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Timestamp: 2020-02-25 14:25:41+00:00

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Non deve tornare in carcere chi evade dal luogo di esecuzione degli arresti domiciliari
limiti di applicabilità della custodia cautelare in carcere ex art. 275, comma 2-bis, c.p.p. non possono essere derogati facendo riferimento all’art. 391, comma 5, c.p.p., il quale ammette l’applicazione di una misura coercitiva in deroga ai limiti previsti dall’art. 274, comma 1, lett. c) e 280 c.p.p. ma non anche alla disposizione generale oggetto del citato art. 275, comma 2-bis, c.p.p..
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 39114/19; depositata il 24 settembre
SENTENZA sul ricorso proposto da: M.F. nato a R. avverso l'ordinanza del 17/04/2019 del Tribunale del riesame di Roma udita la relazione svolta dal Consigliere Maria Sabina Vigna; sentite le conclusioni del Sostituto Procuratore Generale Roberta Maria Barberini che ha chiesto l'annullamento senza rinvio della ordinanza impugnata.
RITENUTO IN FATTO 1. Con l'ordinanza impugnata, il Tribunale del riesame di Roma ha accolto l'appello proposto dal pubblico ministero ed applicato a M. F.la misura della custodia cautelare in carcere in relazione al reato di evasione da lui commesso il 15 marzo 2019. 1.1. Il Tribunale, all'esito dell'udienza di convalida dell'arresto, aveva respinto la richiesta di applicazione della misura inframuraria sul presupposto che in ipotesi di evasione non aggravata non è consentita l'applicazione della custodia cautelare in carcere, essendo tale reato punito con pena inferiore al limite di cui all'articolo 275, comma 2-bis cod. proc. pen. 1.2. Il Tribunale del riesame, nell'accogliere l'appello, ha osservato che i limiti di applicabilità della misura della custodia cautelare in carcere previsti dall'articolo 275, comma 2-bis, cod. proc. pen. possono essere superati dal giudice qualora il giudice ritenga, secondo quanto previsto dal successivo comma terzo, prima parte, della norma citata, comunque inadeguata a soddisfare le esigenze cautelari ogni altra misura meno afflittiva. In ogni caso il Collegio della cautela ha ritenuto, richiamando alcuni arresti di legittimità sul punto, che ai sensi dell'art. 391, comma 5, cod. proc. pen. nei casi di arresti per evasione possa sempre essere applicata la misura del custodia cautelare in carcere anche al di fuori dei limiti di pena previsti dagli artt. 274, comma 1, lett. c) e 280 cod. proc. pen. 2. Avverso l'ordinanza del Tribunale del riesame ricorre per cassazione M.F., a mezzo del difensore di fiducia, che deduce: 2.1. Vizio di motivazione per erronea applicazione dell'art. 310 cod. proc. pen. in relazione al mancato rispetto del principio del devoluto. Nel proprio atto di impugnazione il pubblico ministero lamentava un'erronea valutazione da parte del giudice in relazione al reato contestato e alla omessa valutazione da parte di quest'ultimo della contestata recidiva di cui all'art. 99, quarto comma, cod. pen., con conseguente ammissibilità della custodia cautelare in carcere posto che, in caso di riconoscimento della recidiva, ì limiti preclusivi di cui all'art. 275, comma 2-bis, cod. pen. sarebbero stati pacificamente superati. 2.2. Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 275, comma 2-bis, cod. proc. pen. e all'art. 310 cod. proc. pen. Dalla lettura del provvedimento impugnato non è dato comprendere quali fossero gli elementi valutati dal Tribunale che escludessero la sussumibilità del fatto nella ipotesi di lieve entità, posto che lo stesso è stato sorpreso nel giardino condominiale con il proprio cane, senza che vi fosse alcun elemento che potesse
fare ritenere che l'interessato stesse commettendo qualsivoglia tipo di reato (diverso ovviamente dall'evasione). Inoltre, la misura della custodia cautelare in carcere non poteva essere applicata poiché l'art. 391, comma 5, cod. proc. pen. consente di derogare esclusivamente ai limiti previsti dagli artt. 274, lett. c), e 280, cod. proc. pen., ma non anche alla nuova preclusione di cui all'art. 275, comma 2-bis, cod. proc. pen. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso è fondato e la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio al Tribunale di Roma per nuovo esame. 2. Non è condivisibile la censura relativa alla violazione del principio devolutivo. Pur non essendo in discussione, nell'appello cautelare, il principio tantum devolutum quantum appellatum, con la conseguenza che i motivi posti dalla parte a sostegno dell'impugnazione determinano l'oggetto del giudìzio, circoscrivendo la cognizione del Tribunale della libertà ai punti della decisione che hanno formato oggetto di censura, va tuttavia precisato che il suddetto principio ha, nel procedimento ex art. 310 cod. proc. pen., un rilievo assai minore rispetto a quello che gli viene riconosciuto in sede di impugnazione avverso decisioni sul merito dell'accusa, giacché, essendo le decisione in materia de libertate emessa rebus sic stantibus ed essendo funzionale alla tutela degli specifici interessi tutelati dall'art. 274 cod. proc. pen., la cognizione del giudice d'appello - che sia investito dall'impugnazione dell'indagato o del Pubblico Ministero - deve, per assolvere alla sua funzione, esplicarsi con la completezza richiesta dalla natura della decisione invocata, e quindi riguardare tutti gli elementi richiesti per l'applicazione, il mantenimento o la sostituzione della misura. In ogni caso va considerato, con riferimento al principio devolutivo dell'appello (ordinario o cautelare), che la cognizione del giudice è limitata ai punti della sentenza impugnata ma non all'ambito dei motivi dedotti, in particolare quando i punti investiti dal gravame si trovino in rapporto di pregiudizialità, dipendenza, inscindibilità o connessione con altri non oggetto di gravame, così da rendere necessaria, per il giudice del gravame, una completa "cognitio causae" nell'ambito del "devolutum" (Cass., n. 2559 del 26/6/1995). Il Tribunale del riesame ha, quindi, correttamente ritenuto di potere accogliere l'appello del pubblico ministero per motivi diversi da quelli prospettati. Deve ricordarsi che il giudice dell'appello cautelare non incorre nel vizio di ultrapetizione, conseguente alla violazione del principio di devoluzione parziale, ove prenda in esame il punto della sussistenza di esigenze cautelari nella sua interezza, al di là delle specifiche esigenze che nell'atto di appello siano state indicate come oggetto di erronea valutazione (Sez. 1, n. 19992 del 29/04/2010, Brega Massone, Rv. 247615). Nelle impugnazioni incidentali de liberate il punto della decisione è costituito dal periculum libertatis, inscindibilmente e globalmente inteso, quali che siano le specifiche esigenze tipizzate dall'art. 274 cod. proc. pen. di cui nella specie si supponga la probabile lesione. Per integrare la nozione giuridica di punto non basta, infatti, la autonomia concettuale della relativa quaestio juris ve! facti (in relazione a deduzioni in fatto e/o argomentazioni in diritto sviluppate); occorre, bensì, che la questione si traduca in una precisa statuizione, scandita nel dispositivo e dotata di autonoma rilevanza. In tema di esigenze cautelarí, però, importa esclusivamente, a tale riguardo, se ricorra (almeno) alcuna di esse (così da consentire la applicazione o la prosecuzione della misura) ovvero nessuna (così da ostare alla applicazione della misura o da imporne la revoca); mentre non hanno rilevanza i profili quantitativo (sussistenza di una sola esigenza o concorso di più esigenze) e qualitativo (ricorrenza di una della previsioni dell'art. 274 cod. proc. pen. piuttosto che di una altra), in quanto le suddette alternative non hanno influenza sul dispositivo (Sez. 6, n. 13863 del 16/02/2017, Ferro, Rv. 269461). 3. La prima censura del secondo motivo di ricorso è manifestamente infondata, posto che il Collegio della cautela ricostruisce con una motivazione congrua e logica la dinamica dei fatti e spiega le ragioni per le quali la condotta di evasione dell'imputato non può essere considerata di lieve entità. 3.1. E' fondata la seconda doglianza del secondo motivo di ricorso che censura l'applicazione della misura della custodia cautelare in carcere in presenza di reato punito con pena detentiva inferiore al limite di cui all'art. 275, comma 2-bis, cod. proc. pen. 3.2. In virtù dell'art. 275, comma 2-bis, secondo periodo, cod. proc. pen. «ferma restando l'applicabilità degli articoli 276, comma 1-ter, e 280, comma 3, cod. proc. pen.» la custodia in carcere non può essere applicata, qualora si preveda che, all'esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre anni di reclusione. Il reato di evasione è punito con una pena fino a tre anni di reclusione, salvo che ricorra alcuna delle circostanze aggravanti ad effetto speciale di cui al secondo comma della medesima disposizione. Il Tribunale di Roma ha, invero, ritenuto che in tal caso, pur prospettandosi, in ragione della cornice edittale propria del delitto di evasione, l'irrogazione di una sanzione non superiore ai tre anni, potesse, comunque essere applicata la misura di massimo rigore in ragione di quanto previsto dal'art. 391, comma 5, cod. proc. pen. 3.3. Deve sottolinearsi che l'allontanamento non autorizzato dal luogo di esecuzione degli arresti domiciliari, nel sistema del codice di rito, rileva sotto due distinti profili, oggetto di separati procedimenti (Sez. 6, n. 40994 dell'1/1/2015, El Mkhatri, Rv. 265609): la violazione della originaria misura coercitiva, che impone di verificare la sua permanente adeguatezza a fronteggiare le esigenze cautelari poste a base della misura, e la commissione di un autonomo delitto di evasione, che consente l'arresto anche fuori dai casi di flagranza ai sensi dell'art. 3 del decreto legge 13.5.1991, n. 152, convertito, con modifiche, nella legge 12.7.1991, n. 203. In tale ambito è di tutta evidenza che la deroga delle previsioni degli art. 276, comma 1-ter, e 280, comma 3, cod. proc. pen. sia operativa solo con riferimento alla misura coercitiva disposta in via di aggravamento di quella originaria e non già con riferimento all'autonomo titolo cautelare emesso in relazione al delitto di evasione (Sez. 6, n. 18856 del 15/03/2018, Fasciolo, Rv. 273248). Né è possibile ovviare ai limiti di applicabilità della custodia cautelare in carcere dettati dall'art. 275, comma 2-bis, cod. proc. pen., facendo riferimento alla disposizione di cui all'art. 391, comma 5, cod. proc. pen., la quale prevede una deroga in relazione ai delitti per i quali l'arresto è consentito anche fuori dai casi di flagranza (come per l'evasione), ammettendo l'applicazione di una misura coercitiva in deroga ai limiti di pena previsti dagli artt. 274, comma 1, lett. c) e 280 cod. proc. pen., ma non alla norma generale di cui all'art. 275, comma 2- bis, cod. proc. pen. In senso contrario, non è in alcun modo sostenibile che l'art. 391, comma 5, cod. proc. pen. possa essere interpretato in maniera estensiva, ritenendo che la deroga che esso contempla alle "soglie dì sbarramento" di cui agli artt. 274, comma 1 lett. c), e 280 cod. proc. pen. debba abbracciare anche quella di più recente introduzione, ex art. 275, comma 2-bis cod. proc. pen. Il primo ed assorbente ostacolo che si frappone ad una siffatta lettura della norma è costituito dal carattere derogatorio in malam partem suo proprio, onde, vertendosi in tema di limitazioni alla libertà personale e, dunque, ad un bene costituzionalmente garantito, ne discende che tutte le eccezioni peggiorative all'ordinario regime cautelare non solo non sono suscettibili di interpretazione analogica, ma non possono che essere passibili di stretta interpretazione letterale, con esclusione di quella estensiva. D'altro canto, il limite di pena previsto dall'art. 280 cod. proc. pen. non è affatto omogeneo a quello previsto dall'art. 275 comma 2-bis cod. proc. pen.: il primo, infatti, si rapporta alla pena edittale prevista per il reato, al chiaro scopo di introdurre una selezione fra le fattispecie, riservando solo a quelle connotate astrattamente da maggiore gravità la possibilità che il soggetto che le abbia violate sia sottoposto alla più afflittiva misura consentita; laddove il secondo concerne la gravità in concreto dell'illecito per cui si procede, quale desumibile dall'entità della pena che ragionevolmente si prevede che verrà irrogata al colpevole (Sez. 6, n. 32498 del 05/07/2016, Vasta, Rv. 267985; Sez. 6, n. 31583 del 23/06/2016, Halílovic, Rv. 267681). Allo stesso modo, il limite di pena di cui all'art. 274, comma 1 lett. c), cod. proc. pen. - che è il medesimo previsto dal succitato art. 280 - si riferisce ad un peculiare profilo in tema di esigenze cautelari, anche in tal caso richiedendo che, ove siano ravvisate dal giudice quelle legate al pericolo di concreta ed attuale reiterazione di reati della stessa specie di quello per cui si procede, debba trattarsi di reati astrattamente di indubbia significatività, desumibile dal tetto massimo della pena edittale per essi prevista. Non può giungersi a diversa conclusione avendo riguardo, come fa il Tribunale del riesame di Roma, alla clausola di riserva del secondo periodo dell'art. 275, comma 2-bis, cod. proc. pen ("Salvo quanto previsto dal comma 3 ..."), atteso che la stessa deve essere logicamente riferita alle fattispecie derogatorie dallo stesso previste e non già alla previsione generale con cui si apre il comma 3 ("La custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando le altre misure coercitive o interdittive, anche se applicate cumulativamente, risultino inadeguate"). Posto che l'art. 275, comma 2-bis, cod. proc. pen. introduce, come si è detto, una ulteriore "soglia di sbarramento", priverebbe di valore tale disposizione consentirne il generalizzato superamento sulla scorta di una valutazione discrezionale sempre rimessa al giudice, quale appunto quella del primo periodo dell'art. 275, comma 3, del codice di rito. La clausola in questione si spiega, invece, se rapportata alle ipotesi di cui alla seconda parte del medesimo comma 3 dell'art. 275 cod. proc. pen., in quanto connotate da una valutazione presuntiva, perché operata a monte dallo stesso legislatore, di pericolosità dell'agente e di adeguatezza della massima misura coercitiva (Sez. 6, n. 32498 del 05/07/2016, Vasta, Rv. 267985). In conclusione, colui che, trasgredendo alle prescrizioni degli arresti domiciliari, si allontani dal domicilio e venga poi arrestato per evasione, non potrà essere poi sottoposto a custodia cautelare in carcere in relazione a tale delitto, salvo che gli arresti domiciliarì non possano essere disposti per sopravvenuta mancanza di uno dei luoghi di esecuzione indicati nell'articolo 284, comma 1, cod. proc. pen. Alla luce di quanto fin qui esposto si rende necessario, in conclusione, l'annullamento dell'ordinanza impugnata con rinvio degli atti al Tribunale del riesame di Roma perché proceda a nuovo esame sui punti e profili critici segnalati, adeguandosi ai principi di diritto sopra enunciati. P.Q.M. Annulla l'ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Roma, sezione per le misure cautelari personali.

References: art. 275
 art. 275
 sentenza 

SENTENZA 
 sentenza 
 art. 310
 sentenza 
 art. 276
 art. 275
 art. 280