Source: https://www.laleggepertutti.it/97581_termine-per-impugnare-dal-deposito-o-dalla-pubblicazione-della-sentenza
Timestamp: 2018-09-18 18:30:15+00:00

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Termine per impugnare: dal deposito o dalla pubblicazione della sentenza?
Le due tesi delle Sezioni Unite della Cassazione e della Corte Costituzionale quando la sentenza ha una data di pubblicazione diversa e successiva a quella di deposito.
Nel caso in cui la sentenza presenti due date diverse, l’una del deposito e l’altra della pubblicazione, da quale delle due decorre il cosiddetto “termine lungo” per impugnare? Difficile dirlo, tanto difficile che la Cassazione, con una ordinanza interlocutoria [1], ha appena deciso di rimettere la questione alle Sezioni Unite, per risolvere il contrasto esistente in giurisprudenza.
In passato le Sezioni Unite della Cassazione [2] avevano risolto la questione sostenendo che, ove sulla sentenza siano state apposte due date, una di deposito e l’altra (successiva) di pubblicazione, gli effetti giuridici decorrono già dal suo deposito. La sentenza però aggiungeva una importante precisazione: qualora il cancelliere non abbia reso conoscibile alla parte la data di deposito della sentenza prima della sua pubblicazione, avvenuta a distanza di tempo ed in prossimità della scadenza del termine di decadenza, il giudice, per evitare una compressione dei diritti di difesa, può accordare la rimessione in termini.
Quest’anno, però, la Corte Costituzionale [3] ha allargato notevolmente l’ambito di operatività della “rimessione in termini”. La Consulta ha stabilito infatti che il concetto di “pubblicazione della sentenza”, cui si riferisce il codice di procedura per far decorrere i termini per appellare, si riferisce alla conoscibilità che, evidentemente si realizza in corrispondenza della data di pubblicazione (successiva a quella di deposito). Così facendo, la rimessione in termini diverrebbe un ordinario strumento cui ricorrere tutte le volte in cui la data di pubblicazione sia successiva a quella di deposito.
Il contrasto tra le Sezioni Unite e la Corte Costituzionale
È evidente la diversità di interpretazione tra:
– la sentenza delle Sezioni Unite, secondo cui la rimessione in termini scatta solo in quei casi in cui vi sia la verifica di una effettiva lesione del diritto di difesa;
– e quella della Corte Costituzionale, secondo cui, invece, ogni volta, in presenza di due date diverse di deposito e di pubblicazione della sentenza, deve essere sempre garantito alla parte il diritto di utilizzare per intero i termini d’impugnazione e quindi di essere rimessa in termini).
Alcune sentenze della Cassazione hanno sposato la prima tesi [4] e altre la seconda [5].
A dirimere, dunque, la questione ci penseranno ora nuovamente le Sezioni Unite, cui la questione è stata ieri rimessa.
[1] Cass. ord. n. 18775/15 del 23.09.2015.
[2] Cass. sent. n. 13794/2012.
[3] C. Cost. sent. n. 3/2015.
[4] Cass. sent. n. 17612/2015.
[5] Cass. sent. n. 10675/2015 e n. 11129/2015.
Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza interlocutoria 15 luglio – 23 settembre 2015, n. 18775
– che Sc.Re. e S.L. hanno proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d’appello di Trieste che, in riforma della decisione del Tribunale di Pordenone, ha rigettato la domanda da essi proposta nei confronti di V.S. e di Immobiliare Selene s.a.s., dichiarando altresì inammissibile l’appello dagli stessi proposto nei confronti del Comune di Sacile;
– che la sentenza impugnata reca l’attestazione, in date differenti, del deposito (10 aprile 2007) e della pubblicazione della sentenza (12 maggio 2007), in entrambi i casi effettuata con apposizione di timbro e firma del cancelliere, mentre il rilascio della copia della sentenza risulta effettuato al difensore in data 24 maggio 2007;
– che il ricorso è stato notificato in data 25 giugno 2008, e quindi entro il termine previsto dall’art. 327 cod. proc. civ., nel testo applicabile ratione temporis, solo se si assume quale dies a quo la seconda data indicata in calce alla sentenza;
– che, all’esito dell’udienza del 2 aprile 2014, il Collegio disponeva il rinvio della causa a nuovo ruolo in attesa della decisione della Corte costituzionale sulla questione sollevata da questa Sezione, avente ad oggetto le norme in materia di pubblicazione della sentenza e di individuazione del dies a quo di decorrenza del termine “lungo” di impugnazione;
3. — Successive pronunce delle sezioni semplici hanno ulteriormente precisato che la “grave difficoltà per l’esercizio del diritto di difesa”, cui è subordinata la rimessione in termini, può dirsi realizzata in quanto la parte abbia avuto conoscenza dell’esistenza della sentenza dopo l’intero decorso del termine dell’art. 327 cod. proc. civ., ovvero dopo il decorso di un tempo tale da rendere oggettivamente difficoltosa la tempestiva proposizione dell’impugnazione (tra le altre, Cass., sez. 3^, sentenza n. 6304 del 2013 e n. 8216 del 2013). A contrario, si è negata la rimessione in termini nei casi in cui la parte aveva ricevuto notizia del deposito della sentenza con notevole anticipo rispetto alla scadenza del termine per impugnare.
5. – La Corte costituzionale, dopo aver confermato l’impostazione delle Sezioni unite – per cui ai fini dell’impugnazione rileva soltanto la data di deposito – si è soffermata sulla necessità di tutelare, con la rimessione in termini, il diritto di impugnazione della parte che, senza colpa, abbia fatto affidamento nella data di pubblicazione, offrendo in definitiva una “interpretazione conforme” calibrata sul caso oggetto del giudizio a quo, nel quale i fatti erano precedenti alla pronuncia dell’organo di nomofilachia.
Una volta stabilito, infatti, che l’interpretazione costituzionalmente orientata impone di individuare il dies a quo del termine di impugnazione nel momento in cui il provvedimento è reso conoscibile, si determina un effetto generalizzato di rimessione in termini, collegato al “doveroso riconoscimento d’ufficio di uno stato di fatto contra legem che, in quanto imputabile alla sola amministrazione giudiziaria, non può in alcun modo incidere sul fon-damentale diritto all’impugnazione, riducendone, talvolta anche in misura significativa, i relativi termini”. A tale proposito, il giudice delle leggi ha avuto cura di precisare che la garanzia del diritto di difesa implica che “siano utilizzabili nella loro interezza i termini di decadenza”.
7.1. – Secondo Cassazione, sez. 6^-2^, sentenze n. 10675 e n. 11129 del 2015 l’interprerazione costituzionalmente orientata avrebbe reso vincolante l’adozione del provvedimento di rimessione in termini, che invece, nella prospettiva delineata da Sezioni Unite n. 13794 del 2012, rimane subordinata al ricorrere di particolari circostanze. Diversamente, Cassazione, sez. 2^, sentenza n. 17612 del 2015 (ricorso R.G. n. 8198/2010) ha ricondotto l’applicazione dell’istituto della rimessione in termini nell’alveo tradizionale, come provvedimento da assumere, sia pure officiosamente, solo all’esito della verifica in concreto della sussistenza della lesione del diritto di difesa, tenuto conto del tempo di cui la parte ha potuto disporre per impugnare.
8. — La prima interpretazione, non implausibilmente, individua nell’intervento del giudice delle leggi la configurazione di una sequenza procedimentale sostanzialmente necessitata: a partire dall’esistenza di due date e relativi timbri di deposito della sentenza apposti dal cancelliere, il dies a quo di decorrenza del termine di impugnazione deve essere individuato nella seconda data, e deve essere garantita alla parte l’utilizzabilità dei termini di decadenza nella loro interezza, consentendo il recupero del tempo che le lungaggini burocratiche hanno sottratto. Viene in tal modo eliminato lo spazio di valutazione circa l’esistenza in concreto di un vulnus al diritto di difesa – sussistente per il solo fatto che la parte si è vista sottrarre una frazione del termine di impugnazione -, e la rimessione in termini perde il connotato tipico della discrezionalità.
10.1. — Se infatti si assume come operativa la sola seconda data apposta sulla sentenza, a rigore nemmeno si potrebbe porre una questione di rimessione in termini, poiché la parte che avrà rispettato il termine “lungo” decorrente dalla seconda data di deposito sarà per definizione “in termini” (in questo senso parrebbe Cass., sez. 6^-L., ordinanza n. 6050 del 2015). Nondimeno, la sentenza della Corte costituzionale non ha sancito l’inoperatività tout court della prima data di deposito – che altrimenti sarebbe rimasto travolto il “diritto vivente” sottoposto alla verifica di costituzionalità -, essendosi limitata a richiamare l’istituto della rimessione in termini come rimedio generale da utilizzare, anche officiosamente, per garantire il diritto di difesa. In questo senso, Cassazione n. 10675 e n. 11129 del 2015, che si sforza di rimanere nel solco della pronuncia interpretativa di rigetto, porta ad emersione la difficoltà del bilanciamento cosi attuato, nel quale, da un lato, le norme sottoposte a scrutinio sono ritenute chiare ed inequivocabili nella ricostruzione offerta da Sezioni Unite n. 13794 del 2012, e, dall’altro lato, si individua in una diversa disposizione processuale lo strumento per temperarne il rigore applicativo, suggerendo un automatismo estraneo all’istituto della rimessione in termini.
10.2. — Viceversa, la tesi secondo cui l’intervento della Corte costituzionale non avrebbe introdotto alcun automatismo, rimanendo necessaria la verifica del comportamento della parte ai fini della rimessione in termini, se preserva il senso del richiamo al predetto istituto, finisce per negare il diritto della parte ad utilizzare nella loro interezza i termini di decadenza previsti per la proposizione dell’impugnazione, facendo ricadere su di essa le conseguenze di un comportamento addebitabile all’amministrazione giudiziaria.
11. – Sul piano applicativo, il diverso approccio è dirimente nei casi come quello di specie, tutt’altro che infrequenti, nei quali le due date apposte in calce alla sentenza siano ragionevolmente prossime e la parte abbia utilizzato pressoché interamente il termine di impugnazione decorrente dalla seconda data. Se si applica il principio di diritto enunciato da Sezioni Unite n. 13794 del 2012, peraltro vincolante ai sensi dell’art. 374, terzo comma, cod. proc. civ. (salvo nuova rimessione alle stesse Sezioni Unite), il ricorso risulta inammissibile. Se, invece, si accede ad un’applicazione dell’istituto della rimessione in termini che va oltre i limiti dettati dall’organo di nomofilachia, quale sarebbe quella assunta dalla Corte costituzionale a garanzia del diritto di difesa, il ricorso risulta ammissibile.
03/06/2016 alle 18:16
Se non viene pubblicata una sentenza , posso sbagliarmi, ma mi sembra un reato di omissioni d’atti d’ufficio e il responsabile va querelato,

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 Cass. 
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