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Timestamp: 2020-04-04 21:59:46+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 12730 del 19/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12730 del 19/05/2017
Cassazione civile, sez. lav., 19/05/2017, (ud. 15/02/2017, dep.19/05/2017), n. 12730
I.T. C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,
rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE MARZIALE, PATRIZIA
TOTARO, giusta delega in atti;
IKEA ITALIA RETAIL S.R.L. P.I. (OMISSIS), in persona del legale
rappresentata e difesa dall’avvocato LUCIANO CALOJA, giusta delega
avverso la sentenza n. 4464/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
depositata il 30/06/2014 r.g.n. 8652/2011;
udito l’Avvocato LUCIANO CALOJA.
I.T. adiva il Tribunale di Napoli ed esponeva di aver lavorato alle dipendenze della Ikea Italia Retail s.r.l. a far tempo dal 16/2/2004 con mansioni di secondo falegname ed inquadramento nel quarto livello c.c.n.l. settore terziario; deduceva di essere stato assegnato dal 2008 al settore manutenzione ambienti e verniciatura, quindi a diversi reparti con progressivo demansionamento che aveva ingenerato una grave sindrome ansioso-depressiva per la quale dal settembre 2009 era stato costretto ad una prolungata,essenza. A seguito di previa contestazione, il 27 novembre 2009 era stato, quindi, licenziato per assenza ingiustificata protrattasi dal 26 ottobre al 9 novembre 2009.
All’esito degli accertamenti peritali espletati in sede di gravame, era altresì emerso che gli effetti collaterali connessi alla assunzione di farmaci antidepressivi da parte del lavoratore, non erano tali da attutirne gravemente la capacità di raziocinio e di autodeterminazione, di guisa, che l’omesso invio di certificazione medica in relazione al periodo considerato, sia pure intermedio rispetto ad assenze precedenti e successive supportate da idonea dati certificativi, si traduceva in grave vulnus al vincolo fiduciario sotteso al rapporto di lavoro, considerata anche la specifica prescrizione di cui all’art. 27 c.c.n.l. di settore.
1.Con il primo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 2119 c.c., degli artt. 191-195-196 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., nn.3 e 5 nonchè omessa motivazione su un punto decisivo della controversia ovvero omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.
2. Con il secondo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 2119 c.c., della L. n. 300 del 1970, art. 7, degli artt. 1362, 1363, 1364, 1366, 1367, 1368 e 1369 c.c., dell’art. 416 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 nonchè omessa motivazione su un punto decisivo della controversia ovvero omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.
Posto che il ricorrente era stato “continuativamente in condizione di malattia impeditiva della prestazione dal 21 settembre al 25 novembre 2009” e che “in tale lasso temporale aveva regolarmente giustificato l’assenza per malattia, avvertendo in azienda ed inoltrando i certificati medici dal 21 settembre al 25 ottobre e poi dal 10 al 25 novembre”, doveva ritenersi che la condotta addebitata dalla parte datoriale non potesse qualificarsi come assenza ingiustificata superiore a cinque giorni sanzionata dalle parti sociali con il licenziamento ai sensi dell’art. 217 c.c.n.l., bensì come assenza giustificata dal perdurante stato di malattia, ed in relazione alla quale vi era stata incolpevole omissione della trasmissione della certificazione medica. Ci si duole, quindi, che la Corte distrettuale abbia sussunto la fattispecie scrutinata nella previsione di cui alla citata disposizione contrattuale collettiva.
3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione o falsa applicazione dell’art. 2106 c.c., ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 nonchè omessa motivazione su un punto decisivo della controversia ovvero omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.
Occorre rimarcare, in via di prem9sa, che il ricorrente censura promiscuamente l’impugnata sentenza, mediante la denuncia di vizi di violazione di legge e di motivazione, senza specificare nel corpo dei motivi quale doglianza sia riferibile all’una piuttosto che all’altra critica vincolata, nella sostanza contestando l’accertamento operato dai giudici del merito secondo modalità che palesano profili di inammissibilità.
5. Non può peraltro, mancarsi di sottolineare, con riferimento alla nozione di giusta causa del licenziamento disciplinare oggetto di scrutinio in questa sede, che secondo una consolidata ricostruzione giurisprudenziale, per stabilire in concreto l’esistenza di una giusta causa (che deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro ed in particolare di quello fiduciario) occorre valutare, da un lato, la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi ed all’intensità dell’elemento intenzionale; dall’altro, la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, stabilendo se la lesione dell’elemento fiduciario su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro sia in concreto tale da giustificare o meno la massima sanzione disciplinare (vedi ex plurimis, Cass. 25/5/2016 n.10842, Cass. 26/4/2012 n.6498, Cass. 8/9/2006 n.19270).
6. Vertendosi in tema d. applicazione di una clausola generale, va rimarcato in via ulteriore, che la stessa richiede di essere concretizzata dall’interprete tramite valorizzazione dei fattori esterni e dei principi tacitamente richiamati dalla norma, quindi mediante specificazioni che hanno natura giuridica, mentre l’accertamento della ricorrenza concreta degli elementi del parametro normativo, si pone sul diverso piano del giudizio di fatto, demandato al giudice di merito, che deve essere svolto in base agli specifici elementi oggettivi e soggettivi della fattispecie concreta, ed è incensurabile in cassazione per vizi di motivazione.
Pur avendo ben presente la tesi difensiva prospettata da quest’ultimo e recepita dal giudice di prima istanza, secondo cui l’inadempimento. agli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro era stata dettata da cause a lui non imputabili, ed ascrivibili allo stato di grave prostrazione in cui versava per l’uso di farmaci antidepressivi, la Corte distrettuale l’ha disattesa sulla scorta di duplice argomentazione: ha fatto innanzitutto richiamo alle indicazioni rese nell’elaborato peritale stilato dall’ausiliare nominato in sede di gravame, secondo cui l’assunzione già da lungo tempo del farmaco (paroxidina) da parte del lavoratore, consentiva di presumere ragionevolmente un buon adattamento del soggetto, il quale non avrebbe risentito degli effetti collaterali del farmaco sì da escludere che nel periodo fosse compos sui; con la precisazione che “l’insorgenza di effetti collaterali quali quelli lamentati dal I. (abulia, perdita del senso della realtà) avrebbero imposto una immediata sospensione del trattamento e la sua sostituzione con altro farmaco. Invece il lavoratore risulta aver seguito con buoni risultati la terapia presso vari UOSM per svariati anni”.
9. Non è poi mancata una verifica della ricorrenza del requisito di proporzionalità del licenziamento, costitutivo della legittimità dello stesso, che risulta condotta secondo i parametri valutativi enucleati dalla giurisprudenza di questa Corte secondo cui in tema di licenziamento per giusta causa, ai fini della proporzionalità tra addebito e recesso, rileva ogni condotta che, per la sua gravità, possa scuotere la fiducia del datore di lavoro e far ritenere la continuazione del rapporto pregiudizievole agli scopi aziendali, essendo determinante, in tal senso, la potenziale influenza del comportamento del lavoratore, suscettibile, per le concrete modalità e il contesto di riferimento, di porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento, denotando scarsa inclinazione all’attuazione degli obblighi in conformità a diligenza, buona fede e correttezza; spetta al giudice di merito valutare la congruità della sanzione espulsiva, non sulla base di una valutazione astratta dell’addebito, ma tenendo conto di ogni aspetto concreto del fatto, alla luce di un apprezzamento unitario e sistematico della sua gravità, rispetto ad un’utile prosecuzione. del rapporto di lavoro (vedi ex aliis, Cass. 13/02/2012 n.2013).
10. La Corte distrettuale, invero, dopo aver rilevato – per quanto sinora detto – la mancanza assoluta di una certificazione medica idonea a giustificare l’assenza protrattasi per undici giorni, la ricorrenza di una condizione psichica tale da non escludere la capacità naturale del soggetto in detto periodo e la conseguente possibilità di adempiere agli obblighi di comunicazione nei confronti della parte datoriale, connessi al dedotto stato di malattia, ha argomentato che tale comportamento era certamente grave e idoneo a ledere il vincolo fiduciario sotteso al rapporto di lavoro sia tenuto conto della specifica prescrizione dell’art. 217 c.c.n.l. di settore, sia delle evidenti e rilevanti potenziali ripercussioni che la prolungata e non preventivata assenza aveva esercitato sull’assetto organizzativo aziendale, non consentendo una adeguata programmazione delle attività di lavoro.
La statuizione in tema di proporzionalità della sanzione, con riferimento alla specifica violazione dei dettami di cui all’art. 217 c.c.n.l. di settore, non contrasta con gli approdi ai quali è pervenuta questa Corte secondo cui l’elencazione delle ipotesi di giusta causa di licenziamento contenuta nei contratti collettivi ha, al contrario che per le sanzioni disciplinari con effetto conservativo, valenza meramente esemplificativa, sicchè non preclude un’autonoma valutazione del giudice di merito in ordine all’idoneità di un grave inadempimento, o di un grave comportamento del lavoratore contrario alle norme della comune etica o del comune vivere civile, a far venire meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore (vedi da ultimo, Cass.12/02/2016 n.2830); come in precedenza accennato, i giudici del gravame hanno infatti proceduto ad una valutazione in senso complessivo del comportamento assunto dal dipendente, vagliandone l’obiettiva portata lesiva del potere organizzativo facente capo alla parte datoriale, non limitandosi alla stretta applicazione della disposizione pattizia.
11. In definitiva la pronuncia impugnata, congrua e completà – oltre che conforme a diritto – per quanto sinora detto, si sottrae alla censura all’esame.
Consegue la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio di legittimità in favore della Ikea Italia Retail s.r.l. nella misura in dispositivo liquidata.
Infine si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 7
 art. 360
 art. 360
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
e contrario
 art. 13
 art. 13