Source: http://www.corrieredellemigrazioni.it/category/rubrich/scor-date/
Timestamp: 2020-08-09 17:38:41+00:00

Document:
Scor-date Archives - Corriere delle Migrazioni
Il giorno in cui fu ucciso Ion Cazacu. Qualcuno ricorda la storia? Un delitto atroce, punito con una sentenza dura ma poi dimezzata, mettendo in dubbio l’omicidio volontario. Le parole di Nicoleta, la vedova, e di Florinda, una delle figlie.
Ion Cazacu, ingegnere rumeno che lavorava da operaio piastrellista nella ricca Gallarate, fu bruciato vivo dal suo datore di lavoro, Cosimo Iannece, il 14 marzo 2000. La sua “colpa”: aver chiesto di essere messo in regola. Morì un mese dopo, il 14 aprile, dopo atroci sofferenze per le ustioni che coprivano quasi il 90 per cento del corpo.
Iannece fu condannato a 30 anni sia in primo che in secondo grado (con il rito abbreviato per evitare l’ergastolo). Nel maggio 2003 la Cassazione ha annullato la sentenza per «carente motivazione» sull’effettiva volontà di uccidere dell’imputato e il 13 novembre dello stesso anno, davanti alla Corte d’Assise d’appello di Milano, si è aperto il nuovo processo concluso poi con la pena dimezzata, da 30 a 16 anni: è stata accolta la tesi della difesa di omicidio senza l’aggravante per motivi abietti. «Nel processo hanno cambiato anche i capi d’accusa; io e le mie figlie siamo rimaste sconvolte e deluse dalla giustizia italiana» disse amareggiata dopo la sentenza Nicoleta Cazacu, vedova di Ion.
Una sentenza «grave dal punto di vista politico per il messaggio che lancia», commentò all’epoca dei fatti l’avvocato Ugo Giannangeli, parte civile di Alina, una delle due figlie di Cazacu. Grave anche per l’indifferenza della maggior parte dei mezzi d’informazione.
Questo omicidio, quasi immediatamente dimenticato, entra nell’immaginario collettivo come un episodio di ordinaria e quasi quotidiana criminalità, invece che essere considerato un crimine barbarico da Medioevo. Dopo la sentenza questa fu la riflessione di Nicoleta Cazacu: «Una parte della gente sa cosa è successo a mio marito e fa finta di non saperlo, altre persone invece non lo sanno, ma tutte hanno qualcosa in comune: l’indifferenza. Quell’indifferenza che uccide e uccide soprattutto noi stessi».
Per favorire la memoria, quale antidoto dell’oblio e dell’indifferenza collettiva, per riportare una luce di giustizia sui fatti, trascrivo un frammento dell’intervista che feci alla figlia maggiore di Ion, Florina Cazacu, dopo che la Cassazione aveva annullato la sentenza nel maggio del 2003. L’intervista fu pubblicata il 29 maggio 2003 sull’ agenzia Migra News con il titolo «Ion Cazacu, bruciato per la seconda volta».
«Sono assolutamente sbalordita, non mi aspettavo una cosa simile. Non me lo aspettavo da loro: dalla giustizia. Affermano che non hanno avuto abbastanza prove per giudicare l’omicidio volontario. Non vorrei creare una polemica e intervenire nelle decisioni prese dai giudici: voglio credere che sappiano bene cosa hanno fatto. Ma mi sembra un po’ strano e non vorrei essere fraintesa: se uno porta benzina a casa di mio padre, gliela versa addosso e con il proprio accendino gli dà fuoco, cos’altro serve per capire se c’è o non c’è un omicidio volontario? Ripeto, non vorrei che questa mia osservazione qualcuno la prendesse per il verso sbagliato. Per me, anche se non posso essere obiettiva in questa storia, mi sembra sufficiente la prova dei fatti. Comunque, i giudici hanno preso questa decisione e avranno le loro ragioni».
Cosa significa per voi familiari questa decisione della Cassazione?
«Che dovremmo cominciare tutto da capo, tornando a Milano. Vedo la mia mamma stanca e distrutta. Lei era convinta che tutto fosse finito. C’è un abbattimento anche psicologico e morale. Il fatto stesso di tornare a Milano, non le dà pace. Per noi è molto difficile questo nuovo passaggio. Vorrei che finisse subito tutto».
Al tempo dell’intervista Florinda Cazacu aveva 21 anni ed era studentessa al secondo anno del corso di laurea in Giurisprudenza in Romania. Poliglotta: parla inglese, francese, spagnolo, italiano e certamente rumeno. Nata a Ràmnich Vàlcea (Romania) in un paese di 120.000 abitanti, ma viveva in Italia con un permesso di soggiorno “umanitario” e finanziava da sé i suoi studi. Non escludeva la possibilità di restare a vivere in Italia.
Suo padre migrò per l’Italia quando lei aveva appena 14 anni. Di lui cosa ricorda?
«Quando l’ho visto al mattino partire con le valigie sono rimasta molto triste. Ricordo ancora le parole che mi disse: “non essere triste, il tuo papa tornerà presto”. Il primo anno mi è mancato tanto e quando è tornato per la prima volta ero così felice che mi sono dimenticata della mia sofferenza quando era partito. Sentivo la gioia di quello che faceva, anche senza la sua vicinanza. Ero felice quando mi portava regali o semplicemente quando ci telefonava. Sapevo che lui non era venuto in Italia per il desiderio di conoscere un altro Paese. Lui l’aveva fatto per necessità. Aveva l’obbligo di portare avanti una famiglia. Per farci studiare, per vestirci, darci da mangiare».
Qual era l’immagine che lei aveva di quest’Italia?
«Quando mio padre ci telefonava dall’Italia mi credevo immersa in una favola per tutto quello che raccontava. E sognavo che un giorno anche noi lo avremmo raggiunto. Immaginavo l’Italia come un grande sole e credevo che il mondo fosse tutto rosa. Scoprii dopo che fra sogno e realtà, le cose erano e sono molto diverse. Che la vita non era così facile. Che si deve sempre lottare per andare avanti».
Qual è la difficoltà maggiore che ha trovato in Italia?
«Quando spiego a qualcuno che sono rumena, noto che certe persone fanno un passo indietro e mi sento guardata dai piedi alla testa. Sento una sensazione strana, come brividi. Questa è stata una delle difficoltà maggiori che ho vissuto. Personalmente potrei dire che sono americana o di un’altra nazione, per non sentirmi male. Ma io non provo vergogna di essere rumena. E lo dico anche se sento quella strana sensazione quando le persone fanno gesti come di distacco. Per fortuna non tutti sono così. Mi sono fatta amici e ho trovato persone con un cuore grande. Poi c’è una differenza tra il mio Paese e questo mondo. Noi siamo ancora tradizionalisti. In Romania ho vissuto cose che ancora qui non ho visto: una vita sociale più all’aperto, in piazza, per le strade. A fine anno si esce in strada per festeggiare, magari per bere un bicchiere di vino assieme a uno sconosciuto che come te festeggia. Questa stessa cosa abbiamo provato di riviverla con i miei qui: ma è stato impossibile. Qui quando ci hanno visti per strada sono scappati. Quasi come se avessero paura di noi. Non so perché: è una strana cosa. Forse noi siamo più comunicativi. Questo è uno dei motivi per i quali mi manca il mio Paese. E mi vien voglia di ritornare. Mi manca la Romania e mi manca il tempo di quando ero bambina assieme a mio padre».
Un’immensa tristezza, vero?
«Avevo 17 anni quando mi hanno tolto mio padre e io ho dovuto maturare in fretta. Ho dovuto fare la figlia e la mamma allo stesso tempo. Questa maturità mi ha portato ad avere una visione della vita che non possedevo. E questo è duro. Sento che ho una ferita che si chiuderà sì, ma lascerà per sempre la cicatrice. Se dovessi fare una fotografia di me, direi così: ho lasciato prematuramente quella bambina che credeva la vita fosse facile e ha dovuto imparare tutto in fretta e per forza. Mi hanno costretto a diventare adulta molto prima del tempo. Per questo c’è molta tristezza».
Ha un messaggio per gli italiani?
«Direi loro di lasciare tutto quell’odio che si trova in questo mondo e che cerchino di stare bene con se stessi. Poi di non fare tanta differenza tra loro e gli extra-comunitari, come sempre ci chiamano. Di considerare che tutti noi siamo partiti non per piacere, per divertimento. Siamo stati costretti a partire… Nessuno ama lasciare la propria gente, la propria cultura, la propria terra. Non è facile venire a vivere in un mondo che si vede strano, stranissimo».
Ma c’è qualcosa in particolare che chiederebbe agli italiani?
«Chiederei loro di offrirci almeno la possibilità dell’amicizia. Almeno questo. L’amicizia. E soprattutto di considerarci come persone. Persone come sono loro. Nient’altro».
Lei ha fatto notare più volte che siete chiamati extra-comunitari. Perché questa sottolineatura?
«Non mi piace questa parola. Quando la usano ho l’impressione che ci dividano. Sento che quando ci dicono extra-comunitari mettono da una parte il bene e dall’altra il male, il brutto, il cattivo. È vero che ci sono persone che arrivano in Italia e fanno danni, ma non si può giudicare un’intera popolazione per quello che ha commesso un singolo».
Due parole su Cosimo Iannece le vuol dire?
«Mi spiace per le sue figlie che non hanno colpa. Mi dispiace per loro che sono ancora piccole: credo che cresceranno in una società che tenderà ad emarginarle per il passato del padre. Però avranno la possibilità in un domani di “saldare i conti” con il padre. Magari quando uscirà dalla galera. Io questa possibilità non l’avrò mai. Quanto al padre, Cosimo Iannece, sarebbe stato sufficiente per me e per noi che lui riconoscesse i fatti. Non negandoli e macchiando la memoria di mio padre. Il ricordo di lui è l’unica cosa che ci hanno lasciato. E questa memoria non la cancelleremo né permetteremo che venga macchiata».
Tornando al recente annullamento della sentenza, può accadere secondo lei che Cosimo Iannece sia scarcerato? E in questo caso, vi sentirete sconfitte?
«Non credo che accada. Ma se così fosse, né mia madre né mia sorella e neppure io ci sentiremo sconfitte. Continueremo ad andare avanti. L’unica sconfitta in quel caso sarà la giustizia italiana.
16 aprile 2000 was last modified: Aprile 15th, 2014 by stefano galieni
Inizia il processo-linciaggio per i nove di Scottsboro. Una vergogna lunga 80 anni. Erano afroamericani e vennero ingiustamente condannati per due stupri mai avvenuti. Fino a che punto sono cambiati gli Usa?
Il nome di Rosa Parks è noto a molte persone perché dal suo arresto il 1 dicembre 1955 – si rifiutò di cedere il posto a un bianco – prese il via la lotta (lunga 381 giorni) vincente contro la segregazione sugli autobus a Montgomery, in Alabama, una tappa importantissima per sgretolare l’apartheid negli Stati Uniti.
Era una militante Rosa Parks e aveva iniziato le sue battaglie contro il razzismo giovanissima, oltre 20 anni prima, impegnandosi per «i 9 di Scottboro». Ma quella vicenda si concluse – con una “grazia” postuma – non dopo 381 ma dopo oltre 29 mila giorni, cioè 80 anni dopo.
Così la vicenda viene ricostruita da un articolo dell’avvocato Tommaso Rossi sulla rivista on line Fatto & diritto del 7 aprile 2013, sotto il titolo «Alabama 80 anni dopo: la grazia per riscattare le ingiustizie subite dai 9 innocenti noti come “Scottsboro Boys”».
«USA, 07. 04. 2013 – Anni e anni di processi, rinvii e riaperture dovuti al razzismo degli anni ‘30 che non ammetteva, per gli afro-americani, presunzione di innocenza fino a prova contraria. La legge votata all’unanimità giovedì dal Parlamento dell’Alabama sulla grazia postuma riporta alla luce le storie di 9 ragazzi neri, le cui vite furono distrutte da un’accusa di stupro nei confronti di due ragazze bianche, e la volontà dello Stato dell’Alabama di correggere i propri errori giudiziari a 80 anni di distanza. Correva l’anno 1931, l’America era ancora in piena depressione. Il 25 marzo di quell’anno nove ragazzi di età compresa tra i 12 e i 19 anni, afroamericani in un Alabama cuore del razzismo, viaggiavano su un treno merci diretto da Chattanooga a Memphis, in cerca di fortuna. Lo scontro, verbale e fisico, con un gruppo di giovani bianchi che si trovavano sullo stesso treno: tra i bianchi due donne, Ruby Bates e Victoria Price, originarie di Huntsville, che una volta giunte alla stazione di Scottsboro accusarono i ragazzi di colore di averle violentate. Un’accusa simile, e ancor più il colore della loro pelle, esposero i ragazzi dapprima al rischio di linciaggio, poi ad un ingiusto processo.
Olen Montgomery, Clarence Norris, Haywood Patterson, Ozie Powell, Willie Roberson, Charles Weems, Eugene Williams, Roy Wright, Andy Wright: una giuria composta da soli bianchi li dichiarò tutti colpevoli, senza tentare veramente di scoprire l’andamento dei fatti. Un processo durato 3 giorni (6-9 aprile 1931) alla fine del quale per tutti, eccetto che per il ragazzino di 12 anni, Roy Wright, condannato all’ergastolo, fu espressa sentenza di morte, anche se la condanna non fu mai eseguita. L’anno seguente la Corte Suprema dell’Alabama riconfermò la sentenza per tutti eccetto il tredicenne Eugene Williams. Il 7 novembre del ‘32 la Corte Suprema Americana sentenziò l’avvio di un secondo processo in quanto nel primo era stato negato agli imputati il diritto alla difesa, in violazione del quattordicesimo emendamento. Nel gennaio del ‘33 l’avvocato Samuel Leibowitz assunse la difesa degli imputati. Nonostante la Bates avesse ritrattato la sua accusa di stupro, si giunse allo stesso verdetto di colpevolezza per gli imputati. Dopo un nuovo ricorso, la Corte Suprema Americana si pronunciò a favore degli imputati (1935) e ordinò un nuovo processo in quanto la legge dell’Alabama escludeva le persone di colore dal far parte della giuria. Nel 1937 vennero assolti, dopo 6 anni già scontati, Willie Roberson, Olen Montgomery, Eugene Williams e Roy Wright. Tra il ‘43 e il ‘50 anche gli altri vennero rilasciati in libertà condizionale, eccetto Haywood Patterson che evase nel 1948 e trovò rifugio in Michigan. Nel ‘76 Clarence Norris, l’ultimo sopravvissuto degli Scottsboro boys, ottenne la grazia dal governatore George Wallace. Gli altri, già morti, dovranno attendere il 04. 04. 2013, il 45° anniversario dell’uccisione di Martin Luther King. Giovedì il Parlamento dell’Alabama ha infatti votato all’unanimità una legge per concedere la grazia postuma, che potrà così finalmente essere concessa agli Scottsboro Boys e rendere giustizia quantomeno alla loro memoria.
Nulla cancellerà l’ingiusto dolore provocato a quei ragazzi, le cui storie di vita furono brutalmente distrutte da ingiuste accuse e reiterate condanne emesse da tribunali razzisti. L’Alabama, 80 anni dopo, cerca di fare ammenda concedendo la grazia postuma: un tentativo di correggere errori del passato che rovinarono la vita dei giovani innocenti afroamericani.
Il caso degli Scottsboro boys, che divenne emblema di ingiustizia razziale, fu raccontato in numerosi libri (1950, Pattenson, Scottsboro Boy; 1979, Norris, The Last of the Scottsboro Boys; 1969, Dan T. Carter, Scottsboro: A Tragedy of the American South; 1994, James Goodman, Stories of Scottsboro) film (Judge Horton and the Scottsboro Boys, 1976) e canzoni (Leadbelly, Scottsboro Boys).
Dal 2010 è inoltre operativo lo Scootsboro Boys Museum & Cultural Center, situato appunto nella città di Scottsboro a pochi metri di distanza dal tribunale in cui i ragazzi subirono il primo ingiusto processo per stupro. Fortemente voluto dalla signora Sheila Washington, il museo mira a far conoscere la vera storia degli Scottsboro Boys e conserva, tra gli altri, articoli di giornale degli anni ‘30 relativi al caso, foto dei processi e francobolli venduti negli anni ‘30 per raccogliere soldi per la difesa dei ragazzi».
Sul sito «Canzoni contro la guerra» (http://www.antiwarsongs.org) trovate il testo di Lonesome Jailhouse Blues di Barbara Dane. Per chi conosce l’inglese, eccolo.
Cause this old jail got lonesome,
I tried to eat my breakfast, but I couldn’t for shedding tears
Til I have worn out all my shoes.
I wouldn’t treat a dog like some people are treating me.
They treat me like some anima
Well I don ’t know Alabama, ‘cause Alabama’s not my home,
I’m sorry for the day I was born.
Well I’m singing this song ‘cause I want everyone to know
Il breve testo che – sul sito «Canzoni contro la guerra» – accompagna questo blues spiega che fu scritto da Olen Montgomery, uno degli “Scottsboro Boys”, il quale all’epoca dei fatti aveva 17 anni e trascorse in carcere ben 5 anni prima di essere prosciolto da ogni accusa. L’album, inciso nel 1973, si intitola I Hate the Capitalist System e nell’introdurre la canzone, Barbara Dane ricorda che la eseguì il 17 maggio 1970 durante un meeting del GIs Movement, il movimento dei soldati statunitensi contro la guerra in Vietnam, cioè «in un momento in cui molti di loro, bianchi e neri, stavano in galera per essersi ribellati e essersi rifiutati di andare a combattere una guerra ingiusta… In galera, come gli innocenti di Scottsboro».
Ma oggi quanti sono gli afroamericani (o i nativi americani) in galera per processi farsa come Scottsboro? Leggete cosa, nel gennaio 2014, scrive Johanna Fernandez che è nella squadra legale di Mumia Abu Jamal – il testo completo è qui: Quello che Fox News mi ha impedito di dire – protestando contro la disonestà dell’informazione negli Usa: «Mumia è uno Scottsboro Boy dei nostri giorni e dobbiamo esigere che la Pennsylvania riveli la sua innocenza oggi, non 80 anni dopo al modo in cui l’Alabama ha fatto con i ragazzi di Scottsboro.
6 aprile 1931 was last modified: Aprile 9th, 2014 by Stefania Ragusa

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza