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Timestamp: 2019-04-21 04:07:26+00:00

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Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Ottobre 2018 | Protagoniste in Rete
Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Ottobre 2018
1) Il popolo veneto non è “una minoranza nazionale” che va tutelata secondo le convenzioni internazionali 2) Diritti politici del “cittadino-magistrato” 3) E’ pratica sleale la fornitura non richiesta di schede SIM preimpostate e attivate all’insaputa del consumatore che ne paga i costi 4) L’ e mail all’amante può essere la prova per l’addebito della separazione 5) E’ frode in commercio non indicare nel menu l’utilizzo di prodotti congelati
Avv. Antonio Pascucci, Avv. Elisabetta Silva, Avv. Anna Losurdo, Avv. Enzo Varricchio, Avv. Giuseppe Poli, Avv. Antonella Dario, Dott.ssa Maria Serena Grancagnolo, Dott.ssa Kilda Peretta, Avv. Maria Furfaro
Anno VI, n. 10, indice newsletter ottobre 2018
1) Il popolo veneto non è “una minoranza nazionale” che va tutelata secondo le convenzioni internazionali. E’ incostituzionale la legge veneta che identifica la popolazione di una Regione come diversa e contrapposta alla maggioranza del popolo italiano, quando invece ne è parte, configurando la comunità nazionale come una somma di minoranze distinte ed estranee tra loro.
2) Diritti politici del “cittadino-magistrato”. E’ costituzionale la legge che vieta ai magistrati l’iscrizione, o la partecipazione “sistematica e continuativa”, a partiti politici per tutelarne indipendenza e imparzialità. La libertà di associazione politica, insieme a tutte le altre libertà, rappresenta un cardine essenziale del sistema democratico ma le delicate funzioni da loro svolte non consentono di equipararli in toto agli altri cittadini.
3) Gestori di telefonia mobile & pratiche commerciali scorrette: è pratica sleale la fornitura non richiesta di schede SIM preimpostate e attivate all’insaputa del consumatore che ne paga i costi
4) C’è posta per te. L’ e mail all’amante può essere la prova per l’addebito della separazione
5) Italian food. E’ frode in commercio non indicare nel menu l’utilizzo di prodotti congelati poichè viene somministrato un bene diverso rispetto a quello richiesto.
Corte Costituzionale, sentenza 20 aprile 2018, n. 81
– la popolazione di una Regione non può essere identificata come minoranza da proteggere, diversa e contrapposta alla maggioranza del popolo, soltanto per il fatto stesso di essere riferibile ad una “parte” che compone lo Stato. Al contrario, si devono considerare “minoranze” quelle realtà ulteriori che si distinguono dalle componenti della Repubblica che sono i Comuni, Città metropolitane, Province e Regioni;
– tale identificazione lede inoltre il principio di unitarietà della comunità nazionale, la quale non può essere vista come una somma materiale di tante minoranze estranee e distinte tra loro;
– riconoscere una minoranza è possibile, e necessario, solo quando un determinato gruppo collettivo è caratterizzato da specifiche particolarità culturali che giustifichino una protezione particolare differenziata rispetto alla generalità del popolo. Ciò non si verifica nel caso concreto della popolazione veneta che non si trova in alcuna situazione di pericolo di lesione di diritti fondamentali;
– in ogni caso, in tema di protezione delle minoranze nazionali può “legiferare” soltanto lo Stato perché si tratta di un tema che incide nei rapporti internazionali dello Stato stesso e che potrebbe comportare discriminazione verso il resto della popolazione nazionale;
– inoltre quella legge prevede che le spese di attuazione della medesima, ivi compresa l’istituzione di un ente per raccogliere le “dichiarazioni individuali di appartenenza a tale minoranza” siano a carico dalle amministrazioni statali (centrali e periferiche). Con ciò violando i principi di organizzazione delle risorse finanziarie previsti dalla Costituzione.
La Regione Veneto si costituisce in giudizio affermando, in primo luogo, che non ha voluto sostituirsi allo Stato nel compito di legiferare in materia di minoranze ma solo esprimere la aspirazione a “non perdersi nel mare magnum dell’indistinto globalizzato” e che, in secondo luogo, nonostante sia previsto che le spese di attuazione della legge siano a carico dell’amministrazione statale, per ora non è stato stabilito in concreto
nessun onere economico, e quindi non vi sarebbe alcuna lesione dei principi costituzionali di organizzazione finanziaria.
La legge regionale impugnata qualifica il «popolo veneto» – e cioè l’intera popolazione vivente nel territorio delle province e della città metropolitana elencate nell’art. 1, commi 2 e 3, della legge regionale statutaria 12 aprile 2012, n. 1 (Statuto del Veneto) – come “minoranza nazionale” ai sensi della Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali, fatta a Strasburgo il 1° febbraio 1995, ratificata e resa esecutiva con la legge 28 agosto 1997, n. 302. Ciò contrasterebbe con l’art. 114, primo comma, della Costituzione perché tale norma costituzionale, nel prevedere che Comuni, Province, Regioni, Città metropolitane e Stato concorrono nelle loro componenti personale e territoriale a formare la Repubblica, andrebbe intesa nel senso che la popolazione riferibile a uno di tali enti esponenziali non possa essere anche identificata per ciò solo come “minoranza nazionale”, staccata e contrapposta rispetto alla maggioranza della popolazione della Repubblica e per questo meritevole di protezione ai sensi della convenzione-quadro. Una tale qualificazione della popolazione del Veneto lederebbe altresì il principio di unità e indivisibilità della Repubblica, di cui all’art. 5 Cost., principio fondamentale dell’ordinamento costituzionale, sottratto persino al potere di revisione costituzionale, come questa Corte avrebbe affermato nella sentenza n. 118 del 2015, resa sempre nei confronti della Regione Veneto. Il ricorrente osserva che l’art. 5 Cost. rappresenta la Repubblica come una comunità nazionale dotata di una propria identità e generatrice di un ordinamento unitario e non come «una somma materiale di minoranze autopostesi come tali, l’una estranea all’altra e coesistenti tra loro su una base giuridicamente non definita ma comunque precaria».
Corte costituzionale, sentenza 20 luglio 2018, n. 170.
La sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura (CSM) solleva questione di legittimità costituzionale della norma che prevede quale illecito disciplinare l’iscrizione, o la partecipazione regolare e continuativa, dei magistrati ai partiti politici, anche se si tratta di magistrati fuori ruolo, collocati in aspettativa “per motivi elettorali”.
Il caso nasce dall’azione disciplinare nei confronti di Michele Emiliano, magistrato in aspettativa per l’assunzione di diversi incarichi politici (da ultimo, Presidente della Regione Puglia), perché, per il loro svolgimento, si è iscritto ad un partito politico, il PD, ed ha partecipato alla sua attività in maniera regolare e continuativa.
La sezione disciplinare del CSM ritiene che la norma violi i diritti politici riconosciuti dalla Costituzione, ed in particolare il diritto di elettorato passivo (cioè di essere eletti), che deve considerarsi diritto inviolabile della persona per ogni cittadino.
Inoltre, il CSM sottolinea che:
- è consentito ai magistrati di essere eletti al Parlamento nelle liste di partiti politici, di iscriversi ai relativi gruppi parlamentari e di contribuire ad attuarne la linea politica a livello nazionale, dal che il “confine tra la militanza politica e la candidatura indipendente è spesso incerto”;
- e che, dunque, sarebbe irrazionale e contradditorio consentire ai magistrati di assumere ruoli politici, e, nel contempo punirli per situazioni (come l’aperto schieramento politico) che sono strettamente legate all’essenza stessa di quei ruoli.
Diverso sarebbe, sottolinea inoltre il CSM, il caso dei magistrati in aspettativa per lo svolgimento di funzioni tecniche di consulenza, per i quali il divieto in esame pare invece essere giustificato.
Nel caso di Emiliano, il CSM evidenzia che il magistrato è collocato in aspettativa da dodici anni, ed è stato eletto per ricoprire ruoli politici che implicano, per la loro stessa natura, la necessità di attuare la linea politica concordata con il partito che lo ha candidato e che lo sostiene.
D’altro canto, sostiene il CSM, la libertà di associazione politica in capo ad ogni cittadino costituisce un’espressione della libertà di associazione e rappresenta, insieme a tutte le altre libertà un cardine essenziale del sistema democratico.
L’Avvocatura dello Stato rileva invece che è ben vero che i magistrati debbano poter godere degli stessi diritti di libertà garantiti agli altri cittadini ma che, per le delicate funzioni che svolgono, non possono essere del tutto equiparati ad essi, così che si giustifica l’imposizione di speciali doveri a loro carico.
Si costituisce in giudizio anche il diretto interessato M. E. rilevando, tra l’altro, l’importanza della questione sollevata per il “riconoscimento dei diritti politici del cittadino-magistrato”.
La Corte costituzionale respinge la questione sollevata dal CSM affermando che:
- la norma in esame ha inteso delimitare il disvalore disciplinare alle sole ipotesi di un coinvolgimento, non occasionale, bensì rivelatore di uno schieramento stabile ed organico del magistrato con una delle parti politiche in gioco;
- per i magistrati, infatti, un conto è l’iscrizione o comunque la partecipazione sistematica e continuativa alla vita di un partito politico, altro è l’accesso alle cariche elettive e agli uffici pubblici di natura politica che, a determinate condizioni, la legislazione loro consente;
- non è irragionevole operare una distinzione tra le due ipotesi, e perciò considerare illecito disciplinare il coinvolgimento sistematico e continuativo e nel contempo esercizio di un diritto fondamentale essere eletto agli uffici pubblici;
-è ovvio che i magistrati devono essere anch’essi liberi di esprimere le proprie opinioni, anche di natura politica, ma la delicatezza della funzione che svolgono suggerisce di porre dei limiti all’esercizio di quei diritti, giustificati dall’esigenza di tutelare la loro indipendenza ed imparzialità;
- la Costituzione attribuisce, perciò, al legislatore la facoltà di bilanciare la libertà di associarsi ai partiti con la necessità di assicurare l’indipendenza dei magistrati (come del resto di altre categorie di funzionari pubblici). E ciò al fine di scoraggiare attività o comportamenti adatti a creare legami stabili tra i magistrati e i partiti, che possano compromettere l’indipendenza e l’imparzialità dei giudici, anche solo a livello apparente, specialmente in un sistema come il nostro, che consente al magistrato di tornare a fare il suo mestiere in caso di mancata elezione o di fine del mandato elettivo o dell’incarico politico;
- per la stessa ragione, la norma disciplinare esaminata vieta anche altri comportamenti, come il coinvolgimento nelle attività di soggetti operanti nel settore economico o finanziario, che, può creare anch’essa legami idonei a condizionare (anche per il futuro) l’esercizio delle funzioni del magistrato;
- quindi, pur sapendo che il magistrato non si candida “da solo”, e che la rappresentanza politica in Italia si attua attraverso i partiti politici, per il magistrato deve rimanere fermo il divieto di iscrizione ad un partito politico, così come una partecipazione stabile e continuativa all’attività di un partito;
- chiaramente, non ogni partecipazione a manifestazioni politiche o ad iniziative di partito deve essere punita a livello disciplinare;
- infatti, a parte l’iscrizione al partito, che indica di per sé uno stabile e continuativo appoggio del magistrato ad un determinato partito politico, il giudice disciplinare valuterà di volta in volta se si presentino i caratteri della sistematicità e continuità della partecipazione del magistrato alla vita di un partito, così da adottare la soluzione al caso concreto.
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, lettera h), del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109, recante «Disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati, delle relative sanzioni e della procedura per la loro applicabilità, nonché modifica della disciplina in tema di incompatibilità, dispensa dal servizio e trasferimento di ufficio dei magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera f), della legge 25 luglio 2005, n. 150» come sostituito dall’art. 1, comma 3, lettera d), numero 2), della legge 24 ottobre 2006, n. 269 (Sospensione dell’efficacia nonché modifiche di disposizioni in tema di ordinamento giudiziario), promosso dalla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura nel procedimento relativo a M. E. con ordinanza del 28 luglio 2017, iscritta al n. 155 del registro ordinanze 2017 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 45, prima serie speciale, dell’anno 2017.
Visti l’atto di costituzione di M. E., nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nella udienza pubblica del 3 luglio 2018 il Giudice relatore Nicolò Zanon;
uditi l’avvocato Aldo Loiodice per M. E. e l’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri per il Presidente del Consiglio dei ministri.
1.– La sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, con ordinanza del 28 luglio 2017, ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 18, 49 e 98 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, lettera h), del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109, recante «Disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati, delle relative sanzioni e della procedura per la loro applicabilità, nonché modifica della disciplina in tema di incompatibilità, dispensa dal servizio e trasferimento di ufficio dei magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera f), della legge 25 luglio 2005, n. 150», nel testo sostituito dall’art. 1, comma 3, lettera d), numero 2), della legge 24 ottobre 2006, n. 269 (Sospensione dell’efficacia nonché modifiche di disposizioni in tema di ordinamento giudiziario), nella parte in cui prevede quale illecito disciplinare l’iscrizione o la partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici anche per i magistrati fuori del ruolo organico della magistratura perché collocati in aspettativa «per motivi elettorali».
1.1.– La sezione disciplinare rimettente premette che il Procuratore generale presso la Corte di cassazione ha esercitato l’azione disciplinare nei confronti di M. E. – magistrato attualmente fuori del ruolo organico della magistratura per lo svolgimento del mandato amministrativo di sindaco del Comune di Bari (dal giugno 2004 al giugno 2014), di assessore «esterno» del Comune di San Severo e del mandato elettivo di Presidente della Regione Puglia (dal giugno 2015 sino alla data odierna) – contestandogli la violazione degli artt. 1, comma 1, e 3, comma 1, lettera h), del d.lgs. n. 109 del 2006, come modificato dalla legge n. 269 del 2006, per aver ricoperto gli incarichi di segretario regionale del Partito Democratico - PD della Puglia (dall’ottobre 2007 all’ottobre 2009), di Presidente del Partito Democratico - PD della Puglia (dal novembre 2009 al gennaio 2014), nuovamente di segretario del Partito Democratico - PD della Puglia (dal febbraio 2014 al 21 maggio 2016), e, con una successiva contestazione, per aver presentato, nel marzo 2017, la propria candidatura per l’elezione a segretario nazionale del Partito Democratico. Secondo il titolare dell’iniziativa disciplinare tutte le cariche ricoperte – «non coessenziali con l’espletamento dei mandati amministrativi presso gli enti territoriali» – presuppongono, per statuto, l’iscrizione al partito politico di riferimento; in tal modo, M. E., «iscrivendosi ad un partito e svolgendovi attività partecipativa e direttiva in forma sistematica e continuativa», avrebbe violato l’art. 3, comma 1, lettera h), del d.lgs. n. 109 del 2006, che appunto configura quale illecito disciplinare l’iscrizione o la partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici a garanzia dell’esercizio indipendente e imparziale della funzione giudiziaria, «valevole anche in relazione ai magistrati che non svolgano temporaneamente detta funzione per essere collocati fuori del ruolo organico della magistratura».
1.2.– Premette ancora il giudice a quo che deve essere disattesa l’eccezione di estinzione del procedimento disciplinare per decorso del termine annuale formulata dalla difesa ai sensi dell’art. 15 del d.lgs. n. 109 del 2006, in quanto la conoscenza dei fatti che ha dato origine all’azione disciplinare avviata il 30 ottobre 2014 è stata ricondotta ad un articolo di stampa del 2 dicembre 2013 e ad un esposto del 7 marzo 2014, mentre non sono emersi profili che possono assumere un concreto rilievo ai fini della formulazione di circostanziate contestazioni in epoca precedente.
1.3.– Quanto al merito delle censure sollevate, il giudice a quo ricorda il contenuto della sentenza n. 224 del 2009, con cui la Corte costituzionale si è già pronunciata sulla compatibilità dell’art. 3, comma 1, lettera h), del d.lgs. n. 109 del 2006 rispetto ai parametri evocati. Il rimettente sottolinea però la diversità tra il caso da cui avevano avuto origine le questioni allora dichiarate non fondate e quello ora al giudizio della sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura: mentre in quella occasione il magistrato nei cui confronti era stata avviata l’azione disciplinare era stato collocato fuori ruolo «per svolgere funzioni tecniche di consulenza a favore di una Commissione parlamentare»...
Corte di Giustizia, Sezione II, sentenza 13 settembre 2018, cause C-54/17 e C-55/17
Nel 2012 l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, AGCM ha multato Wind, di 200.000 euro e Vodafone, di 250.000 euro, per aver messo in commercio delle schede sim su cui erano preimpostati e preattivati determinati servizi a pagamento, di navigazione internet e di segreteria telefonica, i cui costi venivano addebitati all’utente senza che questi fosse stato previamente informato della loro esistenza.
Secondo l’Autorità garante, tali condotte rientrano nella categoria di pratiche commerciali aggressive, prevista dalla normativa generale europea sulle pratiche commerciali scorrette.
Le società di telefonia ricorrono al Tar Lazio che nel 2013 accoglie i ricorsi sostenendo che l’AGCM non è competente a sanzionare condotte in materia di servizi di telefonia, poiché tali servizi sono disciplinati da una normativa specifica che affiderebbe tale compito ad un’altra Autorità: la Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni (AGcom).
L’AGCM appella la sentenza al Consiglio di Stato che decide di sottoporre la questione alla Corte di Giustizia UE per la interpretazione della normativa europea su le nozioni di “fornitura non richiesta” e “pratica commerciale aggressiva”.
La Corte di Giustizia stabilisce che la vendita di schede telefoniche SIM che abbiano preimpostate o già attivate delle funzioni a pagamento senza che il cliente ne sia a conoscenza costituisce una pratica commerciale sleale e aggressiva poiché si tratta di una fornitura non richiesta dal consumatore. Questo infatti non era a conoscenza di un elemento decisivo nella scelta, il prezzo del servizio acquistato, e quindi non ha scelto ed è irrilevante il fatto che il cliente possa chiedere di disattivare il servizio o che l’utilizzo delle funzioni internet e di segretaria telefonica dipendano da azioni di accesso consapevoli del cliente. Inoltre ci sono alcune funzionalità sempre attive che possono far luogo a connessioni internet effettuate all’insaputa del consumatore.
Poiché si tratta di fornitura non richiesta è applicabile la disciplina generale europea sulle pratiche commerciali scorrette, che non si pone in contrasto con la normativa europea che regola specificamente i servizi di telecomunicazioni. Per questo motivo l’Autorità garante della concorrenza e del mercato è competente a sanzionare queste condotte mentre non è l’Autorità che si occupa invece di comunicazioni.
1 Le domande di pronuncia pregiudiziale vertono sull’interpretazione dell’articolo 3, paragrafo 4, degli articoli 8 e 9 nonché dell’allegato I, punto 29, della direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio («direttiva sulle pratiche commerciali sleali») (GU 2005, L 149, pag. 22, e rettifica in GU 2009, L 253, pag. 18), degli articoli 3 e 4 della direttiva 2002/21/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica (direttiva quadro) (GU 2002, L 108, pag. 33), come modificata dalla direttiva 2009/140/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2009 (GU 2009, L 337, pag. 37, e rettifica in GU 2013, L 241, pag. 8) (in prosieguo: la «direttiva quadro»), nonché degli articoli 20 e 21 della direttiva 2002/22/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica (direttiva servizio universale) (GU 2002, L 108, pag. 51), come modificata dalla direttiva 2009/136/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2009 (GU 2009, L 337, pag. 11) (in prosieguo: la «direttiva “servizio universale”»).
2 Tali domande sono state proposte nell’ambito di due controversie, nella causa C-54/17, tra l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Italia), (in prosieguo: l’«AGCM»)...
Corte di Cassazione, Sezione I civile, ordinanza 27 giugno 2018, N. 16980
Lo scambio di e mail con l’amante dalla quale emerge la inequivocabile volontà di chiudere la relazione con la moglie è valido motivo per l’addebito della separazione. La Cassazione si è confrontata con la questione dell'intollerabilità della convivenza tra gli ex coniugi e, più precisamente, con gli elementi che permettono di imputare la colpa della separazione, al marito ovvero alla moglie.
I giudici hanno in particolare ritenuto sufficiente a dimostrare il tradimento e la "colpa" della separazione anche lo scambio di e-mail di uno dei coniugi con il proprio amante.
Nel caso in esame, il marito aveva riferito alla sua amante che aveva intenzione di lasciare la moglie per sue ragioni personali e, per la Corte di cassazione, la circostanza è sufficiente a dimostrare che l'intollerabilità della convivenza tra marito e moglie doveva essere stata causata dal tradimento del marito. Tuttavia in questo processo è proprio il marito a chiedere l’addebito della separazione alla moglie poiché anch’essa lo tradiva con un altro uomo.
La Cassazione ha ricordato che il coniuge che richiede l'addebito della separazione deve provare il tradimento dell’altro coniuge e che sia per colpa di questo tradimento che la convivenza è divenuta intollerabile. Il coniuge che ritiene invece il contrario, dovrà provare che la crisi di coppia già esisteva prima della relazione extraconiugale.
Nel caso in esame, affinché la separazione fosse addebitata alla moglie, il marito avrebbe dovuto provare che l’infedeltà della donna non solo esisteva ma era stato anche il motivo scatenante la crisi della coppia, tale da risultare intollerabile la prosecuzione della loro convivenza. Invece, secondo la Corte d’Appello che aveva esaminato il caso prima della Cassazione, la crisi coniugale era piuttosto da attribuirsi proprio al marito, che aveva scritto all’amante comunicando di volersi allontanare da casa.
La Corte d'appello di Firenze, con sentenza del 12 agosto 2016, ha rigettato il gravame di S.A. avverso l'impugnata sentenza che aveva pronunciato la separazione personale dal coniuge A.E.M., disposto l'affido condiviso della figlia minore M. (nata nel (OMISSIS)) con domicilio prevalente presso la madre e previsto un articolato regime di frequentazione con il padre; inoltre aveva imposto a S. un contributo di mantenimento per la figlia, di Euro 2000,00 mensili, oltre al 70% delle spese straordinarie, e un assegno di mantenimento per la moglie, di Euro 4500,00 mensili; lo aveva condannato a pagare la sanzione amministrativa di Euro 3000,00, a favore della Cassa delle Ammende, a norma dell'art. 709 ter c.p.c., essendo S. già stato ammonito dal giudice senza esito.
Avverso questa sentenza S. ha proposto ricorso per cassazione, cui si è opposta la A..
I primi quattro motivi di ricorso riguardano la domanda di addebito della separazione. Il ricorrente ha denunciato omesso esame delle relazioni extraconiugali della A., violazione e falsa applicazione dell'art. 151 c.c., comma 2, e art. 2730 c.c., per non avere ammesso la prova orale che avrebbe dimostrato la violazione grave dell'obbligo di fedeltà da parte della moglie e l'insorgere in capo ad essa dell'onere di provare i fatti volti ad elidere il nesso di causalità tra tale violazione e l'intollerabilità della convivenza; per avere dato rilievo a circostanze irrilevanti, come la mancata reazione giudiziaria immediata alla scoperta dell'infedeltà della moglie, e travisato il significato di una email da lui inviata alla A..
I motivi in esame sono infondati nella parte in cui sostengono che il coniuge che voglia fare addebitare la separazione all'altro coniuge...
Corte di Cassazione, Sezione III Penale, sentenza 22.08.2018, n. 38793
Un ristoratore viene rinviato a giudizio davanti al Tribunale penale di Milano con l'accusa di tentativo di frode in commercio per non aver indicato espressamente l'utilizzo di alimenti congelati nel menu del suo locale.
In dibattimento, il ristoratore si difende facendo notare che:
a) nel locale venivano utilizzati prodotti congelati solo in rare ed eccezionali occasioni, come nel caso in cui, di fronte a eccessiva richiesta da parte dei clienti di alcune pietanze, non era possibile garantire che gli alimenti utilizzati per la preparazione dei piatti fossero sempre freschi. In ogni caso, i prodotti congelati, trattati secondo le migliori regole dell'arte, avevano la stessa qualità dei prodotti freschi;
b) i clienti erano informati del possibile utilizzo di alimenti congelati dalla seguente frase riportata sul menu: "gentile cliente, la informiamo che alcuni prodotti possono essere surgelati all'origine o congelati in loco rispettando le procedure di autocontrollo ai sensi del Reg. CE 852/2004. La invitiamo quindi a volersi rivolgere al responsabile di sala per avere tutte le informazioni relative al prodotto che desidera".
Tali difese non vengono condivise dal Tribunale di Milano che condanna l'imputato alla pena di quattro mesi di reclusione sulla base dei seguenti motivi:
a) l'interesse tutelato dalla norma che punisce il reato di frode in commercio, è quello di garantire il leale e scrupoloso comportamento nell'esercizio dell'attività commerciale, interesse che viene senza dubbio leso quando al consumatore venga consegnato un bene diverso, per origine, provenienza, qualità o quantità rispetto a quello oggetto del contratto;
b) il consumatore ha diritto a ricevere una informazione precisa e puntuale, che non dia luogo a fraintendimenti. La frase contenuta sul menu del locale gestito dall'imputato non aveva tali caratteristiche e non era pertanto idonea allo scopo.
La sentenza del Tribunale di Milano è stata confermata dalla Corte di Appello di Milano
e, successivamente, anche dalla Suprema Corte di Cassazione che ha rigettato il ricorso del ristoratore sottolineando “la malafede” dello stesso poiché il sistema informativo da lui predisposto che demandava al personale di sala a cui il cliente poteva rivolgersi per informarsi, non era sufficiente a fornire una puntuale informazione sulla qualità del prodotto venduto.
Infatti non doveva essere il cliente a farsi carico dell'iniziativa conoscitiva della qualità dei prodotti utilizzati, bensì il gestore del locale a doverle fornire tramite un menù idoneo a rappresentare il prodotto offerto e, al tempo stesso, a non indurre l'avventore medio a ritenere che il prodotto fosse sempre fresco.
Un ristoratore viene rinviato a giudizio davanti al Tribunale penale di Milano con l'accusa di tentativo di frode in commercio per non aver indicato espressamente nel menu del suo locale l'utilizzo di alimenti congelati.
In dibattimento, il ristoratore si difende sulla base delle seguenti circostanze: a) nel locale venivano utilizzati prodotti congelati solo in rare ed eccezionali occasioni, ovvero nel caso in cui, a fronte di una eccessiva richiesta da parte dei clienti di alcune pietanze, non era possibile garantire che gli alimenti utilizzati per la preparazione dei piatti fossero sempre freschi . In ogni caso, i prodotti congelati, trattati secondo le migliori regole dell'arte, avevano la stessa qualità dei prodotti freschi. b) i clienti erano informati del possibile utilizzo di alimenti congelati dalla seguente frase riportata sul menu: "gentile cliente, la informiamo che alcuni prodotti possono essere surgelati all'origine o congelati in loco rispettando le procedure di autocontrollo ai sensi del Reg. CE 852/2004. La invitiamo quindi a volersi rivolgere al responsabile di sala per avere tutte le informazioni relative al prodotto che ti desiderate".
Tali difese non vengono condivise dal Tribunale di Milano che condanna l'imputato alla pena di quattro mesi di reclusione per il reato contestato sulla base dei seguenti motivi:
a) l'interesse tutelato dall'articolo 515 del codice penale, norma che punisce il reato di frode in commercio, è quello di garantire il leale e scrupoloso comportamento nell'esercizio dell'attività commerciale, interesse che viene senza dubbio leso quando al consumatore venga consegnato un bene diverso, per origine, provenienza, qualità o quantità rispetto a quello oggetto del contratto;
La sentenza del Tribunale di Milano è stata confermata dalla Corte di Appello meneghina
e, successivamente, anche dalla Suprema Corte di Cassazione la quale, con la sentenza numero 38793 del 2018, ha rigettato il ricorso del ristoratore affermando sulla scorta delle motivazioni seguenti:
a) il sistema informativo predisposto dal ristoratore, demandato all'intervento del personale di sala, al quale il cliente - se lo riteneva opportuno - si sarebbe potuto rivolgere per ottenere le delucidazioni del caso, non era sufficiente a fornire una puntuale informazione sulla qualità del prodotto venduto. Non doveva infatti essere il cliente, se accorto, a farsi carico dell'iniziativa conoscitiva della qualità dei prodotti utilizzati per la preparazione delle pietanze, bensì il gestore del locale a doverle fornire tramite un menù idoneo a rappresentare il prodotto offerto e, al tempo stesso, a non indurre l'avventore medio a ritenere che il prodotto fosse sempre fresco...

References: sentenza 
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 art. 2730
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