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Timestamp: 2019-09-19 21:09:29+00:00

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Topics - Giovanni Fontana
Chiedi agli esperti (servizio gratuito) / Art. 113 L.R. 62/2018 e fattispecie sanzionate dal comma 2/a
« il: 28 Luglio 2019, 19:44:35 »
Per quanto l'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio, in sede fissa, senza titolo, sia direttamente sanzionata dal primo comma dell'art. 113 della l.r. Toscana 68/2018, è altresì evidente, che al terzo comma del medesimo articolo, lett. a), viene prevista (se ne accogliamo l'interpretazione letterale) la sanzionabilità, in misura inferiore a quella di cui al primo comma (da 5000 a 500 euro), per le fattispecie previste dagli artt. 14 al 21, ivi compresa quella di cui all'art. 15.
Detto articolo, prevede l'obbligo di presentazione della SCIA, per l'apertura di un esercizio di vicinato.
Ciò può dare luogo ad un conflitto di norme, la cui soluzione potrebbe essere quella di applicare la sanzione più favorevole al trasgressore per quanto, tale principio, si dovrebbe applicare alle disposizioni penali.
Sarei più propenso a pensare ad una "svista" del legislatore regionale, piuttosto che ad una volontà precisa di quest'ultimo.
Anche perché, in tal caso, è difficile - almeno per chi scrive - comprendere quando l'esercizio del commercio al dettaglio senza titolo, ricade sotto la scure del primo comma e quando l'apertura di un esercizio di vicinato, ricada sotto quella del terzo comma, lett. a)
A meno che, in quest'ultimo caso, si voglia fari rientrare l'ipotesi (solo di scuola, perché non accertabile, in concreto) di chi, avendo raccolto tutta la documentazione necessaria per presentare la Scia, non l'abbia fatta in concreto o abbia aperto l'attività prima che la presentazione della Scia produca i propri effetti.
Chiedi agli esperti (servizio gratuito) / Sanzioni pecuniarie "fisse" ed accessorie - Possibilità per il Comune
« il: 28 Luglio 2019, 18:47:24 »
Si discute, circa la possibilità, per un Comune, di poter applicare una sanzione amm.va accessoria (quale la sospensione di un'attività), in conseguenza della inosservanza di un regolamento o di una ordinanza comunale.
Altro oggetto di discussione, attiene alla possibilità, sempre per il Comune, di applicare una sanzione pecuniaria fissa, in luogo di quella in misura ridotta pari a 50,00 euro (doppio del minimo edittale, ex art. 7-bis TUEL).
A parere di chi scrive, il Comune può applicare la sanzione amministrativa pecuniaria di cui sopra, nonché la sanzione accessoria ritenuta utile ad interrompere l'attività illecita, purché ne sia dato atto, in modo palese, nel regolamento o nell'ordinanza.
E' ben chiara la riserva costituzionale di cui all'art. 23 della Carta, secondo la quale nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge. Allora, per dirimere la questione inerente l'applicabilità della sanzione accessoria, nei termini anzidetti, credo che dobbiamo partire proprio dalla legge di riferimento.
La legge 689/1981, come risaputo, ha previsto modifiche al codice penale, al solo fine di defatigare il lavoro del giudice e non certo di privare della "natura penale" i c.d. illeciti amministrativi: tant'è, che in dottrina, taluni definiscono i reati depenalizzati come "reati amministrativi".
In tal senso, la riserva di legge di cui all'art. 20, primo comma della legge citata è sicuramente da riferire ai reati depenalizzati dalla legge da ultimo richiamata. Ma se ci domandiamo che cos'è una sanzione accessoria, credo che sia pacifico definirla come la misura afflittiva che si applica di diritto, a quella principale.
La sanzione principale (che comprende quella accessoria o, se vogliamo, cui quest'ultima accede), nel caso di specie, viene stabilita dall'art. 7-bis TUEL cit. e quindi, a questa - per via derivata e secondo i principi generali dell'ordinamento costituzionale (che riconoscono autonomia ed autarchia aiComuni) - può accedere quella che il Comune decide di applicare, quale la sospensione dell'attività, a condizione che il Comune stesso ne manifesti la volontà, nell'ambito del regolamento comunale di riferimento o dell'ordinanza. Il tutto, secondo le procedure previste dalla legge 241/1990 che, con l'avvio del procedimento amministrativo, mettono il cittadino nella condizione di potersi difendere da eventuali atti illeciti della P.A. o adeguarsi ai relativi provvedimenti.
In buona sostanza, sebbene il legislatore non abbia stabilito, in modo palese, nell'ambito dell'art. 7-bis TUEL, è chiaro che a quella sanzione amministrativa pecuniaria, accede (implicitamente) la misura che il Comune, secondo il proprio libero e razionale apprezzamento, intende applicare, per interrompere un'attività illecita, che, altrimenti, non potrebbe essere interrotta (es.: per ragioni d'impresa, un'azienda soggetta a controllo amministrativo locale, potrebbe avere tutto l'interesse a pagare una sanzione giornaliera pari a 50 euro - una sorta di contributo, piuttosto che di sanzione - ma continuare a svolgere la propria attività in dipregio delle regole locali).
Per le medesime ragioni, il Comune potrebbe applicare una sanzione più grave di quella "aritmetica" che si ricava dalla lettura dell'art. 16 della l. 689/1981, con l'evidente scopo di aumentare l'effetto di deterrenza della sanzione stessa.
Infatti, l'art. 106 l.com.prov. (r.d. n. 383 del 1934) - che sanziona le contravvenzioni alle disposizioni dei regolamenti comunali che non trovino la loro sanzione in altre espresse disposizioni legislative - non può considerarsi abrogato in seguito all'entrata in vigore dell'art. 1 della l. n. 689 del 1981, sia perchè gli art. 16 e 17 di quest'ultima legge hanno fatto espresso riferimento alle modalità di pagamento previste nel successivo art. 107 ed hanno individuato nel sindaco il destinatario dei rapporti relativi alle infrazioni ai regolamenti comunali, sia perchè detto art. 106 è stato esplicitamente fatto salvo dall'art. 64, lett. c), della l. n. 142 del 1990. Ne consegue che il principio di legalità dell'illecito amministrativo, contenuto nell'art. 1 della l. n. 689 del 1981, non ha ragione di operare nel caso di violazione di regolamenti comunali e provinciali, i quali del resto trovano il loro fondamento costituzionale nel riconoscimento delle autonomie locali, affermato negli art. 5 e 128 cost., con cui deve coordinarsi il principio della riserva di legge, di carattere relativo, previsto dall'art. 23 Cost (Cass. civ. Sez. III, 18-02-2000, n. 1865).
A ciò si aggiunga, che a seguito delle modificazioni apportate all'art. 16 della l. 689/1981 dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92, al secondo comma, è oggi previsto che per le violazioni ai regolamenti ed alle ordinanze comunali e provinciali, la Giunta comunale o provinciale, all’interno del limite edittale minimo e massimo della sanzione prevista, può stabilire un diverso importo del pagamento in misura ridotta, in deroga alle disposizioni del primo comma.
Dunque, il Comune (per esso la G.M.), nel limite edittale compreso tra i 25 ed i 500 euro (i cui limiti minimi e massimi, rientrano nelle competenze esclusive dello Stato) di cui al citato art. 7-bis, può stabilire anche sanzioni diverse da quella "aritmetica" di cui sopra, purché adeguatamente motivate.
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« il: 28 Novembre 2016, 13:41:25 »
Nella prossimità delle prossime feste natalizie ed anche alla luce di quanto già deciso con Sentenze della Corte Costituzionale 142/1967 e 56/1970, è parere di chi scrive, che gli eventuali spettacoli o trattenimenti effettuati su aree pubbliche ed organizzati direttamente dal Comune - ancorché posti in essere da imprendtori quali musicisti, artisti di strada, ecc. - non siano soggetti al dalcuna licenza di polizia (ex art. 68 s. del TULPS); in tal caso, è lo stesso Ente Locale e per esso il dirigente cui è affidato il compito di organizzare l'evento, ad assumere ogni responsabilità in ordine alle problematiche afferenti la sicurezza, comprese le eventuali prescrizioni rivolte - a tal fine - all'imprenditore cui è affidato il compito di realizzare, in concreto, l'evento stesso; altri ritengono che anche il Comune e quindi, il Dirigente che lo rappresenta, deve ottenere la licenza dal Comune.
Analogamente, ritengo che se il trattenimento/spettacolo è organizzato dal privato, ma senza alcuno scopo d'impresa, ex art. 2082 c.c. (quindi, non viene pagato un biglietto d'ingresso, non comporta consumazioni, o altro vantaggio economico, diretto o indiretto), l'organizzatore ha l'unico obbligo di vedersi concedere il suolo pubblico. Per quanto attiene eventuali adempimenti sulla sicurezza, sarà lo stesso organizzatore a garantire l'idoneità degli impianti, palchi, ecc. Altri, a maggior ragione, ritengono che l'organizzatore debba ottenere la licenza di cui sopra.
Infine, ritengo che anche nell'ambito di una attività di impresa già autorizzata (tipo un bar o un ristorante), eventuali spettacoli (non ritengo che ciò possa valere per i trattenimenti) che non comportino cambio di destinazione d'uso dei locali, siano ammissibili e quindi non soggetti a licenza, a condizione che non venga pagato un biglietto d'ingresso, un aumento sulla consumazione, od altra attività d'impresa aggiunta - quindi, non congiunta - a quella regolarmente autorizzata.
E' condivisibile l'impostazione?
Aree Pubbliche / Cessione di beni tra commercianti, per la vendita su area pubblica
« il: 30 Settembre 2016, 19:06:03 »
A (commerciante su area pubblica) cede in vendita a B (titolare di posteggio su area pubblica) le proprie merci e B, contestualmente, le rivende al consumatore finale.
Talvolta A viene assunto da B mentre vende le merci che questi poco prima gli aveva ceduto in vendita.
Si tratta di una "pratica commerciale" che rischia di diffondersi, "dequalificando" - a mio modo di vedere - il mercato e facendo perdere la "personalità" del posteggio; tra l'altro, potrebbe anche determinare squilibri commerciali tra posteggi contermini che vendono le medesime merci.
Forse, tale pratica potrebbe avere una qualche rilevanza fiscale e quindi, se così fosse, andrebbe segnalata alla GdF per le verifiche del caso.
Non da meno, potrebbe avere rilevanza nel settore della tutela del lavoratore, anche se, con il sistema dei vaucher (è ammissibile tra due imprenditori?) questa riserva potrebbe essere superata.
Restando nel campo commerciale, come disciplinato dalla L.R. 28/2005, però, sono dell'avviso che si debba ben considerare la diversa portata del commercio all'ingrosso da quello su area pubblica.
Per definizione (art. 29, comma 1, lett. a), infatti, per commercio su aree pubbliche, si intendono "...le attività di vendita al dettaglio e di somministrazione di alimenti e bevande effettuate sulle aree pubbliche, comprese quelle del demanio marittimo o su aree private delle quali il comune abbia la disponibilità...".
Della vendita al dettaglio, se ne parla nel Capo III del Tit.II della L.R. cit. (DISCIPLINA DELL'ATTIVITA' COMMERCIALE - Commercio in sede fissa) e la si definisce (art. 15, comma 1, lett. b) come "...l’attività svolta da chiunque professionalmente acquista merci in nome e per conto proprio e le rivende, su aree private in sede fissa o mediante altre forme di distribuzione, direttamente al consumatore finale...".
Estensivamente, il comerciante su area pubblica può vendere le proprie merci solo al consumatore finale, ma non anche su area privata in quanto, in tal caso, si dovrebbe, necessariamente, parlare di commercio al dettaglio in sede fissa.
Diversamente, nella definzione di commerciante all'ingrosso (art. 15, comma 2, lett. a), la L.R. 28/2005 non fa alcun riferimento al luogo di vendita (area privata o pubblica), ma solo al destinatario della merce: è tale "...l'attività svolta da chiunque professionalmente acquista merci in nome e per conto proprio e le rivende ad altri commercianti, all'ingrosso o al dettaglio, o ad utilizzatori professionali, o ad altri utilizzatori in grande...".
Quindi, il commercio tra commercianti (in area privata o pubblica che dir si voglia) non può avvenire, se non quando il grossista, cede le proprie merci al commerciante.
In conclusione, sarei portato a ritenere che questa pratica non potrebbe avvenire a meno che A, prima di essere un commerciante su area pubblica, sia un commerciante all'ingrosso.
Conseguentemente, se l'impostazione è condivisibile, laddove venisse accertato in concreto la fattispecie di cui all'esempio, quale tipo di sanzione dovrebbe essere applicata? La violazione residuale di cui all'art. 102, comma 4 da riferire a quanto indicato all'art. 15, comma 1, lett. a della L.R. 28/2005 o quale altra?
Aree Pubbliche / Toscana - Assegnazione di posteggi occasionalmente liberi
« il: 28 Settembre 2016, 12:52:23 »
Ci si pone il problema di come dover valutare più commercianti su area pubblica che, a parità di numero di presenze sul mercato o sulla fiera, hanno maturato una diversa situazione, in relazione alla data di iscrizione alla CCIAA della impresa.
Infatti, mentre l’art. 34, comma 5 del Cod. Commercio Toscana, stabilisce che si debba tener conto “…dell’anzianità complessiva dell’impresa maturata, anche in modo discontinuo, dal soggetto richiedente e comprovata dall’iscrizione quale impresa attiva nel registro delle imprese…”, il nostro Reg. Com.le sui mercati (art. 11, comma 2), prevede che si debba tener conto “…dell’anzianità maturata dal soggetto richiedente nel registro delle imprese, per l’attività di commercio su aree pubbliche…”.
A parere di chi scrive, quindi, si debbono fare due diverse riflessioni sulla:
1) disposizione da applicare in concreto;
2) interpretazione della norma da applicarsi al caso concreto.
A mio modo di vedere, la disposizione comunale non è conforme al contenuto della legge regionale (per i motivi che andrò a descrivere) e quindi, annullabile.
Peraltro, chi è preposto ad applicare la disposizione comunale non può che applicare quella, in quanto applicabile; sarà quindi chi si ritiene leso dall’applicazione della disposizione, a richiedere l’annullamento dell’atto illegittimo presupposto, all’autorità amministrativa ovvero, la disapplicazione della sanzione inflitta all’AGO.
Sempre a parere di chi scrive, è ben chiaro che la disposizione regionale tende a valorizzare l’impresa attiva; infatti, a parità di condizioni (con riferimento al numero delle c.d. “presenze”) nella disposizione regionale si deve fare riferimento alla data di iscrizione dell’impresa “attiva” nel registro delle imprese.
In buona sostanza, il concetto di “anzianità complessiva dell’impresa” non è da ricondurre ad un criterio "aritmetico" - quale il risultato della sommatoria dei periodi di attività dell’impresa - ma è da considerare un concetto cronologico, che ha un suo inizio (coincidente a quello della data iscrizione nel registro delle imprese) ed una sua fine (coincidente con la cancellazione dal registro delle imprese).
Tale considerazione ha una sua importanza, sul piano concreto.
Infatti, qualora in un mercato vadano a concorrere per l’occupazione di un posteggio occasionalmente libero due soggetti, dei quali, il primo (chiamiamolo A), è iscritto alla CCIAA dal 2000, con la sua impresa ed il secondo (chiamiamolo B), è iscritto personalmente alla CCIAA dal 2016, ma è subentrato in una precedente autorizzazione per il commercio rilasciata nel 1999 e con quella si presenta alla “spunta”, sarà comunque il primo ad avere la meglio sul secondo, in ragione della sostenibile motivazione della maggiore esperienza professionale, ricostruita sulla base della iscrizione – quale impresa attiva – al registro delle imprese.
Se, diversamente, prevalesse il criterio aritmetico dell’anzianità, intanto il soggetto preposto al controllo non potrebbe basare la sua valutazione sulla mera documentazione presentata sul posto e costituita dal solo titolo del quale si avvale lo spuntista (in questo caso si dovrebbe fare una valutazione storica delle singole vicende attive e non attive), con evidenti problematiche di ordina pratico e, comunque (aggiungo io, paradossalmente), chi sarebbe “avvantaggiato” nella occupazione del posteggio, sarebbe chi, in concreto, manca del requisito dell’esperienza professionale.
In buona sostanza, a parere di chi scrive, il soggetto preposto al controllo, dovrebbe verificare da quanto tempo l’impresario è iscritto alla CCIAA, con l’ultima impresa attiva, indipendentemente dalla data di iscrizione dell’impresa stessa nella quale è subentrato.
Applicando, invece, la disposizione comunale, sarei dell’avviso che sarebbe il soggetto B a poter occupare il posteggio occasionalmente libero, in quanto formalmente titolare di un’impresa più “vecchia” di quella di cui è titolare il soggetto A.
In ogni caso, l’organo preposto al controllo – sempre che se ne condivida la diversa impostazione interpretativa – dovrebbe applicare la disposizione comunale e quindi, assegnare il posteggio occasionalmente libero al soggetto B, con la possibilità del soggetto A di richiedere l'annullamento del regolamento o la sua disapplicazione, per violazione di legge.
Sicurezza, polizia e sanità / Art. 115 TULPS - Proventi sanzionatori
« il: 22 Settembre 2016, 13:50:07 »
A seguito di accertamento di violazione all'art. 115 del TULPS, ho indicato, quale autorità destinataria dei proventi, lo Stato.
Successivamente, altri colleghi mi hanno riferito di ritenere che è il Comune ad esserne destinatario.
A mio modo di vedere, una cosa sono le funzioni, che sono state delegate all'ente territoriale, altra cosa, è la riscossione dei proventi.
Cosa ne pensate e, soprattutto, se ritenete il comune destinatario dei proventi, potete indicarmi le fonti?
Sicurezza, polizia e sanità / Distruzione della merce sequestrata
« il: 31 Agosto 2016, 14:03:56 »
A seguito di sequestro delle merci abusivamente commercializzate su area pubblica, quando è possibile procedere alla relativa distruzione? A mio modo di vedere, esaurito il termine utile per ricorrere, il dirigente del settore può disporre la rimozione della merce che, comunque, deve avvenire, mediante assegnazione della stessa ad idoneo soggetto, trattandosi comunque di rifiuti prodotti dalla P.A.
In caso di ricorso, la distruzione potrà essere disposta, solo ad emissione dell'ordinanza ingiunzione non opposta.
Se si tratta di merce deteriorabile, la distruzione potrà comunque avvenire prima di detti termini.
Aree Pubbliche / Autovettura destinata al trasporto di alimenti - Sanzionabilità CDS
« il: 06 Agosto 2016, 18:25:02 »
Ci si domanda se un commerciante su area pubblica, che faccia uso di un'autovettura privata, per uso proprio, per il trasporto e la vendita degli alimenti/bevande, sia o meno assoggettato a specifiche sanzioni previste dal Codice della Strada.
Taluni ritengono sostenibile contestare l'inosservanza all'art. 82 del citato Codice.
A parere di chi scrive, invece, il codice della strada - ch'è norma speciale che tutela la sicurezza della circolazione stradale - non è applicabile al caso di specie, a meno che le modalità di trasporto della merce, quale che sia la natura della merce stessa, per le modalità di trasporto, possano minacciare, in concreto, la sicurezza della circolazione stradale (visibilità, manovrabilità, carico, ecc.).
Infatti, l'utilizzazione del veicolo in base alle sue caratteristiche tecniche (salvo il caso in cui sia stato modificato nelle parti essenziali, ex artt. 78 ss. CDS) resta invariata; così come la sua destinazione economica (salvo le ipotesi contemplate dagli artt. 84 ss. CDS) che, in concreto, resta d'uso proprio.
In buona sostanza, nel caso di specie ed a tutela della salute pubblica, si deve applicare il regolamento CE 852/2004.
Aree Pubbliche / Sequestro alimenti potenzialmente dannosi per la salute
« il: 06 Agosto 2016, 17:59:20 »
A seguito di accertamento di illecito (penale e/o amministrativo) inerente la vendita di alimenti su area pubblica che, per le modalità di conservazione, possono arrecare pregiudizio alla salute pubblica, si dispone il sequestro dei medesimi.
Senza entrare nel merito della sostenibilità dell'atto di accertamento e quindi, restando sulla esclusiva materia del sequestro, l'alimento/bevanda oggetto della misura (che non è preconfezionata alla fonte e quindi, non è possibile stabilirne la provenienza), può essere immediatamente distrutto ed in tal caso, debbono essere seguite particolari formalità per procedervi? In particolare, debbono essere citate norme di legge che ne prevedano, specificatamente la fattibilità?
I beni oggetto di sequestro, possono essere affidati, per la distruzione, allo stesso commerciante? In tal caso, chi è legittimato a procedervi ed in caso di inadempimento, in cosa incorre il commerciante inadempiente?

References: Art. 113
 art. 7
 art. 16
 art. 107
 art. 106
 art. 5
 art. 7
 art. 106
 Art. 19
 art. 109
 art. 68
 art. 2082
 Art. 115