell’indennità in favore della B. da parte del compagnia assicuratrice non del Bo. ma del Condominio in cui sono site le unità immobiliari delle parti in causa e risultando, invece, l’impoverimento del Bo. dal pagamento, effettuato da questi alla ditta esecutrice dei lavori di ripristino (v. Cass. 1 marzo 1990, n. 1572, relativa a fattispecie per molti versi analoga a quella all’esame) a seguito dei danni provocati da una perdita di acqua dall’impianto idrico dell’appartamento dell’attuale ricorrente, senza successivamente ottenere dalla B. , in base alla stessa prospettazione del Bo. , ‘la retrocessione dell’indennizzo assicurativo che garantiva/copriva il medesimo danno’, potendosi al più configurare l’arricchimento della B. come effetto mediato ed indiretto del pagamento dell’indennizzo da parte dall’assicurazione, con la precisazione che non si verte in una delle due ipotesi costituenti eccezioni al principio generale individuate dalla più recente pronuncia delle Sezioni Unite sopra richiamata.
L’esame del secondo motivo (con cui si lamenta ‘Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 99-112-346 c.p.c. 1241-1246-1362 c.c. -Nullità del procedimento per omessa pronuncia – Omessa e/o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo’), del terzo motivo (rubricato ‘art. 360 n. 4-5 c.p.c. — Nullità della sentenza per omesso esame delle istanze istruttorie — Omessa e/o insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo’) e del quarto motivo (con cui si deduce ‘Omessa e/o insufficiente motivazione su un punto controverso e decisivo – Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 115-116-132 n. 4 c.p.c. – 1362-2697-2727-2729 c.c.’), resta assorbito dall’accoglimento del primo motivo, precisandosi, quanto al secondo motivo, che soltanto la parte vittoriosa in primo grado non ha l’onere di proporre appello incidentale per far valere le domande e le eccezioni non accolte e, per sottrarsi alla presunzione di rinuncia ex art. 346 c.p.c., può limitarsi a riproporle; per contro, la parte rimasta parzialmente soccombente in relazione ad una domanda o eccezione, di cui intende ottenere l’accoglimento, ha l’onere di proporre appello incidentale, pena il formarsi del giudicato sul rigetto della stessa (Cass. 14 marzo 2013, n. 6550) e che il precedente giurisprudenziale richiamato dall’appellante (Cass. 6 settembre 2007, n. 18691) si riferisce al caso, diverso da quello all’esame, di domanda riconvenzionale condizionata, sicché risulta corretta la sentenza di secondo grado che ha ritenuto inammissibile per tardività l’appello incidentale proposto sul punto.
Alla luce delle argomentazioni che precedono, va accolto il primo motivo del ricorso, assorbiti i restanti e la sentenza va cassata in relazione al motivo accolto.
Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 9 gennaio 2015, n. 176....

References: sentenza 
 art. 2041
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2041

SENTENZA 
 art. 1891
 sentenza 
 art. 2041
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 346
 sentenza 
 sentenza