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Timestamp: 2020-02-22 22:14:56+00:00

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Tassazione dei dividendi in uscita dall'Italia verso società UE - Fiscomania
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La tassazione dei dividendi in uscita dall’Italia verso società UE. Applicazione dell’articolo 10 delle Convenzioni modello OCSE, articolo 27-bis e 27 comma 3 del DPR n 600/73. Analisi del beneficiario effettivo e contrasto alle conduit company.
Quando una società di capitali residente in Italia distribuisce dividendi ad una Holding residente, non ci sono ritenute da applicare.
La Holding italiana ha il vantaggio di portare a tassazione solo il 5% del dividendo, con una tassazione del 1,2%.
Ma che cosa succede se la Holding è situata in altro Paese UE?
Per rispondere a questa domanda ho deciso di realizzare questo articolo in cui andare ad analizzare le possibilità a disposizione per la tassazione dei dividendi in uscita dall’Italia.
Tassazione dei dividendi in uscita
DIVIDENDI IN USCITA: QUADRO NORMATIVO DI RIFERIMENTO
RITENUTA IN USCITA SUI DIVIDENDI: ART. 27 COMMA 3 DPR 600/73
RITENUTA RIDOTTA PER UTILI CORRISPOSTI A SOCIETA’ UE
APPLICAZIONE DELLA DIRETTIVA “MADRE FIGLIA“
CONVENZIONI CONTRO LE DOPPIE IMPOSIZIONI SUI DIVIDENDI IN USCITA
ACCORDI CONTRO LE CONDUIT COMPANY
COSA SI INTENDE PER BENEFICIARIO EFFETTIVO?
BENEFICIARIO EFFETTIVO E PRASSI MINISTERIALE
TASSAZIONE DEI DIVIDENDI IN USCITA: CONCLUSIONI
La tassazione dei dividendi in uscita è disciplinata dalle seguenti disposizioni:
Articolo 27 del DPR n 600/73. Norma che disciplina la ritenuta in uscita sui dividendi esteri;
Articolo 27-bis del DPR n 600/73. Norma che disciplina i dividendi erogati da società di capitali residenti nel territorio dello Stato a soggetti non residenti.
Oltre alla normativa nazionale assumono rilevanza nella tassazione dei dividendi in uscita, anche le seguenti disposizioni:
Direttiva n 90/345/CEE (del 23 luglio 1990), così come modificata dalla Direttiva n 2011/96/UE (del 30 novembre 2011). Direttiva nota con l’acronimo “Direttiva Madre-Figlia“;
Convenzioni contro le doppie imposizioni. In particolare, l’articolo 10, per le convenzioni ispirate dal modello OCSE.
Vediamo adesso con maggiore dettaglio queste disposizioni.
La tassazione dei dividendi in uscita corrisposti a società ed enti non residenti in Italia è contenuta nell’articolo 27, comma 3 del DPR n 600/73.
Questa disposizione prevede quanto segue:
“La ritenuta è operata a titolo d’imposta e con l’aliquota del 26% sugli utili corrisposti a soggetti non residenti nel territorio dello Stato diversi dalle società ed enti indicati nel comma 3-ter […]”
Articolo 27, comma 3, DPR n 600/73
Questa è la regola generale a cui deve sottostare una società di capitali italiana che eroga dividendi a società estera.
A corollario della disposizione precedente deve essere considerato il comma 3-ter dello stesso articolo 27 del DPR n 600/73.
Qualora i dividendi in uscita siano corrisposti a società o enti residenti in Paesi UE o SEE soggette ad imposta sul reddito delle società negli Stati membri di residenza (UE, SEE, white list) la ritenuta in uscita è pari all’1,20% a titolo di imposta.
Le condizioni per poter beneficiare della ritenuta ridotta sono le seguenti:
Beneficiari: società o enti che scontano nel Paese di residenza le imposte societarie;
Localizzazione: Residenza delle società o ente UE o SEE (white list).
SOCIETA’ ESTERE SOGGETTE IMPOSTE SOCIETARIE
Aspetto fondamentale di questa disposizione è l’individuazione delle società soggette alle imposte societarie.
Sul punto è utile ricordare quanto disciplinato dalla Circolare n 26/E/2009 dell’Agenzia delle Entrate. Il documento di prassi spiega cosa debba intendersi per soggettività ad imposte sui redditi
“Con riferimento al secondo requisito, occorre precisare che la
condizione di soggetto passivo della locale imposta sul reddito delle società va interpretata come assoggettabilità di carattere generale ad imposizione. Condizione soddisfatta da tutte quelle società potenzialmente soggette all’IRES (o alle corrispondenti imposte cui sono soggetti le società e gli enti non residenti), indipendentemente dalla circostanza che godono, di fatto, di agevolazioni comunque compatibili con la normativa comunitaria”
Ne consegue che possono fruire della ritenuta ridotta tutte le società o enti ai quali è riconosciuta soggettività passiva ai fini delle imposte societarie. Sono incluse le società che non pagano imposte in virtù di particolari esenzioni oggettive collegate alla tipologia del reddito da loro prodotto (es. esenzione sui passive income) o del luogo in cui è svolta l’attività.
Non beneficiano della ritenuta ridotta, per converso, gli enti e le società estere che non rientrano nel presupposto soggettivo di applicazione
Aspetto importante da sottolineare è che la ritenuta dell’1,2% spetta in tutti i casi in cui non risulti applicabile la Direttiva “Madre-figlia“, che vedremo di seguito.
In alternativa, qualora ne sussistano i requisiti, è applicabile la Direttiva n 2011/96/UE. Disposizione che all’articolo 1 definisce l’ambito oggettivo di applicazione della tassazione dei dividendi in uscita in ambito UE.
La Direttiva Madre Figlia, sostanzialmente, è una disciplina di favore che consente, al rispetto di alcuni requisiti, quanto segue:
La non applicazione della ritenuta in uscita sui dividendi erogati in ambito UE;
L’eventuale rimborso della ritenuta subita dalla società che percepisce il dividendo in ambito UE.
Affinché trovi applicazione la Direttiva Madre Figlia è necessario che vengano rispettati i criteri sanciti dall’articolo 2 e 3 della Direttiva n. 2011/96/UE:
Le società rivestono una delle forme previste dall’allegato I parte A della Direttiva 2011/93/UE (sostanzialmente società di capitali);
La società madre detiene una partecipazione diretta non inferiore al 10% del capitale della società che distribuisce gli utili;
Le società risiedono, ai fini fiscali, in uno Stato membro dell’Unione Europea;
Sono soggette a tassazione nello stato di residenza. Questo senza possibilità di fruire di regimi di opzione o di esonero che non siano territorialmente o temporalmente limitati;
La partecipazione è detenuta ininterrottamente per almeno due anni.
Ai sensi dell’articolo 27-bis del DPR 600/73 al verificarsi delle suddette condizioni il soggetto non residente che ha percepito i dividendi può richiedere, in alternativa:
Il rimborso della ritenuta operata dalla società figlia (articolo 27 bis comma 1, DPR n 600/73) oppure
La totale esenzione (art. 27-bis comma 3 DPR n 600/73).
Queste disposizioni devono essere conciliate con quanto disposto dalle varie Convenzioni contro le doppie imposizioni siglate tra i vari Stati coinvolti.
Tali convenzioni hanno rango superiore alla normativa nazionale e possono essere applicate dal contribuente quando a lui più favorevoli.
Solitamente le convenzioni contro le doppie imposizioni in tema di tassazione dei dividendi in uscita prevedono l’applicazione di una ritenuta. Tale ritenuta, a seconda dei casi, varia dal 5% al 15% del dividendo.
Tuttavia, per l’applicazione delle convenzioni si pone un problema molto delicato che riguarda l’intento dei legislatori di evitare il fenomeno del “treaty shopping“.
Con questo termine si tratta di un fenomeno volto all’abuso delle norme internazionali al fine di eludere disposizioni fiscali.
Proviamo a capire meglio questo aspetto con un esempio.
Immagina un gruppo multinazionale. In un ottica di pianificazione fiscale aggressiva questo gruppo potrebbe erogare flussi reddituali (tipicamente dividendi, interessi e royalties) azzerando o riducendo il prelievo fiscale nel paese della fonte (es. Italia).
Il tutto a vantaggio di una società Holding, posta in un Paese a fiscalità privilegiata.
Per ottenere questo obiettivo spesso vengono sfruttate indebitamente
le regole impositive previste dai trattati internazionali contro le doppie imposizioni sui redditi.
Dutch sandwich conduit company olandese
Per contrastare tali fenomeni elusivi attraverso l’interposizione reale di un soggetto terzo tra l’erogante i redditi (supponiamo residente in Italia) e il beneficiario finale degli stessi, la convenzione OCSE ha introdotto la clausola del beneficiario effettivo “beneficial ownership clause”.
Sostanzialmente l’OCSE intende promuovere accordi tra i vari Stati affinché in sede di negoziazioni di nuovi accordi venga previsto l’inserimento di apposite clausole.
Si tratta di accordi che limitino l’utilizzo improprio delle Convenzioni mediante la costituzione di società che in realtà non svolgono alcune attività reale. Si tratta delle c.d. “conduit companies“.
La locuzione “beneficiario effettivo” è andata consolidandosi nella prassi dell’OCSE, con una serie di disposizioni, miranti a fornire linee guida interpretative sulle conduit companies, vale a dire:
La notazione beneficiario effettivo non va intesa secondo un’accezione restrittiva, ma piuttosto nel suo contesto ed alla luce delle finalità dei Trattati. Finalità di evitare la doppia imposizione e di prevenire l’evasione o l’elusione fiscale in ambito internazionale;
Qualora un reddito sia percepito (finanziariamente) da un agente o da un fiduciario, sarebbe contrario allo scopo ed alle finalità dei Trattati che lo Stato della fonte conceda una riduzione della ritenuta nella misura convenzionale – come pure l’esenzione – dal momento che non vi sarebbe alcun rischio di doppia imposizione, visto che l’immediato percettore del reddito non sarebbe anche il “possessore” dello stesso ai fini fiscali;
Non si applica la ritenuta convenzionale, ovvero esenta il reddito prodotto nello Stato della fonte, quando il percettore, pur al di fuori di un rapporto di agenzia o fiduciario propriamente detto, abbia sostanzialmente poteri molto limitati che lo rendono un mero intermediario per conto di un altro soggetto, che di fatto è il beneficiario del reddito.
Nell’impostazione accolta nella versione 2014 del Commentario al Modello OCSE, (art 10-11-12) di fatto rileva – ai fini della identificazione del beneficiario effettivo – non già il diritto esclusivo ad usare e godere dei flussi reddituali (“the full right to use and enjoy”), come previsto nel draft 2011, bensì la circostanza che il diritto del beneficiario di detti flussi non sia vincolato da specifici obblighi legali
o contrattuali di ri-trasferimento (“recipient’s right to use and enjoy … is constrained by a contractual or legal obbligation to pass on the payment received to another person”).
In un primo momento l’amministrazione finanziaria aveva introdotto il criterio per il quale si qualifica come beneficiario effettivo, ai fini convenzionali, il soggetto su cui ricade effettivamente l’imponibilità del reddito erogato (Risoluzione 7 maggio 1987 n. 12/431).
Successivamente invece aveva definito il beneficiario effettivo il soggetto cui il reddito è fiscalmente imputabile. Pertanto, come rileva lo stesso Commentario OCSE, non si realizza la figura del “beneficiario effettivo” quando viene interposto un intermediario – come ad esempio un agente – tra il beneficiario ed il debitore del provento. (Risoluzione 6 maggio 1997 n. 104/E).
Da questa ultima interpretazione non si è più fatto riferimento alla effettiva imponibilità del reddito in capo al soggetto estero – la quale andava necessariamente verificata in funzione della legislazione tributaria estera applicabile al soggetto percettore – bensì alla imputabilità del reddito, che tiene conto, in prima battuta della soggettività passiva così come è disciplinata dalle disposizioni del TUIR.
In questo articolo ho voluto riepilogare le casistiche principali di tassazione dei dividendi in uscita dall’Italia.
Aspetto principale da analizzare è la disposizione convenzionale. Quando le disposizioni convenzionali sono applicabili e favorevoli al contribuente devono essere applicate.
Su questo aspetto particolare interesse deve essere osservata la clausola del beneficiario effettivo.
Detto questo, superata l’analisi convenzionale, occorre rifarsi all’articolo 27-bis del DPR 600/73. Mi riferisco all’esenzione da ritenuta in uscita prevista dalla Direttiva Madre Figlia.
Anche in questo caso vi sono una serie di criteri e requisiti da rispettare.
Qualora, infine, queste disposizioni non si rendano applicabili si applica la disposizione dell’articolo 27 del DPR n 600/73. Norma che prevede una ritenuta dell’1,2% sul dividendo in uscita.
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Articolo 27

Articolo 27

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