Source: https://www.peilex.com/2019/04/18/rassegna-stampa-17-18-aprile-2019/
Timestamp: 2019-05-22 03:12:50+00:00

Document:
Rassegna stampa 17-18 Aprile 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
Pagina iniziale » Rassegne Stampa » Rassegna stampa 17-18 Aprile 2019
da Alessia peilex|Pubblicato 18 aprile 2019
17/04/2019 – La Tribuna di Treviso
Tutte le big in campo per le due gare di Pieve. Il presidente Cecconato: «Molto soddisfatti, chiuderemo entro fine anno»
pieve di soligo. I big si sono schierati, diversificando offerte, modalità e interessi. E prima di fine anno prenderanno forma i nuovi scenari di Ascopiave, che punta a essere player accresciuto nella distribuzione a scapito della vendita, sacrificando il 51% del retail. Nicola Cecconato, presidente di Ascopiave e primo fautore della svolta industriale dell’ utility di Pieve di Soligo (con dietrofront della Lega rispetto alle istanze dei privati, che sollecitavano da almeno due anni questa svolta verso le reti e le gare) ha commentato ieri con soddisfazione l’ esito del doppio bando di gara.«Abbiamo ricevuto un positivo riscontro, con offerte non vincolanti e manifestazioni di interesse qualificate, nell’ ambito del percorso che Ascopiave ha intrapreso per la valorizzazione delle attività nel settore della vendita del gas e dell’ energia elettrica e per rafforzare e consolidare la propria presenza in quello della distribuzione», ha dichiarato, «in entrambi i casi anche attraverso una o più partnership strategiche». Le offerte sono già da ieri al vaglio della società, con il supporto di Rotschild e dello studio Bonelli Erede. E già prima di Pasqua saranno stabiliti tempi e modalità del prosieguo dell’ iter di gara.«Il nostro obiettivo è concludere l’ operazione entro la fine del 2019», ha concluso il presidente della quotata. Che il prossimo 23 aprile ha convocato un’ assemblea straordinaria dei soci, per la distribuzione dei dividendi.I colossi e i big si sono tutti presentati, a conferma che nessun grande player vuole perdersi l’ opportunità. Con modalità, obiettivi e offerte differenziate, per quella che si profila come la partita più rilevante di quest’ anno nel settore delle utilities.Ad entrambe le gare ha partecipato A2a in cordata con Aim Vicenza e Agsm Verona (supportati da Pwc), sulla base di una lettera di intenti che risale al 20 marzo scorso: le tre società puntano sostanzialmente a uno swap di asset, uno scambio di attività, con Ascopiave (clienti /reti).Edison, assistita da Mediobanca, in cambio della dote dei clienti di Ascotrade ha messo sul piatto Infrastrutture Rete Gas (130 mila utenti a Padova), più un conguaglio in contanti, pare superiore ai 100 milioni; Hera parte dalla partnership già attiva sulle reti i n Est Energy, con la controllata Acegas- Aps-Amga.Infine, su scala triveneta, da leggere in filigrana con il modello veneto che la lega sognava fra Asco, Agsm e Aim (ma senza il colosso lombardo A2a, grande 10 volte Asco) ecco il ticket trentin-altoatesino Alperia-Dolomiti, a forte impronta smart e digitale.Eni, come già fatto capire nei blitz veneti con il superconsulente Bobo Maroni, si è proposta per rilevare i clienti con Eni Gas & Luce.Attenzione poi alle offerte straniere, come la transalpina Engie o E.on, e persino dalla Spagna (Iberdrola, che ha sede a Bilbao). E infine, due offerte italiane outsider assolute: il tandem Vivigas-Bluenergy, altro polo settentrionale, e Italgas, colosso che bussa esclusivamente alle reti. Tutto fa ritenere che si possa realizzare il piano di Ascopiave: uno scenario, con due vincitori diversi, possibilmente big, che assecondino al meglio il disegno strategico del futuro, incentrato sulla distribuzione e dunque sulla gare, in forza del patrimonio delle reti da estendere con la “dote” in tubi che arriverà dal vincitore della relativa gara. Non a caso è specificato espressamente come non sia sufficiente l’ offerta in contanti.Senza per questo perdere di vista il pacchetto clienti, anche se Ascopiave ne cederà il controllo. Cecconato &Co. ritengono fondamentale la maggior redditività, a medio termine, della distribuzione. —
18/04/2019 – Il Messaggero
Acea, al Campidoglio cedola da 77 milioni nell’ anno record
L’ ASSEMBLEA ROMA Il bilancio Acea del 2018 ha ricevuto l’ ok degli azionisti e soprattutto il plauso dei principali soci, a partire da quello di maggioranza, il Campidoglio. Ad esprimerlo è stata la sindaca Virginia Raggi, che incassando i 77 milioni di dividendo destinati a Roma Capitale (cui fa capo il 51% della società), in assemblea si è congratulata con i vertici per gli «straordinari risultati». Va peraltro segnalato l’ intervento dell’ azionista Suez, cui fa capo il 23,3% della società. «Nel 2018 Acea ha avuto un risultato storico – ha esordito il rappresentante del gruppo francese, Alexandre Brouzesn – con una redditività superiore ad ogni più rosea previsione. Potremmo soprattutto dire che per la prima volta in molti anni la società ha acquistato una notevole solidità finanziaria con un indebitamento sotto controllo e un attivo circolante in forte diminuzione». E ancora: «Tutto questo basterebbe a riconoscere ai suoi manager il merito di aver fatto un lavoro di grande qualità, ma questo management ha fatto di più». Secondo Brouzes va rimarcato «il miglioramento della qualità dei servizi e del rapporto con i cittadini, dal bombardamento delle lamentele per le bollette pazze ad un diffuso livello di soddisfazione». In più, i risultati straordinari nella protezione della risorsa idrica – ha aggiunto il francese – consentono di affrontare con più tranquillità la siccità e le situazioni di crisi che rischiano di essere più frequenti con i cambiamenti climatici». Suez, ha quindi concluso, «è un partner fedele di Acea ed è onorato di mettersi a disposizione di questa città». Intanto per il 2019 Acea punta ad un’ ulteriore crescita: per l’ ebitda le guidance (+5-6%) sono prudenziali e al verificarsi di certe condizioni, tra cui possibili acquisizioni, il dato «si potrebbe modificare con un miglioramento ulteriore», ha precisato l’ amministratore delegato Stefano Donnarumma che per gli investimenti stima di arrivare a 700 milioni (dai 631 del 2018). Prosegue infine l’ impegno sul gas: quella di Pescara Distribuzione è «la prima di una serie di acquisizione che intendiamo portare avanti nell’ ottica di una partecipazione nelle gare sul gas», ha concluso il manager che per il 2019 punta anche a portare da 4 mila a 70 mila le utenze connesse con la fibra a Roma nell’ ambito dell’ accordo con Open Fiber. L. Ram. © RIPRODUZIONE RISERVATA.
18/04/2019 – La Tribuna di Treviso
Ascoholding, ieri l’ok al piano da 80 milioni
PIEVE DI SOLIGO. Un plebiscito. Praticamente all’ unanimità, ieri, l’ assemblea di Ascholding – presenti 50 soci, per un totale del 55,543% del capitale sociale, favorevoli 49 e un solo astenuto – ha deliberato il piano finanziario per liquidare i soci che hanno esercitato il diritto di recesso, per 80 milioni. Erano assenti sia i soci privati di Plavisgas che i comuni “ribelli” della minoranza.Da un lato, è stato dato il placet alla costituzione di un diritto di pegno su azioni Ascopiave, a garanzia di un finanziamento di 50 milioni da ottenere da un istituto di credito; dall’ altro, si punta sul dividendo da 30 milioni che Ascopiave, la quotata, dovrà staccare il prossimo 23 aprile. «La delibera assembleare odierna rappresenta un passaggio importante per la Holding», spiega il presidente Giorgio Giuseppe Della Giustina, in una nota diffusa ieri al termine «perché ci consentirà, con la prevista distribuzione da parte di Ascopiave di un dividendo straordinario, di concludere nelle prossime settimane la procedura di recesso e di ridefinire l’ azionariato della società che tornerà a essere pubblico per il 99,5% del capitale». Infine, una precisazione sull’ articolo uscito ieri e relativo alle gare varate da Ascopiave per la partnership delle reti e il controllo delle vendite: Bobo Maroni, già ministro e governatore della Lombardia, è consulente di Edison- Edf, e non, come scritto erroneamente, di Eni. –
18/04/2019 – Il Sole 24 Ore
Spending review. Il presidente Catalano: dai dati 2018 Mef-Istat risultati importanti. «Ora diventeremo il braccio operativo della Pa anche nei lavori pubblici»
ROMA Dal 63% sugli aghi a farfalla al 30% sulla telefonia mobile. A certificare la riduzione dei prezzi unitari di acquisto di queste forniture alla Pa attraverso l’ utilizzazione degli “strumenti Consip” è l’ apposita rilevazione 2018 condotta dal ministero dell’ Economia in collaborazione con l’ Istat. «Si tratta di risultati oggettivamente pregevoli», afferma il presidente di Consip, Renato Catalano. Che aggiunge: «Questi stessi dati danno sicuramente adito a una riflessione su obiettivi e sviluppi futuri della società controllata dal Mef». E, secondo Catalano, al vertice di Consip dallo scorso novembre, il punto d’ approdo del processo di crescita dell’ attuale centrale di committenza nazionale per gli acquisti di beni e servizi nella Pa è quella di diventare «un service providing» di tutte le amministrazioni, centrali e periferiche, per garantire, su loro richiesta, «assistenza e know how» anche su altri versanti, «come, ad esempio quello dei lavori pubblici». Un ampliamento del perimetro senza però perdere l’ essenza dell’ attuale “mission”. Anche perché l’ ultimo Def presentato dal Governo prevede un rilancio della spending review. E per Catalano «Consip può sicuramente giocare un ruolo» nella nuova fase di revisione della spesa: «i costi standard possono rappresentare un obiettivo sfidante – afferma – perché si può tendere, oltre che a una riduzione, a una uniformità dei costi sostenuti dalle amministrazioni per gli acquisti di beni e servizi». L’ ultima rilevazione Mef-Istat, realizzata su 23 categorie merceologiche (18 relative alle convenzioni vere e proprie, 3 al Mepa, il Mercato elettronico per gli acquisti sotto soglia comunitaria e 2 allo Sdapa, il sistema dinamico di acquisto della Pa) sulla base di un campione costituito da 1.330 amministrazioni, mette in evidenza che le riduzioni di prezzi unitari più significative riguardano gli aghi e le siringhe: «-63% per quelli a farfalla con dispositivo di sicurezza e fino a -53% per le siringhe con ago con meccanismo di sicurezza», fa notare il presidente di Consip. Ma i costi «si riducono sensibilmente» anche per le stampanti (-57%), per la telefonia mobile (fino a-30% per il traffico veloce) e per gli autoveicoli in acquisto (-39%). «Abbiamo un trend abbastanza stabile del risparmio e dell’ utilizzo delle convenzioni Consip, e – sottolinea Catalano – un andamento chiaramente in crescita sia per il Mepa, sia per lo Sdapa», che solo dallo scorso anno offre alle amministrazioni, avvalendosi della piattaforma Consip, la possibilità di acquisire servizi sulla falsariga del meccanismo del Mepa ma anche sopra la soglia comunitaria. Lo stesso erogato, ovvero la spesa per forniture alla Pa gestita direttamente con strumenti Consip, è prevista in crescita: dagli 11,7 miliardi del 2018 ai 12,7 stimati per quest’ anno. «Ora – dice Catalano – stiamo ragionando su un progetto futuro e su obiettivi nuovi per Consip: livello reputazionale, assistenza e affiancamento alle amministrazioni, unitarietà di procedure e costi». Il presidente della società controllata dal Mef considera il livello reputazionale un target importante: «Consip sta ancora scontando gli effetti di una infausta vicenda che in passato ha riguardato alcuni suoi esponenti. Ma – prosegue – vanno ascoltate anche le amministrazioni e va seguita la qualità del prodotto da fornire e non solo il risparmio da realizzare». Di qui l’ idea di «affiancare il più possibile le Pa per fornire tutto il supporto necessario non solo per gli acquisti di beni e servizi ma anche, ad esempio, per i lavori pubblici. Il sistema Consip potrebbe essere utilizzato dalle amministrazioni anche per svolgere lavori con una procedura più semplificata, più vantaggiosa». Per Catalano la strada da percorrere è quella già tracciata dal disegno di legge delega sulla riforma del Codice appalti nella versione approvata dal Senato: «Non a caso il ministero dell’ Economia ha fatto inserire nel testo la promozione dello sviluppo di acquisto di beni, servizi e lavori gestiti attraverso sistemi informatici di negoziazione anche in modalità Asp, Application service provider, una piattaforma a disposizione della Pa che Consip gestisce con il Mef e che garantisce trasparenza, uniformità e favorisce la responsabilizzazione delle amministrazioni». E a confermare la bontà di questo progetto è, osserva Catalano, uno studio effettuato sul sistema “in Asp” dal quale «è emerso un incremento incredibile delle gare: nel 2018 ne sono state pubblicate 127 ma nel primo trimestre 2019 siamo già a 265 con un bandito che nello scorso anno era di 583 milioni mentre nei primi tre mesi di quest’ anno siamo già arrivati a 2,2 miliardi». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Marco Rogari
17/04/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti smart per stimolare l’ innovazione
Francia e Germania hanno recentemente presentato un manifesto per una politica industriale europea per il XXI secolo, stimolando un vivace dibattito sul tema in tutto il continente. Il manifesto si basa su una semplice idea: in un contesto di crescente concorrenza globale, l’ Europa deve unire le sue forze per rimanere una potenza manifatturiera a livello globale. A tal fine, il manifesto propone una nuova politica industriale, basata su maggiori finanziamenti pubblici all’ innovazione, nonché su una revisione delle regole di concorrenza della Ue e su misure di protezione per le tecnologie e le imprese del Vecchio continente. L’ idea fondante del manifesto è buona: l’ Europa ha bisogno di una politica industriale per garantire che le sue imprese rimangano altamente competitive a livello internazionale, nonostante la concorrenza della Cina e degli altri grandi attori. Tuttavia, gli strumenti indicati dal manifesto franco-tedesco non paiono sufficienti al raggiungimento dell’ obiettivo. In primo luogo, va notato che il tema dei finanziamenti pubblici all’ innovazione riecheggia una lunga storia di politica industriale, sia in Francia che in Germania. Una storia influenzata dall’ esperienza della Defense advanced research projects agency (Darpa), un’ agenzia del dipartimento della Difesa statunitense responsabile per lo sviluppo di tecnologie emergenti. Tuttavia, la semplice trasposizione nel contesto europeo di Darpa andrebbe gestita con attenzione perché potrebbe non dare gli effetti desiderati. Il successo di Darpa è legato al più ampio ecosistema economico degli Stati Uniti, fortemente orientato alla promozione dell’ innovazione e capace di tradurre l’ innovazione in prodotti commerciabili, anche attraverso la creazione di un primo mercato tramite gli appalti pubblici. In altre parole, i finanziamenti statali per l’ innovazione non possono garantire, da soli, lo sviluppo industriale. Le limitate risorse economiche di Darpa dimostrano che la creazione delle condizioni per rendere commercializzabili i prodotti innovativi è più importante dei finanziamenti pubblici. Negli Usa come in Cina, la maggior parte degli investimenti per l’ innovazione viene dal settore privato. Una nuova politica industriale della Ue dovrebbe innanzitutto concentrarsi su due elementi: il completamento del mercato unico europeo e l’ uso strategico degli appalti pubblici. Il mercato unico europeo continua a essere frammentato nel settore dei servizi, impedendo di fatto alle imprese europee più innovative di accedere facilmente a un vasto mercato primario, come avviene invece per le loro controparti americane e cinesi nei rispettivi mercati nazionali. A questo proposito, è fondamentale sviluppare un solido quadro normativo europeo, incentrato sulla garanzia della concorrenza e sull’ accesso a un mercato unico con norme comuni. Per fare questo è necessario coordinare le politiche industriali nazionali, che oggi incrementano le distorsioni interne al mercato comune europeo, influenzando ad esempio le decisioni di (de)localizzazione delle imprese. In secondo luogo, è necessario fare un uso più strategico degli appalti pubblici, al fine di promuovere le imprese europee più innovative. Nella Ue gli acquisti pubblici di beni e servizi valgono circa 16% del Pil e possono quindi rappresentare uno strumento importantissimo per promuovere l’ innovazione. Ad esempio, ambiziose norme europee su requisiti minimi di mobilità pulita negli appalti pubblici, potrebbe dare un forte impulso alla domanda di auto e bus elettrici, favorendo la trasformazione dell’ industria automobilistica europea. Per diventare il leader globale nel settore delle auto elettriche, la Cina non si è concentrata sui finanziamenti pubblici per l’ innovazione, ma sulla creazione di una vasta domanda interna attraverso forti politiche di sostegno, compresi gli appalti pubblici. Il completamento del mercato unico europeo dei servizi e l’ uso strategico degli appalti pubblici per creare un mercato per i prodotti più innovativi, rappresentano i passi fondamentali per creare il giusto ecosistema affinché le imprese innovative europee possano crescere in un mercato ricettivo. Dovrebbe essere questo il nucleo di una nuova politica industriale europea per il XXI secolo. Professore alla Johns Hopkins University, ricercatore presso la Fondazione Eni Enrico Mattei e il think-tank Bruegel © RIPRODUZIONE RISERVATA.Simone Tagliapietra
18/04/2019 – Il Fatto Quotidiano
Grandi opere, si rischia il ritorno al passato
Per i trasporti ci sono in ballo 133 miliardi di opere grandi e piccole, mai valutate, lasciateci in eredità dal governo precedente, che hanno creato grandi aspettative di soldi pubblici in arrivo, aspettative politiche e industriali, che prescindono totalmente dalla loro urgenza e utilità, sulle quali occorre decidere. È altamente improbabile che ci siano soldi per farle tutte, e il rischio di infiniti cantieri che si aprono e non si chiudono mai è reale. Soprattutto in tempi di strette alla spesa, e a parte la certezza di sprechi di scarsi soldi pubblici. Toninelli ha iniziato un tentativo di selezionare le opere in base a serie e oggettive analisi costi-benefici, tentativo che tuttavia incontra ostacoli rilevantissimi. Se ci si ferma di fronte a questi ostacoli, il partito del cemento, come sempre è successo, vincerà ancora una volta la partita, e anche questo governo rientrerà nei ranghi di un sistema che certamente non ha contribuito alla crescita italiana; il cemento invece delle tecnologie è oggi un ritorno a uno scenario paleoindustriale passato che non tornerà, tanto più quanto più limitate sono le risorse pubbliche, cioè quanto più le scelte di investimento devono essere selettive. Se invece questo tentativo deve proseguire, come è ben auspicabile, bisogna però fare alcune cose importanti, cioè le cose per le quali il progetto di valutazione è partito: innanzitutto trasparenza nell’ uso dei soldi pubblici, anche con aspri dibattiti sulle analisi, cosa che è iniziata a emergere per la prima volta, e che deve continuare per tutte le scelte, specie quelle più onerose. Qualsiasi selezione “a priori” di opere che possono evitare l’ analisi perché se ne temono i risultati genererebbe una grave perdita di credibilità. Rientra in questo aspetto la pubblicazione di tutte le analisi svolte e con il massimo anticipo possibile rispetto alle scelte politiche. Si ricorda infatti che uno degli scopi principali dell’ operazione è legato alla trasparenza delle scelte e al dibattito democratico, molto più che dire dei “Sì” o dei “No”, che giustamente spettano alla politica; altrimenti i sospetti di manipolazione non possono che crescere, e si tornerebbe alla discrezionalità del passato. Un pessimo segnale. In secondo luogo, occorre rivedere l’ assunzione, acritica e in perfetta continuità con il governo precedente, che la “cura del ferro” sia sempre sensata. Come si può dimenticare che questo modo di trasporto rappresenta una voragine per le casse pubbliche? L’ argomento ambientale certo in molti casi è valido, ma va visto in termini rigorosi: si ricorda a solo titolo di esempio che raddoppiare il trasporto merci su ferro ridurrebbe le emissioni di CO2 di meno dell’ 1%, con costi altissimi per lo Stato. Inoltre è certo che le emissioni dei veicoli stradali nei prossimi anni continueranno a diminuire, e quindi questo fatto, dato il lungo periodo richiesto dalla realizzazione di grandi opere ferroviarie, ridurrà l’ importanza di spostare traffico sul ferro. Per il problema della congestione stradale, generata soprattutto da automobili private, come dimenticare che la popolazione del Paese è prevista in diminuzione, soprattutto al sud? E che dire del fatto che l’ attuale modesto ruolo economico del trasporto di merci su ferro sia tale nonostante decenni di tassazione elevatissima del trasporto su gomma e di sussidi elevati a quello su ferro? Non si può riflettere che data la struttura del territorio italiano e le caratteristiche del sistema produttivo, basato su imprese medio-piccole, il trasferimento alla ferrovia è molto difficile, considerato che questo modo di trasporto non può essere capillare, cioè può servire solo alcune direttrici con elevata domanda? Più di ogni altra cosa, infine, serve trasparenza, della quale deve far parte la necessaria denuncia politica di questo non glorioso passato. Come dimenticare i meccanismi di affidamento del maggior progetto infrastrutturale degli ultimi vent’ anni, l’ Alta Velocità ferroviaria? Investimenti per oltre 50 miliardi, tutti a carico dei contribuenti, supportati da analisi o inesistenti o chieste agli interessati, e affidati senza gara pochi giorni prima che scattasse l’ obbligo europeo? Ma la storia reale è molto peggio di questa. Lo Stato firmò con i consorzi di imprese cui “regalava” questi affidamenti miliardari, contratti con cui si “auto-multava” per molte centinaia di milioni se non avesse realizzato l’ opera o la avesse affidata ad altri. Perché un comportamento così incredibilmente generoso, se questo non avesse costituito un qualche corrispettivo per alcuni “costi” sostenuti dai fortunati concessionari, anche se non esplicitabili nei contratti? Il dubbio è legittimo. E queste “curiose” multe condizionano ancora molte delle opere oggi sul tavolo. La trasparenza è anche ricordare come si è arrivati a questo. Il grande democristiano Nino Andreatta dichiarò nel 1992 a Repubblica: “Chi parla di grandi opere è solo interessato alle proprie tangenti”. Chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo.Marco Ponti
L’ APPROVAZIONE BIS IN CONSIGLIO DEI MINISTRI
Allargato all’ Economia il potere di proporre i nomi dei commissari straordinari
ROMA Si lavora anche nella notte per tentare di sciogliere gli ultimi nodi del decreto sblocca cantieri che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, vuole portare a ogni costo oggi all’ approvazione-bis del Consiglio dei ministri (che si terrà a Reggio Calabria), nel rispetto dell’ impegno assunto martedì con il Presidente della Repubblica. Fino a ieri sera si lavorava ancora ad alcuni nodi che riguardavano i commissari straordinari per le opere da sbloccare. Superata la lunga diatriba fra Lega e Cinque stelle sul numero delle opere da sottoporre a commissariamento e sui poteri dei commissari, ieri è stato il ministero dell’ Economia a reclamare (e alla fine a spuntare) il concerto nella proposta dei nomi dei commissari. La scelta sui nomi (e sulle opere interessate) spetterà al Presidente del consiglio, ma la proposta, originariamente affidata solo al ministero delle Infrastrutture, dovrà essere condivisa con il Mef. Numerose altre novità nel testo limato in continuazione dalla prima approvazione in Cdm, il 20 marzo, a oggi. La più rilevante è forse quella che, nell’ articolo 1 di riforma del codice degli appalti, garantisce che le linee Anac e i decreti ministeriali attuativi del codice resteranno in vigore, o comunque efficaci, fino all’ entrata in vigore del nuovo regolamento. La scadenza per il varo del Dpr resta 180 giorni dall’ entrata in vigore del decreto legge, ma in questo modo si evita di creare un vuoto normativo. Ieri si è tenuta anche la prima riunione della cabina di regià a Palazzo Chigi chiamata «Strategia Italia» su mobilità, dissesto idrogeologico e infrastrutture. Alla riunione hanno partecipato il ministro del Tesoro Giovanni Tria, il titolare delle Infrastrutture Danilo Toninelli, il ministro dell’ Ambiente Sergio Costa, il ministro della Cultura Alberto Bonisoli, il titolare degli Affari Regionali Erika Stefani, il ministro per il Sud Barbara Lezzi e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Presente anche il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli. Il premier Conte ha anche firmato il decreto sulla centrale di progettazione, anticipato dal Sole 24 Ore il 13 aprile. Per il decreto crescita, invece servirà qualche giorno in più: potrebbe andare al Cdm il 24 aprile e in Gazzetta prima della fine del mese. Si lavora agli ultimi dettagli. Il testo, già ridimensionato in alcune misure fiscali per le imprese (taglio Ires, Imu sui capannoni, “bonus” sulla ricerca), è al vaglio finale della Ragioneria. Non solo. Dopo i rilievi del Quirinale sulla necessità e urgenza sarebbe uscita la norma dello Sviluppo sul contrassegno “made in Italy” che avrebbe riprodotto l’ uso dello Stellone della Repubblica. Resta in bilico il pacchetto sull’ energia. Dovrebbe invece andare avanti la norma Alitalia. Il Dl potrebbe tornare in consiglio dei ministri per l’ ok definitivo la prossima settimana o (più difficilmente) prima di Pasqua. © RIPRODUZIONE RISERVATA.Giorgio Santilli
17/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Appalti, gara vietata con il Durc negativo (a causa di un codice fiscale sbagliato)
Giampiero Falasca, Matteo Prioschi
Perdere una gara da 16 milioni di euro per una svista? È possibile, per il Consiglio di Stato
Secondo il Consiglio di Stato si può perdere una gara che vale milioni di euro e che coinvolge centinaia di lavoratori per il mancato inserimento del codice fiscale del figlio di una dipendente (su oltre duemila) e la conseguente scopertura contributiva di circa 330 euro. Con una pronuncia di stampo estremamente formalistico (sentenza n.2313/2019 del 9 aprile), il giudice amministrativo smentisce l’approccio opposto tenuto dal giudice sul lavoro che, con riferimento alla stessa vicenda, pochi mesi fa è giunto a conclusioni diverse (sentenza n.1490/2019 del tribunale di Roma – si veda «Il Sole 24 Ore» del 27 febbraio). La questione esaminata dal Consiglio di Stato riguarda l’esclusione da un bando di gara di una società che non ha correttamente inserito un codice fiscale nelle denunce mensili relative al personale e quindi è incappata in un Durc negativo. In primo grado il Tar ha confermato la validità dell’esclusione, sostenendo che nel concetto di violazione degli obblighi previdenziali rientri non solo il mancato versamento dei contributi, accertati e quantificati, ma anche l’omissione delle denunce obbligatorie, in quanto solo con la presentazione di una denuncia corretta e completa l’ente previdenziale è messo in condizione di controllare e quantificare i contributi dovuti. La società ha fatto presente che l’omissione era di scarsa rilevanza, in quanto consisteva nella mancata specificazione del codice fiscale del figlio convivente di uno dei circa 2mila dipendenti mensilmente dichiarati all’Inps, ed era scaturita, peraltro, dalle novità tecniche che avevano interessato la modalità di invio telematico dei flussi dei dati contributivi proprio nel periodo di interesse.
Nonostante questa incongruenza del tutto marginale, il Consiglio di Stato ha giudicato legittima l’esclusione. Infatti la ragione ostativa al rilascio di Durc regolare può consistere «anche nel solo mancato adempimento degli obblighi di presentazione delle denunce periodiche perché tale inadempimento, di per sé, integra violazione contributiva grave, a prescindere dal fatto che, in conseguenza della mancata presentazione delle denunce, sia stato omesso il versamento di contributi» per importi molto bassi, inferiori alla soglia di 150 fissata come “rilevante” dalla legge. Un formalismo cieco che si concentra sulla procedura – indubbiamente, il codice fiscale del figlio della dipendente non era stato inserito – senza guardare in alcun modo al “bene giuridico” che questa vuole tutelare – la regolarità contributiva della società – e che travolge completamente ogni valutazione sulla rilevanza e sulla proporzionalità del danno prodotto dall’omissione (qui prossimo allo zero). Questo formalismo arriva a travolgere anche l’accertamento delle responsabilità del mancato inserimento del codice fiscale: limitarsi a sostenere che una grande azienda «deve» applicare le procedure informatiche, senza verificare se queste erano concretamente fruibili, significa voler difendere un rapporto squilibrato tra Pubblica amministrazione e imprese. © RIPRODUZIONE RISERVATA
18/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Modificato il codice appalti. La misura è un passo avanti per le imprese, ma non avrà un impatto risolutivo
È stata approvata in via definitiva dal Senato la norma della legge europea che prova ad accorciare i tempi di pagamento negli appalti pubblici. In attesa del tornado di correzioni annunciate dal decreto Sblocca-cantieri (del cui destino si saprà di più al termine del Consiglio dei ministri di oggi) il codice appalti (Dlgs 50/2016) incassa per ora la riscrittura dell’articolo 113-bis. La nuova versione dell’articolo introduce alcune novità sia per i pagamenti in acconto (i Sal durante l’esecuzione dei lavori) che sul saldo finale (dopo il collaudo), concentrandosi sull’emissione del certificato di pagamento, il documento che consente alle imprese di emettere fattura e certificare il credito maturato a fini bancari.
Cosa cambia rispetto a ora
Le norme attuali stabiliscono in 30 giorni il tempo limite per l’emissione dei certificati di pagamento da parte del responsabile del procedimento (Rup) sulla base del Sal rilasciato dal direttore dei lavori. Questo significa che, già nella fase iniziale del processo di pagamento, un costruttore deve attendere un mese prima di poter emettere una fattura che nel migliore dei casi verrà saldata diversi mesi dopo. Con la modifica al codice contenuta nella Legge europea viene stabilita la regola generale dell’emissione contestuale «rispetto all’emissione di ogni stato di avanzamento dei lavori», introducendo come limite massimo «un termine non superiore a sette giorni» contro gli attuali trenta.
Novità non risolutiva
Indubbiamente, un passo avanti. Ancora però non risolutivo del problema, spiega chi a che fare quotidianamente con il problema dei ritardati pagamenti. La chiave sta nel verbo usato per far scattare il cronometro dei pagamenti. I 30 giorni per l’emissione del certificato (che la legge europea vuole portare al massimo a sette e che si aggiungono agli altri 30 giorni per il pagamento della fattura) anche dopo la correzione proposta dal Ddl si cominciano a contare «dall’adozione di ogni stato di avanzamento dei lavori». Il problema sta qui. L’«adozione» del Sal, infatti, è un atto unilaterale della stazione appaltante. Su cui l’impresa creditrice ha pochi margini di azione.
Questa discrezionalità può essere usata per ritardare il pagamento senza incorrere in nessuno dei paletti fissati dalla legge. Basta non «adottare» il Sal per non far partire il conto alla rovescia. Non si tratta di un fenomeno marginale. Secondo un monitoraggio tenuto dall’associazione nazionale costruttori (Ance) sono sempre di più le Pa che hanno imparato il “trucco”. E le segnalazioni di adozione ritardata dei Sal, rispetto al tempo di effettiva conclusione di lavori e dunque di maturazione del credito da parte dell’impresa, sarebbero passate da 35-40% di qualche anno fa al 70% attuale. Per togliere il cronometro dalle mani della Pa, bisognerebbe allora cambiare il verbo usato nel Ddl, passando da «adozione» a «maturazione» del Sal. Ma anche così non è certo che basterebbe.
Le riserve di Bruxelles
Di qui il rischio fondato che Bruxelles non si accontenti . La commissione europea ha aperto da tempo una procedura di infrazione contro l’Italia su questa materia. E solo pochi giorni fa ha bacchettato le “prassi” contrattuali in uso a due tra le principali stazioni appaltanti che permettevano di sforare di molto il termine di 30 giorni imposto dalle direttive. Non è improbabile allora che, anche questa correzione, a causa dell’ampio margine di discrezionalità ancora lasciato in mano alla Pa, venga giudicata insufficiente a superare le contestazioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Project financing, soccorso istruttorio e irregolarità fiscali nelle ultime sentenze del Consiglio di Stato
La rassegna settimale di giursiprudenza in tema di edilizia, appalti e infrastrutture
Concessioni pubbliche – Beni demaniali – Fari – Affidamento concessione di valorizzazione – Art. 3-bis, D.L. n. 351/2001 conv. in L. n. 410/2001 – Selezione pubblica – Aggiudicazione – Annullamento giudiziale – Domanda di partecipazione carente di una delle referenze bancarie richieste – Documentazione inidonea – Asseverazione dei P.E.F. – Società autorizzate e società di revisione
Nelle procedure ad evidenza pubblica le referenze bancarie, come anche ogni altro documento equivalente, devono consentire alla stazione appaltante di aver cognizione del grado di affidabilità economico-finanziaria dell’operatore economico che abbia presentato domanda di partecipazione alla procedura di gara anche in relazione all’entità degli investimenti offerti; non può, pertanto, reputarsi idonea a tale scopo una documentazione (referenza bancaria o altre attestazioni) che non abbia riguardo alla situazione finanziaria dell’operatore, ma del suo rappresentante legale, per quanto ne sia il socio di maggioranza.
Consiglio di Stato, Sezione 5, Sentenza 10 aprile 2019, n. 2351
Contratti della Pa – Affidamento – Gara – Requisiti di partecipazione – Offerta tecnica – Soccorso istruttorio – Presupposti di ammissibilità
L’ammissibilità del soccorso istruttorio ai sensi dell’articolo 38, comma 2 bis, del d.lgs. n. 163 del 2006 anche all’offerta tecnica e agli elementi che la compongono è condizionata a due presupposti: in primo luogo, la documentazione mancante, oggetto di regolarizzazione, non deve comportare alcuna carenza essenziale dell’offerta, tale da determinare incertezza assoluta o indeterminatezza del suo contenuto in violazione della par condicio competitorum; in secondo luogo, non deve trattarsi di elemento ritenuto essenziale e richiesto a pena di esclusione dalla lex specialis.
Consiglio di Stato, Sezione 5 Sentenza 4 aprile 2019, n. 2219
Appalto – Servizio di vigilanza armata – Aggiudicataria – Grave inadempimento tributario definitivamente accertato – Revoca del credito di imposta – Esclusione dalla gara – Presupposti
Ai sensi dell’art. 80, comma 4, dlgs n. 50 del 2016 è di tutta evidenza che, per potere operare la clausola espulsiva connessa ad infrazioni di natura tributaria, è necessario, da un lato, che il relativo credito d’imposta sia già definito quanto a sorta principale ed “eventuali interessi o multe” e che la parte sia comunque rimasta colpevolmente inadempiente.
Consiglio di Stato, Sezione 3 Sentenza 2 aprile 2019, n. 2183
Procedura di gara – Project financing – Aggiudicazione – Progetto per la realizzazione di un forno crematorio – Approvazione – Legittimità dell’impianto da realizzare – Scelta localizzativa del Comune – Contestazione da parte di soggetti residenti in prossimità dell’area interessata dall’intervento – Requisito della vicinitas – Impugnazione – Legittimazione attiva dei ricorrenti – Prova di un effettivo e concreto pregiudizio – Necessità – Esclusione
La legittimazione ad agire contro provvedimenti di approvazione di progetti di opere ed impianti potenzialmente impattanti sul territorio, dal punto di vista ambientale, urbanistico e paesaggistico, non richiede una dimostrazione puntuale della concreta dannosità dell’impianto che, in quanto ancora da realizzare si tradurrebbe in una prova di carattere diabolico, ma anche soltanto una prospettazione plausibile delle ripercussioni negative.
Consiglio di Stato, Sezione 5, Sentenza 2 aprile 2019, n. 2176
Crisi Tecnis, riparte la procedura di vendita: offerte vincolanti entro il 29 aprile
Il commissario, d’intesa con il Mise, ha riavviato la procedura. Tempi ultrarapidi per l’esame delle offerte: aggiudicazione entro due giorni
Dopo circa due mesi di blocco, si riaccendono i motori per la vendita di Tecnis, che promette anche una conclusione ultrarapida, con l’aggiudicazione (di tutti o di parte degli asset) addirittura nei primi giorni di maggio. La notizia è emersa nel corso dell’incontro, ieri al ministero dello Sviluppo, che alcuni tecnici hanno avuto con i rappresentanti delle tre principali sindacati degli edili – Fillea-Cgil, Filca-Cisl e Feneal-Uil – per sollecitare soluzioni alle vertenze di Condotte e di Tecnis (si veda oltre).
Sempre ieri, il commissario dell’impresa siciliana in amministrazione straordinaria, Saverio Ruperto, ha scritto a tutti gli operatori che lo scorso anno avevano manifestato interesse ad acquisire Tecnis ed erano stati ammesse alla successiva fase delle offerte, invitandoli a presentare nuovamente la propria offerta vincolante entro il 29 aprile prossimo. Dopo il contrordine sull’aggiudicazione a Pessina del febbraio scorso, e l’impasse che ne è seguita, il Mise ha elaborato una soluzione per riavviare la procedura. La soluzione è appunto quella di riportare le “lancette” a un momento prima dell’invio delle offerte vincolanti. L’invito a presentare le nuove offerte vincolanti è stato inviato a circa una decina di soggetti che lo scorso anno si erano mostrati interessati e che erano stati ammessi a presentare le offerte vincolanti. Per il resto non cambia nulla: stessi requisiti richiesti; stessa opzione offerta agli acquirenti (offerta sull'”unicum” oppure su rami d’azienda); stesso advisor (Kpmg); stesse tutele richieste nei confronti dei lavoratori dell’impresa; stesso commissario. L’obiettivo è ripartire “con il turbo” per chiudere il dossier Tecnis entro pochissimi giorni: un minuto dopo la scadenza del 29 aprile, le offerte vincolanti saranno analizzate e valutate dalla struttura commissariale, supportata da Kpmg, con l’obiettivo di arrivare all’aggiudicazione nel giro di uno-due giorni di lavoro a tempo pieno.
Per superare l’ostacolo su cui si era incagliata la procedura di Pessina, nella comunicazione inviata agli offerenti si raccomanda di specificare chiaramente che i prezzi offerti saranno riferiti solo alle quote in possesso dell’amministrazione straordinaria. Come si ricorderà, nella sua proposta di acquisizione dell’intera Tecnis, Pessina aveva condizionato il prezzo offerto anche all’acquisizione delle quote degli operatori con i quali Tecnis si era consorziata, di fatto “allargandosi” oltre il perimetro dell’amministrazione straordinaria. Ora questo “equivoco” viene chiarito.
Cosa c’è dentro Tecnis
Il documento elaborato un anno fa dal consulente Kpmg, evidenziava un valore complessivo di 1,835 miliardi di euro, di cui 570 milioni di lavori residui e 1,235 miliardi di fatturato relativo a concessioni. Tra gli asset in vendita, scriveva Kpmg, anche «la valorizzazione delle riserve iscritte in contabilità di cantiere (circa 432,6 milioni) e maturate su commesse da avviare, in corso e completate» (190,6 milioni sono le riserve su commesse in corso e da avviare e 242 milioni in quelle su commesse completate). Nel portafoglio di Tecnis c’è un po’ di tutto: infrastrutture ferroviarie, infrastrutture stradali, opere marittime, edilizia sanitaria.
Tecnis di Catania è la principale impresa di costruzioni del Mezzogiorno. È in amministrazione straordinaria dall’8 giugno 2017 (ex lege Marzano), dopo essere stata l’anno prima per un periodo in amministrazione giudiziaria. Poco più di un anno fa, il 14 marzo, è stato pubblicato l’avviso di vendita, in seguito alla quale, erano pervenute alcune manifestazioni di interesse, seguite offerte vincolanti, entro la scadenza di settembre. Una presentata da Pessina Costruzioni per l’intero gruppo in vendita. Altre due offerte sono state presentate da Arechi (Salerno) e D’Agostino (Avellino) separatamente per alcuni asset. Tuttavia, come si diceva, prima, l’offerta di Pessina condizionava l’acquisto anche alle quote dei consorzi dove Tecnis era presente. Da qui l'”equivoco” che ha invalidato l’aggiudicazione, disposta nel febbraio scorso. Ora, la ripartenza, alle stesse condizioni, con l’unica precisazione della clausola (in realtà ovvia fin dall’inizio) che si può acquistare solo quello che è nel perimetro di Tecnis, non altro.
Sindacati, su Tecnis e Condotte governo irresponsabile
«Siamo indignati ed esasperati dal comportamento irresponsabile del governo sulle vertenze Condotte e Tecnis», dicono in una nota i principali sindacati di categoria, diffusa ieri dopo l’infruttuoso colloquio con alcuni tecnici del Mise per sollecitare decisioni sulle vertenze delle due imprese. «Al Mise – dicono i segretari generali di FenealUil, Filca-Cisl e Fillea-Cgil, Vito Panzarella, Franco Turri e Alessandro Genovesi- è andata in scena una situazione di inaudita gravità: l’assenza di interlocutori all’incontro con la nostra delegazione in grado di dare garanzie, e l’assenza di risposte sulla tempistica e sulle modalità di salvataggio di due realtà importantissime del panorama del settore edile dimostrano ancora una volta l’incapacità del Mise. Tutto questo mentre centinaia di lavoratori manifestavano davanti al ministero, nella vana attesa di una risposta». «La politica deve decidere – hanno aggiunto i tre segretari generali di categoria – perché sia per Condotte che per Tecnis lo spettro del fallimento è sempre più vicino». «Mentre prosegue la mobilitazione delle due aziende – concludono i sindacati – ci rivolgiamo al ministro Di Maio, chiedendogli di non limitarsi a qualche video o tweet ma di partecipare ai tavoli con le organizzazioni sindacali per dare risposte ai lavoratori e alle loro famiglie: il fallimento di quelle aziende sarebbe il fallimento del suo ministero».
Imprese in crisi/2. Inso (Condotte), ok del Mise alla garanzia statale di 30 milioni
La garanzia sul finanziamento “erode” la quota chiesta dai commissari per l’intera Condotte. Parere contrario del comitato di sorveglianza
Dal ministero dello Sviluppo economico è arrivato l’ok all’autorizzazione della garanzia del Tesoro su un finanziamento di 30 milioni di euro (già deliberato da Cassa Ravenna) a favore della società Inso (99% Condotte), in amministrazione straordinaria. La garanzia, da come si ricava dal decreto direttoriale del ministero dello Sviluppo, firmato nella serata di martedì 16 aprile, è a valere sul fabbisogno di garanzia statale per «un ammontare massimo di 60 milioni di euro» riferito all’intero perimetro di Condotte. Quest’ultima informazione, spiega il decreto del Mise, emerge dal piano di ristrutturazione di Condotte presentato al Mise il 4 marzo «per le società Condotte, Concorsu, Ergon e Nodavia, tuttora in corso di istruttoria».
L’istanza dei commissari per la continuità di Inso
Dal decreto si apprende che il 18 marzo i commissari di Condotte hanno presentato istanza al Mise «in ordine ad una grave tensione di liquidità in cui versa la Inso, che non consente di far fronte alle esigenze di cassa e di firma connesse alla gestione operativa e del portafoglio commesse», evidenziando un fabbisogno finanziario, «pari a circa 30 milioni, principalmente legato all’esigenza di provvedere all’emissione, ovvero al rinnovo, delle garanzie (performance bond) contrattualmente richieste per l’avvio o la prosecuzione delle commesse attualmente gestite dalla società». Il primo aprile, intanto, Cassa Ravenna ha deliberato il finanziamento, assicurando la liquidità necessaria. Con l’ok del Mise alla garanzia, Inso può riprendere la continuità aziendale e gestire le commesse acquisite. Tra queste c’è per esempio la Città della Salute, in cui Inso partecipa al 30% di un raggruppamento guidato da Condotte (al 40%) con anche l’impresa Costruzioni Navarra (20%) e Zephyro (10%). Il maxi appalto è stato acquisito nel febbraio 2013 ma ha poi dovuto attendere i tempi del lungo contenzioso avviato da Salini Impregilo, risolto a favore di Condotte, senza che però si sia mai arrivati alla firma del contratto.
Il parere contrario del comitato di sorveglianza
L’ok al finanziamento del Mise nei confronti di Inso ha avuto il parere contrario del comitato di sorveglianza di Condotte. Il 20 marzo infatti – si ricava sempre dal decreto direttoriale del Mise – il comitato guidato da Paolo Fraulini, ha scritto al dicastero di Via Veneto esprimendo il proprio dissenso, per una serie di motivi. La principale obiezione è che l’istanza di liquidità rappresenta una «deviazione di parte consistente del Fondo di garanzia all’interesse della sola società Inso», senza che ci sia alcuna ricaduta positiva sull’intero gruppo.
Inso verso la vendita
Secondo il ministero dello Sviluppo, con le risposte che sono state fornite dai commissari, i rilievi del comitato di sorveglianza «possono intendersi superati», considerando «le ragioni e le finalità, di loro specifica competenza e responsabilità, dell’operazione di finanziamento proposta nell’ambito del tentativo conservativo in corso per il Gruppo Condotte cui detta Inso appartiene e per la quale sarà proposto un programma di cessione autonomo». Quest’ultima precisazione lascia intendere che la società, ora messa in condizione di proseguire l’attività, sarà messa in vendita dai commissari, come peraltro già accaduto per altri “rami”: Condotte America, un bene immobiliare (Tenuta di Roncigliano) e, infine, le quote di Condotte nei lavori dell’alta velocità ferroviaria.
I sindacati: grave il silenzio del Mise
Se per Inso la situazione si sblocca, ancora non è così per la capogruppo Condotte. Ieri, dall’incontro al Mise tra i rappresentanti dei principali sindacati degli edili e alcuni tecnici della struttura per le crisi d’impresa non è emersa alcuna indicazione sui tempi di approvazione del piano di ristrutturazione consegnato dai commissari il 4 marzo scorso. Durissima la replica dei sindacati. «Siamo indignati ed esasperati dal comportamento irresponsabile del governo sulle vertenze Condotte e Tecnis», dicono in una nota i segretari generali di Feneal-Uil, Filca-Cisl e Fillea-Cgil, Vito Panzarella, Franco Turri e Alessandro Genovesi. «Al Mise – dicono i tre segretari generali degli edili – è andata in scena una situazione di inaudita gravità: l’assenza di interlocutori all’incontro con la nostra delegazione in grado di dare garanzie, e l’assenza di risposte sulla tempistica e sulle modalità di salvataggio di due realtà importantissime del panorama del settore edile dimostrano ancora una volta l’incapacità del Mise. Tutto questo mentre centinaia di lavoratori manifestavano davanti al ministero, nella vana attesa di una risposta».© RIPRODUZIONE RISERVATA
Caltanissetta, per il crollo del viadotto Geremia II condannato il direttore dei lavori
Il tribunale di Gela ha inflitto una condanna a due anni di reclusione (pena sospesa)
Per il tribunale di Gela c’è un solo responsabile nel crollo di una campata del viadotto “Geremia II”, al km 48 della “statale” 626 per Caltanissetta, avvenuto il 21 maggio del 2009. È il direttore dei lavori per conto dell’Anas, l’ingegnere Francesco Lombardo, al quale il giudice monocratico, Tiziana Landoni, ha inflitto una condanna a due anni di reclusione (pena sospesa) per disastro colposo e lesioni colpose. Lo riporta l’Ansa. Le difettose fondazioni dei piloni da 70 metri di quella campata, non adeguatamente addentellate nelle argille del sottosuolo di quell’area, nel territorio di Butera, avrebbero causato, secondo il pm Tiziana Di Pietro, lo scivolamento a valle e il successivo crollo della struttura che era stata inaugurata appena tre anni prima. L’iniziale improvviso cedimento, con la creazione di un gradino di quasi mezzo metro, avvenne mentre transitavano sul viadotto un carabiniere su una moto e un taxi con a bordo il conducente e una passeggera. Rimasero tutti feriti ma non in pericolo di vita.
La Procura di Gela, a chiusura delle indagini, chiese il rinvio a giudizio di sette persone, Luca Rizzi e Goffredo Polisanti, amministratori delegati in successione dell’impresa Rizzi di Rovigo, costruttrice del viadotto, il direttore tecnico della stessa ditta, Luca Manfredini, i geometri contabili Aldo Afeltra e Bruno Flore, il direttore dei lavori, Francesco Lombardo dell’Anas di Palermo, e Corrado Ciolli, componente tecnico della commissione di collaudo. Il gup ritenne però che esistessero precise responsabilità solo a carico di tre degli imputati: Francesco Lombardo, Luca Rizzi e Luca Manfredini, il quale però è deceduto durante la fase dibattimentale. Rizzi è stato assolto. I difensori di Lombardo attendono di conoscere le motivazioni della sentenza per presentare ricorso in appello.
Aeroporto di Firenze, Toninelli firma il decreto per l’ampliamento
Nuova pista di 2.400 metri e nuovo terminal. Toscana Aeroporti: soddisfazione per esito positivo del masterplan 2019-2029
Toscana Aeroporti apprende con soddisfazione la notizia della firma del decreto da parte del ministero delle Infrastrutture che sancisce la conclusione positiva del procedimento del Masterplan 2014-2029 dell’Aeroporto Amerigo Vespucci di Firenze che prevede la realizzazione di una nuova pista da 2.400 metri e di un nuovo terminal. Si legge in una nota della società che gestisce gli scali di Firenze e Pisa. «Con il decreto odierno – ricorda il comunicato – si conclude l’iter autorizzativo dell’opera, avviato nel 2015, che aveva ottenuto il decreto di giudizio favorevole di Valutazione di impatto ambientale il 28 dicembre 2017 e aveva visto la conclusione dei lavori della Conferenza dei Servizi lo scorso 6 febbraio. Il provvedimento sarà ora trasmesso dal ministero a Enac per i successivi adempimenti di competenza».
Soddisfatto anche Eduardo Eurnekian, patron di Corporacion America, la cui società in Italia (Corporacion America Italia) è azionista di controllo Toscana Aeroporti. «La notizia della firma del decreto da parte del Ministero – fa sapere il miliardario argentino – giunge proprio nei giorni in cui mi trovo a Firenze a visionare il progetto per la realizzazione della nuova pista e del nuovo terminal. Corporacion America gestisce 53 aeroporti in tutto il Mondo e quello di Firenze rappresenterà uno dei fiori all’occhiello del Gruppo: un’infrastruttura capace di inserirsi in maniera sostenibile nel territorio e all’altezza del prestigio universalmente riconosciuto alla città di Firenze e alla Toscana». © RIPRODUZIONE RISERVATA
Ingegneria, a marzo incremento boom: +173%. Nel primo trimestre meno bandi ma più ricchi
Scicolone (Oice): «Il mercato cresce ancora, ma alcune scelte di sblocca-cantieri rischiano di compromettere i trend positivi»
Continua anche a marzo, dopo l’ottimo risultato di febbraio, la forte crescita del mercato della progettazione. Il mese scorso – secondo l’osservatorio Oice-Informatel, sono state bandite 267 gare (di cui 77 sopra soglia), con il valore record di 95,5 milioni (85,6 sopra soglia): rispetto al precedente mese di febbraio il numero cresce del 17,6% e l’importo del 64,3%. Il confronto con marzo 2018 vede il numero crescere del 6,8% e il valore addirittura del 173,6%. I dati del primo trimestre, sempre per la sola progettazione, risentono del forte contributo di marzo che porta il valore in campo positivo: da gennaio a marzo le gare sono state 682 (179 soprasoglia) per 182,5 milioni (157,1 sopra soglia), l’importo cresce del 46,5%, ma il numero cala del 19,9%. Il forte aumento del primo trimestre è trainato dai bandi sopra soglia: +39,8% in numero e +105,5% in valore, mentre i bandi sotto soglia crollano del 30,4% per i bandi e del 37,3% per i compensi. Nel primo trimestre anche il mercato di tutti i servizi di ingegneria e architettura è in forte crescita: sono state promosse 1.242 gare per 323,5 milioni che, confrontati con il primo trimestre 2018, mostrano un calo del 10,8% nel numero (+42,7% per il sopra soglia) ma una crescita del 59,2% nel valore (+93,2% sopra soglia).
«Nonostante le continue fibrillazioni del quadro politico – ha dichiarato Gabriele Scicolone, presidente Oice – il mercato pubblico dei servizi di ingegneria e architettura sembra reggere. Anzi, in questi primi mesi del 2019 mostra un dinamismo quasi inaspettato, se soltanto si guarda ad alcuni contenuti di recenti provvedimenti quali la cosiddetta centrale di progettazione e l’annunciato ripristino, contenuto nella bozza di decreto sblocca cantieri, dell’incentivo del due per cento per i tecnici della Pa che progettano, scelte evidentemente assistenzialiste e contrarie al mercato, che non garantiranno alcun livello qualitativo dei progetti. Ribadiamo quindi, con forza, al Governo e al Parlamento che bisogna tenere fermo il principio che la pubblica amministrazione deve programmare e controllare lasciando al mercato l’attività progettuale. Per il resto apprezziamo alcune novità dello sblocca cantieri che da tempo chiedevamo e che vediamo accolte con piacere: l’anticipazione contrattuale, l’eliminazione della terna dei subappaltatori e il pagamento diretto del progettista, ma siamo invece più perplessi sulle aperture in tema di appalto integrato».
Per Scicolone «perplessità desta anche la norma che prevede l’applicazione del massimo ribasso nell’affidamento di incarichi sotto soglia per la pianificazione e progettazione di interventi post terremoto, limitata a dieci professionisti. Ci auguriamo si tratti di un mero refuso, sia per i soggetti invitati visto che il riferimento corretto sarebbe a tutti gli operatori economici, sia soprattutto per la modalità di aggiudicazione perché pensare di assegnare incarichi di tale delicatezza al massimo ribasso significa semplicemente derogare ad un principio fondamentale (la scelta su elementi di qualità e non sul prezzo), a tutela della collettività».
Anche le gare per tutti i servizi di ingegneria e architettura rilevate nel mese di marzo sono in forte crescita, infatti le gare pubblicate sono state 507 (108 sopra soglia) con un valore di 134,5 milioni di euro (108,9 sopra soglia). Rispetto al precedente mese di febbraio il numero delle gare cresce del 27,7% e il loro valore del 20,1%, rispetto al mese di marzo 2018 il numero cresce del 11,4% e il valore del 94%.
18/04/2019 – Diritto 24
Il team di Studio, guidato dall’avv. Carlo Merani, si è occupato della predisposizione del bando di gara, della preparazione delle data room nonché dell’assistenza alla procedura di vendita. Il procedimento si è concluso con l’aggiudicazione all’offerta presentata da Combiconnect S.p.a., controllata dall’operatore intermodale svizzero HUPAC, per l’importo di 175 milioni di euro circa.
È attualmente in corso la fase di verifica dei requisiti e di successiva sottoscrizione del contratto di acquisto.
CIM movimenta oltre 300.000 TEU (misura standard di volume nel trasporto mediante container, equivalente a circa 40 metri cubi) collocandosi insieme ai Centri di Bologna e di Padova ai vertici del sistema combinato di trasporto dell’Italia settentrionale, guidato dall’interporto “Quadrante Europa” di Verona. CIM si trova al centro della piattaforma territoriale strategica transnazionale 2″Corridoio dei due mari” e della piattaforma territoriale strategica transnazionale 1 “Corridoio V”.
L’interporto è ubicato lungo l’autostrada A4 Torino-Trieste, vicinissimo al casello autostradale di Novara Est ed è anche in prossimità dell’importante percorso autostradale della A26 – Genova-Gravellona Toce.
Articolo precedente Rassegna stampa 16 Aprile 2019
Articolo successivo Rassegna stampa 19 Aprile 2019

References: articolo 1
 Art. 3
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
e contrario
e contrario
e contrario
 sentenza