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Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Luglio 2017. | Protagoniste in Rete
Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Luglio 2017.
1) Gli alunni disabili hanno diritto a un numero di ore di sostegno in base alle loro esigenze. 2) Quando dalla terrazza non è possibile osservare né affacciarsi sul giardino sottostante. 3) Rifiuto alla trasfusione di emoderivati per ragioni religiose. 4) Il vitalizio a consiglieri e assessori regionali non ha funzione retributiva né natura pensionistica. 5) Mobbing immobiliare: il proprietario che stressa l’inquilino con azioni giudiziarie infondate e temerarie risponde per risarcimento danni.
Avv. Antonio Pascucci, Avv. Marina Pagnussat, Avv. Giovanni Motta, Avv. Elisabetta Silva, Avv. Maria Pistorio, Avv. Cristina Poma, Avv. Paola Cerullo, Avv. Paola Ponte, Dott.ssa Kilda Peretta
Anno V, n. 7, indice newsletter luglio 2017
1) Indipendentemente dai vincoli di bilancio gli alunni disabili hanno diritto a un numero di ore di sostegno in base alle loro concrete esigenze. Se la normativa è poco chiara non vi è colpa dell’amministrazione e del dirigente scolastico.
Il buio oltre il muretto: quando dalla terrazza non è possibile osservare nè affacciarsi sul giardino sottostante.
3) Rifiuto alla trasfusione di emoderivati per ragioni religiose: quando e come è possibile far valere la volontà della persona incapace di provvedere a sé stessa.
4) Il vitalizio ai consiglieri e agli assessori regionali non ha funzione retributiva né natura pensionistica.
5) Mobbing immobiliare: il proprietario che stressa l’inquilino con azioni giudiziarie infondate e temerarie risponde per risarcimento danni.
- la qualità della normativa è molto scarsa, frammentaria e disarmonica, di difficile lettura sia per i genitori che per gli operatori scolastici;
- ciò è molto grave perché contrasta con il principio per cui le istituzioni devono facilitare l’individuazione delle regole per rendere gli interessati consapevoli dei loro diritti e per consentirne l’applicazione senza costringerli a rivolgersi al giudice;
- che tra i diritti fondamentali degli alunni diversamente abili e le esigenze di contenimento della spesa i primi devono prevalere sulle esigenze di natura finanziaria;
- l’attività degli insegnanti di sostegno infatti comporta vantaggi non solo per i diversamente abili ma anche per le famiglie e per la società nel suo complesso. Evita la segregazione, la solitudine e l’isolamento nonché i pesi anche economici insostenibili per le famiglie. Rendono possibile il recupero e la socializzazione e consentono a chi è affetto da handicap di dare il proprio contributo alla società;
- il sistema deve far sì che gli alunni e le loro famiglie non debbano proporre ricorsi giurisdizionali per ottenere ciò che è loro dovuto, poiché solo le famiglie che hanno mezzi possono rivolgersi al giudice mentre coloro che ne sono privi sono impossibilitati a farlo;
- la formulazione poco chiara della normativa esclude la colpa ;
- i danni patrimoniali e non patrimoniali devono essere risarciti quando ne sia stata fornita prova.
Consiglio di Stato, Sezione VI, 18 maggio 2017, n. 2349
1. L'appellante è genitore titolare di responsabilità di una minore portatrice di deficit con diagnosi di gravità, come da certificato rilasciato a suo tempo dall'ASL in base all'art. 3, comma 3, della legge n. 104 del 1992, e quindi riconosciuta titolare del relativo status. § 2. In base a tali certificati, egli ha chiesto alla Direzione didattica - OMISSIS-, da cui dipende la scuola primaria frequentata dalla minore, che le fossero attribuite ore di sostegno per l'anno scolastico 2011-2012 in misura congrua con la sua condizione, ovvero in 'rapporto 1:1', ed ha parimenti chiesto, sempre tramite la Direzione didattica, che il Comune di Rossano fornisse alla minore stessa l'assistente personale. § 3. Il dirigente scolastico: - ha dapprima rappresentato all'Ufficio scolastico regionale - USR per la Calabria il numero di ore settimanali di sostegno richieste; - ha acquisito le determinazioni dell'Ufficio scolastico regionale; - ha attribuito all'interessata un numero di ore settimanali di sostegno inferiore, con proprio atto di data 17 settembre 2011, n. 4382; - ha trasmesso la richiesta al Comune di Rossano, che però non ha provveduto. § 4. Col ricorso di primo grado n. 1467 del 2011 (proposto al TAR per la Calabria, sede di Catanzaro), l'interessato ha impugnato il provvedimento 17 settembre 2013, n. 4382, di cui ha chiesto l'annullamento, e contestualmente ha proposto domande di condanna dell'amministrazione scolastica ad assegnare le ore di sostegno e dell'amministrazione comunale ad assegnare l'assistente personale; ha infine proposto domanda di risarcimento del danno. § 5. Con la sentenza indicata in epigrafe, il TAR: - ha affermato per implicito la sussistenza della giurisdizione amministrativa e il proprio potere di decidere la controversia; - ha annullato gli atti impugnati; - ha ordinato alle Amministrazioni statali intimate, ovvero al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e all'Ufficio scolastico regionale, di procedere a una nuova valutazione della fattispecie, assegnando le ore di sostegno in base alle reali esigenze della minore; - ha condannato l'amministrazione comunale ad assegnare un'assistente specializzato alla minore; - ha respinto la domanda di risarcimento del danno, ritenendo che non vi fosse colpa dell'amministrazione scolastica, per esser stata "l'insufficiente assistenza in concreto condizionata dai vincoli di bilancio imposti dalla legge" (sentenza, p. 4 dal diciassettesimo rigo); - ha compensato fra le parti le spese del giudizio. § 6. Il ricorrente in primo grado ha impugnato tale sentenza, con un appello contenente un unico motivo, in cui critica la sentenza impugnata per non avere accolto la domanda risarcitoria nei confronti di entrambe le amministrazioni. Egli ha evidenziato in particolare (v. ricorso in appello pp. 2 in fine e 16 dall'ottavo rigo) di avere dovuto provvedere a proprie spese alla necessaria assistenza. § 7. Così sintetizzate le vicende che hanno condotto al secondo grado del giudizio, il Collegio rileva che questa controversia rientra nell'ambito di un numero considerevole di cause portate all'esame dei giudici amministrativi, che sono sorte perché i genitori hanno chiesto alle Istituzioni scolastiche, o agli Enti locali, che ai propri figli - portatori di deficit - siano riconosciute le ore di sostegno ritenute spettanti dal "Gruppo di lavoro operativo handicap - G.L.O.H.", ovvero le altre prestazioni previste dalla normativa a loro favore, in concreto non ricevute. All'udienza del 23 marzo 2017, questa Sezione ha trattenuto in decisione molteplici cause aventi per oggetto analoghe domande (proposte in primo grado dai genitori), poiché la loro contestuale fissazione si è resa opportuna, in considerazione dei diversi orientamenti dei Tribunali amministrativi regionali in tema di prestazioni delle Istituzioni scolastiche (ovvero degli enti locali, in tema di assistenza) e della necessità che in materia vi siano prassi amministrative convergenti e univoci orientamenti giurisprudenziali.
2) Il buio oltre il muretto: quando dalla terrazza non è possibile osservare nè affacciarsi sul giardino sottostante
Il Tribunale e la Corte d’Appello di Lecce negano al proprietario di una terrazza il diritto di osservare e di affacciarsi sul giardino sottostante, di proprietà di altri.
Il proprietario ricorre in Cassazione affermando che si tratta di un edificio originariamente appartenente ad un solo soggetto e che il diritto di affacciarsi deriva dalla preesistenza di un muretto di un metro di altezza.
La Corte di Cassazione gli dà torto poiché il diritto di osservare ed affacciarsi c’è solo se le opere permanenti, come ad esempio il muretto, siano preesistenti al momento in cui il fondo viene diviso in più parti.
Nel caso in questione il muretto originale era stato sostituito da uno più recente e più alto.
Per questo motivo la Corte di Cassazione conferma la decisione della Corte d’Appello che:
-non permette di affacciarsi sul fondo del vicino;
–ordina al proprietario di mettere una recinzione di rete metallica attorno al muretto per impedirne l’affaccio.
Cassazione, Sezione II civile, 4 gennaio 2017, n. 113.
Con sentenza n. 47/2009 del 6 febbraio 2009, il Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Maglie, accoglieva la domanda proposta da R.M. e P.A.M., proposta con citazione del 26 giugno 2006 e volta ad ottenere la declaratoria di inesistenza di qualsiasi servitù di veduta a carico del giardino di loro proprietà, sito in (OMISSIS), alla (OMISSIS), ed in favore della proprietà del convenuto A.L.O., condannando quest'ultimo al conseguente ripristino dello stato dei luoghi, previa rimozione della quarta linea superiore di conci del parapetto realizzato sul lastrico solare della conceria "(OMISSIS)", nonchè alla regolarizzazione dei relativi affacci ed aperture irregolari, mediante l'installazione di "una griglia in legno o altra struttura di materiale naturale... che sia ad altezza tale da impedire qualsiasi introspezione sul giardino" degli attori.
Dopo un grave infortunio sul lavoro un uomo si trova in stato d’incoscienza, completamente incapace di provvedere a sé stesso. La moglie viene nominata amministratrice di sostegno, secondo la volontà espressa dal marito in uno scritto precedente. L’uomo, testimone di Geova, ha anche lasciato direttive sulle terapie a cui non si sarebbe voluto sottoporre in caso di pericolo di vita.
Tuttavia, quando la moglie chiede di non sottomettere il marito a trasfusioni di emoderivati, il giudice tutelare respinge la domanda.
Contro questa decisione la moglie propone reclamo alla Corte d’Appello di Genova, che lo respinge affermando che l’impugnazione andava presentata al Tribunale non trattandosi di una vera e propria “decisione”. Contro questa sentenza la moglie ricorre in Cassazione.
Mentre è ancora in corso il procedimento in Cassazione l’uomo muore. La Cassazione a questo punto avrebbe dovuto dichiarare l'inammissibilità del ricorso per la sopraggiunta morte dell’interessato, tuttavia la moglie insiste affinché la Corte, “nell’interesse della legge”, fornisca chiarimenti in merito a questioni così importanti e dichiari che:
a) il rifiuto specifico a ricevere emotrasfusioni per motivi religiosi dev’essere considerato distinto dal semplice diritto all'autodeterminazione sanitaria;
b) il giudice non può ignorare la volontà precedentemente espressa da un soggetto adulto, nel pieno delle sue facoltà mentali, sul rifiuto di terapie trasfusionali;
c) il paziente deve concretamente essere messo nelle condizioni di esercitare la sua autodeterminazione sanitaria secondo le sue convinzioni etiche, religiose, culturali.
La Corte di cassazione, vista la novità e l'importanza delle questioni trattate, ritiene di potersi esprimere nell'interesse della legge e chiarisce che:
- poiché la Corte d’Appello si è dichiarata incompetente a decidere sul reclamo della moglie, la Cassazione non può esaminare quelle questioni;
- la scelta della moglie come amministratrice di sostegno è avvenuta sulla base di quanto dispone il Codice civile, secondo cui questi può essere designato “in previsione della propria eventuale futura incapacità”;
- da ciò si capisce che la scelta dell’amministratore di sostegno è inscindibilmente legata a fornire direttive sulle decisioni sanitarie o terapeutiche da prendere nell’ipotesi di perdita delle proprie capacità mentali. Iinfatti l’amministratore di sostegno è tenuto ad esprimere le intenzioni di chi lo ha scelto;
- nel caso in esame, la ragione della richiesta da parte della moglie era proprio la possibilità di potere negare il consenso alle emotrasfusioni;
- le decisioni relative alle scelte sanitarie e al rispetto delle proprie convinzioni religiose incidono su diritti fondamentali della persona e hanno quindi natura decisoria;
- i diritti fondamentali sono tutelati dalla Costituzione, e sono inoltre tutelati dalla Convenzione Europea dei diritti dell'uomo e dalla Convenzione di Oviedo;
- la Corte d’Appello era quindi tenuta a pronunciarsi nel merito della richiesta della moglie e a non consentire che il marito fosse sottoposto ad emotrasfusioni.
3) Rifiuto alla trasfusione di emoderivati per ragioni religiose: quando e come è possibile far valere la volontà della persona incapace di provvedere a sé stessa
Cassazione, Sez. I civile, sentenza 7 giugno 2017, n. 14158.
Con decreto del 17 febbraio 2015 il Giudice tutelare di Savona ha disposto l’apertura dell’amministrazione di sostegno di M.M. dopo che un grave infortunio sul lavoro l’aveva condotto in uno stato d’incoscienza e di totale incapacità di provvedere a sé stesso, nominando la moglie B.D. , indicata in un documento da lui precedente sottoscritto. L’amministrato aveva anche dato direttive in ordine alle terapie cui non si sarebbe voluto sottoporre anche in caso di pericolo di vita, essendo testimone di Geova. Il Giudice tutelare, tuttavia, ha rigettato l’istanza della B. volta a negare, nella assunta qualità di amministratrice di sostegno, il consenso alla sottoposizione del marito a cure che prevedessero la trasfusione di emoderivati.
Contro questo decreto la B. ha proposto a reclamo alla Corte d’appello di Genova ai sensi dell’art. 720 bis, 2 comma, c.p.c., chiedendone la riforma nella parte in cui non veniva concessa l’autorizzazione a esprimere la negazione del consenso alle terapie trasfusionali per il coniuge.
Con decreto del 2 maggio 2015 la Corte d’appello ha dichiarato inammissibile il reclamo in quanto proposto avverso un provvedimento del giudice tutelare inerente alla "fase gestionale" dell’amministrazione di sostegno, privo del carattere della decisorietà e quindi reclamabile solo dinanzi al Tribunale ai sensi dell’art. 739, c. 1, c.p.c..
Nel 2015 un centinaio tra ex consiglieri regionali, ed ex consiglieri regionali anche ex parlamentari, e i loro eredi si rivolgono al TAR Friuli Venezia Giulia ritenendo ingiusto il provvedimento regionale che, per due anni e mezzo, riduce temporaneamente i vitalizi mensili agli interessati o ai loro eredi.Il TAR rileva che il vitalizio:
- è il compenso per la attiva partecipazione del soggetto alla vita politica e trova la sua ragione d’essere nella assenza di un’altra fonte di reddito alternativa;
- non ha una funzione retributiva poiché la carica pubblica non è qualificabile come attività lavorativa,
- non ha eppure ha una funzione previdenziale, perché non è connessa ad un precedente rapporto di lavoro propriamente detto;
- la competenza giudiziaria a dirimere la controversia è del giudice civile e non del giudice amministrativo.
Gli interessati ricorrono al Consiglio di Stato, che richiama una recente pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite del 2016 e così decide:
a. l'assegno vitalizio erogato ai consiglieri regionali cessati dalla carica non ha natura pensionistica;
b. il vitalizio ha una diversa funzione e un diverso regime rispetto alle pensioni;
c. la giurisdizione della Corte dei conti vale solo per le pensioni. E ciò per espressa disposizione legislativa che non c’è per i vitalizi.
Consiglio di Stato, Sezione V, 20 aprile 2017, n. 1852
VISTA la sentenza 10 novembre 2015, n. 485 con la quale il Tribunale amministrativo del Friuli - Venezia Giulia ha riunito e dichiarato inammissibili per difetto di giurisdizione amministrativa i ricorsi iscritti al numero di registro generale n. 136 e al n. 230 del 2015 proposti da ex consiglieri regionali della Regione autonoma Friuli - Venezia Giulia ovvero da ex consiglieri regionali e al contempo ex parlamentari della Repubblica o ancora superstiti di ex consiglieri regionali e come tali beneficiari, in via diretta o indiretta dell'assegno vitalizio mensile previsto dalle Regione autonoma Friuli - Venezia Giulia 13 settembre 1995, n. 38 e 12 agosto 2003, n. 13, con cui gli interessati indicati in epigrafe impugnavano gli atti con i quali l'Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Friuli - Venezia Giulia aveva proceduto alla riduzione per il periodo 1 marzo 2015 - 30 giugno 2018 dell'ammontare del suddetto assegno vitalizio nella misura ivi indicata e comunque con il limite minimo inderogabile di €. 1.500,00 lordi mensili.
RILEVATO che la pronuncia impugnata ha individuato nell'assegno vitalizio mensile un compenso determinato dal venire a mancare di altra fonte di reddito alternativa causata dalla partecipazione attiva alla vita politica e non tanto una funzione retributiva in assenza della possibilità di qualificare la carica pubblica come attività lavorativa e nemmeno una funzione previdenziale, perché non connessa ad un precedente rapporto di lavoro propriamente detto, ed ha per questo ritenuto che la controversia dovesse rientrare nella giurisdizione residuale in quanto generale del giudice ordinario;
Una nota Fondazione previdenziale, proprietaria di diversi stabili a Roma, promuove, a partire dal 1995, diverse cause nei confronti di un suo inquilino. Tutte le cause si concludono con il rigetto delle domande del proprietario e, pertanto, l’inquilino fa causa alla Fondazione per farla condannare al risarcimento dei danni da “mobbing immobiliare” sulla base dei seguenti presupposti:
a) che le cause intraprese nei suoi confronti avevano come unico scopo quello di costringerlo a lasciare libero l'immobile;
b) di essere stato vittima di un comportamento ingiusto e illecito perpetrato con una serie di azioni legali infondate e temerarie.
Il Tribunale di Roma respinge la domanda dell’inquilino e la Corte d'Appello considera inammissibile una domanda risarcitoria per mobbing immobiliare. Ad avviso della Corte, il conduttore avrebbe dovuto far valere, in ciascuna causa, il diritto al risarcimento per lite temeraria.
Di diverso avviso la Cassazione che ha annullato la sentenza della Corte di Appello per i seguenti motivi:
-il proprietario che compie una pluralità di azioni moleste o persecutorie nei confronti dell’inquilino per costringerlo a lasciare l’immobile può essere condannato a risarcire il danno per lo stress procurato (cd. mobbing immobiliare);
- nel caso in esame la Corte di Appello, erroneamente, non ha valutato l'esistenza o meno di una sequenza persecutoria della Fondazione nei confronti del proprio inquilino, ma si è limitata a dare atto della proponibilità, dell'azione per lite temeraria in ogni singolo procedimento;
- il fatto che l’ordinamento preveda una tutela specifica in caso di lite temeraria non esclude, ovviamente, che l’inquilino molestato possa aver diritto a essere risarcito per gli ulteriori danni subiti dalla pluralità di azioni giudiziarie del proprietario.
Cassazione, Sez. III civile, 28 febbraio, n. 5044
1. Con sentenza n. 24307/2012 il Tribunale di Roma dichiarava inammissibile l&#39;opposizione tardiva proposta da V.N.O.R. avverso ordinanza di convalida di licenza per finita locazione emessa nei suoi confronti il 15 dicembre 2009 dal suddetto Tribunale su istanza della Fondazione Enasarco e le ulteriori domande proposte dallo stesso nei confronti di controparte di condanna al pagamento di Euro 85.000 oltre Iva e accessori per lavori di miglioria svolti nell&#39;appartamento oggetto del contratto locatizio o in subordine di sua condanna ex art. 2041 c.c., nonchè di sua ulteriore condanna al risarcimento di danno da mobbing immobiliare. Avendo il V. proposto appello, con sentenza ex art. 281 sexies c.p.c. del 6 novembre 2014 la Corte d&#39;appello di Roma lo ha integralmente rigettato.
I. Il primo motivo del ricorso di A.L.O. denuncia insufficiente, erronea e contraddittoria motivazione in ordine alla risultanze istruttorie con riferimento alla domanda in forza della quale, a favore del lastricato solare dell'immobile ex conceria (OMISSIS) di via (OMISSIS) (ora proprietà O.) ed a carico del sottostante giardino (ora proprietà R.- P.), beni in origine entrambi di proprietà di Pa.Pa., deceduta nel (OMISSIS), fosse riconoscibile una servitù di veduta per destinazione del padre di famiglia con parapetto di altezza di metri 1,00, pari a quattro linee di conci in muratura.

References: § 2
 § 3
 § 4
 § 5
 sentenza 
 § 6
 sentenza 
in fine
 § 7
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2041
 sentenza 
 art. 281