Source: https://www.laleggepertutti.it/191806_permesso-di-costruire-quando-serve-per-camper-case-mobili-e-gazebi
Timestamp: 2018-08-14 07:03:01+00:00

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Permesso di costruire: quando serve per camper, case mobili e gazebi
Autorizzazioni e abusi edilizi quando la nuova costruzione non è facilmente rimovibile e destinata a soddisfare esigenze abitative durature.
Cosa hanno in comune un camper, una roulotte, un gazebo e una casa mobile? Che possono essere usati come occasionale rifugio e, talvolta, come abitazione. Che sono sicuramente a buon prezzo, meno di quanto si paghi una casa tradizionale di mattoni (ma del resto sono anche più scomodi). Ma ciò che accomuna tutte queste costruzioni è che è sempre necessario il permesso di costruire. Trattandosi di volumi stabili, essi rientrano nel concetto di «nuova costruzione» e, pertanto, senza la licenza del Comune, sono abusivi. A ricordarlo è la Cassazione con una serie di sentenze che hanno segnato gli ultimi tempi, a dimostrazione di quanto sia diffuso il fenomeno di vivere in modo “precario”.
Con una prima pronuncia [1], la Suprema Corte ha detto che, in assenza del permesso di costruire, la «destinazione abitativa» fa scattare il reato di abuso edilizio anche per la posa di una «casa mobile», rientrando in questa nozione: prefabbricati, camper, roulotte ecc.
Non è necessario il permesso di costruire per la casa mobile solo se ricorrono tutti e quatto le seguenti condizioni:
la casa mobile va collocata all’interno di una «struttura ricettiva all’aperto»;
l’ancoraggio al suolo della casa mobile deve essere temporaneo e non soddisfare una esigenza abitativa stabile;
l’autorizzazione all’esercizio dell’attività deve essere conforme alla legislazione regionale;
la destinazione della casa mobile deve essere «turistica», e perciò «necessariamente occasionale e limitata nel tempo».
Allo stesso modo la Cassazione [2] ha ritenuto che, nel caso di un gazebo installato per ripararsi dal caldo estivo, lo stesso necessiti di permesso a costruire se non viene rimosso con l’arrivo del brutto tempo ossia venendo meno la necessità del gazebo stesso (che è quella di godere di uno spazio aperto al riparo dal sole).
È necessario il permesso a costruire – ricorda la Corte – in caso di installazioni di manufatti leggeri, anche prefabbricati e di strutture di qualsiasi genere, come roulotte, camper, case mobili e imbarcazioni, utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, magazzini o simili, salvo che soddisfino esigenze temporanee o che siano «ricomprese in strutture ricettive all’aperto per la sosta e il soggiorno dei turisti, previamente autorizzate sotto il profilo urbanistico, edilizio e, ove previsto paesaggistico, in conformità con le normative regionali di settore».
Il tribunale di Cassino [3] ha ritenuto abusivo il container privo di permesso di costruire, installato su un terreno anche se non agganciato al suolo ma montato con semplici ruote, qualora sia destinato in modo duraturo al soddisfacimento di esigenze abitative (si pensi ai container per ospitare i dipendenti di un cantiere). I container sono inquadrabili nella nozione di «nuova costruzione».
Non è sufficiente – secondo il Tar Milano [4] – che la casa mobile sia ancorata al suolo in modalità precaria per essere affrancata dalla licenza edilizia. E’ infatti l’uso effettivo e continuativo del manufatto a condizionare l’esigenza di un titolo comunale anche per una roulotte posizionata per anni su un terreno agricolo.
Al fine di verificare se una determinata opera ha carattere precario, prosegue la sentenza, «occorre verificare la destinazione funzionale e l’interesse finale al cui soddisfacimento essa è destinata; pertanto, solo le opere agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea, destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l’interesse finale, possono dirsi di carattere precario e, in quanto tali, non richiedenti il permesso di costruire». In buona sostanza la precarietà di un’opera edilizia «va valutata con riferimento non alle modalità costruttive, bensì alla funzione cui essa è destinata, con la conseguenza che non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo».
Cassazione penale, sez. III, 15/09/2015, n. 41067
Integra il reato di costruzione edilizia abusiva (art. 44, comma primo, lett. b), d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380) la collocazione su un’area di una “casa mobile” con stabile destinazione abitativa, in assenza di permesso di costruire, perché quest’ultimo non è necessario, ai sensi dell’art. 3 del citato d.P.R. (come modificato dalla l. 3 agosto 2013, n. 98 e dalla l. 23 maggio 2014, n. 80), per i soli interventi in cui ricorrono contestualmente i requisiti di cui al comma primo, lett. e 5), del predetto art. 3 (collocazione all’interno di una struttura ricettiva all’aperto, temporaneo ancoraggio al suolo, conformità alla normativa regionale di settore, destinazione alla sosta ed al soggiorno, necessariamente occasionali e limitati nel tempo, di turisti).
Cassazione penale, sez. VII, 12/01/2015, n. 7204
Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 624-bis c.p. il camper costituisce un luogo di privata dimora per la naturale destinazione all’uso abitativo quale “casa mobile” nella quale si espletano attività della vita privata.
La collocazione su un’area di una ‘casa mobile’ con stabile destinazione abitativa, in assenza di permesso di costruire, configura il reato di cui all’art. 44, lett. b) d.P.R. 380 del 2001, rilevando esclusivamente, ai fini dell’esclusione contenuta nell’ultima parte dell’art. 3, comma 1, lett. e) del d.P.R. 380 del 2001, la contestuale sussistenza dei requisiti indicati e, segnatamente, la collocazione all’interno di una struttura ricettiva all’aperto, il temporaneo ancoraggio al suolo, l’autorizzazione alla conduzione dell’esercizio da effettuarsi in conformità della normativa regionale di settore e la destinazione alla sosta ed al soggiorno, necessariamente occasionali e limitati nel tempo, di turisti.
T.A.R. Cagliari, (Sardegna), sez. I, 26/06/2017, n. 429
L’installazione di roulotte e caravan (quantomeno nell’ambito di un camping, ove assumono carattere stabile e permanente) richiede specifica autorizzazione sotto il profilo edilizio, per cui, laddove tale autorizzazione manchi, l’insediamento è abusivo ed è suscettibile di ordine di sgombero e rimessione e ripristino, legittimamente adottabile anche nei confronti del proprietario, nonostante costui non sia all’autore dell’abuso, ai sensi dell’art. 31, comma 2, del D.P.R. N. 380 del 6 giugno 2001 (secondo cui il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, accertata l’esecuzione di interventi in assenza di permesso, in totale difformità dal medesimo ovvero con variazioni essenziali, ingiunge al proprietario e al responsabile dell’abuso alla rimozione o la demolizione, indicando nel provvedimento l’area che viene acquisita di diritto, ai sensi del comma 3).
T.A.R. Trento, (Trentino-Alto Adige), sez. I, 14/11/2016, n. 383
La trasformazione del territorio mediante la realizzazione di opere edilizie e il posizionamento di roulotte di fatto trasformate in unità abitative dotate di strutture permanenti configura il reato di lottizzazione abusiva, trattandosi di attività idonea a determinare un’alterazione dell’originario assetto territoriale e una modificazione urbanistica in zona non adeguatamente urbanizzata tale da comportare la violazione delle prescrizioni della strumentazione urbanistica.
T.A.R. Ancona, (Marche), sez. I, 02/11/2016, n. 608
Non è rilevante la modalità con la quale un manufatto è infisso al suolo al fine di stabilire se si è in presenza di opere precarie e temporanee (le quali non abbisognano quindi del titolo edilizio) o, al contrario, di stabili trasformazioni del territorio, atteso che ciò che rileva è l’uso oggettivo del manufatto che il proprietario o l’autore dell’intervento abbiamo posto in essere dopo la sua realizzazione; diversamente opinando si darebbe la possibilità indiscriminata di eludere gli indici edificatori previsti dal PRG, e ciò mediante la posa in opera di casette prefabbricate, container, roulottes, camper, etc., ossia di opere che non sono ancorate al suolo nello stesso modo degli edifici tradizionali ma che, opportunamente collocate ed eventualmente nel tempo “rinforzate”, finiscono per assolvere alle medesime finalità (se non residenziali, certamente accessorie alla residenza – magazzini, garages, legnaie, etc.).
[1] Cass. sent. n. 41067/2015: «In tema di illeciti edilizi, deve tuttora ritenersi configurabile il reato di cui all’art. 44, lett. b), d.P.R. n. 380 del 2001 nel caso di realizzazione senza titolo abilitativo di una struttura prefabbricata o “casa mobile”, stabilmente destinata ad abitazione salvo che ricorrano le condizioni previste dall’art. 3, comma 1, lett. e/5) del citato d.P.R. (quale risultante dalla modifica introdotta dall’art. 10 ter, comma 1, d.l. n. 47 del 2014, conv. con modif. in l. n. 80 del 2014), e cioè: 1) il temporaneo ancoraggio al suolo; 2) la collocazione all’interno di una struttura ricettiva all’aperto, debitamente autorizzata, quale definibile in base all’art. 13 d.lg. n. 79 del 2011 (c.d. “Codice del turismo”), secondo cui rientrano in detta definizione i villaggi turistici, i campeggi in genere e quelli realizzati nell’ambito di attività agrituristiche, nonché i parchi di vacanze; 3) la esclusiva destinazione del manufatto alla sosta e al soggiorno, necessariamente occasionali e limitati nel tempo, di turisti».
[2] Cass. sent. n. 49839/2016.
[3] Trib. Cassino sent. n. 1340/2015.
[4] Tar Milano, sent. n. 2495/2016.
Cassazione penale, sez. III, 13/10/2016, (ud. 13/10/2016, dep.24/11/2016), n. 49839
1. Con sentenza del 22.9.2014, la Corte di Appello di Firenze confermava la sentenza del 31.1.2013 del Tribunale di Siena, sez. dist. di Poggibonsi, con la quale M.S. era stato dichiarato responsabile del reato di cui D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b) – perchè, nella qualità di legale rappresentante del ristorante (OMISSIS), realizzava in assenza di permesso di costruire e di ogni altra autorizzazione tre manufatti in San Gimignano (un gazebo in legno con base di mt 12,65 per 6,20; una pensilina di collegamento tra il gazebo e l’edificio della lunghezza di mt 10,40 e profondità di mt 2,74; una tettoia in legno e copertura impermeabile di mt 11,50 di lunghezza e mt 4,20 di profondità)- ed era stato condannato alla pena di giorni dieci di arresto ed Euro 2.370,00 di ammenda, con sostituzione della pena detentiva nella corrispondente pena pecuniaria.
La Corte territoriale rilevava, quanto ai fatti, che: la realizzazione dei tre manufatti, posti a servizio della struttura alberghiera con annesso ristorante denominata “(OMISSIS)”, veniva accertata in sede di sopralluogo effettuato nel giugno 2010 dai Vigili Urbani del Comune di San Gimignano; nel marzo precedente l’imputato, quale gestore della predetta struttura, aveva presentato istanza avente ad oggetto la realizzazione di tali opere ai sensi dell’art. 119 del Regolamento comunale (che prevedeva la possibilità di porre in essere strutture in legno a servizio di attività di ristorazione nel limite del 20% della superficie di vendita) sulla quale la commissione edilizia integrata aveva espresso parere negativo; al momento del sopralluogo era in corso di valutazione una successiva istanza presentata dal legale rappresentante della società proprietaria dell’immobile e nessuna valutazione positiva era stata espressa dal comune; a seguito della demolizione delle opere oggetto di accertamento, la società proprietaria dell’immobile presentava una richiesta di permesso a costruire avente ad oggetto il solo gazebo sulla quale il Comune di San Gimignano si pronunciava favorevolmente rilasciando il permesso di costruire.
Confermava, quindi, l’affermazione di responsabilità del reato contestato – e la pena inflitta -, escludendo la natura precaria dell’opera e ribadendo che le opere realizzate dall’imputato nella primavera del 2010 dovevano essere autorizzate con permesso a costruire e che le disposizioni normative del testo unico dell’edilizia prevalevano sulle disposizioni degli strumenti urbanistici generali e dei regolamenti edilizi.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione M.S., per il tramite del difensore di fiducia, articolando quattro motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.
Con il primo motivo deduce violazione di legge e omessa motivazione in ordine alle modifiche legislative apportate al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, lett. E.5) dal D.L. 28 marzo 2014 conv. con mod. dalla L. 23 maggio 2014, n. 80.
Argomenta che la Corte territoriale, nel valutare che il manufatto di cui all’imputazione non potesse essere considerato come manufatto diretto a “soddisfare esigenze meramente temporanee”, come previsto al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, lett. E.5), non teneva conto delle modifiche apportate a tale articolo dal D.L. 28 marzo 2014 conv. con mod. dalla L. 23 maggio 2014, n. 80, applicabili alla fattispecie concreta in base al disposto di cui all’art. 2 c.p., comma 4; tale norma, oltre a mantenere il requisito che le strutture siano destinate a “soddisfare esigenze meramente temporanee” aveva aggiunto alla disposizione un ulteriore periodo prevedendo che tali manufatti dovevano essere “installati con temporaneo ancoraggio al suolo, all’interno di strutture ricettive all’aperto, in conformità alla normativa regionale di settore, per la sosta e il soggiorno di turisti”.
Con il secondo motivo deduce violazione di legge e omessa motivazione in ordine al rapporto tra il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, lett. E.5) e l’art. 117, comma 7 del Regolamento Urbanistico del Comune di San Gimignano.
Argomenta che la Corte di Appello riteneva, in maniera errata ed illogica, che il manufatto di cui all’imputazione anche se conforme ai requisiti di cui l’art. 117, comma 7 del Regolamento Urbanistico del Comune di San Gimignano, sarebbe comunque illegittimo perchè realizzato in violazione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, lett. E.5), le cui disposizioni prevalgono, a norma del comma 2, sulle disposizioni regolamentari degli enti locali, sulla base della considerazione che la normativa regolamentare prevede prescrizioni ed oneri certificatori a carico del costruttore maggiormente restrittivi per l’installazione di manufatti esenti dal permesso di costruire.
Con il terzo motivo deduce vizio di motivazione, per illogicità e mancanza della motivazione, in ordine alle caratteristiche del manufatto di cui all’imputazione.
Argomenta che la Corte territoriale, in maniera illogica, nel ritenere provata la finalità del manufatto come non diretta a soddisfare esigenze meramente temporanee, dava rilievo al momento in cui lo stesso veniva rimosso e motivava, in maniera apodittica, che non essendo stato il manufatto rimosso con celerità tale circostanza avrebbe dimostrato che lo stesso fosse destinato ad una esistenza stabile; secondo la consolidata giurisprudenza della Suprema Corte, invece, deve essere dato rilievo alla oggettiva temporaneità e contingenze delle esigenze che l’opera è destinata a soddisfare. I Giudici di appello, inoltre, del pari in maniera illogica, davano rilievo anche alla circostanza che, successivamente ed a seguito del rilascio di permesso a costruire, il manufatto veniva realizzato con le stesse caratteristiche del precedente.
Inoltre, la Corte territoriale non valutava la circostanza dedotta dalla difesa e, cioè, che il ricorrente, in previsione di ospitare l’evento promosso dalla casa automobilistica Mercedes nel maggio 2010 aveva provveduto a richiedere al Comune di San Gimignano atto di assenso l’art. 117, comma 7 del Regolamento Urbanistico del Comune, ma che su tale richiesta il Comune non si era pronunciato in tempo utile; da tale circostanza, emergente dalla sentenza di primo grado ma non considerata dal Giudice di appello, si evinceva la destinazione precaria del manufatto.
Con il quarto motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione in ordine all’accertamento sulla sussistenza dell’offensività del manufatto.
La Corte territoriale basava la sussistenza del reato sul criterio formale della mera violazione senza considerare l’indice sostanziale di protezione degli assetti del territorio in conformità alla normativa urbanistica, considerando l’abuso edilizio quale reato di pericolo e non più reato di danno.
In sede di discussione il difensore del ricorrente ha chiesto, in via subordinata all’accoglimento del ricorso, l’applicabilità della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p..
Occorre partire dalla premessa che il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 10, lett. a) individua, tra gli interventi edilizi soggetti a permesso di costruire, gli “interventi di nuova costruzione”, la cui descrizione è fornita dallo stesso T.U., all’art. 3.
Il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, lett. e5), che qui rileva, nella sua originaria formulazione, riconduceva nel novero degli interventi di nuova costruzione “l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”.
Il D.L. 21 giugno 2013, n. 69, art. 41, comma 4 convertito con modificazioni dalla L. 9 agosto 2013, n. 98, al testo suddetto è stata aggiunta la frase “ancorchè siano installati, con temporaneo ancoraggio al suolo, all’interno di strutture ricettive all’aperto, in conformità alla normativa regionale di settore, per la sosta ed il soggiorno di turisti”.
Successivamente, il D.L. 28 marzo 2014, n. 47, con l’art. 10-ter, comma 1 convertito con modificazioni dalla L. 23 maggio 2014, n. 80, la parola “ancorchè” è stata sostituita con le parole “e salvo che”.
Infine, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 189 del 24 luglio 2015, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del D.L. 21 giugno 2013, n. 69, del già citato art. 41, comma 4. La Corte ha infatti rilevato che la norma individua “(…) specifiche tipologie di interventi edilizi, realizzati nell’ambito delle strutture turistico-ricettive all’aperto, molto peculiari, che peraltro contraddicono i criteri generali (della trasformazione permanente del territorio e della precarietà strutturale e funzionale degli interventi) forniti, dallo stesso legislatore statale, ai fini dell’identificazione della necessità o meno del titolo abilitativo. In tal modo, la norma impugnata sottrae al legislatore regionale ogni spazio di intervento, determinando la compressione della sua competenza concorrente in materia di governo del territorio, nonchè la lesione della competenza residuale del medesimo in materia di turismo, strettamente connessa, nel caso di specie, alla prima”.
Altre modifiche sono state apportate, poi, con la L. 28 dicembre 2015, n. 221, alla luce delle quali, il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, comma 1, lett. e5) si riferisce, attualmente, alla “installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, ad eccezione di quelli che siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee o siano ricompresi in strutture ricettive all’aperto per la sosta e il soggiorno dei turisti, previamente autorizzate sotto il profilo urbanistico, edilizio e, ove previsto, paesaggistico, in conformità delle normative regionali di settore”.
Il quadro normativo esposto ha consolidato la figura giuridica di “costruzione” elaborata dalla giurisprudenza di questa Corte, già antecedentemente all’entrata in vigore del T.U. edilizia. In tale concetto rientrano tutti quei manufatti che attuino una trasformazione stabile urbanistico-edilizia del territorio, con perdurante modifica dello stato dei luoghi, preordinata a soddisfare esigenze non precarie del committente sotto il profilo funzionale e della destinazione dell’immobile (ex multis Sez. 3, n. 5624 del 17/11/2011, dep. 14/02/2012, Rv. 251904; Cons. Stato, sez. 5, 20 giugno 2011, n. 3683), con la precisazione che la stabilità si estrinseca nell’oggettiva destinazione dell’opera a soddisfare un bisogno non temporaneo.
La nuova formulazione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, comma 1, lett. e5), quindi, pur avendo espunto il requisito dell'”ancoraggio temporaneo al suolo” del manufatto, non ha ampliato l’ambito delle opere non rientranti nel concetto di “costruzione”, ma ha esplicitato, come avvenuto per le precedenti modifiche ed in coerenza con i principi generali fissati dalla disciplina urbanistica, gli interventi che non comportano una stabile trasformazione del territorio rilevante sotto il profilo urbanistico.
Secondo l’attuale previsione, quindi, i manufatti devono trovarsi all’interno di strutture ricettive all’aperto, tali strutture devono essere debitamente autorizzate e condotte in conformità alla normativa regionale di settore, la destinazione dei manufatti è quella della sosta ed il soggiorno di turisti.
Resta valido, pertanto, anche con riferimento agli attuali requisiti, quanto precisato da questa Corte in relazione alla disciplina vigente fino al 2016, e cioè, che affinchè i manufatti menzionati nel D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, comma 1, lett. e5) non siano considerati interventi di nuova costruzione e, non richiedano, pertanto, il rilascio di permesso di costruire, essi devono trovarsi all’interno di strutture ricettive all’aperto e, cioè, quelle individuate dal D.Lgs. 23 maggio 2011, n. 79, art. 13 (c.d. Codice del turismo) e, segnatamente, i villaggi turistici i campeggi, i campeggi nell’ambito delle attività agrituristiche ed i parchi di vacanza, tali strutture dovranno essere debitamente autorizzate e condotte in conformità alla normativa regionale di settore, la destinazione dei manufatti dovrà essere quella della sosta ed il soggiorno di turisti (Sez. 3, n. 41067 del 15/09/2015, Rv. 264840).
Con riferimento a tale ultimo requisito (destinazione alla sosta e soggiorno di turisti) deve osservarsi che questa Corte (Sez. 3, n. 41479 del 24/9/2013, Valle, Rv. 257734) ha affermato, con riferimento ai campeggi, che il riferimento alla “sosta” ed al “soggiorno”, i quali presuppongono una permanenza temporanea, porta ad escludere ogni forma di stabile residenza, così come il riferimento alla figura del “turista”, il quale è individuabile, secondo il significato della parola stessa, come un soggetto che viaggia e soggiorna in località diverse dalla sua residenza abituale per un periodo di tempo limitato per piacere, affari o altri scopi, ricordando come tale definizione coincida sostanzialmente con quella data dalla Organizzazione Mondiale del Turismo, agenzia delle Nazioni Unite (WTO, Ottawa Conference on Travel and Tourism Statistics, 1991).
Correttamente la Corte territoriale riteneva che le norme del regolamento edilizio del Comune di San Gimignano non potessero derogare alla disposizione di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3.
Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, infatti, le previsioni contenute nel Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380) e specificamente le definizioni contenute nell’art. 3, comma 1, prevalgono su quelle contenute negli strumenti urbanistici generali e dei regolamenti edilizi, le cui disposizioni devono essere interpretate in conformità di quanto stabilito dal testo unico sull’edilizia (Sez. 3, n. 8088 del 26/01/2011, dep. 02/03/2011, Rv. 249575; Sez. 3, n. 24242 del 24/03/2010, Rv. 247691).
E’ pacifico nella giurisprudenza di questa Corte di che, ai fini del riscontro del connotato della precarietà e della relativa esclusione della modifica dell’assetto del territorio, non sono rilevanti le caratteristiche costruttive, i materiali impiegati e l’agevole rimovibilità, ma l’intrinseca destinazione materiale dell’opera ad un uso realmente precario e temporaneo (Sez. 3, n. 22054 del 25.2.2009, Frank, Rv. 243710; Sez. 3, n. 14329 del 10/01/2008, Rv. 239707; sez. 3, n. 24898 del 4.4.2003, Nagni, Rv. 225380).
Inoltre, la natura precaria di un manufatto non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dal costruttore, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale dell’opera ad un uso realmente precario e temporaneo per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente possibilità di successiva e sollecita eliminazione (Sez. 3, n. 966 del 26/11/2014, dep. 13/01/2015, Rv. 261636; sez. 3, n. 24898 del 4.4.2003, Nagni, Rv. 225380).
La motivazione offerta dalla Corte territoriale nell’escludere che il gazebo e le opere di raccordo realizzate dall’imputato assolvessero ad una funzione temporanea è del tutto congrua e priva di vizi logici nonchè in linea con i principi di diritto suesposti.
4.11 quarto motivo è manifestamente infondato.
Costituisce ius receptum che l’interesse protetto dalla disciplina urbanistica non è soltanto quello di assicurare il controllo della P.A. sugli interventi di modifica del territorio, ma anche quello di garantire che ciò si verifichi in piena aderenza all’assetto urbanistico e, quindi, esso si identifica nell’interesse all’ordinato sviluppo del territorio.
Va ricordato che le Sezioni Unite hanno affermato che il bene oggetto della tutela urbanistica è lo stesso territorio, bene esposto a pregiudizio da ogni condotta che produca alterazioni in danno del benessere complessivo della collettività e delle sue attività ed il cui parametro di legalità è dato dalla disciplina degli strumenti urbanistici e dalla normativa vigente (Sez. U, n. 11635 del 12/11/1993, Rv. 195359).
E’ stato, conseguentemente, affermato che il reato di costruzione abusiva ha natura di reato formale e di pericolo presunto, connesso con il suo inserimento in un sistema di tutela basato sulla pianificazione amministrativa dell’attività urbanistica del territorio, rispetto al quale ogni abuso edilizio costituisce comunque ed obiettivamente una lesione, con conseguente sottrazione al giudice di un qualsiasi sindacato in ordine alla concreta pericolosità della condotta (Sez. 3, n. 33886 del 18/05/2001, Rv. 220098, con riferimento alla previgente normativa di cui alla L. n. 47 del 1985, art. 20).
Corretta, pertanto, è la valutazione della Corte territoriale che ha applicati i suesposti principi di diritto.
5. Infine, va esaminata la richiesta di applicabilità della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p..
Tale richiesta, pur proponibile in questa sede, va ritenuta manifestamente infondata.
5.1. Al riguardo occorre considerare che l’art. 131-bis c.p. è stato introdotto con il D.Lgs. 16 marzo 2015, n. 28, art. 1, comma 2, e, quindi, in epoca successiva alla pronunzia d’appello, emessa il 22.9.2014 e relativa a fatto accertato il 21.6.2010.
Questa Corte ha ritenuto che l’istituto della non punibilità per particolare tenuità del fatto, previsto dall’art. 131-bis c.p., avendo natura sostanziale, è applicabile, per i fatti commessi prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. 16 marzo 2015, n. 28, anche ai procedimenti pendenti davanti alla Corte di cassazione e per solo questi ultimi la relativa questione, in applicazione dell’art. 2 c.p., comma 4, e art. 129 c.p.p., è deducibile e rilevabile d’ufficio ex art. 609, comma secondo, cod. proc. pen. anche nel caso di ricorso inammissibile (Sez. U, n. 13681 del 25/02/2016, Rv. 266593; Sez. 3, n. 24358 del 14/05/2015, Ferretti, Rv. 264109; Sez. 4, n. 22381 del 17/04/2015, Mauri, Rv. 263496; Sez. 3, n. 15449 del 08/04/2015, Mazzarotto, Rv. 263308).
Inoltre, quando la sentenza impugnata sia anteriore alla novella, l’applicazione dell’istituto nel giudizio di legittimità va ritenuta o esclusa senza che si debba rinviare il processo nella sede di merito. Ove esistano le condizioni di legge, l’epilogo decisorio è costituito, alla luce di quanto si è prima esposto ed alla stregua dell’art. 620, comma 1, lett. I), e art. 129 c.p.p., da pronunzia di annullamento senza rinvio perchè l’imputato non è punibile a causa della particolare tenuità del fatto (Sez. U, n. 13681 del 25/02/2016, Rv. 266593, cit. in parte motiva).
5.2. Questa Corte ha, inoltre, affermato che il reato permanente, nel cui novero rientrano le contravvenzioni relative agli abusi edilizi, non essendo riconducibile nell’alveo del comportamento abituale ostativo al riconoscimento del beneficio ex art. 131-bis c.p., può essere oggetto di valutazione con riferimento all’indice-criterio della particolare tenuità dell’offesa (Sez. 3, n. 47039 del 08/10/2015, dep. 27/11/2015, Rv. 265448; Sez. 3, n. 50215 del 08/10/2015, dep. 22/12/2015, Rv. 265434).
4.3. Si è, ulteriormente precisato che la consistenza dell’intervento abusivo (tipologia di intervento, dimensioni e caratteristiche costruttive) costituisce solo uno dei parametri di valutazione, assumendo rilievo, riguardo agli aspetti urbanistici, anche altri elementi, quali, ad esempio, la destinazione dell’immobile, l’incidenza sul carico urbanistico, l’eventuale contrasto con gli strumenti urbanistici e l’impossibilità di sanatoria, il mancato rispetto di vincoli (idrogeologici, paesaggistici, ambientali, etc.), l’eventuale collegamento dell’opera abusiva con interventi preesistenti, il rispetto o meno di provvedimenti autoritativi emessi dall’amministrazione competente, la totale assenza di titolo abilitativo o il grado di difformità dallo stesso, le modalità di esecuzione dell’intervento, la contestuale violazione di più disposizioni quale conseguenza dell’intervento abusivo, come nel caso in cui siano violate, mediante la realizzazione dell’opera, anche altre disposizioni finalizzate alla tutela di interessi diversi, quali le norme in materia di costruzioni in zone sismiche, di opere in cemento armato, di tutela del paesaggio e dell’ambiente, a quelle relative alla fruizione delle aree demaniali (Sez. 3, n. 47039 del 08/10/2015, Rv. 265450; Sez. 3, n. 47039 del 08/10/2015, dep. 27/11/2015, Rv. 265448, cit.).
5.4. Nella specie, alla luce di quanto emerso nel del giudizio di merito ed evincibile dallo stesso testo della sentenza impugnata, emergono plurimi dati chiaramente indicativi di un apprezzamento sulla gravità dei fatti addebitati all’odierno ricorrente che consentono di ritenere non configurabili i presupposti per l’applicazione dell’art. 131-bis c.p..
I Giudici di merito, infatti, hanno, rimarcato in senso negativo sia le modalità della condotta, con riferimento alle notevoli dimensioni dell’intervento abusivo realizzato, sia l’entità del danno con riferimento alla incidenza dell’opera abusiva sul carico urbanistico.
Tali elementi risultano, pertanto, ostativi alla configurabilità della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p..
6. Alla manifesta infondatezza dei motivi proposti consegue la declaratoria di inammissibilità del ricorso.
7. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 c.p.p., non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura ritenuta equa indicata in dispositivo.
Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2016
Cassazione penale, sez. III, 15/09/2015, (ud. 15/09/2015, dep.13/10/2015), n. 41067
1. Il Tribunale di Agrigento, con ordinanza del 30/4/2015 ha respinto la richiesta di riesame, presentata nell’interesse di P. M., avverso il decreto in data 5/3/2015 con il quale il Giudice per le indagini preliminari del medesimo Tribunale aveva disposto il sequestro di un prefabbricato modulare, ipotizzandosi il reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b).
Avverso tale pronuncia la predetta propone ricorso per cassazione tramite il proprio difensore di fiducia, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p..
2. Con un primo motivo di ricorso lamenta la violazione di legge, osservando che, avuto riguardo alla potestà esclusiva in materia urbanistica attribuita alla Regione Sicilia, le disposizioni contenute nel D.P.R. n. 380 del 2001, non potrebbero essere applicate, mentre, in ragione di quanto disposto dalla L.R. n. 37 del 1985, art. 5, la sosta o il parcheggio di una casa mobile non sarebbe soggetto ad alcuna concessione o autorizzazione se non adibita ad uso abitativo, ipotesi ricorrente nel caso di specie.
Aggiunge che la destinazione all’uso abitativo sarebbe stata erroneamente valutata dai giudici del riesame sulla base di un giudizio meramente prognostico e valorizzando elementi non rilevanti, quali l’esistenza di una pavimentazione esterna e di una vasca interrata, comunque compatibili con la destinazione del terreno e rispetto ai quali non risulta dimostrata alcuna relazione con la casa mobile installata.
3. Con un secondo motivo di ricorso lamenta che il Tribunale, nella valutazione del fumus non avrebbe tenuto conto dell’introduzione, nel codice penale, dell’art. 131 bis, e della circostanza che, avuto riguardo alla condotta contestata, il procedimento penale sarebbe verosimilmente destinato ad essere definito in sede predibattimentale con sentenza di non doversi procedere per particolare tenuità del fatto.
Va rilevato, con riferimento al primo motivo di ricorso, che dei rapporti tra la disciplina regionale della Sicilia e la normativa statale contenuta nel D.P.R. n. 380 del 2001, si è ripetutamente occupata la giurisprudenza di questa Corte.
Si è così avuto modo di chiarire che, in ogni caso, le disposizioni introdotte da leggi regionali devono rispettare i principi generali fissati dalla legislazione nazionale e, conseguentemente, devono essere interpretate in modo da non collidere con i detti principi (Sez. 3, n. 28560 del 26/3/2014, Alonzo, Rv. 259938; Sez. 3, n. 2017 del 25/10/2007 (dep. 2008), Giangrasso, Rv. 238555; Sez. 3, n. 33039 del 15/6/2006, P.M. in proc. Moltisanti, Rv. 234935. Conf., ma con riferimento ad altre disposizioni normative della Regione siciliana, Sez. 3, n. 28560 del 26/3/2014, Alonzo, Rv. 259938; Sez. 3, n. 4861 del 9/12/2004 (dep. 2005), Garufi, Rv. 230914; Sez. 3, n. 6814 del 11/1/2002, Castiglia V, Rv. 221427).
Le richiamate pronunce riguardano, nello specifico, proprio la concreta applicazione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, e sono ritenute pienamente condivisibili dal Collegio, che intende pertanto ribadire la sussistenza dei rilevati limiti alla potestà legislativa regionale.
2. Fatta tale premessa, occorre osservare che il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 10, lett. a), individuava, nella sua originaria formulazione, tra gli interventi edilizi soggetti a permesso di costruire, gli interventi di nuova costruzione, la cui descrizione è fornita dall’art. 3, dello stesso T.U., ove viene tra l’altro specificato che sono comunque da considerarsi come interventi di nuova costruzione, tra l’altro, anche “l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”.
Con il D.L. 21 giugno 2013, n. 69, art. 41, comma 4, convertito con modificazioni dalla L. 9 agosto 2013, n. 98, al testo suddetto è stata aggiunta la frase “ancorchè siano installati, con temporaneo ancoraggio al suolo, all’interno di strutture ricettive all’aperto, in conformità alla normativa regionale di settore, per la sosta ed il soggiorno di turisti”.
Successivamente, con il D.L. 28 marzo 2014, n. 47, art. 10 ter, comma 1, convertito con modificazioni dalla L. 23 maggio 2014, n. 80, la parola “ancorchè” è stata sostituita con le parole “e salvo che”.
Infine, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 189 del 24 luglio 2015, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del già citato D.L. 21 giugno 2013, n. 69, art. 41, comma 4.
La Corte ha infatti rilevato che la norma individua “(…) specifiche tipologie di interventi edilizi, realizzati nell’ambito delle strutture turistico-ricettive all’aperto, molto peculiari, che peraltro contraddicono i criteri generali (della trasformazione permanente del territorio e della precarietà strutturale e funzionale degli interventi) forniti, dallo stesso legislatore statale, ai fini dell’identificazione della necessità o meno del titolo abilitativo. In tal modo, la norma impugnata sottrae al legislatore regionale ogni spazio di intervento, determinando la compressione della sua competenza concorrente in materia di governo del territorio, nonchè la lesione della competenza residuale del medesimo in materia di turismo, strettamente connessa, nel caso di specie, alla prima”.
3. Il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, comma 1, lett. e), si riferisce dunque, attualmente, alla “installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee e salvo che siano installati, con temporaneo ancoraggio al suolo, all’interno di strutture ricettive all’aperto, in conformità alla normativa regionale di settore, per la sosta ed il soggiorno di turisti”.
L’esplicita menzione di detta tipologia di interventi nel Testo Unico ha, di fatto, codificato la figura giuridica di “costruzione” elaborata dalla giurisprudenza prima dell’entrata in vigore del T.U. e nella quale rientravano tutti quei manufatti che, comportando una trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale, modificavano lo stato dei luoghi in quanto, difettando obiettivamente del carattere di assoluta precarietà, erano destinati almeno potenzialmente a perdurare nel tempo, non avendo peraltro alcun rilievo a riguardo la distinzione tra opere murarie e di altro genere, nè il mezzo tecnico con cui fosse assicurata la stabilità del manufatto al suolo (o al muro perimetrale di quello esistente), in quanto la stabilità non va confusa con l’irrevocabilità della struttura o con la perpetuità della funzione ad essa assegnata dal costruttore, ma si estrinseca nell’oggettiva destinazione dell’opera a soddisfare un bisogno non temporaneo (così Sez. 3, n. 9138 del 7/7/2000, P.M. in proc. Migliorini T ed altro, Rv. 217217 ed altre prec. conf.).
Si è successivamente avuto modo di precisare che, ai fini della individuazione della nozione di costruzione urbanistica, non è determinante l’incorporazione nel suolo indispensabile per identificare, a norma dell’art. 812 c.c., il bene immobile, essendo sufficiente la destinazione del bene ad essere utilizzato come bene immobile, con la conseguenza che l’elencazione contenuta nel menzionato art. 3, lett. e) non può considerarsi esaustiva, giacchè i parametri indicati possono essere analogicamente applicati ad opere simili (Sez. 3, n. 37766 del 7/7/2005, Terrin, non massimata).
In seguito, si è ritenuto configurabile il reato di costruzione edilizia abusiva in ogni ipotesi di installazione su un terreno, senza permesso di costruire, di strutture mobili quali camper, roulotte e case mobili, sia pure montate su ruote e non incorporate al suolo, aventi una destinazione duratura al soddisfacimento di esigenze abitative (Sez. 3, n. 25015 del 23/3/2011, Di Rocco, Rv.
250601. V. anche Sez. 3, n. 41479 del 24/9/2013, Valle, Rv. 257734;
Sez. 3, n. 37572 del 14/5/2013, P.M. in proc. Doppiu e altro, Rv.
256511. Sulla nozione di installazione v. Sez. 3, n. 7047 del 4/12/2014 (dep. 2015), Gaiotto, non massimata sul punto).
4. I richiamati principi, formulati prima degli interventi modificativi di cui si è dato conto in precedenza, devono ritenersi ancora attuali, atteso che l’evidente eccezione introdotta, riferita alle sole “strutture ricettive all’aperto”, trova la sua ragion d’essere, come si ricava anche dalla menzionata sentenza della Corte costituzionale (e da quella, in essa richiamata, n. 278/2010), nel fatto che la collocazione dei manufatti indicati al loro interno, in ragione della destinazione, non determina una permanente trasformazione del territorio tale da richiedere il permesso di costruire.
5. Pare tuttavia opportuno precisare che le modifiche apportate alla disposizione in esame non ne hanno in alcun modo ampliato l’ambito di operatività, limitandosi a fornire un contributo esplicativo perfettamente coerente con i principi generali fissati dalla disciplina urbanistica e, sostanzialmente, fondato sul fatto che interventi del tipo di quelli descritti non comportano una stabile trasformazione rilevante sotto il profilo urbanistico.
E’ dunque in quest’ottica che la disposizione deve essere interpretata, avendo specifico riguardo alla precarietà oggettiva e funzionale dell’intervento, cui fa riferimento anche la Corte Costituzionale nella sentenza 278/2010.
Andrà quindi tenuto conto del fatto che la disposizione in esame richiede alcuni specifici requisiti:
– il temporaneo ancoraggio la suolo, cosicchè ogni collocazione di tali manufatti che abbia natura permanente, desumibile non soltanto dal dato temporale ma anche da ogni altro elemento significativo, quale, ad esempio, la presenza di parti accessorie fisse o di stabili allacciamenti alle reti elettriche, idrica o fognaria;
– i manufatti devono trovarsi all’interno di strutture ricettive all’aperto e l’uso della specifica locuzione induce a ritenere che il riferimento riguardi esclusivamente quelle individuate dal D.Lgs. 23 maggio 2011, n. 79, art. 13, (c.d. Codice del turismo) e, segnatamente, i villaggi turistici i campeggi, i campeggi nell’ambito delle attività agrituristiche ed i parchi di vacanza;
– tali strutture dovranno essere debitamente autorizzate e condotte in conformità alla normativa regionale di settore;
– la destinazione dei manufatti è quella della sosta ed il soggiorno di turisti.
A tale ultimo proposito deve osservarsi che, anche in altra occasione (Sez. 3, n. 41479 del 24/9/2013, Valle, Rv. 257734 ) si è affermato, con riferimento ai campeggi, che il riferimento alla “sosta” ed al “soggiorno”, i quali presuppongono una permanenza temporanea, porta ad escludere ogni forma di stabile residenza, così come il riferimento alla figura del “turista”, il quale è individuabile, secondo il significato della parola stessa, come un soggetto che viaggia e soggiorna in località diverse dalla sua residenza abituale per un periodo di tempo limitato per piacere, affari o altri scopi, ricordando come tale definizione coincida sostanzialmente con quella data dalla Organizzazione Mondiale del Turismo, agenzia delle Nazioni Unite (WTO, Ottawa Conference on Travel and Tourism Statistics, 1991).
Rileva dunque, in particolare, la natura meramente occasionale e, comunque, limitata nel tempo, del soggiorno.
Pare superfluo rilevare, poi, che la formulazione della disposizione è inequivoca nel richiedere la compresenza di tutte le condizioni in precedenza indicate.
6. Va conseguentemente affermato il principio secondo il quale la collocazione su un’area di una “casa mobile” con stabile destinazione abitativa, in assenza di permesso di costruire, configura il reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), rilevando esclusivamente, ai fini dell’esclusione contenuta nell’ultima parte del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, comma 1, lett. e5), la contestuale sussistenza dei requisiti indicati e, segnatamente, la collocazione all’interno di una struttura ricettiva all’aperto, il temporaneo ancoraggio al suolo, l’autorizzazione alla conduzione dell’esercizio da effettuarsi in conformità della normativa regionale di settore e la destinazione alla sosta ed al soggiorno, necessariamente occasionali e limitati nel tempo, di turisti.
7. Ciò posto, deve rilevarsi che, nel caso in esame, il Tribunale, nel valutare la sussistenza del fumus del reato, ha rilevato che l’immobile sequestrato, secondo quanto accertato dal personale di polizia giudiziaria che aveva eseguito i rilievi, è costituito da un prefabbricato modulare di mq 42, in parte poggiato su un carrello ed in parte su pali telescopici, dotato, sul lato est, di un terrazzino di mq 16, poggiato anch’esso su pali telescopici. Il manufatto risulta, inoltre, suddiviso in due distinte unità, con ingressi separati, dotate la prima di due camere da letto, vano cucina e vano WC e la seconda di una camera, un vano cucina e vano WC. Il Tribunale, sulla base dei dati fattuali a sua disposizione, ha ritenuto che l’immobile fosse destinato ad uso abitativo, escludendone anche l’utilizzo per fini di soddisfacimento di esigenze meramente temporanee, valorizzando, a tal fine, la presenza di arredi, l’esistenza, all’esterno del manufatto, di un’area piastrellata di circa 200 mq, sulla quale insiste il terrazzino e la realizzazione di una vasca idrica interrata in cemento armato vibro- compresso ed osservando che l’assenza di allacciamenti alla rete idrica e l’assenza di vasche di raccolta delle acque bianche e nere è giustificata dalla recente collocazione del prefabbricato, desunta dalla data di rilascio della carta provvisoria di circolazione (25/7/2014).
8. Si tratta, ad avviso del Collegio, di valutazione giuridicamente corretta e pienamente conforme ai principi dianzi ricordati operata, peraltro, entro l’ambito della limitata cognizione attribuita dalla legge al giudice del riesame.
A fronte di tali affermazioni, inoltre, la ricorrente si è limitata a contestare quanto sostenuto dai giudici del riesame, osservando che la pavimentazione del piazzale sarebbe compatibile con la destinazione di zona e la presenza della vasca non dimostra la sua collocazione a servizio del prefabbricato, aggiungendo che, in occasione dei sopralluoghi, l’immobile non risultava abitato.
La ricorrente, dunque, pur negando la destinazione del piazzale e della vasca al servizio dell’immobile, non ne indica comunque un diverso utilizzo, limitandosi, come si è detto, a rivendicarne la compatibilità con la destinazione di zona (verde pubblico attrezzato, parcheggi privati e/o di uso pubblico, campeggi e servizi accessori), nè specifica, peraltro, le diverse ragioni della presenza sull’area del manufatto del quale nega la stabile destinazione ad uso abitativo.
La visione parcellizzata dei singoli elementi fattuali considerati dal Tribunale offerta dalla ricorrente, oltre a non poter essere oggetto di autonoma valutazione da parte del giudice di legittimità, non appare comunque idonea a scardinare la solidità del percorso argomentativo che i giudici del riesame hanno posto a sostegno della loro decisione, considerando il complessivo stato dei luoghi, unitamente alle caratteristiche del manufatto ed al periodo di permanenza sull’area.
9. Procedendo poi all’esame del secondo motivo di ricorso, occorre preliminarmente osservare che la ricorrente non invoca l’applicabilità dell’art. 131 bis c.p., in questa sede, limitandosi a sostenere che i giudici del riesame non avrebbero tenuto conto, ai fini della valutazione del fumus del reato, della successiva possibile declaratoria di non punibilità per particolare tenuità del fatto, considerato un precedente di merito, che richiama, applicato in relazione ad una ipotesi di installazione di casa mobile.
Il motivo di ricorso, così come formulato, risulta connotato da estrema genericità ed è, in ogni caso, del tutto infondato.
Non può infatti pretendersi dai giudici del riesame un giudizio prognostico sul possibile, futuro esito del giudizio di merito ed, in ogni caso, riferendosi l’art. 131 bis c.p., a comportamenti tali da poter essere ritenuti penalmente rilevanti e, quindi, certamente collocabili tra quelli non inoffensivi, ma che, però, devono aver prodotto conseguenze minime, non degne di essere ulteriormente apprezzate in sede penale (perchè, in definitiva, ciò che rileva è un fatto che si presenti come oggettivamente e soggettivamente assai modesto), il solo mantenimento della misura cautelare reale da parte dei giudici del riesame comporta, di per sè, l’implicito riconoscimento della insussistenza dei ricordati presupposti per l’applicazione della norma codicistica di recente introduzione.
10. Il ricorso deve pertanto essere rigettato, con le consequenziali statuizioni indicate in dispositivo.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di procedimento.
Depositato in Cancelleria il 13 ottobre 2015
T.A.R. Milano, (Lombardia), sez. I, 29/12/2016, (ud. 14/12/2016, dep.29/12/2016), n. 2495
Con il presente ricorso l’istante ha impugnato il provvedimento indicato in epigrafe, con il quale il Comune di Santo Stefano Ticino ha ingiunto allo stesso la demolizione di una casa-mobile di rilevanti dimensioni (circa 135 metri quadri) dallo stesso realizzata senza alcun titolo abilitativo su area in zona agricola di sua proprietà ricadente in parte in fascia di rispetto stradale e in parte sulla sede stradale stessa.
A sostegno del proprio gravame l’istante ha dedotto, essenzialmente, la precarietà e temporaneità del manufatto realizzato, che non necessiterebbe, pertanto, di alcun permesso di costruire.
Si è costituita l’Amministrazione intimata, che ha chiesto la reiezione del ricorso per infondatezza nel merito.
Successivamente il Comune di Santo Stefano Ticino ha prodotto una memoria a sostegno delle proprie difese.
All’udienza pubblica del 14 dicembre 2016 il ricorso è stato trattenuto in decisione.
Ed invero, per giurisprudenza costante del giudice amministrativo, il concetto di precarietà del manufatto realizzato è strettamente connesso alla funzione che lo stesso è destinato a realizzare e non alle sue caratteristiche costruttive.
È stato, in proposito, affermato che: “Al fine di verificare se una determinata opera ha carattere precario, che è condizione per l’accertamento della non necessarietà del rilascio della relativa concessione edilizia, occorre verificare la destinazione funzionale e l’interesse finale al cui soddisfacimento essa è destinata; pertanto, solo le opere agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea, destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l’interesse finale, possono dirsi di carattere precario e, in quanto tali, non richiedenti il permesso di costruire; infatti, la precarietà o non di un’opera edilizia va valutata con riferimento non alle modalità costruttive, bensì alla funzione cui essa è destinata, con la conseguenza che non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l’alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante, ed è legittima l’ordinanza di demolizione di opere che, pur difettando del requisito dell’immobilizzazione rispetto al suolo (cd. case mobili), consistano in una struttura destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo, dovendo in tal caso escludersi la precarietà del manufatto, che ne giustificherebbe il non assoggettamento a concessione edilizia, posto che la stessa non dipende dai materiali utilizzati o dal suo sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall’uso al quale il manufatto è destinato e va quindi valutata alla luce della obiettiva ed intrinseca destinazione naturale dell’opera, a nulla rilevando la temporanea destinazione data alla stessa dai proprietari” (cfr. Cons. Stato, Sez. III, 12 settembre 2012, n. 4850; TAR Umbria, 7 agosto 2013, n. 434).
Nel caso di specie, la casa realizzata, di rilevanti dimensioni (circa 135 metri quadri), pur se in astratto amovibile perché prefabbricata e rialzata a circa 70 centimetri mediante struttura in profilati di ferro ancorata alla casa mobile stessa, risulta esistente sull’area dal mese di ottobre del 2005, dunque da più di 11 anni (cfr. il sopralluogo della Polizia Municipale di Santo Stefano Ticino del 18 ottobre 2016).
Ne risulta, dunque, la piena legittimità dell’operato dell’Amministrazione comunale, in considerazione dell’abusività del manufatto, perché realizzato senza permesso di costruire e destinato alla funzione di dimora abituale da molti anni.
Sussistono, tuttavia, giusti motivi, in considerazione delle peculiarità della fattispecie, per disporre l’integrale compensazione tra le parti delle spese di giudizio.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 14 dicembre 2016 con l’intervento dei magistrati:
Oscar Marongiu, Referendario
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 29 DIC. 2016.

References: art. 3
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 44
 sentenza 
 art. 3
 art. 3
 art. 3
 art. 3
 sentenza 
 art. 10
 art. 3
 art. 41
 sentenza 
 art. 41
 art. 3
 art. 3
 art. 3
 art. 13
 art. 3
 art. 20
 art. 1
 art. 129
 art. 609
 sentenza 
 art. 129
 art. 131
 sentenza 
 art. 44
 art. 5
 sentenza 
 art. 44
 art. 10
 art. 41
 art. 10
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 art. 41
 art. 3
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 art. 13
 art. 44
 art. 3