Source: https://www.laleggepertutti.it/121477_parcheggio-e-reato-bloccare-unaltra-auto
Timestamp: 2019-05-20 19:41:18+00:00

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Parcheggio: è reato bloccare un'altra auto
Parcheggio: è reato bloccare un’altra auto
Violenza privata a carico dell’automobilista che chiude il passaggio a un’altra automobile impedendole di transitare.
Ostruire il passaggio a un’auto, parcheggiando la propria in modo incivile tanto da non lasciarla passare, fa scattare il reato di violenza privata: non solo, quindi, una semplice multa per violazione del codice della strada (illecito amministrativo) a carico di chi blocca l’uscita o l’entrata da o per un garage, un cancello, un box auto, l’ingresso a un cortile, un edificio ecc., ma anche un procedimento penale vero e proprio. A dirlo sono due interessanti sentenze: una sentenza della Corte di Appello di Palermo [1] (che riprende un filone ormai costante in giurisprudenza) e un’altra, più recente della Cassazione. Ma procediamo per gradi e vediamo cosa rischia chi blocca il passaggio a un’altra auto.
Il reato di violenza privata, previsto dal nostro codice penale [2], punisce (tra l’altro) chiunque costringa un’altra persona, contro la sua stessa volontà, a sopportare un comportamento altrui. La pena prevista è la reclusione fino a 4 anni.
Parcheggiare un’auto in modo tale da bloccare l’unica via di accesso ad altre vetture configura il reato di violenza privata, in quanto l’ostruzione del passaggio priva la persona offesa della libertà di determinazione e di azione.
2 Per quanto tempo bloccare il passaggio è reato?
3 Come tutelarsi?
4 Cosa rischia chi blocca l’auto?
Anche la Cassazione [3], in passato, ha avuto modo di chiarire che il comportamento di chi blocca un’altra auto, impedendole il passaggio, l’uscita o l’entrata da o in un box auto, un parcheggio pubblico, un cortile o un cancello, costituisce reato. Reato che prescinde dall’intenzione di procurare un danno al soggetto “ostruito” (cosiddetto dolo); anche la semplice noncuranza, disattenzione o dimenticanza può portare al procedimento penale. Solo il caso sopravvenuto per forza maggiore, non prevedibile e non altrimenti evitabile, dettato dalla necessità di tutelare un bene di rango superiore (come la propria vita o quella di un’altra persona) potrebbe costituire una valida causa di giustificazione.
Per quanto tempo bloccare il passaggio è reato?
Con una recentissima sentenza [4] la Cassazione ha chiarito che bloccare il passaggio con l’auto anche per pochi minuti – solo sette o otto – configura ugualmente il reato. Nel caso di specie vi era stato un diverbio tra due automobilisti nato per motivi attinenti alla circolazione stradale. Sorprendente e assurda è la reazione di uno dei due contendenti, il quale per ripicca blocca la vettura per quasi una decina di minuti, così da impedire all’altro automobilista di ripartire col proprio veicolo.
Così, dalla strada si passa alle aule di giustizia, dove la persona che per ripicca ha bloccato il passaggio all’altro conducente viene condannata, prima in Tribunale e poi in Corte d’Appello, per «violenza privata». I Giudici spiegano che «l’uomo ha impedito all’altro automobilista di riprendere la marcia, lasciando che il proprio veicolo ostruisse la strada per un apprezzabile lasso di tempo».
La Cassazione conferma: il fatto stesso di impedire ad altri automobilisti di transitare sulla strada pubblica o di riprendere la marcia» è sufficiente per parlare di «violenza privata». Peraltro, in questo caso l’assurda condotta è proseguita «per un apprezzabile lasso di tempo, circa sette – otto minuti».
In questi casi, la “vittima” dell’ostruzione potrà chiamare la polizia affinché rimuova l’ostacolo con l’ausilio del carro attrezzi. Il verbale dei poliziotti intervenuti costituirà atto pubblico che varrà come prova ai fini dell’eventuale procedimento penale: procedimento che, tuttavia, per essere avviato, necessita della querela della parte offesa. Quest’ultima, a tal fine, dovrà recarsi presso la stazione dei Carabinieri più vicina e denunciare l’accaduto. Una prova fotografica, anche se scattata con il proprio smartphone, potrà sempre essere d’aiuto per una prima ricostruzione dei fatti e per la successiva produzione in processo.
Alla vittima è consentito costituirsi parte civile all’interno del processo penale per chiedere il risarcimento del danno in via provvisoria. L’eventuale ulteriore danno (che andrà però dimostrato in modo analitico: si pensi alla perdita di un’occasione di lavoro, di una coincidenza con il treno o l’aereo, ecc.) potrà essere richiesto attivando una causa civile di risarcimento.
Cosa rischia chi blocca l’auto?
La Cassazione [4] lascia intravedere uno spiraglio per chi blocca l’auto. Si tratta tutto sommato di un fatto non particolarmente grave che, se anche penalmente condannabile, può essere archiviato. Una norma del codice penale [5] stabilisce infatti che, nei casi di tenuità del fatto non si procede alla punizione del colpevole. Resta ferma la possibilità di chiedere il risarcimento del danno, mentre la fedina penale resta macchiata.
[1] C. App. Palermo, sent. n. 648/2016 del 22.02.2016.
[3] Cass. sent. n. 48346/15 del 7.12.2015.
[4] Cass. sent. n. 5358/18 del 5.02.2018.
[5] Art. 131bis cod. pen.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 15 gennaio – 5 febbraio 2018, n. 5358
Presidente Palla – Relatore Settembre
1. Il Tribunale di Camerino, con sentenza confermata in appello, ha condannato Co. Lu. per violenza privata e minaccia in danno di Do. En..
Secondo la ricostruzione operata dai giudici di merito l’imputato, venuto a diverbio con Do. per motivi attinenti alla circolazione stradale, impedì a quest’ultimo di riprendere la marcia, lasciando che il proprio veicolo ostruisse la strada per un apprezzabile lasso di tempo, e lo minacciò di un male ingiusto.
2. Contro la sentenza della Corte d’appello di Ancona ha proposto ricorso per Cassazione il difensore dell’imputato lamentando:
a) una mancanza di motivazione in ordine agli elementi (oggettivo e soggettivo) della violenza privata. Dalla pronuncia impugnata – deduce – non si rinvengono le ragioni per cui si sarebbe realizzata l’ostruzione della sede stradale né l’intenzionalità dell’ostruzione, protrattasi solo per il tempo del diverbio insorto tra i due automobilisti;
b) la violazione dell’art. 612 cod. pen. e un vizio di motivazione con riguardo alla prova della responsabilità, per essere stata attribuita valenza delittuosa ad un’espressione innocua, pronunciata senza intenzionalità minatoria;
c) una mancanza di motivazione in ordine alla richiesta applicazione dell’art. 131/bis cod. pen..
3. Con memoria depositata nella Cancelleria di questa Corte in data 2 marzo 2017 la persona offesa, costituita parte civile, ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso, per la gravità della condotta dell’imputato, per la pluralità delle condotte a lui attribuite e per l’inammissibilità degli altri motivi di ricorso.
Il ricorso è fondato limitatamente all’ultimo motivo.
1. Il primo motivo è manifestamente infondato. Ai fini della configurabilità del delitto di violenza privata, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione. Pertanto, anche la condotta di chi ostruisca volontariamente la sede stradale per impedire ad altri di manovrare nella stessa realizza l’elemento materiale del reato in questione. Non v’è dubbio, pertanto, che tale realizzazione si sia avuta nel caso di specie, posto che – a quanto si legge in sentenza -Co. impedì a Do. di riprendere la marcia, dopo l’alterco avuto con lui, e che ciò fece per un apprezzabile lasso di tempo (sette-otto minuti, secondo il teste Na.). Sul punto, le deduzioni difensive sono irricevibili, posto che si sostanziano in una diversa e soggettiva lettura delle risultanze istruttorie, a cui questa Corte non può aderire per i noti limiti del giudizio di legittimità.
Sotto il profilo soggettivo, ai fini della configurazione del reato di violenza privata è sufficiente la coscienza e volontà di costringere taluno, con violenza o minaccia, a fare, tollerare od omettere qualcosa, senza che sia necessario il concorso di un fine particolare: il dolo è, pertanto, generico. Ne consegue che il fatto stesso di impedire ad altri automobilisti di transitare sulla strada pubblica, o di riprendere la marcia, integra l’elemento soggettivo del reato in questione.
Nella specie, è la ricostruzione stessa dell’occorso, come operata dai giudici di merito, che dà conto della sussistenza del dolo, dal momento che tutta la sentenza è imperniata sulla volontariatà dell’impedimento, frapposto dall’imputato, alla prosecuzione della marcia da parte di Do..
2. Ugualmente infondato è il motivo relativo alla minaccia. Secondo ogni logica e per comune esperienza le parole pronunciate dall’imputato all’indirizzo di Do. (“tanto sta faccenda non finisce qui, t’aspetto quando finisci de lavora, cuscì te la faccio vedé io, te faccio na faccia come un tamburo”) avevano valenza minatoria, posto che contenevano la rappresentazione di un male, la cui verificazione dipendeva dalla volontà dell’agente. Sotto il profilo soggettivo, il dolo è dato dalla coscienza e volontà della condotta, accompagnata dalla consapevolezza di turbare l’altrui tranquillità, senza che abbiano rilievo le motivazioni dell’agire. Il fatto che l’imputato ebbe ad esprimersi nel modo anzidetto “solo per rabbia e stizza” non elide, quindi, l’antigiuridicità della condotta, né esclude il dolo. Nulla doveva dire, pertanto, il giudice d’appello in ordine alla sussistenza di tale elemento della fattispecie, anch’esso insito nella ricostruzione della vicenda operata da entrambi i giudicanti.
3. E’ vero, invece, che la Corte d’appello, investita della richiesta di una pronuncia di proscioglimento ex art. 131/bis cod. pen. (vedi verbale di udienza del 9/6/2015), ha omesso ogni pronuncia al riguardo. Tale omissione è idonea a determinare l’annullamento della sentenza impugnata, posto che la motivazione risulta completamente omessa su un punto specifico di doglianza, che meritava un approfondimento ex professo. Non è condivisibile, infatti, la tesi della parte civile, secondo cui la continuazione nel reato (a Co. sono contestate la violenza privata e la minaccia) esclude l’applicabilità dell’art. 131/bis cod. pen..
Tale tesi, infatti, sebbene trovi sponda nella giurisprudenza di questa Corte, non può essere seguita nella sua assolutezza, perché il reato continuato addebitato a Co. è, nella specie, sostanzialmente unico, essendo composto di fattispecie poste in essere nelle medesime circostanze di tempo e di luogo e nei confronti della medesima persona, sicché è rivelatore di una unitaria e circoscritta deliberazione criminosa, incompatibile con l’abitualità presa in considerazione – in negativo – dall’art. 131/bis cod. pen. (in questo senso si è, in fatti, già espressa questa sezione, con sentenza n. 35590 del 31/5/2017). Quanto alla dedotta inammissibilità degli ulteriori motivi di ricorso, essa non è certamente di ostacolo all’accoglimento della doglianza qui presa in considerazione, trattandosi di un punto autonomo della decisione, fondatamente aggredito – per il motivo anzidetto – dal ricorrente. Del tutto inconferente è la giurisprudenza citata dalla parte civile, giacché la stessa si riferisce a ipotesi in cui il giudizio di merito si era concluso prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. 16/3/2015, n. 28 – che ha introdotto nell’ordinamento la particolare tenuità del fatto – e a casi, quindi, in cui la non punibilità era stata dedotta per la prima volta in Cassazione, e non già all’ipotesi – ricorrente nella specie – in cui la questione era stata posta al giudice d’appello e questi abbia omesso di motivare sul punto. In tale evenienza, infatti, il vizio di motivazione, certamente sussistente, impedisce di dichiarare il ricorso inammissibile.
Gli atti vanno rimessi allo stesso giudice penale, atteso che i due rinvii di udienza, richiesti a questa Corte in data 17/3/2017 e 6/7/2017, ex d.l. 189 del 2006 (per complessivi mesi nove e giorni 15) hanno spostato il termine prescrizionale al 13 maggio 2018.
Il giudice del rinvio provvedere anche sulle spese di questa fase di giudizio.
Annulla la sentenza impugnata, limitatamente alla omessa statuizione sulla richiesta di applicazione dell’art. 131/bis cod. pen. con rinvia per nuovo esame alla Corte d’appello di Perugia; rigetta, nel resto, il ricorso.
Corte d’Appello di Palermo – Sezione III penale – Sentenza 22 febbraio 2016 n. 648
Presidente Raimondo Loforti
Consigliere Egidio La Neve
Consigliere Mario Conte
Il 10/2/16 con l’intervento del Pubblico Ministero rappresentato dal Sostituto Procuratore Generale della Repubblica Dott. Et.Co. e con l’assistenza del Cancelliere Dott.ssa El.Ba.
L’atto di gravame non è fondato, posto che non vi è ragione per discostarsi da quanto dichiarato dalla persona offesa, come, peraltro, confermato dalla di lei figlia Al.Ma.
Invero, la persona offesa deve essere fondatamente ritenuta pienamente attendibile, in quanto è apparsa ancorata al crudo accadimento dei fatti senza dispensare giudizi e senza lasciarsi andare ad enfatizzazioni di sorta, non apparendo mossa da motivi di astio, di rancore o di risentimento personale nei confronti dell’imputato ed interessata alle sorti del giudizio, pur costituitasi parte civile, in modo tale da evidenziare il perseguimento del proprio tornaconto ad ogni costo, non evidenziando, così, alcun intento calunniatorio.
Gi.Sa. ha dichiarato che l’imputato era solito parcheggiare la propria autovettura nell’unica stradina di accesso, impedendole di raggiungere la propria abitazione e spesso era accaduto che, giunta in macchina, aveva dovuto bussare alla porta di casa del fratello per chiedergli di spostare l’autovettura, che ostruiva il passaggio ed il fratello, talvolta, le aveva risposto: “tu non devi passare, tu te ne devi andare”, talaltra: “se io ritengo opportuno di toglierti la macchina, io la tolgo; se ritengo opportuno non te la tolgo la macchina”, così inscenandosi continue liti tra fratello e sorella.
Tale situazione durava da circa sette anni, per cui, quattro anni prima, la persona offesa aveva dovuto trasferirsi altrove, presso la casa di una figlia ma il trasferimento aveva comportato che, di tanto in tanto, le sue due figlie erano, necessariamente, state costrette a ritornare presso la loro
abitazione, al fine di prelevare indumenti e quanto occorreva.
Anche in tali occasioni, avevano trovato una macchina, dello zio o dei cugini, che ostruiva la stradina o che era posteggiata davanti al cancello dell’abitazione della loro madre.
Al.Ma., figlia della persona offesa, ha, conformemente, dichiarato che la propria madre era stata costretta a denunciare il fratello, il quale, posteggiando la propria macchina al centro della stradina, impediva all’autovettura della figlia di raggiungere la propria abitazione e ciò accadeva da lungo tempo.
Alla richiesta di togliere la macchina, lo zio le aveva risposto “che lui la macchina non la toglie, perché lui è all’altezza di non togliere la macchina”, precisando che, ove la macchina dello zio fosse stata posteggiata ai margini della stradina, la loro auto avrebbe potuto passare e che la sua famiglia era stata costretta a trasferirsi a Monreale per evitare le continue liti con lo zio.
Anche la teste Al.Vi. – pure figlia della persona offesa – ha confermato le dichiarazioni rese dalla madre, aggiungendo che, in una circostanza, nel rifiutarsi di spostare la macchina, lo zio era quasi giunto ad alzarle le mani.
È risultato, così, accertato che l’imputato aveva continuato a posteggiare la propria auto al centro della stradina impedendo il passaggio e l’accesso all’autovettura della sorella.
Infatti, il maresciallo Co.Ca. era intervenuto, come dallo stesso dichiarato, poiché l’autovettura di Gi.Sa. non aveva avuto possibilità di accesso all’abitazione di pertinenza e, in effetti, vi erano tre autovetture, che erano di ostacolo alla manovra richiesta dalla persona offesa.
Contrariamente a quanto assunto dall’appellante, il predetto maresciallo non lo ha sollevato dalle responsabilità, nel senso auspicato nell’atto di gravame, poiché lo stesso ha deposto,
inequivocabilmente, per l’ingombro del vicolo (…) causa delle auto dell’appellante, che impedivano l’accesso. Ha anche precisato che, all’atto dell’intervento, vi erano tre autovetture, che impedivano l’accesso alle altre, perché il vicolo (…) stretto e consentiva il passaggio di una solo autovettura e, in realtà, vi era un cortile – con annessi animali – ma era più in avanti.
Le tre autovetture impedivano il passaggio alla vettura di Gi.Sa., che non era riuscita a passare, poiché nessuna delle tre macchine era stata spostata e, all’ultimo, non era stato possibile spostare la terza autovettura, in quanto non era stato possibile reperibile il possessore. Contrariamente a quanto assunto dall’appellante, l’imputato, dunque, ha si spostato l’autovettura di sua pertinenza – non dopo che glielo aveva chiesto la sorella – ma solo dopo l’intervento dei carabinieri (vedi, in tal senso, dichiarazione del maresciallo Co.Ca.).
Le tre vetture ostruivano, effettivamente, il passaggio, essendo poste l’una dietro l’altra, in fila e, come dichiarato dalla teste Fa.Ma., dei carabinieri di Monreale, la (…) si apparteneva a Gi.Ro., figlio dell’imputato, mentre la (…), intestata ad Al.Cl., era comunque, in uso alla famiglia Gi. e il motociclo (…) era intestato a terza persona.
Non rilevano, dunque, nel senso voluto dall’appellante, i prospettati contrasti tra i due germani, che non possono giustificare l’ingombro del passaggio ad opera dell’imputato e ciò a prescindere dalla fondatezza di tali questioni.
Orbene, si osserva che risulta provato il delitto di violenza privata, nelle sue componenti oggettive e soggettive, poiché non è richiesto, per la sua configurabilità, che la condotta criminosa si protragga nel tempo, trattandosi di reato istantaneo (“In tema di violenza privata (art. 610 cod. pen.), il requisito della violenza, ai fini della configurabilità del delitto, si identifica con qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente della libertà di determinazione e di azione l’offeso, il quale sia, pertanto, costretto a fare, tollerare o omettere qualcosa contro la propria volontà, mentre è irrilevante, per la consumazione del reato, che la condotta criminosa si protragga nel tempo, trattandosi di reato istantaneo Sez. 5, Sentenza n. 3403 del 17/12/2003).
Del resto, il momento in cui si è consumato il reato coincide con la privazione nella vittima della libertà di determinazione e di azione, qui maggiormente evidenziata dalla disattesa richiesta di spostamento dell’autovettura, effettuata anche dai carabinieri intervenuti e il requisito della violenza – contrariamente all’assunto dell’appellante – si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione (“Integra il delitto di violenza privata (art. 610 cod. pen.) la condotta di colui che parcheggia la propria autovettura in modo tale da bloccare il passaggio impedendo alla parte lesa di muoversi, considerato che ai fini della configurabilità del delitto in questione, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione” Cass. Sez. 5, Sentenza n. 21779 del 17/05/2006 e vedi anche Cass. Sez. 5, Sentenza n. 8425 del 20/11/2013).
All’appellante, poi, non possono essere concesse le circostanze attenuanti generiche, posto che l’imputato non solo non ha tenuto alcun contegno collaborativo, ma non ha neppure manifestato alcuna volontà di resipiscenza o di ravvedimento, a fronte della personalità dello
stesso – quale criterio indicato dall’art. 133 c.p. – che appare connotata dall’uso spregiudicato della violenza e dai precedenti, a suo carico, per i numerosi e gravi reati di furto, rapina, resistenza ad un pubblico ufficiale, detenzione e porto illegali di armi, evasione, violazione della disciplina degli stupefacenti, lesione personale, rissa e minacce nonché dell’intensità del dolo per come si evince dalla reiterazione della condotta criminosa nel tempo. (“Le circostanze attenuanti generiche non possono essere riconosciute solo per l’incensuratezza dell’imputato, dovendosi considerare anche gli altri indici desumibili dall’art. 133 cod. pen.” – Cass. Sez. 5, Seni n. 4033 del 04/12/2013 -).
Anche la pena inflitta appare equa ed adeguata al caso concreto, essendo la stessa oltremodo contenuta nella misura di mesi sei di reclusione e conforme ai criteri direttivi sopra indicati.
conferma la sentenza del Tribunale di Palermo, in composizione monocratica, in data 20.6.2014, appellata da (…) che condanna al pagamento delle ulteriori spese processuali.
Condanna l’imputato alla refusione delle spese sostenute, in questo grado del giudizio, dalla costituita parte civile, che liquida in complessivi Euro 800,00, oltre i.v.a. e c.p.a. come per legge.
Indica in giorni trenta il termine per il deposito della sentenza. Così deciso in Palermo il 10 febbraio 2016.
Depositata in Cancelleria il 22 febbraio 2016.
Parcheggio: chiudere il passaggio con l’auto è reato
questa sentenza ha valore anche se la macchina “bloccata” ha parcheggiato dove non doveva parcheggiare – ad esempio in divieto di sosta? Ho visto una situazione dove una macchina aveva sostato (il conducente era comunque nell’auto, stava aspettando un’altra persona) nel posto riservato ad un autobus. L’autobus di linea è arrivato, l’autista ha piazzato l’autobus dietro la macchina in modo che non uscisse, è sceso a prendersi un caffè e ha detto al conducente dell’auto che adesso doveva aspettare i suoi comodi, quando aveva finito allora si sarebbe spostato.
Nel caso specifico come si applica la legge?
FONZO ha detto:
09/11/2016 @ 20:59
ma se l’auto blocca il passaggio ( entrata / uscita ) ad un ‘ altra auto in un cortile , un garage o un cancello privato su cui NON è posto il cartello del passo carrabile autorizzato N ° ecc. costituisce lo stesso il reato ?
17/02/2017 @ 23:38
Se la machina è parcheggiata davanti ad un cancello laterale senza divieto di sosta, d’un recinto con un accesso principale, è permesso parcheggiare o no?
26/01/2019 @ 11:22
ieri mi e’ successo che la mia autovettura e’ rimasta bloccata in un parcheggio riservato ai disabili(premetto che sono disabile con pass) all’ingresso dell’ospedale di treviso perche’ un’altra autovettura mi ha bloccato da dietro in divieto di sosta e dal lato dx avevo il muretto e dal lato sx c’era un ‘altra macchina sul parcheggio disabili.Dopo una vana attesa di 15 minuti ca.ho contattato i Vigili che sono prontamente inetrvenuti richiedendo l’inetrvento del carroatrezzi.Il tutto e’ durato per ca. 1 ora.Sono molto tentato di fare causa al prprietario dell’autovettura affinche’ il risarcimento possa essere devoluto a qualche onlus per disabili.Ho fotografato il tutto ma non ho il nome del proprietario ma solo la targa.Come devo muovermi?Grazie dell attenzione prestata.
26/01/2019 @ 11:42
Violenza privata a carico dell’automobilista che chiude il passaggio a un’altra automobile impedendole di transitare. Ostruire il passaggio a un’auto, parcheggiando la propria in modo incivile tanto da non lasciarla passare, fa scattare il reato di violenza privata: non solo, quindi, una semplice multa per violazione del codice della strada (illecito amministrativo) a carico di chi blocca l’uscita o l’entrata da o per un garage, un cancello, un box auto, l’ingresso a un cortile, un edificio ecc., ma anche un procedimento penale vero e proprio. Parcheggiare un’auto in modo tale da bloccare l’unica via di accesso ad altre vetture configura il reato di violenza privata, in quanto l’ostruzione del passaggio priva la persona offesa della libertà di determinazione e di azione.
In questi casi, la “vittima” dell’ostruzione potrà chiamare la polizia affinché rimuova l’ostacolo con l’ausilio del carro attrezzi. Il verbale dei poliziotti intervenuti costituirà atto pubblico che varrà come prova ai fini dell’eventuale procedimento penale: procedimento che, tuttavia, per essere avviato, necessita della querela della parte offesa. Quest’ultima, a tal fine, dovrà recarsi presso la stazione dei Carabinieri più vicina e denunciare l’accaduto. Una prova fotografica, anche se scattata con il proprio smartphone, potrà sempre essere d’aiuto per una prima ricostruzione dei fatti e per la successiva produzione in processo. Alla vittima è consentito costituirsi parte civile all’interno del processo penale per chiedere il risarcimento del danno in via provvisoria. L’eventuale ulteriore danno (che andrà però dimostrato in modo analitico: si pensi alla perdita di un’occasione di lavoro, di una coincidenza con il treno o l’aereo, ecc.) potrà essere richiesto attivando una causa civile di risarcimento.
La Cassazione lascia intravedere uno spiraglio per chi blocca l’auto. Si tratta tutto sommato di un fatto non particolarmente grave che, se anche penalmente condannabile, può essere archiviato. Una norma del codice penale stabilisce infatti che, nei casi di tenuità del fatto non si procede alla punizione del colpevole. Resta ferma la possibilità di chiedere il risarcimento del danno, mentre la fedina penale resta macchiata.

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 Cass. 
 Cass. 
 Art. 131
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 Cass. Sez. 
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