Source: https://olympus.uniurb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20655&catid=16&Itemid=138
Timestamp: 2019-10-23 00:29:31+00:00

Document:
Presidente: PATTI ADRIANO PIERGIOVANNI Relatore: AMENDOLA FABRIZIO Data pubblicazione: 04/07/2019
1. Il Tribunale di Venezia, con sentenza n. 545/2010, accolse la domanda proposta dagli eredi di G.V. indicati in epigrafe nei confronti dell'Autorità Portuale di Venezia (d'ora in poi APV), accertando la responsabilità dell'ente per la malattia professionale sofferta dal dante causa (mesotelioma pleurico) determinata dalla esposizione all'amianto, con condanna dell'ente al risarcimento del danno subito dal de cuius; in accoglimento della domanda azionata dall'Inail nel medesimo giudizio, il Tribunale condannò l'APV in via di regresso per la rendita erogata;
3. per la cassazione di tale sentenza propone ricorso principale l'Autorità Portuale di Venezia con unico articolato motivo; resistono gli eredi dei G.V. con controricorso, contenente ricorso incidentale affidato ad un motivo; resiste con controricorso anche l'Inail; Italia Marittima Spa ha depositato controricorso al fine di far confermare l'estraneità al giudizio, con compensazione delle spese; gli eredi hanno comunicato memoria; .
nelle pronunce citate si rammenta che la legge 28 gennaio 1994 n. 84, in tema di riordino della legislazione in materia portuale, ha istituito con effetto dal 1° gennaio 1995 le Autorità portuali, prevedendo la dismissione delle attività operative delle organizzazioni portuali mediante trasformazione delle stesse in società (art. 20, comma 3, nel testo originario) ovvero, anche congiuntamente, mediante il rilascio di concessioni ad imprese che presentino un programma di utilizzazione del personale e dei beni e delle infrastrutture delle organizzazioni portuali per l'esercizio, in condizioni di concorrenza, di attività di impresa nei settori delle operazioni portuali, della manutenzione e dei servizi, dei servizi portuali nonché in altri settori del trasporto o industriali (art. 20, comma 2, nel testo introdotto dall'alt. 2, comma 19, del decreto legge 21 ottobre 1996 n. 535, convertito in legge 23 dicembre 1996 n. 647); le Autorità portuali, non appena costituite, subentrano alle organizzazioni portuali nella titolarità dei beni e nella totalità dei rapporti attivi e passivi (art. 20, comma 6, del testo originario) e "il personale delle organizzazioni portuali è trasferito alle dipendenze delle autorità portuali, in continuità di rapporto di lavoro e conservando il trattamento previdenziale e pensionistico in essere alla data del trasferimento nonché, ad personam, il trattamento retributivo, mantenendo l'eventuale importo differenziale fino a riassorbimento" (art. 23, comma 2, della stessa legge); pertanto si configura il trasferimento ex lege alle autorità portuali dell'intero personale dipendente delle organizzazioni portuali, con l'ulteriore previsione che l'eventuale personale in esubero è posto in soprannumero e impiegato in regime di mobilità temporanea, di comando o di distacco presso le società di cui all'art. 20, comma 3, della stessa legge, con oneri retributivi e previdenziali gravanti sull'Autorità portuale, la quale è altresì onerata della gestione e della mobilità del personale in esubero (v. art. 23, commi 2 e 3, l. n. 84 del 1994);
3. con l'unico motivo di ricorso incidentale gli eredi G.V. denunciano violazione degli artt. 1218, 2087, 1223, 1226, 2059 c.c. nell'adozione di un criterio di risarcimento del danno da malattia terminale o "catastrofale" in "misura risibile" nonché "carenza di motivazione su tale liquidazione", non considerando l'effettiva intensità delle sofferenze subite, il decorso della malattia, la ragionevole prevedibilità dell'esito letale, il concreto livello di consapevolezza dell'assenza di ogni speranza, le condizioni personali soggettive, le ripercussioni sulla vita del danneggiato, le cure praticate e ogni altra circostanza rilevante;
esso, oltre l'inammissibilità derivante dalla denuncia di un vizio di inadeguata motivazione non più prospettabile nel vigore del novellato n. 5 dell'art. 360 c.p.c. cosi come rigorosamente interpretato da Cass. SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 2014, solo formalmente lamenta violazioni di legge, con riferimento alla liquidazione equitativa operata dalla Corte territoriale circa il danno non patrimoniale subito dal dante causa tra il momento della diagnosi della malattia ed il decesso, che si traduce piuttosto in una richiesta di rivalutazione delle conseguenze dannose che appartengono all'accertamento dei fatti e sono precluse in sede di legittimità, tanto che gran parte dell'illustrazione del motivo riproduce "i punti salienti dell'appello incidentale" degli eredi G.V., senza tenere in adeguato conto che l'impugnazione in Cassazione non può tradursi in un generico gravame con riproposizione dei motivi d'appello;
i giudici del merito hanno utilizzato nella specie un criterio equitativo basato sul valore tabellare giornaliero della totale inabilità temporanea, incrementato con un aumento dell'80% per la personalizzazione dovuta alle circostanze del caso concreto (con una quantificazione quotidie ben superiore a quella rilevata nei precedenti citati dai ricorrenti incidentali), in coerenza con la giurisprudenza di legittimità che avalla tecniche di liquidazione del danno biologico commisurate alle tabelle che stimano l'inabilità temporanea assoluta con opportuni "fattori di personalizzazione" che tengano conto dell'entità e dell'intensità delle conseguenze derivanti dalla lesione della salute in vista del prevedibile exitus (Cass. n. 15491 del 2014; Cass. n. 23053 del 2009; Cass n. 3549 del 2004).
pertanto la decisione impugnata da un lato è conforme all'indirizzo di questa Corte che commisura la componente del danno biologico "terminale" all'indennizzo giornaliero da invalidità temporanea assoluta e, dall'altro, ha provveduto a valutare la componente morale del danno non patrimoniale mediante una personalizzazione che ha espressamente confermato la liquidazione del primo giudice che aveva tenuto conto per il G.V. "delle sofferenze patite ... come rappresentate dal CTU", quindi scevra da automatismi e correlata alle circostanze del caso concreto, con criterio equitativo ragionevole la cui misura non è suscettibile di sindacato ad opera di questa Corte senza sconfinare in una sostituzione nell'apprezzamento riservato ai giudici del merito;
quanto all'invocato utilizzo delle "tabelle milanesi" del 2018, richiamate nella memoria conclusiva dei ricorrenti incidentali, al di là della palese tardività, vale la pena ribadire che dette tabelle quale criterio guida per la liquidazione del danno alla persona (riconosciuto dalla sentenza n. 12408 del 2011 come valido criterio sub-normativo per guidare la discrezionalità del giudice) non possono avallare l'idea che esse stesse e i loro adeguamenti siano divenute una normativa di diritto, che occorrerebbe necessariamente qualificare all'interno della categoria delle fonti per come regolata dall'art. 1 preleggi, bensì nel senso che integrano i parametri di individuazione di un corretto esercizio del potere di liquidazione del danno non patrimoniale con la valutazione equitativa normativamente prevista dall'art. 1226 c.c. (da ultimo v. Cass. n. 1553 del 2019; conf. Cass. n. 4470 del 2014); in particolare non comporta violazione dei parametri di valutazione equitativa ex art. 1226 c.c. la liquidazione del danno non patrimoniale operata con riferimento a tabelle diverse da quelle elaborate dal Tribunale di Milano, qualora al danneggiato sia riconosciuto un importo corrispondente a quello risultante da queste ultime, restando irrilevante la mancanza di una loro diretta e formale applicazione (Cass. n. 913 del 2018); sicché incombe su chi ricorre in cassazione dedurre e provare che la liquidazione operata secondo una diversa tabella in uso in altro distretto giudiziario conduca ad una quantificazione che, avuto riguardo alle circostanze del caso concreto, risulti sproporzionata rispetto a quella cui l'adozione dei parametri esibiti dalle dette Tabelle di Milano consenta di pervenire (cfr. Cass. n. 14402 del 2011; Cass. n. 16992 del 2015; Cass. n. 21059 del 2016; Cass. n. 17018 del 2018);
5. conclusivamente entrambi i ricorsi vanno respinti, con compensazione delle spese tra dette parti per reciproca soccombenza; l'APV va condannata al pagamento delle spese sostenute dalla controricorrente Inail liquidate come da dispositivo;
nulla per le spese nei confronti di Italia Marittima Spa rispetto alla quale la notificazione del ricorso per cassazione ha operato come litis denuntiatio; invero, in un giudizio che si svolge con pluralità di parti in cause scindibili ai sensi dell'art. 332 c.p.c., cioè cause cumulate nello stesso processo per un mero rapporto di connessione, la notificazione dell'impugnazione e la sua conoscenza assolvono alla funzione di "litis denuntiatio", così da permettere l'attuazione della concentrazione nel tempo di tutti i gravami contro la stessa sentenza; in tal caso, pertanto, il destinatario della notificazione non diviene per ciò solo parte nella fase di impugnazione e, quindi, non sussistono i presupposti per la pronuncia a suo favore della condanna alle spese a norma dell'art. 91 c.p.c., che esige la qualità di parte, e perciò una "vocatio in ius", e la soccombenza (cfr. Cass. n. 2208 del 2012; Cass. n. 13355 del 2015; Cass. n. 5508 del 2016);
occorre dare atto della sussistenza per entrambe le parti ricorrenti dei presupposti di cui all'art. 13, co. 1 quater, d.P.R. n. 115 del 2002, come modificato dall'art. 1, co. 17, I. n. 228 del 2012;

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 23
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1226
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.