Source: http://www.adir.unifi.it/rivista/2008/marchi.htm
Timestamp: 2018-07-21 13:18:49+00:00

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La famiglia Rom e problemi connessi all'incontro tra due ordinamenti
Elisa Marchi, 2008
SOMMARIO: 1-Premessa metodologica 2- Rom: una storia di marginalità 3- I campi sosta 4- Società Rom: un proprio ordinamento giuridico 5- La struttura sociale 5.1- La famiglia 5.2- Il rito matrimoniale Rom 5.3- Matrimonio e ruolo femminile 5.4- Il divorzio e diritti delle donne 6- Distribuzione tradizionale dei nuclei familiari ed evoluzioni 7- Reazioni del nostro ordinamento alla cultura Rom 8- Conclusioni
1- Premessa metodologica
Prima di procedere all'analisi di questo tema, sono necessarie alcune premesse.
Per ordinamento giuridico considero l'insieme degli imperativi giuridici vigenti in una determinata collettività o comunità che regolano la vita di questa. In questi termini, ordinamento può essere utilizzato anche per definire l'insieme delle regole che caratterizzano e disciplinano la vita della comunità Rom. Con questa relazione mi limito ad analizzare, in modo molto superficiale, i rapporti che si possono instaurare tra un ordinamento giuridico statale e quello che fa capo a una sottocultura che vive al suo interno.
In questo scritto utilizzerò come sinonimi i termini Rom e Zingaro.
Quando paliamo di Zingari non è possibile generalizzare ma ogni risultato e ogni valutazione deve essere riferita al gruppo oggetto di studio, questo perché, al di là di alcuni tratti caratteristici della cultura Zingara, ci sono, in ogni gruppo, delle specificità dovute al loro adattamento all'ambiente circostante e alla cultura dominate. Io procederò cercando di illustrare i vari argomenti in un'ottica generale sulla base di varie fonti, integrandoli con i risultati della mia ricerca condotta al campo dell'Olmatello dove vive una comunità Rom Kosovara e del Poderaccio dove vive una comunità Macedone e una Kosovara.
2- Rom: una storia di marginalità
La parola italiana Zingaro, come il francese Tsigane e il tedesco Zigeuner, deriva dal greco Athinganoi con il significato di 'intoccabili', con connotazione, secondo molti, negativa, dato che, trattasi dello stesso nome dell'infima 'casta- non casta' indiana da cui proverrebbero e in cui oggi sono inseriti, per esempio, i necrofori. Il termine Zingari, Zigani, Zingani o Gitani è un termine con cui vengono identificate un insieme di etnie tra di loro differenti, anche se accomunate da caratteristiche comuni, da alcuni identificate nelle loro origini indiane e nel nomadismo.
Il nomadismo e la sedentarietà sono strategie spesso messe in atto per rispondere alle contingenze economiche e storiche. Oggi l'ottanta per cento dei Rom in Europa sono sedentari, la maggior parte dei quali vive nei Balcani.
La storia dei Rom è sempre stata connotata dallo sfruttamento e dalla marginalità.
Nel medioevo sono stati etichettati come maledetti, il loro nomadismo faceva pensare a una loro discendenza dalla stirpe di Caino. Da qui inizia la loro contrapposizione con la società dei Gagé cioè, dell'altro, del non Zingaro. I Gagé sono la popolazione maggioritaria che ha uno stile di vita e valori diversi da quelli Zingari e che su questi ultimi hanno sempre avuto il sopravvento.
È in torno a questa contrapposizione tra Zingaro- Gagé che Piasere individua due modelli che denotano la diversa modalità, con cui la società dei Gagé risponde alla presenza Zingara sul suo territorio.
Modello balcano
Chiamiamo modello balcano quello che vede l'inserimento dei Rom nelle strutture socio-economiche locali attraverso il sistema della tassazione e/o lo sfruttamento coatto della forza lavoro. (1)
Sotto l'impero Ottomano del XIII-XIV secolo, i Rom furono sfruttati attraverso una gravosa tassazione. Svolgevano attività prevalentemente artigianali, erano sarti, orefici macellai, ma eseguivano anche attività immonde, come quelle di boia. In Valacchia e Moldavia i Rom furono oggetto di schiavitù e impiegati nei lavori più svariati, dalla coltivazione della terra alla protezione dei padroni.
In questo modello il Rom può mantenere la propria cultura poiché è questa diversità culturale che giustifica il suo inserimento in attività degradanti e immonde.
Chiamiamo modello occidentale quello che prevede il divieto ai Rom di inserirsi nelle strutture socio-economiche locali, salvo un loro previo annichilimento ereditario. (2)
In questo modello è forte la contrapposizione tra Gagé e Zingaro. Questi ultimi, sono stati oggetto di una criminalizzazione di massa, poiché, facenti parte di quei gruppi che non vogliono proletarizzarsi o che semplicemente non vogliono entrare nel meccanismo di dominazione-subordinazione nei confronti dei Gagé. Zingaro è un'etichetta di stigmatizzazione, attribuita a coloro che sono ritenuti parassiti, criminali o stranieri incapaci di piegarsi e adeguarsi alle leggi dello stato che li ospita. Se la costruzione esterna dello Zingaro è fondata sullo stigma, quella interna è creata sull'orgoglio e sull'appartenenza etnica, non è un caso che i bambini Zingari siano socializzati nella paura del Gagè. Lo stigma risulta, così, essere ribaltato, usato per creare un elemento di cementificazione tra chi non è Gagé. Anche chi è nato in Italia e qui vissuto, continua a convivere in questa forte contrapposizione, poiché, il paese natale non lo riconosce come propria parte ma, lo identifica come qualche cosa di estraneo, da emarginare e allontanare; ecco allora il gruppo famigliare, la comunità locale Zingara che diventa la propria patria, il proprio stato. Si nasce in Italia ma si è Zingari, si è stranieri. L'orgoglio di essere Zingari è forte nelle comunità locali, anche se, negli ultimi anni stiamo assistendo, in particolate da parte dei giovani, all'abbandono di questo stigma, per ricercarsi una nuova identità individuale che prescinde dal loro gruppo di appartenenza. Rom è un'etichetta intrinseca di pregiudizi e discriminazioni che negli ultimi anni si sono fortemente accentuati determinando, soprattutto tra i più giovani, l'esigenza di attribuirsi una nuova identità che gli consenta di poter essere accettati dal gruppo dei pari. Intervistando giovani ragazzi dai sedici ai venti anni, emerge che questi tendono a nascondere la loro identità Rom eventualmente attribuendosi altre etichette meno stigmatizzanti. Ho raccolto la testimonianza di due ragazzini che presso la scuola media frequentata, si erano presentati come Cingalesi. Presso il Poderaccio, gli assistenti sociali hanno notato che, dopo l'11 settembre 2001 si è verificato un rafforzamento della religione islamica anche per effetto della presenza di una moschea. Molte donne hanno iniziato a portare il velo e gli uomini a farsi crescere la barba, attribuendosi così una nuova identità, quella islamica che, seppur anche questa discriminata, lo è in modo inferiore a quella Rom. Hanno, così, utilizzato un tratto della loro cultura, quello religioso, per mettere in atto una straregia di mimetizzazione tra i Gagè, volta a perdere, ai loro occhi, l'identità Rom mantenendola, però, nell'intimità delle loro comunità.
3- I campi sosta
I campi Rom sono una peculiarità tutta italiana, sono il frutto del pregiudizio e della stigmatizzazione che si è sviluppata intorno al concetto di Zingaro. I campi sosta sono stati costituiti dietro l'esigenza di rispondere a una particolarità della cultura Zingara che, alla luce di molti, è il nomadismo. In realtà è dal '700 che l'ottanta per cento dei Rom non sono più nomadi. Studi hanno dimostrato che, coloro che sono stati costretti, ovviamente da contingenze storiche, a vivere nei campi sosta, presso i loro paesi d'origine vivevano in appartamenti o in poderi, avendo abbandonato, oramai da tempo, il nomadismo. Ho raccolto la testimonianza di Adem, Kosovaro vissuto molti anni presso l'Olmatello e ora assegnatario di un appartamento, il quale con le lacrime agli occhi, mi ha raccontato del suo podere, ereditato dal padre, situato vicino Pristina e distrutto dalla guerra.
Dietro l'idea di salvaguardare una specificità culturale, i campi, hanno determinato una segregazione razziale. Situati presso le periferie delle città e isolati dal contesto urbano, hanno alimentando l'idea dello Zingaro sporco, ladro e girovago. In effetti, questo pregiudizio mi aveva contaminato a tal punto che, la prima volta che mi sono recata presso l'Olmatello, mi aspettavo di vedere persone vestite di stracci. La sorpresa è stata forte quando ho costatato che la gran parte di questi, soprattutto i giovani, indossano vestiti firmatati e alla moda. L'allontanare un gruppo dalla vita di una comunità crea il pregiudizio, fa si che le situazioni eccezionali oggetto di cronaca, divengano la regola. Mi sono chiesta perché per lo Zingaro è stata attuata questa politica di salvaguardia-emarginazione, cosa che non è stata fatta per altre sotto culture. Ho posto la questione a chi opera da anni presso i Rom. Questi mi hanno parlato di pregiudizio razziale radicato da secoli che li ha, da sempre, portati a vivere in ambienti separati e a percepirli come diversi, anche grazie alla loro capacità di sottrarsi al processo di proletarizzazione. Quando la stessa domanda l'ho posta a un gruppo di uomini Rom presso l'Olmatello, questi mi hanno risposto che il campo era l'unico posto disponibile dove andare. Non hanno posto la questione in termini di discriminazione razziale.
Il campo dell'Omatello nasce per volontà del Comune di Firenze nel 1987, a seguito delle proteste degli abitanti di castello, una zona nella quale si era insidiate sedici famiglie Rom. Di questo nucleo base di famiglie oggi ne sono rimaste solo due. Il campo è presto divenuto luogo frequentato da persone, anche di passaggio e prive di permessi di soggiorno, creando, gravi problemi di ordine pubblico. Nel '92 fu sgomberato e nel 96 fu eretto un muro, volto a isolarlo dall'esterno e posta una guardiola per controllare gli ingressi. Il presidente dell'associazione OsservAzione, che da anni si batte per i diritti dei Rom, sostiene che l'amministrazione di quartiere è sempre stata debole e non è mai riuscita ad attivare una politica d'integrazione. I Rom stessi si lamentano che, al capo dell'ufficio Rom del quartiere cinque, non vi sia un loro rappresentante. Nel quartiere quattro la politica d'integrazione è stata portata avanti con successo grazie, anche, all'opera di Don Mazzi. Effettivamente ho potuto costatare una diversità di approcci e politiche attuate nei due quartieri.
Le politiche rivolte ai Rom sono volte a creare 'un nuovo Zingaro' più simile e più utile alla nostra società. Anche se la gran parte degli operatori non vuole sentir parre di politiche d'integrazione, in realtà, le loro attività sono volte a creare un cittadino modello, spesso determinando un superamento dei tratti tipici della loro cultura. I progetti attivatati presso il quartiere quattro sono tutti rivolti a favorire l'integrazione scolastica dei bambini. Un primo progetto prevede degli educatori di strada che si recano tutti i pomeriggi presso il campo ad aiutare i bambini con i compiti. Si tratta di un aiuto concreto in un contesto dove le famiglie sono per lo più analfabete o non parlano l'italiano. Questi si occupano di controllare le presenze dei bambini Rom presso le varie scuole. L'operatore assolve, anche, un ruolo di tramite tra le famiglie e la scuola, aiutandole nell'adempimento delle incombenze burocratiche. Di fatti, se c'è una cosa che è estranea alla cultura Rom questa è la burocrazia. Questo è facilmente constatabile guardando al loro stupore, quando, la responsabile del quartiere cinque, cerca di spiegargli che le baracche, anche se libere, non possono essere assegnate per ragioni burocratiche alla luce di una politica di smantellamento del campo, con il risultato che ci sono case mobili libere ma nessuno può occuparle, con forte sconcerto di chi vive in cinque in una stanza. Forse la cosa sbalordirebbe anche me se non fossi stata, fin dalla nascita, istruita ad adempiere formalità burocratiche.
Il secondo progetto consiste in operatori scolastici che operano presso le scuole elementari e medie. Questi sono a disposizione degli insegnanti che, se riscontrano problemi di apprendimento o d'inserimento dei bambini, possono chiedere il loro intervento.
Il terzo progetto, che non è ancora attivato e che coinvolge anche, il quartiere cinque, consiste nel favorire la frequenza delle scuole superiori ed è rivolto a coloro che vivano presso le case popolari. Infatti, un problema che gli operatori sociali si stanno ponendo è che, una volta smantellati i due campi, non ci sarà più la possibilità di un controllo così incisivo sulle famiglie.
La ratio di questi progetti è di evitare l'abbandono scolastico che, spesso, è favorito dalla povertà e dal disinteresse delle famiglie, in particolare verso le figlie femmine. Nella cultura Rom (e in questo non vi è molta differenza con l'Italia degli anni trenta) la donna rileva soprattutto come moglie e madre, per cui lo studio non è visto come una priorità. Questi progetti hanno favorito una riduzione del tasso di abbandono scolastico, soprattutto femminile e hanno aumentato le ambizioni dei giovani che, sono più incentivati alla frequenza scolastica per determinare un miglioramento della loro condizione lavorativa rispetto a quella dei loro genitori.
Anche queste però, sono politiche frutto della stigmatizzazione dello Zingaro. Un controllo così assiduo delle presenze scolastiche e del rendimento, non si rinviene per altre etnie ad esempio per i Cinesi o per altri extracomunitari. L'idea comune è che gli Zingari si disinteressino del rendimento scolastico dei loro figli. Io ho conosciuto famiglie, soprattutto madri, che seguono i propri figli. Eventualmente l'elemento che deve far riflettere è che queste famiglie iniziano a occuparsi dei loro figli quando hanno raggiunto un ceto grado di benessere economico, prima di questo momento le priorità sono altre. Prendiamo come esempio la famiglia di Mustafà (un ragazzino di quattordici anni); il nonno analfabeta, il padre alfabetizzato, questi sono in Italia e qui lavorano dal '90, i loro figli frequentano le scuole e Mustafà ha preso la licenza media e vorrebbe frequentare una scuola per meccanico. C'è una correlazione tra povertà e grado d'istruzione che non possiamo non considerare. Il basso grado d'istruzione è legato a condizioni di disagio delle famiglie che sono costrette a impiegare i propri figli in attività produttive, piuttosto che nell'istruzione. Quando parliamo del rapporto tra Rom e scuola non prossimo ridurre la questione solo ad un livello culturale.
Gli educatori hanno rilevato che questi progetti, nel lungo periodo, hanno innalzato il tasso di scolarizzazione e ridotto quello di abbandono, in particolare hanno radicato nella loro cultura l'idea di una possibilità di migliorare la loro condizione attraverso l'istruzione. Tra gli Askarja, il gruppo più tradizionalista, dove ancora è forte la subordinazione della donna, vi è una famiglia il cui padre ha acconsentito che la figlia frequentasse un corso per parrucchiera. Al di là di questi casi eccezionali, ancora, per le donne, il tasso di abbandono scolastico è più elevato questo perché, le bambine sono costrette ad occuparsi della casa e dei fratelli più piccoli mentre le loro madri si recano al lavoro. Un sacrificio indispensabile per garantire la sussistenza del nucleo familiare. In tal senso sottolinea l'assistente sociale del quartiere quattro:
Quest'anno abbiamo registrato un numero preoccupante di alunni con scarsa frequenza scolastica, soprattutto femmine; sono stati aperti anche "fascicoli" presso il Tribunale Minori di Firenze; a partire dall'anno in corso, il Comune/Quartiere quattro introdurrà, operativamente, il requisito del rispetto dell'obbligo scolastico, fra quelli che consentono la permanenza al villaggio.
Di fronte ad una politica così attiva e a degli operatori così incentivati, ho domandato quali fossero, per loro, gli aspetti negativi di queste politiche. Alessia, educatrice di strada, ha sottolineto che il vero rischio è quello di non determinare una loro autonomia, il seguirli, se da una parte ha determinato eccellenti risultati in pochi anni, dall'altra rischia però di creare una dipendenza dal quartiere, che potrà determinare dei problemi, una volta smantellato il campo. Il quartiere cinque è privo d'iniziative di tale tipo, dati sull'abbandono scolastico e sul tasso di alfabetizzazione non sono disponibili. Il forte degrado presente nel campo dell'Olmatello è frutto di una politica inadeguata e inefficiente intrapresa dal quartiere cinque.
Presso l'Olmatello troviamo in prevalenza Rom Kosovari. In questo gruppo la contrapposizione con i Gagè è resa particolarmente forte alla luce della loro particolare situazione politica. Dalle testimonianze che ho raccolto, rigorosamente da membri maschi poiché le donne non parlano di politica, emerge che tutti rimpiangono il regime comunista di Tito. Sotto questo regime, infatti, la loro specificità culturale non era discriminata. Gli Zingari avevano diritto, al pari di altri, dell'assistenza sociale. Con la caduta del regime sono divenuti oggetto di discriminazione poiché, non sono riusciti a trovare una collocazione politica tra i vari gruppi che si sono formanti. Arman è venuto in Italia nel 1999 viveva in Pristina, figlio di una famiglia benestante, padre ragioniere al comune e madre impiegata presso le dogane, era giornalista sportivo. Con la caduta del regime, la crisi economica ha impoverito molte famiglie e la guerra ha portato alla distruzione della loro casa per mano Albanese. Questa situazione l'ha costretto ad abbandonare la sua terra. Oggi vive presso l'Olmatello, anche se non è autorizzato, e ha ottenuto lo status di rifugiato. E' un uomo molto colto che preferisce vivere di espedienti piuttosto che fare lavori manuali. La situazione di Arman è comune a molte persone che vivono nel campo. Questo mi ha portato a chiedergli se non volessero tornare al loro paese. La risposta è la stessa per tutti; quella Pristina non è più la nostra Pristina, dopo la caduta di Tito e l'intervento delle N.U., la nostra patria non c'è più. Dalle loro parole emerge un forte odio verso gli Albanesi, accusati di averli scacciati dalle loro case, e contro la politica delle N.U. rea di aver appoggiato gli Albanesi di Serbia. Loro considerano Milosevic, Mladic e Karadzic come eroi nazionali, questo perché l'occidente ha cercato un capro espiatorio, guardando la storia da un solo punto di vista. Ora chiedono un risarcimento per la distruzione e disperazione che la Nato e la politica occidentale ha portato nelle loro vite.
4- Società Rom: un proprio ordinamento giuridico
Il Rom vive in un proprio 'stato', dominato dalle proprie leggi orali, che si fondano su valori tramandati da padre a figlio. Si tratta di una trasposizione di valori, accettati dal gruppo, in norme che, se violate, determinano una sanzione sociale per opera del gruppo stesso. L'organizzazione basata su piccole comunità, fa sì che, il controllo sia informale ma continuo sui suoi membri. Questo controllo produce l'effetto di ordinare la condotta dell'individuo secondo i valori e le norme del gruppo.
In questa situazione lo stato nazionale è percepito come l'oppressore, sempre pronto a imporre il proprio modello di vita senza lasciare spazio a forme di mediazione. I Rom con cui ho parlato, si ponevano in modo conflittuale verso lo stato Italiano. È come se costoro vivessero in un mondo a parte. Adem, alla richiesta di illustrarmi i tratti peculiari della loro cultura, ha messo in luce il forte rapporto tra Zingaro e natura. Gli Zingari vivono vicino alle fonti di approvvigionamento, alle materie prime; vivono in contatto con la natura, "e se il Gagè ci caccia lui non può farci fuggire dalla natura". Non so quanto questo rapporto tra natura e Zingari, possa essere generalizzato, poiché non l'ho potuta riscontrare in altri, ma rilevante mi pare l'ultima affermazione di Adem, che mostra il sistema dei Gagè come una degenerazione che cerca di cacciarli.
La storia degli zingari dimostra che la versione contrattualistica dello stato è un fallimento nel momento in cui esso incontra gruppi che sanno disobbedire a un contratto che non sono stati chiamati a stipulare [...] Dopo anni che gli antropologi lo predicavano, finalmente anche i giuristi riconoscono l'importanza della 'legiferazione autonoma ' degli zingari, ossia il riconoscono l'importanza dell'esistenza di sistemi legali autonomi e incastonati all'interno dello stato. (3)
Le comunità Rom sono regolate da proprie norme, spesso fondate sulla tradizione, che non lasciano spazio e riconoscimento all'autorità statale, se non in casi estremi. La società si fonda su stretti legami tra le comunità familiari che sono delle vere e proprie istituzioni, dove il capo famiglia esercita un forte potere e intrattiene rapporti con le altre comunità. Essi ricorrono a sistemi alternativi di risoluzione delle controversie, che escludono la partecipazione dell'autorità pubblica. Uno di questi è la Kris.
Kris significa pace ed è quello strumento utilizzato dalle comunità per ricomporre un conflitto e riportare l'equilibrio nel gruppo, generalmente attraverso il pagamento di una somma di denaro o l'espulsione del "colpevole" dal gruppo stesso. La Kris è una sorta di tribunale composto di un certo numero di anziani, esclusivamente uomini, che in virtù della saggezza acquisita con l'esperienza, assolvono il compito di amministrare la giustizia. Questa è convocata ogni qual volta sorgono dei contrasti all'interno della comunità, per risolvere ed emettere delle vere e proprie sentenze. Ho raccolto la testimonianza del caso di un uomo che si era innamorato della moglie del cugino, la questione fu risolta convocando la Kris. Nel caso di specie furono convocati anziani di Brescia e nominati due rappresentanti di fiducia per ciascuna famiglia. Il colpevole fu condannato o al pagamento di una somma di denaro a favore della vittima, o a lasciare il campo. Il "reo" scelse il pagamento della somma. Se nessuna di queste due prescrizioni fosse stata adempiuta, avrebbe avuto inizio la faida tra le due famiglie coinvolte. La faida è un meccanismo, riconosciuto dal gruppo, attraverso il quale è trattata una disputa. La faida consiste in uno scontro fisico, anche con uso di armi, che può durare giorni. "Essa è un'azione di rappresaglia socialmente accettata che si configura come un momento organizzativo de gruppo". (4) Plasere distingue la vendetta dalla faida. Definendo la prima come "la rappresaglia di un individuo che decide di farsi giustizia da solo in mancanza di norme e doveri riconosciuti". (5). Nella faida è fondamentale il coinvolgimento del gruppo, anche se la vicenda ha riguardato i singoli individui. Sono i gruppi di appartenenza che si scortano e trovano una soluzione al conflitto. La faida non è, però, accettata dal nostro ordinamento che la riconosce sotto forma di particolari reati. Ad esempio rissa, lesioni, percosse e omicidio. Questo determina problemi, poiché si tratta di reati ostativi al rinnovo del permesso di soggiorno. Una modalità di risoluzione delle controversie prevista dal loro ordinamento, si tramuta in una possibilità di espulsione dal nostro. Questi problemi si sono accentuati con i campi sosta, dove i Rom sono molto controllati e dove le faide non passano più inosservato. Dall'altra il contatto con la nostra cultura ha prodotto delle influenze sui loro meccanismi di risoluzione delle controversie.
Adem, un Rom moto colto che ho intervistato, sostiene che, quando le forme di mediazione interne al gruppo falliscono, viene coinvolta l'autorità pubblica e sono presentate denuncie-querele per aggressine. Questo significa che alcuni gruppi hanno assimilato le nostre forme di risoluzione delle controversie. Ci sono casi di persone che si sono presentate al quartiere quattro facendo presente le lesioni subite. Il rivolgersi a un'istituzione che opera al di fuori del proprio gruppo, mostra un mutamento in certi tratti della loro tradizione. La mia è una valutazione eccessivamente superficiale, che richiederebbe un'indagine più accurata, infatti, si dovrebbe analizzare se i Rom, che si sono rivolti al quartiere quattro, appartenevano o no allo stesso gruppo etnico di quello con cui erano in conflittoe se tra i due gruppi c'era comunanza di regole o no.
5- La struttura sociale
5.1- La famiglia
Fra gli Zingari non esistono classi sociali come s'intendono comunemente. Le uniche distinzioni all'interno delle comunità sono quelle tra i sessi (maschi - femmine) e una differenziazione data dall'età (giovane - anziano).
Ciò che conta in primo luogo per lo Zingaro è la famiglia, il nucleo costituito da marito, moglie e figli. Al di là del nucleo famigliare si pone la famiglia estesa, che comprende i parenti con i quali sono mantenuti i rapporti di convivenza nello stesso gruppo, comunanza d'interessi e di affari. Questa è la Vica, un'unità sociale formata da un gruppo parentale. Le diverse famiglie non vivono necessariamente insieme: non si fonda cioè sulla residenza comune, ma manifesta la propria identità o presenza in circostanze particolari, quali il matrimonio, le nascite, la morte, la vendetta.
La Vica è il perno dell'organizzazione sociale: tra le famiglie allargate c'è una continua simbiosi, al loro interno si sviluppano i giochi d'influenza, opposizione e cooperazione.
All'interno dell'organizzazione c'è un certo tipo di strutturazione, che si manifesta quando arrivano nuovi gruppi in un Paese in cui i Rom sono già presenti. Infatti, esiste tra loro il diritto del primo occupante. I nuovi arrivati si trovano in posizione di subordinazione e devono sottostare alle condizioni impostagli dai primi arrivati (divisione della città in zone di lavoro, versamento di una somma compensatrice, una sorta di locazione del territorio). A capo della Vica vi è il maschio, che non ha sopra di se altri ascendenti maschi. Costui esercita un forte potere e influenza sui membri del suo gruppo parentale.
Oltre alla famiglia estesa esiste la Kumpánia, cioè l'insieme di più famiglie non necessariamente unite fra loro da legami di parentela, ma tutte appartenenti allo stesso gruppo e allo stesso sottogruppo o a sottogruppi affini. La sua formazione è legata a motivi di ordine economico di un dato ambiente sociale, prevalentemente urbano, dove le singole famiglie convivono per lo svolgimento delle proprie attività, caratterizzate da una forte solidarietà tra i diversi nuclei familiari, che si manifesta concretamente con la condivisione, in caso di necessità, di guadagni ed eventuali perdite o danni.
All'interno della Kumpánia non esistono gerarchie; i suoi membri, per la loro rappresentanza all'esterno, eleggono uno di loro, che viene scelto per alcune qualità personali, quali la saggezza, l'esperienza, l'abilità a trattare con i Gagè, l'equilibrio.
Questa carica, essendo fondata sulle qualità dell'eletto, non è ereditaria, e il 'rappresentante' può essere rimosso dall'incarico qualora si ritenga che non sia più in grado di svolgere tale compito. La Kumpánia è oggi sostituita da una struttura territoriale imposta dall'esterno: il campo sosta.
Nella comunità Rom le relazioni sono prevalentemente relazioni tra famiglie, poco spazio è lasciato all'individuo. Ogni qual volta mi veniva presentato qualcuno, lo si faceva indicandomi il grado di parentela che lo legava ad altri. I rapporti parentali sono sentiti in modo molto forte tanto che, chi vive presso le case popolari, si ritrova al campo, dove trascorre il suo tempo in compagnia dei parenti che sono in attesa di ottenere un alloggio. Le famiglie giocano un ruolo fondamentale anche nel contesto migratorio. Sono reti di congiunzione tra le diverse zone, esse consentano di mettere in contatto gruppi e persone, favorendo la migrazione da un luogo o l'altro. Tutti quelli che si trovano all'Omatello sono passati da Brescia, dove risiedono delle famiglie di parenti, che hanno costituito il tramite dal Kosovo all'Italia.
5.2- Il rito matrimoniale Rom
Il matrimonio ha una valenza sociale fondamentale, è il momento in cui la donna transita nella famiglia del marito. Nelle comunità Kosovara il rito matrimoniale ha durata di tre giorni, si caratterizza per banchetti, musica e balli. Dai suggestivi racconti delle persone che ho intervistato, emerge che si tratta di una festa che coinvolge l'intera comunità, è un rito volto a portare alla conoscenza di tutti la nascita di una nuova famiglia.
Il matrimonio celebrato con rito Rom, non è riconosciuto dallo stato Italiano, ma è l'unico che conta per la comunità, infatti, è da questo momento che ha inizio la vita matrimoniale.
Tra i Rom Kosovari è oramai abituale procedere alla registrazione dell'unione in comune, ma questa ha scarsa rilevanza, è una formalità richiesta dai Gagé.
I Rom si sposano una volta raggiunta la pubertà, intorno ai 12-15 anni, i maschi possono essere anche più grandi, ci sono casi, anche se oggi sempre più rari, in cui la femmina ha undici anni e il maschio ventitre.
L'età in cui è consentito contrarre matrimonio presso i Rom, è diversa rispetto a quella prevista dal diritto italiano. In Italia è possibile contrarre matrimonio una vola raggiunta la maggiore età con una sola eccezione, quella del minore emancipato. Una volta raggiunti i sedici anni, il Tribunale per i Minorenni, su istanza dell'interessato, accertata la sua maturità psico-fisica e la fondatezza delle ragioni addotte, sentito il pubblico ministero, i genitori o il tutore, può, con decreto emesso in camera di consiglio, ammettere per gravi motivi al matrimonio chi abbia compiuto i sedici anni. Questa diversità culturale nella percezione del matrimonio tra Zingari e Gagè si ripercuote su una serie di materie giuridiche, mettendo in luce la diversità tra ordinamento giuridico Italiano e Zingaro. L'incomunicabilità tra i due sistemi è facilmente ravvisabile se cerchiamo di tradurre certe vicende tipiche della cultura matrimoniale Rom sul piano del diritto italiano.
Il primo problema riguarda la differenza di età per contrarre matrimonio essendo, presso i Rom, consentito contrarlo prima dei sedici anni.
Se il matrimonio è contratto tra due minori che abbiano compiuto tredici anni, e se fra i due la differenza di età non supera i tre anni, non si pongono problemi poiché traducendo la vicenda su piano del diritto penale, trova applicazione l'art 609 quater co.2, il qual sancisce una causa di non punibilità, al di fuori di questi casi trova applicazione l'art 609 quater che incrimina gli atti sessuali con minori con pene severissime dai cinque ai dieci anni.
Queste problematiche sono state messe in luce in un recente caso di cronaca riguardante una bambina Kosovara di undici anni, venduta dalla sua famiglia a un marito ventunenne che l'ha resa madre a dodici anni. L'uomo è stato accusato di atti sessuali con minore e arresto. Questa vicenda è stata percepita dalla comunità Rom di Brescia come una prevaricazione dello stato Italiano sulle proprie tradizioni. Significative sono le parole dichiarate dalla bambina agli agenti: "da noi usa così". Di fronte a questi eventi possono realizzarsi presso l'opinione pubblica due diversi atteggiamenti: da una parte il relativismo culturale e dall'altra l'assolutismo. Da una parte l'atto è spiegato riconducendolo a costumi Rom e dall'altro invece in modo, acritico, si percepisce come una degenerazione dell'animo umano come qualche cosa d'immondo e inaccettabile. La visione relativistica è, per me, quella che deve prevalere quando ci relazioniamo con altre culture. In questa situazione il trauma più grande, per la bambina, è dato dall'intervento dell'autorità volto a sanzionare un modello di reazioni che trovano radici nel passato.
La questione del riconoscimento del matrimonio Rom, da parte dello stato italiano, è una questione che rileva in materia d'immigrazione, in particolare, al fine di evitare l'espulsione, ai sensi del articolo 19 comma 2 lett. D del D.Lgs 286/98 (novellato da Corte costituzionale 376/00.) (6). Questa disposizione sancisce il divieto di espulsione di chi è sposato con donna in gravidanza. Sulla vicenda si è pronunciata la Corte di Cassazione Sezione I Civile con sentenza del 10 marzo 2006, n. 5220. Il caso riguarda un cittadino Rom Rumeno D.H nei confronti del quale il prefetto ha disposto con decreto l'espulsione ai sensi dell'art 13.3 let b del D.Lgs 286/1998 e avverso il quale D.H presenta ricorso al tribunale. Il tribunale accoglie il ricorso adducendo che nel caso di specie non si può procedere all'espulsione, in quanto, il ricorrente era sposato, anche se con rito Rom, con donna incinta. Il prefetto di Pescara presenta ricorso in Cassazione. Questa stabilisce che ai fini dell'espulsione il matrimonio Rom deve essere registrato nello stato di provenienza. "Gli extracomunitari nomadi che non sono in regola con il permesso di soggiorno non possono evitare di essere espulsi facendo presente lo stato di gravidanza della moglie sposata con rito 'Rom'". Il tribunale avendo ritenuto sufficiente per la sussistenza del matrimonio il rito Rom, senza ulteriori accertamenti presso lo stato di origine, ha dato luogo ad "un'interpretazione irragionevolmente estensiva della norma, a danno dell'interesse nazionale al controllo dell'immigrazione". Secondo la Suprema Corte, il divieto di espulsione deve essere applicato al "rapporto che di fatto e di diritto possa qualificarsi come coniugio". La sola "documentazione di matrimonio celebrato con il rito 'Rom'" non è sufficiente: il matrimonio "deve trovare il suo riconoscimento nell'ordinamento giuridico dello Stato di appartenenza".
La Corte Costituzionale nella sentenza nella quale ha esteso il divieto di espulsione anche al marito, ha rilevato che la ratio della norma sta nell'esigenza di tutelare la salute della donna nel periodo immediatamente susseguente al parto e di proteggere il rapporto che in tale periodo, necessariamente, si svolge tra madre e figlio. La norma rientra tra quelle che prevedono il divieto di espulsione dello straniero per ragioni di carattere umanitario che si giustifica, oltre che alla luce delle ragioni sopra addotte, anche per "l'esigenza di assicurare una speciale protezione alla famiglia in generale, e ai figli minori in particolare, che hanno il diritto di essere educati all'interno del nucleo familiare per conseguire un idoneo sviluppo della loro personalità". La Corte, infine, rileva come "il diritto e il dovere di mantenere, istruire e educare i figli, e perciò di tenerli con sé, e il diritto dei genitori e dei figli minori ad una vita comune nel segno dell'unità della famiglia, sono ... diritti fondamentali della persona che perciò spettano in via di principio anche agli stranieri".
Il problema che la sentenza della Corte di Cassazione pone è se, tutti questi diritti fondamentali debbano riconoscersi a seguito di un matrimonio non riconosciuto cioè, in sostanza, di fronte ad un'unione, solo di fatto, per lo stato Italiano.
La Cassazione ha reputato che, la ratio dell'intervento additivo della Corte Costituzionale dovesse rinvenirsi nell'esigenza di proteggere e tutelate un matrimonio riconosciuto dall'ordinamento giuridico e non il semplice legame di convivenza fondato su rito non riconosciuto. Dichiarando di non accettare un'interpretazione estensiva della norma ha sancito una supremazia dell'interesse nazionale al controllo dell'immigrazione su quello degli affetti, della famiglia, anche se di fatto, e soprattutto ha prevaricato l'interesse del nascituro a vivere con entrambi i genitori. La Cassazione ha reputato che l'interesse nazionale potesse essere sacrificato solo a fronte di un matrimonio formalizzato e non a fronte ad un matrimonio informale anche se sostanzialmente identico. Questa pronuncia mette in luce come il nostro ordinamento sia ingessato e legato a formalismi, incapace di mediare con culture diverse dalla nostra, che attribuiscono valore alla consuetudo vitae piuttosto che alla formalità matrimoniale, con il paradosso di non riconoscere un legame familiare, in comunità dove questo è sentito in modo forte, dove i rapporti sono prevalentemente familiari. Tutto questo porta ad erigere delle barriere tra culture che creano incomprensioni e confitti.
Questa sentenza mette in luce anche un'altra questione di difficile soluzione giuridica e cioè, come l'ordinamento deve porsi intorno al concetto di famiglia. La famiglia è una realtà metagiuridica è il primo momento di esperienza collettiva per l'individuo da qui la difficoltà, per l'ordinamento, circa il modo di considerarla; da una parte c'è chi sostiene, in nome di una libertà individuale, l'esigenza da parte del legislatore di astenersi da una regolamentazione, significative sono le parole di Carlo Arturo Jemolo che, nel rilevarne l'essenza metagiuridica, sostiene che:
La famiglia appare sempre...come un'isola che il mare del diritto può lambire soltanto...la famiglia è la rocca sull'onda, ed il granito che costituisce la sua base appartiene al mondo degli affetti, agl'istinti primi, alla morale, alla religione, non al mondo del diritto. (7)
Dall'altra abbiamo chi sostiene l'esigenza, per lo Stato, di regolare tutto ciò che è al suo interno. La questione di come l'ordinamento percepisce e recepisce il concetto di famiglia è fondamentale, nella misura in cui questa rilevi in leggi, in materia di stranieri, nelle quali, sono in gioco diritti umani, valori dell'uguaglianza e della sicurezza pubblica.
Concludendo, la questione può essere posta su due livelli:
da una parte l'esigenza che lo Stato, nel momento in cui viene a contatto con nuove culture, riconosca anche i loro riti matrimoniali; questa soluzione però, a mio avviso, è difficilmente praticabile per i Rom, i quali non sono rappresentati da nessuna entità statale o religioso che abbia una forza tale da stringere un accordo con lo stato italiano. Una questione del genere si sta ponendo in Spagna, dove la comunità Gitana, che è più integrata nel tessuto sociale, ha richiesto allo Stato il riconoscimento del rito matrimoniale Gitano.
Dall'altra c'è la questione, che si afferma con forza nel nostro ordinamento, del riconoscimento delle unioni di fatto che, potrebbe costituire una valvola di sfogo ogni qual volta un rito matrimoniale tradizionale non è riconosciuto.
Comunque dalle mie indagini risulta che la questione ha scarsa rilevanza tra le comunità dell'Olmatello e Poderaccio, poiché le varie famiglie procedano alla registrazione dei matrimoni. Questo mostra come una sottocultura si adatta alla cultura dominante al fine di acquisire i vantaggi che lei offre o di adeguarsi alle sue regole. Questo ha determinato un cambiamento nel costume tanto che, dalle interviste risulta essere normale procedere alla registrazione in comune.
5.3- Matrimonio e ruolo femminile
La donna rileva nella società Rom nel suo ruolo di procreatrice, è importante che essa sia feconda poiché i figli sono la ricchezza e la potenza della famiglia. La sterilità può essere motivo di scioglimento del matrimonio.
Fondamentale è la verginità al momento del matrimonio, tanto che, il primo giorno dopo le nozze, si realizza un rituale volto ad accertarla. Dopo che i due coniugi hanno consumato per la prima volta, le donne del gruppo familiare, che abbiano compiuto cinquanta anni, entrano nella camera coniugale e accertano la verginità femminile. Questo è un momento fondamentale del matrimonio perché la verginità è garanzia della successiva paternità del marito. Se, a seguito del controllo, la donna non risultasse vergine, il marito può abbandonarla, in questo caso lei ritorna nella famiglia di origine oppure può comunque accettarla dichiarando che è con lui che ha perso la verginità. La procreazione di un figlio diviene una questione che riguarda l'intera comunità che vuole una garanzia sulla paternità del futuro nato. Le donne trasmettono alle loro figlie il valore della verginità ancora oggi. Ho raccolto testimonianze di donne che, se pur accettano che le loro figlie possano vestire e uscire in modo libero, pretendono da loro la verginità.
Il matrimonio è un matrimonio per compera, dove è la famiglia della sposa a fare il prezzo. In origine erano i genitori o i nonni a combinare il matrimonio, dalle testimonianze che ho raccolto, tra coloro che hanno contratto matrimonio venti anni fa, risulta che sia l'uomo a indicare la donna alla famiglia, dopo di che la sua famiglia contratta il prezzo con quella femminile. Il valore della donna, alla luce delle testimonianze raccolte, è dato da una serie di connotati fisici, ad esempio, altezza, lunghezza dei capelli o da particolari sue abilità ad esempio vi è la comunità degli haniaria, dove le future mogli sono valutate in relazione alla loro capacità di rubare.
In caso di contrarietà delle famiglie al matrimonio, i due innamorati fuggono (una 'tradizione' diffusa anche nel meridione d'Italia) e poi ritornano insieme, ottenendo il perdono delle famiglie.
Il prezzo pagato dalla famiglia del marito è, da una parte, un ristoro per la perdita di una figlia e dall'altra una garanzia per la famiglia della sposa, poiché dimostra l'agiatezza della famiglia del marito presso la quale lei transiterà. Presso alcuni gruppi Kosovari si dice che "si compra il sangue della sposa". Costei, infatti, è destinata a vivere in una condizione paraservile alle dipendenze del marito e del suocero. Presso i Macedoni, invece, il prezzo pagato non è volto ad acquistare le donne ma a pagare la cerimonia nuziale. Ho notato che le donne Macedoni sono più emancipate. Probabilmente, in questi gruppi c'è stato un superamento dell'idea della donna come un oggetto di proprietà, come acquisto del suo sangue, poiché questi sono i primi ad essere arrivati in Italia e ad aver iniziato un processo verso l'emancipazione femminile.
Prima del matrimonio c'è il compromesso che consiste in un impegno solennizzato dalla dazione di un anello. In questo momento la famiglia del maschio paga una 'caparra'. Il matrimonio può avvenire anche dopo un anno o due se la ragazza è molto giovane.
Questa tradizione del matrimonio per compera, anche se ancora oggi è diffusa presso alcuni gruppi tradizionalisti, pian piano sarà superata per effetto di un livello di scolarizzazione sempre più alto e del processo di assimilazione della cultura dominante. Parlando con ragazzini di dodici, quattordici anni, emerge che questi percepiscono il matrimonio per compera come qualche cosa di tradizionale, appartenente ai loro genitori e lontano dal loro modo di vita.
5.4- Il divorzio e diritti delle donne
Il divorzio si realizza quando la donna abbandona la casa del marito per ritornare in quella familiare. In questo caso suo padre dovrà pagare un prezzo alla famiglia del marito. Taluni, che ho intervistato, sostengono che deve pagare il doppio altri la metà del prezzo che era stato pagato per l'acquisto. La figlia divorziata è subito ridata in sposa. L'abbandono della famiglia da parte della moglie è un elemento di disonore per cui, generalmente, le figlie sono risposate all'estero lontano dalla comunità dove si è realizzata la separazione. E' comune che le separazioni avvengono prima del concepimento di figli. Nel caso di divorzio alla presenza di figli, la regola è che i figli maschi restino con la famiglia del marito. Per le figlie femmine, pur vigendo la stessa regola, ci sono margini di contrattazione. Alla luce di questo, la donna Rom, aderendo completamente alle regole del proprio ordinamento, non può fruire delle tutele riconosciute dal nostro.
Le vicende del matrimonio Rom mettono in luce altre problematiche che il nostro ordinamento incontra nel contatto con un'altra cultura.
È consueto, presso i Rom, che il primo foglio sia procreato prima dei sedici anni. Per l'art 250 c.c. il riconoscimento non può essere fatto dai genitori che non abbiano compiuto il sedicesimo anno di età. Questo, fa si che, le madri, infrasedicenni, non possano riconoscerlo fino al compimento del sedicesimo anno, per cui se il padre è ultrasedicienne provvede lui al riconoscimento altrimenti, se anche lui è infrasedicenne, si apre una complessa procedura. L'ospedale avverte gli assistenti sociali e il bambino è portato presso l'ospedale degli Innocenti. A questo, viene dato il cognome dei nonni paterni, nome italiano ed è affidato a questi ultimi. Qualora la donna divorziasse dal marito prima del compimento del sedicesimo anno di età, visto che la regola è che i figli appartengono al marito, il mancato riconoscimento da parte della madre, la priva di ogni diritto su di loro. In questo caso il legislatore non prevede nessuno strumento per tutelare queste donne. Da buoni studiosi del diritto si potrebbe sostenere che una volta compiuto il sedicesimo anno, la madre potrebbe riconoscere il figlio e poter accedere così a tutte le tutele riconosciute dal nostro ordinamento. Dobbiamo però tener presente che un diritto esiste nel momento in cui il suo titolare decide di farlo valere. Nel caso delle donne Rom la situazione è molto complessa poiché esse vivono a cavallo tra due diversi ordinamenti, da una parte lo Stato Italiano, che offre alle donne ampie tutele conquistate con una dura lotta per l'emancipazione femminile, e dall'altro lato i Rom che considera la donna in una posizione d'inferiorità, spesso, privandola anche dei diritti sui propri figli. In questo contesto la donna è costretta a piegarsi alla cultura maschile dominante. Una donna che si ribella alle regole del gruppo viene isolata, tanto dalla propria famiglia che da quella del marito e, dall'altro, pochi sono gli strumenti messi a disposizione dello Stato in queste situazioni estreme. Il problema è più culturale che di diritti.
La condizione femminile è stata oggetto anche di pronunce a livello internazionale.
La risoluzione del Parlamento Europeo del 2005 sottolinea la preoccupazione per la condizione della donna alla luce "delle tradizioni patriarcali, molte donne, comprese le donne e le ragazze Rom, non godono del pieno rispetto della libertà di scelta relativamente alla maggior parte delle decisioni fondamentali della loro vita e che, pertanto, sono ostacolate nell'esercizio dei loro diritti umani fondamentali".
L'assistente sociale mi ha fatto presente che ci sono ancora delle situazioni di maltrattamento verso la moglie, anche se queste sono diminuite. Alcune donne si sono più volte rivolte al quartiere quattro per chiedere assistenza e hanno presentato denuncia-querela verso i mariti. Molto spesso la querela viene ritirata poiché, le donne si sentono abbandonate dall'intera comunità famigliare e incontrano difficoltà nel chiedere aiuto all'esterno. Si tratta di donne che, vivendo in una situazione di marginalizzazione, hanno problemi linguistici e non hanno conoscenza delle strutture alle quali possono rivolgersi. A questo si aggiunge la sanzione che subiscono dal gruppo familiare. Una sanzione che è troppo elevata per costoro che non hanno possibilità di avere una vita al di fuori del contesto della comunità dove sono sempre vissute. Le cose cambieranno quando la donna si creerà un'identità individuale, vuoi per la scuola o per il lavoro, in questo caso sarà per lei più facile ribellarsi alle leggi della sua comunità.
Tra i vari gruppi presenti nel campo ci sono gli Ashkalija o Egiphziani provenienti dal Kosovo prevalentemente di Pristina, che abbracciano una rigida lettura del corano, sono partito politico in Serbia e parlano Albanese. Questo gruppo è molto più rigido verso le donne tanto che, rispetto agli altri gruppi che vivano al Poderaccio, queste lavorano molto meno, solo poche parlano Italiano e si recano ai servizi offerti dal comune. Le bambine vanno a scuola in modo saltuario. Il quartiere è molto attivo sulla questione delle donne. Generalmente il primo contato con queste avviene attraverso il servizio di consultorio pediatrico e ginecologico settimanale. Il grado di emancipazione femminile viene rilavato sulla base di una serie di elementi ad esempio l'aumento dell'età della figlia che viene sposta, il grado di scolarizzazione e l'accesso al lavoro.
L'assistente sociale del quartiere quattro è molto attenta alle tematiche femminili e mi pone la questione dei matrimoni per compera, ancora molto diffusi tra alcuni gruppi tanto Kosovari che Macedoni. "Ci sono delle ragazze che sono nate in Italia o comunque da anni vissute qui e le loro famiglie le danno in sposa al migliore offerente. Ci sono casi di donne che hanno rifiutato tali unioni e che hanno chiesto assistenza ai servizi sociali per essere ospitate per evitare di sposarsi, in alcuni casi provano a ribellarsi, ma poi, sono costrette ad accettare giacché si attiva il processo di faida tra le famiglie".
Molte ragazze sono sposate all'estero. La Francia, la Germania e il Belgio sono le tre mete principali alla luce dei legami tra famiglie. Questo determina il passaggio di frontiere di minori, anche senza permessi di soggiorno se i loro genitori sono irregolari. Dall'altra, ci sono casi di ragazze portate in Italia in modo clandestino per sposarsi. La procedura prevede che siano portate in questura per essere identificate e poi affidate al servizio sociale o alla stessa famiglia del futuro marito se i genitori di lei dichiarano, di fronte alle autorità, di affidarla a loro. Ci sono casi estremi, generalmente presso Ashkalija, dove le ragazzine 'acquistate come spose', sono costrette a restare segregate nella casa del marito fino al concepimento del primo figlio. Questa pratica è effettuata per evitare che possa congiungersi con altri uomini. Per tutto quest'arco di tempo lei è invisibile, non esiste per le istituzioni, non può neppure frequentare la scuola. L'assistente sostiene che "si tratta di un vero e proprio sequestro di persona. Noi vediamo queste bambine quando arrivano al consultorio per il test di gravidanza". Lei ha fatto molte segnalazioni ai vigili urbani che sono competenti in materia di minori. I vigili, dopo aver provveduto alla loro identificazione in questura, se sono non accompagnate, le affidano ad apposite comunità.
L'assistente sociale, reputa che per i servizi sociali sia difficile opereare al fine di superare questa pratica discriminatoria verso le donne poiché il Tribunale dei Minori di Firenze sta praticando un razzismo colto, poiché giustifica, alla luce di una diversità culturale, i casi in cui le minori di tredici, quattordici anni partoriscano. A suo avviso c'è un comportamento discriminatorio verso i Rom che viene accentuato nel momento che si accettano certi comportamenti, che per il nostro ordinamento sono vietati, ma, visto che praticate da una sottocultura, accettati. Mentre per i Musulmani è impensabile autorizzare la poligamia, per i Rom si accetta questa pratica. L'assistente sociale sta da anni lottando contro questa discriminazione femminile e si augura che le cose possano cambiare con l'avvento di un nuovo giudice minorile la signora C che, pur avendo rispetto per la cultura Rom, ha rispetto per le donne. La questione della discriminazione femminile è una vicenda che va letta in un'ottica diversa da quella di una contrapposizione tra cultura Rom e Gagè. Se c'è un elemento che avvicina e che accomuna entrambe le culture, questo è la discriminazione alle donne. Le donne in ogni società, sono una maggioranza relegata a minoranza. In Italia non è stato sufficiente proclamare l'uguaglianza tra i sessi poiché, in sostanza, le posizioni tra i due sono diverse, questo perché, l'affermazione di un diritto, passa necessariamente da una sua recezione da parte della cultura e della società. Fino a che certi costumi non muteranno il diritto, anche se riconosciuto, non troverà applicazione basti, come esempio, la scarsa rappresentatività delle donne in politica, nonostante che esse siano più del cinquanta per cento della popolazione. Questo perché, culturalmente, la politica, i suoi tempi sono percepite come maschili e costruiti sul modo di essere maschile. Solo una volta che i costumi saranno cambiati si potrà parlare di una totale eguaglianza. Lo stesso discorso vale per i Rom. Il tessuto della cultura Rom, ha strutturato il ruolo femminile in un modo tale che risulta, per le donne, difficile, se non impossibile, ribellarsi. Quest'aspetto della subordinazione della donna all'uomo non è un tratto caratteristico della cultura Zingara ma è tipico di ogni società. Non si può in nome della salvaguardia di un'identità culturale sacrificare le donne che da secoli hanno subito, non si può fingere che tutto vada bene. Dall'altra parte non si può reputare di risolvere la questione, semplicemente, a colpi di leggi o imponendo la nostra cultura che, per quanto riguarda il modo di considerare le donne non ha nulla da insegnare alle altere. Il processo di emancipazione femminile deve partire dalle donne stesse attraverso un lento processo che coinvolge più generazioni. Sono necessari strumenti che consentano alle donne di attribuirsi un ruolo e un'identità individuale, che si distacchi dal concetto di donna madre e moglie di un marito. Solo quando alle donne verrà offerta un'alternativa, al loro modo di percepirsi, queste saranno libere di scegliere. Il reprimere certi comportamenti, come i matrimoni tra maggiorenni e minorenni, la segregazione delle madri bambine, non aiuterà a superare il problema ansi, porterà ulteriori allontanamenti delle donne da tutti quei canali che le consentiranno di emancipare. Il nostro ordinamento, così come gli assistenti sociali, devono prendere coscienza che il relazionarsi con culture lontane dalla nostra significa anche accantonare i nostri valori e cercare una via di mediazione. Per la questione femminile, a mio avviso, più che reprimere i comportamenti maschili, che non sono altro che il frutto di regole sociali condivise dal quel gruppo, è opportuno attivare delle politiche volte ad offrire un'alternativa alle donne. Si tratta di politiche dei piccoli passi, che si realizzano con più generazioni, ma che porteranno ad un'evoluzione delle donne coscienziosa con possibilità anche di mantenere tratti della propria cultura.
6- Distribuzione tradizionale dei nuclei familiari ed evoluzioni
La tradizione Rom prevede che con il matrimonio la donna transita nella famiglia del marito abbandonando quella di origine. I genitori vivono e sono accuditi dal figlio più piccolo e da sua moglie; questi devono prendersi cura di loro fino alla morte. Nel campo ho incontrato il caso di una figlia Zanna quarantanovenne, divorziata, che accudisce e vive insieme al padre vedovo. Molte famiglie rispettano l'assetto tradizionale, per cui in una casa fissa vivono genitori, figlio più piccolo con la moglie e rispettiva prole. Presso queste famiglie ho percepito un forte rispetto verso gli anziani, (8) tanto che, le nuore stesse presentano una sorta di venerazione verso i suoceri che chiamano papà. È l'anziano che con la sua saggezza indica ai figli la 'strada giusta', anche la donna acquista rilevanza e valore una volta divenuta anziana. Nel campo ho ravvisato, anche, degenerazioni rispetto al modello tradizionale, così un caso in cui in un'unica casa fissa vivano genitori, due figli e la moglie del primo figlio con rispettiva prole. A fronte di questa situazione, quest'ultima rivendicava di poter avere una propria baracca, poiché al campo ce ne sono delle libere, ma la burocrazia degli operatori lo impedisce. Il rispetto per gli anziani è un valore molto diffuso anche tra i giovani. E' il padre a comandare e a decidere nelle scelte dei figli anche dopo che questi si sono sposati. La prima volta che sono stata al campo, sono stata invitata a fare domande al più anziano del nucleo familiare, solo in un secondo momento ho potuto facilmente avere relazioni con gli altri componenti. Soltanto adesso capisco che il mio aver posto la domanda a uno più giovane è stato percepito come una prevaricazione. D'altra parte gli anziani percepiscono in maniera ancora molto forte la contrapposizione tra Gagè e Rom per cui è difficile fare delle interviste.
Il rispetto per l'anziano è un tratto peculiare della loro cultura, intervistando Zanna, è emerso che ciò che non sopporta della nostra cultura è l'abbandono degli anziani. Mi ha raccontato della sua esperienza come assistente in una casa di cura, dove gli anziani sono lasciati abbandonati a loro stessi.
Ho potuto però ravvisare delle divergenze da questo modello fondato sul rispetto dell'anziano. Intervistando l'assistente sociale del quartiere quattro, questa mi ha presentato due casi su sessantasette famiglie residenti al Poderaccio, in cui quest'assetto tradizionale è stato superato. Nel caso di specie si tratta di due coppie di anziani lasciati al Poderaccio dai rispettivi figli che hanno ottenuto una casa popolare. Questa situazione determina una serie di problemi per l'assegnazione di un alloggio popolare per questi anziani, in vista della futura chiusura del Poderaccio entro il 2011. La legge Bossi Fini del 2002 ha previsto, tra i requisiti per richiedere un alloggio popolare, il possesso di un permesso di soggiorno rilasciato per una durata di almeno due anni. Gli anziani, non svolgendo attività lavorative non possono ottenere questi tipi di permessi. Se sono malati possono ottenere permessi per cure mediche rinnovabili per tre volte e di durata di un anno, per cui, queste persone non hanno la possibilità di presentare richiesta di alloggio, non avendo tutti i requisiti, salvo che, non siano riusciti ad ottenere la carta di soggiorno tramite un loro figlio lavoratore. Un'altra possibilità è di rientrare a fare parte dello stesso stato di famiglia del figlio; questo requisito è richiesto poiché il risiedere nello stesso luogo garantisce che il figlio provvederà al mantenimento dei genitori.
In controtendenza rispetto alla loro tradizione, questi figli hanno lasciato i propri genitori in modo da poter utilizzare i locali del campo come una seconda casa dove spesso si recano a fare lavatrici. L'operatrice sociale, che mi ha presentato la questione, l'ha posta come un mutamento di costumi, come un'esigenza di emancipazione dalla famiglia. Il caso, a mio avviso e generalizzando visto che non conosco i protagonisti della vicenda, può essere letto anche in un'altra ottica, non come un mutamento nel costume ma come un'esigenza di adattamento. I genitori sono stati lasciati lì al fine di determinare un risparmio e un vantaggio per il gruppo. Dalla lettura dei libri di Plasere, emerge come sia comune nella cultura Rom il sacrificio di certi componenti famigliari per il benessere comune. In questo caso gli anziani genitori sono stati lasciati al fine di poter fruire di una seconda casa. Questa possibile, doppia lettura della vicenda è volta a dimostrare che spesso si tende a interpretare certe vicende della cultura Rom alla luce dei nostri valori e dei nostri modelli, senza tener conto del relativismo culturale.
L'assegnazione degli alloggi popolari ha determinato delle degenerazioni rispetto al loro tradizionale assetto familiare. Suggestiva è la testimonianza di Fako. Lui vive in un alloggio popolare con sua moglie, i suoi figli, il fratello Orchan, la moglie, i figli di questo e gli anziani genitori. Lui lamenta che ciascun nucleo famigliare ha una sola stanza e che lui deve dividere la sua con i figli, con difficoltà nell'aver rapporti sessuali con la moglie. Questa situazione determina, per lui, una perdita della sua privacy e dell'affettività di cui ogni persona necessita. Alla domanda se lui, a questo punto, avesse preferito il campo mi ha risposto: "Meglio del campo è qualsiasi cosa, ma dovete capre che non siamo bestie, anche noi abbiamo diritto di vive in un modo degno". La vicenda di Fako mi ha fatto sorgere una domanda: le istituzioni che seguono i Rom, si preoccupavano di tener presente la loro specificità nel momento dell'assegnazione degli alloggi? Ho posto questa questione all'assistente sociale del quartiere quattro, e la sua risposta è stata :
vede per quanto riguarda questa situazione delle famiglie allargate, questa, gioco forza, si è dovuta adeguare al fatto che case grandi non esistono tra le case popolari... il discorso della famiglia allargata è per alcuni molto forte ma per altri c'è stato un mutamento di costumi all'interno delle famiglie per cui, è più facile che il maschio, una volta che è nato un bambino, se c'è la possibilità di scindersi all'interno del campo, chieda un nuovo alloggio... teniamo presente che tra le case popolari casi grandi ve ne sono pochissime e sono di costruzione anni 70,80 quando c'erano, anche le famiglie allargate italiane...per quanto riguarda il discorso delle famiglie allargate debbiamo tenere presente che i Rom si sono emancipati, molti, la maggioranza sta cercando un'identità nuova che concili i loro costumi e tradizione e il fatto che vivono qui, cosa che apprezzano soprattutto a livello di consumi.
A questo punto le ho posto la vicenda di Fako e lei mi ha detto che quest'assembramento è stato autonomamente creato da loro poiché, l'assegnazione degli alloggi è rigidamente legata a certi standard di metri quadri per persona. Spesso, i Rom, pur di lasciare il campo sono disposti anche ad avere delle case più piccole ma il comune non gliele può assegnare.
Ponendo la stessa questione al responsabile del quartiere cinque, lei mi ha spigato che nel momento in cui, nel 2000, questi presentarono domanda per l'alloggio erano in nove membri. La casa gli è stata assegnata nel 2004. In quest'arco di tempo i due fratelli hanno avuto altri due figli a testa. Per loro non c'è possibilità neppure di fare richiesta di due diversi alloggi, a fine di smembrare il nucleo e quindi ritornare all'assetto tradizionale, poiché il loro punteggio è basso.
7- Reazioni del nostro ordinamento alla cultura Rom
Abbiamo visto come il nostro ordinamento considera e recepisce certi tratti tipici della cultura Rom. Analizziamo ora come lo Stato attui una politica di marginalizzazione verso un gruppo sociale attraverso almeno tre strumenti quello legislativo, quello giudiziario e quello amministrativo.
La legge può essere uno strumento volto a colpire certi gruppi, nella misura in cui incrimini comportamenti che sono tipici, in via prevalente, di una certa cultura.
Prendiamo come esempio su tutti l'ordinanza sui lavavetri adottata dal comune di Firenze e il nuovo regolamento di polizia municipale contro l'accattonaggio. La prima ha vietato su tutto il territorio comunale l'esercizio del mestiere girovago di lavavetri sia sulla carreggiata che fuori di essa, l'inosservanza delle disposizioni è punita ai sensi dell'articolo 650 del codice penale e con il sequestro delle attrezzature utilizzate per lo svolgimento dell'attività.
La violazione dell'articolo 650 (inosservanza di un provvedimento dell'autorità) prevede una denuncia penale con arresto fino a tre mesi o, in alternativa (la decisione spetta al giudice) una sanzione di 206 euro. La seconda vieta l'accattonaggio. Si tratta di due norme ah hoc volte a colpire certi gruppi etnici, che per cultura o necessità chiedono l'elemosina.
Analizzando la storia del popolo zingaro ha potuto costatare che, a seguito delle persecuzioni e marginalizzazioni che hanno subito, sono stati costretti a ricorrere alla questua come mezzo di sussistenza. La questua, non può essere, però, ridotta a mero mezzo di sostentamento ma essa è radicata nella loro cultura. L'intervista condotta a Zanna conferma questo tratto: "Mia nonna sostiene che essere ladro e fare l'elemosina si tramanda all'interno delle famiglie; se vieni da una famiglia di ladri tale diventi.". Il fatto che spesso siano le donne a chiederla potrebbe risalire a una vecchia pratica del secolo scorso che vedeva la donna coinvolta nel processo di riscossione dei compensi ottenuti dal marito nel momento in cui svolgeva le sue attività. La questua è praticata anche da chi lavora. È uno strumento per arrotondare lo stipendio.
Sul piano giudiziario interessante è la testimonianza di un giudice penale, Silvia Governatori, che per anni ha avuto contatti con i Rom. Questa mette in luce come il pregiudizio e gli stereotipi incidano nelle decisioni dei giudici.
Il pregiudizio s'insatura in vario modo nelle decisioni: come parametro valutativo di elementi di prova, sia come parametro per la regolamentazione dei rapporti (es. nel caso delle decisioni del giudice minorile). Spesso le sentenze sono il frutto del sentimento e del convincimento di un giudice, velati dietro l'adozione di una motivazione razionale. Il pregiudizio, verso un gruppo etnico, può insinuarsi in un processo attraverso le massime di comune esperienza, che non sono alto che regole extranormative frutto dell'esperienza. Il pregiudizio verso i Rom emerge anche nel momento della valutazione del fatto; ad esempio il cogliere un Rom nel giardino di una casa, porta all'accusa di tentato furto in abitazione, portando così i difensori a dover optare per un patteggiamento. Nel campo, mi hanno raccontato molte vicende di questo tipo. Anche loro percepiscono quest'atteggiamento da parte della polizia e dei P.M., l'essere zingaro è già un indizio di colpevolezza. Il pregiudizio rileva anche nel momento in cui viene commisurata una pena ex art. 133, il quale prevede tra i parametri di valutazione, anche la condotta del reo prima del reato e la condizione di vita. Ancora più forte è il pregiudizio verso e le madri Rom, alle quali è tolta la potestà sui figli se colte a impiegarli nell'accattonaggio. I giudici non s'interrogano mai su quali siano le ragioni di bisogno che hanno spinto tale donna all'accattonaggio.
L'ultima tattica di marginalizzazione è a livello amministrativo e l'ho potuta rilevare analizzando la questione dei permessi di soggiorno presso l'Olmatello. Il caso riguarda i permessi ex articolo 31.3 d.lgs 286/98 rilasciati ai genitori dal Tribunale per i minorenni, per gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico e tenuto conto dell'età e delle condizioni di salute del minore. Si tratta di un permesso di soggiorno non convertibile. È uno strumento che, anche se posto nell'esclusivo interesse dei figli, di fatto è utilizzato per la regolarizzazione dei genitori. Presso il campo si sono verificati molti casi in cui il Tribunale dei minori, con decreto, riconosceva il diritto di ottenere il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari e di esercitare le facoltà a questo connesse, ai sensi dell'art. 30 c. 2 D. L.vo 286/98, ivi compresa la facoltà di svolgere attività lavorativa.
La Questura, abusando dei loro poteri, rilasciava permessi di soggiorno per cure mediche apponendo il timbro del divieto assoluto al lavoro. Le famiglie erano così costrette a presentare ricorso al Tribunale. Ricorso che categoricamente veniva accolto.
Nel momento in cui si affronta il tema del rapporto tra il nostro ordinamento giuridico e gli Zingari non possiamo tralasciare la questione dei permessi di soggiorno.
Presso l'Olmatello su centodue presenti solo sessantasette sono regolari, di questi trentacinque sono adulti dei quali: tre hanno la carta di soggiorno, due permessi umanitari, due sono riconosciuti come rifugiati, due protezione sussidiaria, diciotto lavoro, sei famiglia, uno salute e uno gravidanza. Molte delle persone presenti all'Olmaello provengono da paesi come il Kosovo, nel quale si è perpetrato un conflitto bellico e dove, ancora oggi, si verificano azioni discriminatori verso loro. Molti di questi si sono visti rifiutare lo status di rifugiato, e solo per alcuni è stato concesso un premesso per fini umanitari. La ragione del non riconoscimento dello status di rifugiato si rinviene nel fatto che è necessario provare una discriminazione o persecuzione personale legata alla condizione del singolo individuo e non al gruppo. Un'altra difficoltà è data dal fatto che i Rom tendono, spesso, a entrare in Italia in modo irregolare confidando sull'aiuto delle reti familiari, eludendo così i normali canali che gli permetterebbero di ottenere certi status.
Le norme in materia di asilo si rifanno alla Convenzione del 1951 concernente lo status dei rifugiati, secondo la quale è considerato rifugiato chi nel proprio paese è perseguitato per motivi politici, religiosi, etnici, di razza, o ha comunque ragionevoli motivi per temere della propria vita o di subire violazioni dei diritti umani.
Con il riconoscimento, lo straniero acquista i diritti stabiliti dagli artt. 1 e 18 della Convenzione di Ginevra e può svolgere attività lavorativa sia subordinata che autonoma può anche acquisire la cittadinanza dello stato ospitante ai sensi della Legge 91/1992 se risiede legalmente da almeno cinque anni nel territorio della Repubblica.
Ne campo abbiamo solo due rifugiati uno di questi è il padre di Zanna il quale ha fatto richiesta nel 2002 e ottenuto lo status nel 2005.
Presento adesso la situazione di una delle famiglie che ho seguito quella Fako e Orchan.
Orchan ha ottenuto nel 1994 un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. È entrato da irregolare attraverso le reti familiari di Brescia. Il fratello Fako, la moglie di Orghan e i genitori sono venuti in Italia ed hanno ottenuto asilo politico.
Nei due campi del Poderaccio abbiamo 441 presenze, di cui 173 minori 0/14 e 52 minori 14/18
Tra gli adulti, quindici hanno l'asilo politico, due l'hanno richiesto e uno ha un permesso per motivi umanitari.
L'assisteste sociale sostiene che non vi siano irregolari se non pochissimi e di passaggio. Presso il Poderaccio gli assistenti e gli educatori sono impegnati in un controllo continuo sui permessi di soggiorno. Quest'attività ha consentito di eliminare tutte quelle irregolarità dovute a dimenticanze o mancata informazione. La procedura prevede che ogni qua volta gli assistenti s'imbattono in irregolari, devono fare una segnalazione ai vigili che poi aprirà l'iter verso l'espulsione. Nella pressi però, gli assistenti accertano, prima della segnalazione, le ragioni dell'irregolarità ed eventualmente vi pongano rimedio.
L'espulsione di cittadini Serbi verso il Kosovo porta, però, una serie di problemi date le particolari condizioni del paese. Questo fa si che la questura si limita a rilasciargli un invito ad allontanarsi dal territorio italiano, senza possibilità di realizzare, in concreto, l'espulsione.
In Italia si sta perpetrando una vera e propria politica discriminatoria verso i Rom, che è il frutto dell'ignoranza verso un popolo che da secoli è il Caprio espiatorio di ogni ordinamento. Costretti a vivere nelle periferie delle città, segregati dal resto del mondo, si crea in torno a loro lo stigma e il pregiudizio, divenendo così facile bersaglio di politiche discriminatorie. Come ho voluto sottolineare in questa relazione, i Rom operano fuori dal nostro ordinamento, fuori dai meccanismi di potere e di rappresentanza. In questo contesto sono facili prede di una politica sempre più incapace di gestire i rapporti di forza, che necessita di distogliere lo sguardo dell'opinione pubblica verso fatti di cronaca che costruiscono lo Zingaro come un mostro da eliminare dalla società, con buona pace per il principio di uguaglianza e fraternità; dimenticando che anche noi siamo stati un popolo di migranti, pronti a lasciare la nostra amata patria per un pezzo di pane, e che in cambio abbiamo ottenuto solo segregazione e pregiudizio. Ma no, noi eravamo diversi da questi Zingari qua che puzzano e infestano le nostre periferie! Ci stupiamo quando li vediamo lavorare e spaccarsi la schiena nelle attività più umili. Eh sì, che ci stupiamo, noi nel caldo delle nostre case, con i nostri genitori che ci pagano gli studi non ci chiediamo cosa fanno e come vivono quelle persone là, costrette dietro un muro di un campo innalzato dal nostro pregiudizio. A noi basta sapere che sono tanti Ahmetovic ubriachi, e questo acquieta le nostre coscienze quando accettiamo che un campo possa essere dato alle fiamme dalla camorra o sgomberato dal primo sindaco, meglio ancora se di sinistra. Indifferenti del fatto che dietro a quelle baracche si celano le vite di persone costrette a fuggire dalle loro terre. Proviamo per un momento a sostituire la parola Zingaro con Ebreo e vediamo che succede...
Concludo questa reazione con la speranza che un giorno il nostro ordinamento possa riconoscere e rispettare la specificità Zingara.
L. Piasere, I rom d'Europa, Laterza, Roma-Bari 2004.
L. Piasere, Un mondo di mondi. Antropologia delle culture Rom, Napoli, L'Ancora, 1999.
A. Simoni (a cura di), Stato di diritto e identità rom, L'Harmattan Italia, Torino 2005.
1. L. Piasere, I rom d'Europa, Laterza, Roma-Bari 2004, p. 33.
2. L. Piasere, op. cit., p. 46.
3. L. Piasere, Un mondo di mondi. Antropologia delle culture Rom, Napoli, L'Ancora, 1999, p.19.
4. L. Piasere, (a cura di), Comunità girovaghe, comunità zingare, Napoli, Liguori, 1995, p. 41.
5. L. Piasere, op. cit., p. 41.
6. Con questa sentenza la corte costituzionale dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 17, comma 2, lettera d) della legge 6 marzo 1998, n. 40 (Disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), ora sostituito dall'art. 19, comma 2, lett. d) del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nella parte in cui non estende il divieto di espulsione al marito convivente della donna in stato di gravidanza o nei sei mesi successivi alla nascita del figlio per contrariètà agli articoli 2, 3, 10, 29e 30 della Costituzione.
7. Jemolo C.A., La famiglia e il diritto, in Annali della facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Catania, 1948, II, 57.
8. Anche intorno al concetto di anziano non c'è coincidenza tra la nostra cultura e quella rom. Per noi anziano è colui che ha compiuto sessantacinque anni di età per loro è anziano chi ne ha cinquanta.

References: articolo 19
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 133
 articolo 31
 sentenza