Source: http://vajont.info/tosiMorsInimicaVenit.html
Timestamp: 2018-06-19 04:22:09+00:00

Document:
Testimoni illustri di una strage di mafia: l'arringa "Mors inimica venit" - di Giorgio Tosi
La catastrofe del Vajont è stata raccontata in molti libri, che ne hanno messo in evidenza la singolarità: la diga più alta del mondo resta intatta, la frana del monte Toc precipitando nell'invaso provoca un onda che sorvola la diga e piomba su Longarone e i paesi vicini: 50 milioni di metri cubi, alta più di 200 metri spazza via la gente a valle uccidendo 1.918 persone. Tragedia annunciata che i responsabili non hanno saputo evitare per insipienza e per viltà.
- ARRINGA IN TRIBUNALE
Il documento n. 1999
Documento n. 1757/20
Rottura della diga
Ipotesi Penta
- ARRINGA IN APPELLO
Il vento di frana
Mòniti
Lo spostamento dei capisaldi
Stampato nel mese di dicembre 2009
presso la C.L.E.U.P. - Coop. Libraria Editrice Università di Padova -
Via G. Belzoni, 118/3 - Padova (Tel. 049 650261) - www.cleup.it
Giorgio Tosi è nato a Rimini il 2 novembre 1925 e vive a Padova, dove si è laureato in Filosofia e poi in Giurisprudenza. Ha esercitato la professione di avvocato per quarant'anni fino al 31 dicembre 1993, partecipando a processi importanti e famosi. Fu nella Resistenza in Trentino (Alpenvorland). Arrestato dalle SS fu condannato dal Tribunale speciale tedesco il 2 agosto 1944 e liberato per ordine del Comitato di Liberazione di Bolzano il 3 maggio 1945, quando i primi carri armati americani stavano entrando in Bolzano. È stato riconosciuto partigiano combattente con 18 mesi di anzianità, e ha ricevuto due croci al merito di guerra per attività partigiana dall'Esercito italiano
Dopo aver concluso la professione di avvocato ha iniziato una nuova attività di scrittore e pubblicista. Nel 1997 il Museo storico di Trento ha pubblicato il suo libro 'Zum Tode' (A morte!) che racconta l'esperienza della guerra di Liberazione nel Trentino. Nel 2004, in occasione del 60° della Resistenza e della Liberazione, è stata pubblicata dalla Ibiskos Editrice Risolo la seconda edizione di 'Zum Tode' con la prefazione del prof. Umberto Curi. Nel 1998 è uscito il libro 'Nonno, cosa c'è dopo il mondo?' con la prefazione del prof. Guido Petter, arrivato alla seconda edizione, che racconta la sua vita coi nipoti. Per questo libro l'autore è stato nominato 'Nonno speciale 2004' dall'Associazione nazionale nonni e dall'Unicef.
Nel 2006 Giorgio Tosi scrive e pubblica 'Vita coi nipoti', prefazione del prof. Guido Petter, ed. Ibiskos.
Sono uscite nel frattempo le raccolte di versi 'Uabaia freccia', prefazione della scrittice Antonia Arslan, e 'Ballò una sola estate' prefazione del prof. Armando Balduino dell'Università di Padova, pubblicate entrambe dalla Ibiskos. Con la silloge 'Ballò una sola estate' ha ottenuto il 1° premio al concorso nazionale 'Citta di Salò' patrocinato dal Presidente della Repubblica. Seguono 'Billy Budd', prefazione del prof. Umberto Curi e 'Dialoghi Vagabondi', prefazione del prof. Noè Trevisan dell'Università di Padova, sempre con la Ibiskos. Per la casa editrice CLEUP nel 2005 esce 'Note sul diritto d'informazione giornalistica e multimediale'. Giorgio Tosi tiene un corso di lezioni all'Università di Padova agli studenti che intendono conseguire la laurea per poi avviarsi al giornalismo.
Ha collaborato fino al 2006 con «il Mattino di Padova», e con «Questo Trentino», rivista che viene stampata e diffusa nel Trentino.
A Paola, Marina, Franco, Luisa, Federico, Anna (Arci e Pamir)
ISBN 9788861294493
"Coop. Libraria Editrice Università di Padova"
Via G. Belzoni, 118/3 - Padova (Tel. 049/8753496)
© Copyright 2009 by Giorgio Tosi
Tutti i diritti di traduzione, riproduzione e adattamento, totale o parziale, con qualsiasi mezzo (comprese le copie fotostatiche e i microfilm) sono riservati. ==========================
La giornalista de "L'Unità" Tina Merlin aveva denunciato il pericolo anni prima con un articolo sul giornale. Guglielmo Celso, sindaco di Longarone tempo prima della tragedia, andava ripetendo: "Quella diga è la nostra morte".
Chi vuole conoscere i particolari anche tecnici può leggere la relazione del prof. Claudio Datei all'Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti di Padova e "La notte del Vajont" a cura di Franco Cadore.
Ci sono anche molti altri libri: basta cercarli nelle biblioteche.
Molti avvocati difesero gli imputati, tra cui il prof. Giovanni Conso (che divenne poi Presidente della Corte Costituzionale).
I 2.000 superstiti ebbero i loro difensori che in uno slancio di solidarietà trascurarono il loro lavoro per dedicarsi al processo. Rasera Berna, Zangrando, Dalle Mule, Bettiol, Losso, Canestrini. Io ero il più giovane tra colleghi di alto prestigio e così mi affidarono il compito del 'manovale' e di studiare tutto il processo, le perizie, le testimonianze, le memorie.
Dovetti così studiare geologia, idraulica, i metodi per fare gli esperimenti e tutte le carte del processo. Il PM dr. Mandarino e il Giudice Istruttore Mario Fabbri avevano sequestrato il bacino e tutti gli atti della tragedia, con rigore, intelligenza, preparazione giuridica. Passai tre anni a studiare ogni particolare.
Poi la Cassazione inflisse un'umiliazione alle vittime e ai superstiti trasferendo il processo a L'Aquila. Presidente era un certo Dal Forno che tra noi prendevamo in giro chiamandolo "forno crematorio".
Per onorare le vittime e i superstiti, e i difensori delle madri, dei padri, dei fratelli che avevano perso tutto e i loro cari, ho ritenuto opportuno, dopo 49 anni, pubblicare le mie arringhe secondo le indicazioni dei colleghi. Da esse si potrà forse capire il dramma vissuto dai difensori, dagli imputati (uno si suicidò), dai superstiti e dai giudici.
Quando in un giorno di ottobre 1969 il Tribunale di L'Aquila entra in aula, il posto riservato ai superstiti è occupato da donne in nero, da uomini in nero, da giovani vestiti di nero: sono la siepe nera dei superstiti. Il Presidente non ha l'accortezza di osservare un minuto di silenzio in omaggio ai morti del Vajont.
La faccia dei giudici è impenetrabile. Il Presidente, dopo essersi consigliato con i giudici a latere dichiara aperta l'udienza. Il processo comincia in un'atmosfera di gelo.
Quando arriva il mio turno il Presidente mi dà la parola.
ARRINGA IN TRIBUNALE
Presidente. L'udienza è aperta. La parola è all'avv. Tosi.
Avv. Tosi. Signor Presidente, signori giudici, signor Pubblico Ministero e colleghi, io parlo per la parte civile Terenzio Arduini, nel processo penale Biadene ed altri, imputati dei reati in atti.
La parte civile Terenzio Arduini chiede che il Tribunale condanni tutti gli imputati alle pene che riterrà di giustizia e con ogni aggravante contestata, e li condanni altresì in solido con i responsabili civili al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti nella catastrofe, per la morte dell'unico figlio maschio Cesare, dei genitori e della sorella.
Oggetto della causa è un reato colposo, e più precisamente tre reati colposi: frana, inondazione e omicidi plurimi. Il "thema decidendum" è quindi unicamente quello di stabilire se nel comportamento degli imputati vi sia stata o no colpa. Problema giuridico, che va risolto con mezzi giuridici, con linguaggio giuridico, con metodologia giuridica.
Domanda: ma allora, tutto ciò che non è strettamente connesso all'oggetto e al criterio dell'indagine giuridica deve e può essere tenuto lontano da quest'aula?
Risposta: sì, naturalmente; ma anche no.
- Sì, perché dal punto di vista meramente tecnico-giuridico, il processo del Vajont è come un incidente automobilistico;
- No, perché altrimenti non si spiegherebbe l'attenzione, la cura, con cui una parte dell'opinione pubblica e alcuni settori politici, economici e industriali hanno seguito e seguono questo processo; non si spiegherebbe l'ansia severa, ma spasmodica, con cui i superstiti del Vajont attendono la sentenza del Tribunale di L'Aquila.
Faremmo torto ai consociati, ai giudici, e a noi stessi, se pensassimo che questo interesse e quest'ansia dipendano esclusivamente dall'entità della catastrofe, dal fatto che, nel giro di pochi secondi, 2.000 persone sono morte e interi paesi sono stati distrutti. È noto che, da un punto di vista psicologico, la scomparsa di una persona sola, il crollo di una sola casa, la morte in carcere di un bambino di otto mesi, come è accaduto due settimane fa, o la fuga in Libano di un solo bancarottiere fraudolento, fanno più impressione dell'ecatombe simultanea di duemila persone. Fa più impressione della fuga di 100 anonimi detenuti e del fallimento di una società per azioni che, per dirla con Dostojevsky, è sempre una nidiata di gentiluomini, bancarottieri in potenza e libanesi per tendenza.
Vi è dunque qualche cosa di più di un semplice fatto emozionale, che sollecita a guardare oltre il limite strettamente giuridico della questione. La verità e che la tragedia del Vajont ha assunto per taluni un significato emblematico, quasi che i precedenti, gli antefatti, la catastrofe stessa e alcuni aspetti della lunga istruttoria possano interpretarsi come uno "spaccato" della società in cui viviamo e operiamo. Alcuni hanno detto che la catastrofe del Vajont è un fatto conseguente, lineare, logico, del sistema; è la riprova che il sistema è sbagliato. È dunque il sistema che va giudicato e condannato.
Ora, non vi sfugge che questo tipo di interpretazione sembra mettere la sordina alle colpe individuali e fondare invece l'analisi e la critica sulla natura classista della società e sulle cause sociologiche della catastrofe. Altri invece hanno detto che la catastrofe del Vajont non è una conseguenza del sistema, ma piuttosto una sua non necessaria degenerazione. La tragedia è frutto di una applicazione abnorme delle leggi che regolano il sistema, è una deviazione dalla retta via. Non è, quindi, il sistema che va condannato, ma le colpe individuali. Non è l'albero che va tagliato alla radice, ma il ramo secco che ha dato frutti sbagliati.
Questa, scheletricamente, è la tematica politica nel senso più alto della parola, che ha interessato e scosso larghi settori dell'opinione pubblica italiana, attenta alle sorti del Paese. Tematica politica, signor Presidente e signori giudici, che è entrata anche nell'aula di questo Tribunale, con la requisitoria scritta del Procuratore della Repubblica e con la sentenza di rinvio. Noi non possiamo respingerla, ma dobbiamo fermamente sottometterla alle esigenze del diritto, alla sua metodologia e alla sua struttura.
La tentazione di trovare la verità oltre il confine del diritto, in analisi e in considerazioni metagiuridiche, è fortissima, perché la catastrofe del Vajont, nel ferire profondamente la nostra coscienza, ha riproposto con estrema chiarezza il destino individuale, nella società nostra, che è caratterizzata dalla ricerca della produttività ad ogni costo e dall'efficienza oltre ogni rischio, piuttosto che dal rispetto dell'umanità, della libertà, della dignità dei consociati.
A questa tentazione metagiuridica non dobbiamo lasciare la briglia sul collo, ma non dobbiamo neppure reprimerla o soffocarla. Dobbiamo invece utilizzarla e sottometterla alle regole di diritto, che da altre fonti può richiedere e deve ricevere illuminazione e materiale di verità da tradurre in linguaggio giuridico. Se volessi trasformare il mio dire in un comizio, sarei certamente un pessimo avvocato e anche un pessimo uomo politico. Ma, se ciò vale per la politica e per l'indagine sociologica, vale altrettanto per la tecnica e per la scienza, o forse farei meglio a dire "per la pseudotecnica e per la pseudoscienza": tanto è vero che, se volessi svolgere ora, qui, in quest'aula del Tribunale, una dissertazione di tecnica delle costruzioni, di geologia o di idraulica, sarei certamente un pessimo tecnico, ma anche un pessimo avvocato.
Bisogna dunque attenersi strettamente al tema, anche a costo di sentire sulla lingua il bove dell'antica tragedia. Ciò non significa, peraltro, che non mi sarà consentito di fare delle considerazioni, qualche breve osservazione metagiuridica che serva - e solo se serve - a gettare luce su qualche aspetto grottesco ma significativo di questa terribile tragedia.
Voglio liberarmi subito di quello che non è un bove, ma un moscerino: di tutta la lunga relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta della maggioranza, una sola cosa mi ha colpito, ed è un avverbio, l'avverbio "impercettibilmente".
Ad un certo punto si legge che la frana del Toc, di 250 milioni di metri cubi, si era spostata in tre anni, dal 1960 al 1963, 'impercettibilmente'.
Ora, noi tutti sappiamo dagli atti di causa che in tre anni questa enorme montagna si era spostata, aveva camminato (in senso orizzontale) verso il lago di 4 metri. "Impercettibilmente" è un avverbio molto grazioso, direi leggiadro, prezioso; e come tutte le cose preziose dev'essere costato molto. Io non oso dare degli ignoranti a coloro che, con tanto senso di umorismo, hanno usato l'avverbio "impercettibilmente" per lo spostamento di 4 metri di una montagna enorme, quasi che il Toc, moderno Narciso, avesse voluto specchiarsi più vicino nel lago e pudicamente, giocando a nascondino con le nuvole e approfittando delle tenebre notturne, avesse cercato di nascondere questa sua "amicizia particolare" con uno spostamento 'impercettibile' di 4 metri.
Debbo quindi ritenere che gli estensori della relazione non siano degli ignoranti, ma degli strani e meravigliosi filologi, specializzati in avverbi, i quali, accecati da intuizioni poetiche, hanno tentato di realizzare un impossibile accoppiamento tra filologia e geologia; accoppiamento che ha scandalizzato e scandalizza in modo non impercettibile la coscienza degli uomini onesti. La mia potrebbe sembrare soltanto un'osservazione impertinente. Vi prego invece di prenderla come un mònito a sbarrare risolutamente la porta alle suggestioni che possono venire da questa 'lex assolutoria' quale sembra essere la relazione di maggioranza; a sbarrare il passo alle suggestioni della menzogna, alle suggestioni di coloro che hanno aggiogato il cervello al pesante giogo dei gruppi di potere.
Un uomo che si sposti in tre anni di quattro metri è praticamente immobile; si sposta indubbiamente in modo impercettibile.
Ma una porzione di montagna, 250 milioni di metri cubi, che in tre anni si sposti di quattro metri, procedendo a strappi (ed io invito, più che il tribunale, che conosce gli atti, anche la difesa li conosce, a prendere atto di questo, perché mi piacerà poi sentire una risposta), procedendo a strappi (il che fa cadere nel nulla, lo vedremo poi, il problema della discesa lenta; non lo dico io, ma lo dice l'ingegnere Packer, assistente di Müller, nel suo rapporto allegato agli atti) una montagna che si dislochi di quattro metri procedendo a strappi, denota una velocità incredibile, un pauroso dissesto, una immanente tendenza alla catastrofe.
Tutto ciò è stato macroscopicamente percettibile; la grande fessura, lo spostamento dei capisaldi, l'inclinazione degli alberi. Le frane parziali, gli scricchiolii, i boati, il decadimento del modulo elastico, l'allarme delle popolazioni. Le stesse preoccupazioni dei tecnici della SADE sono reali. Dov'è l'errore di fondo, che è percettibile anche da parte di un bambino? È nel fatto di aver riferito una velocità ed uno spostamento microscopici ad un fenomeno macroscopico.
Le montagne stanno ferme; se si spostano, è di qualche centimetro nel corso dei secoli; ma se la montagna si sposta di quattro metri in tre anni, la sua velocità ed il suo dislocamento sono paragonabili a quello di un razzo interplanetario. Questa è una delle verità fondamentali da cui bisogna partire, verità che purtroppo anche qualche cosiddetto perito ha dimenticato, nel corso di questa causa. E a costoro, a questi periti noi vogliamo ricordare un versetto della Bibbia "Chi si poggia sulle menzogne, costui si pasce di venti ed insegue i pesci volanti".
Ma torniamo all'oggetto della causa: i reati colposi.
Competerà dunque all'accusa dimostrare l'esistenza della colpa, mentre alla difesa farà carico l'obbligo di provare l'assenza di ogni colpa nel comportamento degli imputati. Non è certo il caso, e non è mio compito, di premettere un'indagine dottrinale o giurisprudenziale sul concetto di colpa; altri l'hanno fatto, altri lo faranno con maggiore autorità di me. Domani parlerà il professor Bettiòl; io desidero solo, per necessità di discorso, ricordare i due criteri da tutti accettati per la costruzione del concetto di colpa: prevedibilità ed evitabilità dell'evento.
Vi è colpa se l'evento è prevedibile ed evitabile, non vi è colpa se l'evento non è prevedibile e quindi non è evitabile.
Naturalmente voi vi accorgete che io do per scontata una premessa che è di importanza fondamentale, e cioè che il disastro è opera dell'uomo. E una conseguenza non voluta dell'attività umana; forse senza la diga e senza il bacino la frana sarebbe caduta lo stesso, in tempo diverso e forse con modalità diverse, ma senza l'acqua nel bacino non vi sarebbe stata la conseguente esondazione che è stata la causa immediata delle distruzioni e delle morti. Questo è un fatto pacifico per tutti, il punto che ci divide è un altro.
Per noi il comportamento degli imputati è giuridicamente e penalmente rilevante, per la difesa, se ho ben capito, è giuridicamente e penalmente non rilevante, o perché l'evento determinato da quel comportamento era assolutamente imprevedibile, o perché è intervenuto un caso fortuito ad interrompere il nesso di causalità. La 'quaestio litis' è unicamente questa.
Ma il punto che ci divide è anche quello che ci unisce, almeno sul piano tecnico-giuridico. Entrambe le parti, cioè, riconoscono che all'origine della tragedia vi è l'attività umana: colpevole per la parte civile, incolpevole per la difesa. Ecco perché do per scontata questa premessa, premessa da cui però discende una conseguenza importante ed oserei dire fondamentale. Dobbiamo evitare di ricercare le cause geologiche, idrauliche, geo-meccaniche della catastrofe, al fine di stabilire le precise modalità con cui l'evento si verificò nella realtà.
Dobbiamo invece accertare le cause umane della catastrofe, e cioè quei comportamenti, che in presenza di determinate situazioni hanno dato luogo ad azioni, omissioni o violazioni di leggi e regolamenti tali da costituire colpa ed essere quindi ritenute penalmente rilevanti. Mi spiego. Vertendosi in materia di colpa, e necessario accertare se i preposti al bacino e gli organi di controllo potevano prevedere o addirittura previdero, non già l'evento in tutte le sue particolarità e modalità con le quali si verificò poi nella realtà, ma la possibilità che un evento catastrofico si verificasse, tale da mettere in pericolo persone e cose.
Mi pare che l'impostazione sia corretta. La conoscenza concreta è soltanto quella del passato, di ciò che è accaduto; in sostanza si può conoscere esattamente, o si può tentare di conoscere esattamente, soltanto ciò che esiste. Il futuro non esiste ancora, esisterà: e quando sarà divenuto presente e passato potrà essere passibile di conoscenza perfetta. Ma allora che cosa sono le previsioni? Le previsioni che sono indispensabili ai comportamenti umani?
Ecco, le previsioni sono conoscenze astratte e non concrete, sono ipotesi di lavoro su ciò che potrà verificarsi.
In altre parole sono schemi astratti di comportamento e non comportamenti reali, cui il futuro potrà uniformarsi oppure no. L'uomo scruta nel futuro, per cercare di capire in quale direzione si muoverà il divenire della storia, per poterla così, almeno in parte, padroneggiare. Ma molto spesso la storia delude gli uomini, distrugge gli schemi astratti di previsione, ciò significa quindi che le previsioni sono conoscenze non solo astratte, ma insicure, incerte, con un margine di errore che è tanto più grande, quanto minore è la conoscenza concreta del presente. Ora, nel caso di specie, si trattava di prevedere il divenire, il futuro di una frana enorme, si potevano cioè formulare, e si dovevano formulare, delle ipotesi, alcune più probabili, altre meno probabili, ma tutte possibili. Bisogna infatti distinguere tra prevedibilità e probabilità.
Un evento produttivo di danno può essere prevedibile, ma può essere altamente improbabile, e può anzi essere altissimamente improbabile, ma è sufficiente la sua possibilità per realizzare una situazione di responsabilità. Nel caso di specie, era certamente prevedibile, ed anche probabile, un evento catastrofico, altrimenti non si spiegherebbero le numerose, costose ricerche e indagini fatte dalla SADE per accertare il divenire del movimento in atto e le possibili conseguenze. Tutt'al più si può dire, che era poco probabile un certo tipo di evento catastrofico; ma avendo a che fare con imponenti fenomeni geologici, non ci si doveva aspettare che la natura obbedisse al millimetro agli schemi dagli studiosi.
I tecnici ed i dirigenti potevano soltanto formulare delle ipotesi, senza omettere di considerare che in presenza di colossali fenomeni naturali, vi è sempre un notevole scarto tra la previsione e la realtà. In siffatta situazione si imponeva la massima prudenza, la massima sollecitudine per le vite umane. In sostanza nessuna ipotesi, neppure la più catastrofica si poteva escludere.
Io ho letto con una certa sorpresa quella prima perizia, secondo cui i responsabili del bacino potevano formulare quattro ipotesi, ma che l'ultima, quella catastrofica, di una frana imponente e veloce, che si abbattesse compatta nel lago, non poteva essere presa in considerazione.
Questa è una delle affermazioni basilari della prima perizia; ora, questa è una affermazione orgogliosa, superba, che secondo me offende il buon senso ancor prima della logica, e non è motivata.
Ma a parte ciò vi è un evidente errore logico, che io voglio sottolineare al collegio; se quella ipotesi era stata formulata, significa che era stata di fatto presa in considerazione, e che non doveva quindi essere esclusa, anche se poteva essere ritenuta altamente improbabile. Del resto, in una scrittura difensiva per l'ingegnere Biadene, trovo riportato il precedente storico di una frana imponente, analoga presso a poco a quella del Vajont, che dopo essere scesa lentamente, si era arrestata e poi, ad un certo punto, era addirittura regredìta.
Ma cosa significa ciò? Significa che su mille che cadono, ce n'e una che, dopo essere scesa lentamente, si ferma, e magari torna indietro.
Ebbene, i responsabili del bacino potevano e dovevano prendere in considerazione anche questa ipotesi; il monte Toc non sarebbe mai precipitato, se ne sarebbe rimasto immobile, per l'eternità, con la sua bocca spalancata verso il cielo, pensile sul lago artificiale beffandosi delle preoccupazioni.
Ma dal punto di vista logico, questa previsione vale l'altra, quella più catastrofica, e cioè che il monte Tòc, con il suo ventre malato e con i suoi veloci piedi di argilla, che in tre anni aveva camminato, si era traslato di quattro metri, pensile sopra il lago, sarebbe rovinosamente, velocemente e compatto caduto nel lago. Tra queste due estreme previsioni, vi era una serie intermedia di altre previsioni, che potevano e dovevano essere formulate, ma tutte, comprese le due estreme, di eguale valore logico.
Da un punto di vista non logico ma giuridico, sotto il profilo della colpa, la prima ipotesi è irrilevante, e poteva quindi essere tranquillamente esclusa, dato che non poneva in essere una situazione di pericolo, mentre tutte le altre intermedie, compresa l'ultima catastrofica, dovevano essere giudicate rilevanti, ipotizzando situazioni di pericolo di grado sempre più elevato.
Ciò premesso. mi pare che abbiamo il dovere di esaminare se per caso nella tesi della difesa, e cioè che l'ipotesi più catastrofica doveva essere esclusa, non vi sia qualche fondamento.
Vi è intanto un punto fermo da ribadire: si può escludere soltanto ciò che si può prevedere; non è un gioco di parole, ma è una fondamentale distinzione concettuale. Se i preposti al bacino hanno escluso l'ipotesi più catastrofica, vuole dire che l'avevano prevista, e ciò è rilevantissimo dal punto di vista giuridico, perché significa che una situazione di grave pericolo, per quanto remota e nebulosa, tanto da essere scartata, si era raffigurata nella mente dei preposti al bacino, e pertanto il loro comportamento va giudicato anche alla luce di questa previsione.
Ma vediamo: vi sono fenomeni catastrofici provocati o favoriti dall'attività umana, che sono assolutamente improvvisi, non preceduti da indizi visibili e da segni premonitori. In questi casi, per esaminare se vi sia colpa penale, occorre un'attenta indagine per accertare se vi siano indizi nascosti, che con diligenza, prudenza e perizia avrebbero potuto essere constatati.
Non è certo il caso del Vajont, signori giudici. Se vi è stata una catastrofe preceduta nel tempo da mòniti terribili, da indizi macroscopici e non equivoci, questa è la catastrofe del Vajont. Come si può dunque negare che la catastrofe fosse prevedibile?
Ad una sola condizione, di negare certi fatti e di leggere a rovescio alcuni documenti fondamentali del processo.
La fessura a 'M' che si aprì nell'ottobre/novembre del 1960: la geologia e la comune esperienza insegnano che l'apertura di una fessura perimetrale continua di forma parabolica, e l'indice primo che una frana in potenza si è trasformata in una frana in atto, e l'indice primo che distingue in modo caratteristico le frane da crollo o da rapido scivolamento dai movimenti tipo "creep-flow" in testi di geologia scritti da scienziati americani e pubblicati prima della catastrofe del Vajont. Quando vi è un movimento tipo creep o flow, non si ha mai l'apertura di una fessura perimetrale di forma parabolica; l'apertura di questa fessura è l'indice dell'inizio del sedile e del piano di scorrimento, e può permettere di delineare e delimitare il perimetro della frana, e può permettere di valutare il volume.
Se noi, per assurdo, volessimo leggere a rovescio queste affermazioni, dovremmo dire che la fessura non è l'inizio dello scollamento, ma l'inizio di un fenomeno di cementazione ed aggiustamento.
Altro esempio: il quindicesimo rapporto Müller. Müller non ha mai scritto che la frana aveva un volume approssimativo di 250 milioni di metri cubi, non ha mai scritto che due terzi di essa potevano cadere, non ha mai scritto che il bacino poteva essere diviso in due dalla frana. Müller non ha mai scritto che esisteva con assoluta certezza un diretto legame tra i diversi livelli dell'acqua del bacino ed i movimenti franosi. Müller non ha mai scritto che al serbatoio era da attribuirsi un effetto di accelerazione e di aumento dei movimenti franosi.
Se noi leggiamo così il rapporto Müller, è chiaro che viene a cadere il secondo terribile mònito.
Altri elementi: i caposaldi non si sono mai spostati in avanti ed in basso, ma se ne sono andati indietro. Il modulo di decadimento? Ma il rapido abbassarsi della velocità di propagazione del modulo di decadimento non significa una degradazione della roccia, ma significa anzi che la roccia sottostante si salda e diventa più rigida e compatta. La galleria? Ma non è stata costruita in previsione della divisione in due del bacino, ma per motivi estetici o per dare lavoro agli operai. I piezometri? Ma non è vero che sono rimasti integri; si sono spezzati a dieci, venti metri di profondità, quindi dimostrando la validità dello scorrimento superficiale.
Dilemma di Penta? Quando mai Penta ha formulato il drammatico dilemma? Egli ha sempre detto che la frana non c'era o se c'era era superficiale. Relazione Ghetti? Ma il professor Ghetti non ha mai scritto che la quota di sicurezza era di metri 700. Anzi ha detto: provate pure, andate a quota 710 e più, tanto non succede nulla. Il Ghetti non ha mai detto di continuare gli studi per accertare le conseguenze di una inondazione a valle della diga, cioè nella valle del Piave, anzi ha detto che sarebbe stato inutile, perché qualsiasi cosa fosse successa, dalla diga non sarebbe uscita una goccia d'acqua.
E potrei continuare all'infinito, con questa lettura paradossale a rovescio. Ma la conclusione sarebbe sempre la stessa; l'ipotesi catastrofica non poteva essere formulata, ed anche se formulata doveva essere esclusa. In effetti, se noi provassimo a rovesciare come un guanto ogni documento del processo, se noi neghiamo i fatti o li leggiamo a rovescio, dobbiamo concludere che l'imputato Biadene ha ragione, e dobbiamo proscioglierlo con tante scuse.
Ma allora io mi domando: perché l'imputato Biadene ha vergato di suo pugno il famoso documento 1999?
Badate, accanto al disegno che riproduce in modo perfetto, nelle sue quattro parti, nella sua morfologia, nella sua giacitura, nel suo piano di scorrimento l'enorme frana che poi si verificò nel 1963, egli scrive, tre anni prima della catastrofe: "invaso: no. perché altrimenti il movimento di frana diventerebbe incontrollabile". Per accettare la tesi difensiva dell'imputato Biadene, permettetemi una seconda ironia. Noi dobbiamo pensare che quella frase sia un errore; cioè Biadene intendeva scrivere: "invaso, sì, perché altrimenti il movimento di frana diventerebbe controllabile".
E allora tutto si spiega, tutto diviene chiaro; ed infatti l'iniputato Biadene ha continuato ad invasare, oltre ogni limite di sicurezza, proprio come se fosse convinto di poter controllare ed arrestare la frana, e di farla scendere dolcemente nell'acqua del bacino. Ma nel documento 1999 ci sono altre frasi, troppe: "scivola, si spacca, rottura, superamento della resistenza al taglio", e soprattutto la frase, sempre vergata di suo pugno, che dice: "È pericoloso l'alzarsi dell'acqua ed il colpo dinamico della frana veloce". Nell'originale è sottolineato l'aggettivo 'veloce'.
Evidentemente, l'imputato Biadene voleva scrivere "non è pericoloso l'alzarsi dell'acqua, e la discesa 'quasi statica' della frana lenta". Viene spontaneo dire: povero Biadene, trascinato in tribunale, colpito addirittura da mandato di cattura, quando doveva essere invece portato di corsa da uno specialista che lo guarisse dalle sue paranoie, e gli spiegasse il senso ed il significato di queste.
Egli è fuori posto in questo processo, starebbe molto meglio nella calma del suo studiolo a leggersi la psicopatologia della vita quotidiana di Freud. Voi capite che l'ironia aiuta a contenere il tormento, a trattenere l'ira compressa, aiuta a parlare quando si ha il cuore atterrito per le agghiaccianti previsioni fatte tre anni prima della catastrofe, e freddamente consegnate ad un documento che per nostra fortuna, per vostra fortuna, per la fortuna del Paese, si è riusciti a sequestrare.
Io credo che il pubblico ministero, dottor Mandarino, ed il giudice istruttore dottor Fabbri, abbiano fatto bene a porre al centro della loro accusa il documento n. 1999, perché da esso si ricava non solo la prevedibilità dell'evento, ma la sua previsione.
In esso si radica in modo fermissimo l'aggravante della previsione, che nessuna acrobazia giuridica riuscirà ad eludere. Io ho detto che le previsioni sono conoscenze astratte, sono ipotesi, sono temi di comportamento della realtà, costruite sulla conoscenza completa del passato e del presente. Sulla base di queste, ci si raffigura il futuro, si delinea il possibile divenire degli accadimenti, e naturalmente il futuro potrà confermare o smentire le ipotesi, gli schemi di comportamento che sono appunto le previsioni.
Che cosa prevedeva l'ingegner Biadene nel novembre del 1960? E cosa prevedevano con lui i tecnici, e gli scienziati che si radunarono con lui al capezzale della montagna? Ce lo dice appunto il documento n. 1999, che, badate bene, non vede soltanto un'ipotesi, ed una sola, sul comportamento della frana: "si spacca, scivola, supera la resistenza al taglio". Ma vi è anche una norma di comportamento: "invaso: no, perché la frana diventerebbe inarrestabile".
Ebbene, qui vi è consapevolezza, non ignoranza, e duplice consapevolezza, quella relativa al comportamento naturalistico della frana, e quella relativa alle conseguenze del comportamento umano. Questa è appunto l'aggravante della previsione.
E se il documento n. 1999 è lapidario, quello n. 1757/20 nella sua ampia argomentazione è addirittura agghiacciante. Si tratta del verbale 15-16 novembre 1960, verbale di sopralluogo cui parteciparono Müller, Semenza, Pancini, Linari ed altri. Il tribunale lo conosce e quindi io non lo rileggerò, ma consentitemi di riferire una frase che è estremamente significativa, contenuta in quel verbale.
"È da rifiutare l'eventualità che un grande movimento di massa avvenga con il serbatoio invasato al di sopra di quota 650. Infatti in questo caso sarebbe estremamente pericolosa la formazione di un'onda...".
Qui non vi è ignoranza, vi è consapevolezza, certezza, affermazione categorica "sarebbe estremamente pericolosa". Non c'è bisogno di commento; l'arpione della previsione è saldamente infisso nel corpo della colpa, e nessuna difesa, io credo, potrà svellerlo.
'Estremamente pericolosa', ma per che cosa? Ma per la diga, signori giudici, perché nel 1960 si temeva che l'onda d'urto provocata dalla gigantesca frana avrebbe potuto sbriciolare la diga. Ma il crollo della diga significava, tra l'altro, la morte per Longarone.
Dunque, tre anni prima della catastrofe, si prevedeva un effetto idraulico di tali proporzioni da sfondare la diga, cosa che poi non è accaduta, e cioè un fenomeno geologico ed idraulico più grande di quello che si verificò il 9 ottobre 1963. La diga infatti rimase intatta; nel novembre del 1960 si temeva addirittura lo sbriciolamento della diga, si prevedeva cioè la formazione di un'onda gigantesca, in conseguenza di una frana (documento 4951/145). L'ingegner Semenza chiede al professor Marzolo quale altezza potrebbe raggiungere l'onda di piena in caso di rottura della diga.
Non credo che l'ingegner Semenza andasse in cerca di farfalle, ma questa lettera al professor Marzolo, evidentemente è stata scritta per l'estrema ansia che muoveva il costruttore della superba diga. Ma si potrebbe obiettare, e mi pare che il professor Devoto lo faccia, era fondata questa previsione? di un'onda estremamente pericolosa, o per caso era frutto dell'agitazione del momento?
Poteva anche essere frutto dell'agitazione del momento, ma per me la domanda è retorica. Il 4 novembre 1960, cioè 10 giorni prima, era caduta una frana dalla sponda sinistra del Toc di circa 800 mila metri cubi. La massa si era staccata per crollo, si dice, ma non se ne è certi, nel tempo di dieci minuti, determinando un'onda d'urto di dieci metri. Ora tralasciamo per un momento il tempo di caduta, su cui avremo occasione di tornare poi; probabilmente vi è un equivoco, e si è confuso tra tempo di caduta vero e proprio, come del resto hanno detto onestamente anche i periti di parte, e la durata intera del fenomeno geo-dinamico idraulico, e cioè fino a quando il bacino non è tornato in stato di quiete.
Ma assumiamo per vero il tempo di dieci minuti; ora, 800 mila metri cubi di terra e di roccia sono paragonabili, giusto per averne un'idea, ad un cubo di 90 metri di lato: 250 milioni di metri cubi, giusto per averne un'idea, sono paragonabili ad un cubo di oltre 600 metri di lato. E più che una collina, è una montagna!
Ora, la domanda: se una frana di 800 mila metri cubi aveva provocato un'onda d'urto di dieci metri, quale onda d'urto avrebbe provocato una frana di 250 milioni di metri cubi, crollando nello stesso tempo? Una domanda cui voglio vedere se mi risponderà la difesa, e lo dico senza iattanza; ma affermo che l'interrogativo non poteva non essere tremendo nella mente di coloro che si radunarono al Vajont il 16 novembre 1960. Essi avevano un parametro, avevano un modello naturale, che risaliva ad appena 10 giorni prima, e quindi la previsione non poteva essere più categorica:« È da evitare un movimento di grandi proporzioni a quota superiore a 650 perché altrimenti ci sarebbe la formazione di un'onda estremamente pericolosa». Inoltre, in quel momento, oltre che al precedente del 4 novembre 1960, i preposti al bacino non potevano non ricordare Pontesei, di cui si è tanto parlato in questo processo.
A Pontesei una frana di tre milioni di metri cubi, caduta in circa trenta secondi, cosi dice l'ingegner Linari, testimone oculare, con una durata complessiva di due-tre minuti, aveva provocato un'onda di circa quaranta metri.
So perfettamente che alcuni dicono venti, alcuni dicono trenta; ci sono dei periti che hanno presentato i loro elaborati e che dicono di dover presumere che l'onda fosse di quaranta metri, posto che da una parte l'onda fu di venti e dall'altra di trenta. L'onda d'urto frontale (la frana può essere paragonata ad una nave che scenda in mare di fianco anziché di prua) è maggiore rispetto all'onda laterale, e questo per comune esperienza. Ora, è interessante notare che come volume, la frana di Pontesei era di circa quattro volte superiore a quella del quattro novembre 1960, e le rispettive onde sono in rapporto di uno a quattro.
L'onda d'urto del 4 novembre 1960 fu di circa 10 metri, quella di Pontesei di circa 40 metri, quella che sollevò come un fuscello un ponte di sessanta tonnellate. Se dunque una frana di 800mila metri cubi aveva provocato al Vajont un'onda di dieci metri, se una frana di tre milioni di metri cubi aveva provocato a Pontesei un'onda d'urto di quaranta metri, quale onda gigantesca avrebbe potuto provocare al Vajont una frana di 200 milioni di metri cubi, anche se solo quaranta o cinquanta milioni di metri cubi fossero riusciti a penetrare, perché altro posto non c'era, nel bacino?
Il rapporto volumetrico tra le due frane, Pontesei e Vajont, non è ovviamente da uno a cento, come potrebbe sembrare: Pontesei tre milioni, Vajont 300 milioni, poiché qui abbiamo a che fare con i volumi, e non con le misure lineari. Il rapporto, per l'esattezza, è da 1 a 4,7 perché supposto '1' Pontesei e supposto '100' il Vajont, si ha 103; per semplicità di ragionamento, si può ritenere che il rapporto volumetrico tra le due frane sia di uno a cinque; ma si deve ritenere che lo stesso rapporto da uno a cinque dovesse intercorrere tra le due onde, che pure volumi sono.
Se quella di Pontesei fu di quaranta metri, quella del Vajont si poteva prevedere che fosse quaranta metri per cinque, e cioè duecento. Guarda caso, l'ondata del 9 ottobre 1963 fu alta proprio duecento metri; era dunque più che giustificata, nel novembre 1960, l'affermazione che la formazione di un'onda per il precipitare della frana veloce sarebbe stata estremamente pericolosa.
I preposti al bacino conoscevano perfettamente la realtà attuale del novembre del 1960, ed avevano costruito uno schema di previsione strettamente aderente a quella realtà, però non vi si attennero: di qui la colpa, aggravata dalla previsione dell'evento. Tutto questo si conosceva prima del fatto, con tre anni di anticipo sulla catastrofe.
I ragionamenti 'post factum' servono e sono illuminanti ai fini della prevedibilità e della previsione, solo se coincidono con quelli che potevano farsi 'ante factum'. E proprio per questo insisto su Pontesei, esso fu l'anticipazione esatta di quello che accadde al Vajont. Abbiamo visto quali sono i rapporti dimensionali e volumetrici tra le due frane: Pontesei fronte alto 40, Vajont metri 200, Pontesei fronte largo metri 400, Vajont 2.000 circa; volume Pontesei 3 milioni, Vajont 300 milioni. Il rapporto volumetrico ed anche quello lineare, per quanto riguarda le distanze lineari, è di uno a cinque. Conclusione su questo punto: se gli effetti idrodinamici a Pontesei furono equivalenti a quelli del Vajont, sempre nel rapporto di uno a cinque, e se pure equivalenti furono i caratteri dimensionali delle due frane, sempre nel rapporto da uno a cinque, ciò significa die la velocità di caduta doveva avere lo stesso ordine di grandezza. In effetti a Pontesei, il tempo effettivo di caduta fu di circa trenta secondi, mentre la durata complessiva del fenomeno fu di circa due, tre minuti.
Nella perizia Desio, a pagina 16, prego di controllare, si legge che per quanto riguarda il Vajont "l'esame delle registrazioni sismografiche porta a circoscrivere l'intera durata del fenomeno nell'ambito di un paio di minuti o poco più". Siamo quindi nell'ordine di grandezza di Pontesei; ma il tempo di caduta vero e proprio deve essere stato alquanto più breve, e forse inferiore al minuto.
E successivamente a pagina 51 è calcolato minuziosamente in 55 secondi; nonostante tanta precisione e minuziosità nel calcoli, che portarono i primi periti a dire che la durata del fenomeno fu di 55 secondi, all'udienza del 9 giugno 1969 i primi periti, ed in particolare il professor Citrini, ridussero inopinatamente il tempo di caduta a venti secondi: ma siamo quindi nell'ordine di grandezza di Pontesei. L'ingegner Linari infatti lo valutò ad occhio, e con tanta paura in corpo, in trenta secondi; possiamo pensare che peccasse per eccesso. Comunque se anche il tempo di caduta vero e proprio fosse stato al Vajont quasi doppio di quello di Pontesei, 55 secondi invece di trenta, bisogna tener conto anche della diversa lunghezza del piano di scorrimento percorso dalla frana, che al Vajont è più che doppio rispetto a Pontesei, perché mi pare fosse di 200 metri la larghezza del lago in quel punto, mentre al Vajont superava i 400.
Ciò significa appunto che la velocità di caduta fu la stessa, o perlomeno del medesimo ordine di grandezza. Non si venga a parlare di velocità incredibile, inimmaginabile, eccezionale, straordinaria, unica, e perciò imprevedibile! La velocità di caduta al Vajont fu la stessa che a Pontesei, nonostante che le due frane, per quanto riguarda la loro natura, presentassero indubbiamente delle grandi differenze.
Si potrebbe obiettare che non era scritto nei libri del destino che la frana del Vajont dovesse venire giu nello stesso tempo di quella di Pontesei; questo è un ragionamento che stiamo facendo 'post factum'. È giusto; la frana del Vajont poteva cadere in dieci minuti, in venti minuti, in mezz'ora, anche per la ovvia constatazione che ogni frana scende con la velocità che le compete. È lapalissiano, ma è cosi: ogni frana ha la sua velocità. Pontesei c'era stato, come c'erano state innumerevoli altre frane in Europa e nel mondo; Pontesei c'era stato e la sua velocità era nota.
Potevano ragionevolmente escludere i preposti al bacino che la frana del Vajont non sarebbe caduta con la stessa velocità di Pontesei? Certamente no.
E badate, non solo non lo esclusero, ma presero in considerazione proprio questa ipotesi, altrimenti non si spiegherebbe la loro categorica affermazione su cui ancora ritorno, circa l'estrema pericolosità della formazione di un'onda a quota superiore a 650.
È noto che l'azione dinamica nel bacino, ed i conseguenti effetti idraulici, sono direttamente proporzionali alla velocità di impatto; e non si dimentichi che la frana di Pontesei era costituita da materiale sciolto, mentre quella del Vajont era costituita da roccia, più o meno degradata. Ora la distinzione è importante, perché il crollo di una falda incoerente, a Pontesei, anziché di roccia stratificata come al Vajont, avrebbe potuto dar luogo ad una attenuazione dei fenomeni dinamici per la disgregazione della massa durante la caduta, e per la minore inclinazione del fronte di frana. La roccia stratificata del Vajont e la sua paurosa inclinazione sul lago, avrebbero potuto favorire, come in effetti avvenne, un'esaltazione degli effetti dinamici ed idraulici.
A questo proposito mi si permetta un'ulteriore osservazione circa Pontesei, un'osservazione che riguarda una questione che mi pare sia stata oggetto di scandalo o addirittura di una eccezione di nullità, del resto perfettamente formulata, anche se da me non condivisa, e respinta dal Tribunale, da parte del professor Conso e cui si associarono gli altri difensori.
Nella memoria del 15 maggio 1967, si legge a pagina 88 (prego di controllare) che la frana di Pontesei risaliva di trenta-quaranta metri sul versante opposto. Se il tribunale avesse ritenuto, o ritenesse anche oggi, di fare una gita a Pontesei, avrebbe potuto, o potrebbe constatare, che la sponda opposta ha addirittura gli alberi, alcuni alberi, che prima si trovavano sul fronte di frana. Dunque l'esperienza aveva già insegnato, a prescindere dai numerosi esempi della letteratura, riportati nella magnifica perizia dei professor Roubault ed altri, che la frana, anche se costituita da materiale incoerente, a bassa coesione, cadendo nel lago artificiale che l'ha provocata, è in grado, per la velocità e per la sottospinta dell'acqua, di risalire per un certo tratto sulla sponda opposta.
Nel caso del Vajont a maggior ragione, trattandosi di roccia stratificata, non si poteva evitare di prevedere il ripetersi dello stesso fenomeno nelle proporzioni competenti al maggior volume della massa in movimento. Noi sappiamo dagli atti, dalle testimonianze, dalle fotografie, dalle perizie che la frana del Vajont è risalita sulla sponda opposta di oltre cento metri, ed in alcuni punti di oltre 150 metri. Questo è pacifico. L'equivalenza, la corrispondenza tra la frana del Vajont e quella di Pontesei è stupefacente, dato il rapporto da uno a cinque, e se la frana di Pontesei è risalita di trenta, quaranta metri, si poteva e si doveva prevedere che la frana del Vajont potesse risalire sulla sponda opposta di 100, 150 metri. Se moltiplichiamo trenta per 5 abbiamo 150.
La questione della risalita è un fatto noto nella letteratura scientifica, e l'avvocato Scanferla lo ha ricordato questa mattina; io sarò brevissimo anche se 'repetita juvant'. Le frane sono ancora poco studiate, forse perché non rendono, e sotto questo profilo è paradossale che il fondatore della biologia sia uno scozzese. Gli scozzesi, si sa, appartengono al girone degli avàri. Comunque le grandi frane studiate presentano quasi tutte due elementi comuni, la risalita e la velocità prodigiosa.
Il Gortani, per esempio a pagina 67 del suo notissimo libro che stamattina ho ricordato dice: "Se uno scoscendimento cospicuo ha luogo in una valle stretta, la forza viva del materiale che precipita può spingerlo ad appoggiarsi sull'opposto versante, risalendolo talvolta persino di 200 o 300 metri". Si è molto al di sopra, come si vede, del limite di risalita raggiunto al Vajont. E subito dopo aggiunge che "il fenomeno di risalita si verifica spesso nelle grandi frane, a causa della loro velocità prodigiosa". E tra i vari esempi che il professor Gortani cita c'è quello della frana di Elg, che non è preistorica, dato che risale al 1871, che scivolò con velocità prodigiosa, su una superficie di scorrimento, la cui pendenza era del 3,5 per cento. Il libro di questo studioso è un testo base nelle nostre facoltà.
Le stesse cose aveva scritto ed insegnato il professor Penta, ma per tornare al professor Gortani non si può non ricordare la sua notissima affermazione: "la rapidità di queste frane le rende particolarmente funeste; il fenomeno può svolgersi, anche per le grandi frane, in meno di un minuto, e la velocità della massa cadente può superare i cento metri al secondo".
Quale fu il tempo effettivo di caduta al Vajont?
55 secondi, dicono i primi periti e poi dicono 20. Siamo quindi al di sotto del minuto di cui il Gortani. Quale fu la velocità di caduta della frana del Vajont, calcolata dalla perizia Desio? 100 chilometri all'ora! A pagina 94 si dice: "la velocità di caduta fu di cento chilometri all'ora". Sono 28 metri al secondo; se anche noi volessimo assumere per vero, non il tempo di 55 secondi su cui appunto è basato il calcolo della velocità, ma quello di venti secondi, ridotto qui in aula, ebbene la velocità non è più di 28 metri al secondo, ma diviene di 60, 70 metri al secondo.
Non ho fatto il calcolo con precisione, ma si è sempre al di sotto dei cento metri di cui parla il Gortani. Come si può dunque parlare di tempo di caduta eccezionale, non prevedibile, di velocità straordinaria, assolutamente imprevedibile? Queste sono menzogne, che offendono.
Non vorrei che qualcuno mi obbiettasse che io cito soltanto la letteratura che mi fa comodo; per prevenire questa eventuale obiezione, cito Müller. Alludo a quel famoso articolo, acquisito agli atti, pieno di se e di ma, con cui Müller cerca di attenuare ed addirittura stravolgere le sue chiaroveggenti analisi del 1960/1961. Proprio per questo, se non erro, il Müller è stato citato come teste a discarico dalla difesa. Ebbene, in questo articolo del 1964 egli espone una tabella di 67 frane conosciute e studiate; molte di queste si sono prodotte in un tempo brevissimo, alcune in pochi secondi.
Ed il Müller aggiunge, e vi prego di fare attenzione a queste parole: "tra quelle che si sono svolte in un tempo molto breve, se ne possono citare molte, che hanno corrisposto con evidenza ai tipi definiti in inglese sotto il nome di 'rock-fly', e che sono di un genere perfettamente paragonabile a quello verificatosi al Vajont il 9 ottobre".
È il Müller che scrive.
Ne consegue che la frana del Vajont non fu un evento eccezionale, straordinario, raro, unico, imprevedibile ed imprevisto, ma fu la ripetizione di un fenomeno conosciutissimo. Ne consegue che affermare il contrario, è una menzogna. Questi i fatti, così egregiamente esposti nella perizia, così brillantemente interpretati nella formidabile requisitoria del pubblico ministero, dottor Mandarino, motivati magistralmente nella sentenza di rinvio a giudizio del dottor Fabbri, fatti invalicabili, schiaccianti, che però a ben guardare sono un lusso, perché per pronunciare una sentenza di condanna, a giudizio della parte civile, basta l'ipotesi alternativa formulata da Penta. Basta questo, per una pronuncia penale di condanna.
L'ipotesi alternativa, che non è ignoranza, non è inconoscibilità, ma al contrario è conoscenza dell'incertezza, di una obiettiva situazione di incertezza. Nel dubbio, era norma morale e giuridica adottare il comportamento più prudente in relazione all'ipotesi più sfavorevole. A questo punto si pone un interrogativo, cui risponderò brevissimamente; interrogativo che ritengo importante non per ribadire la prevedibilità e la previsione, che noi crediamo dimostrata con le carte ed anche con le argomentazioni nostre, ma per ribadire la gravissima leggerezza degli imputati di fronte al dilemma di Penta. Essi non fecero nulla, assolutamente nulla per risolvere in un senso o nell'altro il dilemma formulato da Penta.
L'interrogativo è questo: esistevano dati di fatto che potevano indurre ad accettar l'ipotesi, dati di fatto che prescindano dalla letteratura, da Pontesei, dal 4 novembre? Facciamo finta di dimenticare tutto. Esistevano dati di fatto, che, se la SADE ed i preposti del bacino fossero stati diligenti, avrebbero potuto sciogliere il dilemma, di per se sufficiente per la dichiarazione di responsabilità penale, in un senso o nell'altro?
Certo che esistevano. L'ipotesi Penta tutti noi la ricordiamo: lama, o scoscendimento catastrofico.
Esistevano dati di fatto? Sì. Quali? quattro: microsismi, integrità dei piezometri, i cunicoli del Massalezza e gli spostamenti verticali.
- I microsismi provenivano in massima parte (sfido chiunque a dimostrare il contrario) dall'area delimitata dalla fessura perimetrale. Eventuali errori di distanza o di profondità potevano imputarsi alla ignoranza della velocità di propagazione delle onde elastiche che, come e noto, diminuiva nel tempo. Chi conosceva l'esatta estensione della zona di frana (non Caloi, a cui fu dato quel disegnino molto più limitato, ma l'ing. Biadene) doveva pensare a strappi e rotture lungo una superficie di scorrimento molto più profonda.
- Piezometri: i tre efficienti, uno ogni cento milioni di metri cubi, erano profondi da 167 a 221 metri e venivano quotidianamente attraversati (quotidianamente vuol dire ogni giorno) dal freatimetro, fino ad una profondità minima di oltre 80 metri, generalmente di 100-150. Inoltre, in almeno due occasioni, 62 e 63, il P2 (piezometro due) fu pulito dai sedimenti fangosi, operazione che comportava ripetute esplorazioni da cima a fondo. Ora, poiché il vicino caposaldo (parlo del caposaldo, non del piezometro) n. 4, vicinissimo al piezometro, descrisse nel frattempo oltre due metri di spostamento, è impensabile che tale rilevante spostamenlo, se limitato ai primi 10 o 20 metri di coltre di spessore, non avrebbe deformato e rotto il P2. Analogamente, vicino al P1 vi era il caposaldo n. 6 che si mosse per circa 4 metri e vicino al P3 stava il caposaldo n. 13, che è di 2 metri.
- Per quanto riguarda i cunicoli, il discorso è brevissimo. Gli spostamenti osservati nei cunicoli erano perfettamente concordanti con gli spostamenti osservati in superficie. Per quanto riguarda gli spostamenti verticali, che non furono comunicati agli organi di controllo, che furono tenuti accuratamente nascosti (e non mi si venga a dire che non furono mandati al servizio dighe o alla commissione di collaudo, perché venivano rilevati ogni 15 giorni mentre il plico con le altre notizie partiva il quattordicesimo), perché queste sono bugie che non possono essere raccontate in quest'aula.
- Gli spostamenti verticali sono di un'estrema importanza. Il prof. Calvino ha fatto una brillante dimostrazione anche alla lavagna. Se fosse vera la ipotesi dello spostamento di lama superficiale di 10-20 metri, è chiaro che la risultante tra spostamenti verticali e spostamenti orizzontali dei capisaldi sarebbe stata forzatamente parallela al pendio della montagna. Se invece la risultante non fosse stata parallela, ma fosse stata sub-orizzontale, cioè quasi orizzontale, questo avrebbe significato che l'intera massa si spostava lungo la presunta superficie di scorrimento profondo prevista, o intuita dal Semenza junior.
I primi periti dell'ufficio, ed anche i periti di parte, mi sia consentito, su queste questioni hanno sollevato molta confusione, oserei dire un polverone come si dice in gergo. Era loro diritto d'altra parte. Ma a me preme sottolineare solo di sfuggita che da questo polverone in sede tecnico-scientifica emergono almeno tre affermazioni che bruciano, a mio avviso, la linea di difesa dell'imputato.
1) Sentito all'udienza del 9 giugno '69, il prof. Citrini ha così dichiarato: non si poteva escludere che la frana potesse venire giu' anche in un unico blocco. Vi prego di controllare perché non voglio essere accusato di deformazioni. Non si poteva escludere: quindi i preposti al bacino dovevano atteggiare la loro condotta anche secondo questa previsione e non lo fecero.
2) Nel pomeriggio della medesima udienza lo stesso prof. Citrini, rispondendo alla domanda, mi pare proposta dall'avv. Brass, ha così dichiarato: non erano sufficienti tre pozzi piezometrici, ce ne sarebbero voluti almeno una ventina. Ciò dimostra la grave negligenza dei preposti al bacino proprio dopo l'allarme del 4 novembre 1960 nel condurre più accurate indagini di fronte all'enormità del pericolo.
3) Nella medesima udienza il prof. Citrini, rispondendo ad una domanda della parte civile relativa al significato della integrità dei pozzi piezometrici su cui giustamente insiste l'avv. Scanferla nelle sue memorie scritte in istruttoria, ha così dichiarato: "Ritengo che se il movimento si fosse verificato secondo la prima ipotesi Penta dello scorrimento superficiale, la rottura dei piezometri (tubi d'acciaio) sarebbe stata molto probabile".
E il prof. Martini di rincalzo: possono verificarsi tre ipotesi: il piezometro può flettersi, schiacciarsi o rompersi. Sto parlando in relazione alla prima ipotesi Penta del manto superficiale. E nel verbale si legge: "Gli altri periti, Desio, Morelli e Ramponi, si dichiarano d'accordo con il prof. Martini". Conseguenza: poiché i tre pozzi, i tre lunghi tubi d'acciaio, non si sono né flessi, né schiacciati, né rotti, la prima ipotesi Penta dello scorrimento superficiale doveva essere esclusa.
Restava dunque l'altra, quella catastrofica di Penta alla cui previsione i preposti al bacino e gli organi di controllo dovevano attenersi e non lo fecero.
Si parlava dell'ipotesi Penta e la parte civile ritiene di potere affermare che fu proprio questa seconda ipotesi che i preposti al bacino avevano nebulosamente formulate molti anni prima e di cui fermamente si convinsero almeno a partire dal novembre del 1960. In fondo il prof. Penta non fece che esprimere in forma dubitativa una ipotesi che i responsabili, i custodi del bacino, avevano già risolto nel senso più sfavorevole. In caso contrario non si spiegherebbero i due documenti di cui ho parlato prima: il 1999 e il 1757. La nebulosità a cui facevo cenno risale ad anni lontani e diventa acuto assillo già nel 1959.
Non possiamo dimenticare che il 9 dicembre del 1959 l'ing. Semenza scrive al prof. Dal Piaz: spero vederla presto, anche per riparlare del Vajont che il disastro del Frejùs ha reso più che mai di acuta attualità. In questo brano della lettera ci sono alcuni termini che vanno considerati. Riparlare: quindi se ne era già parlato; disastro: il concetto è inequivocabile. E il disastro del Frejùs viene collegato al Vajont. Ciò significa che al Vajont ci si poteva aspettare un fenomeno simile, cioè un disastro. Tutti noi sappiamo che cosa è avvenuto al Frejùs con modalità tutt'affatto diverse, ma questo non ha importanza. Il disastro avvenne.
Più che mai, dice la lettera; quindi il problema è attualissimo, ora, nel 1959. Perché?
Perché Semenza, Dal Piaz e Biadene conoscevano già l'agghiacciante precedente di Pontesei. Acuta attualità: in questo aggettivo vi è tutta l'ansia del grande costruttore. Nebulosità prima, acuto assillo poi, certezza terribile nel 1960. E in effetti, con la morte dell'ing. Semenza, con l'inizio dell'ultimo periodo con il terzo invaso, la frana sfuggirà completamente dalle mani dei preposti al bacino. Sfuggirà completamente la lettera al prof. Ferniani in cui appunto Semenza senior dice: ho l'impressione che le cose siano più grandi di noi e ci sfuggano di mano. L'ultimo periodo è veramente una folle corsa verso la catastrofe. I preposti al bacino fanno tutto il contrario di quello che avrebbero dovuto fare, di quello che essi stessi si erano proposti di fare e gli organi di controllo continuano a chiudere gli occhi ed entrano addirittura in letargo. Cosa si doveva fare? Non invasare, anzi, approfittando dell'inverno, si doveva diminuire il livello del lago in modo da evitare non già la frana, ma la formazione di un'onda estremamente pericolosa con la conseguente esondazione.
E invece i preposti al bacino invasano, continuano ad invasare. E mentre invasano cessano completamente gli studi, le analisi, le prospezioni geofisiche, l'apertura di nuovi piezometri, che pure erano stati ritenuti insufficienti, l'apertura di nuovi cunicoli, la rilevazione degli spostamenti viene affidata a geometri, la misura di quelli verticali viene opportunamente nascosta e i rapporti quindicinali vengono, come dire, 'cesellati' in modo che suonino soavi agli organi di controllo. Il comportamento dei responsabili del bacino in quest'ultimo periodo è apparentemente paradossale tanto da suscitare la meraviglia del prof. Müller, che nel sue interrogatorio ha dichiarato di non capire il motivo per cui non fu più interpellato dopo il 1961 sul problema della frana del monte Toc.
La risposta è semplice: se il prof. Müller fosse stato interpellato nel 1961-62 avrebbe detto: ma siete dei matti, dovete cessare gli invasi, dovete svasare.
Anche la commissione di collaudo nel 1961 cessa ogni visita: l'ultimo sopralluogo mi pare che risalga all'ottobre, 17 ottobre 1961. Ma anche qui la risposta è semplice: se la SADE avesse richiesto l'intervento della commissione di collaudo, la commissione di collaudo visti i luoghi, esaminati gli studi, avrebbe imposto lo svuotamento del bacino. Addio allora il sogno del grande Vajont, addio soprattutto la possibilità di passare all'ENEL, sotto silenzio, in vista della nazionalizzazione, un impianto prossimo alla disgregazione. Vi sono dei sogni che sono duri a morire, anche quando si scontrano con la realtà. Le ambizioni accecano e più ancora acceca l'oro.
Ha ragione il dott. Mandarino quando scrive lapidariamente nella sua requisitoria: «prevalse la logica dei profitto sull'interesse pubblico primario penalmente tutelato e ottenebrò le menti dei tecnici della SADE».
Ed io aggiungo: 'deus dementat quos vult perdere'.
In effetti, nel '60, nel '61, nel '62 richiedere la riduzione del massimo invaso voleva dire ritardare notevolmente l'ammortamento del capitale, perdere parte del contributo statale e ridurre di molto il profitto sperato. Noi non possiamo dimenticare che il 17 novembre 1962 inizia lo sfruttamento del bacino e la produzione di energia elettrica con il funzionamento non autorizzato della centrale del Colombèr, mentre già si alimentava da tempo, a fini produttivi, la centrale di Soverzene con l'acqua del serbatoio.
Per Biadene inoltre la riduzione e lo svuotamento del bacino significava la fine delle sue ambizioni, quale successore del grande Semenza. Posso anche ammettere che la sua mente fosse obnubilata, ma in realtà non è così. La sua mente era chiara quando vergò di suo pugno il documento 1999, la sua mente era chiara quando redasse il verbaIe 15 novembre del '60, la sua mente era chiara quando accettò l'ipotesi alternativa di Penta. Nel verbale di sopralluogo del 28 novembre '60 (documento n. 4083/101) si legge che le conclusioni del prof. Penta sono pienamente condivise da tutta la commissione e dai tecnici della SADE presenti al sopralluogo e tra questi tecnici vi era Biadene. L'offuscamento, quindi, l'obnubilamento, se ci fu, fu successivo.
E in verità - se ci fu - fu un lungo accecamento che non gli giova penalmente sia per le chiare previsioni fatte antecedentemente, sia perché all'ultimo momento questo accecamento, questo obnubilamento, ebbe fine e la drammatica realtà tornò a raffigurarsi nella mente di Biadene. Questa è l'ultima trincea di accusa che credo inespugnabile e di cui parlo soltanto per scrupolo di difesa; alludo alla lettera del 9 ottobre 1963, in particolare all'autografo in calce.
Quando un tecnico si affida alla provvidenza vuol dire che ogni previsione è possibile, anche la più catastrofica; anzi vuol dire che solo la previsione più catastrofica è ritenuta realistica. Invocare la provvidenza significa che la tecnica è ormai impotente a padroneggiare gli eventi. Soltanto la mano dell'Altissimo poteva fermare la frana, i tecnici non potevano fare più nulla. Dunque, almeno nella mattinata del 9 ottobre 1963, la mostruosa e tragica realtà è raffigurata, scolpita nella mente di Biadene, che finalmente china il capo ed invoca la provvidenza. Questa è la riprova, se ce ne fosse bisogno, non già della prevedibilità, ma della previsione che è in questo drammatico appello.
Ma Biadene, pur invocando l'Altissimo, poteva anche appellarsi alle campane dei parroci e dare l'allarme. Aveva dieci ore di tempo. Se non i beni, almeno le vite umane sarebbero state risparmiate ed oggi 2 mila innocenti non sarebbero sotto terra.
Si è dimostrato dunque che nella causazione del disastro sono risultati imprevidenti i piani, successive colossali imprudenze, e negligenze finali di entità macroscopiche.
Io non credo che la difesa degli imputati riuscirà a provare l'assenza di colpa. Se la difesa si batte per l'assoluzione, l'impresa a me sembra del tutto impossible, sia per le considerazioni che ho già svolto, sia per un ragionamento ulteriore che desidero sottoporre all'attenzione del Tribunale. Posto che era in atto una situazione di pericolo, che tale circostanza era nota, che pertanto un evento di frana ed inondazione rientrava nelle possibili previsioni, tutto.
Ma veniamo al fortuito. Sul concetto del fortuito dottrina e giurisprudenza hanno ormai raggiunto un punto ferino. Fortuito è un fatto ineluttabile estraneo alla custodia. che incidendo in modo decisivo nel processo causale, rompe questo nesso tra la cosa in custodia e l'evento dannoso. La definizione è discutibile, lo ammetto, perché una certa corrente dottrinale aggiunge che il caso fortuito, oltre che essere esterno alla custodia, deve anche essere imprevedibile ed inevitabile. Ma ho adottato la definizione sopradetta per due ragioni: primo perché è quella che più concede agli imputati prescindendo dalla questione della prevedibilità; secondo perché è quella generalmente acquisita dalla giurisprudenza. Il punto fondamentale e pacifico su cui richiamo la attenzione del collegio è questo:
il fortuito è un fatto estraneo rispetto alla custodia. La giurisprudenza di merito della Cassazione parla indifferentemente di fatto estraneo o di causa estranea. Ora, nel caso di specie, � individuabile una causa della catastrofe estranea alla sfera della custodia? No, perché la frana si è verificata nella sponda sinistra oggetto di custodia e di vigilanza.
- No, perché la esondazione si è verificata a causa dell'acqua contenuta nel bacino, acqua che era oggetto di custodia e di vigilanza. Ecco perché mi sembra di potere affermare che gli imputati non sono in grado di provare il fortuito, perché la frana e l'esondazione, per quanto grandi, eccezionali, straordinarie (lo concedo in ipotesi) sono fatti e cause interne alla custodia. E ciò che è interno alla custodia non è fortuito. D'altro lato la prova liberatoria - su questo punto finisco - della responsabilità del custode consiste nella indicazione positiva e puntuale di un fatto determinato e, ripeto, estraneo alla custodia nella causazione dell'evento.
A questo proposito vi è una frase incisiva della relazione Alrè in cui si dice che la prova liberatoria ha per contenuto l'identificazione di una causa specifica, individuata in modo positivo e preciso, estranea alla sfera di sorveglianza. E la giurisprudenza è sulla stessa linea. La Cassazione, 24 luglio 1963, dice per esempio che è altresì chiaro che l'indicazione del fatto estraneo non può essere sostituita dall'ipotesi. Concludendo, il fortuito e una causa non imputabile al custode perché esterna alla cosa custodita e perciò non controllabile dal custode. Ecco perché nel caso di specie gli imputati non possono dare la prova del fortuito. Per esempio, il terremoto o un gigantesco meteorite che si fosse abbattuto sul fianco del Toc sarebbero certamente stati fatti estranei alla custodia e avrebbero quindi potuto essere indicati come cause fortuite del sinistro. Non certo la frana causata dagli svasi, né l'esondazione causata dalla frana, tutti fatti interni alla custodia. Ci sembra che da questi confini non si possa uscire.
Prevedibilità, previsione, assenza di cause sopravvenute, inesistenza del fortuito sono le basi indistruttibili su cui poggia la colpa dei singoli imputati e l'intreccio così chiaramente dimostrato dal pubblico ministero e dal giudice istruttore nella cooperazione colposa. Io non posso che aderire alle argomentazioni del pubblico ministero nella sua requisitoria scritta e del giudice istruttore. Vi è però una questione particolare su cui vorrei dire due parole, anche in relazione alle osservazioni fatte dal collega di parte civile questa mattina e riguarda la posizione del prof. Ghetti.
La posizione del prof. Ghetti merita una particolare attenzione in questo processo. Per gli altri imputati, ad avviso della parte civile, non vi può essere dubbio. La loro responsabilità, almeno per me, è pacifica e non me ne occupo neppure perché non è il mio compito. Ma per il prof. Ghetti invece si potrebbe obiettare che è almeno dubbio che egli abbia cooperato nell'evento. La sua esperienza infatti, per sua stessa ammissione, è stata dichiarata del tutto inutile. Sta di fatto però che l'ing. Biadene si fa scudo di Ghetti: tu - dice - mi hai indicato la quota di sicurezza, che poi di fatto non è stata rispettata. A sua volta il prof. Ghetti accusa Biadene e la SADE dicendo: voi mi avete fornito dati sbagliati, o mi avete fornito dati inesatti. Ora, questo scaricabarile, questa confusione nel campo di Agramante deve renderci molto attenti.
L'attuale discordia sembra rivelare, in effetti rivela, una connivenza, una antica connivenza, che in termini giuridici si chiama cooperazione. Da parte nostra possiamo affermare con assoluta tranquillità due cose: primo, l'esperienza modellistica di Nove e soprattutto le sue conclusioni hanno offerto un alibi, una copertura ad un comportamento paurosamente imprudente che si sapeva tale; l'esperienza modellistica di Nove ha trascurato di controllare l'esattezza dei dati geologici trasmessi dalla SADE ed ha ignorato quei dati che erano stati trasmessi e che erano particolarmente significativi.
Sulla base di questi due punti il comportamento del prof. Ghetti rientra a mio avviso nel nesso di causalità. Quale era infatti lo scopo di Nove? Noi non possiamo non rispondere a questa domanda. Due punti e virgolette (lo rileviamo dal verbale): "stabilire gli effetti di una temuta frana sul lago serbatoio del Vajont". Questo lo scopo concreto. Ghetti lo sapeva e lo ha ammesso nel suo interrogatorio. Non si trattava quindi di giocare ai modelli o di fare in astratto una perfetta esperienza per uno scopo scientifico. Lo scopo era pratico e si riferiva ad un preciso luogo e ad un preciso serbatoio: il Vajont.
A tal fine - si legge nelle carte - venne fornita al prof. Ghetti una cartografia, giusta, sbagliata, non lo so, ma per la perfetta - si legge - ricostruzione dell'originale serbatoio. 'Perfetta ricostruzione', non sono parole mie. Ora, perché il prof. Ghetti, pur conoscendo con approssimazione il volume della frana, la sua natura geologica, la sua giacitura, fa costruire un modello che limita la sponda a quota 750?
Io non so rispondere perché la fessura perimetrale si era sviluppata a quota 1100-1200-1300 metri e questo il prof. Ghetti lo sapeva. Questo, secondo me, è un primo gravissimo errore, padre di tutti i successivi. Infatti il prof. Ghetti si precluse, per sua esclusiva responsabilità, fin dalla fattura della vasca ogni possibilità di studio e di verifica concreti. Affermare oggi che il modello di Nove venne realizzato in modo impeccabile, è una cosa veramente che non mi convince. Ma avrebbe potuto, il prof. Ghetti, in un tempo successive modificare la fattura della vasca in modo da ottenere un'attendibile similitudine del fenomeno di frana? Certamente sì. Basta rileggersi la lettera del prof. Indri, indirizzata a Ghetti, in cui sono riportate indicazioni significative sulla giacitura, il perimetro e le dimensioni della frana.
E si aggiunge: è presumibile che la massa franosa abbia a scivolare più o meno compatta traslandosi fino alla sponda opposta. Il volume ondoso potrà essere uguale al corrispondente volume di invaso disponibile sul fronte di frana, 40-50 milioni di metri cubi. Cosa fa a questo punto il prof. Ghetti? Addirittura tutto il contrario di quello che c'è scritto nella lettera del prof. Indri: non modifica l'assetto della sponda, adopera materiale sciolto invece che rigido, non lo fa traslare (non era possibile trattandosi ghiaino tondeggiante), ma si limita a constatare che riempie il fondo della vasca. Infine, invece di far cadere il volume corrispondente a 50 milioni di metri cubi, o 40, ne fa cadere la metà.
Io non sono un tecnico di queste cose, mi limito a rilevare questi fatti e dico che per me quello era un modello lunare, non era il modello del Vajont. Non si dimentichi che scopo delle esperienze era quello di fornire anticipatamente gli effetti di un temuto probabile fenomeno di frana al fine di garantire la sicurezza delle zone abitate, non solo di quelle attorno al lago-serbatoio, ma anche nella valle del Piave, a valle della diga. Il prof. Ghetti dice: mi avete ingannato, mi avete fornito dei dati non esatti, o incerti. Non è vero, c'è la lettera di Indri che lo smentisce, c'è la deposizione di Edoardo Semenza nell'istruttoria scritta, che si meraviglia quando va a Nove e dice: ma come, questo è fuori di ogni realtà!
C'è il preciso riferimento a Pontesei, e alle indicazioni che se ne sarebbero potute rilevare. C'è (tanto è vero che il prof. Ghetti lamenta nel suo interrogatorio e anche qui al dibattimento) che la SADE non gli ha fornito i dati di Pontesei. Questo è certamente molto significativo; non gli ha fornito questi dati per quanto richiesti.
Dunque il prof. Ghetti sapeva di Pontesei, e sapeva che se ne sarebbero potute trarre utili indicazioni. La SADE non me li aveva forniti, si giustifica il prof. Ghetti; ma, se anche fosse vero, poteva andarseli a cercare, poteva fare una gita a Pontesei. Ma io - dice il prof. Ghetti - sono un idraulico, inesperto di geologia.
Risposta: ma proprio per questo dovevi andare a Pontesei, proprio per questo dovevi farti dare i dati, e proprio per questo dovevi pretendere l'assistenza di esperti geologi. L'esperienza di Nove, infatti (credo che qui ci sia un grosso equivoco), non è un'esperienza meramente idraulica, ma geologico-idraulica: effetto di una frana e di una precisa frana in un preciso bacino al fine di garantire l'incolumità. Ne consegue che le prove del prof. Ghetti avrebbero dovuto fornire elementi di assoluta sicurezza. Come potevano se si discostavano completamente dalla realtà? perché questo lo dice lui stesso nella relazione quando dice "ho abbandonato l'idea di riprodurre il naturale fenomeno di frana". E questa frase ha un preciso significato.
Il prof. Ghetti conosceva il naturale fenomeno di frana. Se non lo conosceva, non poteva affermare a priori di non poterlo riprodurre. Avrebbe detto: fatemelo conoscere, poi cercherò di riprodurlo. Egli invece dice "conosco il fenomeno di frana, ma non sono in grado di riprodurlo nel corrispondente modello". È grave, è gravissimo che a questo punto il prof. Ghetti non abbia abbandonato l'esperimentazione. Egli doveva rifiutare l'incarico. Cosa non si fa per la SADE? Il prof. Ghetti continua nei suoi giochi pur sapendo che non hanno alcun riferimento con la realtà del Vajont. In questa situazione è grave, in questa situazione è gravissimo che il prof. Ghetti sia giunto alla folle affermazione che la quota di 700 metri poteva considerarsi di assoluta sicurezza. Quella quota era certamente di assoluta sicurezza, ma per quanto riguarda Nove, per quanto riguarda quegli esperimenti, non per il Vajont. Un'affermazione di sicurezza riferita al Vajont che si basa sul nulla.
Il prof. Ghetti questo lo sapeva, per la sua stessa ammissione tardiva, e che a mio avviso non gli giova. Egli quindi non poteva e non doveva fornire un alibi alla condotta della SADE e al comportamento di Biadene. Qui è la sua colpa.
Conclusioni: l'ing. Biadene non può farsi scudo di Ghetti perché sapeva che il modello di Nove era irreale, non riproduceva la frana. D'altro canto il prof. Ghetti non può farsi scudo di Biadene perché conosceva in parte i dati geologici (lettera di Indri eec.), perché in parte poteva conoscerli (Pontesei, se ci fosse andato), sapeva di non aver rispettato questi dati (vedi lettera all'ing. Biadene in cui dice: 'ho rinunciato all'idea di riprodurre', eec.) e pur tuttavia è stato categorico nella sua affermazione di sicurezza.
I due imputati sono oggi apparentemente, se io ho ben capito, in rotta di collisione l'uno con l'altro; ma l'attuale collisione non può farci dimenticare l'antica cooperazione. Essi nel 1961/62 cooperarono a costruire un alibi che coprisse la responsabilità per la temuta catastrofe. Esempio concreto, tragico, di quella connivenza che si è stabilita da anni tra alcuni istituti scientifici di grandi gruppi industriali e il potere politico. Connivenza, che vizia alle radici quella gara tra l'uomo e la natura di cui parla il dott. Mandarino, gara da cui l'uomo potrebbe uscire vincitore se rispettasse la legge. Non si può non ritornare a questo punto all'angosciosa domanda: perché il Vajont?
Cercare il movente o la causa metagiuridica in un reato colposo è superfluo e talvolta ridicolo e assurdo. Tuttavia questa domanda - perché il Vajont? - non è un artificio. Tanto è vero che l'hanno posta il pubblico ministero dott. Mandarino e il giudice Fabbri. È un interrogativo che brucia nelle nostre coscienze, che affonda come una lama in tutte le radici della società in cui la catastrofe si è prodotta. La risposta del perché è nelle carte del processo. È una risposta secca, lapidaria, rapida, che non concede nulla al sentimento, ma si attiene ai fatti e ai documenti. A nessuno può sfuggire che uno dei meriti di questi magistrati, il dott. Mandarino e il giudice Fabbri, è di aver costruito un'accusa che, al di sotto della solida struttura giuridica, ha una nervatura morale e politica, nel senso più nobile della parola, di grande respiro. Essi non hanno deluso il dolore e la commozione e lo sgomento degli italiani di fronte alla catastrofe, la imperiosa esigenza di giustizia che scaturirono da quella commozione. Il loro merito è di avere spiegato il perché della immane sciagura, il meccanismo in cui si è inserito il comportamento degli imputati. Una spiegazione meditata, ragionata, pacata, che tuttavia si avventa implacabile come un dardo al cuore del problema. Prevalse la logica del profitto sull'interesse pubblico primario penalmente tutelato - scrive il dott. Mandarino - che poi accenna alla drammatica gara tra l'uomo e la natura, gara da cui l'uomo, almeno al Vajont, è uscito perdente.
E vi è in effetti questa gara, giudici dell'Aquila, che sembra contraddistinguere le grandi società industriali. Ma è una gara da cui gli uomini potrebbero uscire vincitori solo che la ragione non sottomettessero al talento, cioè all'arbìtrio. Ogni giorno noi ci imbattiamo in questa verità elementare di fatto poi dimenticata. Nella nostra società vi è la tendenza a sottovalutare la vita umana, la dignità e la libertà umana. È una tendenza prepotente, per cui di fatto troppo spesso un Kwh di energia elettrica vale più della vita di un uomo. In altre parole nella nostra società vi è la tendenza a rovesciare un principio fondamentale stabilito dalla legge di cui voi siete giudici e di cui voi siete custodi. Il progresso economico, tecnico e scientifico deve servire all'uomo, non viceversa. Nella nostra società invece troppo spesso l'uomo è un semplice strumento, una cosa al servizio del progresso. E quindi, nella drammatica gara tra l'uomo e la natura, esso è perdente. Ne deriva, schematicamente, che la tendenza, questa pericolosa tendenza è la seguente: prima la produttività e poi l'uomo, prima il progresso e poi l'uomo, prima il profitto e poi l'uomo.
Ne consegue che la produttività e il progresso diventano una falsa produttività e un falso progresso e che il profitto diventa il vitello d'oro a cui si giunge ad offrire sacrifici umani. Non è esagerato dire che la nostra società corre il rischio - io non pretendo che voi condividiate il mio punto di vista, ma vi prego di tenerne conto - se non si ferma in tempo su questa china paurosa, di trasformarsi in una società barbara dietro l'orpello della efficienza e della produttività, del profitto.
Una società peggiore delle antiche società tribali, in cui almeno i sacrifici umani venivano fatti per motivi religiosi. Oggi troppo spesso, violando le leggi, gli uomini vengono sacrificati alla produttività e al profitto. E sotto questo profile il Vajont e più che emblematico, esso e un'ara mostruosa e terribile eretta al vitello d'oro del profitto. La tendenza di cui parlo è una lebbra che corrode anche altre società in Europa e altrove. La tematica di Marcuse e di Dutscke non è certo ignota; le splendide analisi di Marx da cento anni ci ammoniscono a non cadere nell'abisso dell'autodistruzione e della disumanizzazione. Possono essere accettate o respinte queste analisi, ma esse indubbiamente ci aiutano a capire perché e come si verifica questa tendenza. L'uomo ad una dimensione, di cui parla Marcuse, è senza dubbio il simbolo soggettivo di questa tendenza oggettiva, di cui sto parlando. Le gravissime imprudenze, se così vogliamo definirle, dei preposti al bacino, ci indicano che essi erano certamente degli 'uomini ad una dimensione', e che vedevano soltanto gli interessi della ditta, vedevano solo la produttività ed il profitto, non vedevano gli esseri umani.
Le gravissime imprudenze e negligenze che caratterizzano la storia del bacino del Vajont si ricollegano strettamente al primo anello della catena, quello di avere scelto la zona del Vajont per costruire un bacino artificiale come se gli uomini non ci fossero. Ecco il punto. Nessuno ha voluto tener conto della presenza di esseri umani e del potenziale pericolo alla loro vita e ai loro beni rappresentati dal bacino. Sant'Osvaldo, Erto e Casso non contano ai fini della produttività; Longarone, Pirago, Castelavazzo, non contavano ai fini della produttività. E il lago venne costruito come se attorno ci fosse stato il deserto. E infatti se ci fosse stato il deserto non sarebbe successo nulla. La frana sarebbe caduta prima o poi e avrebbe diviso in due il lago, ma la produzione sarebbe continuata e nessuno sarebbe morto. Se non che non c'era il deserto, ma decine e centinaia di case, e migliaia di abitanti. Si è dimenticato, si è voluto dimenticare, violando la legge, questo piccolo insignificante particolare: la presenza degli esseri umani. E perché? perché il progetto del grande Vajont, la produzione di 150 milioni di Kwh all'anno e i profitti che ne sarebbero derivati erano più importanti di ogni altra cosa. Ecco la scelta terribile tra la produttività e l'uomo; in questo caso è stato scelto il primo corno del dilemma. E così, quando venne il 'dies irae' tutto quanto aveva vita fu spento: il profumo dei bambini, duecento in questa tragedia, l'umile dolcezza delle donne, la saggezza e la laboriosità degli uomini e degli anziani. Tutto fu incenerito, devastato, spento. Sulla terra del Vajont fu morte e solo morte. Visione sinistra, soltanto la diga rimase eretta tra le rovine, segno oculare, tangibile di quella drammatica gara tra l'uomo e la natura, in cui l'uomo era uscito perdente perché aveva violato la legge.
Giudici dell'Aquila, voi avete un compito non facile. Voi dovete dirimere una questione di reati colposi, ma voi siete anche l'ultimo scudo della gente del Vajont, tradita da chi aveva l'obbligo di vigilare; uccisa da chi aveva il dovere di difenderla; voi in questo momento siete la legge e dovete dare una risposta alle genti del Vajont e al paese. Noi ci aspettiamo che nella motivazione della sentenza voi diciate se la tendenza disumanatrice della società industriale moderna e inarrestabile o deve e può essere ricondotta nell'ambito della legge, se può e deve essere sottomessa alle esigenze di sicurezza dell'uomo. Aspettiamo che ci diciate, come ha detto il giornalista l'assi nel suo ottimo libro, se le future generazioni dovranno essere spettatrici e vittime di altri Vajont.
I poveri morti del Vajont. tra cui ci sono il figlio, il padre e la sorella di Arduini, giacciono nel cimitero di Fortogna, o ancora insepolti nel limo del Piave o nel lago maledetto. Ma essi sembra che tendano l'orecchio ai rumori della vita oltre il lieve strato di terra che li ricopre. Essi tendono l'orecchio per sentire quello che noi facciamo. Noi non possiamo, non dobbiamo deluderli. E voi, giudici dell'Aquila non li deluderete. Grazie.
Quando il PM, i difensori e gli avvocati delle Parti Civili ebbero svolto le conclusioni finali, il Tribunale si ritirò in Camera di Consiglio. Dopo ore di accanita discussione (nulla si sentiva all'esterno) il Tribunale uscì con la seguente sentenza:
"In nome del Popolo Italiano p. q. m. dichiara Biadene Alberico, Batini Curzio e Violin Almo colpevoli nel delitto di cooperazione di omicidio colposo plurimo a ciascuno rispettivamente ascritto, esclusa nei confronti dei primi due la aggravante della previsione dell'evento, e in concorso delle attenuanti generiche, li condanna ciascuno alla pena di anni sei di reclusione, dichiarandoli altresì obbligati in solido al pagamento delle spese processuali. Visti gli art. 3 e 6 D.P.R. 4 giugno 1966 n° 332 dichiara condonata per ciascuno, nella misura di anni due, la pena come sopra inflitta. Assolve Biadene Alberico e Batini Curzio dalle rimanenti imputazioni e Frosini Pietro, Sensidoni Francesco, Tonini Dino e Marin Roberto da tutte le imputazioni, trattandosi di persone non punibili perché il fatto non costituisce reato. Assolve infine Ghetti Augusto da tutte le imputazioni a lui ascritte, per non aver commesso il fatto."
La lettura del dispositivo venne accolta in silenzio. I superstiti non capivano. L'astruseria del linguaggio giuridico non li aiutava. Sembrava loro che la seconda parte del dispositivo tramutasse in assoluzione per tutti anche la condanna pronunciata nella prima parte. Gli avvocati di parte civile erano furibondi per l'esclusione dell'aggravante della previsione dell'evento, per la mitezza delle pene e per l'assoluzione per tutti, salvo che per Violin, dalle rimanenti imputazioni.
Il P. M. e le parti civili proposero appello e nell'attesa diedero inizio di fronte ai Tribunali competenti le cause civili per il risarcimento dei danni materiali e morali per quanti avevano rifiutato la transazione. L'Enel infatti aveva costitito un consorzio, di cui era Presidente il nuovo Sindaco di Longarone, offrendo 10 miliardi di lire a quanti si fossero ritirati dal processo. Molti accettarono, circa l'80 per cento. Bisogna capirli: Longarone era distrutta, le sue fabbriche, i suoi negozi, i suoi campi un tempo coltivati. Chi era rimasto in vita doveva vivere, mangiare.
L'Enel dal canto suo, in vista dell'Appello, cercava di sfoltire la schiera delle parti civili offrendo, a chi accettava, la somma di 10 miliardi di lire, purché rinunciasse a ogni altra richiesta in sede civile anche per i risarcimenti civili.
La transazione diede luogo a contrasti fra gli avvocati di parte civile: alcuni volevano che i propri assistiti rifiutassero la transazione, per mantenere forte la spinta psicologica in appello. Ci furono scontri, rottura di amicizie, accuse calunniose anche nei miei confronti. Lo dissi chiaramente anche in sede di Consorzio di cui facevo parte. Io lasciai i miei assistiti liberi di decidere come a loro sembrava giusto. Chi avesse rinunciato alla transazione sarebbe stato difeso da me fino alla fine, rinunciando anche alle spese legali. Pochi furono quelli che mi difesero. Non capivano che Longarone era distrutto, le fabbriche, i negozi, le botteghe, i traffici fermi. Ricordo i binari della ferrovia contorti attorcigliati contro il Piave.
Io e Rosini (che curava l'aspetto civilistico della vicenda e la chiamata in causa dell'Enel come responsabile civile) eravamo molto preoccupati. Dovemmo fare un mutuo con una banca per non chiudere lo studio. Furono tempi amari. Liliana e i piccoli mi diedero molto conforto.
Venne anche il tempo dell'Appello. La Corte era presieduta dal giudice Fracassi, estensore il giudice Modigliani. Molti i superstiti presenti. Quando, terminata la scrupolosa relazione del giudice a latere, prese la parola il Procuratore Generale, che fece un intervento demolitore della prima sentenza. Poi toccò agli avvocati. Quando venne il mio turno il Presidente mi diede la parola dicendo: "L'altro avvocato è l'illustrissimo avvocato Tosi".
Avv. Tosi: "Sono a disposizione della Corte; ho bisogno di due ore".
ARRINGA IN APPELLO
(Sono riportate solo le argomentazioni nuove e quelle indispensabili per il fluire del discorso. L'arringa in Appello è infatti nella sostanza una riformulazione di quella in Tribunale.)
Avv. Tosi. Signor Presidente, signori Consiglieri, signor Procuratore Generale, io prendo le conclusioni per la Parte civile: Terenzio Arduini, Mazzucco Eugenia in Arduini, Arduini Adele in Barocci, Castagner Severino, Castagner Cesare, Corona Lazzera; Pezzini Angelica vedova Corona, Corona Luigi...
Presidente. Già segnato, già segnato.
Avv. Tosi. "Le conclusioni della parte civile Terenzio Arduini sono le seguenti: la Corte, in accoglimento delle impugnazioni del Pubblico Ministero e del Procuratore Generale, voglia, in riforma della appellata sentenza, condannare tutti gli imputati per tutti i reati ascritti: frana, inondazione, omicidi plurimi con ogni aggravante contestata, e condannarli altresì al risarcimento dei danni in favore della parte lesa, con vittoria di spese ed onorari come da nota a parte".
Mi limito a leggere questa, perché le altre conclusioni sono identiche. Il mio intervento, signori della Corte, e colleghi, potrebbe incominciare così: "Ieri dicevo...", perché, in effetti, nulla di nuovo, di veramente nuovo, potrei dire rispetto alle argomentazioni che ho svolto in primo grado. A ben riflettere, infatti, la sentenza impugnata non è da criticare, da censurare, ma da evitare come una palude, travalicandola di colpo. Taluni l'hanno definita una "manipolazione linguistica".
Presidente. Una manipolazione...?
Avv. Tosi. Linguistica, semantica. Altri, un 'paradosso giuridico'. Sta di fatto che l'impugnata sentenza, a mio giudizio, è una fitta nebbia, in cui tutto viene distorto: fatti e concetti giuridici. Secondo me, non bisogna entrare in questa nebbia. Ma, perché la mia affermazione non sembri apodittica, mi sia concessa un'osservazione sulla confusione tra concetto naturalistico di frana e concetto giuridico di disastro di frana. Secondo il Tribunale, tutto ciò che non è roccia o terra, non è frana. Cosicché deriva che tutto ciò che accade oltre l'estremo lembo in cui la frana si acquieta, non dovrebbe interessare.
Un paese che venga spianato solo dallo spostamento d'aria di una frana, o decine di persone che vengano ferite o uccise solo dallo spostamento d'aria, con la frana non hanno nulla a che vedere e, quindi, non si avrebbe disastro di frana.
Ora, da un punto di vista superficiale, le cose, in effetti, stanno così. Le cose, le case, gli uomini, non sono colpiti dalla roccia o dalla terra, ma dall'aria. Come può, l'aria, franare? Ma, da un punto di vista corretto, lo spostamento d'aria è conseguenza della frana, è figlio di essa, è strettamente connesso con quella. Se persone vengono ferite o uccise dal solo spostamento d'aria, che le sbatte, per esempio, con violenza per terra o contro un albero, si integrano gli estremi del disastro colposo.
Ora, perché il mio esempio non sembri astratto e peregrino, voglio ricordare che anche al Vajont vi fu un violentissimo spostamento d'aria, che almeno alla Pineda, alle Spesse, a Erto e a Casso, l'urto d'aria arrivò prima dell'acqua, scagliando persone a decine e decine di metri di distanza. Ciò è agli atti, ed è ricordato anche nella commissione Bozzi. Ora, questa frattura logica e giuridica che l'impugnata sentenza opera tra frana e conseguenze della frana, tra frana e spostamento d'aria dovuto alla frana, è quella stessa che ha indotto il Tribunale a separare arbitrariamente la frana dall'inondazione e ad applicare a rovescio il principio del "ne bis in idem" (il principio che esclude che lo stesso evento possa essere punito due volte nell'ambito di due diverse fattispecie).
È opportuno, invece, riproporre i nudi fatti nella loro autenticità.
Il mio intervento è integratore, che vuol fare da ponte tra le argomentazioni svolte da coloro che mi hanno preceduto, e l'intervento che verrà svolto dall'avvocato Gallo e dall'avvocato Ascari.
La causa ha per oggetto tre reati colposi: frana, inondazione, omicidio plurimo.
Presidente. Una delle cause.
Avv. Tosi. L'attività umana fu una delle cause del disastro. Forse, senza la diga e il bacino, la frana sarebbe caduta lo stesso, in tempo diverse e forse con modalità diverse; ma senza l'acqua nel bacino, non vi sarebbe stata la conseguente esondazione, che è stata la causa immediata delle distruzioni e delle morti.
Direi che questo è un punto pacifico per tutti, anche per la impugnata sentenza, anche per la difesa. Ma il punto che ci divide è un altro, che io ricordo solo per necessità di discorso: per noi il comportamento degli imputati è penalmente rilevante, perché l'evento determinato da quel comportamento era assolutamente prevedibile. Per la difesa, invece, quel comportamento non è giuridicamente rilevante, perché il fatto era assolutamente imprevedibile o perché il fortuito ha interrotto il nesso di causalità. Questo è il tema. La "quaestio litis" è unicamente questa.
Entrambe le parti riconoscono che all'origine della tragedia vi è anche l'attività umana.
Scontata, pacifica questa premessa, da cui discende, pero, una conseguenza importante, fondamentale. Dobbiamo accertare le cause umane della catastrofe, quei comportamenti che hanno dato luogo ad azioni, omissioni, violazioni di leggi o di regolamenti, tali da costituire colpa ed essere ritenuti, quindi, penalmente rilevanti. Mi pare che l'impostazione sia corretta. Vertendosi in materia di colpa, è necessario accertare se i preposti al bacino e gli organi di controllo, potevano prevedere, non già l'evento in tutte le sue particolarità e modalità , con le quali poi si verificò nella realtà, ma la possibilità che un evento catastrofico si verificasse, tale da mettere in pericolo persone e cose.
Ma allora, a questo punto, può sorgere una domanda: che cosa sono le previsioni?
Le previsioni, che sono indispensabili all'agire degli uomini, sono conoscenze astratte e non concrete, sono ipotesi di lavoro su ciò che si potrà verificare. Nel caso di specie, si trattava di prevedere il futuro di una frana enorme. Si potevano cioè, e si dovevano, formulare delle ipotesi, alcune più probabili, altre meno probabili, ma tutte possibili.
Ora era sicuramente prevedibile e probabile l'evento catastrofico. Se questo evento catastrofico non fosse stato prevedibile e non fosse stato anche previsto, non si spiegherebbero le numerose e costose, anche se lacunose, ricerche ed indagini fatte dalla SADE per accertare il divenire di questa frana. Né si spiegherebbe il cosiddetto "programma Pancini", che non è stato attuato; (e questo è un elemento di colpa, su cui fa giustamente leva il Procuratore Generale nei suoi motivi). I tecnici e i dirigenti potevano solamente formulare delle ipotesi, senza omettere di considerare che in presenza di colossali fenomeni naturali, vi è sempre un notevole scarto tra previsione e realtà. In siffatta situazione, si imponeva la massima prudenza e la massima cautela.
Del resto, come io ho ricordato in primo grado, in una scrittura difensiva per l'imputato Biadene, trovo riportato il precedente storico, che è stato ricordato anche nella giornata di oggi, di una frana analoga, mi pare, a quella del Vajont, che, dopo essere scesa lentamente, si era arrestata e, addirittura, mi pare, risalì di qualche metro. Cosa significa ciò?
Significa che tra mille frane che cadono, ce n'è anche una che si arresta e che, magari, torna indietro. I responsabili del bacino potevano e dovevano prendere in considerazione, e non escludere, anche questa ipotesi; e cioè che il monte Toc non sarebbe mai precipitato. Ma, dal punto di vista logico, questa previsione vale l'altra, quella più catastrofica; cioè che il monte Tòc, con il suo ventre malato e con i suoi piedi di argilla assai veloci, si è traslato di quattro metri. E, qui, vorrei aprire una brevissima parentesi.
In primo grado, dalle carte del processo, e anche oggi, si è spesso parlato di spostamenti di trenta millimetri, di quaranta millimetri, di cinque centimetri; questo è esatto, solo che dobbiamo sempre ricordarci che questi spostamenti si sommano...
Presidente. Devono sommarsi tutti quanti.
Avv. Tosi. Ecco, esatto.
E la conclusione è appunto questa: duecentocinquanta milioni di metri cubi, cioè una montagna, in tre anni si è spostata di quattro metri. Tra queste due estreme previsioni, il monte Toc non precipita, il monte Toc precipita rovinosamente e velocemente...
Presidente. Oppure precipita a valle...
Avv. Tosi. Ecco... vi è tutta una serie intermedia di altre previsioni che potevano e dovevano essere formulate. Tutte, comprese le due estreme che ho fatto, hanno eguale valore logico; ma è certo che da un punto di vista giuridico, cioè sotto il profilo della colpa, la prima ipotesi estrema (il monte Toc non precipiterà mai), è irrilevante e poteva essere tranquillamente esclusa, dato che non poneva in essere alcuna situazione di pericolo. Mentre tutte le altre, e in particolare l'ultima, quella catastrofica, devono considerarsi giuridicamente rilevanti, ipotizzando situazioni di pericolo per case, cose ed uomini.
Se vi è stata una catastrofe preceduta da mòniti terribili, questa è la frana del Vajont.
Come si può dunque sostenere da parte della difesa la tesi della non prevedibilità o della esclusione di una previsione catastrofica che, ripeto, per essere esclusa, doveva essere formulata? A una sola condizione (e io ancora una volta mi ripeterò). quella di negare certi fatti e di leggere a rovescio certi segni o certe carte della causa.
Per esempio: la fessura ad "M" prodottasi nell'ottobre o ai primi di novembre del 1960, secondo la geologia e la comune esperienza, insegna che l'apertura di una frana perimetrale continua e di forma parabolica (come nella specie), è indice primo...
Presidente. Questo, è Désio che lo dice.
Avv. Tosi. Esatto... che una frana in potenza si è trasformata in una frana in atto. Importante è aggiungere che essa distingue in modo caratteristico le frane da crollo, o da rapido scivolamento, dai movimenti tipo "creep" o "flaus". La fessura indica l'inizio del piano di scivolamento, la parte alta del sedile permette di delimitare il perimetro di frana e calcolarne il volume.
Presidente. Alcuni dicono scivolamento, altri dicono slittamento. Mi pare di aver letto in un libro che, nel caso del Vajont, si debba parlare di slittamento.
Avv. Tosi. Sì, esatto.
La terminologia, signor Presidente, non è inequivoca. E in questo processo, diciamo sia sotto l'aspetto giuridico che sotto quello scientifico, si è assistito ad una manipolazione dei concetti.
Ma, ripeto, se noi rovesciamo, come io ho tentato di fare, ogni elemento del processo, dobbiamo concludere che l'imputato Biadene ha ragione. Egli non poteva prevedere e non ha previsto. Ma allora, perché ha vergato di suo pugno il documento numero 1999 del Giudice Istruttore del 15-16 novembre 1960?
Ne ha parlato l'avvocato Scanferla, ma "repetita iuvant" perché questo è il pilastro del processo. Accanto al disegno che riproduce in modo perfetto nelle sue quattro fasi, nella sua morfologia, nella sua giacitura, nel suo piano di scorrimento l'enorme frana che poi si verificò il 9 ottobre del 1963, l'ingegner Biadene scrive, (tre anni prima della catastrofe): "Invaso: no, perché il fenomeno di frana diventerebbe incontrollato".
Nel documento numero 1999, ci sono altre affermazioni: "Scivola... si spacca... rottura... superamento della resistenza al taglio..." e, soprattutto, la frase, vergata di proprio pugno dall'ingegner Biadene: "È pericoloso l'alzarsi dell'acqua e il colpo (dinamico) della frana veloce". La parola "veloce" è sottolineata nel testo.
Evidentemente, anche qui mi sarebbe facile dire: l'imputato Biadene intendeva dire: "Non è pericoloso l'alzarsi dell'acqua e la discesa della frana è lenta". Io credo che il Pubblico Ministero dottor Mandarino, e il Giudice dottor Fabbri, abbiano fatto bene a porre al centro della loro accusa il documento numero 1999, perché da esso si ricava non solo la prevedibilità dell'evento, ma la sua previsione!
Ora, che cosa prevedeva l'ingegner Biadene all'indomani della frana del 4 novembre? Che cosa prevedevano con lui i tecnici e gli scienziati che si recarono al Vajont, al capezzale della montagna? Ce lo dice, appunto, il documento numero 1999, in cui non vi è soltanto una ipotesi, e, si badi bene, una sola ipotesi sul comportamento della frana ("Si spacca... scivola... supera la resistenza al laglio... precipita veloce con un colpo di clava..."), ma vi è anche una norma di comportamento e, badate bene, una sola norma di comportamento: "Non invasare, perché, altrimenti, la frana diventerebbe incontrollabile". Qui vi è consapevolezza, non ignoranza. Se il documento numero 1999 è lapidario, quello numero 1757/20 nella sua descrittività, diciamo, è addirittura agghiacciante.
Si tratta, appunto, del verbale 15-16 novembre 1960; sopralluogo a cui partecipano i professori Müller e Semenza e l'ingegner Pancini, l'ingegner Linari, e l'ingegner Biadene. È scritto in questo documento: "È da evitare l'eventualità che un grande movimento di massa avvenga con il serbatoio invasato al di sopra di quota seicentocinquanta. Infatti, in questo caso, sarebbe estremamente pericolosa la formazione di un'onda". Anche qui non vi è ignoranza, ma consapevolezza, certezza, affermazione categorica: "È da evitare perché estremamente pericolosa".
Procuratore Generale. A che quota eravamo?
Avv. Tosi. Seicentocinquanta.
Nel documento c'è scritto: "Estremamente pericoloso il prodursi di un'onda a quota seicentocinquanta". Ora, tralasciamo per un momento il tempo di caduta, perché qui, probabilmente, vi è un equivoco, come poi vedremo.
Si è confuso tra tempo di caduta vero e proprio, che inizia con l'effettivo distacco e termina con l'impatto della frana contro la sponda opposta, per esempio nel caso del Vajont, con l'intera durata del fenomeno meccanico, geologico e idraulico.
A Pontesei che cosa era accaduto? Era accaduto che una frana di tre milioni di metri cubi caduti in circa trenta secondi, con una durata complessiva di due o tre minuti, e così dice appunto l'ingegner Linari, che riferisce il tempo di due o tre minuti allo stato di quiete raggiunto dal bacino di Pontesei, aveva provocato un'onda di circa quaranta metri.
Presidente. Questi quaranta metri di altezza di sovralzo ondoso, lei li riferisce al frangimento contro la diga?
Avv. Tosi. Certo, al frangente; è esatto. Mi trovo costretto ad anticipare un ragionamento che avrei fatto più tardi, ma che è brevissimo. La frana è come una nave che scenda in mare, anziché di prua di fianco; possiamo immaginarla così, e l'onda provocata dalla fiancata della nave - l'esperienza ce lo dimostra - è più alta delle due onde laterali. E un dato pacifico che le due onde laterali a Pontesei furono una di trenta e una di venti metri. È chiaro che la conformazione del fronte di frana può provocare onde diverse. L'onda frontale a Pontesei fu certamente superiore ai trenta metri; secondo calcoli, che io non sono in grado di fare, ma che i periti hanno fatto, quest'onda, tenendo conto anche dell'altezza del ponte che fu investito dall'onda e del fatto che il ponte di 70 tonnellate fu sollevato, non poteva essere inferiore a quaranta metri.
Dunque, l'onda d'urto del 4 novembre 1960 fu di circa dieci metri, e quella di Pontesei fu di circa quaranta metri. Se dunque una frana di ottocentomila metri cubi aveva provocato al Vajont un'onda di dieci metri, se una frana di tre milioni di metri cubi aveva provocato a Pontesei un'onda di quaranta metri, quale onda gigantesca avrebbe potuto provocare al Vajont, una frana di duecento, duecentocinquanta milioni di metri cubi?
Guarda caso, il 9 ottobre 1963 l'onda provocata dalla frana del Vajont fu appunto di duecento metri.
Ecco dunque più che giustificata la previsione, nel novembre del 1960, che la formazione di un'onda per il precipitare di una frana veloce sarebbe stata estremamente pericolosa. I preposti al bacino conoscevano perfettamente la realtà attuale del novembre 1960, ed avevano costruito uno schema di previsione perfettamente aderente a quella realtà. Però non vi si attennero: di qui la loro colpa, aggravata dalla previsione dell'evento.
A Pontesei, volume tre milioni di metri cubi, al Vajont volume di circa trecento milioni di metri cubi. Quindi il rapporto lineare e volumetrico è di uno a cinque. Conclusione: se gli effetti idrodinamici a Pontesei furono equivalenti a quelli del Vajont nel rapporto da uno a cinque, e pure equivalenti furono i caratteri dimensionali delle due frane, sempre nel rapporto da uno a cinque, ciò significa che la velocità di caduta doveva avere lo stesso ordine di grandezza. In effetti, devo ricordare la deposizione Linari: "Fu così che assistemmo alla caduta della frana; questo avvenne con le seguenti modalità: era visibile il fronte di frana, almeno a me che conoscevo la zona, e dopo cinque o sei minuti notai rumore di massi che si scomponevano, e vidi nello stesso tempo il fronte come dissolversi avanzando e cadendo verso il basso. Ciò ebbe la durata approssimativa di trenta secondi. A questo punto, per mia fortuna, pensai di scappare. Vidi infatti la frana staccarsi anche in sommità e nello stesso tempo vidi il livello dell'acqua salire paurosamente verso l'alto. Corsi lungo la pendice opposta per circa due minuti, e quando mi voltai - ciò feci solo quando non sentii più rumore di massi - vidi che l'acqua subiva un moto ondoso successivo e che la frana era discesa interamente. Constatai approssimativamente il tempo di discesa della frana in due minuti e mezzo, tre".
L'ingegner Linari aggiunge: "Dalla prima osservazione visiva ed uditiva, inizio del movimento rapido a quello di quiete della massa franata". Quindi, due-tre minuti è il periodo, diciamo, totale del fenomeno; altrimenti il tempo di trenta secondi di cui parla Linari, non avrebbe alcun significato.
Presidente. Scusi, vorrebbe aggiungere qualcosa su quei trenta, quaranta metri? Da che sono desunti? Così il collegio potrà essere più illuminato. Da dove ha desunto quel dato dei trenta, quaranta metri di rialzo?
Avv. Tosi. Dal fatto che le due ondate laterali, provocate dal fronte di frana a Pontesei, furono una di venti metri e l'altra di trenta.
Presidente. Questo, da che documento risulta?
Avv. Tosi. Signor Presidente, lei mi coglie in fallo: ma credo che questo sia un dato pacifico che risulta agli atti. Farò comunque una ricerca.
Presidente. Noi vogliamo la chiarezza; allora domani ce lo dirà. E questo perché tutti noi si possa seguire le sue argomentazioni con dati di fatto.
Avv. Tosi. Giustamente il presidente vuole che io citi il documento. Lo vedremo insieme.
Desidero completare questa argomentazione, che a me sembra importante, perché nella perizia Desio, cioè nella prima perizia a pagina 36, si legge che per quanto riguarda il Vajont: "l'esame delle registrazioni sismografiche porta a circoscrivere l'intera durata del fenomeno (frana del 9 ottobre 1963) nell'ambito di un paio di minuti o poco più". Quindi siamo nell'ordine di grandezza di Pontesei: la prima perizia dice ancora: "ma il tempo di caduta vero e proprio deve essere stato alquanto più breve, e forse inferiore al minuto".
Successivamente, nella stessa perizia, a pagina 51, è calcolato questo tempo di caduta minuziosamente in 55 secondi. Nonostante tanta precisione e tanta minuziosità (ci impiegarono oltre un anno a consegnare l'elaborato) all'udienza del 9 giugno 1969, nel giudizio di primo grado, i primi periti, ed in particolare il professor Citrini, ridussero inopinatamente il tempo di caduta del 9 ottobre 1963 a 20 secondi.
Ebbene, siamo sempre nell'ordine di grandezza di Pontesei. L'ingegner Linari, infatti, lo calcolò - e con tanta paura in corpo, come ha ricordato l'avvocato Scanferla - in circa 30 secondi. Può evidentemente aver peccato per eccesso. Comunque, anche se il tempo di caduta vero e proprio fosse stato al Vajont quasi doppio di quello di Pontesei - 55 secondi invece di 30 secondi - bisogna tener conto anche della diversa lunghezza del percorso fatto dalla frana, lunghezza di percorso che è assai maggiore al Vajont, che non a Pontesei. Ciò significa appunto che la velocità di caduta fu del medesimo ordine di grandezza.
Ecco perché non può ammettersi che si possa parlare di velocità incredibile, inimmaginabile, eccezionale, straordinaria, unica e perciò imprevedibile: la velocità di caduta al Vajont fu del medesimo ordine di grandezza che a Pontesei.
Presidente. Domani mattina, allora, ci porta la documentazione relativa al sovralzo di Pontesei. (Il Presidente dichiara chiusa l'udienza).
Presidente. L'udienza è aperta. Prego l'avvocato Tosi di riprendere la sua arringa.
Avv. Tosi. Signor presidente, il dato che giustamente mi è stato richiesto ieri ho fatto una rapida ricerca, e posso indicare alcuni punti di riferimento, dai quali, appunto, ho tratto il convincimento che l'ondata frontale a Pontesei fosse di quaranta metri, diciamo di circa quaranta metri.
Presidente. Pensavo di venti metri; poi contro la diga si è alzata un po'.
Avv. Tosi. Ecco: il primo punto di riferimento è il rapporto dei carabinieri, gli allegati interrogatori, tra cui quello dell'ingegner Linari, relativo appunto all'incidente di Pontesei che è contenuto nel volume 1, tomo 1, atti istruttori, là dove per la verità non si enunciano dati relativi all'onda. Si dice soltanto che tutto è accaduto in pochi secondi e si parla di una grande ondata.
Presidente. Morì un operaio.
Avv. Tosi. Sì. Il secondo punto di riferimento è la risposta che l'ingegner Linari diede all'udienza di primo grado del 28 aprile 1969. Ma più importanti sono questi ultimi due punti di riferimento: la seconda perizia dell ufficiò a pagina 166, 167 dice esattamente cosi: "la frana provocò a valle un'onda di più di venti metri e di circa trenta metri a monte". Mi pareva appunto impossibile che io mi fossi inventato questi dati. Questo è affermato dalla perizia dell'ufficio. Nel suo tentativo di annullare le previsioni, la difesa - ricordo il brillantissimo intervento del professor Conso - è giunta al punto di travolgere il documento 1999 che è il pilastro dell'accusa. Ricordate la frase di estremo significato contenuta in quel documento: "invasare, no"?
Ora, questa affermazione, secondo la difesa, è valida solo all'indomani del 4 novembre 1960, quando la situazione è confusa e quando gli animi sono preoccupati per quanto è successo il 4 novembre. Vale cioè per l'immediato, non vale per il futuro. Ora io non sono d'accordo, perché per accettare questa interpretazione bisogna staccare le due parole 'invasare no' da tutto il contesto del documento, e soprattutto ignorare la spiegazione che lo stesso ingegnere Biadene ha dato di questa sua affermazione. "Invasare, no" e lui aggiunge: "perché altrimenti il movimento di frana diventerebbe incontrollato".
Ma quale frana? Non quella del 4 novembre perché era già caduta, ma quella ben più grande che si temeva. L'indicazione, quindi, non vale per l'immediato, ma vale per il futuro, e cioè per quella frana in atto di cui si parlava. Le grandi frane studiato presentano quasi tutte due caratteristiche comuni, la risalita e la velocità prodigiosa. Questi due elementi, risalita e velocità prodigiosa, sono quasi sempre collegati. Il Gortani, ad esempio, nel suo noto libro di cui si è parlato in 1, a pagina 77 - e poi l'avvocato Scanferla consegnerà questi libri - scrive: "Se uno scoscendimento cospicuo ha luogo in una valle stretta, la forza viva del materiale che precipita giù, può spingerlo ad appoggiarsi sull'opposto versante risalendolo talvolta persino di duecento o trecento metri".
Come vedete, si è al di sotto della risalita che si è verificata al Vajont. Ed il professor Gortani, subito dopo, nella stessa pagina, aggiunge che il fenomeno della risalita si verifica spesso nelle grandi frane, che di solito precipitano con velocità prodigiosa. E tra i tanti esempi cita quello della frana, avvenuta l'undici settembre 1881, e quindi non in epoca preistorica, che scivolò con velocità prodigiosa su una superficie di scorrimento, era del 3,5 per cento. Velocità prodigiosa, e sono parole del Gortani il cui testo è in ogni università italiana. Bisogna notare che la pendenza del 3,5 per cento è certamente molto inferiore alla pendenza che noi possiamo rilevare al Vajont. Le stesse cose, per decenni, ha insegnato e scritto il Penta, e le stesse cose ha scritto Albert Heim, che pure ieri è stato citato, nel suo famoso libro. Per tornare al professor Gortani, non si può non citare la sua notissima affermazione: "la rapidità di queste frane le rende particolarmente funeste; il fenomeno può svolgersi, anche per grandi frane, in meno di un minuto, e la velocità della massa cadente può superare i cento metri al secondo" (pag. 77 del testo di Gortani).
Ora io domando: quale fu il tempo effettivo di caduta al Vajont, calcolato dalla prima perizia, quella che io, chiamo 'innocentista': 55 secondi, e cioè meno di un minuto. Questo tempo fu poi inopinatamente ridotto, nel dibattimento di primo grado a venti secondi, all'udienza del 9 giugno 1969. Questo per quanto riguarda il tempo di caduta. Ma quale fu la velocità di caduta, calcolata sempre dalla prima perizia? 100 chilometri all'ora; questo si legge a pagina 45 della prima perizia. Se i calcoli non sono errati, cento chilometri l'ora sono pari a 28 metri al secondo; molto meno di quella indicata dal professor Gortani. Ma se in ipotesi fosse vero che il tempo di caduta era stato di venti secondi, anziché di 55, la velocità diventa di sessanta, settanta metri al secondo. Siamo sempre dunque al di sotto, di parecchio, della misura indicata dal professor Gorlani, che appunto parlava di cento metri al secondo. Come si può dunque parlare di tempo di caduta eccezionale, non prevedibile, di velocità straordinaria, assolutamente imprevedibile?
Avv. Tosi. I piezometri: uno ogni cento milioni di metri cubi. Erano profondi e questo forse ieri non è stato detto, da 167 metri a 221 e venivano quotidianamente attraversati dal freatìmetro (apparecchio che misura il livello della falda freatica) ad una profondità minima di oltre ottanta metri, e generalmente sui cento, centocinquanta metri. Questo è un dato indiscutibile. Inoltre, in almeno due occasioni - gennaio 1962 e maggio 1963 - il piezometro 2, quello che viene indicate nelle carte come il P2, fu pulito dai sedimenti fangosi, operazione che comportava ripetute esplorazioni del tubo da cima a fondo. Ora, poiché il vicino caposaldo - parlo del n. 4, che era vicino al P2 - descrisse nel frattempo oltre due metri di spostamento, è impensabile che tale rilevante spostamento, se limitato ai primi dieci-venti metri del sottosuolo, non avrebbe deformato e rotto il piezometro n. 2. Analogamente, vicino al P1, vi era il caposaldo n. 6, che si mosse per circa quattro metri; sono i famosi quattro metri cui facevo cenno ieri. E vicino al P3, era il caposaldo n. 13, che ebbe circa due metri di traslazione. Questi sono i nudi fatti, e sui piezometri ho finito.
Spero che la mia argomentazione sia stata sufficientemente chiara, e io non ci tornerò sopra. Questi quattro elementi, uniti al denunciato decadimento in profondità della roccia, confermato nel suo successivo protrarsi dal comportamento delle acque sotterranee, che gradualmente si andavano livellando con il lago per la progressiva degradazione degli strati profondi della roccia, erano più che sufficienti, malgrado la lamentata negligenza, ad escludere tassativamente ogni ipotesi di frana superficiale e ad accettare invece quella del distacco improvviso di suolo e sottosuolo di una enorme massa di materiale. I primi periti dell'ufficio, ed anche i periti degli imputati, hanno sollevato, su queste quattro questioni, o meglio sulla questione della caduta 'en bloc' proposta dal dilemma Penta, una certa confusione.
A me preme sottolineare che da questa confusione emergono almeno tre affermazioni, che convalidano la tesi dell'accusa: 1) sentito all'udienza del 9 giugno 1969, il professor Citrini ha così dichiarato: "Non si poteva escludere che la frana potesse venire giù anche in un unico blocco". E quindi i preposti al bacino dovevano atteggiare la loro condotta anche a questa previsione.
2) Nel pomeriggio della medesima udienza, lo stesso professor Citrini, rispondendo alla domanda della difesa dell'ingegner Biadene, ha così dichiarato: "Non erano sufficienti tre pozzi piezometrici; ce ne sarebbero voluti almeno una ventina". Ciò dimostra la grave negligenza dei preposti al bacino, proprio dopo l'allarme del 4 novembre 1960. Avrebbero dovuto condurre più accurate indagini di fronte all'enormità del pericolo.
3) Nella medesima udienza, lo stesso professor Citrini, rispondendo ad una domanda della parte civile, relativa al significato dell'integrità dei pozzi piezometrici, ha così dichiarato: "Ritengo che se il movimento si fosse verificato secondo la prima ipotesi Penta dello scorrimento superficiale, la rottura dei piezometri sarebbe stata molto probabile".
Ed il professor Martini, di rincalzo dichiarò: "Possono verificarsi 3 casi: il piezometro può flettersi, schiacciarsi o rompersi; sto parlando in relazione alla prima ipotesi Penta del manto superficiale". E nel verbale si legge: "Gli altri periti, Desio, Morelli, Ramponi, si dichiarano d'accordo con il professor Martini".
Conseguenza: poiché i tre lunghi tubi di acciaio non si sono flessi, né schiacciati, né rotti, la prima ipotesi Penta dello scorrimento superficiale doveva essere esclusa. Restava dunque l'altra, quella catastrofira, alla cui previsione i preposti al bacino e gli organi di controllo dovevano attenersi. E non lo fecero. Il 9 dicembre 1959, Semenza senior, il grande costruttore, scrive a Dal Piaz una cartolina o lettera che è estremamente significativa. "Spero vederla presto - dice Semenza - anche per riparlare del Vajont che il disastro del Frejus rende più che mai di acuta attualità."
Questo nel 1959; e vi sono in questa lettera alcuni termini che vanno sottolineati. 'Riparlare', dice, e non "parlare", e questo significa che nel 1959 se ne era già parlato; 'disastro del Frejus' si dice, e questo disastro viene collegato al Vajont.
Ciò significa che al Vajont ci si aspettava un evento simile, cioè un disastro; e tutti sappiamo cosa è accaduto al Vajont.
L'ultimo periodo è veramente una folle corsa verso la catastrofe.
I preposti al bacino fanno esattamente il contrario di ciò che si erano proposti di effettuare; gli organi di controllo continuano a chiudere gli occhi ed entrano in letargo. In quel periodo si sapeva che cosa si doveva dunque fare: non invasare! La causa remota del disastro va individuata nel fatto che anche prima della creazione del bacino, la zona del Vajont, ed in particolare la sponda sinistra era caratterizzata da un elevato grado di instabilità. Ieri l'avvocato Dalle Mule ha ricordato la instabilità generale delle montagne del bellunese; ma io ricordo di aver prodotto in primo grado, strappando forse qualche sorriso a qualche difensore, un volume del Touring Club italiano, dove si parla non tanto in generale della zona del Toc, quanto della sponda sinistra. Ed è interessante rilevare che dalle edizioni successive questo accenno sparì.
Ma in quella che io ho prodotto, si parla del fianco sinistro del Toc, da cui, di quando in quando, cadono dall'alto frane enormi. Naturalmente questo non poteva non essere a conoscenza, non dico dei geologi, ma di comuni ingegneri e di tutte le persone alla cui portata sono le pubblicazioni del Touring Club.
Le caratteristiche geologiche, sismiche e tettoniche della zona sconsigliavano nettamente la creazione di un lago artificiale di quelle dimensioni; ed io non posso non ricordare che anche nella prima perizia, le parole testuali non le ricordo, si dice che il fianco sinistro del Vajont, prima ancora della creazione di un bacino artificiale, era 'malato' (mi pare che proprio questa sia la parola usata), e destinato prima o poi a scoscendere. Causa remota, abbiamo detto; passiamo alla causa prossima dei fenomeni precedenti e della grande frana del 9 ottobre 1963. Va individuata senza ombra di dubbio nella creazione del bacino, ed in particolare nell'azione degli svasi e degli invasi, che per effetto della imbibizione degli strati profondi del fianco sinistro e della spinta idrostatica, ha accelerato il movimento della massa franosa, portando l'equilibrio della massa stessa ad un punto critico. La causa immediata, infine, va individuata essenzialmente nell'ultimo invaso al di sopra del limite di metri 700, e del conseguente svaso che ha determinato un ulteriore grave aumento della velocità dell'intera massa e la improvvisa rottura dell'equilibrio.
Per le ragioni su esposte può affermarsi senza ombra di dubbio, che i preposti al bacino e gli organi di controllo dovevano attendersi, per le caratteristiche geologiche della sponda sinistra, e per gli effetti sopra descritti dell'acqua dell'invaso, la caduta improvvisa, veloce e compatta di una frana di circa duecentocinquanta milioni di metri cubi. Specialmente negli ultimi giorni precedenti il 9 ottobre 1963, tutti i segni premonitori, nessuno escluso, confermavano la certezza che l'evento sarebbe state prossimo e che la frana sarebbe precipitata velocemente e compatta.
Dopo un'intera Camera di consiglio durata tutto il giorno (noi eravamo affamati come felini) la Corte uscì e il Presidente lesse in un silenzio teso il seguente dispositivo:
"In nome del popolo italiano - La Corte d'Appello dell'Aquila
La Corte, in riforma dell'appellata sentenza del Tribunale dell'Aquila in data 17 dicembre 1969, dichiara Nino Alberico Biadene colpevole anche dei reati di frana e inondazione, per cui lo condanna per il reato di frana alla pena di un anno di reclusione per il reato di inondazione alla pena di due anni di reclusione.
Riduce la pena inflitta al Biadene per il reato di omicidio colposo plurimo alla pena di tre anni di reclusione; dichiara pertanto per il predetto la pena in sei anni di reclusione;
dichiara Francesco Sensidoni colpevole dei reati a lui ascritti e lo condanna per il reato di frana, di inondazione e di omicidio colposo alla pena di anni quattro e mesi sei di reclusione"
Potevamo respirare. Date le circostanze non potevamo sperare di più. La sentenza di primo grado era stata distrutta. Le donne in nero e gli uomini ancora vestiti a lutto piegarono il capo di fronte ai giudici e avevano un'aria serena. Avevano capito che Longarone e i propri morti avevano ottenuto un pò di giustizia. Noi avvocati che li rappresentavamo brindammo a champagne. Due lunghi anni di battaglia logorante avevano dato i loro frutti. Longarone poteva esserci grato, ma il nuovo Sindaco dr. Protti non ci disse neppure grazie. Tornammo a casa. Liliana mi abbracciò e i piccoli mi fecero festa. Programmammo una lunga vacanza in roulotte nella nostra amata Croazia.
Al ritorno, appena fu pubblicata nella Rassegna Giuridica dell'ENEL, me ne procurai una copia per vedere se e quante delle mie argomentazioni erano state accolte dalla Corte. Rimasi sorpreso: ero citatissimo. Mi colpirono due o tre argomentazioni recepite in sentenza. La prima riguardava lo spostamento del monte Toc di quattro metri in tre anni. Il Toc non è una collina (e sarebbe già straordinario che una collina si spostasse di quattro metri in tre anni) ma una montagna grande, poderosa, con alle pendici due villaggi abitati, Erto e Casso, con gente che abitava e lavorava i campi prima della tragedia. Nella relazione d'inchiesta di maggioranza io avevo sottolineato in rosso l'avverbio "impercettibilmente".
Il monte Toc si era spostato "impercettibilmente" in tre anni di 4 metri. Una montagna che si sposti di 4 metri in 3 anni, procedendo a strappi, denota una velocità incredibile, un pauroso dissesto.
Un paese che venga spianato solo dallo spostamento d'aria di una frana (nessuno aveva notato il fatto)...
Pontesei... Un ponte di 70 tonnellate sollevato in aria come un fuscello...
La Corte aveva accolto quasi tutte le mie argomentazioni. Naturalmente ero felice: il 'manovale del diritto' aveva fatto il suo dovere, grazie a uno studio faticoso e continuo. Potevo congratularmi con me. Anche il prof. Conso era citatissimo per le brillanti considerazioni che aveva svolto, ma erano state quasi tutte respinte. Mi congratulai con lui e fu in quella occasione che diventammo amici, un'amicizia che dura da 40 anni.
La feci leggere al mio Maestro Emilio Rosini che mi disse: "Tu sei un aquilotto pronto a spiccare il volo".
La nostra notorietà era salita ed avevamo lo studio pieno di clienti. Tornammo al solito lavoro. La sentenza della Cassazione arrivò il 15 gennaio 1978, non c'era nessuno in aula, solo noi avvocati. Ma il gioco era ormai fatto. Dopo una breve camera di consiglio le Sezioni Unite della Cassazione, presiedute dal giudice Vinci Orlando. Egli pronunciò il seguente dispositivo:
"la Corte Suprema di Cassazione
determina la pena complessiva per il Biadene in anni 5 di reclusione, unificando i reati di frana e inondazione,
determina la pena complessiva per il Biadene in anni 5 di reclusione;
determina la pena complessiva per il Sensidoni in anni tre e mesi otto di reclusione..."
Il processo penale era definitamente concluso. Longarone intanto era rinato: fabbriche, negozi, impianti sportivi. Era quello il tempo del denaro a pioggia. Il nuovo Sindaco aveva costruito il cimitero di Fortogna dove sono sepolti i corpi dei superstiti, quelli che sono stati trovati. Lì giace l'unico figlio maschio di Arduini e della sorella; oppure sono ancora nelle acque del Piave. Mi fermo ogni tanto a guardare la distesa di croci e sento le lacrime far groppo.
Questa è la storia del Vajont vissuta da un avvocato che, contro il profitto ad ogni costo, ha difeso i Sopravvissuti. ==============================
Oggi questo farlocco e osceno «Monumento/sacrario» in località S. Martino di Fortogna riproduce fedelmente in pianta e in miniatura, come un parco "Italia" di Viserbella di Rimini, il campo "B" del lager nazista di Auschwitz/Birkenau. Fantastico, no? ed è la verità verificabile ma se solo ti azzardi a dirlo o far notare le coincidenze, sono guai, $eri. Perché... qui in Italia, e soprattutto in luoghi di metàstasi sociale e interessi inconfessabili come la Longarone 'babba' ... «la Verità si può anche dire. Però occorre non ci sia nessuno che l'ascolti (o legga!)»

References: sentenza 
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 art. 3
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