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Timestamp: 2017-09-23 23:37:01+00:00

Document:
Cass. civ. Sez. I, Sent., 18-07-2013, n. 17602 | Open Media Coalition
Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente -
Dott. GIANCOLA Maria C. – Consigliere -
Dott. DIDONE Antonio – rel. Consigliere -
sul ricorso 20350-2008 proposto da:
D.S.A. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE BRUNO BUOZZI 59, presso l’avvocato GIORGIO STEFANO, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ZARRELLI MARIO, giusta procura a margine del ricorso;
GRUPPO EDITORIALE L’ESPRESSO S.P.A. (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore, L.M., nella qualità di giornalista, H.D., nella qualità di direttore responsabile del settimanale (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZA DEI CAPRETTARI 70, presso l’avvocato RIPA DI MEANA VITTORIO, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARTINETTI MAURIZIO, giusta procure a margine del controricorso;
AUTORITA’ GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI;
avverso la sentenza n. 5511/2007 del TRIBUNALE di ROMA, depositata il 22/06/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 13/05/2013 dal Consigliere Dott. ANTONIO DIDONE;
udito, per il ricorrente, l’Avvocato GIORGIO STEFANO che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito, per i controricorrenti, l’Avvocato VIRGINIA RIPA DI MEANA, con delega avv. MARTINETTI, che ha chiesto l’inammissibilità e infondatezza del ricorso;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. RUSSO Rosario Giovanni che ha concluso per l’accoglimento per manifesta fondatezza dei primi tre motivi con assorbimento del quarto motivo, statuizione ex art. 384 c.p.c. e condanna alle spese di entrambi i gradi.
1.- Con ricorso “ex art. 700 c.p.c. e D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196″ depositato in data 25/11/2005, il dr. d.S.A. – ritenendo che gli artt. dal titolo “Giustizia in vendita” e “A Napoli arriva il CSM”, rispettivamente pubblicati sulle edizioni dell’8 e del 15 settembre 2005 del settimanale (OMISSIS), comportassero una grave lesione del diritto alla protezione dei propri dati personali – chiese al Tribunale di Roma l’emissione di un provvedimento d’urgenza. Chiese in particolare che in via cautelare, il Tribunale disponesse: a) ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 143, comma 1, lett. C) e art. 154, comma 1, lett. D) il divieto – impartito al settimanale (OMISSIS) (in persona del legale rappresentante), nonchè al Direttore responsabile H. ed al giornalista autore degli artt. L.M. – di ulteriormente diffondere, divulgare e/o utilizzare i propri dati personali (cd. blocco dei dati personali), consistenti nella pubblicazione della trascrizione di una telefonata privata, intercorsa con l’avv. B.A.; b) la prescrizione ai convenuti di conformare il trattamento dei predetti dati personali ai principi di diritto che fossero stati sanciti dal decreto di urgenza; c) la trasmissione del provvedimento cautelare al Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per le valutazioni e le azioni di competenza; d) la cancellazione (D.Lgs. n. 196 del 2003, ex art. 7, comma 3) dei propri dati personali illecitamente trattati dalla banca-dati del settimanale, con riserva di esperire azione risarcitoria nel giudizio di merito conseguente alla riassunzione del procedimento cautelare.
Dedusse a sostegno di essere magistrato, in servizio presso il Tribunale di Napoli (ottava sezione Riesame) e che nell’ambito di un’inchiesta penale svolta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma – avviata in seguito alle accuse propalate da un pentito ed avente ad oggetto i rapporti tra alcuni avvocati e magistrati partenopei – i Carabinieri avevano intercettato, tra le tante, una conversazione telefonica strettamente privata, occasionalmente avvenuta tra lui e l’avvocato A.B. (sottoposto ad indagini e ad intercettazione telefonica).
Sottolineò di essere rimasto ab initio ed anche successivamente del tutto estraneo alle indagini – non essendo mai stato iscritto nel registro degli indagati e non avendo, di conseguenza, ricevuto alcuna informazione di garanzia – e rilevò che la telefonata non potesse comunque venire pubblicata, in quanto da un lato di tenore strettamente privato e dunque ricadente nella previsione del Codice in materia di protezione dei dati personali, dall’altro in ogni caso rientrante tra gli atti coperti dal segreto istruttorio, dei quali è vietata la divulgazione ex artt. 114 e 329 c.p.p..
Dedusse che ciononostante la telefonata fosse stata inserita nel rapporto trasmesso dai Carabinieri alla Procura delle Repubblica (contenente la informale trasdivvucrizione di tutte le intercettazioni telefoniche autorizzate) e successivamente pubblicata dal settimanale nei due artt. suindicati, il primo dei quali (quello dell’8/9/2005) intitolato “Giustizia in vendita, l’inchiesta delle toghe sporche – Denaro e favori per scarcerare i padrini della camorra. Le intercettazioni eseguite nel Tribunale di Napoli svelano un intreccio di malaffare. E un dossier dei Carabinieri accusa giudici ed avvocati partenopei”, nel quale era stata illustrata la posizione degli indagati e divulgate ipotesi investigative concernenti presunti favoritismi ai pentiti ottenuti in cambio di danaro.
Analogamente avveniva nel secondo art. (del 15/9/2005), inerente alla medesima inchiesta e sempre a firma L.M., intitolato “A Napoli arriva ilin CSM. Il Consiglio si occuperà dell’inchiesta sui giudici partenopei nata dal racconto di un pentito e rivelata dall’(OMISSIS). Parola di Consigliere – Colloquio con S. G.”, nel quale ancora una volta l’artt.sta aveva riportato il contenuto della medesima telefonata.
Evidenziò il grave ed evidente pregiudizio subito dall’inserimento del proprio nominativo e dei propri dati personali, in modo reiterato, nell’ambito del predetto contesto informativo, caratterizzato da uno sprezzante e generico dileggio della magistratura partenopea. L’accostamento indebito tra l’inchiesta della Procura romana e la propria persona era tale da ingenerare nei lettori l’erroneo convincimento che egli fosse coinvolto nell’indagine, mentre al contrario non lo era mai stato. Rilevò infine l’irreparabilità e la gravità del pregiudizio in considerazione della tiratura del settimanale.
I convenuti si costituirono ed eccepirono l’inammissibilità e comunque l’infondatezza della domanda e l’attore integrò e precisò la propria iniziale domanda, chiedendo che il provvedimento di blocco e di cancellazione dei dati fosse esteso anche ad una ulteriore telefonata, intercorsa tra il D.S. ed un altro avvocato, sempre contenuta nella bozza informale dell’informativa dei Carabinieri depositata dai convenuti e dunque presente nella banca-dati del giornale. Evidenziò, altresì, la mancata corrispondenza tra la bozza informale (priva di sottoscrizione) allegata alla comparsa di costituzione e l’informativa ufficiale dei Carabinieri, posta a fondamento delle indagini preliminari.
Il Tribunale, qualificato il ricorso come proposto ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 152, respinte sia l’eccezione pregiudiziale di inammissibilità (in mancanza di preventivo interpello del titolare del trattamento dei dati), sia la richiesta di integrazione del contraddittorio nei confronti dell’autorità Garante (pur ordinando a parte ricorrente di inviare a quest’ultima comunicazione del procedimento ai sensi del comma 7 della norma richiamata), istruito il procedimento, con sentenza del 22.6.2007, dichiarò la carenza di legittimazione attiva e di interesse ad agire del ricorrente in rapporto alla domanda proposta, con riferimento al reato di divieto di pubblicazione di atti; respinse per il resto il ricorso e condannò il D.S. a rifondere ai convenuti le spese legali.
2.- Contro la sentenza del Tribunale D.S.A. ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi.
Resistono con controricorso la s.p.a. “Gruppo Editoriale L’Espresso”, H.D. e L.M.. Non ha svolto difese il Garante per la protezione dei dati personali.
Nel termine di cui all’art. 378 c.p.c. il ricorrente ha depositato memoria.
3.1.- Con il primo motivo di ricorso parte ricorrente denuncia “Violazione e falsa applicazione dell’art. 100 cod. proc. civ., degli artt. 51 e 684 cod. pen., in rapporto al combinato disposto dell’art. 114 c.p.p., art. 269 c.p.p., comma 2 e art. 329 c.p.p., nonchè del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, artt. 1, 4 e 152 e art. 185 c.p., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere l’impugnata sentenza delibato la “carenza di legittimazione attiva e di interesse ad agire del dott. D.S., in rapporto alla domanda proposta, con riferimento al reato di divieto di pubblicazione di atti” – Violazione dei principi fondamentali sanciti dalla “Raccomandazione” del Parlamento Europeo del 10 luglio 2003, concernente i “Principi relativi alle informazioni fornite attraverso i mezzi di comunicazione in rapporto ai procedimenti penali”".
Formula il seguente quesito ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. (applicabile ratione temporis): “se, nella fattispecie concreta, in cui il ricorrente ha adito il Tribunale civile ordinario di Roma, per ottenere, con il ricorso qualificato D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, ex art. 152, la protezione dei propri dati personali, costituiti dai contenuti di una telefonata privata intercorsa tra il ricorrente stesso ed un soggetto indagato, effettuata allorquando quest’ultimo era sottoposto ad intercettazione telefonica (nell’ambito di indagini preliminari svolte nel procedimento penale n. 5864/03N della Procura della Repubblica di Roma), divulgata per due volte sul settimanale (OMISSIS) n. 35 dell’8.9.2005 (pagg. 44, 45, 46, 47, 48 e 49) e n. 36 del 15.9.2005 (pagg. 66-67), in patente violazione dell’art. 329 c.p.p., comma 1, prima che i relativi atti delle indagini preliminari venissero posti in deposito dal competente Pubblico Ministero e prima che gli indagati ne potessero avere conoscenza, sussista – ex art. 100 c.p.c. e art. 185 cod. pen. - la legittimazione attiva e l’interesse ad agire del ricorrente, relativamente all’avvenuta violazione dell’art. 684 cod. pen. (in combinato disposto con l’art. 114 c.p.p. e art. 329 c.p.p., comma 1), volta a richiedere all’A.G.O., nella qualità di “interessato” D.Lgs. n. 196 del 2003, ex art. 1 e art. 4, comma 1, lett. i), la protezione ed il blocco dei propri dati personali, arbitrariamente pubblicati sulla stampa in violazione dell’art. 684 cod. pen., attesa la sussistenza di tutte le condizioni dell’azione, tenuto conto della natura di reato plurioffensivo attribuita all’art. 684 cod. pen.sia dalle sentenze/ordinanze della Corte Costituzionale n. 18/1966 del 10.3.1966, n. 18/1981 del 10.2.1981, n. 79/1981 del 26.5.1981 e n. 457/1987 del 3.12.1987, sia dalle sentenze della Corte Suprema di Cassazione 1A sez., n. 42269/2004; 5A sez., n. 2377/1990; 6A sez., n. 6338/1994 e 1A sez., n. 10135/1994, precisando, altresì, se tale pacifica interpretazione dell’art. 684 cod. pen. (reiteratamente fornita dalla Corte Costituzionale, dalla Corte di Cassazione, oltre che dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, così come interpretata nella “Raccomandazione” del 10.7.2003 del Parlamento Europeo, concernente “Principi relativi alle informazioni fornite attraverso i mezzi di comunicazione in rapporto a procedimenti penali”) debba prevalere su quella fornita dalle due sentenze n. 16905/2005 e n. 18849/2005 del Tribunale di Roma, richiamate soltanto per estremi nella sentenza impugnata, senza specificare se queste ultime sentenze di merito siano passate in giudicato, senza riprodurre i contenuti ivi mutuati e senza effettuare un’autonoma valutazione critica di tale (sconosciuta) motivazione, anche ai fini della verifica della compatibilità logico- giuridica dell’”innesto motivazionale”.
3.2.- Con il secondo motivo il ricorrente denuncia “Violazione del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 137, in relazione al combinato disposto dell’art. 684 cod. pen., art. 114 c.p.p., art. 329 c.p.p., comma 1 e art. 617 quater cod. proc. pen., con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere il Tribunale di Roma illegittimamente “depenalizzato” l’art. 684 cod. pen., ritenendo lecita e conforme alle prescrizioni imposte dall’art. 137 Codice della privacy, la pubblicazione di atti di un procedimento penale nella fase delle indagini preliminari, avvenuta prima del deposito degli atti, da parte del Pubblico Ministero e prima che gli indagati ne avessero avuto conoscenza; con la pubblicazione, altresì, di notizie relative ad un (preteso) “coinvolgimento in posizione più defilata” del ricorrente, senza effettuare alcun “aggiornamento” alla data di pubblicazione, in cui le iniziali insinuazioni di p.g. erano ormai state già “cestinate” dal competente Pubblico Ministero – Violazione del limite dell’essenzialità dell’informazione e dei limiti del diritto di cronaca (principi della verità, continenza e pertinenza)”.
Formula il seguente quesito ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c.: “se tra i requisiti imposti dall’art. 137 Codice della Privacy, approvato con D.Lgs. 30 giugno 1996, n. 196, oltre al limite dell’essenzialità (negli aspetti della verità, continenza e pertinenza, vulnerati nel caso di pubblicazione, su un settimanale ampia diffusione nazionale, nel contesto di due artt. di stampa relativi ad indagini su “dichiarazioni del pentito G.L.”, “TOGHE SPORCHE”, “GIUSTIZIA IN VENDITA”, “DENARO E FAVORI PER SCARCERARE I PADRINI DELLA CAMORRA”, “INTRECCIO DI MALAFFARE” ed a “valigette piene di banconote” con foto del pentito G.L., il cui nome venga indebitamente accostato a quello di un magistrato innocente, estraneo alle indagini, mai iscritto nel registro degli indagati, riportando nell’art. una sua telefonata privata intercorsa con il Presidente della Camera Penale di Napoli), rientri anche il rispetto della liceità penale, ex art. 114 c.p.p., art. 329 c.p.p., comma 1 e art. 684 c.p., nella fase di acquisizione, trattamento e successiva pubblicazione dei dati giudiziari, così come reiteratamente affermato – con Delib. 13 aprile 2002, Delib. 11 giugno 2004, Delib.
21 giugno 2006, nonchè nella Relazione annuale del 16.7.2008 – dal Garante della Privacy il quale, a norma dell’art. 154, comma 1, lett. c), Codice in materia di protezione dei dati personali, (ha il compito di prescrivere, anche d’ufficio, ai titolari del trattamento le misure necessarie o opportune al fine di rendere il trattamento conforme alle disposizioni vigenti” e, in particolare, dica se la pubblicazione del contenuto della telefonata stessa sia vietata, allorquando sia avvenuta nella fase procedimentale di segreto assoluto degli atti di indagine, cioè prima che gli atti delle indagini siano stati posti in deposito e prima che siano stati posti a conoscenza dei soggetti indagati, precisando altresì se il reato di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale, previsto dall’art. 684 c.p., possa essere scriminato dal (preteso) diritto di cronaca, così come ritenuto dal Tribunale di Roma, anche nel caso in esame, in cui vigeva il divieto assoluto di pubblicazione dal (ritenuto) esercizio del diritto di cronaca; ed, infine, se possa dirsi “essenziale” secondo il disposto dell’art. 137 Cod. Privacy, la pubblicazione (nemmeno aggiornata al momento della divulgazione) del nome del magistrato innocente, nei due predetti articoli di stampa, accanto al nome del pentito di camorra, a distanza di ben sette mesi dalla informativa di p.g., allorquando il competente Pubblico Ministero, aveva già escluso l’esistenza di qualsiasi astratto collegamento tra le indagini e la predetta telefonata privata, non ritenendola nemmeno sufficiente per determinare l’iscrizione della notizia di reato nei riguardi del magistrato innocente”.
3.3.- Con il terzo motivo il ricorrente denuncia “Violazione dell’art. 183 c.p.c., comma 4 (nel testo vigente alla instaurazione – in data 25.11.2005 – del presente giudizio), in combinato disposto con il D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 3, lett. b), con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere il Tribunale di Roma ritenuto “tardiva” la domanda, formulata dal ricorrente, di blocco del dato personale costituito anche della telefonata privata intercorsa tra il ricorrente stesso e l’avv. M., anch’essa estranea alle indagini ed illecitamente acquisita, trattata ed arbitrariamente conservata dagli intimati, nel medesimo contesto soggettivo ed oggettivo dell’altra telefonata pubblicata su (OMISSIS), sebbene il ricorrente (che ebbe conoscenza dell’illecito possesso, da parte degli intimati, anche di tale ulteriore proprio dato personale, soltanto in data 10.1.2006, attraverso l’eccezione proposta dagli intimati, con il deposito della comparsa e della relativa documentazione allegata) formulò la relativa domanda – scaturita dalla documentazione prodotta dagli intimati – alla prima occasione utile successiva, cioè con le note di replica depositate in data 30.1.2006″.
Formula il seguente quesito ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c.: “se, per motivi di economia processuale, a norma dell’art. 183 c.p.c., comma 4 (nel testo previgente), secondo cui – nell’udienza di trattazione della causa – l’attore può proporre “le domande e le eccezioni” che sono conseguenza (diretta ed immediata) della domanda riconvenzionale o delle eccezioni proposte dal convenuto, vada ritenuta ammissibile, D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, ex art. 3, lett. b), la domanda di blocco e cancellazione di un ulteriore dato personale, formulata all’A.G.O. da un ricorrente che già abbia richiesto di ottenere – ex art. 152 Codice della privacy – il blocco e la cancellazione dei propri dati personali, qualora la nuova domanda, proposta nell’ambito del medesimo ricorso, sia scaturita esclusivamente dalle eccezioni del resistente ed entrambi i dati di cui il ricorrente invoca il blocco e la cancellazione (quello originariamente indicato nel ricorso introduttivo e quello indicato successivamente, alla prima occasione utile, scaturito esclusivamente dalle eccezioni dei resistenti) si riferiscano entrambi al medesimo ricorrente, siano stati entrambi illecitamente acquisiti in esecuzione del medesimo delitto ex art. 326 c.p., siano stati entrambi illecitamente trattati dal medesimo titolare (che si identifica nel resistente) e siano entrambi illecitamente custoditi, nel medesimo contesto, nella medesima banca dati del resistente, verificandosi, in tal caso i presupposti processuali richiesti dall’art. 183 c.p.c., comma 4, secondo cui la nuova domanda deve essere connessa a quella originaria e scaturire direttamente ed esclusivamente dalla domanda riconvenzionale ovvero dalle eccezioni proposte dal convenuto o resistente”.
3.4.- Con il quarto motivo il ricorrente denuncia vizio di motivazione in ordine alla condanna alle spese processuali e così sintetizza il fatto controverso ex art. 366 bis c.p.c.: “La denunziata sentenza, nel decidere sulla ripartizione delle spese processuali, le ha poste integralmente a carico del solo ricorrente, in misura così spropositata (circa 16.000 Euro) rispetto al valore della causa, sebbene i resistenti fossero risultati soccombenti, nel presente giudizio, per il rigetto di tutta una plurima serie di eccezioni che hanno spiegato, tranne che per una sola eccezione. La denunziata sentenza ha, altresì, omesso di enunciare le ragioni per le quali ha superato la quantificazione prevista dalle tariffe professionali, rispetto all’attività processuale svolta (assenza di istruttoria ed assenza di acquisizioni testimoniali), nonchè rispetto alle questioni trattate (appesantite dalle eccezioni proposte dai resistenti, poi rigettate mentre le spese processuali sono state immotivatamente poste tutte a carico del ricorrente), nonchè le ragioni per le quali ha ritenuto di porre le spese di lite esclusivamente a carico della parte che, pur soccombente, aveva comunque subito un pregiudizio non suscettibile di approdare alla soglia di una specifica tutela giudiziaria”.
4.- I primi due motivi del ricorso possono essere esaminati congiuntamente.
Essi sono fondati ma soltanto nei limiti precisati infra, sub 4.3.
4.1.- La disciplina positiva.
Con il D.Lgs. n. 196 del 2003, il legislatore ha introdotto un sistema informato al prioritario rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali e della dignità della persona, e in particolare della riservatezza e del diritto alla protezione dei dati personali nonchè dell’identità personale o morale del soggetto (D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 2).
In tale quadro, imprescindibile rilievo assume il bilanciamento tra contrapposti diritti e libertà fondamentali, dovendo al riguardo tenersi conto del rango di diritto fondamentale assunto dal diritto alla protezione dei dati personali, tutelato agli artt. 21 e 2 Cost., nonchè all’art. 8 Carta dei diritti fondamentali dell’U.E., quale diritto a mantenere il controllo sulle proprie informazioni che, spettando a “chiunque” (D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 1) e ad “ogni persona” (art. 8 Carta), nei diversi contesti ed ambienti di vita, “concorre a delineare l’assetto di una società rispettosa dell’altro e della sua dignità in condizioni di eguaglianza” (così Cass., 4/1/2011, n. 186).
Il D.Lgs. n. 196 del 2003, ha pertanto sancito il passaggio da una concezione statica a una concezione dinamica della tutela della riservatezza, tesa al controllo dell’utilizzo e del destino dei dati.
L’interessato è divenuto compartecipe nell’utilizzazione dei propri dati personali.
I dati personali oggetto di trattamento debbono essere: a) trattati in modo lecito e secondo correttezza; b) raccolti e registrati per scopi determinati, espliciti e legittimi, ed utilizzati in altre operazioni del trattamento in termini compatibili con tali scopi; c) esatti e, se necessario, aggiornati; d) pertinenti, completi e non eccedenti rispetto alle finalità per le quali sono raccolti o successivamente trattati; e) conservati in una forma che consenta l’identificazione dell’interessato per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti o successivamente trattati.
La liceità del trattamento trova fondamento anche nella finalità del medesimo, quest’ultima costituendo un vero e proprio limite intrinseco del trattamento lecito dei dati personali, che fonda l’attribuzione all’interessato del potere di relativo controllo (tanto con riferimento alle finalità originarie che ai successivi impieghi), con facoltà di orientarne la selezione, la conservazione e l’utilizzazione.
L’interessato ha diritto a che l’informazione oggetto di trattamento risponda ai criteri di proporzionalità, necessità, pertinenza allo scopo, esattezza e coerenza con la sua attuale ed effettiva identità personale o morale (cd. principi di proporzionalità, pertinenza e non eccedenza) (D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 11). Gli è pertanto attribuito il diritto di conoscere in ogni momento chi possiede i suoi dati personali e come li adopera, nonchè di opporsi al trattamento dei medesimi, ancorchè pertinenti allo scopo della raccolta, ovvero di ingerirsi al riguardo, chiedendone la cancellazione, la trasformazione, il blocco, ovvero la rettificazione, l’aggiornamento, l’integrazione (D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 7) (cfr. Sez. 3, n. 5525 del 2012).
4.2.- Diritto di cronaca e diritto alla riservatezza.
Il D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 137 dispone:
che ai trattamenti effettuati nell’esercizio della professione di giornalista e per l’esclusivo perseguimento delle relative finalità, non si applicano le disposizioni del codice relative: a) all’autorizzazione del Garante prevista dall’art. 26;
b) alle garanzie previste dall’art. 27 per i dati giudiziari;
c) al trasferimento dei dati all’estero;
che il trattamento dei dati è effettuato anche senza il consenso dell’interessato previsto dagli artt. 23 e 26;
che in caso di diffusione o di comunicazione dei dati per le finalità medesime restano fermi i limiti del diritto di cronaca a tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, nonchè della dignità dell’interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all’identità personale e al diritto alla protezione dei dati personali e, in particolare, “quello dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico”.
Per converso, nessuna deroga è disposta in ordine alle regole generali dettate dal D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 11.
Dunque, al giornalista è consentito divulgare dati personali (anche sensibili) senza il consenso del titolare nè l’autorizzazione del Garante per la tutela dei dati personali, a condizione che la divulgazione sia “essenziale” ai sensi dell’art. 6 del codice deontologico dei giornalisti (approvato con provvedimento del Garante per la tutela dei dati personali del 29 luglio 1998, tuttora vigente), e cioè indispensabile in considerazione dell’originalità del fatto o dei modi in cui è avvenuto. La valutazione della sussistenza di tale requisito costituisce accertamento in fatto, che il giudice di merito deve compiere caso per caso, indicando analiticamente le ragioni per le quali ritiene che sussista o meno il suddetto requisito dell’essenzialità (Sez. 3, Sentenza n. 17408 del 12/10/2012). Il rispetto delle previsioni deontologiche è condizione essenziale per la liceità e la correttezza del trattamento dei dati personali e, se tali presupposti non sussistono, il consenso dell’interessato è imprescindibile e la diffusione del dato senza quel consenso è suscettibile di essere apprezzata come fatto produttivo di danno risarcibile ai sensi della L. n. 675 del 1996, art 18 (ora D.Lgs. n. 196 del 2003) (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 10690 del 24/04/2008; Sez. 1, Sentenza n. 11864 del 25/06/2004).
Il tribunale, con il provvedimento impugnato, ha adeguatamente giustificato la decisione di rigetto quanto alla sussistenza dei requisiti relativi ai limiti del diritto di cronaca e a quello “dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico” e tale accertamento in fatto non è stato ritualmente censurato dal ricorrente ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.
Sì che le relative censure contenute nei primi due motivi (formulati, con i corrispondenti quesiti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3) sono inammissibili.
4.3.- La denuncia di violazione di norme di diritto è fondata nella parte in cui il tribunale, nell’affrontare il quesito “se la liceità nella acquisizione dei dati pubblicati possa essere intesa alla stregua di un ulteriore limite di legittimità del diritto, ancorchè non esplicato, ulteriore rispetto a quelli previsti dall’art. 137, u.c., del Codice (verità del fatto, pertinenza, continenza, essenzialità)” (pag. 8), è pervenuto ad una conclusione in contrasto con la disciplina prevista da tale ultima norma, la quale, come rilevato innanzi sub 4.2, nessuna deroga dispone in ordine alle regole generali dettate dal D.Lgs. n. 196 del 2003, art.11 e, in particolare, in ordine alla liceità dell’acquisizione dei dati.
In particolare, il giudice del merito, muovendo dall’erroneo presupposto che il ricorrente non fosse “legittimato” a dedurre la violazione dell’art. 684 c.p. - il quale, per contro, costituisce, pacificamente, reato plurioffensivo (Sez. 1, n. 42269/2004), in quanto diretto anche a “tutelare, nella fase istruttoria, la dignità e la reputazione di tutti coloro che, sotto differenti vesti, partecipano al processo” (Corte cost., n. 457/87) – ha affermato, poi, che “il fatto che il giornalista possa essere perseguito in sede penale, a titolo di concorso, nel reato previsto dall’art. 114 c.p.p. non implica alcuna automatica conseguenza in rapporto al suo diritto- dovere costituzionale di manifestare liberamente il proprio pensiero, semprechè tale diritto possa ritenersi essere stato correttamente esercitato in rapporto ai suoi parametri interni di legittimità (verità del fatto, pertinenza ad un rilevante interesse generale e dunque essenzialità della notizia, continenza)”. Si tratta, dunque, di affermazione in palese contrasto con la sopra delineata disciplina dei rapporti tra diritto alla riservatezza e attività giornalistica.
L’eventuale segreto professionale sulla fonte della notizia non fa venire meno il dovere del giornalista di acquisire lecitamente i documenti relativi alle intercettazioni. Ciò sulla base di un preciso dovere sancito dal D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 11 (già L. n. 675 del 1996, art. 9, comma 1, lett. a): cfr. provvedimento del Garante 16 ottobre 1997, in Bollettino n. 2).
In questi casi, il parametro della liceità – al pari di quello della correttezza, anch’esso disciplinato dal medesimo art. 11 – trova sostanza e contenuto anche nel rinvio che tale norma reca alle disposizioni del codice penale e di procedura penale sopra richiamate. Ai fini dell’applicazione della disciplina prevista dal codice di procedura penale e dal codice penale in ordine alla segretezza e alla pubblicazione arbitraria degli atti del procedimento penale, per contenuto dell’atto deve intendersi quanto in esso si rappresenta, senza richiami testuali, sì che se ne divulghino informazioni senza una riproduzione totale o parziale dello stesso (Sez. 1, n. 10135 del 11/07/1994 – dep. 24/09/1994, P.G. in proc. Leonelli, Rv. 199918).
Talchè è irrilevante il rilievo contenuto nella sentenza impugnata secondo cui “negli articoli non risultano essere state diffuse …
intercettazioni telefoniche, facendosi esclusivamente riferimento al contenuto di telefonate trasfuso nell’informativa dei Carabinieri”.
Va condiviso, dunque, l’orientamento costante del Garante dei dati personali secondo il quale nell’ambito del procedimento penale, gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono di regola coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza o non oltre la chiusura delle indagini preliminari. Anche al di fuori di tali ipotesi il pubblico ministero può disporre l’obbligo del segreto per singoli atti, nel caso in cui l’imputato lo consenta o quando la conoscenza dell’atto possa ostacolare le indagini riguardanti altre persone.
Analogamente, il pubblico ministero può disporre il divieto di pubblicare il contenuto di singoli atti o notizie specifiche relative a determinate operazioni (art. 329 c.p.p., commi 1 e 3).
Proprio con riguardo agli atti coperti da segreto – quali quelli appena richiamati – il codice di procedura penale dispone espressamente un divieto di pubblicazione, anche parziale o per riassunto, attraverso la stampa o altri mezzi di diffusione. Tale divieto si estende anche agli atti non più coperti dal segreto, fino a che siano concluse le indagini preliminari, ovvero fino al termine dell’udienza preliminare (art. 114 c.p.p., commi 1 e 2). Da ultimo, l’art. 684 c.p. sanziona chiunque pubblichi “anche per riassunto o a guisa di informazione” atti o documenti di un procedimento penale di cui sia vietata per legge la pubblicazione. L’eventuale segreto professionale sulla fonte della notizia non fa venire meno il dovere del giornalista di acquisire lecitamente i documenti relativi alle intercettazioni. Ciò sulla base di un preciso dovere sancito dalla L. n. 675 del 1996, art. 9, comma 1, lett. a), (cfr. provvedimento del Garante 16 ottobre 1997, in Bollettino n. 2). In questi casi, il parametro della liceità – al pari di quello della correttezza, anch’esso disciplinato dal medesimo art. 9 – trova sostanza e contenuto anche nel rinvio che tale norma reca alle disposizioni del codice penale e di procedura penale sopra richiamate. Le quali, così, assurgono ad ulteriore canone di valutazione sulla liceità delle pubblicazioni, anche a prescindere dagli eventuali profili penalistici della vicenda (Garante, Roma, 11 aprile 2002, in Bollettino n. 27/2002).
5.- Il terzo motivo è infondato.
Il ricorrente non deduce neppure le ragioni che dovrebbero deporre per l’applicabilità dell’art. 183 c.p.c. al rito speciale di cui al D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 152.
Ammessa l’applicabilità dell’art. 183 c.p.c., poi, il ricorrente non precisa quale sia stata l’eccezione della cui proposizione la nuova domanda sarebbe la conseguenza. La norma, ove contempla l’eccezione dell’avversario, deve intendersi riferita all’eccezione in senso stretto, non alla semplice controdeduzione del convenuto che sia rivolta a contestare le condizioni dell’azione e rispetto a tale eccezione, inoltre, la nuova domanda o la nuova eccezione dell’attore devono presentarsi come consequenziali, e quindi configurarsi come una contro-iniziativa necessaria per replicare all’eccezione medesima (Sez. 1, Sentenza n. 12545/2004).
In ogni caso va precisato che il procedimento ex art. 152 in materia di trattamento di dati personali – prima della riforma operata con il D.Lgs. n. 150 del 2011 - era qualificabile come speciale a cognizione piena, avvicinato dalla dottrina prevalente al rito del lavoro (opzione seguita, poi, dalla menzionata riforma). Pertanto, le sole modificazioni della domanda – previa autorizzazione – avrebbero potuto essere, semmai, quelle di cui all’art. 420 c.p.c. e, in ogni caso, con esclusione della proponibilità di domande nuove, tali essendo qualificabili quelle fondate su ragioni di fatto e di diritto nuove rispetto a quelle contenute nell’atto introduttivo.
6.- Nei limiti sopra precisati i primi due motivi del ricorso devono essere accolti – con assorbimento del quarto motivo – e la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio per nuovo esame alla luce dei principi di diritto innanzi enunciati, spettando al giudice del merito l’accertamento in fatto dell’operatività del divieto di pubblicazione, sotto il profilo cronologico e della ricorrenza dei presupposti di cui agli artt. 114 e 329 c.p.p..
Copia della presente sentenza sarà trasmessa, a cura della cancelleria, al Garante ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art.154, comma 6.
La Corte rigetta il terzo motivo di ricorso; accoglie i primi due motivi nei sensi di cui in motivazione; dichiara assorbito il quarto motivo; cassa la sentenza impugnata e rinvia per nuovo esame e per il regolamento delle spese al Tribunale di Roma in persona di diverso magistrato.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 13 maggio 2013.

References: sentenza 
 art. 384
 art. 700
 art. 143
 art. 154
 art. 7
 art. 152
 sentenza 
 sentenza 
 art. 269
 art. 329
 art. 185
 sentenza 
 art. 152
 art. 100
 art. 185
 art. 329
 art. 1
 art. 4
 sentenza 
 art. 137
 art. 114
 art. 329
 art. 617
 art. 114
 art. 329
 art. 684
 art. 3
 art. 3
 art. 152
 art. 326
 art. 366
 sentenza 
 art. 2
 art. 1
 art. 11
 art. 7
 art. 137
 art. 11
 Sentenza 
 Sentenza 
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 art.11
 art. 11
 art. 9
 art. 11
 sentenza 
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 art. 152
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 sentenza 
 art.154
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