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Timestamp: 2019-02-24 00:24:43+00:00

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Università degli Studi di Enna Kore - NOTA ALLA SENTENZA N. 16111 DELLA CORTE DI CASSAZIONE DEL 26 GIUGNO 2013
NOTA ALLA SENTENZA N. 16111 DELLA CORTE DI CASSAZIONE DEL 26 GIUGNO 2013
Giovanna Saccaro
Cultore di Diritto dell’Unione europea e Diritto internazionale nell’Università Kore di Enna. Avvocato del Foro di Catania
Con la sentenza n. 16111 del 26.06.2013 la Corte di Cassazione Civile Sez. iii, ha avuto modo di stabilire il principio secondo il quale il diritto di un soggetto a pretendere che le proprie passate vicende personali non siano pubblicamente rievocate, trova un limite nell'esercizio del diritto di cronaca solamente quando sussista un interesse pubblico, effettivo ed attuale alla riproposizione della vicenda.
Diversamente, il pubblico ed improprio collegamento tra le due informazioni si risolve in un'illecita lesione del diritto alla riservatezza, mancando la concreta proporzionalità tra la causa di giustificazione del diritto di cronaca e la lesione del diritto contrapposto.
Il tema del diritto all'oblio ha assunto, negli ultimi anni, grande rilevanza a seguito della digitalizzazione degli archivi cartacei da parte della maggioranza dei più importanti quotidiani e del conseguente meccanismo automatizzato dei motori di ricerca che comporta la permanenza continuativa di un articolo in rete.
Si impone pertanto la necessità di contemperare il delicato equilibrio intercorrente tra il diritto di cronaca ed il diritto alla riservatezza, entrambi di rango costituzionale, valutando, volta per volta, quale dei due risulti maggiormente meritevole di tutela.
Ciò assume maggiore rilevanza quando, nell'esercizio del diritto di cronaca giornalistica, permanga in rete una notizia risalente nel tempo, e pertanto priva di un reale interesse pubblico, la cui diffusione non risponda più all’attuale esigenza informativa.
Il diritto all'oblio vanta una genesi giurisprudenziale ed è riconducibile all'ampia categoria dei diritti inviolabili riconosciuti e tutelati dalla norma di carattere dinamico di cui all'art. 2 della Costituzione “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.
Sul tema si è già pronunciata la Suprema Corte nel primo landmark case della sentenza n. 5525 del 5.4.2012, relativa alla vicenda di un esponente politico la cui notizia di un precedente arresto permaneva negli archivi di un giornale senza riportarne il successivo epilogo favorevole.
In tale occasione, la Corte evidenziò che “Se la finalità di documentazione storica può legittimare la conservazione e la pubblica accessibilità ai dati del protagonista, è però coerente con questa finalità, ed al tempo stesso rispettoso del diritto all'oblio, che la notizia sia aggiornata e contestualizzata, se non risponde più a verità”.
Segnatamente la Suprema Corte ritenne l'editore obbligato a segnalare adeguatamente l'evoluzione della notizia, mediante una annotazione a tergo dell'articolo, onde assicurare all'interessato il rispetto della sua attuale identità.
In tempi recenti, con la sentenza n. 16111 del 26 giugno 2013, la Corte di Cassazione ha posto in primo piano l'interesse dell'individuo alla tutela del proprio onore, della propria reputazione e riservatezza, quando dalla riproposizione di vecchi articoli di cronaca giudiziaria discenda la cristallizzazione di un fatto così come originariamente acquisito, senza tener conto della mutata posizione processuale dell'interessato.
Del resto se, come scriveva Calamandrei “sotto il ponte della giustizia passano tutti i dolori, tutte le miserie, tutte le aberrazioni, tutte le opinioni politiche, tutti gli interessi sociali” sarebbe lesivo della dignità dell'individuo se costui, dopo aver espiato la pena ed essersi reinserito nella società civile, fosse costretto a subire la “condanna sociale” scaturente dalla diffusione di notizie legate al suo passato e non più in linea con la sua riscattata dignità.
Ciò, non senza violazione del principio della funzione rieducativa della pena di cui all'art. 27 comma 3 della Costituzione, a mente del quale “Le pene … devono tendere alla rieducazione del condannato”.
La Corte, nella pronuncia che si commenta, a differenza della soluzione adottata nella sentenza n. 5525 del 5.4.2012, giunge alla drastica conclusione della necessità della cancellazione dell'articolo dall'archivio telematico del giornale, intervenendo così in modo più incisivo sul riconoscimento e sulla valorizzazione del diritto all'oblio.
La sentenza muove dal ricorso proposto da C. F. il quale conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Como A.C. nella qualità di Direttore del quotidiano locale, M.F., L.M. e la editoriale s.r.l. quest'ultima quale Casa editrice, chiedendo il risarcimento dei danni conseguenti alla pubblicazione di un articolo nel quale erano state riportate notizie e dati personali riservati, ponendoli in collegamento con il ritrovamento nella città di Como, di un arsenale di armi appartenente alle Brigate Rosse.
Aggiungeva C.F., che il giorno dopo il medesimo giornale aveva pubblicato accanto alla sua immagine un'intervista da lui mai rilasciata e corrispondente al contenuto di una telefonata intercorsa con uno dei convenuti.
A sostegno della domanda il ricorrente poneva la circostanza che, pur rispondendo a verità la notizia del suo arresto e della successiva condanna quale soggetto appartenente al gruppo terroristico, tuttavia dopo aver scontato la relativa pena era riuscito con enormi sforzi a costruirsi una nuova vita.
Alla luce di ciò, ritenendo che tali pubblicazioni costituissero violazione della legge 8 febbraio 1948 n. 47 e della legge 31 dicembre 1996 n. 675, non desiderava più essere accostato agli occhi della pubblica opinione a tali atti di terrorismo, trattandosi di una fase della sua esistenza oramai chiusa.
Il Tribunale di Como rigettava la domanda e C.F. proponeva appello avverso la sentenza di primo grado.
Diversamente argomentando, la Corte d'Appello di Milano, dichiarava, in riforma della pronuncia del tribunale di Como, la violazione della legge 8 febbraio 1948 n. 47 e della legge 31 dicembre 1996 n. 675, perpetrata con la della pubblicazione delle foto e dell'intervista in assenza di consenso di C.F.
In particolare, la Corte d'Appello di Milano evidenziava la mancanza di un interesse pubblico alla diffusione della notizia dal momento che per la sussistenza del diritto di cronaca deve esserci un interesse attuale alla conoscenza della notizia. Osservava poi, che il punto centrale della vicenda era costituito dall'esistenza o meno di un consenso dell’interessato alla pubblicazione di quella che veniva definita “intervista” con relativa foto riportante le sue generalità.
Nel richiamare la normativa in tema di tutela della riservatezza, la Corte milanese evidenziava, nella fattispecie, la mancanza dell'interesse pubblico alla diffusione della notizia, atteso che il diritto di cronaca necessita di un interesse attuale alla conoscenza della notizia.
Riconosceva pertanto al ricorrente il diritto all'oblio in riferimento ad una parte tanto drammatica della sua vita personale osservando che la rievocazione, a distanza di tanti anni, di una serie di eventi così personali e dolorosi appariva certamente censurabile “dal momento che essi fatti non avevano al momento della pubblicazione alcuna attinenza con il pubblico interesse né tanto meno presentavano aspetti di rilievo sociale”.
La Corte di Cassazione, confermando la sentenza di secondo grado, ha enunciato il principio di diritto secondo cui “la rievocazione di vicende personali oramai dimenticate dalla collettività trova giustificazione nell'esercizio del diritto di cronaca esclusivamente in presenza di fatti di recente accadimento, direttamente collegati con dette vicende, rinnovandone così l'attualità”.
L'excursus argomentativo della Corte di Cassazione si snoda attraverso una serie di passaggi che muovono da precedenti pronunce enunciate in tema di bilanciamento tra i diritti di rango costituzionale, come il diritto alla riservatezza di cui all'art. 2 Cost. ed il diritto di cronaca di cui all'art. 21 Cost. ribadendo il principio che il giudice di merito deve tener conto dei fattori decisivi costituiti dall'essenzialità dell'informazione e dall'interesse pubblico delle notizie divulgate (Cass. Civ. n. 5658 del 9 giugno 1998).
Riprende poi la L. 675 del 1996 che, con riferimento all'attività giornalistica, stabilisce il principio della libertà di trattamento nell'osservanza del codice deontologico adottato con provvedimento del Garante del 29 luglio 1998, sul diritto all'informazione su fatti di interesse pubblico nel giusto contemperamento del canone dell'essenzialità dell'informazione e del principio dell'imprescindibilità del consenso dell'interessato per il trattamento dei dati personali.
Chiosa infine, per la possibilità della divulgazione giornalistica dei dati sensibili privi del consenso dell'interessato o dell'autorizzazione del Garante soltanto solo se ritenuta “essenziale” ai sensi dell'art. 6 del Codice Deontologico dei giornalisti.
Ovviamente, la Corte non ha mancato di ribadire i principi già espressi nella sentenza n. 5525 del 5 aprile 2012 circa il diritto dell'interessato ad opporsi al trattamento, quand'anche lecito, dei propri dati personali, in osservanza del principio di correttezza.
A conclusione del suo ragionamento, la Corte di legittimità ha ritenuto palesemente violato il diritto alla riservatezza di C.F, in ragione del fatto che la divulgazione della notizia era avvenuta senza il necessario consenso dello stesso, oltre che dell'insussistenza dell'interesse pubblico alla diffusione della stessa.
Ciò assume maggiore rilevanza a fronte della necessità di C.F. di essere dimenticato dopo essersi ricostruito una nuova identità.
In particolare, nel bilanciamento tra il diritto alla riservatezza ed il diritto di cronaca la Corte rilevava la prevalenza del primo, osservando che “ il diritto alla riservatezza del F. - che assume ... i connotati del diritto ad essere dimenticato - deve prevalere sul diritto di cronaca, perché il fatto puro e semplice del ritrovamento di una cospicua quantità di armi nella zona di residenza di F. non poteva consentire al giornalista di creare un oggettivo ed arbitrario collegamento tra quell'evento, attuale, e la storia passata di F., ex terrorista ma pur ormai inserito nel contesto sociale. La riemersione, per così dire, di un fatto molto lontano nel tempo - che rivestiva, all'epoca un sicuro interesse pubblico - non si traduce ipso facto nella permanenza dell'interesse anche al momento attuale; ed è del tutto evidente, proprio per la ricostruzione operata dalla Corte Milanese, che il riferimento alla vicenda personale di C.F. non aveva nessun collegamento con l'evento del ritrovamento delle armi, se non al limitato fine di fare colore, ossia presentare la notizia odierna in modo da destare l'attenzione dei lettori”.
Alla luce di tale pronuncia è evidente che la Corte di Cassazione, nel bilanciamento certosino dei diritti tutti coinvolti – diritto alla riservatezza, di cronaca, libera manifestazione del pensiero e diritto all'oblio, - ha avuto cura di tutelare parimenti gli stessi, ciascuno nella loro priorità.
Ne risulta una condivisibile innovativa linea di pensiero della Corte di cassazione, al passo con le evoluzioni dei tempi che registrano in internet e nel web la nuova formula di diffusione delle notizie.
Del resto, è innegabile che tale mutato orientamento beneficia della innovativa sentenza c-131/12 della Grande Sezione della Corte di Giustizia dell'Unione Europea del 13 maggio 2014 che ha avuto il merito di riproporre una lettura del diritto all'oblio in chiave più moderna rispetto al passato.
In tale circostanza, il punto nodale della questione verteva sulla corretta interpretazione della Direttiva 95/46/ce relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, nonché dell'art. 8 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea.
Senza alcuna pretesa di completezza espositiva, è opportuno sottolineare che la Corte, pur non affermando fermamente l'esistenza incondizionata di un diritto all'oblio, ha rilevato l'impossibilità a rimanere indifferenti alla richiesta dell'interessato circa la rimozione dal motore di ricerca dei suoi dati personali che, seppure inizialmente trattati e/o pubblicati in modo lecito, possono risultare poi non più pertinenti, ovvero eccessivi rispetto alle finalità del loro trattamento, anche in considerazione del lasso di tempo intercorso dalla data della loro pubblicazione, divenendo così incompatibili con la direttiva.
Nel pronunciarsi, la Corte, oltre a dare la prevalenza del diritto alla dignità, alla riservatezza ed alla privacy di una persona, anche nel campo dei nuovi mezzi di comunicazione, ha precisato l'obbligo alla tutela di tali diritti anche da parte dei motori di ricerca che devono intervenire sia per la corretta diffusione di tali dati, sia eventualmente per la rimozione degli stessi, ove ritenuti lesivi per l'interessato.
Giovanna Saccaro, NOTA ALLA SENTENZA N. 16111 DELLA CORTE DI CASSAZIONE DEL 26 GIUGNO 2013

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