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Timestamp: 2020-07-14 04:31:16+00:00

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Archivio > Anno XVII n.2 > Processi
Cassazione Sez. VI penale, n. 15971 del 16.03.2016
Mancata esecuzione dolosa di provvedimenti del giudice – affido minore – diritto di visita
La vicenda riguarda il diritto di visita di un padre nei confronti della figlia minore, affetta dalla nascita da un grave deficit psicofisico, ostacolato dalla madre che rifiutandosi di adempiere ai provvedimenti disposti dal giudice non permette al padre di tenere con sé la figlia alcuni pomeriggi e alcuni giorni a settimana. Le sentenze di merito hanno assolto la donna dal reato di mancata esecuzione dolosa del provvedimento del Tribunale, escludendo l’elemento soggettivo reato ritenendo che esistesse, in capo alla signora, un eccesso colposo determinato da stato di necessità: ha impedito le visite presso il padre poiché temeva che potessero arrecare grave danno alla salute o alla vita della minore, alla luce della patologia della figlia, delle sue stesse condizioni psichiche difficili e della scarsa disponibilità a collaborare da parte del padre, sostenendo che tali circostanze erano sopravvenute successivamente, non considerando la presenza di una ctu, disposta dal giudice civile, che aveva confermato la capacità del padre di provvedere alla minore. La Corte Suprema ritiene illogica la motivazione dei giudici di merito, pertanto annulla la sentenza e rinvia a giudizio: “in materia di mancata esecuzione di un provvedimento del giudice civile relativo all’affidamento di un figlio minore può infatti costituire valida causa di esclusione della colpevolezza, un motivo plausibile e giustificato che, pur senza configurare l’esimente dello stato di necessità, deve comunque essere stato determinato dalla volontà di esercitare il diritto-dovere di tutela dell’interesse del minore, in situazioni che, connotate da transitorietà e sopravvenute, non siano state ancora devolute al giudice civile per l’eventuale modifica del provvedimento di affidamento, ma che tuttavia integrano i presupposti di fatto per ottenerla (Sez. 6, n. 7611 del 11.12.2014, dep. 2015, D.L., Rv. 262494; Sez. 6, n. 27613 del 19.06.2006, Del Duca, Rv. 235130)”. In questo caso, l’incapacità del padre di provvedere alla minore non può essere considerata una circostanza sopravvenuta, pertanto non è possibile ritenere che vi sia stato un eccesso colposo nello stato di necessità: “perché la condotta possa dirsi scriminata dall’indicata causa di giustificazione è necessario che l’imputato alleghi che l’erronea supposizione della sussistenza dello stato di necessità si fondi non già su un mero criterio soggettivo, riferito al solo stato d’animo dell’agente, bensì su dati di fatto concreti, tali da giustificare l’erroneo convincimento in caso all’imputato di trovarsi in tale stato (Sez. 6, n. 18711 del 21.03.2012, Giusto, Rv. 252636)”.
Cassazione Sez. I civile, n. 6919 dell’08.04.2016
Affidamento dei minori – alienazione genitoriale
I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso presentato dal padre di una minore, in regime di affidamento condiviso e collocamento presso la madre a seguito della separazione dei genitori, con il quale l’uomo denunciava violazione e falsa applicazione dell’art. 337-ter c.c., quindi la violazione del principio della bigenitorialità, e un vizio di motivazione per aver omesso di accertare aspetti fondamentali e decisivi relativamente alla condotta dell’ex moglie rispetto al suo rapporto con la figlia minore. La madre, infatti, avrebbe ostacolato in ogni modo il rapporto padre-figlia e non sarebbe intervenuta in alcun modo per limitare gli atteggiamenti ostili della minore nei confronti del genitore, tuttavia i giudici di merito non hanno indagato adeguatamente i motivi di tale rifiuto e non hanno adottato alcuna misura finalizzata al ripristino della relazione genitoriale. I giudici precisano che “non può esservi dubbio che tra i requisiti di idoneità genitoriale, ai fini dell’affidamento o anche del collocamento di un figlio minore presso uno dei genitori, rilevi la capacità di questi di riconoscere le esigenze affettive del figlio, che si individuano anche nella capacità di preservargli la continuità delle relazioni parentali attraverso il mantenimento della trama familiare, al di là di egoistiche considerazioni di rivalsa sull’altro genitore ”. Concludono la pronuncia facendo riferimento al fatto che in tema di affidamento di figli minori “qualora un genitore denunci comportamenti dell'altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una PAS (sindrome di alienazione parentale), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertre la veridicità in fatto die suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta teoria, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena”.
Cassazione Sez. I civile, n. 9780 del 12.05.2016
Adozione – dichiarazione di adottabilità – impugnativa e procedimento
Nell’ambito di un procedimento relativo a una minore rinvenuta in stato di abbandono e di degrado a causa dell’inidoneità della madre, affetta da patologia mentale, a fornirle l’adeguata assistenza, dell’assenza del padre, allontanatosi con una nuova compagna, dell’inattenzione della nonna e dei parenti, che non si erano resi conto della situazione, al punto da non accorgersi che la minore non frequentava le scuole elementari nonostante avesse l’età per farlo, i giudici di legittimità si sono espressi relativamente all’illegittimità dell’omesso ascolto del minore da parte del tribunale, affermando che “La L. n. 184 del 1983, art. 15, comma 2, ultima parte, prescrive che deve essere sentito ‘il minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche il minore di età inferiore, in considerazione della sua capacità di discernimento’. Secondo il principio anche di recente affermato da questa Corte, il giudice ha l’obbligo di sentire i minori in tutti i procedimenti che li concernono, al fine di raccoglierne le opinioni, le esigenze e la volontà, salvo che egli motivi espressamente la non corrispondenza dell’ascolto alle esigenze del minore stesso, che quell’ascolto sconsiglino, essendosi inoltre precisato che, qualora particolari circostanze lo richiedano, l’obbligo può essere assolto anche indirettamente, attraverso una delega specifica a soggetti terzi esperti (Cass. 15 maggio 2013, n. 11687). Invero, l’audizione è adempimento necessario nelle procedure giudiziarie che riguardino i minori, ai sensi dell’art. 6 Convenzione di Strasburgo 25 gennaio 1996, ratificata con la L. 20 marzo 2003, n. 77, salvo che l’ascolto posa essere in contrasto con gli interessi superiori del minore (Cass. sez. un., 21 ottobre 2009, n. 22238)”.
Cassazione Sez. III penale, n. 20540 del 19.04.2016
Pericolosità sociale – condizioni personali del soggetto – sospensione condizionale della pena
I giudici della Corte Suprema hanno annullato con rinvio una sentenza della Corte di Appello di Perugia sulla base dell’illogicità della motivazione relativamente al non aver concesso la sospensione condizionale della pena a un soggetto clandestino senza fissa dimora condannato a una pena detentiva e pecuniaria per aver riprodotto e destinato alla vendita cd musicali e dvd. Tra le motivazioni della sentenza di condanna, infatti, si legge “il fatto che lo stesso sia senza fissa dimora, clandestino nel territorio dello Stato e viva di espedienti, come dimostra la presente vicenda, non consente di formulare una prognosi favorevole nell’ottica dei benefici di legge”. La pronuncia di legittimità sottolinea come “la sentenza ha operato un collegamento del tutto arbitrario tra la condizione personale del soggetto e la pericolosità sociale, prescindendo da ogni altro elemento concreto di segno contrario, anzi omettendo ogni considerazione sul suo stato di incensuratezza”. La legge n. 81 del 30.5.2014, art. 1 comma b, specifica infatti che l’accertamento della pericolosità sociale “(…) è effettuato sulla base delle qualità soggettive della persona e senza tenere conto delle condizioni di cui all’art. 133, 2° comma, n. 4 del c.p. (…)”, cioè delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.
Cassazione Sez. IV penale, n. 22156 del 26.05.2016
Lesioni personali – malattia – alterazione di natura anatomica – alterazione da cui derivino limitazioni funzionali dell’organismo
Un medico radiologo è stato riconosciuto colpevole del reato di cui all’art. 590 c.p. (lesioni personali colpose) e poi assolto dalla Corte di appello con la formula perché il fatto non sussiste. Le parti civili hanno proposto ricorso per Cassazione, che ha annullato con rinvio sostenendo che “la malattia giuridicamente rilevante cui fa riferimento l’art. 582 c.p. (e di riflesso l’art. 590 c.p. nella forma colposa) non comprende tutte le alterazioni di natura anatomica (che possono anche mancare), ma quelle alterazioni da cui deriva una limitazione funzionale o un significativo processo patologico o una compromissione, anche non definitiva ma significativa, di funzioni dell’organismo (…)”. La Corte Suprema ha infatti recepito la nozione di malattia così come accolta in campo medico scientifico e cioè riferita “alle alterazioni del corpo umano che inducano una limitazione funzionale dell’organismo anche di modesta entità”. Gli Ermellini richiamano precedenti pronunce e specificano che “la più recente giurisprudenza di legittimità, configurando la malattia in senso più aderente a quello della scienza medica, non ritiene sufficiente ad integrare la malattia la semplice alterazione anatomica priva di alcuna conseguenza e alla quale non consegua un processo patologico significativo. È stato infatti affermato che, il concetto clinico di malattia richiede il concorso del requisito essenziale di una riduzione apprezzabile di funzionalità, a cui può anche non corrispondere una lezione anatomica, e di quello di un fatto morboso in evoluzione a breve o lunga scadenza, verso un esito che potrà essere la guarigione perfetta, l’adattamento a nuove condizioni di vita, oppure la morte (Sez. 5, sent. n. 714 del 15.10.1998, dep. 1999, Rocca, Rv. 212156; Sez. IV, sent. n. 10643 del 9.12.1996, Viola, Rv., 207339)”.
Cassazione Sez. I penale, n. 22118 del 26.05.2016
Evasione dagli arresti domiciliari – elementi costitutivi – ratio di tutela
Viene presentato ricorso per Cassazione contro la condanna in primo e in secondo grado per il reato di evasione dagli arresti domiciliari di I.D., che sarebbe stata ripresa dalle telecamere mentre si allontanava dall’abitazione e incontrava sulla pubblica via soggetti non conviventi, tra cui pregiudicati. I giudici della Suprema Corte, dopo aver visionato i filmati delle telecamere, allegati dalla difesa al ricorso, hanno annullato senza rinvio la sentenza impugnata. In particolare, i giudici si sono espressi precisando che “nel reato di evasione dagli arresti domiciliari il dolo è generico e consiste nella consapevole violazione del divieto di lasciare il luogo di esecuzione della misura senza la prescritta autorizzazione, a nulla rilevando i motivi che hanno determinato la condotta dell’agente”. Questo principio, tuttavia, va coordinato “con il fine primario e sostanziale della misura coercitiva degli arresti domiciliari, che è quello di impedire i contatti con l’esterno ed il libero movimento della persona quale mezzo di tutela delle esigenze cautelari (…). Tuttavia, anche il reato di evasione non sfugge ad una esigenza di tipicità, dovendo la condotta, nel suo concreto, atteggiarsi, rivelarsi finalisticamente diretta ed idonea a effettivamente ledere o mettere in pericolo l’interesse tutelato”. Dopo aver preso visione dei filmati, peraltro, i giudici ritengono che I.D. non abbia mai effettivamente abbandonato il domicilio, limitandosi a stanziare in prossimità del cancello d’ingresso: “deve quindi escludersi la sussistenza di una volontà diretta ad eludere le decisioni dell’autorità giudiziaria o ostacolare i controlli di polizia”.
Commento di Giulia Gasparini
Trib. di Torino, sez. VII civ., decreto 4 aprile 2016 (Pres. Castellani, est. Marco Carbonaro)
Massima a cura di Giuseppe Buffone – tratta da Il Caso.it
Tempi di frequentazione genitori – figlio – figlio che abbia compiuto 15 anni – volontà del medesimo espresso in sede di audizione – rilevanza primaria – sussiste
In sintonia con le indicazioni provenienti dalla Corte Europea die diritti dell’uomo (cfr. causa Santilli/Italia del 17.12.2013 e Bondavalli/Italia del 17.11.2015), al diritto del figlio di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori (art. 337 ter comma 1 c.c.) deve specularmente riconoscerci anche il diritto di ciascun genitore al mantenimento di rapporti effettivi con i figli, affinchè il principio della bigenitorialità trovi concreta ed effettiva attuazione, nell’interesse ultimo del figlio stesso ad una crescita serena ed equilibrata, ed affinchè il genitore sia posto nelle condizioni di esercitare la responsabilità genitoriale che gli compete e di admpiere al proprio dovere di mantenimento e cura della prole (art. 147, 315 bis e 316 c.c.). Tuttavia, l’individuazione delle concrete modalità di esercizio e attuazione del predetto diritto del genitore a mantenere il legame con i figli deve avvenire avendo sempre come parametro principale di riferimento l’interesse superiore del minore e non può prescindere dalla considerazione delle specifiche circostanze del caso concreto e, in particolare, dell’età del figlio minore. In particolare, come la stessa Corte di Strasburgo ha avuto modo di precisare, la coercizione per il raggiungimento dell’obiettivo di mantenimento del legame famigliare deve essere utilizzata con estrema prudenza e misura e deve tenere conto degli interessi, dei diritti e delle libertà delle persone coinvolte e in particolare dell’interesse superiore del minore (cfr. CEDU Santilli/Italia cit. § 67; CEDU Volesky/Rep. Ceca del 29.06.2004, § 118). Ne consegue che, in caso di minore quindicenne che esprima in modo fermo la volontà di non frequentare il genitore secondo parametri fissi e rigidi, non può questa volontà essere dal tribunale superata, nemmeno attraverso una CTU.
Tribunale di Forlì, sez. penale del 31.3.2014
Lesioni personali – alienazione genitoriale
A fronte del capo di imputazione “art. 582, 585 e 577 n. 1 c.p. per aver picchiato e anche ferito la figlia minorenne anche con un coltello da tavola seghettato procurando lesioni guaribili in dieci giorni”, la madre viene assolta poiché la figlia, accertata la presenza di una sindrome da alienazione genitoriale, non è ritenuta credibile.
Tribunale di Milano, sez. IX civ., decreto 24 febbraio 2015
Animali di compagnia – separazione dei partners (nel caso di specie: non uniti da matrimonio) – relazione con gli animali – regolamentazione giudiziale – applicabilità dell’istituto dell’affidamento previsto per i figli – esclusione (art. 337-ter c.c.).
La pronuncia riconosce il diritto soggettivo all’animale di compagnia, che va riconosciuto come “essere senziente”. Ciò permette di equiparare i figli minori agli animali di compagnia, tuttavia “non è ammissibile una domanda ex artt. 316 comma IV, 337-bis c.c. in assenza di figli” poiché i figli, a differenza degli animali, “sono persone fisiche sia nella trama codicistica di diritto interno che nella legislazione sovranazionale”.
Tribunale di Milano, sez. IX civ., ordinanza 15 luglio 2015
Mediazione demandata al giudice – espunzione dell’istituto dal DLGS 28 del 2010 ad opera del DL 69 del 2013 – persistenza del potere in capo al giudice – sussiste (art. 5 DLGS 28 del 2010)
È facoltà del giudice invitare le parti a prendere parte a un percorso volontario di mediazione: si tratta infatti di una forma di mediazione volontaria, veicolata dal suggerimento del magistrato. Tale fattispecie, pertanto, non contrasta con il vigente assetto normativo così come previsto dall’art. 5 comma II del DLGS 28 del 2010, che infatti non esclude e non li limita la facoltà del giudice di sollecitare una riflessione tra i litiganti attraverso l’invito a rivolgersi spontaneamente a un organismo di mediazione.
Tribunale di Milano, sez. IX civ., ordinanza 19 maggio 2015
I giudici si esprimono escludendo la possibilità che il consulente produca una “bozza” di consulenza: quella che viene inviata alle parti deve essere la versione definitiva e, raccolte le osservazioni delle parti, aggiunge le sue valutazioni. Il ctu, infatti, non può apportare modifiche, ma semplicemente rendere chiarimenti nella risposta alle valutazioni e sarà quella la consulenza che invierà al giudice. Pertanto, se gli avvocati ravvisano e segnalano differenze tra la relazione trasmessa alle parti e quella inviata al giudice, si segnala una violazione dell’art. 195 c.p.c. e il ctu viene convocato a chiarimenti.
Tribunale di Milano, sez. IX civ., ordinanza 9 luglio 2015
Separazione – infedeltà del marito – incidenza sulla persona del marito come “padre” – esclusione – moglie che “utilizzi” l’infedeltà commessa dal marito come argomento per impedirgli di vedere i figli – grave violazione dei doveri genitoriali – sussiste (art. 337 ter c.c.)
Il marito traditore non corrisponde automaticamente a un padre inidoneo: questo è quanto asserito dai giudici di merito, secondo i quali la violazione degli obblighi matrimoniali se certamente è sanzionabile non costituisce un valido motivo per ricorrere all’affido monogenitoriale o a una limitazione del diritto di visita del padre. Precisano altresì che nell’eventualità in cui la madre utilizzi l’infedeltà coniugale del marito come argomento per incidere sula rapporto genitoriale padre-figli, viene a porsi in essere una condotta scorretta e non consona ai doveri genitoriali, valutabile anche ai fini degli artt. 337-quater c.c. e 709-ter c.p.c.
Tribunale di Milano, sez. IX civ., sentenza 18 marzo 2015
Separazione – domanda di addebito – gravi aggression alla persona del coniuge (art. 151 c.c.)
Secondo i giudici, la violenza morale e la violenza fisica costituiscono cause rilevanti di una crisi coniugale e sono talmente gravi da esonerare il giudice dal doverle comparare all’atteggiamento e al comportamento del coniuge vittima di tali comportamenti, a meno che non si tratti di comportamenti omogenei. Inoltre, il comportamento del coniuge subito dopo il termine della convivenza, ma in tempi brevi rispetto alla fine di essa, può rilevare ai fini della dichiarazione di addebito della separazione se rappresenta una conferma del passato e aiuti a illuminare sulla condotta pregressa.

References: sentenza 
 art. 15
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 § 67
 § 118
 sentenza