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Timestamp: 2017-02-22 17:41:21+00:00

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HOME Codice proc. civile Articoli Codice proc. civile Agg. il 28 gennaio 2015 Codice proc. civile Art. 326 cod. proc. civile: Decorrenza dei termini L’AUTORE: Redazione
I termini stabiliti nell’articolo precedente sono perentori e decorrono dalla notificazione della sentenza, tranne per i casi previsti nei numeri 1, 2, 3 e 6 dell’articolo 395 e negli articoli 397 e 404 secondo comma, riguardo ai quali il termine decorre dal giorno in cui è stato scoperto il dolo o la falsità o la collusione o è stato recuperato il documento o è passata in giudicato la sentenza di cui al numero 6 dell’articolo 395, o il pubblico ministero ha avuto conoscenza della sentenza.
Nel caso previsto nell’articolo 332, l’impugnazione proposta contro una parte fa decorrere nei confronti dello stesso soccombente il termine per proporla contro le altre parti.
Nel regime anteriore alla novella dell’art. 479 c.p.c., recata dall’art. 2, comma 3, lett. e), n. 3, del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, nella legge 14 maggio 2005, n. 80, con effetto dal 1º marzo 2006, a seguito dell’art. 39-quater del D.L. 30 dicembre 2005, n. 273, convertito, con modificazioni, nella legge 23 febbraio 2006, n. 51, la notificazione della sentenza in forma esecutiva, eseguita alla controparte personalmente, anziché al procuratore costituito ai sensi degli artt. 170, primo comma, e 285 c.p.c., non è idonea a far decorrere il termine breve di impugnazione né per il notificante, né per il notificato; tale inidoneità è coerente con le finalità acceleratorie insite nella norma di cui all’art. 326 c.p.c. e risulta compatibile con il principio di durata ragionevole del processo, di cui all’art. 111, secondo comma, Cost., giacché l’impugnabilità della sentenza nel termine massimo - che ritarda la formazione del giudicato - non deriva dal comportamento di una sola delle parti, ma è il frutto della decisione consapevole di entrambe, potendo ciascuna di esse attivare gli strumenti a sua disposizione per abbreviare i tempi dell’impugnazione.
Cass., Sez. Un., 13 giugno 2011, n. 12898.
Il termine di sessanta giorni per la proposizione del ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., avverso le ordinanze aventi contenuto decisorio e carattere di definitività (nella specie: provvedimento del tribunale con cui era stato dichiarato inammissibile il ricorso volto alla revoca del decreto di trasferimento del bene espropriato), decorre solo a seguito della notificazione ad istanza di parte, mentre è irrilevante, al predetto fine, che le stesse siano state pronunciate in udienza o, se pronunziate fuori udienza, siano state comunicate alle parti dal cancelliere, con la conseguenza che, in tali ipotesi, è applicabile il termine annuale di cui all’art. 327 c.p.c.
Cass. 16 novembre 2011, n. 24000.
Ai fini della decorrenza del termine per la proposizione del regolamento di competenza, ove la sentenza di incompetenza contenga un dispositivo di mero rigetto della domanda, l’istanza di regolamento necessario va proposta non già nel termine di trenta giorni dalla comunicazione della sentenza effettuata tramite biglietto di cancelleria contenente il dispositivo (essendo questo inidoneo a disvelare che una pronuncia sulla competenza sia stata emessa), ma nel termine di trenta giorni dalla notificazione della sentenza ad iniziativa della controparte (che costituisce un completo strumento di conoscenza, in quanto avente ad oggetto il provvedimento giudiziale nella sua integrale stesura), o, sempre di trenta giorni, decorrenti dalla proposizione di altra impugnazione (equivalendo questa alla conoscenza legale della decisione impugnata da parte del soggetto che l’abbia proposta), ovvero, in mancanza, entro il termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c., decorrente dalla pubblicazione della sentenza.
Cass. 27 settembre 2011, n. 19754.
Il ricorso alle Sezioni Unite della Corte di cassazione per motivi inerenti alla giurisdizione è soggetto al termine di sessanta giorni dalla notificazione ovvero, indipendentemente dalla notificazione, di un anno dalla pubblicazione della decisione impugnata, senza che alcun rilievo possa attribuirsi alla comunicazione del deposito della decisione.
Cass., Sez. Un., 1º luglio 1997, n. 5890.
Nel caso in cui il giudice inizialmente adito abbia declinato la propria giurisdizione in favore di un altro giudice, la riassunzione della causa dinanzi a quest’ultimo, equivalendo a legale conoscenza della sentenza, fa decorrere il termine per l’impugnazione della stessa, ai sensi dell’art. 326 c.p.c., non solo nei confronti della parte destinataria dell’atto di riassunzione, ma anche nei confronti della parte che lo pone in essere, e ciò in ragione della comunanza ad entrambe le parti del termine per l’impugnazione, non potendo dubitarsi che la parte che provvede alla riassunzione non solo abbia conoscenza legale della sentenza, ma soprattutto subisca essa stessa gli effetti di quell’attività sollecitatoria ed acceleratoria che impone alla controparte.
Cass. 13 settembre 2006, n. 19654.
Atteso il principio di unità dell’impugnazione - secondo il quale l’impugnazione proposta per prima determina la pendenza dell’unico processo nel quale sono destinate a confluire, sotto pena di decadenza, per essere decise simultaneamente, tutte le eventuali impugnazioni successive della stessa sentenza, le quali, pertanto, hanno sempre carattere incidentale -, nei procedimenti con pluralità di parti, avvenuta ad istanza di una di esse la notificazione del ricorso per cassazione, le altre parti, cui questo sia stato notificato, devono proporre, a pena di decadenza, i loro eventuali ricorsi avverso la medesima sentenza nello stesso procedimento e perciò nella forma delle impugnazioni incidentali; ne consegue che il ricorso proposto irritualmente in forma autonoma da chi, in forza degli artt. 333 e 371 c.p.c., avrebbe potuto proporre soltanto impugnazione incidentale, per convertirsi in quest’ultima, deve averne i requisiti temporali, onde la conversione risulta ammissibile solo se la notificazione del relativo atto non ecceda il termine di quaranta giorni da quello dell’impugnazione principale. Né la decadenza conseguente alla mancata osservanza di detto termine può ritenersi superata dall’eventuale osservanza del termine «esterno» di cui agli artt. 325 o 327 c.p.c., atteso che la tardività o la tempestività, rispetto a quest’ultimo, assume rilievo ai soli fini della determinazione della sorte dell’impugnazione stessa in caso di inammissibilità di quella principale, ai sensi e per gli effetti dell’art. 334 c.p.c.
Cass., Sez. Un., 25 giugno 2002, n. 9232; conforme Cass. 22 ottobre 2004, n. 20593; Cass. 5 agosto 2004, n. 15036.
Il principio secondo cui, nel processo con pluralità di parti, la notifica della sentenza eseguita ad istanza di una sola delle parti segna, nei confronti della stessa e della destinataria della notificazione, l’inizio del termine per la proposizione dell’impugnazione contro tutte le altre parti, non è applicabile nel caso in cui si verta in tema di obbligazione solidale passiva, perchè questa non comporta sul piano processuale l’inscindibilità delle cause e non dà luogo a litisconsorzio necessario, in quanto, avendo il creditore titolo per rivalersi per intero nei confronti di ogni debitore, è sempre possibile la scissione del rapporto processuale. Infatti, nell’ipotesi di cause scindibili o comunque indipendenti, poichè all’interesse sostanziale di ciascuna parte corrisponde un interesse autonomo alla impugnazione, il termine per proporla non può essere unitario, ma decorre dalla data delle singole notificazioni a ciascuno dei titolari dei diversi rapporti definiti con l’unica sentenza.
Cass. 10 gennaio 2008, n. 239.
Pluralità di rappresentanti
La notificazione della sentenza ad uno soltanto dei plurimi difensori nominati dalla parte è idonea a far decorrere il termine breve per impugnare, di cui all’art. 325 c.p.c., a nulla rilevando che il destinatario della notifica non sia anche domiciliatario della parte.
Cass. 27 maggio 2011, n. 11744.
In tema di impugnazione, ai fini del decorso del termine breve previsto dall'art. 326 cod. proc. civ., la notifica alla parte della sentenza munita di formula esecutiva effettuata nel domicilio eletto presso il difensore è equivalente a quella effettuata, ai sensi degli artt. 170 e 285 cod. proc. civ., nei confronti del procuratore costituito della parte, ed è idonea a far decorrere il termine di sessanta giorni per proporre ricorso per cassazione previsto dall'art. 325, secondo comma, cod. proc. civ., anche per la stessa parte notificante. L'inammissibilità del ricorso notificato tardivamente rispetto al termine breve non può, peraltro, essere esclusa per il fatto che il controricorso, con il quale si eccepisce la inammissibilità dell'impugnazione e si indica la prova documentale della notifica della sentenza, sia a sua volta tardivo, ove tale prova documentale, ancorché depositata unitamente al controricorso, sia posta a disposizione del ricorrente. Dichiara inammissibile, App. Messina, 29/05/2008
Cassazione civile sez. I 18 aprile 2014 n. 9051 In materia di procedimento civile, l’omessa indicazione della data dell’eseguita notifica nella copia dell’atto consegnata al destinatario assume rilievo nel caso in cui dalla notificazione decorra un termine perentorio entro il quale il destinatario deve esercitare determinati diritti, in quanto siffatta mancanza concreta una nullità insanabile, venendo ad ostacolare in maniera grave l’esercizio dei diritti stessi. Ne consegue che, ove l’anzidetta omissione riguardi la notificazione della sentenza, ai fini della relativa impugnazione troverà applicazione il termine “lungo” di cui all’art. 327 c.p.c. e non già quello “breve” ex art. 326 c.p.c.
Cass. 29 agosto 2011, n. 17688.
Ai fini della decorrenza del termine breve per la proposizione del ricorso per cassazione, la notificazione della sentenza, cui fa riferimento l’art. 326 c.p.c., non può essere sostituita da forme di conoscenza legale equipollenti quali la proposizione dell’istanza di correzione di errore materiale, trattandosi di un’attività compiuta per un fine specifico, incompatibile con l’impugnazione.
Cass. 9 agosto 2011, n. 17122.
La notificazione della sentenza eseguita personalmente alla parte che, rivestendo la qualità necessaria per esercitare l’ufficio di difensore con procura presso il giudice adìto, sia stata in giudizio di persona senza il ministero di altro procuratore, è idonea a far decorrere il termine breve per l’impugnazione, a nulla rilevando che la notifica sia avvenuta in forma esecutiva e contestualmente al precetto a norma dell’art. 479 c.p.c.
Cass. 20 giugno 2011, n. 13536.
Il termine breve per la proposizione dell’impugnazione, previsto dall’art. 326 c.p.c., inizia a decorrere dall’avvenuta notificazione della sentenza al procuratore costituito delle parti, che può validamente effettuarsi mediante consegna di unico plico al procuratore - in quanto unico destinatario dell’atto da notificarsi - all’interno del quale dovranno essere contenute tante copie della sentenza quante sono le parti da lui rappresentate.
Cass. 27 febbraio 2004, n. 3990.
Forme e modalità della notificazione
Il principio di consumazione dell’impugnazione non esclude che, sino a quando non intervenga una declaratoria d’inammissibilità dell’appello preventivamente notificato, possa essere esperito un ricorso per cassazione avverso la sentenza relativa all’opposizione agli atti esecutivi, a condizione che la seconda impugnazione risulti tempestiva, dovendo la tempestività valutarsi, anche in caso di mancata notificazione della sentenza, in relazione al termine breve decorrente dalla data di proposizione della prima impugnazione.
Cass. 23 maggio 2011, n. 11308.
La nullità della notificazione della sentenza eseguita da ufficiale giudiziario incompetente preclude il decorso del termine breve di impugnazione.
Cass. 18 maggio 2011, n. 10988.
Ai fini della determinazione del termine breve per impugnare, di cui all’art. 326 c.p.c., occorre che la notifica della sentenza sia caratterizzata dalla volontà di porre fine al processo, mettendo in moto i termini per l’impugnazione nei confronti sia del notificato sia del notificante e, pertanto, se tale volontà non sussiste, la notificazione è inidonea a segnare il “dies a quo” del termine breve, non essendo sufficiente la mera comunicazione, realizzata mediante un atto di esibizione documentale, compiuta ad altri fini.
Cass. 25 febbraio 2011, n. 4690.
La mancata indicazione nella relata di notifica del soggetto che l’ha chiesta, non determina l’invalidità della stessa e la sua inidoneità a produrre gli effetti conseguenti alla notifica medesima (nella specie il decorso del termine breve per l’impugnazione) quando sia possibile identificare la parte istante dal contesto dell’atto notificato, per modo che non sussista alcuna incertezza sulla identità della medesima.
Cass. 10 maggio 2000, n. 5991.
L’atto di impugnazione può essere notificato agli eredi sia personalmente sia in forma impersonale e collettiva, purché entro un anno dalla pubblicazione della sentenza (comprensivo dell’eventuale periodo di sospensione feriale): a) nell’ultimo domicilio della parte defunta; b) ovvero, nel solo caso di notifica della sentenza ad opera della parte deceduta dopo la notifica, nei luoghi di cui all’art. 330, 1º comma, c.p.c.
Cass., Sez. Un., 18 giugno 2010, n. 14699.
Né tale regola subisce deroga nel caso in cui il detto giorno 16 cada in giorno festivo (nel caso, domenica), in quanto la proroga di diritto al primo giorno successivo non festivo costituisce eccezione al principio generale secondo cui i termini si calcolano secondo il calendario comune non computando il giorno iniziale ma quello finale, la cui previsione peraltro nel caso non risulta da norma alcuna, non soccorrendo al riguardo il terzo comma del medesimo art. 155, che concerne la scadenza, e non già l’inizio, del decorso del termine.
Cass. 30 marzo 2005, n. 6679.
Alla controversia che, pur riguardando un rapporto compreso tra quelli indicati dall’art. 409 o dall’art. 442 c.p.c., sia stata decisa con il rito ordinario, è applicabile il regime della sospensione dei termini di impugnazione nel periodo feriale, giacché il rito adottato dal giudice assume una funzione enunciativa della natura della controversia, indipendentemente dall’esattezza della relativa valutazione, e perciò detto rito costituisce per le parti criterio di riferimento anche ai fini del computo dei termini per la proposizione dell’impugnazione, secondo il regime previsto dall’art. 3 della legge 7 ottobre 1969, n. 742.
Cass., Sez. Un., 9 agosto 2001, n. 10978; conforme Cass., Sez. Un., 12 marzo 2004, n. 5184; Cass. lav., 8 luglio 1999, n. 7171.
Morte o perdita della capacità della parte
Nel caso in cui si verifichi la morte di una parte nel tempo compreso tra la pubblicazione e la notificazione della sentenza, l’altra parte, ai fini della decorrenza del termine breve di impugnazione, deve effettuare la notificazione agli eredi della parte defunta e non al procuratore di quest’ultima, atteso che l’impugnazione va proposta da e contro i soggetti reali del rapporto. A tal fine, la formula utilizzata dall’art. 286 c.p.c., secondo cui la notificazione “si può fare anche a norma dell’art. 303”, va interpretata nel senso che la parte ha la facoltà di notificare la sentenza agli eredi singolarmente e personalmente nel loro domicilio oppure ad essi collettivamente ed impersonalmente nell’ultimo domicilio del defunto.
Cass. 6 ottobre 2011, n. 20491.
Qualora la morte della parte si verifichi dopo la chiusura della discussione nel giudizio di appello e dopo lo stesso deposito della sentenza di secondo grado, la notificazione del ricorso per cassazione al procuratore della medesima è nulla, per omissione o incertezza assoluta nell’indicazione del convenuto (art. 164, in riferimento all’art. 163 nn. 1 e 2 c.p.c.), e sanabile mediante l’ordine di rinnovo della notifica del ricorso personalmente agli eredi dell’originaria controparte, entro il termine perentorio fissato dalla Corte di Cassazione.
Cass., Sez. Un., 15 luglio 2008, n. 19343.
Termine per la revocazione
L’esercizio del potere del giudice, davanti al quale è proposta la revocazione, di sospendere il termine per proporre il ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 398, quarto comma, c.p.c., presuppone la pendenza di tale termine al momento della decisione sull’istanza di sospensione formulata dalla parte interessata, con la conseguenza che il giudice della revocazione non deve concedere la richiesta sospensione allorchè il termine medesimo risulti ormai scaduto, e ciò anche nel caso in cui egli ritenga la domanda di revocazione non manifestamente infondata; pertanto, il provvedimento di sospensione, eventualmente concesso a termine già scaduto, è radicalmente nullo e improduttivo dell’effetto sospensivo, per contrasto con il divieto generale di sospensione o proroga dei termini perentori, quali sono quelli stabiliti dalla legge per l’esercizio del diritto di impugnazione.
Cass. 10 novembre 2011, n. 23480.
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