Source: https://www.laleggepertutti.it/145330_se-lex-moglie-convive-devo-versare-il-mantenimento
Timestamp: 2020-02-22 07:20:42+00:00

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Se l'ex moglie convive devo versare il mantenimento?
La convivenza stabile con un nuovo compagno fa cessare il diritto al mantenimento anche se quest’ultimo è disoccupato o se l’unione dovesse interrompersi.
Se l’ex moglie, destinataria dell’assegno di mantenimento, versatole mensilmente dal marito, va a convivere con un’altra persona e questa convivenza diventa stabile e duratura, perde il diritto a ricevere detto mantenimento. È quanto ricorda la Cassazione in una recente sentenza [1]. La nascita di una nuova famiglia di fatto implica onòri e òneri, e tra questi ultimi c’è anche l’obbligo di reciproca assistenza materiale e morale: conseguentemente non possono ricadere sull’ex coniuge le spese per sostenere il nuovo nucleo familiare. Il «rischio economico» che la nascita di una nuova famiglia – anche se di fatto, basata cioè sulla convivenza e non sul matrimonio – grava sulla coppia e non su terzi estranei, anche se uniti da precedenti rapporti.
L’ex moglie perde l’assegno di mantenimento anche se il nuovo compagno è disoccupato o non ha le risorse economiche sufficienti a mantenerla. Inoltre – al contrario di quanto un tempo riteneva la giurisprudenza della Suprema Corte – una volta venuto meno il diritto al mantenimento dell’ex moglie, se la convivenza tra i due viene meno, il diritto all’assegno di mantenimento non “resuscita”: in altre parole, cessata l’unione di fatto, l’ex moglie non può più rivolgersi al precedente marito e obbligarlo a versarle nuovamente l’assegno.
1 Assegno di mantenimento e assegno divorzile: che differenza c’è?
2 Quando si perde il diritto al mantenimento?
3 Addio mantenimento se si va a convivere
4 Se sono presenti dei figli
5 Come fare a cancellare l’assegno di mantenimento?
Assegno di mantenimento e assegno divorzile: che differenza c’è?
Benché la prassi comune usi la parola «assegno di mantenimento» in modo generico e onnicomprensivo, in verità bisogna distinguere tra due diverse situazioni:
se la coppia è solo separata, si parla di assegno di mantenimento;
se la coppia è, invece, anche divorziata, si parla di assegno divorzile.
Come noto, l’assegno di mantenimento o divorzile non è una sanzione, né una forma di risarcimento. Si tratta solo del dovere, che grava sul coniuge con reddito superiore, di consentire all’altro di mantenere (almeno tendenzialmente) lo stesso tenore di vita di cui godeva quando ancora era sposata. Quindi, in buona sostanza, si tratta di una redistribuzione delle ricchezze all’interno della coppia, anche dopo la cessazione dell’unione, al fine di garantire una sostanziale uguaglianza tra i due.
Quando si perde il diritto al mantenimento?
Il diritto al mantenimento (o all’assegno divorzile si perde quando):
cessa o si riduce notevolmente la disparità di reddito tra i due ex coniugi; il che può ad esempio avvenire quando: I) il coniuge che versa l’assegno perde il lavoro o vede ridurre drasticamente i propri guadagni; II) il coniuge che versa l’assegno deve affrontare spese rilevanti per la propria salute, con diminuzione della capacità lavorativa; III) il coniuge che riceve il mantenimento inizia a lavorare o riceve un aumento di stipendio tale da elidere la disparità economica con l’ex;
il coniuge beneficiario del mantenimento inizia una nuova convivenza stabile: come detto in apertura, l’instaurazione, da parte del coniuge divorziato, di una nuova famiglia, anche se «di fatto», cancella ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, pertanto, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno di mantenimento o divorzile a carico dell’altro coniuge.
Affinché la nuova convivenza faccia perdere il diritto all’assegno divorzile o di mantenimento è necessario che essa sia stabile e duratura, non occasionale o dettata da necessità differenti rispetto a quella di costituire una nuova famiglia di fatto (è il caso, ad esempio, del compagno che ospiti, a casa propria, la compagna solo per dividere le spese di affitto). Si deve, insomma, verificare una comunione materiale e spirituale, dove i conviventi si occupino l’uno dell’altro, al pari di marito e moglie. La famiglia infatti – al di là se fondata sul matrimonio o sulla convivenza – è una relazione stabile e duratura, basata su una reciproca assistenza morale e materiale, su doveri di fedeltà, coabitazione, sostegno, contribuzione e solidarietà. Doveri che, nei fatti, si manifestano ad esempio nel pagare indistintamente le spese per il ménage domestico, la spesa, le utenze e l’affitto, prendersi cura dell’appartamento e della sua manutenzione, aiutare il compagno/la compagna e crescere l’eventuale prole. Insomma, tutto ciò che comunemente fanno – o dovrebbero fare – marito e moglie.
Poiché la decisione di formare una nuova famiglia, anche se solo «di fatto» è una scelta esistenziale, libera e consapevole, tale scelta implica anche l’assunzione del rischio economico che da ciò deriva se i due conviventi non hanno le disponibilità per mantenersi. Il che fa cessare ogni precedente rapporto con l’altro coniuge, il quale non è più tenuto a versare l’assegno di mantenimento o, se già divorziato, l’assegno divorzile. Tale diritto all’assegno non va in stand-by (o, per usare un’espressione usata dagli avvocati, «non entra in stato di quiescenza», né si può considerare semplicemente «sospeso», ma) si perde per sempre, anche qualora il nuovo nucleo familiare dovesse sfaldarsi e l’ex beneficiario del mantenimento dovesse tornare a vivere da solo. In quel caso non potrebbe tornare alla carica, nei confronti del precedente coniuge, e chiedergli di mettere nuovamente mano al portafogli.
Del resto chi avvia una nuova convivenza trae dei notevoli benefici economici dalla separazione, potendo condividere con il nuovo convivente le spese di ordinaria amministrazione (vitto, alloggio, e relativi oneri), cosa che invece non può fare il precedente coniuge rimasto solo, il quale deve affrontare, oltre alle spese di ordinaria amministrazione, anche le spese relative al mantenimento del coniuge separato (e convivente) e degli eventuali figli comuni.
Addio mantenimento se si va a convivere
Questo principio è ormai stabile nella giurisprudenza della Cassazione che ha ormai consolidato la sua interpretazione a favore della cessazione definitiva dell’assegno di mantenimento o divorzile in caso di costituzione di nuova famiglia di fatto [2]: un’interpretazione che costituisce il superamento (da lunghi lustri da più parti auspicato) di una interpretazione della normativa sul divorzio in chiave chiaramente antimaschile.
Come detto, in passato, la giurisprudenza era invece orientata nel senso di ritenere che la famiglia di fatto comportasse solo la provvisoria sospensione, e non la definitiva estinzione, del diritto al mantenimento, che tornava pertanto a rivivere una volta cessata la convivenza [3].
Se sono presenti dei figli
Se la coppia ha avuto anche figli, la cessazione dell’obbligo di mantenimento riguarda solo l’ex coniuge ma non i minori o maggiorenni non autosufficienti, che manterranno il diritto ad essere ugualmente mantenuti, anche se ad essi provvede il/la nuovo/a compagno/a del genitore con cui convivono.
Come fare a cancellare l’assegno di mantenimento?
Ma cosa deve fare, materialmente, l’uomo che, sapendo che l’ex moglie è andata a convivere con un’altra persona, non voglia più versarle il mantenimento? Innanzitutto deve procurarsi le prove di ciò che afferma, eventualmente con testimoni o con documenti che attestino il cambio di residenza, il pagamento delle utenze o altri elementi anche sintomatici di una vita in comunione. In secondo luogo deve, con un avvocato, recarsi in tribunale e instaurare una causa per la revisione delle condizioni di separazione o divorzio; non può, infatti, decidere autonomamente di sospendere il versamento, diversamente rischiando un decreto ingiuntivo ed, eventualmente, gli estremi del procedimento penale per violazione degli obblighi di mantenimento.
[1] Cass. ord. n. 25528/16 del 13.12.2016.
[2] Cass. ord. n. 19345/2016; n. 2466/2016; n. 17856/2015; n. 6855/2015.
[3] Cass. sent. n. 4539/2014; n. 25845/2913; n. 17195/2011 che evidenzia che in caso di cessazione degli effetti civili del matrimonio, il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei coniugi viene meno di fronte alla instaurazione, da parte di questi, di una famiglia, ancorché di fatto; la conseguente cessazione del diritto all’assegno divorzile, a carico dell’altro coniuge, non è però definitiva, potendo la nuova convivenza – nella specie, uno stabile modello di vita in comune, con la nascita di due figli ed il trasferimento del nuovo nucleo in una abitazione messa a disposizione dal convivente – anche interrompersi, con reviviscenza del diritto all’assegno divorzile, nel frattempo rimasto in uno stato di quiescenza.
L’instaurazione di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale fa venire meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge, cosicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso.
L’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una convivenza “more uxorio” determina l’estinzione, e non la mera quiescenza, del diritto all’assegno divorzile, che dunque non rivive neanche in caso di cessazione della convivenza stessa.
Cassazione civile, sez. VI, 29/09/2016, n. 19345
Cassazione civile, sez. VI, 08/02/2016, n. 2466
Ove la convivenza more uxorio si caratterizzi per i connotati della stabilità, continuità e regolarità, dando luogo ad una vera e propria “famiglia di fatto”, si rescinde ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza tra i coniugi, e con ciò ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno di separazione o di divorzio.
Cassazione civile, sez. VI, 09/09/2015, n. 17856
Ritenuto che si ha una famiglia di fatto non quando si conviva solo come coniugi, ma allorché vi sia un nucleo domestico stabile e continuo, portatore di valori di stretta solidarietà anche di carattere economico, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni suo componente e di educazione ed istruzione dei figli, vale a dire allorché vi sia un potenziamento reciproco delle personalità dei conviventi, qualora, il coniuge divorziato, a seguito di una scelta esistenziale libera e consapevole, nonché talora potenziata dalla nascita di figli, decida di dar vita ad una famiglia di fatto con persona diversa dall’ex coniuge, egli assume certamente un rischio in relazione alle successive vicende della famiglia di fatto, mettendo in conto la possibilità che il rapporto con il convivente abbia a cessare, tanto più che il coniuge da cui ha divorziato avrebbe ragione di confidare nell’esonero definitivo da ogni suo obbligo di natura economia, senza che la dissoluzione della famiglia di fatto dell’ex coniuge possa far rivivere l’obbligo, per il coniuge divorziato, di erogare alcun assegno di divorzio.
Nel giudizio di separazione, ai fini dell’accertamento delle condizioni per l’attribuzione dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge, convivente con altra persona, deve distinguersi il mero rapporto occasionale dalla famiglia di fatto, sulla base del carattere di stabilità della convivenza, che conferisce grado di certezza al rapporto sussistente tra due persone, rendendolo giuridicamente rilevante,
Tribunale Trani, 23 aprile 2015, n. 678.
Per il rilievo che il principio di solidarietà costituzionale, richiamato anche dall’articolo 143 cod. civ., impone ai coniugi separati di avere riguardo alle condizioni di vita dell’ex partner, quanto meno, come persona umana, ma ritenuto, al tempo stesso, che il coniuge che intraprenda una nuova convivenza trae dei notevoli benefici economici dalla separazione, se non altro in quanto può condividere, con il convivente, le spese di ordinaria amministrazione (vitto, alloggio, e relativi oneri), al contrario del coniuge rimasto solo, il quale deve affrontare, oltre alle spese di ordinaria amministrazione, anche le spese relative al mantenimento del coniuge separato (e convivente), e degli eventuali figli comuni rimasti seco lui, nel caso in cui il coniuge avente diritto all’assegno instauri una relazione di fatto qualificabile come famiglia di fatto, il coniuge onerato dell’assegno di separazione ha diritto alla soppressione, o, quanto meno, ad una congrua riduzione dell’assegno da lui dovuto: andando in diverso avviso, si perverrebbe, altresì, qualora dalla convivenza more uxorio sia nata prole, alla paradossale, inopportuna, illegittima conclusione che il coniuge tenuto all’assegno debba contribuire al mantenimento del figlio (o dei figli) nato dalla relazione concubinaria del coniuge separato
Tribunale di Lamezia Terme, 1° dicembre 2011.
Ritenuto che in caso di divorzio l’instaurazione di una famiglia di fatto, quale rapporto stabile e duraturo di convivenza, attuato da uno degli ex coniugi, elimina ogni connessione con il modello ed il tenore di vita caratterizzanti la pregressa convivenza matrimoniale, ed elimina, altresì, il presupposto per la riconoscibilità, a carico dell’altro ex coniuge, di un assegno divorzile, il diritto de quo entra in quiescenza, potendosene riproporre l’attualità nell’ipotesi di rottura della convivenza tra i familiari di fatto, rottura effettuabile ad nutum in assenza di una normativa specifica, estranea al nostro ordinamento, che non prevede garanzia alcuna per l’ex familiare di fatto, salvo eventuali accordi stipulati trai conviventi medesimi.
Cass. 11 agosto 2011 n. 17195
Ritenuto il diritto incondizionato di contrarre secundum legem matrimonio e di fondare una famiglia attribuito, in linea di principio dalla nostra normativa, in materia costituzionale ed ordinaria e dalla normativa comunitaria ed internazionale vincolante, parimenti, l’Italia, qualora un soggetto contragga post divortium un nuovo matrimonio, il coniuge divorziato avente diritto, per il mantenimento della prole, ad un assegno a carico dell’ex partner, non può — allegando che il secondo matrimonio non è una necessità, ma il frutto di una libera scelta volontaria — opporsi qualora quest’ultimo abbia contratto un nuovo matrimonio allietato da prole e chieda una congrua riduzione dell’assegno da lui dovuto per la prole nata dalla prima unione, dando la prova che le proprie condizioni economiche reddituali e patrimoniali non hanno registrato alcun incremento.
Cass. 22 marzo 2012 n. 4551
Ritenuto che, in caso di separazione personale, il coniuge tenuto a versare un assegno di mantenimento al proprio coniuge separato ha diritto ad una riduzione od alla soppressione di tale onere qualora il coniuge beneficiario del mantenimento accenda una stabile relazione more uxorio, coabitando e convivendo con il partner, attesocché, secondo fatti notori e dati di comune esperienza, la disgregazione, per separazione, della famiglia comporta un impoverimento per il coniuge rimasto solo (e talora anche affidatario della prole), che deve provvedere a soddisfare tutte le proprie esigenze di vita domestica, mentre l’inserimento in una nuova unità para-familiare arreca al coniuge convivente un alleggerimento o, addirittura, la cessazione delle spese e dei costi fissi (casa, alimentazione, utenze, e così via), è dovere del coniuge separato e convivente consentire a ridurre o ad eliminare l’importo del mantenimento a lui dovuto ex artt. 143 e 156 c.c., non tanto e non solo per consentire al coniuge rimasto solo migliori o, quanto meno, uguali condizioni di vita rispetto al passato, quanto soprattutto, nell’interesse della prole legittima che non può non trarre non irrilevante vantaggio dalle migliori condizioni economiche di entrambi i genitori.
Trib. Varese 26 novembre 2010
La conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto nel corso della convivenza, che costituisce la finalità precipua dell’assegno di cui all’art. 156 c.c., prevede il riconoscimento in sede di separazione coniugale, ove uno dei coniugi non disponga di redditi propri sufficienti a consentirgli il mantenimento di tale condizione e sussista una situazione di disparità economica con l’altro coniuge, rappresenta un obbiettivo meramente tendenziale, non sempre suscettibile di piena realizzazione, avuto riguardo agli effetti economici negativi della separazione, la quale, facendo venir meno i vantaggi derivanti dall’appartenenza al consorzio familiare, si riflette anche sulle possibilità economiche del coniuge onerato dall’assegno, tanto più qualora il coniuge debitore sia gravato anche dagli oneri economici derivanti dal mantenimento di un figlio comune ancora impegnato negli studi.
Cass. 11 luglio 2013 n. 17199
L’assegno di divorzio è diretto, per la sua finalità assistenziale, a garantire all’ex coniuge economicamente più debole un tenore di vita analoga a quello goduto in costanza di matrimonio non in via meramente tendenziale, ma in rapporto alle reali condizioni economiche di entrambe le parti, valutate in via ponderata e bilaterali, in concreto e non in astratto e, ancor meno, secondo previsioni meramente ipotetiche e probabilistiche.
Trib. Varese 4 gennaio 2012; Cass. 24 marzo 2010 n. 7145
Fermo restando che i rapporti economici fra coniugi divorziati (o separati), vanno, in ogni caso, regolati (e quantificati) a seguito di una valutazione comparativa di ogni elemento all’uopo rilevante e relativo ad entrambe le parti, il carattere precario del rapporto more uxorio acceso dal coniuge divorziato avente diritto all’assegno impone di considerare i benefici economici che dalla convivenza derivano solo se ed in quanto idonei ad incidere unicamente sulla misura dell’assegno dovuto: la precarietà del rapporto more uxorio fa sì che l’eventuale riduzione dell’assegno non può, peraltro, superare il quantum necessario ad assicurare all’ex coniuge quelle condizioni minime di autonomia e di sicurezza garantite dalla normativa sul divorzio finché il coniuge avente diritto all’assegno non contragga nuovo matrimonio, e ciò anche quando dalla relazione concubinaria sia nato un figlio: la nascita può, invero, cementare e rafforzare l’unione extramatrimoniale, ma non può determinare l’insorgenza di diritti, dato che il coniuge divorziato, economicamente più debole, continua a godere, pur a seguito della nascita, dei vantaggi d’ordine economico derivanti dal matrimonio”.
Cass. 22 gennaio 2010
La convivenza more uxorio del coniuge separato beneficiario dell’assegno di mantenimento iure proprio, ai fini della soppressione dell’assegno in giudizio di revisione delle condizioni di separazione, può ritenersi dimostrata dall’instaurazione della convivenza more uxorio e dell’intento di mettere in comune con il nuovo partner tutti i propri interessi materiali, morali ed affettivi, qualora tali elementi e fatti non siano vittoriosamente contestati in giudizio dal coniuge beneficiario dell’assegno, per quanto quest’ultimo abbia, invece, eccepito in giudizio la mancanza dei caratteri di stabilità della convivenza; la stabilità del rapporto di convivenza more uxorio, da valutare per la medesima finalità, non può rapportarsi ad una mera formula temporale (per es., ad almeno un biennio, come nel caso argomentato dal coniuge resistente), ma alle caratteristiche ed ai contenuti ed alle finalità del rapporto concubinario. Ciò premesso, la convivenza more uxorio del coniuge separato beneficiario di un assegno di mantenimento con un compagno percettore di un non irrilevante reddito del lavoro, l’intrapresa attività lavorativa, sia pure saltuaria, da parte del coniuge beneficiario, il peggioramento rilevante e progressivo delle condizioni di salute del coniuge separato onerato dell’assegno, costituiscono circostanze sopravvenute che giustificano la revoca dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge separato, già concordato nel precedente giudizio di separazione personale consensuale.
Trib. Bari 25 settembre 2012
05/06/2017 alle 13:56
Giusto e corretto finalmente qualche vantaggio per noi uomini!!!!

References: sentenza 
 Cass. 
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