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Timestamp: 2017-02-26 19:08:39+00:00

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- Il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte	home
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di Federico PiccichèAvvocato del Foro di Monza e membro del Consiglio Direttivo della Scuola Forense di MonzaCass. Pen., Sez. III, sentenza 24 febbraio 2016 (dep. 1 aprile 2016), n. 13233, Pres. Amoresano, Rel. Andreazza	Tweet
Cass. Pen., Sez. III, sentenza 24 febbraio 2016 (dep. 1 aprile 2016), n. 13233La sentenza, qui annotata, è di sicuro interesse perché, oltre a fare piena luce sulle caratteristiche strutturali del delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, introduce nuovi spunti di riflessione in particolare sul concetto di idoneità, che la condotta del soggetto attivo del reato deve avere per potere realmente ritenersi insidiosa rispetto alle pretese dell'Erario.
A carico dell'indagata viene disposto il sequestro preventivo di diversi beni, tra cui una particella immobiliare, sino ad un ammontare massimo di circa due milioni e mezzo di euro in relazione al reato di cui all'art. 11 del D. Lgs. n. 74 del 2000.
In particolare, all'indagata si contestava di avere venduto la suddetta particella ad una società svizzera, con soci non identificabili, al prezzo di euro 650.000 al solo scopo di sottrarre il bene alla procedura esecutiva promossa dall'Agenzia delle Entrate con riferimento alle imposte sui redditi per gli anni dal 2007 al 2010.
L'indagata presenta richiesta di riesame avverso il decreto di sequestro preventivo e il Tribunale del riesame respinge la richiesta.
Avverso l'ordinanza di rigetto del Tribunale, l'indagata propone ricorso per cassazione articolando tre motivi.
Con il primo, l'ordinanza viene censurata perché ha omesso di considerare che la Commissione Tributaria aveva accertato l'inesistenza del debito tributario, per sottrarsi al quale, secondo l'Autorità procedente, la ricorrente aveva appunto venduto la particella edificiale sopra menzionata.
Con il secondo, l'ordinanza viene censurata perché non ha tenuto conto della totale assenza nella ricorrente di un intento elusivo.
Con il terzo, l'ordinanza viene censurata deducendo l'illegittima applicazione retroattiva, in relazione alla quota di imposta per l'anno 2007, del sequestro finalizzato alla confisca per equivalente.
La Corte accoglie il ricorso, premettendo però la manifesta infondatezza del terzo motivo.
Infatti, a questo proposito, la Corte precisa che il delitto di cui all'art. 11, D. Lgs. 74/2000, si consuma nel momento in cui vengono poste in essere le condotte di alienazione simulata o di compimento di altri atti fraudolenti.
Conseguentemente, nella specie in esame, il momento in cui il reato si è consumato, ammesso che l'intera operazione di vendita possa ritenersi simulata e/o fraudolenta, coincide con la data dell'atto di vendita della particella immobiliare, cui in apertura si è fatto cenno.
Poiché la data dell'atto di vendita risale al 2014, è del tutto legittima l'applicazione della disciplina normativa del sequestro finalizzato alla confisca per equivalente, essendo tale disciplina stata introdotta in epoca anteriore dall'art. 1, comma 143, della L. n. 244 del 2007.
Ciò premesso, la Corte passa ad esaminare i restanti motivi.
Come prima cosa, la Corte rammenta che il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte è un reato di pericolo e non richiede come presupposto “una previa azione di recupero da parte dell'amministrazione finanziaria”.
Secondo la Corte, dunque, per integrare il delitto, è sufficiente “la semplice idoneità della condotta a rendere inefficace (anche solo parzialmente) la procedura di riscossione – idoneità da apprezzare con giudizio ex ante – e non anche l'effettiva verificazione di tale evento”.
Ovviamente, perché la condotta di sottrazione del bene alle pretese del Fisco, possa rilevare sul piano penale, è necessario che essa “si caratterizzi per la natura simulata dell'alienazione del bene o per la natura fraudolenta degli atti compiuti sui propri o sugli altrui beni”.
Altrimenti, integrerebbe il delitto in questione la condotta di colui che, pur nella pendenza di una procedura esattoriale, si limitasse semplicemente a disporre dei propri beni.
La Corte, poi, aggiunge un'ulteriore ed importante precisazione.
Ai fini del perfezionamento del delitto, non basta che la condotta sia simulata o fraudolenta, essendo anche necessario che essa sia idonea “a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva”.
In altri termini, secondo la Corte, ammesso che la condotta sia caratterizzata da modalità simulate o fraudolente, è comunque necessario verificare se le pretese del Fisco siano suscettibili di essere ugualmente garantite, pur in presenza di atti artificiosi.
“A ragionare diversamente”, scrive molto efficacemente la Corte, “diverrebbe impossibile, se non integrando reato, per qualunque soggetto che fosse debitore verso l'Erario di una somma superiore ad euro 50.000, e pur titolare di un patrimonio di gran lunga più consistente, compiere atti di disposizione del proprio patrimonio”.
Tirando le somme, la Corte afferma che, nella specie sottoposta al suo esame, non risulterebbe adeguatamente provata, innanzitutto, la natura simulata dell'intera operazione di vendita della particella immobiliare.
Invero, il Tribunale del riesame, pur prendendo atto che la normativa elvetica consentiva al legale rappresentante della società svizzera acquirente della suddetta particella di non indicare in sede di rogito il titolare effettivo della società, aveva con motivazione assolutamente insufficiente affermato che l'operazione era stata “effettuata con una certa urgenza e comunque con una trasparenza dubbia”.
In secondo luogo, la Corte osserva che, se anche l'intera condotta tenuta dall'indagata possa considerarsi simulata, andava comunque verificato, in concreto, la sua idoneità a rendere totalmente o parzialmente inefficace la procedura di riscossione.
Conseguentemente, premesso che il profitto del reato di cui all'art. 11, D. Lgs. 74/2000, non deve coincidere con l'importo delle imposte non pagate, ma con il valore del bene, idoneo a garantire le pretese dell'Erario, che viene fatto oggetto delle condotte artificiose tipizzate dalla norma, la Corte conclude affermando che l'ordinanza impugnata avrebbe dovuto spiegare, adeguatamente, “proprio alla luce della corretta identificazione del profitto relativo al reato in oggetto perché, anche a volere considerare simulata l'operazione in oggetto, il patrimonio complessivo della indagata, una volta sottratto il valore del bene de quo pari ad euro 650.000, non fosse comunque sufficiente a garantire le pretese dell'Amministrazione finanziaria”.
La sentenza in esame, come già anticipato, è particolarmente importante.
Essa insegna, in modo molto chiaro, che il delitto in questione è un reato di pericolo, che si consuma nel momento in cui vengono commessi gli atti artificiosi, non mancando di precisare che tali atti devono, comunque, essere in grado di nuocere agli interessi erariali.
Precisa, poi, che il profitto del reato non deve essere individuato “nell'importo delle imposte non pagate, essendo quest'ultimo, semmai, il profitto delle ben diverse condotte di evasione, eventualmente commesse in precedenza ed integranti illecito penale in presenza dei requisiti di legge”, bensì deve essere circoscritto al valore del bene che viene sottratto con stratagemmi alla garanzia del Fisco, che agisca per il recupero delle somme evase.
Considerazione, quest'ultima, che porta la Corte a stabilire che il reato può ritenersi integrato nel caso in cui la diminuzione patrimoniale causata dall'atto, in ipotesi simulato e/o fraudolento, riduca in modo significativo le garanzie in favore dell'Erario.
Per un maggiore chiarimento, la Corte tiene a precisare, nel punto più importante e significativo della sua pronuncia, che la diminuzione patrimoniale provocata dall'operazione artificiosa può considerarsi realmente nociva per il Fisco allorché la pretesa tributaria corra il rischio di non trovare “capienza nel patrimonio del debitore”.
Sicché il reato andrebbe escluso se si accerta che le sostanze residue del debitore sono comunque sufficienti a garantire la pretesa tributaria.
Su quest'ultimo punto, la sentenza, che probabilmente introduce un concetto nuovo nel panorama giurisprudenziale, è assolutamente condivisibile, dal momento che si uniforma al principio generale, che permea il diritto penale tributario nel suo complesso, secondo cui sono da sanzionare, con rigore, esclusivamente quelle condotte che siano effettivamente lesive degli interessi erariali.24 ottobre 2016sottrazione fraudolentaimpostefrodecassazioneSe ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.	Leggi e istituzioniSulla distinzione tra ius constitutionis e ius litigatorisdi Giuliano Scarselli1. L’importanza di distinguere lo ius constitutionis dallo ius litigatoris dopo la riforma del giudizio di cassazione di cui alla legge 197/2016 nonché dopo il decreto del Primo Presidente del 14 settembre 2016 sulla sinteticità degli atti 2. La contrapposizione ius constitutionis - ius litigatoris nel diritto romano tardoclassico 3. La funzione di nomofilachia della Corte di cassazione dal codice del Regno d’Italia alla nostra carta costituzionale 4. Il corretto concetto di ius constitutionis e le storpiature che oggi si danno nel distinguere lo ius constitutionis dallo ius litigatoris 5. Conclusioni13 gennaio 2017Legge 197/2016Cassazioneius constitutionisius litigatorispiero calamandreiGiurisprudenza e documentiResponsabilità del gestore di sito Internetdi Francesco BuffaNota a margine della sentenza di Cassazione n. 54946 9 gennaio 2017cassazionesentenza n. 54946carlo tavecchiodiffamazioneLeggi e istituzioniProcura generale presso la Corte di Cassazione e qualità del servizio giustizia: attualità e prospettivedi Pasquale Fimiani23 dicembre 2016procura generale cassazionecassazioneGiurisprudenza e documentiLe certezze della Corte di cassazione sulla competenza del giudice dell'esecuzione secondo il criterio cronologicodi Luca SemeraroCommento a Cassazione, Prima sezione penale, sentenza n. 33923 del 201514 dicembre 2016cassazionegiudice esecuzionecriterio cronologicoLeggi e istituzioniIl nuovo volto della Cassazione civiledi Luigi LombardoA proposito della legge 25 ottobre 2016 n. 197 2 dicembre 2016cassazionegiudizio di cassazionelegge 197/2016Leggi e istituzioniIl nuovo giudizio di cassazione per come riformato dalla legge 197/2016di Giuliano ScarselliIl rapporto tra udienza pubblica e camera di consiglio è arrivato ad invertirsi completamente: da oggi la regola è che la cassazione decide in camera di consiglio sempre, salve le eccezioni nelle quali ritenga, contro la regola, che le questioni da decidere siano di particolare rilevanza 1 dicembre 2016cassazionegiudizio di cassazionelegge 197/2016Giurisprudenza e documentiLa sinteticità degli atti processuali civili di parte nel giudizio di legittimitàdi Franco De StefanoCommento a Cassazione, sentenza n. 21297/1624 novembre 2016sinteticitàcassazioneprocesso civileLeggi e istituzioniNoterelle forse inattuali, ma di certo un po’ polemiche, su Costituzione e processo civiledi Bruno CapponiQuale che sia il rito, o non-rito, che siano chiamati ad applicare, i giudici civili non potranno farlo nelle condizioni date, con l’ennesima riforma a costo zero. Se qualcosa deve cambiare, l’ultima in ordine di importanza è proprio il rito20 ottobre 2016DL 168/2016giustizia civilecassazioneGiurisprudenza e documentiAssunzione di lavoratori disabili e limiti del contratto a terminedi Francesco BuffaCommento a Cass. 17867 del 9 settembre 2016 3 ottobre 2016contratti a terminedisabilicassazioneLeggi e istituzioniNote sulle recenti misure per la definizione del contenzioso presso la Corte di cassazione e per l’efficienza degli uffici giudiziaridi Giuliano ScarselliSi può esprimere, pur con alcune precisazioni, un giudizio (sostanzialmente) positivo sul decreto legge 168/2016, poiché tende a migliorare l’efficienza senza compromettere in modo significativo la qualità22 settembre 2016DL 168/2016proroga persionamenticassazione
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