Source: https://www.dirittoconsenso.it/author/biagiosapone/
Timestamp: 2020-08-14 19:42:53+00:00

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Biagio Sapone, Autore presso DirittoConsenso
by Biagio Sapone
Uno degli ambiti maggiormente in evoluzione del diritto civile attiene alla tematica degli appalti, recenti sentenze della Corte di Cassazione hanno modificato un orientamento giurisprudenziale consolidato è hanno aperto la via ad un “nuova forma” di responsabilità extracontrattuale, quella cioè derivata da un contratto (di appalto). Ma partiamo dal dettato normativo dell’art. 1669 c.c.:
L’art. 1669 è una disposizione che ha carattere di specialità rispetto al generale principio sulla responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2043 cc, e tale disposizione si applica in via esclusiva anche nel caso in cui l’opera appaltata non venga ultimata, sostituendosi, quindi, alle generali disposizioni dettate in tema di risoluzione del contratto ex. artt. 1453 ss. (C. Cass 28233/17).
Il presupposto della responsabilità ex art. 1669 cc non trae fondamento dal contratto d’appalto, bensì piuttosto dal fatto in sé di aver costruito l’immobile, indipendentemente dalla qualifica del rapporto giuridico sottostante, assumendo così i caratteri propri della responsabilità da fatto illecito; si dà, in sintesi, maggior rilievo alla oggettiva partecipazione alla costruzione dell’immobile piuttosto che al rapporto contrattuale.
È responsabile ai sensi dell’art. 1669 c.c. nei casi in cui ha provveduto direttamente alla costruzione dell’immobile con gestione diretta di uomini e mezzi, sia quando ha affidato la realizzazione dei lavori a specifiche figure professionali (progettista, direttore dei lavori), sia nei casi l’opera sia stata eseguita da un terzo ed egli abbia mantenuto il potere di impartire direttive o di sorveglianza, cosicché risulti ad egli comunque riferibile la realizzazione dell’opera (C. Cass 18891/17; 2238/12; 4249/10 tra le altre). Il venditore non è responsabile ai sensi dell’art.1669 c.c. quando la realizzazione non sia a lui riferibile, ovvero nei casi in cui sia mero venditore, estraneo a tutte le fasi della costruzione dell’immobile (C. Cass 5514/94).
Il direttore dei lavori è la persona di fiducia del committente, incaricata di sorvegliare che le opere vengano correttamente eseguite dall’appaltatore e dal personale di cui questi si avvalga.
Con una celebre sentenza (C. Cass 2415/84) la giurisprudenza ha esteso la responsabilità di cui all’art. 1669 c.c. a tutti coloro che hanno collaborato alla costruzione, sia nella sua fase ideativa, sia in quella attuativa, considerando tali soggetti quali costruttori alla pare dell’appaltatore; purché si dimostri che i vizi dell’immobile si siano verificati per fatti a loro imputabili. Un passo ulteriore sul tema si è avuto con la pronuncia che ha istituito la responsabilità propria del direttore dei lavori e del progettista (C.Cass. 8811/03), la quale ha stabilito che in ragione della loro qualifica, la domanda originaria tra attore e costruttore convenuto si estende automaticamente anche al progettista e al direttore dei lavori, poiché il processo in esame si occupa di individuare il responsabile nel quadro di un rapporto oggettivamente unico.
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Il problema è ritornato nuovamente alla ribalta in relazione alla diffusione del covid-19
Con la L. 110/17 l’Italia prevede una fattispecie autonoma del reato di tortura, svincolandosi dalla angusta posizione di “osservata speciale” da parte del Comitato Internazionale contro la Tortura (CAT)
I numerosi inadempimenti al diritto internazionale (Convenzione ONU contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli, inumani e degradanti del 1984) e comunitario (CEDU) hanno spinto il legislatore ad introdurre la legge 110/17 che ha introdotto il reato di tortura ex art. 613 bis c.p., il reato di istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura ex art. 613 ter c.p. e l’inutilizzabilità delle dichiarazioni estorte con tortura ex art. 191 comma 2 bis c.p.p. con il quale si sanziona la tortura come mezzo di ricerca della prova. Così il legislatore, svincolandosi dalla angusta posizione di “osservata speciale” da parte del Comitato Internazionale contro la Tortura (CAT) a causa di una ultratrentennale assenza di una fattispecie autonoma volta a sanzionare tale reato, si è cercato di uniformarsi alle discipline internazionali e comunitarie. Ma il nuovo art. 613 bis c.p è idoneo realmente alla funzione cui è destinato o è una semplice norma introdotta per evitare altre sanzioni comunitarie?
L’art. 613 bis c.p.
Nella lettura del testo il primo punto sul quale pongo l’attenzione è il “chiunque” che apre il dettato, il legislatore ha completamente disatteso le raccomandazioni del CAT che gli ha inviato durante il processo legislativo, e ha preferito qualificare il reato di tortura come un reato comune, invece che come reato proprio come invece caldeggiava il CAT e forse sarebbe risultato più adeguato, difatti il testo prosegue “(…)persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza ovvero che si trovi nei casi di minorata difesa” quindi si intuisce facilmente non solo i casi di fermi di polizia o custodia giudiziale, ma anche case di cura, case di riposo, asili e scuole, e questo è un errore del legislatore perché, sebbene l’intento è indubbiamente positivo, cioè di reprimere la tortura a prescindere dal soggetto che la compie, il disvalore tra la tortura privata e la tortura di stato è completamente differente, perché punendo la tortura commessa da pubblico ufficiale si cerca di punire la lesione alla incolumità personale da parte del soggetto che ha l’obbligo giuridico di proteggerla e tutelarla, di punire la violazione di diritto da parte del soggetto che ha l’obbligo di garantire il diritto, e questa ratio del reato di tortura cade miseramente nei confronti della tortura come reato comune, perché il disvalore della condotta è completamente diverso se a compierlo è un soggetto privato o un pubblico ufficiale.
L’evento consiste in “acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico”. Cosa vuol dire acute sofferenze fisiche? Implicitamente è lo stesso articolo a dire cosa non è una acuta sofferenza fisica, nel comma 4 è prevista una aggravante se l’evento cagioni una lesione personale al soggetto passivo del reato, quindi possiamo sostenere che, secondo l’idea del legislatore, la sofferenza fisica sia qualcosa di diverso dalle lesioni personali, è qualcosa di diverso anche dalla “malattia nel corpo e nella mente” che invece costituisce l’evento del reato nella lesione personale. Sinceramente non sono in grado di indicare in questa sede cosa significhi acute sofferenze fisiche e fino a quando non interverrà la Corte di Cassazione per darne una definizione univoca e dirimerne le interpretazioni; questo resterà un dibattito aperto in seno alla dottrina e alla giurisprudenza.
L’aggettivo “acuto” è sicuramente utilizzato in modo atecnico nell’articolo; perché in senso medico “acuto” non vuol dire grave come lo intende erroneamente il legislatore, ma vuol dire istantaneo, vivo e penetrante. Perciò se si vuole prendere alla lettera il legislatore una cronica (che è l’opposto di acuta) sofferenza fisica non integra l’evento del reato. Una assurdità inaudita.
Senza presunzione di completezza, questa breve analisi dell’art. 613 bis c.p. offre una lettura sui numerosi profili di criticità insiti in questa norma, secondo la mia opinione è assolutamente inidoneo a prevenire e reprimere il fenomeno della tortura in Italia proprio per la indeterminatezza e l’eccessiva vaghezza della disposizione, sarebbe stato più efficace introdurre aggravanti speciali dalla metà a 2/3 della pena in ogni articolo che può integrare la condotta della tortura (es. minaccia art. 612 c.p., lesione personale art. 582 c.p. etc.).
È lo stesso CAT, in una lettera urgente indirizzata al parlamento italiano durante l’approvazione della legge a sostenere che tale disposizione è assolutamente inidonea alla prevenzione e alla repressione del fenomeno e che si discosta troppo dalle nozioni di tortura contenute nella dichiarazione di New York del 1984 e nella giurisprudenza della CEDU, quindi si rende necessario una evoluzione dottrinale sul tema e, si auspica, interventi legislativi volti a conformarsi agli obblighi comunitari e internazionali che sostanzialmente permangono disattesi.
I problemi della tortura sono in parte legati al problema del sovraffollamento carcerario là dove vi siano trattamenti inumani e degradanti: https://www.dirittoconsenso.it/2018/11/05/il-problema-del-sovraffollamento-carcerario/

References: art. 1669
 sentenza 
 art. 613
 art. 613
 art. 191
 art. 613
 art. 612
 art. 582