Source: http://www.fondazionegiovannipaolo2.org/?p=745
Timestamp: 2020-04-04 02:57:53+00:00

Document:
Tradurre insieme la Bibbia: una palestra di dialogo – Fondazione Giovanni Paolo II onlus
Tradurre insieme la Bibbia: una palestra di dialogo
di Valdo Bertalot
Desidero introdurre queste mie riflessioni utilizzando inizialmente il linguaggio metaforico della similitudine o, se mi permettete l’espressione, della parabola. Oggetto della similitudine è la Costituzione italiana, volendo evidenziare alcuni temi senza entrare però nell’ampio dibattito del rapporto Bibbia e Costituzione.
Dialogo, accoglienza, democrazia e sue radici: questi termini rinviano naturalmente ai principi fondamentali (art.1-12) della nostra Costituzione Italiana, che 65 anni fa proprio nel mese di dicembre del 1947 fu approvata dall’Assemblea Costituente e promulgata dal capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola. Ed è certamente di grande significato civico l’avere istituito per legge da parte del Parlamento italiano lo scorso 9 novembre 2012, la ”Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera” avente per data il giorno 17 marzo, data della proclamazione, nel 1861, dell’Unità d’Italia.
Il dialogo presuppone l’individuo altro con cui porsi in relazione, l’altro cittadino che “ha pari dignità sociale ed è eguale per legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, art. 3.
Dunque una pari dignità che tutela il ‘diverso’ anche nel suo essere in minoranza, come nella comunicazione linguistica, “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”, art. 6.
L’unità dei cittadini della Repubblica, delineata nei suoi principi fondamentali, si riconosce allora non nella uniformità, nella unanimità, bensì nella pluralità, nella diversità dei suoi cittadini.
L’accoglienza è alla base del dialogo: senza l’accoglienza dell’altro non vi è possibilità di dialogo, essa è indissolubilmente legata all’incontro e realizza l’unità dei cittadini basata sui principi fondamentali della Costituzione Italiana. Questi stessi principi hanno anzi valore universale travalicando la dimensione nazionale, per cui il diverso per eccellenza ossia “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”, art.10.
La democrazia, affermata immediatamente nell’art.1 “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione “, è alla base del riconoscimento dei diritti individuali ma anche dei doveri sociali dell’individuo. Dunque la persona è posta nel più ampio contesto della comunità civile nella quale è chiamata a realizzarsi pienamente nella sua individualità e nella sua socialità: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, art.3.
Abbiamo però non una statica coesistenza di singoli attenti solo alla loro dimensione ‘individuale’ bensì una dinamica tensione per l’esistenza dell’altro inteso però nella sua dimensione plurale, sociale, il popolo, quindi una attiva proesistenza: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”, art.4.
L’unità dei cittadini è espressa quindi nell’impegno individuale per il progresso della intera comunità civile, la società, quindi nell’attenzione a promuoverne lo sviluppo e il rinnovamento in ogni sua dimensione.
Venendo alle radici della democrazia, la Costituzione italiana è certamente inserita nella Storia: essa esprime il ‘sentire’ del popolo alla luce dei momenti storici in cui viene delineata. L’affermazione nel primo articolo che l’Italia è una Repubblica, ripresa sistematicamente nei successivi articoli, esplicita la dimensione temporale della Costituzione che si pone inoltre sulla linea di un percorso storico rivolto al futuro, come anche evidenziato negli articoli 7 (Patti Lateranensi), 8 (confessioni religiose), 10 (trattati internazionali) 11 (ripudio della guerra come strumento di offesa).
La Costituzione italiana si inserisce pienamente anche nel costituzionalismo moderno, le cui origini sono individuate nel contesto storico delle Rivoluzioni americana e francese del 18° secolo e precedentemente nella ‘Glorious Revolution’ inglese del 17° secolo. Si può parlare di una ’cesura storica’, o forse metaforicamente anche di una rivoluzione copernicana, che evidenzia la nascita dell’orizzonte prescrittivo delle costituzioni moderne, norme che fondano il potere pubblico, definendone anche i limiti, e che enunciano la garanzia di libertà fondamentali riferibili ad una ‘generalità indistinta’, cioè ‘ad un soggetto universale, generale e astratto, non più definito cetualmente, come l’uomo, il cittadino o la persona’, libertà che non possono essere modificate (come indicato per es. dall’inderogabilità degli art.1-12).
Ho fatto ricorso alla similitudine della Costituzione italiana per evidenziare alcuni principi alla base del dialogo e dell’accoglienza fra le Chiese.
Nella storia del dialogo ecumenico, nato alla fine del 19° secolo, la Bibbia risulta essere sempre fra i primi motivi per la proposta di un possibile incontro e in molti casi è proprio a partire dall’incontro intorno alla Bibbia che si sviluppa fra le Chiese il dialogo ecumenico. Infatti la continua visitazione della Bibbia fatta insieme è una costante nella storia del movimento ecumenico. Le caratteristiche maggiori di questa visitazione possono essere indicate nel riconoscere
– la Bibbia come norma primaria, intesa non come condivisione della stessa interpretazione dottrinale dell’autorità biblica bensì come disponibilità ad essere guidati dal messaggio biblico nelle proprie situazioni particolari;
– la Bibbia come dono alle Chiese per scoprire la propria vocazione nel mondo attuale;
– lo studio della Bibbia in relazione al mondo attuale come compito dell’intero popolo di Dio;
– lo studio della Bibbia come cammino alla conversione e quindi all’impegno nel mondo.
In questo dialogo ormai secolare e realizzato a qualsiasi livello, dalla comunità locale all’assemblea mondiale, sono venuti delineandosi alcuni principi fondamentali di metodologia ecumenica che traggono origine dal costante confronto comune con la Bibbia, principi descrivibili con le seguenti parole-chiavi: rivoluzione copernicana, proesistenza, unità e rinnovamento, unità nella diversità, ecumenismo temporale, elementi non teologici.
La rivoluzione copernicana indica la riscoperta da parte delle Chiese che Cristo è il centro della fede e non le proprie confessioni, (1 Corinzi 12, 4-5). Laddove prima al centro dell’universo si poneva la propria chiesa, misurando quindi la distanza dalle altre chiese rispetto alla propria trovandole necessariamente sempre mancanti e propugnando quindi il ’ritorno’, ora le Chiese ruotano attorno al centro dell’universo che è Cristo che non può essere diviso (1 Corinzi 1,13) e che illumina tutti e rispetto al quale si è tutti distanti, in quanto è Lui l’unità di misura. Di qui un cammino di conversione comune delle Chiese, e non più il ‘ritorno’ integrista, alla luce di questa nuova concentrazione cristologica.
La proesistenza, al contrario della coesistenza, indica la riscoperta della propria vocazione specifica confessionale al servizio del dialogo e dell’incontro con le altre confessioni, come ci ricorda Paolo (1 Corinzi 12,12ss), passando quindi dall’integrismo alla integrazione.
L’unità e il rinnovamento sono stati sempre considerati in contrapposizione esclusiva dalle Chiese, che hanno teso a privilegiare uno dei due termini rispetto all’altro. Il dialogo ecumenico ha invece evidenziato come essi costituiscano un binomio indispensabile per la crescita della comunità cristiana: essi sono entrambi un dono dello Spirito alla Chiesa (Efesini 4,3; Tito 3,5) e come tali vanno ricevuti impegnando le Chiese a viverli con maggiore radicalità.
L’unità nella diversità indica la percezione che l’unità non è intesa come uniformità. Tale percezione, già presente all’interno delle singole confessioni, con il dialogo ecumenico si pone a livello interconfessionale con l’individuazione dei limiti e dei criteri. Infatti l’accoglienza del diverso come tale non può essere il risultato di un atteggiamento sincretistico, irenico ma deve essere ricondotta al punto di riferimento, Cristo. Si può parlare allora di una unità nella diversità centrata e riconciliata in Cristo. La stessa testimonianza biblica indica tale direzione: quattro Vangeli diversi per annunciare lo stesso Cristo, nell’unità dello Spirito la Chiesa riceve doni diversi (1 Corinzi 12), ed infine la figura della Trinità.
L’ecumenismo temporale indica l’attitudi-ne a superare un primo iniziale e necessario momento di confronto ‘diretto’ per conoscere l’altro con un confronto ‘indiretto’ attraverso la Bibbia e la storia, rileggendo insieme le testimonianze bibliche e dei padri della Chiesa.
Gli elementi non teologici sono tutti quegli elementi riconducibili non ad una riflessione teologica ma a categorie storiche, filosofiche, culturali che hanno profondamente influito sulla separazione fra le Chiese. L’individuarli e determinarne la valenza relativa permette di avviare e concentrare il dialogo sugli aspetti primari: si tratta di prendere coscienza, insieme a Paolo, che ‘noi portiamo in noi stessi questo tesoro come in vasi di terra’ (2 Corinzi 4,7).
La prioritaria attenzione alla Bibbia, la reciproca conoscenza e la concreta collaborazione fra le diverse realtà confessionali nel contesto del dialogo ecumenico hanno suscitato la cooperazione diretta fra le Chiese per la traduzione e la diffusione comuni della Bibbia, soprattutto su stimolo ed in collaborazione con le Società Bibliche (SB), riunite nell’ Alleanza Biblica Universale, United Bible Societies, che hanno svolto un lavoro pioneristico di collaborazione biblica interconfessionale, anche nell’oikoumene del Mediterraneo.
La popolazione delle nazioni, circa venti, che si affacciano sul Mediterraneo, è composta da oltre 470 milioni di persone di cui, secondo i dati statistici, 165 milioni sono di religione cristiana, 7 milioni di religione ebraica e 265 milioni di religione musulmana, mentre 33 milioni appartengono ad altre religioni.
Le 15 SB che operano in questa area hanno promosso fin dagli anni ’60 del secolo scorso un’ampia collaborazione ecumenica fra le diverse Chiese (anglicana, cattolica, ortodosse e protestanti) per la realizzazione di nuove traduzioni ecumeniche/interconfes-sionali per i diversi contesti in tutte le lingue nazionali parlate in queste nazioni: albanese, arabo, croato, francese, greco, italiano, maltese, sloveno, spagnolo, turco.
In estrema sintesi un progetto di traduzione interconfessionale della Bibbia si sviluppa lungo una serie di fasi:
a) incontro della Società Biblica con le Chiese e organizzazioni cristiane per valutare, facendo riferimento ai principi di cooperazione interconfessionale, la necessità e i criteri di una nuova traduzione della Bibbia;
b) designazione e selezione, secondo specifiche competenze, dei membri del comitato di traduzione da parte delle Chiese e della SB;
c) costituzione dei gruppi di traduzione, di revisione e di consulenza cui partecipa anche un linguista esperto di stilistica;
d) divisione del testo biblico fra i traduttori ed avvio del processo: ognuno traduce la sua parte, prima bozza, e la invia ai colleghi che la discutono in un incontro collegiale redigendone quindi una seconda bozza. Essa viene inviata ai revisori che manderanno le loro modifiche al traduttore che le valuterà discutendo quelle pertinenti con i colleghi in un incontro redigendone una terza bozza da inviare ai consulenti le cui proposte di modifica verranno nuovamente valutate dal traduttore con i suoi colleghi redigendo una quarta bozza che sarà esaminata dal linguista alla luce dei criteri adottati nel definire il livello linguistico della traduzione in relazione ai suoi destinatari (età, istruzione, genere, etc..). Si redige infine una quinta bozza finale del testo tradotto da inviare alle Chiese per la sua accoglienza o approvazione. Tutto questo processo è anche seguito da uno specialista di traduzioni della Bibbia nominato dalle SB.
Queste diverse fasi comportano una durata media di 4/5 anni per tradurre il Nuovo Testamento e di 10 anni per l’Antico Testamento nonché il coinvolgimento di molte decine di persone ai diversi livelli di partecipazione al processo. Nel caso italiano de La Bibbia Parola del Signore (LDC-ABU), furono oltre 100 le persone coinvolte lungo i 13 anni del progetto.
Questa complessità di strutturazione del processo rivela la sua dimensione essenziale del dialogo e dell’accoglienza fra le diverse parti cioè fra le persone, le Chiese e la società civile, per la realizzazione della nuova traduzione, che vuole porsi al fianco della altre traduzioni, anche autorevoli, nella stessa lingua.
Guardando al bacino mediterraneo, nella sua parte meridionale troviamo la traduzione interconfessionale in lingua araba corrente realizzata negli anni ’70-’80 del secolo scorso i cui principali traduttori sono stati il biblista padre maronita cattolico Fehgali ed il poeta protestante Al-Khal, editore della pagina letteraria del giornale Al-Nahar. 200.000 copie del NT sono state diffuse in occasione della visita di Papa Benedetto XVI in Libano nel 2012.
Andando con lo sguardo verso la parte orientale del bacino, troviamo la traduzione interconfessionale in greco corrente realizzata negli anni ’80-’90 con la collaborazione dei professori ortodossi delle università di Atene e Tessalonica e di revisori protestanti.
Verso la parte occidentale del bacino, troviamo che in questi ultimi anni sono state realizzate ben tre traduzioni interconfessionali: una in castigliano, una in catalano ed una in basco, con la partecipazione ampia di esperti cattolici e protestanti designati dalle Chiese e dalla SB.
Guardando infine verso la parte settentrionale del bacino, troviamo la prima traduzione interconfessionale realizzata, la Traduction Oecumenique de la Bible, avviata nel 1961 e pubblicata nel 1975, successivamente rivista nel 1988 e nel 2010, che ha avuto come ‘padrini’ grandi esegeti come Cullmann e De Vaux e la partecipazione delle Chiese cattolica, evangeliche e ortodossa.
In conclusione mi si permetta di citare la nuova traduzione interconfessionale albanese del Nuovo Testamento, cui l’Italia ha contribuito a realizzare nelle persone di Don Carlo Buzzetti, specialista di traduzione della Bibbia per le SB, e del sottoscritto. Con la caduta del muro di Berlino, le rinate Chiese in Albania hanno aderito e fatto propria la proposta delle SB di una nuova traduzione in albanese, una traduzione interconfessionale per tutti gli albanesi, un impegno coraggioso che si confrontava con la travagliata storia e la drammatica realtà dell’Albania negli anni ’90. Essa costituisce un esempio significativo di dialogo ed accoglienza fra le Chiese stesse e da parte loro con la società civile albanese.

References: art. 3
 art. 6
 art.10
 art.3
 art.4
 art.1