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Timestamp: 2019-04-25 10:57:38+00:00

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Insultare il datore di lavoro: cosa si rischia?
26 Giugno 2018 | Autore: Carlos Arija Garcia
Rivolgersi in modo offensivo ad un superiore è insubordinazione e reato di diffamazione. Ma nemmeno il capo può lasciarsi andare a ingiurie e vessazioni.
Ti sarà capitato qualche volta in ufficio di dover incassare una sfuriata del capo. Se aveva ragione, brucia ma si sta zitti. Se non aveva ragione, brucia di più ma si sta zitti lo stesso o quasi. Tutt’al più ci si giustifica, si spiega il proprio operato, ma si sa che l’ultima parola ce l’ha sempre lui. E scatta la molla dentro: vorresti dirgliene quattro, fargli un bel discorsetto condito da quei tre o quattro epiteti che avresti sempre voluto tirar fuori ma che, per non perdere il posto, ti sei sempre tenuto dentro. Se la situazione diventa pesante, ti sarà passata per la mente una domanda: ad insultare il datore di lavoro cosa si rischia? Meglio che ci pensi non due ma 10 volte prima di aprire bocca e dare sfogo alle tue furie: ad insultare il datore si lavoro non solo si rischia il posto ma anche una bella denuncia penale. Lo ha stabilito la Cassazione con una recente sentenza [1]. Vediamo perché.
1 Insultare il datore di lavoro: perché è reato
2 Insultare il datore di lavoro: cosa si rischia sul piano penale
3 Insultare il datore di lavoro: cosa si rischia sul piano professionale
4 Posso essere insultato dal datore di lavoro?
Insultare il datore di lavoro: perché è reato
Secondo la Cassazione, insultare il datore di lavoro equivale a commettere reato di diffamazione anche quando non se ne ha intenzione. La Suprema Corte, nella sentenza in commento, si è pronunciata sul caso di un dipendente di una residenza sanitaria che, nel corso di un’assemblea sindacale, aveva definito i propri datori di lavoro dei «banditi». Se avrà avuto i suoi motivi per farlo non si sa. Quel che si sa è che, così facendo, è stato condannato per diffamazione, reato per il quale si rischia la reclusione fino ad un anno o la multa fino a 1.032 euro [2] quando offende la reputazione altrui.
Ai fini della sussistenza del delitto, ricorda la Cassazione, basta il dolo generico, cioè fare uso di espressioni che possono essere pubblicamente interpretate come offensive in base al loro significato, indipendentemente dal fatto che chi le pronuncia abbia o meno l’intenzione di diffamare (dolo eventuale). È sufficiente, quindi, insultare il datore di lavoro volutamente davanti ai colleghi o ad altre persone (pensate, ad esempio, nel bel mezzo di un consiglio di amministrazione) per rischiare la querela.
Non vale nemmeno giustificarsi dicendo che «si stava scherzando», perché ormai quello che è detto è detto e l’azione di ledere la reputazione del datore di lavoro attraverso espressioni volgari o piene di ironia pesante come un macigno è stata commessa, con le dovute conseguenze sul piano sociale e su quello psichico.
Insultare il datore di lavoro anche quando gli si contesta un fatto vero costituisce allo stesso modo reato di diffamazione. Per la Cassazione, infatti [3], conta la consapevolezza di avere espresso un giudizio lesivo della reputazione altrui. Apostrofare i datori di lavoro come dei «banditi» perché si accingevano a licenziare alcuni dipendenti non è giustificabile, sempre secondo la Suprema Corte, anche perché il licenziamento è un diritto dell’azienda che non può scatenare in modo alcuno un fatto illecito compiuto da altri. In sostanza, ci sono altre forme diverse dagli insulti e dalla conseguente diffamazione per contestare il taglio del personale.
Insultare il datore di lavoro: cosa si rischia sul piano penale
Appurato, dunque, che insultare il datore di lavoro equivale a commettere il reato di diffamazione, chi si lascia andare a parole «poco carine» nei confronti dei superiori rischia (Codice penale alla mano) la reclusione fino a un anno o la multa fino a 1.032 euro.
Se, oltre agli insulti, si attribuisce al datore di lavoro un fatto determinato, si rischia la reclusione fino a due anni o la multa fino a 2.065 euro. Le pene aumentano se la vittima dell’offesa è un membro del Corpo politico, amministrativo o giudiziario, una sua rappresentanza o un’autorità costituita in collegio.
Insultare il datore di lavoro: cosa si rischia sul piano professionale
Non si tratta soltanto di un reato penale ma di un fatto grave a livello lavorativo. Insultare il datore di lavoro significa commettere insubordinazione e, quindi, meritarsi il licenziamento per giusta causa (o licenziamento in tronco, che dir si voglia) e, pertanto, essere lasciati a casa senza l’indennità di preavviso. È sempre la Cassazione [4] a stabilire che l’insubordinazione non consiste solo nel rifiutarsi di svolgere un compito ma anche nel tenere un comportamento che metta in discussione l’autorevolezza di un superiore, quindi anche insultare il datore di lavoro.
Ce n’è di più. L’insubordinazione scatta pure quando il dipendente critica il superiore «con modalità esorbitanti dall’obbligo di correttezza formale dei toni e dei contenuti», il che toglie autorevolezza al capo e può avere dei risvolti negativi nell’organizzazione dell’azienda.
Tanto per fare un esempio: se vedo che il capo sta facendo una cosa che non condivido nel merito e gli dico: «Ma sei scemo?» lo sto insultando. Se, invece, gli dico davanti ai colleghi: «Lascia fare a me, che non capisci nulla» non gli ho rivolto un insulto esplicito ma ho avuto un comportamento tale da restargli autorevolezza davanti ad altri subordinati. Risultato: se il capo mi prende sul serio, ho le ore contate in azienda. Verrò licenziato in tronco per insubordinazione.
Posso essere insultato dal datore di lavoro?
Qui si pone, ovviamente, il caso contrario. Se io devo evitare di insultare il datore di lavoro per non incorrere nel reato di diffamazione o nell’insubordinazione, merito lo stesso trattamento? Oppure il capo può permettersi (come, purtroppo, accade ogni tanto) di utilizzare qualsiasi espressione per rimproverarmi? Meglio che il superiore stia attento, perché anche lui rischia grosso: chi offende i propri dipendenti o collaboratori rischia di dover rispondere del reato di maltrattamenti in famiglia [5], punito con la reclusione da 1 a 5 anni, quando la finalità è quella dello sfruttamento del dipendente per motivi di lucro personale [6]. Conseguenze, dunque, più gravi rispetto a quelle previste dal reato di abuso di mezzi di correzione.
Secondo una sentenza della Cassazione [7], arrabbiarsi sul luogo di lavoro non giustifica l’uso di espressioni offensive nei confronti degli altri. Semmai deve trovare sfogo in una semplice critica per un lavoro non fatto o fatto male.
Se è vero che viene riconosciuta la figura del datore di lavoro come quella del «superiore», in realtà lui e il dipendente si trovano sullo stesso piano dal punto di vista della dignità della persona e dell’autonomia individuale. Pertanto, lo stesso rispetto che si pretende dal lavoratore è dovuto dal datore di lavoro.
[1] Cass. sent. n. 21133/2018 dell’11.05.2018.
[3] Cass. sent. n. 47973/2014 dl 07.10.2014.
[4] Cass. sent. n. 9635/2016 dell’11.05.2016.
[6] Cass. sent. n. 10090/2001.
[7] Cass. sent. n. 51591/2016 del 02.12.2016.

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