Source: http://isoladellefemminepulita.blogspot.com/2017/08/n-003762017regprovcoll-n-009732015_25.html
Timestamp: 2018-10-18 06:25:31+00:00

Document:
Isola delle Femmine Isola Pulita: N. 00376/2017REG.PROV.COLL N. 00973/2015 REG.RIC.CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA LIDO MIRAMARE CATALDO ORAZIO
N. 00376/2017REG.PROV.COLL N. 00973/2015 REG.RIC.CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA LIDO MIRAMARE CATALDO ORAZIO
Orazio Cataldo Nella Qualità di Titolare del Lido Balneare "Lido Miramare", in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Giovanni Immordino, Giuseppe Immordino, con domicilio eletto presso lo studio Giovanni Immordino in Palermo, via Liberta' 171;
Comune di Isola delle Femmine, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avvocato Giancarlo Pellegrino, con domicilio eletto presso il suo studio in Palermo, via Principe di Granatelli, 37;
della sentenza del T.A.R. SICILIA – PALERMO, Sez. I, n. 1015/2015, resa tra le parti, concernente la certificazione di agibilità e l’autorizzazione edilizia rilasciate al “Lido Miramare”, nella parte in cui circoscritte alla sola stagione estiva.
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 10 maggio 2017 il Cons. Nicola Gaviano e uditi per le parti gli avvocati Giovanni Immordino e M. B. Miceli su delega di Giancarlo Pellegrino;
1 Il sig. Orazio Cataldo, titolare di concessione demaniale marittima per la gestione di uno stabilimento balneare attivo sotto la denominazione di “Lido Miramare” nel Comune di Isola delle Femmine, con ricorso al T.A.R. per la Sicilia impugnava gli atti (autorizzazione edilizia n. 12 del 9.5.2013 e certificazione di agibilità n. 9 del 11.6.2013) con cui il Comune aveva circoscritto alla sola stagione estiva (con termine al 30 settembre) l’efficacia del certificato di agibilità e dell’autorizzazione edilizia rilasciati per tale Lido, e aveva imposto, senza distinzione fra le sue diverse parti, lo smontaggio di tutte le sue strutture e il ripristino dello stato dei luoghi entro quindici giorni dalla fine della stagione estiva.
Il ricorrente deduceva, in particolare, che il concessionario demaniale marittimo avrebbe avuto il pieno diritto, ai sensi dell’art. 2 della L.R. n. 15/2005, previa una mera comunicazione all’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente (in seguito, semplicemente A.R.T.A.), di prolungare anche nella stagione invernale l’occupazione delle aree oggetto di concessione e mantenere in situ le strutture adibite a servizio dello stabilimento balneare (nella specie, un chiosco bar e relativi annessi).
Con il ricorso si lamentava, inoltre: la contraddittorietà della condotta del Comune, che negli anni precedenti avrebbe autorizzato l’utilizzo del chiosco bar anche nel periodo invernale; la carenza di motivazione; la mancata indicazione dell’interesse pubblico sotteso a una scelta fortemente lesiva dell’interesse privato; la mancata comunicazione di avvio del procedimento.
Il Comune resisteva all’impugnativa del sig. Cataldo rappresentando, in sintesi, quanto segue.
Lo stesso A.R.T.A., nel riscontrare, con la sua nota del 14 febbraio 2012, la comunicazione con cui l’interessato aveva manifestato la propria intenzione di mantenere anche nel periodo invernale il menzionato chiosco bar con i relativi annessi, lo aveva invitato a produrre a supporto dell’istanza “copia della concessione edilizia rilasciata dal Comune di Isola delle Femmine … e provvedere all’accatastamento delle opere in questione”, in quanto il mantenimento delle opere in situ per tutto l’anno ne avrebbe escluso eo ipso la natura precaria.
La Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali, inoltre, con nota del 30 aprile 2012 aveva rappresentato di non aver mai “emesso alcuna autorizzazione in merito all’intera struttura dello stabilimento balneare in oggetto”, precisando che nella specie non sarebbe stato applicabile l’art. 46 della L.R. 17/2004 (silenzio assenso) in quanto le opere si trovavano entro i 150 metri dalla battigia, fascia soggetta ex lege a inedificabilità assoluta in forza dell’art. 15 L.R. n. 78/1976.
Il Comune evidenziava, infine, che la limitazione dell’efficacia temporale degli atti impugnati sarebbe scaturita, nelle more dell’approvazione del Piano di Utilizzo del Demanio Marittimo, sia dall’art. 19 delle N.T.A. del vigente P.R.G., che circoscriveva appunto l’impianto di attrezzature strumentali alla balneazione al solo periodo estivo, sia dall’art. 15, lett. a), L.R. n. 78/1976, che escludeva dal generale vincolo di inedificabilità entro la fascia dei 150 metri dalla battigia le sole opere destinate alla “diretta fruizione del mare”, categoria entro la quale il chiosco non sarebbe stato sussumibile in quanto organismo privo di diretta strumentalità con la fruizione del mare.
La domanda cautelare di parte ricorrente veniva respinta dal T.A.R. con ordinanza recante la seguente motivazione: “Ritenuto che, ad una sommaria cognizione, il ricorso non appare assistito da adeguato fumus boni juris avuto riguardo alle articolate deduzioni difensive di cui alla memoria del Comune resistente e, in particolare, al richiamato disposto dell’art. 15, lettera a, della l.r. n. 78/1976 ed alla prospettabilità della destinazione alla diretta fruizione del mare solo relativamente alla stagione estiva”.
Questo C.G.A. riformava però il provvedimento di prime cure con ordinanza del 17 gennaio 2014, osservando che “si manifestano anche sotto il profilo del danno attuale profili di rilevanza per le ragioni del ricorrente che giustificano la richiesta misura cautelare”.
Il ricorrente, infine, dopo aver puntualizzato che “la materia del contendere non verte sulla pacifica legittimità delle opere installate, ma sulla possibilità o meno di mantenerle anche dopo la chiusura della stagione balneare”, insisteva sul proprio “diritto alla destagionalizzazione” assicurato dall’art. 2 L.R. n. 15/2005, da riferirsi “non solo al titolo demaniale, ma anche a quelli relativi ad interessi pubblici concorrenti”.
2 Il Tribunale adìto con la sentenza n. 1015/2015 in epigrafe respingeva il ricorso, reputandolo infondato.
3 Seguiva avverso tale sentenza la proposizione del presente appello da parte del soccombente, che riproponeva le proprie doglianze e sottoponeva a critica gli argomenti con cui il Tribunale le aveva disattese.
Il Comune appellato resisteva all’impugnativa dell’interessato anche nel nuovo grado di giudizio, deducendone l’infondatezza e concludendo per la conferma della sentenza di prime cure.
La domanda cautelare proposta unitamente all’appello trovava accoglimento con ordinanza del 17-18 dicembre 2015.
Il Comune ribadiva le proprie tesi con una successiva memoria, cui faceva riscontro ex adverso uno scritto di replica con il quale l’appellante riprendeva i propri argomenti e contro deduceva alle obiezioni dell’Ente, insistendo per l’accoglimento dell’appello.
Alla pubblica udienza del 16 novembre 2016 la causa è stata trattenuta in decisione.
4 L’appello richiede un preventivo inquadramento in fatto e in diritto della materia del contendere.
5a La controversia, com’è stato già osservato dal Tribunale, verte sulla previsione dell’art. 2 della L.R. n. 15/2005, secondo il quale “La gestione di stabilimenti balneari è consentita per tutto il periodo dell'anno, al fine di svolgere le attività collaterali alla balneazione avvalendosi della concessione demaniale in corso di validità, delle licenze e delle autorizzazioni di cui sono già in possesso per le attività stagionali estive, previa comunicazione di prosecuzione dell'attività all'autorità concedente competente per territorio con l'indicazione delle opere e degli impianti da mantenere installati”.
5b In proposito giova subito ricordare che l’attuale appellante si è avvalso di tale previsione in occasione della propria domanda del 23 dicembre 2008 di autorizzazione di variazioni alla concessione demaniale già assentitagli, come si evince, in particolare, dalla relazione tecnica del 4 marzo 2008 allegata alla domanda (figurante negli allegati all’appello come doc. 6), recante appunto l’enunciazione della “intenzione del committente di proseguire, anche nel periodo invernale, le attività collaterali alla balneazione, quali ristorazione e somministrazione di cibi e bevande, ai sensi dell’art. 2 della L.R. n. 15 del 2005”.
Va dato inoltre atto che l’A.R.T.A. con il proprio provvedimento dell’8 febbraio 2010 risulta avere assentito tale domanda nei termini in cui era stata proposta. Ciò si desume dalla clausola della pag. 2 del provvedimento, che prescrive che “Tutte le strutture situate entro la fascia di 20,00 mt dalla linea di battigia dovranno essere comunque rimosse alla fine della stagione balneare”. La clausola lascia difatti intendere, a contrario, come alcuna rimozione sia dovuta, alla fine della stagione estiva, per le strutture del Lido ubicate a più di 20 metri dalla battigia.
Con il ricorso di primo grado l’attuale appellante ha impugnato in parte qua due provvedimenti amministrativi emanati dal Comune di Isola delle Femmine, vale a dire:
a) la certificazione di agibilità n. 9 del giorno 11.6.2013, nella parte in cui l'Ufficio Tecnico — III Settore — Urbanistica - Edilizia Privata del Comune di Isola delle Femmine ha imposto, con riferimento allo stabilimento balneare denominato "Lido Miramare" che "... la presente certificazione di agibilità si intende valida per la sola stagione balneare 2013 e comunque fino alla data del 30.9.2013, così come previsto dalla relativa concessione con obbligo di smontaggio delle strutture entro i gg. 15, fatte salve eventuali altre proroghe che l 'A.R.T.A. intenderà rilasciare in forma esplicita e che potrà essere concessa in virtù del relativo provvedimento...;";
b) la precedente autorizzazione edilizia n. 12 del 9.5.2013, notificata 1110.5.2013, con riferimento alla parte in cui lo stesso Ufficio ha disposto con riferimento allo stabilimento balneare "Lido Miramare" che "... a conclusione della stagione balneare, vengano smontate le strutture e ripristinato lo stato dei luoghi entro il termine di gg 15 dalla fine stagione balneare fissata per il 30.09.2013";
L’impugnazione dei due provvedimenti è avvenuta in parte qua poiché il ricorrente si lamenta esclusivamente della violazione dell’articolo 2 della leggere regionale n. 15 del 29 novembre 2005, deducendo che la apposizione di un termine ai detti provvedimenti, non accompagnato da l’esercizio motivato di un potere, viola la norma stessa.
Giova precisare e sottolineare che gli unici provvedimenti impugnati sono quelli citati in epigrafe e altresì che la materia del contendere è stata limitata, sin dal ricorso di primo grado, alla sola legittimità della apposizione di un termine alla dichiarazione di agibilità e dell’ordine di rimozione decorsa la medesima data.
Sono, e sono state sempre, del tutto estranee al presente ricorso le questioni inerenti l’onere del titolare di munirsi o meno di concessione edilizia e di provvedere all’accatastamento delle costruzioni. Altresì estranee al thema decidendum è la eventuale necessità di munirsi della autorizzazione della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali, o della localizzazione delle strutture entro i 150 metri dalla riva, di cui all’articolo 15 della legge regionale n. 78 del 1976 o infine dell’avvenuto perfezionamento del silenzio assenso ex articolo 46 della legge regionale n. 17 del 2004 sulla domanda di autorizzazione.
Tali questioni sono state prospettate in sede di difesa dal Comune quali eccezioni, ma non hanno mai trovato ingresso nel corpo dei provvedimenti impugnati né, a maggior ragione, hanno mai costituito la giustificazione e la motivazione degli stessi. Questi hanno esclusivamente recato una temporizzazione stagionale, come d’uso per altro prima della citata legge regionale, alle facoltà del privato ed esattamente sulla legittimità di questa ultima disposizione verte l’intera causa e non altro.
Pertanto, giova ribadire, non afferiscono alla materia del contendere considerazioni spurie circa le valutazioni della soprintendenza, motivazioni di ordine urbanistico o edilizio, il regime definitivo delle concessioni marittime in Sicilia, l’obbligo o meno di munirsi di licenza o permesso di costruire, la durata delle concessioni etc., tutti argomenti incidenter tantum toccati dalle parti e dal Tar ma che, all’evidenza, sono estranei al petitum e alla causa petendi, e che non sono mai stati prospettati nei provvedimenti impugnati.
Sin dai motivi esposti in primo grado, infatti, il ricorrente ha invocato il disposto dell’articolo 2 citato, nella parte in cui opera la così detta destagionalizzazione delle strutture balneari. La norma, giova rammentarlo, riconosce ai concessionari demaniali marittimi di prolungare anche nella stagione invernale l’occupazione delle arre oggetto di concessione e di mantenere le strutture adibite a servizio dello stabilimento balneare (nella specie si tratta di un chiosco bar).
In altri termini, a seguito della sola dichiarazione della volontà di destagionalizzare, l’occupazione del sito demaniale sarebbe sic et simpliciter permessa al concessionario anche nel periodo invernale quale esercizio di un diritto soggettivo perfetto.
In questi rigidi termini la tesi non è pienamente condivisibile, mentre è fondata, come poi si vedrà, con alcune precisazioni.
Come ha osservato convincentemente CGA 10 luglio 2014 n. 408, “Il Collegio ritiene che il problema debba essere risolto nel senso di riconoscere all’amministrazione poteri valutativi delle intenzioni del concessionario, alla luce di apprezzabili interessi pubblici, per le ragioni che seguono, con esclusione quindi di un rifiuto dell’amministrazione che si fondi unicamente sul termine di mantenimento degli impianti, apposto nell’atto di concessione.
Il Collegio, in primo luogo, considera che l’attività del privato si svolge, in forza di un provvedimento di concessione, su un bene pubblico, qual è il lido del mare, che per sua natura, appartenendo al c.d. demanio necessario, è destinato a soddisfare esigenze pubbliche. … Per quanto quindi il concessionario possa godere di tutele della sua attività, soprattutto in termini di durata della medesima, non può ritenersi che egli sia sottratto a ogni potere di intervento dell’amministrazione nel caso in cui i modi di conduzione dell’attività arrechino evidente danno agli interessi tutelati dall’amministrazione e quindi arrechino danno alla collettività. Questi princìpi, che il Collegio ritiene corretti, se da un lato non confliggono con la possibilità riconosciuta al concessionario di mantenere intatte le strutture realizzate in forza della concessione oltre il termine stagionale, portano a ritenere che l’amministrazione possa intervenire quando, in maniera documentata, constati il prodursi di conseguenze nocive per la collettività per negligenze del concessionario stesso.”
Già con questa pronuncia, quindi, il CGA ha ritenuto che sia illegittimo il provvedimento che impone una scadenza temporale per il mantenimento delle strutture, sia pure prevista in provvedimenti amministrativi precedenti, avulsa da una puntuale valutazione degli interessi pubblici alla rimozione, in presenza del contrario disposto del citato articolo 2, il quale per rescriptum principis elide qualsiasi temporalità del mantenimento delle strutture precedentemente recata in provvedimenti amministrativi.
In altri termini, la norma di cui all’articolo 2 permette il mantenimento delle strutture per l’intero anno solare travolgendo qualsiasi temporizzazione precedentemente imposta in via amministrativa, fatto salvo il potere della Amministrazione, nel caso concreto e con motivazione esplicita e puntuale, individuare altre ragioni di interesse pubblico che, a prescindere dalla temporizzazione, rendano indifferibile la rimozione. La ratio, è noto, è quella di permettere lo svolgimento di attività imprenditoriali turistiche e ricreative anche nel periodo invernale e quindi favorire una gestione aziendale non puramente stagionalizzata con tutte le conseguenze negative dal punto di vista di economia aziendale proprie di tali tipi di aziende.
Il Legislatore regionale ha colto l’esistenza di un interesse pubblico concreto alla destagionalizzazione, dato che l’equilibrio dei costi aziendali possibile mediante una migliore utilizzazione, e quindi ammortamento, delle strutture fisse nel periodo invernale permette l’esercizio concorrenziale estivo nei prezzi dei servizi balneari, altrimenti seriamente compromesso dalla mera stagionalità della impresa gravata da costi fissi e organizzativi affrontabili solo con un ridotto tempo di esercizio. Sussiste quindi anche un interesse pubblico a favorire la destagionalizzazione che ridonda a favore anche dei cittadini fruitori del mare.
Tornando al merito del ricorso, quindi, non è condivisibile l’eccezione del Comune per cui la limitazione dell’efficacia temporale degli atti impugnati sarebbe scaturita, nelle more dell’approvazione del Piano di Utilizzo del Demanio Marittimo, sia dall’art. 19 delle N.T.A. del vigente P.R.G., che circoscriveva appunto l’impianto di attrezzature strumentali alla balneazione al solo periodo estivo, sia dall’art. 15, lett. a), L.R. n. 78/1976, che escludeva dal generale vincolo di inedificabilità entro la fascia dei 150 metri dalla battigia le sole opere destinate alla “diretta fruizione del mare”, categoria entro la quale il chiosco non sarebbe stato sussumibile in quanto organismo privo di diretta strumentalità con la fruizione del mare.
Sul primo punto, basta ribadire che la limitazione al solo periodo estivo invocata dal Comune è appunto contenuta nelle NTA del P.R.G.C. , vale a dire in un provvedimento amministrativo generale superato e travolto dalla disposizione primaria. Si è detto, e si ribadisce, che l’articolo 2 ha voluto sopprimere qualsiasi limitazione temporale amministrativamente già imposta, ivi comprese quelle scaturenti dal PRGC e dalle NTA..
Sul secondo punto, si osserva che il vincolo di inedificabilità si riferisce alla realizzazione di opere definitive che rechino una modifica permanente del territorio, mentre nella specie si tratta sempre e comunque di opere precarie, destinate a una precisa utilizzazione transeunte, sempre sottoponibili a rinnovate valutazioni degli interessi pubblici, che prescindano dalla più o meno ampia loro temporizzazione.
Infatti, l’interpretazione rigida sopra segnalata, e cioè che l’articolo 2 abbia del tutto obliterato i poteri pubblici di gestione del bene demaniale e del territorio comunale entro il quale il bene è situato individuando un diritto soggettivo perfetto in capo al concessionario, non è del tutto condivisibile, come si accennava. Come ha osservato il CGA nella sentenza citata, residua sempre e comunque la potestà degli organi gestori dei diversi interessi pubblici (demaniali, comunali, paesaggistici, urbanistici etc.) di incidere sulle posizioni giuridiche soggettive del concessionario, ove sussistano motivi di interesse pubblico tali da rendere incompatibile la permanenza delle strutture per motivi ovviamente diversi da quello del mero rispetto della scadenza originariamente fissata dato che questa è stata irrimediabilmente travolta dal disposto dell’articolo 2.
Orbene, nella fattispecie, il petitum del ricorso di primo grado, riproposto in grado di appello, è appunto esclusivamente e semplicemente la dichiarazione di illegittimità della apposizione di una data alla validità della agibilità e alla permanenza delle strutture e quindi del conseguente obbligo di smontaggio, avulsa da una valutazione qualsivoglia degli interessi pubblici danneggiati dalla continuazione dell’attività e della occupazione. In tutta evidenza ciò è esattamente il contrario di ciò che ha voluto il Legislatore regionale, come spiegato, il quale esclude che il solo decorso del tempo sia giustificazione per l’ordine di smontare le strutture.
E’ appena il caso di osservare che i provvedimenti impugnati non contengono altra giustificazione e motivazione che la scadenza del termine già contenuto nel provvedimento di concessione e che le impugnazioni in parte qua riguardano appunto esclusivamente questa apposizione di termine.
Non è condivisibile, quindi, la sentenza impugnata quando ritiene che l’articolo 2 in questione si riferisca esclusivamente all’esercizio delle potestà demaniali e quando dal mantenimento in capo al Comune del potere di gestione del territorio che si esercita mediante le potestà urbanistiche, fa discendere in automatico la legittimità della apposizione del termine per la rimozione.
La questione è in realtà molto più articolata. Il Tribunale si fonda sulla considerazione che la norma regionale, nell’intento di favorire lo sviluppo delle attività turistiche anche oltre il consueto orizzonte temporale, abbia operato un’estensione ex lege dei relativi titoli abilitativi, privando l’autorità preposta al rilascio di tali concessioni del potere di subordinarle a una valutazione discrezionale propriamente intesa. La norma, tuttavia, secondo il TAR sia pure in questa ottica di deprivazione del potere discrezionale, sarebbe, “con ogni evidenza, tesa alla (sola) regolamentazione del potere (regionale) di gestione del demanio marittimo e non pare aver inteso sovrapporsi, torcendola, sull’ordinaria ripartizione della potestà amministrativa in punto di gestione del territorio.”
Sarebbe pertanto “ragionevole … riferire gli effetti dell’art. 2 alle sole deliberazioni dell’autorità cui compete la gestione del demanio marittimo: conseguentemente, la “destagionalizzazione” della concessione demaniale marittima prosciuga (…) lo spatium deliberandi dell’autorità demaniale, ma non determina anche la parallela evaporazione degli altri e diversi presidi autorizzativi (urbanistici, sanitari, ambiental-paesistici) previsti dalla legge ed esclusi dalla “liberalizzazione” proprio perché afferenti (quanto meno anche) ad altri interessi pubblici e (non a caso) attribuiti alla cura di diverse autorità.”
In altri termini, secondo il TAR, la destagionalizzazione riguarderebbe solo il provvedimento di concessione demaniale marittima. Una tale posizione non è condivisibile nella misura in cui circoscrive il superamento dei liniti temporali esclusivamente all’esercizio dei poteri della autorità demaniale e dei relativi provvedimenti autorizzatori, e quindi ritiene ininfluente la norma quanto ai poteri propri del Comune. Infatti, sia la formulazione letterale della norma sia la sua ratio legisconducono a ritenere che essa si riferisca a qualsiasi provvedimento autorizzatorio da qualsiasi autorità emanato relativamente all’esercizio dell’attività in questione.
Sotto il primo profilo letterale, l’espressione “avvalendosi della concessione demaniale in corso di validità, delle licenze e delle autorizzazioni di cui sono già in possesso per le attività stagionali estive …” in tutta evidenza si riferisce a qualsiasi provvedimento ampliativo sia stato emanato nella circostanza per l’esercizio dell’attività in questione, e quindi a qualsiasi termine di scadenza qualunque di essi abbia mai contenuto.
Sotto il secondo profilo, l’obiettivo della legge sarebbe del tutto frustrato se a fronte di un legittimo mantenimento delle strutture dal punto di vista del Demanio, si sovrapponesse una limitazione temporale derivante dall’automatismo della scadenza di provvedimenti non demaniali.
Pur non afferendo alla questione in esame, giova precisare, però, che l’articolo 2 nemmeno produce quella che il TAR chiama con immaginifico linguaggio balneare “evaporazione” o “prosciugamento” totale delle potestà pubbliche di tutti i soggetti competenti alla rimozione dei limiti per l’esercizio di tale attività e l’espansione del diritto di impresa, residuando, come si è detto sopra, comunque i normali poteri pubblici interdettivi ove congruamente fondati su comparazioni di interesse valutate e motivate. E ciò vale, anche, per i poteri esercitati dall’Autorità demaniale, come già posto in luce a suo tempo da CGA 18 settembre 2012, n. 782, la quale da un lato è vincolata al rispetto di una concessione e di una autorizzazione alle opere non più limitate nel tempo, ma dall’altra mantiene pur sempre il potere di valutare “la compatibilità del protrarsi dell’occupazione con gli interessi pubblici coinvolti”.
Ne consegue che i provvedimenti impugnati in primo grado sono illegittimi nella parte in cui limitano ad una scadenza (30 settembre) il riconoscimento dell’agibilità delle strutture balneari destinate alla destagionalizzazione e ne impongono la rimozione dopo tale termine.
Resta impregiudicato, ovviamente, l’esercizio autonomo dei poteri di tutela e interdittivi propri del Comune, e di qualsiasi altro soggetto pubblico dotato di potestà sulla gestione del territorio e dei beni pubblici coinvolti, da esercitarsi nei consueti modi previsti dalla legge e ove ne sussistano i presupposti.
In conclusione l’appello è fondato e va accolto.
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, definitivamente pronunciando, accoglie l 'appello e, per l'effetto annulla in parte qua i provvedimenti impugnati, nei limiti e nei sensi di cui in motivazione.
Condanna il Comune di Isola delle Femmine al pagamento delle spese, competenze ed onorari dei due gradi del giudizio che liquida in complessivi n€ 4.000,00 (quattromila/00) oltre ad IVA e accessori di legge se dovuti, oltre al rimborso del contributo unificato del primo e secondo grado.
Claudio Zucchelli, Presidente, Estensore
https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=UPLGUEVE4KALAQIE3CTZBAWJDQ&q=ISOLA%20or%20DELLE%20or%20FEMMINE

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 46
 articolo 2
 sentenza 
 sentenza