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Timestamp: 2020-08-05 10:20:58+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 15407 del 26/07/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15407 del 26/07/2016
Cassazione civile sez. I, 26/07/2016, (ud. 11/02/2016, dep. 26/07/2016), n.15407
Dott. SAMBITO Maria G. Consiglie – –
Dott. VALUDUTTI Antonio – Consigliere –
M.C., in proprio e nella qualità di procuratrice
speciale di B.W. e M.F.A., in virtù
di procura speciale per notaio Gabriele Marinaro del 7 aprile
(OMISSIS), elettivamente domiciliata in Roma, alla via della
Conciliazione n. 44, presso l’avv. LUCA DI PRETORO, unitamente
all’avv. MARIA ASSUNTA BOVIO del foro di Benevento, dalla quale è
avverso la sentenza della Corte di Appello di Napoli n. 57/09,
pubblicata il 14 gennaio 2009;
febbraio 2016 dal Consigliere Dott. MERCOLINO Guido;
udito l’avv. Ferdinandi per delega del difensore della ricorrente;
Generale Dott. RUSSO Rosario Giovanni, il quale ha concluso per
l’accoglimento del primo motivo di ricorso, con l’assorbimento degli
1. – M.C., in proprio e nella qualità di procuratrice speciale della madre B.W. e del fratello M.F.A., convenne in giudizio il Comune di San Giorgio La Molara, per sentir accertare a) il diritto alla fruizione dei benefici previsti dalla L. 5 ottobre 1962, n. 1431 e dalla L. 14 maggio 1981, n. 219, per la ricostruzione di un fabbricato distrutto dagli eventi sismici del 1962 e del 1980/1981, b) l’illegittimità del provvedimento con cui il Sindaco aveva negato il contributo di cui alla L. n. 219 cit., da lei richiesto ai sensi della L. 21 gennaio 1988, n. 12, non essendo stato mai erogato quello di cui alla L. n. 1431 del 1962, con la condanna del Comune al risarcimento dei danni.
Si costituì il Comune, ed eccepì il difetto di giurisdizione dell’Autorità giudiziaria ordinaria ed il difetto di legittimazione dell’attrice.
1.1. Il Tribunale Benevento, dopo aver dichiarato la giurisdizione del Giudice ordinario con sentenza non definitiva del 14 dicembre 1996, accolse la domanda con sentenza definitiva del 20 maggio 2005, riconoscendo il diritto degli attori al contributo, dichiarando fondato su errore il provvedimento di diniego e condannando il Comune al pagamento della somma di Euro 100.281,77, oltre interessi.
2. L’impugnazione proposta dal Comune è stata parzialmente accolta dalla Corte d’Appello di Napoli, che dopo aver rigettato, con sentenza non definitiva dell’8 marzo 2007, le censure riguardanti il difetto di giurisdizione del Giudice ordinario, l’ammissibilità della condanna dell’Amministrazione ad un facere e la legittimazione dell’attrice, con sentenza del 14 gennaio 2009 ha rigettato le domande di riconoscimento del diritto al contributo e di risarcimento dei danni, confermando invece l’erroneità del provvedimento di diniego.
Premesso che, nonostante il parere favorevole rilasciato dall’Ufficio del Genio Civile fin dal 19 dicembre 1972, gli attori non avevano ancora ottenuto l’erogazione del contributo previsto dalla L. n. 1431 del 1962, richiesto dal loro dante causa M.N. fin dal 27 marzo 1963, la Corte ha rilevato che a seguito degli eventi sismici del 1980/1981 l’attrice aveva rinunziato al predetto contributo, ai sensi del D.L. 20 novembre 1987, n. 474, art. 7, chiedendo il riconoscimento del contributo di cui alla L. n. 219 del 1981, e producendo la relativa documentazione, comprendente un nuovo progetto di ricostruzione ed il computo metrico-estimativo dei lavori e dei relativi costi. In data 15 luglio 1988, la Commissione tecnica del Comune aveva peraltro rinviato la decisione, rilevando la mancanza del calcolo di convenienza economica e della dichiarazione di prima casa, prodotte dall’attrice soltanto il 24 maggio 1991; ciò nonostante, con nota del 18 ottobre 1991, il Sindaco aveva comunicato l’avvenuto rigetto della domanda, in quanto, come precisato dall’Ufficio Speciale per la Ricostruzione e lo Sviluppo delle Zone Terremotate in risposta ad un quesito appositamente formulato, il progetto di ricostruzione non poteva considerarsi esecutivo in mancanza del calcolo di convenienza economica.
Ciò posto, la Corte ha confermato l’erroneità del provvedimento di rigetto, rilevando che l’appellante non aveva censurato la sentenza di primo grado, nella parte in cui aveva ritenuto che il Sindaco non avesse tenuto conto dell’avvenuta integrazione della documentazione prodotta a sostegno della domanda. Ha tuttavia osservato che le dichiarazioni prodotte dall’attrice per dimostrare che l’unità immobiliare alla quale si riferiva la domanda era l’unica di cui gl’istanti erano proprietari o l’unica per la quale avevano chiesto l’intero contributo di cui della L. n. 219 del 1981, art. 9, comma 1, lett. a (come riprodotto del D.Lgs. 30 marzo 1990, n. 1976, art. 10) non erano idonee a dimostrare la sussistenza delle relative condizioni, consistendo nella mera affermazione che il fabbricato doveva considerarsi come prima casa. Pur affermando che tale circostanza non avrebbe potuto giustificare il diniego del contributo, ma solo il ricalcolo del relativo importo, da liquidarsi nella misura inferiore prevista dall’art. 9, comma 1, lett. b, cit., ha ritenuto che l’accoglimento della domanda di risarcimento fosse precluso dalla mancata dimostrazione dell’effettiva possibilità di erogazione del contributo, in relazione alle disponibilità finanziarie assegnate al Comune ed ai criteri stabiliti per la loro utilizzazione. Precisato in fatti che il termine per l’integrazione della documentazione era stato fissato al 31 dicembre 1991, ha affermato che il problema della copertura finanziaria del contributo si sarebbe concretamente posto soltanto dopo l’entrata in vigore della L. 23 gennaio 1992, n. 32, la quale, prevedendo che le somme disponibili fossero assegnate in via prioritaria ai soggetti ancora costretti in sistemazioni precarie o provvisorie ed a quelli che avevano tempestivamente presentato la prescritta documentazione, avrebbe imposto all’attrice di provare che il Comune aveva provveduto ad erogare interamente i contributi riconosciuti alle predette categorie.
3. Avverso la sentenza definitiva la M. ha proposto ricorso per cassazione, articolato in tre motivi, illustrati anche con memoria. Il Comune non ha svolto attività difensiva.
1. – Con il primo motivo d’impugnazione, la ricorrente denuncia la violazione degli artt. 112 e 345 c.p.c., osservando che, nell’escludere il diritto al contributo, la sentenza impugnata non ha considerato che, nonostante la mancata erogazione del relativo importo, lo stesso era stato già riconosciuto ai sensi della L. n. 1431 del 1962 e si è quindi soffermata sul requisito della dichiarazione di prima casa, prescritto dalla L. n. 219 del 1981, senza rilevare che in primo grado il Comune non ne aveva mai contestato la sussistenza, avendo fondato il provvedimento di diniego sulla mancanza del calcolo di convenienza economica.
Il giudizio in esame è stato promosso con atto di citazione notificato il 3 maggio 1993, ed è pertanto assoggettato alla disciplina dettata dal codice di rito, nel testo anteriore alle modifiche introdotte dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, il quale, nel regolare il giudizio di appello, ammetteva espressamente, all’art. 345, comma 2 (come modificato dalla L. 14 luglio 1950, n. 581, art. 36), la proposizione di nuove eccezioni, la produzione di nuovi documenti e la richiesta di nuovi mezzi di prova, prevedendo soltanto che, ove le stesse fossero deducibili in primo grado, trovassero applicazione, per le spese del giudizio d’appello, le disposizioni dell’art. 92 (cfr. tra le più recenti, Cass., Sez. 6, 7 gennaio 2016, n. 120; Cass., Sez. 2, 4 gennaio 2011, n. 99; Cass., Sez. 3, 25 agosto 2006, n. 18488). In particolare, la facoltà di proporre nuove eccezioni doveva considerarsi riconosciuta anche nel caso in cui le stesse comportassero un ampliamento del thema decidendum, alla duplice condizione che esse fossero rivolte ad ottenere esclusivamente la reiezione della domanda avversaria, e che, se proposte dalla parte soccombente in primo grado, fossero sollevate nell’atto di appello, il quale delimita l’oggetto del relativo giudizio (cfr. Cass., Sez. 2, 2 ottobre 2014, n. 20852; 16 maggio 2014, n. 10781; Cass., Sez. 3, 17 luglio 2007, n. 15883). Non può pertanto condividersi l’affermazione della ricorrente, secondo cui, nel ritenere insufficiente la documentazione prodotta a sostegno dell’istanza proposta in via amministrativa, in dipendenza della mancata produzione della dichiarazione attestante che l’unità immobiliare cui si riferiva la domanda era l’unica di cui gl’istanti erano proprietari o per la quale avevano chiesto l’intero contributo, la sentenza impugnata avrebbe omesso di rilevare l’inammissibilità della relativa eccezione, in quanto non proposta in primo grado, ma solo in sede d’impugnazione.
1.2. L’idoneità della predetta circostanza, fatta valere dal Comune con il terzo motivo d’appello, ad impedire il riconoscimento del contributo non avrebbe d’altronde potuto essere negata in virtù del parere favorevole alla concessione dello stesso, rilasciato dall’Ufficio del Genio Civile competente sotto la vigenza della L. n. 1431 del 1962: come accertato dalla sentenza impugnata, gl’istanti avevano infatti rinunciato a tale beneficio per potersi avvalere di quelli previsti dalla L. n. 219 del 1981, come espressamente consentito dal D.L. n. 474 del 1987, art. 7, il quale, nel riconoscere a coloro che avessero presentato domanda ai sensi della L. n. 1431 cit., la facoltà di accedere ai contributi di cui alla L. n. 219, non escludeva affatto la necessità di rispettare i requisiti prescritti da quest’ultima, e non consentiva pertanto di ottenere l’automatica concessione di tali contributi sulla base del mero accoglimento dell’istanza proposta ai sensi dalla legge previgente. Nell’esaminare il rapporto tra i predetti benefici, questa Corte ha d’altronde avuto già modo di affermare che, come precisato della L. 18 aprile 1984, n. 80, art. 3, come modificato dal D.L. 26 maggio 1984, n. 159, art. 12, convertito in L. 24 luglio 1984, n. 363, l’espressa rinuncia a quelli previsti dalla L. n. 1431 del 1962, ovvero all’istanza preordinata alla loro concessione, rappresentava una condizione imprescindibile per l’accesso ai nuovi benefici, non ravvisabile nella mera presentazione di un’istanza ai sensi della L. n. 219 del 1981, (cfr. Cass., Sez. 1, 28 maggio 2003, n. 8537), sicchè deve escludersi che il rigetto di quest’ultima istanza comportasse automaticamente la reviviscenza del diritto eventualmente maturato sotto la vigenza della legge precedente, ormai definitivamente estinto per effetto della rinuncia.
2. Con il secondo motivo, la ricorrente deduce il vizio di motivazione, censurando la sentenza impugnata per aver disatteso le conclusioni del C.T.U. sulla base di autonome considerazioni tecnico-amministrative, senza fornire alcuna motivazione del proprio diverso convincimento e senza indicare la relativa fonte.
2.1. – Il motivo è in parte inammissibile, in parte infondato.
Nel lamentare l’immotivato dissenso della sentenza impugnata dalle conclusioni del C.T.U., la ricorrente si limita infatti ad invocare genericamente valutazioni di fatto ed ipotesi asseritamente formulate nella relazione di consulenza, della quale omette peraltro di riportare il contenuto, quanto meno nelle sue parti salienti, in tal modo rendendo impossibile qualsiasi riscontro in ordine alla veridicità del proprio assunto, prima ancora che all’idoneità delle stesse ad orientare in senso diverso la decisione (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. Lav., 12 febbraio 2014, n. 3224; Cass., Sez. 2, 13 giugno 2007, n. 13845; Cass., Sez. 1, 24 marzo 2006, n. 6679).
Quest’ultima trova d’altronde giustificazione non già in apprezzamenti di ordine tecnico, ma in considerazioni di natura giuridica collegate all’intervenuta rinuncia degl’istanti al diritto maturato in base alla disciplina dettata dalla L. n. 1431 del 1962, ed alla mancata dimostrazione della sussistenza dei requisiti prescritti dalla L. n. 219 del 1981, rispetto alle quali il C.T.U. non era tenuto nè avrebbe potuto esprimere alcuna valutazione, trattandosi di materia estranea all’incarico ricevuto. La C.T.U. costituisce infatti un mezzo istruttorio, sottratto alla disponibilità delle parti ed affidato al prudente apprezzamento del giudice di merito, funzionale alla sola risoluzione di questioni di fatto che presuppongano cognizioni di ordine tecnico, e non anche di questioni giuridiche; qualora, pertanto, sia stato affidato al consulente l’incarico di svolgere accertamenti o di formulare valutazioni in ordine alla qualificazione giuridica di fatti o alla conformità al diritto di comportamenti, ovvero una tale inammissibile valutazione sia stata comunque effettuata, il giudice non è obbligato a conformarvisi, potendo eventualmente tenerne conto ai fini della decisione, ma solo vagliandola criticamente e sottoponendola al dibattito processuale delle parti (cfr. Cass., Sez. Lav., 22 gennaio 2016, n. 1186; 4 febbraio 1999, n. 996; Cass., Sez. 3, 2 dicembre 2002, n. 17051).
3. Con il terzo motivo, la ricorrente lamenta la nullità della sentenza impugnata, per violazione degli artt. 132 e 161 c.p.c., affermando che la motivazione addotta a sostegno della decisione non consente d’individuarne la portata precettiva e la ratio decidendi, avendo la Corte di merito negato il diritto al contributo, nonostante il riconoscimento dell’erroneità del provvedimento di diniego adottato dal Comune.
Oggetto del giudizio in esame non è infatti il mero accertamento dell’illegittimità del provvedimento adottato dal Sindaco in ordine all’istanza di concessione del contributo, ma la verifica della sussistenza dei requisiti necessari per il riconoscimento del relativo diritto, rispetto al quale l’erroneità della motivazione addotta a sostegno del predetto provvedimento, dichiarata in primo grado, riveste una portata assai circoscritta, traducendosi esclusivamente nell’accertamento dell’avvenuta integrazione della documentazione con il calcolo di convenienza economica della ricostruzione del fabbricato danneggiato rispetto alla sua riparazione, di cui il Sindaco aveva rilevato la mancata allegazione all’istanza. Non merita pertanto censura la sentenza impugnata, nella parte in cui, pur avendo appurato che il Comune non aveva proposto alcuna censura in ordine al predetto accertamento, lo ha ritenuto insufficiente ai fini del riconoscimento del diritto al contributo, ed ha pertanto proceduto alla verifica degli altri requisiti, rigettando la domanda in virtù della mancata dimostrazione da parte dell’attrice dell’avvenuta presentazione della c.d. dichiarazione di prima casa. Tale rilievo non si pone in alcun modo in contrasto con il giudicato formatosi in ordine all’erroneità della motivazione del provvedimento di diniego del contributo, per effetto della acquiescenza prestata dalla Amministrazione al relativo capo della sentenza di primo grado, avendo lo stesso ad oggetto la sussistenza di uno solo dei requisiti prescritti dalla legge, e non risultando pertanto idoneo a precludere l’accertamento degli altri requisiti.
4. – Il ricorso va pertanto rigettato, senza che occorra provvedere al regolamento delle spese processuali, avuto riguardo al mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimato.

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