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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 20 febbraio 2017, n. 4315 - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 20 febbraio 2017, n. 4315
Legittimo il licenziamento della lavoratrice che cerca di farsi forte del suo stato di invalidità parziale e dell’appartenenza al sindacato per imporre ai colleghi e all’impresa le sue personali regole di convivenza e di lavoro
sentenza 20 febbraio 2017, n. 4315
sul ricorso 19862/2014 proposto da:
(OMISSIS) S.R.L., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 8393/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 12/02/2014 R.G.N. 1454/2012;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 23/11/2016 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per l’inammissibilita’ o in subordine rigetto del ricorso.
Con ricorso al Tribunale di Roma in data 7.4.2006 (OMISSIS), dipendente della societa’ (OMISSIS) srl, avente la gestione di una struttura alberghiera di prima categoria, chiedeva dichiararsi la nullita’/illegittimita’/inefficacia dell’ordine di servizio del 17.2.2005, con il quale veniva assegnata in via esclusiva al turno serale ed ordinarsi alla societa’ datrice di lavoro di inserirla nei turni orari a scorrimento.
Al procedimento veniva riunito il giudizio, introdotto con ricorso del 6.2.2008, di impugnazione del licenziamento disciplinare intimato in data 3.10.2007, nelle more del primo contenzioso.
Il giudice del lavoro,con sentenza del 25.3.2010- 26.9.2011 (nr. 5379/2011), accoglieva le domande.
La Corte di appello di Roma, con sentenza del 10.10.2013-12.2.2014 (nr. 8393/2013), accoglieva l’appello della societa’ (OMISSIS) srl ed, in riforma della sentenza impugnata, dichiarava la legittimita’ del licenziamento e per l’effetto il difetto di interesse della lavoratrice alla pronunzia di impugnazione dell’ordine di servizio.
La Corte territoriale rilevava che alla lavoratrice nella lettera di contestazione disciplinare erano stati addebitati quattro episodi, tutti riscontrati dalla istruttoria svolta:
– il primo, verificatosi in data (OMISSIS), consistente nell’essersi rifiutata di adempiere all’ordine del superiore gerarchico, la governante (OMISSIS), di recarsi a lavorare al quarto piano per il rassetto delle camere prenotate dai clienti, ritardando l’inizio della prestazione del turno di almeno trenta minuti;
– il secondo, in data (OMISSIS), consistito nel rifiuto ad eseguire l’ordine della governante (OMISSIS) di rassettare celermente due camere al quarto piano nonche’ nell’invitare il collega (OMISSIS) a lavorare con minor diligenza ed impedire ad altre colleghe di passare l’aspirapolvere per non disturbare una sua conversazione telefonica;
– il terzo, verificatosi in data (OMISSIS), allorquando la (OMISSIS) dopo avere chiesto ai colleghi addetti al ricevimento dei clienti, signori (OMISSIS) e (OMISSIS), di parlare con il direttore, avendo appreso che doveva interloquire con il caporeparto si mostrava alterata in presenza dei clienti; nella stessa giornata il (OMISSIS) recandosi al sesto piano aveva trovato la (OMISSIS) seduta in una stanza con le porte di varie camere aperte e gli apparecchi televisivi all’interno sintonizzati su stazioni radio a volume alto ed ancora seduta in una stanza due ore dopo;
– il quarto, in data (OMISSIS), consistito nella affissione nella bacheca aziendale di una comunicazione con toni altamente polemici nei confronti della governante (OMISSIS), in violazione di espressa disposizione aziendale, comunicato che dopo essere stato rimosso per ben due volte era stato affisso in varie copie sul muro sottostante la bacheca e negli spogliatoi del personale.
Il giudice dell’appello, valutata la gravita’ delle condotte, le considerava idonee a legittimare la misura espulsiva.
Riteneva invece assente il dedotto motivo ritorsivo per ragioni sindacali; osservava che la (OMISSIS) era stata oggetto di doglianze scritte dei colleghi, spesso parte di litigi con questi ultimi, sovente destinataria di contestazioni disciplinari per rifiuto di adempiere a disposizioni di servizio ed insubordinazione. Ne risultava il quadro di una persona che cercava di farsi forte del suo stato di invalidita’ parziale e della appartenenza ad una associazione sindacale per imporre ai colleghi ed all’impresa le sue personali regole di convivenza e di lavoro.
Resiste con controricorso la societa’ (OMISSIS) srl, illustrato da memoria.
Con l’unico motivo la ricorrente ha denunziato – ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio ed oggetto di discussione tra le parti.
La ricorrente, dopo avere ripercorso diverse vicende di fatto – antecedenti e successive alla instaurazione del rapporto di lavoro – ha allegato quale fatto decisivo non esaminato in sentenza la sua condizione di invalidita’ psico-fisica, costituente causa della propria condotta. Ha esposto di avere riportato postumi di trauma cranico encefalico con deterioramento globale della personalita’ all’esito di un investimento stradale di cui era stata vittima all’eta’ di dodici anni (come da perizia svolta dal dott. (OMISSIS)).
Ha aggiunto che le era stata riconosciuta una invalidita’ del 48%, poi aggravatasi al 55% (come da visita collegiale del 28.10.1998) e le era stata diagnosticata in epoca successiva una cardiopatia ipertensiva (certificato del 7.2.2007) ed un lieve prolasso dei lembi mitralici con insufficienza valvolare lieve (certificato del 24.4.2007), patologia per la quale le era stata prescritta la assunzione quotidiana di un medicinale (il PROCAPTAN) avente tra gli effetti collaterali cefalea, capogiro, vertigini, respiro corto, relazioni allergiche, alterazioni dell’umore e disturbi del sonno, confusione.
Ha dedotto che la ragione delle condotte contestate consisteva in un collasso nervoso, fattore tale da attenuare la gravita’ della condotta ed escludere quanto meno la giusta causa del licenziamento ovvero addirittura da esimere da responsabilita’ disciplinare se ritenuto imputabile, per dolo o colpa, alla societa’ datrice di lavoro.
Sotto questo profilo rilevavano i fatti antecedenti agli episodi contestati (i contrasti tra le parti di causa circa la esecuzione della sentenza del 2.2.2005, con la quale veniva ordinata la trasformazione fulltime del suo rapporto di lavoro; il suo inserimento, in esecuzione della sentenza, esclusivamente nel turno serale; i contrasti con la collega (OMISSIS) e poi con la collega Fioretti, con le quali era stata addetta a lavorare in coppia).
Nella parte in cui si assume che la responsabilita’ disciplinare sarebbe esclusa dalla attribuibilita’ delle condotte contestate ad uno stato di precario equilibrio psico fisico di cui era responsabile il datore di lavoro la inammissibilita’ deriva dalla novita’ della censura.
La sentenza non affronta tale questione ma la diversa questione del motivo ritorsivo del licenziamento, per escluderlo.
Stante la struttura chiusa del giudizio di legittimita’ in esso non possono essere introdotte questioni che non siano state gia’ sollevate nei gradi di merito.
Qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, e’ onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilita’ per novita’ della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso stesso, di indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare “ex actis” la veridicita’ di tale asserzione prima di esaminarne il merito.
La ricorrente non adempie all’onere di indicare il contenuto degli scritti difensivi, nella parte in cui si sottoponeva al giudice del merito tale questione o comunque di indicare e localizzare gli atti con i quali la questione era stata introdotta in causa.
Nella parte in cui la ricorrente lamenta il mancato esame delle proprie condizioni di salute quale circostanza escludente la giusta causa del licenziamento, poi, non risulta adempiuto l’onere – imposto dall’articolo 366 c.p.c., n. 6 – di specificare gli elementi di prova acquisiti al processo circa le dedotte condizioni soggettive e la sede di tale acquisizione (onde verificare la sua effettivita’ e ritualita’).
Del pari risulta inosservato l’onere di depositare – a pena di improcedibilita’ del ricorso ex articolo 369 c.p.c., n. 4 – gli atti e documenti su cui si fonda la censura e dunque gli scritti difensivi, i verbali delle prove ed i documenti posti a sostegno del dedotto vizio della motivazione.
Il motivo e’ comunque infondato, in quanto il fatto non esaminato risulterebbe privo della “decisivita'” richiesta dal numero 5 dell’articolo 360 c.p.c.: invero lo stato di invalidita’ della ricorrente non poteva incidere sulla valutazione compiuta dal giudice del merito circa la gravita’ nella fattispecie di causa della violazione degli obblighi di obbedienza, correttezza, conformita’ della condotta lavorativa alle regole di professionalita’ e decoro imposte dal servizio svolto.
Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17 (che ha aggiunto il Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater) – della sussistenza dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la impugnazione integralmente rigettata.
Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 100 per spese ed Euro 3.000 per compensi professionali oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13
Corte di Cassazione, sezione I civile, ordinanza 13 giugno 2017, n....

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