Source: http://www.nctm.it/it/aree-di-attivita/restructuring-turnaround
Timestamp: 2016-12-04 14:15:37+00:00

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Nctm - Studio legale | Aree di attività | Restructuring & Turnaround
Restructuring & Turnaround	A mix of domestic and international clients ensures that this firm is engaged in a steady flow of operations.
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Nctm vanta una consolidata esperienza nell’ambito del diritto fallimentare e concorsuale in genere, delle procedure di ristrutturazione del debito, dei distressed investments e delle c.d. special opportunities.
Nctm assiste banche, investitori istituzionali, società italiane e gruppi multinazionali nelle diverse fasi della crisi dell’impresa e delle conseguenti procedure concorsuali, nonché in relazione a tutti i rilevanti aspetti fiscali ed ai contenziosi connessi a procedure concorsuali. Nctm assiste altresì gli organi delle procedure sia nei procedimenti giudiziali che nella gestione delle procedure stesse.
In particolare, Nctm vanta una considerevole esperienza nelle seguenti aree:
assistenza nella predisposizione e negoziazione di piani di risanamento, accordi di ristrutturazione del debito, concordati preventivi e fallimentari, nonché in relazione a procedure di amministrazione straordinaria;
assistenza nelle acquisizioni di aziende, beni o crediti nel contesto delle liquidazioni degli attivi nelle procedure concorsuali;
assistenza per la tutela di posizioni creditorie nell’ambito delle procedure concorsuali e nei rapporti con gli organi delle procedure;
assistenza nell’ambito di giudizi instaurati dagli organi concorsuali, con particolare, ma non esclusivo, riguardo alle azioni revocatorie e di carattere risarcitorio connesse alla gestione dei rapporti con l’impresa insolvente prima del suo assoggettamento ad una procedura;
assistenza ad organi di procedure concorsuali sia nelle liti attive, sia nei giudizi che si svolgono all’interno della procedura, quali opposizioni allo stato passivo.
Schlegel Nctm con Schlegel nell’acquisizione di Giesse
Nctm Studio Legale ha assistito Schlegel International, una divisione di Tyman Plc (quotata alla borsa di Londra), nell’acquisizione del Gruppo Giesse, specializzato in accessori per serramenti in alluminio, con sedi in Italia, Argentina, Francia, Grecia, India, Portogallo, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Brasile, Nord America e Cina. L’operazione è stata realizzata tramite l’acquisto dell’intero capitale sociale della capogruppo italiana Giesse Gruppo Industriale S.p.A. e, separatamente, della società brasiliana Giesse Brasil, nonché di determinate attività e passività di Giesse Gulf.
Schlegel è stata assistita da Nctm con un team guidato dall’equity partner Giuliano Lanzavecchia, coadiuvato dal senior associate Alice Bucolo.	prev
Il Tribunale di Bolzano con una pronuncia articolata affronta diverse questioni interpretative poste dalla disciplina delle offerte concorrenti di cui all’art. 163-bis l.fall. e, prima di tutto, contribuisce a consolidare l’orientamento (già inaugurato da Trib. Forlì 3 febbraio 2016 e da Trib. Rovigo 17 novembre 2015) che consente di disporre la procedura competitiva per la selezione dell’acquirente anche prima della presentazione del piano concordatario, benché la norma faccia riferimento ad un’offerta selezionata dal debitore con il piano.
Il Tribunale precisa poi alcuni temi inerenti alle modalità di svolgimento della procedura competitiva, coordinando la disciplina dell’art. 163-bis l.fall. con quella più generale dell’art. 182 l.fall., applicabile a tute le vendite successive alla domanda di concordato. Il Tribunale in particolare aderisce alla disposizione dell’art. 163-bis l.fall., là dove prevede che l’ulteriore gara tra offerenti abbia luogo solo in caso di più offerte migliorative, traendone la conclusione che in caso di unica offerta valida si possa procedere all’aggiudicazione diretta; la decisione si discosta invece dalla formulazione letterale della norma, là dove questa sembrerebbe presupporre che l’offerta selezionata dal debitore possa divenire inefficace se non adeguata alle prescrizioni del Tribunale, disponendo che anzi il bene sia aggiudicato all’originario offerente se non vi è alcuna ulteriore offerta valida (nello stesso senso cfr. Trib. Mantova 11 agosto 2016). Ciò significa che l’originario offerente non può limitarsi ad attendere un’eventuale proposta migliorativa, confidando di poter partecipare all’ulteriore gara tra offerenti: dovrà invece a sua volta presentare un’offerta conforme alle prescrizioni del Tribunale, potendo rendersi aggiudicatario escusivamente nel caso in cui non sia presentata alcuna offerta valida.
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gli obblighi informativi al Tribunale e al commissario giudiziale sono sufficienti a fornire visibilità sulla gestione finanziaria del debitore concordatario e sul maturare di nuovi debiti prededucibili. Commento
La questione è stata oggetto di alcuni precedenti pronunce della giurisprudenza di merito, giunte conclusioni contrastanti. Tra le più recenti si veda, ad esempio (i) in senso difforme Trib. Benevento 4 febbraio 2016, che ha ritenuto necessaria l’autorizzazione ex art. 182-quinquies l.fall. e (ii) in senso conforme Trib. Rovigo 26 novembre 2015 e Trib. Rovigo 1° agosto 2016 Il Tribunale di Ancona conferma e consolida le conclusioni raggiunte dai citati precedenti conformi, dando continuità alla soluzione che si era già affermata nella giurisprudenza prima delle ultime modifiche normative del 2015, superando i dubbi che sembrano essere posti dalla formulazione letterale delle nuove disposizioni.
La pronuncia in esame, quindi, conferma l’orientamento (cfr. anche Trib. Alessandria 18 gennaio 2016) che in senso più ampio, con riferimento ai contratti pendenti, garantisce maggiore autonomia di gestione al debitore che prosegua l’esercizio dell’azienda e maggiore fluidità dell’attività produttiva esercitata in sede concordataria.
Nel caso affrontato dal Tribunale di Torino, una società in concordato preventivo ha promosso giudizio sommario di cognizione per il pagamento di un proprio credito. Il debitore ha eccepito la compensazione con un credito verso la società ricorrente, ceduto alla resistente dalla propria controllante dopo la domanda di concordato della ricorrente.
Nel caso all’esame del Tribunale di Milano, invece, un creditore di società fallita ha proposto domanda di ammissione al passivo del proprio credito, acquistato in data succesiva al fallimento, al netto della compensazione con un proprio preesistente debito nei confronti della società fallita. Il giudice delegato ha rigettato la domanda ed il creditore ha proposto opposizione allo stato passivo.
L’art. 56 l.fall. ammette ampiamente la compensazione a favore del debitore del fallito, anche nei casi in cui il controcredito non sia esigibile, liquido od omogeneo, essendo sufficiente che i “fatti genetici” di entrambe le contrapposte posizioni creditorie siano preesistenti alla dichiarazione di fallimento.
Il secondo comma dell’art. 56 pone l’unico limite, per i soli crediti verso il fallito non ancora scaduti alla data della dichiarazione di fallimento, quando questi siano stati acquistati per atto tra vivi nell’anno anteriore. Il tema che si pone è quindi se – trattandosi invece di crediti già scaduti – il debitore del fallito possa liberamente acquistarli anche dopo la dichiarazione di fallimento al fine di dedurli in compensazione con il proprio debito.
Le decisioni dei Tribunali di Torino e Milano consolidano l’orientamento estensivo del divieto di compensazione di cui al secondo comma dell’art. 56 l.fall., per i crediti acquistati dopo la dichiarazione di fallimento, recentemente ripreso da Trib. Monza 12 ottobre 2015, il quale aveva offerto un diverso percorso interpretativo fondato sul principio del c.d. “abuso del diritto” così da richiedere una verifica nel caso concreto della ricorrenza della fattispecie.
Le due decisioni qui segnalate, invece, offrono convincenti motivazioni sistematiche idonee a sorreggere la stessa interpretazione in una prospettiva più ampia, che prescinde da uno specifico intento di frodare le ragioni dei creditori concorsuali.
Per ricevere la nostra newsletter restructuring scrivete a: restructuring@nctm.it	Ottobre 2016
The other articles then look at the impact of Brexit on specific sectors: energy, tax, dispute settlement, data protection, insurance, public procurement, insolvency, banking and finance. We hope that in reading these articles you find ideas that will help you manage your responses to the revolutionary changes that are about to happen.	Ottobre 2016
Il Tribunale di Rovigo (1° agosto 2016) conferma che – se l’imprenditore considera opportuno proseguire il contratto e quindi non formulare istanza di scioglimento – le relative obbligazioni devono essere regolarmente adempiute quali atti di ordinaria amministrazione Il caso
Una società in regime di “pre-concordato” formula istanza al Tribunale ai sensi dell’art. 161 settimo comma l.fall., con la quale chiede l’autorizzazione al pagamento dei crediti di alcuni fornitori strategici di beni e semilavorati in forza di contratti conclusi prima della domanda di concordato ed ancora ineseguiti.
I contratti conclusi prima della domanda di concordato proseguono regolarmente, salvo che il debitore assoggettato alla procedura non ne chieda lo scioglimento al Tribunale ex art. 169-bis l.fall. l debiti anteriori alla domanda di concordato possono essere soddisfatti solo ricorrendo i presupposti di cui all’art. 182-quinquies l.fall.
Si tratta quindi di stabilire se il pagamento di debiti che sorgono in forza di contratti pendenti alla data della domanda di concordato debbano essere autorizzati dal Tribunale, quali debiti anteriori alla domanda, ovvero quali atti di straordinaria amministrazione.
Il Tribunale dispone il non luogo a provvedere circa la richiesta di autorizzazione al pagamento.
La motivazione evidenzia che – in assenza di istanza ex art. 169-bis l.fall. – il contratto pendente deve essere adempiuto tra le parti e ciò comporta l’obbligo delle parti di adempiere puntualmente alle obbligazioni assunte. Quale conseguenza viene fatta discendere la qualificazione del pagamento dei corrispettivi ai fornitori, quale atto di ordinaria amministrazione e l’attribuzione a tali crediti del rango prededucibile, senza lesione della par condicio creditorum.
Il Tribunale di Rovigo richiama nella premessa delle proprie motivazioni i precedenti del Tribunale di Modena del 6 giugno e del Tribunale di Alessandria del 18 gennaio che già si erano occupate della prosecuzione dei contratti nel concordato, relativamente ai temi (i) dell’obbligo del contraente in bonis di adempiere la propria prestazione pur a fronte della falcidia del proprio credito pregresso e quindi dell’inammissibilità della richiesta ex art. 182-quinquies di autorizzazione al pagamento di crediti anteriori della controparte contrattuale, e (ii) della prededucibilità dei crediti per nuove prestazioni.
Il Tribunale di Rovigo consolida questo orientamento, sottolineando alcuni ulteriori aspetti:
in assenza di istanza ex 169-bis l.fall. i contratti pendenti alla data della domanda di concordato devono essere adempiuti regolarmente da entrambe le parti;
la decisione in merito alla opportunità economica della prosecuzione dei contratti spetta all’imprenditore;
il pagamento di nuove prestazioni in forza di contratti pendenti esula dall’ambito applicativo dell’art. 182-quinquies fall.;
l’esecuzione dei contratti in corso rientra nell’ambito dell’ordinaria amministrazione;
dalla prosecuzione del contratto e dall’esecuzione in corso di procedura delle prestazioni scaturisce l’attribuzione del rango prededucibile al credito del fornitore.
In pendenza di concordato, quindi, il ricorrente può procedere al pagamento delle forniture correnti senza la preventiva autorizzazione del Tribunale, anche se le relative obbligazioni di fornitura siano state assunte prima della domanda. Il credito del fornitore è prededucibile, in forza delle prestazioni eseguite dopo la domanda di concordato; conseguentemente, rileva il Tribunale, non vi è alcuna lesione della par condicio creditorum, trattandosi di credito sottratto al concorso con gli altri creditori.
Tale conclusione, così ulteriormente confermata, sottraendo il pagamento al preventivo vaglio dell’autorità giudiziaria, da un lato garantisce all’imprenditore in concordato preventivo maggiore autonomia e speditezza nella gestione aziendale e, dall’altro, offre alle controparti contrattuali in bonis maggiore affidamento circa il regolare incasso dei propri crediti per nuove forniture.
Le ricadute della Brexit sulle procedure di insolvenza transfrontaliera dipenderanno in buona parte dalle misure che verranno successivamente adottate, ma non riguarderanno comunque gli “schemes of arrangement” di diritto inglese
Comprendere e orientarsi nell’ambito delle procedure di insolvenza transfrontaliera richiede una profonda conoscenza dei diversi sistemi nazionali, ognuno dei quali è soggetto a principi e regole diverse in materia di giurisdizione e riconoscimento dei procedimenti stranieri. Creditori e debitori guardano, naturalmente, al sistema più favorevole e, in tale quadro, quello del Regno Unito è notoriamente un sistema favorevole ai creditori.
Le fonti che, in quel sistema, regolano la giurisdizione e il riconoscimento delle procedure di insolvenza transfrontaliere sono il Regolamento CE n. 1346/2000 e la Legge Modello dell’UNCITRAL (“Legge Modello”), che è stata recepita dal Cross Border Insolvency Regulations 2006 (“CBIR 2006”).
Il quadro europeo e internazionale delle procedure di insolvenza
La caratteristica principale del Regolamento n. 1346/2000 è quella di consentire l’apertura, nello Stato Membro in cui si trova il centro degli interessi principali (COMI) del debitore, del procedimento di insolvenza (principale), a fronte della contemporanea possibilità di aprire, in ogni altro stato membro in cui il debitore ha una sede, altre procedure (secondarie), secondo le regole locali.
Il nuovo Regolamento UE n. 2015/848, che è una sorta di “restyling” del precedente Regolamento CE n. 1346/2000, troverà applicazione a tutte le procedure di insolvenza aperte a partire dal 26 giugno 2017. Esso introduce, tra altro, diversi cambiamenti in tema di giurisdizione e forum shopping, procedure secondarie, pubblicità delle procedure e insolvenza di gruppo.
La Legge Modello – la quale, al pari delle predette fonti comunitarie, non ha quale obiettivo l’armonizzazione tra i diversi Paesi della disciplina dell’insolvenza sotto il profilo del diritto sostanziale – promuove invece il riconoscimento dei procedimenti stranieri e la cooperazione tra le diverse giurisdizioni. In tale contesto, una delle finalità principali è quella di prevedere procedure semplificate per il riconoscimento e la nomina di un rappresentante della procedura straniera.
Il principale effetto di tale riconoscimento è l’assistenza – necessaria per un equo e ordinato svolgimento dell’insolvenza transfrontaliera – alle procedure straniere: secondo la Legge Modello, i tribunali locali devono cooperare “nella misura massima possibile” con quelli stranieri e con i rappresentati da questi nominati. Ad oggi la Legge Modello è stata recepita da 20 Paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Giappone e Australia.
Tanto il Regolamento n. 1346/2000 quanto la Legge Modello presentano vantaggi e svantaggi: il primo garantisce un riconoscimento automatico, ma è limitato ai Paesi dell’Unione Europea (ma che cosa accade se il Regno Unito esce dall’Unione…?), mentre il secondo ha una portata molto più ristretta per quanto riguarda gli effetti del riconoscimento automatico ma non è limitato ai Paesi dell’Unione Europea.
Le conseguenze della Brexit: inquadramento generale Poco cambierà nel breve periodo, stante il disposto dell’art. 50 del Trattato di Lisbona e, in particolare, il processo dallo stesso previsto prima che il Regno Unito possa uscire dall’Unione Europea.
Nel medio-lungo periodo, quando tale processo sarà completato, le conseguenze della Brexit dipenderanno in gran parte dai termini di uscita che saranno negoziati. In ogni caso, si può immaginare che:
in assenza di una previsione specifica, il Regolamento CE n. 1346/2000 non troverà più applicazione con riguardo al Regno Unito (il che sostanzialmente significa che il Regno Unito e i Paesi Membri dell’Unione Europea non beneficeranno più di un reciproco automatico riconoscimento);
la Legge Modello continuerà ad applicarsi (là dove recepita);
le procedure di insolvenza che non ricadono nell’ambito applicativo del Regolamento n. 1346/2000 rimarranno percorribili nel Regno Unito sin tanto che un’impresa straniera dimostri di avere una “connessione sufficiente” con il Regno Unito (è il caso, per esempio, degli “schemes of arrangement” previsti dal UK Companies Act 2006). La perdita del riconoscimento automatico per le procedure di insolvenza del Regno Unito
Posto che il Regolamento n. 1346/2000 non potrà più applicarsi – a meno che non vengano raggiunti accordi bilaterali con ogni singolo Paese dell’Unione Europea (o con la stessa Unione Europea) – le procedure di insolvenza del Regno Unito non troveranno automatico riconoscimento nell’Unione Europea.
Da un punto di vista pratico, ciò significa che i curatori delle procedure di insolvenza del Regno Unito dovranno affidarsi alle leggi dello Stato Membro in cui chiedono il riconoscimento, con risultati che potrebbero essere differenti a seconda della giurisdizione. Lo stesso potrebbe essere anche per le procedure di insolvenza pendenti nel Regno Unito, sulla base del Regolamento CE n. 1346/2000.
Tutto dipenderà dai contenuti degli accordi di transizione (se ve ne saranno) che potrebbero essere raggiunti tra il Regno Unito e l’Unione Europea. Al riguardo, due sono gli scenari che possono immaginarsi:
il Regno Unito e l’Unione Europea potrebbero accordarsi nel senso che il Regolamento CE n. 1346/2000 (e poi il nuovo Regolamento UE n. 2015/848 continui ad applicarsi;
il Regno Unito potrebbe sottoscrivere accordi bilaterali con più paesi dell’UE.
La perdita del riconoscimento automatico per le procedure straniere di insolvenza
Dall’altra parte, il Regno Unito non sarà tenuto al riconoscimento automatico delle procedure di insolvenza degli altri Stati Membri dell’Unione Europea, e le sue corti potranno decidere discrezionalmente se avviare una procedura di insolvenza in relazione a imprese di diritto straniero non aventi il loro COMI nel Regno Unito.
Al riguardo, bisogna aggiungere che, se è vero che la CIBR 2006 potrebbe aiutare il curatore straniero a ottenere riconoscimento e assistenza dalle corti del Regno Unito, è altrettanto vero – e qui l’aspetto problematico – che soltanto alcuni Paesi UE hanno adottato la Legge Modello (cioè Grecia, Polonia, Romania e Slovenia).
Nessuna assistenza potrebbe essere offerta dall’Insolvency Act 1914 (poi modificato e integrato nel 1986), dal momento che nessuno degli attuali Paesi Membri dell’Unione Europea può essere considerato un “relevant country or territory” secondo la Sezione 426 dello stesso, quantomeno nel significato dei tempi passati quando tale definizione si riferiva ai Paesi strettamente legati all’Impero britannico.
Schemes of arrangement Uno strumento utilizzabile sia per le imprese nazionali che per quelle straniere, che non pare possa essere interessato dalle conseguenze della Brexit, in quanto non ricade nell’ambito applicativo dei Regolamenti n. 1346/2000 e n. 2015/848, sono gli “schemes of arrangement”.
Le corti del Regno Unito – fin tanto che sussiste una “sufficiente connessione” con il loro Paese – sono inclini a omologare “schemes of arrangement” riguardanti imprese straniere, allorché ritengano che lo scheme è in grado di essere portato in esecuzione nella giurisdizione in cui si trovano gli asset dell’impresa debitrice: a tale riguardo, gli effetti della Brexit su altre fonti comunitarie in materia di riconoscimento e scelta della legge applicabile, devono essere tenuti a mente.
Attualmente, il percorso mediante il quale la Brexit verrà portata a termine e l’impatto reale che essa avrà sulle procedure di insolvenza transfrontaliera nell’ambito del Regolamento CE n. 1346/2000 non sono prevedibili.
I benefici che il Regolamento prevede in termini di riduzione dell’incertezza, della complessità, dei costi e dei risultati per i creditori sono ben noti: tali benefici erano assicurati sia in termini di apertura della giurisdizione del Regno Unito alle procedure di insolvenza straniere sia in termini di riconoscimento delle stesse nell’ambito dell’Unione Europea.
Senza un meccanismo alternativo che consenta di preservare tutto ciò, è verosimile che – a parte forse gli schemes of arrangements – la reputazione del Regno Unito di essere un attraente sistema per i creditori in tema di insolvenza transfrontaliera, possa essere intaccata.
Una società presenta ricorso ex art. 161, sesto comma, l.fall. al Tribunale di Milano. Successivamente il commissario giudiziale deposita una relazione in cui segnala che il debitore, dopo il ricorso, ha eseguito alcuni pagamenti di crediti sorti in data anteriore (nella specie, pagamenti a favore dei dipendenti per retribuzioni).
La società nega il carattere fraudolendo di tali pagamenti asserendo che essi sarebbero stati effettuati in buona fede in virtù di un accordo sindacale e costituirebbero atti di gestione ordinaria dell’impresa non richiedenti preventiva autorizzazione. Tali pagamenti non avrebbero inoltre carattere pregiudizievole considerato che i destinatari godrebbero del privilegio previsto dall’art. 2751-bis n. 1 c.c. e che il regolare pagamento delle retribuzioni avrebbe consentito di salvaguardare la continuità produttiva e l’avviamento aziendale.
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Il Tribunale di Firenze ha dichiarato il fallimento in estensione di una società di fatto tra una società a responsabilità limitata (già dichiarata fallita), una persona fisica ed un’altra società a responsabilità limitata, quali soci illimitatamente responsabili.
La Corte d’Appello ha revocato la dichiarazione di fallimento della società di fatto ribadendo il principio della responsabilità limitata nelle società di capitali, con la conseguente non estensibilità ad essa di un fallimento in qualità di socio illimitatamente responsabile.
Il Curatore ha proposto ricorso per cassazione.
In primo luogo, la Corte di Cassazione si è espressa a favore della fallibilità di una società a responsabilità limitata, che si dimostri essere socia di una società di fatto insolvente, precisando che la partecipazione della società ad una società di persone, anche di fatto, non esige il necessario rispetto dell’art. 2361, co. 2, c.c., dettato per le società per azioni, e costituisce un atto gestorio proprio dell’organo amministrativo, il quale non richiede – almeno allorché l’assunzione della partecipazione non comporti un significativo mutamento dell’oggetto sociale – la previa autorizzazione dei soci, ai sensi dell’art. 2479, co. 2, n. 5, c.c.
In secondo luogo, la Suprema Corte ha affermato che l’utilizzo strumentale di una o più società di fatto, al fine di una diversificazione e delimitazione degli investimenti e delle responsabilità di chi le progetta, le dirige e le governa, anche con un sistema di direzione coordinato, di per sé non genera un abuso.
Il beneficio della responsabilità limitata non è perduto dal singolo per il solo fatto di avere violato i principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale delle società dominate, nell’interesse contrario a quello delle società stesse, posto che il rimedio previsto è l’azione di responsabilità risarcitoria ex art. 2497 c.c. La dichiarazione di fallimento non è pertanto la prima risposta all’abuso dello schema societario. Essa richiede invece un rigoroso accertamento dei presupposti organizzativi ed essenziali del contratto di società.
Sulla base di tali presupposti, la Cassazione ha dunque cassato la decisione della Corte d’Appello di Firenze ed ha rinviato ai giudici di merito i quali saranno chiamati ad accertare l’affectio societatis tra la società a responsabilità limitata e gli altri soci, ed inoltre che la società di fatto esprima una sua autonoma e propria insolvenza da verificare muovendo – quale indizio – da quella di uno o più dei suoi soci ovvero del socio cui era inizialmente imputabile l’attività economica, ma senza alcun automatico esaurimento in essa della prova richiesta dall’art. 5 l.fall.
La Cassazione è intervenuta sul tema tradizionale della super-società di fatto, fenomeno a cui si assiste quando una o più società di capitali sono utlizzate per frammentare e segregare attività e patrimoni, nell’ambito di un’unica attività di impresa.
La Corte richiama espressamente la propria precedente decisione n. 1095 del 21 gennaio 2016, la quale – partendo dal presupposto dell’ammissibiltà della partecipazione di una s.r.l. in una società personale – ha concluso per la fallibilità della società di fatto, cui la s.r.l. abbia partecipato, previo rigoroso accertamento dei relativi presupposti (patrimonio e attività comune, effettiva partecipazione ai profitti e alle perdite dei soggetti interessati, vincolo di collaborazione tra i soci) e la sua situazione di insolvenza.
Quanto al fenomeno delle super società di fatto, viene in questa sede ribadito che se l’imprenditore si serve di società strumentali in maniera conforme alla legge e a tutela dell’affidamento generato nei soggetti terzi, è corretto e doveroso che egli si giovi del beneficio della responsabilità limitata. Viceversa, se opera nell’interesse imprenditoriale contrario a quello delle società utilizzate ed in violazione dei principi di corretta gestione (rendendole meri veicoli strumentali all’interesse proprio od altrui), deve diventare responsabile in via diretta per il pregiudizio patrimoniale provocato alle controllate ed ai loro creditori. Da questo punto di vista, occorre poi verificare in fatto se si sia in presenza di una vera e propria super-società di fatto (con la conseguenza dell’estensione di responsabilità ai soci a questo titolo ed inolte della dichiarazione di fallimento), oppure se, in caso contrario, la reposanbilità resti confinata all’azione risarcitoria ex art. 2497 c.c.
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Quando può essere promossa l’azione di responsabilità nel concordato preventivo?
Il Tribunale di Trento (3 marzo 2016) ritiene ammissibile l’azione di responsabilità nei confronti di amministratori e sindaci, trattandosi di concordato liquidatorio, anche se non prevista dal piano ed in assenza di deliberazione da parte dei soci
Una s.r.l. in liquidazione e in concordato preventivo promuove azione di responsabilità nei confronti dei suoi ex amministratori e sindaci.
I convenuti sollevano, tra altre, una serie di eccezioni preliminari in merito all’ammissibilità dell’azione sociale di responsabilità nell’ambito del concordato preventivo liquidatorio, in tema di legittimazione attiva e di procedibilità dell’azione.
Le questioni affrontate dal Tribunale sono state solo occasionalmente affrontate dalla giurisprudenza:
la prima attiene alla sussistenza, tra i beni destinati alla soddisfazione dei creditori nell’ambito di un concordato con cessione dei beni, dell’azione sociale di responsabilità ex art. 2476 c.c. nei confronti di amministratori e sindaci;
la seconda riguarda la necessità che l’azione sia deliberata dai soci come previsto dagli artt. 2476 e 2477 c.c. o dal collegio sindacale come previsto dall’art. 2393, terzo comma, c.c.;
la terza riguarda la legittimazione dei commissari giudiziali a promuovere azioni risarcitorie.
La decisione Il Tribunale di Trento ha deciso:
in primo luogo, che nell’ambito di un concordato preventivo di tipo liquidatorio, l’azione sociale di responsabilità può essere esercitata quando non sia contemplata nel piano concordatario, poiché la cessione dei beni proposta dalla debitrice ex 160 l.fall. non può che riguardare tutti i suoi beni, ivi inclusi i diritti di credito, tra cui rientra l’azione sociale di responsabilità;
in secondo luogo, che l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità nella fase esecutiva del concordato preventivo non necessita di una deliberazione dell’assemblea dei soci o del collegio sindacale, in quanto vengono meno le ragioni di cautela rispetto ad un possibile uso strumentale, per cui il legislatore ha ritenuto di condizionarne l’esercizio da parte degli amministratori;
infine, che nell’ambito del concordato preventivo l’azione di responsabilità può essere esercitata dal liquidatore giudiziale e non anche dal commissario giudiziale, il quale ha unicamente la facoltà, riconosciutagli dall’art. 240 l.fall., di costituirsi parte civile nei processi penali per reati fallimentari.
Quanto al primo tema affrontato dal Tribunale di Trento, la motivazione si fonda sul principio di cui all’art. 2740, secondo comma, c.c., per cui le limitazioni della responsabilità patrimoniale del debitore non sono ammissibili se non nei casi previsti dalla legge, tra cui non sarebbe annoverata la definizione del passivo secondo le regole del concordato preventivo. Non sarebbe quindi ammissibile una cessione parziale dei beni, con esclusione quindi del credito risarcitorio nei confronti degli amministratori e dei sindaci. Il tema della cessione parziale dei beni è controverso (in senso favorevole, tra altri Trib. Mantova 9 ottobre 2014 e Trib. Napoli 5 luglio 2013 [link a http://www.nctm.it/it/news/articoli/il-commissario-ed-il-liquidatore-giudiziale-possono-esercitare-l-azione-di-responsabilit-nei-confronti-degli-amministratori-nella-fase-di-esecuzione-del-concordato-preventivo]; in senso opposto Trib. Torino 5 giugno 2014), ma sembra preferibile ritenere sia ammissibile l’esclusione dall’attivo concordatario destinato ai creditori, per diverse ragioni: (i) un possibile credito risarcitorio deve essere comunque evidenziato nel piano e su di esso deve pronunciarsi il commissario giudiziale nella sua relazione, anche ai fini della revoca del concordato ex art. 173 l.fall.; (ii) i creditori possono quindi esprimere consapevolmente il voto valutando la convenienza della proposta concordataria; (iii) i creditori conservano nel concordato la legittimazione individuale a promuovere l’azione risarcitoria ex art. 2394 c.c. (cfr. Trib. Piacenza 12 febbraio 2015); (iv) l’esclusione di beni e diritti dall’attivo concordatario è certamente ammissibile quando la proposta non contempla la cessione dei beni.
Quanto al secondo principio affermato nella decisione del Tribunale, si può osservare che in assenza di spossessamento nel concordato continuano a trovare applicazione le regole di governo societario, come risulta dal fatto che il legislatore ha previsto espresse deroghe in casi specifici (cfr. art. 185 l.fall. in tema di proposte concorrenti di concordato [link a http://www.nctm.it/it/news/articoli/le-proposte-concorrenti-di-concordato-e-le-offerte-di-acquisto-dopo-la-conversione-del-d-l-n-83-2015-legge-6-agosto-2015-n-132-nuove-opportunit-per-gli-investitori]). In questo senso è anche l’opinione prevalente in dottrina.
Quanto al terzo tema affrontato, la decisione del Tribunale va invece approvata senza riserve: infatti, come già affermato dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. 7 luglio 2015, n. 14052), l’eventuale legittimazione del commissario giudiziale, da un lato sarebbe incompatibile con le funzioni di vigilanza e consultive sull’esecuzione del concordato; dall’altro, la legittimazione a costituirsi parte civile nei processi penali, espressamente riconosciuta dall’art. 240 l.fall., è difficilmente estensibile al di fuori di tale peculiare fattispecie.
Per ricevere l	Luglio 2016
Con la sentenza n. 13719 del 5 luglio 2016 la Corte di Cassazione si pronuncia per la prima volta sulle condizioni necessarie affinché sia riconosciuta l’esenzione da revocatoria degli atti posti in essere in esecuzione di un piano di risanamento attestato
Una banca chiede l’ammissione al passivo di un credito garantito da pegno, erogato in esecuzione di un piano di risanamento attestato ex art. 67 terzo comma lett. d) l.fall. La curatela oppone la revocabilità della garanzia.
Il giudice delegato ed il Tribunale in sede di opposizione ammettono il credito al privilegio sul presupposto che il piano di risanamento attestato determini un’automatica esenzione da revocatoria degli atti conseguenti.
La curatela propone ricorso per cassazione.
Per ricevere la nostra newsletter restructuring scrivete a: restructuring@nctm.it	Giugno 2016
Patti paraconcordatari come parte del piano e della proposta di concordato?
I c.d. “patti paraconcordatari” sono noti nella prassi precedente alle riforme, soprattutto in materia di concordato fallimentare, come accordi tra il fallito e l’assuntore, in base ai quali quest’ultimo si impegna a trasferire al debitore parte dei beni acquisiti in forza del concordato.
Il tema posto nel caso di specie, invece, riguarda la stipulazione da parte del debitore di accordi con alcuni creditori aventi ad oggetto specifici termini e modalità di pagamento degli stessi. Si tratta quindi di valutare se tali accordi restino estranei al piano concordatario, con la conseguenza che i pagamenti ai creditori aderenti possano avvenire oltre l’orizzonte temporale dal piano (che non può eccedere i cinque anni) e non siano soggetti alla verifica sulla corretta esecuzione del piano parte degli organi della procedura.
 sono ammissibili in quanto l’imprenditore può utilizzare ogni strumento giuridico lecito al fine della risoluzione della crisi;
 fanno parte della proposta concordataria ma non nel piano, con la conseguenza che il Tribunale può compiere al riguardo solamente un controllo di legalità, ma non verificarne il corretto e puntuale adempimento;
 nel caso specifico non violano la par condicio creditorum e le regole sul voto, consentendo al contempo un migliore soddisfacimento dei creditori rispetto all’alternativa della liquidazione fallimentare;
 non precludono la manifestazione del voto in sede di adunanza, posto che l’adesione ai patti non può considerarsi come anticipata manifestazione di voto (neppure per il caso in cui, in costanza di piano, fossero stati distribuiti acconti).
 il rispetto della par condicio creditorum con riferimento al trattamento dei creditori aderenti e non aderenti agli accordi;
 la corretta formazione delle maggioranze, senza che le condizioni offerte con gli accordi possano configurare un illecito “mercato di voto”;
 in generale l’idoneità degli accordi a consentire un migliore soddisfacimento dei creditori.
Ferme queste condizioni, una maggiore diffusione dei patti paraconcordatari – sinora utilizzati solo in alcune procedure di rilevanti dimensioni – potrebbe inaugurare un nuovo trend da accogliere favorevolmente, in quanto può consentire un maggiore spazio all’autonomia privata ed una maggiore flessibilità nella formulazione della proposta concordataria.
In particolare, il caso di specie mette bene in luce come i patti paraconcordatari potrebbero colmare uno dei principali limiti del concordato con continuità aziendale, ossia la durata del piano individuata, tendenzialmente, in un orizzonte temporale non superiore a cinque anni. Non si può infatti sottacere che, sebbene questo termine rappresenti una garanzia in punto di prevedibilità della tenuta del piano, secondo le teorie aziendalistiche, nondimeno lo stesso può risultare eccessivamente ridotto se si ritiene che esso rappresenti anche il termine per il soddisfacimento di tutte le passività concordatarie.
La necessità di ricondurre il pagamento dei creditori concorsuali alle sole risorse ritraibili dall’esecuzione del piano, per contro, potrebbe danneggiare creditori che invece sarebbero ben disponibili a dilazionare maggiormente il recupero dei propri crediti, ma con la garanzia di una maggiore percentuale di rimborso (si pensi ad esempio alle banche o ai finanziatori professionali in genere, avvezzi a piani di ammortamento di ben maggiore durata).
Le questioni L’ammissibilità della revocatoria avente ad oggetto la scissione societaria è un tema che, in assenza di pronunce della Suprema Corte, è stato affrontato e risolto in maniera contrastante dalla giurisprudenza di merito.
Secondo un primo orientamento l’actio pauliana sarebbe incompatibile con il sistema di garanzie e la disciplina positiva dettata in materia di scissione societaria, in quanto detto sistema accorda già una protezione ai creditori sociali mediante la facoltà di opporsi alla scissione entro un certo limite temporale (art. 2506-­‐ter che richiama l’art. 2504 c.c.) nonché mediante la previsione di una responsabilità solidale della scissa e della beneficiaria nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto assegnato (art. 2506-­‐quater c.c.) e, infine, attraverso la possibilità di ottenere il risarcimento del danno patito (art. 2506-­‐ter che richiama l’art 2504-­‐quater c.c.).
Secondo un altro orientamento, in senso radicalmente opposto, sarebbe invece ammissibile l’azione, tanto sull’assunto che nel nostro ordinamento manca una norma di diritto positivo che espressamente la impedisca, quanto su quello che l’art. 2504 c.c. si limita a escludere la possibilità che, una volta avvenuta l’iscrizione dell’atto nel registro delle Imprese, possa essere accertata la nullità della scissione, ciò che non precluderebbe la revocatoria, atteso che la pronuncia che la accoglie comporta solo una inefficacia relativa dell’atto.
Sebbene entrambi gli orientamenti giurisprudenziali si fondino su argomenti degni di considerazione, quello seguito dal Tribunale di Bologna appare maggiormente convincente.
Se è vero che la finalità del rimedio generale apprestato dall’azione revocatoria è di consentire ai creditori un soddisfacimento su beni del debitore, come se tali beni non fossero mai usciti dal suo patrimonio, è altrettanto vero che la disciplina speciale della scissione già consente di raggiungere un simile risultato: infatti, la solidarietà prevista ex lege dall’art. 2506-­‐quater c.c. tra la scissa e la beneficiaria nei confronti dei creditori anteriori all’operazione, sostanzialmente “sterilizza” il profilo dell’eventus damni.
In altri termini, pare che il legislatore, consapevole delle peculiarità dell’istituto della scissione, abbia già apprestato un compendio normativo a tutela dei terzi, che appare sufficiente allo scopo e soprattutto consente di non pregiudicare la certezza dei traffici giuridici, particolarmente sentita in ambito societario, che viceversa sarebbe compromessa laddove si ammettesse la revocabilità dell’atto dispositivo del bene.
Il Tribunale di Livorno (11 maggio 2016) stabilisce che i preliminari di vendita di beni ricollegabili alla normale attività di gestione dell’impresa non rientrano nell’ambito applicativo dell’art. 163 bis l.fall. in tema di offerte concorrenti di acquisto
Una società cooperativa, avente come oggetto sociale principale l’acquisto, la costruzione e la vendita di immobili urbani, dopo aver presentato domanda “con riserva” ex art. 161, sesto comma, l.fall, ha depositato la proposta ed il piano concordatari i quali prevedevano tra altro l’esecuzione di tre contratti preliminari aventi ad oggetto immobili destinati a civile abitazione. La questione Il tema sottoposto al vaglio del Tribunale attiene all’applicabilità ai contratti preliminari della disciplina di cui all’art. 163-bis l.fall., la quale prevede che, qualora il piano concordatario comprenda un’offerta da parte di un soggetto già individuato avente ad oggetto il trasferimento a titolo oneroso di specifici beni, il Tribunale deve disporre la ricerca di interessati all’acquisto mediante l’apertura di un procedimento competitivo. L’art. 163-bis l.fall. per espressa disposizione si applica anche quando il debitore ha stipulato un contratto che comunque ha la finalità del trasferimento di specifici beni. La decisione del Tribunale Il Tribunale di Livorno ha ritenuto maggiormente aderente alla ratio della norma ritenere che non rientrino nell’ambito applicativo delle offerte concorrenti i contratti stipulati prima del concordato e relativi alla cessione di singoli beni ricollegabili alla normale attività di gestione dell’impresa, purché gli impegni assunti dal debitore per la vendita dei beni siano effettivamente coerenti con la normale attività di gestione e non celino l’intenzione di cedere i beni aziendali nella prospettiva del piano concordatario. La soluzione viene ritenuta conforme ai principi vigenti nel concordato preventivo, individuati dal Tribunale nell’assenza dello spossessamento del debitore, nel mantenimento delle sue prerogative in tema di gestione ordinaria dell’impresa ma anche nella necessità di tutelare l’affidamento maturato dai terzi che abbiano intrattenuto rapporti con l’imprenditore in linea con l’attività corrente svolta da quest’ultimo. Il Tribunale, nel caso di specie, ritenendo che i contratti in questione fossero relativi alla normale attività dell’impresa ed in linea con il suo oggetto sociale, ha escluso l’applicabilità ai medesimi dell’art. 163-bis l.fall. e ha dunque dichiarato aperta la procedura di concordato preventivo. Commento La pronuncia segalata offre un’interessante chiave di lettura dell’art. 163-bis l.fall., utile a chiarirne meglio la ratio. Il legislatore ha inteso recepire l’orientamento di alcuni tribunali che avevano imposto gare competitive per la vendita dei beni, al fine di fare emergere il prezzo corretto di mercato rispetto a quello previsto dal piano proposto dal debitore. La formulazione letterale della norma sembra effettivamente estendere la disposizione indistintamente a tutte le ipotesi il cui il debitore ed un terzo abbiano concluso un contratto preliminare prima dell’accesso del debitore alla procedura, al fine di evitare condotte che possano eludere la regola della necessaria apertura al mercato della vendita dell’azienda o dei beni del debitore. Tale interpretazione ha trovato in effetti avallo in alcune recenti pronunce, tra cui quella del Tribunale di Alessandria in data 18 gennaio 2016 e quella del Tribunale di Udine del 15 ottobre 2015 (quest’ultima richiamata nella motivazione). Secondo il Tribunale toscano, tuttavia, è opportuno (con richiamo anche alle linee guida del Tribunale di Bergamo) introdurre un criterio distintivo volto a escludere un’applicazione indiscriminata dell’art. 163- bis l.fall. a tutte le ipotesi di contratti preliminari stipulati prima del concordato, escludendo i contratti conclusi in coerenza con l’attività di gestione caratteristica ed ordinaria dell’impresa. Tale soluzione sembra da condividere, perché tiene in considerazione e dà prevalenza alla diversa regola secondo cui i contratti pendenti devono essere eseguiti (salva la facoltà del debitore di scioglierli avvalendosi della facoltà di cui all’art. 169-bis l.fall.), trattandosi di contratti conclusi nell’ordinaria gestione e non con la finalità specifica di predisporre il piano di liquidazione concordataria. Il criterio proposto peraltro permette di evitare abusi, mantenendo ferma l’applicazione dell’art. 163-bis l.fall. quando gli impegni di vendita già assunti dal debitore non siano effettivamente coerenti con la normale attività di gestione, e si inseriscano invece effettivamente nell’ambito della liquidazione che deve svolgersi secondo le regole e le garanzie della procedura. Il contenuto di questo articolo ha valore solo informativo e non costituisce un parere professionale. Per ulteriori informazioni contattare Fabio Marelli, fabio.marelli@nctm.it Per ricevere la nostra newsletter restructuring scrivete a: restructuring@nctm.it Maggio 2016
The word on the street is that the EU is in crisis. It is attached by terrorists, there is a wave of immigrants that will swamp our culture, the Brits are thinking about leaving. The editors of Across have been working in EU affairs collectively for more than 60 years. And we are not aware of any period in the EU’s history where there was not a crisis. Maggio 2016
Il Tribunale di Bolzano (5 aprile 2016) conferma che i contratti bancari autoliquidanti con patti accessori di compensazione o mandato all’incasso possono essere sospesi ai sensi dell’art. 169-bis l. fall., ma impone a cautela della banca che le somme restino a disposizione del commissario
Una società, a seguito della presentazione di una domanda di concordato con riserva, ha chiesto al Tribunale l’autorizzazione alla sospensione di numerosi contratti bancari autoliquidanti (in particolare aperture di credito in conto corrente, utilizzabili sia per elasticità di cassa che per anticipo fatture) alcuni dei quali comprendenti, oltre al mandato all’incasso, anche il patto di compensazione in favore della banca.
I temi sottoposti al vaglio del Tribunale di Bolzano sono (tra altri) i seguenti:
se sia possibile chiedere la sospensione o lo scioglimento di contratti nel “pre-concordato”;
se i contratti bancari autoliquidanti possano essere considerati “contratti pendenti” ai fini dell’applicazione dell’art. 169-bisfall. e quindi siano soggetti allo scioglimento e alla sospensione, in particolare in presenza di cessioni di credito opponibili.
Secondo il Tribunale, è pacifico che la procedura di concordato abbia inizio con il deposito della domanda di concordato, anche con riserva, e quindi il Tribunale, in presenza di domande di sospensione o scioglimento di contratti pendenti, è chiamato a valutare in concreto se, nella prospettiva del prospettato piano concordatario ed alla luce della disclosure del debitore, sia più favorevole la sospensione e/o lo scioglimento del rapporto contrattuale e, in tal caso, a concedere l’autorizzazione.
Il Tribunale ritiene:
che i contratti bancari autoliquidanti siano “contratti pendenti” ai fini dell’applicazione dell’art. 169-bisfall. in quanto costituiti da una serie di negozi giuridici collegati nell’ambito dei quali la banca non ha esaurito le sue obbligazioni mediante l’erogazione dell’anticipazione, dovendosi prendere in considerazione anche il servizio di conto corrente nonché il patto di compensazione ed il mandato all’incasso in rem propriam ad esso connessi;
che l’art. 169-bisfall. non sia peraltro applicabile in presenza di cessioni di credito opponibili, in quanto l’incasso da parte della banca di un credito proprio è indipendente dalla prosecuzione o meno del contratto.
Ad avviso del Tribunale, il mantenimento delle linee di credito autoliquidanti va inquadrato tra i finanziamenti che rispondono ad esigenze di urgenza insite nella fase di “pre-concordato” ai sensi dell’art. 182-quinquies terzo comma l.fall., in presenza di una procedura necessariamente in continuità aziendale.
Il Tribunale ha quindi autorizzato nel caso di specie la sospensione dei contratti bancari, ritenendone sussistente l’utilità rispetto al redigendo piano, posto che l’azienda era concessa in affitto a terzi e quindi non vi era motivo di mantenere operative le linee di credito autoliquidanti. In tale contesto, il Tribunale ha considerato opportuno disporre che gli incassi affluissero sul conto della procedura, nella disponibilità del commissario giudiziale.
La pronuncia del Tribunale si pone in linea con l’orientamento più diffuso dei giudici di merito (da ultimo cfr. Trib. Bergamo 28 gennaio 2016), secondo cui rientrano tra i contratti pendenti di cui all’art. 169-bis l.fall. la concessione di linee autoliquidanti, in forza delle quali come noto la banca, dietro presentazione di fatture, anticipa parte del credito al cliente a fronte del conferimento di mandato all’incasso in rem propriam assistito da patto di compensazione, in modo che la banca possa così rientrare dell’anticipazione una volta incassato il credito. Proprio al fine di impedire che la banca possa effettuare incassi e compensazione dopo la domanda di concordato, realizzando la soddisfazione di propri crediti pregressi, la giurisprudenza ammette la sospensione o scioglimento dei contratti di anticipazione ai sensi dell’art. 169-bis l.fall. (salvo il minoritario orientamento che non consente in nessun caso la compensazione a favore della banca: cfr. Trib. Verona 31 agosto 2015).
Ai fini della concessione dell’autorizzazione, il Tribunale ha correttamente svolto una valutazione in termini di coerenza con i contenuti del piano e, quindi, di rispondenza all’interesse della massa dei creditori, piuttosto che di un bilanciamento di interessi tra banca creditrice e debitore (in senso conforme, App. Milano 29 gennaio 2015). Il Tribunale si è peraltro mostrato sensibile alle esigenze del creditore, in pendenza del termine per il deposito del piano concordatario e per il caso che la procedura non dovesse avere seguito, disponendo l’accantonamento degli incassi sul conto della procedura.
Quanto alla opposta situazione in cui il debitore intende invece proseguire nell’utilizzo di linee autoliquidanti in corso di procedura, il Tribunale mette bene in luce come – oltre alla violazione della par condicio creditorum che consegue alla mera prosecuzione del contratto – l’erogazione di nuove anticipazioni faccia sorgere nuovi crediti prededucibili a danno dei creditori concorsuali: in relazione a ciò il Tribunale sottolinea come sia opportuno che il legislatore con la recente modifica dell’art. 182-quinquies l.fall. abbia previsto che l’ulteriore utilizzo di linee autoliquidanti sia soggetto all’autorizzazione del Tribunale alla stregua di ogni nuovo finanziamento.
Una banca ha chiesto l’ammissione al passivo al privilegio del proprio credito sul fondamento di ipoteca costituita nel periodo sospetto anteriore alla domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo, che non si era poi conclusa ed era conseguito dopo un certo periodo il fallimento.
Tanto il Giudice Delegato quanto il Tribunale pronunciatosi in sede di opposizione allo stato passivo hanno negato il privilegio trattandosi di ipoteca revocabile.
La banca ha quindi proposto ricorso per cassazione.
L’art. 69-bis l.fall. prevede che “nel caso in cui alla domanda di concordato preventivo segue la dichiarazione di fallimento” il periodo sospetto delle azioni revocatorie decorra dalla domanda di concordato, anziché dalla dichiarazione di fallimento.
La banca ha sostenuto che – non essendo stato dichiarato il fallimento contestualmente alla chiusura del concordato – non trovava applicazione l’art. 69-bis l.fall. ed il periodo sospetto ex art. 67 l.fall. non poteva computarsi dalla domanda di concordato, con la conseguenza che la garanzia avrebbe ormai dovuto ritenersi consolidata nel fallimento.
La decisione La Suprema Corte, condividendo la pronuncia del Tribunale, ha escluso la natura privilegiata del credito, ritenendo non consolidata e revocabile ex art. 67 l.fall. l’ipoteca: e ciò in quanto, in presenza di procedure conseguenti il termine a ritroso per l’esercizio della revocatoria decorre dalla prima, non essendo i due procedimenti distinguibili in ragione dello stato di insolvenza (presupposto di entrambi) quanto piuttosto in relazione al giudizio di reversibilità o meno della crisi d’impresa.
Nella fattispecie, quindi, dovendo il termine di cui all’art. 67 l.fall. essere computato (non dalla data di ammissione al concordato, ma) dalla data di pubblicazione della domanda, la garanzia ipotecaria, iscritta nel periodo sospetto, non poteva ritenersi consolidata.
Secondo la Suprema Corte, l’unitarietà della procedura non viene meno là dove sussista un intervallo temporale nella successione dei procedimenti, dovendosi ascrivere entrambi al medesimo dissesto.
Le riforme hanno recepito il principio della consecuzione di procedure, traducendolo in specifiche norme positive. Le finalità perseguite dalla precedente giurisprudenza erano tra altre quelle di (i) far retroagire il periodo sospetto delle revocatorie (oggi previsto dall’art. 69-bis l.fall.), (ii) escludere la revocabilità degli atti compiuti durante il concordato (oggi previsto dall’art. 67, terzo comma, lett. e) l.fall.) e (iii) riconoscere la prededuzione ai crediti sorti durante il concordato (oggi previsto dall’art. 160 settimo comma e 111 secondo comma l.fall.)
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, contrariamente alla Corte di Cassazione ed alla Corte Costituzionale italiane, ammette la soddisfazione parziale del credito IVA, purché un professionista indipendente attesti che non vi sono migliori prospettive in sede fallimentare Il caso
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea si trova ad affrontare il delicato tema relativo all’ammissibilità della falcidia del credito IVA, che tanto la Corte di Cassazione (con le sentenze nn. 22931 e 22932 del 4 novembre 2011) quanto la Corte Costituzionale (con la sentenza n. 225 del 24 luglio 2014) avevano risolto negativamente, assumendo la portata generale e sostanziale da attribuirsi al divieto di cui all’art. 182-­‐ter l.f., anche sul presupposto dell’esistenza nel diritto comunitario di un obbligo per gli Stati membri di procedere ad un integrale riscossione dell’IVA. In senso contrario si è invece espresso recentemente il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. La decisione della Corte
La Corte di Giustizia smentisce quindi la Cassazione e la Corte Costituzionale, giunte a conclusioni opposte ritenendo che l’art. 182-­‐ter l.f. (“con riguardo all'imposta sul valore aggiunto […], la proposta può prevedere esclusivamente la dilazione del pagamento”) imporrebbe un divieto generale di falcidia dell’IVA sempre applicabile, come tale, nell’ambito del concordato preventivo, anche al di fuori dell’istituto della transazione fiscale.
Il Tribunale di Forlì con provvedimento del 3 febbraio 2016 riconosce espressamente la possibilità di ricorrere all’esperimento di una gara tra più offerte concorrenti anche durante la fase successiva alla domanda di concordato preventivo “con riserva” ex art. 161 sesto comma l.fall. Il caso
Una società, previo affitto dei propri rami d’azienda, depositava ricorso per l’ammissione alla procedura di concordato preventivo “con riserva” ex art. 161 sesto comma l.fall.
L’affittuaria manifestava la propria volontà di procedere con urgenza all’acquisto degli stessi e la società debitrice formulava quindi istanza al Tribunale per essere autorizzata alla vendita.
Il tema giuridico riguarda la possibilità di applicare anche alla fase c.d. preconcordataria la previsione di cui all’art. 163-­‐bis l.fall. che impone di indire gara competitiva per la selezione dell’acquirente, quando il piano di concordato comprende un’offerta da parte di un soggetto già individuato per il trasferimento a titolo oneroso di rami d’azienda o di specifici beni. La questione si pone alla luce del fatto che la fase di “pre-­‐concordato” precede il deposito del piano e della proposta ai creditori e la norma richiede invece che l’offerta di acquisto sia contenuta nel piano.
Il Tribunale di Forlì, dopo aver rilevato in primo luogo che la disciplina delle offerte concorrenti si applica a qualsiasi trasferimento di beni in ambito concordatario e, quindi, non soltanto nelle procedure di natura liquidatoria, ma anche nelle procedure con continuità mista e con continuità funzionale alla cessione dell'azienda, afferma altresì che, ai sensi del combinato disposto dell’art. 163-­‐bis ultimo comma l.fall. e 182 quinto comma l.fall., tale norma debba trovare applicazione anche alla fase preconcordataria.
Il Tribunale, in considerazione dell’urgenza nel caso concreto e della convenienza di non perdere l’opportunità di realizzare immediatamente un congruo attivo per la procedura, autorizzava quindi l’indizione di una gara per la vendita competitiva dell’azienda.
La decisione del Tribunale fonda la propria argomentazione:
sull’applicabilità dell’art. 163-­‐bis fall. anche “anche agli atti da autorizzare ai sensi dell'articolo 161, settimo comma”: si tratta degli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione da porre in essere dopo la domanda di concordato “con riserva” e fino all’ammissione;
sul disposto dell’art. 182, quinto comma, l.fall. che prevede l’applicazione della disciplina delle vendite fallimentari alle vendite, alle cessioni e ai trasferimenti posti in essere dopo il deposito della domanda o in esecuzione del concordato: si valorizza qui il dato letterale della norma che non pone distinzione tra domanda “con riserva” o
La decisione conferma un indirizzo già espresso dal Tribunale di Rovigo (17 novembre 2015), attento alle esigenze del caso di specie e, in particolare, alla necessità di perseguire concretamente la finalità del migliore soddisfacimento dei creditori concorsuali.
La vendita competitiva disposta anche in fase preconcordataria a fronte di offerta di acquisto sembra effettivamente garantire al meglio gli interessi dei creditori, senza dover attendere il deposito del piano concordatario, con il rischio di veder sfumare vantaggiose opportunità di realizzo.
Un’interpretazione eccessivamente rigorosa che consentisse l’applicazione dell’art. 163-­‐bis l.fall. solo nel momento in cui la società abbia già proceduto al deposito del piano di concordato avrebbe l’effetto non desiderato di ritardare nei fatti la realizzazione della ratio stessa della norma, senza alcun apprezzabile vantaggio.
Peraltro, la previsione che l’offerta sia contenuta nel piano sembra assumere unicamente il significato di rendere rilevante al fine dell’indizione della gara (i) la scelta da parte del debitore di procedere all’alienazione dell’azienda (in alternativa alla prosecuzione dell’attività con un piano di continuità aziendale “diretta”) nonché (ii) la selezione da parte del debitore dell’offerta ritenuta preferibile. L’istanza per l’autorizzazione alla vendita immediata sembra in effetti presupporre l’esercizio di entrambe queste opzioni da parte del debitore, così come anche la stipulazione di un contratto di affitto di azienda con offerta irrevocabile di acquisto (come nel caso di specie).
La Cassazione stabilisce con la sentenza 19 febbraio 2016, n. 3324 che i pagamenti non autorizzati possono comportare la revoca ex art. 173 l.fall. dell’ammissione al concordato preventivo solo se si risolvono in effettivo pregiudizio per i creditori Il caso
Una società in concordato preventivo eseguiva, in corso di procedura, vari pagamenti relativi a crediti anteriori alla domanda di ammissione al concordato. Il Tribunale di Messina, con provvedimento poi confermato dalla Corte d’Appello, revocava il concordato preventivo e dichiarava il fallimento. Avverso il provvedimento della Corte d’Appello di Messina è stato promosso ricorso in Cassazione.
La questione sottoposta alla Corte di Cassazione attiene alla revocabilità del concordato ex art. 173 l. fall. nell’ipotesi in cui il debitore abbia compiuto, in corso di procedura, pagamenti non autorizzati dal tribunale ai sensi dell’art. 182-­‐quinquies l.fall.
In assenza di una disposizione che specificamente disponga questa conseguenza (come invece l’art. 161, ottavo comma, in caso di inadempimento degli obblighi informativi, ovvero dall’art. 163, terzo comma, in caso di mancato deposito delle spese della procedura) il tema riguarda la possibile intepretazione estensiva dell’art. 173, terzo comma, l.fall. là dove dispone per il caso di compimento di atti eccedenti l’ordinaria amministrazione senza l’autorizzazione del giudice delegato di cui all’art. 167 l.fall.
La Corte di Cassazione ha ricondotto i pagamenti di crediti anteriori alla domanda di concordato agli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, stabilendo tuttavia che ciò comporta la revoca del concordato solo nell’ipotesi in cui, nel caso specifico, siano qualificabili anche come atti di frode alle ragioni dei creditori. La tesi, secondo i giudici di legittimità, è più aderente all’attuale disciplina del concordato preventivo, alla luce del favor del legislatore per le soluzioni negoziali della crisi d’impresa.
La decisione del Suprema Corte si fonda su tre distinti argomenti:
se al giudice non compete accertare né la fattibilità economica del piano né la sua meritevolezza, non si comprende perché il pagamento compiuto in difetto di autorizzazione dovrebbe comportare la revoca del concordato, indipendetemente dall’accertamento del suo disvalore oggettivo e del suo carettere fraudolento;
l’esercizio dell’attività d’impresa non è più soggetto alla direzione del giudice delegato e ciò fa presumere che il potere di autorizzazione riguardi atti che, per la loro rilevanza, potrebbero incidere negativamente sul patrimonio del debitore o essere incompatibili con la realizzazione del piano;
il criterio della “migliore soddisfazione dei creditori” cui fanno riferimento gli artt. 182-­‐quinquies e 186-­‐bis fall. ha acquisito valenza di principio generale per valutare la legittimità degli atti compiuti dal debitore ammesso alla procedura, con la conseguenza che il pregiudizio che un pagamento di crediti concorsuali può arrecare non è desumibile dalla violazione della par condicio: secondo la Corte, infatti, non si può escludere che il pagamento si risolva in un accrescimento, anziché in una diminuzione, della garanzia patrimoniale offerta ai creditori (come accade per il pagamento dei crediti di lavoro, che impedisce che sul capitale maturino interessi e rivalutazione).
L’interpretazione offerta dalla Cassazione consente di dare rilievo dal punto di vista oggettivo ai pagamenti quali “atti non autorizzati a norma dell’art. 167 l.fall.” ma solo in quanto riconducibili ad una finalità tesa a “frodare le ragioni dei creditori” così come previsto dall’art. 173 l.fall.: finalità peraltro non necessariamente intesa in senso soggettivo, potendo assumere rilievo ostativo della revoca l’utilità economica in concreto dei pagamenti per le ragioni dei creditori.
La Corte ha affermato un principio condivisibile, che cerca di attenuare la conseguenza dell’automatica revoca dell’ammissione al concordato, prevalente nella giurisprudenza di merito (cfr. Trib. Modena 13 luglio 2015; Trib. Venezia 18 settembre 2014; Trib. Lecco 3 gennaio 2014; Trib. Ancona 4 dicembre 2013;
Trib. Firenze 14 novembre 2013; Trib. Pesaro 26 luglio 2013; contra Trib. Rovigo 26 maggio 2015 in ragione dell’esiguità degli importi e App. Venezia 30 gennaio 2014 in considerazione del miglior soddisfacimento dei creditori, in linea con l’odierna decisione della Cassazione), offrendo una interpretazione evolutiva centrata sul principio del “miglior soddisfacimento dei creditori” con un’argomentazione suscettibile di orientare l’interprete verso una maggiore flessibilità applicativa anche in una prospettiva più generale.
È da apprezzare l’orientamento della Suprema Corte che mira ad evitare che un concordato preventivo possa essere revocato a causa di pagamenti di esigua entità, magari effettuati per semplice inconsapevolezza, così come opportuno è avere escluso un’interpretazione antitetica, che neghi sempre la possibilità di revoca.
L’art. 72-­‐quater l.fall. si applica anche al contratto di leasing risolto prima del fallimento?
La Corte di Cassazione, con la recente sentenza del 9 febbraio 2016, n. 2538, conferma che la disciplina delle conseguenze dello scioglimento del contratto in corso di esecuzione, per scelta del curatore, non è estensibile alla diversa fattispecie della risoluzione per inadempimento già in precedenza intervenuta Il caso
l’art. 72-­‐quater fall. il quale prevede che, in caso di scioglimento del contratto, il concedente abbia diritto alla restituzione del bene e sia tenuto a versare alla curatela l'eventuale differenza fra la maggiore somma ricavata dalla vendita o da altra collocazione del bene a valori di mercato rispetto al credito residuo in linea capitale, mentre in caso di valore del bene inferiore al residuo credito, il concedente ha diritto di essere ammesso al passivo; ovvero
la disciplina del Codice Civile e, quindi, secondo la consolidata interpretazione della Cassazione che distingue tra leasing traslativo (assimilabile alla vendita a rate) e leasing di godimento (assimilabile alla locazione): come noto (i) nel primo caso, ai sensi dell’art. 1526 c.c., l’utilizzatore ha diritto alla restituzione di tutti i canoni (assimilati a rate di prezzo) mentre il concedente ha diritto alla restituzione del bene, oltre al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 1453 primo comma c.c., pari alla differenza tra l’intero residuo corrispettivo contrattuale a carico dell’utilizzatore ed il valore del bene, secondo i prezzi correnti al tempo della liquidazione, (ii) nel secondo caso, invece, non sorgono obblighi restitutori a favore dell’utilizzatore (e neppure, quindi, del curatore fallimentare) in quanto i canoni di leasing sono assimilati a canoni di
La Corte di Cassazione, collocandosi nel medesimo solco interpretativo della recente Cass. n. 8687/2015 ha confermato che, contrariamente a quanto deciso da varie pronunce di merito, la disciplina di cui all’art. 72-­‐quater l.fall. non può applicarsi a una fattispecie di leasing risolto anteriormente alla dichiarazione di fallimento. Diversamente ragionando, secondo la Corte, si avrebbe un’interpretazione illegittimamente estensiva che verrebbe a superare “indebitamente, la distinzione strutturale esistente tra la nozione di risoluzione contrattuale e quella di scioglimento del contratto, facoltà riconosciuta ad una pluralità di rapporti pendenti tra il contraente e il fallito, tra i quali anche il leasing, che rientra nel novero dei contratti che restano sospesi secondo la regola generale di cui all’art. 72, primo comma, LF”. Commento
La pronuncia in esame è significativa in quanto dà continuità all’orientamento di cui alla precedente Cass. n. 8687/2015 e si pone in contrasto con la corrente interpretativa inaugurata da parte della giurisprudenza di merito e della dottrina, secondo la quale, invece, l’art. 72-­‐quater l.fall. avrebbe dovuto applicarsi estensivamente anche ai contratti di leasing risolti prima della dichiarazione di fallimento, superando così la dicotomia tra leasing di godimento e traslativo. La nuova disciplina delle conseguenze dello scioglimento del leasing nel fallimento, infatti, era stata considerata più razionale al fine di determinare le conseguenze del venir meno del contratto per inadempimento dell’utilizzatore, in quanto considera il contratto di leasing secondo la sua vera natura e cioè di contratto di finanziamento rispetto al quale la proprietà del bene svolge una funzione di garanzia.
Quest’ultima interpretazione è invero da preferire, mentre le motivazioni in senso contrario della Cassazione appaiono di carattere prevalentemente formalistico, posto che la disciplina dell’art. 72-­‐ quater l.fall. non sembra ispirata a favorire gli interessi dell’una o dell’altra parte per quanto riguarda le conseguenze dello scioglimento del leasing.
Alla luce dell’orientamento della Cassazione, peraltro, la società di leasing dovrà avere cura di formulare le domande di ammissione al passivo prospettando la causa petendi del proprio credito secondo la disciplina civilistica: infatti, una volta formulata la causa petendi secondo la disciplina fallimentare, non è consentito modificare il fondamento della domanda a seguito dell’iniziale rigetto, trattandosi di domanda nuova e quindi inammissibile, come la Cassazione ha espressamente deciso nel caso di specie.
Due recenti decisioni hanno affrontato il tema in due diverse fattispecie: il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (17 febbraio 2016) ammette la falcidia del credito erariale, in contrasto con la Cassazione e con la Corte Costituzionale, mentre la Corte d’Appello di Bologna (24 dicembre 2015) conferma la possibilità di degrado del credito per IVA di rivalsa Il caso
Nel caso al vaglio del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, una società, dopo aver presentato un primo piano che prevedeva la soddisfazione integrale del credito per IVA e ritenute, ha presentato un piano alternativo che prevedeva il pagamento dei creditori prelatizi mobiliari nel rispetto dell’ordine dei privilegi fino a capienza dell’attivo concordatario e, quindi, un pagamento parziale nella misura del 54,83% a partire dal credito per imposte dirette e la retrocessione a chirografo del credito IVA e dei successivi in graduatoria. La società ha chiesto di sottoporre all’approvazione dei creditori il piano da ultimo presentato e, in subordine, quello originario.
Nel caso affrontato dalla Corte d’Appello di Bologna, poichè i beni facenti parte del magazzino della società erano di provenienza non identificabile e non riferibili a specifiche fatture non pagate, il debitore ha ritenuto insussistenti i presupposti di fatto necessari per il riconoscimento del privilegio ai crediti di rivalsa IVA, che sono stati quindi declassati al chirografo, senza alcuna relazione giuriata ex art. 160, comma 2, l.fall. Avverso il decreto di omologazione del concordato preventivo è stato proposto reclamo ex art. 183 l.fall.
Le questioni affrontate dalle due decisioni riguardano la falcidia del credito IVA in due situazioni ben differenti: (i) nel caso del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere il tema riguarda la possibilità di pagamento parziale del credito dell’Agenzia delle Entrate per IVA, in relazione alla disciplina della transazione fiscale di cui all’art. 182-­‐ter l.fall. che lo esclude, ammettendo eslcusivamente il pagamento dilazionato; (ii) nel caso della Corte d’Appello di Bologna, invece, si tratta del credito del prestatore di beni o servizi che abbia versato all’erario l’IVA inerente alla propria prestazione e che ha diritto di riaddebitare al beneficiario della stessa (il privilegio grava esclusivamente sui beni oggetto della prestazione ed è suscettibile di declassamento a chirografo secondo le regole generali di cui all’art. 160, secondo comma, l.fall.). Le decisioni
Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha ritenuto ammissibile la proposta concordataria con falcidia del credito dell’Agenzia delle Entrate per IVA. Secondo il Tribunale, il divieto di falcidia previsto in tema di transazione fiscale non è estensibile al di fuori di tale fattispecie, in quanto non sussiste al riguardo alcun vincolo di diritto comunitario. Il Tribunale ritiene che la falcidiabilità dell’IVA nell’ambito del concordato non comporti una rinuncia generale ed indiscriminata al potere dell’amministrazione finanziaria di ottenere il pagamento dei crediti IVA, ma una sua parziale rinuncia coerente con la Raccomandazione della Commissione agli Stati membri del 12 marzo 2014, volta ad eliminare gli ostacoli all’efficace ristrutturazione di imprese sane in difficoltà finanziaria. Nel caso concreto, nell’alternativa liquidatoria si verificherebbe una minore soddisfazione del credito IVA rispetto alla percentuale di soddisfazione offerta nel concordato, in quanto l’attivo realizzabile non vale a soddisfare integralmente tutti i creditori privilegiati.
La Corte d’Appello di Bologna – ribadendo il presupposto che ai fini del riconoscimento del privilegio da rivalsa IVA è necessario che il bene sia presente nel patrimonio del debitore e sia specificamente
riferibile alle fatture pagate dal creditore che agisce in rivalsa – ha confermato che la proposta di concordato può declassare il credito, nei limiti ed alle condizioni previste dall’art. 160 secondo comma l.fall. Nel caso di specie, poiché i beni non erano riferibili alle specifiche fatture di acquisto, è stato ritenuto possibile il mancato riconoscimento del privilegio, anche in assenza della relazione giurata prevista dalla legge in merito al valore di liquidazione dei beni.
Il caso sottoposto alla Corte d’Appello di Bologna era già stato esaminato dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 24970/2013. In tale occasione la Suprema Corte, in linea con l’orientamento già espresso in passato, aveva confermato che il credito IVA di rivalsa deve essere ammesso al privilegio ai sensi e per gli effetti dell’art. 2758, secondo comma e dell’art. 2778, n. 7., c.c. e va soddisfatto integralmente nel concordato anche in caso di assenza del bene nel patrimonio, se il debitore non ne propone il pagamento parziale ai sensi dell’art. 160, secondo comma, l.fall.
Il tema è ben distinto da quello della falcidiabilità del credito erariale che è invece stato esaminato dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. La decisione del Tribunale si pone in contrasto con le pronunce della Cassazione (n. 22931 e n. 22932/2011) secondo cui l’art. 182 ter primo comma l.fall., con riguardo al trattamento dell’IVA, trovano sempre applicazione nell’ambito del concordato preventivo e non solo con riferimento all’istituto della transazione fiscale, in quanto norma di natura sostanziale e non meramente processuale. Anche la Corte Costituzione, con sentenza n. 225/2014 ha sostenuto che, alla luce della normativa comunitaria, secondo l’interpretazione fornitane dalla Corte di giustizia UE, e dei vincoli che ne derivano per gli Stati membri, l’IVA deve essere pagata per intero ed è possibile oggetto di transazione la sola dilazione del pagamento. Secondo il Tribunale – con interpretazione da condividere – il principio di intangibilità del credito IVA e della sua natura di credito “superprivilegiato” opera in contrasto da un lato con le norme della legge fallimentare e con il rispetto dell’ordine delle cause legittime di prelazione, dall’altro con lo spirito che ha animato le riforme susseguitesi negli ultimi anni. La decisione del Tribunale dimostra che la questione è tuttora controversa e non può ritenersi definitivamente risolta.
Infine, merita segnalare un ulteriore fattispecie in cui può porsi il tema della falcidia del credito IVA, nel caso della proposta di transazione fiscale relativa a crediti IVA contestati: in un caso seguito dallo Studio, il Tribunale di Reggio Emilia con sentenza del 29 maggio 2014 e la Corte d’Appello di Bologna con pronuncia del 3 novembre 2014 non hanno ritenuto ammissibile la proposta di definizione transattiva del quantum della pretesa erariale, ritenendo che non abbia rilievo la distinzione tra “IVA da accertamento” e “IVA incassata e non versata”. La questione è ora al vaglio della Corte di Cassazione, sull’assunto che il consolidamento sostanziale del debito tributario possa avvenire solo qualora l’Erario sia vittorioso in via definitiva nel contenzioso con il contribuente, ovvero qualora vi sia una chiara determinazione consensuale dell’importo dovuto a seguito dell’accettazione della transazione fiscale da parte dell’amministrazione finanziaria seguita dalla omologazione del Tribunale.
Il Tribunale di Milano (19 febbraio 2016) segue l’impostazione più restrittiva ed esclude la compatibilità tra “continuità indiretta” e affitto di azienda, considerato come strumento temporaneo per preservare il valore dell’azienda in funzione della liquidazione
In un caso seguito dallo Studio, un società ha formulato una proposta di concordato preventivo fondata su di un piano di cessione dei beni secondo modalità competitive – compresa l’azienda di produzione di gelati affittata in forza di un contratto stipulato prima del deposito della domanda – tale da consentire ragionevolmente il soddisfacimento dei creditori chirografari di una percentuale pari al 23% circa (la proposta del debitore comprendeva la promessa del pagamento del 20%).
Il Tribunale ha affrontato la dibattuta questione inerente alla possibilità di qualificare un concordato “con continuità aziendale” anche quando l’affitto dell’azienda sia già intervenuto, prima del ricorso per ammissione al concordato, e quindi in assenza di prosecuzione diretta dell’attività di impresa da parte del debitore nel corso della procedura.
Il Tribunale di Milano (est. Mammone) ha dichiarato aperta la procedura, negando che si tratti di concordato “con continuità aziendale”: ad avviso del Tribunale, l’affitto di azienda divenuto efficace prima della domanda di concordato non è contemplato dalla definizione di cui all’art. 186-­‐bis l.fall., la quale poggia sulla prosecuzione dell’impresa da parte del debitore, mentre l’affitto costituisce uno strumento temporaneo per preservare il valore dell’azienda in funzione della liquidazione. La conclusione è confermata, secondo il Tribunale, dalla disposizione che richiede l’indicazione dei costi e dei ricavi previsti nonché delle risorse finanziarie necessarie, così come dalla constatazione che il rischio d’impresa è trasferito sull’affittuario e non vi è quindi “ragione per riservare all’azienda condotta da un soggetto estraneo all’impresa le speciali ‘utilità’ previste dagli artt. 186-­‐bis e 182-­‐quinquies.”
La qualificazione del concordato “con continuità aziendale” in presenza di affitto di azienda continua a suscitare decisioni contrastanti.
Come noto, la definizione dell’art. 186-­‐bis l.fall. fa riferimento al contenuto del piano concordatario, che deve prevedere alternativamente:
la cessione o conferimento dell’azienda in esercizio. La definizione ricomprende espressamente, quindi:
sia ipotesi in cui è prevista una continuità di tipo “soggettivo”, in quanto le risorse da destinare ai creditori vengono ricavate dai flussi di cassa generati dalla prosecuzione dell’attività di impresa da parte dello stesso debitore, senza una liquidazione dei beni (c.d. continuità “diretta”)
sia ipotesi in cui viceversa è prevista una continuità di tipo “oggettivo” in quanto il complesso aziendale viene conservato in esercizio attraverso la cessione unitaria ad un soggetto terzo nell’ambito di un piano di liquidazione degli attivi (c.d. continuità “indiretta”).
Le incertezze inerenti alla previsione di un periodo di affitto di azienda (in particolare quando l’affitto sia divenuto efficace prima della domanda di concordato) derivano dal fatto che in questo caso è prevista la cessione dell’azienda “in esercizio” (ciò che rientra pienamente nella definizione di legge), ma l’azienda non è mantenuta in esercizio dal debitore, quanto piuttosto dall’affittuario e non vi è quindi prosecuzione dell’attività di impresa in corso di procedura (la cui mancanza, invero, non dovrebbe essere considerata ostativa stando alla definizione di legge, che la prevede come una soltanto delle due possibili situazioni alternative che consentono di qualificare il concordato “con continuità aziendale”).
Chi tende a valorizzare maggiormente la finalità della legge di favorire da un punto di vista “oggettivo” la conservazione del complesso aziendale, considera il concordato “con continuità” anche in presenza di affitto (cfr. Trib. Alessandria 18 gennaio 2016 nel caso “Borsalino”, Trib. Rovereto 16 luglio 2015, Trib. Roma 24 marzo 2015, Trib. Bolzano 10 marzo 2015, Trib. Vercelli 13 agosto 2014 e Trib. Mantova 19 settembre 2013). Al contrario, chi propende per una nozione di tipo “soggettivo” della prosecuzione dell’attività di impresa, nega sia applicabile la disciplina speciale di questo tipo di concordato se non vi è prosecuzione dell’attività durante la procedura da parte del debitore (Trib. Rimini 1° ottobre 2015 Trib. Ravenna 22 ottobre 2014, Trib. Busto Arsizio 1 ottobre 2014 e Trib. Patti 12 novembre 2013).
Il Tribunale di Milano si iscrive oggi in questo secondo orientamento, più restrittivo, sottolineando la coerenza della disciplina con una nozione di tipo “soggettivo” della continuità aziendale, che si giusitificherebbe anche in funzione dei “benefici” che la legge accorda al debitore.
Vi sono certo previsioni che sembrano essere coerenti solo con una continuità “diretta” di tipo “soggettivo” (la possibilità di pagamento dei fornitori “strategici” per crediti anteriori – l’inefficacia di clausole risolutive espresse legate all’apertura della procedura – la prosecuzione di contratti pubblici e la partecipazione a nuove gare – la dilazione di pagamento dei creditori privilegiati per un anno – l’analitica indicazione nel piano dei costi e dei ricavi attesi dalla prosecuzione dell’attività, delle risorse finanziarie necessarie e delle relative modalità di copertura).
Ciò non sembra però poter escludere che il concordato “con continuità” sia compatibile con l’affitto di azienda, perché il quadro normativo si è ampliato con l’ultima riforma dell’estate 2015: in particolare, alcune delle nuove previsioni (l’esenzione dalla regola che impone la soddisfazione dei creditori chirografari nella misura minima del 20% e l’esclusione di offerte concorrenti sopra la soglia di soddisfazione dei chirografari al 30%, anziché al 40%) concedono certamente un “beneficio” al debitore, che può essere giustificato anche in presenza di continuità “indiretta” ed “oggettiva”, tenendo anche presente che la disciplina del concordato “con continuità” prevede anche condizioni limitative, come la “clausola di salvaguardia” che impone l’attestazione da parte del professionista che la prosecuzione dell’attività d’impresa è funzionale al miglior soddisfacimento dei creditori.
Il “valore” della conservazione dell’azienda in esercizio – indipendentemente dal soggetto (debitore o terzo) che la esercita – sembra essere il motivo fondamentale che giustifica un possibile maggior sacrificio dei creditori, a cui non deve essere garantita una percentuale minima di soddisfacimento.
Niente gara per l’affitto urgente nel pre-­concordato
Il tema riguarda la possibilità di mitigare il disposto di una delle più rilevanti e discusse novità della riforma della scorsa estate – ossia la previsione di cui all’art. 163-bis ultimo comma l.fall. secondo la quale si rende necessaria una gara competitiva per la stipulazione di un contratto di affitto di azienda – rispetto alle concrete esigenze ed alla particolare urgenza del caso di specie, in forza delle quali l’applicazione della norma rischia di pregiudicare gli interessi del miglior soddisfacimento dei creditori e della conservazione della continuità aziendale.
Il Tribunale di Bergamo ha riconosciuto l’urgenza del caso concreto derivante dal fatto che, per la peculiarità dell’attività svolta dalla società, anche una minima interruzione del ciclo produttivo avrebbe irrimediabilmente disperso qualsiasi valorizzazione del compendio aziendale ed ha autorizzato quindi la stipulazione dell’affitto. Il Tribunale ha motivato la decisione valorizzando la disposizione dello stesso art. 163-bis ultimo comma l.fall. secondo cui la disciplina è applicabile “in quanto compatibile” anche all’affitto di azienda, ritenendo appunto possibile adeguare la previsione dello svolgimento di una gara competitiva alle peculiarità del caso concreto, ad esempio differendo l’esperimento della gara competitiva al momento della vendita, in un caso in cui l’affitto ponte “d’urgenza” sia l’unica misura idonea a conservare i livelli occupazionali e l’avviamento produttivo.
Attraverso l’applicazione delle nuove disposizioni con un’attenta valutazione delle ragioni di urgenza insite nella fase c.d. di “pre-concordato” e quindi di compatibilità dello svolgimento di gare per l’affitto dell’azienda, viene quindi recuperata la possibilità che – attraverso una valutazione concreta di opportunità da parte del Tribunale, coadiuvato dal commissario giudiziale – sia consentito al debitore concordatario procedere alla stipulazione immediata dell’affitto secondo i termini più convenienti per la conservazione dei valori aziendali a beneficio dei creditori, mentre al contempo il Tribunale può assicurare che l’affittuario non acquisisca attraverso l’affitto alcuna indebita posizione di vantaggio nella successiva gara per la vendita dell’azienda.
Le principali direttive di riforma Accertamento giudiziale unico della crisi e dell’insolvenza; competenza del Tribunale
Il DL prevede di attivare un unico giudizio di accertamento delle condizioni di accesso di imprenditori e debitori civili alle diverse procedure, suscettibile poi di evolvere nel concordato preventivo, nella liquidazione giudiziale ovvero nelle altre procedure amministrative, con iniziativa estesa agli organi di controllo: di fatto, è così sottratta al debitore l’iniziativa esclusiva di avviare il concordato.
Procedura di allerta e composizione assistita della crisi
Il DL prevede di istituire misure finalizzate alla prevenzione dell’insolvenza, da parte di organismi non giurisdizionali e dotati di adeguata professionalità, in grado di assistere l’imprenditore nella definizione di un percorso di superamento della crisi. Sono previsti opportuni incentivi e misure protettive, in modo da favorire il ricorso al nuovo istituto e vincere la tradizionale ritrosia dell’imprenditore a rivolgersi al tribunale.
In questo ambito le innovazioni sono piuttosto limitate, segnalandosi principalmente – per gli accordi di ristrutturazione dei debiti – l’eliminazione della soglia del 60% dei creditori aderenti e l’ampliamento ai creditori non finanziari della possibilità di estensione degli effetti dell’accordo anche in assenza di accettazione.
Il DL prevede di mantenere l’attuale impianto del concordato, limitando però il ricorso alla procedura con finalità meramente liquidatorie ai soli casi in cui siano offerti apporti esterni in grado di assicurare ai creditori una migliore soddisfazione rispetto alla procedura di liquidazione giudiziale: il concordato sarà quindi ancor più focalizzato sulla continuità aziendale, tenendo presente che per essa continuerà ad intendersi anche la forma c.d. “indiretta” attraverso la cessione a terzi e, quindi, con una struttura della proposta pur sempre liquidatoria. Si prevede ancora di eliminare la figura del professionista attestatore e di introdurre una disciplina specifica per le azioni di responsabilità nei confronti degli organi amministrativi e di controllo nelle società.
Le procedure amministrative: liquidazione coatta e amministrazione straordinaria
Il DL prevede di rivedere – aggiornandola e semplificandola – la disciplina dei privilegi, che andrebbero limitati ai casi in cui si tratti di interessi costituzionalmente protetti. In altra direzione, si prevede invece di prevedere un sistema di garanzie reali non possessorie su beni mobili, adeguando il nostro ordinamento al panorama internazionale, con modalità più flessibili ed adeguate forme pubblicitarie, al fine di favorire l’accesso al credito da parte delle imprese.
Il Tribunale di Alessandria (18 gennaio 2016) conferma la compatibilità tra affitto di azienda anteriore alla domanda e continuità, applica al concordato con assuntore la disciplina delle offerte concorrenti, risolve nel senso della prevalenza il tema del concordato “misto” e dà continuità all’orientamento che nega ai fornitori obbligati a nuove prestazioni la facoltà di opporre inadempimenti anteriori alla domanda
La società Borsalino Giuseppe & Fratello S.p.A., produttrice di cappelli e titolare del noto marchio, formulava una proposta di concordato preventivo c.d. “misto” in quanto fondata su di un contratto di affitto di azienda stipulato prima della domanda, ma destnato a divenire efficace in corso di procedura, e sul successivo trasferimento dell’azienda e del marchio all’affittuario, in qualità di assuntore, nonché sulla liquidazione da parte della società di alcuni altri beni escusi dal trasferimento all’assuntore, tra cui lo stabilimento produttivo.
Il Tribunale ha affrontato un’ampia serie di questioni interpretative, tra cui segnaliamo qui: a) la compatibilità tra il concordato “misto” e con assuntore ed il concordato “con continuità aziendale” di cui all’art. 186-bis l.fall., b) la compatibilità dell’affitto dell’azienda anteriore alla domanda con la qualificazione del concordato “con continuità aziendale”, c) l’applicabilità al concordato con assuntore della disciplina delle offerte concorrenti di acquisto di cui all’art. 163-bis l.fall., d) la possibilità di autorizzare ai sensi dell’art. 182-quinquies l.fall. il pagamento a fornitori strategici di crediti anteriori alla domanda di concordato, in presenza di obbligo contrattuale ad eseguire le forniture.
Il Tribunale di Alessandria (Pres. Santinello) ha così risolto le questioni sottoposte al proprio vaglio:
a) ha ritenuto innanzitutto – richiamando alcuni precedenti – che la figura dell’assuntore rappresenti unicamente una modalità negoziale attinente all’aspetto soggettivo dell’obbligazione di adempimento del concordato, mentre dal punto di vista oggettivo il concorato sarà qualificabile come liquidatorio, “con continuità aziendale” oppure “misto” a seconda delle previsioni del piano; nel caso specifico, ha ritenuto di dover applicare la disciplina del concordato “con continuità aziendale”, aderendo all’orientamento che, in caso di concordato “misto”, applica la disciplina della componente “prevalente” nell’ambito del piano e della proposta;
b) ha confermato che l’affitto d’azienda – come “misura ponte” finalizzata alla conservazione dell’azienda in esercizio per la successiva alienazione – non esclude la qualificazione del concordato “con continuità aziendale” anche se esso sia anteriore alla domanda, in quanto deve essere privilegiata un’interpretazione che attribuisce carattere “oggettivo” alla prosecuzione dell’attività aziendale, indipendentemente dal soggetto – debitore o terzo – che la esercita;
c) ha ritenuto che il preordinato trasferimento dell’azienda ad un assuntore rientri nell’ampia definizione di cui all’art. 163-bisfall., il quale fa riferimento ad ogni accordo comunque finalizzato al trasferimento non immediato dell’azienda, collegandovi la necessità di esperire una gara competitiva per la selezione dell’acquirente;
d) infine, ha recepito un recente ed innovativo orientamento in tema di pagamento di crediti anteriori a favore di fornitori stratregici, il quale esclude che l’autorizzazione possa essere concessa quando il forbnitore sia obbligato ad eseguire le proprie prestazioni, precisando che la controparte contrattuale non può opporre l’eccezione di inadempimento relativamente alle obbligazioni del debitore, stante il divieto di eseguire i relativi pagamenti di crediti concorsuali.
La decisione del Tribunale è ricca di spunti e si segnala per l’articolata e puntuale motivazione sui diversi temi affrontati, con decisione pienamente condivisibile. Sui temi attinenti alla continuità aziendale, che hanno assunto ormai rilevanza centrale nell’ambito della disciplina del concordato preventivo, il Tribunale offre diverse soluzioni che si inseriscono nel filone interpretativo meglio orientato alla realizzazione delle finalità dell’istituto, nella sua più recente evoluzione.
In questo senso è senz’altro la nozione in senso “oggettivo” della continuità aziendale, così come la valutazione in termini di “prevalenza” della relativa componente nell’ambito del piano (così anche Trib. Pistoia 29 ottobre 2015), soluzione divenuta ineludibile di fronte alla nuova disciplina che (a differenza del passato e di altri aspetti, che ancora oggi possono convivere per quanto riguarda le disposizioni applicabili al concordaro con cessione dei beni ed a quello in continuità) fa discendere dalla qualificazione del concordato l’esigenza di soddisfazione nella misura minima del 20% dei creditori chirografari e la possiblità di offerte concorrenti se non è invece assicurata la percentuale minima del 30%.
Per quanto riguarda l’applicazione dell’art. 163-bis anche al concordato con assuntore, si tratta di una questione in merito alla quale il dubbio può effettivamente porsi nel senso che, trattandosi di aspetti che riguardano non solo la cessione dei beni, ma anche i termini soggettivi di adempimento della proposta, potrebbe ritenersi appunto che il tema vada inquadrato come proposta concorrente ai sensi dell’art. 163 piuttosto che come offerta concorrente di acquisto.
Infine, va segnalata la decisione in materia di pagamento di crediti anteriori, che si pone in continuità con il precedente del Tribunale di Modena del 6 giugno 2015. Il Tribunale di Alessandria trae le ulteriori conclusioni di quell’impostazione, esplicitamente affermando che il divieto di pagamento di debiti anteriori comporta anche il divieto per il creditore di far valere le conseguenze dell’inadempimento e così di eccepire l’inadempimento per rifiutare le proprie prestazioni: con il che di fatto si estende il divieto di azioni esecutive individuali anche ai rimedi contrattuali.
La compensazione di crediti scaduti, acquistati dopo la dichiarazione di fallimento, è un “abuso del diritto” ?
Il Fallimento della società Alfa notificava a Beta un decreto ingiuntivo per un credito della società fallita. Beta, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, opponeva in compensazione un controcredito – in forza di fatture scadute prima della dichiarazione di fallimento per forniture eseguite da una terza società, Gamma – di cui Beta si era resa cessionaria successivamente alla dichiarazione di fallimento di Alfa.
Il Tribunale di Monza ha dichiarato non opponibile la compensazione e ha rigettato l’opposizione.
La motivazione parte dal presupposto che il dato letterale dell’art. 56 l.fall. si limita a dichiarare la non operatività della compensazione nel solo caso di acquisto di crediti non scaduti, giungendo tuttavia ad offrirne un’interpretazione estensiva anche ai crediti già scaduti prima del fallimento, qualora le concrete modalità operative costituiscano un caso di c.d. “abuso del diritto”. Il Tribunale valorizza quindi il principio generale seondo cui non è consentito l’utilizzo di una norma che accorda la tutela di un proprio diritto, quando ciò avvenga con modalità concrete del tutto estranee alla ratio legis e tali da determinare una sproporzione ingiustificata tra il beneficio del titolare e il sacrificio di controparte.
Tale abuso nel caso concreto è stato individuato nel fatto che Beta e Delta fossero società correlate, che l’acquisto fosse intervenuto quasi contestualmente alla ricezione della diffida di pagamento inviata dal Fallimento Alfa a Beta e dal prezzo di cessione irrisorio.
In altri Termini, la compensazione ex art. 56 l.fall. non potrebbe operare nel caso in cui i rapporti di debito e credito non scaturiscano da fisiologici rapporti commerciali con la società fallita, bensì esclusivamente in ragione del fatto che il debitore ingiunto acquisti un contro-credito scaduto a valore irrisorio rispetto al valore nominale al solo fine di sottrarsi ai propri obblighi di pagamento.
La decisione del Tribunale si inserisce in un panorama in cui le poche decisioni hanno fino ad oggi confermato la legittimità – anche a livello costituzionale – della compensazione in caso di acquisto di crediti già scaduti: la Corte costituzionale ha infatti ritenuto che rientri nella discrezione del legislatore la scelta degli strumenti normativi idonei ad evitare un’artificiosa compensazione operata in danno della
massa fallimentare, spiegando la differenza di trattamento con il fatto che solo con riguardo ai crediti già scaduti l'effetto estintivo proprio della compensazione deve intendersi realizzato anteriormente alla dichiarazione di fallimento (Corte cost. 20 ottobre 2000, n. 431).
Si trattava per il vero di una spiegazione non particolarmente persuasiva, e per questo appare significativa la decisione del Tribunale di Monza: qualora nella fattispecie concreta sia infatti evidente che il debitore sta realizzando un “abuso del diritto” non possono infatti che ricorrere le stesse ragioni che escludono la compensazione secondo la disposizione del secondo comma dell’art. 56 l.fall.
Il Regolamento (UE) n. 2015/848 ha tenuto fermo il principio per cui ciascuna società è soggetta ad una procedura nello Stato Membro in cui si trova il proprio COMI, ma ha introdotto forme di cooperazione tra gli amministratori ed i giudici delle singole procedure Il Regolamento (CE) n. 2000/1346
Lo stesso Regolamento non prevede però regole specifiche per la determinazione del COMI quando il debitore sia una società avente sede legale in uno Stato membro e assoggettata al controllo di altra società situata in uno Stato membro diverso. In altri termini nulla dice relativamente all’insolvenza dei gruppi di società. Da tale carenza normativa consegue l’assoggettamento di ogni singola società facente parte del gruppo ad una diversa (e principale) procedura d’insolvenza, aperta in uno stato diverso e affidata a un amministratore diverso, con pesanti ricadute in termini di assenza di coordinamento tra le diverse procedure.
A tale proposito giova ricordare che, prima dell’adozione del nuovo Regolamento, gli interpreti si erano adoperati nel tentativo di superare le difficoltà derivanti dall’approccio tradizionale giungendo a soluzioni che solo in parte offrivano risposte soddisfacenti. Un esempio di tale sforzo si può individuare nel c.d. “Group Comi Approach”, vale a dire quell’orientamento che, facendo ricorso a una sorta di finzione, “posizionava” il COMI delle società controllate nella medesima giurisdizione della capogruppo. Tuttavia tale orientamento presentava alcuni inconvenienti, i quali, con ogni probabilità, hanno spinto in riformatore europeo a non recepirlo nel nuovo Regolamento: in particolare, se da un lato il “Group Comi Approach” consentiva di creare un singolo foro per l’apertura della procedura principale d’insolvenza in riferimento a tutte le società del gruppo (con la nomina di un uno stesso amministratore in tutte le procedure), dall’altro, l’apertura della procedura principale delle società controllate in un luogo diverso da quello in cui le stesse svolgono la loro attività – trattandosi in questo caso di una “dipendenza” – lasciava aperta la possibilità che venissero aperte procedure territoriali secondarie, con la conseguenza di ritrovare i medesimi problemi di perdita di controllo da parte dell’amministratore della procedura principale.
La finalità perseguita dalla Direttiva BRRD è di dotare le autorità nazionali di strumenti che consentano un intervento tempestivo ed efficace, riducendo al minimo l’impatto del dissesto sull’economia e sul sistema finanziario ed evitando liquidazioni disordinate che amplifichino gli effetti e i costi della crisi.
Il D.Lgs. 180/2015 (“Decreto BRRD”) recepisce le previsioni della Direttiva BRRD sulla risoluzione e reca la disciplina in materia di predisposizione di piani di risoluzione, avvio e chiusura delle procedure di risoluzione, adozione delle misure di risoluzione, gestione della crisi di gruppi internazionali, poteri e funzioni dell’autorità di risoluzione nazionale e disciplina del fondo di risoluzione nazionale.
Il D.Lgs. 181/2015 (“Decreto Modifiche”) invece modifica il Testo Unico Bancario (“TUB”) e il Testo Unico della Finanza (“TUF”) al fine di recepire le previsioni della Direttiva BRRD sui piani di risanamento e introdurre ulteriori modifiche connesse al nuovo regime della risoluzione. L’amministrazione straordinaria viene allineata alla disciplina europea e viene inoltre modificata la disciplina della liquidazione coatta amministrativa per adeguarla al nuovo quadro normativo.
Entrambi i Decreti sono in vigore.
Le novità introdotte Il ruolo di Banca d’Italia Il Decreto BRRD individua nella Banca d’Italia l’autorità nazionale dotata - in caso di dissesto o rischio di dissesto di un ente - dei poteri di prevenzione e pianificazione della gestione delle crisi bancarie, nonché di risoluzione degli enti. All’interno della Banca d’Italia è stata quindi istituita una nuova Unità di Risoluzione e Gestione della Crisi dotata delle necessarie competenze.
Piani preventivi di risanamento e di risoluzione
Le banche devono predisporre preventivamente un piano di risanamento, il quale deve individuare i rimedi attuabili al fine di ripristinare la situazione finanziaria in caso di significativo deterioramento: occorre una ricognizione della struttura legale ed aziendale, così da individuare le attività principali da preservare e da cedere in caso di dissesto, nonché le possibili situazioni da affrontare.
La Banca d’Italia predispone invece un piano di risoluzione, il quale deve prevedere le misure che la stessa Banca d’Italia può adottare in caso di dissesto dell’ente, al fine di una risoluzione preordinata attraverso l’uso degli strumenti e dei poteri di risoluzione previsti dalla nuova normativa.
- cedere sul mercato una parte dell’attivo;
- trasferire temporaneamente le attività e passività a una “banca ponte” per una successiva cessione sul mercato;
- trasferire le sofferenze ad una “bad bank” (che ne gestirà la liquidazione);
- ricorrere al c.d. “bail in” ossia “la riduzione o la conversione in capitale dei diritti degli azionisti e dei creditori”.
Il bail-in Attraverso questo strumento, le risorse necessarie al fine di ricostituire l’equilibrio patrimoniale e finanziario della banca sono reperite al suo interno: la Banca d’Italia può infatti disporre la svalutazione e la conversione di alcune passività dell’ente sottoposto a risoluzione. Non sarà più lo Stato a coprire le perdite, quanto piuttosto – secondo una precisa gerarchia – gli azionisti, gli obbligazionisti ed i detentori di altri titoli, ed in ultimo i clienti. Sono escluse dal bail-in diverse passività, tra cui i depositi fino a 100.000 euro, alcune passività interbancarie e le passività garantite, compresi i covered bond. La Banca d’Italia può anche disporre l’esclusione di altre passività in relazione a situazioni specifiche.
Le perdite residue possono essere trasferite ad un fondo di risoluzione interbancario che può intervenire nella misura massima del 5% del totale del passivo, a condizione che sia stato sottoposto a bail-in almeno l’8% delle passività totali.
Un gruppo societario – composto da una società in nome collettivo costituita ad hoc (“Newco”) e dai suoi quattro soci illimitatamente responsabili, società di capitali che avevano anche conferito alla Newco i rispettivi patrimoni attivi e passivi – proponeva domanda unitaria di ammissione al concordato preventivo dinnanzi al Tribunale di La Spezia.
Avverso il decreto di omologazione del concordato, alcuni creditori proponevano reclamo, eccependo, inter alia, la violazione dell’art. 2740 c.c. e la mancata separazione tra le masse attive e passive delle singole società con conseguente danno per i creditori delle società più capienti.
I reclami venivano rigettati dalla Corte d’Appello di Genova che riconosceva la meritevolezza e quindi l’ammissibilità del concordato fondato su un piano aziendale riferito all’impresa di gruppo, con gestione e trattazione procedurale unitaria del piano concordatario.
Contro tale provvedimento i creditori proponevano ricorso in Cassazione.
La decisione in esame affronta il tema dell’ammissibilità del concordato di gruppo nell’attuale sistema della legge fallimentare che, con particolare riferimento al concordato preventivo, non detta alcuna disciplina al riguardo che si collochi sulla falsariga di quella enunciata in tema di amministrazione straordinaria dagli artt. 80 e ss. della legge n. 270/1999 o dall’art. 4-bis del d.l. n. 347/2003 sulla ristrutturazione di grandi imprese in stato di insolvenza.
Le esigenze di coordinamento e definizione unitaria della crisi da parte di società diverse attraverso il concordato preventivo è spesso ineludibile, considerati gli intensi intrecci di relazioni economiche e finanziarie all’interno dei gruppi di società soggetti a direzione unitaria.
La giurisprudenza di merito ha in prevalenza ritenuto ammissibile l’unificazione in unica procedura delle domande di concordato, con diverse sfumature in relazione a varie configurazioni della proposta concordataria e del piano.
La Corte ha cassato senza rinvio il decreto di omologazione del concordato, sul presupposto che il giudizio non avrebbe potuto neppure essere proposto in quanto inammissibile, poiché la legge fallimentare non contempla il c.d. concordato preventivo di gruppo. Secondo la Cassazione, la domanda di concordato avrebbe dovuto riguardare ciascuna società singolarmente e non la Newco e le quattro società di capitali illimitatamente responsabili come tali, con conseguente presentazione di distinte domande e proposte, distinte adunanze dei creditori e distinti giudizi di omologazione.
La Suprema Corte ribadisce la necessità di mantenere distinte le masse attive e passive delle singole società, ancorché sottoposte a direzione unitaria. Inoltre, secondo la Corte, pur a fronte di una distinzione formale delle masse, la creazione di una Newco mediante conferimento dei patrimoni delle singole società avrebbe comunque di fatto determinato una “commistione”, tale per cui i creditori delle diverse società sarebbero confluiti nelle medesime classi così che i creditori delle società meno capienti si trovavano inammissibilmente a concorrere con quelli delle società più capienti, in violazione dell’art. 2470 c.c.
Secondo la Cassazione l’assenza di una disciplina legislativa specifica sul concordato di gruppo comporta la non ammissibilità di quelle soluzioni che, vuoi con interpretazioni estensive delle norme sui gruppi dettate in altri settori dell’ordinamento, vuoi attraverso operazioni straordinarie di fusione/incorporazione tra società controllante e controllate, cercano di attuare forme di “coordinamento” più o meno intense tra procedure di concordato di società appartenenti al medesimo gruppo.
La decisione della Corte di Cassazione, se appare da un lato condivisibile in ordine alle esigenze di tutela dei creditori delle società più capienti del gruppo, dall’altro lato rappresenta una sorta di “passo indietro” rispetto al percorso giurisprudenziale che ormai da diversi anni ha condotto ad un progressivo riconoscimento del concordato di gruppo.
In questo senso va ricordata, tra altre, la pronuncia del Tribunale di Palermo del 4 giugno 2014 [inserire link alla newsletter n. 2/2014 sui gruppi]. In quel caso, la società proponente era una s.a.s. appositamente costituita avente come soci accomandatari illimitatamente responsabili alcune società di capitali e come socio accomandante un’impresa individuale. Il Tribunale di Palermo ha ritenuto ammissibile la proposta sul presupposto degli stretti legami patrimoniali, economici e finanziari delle società che giustificavano una valutazione sostanziale e che rendevano preferibile, a vantaggio dei creditori, una trattazione a livello procedurale unitario del concordato, sulla base di unica proposta, votazione ed omologazione.
La differente impostazione della Cassazione si coglie nella determinazione aprioristica, in termini di legittimità ed inammissibilità della proposta, che non consente ai creditori di esprimere con il voto la propria valutazione di convenienza di una gestione unitaria del piano e della proposta (che peraltro i creditori avevano effettivamente approvato). Si può intuire che nel caso di specie la Cassazione non avesse altra via per impedire l’attuazione di un piano che era fondato su di una già intervenuta (e non invece condizionata all’intervenuta omologazione) commistione delle masse a seguito del conferimento nella Newco di attivi e passivi. Peraltro, la decisione non è fondata su questo specifico aspetto, mentre invece dichiara l’inammissibilità di qualsiasi proposta unitaria con unica votazione ed omologazione. Da questo punto di vista la decisione appare eccessivamente rigida e formalistica, dal momento che non sembra vi siano ostacoli insuperabili in casi in cui siano tenute formalmente distinte le attività e passività di ogni singola impresa e la proposta consenta ad ogni creditore di verificare la propria posizione creditoria in relazione alle singole masse e l’impatto della proposta concordataria sul relativo soddisfacimento rispetto all’alternativa della liquidazione fallimentare.
Il curatore può sciogliere il preliminare di vendita se è stata trascritta la domanda di adempimento ?
Tuttavia, le sezioni semplici hanno alternato decisioni difformi, continuando a seguire il precedente indirizzo (cfr. Cass. nn. 20451/2005, 28479/2005, 46/2006, 542/2006, 33/2008 e 17405/2009), e decisioni conformi (cfr. Cass. nn. 15218/2010, 16660/2010 e 27093/2011).	Novembre 2015
a) Nella fattispecie esaminata dal Tribunale di Rovereto una società depositava una domanda di concordato che prevedeva la prosecuzione dell’attività d’impresa a mezzo del conferimento, posto in essere prima della domanda di ammissione alla procedura, di un ramo d’azienda in una newco interamente partecipata dalla società e la cessione ai creditori, mediante liquidazione, di tutti i beni non funzionali all’attività aziendale. L’Agenzia delle Entrate promuoveva opposizione all’omologazione contestando la convenienza e la fattibilità economica del concordato.
b) Nella fattispecie esaminata dal Tribunale di Rimini una società depositava una domanda di concordato fondata sulla realizzazione del compendio immobiliare e degli altri attivi, sulla cessione dell’azienda, nonché sull’incasso dei canoni di affitto dell’azienda. Contro il decreto di omologa si opponevano due creditori contestando, tra altro, la fattibilità economica del concordato, l’irragionevole durata del termine previsto per l’attuazione del piano, la necessità di procedure competitive.
Le questioni affrontate attengono alla possibilità di qualificare un concordato “con continuità aziendale” anche quando la cessione dell’azienda ovvero l’affitto della stessa siano già avvenuti, ante ricorso per ammissione al concordato, e quindi in assenza di prosecuzione diretta dell’attività di impresa da parte del debitore nel corso della procedura.
a) Il Tribunale di Rovereto ha respinto le opposizioni e omologato il concordato preventivo. Il Tribunale rileva che l’art. 186-bis, prevedendo che la prosecuzione dell’attività d’impresa da parte del debitore possa avvenire tramite la cessione dell’azienda ovvero il conferimento dell’azienda in esercizio in una o più società anche di nuova costituzione, non specifica in quale momento debbano avvenire tali operazioni. La decisione in oggetto chiarisce che, nell’ambito di un concordato preventivo in continuità, il conferimento in una società di nuova costituzione di un ramo d’azienda, realizzato prima del deposito dell’istanza di ammissione, se previsto e confermato nel piano, è da considerarsi coerente con il disposto dell’art. 186-bisfall., purché funzionale al miglior soddisfacimento dei creditori.
b) A conclusioni opposte è giunto invece il Tribunale di Rimini che ha affermato che la stipula di un contratto di affitto d’azienda da parte della società concordataria anteriormente al deposito di una domanda di concordato che preveda una scadenza ben precisa ed una clausola in forza della quale gli organi della procedura possano in ogni caso promuoverne lo scioglimento, non snatura il carattere liquidatorio del concordato essendo funzionale ad impedire la perdita dell’avviamento aziendale e a renderne più agevole la vendita.
L’inquadramento della fattispecie in esame nell’ambito del concordato con continuità aziendale assume oggi notevole rilievo poiché, a seguito delle novità introdotte dal D.L. 83/2015, convertito in legge 132/2015, è stata introdotta una soglia minima di soddisfacimento dei creditori chirografari pari al 20%, che non è applicabile al solo concordato con continuità aziendale.
L’art. 160 l.fall. rinvia alla definizione dell’art. 186-bis l.fall. il quale fa riferimento al contenuto del piano concordatario, che deve prevedere alternativamente:
la cessione o conferimento dell’azienda in esercizio.
La definizione ricomprende espressamente, quindi, sia ipotesi in cui le risorse da destinare ai creditori vengono ricavate dai flussi di cassa generati dalla prosecuzione dell’attività di impresa, senza una liquidazione dei beni (c.d. continuità “diretta”), sia ipotesi in cui viceversa il complesso aziendale in esercizio viene ceduto unitariamente nell’ambito di un piano di liquidazione di tutti gli attivi (c.d. continuità “indiretta”). Il concordato “con continuità aziendale” è quindi perfettamente compatibile (nella forma della continuità “indiretta”) con il concordato con cessione dei beni o comunque liquidatorio: ciò che rileva è la conservazione dell’azienda in esercizio dal punto di vista oggettivo e non soggettivo.
Le incertezze permangono per quanto riguarda la previsione di un periodo di affitto di azienda, in particolare quando l’affitto sia divenuto efficace prima della presentazione della domanda di concordato: in tal caso, infatti, non vi è prosecuzione dell’attività di impresa in corso di procedura, ma è pur sempre prevista la cessione dell’azienda “in esercizio”, ad opera però dell’affittuario e non del debitore (in giurisprudenza, tra le più recenti, Trib. Roma 24 marzo 2015, Trib. Bolzano 10 marzo 2015, Trib. Vercelli 13 agosto 2014 e Trib. Mantova 19 settembre 2013 ritengono si tratti di concordato “con continuità”; in senso contrario, Trib. Ravenna 22 ottobre 2014, Trib. Busto Arsizio 1 ottobre 2014 e Trib. Patti 12 novembre 2013).
Se in passato la disciplina applicabile al concordato “con continuità aziendale” sembrava effettivamente presupporre una prosecuzione almeno temporanea dell’attività di impresa in corso di procedura da parte del debitore, oggi le conclusioni potrebbero essere diverse, perché il quadro normativo è mutato. Il “valore” della conservazione dell’azienda in esercizio sembra essere il motivo fondamentale che giustifica un possibile maggior sacrificio dei creditori, a cui non deve essere garantita una percentuale minima di soddisfacimento: questa disposizione dovrebbe quindi applicarsi anche al concordato con affitto di azienda anteriore alla domanda di accesso alla procedura.
Peraltro, in caso di concordato con continuità aziendale, l’art. 186 bis l.fall. stabilisce una condizione di ammissibilità ulteriore, in quanto la relazione del professionista di cui all’art. 161, terzo comma, deve attestare che la prosecuzione dell’attività d’impresa prevista dal piano concordatario sia funzionale al miglior soddisfacimento dei creditori. Il concordato “con continuità aziendale” che preveda una percentuale inferiore al 20 percento potrebbe quindi essere inammissibile, ogni volta che l’alternativa della mera liquidazione (senza cessione dell’azienda in esercizio) sia in grado di garantire un livello di soddisfacimento maggiore: peraltro, non sembra un caso che possa verificarsi facilmente, perché nel fallimento, notoriamente, i valori di realizzo dei beni sono fortemente depressi.
Vincolante lo stanziamento del piano per gli oneri di assistenza legale nel concordato preventivo ?
Il liquidatore giudiziale nella fase di attuazione di una concordato preventivo proponeva istanza al giudice delegato per essere autorizzato alla stipulazione di una transazione con il legale che aveva assistito la stessa società debitrice, il cui credito compariva, oltre che nella proposta concordataria e nell’attestazione ex art. 161, terzo comma, l.fall., anche nella relazione del commissario giudiziale ex art. 172 l.fall.
L’autorizzazione veniva richiesta anche in considerazione del fatto che il comitato dei creditori aveva espresso parere negativo alla transazione.
Le questioni che vengono in rilievo riguardano essenzialmente:
la possibilità di ridefinire in via transattiva gli importi dei crediti nella fase di liquidazione della procedura di concordato preventivo con cessione dei beni;
la vincolatività del parere del comitato dei creditori in merito all’opportunità della transazione.
Con riferimento alla prima questione, il giudice delegato ritiene che non vi siano ragioni per escludere l’ammissibilità della transazione. Ciò in quanto nella procedura di concordato preventivo, a differenza del fallimento (i) non si verifica alcun spossessamento del debitore, che può continuare a disporre dei propri diritti, (ii) non vi è una fase di accertamento dei crediti, (iii) permane la legittimazione processuale del debitore e conseguentemente (iv) la risoluzione delle controversie sui crediti devono essere risolte in un ordinario giudizio, nel corso del quale il debitore ed il creditore possono addivenire ad un accordo transattivo.
Il giudice delegato ritiene però che la definizione in via transattiva di una posta debitoria non possa tradursi in un’occulta modificazione della proposta concordataria approvata dai creditori (nel caso di specie, il giudice rileva come il maggior onere di assistenza legale, che trovava capienza nel fondo imprevisti stanziato nel piano, era stato evidenziato dal commissario nella propria relazione ex art. 172 l.fall. ed i creditori avevano quindi espresso il proprio consenso informato sulla proposta di concordato).
Infine, il giudice delegato rileva che il parere del comitato dei creditori non è vincolante, atteso che l’art. 182 l.fall. ne richiede l’autorizzazione solo per gli atti previsti dal quarto comma (alienazione di beni tra cui aziende, immobili, beni mobili registrati), e considerato che non è richiamato l’art. 35 l.fall. che, con riferimento al fallimento, prevede l’autorizzazione del comitato dei creditori per gli atti di straordinaria amministrazione del curatore.
La decisione del Tribunale di Como è senz’altro condivisibile, in quanto conforme ai principi ed alle regole che governano la procedura di concordato preventivo.
È pacifico infatti che l’entità di qualsiasi posta passiva indicata nel piano di concordato non è vincolante per i creditori che – indipendentemente da qualsiasi diversa valutazione del commissario giudiziale ovvero determinazione assunta dal giudice delegato ai soli fini del voto – restano liberi di coltivare le proprie pretese in un giudizio ordinario, ai fini della partecipazione ai riparti, nella fase della attuazione del concordato omologato. Ciò anche nel concordato con cessione dei beni, che presenta le maggiori similitudini con la liquidazione fallimentare, anche per via del richiamo di molte delle relative norme.
Proprio da questo punto di vista si segnala la decisione del Tribunale, là dove traccia i confini dei richiami normativi alla disciplina del fallimento ed esclude sia applicabile la regola che sottopone la conclusione di accordi transattivi all’autorizzazione del comitato dei creditori.
L’unico limite a cui il Tribunale fa cenno è quello secondo cui un diverso accordo sui crediti non si può tradurre in una sorta di “modifica occulta” della proposta concordataria già approvata dai creditori. C’è da chiedersi se la decisione del Tribunale sarebbe rimasta la stessa se, nel caso di specie, si fosse posto effettivamente un tema di consenso informato dei creditori: prevalgono questi ultimi principi ovvero quelli – su cui pure il Tribunale fonda la propria decisione – dell’assenza di vincoli decisori sui crediti nella fase di liquidazione ? L’impressione è che un limite all’accertamento di un maggior credito potrebbe risiedere (trattandosi di situazione relativa allo stesso legale che ha contribuito a predisporre la domanda di concordato) solo in un riconoscimento confessorio da parte del creditore, che verosimilmente non era ravvisabile nel caso esaminato dal Tribunale.
Angelo Anglani	Guido Bartalini	Filippo Cesaris	Guido Fauda	Matteo Gallanti	Giuliano Lanzavecchia	Fabio Marelli	Paolo Montironi	Riccardo Papetti	Paolo Quattrocchi	Gian Carlo Sessa	Pietro Maria Tantalo	﻿

References: art. 182
 art. 169
 art. 169
 art. 182
 art. 161
e contrario
 art. 2497
e contrario
 art. 2497
 art. 2476
 art. 173
 art. 2394
 art. 185
 sentenza 
 art. 67
 art. 161
 art. 67
 art. 67
 sentenza 
 art. 161
 art. 161
 sentenza 
 art. 173
 art. 173
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 160
 art. 183
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 163
 art. 56
 Cass. 
 Cass. 
 art. 161
 art. 172
 art. 172