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Timestamp: 2020-07-09 16:39:26+00:00

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Sentenza Cass. 11-11-2019 n.28985: Il consenso informato è un diritto fondamentale della persona, ma - per accedere al risarcimento - il paziente deve provare il nesso di causalità tra l’omessa informativa ed il danno.
Sentenza Cass. 11-11-2019 n.28985: Il consenso informato è un diritto fondamentale della persona, ma – per accedere al risarcimento – il paziente deve provare il nesso di causalità tra l’omessa informativa ed il danno.
07 Feb Sentenza Cass. 11-11-2019 n.28985: Il consenso informato è un diritto fondamentale della persona, ma – per accedere al risarcimento – il paziente deve provare il nesso di causalità tra l’omessa informativa ed il danno.
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Il consenso informato è un diritto fondamentale della persona, ma – per accedere al risarcimento – il paziente deve provare il nesso di causalità tra l’omessa informativa ed il danno.
L’omissione, da parte del medico, nel fornire al paziente informazioni dettagliate della natura, della portata, dei rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative dell’intervento medico, lede un diritto fondamentale della persona di fonte costituzionale, indipendentemente dalla sussistenza di un rapporto contrattuale, da contatto sociale o extracontrattuale con il paziente.
La prova del nesso causale tra omessa informativa e danno spetta al paziente secondo il principio della causalità giuridica stabilito dall’art. 1223 c.c..
CASSAZIONE n. 28985 del 11 NOVEMBRE 2019
Responsabilità sanitaria – Consenso informato – Lesione al diritto di autodeterminazione del paziente – Diritto fondamentale della persona – Capacità plurioffensiva dell’omessa informativa – Prova del nesso di causalità giuridico.
La Cassazione torna sull’obbligo del medico di fornire al paziente complete informazioni sul trattamento sanitario, per riassumere, confermare e precisare le fonti giuridiche dell’obbligo e la verifica del nesso di causalità con le conseguenze pregiudizievoli lamentate dal danneggiato.
Il ricorrente aveva sostenuto che il medico non potesse essere considerato inadempiente, perché l’obbligo di informare il paziente discendeva da norme successive (Carta dei diritti fondamentali della Unione Europea e Convenzione per la protezione dei diritti dell’Uomo) rispetto al tempo in cui era stato eseguito il trattamento sanitario.
La sentenza in commento ribadisce i principi già espressi dalla Corte Costituzionale sulla riconducibilità dell’obbligo alla Carta ed afferma che il riferimento cronologico delle fonti di diritto comunitario o nazionale non è spendibile per sostenere l’inesistenza all’epoca dei fatti dell’obbligo informativo.
Infatti, con sentenza n. 438 del 23.12.2008, il Giudice delle leggi aveva affermato che il consenso espresso dal paziente, per aderire al trattamento sanitario proposto dal medico, è esso stesso un diritto fondamentale della persona in quanto espressione, con funzione di sintesi, di due diritti fondamentali: quello dell’autodeterminazione sancita dall’art. 13 e quello alla salute sancito dall’art. 32 della Costituzione.
Solo con una esauriente informazione in ordine alla natura e ai possibili sviluppi del percorso terapeutico, nonché delle eventuali terapie alternative, viene garantita al paziente quella libera e consapevole scelta che costituisce la manifestazione della sua stessa libertà personale, conformemente alla seconda regola (c. due).
Il correlato obbligo del medico di fornire al paziente una completa informazione sulla natura dell’intervento medico, sulla sua portata ed estensione, sui risultati conseguibili nonché sui rischi e sulle possibili conseguenze negative, fonda anch’esso le proprie origini nelle norme costituzionali, spettando poi al legislatore statale prescrivere modalità e termini con i quali tale obbligo può ritenersi assolto.
Ne consegue, afferma la Cassazione, che la violazione del dovere informativo del medico costituisce un illecito o “contra ius” indipendentemente dalla natura contrattuale o extracontrattuale del rapporto con il paziente, sicché nessuna influenza possono avere le modifiche legislative intervenute negli ultimi anni sulla natura della responsabilità medica (legge n. 189/2012, c.d. Balduzzi, e legge n. 24/2017, c.d. Gelli-Bianco).
Se quindi, nel sistema delle fonti, l’obbligo informativo discende direttamente dai principi costituzionali e, se vogliamo, da quelle stesse disposizioni che definiscono uno Stato democratico, la legislazione internazionale e nazionale – prosegue la Cassazione – non ha fatto altro che recepire tali principi, trovando nella l. n. 219/2017 definitivo inquadramento ex lege.
Ed infatti, anche quest’ultima, non si pone a nostro avviso, almeno con riguardo al consenso informato, come una novità sul piano normativo[1], ma costituisce piuttosto un doveroso intervento del legislatore; rivolto, da un lato, a recepire ex lege l’obbligo, sancendone la responsabilità civile e penale in caso di omissione e, dall’altro, a disciplinare modalità e forma di quell’importantissimo momento del rapporto medico-paziente che costituisce il fondamento stesso della fiducia che il secondo ripone nella professione medica.
[1] Fermo l’apprezzabilissimo monito che il tempo dedicato all’informazione è “tempo di cura” e quindi non può essere compresso da esigenze organizzative o, peggio, ridotto ad un noioso adempimento burocratico.
Nella seconda parte della sentenza, con riferimento alla censura del ricorrente che aveva lamentato la carenza del nesso eziologico tra la mancanza del consenso informato e danno alla salute, la Cassazione coglie l’occasione per operare alcune precisazioni. Sebbene i due diritti, all’informazione e alla salute, siano distinti sul piano del contenuto nella sostanza, tale distinzione tuttavia non deve essere letta in senso assoluto, perché il dovere di informazione da parte del medico ed il diritto alla salute del paziente sono parti di un articolato rapporto giuridico medico-paziente, diretto al risultato della cura ed al risanamento del soggetto.
L’omessa informazione sui rischi-benefici del trattamento sanitario ha carattere plurioffensivo e può quindi ledere sia il diritto all’autodeterminazione del paziente sia il diritto alla salute, secondo che il primo si ponga o meno tra i fattori concorrenti della stessa serie causale che ha pregiudicato la seconda.
Pertanto, se venisse dimostrato che il paziente avrebbe comunque dato il proprio consenso al trattamento sanitario, il danno conseguenza sarebbe unicamente quello alla salute derivante dalla errata esecuzione della prestazione professionale; se invece il paziente, debitamente informato, avrebbe rifiutato il trattamento, l’esecuzione della prestazione professionale, quand’anche conforme alle regole dell’arte, produrrebbe una lesione personale perché realizzata contro la volontà, capace di incidere sul diritto all’autodeterminazione e sul diritto alla salute.
Ricordiamo che la Cassazione, con sentenza n. 7248/18, aveva individuato quattro situazioni risarcitorie legate all’omessa informativa del medico:
Risarcimento limitato al danno alla salute per la condotta colposa del medico, quando il paziente, sebbene non informato, avrebbe comunque scelto di sottoporsi al trattamento medico;
Risarcimento esteso anche al danno da lesione del diritto all’autodeterminazionequando il paziente non informato, avrebbe scelto di non sottoporsi all’intervento gravato da colpa medica;
Risarcimento del danno da lesione del diritto all’autodeterminazione e valutazione della lesione alla salute limitatamente al danno differenziale, quando la condotta medica non è colposa, ma il paziente, non informato, non avrebbe dato il proprio consenso;
Risarcimento del danno da lesione del diritto all’autodeterminazione solo se il paziente ha subito inaspettate conseguenze dell’intervento senza la necessaria predisposizionead affrontarle e accettarle, quando l’intervento è stato correttamente eseguito e non ha cagionato alcun danno alla salute del paziente.
Con la decisione in commento, la Corte ha inteso dare continuità alle precedenti pronunce in tema di “consenso informato”, ribadendo che la violazione da parte del medico del dovere di informare il paziente può causare due diversi tipi di danno:
Un danno salute, quando sia ragionevole ritenere che il paziente – sul quale grava il relativo onere della prova – se correttamente informato, avrebbe rifiutato di sottoporsi all’intervento;
Un danno da lesione del diritto all’autodeterminazione se, a causa del deficit informativo, il paziente ha subito un pregiudizio, patrimoniale o non, diverso dalla lesione del diritto alla salute.
Nel riconfermare quindi le prime tre ipotesi di cui alla sentenza n. 7248/18 (le prime due connotate da condotta colposa e la terza carente di colpa), la Cassazione ha tuttavia voluto precisare che:
In caso di omessa informazione su di un intervento, a cui il paziente avrebbe comunque dato il proprio assenso e che non abbia cagionato un danno alla salute, nessun risarcimento sarà dovuto;
In caso di omessa/inadeguatezza diagnostica che non ha cagionato al paziente un danno alla salute, ma gli ha impedito di accedere a più accurati ed attendibili controlli (come nel caso del tri-test eseguito su una partoriente non seguito da informativa circa la sua scarsa attendibilità e senza alcuna ulteriore indicazione circa l’esistenza di test più attendibili, quali l’amniocentesi, la villocentesi, la translucenza nucale), la lesione del diritto all’autodeterminazione sarà risarcibile solo quando il paziente alleghi che dalla carente informazione sono derivate conseguenze dannose di natura non patrimoniale, in termini di sofferenza soggettiva e limitazione della libertà di disporre di se stesso.
Viene quindi affermato che anche in tema di violazione del dovere di informativa al paziente, senza allegazione di un apprezzabile danno, il comportamento contra legem costituito dalla carente o omessa informazione da parte del medico perde rilevanza, in quanto condizione insufficiente per accedere alla misura risarcitoria.
Ed infatti, afferma la Corte, in qualunque delle ipotesi sopra previste, dovrà essere sempre presente un danno che abbia rilevanza per l’ordinamento giuridico, riconducibile all’evento lesivo secondo il principio della causalità giuridica ex art. 1223 c.c.
Spostando quindi la questione sul piano della prova ed al fine di fornire chiarezza agli operatori del diritto, la Cassazione ha definitivamente affermato che la prova del nesso causale, tra volontà violata e danno da omessa informativa, non può che ricadere sul paziente perché:
il fatto positivo da provare è il rifiuto che sarebbe stato opposto al medico;
anche in questo caso, l’onere va individuato in base al principio della c.d. “vicinanza della prova”;
la scelta del paziente di rifiutare l’intervento ritenuto necessario dal medico costituisce una eventualità non corrispondente all’id quod plerumque accidit.
Se, quindi, viene implicitamente ribadito che spetta al medico provare di avere fornito una adeguata informazione al fine di ottenere un valido consenso al trattamento sanitario, in caso di sua omissione la prova della relazione intercorrente tra evento (vizio del consenso) e danno (lesione di un diritto patrimoniale o non patrimoniale) non è automatica, ma spetta al paziente.
“Sentenza Cass. 11-11-2019 n.28985: Il consenso informato è un diritto fondamentale della persona, ma – per accedere al risarcimento – il paziente deve provare il nesso di causalità tra l’omessa informativa ed il danno. “
Pubblicazione a cura dell’ Avv.
Elisabetta Pirani , partner
Clicca qui per leggere il testo integrale della sentenza: Cassazione n. 28985 11-11-2019
Avv. Elisabetta Pirani, Cassazione n. 28985/2019, Consenso Informato, RC Sanitaria, Responsabilità Civile Sanitaria, Sentenze di San Martino

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