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Timestamp: 2019-08-19 10:10:42+00:00

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Datore di lavoro e misura soggettiva della colpa: assolto l'amministratore delegato di una S.r.l. per inesigibilità del comportamento conforme alla regola cautelare; effetti favorevoli per l'ente (Trib. Fi, sent. 7 gen 2019). | DPEI.IT - Diritto Penale Economia Impresa
Datore di lavoro e misura soggettiva della colpa: assolto l'amministratore delegato di una S.r.l. per inesigibilità del comportamento conforme alla regola cautelare; effetti favorevoli per l'ente (Trib. Fi, sent. 7 gen 2019).
Tribunale di Firenze, sez. I, 7.1.2019
Il reato di lesioni aggravato dalla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro è oggetto della sentenza del Tribunale di Firenze, che, nella pur breve motivazione, affronta questioni meritevoli di approfondimento. Rilevata l’esistenza di una posizione di garanzia, la sentenza procede all’accertamento della violazione di regole cautelari da parte del datore di lavoro e, infine, prende in considerazione la misura soggettiva della colpa. Il datore di lavoro è amministratore delegato della società, imputata, quindi, ex artt. 5, 6 e 25 septies del d.lgs. 231 del 2001.
Il giudice ha correttamente individuato, in capo al datore di lavoro, una posizione di garanzia rispetto all’integrità dei lavoratori, tuttavia non ritiene sussistano i requisiti per imputare per colpa l’evento di lesioni.
Apprezzabile è la chiarezza con cui si distingue la valutazione della responsabilità omissiva, rispetto all’imputazione colposa. La prassi giurisprudenziale tende, invece, con una certa corrività a sorvolare su fondamentali distinzioni, operando un giudizio di sintesi che sovrappone l’omissione e la colpa, ed in particolare la causalità dell’omissione e quella della colpa.
Nel distinguere correttamente la colpa dall’omissione, la sentenza si sofferma sulle regole cautelari la cui violazione è causale rispetto all’evento tipico.
L’infortunio è legato ad uso scorretto della macchina taglierina Glie, utilizzata per una lavorazione poco frequente e senza le opportune misure di protezione, previste dal manuale della casa produttrice.
Un primo profilo di colpa emerge, secondo la ricostruzione della pubblica accusa, nell’omessa formazione del lavoratore sull’uso del macchinario. Nella motivazione della sentenza si ritiene, invece, sufficiente la formazione generale, che è stata adeguatamente fornita al lavoratore, in quanto non vi sarebbe alcun necessità di una formazione specifica. L’aspetto problematico è legato, però, alla rimozione delle misure di protezione, primo elemento indice di una violazione di un dovere di diligenza, da cui emergerebbe la mancata valutazione e gestione del rischio derivante dal cambio di regolazione del pressore da parte del lavoratore. E’ apprezzabile l’iter logico seguito dal giudice, che scinde il momento della violazione di una misura di sicurezza da quello della valutazione del rischio.
La motivazione della sentenza assolutoria evidenzia come il manuale d’uso del macchinario contenga informazioni generiche e scarne, da cui non è possibile avere indicazioni sulla possibilità di rimuovere in sicurezza le protezione. La casa produttrice è nel frattempo fallita, pertanto non è neanche possibile ottenere ulteriori delucidazioni sull’utilizzo in sicurezza del macchinario. In assenza di qualsiasi standard cautelare predeterminato, diviene difficile annodare i diversi profili di illiceità del comportamento del datore di lavoro al fine di imputare colposamente l’evento di lesioni. La mancata individuazione di regole cautelari non autorizza, comunque, il giudice a ricercare nella mancata valutazione e gestione del rischio specifico il deficit cognitivo su cui costruire l’impalcatura della responsabilità colposa. Tale obbligo ha una natura procedurale, è finalizzato, cioè, ad individuare regole cautelari per la gestione del rischio situazionale, ma se non sono disponibili regole cautelari, la colpa non può essere rintracciata nella violazione di un obbligo conoscitivo, che non avrebbe comunque permesso di individuare uno standard di sicurezza.
Sebbene si possa in astratto ipotizzare una violazione dell’obbligo di valutazione e gestione dei rischi specifici connessi all’uso del macchinario, il giudice ritiene che da tale violazione non consegua automaticamente una colpa. Tali automatismi nascondono, infatti, forme di responsabilità oggettiva o per fatto altrui, legate, come correttamente viene affermato nella sentenza, ad ipotesi di responsabilità da posizione.
Il caso in esame conferma la correttezza di questa ricostruzione teorica dell’individuazione della regola cautelare e della sua violazione. Il dovere di valutazione e gestione dei rischi, nel caso concreto, è stato persino adempiuto: il datore di lavoro, appena assunta tale funzione, aveva conferito apposito incarico a società esterna, per valutare il rischio connesso ai macchinari presenti in azienda. Da tale processo valutativo non era emersa alcuna criticità. La società di consulenza, specializzata nel campo della valutazione dei rischi lavorativi e considerata astrattamente idonea a tale incarico, non ha, tra l’altro, ricevuto alcuna indicazione su limiti di spesa nel preventivare modifiche volte all’implementazione della sicurezza sul luogo di lavoro. Il datore di lavoro, infine, si è dimostrato sensibile alle problematiche della sicurezza del lavoro, avendo raddoppiato le spese per realizzare un modello di produzione rispettoso degli standard cautelari.
In conclusione, seppur presente una violazione di una regola di prudenza, realizzata tramite la rimozione della misura di protezione del macchinario, non è stato possibile accertare né il momento della modifica né l’autore della stessa. L ‘iter motivazionale evidenzia che, tenendo conto anche della dimensione dell’azienda, non possa essere esigibile da parte del datore di lavoro un comportamento diverso da quello in concreto tenuto. Il giudizio di esigibilità prende in considerazione elementi chiaramente legati alla misura soggettiva della colpa, come il fatto che il datore di lavoro avesse assunto tale funzione da poco tempo e che l’attività svolta dal lavoratore al momento dell’infortunio ha una frequenza talmente bassa (due o tre volte l’anno), che quindi potrebbe non rientrare nella sfera di conoscenze e di esperienza dell’agente concreto.
Correttamente, quindi, la formula assolutoria è il fatto non costituisce reato: il fatto tipico colposo è accertato, ma difetta la misura soggettiva della colpa, espressa dal riferimento alla esigibilità della condotta doverosa.
Sebbene la pronuncia non si soffermi sulla responsabilità dell’ente, limitandosi ad estendere l’assoluzione anche alla persona giuridica, è bene esplicitare le possibili ragioni di tale esito. L’assoluzione dell’ente, infatti, non deriva automaticamente dall’assoluzione della persona fisica imputata del reato di connessione. E’ noto che l’autonomia della responsabilità dell’ente, sancita all’art. 8 del d.lgs. 231 del 2001, consentirebbe di imputare all’ente il reato a prescindere dall’individuazione dell’autore del reato. Tra l’altro un profilo colposo, ovvero la dimensione oggettiva della colpa, intesa come violazione di una regola cautelare, è stato individuato nell’iter argomentativo, mentre ciò che manca è solo la misura soggettiva della colpa e ciò consentirebbe di imputare all’ente il reato di connessione. Tuttavia, nel caso concreto, la responsabilità dell’ente va esclusa perché dalla ricostruzione probatoria l’utilizzazione del macchinario senza la misura di protezione, quindi realizzata in violazione di una regola cautelare, non risulta sia funzionale ad un risparmio di spesa. Nell’ambito della responsabilità colposa, il criterio ascrittivo dell’interesse non può certo coincidere con una direzione finalistica, ma, secondo un plausibile percorso interpretativo, l’interesse, assunto in un’accezione oggettiva, coinciderebbe con il risparmio di spesa. Conseguentemente senza la dimostrazione che la violazione della regola cautelare tenda ad un risparmio economico non può dirsi integrato l’elemento dell’interesse dell’ente, criterio oggettivo di imputazione, previsto dall’art. 5 d.lgs. 231 del 2001. Nel caso concreto non solo non vi è dimostrazione che la condotta colposa fosse funzionale a tale scopo, ma, come evidenziato nelle motivazioni, l’amministratore delegato della società (il quale riveste la funzione di datore di lavoro) aveva persino raddoppiato le spese per la sicurezza del lavoro.
La sentenza rifugge qualsiasi scorciatoia motivazionale, cui ricorre costantemente la prassi giurisprudenziale: nell’ambito della responsabilità omissiva colposa, generalmente, le difficoltà probatorie vengono superate attraverso una “rivisitazione processuale” della dimensione sostanziale, con l’effetto di contrarre i diversi elementi del fatto tipico omissivo colposo in un unico giudizio di illiceità. Si registra, inoltre, nella prassi la tendenza a “verticalizzare” la responsabilità nell’ambito di organizzazioni complesse, schema concettuale che il giudice ha espressamente rifiutato di utilizzare, criticando il ricorso a forme di responsabilità da posizione. Pertanto, nell’ambito della responsabilità per infortuni sul lavoro, non è possibile segnalare un orientamento giurisprudenziale che in modo così chiaro attribuisce rilievo a profili dell’imputazione colposa generalmente valorizzati solo nell’elaborazione dottrinale.
Prof. Valeria Torre
Canepa A., L’imputazione soggettiva della colpa. Il reato colposo come punto cruciale nel rapporto tra illecito e colpevolezza, Torino, 2011
Castronuovo D., La colpa penale, Milano, 2009
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Grotto M., Principio di colpevolezza, rimproverabilità soggettiva e colpa specifica, Torino, 2012
trib._firenze_7.01.2019.pdf

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