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Timestamp: 2019-11-17 10:25:06+00:00

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Residenza Fiscale vincolata all'iscrizione AIRE - Fiscomania
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Residenza Fiscale Vincolata all’AIRE: il caso affrontato dalla Corte di Cassazione
Residenza Fiscale Vincolata all’AIRE e critica della dottrina prevalente
Residenza Fiscale vincolata all’AIRE: lesione del principio di capacità contributiva
Residenza Fiscale vincolata e Convenzioni Internazionali contro le doppie imposizioni
Residenza Fiscale Vincolata all’iscrizione AIRE: conclusioni
Sentenza n 16634 del 2018 Residenza Fiscale Vincolata all’AIRE. La Cassazione vincola la Residenza Fiscale all’iscrizione AIRE. La Suprema Corte emette una sentenza dubbia, in quanto non tiene conto delle Convenzioni internazionali.
La Corte di Cassazione interviene nuovamente sul tema del Trasferimento di Residenza all’estero delle Persone Fisiche.
In questo contributo voglio parlarti di una interessante sentenza della Cassazione in tema di iscrizione AIRE e di validità del trasferimento di residenza all’estero.
Quanto espresso dalla Suprema Corte è sicuramente un elemento di dubbia validità. Come ti mostrerò, infatti, la sentenza non tiene conto di quanto previsto dalla normativa convenzionale in termini di residenza fiscale.
Per questo motivo ti consiglio di considerare la sentenza come monito, ma senza esagerare. Non si tratta di Giurisprudenza consolidata sull’argomento.
Vediamo insieme i principali elementi della sentenza.
“Devono considerarsi fiscalmente residenti in Italia le persone iscritte all’anagrafe della popolazione residente in applicazione del criterio di cui all’articolo 2 del DPR n 917/86.
Il trasferimento di residenza all’estero non rileva finché non risulti la cancellazione dall’Anagrafe di un Comune Italiano“
Sentenza n 16634 del 25 giugno 2018, Corte di Cassazione
Questi sono gli elementi principali che si possono riscontrare dall’ordinanza n 16634 depositata il 25 giugno 2018. La Suprema Corte, con questo documento conferma un orientamento già accolto in precedenza.
Mi riferisco sia alla Sentenza n 21970 del 2015 e alla Sentenza n 1215 del 1998. Entrambe le sentenze sicuramente da contestare, in quanto, non tengono conto dell’esistenza di Convenzioni Internazionali.
Nel caso affrontato dalla Suprema Corte, l’Agenzia delle Entrate determinava la Residenza Fiscale in Italia di un contribuente italiano trasferito nel Regno Unito.
In Gran Bretagna il soggetto svolgeva la propria attività lavorativa e pagare le relative imposte sul reddito. Tuttavia, questo, questo soggetto non era iscritto AIRE. Per questo motivo egli risultava comunque iscritto tra i soggetti residenti in Italia.
Con questa sentenza la Corte di Cassazione ribalta la posizione tenuta dalle Commissioni Tributarie che nei primi due gradi di giudizio avevano accolto la tesi de contribuente. Soggetto che sosteneva di non essere più residente fiscalmente in Italia.
Nella sentenza i Giudici di Legittimità ribadiscono l’orientamento secondo cui l’articolo 2 del DPR n 917/86 sia elemento formale di individuazione della Residenza Fiscale in Italia. Elemento in grado, da solo, di precludere ogni ulteriore onere accertativo da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Si tratta, in pratica, dello stesso concetto contenuto nella Sentenza n 21970 del 2015 della Corte di Cassazione.
Le persone iscritte nell’anagrafe della popolazione residente devono essere considerate in ogni caso fiscalmente residenti in Italia. Come tali, soggetti passivi di imposta per i redditi prodotti in Italia e all’estero. Questo secondo il principio della Worldwide Taxation.
L’iscrizione AIRE non rileva fino a quando non c’è la cancellazione dall’anagrafe dei residenti in Italia.
Sentenza n 21970 del 2015, Corte di Cassazione
La Residenza Fiscale vincolata all’iscrizione AIRE è un fatto già enunciato e comunque ampiamente criticato dalla dottrina.
In ambito tributario, infatti, la giurisprudenza applica un criterio meramente formalistico. Criterio secondo il quale in presenza di iscrizione anagrafica non vi è la prova contraria (di residenza all’estero). Mentre, in ambito civilistico, le risultanze anagrafiche danno luogo a presunzioni relative. Presunzioni che possono essere sempre vinte con la prova contraria.
Il formalismo esistente in ambito tributario e più volte richiamato dalla stessa Agenzia delle Entrate in sede di accertamento, deve essere puntualizzato.
Il primo aspetto sottolineato dai più parti della dottrina è la violazione del principio di Capacità Contributiva. Si tratta del principio costituzionale dettato dall’articolo 53.
Vincolare la residenza fiscale ad un formalismo come l’iscrizione AIRE rischia di ledere questo principio. Atteso che questo vincolo prescinde dalla sussistenza di un effettivo legame tra la persona e il territorio. Al contrario, invece, l’articolo 53 prevede che ogni soggetto debba contribuire alle spese pubbliche a seguito del godimento di beni e servizi forniti dallo Stato.
Ogni soggetto è tenuto a contribuire alla spesa pubblica quando esiste un legame durevole con il territorio. Quando non vi è legame con il territorio un soggetto non è tenuto a contribuire alla spesa pubblica, e quindi, al pagamento delle imposte sul reddito.
Pensa al caso di un soggetto trasferito all’estero, single, che non ha legami con l’Italia. La mera dimenticanza della iscrizione AIRE, da sola, non può essere sufficiente a dimostrare la residenza fiscale in Italia del soggetto. Questo non essendoci un legale diretto tra servizi statali e reddito del soggetto.
Naturalmente, ogni situazione è soggettiva, non è possibile generalizzare sempre. Pensa al caso dello stesso soggetto, sposato che va a lavorare all’estero. In questo caso il legale con l’Italia, rimane ed è dato dai componenti della famiglia che restano in Italia. In questo caso, è corretto che il soggetto veda comunque rimanere il Italia la sua residenza fiscale.
L’aspetto, invece, su cui a mio avviso si deve concentrare la nostra attenzione, è la normativa convenzionale. Normativa che non guarda tanto la dato formale, ma a quello sostanziale della situazione.
Il punto di partenza dell’analisi è che il principio enunciato dalla sentenza in commento non tiene conto in alcun modo delle Convenzioni contro le doppie imposizioni.
Le Convenzioni sono dei contratti vincolanti tra gli Stati contraenti, aventi efficacia di legge primaria (dopo la ratifica) e prevalgono sulle norme interne. Sul punto vedi sia l’articolo 117 della Costituzione e l’articolo 75 del DPR n 917/86. Si tratta, infatti, di norme speciali, che prevalgono su quelle ordinarie (Cassazione n 1138/2009).
Pertanto, non si può che restare stupiti del fatto che la Suprema Corte prosegua ad ignorare la presenza di Convenzioni contro le doppie imposizioni. Mi riferisco alle convenzioni che seguono il modello OCSE, e dalle quali è possibile ricavare le regole apposite per dirimere situazioni di doppia residenza fiscale.
Attraverso le tie breaker rules è possibile individuare inconfutabilmente la residenza fiscale di un soggetto, prescindendo dalle regole nazionali dei due Stati contraenti la Convenzione.
Tanto per ragionare sul caso concreto, nel caso affrontato dalla sentenza sarebbe stato necessario far riferimento alla Convenzione tra Italia e Regno Unito, ratificata dalla Legge n 329/90. La stessa convenzione all’articolo 4 riporta le rules da applicare in caso di conflitti di residenza fiscale.
Ebbene, in primis, deve essere applicato il criterio dell’abitazione permanente. Ove esso non sia dirimente deve essere accertato il luogo ove è situato il “centro degli interessi vitali” del soggetto.
Oppure ancora si deve considerare il luogo ove il soggetto “soggiorna abitualmente“. Infine, soccorre il criterio della nazionalità e, da ultimo, si fa ricorso all’accordo tra gli Stati.
A fronte di tali regole di diritto nazionale e internazionale, la decisione della Corte di Cassazione appare sicuramente parziale ed incompleta.
Nella sostanza la decisione della Corte da applicazione elle sole norme nazionali, lasciando inapplicate le norme che avrebbero consentito di valorizzare elementi fattuali al posto di quelli formali.
L’elemento sostanziale, provato dal contribuente, con elementi documentali deve sempre essere tenuto in considerazione.
La determinazione della residenza fiscale non può essere lasciata alla mera iscrizione del contribuente in un elenco. Essa deve essere basata su elementi che di fatto portano il contribuente a dover dare atto con elementi documentali del Paese in cui si trovano il centro dei suoi elementi patrimoniali, economici e familiari prevalenti.
L’aspetto su cui, invece, si deve riflettere è che spesso si arriva a queste sentenze perché il contribuente, per sua colpa o dolo, omette di far ferimento alla normativa convenzionale in sede di accertamento. Questa negligenza porta di fatto l’Amministrazione Finanziaria ad una possibilità maggiore di avere sentenza favorevole.
La normativa convenzionale, infatti, trova applicazione solo se espressamente richiesta dal contribuente. Se questi non provvede per tempo a farne richiesta è costretto poi a doversene accollare le conseguenze.
Se devi trasferirti all’estero, evita di fare errori e di trovarti in futuro, in situazioni potenziali come quella descritta. Affidati a degli esperti sul campo.
Verifica il mio servizio di consulenza fiscale legato al trasferimento di residenza all’estero.
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