Source: http://mafiazero.blogspot.com/2009/04/
Timestamp: 2017-06-28 00:13:54+00:00

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MAFIA ZERO: aprile 2009
Molti giudici iniziano a spaventarsi...
Palermo, 27 apr. - (Adnkronos) - L'ex ministro dc Calogero Mannino, oggi sentore dell'Udc, e' stato assolto in appello dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per "l'assoluta inconsistenza di alcuni elementi prospettati nell'accusa", ma anche per la "manifesta vaghezza e genericita'" riscontrate nelle dichiarazioni dei pentiti di mafia. Sono state depositate le motivazioni della sentenza d'assoluzione emessa lo scorso 22 ottobre dai giudici della seconda sezione della Corte d'Appello di Palermo. In 131 pagine i giudici spiegano i motivi per i quali hanno assolto l'ex ministro, dopo che la Cassazione aveva annullato con rinvio l'assoluzione precedente."Non e' stato individuato - scrivono i giudici - nei termini di assoluta certezza probatoria necessari per pronunciare la condanna, alcun effettivo contributo materiale apportato da Calogero Mannino alla conservazione o al rafforzamento di Cosa nostra". Anche la "pretesa, non dimostrata, 'vicinanza' e 'disponibilita' dell'imputato - si legge ancora - nei confronti del sodalizio mafioso, o di singoli suoi esponenti, dove fosse provata, potrebbe evidenziare solo contiguita' riprovevoli da un punto di vista etico e sociale, restando di per se' estranea all'area penalmente rilevante del concorso esterno in associazione mafiosa". Nella sentenza d'assoluzione i giudici evidenziano tutti i punti dell'accusa secondo cio l'ex ministro Calogero Mannino sarebbe stato contiguo con Cosa nostra, a partire dagli esponenti mafiosi dell'agrigentino."E' venuta meno - scrivono i giudici - l'originaria tesi accusatoria secondo la quale Mannino avrebbe intrattenuto rapporti con esponenti mafiosi di Agrigento sin dagli anni Settanta finalizzati al conseguimento di appoggio elettorale da parte di Cosa nostra verso la quale egli avrebbe dunque mostrato disponibilita' ricambiando il sostegno ottenuto". Per i giudici "di questo sunto accusatroio non c'e' prova soprattutto per l'assoluta carenza di elementi idonei ad evidenziare specifiche condotte che rafforzino l'associazione mafiosa o singoli esponenti". Cosi' come per la Corte d'Appello e' "assolutamente certo che, al di la' del matrimonio celebrato nel 1977, non c'e' alcuna prova di contatti o condotte di alcun genere di Mannino con Leonardo Caruana, ucciso a Palermo nell'81, ma neppure con altri esponenti della famiglia Caruana, compreso Gerlando Caruana che solo negli anni Novanta sara' coinvolto in indagini di mafia". Nella sentenza vengono analizzate in modo "oltremodo rigorose" le dichiarazioni del collaboratore Gioacchino Pennino "che costituisce l'unica fonte di prova a supporto della tesi accusatoria della pretesa stipula del patto politico-elettorale tra Mannino e Cosa nostra". "Le propolazioni di Pennino" soprattutto su un presunto incontro tra l'imputato e un esponente di Cosa nostra e "al presunto patto politico-elettorale stipulato tra i partecipanti, si caretterizzano per la loro manifesta vahezza e genericita' ogni qual volta si e' provato ad approfondirne i contenuti e specificarne i contorni". Parlando ancora delle dichiarazioni di Pennino, i giudici le bollano come "ulteriori rilevanti incongruenze".Per la Corte d'Appello che ha assolto l'ex ministro dell'Agricoltura "appare illogico che Mannino, esponente politico di rilievo ormai nazionale, al solo scopo riferito dal collaboratore abbia avvertito l'esigenza di ricercare in Gioacchino Pennino un sostegno politico e solo quello, non avendo il collaborante fatto riferimento a richieste di altro genere rivoltegli dall'imputato".Fonte: Adnkronos
Emendamento legge anti-mafia regionale...
PALERMO - "L'aula ha recuperato la sconcertante disattenzione del governo regionale". È il commento del presidente della commissione regionale antimafia, Lillo Speziale, al termine del dibattito che ha portato alla votazione unanime dell'emendamento che ha consentito la copertura finanziaria della legge contenente le misure di contrasto alla criminalità organizzata. La legge potrà contare su 4 milioni di euro uno dei quali destinato all'attivazione di laboratori di studio e approfondimento dei valori della legalitànelle scuole e 3 milioni, invece, da destinare in favore degli imprenditori che denunciano.27/04/2009Fonte: La Sicilia
Chiesto l'ergastolo per imprenditore ucciso nel 2003
CALTANISSETTA - Roberto Condorelli, il sostituto della Dda di Caltanissetta, ha chiesto l'ergastolo per i presunti mandanti dell'omicidio di Domenico Calcagno, l'imprenditore di Valguarnera ucciso il 18 maggio del 2003. Gli indagati sono Ciccio La Rocca, ritenuto il capo mafia di Caltagirone, Raffaele Bevilacqua, avvocato capo mafia di Barrafranca, il suo braccio destro Filippo La Rocca e l'imprenditore catanese in odor di mafia Alfio Mirabile. Secondo gli inquirenti Calcagno sarebbe stato ucciso perchè avrebbe chiesto il pizzo, su indicazione del capo mafia di Enna, Gaetano Leonardo detto 'U Liuni', agli imprenditori che si erano aggiudicati i lavori, per cento miliardi di lire, della strada Nord-Sud. Questo non sarebbe andato a genio a Bevilacqua e agli uomini di Santapaola che a quegli imprenditori già facevano pagare il pizzo, e avevano così deciso di dare una lezione a Leonardo facendo uccidere Calcagno.27/04/2009Fonte: La Sicilia
Crocetta: era pronto l'attentato
GELA (CALTANISSETTA) - Stavano preparando un attentato per uccidere il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, e alcuni imprenditori. L'inchiesta che stamani ha portato all'arresto di due persone per associazione mafiosa, fa emergere i piani del gruppo mafioso degli Emmanuello. I boss volevano uccidere anche gli imprenditori gelesi che negli ultimi anni hanno collaborato con le forze dell'ordine e la magistratura nella lotta al racket delle estorsioni, e Rosario Crocetta per la sua attività di sindaco antimafia, che già più di una volta lo ha fatto finire nel mirino di Cosa nostra. Gli inquirenti sostengono che il pericolo di attentati sarebbe stato attuale e imminente. Per questo motivo la procura distrettuale antimafia ha chiesto con estrema urgenza il provvedimento cautelare al gip. Il clan voleva colpire Crocetta grazie anche all'aiuto di mafiosi residenti fra Milano e Varese. Sul progetto di morte investigatori e magistrati hanno raccolto non solo "notizie provenienti da attività info-investigative, per le campagne di stampa e le iniziative amministrative di Crocetta, volte al ripristino della legalità", ma anche intercettazioni da cui emerge l'ostacolo, rappresentato da Crocetta per le cosche, nell'infiltrazione di imprese legate alla mafia negli appalti pubblici. Il clan degli Emmanuello avrebbe iniziato a prendere di mira il sindaco, secondo gli investigatori, quando nel 2006 cancellò dalle liste del reddito minimo di inserimento la moglie del boss Daniele Emmanuello (all'epoca latitante), Virginia Di Fede, procedendo così al blocco dei pagamenti in suo favore e allontanandola dal comune di Gela dove era stata assunta. L'operazione dei pm della Dda di Caltanissetta, Sergio Lari, Domenico Gozzo e Nicolò Marino, denominata "Gheppio", ha così scoperto il progetto di attentato che era stato affidato a Maurizio La Rosa, arrestato stamani, il quale aveva preso contatti con importanti soggetti di Cosa nostra gelese, residenti in Lombardia, per trovare armi idonee per compiere il delitto. Crocetta non si arrende. Il sindaco dopo la notizia rilancia: "Come finirà? Con la mia vittoria o con la mia morte". In una intervista al quotidiano on line livesicilia.it sottolinea che andrà "avanti fino all'ultimo respiro". Ma dice anche di provare rabbia, anzi "tanta rabbia se penso che questi possono mettersi intorno a un tavolo e decidere di spegnere una vita, la tua".E il pensiero, continua, va "a mia madre. Tra un po' sentirà il telegiornale e si preoccuperà". La mafia non dimentica, "ma a suo modo testimonia che il mio impegno è serio e corretto. Voglio liberare la Sicilia da Cosa nostra". E racconta un aneddoto: "Ero all'estero dentro un bar. Un avventore, quando ha saputo che ero siciliano, mi ha chiamato mafioso. E io ho speso tutta la mia vita contro i mafiosi...". Il pizzo al Nord. Dall'indagine emerge anche che i "padrini" di Gela avrebbero imposto il pagamento del pizzo pure alle imprese siciliane che si aggiudicavano appalti pubblici a Milano. Gli imprenditori avrebbero dovuto pagare la protezione anche se svolgevano lavori in città del Nord Italia e non solo in Sicilia. In particolare il clan mafioso aveva chiesto il pagamento del pizzo a un'impresa siciliana che era impegnata nei lavori di manutenzione dell'acquedotto milanese. A imporre l'estorsione erano stati proprio La Rosa e Maurizio Trubia, l'altro uomo arrestato stamani con l'accusa di associazione mafiosa. Entrambi sono di Gela. L'impresa era impegnata a Milano con lavori per conto della società Metropolitana milanese spa, che ha la gestione di quell'acquedotto. La Rosa e Trubia, in occasioni diverse, avevano imposto il pizzo all'imprenditore impegnato a Milano, comunicandogli di essere i responsabili della famiglia mafiosa di Gela. Una tangente da 15 mila euro che doveva essere versata periodicamente nelle mani dei boss al quale l'imprenditore si è opposto, rifiutando di pagare. L'inchiesta, coordinata dalla procura distrettuale antimafia di Caltanissetta, ha consentito di individuare gli attuali reggenti di Cosa nostra di Gela che fanno parte del gruppo Emmanuello, e di stroncare sul nascere un serio tentativo di ricostituzione di questo pericoloso clan. Le indagini si basano, otre che sulle intercettazioni, sul contributo offerto da un imprenditore di Gela, che ha denunciato le estorsioni, e sulle nuove dichiarazioni del boss mafioso Carmelo Barbieri, che sta collaborando con i pm della Direzione distrettuale antimafia.24/04/2009 Fonte: La Sicilia
Barbieri parla...
GELA (CALTANISSETTA) - "E' in atto un progetto di omicidio nei confronti di imprenditori gelesi, fra cui il gruppo che si aggiudicò l'appalto della spazzatura, proprio perché si sono rifiutati di pagare il pizzo, determinando gravi disagi per i detenuti, non più in grado di ricevere gli stipendi e pagare gli avvocati". Lo rivela il neo pentito Carmelo Barbieri, in un interrogatorio ai pm del 6 marzo scorso. Le sue dichiarazioni sono agli atti anche dell'inchiesta che oggi ha portato all'arresto di due presunti mafiosi gelesi. Barbieri ha ricoperto un ruolo di vertice in Cosa nostra nissena, al fianco di Luigi Ilardo, il boss confidente del colonnello Michele Riccio che venne assassinato a Catania una settimana dopo che decise di ufficializzare la sua collaborazione con la giustrizia. "A proposito del progetto di dare una lezione agli imprenditori del settore edile o del settore rifiuti che non volevano pagare il pizzo - dice il pentito -, ribadisco che è stato La Rosa, reggente del gruppo Emmanuello, a informarmi. La ragione è innanzitutto per il mancato pagamento del pizzo ma anche per ristabilire la supremazia sul territorio. L'ordine dal carcere era stato dato a La Rosa, in particolare, da Smorta e Carmelo Billizzi". "Posso dire - afferma Barbieri - che la mia storia criminale nasce con Gino Ilardo che venne a cercare me perchè gli ero stato presentato dai suoi cugini Giuseppe Lombardo e Giuseppe Alaimo". Poi aggiunge: "Sono arrivato a Gela, da Resuttana, nel 1986, sconoscendo cosa fosse Gela e la sua criminalità. Dopo che venne ucciso mio suocero, con modalità mafiose, subentrai nella sua attività al mercato ortofrutticolo con il disappunto dei miei genitori".24/04/2009Fonte: La Sicilia
Sequestro per 1,5 mln di euro a membro della Stidda
Palermo, 23 apr. - Beni per un valore complessivo di un milione e mezzo di euro sono stati sequestrati a Gela, nel nisseno, dalla Questura di Caltanissetta. Gli agenti hanno eseguito il provvedimento a carico di Gaetano Morteo, 59 anni, ritenuto dagli investigarori esponente della 'Stidda'.I sigilli sono stati apposti a tre immobili (un'abitazione su quattro livelli, un appezzamento di terreno con annessa abitazione in contrada Passo di Piazza e la quota di un mezzo di un terreno utilizzato per il ricovero degli automezzi), tre camion, quattro rimorchi, due auto, una moto, quote societarie e tre conti correnti. Tutti i beni sono stati affidati all'amministratore giudiziario, Rosario Di Legami, avvocato del foro di Palermo. Il 12 ottobre del 2007 Morteo era stato arrestato dalla Polizia insieme ad altre tre persone nell'ambito dell'operazione antimafia 'Bilico'. Successivamente al blitz personale della divisione Polizia anticrimine della Questura ha eseguito una serie di accertamenti patrimoniali a carico dell'uomo e del suo nucleo familiare. Usando i collegamenti informatici con le maggiori banche dati delle forze di polizia, dell'Agenzia delle Entrate, della Camera di Commercio, dell'Agenzia del Territorio, del Pubblico Registro Automobilistico, della Motorizzazione Civile, gli investigatori sono riusciti a ricostruire il pattrimonio che Morteo era riuscito ad accumulare tra il 1990 e il 2006, sfruttando la sua appartenenza alla cosca mafiosa. Le indagini hanno cosi' permesso di scoprire che l'uomo era riuscito a determinare un monopolio di fatto che condizionava tutta l'attivita' del trasporto e della commercializzazione del settore ortofrutticolo di Gela e del suo immediato circondario, verso i mercati all'ingrosso del Nord Italia. Morteo operava tramite la societa' di fatto convenzionalmente denominata 'agenzia Valenti' e aveva creato l'azienda di autotrasporto "Ni.Ga. Transport srl", con diversi automezzi specializzati, che nel tempo gli hanno consentito di effettuare gran parte del trasporto nel settore.Per ogni pedana trasportata la ditta si faceva pagare 70 euro; mentre per il servizio di intermediazione la tariffa ammontava ad una percentuale variabile tra il 6 ed il 10 per cento del valore del trasporto. Solo per i trasporti meno redditizi e solo quando tutti i mezzi della Ni.Ga Transport srl erano gia' occupati, poteva esserci la possibilita', per altri autotrasportatori, di ottenere una magra commessa. Attraverso le indagini patrimoniali gli investigatori sono riusciti ad appurare la discrasia tra le entrate ufficiali dichiarate da Morteo e le uscite accertate per il sostentamento del nucleo familiare, per l'adesione a societa' e cooperative e per l'acquisto di immobili.Fonte: Adnkronos
Risarcimento anche a genero e nipote..
PALERMO - Anche al genero e ai nipoti delle vittime di mafia spetta il risarcimento per i danni subiti. Il principio di diritto è affermato da una sentenza del Tribunale di Palermo, che ha condannato il boss mafioso Pippo Calò al pagamento di 77.200 euro in favore di Z. M. e S. Z., rispettivamente genero e nipote della vittima. Il giudice ha accolto la tesi proposta dall'avvocato Salvatore Ferrara. Nella sentenza il tribunale sottolinea la plurioffensività degli omicidi di mafia, stabilendo inoltre che "il danno non patrimoniale derivante dalla morte ex delicto, non va riconosciuto ai prossimi congiunti della vittima unicamente in base al rapporto di parentela, ma anche per le condizioni personali ed ogni altra circostanza del caso concreto, che evidenzino un grave perturbamento dell'animo e della vita familiare per la perdita di un valido sostegno morale". Nel caso affrontato dal giudice Enrico Catanzaro, il tribunale ha ritenuto provato il danno sulla base delle prove testimoniali presentate in giudizio. All'epoca dei fatti, il nipote della vittima era in tenerissima età. "In questo caso - spiega l'avvocato Ferrara - il tribunale ha accolto la tesi difensiva secondo la quale l'uccisione del nonno rappresenta una perdita di chance affettiva, che priva il nipote di una autorevole figura di sostegno morale".22/04/2009Fonte: La Sicilia
Il verme più verme che ci sia...
(ANSA) - PALERMO, 22 APR - Un ispettore della polizia di Stato, in servizio a Palermo, e' stato fermato con l'accusa di concorso in associazione mafiosa. Il poliziotto avrebbe passato alle cosche informazioni riservate su indagini in corso, favorendo, secondo l'accusa, alcuni mafiosi. In alcuni casi l'ispettore avrebbe anche aiutato, con le proprie notizie, latitanti. L'inchiesta si basa su intercettazioni e sulle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia.Fonte: ANSA
Gli studenti vedono sempre meglio...
PALERMO - "La mafia è un male da sconfiggere, una piovra che soffoca la Sicilia e i siciliani. Ma lo Stato non fa quello che potrebbe fare per combatterla e la politica è assente o, peggio, spesso ha stretti rapporti con la mafia". È il giudizio della maggior parte degli studenti delle scuole superiori siciliane che hanno preso parte alla ricerca condotta dal Centro studi Pio La Torre nell'ambito del 'Progetto Educativo Antimafia'. L'85% degli studenti ritiene che esista una relazione diretta (per il 38 % sempre, per il 47% spesso) tra mafia e la politica. Non sorprende dunque che Cosa Nostra, per il 53% dei ragazzi interpellati, sia più forte dello Stato. Un giudizio negativo che non risparmia anche altre istituzioni, come la Chiesa. Per circa la metà dei ragazzi (50,80%), è probabile che vi siano complicità tra alcuni esponenti religiosi e la mafia, mentre solo il 13,46% esclude totalmente questa contiguità. I ragazzi esprimono comunque un giudizio fortemente negativo sulla mafia, vista dal 62% come un freno al proprio futuro. Il 67,84% ritiene di avere sufficienti conoscenze sul fenomeno mafioso di cui parlano in classe (il 49%) e in famiglia (il 67%). Nel complesso, rispetto all'indagine dello scorso anno aumenta la percezione e la consapevolezza della pericolosità della mafia da parte dei giovani, frutto, anche, del progetto educativo seguito. La ricerca è stata realizzata sottoponendo alla somministrazione on-line di un questionario sulla percezione del fenomeno mafioso un campione rappresentativo di 2.362 studenti selezionato tra gli alunni delle ultime tre classi di 51 scuole superiori. I risultati della ricerca verranno presentati in un numero speciale del settimanale on-line "A Sud'Europa" in uscita il 27 aprile e illustrati durante la manifestazione di commemorazione dell'anniversario dell'uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo che si terrà il 29 aprile al Teatro Politeama.21/04/2009Fonte: La Sicilia
Sequestro per 10 mln di euro
Messina, 21 apr. - (Adnkronos) - La sezione della Direzione investigativa antimafia di Messina, coordinata dal procuratore Guido Lo Forte e dal sostituto Giuseppe Verzera ha sequestrato beni per 10 milioni di euro ad un boss 44enne, sottoposto al 41 bis ed elemento di spicco della mafia della fascia tirrenica e dei Nebrodi il capo storico della frangia barcellonese dei 'Mazzaroti'.Il provvedimento ha interessato immobili, conti correnti, aziende e camion e colpisce, in particolare, patrimoni che sono riconducibili al settore economico del movimento terra e della frantumazione degli inerti. L'uomo e' stato gia' condannato in primo grado per associazione mafiosa nell'ambito del processo 'Mare nostrum'.Fonte: Adnkronos
Scovato libro delle estorsioni...
PALERMO - I carabinieri hanno trovato durante una perquisizione un libro contabile delle estorsioni della cosca mafiosa di Palermo centro. Il brogliaccio contiene i nomi di decine di commercianti e imprenditori. I nomi delle vittime devono essere decriptati dai militari. Il libro mastro è stato trovato nell'ambito dell'indagine sull'estorsione a un imprenditore conclusa all'alba con quattro fermati, accusati di estorsione aggravata. Gli indagati sono ritenuti affiliati alle cosche mafiose della città. Il pizzo veniva imposto a un facoltoso imprenditore che ha numerosi appalti pubblici a Palermo. Le indagini, anche attraverso filmati registrati dalle telecamere sistemate dai carabinieri, hanno permesso di documentare la riscossione del pizzo. Per gli investigatori tutto ciò conferma la perdurante operatività di Cosa nostra nel settore del racket, perché le cosche hanno l'incessante necessità di denaro da destinare al sempre crescente numero di famiglie di detenuti. I carabinieri, infatti, solo negli ultimi quattro mesi, a Palermo, hanno arrestato oltre 150 mafiosi, tra cui tre latitanti. Il libro contabile è stato trovato dai militari durante una perquisizione nell'abitazione di Filippo Burgio, 26 anni, affiliato alla famiglia di Palermo Centro. L'uomo è uno dei quattro fermati con l'accusa di avere chiesto il pizzo, per conto del boss Gianni Nicchi, a un imprenditore impegnato nei lavori per la manutenzione della rete fognaria in città. L'estorsione è stata immortalata da una telecamera piazzata dai militari in un cantiere di lavoro nel centro storico. Gli investigatori commentano il ritrovamento del libro contabile sottolineando come "il racket sia fondamentale per la sopravvivenza della mafia. Ci aspettiamo più colloborazione - hanno sottolineato - da parte delle vittime". L'operazione antimafia è stata coordinata dal procuratore aggiunto Ignazio De Francisci.Sono saliti intanto a 32 gli arresti nell'ambito dell'operazione 'Abisso 2' che ieri ha fatto luce su un accordo per lo spaccio di droga in un vasto territorio della Sicilia orientale tra i clan mafiosi Laudani e Mazzei. Le manette sono scattate per Antonio Platania, resosi irreperibile. Approfondendo i dati investigativi, tra cui un'azienda sequestrata in casa di un uomo vicino al boss Santo Mazzei, i carabinieri hanno così trovato un altro libro mastro della 'joint venture' che il gruppo mafioso di Catania aveva fondato insieme a Giuseppe Laudani, il rampollo della famiglia malavitosa dei 'mussi ri ficurinia' per acquistare a Torre Annunziata, in Campania, partite di droga a prezzi competitivi. Nell'agenda vi figurano molti nomi, tutte persone di rispetto che godevano della massima fiducia dei capi, e tante cifre superiori ai mille euro che hanno permesso ai militari dell'Arma di ricostruire l'elenco di tutti i grossisti che nel capoluogo etneo componevano la rete dei venditori di sostanze stupefacenti.22/04/2009 Fonte: La Sicilia
CATANIA - Giacomo Termini, di 40 anni, ritenuto dagli investigatori organicamente inserito nel clan Santapaola, è stato arrestato da agenti della Squadra mobile di Catania perchè deve espiare una pena di sette anni di reclusione, inflittagli per una estorsione perpetrata ai danni del titolare di una azienda di Misterbianco. La vittima sarebbe stata costretta a consegnare, dal 1980 al 30 ottobre del 2000, 300 mila lire al mese, somma lievitata nel tempo a 500 mila lire. Il figlio della vittima, alla morte del padre, avrebbe 'ereditato' l'imposizione del pizzo. L'estorsione sarebbe stata compiuta da Termini insieme con altre persone, tutti detenute, tra cui il fratello Salvatore. Termini era stato in passato arrestato nelle operazioni 'Fiducia 1' e 'Fiducia 2'.20/04/2009Fonte: La Sicilia
Catania, 20 apr. (Adnkronos) - 'Abisso 2'. Questa la denominazione dell'operazione antidroga dei carabinieri che hanno portato all'arresto di 35 persone tra Catania, Napoli, Siracusa e Messina. I destinatari dei provvedimenti sono riconducibili a due famiglie mafiose etnee. Oltre 200 militari dell'Arma hanno partecipato all'operazione. La Dda di Catania ha coordinato le indagini che hanno permesso di scoprire un 'cartello' tra le due famiglie contrapposte per l'acquisto di cocaina, marijuana e hashish da parte di esponenti della camorra napoletana e per la gestione dello spaccio nella citta' etnea, nel suo hinterland pedemontano, ionico e a Siracusa. Fra gli arrestati vi sono anche presunti capi del clan Laudani.Operazione "Abisso 2", l'elenco degli arrestati. Questo l'elenco completo delle persone raggiunte da ordinanza di custodia cautelare: Domenico Agosta, 33 anni; Paolo Aloisio, di 22, Nazareno Anselmi, di 34; Giovanni Daniele Bonaventura, di 36; Vincenzo Buccheri, di 37; Alberto Giammarco Angelo Caruso, di 29; Saverio Francesco Cristaldi, di 40; Sebastiano D'Antona, di 27; Mario Di Mauro, di 29; Vincenzo Esposito, di 25; Giovanni Giuffrida, di 67.I destinatari del provvedimento restrittivo sono anche Andrea Grasso di 22; Marco Judica; di 27, Francesco Nicotra, di 30, Antonio Pappalardo, di 32, Gianluigi Antonino Partini, di 23, Alessandro Giuseppe Raimondo, di 37; Carmelo Riso, di 40; Santo Santonocito, di 25; Carmelo Massimo Tomasello di 39. In Campania sono stati arrestati: Vincenzo Esposito, 25 anni; Maria Marino, di 40 e Nicola Percuoco, di 53. Le indagini dei militari dell'Arma hanno permesso di scoprire e sgominare un presunto cartello criminale costituito dai due clan mafiosi catanesi, storicamente contrapposti, per l'acquisto di cocaina, hashish e marijuana da gruppi camorristici napoletani e alla successiva gestione del suo spaccio nel capoluogo etneo, nella fascia pedemontana ionica e a Siracusa. Le indagini dei militari dell'Arma hanno permesso di fare luce anche su un sequestro di persona: quello di un buttafuori di una discoteca 'colpevole' di non avere fatto entrare alcuni boss del gruppo. Il giovane fu successivamente prelevato e picchiato a sangue. Gli accertamenti dei carabinieri del comando provinciale di Catania avrebbero anche permesso di verificare l'esistenza di un giro di finanziamenti nei confronti di società riconducibili alle due organizzazioni criminali. L'inchiesta è coordinata dal procuratore capo Vincenzo D'Agata e dai sostituti Giovannella Scaminaci e Iole Boscarino della Direzione distrettuale antimafia di Catania.20/04/2009 Fonte: La Sicilia/Adnkronos
Continua l'operazione "Rebus"
Palermo, 17 apr. - (Adnkronos) - Nonostante fossero detenuti al 41 bis, i boss mafiosi continuavano a dare ordini dal carcere duro. Ma, nonostante adottassero un linguaggio criptico, sono stati scoperti e arrestati. I Carabinieri del Ros di Palermo hanno notificato in carcere un'ordinanza di custodia cautelare, emessa dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, nei confronti di 5 indagati per associazione mafiosa ed altri reati.Si tratta di Antonino Madonia, condannato per gli omicidi di Pio La Torre e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; Giuseppe Madonia, condannato per l'omicidio del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile; Salvatore Madonia, ritenuto responsabile di numerosi omicidi tra cui quello dell'agente di polizia Natale Mondo e dell'imprenditore Libero Grassi; Nicolo' Di Trapani, indicato da piu' collaboratori di giustizia come appartenente al gruppo di fuoco di Leoluca Bagarella, riconosciuto colpevole dell'omicidio dell'agente di Polizia Penitenziaria Giuseppe Montalto e Giuseppe Guastella, anch'egli indicato da piu' collaboratori di giustizia come appartenente al gruppo di fuoco di Leoluca Bagarella e condannato per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. L'indagine di oggi rappresenta la prosecuzione dell'operazione 'Rebus', che il 25.11.2008 aveva gia' portato all'esecuzione di altri cinque arresti per gli stessi reati, nonche' al sequestro preventivo di beni per un valore complessivo di 15 milioni di euro. L'operazione antimafia 'Rebus' ha permesso anche di ricostruire il movente dell'omicidio del reggente Giovanni Bonanno, vittima di lupara bianca nel gennaio 2006, nella spartizione ritenuta iniqua dei proventi, documentando l'intervento nella vicenda dello stesso Salvatore Lo Piccolo.Fonte: Adnkronos
Condannato definitivamente
Palermo, 15 apr. - (Adnkronos) - E' stato rigettato dalla Corte di Cassazione il ricorso contro la sentenza della Corte di Appello di Palermo nei confronti di un imprenditore agricolo 45enne, condannato a 7 anni e 2 mesi di reclusione per associazione mafiosa e tentata estorsione aggravata. Appena emesso il dispositivo, i carabinieri si sono presentati presso la sua abitazione e lo hanno tratto in arresto. L'uomo e' considerato uno dei principali affiliati a Cosa Nostra locale, la ''mente operativa'' sul territorio per le varie ''messe a posto''.Fonte: Adnkronos
Sequestro per 1 mln e mezzo di euro
PALERMO - Beni per un valore di circa un milione e mezzo di euro sono stati sequestrati all'imprenditore palermitano Francesco Colletti, 40 anni, attualmente sotto processo a piede libero perché accusato di associazione mafiosa. Il provvedimento è dei giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo. I magistrati hanno bloccato le quote del 25% riconducibili a Colletti che fanno parte di una società di famiglia che gestisce un mobilificio a Misilmeri (Palermo) e poi un paio di appartamenti, due appezzamenti di terreno, automobili e un conto corrente bancario. Colletti è accusato da diversi collaboratori di giustizia di essere stato vicino a molti boss mafiosi, fra i quali Nino Mandalà. Per gli inquirenti l'imputato avrebbe tentato in passato la scalata proprio al vertice della cosca mafiosa di Villabate, che gli sarebbe sfuggita per un soffio.15/04/2009Fonte: La Sicilia
Un piccola luce ogni tanto...
ROMA - "Sono contento come può essere contento un uomo che ha sempre creduto nella giustizia. La mia sofferenza per quanto subìto è stata soppiantata dalla tragedia che ha afflitto la popolazione abruzzese". Così Gioacchino Genchi commenta il provvedimento del Tribunale del Riesame che ha dissequestrato copie dei dati acquisiti il 13 marzo scorso nell'ambito di una perquisizione nello studio e nelle abitazioni nella disponibilità dello stesso Genchi. "Nei dati che mi avevano sequestrato - ha aggiunto Genchi - ci sono files riservatissimi che riguardano indagini in corso promosse da varie procure compresa quella di Roma ed ancora da varie procure calabresi, di quella di Catania e altre procure siciliane". Nel cosiddetto archivio vi sarebbero consulenze che riguardano indagini per stragi e reati di omicidio. "Il mio operato era assolutamente legittimo - ha concluso Genchi - come lo era quello dei magistrati di Catanzaro e di Salerno per i quali stavo lavorando e ho continuato a lavorare anche dopo il sequestro".10/04/2009Fonte: La Sicilia
Indicati i sei posti per la DDA
PALERMO - La Terza commissione del Consiglio superiore della magistratura ha proposto a maggioranza i sei magistrati che dovrebbero ricoprire i posti ancora vacanti da sostituto procuratore alla Direzione distrettuale antimafia. Si tratta di sei poltrone per le quali sono stati indicati, con tre voti di Unicost e il componente laico di sinistra: Diana De Martino (Magistratura indipendente), pm a Roma; Giuseppe Fici (Verdi), pm a Palermo; Carlo Caponcello (Unicost), giudice a Catania; Maria Vittoria De Simone (Unicost), gip a Napoli; Giovanni Russo (Mi), ex consulente della Commissione antimafia e Anna Canepa (Magistratura democratica), ex pm a Genova. Resterebbero fuori, in particolare, altri candidati che si sono sempre distinti per le numerosissime inchieste antimafia che hanno coordinato, e fra questi in commissione non hanno avuto la maggioranza pm come Maurizio De Lucia, sostituto Dda a Palermo; Franca Imbergamo, che è stata sostituto a Palermo dove si è occupata di decine di inchieste sui corleonesi e Nicolò Marino, pm Dda a Caltanissetta dove è titolare di inchieste sulle cosche mafiose gelesi, sulle stragi del '92 ed ex pm alla Dda di Catania.10/04/2009Fonte: La Sicilia
Come si svolge un atto intimidatorio
Vedete questo video perchè sono impressionanti la calma e la tranquillità con le quali questo codardo appicca il fuoco...http://www.lasiciliaweb.it/index.php?mod=video&id=19644
Intrusione e furto di documenti su inchieste di mafia
PALERMO - Intrusione la notte scorsa negli uffici dell'Agenzia giornalistica Italia di Palermo, in via Emerico Amari, nello stesso stabile in cui hanno sede altre redazioni, rubando alcuni documenti su inchieste di mafia, circa 460 euro custoditi in una piccola cassetta blindata, e aprendo un personal computer accedendo ai file personali di un giornalista. Sono stati forzati tutti i cassetti e gli armadi ma, a parte i fascicoli e i soldi, non è stato rubato nulla. Sono stati lasciati al loro posto un cellulare, smart card tv, e tutti i dispositivi elettronici. I ladri sono entrati da una porta-finestra della redazione dopo aver forzato sbarre di metallo. Sono intervenuti agenti della polizia scientifica e della Digos.06/04/2009Fonte: La Sicilia
Intimidazioni ad imprenditore
FAVARA (AGRIGENTO) - I carabinieri di Agrigento stanno indagando sull'intimidazione messa a segno la notte scorsa nei confronti dell'imprenditore Salvatore Vita di Favara.Ignoti si sono introdotti nel suo autosalone, il Vitauto, lungo la Statale 122, in contrada Petrusa e hanno incendiato sette autovetture usate, l'immobile che ospitava l'ufficio e colpito con una mazza almeno altre dieci vetture.Le fiamme sono state spente dai vigili del fuoco che hanno accertato che il rogo è stato appiccato in diversi punti. Salvatore Vita è un imprenditore sottoposto a tutela perché in passato ha già denunciato, molte altre volte, le richieste di pizzo subite. I danni superano i 100 mila euro.05/04/2009Fonte: La Sicilia
Deposizione di Canali
MESSINA, 6 APR -Il pm Canali ha deposto nell'aula bunker del carcere messinese di Gazzi dove e' in corso il processo scaturito dall'operazione Mare Nostrum. Il pm in una lettera ha fatto riferimenti all'omicidio del giornalista Beppe Alfano e alla presunta estraneita' dalla vicenda del boss Giuseppe Gullotti condannato all'ergastolo come mandante. Il magistrato ha precisato che ''si tratta di sue convinzioni personali legate agli atti e agli accadimenti successivi al processo''.Fonte: ANSA
300 mila euro sequestrati a Fanara
FAVARA (AGRIGENTO) - Un appartamento con garage per un valore di circa 300 mila a Favara è stato confiscato dai finanzieri del Comando provinciale di Palermo a Pasquale Fanara, 49 anni condannato a sei anni di reclusione per associazione mafiosa nell'ambito del processo Akragas. È stato accusato di appartenere alla famiglia mafiosa di Favara. Secondo le fiamme gialle, Fanara "possedeva beni di valore sproporzionato e non giustificabile rispetto agli esigui redditi dichiarati nel tempo".04/04/2009Fonte: La Sicilia
Cognome d'arte..
AGRIGENTO- I carabinieri del reparto operativo di Agrigento hanno arrestato, ieri sera a Palermo, Alberto Provenzano, 43 anni, ritenuto elemento di spicco della famiglia mafiosa di Burgio. L'arresto è avvenuto in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale di Palermo Antonella Consiglio su richiesta della Dda di Palermo. Provenzano, secondo la Dda, nel marzo del 2002, per agevolare Cosa Nostra, assieme ad altri indagati, avrebbe costretto un imprenditore incaricato di effetturare lavori di consolidamento sulla statale 186, in territorio di Burgio, a consegnare 20 milioni di lire. Provenzano, imponendo il pagamento della somma di denaro, avrebbe affermato che sarebbe stata garantita la sicurezza del cantiere e nemmeno "i mezzi avrebbero preso fuoco". L'indagine è il seguito dell'operazione antimafia "Sacco Matto" dello scorso luglio che ha portato in carcere fra Sciacca, Burgio, Lucca Sicula, Montevago, Sambuca 34 persone.04/04/2009Fonte: La Sicilia

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