Source: https://studiolegaleramelli.it/2019/09/08/non-integra-il-reato-di-dichiarazione-fraudolenta-ma-quello-di-dichiarazione-infedele-laver-annotato-nelle-dichiarazioni-fiscali-della-societa-elementi-passivi-fittizi/
Timestamp: 2020-01-20 14:54:56+00:00

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Non integra il reato di dichiarazione fraudolenta ma quello di dichiarazione infedele l’aver annotato nelle dichiarazioni fiscali della società elementi passivi fittizi. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Si segnala ai lettori del blog la sentenza n. 36620/2019 – depositata il 29.08.2019 resa in materia di reati tributari, con la quale la Suprema Corte ha escluso la sussunzione della condotta materiale contestata nel reato di cui all’art 3 d.lgs. 158/2015 ritenendo che il fatto, qualora sia accertato il superamento delle soglie di punibilità, integri il diverso reato di dichiarazione infedele.
La Corte di appello di Brescia riformava parzialmente la sentenza di primo grado resa dal Tribunale di Bergamo riqualificando il fatto originariamente contestato ai sensi dell’art 2 d.lgs. 74/2000 nel meno in quello p. e p. dall’art 3 d.lgs. 74/2000.
Il giudicabile, tratto a giudizio quale legale rappresentante di una società di capitali, secondo quanto dedotto induttivamente dallo “spesometro” avrebbe contabilizzato elementi passivi fittizi conseguendo, per l’effetto, un risparmio del gettito fiscale effettivamente dovuto.
Avverso la summenzionata sentenza emessa dalla Corte distruttale di Brescia interponeva ricorso per cassazione l’imputato, per ottenerne l’annullamento, articolando due motivi di impugnazione censurando, per quanto di interesse per l’analisi della sentenza in commento, vizio motivazionale per illogicità e contraddittorietà della motivazione in ordine all’ipotesi delittuosa della dichiarazione fraudolenta ritenuta in sentenza.
Secondo la tesi promossa dalla difesa la motivazione resa dalla Corte territoriale bresciana era censurabile per aver interpretato la valenza dello “spesometro” al pari delle dichiarazioni annuali o delle annotazioni nelle scritture obbligatorie delle quali non vi era prova.
La Suprema Corte ha accolto il ricorso censurando l’erronea qualificazione giuridica operata dal Collegio di appello, annullando la sentenza con rinvio la sentenza impugnata affinché possa essere valutata la configurabilità del delitto p. e p. dell’art. 4 d.lgs 74/2000, rimettendo al giudice del merito l’accertamento del superamento delle soglie di punibilità innalzate dal decreto legislativo n.158/2015 che ha introdotto una disciplina più favorevole.
Di seguito si riportano i passaggi estratti del compendio motivazionale della sentenza in commento di particolare interesse per gli operatori di diritto in ambito tributario.
(i) La riqualificazione giuridica della condotta contestata.
“Va, anzitutto, precisato che, nel caso in esame, trova applicazione la fattispecie di cui all’art. 3 d.lgs. n. 74 del 2000 nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal d.lgs. n. 158 del 2015, vigente al momento del fatto, trattandosi di una disposizione più favorevole rispetto a quella attualmente in vigore.
Ciò posto, la norma previgente, puniva, fuori dai casi previsti dall’art. 2, la condotta di chi, “al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei ad ostacolarne l’accertamento, indica in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi“, purché fossero congiuntamente superate le soglie indicate alle lett. a) e b). Orbene, tra gli elementi del fatto la norma previgente prevedeva anche la “falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie”
Nel caso di specie, si osserva che la Corte territoriale ha escluso la sussistenza dell’art. 2 d.lgs. n. 74 del 2000 difettando la prova dell’annotazione in contabilità delle false fatture, avendo la società trasferito la sede in Romania, il che ha impedito gli accertamenti fiscali (p. 3-4 della sentenza impugnata).
La Corte territoriale ha perciò riqualificato il fatto ai sensi dell’art. 3 d.lgs. n. 784 del 2000, evidentemente facendo riferimento, in maniera erronea, alla fattispecie modificata dal d.lgs. n. 158 del 2015.
Viceversa, come anticipato, astrattamente trova applicazione la norma vigente al momento del fatto, la cui violazione, nel caso concreto, non è però ravvisabile proprio perché, come accertato dalla Corte territoriale, non vi è prova della falsa rappresentazione nelle scritture contabili.”
(ii) Il principio di diritto e la sussunzione nell’illecito di dichiarazione infedele, sempre che sia accertato il superamento delle soglie di punibilità.
“Nondimeno, i giudici dì merito hanno accertato la fittizietà delle poste passive afferenti alle operazioni riferibili ai vari soggetti economici indicati nel capo di imputazione, annotate nella dichiarazione presentata dalla società di cui il ricorrente era il legale rappresentante per un importo imponibile complessivo, quanto all’anno 2010, pari a 1.118.994 euro, con sottrazione all’imposta sui redditi per 67.924,82 euro e iva per 223.799 euro; tale fatto può integrare il delitto di “dichiarazione infedele”, punito dall’art. 4 d.lgs. n. 74 del 2000, a condizione che sia accertato il superamento delle soglie come rimodulate, in senso più favorevole per l’agente, dal d.lgs. n. 158 del 2015.
A tal fine, la sentenza deve perciò essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Brescia perché accerti, con apprezzamento fattuale non consentito in sede di legittimità, se il fatto integri la fattispecie di cui all’art. 4 d.lgs. n. 74 del 2000, con riferimento alle più elevate soglie di punibilità introdotte dal d.lgs. n. 158 del 2015.
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