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Timestamp: 2018-04-26 11:08:23+00:00

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Macchina in moto ma una persona è aggrappata al finestrino: reato
Lo sai che? Macchina in moto ma una persona è aggrappata al finestrino: reato
Lo sai che? Pubblicato il 30 maggio 2016
> Lo sai che? Pubblicato il 30 maggio 2016
Avviare l’automobile quando una persona è ancora attaccata al finestrino, impegnata in un diverbio, determinandone la caduta costituisce reato.
Lite furibonda tra due donne: l’una dentro l’auto, l’altra di fuori a parlare dal vetro; senonché la prima, per interrompere la conversazione, mette in moto e parte all’improvviso, facendo cadere a terra l’altra, rimasta ancora aggrappata al finestrino. Inevitabile la condanna per il reato di lesioni. Secondo infatti una sentenza di oggi della Cassazione [1], è del tutto irrilevante che la donna esterna all’auto fosse ben consapevole del fatto che il motore stesse per avviarsi e ciò nonostante avesse mantenuto volontariamente le proprie braccia dentro l’abitacolo per cercare di bloccarla. Peraltro tale ultimo atteggiamento non può considerarsi una aggressione tale da legittimare il conducente a partire di scatto.
Insomma, il conducente consapevole del fatto che un’altra persona è ancora aggrappata alla propria auto, magari al finestrino, non può partire di scatto facendola cadere, anche se tra i due è in atto una lite. Egli ha prima l’obbligo di assicurarsi che l’altro soggetto sia al sicuro e non si faccia male.
[1] Cass. sent. n. 22705/2016 del 30.05.2016.
Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 5 aprile – 30 maggio 2016, n. 22705
1. Con sentenza resa in data 23/1/2015, il Tribunale di Novara ha confermato la decisione in data 16/2/2012 con la quale il giudice di pace di Novara ha condannato M.B. alla pena di giustizia, oltre al risarcimento del danno in favore della parte civile costituita, in relazione al reato di lesioni personali colpose commesso, ai danni di L.A., in Novara, il 3/7/2009.
All’imputata era stata originariamente contestata la commissione del fatto perché, alla guida del proprio autoveicolo, aveva proseguito la marcia nonostante la persona offesa fosse rimasta attaccata al finestrino del proprio mezzo, così provocandone lesioni personali guaribili in due giorni.
2. Avverso la sentenza d’appello, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione l’imputata, dolendosi della violazione di legge e del vizio di motivazione in cui sarebbero incorsi entrambi i giudici dei merito in relazione alla ricostruzione del nesso di causalità tra la condotta della B. e le lesioni patite dalla persona offesa.
Nella specie, entrambi i giudici avevano trascurato di rilevare come l’evento lesivo fosse stato determinato in via esclusiva dalla condotta della persona offesa che era rimasta intenzionalmente aggrappata all’autovettura dell’imputata nonostante la stessa fosse già in marcia e si stesse allontanando, a nulla valendo l’affermazione della A. (a suo dire rimasta incastrata nel finestrino), attesa l’evidente inverosimiglianza del fatto, tenuto anche conto dell’ammissione della stessa persona offesa, secondo cui, quando era rimasta aggrappata all’autovettura, il finestrino non si era alzato.
3. Con memoria pervenuta in data 29/3/2016, la A. ha concluso invocando l’integrale conferma della sentenza impugnata, con il favore delle spese del giudizio.
Osserva il collegio come il tribunale, giudicando in sede d’appello, abbia correttamente confermato l’impostazione del giudizio di responsabilità condotto nei confronti della B. dal primo giudice, avendo sottolineato come la circostanza che la persona offesa fosse rimasta con le braccia all’interno del finestrino dell’autovettura dell’imputata (circostanza attestata in modo incontrovertibile a seguito dell’esame delle fonti di prova acquisite, congruamente elaborate dai giudici del merito in forza di un discorso giustificativo logicamente coerente e linearmente argomentato) avrebbe imposto all’imputata di non proseguire la propria marcia, per l’evidente rischio di causare un prevedibile pregiudizio fisico ai danni della persona offesa, a nulla valendo l’eventuale insistenza di quest’ultima nel richiedere spiegazioni o nel conservare la propria posizione con le braccia all’interno dell’abitacolo; un simile atteggiamento, dei resto, non avrebbe in alcun caso potuto costituire una forma di aggressione tale da scriminare il comportamento lesivo consapevolmente adottato dall’odierna imputata.
Sotto altro profilo, del tutto coerentemente il tribunale piemontese ha ritenuto le conseguenze lesive sofferte dalla A. (la cervicalgia e lo stato ansioso denunciati) quali effetti diretti della condotta violenta dell’imputata, essendosi trattato di eventi pienamente coerenti e compatibili con l’entità e le caratteristiche dell’azione lesiva in concreto accertata.
5. Le argomentazioni sin qui esposte impongono il rigetto del ricorso con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Quanto all’istanza relativa alla liquidazione delle spese del giudizio di cui alla memoria della parte civile, osserva il collegio come debba in questa sede ribadirsi il principio di diritto (qui condiviso e riproposto nella sua interezza) in forza del quale nel giudizio di legittimità l’imputato non è tenuto al rimborso delle spese processuali a favore della parte civile che, dopo avere depositato memorie, non sia intervenuta nella discussione in pubblica udienza (cfr., da ultimo, Sez.. 5, Sentenza n. 47553 del 18/09/2015, Rv. 265918; Sez. 5, Sentenza n. 43484 del 07/04/2014, Rv. 261302; Sez. 1, Sentenza n. 41287 del 04/10/2012, Rv. 253613).
Nella specie, la A., dopo aver depositato una memoria invocando la liquidazione delle spese processuali, ha disertato l’udienza di discussione, così determinando l’insussistenza dei dovere dell’imputato di provvedere al rimborso, in suo favore, delle spese dei giudizio.

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