Source: http://invisibili.corriere.it/2014/01/17/il-risarcimento-ai-nascituri-disabili-e-giusto/
Timestamp: 2018-03-22 13:44:54+00:00

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Il risarcimento ai nascituri disabili è giusto? | InVisibili
Il risarcimento ai nascituri disabili è giusto?
17 GENNAIO 2014 | di Antonio Giuseppe Malafarina
Ultimamente noi di InVisibili stiamo stati sollecitati a ragionare su alcune sentenze che riguardano risarcimenti per bambini nati disabili a causa delle inadempienze degli ospedali dove sono state gestite le relative gravidanze. Tutto ruota attorno alla legge sulle norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza (legge 194/78), la dove «siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna» (art 6, comma b). Facciamo, allora, io e voi, alcune riflessioni insieme su cosa succede quando nasce un bambino con disabilità senza che la madre sia stata messa al corrente di questa reale possibilità durante la gestazione.
Partiamo da un primo distinguo. La legge citata consente l’interruzione della gravidanza in caso si prospetti la nascita di una persona disabile, ma tale interruzione è consentita solo in virtù della salute della madre, e non in funzione dei diritti del nascituro. In parole povere se la questione sta nella disabilità del nascituro, ed è per questo che come InVisibile son qui a parlarne, è parimenti vero che tutto ruota attorno alla salute della madre. Secondo il primo articolo del codice civile, peraltro, è dal momento della nascita che si acquisisce la capacità giuridica, cioè la disponibilità di un soggetto ad esprimere diritti e ad essere sottoposto a doveri. Il punto fermo è questo: la madre può interrompere la gravidanza se la sua salute è in gioco, e la sua salute può essere messa a repentaglio dalla paura di partorire un figlio disabile, ma che il nascituro sia disabile non ha rilevanza per il nascituro stesso.
Ma se è solo la salute della madre a dover essere tutelata, perché quando il bambino nasce disabile gli deve essere concesso un risarcimento? Non sarà un espediente degli avvocati per ottenere risarcimenti più onerosi per le famiglie che assistono nelle controversie con gli ospedali che non hanno informato correttamente le madri?
Ha suscitato clamore il caso del risarcimento per una bambina nata con la sindrome di Down la cui madre, con già due figli, non avrebbe portato a termine la sua gravidanza se avesse saputo che il nascituro avrebbe avuto problemi di salute La signora si era rivolta ad un medico, ovvero all’ospedale di riferimento, che le aveva prescritto una serie d’esami omettendone alcuni poi rivelatisi decisivi. Siamo in Veneto negli anni Novanta e dopo una serie di ricorsi il verdetto definitivo è arrivato nell’ottobre del 2012, con la sentenza della Cassazione 16754/12 (scaricabile qui).
Cosa dice la sentenza? Per la prima volta sancisce il diritto al risarcimento per il nato e lo fa con una lunga argomentazione che porta il nascituro ad essere considerato come oggetto di tutela al di là della sua capacità giuridica. Il risarcimento, dunque, va garantito perché «non è a discorrersi, pertanto, di non meritevolezza di una vita handicappata, ma una vita che merita di essere vissuta meno disagevolmente, attribuendo direttamente al soggetto che di tale condizione di disagio è personalmente portatore il dovuto importo risarcitorio». Come dire che una vita da persona disabile è degna di essere vissuta, ma il meno disagevolmente possibile.
L’avvocato che ha seguito la causa spiega a che titolo la bambina potrebbe investire il risarcimento: per esempio comprando una propria abitazione dove ospitare genitori o fratelli che si prendano cura di lei. Il risarcimento diviene funzionale all’autonomia della persona. Attualmente lo stesso avvocato, il dottor Enrico Cornelio, sta portando avanti una seconda causa dai contorni analoghi e riferendosi alla stessa sentenza della Cassazione.
Questi i fatti, ciò che mi lascia un po’ perplesso è il linguaggio usato in tutto il contesto. Già Franco Bomprezzi aveva commentato la sentenza segnalando come questa sancisca che nascere disabili in Italia sia un disastro, io penso che visto come vanno le cose un po’ lo è e mi soffermo su un altro punto. L’avvocato definisce le persone con sindrome di Down infelici tout-court. Nel video sul sito dello studio legale cui appartiene cade in una serie di imprecisioni che appannano il lodevole intendimento di andare incontro alle persone disabili e alle loro famiglie. Più gravi ancora gli errori di linguaggio contenuti nella sentenza della Cassazione, dove si passa dall’handicap alla disabilità all’invalidità con una disinvoltura tutta tipica del miglior retaggio culturale della nostra burocrazia in materia.
Ora, accantonate le questioni sulla preferibilità dell’aborto alla nascita della persona disabile che, semmai, possono essere oggetto di altre riflessioni sulla legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, io penso sia opportuno tutelare il diritto ad una vita meno disagiata possibile, ma se questo passasse da una corretta formulazione delle norme, e dal loro rispetto, sarebbe più civile. Se la vita della persona disabile è destinata a subire disagi è principalmente perché qualcosa non funziona nella nostra società.
Tag: risarcimento bambina nata con sindrome di Down, risarcimento per il nato disabile, sentenza Cassazione 16754/12
4 marzo 2014 | 00:31
Mbeh avere un figlio disabile non è una passeggiata di salute e abortirlo non è solo semplificarsi la vita.
Sono scelte che non dovremmo discutere dall’esterno e deve decidere solo la madre, Infatti la legge sull’aborto non contempla, guarda caso, il parere del padre.
Mi piacerebbe leggere la sentenza prima di pontificare.
21 gennaio 2014 | 08:43
Ci penserà il PD a risolvere il problema colpa medica con il suo ddl sulla responsabilità medica e i contenziosi !!!!!!!!!!!!!
Non so se avete letto ciò il PD ha proposto come disegno di legge per la Responsabilità Medica da Malpractice e per metter mano ai contenziosi medico-paziente e ai risarcimenti dovuti a chi ha subito danni per negligenza, imperizia o imprudenza durante un parto, un intervento o una cura medica. Evito di dilungarmi sugli aspetti prettamente giuridici e costituzionali di una tale proposta che potrete trovare su questo link dell’avvocato Todeschini che si occupa di malpractice medica e che ha scritto questo articolo sull’Associazione Persona e Danno.
http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=category&id=235&layout=blog&Itemid=487&contentid=44350
Io come Medico posso dire che non condivido questa proposta che protegge all’inverosimile una categoria e il tutto viene venduto come se questa potesse risanare le spese folli della sanità, come se quei pochi risarcimenti civili fossero la causa della medicina difensiva e delle spese della Sanità. Non credo che questo sia vero e si può dimostrare facendo un analisi seria e dettagliata del problema. Guardate come alcuni Medici lasciano la documentazione clinica (carente, senza consensi, senza la possibilità molte volte di ricostruire l’accaduto ….), se avessero paura e facessero Medicina Difensiva le cartelle cliniche e i percorsi diagnostici terapeutici sarebbero esplicati nelle documentazioni nel modo migliore, non trovate? Allora cosa c’è dietro?…. vi lascio immaginare…. Mi chiedo e lo chiedo soprattutto a chi vota PD: siete sicuri in futuro di non incappare nella vostra vita in un danno, una lesione da malpractice? Sembra che il PD, vista la proposta di legge stilata da questa commissione (un po’ sbilanciata perche piena di persone che ha subito danni, di associazioni di pazienti e avvocati che difendono i pazienti da malpractice… scusate l’ironia) non abbia tra i suoi elettori che gli ha permesso di sedere al governo persone che soffrano per lesioni causate da una Malpractice medica. Per motivi di risparmio ed economici non si può togliere tutto sempre ai più “deboli” perché alla fine rimane ben poco per cui uno possa vivere e rispettare le regole civili. Meglio comportarsi correttamente, rispettare i diritti costituzionali e, come Medici, agire sempre informando di tutto ciò che si fa il paziente, riportare nelle documentazioni tutto il percorso diagnostico terapeutico che ha portato a quelle decisioni e a quel tipo di terapia e chiedere sempre il consenso per ciò che si fa senza prevaricare il diritto costituzionale dell’autodeterminazione.
Scusate se sono stato noioso ma spero che chi abbia ancora un po’ di senno alla Camera e al Senato e nelle Commissioni facciano tutto il possibile per fermare questa proposta di legge indecente e di parte che dovrebbe rimettere a posto i conti della sanità pubblica senza toccare i potentati ma solo la povera gente..
Antonio Giuseppe Malafarina 21 gennaio 2014 | 11:05
Caro lettore, sposo in pieno il suo incitamento a lavorare bene. Medici, politici e tutti quanti.
19 gennaio 2014 | 20:10
La questione sollevata non è diversa da quella che riguarda i cosiddetti casi di “malasanità”, che tante volte malasanità non sono. Va premesso che il medico risponde sia di colpa lieve che di colpa grave, in quanto la gradazione della colpa non è specificata nè nel C.C. nè nel C.P. La colpa, come è noto, riguarda le tre classiche fattispecie di imperizia, imprudenza o negligenza. Vari e successivi orientamenti giurisprudenziali, però, hanno ritenuto che in campo penale si risponde normalmente per colpa grave, in campo civile assume rilevanza anche la colpa lieve. La gradazione della colpa deve tenere conto delle circostanze, della difficoltà diagnostica, dei mezzi a disposizione, della preparazione e qualifica del medico e di tutta una serie di elementi oggettivi che richiedono ognuna una sua specifica valutazione. Ciò posto, però, la gradazione della colpa assume rilevo solo in campo penale, mentre in campo civile il danno sembrerebbe sempre risarcibile. Anzi, in campo penale, alcuni orientamenti giurisprudenziali recenti tendono a penalizzare fortemente l’imprudenza e la negligenza, mentre più tolleranza si avverte quando si va a valutare l’imperizia. Detto questo, resta da capire quando si realizza la fattispecie della colpa. Il medico, nell’esercizio della sua professione, deve mettere in atto tutte le strategie derivanti dalle linee guida internazionali per le sue prestazioni diagnostiche e terapeutiche. Si badi bene, che non è sufficiente che le linee guida siano validate e riconosciute a livello internazionale, ma devono essere le “migliori”. Se il medico, per ragioni anche di economia dell’ospedale dove lavora, di tempi ristretti, di mancanza di strumentazione adeguata, non adotta comunque la migliore strategia disponibile, risponde comunque in sede civile, anche se non poteva fare altrimenti. Su questo orientamento giurisprudenziale attuale, ovviamente, hanno trovato terreno fertile gli avvocati e le organizzazioni che curano i danni da malasanità, che si sono visti arrivare con gli orientamenti della giurisprudenza dell’ultimo decennio la cosiddetta manna dal cielo, essendo scontato che per il principio dell’affidamento chiunque entri in un ospedale deve uscirne in ogni caso e per definizione meglio di come ci è entrato. Da questo atteggiamento vessatorio nei confronti dei medici, spesso impossibilitati ad operare meglio di come fanno per oggettivi problemi organizzativi, è nata la “medicina difensiva”, che non ha di fatto risolto il problema, ma in compenso ha aumentato a dismisura i costi delle indagini diagnostiche ed i premi delle assicurazioni. A questo punto tocca dire due parole sul caso specifico. E’ evidente che il risarcimento va sicuramente a ricoprire le difficoltà della vita futura del disabile, ma la diagnosi precoce della trisomia 21 va fatta mediante l’amniocentesi, esame che non è privo di rischi, fra cui la perdita del feto. Infatti non è un esame che si fa di routine, ma solo in casi di rischio particolare (familiarità per trisomia 21, età avanzata della donna…). Se non vi è una situazione di rischio, nessun ginecologo si sognerebbe mai di far fare un’amniocentesi, ma siccome le migliori linee guida dicono che la diagnosi precoce è possibile, se la si fa il Magistrato condanna il medico a pagare i danni. Danni, che però il medico pagherebbe anche se in caso di esame negativo ne sortirebbe l’aborto del feto, perchè è stato un esame inutile. Come se ne esce? Senza una specifica legislazione il sistema si presta alla grande alla speculazione di chiunque, avvocati, organizzazioni, familiari stessi (non sempre esenti da colpe). Intanto, il medico risponde se non attua un’informazione la più completa possibile: occorre far firmare ai genitori montagne di carte di consenso informato, ma non basta “farlo firmare”, occorre accertarsi che che chi ascolta abbia capito cosa ha letto. Dopodichè sarà la donna e decidere se vuole l’amniocentesi o no, sapendo i rischi cui va incontro a farla ed a quelli cui va incontro a non farla. Questo vale per tutti gli interventi che non siano effettuati in condizioni di urgenza, ovviamente. Allo stesso modo, la donna in caso di risposta positiva del test può liberamente scegliere se praticare o meno l’IVG, pratica che a mio avviso è la sola legittimata a scegliere.
Chi vuole approfondire l’argomento, consiglio questo recente ed esaustivo articolo del dr. Ferrando pubblicato su altalex che si trova a questo link
http://www.altalex.com/index.php?idnot=64700
Antonio Giuseppe Malafarina 20 gennaio 2014 | 10:59
Caro lettore, grazie per l’accurata e utile argomentazione. Anch’io penso proprio sia il caso che si intervenga presto a regolamentare la questione. La medicina difensiva non giova a nessuno.
19 gennaio 2014 | 12:16
No non l’ho fraintesa, anzi ho apprezzato molto il suo articolo, mi riferivo al messaggio che passa dalle parole dell’avvocato e dalle parole del giornalista. Mi scuso se non sono stata chiara.
Si’ il cammino verso l’inclusione e’ ancora lungo, ma quello che voglio dire sulla mia esperienza di mamma di una bambina con sindrome di down e di amica di molti ragazzi adulti e’ che down e’ possibile e che la maggior parte dei ragazzi (forse non tutti certo!) mi dimostra ogni giorno serenità e consapevolezza. Rifiuto il concetto di infelici di cui parla l’avvocato. Ho ben altri diritti da rivendicare per mia figlia piuttosto che quello ad un risarcimento, per esempio quello all’inclusione, all’insegnante di sostegno e anche ad essere amati per quello che si e’.
Antonio Giuseppe Malafarina 20 gennaio 2014 | 10:24
Mi scusi lei, dunque. E son lieto ci si trovi sulla stessa linea. Continuiamo a batterci per l’inclusione rivendicando che anche le persone con sindrome di Down sanno amare e se qualcuna non riesce, beh.. succede anche a chi non è disabile!
18 gennaio 2014 | 16:07
Premetto che non ho mai giudicato la scelta di alcuna famiglia che abbia deciso di abortire un figlio con la sindrome, non giudico l’abbandono post-nascita, non ho alcun pregiudizio sulle indagini prenatali invasive per quanto abbia scelto consapevolmente e volontariamente di non sottopormi a esse, ma come madre e come donna sento il dovere di ribellarmi al messaggio che questi articoli e queste sentenze trasmettono. I precedenti sono pericolosi e creano cultura. In questo caso una cultura che non mi piace affatto.
Non può passare il messaggio che avere un figlio con la sindrome sia causa di un errore di un medico o che la famiglia abbia diritto ad un risarcimento, inclusi i fratelli e i nonni, mi chiedo e perché no i futuri compagni di scuola, le insegnanti, i vicini che sono costretti ad incontrarli in ascensore? I genitori hanno comunque due scelte: 1) quella di fare indagini prenatali adeguate, e ignorare quali esami daranno certezza sul numero di cromosomi del proprio figlio non e’ ammesso, e se lo ignorano e’ affar loro. 2) esiste la possibilità’ di none i conoscere il figlio e lasciarlo in ospedale, l’abbandono non e’ sempre la peggior scelta, offre una possibilità’ in più’ quella di essere scelti adottati e amati.
Non può passare il messaggio che una persona con sindrome di down non abbia la possibilità di avere rapporti interpersonali, autonomia e un reddito. L’avvocato li chiama “infelici” e definisce un “disastro” la nascita in una famiglia di un figlio con la sindrome di down. Ma ne ha davvero mai conosciuto uno? Quale sarebbe la ricerca accurata sul tema che cita il giornalista?
Conoscono molte persone con la sindrome di down che hanno relazioni interpersonali di qualità, possono divertirsi, possono avere una vita autonoma, possono studiare, possono amare, hanno delle opinioni, possono votare, e possono lavorare.
Con quel video, con questi articoli e con queste sentenze si rischia di invalidare il lavoro di decenni di famiglie e associazioni che si occupano di inclusione di persone con disabilita’ intellettiva.
Antonio Giuseppe Malafarina 19 gennaio 2014 | 10:47
Cara lettrice, credo no abbia inteso bene quanto da me scritto se mi accusa di far passare il messaggio che approvo l’idea che le persone con sindrome di Down siano infelici, infatti stigmatizzo proprio questa frase dell’avvocato e poi tutto il suo linguaggio. Sono del parere, pero, che tali persone, come tutte quelle disabili, non vivano in una società agevole, infatti esiste questo blog, esistono le associazioni ed esiste tutto un movimento, chiamiamolo così, volto ad ottenere condizioni sociali migliori. Se questo esiste è perché le persone disabili vivono una situazione di disagio. Negarla è disconoscere la realtà. Nel caso esaminato è stato riconosciuto un disagio ed io lo trovo ammissibile. Il lavoro fatto dalle famiglie e dalle associazioni è validissimo e fintanto che l’inclusione non è raggiunta dovrà continuare ad essere svolto per colmare il gap che la sentenza cerca di colmare, proprio come fanno famiglie e associazioni.
18 gennaio 2014 | 14:21
Commento dopo aver letto la sentenza per esteso, da giurista e da madre mancata, poiché in novembre ho abortito un bambino affetto da sindrome di Down.
Mi sono sottoposta agli esami credendo di sapere con certezza che cosa avrei fatto, e poi mi sono trovata a fronteggiare una decisione più complessa di quanto avessi preventivato. Alla fine, non so se abbia prevalso l’egoismo o il desiderio, appunto, di evitare a mio figlio una vita di difficoltà e anche di sofferenze fisiche. È stata una scelta consapevole e meditata, ma non mi sentirei di definirla giusta, né l’unica possibile.
Tuttavia, se è sancito un diritto del nascituro a nascere sano, esso dovrebbe esistere erga omnes, dunque anche a prescindere dal volere e dalle convinzioni etiche o religiose dei genitori. È accettabile questo? Dove ci porterebbe lo sviluppo di questo ragionamento, alla sterilizzazione dei disabili? All ‘ interruzione di gravidanza forzata? Al diritto dei disabili di agire in giudizio contro i genitori? Personalmente, credo che sarebbe stato più corretto risarcire unicamente i genitori.
Antonio Giuseppe Malafarina 19 gennaio 2014 | 09:36
Riflessioni interessanti e molto, grazie. La questione, secondo me, non può essere risolta da un post o da una sentenza della Cassazione. Esiste un diritto alla salute della madre ed esiste una tutela di chi è vittima della mancata applicabilità della legge, appunto ho trovato giusto il risarcimento. Certo che la deriva eugenetica mi terrorizza ed è per questo che penso che una posizione netta del legislatore in questo senso è utile. Certamente accompagnata da un serio e completo piano di riduzione dell’impatto della componente ambientale sulla disabilità. Nascere con disabilità deve coincidere con la garanzia che comunque la persona si possa esprimere pienamente nella società.
18 gennaio 2014 | 12:39
Mi perdoni, ma il problema posto dalla sentenza in commento é stato da Lei solo accennato. La decisione della Cassazione, lungi dall’avallare presunti “espedienti” di alcuni avvocati, affronta, come da Lei appunto – e purtroppo – ha solo accennato, la problematica relativa alla sussistenza, o meno, nel nostro ordinamento, del diritto a non nascere se non sani, ammettendo, per la prima volta, la configurabilità di un diritto al risarcimento del danno in capo al bambino nato disabile e non solo ai genitori per non aver potuto esercitare la libera scelta sulla possibile interruzione della gravidanza. Il punto focale della sentenza, dunque, è ben altro rispetto alla considerazione della condizione del disabile. É naturale che un paese civile deve consentire che tale condizione sia la migliore possibile; ma la questione trattata dalla sentenza é ben diversa e, comunque, si colloca a monte di quella oggetto del Suo intervento. Sotto tale unico profilo, a mio modo di vedere, occorre dunque chiedersi se la sentenza sia “giusta” oppure no.
Antonio Giuseppe Malafarina 19 gennaio 2014 | 09:16
Caro lettore, la sentenza stabilisce il diritto a un risarcimento per il bambino nato disabile perché qualcosa nel sistema informativo ha impedito alla madre il diritto di rifiutare quella nascita, diritto odioso a dirsi così ma concesso dalla legge. A me interessava mettere in luce questo aspetto. La sentenza in sé è ampiamente articolata e affronta diversi altri aspetti. Il diritto a non nascere se non sani ci riporta alla legge 194 e questo sarà trattato in una prossima discussione. Almeno questo è il mio intendimento.
17 gennaio 2014 | 15:15
è responsabilità del medico informare la diretta interessata di eventuali malformazioni o malattie congenite, oltre ad essere sua la colpa in caso di deformazioni dovute a cattivo operato.
La madre deve saper poter scegliere. Sulla questione risarcimento in nome della disabilità: invece di una mazzetta elargita alla nascita sarebbe più oppurtuno fornire al malato, lungo il suo percorso di vita, degli strumenti per rapportarsi alla realtà il meno disagevolmente possibile.
Antonio Giuseppe Malafarina 17 gennaio 2014 | 15:28
Sarcasmo a parte è proprio vero che sarebbe preferibile avere una società funzionante piuttosto che dover ricorrere ad un risarcimento per il mancato funzionamento della società. Grazie!
17 gennaio 2014 | 15:14
Il problema dei risarcimenti, a chi è danneggiato, madre o bambino verrà risolto dal ddl proposto dal PD in questi giorni che nello sforzo di tutelare una casta (a cui anch’io appartengo), con la scusa dell’enorme spesa per la medicina difensiva… baggianate…. vuole di fatto ridurre la possibilità di chiedere il risarcimento a 2 anni dai 5 per l’extracontrattuale e i 10 del contrattuale attuale. Lasciamo fuori il penale che già di fatto è impossibile vincere per lesioni e che con al prescrizione tutela bene il medico.
Vorrei però analizzare un passo di ciò che lei dice……. “La legge citata consente l’interruzione della gravidanza in caso si prospetti la nascita di una persona disabile, ma tale interruzione è consentita solo in virtù della salute della madre, e non in funzione dei diritti del nascituro……….. è parimenti vero che tutto ruota attorno alla salute della madre……….
Ma siamo sicuri di questo? La maggior parte degli InVisibili sono stati resi così da errori medici durante la gestione del parto (su questo è uscito ultimamente, e si può vedere su Pub Med, un lavoro Norvegese che dimostra che se i Medici non fossero stati negligenti, imperiti e imprudenti molti bambino sarebbero stati bene senza presentare problemi).
Inoltre se veramente è così importante la salute della mamma (e dei bambini) perchè si usano strumenti come la ventosa e il forcipe durante il parto che sono ritornate in auge per sostituire i cesarei (vedi CeDAP) che invece vengono concessi a ostetriche, neonatologhe , e per “bambini preziosi”?. Pensate i danni sfinteriali con la relativa incontinenza urinaria e fecale che rovina umanamente e socialmente per non dire altro una donna e la relativa famiglia.
“Ma se è solo la salute della madre a dover essere tutelata, perché quando il bambino nasce disabile gli deve essere concesso un risarcimento? Non sarà un espediente degli avvocati per ottenere risarcimenti più onerosi per le famiglie che assistono nelle controversie con gli ospedali che non hanno informato correttamente le madri…”
La nascita di un bambino con problemi sia per mancanza di informazione ( e vi assicuro che molte volte è fatta con “dolo”… basta che voi guardiate la tenuta e come sono fatte le cartelle cliniche per capire…..) che per decisioni negligenti, imperite, imprudenti o prese solo per rispettare obiettivi di riduzione dei costi mettendo in secondo piano la salute della donna, porta comunque a un cambiamento della vita famigliare che va e DEVE essere risarcita… altrimenti non resta che le legge del taglione dell’antichità o di paesi che noi riteniamo ingiustamente del …” terzo mondo”… e non è detto che noi non torneremo ad essere così.
Una buona e giusta informazione è la prima cosa nella tutela della salute che permette di potersi autodeterminare nelle scelte che ci riguardano.
Voi Giornalisti esaminate bene il problema sanità e risarcimenti, non cascate nel tranello che il deficit sia causato dalle richieste dei risarcimenti. Le lobby sono molto forte e i malati deboli e poco informati dei propri diritti. Ad ex non si può dire che un ginecologo deve pagare un assicurazione esorbitante, ma dite anche quando guadagna un ginecologo ostetrico in libera professione…. tanto poco da rinunciare a lavorare esclusivamente per l’ospedale…………
Antonio Giuseppe Malafarina 17 gennaio 2014 | 15:48
Gentile lettore, ringraziandola per il suo commento le faccio sapere che non credo nei ragionamenti cospiratori e basati sulla dietrologia. La legge sull’interruzione volontaria della gravidanza nasce per tutelare la salute delle donne e se questo principio certe volte non si attua voglio sperare che sia per l’impreparazione dei medici piuttosto che per un enorme meccanismo volto a cagionare interessi a qualcuno. Ai medici impreparati posso credere, ad un sistema che li coinvolge uno ad uno per renderli artefici di un gigantesco piano che porti benefici ad essi stessi e alla presunta casta di appartenenza mi viene un po’ più difficile affrancarmi. Iniziamo a fare buone leggi per una società migliore e a predisporre dei buoni apparati informativi, di formazione e di aggiornamento.
17 gennaio 2014 | 15:09
Conferire un risarcimento ad una disabilita’ causata da negligenza (come nel caso di un bambino con deficit cognitivi perche’ nato in ritardo e rimasto senza ossigeno in un momento critico o cose simili) e’ giustissimo, ma nei casi come quello presentato nell’articolo non e’ affatto giusto e proseguo a spiegare il motivo. Nell’articolo si giustifica il risarcimento come un sussidio adibito al mitigare l’effetto della disabilita’ (“la bambina potrebbe investire il risarcimento: per esempio comprando una propria abitazione dove ospitare genitori o fratelli che si prendano cura di lei”), ma cosa succede nei casi in cui la madre viene avvisata della possibilita’ della malattia e decide di tenere lo stesso il bambino? In quel caso, la disabilita’ della bambina viene gestito dalla famiglia e dallo stato sociale, che comunque mette a disposizione sussidi e piani sociali per migliorare la qualita’ delle persone disabili. Certo, lo stato sociale al momento non e’ sufficiente per aiutare queste persone a vivere una vita autonoma, ma proprio per questo sarebbe mille volte meglio evitare di dare grandi risarcimenti ad alcuni sottraendo denaro pubblico (perche’ i soldi del rimborso sono comunque erogati dal sistema sanitario nazionale, non personalmente dal medico che ha omesso di fare/comunicare i risultati dei test) che potrebbe essere impiegato per migliorare la vita di tutte le persone con la stessa disabilita’. Credo che tutti i disabili dovrebbero essere aiutati ad integrarsi nella societa’ e a condurre una vita quanto piu’ normale possibile, non solo quelli i cui genitori possono lamentarsi.
Mi lasci inoltre aggiungere che la famiglia che “non avrebbe portato avanti la gravidanza se avesse saputo della malattia” avrebbe comunque potuto tutelarsi lasciando la bambina in affido dopo la nascita. Infatti, l’atto dell’interrompere la gravidanza in caso di malattia non mi sembra assolutamente un atto a protezione del nascituro con disabilita’ , ma semplicemente un modo di semplificarsi la vita. Rispetto il diritto di scelta di ognuno e non giudico nessuno, pero’ faccio difficolta’ a comprendere certe scelte; dove segniamo il confine delle condizioni a cui e’ giusto mettere al mondo un bambino? Dire ” lo metto al mondo solo se e’ sano” e’ davvero diverso da dire ” lo metto al mondo solo se e’ maschio” oppure “lo metto al mondo solo se e’ biondo” etc. etc.? Premettendo che sono atea e a favore della libera scelta, mi permetto di scrivere una cosa del genere solo perche’ sono una donna in cinta che si e’ trovata a fare queste riflessioni mentre aspettava i risultati dei test clinici di routine per scoprire se il bambino era sano, e ancor prima di ricevere il risultato avevo deciso che l’avrei amato/a incondizionatamente fosse stato sano o non sano, maschio o femmina, bruno o biondo, bello o brutto…
Antonio Giuseppe Malafarina 17 gennaio 2014 | 16:04
Cara mamma lettrice, grazie del suo commento così personale e ogni bene per la nascita! Quanto al suo commento è chiaro che riporta alla mente annose considerazione sull’aborto in caso di disabilità, ovvero all’eugenetica. Ecco, leggendo la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza quello che balza agli occhi è proprio la questione della salute della madre e non del suo interesse personale. Il confine è molto sottile, ma per come è posta la legge è evidente che questa nasce per evitare derive eugenetiche ed infatti la possibilità di ricorrere all’interruzione della gravidanza è concessa solo se è la salute della madre ad essere messa in discussione e non se lo sono le sue convinzioni estetiche o culturali. Per quanto riguarda il risarcimento nel caso da me riportato è stato considerato giusto, tengo a precisare, ancor prima che dal sottoscritto dalla Cassazione e per questo siamo tenuti a doverlo considerare corretto. Per quello che mi riguarda, poi, ribadisco che secondo me è giusto risarcire perché data una legge è stata messa una persona nelle condizioni di non poterla esercitare e la conseguenza è stata la comparsa di un terzo, frutto di tale negligenza, esso stesso vittima del mancato esercizio della legge e costretto a subire le conseguenze sociali del danno. Bello sarebbe che non ci fosse bisogno di risarcimenti per alcuno. Doveroso, infine, per lo Stato occuparsi di tutte le persone con disabilità e delle loro famiglie.
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