Source: http://www.clerus.org/bibliaclerusonline/it/iaq.htm
Timestamp: 2019-12-11 08:59:07+00:00

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1. "Lo Spirito del Signore è sopra di me" (Lc 4,18).
Nella liturgia di domenica scorsa, la Chiesa ci ha ricordato l'inizio dei miracoli che Gesù, secondo il Vangelo di Giovanni, fece a Cana di Galilea durante un banchetto nuziale. Oggi ci conduce a Nazaret, dove Gesù fu allevato. A Nazaret, infatti, Gesù trascorse gli anni della vita nascosta nella casa di Giuseppe e Maria. E qui era comunemente noto.
Proprio a Nazaret ebbe luogo l'avvenimento descritto nel Vangelo di Luca. Gesù entra di sabato nella sinagoga e - in mezzo alla comunità riunita dei suoi cittadini - incomincia a leggere il testo del libro del profeta Isaia, che inizia con queste parole: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato" (Lc 4,18). Le parole riguardano il futuro Messia. Il profeta parla della missione e attività di lui.
Dopo aver letto queste parole, Gesù si rivolge ai presenti e dice: "Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita" (Lc 4,21). Indica se stesso come colui che è stato preannunziato da Isaia.
2. Il Popolo di Dio dell'antica alleanza si è nutrito della Parola di Dio, contenuta nei Libri sacri.
La prima lettura di oggi, tratta dal libro di Neemia, ricorda quel momento importante nella storia di Israele quando, dopo il ritorno dall'esilio in Babilonia, gli Israeliti si riunirono di nuovo nella loro terra, per leggere la Parola di Dio ed ascoltarla in devoto raccoglimento.
"Essi leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e con spiegazioni del senso, e così facevano comprendere la lettura" (Ne 8,8). E "tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge" (Ne 8,9). Questa legge, la Parola del Dio vivente, decideva della loro identità religiosa e nazionale. Erano infatti l'Israele, il popolo eletto, al quale Dio stesso aveva dato la sua legge nei giorni memorabili dell'esodo dalla schiavitù d'Egitto.
Nei tre anni di vita pubblica si è adempiuto in Gesù di Nazaret ciò che il profeta Isaia aveva preannunziato: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; / per questo mi ha consacrato con l'unzione, / e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, / per proclamare ai prigionieri la liberazione / e ai ciechi la vista, / per rimettere in libertà gli oppressi, / e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4,18-19).
Un anno di grazia! Le parole di Isaia sono diventate come la "tessera" messianica di Gesù di Nazaret. Ad esse egli si doveva poi anche richiamare davanti agli inviati di Giovanni Battista.
4. "Lo Spirito del Signore è sopra di me; / per questo mi ha consacrato con l'unzione".
Tutto ciò che Gesù faceva e insegnava, dava testimonianza della sua missione. Dell'"unzione" da parte dello Spirito, che doveva ricevere il Messia (cioè: il Cristo).
Tuttavia la testimonianza definitiva si è avuta solo congiuntamente al mistero pasquale della sua Croce e Risurrezione: del suo sacrificio redentore "per i peccati di tutto il mondo" (cfr 1Jn 2,2).
E per questo noi, uomini della nuova alleanza, durante le nostre assemblee liturgiche ci nutriamo non soltanto della Parola di Dio, della legge, ma dell'Eucaristia: ci nutriamo del Corpo e del Sangue di Cristo, mediante i quali si rinnova costantemente in modo incruento il suo sacrificio redentore: il memoriale della sua morte e della sua Risurrezione per la salvezza del mondo.
La liturgia della nuova alleanza imbandisce davanti a noi non soltanto la tavola della Parola di Dio, ma anche quella dell'Eucaristia: del Corpo e del Sangue del Redentore.
5. Noi ci nutriamo del suo Corpo come "battezzati in un solo Spirito", come "abbeverati a un solo Spirito" (cfr 1Co 12,13). Proprio questo è "lo Spirito del Signore"; unto da lui, Gesù di Nazaret ha compiuto la Redenzione del mondo. E come Redentore ci "ha dato" questo Spirito Santo, il consolatore, lo Spirito di verità, perché potessimo partecipare anche noi all'unzione di Cristo, perché, in forza di quest'unzione divina, noi stessi diventassimo come Chiesa, il corpo di Cristo.
L'apostolo Paolo ci spiega ampiamente questa verità della fede nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Corinzi: "Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo" (1Co 12,12-13).
6. Leggendo questo testo di Paolo come non ricordare che siamo nella settimana dedicata alla preghiera per ottenere da Dio l'unità visibile di tutti i cristiani? La Chiesa, nel decreto sull'ecumenismo ha riproposto all'attenzione di tutti i fedeli cattolici questa verità già formulata da Paolo e le sue conseguenze per tutti i cristiani: "Con il sacramento del battesimo - afferma infatti il Concilio - l'uomo è veramente incorporato a Cristo... e rigenerato per partecipare alla vita divina (UR 22). La vita divina è l'unità suprema, ed è la sorgente di ogni unità. Questa unità profonda è già esistente tra tutti i battezzati, al di là delle loro divisioni. Tutto il movimento ecumenico tende a renderla completa e visibile.
La preghiera comune tra i cristiani si fonda sul comune battesimo, il quale tende all'acquisto della pienezza della vita in Cristo. Il battesimo infatti è ordinato per sua natura "all'integra professione della fede, all'integrale incorporazione nell'istituzione della salvezza... e alla piena inserzione nella comunione eucaristica (UR 22).
Preghiamo perché siano superate le divisioni, si raggiunga presto quella tanto desiderata ricomposizione della piena unità tra tutti i fratelli cristiani e si faccia secondo le parole del Signore "un solo ovile e un solo pastore" (Jn 10,16).
7. Affido queste intenzioni anche a san Cipriano, Vescovo e martire, patrono della vostra parrocchia, il quale tanto si prodigo per salvaguardare l'unità della Chiesa del suo tempo, insidiata dalle persecuzioni dell'imperatore Decio e dalle sètte secessioniste; per esse scrisse l'importante trattato: "De Ecclesiae unitate". A lui affido anche tutti voi e i vostri cari perché vi sia di sprone a vivere ed avverare tra voi una piena unione di cuori e di menti.
Un pensiero alle appartenenti agli istituti religiosi operanti nell'ambito della parrocchia e della zona di Torre Vecchia: le suore Maestre Pie dell'Addolorata; le suore Minime della Passione; le suore dell'Immacolata Concezione e le suore del Preziosissimo Sangue. A tutte queste religiose va il mio ringraziamento per l'opera di animazione cristiana che esse svolgono nelle scuole, nelle case di riposo e nelle cliniche, che si trovano nel territorio parrocchiale.
Un cordiale saluto ai membri delle associazioni e dei movimenti ecclesiali, che offrono un prezioso contributo all'apostolato parrocchiale; nomino in particolare l'associazione giovanile, i ragazzi dell'oratorio e le comunità neocatecumenali, che sono molto attive nel loro cammino di fede e danno anche un valido aiuto per la catechesi ai bambini e ai ragazzi; i giovani della polisportiva "Millesimo", che educano tanti loro coetanei ai valori dello sport, sottraendoli ai pericoli della strada e della droga, che purtroppo si diffonde anche in questo quartiere; e infine ricordo gli appartenenti al coro "Jubilate Deo", i quali col loro canto sostengono le celebrazioni liturgiche, elevando così lo spirito ad una più intensa unione con Dio, poiché - come affermava sant'Agostino - "chi canta bene, prega due volte".
8. Conosco i problemi della vostra parrocchia, che conta una popolazione di circa ventiduemila abitanti, provenienti in gran parte da varie regioni del centro-sud d'Italia, ciascuna con propria mentalità e proprie tradizioni. Continuate ad impegnarvi perché questa varietà trovi nella fede in Cristo il suo centro di unione, di fraternità e di solidarietà. Non cessate di sforzarvi per la costruzione di una comunità parrocchiale sempre viva e vitale, che sia sempre più cosciente della propria vocazione a seguire Gesù ed a partecipare alla missione evangelizzatrice della Chiesa. In questo impegno generoso vi aiuti l'intercessione di san Cipriano, che nella sua vita terrena tanto opero per l'edificazione e la dilatazione del Regno di Dio.
9. "La legge del Signore è perfetta, rinfranca l'anima; la testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice" (Ps 19,8 Ps 18).
Che usciamo da questa nostra assemblea eucaristica "rinfrancati" dalla verità della Parola di Dio, e rafforzati dalla "testimonianza del Signore".
Le tue parole, Signore, sono spirito e vita (cfr Jn 6,63).
Che usciamo rianimati dallo Spirito Santo, che opera in modo particolare mediante l'Eucaristia.
Che usciamo abbracciati dall'unità, che viene da Dio, e nella Trinità divina trova il suo modello più perfetto e la sua definitiva realizzazione.
[Al consiglio pastorale] Vi ringrazio molto per questo incontro e per l'intera visita pastorale.
Tante belle cose ho potuto vedere ammirare, ascoltare, perché la Chiesa è una comunità visibile, una realtà visibile che si presenta, canta e prega. Ma si deve pensare che dietro, sotto e dentro a ciò che è ben visibile, lavora un "agente" invisibile. Questo Spirito di Cristo, risiede nel nostro spirito. E con questa alleanza con lo Spirito Santo che si fa la parrocchia: alleanza fondata nel sangue di Cristo, nella sua Croce e nella sua Risurrezione, alleanza che si vive nei nostri spiriti come sottomissione e come collaborazione con lo Spirito Santo. Sia come preghiera, sia come opere di carità, sia come penitenza, come sacrifici. E un mondo invisibile che non possiamo vedere con gli occhi o toccare con le mani, questo "interno" della Chiesa. Lo dobbiamo soprattutto ammirare ed adorare. Gesù ci ha detto una volta: "il Regno di Dio sta dentro di voi, è già presente". Questo Regno è nei vostri cuori, nella vostra comunità visibile. Questo dobbiamo ammirare, adorare con una visita pastorale.
In conclusione vorrei ringraziare tutti i presenti e anche quanti non hanno potuto essere qui. A tutti voglio esprimere il mio ringraziamento per la collaborazione offerta a questo Consiglio Pastorale, dove si pensa al bene comune di questa parrocchia, dove si pensa ad essere più degnamente Corpo di Cristo.
Pensiamo alla Chiesa visibile ma anche al mondo invisibile, al Regno di Dio che sta dentro di noi, che diventa e si fa sempre visibile. E il Corpo di Cristo, è la continuazione del mistero del Natale, della Pasqua, della Morte, della Croce e della Resurrezione. E il mistero di Cristo.
[Alle suore] Carissime sorelle, vi ringrazio soprattutto per quello che siete, ma anche per quello che fate per la parrocchia. Ma vorrei anche invitarvi ad essere di più, non tanto ad avere di più come ci insegna il Concilio, ma ad essere di più. Essere di più per una finalità specifica che viene marcata da questa Settimana di preghiera per l'Unità dei Cristiani. Vi auguro di essere ancora di più consacrate per questa finalità che è tanto cara, tanto importante, tanto centrale nel cuore di Cristo. Se lui, la sera prima della sua passione, ha detto "che siano una cosa sola come io sono Padre in te e Figlio tu in me, siano anche loro in noi una cosa sola", questa finalità sta profondamente nel suo cuore e quelle che noi chiamiamo divisioni dei cristiani sono ferite nella Chiesa e anche nel cuore di Cristo. Vi affido questa intenzione non solamente in questi giorni ma per tutto l'anno e per l'avvenire.
[Ai giovani] Saluto cordialmente tutti i presenti che compongono questa comunità giovanile della vostra parrocchia, tutti coloro che nella parrocchia, e specialmente nell'oratorio, cercano un incontro con Cristo. Vi auguro di incontrarlo così come lo hanno incontrato tanti che hanno seguito le sue orme, la sua parola, il suo esempio. Il giovane ricco di cui parla il Vangelo, non l'ha fatto ed è rimasto triste, perché non poteva accettare quello che Gesù domandava a lui. Alcuni di noi possono comportarsi in modo simile, perché non si sentono in grado di accettare le sue esigenze. Specialmente nella vostra età accade questo fenomeno. Vi sembrano molto difficili da accettare le esigenze di Cristo, quello che ci dice, il suo Vangelo, così bello ma così impegnativo. Alcuni giovani come quello del Vangelo, possono rimanere tristi, non seguire Gesù. Vi auguro di fare altrimenti, di fare, ad esempio, come san Cipriano e tanti altri, anche giovani, che non hanno mancato alla chiamata di Cristo. Se le sue esigenze sembrano difficili da accettare, troppo impegnative, si può sempre contare sul suo aiuto, sulla sua grazia. Pregando si vede che queste esigenze del Vangelo non sono così impossibili, irrealizzabili; anzi, esse danno alla nostra vita il vero gusto che si raggiunge solo con la consapevolezza di Cristo. Vale la pena di vivere così! Auguro a tutti i giovani della parrocchia di arrivare attraverso le stesse esperienze all'incontro con Cristo nella loro vita.
[Alle comunità neocatecumenali] Mi viene sempre in mente questa parola che ho anche introdotto come parola di vita per l'anno mariano e per l'enciclica "Redemptoris Mater". Questa parola di Maria, "Sei beata perché hai creduto nel Signore", la ripeto perché è certamente centrale nel cammino di fede della Vergine. Su questa parola ho impostato tutta l'enciclica mariana. Impostata così, può servire alla Chiesa e forse anche ai fratelli separati, perché Maria ci precede nel cammino della fede.
Quando vi incontro, vivo sempre un momento di sorpresa, perché tanti di voi dicono che vengono da un'altra sponda dove non si crede, dove non si vive da cristiani, dove anzi si nega Dio e si cerca un altro programma di vita personale e sociale. E poi hanno trovato questo cammino.
Essi sono entrati in questa strada e dicono: "abbiamo trovato la gioia, abbiamo trovato la pace". Carissimi, voi camminate sostanzialmente all'interno di questa parrocchia. Camminate nel mondo contemporaneo, questo mondo odierno, molto ricco e opulento, progredito e sicuro di sé per le sue ricerche e le sue invenzioni. Voi camminate in questo mondo che nello stesso tempo fa fatica a camminare. Penso che il carisma speciale di questo movimento, di questo cammino, è appunto quello di camminare insieme con i nostri contemporanei, con questi uomini ricchi e poveri allo stesso tempo: andare tra di loro e portare la testimonianza di un altro cammino, di un'altra vita, di un'altra prospettiva. Questo è il cammino di Maria, il cammino di fede. Voi camminate con lei lungo lo stesso cammino. Pensate sempre che voi così camminate con Maria, che cammina con tutti perché Madre: con la Chiesa, con la cristianità, con i cristiani che difficilmente ritrovano la loro unità con un mondo diviso tra Ovest ed Est, Nord e Sud, poveri e ricchi. Il vostro carisma è come quello di Maria: camminare nella fede e portare nella fede la testimonianza a tutti, la testimonianza di un'altra possibilità, di un'altra auto-realizzazione. L'uomo cerca di realizzarsi e non vi riesce. A questo uomo si deve testimoniare la realizzazione che Maria trova in Cristo. lui è la vera auto-realizzazione dell'uomo. Perché egli dice: "io sono la via, la verità, la vita".
Lettera al rettore maggiore dei salesiani a conclusione del centenario - Città del Vaticano (Roma)
Il Papa proclama san Giovanni Bosco padre e maestro della gioventù
Al diletto figlio Egidio Vigano rettore maggiore della Società Salesiana di san Giovanni Bosco.
Si sta per concludere l'anno centenario della morte di san Giovanni Bosco, fondatore di codesta Società, ed il mio animo si apre a tanti ricordi e trae conforto rievocando i principali momenti celebrativi, che l'hanno contrassegnato.
Numerosi sono stati gli incontri avuti con i giovani alunni degli istituti salesiani, provenienti da ogni parte del mondo; ma soprattutto è vivo nella mia memoria il pellegrinaggio che ho compiuto ai luoghi del vostro fondatore, visitati con intento pastorale e con sentimenti di riconoscenza a Dio, per aver donato alla Chiesa un educatore tanto insigne. Già all'inizio di questo anno giubilare le ho indirizzato una lettera, per mettere in luce la missione ed il carisma peculiare di don Bosco e dei suoi figli spirituali nell'arte di formare i giovani, ed ho anche raccomandato a tutti coloro che operano in mezzo alla gioventù di seguire fedelmente le vie da lui tracciate, adattandole alle esigenze ed alle caratteristiche del nostro tempo.
I problemi della gioventù di oggi confermano, infatti, la perdurante attualità dei principi del metodo pedagogico, ideato da san Giovanni Bosco e incentrato sull'importanza di prevenire nei giovani il sorgere di esperienze negative, di educare in positivo con valide proposte ed esempi, di far leva sulla libertà interiore di cui sono dotati, di stabilire con essi rapporti di autentica familiarità, di stimolarne le native capacità, basandosi su: la ragione, la religione, l'amorevolezza ("Epistula R.D. presbytero Aegidio Vigano, Rectori maiori Societatis S. Francisci Salesii post centum transactos annos ab obitu S. Ioannis Bosco", 8.10-12, die 31 ian. 1988: , XI, 1 [1988] 279s 281ss).
E' mio desiderio che i frutti di questo anno commemorativo perdurino a lungo sia in codesta società salesiana, sia nella Chiesa universale, che in don Bosco ha riconosciuto e riconosce un modello esemplare di apostolo dei giovani.
Pertanto, accogliendo anche il voto di numerosi fratelli nell'Episcopato, dei sacerdoti salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice, dei loro ex-alunni e di tanti fedeli, in virtù della potestà apostolica dichiaro e proclamo san Giovanni Bosco padre e maestro della gioventù, stabilendo che con tale titolo egli sia onorato ed invocato, specialmente dai suoi figli spirituali.
Confidando che questa mia decisione contribuisca a promuovere sempre maggiormente il culto del caro santo e susciti numerosi imitatori del suo zelo di educatore, imparto a lei, ai suoi confratelli ed all'intera famiglia salesiana la propiziatrice benedizione apostolica.
Dal Vaticano, il 24 gennaio - memoria di san Francesco di Sales - dell'anno 1989, undicesimo di pontificato.
Martedi 24 Gennaio 1989
Messaggio per la XXIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali - Città del Vaticano (Roma)
Autenticità del messaggio e qualità della produzione: grandi sfide della testimonianza religiosa nei media
Cari fratelli e sorelle, Cari amici operatori dell'informazione e della comunicazione,
1. Il tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali riveste quest'anno un'importanza particolare per la presenza della Chiesa e per la sua partecipazione al dialogo pubblico: "La religione nei mass media". Ai giorni nostri infatti i messaggi culturali, hanno un impatto crescente grazie agli strumenti della comunicazione sociale. La riflessione di cui vorrei farvi partecipi in questa occasione corrisponde ad una preoccupazione costante del mio pontificato: quale posto può occupare la religione nella vita sociale e, più precisamente, nei mass media?
2. Nella sua azione pastorale, la Chiesa si interroga naturalmente sull'atteggiamento dei mass media nei confronti della "religione". Infatti, nello stesso periodo in cui si sviluppavano gli strumenti e le tecniche di comunicazione, il mondo industriale che ha dato loro uno slancio così grande, manifestava un "secolarismo" che sembrava comportare la scomparsa del senso religioso dell'"uomo moderno".
4. Per un felice concorso di circostanze, la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali coincide nel 1989 con il venticinquesimo anniversario della fondazione della commissione pontificia per le comunicazioni sociali che d'ora in poi sarà un "Consiglio pontificio". Quale bilancio si può trarre dopo venticinque anni spesi al servizio dell'apostolato delle comunicazioni? Certamente la Chiesa stessa ha saputo discernere con maggiore chiarezza i "segni dei tempi" che implica il fenomeno della comunicazione. Il mio predecessore Pio XII aveva già invitato a vedere nei mass media non una minaccia, ma un "dono" cfr "Miranda Prorsus"). Il Concilio Vaticano II a sua volta confermava solennemente questo atteggiamento positivo (cfr "Inter Mirifica"). La commissione pontificia che nasceva allora, e che trova oggi, come consiglio pontificio, la sua dimensione completa, si è impegnata con perseveranza a promuovere nella Chiesa un atteggiamento di partecipazione e di creatività in questo settore, o meglio, in questo nuovo stile di vita e di condivisione dell'umanità.
Il Signore ci incoraggia direttamente e molto semplicemente a procedere sulla strada della testimonianza e della più vasta comunicazione: "Non temete...
Quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti" (Mt 10,26-27). Di che cosa si tratta? L'Evangelista lo riassume così: "Dichiararsi per Cristo davanti agli uomini" (cfr Mt 10,32). Ecco dunque l'audacia nello stesso tempo umile e serena che ispira la presenza cristiana in seno al dialogo pubblico dei mass media! Ce lo dice san Paolo: "Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è per me un dovere" (1Co 9,16). La stessa fedeltà si esprime lungo tutta la Scrittura: "Nella grande assemblea ho annunziato la salvezza, (Ps 40,10 Ps 39,10) e "ogni uomo è preso da timore, racconta quel che Dio ha fatto e comprende le sue opere" (Ps 64,10 Ps 63,10).
Comunicatori e recettori dei mass media, avete la possibilità di interrogarvi, gli uni e gli altri, sulla esigenza e la costante novità di questa "religione pura e genuina" che ci invita a "non lasciarci sporcare dalle cose di questo mondo" (Jc 1,27).
Vorrei anche chiedere a tutti gli operatori della comunicazione di mostrarsi, con la loro deontologia, professionalmente degni delle occasioni offerte loro di presentare il messaggio di speranza e di riconciliazione con Dio, in seno ai mass media di ogni tipo. I "doni di Dio" (cfr Pio XII, "Miranda Prorsus") non sono qui il misterioso incontro tra le possibilità tecnologiche dei linguaggi della comunicazione e l'apertura dello spirito all'iniziativa luminosa del Signore nei suoi testimoni? E' a questo livello che si gioca la qualità della nostra presenza ecclesiale nel dibattito pubblico. Più che mai, la santità dell'apostolo presuppone una "divinizzazione" (secondo la parola dei padri della Chiesa) dell'ingegnosità umana tutta intera. E' anche per questa ragione che la celebrazione liturgica dei misteri della fede non può essere ignorata dai mass media in questo vasto movimento di presenza nel mondo di oggi.
7. Pensando a tutto questo, formulo con semplicità e con fiducia una richiesta che mi sta molto a cuore. Essa si ispira allo stesso sentimento di amicizia con cui Paolo si rivolgeva a Filemone: "Ti scrivo fiducioso...: sapendo che farai anche più di quanto ti chiedo" (Phm 1,21). Ecco la mia richiesta: date alla religione tutto lo spazio che giudicate auspicabile nella comunicazione di massa: "Apri le porte...: tu gli assicurerai la pace" (cfr Is 26,2-3 2a-3a). E' questo che chiedo in favore della religione. Vedrete, cari amici, che questi temi religiosi vi appassioneranno nella misura in cui saranno presentati con profondità spirituale e con competenza professionale. Aperta al messaggio religioso, la comunicazione guadagnerà in qualità ed in interesse! Agli operatori ecclesiali dei mass media, ripeto: non abbiate paura; "avete ricevuto uno spirito di figli adottivi per mezzo del quale gridate: Abba, Padre!" (cfr Rm 8,15).
Possano il messaggio religioso e le iniziative religiose essere presenti in tutti i mass media: nella stampa di informazione audiovisiva, nella creazione cinematografica, nelle "memorie" e negli scambi informatici delle banche dati, nella comunicazione teatrale e negli spettacoli culturali di alto livello, nel dibattito di opinione e nella riflessione comune sull'attualità, nei servizi di formazione e di educazione del pubblico, in tutte le produzioni dei mass media di gruppo, grazie a disegni animati ed a fumetti di qualità, grazie alle ampie possibilità offerte dalla diffusione degli scritti, delle registrazioni sonore e visive, nei momenti di distensione musicale delle radio locali o di grande diffusione! Il mio augurio più ardente è che i circuiti cattolici e cristiani possano collaborare in modo costruttivo con i circuiti di comunicazione culturale di ogni genere, superando le difficoltà di concorrenza in vista del bene ultimo del messaggio religioso. La Chiesa stessa, in questa occasione, invita a prendere seriamente in considerazione le esigenze della collaborazione ecumenica ed inter-religiosa nei mass media.
8. Concludendo questo messaggio non posso certo mancare di incoraggiare tutti coloro che hanno a cuore l'apostolato della comunicazione, ad impegnarsi con entusiasmo, nel rispetto di ognuno, nella grande opera dell'evangelizzazione offerta a tutti gli uomini: "Tu va' e annunzia il Regno di Dio" (Lc 9,60). Non possiamo non dire qual è il messaggio nuovo perché è proclamando e vivendo la Parola che noi stessi comprenderemo le profondità insospettate del Dono di Dio.
Nell'accoglimento della volontà di Dio e con fiducia, dico a voi tutti, operatori e pubblico, la mia gioia di fronte allo straordinario spettacolo dei legami creati al di là delle distanze e "al di sopra dei tetti" per prendere parte alla ricerca ed all'approfondimento di una "religione pura e genuina", e invoco su voi tutti la benedizione del Signore.
Alla Rota romana in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario - Città del Vaticano - (Roma)
La legge garantisce l'esercizio del diritto alla difesa e lo regola affinché non degeneri in abuso o ostruzionismo
1. Ringrazio l'eccellentissimo decano per le parole di saluto ed esprimo i miei sentimenti di stima e di riconoscenza a quanti prestano la loro opera nel tribunale apostolico della Rota romana; i prelati uditori, i promotori di giustizia, i difensori del vincolo, gli altri officiali, gli avvocati come pure i docenti dello studio legale.
Avendo presente che i discorsi pontifici alla Rota Romana, come è noto, si rivolgono di fatto a tutti gli operatori della giustizia nei tribunali ecclesiastici, intendo nell'odierno incontro annuale sottolineare l'importanza del diritto alla difesa nel giudizio canonico, specialmente nelle cause per la dichiarazione di nullità del matrimonio. Anche se non è possibile trattare in questa sede tutta la problematica al riguardo, voglio comunque insistere su alcuni punti di una certa rilevanza.
2. Il nuovo Codice di Diritto Canonico attribuisce grande importanza al diritto di difesa. Riguardo infatti agli obblighi e diritti di tutti i fedeli, recita il CIC 221, § 1: "Christifidelibus competit ut iura quibus in Ecclesia gaudent, legitime vindicent atque defendant in foro competenti ecclesiastico ad normam iuris", ed il § 2 prosegue: "Christifidelibus ius quoque est ut, si ad iudicium ab auctoritate competenti vocentur, iudicentur servatis iuris praescriptis, cum aequitate applicandis". Il CIC 1620 del medesimo Codice sancisce esplicitamente la nullità insanabile della sentenza, se all'una o all'altra parte si nego il diritto alla difesa, mentre si può ricavare dal CIC 1598, § 1, il seguente principio, che deve guidare tutta l'attività giudiziaria della Chiesa: "ius defensionis semper integrum maneat".
3. E' doveroso subito annotare che la mancanza di una tale esplicita normativa nel Codice Pio-Benedettino certamente non significa che il diritto alla difesa sia stato disatteso nella Chiesa sotto il regime del Codice precedente. Questo dava infatti le opportune e necessarie disposizioni per garantire tale diritto nel giudizio canonico. Ed anche se il CIS 1892 del suddetto Codice non menzionava lo "ius defensionis denegatum" tra i casi di nullità insanabile della sentenza, si deve costatare che ciononostante sia la dottrina sia la giurisprudenza rotale propugnavano la nullità insanabile della sentenza, qualora si fosse negato all'una e all'altra parte il diritto alla difesa.
Non si può concepire un giudizio equo senza il contraddittorio, cioè senza la concreta possibilità concessa a ciascuna parte nella sua causa di essere ascoltata e di poter conoscere e contraddire le richieste, le prove e le deduzioni addotte dalla parte avversa o "ex officio".
4. Il diritto alla difesa di ciascuna parte nel giudizio, cioè non soltanto della parte convenuta ma anche della parte attrice, deve ovviamente essere esercitato secondo le giuste disposizioni della legge positiva il cui compito è, non di togliere l'esercizio del diritto alla difesa, ma di regolarlo in modo che non possa degenerare in abuso od ostruzionismo, e di garantire nello stesso tempo la concreta possibilità di esercitarlo. La fedele osservanza della normativa positiva al riguardo costituisce, perciò, un grave obbligo per gli operatori della giustizia nella Chiesa.
5. Evidentemente per la validità del processo non è richiesta la difesa di fatto, purché rimanga sempre la sua concreta possibilità. Quindi le parti possono rinunziare all'esercizio del diritto di difesa nel giudizio contenzioso; nel giudizio penale, invece, non può mai mancare la difesa di fatto, anzi la difesa tecnica, perché in un tal giudizio l'accusato deve sempre avere un avvocato (cfr CIC 1481 2 CIC 1723).
Occorre subito aggiungere qualche precisazione riguardo alle cause matrimoniali. Anche se una delle parti avesse rinunziato all'esercizio della difesa, rimane per il giudice in queste cause il grave dovere di fare seri tentativi per ottenere la deposizione giudiziale di tale parte ed anche dei testimoni che essa potrebbe addurre. Il giudice deve ben valutare ogni singolo caso. Talvolta la parte convenuta non vuole presentarsi in giudizio non adducendo alcun motivo idoneo, proprio perché non capisce come mai la Chiesa potrebbe dichiarare la nullità del sacro vincolo del suo matrimonio dopo tanti anni di convivenza. La vera sensibilità pastorale ed il rispetto per la coscienza della parte impongono in tale caso al giudice il dovere di offrirle tutte le opportune informazioni riguardanti le cause di nullità matrimoniale e di cercare con pazienza la sua piena cooperazione nel processo, anche per evitare un giudizio parziale in una materia tanto grave.
Ritengo poi opportuno ricordare a tutti gli operatori della giustizia, che, secondo la sana giurisprudenza della Rota Romana, si devono notificare nelle cause di nullità matrimoniali alla parte, che abbia rinunziato all'esercizio del diritto alla difesa, la formula del dubbio, ogni eventuale nuova domanda della parte avversa, nonché la sentenza definitiva.
6. Il diritto alla difesa esige di per sé la possibilità concreta di conoscere le prove addotte sia dalla parte avversa sia "ex officio". Il CIC 1598, §1, dispone perciò che, acquisite le prove, il giudice deve permettere alle parti e ai loro avvocati, sotto pena di nullità, di prendere visione degli atti loro ancora sconosciuti presso la cancelleria del tribunale. Si tratta di un diritto sia delle parti sia dei loro eventuali avvocati. Il medesimo canone prevede pure una possibile eccezione: nelle cause che riguardano il bene pubblico il giudice può disporre, per evitare pericoli gravissimi, che qualche atto non sia fatto conoscere a nessuno, garantendo tuttavia sempre ed integralmente il diritto alla difesa.
Riguardo alla menzionata possibile eccezione è doveroso osservare che sarebbe uno stravolgimento della norma, nonché un grave errore d'interpretazione, se si facesse della eccezione la norma generale. Bisogna perciò attenersi fedelmente ai limiti indicati nel canone.
7. Non può destare meraviglia parlare anche, in rapporto al diritto di difesa, della necessità della pubblicazione della sentenza. Infatti, come potrebbe una delle parti difendersi in grado d'appello contro la sentenza del tribunale inferiore, se venisse privata del diritto di conoscere la motivazione sia "in iure" che "in facto"? Il Codice esige quindi che alla parte dispositiva della sentenza siano premesse le ragioni sulle quali essa si regge (cfr CIC 1612, § 3), e ciò non soltanto per rendere più facile l'obbedienza ad essa, qualora sia diventata esecutiva, ma anche per garantire il diritto alla difesa in un'eventuale ulteriore istanza. Il CIC 1614 dispone conseguentemente che la sentenza non ha alcuna efficacia prima della sua pubblicazione, anche se la parte dispositiva, permettendolo il giudice, fu resa nota alle parti. Non si capisce perciò come essa potrebbe venir confermata in grado d'appello senza la dovuta pubblicazione (cfr CIC 1615).
Per garantire ancora di più il diritto alla difesa, è fatto obbligo al tribunale di indicare alle parti i modi secondo i quali la sentenza può essere impugnata (cfr CIC 1614). Sembra opportuno ricordare che il tribunale di prima istanza, nell'adempimento di questo compito, deve anche indicare la possibilità di adire la Rota Romana già per la seconda istanza. E' doveroso inoltre, in questo contesto, tener presente che il termine per l'interposizione d'appello decorre soltanto dalla notizia della pubblicazione della sentenza (cfr CIC 1630 § 1), mentre il CIC 1634, § 2 dispone: "Quod si pars exemplar impugnatae sententiae intra utile tempus a tribunali a quo obtinere nequeat, interim termini non decurrunt, et impedimentum significandum est iudici appellationis, qui iudicem a quo praecepto obstringat officio suo quam primum satisfaciendi".
8. Talvolta si asserisce che l'obbligo di osservare la normativa canonica al riguardo, specialmente circa la pubblicazione degli atti e della sentenza, potrebbe ostacolare la ricerca della verità a causa del rifiuto dei testimoni a cooperare al processo in tali circostanze.
Innanzitutto deve essere ben chiaro che la "pubblicità" del processo canonico verso le parti non intacca la sua natura riservata verso tutti gli altri.
Occorre inoltre notare che la legge canonica esime dal dovere di rispondere in giudizio tutti coloro che sono tenuti al segreto d'ufficio, per quanto riguarda gli affari soggetti a questo segreto, ed anche coloro che dalla propria testimonianza temono per sé o per il coniuge o per i consanguinei o gli affini più vicini infamia, pericolosi maltrattamenti o altri gravi mali (cfr CIC 1548 § 2) e che, anche riguardo alla produzione di documenti in giudizio, esiste una norma simile (cfr CIC 1546). Non può sfuggire, poi, che nelle sentenze è sufficiente l'esposizione delle ragioni in diritto ed in fatto, sulla quale essa si regge, senza dover riferire ogni singola testimonianza.
Fatte queste premesse, non posso non rilevare che il pieno rispetto per il diritto alla difesa ha una sua particolare importanza nelle cause per la dichiarazione di nullità del Matrimonio, sia perché esse riguardano così profondamente ed intimamente la persona delle parti in causa, sia perché trattano dell'esistenza o meno del sacro vincolo matrimoniale. Tali cause esigono, perciò, una ricerca della verità particolarmente diligente.
E' evidente che si dovrà spiegare ai testimoni il senso genuino della normativa al riguardo ed è anche necessario ribadire che un fedele, legittimamente convocato dal giudice competente, è tenuto ad obbedirgli e a dire la verità, a meno che non sia esente a norma del diritto (cfr CIC 1548 § 1).
D'altronde una persona deve avere il coraggio di prendere la propria responsabilità per ciò che dice, e non può avere paura, se ha davvero detto la verità.
9. Ho detto che la "pubblicità" del giudizio canonico verso le parti in causa, non intacca la sua natura riservata verso tutti gli altri. I giudici infatti e gli aiutanti del tribunale sono tenuti a mantenere il segreto d'ufficio, nel giudizio penale sempre, e nel contenzioso se dalla rivelazione di qualche atto processuale possa derivare pregiudizio alle parti; anzi ogni qual volta la causa o le prove siano di tal natura che dalla divulgazione degli atti o delle prove sia messa in pericolo la fama altrui, o si dia occasione di dissidi, o sorga scandalo o altri simili inconvenienti, il giudice può vincolare con il giuramento di mantenere il segreto i testi, i periti, le parti e i loro avvocati o procuratori (cfr CIC 1455 §§ 1 et 3). Esiste anche il divieto ai notai e al cancelliere di rilasciare copia degli atti giudiziari dei documenti acquisiti al processo senza il mandato del giudice (cfr. CIC 1475 § 2). Inoltre, il giudice può essere punito dalla competente autorità ecclesiatica per la violazione della legge del segreto (cfr CIC 1457 § 1).
I fedeli, infatti, si rivolgono ordinariamente al tribunale ecclesiastico per risolvere il loro problema di coscienza. In tale ordine dicono spesso certe cose che altrimenti non direbbero. Anche i testimoni rendono spesso la loro testimonianza sotto la condizione, almeno tacita, che essa serva soltanto per il processo ecclesiastico. Il tribunale - per cui è essenziale la ricerca della verità oggettiva - non può tradire la loro fiducia, rivelando ad estranei ciò che deve rimanere riservato.
10. Dieci anni fa, nel mio primo discorso a codesto tribunale, ebbi a dire: "...il compito della Chiesa, e il merito storico di essa, di proclamare e difendere in ogni luogo e in ogni tempo i diritti fondamentali dell'uomo, non la esime, anzi la obbliga ad essere davanti al mondo "speculum iustitiae"" ("Allocutio ad Decenum Sacrae Romane Rotae ad eiusdemque Tribunalis Praelatos Auditores, ineunte anno iudiciali", 1, die 17 febr. 1979: , II [1979] 409).
Invito tutti gli operatori della giustizia di tutelare in questa prospettiva il diritto alla difesa. Mentre vi ringrazio sentitamente per la grande sensibilità del vostro tribunale a tale diritto, vi imparto di cuore la mia apostolica benedizione.

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