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Timestamp: 2019-05-24 03:34:20+00:00

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Blog | Consulenza Energia Torino | Broker Energia Torino - Part 6
Nuovi oneri di sistema elettrico dal 2018
Dal 2018 si passerà da una tariffa binomia a una tariffa trinomia.
E’ stato ridefinita la struttura dei c.d. Oneri di Sistema elettrico, con l’introduzione di un nuovo schema di costo trinomio espresso in Euro/anno, Euro/kW (attualmente non esistente), Euro/kWh, questo dopo la Delibera AEEGSI 481/17.
Ci saranno delle nuove aliquote distinte in :
“Oneri generali relativi al sostegno delle energie rinnovabili ed alla cogenerazione” (ASOS), distinti per classi di agevolazione, ivi inclusi i clienti non agevolati;
“Rimanenti oneri generali” (ARIM);
Componenti perequative UC3 e UC6.
In sintesi, ci saranno varie tipologie di utenza.
Questi cambiamenti ne colpiranno maggiormente due.
La percentuale di incidenza di costo degli oneri salirà, questo per quanto riguarda le utenze industriali.
Per quanto riguarda utenti autoproduttori, ci sarà un aumento del prezzo delle componenti fisse e l’introduzione di una componente a kW di potenza in tali oneri si riverbererà pertanto (in misura al momento non prevedibile) su una minore convenienza a installare ed esercire sistemi cogenerativi.
Non conoscendo il livello delle componenti fisse, le aziende sono intenzionate all’installazione di sistemi di autoproduzione cogenerativa e questo porterà a una fase di incertezza a livello normativo e tariffario.
Caro energia inverno 2018
E’ già successo lo scorso inverno e probabilmente anche questo inverno ci sarà un caro energia dovuto alla Francia.
La Francia, da cui l’Italia importa il 10-12% di elettricità, ha dovuto chiudere una centrale elettrica temporaneamente a causa di un potenziale rischio di crollo di una diga nelle sue vicinanze.
I reattori sono stati spenti e questa fermata comporterà una perdita di 5-8 TWh su base annua. La centrale ha una potenza complessiva di 3660 MW.
Rischiano di essere chiuse altre 15 centrali nucleari che sono attualmente in osservazione.
Per soddisfare la richiesta interna la Francia diminuirà l’esportazione, e questo comporterà un aumento di prezzo in tutti i paesi confinanti.
Germania, il nuovo governo e il destino di diesel e carbone
La mezza sconfitta di Angela Merkel alle elezioni politiche tedesche porta in primo piano la possibilità di un’alleanza di governo con il partito dei Verdi, uscito invece rafforzato dalla consultazione, e gli effetti sulle politiche energetiche, climatiche e ambientali di Berlino
L’evoluzione delle trattative tra Angela Merkel e il partito ecologista tedesco sarà tenuta sotto stretta osservazione soprattutto dall’industria automobilistica e da quella del carbone. Per i Verdi si presenta l’occasione di andare al Governo dopo 12 anni di opposizione (compreso il rifiuto di entrare nell’esecutivo nel 2013): il risultato elettorale (nettamente superiore alle aspettative) li dota di una forza contrattuale tale da poter quanto meno influenzare l’agenda della cancelliera. Sullo sfondo, una Germania ancora impantanata negli strascichi dello scandalo del dieselgate e indietro nel raggiungimento dei target ambientali posti dall’Europa per il 2020.
A tener banco negli ultimi mesi è stato soprattutto il dossier legato al bando delle auto a combustibili fossili, che i Verdi vorrebbero in vigore a partire dal 2030 in favore di una svolta decisa verso la mobilità elettrica. Fino ad oggi Merkel ha sostenuto un approccio ben diverso da quello abbracciato da Francia e Gran Bretagna, una transizione soft senza misure drastiche. “Non c’è alcun dubbio che i motori a combustione dureranno ancora per decenni”, ha detto la cancelliera solo due settimane fa all’apertura dell’auto salone di Francoforte. “Bisogna renderli più efficienti, vanno sviluppate nuove alimentazioni per tutelare l’industria dell’auto tedesca”. Oggi nel settore automotive sono impiegati circa 870mila addetti, il 13% del Pil e il 18% delle esportazioni.
A “rassicurare” maggiormente i produttori di automobili è forse il “precedente” del Land del Baden-Wuttemberg, unico esempio di alleanza CDU-Verdi, oltre che terra di Porsche e Mercedes: lo scorso 28 luglio il tribunale amministrativo di Stoccarda ha accolto l’istanza di alcuni gruppi ambientalisti in merito all’approvazione di un divieto di circolazione per le automobili diesel (fino alle euro 5) nel centro cittadino. In quel caso Winfried Kretschmann, storico membro del partito dei Verdi e governatore del Land, si è schierato su posizioni più miti. Ora si attende l’appello delle case automobilistiche al tribunale amministrativo federale.
Secondo molti analisti, le posizioni dei Verdi avranno molto più presa per quanto riguarda l’uscita dal carbone per la produzione di energia elettrica. Nel mirino c’è sempre il 2030. Ad oggi il maggiore impatto della Cancelliera Merkel in tema di politica energetica tedesca è stato l’abbandono del nucleare nel 2011 dopo il disastro di Fukushima. Una decisione che ha messo in una posizione di forza il carbone (23% della produzione elettrica).
Accise: forma e sostanza sulla bilancia
20Secondo la Corte Ue esenzioni e aliquote agevolate non necessitano di apposita domanda. Ora sarebbe però auspicabile un intervento delle Dogane e del Governo
Come i grossisti e i consumatori finali di energia elettrica e gas ben sanno, in ambito accise è fondamentale individuare il momento a decorrere dal quale si rende applicabile al cliente una determinata esenzione, aliquota ridotta o esclusione da imposta e, più che altro, i requisiti in presenza dei quali detti regimi – se così li vogliamo chiamare – troverebbero applicazione.
Per le esclusioni da imposizione (si pensi, ad esempio, al caso dell’utilizzo di energia elettrica o gas naturale in processi metallurgici o mineralogici), la prassi dell’Agenzia delle dogane ha fatto (abbastanza) chiarezza riconoscendo che le esclusioni (insieme alla previsione impositiva) delimitano e definiscono l’ambito di applicazione del regime fiscale al di fuori del quale non si realizza il presupposto dell’obbligazione tributaria. Per questa ragione, verificata dunque l’effettiva destinazione dei prodotti energetici impiegati in usi non sottoposti ad accisa, l’imposta non è dovuta sin da principio e, laddove erroneamente applicata, è addirittura indebita con possibilità di rimborso nei termini di cui all’art. 14 TUA (Nota prot. 80667 del 7 agosto 2013).
Di tutt’altro tenore appare, invece, l’orientamento assunto in tema di esenzioni o aliquote ridotte (si pensi, ad esempio, agli usi industriali per il gas naturale).
In queste ipotesi, sia la prassi dell’Agenzia (si pensi alla Nota n. 24081/RU del 8 aprile 2009 dell’Agenzia delle dogane) che la più recente giurisprudenza di legittimità subordinano l’applicazione dei predetti regimi ad una espressa richiesta (formale) del consumatore finale.
Il riferimento della giurisprudenza è fatto alla Corte di Cassazione a Sezioni Unite, nella sentenza n. 1837 del 2016, che ha affermato che “la decorrenza degli effetti derivanti dall’accoglimento della domanda di ammissione al trattamento agevolato non può essere collocata in un momento anteriore alla presentazione della domanda medesima”. Seppure la Corte di Cassazione si sia espressa con riferimento alla richiesta di rimborso delle accise applicate in misura massima al cliente prima che questo avanzasse richiesta di applicazione di un’aliquota ridotta, dal testo della sentenza si desume che in assenza della domanda da parte del consumatore finale, ancorché sussistano di fatto i presupposti sostanziali richiesti dalla norma, quel trattamento non dovrebbe trovare applicazione.
Di rottura rispetto a queste ultime interpretazioni risultano essere, però, due recenti pronunciamenti della Corte di
Giustizia (Cgue) e della giurisprudenza di merito. Con la sentenza del 13 luglio 2017, causa C-151/16, la Corte di Giustizia, sulla base dell’approccio sostanziale che la contraddistingue, si è pronunciata proprio in merito alla legittimità delle disposizioni statali che impongono il rispetto di più o meno gravosi requisiti formali, non collegati all’effettivo utilizzo dei prodotti energetici, al fine di poter accedere ai trattamenti fiscali di favore previsti dalla normativa comunitaria.
In particolare, la sentenza della Cgue, facendo riferimento all’art. 14, par. 1, lett. c) della Direttiva n. 2003/96/CE, che prevede che gli Stati membri esentino “i prodotti energetici forniti per essere utilizzati come carburanti per la navigazione nelle acque comunitarie (compresa la pesca), diversa dalla navigazione delle imbarcazioni private da diporto, e l’elettricità prodotta a bordo delle imbarcazioni” alle condizioni da essi stabilite al fine di garantire un’agevole e corretta applicazione delle esenzioni stesse e di evitare frodi, evasioni o abusi, afferma che una normativa nazionale che subordina l’applicazione di specifici regimi di esenzione “al rispetto di requisiti formali non collegati all’effettivo utilizzo dei prodotti energetici di cui trattasi” è contraria all’impianto sistematico ed alle finalità di tale direttiva.
Nello specifico, è stato sottoposto alla Cgue il caso di una impresa lituana che ha costruito una nave per un’impresa estone a cui ha di fatto consegnato, congiuntamente alla nave, anche il carburante in essa contenuto. Il costruttore lituano ha richiesto all’ispettorato nazionale delle imposte il rimborso dell’accisa assolta sul carburante (in quanto impiegato in usi esenti); l’ispettorato ha, però, negato il rimborso dato che al momento della cessione al cliente del carburante l’impresa non aveva compilato i documenti contabili in ottemperanza ai requisiti formali e sostanziali previsti dal diritto nazionale e non disponeva di una licenza.
Sul punto la Cgue ha chiarito che il carattere incondizionato di un obbligo di esenzione fiscale non può essere affatto messo in discussione dal margine di discrezionalità riservato agli Stati membri per cui la legislazione di uno Stato membro che esclude l’applicazione di un’esenzione a motivo del fatto che la fornitura è stata effettuata senza osservare dei requisiti formali non è conforme al diritto comunitario, laddove i requisiti sostanziali sono stati rispettati.
Anche la giurisprudenza di merito nazionale sembra aver recepito questi principi, affermando che “l’applicazione di un’aliquota ridotta è prevista per legge e non rappresenta una particolare agevolazione a cui il consumatore finale può accedere solo tramite una preventiva richiesta al fornitore” pertanto “l’omessa richiesta non potrebbe in ogni modo determinare l’impossibilità di un rimborso per quanto ingiustamente pagato. Infatti tale condotta rappresenterebbe un ingiusto arricchimento da parte dell’Erario” (Ctr Milano, sent. n. 3274/18/2017, depositata il 20 luglio 2017).
La sentenza ribadisce, dunque, come il consumatore finale abbia diritto all’applicazione dei regimi previsti dalla legge indipendentemente dall’espletamento o meno di ulteriori oneri formali. Opinare il contrario significherebbe permettere all’Erario un indebito e ingiustificato arricchimento. Seppure non si possano che accogliere con favore i principi affermati dalla Cgue, seguiti poi anche dalla giurisprudenza di merito, che sposano appieno la ratio perseguita dalle norme, non si può non rilevare che l’orientamento espresso dalla giurisprudenza di legittimità e fatto proprio dall’Agenzia delle dogane imponga agli operatori delle cautele ben specifiche nell’applicazione ai clienti dei regimi agevolati. Per cui, considerate le difficoltà in cui possano trovarsi i fornitori di commodity nel seguire uno o l’altro orientamento, sarebbe necessario innanzitutto un intervento chiarificatore – e univoco – da parte dell’Agenzia delle dogane con un documento di prassi.
In secondo luogo, si auspica un intervento normativo. Occasione potrebbe essere il testo del decreto gas applicativo del Testo unico accise n. 504 del 1995 su cui sta lavorando il Mef.
Fonte: Pietro Bracco e Giulia Giacchetti – QE
Dispacciamento, uplift luglio ai minimi da due anni
L’aggiornamento di Terna: il valore scende a 2,98 €/MWh, incidono anche i saldi del trimestre precedente
Continua il deciso calo dell’uplift per gli utenti del dispacciamento. In base ai dati a consuntivo di Terna, infatti, il valore di luglio si è attestato a 2,98 €/MWh, contro i 4,27 € di giugno e gli 8,8 € di maggio. Si tratta peraltro del minimo da agosto 2015, quando l’uplift si era attestato a 2,31 €. Sul dato hanno influito due saldi relativi al trimestre precedente: quello netto da Cct e Ccc in capo al Tso ai sensi dell’articolo 7 della delibera 205/04 (-0,39 €) e quello tra proventi e oneri maturato da Terna per lo svolgimento delle procedure di assegnazione della capacità di trasporto sulla rete di interconnessione con l’estero (-0,9 €).
Tali elementi hanno quindi accentuato il calo fatto registrare dalla componente dispacciamento (da 4,68 a 3,41 €) mentre quella sbilanciamenti è passata dai -0,28 € di giugno a 0,1 € di luglio.
Confartigianato: caro-bollette per le pmi, privilegiati gli energivori
Le piccole imprese pagano l’elettricità il 29% in più della media Ue. Nel terzo trimestre rincari di 383 euro
L’energia elettrica continua a costare molto cara agli artigiani e alle piccole imprese italiane che, in media, pagano
l’elettricità il 29% in più rispetto alla media dei loro colleghi dell’Unione europea. Un divario destinato a peggiorare visto che, nel terzo trimestre 2017, la bolletta dei piccoli imprenditori è in aumento di 383 euro rispetto al trimestre precedente e porta a 11.478 euro il costo medio annuo dell’energia per una piccola impresa.
La denuncia arriva da una rilevazione di Confartigianato nella quale si analizzano squilibri e distorsioni che, nel mercato energetico, penalizzano proprio i piccoli imprenditori. “Le nostre piccole imprese – sottolinea il Presidente di Confartigianato Giorgio Merletti – pagano di elettricità, in media, 2.572 euro in più all’anno rispetto alle Pmi dell’area Euro. Il costo dell’energia rappresenta un pesante fardello che compromette la competitività delle nostre aziende e ostacola gli sforzi per agganciare la ripresa”.
A gonfiare il prezzo dell’energia per le piccole imprese italiane sono soprattutto gli oneri fiscali e parafiscali, che pesano per il 39,7% sull’importo finale in bolletta. Nei settori manifatturieri delle piccole imprese il prelievo fiscale sull’energia arriva a 7.679 euro per azienda ed è pari a 1.125 euro per addetto. Anche in questo caso superiamo di gran lunga la media europea di 422 euro per addetto di Francia, Germania e Spagna. Più in generale, in Italia le tasse sui consumi di energia sono le più alte d’Europa: imprese e famiglie pagano infatti 15 miliardi di euro in più rispetto ai cittadini dell’Eurozona.
Più tasse, quindi, e per di più mal distribuite tra i diversi consumatori: sulle piccole imprese in bassa tensione che
determinano il 27% dei consumi energetici pesa il 45% degli oneri generali di sistema, mentre per le grandi aziende
energivore con il 14% dei consumi la quota degli oneri generali di sistema scende all’8%. “In pratica – commenta il presidente Merletti – ai piccoli imprenditori si applica un assurdo meccanismo: meno consumi, più paghi. Uno squilibrio incomprensibile, che costringe i piccoli imprenditori a caricarsi i costi degli altri utenti. Per alleggerire le bollette elettriche dei piccoli imprenditori bisogna mettere mano a queste disparità di trattamento. Non possiamo più tollerare un sistema tanto iniquo. Il meccanismo degli oneri generali di sistema va completamente ripensato e deve essere ripartito in modo più equo il peso degli oneri tra le diverse dimensioni d’azienda”.
Elettricità, le imprese italiane pagano il 29% in più
Costi maggiorati per le Pmi rispetto alla media europea. E la forbice continua ad aumentare
L’energia elettrica continua a rappresentare una voce di spesa molto gravosa per le imprese artigiane. In base ad una recente analisi di Confartigianato, in Italia l’elettricità costa alle Pmi il 29% in più rispetto alla media europea e la forbice è addirittura in aumento. Colpa degli oneri fiscali e parafiscali, con particolare influenza delle tasse sui consumi energetici. La percentuale, tradotta in cifre, comporta un maggior esborso annuo di 2.572 euro per azienda. Il trend, tuttavia, è in crescita: nel terzo trimestre del 2017, l’aumento rispetto ai tre mesi precedenti è stato di ben 383 euro.
L’incremento ha portato a 11.478 euro il costo medio annuo dell’energia per una piccola impresa. La causa di questo svantaggio competitivo è da ricercarsi negli oneri di natura fiscale che pesano per il 39,7% sull’importo finale in bolletta. Il prelievo fiscale sull’energia per le pmi manifatturiere ammonta a 7.679 euro per azienda, è pari a 1.125
euro per addetto. Anche in questo caso l’Italia è ben al di sopra della media europea di 422 euro per addetto rispetto a Francia, Germania e Spagna. Non c’è da meravigliarsi perché nel nostro Paese le tasse sui consumi di energia sono le più alte del Continente: imprese e famiglie pagano infatti 15 miliardi di euro in più rispetto ai cittadini dell’Eurozona. Più tasse, quindi, ma anche mal distribuite tra i diversi consumatori: sulle piccole imprese in bassa tensione che determinano il 27% dei consumi energetici pesa il 45% degli oneri generali di sistema, mentre per le grandi aziende energivore con il 14% dei consumi la quota degli oneri generali di sistema scende all’8 per cento.
«In pratica, ai piccoli imprenditori si applica l’assurdo meccanismo: meno consumi, più paghi», ha commentato il
presidente di Confartigianato Giorgio Merletti denunciando «uno squilibrio incomprensibile che costringe i piccoli
imprenditori a caricarsi i costi degli altri utenti». Necessario, quindi, alleggerire le bollette elettriche dei piccoli
imprenditori ripensando completamente, conclude Merletti, «il meccanismo degli oneri generali di sistema ripartendone in modo più equo il peso tra le diverse dimensioni d’azienda».
Il problema è avvertito anche da Confartigianato Bolzano. «Purtroppo – spiega il locale presidente Gert Lanz – nel settore dell’energia la situazione continua a non essere rosea e questi carichi eccessivi non fanno altro che mettere a repentaglio la competitività delle nostre aziende e ostacola gli sforzi per agganciare la ripresa». L’invito alla politica, in particolare al ministro dello Sviluppo Carlo Calenda (titolare della materia) è, pertanto, quello di «ridurre le disparità di trattamento» che compromette la capacità delle imprese italiane di restare a galla in un mercato sempre più difficile.
Fonte: Gian Maria De Francesco – Il Giornale

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