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Timestamp: 2020-02-22 16:45:22+00:00

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Con la sentenza del 25.11.2011, n. 24906 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno confermato che la Convenzione di Lugano del 16.09.1988, ove applicabile alle fattispecie concrete, prevede che il criterio di collegamento generale per individuare il giudice competente a risolvere una controversia sia quello del domicilio del convenuto precisando che una deroga a tale principio opera solo in casi tassativi ovvero nelle ipotesi di fori speciali o facoltativi o allorché le parti abbiano attribuito la competenza a conoscere di una controversia al giudice di uno Stato membro (cosiddetto accordo di proroga della giurisdizione).La Suprema Corte ha precisato, di poi, che l'abuso di dipendenza economica di cui all'art. 9 della Legge n. 192/1998 consiste nel significativo squilibrio di diritti e di obblighi tra le parti nell'ambito di "rapporti commerciali" chiarendo che, al fine di concretare l'ipotesi dell'abuso, i rapporti commerciali devono trovare la loro fonte in un contratto
Anatocismo: la prescrizione decennale decorre dalla chiusura del conto corrente.
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con sentenza del 2 dicembre 2010, n. 24418 hanno affermato che il termine decennale di prescrizione per richiedere alla banca gli interessi anatocistici indebitamente pagati, decorre dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto ed interessa tutte le operazioni effettuate dal correntista dall'apertura del conto alla sua chiusura.
Con la sentenza del 01.09.2011, n. 17999 la Corte di Cassazione ha ribadito che in tema di anticipazione su ricevute bancarie regolata in conto corrente, l’imprenditore sottoposto alla procedura di amministrazione controllata e il curatore del fallimento possono chiedere alla banca la restituzione dell’importo delle ricevute incassate in epoca antecedente all’ammissione del correntista all’amministrazione controllata o alla dichiarazione di fallimento soltanto se la convenzione relativa all’anticipazione non contiene il c.d. patto di compensazione in favore della banca, che attribuisce alla banca medesima il diritto di incamerare le somme riscosse a compensazione con il proprio credito.
Con la sentenza del 15.11.2011, n. 23844 la Corte di Cassazione ha riaffermato il principio secondo cui in caso di interposizione illecita di manodopera gravano sull'appaltante e non anche sull'appaltatore gli obblighi in materia di assicurazioni sociali nati dal rapporto di lavoro precisando che la (concorrente) responsabilità dell'appaltatore non può essere affermata in virtù dell'apparenza del diritto e dell'affidamento dell'lnps nella situazione di apparente titolarità del rapporto di lavoro.La Suprema Corte ha contestualmente statuito che resta tuttavia salva l'incidenza satisfattiva di pagamenti eventualmente eseguiti da terzi, ai sensi dell'art. 1180 c.c., comma 1, nonché dallo stesso datore di lavoro fittizio precisando che in tale ipotesi il pagamento dei contributi già versati (così come delle retribuzioni corrisposte ai lavoratori) è irripetibile in quanto considerato pagamento di debito altrui ed in quanto non potrebbe considerarsi scusabile l'eventuale errore sull'identità dell'effettivo debitore di chi è corresponsabile della violazione della L. n. 1369 del 1960, art. 1.
Il Consiglio di Stato, con sentenza dell' 8 marzo 2011, ha affermato che sono affetti da invalidità i certificati ISO relativi al fabbricante ed al processo produttivo qualora prodotti, in sede di partecipazione ad una gara pubblica e su espressa prescrizione del bando, in forma anonima, ovvero senza indicazione del nominativo dell'intestatario del certificato.
Appalto pubblico: le prescrizioni formali non devono essere applicate a prescindere.
Il Consiglio di Stato, Sezione V, con sentenza del 21 dicembre 2010 ha affermato che nel procedimento relativo alle gare di appalto le clausole della lex specialis, ancorchè contenenti comminatorie di esclusione, devono essere applicate non già meccanicisticamente, ma secondo il principio di ragionevolezza, tenendo conto per quanto possibile della peculiarità anche fattuale del caso concreto. Tali clausole devono essere valutate infatti alla stregua dell’interesse che la norma violata è destinata a presidiare per cui, ove non sia ravvisabile la lesione di un interesse pubblico effettivo e rilevante, deve essere accordata preferenza al favor partecipationis, con conseguente attenuazione del rilievo delle prescrizioni formali della procedura concorsuale.
Appalto: anche le infiltrazioni di acqua e umidità possono dare luogo ai gravi difetti di costruzione di cui all'art. 1669 c.c.
Con la sentenza del 03.01.2013, n. 84 la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui i gravi difetti di costruzione che danno luogo alla garanzia prevista dall'art. 1669 cod. civ., possono consistere in quelle alterazioni che, pur riguardando direttamente una parte dell'opera, incidono sulla struttura e funzionalità globale, menomando in modo apprezzabile il godimento dell'opera medesima, come si verifica, ad esempio, nel caso di infiltrazioni di acqua e di umidità attraverso le murature condominiali del vano scala a causa della non corretta tecnica di montaggio dei pannelli prefabbricati isostatici utilizzati.La Suprema Corte ha precisato, di poi, come l'operatività della garanzia di cui all'art. 1669 cod. civ. non possa ritenersi esclusa nel caso in cui i difetti riscontrati riguardino non gli appartamenti in proprietà esclusiva destinati ad abitazione ma i vani scala, che costituiscono parti comuni ex art. 1117 cod. civ.. La nozione di grave difetto di costruzione, infatti, ricomprendendo ogni deficienza o alterazione che vada ad intaccare in modo significativo sia la funzionalità dell'opera che la sua normale utilizzazione, è riferibile anche alle parti comuni di un edificio in condominio e quindi, ad esempio, anche al vano scala.
Con la sentenza del 10.05.2012, n. 7179 la Corte di Cassazione ha precisato che ove in corso di causa dovessero essere accertati dal perito incaricato dal Giudice nuovi vizi o difetti del bene oggetto di appalto, tali vizi possono non essere autonomamente denunciati, posto che vengono accertati durante il giudizio e nel rispetto del contraddittorio delle parti e l'omessa denuncia non comporta le decadenze previste dall'art. 1669 c.c..
Appalto: il termine annuale per la denuncia dei difetti decorre da quando il committente consegue un apprezzabile grado di conoscenza oggettiva degli stessi
Con la sentenza del 19.10.2012 n. 18078 la Corte di Cassazione ha ribadito che ai fini della responsabilità dell'appaltatore per rovina e difetti di cose immobili destinate a lunga durata, l'art. 1669 c.c., oltre a richiedere che i vizi si palesino entro un decennio dal compimento dell'opera stabilisce, al primo comma, un termine annuale di decadenza, relativo alla denuncia dei vizi, che decorre dalla scoperta della gravità dei difetti e della loro imputabilità alla prestazione dell'appaltatore e pone, al secondo comma, un termine annuale di prescrizione che si lega alla denuncia dei difetti la quale, pertanto, è atto condizionante la decorrenza del termine prescrizionale. La Suprema Corte ha, altresì, precisato che il termine di un anno per la denuncia dei vizi decorre dal giorno in cui il committente consegua un apprezzabile grado di conoscenza oggettiva della gravità dei difetti e della loro derivazione causale dall'imperfetta esecuzione dell'opera, non essendo sufficienti, viceversa, manifestazioni di scarsa rilevanza e semplici sospetti.
La Corte di Cassazione con sentenza del 21 giugno 2011 n. 13604 ha asserito che, ai fini della colpa grave o del dolo da rinvenirsi in un contratto di assicurazione sulla vita, in presenza di sintomi ambigui e non specifici, stante la genericità degli stessi, non integra affatto dolosa reticenza nè comportamento gravemente colposo il fatto che l'assicurato non abbia, al momento della stipula della polizza-vita, dichiarato la esistenza di quei sintomi a cui i medici hanno dato rilievo aspecifico e tranquillizzante, qualora questi sintomi, aggravatisi, risultino, attraverso successive indagini strumentali (come nella specie) o di altra natura, premonitori di una vera e propria malattia, che, data la sua insidiosità, può essere acclarata solo con specifico esame, secondo la valutazione della situazione che il paziente presenta.
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 1408 del 20 gennaio 2011, ha escluso che sia legalmente imposto alla compagnia il diritto del contraente di assicurare mediante polizza a sè intestata il veicolo in proprietà altrui, parimenti riconoscendo congrua e logica la motivazione del giudice di merito che escludeva sul punto la natura vessatoria delle condizioni di contratto, sia a normadell'art. 1341 c.c., sia a norma dell'art. 1469 bis c.c. e segg..
Con la sentenza n. 25213 del 27.11.2014 la Suprema Corte ha affermato che ai sensi dell'art. 2700 c.c. l'atto pubblico fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti, ma non prova la veridicità e l'esattezza delle dichiarazioni rese dalle parti le quali, pertanto, possono essere contrastate ed accertate con tutti i mezzi di prova consentiti dalla legge senza che occorra (o possa proporsi) querela di falso. La Corte di Cassazione ha, pertanto, ritenuto che l'espressione adottata dal notaio rogante l'atto di compravendita secondo cui "il pagamento del prezzo complessivo è avvenuto contestualmente alla firma del presente atto" non esprime con assoluta certezza l'attestazione da parte del pubblico ufficiale che il pagamento sia avvenuto in sua presenza potendo anche significare, più semplicemente, che le parti contraenti, nel contesto della stesura dell'atto, avevano dichiarato che il pagamento era già avvenuto tra loro.
La Corte di Cassazione con la sentenza del 27.09.2011, n. 19750 ha ribadito che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo riguardante il compenso professionale spettante all’avvocato, l’onere probatorio in ordine alle prestazioni effettivamente eseguite ed alla misura degli importi richiesti incombe sul professionista creditore. La Corte di legittimità ha, infatti, precisato che la sola parcella corredata dal parere di congruità espresso dal Consiglio dell’Ordine, seppure vincolante per il giudice nella fase monitoria, non prova la effettiva esecuzione delle prestazioni in essa indicate, atteso che il suddetto parere si limita ad attestare la semplice conformità della parcella stessa alle tariffe professionali vigenti al momento dell’espletamento dell’attività difensiva.
Con la sentenza del 16.09.2011, n. 18894 la Corte di Cassazione ha confermato il principio secondo cui il rimborso cosiddetto forfettario delle spese generali costituisce una componente delle spese giudiziali la cui misura è predeterminata dalla legge, precisando che tale rimborso spetta automaticamente al professionista difensore, anche in assenza di allegazione specifica ed anche in assenza di apposita istanza, dovendo, quest'ultima, ritenersi implicita nella domanda di condanna al pagamento degli onorari giudiziali che incombe sulla parte soccombente.
La Corte di Cassazione con la sentenza del 09.08.2011 n. 17127 ha affermato cheallorquando la caparra confirmatoria venga costituita mediante consegna di un assegno bancario, il prenditore del titolo che, dopo averne accettato la consegna, ometta di porlo all'incasso, trattenendo comunque l'assegno e non restituendolo all'acquirente, viola gli obblighi di correttezza e buona fede ed assume a proprio carico le obbligazioni derivanti dall’art. 1385 c.c. Da ciò consegue che ove il venditore risulti inadempiente all'obbligazione cui si riferisce la caparra, sarà tenuto alla restituzione in favore dell’acquirente di una somma pari al doppio di quella indicata nell'assegno.
Con la sentenza del 10.01 2012 n. 51 la Corte di Cassazione ha ribadito il principio secondo cui anche il credito al risarcimento di danni patrimoniali derivanti da sinistro stradale può costituire oggetto di cessione, non essendo esso di natura strettamente personale né sussistendo alcun specifico divieto normativo al riguardo. La Suprema Corte ha, infatti, precisato che l’art. 1260 c.c,. nel prevedere la cedibilità del credito anche senza il consenso del debitore ceduto, salvo che il credito stesso abbia carattere personale o che sussista un divieto legale o negoziale di cessione, pone il principio della libera cessione del credito, essendo sufficiente a tal fine l’accordo tra il cedente ed il cessionario.
Con la sentenza n. 24838 del 21.11.2014 la Suprema Corte ha affermato il principio secondo cui il comodatario ha il diritto alla prosecuzione del rapporto per tutto il tempo per cui si protraggano le esigenze familiari solo qualora sia certo ed inequivocabile che il rapporto abbia avuto origine in vista di una tale destinazione. I giudici di legittimità hanno, di poi, precisato che quando si tratti di un immobile, la sussistenza di un'effettiva volontà di assoggettare il bene a vincoli e a destinazioni d'uso particolarmente gravosi - qual è quello in discussione - non può essere presunta, ma deve essere positivamente accertata e, nel caso in cui sussistano dubbi, deve essere adottata la soluzione più favorevole alla cessazione del vincolo, considerato anche il sospetto ed il disfavore con cui l'ordinamento considera i trasferimenti gratuiti di beni e di diritti sui beni. Con il provvedimento de quo la Corte di Cassazione ha, infine, chiarito che deve essere, di contro, interpretata ed applicata con larghezza la norma che autorizza il comodante a chiedere la restituzione del bene concesso gratuitamente in uso soprattutto quando si tratti di bene immobile e quando vengano prospettate esigenze abitative personali per di più facenti capo ad una persona anziana, sola e bisognosa di cure.
Con la sentenza del 27.01.2012, n. 1216 la Corte di Cassazione ha confermato il principio secondo cui l'assegnazione della casa coniugale ad un coniuge, in seguito alla separazione, non fa venir meno, in analogia a quanto dispone laL. 27 luglio 1978, n. 392, art.6, il contratto di comodato, con la conseguenza che permane l'applicazione della relativa disciplina.La Suprema Corte ha, pertanto, precisato che nel caso in cui un genitore conceda un immobile in comodato per l'abitazione della costituenda famiglia non è obbligato al rimborso delle spese, non necessarie né urgenti, sostenute da un coniuge durante la convivenza familiare per la migliore sistemazione dell'abitazione coniugale: il comodatario che, al fine di utilizzare la cosa, debba affrontare spese di manutenzione anche straordinarie può, infatti, liberamente scegliere se provvedervi o meno ma, se decide di affrontarle, lo fa nel suo esclusivo interesse e non può, conseguentemente, pretenderne il rimborso dal comodante.D’altronde l’art. 1808 c.c. non distingue tra spese autorizzate e spese ad iniziativa del comodatario, ma fra spese sostenute per il godimento della cosa e spese straordinarie, necessarie ed urgenti affrontate per conservarla, con la conseguenza che l'eventuale autorizzazione del comodante non è in nessuno dei due casi discrimine per la ripetibilità degli esborsi effettuati dal comodatario.
Con la sentenza del 12.10.2011, n. 21000, la Corte di Cassazione, premesso che costituisce obbligazione pecuniaria da adempiere, ai sensi dell'art. 1182 c.c., comma 3, al domicilio del creditore al tempo della scadenza, unicamente l'obbligazione derivante da titolo negoziale o giudiziale in cui questo ne abbia stabilito la misura e la scadenza, ha stabilito che l'obbligazione di pagamento derivante da prestazione professionale, ove il compenso non sia determinato nel suo ammontare dalla convenzione con la quale sia stato conferito l'incarico, non costituisce obbligazione pecuniaria liquida ed esigibile, ai sensi dell'art. 1182 c.c., comma 3, con la conseguenza che non deve essere eseguita al domicilio del creditore ma a quello del debitore.
Con la sentenza del 14.03.2012 n. 4074 la Corte di Cassazione ha affermato che l’accettazione incondizionata di una prestazione tardiva comporta per l’acquirente unicamente la rinuncia a far valere, in futuro, i vizi dell’opera. Il Supremo Collegio ha precisato, infatti, che l’accettazione incondizionata della prestazione tardiva non determina, salvo l’espressa manifestazione di volontà in tal senso, la rinuncia al risarcimento del danno da ritardo, non discendendo automaticamente dall’accettazione della prestazione resa in ritardo la rinuncia alle conseguenze dannose del mancato rispetto del termine pattuito.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1117
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 sentenza 
 art.6
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