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Timestamp: 2019-06-17 23:03:09+00:00

Document:
In materia di investimento dei privati, il mancato rispetto degli obblighi di informazione consente di presumere il nesso di causalità tra l'omessa informativa e gli eventuali danni sofferti.
Decisione: Ordinanza n. 6920/2018 Cassazione Civile - Sezione I
Classificazione: Civile, Commerciale, Finanza, Societario
Parole chiave: #bond, #contrattidiinvestimento, #finanza. #informativa, #nullità, #fulviograziotto, #scudolegale
Due investitori privati ricorrono in Cassazione, impugnando la sentenza della Corte di Appello di Bologna che si era pronunciata su una vicenda relativa a un'operazione di investimento in titoli di debito destinati a investitori istituzionali (cd. "grey market").
Il Tribunale, in primo grado, aveva ritenuto la nullità dell'operazione per illiceità dell'oggetto; la Corte di Appello, aveva escluso la nullità, ritenendo che la violazione delle norme imperative degli obblighi di comportamento dei soggetti abilitati non possono costituire causa di nullità del contratto, ma solo dar luogo a responsabilità dell'intermediario, ed eventualmente assoggettare il contratto al rimedio della risoluzione.
La Corte di Appello rilevava che «la violazione delle norme di comportamento fissate dal T:U.I.F. e dal Reg. Consob n. 11522/1998 non è di per sé sola sufficiente a fondare una domanda risarcitoria, essendo a tal fine necessaria anche la prova del nesso causale tra inadempimento e danno lamentata, ovvero del fatto che in presenza di una completa informazione il cliente non avrebbe dato corso all'investimento rivelatosi per lui pregiudizievole».
I ricorrenti «censurano la motivazione sviluppata dalla Corte territoriale, richiamandosi anzitutto alla giurisprudenza di questa Corte, e in particolare alla pronuncia di Cass., 31 gennaio 2014, n. 2123, là dove in specie viene rilevato che non "può porsi a carico del cliente l'onere di provare quale diverso investimento avrebbe potuto compiere, di pari rischio ma di maggior guadagno, in quanto l'adempimento ai predetto obblighi ben avrebbe potuto legittimamente indurre l'investitore non a un investimento simile più redditizio , ma proprio a non effettuarne alcuno"».
Per la Suprema Corte il ragionamento della corte territoriale è censurabile: «secondo l'attuale orientamento di questa Corte, il mancato rispetto degli obblighi di informazione "comporta un alleggerimento dell'onere probatorio gravante sull'investitore ai fini dell'esercizio dell'azione risarcitoria: non nel senso che il danno dall'inadempimento degli obblighi informativi possa rivelarsi in re ipsa, ma in quello più limitato di consentire l'accertamento in via presuntiva del nesso di causalità" (cfr. così Cass., 17 novembre 2016, n. 23417, che si pone in termini di evidente continuità con la sopra richiamata decisione di Cass., n. 2123/2014)».
Rileva anche come non sia condivisibile il rilievo svolto dalla Corte di Appello a proposito della mancata contestazione, da parte dei ricorrenti, sotto il profilo dell'art. 29 del reolamento Consob n. 11522/1998 allora applicabile alla fattispecie: «la questione concerne le conseguenze derivante dalla violazione degli obblighi di informazione, non già da quelli relativi all'eventuale adeguatezza dell'operazione. Il rilievo svolto dalla Corte territoriale si mostra, dunque, oggettivamente non pertinente».
E ne chiarisce la ragione: il «peso, intrinsecamente determinante, dell'informazione che - secondo quanto accertato dalla stessa Corte di merito - la Cassa ha avrebbe dovuto trasmettere ai clienti investitori, ma che per contro ha omesso di fare. Si tratta, in effetti, di un'informazione primaria, e cioè relativa alla stessa definizione di base del prodotto di cui all'investimento: trattasi - specifica appunto la Corte - di un'operazione tra soli investitori istituzionali (grey market), che fa inoltre riferimento a una sorta di "vendita di cosa futura", sostanzialmente ascrivendosi al modello dell'"acquisto a fermo". Il detto peso, e la conseguente incidenza determinante della violazione dell'obbligo di informazione in punto di nesso di causalità, risulta ancor più enfatizzato, del resto, dalla clausola contenuta nella contrattualistica relativa alla Circular Offering, che più volte si è sopra richiamata».
Per la Cassazione «E' sufficiente segnalare, in effetti, il messaggio di forte, - straordinario - rischio che la stessa di base contiene, per rilevare che la sua comunicazione agli investitori ben può rilevarsi comunque decisiva per la formazione di una decisione di investimento. Per rilevare altresì, e in via correlata, che la Corte territoriale ha finito per violare le norme invocate dai ricorrenti nell'escludere la sussistenza del nesso di causalità senza tenere adeguato conto delle caratteristiche presentate dalla fattispecie in esame e, in particolare, del forte rilievo che tale comunicazione avrebbe potuto avere per la formazione della decisione degli investitori».
Il Collegio accoglie il ricorso, e cassa la sentenza impugnata, rinviando alla Corte di Appello in diversa composizione per una nuova pronuncia.
Per la Cassazione, non è possibile escludere il nesso di causalità in relazione ai danni sulla base delle informazioni omesse all'investitore, proprio perché nel caso di specie la comunicazione avrebbe potuto avere un effetto rilevante per la formazione della decisione di investire o meno in tali titoli destinati ai soli investitori istituzionali.
Cass. 23417/2016
Cass. 2123/2014
E' valida la stipulazione a favore di un terzo, qualora lo stipulante vi abbia interesse.
Salvo patto contrario, il terzo acquista il diritto contro il promittente per effetto della stipulazione. Questa però può essere revocata o modificata dallo stipulante, finchè il terzo non abbia dichiarato, anche in confronto del promittente, di volerne profittare.
Decreto legislativo n. 58/1998
Art. 21 (Criteri generali)
d) disporre di risorse e procedure, anche di controllo interno, idonee ad assicurare l’efficiente svolgimento dei servizi e delle attività[299].
1-bis. Nella prestazione dei servizi e delle attività di investimento e dei servizi accessori, le Sim, le imprese di paesi terzi autorizzate in Italia, le Sgr, i GEFIA non UE autorizzati in Italia, gli intermediari finanziari iscritti nell’albo previsto dall’articolo 106 del Testo Unico bancario e le banche italiane:
a) adottano ogni misura idonea ad identificare e prevenire o gestire i conflitti di interesse che potrebbero insorgere tra tali soggetti, inclusi i dirigenti, i dipendenti e gli agenti collegati o le persone direttamente o indirettamente connesse e i loro clienti o tra due clienti al momento della prestazione di qualunque servizio di investimento o servizio accessorio o di una combinazione di tali servizi;
b) mantengono e applicano disposizioni organizzative e amministrative efficaci al fine di adottare tutte le misure ragionevoli volte ad evitare che i conflitti di interesse incidano negativamente sugli interessi dei loro clienti;
c) quando le disposizioni organizzative e amministrative adottate a norma della lettera b) non sono sufficienti ad assicurare, con ragionevole certezza, che il rischio di nuocere agli interessi dei clienti sia evitato, informano chiaramente i clienti, prima di agire per loro conto, della natura generale e/o delle fonti dei conflitti di interesse nonché delle misure adottate per mitigare i rischi connessi;
d) svolgono una gestione indipendente, sana e prudente e adottano misure idonee a salvaguardare i diritti dei clienti sui beni affidati[300].
1-ter. Le disposizioni di cui alle lettere a), b) e c) del comma 1-bis si applicano anche ai conflitti di interesse determinati dalla percezione da parte di Sim, imprese di paesi terzi autorizzate in Italia, Sgr, GEFIA non UE autorizzati in Italia, intermediari finanziari iscritti nell’albo previsto dall’articolo 106 del Testo Unico bancario e banche italiane di incentivi corrisposti da soggetti terzi o determinati dalle politiche di remunerazione e dalle strutture di incentivazione da loro adottate[301].
2. Nello svolgimento dei servizi e delle attività di investimento è possibile agire in nome proprio e per conto del cliente previo consenso scritto di quest’ultimo[302].
2-bis. Quando realizzano strumenti finanziari per la vendita alla clientela, i soggetti abilitati alla prestazione dei servizi e delle attività di investimento fanno sì che tali prodotti siano concepiti per soddisfare le esigenze di un determinato mercato di riferimento di clienti finali individuato all’interno della pertinente categoria di clienti e che la strategia di distribuzione degli strumenti finanziari sia compatibile con i clienti target. I soggetti di cui al presente comma adottano inoltre misure ragionevoli per assicurare che lo strumento finanziario sia distribuito ai clienti all’interno del mercato target[303].
2-ter. Il soggetto abilitato deve conoscere gli strumenti finanziari offerti o raccomandati, valutarne la compatibilità con le esigenze della clientela cui fornisce servizi di investimento tenendo conto del mercato di riferimento di clienti finali di cui al comma 2-bis, e fare in modo che gli strumenti finanziari siano offerti o raccomandati solo quando ciò sia nell’interesse del cliente[304].
Regolamento CONSOB n. 11522 del 1 luglio 1998
Regolamento di attuazione del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, concernente la disciplina degli
intermediari (Adottato dalla Consob con delibera n. 11522 del 1 luglio 1998
Art. 29 (Operazioni non adeguate)

References: sentenza 
 sentenza 

Cass. 

Cass. 

Art. 21

Art. 29