Source: https://www.laleggepertutti.it/161240_incidente-stradale-con-animali-selvatici-come-chiedere-il-risarcimento
Timestamp: 2018-08-18 14:40:42+00:00

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Incidente stradale con animali selvatici: come chiedere il risarcimento
Responsabilità della Regione o della Provincia per l’attraversamento della strada di un cinghiale, un daino, un capriolo o altro animale selvatico.
Se un animale selvatico, come un cinghiale, un capriolo o un daino, attraversa la strada e causa un incidente stradale, l’automobilista che sia sbandato e abbia urtato contro il muro di contenimento o contro un’altra auto ha diritto a chiedere il risarcimento all’ente proprietario della strada (il Comune, la Provincia, la Regione). Ciò vale anche se la rete attorno alla carreggiata è integra e non risulta danneggiata. La pubblica amministrazione ha, infatti, una posizione di garanzia nei confronti degli utenti della strada che le impone quella che si definisce «responsabilità oggettiva», che scatta anche se questa non ha alcuna colpa per l’evento. È escluso solo il caso in cui l’automobilista sia a sua volta colpevole del mancato rispetto delle regole di prudenza (si pensi a un eccesso di velocità). A chiarire queste regole è la Cassazione, con una recente sentenza [1] che spiega come chiedere il risarcimento in caso di incidente stradale con animali selvatici.
Il nostro Paese è una penisola attraversata dagli Appennini, una catena montuosa in cui è facile imbattersi in animali selvatici. Il caso più frequente è quello dei cinghiali. E sono proprio questi ultimi la ricorrente causa di incidenti stradali. Per tutelare la circolazione, quindi, l’ente titolare della strada deve adottare idonei strumenti per impedire gli incidenti. Innanzitutto la segnaletica, che avvisa gli automobilisti della possibilità di attraversamento della strada da parte dei suddetti animali selvatici. In secondo luogo provvedendo a una recinzione della strada, recinzione che deve essere sempre in buono stato di manutenzione, onde evitare che, in eventuali buchi, si possa intrufolare un animale, anche se piccolo.
Se queste regole non vengono rispettate, l’automobilista può chiedere di essere rimborsato delle spese necessarie a riparare l’auto a seguito dello scontro e delle eventuali lesioni fisiche riportate a seguito dell’impatto con l’animale o con altri ostacoli.
Ma quale trafila bisogna seguire per chiedere il risarcimento in caso di incidente stradale con animali selvatici?
La prima cosa da fare è, ovviamente, fotografare il luogo del sinistro, l’animale (se ancora presente sulla strada), l’auto e gli eventuali danni. Sarà necessaria una foto panoramica del posto e una ai singoli dettagli del mezzo e dei punti di urto. In questo modo si adempie al primo onere della prova: dimostrare il fatto, ossia l’incidente.
La seconda cosa da curare per chiedere il risarcimento in caso di incidente stradale con animali selvatici è più complicata: dimostrare il rapporto di causa ed effetto tra la presenza dell’animale selvatico sulla strada e l’incidente (ciò è necessario per escludere che l’impatto possa essere stato determinato da altre circostanze come, ad esempio, una distrazione del conducente). A tal fine la cosa migliore è valersi di testimoni, che possono essere eventuali passeggeri all’interno della propria auto o terzi. Il testimone deve essere pronto a dichiarare l’improvvisa comparsa dell’animale selvatico sull’asfalto; invece il fatto che la rete a margine della strada sia trovata intatta non esonera dalla responsabilità all’amministrazione, ma piuttosto denota un’insufficiente opera di sorveglianza da parte di quest’ultima.
Di solito, l’intervento delle forze dell’ordine che stilano il verbale è un ottimo punto a favore dell’automobilista, anche se qualche giudice – volendo fare il puntiglioso (e succede spesso) – potrebbe affermare che, essendo il verbale una ricostruzione “a posteriori” – esso non è in grado di determinare con certezza la vera causa dell’incidente.
Il terzo elemento di prova è l’entità dei danni. A questo proposito “tutto fa brodo”: servono innanzitutto le foto dell’auto danneggiata, i preventivi di spesa o le eventuali fatture per riparazioni già eseguite; in caso di danni al conducente, i certificati del pronto soccorso, le spese mediche, il certificato di avvenuta guarigione del medico curante (che determina il totale dei giorni di invalidità subiti) e – meglio ancora, in caso di danni fisici consistenti – una perizia di un medico legale di parte.
Tutta questa documentazione va inviata all’amministrazione titolare della strada: la Provincia, la Regione, il Comune, la società autostrade, ecc. Ovviamente, con la documentazione va allegata una richiesta di risarcimento, indicando una descrizione del sinistro: data, orario, luogo, indicazione dei mezzi coinvolti, numero patente, targa del mezzo, ricostruzione della dinamica, generalità di eventuali testimoni, giorni di prognosi riconosciuti al pronto soccorso.
Cosa può impedire il risarcimento del danno? L’unico modo che ha l’ente titolare della strada per sottrarsi alla richiesta di risarcimento del danno è dimostrare che l’incidente è avvenuto per «caso fortuito», ossia che la presenza dell’animale selvatico sulla carreggiata è dovuta a un fatto imprevedibile e inevitabile: ad esempio un’improvvisa rottura della recinzione ad opera di vandali avvenuta «di recente», tanto «recentemente» da impedire il pronto intervento di manutenzione per riparare il danno. Oppure è il caso dell’eccesso di velocità dell’automobilista danneggiato.
Il fatto che invece la recinzione sia intonsa al momento dell’incidente stradale conferma che l’incidente non è stato determinato da un fattore esterno imprevedibile e inevitabile. Il che implica il diritto del conducente al risarcimento dei danni.
La giurisprudenza sul risarcimento del danno da incidente per animali selvatici
Si è formata ampia giurisprudenza sul tema degli incidenti stradali da animali selvatici. Secondo il Tribunale di Perugia [3], l’ente proprietario di una strada non risponde dei sinistri dovuti ad animali, a meno che le caratteristiche dei luoghi gli impongano particolari cautele. La legge [4] – si legge in sentenza – lascia alle Regioni a statuto ordinario l’emanazione di norme per controllo e protezione delle specie selvatiche. Ma il potere di gestire la fauna non significa che la Regione risponda di ogni danno: esso si deve ricollegare a condotte dell’ente, come consentire l’anomala presenza «di molti animali selvatici» o «di fonti incontrollate di richiamo» della selvaggina o non adottare «tecniche di captazione degli animali» verso le aree boscose e lontane da strade e abitati.
Attenzione però: come ha chiarito la Cassazione [5], è vero che la legge attribuisce alla Regione il compito di gestire la fauna selvatica e, quindi, anche la relativa responsabilità per gli incidenti stradali da questa prodotta, ma è anche vero che la Regione può delegare la Provincia di tali compiti; e in tal caso a risarcire sarà quest’ultima.
Di avviso più severo una sentenza della Cassazione del 2014 [6] secondo cui l’automobilista è tenuto a dimostrare anche un comportamento colpevole della Pubblica amministrazione non potendo questa essere tenuta a recintare tutte le strade. Per il risarcimento dei danni conseguenti a incidenti stradali da animali selvatici è necessaria – si legge in sentenza – «l’individuazione di un concreto comportamento colposo ascrivibile all’ente pubblico». Nessuna richiesta di risarcimento può quindi spettare se non emergono «prove dell’addebitabilità del sinistro a comportamenti imputabili alla Regione o all’Anas, non potendo costituire oggetto di obbligo giuridico la recinzione di tutte le strade e la segnalazione generalizzata di tutti i perimetri boschivi». Anche perché, evidenziano i Giudici, sì la «gestione della fauna» incombe sulla Regione, ma ciò non «comporta» automaticamente che «qualunque danno a vetture circolanti», cagionato dalla «fauna», sia «addebitabile alla Regione», senza la ‘prova provata’ di una «condotta omissiva», come, ad esempio, la «anomala incontrollata presenza di molti animali selvatici».
Più di recente la Cassazione è tornata a sposare una tesi favorevole all’automobilista [7]: in un sinistro stradale avvenuto tra un’automobile e un cinghiale è stata così riconosciuta la responsabilità della Provincia per non aver adoperato le risorse attribuitele dalla Regione per proteggere le strade da questi episodi e comunque per segnalare il pericolo di attraversamento da parte di animali selvatici. L’Ente, infatti, ha il dovere di monitorare e controllare la presenza della fauna e il numero dei cinghiali.
[1] Cass. sent. n. 11785/17.
[2] La responsabilità ex art. 2051 cod. civ. dell’ente titolare della strada, ricordano gli “ermellini”, ha natura oggettiva: chi trae profitto dalla cosa (la strada) deve assumersene pure il «rischio da custodia» perché ha il potere di controllo su di essa e deve sopportarne anche gli svantaggi. E la regola vale soprattutto per le autostrade, dove i veicoli marciano ad alta velocità e serve un’adeguata attività di vigilanza per prevenire gli incidenti.
[3] Trib. Perugia, sent. del 6.10.2015.
[4] L. n. 157/1992
[5] Cass. ord. n. 12944/15 del 23.06.2015.
[6] Cass. sent. n. 9276/14 del 24.04.2014. In questo senso anche il Trib. Aquila sent. n. 644/2015 secondo cui, sebbene «l’articolo 9 della legge 157/92 attribuisce alle Regioni le funzioni di programmazione e coordinamento in materia faunistica, nonché compiti di orientamento, controllo e sostitutivi in caso di inerzia, riconoscendo viceversa alle Provincie esclusivamente funzioni amministrative» e sebbene «l’obbligo di predisporre e fornire piani ed indirizzi generali per la pianificazione e l’attività faunistico-venatoria (fra cui anche l’individuazione di criteri per la determinazione dei risarcimenti in favore di proprietari o conduttori di fondi rustici per i danni arrecati alle produzioni agricole, con esclusione quindi di quelli connessi alla circolazione stradale)» spettino alle regioni, non si può pretendere un risarcimento senza provare la loro responsabilità.
[7] Cass. sent. n. 11210/2017. Così anche Cass. sent. n. 15146/2016.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 22 marzo – 12 maggio 2017, n. 11785
Presidente Spirito – Relatore Spaziani
La Corte di Appello di Milano, in riforma della sentenza emessa dal Tribunale della stessa città, ha rigettato la domanda proposta da M.M. , il quale aveva convenuto in giudizio la società Milano Serravalle-Milano Tangenziali s.p.a., chiedendone la condanna al risarcimento dei danni non patrimoniali subiti in conseguenza del sinistro verificatosi il (omissis) , allorché, mentre alla guida di un’autovettura affidatagli dal datore di lavoro percorreva a velocità regolare l’autostrada (…), in direzione (omissis) , non aveva potuto evitare di collidere con un capriolo che, provenendo dalla carreggiata opposta, aveva saltato il divisorio centrale ed aveva improvvisamente attraversato quella sulla quale egli viaggiava, proprio nel momento del suo passaggio.
Per quel che ancora rileva, la Corte di Appello ha attribuito rilevanza decisiva, in funzione dell’esclusione della responsabilità della società di gestione dell’autostrada, alla circostanza – accertata dalla Polizia Stradale in occasione dell’ispezione dei luoghi effettuata nell’immediatezza dell’incidente e descritta nella relazione redatta dagli agenti e prodotta dallo stesso attore – che la rete di recinzione esterna della sede autostradale, nel tratto interessato dal sinistro, era risultata integra.
Secondo la Corte territoriale, precisamente, la predetta circostanza, in primo luogo, impediva di formulare un giudizio di responsabilità della società ai sensi dell’art. 2051 c.c., in quanto l’ignoranza in ordine alle modalità, al tempo e al luogo di ingresso dell’animale nella sede autostradale non consentiva di affermare la sussistenza del rapporto di causalità tra la cosa in custodia della convenuta-appellante e il sinistro che aveva causato i danni lamentati dall’attore-appellato.
In secondo luogo, ad avviso della Corte di Appello, la medesima circostanza escludeva altresì la possibilità di ritenere la società di gestione dell’autostrada responsabile ai sensi dell’art. 2043 c.c., non potendo formularsi a suo carico nessuna censura di negligenza e non essendo da essa prevedibile né prevenibile l’anomalia rappresentata dall’ingresso in autostrada dell’animale.
Propone ricorso per cassazione, sorretto da due motivi, M.M. . Resiste con controricorso la Milano Serravalle-Milano Tangenziali s.p.a.. Entrambe le parti hanno depositato memoria.
La questione preliminare relativa all’improcedibilità del ricorso per mancato deposito della copia notificata della sentenza impugnata, sollevata nella relazione depositata ex art. 380-bis c.p.c. e ribadita dalla società controricorrente nella memoria ex art. 378 c.p.c., è infondata.
La ratio della disposizione contenuta nell’art. 369, secondo comma, n. 2, c.p.c., secondo cui il ricorrente ha l’onere di depositare nei venti giorni dall’ultima notificazione, a pena di improcedibilità, il ricorso con copia autentica della sentenza impugnata completa della relazione di notificazione se avvenuta, risiede nell’esigenza di consentire alla Corte di legittimità non solo di conoscere il contenuto del provvedimento impugnato ma anche di verificare la tempestività dell’impugnazione ai sensi degli artt. 325 e 326 c.p.c..
È pertanto evidente che tale onere non può ritenersi sussistente nell’ipotesi in cui la notificazione del ricorso si sia perfezionata, dal lato del ricorrente, entro il sessantesimo giorno dalla pubblicazione della sentenza, poiché in tal caso il rispetto dei termine breve di cui all’art. 325, secondo comma, c.p.c. è reso manifesto dal collegamento tra la data di pubblicazione della sentenza e quella della notificazione del ricorso (Cass. 10/07/2013, n. 17066; Cass. 22/09/2015, n. 18645).
Ciò è quanto è accaduto nel caso di specie, nel quale la sentenza impugnata risulta depositata il 5 novembre 2014 e il ricorso per cassazione risulta notificato il 17 dicembre 2014.
Il ricorso medesimo è dunque procedibile.
Con il primo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 2051 e 2043 c.c.) il ricorrente censura la decisione impugnata anzitutto nella parte in cui ha escluso la responsabilità della società in qualità di custode dell’autostrada.
Rammenta che la responsabilità prevista dall’art. 2051 c.c. ha carattere oggettivo sicché, ai fini della sua configurazione, è sufficiente che l’attore dimostri il nesso di causalità tra l’evento dannoso e la cosa in custodia potendo il custode liberarsi solo fornendo la prova del caso fortuito.
Evidenzia che, con riguardo alle autostrade, è in genere configurabile un potere di custodia in capo alla società deputata alla relativa gestione, in ragione dei poteri effettivi di disponibilità e controllo che le sono attribuiti.
Afferma che, pertanto, nel caso di specie, sussistendo un rapporto di custodia, rilevante ai sensi dell’art. 2051 c.c., tra l’autostrada e la società di gestione (ed avendo egli debitamente provato l’evento dannoso consistito nella collisione con l’animale selvatico, nonché il nesso causale tra tale evento e l’autostrada in custodia), la Milano Serravalle-Milano Tangenziali s.p.a. avrebbe potuto liberarsi dalla responsabilità soltanto provando che l’ingresso in autostrada dell’animale era stato determinato da un fattore imprevedibile ed inevitabile qualificabile in termini di “caso fortuito”.
Il ricorrente censura inoltre la sentenza impugnata anche nella parte in cui ha escluso la possibilità di ritenere responsabile la società di gestione dell’autostrada ai sensi dell’art. 2043 c.c.. Deduce al riguardo che, avendo egli dato prova dell’anomala presenza di un animale selvatico sulla sede autostradale, sarebbe spettato alla convenuta provare gli eventuali fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità dell’utente di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la suddetta anomalia.
Con il secondo motivo (omesso esame e motivazione su un fatto decisivo per il giudizio ed oggetto della controversia tra le parti), il ricorrente si duole che la pronuncia impugnata abbia valorizzato, ai fini della decisione di rigetto della domanda risarcitoria, la circostanza che la recinzione posta in corrispondenza della carreggiata sulla quale si era verificato il sinistro era stata trovata integra dagli agenti della Polizia Stradale intervenuti sul posto, omettendo di considerare che l’animale selvatico era entrato nella sede autostradale dalla carreggiata opposta ed era balzato dinanzi alla sua autovettura dopo aver saltato il divisorio centrale.
Le censure svolte nella prima parte del primo motivo sono fondate.
Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, la responsabilità per i danni cagionati dalle cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c., ha natura oggettiva e trova fondamento nell’esigenza che chi trae profitto dalla cosa assuma anche il rischio per i danni che la cosa medesima possa arrecare a terzi (Cass. 19/05/2011, n. 11016; Cass.25/07/2008, n.20427).
Essa dunque presuppone unicamente l’esistenza del nesso eziologico tra l’evento dannoso e la cosa nonché l’esistenza della relazione custodiale tra quest’ultima e il responsabile, al quale la responsabilità viene imputata a prescindere da ogni accertamento di colpa, per il fatto di essere il titolare del “potere di governo” della cosa, inteso come potere di controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano insorte e di escludere i terzi dal contatto con essa. Incisivamente si è evidenziato, in proposito, che non si deve parlare di “colpa nella custodia” (atteso che il custode negligente non risponde in modo diverso dal custode perito e prudente, se la cosa ha provocato danni a terzi) ma di “rischio da custodia”, in quanto la responsabilità è imputata a colui che, avendo di fatto il potere di effettivo controllo e disponibilità della cosa, è chiamato a sopportarne anche gli incommoda (Cass.19/02/2008, n.4279; Cass. 19/05/2011, n.11016).
L’accertamento della relazione custodiale, in quanto presuppone l’accertamento del potere di effettivo controllo e vigilanza sulla cosa, deve essere condotto in concreto e, con riguardo al demanio stradale, soggetto ad un uso generalizzato da parte della collettività, va effettuato tenendo conto dell’estensione della strada, della sua posizione e della sua ubicazione, nonché delle dotazioni e dei sistemi di assistenza che la connotano (Cass. 06/07/2006, n.15383; Cass. 12/07/2006, n.15779; Cass. 22/04/2010 n.9546).
Con particolare riguardo alle autostrade, attesa la loro natura destinata alla percorrenza veloce in condizioni di sicurezza, l’apprezzamento relativo all’effettiva possibilità del controllo, alla stregua dei suddetti parametri, induce ad una conclusione in via generale affermativa e dunque a ravvisare la sussistenza di una relazione custodiale, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2051 c.c., tra l’autostrada e la società proprietaria o concessionaria, la quale è chiamata a svolgere un’adeguata attività di vigilanza in funzione della prevenzione e della eliminazione delle eventuali cause di pericolo per gli utenti (Cass. 06/07/2006 nn. 15383 e 15384; Cass. 2 luglio 2007 n. 2308; Cass. 29/03/2007, n.7763).
L’accertamento del nesso eziologico tra la cosa e l’evento dannoso prescinde dall’accertamento dell’intrinseca pericolosità della cosa e richiede soltanto che il danno derivi da essa costituendo l’esplicazione della sua concreta potenzialità dannosa. Il nesso pertanto sussiste sia in relazione ai danni verificatisi per effetto della connaturale forza dinamica della cosa sia in relazione a quelli determinatisi per effetto dell’insorgenza in essa di un processo dannoso provocato da agenti esterni (Cass. 28/03/2001, n.4480; Cass. 29/11/2006, n. 25243; Cass. 29/03/2007, n.7763; Cass. 19/05/2011, n.11016).
L’onere di provare l’esistenza del nesso eziologico tra la cosa e l’evento lesivo incombe sul danneggiato (Cass. 08/05/2008, n. 11227). Precisamente, atteso che la responsabilità presunta per danni da cose in custodia è configurabile anche con riferimento ad elementi accessori, pertinenze inerti e qualsivoglia altro fattore che, a prescindere dalla sua intrinseca dannosità o pericolosità, venga a interferire nella fruizione del bene da parte dell’utente, la dimostrazione che il danneggiato è chiamato a fornire concerne il verificarsi dell’evento dannoso e il suo rapporto di causalità con il bene in custodia (Cass. 05/02/2013, n. 2660 Cass. 19/05/2011, n. 110168).
Spetta invece al custode la prova liberatoria del caso fortuito, ossia dell’esistenza di un fattore estraneo avente impulso causale autonomo che, per il suo carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso causale (Cass. Cass. 05/02/2013, n. 2660; Cass. 13/07/2011, n. 15389; Cass. 07/07/2010, n,16029; Cass. 08/05/2008, n.11227).
Avuto riguardo ai surrichiamati principi, non può che ritenersi errata in diritto la sentenza impugnata, la quale ha ritenuto che la circostanza – accertata dalla Polizia Stradale – che la rete di recinzione autostradale fosse integra al momento dell’incidente, escludesse il nesso eziologico tra la cosa in custodia e l’evento dannoso.
Ai sensi dell’art. 2051 c.c., infatti, spettava al M. dimostrare il nesso causale tra cosa in custodia ed evento lesivo, e cioè che il danno da lui riportato era conseguenza della inattesa e imprevista presenza sulla carreggiata di un animale selvatico con cui non aveva potuto evitare la collisione; mentre incombeva sulla società di gestione autostradale dare la prova del fortuito, in sostanza deducendo che la presenza del capriolo sulla carreggiata era stata determinata da un fatto imprevedibile e inevitabile, quale, ad es., la rottura della recinzione, che non era stato possibile riparare tempestivamente, ad opera di vandali, oppure l’inopinato abbandono dell’animale sulla sede autostradale ad opera di terze persone.
In funzione dell’interruzione del nesso causale tra l’evento dannoso e la cosa in custodia, il giudice del merito non poteva invece valorizzare la circostanza relativa all’integrità della recinzione nel tratto autostradale interessato dall’incidente, sia perché tale circostanza, nel caso concreto, non aveva impedito alla cosa di esplicare comunque la propria potenzialità dannosa, sia perché essa, lungi dal costituire caso fortuito, confermava piuttosto che il danno non era stato determinato da un fattore esterno imprevedibile ed inevitabile idoneo a vincere la presunzione di responsabilità del custode, ma era stato piuttosto la conseguenza dell’inefficace esercizio, da parte sua, dei poteri di sorveglianza della cosa.
Il primo motivo di ricorso per cassazione va pertanto accolto e dal suo accoglimento resta assorbito il secondo motivo.
La sentenza impugnata deve dunque essere cassata, con rinvio anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte di Appello di Milano, in diversa composizione, che si uniformerà ai seguenti principi di diritto:
a) la responsabilità per i danni cagionati da una cosa in custodia, ex art. 2051 c.c., ha carattere oggettivo e trova fondamento nella particolare relazione intercorrente tra il custode e la cosa, la presunzione di responsabilità del quale può essere vinta solo dalla sussistenza di un fattore esterno, il caso fortuito, attinente alle modalità di causazione del danno, sicché al danneggiato è sufficiente provare il nesso causale tra cosa in custodia ed evento dannoso, mentre il custode, per liberarsi, dovrà offrire la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, idoneo ad interrompere quel nesso causale, in quanto avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità;
b) allegata e dimostrata da parte dell’automobilista danneggiato l’inattesa e imprevista presenza sulla carreggiata di un’autostrada di un animale selvatico con cui non era stato possibile evitare la collisione, la società di gestione autostradale, titolare del potere di custodia della cosa, per vincere la presunzione di responsabilità ex art. 2051 c.c., deve dare la dimostrazione positiva che la presenza dell’animale fosse stata determinata da un fatto imprevedibile ed inevitabile, idoneo ad interrompere il nesso di causalità tra l’evento dannoso e la cosa custodita, non potendosi tale nesso ritenere escluso dalla mera presenza di una rete di recinzione, ancorché integra, in corrispondenza del tratto autostradale interessato dall’incidente.
La Corte accoglie il primo motivo di ricorso e dichiara assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte di Appello di Milano, in diversa composizione, che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità
La responsabilità extracontrattuale per danni provocati alla circolazione stradale da animali selvatici va imputata all’ente cui siano stati concretamente affidati, nel singolo caso, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, sia che derivino dalla legge, sia che trovino fonte in una delega o concessione di altro ente. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha annullato con rinvio la decisione con cui il giudice di merito aveva ravvisato la corresponsabilità della Regione siciliana – sebbene la stessa avesse delegato legislativamente alle Province regionali i poteri di amministrazione del territorio e gestione della fauna – in ragione di non meglio precisati “compiti di coordinamento” ad essa spettanti, senza verificare se l’adozione di misure di contenimento, idonee a scongiurare l’evento dannoso, potesse compiersi dalla Regione attraverso l’esercizio di poteri di controllo e sostitutivi).
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 10 ottobre 2014 n. 21395
Sebbene la fauna selvatica rientri nel patrimonio indisponibile dello Stato, la legge 11 febbraio 1992, n. 157 attribuisce alle Regioni a statuto ordinario il potere di emanare norme relative alla gestione ed alla tutela di tutte le specie della fauna selvatica (articolo 1, comma 3) ed affida alle medesime i poteri di gestione, tutela e controllo, riservando invece alle Province le relative funzioni amministrative ad esse delegate ai sensi della legge 8 giugno 1990, n. 142 (articolo 9, comma 1). Ne consegue che la Regione, anche in caso di delega di funzioni alle Province, è responsabile, ai sensi dell’articolo 2043 cod. civ. , dei danni provocati da animali selvatici a persone o a cose, il cui risarcimento non sia previsto da specifiche norme, a meno che la delega non attribuisca alle Province un’autonomia decisionale ed operativa sufficiente a consentire loro di svolgere l’attività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a terzi e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni.
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 21 febbraio 2011 n. 4202
La responsabilità extracontrattuale per i danni provocati da animali selvatici alla circolazione dei veicoli deve essere imputata all’ente, sia esso Regione, Provincia, Ente Parco, Federazione o Associazione, ecc., a cui siano stati concretamente affidati, nel singolo caso, anche in attuazione della legge n. 157 del 1992, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, sia che i poteri di gestione derivino dalla legge, sia che trovino la fonte in una delega o concessione di altro ente (come, nel caso esaminato, da parte della Regione Marche, in virtù della legge reg. n. 7 del 1995, in favore delle Province). In quest’ultimo caso, l’ente delegato o concessionario potrà considerarsi responsabile, ai sensi dell’articolo 2043 cod. civ. , per i suddetti danni a condizione che gli sia stata conferita, in quanto gestore, autonomia decisionale e operativa sufficiente a consentirgli di svolgere l’attività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a terzi, inerenti all’esercizio dell’attività stessa, e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni. (Nella specie, la S.C., alla stregua dell’enunciato principio, ha cassato la sentenza impugnata per insufficiente motivazione nella parte in cui aveva addebitato esclusivamente alla Regione Marche la responsabilità di danni potenzialmente e in astratto imputabili, anche per effetto della suddetta legge reg., alle attività amministrative svolte dalla Provincia di Pesaro).
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 8 gennaio 2010 n. 80
In tema di responsabilità extracontrattuale, dei danni cagionati dalla fauna selvatica a persone o cose, il cui risarcimento non sia previsto da apposite norme, risponde il proprietario della fauna, ovvero lo Stato e, per delega di questo, la Regione, ai sensi dell’articolo 2043 cod. civ. , dato che la legge n. 394 del 1991 disciplina i danni “non altrimenti risarcibili” arrecati dalla fauna selvatica e dalla attività venatoria alla produzione agricola e alle opere approntate sui terreni agricoli e a pascolo. Pertanto, qualora si proponga azione di responsabilità per colpa, legittimata passiva rispetto a tale pretesa é la Regione mentre, per i danni “non altrimenti risarcibili”, e quindi per la domanda di indennizzo di cui all’articolo 26 della legge n. 157 del 1992, occorre far riferimento alle leggi regionali relative alla costituzione del fondo pecuniario e ai soggetti tenuti ad erogare l’indennizzo. (Fattispecie relativa ai danni ad un’autovettura causati da un cinghiale che stava attraversando una strada provinciale all’interno del perimetro del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga).
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 13 gennaio 2009 n. 467
In tema di responsabilità extracontrattuale, il danno cagionato dalla fauna selvatica ai veicoli in circolazione non è risarcibile in base alla presunzione stabilita dall’articolo 2052 cod. civ., inapplicabile alla selvaggina, il cui stato di libertà é incompatibile con un qualsiasi obbligo di custodia da parte della P.A., ma soltanto alla stregua dei principi generali sanciti dall’articolo 2043 cod. civ. , e tanto anche in tema di onere della prova con la conseguente necessaria individuazione di un concreto comportamento colposo ascrivibile all’ente pubblico.
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 21 novembre 2008 n. 27673
In tema di responsabilità extracontrattuale, il danno cagionato dalla fauna selvatica ai veicoli in circolazione non è risarcibile in base alla presunzione stabilita dall’articolo 2052 cod. civ. , inapplicabile per la natura stessa degli animali selvatici, ma soltanto alla stregua dei principi generali sanciti dall’articolo 2043 cod. civ. , anche in tema di onere della prova, e perciò richiede l’individuazione di un concreto comportamento colposo ascrivibile all’ente pubblico. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, che aveva rigettato la domanda proposta nei confronti di una Regione per il risarcimento dei danni conseguenti alla collisione tra una vettura e un cinghiale, ritenendo non fossero emerse prove dell’addebitabilità del sinistro a comportamenti imputabili alla Regione o all’Anas, non potendo costituire oggetto di obbligo giuridico per entrambe la recinzione e la segnalazione generalizzate di tutti i perimetri boschivi).
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 28 marzo 2006 n. 7080
TRIBUNALE DI PERUGIA sent. del 6.10.2015.
Il Giudice del Tribunale di Perugia, dott.ssa Ilenia Miccichè, in funzione di giudice monocratico, all’esito della discussione orale e sulle conclusioni precisate nel verbale che precede, pronuncia a norma e nelle forme dell’art. 281 sexies c.p.c. la seguente
nella causa iscritta al n. 2466/13 R.G., avente ad oggetto: responsabilità ex art. 2043 c.c., vertente tra:
(A), rappresentato e difeso dall’avv. …;
Contro Regione Umbria, rappresentata e difesa dall’avv. …;
La presente motivazione viene redatta in forma sintetica, mediante la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto poste a fondamento della decisione ai sensi dell’art. 281 sexies c.p.c..
Con atto di citazione ritualmente notificato (A) ha convenuto in giudizio la Regione Umbria al fine di sentirne dichiarare la responsabilità e ottenere la condanna al risarcimento per i danni derivati da un sinistro stradale causato dall’attraversamento di un cinghiale selvatico.
Ha esposto l’attore: che in data 19.01.10, alle ore 7,00 circa in località Panicale, lungo la S.R. 599, l’animale selvatico aveva improvvisamente attraversato la strada da destra verso sinistra e che egli, sebbene procedesse a velocità moderata, non aveva potuto evitare l’impatto; che la dinamica del sinistro era descritta nel verbale della Polizia Provinciale di Perugia, intervenuta sul posto poco dopo; che dall’incidente erano derivate lesioni personali all’attore, quantificabili in complessivi €. 10.414,50 (per danno biologico, da inabilità temporanea parziale e totale, morale ed esistenziale) e danni materiali all’autovettura per €. 6.138,00, come da fattura prodotta in atti.
In punto di diritto, ha esposto che, secondo la costante giurisprudenza, del danno imputabile alla fauna selvatica risponde ai sensi dell’art. 2043 c.c. la Regione di competenza, cui sono demandati i poteri di gestione, controllo e tutela della fauna selvatica, costituente patrimonio indisponibile dello Stato.
La Regione Umbria, costituitasi, ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva, argomentando di essere titolare delle sole funzioni generali di pianificazione e sostenendo competere, invece, alla Provincia le competenze gestionali e le conseguenti responsabilità in materia di pianificazione faunistico-venatoria. Ha inoltre rilevato che la responsabilità del sinistro doveva ascriversi in via esclusiva alla condotta del (A), che non aveva adeguato la guida alle caratteristiche e condizioni della strada.
In corso di causa, su concorde richiesta delle parti, veniva disposta CTU medico legale.
Si impone, alla luce del tenore delle difese di parte convenuta, una premessa in punto di diritto.
Il danno da responsabilità extracontrattuale cagionato dalla fauna selvatica non è risarcibile in base alla presunzione stabilita dall’art. 2052 c.c., inapplicabile per la natura stessa degli animali selvatici, ma soltanto alla stregua dei principi generali sanciti dall’art. 2043 c.c..
In particolare, la legge 11 febbraio 1992, n. 157, che detta la disciplina in materia di protezione della fauna selvatica omeoterma e di prelievo venatorio, attribuisce alle Regioni a statuto ordinario l’emanazione di norme relative al controllo e alla protezione di tutte le specie della fauna selvatica (art. 1, comma 3), affidando alle stesse i connessi, necessari, poteri gestori, mentre riserva alle Province le funzioni amministrative ad esse delegate ai sensi del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (e, in precedenza, ai sensi della legge 8 giugno 1990, n. 142).
Ne consegue che la Regione, anche in caso di delega di funzioni alle Province, è responsabile, ai sensi dell’articolo 2043 citato, dei danni provocati da animali selvatici a persone o cose il cui risarcimento non sia previsto da specifiche norme, a meno che la delega non attribuisca alle Province un’autonomia decisionale ed operativa sufficiente a consentire loro di svolgere l’attività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a terzi e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni (Cass. n. 80/10; Cass. n. 4202/11; Cass. n. 26197/11; Cass. n. 4806/13 e, da ultimo, Cass. n. 3384/15).
Infondate, dunque, le difese della Regione convenuta nella parte in cui mirano ad addossare alla Provincia la responsabilità per danno cagionato da fauna selvatica.
Va però precisato che la gestione della fauna incombente sulla Regione non è circostanza che comporta ex se che qualunque danno a vetture circolanti cagionato da essa sia addebitabile alla Regione, occorrendo piuttosto la allegazione o quantomeno la specifica indicazione di una condotta omissiva efficiente sul piano della presumibile ricollegabilità del danno (quale la anomala incontrollata presenza di molti animali selvatici sul posto, l’esistenza di fonti incontrollate di richiamo di detta selvaggina verso la sede stradale, la mancata adozione di tecniche di captazione degli animali verso le aree boscose e lontane da strade e agglomerati urbani etc.; cfr., ex plurimis, Cass. n. 9276/14).
Ed infatti, la riconducibilità della fattispecie alla disciplina contenuta nell’art. 2043 c.c. ha importanti risvolti in punto di ripartizione dell’onere della prova, derivandone che grava sul danneggiato il gravoso onere di dimostrare tutti gli elementi costitutivi della fattispecie, ivi compresa l’esistenza di un concreto comportamento colposo ascrivibile all’ente pubblico (cfr., ex plurimis, Cass. n. 24895/05; Cass. n. 7080/06).
Nel nostro caso che i fatti si siano svolti nel modo descritto dal (A) nell’atto introduttivo non è dubbio. La dinamica del sinistro è, invero, esaurientemente descritta nel verbale redatto dal Corpo di Polizia Municipale intervenuta sui luoghi poco dopo il sinistro; riferiscono, in particolare, gli agenti di avere rinvenuto sul posto “ben visibili tracce di sangue e setole lasciate dall’animale a seguito dell’impatto” nonché la carcassa dell’animale.
Gli agenti hanno inoltre riferito di avere notato i danni arrecati dall’impatto all’autoveicolo di proprietà del (A), di cui hanno offerto documentazione fotografica.
Il punto è, però, che con specifico riguardo all’aspetto relativo all’individuazione di un comportamento colposo in capo alla Regione – sebbene il (A) abbia dedotto che la Regione fosse tenuta ad adottare tutte le misure idonee ad evitare danni arrecati dalla fauna selvatica, indicando quali possibili misure adeguate la mancanza di apposite recinzioni laterali, l’assenza di un fossato adeguatamente profondo, l’assenza di dispositivi catarifrangenti -, l’istruttoria non ha fatto emergere l’addebitabilità del sinistro a specifici comportamenti colposi imputabili alla convenuta.
E’ per altro comprovato (si veda, in proposito, il verbale redatto dalla Polizia Municipale) che sul tratto di strada ove è avvenuto il sinistro era presente segnaletica stradale indicante il pericolo di attraversamento di animali selvatici.
Deve, inoltre, ricordarsi che, secondo la giurisprudenza di legittimità e di merito condivisa da chi scrive, non può costituire oggetto di obbligo giuridico gravante sull’ente pubblico la recinzione di tutte le strade e la segnalazione generalizzata di tutti i perimetri boschivi, indipendentemente dalle loro peculiarità concrete (quali, ad esempio, il fatto che siano incontrollatamente presenti su quel tratto di strada un numero eccessivo di esemplari, tale da costituire un vero e proprio pericolo per gli utenti della strada ovvero il fatto che quel tratto fosse stato teatro di precedenti incidenti tali da allertare le autorità preposte) (cfr. Cass. n. 9276/14 citata; Corte d’Appello di Trento, II sez., 11.11.2014, n. 361; Cass. n. 7080/2006; Cass. n. 27673/08).
Dunque, in difetto di specifica deduzione in ordine a pregressi episodi (o a eccessiva presenza di fauna selvatica) lungo il tratto di strada ove è avvenuto il sinistro ed in presenza di cartellonistica di segnalazione del pericolo e non potendosi ragionevolmente esigere dalla Regione l’adozione di barriere protettive lungo tutto il perimetro potenzialmente interessato, non appare configurabile alcun profilo colposo in capo alla p.a., sicché un’eventuale dichiarazione di responsabilità si paleserebbe sganciata dai principi che presiedono alla responsabilità da illecito extracontrattuale e finirebbe per configurare una inammissibile responsabilità di tipo oggettivo, in re ipsa per il verificarsi del danno.
Difettando prova, cui l’attore era onerato, di una condotta negligente di tipo omissivo ascrivibile alla Regione (le prove orali articolate dall’attore, non ammesse, non erano idonee al fine), non può che concludersi per il rigetto della domanda.
La presenza dell’animale selvatico, che per natura sfugge al controllo dell’uomo, in mancanza di diversi elementi di prova, deve ritenersi fortuita e non è di per sé idonea a ravvisare un profilo di colpa in capo all’amministrazione convenuta.
Quanto alle spese del giudizio, a parere della scrivente la solo parziale fondatezza delle difese svolte da parte convenuta, incentrate su questione di diritto ampiamente pacifica in giurisprudenza, ne giustifica la compensazione.
Devono, infine, definitivamente gravare sull’attore le spese di CTU.
Il Tribunale di Perugia, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da (A), con atto di citazione notificato il 2.05.13, nei confronti della Regione Umbria, ogni altra istanza, eccezione e deduzione disattesa, così provvede:
1)Rigetta la domanda.
2)Compensa integralmente le spese di lite.
3)Pone definitivamente a carico dell’attore le spese du CTU, nella misura di cui al decreto
di liquidazione, in atti.
Così deciso in Perugia, il 6 ottobre 2015.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 17 aprile – 23 giugno 2015, n. 12944
“1.- Con sentenza 11 marzo 2013 n. 134 il Tribunale di Ariano Irpino, in riforma della sentenza emessa in primo grado dal Giudice di pace, ha attribuito alla Provincia di Avellino la responsabilità del sinistro stradale occorso il 1° marzo 2007 sulla strada provinciale 236, in direzione Ariano Irpino-Villanova del Battista, incidente provocato da un cinghiale che ha improvvisamente attraversato la strada percorsa dall’automobile condotta da F.B.. Ha pertanto condannato la Provincia al risarcimento dei danni nella stessa misura che il GdP aveva posto a carico della Regione Campania (€ 2.100,00).
La Provincia propone ricorso per cassazione.
Le intimate, Regione Campania e F.B., non hanno depositato difese.
2.- Con l’unico motivo la ricorrente denuncia violazione dell’art. 19 d.lgs. 18 agosto 2000 n. 267-Testo unico sugli enti locali; della legge 11 febbraio 1992 n. 157 e della legge regionale della Campania n. 8 del 1996, sul rilievo che la citata normativa attribuisce la responsabilità per gli incidenti causati dalla fauna selvatica alle Regioni, salvo che nei casi in cui siano stati delegati alle province i poteri di amministrazione del territorio, con autonomia decisionale sufficiente a consentire loro di gestirne i rischi, ed altresì con il trasferimento dei fondi necessari allo scopo. Soggiunge che ad essa Provincia sono state delegate esclusivamente funzioni di protezione della fauna nella regolamentazione della caccia.
3.- Il motivo è inammissibile per difetto di specificità, in quanto svolge generiche ed astratte argomentazioni sulla ripartizione di funzioni e di responsabilità fra Regione e province, senza rispondere agli argomenti su cui si basa la rado decidendi della sentenza di appello, la quale ha motivato la sua decisione in base al rilievo che l’incidente si è verificato su strada di proprietà della Provincia; che l’ente proprietario ha colposamente omesso di apporre qualunque segnaletica di avvertimento della presenza in luogo di fauna selvatica, e che fin dal suo primo atto difensivo davanti al giudice di pace la Regione ha depositato la deliberazione ed il decreto con cui – nel 2006 e nel 2007 – ha liquidato in favore delle amministrazioni provinciali delegate una somma per consentire l’adozione di apposite protezioni o segnalazioni nei siti a rischio.
La giurisprudenza di questa Corte ha più volte chiarito che la responsabilità per i danni arrecati dalla fauna selvatica non può essere desunta dalla competenza meramente normativa, attribuita alle Regioni dalla legge 11 febbraio 1992 n. 157, ma va addebitata agli enti a cui spettino le relative competenze anuninistrative e gestionali ad adottare le misure ritenute di volta in volta idonee a prevenire i rischi di danni (cfr. Cass. civ. Sez. 3, 8 gennaio 2010 n. 80; Idem, 10 ottobre 2014 n. 21395, fra le tante).
La sentenza impugnata si è uniformata a questi principi.
4.- Propongo che il ricorso sia respinto con ordinanza in camera di consiglio”.
Il Collegio, esaminati gli atti, condivide la soluzione e gli argomenti esposti nella relazione, che le argomentazioni difensive svolte nella memoria non valgono a disattendere.
La ricorrente non ha potuto dimostrare l’erroneità della motivazione con cui la Corte di appello ha ravvisato la responsabilità della Provincia, riportata nel § 3 della relazione e fondata sul fatto che l’incidente si è verificato su strada di proprietà della Provincia; che l’ente proprietario ha colposamente omesso di apporre la segnaletica di avvertimento della presenza in luogo di fauna selvatica, e che la Regione, fin dal suo primo atto difensivo davanti al giudice di pace, ha depositato la deliberazione ed il decreto con cui – nel 2006 e nel 2007 – ha liquidato in favore delle amministrazioni provinciali delegate una somma per consentire l’adozione di apposite protezioni o segnalazioni nei siti a rischio.
Da tali accertamenti risulta che nella specie le funzioni di controllo e di gestione della fauna selvatica sono state delegate dalla Regione alla Provincia, alla quale è quindi imputabile la responsabilità per i danni.
La giurisprudenza citata in contrario dalla ricorrente non è in termini, riferendosi a casi e problemi peculiari, estranei a quelli enunciati da questa Corte, secondo cui: “La responsabilità extracontrattuale per i danni provocati da animali selvatici alla circolazione dei veicoli deve essere imputata all’ente, sia esso Regione, Provincia, Ente Parco, Federazáone o Associazione, ecc., a cui siano stati concretamente affidati, nel singolo caso, anche in attuazione della legge n. 157 del 1992, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della
fauna ivi insediata, sia che i poteri di gestione derivino dalla legge, sia che trovino la
fonte in una delega o concessione di altro ente. In quest’ultimo caso, l’ente delegato o concessionario potrà considerarsi responsabile, ai sensi dell’art. 2043 cod. civ., per i suddetti danni a condizione che gli sia staia conferita, in quanto gestore, autonomia decisionale e operativa sufficiente a consentirgli di svolgere Cattività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a temi, inerenti alIesercizio dell’attività stessa, e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni’ (Cass. civ. Sez. 3, 8 gennaio 2010 n. 80; Cass. civ. Sez. 3, 6 dicembre 2011 n, 26197, che richiama la necessità di accertare caso per caso se l’ente investito della gestione della fauna selvatica sia stato posto in condizione di adempiere ai compiti affidatigli; Cass. civ. 10 ottobre 2014 n. 21395, ed altre). La Corte di appello ha per l’appunto ravvisato gli estremi della delega di funzioni dalla Regione Campania alla Provincia di Avellino e la somministrazione alla stessa dei mezzi economici per farvi fronte. Il ricorso deve essere respinto.
Non vi è luogo a pronuncia sulle spese.
La Corte di cassazione rigetta il ricorso. Ricorrono gli estremi di cui all’art. 13, 1 ° comma quater, d.p.r. n. 115 del 2002 per la condanna della ricorrente al pagamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 6 marzo – 24 aprile 2014, n. 9276
Presidente Vitrone – Relatore Macioce

References: sentenza 
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 art. 2051
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 art. 380
 art. 378
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 § 3
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