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Timestamp: 2017-07-25 02:35:27+00:00

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Rifiutiamo i Rifiuti: RIFIUTI CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA SENTENZA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA 2007 SANZIONE PER NON AVER OTTEMPERATA ALLA ALLA SENTENZA Rifiutiamo i Rifiuti
RIFIUTI CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA SENTENZA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA 2007 SANZIONE PER NON AVER OTTEMPERATA ALLA ALLA SENTENZA Corte di giustizia dell’Unione europea
163/14 Lussemburgo, 2 dicembre 2014 Sentenza nella causa
C-196/13 Commissione / Italia L’Italia è condannata a
sanzioni pecuniarie per non avere dato esecuzione a una sentenza della Corte
del 2007 che ha constatato l’inadempimento alle direttive sui rifiuti Oltre a
una somma forfettaria di EUR 40 milioni, la Corte infligge all’Italia, fino al
momento in cui avrà dato piena esecuzione alla sentenza del 2007, una penalità
di EUR 42 800 000 per ogni semestre di ritardo nell’attuazione delle misure
necessarie Con una prima sentenza, nel 2007 1 , la Corte ha dichiarato che
l’Italia era venuta meno, in modo generale e persistente, agli obblighi
relativi alla gestione dei rifiuti stabiliti dalle direttive relative ai
rifiuti 2 , ai rifiuti pericolosi 3 e alle discariche di rifiuti 4 .
Nel 2013, la Commissione ha ritenuto che
l’Italia non avesse ancora adottato tutte le misure necessarie per dare
esecuzione alla sentenza del 2007. In particolare, 218 discariche ubicate in 18
delle 20 regioni italiane non erano conformi alla direttiva «rifiuti» (dal che
si poteva desumere che fossero in esercizio discariche prive di
autorizzazione); inoltre, 16 discariche su 218 contenevano rifiuti pericolosi
in violazione della direttiva «rifiuti pericolosi»; infine, l’Italia non aveva
dimostrato che 5 discariche fossero state oggetto di riassetto o di chiusura ai
sensi della direttiva «discariche di rifiuti». Nel corso della presente
causa, la Commissione ha affermato che, secondo le informazioni più recenti,
198 discariche non erano ancora conformi alla direttiva «rifiuti» e che, di
esse, 14 non erano conformi neppure alla direttiva «rifiuti pericolosi».
Inoltre, sarebbero rimaste due discariche non conformi alla direttiva «discariche
di rifiuti». Nell’odierna sentenza, la Corte ricorda innanzitutto che la mera
chiusura di una discarica o la copertura dei rifiuti con terra e detriti non è
sufficiente per adempiere agli obblighi derivanti dalla direttiva «rifiuti». Pertanto, i provvedimenti
di chiusura e di messa in sicurezza delle discariche non sono sufficienti per
conformarsi alla direttiva. Oltre a ciò, gli Stati membri sono tenuti a
verificare se sia necessario bonificare le vecchie discariche abusive e,
all’occorrenza, sono tenuti a bonificarle. Il sequestro della discarica e
l’avvio di un procedimento penale contro il gestore non costituiscono misure
sufficienti. La Corte rileva poi che, alla scadenza del termine impartito 5 ,
lavori di bonifica erano ancora in corso o non erano stati iniziati in certi
siti; riguardo ad altri siti, la Corte constata che non è stato fornito alcun
elemento utile a determinare la data in cui detti lavori sarebbero stati
eseguiti. 1 Sentenza della Corte del 26 aprile 2007, Commissione/Italia (causa
C-135/05). 2 Direttiva 75/442/CEE del Consiglio, del 15 luglio 1975, relativa
ai rifiuti (GU L 194, pag. 39), come modificata dalla direttiva 91/156/CEE del
Consiglio, del 18 marzo 1991 (GU L 78, pag. 32). 3 Direttiva 91/689/CEE del
Consiglio, del 12 dicembre 1991, relativa ai rifiuti pericolosi (GU L 377, pag.
20). 4 Direttiva 1999/31/CE del Consiglio, del 26 aprile 1999, relativa alle
discariche di rifiuti (GU L 182, pag. 1). 5 Nella fattispecie, il 30 settembre
2009. Il Trattato di Lisbona ha soppresso, nella procedura per «doppio
inadempimento» (articolo 260, paragrafo 2, TFUE), la fase dell’emissione del
parere motivato, sicché la data di riferimento per la constatazione
dell’inadempimento è quella della scadenza del termine fissato nella lettera di
Tuttavia, la presente procedura è stata
avviata sulla base del Trattato CE (articolo 228, paragrafo 2) e un parere
motivato è stato emesso prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.
www.curia.europa.eu La Corte ne trae la conclusione che l’obbligo di recuperare
i rifiuti o di smaltirli senza pericolo per l’uomo o per l’ambiente nonché
quello, per il detentore, o di consegnarli ad un raccoglitore che effettui le
operazioni di smaltimento o di recupero di rifiuti o di provvedere egli stesso
a tali operazioni sono stati violati in modo persistente. L’Italia non si è
assicurata che il regime di autorizzazione istituito fosse effettivamente
applicato e rispettato. Essa non ha assicurato la cessazione effettiva delle
operazioni realizzate in assenza di autorizzazione.
L’Italia non ha neppure
provveduto ad una catalogazione e un’identificazione esaustive di ciascuno dei
rifiuti pericolosi sversati nelle discariche. Infine, essa continua a violare
l’obbligo di garantire che per determinate discariche sia adottato un piano di
riassetto o un provvedimento definitivo di chiusura. La Corte trae la
conclusione che l’Italia non ha adottato tutte le misure necessarie a dare
esecuzione alla sentenza del 2007 e che è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti
in forza del diritto dell’Unione. Di conseguenza, la Corte condanna l’Italia a
pagare una somma forfettaria di EUR 40 milioni. La Corte rileva poi che
l’inadempimento perdura da oltre sette anni e che, dopo la scadenza del termine
impartito, le operazioni sono state compiute con grande lentezza; un numero
importante di discariche abusive si registra ancora in quasi tutte le regioni
italiane. Essa considera quindi opportuno infliggere una penalità decrescente,
il cui importo sarà ridotto progressivamente in ragione del numero di siti che
discariche contenenti rifiuti pericolosi. L’imposizione su base
semestrale consentirà di valutare l’avanzamento dell’esecuzione degli obblighi da
parte dell’Italia. La prova dell’adozione delle misure necessarie
all’esecuzione della sentenza del 2007 dovrà essere trasmessa alla Commissione
prima della fine del periodo considerato. La Corte condanna quindi l’Italia a
versare altresì una penalità semestrale a far data da oggi e fino
all’esecuzione della sentenza del 2007. La penalità sarà calcolata, per quanto
riguarda il primo semestre, a partire da un importo iniziale di EUR 42 800 000.
Da tale importo saranno detratti EUR 400 000 per ciascuna discarica contenente
rifiuti pericolosi messa a norma ed EUR 200 000 per ogni altra discarica messa
a norma. Per ogni semestre successivo, la penalità sarà calcolata a partire
dall’importo stabilito per il semestre precedente detraendo i predetti importi
in ragione delle discariche messe a norma in corso di semestre. IMPORTANTE: La Commissione
può infliggere sanzioni pecuniarie, al momento della prima sentenza. Documento
non ufficiale ad uso degli organi d'informazione che non impegna la Corte di
giustizia. Il testo integrale della
Estella Cigna Angelidis ( (+352) 4303 2582 Immagini
della pronuncia della sentenza sono disponibili su «Europe by Satellite» (
Sentenza 26 aprile 2007
«Inadempimento
di uno Stato – Gestione dei rifiuti – Direttive 75/442/CEE, 91/689/CEE e
1999/31/CE»
oggetto un ricorso per inadempimento ai sensi dell’art. 226 CE, proposto il 22
delle Comunità europee, rappresentata dalla sig.ra D. Recchia e dal sig. M.
Konstantinidis, in qualità di agenti, con domicilio eletto in Lussemburgo,
italiana, rappresentata dal sig. I. M. Braguglia, in qualità di agente,
sig. A. Rosas, presidente di sezione, dai sigg. J. Klučka (relatore), U.
Lõhmus, A. Ó Caoimh e dalla sig.ra P. Lindh, giudici,
generale: sig. M. Poiares Maduro
sig.ra M. Ferreira, amministratore principale
vista la fase
scritta del procedimento e in seguito all’udienza dell’11 gennaio 2007,
causa senza conclusioni, ha
ricorso la Commissione delle Comunità europee chiede alla Corte di constatare
che, non avendo adottato tutti i provvedimenti necessari:
salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare
pregiudizio all’ambiente e per vietare l’abbandono, lo scarico e lo smaltimento
incontrollato dei rifiuti;
ogni detentore di rifiuti li consegni ad un raccoglitore privato o pubblico, o
ad un’impresa che effettua le operazioni di smaltimento o di recupero, oppure
provveda egli stesso al recupero o allo smaltimento conformandosi alle
disposizioni della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa
ai rifiuti (GUL194, pag.39), come modificata dalla direttiva del Consiglio 18
marzo 1991, 91/156/CEE (GUL78, pag.32; in prosieguo: la «direttiva 75/442»);
tutti gli stabilimenti o le imprese che effettuano operazioni di smaltimento
siano soggetti ad autorizzazione dell’autorità competente;
– affinché in
ogni luogo in cui siano depositati (messi in discarica) rifiuti pericolosi,
questi ultimi siano catalogati e identificati; e
–affinché, in
relazione alle discariche che hanno ottenuto un’autorizzazione o erano già in
funzione alla data del 16 luglio 2001, il gestore della discarica elabori e
presenti per l’approvazione dell’autorità competente, entro il 16 luglio 2002,
un piano di riassetto della discarica comprendente le informazioni relative
alle condizioni per l’autorizzazione e le misure correttive che ritenga
eventualmente necessarie; e affinché, in seguito alla presentazione del piano
di riassetto, le autorità competenti adottino una decisione definitiva
sull’eventuale proseguimento delle operazioni, facendo chiudere al più presto
le discariche che non ottengano l’autorizzazione a continuare a funzionare, o
autorizzando i necessari lavori e stabilendo un periodo di transizione per
l’attuazione del piano, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad
essa incombenti ai sensi degli artt.4, 8 e 9 della direttiva 75/442,
dell’art.2, n.1, della direttiva del Consiglio 12 dicembre 1991, 91/689/CEE,
relativa ai rifiuti pericolosi (GUL377, pag.20), e dell’art.14, lett.a) c),
della direttiva del Consiglio 26 aprile 1999, 1999/31/CE, relativa alle
discariche di rifiuti (GUL182, pag.1).
2 L’art.4
della direttiva 75/442 prevede quanto segue:
«Gli Stati
membri adottano le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano
ricuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare
procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente (…)
Gli Stati membri adottano inoltre le misure necessarie per vietare l’abbandono,
lo scarico e lo smaltimento incontrollato dei rifiuti».
3 L’art.8
della direttiva 75/442 impone agli Stati membri di adottare le disposizioni
necessarie affinché ogni detentore di rifiuti li consegni ad un raccoglitore
privato o pubblico, o ad un’impresa che effettua le operazioni previste
nell’allegato IIA o IIB di tale direttiva, oppure provveda egli stesso al
recupero o allo smaltimento, conformandosi alle disposizioni di detta
4 L’art.9, n.1, della direttiva 75/442 dispone che, ai fini dell’applicazione,
in particolare, dell’art.4 della stessa direttiva, tutti gli stabilimenti o le
imprese che effettuano le operazioni di smaltimento di rifiuti debbono ottenere
l’autorizzazione dell’autorità competente incaricata di attuare le disposizioni
di tale direttiva. L’art.9, n.2, precisa che dette autorizzazioni possono
essere concesse per un periodo determinato, essere rinnovate, essere
accompagnate da condizioni e obblighi, o essere rifiutate segnatamente quando
il metodo di smaltimento previsto non è accettabile dal punto di vista della
5 L’art.2
della direttiva 91/689 così dispone:
«1. Gli Stati
membri prendono le misure necessarie per esigere che in ogni luogo in cui siano
depositati (messi in discarica) rifiuti pericolosi, questi ultimi siano
catalogati e identificati.
6 Ai sensi
dell’art.14, lett.a) c), della direttiva 1999/31:
membri adottano misure affinché le discariche che abbiano ottenuto
un’autorizzazione o siano già in funzione al momento del recepimento della
presente direttiva possano rimanere in funzione soltanto se (...)
a) entro un
anno dalla data prevista nell’articolo 18, paragrafo 1 [vale a dire entro il 16
luglio 2002], il gestore della discarica elabora e presenta all’approvazione
dell’autorità competente un piano di riassetto della discarica comprendente le
informazioni menzionate nell’articolo 8 e le misure correttive che ritenga
eventualmente necessarie al fine di soddisfare i requisiti previsti dalla
presente direttiva, fatti salvi i requisiti di cui all’allegato I, punto1;
b) in seguito
alla presentazione del piano di riassetto, le autorità competenti adottano una
decisione definitiva sull’eventuale proseguimento delle operazioni in base a
detto piano e alla presente direttiva. Gli Stati membri adottano le misure
necessarie per far chiudere al più presto, a norma dell’articolo 7, lettera g),
e dell’articolo 13, le discariche che, in forza dell’articolo 8, non ottengono
l’autorizzazione a continuare a funzionare;
c) sulla base
del piano approvato, le autorità competenti autorizzano i necessari lavori e
stabiliscono un periodo di transizione per l’attuazione del piano. Tutte le
discariche preesistenti devono conformarsi ai requisiti previsti dalla presente
direttiva, fatti salvi i requisiti di cui all’allegato I, punto1, entro otto
anni dalla data prevista nell’articolo 18, paragrafo 1 [ossia entro il 16
luglio 2009]».
7 Ai sensi dell’art.18, n.1, della detta direttiva, gli Stati membri adottano
le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per
conformarsi alla stessa entro due anni a decorrere dalla sua entrata in vigore
[vale a dire, entro il 16 luglio 2001] e ne informano immediatamente la
8 A seguito
di varie denunce, di interrogazioni parlamentari, di articoli di stampa, nonché
della pubblicazione, avvenuta il 22 ottobre 2002, di un rapporto del Corpo
forestale dello Stato (in prosieguo: il «CFS»), che evidenziava l’esistenza di
un gran numero di discariche illegali e non controllate in Italia, la
Commissione ha deciso di controllare l’osservanza da parte di detto Stato
membro degli obblighi ad esso incombenti ai sensi delle direttive 75/442,
91/689 e 1999/31.
9 Tale rapporto completava la terza fase di un procedimento avviato nel 1986
dal CFS al fine di contabilizzare le discariche illegali nei territori boschivi
e montagnosi delle Regioni a statuto ordinario in Italia (vale a dire la
totalità delle regioni italiane, eccetto il Friuli-Venezia Giulia, la Sardegna,
la Sicilia, il Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta). Un primo censimento,
avvenuto nel 1986, aveva riguardato 6890 degli 8104 comuni italiani e aveva
consentito al CFS di accertare l’esistenza di 5978 discariche illegali. Un
secondo censimento, effettuato nel 1996, aveva riguardato 6802 comuni e aveva
rivelato al CFS l’esistenza di 5422 discariche illegali. Dopo il censimento del
2002, il CFS ha ancora catalogato 4866 discariche illegali, 1765 delle quali
non figuravano nei precedenti studi. Secondo il CFS, 705 tra le dette
discariche abusive contenevano rifiuti pericolosi. Per contro, il numero delle
discariche autorizzate era soltanto di 1420.
risultati di quest’ultimo censimento sono riassunti dalla Commissione come
delle discariche abusive (m²)
attive/non attive
bonificate/non bonificate
16519790
1654 / 3212
1030 / 3836
11 Benché i
dati forniti dal CFS riguardino soltanto le quindici regioni italiane a statuto
ordinario, la Commissione dichiara di voler perseguire, nel procedimento in
esame, la Repubblica italiana per la totalità delle discariche abusive
esistenti sul suo territorio. Infatti, la Commissione disporrebbe di
informazioni da cui risulterebbe che la situazione è analoga nelle regioni a
12 Detta istituzione rinvia, al riguardo, al piano di gestione dei rifiuti
della Regione Siciliana, notificato alla Commissione il 4 marzo 2003 e al quale
è allegato il piano di bonifica delle zone inquinate della regione in
questione. Tale piano evidenzierebbe l’esistenza di numerose discariche
abusive, di siti di rifiuti abbandonati, di depositi di rifiuti non autorizzati
e di siti non specificati, di cui alcuni conterrebbero rifiuti pericolosi.
13 Lo stesso
varrebbe per le Regioni Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Sardegna,
in relazione alle quali la Commissione completa la descrizione della situazione
complessiva in Italia mediante documenti ufficiali provenienti dalle autorità
di dette regioni e mediante rapporti delle commissioni parlamentari di
inchiesta, nonché attraverso articoli di stampa.
14 A titolo
di esempio, la Commissione menziona una discarica situata nella località
«Cascina Corradina» nel comune di San Fiorano, che inizialmente ha costituito
oggetto di un procedimento distinto, successivamente riunito al procedimento in
esame ai fini del ricorso dinanzi alla Corte.
15 In base a tutte queste informazioni la Commissione, conformemente
all’art.226CE, con lettera dell’11 luglio 2003, ha invitato il governo italiano
a presentare le sue osservazioni a tale riguardo.
16 Non avendo ottenuto dalle autorità italiane alcuna informazione che
consentisse di concludere che era stato posto fine agli inadempimenti
addebitati, la Commissione, con lettera del 19 dicembre 2003, ha emanato un
parere motivato, invitando la Repubblica italiana ad adottare i provvedimenti
necessari per conformarsi ad esso entro due mesi dalla sua notifica.
Commissione non ha ricevuto alcuna risposta al detto parere motivato. Di
conseguenza, essa ha proposto il ricorso in esame.
18 Il governo
italiano sostiene che il ricorso della Commissione dovrebbe essere dichiarato
irricevibile a causa della genericità e dell’indeterminatezza
dell’inadempimento addebitato, che impedirebbe a detto governo di presentare
una difesa precisa tanto in fatto quanto in diritto. In particolare, la
Commissione non avrebbe individuato i detentori o i gestori delle discariche né
i proprietari dei siti sui quali i rifiuti sono stati abbandonati.
Commissione ritiene, per contro, di poter esaminare, in un unico procedimento,
la questione dello smaltimento dei rifiuti sulla totalità del territorio
italiano. Siffatto approccio, da essa qualificato «orizzontale», consentirebbe,
da un lato, di individuare e di correggere più efficacemente i problemi
strutturali sottesi all’asserito inadempimento della Repubblica italiana e,
dall’altro, di alleggerire i sistemi di controllo del rispetto del diritto
comunitario in materia ambientale. A questo proposito, la Commissione rinvia
alle conclusioni dell’avvocato generale Geelhoed, relative alla causa C 494/01,
Commissione/Irlanda (sentenza 26 aprile 2005, Racc.pag.I 3331).
20 Anzitutto, occorre evidenziare che, fatto salvo l’obbligo della Commissione
di soddisfare l’onere della prova gravante su di essa nell’ambito della
procedura prevista dall’art.226 CE, il Trattato CE non contiene alcuna norma
che si opponga all’esame complessivo di un numero rilevante di situazioni, in
base alle quali la Commissione ritenga che uno Stato membro sia stato
inadempiente, in modo ripetuto e prolungato, agli obblighi ad esso incombenti
ai sensi del diritto comunitario.
21 Si desume poi da costante giurisprudenza che una prassi amministrativa può
costituire oggetto di un ricorso per inadempimento, qualora risulti in una
certa misura costante e generale (v., specificamente, sentenza
Commissione/Irlanda, cit., punto28 e giurisprudenza ivi citata).
22 Infine, occorre ricordare che la Corte ha già dichiarato ricevibili ricorsi
della Commissione proposti in contesti analoghi, in cui quest’ultima deduceva
precisamente una violazione strutturale e generalizzata degli artt.4, 8 e 9
della direttiva 75/442 da parte di uno Stato membro (sentenza 6 ottobre 2005,
causa C 502/03, Commissione/Grecia, non pubblicata nella Raccolta) e una
violazione di tali medesimi articoli, nonché dell’art.14 della direttiva
1999/31 (sentenza 29marzo 2007, causa C 423/05, Commissione/Francia, non
pubblicata nella Raccolta). 23 Di conseguenza, il ricorso della Commissione è ricevibile.
Sull’onere
24 Il governo
italiano sostiene che le fonti di informazione sulle quali la ricorrente fonda
il suo ricorso sarebbero prive di credibilità in quanto, da un lato, i rapporti
del CFS non sono stati elaborati in collaborazione con il Ministero
dell’Ambiente e della Tutela del territorio, che sarebbe l’unica autorità
nazionale competente rispetto all’ordinamento giuridico comunitario, e,
dall’altro, gli atti delle commissioni parlamentari di inchiesta o gli articoli
di stampa costituirebbero non confessioni, ma soltanto fonti generiche di
prova, la cui fondatezza dev’essere dimostrata da chi le invoca.
25 La Commissione, al contrario, considera che i rapporti elaborati dal CFS
costituiscono una fonte di informazioni affidabili e privilegiate in materia
ambientale. Infatti, il CFS costituirebbe una forza di polizia dello Stato ad
ordinamento civile che ha il compito, in particolare, di difendere il
patrimonio forestale italiano, di tutelare l’ambiente, il paesaggio e
l’ecosistema, nonché di esercitare attività di polizia giudiziaria al fine di
vigilare sul rispetto delle normative nazionali e internazionali in materia.
26 A tale
riguardo si deve ricordare che, nell’ambito di un procedimento per
inadempimento ai sensi dell’art.226 CE, spetta alla Commissione provare la
sussistenza dell’asserito inadempimento. Ad essa spetta fornire alla Corte gli
elementi necessari affinché questa accerti l’esistenza di siffatto inadempimento,
senza potersi basare su alcuna presunzione (sentenza 25 maggio 1982, causa
96/81, Commissione/Paesi Bassi, Racc.pag.1791, punto6).
27Tuttavia,
gli Stati membri sono tenuti, a norma dell’art.10 CE, ad agevolare la
Commissione nello svolgimento del suo compito, che consiste, in particolare, ai
sensi dell’art.211 CE, nel vigilare sull’applicazione delle norme del Trattato,
nonché delle disposizioni adottate dalle istituzioni in forza dello stesso
Trattato (sentenza Commissione/Irlanda, cit., punto42 e giurisprudenza ivi
28 In una simile prospettiva, si deve tener conto del fatto che, nel verificare
la corretta applicazione pratica delle disposizioni nazionali destinate a
garantire la concreta attuazione della direttiva, tra cui quelle adottate nel
settore dell’ambiente, la Commissione, che non dispone di propri poteri di
indagine in materia, dipende in ampia misura dagli elementi forniti da
eventuali denuncianti, da organizzazioni private o pubbliche attive sul
territorio dello Stato membro interessato, nonché da questo stesso Stato membro
(v., in tal senso, sentenza Commissione/Irlanda, cit., punto43 e giurisprudenza
29 A tal
riguardo, i rapporti elaborati dal CFS e da commissioni parlamentari
d’inchiesta o documenti ufficiali provenienti, in particolare, da autorità
regionali possono essere considerati, quindi, come valide fonti d’informazione
per l’avvio, da parte della Commissione, del procedimento di cui all’art.226
discende, in particolare, che, quando la Commissione ha fornito elementi
sufficienti a far emergere determinati fatti verificatisi sul territorio dello
Stato membro convenuto, spetta a quest’ultimo confutare in modo sostanziale e
dettagliato i dati forniti dalla Commissione e le conseguenze che ne derivano (sentenza
Commissione/Irlanda, cit., punto44 e giurisprudenza ivi citata).
31 In simili circostanze, infatti, spetta innanzi tutto alle autorità nazionali
effettuare i controlli in loco necessari, in uno spirito di cooperazione leale,
conformemente al dovere di ogni Stato membro, ricordato al punto27 della
presente sentenza, di facilitare l’adempimento del compito generale della
Commissione (sentenza Commissione/Irlanda, cit., punto45 e giurisprudenza ivi
32 Pertanto, quando la Commissione si richiama a denunce circostanziate, dalle
quali emergono ripetuti inadempimenti alle disposizioni della direttiva, spetta
allo Stato membro interessato confutare in modo concreto i fatti affermati in
tali denunce. Del pari, quando la Commissione ha fornito elementi sufficienti a
far risultare che le autorità di uno Stato membro hanno posto in essere una
prassi reiterata e persistente contraria alle disposizioni di una direttiva,
spetta a tale Stato membro confutare in modo sostanziale e dettagliato i dati
in tal modo forniti, nonché le conseguenze che ne derivano (sentenza
Commissione/Irlanda, cit., punti46 e 47, nonché giurisprudenza ivi citata).
Tale obbligo incombe agli Stati membri in virtù del dovere di leale
cooperazione, enunciato all’art.10 CE, durante tutto il procedimento di cui
all’art.226 CE. Orbene, risulta dal fascicolo che le autorità italiane non
hanno cooperato pienamente con la Commissione ai fini dell’istruzione della
presente causa nella fase del procedimento precontenzioso.
Sulla violazione degli artt.4, 8 e 9 della direttiva 75/442, dell’art.2, n.1,
della direttiva 91/689 e dell’art.14, lett.a) c), della direttiva 1999/31
– Argomenti
confutare le censure dedotte dalla Commissione, il governo italiano, fondandosi
sulle informazioni che ha potuto ottenere presso le amministrazioni regionali,
provinciali, nonché presso il Nucleo Operativo Ecologico dell’Arma dei
Carabinieri, sostiene anzitutto che i dati forniti dalla Commissione sono
inconsistenti e non corrispondono alla situazione reale in Italia. Esso
contesta, in particolare, il numero di «discariche abusive» censite dalla
Commissione in quanto quest’ultima, in primo luogo, avrebbe conteggiato talune
discariche più volte, in secondo luogo, avrebbe qualificato come discariche
abusive semplici depositi o siti con rifiuti in abbandono, di cui una parte
starebbe per essere bonificata o in cui i rifiuti sarebbero già stati rimossi
e, in terzo luogo, avrebbe travisato il loro grado di pericolosità, poiché la
maggior parte di tali discariche sarebbe sotto controllo o sotto sequestro.
34 Il governo italiano ricorda, poi, i progressi recenti che la Repubblica
italiana ha realizzato nell’attuazione degli obblighi derivanti dalle direttive
75/442, 91/689 e 1999/31.
35 La Commissione sostiene, in primo luogo, che il governo italiano non
fornisce informazioni in senso contrario, provenienti da una fonte di livello
paragonabile alle proprie. In secondo luogo, benché la Commissione prenda atto
del fatto che i rifiuti sono stati rimossi da talune discariche, essa sostiene
che le situazioni che stanno per essere regolarizzate sono in numero
notevolmente minore di quelle per le quali le autorità nazionali non hanno
avviato alcuna azione per rimediare al loro carattere abusivo.
36 Anzitutto,
risulta da giurisprudenza costante che l’esistenza di un inadempimento
dev’essere valutata in relazione alla situazione dello Stato membro quale si
presentava alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato e che la
Corte non può tenere conto dei mutamenti successivi, quand’anche essi
costituiscano un’attuazione corretta delle norme di diritto comunitario che
sono oggetto del ricorso per inadempimento (v., in tal senso, sentenze 11
ottobre 2001, causa C 111/00, Commissione/Austria, Racc.pag.I 7555, punti13 e
14; 30 gennaio 2002, causa C 103/00, Commissione/Grecia, Racc.pag.I 1147,
punto23; 28 aprile 2005, causa C 157/04, Commissione/Spagna, non pubblicata
nella Raccolta, punto19; e 7 luglio 2005, causa C 214/04, Commissione/Italia,
non pubblicata nella Raccolta, punto14).
Successivamente, per quanto riguarda più specificamente la valutazione della
violazione da parte di uno Stato membro dell’art.4 della direttiva 75/442,
occorre ricordare che quest’ultimo prevede che gli Stati membri adottino le
misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti
senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che
potrebbero recare pregiudizio all’ambiente, senza peraltro precisare il
contenuto concreto delle misure che devono essere adottate per assicurare tale
obiettivo. Tuttavia, ciò non toglie che tale disposizione vincola gli Stati
membri quanto all’obiettivo da raggiungere, pur lasciando agli stessi un potere
discrezionale nella valutazione della necessità di tali misure (sentenza 9
novembre 1999, causa C 365/97, Commissione/Italia, detta «San Rocco»,
Racc.pag.I 7773, punto67). Non è quindi possibile, in via di principio, dedurre
direttamente dalla mancata conformità di una situazione di fatto agli obiettivi
fissati all’art.4 di tale direttiva che lo Stato membro interessato sia
necessariamente venuto meno agli obblighi imposti da questa disposizione.
Nondimeno, è pacifico che la persistenza di una tale situazione di fatto, in
particolare quando comporta un degrado rilevante dell’ambiente per un periodo
prolungato senza intervento delle autorità competenti, può rivelare che gli
Stati membri hanno abusato del potere discrezionale che questa disposizione
conferisce loro (sentenza San Rocco, cit., punti67 e 68).
38 A tale
riguardo, occorre constatare che la fondatezza delle censure addebitate alla
Repubblica italiana risulta chiaramente dal fascicolo. Infatti, benché le
informazioni fornite da tale governo abbiano permesso di constatare che il rispetto
in Italia degli obiettivi previsti dalle disposizioni del diritto comunitario
che costituiscono l’oggetto dell’inadempimento è migliorata nel corso del
tempo, tali informazioni rivelano tuttavia che, alla scadenza del termine
fissato nel parere motivato, persisteva una generale mancanza di conformità
delle discariche a siffatte disposizioni.
39 Per quanto riguarda la censura relativa alla violazione dell’art.4 della
direttiva 75/442, è pacifico che, alla scadenza del termine fissato nel parere
motivato, vi era sul territorio italiano un considerevole numero di discariche
in cui i gestori non avevano garantito il riciclaggio o lo smaltimento dei
rifiuti in modo tale da non mettere in pericolo la salute dell’uomo e da non
utilizzare procedimenti o metodi che potessero recare pregiudizio all’ambiente,
nonché un considerevole numero di siti di smaltimento incontrollato di rifiuti.
A titolo d’esempio, come risulta dall’allegato 1 alla controreplica del governo
italiano, quest’ultimo ha ammesso l’esistenza, constatata durante un controllo
a livello locale a seguito del censimento effettuato dal CFS, di 92 siti
interessati da abbandono di rifiuti nella Regione Abruzzo.
L’esistenza di una tale situazione per un periodo prolungato di tempo ha
necessariamente per conseguenza un degrado rilevante dell’ambiente.
41 Quanto
alla censura relativa alla violazione dell’art.8 della direttiva 75/442, è
accertato che, alla scadenza del termine impartito, le autorità italiane non
hanno garantito che i detentori di rifiuti procedessero essi stessi allo
smaltimento o al recupero dei rifiuti o li consegnassero ad un raccoglitore o
ad un’impresa incaricata di effettuare tali operazioni, conformemente alle
disposizioni della direttiva 75/442. A tale riguardo, risulta dall’allegato3
alla controreplica del governo italiano che le autorità italiane hanno
recensito almeno 9 siti con tali caratteristiche nella Regione Umbria e 31
nella Regione Puglia, in provincia di Bari.
42 Per quanto
riguarda la censura relativa alla violazione dell’art.9 della direttiva 75/442,
non è contestato che, alla scadenza del termine fissato nel parere motivato,
numerose discariche erano in funzione senza aver ottenuto l’autorizzazione
delle autorità competenti. Lo testimoniano, in particolare, così come risulta
chiaramente dall’allegato 3 alla controreplica del governo italiano, i casi di
abbandono di rifiuti già menzionati ai punti39 e 41 della presente sentenza, ma
anche la presenza di almeno 14 discariche abusive nella Regione Puglia, in
43 Per quanto riguarda la censura relativa al fatto che le autorità italiane
non hanno garantito la catalogazione o l’identificazione dei rifiuti pericolosi
in ogni discarica o luogo in cui questi ultimi fossero depositati, ossia quella
relativa alla violazione dell’art.2 della direttiva 91/689, è sufficiente
rilevare che il governo di detto Stato membro non presenta argomenti e prove
specifiche al fine di contraddire le affermazioni della Commissione. In
particolare, esso non nega l’esistenza sul suo territorio, al momento della
scadenza del termine fissato nel parere motivato, di almeno 700 discariche
abusive contenenti rifiuti pericolosi, che non sono quindi sottoposti ad alcuna
misura di controllo. Ne consegue che le autorità italiane non possono conoscere
il flusso di rifiuti pericolosi depositati in tali discariche e che, pertanto,
l’obbligo di catalogarli ed identificarli non è stata rispettato.
44 Infine, ciò vale anche per la censura relativa alla violazione dell’art.14
della direttiva 1999/31. Nella fattispecie, il governo italiano ha segnalato
esso stesso che 747 discariche che si trovano sul proprio territorio nazionale
avrebbero dovuto costituire oggetto di un piano di riassetto. Orbene, l’esame
dell’insieme dei documenti forniti in allegato alla controreplica del governo
italiano rivela che, alla scadenza del termine impartito, tali piani erano
stati presentati solo per 551 discariche e che solo 131 piani erano stati
approvati dalle competenti autorità. Peraltro, così come giustamente fa notare
la Commissione, detto governo non ha precisato quali fossero le azioni
intraprese per quanto riguarda le discariche i cui piani di riassetto non erano
45 Ne consegue che la Repubblica italiana è venuta meno, in modo generale e
persistente, agli obblighi ad essa incombenti ai sensi degli artt.4, 8 e 9
della direttiva 75/442, dell’art.2, n.1, della direttiva 91/689 e dell’art.14,
lett.a) c), della direttiva 1999/31. Di conseguenza, il ricorso della
Commissione è fondato.
46 Alla luce
di tutte le considerazioni che precedono, occorre dichiarare che, non avendo
adottato tutti i provvedimenti necessari:
disposizioni della direttiva 75/442;
– affinché tutti gli stabilimenti o le imprese che effettuano operazioni di
smaltimento siano soggetti ad autorizzazione dell’autorità competente;
– affinché,
in relazione alle discariche che hanno ottenuto un’autorizzazione o erano già
in funzione alla data del 16 luglio 2001, il gestore della discarica elabori e
presenti per l’approvazione dell’autorità competente, entro il 16luglio 2002,
l’attuazione del piano,
la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti ai sensi
degli artt.4, 8 e 9 della direttiva 75/442, dell’art.2, n.1, della direttiva
91/689 e dell’art.14, lett.a) c), della direttiva 1999/31.
47 Ai sensi
dell’art.69, n.2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è
condannata alle spese se ne è stata fatta domanda. Poiché la Commissione ne ha
fatto domanda, la Repubblica italiana, rimasta soccombente, dev’essere
ai rifiuti, come modificata dalla direttiva del Consiglio 18 marzo 1991,
91/156/CEE;
– affinché tutti gli stabilimenti o imprese che effettuano operazioni di
in ogni luogo in cui siano depositati (messi in discarica) rifiuti pericolosi, questi
ultimi siano catalogati e identificati; e
affinché, in relazione
alle discariche che hanno ottenuto un’autorizzazione o erano già in
funzione alla data del 16 luglio 2001, il gestore della discarica elabori
e presenti per l’approvazione dell’autorità competente, entro il 16 luglio
2002, un piano di riassetto della discarica comprendente le informazioni
relative alle condizioni per l’autorizzazione e le misure correttive che
ritenga eventualmente necessarie; e affinché, in seguito alla
presentazione del piano di riassetto, le autorità competenti adottino una
decisione definitiva sull’eventuale proseguimento delle operazioni,
facendo chiudere al più presto le discariche che non ottengano
l’autorizzazione a continuare a funzionare, o autorizzando i necessari
lavori e stabilendo un periodo di transizione per l’attuazione del piano,
la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti ai
sensi degli artt.4, 8 e 9 della direttiva 75/442, come modificata dalla
direttiva 91/156/CEE, dell’art.2, n.1, della direttiva del Consiglio 12
dicembre 1991, 91/689/CEE, relativa ai rifiuti pericolosi, e dell’art.14,
lett.a) c), della direttiva del Consiglio 26 aprile 1999, 1999/31/CE,
relativa alle discariche di rifiuti.
http://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2014-12/cp140163it.pdf
RIFIUTI CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA SENTENZA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA 2007 SANZIONE PER NON AVER OTTEMPERATA ALLA ALLA SENTENZA

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