Source: https://ilgesustorico.myblog.it/2008/11/14/gesu-personaggio-storico/
Timestamp: 2020-03-29 21:17:38+00:00

Document:
GESU’ PERSONAGGIO STORICO | IL GESU' STORICO
PLINIO IL GIOVANE (62-114 d.C.). Quando era governatore della Bitinia, in una lettera inviata all’imperatore Traiano nel 112, domanda come debba comportarsi nei confronti dei cristiani. Brevemente riferisce che alcune persone, una volta cristiane, ma poi allontanatesi dalla Chiesa perché l’imperatore aveva proibito le associazioni segrete, avevano fatto delle rivelazioni sui loro servizi religiosi. Al riguardo riferisce: “Adfirmabant autem hanc fuisse summam vel culpae suae vel erroris, quod essent soliti stato die ante lucem convenire carmenque Christo quasi deo dicere…”
“Affermavano inoltre che tutto il loro crimine o errore sarebbe consistito nel fatto che solevano riunirsi in un giorno determinato della settimana, prima del sorgere del sole, e cantare un inno a Cristo come a un Dio…”.
Un secolo più tardi Tertulliano rimprovererà all’imperatore la illogicità di questa strana sentenza affermando: se ritieni colpevoli i cristiani, perché non vai anche a cercarli? Se non li ritieni colpevoli perché condanni quelli che vengono denunciati?
PUBLIO CORNELIO TACITO (55-120 d.C.). Verso il 116 Tacito, grande storico romano, scrive la storia dell’impero tra gli anni 14 e 68 d.C. servendosi anche delle Storie di Plinio il Vecchio, testimone della caduta di Gerusalemme. Nei suoi Annali descrive tra l’altro l’incendio di Roma verificatosi nell’anno 64. Incendio che il popolo attribuì a Nerone il quale, per scagionarsi non trovò di meglio che accusare i cristiani: “Sed non ope humana, non largitionibus principis aut deum placamentis decedebat infamia, quin iussum incendium crederetur ergo abolendo rumori Nero subdidit reos et quaesitissimis poenis adfecit, quos per flagitia invisos vulgus chrestianos appellabat austor nominis eius Christus, Tiberio imperitante, per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfestus erat”. “Ma l’oltraggiosa convinzione che l’incendio fosse stato ordinato non cessava né con mezzi umani, né con le elargizioni sovrane, né con i sacrifici espiatori, per cui Nerone, volendo mettere a tacere questa diceria, diede la colpa ad altri e punì con raffinati supplizi coloro che la gente chiamava “crestiani” e che, a causa delle loro scelleratezze, erano odiati da tutti. Questo nome ha avuto origine da Cristo, che fu condannato a morte sotto il regno di Tiberio dal procuratore Ponzio Pilato”.
CAIO SVETONIO TRANQUILLO (75-150 d.C.). In qualità di segretario privato sotto l’imperatore Traiano e Adriano, aveva libero accesso agli archivi imperiali. Scrisse verso il 120 la Vita dei dodici Cesari nella quale a proposito di Claudio (41-54 d.C.) riferisce: “Judaeos, impulsore Chresto, adsidue tumultuantes Roma expulit”. “espulse da Roma i Giudei i quali, istigati da un certo Crestos, provocavano spesso tumulti”. È molto probabile che con l’espressione “impulsore Chresto ” ci si riferisca a Cristo; ciò risulta dal fatto che era usuale accanto a “Christus” anche la scrittura “Chrestos”. Anche Tacito parla di “Chrestiani” e dal contesto risulta cvidente che si riferisce ai seguaci di Cristo.
MARA BAR SERAPION. Un manoscritto siriaco del VII secolo contiene il testo di una lettera del siriano Mara Bar Serapion a suo fratello Serapione. La lettera è certamente successiva al 73 d.C.: “Che vantaggio trassero gli ateniesi dal condannare a morte Socrate?… gli uomini di Samo dal bruciare Pitagora?… i giudei dal giustiziare il loro sapiente Re? Fu proprio dopo tale [delitto] che il loro regno fu distrutto [evidentemente la distruzione di Gerusalemme]. Dio giustamente vendicò questi tre uomini saggi: gli ateniesi morirono di fame; gli uomini di Samo furono sopraffatti dal mare; i giudei, rovinati e cacciati dalla loro terra, vivono in completa diaspora. Ma Socrate non morì per i buoni; continuò a vivere nell’insegnamento di Platone. Pitagora non morì per i buoni; continuò a vivere nella statua di Hera. Né morì per i buoni il Re sapiente; continuò a vivere nell’insegnamento che aveva impartito” . A differenza dei precedenti documenti, qui il riferimento a Gesù è indiretto, tuttavia il testo che presenta Socrate e Pitagora quali personaggi storici, pone accanto a loro come figura storica anche il “saggio Re” dei Giudei. Questi non può essere che Gesù di Nazaret, il quale fu giustiziato (crocifisso) e con il suo messaggio dette “nuove leggi” all’umanità.
TALMUD BABILONESE. È una raccolta di riflessioni e di tradizioni ebraiche. “Viene tramandato: Alla vigilia (del sabbat e) della pasqua si appese Jesu (il nazareno). Un banditore per quaranta giorni andò gridando nei suoi confronti: “Egli (Jesu il nazareno) esce per essere lapidato, perchè ha praticato la magia e ha sobillato e deviato Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa, venga e l’arrechi per lui”. Ma non trovarono per lui alcuna discolpa, e lo appesero alla vigilia (del sabbat e) della pasqua”. Il Talmud riporta notizie su Gesù non conformi a verità, però è importante perché indica come data della morte di Cristo il 14 di Nisan, la stessa segnalata nel vangelo di Giovanni.
GIUSEPPE FLAVIO. Storico di rilievo della nazione giudaica. Nato a Gerusalemme nel 37 da famiglia di stirpe sacerdotale, abitò a lungo in questa città. Conobbe la prima comunità cristiana di cui si interessò con atteggiamento critico. Passato al servizio della dinastia dei Flavi, partecipò con i romani alla distruzione di Gerusalemme nell’anno 70. Nella sua opera Antichità giudaiche, pubblicata a Roma intorno al 93, si trovano due passi importanti.
1° testo: “A quell’epoca visse Gesù, un uomo sapiente (se uomo lo si può chiamare). Egli operò cose mirabili (ed era maestro di quegli uomini che accolgono con gioia la verità). Molti Giudei e pagani egli attrasse a sé. (Egli era il Messia). E quando su accusa dei nostri uomini più autorevoli Pilato lo ebbe condannato alla morte di croce, coloro che lo avevano amato, non desistettero. (Egli infatti apparve loro vivente il terzo giorno, come avevano annunziato di lui, fra mille altre cose mirabili, i Profeti inviati da Dio). E fino ad oggi non è più venuta a cessare la comunità di coloro che da lui traggono il nome di Cristiani”. Questo testo, riportato in tutti i codici antichi, è importante per attestare la storicità di Gesù, ma contiene alcune espressioni che con molta probabilità furono interpolate da mano cristiana e sono quelle incluse tra parentesi. Sorprende infatti una testimonianza a favore della messianità di Gesù da parte di un giudeo ostile alla nuova religione.
A conferma del tenore originale del testo esiste una versione araba (pubblicata nel 1971). Essa è particolarmente degna di fede, in quanto è stata riportata da un ambiente cristiano che non aveva certo interesse a ridurre la figura di Gesù. “In questo tempo ci fu un uomo saggio che era chiamato Gesù. La sua condotta era buona ed era noto per essere virtuoso. E molti fra i giudei e fra le altre nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò ad essere crocifisso e a morire. Ma quelli che erano diventati suoi discepoli non abbandonarono il suo discepolato. Essi raccontarono che egli era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione e che era vivo; forse, perciò, era il Messia, del quale i profeti hanno raccontato meraviglie” .
2° testo: “Il Sommo Sacerdote Anna riuni il Sinedrio a giudizio e fece comparire davanti ad esso Giacomo, fratello di Gesù detto il Cristo, e con lui alcuni altri, e li condannarono a morte mediante lapidazione”. Si tratta di Giacomo, capo della comunità di Gerusalemme, lapidato nella Pasqua del 62 e denominato anche da S. Paolo ” fratello del Signore ” (E’ molto probabile che si tratti di un “vero fratello” di Gesù; và però ricordato che in aramaico sono chiamati fratelli anche i parenti prossimi).
Ci si può domandare perché le fonti non cristiane siano così esigue a proposito di Gesù. Benché le testimonianze che possediamo siano sufficienti a renderci certi della sua esistenza, è possibile rispondere a questo interrogativo citando quanto scrive Vittorio Messori: “Nessuno di quegli scrittori avrebbe potuto occuparsi di lui [Gesù] se non per inciso. Essi parlano di coloro che furono “re” nell’ordine della forza e della sapienza. Le tracce che Gesù ha lasciato non sono quelle su cui si basa la storia ufficiale: palazzi reali, templi, monete con il suo nome e il suo profilo, segni di guerre e di conquiste. Egli ha lasciato solo un elemento impalpabile, in apparenza insignificante: la sua parola, affidata a un gruppo di rozzi provinciali. Non è un caso, infatti, che le testimonianze antiche più che di lui parlino degli effetti “politici” della sua esistenza. Gli storici, cioè, non hanno colto il Cristo, confuso com’era nel torrente delle vicende orientali. Hanno notato invece il cristianesimo, che andava organizzandosi come vivace e inquietante “gruppuscolo” che era impossibile disperdere” .
Se i documenti giudaici e pagani attestano l’esistenza storica di Gesù, è a quelli cristiani che dobbiamo rivolgerci per conoscere chi sia veramente Gesù, la sua vita, il suo messaggio. Le fonti cristiane, ossia i 27 libri del Nuovo Testamento, costituiscono la documentazione più antica ed autorevole.
La più antica testimonianza è quella di Papia, vescovo di Gerapoli. Nella sua opera scritta verso il 120 (ampiamente citata da Eusebio) riferisce esplicitamente che Matteo, Marco e Giovanni scrissero un vangelo. L’importanza storica di tale attestazione è dovuta al fatto che Papia stesso dichiara di aver attinto le sue informazioni direttamente dai discepoli degli apostoli.
Ireneo, nato a Smirne verso il 130, fu discepolo del vescovo Policarpo (a sua volta discepolo diretto dell’apostolo Giovanni). Trasferitosi con la comunità cristiana a Lione, ne divenne vescovo. Fu dunque un testimone qualificato sia della Chiesa orientale che di quella occidentale. Scrive verso il 180: “Matteo, che stava tra gli Ebrei, pubblicò il vangelo in ebraico mentre Pietro e Paolo evangelizzavano Roma, e vi fondarono la Chiesa. Dopo la partenza di questi, anche Marco, il discepolo e l’interprete di Pietro, trascrisse ciò che Pietro aveva insegnato, e Luca, compagno di Paolo, redasse il vangelo annunziato da quello. Di poi Giovanni, discepolo del Signore che riposò sul suo petto, pubblicò il suo vangelo dimorando a Efeso nell’Asia”.
Sempre nel secolo II merita attenzione la testimonianza di Giustino, martire a Roma nel 165. Nella prima Apologia e nel Dialogo con Trifone parla delle “memorie degli apostoli” e precisa che si chiamano vangeli.
Con il terzo vangelo in principio costituirono una sola opera che noi oggi intitoleremmo “Storia delle origini cristiane”. Negli Atti infatti, viene presentato lo sviluppo della Chiesa fondata da Gesù, nei suoi momenti essenziali sotto l’azione dello Spirito Santo.
L’arco di tempo considerato va dall’anno 30 al 63.
L’autore degli Atti è identificato concordemente dalla tradizione della Chiesa con Luca. Lo dimostra la testimonianza del Canone Muratoriano, del Prologo antimarcionita, di Ireneo, degli scrittori alessandrini e di Tertulliano.
L’apostolo delle genti ci è noto, più di qualsiasi altra personalità del N.T., dalle sue Lettere e dagli Atti degli Apostoli, due fonti indipendenti che si confermano e si completano vicendevolmente. Da accanito persecutore della giovane Chiesa cristiana, fu improvvisamente convertito sulla via di Damasco dall’apparizione di Gesù risorto che, manifestandogli la verità della fede cristiana, gli annunciò la sua speciale missione di apostolo dei pagani. Le sue lettere (redatte tra il 50 e il 67 circa) contengono tutte una stessa dottrina fondamentale incentrata intorno al Cristo morto e risorto, dottrina che si adatta, si sviluppa e si arricchisce secondo particolari esigenze pastorali. Lo stesso Paolo dichiara di aver confrontato la sua fede e averne ricevuta l’approvazione da Pietro e dagli altri Apostoli.
Fanno parte del N.T. anche le Lettere cattoliche e l’Apocalisse. Non ci informano direttamente sulla vita di Gesù, ma si interessano dei problemi riguardanti le prime comunità cristiane. Ne suppongono tuttavia l’esistenza come una realtà da tutti ammessa e conosciuta.
Scritti da autori ignoti, per dar loro maggior credito sono stati a volte falsamente attribuiti a qualche apostolo (es. Protoevangelo di Giacomo, Vangelo di Pietro, di Tommaso, ecc.). Se da una parte manifestano il loro aperto carattere leggendario, dall’altra confermano l’esistenza storica di Gesù e l’interesse notevole suscitato dalla sua persona.
Dai documenti citati risulta certa l’esistenza storica di Gesù. Anzi, basandoci sui vangeli è possibile fissare con approssimativa sicurezza alcune date riguardanti la sua vita. Al riguardo occorre premettere, come vedremo meglio in seguito, che gli evangelisti non si sono preoccupati di redigere una biografia accurata e ricca di dati cronologici, ma hanno voluto presentare “l’evento” Gesù e il suo messaggio. Quindi lo schema cronologico da essi usato è fondato nella storia anche se risulta molto semplificato perché adattato allo scopo catechetico che si erano prefissi.
Gesù nacque prima della morte di Erode il grande. “Gesù nacque a Betlemme di Giudea al tempo del re Erode” (Mt 2,1).
Secondo i computi del dotto monaco Dionigi il Piccolo (morto a Roma intorno al 550), che i Papi medievali fecero propri, Cristo sarebbe nato nell’anno 754 dopo la fondazione di Roma; egli designò pertanto quest’anno come l’anno I della nuova numerazione, rimasta in uso fino ad oggi: ma si è scoperto che il suo computo era sbagliato: Erode il Grande, che era ancora sul trono al tempo della nascita di Gesù, è morto nell’anno 750 della fondazione di Roma”. Gesù nacque pertanto qualche anno prima, cioè circa il 6 a.C.
“In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio” (Lc 2,1-2). Il censimento indetto dall’imperatore Ottaviano Augusto è un altro riferimento per stabilire la data della nascita di Gesù. Secondo Luca questo censimento a scopo tributario ebbe luogo sotto l’imperatore Augusto (30 a.C.-14 d.C.) e il governatore Quirinio; questi ha amministrato la Siria due volte. Ci si può domandare se non avesse già iniziato il censimento alla fine del primo periodo di governo, ossia verso il 7 a.C.
I vangeli non dicono nulla circa il mese e il giorno della nascita di Gesù. La scelta del 25 dicembre risale alla fine del regno di Costantino (morto nel 337) in sostituzione della festa pagana dedicata al “natale del Sole invitto”. La Chiesa trasformò così la solennità pagana del dio Sole nella festa dell’apparizione del vero ” sole di giustizia” Cristo che “illumina ogni uomo”. Nell’antico “cronografo” del 354 al 25 dicembre si legge questa nota: “Ottavo giorno delle Calende di gennaio: Cristo nasce a Betlemme di Giudea”.
Inizio e durata della vita pubblica “Nell ‘anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Ciudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’lturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto” (Lc 3,1-2).
“Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni” (Lc 3,23).
Luca colloca l’anno quindicesimo di Tiberio come data di inizio del ministero di Giovanni il Battista. Poco dopo Gesù ricevette il battesimo e iniziò a sua volta la vita pubblica. Poiché l’imperatore Augusto è morto l’anno 14 della nostra epoca, l’anno quindicesimo di Tiberio è il 27-28 d.C.
Lo stesso dato trova conferma in un particolare conservato nel quarto vangelo: durante la prima pasqua di Gesù a Gerusalemme i Giudei gli obiettano: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni… ” (Gv 2,20). Ora poiché Erode intraprese la ricostruzione del Tempio attorno all’anno 19 a.C., l’inizio del ministero pubblico di Gesù, quarantasei anni dopo, può stare sugli anni 28-27.
Più complessa è la questione riguardante la durata del ministero pubblico di Gesù: un anno, due, tre? I Sinottici [Matteo, Marco, Luca] … schematizzano il ministero pubblico in una narrazione che sembra stare nello spazio di un anno. Il quarto vangelo invece parla esplicitamente di tre pasque (2,13; 6,4; 11,55), per cui si impone un ministero pubblico della durata di due anni e alcuni mesi. Questo vangelo è oggi riconosciuto come il più esatto nella datazione.
Stando ai sinottici quel venerdì era il giorno solenne di Pasqua, il 15 del mese di Nisan, per cui Gesù la sera precedente fece la Cena pasquale con i discepoli (non dimentichiamo che il giorno si computava, allora come oggi in Israele, da un tramonto all’altro).
Secondo Giovanni invece quel venerdì era la vigilia di un sabato solenne [la Pasqua], e soltanto a sera, al tramonto, i Giudei avrebbero immolato l’agnello e fatta la Cena pasquale.
Ma allora come si spiega la Cena pasquale al giovedì anzichè al venerdì sera?… forse Gesù anticipò di un giorno al Cena perchè presagiva che il giorno seguente avrebbe celebrato la Pasqua immolato sulla croce.
Poiché il 14 Nisan corrisponde al 7 aprile dell’anno 30, questa è, a giudizio degli studiosi, la data più probabile della morte di Gesù.
GESU’ PERSONAGGIO STORICOultima modifica: 2008-11-14T16:22:00+01:00da antiblasfemia
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8 febbraio 2010 at 21:20 | Permalink
Molti uomini sono diventati martiri per Gesù, che è vramente esistito:
Karl BIHLMEYER – Hermann TUECHLE
tratto da: Karl BIHLMEYER – Hermann TUECHLE, Storia della Chiesa, Morcelliana, Brescia 1960, vol. 1, p. 103-111.
Questa la inaugurò invece il famigerato imperatore Nerone (54-68) (26) (Eus. II, 25, 5). Secondo Tacito («Annal.» XV, 44) lo spaventevole scoppio di furore contro i cristiani si ricollega all’incendio di Roma del luglio 64, del quale l’opinione pubblica incolpava l’imperatore stesso. Per distogliere il sospetto da sé e gettare in pasto al furore popolare una vittima, aiutato da delatori (di origine ebraica?), Nerone avrebbe fatto arrestare una immensa folla («multitudo ingens») di cristiani, dediti a una superstizione deleteria («exitialis superstitio») e odiati dal popolo «per le loro infamie»; nel corso dell’istruttoria non sarebbero stati convinti di aver appiccato l’incendio, ma «di odio contro il genere umano» e condannati sommariamente. In questa narrazione c’è qualche punto che rimane oscuro.
Il nesso diretto fra questo modo di procedere e l’incendio di Roma è contestato (però a torto) da alcuni critici moderni, in quanto sembra che Tacito sia stato animato dalla tendenza a denigrare il più possibile Nerone. Per dare uno spettacolo al popolo le esecuzioni capitali furono effettuate nei giardini imperiali con forme raffinate di martirio (crocifissione, caccia di belve, torce viventi, rappresentazione cruenta di scene mitologiche, cfr. «I Clem.» 6: Danaidi e Dirci).
A quanto pare la persecuzione si limitò alla capitale, ma vi durò fino alla morte di Nerone: fra le vittime ci furono anche gli apostoli Pietro e Paolo (v. § 9 e 10). L’impressione che questa persecuzione lasciò nel mondo romano fu forte e durevole; da allora in poi il nome di cristiano fu bandito e bollato come cosa criminale degna di morte (cfr. § 14, 3)
2. Nel periodo immediatamente successivo, sotto i due primi imperatori della casa flavia Vespasiano e Tito, i cristiani vissero di nuovo in pace. Ma negli ultimi anni di Domiziano (27) (81-96), che accentuò oltre misura il culto dell’imperatore, – si fece chiamare ufficialmente Dominus et Deus – e instaurò sotto ogni aspetto un odioso regime di terrore, nuove sofferenze piombarono su di loro. Persino il cugino dell’imperatore, il senatore e ex-console Tito Flavio Clemente, fu giustiziato sotto l’accusa di «ateismo» e di «deviazione verso costumi giudaici», e la moglie di lui, Flavia Domitilla, venne esiliata. In modo analogo deve essere probabilmente considerato martire anche il consolare Acilio Glabrione caduto a sua volta vittima della crudeltà di Domiziano.
Sono poi da attribuire a questo periodo i martiri dell’Asia Minore menzionati nell’Apocalisse 2, 13 (Antipa di Pergamo) e 20, 4; a quanto pare essi furono giustiziati perché avevano rifiutato di prestare culto all’imperatore. L’apostolo Giovanni fu esiliato a Patmo (v. § II, I). Se è attendibile l’informazione di Egesippo (in Eusebio III, 19.20), il sospettoso imperatore, temendo di perdere il trono, chiamò dalla Palestina a Roma, a scopo d’inchiesta, persino i parenti di Gesù, ma essendo questi risultati politicamente innocui, li rimandò in patria.
Questa persecuzione fu però insignificante in confronto con quella che l’aveva preceduta (Tert. «Apolog.» 5: Domitianus portio Neronis de crudelitate). Ma presa in sé non fu trascurabile; lo storico Dione Cassio ed altri parlano di molte vittime.
3. Il mite imperatore Nerva (96-98) restituì la pace ai cristiani; egli vietò perfino l’accusa per crimine di lesa maestà e quella di vivere secondo i costumi giudaici, ovvero cristiani (Dione Cassio 68, 2).
Sotto Traiano invece (98-117) (28), capo di stato valente e rigida tempra di soldato, che portò l’Impero Romano alla sua massima estensione, scoppiò una nuova persecuzione connessa col divieto di costituire società non permesse (eterie). Il vescovo Simeone di Gerusalemme dell’età di 120 anni, un parente di Gesù, fu crocifisso, e Ignazio, vescovo di Antiochia (§ 37, 4), venne dato in pasto alle belve a Roma.
Notizie più precise possediamo per l’Asia Minore. Plinio il Giovane, proconsole di Bitinia e del Ponto, dopo aver mandato a morte numerosi cristiani e averne indotto altri a rinnegare la fede, impressionato dal grande numero di coloro che aderivano a questa «superstizione prava ed esorbitante», pregò nel 112 l’imperatore di voler dargli istruzioni in merito; Traiano, con suo rescritto, gli rispose non doversi fare d’ufficio ricerca dei cristiani, però, se fossero stati denunciati e confessi, doversi punire (conquirendi non sunt; si deferantur et arguantur, puniendi sunt), rimandando tuttavia in libertà quelli che avessero rinnegato la fede; inoltre vietò di accettare denunce anonime. Con tutto ciò la posizione dei cristiani risultava molto critica: in alto loco la religione che professavano era stata dichiarata esplicitamente non permessa e da punirsi con la morte. Il rescritto di Traiano, pur così contradditorio in sé (Tert. «Apolog.» II, 8) e sebbene non avesse inteso di impartire istruzioni con carattere definitivo, valide anche per i successori, servì tuttavia per lungo tempo di norma nella lotta dello stato contro il cristianesimo.
I due imperatori che vennero dopo Traiano si mostrarono personalmente meglio disposti; con rescritti arrivarono persino al punto di proteggere i cristiani dagli eccessi così frequenti del fanatismo popolare in Grecia e nell’Asia Minore: ma la posizione giuridica di principio rimaneva immutata.
L’imperatore Adriano (117/138) spirito illuminista in fatto di religione e politica, in un rescritto al proconsole della provincia d’Asia Minucio Fundano (29) verso il 128, minacciava pene per le denunce fatte a scopo di lucro e per le azioni tumultuarie contro i cristiani e ingiungeva che si seguisse una procedura regolamentare.
Un atteggiamento simile assunse anche Antonino Pio (138-61). Stando a un suo rescritto riportato in Eusebio (IV, 13) ma probabilmente apocrifo, indirizzato alla dieta provinciale d’Asia, egli avrebbe vietato perfino ogni accusa di ateismo contro i cristiani.
Ireneo («Adv. Haer.» III, 3, 3) attesta il martirio di papa Telesforo (136). Durante il governo di Antonino si registra a Roma quello di Tolomeo e di due altri cristiani – ciò che indusse Giustino a scrivere la sua seconda Apologia – e, secondo i più recenti calcoli cronologici, anche il «glorioso martirio» (Ireneo, III. 3.4) dell’ottantaseienne Policarpo di Smime (§ 37, 5). Lo avevano preceduto nella morte undici compagni. Per quanto riguarda il prezioso racconto del martirio, v. § 37, 5.
4. La quarta grande persecuzione è del tempo di Marco Aurelio (161-80) (30), un imperatore del resto eccellente, entusiasta della filosofia stoica. All’inizio del suo governo si verificarono gravi calamità: carestia e peste infierirono nel territorio dell’Impero, forti nemici barbari ne minacciavano i confini. Data la situazione, in più di un luogo, il popolo venne nuovamente eccitato contro i cristiani quali presunti autori di tante sciagure; furono aggrediti e vessati con rapine e devastazioni. L’imperatore stesso non riscontrava nella religione cristiana che spirito di contraddizione e stoltezza di visionari («Medit.» XI, 3).
Il celebre retore Frontone, maestro dell’imperatore, pronunciò un discorso per aizzare contro i cristiani (ma forse ancora sotto Adriano); Celso pubblicò contro di loro lo scritto «Discorso veritiero» (§ 17, 1).
Quanto fosse grave la persecuzione è provato anche dalle apologie di Atenagora, Melitone, Apollinare e Milziade (§ 38) indirizzate all’imperatore Marco. Veramente non fu emanato uno speciale editto di persecuzione, ma poteva essere agevolmente applicato ai cristiani un rescritto imperiale del 176, che minacciava di esilio i nobili e di morte i plebei che turbavano la pace del popolo introducendo nuovi culti. Al proconsole della Gallia l’imperatore, interpellato, confermò le direttive fissate da Traiano.
I martiri più importanti in questo periodo sono i seguenti: a Roma fu decapitato l’eminente filosofo e apologeta Giustino (cfr. § 38) insieme con sei compagni; a Lione, dove la persecuzione incominciò con un aizzamento della plebe contro i cristiani, caddero nel 177 a un di presso 50 vittime, fra le quali il vescovo Fotino, più che novantenne, il diacono Santo di Vienne, la giovane schiava Blandina e l’adolescente Pontico (Eus. «H. E.» V, 1-2; lettera di Lione e Vienne alle chiese dell’Asia Minore sulla persecuzione); in Oriente subirono il martirio il vescovo Publio di Atene e il vescovo Sagari di Laodicea (Eus. IV, 23,2 ; 26,3), probabilmente a quest’epoca morirono anche il vescovo Carpo, il diacono Papilo e la cristiana Agatonice, che furono arsi a Pergamo.
Non è degna di fede la notizia che l’imperatore, dopo la campagna contro i Quadi e i Marcomanni, abbia vietato l’ulteriore persecuzione della nuova religione, poiché egli stesso attribuì il suo scampato pericolo di morir di sete con l’esercito (pioggia miracolosa) e la vittoria sui nemici a Giove Pluvio, non alla preghiera dei cristiani dell’esercito, come vorrebbe l’antica leggenda della Legio fulminea (31).
Giorni più tranquilli tornarono soltanto coll’avvento al potere del figlio indegno di Marco Aurelio Commodo (180-192), soprattutto forse per l’influsso esercitato sull’imperatore dalla sua concubina, cioè dalla sua moglie morganatica Marcia, ben disposta verso i cristiani, forse cristiana essa stessa (dal 183). Per sua intercessione i cristiani che languivano nelle miniere di piombo della Sardegna vennero liberati. In parecchie provincie si poterono tenere senza difficoltà dei sinodi per la controversia sulla festa di Pasqua (§ 25, 3).
Tuttavia si ebbero ancora martirii singoli. A Cartagine furono decapitati (17 luglio 180) 6 cristiani (3 uomini e 3 donne) di Scilli in Numidia. A Roma morì (verso il 195) Apollonio (senatore?), uomo distinto, fornito di una cultura filosofica, il quale pronunciò davanti ai giudici una forte arringa in sua difesa. Nell’Asia Minore infierì per qualche tempo contro i cristiani (Tert. «Ad Scap.» 5) il proconsole Arrio Antonino.
5. L’africano Settimio Severo (193-211) (32) continuò sulle prime la politica di tolleranza del suo predecessore; anzi si mostrò personalmente benevolo verso i cristiani. Qualche tempo dopo invece mutò atteggiamento, irritato a causa di sommosse giudaiche e con tutta probabilità reso anche diffidente dal numero di cristiani sempre in aumento nei ceti più elevati. Con la minaccia di pene severe vietò il passaggio formale al giudaismo mediante la circoncisione (201) e poco dopo anche il passaggio al cristianesimo (202) di modo che la persecuzione venne a colpire in primo luogo i catecumeni e i neobattezzati.
Notizie più particolari circa la persecuzione le abbiamo dall’Egitto e dall’Africa (Eus. VI, I-5). In Alessandria morirono Leonida e parecchi catecumeni del figlio di lui Origene. Nell’anfiteatro di Cartagine avvenne (il 7 marzo 202 o 203) il famoso martirio di s. Perpetua e s. Felicita (33) e di tre uomini; ne possediamo una relazione commovente, una vera perla fra gli Atti dei martiri, dovuta con tutta probabilità a Tertulliano.
Già negli ultimi anni di Settimio Severo (dal 208 circa) subentrò una relativa calma, che durò a lungo, sebbene la raccolta (perduta) di rescritti imperiali contro il cristianesimo compilata allora (verso il 215) dall’esimio giureconsulto Domizio Ulpiano (Lattanzio, Instit. V, II) faccia pensare a umori costantemente ostili nei circoli dell’alta burocrazia.
6. Con Caracalla si apre il periodo dei cosiddetti imperatori siri (211-235) (34), inaugurato dalla madre di lui, l’aramaica Giulia Domna, figlia del sommo sacerdote del dio Sole di Emesa, moglie di Settimio Severo (cfr. § 17, 2).
È uno dei più confusi e funesti della storia romana, contrassegnato dal predominio del potere militare e delle donne (Giulia Domna, la sorella Giulia Mesa e le loro figlie: le quattro Giulie), dalla disorganizzazione interna ed esterna dell’Impero, dal progressivo livellamento fra Oriente e Occidente (Caracalla, nel 212, concede il diritto di cittadinanza romana a tutti i sudditi liberi), dalle religioni misteriche dell’Oriente, che invadono a guisa di ognor crescente marea l’Occidente (cfr. § 5,1.3), soprattutto il culto del Sole (Sol invictus Mithras).
Il giovane Elagabalo (218-22), che screditò il trono coi vizi e con le orgie più obbrobriose, sostituì per diversi anni alla religione romana di Stato il culto del Baal di Emesa e si chiamò “Sacerdos amplissimus Dei invitti Solis Elagabali”. Si crede che egli abbia vagheggiato il piano di fondere tutte le religioni, anche il giudaismo e il cristianesimo, col suo culto del Sole.
Suo cugino Alessandro Severo (225-235), di nobili sentimenti e coscienzioso ma debole, trattò i cristiani con maggiore benevolenza di tutti gli altri imperatori romani. Il suo biografo Lampridio («Alex. Sev.» 22) scrive di lui: “Christianos esse passus est”. Non solo tollerava numerosi fedeli fra il personale di corte, ma conversava anche amichevolmente col dotto teologo laico Giulio Africano (§ 39, 5), fece scrivere sul suo palazzo e sugli edifici statali, in forma negativa, la norma aurea dell’amore del prossimo (Mt. 7, 12) e a Roma, in una lite con dei tavernari assegnò ai cristiani un terreno per scopi di culto. Non è degna di fede la notizia del biografo (cap. 23), secondo la quale Alessandro avrebbe fatto erigere un tempio a Cristo e avrebbe voluto assumerlo tra gli dèi, ed è per lo meno assai dubbia l’altra (c. 29), secondo cui gli avrebbe dedicato un busto nel suo larario accanto ai busti di Apollonio di Tiana (§ 17, 2), di Abramo, di Orfeo, dei migliori tra gli imperatori precedenti e dei suoi avi.
Ben più si accostò al cristianesimo la madre dell’imperatore Giulia Mamea, donna intelligente ma avida di potere. Essa infatti aveva stretto relazione coi teologi più in vista di quel tempo: chiamò ad Antiochia Origene (nel 232) per averne conferenze di argomento religioso, e il presbitero romano Ippolito le dedicò uno scritto sulla risurrezione: ma come cristiana la presentano solo autori posteriori al secolo IV: Rufino, Orosio e altri storici. In ogni modo la Chiesa cristiana trasse dalla situazione favorevole di quel tempo grandi vantaggi e prima di Costantino non fu mai tanto vicina a un riconoscimento ufficiale come in quell’epoca.
Ciò non toglie che, persistendo le leggi contro i cristiani, qualche martirio vi sia stato anche in quei tempi di relativa calma, come quello di s. Cecilia, che di solito si fa cadere nel periodo del governo di Alessandro Severo, poiché ricorre negli Atti il nome di un vescovo Urbano (= papa Urbano 222-30?). Non è peraltro da escludere con certezza una data posteriore (persecuzione di Valeriano o di Diocleziano). Gli Atti medesimi sono del tutto leggendari come quelli di altri martiri della città di Roma, di s. Agnese, s. Lorenzo, s. Sebastiano, s. Martina, ecc., cosicché ben difficilmente si può cavarne un singolo dato sicuro. Il fatto del martirio come tale viene provato con certezza dall’antico culto.
7. L’assassinio di Alessandro e di Mamea nell’accampamento sul Reno determinò anche per la Chiesa un brusco repentino capovolgimento.
Ebbe dall’esercito la porpora imperiale Massimino Trace (235-238) il «primo barbaro» sul trono dei Cesari, il quale, come perseguitò tutti i fautori del suo predecessore, così infierì in modo speciale contro i cristiani, che quegli aveva rispettati. Il suo editto prese di mira in particolare i capi delle comunità, cioè l’alto clero. Il papa Ponziano e l’antivescovo Ippolito (§ 32, 4; 39, 4) furono esiliati in Sardegna, dove il clima portò loro presto la morte. Ippolito fu sepolto nel cimitero della via Tiburtina, che da lui prese il nome, l’epitafio di Ponziano venne ritrovato nel 1909, nella catacomba di S. Callisto. Non ci furono però, a quanto pare, persecuzioni di notevole entità, eccetto che nelle province della Cappadocia e del Ponto, dove il fanatismo del popolo contro i cristiani venne eccitato da terremoti devastatori.
L’ostilità non fu poi di lunga durata. A quanto pare Massimino stesso se ne ritrasse e la pace continuò a regnare sotto Gordiano III (238-44) e Filippo Arabo (244-49), figlio di uno sceicco beduino di Bostra, che fu di nuovo assai favorevole ai cristiani. Origene fu in corrispondenza epistolare con lui e la moglie Severa. Intorno a Filippo si sparse presto fra i cristiani persino la voce (Eus. VI, 34; VII, 10.3) che egli stesso fosse cristiano e che, colpevole di grave omicidio, si fosse sottoposto (in Antiochia) alla penitenza ecclesiastica. Ma sulle monete della celebrazione millenaria di Roma (248) egli figura come Pontifex Maximus in atto di sacrificare e anche nel resto appare nella vita pubblica regolarmente come pagano.
http://www.storialibera.it/epoca_antica/origini_cristiane/articolo.php?id=2240

References: sentenza 
 § 9
 § 14
 § 37
 § 38
 § 17
 § 5