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Timestamp: 2020-01-18 18:16:50+00:00

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Pronunce giuridiche - Studio Legale Lucente - Archivio
Un famoso detto in dialetto milanese recita: “mangiaa al mangiota, beev al bevota, l’è a lavura ch’al barbota!” (mangiare mangia, bere beve, è a lavorare che si lamenta), ed è proprio questo il tema su cui è chiamata ad esprimersi la Suprema Corte di Cassazione nella sentenza n. 12952 del 22 giugno 2016: se il figlio divenuto maggiorenne non collabora nel processo di crescita volto ad ottenere l’indipendenza economica dai genitori, fino a che punto costoro avranno un obbligo di mantenimento nei suoi confronti?!
Nel caso de quo il ricorrente denunciava davanti agli ermellini la “violazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, con riferimento agli artt. 147 da parte della Corte di appello di Bari, la quale si era pronunciata in riforma del decreto emesso il 24 febbraio 2012 dal Tribunale di Bari con cui revocava ai figli l’assegno mensile di Euro 929,62 posto in origine a carico del padre in virtù della sentenza di divorzio. La Corte territoriale, infatti, ritenuta non provata la raggiunta indipendenza economica dei discendenti, accoglieva per quanto di ragione il reclamo della madre (che, addirittura, insisteva per ottenere il raddoppio del contributo!), statuendo per il ripristino del contributo.
Il caso di specie è quello di due figli con esperienze e attitudini molto diverse.
Lei (trentatreenne), “dopo aver conseguito nel 2006 la laurea in medicina e l’abilitazione alla professione di odontoiatra, aveva successivamente frequentato una serie di corsi di perfezionamento (da ultimo la specializzazione universitaria quinquennale) conseguendo varie referenze professionali e maturando esperienze lavorative presso studi odontoiatrici”. La stessa, pertanto, doveva essere considerata in grado di reperire un lavoro qualificato confacente al titolo di studio e alle specializzazioni conseguite o intraprese (mentre erroneamente la Corte di appello aveva ritenuto l’attività lavorativa della figlia quale mero praticantato), laddove invece, decidendo di frequentare l’aggiuntivo corso di specializzazione universitaria, aveva, per sua scelta, ulteriormente posticipato l’ingresso nel mondo del lavoro.
Lui (trentenne), “dapprima iscrittosi nell’anno accademico 2001/2002 al corso di laurea in economia e commercio, aveva cambiato indirizzo di studio iscrivendosi nell’anno accademico 2005/2006 al corso di laurea in fisioterapia, senza peraltro conseguire il relativo diploma. Nell’anno 2010/2011 si era iscritto ad un corso di formazione professionale in osteopatia, aperto ai laureati e ai laureandi prossimi al conseguimento della laurea, ma ne aveva pertanto interrotto la frequenza in quanto privo del diploma di laurea”.
In merito a tali circostanze il ricorrente deduce che: “l’obbligo genitoriale di mantenimento del figlio maggiorenne persisterebbe finché il genitore interessato dimostri che il figlio abbia raggiunto l’indipendenza economica (da intendersi quale reperimento di uno stabile lavoro che gli consenta un tenore di vita adeguato e dignitoso), ovvero sia stato posto nelle concrete condizioni per essere autosufficiente e, ciò nondimeno, pur potendo, non si sia attivato almeno per la ricerca seria e concreta di un lavoro adeguato alle sue aspirazioni e al percorso formativo di studi svolto [..]. La persistenza dei presupposti giustificanti l’obbligo genitoriale del mantenimento dei figli maggiorenni dovrebbe essere contemperata secondo criteri di rigore proporzionalmente crescente in rapporto all’età dei figli beneficiari, in modo da escludere che la tutela della prole possa essere protratta oltre ragionevoli limiti di tempo e misura, al di là dei quali si legittimerebbero forme di parassitismo ai danni dei genitori”.
La Corte di Cassazione condivide in toto quanto dedotto in giudizio dal padre: “La situazione soggettiva del figlio che, rifiutando ingiustificatamente in età avanzata di acquisire l’autonomia economica tramite l’impegno lavorativo e negli studi, comporti il prolungamento del diritto al mantenimento da parte dei genitori, o di uno di essi, non è tutelabile perché contrastante con il principio di auto-responsabilità che è legato alla libertà delle scelte esistenziali della persona, anche tenuto conto dei doveri gravanti sui figli adulti.La Corte d’Appello ha del tutto omesso di esaminare e valutare la persistente condotta inerziale nel percorso di studi e di perseguimento di un obiettivo professionale o tecnico […]Quanto alla figlia, la Corte di Appello non ha dato alcun rilievo al raggiungimento dell’obiettivo professionale perseguito dalla medesima con successo e alla natura esclusivamente personale della scelta successiva di proseguire gli studi oltre l’ordinaria esigenza di specializzazione e pratica successiva alla laurea ed anzi, per quel che emerge inequivocamente dagli atti processuali, di impegnare le proprie energie personali e professionali in prevalenza verso la continuazione degli studi. Intento senz’altro lodevole ma che deve essere accompagnato da un corrispondente impegno verso la ricerca di una o più occupazioni dirette al conseguimento dell’indipendenza economica”.
Tale decisione della Suprema Corte conferma un filone giurisprudenziale in tema di mantenimento dei figli ormai consolidato. Dopotutto, se è vero che le scelte e i problemi dei genitori non devono ricadere sui figli, in tal caso deve essere necessariamente vero anche il contrario.
La canzone Zum Zum Zum che Mina presentò nel 1967 durante il varietà televisivo “Sabato sera” in onda sul programma nazionale iniziava con questa frase : sarà capitato anche a voi!…
Lunghi ed estenuanti i tempi di attesa per ottenere un risarcimento giusto dall’assicurazione in caso di sinistro stradale.
Il Dr. Alessio Liberati, Giudice Unico presso il Tribunale di Tivoli, con una recente sentenza (la n. 2428/2015) che – per quanto andremo a spiegare – può definirsi “esemplare” ha deciso per : … ora basta!
Il caso in esame è la storia di un giovane che in data 13.06.2007 mentre attraversava a piedi una via cittadina in un tratto privo di strisce pedonali veniva investito da una macchina (Fiat Punto) proveniente ad alta velocità ( e, in ogni caso, inadeguata alla situazione di assenza di illuminazione). Subentrava da dietro una seconda autovettura (Audi A4) che tamponava la prima spingendola a salire sulla vittima con la scocca.
Immediatamente soccorso, il giovane veniva trasportato con urgenza in ospedale e ivi sottoposto ad intervento chirurgico.
Si legge nella documentazione medica di: “Esiti di trauma cranico facciale con frattura dei due incisivi inferiori mediali ed incisivo superiore mediale destro con cicatrice vestibolare labbro inferiore. Esiti di pregressa lesione epatica trattata chirurgicamente. Esiti di contusione polmonare e di fratture anteriore della costa VI e VII sinistra. Esiti di frattura pluriframmentata del femore destro trattato chirurgicamente con riduzione e sintesi mediante chiodo endomidollare, consistenti in limitazione dei gradi estremi della coxo-femorale e cicatrici chirurgiche”.
Nei mesi successivi fu costretto ad una lunga riabilitazione.
Nulla ricevendo a titolo di risarcimento per i gravi danni riportati, il pedone si rivolgeva al Tribunale di Tivoli.
Quanto alla responsabilità per il Tribunale, la causa del sinistro era da addebitare per il 95% alla prima autovettura che aveva investito la vittima che attraversava la carreggiata per la velocità “certamente non adeguata alla situazione di assenza di illuminazione” e solo in via marginale (il 5%) al veicolo sopraggiunto che, solo in un secondo momento, tamponava la vettura incidentata e cagionava la salita di questa sulla vittima, con la scocca.
Per il danno riportato, debitamente documentato dalla CTU, espletata in corso di giudizio, veniva liquidato un risarcimento per il pedone infortunato di oltre 213mila euro con personalizzazione massima.
Anche le spese a favore dell’avvocato difensore del ragazzo venivano stabilite nella misura massima ( posta la complessità del giudizio e del valore vicino al massimale massimo) di € 25.000,00 oltre accessori di legge e rimborso spese generali 15% e poste – anche queste – a carico delle assicurazioni adite (titolari del contratto assicurativo con i proprietari delle vetture).
Ma l’eccezionalità di questa sentenza e in queste righe che seguono:
“Devono inoltre essere condannate le compagnie assicuratrici al pagamento delle spese aggravate per lite temeraria, in quanto è evidente che hanno resistito in giudizio senza aver liquidato il danno che, stante le competenze delle compagnie, certamente era ben noto alle parti. Nella rappresentazione dei fatti, inoltre, hanno enfatizzato elementi del tutto trascurabili o addirittura equivoci. Ad esempio – spiega il Giudice nel provvedimento – che le compagnie avevano insistito negli atti nel sostenere che il pedone aveva attraversato “ al di fuori di strisce pedonali” quando in realtà sapevano che quel tratto di strada era privo di strisce pedonali! E quindi si poteva semmai solo parlare di “assenza di strisce” e con ciò evitando di strumentalizzare la circostanza lasciando intendere che il pedone avesse una corresponsabilità.
Il Giudice ha , altresì, puntato il dito contro le Compagnie di Assicurazione ritenendo che le stesse avessero tergiversato negando il giusto risarcimento approfittando dello status [del ragazzo danneggiato] di straniero senza fissa dimora [ che ] è notoriamente elemento che gioca a sfavore della vittima (che difficilmente avrà accesso alla giustizia), come certamente noto alle compagnie assicuratrici.
Per tale ragione si stima equo condannare ogni compagnia assicuratrice a pagare una somma pari al quadruplo delle spese legali (€ 100.000,00), in favore di parte attrice, ex art. 96 u.c. cpc. Del resto l’istituto delle spese aggravate è strumento finalizzato a disincentivare le cause defatigatorie e strumentali e deve essere parametro alla capacità ed alla forza giuridica della parte ed alla posizione di vantaggio che la parte colposamente resistente vanta nei confronti dell’avente ragione.
In proposito non può sottacersi l’esistenza di un enorme contenzioso (che rallenta ulteriormente la giustizia) che vede soccombenti le compagnie assicuratrici e che è generato – con tutta evidenza – da intenti defatigatori delle compagnie assicuratrici stesse, nel palese tentativo di indurre le parti ad accettare somme inferiori al dovuto in tempi brevi o, al contrario, dover sottostare ai lunghi tempi della giustizia e, non da ultimo, al rischio di errori processuali. La tolleranza di tali comportamenti si tradurrebbe, inevitabilmente, in un vantaggio economico che, in un’ottica imprenditoriale, è destinato sempre e comunque ad alimentare il contenzioso, stante gli evidenti vantaggi che per l’impresa assicurativa ne derivano.”
La storia è quella di due coniugi che citarono in giudizio innanzi al Tribunale di Torino, sezione distaccata di Chivasso, l’Azienda Regionale Usl (omissis) di Chivasso e il “medico di base” che a loro dire sarebbe intervenuto in aiuto del paziente che presentava sintomi di ischemia cerebrale con estremo ritardo. La moglie aveva chiamato in mattinata il medico. Tuttavia, questi si presentava soltanto nel pomeriggio e – a dire dei due coniugi- prescriveva anche cure del tutto inadeguate.
I coniugi chiedevano, quindi che il medico di base e la Usl venissero condannati entrambi al risarcimento dei danni patiti dai medesimi attori a seguito della paralisi della parte sinistra del corpo della quale era rimasto affetto il paziente, con necessità di assistenza e cure continue.
Si costituirono sia l’Azienza Usl (omissis) di Chivasso, che il “medico di base”, contestando la fondatezza della domanda.
Il Tribunale, premettendo che il comportamento del “medico di base”, nel caso in esame, era da ritenersi caratterizzato da responsabilità colposa dovuta ad intempestività della visita domiciliare; al mancato rilievo delle “gravi condizioni” del paziente e all’omessa urgente sua ospedalizzazione e dal fatto, accertato in sede di CTU, che il tempestivo trattamento farmacologico avrebbe avuto effetti contenitivi del danno alla salute del paziente, condannava in solido il “ medico di base” e l’Azienda Regionale ASL di Chivasso al risarcimento dei danni patiti dagli attori con sentenza del marzo 2008.
Contro tale decisione, il medico e la l’ASL TO (già ASL di Chivasso) proponevano appello.
I due coniugi resistevano in giudizio.
La Corte di appello di Torino, con sentenza pubblicata in data 22 dicembre 2011, accoglieva il gravame della ASL TO, rigettando la domanda risarcitoria proposta dai coniugi nei suoi confronti, e confermava nel resto la sentenza di primo grado. In altri termini, unico responsabile il “ medico di base”.
La Corte d’appello – ci racconta la Suprema Corte di Cassazione che, come diremo oltre, si è poi occupata del caso – escludeva la responsabilità ai sensi dell’art. 1228 cod. civ. della ASL TO osservando, segnatamente, che: il SSN assume nei confronti dei cittadini obblighi organizzativi, ma non assume, in base alla L. n. 833 del 1978, “un obbligo diretto avente ad oggetto il contenuto della prestazione professionale”; gli artt. 14 e 25 della citata legge n. 833 non sono di per sé fondati “la esistenza di un contratto “a monte” fra il paziente e l’ASL”, così come lo stesso art. 25 non fonda l’obbligazione della struttura ospedaliera nei confronti del paziente, la quale deriva dalla conclusione del contratto d’opera professionale con lo stesso; non può rendersi concluso un contratto tra ASL e paziente nel momento in cui quest’ultimo chiede la prestazione al suo medico di base, non essendovi alcun contatto, o diretto rapporto, tra la prima ed il secondo (come invece sussiste tra struttura ospedaliera e paziente ivi ricoverato, che beneficia di prestazione sia alberghiera, che professionale).
La Corte torinese escludeva, altresì, che la responsabilità della ASL convenuta potesse fondarsi sull’art. 2049 cod. civ., in assenza della ravvisabilità, anzitutto, di un rapporto di preposizione tra Azienda sanitaria e medico convenzionato, essendo quest’ultimo “un libero professionista del tutto autonomo, scelto dal paziente in piena libertà”, sul quale la stessa ASL non esercita alcun potere di vigilanza, controllo o direzione.
Era da escludere anche la sussistenza di un rapporto di immedesimazione organica, non essendo il medico di base dipendente della ASL, né chiamato “a estrinsecare all’esterno la volontà dell’ente” o soggetto a direttive nell’ambito della “sua peculiare attività professionale”. L’inserimento del medico di base nell’organizzazione territoriale della ASL si esaurisce, dunque, sul piano organizzativo-amministrativo, ma non tocca “certamente il contenuto squisitamente professionale della prestazione del medico di base”, che non viene sindacata dalla stessa ASL, non essendovi alcuna norma che attribuisce a quest’ultima “un potere di vigilanza e controllo sul contenuto specifico della prestazione professionale medica del medico di base”.
La Corte di Cassazione, investita della questione, sul punto ha deciso diversamente.
In sintesi si è così pronunciata:
Per legge …” l’assistenza medicogenerica è prestazione curativa che l’utente del S.S.N. ha diritto di ricevere secondo il livello stabilito dal piano sanitario nazionale e in questi termini, la ASL ha l’obbligo di erogare.
Il diritto soggettivo dell’utente del S.S.N. all’assistenza medico-generica ed alla relativa prestazione curativa, nei limiti stabiliti normativamente, nasce, dunque, direttamente dalla legge ed è la legge stessa ad individuare la ASL come soggetto tenuto ad erogarla, avvalendosi di “personale” medico alle proprie dipendenze ovvero in rapporto di convenzionamento (avente natura di rapporto di lavoro autonomo “parasubordinato”).
Il medico convenzionato, scelto dall’utente iscritto al S.S.N. nei confronti della ASL, in un novero di medici già selezionati nell’accesso al rapporto di convenzionamento e in un ambito territoriale delimitato, è obbligato (e non può rifiutarsi, salvo casi peculiari sorretti da giustificazione e, dunque, sindacabili dalla stessa ASL) a prestare l’assistenza medico-generica, e dunque la prestazione curativa, soltanto in forza ed in base al rapporto di convenzionamento.
Le prestazioni di assistenza medico-generica, che sono parte dei livelli uniformi da garantirsi agli utenti del S.S.N., sono, infatti, finanziate dalla fiscalità generale, alla quale concorrono tutti i cittadini con il versamento di una imposta.
Si viene, dunque, a configurare a carico della ASL una obbligazione ex lege di prestare l’assistenza medicogenerica all’utente del S.S.N., che viene adempiuta attraverso l’opera del medico convenzionato.
In altri termini, posto che l’assistenza medico-generica si configura come diritto soggettivo pieno ed incondizionato dell’utente del S.S.N., questi è “creditore” nei confronti della ASL, che, in quanto soggetto pubblico ex lege tenuto ad erogare detta prestazione curativa (per conto del S.S.N.), assume le veste di “debitore”.
Da qui, pertanto, in ipotesi di illecito commesso dal medico convenzionato nell’adempimento della prestazione curativa di assistenza medico-generica, l’operatività dell’art. 1228 cod. civ. nei confronti della stessa ASL, quale norma che questa Corte, del resto, ha già ritenuto pienamente applicabile in riferimento alla posizione della struttura sanitaria pubblica per l’attività sanitaria svolta dal personale medico dipendente.
Concludendo, per la Suprema Corte, la “…ASL è responsabile civilmente, ai sensi dell’art. 1228 cod. civ., del fatto illecito che il medico, con essa convenzionato per l’assistenza medico-generica, abbia commesso in esecuzione della prestazione curativa, ove resa nei limiti in cui la stessa è assicurata e garantita dal S.S.N. in base ai livelli stabiliti secondo la legge”.
Per la prima volta, dunque, viene enunciato il principio per cui la ASL risponde per il fatto del “medico di base”.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 96
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 25