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Timestamp: 2019-09-18 18:28:57+00:00

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Non riconosce il figlio, dopo 40 anni liquidato anche il danno morale | Studio Legale Parenti
Non riconosce il figlio, dopo 40 anni liquidato anche il danno morale
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Corte di Cassazione, sentenza n. 17370 del 11.10.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che le decisioni economiche prese in sede di separazione non vincolano il giudice del divorzio.
La Suprema Corte ricorda che “l’assegno va rapportato al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ma indici di tale tenore di vita può essere l’attuale disparità reddituale dei coniugi”. E secondo la ricostruzione del giudice di merito sussisteva tale differenza reddituale tra i due coniugi, per cui andava respinto l’appello del marito contro la sentenza di primo grado che lo obbligava al pagamento dell’assegno. Anche se ricorda la Corte “vi è totale autonomia tra i regimi economici di separazione e divorzio, e il giudice del divorzio non è vincolato dalle statuizioni di separazione”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 36680 del 24.09.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la presentazione in giudizio di tre bilanci consecutivi in passivo della propria azienda non salva l’ex marito che non ha versato l’assegno di mantenimento della figlia minore dalla condanna per violazione degli obblighi di assistenza familiare.
Per la Suprema corte i documenti presentati sono stati ritenuti “privi di pregio non potendosi identificare la situazione reddituale dell’imputato, quale indicata nella denuncia dei redditi, con la incapacità rilevante ai fini dell’inadempimento dell’obbligazione di cui si tratta che deve essere assoluta e non derivante da colpa dell’interessato”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 34481 del 12.09.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che lo studente padre se ha dei figli deve mantenerli. I supremi giudici, infatti, hanno confermato la condanna a 6 mesi di reclusione nei confronti di un uomo che aveva avuto tre figli dalla sua compagna e, per i primi tre anni di vita dei bambini, non aveva minimamente provveduto a loro.
Inoltre, la Corte non ha concesso al giovane la sospensione condizionale della pena subordinando il beneficio al pagamento di quasi 19 mila euro come risarcimento danni per le sue mancanze affettive ed economiche dopo la nascita dei tre piccoli – una femmina e due maschietti – avuti da Daniela L. con la quale non era sposato.
Peraltro, l’Alta Corte rileva che “l’imputato non ha neppure dimostrato di avere tentato di ottenere una occupazione lavorativa per far fronte ai suoi obblighi, avendo invece preferito rimanere a casa dei genitori, lasciando alla madre dei suoi figli il carico di provvedere sia alla loro cura, sia al loro mantenimento”.
Infine, la Suprema Corte ha intimato allo studente-padre di smetterla di lamentarsi per la condanna data la “gravità della condotta omissiva protrattasi per tre anni” e considerato il “trattamento benevolo del giudice di primo grado”, il Tribunale di Pavia, che gli aveva concesso le attenuanti generiche.
Corte di Cassazione, sentenza n. 15158 del 11.09.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la grande differenza di età e la dichiarazione di non volersi occupare del minore non rappresentano elementi sufficienti per escludere l’interesse del minore alla dichiarazione giudiziale di paternità. Lo ha stabilito la Corte respingendo il ricorso di un signore di età avanzata che oltre a negare la paternità (rifiutando però il test del dna), aveva sostenuto che la sua condizione familiare, una moglie e tre figli, non gli avrebbe comunque consentito di “seguire ed educare il piccolo”, un ragazzo di 16 anni.
Per la Cassazione “la contrarietà all’interesse del minore può sussistere solo in caso di concreto accertamento di una condotta del preteso padre tale da giustificare una dichiarazione di decadenza della potestà genitoriale, ovvero di prova dell’esistenza di gravi rischi per l’equilibrio affettivo e psicologico del minore per la sua collocazione sociale”.
“Tali rischi – continua la sentenza – devono risultare da fatti obiettivi, emergenti dalla pregressa condotta di vita del preteso padre, ed, in mancanza di essi, l’interesse del minore va di regola tenuto sussistente, a prescindere dai rapporti di affetto che possano in concreto instaurarsi con il presunto genitore e dalla disponibilità di questo ad instaurarli, avendo riguardo al miglioramento obiettivo della sua situazione in relazione agli obblighi giuridici che ne derivano per il preteso padre”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 33319 del 28.08.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’inadempimento saltuario (6 mesi su 21) del pagamento dell’assegno non è sufficiente per far condannare l’ex marito per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio. Lo ha stabilito la Corte accogliendo il ricorso dell’uomo contro la sentenza della Corte di Appello di Messina che confermano il primo grado lo aveva condannato per il reato previsto dall’articolo 570, secondo comma, del codice penale, sulla base della sola testimonianza della moglie secondo cui “dava i soldi quando se lo ricordava, ogni tre quattro mesi”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 12197 del 17.07.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non ricade nella comunione legale la casa familiare edificata sul terreno comprato con i proventi di un solo coniuge. Rilevante la conforme dichiarazione dell’altro nell’atto pubblico di compravendita. Con tale principio la Corte, ha accolto il ricorso di un ex marito nel punto in cui la Corte d’appello di Venezia ha accertato che il fondo oggetto dell’atto di compravendita, stipulato in circostanza di matrimonio, ricadeva nella comunione, così come per effetto la casa familiare su di esso edificata.
Corte di Cassazione, sentenza n. 25596 del 02.06.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il ritardo nel pagamento degli alimenti non costituisce reato “sottrazione agli obblighi di assistenza famigliare”.
In proposito la Cassazione ha rilevato che il reato in questione non si realizza con “qualsiasi forma di inadempimento” ed inoltre ci deve essere anche una volontà dolosa di non adempiere agli obblighi. Dunque, per arrivare alla condanna, “si deve trattare di inadempimento serio e sufficientemente protratto (o destinato a protrarsi) per un tempo tale da incidere apprezzabilmente sulla disponibilità dei mezzi di sussistenza che il soggetto obbligato deve fornire”.
“Quindi il reato – prosegue la Cassazione – non scatta automaticamente con l’inadempimento ai sensi delle leggi civili e, ancorché la violazione possa conseguire anche al ritardo, il giudice penale dovrà valutarne la gravità e, quindi, l’attitudine oggettiva a integrare la condizione che la norma è tesa ad evitare”.
In pratica essendo stati “brevi” i ritardi contestati, la Cassazione ha ritenuto di poter ragionevolmente ritenere che si sia trattato solo di un momentaneo problema economico per il quale il padre separato non merita la condanna penale.
Corte di Cassazione, sentenza n. 9546 del 12.06.2012
La Corte di Appello con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il provvedimento della Corte d’appello che, in sede di separazione tra i coniugi, impone alla madre collocataria di astenersi dal coinvolgere il figlio piccolo nella sua nuova scelta religiosa. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza in oggetto che ha respinto il ricorso di una donna che, al momento della nascita del figlio, aveva consentito che il piccolo fosse battezzato e seguisse una formazione religiosa cattolica. In seguito però si era convertita alla confessione religiosa dei Testimoni di Geova ed erano cominciati a sorgere problemi con il marito circa l’educazione religiosa del piccolo.
La Suprema corte, nel respingere il ricorso, ha affermato che l’articolo 155 del Cc consente al giudice di adottare ogni provvedimento relativo all’affidamento dei figli attenendosi al criterio fondamentale rappresentato dal superiore interesse della prole. L’esercizio in concreto di tale potere deve costituire espressione di “conveniente protezione del preminente diritto dei figli alla salute e a una crescita serena ed equilibrata e può assumere anche profili contenitivi dei rubricati diritti e libertà fondamentali individuali”, ove si paventi il rischio di compromettere il sereno sviluppo e al salute psico-fisica del minore.
Corte di Cassazione, sentenza n. 8862 del 01.06.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in una causa di separazione la pronuncia di addebito e quella di risarcimento del danno possono coesistere, “considerati i presupposti, i caratteri, le finalità radicalmente differenti”.
Secondo la Cassazione dunque il risarcimento non segue solo la commissione di reati (e l’adulterio dopo le note pronunce della Consulta non lo è più), ma anche “la violazione dei diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti … incidendo su beni essenziali della vita”. In questi casi (che integrano la violazione della privacy, salute, rapporti relazionali) via libera al risarcimento dei danni non patrimoniali.
Secondo il nuovo orientamento “rileva proprio la qualità di coniuge e la violazione di obblighi nascenti dal matrimonio che, da un lato è causa di intollerabilità della convivenza, giustificando la pronuncia di addebito, con gravi conseguenze, com’è noto, anche di natura patrimoniale, dall’altro, si configura come comportamento (doloso o colposo) che, incidendo su beni essenziali della vita, produce un danno ingiusto, con conseguente risarcimento, secondo lo schema generale della responsabilità civile”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 8773 del 01.06.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la mancanza di un’intesa sessuale rappresenta una «giusta causa» per abbandonare il tetto coniugale: per questo, chi lascia il coniuge, non vivendo con lui un rapporto «sereno e appagante», non rischia di vedersi addebitata dal giudice la colpa della separazione. È quanto si evince da una sentenza con cui la prima sezione civile della Cassazione ha rigettato il ricorso di un uomo che chiedeva l’annullamento delle pronunce di merito che avevano stabilito un assegno di mantenimento di 2.500 euro mensili a favore della sua ex moglie.
Corte di Cassazione, sentenza n. 7771 del 17.05.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che se un padre ricorre contro l’assegno di mantenimento dovuto al figlio naturale dopo lo scioglimento della convivenza, il tribunale, nel confermarlo o ridurlo, deve esaminarne le ragioni e non può limitarsi a mere petizioni di principio – “l’assegno deve essere quantificato considerando le esigenze del minore in rapporto al tenore di vita goduto in costanza delle convivenza con entrambi i genitori – , o semplicemente richiamarsi alle decisione di primo grado – “appare pienamente condivisibile il giudizio del tribunale -, senza “alcuna disamina delle censure” mosse dal ricorrente.
La Suprema Corte ha ricordato che, ove il giudice ritenga necessario stabilire la corresponsione di un assegno, deve trovare applicazione la disciplina del novellato articolo 155 del Cc dove si prevede che ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. E stabilisce che il giudice al fine di realizzare il principio di proporzionalità tenga conto delle attuali esigenze del figlio; dell tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori; dei tempi di permanenza presso ciascun genitore; delle risorse economiche di entrambi i genitori; e infine della valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.
Corte di Cassazione, sentenza n. 16088 del 27.04.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’occupazione precaria del minore non elide lo stato di bisogno. Commette un reato il padre che non versa l’assegno di mantenimento all’ex moglie e non dà supporto economico al figlio minore anche se questo fa qualche lavoretto saltuario.
La Corte, ha respinto il ricorso di un 43enne contro il giudizio di colpevolezza della Corte d’appello di Ancona che lo condannava alla pena di due mesi di reclusione e di 500euro di multa per aver violato gli obblighi di assistenza familiare, non avendo corrisposto i mezzi di sussistenza al figlio minore, e per aver omesso di corrispondere l’assegno divorzile alla ex.
Corte di Cassazione, sentenza n. 5883 del 13.04.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il provvedimento di adozione dei minori anche in presenza di una zia ed una nonna che si dichiarano disponibili ad occuparsene se non hanno mai dato prova di un interesse reale verso i bambini o non hanno fatto nulla per alleviarne la condizione di sofferenza. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 583/2012, respingendo i ricorsi dei familiari.
Corte di Cassazione, sentenza n. 13956 del 10.04.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che rischia il carcere per il titolare del negozio che fotocopia i libri ai clienti senza pagare i diritti SIAE
La titolare del negozio fotocopia i testi universitari agli studenti e ci guadagna parecchio sopra, considerato che non versa le previste royalty agli editori e agli editori. Ma rischia grosso, e infatti è condannata a un anno di reclusione e 3 mila euro di multa. A inchiodare la responsabile della copisteria è proprio il pubblico dei giovani che affollano i locali dell’esercizio, inducendo i giudici a escludere che le riproduzioni, riguardanti le discipline scientifiche più disparate, siano realizzate per soddisfare esigenze private dell’imprenditrice.
Corte di Cassazione, sentenza n. 5652 del 10.04.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno per il mancato mantenimento anche dopo 40 anni. L’obbligo di mantenere la prole, infatti, decorre dalla nascita e prescinde dalla proposizione di una domanda giudiziale in merito. Non solo, essendoci in ballo la lesione di interessi costituzionalmente garantiti – come il diritto del bambino ad essere accudito, educato e istruito – oltre al risarcimento spetta anche il diritto al ristoro per il danno non patrimoniale.
Lo ha stabilito la Suprema Corte, confermando la pronuncia della Corte di Appello di Catania che a quasi mezzo secolo di distanza dalla nascita aveva liquidato 25mila euro ad un figlio non riconosciuto dal padre. L’uomo aveva avuto una storia travagliata costellata anche da alcune condanne penali poi superata con la costituzione di un proprio nucleo familiare. Tuttavia, il ricorrente ricollegava tutte le vicissitudini patite all’assenza del padre che lo aveva costretto a vivere con la madre in condizioni di estrema indigenza.
Ma la Suprema corte è andata oltre il caso specifico (dove la domanda di ristoro era “inspiegabilmente” limitata nel tempo, al periodo tra il compimento dei 18 anni e il raggiungimento dell’autonomia economica), riprendendo la nozione di “illecito endofamiliare”, secondo cui la violazione dei relativi doveri non viene sanzionata solo attraverso le regole del diritto di famiglia. Infatti, per i giudici di fronte alla lesione di diritti primari della persona si possono “integrare gli estremi dell’illecito civile e dare luogo ad un autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali”, ai sensi dell’articolo 2059 del codice civile.
E’ escluso l’intervento dei nonni nel giudizio di separazione tra i coniugi
Il trasferire la residenza all’insaputa del coniuge fa scattare il reato di sottrazione di minore
Deve essere annullato il matrimonio se il marito è mammone

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