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Timestamp: 2020-06-03 19:18:15+00:00

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EIUS - Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 14 marzo 2019, n. 12541
Sentenza 14 marzo 2019, n. 12541
1. Con il provvedimento in epigrafe, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma ha applicato nei confronti di Maurizio F., su sua richiesta, la pena di anni due, mesi nove e giorni dieci di reclusione in relazione ai reati di cui agli artt. 110, 319 e 321 c.p. sub capo 1) e di cui agli artt. 319, 319-ter e 321 c.p. sub capo 2). Con la medesima sentenza, il G.i.p. ha disposto la pena accessoria dell'interdizione temporanea dai pubblici uffici per la durata di anni cinque ex art. 371-bis c.p. e la confisca della somma di 330.000,00 euro ai sensi dell'art. 322-ter c.p. ed ha inoltre ordinato all'imputato di pagare alla "ASL Roma 1" la somma di 330.000,00 euro, a titolo di riparazione pecuniaria ex art. 322-quater c.p.
2. Con atto a firma dei due difensori di fiducia, Maurizio F. ha proposto ricorso avverso il provvedimento e ne ha chiesto l'annullamento con limitato riferimento alla disposta condanna al pagamento della riparazione pecuniaria per violazione di legge penale e processuale.
2.1. In data 27 febbraio 2019, la difesa del F. ha presentato motivi nuovi ex art. 611 c.p.p. con i quali, sotto diversi profili, ha sollecitato questa Corte, «riconosciuta la propria competenza a conoscere della fase esecutiva del presente procedimento», a sollevare la questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 1, lett. b), l. 9 gennaio 2019, n. 3, nella parte in cui ha inserito i reati contro la pubblica amministrazione tra quelli "ostativi" alla concessione di alcuni benefici penitenziari, ai sensi dell'art. 4-bis l. 26 luglio 1975, n. 354, per rilevato contrasto con gli artt. 3, 24, 25, comma secondo, 27, comma terzo, e 117 Cost., 7 CEDU, nella parte in cui non prevede un regime intertemporale.
A sostegno della deduzione, la difesa rileva, sotto un primo aspetto, come, avendo riguardo al combinato disposto degli artt. 656, comma 9, lett. a), c.p.p. e 4-bis l. 26 luglio 1975, n. 354, in relazione ai delitti di cui agli artt. 319, 319-ter e 321 c.p. (contestati al F.), in quanto inseriti nel novero dei reati di cui allo stesso art. 4-bis in virtù della novella con l. 9 gennaio 2019, n. 3, non sia più possibile sospendere l'ordine di esecuzione ai fini della richiesta di misure alternative alla detenzione in stato di libertà. In assenza di una disposizione transitoria regolativa dei limiti temporali di applicazione della nuova disciplina, con il passaggio in giudicato della sentenza di patteggiamento, l'emissione dell'ordine di carcerazione sarà pertanto "obbligata", con una modifica peggiorativa del trattamento penitenziario. Modifica peggiorativa "a sorpresa" atteso che, al momento in cui avanzava la richiesta ex artt. 444 e 445 c.p.p., F. poteva ragionevolmente confidare che la sanzione sarebbe rimasta nei limiti di operatività delle misure alternative e dunque "senza assaggio di pena". Evidenzia, pertanto, come tale modifica in itinere delle "regole del gioco", in quanto del tutto imponderabile all'atto dell'opzione in rito, si ponga in evidente contrasto con l'art. 7 CEDU, come interpretato nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo in situazioni analoghe - rilevante ai fini dell'art. 117 Cost. -, là dove viola il principio dell'affidamento quanto alla prevedibilità delle conseguenze sanzionatorie (v. per tutte Grande Camera 21 dicembre 2013, Del Rio Prada c. Spagna).
Infine, la difesa censura la costituzionalità dello stesso inserimento nel novero dei reati soggetti allo speciale regime di cui al citato art. 4-bis dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione (in particolare, di quelli di cui agli artt. 319, 319-ter e 321 c.p. che vengono in rilievo nella specie), in quanto in chiaro contrasto con la funzione rieducativa della pena.
2. Giova premettere che l'art. 322-quater c.p., introdotto con la l. 27 maggio 2015, n. 69, prevede che "Con la sentenza di condanna per i reati previsti dagli articoli 314, 317, 318, 319, 319-ter, 319-quater, 320, 321 e 322-bis, è sempre ordinato il pagamento di una somma equivalente al prezzo o al profitto del reato a titolo di riparazione pecuniaria in favore dell'amministrazione lesa dalla condotta del pubblico ufficiale o dell'incaricato di un pubblico servizio, restando impregiudicato il diritto al risarcimento del danno".
2.1. La riparazione pecuniaria ex art. 322-quater c.p. ha natura esclusivamente economica e si parametra al vantaggio di natura patrimoniale derivato dalla condotta (profitto) ovvero al compenso dato o promesso per commettere il reato (prezzo) (Sez. un. del 3 luglio 1996, n. 9149, Chabni Samir, Rv. 205707). La riparazione va corrisposta in favore dell'amministrazione cui appartiene il pubblico agente, a prescindere e, se del caso, in aggiunta rispetto al risarcimento del danno cagionato al prestigio ed al buon funzionamento della pubblica amministrazione.
L'istituto presenta tratti di indubbio parallelismo con la "riparazione pecuniaria" prevista dall'art. 12 della l. 18 febbraio 1948, n. 47, applicabile in caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, là dove si applica "oltre al risarcimento dei danni ai sensi dell'art. 185 c.p.".
Stante la natura lato sensu punitiva della riparazione pecuniaria, la relativa applicazione - in assenza dei presupposti di legge - è certamente riportabile all'alveo della "pena illegale", dando, dunque, luogo ad [un] vizio coltivabile dinanzi a questa Corte ai sensi dell'art. 448, comma 2-bis, c.p.p.
Orbene, ritiene il Collegio - condividendo l'assunto difensivo - che detta espressione debba ritenersi riferita al provvedimento conclusivo del giudizio ordinario o abbreviato, ma non anche alla sentenza di applicazione della pena che, nel prescindere dall'accertamento positivo della penale responsabilità dell'imputato e giusta l'espressa previsione dell'art. 445, comma 2, c.p.p., è "solo" equiparata ad una pronuncia di condanna.
Così, in particolare, le norme in tema di confisca obbligatoria di cui agli artt. 322-ter, 466-bis e 644, ultimo comma, c.p., le quali prevedono espressamente l'applicazione della misura di sicurezza patrimoniale anche in caso di sentenza di patteggiamento, in specifica deroga del disposto dell'art. 445, comma 1, c.p.p.
Si veda ancora il disposto dell'art. 609-nonies, comma 1, c.p., nel quale il legislatore ha testualmente previsto l'applicazione delle pene accessorie e degli altri effetti penali in caso di "condanna" e di "applicazione della pena su richiesta delle parti".
4. Né l'applicabilità della riparazione pecuniaria in caso di patteggiamento c.d. allargato può desumersi a contrariis dalla circostanza che, soltanto in caso di patteggiamento ordinario ex art. 445, comma 1, c.p.p., l'imputato sia esente dall'applicazione delle "spese del procedimento", "pene accessorie" e "misure di sicurezza" (salvo l'art. 240 c.p.).
Una conferma - sia pure indiretta - della inapplicabilità della riparazione pecuniaria in entrambe le ipotesi di patteggiamento si trae dall'art. 444, comma 1-ter, c.p.p. - introdotto con la stessa l. n. 69 del 2015 che ha previsto l'art. 322-quater -, là dove, nei procedimenti per i reati contro la pubblica amministrazione contemplati da tale disposizione, ha subordinato expressis verbis l'ammissibilità della richiesta di applicazione della pena "alla restituzione integrale del prezzo o del profitto del reato". Con ciò, senza fare alcuna menzione - né quale condizione, né quale effetto ulteriore - alla riparazione pecuniaria in favore dell'amministrazione lesa dalla condotta del pubblico agente, fra l'altro, anch'essa commisurata "al prezzo o al profitto del reato" (in eventuale aggiunta al risarcimento del danno).
Non può allora sfuggire l'irragionevolezza di un'ermeneusi della norma che - nonostante l'assenza di una previsione espressa dell'applicabilità della riparazione pecuniaria anche in caso di sentenza ex art. 444 c.p.p. (nella forma ordinaria o c.d. allargata) - comportasse l'assoggettamento dell'imputato di taluno dei reati rientranti nel catalogo di cui all'art. 322-quater c.p., il quale intendesse appunto definire la propria posizione processuale con il patteggiamento, al doppio versamento di una somma eguale nel tantundem (pari appunto al prezzo o al profitto del reato), sia pure a titolo diverso (restitutorio e riparatorio).
5. Passando alla disamina della questione di incostituzionalità dell'art. 6, comma 1, lett. b), l. 9 gennaio 2019, n. 3, là dove ha inserito i reati contro la pubblica amministrazione tra quelli "ostativi" ai sensi dell'art. 4-bis l. 26 luglio 1975, n. 354, senza prevedere un regime intertemporale, giova preliminarmente evidenziare - sul piano dell'ammissibilità del motivo - che la questione attiene ad una disposizione entrata in vigore in epoca successiva alla pronuncia della sentenza impugnata ed al deposito del ricorso originario, di tal che non avrebbe potuto essere prospettata dal F. all'atto della presentazione dell'impugnazione. Ad ogni modo, si tratta di una sollecitazione rivolta a questa stessa Corte a sollevare la questione.
Come si è già anticipato, il ricorrente sollecita l'incidente di costituzionalità sotto un duplice profilo: in relazione, da un lato, all'omessa previsione di un regime di diritto intertemporale; dall'altro lato, all'inserimento dei reati contro la pubblica amministrazione (in particolare quelli che vengono in rilievo con riferimento alla posizione del F.) fra i "reati ostativi" contemplati dall'art. 4-bis ord. penit.
6.1. Può convenirsi con il ricorrente che l'omessa previsione di una disciplina transitoria circa l'applicabilità della disposizione (come novellata) possa suscitare fondati dubbi di incostituzionalità in relazione ai riverberi processuali sull'ordine di esecuzione, in quanto non più suscettibile di sospensione in forza della previsione dell'art. 656, comma 9, c.p.p.
Va difatti considerato come, secondo il disposto della lett. a) del comma 9 dell'art. 656, la sospensione dell'ordine di esecuzione della sentenza di condanna ad una pena detentiva non superiore a quattro anni (giusta anche la declaratoria d'incostituzionalità con sentenza della Corte cost. 2 marzo 2018, n. 41) per il termine di trenta giorni al fine di consentire al condannato in stato di libertà di avanzare istanza di concessione di una delle misure alternative previste dalla l. n. 354 del 1975 - sospensione prevista dal comma 5 dello stesso articolo - non possa essere disposta nei confronti dei condannati per i delitti di cui al citato art. 4-bis.
Orbene, avuto riguardo al "diritto vivente", quale si connota alla luce del diritto positivo e della lettura giurisprudenziale fino ad ora consolidata a seguito della decisione delle Sezioni unite del 2006, le disposizioni concernenti l'esecuzione delle pene detentive e le misure alternative alla detenzione, non riguardando l'accertamento del reato e l'irrogazione della pena, ma soltanto le modalità esecutive della stessa, sono considerate norme penali processuali e non sostanziali e, pertanto, ritenute soggette - in assenza di una specifica disciplina transitoria - al principio tempus regit actum e non alle regole dettate in materia di successione di norme penali nel tempo dall'art. 2 c.p. e dall'art. 25 Cost. (Sez. un., n. 24561 del 30 maggio 2006, P.M. in proc. A., Rv. 233976; Sez. 1, n. 46649 dell'11 novembre 2009, Nazar, Rv. 245511; Sez. 1, n. 11580 del 5 febbraio 2013, Schirato, Rv. 255310). In applicazione di tale interpretazione, con riferimento ai reati ascritti al ricorrente, non sarebbe più possibile disporre la sospensione dell'esecuzione ai sensi del combinato disposto dell'art. 656, comma 9, c.p.p. in base all'art. 4-bis ord. penit. (come novellato nel gennaio 2019).
6.2. D'altra parte, non è revocabile in dubbio che, nella più recente giurisprudenza della Corte europea per i diritti dell'uomo, ai fini del riconoscimento delle garanzie convenzionali, i concetti di illecito penale e di pena abbiano assunto una connotazione "antiformalista" e "sostanzialista", privilegiandosi alla qualificazione formale data dall'ordinamento (all'"etichetta" assegnata), la valutazione in ordine al tipo, alla durata, agli effetti nonché alle modalità di esecuzione della sanzione o della misura imposta.
6.3. Alla luce di tale approdo della giurisprudenza di Strasburgo, non parrebbe manifestamente infondata la prospettazione difensiva secondo la quale l'avere il legislatore cambiato in itinere le "carte in tavola" senza prevedere alcuna norma transitoria presenti tratti di dubbia conformità con l'art. 7 CEDU e, quindi, con l'art. 117 Cost., là dove si traduce, per il F., nel passaggio - "a sorpresa" e dunque non prevedibile - da una sanzione patteggiata "senza assaggio di pena" ad una sanzione con necessaria incarcerazione, giusta il già rilevato operare del combinato disposto degli artt. 656, comma 9, lett. a), c.p.p. e 4-bis ord. penit.
D'altronde, in precedenza, il legislatore aveva adottato disposizioni transitorie finalizzate a temperare il principio di immediata applicazione delle modifiche all'art. 4-bis ord. penit., quali quelle contenute nell'art. 4 d.l. n. 13 maggio 1991, n. 152, e nell'art. 4, comma 1, l. 23 dicembre 2002, n. 279 (che inseriva i reati di cui agli artt. 600, 601 e 602 c.p. nell'art. 4-bis cit.), limitandone l'applicabilità ai soli reati commessi successivamente all'entrata in vigore della legge.
7. Se non che, secondo la stessa prospettazione del ricorrente, i delineati profili di incostituzionalità pertengono, a ben vedere, non al patto stipulato fra le parti e ratificato dal giudice, né alla pena applicata su richiesta - di per sé validi e "indifferenti" alla novella normativa del 2019 -, bensì alla mera esecuzione della sanzione, incidendo, come si è già detto, sulla sospendibilità, rectius non sospendibilità, dell'ordine di esecuzione.
Conferma evidente di tale assunto si trae dalla stessa premessa del ricorrente, là dove sollecita questa Corte a promuovere l'incidente di costituzionalità "riconosciuta la propria competenza a conoscere della fase esecutiva del presente procedimento". Con ciò, trascurando di considerare come, a norma 665 c.p.p., la Corte di cassazione non sia mai giudice dell'esecuzione del provvedimento oggetto di impugnazione.
In altri termini, la questione di incostituzionalità prospettata afferisce non alla sentenza di patteggiamento oggetto del presente ricorso, ma all'esecuzione della pena applicata con la stessa sentenza, dunque ad uno snodo processuale diverso nonché logicamente e temporalmente successivo, di talché ai fini della decisione di questa Corte non rileva, potendo se del caso essere riproposta in sede di incidente di esecuzione.
8. In conclusione, in accoglimento del motivo dedotto con il ricorso principale, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, nella parte in cui ha ordinato all'imputato, ai sensi dell'art. 322-quater c.p., di pagare alla ASL Roma 1 la somma di euro 330.00 [recte: 330.000,00 - n.d.r.] a titolo di riparazione pecuniaria.
Vanno invece rigettate le questioni di costituzionalità, fatte valere con i motivi nuovi, perché non rilevanti.
Depositata il 20 marzo 2019.

References: sentenza 

Sentenza 
 art. 371
 art. 322
 art. 611
 art. 4
 sentenza 
 art. 4
 sentenza 
 art. 322
 sentenza 
 sentenza 
 art. 445
 sentenza 
 art. 444
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 4
 sentenza 
 sentenza