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Timestamp: 2018-03-19 03:18:29+00:00

Document:
Clemente V ed i templari seconda parte
La confessione di Molay. da: Procès des Templiers , pubblicato da M. Michelet. Parigi, Imprimerie royale, 1841-51
La Civiltà Cattolica anno XVII, serie VI, vol. VII, Roma 1866 pagg. 691-703.
Due sono le accuse, onde certi storici sogliono gravare la memoria di Clemente V quanto al fatto dei Templari: l'una di debolezza nel cedere troppo facilmente alle istanze di Filippo il Bello, l'altra d'ingiustizia nel pronunziare una condanna che non era meritata. Lo stesso Cantù, che in cotesta classe di storici non è certamente il più temerario, non dubita punto di tacciare l'atto di Clemente per la peggiore delle turpi condiscendenze a cui il Papa discendesse verso il re di Francia, e di chiamare iniquità la distruzione dei Templari; oltrecchè, nel narrare quel gran processo, lo rappresenta, o a dir meglio, lo travisa in tali sembianti, che il lettore non può altrimenti che conchiudere, essere stato il Papa in quel fatto non meno ingiusto che vigliacco [2]. Ora, a purgar Clemente da sì vituperose note basterebbe per sè solo lo studio della Bolla di abolizione, che abbiamo nel precedente articolo esposta; quando già non fossero a tal uopo valevolissimi gli argomenti che altronde si hanno, indubitati ed autentici, dalla storia veritiera dì quel tempo. Noi dell'una e degli altri ci gioveremo, per mettere in sodo un punto che oggimai non dovrebbe più essere controverso presso gli uomini di senno.
E in primo luogo, quanto all'accusa di debolezza, noi siamo ben lungi dal pretendere che Clemente V, nei nove anni del suo pontificato, mantenesse a fronte di Filippo il Bello sempre invitta quell'apostolica fortezza, che alla dignità di Pontefice si conveniva, e non si piegasse più d'una volta a compiacenze troppo malagevoli a giustificare. Il che mostra quanto sia necessario ai Papi l'avere Sede e Stato indipendente. Se Clemente fosse stato a Roma, lontano dal braccio e dalle prepotenti influenze di Filippo, non v'è dubbio ch'egli avrebbe spiegato maggior libertà e costanza nel resistere alle superbe voglie del Re francese; e le insigni virtù che i suoi biografi gli attribuiscono, non avrebbe oscurate talvolta con atti di debolezza. Ma checchè sia della condotta di Clemente nelle altre quistioni ch'egli ebbe con Filippo, in questa però dei Templari noi diciamo che il Papa non solo non diè mostra di fiacchezza, ma all'opposto fece nobili prove di coraggio apostolico. Ed a chiarirsene, basta riandare l'ordine dei fatti.
Le prime accuse contro i Cavalieri del Tempio furono portate a Clemente V fin dai primi giorni del suo pontificato, e prima ancora della sua coronazione, la quale avvenne in Lione ai 14 Novembre del 1303 ). Nei due anni seguenti il Re e i suoi ufficiali a più riprese le rinnovarono, sforzandosi d'indurre il Papa a mettere sotto processo gli accusati. Ma sempre indarno: e Clemente, per le enormità medesime dei delitti che apponevansi ai Templari, giudicando false le imputazioni e dettate probabilmente da odii e interessi privati, anzichè da zelo di religione, non volle mai porger loro orecchio: eiusmodi insinuationi el delationi aurem noluimus inclinare, com'egli stesso dice nelle sue Bolle e Lettere [3]. Nè finalmente si mosse a cominciare qualche indagine giuridica, se non che a richiesta del medesimo Gran Maestro e de' principali Cavalieri dell'Ordine, i quali, avuto sentore di coteste accuse (e fidando senza dubbio nella segretezza de' lor misteri), lo pregarono di pigliare giuridiche informazioni [4]. Quando poi il Re, impaziente delle lentezze e della soavità che in tal processo metterebbe la S. Sede, volle, con un tratto del suo consueto dispotismo, precipitare ogni cosa, e fece, in un sol giorno (13 Ottobre 1307) catturare per tutta la Francia i Templari e confiscarne i beni; Clemente, a quest'abuso della potestà laicale, restò non già atterrito, ma irritato; e ne scrisse incontanente al Re gravissime rimostranze [5]: i Templari, come Ordine religioso, essere immediatamente soggetti alla S. Sede, e perciò non potere il Re costituirsene giudice, nè stendere la mano sulle persone e sui beni loro. Poi gli inviò due Cardinali, Berengario di Fredol e Stefano de Suisy, per indurlo a desistere dalla mal cominciata impresa, ed a rimettere interamente nelle mani del Papa, insieme colle persone e coi beni, la causa dei Templari [6]. Al tempo stesso sospese in tal causa ogni facoltà all'Inquisitore di Parigi, Fra Imberto, e a tutti i Vescovi e Inquisitori di Francia, che, per impulso del Re, avean cominciato a processare i Cavalieri; e rivocò tutta la causa al tribunale supremo della S. Sede [7]. Questo risoluto ed energico contegno del Papa sortì ottimo successo. Imperocchè il Re, quantunque se ne mostrasse offeso, e non solo cercasse di giustificare sè medesimo, ma si querelasse del Papa, quasi poco zelante contro le empietà e i delitti di un Ordine corrottissimo [8]; nondimeno si arrese ai voleri del Pontefice e alle domande dei due Cardinali. Rispose a Clemente [9], non voler egli recare niun pregiudizio ai diritti della Chiesa, avere perciò rimesso nelle mani dei Cardinali Legati le persone dei Cavalieri, personas Templariorum ipsorum posuimus vestro et Ecclesiae nomine in manibus Cardinalium eorumdem; e quanto ai beni, mobili ed immobili, egli li terrebbe solo in sequestro, sotto la guardia di persone fedeli, per essere poi totalmente impiegati, secondo la volontà espressa del Papa [10], in servigio di Terra santa. Ed insistendo il Papa, che il Re dovesse cedere alla S. Sede la gestione di cotesti beni, Filippo si arrese, e la cura ed amministrazione dei medesimi, ritolta dalle mani dei regii ufficiali, fu trasmessa in ogni luogo ai ministri deputati dal Pontefice [11]. Quanto al processo poi dei Templari, questo passò interamente ai tribunali pontificii, e il Re consentì ad aspettare la sentenza che la Chiesa ne pronunzierebbe in un Concilio generale, da radunarsi in sul finire dell'anno 1310.
In tal guisa, grazie alla fermezza di Clemente, restaron salvi ed interi i diritti della potestà ecclesiastica, e la causa dei Templari, passata nelle mani del loro giudice legittimo, il Papa, venne trattata con tutta la ponderatezza ed equità, che dalla foga imperiosa dei Re mal sarebbesi potuta sperare, pognamo che egli avesse ogni ragione di tenere per colpevoli gli accusati. Il Concilio, intimato pel Novembre del 1310, fu dal Papa differito, a cagione del non essere ancora pronte le informazioni giuridiche, le quali facevansi in tutta la cristianità, fino all'Ottobre dell'anno seguente; e radunato che fu, il Papa non si decise a pubblicar la sentenza, se non dopo lunghe e mature deliberazioni di ben cinque mesi; e tutto ciò, malgrado le impazienze e le premure del re, il quale di natura impetuosa e dispotica, mal sofferendo gl'indugi, sollecitava ad ogni tratto il Papa ad abbreviarli.
Quindi si scorge quanto vadano lungi dal vero quegli scrittori, i quali attribuiscono alle pressanti e superbe istanze di Filippo ed alla debolezza di Clemente, l'avere, dicon essi, precipitata il Papa la condanna dei Templari. Ed anche l'Hefele, nelle osservazioni che premette alla Bolla Vox in excelso, cade in tal errore. Egli rappresenta il Papa [12] come fluttuante tra il voto della maggioranza del Concilio, la quale voleva che si desse all'Ordine dei Templari agio di difesa, e la paura che facevagli il suo oppressore Filippo il Bello, impaziente di ottenere la sentenza: la qual paura finalmente prevalse, quando, a mezzo Febbraio del 1312, vide comparire alle porte di Vienna il Re con grande seguito simile ad esercito, ed ebbe dal Re, in una lettera del 2 Marzo, urgenti istanze che, la reità dei Templari essendo ormai provatissima, ei non dovesse più differire ad abolirli. Quanto al voto del Concilio, vedremo fra poco lo strano equivoco che qui ha preso l' Hefele. Ma per ciò che riguarda la paura incussa a Clemente dal Re, egli è facile accorgersi, non esser altro che una vana fantasia. Il gran seguito di cavalieri e baroni, in cui l'Hefele ed altri han veduto quasi un esercito minaccioso, altro non era, secondo il Continuatore di Nangis citato dal medesimo Hefele, che un nobil corteggio di Prelati, di Nobili e Magnati, multorum Praelatorum, Nobilium ac Magnatum decens pariter ac potens comitiva [13], quale si addiceva a tal Re, nel presentarsi che facea per assistere al Concilio ecumenico; e nè il Papa nè il Concilio aveano punto a temere che Filippo volesse, quasi colla spada alla gola, costringerli a pronunciare una sentenza contro lor voglia, o a precipitarla, anticipandone di qualche giorno il termine ormai prefisso. Riguardo poi alla regia lettera del 2 Marzo, basta osservare che fin dal Maggio dell'anno precedente 1311 il Re avea già mosso istanze simiglianti, scrivendo al Papa [14], la reità dei Templari essere ormai dai processi dimostrata, ed il Concilio prossimo di Vienna non dover punto esitare a fulminarli della meritata sentenza. Che se queste premure di Filippo non aveano punto rattenuto Clemente nè dal proseguire l'ordine cominciato della causa, nè dall'occupare, dopo adunato il Concilio, parecchi mesi in deliberazioni; chi vorrà credere che le nuove istanze del 2 Marzo l'avessero ad un tratto invasato di tanta paura da fargli precipitare ogni cosa?
Del rimanente, la supposizione dell'Hefele e di quanti storici han voluto tacciare in questo fatto Clemente V di debolezza, è interamente smentita da quel che abbiamo or ora narrato degli atti del Papa e del contegno da lui usato verso il Re, in tutto il tempo che s'agitò quella gravissima causa. Questi atti e questo contegno, ben lungi dal mostrarcelo in sembianti di uomo debole, timido, ligio ai voleri del Re e pronto eziandio a turpi condiscendenze verso il suo oppressore, ce lo rappresentano invece armato di apostolica fortezza e costanza nel rintuzzare gl'impeti del Re, ce lo mostrano in atto non già di ricevere dal Re i comandi, ma d'imporre a lui le leggi e il giudizio della Chiesa, e ci fanno ravvisare in Clemente, Pontefice, vivi i tratti di quel medesimo Bertrando, Arcivescovo di Bordeaux, che pochi anni innanzi nella gran contesa di Filippo il Bello con Bonifacio VIII, non avea punto paventato di disobbedire al Re, sfidando le sue collere, piuttosto che mancare all'invito del Papa che chiamavalo al Concilio romano.
Rimossa da Clemente la taccia di debolezza, veggiam ora se sia da ammettere la seconda e assai più grave accusa d'iniquità, che gli viene apposta per l'abolizione da lui decretata dei Templari. Qui veramente sta il cardine della questione; giacchè indarno si assolverebbe il Papa dall'accusa di debole, se poi si dovesse condannare come ingiusto; e l'accusa medesima di debolezza suppone tacitamente l'ingiustizia dell'atto, a cui Clemente per debolezza si sarebbe lasciato condurre. Anzi, a dir vero, posta l'ingiustizia di quest'atto, quell'accusa dovrebbe dirsi piuttosto scusa; imperocchè, se il Pontefice avesse iniquamente condannato i Templari, o si dovrebbe lasciare sul suo capo intero il peso di tale iniquità, ovvero ad attenuarlo non vi sarebbe miglior via che il dire, esser egli stato strascinato a tal condanna per paura di Filippo il Bello, il quale ognun sa essere stato di tal condanna ardentissimo ed instancabile promotore. Ma, se al contrario la condanna fu giusta, l'averla il Papa decretata, avvegnachè conforme ai desiderii del Re, dee ragionevolmente ripetersi dai meriti intrinseci della causa, non già dalle imperiose voglie del Monarca, alle quali abbiam veduto quanto il Papa andasse lento e cauto nel soddisfare. E siccome un atto di giustizia non può chiamarsi debolezza, col dimostrare che il Papa fu giusto, vien tolto eziandio ogni pretesto ad accusarlo di debole.
Or adunque si domanda: La sentenza di abolizione pronunziata da Clemente V contro i Templari nel Concilio generale di Vienna, fu ella giusta o iniqua? Noi rispondiamo col Jager: Rien de plus juste que cette sentence, qui a été tant blâmée par les ennemis de l'Eglise [15]. E che i nemici della Chiesa e de' Papi l'abbiano biasimata come iniqua, non deve punto recar maraviglia; bensì è da stupire che a cotesti biasimi faccian eco sì spensieratamente anche alcuni cattolici, dimenticando la riverenza dovuta ai solenni giudicati della Chiesa. Imperocchè qui non si tratta già di un semplice decreto o Breve, dove può supporsi che talvolta qualche passione o qualche errore di fatto siansi per avventura intrusi, ma bensì di una Bolla solenne, promulgata nel seno di un Concilio ecumenico, e dal Concilio medesimo interamente approvata; sacro Concilio approbante, come attestano gli storici del Concilio e lo stesso Papa [16]. Chi pertanto chiama iniqua la sentenza di Clemente, dee chiamare iniquo anche il Concilio approvatore e complice di tal sentenza, chiamare iniqua cioè la Chiesa universale, congregata legittimamente nello Spirito Santo, nell'atto che ella pronuncia in materia di ecclesiastica disciplina un giudicio gravissimo; il quale, se non può qualificarsi d'infallibile, perchè non riguarda il domma, ma un fatto indipendente dal domma, niuno tuttavia può negare che non sia autorevolissimo, e da non doversi senza grandi ed evidenti ragioni rivocare in sospetto di fallace o d'ingiusto. Certo è che, se avessero a ciò posto mente alcuni scrittori cattolici, non sarebbero con tanta leggerezza e temerità trascorsi a tacciare d'iniqua l'abolizione dei Templari. Aggiungasi che la sentenza di Clemente, siccome fu approvata dal Concilio ecumenico di Vienna, così fu a quei dì in tutta quanta la Cristianità dai Vescovi e dai Principi ricevuta con ossequio e messa ad esecuzione, senza il menomo richiamo. E tra gli storici di quell'età o poco lontani, la maggior parte ed i più autorevoli, come il Continuatore del Nangis, il Cronista di S. Dionigi, Giovanni da S. Vittore, Tolomeo da Lucca, Bernardo di Guido, Amalrico Augerio, Nicolò Roselli Cardinale d'Aragona, Albertino Mussato, Francesco Pippino, Ferreto Vicentino, Tommaso Walsingham, Alberto Krantz ecc., tutti sono concordi nell'approvare il fatto. Che se Giovanni Villani (e dietro a lui S. Antonino, il quale non fece che voltare in latino il racconto del Villani) ne scrisse altramente [17], la sua autorità storica non è qui di alcun peso; sì perchè la sua narrazione, è in gran parte disforme dai documenti autentici che sopra il processo e la condanna dei Templari ci rimangono, e perchè, come lo mostrano le sue frasi medesime, egli non fa che ripetere le dicerie [18], le quali allora correvano in Italia per le bocche del volgo imperito e troppo avverso alla memoria del primo Papa avignonese. Del resto gli avvocati dei Templari e gli accusatori del Papa che li condannò, non sorsero veramente che più tardi, prima tra i Protestanti, poi tra gl'increduli del secolo scorso, dai quali hanno appreso i moderni a tanto impietosirsi sulla distruzione del Tempio.
Ma, prescindendo eziandio dalle ragioni estrinseche testè accennate, e guardando solo all'intrinseco valore della causa, è facil cosa il convincersi anche oggidì, chiunque il voglia, della reità provatissima de' Tempieri; posta la quale, è forza riconoscere per giustissimo il decreto che li abolì. Si conservano tuttora i Processi autentici che allora si compilarono in Francia e altrove dagl'Inquisitori, dai Vescovi e dai Delegati ponlificii; e si leggono stampati in gran parte, nell'opera già citata del Dupuy [19], ricchissima di documenti originali, e negli Atti del Concilio di Londra del 1311, dove son registrato le confessioni dei Templari inglesi [20], e soprattutto nel Processo dei Templari, pubblicato, pochi anni sono, a Parigi dal Michelet in due grossi volumi [21], nei quali si hanno interi e distesi gli atti originali più importanti di questa gran causa, cioè gl'interrogatorii fatti a Parigi nel 1307 dal tribunale dell'Inquisizione, e poi tutta la gran procedura tenuta dai sette Commissarii pontificii dall'Agosto del 1309 al Maggio del 1311. Ora da questi processi risulta una sì vasta e ponderosa mole di testimonianze e di confessioni concordanti a carico degli accusati, ch'egli rimane impossibile il dubitare, almeno in generale, della verità delle imputazioni, quantunque gravissime, ch'erano lor fatte. Nous voudrions pouvoir douter encore; mais le doute n'est pas possible, dice il Jager [22]; e lo stesso son costretti ad affermare quanti, al par di lui, hanno avuto sott'occhio cotesti documenti. Qui si tocca con mano, per dir così, la piaga orrenda di quella incredibile corruzione che, già da molti anni penetrata nell'Ordine del Tempio, ne avea guaste tante membra, e le più nobili maggiormente: piaga, la quale tenutasi lungamente celata sotto l'ombra del mistero, mercè i giuramenti e il secreto di cui i Cavalieri coprivansi, non erasi potuta finalmente più nascondere, e dopo avere sparso già assai tristi, benchè vaghi, sentori [23], era ad un tratto scoppiata all'aperto con tal lezzo, che avea destato orrore in tutto il mondo cristiano. Quegli enormi delitti, di cui il Papa fa menzione nella Bolla Vox in excelso ed in altre, come il bestemmiare e rinegar Gesù Cristo, lo sputar sulla croce, e il praticare osceni riti nell'atto delle lor secrete iniziazioni; l'adorare una testa d'idolo, il celebre Bafomet, nelle loro arcane assemblee; il tenere per lecite le nefandezze contro natura e abbandonarvisi tra loro liberamente; il confessarsi ed assolversi mutuamente, benchè semplici laici, dei lor peccati: queste ed altre simili enormità sono attestate e confessate da più centinaia di Templari [24]; e non già solo da oscuri frieri o serventi dell'Ordine, ma dai più cospicui Cavalieri, dai Precettori e ufficiali maggiori e dallo stesso Gran Maestro; sono confessate ripetutamente dinanzi agl'Inquisitori, ai Vescovi, ai Cardinali e al Papa medesimo, e spesso colle mostre più sincere di pentimento; sono confessate non in Francia solamente, dove tuttavia era la sede e il nerbo precipuo dell'Ordine, ma e in Inghilterra e in Italia e in altre parti ove i Templari avean case, e dove furono potuti esaminare, di maniera che la corruzione nell'Ordine potea dirsi, se non universale, certamente assai estesa; e non estesa soltanto, ma eziandio antica, giacchè il Gran Maestro Molai confessava nel 1307, che nell'essere, 42 anni innanzi, ricevuto nell'Ordine, avea anch'egli rinegato Cristo, secondo l'empio e osceno rito, introdotto non si sa bene da quanto tempo prima [25]; e coteste empietà ed infamie altri confessavano essere state da loro richieste o praticate in forza degli statuti (segreti) e delle consuetudini dell'Ordine, secundum statuta Ordinis, secundum puncta Ordinis [26]. Dall'altra parte, che in un Ordine religioso, già sì illustre per meriti ed eroici fatti, e perciò onorato dai Papi di molti privilegi ed encomii, fosse potuta penetrare tanta corruttela, non dee parere cosa incredibile, chi consideri, oltre l'umana fralezza, la condizione militare di cotesti Religiosi, presso cui la licenza del campo potè agevolmente sottentrare all'austerità del chiostro; e le sterminato ricchezze che possedevano, abusandone a sfarzo e mollezza, invece d'impiegarle in servizio della religione; e il troppo frequente ed amichevole commercio coi Saracini in Oriente, donde appunto credesi derivato il primo lor corrompersi; e l'esempio finalmente di altri religiosi Istituti, come i Frati Cavalieri di S. Maria (Frati Gaudenti) e gli Umiliati, i quali, benchè ferventi ed esemplari ne' loro principii, nondimeno degenerarono poscia sì miseramente che, al par dei Templari, dovettero venire dalla Chiesa aboliti.
Egli è ben vero che parecchi Templari ritrattarono poi, in tutto o in parte, le loro confessioni e andarono alla morte protestandosi innocenti; è vero che altri costantemente mantennero di essere innocenti e ignari dei delitti che a loro ed all'Ordine apponevansi; è vero che in alcune parti d'Italia, di Spagna e di Germania i Vescovi e i Concilii provinciali rimandarono prosciolti gli accusati. Ma, volendo anche dare a queste testimonianze favorevoli tutto il valore possibile, non altro ne risulta se non che, esservi stati fra i colpevoli degl'innocenti, e non a tutti i membri nè a tutte le case o province dell'Ordine essere stata comune la corruttela, comuni gli orribili misteri, che in molte, nella Francia soprattutto e in Inghilterra, praticavansi. Fatta nondimeno questa tara, e largamente quanto si voglia, riman sempre una sì gran moltitudine di rei e un sì gran cumulo di prove incontrastabili a loro carico, che egli è impossibile l'assolverli e l'assolvere con loro l'Ordine intero dall'infamia, onde le colpe di tanti e sì cospicui suoi membri lo gravavano.
Nè giova il dire a lor difesa, che le confessioni giuridiche fatte dai Templari furono strappate loro di bocca a forza di torture, o estorte dal violento ed iniquo procedere dei tribunali. Molti autori sogliono menare di ciò gran vampo, assumendo come indubitato il fatto; e quindi, scagliate le solite invettive contro gli orrori delle inquisizioni e delle procedure criminali di que' tempi, tengono per certa l'innocenza dei Templari o almeno per assai dubbia la loro reità. Ma chi si fa più dappresso ad esaminare i fatti e i documenti, vede tosto dileguarsi in nulla cotesta difesa. In primo luogo, sia pure che lo spavento o i tormenti ad alcuno degli accusati strappassero di bocca confessioni non vere, rimarrebbe sempre impossibile a credere che tutte o quasi tutte le confessioni fossero dettate dalla paura, e che tanta moltitudine di Cavalieri, del più nobile e generoso sangue d'Europa, per educazione e professione guerrieri, ed avvezzi ad affrontare in sui campi di battaglia con tanto valore la morte, venissero ad un tratto soprappresi dinanzi ai loro accusatori o giudici da sì vigliacco spavento, che, per timore di qualche tratto di corda, non dubitassero di infamar sè e tutto l'Ordine colle accuse più orribili, mostrandosi così assai da meno di tanti rei volgari, ed imbelli femmine eziandio, a cui talvolta niun supplizio bastava ad estorcere la menoma confessione. Ma il vero si è che coteste torture e crudeltà di giudizii, nella causa de' Templari, sono in grandissima parte un mero sogno di storici mal vigilanti, che vien dissipato alla lettura dei processi e documenti autentici. Il protestante Wilcke, nella sua Storia dei Templari, e lo stesso Michelet, editore del Procès des Templiers, e testimonio non sospetto, attestano che l'interrogatorio, sostenuto dal Gran Maestro e da più centinaia di Cavalieri a Parigi, fu dai giudici condotto posatamente e con ogni riguardo e dolcezza. Inoltre è certo che niuno dei 140 Cavalieri, i quali furono esaminati dall'inquisitore Fra Imberto nel primo processo del 1307; niuno dei 72 Cavalieri, esaminati dal Papa e dai Cardinali a Poitiers; niuno dei grandi ufficiali dell'Ordine, che insieme col Gran Maestro furono esaminati dai tre Cardinali a Chinon; niuno dei 231 Cavalieri che furono esaminati dai sette Commissarii pontificii a Parigi, tra l'Agosto del 1309 e il Maggio del 1311; niuno di tutti questi fu sottoposto alla tortura. Negl'interrogatorii, non altro esigevasi da essi che il giuramento di dire la verità, e sotto la fede di questo giuramento ricevevasi ogni loro deposizione: Praestito iuramento quod super praemissis omnibus meram et plenam dicerent veritatem, libere ac sponte, absque coactione qualibet et terrore, deposuerunt et confessi fuerunt etc.; così attesta il Papa, nella Bolla: Vox in excelso, delle confessioni avute a Chinon, e così di quelle ch'egli medesimo ebbe a Poitiers dai 72 Cavalieri; ed altrettanto risulta dagli atti medesimi dei processi, quanto agl'interrogatorii di Parigi testè mentovati. Vero è che in varii documenti s'incontra qualche menzione di tortura e di confessioni ottenuto per tal via; ma, oltrechè sono assai rare, elle si riferiscon tutte ad altri tribunali inferiori, dove i giudici regii od ecclesiastici adoperarono talvolta, secondo l'uso di quell'età, il rigore de' tormenti per esplorare la verità [27]. Ma, dando eziandio per nulle siffatte confessioni, riman saldo e intero il valore di tutte le altre, che sono il maggior numero e le più importanti; e in virtù d'esse, la reità dei Templari è dimostrata con tal evidenza che, a volerla negare, bisognerebbe toglier fede e autorità a qualsiasi dimostrazione giuridica.
Ora, posto che i Templari fossero veramente rei di quegli enormi delitti che nelle Bolle di Clemente V vengono loro imputati, posto che nell'Ordine del Tempio avesse realmente luogo quella vasta e profonda corruzione che ivi stesso è descritta; ognun vede non potersi chiamare altrimenti che giustissima e necessaria la sentenza, con cui il Papa, dopo sì lunghi e maturi esami, e coll'approvazione del Concilio ecumenico di Vienna, si condusse finalmente ad abolire i Templari ed a sterminare dal seno della Cristianità un Ordine militare, che era stato già una delle sue glorie, ma ne era oggidì divenuto l'obbrobrio. A meglio comprendere nondimeno la giustizia e la sapienza di questo grand'atto pontificio, che da molti suol essere con tanta leggerezza biasimato, non basta considerare in genere la sentenza che il Papa pronunziò, ma è d'uopo studiarne inoltre la qualità e forma speciale; ciò che gioverà eziandio a maggiormente rischiarare varii lati della quistione e a dissipar nuove calunnie, onde quell'atto fu denigrato. Ma di questo ci riserbiamo a discorrere in altro articolo.
[1] Vedi questo volume, pag. 402 e segg.
[2] Storia universale di Cesare Cantù, Libro XIII, cap. VI, edizione ottava torinese.
[3] Vedi la Bolla Regnans in coelis, e la Bolla di abolizione Vox in excelso; e la Lettera al re Filippo, data il 24 Agosto 1307, presso il Dupuy, Histoire de l'Ordre militaire des Templiers. Bruxelles 1751, p. 10 e 100.
[4] Lettera or ora citata del 24 Agosto 1307
[5] Lettera del 27 Ottobre 1307.
[6] Lettera del 1 Decembre 1307.
[7] Ciò è ricordato nella Lettera del Papa a tutti i Vescovi, data il 5 Luglio 1308.
[8] Dupuy, pag. 11-13 e 78.
[9] Lettera del 24 Dicembre 1307, presso Baluzio, Vitae Paparum Avenion. T. II, p. 112. Cf. p. 101.
[10] Lettere di Clemente V, presso Baluzio T. II, p. 97 e 98.
[11] Vedi sopra ciò le due Lettere, l'una del Re, l'altra del Papa, presso Baluzio, T. II, p. 170 e 98.
[12] Theologische Quartalschrift di Tubinga, 1es. Quartalheft,1866, pag. 58.
[13] Contin. della Cronaca di Guglielmo di Nangis, presso il D'Achéry, Spicilegium, T. IIl, p. 65.
[14] Dupuy, pag. 61.
[15] Histoire de l'Eglise catholique en France, Tome X, pag. 457.
[16] Nella Bolla Vox in excelso, da noi recitata nel precedente articolo; e nelle due altre: Ad providam e Considerantes dudum. Il Continuatore del Nangis dice, la sentenza papale essere stata pronunziata sacro approbante Concilio; e lo stesso affermano, Bernardo di Guido col dire che ella fu Concilio radiante publice promulgata, e Tolomeo da Lucca dicendo: Ordo Templariorum in Concilio condemnatur.
[17] Istorie Fiorentine, Lib. VIII, cap. 92; e Lib. IX, cap. 22.
[18] Al Villani, che in questo e in altri fatti fu troppo credulo e ligio alle voci popolari, giova contrapporre la savia sentenza di Ferreto vicentino, suo coetaneo, che coteste sciocche voci disprezza e corregge. Dopo aver narrato la severa, ma giusta condanna, per cui gli oltre a 15,000 Templari che allora contavansi al mondo, propter tam horrendi facinoris crimen, tam saevae perditionis incurrere iudicium, soggiunge: Nec ideo, quamquam huiusce rigor edicti ab imperitia vulgi damnetur, putandum est, tam salubrem tamque Deo gratum Pastorem odio vel prece corruptum a iustitia declinasse; nam omnia bene et sapienter ab eo gesta nemo mentis integer ambigit (Hist. Lib. III; presso il Muratori, Rer. Ital. SS. Tom. IX, col. 1018). Che poi quelle false dicerie, di cui il Villani si fece eco, avessero facil voga, si rende tanto più agevole ad intendere, in quanto che, come scrive il Cardinal d'Aragona, causa dictae cassationis et annullationis (cioè della condanna dei Templari) paucis fuit nota veraciter, licet multis fuerit diversimode promulgata (Presso il Mansi, Miscellanea del Baluzio, Tom. 1, pag. 442).
[19] Vedi les Pièces justificatives.
[20] Wilcke, Op. cit. ,
[21] Procès des Templiers, publié par M. Michelet. Paris, Imprimerie royale, 1841-51; 2 volumi in 4°. Essi fanno parte della vasta e splendida Raccolta, che si va pubblicando per cura del Governo e con regio lusso, a Parigi, sotto il titolo: Collection de documents inédits sur l'histoire de France etc. e che, incominciata nel 1835, contava già nel 1860 ben 125 volumi.
[22] Op. cit. pag. 406.
[23] Il rilassato e licenzioso vivere dei Templari era vecchio scandalo, giá passato in proverbio. In Francia si dicea: boire comme un Templier, e in Inghilterra correva un motto assai peggiore, che per decenza dobbiam tacere.
[24] Un illustre Vescovo (credesi che fosse Guglielmo Durando, Vescovo di Mende) potè affermare nel Concilio di Vienna, che gli errori e delitti dei Templari erano attestati nei processi da oltre a 2000 testimonii, plusquam per duo millia testium ( Raynaldi, Annales Eccl. ad n. 1312, n. 55;.
[25] Procès des Templiers, II, 305.
[26] Ivi, II, 352; I, 475 ecc.
[27] Veggasi intorno a ciò specialmente il Jager, nell'opera citata a pag. 406, 429, 432, 448, dove, cogli atti dei Processi alla mano, mette in buona luce questo punto capitale.

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