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Timestamp: 2020-07-10 10:26:13+00:00

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Corte di Cassazione, S.U.P., sentenza 31 luglio 2015, n. 33864. In tema di reati di competenza del giudice di pace non sussiste l'interesse per la parte civile ad impugnare la sentenza dichiarativa dell'estinzione del reato ai sensi del Decreto Legislativo n. 274 del 2000, articolo 35 - Renato D'Isa
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All’interno di questo percorso logico valutativo si pone il problema della “qualita'” della valutazione del giudice di pace per quanto riguarda la sufficienza e l’esaustivita’ della condotta riparatoria posta in essere dall’imputato. Secondo un primo orientamento dottrinale e giurisprudenziale, che privilegia l’interpretazione letterale della norma, e che non attribuisce esplicita rilevanza alla riparazione parziale eventualmente posta in essere dall’imputato, non vi sarebbero margini per forme non integrali di risarcimento, imponendosi l’esaustivo ristoro del danno cagionato. In giurisprudenza, in base a questa linea interpretativa, e’ stato affermato che la norma, subordinando la pronuncia di estinzione del reato alla dimostrazione, a cura dell’imputato, di avere provveduto, prima dell’udienza di comparizione, alla riparazione del danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento e di avere eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato, esige una valutazione di assoluta esaustivita’ della condotta riparatoria, la quale puo’ prescindere dal positivo apprezzamento della parte lesa ma non del giudice. Si tratterebbe, infatti, di un giudizio del tutto omogeneo a quello che presidia il riconoscimento dell’attenuante di cui all’articolo 62 c.p., n. 6, nel quale il giudice e’ chiamato, in via incidentale, a valutare la completezza dell’attivita’ riparatoria del danno e quindi, anzitutto, la sufficienza della somma corrisposta o offerta ai fini dell’integrale ristoro del danno (Sez. 4, n. 36516 del 18/06/2008, Ilmer, Rv. 241957; Sez. 4, 11/06/2008, n. 23527, Decreto MinisterialeT., Rv. 240939; Sez.4, n. 1506 del 22/10/2013, Castagneri, Rv. 258483, con specifico riferimento ad una fattispecie in tema di lesioni colpose). Secondo un altro filone dottrinale e giurisprudenziale la pronuncia di estinzione del reato non esigerebbe l’integrale risarcimento del danno ne’ un giudizio di congruita’ della condotta riparatoria, espressa con riferimento alla reale entita’ del danno subito dalla vittima, ma un positivo apprezzamento di idoneita’ satisfattiva della stessa che, formulato piu’ con riguardo alle esigenze di riprovazione e prevenzione, lascerebbe alla competente sede civile ogni valutazione in ordine alla esaustivita’ della somma offerta a tali fini. Tale esegesi garantirebbe una interpretazione costituzionalmente orientata della norma, nel rispetto dell’articolo 3 Cost., al fine di consentire l’applicazione dell’istituto anche nell’ipotesi in cui l’autore del reato, in considerazione delle disagiate condizioni economiche, non sia in grado di procedere ad un integrale risarcimento del danno cagionato, ma abbia fatto tutto il possibile in tal senso. In questo caso la parte civile eventualmente insoddisfatta potra’ agire in un autonomo giudizio civile di danno, in quanto la sentenza del giudice di pace, accertando la congruita’ del risarcimento offerto ai soli fini dell’estinzione del reato, con valutazone operata allo stato degli atti, non determina alcun pregiudizio per le ragioni civilistiche dell’offeso.
Ai fini della risoluzione della questione rimessa all’attenzione della Corte, appare necessario analizzare anche la disciplina relativa alla legittimazione ad impugnare della parte civile, con specifico riferimento al giudizio dinanzi al giudice di pace, nonche’ la connessa questione dell’interesse a ricorrere della parte privata. Quest’ultimo infatti, come sopra evidenziato, diverge proprio in considerazione del diverso modo di intendere la “qualita'” riconosciuta all’Interesse a ricorrere della parte civile in relazione alle sentenze di proscioglimento e, in particolare, con riferimento alla sentenza di cui al Decreto Legislativo n. 274 del 2000, articolo 35, che costituisce infatti il principale limes normativo in base al quale si differenziano i due orientamenti giurisprudenziali sopra descritti.
Queste premesse appaiono coerenti anche con la natura e gli effetti della sentenza pronunciata dal giudice di pace Decreto Legislativo n. 274 del 2000, ex articolo 35, pur considerando che essa indubbiamente presenta delle caratteristiche peculiari che, a prescindere dal nomen iuris, le attribuiscono dei caratteri di originalita’ rispetto alle altre pronunce dichiarative di estinzione del reato previste nel nostro sistema processuale, trattandosi in ogni caso di una pronuncia che contiene una valutazione in ordine all’entita’ dei danni subiti dalla parte civile. La norma peraltro e’ costruita con modalita’ tutte interne al sistema penale ed e’ tesa a perseguire la ricomposizione della cd. “pace sociale”, dal punto di vista penalistico, con uno sguardo anche alla posizione della parte offesa, collocata tuttavia in una posizione di “lateralita'” processuale. E cio’ emerge dal fatto che nel correlare l’estinzione del reato alla valutazione di congruita’ del giudice di pace, la norma presuppone che siano state sentite le parti, ma non che sia stato acquisito il consenso della persona offesa, la cui eventuale mancanza non si pone, pertanto quale condizione ostativa all’operativita’ del meccanismo estintivo. La valutazione di congruita’ delle condotte risarcitorie e riparatorie poste in essere dall’imputato si muove dunque su due binari paralleli, non alternativi tra loro, ma che hanno lo stesso convergente obiettivo finale. Infatti sia la soddisfazione delle esigenze compensative inerenti il profilo civilistico che quelle retributive e preventive concernenti gli obiettivi di prevenzione e repressione generale e speciale del settore penale, sono prefigurate nell’ottica dello scopo finale di ridimensionare il fatto reato attraverso una rielaborazione del conflitto tra autore e vittima, e favorire in tal modo la ricomposizione della lacerazione creatasi nel tessuto sociale, a cui non e’ estraneo neppure l’obiettivo piu’ ampio di deflazione dei processi penali. Il positivo apprezzamento ai fini satisfattivi della idoneita’ complessiva della condotta riparatoria dell’imputato, nel disegno del legislatore, prescinde dunque dall’integrale risarcimento del danno, coerentemente devoluto, ove necessario, alla competenza del giudice civile, attraverso la scelta di privilegiare piuttosto il perseguimento in via anticipata degli interessi pubblicistici, come sopra individuati, legati al processo penale. La parte civile, qualora non ritenga esaustivo il risarcimento offerto, potra’ adire comunque il giudice civile rispetto alla cui decisione, alla luce dei sopra esposti principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimita’, la pronuncia penale non avra’ alcuna incidenza, in quanto la congruita’ del risarcimento, operata allo stato degli atti ai soli fini dell’estinzione del reato, lascia comunque impregiudicata la possibilita’ di un nuovo e completo accertamento circa l’esistenza e l’entita’ del danno in favore della persona offesa; conclusione quindi conforme al fatto che le sentenze di proscioglimento per estinzione del reato non statuiscono sulla responsabilita’ dell’imputato e pertanto non possono avere alcun effetto negativo per la parte civile (se non contengono alcun capo del dispositivo relativo all’accertamento ed alla quantificazione del danno, che rimane sommariamente delibato soltanto ai fini di cui al Decreto Legislativo n. 274 del 2000, articolo 3).
Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 1 giugno 2015, n. 23443....

References: sentenza 
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 articolo 35
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 articolo 3
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