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Timestamp: 2019-05-25 21:40:01+00:00

Document:
Cassazione Civile, Sez. Lav., 21 giugno 2017, n. 15376 - Diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale: necessario provare il danno da demansionamento
Presidente Nobile – Relatore Negri Della Torre
"Il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, dell’esistenza di un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare reddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno. Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicché non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento ma anche di fornire la prova ex art. 2697 c.c. del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con l’inadempimento datoriale"
Il giudice del rinvio riteneva, quanto alla domanda di assegnazione di mansioni differenti da quelle attribuite in sede di riammissione in servizio e di conseguente ricalcolo delle retribuzioni, che essa dovesse considerarsi generica e comunque infondata, posto che la norma di fonte collettiva, sulla quale il lavoratore aveva fondato la propria pretesa, poneva come condizione per l’automatica progressione, tra un grado e l’altro della categoria degli impiegati, il passaggio di un determinato periodo di tempo e peraltro sul presupposto che vi fosse stata nel corso del medesimo un’effettiva prestazione: periodo che, nella specie, non risultava invece maturato, anche sommando i vari rapporti a termine, stante l’impossibilità di prendere in considerazione gli intervalli non lavorati. Quanto poi alla domanda di risarcimento dei danni non patrimoniali, conseguenti alla mancata riammissione in servizio già a decorrere dalla costituzione in mora (e cioè dal 2/5/2004), la Corte di appello di Firenze osservava come il F. non avesse provato, e prima ancora allegato con precisione, quali fossero stati gli ulteriori e diversi pregiudizi sofferti a motivo di tale comportamento del datore di lavoro; né la loro individuazione poteva essere rimessa al giudice, a cui spettava soltanto procedere in via equitativa alla determinazione della misura risarcitoria.
Con il primo motivo, deducendo la violazione dell’art. 2103 c.c. e del CCNL di settore (art. 360 n. 3) nonché l’omesso esame di un punto decisivo ritualmente prospettato in causa (art. 360 n. 5), il ricorrente si duole della sentenza impugnata nella parte in cui la Corte territoriale ha affermato che la domanda concernente l’attribuzione di mansioni diverse e superiori rispetto a quelle assegnate era stata dedotta in modo generico, non avendo il lavoratore specificato né il grado rivendicato né le mansioni ad esso pertinenti, e altresì nella parte in cui aveva ritenuto che comunque l’automatica progressione della carriera avverrebbe sul presupposto della prestazione effettiva del servizio: affermazioni entrambe erronee, secondo il ricorrente, alla luce, la prima, del contenuto della domanda così come formulata in giudizio (e ribadita nei successivi scritti a difesa) e, la seconda, alla luce della formulazione degli artt. 4 e 5 del richiamato contratto collettivo. Con il secondo motivo, deducendo la violazione degli artt. 1223, 2043, 2059 e 2697 c.c. (art. 360 n. 3 c.p.c.) e 112 c.p.c. (art. 360 n. 4), nonché omesso esame di fatti decisivi ritualmente prospettati nel giudizio (art. 360 n. 5), il ricorrente censura la sentenza di appello nella parte in cui ha ritenuto che il lavoratore, pur avendone l’onere, e a fronte dell’assolvimento, se pure tardivo, dell’obbligazione retributiva da parte datoriale, non avesse allegato con precisione gli ulteriori e diversi pregiudizi sofferti nell’attesa della effettiva riammissione in servizio.
Si deve, in primo luogo, rilevare che i motivi proposti, laddove denunciano il vizio di cui all’art. 360 n. 5, risultano inammissibili.
Essi, infatti, dolendosi il ricorrente dell’omesso esame di "questioni" (cfr. ricorso, p. 16) e di "prospettazioni" (p. 29), anziché dell’omesso esame di fatti storici decisivi ai fini della ricostruzione fattuale, non si conformano allo schema normativo del nuovo vizio "motivazionale", quale risultante a seguito delle modifiche introdotte con il decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni nella l. 7 agosto 2012, n. 134, pur a fronte di sentenza depositata il 26 marzo 2014, e, pertanto, in epoca successiva all’entrata in vigore (11 settembre 2012) della novella legislativa.
Al riguardo, le Sezioni Unite di questa Corte, con le sentenze n. 8053 e n. 8054 del 2014, hanno precisato che l’art. 360 n. 5 c.p.c., come riformulato a seguito dei recenti interventi, "introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia)"; con la conseguenza che "nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6 e 369, secondo comma, n. 4 c.p.c., il ricorrente deve indicare il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie".
La conclusione risulta invero conforme all’inequivoco tenore letterale delle disposizioni dell’art. 5 CCNL 4/12/1979 e dell’art. 5 CCNL 9/3/1983: la prima, infatti, prevede che, ai fini degli avanzamenti automatici di carriera, debbano essere esclusi "soltanto i periodi di assenza volontaria salvo quelli per i quali viene corrisposto il normale trattamento economico" e che debbano essere considerati per il computo dell’anzianità "anche i periodi di servizio prestati presso aziende assorbite dall’Istituto", oltre al "periodo di servizio prestato presso precedenti aziende, in caso di fusione con l’Istituto"; la seconda prevede, agli stessi fini, in aggiunta ad una permanenza pari a sette anni in ciascuno dei gradi, "note di qualifica non inferiori a sufficiente anche non consecutive".
È chiaro, infatti, che la nozione di servizio "prestato", come l’esclusione dal computo dei periodi di "assenza" dal medesimo, riconduce all’effettivo svolgimento dell’attività lavorativa e si salda coerentemente con la previsione delle note di qualifica, le quali implicano - come è del tutto evidente - un lavoro concretamente esercitato, il solo a poter essere destinatario di una valutazione di merito.
Al riguardo, si osserva che la Corte di appello si è attenuta al principio di diritto, dettato in tema di risarcimento del danno non patrimoniale derivante da demansionamento e dequalificazione ma applicabile anche alla specifica fattispecie in esame, secondo il quale "il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, dell’esistenza di un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare reddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno. Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicché non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento ma anche di fornire la prova ex art. 2697 c.c. del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con l’inadempimento datoriale": Cass. n. 19785/2010. Conformi: Cass. n. 4712/2012; n. 6797/2013.

References: art. 2697
 sentenza 
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 art. 2697
 Cass. 
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