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Timestamp: 2019-06-18 02:35:35+00:00

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Home Responsabilità Civile Diffamazione Diffamazione a mezzo internet tempestività della querela
in tema di diffamazione a mezzo internet (e ai fini della tempestività della querela) si deve considerare che la diffamazione, avente natura di reato di evento, si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono l’espressione ingiuriosa e, dunque, nel caso in cui frasi o immagini lesive siano immesse sul “web”, nel momento in cui il collegamento sia attivato, di guisa che l’interessato, normalmente, ha notizia della immissione in internet del messaggio offensivo o accedendo direttamente in rete o mediante altri soggetti che, in tal modo, ne siano venuti a conoscenza. Ne deriva che nei casi di diffamazione a mezzo internet il reato di diffamazione si perfeziona nel momento della pubblicazione in rete del contenuto offensivo, per cui un obbligo di rimozione di quello stesso contenuto sarebbe possibile solo dopo la consumazione del reato.
Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 20 marzo 2019, n. 12546
Per di piu’, nella sentenza appellata non compare alcun riferimento ad una responsabilita’ per culpa in vigilando di cui all’articolo 57 c.p., e neppure si e’ tentato di ricostruire la vicenda processuale secondo lo schema del concorso omissivo nel reato commissivo degli utenti terzi o di una responsabilita’ omissiva di carattere improprio.
Anche una tale ricostruzione – ad avviso della parte ricorrente – sarebbe preclusa, non essendo previsto dal nostro ordinamento giuridico un obbligo giuridico di impedire l’evento e, dunque, una posizione di garanzia in capo all’amministratore di un blog.
Dalla sentenza in relazione alla quale e’ stato proposto il presente ricorso neppure si evince alcun richiamo al concorso morale commissivo, in astratto ipotizzabile attraverso la dimostrazione della volizione della pubblicazione, coscienza della relativa lesivita’ e, pertanto, della aggressione all’altrui reputazione.
Requisiti, questi, del tutto ignorati dal giudice di appello.
2.1. Va premesso che con la diffusione di internet e quindi con l’aumento esponenziale delle occasioni di connessione e condivisione in rete, si e’ posto il problema della previsione normativa di fattispecie che prevedano un sistema sanzionatorio finalizzato ad arginare il fenomeno della graduale crescita degli illeciti commessi dagli internauti.
La casistica di illeciti e’ variegata e, in ragione della iperbolica amplificazione del sistema, crea forti problematiche di tipizzazione: domain grabbing, furti di identita’, cyberbullismo, diffamazione a mezzo internet, accesso abusivo a reti informatiche, pedopornografia, crypto-Locker e numerosi altri fenomeni ancora caratterizzano l’uso illecito del web.
In particolare, le condotte di diffamazione sono state facilitate dalla possibilita’ di un numero esponenziale degli utenti della rete internet di esprimere giudizi su tutti gli argomenti trattati, per cui alla schiera di “opinionisti social” spesso si associano i cosiddetti “odiatori sul web”, che non esitano – spesso dietro l’anonimato- ad esprimere giudizi con eloquio volgare ed offensivo.
Questa Corte e’ intervenuta quindi frequentemente in materia, precisando, per esempio, che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’articolo 595 c.p., comma 3, sotto il profilo dell’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicita’” diverso dalla stampa, poiche’ la condotta in tal modo realizzata e’ potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone e tuttavia non puo’ dirsi posta in essere “col mezzo della stampa”, non essendo i social network destinati ad un’attivita’ di informazione professionale diretta al pubblico (Sez. 5, n. 4873 del 14/11/2016, P.M. in proc. Manduca, Rv. 26909001).
Va ovviamente chiarito che anche i providers rispondono degli illeciti posti in essere in prima persona; cosi’, il c.d. content provider, ossia il provider che fornisce contenuti, risponde direttamente per eventuali illeciti perpetrati con la diffusione dei medesimi.
Il vero problema della responsabilita’ del provider riguarda invece il caso in cui questo debba rispondere del fatto illecito altrui, posto in essere avvalendosi delle infrastrutture di comunicazione del network provider, del server dell’access provider, del sito creato sul server dell’host provider, dei servizi dei service provider o delle pagine memorizzate temporaneamente dai cache-providers.
La normativa di riferimento e’ contenuta nel decreto legislativo del 9 aprile 2003 n. 70, emanato in attuazione della Direttiva Europea sul commercio elettronico 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici della societa’ dell’informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico.
L’articolo 7 di tale direttiva definisce gli “internet service providers” quali “fornitori di servizi in internet”.
Inoltre, l’articolo 2 del citato decreto legislativo chiarisce che per “servizi della societa’ dell’informazione” si intendono le attivita’ economiche svolte in linea – on line – nonche’ i servizi indicati dalla L. n. 317 del 1986, articolo 1, comma 1, lettera b, cioe’ qualunque servizio di regola retribuito, a distanza, in via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario di servizi.
Tra queste prestazioni rientrano, a titolo esemplificativo, la fornitura dell’accesso ad internet e a caselle di posta elettronica.
E’ stata quindi sancita l’assenza di un obbligo generale di sorveglianza ex ante per i providers. Infatti, l’articolo 15 della citata direttiva 2000/31/CE (recepito dal Decreto Legislativo n. 70 del 2003, articolo 17), prevede quanto segue:
” 1. Nella prestazione dei servizi di cui agli articoli 12, 13 e 14, gli Stati membri non impongono ai prestatori un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmettono o memorizzano ne’ un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attivita’ illecite.
2. Gli stati membri possono stabilire che i prestatori di servizi della societa’ dell’informazione siano tenuti ad informare senza indugio la pubblica autorita’ competente di presunte attivita’ o informazioni illecite dei destinatari dei loro servizi o comunicare alle autorita’ competenti, a loro richiesta, informazioni che consentano l’identificazione dei destinatari dei loro servizi con cui hanno accordi di memorizzazione dei dati”.
Per quanto si dira’ piu’ avanti, nel sottolineare la diversa posizione dei blogger, va evidenziato che il considerando n. 42 della Direttiva in esame puntualizza che “le deroghe alla responsabilita’ stabilita nella presente direttiva riguardano esclusivamente il caso in cui l’attivita’ di prestatore di servizi della societa’ dell’informazione si limiti al processo tecnico di attivare e fornire accesso ad una rete di comunicazione sulla quale sono trasmesse o temporaneamente memorizzate le informazioni messe a disposizione da terzi al solo scopo di rendere piu’ efficiente la trasmissione.
Siffatta attivita’ e’ di ordine meramente tecnico, automatico e passivo, il che implica che il prestatore di servizi della societa’ dell’informazione non conosce ne’ controlla le informazioni trasmesse o memorizzate”.
In particolare, l’attivita’ di mere conduit, cioe’ di semplice trasporto, concerne sia la trasmissione di informazioni fornite da un destinatario del servizio (a titolo d’esempio, una mail inviata da un utente), sia il fornire un accesso ad internet.
Si tratta, in pratica, del ruolo svolto dall’access provider, irresponsabile per il contenuto delle informazioni trasmesse telematicamente qualora ricorrano tre condizioni, tutte negative: non dia origine alla trasmissione; non selezioni il destinatario della trasmissione; non selezioni ne’ modifichi le informazioni trasmesse.
In altri termini, fin quando il provider si limita ad un ruolo passivo di mera trasmissione tecnica, senza restare coinvolto nel contenuto delle informazioni che transitano tramite il servizio offerto, non puo’ essere ritenuto responsabile del contenuto medesimo.
Purtuttavia, cio’ non esclude la possibilita’, secondo gli ordinamenti degli Stati membri – come quello italiano, ex articolo (Decreto Legislativo n. 70 del 2003, articolo 14, comma 3) – che un organo giurisdizionale o un’autorita’ amministrativa pretendano che il fornitore impedisca o ponga fine alla violazione perpetrata tramite il servizio prestato.
Il servizio di caching consiste nella memorizzazione automatica, intermedia e temporanea dei dati, sotto forma di file “cache”, effettuata al solo scopo di rendere piu’ efficace la sua successiva trasmissione ad altri destinatari del servizio.
In relazione a tale successivo inoltro il fornitore e’ responsabile esclusivamente ove interferisca con le informazioni memorizzate ovvero non proceda alla rimozione dei dati memorizzati non appena venga effettivamente a conoscenza della circostanza che queste sono state rimosse dal luogo di origine o che verranno presto da questo rimosse.
La stessa normativa, tuttavia, impone ai providers di informare prontamente degli illeciti rilevati le autorita’ competenti e a condividere con le stesse ogni informazione che possa aiutare a identificare l’autore della violazione.
Ed e’ significativa la circostanza per cui la mancata collaborazione con le autorita’ fa si’ che gli stessi providers vengano ritenuti civilmente responsabili dei danni provocati.
Questa ipotesi di responsabilita’ ex post dell’ISP si fonda su quanto e’ previsto nell’articolo 14, comma 1, lettera b) della Direttiva citata, il quale stabilisce una responsabilita’ in particolare per i c.d. hosting provider, dall’inglese “to host”, che significa “ospitare”, dal momento che il provider fornisce all’utente, ospitandolo, uno spazio telematico da gestire.
La scelta delle informazioni da fornire sara’ pero’ del soggetto che stipula il contratto di hosting con i provider, i quali sono responsabili nel caso in cui, effettivamente a conoscenza della presenza di un contenuto illecito sui propri server, omettano di rimuoverlo.
Dal punto di vista del diritto penale, si parlerebbe in tali fattispecie, laddove non si ritengano applicabili le esenzioni previste dalla Direttiva 31/2000, di una responsabilita’ dell’ISP per concorso omissivo nel reato commissivo dell’utente, se detto contenuto sia penalmente illecito.
Nel caso esaminato dalla citata sentenza, risalente al 2011, su un blog gestito da un’associazione senza scopo di lucro, mediante un commento in relazione ad un post in cui si attribuiva ad un cittadino svedese, Phil, l’appartenenza ad un partito nazista, un soggetto anonimo accusava il medesimo di essere un consumatore abituale di sostanze stupefacenti.
Pochi giorni piu’ tardi, il soggetto leso chiedeva la rimozione di entrambi i contenuti, poiche’ veicolavano informazioni mendaci.
L’associazione provvedeva secondo le richieste del soggetto danneggiato, aggiungendo altresi’ uno scritto di scuse. Nondimeno, la persona offesa citava in giudizio il gestore del blog, dal momento che questi non aveva preventivamente controllato il contenuto del post e del commento.
La domanda di risarcimento veniva respinta dai giudici nazionali, posto che la mancata rimozione di un contenuto diffamatorio pubblicato da terzi prima della segnalazione dell’interessato integrava una condotta non sanzionabile secondo il diritto svedese.
La persona offesa, esauriti i rimedi nazionali, adiva la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, lamentando che la legislazione domestica, nel non prevedere una responsabilita’ del gestore di blog in casi di tale genere, violava l’articolo 8 della Convenzione, ovvero il diritto a vedere tutelata la propria vita privata nonche’ la propria reputazione.
Sul punto occorre, invero, evidenziare che, alla luce dei principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. U, n. 31022 del 29/01/2015, Fazzo e altro, Rv. 26409001), condivisi altresi’ da una recente sentenza di questa Sezione (Sez. 5, n. 16751 del 19/02/2018, Rando), solo la testata giornalistica telematica, funzionalmente assimilabile a quella tradizionale in formato cartaceo, rientra nel concetto di “stampa” di cui alla L. 8 febbraio 1948, n. 47, articolo 1.
Infatti, l’interpretazione costituzionalmente orientata ed evolutiva del termine “stampa”, sebbene imponga di ricomprendervi altresi’ i periodici telematici, non puo’ tuttavia estendersi ai nuovi mezzi, informatici e telematici, di manifestazione del pensiero, quali forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list, pagine Facebook o altri social network, dovendo rimanere circoscritto a quei soli casi che, per i profili strutturale e finalistico che li caratterizzano, sono riconducibili alla nozione piu’ estesa di “stampa”, coerente col progresso tecnologico.
3.3.a. Condizioni necessarie per la ricorrenza di una posizione di garanzia sono:
1. un bene che necessiti di essere protetto, perche’ il titolare da solo non e’ in grado di proteggerlo adeguatamente;
2. una fonte giuridica – anche negoziale – che abbia la finalita’ di tutelarlo; 3. l’individuazione di una o piu’ persone specificamente individuate, dotate di poteri atti ad impedire la lesione del bene garantito, ovvero che siano ad esse riservati strumenti adeguati a sollecitare gli interventi necessari ad evitare che si verifichi l’evento dannoso (Sez. 4, n. 38991 del 10/06/2010, Quaglierini ed altri, Rv. 248849).
In altri termini, se -come e’ accaduto nella specie- il gestore del sito apprende che sono stati pubblicati da terzi contenuti obiettivamente denigratori e non si attiva tempestivamente a rimuovere tali contenuti, finisce per farli propri e quindi per porre in essere ulteriori condotte di diffamazione, che si sostanziano nell’aver consentito, proprio utilizzando il suo web-blog, l’ulteriore divulgazione delle stesse notizie diffamatorie.
Non va in proposito dimenticato che e’ sempre il gestore del blog a permettere, avendolo in tal senso configurato il suo diario virtuale, che ai suoi post possano seguire i commenti dei lettori.
D’altronde, come si e’ gia’ detto, nel caso in esame e’ stato proprio l’ (OMISSIS) a dare l’imput, con il suo commento denigratorio alla lettera pubblicata sul suo blog, all’intervento da parte di terzi sul contenuto di tale lettera, utilizzando espressioni pesantemente denigratorie del suo autore. E’ del tutto evidente, allora, che l’ (OMISSIS) e’ venuto tempestivamente a conoscenza di quei contenuti offensivi pubblicati sul suo diario e, non rimuovendoli, li ha ulteriormente divulgati, cosi’ come peraltro correttamente ascrittogli nella seconda parte della imputazione ascrittagli, addebitandogli l’inserimento nel proprio blog dei commenti dei terzi.

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