Source: http://pensatoio.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=8563&yy=2005&mm=7&p=4
Timestamp: 2019-07-21 15:05:53+00:00

Document:
L'istruzione delle vestali
Studi gratis per le vergini
Uganda Se sei vergine, e la cosa è comprovata da indagine medica, spese universitarie gratis. È quanto propone, e seriamente, un deputato ugandese, Sulaiman Madada, eletto a Bbale County nel distretto di Kayunga, Uganda centrale, uno dei più colpiti dall'Aids dell'intero paese. Il parlamentare, però, restringe la proposta alle sole fanciulle con licenza superiore e certificato di verginità rilasciato da centri di sanitari del suo distretto. Nel paese centrafricano è attivo un forte movimento per l'astinenza come misura per combattere l'Aids, supportato dalle chiese pentecostali e da diverse organizzazioni non governative. Grazie ai finanziamenti del governo Usa e alla partecipazione attiva della first lady Janet Museveni (anche lei una pentecostale) la capitale Kampala è stata invasa in questi ultimi tempi di manifesti che predicano l'astinenza come unico mezzo sicuro contro il virus. Alcune organizzazioni girano per le scuole medie e superiori facendo prediche contro la pornografia e il condom, che non sarebbe efficace, e predicando l'attesa fino al matrimonio. Ogni sabato sera, all'università di Makerere di Kampala un rally per l'astinenza organizzato dal mediatico pastore Martin Ssempa riunisce qualche migliaio di ragazzi.
30mila sfollati nel Kivu
Congo Rdc Sarebbero migliaia - almeno 13.000 secondo l'ufficio umanitario dell'Onu (Ocha) - i civili fuggiti dalla zona di Ntulumamba, nell'est della Repubblica democratica del Congo, dove tra il 9 e il 10 luglio 39 civili sono stati uccisi in un attacco armato. Secondo la stessa fonte il 90% dei circa 15.000 abitanti del distretto di Kalonge, una settantina di chilometri da Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, avrebbe abbandonato le proprie abitazioni per cercare rifugio in villaggi ritenuti più sicuri. Secondo l'Ocha, gli sfollati sarebbero ora in totale 32.000, perché il nuovo flusso di civili va ad aggiungersi a due precedenti gruppi fuggiti dai villaggi della zona di Kalonge a febbraio ed aprile per analoghi episodi di violenze contro la popolazione. La Monuc - la missione di pace dell'Onu in ex-Zaire - sta indagando per individuare le responsabilità del massacro di Ntulumamba, dove uomini armati non ancora identificati hanno bruciato capanne e case, uccidendo soprattutto donne e bambini.
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I retroscena del G8
IL G8 E I RETROSCENA DEGLI AIUTI
L'agenda nascosta dell'Occidente per un continente alla deriva
RAFFAELE K. SALINARI*
Vale la pena di avanzare due modeste proposte per uno «sviluppo alternativo» dell'Africa, visto che dai risultati del recente vertice dei G8 appare chiaro che il continente nero non deve attendersi nulla di sostanziale da parte dei «grandi». La politica prevalente infatti, rafforzata nelle sue ragioni dalla lotta globale al terrorismo, è ancora quella che vede questa parte del mondo come «continente di riserva» destinato all'espansione di un lebensraum liberista oramai in affanno sia di spazio fisico da barattare (vedi Kyoto) che di materie prime da ottenere a basso costo. Le crescenti resistenze da parte dei paesi asiatici e latino-americani alla penetrazione del capitale straniero e la volontà chiara di Brasile, Venezuela, Cina e l'India, di diventare esportatori netti, delineano una prospettiva nella quale solo il continente africano sembra ancora essere disponibile ad una sorta di ricolonizzazione forzosa.
Aids, l'«utilità» della pandemia
Due soli esempi bastano a tratteggiare questa «agenda nascosta» del capitale occidentale e a rendere ragione dei ritardi e delle manchevolezze nei confronti degli enormi problemi africani. In primis la sostanziale indifferenza dei G8 verso la pandemia di Hiv/Aids che, al di là delle parole e dei pochi fatti, nasconde una malcelata volontà di «liberare» il continente dalla sua classe media produttiva per poi imporre nuove regole ai popoli indeboliti ulteriormente nelle loro capacità negoziali. Le relazioni di Unaids a questo proposito sono chiare e denunciano il progressivo impoverimento in risorse umane che tra qualche anno vedrà il continente alla mercè di chiunque voglia riprenderselo. Le modalità della parzialissima cancellazione del debito per i paesi più poveri, ottenuta dopo quattro lunghi anni di cura Banca mondiale e Fmi, e relative devastazioni sociali, dicono il resto. Un secondo aspetto della politica effettiva nei confronti del continente si evidenzia dai dati inerenti la geopolitica dell'immigrazione e dalla sua gestione politica da parte dell'Europa comunitaria, che la gestisce quasi esclusivamente in termini di ordine pubblico internazionale o flessibilità del lavoro. I rapporti tra immigrazione e sviluppo sono cambiati drammaticamente dopo la caduta del blocco sovietico e la fine della guerra fredda. In particolare il continente africano, che sino agli anni `80, era «sostenuto» nel suo processo di sviluppo dalle logiche legate alla guerra fredda, si è visto drammaticamente lasciato da parte una volta venuti meno gli interessi geostrategici legati a questo periodo. Se osserviamo le percentuali sul Pil dedicate all'Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei `90, ci accorgiamo del calo della percentuale dal 4 al 2%. Dopo la fine della guerra fredda possiamo dire che l'aiuto allo sviluppo non è più uno strumento geopolitico. Il calo del prezzo di alcune materie prime, tra le quali il caffè, il rame, il cobalto e il cacao, tutte deprezzate di quasi la metà nel corso degli anni `90, hanno ulteriormente contribuito all'impoverimento del continente, che si confronta con problemi debitori enormi e con l'imposizione di politiche pubbliche tali da negare alle popolazioni i più basilari diritti, come quello alla salute o all'istruzione.
In questa situazione l'impegno dei G8 per una «rinascita africana», si sarebbe dovuto innestare, per essere realmente efficace, proprio sull'analisi e la messa in valore dei fenomeni migratori che oggi costituiscono uno dei problemi geopolitici più importanti dei nuovi assetti mondiali. È chiaro come la povertà, la mancanza di democrazia, la corruzione rappresentino una forte spinta all'emigrazione, con il conseguente corteo di criminalizzazione degli immigrati spesso sottoposti al ricatto dei trafficanti di esseri umani. In realtà oggi il lavoro immigrato rappresenta forse la fonte più sicura, duratura e democratica, per uno sviluppo autonomo del continente. In sintesi, se andiamo ad analizzare le cifre del danaro che dall'Europa parte verso l'Africa troviamo, ad esempio, che le rimesse degli immigrati sono raddoppiate durante gli anni `90 e che oggi rappresentano un volume quasi doppio di quello degli aiuti allo sviluppo dedicati di paesi G8 al continente. Le cifre parlano infatti di 72 miliardi di dollari Usa di rimesse nel 2001, arrivate a 80 nel 2003, mentre nello stesso periodo l'Aps dedicato dai G8 all'Africa, si ferma a 55 miliardi di dollari.
Le rimesse e il caso Somalia
Queste cifre, di per sé significative, includono però soltanto i trasferimenti ufficiali. Secondo uno studio della Banca mondiale (Bm) se si tenesse conto del totale dei trasferimenti si potrebbe addirittura triplicare la cifra. Nel caso di un paese estremamente povero come la Somalia ad esempio la Bm calcola che ogni mese vengono inviati da 50 a 200 dollari da ogni emigrato, arrivando ad una cifra complessiva di 800 milioni di dollari all'anno, e che questo oggi rappresenta la quasi totalità della moneta circolante nel paese, significativamente abbandonato dai donatori internazionali per la situazione di instabilità politica interna. Le implicazioni di questa relazione positiva tra immigrazione e sviluppo attraverso le rimesse degli emigrati sarebbero enormi se le politiche di aiuto fossero realmente interessate allo sviluppo durevole del continente. Dunque la prima proposta, ad una sinistra che dovrà ripensare la cooperazione e la politica estera dell'Italia e dell'Ue, è quella di cominciare a riconsiderare i termini nei quali si regola l'immigrazione. In particolare appare chiaro che una serie di legislazioni internazionali che favoriscono il flusso delle rimesse attraverso regolamenti internazionali più trasparenti - leggi riforma delle transazioni internazionali - rappresenterebbe un volano enorme per lo sviluppo dei paesi impoveriti. Altro aspetto, legato ai diritti degli immigrati, è certamente quello dell'utilizzo dei flussi per favorire una comunicazione attiva tra gruppi di immigrati e paesi di origine. L'influenza delle diaspore emigrate negli equilibri politici dei paesi in via di sviluppo in termini di richiesta di maggior democrazia, diritti umani, garanzie legislative e quant'altro, sono ampiamente documentate ma altrettanto sotto-utilizzate. Dunque, in conclusione, un rovesciamento di paradigma che vede un'immigrazione come risorsa nei due sensi, favorente i termini di una sicurezza democratica perché ancorata nello scambio di risorse tra i continenti. La seconda proposta è relativa al Live 8, il concerto di beneficenza, perché di questo si tratta, organizzato da altri grandi, questa volta della musica. Perché invece di chiedere fondi Bono o i Pink Floyd o Paul Mc Cartney non danno solo un anno dei loro diritti di autore all'Africa? L'Africa canta per noi da secoli, sarebbe ora di restituirle il maltolto anche in questo campo.
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Niger, tre milioni di vite a rischio
Il paese sub-sahariano è afflitto da una pesante crisi alimentare. Manca il cibo, ma il governo e i donatori si sono opposti finora alle distribuzioni gratuite. «Per non perturbare i mercati»
«Il Niger è l'esempio di un'emergenza trascurata, in cui gli avvertimenti non sono stati presi in considerazione». Così ieri Jan Egeland, sottosegretario delle Nazioni unite per gli aiuti umanitari, si indignava dai microfoni della Bbc per lo scarso interesse della comunità internazionale sulla crisi alimentare che sta colpendo il paese sub-sahariano. Risultato di una complessità di fattori - tra cui la siccità e l'invasione di locuste che ha flagellato l'estate scorsa tutto il Sahel, compromettendo i raccolti - la situazione in Niger rischia di avere effetti devastanti: secondo le stime fornite dall'Onu, 150mila bambini sono a rischio di morte e almeno 3,6 milioni di persone sono attualmente a corto di cibo. Il fatto è che la crisi nigerina era ampiamente prevista e prevedibile fin dall'autunno scorso: già ad ottobre una missione di organismi internazionali - tra cui il Programma alimentare mondiale (Pam), la Fao e il Comitato permamente inter-statuale di lotta contro la carestia nel Sahel (Cilss) - aveva suonato il campanello d'allarme, indicando un deficit di cereali di più di 220mila tonnellate, ossia il 7,5 % del fabbisogno nazionale, concentrato soprattutto nella fascia meridionale che comprende le città di Tahoua, Maradi e Zinder. Da allora, poco si è mosso: nonostante l'incremento drammatico dei bambini ricoverati nei centri nutrizionali e negli ambulatori di Médecins sans frontières (Msf), la situazione è rimasta immutata.
Perché questa inazione? «Noi avevamo lanciato fin da novembre una strategia di intervento preventivo - racconta al telefono da Niamey Gian Carlo Cirri, responsabile del Pam in Niger - ma non è stato possibile concretizzarla». Cirri parla di scarsità dei fondi stanziati e della difficoltà di reperire cereali in tutta la sub-regione, a causa dei cattivi raccolti dell'anno scorso. Ma altri denunciano in modo più aperto una politica che in qualche modo ha sacrificato i nigerini sull'altare del libero mercato. In un intervento sul sito di Msf, Jean-Hervé Jezequel, ricercatore nel settore delle scienze sociali recentemente tornato dal Niger, punta il dito contro la strategia di gestione dell'emergenza nel paese sub-sahariano. A quanto racconta lo studioso, tale strategia di gestione è affidata al cosiddetto «dispositivo», un organo che associa i principali finanziatori (Usa e Francia), le istituzioni Onu (Pam e Fao) e il governo nigerino. «All'inizio di giugno, nel corso di una riunione della Commissione mista di concertazione, l'organo decisionale del "dispositivo" che riunisce i rappresentanti dello stato e dei finanziatori, il governo del Niger ha dichiarato che, malgrado la gravità della crisi alimentare, non avrebbe organizzato nessuna distribuzione gratuita», continua Jezequel. La ragione è semplice: bisognava evitare di destabilizzare i mercati con immissione di derrate alimentari gratuite. Invece di indignarsi, i finanziatori - in primis l'ambasciatore francese - hanno accolto con giubilo la dichiarazione del governo. «In sintesi - conclude il ricercatore - la sicurezza alimentare come è applicata in Niger privilegia il mercato rispetto al servizio pubblico».
Con l'acuirsi della crisi e in concomitanza con l'inizio di un timido interesse da parte dei media internazionali per la situazione nel paese, il «dispositivo» ha infine cambiato politica: è di queste ultime ore la decisione di autorizzare «distribuzioni mirate» di derrate alimentari alle persone più in difficoltà. «Stiamo giocando l'ultima carta per evitare il peggio», racconta Cirri. Che aggiunge: «Il Pam ha moltiplicato per quattro il suo budget e sta avviando una gigantesca operazione di distribuzione, che coinvolgerà 60 organizzazioni sul terreno».
Dopo la «svolta», i donatori si sono affretati a partecipare alla gara di solidarietà: martedì la Francia ha annunciato lo stanziamento di due milioni di euro. Altri paesi probabilmente seguiranno a ruota, secondo il solito copione: si interviene solo quando la situazione diventa critica. «Se si fosse risposto immediatamente, ci sarebbe voluto un dollaro al giorno per prevenire la malnutrizione tra i bambini. Ora ci vogliono 80 dollari per salvare la vita a un bimbo malnutrito», continua Egeland. Che conclude con una constatazione amara: «I fondi richiesti inizialmente dall'Onu per il Niger corrispondono a un terzo di quanto gli europei spendono ogni anno in gelati».
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lavoro nero per i pali telecom
Ieri sciopero nel Lazio. Censis: sommerso un italiano su quattro
Ieri mattina il Censis ha presentato il rapporto 2005 sul sommerso in Italia. Più o meno contemporaneamente, i lavoratori degli appalti telefonici del Lazio scioperavano per denunciare la gravi condizioni del settore. Iniziamo dal Censis. Il 2005 apre un «nuovo ciclo del sommerso». Dal sommerso «d'impresa» a quello «di lavoro». Da un sommerso «strutturale» ad uno «capillare». Che significa - ha spiegato ieri Giuseppe Roma, direttore dell'istituto - più diffuso, soggettivo e individuale. Diminuiscono le imprese totalmente sommerse (che scendono dal 22,3% del 2002 al 9,7%), si rafforzano quelle esistenti (in cui l'occupazione totalmente irregolare passa dal 12,9% del 2002 al 14,2), ma cresce il numero delle imprese emerse che utilizzano lavoro irregolare.
Cresce insomma - sottolinea il rapporto - «tutto quell'alone di lavoro grigio, al confine tra la regolarità e l'irregolarità, fatto di un uso improprio del lavoro flessibile, e in particolare delle collaborazioni a progetto». Secondo le stime, l'occupazione sommersa passa dal 26% del 2002 all'attuale 27,9% nel lavoro dipendente. Facendo la media con l'autonomo, però, il dato si abbassa leggermente, scendendo a un 24,6%. Chi sono i soggetti? Gli immigrati soprattutto (il 36,7% del lavoro immigrato è irregolare), ma anche i giovani in cerca di prima occupazione. Per quali tipologie di lavoro? Il fenomeno - spiega il Censis - tende ad assumere i tratti tipici del terziario, adeguandosi alle logiche di outsourcing, flessibilità e individualità tipiche di una società di servizi.
Tornano in mente i lavoratori degli appalti telefonici, che ieri si sono fermati per tutta la giornata. Per denunciare - spiegano i sindacati (Fim, Fiom e Uilm) - un mondo permeato di illegalità, e un uso spregiudicato da parte delle aziende (e quindi della monopolista Telecom) del subappalto e del lavoro nero. «Anche quando gli investimenti crescono come nel caso di Telecom - afferma Canio Caltriti della Fiom - non si ferma la logica al ribasso della frantumazione della catena del valore». Storie di chiusure di stabilimenti (come Sielte e Ght a Roma, due aziende che lavorano in appalto per Telecom). Di cassa integrazione o di procedure di mobilità avviate da una parte, mentre dall'altra si subappalta per ridurre i costi. Come alla Mazzoni Spa (1500 operai), che lavora su commessa Telecom a Roma e dal 2000 - raccontano i lavoratori dei Cobas - si avvale di una mole di «manodopera esterna» (imprese subappaltatrici) sostituendo il proprio organico a suon di cassa integrazione e ferie forzate.
Ritorniamo di nuovo al Censis, e alle ricette dell'istituto e degli ospiti della tavola rotonda. Poco discordi, tra l'altro. Sopra a tutte: una finanziaria mirata (per Sacconi), agevolazione delle assunzioni (per il Censis), riduzione del costo del lavoro e del cuneo contributivo (per Beretta, di Confindustria), contrattazione decentrata (per Pezzotta, che mostra così di recepire le parole di Ichino sul Corriere della scorsa settimana). Un nuovo patto sociale, insieme a misure repressive, al tavolo di ieri ha trovato tutti d'accordo. Tranne la Cgil, che non c'era. «I dati del Censis - ha detto Fulvio Fammoni, della segreteria nazionale - confermano quattro anni di politiche governative che hanno fortemente precarizzato il lavoro, rendendo appetibile il passaggio al nero».
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Se la banca banchizza
L'Unità di martedì 19 luglio esulta per il successo di Unipol. «Piaccia o no, ieri è arrivata una ventata di aria fresca nelle stanze chiuse della finanza tricolore». La conquista della Bnl è certamente un successo di grande portata e va dato merito all'ing. Giovanni Consorte che è stato lo stratega di questa impresa, che dà spazio alla discussione, a sinistra soprattutto, sull'opportunità di una «finanza rossa» accanto e in dialettica con la finanza laica e quella cattolica, da tanto tempo in campo. A questo punto però si pone il problema, non nuovissimo, dell'utilità di una «finanza rossa» che non si limiti a rinfrescare l'aria piuttosto stantia del nostro capitalismo. Proviamo a tentare un approccio forse ingenuo, ma pragmatico e non bigotto (c'è anche il bigottismo rosso), e chiederci se e in che misura una «finanza rossa» possa essere utile al movimento operaio e alle sue lotte. Indubbiamente per fare una guerra - lo diceva Francesco I, sconfitto a Pavia - ci vogliono i «soldi e soldati»: non bastano gli iscritti e i militanti ci vuole anche del denaro, che il movimento operaio tradizionalmente raccoglie con le quote di iscrizione e con le sottoscrizioni. Una volta c'era l'oro di Mosca, ma ormai è acqua passata. Premessa al quesito «è bene che ci sia una finanza rossa?» è che questa finanza voglia e possa aiutare i rossi. E' ovvio che se la Bnl rossa si comporterà tale e quale tutte le altre banche il problema neppure si pone. Mentre è abbastanza comprensibile che in questa fase politica e in vista di importanti elezioni politiche una banca rossa o rossastra potrebbe avere un ruolo.
Ma è proprio a questo punto che mi vengono le maggiori incertezze e, addirittura, la convinzione che una finanza rossa sia controproducente e non possa esistere. Mi torna subito alla mente il vecchio e saggio detto latino, «Graecia capta, ferum victorem cepit», come a dire la banca conquistata dai rossi bancarizza i rossi, tanto più se sono - come sono - un po' scoloriti.
Due considerazioni. In primo luogo se la banca deve fare profitti e non fallire deve seguire le leggi del mercato del denaro, che è la supermerce, la merce che consente lo scambio di tutte le altre merci.
In secondo luogo - nel nostro mondo la finanza rossa avrebbe lo status di un sorvegliato speciale, peggio di un islamico - ogni trasgressione, ogni operazione di aiuto alla parte rossa si tradurrebbe in scandalo e reato gravissimo. Quella che a molti sembrava o poteva sembrare un successo, una conquista, si traduce in una trappola micidiale.
Tutto questo per spiegare scetticismo e preoccupazione di fronte a quel che l'Unità racconta come una straordinaria vittoria innovativa.
P.S. Qualcuno si ricorda di Bertolt Brecht? Forse esagerava, ma pure doveva avere qualche ragione quando scriveva che si fa più danno a fondare una banca che a saccheggiarla.
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La costituzione irachena
Iraq, malsana e robusta costituzione
Sotto la protezione delle truppe Usa arriva la nuova costituzione basata sulla divisione del paese in «patrie etniche» e confessioni. Una ricetta per la futura guerra civile. Prime vittime, le donne
Il progetto di costituzione irachena elaborato dai rappresentanti curdi e sciiti, senza neppure una piccola pattuglia sunnita, appena nominata e già dimessasi ieri dopo che due suoi componenti erano stati uccisi due giorni fa sotto gli occhi delle nuove forze di sicurezza, potrebbe essere pronto già il prossimo primo agosto. In tempo per una rapida discussione parlamentare in grado di rispettare la prevista data limite del quindici agosto, e quella del referendum del prossimo ottobre. Lo ha annunciato ieri, Houman Hammoudi, il responsabile del comitato che sta redigendo la carta fondamentale del paese nell'ambito delle linee guida già stabilite dalla costituzione provvisoria elaborata a Washington e imposta agli iracheni la scorsa primavera. Il documento ancora non è stato finalizzato ma dalle prime indiscrezioni emerge chiaramente come alla base della nuova costituzione vi sia un evidente scambio tra il via libera alla disgregazione del paese su basi etniche e confessionali, sotto la bandiera di un federalismo estremo e senza limiti che nega l'esistenza stessa dell'Iraq - e che sancisce la nascita di un'entità curdo-americana nel nord petrolifero - e la visione sociale del grande ayatollah Ali al Sistani, la massima autorità religiosa sciita. Il tutto nell'ambito di un assetto istituzionale voluto dagli occupanti che - da qui la necessità di tenere fuori la componente sunnita e qualle laica arabo-nazionalista, escludendole prima dal governo provvisorio e poi dalle elezioni del trenta gennaio scorso per l'assemblea costituente - nega il carattere arabo e unitario dello stato iracheno ricalcando quella istituzionalizzazione delle differenze etnico confessionali già introdotta in Libano dagli occupanti francesi alla metà dell'800. Ricetta questa per uno scontro intestino permanente tra le varie comunità, come sta a testimoniare la triste realtà della guerra civile nel «paese dei cedri», che le renderà tutte dipendenti dalla volontà sia dell'impero che delle potenze regionali come l'Iran. In altri termini i cittadini iracheni non saranno più tali, soggetti all'autorità dello stato, ma esisteranno come soggetti giuridici solamente in quanto membri di una particolare comunità etnica o religiosa. A farne per prime le spese saranno evidentemente le donne che infatti ieri hanno manifestato contro la nuova costituzione nella centralissima piazza Firdous. All'origine della protesta delle donne vi è il fatto che l'articolo 14 della bozza di costituzione, abolisce la legge, piuttosto avanzata, sui diritti personali introdotta in Iraq nel 1959 dopo l'abbattimento del regime monarchico e rimasta in vigore durante gli anni del partito Baath. Quella legge, basata «anche» sulla Sharia, ma su una sua interpretazione assai liberale resa possibile dall'aver messo insieme le più avanzate interpretazioni del corano ad opera di pensatori sunniti e sciiti, costituiva un codice che andava applicato a tutti i cittadini e le cittadine irachene. Un codice che, ad esempio, dava alle donne il diritto di scegliersi il proprio marito e in caso di divorzio affidava la questione all'autorità di un giudice. Nella formulazione della costituzione resa nota ieri dal «New York Times» - che si finge scandalizzato, come se non sapesse che questo era il premio promesso ai settori filo-iraniani da Bush per ottenere il loro appoggio contro la resistenza irachena - stabilisce invece che per i casi relativi al diritto di famiglia, matrimoni, divorzi ed eredità, il giudizio avverrà sulla base delle legge islamica propria della famiglia di appartenenza. Naturalmente nulla viene detto su quanto avverrà nel caso delle, numerosissime in Iraq, famiglie miste o cristiane. Se l'articolo 14 dovesse essere approvato nella sua attuale formulazione ad esempio le donne sciite, qualunque sia la loro età, non potranno più scegliersi il marito senza il consenso della famiglia mentre i loro mariti potrebbero divorziare da loro senza alcun intervento del giudice.
Con l'approvazione della costituzione giungerà così al culmine il tentativo dei «neocon» Usa di cancellare «l'identità araba irachena» per sostituirla con le varie identità etnico religiose presenti nel paese, portato avanti dagli occupanti sin dalla costituzione del primo governo provvisorio iracheno. Ne consegue che dall'invasione Usa ad oggi non c'è più spazio in Iraq per chi si considera prima di tutto «cittadino iracheno» mentre il sistema delle quote per le varie comunità ha portato al loro configurarsi come blocchi politici monolitici sottoposti all'autorità dei settori più reazionari del clero. In altri termini, lungi dal costruire un sistema vagamente democratico basato su partiti «nazionali», l'occupazione ha finito per rinchiudere i cittadini all'interno di esclusive identità etnico-religiose, cercando così di cancellare tutto quel che gli iracheni avevano, e che tuttora hanno, in comune tra di loro.
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Un'istituzione per natura conservatrice
Fino al 1945, la Corte suprema si è sempre schierata sulle posizioni più retrograde. Poi le cose sono cambiate
«Difendere la proprietà» contro gli attacchi della democrazia. Questo il compito dell'Alto tribunale, secondo il giurista Richard Epstein, dell'università di Chicago
A che serve la Corte Suprema degli Stati uniti? Una risposta senza peli sulla lingua è venuta nel 1985 da Richard Epstein nel suo libro Takings: Private Property and the Power of Eminent Domain, dove si diceva tranquillamente che il compito della Corte è «difendere la proprietà» contro gli attentati che periodicamente la democrazia mette in atto. Epstein non è uno qualunque: dal 1972 insegna alla University of Chicago, dove è direttore del centro studi su Legge e Economia, ovvero nel cuore del più importante centro di elaborazione del pensiero neoconservatore. Per un secolo e mezzo, non c'è dubbio che la Corte abbia fatto proprio questo, resistendo ferocemente all'abolizione della schiavitù (gli schiavi erano proprietà costose), opponendosi alle leggi sull'orario di lavoro, l'impiego delle donne e dei fanciulli, l'antitrust. I primi tentativi di alleviare le condizioni dei lavoratori durante il New Deal vennero giudicati incostituzionali, perfino la ratealizzazione dei mutui degli agricoltori (Louisville Bank versus Radford, 1935). Solo dopo il famoso showdown con Franklin Roosevelt, che minacciava di raddoppiare il numero dei giudici per crearsi una maggioranza favorevole, la Corte guidata da Charles Hughes venne a più miti consigli (nel frattempo il piano, passato alla storia come Court Packing, veniva abbandonato).
È nel dopoguerra, con le Corti presiedute da Earl Warren (1953-1969) e da Warren Burger (1969-1986) che le cose diventano più complesse: i nove giudici eletti a vita ampliano l'orizzonte dei diritti dei cittadini, in particolare quelli esclusi di fatto dal corpo politico americano, come i neri. I conservatori non hanno ancora perdonato a Earl Warren la sentenza Brown v. Board of Education, che imponeva la desegregazione delle scuole pubbliche, mettendo in moto il processo che condurrà alle vittorie di Martin Luther King e alla conquista di pieni diritti politici per gli afroamericani.
Nel 1963, inoltre, giunse davanti alla Corte il caso del New York Times, condannato da una giuria dell'Alabama a un enorme indennizzo nei confronti del capo della polizia di Montgomery, L. B. Sullivan, per aver pubblicato una pagina di pubblicità (pagata da un gruppo di artisti) che accusava di brutalità le forze dell'ordine. Sulla base dei precedenti, la Corte avrebbe semplicemente potuto rifiutarsi di esaminare il caso, o avrebbe potuto considerare punibile la pubblicazione dell'inserzione, equiparata a uno scritto «pericoloso o offensivo» giudicato tale «da un processo equo e imparziale».
I precedenti lo permettevano senza alcuna difficoltà e gli stessi avvocati del New York Times speravano semplicemente in una sentenza che riconoscesse la «buona fede» del giornale. Al contrario, la maggioranza della Corte scelse di prendere il toro per le corna, scrivendo che e il principio fondamentale in gioco era «un dibattito sui temi di interesse pubblico che sia non inibito, solido e il più ampio possibile e che [quindi] possa includere attacchi veementi, caustici e talvolta spiacevolmente violenti contro il governo o pubblici funzionari». Tutto ciò che si riferiva a un dibattito su temi politici, per quanto insultante fosse nei confronti di un Presidente, un governatore, un sindaco o un capo della polizia, era meritevole di protezione costituzionale, a meno che non fosse falso e che l'autore dell'articolo fosse conscio della falsità. La libertà di stampa veniva così protetta da una barriera quasi invalicabile.
Sempre nel 1963, il giudice William Brennan fu l'estensore di una sentenza oggi poco ricordata, ma di importanza capitale. In Fay v. Noia, la Corte affermò il principio che «in una società civilizzata, il governo deve essere sempre responsabile verso il potere giudiziario per ciò che riguarda la detenzione di un uomo: se la detenzione non può essere considerata conforme ai criteri fissati dalla legge, l'individuo ha diritto alla liberazione immediata». Qualcuno se ne ricorda, ora, discutendo di Guantanamo?
Questa fase di ampliamento dei diritti dei cittadini culmina nel 1973, con Roe v. Wade, la sentenza che rende un diritto costituzionale l'interruzione della gravidanza. Pessima sentenza, purtroppo. Non tanto perché le donne americane dovessero essere lasciate alla loro sorte, quanto perché in questo caso la Corte si sostituì a quella che doveva essere una decisione politica basata su un consenso largo, democraticamente legittimata da un voto del Congresso e una firma del presidente. A questo si sarebbe probabilmente arrivati qualche anno dopo, forse per una via diversa, cioè a livello degli stati, ma si sarebbe arrivati. La sentenza troncò questo processo, creando dal nulla un «movimento per la vita» che da allora si autoalimenta proprio negando la legittimità della decisione del 1973.
C'è un insopportabile elemento di cinismo politico nel modo in cui i repubblicani continuano a gettare olio sul fuoco e a flirtare con un «movimento per la vita» in cui allignano componenti violente: proprio tre giorni fa è stato condannato all'ergastolo Eric Rudolph, che nel 1998 seminò quattro bombe alle Olimpiadi di Atlanta come parte di una sua campagna contro medici, infermieri e cliniche. Tuttavia, la Corte è in parte responsabile di questa situazione, essendosi «sostituita alla politica» in una materia dove la divisione degli americani sembra insanabile.
Con le dimissioni di Sandra Day O'Connor e l'imminente ritiro di William Rehnquist finisce il ciclo di una Corte a impronta fortemente conservatrice, ma non disponibile a tornare indietro su Roe v. Wade. L'ossessione dei repubblicani di annullare questa sentenza potrebbe però trovare un limite nella comodità della situazione attuale, dove il tema rimane aperto, mobilitando milioni di credenti ad ogni elezione: attivisti cattolici e protestanti che sono necessari per la vittoria dei candidati repubblicani.
Anche sul tema dei diritti civili dopo l'11 settembre la situazione è estremamente delicata: nel 2004 proprio la O'Connor, aveva inflitto una vera e propria bacchettata sulle dita a Bush e Cheney in materia di divisione dei poteri e di competenze della magistratura: «il sistema di checks and balances sarebbe rovesciato se un cittadino non potesse contestare in tribunale le ragioni fattuali della sua detenzione semplicemente perché il governo rifiuta di discuterne» (Hamdi v. Rumsfeld). La chiave della sentenza stava nel ribadire che l'approccio dell'Amministrazione nella guerra al terrorismo «serve soltanto a concentrare il potere» nell'esecutivo ed è quindi costituzionalmente intollerabile. Anche uno stato di guerra, aveva stabilito la Corte, «non costituisce un assegno in bianco per il presidente quando si tratta dei diritti dei cittadini» . C'è da dubitare che la corte di John Roberts, che tra qualche mese sarà probabilmente presieduta da Antonin Scalia, dimostrerà altrettanta indipendenza e preoccupazione per i diritti inalienabili dei cittadini fissati nel Bill of Rights.
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Da Gigi e Andrea
A: Pensa, ogni volta che respiro, muore un uomo
B. Hai provato a fare qualcosa per l'alito?
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Goethe sull'apprendimento della sapienza
Quando dobbiamo imparare qualcosa di grande
ci rifugiamo nella nostra innata miseria
qualcosa l'abbiamo pur sempre imparato
permalink | inviato da il 29/7/2005 alle 21:9 | commenti (0) |
Fusioni, scorpori...
Sapendo delle simpatie islamiche di molti della destra estrema
vuoi vedere che i neofascisti italiani faranno una joint-venture con Al-Qaida?
Due tradizioni a confronto, un'unione che fa ricchezza...
E pensate attentati di cui non si scopriranno i responsabili nemmeno dopo vent'anni....
saranno incarcerati algerini che per anni rilasceranno messaggi trasversali (modello Agca) recensiti e interpretati da Scalfari, Della Loggia, Fiamma Nirenstein...
ai prossimi attentati saranno collegati i rapimenti di Denise Pipitone...
Sarà un circuito virtuoso il cui moltiplicatore farà uscire l'Italia dalla crisi economica.
permalink | inviato da il 29/7/2005 alle 19:56 | commenti (0) |

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