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Timestamp: 2017-04-27 03:25:16+00:00

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Attualità dell'articolo 11
Il servizio civile nella Costituzione UE 1
Il servizio civile nella Costituzione UE 2
Kosovo, Iraq e articolo 11
n° 102 - febbraio 2003 .:Prima_Pagina:.
.:i Diesse:. .:l'Ulivo:. .:Internazionale:. .:I libri:. .:Lanterna_Magica:. .:LeftShift:. .:Il_Peggiorista:. .:Musica:. .:ricerca:. Inserto: articolo 11, la Carta e le armi Non c'é alcun provincialismo nel difendere la Costituzione Pietro Ingrao Voglio partire da una domanda. Perché siamo qui stasera, in questo luogo della Camera dei deputati e del parlamento italiano? Noi pure così diversi per fede politica, formazione culturale, per storia personale e anche per età. E vengo a parlare in questa sala anch'io, così avanti negli anni, un vecchio che quasi lambisce i novant'anni? Che ci muove? Che ci allarma?
Ho innanzi a me il cartoncino che annuncia questo nostro incontro e ha in testa un nome e una frase. Cita l'articolo 11 della Costituzione, e l'affermazione densa e impegnativa che lo connota: "L'Italia ripudia la guerra".
C'è stato un momento in cui parve che quell'articolo fosse cancellato e superato. E a chi lo evocava veniva risposto che ormai l'impegno dell'Italia repubblicana nella guerra e nella pace era segnato da un altro codice, che era quello delle Nazioni unite. E anche il presidente della Camera, Pierferdinando Casini, sembrò aderire a questa lettura, che alla fine fatalmente sembrava allontanare (sbiadire e confinare nel passato) la Carta costituzionale, visto che si annullava quel suo punto cruciale, e - dico io - così significativo della volontà che muoveva quelli che chiamiamo a ragione i "Padri costituenti". Davvero si poteva disporre così facilmente della Costituzione repubblicana? E come si poteva seppellire quel suo disposto sulla guerra? Queste parole non mi sono dettate da un disprezzo dell'Onu, semmai dalla convinzione che la Carta dell'Onu era segnata anch'essa dall'affermazione della pace. Non ci può essere contrasto tra le due Carte. Semmai, quel disposto costituzionale chiedeva un potere dell'Onu che fosse molto più ardito nella costruzione e nella difesa della pace.
Così è stato fino a un certo momento. Poi vennero la fine del Duemila e il discorso del presidente della Repubblica, che tornava a leggere quell'articolo 11 e il suo "no" alla guerra, anche se il presidente si affrettava a evocare subito "la partecipazione dell'Italia alle missioni per il mantenimento della pace e di lotta al terrorismo". Come a purgare quell'articolo 11 da un difetto di provincialismo. E invece quell'articolo da tutto nasce fuorché da una vicenda provinciale, figlio diretto come esso è della terribile esperienza di due guerre intercontinentali. E a quella tragica vicenda mondiale guardava chi l'aveva scritto.
E in verità ancora adesso, in questi mesi, ciò che ha portato alla ribalta quel dettato della Costituzione (resuscitandolo, forse) è un evento mondiale. A trarre dall'ombra quel brano della Costituzione italiana è la nuova dottrina (e la pratica, temo) enunciata dal presidente americano e proclamata dinanzi al suo paese e al mondo: quella dottrina che afferma la necessità e la legittimità della "guerra preventiva", questa nuova codificazione del ricorso alle armi.
L'ultimo decennio del Novecento aveva visto già il ritorno e via via la "normalizzazione della guerra", più o meno depurata dalla sua violenza dall'aggiunta di quegli aggettivi - "giusta" o "santa" - che l'accompagnavano. Quasi nettata del suo sangue da una carica di eticismo, e in ogni modo assunta come momento "normale" dell'agire politico, e tuttavia pur sempre come ultima ratio, come conseguenza obbligata di un agire dell'avversario non altrimenti contenibile. Guerra normale che però ancora presupponeva una "prima mossa" dell'avversario. Oggi, invece, dalla potenza americana viene assunto come criterio dell'azione armata l'agire prima, il ricorso preventivo alle armi, il precedere l'avversario. E davvero così diventa arduo definire dei criteri di legittimità. L'idea della guerra di difesa a cui tanto hanno fatto ricorso, nei secoli, le nazioni e gli imperi si rovescia nel suo contrario: l'attacco preventivo diventa il criterio di una strategia fatale e necessaria per governare l'irrequietezza del mondo. Questa a me sembra non solo una lettura agghiacciante del governo del mondo, ma anche un regalo inaspettato agli strateghi sanguinosi del terrorismo e che consente loro di giustificare dinanzi ai propri seguaci la loro cieca semina di morte. Finisce per essere una spinta ai capi disperati di Hamas a predicare ancora per dire agli adolescenti: "Questo è l'Occidente. Fatti kamikaze, non hai altra via". Domando: di fronte a questo nuovo codice mondiale a che titolo potremmo dire al dittatore nord coreano "distruggi le tue atomiche"? Quando Stati, nazioni, popoli, si sentiranno esposti, in ogni momento, ai rischi dell'iniziativa preventiva del più forte?
La parola disarmo già era scomparsa dai cieli di questo pianeta. Adesso appare persino ridicola nel nuovo tempo della "guerra preventiva". Questo è il nuovo scenario. Che ha a che fare con il ripudio della guerra chiesto dall'articolo 11? Certo se ne può ricavare la conseguenza che quella Costituzione è morta, ma anche la Carta dell'Onu va in polvere se avanza la "guerra preventiva". O almeno diventa difficile alzare la bandiera dell'Onu e tacere sulla "guerra preventiva" di Bush.
Il parlamento italiano, se non erro, ha discusso in plenaria sulla vicenda irachena il 25 e 26 di settembre 2002. Vedo che gli ispettori delle Nazioni unite in Iraq chiedono tempo. Ma intanto verso quel fatale Medio oriente già si muovono flotte ed eserciti. E siamo ormai - ci dice il presidente americano - nell'era della possibile "guerra preventiva", anche rispetto alle conclusioni degli ispettori Onu.
Ho lavorato a lungo nella Camera dei deputati. In ore tristi e in ore liete. Quel compito di rappresentare la nazione mi appassionava. Adesso sento la responsabilità grande che pesa su di voi - deputati del popolo italiano - nel grave frangente che attraversa il mondo. Dinanzi a voi, deputati e senatori di questo paese stanno domande ineludibili: in fondo, su di voi pesa il compito di appurare se regge ancora e ha valore la nostra Costituzione, e anche di vagliare quanto la nazione italiana può incidere sulle decisioni delicatissime che attendono il giovane parlamento europeo. Quando, se non ora, c'è bisogno che il parlamento italiano si raduni per dirci a che punto siamo?
Diciamoci la verità: c'è chi considera ormai un pesante ingombro queste assemblee, questi luoghi della rappresentanza di fronte al nuovo potere dei Capi, nel tempo nuovo della "guerra preventiva" e dei nuovi disegni imperiali. Non io, né altri la pensiamo così. Anzi crediamo ancora alla rappresentanza larga. E pensiamo che sulla guerra e sulla pace debba parlare e pesare la larga rete delle assemblee: dai Comuni, alle Province, alle Regioni.
Si parla molto oggi di federalismo e del ruolo delle Regioni come soggetti politici attivi. C'è una grande tradizione comunale in questo paese, ci sono tante città simbolo. Tanta parte del loro destino è legata alla pace e alla guerra. Che vengano da voi a Roma, e vi dicano i loro timori e speranze. Quando, se non ora devono, venire ad incontrarvi? Se non in questa vigilia, in cui si decide sulla pace o sulla fortuna o meno della nuova "guerra preventiva" e tutti temiamo che in Iraq torni il vento aspro della guerra. Un'ultima riflessione voglio dedicarla alla tradizione del pacifismo in Italia, esperienza all'avanguardia in Europa e nel mondo. E' possibile individuare due filoni in questa storia: quello cristiano e quello operaio, che si sono intrecciati e congiunti (si pensi all'esperienza della Marcia della pace Perugia-Assisi). Questo pacifismo ha bisogno oggi di rivendicare con maggiore orgoglio la sua storia a livello europeo. Dobbiamo imparare a costruire l'unità nella differenza. Sono a disagio nel vedere lo schieramento delle forze democratiche troppo frantumato di fronte all'urgenza del momento.
Queste sono le domande. Guardando ad esse si chiarisce se la Costituzione, in nome della quale giura il presidente della Repubblica è consumata, o ancora vive e ha un domani la sua grande domanda di pace. Che verità hanno quelle parole così asciutte: "L'Italia ripudia la guerra". aprile di questo mese
Fenomeno Cofferati. Discussione aperta
Aldo Garzia Inserto: articolo 11, la Carta e le armi
Pietro Ingrao Intervista a Estela Carlotto presidente delle Nonne di Plaza de Majo Carla Ronga Avanti pace Pasqualina Napoletano Promemoria sull'Assemblea di Aprile Giovanni Berlinguer Articolo 18: la Cgil e la roulette del referendum Giuseppe Casadio LEuropa e la guerra * * * Afghanistan: quegli alpini allo sbaraglio
Silvana Pisa Bush junior con l'elmetto C. R. La strategia di Washington Nicola Manca Il nuovo corso di Aprile Piero Di Siena L'eredità dell'Avvocato Nicola Tranfaglia Lo scontro sui contratti Alessandro Cardulli Il computer disobbediente Guido Iodice Inserto articolo 11: La Carta e le armi
Famiano Crucianelli Inserto articolo 11: La Carta e le armi
Oscar Luigi Scalfaro Inserto articolo 11: La Carta e le armi
* * * Inserto articolo 11: La Carta e le armi
Alberto Monticone Inserto articolo 11: La Carta e le armi
Marcella Marcelli Il Peggiorista * * * Argentina: il liberismo fa crack Pietro Folena Banca etica, un buon compleanno Sabrina Magnani Banca etica, soci e progetti S. M. La cittadinanza attiva di Attac Rino Genovese www.attac.org/italia M. M. Memorie di un attore svedese Aldo Garzia Storia d'amore al tempo di Salò Enrico Landolfi Forza Italia, cronistoria di un film maledetto. Intervista al regista Stefania Limiti Il dottor Jung al cinema S. L. Passioni, una videocassetta con l'Unità
P. M. Quel terzo forum sociale mondiale Nicola Manca L'arcipelago Porto Alegre Nuccio Iovene Porto Alegre: numeri, idee, proposte e iniziative Mario Schina aprile.org | gerenza
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