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Timestamp: 2019-03-20 17:38:54+00:00

Document:
Venerdì, 13 Febbraio 2015 17:13
Vengo fuori da un'incursione in territorio straniero, il processo penale.
Ne vengo fuori vittorioso, e felice per i miei clienti, assolti con formula piena rispetto a capi d'accusa infamanti e lesivi della loro immagine di pubblici amministratori, tecnici, dirigenti e funzionari.
Ma faccio delle riflessioni sul mondo che si muove intorno al processo penale con gli occhi di chi lo ha visto dal di dentro.
Il processo penale ti stritola. E quello che ti stritola, specie se sei un personaggio pubblico, non è neanche il processo in sè, che pure ha pecche non di poco conto, ma la rappresentazione che di quel processo viene fornita alla gente.
A partire dal giorno in cui la polizia giudiziaria arriva in sede per raccogliere dei documenti e ti ritrovi con un titolo a nove colonne del tipo la polizia giudiziaria presso la sede della società x, indagini in corso, ipotesi di reato.
E tu magari vorresti dire che si tratta di un errore, che non sei colpevole di niente, ma i tuoi tentativi di comunicare alla gente si infrangono contro la triste realtà delle regole del giornalismo: tira di più la notizia delle ruberie, specie di pubblici amministratori, che la smentita, la puntualizzazione, la noiosa spiegazione del perchè quel reato non possa esistere, nella fattispecie.
E quindi dopo ogni udienza è uno stillicidio di titoli che dicono che sei imputato. E la richiesta del PM. E la richiesta della parte civile. E il rinvio dell'udienza.
Ogni volta sei sbattuto sui giornali come colpevole.
Poi capita, come in questo caso, che sei assolto con formula piena e scagionato da qualsiasi accusa.
E certo la notizia terrà banco per un giorno sulla stampa locale.
Ma il fango schizzato resterà a segnare per sempre un'esistenza.
Martedì, 13 Gennaio 2015 12:35
Con la sentenza n. 340/14 emessa nel ricorso n. 23505/2013 R.G. promosso da un ex autista di bus addetti al trasporto pubblico nei confronti della CTP S.p.A., società di trasporto pubblico extraurbano, difesa in giudizio dall'Avv. Massimo Moretti, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, aderendo alla tesi difensiva della CTP S.p.A., ha rigettato il ricorso, confermando la sentenza della Corte di Appello di Lecce, Sezione distaccata di Taranto n. 193/2013, con la quale era stata riformata la sentenza del Giudice del Lavoro del Tribunale di Taranto che, in prima istanza, aveva invece accolto il ricorso del lavoratore, riconoscendo la sussistenza del danno ex art. 2087 c.c., e condannando la società datrice al risarcimento del danno fisico (ipoacusia) sopportato dall'ex dipendente (autista di bus), considerato conseguente alla mancata adozione delle misure di sicurezza a bordo dei propri bus da parte della CTP S.p.A.
La CTP S.p.A., impugnando la sentenza di primo grado, aveva evidenziato che risultava in atti l'idoneità al funzionamento dei propri bus, annualmente sottoposti alla verifica presso la motorizzazione civile, e quindi in regola con le numerose normative, anche europee, in materia di sicurezza e di rumorosità sia interna che esterna al mezzo, ed inoltre aveva evidenziato, sulla scorta della giurisprudenza della S.C., che il ricorrente aveva indicato genericamente una "omissione" della società datrice rispetto ai propri obblighi in materia di sicurezza sul lavoro, dalla quale generica omissione sarebbe derivata la "eccessiva rumorosità" dei bus, e quindi la malattia del lavoratore, ma non aveva neppure suggerito quali potessero essere questi obblighi che sarebbero risultati omessi, così omettendo una circostanza ritenuta invece necessaria per l'accoglimento di una azione risarcitoria per responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c..
Il principio, già espresso nella sentenza n. 12089 del 17.5.2013, è stato integralmente confermato sia nella sentenza della Corte di Appello, che in quello della S.C., che con il provvedimento in oggetto ha chiuso l'annosa vertenza, riconoscendo in via definitiva le ragioni della società di trasporto e la idoneità dei mezzi della CTP S.p.A. sotto il profilo della sicurezza per i propri dipendenti e per gli utenti e confermando il principio per cui non è sufficiente eccepire l'esistenza di condizioni di pericolosità e disagio sul luogo di lavoro, poichè è invece necessario indicare nel dettaglio le misure di sicurezza che risulterebbbero omesse da parte del datore di lavoro.
Sabato, 03 Gennaio 2015 14:55
Considerato che la continuità del funzionamento produttivo di stabilimenti industriali di interesse strategico costituisce una priorità di carattere nazionale, soprattutto in relazione ai rilevanti profili di protezione dell'ambiente e della salute;
Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, del Ministro dello sviluppo economico, del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e del Ministro dei beni e delle attività culturali, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze;
(Rafforzamento della disciplina dell'amministrazione straordinaria delle imprese di interesse strategico nazionale in crisi)
4. All'articolo 4 del decreto-legge n. 347, il comma 4-quater è sostituito dal seguente: «4-quater. Fermo restando il rispetto dei princìpi di trasparenza e non discriminazione per ogni operazione disciplinata dal presente decreto, in deroga al disposto dell'articolo 62 del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270, e con riferimento alle imprese di cui all'articolo 2, comma 2, secondo periodo, e alle imprese del gruppo, il commissario straordinario individua l'affittuario o l'acquirente, a trattativa privata, tra i soggetti che garantiscono, a seconda dei casi, la continuità nel medio periodo del relativo servizio pubblico essenziale ovvero la continuità produttiva dello stabilimento industriale di interesse strategico nazionale anche con riferimento alla garanzia di adeguati livelli occupazionali, nonché la rapidità dell'intervento e il rispetto dei requisiti previsti dalla legislazione nazionale e dai Trattati sottoscritti dall'Italia. Il canone di affitto o il prezzo di cessione non sono inferiori a quelli di mercato come risultanti da perizia effettuata da primaria istituzione finanziaria con funzione di esperto indipendente, individuata con decreto del Ministro dello sviluppo economico. Si applicano i commi terzo, quinto e sesto dell'articolo 104-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267. L'autorizzazione di cui al quinto comma dell'articolo 104-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, è rilasciata dal Ministro dello sviluppo economico e al comitato dei creditori previsto dal terzo e quinto comma si sostituisce il comitato di sorveglianza. Si applicano i commi dal quarto al nono dell'articolo 105 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267.».
5. All'articolo 4, comma 4-sexies, del decreto-legge n. 347, l'ultimo periodo è sostituito dal seguente: " In caso di affitto o cessione di aziende e rami di aziende ai sensi del presente decreto, le autorizzazioni, certificazioni, licenze, concessioni o altri atti o titoli sono rispettivamente trasferiti all'affittuario o all'acquirente.".
7. All'articolo 6, comma 1, del decreto-legge n. 347 dopo il primo periodo è inserito il seguente: "Non sono in ogni caso soggetti ad azione revocatoria gli atti e i pagamenti compiuti in pendenza del commissariamento straordinario di cui al decreto-legge 4 giugno 2013, n. 61, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2013, n. 89, in attuazione della finalità di cui all'articolo 1, comma 2, del medesimo decreto-legge n. 61 del 2013.».
(Disciplina applicabile ad ILVA S.p.A.)
1. L'ammissione di ILVA S.p.A. alla amministrazione straordinaria di cui al decreto-legge n. 347, determina la cessazione del commissariamento straordinario di cui al decreto-legge 4 giugno 2013, n. 61, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2013, n. 89, di seguito denominato «decreto-legge n. 61». Il commissario straordinario subentra nei poteri attribuiti per i piani e le azioni di bonifica previsti dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 14 marzo 2014, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 105 dell'8 maggio 2014, di seguito «D.P.C.M. 14 marzo 2014».
6. L'osservanza delle prescrizioni del piano di cui al D.P.C.M. 14 marzo 2014, nei termini previsti dai commi 4 e 5 del presente articolo, equivale e produce i medesimi effetti derivanti dal rispetto di idonei modelli di organizzazione dell'ente in relazione alla responsabilità dei soggetti in posizione apicale per fatti di rilievo penale o amministrativo di cui all'articolo 6 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, per gli illeciti strettamente connessi all'attuazione dell'autorizzazione integrata ambientale e delle altre norme a tutela dell'ambiente, della salute e dell'incolumità pubblica, anche non previste dal decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231. Il rispetto delle previsioni di cui al primo periodo del presente comma da parte del commissario straordinario, e dei soggetti da questi funzionalmente delegati che curino la predisposizione e l'attuazione del piano di cui al D.P.C.M. 14 marzo 2014, costituisce adempimento delle migliori regole cautelari in materia di ambiente, salute, sicurezza sul lavoro e incolumità pubblica ed esclude la punibilità delle condotte poste in essere in attuazione del piano.
7. All'articolo 217-bis, comma 1, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "e alle operazioni di finanziamento effettuate ai sensi dell'articolo 22-quater, comma 1, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 116, nonché ai pagamenti ed alle operazioni compiuti, per le finalità di cui alla medesima disposizione, con impiego delle somme provenienti da tali finanziamenti."
11. Al comma 1 dell'articolo 252–bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "L'esclusione cessa di avere effetto nel caso in cui l'impresa è ammessa alla procedura di amministrazione straordinaria di cui al decreto-legge 23 dicembre 2003, n. 347, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 febbraio 2004, n. 39.".
1. Il comma 11-quinquies dell'articolo 1 del decreto-legge n. 61 è sostituito dal seguente: "11-quinquies. Ai fini dell'attuazione e della realizzazione del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria dell'impresa soggetta a commissariamento, il giudice procedente, su richiesta del commissario straordinario, dispone il versamento in una contabilità speciale intestata al commissario straordinario delle somme sottoposte a sequestro penale, nei limiti di quanto costituisce oggetto di sequestro, anche in relazione ai procedimenti penali diversi da quelli per reati ambientali o connessi all'attuazione dell'autorizzazione integrata ambientale, a carico del titolare dell'impresa, ovvero, in caso di impresa esercitata in forma societaria, a carico dei soci di maggioranza o degli enti, ovvero dei rispettivi soci o amministratori, che abbiano esercitato attività di direzione e coordinamento sull'impresa commissariata prima del commissariamento, con il vincolo, quanto al loro utilizzo, all'attuazione degli obblighi connessi alla funzione commissariale esercitata.".
2. Ai fini dell'attuazione delle prescrizioni di cui al D.P.C.M. 14 marzo 2014, il Commissario straordinario, oltre alla o alle contabilità speciali di cui all'articolo 1, comma 11-quinqiues, del decreto legge n. 61, come modificato dal comma 1, si avvale di altre contabilità speciali, aperte presso la tesoreria statale, in cui possono confluire:
le risorse assegnate dal CIPE con propria delibera, previa presentazione di un progetto di lavori, a valere sul Fondo di sviluppo e coesione di cui al decreto legislativo 31 maggio 2011, n. 88, nel limite delle risorse annualmente disponibili;
altre eventuali risorse a qualsiasi titolo destinate o da destinare agli interventi di risanamento ambientale.
(Modifiche all'articolo 12 del decreto legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125)
1. Il comma 2 dell'articolo 12 del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, è sostituito dal seguente: "2. Sono approvate le modalità di costruzione e di gestione delle discariche di cui al comma 1 per rifiuti non pericolosi e pericolosi, presentate in data 19 dicembre 2014 dal sub-commissario di cui all'articolo 1, comma 1, del decreto legge 4 giugno 2013, n. 61, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2013, n. 89. Successive modifiche sono approvate ed autorizzate dall'autorità competente ai sensi e con le procedure di cui al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 e successive modificazioni. Con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, sentiti i comuni interessati, sono definite le misure di compensazione ambientale e le eventuali ulteriori garanzie finanziarie di cui all'articolo 208, comma 11, lettera g), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. La mancata prestazione delle garanzie entro 120 giorni dall'adozione del decreto di cui al periodo precedente comporta la decadenza dall'esercizio dell'attività di cui al presente comma .".
2. Il comma 6 dell'articolo 12 del decreto legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, è sostituito dal seguente: "6. Sono approvate le modalità di gestione e smaltimento dei rifiuti del ciclo produttivo dell'Ilva di Taranto presentate in data 11 dicembre 2014 dal sub-commissario di cui all'articolo 1, comma 1, del decreto legge 4 giugno 2013, n. 61, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2013, n. 89. Successive modifiche sono approvate ed autorizzate dall'autorità competente ai sensi e con le procedure di cui al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 e successive modificazioni. Con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, sono definite eventuali ulteriori garanzie finanziarie di cui all'articolo 208, comma 11, lettera g), del decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152. La mancata prestazione delle garanzie entro 120 giorni dall'adozione del decreto di cui al periodo precedente comporta la decadenza dall'esercizio dell'attività di cui al presente comma.".
(Contratto istituzionale di sviluppo per l'area di Taranto)
1. In considerazione della peculiare situazione dell'area di Taranto, l'attuazione degli interventi che riguardano detta area è disciplinata dallo specifico Contratto Istituzionale di Sviluppo di cui all'articolo 6 del decreto legislativo 31 maggio 2011, n. 88, di seguito denominato "CIS Taranto".
2. Il CIS Taranto è sottoscritto dai soggetti che compongono il Tavolo istituzionale permanente per l'Area di Taranto, istituito e disciplinato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri presso la struttura di missione "Aquila-Taranto-POIN Attrattori" della Presidenza del Consiglio dei Ministri, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Il Tavolo istituzionale ha il compito di coordinare e concertare tutte le azioni in essere nonché definire strategie comuni utili allo sviluppo compatibile e sostenibile del territorio ed è presieduto da un rappresentante della Presidenza del Consiglio dei Ministri ed composto da un rappresentante per ciascuno dei Ministeri dello sviluppo economico, dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, delle infrastrutture e dei trasporti, della difesa, dei beni e delle attività culturali e del turismo, nonché da un rappresentante della Regione Puglia, della Provincia di Taranto, del Comune di Taranto e dei Comuni ricadenti nella predetta area, dell'Autorità Portuale di Taranto, del Commissario straordinario per la bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto e del Commissario straordinario del Porto di Taranto, dell'Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa. Il Tavolo istituzionale assorbe le funzioni di tutti i tavoli tecnici comunque denominati su Taranto istituiti presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e di quelli costituiti presso le amministrazioni centrali, regionali e locali.
(Programma per la bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione dell'area di Taranto)
2. Alla predisposizione ed attuazione del Programma di misure di cui al comma 1 sono destinate, per essere trasferite sulla contabilità speciale intestata al Commissario straordinario, le risorse di cui al decreto-legge 7 agosto 2012, n. 129, convertito dalla legge 4 ottobre 2012, n. 171, di cui alla delibera CIPE 17/03 e delibere ad essa collegate 83/03 e successive modificazioni e 179/06, nonché le risorse allo scopo impegnate dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e ulteriori risorse che con propria delibera il CIPE può destinare nell'ambito della programmazione 2014-2020 del Fondo di sviluppo e coesione, per il prosieguo di interventi di bonifiche e riqualificazione dell'area di Taranto.
(Disposizioni sul commissario straordinario del porto di Taranto)
(Piano nazionale della città e relativi interventi nel comune di Taranto)
5. Il Piano e il progetto di cui ai commi 1 e 3 sono sottoposti al CIPE ai fini dell'approvazione e assegnazione delle risorse finanziarie a valere sul Fondo di sviluppo e coesione di cui al decreto legislativo 31 maggio 2011, n. 88, nel limite delle risorse annualmente disponibili.
Domenica, 09 Novembre 2014 15:56
Lo strano caso del canile comunale che non è del comune
Tra le tante stranezze che ho dovuto affrontare nella mia professione, questa merita menzione.
Il Comune di Taranto, con delibera di Giunta Comunale del lontano 2001, decise di dotarsi di un canile municipale. Non disponendo delle risorse sufficienti, per realizzarlo decise di utilizzare lo strumento dell'appalto di realizzazione e gestione, predisponendo quindi bando di gara per la realizzazione e gestione decennale del canile.
La delibera di G.C. dell'epoca prevedeva che l'aggiudicatario provvedesse alla realizzazione della struttura per conto e in aderenza alle direttive dell'Ente, ed alla sua gestione decennale, e quindi alla restituzione all'Ente della stessa al termine del periodo di gestione.
Il corrispettivo riconosciuto dall'Ente all'aggiudicatario avrebbe compreso il costo di acquisto delle aree, di costruzione e allestimento del canile, nonchè di gestione degli animali in esso custoditi.
Nel 2003 l'appalto veniva aggiudicato ad una società che si obbligava a quanto sopra, e realizzava il "canile municipale", nel quale ha ospitato per dieci anni i cani randagi di competenza del Comune di Taranto, oltre che di altri comuni limitrofi.
Il Comune di Taranto ha versato nell'ambito di questo appalto alla società affidataria i corrispettivi contrattualizzati, per un importo complessivo di più di tre milioni e quattrocentomila euro, oltre IVA.
Alla scadenza del periodo decennale di gestione, però, la società appaltatrice ha comunicato al Comune di Taranto che il "canile municipale" per lei non è in realtà "municipale", ma "suo", e si è rifiutata di restituirlo.
Inoltre ha chiesto l'adeguamento del corrispettivo introducendo una serie di ricorsi presso il TAR Lecce nei quali ha rivendicato ingenti importi a suo dire dovuti per l'attività svolta, riuscendo anche ad ottenere la nomina di un "commissario ad acta" per la quantificazione degli importi stessi.
Ciliegina sulla torta: parte del "canile municipale" (il 50% dell’opera realizzata) è stata venduta ad altra società, alla quale risulta attualmente intestata, nell'ambito di una procedura esecutiva immobiliare in corso presso il Tribunale di Taranto per debiti personali dei soci della società appaltatrice.
Nel frattempo nella città di Taranto l'emergenza randagi si fa sempre più allarmante, e il Comune ha deciso di correre ai ripari, affidandosi ad un avvocato esterno, il sottoscritto, per la disamina complessiva dell'articolata vicenda.
Dalla disamina dei documenti ricevuti, sono subito emerse una serie di stranezze: copie di contratti con clausole che scomparivano e nel tempo si modificavano, ricorsi al TAR in cui si sosteneva prima una tesi, avendo ragione, e poi la tesi opposta, avendo di nuovo ragione. Il tutto in assenza di una difesa puntuale dell'Ente.
Quindi si è proceduto alla predisposizione di idonee difese nei giudizi in corso presso il TAR Lecce, e si è introdotto giudizio ordinario dinanzi al Tribunale civile per la rivendicazione della proprietà del canile.
Il primo atto si è per ora risolto a favore del Comune di Taranto.
Infatti, il 16.10.14 il TAR Puglia sede di Lecce ha depositato la propria sentenza n. 2542/14 con la quale ha rigettato il ricorso proposto dalla società appaltatrice Ecolife s.r.l., con gli Avvocati Andrea Sticchi Damiani e Giuseppe Misserini nei confronti del Comune di Taranto, difeso in giudizio dall'Avv. Massimo Moretti.
Con il ricorso in questione la società ricorrente aveva richiesto il riconoscimento di ingenti somme (pari a circa ottocentomila euro) nei confronti del Comune di Taranto, a titolo di corrispettivi contrattuali che sarebbero maturati a suo favore nell'ambito del rapporto intercorso con il Comune di Taranto per la “realizzazione e gestione” del Canile Municipale nell’ambito di un appalto ad essa aggiudicato nel 2003.
Il Comune di Taranto, nel costituirsi in giudizio, aveva ricostruito la lunga e complessa storia del rapporto, evidenziando, in primo luogo, il proprio diritto alla proprietà del canile, diritto invece negato dalla Ecolife s.r.l., e quindi resistendo energicamente alla richiesta di riconoscimento di ulteriori corrispettivi in favore della società ricorrente, evidenziando che le norme richiamate a sostegno del ricorso non erano in alcun modo applicabili al rapporto, poiché esse si riferiscono alla normativa in materia di appalti di lavori, mentre nella fattispecie si verte in una ipotesi di appalto di servizi, nonché che la stessa Ecolife s.r.l. aveva realizzato una struttura molto sottodimensionata rispetto a quella offerta in gara, con grave inadempimento degli obblighi assunti.
Con la sentenza sopra indicata, il TAR Lecce, dopo una serie di precedenti favorevoli ad Ecolife (come detto, anche con prospettazioni della ricorrente opposte ed incompatibili tra loro), ha finalmente cominciato a fare luce sulla vicenda, accogliendo le circostanziate tesi difensive predisposte dalla difesa del Comune e rigettando la richiesta di riconoscimento del credito avanzata dalla ricorrente, così quindi aprendo la strada alla soluzione della questione.
Soluzione che si presenta però ancora estremamente difficile in quanto, come detto, nelle more del rapporto, parte del Canile Municipale realizzato da Ecolife s.r.l. in base all'appalto del Comune di Taranto, di cui essa era risultata aggiudicataria, è stata venduta ad altra società (San Raphael s.r.l.), nell'ambito di una procedura esecutiva immobiliare.
A proposito di tale procedura immobiliare, il Comune di Taranto ha scoperto che la stessa non riguarda debiti della Ecolife s.r.l., ma debiti personali del socio ed amministratore e del socio di minoranza della stessa Ecolife s.r.l., così che ha dato mandato ai propri legali di fare luce anche su tale circostanza, che rischia di privare l’Ente Pubblico quantomeno di parte della proprietà del Canile Municipale, come detto realizzato da Ecolife s.r.l. in adempimento di quanto stabilito nell’appalto ad essa aggiudicato.
Una vicenda quindi estremamente complessa, che sarebbe opportuno il Comune risolvesse al più presto, rientrando nel possesso del Canile Municipale realizzato da Ecolife s.r.l. e da questa mai restituito al legittimo proprietario.
L'emergenza randagi, infatti, con l'acquisizione della struttura potrebbe essere finalmente fronteggiata disponendo di quelle risorse che ad oggi risultano insufficienti.
Giovedì, 06 Novembre 2014 17:43
Il testo del decreto di trasferimento del GIP di Milano dei beni sequestrati ai Riva
In allegato copia integrale del provvedimento del GIP di Milano.
Gli eredi di Emilio Riva hanno tutti rinunziato all'eredità, così che il Tribunale di Varese ha nominato un curatore dell'eredità giacente.
I beni di Emilio Riva, sebbene oggetto di sequestro, rientrano nella titolarità della curatela quindi.
Teniamo gli occhi bene aperti sull'utilizzo di queste somme.
Domenica, 02 Marzo 2014 16:48
Renzi venga in una scuola dei Tamburi e garantisca il rispetto dei tempi per il risanamento ILVA
Legambiente chiede al neo Presidente del Consiglio dei Ministri Renzi che, in occasione dei suoi settimanali incontri con le scuole italiane, organizzi al più presto una visita in una delle scuole del quartiere Tamburi di Taranto, da tempo soggette ai gravi effetti dell'inquinamento industriale proveniente dal vicino impianto ILVA.
Il 28 febbraio, come è stato ribadito nel seminario tenuto da Legambiente in pari data, è scaduto, ancora una volta inutilmente, il termine per l'approvazione da parte del Ministro dell'Ambiente del piano ambientale redatto dal comitato di esperti nominato con il decreto che ha disposto il Commissariamento Starordinario della società ILVA S.p.A..
Da Legambiente si leva il forte richiamo a tutte le istituzioni, le forze politiche e le associazioni territoriali perchè si richieda con forza ed unitariamente che i tempi previsti nei numerosi decreti "salva ILVA" vengano rispettati.
Parafrasando quello che ha detto Renzi alla convention del PSE di oggi, parlando di Europa e di riforme: lo dobbiamo ai nostri figli.
Quindi, con la consuetà rapidità che contraddistingue la sua azione, che venga a Taranto portando la notizia che i tempi per il risanamento vengono rispettati, e che si sta provvedendo all'approntamento in tempi stretti del "pianoi industriale", magari portando piccone e cazzuola per inaugurare contestualmente i lavori di copertura dei parchi minerali.
Matteo vuoi essere cool and speedy? qui c'è l'occasione che aspettavi
La sentenza integrale della Cassazione che annulla il sequestro di 8 mld del GIP alle società dei Riva
La sentenza che si allega induce ad alcune considerazioni più di carattere politico che giuridico.
La via giudiziaria, pur correttamente impostata e portata avanti, non è mai la più idonea a risolvere problemi complessi come quelli connessi all'impianto industriale ILVA di Taranto.
La complessa questione va risolta in sede politica tenendo conto di tutti gli interessi in campo, ma facendo tra essi necessariamente prevalere quello relativo al diritto alla salute di lavoratori e cittadini.
L'azione portata avanti sino ad oggi dalla maggioranza parlamentare e dal governo non sembra ancora efficace, e la sentenza di Cassazione che si allega aggiunge ulteriori motivi di preoccupazione sul positivo svolgersi e definirsi della vertenza in atto.
Allo stato non sembrano garantiti nè il diritto alla salute ci lavoratori e cittadini nè il rispetto del principio del "chi inquina paga".
Forse è davvero necessario un cambio di passo. Politico, non giudiziario.
Sabato, 11 Gennaio 2014 11:14
la società partecipata: questo essere mitologico
Qui di seguito riporto un articolo pubblicato sul quotidiano giuridico Ipsoa, che riprendendo il contenuto di una recente sentenza dell S.C. fa il punto sulla "fallibilità" delle società partecipate che svolgono pubblici servizi, oltre che sulla responsabilità contabile degli amministratori.
L'argomento continua ad essere estremamente dibattuto e ricco di incognite per gli operatori, costretti a districarsi in un panorama legislativo fratsagliato ed a volte contraddittorio, peraltro più volte soggetto a interventi della Corte Costrituzionale, che ne hanno modificato sostanzialmente la portata, sia sotto il profilo giuridico che sotto quello politico-amministrativo.
Allo stato, duole ricordare, non esiste una disciplina dei servizi pubblici e delle società partecipate che dia responsabilmente agli operatori gli strumenti utili ad una corretta gestione del settore, da considerarsi certamente strategico per l'economia nazionale, oltre che di diretta influenza sulla vita quotidiana dei cittadini.
La sentenza che si riporta conclude con l'affermazione della necessità che una società partecipata da enti pubblici che svolge un servizio pubblico possa essere dichiarata fallita. Emerge quindi la natura "privatistica" della società, a dispetto di una serie di norme quali quelle che inducono invece a ritenere la natura di tali soggetti sempre più assimilabile al settore pubblicistico.
La strada verso un chiarimento definitivo è quindi ancora lunga.
Nel frattempo gli operatori si attrezzino.
Società a partecipazione pubblica: possibile dichiararne il fallimento?
La scelta del legislatore di consentire l'esercizio di determinate attività a società di capitali - e dunque di perseguire l'interesse pubblico attraverso lo strumento privatistico - comporta anche che queste assumano i rischi connessi alla loro insolvenza, pena la violazione principi di uguaglianza e di affidamento dei soggetti che con esse entrano in rapporto ed ai quali deve essere consentito di avvalersi di tutti gli strumenti di tutela posti a disposizione dall'ordinamento, ed attesa la necessità del rispetto delle regole della concorrenza, che impone parità di trattamento tra quanti operano all'interno di uno stesso mercato con le stesse forme e con le stesse modalità.
Il fenomeno delle società a partecipazione pubblica non è certo nuovo nel nostro ordinamento: il codice civile del 1942 già dettava, agli arti. 2458, 2459 e 2460 c.c., le disposizioni applicabili, in tema di nomina e revoca degli amministratori e dei sindaci, alle "società con partecipazione dello Stato o di altri enti pubb/icr (ed a quelle il cui atto costitutivo prevedesse, pur in mancanza di una partecipazione azionaria, che la nomina di uno o più amministratori e sindaci spettasse alla PA) ma, per lungo tempo, non si è dubitato che si trattasse di società di diritto comune, interamente soggette alla disciplina civilistica ( e perciò anche alla legge fallimentare), distinte dagli enti pubblici (economici) aventi ad oggetto esclusivo o principale un'attività di impresa (art. 2201 c.c.), ma non fallibili ai sensi degli arti. 2221 c.c. ed 1 comma 10 I. fall. .
A partire quantomeno dall'ultimo decennio del secolo scorso, il contesto politicoeconomico di riferimento ha però subito un innegabile mutamento: il progressivo assottigliarsi della linea di confine fra l'agire pubblico e l'agire privato, l'abbandono di una concezione autoritativa della P.A. in favore di una sua concezione funzionale, nella quale i poteri di cui essa è dotata sono intesi come meramente strumentali alla tutela dell'interesse pubblico, il convincimento diffuso che tale interesse possa essere maggiormente garantito attraverso il ricorso ad istituti di diritto comune, indubbiamente più snelli di quelli usualmente a disposizione dell'apparato burocratico, la fiducia nelle capacità del "mercato" di stimolare la competitività, e quindi di regolamentare al meglio anche attività di contenuto economico tipicamente riservate alla pubblica amministrazione, hanno dato luogo alla sempre più diffusa costituzione (al vero e proprio proliferare) di società c.d. pubbliche, a partecipazione integralmente pubblica o mista, pubblica-privata, o sottoposte ad una particolare influenza da parte di enti pubblici, aventi ad oggetto la gestione non solo di beni proprietà pubblica, ma di servizi di interesse pubblico, in precedenza erogati dallo Stato o dagli enti territoriali attraverso aziende municipalizzate.
Non è invece mutato il quadro normativo generale: il legislatore ha ribadito la scelta favorevole alla riconducibilità delle società pubbliche fra quelle di diritto comune sia con il d. Igs. n. 3/03, di riforma del diritto societario, che ha sostituito agli arti. 2458/60 gli arti. 2449 e 2450 c.c. (quest'ultimo, fra l'altro - relativo all'attribuzione allo Stato o ad altri enti pubblici privi di partecipazione azionaria della facoltà di nomina di amministratori e sindaci - abrogato, a seguito dell'awio di una procedura d'infrazione da parte della Commissione europea, dall'art. 3 comma 1 del d.l. n. 10/07, convertito nella I. n. 46/07), sia col d.lgs. n. 5/06 di riforma del diritto fallimentare, che non ha modificato l'art. 1 comma 1° del R.D. n. 267/42.
E, come sottolineato da autorevole dottrina, neppure le innumerevoli disposizioni normative speciali che, nel corso degli anni, sono state emanate in tema di società pubbliche, costituiscono un corpus unitario, sufficiente a regolamentame attività e funzionamento ed a modificame la natura di soggetti di diritto privato, cosi da sottrarle espressamente alla disciplina civilistica.
La sempre più stretta commistione fra la sfera pubblica e quella privata ha, nel contempo, condotto all'emanazione di numerose leggi speciali applicabili ad enti, società pubbliche e società formalmente private, accomunati dall'agire in settori di pubblico interesse: in questa sede, a mero titolo esemplificativo, si possono citare l'art. 3, comma 26, del d. Igs. n. 163/06 (codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e fomiture), che definisce organismo pubblico, cui è imposto il rispetto delle norme dettate per gli appalti pubblici, qualsiasi organismo, anche in forma societaria, istituito per soddisfare specificamente esigenze di interesse generale, aventi carattere non industriale o commerciale e dotato di personalità giuridica, la cui attività sia finanziata in modo maggioritario dallo Stato, dagli enti pubblici territoriali o da altri organismi di diritto pubblico oppure la cui gestione sia soggetta al controllo di questi ultimi oppure il cui organo di amministrazione, di direzione o di vigilanza sia costituito da membri dei quali più della metà è designata dallo Stato, dagli enti pubblici territoriali o da altri organismi di diritto pubblico" e l'art. 22 della I. n. 241/90, come modificato dall'art. 15 della I. n. 15105, che prevede il diritto degli interessati di prendere visione ed estrarre copia dei documenti detenuti da una pubblica amministrazione e concernenti attività di pubblico interesse e che, alla lettera e), ricomprende nella nozione di pubblica amministrazione "tutti i soggetti di diritto pubblico ed i soggetti di diritto privato limitatamente alla loro attività di pubblico interesse disciplinata dal diritto nazionale o comunitario".
Tuttavia, è proprio dall'esistenza di specifiche normative di settore che, negli ambiti da esse delimitati, attraggono nella sfera del diritto pubblico anche soggetti di diritto privato, che può ricavarsi a contrario, che, ad ogni altro effetto, tali soggetti continuano a soggiacere alla disciplina privatistica.
In altre occasioni è stata la giurisprudenza a ritenere applicabili alle società pubbliche o, comunque, attive in settori di pubblico interesse, determinate discipline pubblicistiche: Cass. S.U. n. 9096/05 ha affermato che la qualificazione di un ente come società di capitali non è di per sé sufficiente ad escluderne la natura di istituzione pubblica e quindi ad impedire l'iscrizione nell'apposito albo speciale dell'avvocato operante presso il suo ufficio legale; Cass. S.U. n. 4511/06 ( seguita da altre pronunce conformi) ha riconosciuto la giurisdizione della Corte dei conti in relazione a fattispecie di danno erariale cagionato da società beneficiarie dell'erogazione di fondi pubblici, attraverso i quali erano state chiamate a partecipare alla realizzazione di un programma imposto dalla P.A.; Cass. S.U. n. 26806/09 ha ritenuto che l'azione di risarcimento dei danni subiti da una società a partecipazione pubblica per effetto di condotte illecite degli amministratori spetta alla giurisdizione della Corte dei conti ogni qualvolta trovi fondamento nel comportamento di chi, quale rappresentante dell'ente partecipante o comunque titolare del potere di decidere per esso, abbia colpevolmente trascurato di esercitare i propri diritti di socio, in tal modo pregiudicando il valore della partecipazione, ovvero in comportamenti degli amministratori o dei sindaci tali da compromettere la ragione stessa della partecipazione sociale dell'ente pubblico, strumentale al perseguimento di finalità pubbliche ed implicante l'utilizzo di risorse pubbliche, o da arrecare pregiudizio al suo patrimonio (con la precisazione che, in quest'ultimo caso, l'azione erariale concorre con l'azione civile di responsabilità).
Le sentenze citate, nel prevedere l'applicabilità a società di capitali di norme pubblicistiche solo a specifici fini, non si pongono però in contrasto con il principio giurisprudenziale costantemente enunciato, a partire da Cass. n. 58179 (proprio in una fattispecie in cui si discuteva della fallibilità di una s.p.a. concessionaria dello stato e partecipata da enti pubblici), secondo cui una società non muta la sua natura di soggetto privato solo perché un ente pubblico ne possiede, in tutto o in parte, il capitale; le numerose pronunce che ribadiscono tale principio (per tutte, Casso S.U. n. 7799/05) trovano fondamento nell'incontestabile rilievo che il rapporto tra società ed ente pubblico é di assoluta autonomia, posto che l'ente può incidere sul funzionamento e sull'attività della società non già attraverso l'esercizio di poteri autoritativi o discrezionali, ma solo avvalendosi degli strumenti previsti dal diritto societario, da esercitare a mezzo dei componenti degli organi sociali di sua nomina.
In materia fallimentare, proprio in questa logica, ancor di recente la Suprema corte ha avuto occasione di affermare che una società per azioni il cui statuto non evidenzi poteri speciali di influenza ed ingerenza dell'azionista pubblico, ulteriori rispetto a quelli previsti dal diritto societario, ed il cui oggetto sociale non contempli attività di interesse pubblico da esercitarsi in forma prevalente, comprendendo, invece, attività di impresa pacificamente esercitabili da società di diritto privato, non perde la sua qualità di soggetto privato - e, quindi, ove ne sussistano i presupposti, di imprenditore commerciale fallibile - per il fatto che essa, partecipata da un comune, svolga anche funzioni amministrative e fiscali di competenza di quest'ultimo (Cass. n. 21991/012).
Nel contesto frammentario e multiforme di cui si è cercato sommariamente di dar conto si è tuttavia fatta strada la tesi, di recente avanzata anche nella giurisprudenza di merito, che vi sono società partecipate aventi sostanziale natura giuridica pubblica, desumibile in via interpretativa da taluni indici (in linea di massima, e di volta in volta, rawisati in limitazioni statutarie all'autonomia degli organi societari, nell'esclusiva titolarità pubblica del capitale, nell'ingerenza nella nomina degli amministratori da parte di organi promananti dallo stato, nell'erogazione di risorse pubbliche per il raggiungimento dello scopo), le quali vanno equiparate ad ogni effetto (e dunque anche ai fini della loro esenzione dal fallimento) agli enti pubblici.
Va subito detto che la tesi mal si concilia con la perdurante vigenza del principio generale stabilito dall'art. 4 della I. n. 70/75, che, nel prevedere che nessun nuovo ente pubblico può essere istituito o riconosciuto se non per legge, evidentemente richiede che la qualità di ente pubblico, se non attribuita da una espressa disposizione di legge, debba quantomeno potersi desumere da un quadro normativo di riferimento chiaro ed inequivoco.
Essa, peraltro, non può essere condivisa alla luce di un'analisi del fenomeno societario nelle diverse fasi che lo caratterizzano. Va in primo luogo escluso che peculiarità, tali da giustificare l'equiparazione ad un ente pubblico di società a partecipazione pubblica, si rinvengano sul piano del soggetto, ossia dell'ente giuridico "società", e del modo in cui sono disciplinati la sua organizzazione ed il suo funzionamento, e i rapporti esistenti, al suo interno, fra i diversi organi che vi operano.
E ciò vale anche nel caso in cui norme legislative o statutarie pongano limiti alla autonomia degli organi deliberativi. posto che la volontà negoziale della società pubblica, pur se determinata da atti propedeutici dell'amministrazione, si forma e si manifesta secondo le regole del diritto privato. Ad analoga conclusione deve giungersi avuto riguardo al piano dell'attività, cioè dei rapporti che la società, in quanto soggetto riconosciuto dall'ordinamento come dotato di una propria capacità giuridica e di agire, instaura con i terzi.
Eventuali norme speciali che siano volte a regolare la costituzione della società, la partecipazione pubblica al suo capitale e la designazione dei suoi organi, non incidono, infatti, sul modo in cui essa opera nel mercato nè possono comportare il venir meno delle ragioni di tutela dell'affidamento dei terzi contraenti contemplate dalla disciplina privatistica .
Il discorso è indubbiamente più delicato quando si passa ad esaminare il piano della funzione, ossia dello scopo per il cui perseguimento la società è costituita ed agisce, non potendosi tacere che nell'operare di talune società pubbliche, in specie di quelle affidatarie di pubblici servizi, non è sempre dato ravvisare quell'attività economica a scopo di lucro che l'art. 2247 c.c. tuttora indica come elemento caratteristico di ogni società di capitali.
Ma, non potendosi al contempo disconoscere che il modello societario è andato negli anni assumendo connotati sempre più elastici, sostanzialmente svincolandosi dalla tradizionale alternativa fra causa di lucro e causa mutualistica, sino a divenire un contenitore adattabile a diverse finalità (si pensi, ad es., alle società sportive di cui alla I. n 91/81 " l'eventuale divergenza causale rispetto allo scopo lucrativo non appare sufficiente ad escludere che, laddove sia stato adottato il modello societario, la natura giuridica e le regole di organizzazione della partecipata restino quelle proprie di una società di capitali disciplinata in via generale dal codice civile.
Alla stregua delle considerazioni sin qui svolte, si può, in definitiva, concordare con l'assunto della ricorrente, secondo cui non è possibile enucleare, in via descrittiva, uno statuto unitario delle società in mano pubblica, le quali (come può accadere anche a società a capitale interamente privato) sono assoggettate alle normative pubblicistiche nei settori di attività in cui assume rilievo la natura pubblica dell'interesse perseguito, da realizzare attraverso disponibilità finanziarie pubbliche, senza che per questo possa predicarsene l'appartenenza ad un tertium genus, qualificabile come società- ente, sottratto in toto al diritto comune.
Ciò che non può condividersi è invece il corollario che da tale premessa Asidev Ecologica intende trarre, che si sostanzia nell'affermazione che la verifica dell'applicabilità alle società in mano pubblica di discipline di settore pubblico o privato, in difetto di specifiche disposizioni normative, va compiuta di volta in volta, a seconda della materia di riferimento ed in vista degli interessi tutelati dal legislatore.
In tale ottica, per venire al tema che in questa sede interessa, secondo la ricorrente non potrebbero essere dichiarate fallite le società partecipate (fra le quali essa si annovera) aventi carattere necessario per l'ente territoriale, ovvero quelle che svolgono un servizio pubblico essenziale, la cui esecuzione continuativa e regolare verrebbe ad essere pregiudicata dalla dichiarazione di fallimento.
La prima, facile, obiezione che può muoversi a tale assunto è che ciò che rileva nel nostro ordinamento ai fini dell'applicazione dello statuto dell'imprenditore commerciale non è il tipo dell'attività esercitata, ma la natura del soggetto: se così non fosse, seguendo fino in fondo la tesi, si dovrebbe giungere alla conclusione che anche le società a capitale interamente privato cui sia affidata in concessione la gestione di un servizio pubblico ritenuto essenziale sarebbero esentate dal fallimento.
Neppure è persuasivo l'argomento che, dalla necessità del servizio pubblico gestito, vorrebbe far derivare la necessità del soggetto privato che lo eroga, con conseguente sua esenzione dal fallimento.
Va intanto ricordato che il d.l. n. 134/08, convertito dalla I. n. 166/08, detta norme specifiche in materia di ristrutturazione industriale di grandi imprese in crisi che operano nel settore dei servizi pubblici essenziali, proprio al fine di assicurare che questi non subiscano interruzioni, ma non esclude che tali imprese siano sottoposte alla procedura di amministrazione straordinaria.
Risulterebbe pertanto privo di coerenza un sistema che, per contro, esonera dalla procedura concorsuale ordinaria i gestori di servizi pubblici essenziali che non raggiungono le soglie dimensionali necessarie per accedere a quella di amministrazione straordinaria.
Venendo, più specificamente al tema delle società partecipate da enti locali, la complessa disciplina ricavabile dagli art!. 112/118 del d. Igs. n. 267/08 (T.U.E.L.) e dalle successive leggi di modifica e/o di integrazione mantiene fermo il principio della separatezza fra titolarità degli impianti, delle reti e delle altre dotazioni destinati all'esercizio dei servizi pubblici (che devono restare di proprietà degli enti, salvo che questi non li conferiscano a società a capitale interamente pubblico e incedibile) e attività di erogazione dei servizi, che può essere affidata anche a soggetti privati (art. 4 comma 28 I. 138/011).
Il fallimento della partecipata, ancorché, in ipotesi, costituta all'unico scopo di gestire un determinato servizio pubblico, non preclude dunque all'ente locale, rimasto proprietario dei beni necessari all'esercizio di quel servizio, di affidarne la gestione ad un nuovo soggetto. Infine, il pericolo derivante dal rischio di interruzione del servizio, per il tempo necessario all'ente locale ad affidarlo ad un nuovo gestore, può essere evitato attraverso il ricorso all'istituto dell'esercizio provvisorio, previsto dall'art. 1041. fall.,
Va condivisa sul punto la tesi, avanzata in dottrina e seguita anche dalla giurisprudenza di merito, secondo cui nel valutare la ricorrenza di un danno grave, in presenza del quale autorizzare l'esercizio provvisorio, il tribunale può tenere conto non solo dell'interesse del ceto creditorio, ma anche della generalità dei terzi, fra i quali ben possono essere annoverati i cittadini che usufruiscono del servizio erogato dall'impresa fallita.
Né si comprende sotto quale profilo l'autorizzazione alla continuazione temporanea dell'esercizio dovrebbe comportare una inammissibile sostituzione dell'autorità giudiziaria ordinaria all'autorità amministrativa, che aveva in precedenza scelto il soggetto cui affidare la gestione e che continuerebbe ad intrattenere con questo, per la durata dell'esercizio, i medesimi rapporti che vi intratteneva prima della dichiarazione di fallimento.
Deve dunque concludersi, secondo quanto è stato correttamente rilevato in dottrina, che la scelta del legislatore di consentire l'esercizio di determinate attività a società di capitali - e dunque di perseguire l'interesse pubblico attraverso lo strumento privatistico - comporta anche che queste assumano i rischi connessi alla loro insolvenza, pena la violazione principi di uguaglianza e di affidamento dei soggetti che con esse entrano in rapporto ed ai quali deve essere consentito di avvalersi di tutti gli strumenti di tutela posti a disposizione dall'ordinamento, ed attesa la necessità del rispetto delle regole della concorrenza, che impone parità di trattamento tra quanti operano all'interno di uno stesso mercato con le stesse forme e con le stesse modalità.
(Sentenza Cassazione civile 27/09/2013, n. 22209)
Venerdì, 27 Dicembre 2013 18:41
Io non inquino, ma se inquino è colpa vostra
Questa è una storia che solo nella Taranto dell'era Riva avrebbe potuto verificarsi.
Il colosso industriale ILVA, citato in giudizio, unitamente al proprio legale rappresentante Emilio Riva ed al Direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, per varie azioni risarcitorie connesse all'inquinamento da esso provocato, si difende addossando al Comune ed alla Provincia di Taranto la responsabilità dell'inquinamento sul quartiere Tamburi, assumendo che questi non avessero completato l'opera di realizzazzione dell cd. "collinette ecologiche" a separazione tra lo stabilimento e l'abitato.
Insomma, se il quartiere Tamburi è ricoperto di polveri provenienti dallo stabilimento ILVA, la colpa non sarebbe di ILVA che le emette, ma del Comune di Taranto e della Provincia di Taranto che, a dire dei convenuti, non avrebbero fatto quanto si erano "impegnati a realizzare" con gli ormai famigerati quattro "atti di intesa" sottoscritti tra il 2003 e il 2006.
Questa la singolare (e a dir poco provocatoria) tesi che il Tribunale di Taranto si è trovato ad affrontare nell'ambito di alcuni giudizi risarcitori azionati da abitanti del queartiere Tamburi.
Il primo di questi giudizi a concludersi è stato quello promosso da una cittadina reclamante il risarcimento di danni fisici, in cui il G.U. del Tribunale Civile di Taranto dr. Genoviva ha emesso la sentenza n. 2818/13.
Il Comune di Taranto è divenuto parte del giudizio in quanto, come detto, uno dei convenuti, in questo caso solo l’ex direttore dello stabilimento ILVA di Taranto Ing. Luigi Capogrosso, nel costituirsi in giudizio, difeso dagli avvocati Francesco Perli ed Enrico Claudio Schiavone (difensori anche dell’ILVA S.p.A. nel giudizio in questione, nonché di Riva Emilio, negli altri giudizi simili tuttora pendenti dinanzi al medesimo Tribunale), ha chiesto ed ottenuto di poter citare "in garanzia" il Comune di Taranto e la Provincia di Taranto, sostenendo che la mancata realizzazione delle “collinette ecologiche” a ridosso dei parchi minerari costituirebbe concausa dell’inquinamento da polveri subito dal quartiere Tamburi e dai suoi abitanti.
La tesi del convenuto era che la realizzazione delle citate “collinette ecologiche” fosse un impegno assunto dal Comune e dalla Provincia di Taranto nell’ambito degli atti di intesa sottoscritti negli anni compresi tra il 2003 e il 2006, ed ha quindi chiesto al Tribunale Civile di Taranto che, in caso di propria condanna al risarcimento dei danni subiti dalla attrice, esso fosse manlevato e garantito proprio dal Comune di Taranto e dalla Provincia di Taranto, a causa della mancata realizzazione delle “collinette ecologiche”.
Il Comune di Taranto si è costituito in giudizio difeso dagli avvocati Massimo Moretti e Giuseppe Dimito, contestando integralmente la domanda di garanzia, ed evidenziandone la pretestuosità oltre che la infondatezza sia in fatto che in diritto
La difesa dell'Ente ha evidenziato, in primo luogo, la natura non contrattuale dei citati "atti di intesa" e la conseguente impossibilità di azioni tese al rispetto delle obbligazioni in essi assunte. Ha quindi evidenziato che, ad ogni buon conto, il Comune di Taranto in quegli atti d'intesa non avesse affatto assunto alcun impegno di realizzazione delle citate collinette ecoligiche, e che la mancata realizzazione non fosse dipesa da propria volontà ma dalla volontà di altri enti e soggetti giuridici, tra l'altro in esito ad approfondimenti sulla efficacia di tali opere che, a parere di numerosi tecnici, rischiavano di essere inefficaci.La difesa del Comune di Taranto aveva infine sottolineato, unicamente per scrupolo difensivo, ma anche per dare un'idea della pretestuosità e provocatorietà della domanda, che con riferimento ai famigerati "atti d'intesa" è stata proprio ILVA e rendersi del tutto inadempimnte, come dimostra la circostanza, dettagliatamente documentata, che molte delle opere che ILVA si era impegnata e realizzare nei predetti atti di intesa, ancora oggi, a circa dieci anni dalla loro sottoscrizione, non risultano realizzate, tanto da essere state inserite nelle prescrizioni dell'ultimo provvedimento di A.I.A..
Si pensi, a solo titolo di esempio, alle, anch'esse famigerate, "barriere frangivento", solo da qualche settimana, e solo parzialmente, realizzate.
La sentenza del Tribunale di Taranto, pur rigettando la domanda principale, ha comunque deciso sulla “soccombenza virtuale” riferita alla domanda di garanzia, come richiesto dalla difesa del Comune di Taranto, e pertanto si può affermare che il Tribunale di Taranto ha accolto in pieno le tesi difensive “energicamente” avanzate dal Civico Ente (testuale nella sentenza) ed anche dalla Provincia di Taranto, difesa dall'avv. Cesare Semeraro.
Il Giudicante ha infatti ritenuto che la domanda di garanzia fosse infondata e che il richiamo agli atti di intesa quali fonti di obbligazioni per gli Enti Pubblici sottoscrittori, fosse del tutto pretestuoso ed inammissibile, sia sotto il profilo della valenza giuridica degli atti di intesa, sia sotto il profilo del loro contenuto (non riscontrandosi alcuna obbligazione del Comune di Taranto a realizzare le opere in questione) ma anche ritenendo, alla luce delle attuali conoscenze in materia ed applicando il semplice “buon senso”, che la realizzazione delle invocate “collinette ecologiche” ben poco avrebbe potuto, anche solo per mitigare l’impatto inquinante delle emissioni provenienti dai parchi minerari dello stabilimento ILVA.
Giova rilevare, sul punto, che è attualmente prevista nell’ambito dell’A.I.A., e dei successivi provvedimenti legislativi, la integrale copertura dei parchi minerari, da effettuarsi, come è da ritenersi corretto, a spese dell’ILVA S.p.A., e non con fondi della collettività, quali quelli che avrebbero dovuto utilizzarsi per la costosa opera pubblica, sulla cui efficacia, come detto, più di qualche perplessità era in passato stata sollevata da numerosi esperti.
Insomma, in attesa dell'eventuale appello, per il momento giustizia sembra fatta.
Da sottolineare, infine, che il Comune di Taranto ha anche ottenuto la condanna del chiamante in giudizio alla rifusione delle spese di lite, sebbene il giudice non abbia ritenuto sussistenti i requisiti per la condanna, pure richiesta dalEnte, di condanna del chiamante in garanzia al risarcimento del danno da "lite temeraria".
Martedì, 03 Dicembre 2013 16:34
il testo integrale del terzo decreto "salva ILVA" appena pubblicato
ALTRE DISPOSIZIONI URGENTI PER LA TUTELA DELL’AMBIENTE, DEL LAVORO E PER L’ESERCIZIO DI IMPRESE DI INTERESSE STRATEGICO NAZIONALE
(Modificazioni all’articolo 1 del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 61, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2013, n. 89).
a) al comma 7, il primo periodo è sostituito dai seguenti: «Il piano di cui al comma 5 è approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, entro quindici giorni dalla proposta e comunque entro il 28 febbraio 2014. Il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al fine della formulazione della proposta di cui al periodo che precede, acquisisce, sulla proposta del comitato di esperti di cui al comma 5, ultimo periodo, il parere del Commissario straordinario e quello della Regione competente, che sono resi entro sette giorni dalla richiesta, decorsi i quali la proposta del Ministro può essere formulata anche senza i pareri richiesti. La proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare è formulata entro quindici giorni dalla richiesta dei pareri e comunque non oltre quarantacinque giorni dal ricevimento della proposta del comitato di esperti di cui al comma 5 ultimo periodo. Il piano di cui al comma 6 è approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico, formulata entro quindici giorni dalla presentazione del piano.»;
b) al comma 7, è aggiunto infine il seguente periodo: «Fatta salva l’applicazione dell’articolo 12 del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, il decreto di approvazione del piano di cui al comma 5 conclude i procedimenti di riesame previsti dall’autorizzazione integrata ambientale, costituisce integrazione alla medesima autorizzazione integrata ambientale, e i suoi contenuti possono essere modificati con i procedimenti di cui agli articoli 29-octies e 29-nonies del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni.»;
c) al comma 8, le parole: «Fino all’approvazione del piano industriale di cui al comma 6» sono sostituite dalle seguenti: «Fino all’adozione del decreto di approvazione del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria di cui al comma 7»;
d) al comma 8 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «La progressiva adozione delle misure, prevista dal periodo precedente, si interpreta nel senso che la stessa è rispettata qualora sussistano tutte le seguenti condizioni: a) la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento, per la parte riconducibile alle sue emissioni, valutata sulla base dei parametri misurati dalle apposite centraline di monitoraggio gestite dall’A.R.P.A. risulti conforme alle prescrizioni delle vigenti disposizioni europee e nazionali in materia, e comunque non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale; b) alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70 per cento del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni. Il Commissario, entro trenta giorni dall’approvazione del piano di cui al comma 5, trasmette all’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale una relazione che indica analiticamente i suddetti interventi.»;
e) al comma 9, sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: « In applicazione del generale principio di semplificazione procedimentale, al fine dell’acquisizione delle autorizzazioni, intese concerti, pareri, nulla osta e assensi comunque denominati degli enti locali, regionali, dei ministeri competenti, e di tutti gli altri enti comunque coinvolti, necessari per realizzare le opere e i lavori previsti dall’autorizzazione integrata ambientale, dal piano delle misure di risanamento ambientale e sanitario, e dal piano industriale di conformazione delle attività produttive, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, su proposta del commissario straordinario, convoca una conferenza dei servizi ai sensi degli articoli 14 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n. 241, che si deve pronunciare entro il termine di sessanta giorni dalla convocazione. La conferenza di servizi si esprime dopo avere acquisito, se dovuto, il parere della commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, che si esprime sulla valutazione di impatto ambientale del progetto entro novanta giorni dalla sua presentazione, o sulla verifica di assoggettabilità alla procedura medesima entro quarantacinque giorni. I predetti termini sono comprensivi dei quindici giorni garantiti al pubblico interessato al fine di esprimere osservazioni sugli elaborati progettuali messi a disposizione. Nei casi di attivazione delle procedure di VIA il termine di conclusione della conferenza di servizi è sospeso per un massimo di novanta giorni. Decorso tale termine i pareri non espressi si intendono resi in senso favorevole. Solo nel caso di motivata richiesta di approfondimento tecnico, tale termine può essere prorogato una sola volta fino ad un massimo di trenta giorni. La determinazione conclusiva della conferenza di servizi è adottata con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e costituisce variante ai piani territoriali ed urbanistici, per la quale non è necessaria la valutazione ambientale strategica. Nel caso di motivato dissenso delle autorità preposte alla tutela ambientale, culturale o paesaggistica, sulla proposta si pronuncia il Consiglio dei Ministri, previa intesa con la Regione o Provincia autonoma interessata, entro i venti giorni successivi all’intesa. L’intesa si intende comunque acquisita decorsi trenta giorni dalla relativa richiesta. Le cubature degli edifici di copertura di materie prime, sottoprodotti, rifiuti e impianti, previsti dall’autorizzazione integrata ambientale o da altre prescrizioni ambientali, sono considerate “volumi tecnici”»;
f) dopo il comma 9, è aggiunto il seguente: «9-bis. Durante la gestione commissariale, qualora vengano rispettate le prescrizioni dei piani di cui ai commi 5 e 6, nonché le previsioni di cui al comma 8, non si applicano, per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale, le sanzioni previste dall’articolo 1, comma 3, del decreto-legge 3 dicembre 2012, n. 207, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 dicembre 2012, n. 231. Dette sanzioni, ove riferite a atti o comportamenti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, si irrogano alle persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti, e non possono essere poste a carico dell’impresa commissariata per tutta la durata del commissariamento.»;
«11-bis. Dopo l’approvazione del piano industriale, in relazione agli investimenti ivi previsti per l’attuazione dell’autorizzazione integrata ambientale e per l’adozione delle altre misure previste nel piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza è diffidato dal commissario straordinario a mettere a disposizione le somme necessarie, nel termine di quindici giorni dal ricevimento della diffida, mediante trasferimento su un conto intestato all’azienda commissariata. Le somme messe a disposizione dal titolare dell’impresa o dal socio di maggioranza, sono scomputate in sede di confisca delle somme sequestrate, anche ai sensi del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’autorizzazione integrata ambientale. Ove il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza non metta a disposizione del commissario straordinario, in tutto o in parte, le somme necessarie, al commissario straordinario sono trasferite, su sua richiesta, le somme sottoposte a sequestro penale in relazione a procedimenti penali a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, diversi da quelli per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’autorizzazione di impatto ambientale. In caso di proscioglimento del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza da tali reati, le somme impiegate per l’attuazione dell’ autorizzazione di impatto ambientale e delle altre misure previste nel piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, non sono comunque ripetibili. In caso di condanna del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza per detti reati, resta fermo l’eventuale credito dello Stato nella misura accertata dalla sentenza di condanna. Alla data della cessazione del commissariamento, sulle somme trasferite al commissario straordinario che derivano da sequestri penali, ove non ancora spese o impegnate dal commissario medesimo, rivive il vincolo di sequestro penale.».
Relazione illustrativa all’articolo 7
L’articolo in commento reca modifiche all’art. 1, d.l. n. 61/2013, resesi necessarie per esigenze emerse a seguito dell’applicazione pratica del citato art. 1 in relazione al commissariamento dell’ILVA.
La lettera a) ridisegna il procedimento di approvazione del piano ambientale, individuando meglio l’iter istruttorio e i tempi delle diverse fasi procedimentali e attribuendo la competenza ad approvare il piano ambientale, nonché il conseguente piano industriale di conformazione delle attività produttive, a decreti del presidente del consiglio dei Ministri su proposta, rispettivamente, del Ministro dell’ambiente e del Ministro dello sviluppo economico, avuto riguardo ai molteplici interessi, non solo strettamente ambientali e industriali toccati da tali piani. Per garantire che il periodo di “progressiva attuazione” suddetto abbia una durata certa e limitata, si prevede inoltre che l’approvazione del piano ambientale avvenga comunque entro il 28 febbraio 2014.
La lettera b) chiarisce la portata del piano ambientale rispetto alle autorizzazioni integrate ambientali su cui va ad incidere, e attua il necessario coordinamento tra i due strumenti.
La lettera c) novella l’art. 1, comma 8, d.l. n. 61/2013 eliminando una incongruenza della previsione attuale; infatti il dovere di progressiva attuazione dell’a.i.a. vale fino all’approvazione del piano ambientale e non, come ora è previsto, fino all’approvazione del piano industriale. Invero, il piano ambientale precede quello industriale, sicché una volta che c’è il piano ambientale, ma non ancora quello industriale, devono essere osservati i termini previsti dal piano ambientale e non quelli dell’a.i.a. originaria.
La lettera d) reca una interpretazione autentica dell’art. 1, comma 8, d.l. n. 61/2013, che impone al commissario straordinario di assicurare la progressiva attuazione dell’a.i.a. nelle more dell’approvazione del piano industriale.
Secondo l’intento del legislatore, reso evidente da una interpretazione sistematica, la “progressiva attuazione” non implica necessariamente il rispetto puntuale dei termini dell’a.i.a., in quanto il presupposto del commissariamento è stato il mancato rispetto dell’a.i.a., e pertanto il commissario straordinario che subentra si trova nella oggettiva impossibilità di rispettare i termini originari; a tal fine è prevista l’adozione di un piano ambientale che rimodula i termini originari. Nell’applicazione pratica della disposizione sono tuttavia insorte incertezze interpretative, e si è fatta strada anche l’interpretazione secondo cui “progressiva attuazione” significherebbe rispetto puntuale dei termini dell’a.i.a. da parte del commissario straordinario.
La disposizione di interpretazione autentica àncora a parametri quantitativi certi la nozione di “progressiva attuazione”, che si ritiene ex lege sussistente qualora la la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento, per la parte riconducibile alle sue emissioni, valutata sulla base dei parametri misurati dalle apposite centraline di monitoraggio gestite dall’Arpa, sia conforme alle prescrizioni delle vigenti disposizioni normative e comunque non sia peggiorata dalla data di inizio della gestione commissariale, ed inoltre risultino avviati gli interventi necessari ad ottemperare almeno il 70% del numero complessivo delle prescrizioni delle a.i.a.
La lettera e) mira a risolvere il problema pratico che si determina quando l’a.i.a. impone, con le sue prescrizioni, la realizzazione di lavori o opere che a loro volta richiedono le più svariate autorizzazioni, permessi, nulla osta (permesso di costruire, dia, scia, nulla osta paesaggistico, etc.).
In tal caso il successo dell’a.i.a. rischia di essere vanificato a causa del groviglio di procedimenti amministrativi necessari a valle dell’a.i.a., che richiedono i tempi più disparati.
Il rimedio ipotizzato è una conferenza di servizi a valle dell’a.i.a., gestita a livello centrale, per risolvere in un’unica sede i problemi di coordinamento di un numero elevatissimo di procedimenti amministrativi (nel caso dell’ILVA di Taranto si stimano necessari circa quaranta procedimenti edilizi).
La lettera f) aggiunge nell’art. 1, d.l. n. 61/2013 un comma 9-bis volto a chiarire che le sanzioni speciali previste dal d.l. n. 207/2012 non si applicano durante la gestione commissariale ove vengano rispettati i piani ambientale e industriale nonché sia attuata la progressiva attuazione dell’a.i.a.
La lettera g) è volta ad inserire un comma 11-bis all’articolo 1 al fine di individuare un meccanismo che, in caso di imprese commissariate ai sensi del citato art. 1, consenta di porre a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza il costo del risanamento ambientale nei casi in cui sia certo il debito del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza come nel caso di autorizzazione integrata ambientale rimasta inattuata, al punto da rendere necessario il commissariamento.
A tal fine, si consente al commissario straordinario di utilizzare le somme sequestrate a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza anche per reati diversi da quelli ambientali, con un meccanismo che consente le compensazioni del caso e che garantisca, da un lato, che tutte e solo le somme dovute allo Stato siano versate dal titolare dell’impresa (sia quelle per l’attuazione dell’a.i.a. sia quelle dovute a seguito di eventuali condanne penali), e dall’altro lato, che le somme oggetto di sequestro siano utilizzabili solo dal commissario straordinario in vigenza del regime di commissariamento.
L’articolo in esame, recando norme per la più celere attuazione dell’a.i.a., comunque nell’ambito di procedure vigenti, non comporta nuovi o maggiori oneri a carico dell’amministrazione.
Peraltro è ipotizzabile un contenimento dei costi dell’azione amministrativa degli enti preposti in ragione della procedura semplificata prevista per la conferenza di servizi.
Inoltre, intervenendo sulle modalità di messa a disposizione delle somme, da parte del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, per l’attuazione del piano di tutela ambientale e sanitaria, nonché sulle modalità di utilizzo delle somme sequestrate a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, non si prevedono nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
(Autorizzazione degli interventi previsti dal piano delle misure ambientali e sanitarie per l’Ilva di Taranto ricadenti in area SIN).
1. Al decreto-legge 4 giugno 2013, n. 61, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2013, n. 89, dopo l’articolo 2-quater, è aggiunto il seguente:
«Art. 2-quinquies – (Autorizzazione degli interventi previsti dal piano delle misure ambientali e sanitarie per l’Ilva di Taranto ricadenti in area SIN). - 1. Nell’area dello stabilimento Ilva di Taranto, limitatamente alle porzioni che all’esito della caratterizzazione hanno evidenziato il rispetto delle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC) per le matrici suolo e sottosuolo, gli interventi previsti dalle autorizzazioni integrate ambientali e dal piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria avvengono nel rispetto dei commi che seguono.
b) nell’esecuzione degli interventi, con particolare riferimento all’attività di scavo, devono essere adottate tutte le precauzioni e gli accorgimenti idonei a prevenire e impedire un peggioramento della qualità delle acque sotterranee;
c) prima di realizzare ogni singolo intervento deve essere effettuato sul fondo scavo il campionamento del suolo superficiale per una profondità dal piano di fondo scavo di 0-1 metri,con le modalità previste al comma 3;
d) se nel corso delle attività di scavo vengono rinvenuti rifiuti, il commissario straordinario ne dà comunicazione all’A.R.P.A. Puglia, prima di procedere alla rimozione ed al fine di effettuare le necessarie verifiche in contraddittorio prima della prosecuzione dell’intervento;
e) se, all’esito degli accertamenti da effettuare ai sensi del comma 3, il fondo scavo presenta valori superiori alle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC), il commissario straordinario ne dà comunicazione all’A.R.P.A. Puglia e procede agli idonei interventi garantendo il raggiungimento del rispetto delle CSC, prima di procedere alla esecuzione degli interventi di cui al comma 1;
f) il suolo ed il sottosuolo conformi alle CSC possono essere riutilizzati in sito.
4. Nelle aree non caratterizzate o che all’esito della caratterizzazione hanno evidenziato valori per le matrici suolo o sottosuolo superiori alle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC), gli interventi di cui al comma 1 possono essere realizzati solo previa verifica della compatibilità con i successivi o contestuali interventi di messa in sicurezza e bonifica che risulteranno necessari; tale verifica è effettuata da A.R.P.A. Puglia e la relativa istruttoria con indicazione delle modalità di esecuzione deve concludersi entro e non oltre trenta giorni dalla presentazione del progetto dell’intervento. A tali fini il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare definisce con A.R.P.A. Puglia entro trenta giorni, previo parere di I.S.P.R.A., un apposito protocollo tecnico operativo.».
Relazione illustrativa all’articolo 8
La disposizione, mediante l’introduzione di un nuovo articolo al d.l. n. 61/2013, mira ad accelerare i procedimenti di bonifica in relazione allo stabilimento ILVA di Taranto.
Si prevede (comma 1) che, nelle aree per le quali la caratterizzazione esistente ha evidenziato il rispetto delle concentrazioni soglia di contaminazione del suolo e sottosuolo (CSC), prima della realizzazione delle opere previste dalle a.i.a. e dal piano delle misure ambientali e sanitarie, siano svolte indagini di approfondimento al fine di garantire che il sedime delle opere da realizzare sia ancora conforme a dette soglie e non necessiti di ulteriori interventi. Di dette indagini supplementari vengono stabilite (comma 3) le modalità attuative (individuazione di celle uniformi per litologia di terreno; campionamento di 0-1 dal piano di fondo scavo; prelievo di almeno due campioni per cella; formazione di un campione composito ottenuto per miscelazione; ricerca degli analiti nel campione composito ai fini della verifica del rispetto delle soglie di contaminazione).Una parte dei campioni viene conservata a disposizione dell’A.R.P.A. Puglia per ogni eventuale verifica.
Per assicurare che gli interventi in dette aree non interferiscano con la successiva bonifica delle acque sotterranee e delle altre matrici ambientali, vengono previsti ( comma 2), oltre alle predette indagini supplementari, l’adozione degli opportuni accorgimenti tecnici ed oneri di comunicazione preventiva agli Enti locali ed all’A.R.P.A. Puglia.
Nelle aree non ancora caratterizzate, ed in quelle nelle quali la caratterizzazione ha evidenziato un superamento delle CSC, si prevede (comma 4) che gli interventi possano essere realizzati a condizione che non interferiscano con la bonifica da attuare. La relativa verifica e l’indicazione delle conseguenti modalità di esecuzione sono affidate ad A.R.P.A. Puglia, sulla base di un protocollo tecnico operativo definito con il Ministero dell’ambiente, sentito l’ Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
L’articolo in esame, recando criteri per gli interventi a carico dell’impresa per l’attuazione dell’a.i.a., non comporta nuovi o maggiori oneri a carico dell’amministrazione.
(Misure per le imprese di interesse strategico nazionale in amministrazione straordinaria).
1. Dopo l'articolo 65 del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270, è aggiunto il seguente:
«Art. 65-bis. – (Misure per la salvaguardia della continuità aziendale). - In caso di reclamo previsto dall'articolo 65, comma 2, sono prorogati i termini di durata del programma di cui all'articolo 54 ed ai commissari straordinari è attribuito il potere di regolare convenzionalmente con l'acquirente dell'azienda o di rami di azienda, sentito il comitato di sorveglianza e previa autorizzazione ministeriale, modalità di gestione idonee a consentire la salvaguardia della continuità aziendale e dei livelli occupazionali nella more del passaggio in giudicato del decreto che definisce il giudizio.».
2. Le previsioni di cui al comma 1 si applicano anche alle procedure di amministrazione straordinaria di cui al decreto-legge 23 dicembre 2003, n. 347 convertito, con modificazioni, dalla legge 18 febbraio 2004, n. 39.
Relazione illustrativa all’articolo 9
La norma dispone la proroga dei termini di durata del programma ed il potere dei commissari, nei casi in cui le vendite di aziende in amministrazione straordinaria siano oggetto di controversie di natura giudiziale, di negoziare con l’acquirente modalità gestionali volte a garantire la ordinata prosecuzione dell’attività produttiva, nelle more della definizione del relativo giudizio.
La previsione è legata alla necessità di non arrecare pregiudizio alla attività produttiva in pendenza di un contenzioso avente ad oggetto, ai sensi dell’art. 65 del d.lgs. 270/99, la validità degli atti di vendita di aziende o rami d’azienda posti in essere da una procedura di amministrazione straordinaria.
Infatti, nelle more del definitivo accertamento da parte dell’Autorità Giudiziaria della validità di detti atti ed in particolare in pendenza del reclamo, si pone il problema di evitare l’interruzione dell’attività produttiva, garantendo la facoltà delle parti contraenti di individuare convenzionalmente soluzioni gestionali atte a proseguire la gestione in attesa della definizione del giudizio pendente.
In difetto di tale norma, infatti, l’incertezza sulla sorte degli atti di disposizione compiuti dai commissari, si riverbera inevitabilmente sui rapporti con i terzi interessati alla gestione aziendale (finanziatori, committenti e clienti), mentre la procedura non dispone dei poteri gestionali a seguito della dichiarazione di cessazione dell’esercizio d’impresa, che consegue ex lege alla esecuzione del programma tramite la vendita dei complessi aziendali.
Grazie alle disposizioni in esame, la riapertura dei termini di durata del programma attribuisce ai commissari il potere di negoziare con il soggetto acquirente una soluzione transitoria di gestione dell’attività produttiva (gestione interinale, comodato etc.), impregiudicati gli esiti del contenzioso ed ovviamente fino alla definizione dello stesso.
La norma, per il suo carattere ordinamentale, non prevede nuovi o maggiori oneri o minori entrate per la finanza pubblica, mentre, al contrario, è evidente che la finalità di mantenimento in vita di un importante attività produttiva avrà un forte impatto positivo sulle future basi di imposta e consentirà quindi maggiori entrate fiscali.

References: sentenza 
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 art. 2087
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 Cass. 
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