Source: http://www.ilcommercialistainrete.com/2015/09/
Timestamp: 2017-12-18 12:53:29+00:00

Document:
Il Commercialista in Rete: 09/2015
Ai fini Imu, a che condizioni è equiparata all'abitazione principale l'unità immobiliare posseduta da cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato?
A partire dall'anno 2015, è considerata direttamente adibita ad abitazione principale una e una sola unità immobiliare posseduta, dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato e iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire), già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza, a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata o data in comodato d'uso (articolo 9-bis della legge 80/2014). Pertanto, per potere essere considerata abitazione principale quella situata in Italia, devono sussistere tutti i seguenti requisiti: 1) possesso, a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, di una e una sola unità immobiliare che non risulti locata o data in comodato d'uso; 2) iscrizione all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero; 3) essere già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza. In tal caso, non si applica l'Imu per l'abitazione principale, salvo che essa non sia iscritta nelle categorie catastali A/1, A/8 o A/9 (risoluzione 6/DF del 2015).
Su ritenuta alla fonte la detrazione non è a senso unico.
Le domande di pronuncia pregiudiziale proposte al vaglio della Corte Ue vertono sull’interpretazione dell’articolo 63 TFUE. Tali domande sono state presentate nell’ambito di alcune controversie che oppongono alcuni contribuenti alla Amministrazione finanziaria olandese in ordine alla ritenuta alla fonte prelevata da tale Amministrazione sui dividendi di origine olandese distribuiti ai soggetti ricorrenti.
Le tre controversie al vaglio della Corte
Tre sono le controversia esaminate a sezioni unite dal supremo consesso giurisdizionale europeo. Nella prima, un cittadino olandese residente in Belgio deteneva le azioni di tre società quotate in Borsa nei Paesi Bassi. Nella dichiarazione relativa all’imposta sui redditi nei Paesi Bassi, il contribuente ha dichiarato un reddito globale pari a zero e non ha indicato l’importo dell’imposta sui dividendi da imputare sull’imposta sui redditi. L’Amministrazione finanziaria ha quindi predisposto un avviso di accertamento fiscale relativo all’imposta sui redditi.
Nella seconda controversia, una cittadina olandese residente in Belgio, deteneva alcuni azioni che costituivano il capitale sociale di una società stabilita nei Paesi Bassi; a tale contribuente sono stati distribuiti dividendi sui quali è stata applicata un’imposta sui dividendi. In quanto residente belga è stata assoggettata a prelievo fiscale in Belgio a titolo di imposta sulle persone fisiche sull’importo netto dei dividendi e ha potuto ottenere una detrazione parziale dell’imposta sui dividendi versata nei Paesi Bassi.
Nella terza fattispecie, una società stabilita in Francia ha detenuto pacchetti azionari che rappresentavano una piccola quota del capitale sociale di società olandesi quotate in Borsa. A tale società sono stati distribuiti dividendi, sui quali è stata applicata un’imposta sui dividendi. La società ha ottenuto l’imputazione integrale dell’imposta sui dividendi trattenuta nei Paesi Bassi sull’imposta sulle società pagata in Francia. Poiché la società aveva subito delle perdite nel corso dell’esercizio del 2008, l’imposta sui dividendi trattenuta nei Paesi Bassi non è stata imputata sull’imposta sulle società pagata in Francia. La società ritiene che l’importo integrale dell’imposta sui dividendi trattenuto nei Paesi Bassi dovrebbe esserle restituito, in quanto le società residenti nel menzionato Stato membro hanno il diritto a detrarre tale imposta dall’imposta sulle società, possibilità che non sussiste per gli azionisti non residenti. La società ritiene quindi di aver subito un trattamento discriminatorio in quanto contribuente non residente.
Le questioni pregiudiziali esaminate
Le controversie sono approdate nell’apposita sede giurisdizionale e al vaglio pregiudiziale della Corte UE sono state sottoposte alcune questioni, con le quali viene chiesto alla Corte se gli articoli 63 e 65 del TFUE sulla libera circolazione dei capitali debbano essere interpretati nel senso che ostano a una normativa di uno Stato membro, come quella in discussione nei procedimenti principali, che impone una ritenuta alla fonte sui dividendi distribuiti da una società residente tanto ai contribuenti residenti quanto ai contribuenti non residenti, prevedendo un meccanismo di detrazione o di rimborso dell’imposta in parola unicamente per i contribuenti residenti, mentre, per i contribuenti non residenti, persone fisiche e società, siffatta imposta costituisce un’imposta definitiva.
Sulla base di consolidato orientamento giurisprudenziale della Corte, le misure vietate dall’articolo 63, paragrafo 1, TFUE, in quanto restrizioni dei movimenti di capitali, comprendono quelle che sono idonee a dissuadere i non residenti dal compiere investimenti in uno Stato membro o a dissuadere i residenti di detto Stato membro dal compierne in altri Stati. In ordine alla questione se una normativa di uno Stato membro costituisca una restrizione ai movimenti di capitali, occorre rilevare che, sulla base della citata normativa, sia i dividendi distribuiti ad un contribuente non residente sia quelli distribuiti ad un contribuente residente sono assoggettati ad una ritenuta alla fonte con aliquota del 15%. Tuttavia, per quanto riguarda il contribuente non residente che beneficia di dividendi, la trattenuta in parola è prelevata a titolo definitivo, mentre, rispetto al contribuente residente che beneficia di dividendi, sia questi una persona fisica oppure una società, si tratta, rispettivamente, di una ritenuta d’acconto della sua imposta sui redditi o di una ritenuta d’acconto della sua imposta sulle società.
Per valutare se una normativa di uno Stato membro sia compatibile con l’articolo 63 TFUE, spetta al giudice del rinvio, verificare se, per quanto riguarda i dividendi in parola, l’applicazione della ritenuta alla fonte del 15% prevista dalla normativa nazionale comporti che sui ricorrenti gravi, in definitiva, una pressione fiscale più elevata, nei Paesi Bassi, rispetto a quella sopportata dai residenti per i medesimi dividendi.
Al riguardo, il giudice ‘a quo’ opera una distinzione fra la pressione sopportata dai contribuenti persone fisiche e quella sostenuta dalle società, ponendosi degli interrogativi, anzitutto, al fine di comparare la rispettiva pressione fiscale definitiva dei contribuenti residenti e dei non residenti, circa la durata, di un anno o più, del periodo di riferimento. Inoltre si domanda se si debbano prendere in considerazione i dividendi ricevuti durante tale periodo o nel loro complesso, ricomprendendovi tutte le azioni che il contribuente possegga in società olandesi, oppure distinguendoli a seconda della società olandese che li ha distribuiti.
In primo luogo, in ordine alla durata del periodo di riferimento al fine di comparare la rispettiva pressione fiscale definitiva dei contribuenti residenti e dei non residenti che sono persone fisiche, si rileva che, per quanto riguarda i primi, il periodo di cui si tiene conto ai fini dell’imposizione è quello dell’anno civile.
Dividendi: come considerarli?
Inoltre, per quanto riguarda la circostanza di considerare nel loro complesso o separatamente dividendi percepiti nel periodo in parola, al fine di porre a confronto la pressione fiscale definitiva rispettivamente gravante su contribuenti residenti e non residenti, risulta che l’imposizione sulle persone fisiche residenti è effettuata sulla base del rendimento forfettario del complesso delle azioni detenute in società olandesi. Conseguentemente, ai fini del raffronto della pressione fiscale rispettivamente sopportata, tali azioni vanno considerate nel loro complesso. Per quanto riguarda il punto se, a tali fini, occorra tener conto del capitale esente da imposta sui redditi, la normativa nazionale applicabile prevede che il rendimento, il quale è stabilito in modo forfettario, è preso in considerazione unicamente quando esso risulta superiore al capitale esente dall’imposta sopra menzionata
La Corte UE rileva che non costituisce un vantaggio individuale collegato alla situazione personale del contribuente un’esenzione che costituisce un vantaggio disponibile per tutti i contribuenti residenti, indipendentemente dalla loro situazione personale. Pertanto, la pressione fiscale dei contribuenti persone fisiche che sono residenti e quella gravante sui non residenti per quanto riguarda l’imposizione del reddito delle azioni possedute in società olandesi, deve essere valutata, relativamente ad un anno civile, prendendo in considerazione i dividendi nel loro complesso, pur tenendo conto della franchigia prevista dalla normativa nazionale.
Invece, per quanto attiene agli elementi da considerare ai fini del raffronto fra la pressione fiscale sulle società residenti e di quella sulle società che sono non residenti, il giudice del rinvio intende conoscere se occorra prendere in considerazione tutte le spese che sono economicamente collegate alle azioni dalle quali risultano i dividendi, oppure, diversamente se sia necessario dedurre dai redditi imponibili sia il dividendo incluso nel prezzo di acquisto delle azioni, sia l’eventuale costo del finanziamento risultante dal possesso delle azioni in parola.
Il ruolo dei precedenti di giurisprudenza
Sulla base della giurisprudenza costante della Corte UE, per quanto riguarda le spese, quali le spese professionali direttamente connesse all’attività che ha generato i redditi imponibili in uno Stato membro, i residenti e i non residenti in tale Stato sono posti in una situazione analoga, e pertanto una normativa di tale Stato che, in materia di imposizione fiscale, neghi ai non residenti la deduzione di tali spese, concessa invece ai residenti, rischia di sfavorire principalmente i cittadini di altri Stati membri e comporta pertanto una discriminazione indiretta fondata sulla nazionalità. In particolare, trattandosi di un reddito percepito sotto forma di dividendi, tale collegamento esiste unicamente quando le spese, le quali possono, eventualmente, essere direttamente collegate ad un importo versato in occasione di un’operazione relativa a transazioni di titoli, sono direttamente collegate alla percezione, in quanto tale, di detto reddito. Ne deriva che soltanto spese che siano direttamente collegate alla percezione, in quanto tale, dei dividendi devono essere prese in considerazione al fine di porre a confronto la pressione fiscale gravante sulle società. Le spese di cui dà atto il giudice del rinvio nella questione pregiudiziale non presentano un collegamento del genere. Trattandosi, infatti, da un lato, della detrazione del dividendo compreso nel prezzo di acquisto delle azioni, risulta che siffatta detrazione è diretta a stabilire il prezzo di acquisto reale delle medesime. La suddetta detrazione non si pone dunque in relazione con spese che sono direttamente collegate alla percezione, in quanto tale, dei dividendi provenienti dalle azioni di cui trattasi. D’altro lato, i costi di finanziamento menzionati dal giudice ‘a quo’, si pongono in relazione al possesso delle azioni in quanto tale e quindi non sono direttamente collegati alla percezione, in quanto tale, dei dividendi provenienti dalle azioni.
La Corte UE, con la sentenza in commento, tratta inoltre la questione relativa alla eventuale sussistenza di una giustificazione alla restrizione alla libera circolazione dei capitali, e perviene alle seguenti conclusioni.
Le conclusioni degli eurogiudici
Gli articoli 63 TFUE e 65 TFUE devono essere interpretati nel senso che ostano ad una normativa di uno Stato membro che impone una ritenuta alla fonte sui dividendi distribuiti da una società residente tanto ai contribuenti residenti quanto ai contribuenti non residenti, prevedendo un meccanismo di detrazione o di rimborso della trattenuta in parola unicamente per i contribuenti residenti, mentre, per i contribuenti non residenti, persone fisiche e società, detta trattenuta costituisce un’imposta definitiva, nella misura in cui la pressione fiscale definitiva relativa ai dividendi in parola sopportata, in tale Stato, dai contribuenti non residenti è più elevata rispetto a quella che grava sui contribuenti residenti, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare nelle controversie di cui ai procedimenti principali. Al fine di stabilire la rispettiva pressione fiscale, il giudice del rinvio deve tener conto, dell’imposizione gravante sui residenti relativa al complesso delle azioni possedute in società olandesi nel corso dell’anno civile nonché della franchigia concessa in forza della normativa nazionale e, delle spese che sono direttamente collegate alla percezione, in quanto tale, dei dividendi. Nell’ipotesi in cui fosse stabilita la sussistenza di una restrizione ai movimenti di capitali, quest’ultima può essere giustificata dagli effetti di una convenzione bilaterale diretta ad evitare la doppia imposizione, conclusa dallo Stato membro di residenza e dallo Stato membro della fonte dei dividendi, purché cessi la differenza di trattamento, relativa all’imposizione dei dividendi, fra i contribuenti residenti in detto ultimo Stato e quelli residenti in altri Stati membri. In circostanze come quelle in discussione nelle cause C‑14/14 e C‑17/14 e con riserva delle verifiche che spetta al giudice del rinvio effettuare, la restrizione alla libera circolazione dei capitali, nell’ipotesi in cui sia stabilita, non può considerarsi giustificata.
Cause riunite C-10/14/17-2014
Non rilevabile d’ufficio la nullità per mancanza di elementi essenziali.
L’invalidità dell’atto impugnato per mancanza degli elementi essenziali deve essere eccepita dal contribuente mediante ricorso giurisdizionale, ritualmente proposto nel termine di sessanta giorni dalla data di notificazione dell’atto stesso. In difetto, l’atto, seppure affetto da un vizio di nullità, si consolida, divenendo definitivo, e legittima l’Amministrazione finanziaria alla riscossione.
È quanto chiarito dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 18448 del 18 settembre 2015.
Il caso specifico muove dall’impugnazione di una cartella di pagamento, mediante la quale il contribuente contestava il versamento degli importi richiesti dall’Amministrazione finanziaria con precedenti avvisi di accertamento non impugnati e, quindi, divenuti definitivi.
Il contribuente sosteneva, in particolare, che tali avvisi, essendo stati sottoscritti con firma illeggibile, fossero affetti da un vizio di nullità strutturale (ex articolo 21-septies della legge 241/1990, secondo il quale “è nullo il provvedimento amministrativo che manca degli elementi essenziali, che è viziato da difetto assoluto di attribuzione, che è stato adottato in violazione o elusione del giudicato, nonché negli altri casi espressamente previsti dalla legge”), con la conseguenza che tale vizio poteva essere eccepito dal contribuente anche in sede di impugnazione dell’atto successivo oppure rilevato d’ufficio in qualsiasi momento.
La Commissione tributaria provinciale respingeva il ricorso con sentenza che veniva riformata in appello. Avverso la sentenza di secondo grado, l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione.
Con la sentenza in esame, la Cassazione – nel condividere la tesi dell’Agenzia – ha chiarito che i vizi di invalidità dell’atto impugnato costituiscono “eccezioni in senso stretto”, per cui non sono rilevabili d’ufficio dal giudice, ma devono essere fatti valere soltanto dal contribuente in sede di ricorso introduttivo del giudizio di primo grado.
La Cassazione, muovendo dal presupposto della specialità del diritto tributario rispetto al diritto civile e a quello amministrativo, ha innanzitutto ricordato che l’articolo 42, comma 3, del Dpr 600/1973, nel prevedere che “l’accertamento è nullo se l’avviso non reca la sottoscrizione, le indicazioni, la motivazione di cui al presente articolo e ad esso non è allegata la documentazione di cui all'ultimo periodo del secondo comma”, contempla un’unica ipotesi di nullità nell’ambito della quale sono indifferentemente raggruppati i vizi di natura formale e sostanziale degli atti tributari e che il successivo articolo 61, comma 2, del medesimo decreto stabilisce che “la nullità dell’accertamento ai sensi del terzo comma dell’art. 42…, e in genere per difetto di motivazione, deve essere eccepita a pena di decadenza in primo grado”.
Inoltre, la Corte di legittimità ha ribadito che l’oggetto del giudizio tributario è circoscritto ai motivi di ricorso fatti valere dal contribuente e può essere modificato esclusivamente con la presentazione di motivi aggiunti “nel solo caso di ‘deposito di documenti non conosciuti ad opera delle altre parti o per ordine della commissione’ (cfr. Corte cass. Sez. 5, Sentenza n. 19337 del 22/09/2011)”.
Si possono, pertanto, ritenere incompatibili con l’ordinamento tributario:
l’articolo 21-speties della legge 241/1990, che tiene distinti i vizi di nullità dell’atto amministrativo dai vizi di annullabilità (violazione di legge, eccesso di potere e incompetenza) che trovano invece disciplina nel successivo articolo 21-octies della stessa legge, e l’articolo 31, comma 4, del decreto legislativo 104/2010, secondo cui “la domanda volta all’accertamento delle nullità previste dalla legge si propone entro il termine di decadenza di centottanta giorni. La nullità dell’atto può sempre essere opposta dalla parte resistente o essere rilevata d’ufficio dal giudice…”
l’articolo 1418 cc che disciplina le cause civilistiche di nullità del contratto e il successivo articolo 1421 cc, il quale prevede che “salvo diverse disposizioni di legge la nullità può essere fatta valere da chiunque vi ha interesse e può essere rilevata d'ufficio dal giudice”.
Più precisamente, secondo la Cassazione, il vizio di nullità dell’atto tributario va inteso, sul piano processuale, come vizio di annullabilità, con la conseguenza che l’invalidità dell’atto non è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del processo, ma va eccepita dal contribuente in sede di ricorso alla Commissione tributaria provinciale da proporre entro il termine di sessanta giorni dalla data di notificazione dell’atto impugnato (trattasi di una eccezione “in senso stretto”). In difetto di tempestiva impugnazione, “il provvedimento tributario viziato da ‘nullità’ si consolida, rendendo definitivo il rapporto obbligatorio sottostante e legittimando l’Amministrazione finanziaria alla riscossione coattiva della imposta”.
Tra i precedenti citati dalla Cassazione con la pronuncia in commento vi è la sentenza n. 25508 del 13 novembre 2013, con cui i giudici di legittimità hanno precisato che “non può condividersi il contrario assunto della parte ricorrente secondo cui il ‘vizio di nullità’ dei provvedimenti impositivi presupposti, potrebbe essere fatto valere in sede di impugnazione degli atti consequenziali (nella specie gli avvisi di mora)”.
Alla luce delle considerazioni esposte, la Cassazione ha annullato la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, ha dichiarato inammissibile il ricorso introduttivo proposto dal contribuente.
I principi di diritto enunciati dalla Cassazione con la sentenza n. 18448/2015, che si riferiscono al caso di atti che presentano vizi di sottoscrizione, di motivazione ovvero di mancata allegazione di documenti citati, possono ritenersi estendibili ai contenziosi concernenti gli atti sottoscritti dagli incaricati di funzioni dirigenziali (vedi articolo “Atti sottoscritti dagli incaricati: in crescita le sentenze favorevoli”).
A tal proposito, si può infatti affermare che le eccezioni relative agli atti sottoscritti dagli incaricati non possono essere proposte con riferimento agli atti non impugnati entro il termine di decadenza, a quelli impugnati senza dedurre un vizio riconducibile alla legittima investitura del funzionario incaricato di mansioni dirigenziali, nonché ai giudizi ormai definiti con sentenza passata in giudicato. In particolare, tali eccezioni non possono essere sollevate per la prima volta dal contribuente successivamente alla proposizione del ricorso né sono rilevabili d’ufficio dal giudice.
Dovrei trasferire la mia residenza all'estero per motivi di lavoro. Posso continuare a usufruire della detrazione degli interessi sul mutuo contratto per l'acquisto della prima casa?
Il diritto a detrarre gli interessi passivi su un mutuo contratto per l’acquisto della propria prima casa si perde in caso di trasferimento della dimora abituale, a meno che lo stesso non avvenga per motivi di lavoro. In particolare, un lavoratore che sposti la propria residenza all’estero per motivi di lavoro conserva il diritto a detrarre gli interessi passivi sul mutuo per l’acquisto dell’unità immobiliare da adibire ad abitazione principale, anche se la stessa risultasse locata. Ai fini della detrazione è, però, necessario che siano state rispettate tutte le condizioni previste dalla legge per fruire della detrazione, ovvero: il contribuente deve avere trasferito la dimora abituale nell’immobile entro un anno dall’acquisto, devono permanere le esigenze lavorative che determinano lo spostamento della dimora abituale e non deve avere acquistato un immobile da adibire ad abitazione principale nello Stato estero di residenza (circolare 17/E del 2015).
Conservazione documenti fiscali al passo con la dematerializzazione.
Qualora il conservatore dei documenti informatici rilevanti ai fini tributari sia un soggetto diverso dal contribuente e dal depositario delle scritture contabili ex articolo 52, comma 10, del Dpr 633/1972, non vi è obbligo di comunicarne direttamente gli estremi identificativi all’Amministrazione finanziaria.
È questa, in estrema sintesi, la conclusione cui è giunta l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 81/E del 25 settembre.
Una ditta fornisce beni e servizi ad Aziende sanitarie locali.
Dal 2015, per la fatturazione delle varie operazioni (da svolgersi in forma necessariamente elettronica, secondo il Dm 55/2013), essa si avvale di un soggetto terzo, che ne cura i diversi passaggi, dall’emissione sino alla conservazione.
Considerato che tale soggetto non è il depositario delle scritture contabili, ma il solo “conservatore” delle fatture elettroniche, la contribuente pone il dubbio – anche sulla scorta di alcune indicazioni provenienti dalla propria associazione di categoria – se i suoi dati, nonché il luogo di conservazione, vadano comunque comunicati all’Amministrazione finanziaria, utilizzando i relativi modelli (in particolare, AA9/11 per le imprese individuali e i lavoratori autonomi, AA7/10 per i soggetti diversi dalle persone fisiche).
La soluzione fornita dall’Agenzia delle Entrate
Premesso che, qualunque veste, pubblica o privata, abbia il destinatario delle fatture elettroniche, esse vanno conservate nella medesima forma (elettronica), l’Agenzia delle Entrate osserva come tale procedimento, secondo l’articolo 39, comma 3, del Dpr 633/1972, deve svolgersi nel rispetto dell’apposito decreto emanato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, secondo la delega allo stesso operata all’interno del Dlgs 82/2005 (“Codice dell’amministrazione digitale” - Cad).
Il decreto in parola (Dm 17 giugno 2014), nell’aggiornare le modalità di assolvimento degli obblighi fiscali relativi ai documenti informatici, ha peraltro stabilito che il contribuente:
comunica di effettuare la conservazione in modalità elettronica dei documenti rilevanti ai fini della dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta di riferimento. Obbligo da assolvere con la compilazione del rigo RS140 del modello Unico PF (ovvero dei righi RS104 e RS40, rispettivamente dei modelli Unico Sc e Unico Sp)
in caso di controlli, può esibire i documenti conservati anche per via telematica (secondo modalità da stabilirsi con provvedimenti che saranno emanati dai direttori delle competenti Agenzie fiscali), fermo restando che deve renderli leggibili e, a richiesta, disponibili su supporto cartaceo o informatico presso la propria sede “ovvero presso il luogo di conservazione delle scritture dichiarato dal soggetto ai sensi dell’art. 35, comma 2, lettera d), del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633” (articolo 5 del Dm).
Tuttavia, precisa l’Amministrazione, la “conservazione” cui tale ultima norma si riferisce (e i relativi obblighi comunicativi in caso di variazione di luoghi e soggetti coinvolti – da espletarsi a mezzo dei quadri E ed F dei citati modelli AA7/10 e AA9/11, da quest’anno AA9/12) deve necessariamente tenere conto del processo di dematerializzazione dei documenti fiscalmente rilevanti.
Dunque, se nell’era analogica, il concetto di conservazione delle scritture era, nella sostanza, coincidente con quello di deposito, ciò non è più vero oggi, quando il “conservatore” non solo può essere il contribuente in prima persona o colui che si è obbligato alla custodia quale depositario delle scritture contabili (ai sensi e per gli effetti dell’articolo 52 del Dpr 633/1972), ma anche un terzo che cura, appunto, il solo processo di “conservazione elettronica” dei documenti fiscali.
In quest’ultima ipotesi, non sarà necessaria alcuna comunicazione, diversa da quella contenuta nel modello Unico.
Va infatti considerato che, in caso di accesso, i verificatori devono essere messi in condizione di visionare e acquisire direttamente, presso la sede del contribuente, ovvero del diverso “depositario” delle scritture contabili, la documentazione fiscale (compresa quella che garantisce l’autenticità e integrità delle fatture), per verificarne la corretta conservazione, mentre il “conservatore” dovrà comunque operare secondo le prescrizioni del Cad e dei relativi decreti di attuazione (in primis, il Dpcm 3 dicembre 2013, che impone la redazione di un apposito manuale della conservazione dove descrivere compiutamente il processo adottato e identificare i soggetti coinvolti).
Come logico, la mancata esibizione dei documenti comporterà gli effetti previsti dalla legge, quali, ad esempio, l’impossibilità di prendere in considerazione gli stessi a favore del contribuente ai fini dell’accertamento in sede amministrativa o contenziosa, ovvero il disconoscimento della contabilità e, in conseguenza, la ricostruzione induttiva del reddito d’impresa (rispettivamente ex articolo 52 del Dpr 633/1972 e 39 del Dpr 600/1973).
Con la risoluzione odierna, l’Agenzia delle Entrate alimenta la diffusione della fatturazione elettronica, alleggerendo il relativo procedimento rispetto ad adempimenti non strettamente necessari e unendosi alla strada maestra ribadita nelle scorse settimane dal legislatore italiano per mezzo del Dlgs 127/2015, che vede ormai in tale modalità di fatturazione un cardine per il rilancio dei rapporti commerciali tra privati e verso la pubblica amministrazione.
Nuovo redditometro: aggiornati gli indici di capacità contributiva.
Ufficialmente fuori dal redditometro le medie Istat che l’Agenzia delle entrate, dopo il parere del Garante per la privacy del 21 novembre 2013, aveva già “accantonato” (vedi circolare 6/2014).
A sancirlo, il decreto Mef 16 settembre 2015, pubblicato sulla G.U. di venerdì 25, che individua le regole applicative dello strumento accertativo a partire dall’annualità 2011.
Il “nuovo redditometro” (articolo 38, commi da quarto a settimo, del Dpr 600/1973), applicabile agli anni d’imposta 2009 e successivi, è stato delineato dal Dl 78/2010, per adeguare l’accertamento sintetico al contesto socio-economico mutato nel corso dell’ultimo decennio, rendendolo più efficiente e dotandolo di maggiori garanzie per il contribuente.
Alla disposizione normativa ha fatto seguito il decreto attuativo del 24 dicembre 2012, che ha trovato applicazione per i periodi d’imposta 2009 e 2010.
Ora, con il Dm 16/9/2015, l’aggiornamento delle regole da seguire negli accertamenti per le annualità successive (dal 2011 in poi), in sede di determinazione sintetica del reddito o del maggior reddito complessivo delle persone fisiche.
Il meccanismo è rimasto pressoché invariato.
L’Agenzia delle entrate confronterà i redditi dichiarati con le spese di qualsiasi genere sostenute nello stesso anno, tenendo conto di: spese certe (risultanti da dati disponibili o presenti in Anagrafe tributaria); spese per elementi certi; quota di incremento patrimoniale imputabile al periodo d’imposta; quota di risparmio formatasi nell’anno.
Qualora la differenza tra quanto speso e quanto dichiarato superi il 20%, il contribuente sarà chiamato a chiarire e potrà dimostrare che le spese a lui attribuibili sono di entità diversa o che il loro finanziamento sia avvenuto: con redditi diversi da quelli posseduti nel periodo d’imposta; con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile; da parte di soggetti diversi dal contribuente.
La novità principale, come già accennato, è rappresentata dalle spese statistiche. Le uniche ancora rilevanti per la determinazione sintetica del reddito saranno quelle connesse a elementi certi, cioè riferite al possesso di un bene conosciuto dal Fisco, ad esempio immobili, veicoli, natanti, cavalli. Tuttavia, l’ammontare risultante dalle informazioni presenti in Anagrafe tributaria – specifica l’articolo 1, comma 5, del decreto – si considera prevalente rispetto a quello calcolato induttivamente.
Un’altra novità del provvedimento è rappresentata dalla specificazione che il risparmio accumulato nel corso dell’anno contribuirà alla determinazione del reddito presunto per la sola quota non utilizzata per consumi e investimenti.
Il contratto di locazione a uso transitorio è utilizzato per esigenze abitative temporanee non turistiche, avente durata variabile da un minimo di 1 mese a un massimo di 18 mesi. Il corrispettivo della locazione a uso transitorio può essere liberamente determinato dalle parti (canone libero), tranne in alcune zone in cui l’importo del canone è determinato secondo accordi territoriali. Mentre nel primo caso l’imposta sostitutiva si calcola applicando un’aliquota del 21% sul canone di locazione annuo stabilito dalle parti, nel secondo è invece prevista un’aliquota ridotta. Nello specifico, per i contratti di locazione a canone concordato relativi ad abitazioni ubicate nei comuni con carenze di disponibilità abitative (articolo 1, lettere a) e b), del Dl 551/1988) l'aliquota, dal 2013, è pari al 15%, ridotta al 10% per il quadriennio 2014-2017.
Chi ha trascurato di effettuare una scelta o di inviare una comunicazione, cioè adempimenti necessari per fruire di alcuni benefici fiscali o accedere a determinati regimi opzionali, può, attraverso la remissione in bonis, rimediare alla disattenzione entro il prossimo 30 settembre, pagando una piccola penalità (la sanzione fissa di 258 euro) con l’F24, utilizzando il codice tributo 8114.
La possibilità, offerta dall’articolo 2, comma 1, del Dl 16/2012, che ha introdotto l’istituto, non permette però di compensare l’importo della sanzione con eventuali crediti del contribuente.
Siamo di fronte, in sostanza, a una forma “ristretta” di ravvedimento operoso, valida soltanto nei casi in cui la svista riguardi adempimenti formali non eseguiti alle naturali scadenze. In tali ipotesi, la norma richiamata assegna, come termine ultimo per la “sanatoria”, quello di presentazione della prima dichiarazione utile.
Il raggio d’azione 2015
I contribuenti che possono approfittare della remissione in bonis, entro il prossimo 30 settembre, sono (per i soggetti con esercizio coincidente con l’anno solare):
le società di capitali che hanno deciso di optare per la “trasparenza fiscale”, per il triennio 2014-2016, e non hanno presentato il modello per comunicare la scelta entro il 31 dicembre 2014
gli enti e le società controllanti che intendono avvalersi della facoltà di adesione al regime di liquidazione e versamento dell’Iva di gruppo per l’anno 2015, ma non hanno trasmesso il modello Iva 26 entro il 16 febbraio 2015.
Ne possono usufruire, inoltre, gli enti associativi che hanno trascurato di trasmettere all’Agenzia delle Entrate, nei tempi previsti (entro 60 giorni dalla costituzione per gli enti “nuovi”, entro il 31 marzo di ogni anno, in caso di variazione dei dati precedentemente comunicati), il modello Eas.
Non rientrano invece, più, nell’ambito della remissione, le scelte che hanno trovato uno spazio dedicato nella dichiarazione dei redditi. Il “decreto semplificazioni” (articolo 16 del Dlgs 175/2014), infatti, ha previsto la razionalizzazione delle comunicazioni per l’esercizio delle opzioni di accesso a particolari regimi, come quelli del “consolidato”, della “tonnage tax” e dell’Irap “da grandi” (calcolata, cioè, con il metodo “da bilancio”), eliminandole a partire dal periodo d’imposta in corso: con la compilazione di Unico 2015, quindi, viene meno l’obbligo di presentare la comunicazione, prima prevista con appositi modelli.
In realtà, la stessa norma ha attratto nella dichiarazione dei redditi anche la scelta per la “trasparenza fiscale”, ma l’effetto si vedrà il prossimo anno, quando la preferenza, dovendo essere esercitata in Unico Sc, non potrà più rientrare nel perimetro della remissione in bonis.
Per avvalersi della regolarizzazione, è necessario che:
la violazione “non sia stata constatata o non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento delle quali l’autore dell’inadempimento abbia avuto formale conoscenza”. A tal proposito, l’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 38/2012, ha ricordato che, in caso di accesso, ispezione, verifica o di altra attività amministrativa di accertamento, riguardante settori impositivi diversi da quello cui si riferisce il beneficio fiscale o il regime opzionale, non preclude l’opportunità di avvalersi della remissione in bonis attraverso la successiva trasmissione della comunicazione o l’assolvimento dell’adempimento fiscale richiesto
“i requisiti sostanziali richiesti dalle norme di riferimento” per accedere a regimi agevolati o a benefici fiscali siano posseduti alla data originaria di scadenza del termine previsto per la trasmissione della comunicazione o per l’effettuazione del relativo adempimento formale
la comunicazione sia effettuata o l’adempimento richiesto venga eseguito “entro il termine di presentazione della prima dichiarazione utile”. Con questa espressione, si intende il termine ordinario di presentazione di Unico e non ha alcuna rilevanza il “periodo di tolleranza” di 90 giorni previsto dall’articolo 2, comma 7, del Dpr 322/1998.
la sanzione di 258 euro sia versata contestualmente alla presentazione della comunicazione o all’effettuazione dell’adempimento. Per fare ciò servono un modello F24 e un codice tributo, l’8114.
La sanzione non si può compensare con crediti eventualmente disponibili e, poiché rappresenta l’onere da assolvere per evitare la perdita di un beneficio, non può essere oggetto di ravvedimento.
Enti previdenziali e fondi pensione: il modello per richiedere il bonus.
Pronto il modello per il beneficio fiscale a favore degli enti di previdenza obbligatoria e delle forme di previdenza complementare che impiegano virtuosamente le loro risorse. Condizioni, termini e modalità di applicazione del credito di imposta sono stati disciplinati dal decreto Mef 19 giugno 2015, che ha anche individuato le attività di carattere finanziario a medio e lungo termine nelle quali gli istituti previdenziali devono effettuare gli investimenti per poter accedere al bonus.
Ad approvare il modello e le relative istruzioni, un provvedimento del 28 settembre 2015.
Enti di previdenza obbligatori: possono richiedere il credito d’imposta pari alla differenza tra le ritenute e imposte sostitutive effettivamente applicate sui redditi di natura finanziaria (pari al 26%), dichiarate e certificate dagli intermediari o dichiarate dagli stessi soggetti, e l’ammontare delle stesse ritenute e imposte calcolate nella misura del 20%, a patto che i proventi assoggettati alle ritenute e imposte sostitutive siano investiti in attività di carattere finanziario a medio o lungo termine. Il credito, dunque, viene calcolato sulla base dei redditi di natura finanziaria assoggettati all’imposta sostitutiva prevista dagli articoli 5 (regime dichiarativo) e 7 (regime del risparmio gestito) del Dlgs 461/1997.
Forme di previdenza complementare: con lo stesso meccanismo possono chiedere il credito d’imposta pari al 9% dell’ammontare del risultato netto di gestione assoggettato all’imposta sostitutiva e investito in attività di carattere finanziario a medio o lungo termine.
Il credito d’imposta può essere utilizzato a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello di effettuazione dell’ investimento, esclusivamente in compensazione.
Gli enti che intendono accedere al credito d’imposta devono indicare, nell’apposito riquadro del modello, l’importo dei redditi e del risultato netto di gestione che è stato investito nelle attività finanziarie a medio o lungo termine nell’anno precedente a quello della richiesta e l’importo massimo agevolabile.
Stabilita dall’Agenzia delle Entrate, viene calcolata sulla base del rapporto tra le risorse stanziate ogni anno e il totale del credito d’imposta richiesto.
Entro 60 giorni dalla scadenza del termine di presentazione delle richiesta, l’Agenzia, con un provvedimento, comunica la percentuale determinata.
I beneficiari, a partire dal giorno successivo alla pubblicazione del provvedimento, possono utilizzare il credito d’imposta in compensazione, presentando l’F24 tramite i servizi telematici delle Entrate.
La domanda di attribuzione del credito d’imposta va inviata all’Agenzia delle Entrate dal 1° marzo al 30 aprile di ciascun anno, a partire dal 2016; viaggia tramite Entratel o Fisconline e può essere effettuata direttamente, tramite una società del gruppo o tramite gli intermediari abilitati (professionisti, associazioni di categoria, Caf, eccetera).
La trasmissione avviene tramite il software delle Entrate “Creditoprevidenza”.
Il modello, e le relative istruzioni, sono scaricabili dal sito dell’Agenzia.
Reverse charge e IVA all'importazione equivalenti.
Il diritto comunitario osta ad una normativa nazionale per la quale uno Stato membro richieda il pagamento dell IVA all'importazione sebbene la medesima sia già stata regolarizzata con il meccanismo dell'inversione contabile, mediante un'autofatturazione e una registrazione contabile del soggetto passivo. L’Iva all’importazione ed il meccanismo del reverse charge, tranne nel caso in cui sia dimostrata l’esistenza di una frode, sono sistemi di assolvimento dell’Iva equivalenti. L'autofattura emessa del soggetto passivo non costituisce infatti una mera operazione neutra di compensazione bensì un vero e proprio pagamento opponibile all'ufficio doganale . Queste le conclusioni della Corte di Cassazione nella sentenza n. 16109 del 29 luglio 2015.
Una società di capitali, nell'esercizio dell'attività professionale di spedizioniere e gestore di un deposito fiscale ai fini IVA ha assistito alcuni importatori nelle operazioni di importazione di merci provenienti di Paesi Terzi: la merce venne dichiarata essere destinata al deposito IVA con conseguente sospensione del pagamento dell'IVA all'importazione.
L’Iva veniva successivamente assolta dagli importatori all'atto dell'estrazione della merce dal magazzino in regime di reverse charge, con emissione di autofatture.
L'accertamento dell'Agenzia delle Dogane ha riguardato il mancato assolvimento dell'IVA all'importazione in ragione della verifica compiuta, dalla quale emergeva che alcune partite di merci importate da paesi extra UE non erano mai state materialmente introdotte nel deposito pur avendo usufruito della sospensione del pagamento dell'IVA.
Secondo l’Agenzia delle Dogane, infatti, non sono assimilabili Iva all’importazione e Iva interna, soprattutto in ordine ai sistemi di assolvimento dell’imposta: la prima, costituente un diritto di confine facente capo alla Comunità, è infatti correlata all'importazione delle merci in dogana ed è esigibile in quel momento, a fronte di un sistema dell'IVA nazionale correlato all'auto liquidazione, al versamento dell'imposta per massa di operazioni attive e passive e alla dichiarazione relativa al periodo d'imposta. Un ulteriore elemento di fatto è che le merci erano state introdotte nel deposito pur avendo fruito della sospensione del pagamento del tributo.
La Ctr, confermando il verdetto di primo grado, respingeva l'appello dell’Agenzia delle Dogane, evidenziando che la materiale introduzione dei beni nel deposito IVA contestata alla contribuente non era prevista espressamente da alcuna disposizione; inoltre la diversità fra IVA all'importazione e IVA interna sostenuta dall'Ufficio era in stridente contrasto con il principio di neutralità, generando una duplicazione di imposta.
Quanto alle sanzioni per omesso versamento, secondo la Ctr le stesse non si applicano quando i versamenti siano stati tempestivamente eseguiti presso un Ufficio diverso da quello competente.
Col successivo ricorso per Cassazione l’Agenzia delle Dogane denunciava la violazione del D.L. n. 331 del 1993, art. 50 bis. Secondo la ricorrente, infatti, la disposizione impone di ritenere l'immissione effettiva della merce nel deposito ai fini IVA per godere dei benefici da essa previsti: il termine "custodia" utilizzato dall'art. 50 bis presuppone la materiale immissione della merce in un luogo fisico idoneo alla conservazione; a supporto di tale tesi vengono richiamate diverse sentenze della Cassazione del 2010.
Inoltre la CTR aveva considerato come violazione formale la mancata introduzione nel deposito IVA ancorché l'art. 201 CDC indicasse come violazione sostanziale ogni violazione che comportava l'irregolarità dell'operazione doganale; Doveva quindi ritenersi applicabile la sanzione per omesso versamento prevista dall’art. 13 del D.L.gs. n. 471 del 1997.
sono un utente di aprilia pensionato con due figli che ancora vivono con noi genitori di eta' 32 e' 28 anni, vorrei che mi date una risposta alla mia domanda : io mi trovo ad un incrocio e' non so' come uscirne fuori ,avendo comprato una casa di 180 mq. indipendente divisibile per due porzioni , ora il figlio maschio piu' piccolo si deve sposare e' vorrebbe convivere con noi pero' vuole dividere la casa per essere indipendente, questo comporta delle spese delle quale se ne farebbe carico lui, ad una condizione , che alla morte di noi genitori vorrebbe qualcosa in piu' di questa proprieta' per le spese che ora dovrebbe affrontare. Ammesso che questo accade ,per avere la possibilita' che un giorno in caso di emergenza,e' bisogno di liquidita' io volessi vendere questa mia casa come posso fare oggi a' tutelarmi di questa
necessita' che si potrebbe avverrare in futuro? Di mia iniziativa ho' pensato di fare un contratto di affitto ad comodato duso gratuito, puo' essere una cosa buona? mi fa' sapere le regole di questo contratto ?
oppure ci sono altri modi per uscirne fuori da questo problema?. faccio presente che tutte le utenze rimarranno a' carico mio ,l'importante e' che lui contribuisce alle spese che io dovro' sostenere.
spero che lei mi capisce in che situazione mi trovo ,percio' vorrei quanto prima una sua risposta. non ho' altro da dire la ringrazio e' congratulazione per il sito e' lavoro che svolge per tutti noi..
Legge di stabilità 2016: proroga delle detrazioni Irpef
E' data quasi per certa la proroga per tutto il 2016 degli sgravi Irpef del 50% e del 65% per i lavori di ristrutturazione e risparmio energetico, e per l'acquisto di mobili. Il ministro delle infrastrutture Graziano Delrio ha affermato, in un'intervista del sole 24 Ore del 20.08.2015, che "se lo strumento ha funzionato…sarebbe sbagliato non utilizzarlo al meglio". Sono previste inoltre due ipotesi di rafforzamento del bonus:
estensione dei crediti d'imposta anche agli alloggi popolari pubblici, finora esclusi dai benefici;
ammissione al bonus mobili anche nel caso dell'affitto. Secondo Delrio, è quasi "assurdo" che il beneficio sia previsto solo per chi è proprietario di un'abitazione perché "nella gran parte dei casi un giovane che ha più bisogno di essere sostenuto comincerà il suo percorso andando in affitto" (si veda anche speciale del 02.09.2015 "Bonus mobili 2016: con la proroga varrà anche per chi è in affitto").
Legge di stabilità 2016: bonus investimenti e proroga assunzioni
Tra le ipotesi al Governo vi è anche un bonus fiscale per gli investimenti in conto capitale per tutte le Pmi, senza distinzioni territoriali. L'idea è di incentivare le imprese consentendo di fruire di un maggior ammortamento del 40% del valore degli investimenti in macchinari produttivi, per un anno o per un triennio. La misura non è ancor stata messa a punto in maniera dettagliata, anche perché prima bisogna individuare la copertura. L'intervento sarebbe esteso a tutto il territorio nazionale con un potenziamento per le zone del Sud, prevedendo la riduzione del periodo obbligatorio di ammortamento. Questa misura rientra nel c.d. "piano Sud", assieme alla proroga dell'incentivo assunzioni introdotto dalla Legge di Stabilità 2015, in scadenza a dicembre. La proposta è di prorogarlo per un altro anno, e di potenziarlo per il Sud in caso di assunzioni stabili under 30, donne e over55.
Legge di stabilità 2016: semplificazione PMI
Con la Legge di stabilità 2016 il governo intende anche continuare l'opera di semplificazione per le piccole e medie imprese, seguendo le indicazioni della delega fiscale, rimasta in gran parte inattuata. Tra le ipotesi del Governo vi è la possibilità di:
reintrodurre il c.d. regime dei minimi, per ora prorogato solo fino al 31.12.2015. Questo regime si affiancherà a quello agevolato dei forfetari, introdotto con la scorsa legge di Stabilità (per saperne di più vai allo speciale del 24.07.2015 "Regime forfetario e minimi 2015: le ultime novità").
. E' ancora da decidere se l'imposta sostitutiva, ridotta di 1/3 (quindi pari al 5%), sarà applicata per i primi 3 anni di attività o per i primi cinque;
definire l'esclusione dall'Irap per i professionisti e le imprese prive di autonoma organizzazione, da anni in lista di attesa. L'esclusione sarebbe prevista, per presunzione assoluta, alle persone fisiche che svolgono attività d'impresa professionale e che, pur non avendo esercitato l'opzione, hanno i requisiti per accedere ai regimi agevolati (regime dei minimi e dei forfetari);
prevedere la possibilità, per le società di persone e le ditte individuali in contabilità semplificata, di usare il criterio di cassa in deroga al criterio di competenza;
istituire la c.d. imposta dell'imprenditore (Iri): il reddito d'impresa sarebbe tassato al 27,5%, come l'Ires, senza più essere colpito dall'Irpef. In questo modo tutte le imprese saranno tassate con la stessa aliquota, indipendentemente dalla forma giuridica.
Legge di stabilità 2016: possibile taglio IRES
Si tratta ancora di un'istruttoria tecnica, ma è possibile che con la Legge di Stabilità 2016 il Governo decida di tagliare l'IRES già dal 2016, e portala dall'attuale 27,5% al 25%. La riduzione però sarebbe al momento solo per il Sud. L'intervento sarebbe un'anticipazione della rimodulazione dell'aliquota IRES, che dovrebbe gradualmente essere ridotta al 24% su tutto il territorio nazionale, a partire dal 2017.
L'ultima ipotesi sul taglio dell'Ires per il Sud, prevede che la riduzione dell'aliquota sia condizionata agli investimenti. Si tratterebbe di un taglio dell'Ires dall'attuale 27,5% al 20% per le seguenti regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia - regioni individuate dalla Carta degli aiuti di Stato a finalità regionale 2014-2020. La riduzione però sarebbe condizionata all'esecuzione di investimenti: in questo modo il risparmio fiscale verrebbe completamente reinvestito, e le risorse sarebbero rimesse in circolo. C'è poi una ragione pratica a questa condizione: l'agevolazione studiata come una sorta di "bonus produttivo" non richiederebbe nessuna notifica a Bruxelles. Per la copertura della misura, nel caso in cui fosse limitata alle Pmi, servirebbero circa 300-400 milioni di Euro.
Un'altra possibilità potrebbe essere di non vincolare più la riduzione dell'IRES alle imprese del Mezzogiorno, ma di condizionare l'aliquota "agevolata" alla classe dimensionale delle aziende (concedendola quindi solo alle Pmi), oppure restringendo ancora di più il campo d'azione alle piccole aziende a carattere innovativo.

References: sentenza 
 sentenza 
 articolo 21
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 61
 cass. Sez. 
 Sentenza 
 articolo 21
 articolo 1421
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 52
 articolo 52
 sentenza 
 art. 50