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Timestamp: 2019-01-17 10:03:36+00:00

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Matrimonio con stranieri, lecito via Skype
Il matrimonio contratto all’estero o nelle forme previste dalla legge straniera è valido anche in Italia: per cui è lecito sposarsi in videoconferenza su internet utilizzando piattaforme come Skype o Google Hangouts se lo prevede la legislazione di un altro Stato.
Un cittadino italiano può sposarsi con un cittadino di uno Stato straniero secondo le forme e le modalità previste da quest’ultimo Paese: il matrimonio sarà comunque valido anche per l’Italia; per cui, se la legge dello Stato estero adottata per le nozze prevede la possibilità che il matrimonio possa essere celebrato anche via Skype, Google Hangouts o altri sistemi di videoconferenza su internet, non ci sono ragioni per non convalidare l’unione anche nel nostro Paese. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di ieri [1].
Il matrimonio celebrato all’estero è valido nel nostro ordinamento, quanto alla forma, se è considerato tale dalla legge del luogo di celebrazione, o dalla legge nazionale di almeno uno degli sposi al momento della celebrazione, o dalla legge dello Stato di comune residenza in tale momento. Pertanto, se la legge di tale Paese ritiene valido il matrimonio per via telematica, non ci sono ragioni di ordine pubblico per non rendere valido tale matrimonio anche in Italia.
La Corte precisa che, se il matrimonio è valido per l’ordinamento straniero, perché idoneo a rappresentare il consenso dei nubendi in modo consapevole, anche se tale consenso è stato acquistato a distanza, con videoconferenza su Skype, non può essere contrastante con la nostra legge solo perché celebrato in una forma non prevista nell’ordinamento italiano.
In Italia, attualmente, non è possibile sposarsi via Skype o con altro sistema di videoconferenza; è lecito solo il matrimonio per procura, ma solo se uno degli sposi:
– è un militare o persona che per ragioni di servizio si trova al seguito delle forze armate, in tempo di guerra;
– risiede all’estero e sussistono gravi motivi da valutarsi dal tribunale nella cui circoscrizione risiede lo sposo rimasto in Italia.
Il tribunale deve autorizzare su istanza di entrambi gli sposi tale matrimonio con decreto non impugnabile emesso in camera di consiglio sentito il P.M.. In mancanza di autorizzazione il matrimonio è nullo.
Ad esempio il tribunale può autorizzare il matrimonio per procura se uno dei nubendi non può abbandonare il domicilio all’estero per non perdere il diritto alla residenza permanente e la fidanzata non può lasciare la casa paterna fino a quando non diventi moglie.
Sintetizzando il principio espresso dalla Cassazione, per potersi sposare via Skype a distanza, è necessario che:
almeno uno dei due coniugi sia straniero (se, infatti, entrambi gli sposi sono italiani, si applica la legge del nostro Paese che non consente il matrimonio via Skype);
la coppia si deve sposare seguendo la legge dello Stato del coniuge straniero;
tale legge deve prevedere espressamente la possibilità di sposarsi via internet, ossia con consenso manifestato in via telematica ed in tempo reale come avviene appunto su Skype.
[1] Cass. sent. n. 15343/16 del 26.07.16.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 20 giugno – 25 luglio 2016, n. 15343
L’Ufficiale dello Stato civile del Comune di San Giovanni in Persiceto ha rifiutato la trascrizione dell’atto di matrimonio, celebrato da S.F. con M. Z. B., in data 18 settembre 2012, registrato il 4 ottobre 2012 dall’autorità del Pakistan, in considerazione delle modalità di celebrazione, in via telefonica o telematica, ritenute contrarie all’ordine pubblico, sul presupposto che costituisca principio fondamentale dell’ordinamento italiano, derogabile solo in casi del tutto eccezionali, la contestuale presenza dei nubendi dinanzi a colui che officia il matrimonio, anche al fine di assicurare la loro libertà nell’esprimere la volontà di sposarsi. Nel contraddittorio con il Ministero dell’interno ed il Comune di San Giovanni in Persiceto, il ricorso della F. è stato accolto dal Tribunale di Bologna, con decreto in data 13 gennaio 2014. Secondo il Tribunale, il matrimonio era valido secondo la legge pakistana e, quindi, anche per l’ordinamento italiano, in virtù del richiamo operato dall’art. 28 della legge n. 218 del 1995, essendo stato celebrato secondo le modalità e nelle forme previste dalla legge pakistana. Infatti, in data 18 settembre 2012, la F. aveva prestato il proprio consenso al matrimonio per via telematica, alla presenza di due testimoni; lo sposo era presente alla celebrazione, officiata dall’autorità pakistana, ed erano presenti i suoi testimoni; l’assenza di un procuratore della sposa era superata dalla sua partecipazione diretta, in via telematica, alla celebrazione del matrimonio; l’autorità pakistana aveva registrato l’atto il 4 ottobre 2012. Pertanto, il rifiuto di trascriverlo da parte dell’Ufficiale di Stato Civile italiano era illegittimo, non sussistendo alcuna violazione dell’ordine pubblico internazionale, atteso che la contestuale presenza dei nubendi dinanzi all’autorità officiante, a norma dell’art. 107 c.c., non costituisce un principio irrinunciabile per la stessa legge italiana, la quale prevede eccezioni, a norma dell’art. 111 c.c., essendo irrinunciabile il solo principio, rispettato nella fattispecie, della libera, genuina e consapevole espressione del consenso alla formazione del vincolo matrimoniale.
Il reclamo del Ministero dell’interno è stato rigettato dalla Corte d’appello della stessa città, con decreto in data 20 giugno 2014, la quale ha ritenuto che ad integrare il principio di ordine pubblico è l’espressione del consenso libero e consapevole da parte dei nubendi, che nella fattispecie vi era stata, anche se a distanza. Avverso questo decreto il Ministero dell’interno ricorre per cassazione, a norma dell’art. 111 Cost., sulla base di un motivo, cui si oppone la F. con controricorso e memoria.
La F. ha eccepito l’inammissibilità del ricorso per cassazione perché, a suo avviso, tardivamente notificato (il 24 novembre 2014), senza rispettare il termine di sessanta giorni dalla comunicazione del decreto impugnato, avvenuta in data 23 giugno 2014. L’eccezione è infondata. Premesso che il decreto impugnato non è stato notificato ad istanza di parte, trova applicazione il principio enunciato da questa Corte (n. 10450/2014, 24000/2011, sez. un. 5615/1988) – che non v’è ragione di mettere in discussione – secondo il quale il termine di sessanta giorni per la proposizione del ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., avverso i provvedimenti aventi contenuto decisorio e carattere di definitività, decorre solo a seguito della notificazione ad istanza di parte, mentre è irrilevante, al predetto fine, che gli stessi siano stati pronunciati in udienza o, se pronunciati fuori udienza, siano stati comunicati alle parti dal cancelliere, con la conseguenza che, in tali ipotesi, è applicabile il termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c., che nella fattispecie è stato rispettato.
La Corte bolognese ha correttamente premesso che, ai sensi dell’art. 28 della legge n. 218 del 1995, il matrimonio celebrato all’estero è valido nel nostro ordinamento, quanto alla forma, se è considerato tale dalla legge del luogo di celebrazione, o dalla legge nazionale di almeno uno dei nubendi al momento della celebrazione, o dalla legge dello Stato di comune residenza in tale momento (v. in tal senso Cass. n. 17620/2013). Pertanto, essendo il matrimonio tra la F. e Z. B. stato celebrato in Pakistan e validamente secondo la legge di quel paese (circostanza incontestata), esso è stato ritenuto valido per l’ordinamento italiano, non ostandovi alcun principio di ordine pubblico. Il Ministero ha opposto che la modalità di celebrazione del matrimonio, da parte dell’ufficiale pakistano, con la presenza del solo sposo, avendo la sposa partecipato al rito in via telematica, non garantirebbe la genuinità dell’espressione del consenso, rendendo l’atto non riconoscibile come matrimonio. Questa tesi è errata in diritto per due ragioni.
La prima, perché pretende, in sostanza, di ravvisare una violazione dell’ordine pubblico tutte le volte che la legge straniera, in base alla quale sia stato emanato l’atto di cui si chiede il riconoscimento, contenga una disciplina di contenuto diverso da quella dettata in materia dalla legge italiana. Tuttavia, ravvisando l’ordine pubblico nelle norme, seppure inderogabili, presenti nell’ordinamento interno, sarebbero cancellate le diversità tra i sistemi giuridici e rese inutili le regole del diritto internazionale privato (v., in modo chiaro, Cass. n. 10215 del 2007 e, in motiv., n. 14662 del 2000; nel senso che le norme espressive dell’ordine pubblico non coincidono con quelle, di genere più ampio, imperative o inderogabili, Cass. n. 4040 del 2006, n. 13928 del 1999, n. 2215 del 1984). Il giudizio di compatibilità con l’ordine pubblico dev’essere riferito, invece, al nucleo essenziale dei valori del nostro ordinamento che non sarebbe consentito nemmeno al legislatore ordinario interno di modificare o alterare, ostandovi principi costituzionali inderogabili. La seconda, perché il rispetto dell’ordine pubblico dev’essere garantito, in sede di delibazione, avendo esclusivo riguardo “agli effetti” dell’atto straniero (come ribadito da Cass. n. 9483 del 2013), senza possibilità di sottoporlo ad un sindacato di tipo contenutistico o di merito né di correttezza della soluzione adottata alla luce dell’ordinamento straniero o di quello italiano. Ne consegue che se l’atto matrimoniale è valido per l’ordinamento straniero, in quanto da esso considerato idoneo a rappresentare il consenso matrimoniale dei nubendi in modo consapevole, esso non può ritenersi contrastante con l’ordine pubblico solo perché celebrato in una forma non prevista dall’ordinamento italiano.
In conclusione, il ricorso è rigettato. Sussistono giusti motivi per compensare le spese del giudizio, in considerazione della novità della questione esaminata.

References: sentenza 
 Cass. 
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