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Timestamp: 2020-08-07 13:17:21+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 32160 del 12/12/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32160 del 12/12/2018
Cassazione civile sez. lav., 12/12/2018, (ud. 25/09/2018, dep. 12/12/2018), n.32160
sul ricorso 12177-2015 proposto da:
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI NAPOLI, elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA SICILIA 50, presso lo studio dell’avvocato GHERARDO MARONE, che
lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUIGI NAPOLITANO;
M.B., E F.P.M., elettivamente domiciliati
in ROMA, VIA CASSIODORO 6, presso lo studio dell’avvocato GAETANO
LEPORE, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARIA
B.K., G.S., Y.D., K.R.,
J.C.F., M.J.;
avverso la sentenza n. 12354/2014 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
25/09/2018 dal Consigliere Dott. DANIELA BLASUTTO;
FRESA Mario, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso
udito l’Avvocato Carlo Lepore per delega verbale Lepore Maria
1. Con distinti ricorsi al Tribunale di Napoli, in funzione di Giudice del Lavoro, i litisconsorti indicati in epigrafe esponevano di essere stati assunti, in qualità di lettori di madrelingua, dalla Università degli Studi L’Orientale di Napoli, con contratti di diritto privato a tempo determinato, stipulati ai sensi dell’art. 28 del D.P.R. n. 382 del 1980 e più volte rinnovati sino alla sottoscrizione dell’ultimo contratto relativo all’anno 1994/1995. Precisavano che il Pretore di Napoli, con la sentenza n. 2466 del 1998, passata in giudicato, aveva convertito il rapporto in contratto a tempo indeterminato decorrente dalla prima assunzione, sicchè, in esecuzione della sentenza, l’Università aveva continuato ad avvalersi delle loro prestazioni, nei limiti dell’orario contrattualmente previsto. Lamentavano l’inadeguatezza della retribuzione e chiedevano la condanna della resistente al pagamento delle differenze retributive, da quantificarsi tenendo conto, a far data dal 1996, della retribuzione contributiva minimale INPS.
2. H giudice di primo grado, in accoglimento dei ricorsi, dichiarava il diritto dei ricorrenti a percepire, in proporzione all’orario svolto e tenuto conto dell’anzianità maturata, la retribuzione annuale prevista per i ricercatori universitari a tempo definito e condannava la resistente al pagamento delle differenze retributive da quantificarsi in separato giudizio.
3. Avverso detta decisione proponeva appello l’Università lamentando l’omessa pronuncia sulla domanda riconvenzionale tesa ad ottenere la qualificazione dei ricorrenti come collaboratori esperti linguistici e lamentando altresì l’erroneità della condanna di essa Università al pagamento delle differenze retributive, dovendosi considerare la disciplina introdotta dal D.L. 14 gennaio 2004, n. 2, convertito nella L. 5 marzo 2004, n. 63.
4. La Corte di Appello di Napoli, con sentenza n. 4388 del 2011, ricostruito il quadro normativo, rilevava, in sintesi, che gli appellati non potevano essere qualificati collaboratori esperti linguistici, perchè il rapporto a tempo indeterminato si era instaurato con l’Università in forza della sentenza passata in giudicato, per cui occorreva solo determinare la figura contrattuale cui parametrare il trattamento economico degli ex lettori. Riteneva che a tal fine dovesse farsi ricorso alla retribuzione prevista per il professore associato e, pertanto, dichiarava “il diritto delle parti appellate al trattamento retributivo corrispondente al livello di professore associato a tempo definito, rapportato all’orario di lavoro in concreto svolto, all’anzianità maturata nonchè alla dinamica salariale”.
5. L’Università degli Studi L’Orientale domandava la cassazione della sentenza sulla base di due motivi, con i quali censurava la decisione della Corte territoriale per violazione dell’art. 112 c.p.c., nonchè per errata interpretazione ed applicazione della normativa dettata dalla L. n. 236 del 1995 e dalla L.n. 63 del 2004, art. 4.
6. Con sentenza n. 12354 del 2014 questa Corte dichiarava inammissibile il ricorso proposto nei confronti di B.K. e G.S., non risultando l’atto notificato nei loro confronti e dunque non ricorrendo i presupposti per l’applicazione dell’art. 291 c.p.c.. Dichiarava estinto il giudizio di legittimità riguardo agli altri intimati, richiamando la precedente pronuncia della Corte n. 2941 del 2013 e ritenendo applicabile alla fattispecie la L. n. 240 del 2010, art. 26, comma 3. Precisava che gli originari ricorrenti, “collaboratori esperti linguistici, già assunti quali lettori di madre lingua straniera a norma del D.P.R. n. 382 del 1980, art. 28”, a seguito del nuovo assetto dato dal legislatore alla materia, avevano ottenuto quanto domandato e che non vi era ragione per dubitare della legittimità costituzionale e della conformità alle norme comunitarie della normativa intervenute in corso di causa.
7. Il ricorso della Università degli Studi di Napoli L’Orientale domanda la revocazione della sentenza sulla base di un motivo. Il ricorso per revocazione, rivolto nei confronti di M.B., F.P.M., B.K., G.S., M.J., Y.D., K.R., J.C.F., soggetti indicati nell’intestazione del ricorso, risulta avviato alla notifica nei soli confronti dei primi cinque nominativi, nei cui confronti il ricorso risulta altresì correttamente notificato. Resistono con controricorso F.P.M. e M.B.. Non hanno svolto attività difensiva in questa sede gli altri due intimati B.K. e G.S..
1. Con il ricorso per revocazione l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale domanda la revocazione della sentenza per “erroneità dei presupposti di fatto in relazione all’art. 391 bis c..p.c. e art. 395 c.p.c., n. 4”. Sottolinea che la normativa applicata dalla Corte si riferisce unicamente alla qualifica di “collaboratori esperti linguistici”, usualmente indicata con l’acronimo CEL, qualifica, questa, mai formalmente attribuita agli originari ricorrenti, essendo incontestato fra le parti che, a seguito della mancata sottoscrizione del contratto proposto dalla Università, gli ex lettori hanno continuato a prestare la loro attività in forza della sentenza pretorile che aveva ritenuto illegittima l’apposizione del termine e trasformato il rapporto in contratto a tempo indeterminato. La decisione è, dunque, fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontestabilmente esclusa dagli atti. Richiede, quindi, che, accolto il ricorso per revocazione, questa Corte si pronunci, in sede rescissoria, sulle censure originariamente proposte con il ricorso per cassazione.
2.1. Rileva preliminarmente il Collegio che la domanda di revocazione deve essere dichiarata inammissibile quanto alla posizione di Y.D., K.R. e J.C.F., ai quali il ricorso non risulta richiesto di alcuna notifica (e che nessuna difesa hanno svolto). L’inesistenza della notificazione rende inapplicabile il disposto dell’art. 291 c.p.c., giacchè l’ordine di rinnovazione presuppone un vizio che comporti la nullità della notifica e non può essere emesso allorquando il procedimento notificatorio non sia stato neppure avviato dalla parte tenuta all’adempimento. Parimenti non è applicabile alla fattispecie l’art. 331 c.p.c., posto che, in caso di domande di identico contenuto proposte da più lavoratori contro un medesimo datore di lavoro, pur nell’identità delle questioni, permane autonomia dei rispettivi titoli, dei rapporti giuridici e delle singole causae petendi, con la conseguenza che le cause, per loro natura scindibili, restano distinte e la sentenza che le definisce, sebbene formalmente unica, consta in realtà di tante pronunce quante sono le cause riunite, le quali conservano la loro autonomia anche ai fini delle successive impugnazioni (in tal senso Cass. 14.1.2005 n. 642).
2.2. Il ricorso è, poi, manifestamente infondato nei confronti di B.K. e G.S., perchè la sentenza della quale si domanda la revocazione, per errore di fatto che avrebbe determinato la erronea dichiarazione di estinzione del giudizio di legittimità, ha differenziato la posizione dei predetti due lavoratori, ritenendo inammissibile il ricorso proposto nei confronti di costoro, perchè non notificato.
2.3. La domanda di revocazione è, invece, fondata quanto agli ulteriori litisconsorti indicati in epigrafe, poichè la pronuncia è viziata dall’errore di fatto denunciato in ricorso, come reso evidente dallo svolgimento del processo e dagli atti del giudizio di cassazione, gli attuali controricorrenti o intimati non avevano mai formalmente acquisito la qualifica di “collaboratori linguistici”, essendosi rifiutati di sottoscrivere il relativo contratto, ed avevano agito in giudizio per chiedere che il trattamento retributivo, adeguato alla qualità e quantità della prestazione resa, fosse determinato, non con riferimento alla disciplina dettata dalla legge e dalla contrattazione collettiva per i collaboratori, a loro dire inapplicabile nei loro confronti, bensì considerando che il titolo del rapporto era rappresentato dalla sentenza del Pretore di Napoli, che aveva convertito i contratti stipulati per l’espletamento delle mansioni di lettore di lingua straniera in rapporti a tempo indeterminato.
Sussiste, pertanto, il denunciato errore revocatorio configurabile allorquando “la Corte sia incorsa in un errore meramente percettivo, risultante in modo incontrovertibile dagli atti e tale da aver indotto il giudice a fondare la valutazione della situazione processuale sulla supposta inesistenza (od esistenza) di un fatto positivamente acquisito (od escluso) nella realtà del processo, che, ove invece esattamente percepito, avrebbe determinato una diversa valutazione della situazione processuale” (Cass. 12.12.2012 n. 22868).
2.4. In merito va, infatti, rilevato che la L. n. 240 del 2010, art. 26, comma 3, fornisce una interpretazione autentica del D.L. n. 2 del 2004, art. 1, comma 1, con il quale era stato riconosciuto agli ex lettori, divenuti collaboratori esperti linguistici, “un trattamento economico corrispondente a quello del ricercatore confermato a tempo definito, con effetto dalla data di prima assunzione, fatti salvi eventuali trattamenti più favorevoli”. La prima parte dell’art. 26, comma 3, chiarisce che il riconoscimento ai collaboratori ex lettori di un trattamento economico corrispondente a quello del ricercatore confermato a tempo definito ha effetto soltanto “sino alla data di instaurazione del nuovo rapporto quali collaboratori esperti linguistici, a norma del D.L. 21 aprile 1995, n. 120, art. 4 convertito, con modificazioni, dalla L. 21 giugno 1995, n. 236”. A partire da quel momento, il trattamento economico fondamentale è individuato dalla contrattazione collettiva di comparto, secondo il disposto del D.L. n. 120 del 1995, art. 4 che rappresenta tuttora la norma di base del nuovo regime. La seconda parte dell’art. 26, comma 3, compie un ulteriore riconoscimento e stabilisce che la conservazione dei diritti acquisiti nel periodo anteriore al 1995 comporta anche il diritto dei collaboratori ex lettori alla corresponsione della differenza “tra l’ultima retribuzione percepita come lettori di madrelingua straniera, computata secondo i criteri dettati dal citato D.L. n. 2 del 2004”, cioè la retribuzione spettante nel 1994 ad un ricercatore confermato a tempo definito, “e, ove inferiore, la retribuzione complessiva loro spettante secondo le previsioni della contrattazione collettiva di comparto e decentrata”.
Essendo, dunque, imprescindibile un collegamento tra la previsione processuale di estinzione dei processi e la disposizione che disciplina le pretese sostanziali, non devono essere dichiarati estinti tutti i processi nei quali gli ex lettori avanzino pretese nei confronti delle università, ma solo quelli nei quali rilevi il nuovo assetto dato dal legislatore alla materia, senza che ne derivi una vanificazione dei diritti azionati (in tal senso in motivazione, Corte Cost. 24.4.2013 n. 99). L’intervento normativo del 2010, infatti, costituisce una sorta di transazione legislativa, diretta a dare pronta e certa esecuzione alle sentenze della Corte di giustizia ed a stabilire definitivamente il trattamento economico spettante ai collaboratori linguistici, fissando anche i parametri per il riconoscimento dei diritti pregressi maturati nei rapporti di lavoro precedenti. Detto intervento non lede il diritto di azione in quanto “realizza – nella misura e con le modalità ritenute dal legislatore compatibili con i limiti, ragionevolmente apprezzati, consentiti dalle circostanze nelle quali esso si è trovato ad operare – le pretese fatte valere dagli interessati” (in tal senso Cass. 24 luglio 2014 n. 16924, Cass. 8 agosto 2014 n. 17824 e Cass. 23 settembre 2014 n. 19992). Ne discende l’inapplicabilità alla fattispecie in disamina della disposizione estintiva, sia perchè gli originari intimati formalmente non rivestivano la qualifica di collaboratori esperti linguistici, tanto che a seguito della domanda riconvenzionale il thema decidendum era stato esteso anche alla questione dell’inquadramento, sia perchè il trattamento economico riconosciuto dalla Corte territoriale va ben oltre quello fissato dalla norma sopra richiamata.
2.5. A dette considerazioni, già assorbenti, si deve aggiungere che in nessun caso avrebbe potuto essere dichiarata da questa Corte l’estinzione del giudizio, essendosi formato giudicato interno sul capo della sentenza di appello che aveva escluso la applicabilità al giudizio della L. n. 240 del 2010, art. 26 perchè ritenuto riferibile ai soli lettori che, a seguito della sottoscrizione di un nuovo contratto, avevano acquisito la qualifica di collaboratore esperto linguistico, maturando il diritto al relativo trattamento economico pag. 9-10 della sentenza della Corte di Appello di Napoli n. 4388/2011). Ed è tal capo che, nella sua consistenza grafica, non è stato percepito dalla sentenza n. 12354/2014.
3. La sentenza impugnata va, pertanto, revocata, nei limiti soggettivi che discendono da quanto evidenziato nei punti 2.1 e 2.2, con conseguente rinnovazione, in sede rescissoria, del giudizio di cassazione.
3.1. Con il ricorso iscritto ai n. 18880/2012 l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” denunciava, ex art. 360 c.p.c., n. 4 “violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. – error in procedendo”, rilevando che la Corte di Appello, pur pronunciando sulla sola impugnazione dell’Università, volta ad ottenere il rigetto della domanda proposta dagli appellati e l’accoglimento della riconvenzionale, relativa allo status giuridico da riconoscere agli originari ricorrenti, aveva riformato la sentenza di primo grado parificando gli ex lettori, quanto al trattamento retributivo, ai professori associati a tempo definito anzichè ai ricercatori confermati, e ciò aveva fatto in assenza di un motivo di gravame, principale o incidentale, riguardante il parametro utilizzato dal Tribunale ed in violazione del divieto di reformatio in peius.
3.2. Il secondo motivo di ricorso, anch’esso riproposto in questa sede, censurava la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione della L. n. 236 del 1995 nonchè della L. n. 63 del 2004, art. 4. Sosteneva, in sintesi, l’Università ricorrente che doveva essere accolta la domanda riconvenzionale, con la quale era stato chiesto al Tribunale di dichiarare che i ricorrenti, sebbene riammessi in servizio in virtù di sentenza definitiva del Pretore di Napoli, dovevano essere inquadrati nel profilo di collaboratore esperto linguistico, con conseguente applicazione della disciplina dettata dal CCNL per il Comparto Università. Rilevava al riguardo che la L. n. 236 del 1995 aveva soppresso la figura del lettore di lingua straniera, sostituendola con quella del collaboratore, sicchè i ricorrenti non potevano pretendere di conservare la precedente qualifica solo perchè la trasformazione del contratto a termine in rapporto a tempo indeterminato era stata disposta con sentenza passata in giudicato. Precisava al riguardo che detta sentenza nulla aveva statuito quanto al trattamento retributivo, sicchè non erano pertinenti i richiami alla giurisprudenza di legittimità, che aveva escluso la applicabilità della normativa di legge rapporti interessati da statuizioni passate in giudicato, poichè in quel caso i rapporti stessi erano stati compiutamente disciplinati dal titolo giudiziale, anche con la individuazione del trattamento economico spettante.
4. Giova premettere che analoghi motivi sono stati già scrutinati da questa Corte con sentenza n. 19190 del 2016, in occasione dell’esame – in sede rescissoria, a seguito dell’accoglimento di analogo ricorso per revocazione – di identici motivi proposti dall’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, i cui principi sono di seguito richiamati e ribaditi in questa sede.
4.1. Il primo motivo di ricorso è fondato.
Nel caso di specie, con gli originari atti introduttivi dei giudizi di primo grado i ricorrenti avevano domandato l’adeguamento retributivo ex art. 36 Cost. ed avevano indicato, quale parametro di riferimento, la retribuzione contributiva indicata nelle buste paga, in relazione alla quale erano state operate le trattenute previdenziali.
La sentenza era stata appellata dalla sola Università che, oltre a lamentare l’omessa pronuncia sulla domanda riconvenzionale, aveva anche censurato il capo della decisione relativo alla ritenuta sussistenza di differenze retributive, da quantificarsi in separato giudizio, rilevando che i ricorrenti avevano sempre ricevuto somme non inferiori a quelle previste dal D.I. n. 2 del 2004, con il quale era stato stabilito il criterio fatto proprio dal Tribunale.
E’ stato, inoltre, evidenziato da questa Corte che “il divieto di reformatio in peius costituisce conseguenza delle norme, dettate dagli artt. 329 e 342 c.p.c. in tema di effetto devolutivo dell’impugnazione di merito ed in tema di acquiescenza, che presiedono alla formazione del thema decidendum in appello, per cui, una volta stabilito il quantum devolutum, l’appellato non può giovarsi della reiezione del gravame principale per ottenere effetti che solo l’appello incidentale gli avrebbe assicurato e che, invece, in mancanza, gli sono preclusi dall’acquiescenza prestata alla sentenza di primo grado” (Cass. 8.11.2013 n. 25244). Nel caso di specie nè l’Università nè gli appellati avevano censurato il parametro utilizzato dal giudice di primo grado per quantificare la retribuzione (l’Università, infatti, aveva solo sostenuto che non poteva essere pronunciata condanna, sia pure generica, al pagamento delle differenze retributive perchè la retribuzione corrisposta era già stata commisurata a quella del ricercatore a tempo definito) sicchè per i principi sopra richiamati era preclusa alla Corte ogni pronuncia al riguardo.
5. Parimenti fondato è il secondo motivo con il quale l’Università ha sostanzialmente dedotto che la sentenza del Pretore di Napoli, che aveva convertito ab origine i rapporti in contratti a tempo indeterminato, non aveva statuito sul trattamento economico e normativo spettante agli originari ricorrenti, sicchè questi ultimi non potevano pretendere la conservazione della qualifica di lettori, ormai soppressa dal legislatore e sostituita con quella di collaboratore esperto linguistico.
5.1. Il D.P.R. 11 luglio 1980, n. 382, art. 28 in forza del quale sono stati stipulati i primi contratti intercorsi fra l’Università ricorrente e gli intimati, prevedeva che i rettori potessero assumere, con contratto di diritto privato di durata non superiore all’anno accademico, lettori di madrelingua straniera “in relazione ad effettive esigenze di esercitazione degli studenti che frequentano i corsi di lingue” e stabiliva che le prestazioni ed i corrispettivi dovessero essere determinati dal consiglio di amministrazione dell’università, al quale era imposto, quale limite, il non superamento del livello retributivo iniziale del professore associato a tempo definito.
5.2. Con sentenze del 30 maggio 1989 e del 2 agosto 1993 la Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha ritenuto detta normativa contraria all’art. 48 del Trattato, nella parte in cui stabiliva che i contratti tra università e lettori di lingua straniera non potessero protrarsi oltre l’anno, sicchè il legislatore è intervenuto a disciplinare nuovamente la materia, inizialmente con una serie di decreti legge non convertiti e reiterati (a partire dal D.L. 21 dicembre 1993 n. 530), e poi con il D.L. 21 aprile 1995, n. 120, convertito con modificazioni nella L. 21 giugno 1995, n. 236, con la quale sono stati anche fatti salvi gli effetti prodottisi ed i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti legge non convertiti.
5.3. Con questa disciplina, tuttora vigente, si è stabilito che le Università possono assumere, compatibilmente con le risorse disponibili nei propri bilanci, “con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, ovvero, per esigenze temporanee, con contratto a tempo determinato” “collaboratori ed esperti linguistici di lingua madre, in possesso di laurea o titolo universitario straniero adeguato alle funzioni da svolgere”.
E’ stato, poi, previsto che l’entità della retribuzione, il regime di impegno e gli eventuali obblighi di esclusività dovessero essere fissati, “fino alla stipulazione del primo contratto collettivo”, dai consigli di amministrazione delle università in sede di contrattazione decentrata. Infine il legislatore, dopo avere affermato il principio della necessità della selezione pubblica finalizzata alla assunzione, per ottemperare al giudicato della Corte di Giustizia, ha stabilito che dovessero essere assunti prioritariamente “i titolari dei contratti di cui al D.P.R. 11 luglio 1980, n. 382, art. 28 in servizio nell’anno accademico 1993-1994, nonchè quelli cessati dal servizio per scadenza del termine dell’incarico salvo che la mancata rinnovazione sia dipesa da inidoneità o da soppressione del posto”, precisando che “il personale predetto… conserva i diritti acquisiti in relazione ai precedenti rapporti”.
5.4. Con la sentenza 26 giugno 2001, in causa c – 212/99, la Corte di Giustizia ha, però, nuovamente censurato lo Stato italiano per non “aver assicurato il riconoscimento dei diritti quesiti agli ex lettori di lingua straniera, divenuti collaboratori linguistici, riconoscimento invece garantito alla generalità dei lavoratori nazionali”. La Corte, adita dalla Commissione ai sensi dell’art. 226 del Trattato, ha osservato che, pur a fronte di una legislazione nazionale volta a garantire la conservazione dei diritti quesiti, l’esame delle prassi amministrative e contrattuali in essere presso sei università italiane aveva fatto emergere situazioni discriminatorie (punti da 31 a 34), non giustificabili con il richiamo alla autonomia degli enti pubblici interessati. Ha, poi, aggiunto che il principio della necessaria conservazione dei diritti quesiti maturati dagli ex lettori nei rapporti precedenti, diritti garantiti dalla L. n. 230 del 1962 in caso di conversione del contratto a termine, non poteva essere eluso facendo leva sulla non comparabilità delle situazioni a confronto, derivante per gli ex lettori dalla necessità della selezione pubblica. Ciò perchè entrambe le discipline prevedono “allo scopo di tenere in considerazione l’esperienza professionale dei lavoratori, la trasformazione dei contratti di lavoro a tempo determinato in contratti di lavoro a tempo indeterminato, garantendo la conservazione dei diritti quesiti maturati nell’ambito dei rapporti di lavoro precedenti” (punti 28 e 29).
5.5. Si è avuto successivamente un nuovo intervento del legislatore nazionale che, al fine di dare esecuzione alla sentenza – e con riferimento alle Università italiane ivi considerate – con il D.L. 14 gennaio 2004, n. 2, art. 1, convertito con modificazioni nella L. 5 marzo 2004, n. 63, ha così disposto: “ai collaboratori linguistici, ex lettori di madrelingua straniera delle Università degli Studi della Basilicata, di Milano, di Palermo, di Pisa, di Roma “La Sapienza” e “l’Orientale” di Napoli, già destinatari di contratti stipulati ai sensi del D.P.R. 11 luglio 1980, n. 382, art. 28, abrogato dal D.L. 21 aprile 1995, n. 120, art. 4, comma 5, convertito, con modificazioni, dalla L. 21 giugno 1995, n. 236, è attribuito, proporzionalmente all’impegno orario assolto, tenendo conto che l’impegno pieno corrisponde a 500 ore, un trattamento economico corrispondente a quello del ricercatore confermato a tempo definito, con effetto dalla data di prima assunzione, fatti salvi eventuali trattamenti più favorevoli; tale equiparazione è disposta ai soli fini economici ed esclude l’esercizio da parte dei predetti collaboratori linguistici, ex lettori di madre lingua straniera, di qualsiasi funzione docente”.
5.6. Nei confronti della Repubblica Italiana è stata avviata, con ricorso del 4 marzo 2004, una procedura finalizzata all’irrogazione di sanzioni per l’inosservanza di obblighi derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea, avendo la Commissione delle Comunità Europee ritenuto che l’Italia non avesse dato piena esecuzione alla citata decisione del 26 giugno 2001.
Con sentenza 18 luglio 2006, in causa C-119/04, la Corte di Giustizia CE ha accertato l’inadempimento dei suddetti obblighi, limitatamente alla situazione esistente prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 2 del 2004, escludendone, invece, la permanenza all’esito del nuovo intervento normativa del legislatore nazionale. Ha ritenuto, infatti, che gli elementi offerti dalla Commissione non consentissero di esprimere un giudizio di inadeguatezza dei parametri utilizzati per la ricostruzione della carriera degli ex lettori, tanto più che il legislatore nazionale aveva fatto salvi i trattamenti più favorevoli (punti da 35 a 39).
5.7. Infine con la L. n. 240 del 2010, art. 26, comma 3, il legislatore ha interpretato il citato D.L. n. 2 del 2004, precisando che “in esecuzione della sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee 26 giugno 2001, nella causa C – 212/99, ai collaboratori esperti linguistici, assunti dalle università interessate quali lettori di madrelingua straniera, il trattamento economico corrispondente a quello del ricercatore confermato a tempo definito, in misura proporzionata all’impegno orario effettivamente assolto, deve essere attribuito con effetto dalla data di prima assunzione quali lettori di madrelingua straniera a norma del D.P.R. 11 luglio 1980, n. 382, art. 28 sino alla data di instaurazione del nuovo rapporto quali collaboratori esperti linguistici, a norma del D.L. 21 aprile 1995, n. 120, art. 4 convertito, con modificazioni, dalla L. 21 giugno 1995, n. 236. A decorrere da quest’ultima data, a tutela dei diritti maturati nel rapporto di lavoro precedente, i collaboratori esperti linguistici hanno diritto a conservare, quale trattamento retributivo individuale, l’importo corrispondente alla differenza tra l’ultima retribuzione percepita come lettori di madrelingua straniera, computata secondo i criteri dettati dal citato D.L. n. 2 del 2004, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 63 del 2004, e, ove inferiore, la retribuzione complessiva loro spettante secondo le previsioni della contrattazione collettiva di comparto e decentrata applicabile a norma del D.L. 21 aprile 1995, n. 120, convertito, con modificazioni, dalla L. 21 giugno 1995, n. 236.”.
5.8. Anche la norma di interpretazione autentica richiama, al pari del D.L. n. 120 del 1995, art. 4 la contrattazione collettiva di comparto che già con l’art. 51 del CCNL 21.5.1996, previo rinvio alla decretazione di urgenza, aveva compiutamente disciplinato il rapporto intercorrente con i collaboratori esperti linguistici, stabilendone le mansioni, l’orario di lavoro, il trattamento retributivo fondamentale. L’art. 22 del CCNL 15 maggio 2003 aveva, poi, previsto che in sede di contrattazione integrativa di Ateneo sarebbe stata data “applicazione alla sentenza della Corte di Giustizia Europea del 26.1.2001 nella causa C – 212/99, relativa agli ex lettori di lingua straniera rientranti in tale sentenza, attraverso la definizione di una struttura retributiva per la categoria dei CEL che riconosca l’esperienza acquisita” ed aveva precisato che a tal fine sarebbe stata considerata “come decorrenza iniziale dell’anzianità la data di stipula del primo contratto di lavoro D.P.R. n. 382 del 1980, ex art. 28 e/o come CEL della L. n. 236 del 1995, ex art. 4 (o precedenti normative)…”.
6. Dalla ricostruzione del quadro normativo sintetizzata nel punto 5 emerge che, a seguito della abrogazione del D.P.R. 11 luglio 1980, n. 382, art. 28 è stata soppressa la figura del lettore di lingua straniera, sostituita con quella dei “collaboratore ed esperto linguistico di lingua madre” e contestualmente il legislatore ha previsto che gli ex lettori, ai quali veniva riconosciuto un diritto assoluto di precedenza ai fini della assunzione, dovessero essere inquadrati nel ruolo dei collaboratori, sia pure conservando i diritti acquisiti in relazione ai precedenti contratti a termine.
7. Nè a diverse conclusioni si può giungere nel caso sottoposto all’esame della Corte, caratterizzato dalla mancata stipula del contratto a tempo indeterminato D.L. n. 120 del 1995, ex art. 4 per il rifiuto opposto dagli ex lettori i quali, a giustificazione del diniego, avevano fatto leva sulla sentenza del Pretore di Napoli n. 2466 del 1998, passata in giudicato, che aveva dichiarato la sussistenza fra le parti di un rapporto a tempo indeterminato, decorrente dalla data della prima assunzione D.P.R. n. 382 del 1980, ex art. 28 e disposto la riammissione in servizio dei ricorrenti.
E’ incontestato fra le parti, e risulta anche dalla motivazione della decisione qui impugnata, che la sentenza passata in giudicato ha solo escluso la validità della clausola appositiva del termine di durata, senza statuire sulla disciplina del rapporto e senza pronunciare, nel merito, sulla domanda di adeguamento retributivo, ritenuta nulla per genericità delle allegazioni. Ciò rende inapplicabile alla fattispecie il principio di diritto affermato da questa Corte con la sentenza n. 26561 del 2008, che ha escluso che il giudicato potesse essere superato dalla normativa sopravvenuta alla conclusione del primo contratto di lettorato, poichè in quel caso la statuizione, ormai intangibile, riguardava anche il trattamento retributivo spettante, di miglior favore rispetto a quello poi riconosciuto dal legislatore.
Gli attuali intimati, al contrario, hanno ottenuto solo l’accertamento della natura a tempo indeterminato del rapporto di lavoro, sicchè, quanto alla disciplina dello stesso, pur in assenza della sottoscrizione del nuovo contratto previsto dal richiamato D.L. n. 120 del 1995, deve trovare applicazione in via analogica la normativa dettata dalla legge e dalla contrattazione collettiva, posto che, premesso che in detta normativa non è ravvisabile l’impedimento di cui all’art. 14 preleggi, comma 1, diversamente opinando, da un lato si finirebbe per attribuire ultrattività, quanto alla disciplina del rapporto, all’abrogato D.P.R. n. 382 del 1980, art. 28 dall’altro gli ex lettori verrebbero privati delle tutele che la normativa nazionale ha dovuto riconoscere alla categoria per ottemperare alle pronunce della Corte di Giustizia richiamate al punto 5.
Va rammentato al riguardo che questa Corte, facendo leva sulla efficacia erga omnes delle sentenze della Corte di Giustizia delle Comunità Europee – ripetutamente affermata dalla Corte Costituzionale con le sentenze n. 168 del 1991, n. 389 del 1989 e n. 113 del 1985 -, ha escluso che la applicabilità del D.L. n. 2 del 2004, art. 1 potesse essere circoscritta ai soli lettori assunti dalle università espressamente menzionate nel testo normativo (si rimanda a Cass. 26.3.2008 n. 7864 ed alla giurisprudenza ivi richiamata).
Le medesime ragioni inducono il Collegio a dissentire dal principio di diritto affermato da Cass. 13 maggio 2016 n. 9907, che ha ritenuto inapplicabile la disciplina dettata per i collaboratori esperti linguistici al lettore che, avendo ottenuto in via giudiziale l’accertamento della sussistenza del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, non aveva sottoscritto il nuovo contratto di assunzione.
8. La sentenza impugnata, che ha respinto la domanda riconvenzionale riproposta in sede di appello dall’Università ed ha riconosciuto agli appellati il trattamento retributivo commisurato a quello del professore associato a tempo definito, si pone in contrasto con quanto sopra affermato e va, pertanto, cassata con rinvio alla Corte di Appello di Napoli, in diversa composizione, che procederà ad un nuovo esame, provvedendo anche sulle spese del giudizio di legittimità e del presente giudizio di revocazione, attendendosi a quanto indicato nei punti 4, 6 e 7 ed ai principi di diritto di seguito enunciati:
b) la L. n. 236 del 1995, art. 4 nell’abrogare del D.P.R. 11 luglio 1980, n. 382, l’art. 28 istituendo la diversa posizione del collaboratore linguistico, non consente di configurare un “ruolo ad esaurimento” per il rapporto di lettorato;
9. Giova evidenziare che la successiva giurisprudenza delle S.U. di questa Corte, con sentenza n. 19164 del 2017, ha confermato tale orientamento interpretativo, enunciando i seguenti principi di diritto:
9.1. All’esito dell’abrogazione del D.P.R. n. 382 del 1980, art. 28 ad opera del D.L. n. 120 del 1995, art. 4 conv., con modif., dalla L. n. 236 del 1995, la continuità tra la posizione soppressa degli ex-lettori di lingua straniera e quella di nuova istituzione dei collaboratori linguistici non consente di configurare una sorta di “ruolo ad esaurimento” per il rapporto di lettorato, sicchè, ove l’ex-lettore abbia ottenuto l’accertamento della sussistenza del rapporto di lavoro a tempo indeterminato per nullità della clausola di durata con sentenza passata in giudicato, va comunque applicata la relativa disciplina di fonte legale, di cui al D.L. n. 2 del 2004, art. 1, comma 1, conv., con modif., dalla L. n. 63 del 2004, resa necessaria per adeguare l’ordinamento interno a quello dell’UE.
9.2. la L. n. 240 del 2010, art. 26, comma 3, di interpretazione autentica del D.L. n. 2 del 2004, art. 1, comma 1, conv., con modif., dalla L. n. 63 del 2004, si interpreta nel senso che, a favore dei collaboratori esperti linguistici, già assunti quali lettori di madre lingua straniera D.P.R. n. 382 del 1980, ex art. 28 è attribuito, ancorchè non dipendenti da una delle Università espressamente contemplate dal D.L. n. 2 del 2004, il trattamento economico corrispondente a quello del ricercatore confermato, in misura proporzionata all’impegno orario effettivamente assolto, con decorrenza dalla data di prima assunzione sino a quella di instaurazione del nuovo rapporto, in forza del D.L. n. 120 del 1995, art. 4 conv., con modif., dalla L. n. 236 del 1995, sicchè, a tutela dei diritti maturati, hanno diritto a conservare, quale trattamento retributivo individuale, l’eventuale maggior importo percepito in qualità di lettori.
9.3. In tema di controversie promosse dai collaboratori esperti linguistici già lettori di madre lingua straniera, la L. n. 240 del 2010, art. 26, comma 3, ultimo periodo, – che ha previsto l’estinzione dei giudizi pendenti alla data di entrata in vigore della norma – si interpreta nel senso che tale disposizione si applica esclusivamente ai processi nei quali rileva la disciplina sostanziale, quanto al trattamento economico ed ai parametri per il riconoscimento dei diritti maturati in virtù dei precedenti rapporti lavorativi, di cui allo stesso art. 26, nel rispetto del diritto di azione ex art. 24 Cost., comma 1.
10. Non occorre provvedere, stante la mancata costituzione, sulle spese del giudizio di revocazione quanto alle posizioni degli intimati rispetto ai quali il ricorso è stato respinto o dichiarato inammissibile.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso proposto nei confronti di Y.D., K.R., J.C.F. e rigetta la domanda di revocazione proposta nei confronti di B.K. e G.S..
Revoca nei confronti degli altri controricorrenti ed intimati la sentenza di questa Corte n. 12354/2014 e, pronunciando sul ricorso n. 18886/2012 R.G., accoglie entrambi i motivi, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Napoli in diversa composizione.

References: Sentenza 
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 art. 4
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 art. 26
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 art. 395
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