Source: https://eccomimandame.it/contenuti/content/1-comunita.html
Timestamp: 2020-07-12 12:27:24+00:00

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Comunità - Comunità - Eccomi Manda Me
29 maggio 2020: sono già trascorsi 18 anni da quando il nostro carissimo don Salvatore Tumino è salito alla casa del Padre, nella Gerusalemme del Cielo e, nonostante il tempo trascorso, sembra ancora di sentire la sua risata, le sue parole. Uomo di Dio che ha lasciato nel cuore di chi lo ha conosciuto il desiderio di imitare la sua fede e il suo zelo nell'annuncio del Vangelo.
Questo però è un anniversario particolare: dal 4 marzo viviamo in una situazione di lockdown a causa del coronavirus, è ancora vietato incontrarsi ma la voglia di stare insieme per ringraziare il Signore per il dono che ha fatto alla chiesa di questo sacerdote santo non ci ferma. Ecco che la tecnologia viene in nostro aiuto e allora organizziamo un incontro on-line in diretta su YouTube e aperto a chiunque volesse parteciparvi. Quella che era una restrizione si è dimostrata, per grazia di Dio, una grande opportunità di evangelizzazione perché, così facendo, hanno potuto partecipare a questo incontro tantissimi fratelli di tutte le varie realtà in Sicilia e fuori dalla Sicilia.
RIVEDI L'INCONTRO SU YOUTUBE
Canale Youtube della Comunità "Eccomi, manda me!":
www.youtube.com/c/ComunitaEccomimandame
E' già disponibile la Rivista "Comunità" di Gennaio 2019. Gli abbonati la riceveranno a casa entro pochi giorni.
E' possibile visionarla da qui.
Giorno 8 Novembre 2018, grande grazia per la diocesi di Ragusa, per i Carmelitani e per la nostra realtà. Infatti, proprio il giorno in cui ricorre la sua commemorazione, giungono a Ragusa, nella piccola cappella della Comunità “Eccomi, manda me!” le reliquie di Santa Elisabetta della Trinità, carmelitana francese proclamata beata da Papa Giovanni Paolo II il 25 novembre 1984, 78 anni dopo la sua morte e santa nel 2016.
Le reliquie sono state accompagnate dal Priore del convento dei Carmelitani di Ragusa e da due frati che ci hanno permesso di conoscere la vita e le esperienze terrene di questa giovane donna.
Il Signore ci mette accanto uomini e donne sante, con una vita molto simile a quella di ognuno di noi, proprio per farci toccare con mano quanto la santità sia alla portata di tutti gli uomini non negli episodi straordinari ma nella quotidianità.
Santa Elisabetta della Trinità ha una vita consumata rapidamente. Nacque in un campo militare francese nel 1880. All’età di sette anni perde il padre ed il suo temperamento si delinea immediatamente, caratterizzato da un carattere focoso, collerico e dalla dirittura morale; possiede senso artistico e umana tenerezza; un’intelligenza lucida e un cuore con una grande capacità d’amare.
A tredici anni, primo premio di pianoforte al conservatorio di Digione. Viaggia, si occupa di musica, partecipa a feste, stringe numerose amicizie e riceve brillanti proposte di matrimonio. Ma nulla può placare questo cuore assetato di assoluto, se non il Dio vivente di cui ella sperimenta più di una volta l’amicizia. Né la musica, né alcun’altra creatura possono appagare questa sete.
Entra nel Carmelo di Digione a 21 anni, per terminare la sua vicenda terrena 5 anni più tardi vittima del morbo di Addison.
Il suo luminoso messaggio invece sopravvive e le conquista molti nuovi amici.
Santa Elisabetta della Trinità incarna i pilastri della nostra comunità: la preghiera, l’adorazione e l’evangelizzazione: ella infatti si dona totalmente al Signore e lo cerca con amore appassionato. Elisabetta rimane fedele, salda come una roccia, al “sì” incondizionato dato dalle richieste di Gesù, anche alle prese con una morte dolorosa e prematura.
La Carmelitana è segno di Cristo, come ogni battezzato, e vivendo la propria vita sempre alla luce di un’infanzia spirituale, sperimenta la bellezza di potersi rialzare ad ogni caduta e di adorare la presenza di Dio in ogni attività: in casa, durante le attività quotidiane, come in chiesa e in ogni luogo. Santa Elisabetta della trinità sente dentro di lei la presenza forte del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in un circolo d’amore forte.
La sua natura comunicativa la spinge a parlare di Dio anche agli altri: Elisabetta desidera, quando è ancora nel mondo, che nella sua gioia si possa scoprire un piccolo raggio della bontà divina. Essere un “sacramento” di Lui – amava ripetere- un sacramento che Lo comunica agli altri.
Ringraziamo il Signore per averci permesso di vivere questo bellissimo momento di intimità con Santa Elisabetta della Trinità e affidiamo a Lui ogni cosa affinché le nostre case, la nostra comunità, i nostri cuori possano essere dimora fissa di Santi da poter imitare e, grazie alla loro intercessione, poter percorrere la strada che porta a Lui in modo semplice ed amorevole.
Il 3 e 4 novembre 2018, ha avuto luogo la Conferenza Generale delle Comunità della Fraternità Cattolica (Regione del Sud Europa), sul tema “I carismi nella Chiesa e nel Rinnovamento Carismatico Cattolico”, alla luce del documento del magistero Iuvenescit Ecclesiae (maggio 2016).
Intensi momenti di preghiera si sono alternati alle riflessioni proposte dai vari relatori, tra i quali Raniero Cantalamessa, da anni predicatore della Casa Pontificia. Padre Raniero ci ha ricordato che i carismi sono doni particolari che vengono concessi da Dio per l’utilità comune (cfr. 1 Cor 12, 7) e per l’edificazione della comunità. Non è vero, poi, che i carismi erano proprio solo della Chiesa primitiva, essi invece vengono donati alla Chiesa di tutti i tempi, ma hanno forme e caratteristiche differenti.
I carismi, dai più straordinari a quelli più semplici e largamente diffusi, vanno accolti con gratitudine e custoditi nell’obbedienza, nell’umiltà e nella carità, tanto che il dono che lo Spirito Santo elargisce al fratello mi appartiene, perché appartiene a tutta la comunità.
Esemplificativa l’immagine della candela a cui ha fatto riferimento Jim Murph (Presidente dell’ICCRS): “A cosa serve una candela se non ha il fuoco? Tutti siamo chiamati a evangelizzare, se sei battezzato, allora evangelizzare è la tua chiamata. Sappiamo però che da soli non ce la possiamo fare: l’agente principale dell’evangelizzazione è infatti lo Spirito Santo, è Lui che accende il fuoco”.
Abbiamo bisogno del fuoco quindi, ma anche della candela che può bruciare. Essa infatti rappresenta lo strumento, il contesto, il luogo nel quale la fiamma brucia ed infiamma. Le nostre comunità rappresentano quella candela che, solo se accesa dal fuoco dello Spirito Santo, riesce a bruciare, a riscaldare e a illuminare l’umanità bisognosa di ricevere l’annuncio della salvezza.
A conclusione dell’incontro, è stato comunicato che per espresso desiderio di Papa Francesco è stato costituito un nuovo organismo di diritto pontificio, denominato CHARIS, nel quale a partire dalla Pentecoste del 2019 confluiranno sia la Fraternità Cattolica, che l’ICCRS (che raccoglie varie espressioni del Rinnovamento Carismatico Cattolico). CHARIS non sarà un organismo di governo, ma di servizio a sostegno di tutte le realtà carismatiche della Chiesa Cattolica.
Giovedì 8 novembre, in occasione della "Peregrinatio" delle reliquie di Santa Elisabetta della Trinità presso la diocesi di Ragusa, avremo la grazia di accogliere le reliquie della Santa presso la casa della Comunità in c/da Pozzillo. Alle ore 18:00 ci sarà l'accoglienza, alle 18:30 i Vespri e il Santo Rosario, alle 19:30 la S. Messa, alle 20:30 una catechesi dei padri carmelitani e un momento di preghiera. Partecipiamo numerosi a questo evento unico e invitiamo coloro che conosciamo.
La Comunità “Eccomi, manda me” è un’associazione privata di fedeli con personalità giuridica. Ha come cardini la preghiera (in modo particolare l’Adorazione Eucaristica) e l’Evangelizzazione.
Questa Comunità è aperta a tutti i fedeli appartenenti ad ogni stato di vita:
• Presbiteri, (diaconi in vista del sacerdozio, seminaristi);
• diaconi permanenti;
• consacrati (uomini e donne) che vivono i consigli evangelici;
• i semplici battezzati: laici (sposati o celibi);
La chiamata all’evangelizzazione esplicita, caratterizza la vocazione della Comunità: per questo ogni membro tenterà di dare a questa seconda priorità, accanto a quella della preghiera, il primato su tutte le altre attività. Annunciare Gesù unico Salvatore del mondo e formare evangelizzatori che facciano altrettanto, sarà l’assillo della Comunità, e a questo formerà ogni suo membro, vegliando affinché questo imperativo diventi vita, a livello personale e comunitario.
I CONSACRATI NELLA COMUNITA’
I consacrati si propongono di vivere secondo i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, da assumersi con voti privati attraverso la seguente formula: “Io… (nome) faccio voto per un anno (oppure per tre anni, oppure per sempre) di vivere secondo i consigli evangelici di povertà castità e obbedienza, per la gloria di Dio e per la salvezza del mondo, secondo la Regola e lo Statuto della Comunità ‘ Eccomi manda me!’”.
I voti si professeranno durante un momento liturgico della Comunità, nelle mani del Moderatore della Comunità.
Art. 5 - La povertà
Gesù da ricco che era si è fatto povero per farci tutti ricchi. (cfr. 2 Cor 8,9). La povertà verrà vissuta come scoperta che la ricchezza vera è amare Dio e ogni fratello per amor suo. In un mondo fortemente segnato, nella cultura occidentale, dal consumismo e dall’edonismo, il voto della povertà sarà segno che le cose visibili durano un momento quelle invisibili durano per sempre (cfr. 2 Cor 4,18). La povertà verrà vissuta come distacco dalle cose materiali, abbandono alla Provvidenza di Dio e condivisione di beni materiali con chi vive nella povertà. La Comunità sarà attenta all’aiuto materiale di poveri ed indigenti, pur non essendo questa una sua missione specifica.
Art. 6 - La castità
Il voto di castità è scelta totale e definitiva già su questa terra della Signoria di Dio, per amarlo con cuore indiviso, e anticipare il Regno che verrà.
La castità, in un mondo dove questa grazia non è apprezzata, vuole essere segno di contraddizione e luce per annunciare che solo Dio basta.
Sarà vissuta nella gioiosa donazione del cuore e del corpo a Colui che si è donato totalmente a noi. Coscienti della fragilità della natura umana si chiederà ogni giorno il dono di Dio perché questa grazia sia ogni giorno rinnovata.
La castità si svilupperà nella vigilanza del cuore, della mente, degli sguardi, dei gesti, perché la fedeltà all’Amato non sia mai messa in pericolo.
La castità non è fuga dal mondo o un voler non amare nessuno. Pur rimanendo nel mondo si renderà chiara ed evidente la propria appartenenza totale a Dio e la scelta di amare tutti allo stesso modo, senza nessuna preferenza.
Per fare questo si alimenterà un’amicizia schietta, sincera, trasparente, con tutti senza preferenza alcuna evitando qualsiasi forma di particolarità che potrebbe far smarrire la appartenenza speciale, esclusiva, totale a Dio, il Signore.
La mortificazione, la preghiera, il dono di sé a Dio e ai fratelli, la riconciliazione, l’Eucarestia, l’abbandono confidente in Dio amore sono vie da percorrere ogni giorno perché questa grazia sia rinnovata e cresca fino all’incontro con Dio che sarà tutto in tutti e trasfigurerà i nostri corpi mortali.
Art. 7 - L’obbedienza
Gesù “pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,8-9).
Gesù obbedì al Padre in tutto, anche quando questo lo portò alla croce, ma in questa obbedienza divenne causa di salvezza per coloro che gli obbediscono.
Si deve imparare ad obbedire, perché per il peccato siamo portati a disubbidire a Dio e ai fratelli, imparare ogni giorno, non solo nelle grandi occasioni ma anche nelle piccole. L’obbedienza a Dio deve essere uno stile di ogni chiamato alla Comunità.
Prima di tutto si deve obbedienza a Dio che si è rivelato per mezzo del suo Figlio.
Il Figlio ci ha rivelato la volontà del Padre e noi ci salviamo se obbediamo al suo Vangelo.
Obbedire al Vangelo in tutto è ciò che Dio ci chiede.
Obbedire alla Chiesa, al suo Magistero, al Papa, ai Vescovi secondo la costante e corretta tradizione di fedeltà al Vangelo, è volontà concreta di obbedienza a Dio.
Obbedire al Moderatore della Comunità e allo Statuto è, per ogni membro, fedeltà al carisma che Dio ci ha dato.
L’obbedienza gioiosa, consapevole, responsabile richiederà ad ogni membro della Comunità il dovere di fare conoscere i propri pensieri, desideri, bisogni al Moderatore per aiutarlo a fare discernimento insieme a chi, con lui, condivide il ruolo di guida della Comunità. Dopo aver esposto i propri pensieri, bisogni, idee è necessario essere disposti a lasciarsi guidare da chi ha il ministero della guida all’interno della Comunità.
Tutti dovranno, sia il Moderatore che ogni membro della Comunità, ricercare assiduamente, nell’umiltà e nella preghiera, la volontà di Dio per viverla in ogni occasione.
Obbedienti non si nasce ma si diventa giorno per giorno, rinunciando a noi stessi, per far agire in noi Colui che ci ha resi liberi con la sua obbedienza fino alla morte e alla morte di croce: Gesù l’Agnello Immolato.
L’obbedienza è realizzata più con il cuore che con la volontà o la mente. Chi ama il Signore obbedisce a Lui e a coloro che lo rappresentano pur nella fragilità della condizione umana.
“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14,15).
Solo se si cresce nell’amore verso Gesù e il Padre, con l’aiuto dello Spirito Santo l’obbedienza sarà vissuta anche nei momenti difficili, come grazia.
Art. 8 - La vita comune
I consacrati vivranno una vita comune alla luce della prima Comunità cristiana e del gruppo degli apostoli che vivevano insieme a Gesù.
“Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42)
“Tutti i credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune” (At 2,44)
La comunione fraterna è dono di Dio alla Comunità. E’ anticipazione del Regno che verrà. E’ l’instaurazione del Regno di Dio sulla terra. Segno e realtà, dono e impegno.
Dono da chiedere ogni giorno nella preghiera, impegno da portare avanti nonostante le difficoltà e le cadute.
Si cercherà di crescere nella stima reciproca, nell’amore fraterno, nel dialogo, nell’ascolto, nell’accettazione del fratello, nell’intercessione vicendevole, nel perdono di cuore.
Art. 9 - Impegni propri dei consacrati
- La liturgia delle ore: lodi e vespri ( a meno che non ne siano legittimamente impediti per validi motivi).
- L’Eucaristia quotidiana sarà la fonte e il culmine della vita comunitaria.
- Preghiera personale di almeno un ora al giorno in cui si privilegerà l’Adorazione Eucaristica silenziosa personale. Da qui scaturirà come fonte tutto il vigore apostolico, la luce per le nuove imprese evangeliche, la vera e profonda conversione, l’intercessione per la salvezza del mondo. E’ ai piedi del Maestro che primariamente si costruisce la Comunità e la vita di ogni consacrato. L’amore al silenzio è una caratteristica di chi sente la chiamata alla consacrazione in questa Comunità.
- Meditazione e approfondimento quotidiano della Parola di Dio, lettura spirituale, meditazione di almeno un mistero del S. Rosario.
- Una giornata di deserto alla settimana dove si ricercherà il silenzio e la solitudine, per un più autentico incontro con Dio e i fratelli.
- Una settimana di esercizi spirituali ogni anno con il previo consenso e le pratiche indicazioni del Pastore.
I LAICI NELLA COMUNITÀ
La Comunità comprende quali membri in pienezza, i fedeli laici uomini e donne, celibi o sposati che vivranno la spiritualità e la missione della Comunità nel loro stato di vita tenendo conto che la grazia battesimale ci spinge e abilita alla ricerca della santità.
Art. 11 - Sposi e famiglie
Gli sposi potranno far parte della Comunità a condizione che tutti e due sentano questa chiamata. Non si richiede la obbligatorietà della vita comune, ma si consiglia vivamente che le famiglie a turno facciano delle esperienze (una settimana ecc..) nella casa della Comunità.
Gli sposi vivranno prima di tutto la loro vocazione matrimoniale come loro specifica chiamata alla santità. La famiglia già è una piccola Comunità e quindi dovrà sempre essere garantita l’armonia coniugale e l’educazione dei figli come bene primario.
La Comunità cercherà di rafforzare la comunione all’interno della famiglia, donando un sostegno adeguato alle necessità della famiglia stessa.
Convinti che la vocazione comunitaria e la vita familiare non solo non sono in contrapposizione, ma si alimentano reciprocamente, si cercheranno di integrare continuamente le famiglie alla chiamata specifica della Comunità.
Art. 13 - I celibi
Potranno far parte della Comunità anche dei celibi (uomini e donne) che non sentendo la chiamata alla professione dei consigli evangelici, mediante i voti, sentono la chiamata alla Comunità. Costoro vivranno nel mondo come le famiglie (quindi non nella casa della Comunità) e conserveranno il loro lavoro e si impegneranno a svolgere le attività della missione della Comunità compatibilmente al loro lavoro professionale.
I laici vivranno secondo quanto descritto nella Regola e nel presente Statuto della Comunità, assumendosi degli impegni, alla presenza del Pastore attraverso la seguente formula:”Io… (nome) prometto per un anno (oppure per tre anni, oppure per sempre) di vivere secondo la Regola e lo Statuto della Comunità ‘Eccomi, manda me!’, per la gloria di Dio e la salvezza del mondo”.
Art. 15 - La povertà
Si richiederà la povertà come stile di vita secondo la chiamata di ciascuno, sviluppando una vita sobria, fiduciosa nella provvidenza, aperta ai bisogni dei più indigenti.
Sia le famiglie che i celibi cercheranno di vivere come segno di contraddizione alla mentalità consumistica e materialista, con la ricerca dell’essenziale. Normalmente le famiglie continueranno a svolgere il lavoro proprio con impegno e serietà, provvedendo da se stessi al mantenimento proprio e dei figli. I risparmi che potranno essere fatti pur non vivendo con la povertà consacrata, con voto specifico, ma con la ricerca dell’essenziale e quindi con sobrietà, serviranno attraverso una cassa comune a sovvenire ai bisogni degli ultimi, prediletti da Gesù. Il consiglio di questi membri alla fine di ogni trimestre deciderà con l’approvazione del Pastore come impiegare i risparmi fatti, nell’esercizio della carità fraterna.
Art. 16 - L’obbedienza
Pur nel rispetto della vita familiare, la cui autonomia interna (es. educazione di figli, relazioni all’interno della coppia) deve essere custodita, le coppie sono tenute essenzialmente alla pratica dell’obbedienza come descritta nell’art. 7, così come i celibi.
Art. 17 - La castità coniugale e celibataria
Per le coppie la castità coniugale sarà vissuta secondo l’insegnamento della chiesa, come adesione e offerta totale del proprio essere a Dio. I celibi vivranno nella castità richiesta dal loro stato di vita.
Art. 18 - La vita comunitaria
I laici si impegneranno:
- A partecipare alle giornate comunitarie (un fine settimana al mese).
- A svolgere nel rispetto degli impegni familiari, delle attività inerenti la missione della Comunità, che verranno loro assegnate.
- All’apertura di cuore periodica al Pastore della Comunità, pur tenendo conto che ciascuno o ogni coppia dovrebbe far tesoro della direzione spirituale con il direttore liberamente scelto.
- A provvedere, secondo le possibilità d’ognuno, al sostentamento economico della Comunità.
Art. 19 - Vita spirituale
Per alimentare il rapporto con il Signore, fondamento di ogni attività apostolica, anche gli sposi e i celibi sono tenuti ai seguenti impegni:
- Un’ora di preghiera personale quotidiana in cui si cercherà di meditare e approfondire la Parola di Dio, ci si accosterà alla lettura spirituale e alla meditazione di almeno un mistero del S. Rosario. Oltre a ciò si cercherà per quanto è possibile di partecipare alla Celebrazione Eucaristica quotidiana.
- Si cercherà con assiduità almeno una volta al mese di accostarsi al sacramento della penitenza.
- Si cercherà anche di fare dei momenti di preghiera familiari (ad es.: prima dei pasti, la sera, ecc.)
- Si suggerisce di trascorrere in Comunità o altrove, una mezza giornata di deserto al mese.
I SACERDOTI E I DIACONI, MEMBRI DELLA COMUNITA’
I preti, i diaconi per il presbiterato e i membri della Comunità vivranno secondo i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, da assumersi con voti privati, attraverso la seguente formula: “Io…(nome) faccio voto per un anno (oppure per tre anni, oppure per sempre) di vivere secondo i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, per la gloria di Dio e per la salvezza del mondo, secondo la Regola e lo Statuto della Comunità ‘Eccomi manda me’!”.
I voti si professeranno durante un momento liturgico della Comunità, nelle mani del Pastore della Comunità.
I diaconi permanenti, invece, assumeranno gli impegni attraverso la formula espressa nell’art.14.
I preti e i diaconi della Comunità “Eccomi, manda me!”, sono incardinati dai Vescovi e dagli Ordinari che accettano esplicitamente la presenza della Comunità nelle loro diocesi, applicando i presenti statuti.
La candidatura all’ordinazione di un membro della Comunità è proposta al Vescovo del luogo dal Pastore della Comunità dopo che il consiglio della Comunità ha espresso parere favorevole alla candidatura.
I membri della Comunità non saranno ammessi all’ordine del diaconato in vista del ministero presbiterale, se non sono incorporati pienamente nella Comunità mediante la professione dei voti.
Ordinando i sacerdoti e i diaconi il Vescovo del luogo li comprende nella sua diocesi e riconosce la loro appartenenza alla Comunità “Eccomi, manda me!” lo notifica nelle lettere di ordinazione, impegnandosi per quanto gli è possibile a rispettare la loro vocazione, senza proporre loro un ministero che ostacolerebbe le esigenze dei principi ispiratori della Comunità a cui hanno aderito.
Da parte loro i preti e i diaconi della Comunità si impegnano a vivere il loro apostolato in conformità alle linee pastorali della diocesi in cui svolgono il loro ministero, soprattutto privilegiando le fondamentali iniziative che la Comunità propone nella Chiesa: l’Evangelizzazione e l’Adorazione Eucaristica.
Art. 24 Ammissione di preti e di diaconi di un’altra diocesi o di un istituto religioso.
Perché dei preti o dei diaconi di un’altra diocesi dove non è presente la Comunità o di un istituto religioso possano essere incorporati nella Comunità, è necessario che abbiano ottenuto l’accordo preliminare del loro Ordinario e del Vescovo del luogo dove è presente la Comunità.
Si applicherà ciò che prevede il CIC per situazioni di questo genere. Per i chierici canoni 267 e seguenti, per i professi di istituti religiosi canoni 686-688,691-693.
AMMISSIONE E SEPARAZIONE
Il candidato che ha raggiunto la maggiore età può essere ammesso alla Comunità, quale membro effettivo, dal Pastore della Comunità, sentito il parere del suo consiglio, solo dopo aver compiuto un congruo tempo di probandato.
Compiuto il tempo di probandato chiede regolare ammissione con il postulato e dopo un anno inizia come effettivo membro della Comunità il regolare cammino di novizio e di professo.
Art. 26 - Tappa della formazione e dei voti.
- Permanenza temporanea in Comunità: Prima di essere ammessi al postulato i candidati devono aver effettuato dei periodi di permanenza in Comunità durante la quale abbiano condiviso la vita della Comunità.
- Postulato: un anno sia per i laici che per i candidati alla consacrazione. Questi ultimi trascorreranno il postulato nella casa della Comunità, senza pronunciare voti.
- Noviziato: per tutti un anno, e al massimo due. La conclusione del noviziato con l’assunzione dei voti o degli impegni temporanei segna l’entrata ufficiale nella Comunità e non può essere iniziato prima che il candidato abbia compiuto i 18 anni di età.
Fino alla fine del noviziato i candidati che lo decidono possono lasciare la Comunità.
- Per i consacrati: voti temporanei tre anni, rinnovabili di anno in anno per un altro triennio.
- Per i laici sposati o celibi: impegni temporanei tre anni, rinnovabili di anno in anno per un altro triennio.
- Per i consacrati, i sacerdoti e i diaconi temporanei: alla conclusione del tempo di prova nell’esercizio dei voti temporanei i candidati emettono i voti definitivi.
- Per i laici sposati e celibi, e i diaconi permanenti:: alla conclusione del tempo di prova degli impegni temporanei emettono gli impegni definitivi.
Art. 27 - Modo delle domande e ammissioni alle diverse tappe.
I candidati ad ogni tappa presentano una domanda scritta al Pastore della Comunità precisando in quale stato di vita si trovano e desiderano impegnarsi. Per gli sposati la domanda deve essere fatta da entrambi i coniugi, separatamente. I candidati alla vita consacrata esprimono il loro desiderio di impegnarsi attraverso voti privati, a vivere secondo lo statuto della Comunità, i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza.
La formazione dei candidati sarà svolta da un responsabile della formazione nominato dal Pastore della Comunità, con l’approvazione del Vescovo del luogo.
Art. 29 - Uscita ed esclusione di un membro che ha pronunciato i voti.
Per la separazione di un membro consacrato, spetta al Pastore della Comunità, dispensarlo dai voti, dopo aver udito il parere del suo consiglio. Lo stesso avverrà per lo scioglimento dagli impegni di un membro laico.
Per tutti si richiede una formazione umana e spirituale che permetta di adempiere la missione cui la Comunità è chiamata. In particolare si approfondirà la vita di preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la liturgia, i fondamenti basilari della fede cristiana, gli elementi essenziali del discepolato, la dottrina del Magistero, in modo particolare quella sulla evangelizzazione e la formazione pratica alla evangelizzazione.
Per realizzare la formazione saranno previsti per i nuovi membri degli incontri settimanali durante il periodo del probandato, che si intensificheranno durante il noviziato.
La formazione dei seminaristi in vista del sacerdozio si svolgerà secondo il diritto della chiesa. La Comunità intera dovrà però sentirsi responsabile di sostenerli con la preghiera e di creare attorno a loro un clima di comunione fraterna che favorisca lo sviluppo della loro vocazione.
DIREZIONE DELLA COMUNITA’
La Comunità è diretta da un moderatore generale, chiamato Pastore che è Superiore Responsabile della Comunità, il compito del quale è di assicurare la fedeltà al carisma della Comunità, animarne la santificazione, creare vincoli di comunione tra i membri, coordinare la vita e l’evangelizzazione, presentare annualmente all’Ordinario diocesano una relazione sull’attività pastorale della Comunità, rappresentare la Comunità davanti alle autorità religiose e civili.
Scelto preferibilmente tra i membri consacrati con voti definitivi nella Comunità, è eletto da tutti coloro che hanno fatto la professione definitiva dei voti o degli impegni (capitolo della Comunità).
Il capitolo della Comunità eleggerà il moderatore generale per sei anni (rinnovabili) con il voto di almeno due terzi del capitolo. L’eletto riceverà l’approvazione della competente autorità ecclesiastica.
Il Pastore della Comunità è sostenuto per la direzione della Comunità, dal consiglio della Comunità che comprende: l’economo, il responsabile della formazione, e altri quattro membri di cui due scelti dal Pastore della Comunità e altri due eletti dal capitolo della Comunità.
Possono far parte del consiglio della Comunità solo i membri incorporati definitivamente nella Comunità.
Nella elezione del consiglio è bene che siano rappresentati i diversi stati di vita presenti nella Comunità, (sacerdoti, consacrati e famiglie). Il consiglio della Comunità rimane in carica per sei anni.
Il consiglio si riunisce tutte le volte che il Pastore lo reputa necessario e comunque almeno tre volte l’anno.
Questo consiglio aiuta il Pastore della Comunità nell’esame delle questioni correnti, nella valutazione delle persone e dà dei suggerimenti utili per il buon andamento della Comunità. In modo particolare ha la responsabilità di consigliare il Pastore della comunità riguardo l’ammissione e la dimissione di candidati alle varie tappe del cammino di formazione.
Inoltre dà il suo parere al Pastore nei casi di distacco di un membro dalla Comunità.
Il capitolo della Comunità si riunisce almeno una volta all’anno e ha questi compiti:
- elezione del Pastore della Comunità;
- verifica del cammino svolto dalla Comunità secondo la sua missione;
- modifica del presente statuto.
L’insieme dei beni della Comunità è gestito sotto la responsabilità del Pastore della Comunità, da un economo generale, da lui nominato, dopo consultazione del consiglio della Comunità.
Egli è membro di diritto del consiglio della Comunità.
Una volta all’anno, nel capitolo della Comunità, fa una presentazione dettagliata dei conti della Comunità, risponde alle domande e fa le sue osservazioni. Presenta inoltre all’autorità ecclesiastica competente una relazione sull’utilizzo dei beni della Comunità, al fine di consentirne la vigilanza secondo quanto previsto dal can. 325 C.D.C.
L’amministrazione dei beni della Comunità deve essere animata da uno spirito di responsabilità, di prudenza, ma anche di fiducioso abbandono alla Provvidenza e di desiderio di condivisione con i più poveri, di semplicità e di povertà evangelica, evitando la ricerca del lusso e del profitto.
I responsabili e amministratori, come tutti i membri della Comunità dovranno ricordarsi sempre di essere soltanto i gestori e non i proprietari di beni di cui la Comunità dispone e che questi ultimi sono destinati unicamente ad essere messi al servizio dell’evangelizzazione.
La Comunità può ricevere donazioni, ma nell’amministrare i beni temporali la volontà del donatore deve essere sempre rispettata.
La Comunità si impegnerà a vivere in una dimensione di distacco dal denaro e di solidarietà con i più bisognosi e per questo, ogni mese, la decima parte di tutte le entrate che riceverà verrà data in elemosina a persone bisognose.
In caso di scioglimento o di estinzione della Comunità, i suoi beni saranno destinati al Vescovo p.t., perché vengano devoluti ad altre associazioni di fedeli o a enti ecclesiastici che perseguono finalità analoghe a quelle della Comunità.
Convinti che solo la croce porta alla risurrezione si vivrà in profonda accoglienza della volontà di Dio anche quando questa è contraria alla nostra. Si cercherà di aprire il proprio cuore al Signore perché Lui possa usarlo per la Sua gloria e la salvezza dei fratelli.
Genesi e sviluppo della Comunità
La comunità è dono di Dio. Non può nascere senza essere un suo progetto. Non può esistere se Lui non la tiene in vita con il suo amore e la sua presenza. (Tumino S., Rifletti, pag. 151)
Questo scriveva padre Salvatore alcuni anni dopo aver iniziato la fondazione della comunità; aveva capito che il Signore aveva posto nel suo cuore questa chiamata perché la comunità fosse una Sua risposta a un bisogno specifico del mondo e della chiesa.
Don Salvatore Tumino nasce a Ragusa il 26 Agosto 1959, terzogenito di Angelo e Maria Tumino.
All’età di otto anni inizia il suo cammino cristiano all’oratorio dei Salesiani dove rimarrà fino all’età di sedici anni. Periodo meraviglioso fatto di tanti momenti importanti che hanno contribuito alla sua formazione cristiana: il santo rosario pregato tutte le sere nei giorni di Maggio, le prove di canto per l’animazione della messa domenicale, le prove di teatro, le partite di calcio.
All’età di sedici anni, come spesso avviene nell’adolescenza, si allontana, iniziando a vivere un momento di crisi, così come lo descrive lui:
«Quando non ho più creduto che Gesù era il Figlio di Dio, ma un uomo qualsiasi, ho sentito dentro di me il male vincere e sopraffarmi. Ho incominciato ad odiare tutti, e non capivo il motivo. Mi disprezzavo, volevo distruggermi, pensavo che il suicidio sarebbe stato la mia liberazione, ma, per fortuna, il Signore mi ha protetto anche in quel periodo e forse grazie alle preghiere dei miei genitori mi sono salvato!». (Tumino S., Gesù mi ha salvato)
Decise di ritornare all’oratorio salesiano, dove, aiutato da tanti fratelli, iniziò il suo cammino di conversione. In quegli anni imparò, dalla spiritualità di don Bosco, l’amore per Gesù presente nell’Eucaristia, la materna intercessione di Maria Ausiliatrice, l'amore e l'assoluta obbedienza alla Chiesa, e la predilezione per i giovani.
Un altro contributo importante nella sua formazione cristiana lo diede il Rinnovamento nello Spirito che lo aprì profondamente all'azione dello Spirito Santo nella sua vita, nella vita della Chiesa e di ogni uomo.
Appena diplomato, trovò lavoro come ragioniere presso un consulente di pomeriggio e iniziò a frequentare da laico l’istituto teologico di mattina, fino a quando lasciò definitivamente il lavoro per impegnarsi a tempo pieno negli studi .
Al terzo anno degli studi di teologia iniziò a sentire nel suo cuore la chiamata al sacerdozio che, come lui descrive, fu una scelta travagliata:
«Un giorno, ricordo ero a Siracusa, entrai nella Chiesa dei Gesuiti; in fondo ad essa vi trovai un sacerdote a cui chiesi un’informazione. Lui mi rispose gentilmente e poi mi domandò: “Cosa fai nella vita?” Io risposi: “Studio teologia, insegno catechismo in parrocchia, faccio parte di due gruppi e sono molto impegnato in tante altre cose”. E lui di rimando mi disse: “ma non hai mai pensato a diventare sacerdote?”. Aveva fatto centro, era il mio punto debole in quel periodo: come Giona cercavo di fuggire, ma il Signore ovunque mi raggiungeva. Allora subito con decisione risposi: “Si, ci ho pensato, ma io voglio farmi una famiglia cristiana” e continuai: “voglio comunque essere molto impegnato per il Signore, ma come laico con una famiglia”. E il sacerdote tranquillamente continuò: “Ma se il Signore ti chiama al sacerdozio è tutta un’altra cosa. Tu non avrai una tua famiglia, la tua famiglia sarà il mondo; tu non avrai dei figli, i tuoi figli saranno tutti i bambini del mondo. Lo sai, è diverso! Se il Signore ti chiama.” Uscì da quella Chiesa molto perplesso... cercai di "lottare" con il Signore come Giacobbe e, alla fine, per fortuna il Signore ha vinto. Ha vinto le mie titubanze, le mie indecisioni. Come Mosé cercai tante scuse, ma Lui fu tenace. Lui vinse e io non persi. Anzi! La sua vittoria fu la mia vittoria» (TUMINO S., Gesù mi ha salvato op. cit.).
Il 30 Novembre 1986 ricevette l'ordinazione diaconale e fu assegnato a compiere il suo ministero nella Cattedrale S. Giovanni Battista.
Il 20 Luglio 1987 fu ordinato sacerdote: quindici anni di ministero sacerdotale ricco di grazie e di prove, accompagnato instancabilmente da un carente stato di salute che giungerà al suo culmine nel Novembre 2000 quando, dopo un intervento chirurgico, gli venne diagnosticato la presenza di un tumore allo stomaco.
Nel Febbraio 1989 padre Salvatore iniziò a Ragusa il Sistema delle Cellule di Evangelizzazione, che aveva conosciuto a Milano nella parrocchia di S. Eustorgio e che si impegnò a diffondere in tutta la Sicilia ma soprattutto fuori viaggiando in diverse parti del mondo.
Nel 1993 fondò a Ragusa la Comunità “Eccomi, manda me!” avente come pilastri del suo statuto la preghiera, e in maniera speciale l’Adorazione eucaristica, e l’evangelizzazione in tutto il mondo. Modello di tale comunità è la primitiva comunità descritta negli atti, comunità dove si sposano insieme contemplazione e azione, povertà e condivisione.
Lo Statuto e la Regola spirituale della comunità vennero riconosciuti il 21 Novembre 2000 da parte del Vescovo di Ragusa, mons. Angelo Rizzo.
Il 25 Marzo 2002, due mesi prima che il Signore lo chiamasse a sé, fondò la Casa Editrice “Sion” avente come obiettivo quello di evangelizzare, attraverso la divulgazione di libri facile da comprendere, molti dei quali sono stati scritti proprio da lui.
Il 29 Maggio 2002 padre Salvatore è tornato alla casa del Padre.
Padre Salvatore: uomo di preghiera e di azione, strumento nelle mani di Dio
Il mondo oggi ha sete di testimonianze di una fede viva in Gesù Cristo; di libri e maestri che parlano di Cristo ne esistono, e quanti! Ma di uomini di preghiera che vivono con Cristo , che parlano con Cristo, ce ne sono pochi. Di questi fa parte padre Salvatore.
Anche se breve, la vita di padre Salvatore Tumino è stata illuminata e trasformata dall’incontro personale con Gesù Risorto; è stata la storia di “una vita redenta” comunicata e testimoniata a tutti.
Il ministero sacerdotale di padre Salvatore è stato animato dalla passione e dall’urgenza per l’evangelizzazione, dall’amore per il prossimo; il tutto radicato in una profonda unione con Dio.
Portare ad ogni uomo, in ogni circostanza, in ogni parte del mondo l’annunzio della salvezza di Cristo Gesù: questa è stata la sua vocazione.
«Con l’evangelizzazione operata dalla Chiesa, la Gloria di Dio entra nella vita di ogni uomo, di ogni tempo e di ogni luogo. L’evangelizzazione è il mezzo usato da Dio per portare la sua presenza salvifica ad ogni uomo»6.
Prima di annunciare Gesù in modo esplicito lo testimoniava con il suo sguardo che sapeva sapientemente leggere dentro ogni cuore; con l’ascolto empatico che non negava a nessuno e a qualunque orario e soprattutto con la gioia spesso manifestata dalle indimenticabili “battute”e dalle fragorose risate che rischiaravano i pensieri bui e aprivano i cuori alla speranza.
Su di un adesivo posto sul vetro della sua auto c’è ancora scritto: “Con Cristo non ci sono problemi, senza Cristo non ci sono soluzioni”. Questa convinzione era così radicata in lui da vedere in ogni situazione, anche nella più disperata, una via d’uscita che Dio avrebbe aperto a chiunque lo avrebbe chiesto.
Padre Salvatore è stato membro del presbiterio della diocesi di Ragusa e il suo Vescovo, mons. Angelo Rizzo, lo definì “apostolo entusiasta ed efficace del movimento delle Cellule di Evangelizzazione, non solo in questa nostra diletta Chiesa particolare, ma anche in molte altre sparse in Italia e nel resto del mondo. Egli ha creduto concretamente nella potenza dello Spirito che opera nei cuori e nelle menti degli uomini, trasformando radicalmente le loro volontà. E’ stato testimone delle meraviglie compiute dallo Spirito nelle anime di molti fedeli, giovani e non giovani, che ha potuto avvicinare nel suo ministero”.
Padre Salvatore è stato soprattutto un uomo di preghiera e d’azione. Egli ha capito che fondamento di tutta la vita cristiana è l’intimità con Cristo, dalla quale scaturisce, come logica conseguenza, il desiderio e l’urgenza di evangelizzare.
Ricercò e visse costantemente la radicalità e l’essenzialità della vita del cristiano. Nei suoi insegnamenti ripeteva che “gli alimenti essenziali, oltre ai sacramenti, della fede sono tre: la preghiera, l’Adorazione e l’evangelizzazione, il resto è lattuga!”.
Semplice, concreto, determinato, profondo e disponibile. Aveva la coscienza di essere debole e limitato, e spesse volte affermava che c’era un abisso tra quello che era e quello che il Signore opera attraverso di lui, proprio per questo si riteneva di essere in cammino per raggiungere Colui che è il modello perfetto di ogni sacerdote.
Era Gesù che portava con gioia e determinazione, senza mezzi termini o possibili scorciatoie e, dopo averlo fatto, si nascondeva: si definiva solo un semplice “cartello autostradale” con l’unico compito di indicare ad ogni uomo il Cristo.
La preghiera incessante era il respiro della sua anima e il ritmo della sua giornata; lo si vedeva spesso in cappella, davanti al tabernacolo, all’inizio e alla fine delle decine di incontri con le persone che lo andavano quotidianamente a trovare in comunità per chiedere sostegno e conforto spirituale; prima di ogni decisione e scelta, tutto veniva posto, attraverso la preghiera, nelle mani del Signore. Lunghe notti e prime mattine trascorreva davanti a Gesù Eucaristia, su quelle ginocchia che diventavano leve sicure per sollevare le sorti del mondo.
Se, come lui diceva spesso, “la grandezza di un sacerdote si misura dalle sue ginocchia”, posso senz’altro dire che lui è stato un grande sacerdote. Tra le forme di preghiera quella che padre Salvatore pose al centro del movimento delle Cellule e della Comunità “Eccomi, manda me!”, è stata quella dell’Adorazione eucaristica.
Descrivendo il Sistema delle Cellule di Evangelizzazione, padre Salvatore annotava chiaramente come prima di iniziare tale metodo, aveva dato inizio all’Adorazione eucaristica tutti i giorni dalle 9.30 alle 20.30, perché “essa è uno dei pilastri su cui si fonda questo sistema di evangelizzazione, senza di questo l’annuncio è sterile”.
Coltivava uno speciale rapporto col vescovo; a lui, al Papa e al Magistero della Chiesa mostrava profonda obbedienza. Credeva molto nel sacerdozio regale dei laici, cogliendo nelle persone che Dio gli affidava i possibili ministeri che potevano svolgere, dando ad essi una completa e totale fiducia. Egli non si riteneva indispensabile o un sacerdote “tuttofare”, era convinto che era “meglio essere meno perfetti ma uniti, che perfetti ma da soli”.
Non prendeva alcuna decisione importante senza averla prima sottoposta al vescovo che amava sinceramente e trasmetteva agli altri questo suo amore filiale.
Possedeva una grande dimestichezza con la parola di Dio che comunicava abbondantemente con una efficacia sempre nuova, sorprendente, trascinante. Nelle sue omelie passava con molta naturalezza dalla fragorosa risata alla contemplazione del Mistero.
Guarito dalla crisi nel suo periodo adolescenziale, passò tutta la vita ad ascoltare, seguire, incoraggiare coloro che erano depressi e feriti; fu uno strumento di guarigione interiore nelle mani di Dio per moltissime persone.
Particolare era il suo legame con la Provvidenza: regalava libri, cassette, iniziava delle opere senza avere i soldi necessari, che poi puntualmente arrivavano.
Caratteristica indimenticabile del suo ministero sacerdotale è stata la gioia che riusciva a contagiare chiunque incontrava; mai dalla sua bocca si sentivano parole di scoraggiamento. A chi gli domandava come stava, rispondeva sempre “bene”, anche quando negli ultimi mesi della malattia non riusciva più a reggersi in piedi.
Racconta padre Salvatore che, avendo chiesto al Signore luce sulla sua missione se doveva dedicarsi ad una parrocchia o andare in missione, capì che la sua parrocchia sarebbe stato il mondo.
Come al solito lui prese alla lettera, o “troppo di petto”, la volontà del Signore e non pose mai confini alla sua azione di evangelizzazione, guidando missioni in numerose diocesi d’Italia e poi in Belgio, Bielorussia, Colombia, Cuba, Francia, Germania, Kenia, Malta, Polonia, Slovacchia, Spagna.
Anche quando negli ultimi anni della sua vita l’esperienza del tumore e della sofferenza segnò il suo ministero, la passione e il fuoco per l’evangelizzazione continuavano a bruciare nel suo cuore.
A tal proposito, raccontava don Pigi, responsabile delle Cellule in Italia e suo grande amico, che allo scadere dei due mesi di vita che i medici del San Raffaele avevano diagnosticato a padre Salvatore, questi si presentò a lui, a Milano, per comunicargli l’intenzione di fare nascere una casa editrice che, attraverso semplici libri, quindi accessibili a tutti, doveva far conoscere Cristo ai lontani.
Il 27 Maggio 2002, due giorni prima che il Signore lo chiamasse a sé nella Sua Gloria, scriveva ai membri delle cellule: «Ora abbiamo queste cose da fare: pregare molto, anzi sempre; servire tutti con amore e umiltà; annunciare ad ogni uomo, sempre, dovunque, Gesù l’unico salvatore del mondo».
Il filosofo cristiano S. Kierkegaard immagina che quando il testimone della verità giunge alla morte dica a Dio: “Grazie per tutte le sofferenze; grazie a Te, o Infinito amore!” e Dio gli risponde “Grazie, amico mio, per quell’uso che ho potuto fare di te”.
Chi era dunque padre Salvatore Tumino?
Un uomo vero, un cristiano entusiasta e un sacerdote “di fede”. Si può dire che egli ha incarnato alla lettera quell’ideale di sacerdote che proponeva ai suoi confratelli in uno scritto sul sacerdozio:
(Il sacerdote è)
Un uomo di Dio.
Un ponte tra gli uomini e Dio.
Un annunciatore dell’Invisibile.
Un testimone della Speranza.
Un annunciatore dell'Amore di Dio e della Resurrezione di Gesù, il Signore.
Un proclamatore della Verità di sempre, cioè della Parola di Dio, con parole tratte dalla vita di ogni giorno, con le parole usate dai poveri.
Un buon samaritano di tanti sofferenti nel corpo e nello spirito.
Un intercessore instancabile.
Un uomo di fede, capace di lasciare tutte le sicurezze per andare dove il Signore lo ha voluto.
Un uomo di contemplazione, che trovava sempre il tempo per pregare: la mattina, durante il giorno, spesso anche di notte.
Un uomo innamorato dell'Eucaristia, celebrata, adorata e vissuta fino alle ultime conseguenze: “prendete e mangiate; questo è il mio corpo”
Casa "San Giuseppe"
La Casa "San Giuseppe" è la casa madre della Comunità "Eccomi, manda me!". Acquistata nel 1993 da don Salvatore Tumino ancora allo stato rustico, nel corso degli anni ha subìto notevoli migliorie e rifinizioni, grazie all'aiuto di tanti volontari. Al piano terra c'è una cappella dove viene celebrata la S. Messa il martedi alle ore 19.30. Al piano superiore c'è un'altra cappella più piccola con il Santissimo Sacramento, una cucina e le stanze dove dormono le famiglie che risiedono in comunità e gli eventuali ospiti.
La Casa "San Giuseppe", sita in c/da Pozzillo, è il punto di ritrovo di tante persone che si riuniscono per pregare e per preparare le missioni. Da Maggio 2006 la via della Comunità, inizialmente denominata come via dei Papaveri, è stata rinominata via don Salvatore Tumino.
https://eccomimandame.it/contenuti/content/1-comunita.html#sigProId39b97f3d72
Casa di spiritualità "San Luca"
La Casa di spiritualità "San Luca", ubicata in contrada Monte-Margi, è adibita esclusivamente per i ritiri residenziali, quindi il luogo dove si svolgono i Corsi con pernotto e i ritiri della Comunità.
La casa è in aperta campagna, lontano dai centri abitati dove si può gustare la pace e il silenzio. E' composta da 25 stanze da 2 a 5 posti letto con bagno, cappella per la S. Messa, cucina attrezzata, ampio refettorio, stanza gioco per i bambini, sala riunioni, stanzetta per le confessioni, wi-fi gratuito, ampio giardino esterno e parcheggio auto.
La casa è a disposizione di tutte le realtà religiose che vogliono trascorrere dei ritiri immersi nella pace del luogo. Per informazioni inviare un’email a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
https://eccomimandame.it/contenuti/content/1-comunita.html#sigProId0cc04cb40d

References: Art. 5

Art. 6

Art. 7

Art. 8

Art. 9

Art. 11

Art. 13

Art. 15

Art. 16

Art. 17

Art. 18

Art. 19

Art. 24

Art. 26

Art. 27

Art. 29