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Timestamp: 2019-11-17 08:47:07+00:00

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Corte d’Appello di Torino – Sentenza 3 luglio 2015
Con la sentenza in commento, la Corte d’Appello di Torino ha fornito interessanti spunti di riflessione in materia di adeguatezza dell’investimento e consequenziale obbligo della banca di informare per iscritto il cliente.
Entrando nel merito della causa, con atto di citazione in appello ritualmente notificato Intesa San Paolo S.p.A. ha convenuto in giudizio gli attori, eredi dell’investitore, chiedendo la riforma della sentenza del Tribunale di Torino, in data 19.07.2012, nella parte in cui ha accolto le domande contro la banca, condannandola a pagare alle controparti la somma di € 88.167,28, oltre accessori e spese processuali.
L’appellante ha, inoltre, chiesto il rigetto delle domande accolte in primo grado, o, comunque, in via subordinata, la ridefinizione del quantum tenendo conto del controvalore ricavato dalla vendita dei titoli oggetto di causa e di quanto percepito per le cedole maturate, con rimborso delle spese per i due gradi di giudizio.
Gli attori avevano adito il Tribunale di Torino convenendo in giudizio Intesa San Paolo S.p.A., e chiedendone la condanna al risarcimento dei danni conseguiti a diversi investimenti in titoli argentini, effettuati tra il 1996 e il 2001 presso il Banco Ambrosiano Veneto e presso l’Istituto Bancario San Paolo, ora entrambi confluiti in Intesa San Paolo.
Le operazioni in contestazione erano sei, ed erano precisamente, quanto al Banco Ambrosiano Veneto:
1) acquisto in data 21.07.1997 bond Arg. per un controvalore di attuali € 24.588,52;
2) acquisto in data 11.12.1997 bond Arg. per un controvalore di attuali € 30.239,86;
3) acquisto in data 1.03.2001 bond Provincia di Buenos Aires per un controvalore di attuali € 50.901,51;
quanto a Istituto Bancario San Paolo:
4) acquisto in data 13.12.1996 bond Arg. per un controvalore di attuali € 9.885,94;
5) acquisto in data 11.05.1998 bond Arg. per un controvalore di attuali € 161.722,42;
6) acquisto in data 18.05.1999 bond Arg. per un controvalore di attuali € 19.898,65.
Gli attori avevano lamentato la carenza di informazioni, sia sulle caratteristiche dei titoli, sia sull’adeguatezza delle operazioni, sia sull’esistenza di situazioni di conflitto di interessi delle intermediarie, sottolineando come solo a partire dal 1999 il solo Banco Ambrosiano Veneto avesse acquisito specifiche informative in ordine alla propensione al rischio e alla prospettiva di investimento del risparmiatore, il quale aveva curato gli investimenti anche a nome della moglie.
Intesa San Paolo S.p.A. si era ritualmente costituita chiedendo il rigetto delle domande proposte ed, in subordine, la considerazione, nella quantificazione del danno, di quanto ricevuto dagli attori per le cedole riscosse prima del default argentino del dicembre 2001 e per la vendita dei titoli.
All’esito dell’istruttoria, nel corso della quale erano state assunte prove orali, il Tribunale di Torino aveva parzialmente accolto le domande degli attori, in base alle seguenti considerazioni:
– profilo assorbente ogni altra doglianza proposta è il fatto che parte attrice lamenti che negli investimenti in oggetto sia mancata la prescritta segnalazione della natura inadeguata dell’operazione; non risulta che gli istituti di credito avessero acquisito le informazioni sul profilo di rischio degli investitori, poiché è emerso che vi avesse adempiuto il solo Banco Ambrosiano Veneto in data 8.09.1999. Con riferimento, quindi, alle cinque delle sei operazioni in discussione, i due intermediari avrebbero dovuto presumere un profilo di rischio basso e valutare l’adeguatezza delle singole operazioni unicamente sulla scorta delle notizie, comunque, disponibili a fronte della pregressa concreta operatività degli investitori. Nonostante dalle dichiarazioni testimoniali sia emerso che l’investitore fosse persona del tutto autonoma, insofferente a qualsiasi consiglio di prudenza e di diversificazione degli investimenti, era onere degli intermediari segnalare l’inadeguatezza per iscritto e procedere nelle operazioni solo sulla base dell’ulteriore espressa richiesta del cliente in tal senso. In difetto di detta procedura, gli intermediari avrebbero dovuto astenersi dall’eseguire l’operazione. Solo per le operazioni sub 4), 5) e 6) era stata segnalata per iscritto al cliente l’inadeguatezza, in modo, peraltro, generico e senza evidenziazione dello specifico profilo segnalato – salvo che per l’operazione sub 4) in cui è riportato, con aggiunta a macchina da scrivere, il riferimento ad un “rischio paese” -. La banca convenuta avrebbe dovuto dare prova della corretta e completa osservanza dell’avviso di inadeguatezza, ed, invece, non lo ha fatto;
– occorre esaminare specificamente i singoli investimenti, con la premessa che nulla è dato sapere della composizione del portafogli titoli degli attori prima del 1998 presso l’Istituto Bancario San Paolo IMI e prima del 2001 presso Banco Ambrosiano Veneto (la banca non era più, legittimamente, in possesso della relativa documentazione). Per l’investimento sub 4), presso San Paolo IMI, nulla risulta essere stato segnalato, essendo troppo generica l’indicazione del “rischio paese”, e nemmeno è stata allegata l’esistenza di un contratto di negoziazione scritto o l’assunzione di informazioni scritte precedenti l’acquisto; la segnalazione di inadeguatezza per “rischio emittente” è, infatti, troppo generica, anche a fronte della natura speculativa dei titoli, e non rileva un precedente acquisto di titoli argentini, affermato dalla banca e non negato dagli attori, di circa € 5.000, perché nulla si sa della sua collocazione temporale. Per l’investimento sub 1), presso il Banco Ambrosiano Veneto, nulla risulta essere stato segnalato. Per l’investimento sub 2), sempre presso il Banco Ambrosiano Veneto, la situazione è identica a quella descritta per l’investimento sub 1), con l’aggravante della mancata segnalazione dell’inadeguatezza per frequenza, data la vicinanza tra i due acquisti. Per l’investimento sub 5), presso Istituto Bancario San Paolo IMI, è stata prodotta dalla banca copia di un rendiconto del deposito amministrato che risale al mese di maggio 1998, da cui risulta che un’altra parte di denaro, equivalente circa a quanto investito in blocco in titoli argentini con l’operazione in esame, era impegnato in titoli a basso rischio, e che vi erano investimenti per importi di gran lunga inferiori in obbligazioni turche e messicane di analoga natura speculativa; con l’operazione sub 5) il portafoglio titoli degli attori subiva, pertanto, un improvviso cambiamento di traiettoria, diventando dipendente da titoli speculativi per circa il 50%; vi è per detta operazione segnalazione di inadeguatezza, ma senza precisazione degli specifici profili, senza astensione e senza reiterazione scritta dell’ordine da parte del cliente, nonostante la chiarezza e completezza dell’avviso dell’intermediario. L’operazione sub 6), presso Istituto Bancario San Paolo IMI, distava dalla precedente meno di un anno, ed aveva comportato un ulteriore sbilanciamento del portafogli in termini nettamente speculativi, ed in preponderante rappresentazione di titoli argentini; anche in tal caso la dicitura di inadeguatezza dell’operazione risulta generica. L’operazione sub 3), presso il Banco Ambrosiano Veneto, è intervenuta a distanza di quasi quattro anni dalle precedenti poste in essere presso lo stesso istituto, ed a fronte di un portafogli che, dall’estratto conto al marzo 2001, mostrava investimenti in titoli (non meglio specificati) di € 740.000 circa, l’incidenza dell’acquisto in esame, di circa € 50.000, pesava per un 6,76%. A ciò si aggiunga che nel settembre 1999 i coniugi avevano fornito alla banca le informazioni per la loro profilatura, enucleanti una propensione al rischio media ed una buona conoscenza di strumenti finanziari, che il rating delle obbligazioni Provincia di Buenos Aitres era lo stesso delle obbligazioni dello Stato Argentina, rimasto invariato rispetto al 1997, e che i testi escussi hanno riferito di aver sempre discusso dei titoli con l’investitore e, pertanto, l’acquisto 3) si deve ritenere adeguato;
– sussiste nesso di causalità tra l’inadempimento colpevole delle banche agli obblighi informativi, sotto il profilo dell’adeguatezza, nelle cinque operazioni sopra descritte ed il danno, dato che gli intermediari non hanno adempiuto gli obblighi legali facenti parte integrante del rapporto contrattuale, ed in particolare l’obbligo di astensione derivante dall’inadeguatezza delle operazioni;
– per la quantificazione del danno, gli esborsi sostenuti per gli acquisti devono essere decurtati sia del controvalore realizzato dalla vendita dei titoli, sia delle cedole percepite durante il rapporto. Il residuo deve essere rivalutato dalla data di verificazione del danno, corrispondente al default, e non alla data degli acquisti, epoca a cui risale l’inadempimento non ancora determinativo di danno in concreto;
– le spese processuali si pongono interamente a carico della banca.
Avverso la sentenza del Tribunale di Torino, ha proposto appello Intesa San Paolo S.p.A., dolendosene per i seguenti motivi:
– erronea valutazione del profilo di adeguatezza per tutte le operazioni in contestazione, con riferimento al Regolamento Consob n. 11522/98, applicabile, invece, solo alle operazioni del 1999, presso l’Istituto Bancario San Paolo, e del 2001, presso il Banco Ambrosiano Veneto. In particolare, l’art. 6 del Reg. Consob n. 10943/97, a cui le banche avrebbero dovuto adeguarsi, a partire dal febbraio 1998, dettava regole formali, in caso di inadeguatezza dell’operazione, analoghe a quelle dell’art. 29 Reg. Consob n. 11522/98, mentre alle prime quattro operazioni oggetto di causa doveva applicarsi, il Reg. Consob n. 8850/94, che non dava disposizioni specifiche da seguire, tantomeno in forma scritta; per dette operazioni non è nemmeno applicabile il profilo del nesso di causalità in re ipsa, non essendovi per esse nessun dovere di astensione; l’onere della prova sul nesso di causalità era, quindi, a totale carico degli attori, che non l’hanno adempiuto; per l’operazione del 1996, la prima tra quelle in contestazione, eseguita dall’Istituto Bancario San Paolo, risulta anzi provato che il cliente fu informato sull’inadeguatezza, come da clausola scritta specifica indicata sull’ordine, e la circostanza di adeguata informativa è ribadita dai testi; non era, invece, necessaria una profilatura scritta del cliente, e non è giustificato l’assunto che, in mancanza di profilatura scritta e/o di informazioni negate dal cliente, si dovesse presumere una propensione al rischio bassa;
– sebbene la banca non abbia potuto provare la consistenza del portafoglio titoli delle controparti prima del 1998, le testimonianze rese, il contenuto del deposito titoli, la dichiarazione scritta relativa al primo ordine di acquisti, la successiva profilatura dei clienti, sono tutte circostanze concorrenti che provano la loro consapevolezza in merito a rischi e caratteristiche dei titoli oggetto di causa, e che escludono il nesso causale. Tutte le operazioni appaiono adeguate, tenuto conto della composizione dei depositi amministrati, quale emerge dagli estratti conto del deposito titoli presso entrambe le banche dal 1998. Da questi risultano, infatti, investimenti per titoli emessi da Paesi Emergenti di rischio corrispondente a quello dei titoli argentini, e per importi equivalenti (a conferma che era il cliente a scegliere il prodotto), pochi prodotti di risparmio gestito, molti acquisti di obbligazioni emesse da organismi sovranazionali. Inoltre, la vendita dei titoli anche prima delle scadenze e l’acquisto dei medesimi nei momenti di flessione dei prezzi danno conto dell’attenzione e del continuo monitoraggio dei mercati da parte del cliente, e della sua competenza, confermata, del resto, nelle dichiarazioni rese nel 1999. All’epoca dei primi quattro acquisti, inoltre, l’Argentina era in forte crescita economica e nulla faceva temere il default, tanto che il rating attribuito alle obbligazioni argentine era migliorato nell’aprile 1997 (il primo declassamento è dell’ottobre 1999). Nemmeno il Regolamento Consob del 1998, applicabile agli ultimi due acquisti, dà indicazioni specifiche su come debba essere fatta la profilatura dei clienti, e nel caso di specie i rapporti tra le parti risalivano agli anni ottanta. Non è vero, inoltre, data la composizione del portafoglio titoli, che l’acquisto del maggio 1998, per un controvalore di attuali € 161.722,42, abbia determinato un significativo cambiamento di rotta in senso speculativo negli investimenti della controparte, poiché l’incidenza dei titoli speculativi era aumentata del solo 1,7% rispetto a prima, arrivando cosi al 50%. Detto acquisto era, altresì, adeguato per tipologia, dato che nel portafoglio titoli vi erano altre obbligazioni di Paesi emergenti anche con rating meno buono dell’Argentina, per oggetto, data la volontà della controparte di orientare parte degli investimenti in strumenti speculativi ad alto rendimento, per dimensione, dato che rappresentava il 13% di un patrimonio correttamente differenziato e bilanciato, per frequenza, che mira ad evitare che l’intermediario lucri sulle provvigioni, dato che la banca non applicava commissioni e lo spread tra acquisto e vendita non dipendeva dal numero di operazioni effettuate ma dall’oscillazione dei prezzi. In ogni caso, la controparte effettuò tre operazioni nel corso di sei anni, presso una delle banche, e tre operazioni nel corso di cinque anni, presso l’altra;
– errata condanna al pagamento integrale delle spese processuali, perché non tiene adeguato conto della parziale soccombenza delle controparti.
Per le considerazioni sinteticamente riportate Intesa San Paolo S.p.A. ha radicato la presente fase processuale, concludendo come sopra.
Si sono ritualmente costituiti gli attori chiedendo il rigetto dell’appello proposto e, in via di appello incidentale, l’accertamento di responsabilità da inadempimento a carico del Banco Ambrosiano Veneto, anche per l’operazione di acquisto di titoli argentini del 1° marzo 2001, con le pronunce conseguenti, l’esclusione dalla quantificazione del danno degli importi percepiti per le cedole prima del default del dicembre 2001, e il riconoscimento della rivalutazione monetaria sul dovuto, a titolo di risarcimento del danno, dalle singole operazioni e non dal default.
Gli appellati hanno richiamato le difese già svolte, aderendo alle considerazioni del primo Giudice fondanti l’accoglimento delle domande svolte, e contrastando, invece, il deciso per l’ultima operazione di acquisto di titoli della provincia di Buenos Aires, nel 2001, e per la quantificazione del danno. In particolare, secondo gli attori sarebbe errato il rigetto della domanda risarcitoria per l’operazione di acquisto del 1° marzo 2001, inadeguata anch’essa; il rigetto sarebbe fondato su una valutazione di incidenza sul portafogli titoli non corretta, ed, inoltre, non avrebbero dovuto essere tenute in conto le dichiarazioni rese, per la profilatura di rischio, nel 1999, mentre avrebbe dovuto essere valorizzato l’omesso adempimento agli obblighi informativi rispetto ai quali nessuna rilevanza potevano avere l’elevato grado di preparazione e la conoscenza del settore vantati dall’investitore.
Precisate le conclusioni definitive come in premessa, la causa è stata trattenuta in decisione con termini di giorni sessanta per il deposito di comparse conclusionali e di ulteriori giorni venti per il deposito di memorie di replica.
Secondo quanto statuito dalla Corte d’Appello di Torino, la banca intermediaria non è esonerata, in caso di “reticenza” da parte dell’investitore, dallo svolgere l’attività informativa impostale dalla legge, anche riguardo all’adeguatezza dell’operazione.
I dati di valutazione da utilizzare da parte delle banche in mancanza di informazioni dirette ad opera degli investitori avrebbero dovuto, in tali casi, essere desunti dal complesso del rapporto in essere tra le parti, con riferimento agli investimenti precedenti e alla composizione del portafoglio titoli, se esistenti. In assenza di utili elementi su cui fondare il profilo di rischio del cliente, si sarebbe dovuto operare come se gli obiettivi di investimento di questo fossero di carattere prevalentemente conservativo, quindi, con bassa propensione al rischio, essendo questo il modus operandi che avrebbe garantito il maggior grado di tutela dell’investitore non professionale, nel rispetto della ratio delle disposizioni normative in materia.
La particolare conoscenza degli strumenti finanziari da parte dell’investitore può rilevare nella modalità dell’informazione da offrire e nella maggiore facilità per il cliente di comprendere i meccanismi ed i rischi degli investimenti da negoziare, ma non può escludere o attenuare l’obbligo informativo.
L’informazione sulla non adeguatezza dell’operazione, non solo deve risultare per iscritto, perché preliminare all’ordine impartito per iscritto necessario per dare comunque corso all’operazione, ma deve contenere, pur sinteticamente, indicazioni sui profili specifici per i quali l’inadeguatezza è stata prospettata e motivata.
Quando si verte in materia di risarcimento del danno causato dall’inadempimento prospettato a carico dell’intermediario, è corretto determinare l’entità del danno tenendo conto, a favore del danneggiante, delle utilità, comunque, percepite dalla parte danneggiata in nesso di causalità con il comportamento causativo del danno, perché si tratta di utilità di cui, senza la condotta ritenuta inadempiente, la parte danneggiata non avrebbe potuto beneficiare.
In applicazione di tale principio, il Tribunale liquidava a titolo di risarcimento del danno l’importo corrispondente all’esborso sostenuto per l’acquisto dei titoli, detratta la somma corrispondente alle cedole maturate e percepite sugli stessi.
Consulta il testo integrale -> Corte d’Appello di Torino – Sentenza 3 luglio 2015
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