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Timestamp: 2020-06-01 09:38:59+00:00

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(Consiglio di Stato, sez. II, sentenza n. 6534/19; depositata il 30 settembre) - AMMINISTRATIVO | Diritto e Giustizia
Consiglio di Stato, sez. II, sentenza 2 luglio – 30 settembre 2019, n. 6534
Presidente Taormina – Estensore Guarracino
Con ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale per la Valle d’Aosta il sig. A. L. M. impugnava, unitamente agli atti presupposti, il provvedimento del Comando di Polizia Locale del Comune di Aosta, prot. 31/9960 del 22 marzo 2010, con cui gli era stata revocata l’autorizzazione, n. 170/A/06, al transito nella zona a traffico limitato invitandolo alla restituzione dei relativi contrassegni.
Con ricorso in appello il sig. M. chiede che, in riforma della sentenza di primo grado, siano annullati gli atti impugnati.
2. - Con istanza del 30 novembre 2006, prot. n. 42984 del 1° dicembre 2006, il sig. A. L. M. formulava al Comune di Aosta richiesta di autorizzazione (di tipo A) al transito lungo la via (omissis) - posta all’interno della ZTL - per accedere al civico n. (omissis), dove dichiarava di essere proprietario di due posti auto.
Con nota del 3 febbraio 2010, prot. 31/389/R, ad oggetto “verifica regolarità autorizzazione al transito in Via (omissis)”, il Comando di Polizia Locale gli comunicava di essere venuto a conoscenza della sentenza, n. 7035 del 5 aprile 2005, resa dalla Corte di Cassazione nel giudizio da lui promosso nei confronti del Comune di Aosta e del sig. B.B. per l’accertamento del suo diritto di proprietà esclusiva del piazzale di posteggio (distinto in catasto al foglio (omissis)), invitandolo a trasmettere la documentazione relativa al titolo di proprietà che avrebbe giustificato il permesso di transito che gli era stato rilasciato.
Il giudizio di primo grado, infatti, si era concluso con l’accoglimento della domanda proposta dal sig. M., ma la Corte di appello, davanti alla quale la sentenza era stata appellata soltanto dal sig. B.B., ne aveva ribaltato l’esito, escludendo che fosse stata raggiunta la prova dell’acquisto dell’area a domino da parte del sig. M. (in quanto essa non sarebbe stata compresa nella proprietà venduta nel 1950 al suo dante causa), ma anche di un acquisto a titolo originario da parte dello stesso sig. M. o dei suoi danti causa (in quanto non ne era stato provato il possesso del bene uti dominus, come rilevato in primo grado); proposto ricorso per cassazione da parte del sig. M., che denunciava l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte di appello nel ritenere coperta dal giudicato l’affermazione del primo giudice circa l’impossibilità di evincere quale delle parti in causa fosse in possesso del bene, la Suprema corte, pur riconoscendo l’errore della Corte, ne aveva evidenziato l’irrilevanza ai fini della decisione di appello, basata sulle ricostruzione delle vicende giuridiche e catastali dell’immobile che il consulente tecnico di ufficio aveva effettuato sulla base degli atti traslativi della proprietà succedutisi dal 1908 e dei provvedimenti amministrativi che avevano interessato il bene, e aveva, altresì, rimarcato la tardività della prospettazione dell’acquisto del bene per usucapione, proposta per la prima volta con la comparsa conclusionale in grado di appello, pervenendo, in definitiva, al rigetto del ricorso.
All’invito del Comando di Polizia, dunque, il sig. M. rispondeva sostenendo che, in difetto di appello del Comune, sulla sentenza di primo grado si sarebbe formato il giudicato sul punto che aveva escluso la proprietà pubblica dell’area ed inviava all’amministrazione una perizia redatta da un tecnico dal lui incaricato a dimostrazione dell’origine della titolarità privata dell’area in questione, scorporata, in favore di proprietario privato, dal terreno demaniale in data 15 aprile 1957.
Il Comune, allora, acquisiva un parere legale da un professionista esterno all’amministrazione, per il quale la proprietà esclusiva del sig. M. sull’area sarebbe stata definitivamente esclusa dalla sentenza di appello che sul punto sarebbe passata in giudicato, e col provvedimento poi impugnato dinanzi al T.A.R. procedeva, quindi, a “revocare” l’autorizzazione al transito, respingendo le controdeduzioni in ragione della mancata dimostrazione della proprietà esclusiva dell’area (“si rigettano le osservazioni pervenuteci da Lei proposte attraverso le note degli Avvocati di parte, poiché non è stata fornita dalla S. V. la prova richiesta della proprietà del terreno in questione”).
3. – Il provvedimento era impugnato dal sig. M. innanzi al Tribunale Amministrativo Regionale per la Valle d’Aosta per violazione dell’art. 3 della legge n. 241/90 e per eccesso di potere per difetto ovvero errore di motivazione, di istruttoria e dei presupposti.
“[considerato] che, infatti, come evidenziato dall’amministrazione resistente, la motivazione dell’impugnata revoca è consistita unicamente nella mancanza del titolo di proprietà in capo al sig. M. per l’area de qua, come irrevocabilmente accertato dalla sentenza della Corte d’appello di Torino n. 1179 del 2001, confermata dalla decisione della Corte di cassazione n. 7053 del 2005;
che la sentenza della Corte d’appello, nel pronunciarsi sull’accertamento del diritto di proprietà, ha respinto la domanda proposta dal sig. M. in primo grado, con ciò inequivocabilmente sconfessando la dichiarazione, poi resa dal medesimo in sede di richiesta di autorizzazione per il transito (richiesta datata 30 novembre 2006 ed indirizzata al Comune di Aosta: doc. n. 14 dell’amministrazione), secondo la quale egli era proprietario dell’area in questione;
4. – Il sig. M. ha proposto, avverso la suddetta sentenza, ricorso in appello, articolando cinque distinti motivi di censura della decisione assunta dal Giudice di primo grado, nessuno dei quali, tuttavia, è meritevole di accoglimento.
A questo riguardo, pur continuando ad insistere che sarebbe spettato al Comune dimostrare la sussistenza dei presupposti per procedere alla revoca ex art. 21-quinquies l. n. 241/90, ricorda che in primo grado aveva concluso nel senso che la particella (omissis) foglio (omissis) N.C.T. fosse di proprietà privata, sulla scorta di una pluralità di elementi e del fatto che le sentenze della Corte d’Appello e della Corte di Cassazione si sarebbero limitate ad affermare che, in quel particolare giudizio, non era emerso in termini definitivi di chi fosse la proprietà, e, quindi, lamenta che il T.A.R. sarebbe incorso nella denunciata carenza motivazionale perché avrebbe omesso di dar conto delle argomentazioni sviluppate e della relazione tecnica depositata in giudizio che avrebbero contrastato la ritenuta insussistenza del titolo di proprietà.
7.7 - Nel giudizio civile la proposizione da parte del sig. M., nei confronti del sig. B. e del Comune di Aosta, della domanda di accertamento della proprietà del bene di cui trattasi ha dato vita ad una ipotesi di litisconsorzio c.d. unitario o processuale (Cass. sez. VI, 21 febbraio 2019, n.4993; sez. III, 21 ottobre 2009, n.22278) e di conseguente inscindibilità delle cause, rendendone impossibile la separazione: la sentenza pronunciata in secondo grado sull’appello proposto dal sig. B., confermata in sede di legittimità, ha effetto nei confronti di tutte le parti del giudizio originario, non potendo avere che una sola unica decisione di merito valevole per tutti.
In quel giudizio è rimasto escluso che il sig. M. potesse affermarsi proprietario dell’area per acquisto fattone a titolo derivativo (mentre la questione dell’acquisto dell’immobile a titolo originario è stata giudicata non esaminabile in quella sede, perché tardivamente introdotta).
Nel procedimento avviato dal Comune per la “revoca” (sulla cui esatta qualificazione si tornerà innanzi) del permesso di transito il sig. M., richiesto di provare la proprietà dell’area (cioè dei posti auto) dichiarata nella richiesta di autorizzazione al transito, ha erroneamente sostenuto che in quel giudizio civile fosse stata esclusa la proprietà pubblica dell’area e non ha dimostrato di esserne il proprietario, limitandosi ad addurre l’esistenza di elementi documentali (risultanze catastali, indicazioni di P.R.G., non inclusione nell’elenco delle strade comunali) e fattuali (diversità di pavimentazione, assenza di sbocco) nel senso dell’avvenuto scorporo dell’area dal terreno demaniale e della sua autonomia rispetto alla strada, elementi ai quali è fatto richiamo poi nel ricorso di primo grado (pag. 6 ss.): il tutto in una prospettiva di avvenuto acquisto a domino ormai definitivamente esclusa dal giudicato civile.
La richiesta del Comune, pertanto, era finalizzata al riscontro dell’effettiva sussistenza del presupposto del titolo autorizzativo, fino a quel momento dichiarato, ma non dimostrato. Ed in tal senso è chiaro sia l’oggetto della comunicazione effettuata dal Comune il 3 febbraio 2010 (“verifica regolarità autorizzazione al transito in via (omissis)”), sia il suo testo (che lo invitava “a fare pervenire documentazione ríguardante l titolo di proprietà che giustifichi l’attuale possesso del permesso rilasciatoLe”).
Tutte le censure che sono state rivolte al provvedimento ed alla sentenza di primo grado attraverso il prisma dei presupposti della revoca ex art. 21-quinquies della legge n. 241/90 risultano, allora, mal poste ed il T.A.R. ha, dunque, correttamente valorizzato, come argomento decisivo per il rigetto del primo motivo di ricorso, che la motivazione del provvedimento impugnato era consistita unicamente nella mancanza del titolo di proprietà dell’area de qua in capo al sig. M. e che la sentenza della Corte d’appello, nel pronunciarsi sull’accertamento del diritto di proprietà respingendo la domanda proposta dal sig. M. in primo grado, aveva finito per sconfessare inequivocabilmente la dichiarazione dal medesimo resa in sede di richiesta di autorizzazione per il transito, secondo la quale egli era proprietario dell’area in questione.

References: sentenza 
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 art. 21
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