Source: http://bastamortesullavoro.blogspot.com/2010/10/
Timestamp: 2017-06-27 07:05:33+00:00

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bastamortesullavoro: ottobre 2010
PROCESSATE LA SARAS- Omicidio colposo: i pm chiedono il processo per i vertici della raffineria dei Moratti
da Il Fatto Quotidiano 30.10.10, p.11 I morti alla Saras di Sarroch Ai Moratti piace il silenzio I fratelli Gianmarco e Massimo Moratti sono convinti che i loro dipendenti della raffineria Saras, ma anche chi abita a Sarroch (in provincia di Cagliari, dove sorge l’impianto) debbano supportare le pubbliche relazioni dell’azienda nella reazione alle cattive notizie. Lo hanno fatto scrivere: “Tutti, anche coloro che gravitano a vario titolo intorno alla nostra realtà, dovrebbero farsi interpreti della sfida che come impresa quotidianamente viviamo”. La disciplina chiesta a tutti i gravitanti a vario titolo è la stessa che i Moratti ottengono da tutta la stampa nazionale (con l’unica eccezione del Fatto Quotidiano): ieri nessun giornale ha pubblicato la notizia che per quattro tra i massimi dirigenti della Saras e per la stessa società, nella persona del legale rappresentante Gianmarco Moratti, la procura della Repubblica di Cagliari ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo plurimo, per la morte di tre operai avvenuta a Sarroch il 26 maggio 2009. Per Massimo Moratti, amministratore delegato della Saras, i titoli a nove colonne sui giornali ci sono stati, ma come sempre sul calcio, stavolta sulla polemica con Andrea Agnelli per nobili storie di scudetti rubati tra Inter e Juventus. Della Saras i Moratti non vogliono che si parli. Neppure a Sarroch, dove cinquemila abitanti e duemila lavoratori della raffineria fanno i conti con l’inquinamento e con i problemi della sicurezza. Lo dimostra una lettera inviata nei giorni scorsi a tutti i dipendenti Saras dal direttore generale Dario Scaffardi, a proposito di un libro dedicato proprio all’incidente per il quale pende sullo stesso Scaffardi una richiesta di processo per omicidio colposo. Eccone il testo integrale: “Siamo venuti a conoscenza che il Comune di Sarroch ha organizzato un evento per la presentazione del libro di Giorgio Meletti “Nel Paese dei Moratti”. Consapevoli che questa recente pubblicazione ha suscitato qualche interesse e curiosità, desideriamo condividere un breve commento al riguardo. Ci interessa evidenziare che il libro, al netto di alcune inesattezze e dell'utilizzo strumentale di alcune informazioni, non rende soprattutto merito dell’impegno profuso e dei risultati che Saras ha conseguito in oltre 40 anni di attività a favore della crescita economica e sociale del territorio e dello sviluppo di una cultura industriale ed organizzativa di cui tanto il nostro Paese ha bisogno. Ci auguriamo che questo sia lo spirito che ha indotto il Comune di Sarroch ad invitare l'autore del libro per un pubblico dibattito. Tutti, anche coloro che gravitano a vario titolo intorno alla nostra realtà, dovrebbero infatti farsi interpreti della sfida che come impresa quotidianamente viviamo: essere un punto di riferimento come produttori di energia sostenibile che alimenti la vita delle persone”. Evidente dal tono scelto, l’obiettivo della lettera è stato centrato. Intimoriti da Scaffardi, i lavoratori della raffineria hanno compattamente disertato l’appuntamento messo nel mirino, che il sindaco di Sarroch Mauro Cois ha confermato resistendo a fortissime pressioni. Sarà sostenibile l’energia prodotta dalla Saras, meno sostenibili i suoi messaggi ai dipendenti. Pubblicato da
Sesta udienza per la strage alla Marlane-Marzotto di Praia a Mare: LEGITTIMO IMPEDIMENTO A TEMPO PIENO PER GHEDINI
COMUNICATO STAMPASi è tenuta presso il tribunale di Paola l' udienza del processo Marlane Marzotto, la sesta di una lunga serie che giocoforza è destinata a concludersi col rinvio a giudizio degl'indagati o nella peggiore delle ipotesi col "non luogo a procedere".E' stata una sessione improntata sull'audizione del collegio difensivo, giunto in forze ma senza l'avvocato Ghedini ancora una volta assente nonostante le reiterate dichiarazioni di disponibilità.Davvero scarsa la presenza delle parti civili, non è dato di sapere se per stanchezza o per motivi personali o familiari, come scarsa era l'attenzione prestata da alcuni avvocati dell'accusa.Lo SLAI Cobas, il sindacato che ha iniziato e gestito in solitudine fino ad oggi la "questione Marlane", era presente col referente provinciale e per delega dalla struttura nazionale.I patrocinatori degl'indagati si sono spesi illustrando teoremi già sentiti e censurando causalità patologiche in modo improprio.Le conclusioni alla prossima udienza del 5 novembre, molto probabilmente l'ultima di questa lunga serie, nella quale l'offesa dovrà trovare il coraggio di controbattere con forza le tesi degli avvocati difensori.Si è trattato di un qualcosa già visto, dallo scarico di responsabilità anche palesi al coinvolgimento istituzionale non chiarito, alla panacea della prescrittibilità dei reati rubricati.Ovviamente la solidarietà dello SLAI Cobas è per i giudici, con la certezza che sapranno essere arbitri imparziali di un disastro che ha pochi eguali in campo nazionale.29.10.2010 per lo SLAI COBAS Alberto Cunto coordinatore Slai Cobas prov. di Cosenza
Per Terzigno, per il lavoro: presidio sotto la prefettura per contestare Berlusconi
In questo momento le due B dei miracoli, Berlusconi e Bertolaso, sono in Prefettura per un nuovo incontro con Caldoro, Cesaro, i sindaci del vesuviano, e la partecipazione straordinaria di Cosentino. L’ennesimo incontro, indetto per eliminare nei soliti 10 giorni l’emergenza rifiuti, serve in realtà a preparare al meglio la polpetta avvelenata per le popolazioni dei paesi vesuviani che, delegittimando i propri sindaci, continuano a dire no al piano rifiuti preparato da Bertolaso e a rifiutare ogni compromesso ed ogni compensazione. Infatti oltre alla non apertura di Cava Vitello, le popolazioni di Terzigno, Boscoreale, Boscotrecase e degli altri paesi vesuviani pretendono l’immediata chiusura dell’attuale discarica Sari e la sua bonifica. In solidarietà con i cittadini vesuviani, colpiti duramente dalla devastazione del loro territorio e dalla repressione di questi giorni, i disoccupati organizzati Banchi Nuovi sono in presidio sotto il palazzo della Prefettura per far sentire a chi gioca sulla nostra pelle la voce di chi lotta per il proprio diritto alla salute, per il lavoro, per una vita decente.La lotta dei cittadini di Terzigno, di Giugliano, di Chiaiano, e degli altri siti, è la nostra lotta! Lo è non solo perché la criminale gestione dei rifiuti avvelena tutti i campani, ma perché il loro no a discariche ed inceneritori è il nostro no, le loro proposte di soluzione al problema dei rifiuti ( raccolta differenziata porta a porta, la riduzione, il riciclo e il riuso attraverso tutta la filiera del ciclo rifiuti zero, bonifica) sono anche le soluzioni da noi proposte per creare occupazione nel mentre si recupera e si tutela l’ambiente.Domani alla manifestazione che si terrà a Terzigno alle ore 17,00 le nostre voci si uniranno in un solo grido: Non ci fermerete con la vostra repressione! Solo la lotta paga!Invitiamo chi può a venire sotto la prefettura per contestare Berlusconidisoccupati organizzati Banchi nuovi
Bergamo: due morti e quattro feriti gravi in un mese
In un mese - Le ultime due vittime il 27 e l'8 ottobre.Sei morti dall'inizio del 2010.Impennata di feriti per le cadute dall'alto.Due morti e quattro feriti gravi in un meseE' una vera e propria escalation di infortuni quella che si sta verificando in provincia di Bergamo nelle ultime settimane. Nel giro di nemmeno un mese le persone che hanno perso la vita lavorando sono state due. L'ultimo dramma ieri (27 ottobre) a Brembate Sopra, alla Odl, dove ha perso la vita Enrico Villa, tecnico di 47 anni padre di due figli. Il precedente infortunio mortale era accaduto l'8 ottobre a Torre Pallavicina, dove aveva perso la vita Luigi Finazzi, 67 anni, di Villongo, cadendo da un'altezza di sei metri mentre stava installando pannelli fotovoltaici.Sono in particolare i lavori ad una certa altezza a minare la sicurezza dei lavoratori. Proprio ieri mattina attorno alle 11 un operaio di 23 anni di origine marocchina, che vive a Gorlago, è precipitato da oltre 7 metri mentre rimuoveva lastre di eternit sul tetto della Brentagg, azienda di Levate che utilizza i capannoni in affitto. Grave caduta dall'alto anche il 20 ottobre, in mattinata, a Bonate Sopra, dove un operaio bosniaco di 49 anni era caduto da un lucernario sopra il deposito della Trasporti Peroni, in via Verdi. Solo otto giorni prima altro grave infortunio alla 3v Sigma di Grassobbio, grossa azienda di tessile industriale: era rimasto ferito un lavoratore 37enne di una ditta esterna, durante la sistemazione del tetto di un deposito. Ferite gravi anche per un antennista 52enne di Albano Sant'Alessandro, precipitato dal tetto di un'abitazione privata.Cgil, Cisl e Uil si vedono intanto "costrette" all'ennesimo comunicato per via di gravissimi infortuni: "qualcosa non funziona più nel sistema sicurezza che avevamo faticosamente costruito nel tempo". Il comunicatostampa:"Ancora due gravissimi infortuni sul lavoro, di cui uno mortale, ed ancora un nostro comunicato di ferma condanna! Un operaio di 47 anni, della ditta ODL di Brembate Sopra, è rimasto folgorato mentre riparava un macchinario Un altro operaio, di soli 23 anni, è invece in gravi condizioni dopo essere caduto dal tetto mentre stava lavorando alla sostituzione del tetto di un capannone di proprietà della Copici di Levate. Ancora una caduta dall'alto!Cosa sta accadendo? Una impressionante catena di infortuni gravissimi, alcuni mortali, negli ultimi mesi non si spiega; o meglio non si può certamente spiegare invocando la fatalità. Qualche cosa non funziona più nel sistema sicurezza che avevamo faticosamente costruito nel tempo. In occasione dell'incontro del Tavolo Legalità e Sicurezza, da noi richiesto e convocato il giorno 8 novembre, si dovrà ripartire da una ben precisa assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti in causa perché bisogna porre immediatamente fine a questa inquietante sequenza di infortuni. L'ultima cosa che desideriamo è che, questo tipo di comunicati, diventi un bollettino settimanale.
A Paola sesta udienza del PROCESSO per la STRAGE Marlane-MARZOTTO
COMUNICATO STAMPA IL PROCESSO MARZOTTO RESTA A PAOLAProcede a tappe forzate l'iter processuale inerente la Marlane Marzotto di Praia a Mare, giunto sabato 23 ottobre alla quinta udienza preliminare. Novità importante è che non ci sarà il paventato trasferimento a Vicenza per presunta incompatibilità territoriale, come sostenevano le argomentazioni della difesa poi coraggiosamente rigettate dal giudice Carpino. A far propendere per il diniego è stata l'analisi della corposa documentazione prodotta dalle parti offese e il puntuale intervento della Dott.ssa Antonella Lauri, indiscussa protagonista di quello che si avvia a diventare un processo non dissimile da quelli ormai tristemente noti. Senza alcuna sbavatura l'intervento del Pubblico Ministero, la cui relazione è stata seguita per circa tre ore in religioso silenzio. Il P.M. ha sciorinato cifre e puntualizzato fatti, ha citato perizie d'ufficio e di parte, ha fatto una disamina attenta del ciclo produttivo della fabbrica Marlane senza tralasciare le preoccupanti statistiche sulla mortalità per neoplasie registratesi in azienda e al di fuori di essa, le "distrazioni" aziendali sullo smaltimento dei residui di lavorazione e dei fanghi di depurazione occultati per anni nell'area adiacente il capannone industriale e venuti alla luce grazie alle denunce dello SLAI Cobas. Motivi più che sufficienti per rigettare le istanze della difesa, argomentati dottamente dal P.M. in corso di replica e raccolti in toto dal giudice Carpino che decideva di procedere oltre nonostante la richiesta di differimento avanzata dai difensori. Era pomeriggio inoltrato quando la parola è stata data ai legali delle parti civili, ma data l'ora tarda gl'interventi sono stati seguiti in modo distratto dalle persone rimaste stoicamente in aula. Prossima udienza venerdì 29 ottobre 2010, sesta in meno di tre mesi ed anche questo forse è un record in campo nazionale. Ovviamente lo SLAI Cobas - incontestato iniziatore e regista dell'intera vicenda - , presente col coordinatore provinciale e con l' avv.to Natalia Branda per delega dell'avv. Senatore della struttura legale nazionale, esprime grande soddisfazione per la decisione del Gup ben sapendo che la strada verso l'eventuale rinvio a giudizio è ancora in salita.Paola, 23 ottobre 2010 Alberto Cunto coordinatore Slai Cobas prov. di Cosenza
La Rete nazionale per la sicurezza nei luoghi di lavoro sostiene lo sciopero dei lavoratori immigrati del 29 ottobre.Portiamo nelle mobilitazioni la proposta di una campagna nazionale per la difesa della vita dei lavoratori immigrati che prepari una manifestazione nazionale sul tema immigrati/sicurezza sul lavoro.La questione del rapporto immigrati/morti sul lavoro deve tradursi in una campagna che ancora stenta ad affermarsi nelle mobilitazioni delle associazioni e comitati degli immigrati. Dall'ultima statistica INAIL è risultato che nel 2008 sono stati circa 143 mila gli incidenti sul lavoro che hanno coinvolto manodopera straniera, dei quali 189 mortali, con un’incidenza pari al + 2% del totale rispetto all’anno precedente (il 15,1% in più rispetto al 2005). Le comunità più colpite sono quella marocchina, albanese, rumena, che in totale raggiungono il 41% degli infortuni e il 46% dei decessi.E si parla solo dei lavoratori con il permesso e assunti in regola. Ma la realtà per i lavoratori immigrati è fatta in gran parte di lavoro nero, di supersfruttamento sommerso, di precarietà, da Rosarno ai cantieri e alle cooperative del nord.Facciamo circolare una mozione nei luoghi di lavoro e a livello di massa:Il supersfruttamento, lo schiavismo, il ricatto del lavoro in ogni condizione provoca sempre più morti di operai immigrati, nei cantieri, nelle fabbriche, nelle campagne.Quando muoiono nessuno se ne occupa, spesso non hanno familiari vicino, sono alla mercé della legge del padrone.È ORA DI MOBILITARSICostruiamo una campagna nazionale autorganizzata con l’ adesione e la partecipazione di tutte le realtà impegnate nella lotta contro le morti sul lavoro, la precarietà, lo sfruttamento, per i diritti dei proletari contro il razzismo, le leggi anti-immigrati e i lager CIE.
Ancora la Calabria usata come discarica Berlusconi-Bertolaso-Maroni: siete voi l'immondizia del nostro paese!
Solo la rivolta può fermare i piani di padroni e governo e affermare il diritto alla salute!Padroni, governi, politici hanno trasformato anche la Calabria in una discarica di rifiuti tossico-nocivi. Ieri il manifesto ha aperto con un'inchiesta su Amantea (che riportiamo sotto) dove, nel fiume Oliva, sono state versati idrocarburi, arsenico, cobalto, antimonio e nikel da parte dei padroni delle industrie del nord. E come non bastasse oggi apprendiamo che il governo è intenzionato a spostare proprio in Calabria 300 tonnellate di rifiuti al giorno dalla Campania. I fantasmi di Amanteadi Andrea Palladino - AMANTEA (COSENZA)«Non ho mai visto un camion in queste strade, nulla di nulla... questa storia, come si dice qui, è tutta 'na camorra, 'na tarantella». Nel piccolo borgo di contrada Gallo, sulle pendici della valle del fiume Oliva, le donne in nero si incamminano verso le case, quando la sera è vicina. Si parlano quali sussurrando, abbassano leggermente lo sguardo, ma gli occhi neri e intensi di questo pezzo di Calabria non smettono di guardarti. Sembra quasi una nenia, antica, tramandata: «Ma quali veleni, ma quali rifiuti, ma quali camion... Nulla, non c'è nulla». Un anziano appare sull'angolo della strada, quasi a dimostrare con i suoi ottant'anni che qui, sulle sponde del fiume dei veleni, nessuno muore. Apre le porte della cantina, offre il vino rosato che viene dalle terre bagnate dalle acque che passano attraverso la briglia dove la Procura di Paola ha trovato almeno centomila metri cubi di idrocarburi, ed è quasi una sfida verso chiunque venga qui a chiedere, a guardare questa terra tragica: «Io ne bevo due litri al giorno, guardatemi: qui non c'è nulla». È un attimo, quella poca luce che filtra attraverso le nuvole grigie e autunnali sparisce. La donna lo sguardo non lo abbassa, ma cambia registro, si ferma qualche secondo: «Aveva ventotto anni mia figlia, mai una febbre, nulla. In pochi giorni se ne andata». Un tumore fulminante, sedici anni fa. «E poi mio marito, aveva poco più di cinquantanni, se n'è andato cinque anni fa». A contrada Gallo, raccontano, una persona su dieci è stata colpita da un tumore. «Ma non è così anche a Roma?», subito sottolineano gli anziani che questa terra non la lasceranno mai. No, non è così a Roma. Non è così a Cosenza, non è così nella maggior parte del paese. Qui si muore e si tace.Ieri nell'ufficio del procuratore di Paola Bruno Giordano sono arrivate le prime analisi dell'Arpacal sui carotaggi nella valle dell'Oliva, realizzati la scorsa estate lungo otto chilometri e mezzo di percorso del fiume. Numeri che potrebbero dare la risposta definitiva a quel groviglio di storie e di piste investigative che attraversano la valle da tre anni, indicando, forse, un responsabile per quelle morti che per prime vennero segnalate dallo studio del professor Brancati, voluto dal procuratore Giordano. Leggendo i cilindri di terra raccolti - oltre seicento - è possibile disegnare una prima, e ancora parziale, mappa della devastazione ambientale compiuta a pochi chilometri dalle spiagge di Amantea. Ad iniziare dalle sostanze: idrocarburi, arsenico, cromo, cobalto, antimonio e nikel. Sostanze arrivate da decine di industrie che qui non hanno mai avuto neanche un ufficio. Uno sversamento iniziato, probabilmente, nei primi anni novanta, poco prima della morte a soli ventotto anni della figlia della donna in nero di contrada Gallo. Proseguita fino a due o tre anni fa, hanno spiegato i tecnici, cercando di interpretare le diverse concentrazioni trovate sui campioni. Quasi vent'anni di veleni, di silenzi, di complicità. Trovare un testimone o anche semplicemente una fonte riservata è una vera impresa. A Serra d'Aiello, il paese che sovrasta la valle dell'Oliva, ancora oggi nessuno vuole parlare dell'altro mistero di questo pezzo di Calabria, l'istituto Giovanni XXIII, chiuso con la forza lo scorso anno, da dove sarebbero spariti pazienti dimenticati. All'epoca i carabinieri cercarono le loro tracce anche nel piccolo cimitero locale, ma nulla venne trovato. E mentre nell'enorme edificio dell'istituto Giovanni XXIII - dove lavoravano centinaia di persone - calava il silenzio complice sugli abusi e sui tesori accumulati, poco più a valle centinaia di camion sversavano indisturbati tonnellate di veleni. Due storie parallele, che accomunano questa valle. Due storie basate su omertà e complicità, e che nessuno oggi vorrebbe più sentire, quasi fossero un marchio di una sorta di destino di dannazione.I dati delle analisi consegnate ieri in Procura sono chiare, attendono una spiegazione e, da domani, un progetto di bonifica. I livelli di concentrazione dei veleni superano i limiti che la legge stabilisce per i siti industriali, i massimi accettabili e consentiti. L'arsenico, ad esempio, in un campione raggiunge un valore di 146, contro un limite previsto per le zone di "verde pubblico" - come è oggi classificata la valle dell'Oliva - di 20 e contro una concentrazione massima di 50 permessa nei siti industriali. In un altro campione, prosegue la perizia dell'Arpacal, il cadmio è presente in quantità cinque volte superiore alle soglie di legge. E così via, in una lunga lista che nei prossimi giorni arriverà anche all'Ispra, l'organo del ministero dell'ambiente che a sua volta sta preparando altre analisi di riscontro. Per i risultati sulle presenze di sostanze radioattive - spiega il procuratore Giordano - occorrerà aspettare ancora: il dicastero di Stefania Prestigiacomo ha inviato i campioni all'Arpa del Piemonte, della Lombardia e dell'Emilia Romagna, in grado di realizzare le indagini più accurate. Per ora nessun risultato, nessuna verità, nessun «caso chiuso».A volte è nei dettagli che è possibile intravedere l'essenziale di una storia. C'è un campione raccolto nella zona chiamata Foresta che rimane ancora oggi un vero mistero: da 0 a 16 metri di profondità - spiega l'Arpacal - è presente una grande quantità di granulato di marmo, mentre le scorie sono concentrate nella zona più profonda, fino a venti metri sotto il livello del suolo. È il segno evidente di quella sorta di sistematicità - quasi industriale - utilizzata da chi ha sversato le scorie. Ed è nota la proprietà del granulato di marmo, quella di schermare, di impedire agli strumenti di rilevare radiazioni o altre emissioni. Sedici metri di schermatura, in questo caso, che lasciano aperta la porta alle ipotesi più inquietanti. Un segno che mostra nella sua evidenza la volontà di non far trovare nulla, di impedire analisi ed indagini. Nella valle del fiume Oliva, quella polvere bianca di marmo che nasconde i veleni sembra quasi fondersi con l'ostinato silenzio delle vittime, che sanno e muoiono con quello sguardo, quasi atavico, della sottomissione. Il luogo ideale per i signori dei rifiuti.
Torino: processo per la morte dello studente Vito Scafidi
aggiornamento processo Darwin RivoliNell'udienza di ieri, ascoltata la ex preside del Liceo, Maria Torelli. La scuola non ha mai ricevuto l'idoneità statica, ed il pericolo dei controsoffitti - dovuto al cattivo posizionamento degli stessi, le era stato segnalato. Emergono intanto le responsabilità dei tecnici della Provincia che avrebbero dovuto valutare la stabilità dell'edificio: alla domanda se ricorda di averne mai visto, la teste risponde: "assolutamente no".
Incominciano a venire allo scoperto le prime morti per amianto al Porto di Ravenna . La Compagnia Portuale è citata in giudizio per la morte di un dipendente deceduto per un tumore ai polmoni. Ancora una volta la Compagnia Portuale è responsabile per non avere informato e formato i propri lavoratori, per non avergli fornito dispositivi di protezione. Operai come carne da macello per i profitti dei terminalisti. Dalla Mecnavi a Luca Vertullo.Riportiamo un articolo di un quotidiano locale che ne dà notizia, che aggiunge, però, le solite volgari insinuazioni a vantaggio dei padroni: "l’uomo era stato un forte fumatore"!Rete per la sicurezza sul lavoro-Ravennavisita il blog: http://bastamortesullavoro.blogspot.com/dal quotidiano La Voce di romagna27/10/2010 - PAG. 11Amianto killer in Compagnia PortualeFacchino morto: a giudizio ex console della cooperativaRAVENNA - C’erano quei sacchi da spostare a spalla. Alle volte si rompevano, e allora usciva quel minerale fibroso. E così dalla carta si era passati a materiali plastici, più resistenti.Ma al porto in quegli anni i conti con l’amianto li dovevi comunque fare se lavoravi a contatto con il materiale isolante usato nei cantieri nautici. O se ti trovavi a sgomberare certe stive.Così era stato anche per A. C., originario di Civitella di Romagna e dipendente della Compagnia Portuale dal 1963 al 1987. Poi era arrivata la pensione, ma senza troppo tempo per godersela visto che nella primavera del 2004 l’uomo, a 67 anni, era stato stroncato da un tumore ai polmoni. Per quel decesso che secondo la procura è riconducibile a un’esposizione all’amianto durata per 19 anni, è stato chiesto il rinvio a giudizio per l’allora console della Compagnia Portuale, oggi 81enne, e alla guida della più grande cooperativa del porto dal 1967 al 1979. Tutto ciò perché secondo quanto ipotizzato dal pm Cristina D’Aniello - titolare del fascicolo - non sarebbero state osservate le norme cautelari in materia di sicurezza. L’uomo - difeso d’ufficio dall’avvocato Florinda Orlando - dovrà dunque rispondere di omicidio colposo nell’udienza preliminare fissata per inizio dicembre davanti al gup Anna Mori. E in quella sede i parenti del facchino morto - lasciò un figlio di 27 anni - potrebbero decidere di costituirsi in parte civile. Il lavoro La diagnosi era arrivata nell’autunno 2003 nel corso di alcuni accertamenti clinici.L’inesorabile patologia di A. C. aveva conosciuto il suo epilogo il 27 marzo del 2004. Dopo circa un mese il decesso era stato collegato a una malattia professionale, come tale riconosciuta nel 2007 dall’Inail.Per capire perché, basta rifarsi alla corposa relazione sul caso della Medicina del Lavoro dell’Ausl nella quale le condizioni di lavoro al porto sono state fissate dai colleghi del defunto. Secondo quanto riferito, tra le merci movimentate in banchina c’era appunto anche l’amianto in sacchi. All’inizio gli involucri erano di carta, a cinque strati. Poi erano stati sostituiti da quelli in pallets ricoperti di plastica. E’ che spesso si rompevano o semplicemente non avevano una tenuta perfetta, e poi toccava ai dipendenti tenere pulito magazzini, piazzali e container. Sia a mano, con palette e scope, che con spazzatrici meccaniche. Ma così si sollevava molta polvere. E negli anni ’60 - sempre secondo la relazione - erano frequenti le movimentazioni di amianto, sebbene i testimoni non siano riusciti a quantificare esattamente il fenomeno. I miglioramenti La condizione al porto sotto il profilo amianto era migliorata a partire dagli anni ’70 anche se i dispositivi di protezione personale - maschere a doppio filtro, tute a perdere, stivali e guanti oltre agli aspiratori - avevano cominciato a farsi vedere solo nell’82-’83. Di fatto, non sapremo mai quanto amianto nel frattempo fosse stato movimentato perché una ricerca realizzata nel ’97 negli archivi delle Dogane in seguito a un caso di mesotelioma (il caratteristico tumore da amianto), ha evidenziato che mancano tutti i dati precedenti al ’77 a causa di spostamenti di sede e traslochi.In Compagnia Portuale Va dato atto che i primi interventi al porto per amianto furono realizzati nel ’77 -’78 proprio su sollecitazione della Compagnia Portuale la quale aveva coinvolto l’alloraServizio di Medicina del Lavoro del Comune (oggi dell’Ausl) per dispersioni di minerale. In tutto 4-5 interventi l’anno che si erano risolti con la bonifica dell’area interessata dalla pericolosa polvere. In quelle occasioni gli operatori medici avevano pure suggerito accorgimenti per proteggersi dal rischio. Però vi fu lo stesso esposizione a inalazione di fibre tra il ’78 e l’82, anche se non è possibile quantificare il dato. Dopodiché l’esposizione si era ridotta alle stive che avevano trasportato amianto. Il decessoMa davvero la morte dell’operaio è riconducibile all’amianto?Perché c’è un’abitudine nella vita di A. C. che avrebbe potuto condizionare la sua patologia: perquasi 50 anni, e fino a pochi anni dalla morte, l’uomo era stato un forte fumatore. Tuttavia c’è che -ancora secondo la relazione - il rischio esposizione amianto è stato per lui di ben 19 anni e il periodo di latenza della malattia è compatibile con tale lasso di tempo. Del resto per l’uomo è stata ipotizzata un’esposizione ad “alta entità” con un primo contatto risalente al lontano 1963. Il periodo di latenza della malattia ipotizzato di conseguenza per l’operaio morto oscilla tra i 22 e i 40 anni. E’ vero che fumava - ha rilevato infine la consulenza - ma quel lavoro al porto era stato concausa del tumore ai polmoni. L’aziendaCome avrebbero dovuto allora muoversi in Compagnia portuale per evitare che quel suo dipendente si ammalasse?Quattro per l’accusa erano le cose da fare: attuare le misure d’igiene previste, istruire i lavoratori su rischi e prevenzione; fornire adeguati mezzi di prevenzione ed esigere che i dipendenti rispettassero le norme di settore. Ciò - secondo l’istruttoria - non è avvenuto tra il ’71 e l’82 e limitatamente alle lavorazioni molto polverose. Da qui la richiesta di rinvio a giudizio per l’allora console.
Contro lo spot del governo: presidio alla conferenza governativa
SICUREZZA SUL LAVORO: SIETE VOI CHE CI VOLETE MALE. PRESIDIO ALLA CONFERENZA NAZIONALE SULLA VIGILANZA IN MATERIA DI LAVORORoma, 26/10/2010Giovedì 28 ottobre, Roma, Largo Brancaccio – ore 9.00“Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”, è lo slogan della campagna di comunicazione che il ministro Sacconi lancerà giovedì 28 ottobre da Palazzo Brancaccio a Roma, nell’ambito della Terza Conferenza Nazionale sulla vigilanza in materia di lavoro.Oltre al Ministro ed ai vertici del Ministero del Lavoro, saranno presenti esponenti di vertice di Inps, Inail, Carabinieri, Guardia di Finanza, Confindustria, Cgil, Cisl e Uil.Ci sarà anche la Unione Sindacale di Base, che fuori Palazzo Brancaccio ha indetto un presidio di lotta per denunciare il vergognoso tentativo spacciare come “incidenti” le migliaia di morti sul lavoro, la cui responsabilità non è del progressivo smantellamento dei diritti e delle tutele, non è la ricerca di sempre maggiori profitti a discapito della sicurezza, non è di una pubblica amministrazione che non mette a disposizione uomini, risorse e mezzi per contrastare i datori di lavoro i quali non rispettino le norme di sicurezza; ma delle stesse vittime, che “non si volevano bene”.Una totale ipocrisia da parte di chi sta smantellando diritti e tutele del mondo del lavoro attraverso l’eliminazione dei Contratti Nazionali, con aumenti dell’orario di lavoro, l’aumento dei turni e la riduzione delle pause che non permettono il recupero psicofisico, tutti elementi che contribuiscono a determinare la gran parte degli infortuni.D'altronde sono state chiare le esternazioni del Ministro dell’Economia, per il quale la sicurezza rappresenta un lusso e la perdita dei diritti sarebbe giustificata dalla conservazione del posto di lavoro.USB considera simili campagne ed iniziative come una foglia di fico su un problema esplosivo che non si vuole né affrontare né tantomeno risolvere: la vigilanza e la prevenzione sui luoghi di lavoro.Pertanto la confederazione sindacale manifesterà davanti a Palazzo Brancaccio per chiedere un serio tavolo di confronto su una reale riforma degli organi ispettivi e di vigilanza.
PROCESSO THYSSENKRUPP: UDIENZA DI MERCOLEDI' 13 OTTOBRE 2010
da Mirko Pusceddu del gruppo di Facebook "Legami di Acciaio"13 ottobre alle ore 20.29Nell' udienza di stamani, la seconda della requisitoria tenuta dalla Procura della Repubblica, in cui viene ricostruito il drammatico quadro di abbandono e mancanze che ha portato alla tragedia (annunciata e prevedibile) del 6 dicembre 2007, ha visto un buon numero di presenti e l' apprezzabile testimonianza di solidarietà da parte dell' Associazione "Terradelfuoco", che ha annunciato la propria presenza con dei presidi, in occasione di tutte le udienze da qui a fine processo.Supportato da diapositive e foto scattate dagli ispettori dell' ASL, il Sostituto Procuratore Laura Longo si è soffermata sugli aspetti che riguardano soprattutto le condizioni dello stabilimento:mancanza del C.P.I. (Certificato di Prevenzione Incendi), sempre ritardato e demandato infine a dicembre 2007 (casualmente anche la data del trasferimento dell' impianto a Terni, condizione che rendeva inutili i costosi interventi di modifiche); mancanza di un aggiornato piano gestionale, a fronte delle numerose figure professionali (soprattutto manutentive e ispettive) venute a mancare in massa e improvvisamente, dopo l' annuncio della chiusura, avvenuto nel giugno 2007; inadeguata o in certi casi nulla (in)formazione per quanto concerne la materia della sicurezza (attraverso corsi, affiancamenti, ecc.), spesso carente anche in posti e ruoli chiave ad elevata presenza di rischio e con personale investito all' ultimo di cariche legate alla sicurezza non sufficientemente preparate; mancanza di un dispositivo di rilevamento e spegnimento automatico lungo la linea 5 (presente in tutti gli impianti omonimi della Thyssen Krupp a Terni e in Germania...), previsto per la linea, ma demandato al successivo trasferimento dell' impianto a Terni; scarsa rimozione della carta di avvolgimento (spesso intrisa di olio dilaminazione) e dell' olio (da trafilamento dei flessibili oleodinamici), prima eseguito da una ditta apposita (Edileco) e dal 1 ottobre 2007 demandata agli operai stessi; mancanza di un piano di emergenza adeguato alla nuova situazione aziendale (esso dovrebbe mutare al mutare delle condizioni dei nuovi volumi di produzione e di turn-over del personale nei diversi reparti all' interno dello stabilimento, altrimenti è lettera morta: allo spostamento di un lavoratore presso un nuovo posto di lavoro deve necessariamente seguire una formazione e una preparazione alle conseguenze e ai rischi derivanti dalle nuove mansioni); rilevamento di quadri di comando lungo la linea con le obbligatorie targhette completamente cancellate (ovviamente conosciute a memoria dal personale abituale, ma del tutto ignorate dal personale); assoluta astrattezza del termine "palese gravità" per definire la pericolosità di un incendio, anche questa "formalità" lasciata alla totale discrezionalità degli operai, esponendoli quindi al rischio di infortuni anche gravi; consumi di olio (perso dal trafilamento di tubi e flessibili che doveva essere a tenuta ermetica) e materiale estinguente (nelle ripetute ricariche degli estintori) in quantità impressionanti; modifiche apportate sugli impianti nel corso del 2007 effettuate al solo scopo di diminuire la franchigia assicurativa; in numerose foto (oltre 850 scattate in tutto lo stabilimento) si vedono numerose situazioni di pericolo (cavi elettrici in tensione strappati, quadri di comando allentati, fotocellule, ecc. rattoppati con del semplice scotch da imballo); mancanza di un efficace sistema di centratura (ed eventuale correzione) del nastro in lavorazione, presente sulla linea 5, ma inefficace al fine di evitare appunto lo sbandamento laterale del nastro e il conseguente sfregamento dello stesso sulla carpenteria metallica della linea, pericoloso poiché può originare scintille che costituiscono inneschi ad incendi; mancata stesura del piano di valutazione dei rischi di incidente rilevante, obbligo del datore di lavoro (H. Espenhahn) e controfirmato invece da R. Salerno (direttore di stabilimento);Alcuni dei testi della difesa erano palesemente in contraddizione con le dichiarazioni fornite di fronte agli agenti della P.S. nell' immediatezza degli eventi (la Thyssen Krupp ha pensato bene di chiamare a testimoniare lacchè e aziendalisti, di cui alcuni già dipendenti di altre aziende da anni; peccato che uno di questi però, contattato dall' azienda per ricevere "istruzioni" su cosa avrebbe dovuto dire in aula, ha denunciato il fatto alla Procura, che ha effettuato così numerose intercettazioni ambientali e telefoniche scoprendo la malefatta, che ha portato a nuovi capi di imputazione (per il Responsabile della sicurezza dello stabilimento C. Cafueri, già indagato per omicidio colposo con colpa cosciente, omissione di cautele antinfortunistiche e incendio doloso, si aggiungono anche istigazione alla falsa testimonianza e falsa testimonianza).In totale dovrebbero essere 10 le persone finora indagate per il reato di falsa testimonianza (di cui alcune hanno ritrattato, 3 o 4).Emblematiche le parole di apertura del P.M. R.Guariniello all' inizio della requisitoria nella scorsa udienza:"Nell' immediatezza dei fatti mai avremmo pensato di aprire un fascicolo di inchiesta per omicidio volontario, ma colposo, come avviene sempre nei casi di morti sul lavoro. Sono state le indagini, le perquisizioni e i sequestri di supporti informatici e materiale cartaceo a suggerirci l' ipotesi dell' omicidio volontario e del dolo eventuale con colpa cosciente."Nelle prossime udienze la Procura tratterà nello specifico le precarie condizioni dello stabilimento, la dinamica dell' incendio, le franchigie assicurative e infine la parte giuridica legata all' evento.Tenendo presente altre 2 udienze minimo della Procura, altre 2 o 3 per Regione, Provincia e Comune e altre 2 per le parti civili e poi altre 2 o 3 per la difesa, difficilmente si arriverà a sentenza per la fine del 2010.Ecco il calendario delle prossime udienze (salvo rinvii):2, 9, 12, 17, 19, 23, 26, 30 novembre;1, 10, 14, 17, 22 dicembre;che si terranno presso Palagiustizia di Torino, maxi Aula 1, piano seminterrato (per tutte le udienze inizio previsto per le ore 9:30).
IL COLLEGATO LAVORO PEGGIORA ANCORA LE NORME SULLA SICUREZZA: STOP ALL' ATTIVITÀ IRREGOLARI SOLO NEI CASI "GRAVI"
L' arrivo del DDL "collegato lavoro" cambia il meccanismo della sospensione dell' attività imprenditoriale che può essere disposta nei casi più gravi di lavoro sommerso.Con l' entrata in vigore del Decreto la nozione di lavoro sommerso si sdoppierà.Quella "formale", da cui discenderanno maxisanzioni di legge simili alle attuali (fino a 12.000 euro).E quella "sostanziale", prevista in materia di sicurezza del lavoro, destinata alla tutela personale del lavoratore, per cui conterà soprattutto la "riconoscibilità" di fatto dell' esistenza della relazione lavorativa.Per la sospensione dell' attività imprenditoriale varrà solo quest' ultima.Dal punto di vista operativo questa differenza di nozione si rifletterà necessariamente sul modo di interpretare e applicare i requisiti necessari alla sospensione dell' attività d' impresa: un maggiore sforzo probatorio per gli ispettori e, d' altra parte, maggiori opportunità di argomentazioni difensive che l' impresa interessata dal blocco potrà offrire.Facciamo un esempio. Nel caso in cui un ispettore dovesse trovare in cantiere un operaio impiegato in difetto di comunicazione di assunzione, ma con la lettera di assunzione consegnata, potrà contestare il lavoro sommerso. L' impresa potrà eccepire comunque la presenza di un documento obbligatorio (la lettera, appunto) che impedirà, da definizione di legge, la sospensione.Quanto al lavoro "formalmente" irregolare, il collegato fa riferimento al solo lavoro nero subordinato, mentre usciranno di scena le ipotesi di lavoro nero autonomo e parasubordinato.Se si impiegherà un collaboratore senza porre in essere le previste comunicazioni di assunzione, non si sarà più assoggettabili alla sanzione amministrativa prevista per il nero. Lo stesso vale per il lavoro domestico che d' ora in avanti sarà escluso dalla maxisanzione.La nuova nozione di lavoro nero, quale rapporto subordinato non oggetto di comunicazione di assunzione, rende evidente come la definizione contenuta nel Testo unico sicurezza vada intesa in senso più ampio, in coerenza con il complessivo assetto della normativa sulla salute che detta regole di prevenzione uniformi, prescindendo dalla tipologia dei lavoratori dell'impresa. La nuova definizione appare destinata a ridefinire presupposti e modi degli interventi ispettivi.Oggi si considera "in nero" qualunque impiego di lavoratori non risultante dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria. L' articolo 3 della Legge 73/2002, sostanzialmente richiamata nella disposizione del Testo unico sulla sicurezza (articolo 14 del D.Lgs.81/08) prevede che l' impiego di lavoratori, in misura pari o superiore al 20%, non risultanti dalla "documentazione obbligatoria", può determinare l' adozione di provvedimenti di sospensione in relazione all' attività imprenditoriale interessata dalle violazioni.In difetto di una puntuale nozione di "documentazione obbligatoria" ci si è attenuti finora a un' interpretazione piuttosto restrittiva della normativa che ha aumentato il numero delle aziende che si sono vista sospesa l'attività. Ciò in qualunque settore, ma con punte di "rischio" in edilizia e nei pubblici esercizi.L' orientamento con cui attualmente operano gli ispettori è quello per cui occorre provvedere alla sospensione in tutti i casi in cui il lavoro "nero"risulti da un difetto di preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro al Centro per l' impiego ovvero previa comunicazione ad altri enti, come accade per la comunicazione all' Inail nell' ipotesi di lavoro accessorio.La circolare n.33/2009 del Ministero del Lavoro parlando di sospensione identifica la carenza di evidenza pubblica dell' impiego ("lavoratore sconosciuto alla PA") con un difetto di comunicazioni di impiego alla PA che non coincide, tuttavia, con tutta la possibile "documentazione obbligatoria".Con il chiarimento che apporterà il DDL "collegato lavoro" sull'interpretazione da dare alla nozione di lavoro sommerso, per gli ispettori rischia di diventare più complessa l' azione di verifica sul campo dei requisiti per il "blocco" dell' azienda. E si spianerà la via a molte eccezioni nelle difese tratto daSICUREZZA - KNOW YOUR RIGHTS - NEWSLETTER N.61 DEL 26/10/10rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro bastamortesullavoro@gmail.com
Sei albanese? Ottieni meno risarcimentoL’operaio morto è albanese. Ma la sua vita vale meno di quella di un italiano. Ai suoi familiari, che vivono in Albania, “area ad economia depressa”, va un risarcimento di dieci volte inferiore rispetto a quello che toccherebbe ai congiunti di un lavoratore in Italia. Altrimenti madre e padre albanesi otterrebbero “un ingiustificato arricchimento”. Questa gabbia salariale della morte, ispirata al criterio del risarcimento a seconda del Paese di provenienza del deceduto sul lavoro, è contenuto in un sentenza shock del Tribunale di Torino. Il giudice civile, Ombretta Salvetti, richiamandosi ad una sentenza della Cassazione di dieci anni fa, ha dunque deciso di “equilibrare il risarcimento al reale valore del denaro nell’economia del Paese ove risiedono i danneggiati”. Dopo aver addebitato all’operaio deceduto il 20% di concorso di colpa nella propria morte, la dottoressa Salvetti ha riconosciuto a ciascun genitore residente in Albania la somma risarcitoria di soli 32mila euro. Se l’operaio fosse stato italiano, sarebbero state applicate le nuove tabelle in uso presso il Tribunale di Torino dal giugno 2009 in base alle quali a ogni congiunto dell’operaio morto sarebbero stati riconosciute somme fino a dieci volte superiori (fra 150 e 300 mila euro).Questa sentenza destinata a fare discutere in un mondo del lavoro nel quale la presenza di lavoratori stranieri è sempre più alta, è stata criticata da uno dei massimi esperti di diritto civile, l’avvocato Sandra Gracis. “In base a questo criterio del Tribunale torinese – spiega il legale – converrebbe agli imprenditori assumere lavoratori provenienti da Paesi poveri, perché, laddove muoiano nel cantiere, costa di meno risarcire i loro congiunti”. “Ma ribaltando la situazione – aggiunge l’avvocato Gracis – che cosa sarebbe successo se il dipendente morto fosse stato del Principato di Monaco, oppure degli Emirati? Il risarcimento ai genitori sarebbe stato doppio o triplo rispetto a quello per un italiano?”.Secondo Sandra Gracis, “il giudice torinese s’è rifatto al una sentenza della Cassazione del 2000 peraltro non risolutiva, ignorando che la Suprema Corte, appena un anno fa, ha affermato che la “tutela dei diritti dei lavoratori va assicurata senza alcuna disparità di trattamento a tutte le persone indipendentemente dalla cittadinanza, italiana, comunitaria o extracomunitaria”. Già nel 2006 la Cassazione aveva stabilito che “dal punto di vista del danno parentale, non conta che il figlio sia morto a Messina o a Milano, a Roma in periferia o ai Parioli. Conta la morte in sé, ed una valutazione equa del danno morale che non discrimina la persona e le vittime né per lo stato sociale, né per il luogo occasionale della morte”.
Il TAR deve dire NO al progetto di discarica di Cappella Cantone. NO all’interramento del rifiuto amianto.Il TAR di Brescia si pronuncerà, con tutta probabilità, il 27 ottobre prossimo sulla fattibilità o meno della discarica di amianto di Cappella Cantone (CR), ma questo NON significherà per noi la conclusione della battaglia che abbiamo condotto in questi tre anni.Se la sentenza del TAR non sarà favorevole alla sospensione, l’ulteriore passaggio obbligato sarà l’Autorizzazione Integrata Ambientale. Nel caso in cui i tecnici regionali, anche in questa sede, dovessero continuare a seguire la strada scellerata di autorizzare una discarica sopra falde acquifere affioranti, la mobilitazione continuerà e ci sarà la possibilità di ricorrere nuovamente al TAR.Se il TAR, come noi ci aspettiamo, bloccherà la realizzazione della discarica, si dovrà comunque continuare a vigilare e a mobilitarsi contro i sicuri tentativi di aggirare la legge da parte di settori economici e politici che non demorderanno dal tentativo di realizzare i loro profitti anche con mezzi al limite della legalità. Non dobbiamo dimenticare che attorno alla cava di Cappella Cantone vi sono interessi economici privati enormi che vanno ad intrecciarsi inevitabilmente con le istituzioni e con mafie economiche di varia natura. Le discariche sono l’affare del secolo.Dopo anni di dimenticanze e di latitanza delle istituzioni nell’affrontare questo problema lo smaltimento dell’amianto diventerà a breve un’emergenza (come stanno facendo a Terzigno e come hanno fatto a Chiaiano). Emergenza vorrà dire derogare a tutte le normative e dichiarare le aree di smaltimento di "interesse strategico militare"(vedi sempre l’esempio della Campania) al fine di inviare l’esercito per garantire losmaltimento anche in luoghi evidentemente non idonei e pericolosi per la salute dei cittadini. Dobbiamo, quindi, impedire che con questa giustificazione siano realizzate discariche di amianto non solo nel nostro territorio, ma in tutto ilPaese.Per questo noi stiamo lavorando per consolidare ed organizzare il coordinamento di tutte le istanze che si oppongono alle discariche, che sono nocive alla salute e sono realizzate violando tutte le norme di cautela.Scienziati e ricercatori sostengono che le discariche di amianto non sono ecocompatibili e non sono la migliore tecnologia disponibile. Non a caso la normativa europea mette le discariche all’ultimo posto nella gerarchia dei rifiuti.Le discariche di amianto non eliminano il rifiuto e ne producono di nuovo: il percolato, ricco di fibre di amianto che ritornano quindi nell’ambiente. Il percolato deve poi essere smaltito all’estero perché in Italia non sono stati impiantati sistemi di filtrazione efficaci perché molto costosi.I costi ambientali nel medio e lungo periodo delle discariche di amianto sono elevati: il terreno non è mai più recuperabile e vi è la necessità di un monitoraggio costante e per sempre.Le discariche sono una delle fonti di maggiore possibilità di infiltrazione di interesse mafioso. Il principio dell’ecomafia è "sotterrare rifiuti di ogni genere in ogni spazio vuoto disponibile: costa meno tempo, meno sforzi e meno soldi".Ricordiamo che la Locatelli, nuova proprietaria della Cavenord, dava lavori in subappalto alla Perego, il cui proprietario è accusato di essere colluso con la n’drangheta.L’uso scorretto e criminale dell’amianto ha provocato morti e non vogliamo che anche lo smaltimento scorretto dell’amianto continui ad uccidere perché è un problema altamente sottovalutato, non si vogliono investire soldi sufficienti per eliminarlo e per ora costituisce solo l’ennesima fonte di arricchimento per pochi.L’amianto non deve essere smaltito seguendo il principio dell’economicità e del profitto, ma solo perseguendo la tutela della salute dei cittadini. La salute non ha prezzo.Mariella Megna – Cittadini contro l’amiantoGiorgio Riboldi – SU LA TESTA l’altra LombardiaCarmine Fioretti – Confederazione Unitaria di Base di Cremona***********************************************************richiedi il nostro dossier sullo smaltimento dell'amiantoscrivi a nodiscaricadiamianto@yahoo.ittelefona a: 3389875898***********************************************************visita il nostro blog: http://cittadinicontroamianto.blogspot.comiscriviti alla nostra mailing listmanda una mail a cittadinicontroamianto-subscribe@yahoogroups.com
Come dimostra la foto di uno dei tantissimi bossoli di lacrimogeno lanciati nelle strade di Terzigno e soprattutto di Boscoreale in questi giorni, le forze dell'ordine stanno usando abbondantemente i famigerati lacrimogeni a base di Cs, usati con grande scandalo durante il G8 di Genova, vietati dalla convenzione di GInevra per uso militare perchè il Cs è considerato un gas venefico di cui ancora non si conoscono pienamente gli effetti sulla salute a lungo andare!Ricordiamo poi che nei nostri comuni in queste serate se ne fa un uso abbondante in contesti urbani chiusi e pieni di case, con un evidente effetto di concentrazione.Perchè scelte del genere? Quale lo scopo di una militarizzazione che calpesta in modo così evidente oltre alla democrazia anche il rispetto della salute dei cittadini? Siamo cittadini o sudditi?! Speriamo vivamente che non siano considerate solo domande retoriche...Movimento per la difesa del territorio area vesuviana
La Rete nazionale per la sicurezza nei luoghi di lavoro sostiene la giusta rivolta della popolazione di Terzigno contro le discariche imposte con la forza dal governo Berlusconi attraverso la gestione commissariale di Bertolaso. Per il governo discariche e termovalorizzatori sono "siti d'interesse strategico nazionale" da presiedere militarmente, per Fibe-Impregilo, per la criminalità organizzata e per le banche sono fonte di profitto, ma per la popolazioni sono produzioni di morte, vogliono dire tumori, malattie e nocività ambientale. Condividiamo anche tutte le forme che ha assunto la protesta perchè di fronte alla condanna a morte delle popolazioni campane e l'imposizione con la violenza degli apparati dello stato di queste scelte nocive che vogliono legalizzare i rifiuti tossici delle aziende del nord nell'area vesuviana solo la rivolta ha restituito la capacità decisionale delle popolazioni interessate.Intanto, per entrare nel merito delle questioni e comprendere le ragioni della rivolta popolare a cui va tutto il nostro sostegno, pubblichiamo un comunicato del Coordinamento Regionale Rifiuti che raccoglie comitati ed associazioni ambientaliste.Comunicato Stampa su Terzigno22 ottobre 2010 - Coordinamento Regionale RifiutiL'emergenza di questi giorni potrebbe essere fronteggiata immediatamente senza l'apertura di nuove discariche: quella che pare una provocazione è in realtà il frutto di un ragionamento cha parte dalle cause dell'emergenza e termina con un nuovo piano dei rifiuti, incentrato sulla tutela della salute pubblica e della dignità dei cittadini.Per incominciare questo ragionamento bisogna anzitutto premettere che quanto sta accadendo in queste ore a Terzigno è la conseguenza del modo dissennato con cui la classe politica nazionale e locale ha gestito i 16 anni di emergenza rifiuti in Campania: durante questi anni infatti non solo non si è rispettata la legislazione europea sulla gerarchia dei rifiuti, che parte dalla riduzione a monte e dalla raccolta differenziata finalizzata al riciclo dei materiali, ma si sono anche approvate leggi criminali che hanno incentrato il piano rifiuti sulla costruzione di enormi discariche da riempire di rifiuti indifferenziati e tossici, nell'attesa della costruzione di grandi inceneritori; In essi la legge emergenziale n.123/08 autorizza a bruciare anche i rifiuti indifferenziati, consentendo ai gestori di tali impianti di intascare i soldi dei contribuenti italiani derivanti dai CIP6, soldi pubblici destinati alle energie rinnovabili che in Campania vengono impropriamente dirottati verso l'incenerimento dei rifiuti.Questo piano scellerato viene portato avanti senza tenere in alcun conto la devastazione ambientale, sanitaria, civile e morale dei territori campani, già sottoposti ad una lunga e selvaggia pressione ambientale causata da decenni di sversamenti illegali di rifiuti tossici provenienti dal Nord Italia e dall'Europa. Questi rifiuti tossici sono stati disseminati nei più fertili terreni agricoli della Campania, nelle migliaia di cave del casertano e lungo le coste, pregiudicando in modo criminale le preziose risorse idriche e agronomiche regionali, al solo scopo di arricchire il blocco sociale costituito da ecomafie, amministrazioni compiacenti ed industriali corrotti.Tali interessi criminali, che si contrappongono alla salute pubblica, hanno sfruttato un'interminabile catena di ordinanze e leggi emergenziali "in deroga" ad interi settori della normativa italiana ed europea, calpestando anche i diritti fondamentali dei cittadini campani, come il diritto alla salute e ad un ambiente salubre che consenta una vita dignitosa senza la continua e fondata paura di vedere i propri cari ammalarsi gravemente.La gestione commissariale ha imposto per anni l'apertura di nuove discariche di tal-quale, quasi sempre fuori norma e quasi sempre realizzate in luoghi inadeguati per le loro caratteristiche idrogeologiche, spesso servite al duplice scopo di "risolvere" in modo grossolano una "emergenza rifiuti" creata ad arte (anche grazie all'appoggio di media compiacenti o superficiali) e di coprire con una montagna di rifiuti urbani indifferenziati ogni tipo di sversamento illecito, sovrapponendo ad uno strato di rifiuti tossici uno strato di "monnezza" ordinaria.La scelleratezza della politica commissariale è emersa anche dal modo in cui si è affrontata la questione della frazione umida dei rifiuti: mentre si lamentava l'emergenza, come se si trattasse di un'inaspettata catastrofe naturale, si lasciavano chiusi e abbandonati in uno stato di degrado desolante decine di impianti di compostaggio che avrebbero potuto trattare adeguatamente la frazione umida dei rifiuti trasformandola in compost, sostanza fertilizzante da utilizzare per le coltivazioni o per combattere la desertificazione dei territori. In alcuni casi gli impianti di compostaggio sono stati addirittura utilizzati dal commissariato come deposito di ecoballe non a norma, impedendone quindi l'entrata in funzione e prolungando l'emergenza dei rifiuti organici abbandonati nelle strade, con la conseguenza dei miasmi e del pericolo di un'emergenza sanitaria.La raccolta differenziata, come ha anche rilevato già nel 2005 la Corte dei Conti, non è mai stata organizzata adeguatamente, mentre si è continuato ad insistere sull'emergenza dei rifiuti e delle discariche sature senza che fosse adottata alcuna politica in grado di evitare che tonnellate di rifiuti indifferenziati fossero abbandonati per le strade. Ad esempio la raccolta differenziata porta a porta non è stata estesa all'intera città di Napoli, tra le principali produttrici di rifiuti della Campania, privilegiando la raccolta stradale e dunque vanificando di fatto tutti i vantaggi derivanti dalla differenziazione a monte dei rifiuti.I sette impianti di vagliatura campana (i famosi CDR), il cui malfunzionamento è stato causato non da errori di progettazione ma dalla volontà di produrre una quantità smisurata di ecoballe indifferenziate in modo da bruciarle ed ottenere finanziamenti pubblici, non sono stati riprogettati ma continuano a triturare il rifiuto indifferenziato, rendendo in questo modo impossibile la separazione meccanica e il recupero di materali riciclabili contenuti nella massa dei rifiuti indifferenziati. Una grave conseguenza di questo malfunzionamento è la produzione, da parte di questi impianti, di una falsa frazione organica stabilizzata da smaltire nelle discariche; infatti la frazione organica non è affatto stabilizzata ma produce percolato letale per le falde acquifere, in cui sono spesso mischiati anche inquinanti che provengono dai rifiuti tossici.Il CO.RE.ri,, ha smascherato questa gestione criminale con una certosina attività di indagine e documentazione dei fatti, avanzando proposte concrete per la soluzione definitiva della finta emergenza campana, avviando per di più innumerevoli azioni legali a tutela dei cittadini, dalla Corte dei Conti al Consiglio di Stato, alla Procura delle Repubblica ed inoltrando infine circostanziate petizioni alla Commissione Europea.Grazie all'impegno profuso dai comitati nello studio del problema dei rifiuti, il CO.RE.ri. ha compreso i limiti del cosiddetto "ciclo integrato", che, anche secondo la normativa europea, termina con impianti di incenerimento e discariche. Questo limite europeo in Italia si trasforma in un business a causa della distrazione del mercato rappresentata dai fondi pubblici per l'incenerimento, che spingono gli imprenditori a premere sulle amministrazioni per bloccare la raccolta differenziata e costruire enormi inceneritori. In Campania questa sciagura raggiunge una forma paradossale, dato che le leggi straordinarie emanate dal governo centrale consentono non solo la costruzione continua di questi enormi forni, ma autorizzano anche a sversarne le ceneri e le scorie, contenenti sostanze pericolose e cancerogene, nelle discariche per i rifiuti urbani.A questa gestione folle il CO.RE.ri. ha contrapposto concetti innovativi e una nuova visione dei rifiuti orientata alla sostenibilità ambientale e al recupero dei territori compromessi: raccolta differenziata finalizzata al riciclo totale della materia, un'economia basata sul recupero delle materie prime seconde senza impianti inquinanti e dannosi per la popolazione.L'emergenza di questi giorni potrebbe essere fronteggiata immediatamente con una separazione della frazione umida dei rifiuti (scarti alimentari e vegetali) da quella secca (carta, plastiche, vetro...): la frazione umida, recuperata attraverso una raccolta differenziata porta a porta, potrebbe essere subito trasformata in sostanza nutriente per i suoli, evitando in tal modo il pericolo sanitario delle sostanze organiche in putrefazione per strada o del percolato prodotto nelle discariche di tal-quale. A tal fine sarebbe importante coinvolgere le aziende agricole esistenti in Campania, che potrebbero dare un prezioso contributo accorciando la filiera del riciclo del materiale organico.Inoltre gli impianti di CDR potrebbero essere riadeguati in modo tale da separare le diverse frazioni secche e recuperare i flussi di materiali dai rifiuti per avviarli al riciclo, evitando la costruzione di inceneritori e discariche. In una sola parola: "riciclo totale della materia", da contrapporre al business della combustione, che guadagna fondi pubblici distruggendo la materia e mettendo a rischio la salute dei cittadini.E' per questi motivi che il CO.RE.ri., nel denunciare la continua azione di sabotaggio di qualsiasi percorso virtuoso che possa risolvere in maniera seria e definitiva il problema dei rifiuti in Campania, non può che esprimere piena solidarietà ai cittadini dei comuni vesuviani ai quali, come già accaduto per quelli di Chiaiano, Savignano, Sant'Arcangelo Trimonte, Serre e Santa Maria La Fossa, viene negato il diritto alla salute, alla partecipazione democratica ed alla sovranità popolare, militarizzando i territori ed utilizzando le forze pubbliche contro i cittadini, con azioni militari degne dei peggiori regimi dittatoriali.Il business dei rifiuti dev'essere superato rilanciando un'economia sana basata sul riciclo dei materiali, in grado di garantire un futuro dignitoso alle popolazioni campane ed offrire un modello virtuoso al resto dell'Italia e dell'Europa.CO.RE.ri – Coordinamento Regionale Rifiuti della Campania
Convegno Viareggio: comunicato dell' Assemblea 29 giugno
Comunicato sul Convegno "Giustizia e Sicurezza" - Viareggio 23-24 ottobreIl Convegno promosso dall'Associazione "Il mondo che vorrei" e dall'Assemblea29 giugno ha visto la partecipazione di numerosi familiari, cittadini e realtà organizzate. Nella prima giornata si è discusso di sicurezza nei trasporti, principalmente attraverso il contributo di lavoratori, sindacalisti, Rls, medici del lavoro; nella seconda giornata si è discusso di giustizia, principalmente con il contributo di familiari delle vittime, Comitati, associazioni, avvocati.Una "due giorni" alla quale hanno partecipato oltre 200 persone, con 30 interventi nelle 8 ore complessive di lavoro.Molti hanno ringraziato i promotori per questa bella esperienza; anche noi vogliamo e dobbiamo ringraziare quanti, e sono stati tanti, hanno trasmesso a tutti noi la loro preziosa testimonianza, la loro inguaribile sofferenza, la loro incrollabile voglia di non mollare .Ringraziamo i familiari dei Comitati delle vittime di Linate, de L'Aquila, della scuola di S. Giuliano, della Moby Prince, le Associazioni delle vittime da amianto, Giuseppe Torselli, Gloria la madre di Matteo Valenti, Anna Vitale Di Lorenzo, Federica Barbieri, il Comitato "SalvaNovara", Medicina democratica, la Rete nazionale per la sicurezza sul lavoro. E ringraziamo il presidente della Croce verde, gli amministratori, i sindacalisti e gli Rls, i medici, gli avvocati ed i giornalisti intervenuti al dibattito.La presidente dell'Associazione "Il mondo che vorrei", all'apertura dei lavori di sabato e domenica, a nome dei promotori, ha dedicato "Un pensiero per Daniele ." (il giovane viareggino che il 25 agosto scorso ha perso la vita in un carcere francese) ed espresso la solidarietà e l'affetto alla mamma Cira e ai familiari di Daniele.Nel raccogliere l'esigenza manifestata dai numerosi interventi, abbiamo pensato di dar vita ad un Coordinamento dei comitati, il 'Comitato di comitati', per unire e collegare permanentemente queste realtà e soggettività. Un'unione in grado anche di sostenere concretamente le persone singole più isolate e bisognose.Inoltre, abbiamo deciso la pubblicazione degli Atti del Convegno per dare a tutti la possibilità di conoscere e riflettere sulle relazioni, sugli interventi, sul dibattito, sulle proposte.Per sintetizzare il clima e lo spirito vissuti al Convegno riportiamo le parole di don Luigi a conclusione del suo intervento: " . vi debbo confessare che qui sto bene, in questi due giorni ho visto l'aurora, ho paura ad uscire da questa sala perché non vorrei rivedere l'oscurità .".Concludendo, proprio per allontanare quell'oscurità, dobbiamo: - costruire un coordinamento tra le singole realtà per incontrarci ed una rete informativa per comunicare; - elaborare e definire una prassi in tempo reale che, con riferimento alla "legge Linate" ed alla "legge Viareggio", agevoli la vita ai familiari delle vittime in attesa dei risarcimenti dovuti; - pretendere che nessun reato di strage cada in prescrizione nel rispetto delle vittime e della sofferenza dei familiari.Tante vite, tante storie, alle quali è stato cancellato il diritto di vivere, tanti bambini, ragazze, giovani ai quali è stato negato il diritto a conoscere il mondo . sarà il mondo, attraverso il nostro impegno e la nostra attività, a conoscere loro !Grazie ancora a tutti i partecipanti.I promotori: - Associazione "Il mondo che vorrei" - Assemblea 29giugno
L'udienza odierna, che si apre alle ore 9:25, prevede l'audizione dei consulenti tecnici del pm che hanno focalizzato la propria attenzione sulle condizioni di lavoro e l'impatto igienico-ambientale della lavorazione dell'amianto sugli operai e la popolazione di Bagnoli e Rubiera, e successivamente due consulenti dele parti civili sugli stessi argomenti.Quanto emerge dalla consulenza dei dottori Lauria e Salerno, esperti di amianto per Arpa Piemonte, e da quella successiva esposta dal dottor Mara e dall'ingegner Thime - consulenti per le parti civili Allca-Cub e Medicina Democratica - è che le condizioni di lavoro e l'impatto igienico-ambientale sui lavoratori e sulle popolazioni erano del tutto analoghe in tutti e quattro i siti produttivi e nelle città su cui questi insistevano.Questo dimostra, inequivocabilmente, la strategia genocida dell'Eternit: l'azienda ha consapevolmente sottoposto operai e popolazione a rischi assurdi che, come dimostra soprattutto la consulenza di Mara e Thime, erano ben conosciuti da molto tempo; inoltre vi erano sul mercato, almeno dagli anni 40, dei rimedi contro l'insalubrità del posto di lavoro che i vertici genocidi non hanno voluto applicare perché evidentemente troppo costosi.Per loro l'importante era che la produzione continuasse, della salute pubblica se ne fregavano bellamente.Nella prossima udienza, in programma lunedì 8 novembre, verranno ascoltati i due consulenti tecnici che la difesa ha portato per controdedurre su questi argomenti. Torino, 25 ottobre 2010 Stefano Ghio - Rete sicurezza Torino Pubblicato da
La Rete al convegno di Viareggio sulla strage ancora impunita
L'associazione "il mondo che vorrei" e l'"assemblea 29 giugno", la coscienza civile di chi lotta per la giustizia e la verità per la strage di Viareggio, ha organizzato un convegno nella sala Barsanti della Croce Verde di Viareggio il 23/24 ottobre. Per non dimenticare e perchè non abbia più a ripetersi.La Rete nazionale per la sicurezza sul lavoro che ha condotto anche su questo una campagna nazionale e che ha partecipato con una delegazione alla manifestazione nell'anniversario di questa strage, ha partecipato al Convegno e ne ha dato notizia nel proprio blog e nella mailing list della rete.L'intento di questo convegno è quello di creare una rete tra i comitati nati dalle stragi, da Viareggio a Linate, L'Aquila, Torino, Crevalcore, S. Giuliano di Puglia, Livorno e altre, per dare vita ad una sorta di "Comitato dei comitati" che le colleghi e che ne sia la voce.Il convegno è iniziato con la solidarietà a Cira, la madre di Daniele Franceschi, il ragazzo di Viareggio ucciso nelle carceri francesi dalla brutalità poliziesca, che avrebbe partecipato al Convegno se non avesse avuto l'impegno di portare la sua battaglia a Roma e con il saluto di M. Caprilli della Croce Verde.Daniela Rombi, presidente dell' associazione "il mondo che vorrei" ha introdotto il convegno di sabato 23 con al centro la sicurezza nei trasporti (il tema di domenica 24 sarà l'incontro dei comitati delle vittime delle stragi) e per la ricerca della verità sulla strage, la lotta contro la prescrizione, contro il processo breve, un'amnistia camuffata che ha fatto dire al PG di Firenze, Deidda, che presiede l'inchiesta, all'inaugurazione dell'anno giudiziario: "e chi lo dirà ai padri e alle madri di Viareggio che hanno perso ragazzi di 18-20 anni che lo Stato rinuncia ad accertare la verità solo perchè il processo si è rivelato complicato e difficile?". I comitati vogliono una corsia preferenziale, vogliono conoscere i nomi degli indagati, attaccano Moretti che per risanare i bilanci dell'azienda ha tagliato sulla sicurezza, hanno fatto approvare la "legge Viareggio" per i risarcimenti alle famiglie e si battono per la costituzione parte civile delle stesse (nel processo penale, la persona offesa non può partecipare attivamente al processo se è stata risarcita). Hanno portato la loro voce al parlamento europeo a Bruxelles.L' intervento di una ferroviera dell' "assemblea 29 giugno" ha contestato i concetti di "fatalità", dell'"errore umano" sugli incidenti sul lavoro (Crevalcore, Circumvesuviana, "porte killer"), quando le aziende perseguono il profitto e la sicurezza per loro è un costo. La strage è stata causata dal processo di privatizzazione e di deregolamentazione (licenziamenti, stazioni eliminate, smantellamento dei controlli di verifica, dismissioni delle Officine Grandi Riparazioni, repressione degli rls ...) del duo Moretti-Matteoli.Poi gli altri interventi programmati: la testimonianza di un lavoratore ustionato in una piattaforma petrolifera in Libia, quella del comitato di Novara (Trecate, da dove è partito il vagone della morte) che ha organizzato blocchi e altre forma di protesta, quella di 2 giornalisti di Varese e del Canton Ticino impegnati nell'informare i cittadini sulla mancanza di sicurezza nelle ferrovie, un dirigente del sindacato ORSA, del comitato (oggi fondazione) di Linate, la testimonianza di un ex capotreno vittima di una "porta killer", quella di Medicina Democratica (che si costituirà parte civile al processo) sullo stress psicologico di coloro che hanno subito o hanno assistito ad eventi gravi, infine l'intervento di un dirigente della filt-cgil.Il dibattito è stato aperto da Dante De Angelis, sospeso per rappresaglia per avere espresso solidarietà agli operai di Melfi, che ha valorizzato il lavoro dei comitati nati dalle tragedie perchè manca la fiducia nello Stato, ed è continuato con l'intervento di un assessore di Lucca, di un rls trenitalia.A questo punto c'è stato l'intervento della Rete nazionale, un intervento "politico", che ha denunciato il profitto dei padroni e il loro sistema come causa delle morti sul lavoro e tra la popolazione, la giustizia negata nei tribunali (l'esempio di Ravenna per la morte di Luca Vertullo), il fascismo dei padroni che passano come rulli compressori sull'opposizione degli operai e l'attività del governo che ne è espressione che peggiorano la condizione dei lavoratori e che fa aumentare il rischio sicurezza, le campagne nazionali della Rete, la campagna immigrati. L'intervento della Rete si è concluso con l'invito ai comitati di partecipare alla sentenza del processo Thyssen a Torino. Ha chiuso il dibattito un compagno della Rete disarmiamoli contro gli F35 a Cameri.primo resoconto
Il processo per la morte di Antonino Mingolla, avvenuta il 18 aprile 2006, operaio dell'appalto Ilva, deceduto soffocato dal monossido di carbonio, è finalmente cominciato. La prossima udienza è il 24 novembre. Questo processo, che già avviene decisamente troppo tardi, è ora ulteriormente vittima dei ritardi della giustizia quando si tratta di morti sul lavoro Non è possibile accettare né per i familiari, né per tutti coloro che lottano contro le morti sul lavoro un processo che a oltre 4 anni di distanza è appena cominciato, con i rischi inevitabili di un processo lungo che si concluda con prescrizione. Questo è negare valore alla vita dei lavoratori e al dramma che costituisce la loro morte per le famiglie.La moglie di Antonino Mingolla, Franca Caliolo, si è molto impegnata per questo processo e ha fatto del proprio dramma personale una consapevolezza della necessità della battaglia per la sicurezza sui posti di lavoro, perchè sia resa giustizia ed è una delle promotrici Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro.La Rete nazionale ha fatto proprio nella data del 18 aprile una manifestazione nazionale tenutasi a Taranto con una forte e rappresentativa partecipazione ora prepara una nuova iniziativa di rilievo nazionale per il 24 novembre a taranto.Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro mailing list bastamortesullavoro@domeus.it email bastamortesullavoro@gmail.cominfo 3471102638
Paola, articolo Gazzetta del Sud«Entra nel vivo la fase preliminare del processo Marlane Marzotto, avviato stancamente nell'aula del Tribunale di Paola, avente per oggetto le innumerevoli vittime delle sostanze tossiche utilizzate in fabbrica»: così, per lo Slai Cobas, il coordinatore provinciale Alberto Cunto, commenta quanto accaduto all'ultima udienza del processo.«Decisione sofferta quella del giudice Carpino, chiamato ad esprimersi sull'ammissibilità delle innumerevoli parti civili e tra queste anche dello Slai Cobas, la cui costituzione è stata regolarmente accettata. La decisione del Gup, scaturita al termine di lunghe ore in camera di consiglio, non è stata affatto indolore, perchè il "crivello" del giudice ha determinato l'inammissibilità a vario titolo di una percentuale di ricorrenti stimabile tra il 10 ed il 20 % ; percentuale alta per alcuni e bassa per altri, e tra le esclusioni eccellenti degne di nota quella del Forum ambientalista e di Medicina democratica, motivandola per quest'ultima con la lacunosa rappresentatività ed il carente radicamento sul territorio. Ovviamente la decisione non esclude l'appellabilità e su questo dovrà confrontarsi lo stuolo di avvocati dei ricorrenti presenti in aula.«Assenti ancora una volta gli avvocati Ghedini e Giarda, protagonisti della giornata sono stati gli agguerriti sostituti - prosegue la nota del sindacalista - i quali hanno sottolineato con enfasi per questa causa l'incompatibilità territoriale del Tribunale paolano. Se tale ipotesi venisse malauguratamente presa in considerazione, l'intero impalcato accusatorio messo in piedi in tredici anni di lavoro transiterebbe al tribunale vicentino, con esiti affatto imprevedibili come già avvenuto in passato per gl'innumerevoli cassintegrati vittime della stessa azienda uscitene soccombenti. Lo Slai Cobas non demorde e condurrà la lotta anche da solo, come ha sempre fatto, con coerenza e senza fare sconti a nessuno, fosse anche a Vicenza. La prossima udienza è fissata per sabato 23 ottobre, alla quale come preannunciato Ghedini ancora una volta non parteciperà. Lo Slai Cobas sarà in aula con la struttura territoriale e coi propri patrocinatori. Ora tocca agli avvocati di parte civile il compito di ribaltare le decisioni per ripescare alcuni esclusi, ma dovranno farlo in questi pochi giorni dando fondo a tutto lo scibile giurisprudenziale».Per la cronaca, brevemente, è uscito dopo quasi ore il giudice per le udienze preliminari Salvatore Carpino dal suo ufficio. Doveva decidere sulle eccezioni presentate dalla difesa degli imputati in merito alle richieste di costituzione di parte civile. Il Gup ha ammesso tutte le parti civili presentate, tranne il Forum ambientalista e Medicina democratica. Ammessi anche tutti i sindacati - Sli Cobas, Slai Cobas e Cgil - le associazioni ambientaliste, il Wwf e Legambiente. Carpino ha invece escluso sei famiglie rispetto ad alcuni imputati. Un'udienza di sostanza, quella di ieri, del processo che avrebbe dovuto stabilire solo l'ammissibilità o meno della costituzione di parte civile, ma che è andata oltre, stabilendo il principio generale con il quale si è detto "sì" alle associazioni ambientaliste e ai sindacati. Poi il colpo di scena: la difesa degli imputati ha presentato un'istanza di incompetenza territoriale. Insomma, vogliono che il processo venga trasferito a Vicenza, perché Valdagno è la sede della Lanerossi prima e della Marzotto poi. La competenza, secondo la Difesa, non è di Paola ma del Tribunale di Vicenza. A Valdagno si sono decise le strategie aziendali di Praia a Mare.
ASSOCIAZIONE ITALIANA ESPOSTI AMIANTO & Ban Asbestos Network Via dei Carracci,2 – 20149 Milano Tel. 02 4984678 – Fax 02 48014680 www.associazioneitalianaespostiamianto.org a.i.e.a.padernodugnano@fastwebnet.it Da un po’ di tempo stiamo assistendo alla messa in onda in televisione di uno spot sulla sicurezza nei luoghi di lavoro patrocinato e creato dal nostro governo. Con una faccia tosta incredibile ed un’ipocrisia senza limiti, si esortano i lavoratori a fare maggior attenzione mentre lavorano, in modo da poter tornare a casa sani e salvi perché in questo modo dimostrano di voler bene a se stessi e ai propri cari. Si dice in questo spot che la “sicurezza sul lavoro la pretende chi si vuole bene” come se i lavoratori fossero gli unici responsabili dei propri infortuni, delle proprie morti e delle malattie professionali perché non pretendono controlli, applicazioni delle procedure e degli standard di sicurezza. Non una sola parola in questi spot per esortare anche i datori di lavoro “a voler bene ai propri operai” !!! QUESTO SPOT VA RITIRATO IMMEDIATAMENTE PERCHE’ OFFENDE TUTTE LE VITTIME DEL LAVORO E LE LORO FAMIGLIE. Questo spot non accenna minimamente al fatto che oggi i lavoratori sono sempre più ricattabili e non hanno la possibilità di scegliere: per vivere sono costretti ad accettare un lavoro nero, un lavoro precario o un lavoro a tempo determinato. Impossibile o difficilissimo per chi è in queste condizioni rivendicare l’applicazione delle leggi sulla salute e sicurezza sul lavoro. Non basta perché anche i lavoratori “più fortunati” che hanno un contratto a tempo indeterminato sono costretti ad accettare condizioni di lavoro inaccettabili che vanno dalla esposizione a sostanze tossiche e cancerogene, fino all’aumento dell’intensità del lavoro come è successo a Pomigliano. Togliere o monetizzare le pause è un modo “sicuro” per aumentare gli infortuni e le malattie professionali, in altri termini per uccidere. Offende le decine di migliaia di vittime dell’amianto, vittime della vergognosa ingordigia di tanti imprenditori che erano perfettamente a conoscenza della pericolosità di quel minerale eppure hanno taciuto e ora sulla loro coscienza pesa il numero dei morti. Recentemente il Senato della Repubblica ha approvato un progetto di legge che equipara le vittime dell’amianto sulle navi militari alle “vittime del dovere”, liberando i datori di lavoro (in questo caso gli ammiragli) da ogni responsabilità. Per ridurre gli incidenti sul lavoro non servono spot , bisogna applicare una normativa che invece questo governo in tutti i modi sta cercando di smantellare. Questo governo ha depenalizzato e ha ridotto le sanzioni agli imprenditori colpevoli di infortuni o morti per e sul lavoro. Ha reso più difficili i controlli già difficoltosi per via della carenza paurosa di personale tecnico che non viene incrementato, inoltre il ministro Tremonti ha dichiarato che “ la sicurezza sul lavoro è un lusso che non possiamo più permetterci.” I famigliari delle vittime chiedono rispetto, chiedono che vengano immediatamente sospesi questi vergognosi spot finanziati con i denari pubblici, denari che provengono anche dalle tasche delle vittime del lavoro. a.i.e.a. Paderno Dugnano
STRAGE DI VIAREGGIO: PER NON DIMENTICARE . . . PERCHÉ NON ABBIA PIÙ A RIPETERSI ! Convegno sabato 23 e domenica 24 ottobre
La Rete nazionale per la sicurezza nei luoghi di lavoro sostiene e parteciperà al Convegno di Viareggio organizzato dall'Associazione Onlus “Il mondo che vorrei”e dall'Assemblea 29 Giugno nella comune battaglia per la sicurezza e la salute dei lavoratori e delle popolazioni e si unisce a tutte quelle realtà autorganizzate che si battono per la giustizia per le vittime causate dal profitto dei padroni.29 GIUGNO 2009: STRAGE DI VIAREGGIOPER NON DIMENTICARE . . . PERCHÉ NON ABBIA PIÙ A RIPETERSI !Convegno su “GIUSTIZIA E SICUREZZA”Croce Verde Sala “Barsanti”, via Garibaldi 171, ViareggioSABATO 23 OTTOBRE 16 - 20La strage di Viareggio: la sicurezza nei trasporti e nei luoghi di lavoroRelazione, interventi, dibattito e conclusioniDOMENICA 24 OTTOBRE 9.30 - 13Giustizia e verità: incontro tra familiari delle vittime delle stragi in questo paeseRelazione, interventi, dibattito e conclusioniScopo e finalità del Convegno: - analizzare le cause, approfondire le proposte, sviluppare iniziative;- socializzare le esperienze, valorizzare le testimonianze, costruire collegamenti.ASSOCIAZIONE ONLUS “IL MONDO CHE VORREI”ASSEMBLEA 29 GIUGNOViareggio, ottobre 2010 Informazioni e contatti: assemblea29giugno@gmail.com Pubblicato da
TRIBUNALE DI PAOLA / PROCESSO MARLANE : AMMESSA LA COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE DELLO SLAI COBAS
Comunicato stampaTRIBUNALE DI PAOLA / PROCESSO MARLANEGHEDINI NON SI PRESENTA MA IL PROCESSO VA AVANTIAMMESSA LA COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE DELLO SLAI COBASLA CGIL NON SI COSTITUISCE SMANTENDO RECENTI DICHIARAZIONINonostante che a Montecitorio il sabato non si lavora, anche stavolta l'avv.Ghedini (dopo aver addotto il "legittimo impedimento" nella scorsa udienza del 12 ottobre) ha scelto di non presentarsi all'udienza di stamattina per il rinvio a giudizio dei 14 indagati "eccellenti" imputati per la strage ed il disastro ambientale causati dalla Marlane Marzotto di Praia, fregandosene delle circa 300 parti civili (familiari dei lavoratori morti, lavoratoriammalati) che da 15 anni aspettano giustizia.Intanto spicca la latitanza in causa del Ministero per l'Ambiente, della Regione Calabria, la Provincia di Cosenza e il Comune di Praia a Mare (che vede il sindaco tra gli indagati) che, in evidente ossequio all'azienda hanno scelto di non costituirsi, come d'obbligo, al processo. E, fatto non meno grave, quella di CGIL-CISL-UIL che sono quelli che in questi decenni avrebbero dovuto tutelare i lavoratori ed invece si sono dati da fare sull'altro fronte: quello aziendale!Assente anche la CGIL questa mattina che non si è costituita parte civile nonostante i suoi proclami.SLAI COBAS - COORDINAMENTO NAZIONALE Paola, 16/10/2010
La seduta odierna - che si apre in un clima che ritorna ad essere quello precedente lo scorso 5 ottobre, quindi con un'aula semivuota e quattro persone contate nel pubblico all'inizio dell'udienza, alle ore 9:25 - è incentrata sulla terza parte della requisitoria del pm.Questa volta l'esposizione è affidata alla sostituta Francesca Traverso ed è dedicata alla ricostruzione della dinamica dell'incendio ed alle sue cause reali, le gravi carenze tecnico-amministrative emerse nel corso del procedimento.Si tratta di un dettagliatissimo intervento estremamente tecnico, effettuato con l'ausilio delle trascrizioni delle testimonianze - in particolare, come è ovvio, quello dell'unico superstite della strage, Antonio Boccuzzi - e di diapositive che mostrano la linea cinque dopo l'incendio.A proposito di quest'ultimo, è utile ricordare che si sviluppò a causa della presenza, lungo la linea, di grande quantità di carta intrisa di olio di laminazione che si incendiò per le scintille prodotte dallo sfregamento del rotolo di acciaio in lavorazione contro la carpenteria, e non poté essere soffocato a causa della sola presenza di estintori a CO2, peraltro scarichi ma comunque inadatti a spegnere incendi di materiale solido, essendo di categoria B-C cioé adatti ai liquidi ed ai gas.Della lunghissima esposizione, più di quattro ore, mi preme segnalare un momento particolarmente toccante: quando la pm ricostruisce - con voce a tratti rotta dall'emozione - i momenti dell'incendio, il racconto provoca visibile commozione sia nel pubblico (in quel momento salito a circa quindici unità) sia nei parenti e compagni di lavoro delle vittime, alcuni dei quali abbandonano l'aula sopraffatti dalle lacrime.Nella prossima udienza, in programma martedì 2 novembre, si terrà la quarta parte della requisitoria.Torino, 15 ottobre 2010 Stefano Ghio della rete nazionale sicurezza sui posti di lavoro- torino
L'udienza odierna si apre alle ore 9:30, con la lettura - da parte delgiudice Giuseppe Casalbore - dell'ordinanza con la quale accoglie larichiesta, presentata lunedì scorso da Eternit Schweiz, di essere esclusadal procedimento in cui è responsabile civile, per la sua dimostrata paleseestraneità allo stesso.A seguire viene ascoltato il dottor Lauria, consulente tecnico del pm, finoal 2009 esperto di amianto, prima per le Asl di Collegno e Grugliasco,successivamente per Arpa Piemonte: questi riferisce, con l'ausilio didiapositive, sul procedimento di lavorazione dell'amianto e le conseguenzesulla salute dei lavoratori e della popolazione derivanti dall'esposizioneal minerale, con particolare riferimento al comune ed allo stabilimento diCasale Monferrato.L'esposizione avviene attraverso la riproposizione di parti di testimonianzeascoltate, e l'esposizione di documenti di origine aziendale.Questo fatto porta la Corte a richiedere al Lauria - e lo stesso fa neiconfronti del dottor Mingozzi, tecnico dell'Arpa Piemonte che a seguireriferisce sugli stessi temi ma in riferimento a Cavagnolo - di attenersi acomunicare soltanto le sue considerazioni tecnico-scientifiche, e di evitaredi leggere i documenti già agli atti, altrimenti non si tratta più di unaconsulenza tecnica ma di un commento: in altre parole di una 'consulenzagiuridica', inammissibile perché materia che attiene esclusivamente allaCorte.Dalla parte di consulenza illustrata oggi dal Lauria, emergeinequivocabilmente la volontà genocida dell'Eternit: essa viene palesata dalconsulente attraverso la lettura delle parti di testimonianze nelle quali sidimostra l'inesistenza di precauzioni nella produzione dei manufatti, neltrasporto dei materiali di scarto al mulino Azemag ed alle discariche - cheveniva effettuato con l'ausilio di motocarri scoperti che, a causadell'azione degli agenti atmosferici, disperdevano nell'aria il polverinoche avvelenava la città ed i residenti - nella pulizia, effettuata mediantescope la cui azione alzava notevoli quantità di polvere contenente amianto.Torino, 18 ottobre 2010Stefano Ghio - della rete sicurezza sui posti di lavoro - torino
Entra nel vivo la fase preliminare del processo Marlane Marzotto, avviato stancamente presso l’aula del Tribunale di Paola, avente per oggetto le innumerevoli vittime delle sostanze tossiche utilizzate in fabbrica. Decisione sofferta quella del giudice Carpino, chiamato ad esprimersi sull’ ammissibilità delle innumerevoli parti civili e tra queste anche dello SLAI Cobas, la cui costituzione è stata regolarmente accettata. La decisione del Gup scaturita al termine di lunghe ore in camera di consiglio non è stata affatto indolore, perchè il “crivello” del giudice ha determinato l’inammissibilità a vario titolo di una percentuale di ricorrenti stimabile tra il 10 ed il 20 % ; percentuale alta per alcuni e bassa per altri, e tra le esclusioni eccellenti degne di nota quella del Forum Ambientalista e di Medicina Democratica, motivandola per quest’ultima con la lacunosa rappresentatività ed il carente radicamento sul territorio. Ovviamente la decisione non esclude l’appellabilità e su questo dovrà confrontarsi lo stuolo di avvocati dei ricorrenti presenti in aula. Assenti ancora una volta gli avvocati Ghedini e Giarda, protagonisti della giornata sono stati gli agguerriti sostituti, i quali hanno sottolineato con enfasi per questa causa l’incompatibilità territoriale del Tribunale paolano. Se tale ipotesi venisse malauguratamente presa in considerazione, l’intero impalcato accusatorio messo in piedi in tredici anni di lavoro transiterebbe al tribunale vicentino, con esiti affatto imprevedibili come già avvenuto in passato per gl’innumerevoli cassintegrati vittime della stessa azienda uscitene soccombenti. Lo SLAI Cobas non demorde e condurrà la lotta anche da solo, come ha sempre fatto, con coerenza e senza fare sconti a nessuno, fosse anche a Vicenza. La prossima udienza è fissata per sabato 23 ottobre, alla quale come preannunciato Ghedini ancora una volta non parteciperà, ma Lo SLAI Cobas non demorde è sarà in aula con la struttura territoriale e coi propri patrocinatori. Ora tocca agli avvocati di parte civile il compito di ribaltare le decisioni per ripescare alcuni esclusi, ma dovranno farlo in questi pochi giorni dando fondo a tutto lo scibile giurisprudenziale.Per lo SLAI CobasAlberto CUNTOCoordinatore Pro.le16.10.2010
Il sindacato: caso identico a quello della Fiat di Melfi "Esattamente come alla Fiat Sata di Melfi, anche a Bergamo avviene che il giudice dia ragione alla Fiom-Cgil, riconoscendo la condotta antisindacale del licenziamento del nostro delegato, e che ordini all'azienda il suo reintegro, ma avviene anche che l'azienda non rispetti la sentenza". E' quanto afferma in una nota Eliana Como della Fiom-Cgil di Bergamo in merito alla vicenda che vede come protagonista un delegato sindacale Fiom della Bodega di Cisano Bergamasco, trafileria per l’estrusione d’alluminio che occupa 220 dipendenti. Il 4 ottobre scorso il Giudice del lavoro del Tribunale di Bergamo ha ritenuto sussistente l’anti-sindacalità del licenziamento del delegato Fiom-Cgil, ordinando che venisse reintegrato. Ma l'azienda ha invece comunicato con una lettera indirizzata al delegato, di voler presentare ricorso e che, fino all'esito di esso, gli avrebbe corrisposto lo stipendio pari al permesso retribuito, ma di reintegro nemmeno a parlarne. "D'altra parte, già in Tribunale, il titolare di Bodega aveva espresso al Giudice del Lavoro l'intenzione netta di impedire al delegato di rientrare al suo posto - afferma ancora Eliana Como - Questo non fa altro che reiterare la condotta antisindacale nei nostri confronti. Riteniamo, poi, curioso che un’azienda che può permettersi di pagare un dipendente senza farlo lavorare, abbia poi necessità di fare ricorso alla cassa integrazione ordinaria, come abbiamo appreso con la convocazione all'esame congiunto inviata il 1° ottobre scorso. Questo comportamento - conclude la sindacalista Fiom - a Melfi come a Cisano Bergamasco, ci riporta al passato e cancella la dignità dei lavoratori". La Fiom di Bergamo chiede, perciò, all'azienda di rispettare la sentenza di reintegro: "In caso contrario" aggiunge Eugenio Borella, segretario generale provinciale della Fiom-Cgil, "ci vedremo costretti a valutare le vie legali, non escludendo di agire anche in sede penale".13/10/2010 Pubblicato da
Solidarietà a Dante De Angelis ancora perseguitato dai padroni delle ferrovie
Dal giornale IN MARCIA !-----------------------------------------------------------------10 GIORNI DI SOSPENSIONE A DANTE DE ANGELIS PER SOLIDARIETA' AI TRE OPERAI LICENZIATI A MELFIAVEVA ACCOSTATO VOLONTA' FIAT E FS DI TENERE FUORI LAVORATORI CON STIPENDIOLE FS SI SONO ACCANITE ANCORA UNA VOLTA CONTRO IL MACCHINISTA DANTE DE ANGELIS, COLPENDOLO, IERI, CON DIECI GIORNI DI SOSPENSIONE DAL LAVORO E DALLO STIPENDIO, PER AVER ESPRESSO, IL 23 AGOSTO SCORSO, LA SUA SOLIDARIETÀ AI LAVORATORI DELLA FIOM LICENZIATI A MELFI E NON RIAMMESSI IN FABBRICA DOPO IL REINTEGRO EGLI IN UNA MAIL AVEVA ACCOSTATO IL COMPORTAMENTO DELLE DUE AZIENDE NELLA VOLONTÀ COMUNE DI PAGARE LO STIPENDIO PUR DI MANTENERLI "FUORI" DALL'AZIENDALO RITENIAMO UN VERO E PROPRIO ATTO INTIMIDATORIO UN TENTATIVO DI OSTACOLARE NON SOLTANTO L'ATTIVITÀ SINDACALE, SOFFOCARE IL LIBERO PENSIERO E LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE MA ANCHE LA SOLIDARIETÀ TRA I LAVORATORI. DOMANI COME FERROVIERI SAREMO IN PIAZZA A FIANCO DELLA FIOM CONTRO L'ODIOSO RICATTO, DIRITTI O LAVORO E DE ANGELIS SARÀ CON NOI PER INCONTRARE ED ABBRACCIARE MARCO PIGNATELLI, ANTONIO LAMORTE E GIOVANNI BAROZZINO REGISTRIAMO CON PREOCCUPAZIONE CHE LA STESSA PESANTISSIMA PUNIZIONE DI DIECI GIORNI DI SOSPENSIONE È STATA INFLITTA TRE GIORNIFA ANCHE AD UN ALTRO MACCHINISTA E RAPPRESENTANTE PER LA SICUREZZA, PER UNA DICHIARAZIONE SUI RISCHI DELLE GALLERIE FERROVIARIE IN PUGLIA"

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