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Timestamp: 2019-01-20 03:36:25+00:00

Document:
Cass. civ. Sez. III, Sent., 21-02-2013, n. 4374 | Open Media Coalition
Dott. AMATUCCI Alfonso – Presidente -
Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere -
Dott. D’ALESSANDRO Paolo – Consigliere -
Dott. DE STEFANO Franco – rel. Consigliere -
Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere -
sul ricorso 24034-2011 proposto da:
B.C. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CICERONE 60, presso lo studio dell’avvocato PREVITI STEFANO, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati IZZO ALESSANDRO, PINO SALVATORE giusta delega in atti;
CONSIGLIO NAZIONALE ORDINE GIORNALISTI LOMBARDIA, elettivamente domiciliato in ROMA, V. SISTINA 42, presso lo studio dell’avvocato GIORGIANNI FRANCESCO, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato DANOVI REMO giusta delega in atti;
CONSIGLIO NAZIONALE ORDINE GIORNALISTI;
avverso la sentenza n. 50/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 21/06/2011 R.G.N. 152/2011;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 18/01/2013 dal Consigliere Dott. PAOLO D’ALESSANDRO;
udito l’Avvocato CARLA PREVITI per delega;
udito l’Avvocato FRANCESCO GIORGIANNI;
B.C. propone ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi ed illustrato da successiva memoria, avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano che ha rigettato il suo gravame contro la sentenza di primo grado del Tribunale di Milano, adito L. n. 69 del 1963, ex art. 63 che aveva respinto il ricorso contro la decisione del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti che aveva a sua volta respinto il ricorso contro la decisione del Consiglio Regionale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, che aveva irrogato al B. la sanzione disciplinare della sospensione nella misura minima di due mesi, quale direttore di Videonews, in relazione a filmato relativo a M.R.C., giudice del Tribunale di Milano, diffuso nel programma Mattino 5, che lo ritrae in comuni azioni della sua vita privata, accompagnate da un commento.
Resiste con controricorso il Consiglio Regionale dell’Ordine del Giornalisti della Lombardia.
1.- Con il primo motivo, sotto il profilo della violazione di legge, il ricorrente si duole che la Corte di Appello abbia ritenuto irrilevanti le scuse da lui formulate al giudice M..
1.1.- Il primo motivo è infondato. La lettera del B. è così concepita: Se ho offeso M. mi scuso con lui. Invito qui M. per scusarmi con lui e rivolgergli queste tre domande.
Primo, la promozione di M. è meritata professionalmente o come ritengono molti è un premio politico per una sentenza che di fatto va contro il premier? Secondo, le idee politiche di un giudice, per quanto legittime, come agiscono sulla sua serenità e sulla sua indipendenza? Terzo, è vero che nel processo civile non serve un collegio di tre magistrati, ma non è stravagante decidere su una somma di 750,00 milioni di Euro senza avvalersi di tecnici e consulenti?. Non vi è alcuna violazione di legge nella tesi esposta e motivata dalla Corte di Appello di Milano secondo cui la volontà di scusarsi sia stata solo l’incipit per introdurre una serie di domande, ancora una volta provocatorie ed insinuanti, e non già l’occasione per consentire al magistrato di esprimere liberamente la sua opinione sull’accaduto essendo evidente che la volontà di scusarsi sia condizionata alla accettazione, da parte di M., dell’invito a rispondere alle tre domande.
2.- Il ricorrente si duole poi del fatto che la Corte di Appello, sempre riguardo alle scuse, abbia confuso la loro rilevanza sul piano risarcitorio con gli effetti che le stesse determinano sul piano disciplinare.
3.- Con il terzo motivo il ricorrente, sotto il profilo del vizio di motivazione, si duole che la Corte di Appello non abbia in alcun modo considerato lo sviluppo complessivo del servizio andato in onda e, soffermandosi su particolari avulsi dal contesto generale, abbia ritenuto insussistente il diritto di critica ed abbia invece ritenuto sussistente la violazione della privacy pur dinanzi alla circostanza che le riprese siano state effettuate in luoghi pubblici.
3.1.- Anche il terzo motivo è infondato. La Corte di Appello, riportando testualmente quanto affermato dall’Autorità Garante per le protezione dei dati personali, motiva infatti ampiamente ed adeguatamente sul perchè la diffusione del filmato che ritrae il Giudice M. in alcuni momenti della sua vita quotidiana (mentre è dal barbiere e mentre fuma una sigaretta seduto su una panchina di un giardino pubblico) è eccedente rispetto ad una legittima attività giornalistica, alla luce del codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio di attività giornalistica (in specie l’art. 6) e degli orientamenti della Cassazione in tema di diritto di cronaca.
4.- Con il quarto motivo il ricorrente si duole dell’interpretazione, accolta in sentenza, del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 137, comma 3.
Secondo il ricorrente la seconda parte della norma, relativa a circostanze o fatti resi noti direttamente dagli interessati o attraverso loro comportamenti in pubblico, servirebbe a svincolare l’attività del soggetto che quei dati abbia diffuso dal rispetto dei criteri generali in materia di diritto di cronaca.
4.1.- Il quarto motivo è infondato, in quanto l’interpretazione accolta dalla Corte di merito è conforme a Cass. 12 ottobre 2012 n. 17408, secondo cui al giornalista è consentito divulgare dati sensibili senza il consenso del titolare nè l’autorizzazione del Garante per la tutela dei dati personali, a condizione che la divulgazione sia “essenziale” ai sensi dell’art. 6 del codice deontologico dei giornalisti (approvato con provvedimento del Garante per la tutela dei dati personali del 29 luglio 1998, tuttora vigente), e cioè indispensabile in considerazione dell’originalità del fatto o dei modi in cui è avvenuto. La valutazione della sussistenza di tale requisito costituisce accertamento in fatto, che il giudice di merito deve compiere caso per caso.
5.- Con il quinto motivo il ricorrente si duole della motivazione della Corte di Appello circa l’entità della sanzione. La Corte di Appello non avrebbe considerato che la legge professionale prevede, prima della sospensione, l’avvertimento e la censura, apoditticamente affermando che qualsiasi riduzione relegherebbe la condotta del giornalista B. nell’ambito dei comportamenti tollerabili per la categoria professionale.
5.1.- Anche il quinto motivo è infondato. La sentenza va infatti interpretata nel senso che il riferimento alla “tollerabilità” va inteso come “compromissione della dignità professionale”, cui è evidentemente correlata la sanzione inflitta, nel senso che qualsiasi riduzione di tale sanzione, consentendo al giornalista B. di restare iscritto all’albo, avrebbe compromesso la dignità professionale, come previsto dalla L. n. 63 del 1969, art. 54.
6.- Il ricorso va quindi rigettato, con la condanna del ricorrente alle spese, liquidate in Euro 8.200,00, di cui Euro 8.000,00 per compenso, oltre accessori di legge.
la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, liquidate in Euro 8.200,00, di cui Euro 8.000,00 per compenso, oltre accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione civile, il 18 gennaio 2013.
Depositato in Cancelleria il 21 febbraio 2013

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 63
 sentenza 
 art. 137
 Cass. 
 sentenza 
 art. 54