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Timestamp: 2020-08-10 10:24:28+00:00

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Studio Legale Locatelli - Newsletter - 09.2019
Responsabilità del pedone e concorso di colpa del conducente
Cassazione civile, sez. III, ordinanza n. 22544 del 10/09/2019
La Corte di Cassazione ribadisce il principio secondo cui la violazione delle regole di condotta da parte del pedone non è sufficiente ad escludere la colpa dell’investitore.
La pronuncia prende le mosse dalla vicenda di una donna investita da un furgone mentre si trovava sulla pubblica via, intenta ad aiutare il padre in una manovra di parcheggio.
Il conducente del furgone si era allontanato ed il veicolo era rimasto sconosciuto; di conseguenza, la vittima aveva presentato domanda al Fondo Garanzia Vittime della Strada per ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa dell’investimento.
La domanda dell’attrice era stata respinta dal Giudice di Pace e tale pronuncia è stata, poi, confermata dal Tribunale in grado d’appello, rilevandosi che le risultanze istruttorie non avevano assolutamente permesso di verificare che l’unico soggetto responsabile fosse stato il conducente del veicolo rimasto sconosciuto, sulla premessa che l’art. 2054 c.c. “si poteva applicare esclusivamente nell’ipotesi di scontro tra veicoli con la conseguenza che la responsabilità del veicolo rimasto sconosciuto doveva essere accertata secondo la regola generale contenuta nell’art. 2043 c.c.”.
La danneggiata aveva, dunque, proposto ricorso per cassazione, deducendo tra i motivi la violazione e falsa applicazione dell'art. 2054 c.c., in quanto il Tribunale aveva ritenuto di affermare la responsabilità del pedone, escludendo, senza alcuna valutazione, quella del veicolo investitore.
Come altro motivo, era stata dedotta altresì la violazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 1227 c.c., lamentando l'omessa motivazione sulla censura proposta in appello avente ad oggetto la valutazione della responsabilità concorrente e della conseguente graduazione di colpa rispetto alla condotta del veicolo investitore.
I giudici della Suprema Corte hanno accolto il ricorso, ribadendo il principio secondo cui “in materia di responsabilità civile derivante da sinistri stradali, stante la presunzione del 100% di colpa in capo al conducente del veicolo di cui all'art. 2054 c.c., comma 1, ai fini della valutazione e quantificazione di un concorso del pedone investito occorre accertare, in concreto, la sua percentuale di colpa e ridurre progressivamente quella presunta a carico del conducente" (cfr. la più recente Cass. 2241/2019, ma in termini anche Cass. 5399/2013; Cass. 24472/2014). Dunque “la violazione della regola di condotta del pedone, accertata nel caso di specie ed ascritta all'art. 190 C.d.S., non è sufficiente ad escludere del tutto la colpa dell'investitore ed impone al giudice di merito di operare un logico ed apprezzabile bilanciamento di entrambe le condotte lesive”.
Rinnovo tardivo del contratto e retrodatazione dell’agente sulla polizza: opponibilità al terzo e carenza di garanzia assicurativa
Cassazione civile, sez. III, ordinanza n. 22543 del 10/09/2019
La pronuncia in esame prende le mosse un sinistro stradale dal quale erano derivati danni all'autovettura e lesioni personali.
Il Tribunale aveva accolto la domanda del danneggiato ma la decisione era stata successivamente riformata dalla Corte di Appello a favore dell’assicuratore, litisconsorte necessario passivo unitamente proprietario del veicolo condotto dal soggetto responsabile dell’evento.
Secondo i giudici di legittimità, “la Corte territoriale accolse l'impugnazione della compagnia di assicurazioni che aveva censurato la decisione di primo grado per aver respinto l'eccezione di difetto di legittimazione passiva: la [compagnia assicurativa], al riguardo, aveva dedotto che la polizza assicurativa era scaduta in data 8.3.2002 e che, pertanto, non era operativa al momento del sinistro in quanto il premio era stato pagato in data 20.5.2002 e, cioè, successivamente alla verificazione dell'incidente ed allo spirare del periodo di tolleranza quindicinale previsto dall'art. 1901 c.c.”.
Il danneggiato, soccombente in appello, aveva presentato ricorso per cassazione deducendo come motivo la violazione e falsa applicazione degli artt. 1882,1895,1901 e 1917 c.c., assumendo che la Corte territoriale avesse errato nel non ritenere l’assicuratore obbligato al risarcimento del danno nei suoi confronti. La tesi difensiva era basata, in particolare, sulla considerazione che “la retrodatazione del contratto apposta dall'agente assicurativo sulla polizza rinnovata non poteva essere opposta al terzo danneggiato che aveva comunque diritto al risarcimento, salva la rivalsa nei confronti dell'assicurato o dell'intermediario infedele”.
I Giudici della Suprema Corte hanno rigettato il ricorso esprimendo il principio secondo cui "in tema di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, per le scadenze successive al pagamento del primo premio di cui all'art. 1901 cc., comma 2, l'effetto sospensivo dell'assicurazione per l'ipotesi di pagamento effettuato dopo il quindicesimo giorno dalla scadenza della rata precedente cessa a partire dalle ore 24.00 della data del pagamento, e non comporta l'immediata riattivazione del rapporto assicurativo dal momento in cui il pagamento è stato effettuato, trovando applicazione analogica la disposizione del comma 1 del medesimo articolo - dettata per l'ipotesi del mancato pagamento del primo premio o della prima rata - secondo cui l'assicurazione resta sospesa fino alle ore ventiquattro del giorno in cui il contraente paga quanto è da lui dovuto. Ne consegue che ove il premio successivo al primo sia stato pagato dopo la scadenza del periodo di tolleranza di giorni quindici di cui all'art. 1901 c.c. la garanzia assicurativa non è operante per il sinistro verificatosi il giorno stesso del pagamento" (cfr. Cass. 13545/2006; Cass. 23149/2014 ed, in termini, Cass. 26104/2016; Cass. 9182/2018).
Nel caso di specie, collocandosi la data del sinistro nel periodo intercorrente tra quella successiva al termine di tolleranza di quindici giorni e quella in cui era stato pagato il premio per il rinnovo della polizza, è stata ritenuta corretta la soluzione adottata dalla Corte d’Appello, essendo il pagamento del premio avvenuto in data successiva alla verificazione del sinistro, evidenziandosi peraltro la nullità del contratto per carenza di causa, essendovi carenza dell’elemento del rischio, dal momento che il danno si era già verificato al momento del rinnovo con, conseguente, piena opponibilità della carenza assicurativa anche al terzo danneggiato.
Infezione nosocomiale, responsabilità medica e prova del nesso causale
Cassazione civile, sez. VI, ordinanza n. 21939 del 02/09/2019
La Cassazione conferma l’insussistenza della responsabilità della struttura sanitaria se il paziente non dimostra l’esistenza del nesso causale tra la condotta del sanitario e l’evento di danno.
La pronuncia in esame prende le mosse dalla vicenda di una paziente che, durante alcuni controlli clinici, scoprì di essere affetta da epatite C. Collegando il suo stato infettivo ad un precedente intervento chirurgico, si era decisa a chiedere il risarcimento del danno alla clinica dove aveva subìto l’intervento.
La struttura sanitaria aveva contestato la domanda attorea “osservando che la paziente aveva denunciato la malattia oltre un anno dopo la sua dimissione e che, in occasione dell'intervento in parola, all'attrice non era stata effettuata alcuna trasfusione, che i sanitari dell'Istituto non avevano alcun obbligo di effettuare l'analisi dei marcatori virali, non rientrando gli stessi in alcun protocollo prescritto da norme o direttive internazionali, onde non poteva escludersi che la paziente fosse già affetta dalla malattia al momento del ricovero, e che tutto il materiale utilizzato in sala operatoria era sterile”.
Sia il Tribunale che la Corte d’appello rigettarono la domanda della paziente, ritenendo non provata la sussistenza del nesso causale tra l'infezione e l'operato della struttura sanitaria.
La donna aveva, quindi, proposto ricorso per cassazione in quanto, ad avviso della ricorrente, il paziente avrebbe l'onere di provare "solo l'intervento chirurgico (e quindi il contratto) e l'insorgenza della malattia o la scoperta della stessa successivamente, nient'altro doveva e deve dimostrare: perché il nesso causale si aveva di per sé trattandosi di infezione nosocomiale ed essendovi piena verosimiglianza del fatto allegato, che implica un giudizio causale diretto, nella relazione condotta-evento".
I giudici della Suprema Corte hanno rigettato il ricorso richiamando una serie di principi già affermati secondo cui "In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l'onere di provare il nesso di causalità tra l'evento di danno (aggravamento della patologia preesistente ovvero insorgenza di una nuova patologia) e l'azione o l'omissione dei sanitari, non potendosi predicare, rispetto a tale elemento della fattispecie, il principio della maggiore vicinanza della prova al debitore, in virtù del quale, invece, incombe su quest'ultimo l'onere della prova contraria solo relativamente alla colpa ex art. 1218 c.c." (Cass., ord., 20/08/2018, n. 20812; Cass. 7/12/2017, n. 29315).
I giudici di legittimità, hanno concluso affermando che nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere dell'attore, paziente danneggiato, provare l'esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento, onere che va assolto dimostrando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del "più probabile che non", la causa del danno, con la conseguenza che, se, al termine dell'istruttoria, non risulti provato il suddetto nesso tra condotta ed evento, la domanda dev'essere rigettata.
Lesione alla capacità lavorativa e risarcimento per lucro cessante. Rileva la presunzione semplice per l’esistenza del danno, non per la sua quantificazione.
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 21988 del 03/09/2019
A seguito di un incidente stradale, un pedone aveva riportato riportato lesioni alla mano sinistra, con riconoscimento di un’invalidità permanente del 17%.
Oltre al danno biologico, il danneggiato aveva lamentato che l’impresa di pulizie per cui lavorava aveva provveduto a modificare il contratto di lavoro da full time a part time con riduzione dello stipendio, chiedendo di conseguenza il risarcimento sia dei danni alla persona sia di quelli patrimoniali conseguenti alla lesione.
Il Tribunale aveva riconosciuto il risarcimento del danno alla salute comprendendovi altresì quello incidente sulla capacità di guadagno, basandosi sulla tesi del consulente tecnico secondo cui la lesione alla mano sinistra avrebbe consentito al danneggiato di mantenere il livello di reddito inalterato, seppur lavorando con maggiore sforzo.
Veniva, quindi, proposto appello avanzando, invece, la tesi secondo cui la lesione avesse determinato una riduzione effettiva dei guadagni e dovesse, quindi, rilevare come danno patrimoniale da lucro cessante.
La Corte d’appello disattendendo la tesi, aveva confermato la decisione di primo grado ed è stato, alla fine, proposto ricorso per cassazione deducendo la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in quanto la Corte d’appello non aveva tenuto conto del fatto che l'effettivo decremento del guadagno potesse ricavarsi per presunzioni.
La Suprema Corte ha accolto il ricorso, partendo dal presupposto che il danneggiato aveva riportato, provandola, un’invalidità permanente del 17% alla mano sinistra, che lavorava come operaio in un’impresa di pulizie e che, a sostegno dell'incidenza di tale lesione sui suoi guadagni, aveva depositato sia documentazione fiscale sia le buste paga.
Secondo i giudici di legittimità, “il danneggiato, oltre alla gravità della lesione riportata, deve indicare qualcosa di altrettanto utile a provare che tale lesione ha inciso sui guadagni e gradatamente deve provare il pregresso svolgimento di un'attività lavorativa e la differenza di guadagni prima e dopo l'atto illecito (Cass.14517/ 2015)”.
Nel caso concreto, ad avviso della S.C. il danno patrimoniale da riduzione della capacità lavorativa specifica, derivava dalle lesioni personali causate dall’incidente, precisandosi che "il danno patrimoniale futuro, derivante da lesioni personali, va valutato su base prognostica ed il danneggiato può avvalersi anche di presunzioni semplici, sicché, provata la riduzione della capacità di lavoro specifica, se essa non rientra tra i postumi permanenti di piccola entità, è possibile presumere, salvo prova contraria, che anche la capacità di guadagno risulti ridotta nella sua proiezione futura - non necessariamente in modo proporzionale - qualora la vittima già svolga un'attività lavorativa. Tale presunzione, peraltro, copre solo l'"an" dell'esistenza del danno, mentre, ai fini della sua quantificazione, è onere del danneggiato dimostrare la contrazione dei suoi redditi dopo il sinistro, non potendo il giudice, in mancanza, esercitare il potere di cui all'art. 1226 c.c., perché esso riguarda solo la liquidazione de danno che non possa essere provato nel suo preciso ammontare, situazione che, di norma, non ricorre quando la vittima continui a lavorare e produrre reddito e, dunque, può dimostrare di quanto quest'ultimo sia diminuito (Cass. 15737/2018; Cass. 11361/2014)”.
Banchina della metropolitana umida durante la pioggia: è un elemento ordinario, prevedibile ed evitabile, che non può comportare il risarcimento del danno
Cassazione civile, sez. VI, ordinanza n. 23189 del 17/09/2019
Secondo la Corte di cassazione l’umidità causata da una giornata piovosa sulla banchina della metropolitana è del tutto ordinaria e va escluso il risarcimento del danno da scivolamento de passeggero.
In una giornata piovosa del milanese, una donna, intenta a salire sul treno, era scivolata sulla banchina a causa dell’umidità che si era creata e dell’acqua depositata.
La donna aveva citato la società di trasporti milanese chiedendo il risarcimento danni in quanto, mentre si apprestava a salire sul treno in transito, era scivolata a causa della presenza di una sostanza dichiarata liquida e viscida, che si trovava sulla banchina della fermata metropolitana.
La domanda era stata accolta in Tribunale e respinta in appello. La Corte territoriale, pur avendo ricondotto i fatti di causa all'art. 2051 c.c., aveva escluso la responsabilità dell'azienda convenuta affermando l'esistenza del caso fortuito.
La donna aveva proposto ricorso per cassazione sostenendo che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, la prova del caso fortuito nella specie non fosse stata raggiunta e che, invece, fosse a carico dell'azienda di trasporti dimostrare di aver adottato tutte le misure idonee ad impedire che la cosa determini pericolo.
I giudici della Suprema Corte hanno ritenuto il ricorso inammissibile. La Corte territoriale aveva, invero, escluso la presenza di macchie di vischiosità e, dunque, di una situazione anomala rispetto all'uso pubblico della cosa, in quanto non dimostrata dalla ricorrente. La presenza di umidità, viceversa, in una giornata con meteo avverso, era da ritenersi del tutto ordinaria e tanto rendeva la situazione della banchina del tutto conforme alle condizioni normali che essa assume in quella condizioni di tempo, portando i giudici “ad escludere che la cosa si presentasse pericolosa al di là di quanto connaturato all'uso pubblico nella condizione di pioggia.”
La S.C, , nella pronuncia in commento, conferma un orientamento già richiamato in passato. Infatti i giudici di legittimità hanno escluso il risarcimento del danno nelle ipotesi di cadute causate dal caso fortuito o da disattenzione del danneggiato, se l’evento possa essere “prevedibile” o “evitabile”, affermando “quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l'adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più l’incidente deve considerarsi l'efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso” (Cass. 4487/2019; Cass. 2480/2018).
Da notare che in altra recente pronuncia, invece, la Suprema Corte ha finito con l’escludere la prevedibilità e l’evitabilità dell’evento. Nella specie, una caduta a causa di una buca non visibile perché colma d’acqua sul manto stradale, i giudici hanno ritenuto che l’evento non si potesse considerare prevedibile seppur la buca si trovasse nelle vicinanze dell’abitazione del danneggiato, sul presupposto che tale indizio non può essere considerato singolarmente pena la conclusione di “far gravare sul cittadino l'obbligo cautelare di conoscere e ricordare l'ubicazione delle buche che stanno nelle vicinanze dei luoghi che frequenta solitamente, e di farne anche aggiornamento periodico, visto che alcune buche spariscono ed altre compaiono anche a breve tempo di distanza” (Cass. 14908/2019).
Convivenza, perdita del sostegno morale e risarcimento del danno ai famigliari (in particolare ai fratelli) della vittima
Cassazione civile, sez. III, ordinanza n. 23632 del 24/09/2019
In un processo per risarcimento del danno da perdita parentale intentato da un fratello, dalla cognata e dai nipoti del de cuius, i giudici di appello avevano rigettato la domanda di risarcimento danni, dichiarando infondata la pretesa risarcitoria avanzata iure proprio in quanto gli attori e la vittima non erano mai stati conviventi e non erano state «allegate e provate circostanze idonee a ritenere che la morte del famigliare abbia comportato la perdita di un effettivo e valido sostegno morale».
Era stato, quindi, proposto ricorso per cassazione della sentenza d’appello, censurando la sentenza impugnata per avere ritenuto dirimente, al fine di escludere il danno parentale richiesto iure proprio, il dato della mancata convivenza fra gli attori e il deceduto. Si sosteneva in ricorso che in passato la Suprema corte si era, invece, espressa in senso contrario, sulla base del principio che “il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza della relazione parentale” (Cass. 21230/2016). Nella fattispecie particolare, poi, i ricorrenti avevano evidenziato che la vittima non era sposata e non aveva figli, sicché la sua famiglia era costituita unicamente dal fratello, dalla cognata e dai nipoti.
I giudici di legittimità hanno confermato la tesi della Corte territoriale secondo cui non erano state «allegate e provate circostanze idonee a ritenere che la morte del famigliare abbia comportato la perdita di un effettivo e valido sostegno morale», ribadendo un orientamento ormai costante secondo cui il risarcimento spetta in generale ai fratelli della vittima, seppur con variazione della quantificazione in base a ben determinati parametri, quali l'età della vittima, l’età del superstite, la convivenza o meno con il de cuius, il rapporto economico preesistente.
Con riguardo, in particolare, ai fratelli, in passato la S.C. aveva escluso il diritto al risarcimento del danno in ipotesi particolari come quello del fratello naturale che non aveva mai conosciuto la vittima, affermandosi che “Nella liquidazione del danno non patrimoniale da uccisione d'un familiare deve tenersi conto dell'intensità del relativo vincolo e di ogni ulteriore circostanza, quale la consistenza del nucleo familiare, le abitudini di vita, la situazione di convivenza, sino ad escludere la configurabilità del danno non patrimoniale da morte se tra fratelli unilaterali non vi sia mai stato un rapporto affettivo e sociale, né rapporti di frequentazione e conoscenza”. (Cass. 23917/2013).
Altra ipotesi di mancato riconoscimento al risarcimento danni ai fratelli lo troviamo nella pronuncia della Corte di legittimità n. 9048/2018, la quale ha statuito che il risarcimento del danno non spetta ai fratelli nati successivamente al neonato invalido, “non essendo configurabile tra la condotta del medico e il danno alcun rapporto di causalità sia materiale che giuridica”.
Alla matrigna del danneggiato non spetta il risarcimento se non prova il legame affettivo
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 22741 del 12/09/2019
La Cassazione ribadisce che non tutti i congiunti del danneggiato hanno diritto al risarcimento del danno.
La pronuncia prende le mosse dalla vicenda di uomo che aveva subìto serie lesioni a seguito di un incidente stradale, riportando un'invalidità permanente del 48% e una lesione della capacità lavorativa specifica del 35%.
Nel giudizio di merito, al padre e al fratello del danneggiato era stato riconosciuto il diritto al risarcimento del danno in ragione delle gravissime lesioni cagionate al congiunto, escludendosi però dal diritto al risarcimento la matrigna in quanto vi era “carenza di prova di un effettivo e apprezzabile legame affettivo che potesse superare la carenza di un vincolo parentale”.
La pronuncia della Corte territoriale è stata impugnata dinanzi alla Cassazione. Tra i vari motivi, la matrigna del danneggiato ha sostenuto che la Corte d’appello avrebbe mancato di vagliare, in specie presuntivamente, il legame fattuale affettivo tra danneggiato e matrigna, nonché le personali sofferenze fisiopsichiche conseguite all'incidente, per la costante necessità di assistenza del macroleso e, al contempo, posto il ruolo di madre che aveva assunto dopo le seconde nozze con il padre della vittima avute molti anni prima dell'incidente occorso al figliastro. Inoltre secondo la ricorrente la Corte d’appello avrebbe errato ancorando il rigetto della domanda della donna alla mancanza di convivenza al momento dell'evento e fino allo stesso, posto che “avrebbe dovuto ritenere sufficiente la comunanza di vita e affetti ovverosia lo stabile legame di vita, senza preclusioni evinte da un concetto formale di famiglia”.
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso relativamente ai motivi sollevati dalla matrigna del danneggiato.
I giudici, in particolare, hanno richiamato precedenti pronunce in base alle quali “si fa riferimento alla possibilità di presumere la prova del danno non patrimoniale dei prossimi congiunti dall'esistenza dello stretto legame di parentela riferibile alla famiglia nucleare, superabile dalla prova contraria, gravante sul danneggiante, imperniata non sulla mera mancanza di convivenza - che può rilevare al solo fine di ridurre il risarcimento rispetto a quello spettante secondo gli ordinari criteri di liquidazione - bensì sull'assenza di legame affettivo tra i familiari stessi e la c.d. vittima primaria nonostante il rapporto di parentela” (Cass., 19/11/2018, n. 29784).
Nella fattispecie in esame, la Corte territoriale aveva vagliato la relazione parentale ma aveva escluso, in fatto, la prova della sussistenza dei fatti affermati a cominciare dall'assunzione del "ruolo di madre" allegata da parte ricorrente, che si era limitata ad indicare la qualifica di “madre” riportata nella cartella clinica. Insufficiente da sola e “come tale inidonea a sostanziare un omesso esame decisivo né, pertanto, il presupposto per un errore di sussunzione nella fattispecie legale”.
Secondo i gitudici di legittimità, la Corte di appello “non ha escluso l'astratta ipotizzabilità del pregiudizio per carenza di convivenza, ma ha complessivamente valutato che le risultanze istruttorie non permettevano di concludere nel senso del legame affettivo apprezzabile, ai fini in parola, tra la vittima già ventitreenne al momento delle seconde nozze avute dal padre con la deducente […], sedici anni prima dell'incidente, il tutto a fronte di emergenze documentali contrarie alla possibilità di ipotizzare una convivenza”.
La conclusione è che il danno non patrimoniale dei congiunti può essere riconosciuto anche alla nuova moglie del padre della vittima primaria, purché tale danno sia non solo allegato ma, soprattutto, provato.
Responsabilità del notaio se omette di effettuare le visure catastali ed ipotecarie
Cassazione civile, sez. III, ordinanza n. 21775 del 29/08/2019
In caso di omissione di espletamento delle visure catastali ed ipotecarie, la responsabilità del notaio rimane esclusa solamente in caso di espresso esonero - per motivi di urgenza o per altre ragioni - da tale incombenza, con clausola inserita nell’atto e sempre che appaia giustificata da esigenze concrete delle parti.
Tale responsabilità non è, peraltro, esclusa quand’anche il notaio sia stato esonerato dalle visure, ma egli sia a conoscenza o abbia anche solo il mero sospetto della sussistenza di un'iscrizione pregiudizievole gravante sull'immobile oggetto della compravendita. In tale ipotesi deve in ogni caso informarne le parti, essendo tenuto all'esecuzione del contratto di prestazione d'opera professionale secondo i canoni della diligenza qualificata di cui all'art. 1176 c.c., comma 2, e della buona fede (art. 1375 c.c.).
Nella vicenda portata all’attenzione della Corte di legittimità, il notaio aveva omesso di effettuare le visure storiche degli immobili oggetto della compravendita e, di conseguenza, non era emerso che uno dei titoli di provenienza presentato dal venditore fosse falso e che, quindi, non fosse lui il proprietario.
Il giudice di primo grado ha affermato che nel caso ricorreva la "vendita di cosa altrui, essendo emerso dalla risultanze della C.T.U. che i beni oggetto della compravendita non sono stati trasferiti in proprietà alla società attrice a causa dell'errata trascrizione di un titolo (divisione redatta da altro notaio) avvenuta nel 1991, che non comprendeva i beni oggetto della compravendita”. La corte di merito aveva inoltre escluso la responsabilità del notaio, affermando che "il notaio che ha prestato assistenza alle parti della compravendita oggetto del presente giudizio ha eseguito l'incarico usando la dovuta diligenza richiesta".
La Corte d’appello aveva confermato la pronuncia di primo grado ma non così Corte di Cassazione, la quale già in passato aveva peraltro affermato che “ove richiesto della stipulazione di un contratto di compravendita immobiliare il notaio è tenuto al compimento delle attività accessorie e successive necessarie per il conseguimento del risultato voluto dalle parti, e in particolare all'effettuazione delle c.d. visure catastali e ipotecarie, allo scopo di individuare esattamente il bene e verificarne la libertà (v. Cass., 28/7/1969, n. 2861, e, più recentemente, Cass., 24/9/1999, n. 10493; Cass., 18/1/2002, n. 547). La sussistenza di tale obbligo è stata dalla giurisprudenza di legittimità dapprima argomentata dal combinato disposto di cui all'art. 2913 c.c. e art. 28 Legge Notarile, in ragione della funzione pubblica del notaio, ovvero da quello di cui agli artt. 4 (secondo cui alle domande di voltura debbono essere acquisiti i certificati catastali) e 14 (che fa obbligo al notaio di chiedere la voltura) D.P.R. n. 640 del 1972, in base al quale il notaio è tenuto ad espletare attività di verifica catastale ed ipotecaria volta ad accertare la condizione giuridica ed il valore di un immobile, da tenersi distinta dalla normale indagine giuridica occorrente per la stipulazione dell’atto.
Secondo i giudici della S.C., quindi, “L'obbligo di buona fede oggettiva o correttezza è da valutarsi alla stregua della causa concreta dell'incarico conferito al professionista dal committente, e in particolare al notaio (cfr. Cass., Sez. Un., 31/7/2012) e cioè con lo scopo pratico dalle parti perseguito mediante la stipulazione, o, in altre parole, con l'interesse che l'operazione contrattuale è propriamente volta a soddisfare”. Con altra precedente pronuncia, peraltro, la Corte di cassazione aveva affermato che “il notaio, incaricato della redazione ed autenticazione di un contratto preliminare per la compravendita di un immobile, non può limitarsi a procedere al mero accertamento della volontà delle parti e a sovrintendere alla compilazione dell’atto, occorrendo anche che egli si interessi delle attività preparatorie e successive necessarie ad assicurare la serietà e la certezza degli effetti tipici dell’atto e del risultato pratico perseguito ed esplicitato dalle parti stesse” (Cass. civ., sez. III, n. 12482/2017).

References: Cass. 
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