Source: https://saraservicesinfortunistica.com/2018/05/16/marciapiede-sconnesso-chi-paga/
Timestamp: 2019-09-18 01:22:27+00:00

Document:
Marciapiede sconnesso: chi paga? – Sara Services Infortunistica stradale
Marciapiede sconnesso: chi paga?
Caduta sulla strada: la disattenzione impedisce la richiesta di risarcimento del danno al Comune.
Sei caduto/a su un marciapiede sconnesso: mancavano due mattonelle e così, involontariamente, hai messo il piede in fallo procurandoti una serie di lesioni alle gambe, al gomito e alla spalla. Nulla di grave per fortuna, ma sei comunque finito/a al pronto soccorso. Al di là della paura e del rischio che hai corso di farti seriamente male, ora devi stare qualche giorno a riposo. Chi ti risarcirà per tutto questo? Pensarci due volte ti sembra fin troppo inutile e la risposta che subito ti dai è: il Comune. È l’ente locale infatti il soggetto responsabile per la manutenzione delle strade e su cui ricadono tutte le conseguenze per le cadute dei pedoni. Ma è davvero così? Se hai letto le ultime sentenze della Cassazione [1] dovresti sapere che ti stai sbagliando. Vediamo allora, proprio sulla base di questi precedenti della giurisprudenza, chi paga per il marciapiede sconnesso.
Ci sono due ragioni per desistere, o comunque per valutare con molta prudenza l’avvio di una causa per risarcimento del danno in caso di caduta sul marciapiede dissestato. La prima è l’iter giudiziario, la lunghezza e i costi del processo che bisogna sostenere, ma soprattutto l’incertezza del recupero del credito. Difatti, anche dopo un’eventuale sentenza di condanna nei confronti dell’amministrazione responsabile, non è detto che il Comune abbia i soldi per pagare; così spesso le richieste di indennizzo di chi riporta dei danni a causa della cattiva manutenzione delle strade giacciono negli scaffali. Si dovrebbe allora ricorrere a un ulteriore procedimento amministrativo – diverso dal pignoramento – volto a obbligare la PA ad adempiere; si chiama giudizio di ottemperanza ed è volto a ottenere l’esecuzione forzata della sentenza. Chiaramente, i costi legali si duplicano.
La seconda ragione per meditare con attenzione l’avvio di un processo contro il marciapiede sconnesso è la possibilità di perdere la causa, ipotesi tutt’altro che remota quando il pedone avrebbe dovuto rendersi conto delle precarie condizioni del tratto di strada su cui stava camminando. Ci sono diverse ipotesi in cui non è possibile chiedere il risarcimento, tutte riconducibili a un’unica motivazione (che è anche una massima di esperienza comune): chi è causa del suo mal pianga se stesso. Il che significa che non spetta il risarcimento quando:
si cammina velocemente o distratti (ad esempio con gli occhi puntati sul cellulare) senza prestare la dovuta attenzione alla strada;
la buca o la pericolosità del marciapiede è evidente, tanto da mettere in guardia una persona dotata di media diligenza. Si pensi al caso di chi si incammina su una strada dissestata o si trova dinanzi a una buca molto ampia o a una asperità visibile come l’assenza di mattonelle. In tal caso chi cade non ha diritto al risarcimento;
il tratto di strada è noto al danneggiato per averlo già percorso diverse volte: la conoscenza dell’insidia impedisce la possibilità di chiedere indennizzi per la caduta. Si pensi al caso di una persona che, tutti i giorni, percorre la medesima scalinata per recarsi al lavoro.
Questi sono solo tre dei più frequenti casi in cui la Cassazione e i tribunali hanno escluso il risarcimento per chi è vittima di una insidia stradale, come quella del marciapiede sconnesso.
Quindi, secondo la Cassazione, il comportamento incauto della vittima, che avrebbe dovuto rendersi conto delle precarie condizioni del tratto di marciapiede su cui stava camminando implicano l’impossibilità di muovere qualsiasi contestazione al Comune.
La questione che ha dato origine alla sentenza in commento parte da una disavventura capitata a una donna per via di un marciapiede comunale con «alcune disconnessioni della pavimentazione» e dalla mancanza di «due mattonelle». Consequenziale è stata la citazione in giudizio del Comune, col chiaro obiettivo di ottenere un adeguato risarcimento. A convincere i giudici dell’assenza di qualsiasi diritto al risarcimento del danno è stata, nel caso di specie, la valutazione del comportamento tenuto dalla vittima, che, secondo la Cassazione, avrebbe potuto rendersi conto facilmente del «pericolo» costituito dalle condizioni precarie del marciapiede. In sostanza, «la condotta incauta» della donna è sufficiente per escludere ogni responsabilità del Comune.
Con una precedente ordinanza però la Cassazione ha detto [2] che, qualora un passante si procuri delle lesioni a seguito di una caduta su una grata per l’aerazione di un edificio (su cui insiste uno sportellino sporgente pericoloso), posizionata su un marciapiede di proprietà privata, ma soggetto ad uso pubblico, a rispondere del danno è l’amministrazione comunale, non in quanto custode del bene, ma in quanto tenuta a determinate “regole di condotta”.
La “Regola di condotta” è non soltanto la norma giuridica, ma anche qualsiasi doverosa cautela concretamente esigibile dal danneggiante. Stabilire se quest’ultimo abbia o meno violato norme giuridiche o di comune prudenza è accertamento che va effettuato comparando la condotta concretamente tenuta dal responsabile con quella che un soggetto delle medesime qualità e condizioni avrebbe tenuto, nelle stesse circostanze di tempo e luogo.
In tema di manutenzione delle strade, il Comune ha l’obbligo di:
segnalare ai proprietari di essi le situazioni di pericolo suscettibili di recare pregiudizio agli utenti della strada;
adottare i presidi necessari ad eliminare i fattori di rischio conosciuti o conoscibili con un attento e doveroso monitoraggio del territorio;
e, in caso di mancata rimozione degli elementi di pericolo da parte dei proprietari della strada, quello di chiudere la strada al traffico.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 30 ottobre 2017 – 8 maggio 2018, n. 10938
Mi. De Mi. ha convenuto in giudizio il Comune di Anzio deducendo di essere caduta per terra mentre percorreva un tratto di marciapiede comunale a causa di alcune disconnessioni della pavimentazione e chiedendo il ristoro del danno subito.
Nel contradditorio delle parti, il Tribunale di Velletri, sezione distaccata di Anzio, ha rigettato la domanda, compensando le spese di lite. La De Mi. ha quindi adito la Corte d’appello di Roma che, con la sentenza indicata in epigrafe, ha rigettato l’impugnazione condannando l’appellante alle spese del grado.
Tale decisione è stata fatta oggetto di ricorso per cassazione da parte della De Michele per due motivi. Il Comune di Anzio ha resistito con controricorso.
Il consigliere relatore, ritenuta la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 380-bis cod. proc. civ. (come modificato dal comma 1, lett. e), dell’art. 1-bis d.l. 31 agosto 2016, n. 168, conv. con modif. dalla I. 25 ottobre 2016, n. 197), ha formulato proposta di trattazione del ricorso in camera di consiglio non partecipata.
In considerazione dei motivi dedotti e delle ragioni della decisione, la motivazione del presente provvedimento può essere redatta in forma semplificata
Con il motivo primo (violazione e falsa applicazione degli artt. 2051 e 2697 cod. civ.) la ricorrente sostiene che la Corte d’appello avrebbe erroneamente escluso la pericolosità intrinseca dell’avvallamento della pavimentazione (nella quale sembra fossero mancanti due mattonelle) e quindi i presupposti per l’applicazione della presunzione di responsabilità di cui all’art. 2051 cod. civ. La censura è manifestamente infondata in quanto non coglie la ratio dedicendi della sentenza impugnata, che non esclude affatto l’applicabilità al caso di specie dell’art. 2051 cod. civ., ma ritiene che la presunzione di responsabilità non opera quando la pericolosità della cosa in custodia è chiaramente individuabile con l’ordinaria diligenza.
Nel merito, la corte d’appello ha individuato nella disattenzione della De Mi. una causa efficiente prossima e sufficiente ad elidere il rapporto di causalità con l’avvallamento della pavimentazione del marciapiede. Tale decisione si sottrae a censure di legittimità. Questa Corte ha già chiarito che, ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., allorché venga accertato, anche in relazione alla mancanza di intrinseca pericolosità della cosa oggetto di custodia, che la situazione di possibile pericolo, comunque ingeneratasi, sarebbe stata superabile mediante l’adozione di un comportamento ordinariamente cauto da parte dello stesso danneggiato, deve escludersi che il danno sia stato cagionato dalla cosa, ridotta al rango di mera occasione dell’evento, e ritenersi, per contro, integrato il caso fortuito (Sez. 3, Sentenza n. 12895 del 22/06/2016, Rv. 640508; fattispecie in cui è stata rigettata la domanda di risarcimento dei danni conseguenti ad una caduta, ritenuta causalmente attribuibile alla disattenzione dello stesso danneggiato).
Infatti, in tema di responsabilità ex art. 2051 cod. civ., il caso fortuito – inteso come fattore che, in base ai principi della regolarità o adeguatezza causale, esclude il nesso eziologico tra cosa e danno – è comprensivo della condotta incauta della vittima, che assume rilievo ai fini del concorso di responsabilità ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c., e deve essere graduata sulla base di un accertamento in ordine alla sua effettiva incidenza causale sull’evento dannoso, che può anche essere esclusiva (Sez. 6-3, Ordinanza n. 30775 del 22/12/2017; fattispecie in cui è stato escluso che la vittima fosse caduta per un difetto di custodia del marciapiede comunale e fosse, invece, imputabile una sua disattenzione).
Il resto delle contestazioni svolte nell’ambito del primo motivo attengono alla ricostruzione della dinamica del sinistro in punto di fatto e sono inammissibili in questa sede
Con il secondo motivo, a prescindere dall’intestazione, in sostanza si contesta nel merito la valutazione delle risultanze istruttorie. Si tratta di una censura, volta a sollecitare una riformulazione del giudizio di fatto, inammissibile in sede di legittimità.
In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico del ricorrente, ai sensi dell’art. 385, comma primo, cod. proc. civ., nella misura indicata nel dispositivo.
Ricorrono altresì i presupposti per l’applicazione dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, sicché va disposto il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione da lui proposta, senza spazio per valutazioni discrezionali (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550).
dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del D.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della I. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma I-bis, dello stesso art. 13.
CASSAZIONE ORDINANZA. n. 6141/2018.
sul ricorso iscritto al n. 28021/2015 R.G. proposto da:
(OMISSIS), rappresentata e difesa dall’Avv. (OMISSIS), con
domicilio eletto in (OMISSIS), presso lo studio dell’Avv.
(OMISSIS) S.r.l., rappresentata e difesa dall’Avv. (OMISSIS), con
domicilio eletto in (OMISSIS), presso lo studio legale associato
Comune di Otranto;
avverso la sentenza della Corte d’appello di Lecce, n. 609/15
depositata l’8 settembre 2015;
Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 18
gennaio 2018 dal Consigliere Dott. Emilio Iannello.
1. (OMISSIS) ricorre, con quattro mezzi, nei confronti della
(OMISSIS) S.r.l. (che resiste con controricorso) e del Comune di
Otranto (che non svolge difese nella presente sede) avverso la
sentenza in epigrafe con cui la Corte d’appello di Lecce ne ha
rigettato l’appello, confermando la sentenza di primo grado che
aveva respinto la domanda di condanna delle controparti al
risarcimento dei danni sofferti in conseguenza delle lesioni
personali patite a causa d’una caduta, avvenuta mentre camminava
lungo la via (OMISSIS) sul marciapiede presente ai margini della
strada, a causa di una grata metallica ivi presente, che si apriva
improvvisamente all’atto del suo passaggio.
La Corte territoriale ha escluso la configurabilita’ sia di una
responsabilita’ ex articolo 2051 c.c., trattandosi di marciapiede
di proprieta’ privata, benche’ soggetto ad uso pubblico, sia la
responsabilita’ per colpa ex articolo 2043 c.c., non risultando
che fosse stato segnalato agli uffici comunali il carattere
insidioso, per i pedoni, dello sportellino esistente sulla grata
metallica collocata sul marciapiede di proprieta’ privata, ne’
potendo desumersi l’insidia da un mero esame visivo dello stato
Ha ritenuto inoltre adeguatamente provata la natura privata del
tratto di marciapiede in questione, in base agli elementi emersi
dalla relazione del tecnico comunale, geom. (OMISSIS) (in cui si
precisa che le griglie sulle quali l’attrice e’ caduta “sono state
autorizzate, unitamente al complesso residenziale, con concessione
edilizia n. 34 del 29/6/2000 rilasciata alla soc. (OMISSIS)
S.r.l.” e che “sono poste sulla parte di marciapiede ricadente sul
suolo della societa’ sopra citata e sul quale e’ stato realizzato
l’ampliamento del marciapiede medesimo”) e dalle indicazioni dallo
stesso tecnico offerte in sede di esame testimoniale, che tra
l’altro avevano evidenziato come la griglia fosse a servizio di
sottostante struttura (cabina elettrica interna al complesso
edilizio costruito da (OMISSIS) S.r.l.) egualmente non di
proprieta’ pubblica ma privata: tali indicazioni erano ritenute
attendibili in quanto specifiche e documentate, con riferimento ad
elaborati tecnici di cui il teste aveva con se’ copia conforme e
dei quali pertanto le parti avrebbero potuto direttamente prendere
Ha infine ritenuto correttamente esclusa dal primo giudice la
responsabilita’ di (OMISSIS) S.r.l. per essere stata adeguatamente
provata in giudizio – con il relativo atto pubblico di
compravendita del 15/2/2001, anche alla luce delle informazioni
offerte dal teste (OMISSIS) – l’eccepita alienazione a (OMISSIS)
S.p.A. del locale posto al piano interrato a cui servizio e’
collocata la griglia in questione.
La controricorrente ha depositato memoria ex articolo 380-bis
c.p.c., comma 1.
1. Con il primo motivo di ricorso (OMISSIS) denuncia violazione
e/o falsa applicazione dell’articolo 2051 c.c., Decreto
Legislativo 30 aprile 1992, n. 285, articoli 2 e 14 (nuovo codice
della strada), in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n.
3, per avere la Corte d’appello escluso la configurabilita’ della
responsabilita’ del custode a carico del Comune, in ragione della
ritenuta proprieta’ privata del tratto di marciapiede ove si e’
verificata la caduta, non tenendo nel debito conto il pur
riconosciuto uso pubblico dello stesso.
Sostiene che dal combinato disposto degli articoli 2 e 14 C.d.S.
si ricava l’esistenza, in capo all’amministrazione comunale, di un
potere/dovere di vigilanza sulle strade ad uso pubblico ricadenti
nel proprio territorio, quale che sia la proprieta’, al fine di
garantire la sicurezza e la fluidita’ della circolazione, con la
conseguente configurabilita’ della responsabilita’ ex articolo
2051 c.c..
2. Con il secondo motivo la ricorrente deduce violazione e/o falsa
applicazione dell’articolo 2043 c.c., articoli 2 e 14 C.d.S., in
relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la
Corte d’appello escluso altresi’ la configurabilita’, in concreto,
di una responsabilita’ per colpa ex articolo 2043 c.c., per non
esservi stata alcuna precedente segnalazione all’ente della
pericolosita’ della grata e non essendo tale insidiosita’
rilevabile con un mero esame visivo dello stato dei luoghi.
Lamenta che i giudici d’appello, limitando in tal modo la
responsabilita’ per illecito aquiliano del Comune alla violazione
colposa dell’”obbligo di accertarsi che la manutenzione dell’area
e dei relativi manufatti non sia trascurata dal proprietario”, non
ha colto l’esatta portata del citato articolo. Assume infatti che
l’obbligo a carico dell’ente pubblico non si esaurisce nel
suddetto accertamento, ma comprende la gestione, la pulizia e
soprattutto il controllo dell’efficienza dell’area privata
soggetta ad uso pubblico, per assicurare “la sicurezza e fluidita’
della circolazione”.
3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia violazione degli
articoli 101, 115, 116, 183 e 345 c.p.c. e articolo 87 disp. att.
c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per
avere la Corte d’appello fondato la valutazione di attendibilita’
del teste geom. (OMISSIS) su documenti (gli elaborati tecnici
portati con se’ dal teste e cui lo stesso ha fatto riferimento nel
corso della sua deposizione) non prodotti in giudizio e per avere,
sulla base delle dichiarazioni e della relazione tecnica di
quest’ultimo, ritenuto dimostrata la proprieta’ privata del tratto
di marciapiede ove insiste la griglia che ha cagionato la caduta,
cosi’ superando la presunzione relativa ex lege di proprieta’
pubblica di tutti i marciapiedi attigui alla rete viaria interna
all’abitato.
Rileva che, non essendo stati tali elaborati, ne’ la concessione
edilizia menzionata dal teste, mai allegati in giudizio da alcuna
delle parti, la Corte di merito non avrebbe potuto tenerne alcun
conto e meno che mai avrebbe potuto utilizzarli per riscontrare le
dichiarazioni e l’attendibilita’ del teste.
4. Con il quarto motivo la ricorrente denuncia infine violazione
e/o falsa applicazione dell’articolo 1350 c.c., n. 1, articolo
2724 c.c., n. 3 e articolo 2725 c.c., in relazione all’articolo
360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte d’appello ritenuto
provata la vendita della proprieta’ dell’area in cui si e’
verificato il sinistro, da (OMISSIS) S.r.l. ad (OMISSIS) S.p.A., a
mezzo delle dichiarazioni del teste geom. (OMISSIS), non facendo
l’atto pubblico di compravendita prodotto da (OMISSIS) S.r.l.
alcun accenno alla alienazione dell’area di marciapiede predetta
e/o delle grate posizionate sullo stesso.
5. Rilievo prioritario, sul piano logico giuridico, assume il
terzo motivo di ricorso rispetto al primo e al secondo, il cui
esame va pertanto ad essi anteposto.
Lo stesso deve ritenersi inammissibile e comunque infondato.
La censura non coglie infatti l’effettiva ratio decidendi esposta
nella sentenza impugnata, appuntandosi su passaggio argomentativo
che assume, nell’economia della motivazione, rilievo meramente
rafforzativo di un convincimento che trova comunque aliunde
autonomo e adeguato supporto logico.
La Corte di merito ha invero posto a fondamento della propria
decisione sul punto anzitutto gli elementi emergenti dalla
relazione del tecnico comunale, ritualmente acquisita al giudizio
quale allegato alla memoria di costituzione del Comune di Otranto,
e segnatamente il fatto, ivi attestato, che le griglie sulle quali
l’attrice e’ caduta “sono state autorizzate, unitamente al
complesso residenziale, con concessione edilizia n. (OMISSIS)
rilasciata alla soc. (OMISSIS) S.r.l.” e che “sono poste sulla
parte di marciapiede ricadente sul suolo della societa’ sopra
citata e sul quale e’ stato realizzato l’ampliamento del
marciapiede medesimo”.
Il successivo richiamo agli elementi pure forniti dallo stesso
tecnico comunale attraverso la sua deposizione testimoniale vale
solo a corroborare detto convincimento, trattandosi di
informazioni sugli sviluppi successivi della pratica urbanistica
riferita al progetto edilizio (sviluppi che confermano il dato
gia’ emergente dalla relazione tecnica circa la proprieta’ privata
dell’area) nonche’ di chiarimenti sull’affermazione ivi contenuta
secondo cui le griglie in questione sono poste “sulla parte di
marciapiede ricadente sul suolo della societa’ sopra citata e sul
quale e’ stato realizzato l’ampliamento del marciapiede medesimo”.
Di tali indicazioni la Corte di merito esprime come detto un
giudizio di piena attendibilita’ ritenendo, da un lato, che la
responsabilita’ per danno erariale cui lo stesso tecnico comunale
sarebbe esposto, secondo l’amministrazione appellata, in caso di
accertamento della proprieta’ pubblica dell’area, non e’ idonea a
sollevare dubbi al riguardo in quanto “meramente ipotetica ed
eventuale” e, dall’altro, che le indicazioni fornite dal teste
sono “specifiche e documentate”, “facendo riferimento agli
elaborati tecnici di cui (il teste, n.d.r.) aveva con se’ copia
conforme, cosi’ che le parti avrebbero potuto direttamente
prenderne visione”.
La critica mossa dal ricorrente si appunta esclusivamente su tale
ultimo rilievo il quale pero’: a) anzitutto non ha valore fondante
del convincimento espresso (i documenti richiamati non sono
utilizzati in sentenza quale fonte di prova diretta della
proprieta’ privata dell’area) ma vale solo a giustificare il
giudizio di attendibilita’ del teste, e cio’ peraltro in via solo
indiretta riposando tale giudizio essenzialmente sul rilievo della
precisione e specificita’ delle indicazioni dallo stesso fornite,
ancorche’ consentite proprio dal riferimento da parte del teste ai
documenti seco portati (sul cui legittimo utilizzo ai sensi
dell’articolo 253 c.p.c., comma 3, e articolo 231 c.p.c. non
risulta sollevata alcuna eccezione): cio’ che comunque esclude la
configurabilita’ del dedotto error in procedendo; b) pure in tale
limitata prospettiva, esso si riferisce comunque esclusivamente
alle indicazioni fornite verbalmente nel corso della deposizione
testimoniale, non anche alla relazione tecnica che costituisce
documento ritualmente acquisito, per il quale il giudizio di
attendibilita’ rimane fondato sul piu’ generale e insindacabile
rilievo della infondatezza dei dubbi prospettati
dall’amministrazione convenuta; c) a tutto concedere, anche
espungendo il riferimento a detti documenti, il giudizio di
attendibilita’ del teste rimarrebbe comunque giustificato – alla
stregua di una valutazione di fatto insindacabile in questa sede –
dal rilievo della insufficienza delle ragioni di sospetto
prospettate dalla controparte.
6. Venendo quindi all’esame del primo motivo se ne deve parimenti
rilevare l’infondatezza.
E’ jus receptum nella giurisprudenza di questa Corte
l’affermazione secondo cui la responsabilita’ per i danni
cagionati da cose in custodia, ex articolo 2051 c.c., e’ di natura
oggettiva, incentrata sulla relazione causale che lega la cosa
all’evento lesivo, senza che, ai fini della verificazione di tale
evento, trovi rilievo alcuno la condotta del custode e
l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza da parte di
quest’ultimo sicche’ incombe al danneggiato allegare, dandone la
prova, solo il rapporto causale tra la cosa e l’evento dannoso,
indipendentemente dalla pericolosita’ o meno o dalle
caratteristiche intrinseche della prima (tra le molte: Cass.
12/07/2006, n. 15779; Cass. 19/02/2008, n. 4279; Cass. 25/07/2008,
n.20427; Cass. 12/11/2009, n. 23939; Cass. 10/04/2010, n. 8005;
Cass. 11/03/2011, n. 5910; Cass. 19/05/2011, n. 11016; Cass.
08/02/2012, n. 1769; Cass. 17/06/2013, n. 15096; Cass. 25/02/2014,
n. 4446; Cass. 27/11/2014, n. 25214; Cass. 18/09/2015, n. 18317;
Cass. 20/10/2015, n. 21212; Cass. Sez. U 10/05/2016, n. 9449;
Cass. 27/03/2017, n. 7805; Cass. 16/05/2017 n. 12027; Cass.
29/09/2017, n. 22839).
E’ stato in tal senso precisato che il rapporto di “custodia”
rilevante ex articolo 2051 c.c. non mutua i propri contenuti dalla
materia dei contratti (ad es. il contratto di deposito) e che,
dunque, non si identifica con la previsione di specifici obblighi
di controllo e vigilanza e prescinde da una condotta (o
prestazione) del custode con essi coerente ma postula piuttosto (e
soltanto) una potesta’ di fatto sulla cosa determinativa del
danno, ossia un effettivo potere fisico, che implichi il governo e
l’uso della cosa stessa.
E’ custode ex articolo 2051 c.c., dunque, chi “di fatto ne
controlla le modalita’ d’uso e di conservazione” (Cass. n. 4279
del 2008, Cass. n. 11016 del 2011, Cass. n. 1769 del 2012, cit.),
per cui la “speciale responsabilita’ ex articolo 2051 c.c. va
ricercata nella circostanza che il custode “ha il potere di
governo sulla cosa”” (Cass. Sez. U n. 9449 del 2016, cit.). Il
rapporto di “custodia “postula l’effettivo potere sulla cosa” e,
quindi, non solo la sua disponibilita’ giuridica ma, insieme ad
essa, la disponibilita’ materiale (Cass. n. 15096 del 2013, cit.),
alla stregua di un binomio che opera unitariamente come fattore
selettivo della figura del “custode”, rilevante ai sensi
dell’articolo 2051 c.c., ossia di colui che – come detto – ha “il
potere di governo” della cosa, “da intendersi come potere di
controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano
insorte e di escludere i terzi dal contatto” con essa (Cass. n.
15779 del 2006, cit.).
E’ dunque in tale prospettiva che e’ da intendere l’affermazione,
sovente ribadita dai precedenti sopra richiamati, per cui custode
non e’ da considerarsi “necessariamente il proprietario o chi si
trova con essa (la cosa) in relazione diretta” (tra le altre,
Cass. n. 4279 del 2008, cit.). Il rapporto di custodia che puo’
presumersi nella titolarita’ dominicale della cosa puo’, infatti,
venire meno in ragione della escludente relazione materiale da
parte di altro soggetto che, con la cosa medesima, abbia del pari
un rapporto giuridicamente qualificato.
E’ il caso dei danni cagionati a terzi dall’immobile locato, per
cui viene individuato nel conduttore il custode responsabile ex
articolo 2051 c.c. del pregiudizio derivato dalle parti
dell’immobile acquisite nella sua disponibilita’ giuridica con il
contratto di locazione, mentre (salvo ipotesi di concorso di
responsabilita’: cfr. Cass. 09/06/2016, n. 11815) il
proprietario/locatore rimane custode e responsabile ex articolo
2051 c.c. del danno cagionato dalle strutture murarie
dell’immobile medesimo e dagli impianti in esse conglobati (tra le
altre, Cass. 03/08/2005, n. 16231; Cass. 09/06/2010, n. 13881;
Cass. 27/07/2011, n. 16422).
Per converso la pure ricorrente affermazione secondo cui non e’
sufficiente la mera relazione diretta e materiale con la cosa ai
fini dell’insorgenza del rapporto di custodia (quale criterio di
imputazione) ai fini della responsabilita’ ai sensi dell’articolo
2051 c.c., e’ certamente vera se intesa nel senso che il “potere
di governo” della cosa e’ qualcosa di piu’ ma non anche nel senso
che se ne puo’ prescindere. Alla stregua degli indici sintomatici
sopra evidenziati (Cass. n. 15779 del 2006, cit.), non e’ dato
infatti riconoscere un rapporto di custodia ex articolo 2051 c.c.
in capo a chi della cosa abbia la mera detenzione per ospitalita’
o di servizio, operando, in quest’ultimo caso, nell’ambito di piu’
ampi poteri organizzativi e direzionali spettanti ad altri (cosi’
gia’ Cass. 21/11/1978, n. 5418), ovvero in capo a chi della cosa
sia mero utilizzatore (sporadico o temporaneo), ove la concessa
facolta’ di utilizzazione della cosa non venga ad elidere, “per
specifico accordo delle parti, o per la natura del rapporto,
ovvero per la situazione fattuale determinatasi”, il “potere di
ingerenza, gestione ed intervento sulla cosa” stessa che il
concedente abbia conservato (Cass. n. 15096 del 2013, cit.).
Va dunque ribadito che, ai fini del rapporto di custodia rilevante
ai sensi dell’articolo 2051 c.c. – quale elemento essenziale della
fattispecie, oggettiva, di responsabilita’ extracontrattuale ivi
disciplinata – e’ necessario, ma non sufficiente, che sussista
un’astratta competenza giuridica sulla res, giacche’ a siffatta
relazione giuridica, che e’ titolo di attribuzione di un potere di
governo su di essa, deve corrispondere una disponibilita’
materiale o di fatto della cosa medesima, tale da rendere attuale
e diretto l’anzidetto potere.
Ed e’ proprio siffatta complessiva situazione (che, in quanto
tale, radica di per se’ il carattere oggettivo del titolo di
responsabilita’, senza che abbia rilievo alcuno il comportamento,
diligente o meno, del custode) che giustifica il criterio di
imputazione della responsabilita’ stessa, in quanto essa implica,
ex ante, il dovere, giuridico, di impedire che la cosa stessa non
arrechi danni a terzi (cosi’ Cass. n. 22839 del 2017, cit.).
Cosi’ definito il rapporto di custodia rilevante ai sensi
dell’articolo 2051 c.c. e’ evidente, dunque, che non basta a
riconoscerlo in capo all’ente comunale rispetto alle strade
private aperte al pubblico transito, il fatto che anche queste
siano soggette, a norma delle suindicate norme del codice della
strada, ai poteri/doveri di vigilanza finalizzati a garantire che
la circolazione dei veicoli e dei pedoni avvenga, anche su di
esse, in condizioni di sicurezza.
Tali poteri non escludono infatti che il “potere di governo” sulla
“cosa” sia giuridicamente e materialmente esercitato in via
immediata e diretta dal privato proprietario della strada, mentre
l’attivita’ a tal fine svolta dal Comune e’ di carattere
regolativo, ancorche’ puntuale, e poi di controllo sull’operato
del privato, siccome volta a mantenere intatta la sicurezza e
l’efficienza della strada rispetto al pubblico transito al quale
essa e’ assoggettata, sia pure di fatto.
In quanto tale essa pero’ non basta a configurare, in riferimento
alla strada medesima, un “rapporto di custodia” ai sensi e per gli
effetti della responsabilita’ civile di cui all’articolo 2051
c.c., non assumendo il Comune per tali strade quella peculiare
posizione connotata dal binomio della disponibilita’ giuridica e
materiale della res, che ne consente il governo nei termini
anzidetti.
La posizione dell’ente pubblico, come innanzi caratterizzata, e’
tale, semmai, da poter attivare una responsabilita’ aquiliana ai
sensi dell’articolo 2043 c.c., la’ dove si vengano a determinare
omissioni o carenze nel controllo e/o vigilanza sull’operato del
proprietario o colpevoli errori nell’assunzione delle decisioni in
materia di manutenzione, gestione della strada medesima (cfr.
ancora Cass. n. 22839 del 2017, cit.; v. anche Cass. 22/10/2014,
n. 22330).
7. Proprio in tale ultima corretta prospettiva si muove il secondo
motivo di ricorso, il quale merita accoglimento.
Come s’e’ appena detto e come questa Corte ha gia’ piu’ volte
affermato, l’amministrazione comunale e’ tenuta a garantire la
circolazione dei veicoli e dei pedoni in condizioni di sicurezza:
ed a tale obbligo l’ente proprietario della strada viene meno non
solo quando non provvede alla manutenzione di quest’ultima, ma
anche quando il danno sia derivato dal difetto di manutenzione di
aree limitrofe alla strada, atteso che e’ comunque obbligo
dell’ente verificare che lo stato dei luoghi consenta la
circolazione dei veicoli e dei pedoni in totale sicurezza (Cass.
11/11/2011, n. 23362, Rv. 620314; Cass. 07/02/2017, n. 3216).
Infatti il Comune il quale consenta alla collettivita’
l’utilizzazione, per pubblico transito, di un’area di proprieta’
privata, si assume l’obbligo di accertare che la manutenzione
dell’area e dei relativi manufatti non sia trascurata. Ne consegue
che l’inosservanza di tale dovere di sorveglianza, che costituisce
un obbligo primario della P.A., per il principio del neminem
laedere, integra gli estremi della colpa e determina la
responsabilita’ per il danno cagionato all’utente dell’area, non
rilevando che l’obbligo della manutenzione incomba sul
proprietario dell’area medesima (Cass. 04/01/2010, n. 7, Rv.
610958; Cass. n. 3216 del 2017, Rv. 642752).
Nel caso di specie la Corte d’appello richiama espressamente il
suesposto principio ma esclude che, in concreto, possa ascriversi
al Comune alcuna colpa per omessa sorveglianza, in mancanza di
alcuna segnalazione agli uffici comunali del carattere insidioso,
per i pedoni, dello sportellino esistente sulla grata metallica
collocata sul marciapiede di proprieta’ privata e considerato che
il carattere pericoloso del citato sportellino non poteva
desumersi da un “mero esame visivo dello stato dei luoghi”.
La ricorrente lamenta sul punto l’adozione di un erroneo parametro
di diligenza, rilevando che quella richiesta all’ente
nell’adempimento dell’obbligo di vigilanza e controllo su di esso
gravante non e’ la semplice diligenza del buon padre di famiglia,
bensi’ quella del soggetto professionale in grado di effettuare il
“controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative
pertinenze”, richiesto dall’articolo 14 C.d.S..
La colpa civile, di cui all’articolo 2043 c.c., consiste nella
deviazione da una regola di condotta. “Regola di condotta” e’ non
soltanto la norma giuridica, ma anche qualsiasi doverosa cautela
concretamente esigibile dal danneggiante.
Stabilire se questi abbia o meno violato norme giuridiche o di
comune prudenza e’ accertamento che va compiuto alla stregua
dell’articolo 1176 c.c., comparando la condotta concretamente
tenuta dal preteso responsabile, con quella che un soggetto delle
medesime qualita’ e condizioni avrebbe tenuto, nelle stesse
circostanze di tempo e luogo.
Orbene, l’ente proprietario della strada aperta al pubblico
transito e’ obbligato, come detto, a garantire la sicurezza della
circolazione (articolo 14 C.d.S.) e ad adottare i provvedimenti
necessari ai fini della sicurezza del traffico sulle strade
(Decreto Legislativo 26 febbraio 1994, n. 143, articolo 2).
Da queste previsioni – se, come pure s’e’ ripetuto, non discende
certo, l’obbligo del Comune di provvedere esso stesso direttamente
alla manutenzione dei fondi privati – discende, pero’, l’obbligo
di: a) segnalare ai proprietari di essi le situazioni di pericolo
suscettibili di recare pregiudizio agli utenti della strada; b)
adottare i presidi necessari ad eliminare i fattori di rischio
conosciuti o conoscibili con un attento e doveroso monitoraggio
del territorio; c) come extrema ratio, permanendo l’eventuale
negligenza dei proprietari dei fondi finitimi nel rimuovere le
situazioni di pericolo, chiudere la strada al traffico (v. Cass.
n. 22330 del 2014 cit.; v. anche Cass. 11/11/2011, n. 23562, Rv.
620514).
L’adempimento di un siffatto obbligo, considerata anche la
finalita’ cui esso e’ preposto (assicurare la sicurezza della
circolazione di veicoli e pedoni), richiede un comportamento piu’
attivo e attento di quello postulato dai giudici a quibus (secondo
cui, in buona sostanza, un intervento del Comune nei sensi
predetti avrebbe potuto considerarsi esigibile solo ove l’insidia
fosse stata segnalata da alcuno agli uffici comunali o fosse
percepibile ad un “mero esame visivo” dei luoghi) e con esso
l’adozione di una diligenza rapportata ai mezzi e alle
possibilita’ di monitoraggio dell’amministrazione comunale,
apparendo di contro evidente che la decisione di merito adotta a
parametro la stessa diligenza pretendibile dall’utente della
strada (con il conseguente paradosso, peraltro, che il presupposto
da essa richiesto per il sorgere della responsabilita’ dell’ente,
ossia la visibilita’ dell’insidia, la escluderebbe al contempo per
l’assorbente addebito di negligenza ascrivibile al danneggiato).
8. E’ infine inammissibile, e comunque infondato, il quarto
motivo. La Corte d’appello ha tratto il convincimento secondo cui
il tratto di marciapiede in questione sia compreso nell’immobile e
nell’area sovrastante alienati da (OMISSIS) S.r.l. ad (OMISSIS)
S.p.A. dall’esame dell’atto pubblico di compravendita e dei
relativi allegati (stralcio topografico comprensivo anche di uno
stralcio catastale, particolare del fabbricato in scala 1:500 e
pianta in scala 1:100); ha al riguardo rilevato che “da tali
elaborati grafici si desume chiaramente che l’immobile venduto,
sito al piano interrato, sporge per circa metri 1,50 dalla sagoma
del fabbricato sovrastante, occupando l’intera area sovrastante
tratteggiata come marciapiede lungo la via (OMISSIS)”.
A tali dati ha affiancato gli elementi di valutazione desumibili
dalle dichiarazioni del teste (OMISSIS) il quale ha dichiarato
che, secondo quanto dallo stesso visionato direttamente sui
luoghi, “la griglia sulla quale (l’attrice, n.d.r.) e’ caduta da’
accesso alla sottostante cabina elettrica a servizio del
condominio”.
Si desume da cio’ che il convincimento conseguentemente espresso
circa la titolarita’ dell’area in capo a (OMISSIS) S.p.A. trova in
realta’ fondamento su distinti elementi di prova, richiamati in
quanto convergenti, ma tuttavia autonomi e non interdipendenti,
donde l’inammissibilita’ della censura in quanto riferita ad uno
solo di essi (la prova testimoniale), la cui eliminazione dal
percorso argomentativo non priverebbe comunque la decisione sul
punto di adeguato supporto motivazionale.
La censura e’ comunque da considerarsi anche infondata, non
potendo considerarsi pertinentemente richiamati i limiti legali in
tema di prova dei contratti traslativi della proprieta’ di
Questi infatti, per pacifico indirizzo, valgono solo nell’ipotesi
in cui il negozio sia invocato come fonte di diritti e
obbligazioni fra le parti contraenti o dai loro eredi o aventi
causa; non operano, invece, nel caso in cui il negozio sia dedotto
dal o nei confronti del terzo come semplice fatto storico
influente sulla decisione della causa (v. ex multis Cass.
23/12/2010, n. 26003; Cass. 26/09/2005, n. 18779; Cass.
10/04/2003, n. 5673).
Occorre peraltro rammentare che la prova testimoniale e’ comunque
ammessa ogniqualvolta si tratti di chiarire la volonta’ dei
contraenti con la portata oggettiva delle diverse clausole
contrattuali (Cass. 19/08/1996, n. 7635; Cass. 09/02/1987, n.
1337), che e’ proprio il rilievo che, alla stregua di quanto sopra
evidenziato, la Corte ha inteso attribuire sul punto alle
dichiarazioni del teste.
9. In accoglimento dunque del (solo) secondo motivo, la sentenza
impugnata va cassata, con rinvio al giudice a quo, in diversa
composizione, al quale va anche demandato il regolamento delle
spese del presente giudizio di legittimita’ nei rapporti tra la
ricorrente e il Comune di Otranto.
Il rigetto del quarto motivo determina invece la definizione della
distinta e autonoma controversia tra la ricorrente medesima e la
(OMISSIS) S.r.l., dovendosi per essa dunque provvedere al
regolamento delle spese sostenute per il presente giudizio, come
accoglie il secondo motivo di ricorso; rigetta i rimanenti; cassa
la sentenza in relazione al motivo accolto; rinvia alla Corte di
appello di Lecce in diversa composizione, cui demanda di
provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimita’.
Condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali in
favore della controricorrente (OMISSIS) S.r.l., liquidate in Euro
3.000 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del
15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli
Così deciso in Roma, il 18 gennaio 2018
depositata l’8 settembre 2015.
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