Source: http://parlarecivile.it/argomenti/immigrazione/respingimento.aspx
Timestamp: 2019-03-23 05:22:16+00:00

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E’ il provvedimento con cui lo Stato dispone l’allontanamento forzato di un cittadino non comunitario fermato direttamente alle frontiere per violazione della legge sull’immigrazione perché ha fatto ingresso senza autorizzazione o irregolarmente nel territorio dello Stato. Differisce dall’espulsione (vedi) perché avviene direttamente al superamento della frontiera. È disciplinato dall’art. 10 del Testo Unico Immigrazione ed è il primo istituto per la repressione dell’immigrazione irregolare. Il respingimento di uno straniero non può essere attuato verso uno Stato dove la persona possa essere vittima di persecuzione. Non possono essere in ogni caso respinti minori, donne in gravidanza, persone in pericolo di vita e malati che non hanno accesso alle cure necessarie nel loro paese d’origine.
“Dietro al termine respingimento ci sono lesione dei diritti e violenza”, afferma il regista Andrea Segre, autore con il giornalista Stefano Liberti del docu-film “Mare Chiuso”, uscito nel 2012, sui respingimenti dei richiedenti asilo somali in Libia che sono valsi all’Italia una condanna internazionale. “Il termine respingimenti è stato usato dall’allora ministro degli Interni Roberto Maroni per celebrare- continua Segre - con questo percorso siamo riusciti a fare crescere la comprensione della violazione dei diritti che è insita all’interno della parola respingimenti. Adesso è un termine negativo, prima era un termine di celebrazione della potenza (sono riuscito a fermare, a respingere), è un messaggio su cui stiamo operando un ribaltamento di immagine”[1].
Alla parola ‘respingimento’ sono legate una serie di locuzioni giuridiche che è necessario conoscere. Eccole qui di seguito:
Il principio di Non refoulement (non respingimento)
è il principio stabilito dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, cioè il divieto di respingere forzatamente un rifugiato verso le frontiere di uno Stato dove la sua vita o la sua libertà siano minacciate. Esso riguarda sia il rifugiato riconosciuto come tale, sia il semplice richiedente asilo. Comprende non solo il divieto di respingere il soggetto già presente sul territorio nazionale, ma anche quello di rifiutare l’ingresso alla frontiera di chi non vi è ancora entrato. L’importanza di questo principio è tale che deve essere rispettato da tutti gli Stati, anche da quelli che non hanno firmato la Convenzione, in quanto principio consuetudinario valido in tutta la Comunità internazionale.
La Convenzione Europea dei diritti umani, e l’articolo 19 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea vietano le espulsioni collettive di stranieri perché così non viene presa in considerazione la situazione individuale della persona e spesso non c’è nemmeno un’identificazione certa. Questo è quanto accaduto nel caso dei respingimenti collettivi in alto mare verso la Libia nel 2009 che hanno impedito di accertare se fra i migranti ci fossero richiedenti asilo. Scrive l’Asgi: “Le esigenze di contrasto dell’immigrazione clandestina non possono dunque prevalere sul principio di non refoulement e sul divieto di espulsioni collettive”[2].
Il secondo comma dell’art. 10 T.U. disciplina invece i casi di respingimento “differito”: “il respingimento con accompagnamentoalla frontiera è altresì disposto dal questore nei confronti degli stranieri: a) che entrando nelterritorio dello Stato sottraendosi ai controlli di frontiera, sono fermati all’ingresso o subitodopo; b) che, nelle circostanze di cui al comma 1, sono stati temporaneamente ammessi nelterritorio per necessità di pubblico soccorso”. Secondo l’Asgi,“l’istituto del “respingimento differito” ha da sempre suscitato ampie perplessità in ragione del fatto che si tratta di una misura che si presta ad essere adottata con larga discrezionalità come una sorta di surrogato del provvedimento di espulsione, e solleva forti dubbi in ordine alla sua legittimità costituzionale, anche a fronte dei ridotti poteri di difesa dei destinatari di un siffatto provvedimento Va infatti sottolineato come, al pari del provvedimento di espulsione con accompagnamento alla frontiera, il provvedimento di respingimento differito costituisca a tutti gli effetti un provvedimento limitativo della libertà personale , e come tale sottoposto alla riserva di giurisdizione di cui all’art. 13 della Costituzione e al controllo dell’autorità giudiziaria.[3]
Mito: “L’Italia deve fermare e rimandare indietro le barche di immigrati”
Un caso importante che ha riguardato l’Italia è quello dei respingimenti collettivi illegali svolti in alto mare dalle forze dell’ordine italiane insieme alla polizia libica in attuazione degli accordi fra i due Paesi. Il 23 febbraio 2012 la Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo ha sentenziato che, rimandando i migranti verso la Libia, l’Italia ha violato la Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo e in particolare il principio di non refoulement (non respingimento), che proibisce di respingere migranti verso paesi dove possono essere perseguitati o sottoposti a trattamenti inumani o degradanti. La causa si chiamava “Hirsi e altri contro Italia” e riguardava la prima operazione di respingimento effettuata il 6 maggio 2009, a 35 miglia a sud di Lampedusa, in acque internazionali. Le autorità italiane hanno intercettato una barca con a bordo circa 200 somali ed eritrei, tra cui bambini e donne in stato di gravidanza. Questi migranti sono stati presi a bordo da una imbarcazione italiana, respinti a Tripoli e riconsegnati, contro la loro volontà, alle autorità libiche. Senza essere identificati, ascoltati né preventivamente informati sulla loro reale destinazione. I migranti erano, infatti, convinti di essere diretti verso le coste italiane. 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei, rintracciati e assistiti in Libia dal Consiglio italiano per i rifugiati dopo il loro respingimento, hanno presentato un ricorso contro l’Italia alla Corte Europea, attraverso gli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani.
La Corte ha condannato l’Italia per la violazione di 3 principi fondamentali: il divieto di sottoporre a tortura e trattamenti disumani e degradanti (art. 3 CEDU), l’impossibilità di ricorso (art.13 CEDU) e il divieto di espulsioni collettive (art.4 IV Protocollo aggiuntivo CEDU). La Corte quindi per la prima volta ha equiparato il respingimento collettivo alla frontiera e in alto mare alle espulsioni collettive nei confronti di chi è già nel territorio. La Corte ha ricordato che in Libia non c’è protezione per i richiedenti asilo, i quali rischiano di essere rimpatriati nei paesi di origine dove possono essere perseguitati o uccisi. “Non si è trattato di un mero rischio di subire in Libia trattamenti inumani e degradanti – dichiara l’Avv. Anton Giulio Lana –i ricorrenti hanno effettivamente subito tali trattamenti nei campi di detenzione, come drammaticamente testimoniato dai sopravvissuti”. Ai migranti intercettati in acque internazionali non è stata offerta alcuna possibilità effettiva di ottenere una valutazione individuale delle loro situazioni al fine di beneficiare della protezione accordata ai rifugiati dal diritto internazionale e comunitario, in violazione dell’art. 13 della CEDU. Le condizioni di vita in Libia dei migranti respinti il 6 maggio 2009 sono state drammatiche. La maggior parte di essi è stata reclusa per molti mesi nei centri di detenzione libici ove ha subito violenze e abusi di ogni genere. Dopo lo scoppio del conflitto in Libia, i ricorrenti che si trovavano ancora a Tripoli, ed erano stati nel frattempo liberati dai centri di detenzione, sono stati vittime di rappresaglie sia da parte delle milizie fedeli al regime sia da parte degli insorti e sono stati costretti a nascondersi per alcune settimane senza acqua ne cibo. Dopo l’inizio dei bombardamenti NATO, alcuni ricorrenti sono scappati in Tunisia, altri hanno tentato nuovamente di imbarcarsi verso l’Europa, un ricorrente è riuscito a lasciare nuovamente la Libia alla volta di Malta, dove ha richiesto e ottenuto protezione. Due ricorrenti sono, invece, deceduti nel tentativo di raggiungere nuovamente l’Italia a bordo di un’imbarcazione di fortuna. Un ricorrente è riuscito a fuggire in Israele, mentre un altro è ritornato in Etiopia. Sulla base di testimonianze, si teme che altri ricorrenti abbiano perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Italia via mare[4].
Ben prima della condanna della Corte di Strasburgo del 2012 sui respingimenti collettivi in alto mare, era arrivata quella delle più importanti organizzazioni umanitarie, con ripetuti appelli al governo italiano per fare cessare questa politica contraria alla Convenzione di Ginevra. “Il 6 maggio del 2009, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, uno Stato europeo ha dato ordine alle proprie imbarcazioni e guardia costiera di intercettare e rinviare con la forza in alto mare barconi di migranti, senza la benché minima valutazione per determinare se qualcuno dei passeggeri avesse bisogno di protezione o fosse particolarmente vulnerabile – scriveva Human Rights Watch - Lo stato intercettante era l’Italia, quello ricevente la Libia. La guardia costiera italiana e le pattuglie della Guardia di Finanza hanno trainato barconi di migranti da acque internazionali senza neanche una sommaria valutazione per vedere se alcuni di essi fossero rifugiati o se altri fossero malati o feriti, donne incinte, minori nonaccompagnati, vittime di traffico o di altre forme di violenza contro le donne. Gli Italiani hanno fatto sbarcare i passeggeri, esausti, nel porto di Tripoli, dove le autorità libiche li hanno immediatamente arrestati e messi in carcere”.[5]
Era chiaro fin da subito che i respingimenti messi in atto in seguito agli accordi con la Libia erano illegali. “L’Italia, intercettando navi in alto mare e respingendole verso la Libia senza alcuna valutazione, viola il principio legale internazionale del nonrefoulement – si legge nel rapporto dell’Ong americana - Diverse convenzioni internazionali impediscono ai governi di commettere il refoulement, cioè il rinvio con la forza di individui verso posti dove la loro vita o libertà è minacciata o dove andrebbero incontro a rischio di tortura. Il principio di nonrefoulement è un obbligo vincolante nel diritto internazionale dei diritti umani e nel diritto internazionale dei rifugiati, così come nel diritto europeo ed in quello italiano, i quali anche impediscono all’Italia di respingere individui in posti dove potrebbero ricevere trattamento inumano e degradante. La Libia non ha diritto o procedure d’asilo. Non c’è un meccanismo formale per individui in cerca di protezione in Libia. Le autorità non fanno distinzioni tra rifugiati, richiedenti asilo, ed altri migranti”.[6]
E ancora, sull’intercettamento delle barche in alto mare: “ La nozione per cui l’Italia possa inviare la Marina o la guardia costiera in alto mare, per impedire l’entrata a dei potenziali rifugiati e rinviarli con la forza, capovolge il senso della Convenzione sui Rifugiati. Il suo obiettivo è quello di proteggere i rifugiati dal respingimento verso la persecuzione; la sua lettera impone agli Stati di non “respingere”. La Convenzione non distingue (né affronta il problema) da dove vengano respinti i rifugiati. A destare preoccupazione è dove essi vengano respinti. Berlusconi sostiene che l’obbligo di non refoulement non si applichi in alto mare. L’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu (Unhcr), il suo Comitato esecutivo, la Commissione Interamericana sui Diritti Umani, così come certa dottrina e organizzazioni non governative (Ong), hanno ritenuto che l’obbligo di non refoulement non è limitato dai confini territoriali… L’Unhcr, unitamente ad un ampio insieme di altre fonti legali, ha chiarito che il principio di non refoulement si applica ovunque uno stato eserciti controllo o giurisdizione, anche in alto mare o nel territorio di un altro stato…Secondo l’Unhcr, gli obblighi da esso risultanti si estendono a tutti gli agenti del governo che agiscano in veste ufficiale, dentro o fuori dal territorio nazionale. Data la pratica degli Stati di intercettare persone a grande distanza dal proprio territorio, il regime internazionale di protezione del rifugiato verrebbe reso inefficace se gli agenti dello Stato fossero liberi di agire in disaccordo con gli obblighi imposti dal diritto internazionale dei rifugiati e dai diritti umani”.
Il caso sanzionato dalla Corte di Strasburgo relativo al primo respingimento del 6 maggio 2009 non è stato l’unico episodio del genere. Il rapporto “Scacciati e Schiacciati” di Human Rights Watch riporta che “dopo aver intervistato 82 individui respinti forzatamente verso la Libia dalla Marina italiana il 1° luglio, l’Unhcr ha rilasciato un comunicato in cui ha espresso “forte preoccupazione” per la politica dell’Italia. L’Unhcr ha affermato che nel gruppo di 82 persone vi erano 76 Eritrei, ma che la Marina italiana non ha fatto alcuno sforzo per stabilire le nazionalità delle persone coinvolte né le motivazioni che le hanno spinte a fuggire dai propri Paesi. L’agenzia per i rifugiati ha anche affermato che nel gruppo vi erano nove donne e almeno sei bambini. Pur avendo passato quattro giorni in mare, gli Italiani non hanno offerto cibo ai migranti durante l’operazione di intercettamento e respingimento durata 12 ore. I funzionari italiani hanno anche confiscato gli effetti personali dei migranti, compresi soldi, telefoni cellulari, passaporti, e certificati di riconoscimento dello status di rifugiato. Tutti i migranti sono stati arrestati al loro arrivo.L’Unhcr ha anche riportato di aver raccolto “resoconti sconcertanti” sull’uso della forza, da parte della Marina italiana, nel trasferimento dei migranti dalla nave italiana all’imbarcazione libica, e su come questo abbia comportato il ricovero di sei persone. Human Rights Watch ha appreso da un’altra fonte che l’equipaggio della Marina italiana ha usato manganelli elettrici e mazze per cacciare i migranti dalla nave e che alcuni passeggeri hanno avuto bisogno di punti di sutura in testa addirittura prima di lasciare la nave italiana... L’obbligo di non refoulement vale non solo nell’ambito del diritto internazionale dei rifugiati, ma anche nell’articolo 3 della Convenzione contro la Tortura”[7].
Ma come sono state riportate queste gravissime notizie dai giornalisti italiani? In parte lo vedremo nella scheda dei ‘casi’. Qui ricordiamo “la sgradevole manipolazione politica della questione”, prendendo in prestito le parole usate da HRW. Dopo che l’Unhcr ha apertamente criticato il rinvio di barconi di migranti a maggio, il ministro della Difesa del momento, Ignazio La Russa, ha dichiarato che l’Unhcr “non conta un fico secco”. La Russa ha lanciato gravi accuse nei confronti della portavoce in Italia dell’Unhcr, Laura Boldrini. “Basti pensare che l’Italia - ha detto La Russa - è rappresentata dalla signora Boldrini, esponente di Rifondazione Comunista”. «Delle due l’una - ha detto il ministro della Difesa - o la Boldrini è disumana oppure è una criminale, perchè vuole aiutare chi elude la legge, chi scappa una volta giunto in Italia. Accuso questo sedicente organismo o di essere disumano o di fiancheggiare di chi vuole violare la legge». Le azioni di respingimento, ha spiegato La Russa, continueranno, «perchè conformi al diritto e umani, più umani di tenere i clandestini nei centri e poi espellerli»[8]. In seguito La Russa si è scusato per il ''tono comiziale'' usato nei riguardi della portavoce dell'Unhcr.
Secondo l’avvocato Anton Giulio Lana “ questa è una materia che è stata molto strumentalizzata a fini politici e quindi i giornalisti devono fare attenzione a non diventare strumenti di altri che fanno delle politiche ben precise”[9]. Lana sottolinea “l’approccio diverso del giornalista italiano rispetto al giornalista del nord europa, tedesco o anglosassone”. In che senso? “Il giornalista italiano vuole il caso umano, lo spunto è la sentenza ma di parlare con l’avvocato del fatto da cui origina la notizia gli interessa molto poco – afferma l’avvocato del caso Hirsi- vuole poi incontrare la vittima per rappresentare il vissuto di quella persona con riferimento a particolari intimi e anche scabrosi. Ho notato la differenza del giornalista italiano rispetto a quelli australiani o nord americani che erano molto preparati, conoscevano la procedura di ricorso alla Corte Europea quasi come me e quindi facevano domande pertinenti sul fatto, sulla sentenza. Il giornalista italiano mi ha chiesto di incontrare i rifugiati per raccontare le loro storie. Ho avuto uno scontro con una firma importante che scrive su uno dei giornali italiani più prestigiosi. Ho chiesto che non facesse riferimento al nome, al cognome e al Paese d’origine del rifugiato. Gli ho spiegato che se il respinto fosse stato intervistato da lui sul perché è scappato (torture, mancanza di democrazia, violazioni dei diritti umani) la famiglia di quella persona avrebbe potuto subire ritorsioni. È successo più volte in passato. Sono ragazzi di paesi che non hanno attitudine a capire gli effetti che possono derivare da quello che possono dire, dovete proteggere queste persone. Questo giornalista mi ha detto: senza il nome e il cognome il mio direttore non mi fa pubblicare l’articolo”. [10]
Un’altra testimonianza molto significativa è quella della firma del Corriere della Sera Gian Antonio Stella. “Nel momento di massima durezza nei respingimenti, noi li abbiamo fatti violando tutte le leggi, violando le leggi italiane, la Costituzione e tutte le convenzioni internazionali che abbiamo firmato – afferma il giornalista davanti a una platea di colleghi - In quel momento là, per esempio, io ho cercato di fare capire cosa voleva dire essere respinti raccontando la storia di un ragazzo italiano respinto a Ellis Island un secolo fa, raccontando che aveva investito tutto. Tutti i suoi sogni erano riposti sull’America. Si uccise per non tornare in Italia…la maggiorparte degli italiani è entrata irregolarmente perfino in Svizzera. Raccontare una storia come questa magari è utile, il confronto continuo con la nostra storia credo che funzioni abbastanza…su questo tema i giornali in alcuni anni sono stati molto prudenti, anche perché a scrivere di certi argomenti ti ritrovavi, soprattutto in alcuni giornali, a ricevere un diluvio di lettere insultanti, bastava dire che era un errore, che era illegale fare i respingimenti in quel modo, venivi sommerso di lettere che dicevano: brutto comunista vai a lavorare a Liberazione, brutto bastardo pigliateli in casa tu. Non era facile in alcuni anni fare certi discorsi. Con questo non voglio assolvere alcune disattenzioni colpevoli dei giornali, però c’era un momento in cui a fare certi discorsi perdevi lettori”.[11]
Secondo i giuristi dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, l’Italia continua a violare il principio di non refoulement in molti altri casi meno noti, vale a dire nei respingimenti di potenziali richiedenti asilo, ad esempio afghani, dai porti adriatici verso la Grecia, Paese che non offre sufficienti garanzie di rispetto dei diritti umani e dal quale i richiedenti asilo rischiano di essere respinti indietro verso i Paesi d’origine. “Anche in attuazione dell’accordo di riammissione di detto Paese con la Turchia, si può concretamente determinare il meccanismo dei “respingimenti a catena” dall’Italia o da altri Paesi UE, in violazione del principio di non refoulement –scrive l’Asgi in un rapporto - L’UNHCR, in un documento di raccomandazioni del 15.4.2008, esprime la propria preoccupazione per le difficoltà che i richiedenti asilo incontrano nell’accesso e nel godimento di una protezione effettiva, in linea con gli standard internazionali ed europei e raccomanda espressamente i Governi di non rinviare in Grecia i richiedenti asilo in applicazione del regolamento Dublino fino ad ulteriore avviso”. E ancora “si ritiene che possa assumere rilievo la violazione dell’art. 13 della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo anche in relazione alle operazioni di riammissione dei migranti nei porti adriatici perché agli stessi pare negata la possibilità di entrare in contatto con un avvocato e di avvalersi efficacemente delle procedure previste dal diritto interno per contestare la legittimità del loro respingimento e del loro rimpatrio”[12]
[1] Intervista rilasciata per il nostro lavoro ad aprile 2012
[2] Asgi, Il Diritto alla Protezione, pag. 29
[3] Ibidem pag. 32
[4] Dal comunicato stampa del 23 febbraio 2012 dal sito dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani http://www.unionedirittiumani.it/wp-content/uploads/2012/07/DEF-ITA-Hirsi-Sentence_23_2_2012.pdf
[5] Human Rights Watch “Scacciati e schiacciati . L’Italia e il respingimento di migranti e richiedenti asilo, la Libia e il maltrattamento di migranti e richiedenti asilo”, settembre 2009 New York
[6] Ibidem, pag.7
[8] In “Migranti, Frattini chiede vertice Ue La Russa: "Unhcr? Non conta nulla", pubblicato su Lastampa.it, 16 maggio 2009
[9] Intervento al seminario ‘Sgomberiamoli’ di Roma organizzato da Redattore Sociale con l’Unar ad aprile 2012, intervistato dal direttore dell’agenzia Stefano Trasatti. http://www.giornalisti.redattoresociale.it/i-seminari-di-roma/2012---sgomberiamoli/anton-giulio-lana.aspx
[11] Intervento al seminario ‘Sgomberiamoli’ di Roma organizzato da Redattore Sociale con l’Unar ad aprile 2012, intervistato da Gabriele Del Grande.
http://www.giornalisti.redattoresociale.it/i-seminari-di-roma/2012---sgomberiamoli/stella---delgrande.aspx
[12]Accordi di riammissione e rispetto del principio di non refoulement: il caso emblematico del rinvio dall’Italia verso la Grecia in Asgi, “Il Diritto alla Protezione”, pagg.49-52. Nel rapporto è citata anche la sentenza di codanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel caso M.S.S. contro Grecia e Belgio resa il 22 gennaio 2011 dalla Grande Camera. Il Belgio e la Grecia sono stati condannati per la violazione degli articoli 3 e 13 della Convenzione Europeaper i diritti dell’Uomo nei confronti di un richiedente asilo afgano. In particolare, laGrande Camera ha condannato la Grecia per aver trattenuto nel corso della proceduradi asilo M.S.S. in condizioni degradanti, e per averlo abbandonato, successivamente alsuo rilascio, in condizioni altrettanto degradanti, negandogli l’accesso a una proceduradi asilo effettiva; mentre La Corte ha altresì condannato il Belgio per la violazionedel principio di non refoulement, consistente nel trasferimento di M.S.S. in Grecia, inapplicazione del regolamento “Dublino II”, pur conoscendo il rischio che ivi avrebbepotuto subire gravi violazioni dei diritti umani.
Secondo il Dossier Caritas/Migrantes 2011, nel 2010 i respingimenti alla frontiera sono stati 4.201.
Nel 2010, a seguito degli accordi con la Libia sui respingimenti in mare, la geografia degli sbarchi è cambiata notevolmente: se ancora nel 2009 la Sicilia era la destinazione privilegiata, nel 2010 la prima regione per numero di persone sbarcate è stata la Puglia (1.513), seguita dalla Calabria (1.280) e dalla Sicilia (1.264). Secondo le stime dell’UNHCR circa 1.000 migranti, incluse donne e bambini, sono stati intercettati dalla Guardia costiera italiana e forzatamente respinti in Libia senza che prima fossero verificati i loro bisogni di protezione.
Si deve ai respingimenti anche la diminuzione del 37 per cento delle richieste d’asilo in Italia dal 2009 al 2010, “essendo la via del mare quella piu` praticata da chi non aveva alternativa, ovvero i richiedenti asilo che fuggivano dal Corno d’Africa e dai Paesi martoriati dalla guerra”. Nel 2008 lo Stato italiano ha riconosciuto protezione alla meta` delle 30.000 persone che avevano presentato domanda d’asilo[1].
Il 75 percento di coloro che sono arrivati in Italia via mare ha fatto richiesta d’asilo nel 2008, e al 50 percento di questi è stata concessa qualche forma di protezione.
[1] COMMISSIONE STRAORDINARIA PER LA TUTELA E LA PROMOZIONE DEI DIRITTI UMANI. INDAGINE CONOSCITIVA SUI LIVELLI E I MECCANISMI DI TUTELA DEI DIRITTI UMANI, VIGENTI IN ITALIA E NELLA REALTA` INTERNAZIONALE. 68ª seduta: martedı` 1º marzo 2011 http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/238573.pdf
Dopo le accuse sui respingimenti dei migranti, il ministro della Difesa ribadisce "Anche Frattini ha parlato di errori delle NU". L'Unicef: "Pericolosa delegittimazione"
La Russa: "Per il governo l'Unhcr sbaglia" Maroni: "Polemica incomprensibile"
L'Onu: "Attacchi inaccettabili". Guterres: "Continueremo a difendere i diritti dei rifugiati"
(sito internet di un quotidiano nazionale, 18 maggio 2009)
ROMA - Nuove scuse a Laura Boldrini, pur confermando la sostanza delle critiche mosse all'Unhcr sul tema del riaccompagnamento dei migranti. Ignazio La Russa torna a parlare delle polemiche di questi giorni e sottolinea che il governo "è compatto nel dire che l'organismo Onu per i rifugiati sbaglia". E da Ginevra arriva la durissima replica dell'Alto commissario per i rifugiati Antonio Guterres che parla di "inaccettabili e immotivati attacchi personali". Ma l'esecutivo ribatte per bocca del ministro dell'Interno Roberto Maroni: "Polemica incomprensibile". […] La Russa insiste nelle critiche. A Faccia a Faccia, programma di Radio Tre Rai, il ministro della Difesa chiede di nuovo ''ammenda'' per il ''tono comiziale'' usato nei riguardi della portavoce dell'Unhcr, ma ribadisce che tutto l'esecutivo giudica sbagliato il giudizio espresso da Laura Boldrini "nel ritenere non adeguato il comportamento dell'Italia e dei marinai italiani nei riaccompagnamenti verso il porto libico" degli immigrati clandestini. "Frattini, che è l'uomo più moderato del governo, dice che ha sbagliato", aggiunge La Russa. Il titolare della Farnesina ieri, pur prendendo le distanze da La Russa per il tono usato nel criticare l'Unhcr, aveva difeso la politica governativa sull'immigrazione: "Il rispetto delle regole - aveva affermato Frattini - è garanzia e tutela anche per tutti quegli immigrati regolari che hanno seguito le leggi. La politica della sinistra sull'immigrazione è a scapito dell'identità italiana ed europea". Secondo il ministro, è vero che le critiche riguardavano la politica del governo, ma "quella politica viene svolta dai nostri marinai". I quali, osserva il ministro, "non hanno mai usato la forza". "Non c'è stato alcun ordine al capo di Stato maggiore della Marina o al comandante della nave Spica, che è quella che ha fatto i riaccompagnamenti, ad usare la forza. E la forza non è mai stata usata, non c'è stata mai alcuna azione coercitiva, si è rispettata l'antica legge del mare che è un dovere per un marinaio: quello di accompagnare nel porto più vicino chi è in difficoltà, se vuole essere accompagnato. Questo è successo e io sentirmi dire che l'Italia, attraverso i marinai, si comporta in modo inumano...". La Russa tiene a sottolineare che i nostri marinai si stanno comportando in modo ammirevole: "Ci si immaginava quasi che i nostri marinai con la forza prendessero questi poveri clandestini e poi a pedate li riaccompagnassero in Libia. Non è così, è un'opera umanitaria ed è disumano immaginare il contrario". Maroni. Sulla questione dei respingimenti dei clandestini, il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha detto che "la polemica è incomprensibile". Maroni non ha fatto riferimento al botta e risposta fra l'alto commissariato per i rifugiati e il ministro della Difesa La Russa. Ha detto però che dal suo "punto di vista vorrei la polemica terminasse. Innalzare i toni potrebbe pregiudicare il buon lavoro che abbiamo fatto in questi dieci mesi". Secondo il ministro, infatti, l'Unhcr potrebbe svolgere un ruolo importante in Libia, anzi "fondamentale". "Rispetto le opinioni di tutti - ha aggiunto - ma non penso sia utile tenere i toni della polemica". […]
In base a quanto abbiamo spiegato, l’articolo di un’importante testata di cui presentiamo qui sopra alcuni estratti, è completamente fuorviante e fornisce al lettore un’informazione manipolata dal punto di vista politico. Questo accade proprio per i termini scorretti che vengono utilizzati. Il primo grave errore è che fin dall’attacco del pezzo si usa come neutra un’espressione per definire i respingimenti: riaccompagnamento dei migranti. Leggendo più oltre, scopriamo che è il modo in cui il ministro degli Esteri italiano definisce queste operazioni, ammantandole di ‘umanitario’ perché, secondo la sua versione, i nostri marinai si limitano ad accompagnare al porto più vicino le imbarcazioni in difficoltà in alto mare, senza usare violenza. Per tutto il resto dell’articolo, si continuano a confondere i migranti e i potenziali richiedenti asilo con dei clandestini, a prescindere dal fatto che questo termine è scorretto tout court. Per vedere la distinzione rimandiamo alle voci corrispondenti. Possiamo aggiungere che le testimonianze sui respingimenti, confluite anche nel processo a Strasburgo in cui l’Italia è stata condannata per violazione delle leggi internazionali, si parla di operazioni fatte con la forza, documentate anche dal film “Mare Chiuso” di Andrea Segre e Stefano Liberti. Human Rights Watch ha appreso “che l’equipaggio della Marina italiana ha usato manganelli elettrici e mazze per cacciare i migranti dalla nave e che alcuni passeggeri hanno avuto bisogno di punti di sutura in testa addirittura prima di lasciare la nave italiana”.
Qui di seguito riportiamo le parole di incitamento alla violenza di un esponente politico nel corso degli sbarchi a Lampedusa durante la primavera araba, che non ha bisogno di ulteriori commenti.
"Bisogna respingere gli immigrati, ma non possiamo sparargli, almeno per ora”.
Dichiarazione di Roberto Castelli (Lega Nord), ex Ministro della Giustizia e in quel momento Viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti
(trasmissione radiofonica nazionale, 12 aprile 2011)
“Grazie per la domanda, mi da la possibilità di spiegarmi”. Sentiamo, Castelli, in che modo si spiega.” Intanto, Zapatero e Sarkozy gli hanno già sparato, il che vuol dire che arrivano momenti drammatici, sta già accadendo. E’ del tutto ovvio che se noi ragioniamo in termini storici sui prossimi decenni c’è il pericolo che questa invasione possa diventare di milioni di persone; e a quel punto cosa facciamo? Le controversie internazionali si risolvono con le armi. Spero che questo momento, però, non arrivi mai: il momento in cui tale problema diventa così enorme da doverci porre il problema dell’uso delle armi.”
Qui di seguito riportiamo un altro programma radiofonico andato in onda pochi giorni dopo la sentenza di condanna dell’Italia sui respingimenti. Il conduttore in studio è un giornalista e ha al telefono sia gli ascoltatori, sia tre ospiti collegati, che sono nell’ordine: un editorialista di un network di testate locali, una editorialista di un quotidiano nazionale e un docente universitario di Storia contemporanea. Si parla di diversi argomenti di politica e attualità, fra cui questo. Presentiamo qui solo gli stralci relativi ai respingimenti.
Telefonata di un ascoltatore: Vorrei parlare dell’immigrazione clandestina, le nostre città scoppiano di clandestini, alle stazioni, nei parchi, nei giardini gente che vaga senza far nulla….sappiamo quali sono le teorie del signor Riccardi in tema di immigrazione…
Conduttore: Se anche la Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Italia per i respingimenti, questa situazione in cui ci troviamo è veramente brutta……
Primo ospite (giornalista): sull’immigrazione clandestina bè noi siamo stati condannati per i respingimenti, però i respingimenti ci sono stati anche in altre nazioni
Conduttore: in altri paesi…che non sono mai stati sanzionati..
Primo ospite: Io ricordo i giorni in cui arrivavano le navi a caricare gli immigrati che arrivavano dalla Libia e dalla Tunisia e li portavano in varie regioni italiane, quindi forse bisognava trovare un sistema preventivo anni fa per fare in modo
Conduttore: di non farli arrivare… Sentiamo [secondo ospite]come la pensa.
Secondo ospite (editorialista): vorrei rassicurare l’ascoltatore sul fatto che non ci sia interesse del ministro per l’Integrazione e Cooperazione Riccardi. Non è che non se ne stiano occupando è che in questo momento il governo tecnico ha altre priorità, ma il modo di pensare di Andrea Riccardi è un modo di pensare molto preciso. Non solo crede nello ius soli ma crede addirittura nello ius culturae, cioè crede che sia normale accogliere chiunque voglia venire
Conduttore: poi se ce la si fa anche a integrarli, ma questo è già più difficile Secondo ospite: Io la ritengo un’operazione abbastanza incosciente, la nostra condanna è una condanna iniqua, allora noi per non essere condannati avremmo dovuto prenderci tutti e gli altri Stati no? Solo noi, la Francia no, il Belgio no, la Germania no..Malta per dire una che sta di strada, Malta nessuno? Perché Malta è piccola e si dice povera? E noi invece siamo enormi e ricchi? Non è così .
Terzo ospite (docente universitario): ….quello che si otteneva con quel tipo di atteggiamento che c’era prima, che non erano solo chiassate ideologiche purtroppo ma erano scelte politiche ben precise, è stata la condanna della Corte europea sui respingimenti che non è un’ingiustizia. È assolutamente una scelta che ha fatto la Corte di giustizia coerente con tutta la propria giurisdizione e che è una decisione di grande civiltà, che avrà una grande influenza anche nei confronti degli altri Paesi non soltanto europei che già cominciano a chiedere lumi. Perché non sono stati condannati gli altri Paesi? Perché alla Corte di giustizia si può presentare istanza solo individualmente. Se nessun cittadino che è stato respinto da Malta porta il governo di Malta a giudizio alla Corte di Strasburgo, la Corte non può decidere autonomamente, questo è il motivo. In Italia per fortuna ci sono avvocati e gruppi di difesa dei diritti dell’uomo che lavorano con estrema serietà e che hanno aiutato a preparare il ricorso a Strasburgo che ha portato alla fine a questo giudizio che io ritengo di grande civiltà e che va in una piena sintonia con la direzione e la strategia che il ministro Riccardi, sia pure un ministro meno importante oggettivamente data la situazione di questo governo, sta cercando di portare avanti proprio per recuperare e ricostruire un tessuto di dialogo, di tolleranza e di integrazione e non una battaglia ideologica contro l’immigrazione.
(trasmissione radiofonica nazionale, 29 febbraio 2012)
Vediamo che le prime due interpretazioni della sentenza date da due giornalisti sono fuorvianti per gli ascoltatori. Gli ospiti sembrano rispondere a un’esigenza ideologica e alla ricerca del consenso di un acoltatore del tipo della persona che ha chiamato per lamentarsi dell’invasione dei clandestini in città. I giornalisti rispondono a frasi fatte (quelle di chi ha telefonato) con altre frasi fatte e non spiegano al pubblico radiofonico cosa è successo con la sentenza, come si è arrivati a questo esito e perché. La condanna delle operazioni illegali compiute dall’Italia viene bollata come ‘iniqua’, oppure si confonde ciò che è accaduto nel 2009 (i respingimenti) con le vicende di due anni dopo, cioè gli arrivi di profughi dovuti agli sconvolgimenti epocali della primavera araba. Solo l’intervento del terzo ospite riesce a cogliere bene il punto e a dare una spiegazione logica a chi ascolta. Ma è sconfortante pensare che ben due giornalisti di testate nazionali non abbiano saputo o voluto dare informazioni corrette ai cittadini su un fatto di rilevanza internazionale. Infine, qui di seguito riportiamo un esempio positivo di un buon articolo sul tema, corretto e preciso.
Sentenza storica della Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo che condanna l'Italia all'unanimità. Nel cosiddetto caso Hirsi, che riguardava 24 persone nel 2009, è stato violato l'articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura. Il nostro Paese dovrà versare un risarcimento di 15mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime. Riccardi: "Ripensare alla nostra politica sull'immigrazione". La Cancellieri: "Sentenza va rispettata"
(edizione online di un quotidiano nazionale, 23 febbraio 2012)
ROMA - Stop ai respingimenti in mare. Bocciate le espulsioni collettive. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato all'unanimità l'Italia per i respingimenti verso la Libia. Nel cosiddetto caso Hirsi, che riguardava 24 persone nel 2009, è stato violato l'articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura. Strasburgo ha così posto un freno ai respingimenti indiscriminati in mare e ha stabilito che l'Italia ha violato il divieto alle espulsioni collettive, oltre al diritto effettivo per le vittime di fare ricorso presso i tribunali italiani. L'Italia è stata condannata a versare un risarcimento di 15mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime, in quanto due ricorsi non sono stati giudicati ammissibili. […] Maroni. Di "incomprensibile picconata del buonismo peloso" parla invece l'ex ministro dell'Interno, Roberto Maroni, principare sponsor della politica di respingimenti inaugurata dal governo Berlusconi. "È una sentenza politica di una corte politicizzata", dice Maroni. "Rifarei esattamente quello che ho fatto: impedire ai barconi di clandestini di partire dalla Libia, salvare molte vite umane e garantire maggiore sicurezza ai cittadini". I precedenti. La politica migratoria del vecchio governo Berlusconi continua a perdere pezzi. A picconare i pacchetti sicurezza e la Bossi-Fini 1 sono tribunali ordinari, Consiglio di Stato, Corte di Cassazione, Consulta e Corte di giustizia dell'Unione europea. Sotto le loro sentenze cadono: l'aggravante di clandestinità, il divieto di matrimonio con irregolari, il reato di clandestinità (nella parte che punisce con il carcere gli immigrati irregolari). Ora a crollare è il muro dei respingimenti in mare dei migranti, sotto i colpi della Corte europea dei diritti dell’uomo. […]

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