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Timestamp: 2017-10-17 06:04:44+00:00

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Diritto&Internet | streaming
Regno Unito: pena di 4 anni per un gestore di siti streaming pirata
posted by admin on settembre 10, 2015
Diritto d'autore e copyright
L’attività svolta da un ragazzo irlandese attraverso portali finalizzati alla raccolta dei link utili alla fruizione di materiale protetto da copyright, è stata valutata dalla Corte britannica sanzionabile con 2 anni di reclusione e 2 di arresti domiciliari.
La Federation Against Copyright Theft (FACT) aveva accusato il Paul Mahoney di essere il gestore di FastPassTV e del forum BedroomMedia, siti dedicati alla raccolta e all’organizzazione di link verso piattaforme terze su cui è possibile guardare film protetti da copyright. I due siti sono stati attivi dal 2008 al 2013, e ritenuti responsabili di danni all’industria cinematografica: in quell’arco di tempo hanno registrato oltre 12 milioni di visite di utenti.
Le indagini svolte dalla FACT britannica avevano condotto la polizia irlandese all’individuazione di Mahoney già nel marzo 2011. Una perquisizione si era allora conclusa con il sequestro di materiale informatico e di 83.000 sterline in contanti rinvenute all’interno della sua abitazione. Nonostante ciò il giovane non si era dissuaso dal continuare le attività incriminate fino al 2013, anno della chiusura di entrambi i siti.
Con l’avvio del processo presso la corte britannica di Derry, nel 2015, Mahoney aveva ammesso la propria colpevolezza, riconoscendo di avere accumulato un totale di 300mila sterline attraverso la promozione della diffusione illegale di contenuti protetti dal diritto d’autore. Nonostante la FACT avesse denunciato un danno derivato quantificabile in 12 milioni di sterline, non era stato chiesto alcun risarcimento: la parte lesa aveva auspicato una pena esemplare che potesse fungere da vero deterrente per la pirateria.
La corte britannica si è infine espressa ridimensionando il danno potenziale procurato da Mahoney, ma rimarcando come il giovane irlandese abbia messo assieme “uno schema particolarmente sofisticato” con il quale permettere agli utenti di avere a disposizione un elevato numero di titoli gratuiti, e contemporaneamente guadagnare somme di denaro attraverso advertising. Le azioni condotte non lasciano alternativa “a mostrare che questo genere di comportamenti non possono rimanere impuniti”.
Il direttore della FACT Kieron Sharp, ha espresso la propria soddisfazione, affermando che la sentenza rappresenta un precedente importante per la lotta alla pirateria.
Pirateria online: la Guardia di Finanza sequestra 46 siti di streaming e torrent
posted by admin on marzo 5, 2014
La Guardia di Finanza ha sequestrato 46 tra portali e domini internet che permettevano il download e lo streaming di contenuti protetti da diritto d’autore in cambio di donazioni e della disponibilità alla condivisione dei file da parte degli utenti.
Il Giudice per le indagini preliminari di Roma ha disposto il sequestro con l’ipotesi di reato in violazione dell’art. 171 ter, comma 2bis, della legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore, contestandone il fine di lucro, conseguito attraverso l’inserimento di banner pubblicitari e la richiesta di libere donazioni.
L’operazione effettuata dal nucleo speciale per la radiodiffusione e l’editoria di Roma della Guarda di Finanza, in collaborazione con il nucleo speciale frodi tecnologiche delle fiamme gialle, è una delle più importanti mai portate a termine in materia di pirateria sul territorio italiano.
Per quanto riguarda la procedura di sequestro, sono stati oscurati i siti incriminati con IP italiano, che risultano già inaccessibili, mentre è in corso la procedura di blocco per quelli con hosting provider estero: la procura ha infatti chiesto agli ISP nazionali di inibire l’accesso per gli utenti del nostro Paese tramite blocco dei Domain Name Server.
Tra i 46 siti sottoposti a sequestro i più noti sarebbero mondotorrent, dopinatorrent, truepirates, filmxtutti, casacinema, italiafilms, guardafilm, piratestreaming, filmsenzalimiti, eurostreaming.
“Il Post” condannato per la pubblicazione di informazioni sullo streaming illegale
posted by admin on settembre 16, 2013
Diritto d'autore e copyright, Miscellanee
Il Tribunale di Roma ha vietato al magazine online “Il Post” la pubblicazione di informazioni volte ad indicare l’esistenza e la raggiungibilità di piattaforme di streaming che trasmettono illegalmente eventi sportivi.
Anche la sola pubblicazione dei nomi di siti dedicati alla pirateria rappresenta una condotta illecita. Questo, in sostanza, quanto stabilito dal tribunale di Roma che in una recente ordinanza contro Il Post ha proibito al direttore responsabile della testata di “fornire, in qualsiasi modo e con qualunque mezzo, espresse indicazioni sulla denominazione e la raggiungibilità dei portali telematici che, direttamente o indirettamente, consentono di accedere illegalmente a prodotti audiovisivi”.
L’ordinanza contro Il Post ha accolto la richiesta di RTI Mediaset in associazione con i vertici di Lega Calcio, che si sono rivolti al giudice chiedendo di inibire la pubblicazione di articoli contenenti informazioni utili ad individuare siti che a loro volta pubblicavano link a piattaforme che trasmettevano illegalmente partite di calcio.
Gli articoli a cui fa riferimento la richiesta, pubblicati tra il 2010 ed il 2012, informavano i lettori sulla possibilità di guardare gli eventi sportivi in diretta sia attraverso siti istituzionali di canali televisivi esteri e sia attraverso streaming provenienti direttamente da Sky ma diffusi senza autorizzazione. La possibile illegalità dei siti di streaming veniva ben chiarita nell’articolo.
Nell’ottobre 2012 con una lettera di diffida i legali di RTI Mediaset invitarono la direzione del magazine ad interrompere ogni attività informativa che contribuisse a facilitare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti di RTI e a rimuovere entro 24 ore ogni informazione di contenuto identico o simile a quello denunciato.
La direzione del Post acconsentì alla richiesta rimuovendo tutti i link alle piattaforme segnalate come illegali. Tuttavia il 13 febbraio 2013 la testata pubblicò un approfondimento sull’argomento dal titolo “I siti dove vedere le partite in streaming – Quali sono, cosa dicono le leggi in Italia e in Europa”.
Secondo quanto ricostruito dal Post, l’articolo intendeva fare maggiore chiarezza sulla legalità o meno dello streaming delle partite, citando le decisioni giudiziarie che avevano coinvolto diverse piattaforme ed elencando i punti principali del dibattito culturale e legislativo intorno alla legittimità e illegittimità della trasmissione online degli eventi sportivi.
Nonostante l’assenza di link e riferimenti diretti alla trasmissione di alcun evento sportivo, alcuni giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, il Post fu oggetto di una nuova diffida, questa volta dai legali della Lega Calcio, che denunciava come illecita l’attività di pubblicazione di “indicazioni e riferimenti a siti web attraverso i quali accedere illegalmente alla visione di eventi calcistici del campionato di Serie A in corso” e chiedeva l’interruzione di ogni attività informativa che contribuisse ad agevolare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti audiovisivi licenziati dalla Lega Calcio.
Da allora, nel tentativo di evitare un ulteriore avanzamento della vicenda giudiziaria ma perseguendo la volontà di informare i lettori della possibilità di vedere le partite su siti internet, Il Post ha cessato di pubblicare in qualsiasi nome delle piattaforme illegali, limitandosi a rimandare i lettori all’articolo del 10 febbraio per un ulteriore approfondimento.
Questa condotta non ha tuttavia soddisfatto i querelanti che hanno presentato ricorso al Tribunale Civile di Roma reclamando “un provvedimento cautelare” che inibisse la pubblicazione di “qualsiasi informazione che concorra ad agevolare – direttamente o indirettamente, in qualsiasi modo e forma – la lesione dei diritti trasmissivi, dei diritti autorali connessi e dei diritti di privativa industriale di RTI”.
A nulla è valso l’appello dei legali del Post al diritto di cronaca. Il giudice ha accolto tutte le richieste di RTI e Lega Calcio, vietando la diffusione di qualunque tipo di informazione che possa ricordare l’esistenza di siti per lo streaming illecito, e tra queste anche il rimando ad un articolo di approfondimento.
Si legge infatti nell’ordinanza: “benché il singolo articolo di informazione in ordine al fenomeno della diffusione gratuita in streaming della partite di calcio di maggiore interesse costituisce legittimo esercizio del diritto di cronaca e di informazione, che si estende anche all’indicazione puntuale degli estremi dei fatti e dei suoi autori, il sistematico e ripetuto rinvio, mediante il link contenuto nel comunicato informativo delle singole partite in procinto di svolgimento sembra avere l’effetto non tanto di porre a conoscenza il pubblico dell’illiceità del predetto fenomeno – finalità al cui assolvimento non appare necessario il ricorso ad un link ipertestuale e che è possibile soddisfare, in modo più corretto ed efficace, attraverso il mero riferimento all’illiceità della diffusione delle partite su siti internet diversi da quelli dei licenziatari – quanto piuttosto, di offrire al pubblico medesimo uno strumento per l’immediata e facile individuazione dei siti ove è possibile vedere gratuitamente l’evento”.
In esecuzione dell’ordinanza, il Post ha censurato dai propri articoli ogni riferimento all’esistenza nei fatti di siti non autorizzati a trasmettere le partite di calcio, ha provveduto alla pubblicazione del dispositivo della sentenza e alla rifusione delle spese legali.
Tribunale di Arezzo: carcere per il gestore del sito “Vedogratis.it”
posted by admin on marzo 20, 2013
Il Tribunale di Arezzo ha condannato il proprietario di un sito di indicizzazione di link a video protetti da diritto d’autore a 5 mesi di reclusione e al pagamento di un risarcimento di 15mila euro.
L’uomo, un 43enne di Fucecchio (Firenze) era stato identificato dagli inquirenti come il principale gestore del sito “Vedogratis.it”, situato su un server di Arezzo. Aperto nel 2008, il sito indicizzava una serie di link che reindirizzavano gli utenti sui film ospitati dalla piattaforma Megavideo, chiusa nel 2012 dall’FBI per violazione massiva del diritto d’autore.
L’oscuramento del sito Vedogratis.it risale al 2010 quando operazione condotta dalla Polizia Postale di Genova la Guardia di Finanza di Venezia avevano identificato il server italiano del sito. L’identificazione del gestore fiorentino è stata invece resa possibile dai conti aperti per ricevere i proventi della vendita di spazi pubblicitari sul sito.
Il giudice Giampiero Mantellassi ha condannato l’impotato a cinque mesi di carcere e al pagamento di un’ammenda da 5mila euro e di un risarcimento di 15mila euro per la Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE), che si era costituita parte civile lesa.
Crescono le proteste contro lo Stop Online Piracy Act
posted by Giulia Giapponesi on gennaio 17, 2012
L’interesse internazionale è puntato sul movimento di protesta sul web nei confronti dello Stop Online Piracy Act (SOPA), la proposta di legge americana che amplia i poteri delle forze dell’ordine e dei proprietari di diritti intelletttuali nella lotta al traffico illegale di materiale protetto da copyright.
Se il SOPA dovesse diventare legge, il Dipartimento di Giustizia americano o i detentori di diritti avrebbero facoltà di chiedere ad un giudice di ordinare il blocco immediato da parte degli Internet service provider dei siti ritenuti in violazione di copyright, il blocco dei servizi di pagamento e dei servizi pubblicitari connessi a tali siti e il blocco della loro indicizzazione da parte dei motori di ricerca.
I siti raggiunti dall’ordinanza del giudice avrebbero cinque giorni di tempo per presentare ricorso, una procedura che non ostacolerebbe comunque il blocco dei finanziamenti e dei contenuti del sito, che avverrebbe quindi in forma preventiva. I detentori di diritti sarebbero comunque ritenuti responsabili qualora si dimostrasse la loro malafede nella procedura di richiesta di blocco nei confronti di un sito che agisce nella legalità.
La proposta di legge prevede inoltre che lo streaming illegale di opere protette da copyright diventi un reato penale, punibile con una pena massima di cinque anni di reclusione. Garantirebbe invece l’immunità agli Internet Service Provider che si impegnassero di propria iniziativa a bloccare i siti sospettati di infrazione del copyright.
Il SOPA è attualmente al vaglio della Commissione Giudiziaria della Camera. La Commissione Giudiziaria del Senato sta invece valutando il Protect IP Act (PIPA), una proposta di legge dai contenuti del tutto simili a quelli del SOPA.
Le proteste contro il SOPA e il PIPA sono giunte da giuristi, accademici, dalle aziende di Silicon Valley e dai gruppi impegnati nella difesa dei diritti civili dei cittadini della rete. Alle proposte di legge viene infatti contestata la minaccia al libero scambio di informazioni su Internet. La possibilità di far oscurare qualunque sito a discrezione del Dipartimento di Giustizia o delle compagnie dell’Entertainment viene definita come un attacco alla libertà di espressione.
Le critiche al SOPA riguardano anche un certo grado di ambiguità che pare essere contenuto nella proposta normativa. Non è infatti chiaro se i portali che ospitano contenuti generati dagli utenti siano considerati responsabili per il materiale eventualmente illecito che potrebbe venire segnalato e possano venire di conseguenza oscurati.
Com’è stato ampiamente riportato, anche la Casa Bianca si è pronunciata contro le due proposte di legge. Nonostante sia del tutto favorevole alla lotta contro la piaga della pirateria l’amministrazione Obama non può sostenere un tentativo di legislazione che riduce la libertà di espressione, aumenta i rischi di attacchi alla cybersecurity e mina le dinamiche innovative della rete globale, ha sostenuto un portavoce.
Il movimento contro SOPA ha recentemente preso una forma attiva quando Sue Gardner, Direttrice Esecutiva di Wikimedia Foundation, ha annunciato che il 18 gennaio 2012 Wikipedia in lingua inglese verrà oscurata per 24 ore in segno di protesta. La decisione ricalca l’azione già intrapresa da Wikipedia Italia in occasione del vaglio del cosiddetto DDL Intercettazioni, che sanciva l’obbligo di rettifica per i siti web. L’oscuramento dell’intera Enciclopedia in lingua inglese avrà senz’altro un impatto maggiore ed è considerata un’azione senza precedenti.
Tennessee, USA: condividere un account online diventa reato
posted by admin on giugno 6, 2011
Il governatore del Tennessee ha recentemente firmato un disegno di legge che punisce penalmente chiunque utilizzi lo username e la password di un altro per accedere a un servizio di entertainment a pagamento.
A partire dal primo luglio 2011, nello stato di Nashville, città simbolo della musica country, condividere l’account di un servizio musicale a pagamento sarà un reato punibile con una pena massima di un anno di carcere e 2500 dollari di multa.
Sembra che il provvedimento sia stato reclamato dalla RIAA (Recording Industry Association of America) nel tentativo di frenare il fenomeno del file sharing illegale. Lo scopo dichiarato è evitare che credenziali “comuni” si diffondano sul web, ma anche scongiurare il passaparola dei dati di accesso fra una cerchia di amici.
Grazie a questa legge, se un fornitore ritiene di subire un abuso del proprio servizio attraverso un determinato account, può chiedere che vengano fatti accertamenti, e, nel caso, che vengano applicate le sanzioni.
Sebbene il provvedimento sia stato ideato per punire la pirateria, anche chi utilizza l’account del coniuge o di un genitore potrà ora rischiare di incorrere nelle sanzioni. La nuova legge vieta infatti di utilizzare le credenziali altrui anche nel caso in cui si abbia il permesso esplicito del legittimo titolare dell’account.
I legislatori hanno tuttavia dichiarato che chi condivide i dati all’interno del proprio nucleo familiare difficilmente incorrerà in sanzioni.
Il tribunale di Roma sancisce la responsabilità dei motori di ricerca sui link indicizzati
posted by admin on marzo 24, 2011
Ha suscitato grande scalpore la recente decisione dalla nona sezione del Tribunale di Roma che ha ordinato a Yahoo! di escludere dai risultati del suo motore di ricerca tutti i link che rimandano a versioni pirata del film iraniano “About Elly”.
Secondo una frase della sentenza ampiamente riportata dalla stampa italiana, il giudice avrebbe vietato a Yahoo! “la prosecuzione e la ripetizione della violazione dei diritti di sfruttamento economico sul film ‘About Elly’ mediante il collegamento a mezzo dell’omonimo motore di ricerca ai siti riproducenti in tutto o in parte l’opera, diversi dal sito ufficiale del film”.
La decisione sarebbe stata presa in considerazione del fatto che Yahoo! aveva già ricevuto una comunicazione della società di produzione del film in cui si richiedeva la rimozione di tutti i collegamenti ai siti pirata. La sentenza quindi non prescrive a Yahoo! un controllo preventivo dei link ma gli attribuisce una forma di responsabilità derivata dal fatto di essere a conoscenza dell’illecità dei contenuti da essi veicolati. La società è stata quindi ritenuta imputabile di contributory infringment per aver effettuato, attraverso i suoi link, “il collegamento a siti pirata, che permettono la visione in streaming o il downloading e peer to peer del film About Elly senza autorizzazione da parte del titolare dei diritti di sfruttamento economico sull’opera e quindi in lesione del diritto patrimoniale di autore”.
Il portavoce di Openegate, la società che ha portato in tribunale Yahoo! in rappresentanza della casa di produzione del film, ha espresso grande soddisfazione per la decisione del giudice e ha sottolineato che una sentenza simile non ha alcun precedente in nessun paese del mondo.
La stessa frase è stata espressa in senso negativo anche da quanti hanno criticato la decisione del Tribunale di Roma. In particolare, ha suscitato perplessità il fatto che per impedire l’accesso ai contenuti illeciti si sia scelto di colpire il motore di ricerca e non gli hosting provider. In passato infatti simili richieste erano state indirizzate prevalentemente ai gestori degli spazi web o ai content provider, come You Tube.
Yahoo! non ha al momento rilasciato dichiarazioni nell’attesa di vedere pubblicate le motivazioni della sentenza. Le dichiarazioni di opengate sono state invece pubblicate su diversi quotidiani che hanno riportato in particolare l’annuncio del presidente della società: «Dopo questo primo importante successo, che apre la strada a tutti i detentori di diritti, i prossimi obiettivi saranno Google e YouTube».
Approvato da Agcom il nuovo regolamento per la tutela del diritto d’autore in rete
posted by admin on dicembre 17, 2010
Il Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha approvato all’unanimità un pacchetto di iniziative concernenti l’esercizio delle competenze in materia di tutela del diritto d’autore, che passa ora alla consultazione pubblica.
La nuova bozza, recentemente pubblicata da il Sole 24Ore, concentra i provvedimenti per la protezione del copyright contro i siti che diffondono illegalmente i file musicali e audiovisivi protetti da diritto d’autore, anche attraverso la sola indicizzazione di link ad altri siti.
L’attività di contrasto alla pirateria si sposta quindi dal monitoraggio dell’attività degli utenti al controllo sui siti che contribuiscono a diffondere file illegali, in particolare in attività quali “la ritrasmissione su internet di contenuti audiovisivi premium in tecnologia live streaming senza detenerne i diritti; la messa a disposizione su internet – non autorizzata – di opere cinematografiche in tecnologia streaming; l’indicizzazione di file audiovisivi, sonori e di testo protetti da copyright intesa ad agevolarne la diffusione gratuita tra gli utenti di internet senza il consenso dei titolari di diritti”.
Nel nuovo regolamento la procedura che impone ai siti di rimuovere i contenuti pirata è più complessa.
Se un sito non adempie entro 48 ore alla richiesta di rimozione di un contenuto segnalato come in violazione del diritto d’autore, il titolare del diritto può rivolgersi all’Autorità, che procede all’apertura di un contraddittorio con le parti. Dopo i primi accertamenti, l’Autorità può adottare un provvedimento in cui ordina al sito di rimuovere il materiale. Da quel momento la rimozione deve essere attuata entro cinque giorni, passati i quali il proprietario del sito potrà incorrere in sanzioni pecuniarie anche di notevole entità.
Secondo l’Autorità, la procedura della rimozione selettiva sè particolarmente appropriata nei casi in cui non tutti i contenuti del sito web violino il diritto d’autore e siano collocati sul territorio italiano.
Nel caso di siti che abbiano il solo fine di diffusione di contenuti illeciti o i cui server siano localizzati fuori dai confini nazionali, l’Autorità ipotizza due ipotesi alternative per le quali chiede il parere degli operatori: la predisposizione di una lista di siti illegali da mettere a disposizione degli internet service provider o, in casi estremi e previo contraddittorio, l’inibizione del nome di dominio del sito web.
Nei giorni scorsi nell’attesa della valutazione del consiglio dell’Agcom, sono apparse in rete diverse opinioni di esperti, anche di vedute opposte, che hanno espresso una certa perplessità riguardo al nuovo testo. Tra questi segnaliamo, sul blog di Vittorio Zambardino, il dibattito fra Nicola D’angelo, consigliere Agcom, e Enzo Mazza, presidente della Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana).
Blockbuster si prepara alla bancarotta
posted by admin on agosto 30, 2010
È stata annunciato per metà settembre l’avvio della pratica per bancarotta di Blockbuster, la catena che da quasi ventanni domina il mercato del noleggio video.
Il fallimento non giunge inaspettato. Da anni il settore del videonoleggio tradizionale soffre gli effetti di una crisi dovuta al cambiamento delle abitudini dei consumatori. La diffusione di massa delle connessioni a banda larga ha inaugurato l’era dello streaming – legale o meno – e sono sempre meno le persone disposte a uscire di casa per procurarsi un film. Blockbuster va quindi a seguire la strada del suo più acerrimo nemico in patria, la catena di noleggio dvd Hollywood Video, che ha chiuso i battenti lo scorso aprile.
Secondo il Chicago Breaking Businness, Blockbuster ha perso oltre 1 miliardo di dollari dall’inizio del 2008, accumulando un debito per interessi di 920 milioni. All’inizio dello scorso Agosto portavoci della società hanno annunciato che i debitori hanno acconsentito ad aspettare fino al 30 settembre prima di riscuotere gli interessi.
L’avvio della pratiche di fallimento permettera a Blockbuster di godere delle possibilità di ricapitalizzazione permesse dal Chapter 11 del Bankruptcy Code, grazie al quale tenterà di ridurre il debito accumulato. L’obiettivo principale del processo di bancarotta, che durerà circa cinque mesi, è quello di evitare il costoso pagamento degli affitti dei punti vendita che registrano i più pesanti passivi, circa 500 su 3425 totali nei soli StatiUniti.
Durante questo processo è di cruciale importanza il supporto degli studios di Hollywood ai quali è stato chiesto di continuare a rifornire le filiali di Blockbuster con i dvd di tutti i film in uscita.
Oggi il valore totale di mercato di di Blockbuster è di 24 milioni di dollari. Nel 1994 il colosso dei media Viacom aveva acquistato la società per 8,4 miliardi.
Fapav-Telecom: l’ISP non deve sorvegliare
posted by admin on aprile 20, 2010
Privacy e protezione dei dati personali, Responsabilità dei provider
L’ISP non è responsabile per il download illegale di contenuti protetti da copyright perpetuato dei suoi clienti. Non è nemmeno tenuto a bloccare siti o servizi di sharing illegale, né può comunicare a terzi i dati personali degli utenti. Solo l’autorità giudiziaria può richiedere i nomi e gli indirizzi IP di chi scarica contenuti illegalmente. Il caso FAPAV-Telecom si conclude così con una sentenza a favore delle non responsabilità dei provider, in controtendenza con le recenti decisioni sul casi Google-Vividown, The Pirate Bay e YouTube-Mediaset.
In quella che ormai sembra un’eterna partita fra detentori di diritti d’autore e fornitori di connettività, la sentenza del Tribunale di Roma ha assegnato l’ultimo punto alla squadra degli ISP, che in questo caso vedeva coinvolti, oltre a Telecom, l’Autorità Garante della privacy, Assotelecomunicazioni e l’Associazione Italiana Internet Provider.
Il caso era nato in seguito a un’indagine condotta dalla francese CoPeerRight Agency per conto dell’italiana FAPAV (Federazione Anti-Pirateria Audiovisiva) dalla quale era emerso che tra il settembre 2008 ed il marzo 2009, 13 siti di condivisione illegale di audiovisivi avevano totalizzato oltre 2 milioni e 200mila visite, in gran parte effettuate da utenti Telecom. Grazie all’indagine, FAPAV ha potuto scoprire i dati informatici degli utenti coinvolti in violazione di diritto d’autore, ma non la loro identità personale. Da qui è partita la richiesta al Tribunale di Roma di orinare a Telecom il blocco ai siti usati per la riproduzione illecita dei film e la comunicazione dei dati personali dei “pirati”alle Autorità.
Nel procedimento era quindi intervenuto, a fianco di Telecom Italia, il Garante della privacy nel ruolo di difensore dei dati personali apparentemente violati dalll’indagine svolta dalla CoPeerRights. Il Giudice del Tribunale di Roma, nel rigettare la richiesta di FAPAV, ha tuttavia liquidato anche la questione della violazione della privacy precisando che i dati in possesso di FAPAV sono semplicemente “dati aggregati (numero degli accessi a ciascun opera in un determinato periodo di tempo) che non consentono l’identificazione di alcun indirizzo IP degli utenti”.
Telecom ha, com’è ovvio, espresso soddisfazione per la sentenza che ribadisce che non esiste obbligo di sorveglianza sulla la condotta degli utenti. Tuttavia sorprendentemente anche la FAPAV si è detta soddisfatta dell’esito del processo per l’attestazione di legalità dei dati raccolti nell’indagine e per come il Giudice abbia sottolineato l’obbligo per gli ISP di collaborare con le autorità nei casi di sospetta violazione del diritto d’autore.
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