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Timestamp: 2017-05-27 13:57:39+00:00

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Insolvenza del datore di lavoro non fallito: spetta all’INPS l’obbligo di pagare il tfr | Lavoro Fisso
sabato 27 maggio 2017 | 14:57
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Da Redazione - 13 luglio 2014 0 43 Con una recente decisione, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui per il pagamento del Tfr in caso di insolvenza del datore di lavoro, quest’ultimo, se è assoggettabile a fallimento, ma in concreto non può essere dichiarato fallito per la esiguità del credito azionato, va considerato non soggetto a fallimento, e pertanto opera la disposizione secondo cui il lavoratore può conseguire le prestazioni del Fondo di garanzia costituito presso l’INPS.
Il caso trae origine dal contenzioso tra l’INPS ed un lavoratore dipendente; la Corte d’appello, in particolare, in riforma della decisione di primo grado, aveva accolto la domanda di quest’ultimo nei confronti dell’INPS, quale gestore del Fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto, condannando l’Istituto al pagamento del t.f.r. a seguito di insolvenza del datore di lavoro.
La Corte di appello riteneva che il datore di lavoro, assoggettabile a fallimento ma non dichiarato fallito per la esiguità del credito azionato, doveva essere in concreto considerato non soggetto a fallimento e, pertanto, operava la disposizione che consente al creditore di richiedere il t.f.r. al Fondo di garanzia, quando ricorra l’altro requisito, costituito dall’infruttuoso esperimento della procedura di esecuzione.
Contro la sentenza della Corte d’appello proponeva ricorso per cassazione l’INPS, sostenendo che erroneamente la sentenza aveva accolto la domanda del lavoratore sulla base dell’esito infruttuoso di una procedura esecutiva, senza che ricorresse l’ulteriore requisito dell’accertamento e della declaratoria dello stato di insolvenza, con conseguente dichiarazione di fallimento.
In sostanza, secondo l’Istituto previdenziale, la Corte di appello avrebbe erroneamente interpretato la normativa in questione, con una decisione ispirata da considerazioni equitative, ma inconciliabile con il mancato accertamento dello stato di insolvenza dell’imprenditore ed erroneamente fondata sul rilievo che l’imprenditore non dichiarato fallito per la esiguità del credito azionato doveva essere in concreto considerato non soggetto a fallimento.
La Cassazione ha, però, respinto il ricorso dell’INPS, in particolare ricordando che la legge (l. n.297 del 1982, art.2, comma 5), prevede il pagamento del t.f.r. da parte dell’INPS qualora il datore di lavoro, non soggetto a fallimento, non adempia, in caso di risoluzione del rapporto di lavoro, a detto pagamento, sempreché il lavoratore abbia infruttuosamente esperito l’esecuzione forzata per la realizzazione del credito.
Orbene, rilevano gli Ermellini che una lettura della legge nazionale orientata nel senso voluto dalla direttiva CE n.987 del 1980 consente, secondo una ragionevole interpretazione, l’ingresso ad un’azione nei confronti del Fondo di garanzia, quando l’imprenditore non sia in concreto assoggettato al fallimento e l’esecuzione forzata si riveli infruttuosa.
L’espressione “non soggetto alle disposizioni del R.D. n.267 del 1942” va quindi interpretata, per la S.C., nel senso che l’azione della citata legge trova ingresso quante volte il datore di lavoro non sia assoggettato a fallimento, vuoi per le sue condizioni soggettive vuoi per ragioni ostative di carattere oggettivo. Enunciando, dunque, il principio di cui sopra, la Cassazione ha ritenuto che la decisione impugnata avesse correttamente riconosciuto il diritto di ottenere la tutela del Fondo di garanzia, essendo pacifico che il lavoratore aveva vanamente proposto l’azione esecutiva.
Precedenti giurisprudenziali: Cass. Civ., Sez. L, sentenza n.15662 del 1/07/2010
Riferimenti normativi: Legge 29/05/1982, n.297, art.2, co.5
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