Source: http://www.fisicamente.net/GUERRA/index-897.htm
Timestamp: 2019-02-18 16:35:00+00:00

Document:
USA, ESTRADIZIONI, RECIPROCITA'
http://www.santegidio.org/pdm/news/17_12_01.htm
NO ALLE ESTRADIZIONI VERSO GLI USA
L'Europarlamento si e' pronunciato oggi a Strasburgo contro l'estradizione verso gli Usa di persone sospettate di terrorismo se nei loro confronti potrà essere decisa una condanna a morte. In una risoluzione adottata per iniziativa di Ppe, Pse, Eldr, Verdi e conservatori, gli eurodeputati si sono pronunciati in favore di una cooperazione giudiziaria e di polizia contro il terrorismo, ma hanno avvertito che ''una estradizione non può avvenire se l'accusato può essere condannato alla pena capitale''. L'Europarlamento ha anche espresso riserve circa le misure speciali adottate negli Usa, in particolare la ''legge patriottica, che discrimina contro i cittadini non Usa'' e il decreto del presidente Bush sui tribunali militari. Secondo gli eurodeputati inoltre ''potrebbero sorgere problemi giuridici a causa del fatto che gli Stati Uniti considerano i terroristi come criminali di guerra, mentre per il momento ciò non avviene nell'Ue''.
http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2002/un33/art2371.html
Da "Umanità Nova" n. 33 del 13 ottobre 2002
Il nuovo ordine mondiale è sempre più vecchio
"Statewatch" è un gruppo - formato da volontari - nato nel 1991 che ha come scopo principale quello di gestire un "osservatorio" sulle libertà civili all'interno della comunità europea. I suoi interessi si puntano principalmente sulla politica europea riguardante la lotta alla criminalità, il terrorismo, l'immigrazione ed i diritti civili e spesso, negli ultimi anni, le sue campagne hanno ottenuto qualche riscontro anche al di fuori del settore degli addetti ai lavori.
Sebbene si tratti di una organizzazione che punta sulla difesa delle "libertà democratiche" spesso i suoi documenti e le sue analisi sono utili anche per chi, come noi, crede che il sistema non sia riformabile.
Qualche settimana fa, "Statewatch" ha annunciato di essere entrato in possesso di un accordo segreto in corso di negoziazione tra l'Unione Europea (UE) e gli Usa, sulla lotta alla criminalità ed al terrorismo. Tale accordo riguarderebbe le procedure investigative e verrebbe siglato senza passare preventivamente attraverso i diversi parlamenti nazionali.
Il testo completo del rapporto può essere letto su Internet ( www.statewatch.org ), qui ci limitiamo a segnalarne alcuni punti essenziali.
L'accordo prevede la creazione di contatti permanenti fra ogni stato membro dell'Unione Europea e gli Usa che dovrebbero facilitare alcune procedure legate alla lotta alla criminalità organizzata come, ad esempio, il controllo ed il blocco di conti bancari.
Da parte sua l'UE ha proposto di costituire dei gruppi investigativi misti al fine di portare avanti operazioni di polizia sotto copertura e di creare una comune procedura riguardo il controllo e l'intercettazione delle telecomunicazioni. L'UE si impegnerebbe anche a fornire prove e testimoni in processi che in Usa prevedono la pena capitale.
Gli Usa hanno chiesto, tra le altre cose, di rendere più facili le estradizioni verso il loro paese superando tutte le barriere legislative esistenti a proposito dei reati "politici" ed aggiornando, in tal senso, i vecchi trattati bilaterali già esistenti.
A partire dall'11 settembre sono aumentati i contatti, formali o meno, tra le commissioni Interni e Giustizia dell'UE e gli Usa; dopo una serie di dichiarazioni di principio e di richieste esplicite, volte a formalizzare un impegno per un negoziato bilaterale sulla materia, nell'aprile di quest'anno la presidenza dell'UE è stata autorizzata a portare avanti la stipula di un accordo. In base ad alcuni articoli del Trattato di Amsterdam del 1997 è possibile che vengano discussi trattati con Stati extraeuropei senza la necessità di consultare i diversi parlamenti degli stati membri e senza il coinvolgimento del Parlamento Europeo.
Come è evidente un processo del genere si inserisce perfettamente in un quadro generale, si pensi alla recente decisione che in pratica rende i militari Usa non processabili, che vede avanzare il progetto di un governo mondiale perfettamente in sintonia con quello statunitense che, con la solita scusa della lotta al terrorismo, intende allargare ulteriormente il proprio potere di controllo e di repressione. Un processo che vede la complicità naturale, ad ogni livello, di tutti gli organismi istituzionali nazionali ed europei, sia di "destra" che di "sinistra": un Nuovo Ordine Mondiale che non è altro che il vecchio sistema Statale e Capitalistico aggiornato al terzo millennio.
Questo apparato di potere, solo apparentemente invincibile, sarà impegnato nel prossimo futuro nel tentativo di annichilire il movimento di opposizione che, negli ultimi anni ha ripreso, sull'onda della lotta alla globalizzazione, nuova forza e determinazione. Il tentativo seguirà, inevitabilmente, le solite strade: la repressione brutale delle manifestazioni di dissenso e la spinta del movimento verso una, meno problematica, opposizione di tipo riformista.
http://www.altremappe.org/Indymedia/intervistabulgarelliindy.htm
POLIZIA GLOBALE ALL'ATTACCO DI INDYMEDIA
Intervista al deputato dei verdi Mauro Bulgarelli sull'operazione dell' Fbi contro la rete Indymedia
Indymedia è sotto attacco. Il sequestro degli hardisk dei server Usa e Gb da parte dell'Fbi ha oscurato una ventina di nodi della rete, tra cui quello italiano, che solo in queste ore è riuscito a riaffacciarsi sul web. Abbiamo sentito in proposito il deputato dei verdi Mauro Bulgarelli, tra i primi a prendere posizione su questo gravissima provocazione e presentatore di un'interrogazione parlamentare al ministro delle Comunicazioni e a quello degli Esteri.
Altremappe: La prima domanda è d'obbligo: come leggere questa operazione poliziesca contro Indymedia?
Bulgarelli: “Non credo di esagerare definendo questa operazione di una gravità assoluta. Qui, a quanto si può capire, si incrociano due piani, che insieme disegnano una strategia globale: da una parte c'è questa incredibile richiesta proveniente dal governo italiano e da quello svizzero che, a quanto afferma l'Fbi, avrebbero richiesto l'intervento dei federali Usa per chiudere i server di Indymedia a Londra. I motivi rimangono per il momento sconosciuti, anche se è abbastanza chiaro che le finalità di questa richiesta, da parte del nostro governo, sono di tipo ‘punitivo' e intimidatorio. Dall'altra c'è il ruolo degli Stati uniti che, in qualità di sceriffo globale, si incaricano di eseguire l'operazione in applicazione degli obblighi legali contenuti nei “nostri trattati di assistenza reciproca''. Cosa prescrivono questi accordi? Quando sono stati stipulati ? Poteva il governo inglese opporsi all'operazione ? La vicenda è veramente orwelliana e, come ho sospettato subito, il nostro governo c'è dentro fino al collo, rendendosi complice di una riscrittura eversiva del diritto internazionale che legittima l'arbitrio extraterritoriale degli Usa. Gli accordi cui si fa riferimento sono quelli che vanno sotto la sigla Mlat (Mutual Legal Assistance Treaty) e prevedono che gli stati aderenti si assistano vicendevolmente durante le indagini per terrorismo internazionale, rapimenti e riciclaggio di denaro. Sono stati stilati oltre un quarto di secolo fa e progressivamente ratificati dai vari stati aderenti ma a partire dal varo del Patrioct Act essi sono divenuti un formidabile strumento di intervento per la polizia globale, libera, come in questo caso, di intervenire senza limiti di giurisdizione. Ma gli interrogativi non finiscono qui: c'è un'iniziativa della magistratura italiana a monte della richiesta che il nostro governo avrebbe inoltrato agli Usa? Oppure le nostre autorità si sono mosse autonomamente. Quest'ultima ipotesi sarebbe ancora più preoccupante poiché segnerebbe un ulteriore passaggio verso l'autonomizzazione della funzione repressiva, un nuovo passo verso la costruzione di uno stato di polizia sovranazionale. Nell'ambito di questi accordi, inoltre, è estremamente agevole allestire un "gioco delle parti": anche nel caso di Indymedia, formalmente la richiesta d'intervento può provenire dal governo italiano ma può essere stata ispirata da quello americano. Non bisogna dimenticare che questo governo ha deciso di ricorrere massicciamente al terreno dei patti bilaterali: l'11 settembre 2002 il nostro guardasigilli ha siglato un accordo segreto con il ministro della giustizia francese per l'estradizione di 14 ex appartenenti alle Brigate Rosse esuli da molti anni in Francia. Come è noto, nell'ambito di questa cooperazione poliziesca è stata destrutturata la cosiddetta ‘dottrina Mitterand' in favore di quelle estradizioni ‘mirate' che hanno portato anche all'arresto di Cesare Battisti. Dunque l'operazione Indymedia, come quella contro gli esuli italiani e gli stessi misteriosi accordi tra Italia e Libia in materia di immigrazione, possono essere interpretati come veri e propri tentativi di riscrivere in senso autoritario alcuni diritti fondamentali – nella fattispecie il diritto d'espressione e quello d'asilo – alla vigilia dell'entrata in vigore della nuova Carta europea, che ha tra i suoi capisaldi, è bene ricordarlo, la formazione di una forza di polizia unificata. Infine, sono già alcuni anni che l'Europa mostra di voler recepire la filosofia Usa in materia di libertà di circolazione telematica: basti pensare che già nel 2001 la Convenzione europea sul Cybercrimine si propose di estendere indefinitamente i poteri di polizia e di indagine e armonizzare le attività inquirenti tra i diversi paesi in tema di crimine informatico. Tra le misure più pericolose vi era la registrazione dei dati del traffico internet - che, a livello di parlamento italiano siamo riusciti temporaneamente a bloccare ma che ogni probabilità sarà reintrodotta in sede di legislazione europea visto l'accordo che su questo punto esiste tra i ministri UE – e il rafforzamento dell' Europol , organismo che avrà ora un compito centrale nel coordinamento europeo delle attività anti-terroristiche, facendo leva soprattutto sul principio di ‘solidarietà' per garantire ‘mutuo soccorso' in caso di attacco terroristico ad un paese dell'Unione.
Insomma, sulla base dei pochi elementi emersi finora, la ricostruzione di questo contesto più generale mi sembra abbia una sua attendibilità: anche se occorrerà fare luce molto più a fondo su questa operazione, ad entrare in azione contro Indymedia è stata la polizia globale.
Altremappe: Se questo è vero, l'operazione è rivolta specificamente contro il nodo italiano della rete Indymedia o ha una valenza più complessiva? Ti ricordo che sono stati oscurati anche i nodi di altri paesi europei come la Francia , i Paesi Baschi, l'Inghilterra…
Bulgarelli: “Anche qui la cosa si presta a essere letta su più piani. Può darsi che esca fuori dal cilindro di qualche investigatore un'inchiesta specifica sul nodo italiano. Nel nostro paese i siti indipendenti e di movimento sono sottoposti da tempo a un indecente campagna di criminalizzazione: penso, ad esempio, alle accuse di ‘connivenza con il terrorismo mediorientale' avanzate contro alcuni di essi in trasmissioni come ‘Porta a porta' per il solo fatto di aver documentato veri e propri crimini compiuti dalle truppe di occupazione in Iraq. Ma oggi mi sembra che l'attacco sia stato portato su un piano più complessivo. Innanzitutto esso cade a pochi giorni dall'apertura del Forum Sociale Europeo di Londra e assume un chiaro significato intimidatorio nei confronti di un movimento, quello contro la guerra, già da mesi sottoposto in tutto il mondo a una pressione fortissima. Allargando poi la prospettiva, penso che l'obiettivo principale non sia tanto uno strumento di informazione indipendente ma un'intera comunità, un modo di comunicare e di esprimersi che caratterizza, oltre che Indymedia, migliaia di siti di movimento sparsi per il mondo. Il messaggio, in questo senso, è chiaro: nella guerra globale non c'è più spazio per la comunicazione orizzontale, non sono più ammesse ‘isole nella rete' e lo stesso diritto al dissenso svanisce nel progetto di omologazione delle fonti di informazione.
Altremappe: Torniamo al ruolo degli Stati uniti in questa operazione. Anche se essa non partisse direttamente dal ministero della Giustizia americano essa sarebbe stata impossibile senza l'intervento dell'Fbi in un paese straniero e sovrano…
Bulgarelli: “Certo, mi pare legittimo inquadrare questo attacco nel contesto delle operazioni di polizia globale che gli Usa conducono non soltanto sul piano militare ma, da qualche tempo, anche contro il mondo dell'informazione non “embedded”. Una serie di misure adottate dall'amministrazione Usa preannunciavano chiaramente questa offensiva: già nel 2000 era stato creato l'Us Customs Smuggling Center, una sorta di accademia per cybercop chiamata a svolgere funzioni di centralizzazione per tutte le indagini da condurre nella rete e, dopo l'11 settembre, il Patriot Act ha esteso a dismisura le prerogative di questi cyberpoliziotti e degli agenti federali, consentendo l'arresto di chiunque, anche cittadino di altre nazioni, “attenti alla sicurezza degli Stati uniti”. Lo stesso Rebuilding America's Defense, il documento programmatico stilato dalla lobby golpista del Pnac (Project for the New American Century, uno dei think tank neocon più aggressivi, ndr.) poneva al centro degli obiettivi da realizzare nel breve periodo “il pieno dominio del cyberspazio”, individuato come estensione ‘naturale' del warfare. La filosofia alla base è sempre la stessa; l'attacco preventivo contro chiunque ostacoli, o si rifiuti di assecondare, i piani egemonici degli Usa."
Altremappe: Questa strategia Usa stravolge dunque quel che resta del diritto internazionale, assegnando agli Usa una sorta di impunità assoluta…
Bulgarelli: “E' proprio questo il punto. L'impero si ritiene “legibus solutus” e manifesta tutto il suo dispotismo rifiutando di essere giudicato per le sue continue violazioni dei diritti universali e della sovranità delle nazioni grazie alla supremazia che gli assegna la potenza militare. Gli Usa, in questa fase, essendo l'unica superpotenza rimasta sul pianeta, esplicano alla perfezione questa strategia di comando poliziesco, incarnando sinistramente quella figura di gendarme globale che si arroga indistintamente la facoltà di invadere un paese o di mettere a tacere le voci scomode. L'attacco a Indymedia, in questo contesto, non è certo casuale: non si imbavaglia tanto, o non solo, il ‘logo' di Indymedia quanto gli spazi di democrazia che offre la comunicazione in rete, le possibilità che essa consente di replicare e diffondere comportamenti e linguaggi non omologati e, perché no, di sputtanare le malefatte del potere. Non è un caso che, come hanno affermato i gestori di Indymedia, l'Fbi si fosse già presentata tempo fa da loro chiedendo di rimuovere dal sito le foto di poliziotti in borghese che a Nantes e a Seattle operavano sotto copertura o che si sia accanita contro i nodi di Indymedia Usa che veicolavano le inchieste indipendenti sulla truffa elettorale organizzata dalla Diebold per far vincere G.W. Bush. Il mediattivismo è una spina nel fianco dell'impero perché grazie al suo agire in rete, all'uso creativo e democratico delle tecnologie, riesce a rompere quella congiura del silenzio di cui il potere ha bisogno per esercitare comando. Cosa sarebbe stato delle nefandezze compiute dalle forze dell'ordine a Genova in occasione del G8 del 2001 se non si fosse messa in moto la straordinaria macchina controinformativa dei movimenti? "
http://www.disinformazione.it/ciaesoci.htm
Quindi fonti informative sbagliate, professionalità nulla, e sulla buona fede … lasciamo perdere!
Sono stati commessi crimini di guerra, simili a quelli compiuti dai nazisti, o dai serbi di Milosevic, passibili di essere giudicati dai tribunali internazionali.
Ma ci sono ben altre cose, che nulla hanno a che fare con guerre in atto, e che la CIA ha fatto, e forse continua a fare, che non sono certo semplici raccolte d’informazioni.
Proiettili non letali da 81 mm per mortai standard da campo, per sparare armi chimiche, sono stati già prodotti per l’esercito americano fin dal 2002 dalla General Dynamics. L’uso dei prodotti sparati da queste armi su esseri umani, negli Stati Uniti è ufficialmente proibito.
http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=675
Come ti estrado il "terrorista"
Riprendiamo questo articolo sui "disinvolti" metodi Usa nella lotta al terrorismo dal quotidiano Liberazione del 14 dicembre 2004, dove è apparso col titolo "L'Italia aiuta i nuovi Pinochet".
L'8 Ottobre del 2002 un jet privato proveniente da Washington fa scalo a Roma, nella sua rotta verso Amman, Giordania. All'interno, vi sono un prigioniero, Maher Arar, cittadino canadese di origine siriana, e una squadra "speciale" statunitense addetta al "prelievo" e deportazione di presunti terroristi in Paesi ove - lontano da occhi indiscreti - i prigionieri vengono torturati, in particolare Giordania, Siria, Egitto, Uzbekistan e Marocco. Roma non obietta, anche se le operazioni connesse a quell'aereo stanno violando ogni norma di diritto internazionale sulla detenzione e sulla tortura.
Un aereo differente ma, come vedremo, con simile uso - non è noto se con prigionieri o senza - decolla dall'aeroporto di Firenze Galileo Galilei l'1 Gennaio 2002 alla volta di Mildenhall (Gran Bretagna), via Francoforte. Nel 2003, nella seconda metà di febbraio, ancora l'Italia vede un altro caso simile, con il rapimento a Milano dell'imam egiziano Abu Omar, prelevato da agenti segreti e trasportato in una base militare italiana e poi "avviato" in Egitto con uno di quegli aerei speciali, evento ora oggetto di indagine da parte della Procura di Milano (Paolo Biondani, Corriere della Sera, 15 novembre 2004). Al governo, interrogato al proposito dagli onorevoli Deiana e Giordano di Rifondazione Comunista a metà novembre e (il manifesto 16 novembre 2004) dal senatore Falomi (Lista Di Pietro-Occhetto), tutto ciò non è noto, naturalmente.
Più che altro finge che "non gli sia noto" che gli accordi stipulati dall'Italia, come da molti altri governi europei e non, con il governo statunitense in relazione alla collaborazione contro il terrorismo, hanno dato carta bianca all'Amministrazione Usa. Tali accordi, contro ogni legge internazionale e nazionale, appoggiano un programma "speciale" di deportazione di sospetti terroristi che, già presente all'epoca di Clinton (Intelligence Support Activity o Isa), è stato modificato e potenziato dopo gli eventi dell'11 Settembre 2001. Occorre riferirsi alla Convenzione Onu contro la Tortura per comprenderne la natura (vedi box).
Il 13 novembre 2001, due mesi dopo l'attacco dell'11 Settembre, il presidente G. W. Bush firma il "Military Order on the Detention, Treatment, and Trial of Certain Non-Citizens in the War Against Terrorism" (detenzione, trattamento e processo di certi noncittadini nella lotta contro il terrorismo), che apre le porte ai tribunali militari speciali (le cui sentenze, inclusa la pena di morte, non possono essere appellate) e alla indefinita detenzione senza obbligo di prova o processo di chiunque sia sospetto di aver nascosto un membro di al-Qa'ida o di essere «coinvolto o aver tramato atti di terrorismo internazionale ». La "legislazione" ricalca quella speciale del ventennio fascista e i metodi che consente (ad esempio le prove segrete che non vengono mostrate all'imputato) sono quelli della Germania nazista e dell'Urss staliniana.
Il 21 marzo 2002, il ministro della Difesa Rumsfeld emette le disposizioni che regolano l'attuazione di quell'ordine ed ora sappiamo che poco prima, il 7 febbraio, un memorandum segreto firmato da Bush dava carta bianca a torturatori e sequestratori di Stato: «Ho determinato che nessuna delle disposizioni di Ginevra (la Convenzione sul trattamento dei prigionieri di guerra, ndr) si applica al nostro conflitto con al-Qa'ida in Afghanistan o in qualsiasi altra parte del mondo». Il presidente, inoltre, autorizzava Rumsfeld a formare una unità segreta all'interno del Pentagono, di cui solo pochissimi erano informati alla Casa Bianca e alla Cia. Vi contribuiranno elementi "scelti" delle forze speciali dell'Esercito (Delta), della Marina (DevGroup) e paramilitari della Cia. Il suo primo obiettivo è la "cattura" di presunte figure chiave del terrorismo internazionale. Sarà appoggiata da una flottiglia di aerei per le Operazioni Speciali.
Al tempo dell'ordine di Bush, comunque, il Congresso ha già fatto passare la legge nota con l'acronimo di Usa Patriot Act ("Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism"). Disposizioni liberticide, articolate in lunghi e complessi testi che sono già pronti una settimana dopo gli attentati. Vengono in certa misura da un tentativo fallito di far passare una legge anti-terrorismo simile nel 1996.
Se lo Stato di Polizia è già in atto nelle questioni interne con il Patriot Act (si leggano al proposito le 25 sezioni del Titolo II e le 8 del Titolo V della legge, disponibili al sito della Camera dei Rappresentanti statunitensi), la guerra in Afghanistan e l'ordine militare presidenziale del Novembre producono all'estero una realtà da Stato di Polizia Internazionale.
Già il 23 Ottobre 2001 (Masood Anwar, The News International, Pakistan, 26 Ottobre; Alissa Rubin, Los Angeles Times, 28 ottobre) un'unità speciale statunitense si fa consegnare dai servizi segreti pakistani lo studente yemenita dell'Università di Karachi, Jamil Qasim Saeed Mohammed, sospettato nel caso dell'attentato contro la nave Uss Cole. Nella notte, arriva all'aeroporto di Karachi il Gulfstream- V (un aereo "business" dalle eccezionali prestazioni e capace di lunghi viaggi intercontinentali, ancora più lunghi nella sua versione militare) che porta il numero di registrazione N379P (N sta per Stati Uniti) e riparte con il prigioniero alla volta di Amman (Giordania). Dopo quella data nessuno saprà più niente di lui.
Altre scomparse si succedono in rapida sequenza e persino il Washington Post (Rajiv Chandrasekaran e Peter Finn, 11 marzo 2002) ne scrive con toni assai critici al proposito di due altri "prelievi" illegali operati dalle stesse unità, in Bosnia e a Jakarta nel gennaio 2002 e relativi il primo a cinque cittadini algerini e uno yemenita e il secondo a un cittadino egiziano-pakistano, Muhammad Saad Iqbal Madni.
Nel giugno 2002 il cittadino tedesco Mohammad Zammar, anch'egli sospetto di legami con al-Qa'ida e oggetto di una inchiesta dal 1998, viene preso in "custodia" dagli agenti statunitensi, portato in Marocco e poi in Siria, ove è imprigionato tuttora. Nell'ottobre del 2002, in Malaysia, vengono sequestrati e portati in Egitto con le stesse modalità Abu Hani, Abdul Gafar e Sabri Ghila (Paolo Biondani, Guido Olimpio, Corriere della Sera, 2 dicembre 2004). Nel novembre 2002, ancora lo stesso Gulfstream- V vola a Banjul, Gambia, e porta agenti della Cia che "interrogheranno" quattro uomini fermati all'aeroporto dai servizi segreti, tra cui vi è un cittadino britannico, Wahab Al-Rawi, cui viene negata illegalmente ogni assistenza consolare e che verrà in seguito rilasciato, mentre il fratello Basher, cittadino iracheno, verrà deportato a Guantanamo e lì lasciato senza elevargli alcun capo d'accusa.
Nel tempo, la cosa assume proporzioni tali che le principali organizzazioni umanitarie si mobilitano, ad esempio con la circostanziata denuncia di Michael Ratner del "Center for Constitutional Right" di New York nel Marzo 2003 e, nell'agosto, di Amnesty International United States America: The Threat of a Bad Example). Si susseguono altre denunce, tra cui quelle di Human Rights Watch e dello New Zeland Herald (Andrew Buncombe e Kim Sengupta, 13 maggio 2004), in cui vengono elencati molti dei Paesi d'origine dei "prigionieri" posti in carceri segrete dagli Stati Uniti e calcolati nell'ordine dei diecimila.
La serie La Promessa Spezzata - del programma "Kalla Fakta" (Freddi Fatti) della TV4 svedese (17 e 24 maggio, 13 settembre, 22 novembre 2004) - aggiunge poi decisivi particolari a tutta la vicenda e minuziosamente documenta la complicità delle autorità svedesi e dei servizi segreti nell'illegale "estradizione speciale" di Muhammed Al Zery e Ahmed Agiza, cui era stato garantito l'asilo perchè perseguitati e torturati in Egitto. I due, portati all'aeroporto di Stoccolma (Bromma) il 18 dicembre 2001, verranno consegnati ad un'unità statunitense che li porterà nelle braccia degli egiziani dove, nell'infame prigione di Masra Tora, a sud del Cairo, verranno ripetutamente torturati.
Prove manipolate o inventate, documenti distorti, vergognosi tentativi di depistaggio durante le inchieste di TV4; ancora quell'aereo N379P, dato in leasing al Pentagono e alla Cia da una società statunitense, la Premier Executive Transport Services, con cui uno degli autori del programma, Fredrik Laurin, riesce brevemente a parlare.
Dopo due anni e mezzo nell'inferno delle carceri egiziane, nell'ottobre 2003 Muhammed Al Zery viene prosciolto da ogni accusa, mentre Ahmed Agiza viene condannato a 15 anni da un tribunale militare egiziano (15 minuti di camera di Consiglio) sulla base di una precedente condanna in absentia in un maxi-processo intentato nel 1999 contro dissidenti islamici del regime di Mubarah.
Difficile sostenere che gli eventi legati alle azioni delle squadre statunitensi non siano noti da tempo. I temi dell'inchiesta svedese vengono infatti variamente ripresi in conferenze pubbliche e da molti organi di stampa, tra cui lo statunitense Znet (Tony Johansson, 25 Maggio); il londinese Guardian (9 Settembre) e ancora il Guardian 13 Settembre) con un articolo del famoso giornalista statunitense Seymour Hersh (che nel 1969, durante il conflitto vietnamita, espose il massacro di civili a My Lay e i tentativi di insabbimaneto di un giovane vice-assistente dello stato maggiore statunitense a Chu Lai, Colin Powell); il Village Magazine irlandese (Michael McCaughan, 2 Ottobre, sull'uso dell'aeroporto di Shannon per le operazioni speciali); il Sunday Times (Scott Millar, 3 Ottobre); ancora Seymour Hersh in una infuocata conferenza a Berkeley (8 Ottobre) che anticipa i temi del suo ultimo libro "Chain of Command: the road from 9/11 to Abu Ghraib" (Penguin Press); l'International Herald Tribune (Reed Brody, 11 Ottobre), varie pubblicazioni su Internet; il Washington Post (Dana Priest, 24 Ottobre) sul memorandum segreto con cui nel marzo 2004 il dipartimento della Giustizia statunitense esprimeva alla Cia un parere favorevole alle "estradizioni speciali" dall'Iraq; infine ancora il Sunday Times, con un articolo- inchiesta di Stephen Grey il 14 Novembre, subito variamente ripreso anche in Italia, tra altri, dal Corriere, da il manifesto e dalla Stampa.
Nell'articolo di Grey, basato sull'acquisizione dei documenti di volo dell'N379P e su informazioni relative ad un altro aereo con simili incarichi, l'N313P (un Boeing 737-7ET), si afferma che l'N379P avrebbe volato verso 49 diverse destinazioni (di cui si dà un parziale elenco relativo a otto Paesi) fuori del territorio statunitense, per un totale di 300 voli. Nello stesso articolo si riprendono le rivelazioni della TV4 svedese rispetto alla proprietà dell'N379P e si aggiunge che anche l'N313P è stato dato in leasing al Dipartimento della Difesa (e alla Cia) dalla stessa società, la Premier, con entrambe gli aerei abilitati ad atterrare in basi militari usa.
L'articolo di Grey, tuttavia, non dice niente sul cambio di registrazione dell'ex-N379P, operato nel gennaio 2004, e invano oggi si cercherebbe un aereo con la registrazione di cui hanno parlato tutti i giornali, nonostante un bravo bloggista Internet, Gordon Housworth (Intellectual Capital Group) avesse già posto il 14 novembre stesso su un sito la notizia del cambio di registrazione e avesse correttamente individuato il nuovo numero: N8068V.
Stranamente, nemmeno un successivo articolo di Farak Stockman (Boston Globe, 29 Novembre) sulla Premier riporta il nuovo numero di registrazione, sebbene dica che esso è avvenuto dopo che il 29 gennaio 2004 la fantomatica vicepresidente della società, Coleen A. Bornt, aveva scritto alla Faa (Federal Aviation Administration) richiedendo il cambio, data la pubblicità fatta dalle varie inchieste menzionate al vecchio numero di registrazione.
Tutto ciò che si sa della Premier, dice l'articolista, è che essa è una società fantasma con indirizzo in Massachusetts, a Dedham (339 Washington St., suite 202). L'indirizzo della società - incorporata nel 1994 nel paradiso fiscale dello stato del Delaware, indi in Massachusetts nel 1996 - non era tuttavia altro che quello di un agente legale, Dean Plakias, che rappresentava la società ma che non aveva sottoposto allo Stato la richiesta documentazione annuale sull'attività del cliente dal 2000). Ancora secondo l'articolo, il presidente della Premier sarebbe stato un tal Bryan P. Dyess, con solo una casella postale assegnata al suo stesso nome in Arlington, Virginia, 7 miglia dal Pentagono. Sfortunatamente, anche la vicepresidente, Coleen Bornt non aveva altro che una casella postale in Maryland come indirizzo.
La Bornt e Dyess, nonostante i loro 54 e 48 anni di età rispettivi, avevano ricevuto il loro numero di Social Security (l'unico documento di identità ufficiale) a metà degli anni 90, segno evidente che gli era stata assegnata una "nuova" identità in quel periodo.
E', tuttavia, dal gennaio 2004 che chi si occupa professionalmente di queste cose, come chi scrive, aveva registrato il cambio del Gulfstream da N379P a N8068V, dato che tale cambio è documentato in varie fotografie ed è scritto per il 18 gennaio nei ruolini di presenza dell'aeroporto di Francoforte (scalo molto frequente per questi aerei) e per il 26 in quelli dell'aeroporto di Ginevra (quindi anche prima della presunta lettera citata dal Boston Globe).
Manco a dirlo, mentre uno degli aerei, il Boeing 737-7TE, rimane registrato con la Premier, l'altro - il Gulfstream V con la registrazione N8068V - viene "passato" l'1 Dicembre 2004 ad una società dell'Oregon, un'altrettanto fantomatica Bayard Foreign Marketing LLC, domiciliata in 921 SW Washington Street a Portland, presso uno studio legale (Jordan, Caplan & Etter). Scott D. Caplan ne è dato come legale rappresentante e un certo Leonard T. Bayard come membro. Anche il signor Bayard non ama i seccatori, dato che non ha un indirizzo o un numero di telefono noti intestati a suo nome in tutti gli Stati Uniti. Un deputato statunitense del Massachusetts, il Democratico Edward J. Markey, ha da tempo promosso - insieme a molti gruppi umanitari, tra cui Human Rights Watch - una campagna per introdurre in Congresso una legge che renda esplicito il divieto delle "estradizioni speciali" e proprio in questi giorni la campagna ha ripreso vigore in occasione del passaggio della nuova legge sui servizi segreti.
E in Italia? Il governo "non sa". Forse perché in Italia non c'è bisogno di aerei speciali, di destinazioni esotiche, o di essere sospetti terroristi per morire in carcere, massacrati di botte dalle squadrette speciali. Tra molti altri, Francesco Romeo, carcere di Reggio Calabria, 1997, "caduto" da un muro per le autorità, ma con segni evidenti di tortura sul corpo; e Marcello Lonzi, Luglio 2003, carcere-lager delle Sughere a Livorno, "trovato" in cella in un mare di sangue, il corpo coperto di manganellate, un cranio violentemente percosso, ma per le autorità morto "per infarto dopo aver picchiato la testa contro un termosifone", caso archiviato. Un'idea che piacerebbe molto ai servizi egiziani se solo avessero i termosifoni.
Quel crimine contro Maher Arar, esule siriano in Canada
Quel 26 settembre 2002, alle due del pomeriggio, Maher Arar, esule siriano in Canada dal 1987 e cittadino canadese dal 1991, un master in telecomunicazioni e titolare di una società di consulenza, atterrava a New York con un volo proveniente da Zurigo, sulla via del ritorno a casa via Montreal, dopo aver lasciato - per un lavoro urgente - una vacanza con moglie, Monia Mazigh, e figli in Tunisia. Al posto di controllo passaporti, il suo nome non sembra gradito. Viene messo da parte e fatto aspettare per due ore sino a quando qualcuno arriva a fotografarlo e a prendergli le impronte digitali. Nessuno risponde alle sue richieste di spiegazione e gli impediscono di telefonare ad un avvocato «perché non è un cittadino americano». Né gli dicono che cosa ha determinato quel trattamento.
Arriva l'Fbi, gli chiedono dei suoi rapporti con un certo Abdullah Almalki, che Arar conosceva occasionalmente in quanto fratello di un collega nella ditta high-tech in cui lavorarava ad Ottawa. Arar spiega nei dettagli la sua vicenda e i rapporti del tutto casuali con Almalki, ma non capisce perché vi sia tanto interesse su questi particolari.
Il 27 lo portano al Centro di Detenzione Metropolitano di New York. Lo tengono in cella per giorni e vorrebbero fargli firmare un documento in cui egli accetta volontariamente di essere deportato in Siria. Il 2 ottobre, finalmente gli permettono di fare una telefonata di 2 minuti alla madre di sua moglie a Ottawa. Arar chiede disperatamente aiuto.
La deportazione in Siria
In successivi interrogatori lo accusano di essere un membro di al-Qa'ida. Il 4 ottobre riceve la visita del console canadese che lo rassicura sull'esito della sua minacciata deportazione in Siria. Gli agenti, però vogliono fargli firmare delle carte senza mostragliene il contenuto. Arar rifiuta. Il 5 arriva finalmente un avvocato. Il 6 gli dicono di uscire dalla cella, perché il suo avvocato vuole parlargli ancora. In realtà lo portano in una stanza e lo interrogano di nuovo per ore. L'8, alle tre del mattino, gli dicono che l'Immigrazione, sulla base di informazioni segrete che non gli vengono rivelate, ha deciso di deportarlo in Siria. Viene incatenato, portato dentro un'auto e spedito in un aeroporto del New Jersey. Il Patriot Act, firmato da una marea di parlamentari Repubblicani e Democratici è in atto.
Arar viene caricato su un jet privato e portato a Washington. La Siria rifiuti di ricevere il prigioniero direttamente, ma la Giordania accetta. Il jet riparte, diretto in Giordania. L'aereo atterra ad Amman il 9 ottobre alle 3 del mattino, dopo aver fatto scalo a Roma. Bendato e incatenato, viene caricato su un Van, picchiato, e poi trasferito in uno stabile - probabilmente un luogo gestito congiuntamente da Cia e servizi giordani, secondo il giornale israeliano Haaretz, dove gli vengono fatte altre domande ed è di nuovo picchiato.
Più tardi, un altro Van lo porta via, gli dicono che lo riporteranno in Canada. Il Van però si ferma poco dopo e Arar viene trasferito su un'auto e portato al confine con la Siria. Lì viene consegnato ad un gruppo di agenti, che Arar scoprirà poi trattarsi del "Far Falestin", una sezione dei servizi segreti siriani. Picchiato di nuovo, interrogato, e poi sepolto in una cella in condizioni disumane.
Viene ripetutamente torturato e si cerca di fargli confessare cose che Arar non ha mai fatto, tra cui essere stato militarmente addestrato in Afghanistan. In prigione, Arar si accorge che anche Abdullah Almakli è lì, gli parla, viene a sapere che è stato anch'egli torturato per mesi. La prigione è un inferno dove sono accatastati in minuscole celle altri prigionieri, ripetutamente torturati anch'essi.
Il 23 ottobre 2002 riceve la prima di una serie di visite del console canadese, in presenza degli agenti. Per altri 10 mesi Arar verrà sottoposto ad ogni sorta di sevizia, fisica e psicologica e non vedrà più un minuto di sole sino all'agosto 2003, quando verrà trasferito alla prigione di Sednaya, a nord di Damasco, non prima che un colonnello dei servizi lo abbia di nuovo picchiato e l'abbia costretto a mettere la sua impronta digitale su un documento in cui "confessa" di essere stato in Afghanistan. Il 5 ottobre 2003, dopo che il suo caso - incessantemente sostenuto dalla moglie - era arrivato all'attenzione internazionale, un'auto consolare canadese misteriosamente lo preleva dalla prigione. Arar è ricevuto casa del console, "ripulito" e riportato in Canada.
Le colpe del Canada
In Canada, il suo caso diventa uno scandalo nazionale. Un comitato di solidarietà con personalità politiche di primo piano e con l'appoggio di Amnesty International, chiede un'inchiesta pubblica. Il Parlamento istituisce una commissione speciale il 5 febbraio 2004, tuttora in corso, sulle gravi responsabilità delle autorità canadesi nella vicenda.
L'incubo di un cittadino innocente deportato dalle squadre "speciali" statunitensi sembra finire ma, il 5 luglio del 2004, la Siria fa sapere di rifiutare qualsiasi collaborazione con l'inchiesta canadese e il 21 settembre il dipartimento di Stato statunitense fa altrettanto. Il 26 novembre, il capo della commissione di inchiesta, il giudice Dennis O'Connor dell'Ontario, rende pubblico un documento di più di mille pagine sul caso Arar. Più della metà di tali pagine sono rese illeggibili "per ragioni di sicurezza nazionale". Nei documenti leggibili, emerge che la polizia canadese che aveva collaborato con le autorità statunitensi sul caso non aveva mai considerato Arar coinvolto in attività terroristiche, ma che semplicemente pensava potesse dare informazioni utili su elementi sospetti. La polizia, sfuggitogli il caso di mano e rendendosi conto dei problemi che avrebbe suscitato la liberazione di Arar, aveva tentato più volte di opporsi alla sua scarcerazione. Meglio sepolto vivo che in giro a raccontare cosa era successo a lui e a centinaia di altri, finiti in una rete da cui solo pochi riusciranno a uscire vivi.
giovedì 23 dicembre 2004.
http://www.altrementi.org/modules.php?name=News&file=article&sid=372
Questo articolo propone una riflessione sulla coerenza di certe politiche che stiamo vivendo.
Vi sono governi che, per esportare la democrazia e salvare i popoli da dittatori sanguinari, non esitano a bombardare, invadere e occupare militarmente un paese. Le stesse amministrazioni, però, chiamate ad applicare norme giuridiche internazionali a tutela della dignità e della salvaguardia di singoli individui, preferiscono ignorarle e mettono a rischio la vita di cittadini stranieri consegnandoli a regimi da loro stessi definiti feroci e colpevoli di sistematiche violazioni dei diritti umani.
Sono sempre più frequenti i casi di estradizione di persone sospettate di terrorismo verso paesi accusati di violare i principi fondamentali della dignità della persona. Sulla base di fragili «assicurazioni diplomatiche», cioè di garanzie sul rispetto dei diritti umani, alcuni governi europei e nord americani, in particolare gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada e i Paesi Bassi, espongono i colpevoli o presunti tali a gravi rischi di torture o maltrattamenti.
In effetti, non è possibile ottenere garanzie da paesi che, pur facendo uso della tortura, cercano di nascondere questa pratica. Si pensi che fra gli stati che offrono le «assicurazioni diplomatiche», figurano alcuni regimi che commettono gravissimi abusi sui detenuti e cioè la Siria, l’Egitto e l’Uzbekistan. Sono state fatte estradizioni anche verso lo Yemen, il Marocco, la Tunisia, l’Algeria, la Russia e la Turchia, dove certe persone, per il solo fatto di essere ceceni, curdi o fedeli all’Islam, vengono prese di mira e sottoposte a violente sevizie.
Il diritto internazionale proibisce la tortura, anche in tempo di guerra o in situazioni di emergenza nazionale. Il divieto include anche il trasferimento delle persone verso paesi dove potrebbero essere esposte al rischio di essere torturate.
Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, il Commissario ai diritti umani dell’Unione Europea e l’Esperto indipendente delle Nazioni Unite sui diritti umani e sull’antiterrorismo hanno affermato che l’utilizzo delle «assicurazioni diplomatiche» può mettere in pericolo il divieto mondiale della tortura.
Human Rights Watch ha recentemente pubblicato un esauriente rapporto di 91 pagine sull’argomento, dal titolo Still at Risk: Diplomatic Assurances No Safeguard Against Torture (http://hrw.org/reports/2005/eca0405/ ), dove sono riportate testimonianze che dimostrano che le persone rinviate verso quei paesi dove viene praticata la tortura sono state effettivamente torturate, malgrado le garanzie diplomatiche.
«I governi che utilizzano le assicurazioni diplomatiche sanno benissimo che le garanzie non proteggono le persone dalla tortura», ha dichiarato Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, «ma durante il terrorismo, queste assicurazioni sono un sistema pratico. Solo delle pressioni pubbliche in Europa e in America del Nord possono porre fine a questa tendenza pericolosa (…) Se i sospetti sono dei criminali, devono essere consegnati alla giustizia. Se non lo sono, devono essere liberati. Ma inviarli verso paesi dove saranno sicuramente torturati non è una soluzione accettabile».
E’ la storia di Maher Arar, un ingegnere di telecomunicazioni canadese di origine siriana che è stato sospettato, nel settembre 2002 dagli Stati Uniti di essere un membro di Al Qaïda. Dopo averlo arrestato all’aeroporto di New York e averlo trattenuto per circa 2 settimane senza fornirgli la possibilità di contestare il suo fermo o la sua imminente estradizione, le autorità americane, anziché espellerlo in Canada, hanno imbarcato Arar su un volo per la Giordania e da qui lo hanno accompagnato verso il confine per consegnarlo all’autorità siriana.
L’estradizione è stata effettuata nonostante Arar ripetesse che voleva essere trasferito in Canada e che in Siria sarebbe stato sicuramente torturato.
Il governo americano ha affermato, in proposito, di aver ricevuto assicurazione da parte dei siriani che Arar non sarebbe stato oggetto di torture.
«Ho passato 10 mesi e mezzo in una segreta siriana dove sono stato picchiato e torturato, dove ho vissuto nel terrore di non uscirne più. Non so ancora oggi esattamente perché sia successo. Non sono che un ingegnere in telecomunicazioni canadese di origine siriana che non ha mai avuto problemi con la polizia. Io sono un buon cittadino.
I miei problemi sono cominciati il 26 settembre 2002, al ritorno dalle vacanze in Tunisia, quando ho fatto scalo a New York. Qua mi hanno chiesto di rispondere a qualche domanda e ho creduto si trattasse di formalità, ma quando l’interrogatorio è durato a lungo e quando mi hanno fatto vedere il contratto d’affitto del mio appartamento di Ottawa del 1997, ho capito che mi stavo sbagliando. Il mio interrogatorio è durato per dei giorni senza la presenza di un avvocato e senza la possibilità di fare una telefonata, poiché non ero cittadino statunitense. Dopo giorni di interrogatori degradanti e insultanti, ho ottenuto il diritto di chiamare la mia famiglia. Immediatamente dopo, mi hanno detto che sarei stato espulso in Siria per motivi segreti. Alcuni funzionari la cui identità non mi è stata rivelata, mi hanno detto che ero ritenuto un membro di Al Qaïda, pur non accusandomi di alcun crimine.
Invano ho ripetuto a questi funzionari americani di non avere alcun legame con la Siria, paese che avevo lasciato all’età di 17 anni. Gli ho spiegato che a causa della mia religione sunnita, della condanna al carcere per nove anni del cugino di mia madre accusato di essere un membro dei “Fratelli Musulmani”, di avere lasciato il paese senza aver fatto il servizio militare, sarei stato, senza alcun dubbio, torturato. Ma questo non è servito a niente. Sono stato inviato incatenato in Giordania, poi in Siria e picchiato durante il viaggio. Sono stato chiuso in una cella simile a una tomba, senza luce, sono stato torturato, ho perso venti chili in dieci mesi e ho assistito all’agonia degli altri prigionieri. Talmente terrorizzato, me la sono fatta addosso per due volte e ho firmato tutte le dichiarazioni che mi hanno presentato. Dopo di che, sono potuto tornare a casa mia.
Oggi voglio sapere perché gli Stati Uniti d’America mi hanno mandato in uno dei sette paesi che loro stessi classificano come sostenitori del terrorismo, perché il Canada ha rilasciato agli Stati Uniti informazioni private sul mio conto; voglio riabilitare il mio nome». (www.reseauvoltaire.net, traduzione di daniela g.)
Maher Arar è stato rilasciato dalla prigionia in Siria senza alcuna imputazione.
Dal suo ritorno a Ottawa, non è più la stessa persona: senza lavoro, vive rinchiuso in casa, evitando qualsiasi contatto con le altre persone e fidandosi solo di sua moglie, Monia Mazigh. La sua, è una vita ormai distrutta.
Gli USA non hanno spiegato perché abbiano consegnato Maher Arar alla Siria piuttosto che al Canada, dove risiede, né hanno spiegato perché abbiano ritenuto credibili le assicurazioni fornite dalla Siria, visto che questo paese figura, secondo gli atti del Dipartimento di stato americano, tra quelli che abusano della tortura (www.state.gov/g/drl//rls/hrrpt/2001/nea/8298.htm).
Nel novembre 2003, pochi giorni dopo il rilascio di Arar da parte della Siria, Bush ha affermato che il governo siriano, piuttosto che preoccuparsi dell’onore della nazione, ha instaurato un potere basato sulla tortura, l’oppressione, la miseria e la rovina.
(www.whitehouse.gov/news/releases/2003/11/20031106-2.html)
Nel gennaio 2005, sempre l’amministrazione Bush ha definito la Siria uno “Stato canaglia”, responsabile di sponsorizzare il terrorismo.
(www.washingtonpost.com/wp-srv/politics/transcripts/bushtext_020205.html#syria).
Il New York Times ha commentato al proposito:
«Secondo gli Stati Uniti, la Siria è guidata da un regime di gangster, colpevole, tra le altre cose, di favorire il terrorismo, aiutare i ribelli irakeni e praticare la tortura. Da qui una domanda: se la Siria è un tale cattivo soggetto – e lo è invero – perché l’amministrazione Bush ha arrestato un cittadino canadese all’aeroporto Kennedy di New York, l’ha messo su un jet e spedito in manette in Medioriente per consegnarlo ai siriani che, immancabilmente, lo hanno torturato?»
(New York Times, 18 febbraio 2005; traduzione di daniela g.)
Il governo americano non ha a tutt’oggi fornito alcuna risposta.
Maher Arar ha denunciato i funzionari responsabili del suo trasferimento di avere violato il 5° emendamento della Costituzione, la Convenzione contro la tortura e il Torture Victim Protection Act del 1991.
Il Dipartimento di Stato, però, ha posto il segreto di stato e si è rifiutato di fornire chiarimenti sul caso.
La mancanza di trasparenza sulla vicenda di Arar ha rafforzato il sospetto che l’assicurazione diplomatica venga usata talvolta come una giustificazione a trasferire persone sospettate di avere informazioni legate ad attività terroristiche verso paesi che usano di norma la tortura, ciò proprio per ottenere queste informazioni.
Gli stessi funzionari americani riconoscono che non c’è modo di garantire che le assicurazioni diplomatiche vengano rispettate. Si tratta di assicurazioni prive di valore, rilasciate da governi che, in genere, hanno livelli infimi per quel che riguarda il rispetto dei diritti umani e non si fanno problemi a promettere che un prigioniero non sarà torturato, salvo poi interrogarlo con l’utilizzo di cavi elettrici non appena lo hanno in custodia.
L’amministrazione Bush lo sa benissimo, ma continua a difendere questa pratica.
A una conferenza stampa nel marzo 2005, il presidente Bush ha sostenuto che l’unico modo per proteggere i cittadini americani e i loro alleati dalle minacce seguite all’11 settembre è quello di «arrestare le persone sospette e rimandarle al loro paese d’origine con la promessa che non siano torturate». Alla domanda di un cronista che ha chiesto, «cosa sa fare l’Uzbekistan quando interroga un individuo che gli americani non sono in grado di fare?», Bush ha eluso la domanda, rispondendo laconico: « prima di estradare qualcuno verso il suo paese d’origine richiediamo assicurazione che costui non venga torturato ».
(www.whitehouse.gov/news/releases/2005/03/20050316-2.html, traduzione di daniela g.).
daniela g. - giugno 2005
OSSERVATORIO SUI DIRITTI UMANI NEL MONDO
http://www.fuoriluogo.it/arretrati/2003/dic_25.htm
Gli effetti devastanti della guerra alla droga nell’esperienza di un diplomatico britannico
Disastro in Colombia
Oggi quasi ogni aspetto della vita è stato liberalizzato e nulla fa pensare che le attuali politiche, figlie del puritananesimo, possano ridurre i consumi in modo significativo
Ambasciatore della Gran Bretagna
in Colombia dal 1990 al 1994
Racconterò come, all’inizio del decennio scorso, ho trascorso in Colombia oltre quattro anni nei panni di ambasciatore del paese che, dopo gli Usa, era il più impegnato ad aiutare la Colombia nella “guerra alla droga”. Era un periodo in cui Pablo Escobar, il signore della droga a capo del cartello di Medellin, stava conducendo una campagna narcoterrorista contro lo stato colombiano per cercare di bloccare l’estradizione dei narcotrafficanti negli Usa. (...) L’aiuto fornito dagli Usa e dall’Unione europea, sia collettivamente che da parte degli stati membri, era considerevole. (...)
Quando arrivai questa intensa collaborazione era iniziata da un anno e io, completamente nuovo alla questione sebbene non alla Colombia, condividevo il generale ottimismo della comunità internazionale che questo sforzo senza precedenti avrebbe fatto una differenza decisiva. Inoltre, data l’immediatezza della minaccia costituita da Escobar, non dubitavo che ciò fosse assolutamente essenziale. Mentre quella minaccia restava, avevo poco tempo per riflettere su come essa si fosse originata.
La nostra cooperazione con i colombiani era basata su un accordo informale. Noi, i paesi consumatori, promettevamo di aiutarli a ridurre l’offerta, e allo stesso tempo avremmo ridotto il flusso di precursori chimici, imposto il pugno duro sul riciclaggio del denaro sporco e ridotto la domanda. (...) Escobar fu infine ucciso alla fine del 1993 e la sua organizzazione ampiamente distrutta.
Cominciai a nutrire i primi dubbi quando gli americani annunciarono che il controllo del traffico di cocaina era da tempo passato al cartello di Cali ed era più florido che mai. Avevamo aiutato i colombiani a vincere una battaglia, ma stavamo ancora perdendo la guerra. (...). Quando, un anno dopo, andai in pensione, nel mio messaggio di addio avvisai il mio governo che, se gli sforzi della comunità internazionale non fossero stati fortemente accresciuti su tutti e quattro i fronti, nel giro di dieci anni i costi della guerra alla droga si sarebbero potuti rivelare più dannosi di qualunque alternativa. A quella scadenza manca ormai solo un anno.
(...) Quanto sta accadendo oggi in Afghanistan è un esempio classico di come la politica antidroga degli Usa sia stata subordinata agli imperativi della politica estera. Ma la politica Usa nei confronti del governo Samper in Colombia (1994-98) era l’esatto opposto. L’antidroga divenne la priorità assoluta, e solo verso la fine del 1997 l’amministrazione Usa si risvegliò e si accorse che la sua politica aveva destabilizzato la Colombia creando il pericolo reale che i comunisti prendessero il potere nel paese.
Lo scandalo sui finanziamenti alla campagna elettorale di Samper con i soldi del cartello di Cali dette modo agli Usa di fare pressione su di lui affinché intensificasse la politica antidroga colombiana, inasprisse la legislazione e riprendesse le estradizioni. Per esercitare una pressione ancora maggiore, nel 1996 e nel 1997 la Colombia fu “decertificata”. E questo, mentre la Colombia perdeva nella guerra alla droga più vite di qualunque altro paese facendo uno sforzo economico molto maggiore degli stessi Stati uniti, in relazione al suo prodotto interno lordo. La decertificazione demoralizzò le forse di polizia colombiane, incoraggiò i guerriglieri e i paramilitari, scoraggiò gli investimenti. L’economia entrò in recessione perla prima volta da settant’anni.
Contemporaneamente (...) i successi statunitensi e colombiani nelle operazioni antidroga non fecero che inasprire il conflitto interno della Colombia, facendo aumentare di molto gli introiti dei guerriglieri e dei loro avversari paramilitari. In larga misura, questi gruppi erano sopravvissuti alla fine della guerra fredda grazie al racket che gestivano, legato alla protezione dei laboratori di cocaina e alla produzione, relativamente piccola, di cocaina in Colombia.
Due fattori cambiarono la situazione. In primo luogo, nel 1995, il cartello di Cali fu eliminato. Ciò lasciava il mercato nelle mani dei piccoli operatori, assai più deboli nei confronti dei gruppi illegali che stavano prendendo sempre di più il sopravvento. In secondo luogo, l’interdizione aerea e l’eradicazione delle colture – misure sostenute dagli Usa – ridussero drasticamente l’afflusso nei laboratori colombiani della pasta di coca proveniente da Perù e Bolivia. Il famoso “balloon effect” (effetto per cui la produzione, quando è sradicata da un’area, si sposta in un’altra area, ndr) si faceva sentire, e a partire dal 1995 la coltivazione di coca in Colombia si è quadruplicata in quattro anni. Ciò ha significato molti più soldi per i gruppi illegali che garantivano la protezione. Progressivamente questi ultimi cominciarono a entrare nel mercato in prima persona, e i loro entroiti aumentarono enormemente.
Dal 1998 gli Usa hanno cambiato politica e hanno fermamente sostenuto il presidente Pastrana (1998-2002) con il Plan Colombia. A partire dal 1999 questo ha rovesciato sulla Colombia più di 2,5 miliardi di dollari in aiuti militari ed economici. La Colombia è diventata così il paese che riceve più aiuti dagli Usa, dopo Israele e l’Egitto. Il Plan Colombia ha pazientemente sostenuto il processo di pace di Pastrana, durato tre anni e rivelatosi un insuccesso, con i guerriglieri delle Farc, sebbene le Farc usassero palesemente la zona demilitarizzata loro concessa per coltivare la coca e accrescere la loro fetta del narcotraffico.
Se possibile, gli Usa hanno sostenuto il presidente Uribe (2002-2006) con entusiasmo ancora maggiore. L’Amministrazione ha persuaso il Congresso a consentire che gli aiuti forniti con il Plan Colombia fossero usati direttamente contro i tre gruppi illegali, e non solo contro i narcotrafficanti. I tentativi, compiuti da Uribe negli ultimi quattro anni, di mobilitare tutte le risorse colombiane stanno cominciando a dare i loro frutti. La coltivazione di coca è scesa del 30%. Le forze di sicurezza sono passate all’offensiva infliggendo perdite significative ai gruppi illegali. Ora c’è ottimismo sul fatto che la produzione in Colombia possa essere ridotta significativamente. Comunque il nostro vecchio amico, il “balloon effect”, sta già producendo i suoi effetti. La coltivazione di coca in Perù e Bolivia sta aumentando, e si sta anche diffondendo in Ecuador (...), Brasile e Venezuela. Uno sguardo alla carta geografica mostra quale compito ingrato sarebbe eliminarla completamente dalla regione.
Le conclusioni sono molto semplici. L’aiuto considerevole dato alla Colombia non ha fermato il traffico di droga, sebbene l’abbia ostacolato. Il costo pagato dalla Colombia di un conflitto interno, che invece di finire con la guerra fredda è continuato e si è intensificato con i proventi del narcotraffico, è stato immenso. Un numero stimato di 3.000-4.000 morti all’anno, fino a due milioni di persone allontanate dai luoghi di origine, milioni di posti di lavoro perduti, un grave danno ambientale. Un autentico disastro.
Noi consumatori abbiamo una grande responsabilità. Abbiamo aiutato i colombiani a combattere l’offerta, ma nonostante tutti i nostri sforzi non siamo riusciti a incidere seriamente sul flusso dei precursori o sul riciclaggio del denaro, e men che meno sulla domanda. Quest’ultima è anzi aumentata. Gli impegni presi dai nostri governi non sono stati onorati.
Una semplice domanda. C’è motivo di credere che le attuali politiche ridurranno significativamente la domanda? Non ci sono elementi che ce lo facciano pensare. Negli anni ‘50, quando ero giovane, solo una piccola minoranza assumeva droghe illegali e perciò la proibizione funzionava. Da allora si è avuto un profondo cambiamento sociale e culturale. Società largamente collettiviste sono diventate individualiste; quasi ogni aspetto della vita è stato liberalizzato dalla legge o dal costume. L’influenza di stati, chiese, partiti, sindacati, famiglie è declinata; la scelta personale è diventata la cosa più importante di tutte. Il consumatore, non il produttore è oggi re. L’economia mondiale è stata globalizzata. Il liberismo americano ha spazzato tutto ciò che c’era prima, minando quell’altra forza potente, il puritanesimo americano, che ha determinato l’insediarsi di un regime proibizionista sulle droghe sempre più severo. Il mondo e gli stessi Usa sono perdenti in questa lotta interna di tipo manicheo.
I leader democratici non possono ammettere il fallimento del sistema dell’Onu. Il primo ministro del mio paese ha ammesso che non sta funzionando, ma la soluzione è: «Dobbiamo solo insistere di più.» Il primo passo per una vera soluzione sarebbe per gli Usa rimuovere l’elemento coercitivo da essi stessi imposto. Senza tale elemento, gli stati potrebbero cominciare a elaborare dei modi per gestire i loro problemi particolari, e noi potremmo tutti guadagnare dalle loro esperienze. E potrebbe iniziare un vero dibattito. Al momento tale dibattito ha luogo nei media e altrove, ma non in ambito politico a causa del clima di intimidazione. Qualunque politico che metta in discussione l’approccio americano è accusato di essere “soft on drugs”, tollerante sulle droghe. Naturalmente è vero il contrario. È la proibizione ad aver determinato il mercato incontrollato delle droghe che sta invadendo il mondo.
Un dibattito razionale e basato su elementi di fatto potrebbe portare al rovesciamento dell’attuale regime con il grande expertise delle Nazioni Unite, in un vero regime di controllo che potrebbe ridurre il danno causato dalle politiche attuali.
Se questa opportunità non sarà colta, il regime Onu corre il rischio di essere spazzato via mentre una generazione più giovane di elettori, in tutto il mondo sviluppato, diventerà maggioranza e rigetterà la proibizione tout court. Sarebbe molto meglio se il cambiamento cominciasse ora, in modo da poterlo gestire.
http://www.resistenze.org/sito/te/po/yu/milosliber.htm
Il Tribunale dell’Aja e' stato creato su pressioni USA dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, cui la Carta delle Nazioni Unite non attribuisce tale potere. E’ finanziato dagli USA, attraverso l’ONU, nonché da enti e personaggi privati, come George Soros, che da anni lavorano alla destabilizzazione degli Stati che si oppongono all’imperialismo. Utilizza come polizia giudiziaria – che opera attraverso colpi di mano e rapimenti – le forze Nato, cioe' di una delle parti in causa nel conflitto balcanico. Nella sua procedura, il Tribunale dell’Aja viola tutti i principi del diritto internazionale: formula le proprie leggi e i propri regolamenti e li modifica su ordine del Presidente o del Procuratore, assegnandogli carattere retroattivo; non contempla un giudice per le indagini preliminari che investighi sulle accuse; ricusa o rifiuta a proprio arbitrio di ascoltare gli avvocati della difesa, allo stesso modo dei tribunali dell’Inquisizione; puo' rifiutare agli avvocati di consultare documentazione probatoria; secreta fonti testimoniali, che possono dunque essere servizi segreti con accuse false, o raccolte illegalmente e non sottoposte a verifica; secreta atti d’accusa ponendo l’imputato nell’ impossibilità di difendersi; puo' detenere sospetti per novanta giorni prima di formulare imputazioni, con l’evidente scopo di ottenere confessioni. Inoltre, il Tribunale dell’Aja ha sistematicamente dichiarato il non luogo a procedere per le documentate accuse di crimini di guerra mosse da varie parti alla Nato, nonché alle bande dell’UCK albanese. La sproporzione tra incriminazioni nei confronti di esponenti serbi rispetto a incriminazioni di croati, albanesi e bosniaci, responsabili di vaste pulizie etniche, e' resa evidente dai numeri. Gli USA sono esonerati dall'essere incriminati da tale Tribunale.
CONCLUSIONE ... PROVVISORIA
Quanto ora detto sul fatto che gli USA non risponderebbero mai ad una qualunque accusa gli venisse rivolta dal Tribunale dell'Aja è solo un piccolissimo esempio dell'atteggiamento di questo Paese nei riguardi del mondo intero.
Gli USA non aderiscono e quindi non firmano alcun Trattato Internazionale per la parte che possa vederli come accusati o limitarli in qualche modo, come Kyoto, ad esempio. Non estraderanno mai nessuno dei loro torturatori in tutto il mondo, dei 4 assassini del Cermis, degli assassini di Calipari, dei terroristi che hanno complottato in Italia in epoca di strategia della tensione, dei rapitori di cittadini stranieri in Italia, ...
E neanche a pensare che vi sia una qualche volontà italiana in tal senso. Sia Prodi con il Cermis che Berlusconi con Calipari hanno piegato la schiena senza far valere neppure un briciolo di dignità nazionale. Ancora Berlusconi si è fermato di fronte ai rapimenti CIA di persone residenti in Italia e, come tali, sotto la nostra tutela.
La presenza dei militari USA negli altri paesi include la licenza di uccidere civili a loro piacimento. Che i loro piloti possono continuare a giocare a fare i Top Gun, a girare video ricordo mozzafiato da mostrare agli amici, a gareggiare nello sfiorare tetti e balconi, scommettendo lattine di birra da scolarsi ai comandi: tutto senza doversi preoccupare di nulla, come in un videogioco. Ci accorgiamo di non vivere in un paese con una sua identità e una propria sovranità, ma in una debole colonia a stelle e strisce. E impariamo infine che alle forze armate è concessa una impunità totale, senza uguali né precedenti, annientando quello che il resto del mondo chiama semplicemente responsabilità e giustizia.
Gli USA non hanno alcun rispetto per gli altri e tra gli altri vi sono i tappetini come l'Italia e coloro che reagiscono come la Germania e la Spagna.
La Germania ha richiesto la messa in stato di accusa degli USA per violazione dei diritti consolari (hanno giustiziato due tedeschi negli USA, senza ascoltare cosa aveva da dire l'Ambasciata tedesca). La Spagna, poiché non ha avuto soddisfazione (neppure una risposta) alla richiesta di estradizione dei 3 delinquenti militari USA che hanno sparato una cannonata contro un giornalista di Telecinco che si trovava su una terrazza di un Hotel a Bagdad durante l'invasione USA, ha emanato un mandato di cattura internazionale per i 3 delinquenti suddetti. Ciò vuol dire che gli assassini non potranno mai più lasciare la loro terra per il rischio che avranno di essere arrestati in ogni parte del mondo e consegnati alla Spagna.
Ci vorrebbe poco, molto poco. Basterebbe rivendicare quella cosa che si chiama reciprocità. E non si dica che gli USA sono più forti ... Se le cose stanno così, piantatela almeno con la servile tiritera degli USA patria della democrazia ...
E, per buon peso, aggiungo le ultime notizie sulla barbarie USA.
Non potevano restare inutilizzate le prigioni dell'est e non per miserabili ragioni economiche. Oggi sono gestite dagli USA che le hanno date in concessione alla CIA per torturare gli oppositori di ogni Paese alla loro politica criminale da sempre, lontani dalla legge sul territorio metropolitano USA che lo impedirebbe. E' una storia edificante che dovrebbe essere letta da chi si sbraccia per la libertà in Iraq, in Iran, ... e dimentica, anzi esalta, gli USA. I farisei, non credibili e buoni solo per andare in pasto a sciacalli come Ferrara e Magdi Allam, hanno vita facile in un Paese in cui l'opposizione, presuntamente anche di sinistra, sfila con un agente della CIA, con dei teocon, con i sostenitori della superiorità occidentale, con dei guerrafondai, con dei fascisti e con dei leghisti.
Il manifesto 04 11 2005
I «siti neri» della Cia in Europa dell'est
Alle rivelazioni sulle carceri segrete Bruxelles risponde: faremo «verifiche informali»
Secondo il Washington Post e l'organizzazione statunitense Human Rights Watch la Cia avrebbe creato una rete di carceri segrete per presunti terroristi in giro per il mondo. Anche in Europa, ed esattamente in alcuni paesi dell'ex blocco comunista. Già circolano con insistenza i nomi di Polonia e Romania, un già membro e un ormai prossimo membro della Ue. «Le nostre informazioni - dichiara Jean-Paul Marthoz, portavoce di Hrw - indicano che la Polonia e la Romania sono i paesi che hanno ricevuto prigionieri della Cia», ma non si escludono installazioni anche in altri paesi dell'est Europa. Da Bucarest, Varsavia, Budapest e Bratislava giungono smentite, mentre il governo ceco avrebbe detto no alla richiesta Usa di accogliere alcune persone detenute a Guantanamo, dice Frantisek Bublan, ministro degli interni. Nei documenti classificati della Casa bianca, della Cia, del Congresso e del Dipartimento di giustizia queste carceri verrebbero chiamate siti neri. Aree situate in otto paesi - dalla Thailandia, all'Afghanistan fino appunto all'Europa orientale - in cui un centinaio di presunti terroristi legati ad Al Qaeda verrebbero tenuti in completo isolamento: prigionieri fantasma senza alcun diritto. Non si sa nulla dell'identità dei reclusi, nulla dei metodi con cui sono interrogati, nulla su modi e tempi degli arresti. Come a Guantanamo, con l'aggravante che queste carceri sono pure segrete. La cosa non sorprende comunque il Comitato internazionale della Croce rossa, Cicr: «In passato - afferma la portavoce Antonella Notari - gli stessi Stati uniti hanno annunciato l'arresto di alcune persone che non sono mai apparse nei luoghi di detenzione da noi visitati».
Secondo Bruxelles, versante Commissione, la cosa va studiata: verranno fatte «verifiche informali» a «livello di servizi tecnici» della stessa Commissione, promette Friso Roscam Abbing, portavoce di Franco Frattini. «Ho letto degli articoli - si legge in una nota dello stesso Frattini - e confermo che al momento la Commissione non ha informazioni su questo soggetto. Pertanto non è per me appropriato commentare questi articoli». Molta prudenza, dunque, e una blandissima risposta tecnica ad un problema che è invece tutto politico e che tocca al cuore vari aspetti: dai diritti umani al rispetto dei criteri per entrare nell'Ue (il caso della Romania) e per restarci (la Polonia). Senza dimenticare la sovranità nazionale che evidentemente questi governi preferiscono non esercitare quando di mezzo c'è una richiesta di Washington. Secondo il Post solo i capi dei governi e alcuni alte cariche dei servizi segreti dei paesi interessati sarebbero al corrente dell'esistenza dei siti neri. Per il portavoce di Frattini «non è ancora necessario che il vice presidente telefoni lui stesso ai presidenti di questo o altro stato membro».
Roscam Abbing ricorda pure che sono altre le istituzioni chiamate a vegliare sul rispetto dei diritti umani in Europa, in particolare la Corte dei diritti umani di Strasburgo, mentre alla Commissione spetta solo valutare se una norma nazionale di uno stato membro è conforme alla legislazione comunitaria, inclusa quella sui diritti umani. Un altro argomento pilatesco, che dimentica altri strumenti in mano all'Europa. La Romania, per concludere il suo cammino di adesione che dovrebbe portarla nella Ue nel 2007, deve rispettare i criteri di Copenaghen, tra questi lo «stato di diritto e il rispetto dei diritti umani». Altrettanto per la Polonia, che già fa parte del club, se non vuole incorrere in una sanzione o sospensione per mancato rispetto dei diritti umani (Art 7 del Trattato). Tutti poi hanno firmato la Convenzione internazionale contro la tortura, e «devono rispettarla», dice il portavoce. In pratica Bruxelles avrebbe in mano - assieme ai 25 - armi per farsi sentire. Ma preferisce volare basso, lanciando delle «verifiche informali» che non prova nemmeno a chiamare «indagini».
l'Unità 04.11.2005
Imam rapito a Milano, pronta la richiesta d'estradizione per 22 agenti della Cia
Le rivelazioni sulle carceri segrete della Cia in paesi dell'Europa Orientale hanno messo sulla difensiva la Casa Bianca, creato reazioni, polemiche e smentite in vari paesi dell'Europa e del resto del mondo, scatenato i movimenti per il rispetto dei diritti umani. Ma non solo. In Italia la questione rischia di diventare concreta. Visto che si torna a parlare del caso "Abu Omar". Secondo Sky Tg 24 nei prossimi giorni sarà resa pubblica la richiesta di estradizione per i 22 agenti statunitensi della Cia accusati di aver rapito e trasportato con la forza in Egitto l'imam di Milano Abu Omar. La richiesta di estradizione sarebbe già stata firmata dal procuratore aggiunto Armando Spataro dopo la conferma degli ordini d'arresto da parte del gip milanese Chiara Nobili. L'ex imam sparì il 17 febbraio del 2003 mentre stava per recarsi in moschea. Un sequestro in piena regola, secondo gli inquirenti: un gruppo di agenti Cia lo avrebbe infatti prelevato, condotto nella base militare di Aviano per interrogarlo (con metodi non proprio ortodossi) e alla fine imbarcato per l'Egitto.
La questione Imam è solo un altro nodo che dovrà affrontare la Casa Bianca. Che per il momento deve affrontare le rivelazioni del quotidano Washington Post. Pur seguendo la prassi consolidata di non confermare o smentire, la Casa Bianca è apparsa più in imbarazzo del solito: non è riuscita a mettere in dubbio neanche i dettagli minori dell'articolo pubblicato dal quotidiano americano, a conferma della solidità della storia apparsa sul giornale della capitale americana. «L'America non tortura i suoi prigionieri», ha osservato il consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley. Aggiungendo che «il fatto che vi siano prigioni segrete, ammesso e non concesso che ve ne siano, non implica automaticamente che siano luoghi di torture». Secondo alcuni esperti d'intelligence americani, era stato il vicepresidente Dick Cheney (non è un buon momento per lui) a innescare le rivelazioni sui siti neri della Cia intervenendo pochi giorni fa un pò maldestramente sul Congresso per garantire una esenzione per la Cia ad un emendamento legislativo che mira a proibire il trattamento «crudele e inumano» dei prigionieri nelle mani degli americani.
L'emendamento, proposto dal senatore repubblicano John McCain (torturato dai nord-vietnamiti quando era prigioniero di guerra durante il conflitto in Indocina), ha ricevuto il sostegno di 90 dei 100 membri del Senato. «La tortura è sempre ingiustificabile - aveva osservato un membro del Congresso - gli Stati Uniti stanno perdendo l'autorità morale di poter dare agli altri paesi lezioni in termini di diritti umani».
I tentativi di Cheney, e del nuovo direttore della Cia Porter Gross, di ottenere la esenzione torture per lo spionaggio americano hanno chiaramente irritato qualcuno vicino alla Cia, con tutta probabilità un ex-funzionario della agenzia, inducendolo a passare ai reporter del Washington Post le informazioni alla base dell’inchiesta. Ai giornalisti era stato precisato anche in quali paesi dell'Europa Orientale fossero situate le prigioni segrete della Cia. Il giornale aveva spiegato di avere omesso l'informazione, nel suo articolo di giovedì, su richiesta dei dirigenti della Cia per non mettere in pericolo «la vita di agenti americani impegnati nella lotta al terrorismo».
Ad identificare i paesi dell'ex Patto di Varsavia ci ha provato Human Rights Watch (HRW), che ha indicato la Romania e la Polonia dopo avere studiato le rotte dei voli usati dalla Cia per trasferire dall'Afghanistan i più importanti prigionieri di Al Qaida. I voli dei velivoli noleggiati dalla Cia sono atterrati all'aeroporto di Szymany (in Polonia), vicino al quartier generale dei servizi d'intelligence polacchi, e allo scalo militare di Mihail Kogainiceanu, in Romania. I due paesi hanno negato di ospitare i siti neri della Cia, smentita fatta del resto da quasi tutti gli altri paesi dell'Est europeo.
Un fotografo amatoriale sarebbe riuscito ad immortalare un aereo della Cia con a bordo sospetti terroristi nell'aeroporto di Budapest. Lo riferisce il quotidiano ungherese Nepszabadsag, precisando che l'aereo è atterrato nella capitale ungherese lo scorso 3 ottobre e aggiungendo che i cinque occupanti hanno alloggiato quela notte in un albergo prima di ripartire per il Medio Oriente. Il velivolo, un N168D, è di proprietà della Devon Holding Leasing, che secondo il New York Times sarebbe una delle sette imprese di trasporti utilizzate alla Cia per trasferire i presunti terroristi in località segrete per gli interrogatori. Il portavoce del governo di Budapest, Boglar Laszlo, ha confermato che l'aereo è atterrato in Ungheria, ma ha smentito che a bordo vi fossero terroristi. «L'aereo è arrivato in modo legale e allo stesso modo ha lasciato il Paese»,
La delegazione della commissione europea a Washington ha contattato giovedì la delegazione americana di Human Right Watch a proposito della presunta presenza di carceri segrete della Cia in paesi dell'est Europa, in cui sarebbero detenuti terroristi. «L'organizzazione ci ha confermato di essere in possesso di prove che dimostrano il trasferimento via aereo di prigionieri da un luogo all'altro, via Polonia e Romania risalente al 2004», ha detto il portavoce del commissario Ue Franco Frattini. Secondo la Commissione, questi elementi non provano l'esistenza di prigioni segrete in questi paesi. «Romania e Polonia non hanno negato l'esistenza di basi americane sul loro territorio», ha riferito Friso Roscam Abbing. «A questo momento non c'è la benchè minima prova dell'esistenza di prigioni segrete e quindi di prigionieri segreti. Noi non abbiamo alcun sospetto in questo senso. Speculare senza avere prove è pericoloso».
Riporto, da ultimo, sia la convenzione europea di estradizione, sia il trattato bilaterale di estradizione Italia/Usa.
firmata a Parigi il 13 dicembre 1957
(L. 30 gennaio 1963, n° 300 - Gazzetta Ufficiale n° 84 del 28 marzo 1963)
(Obbligo di estradare)
Le Parti Contraenti s’impegnano a consegnarsi reciprocamente, secondo le norme ed alle condizioni determinate negli articoli seguenti, le persone che sono perseguite per un reato o ricercate per l’esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza, dalle autorità giudiziarie della Parte richiedente.
(Fatti che danno luogo all’estradizione)
Daranno luogo a estradizione i fatti puniti, dalle leggi della Parte richiedente e della Parte richiesta, con una pena restrittiva della libertà o con una misura di sicurezza restrittiva della libertà nel massimo non inferiore ad un anno o con una pena più severa. Quando la condanna ad una pena è stata pronunciata o la misura di sicurezza è stata inflitta sul territorio della Parte richiedente, la sanzione pronunciata dovrà essere della durata dì almeno quattro mesi.
Se la domanda di estradizione contempla più fatti distinti puniti ciascuno dalla legge della Parte richiedente e della Parte richiesta con una pena restrittiva della libertà o con una misura di sicurezza restrittiva della libertà, ma alcuni di essi non soddisfano le condizioni relative all’ammontare della pena, la Parte richiesta avrà la facoltà di accordare ugualmente l’estradizione per questi ultimi.
Qualsiasi Parte Contraente la cui legislazione non autorizzi l’estradizione per taluni reati previsti al paragrafo 1 del presente articolo potrà, per quanto la riguarda, escludere tali reati dal campo di applicazione della Convenzione.
Ogni Parte Contraente che vorrà avvalersi della facoltà prevista al paragrafo 3 del presente articolo, notificherà al Segretario Generale del Consiglio d’Europa, all’atto del deposito del proprio strumento di ratifica o di adesione, sia un elenco dei reati per i quali l’estradizione è autorizzata, sia un elenco dei reati per i quali l’estradizione è esclusa, indicando le disposizioni di legge che autorizzano od escludono l’estradizione. Il Segretario Generale del Consiglio comunicherà tali elenchi agli altri firmatari.
Se, in seguito. Dalla legislazione di una Parte contraente altri reati vengano ad essere esclusi dalla estradizione, la Parte stessa notificherà tale esclusione al Segretario Generale che ne informerà gli altri firmatari. Questa notiziazione avrà effetto alla scadenza di un termine di mesi tre a partire dalla data della ricezione di essa da parte del Segretario Generale.
Ogni Parte che si sarà avvalsa della facoltà prevista ai paragrafi 4 e 5 del presente articolo, potrà in ogni momento sottoporre all’applicazione della presente Convenzione reati che ne sono stati esclusi. Essa notificherà tali modifiche al Segretario Generale del Consiglio che le comunicherà agli altri firmatari.
Ogni Parte potrà applicare la regola della reciprocità per quanto concerne i reati esclusi dal campo di applicazione della Convenzione ai termini del presente articolo.
(Reati politici)
L’estradizione non sarà accordata se il reato per il quale è richiesta sia considerato dalla Parte richiesta come reato politico o come fatto connesso a reato di tale natura.
La stessa disposizione troverà applicazione qualora la Parte richiesta abbia seri motivi per ritenere che la domanda di estradizione, motivata da un reato di diritto comune, sia stata presentata allo scopo di perseguire o di punire una persona per considerazioni razziali, di religione, di nazionalità o di opinioni politiche, e che la situazione di detta persona rischi di essere aggravata da uno qualsiasi dei motivi suddetti.
Ai fini dell’applicazione della presente Convenzione, l’attentato alla vita di un Capo di Stato o di un membro della sua famiglia, non sarà considerato come reato politico.
L’applicazione del presente articolo non pregiudicherà gli obblighi che le Parti avranno assunto od assumeranno con ogni altra Convenzione internazionale di carattere multilaterale.
(Reati militari)
L’estradizione per reati militari, che non costituiscono reati di diritto comune, non rientra nel campo di applicazione della presente Convenzione.
(Reati fiscali)
In materia di tasse e imposte, di dogana, di cambio, l’estradizione sarà accordata, alle condizioni previste dalla presente Convenzione, solo se in tal senso sarà stato deciso dalle Parti Contraenti per ogni singolo reato o categoria di reati.
(Estradizione dei nazionali)
Ogni Parte Contraente avrà la facoltà di rifiutare la estradizione dei propri cittadini.
Ogni Parte Contraente potrà, mediante dichiarazione fatta all’atto della firma o del deposito del proprio strumento di ratifica o di adesione, definire, per quanto la riguarda, il termine "ressortissants (cittadini)" nel senso della presente Convenzione.
La qualità di "ressortissant" sarà valutata al momento della decisione sull’estradizione. Tuttavia se tale qualità non è riconosciuta che tra l’epoca della decisione e la data contemplata per la consegna, la Parte richiesta potrà ugualmente avvalersi della disposizione di cui al comma 1) del presente paragrafo.
Se la Parte richiesta non proceda all’estradizione del proprio cittadino essa dovrà, su domanda della parte richiedente, sottoporre la questione alle autorità competenti onde consentire l’instaurazione, se del caso, di procedimenti giudiziari. A tale scopo, i fascicoli, gli atti istruttori e gli oggetti riguardanti il reato, saranno indirizzati gratuitamente nella forma prevista al paragrafo 1 dell’art. 12. La Parte richiedente sarà informata circa l’esito della richiesta.
(Luogo di perpetrazione del reato)
La Parte richiesta potrà rifiutare di estradare la persona reclamata per un reato che, secondo la propria legislazione, è stato commesso in tutto o in parte sul proprio territorio o in luogo assimilato al proprio territorio.
Qualora il reato che giustifica la domanda di estradizione sia stato commesso fuori del territorio della Parte richiedente, la estradizione potrà essere rifiutata solo nel caso in cui la legislazione della Parte richiesta non autorizzi il perseguimento di un reato della stessa indole commesso fuori dal suo territorio o non consenta l’estradizione per il reato oggetto della domanda.
(Procedimenti in corso per gli stessi fatti)
Una Parte richiesta potrà rifiutare l’estradizione di una persona reclamata se costei è oggetto da parte sua di procedimenti penali per il fatto od i fatti per i quali l’estradizione è domandata.
(Non bis in idem)
L’estradizione non sarà accordata quando la persona richiesta è stata giudicata in forma definitiva dalle autorità competenti della Parte richiesta, per il fatto od i fatti per i quali l’estradizione è domandata.
L’estradizione potrà essere rifiutata se le autorità competenti della Parte richiesta hanno deciso di non instaurare procedimenti, o di porre fine ai procedimenti penali che esse hanno instaurato, per il medesimo od i medesimi fatti.
L’estradizione non sarà accordata se, secondo la legislazione della Parte richiedente o della Parte richiesta, l’azione penale o la pena siano prescritte.
Se il fatto per il quale è domandata l’estradizione sia punito con la pena capitale dalla legge della Parte richiedente e se, in questo caso, detta pena non sia prevista dalla legislazione della Parte richiesta, oppure generalmente non venga eseguita, l’estradizione potrà essere accordata solo a condizione che la parte richiedente dia assicurazioni, ritenute sufficienti dalla parte richiesta, che la pena capitale non sarà eseguita.
(Richiesta di documenti e informazioni)
La richiesta sarà redatta per iscritto ed inoltrata per via diplomatica. Un’altra via potrà essere seguita mediante accordo diretto tra due o più Parti. A sostegno della richiesta si dovrà produrre:
L’originale o la copia autentica sia della sentenza di condanna esecutiva sia del mandato di cattura o di qualsiasi altro atto avente la stessa efficacia, rilasciato nelle forme prescritte dalla legge della Parte richiedente;
Una esposizione dei fatti per i quali l’estradizione viene richiesta. Il tempo e il luogo della loro consumazione, la loro qualificazione giuridica e i riferimenti alle disposizioni di legge loro applicabili saranno indicati con la massima possibile esattezza;
una copia delle disposizioni di legge applicabili o, nel caso che ciò non fosse possibile, una dichiarazione sulle norme applicabili, nonché i dati segnaletici più esatti che sia possibile della persona richiesta e qualsiasi altra informazione atta a determinare le sue identità e nazionalità.
Se le informazioni fornite dalla parte richiedente si rivelino insufficienti per consentire alla Parte richiesta di prendere una decisione in applicazione della presente Convenzione, quest’ultima Parte richiederà le informazioni complementari necessarie e potrà fissare un termine per ottenere tali informazioni.
(Principio della peculiarità)
La persona estradata non sarà perseguita, giudicata, arrestata in vista dell’esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza, né sottoposta a qualsiasi altra restrizione della sua libertà personale, per un qualsiasi fatto anteriore alla consegna, diverso da quello che ha dato luogo all’estradizione, salvo che nei casi seguenti:
quando la Parte che l’ha estradata vi acconsenta. In tale caso si dovrà presentare una domanda corredata dai documenti prescritti dall’art 12 e da un processo verbale giudiziario contenente le dichiarazioni dell’estradato. Tale consenso verrà concesso quando il reato per il quale è richiesto comporta di per sé l’obbligo dell’estradizione in virtù della presente Convenzione;
allorquando, avendo avuto la possibilità di farlo, la persona estradata non abbia lasciato, entro i 45 giorni successivi al suo rilascio definitivo, il territorio della Parte alla quale è stata consegnata oppure se vi abbia fatto ritorno dopo averlo lasciato. Tuttavia, la Parte richiedente potrà prendere le misure necessarie, sia in vista sia di un eventuale allontanamento dal territorio, sia di una interruzione della prescrizione in conformità con la propria legislazione, ivi compreso il ricorso ad un procedimento contumaciale, allorquando la qualificazione data al fatto incriminato venga modificata nel corso del procedimento, la persona estradata non sarà perseguita o giudicata che nella misura in cui gli elementi costitutivi del reato cosi nuovamente qualificato consentano l’estradizione.
Salvo il caso previsto al paragrafo 1 comma b) dell’art. 14, il consenso della Parte richiesta sarà necessario per permettere alla Parte richiedente di consegnare ad un’altra Parte o ad un terzo Stato la persona che le sia stata consegnata e che sia ricercata dall’altra Parte o da un terzo Stato per dei reati precedenti alla consegna. La Parte richiesta potrà esigere la produzione dei documenti previsti al paragrafo 1 dell’art. 12
(Arresto provvisorio)
In caso di urgenza, le autorità competenti della Parte richiedente potranno chiedere l’arresto provvisorio della persona ricercata: le autorità competenti della Parte richiesta decideranno su tale domanda in conformità con la legge di detta Parte 2: nella domanda di arresto provvisorio si darà atto dell’esistenza di uno dei documenti previsti al paragrafo 2 comma 1 dell’art. 12 e si preannuncerà l’inoltro di una richiesta di estradizione: la domanda menzionerà il reato per il quale sarà richiesta l’estradizione, l’epoca ed il luogo in cui è stato commesso nonché, per quanto possibile, i dati segnaletici della persona ricercata,
La domanda di arresto provvisorio sarà trasmessa alle autorità competenti della Parte richiesta o per via diplomatica, o direttamente a mezzo posta, o telegraficamente, o mediante l’Organizzazione internazionale di Polizia criminale (Interpol), o con ogni altro mezzo purché ne rimanga prova scritta o sia consentito dalla Parte richiesta.
L’autorità richiedente sarà informata senza indugio dell’esito della sua domanda.
L’arresto provvisorio potrà cessare se, entro 10 giorni dall’arresto, la Parte richiesta non sia stata investita della domanda di estradizione e dei documenti di cui all’art. 12: la durata dell’arresto non potrà in ogni caso superare 40 giorni. Tuttavia in ogni tempo può farsi luogo alla concessione della libertà provvisoria, salvo per la Parte richiesta di prendere ogni misura che essa ritenga necessaria onde evitare la fuga della persona estradata.
La concessione della libertà provvisoria non osterà ad un nuovo arresto e all’estradizione qualora la domanda di estradizione pervenga successivamente.
(Concorso di richieste)
Se l’estradizione sia richiesta in concorso da più Stati o per uno stesso fatto, per fatti diversi, la Parte richiesta deciderà, tenuto conto di tutte le circostanze ed in particolare della relativa gravità e del luogo ove i reati sono stati perpetrati, delle rispettive date delle domande, della nazionalità della persona estradando, della possibilità di una ulteriore estradizione ad un altro Stato.
(Consegna dell’estradato)
La Parte richiesta comunicherà alla Parte richiedente nelle forme previste al paragrafo 1 dell’art 12.
La sua decisione in merito all’estradizione e qualsiasi rigetto, totale o parziale, sarà motivato.
In caso di accoglimento, la Parte richiedente sarà informata del luogo e della data di consegna, nonché della durata della detenzione subita in vista dell’estradizione della persona, estradando con riserva del caso previsto al paragrafo 5 del presente articolo.
Se la persona richiesta non sia stata presa in consegna alla data fissata, potrà essere posta in libertà allo scadere del quindicesimo giorno a partire da tale data e sarà, in ogni caso, posta in libertà allo scadere di 30 giorni. La Parte richiesta potrà rifiutarsi di estradarla per lo stesso fatto
In caso di forza maggiore, che impedisca la consegna e la ricezione dalla persona da estradare, la Parte interessata ne informerà l’altra Parte: le due Parti si accorderanno su una nuova data di consegna e saranno applicabili le disposizioni del paragrafo del presente articolo.
(Consegna rimandata o condizionata)
La Parte richiesta potrà, dopo aver deciso sulla domanda di estradizione, rimandare la consegna della persona richiesta perché possa essere da essa perseguita o se è già stata condannata perché possa espiare, sul suo territorio, la pena inflittale per un fatto diverso da quello per cui l’estradizione è richiesta.
Invece di rimandare la consegna, la Parte richiesta potrà consegnare temporaneamente alla Parte richiedente la persona richiesta alle condizioni che saranno stabilite di comune accordo tra le Parti.
(Consegna di oggetti)
Su domanda della Parte richiedente, la Parte richiesta sequestrerà e consegnerà, nella misura consentita dalla propria legislazione, gli oggetti che possono costituire mezzo di prova, o che, provenienti dal reato, siano stati trovati, al momento dell’arresto, in possesso della persona richiesta o scoperti successivamente.
La consegna degli oggetti di cui al paragrafo 1 del presente articolo, sarà effettuata anche nel caso in cui l’estradizione già concessa non abbia potuto aver luogo a causa della morte o dell’evasione della persona da estradare.
Quando i suddetti oggetti sono suscettibili di sequestro o di confisca sul territorio della Parte richiesta, quest’ultima potrà, ai fini di un procedimento penale in corso, trattenerli temporaneamente o consegnarli a condizione che vengano restituiti.
Restano comunque salvi i diritti che la Parte richiesta o terzi abbiano acquisito su tali oggetti. Se tali diritti esistano, gli oggetti saranno, al termine del processo, restituiti il più presto possibile e senza spese alla Parte richiesta.
Il transito sul territorio di una delle Parti Contraenti sarà accordato su domanda indirizzata nelle forme di cui al paragrafo 1 dell’art 12, purché non si tratti di un reato che la Parte richiesta del transito consideri di carattere politico o puramente militare avuto riguardo alle disposizioni degli artt. 3 e 4 della presente Convenzione
Il transito di un cittadino (ressortissant), nel senso dell’art. 6. del Paese richiesto del transito, potrà essere rifiutato.
Sarà necessaria la produzione dei documenti previsti al paragrafo 2 dell’art 12 salve le disposizioni del paragrafo 4 del presente articolo.
Nel caso in cui venga utilizzata la via aerea, si applicano le disposizioni seguenti: quando non si prevede alcun atterraggio, la Parte richiedente ne informerà la Parte il cui territorio sarà sorvolato e attesterà l’esistenza di uno degli atti previsti al paragrafo 2 comma dell’art. 12. In caso di atterraggio fortuito, questa comunicazione produrrà gli stessi effetti della domanda di arresto provvisorio di cui all’art. 16 e la Parte richiedente inoltrerà regolare domanda di transito; quando si prevede un atterraggio, la Parte richiedente inoltrerà regolare domanda di transito.
Tuttavia, una Parte potrà dichiarare, al momento della firma della presente Convenzione o del deposito del proprio strumento di ratifica o di adesione, che non accorderà il transito di persona, se non alle stesse condizioni richieste per l’estradizione o ad alcune di esse. In questi casi potrà essere applicata la regola della reciprocità.
Il transito della persona estradata non si effettuerà attraverso un territorio ove si ha ragione di credere che per motivi di razza, di religione, di nazionalità o di opinioni politiche, la vita o la libertà di detta persona potrebbero essere minacciate.
Salvo disposizione contraria della presente Convenzione, la legge della Parte richiesta è la sola applicabile alla procedura di estradizione come a quella dell’arresto provvisorio.
(Lingua da usare)
Gli atti da produrre saranno redatti sia nella lingua della Parte richiedente, sia in quella della Parte richiesta. Quest’ultima potrà richiedere una traduzione nella lingua ufficiale del Consiglio di Europa che essa sceglierà.
Le spese derivanti dall’estradizione sul territorio della Parte richiesta, saranno a carico di quest’ultima. Le spese relative al transito sul territorio della Parte richiesta del transito saranno a carico della Parte richiedente.
Nel caso di estradizione da un territorio non metropolitano della Parte richiesta, le spese relative al trasporto da questo territorio al territorio metropolitano della Parte richiedente saranno a carico di quest’ultima. Lo stesso avverrà per le spese derivanti dal trasporto tra il territorio non metropolitano della Parte richiesta ed il territorio metropolitano di essa.
(Definizione di "misure di sicurezza")
Agli effetti della presente Convenzione, l’espressione "misure di sicurezza" designa qualsiasi misura restrittiva della libertà personale ordinata in aggiunta o in sostituzione di una pena, con sentenza di una giurisdizione penale.
Ogni Parte Contraente potrà al momento della firma della presente Convenzione o del deposito del proprio strumento di ratifica o di adesione, formulare una riserva in merito a una o più disposizioni determinate della Convenzione.
Ciascuna Parte Contraente che avrà formulato una riserva vi rinuncerà non appena le circostanze lo consentiranno. Il ritiro delle riserve sarà fatto mediante notificazione indirizzata al Segretario Generale del Consiglio d’Europa.
Una Parte Contraente che abbia formulato una riserva in merito ad una disposizione della Convenzione non potrà pretendere che un’ altra Parte applichi tale disposizione se non nella misura in cui essa stessa l’abbia accettata.
(Campo di applica::ione territoriale)
La presente Convenzione si applicherà ai territori metropolitani delle Parti Contraenti.
Essa si applicherà del pari, per quanto concerne la Francia, all’Algeria o ai dipartimenti d’oltremare e, per quanto concerne il Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, alle isole Anglo-Normanne e all’isola di Man.
La Repubblica Federale Tedesca potrà estendere l’applicazione della presente Convenzione al "land" Berlino mediante dichiarazione diretta al Segretario Generale del Consiglio d’Europa, il quale notificherà tale dichiarazione alle altre Parti.
Mediante accordo diretto tra due o più Parti Contraenti, il campo di applicazione della presente Convenzione potrà essere esteso alle condizioni che siano stipulate in detto accordo a ciascun territorio di una di queste Parti diverso da quelli contemplati nei paragrafi 1 2, 3 del presente articolo e di cui una delle Parti garantisce le relazioni internazionali.
(Rapporto tra la presente Convenzione e gli accordi bilaterali)
La presente Convenzione abroga, per quanto concerne i territori ai quali si applica, le disposizioni che nei trattati, convenzioni o accordi bilaterali regolano, tra due Parti, la materia dell’estradizione.
Le Parti Contraenti non potranno concludere tra loro accordi bilaterali o multilaterali se non per completare le disposizioni della presente Convenzione o per facilitare l’applicazione di principi in essa contenuti.
Qualora, fra due o più Parti Contraenti si applichi l’estradizione sulla base di una legittimazione uniforme, le Parti avranno la facoltà di regolare i loro mutui rapporti in materia di estradizione basandosi esclusivamente su tale legislazione nonostante le disposizioni della presente Convenzione. Lo stesso principio sarà applicabile tra due o più Parti Contraenti di cui ciascuna abbia in vigore una legge che preveda l’esecuzione sul proprio territorio di mandati d’arresto emessi sul territorio dell’altra o delle altre Parti.
Le Parti Contraenti che escludono o escluderanno dai loro reciproci rapporti l’applicazione della presente Convenzione, conformemente alle disposizioni del presente paragrafo, dovranno indirizzare a tale scopo una notificazione al Segretario Generale del Consiglio di Europa. Questi comunicherà alle altre Parti Contraenti ogni notificazione ricevuta ai sensi del presente paragrafo.
(Firma, ratifica e entrata in vigore)
La presente Convenzione resterà aperta alla firma dei Membri del Consiglio d’Europa. Essa sarà ratificata e gli strumenti di ratifica saranno depositati presso il Segretario Generale del Consiglio.
La Convenzione entrerà in vigore 90 giorni dopo la data del deposito del terzo strumento di ratifica.
Nei riguardi di ciascun firmatario che l’avrà ratificata successivamente, essa entrerà in vigore 90 giorni dopo il deposito del suo strumento di ratifica.
Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa potrà invitare ogni Stato che non sia Membro del Consiglio ad aderire alla presente Convenzione. La decisione di tale invito dovrà ottenere l’accordo unanime dei Membri del Consiglio che hanno ratificato la Convenzione.
L’adesione si effettuerà mediante il deposito, presso il Segretario Generale del Consiglio, di uno strumento di adesione che avrà effetto 90 giorni dopo il suo deposito.
Ciascuna Parte Contraente potrà, per quanto la riguarda, denunciare la presente Convenzione indirizzando una notificazione al Segretario Generale del Consiglio d’Europa. Tale denuncia sarà operante 6 mesi dopo la data di ricezione della sua notificazione da parte del Segretario Generale del Consiglio.
Il Segretario Generale del Consiglio d’Europa notificherà ai Membri del Consiglio e al governo di ciascuno Stato che ha aderito alla presente Convenzione:
ogni dichiarazione resa in applicazione delle disposizioni del paragrafo 1 dell’art. 6 e del paragrafo 5 dell’art 21;
ogni riserva formulata in applicazione delle disposizioni del paragrafo 1 dell’art. 26;
la revoca di ogni riserva effettuata in applicazione delle disposizioni del paragrafo 2 dell’art. 26;
ogni notificazione di denuncia ricevuta in applicazione delle disposizioni dell’art. 31 della presente Convenzione e la data in cui essa sarà operante.
Atti internazionali in materia penale
Trattato di estradizione Italia - Usa (Roma, 1983)
Data firma accordo 13-10-1983
Data entrata in vigore 24-09-1984
Provvedimento legislativo L. n. 222 del 26.05.1984
Pubblicazione Suppl. Ord. G.U. n. 165 del 16.06.1984
Osservazioni Il presente Trattato abroga esplicitamente il Trattato di estradizione sottoscritto a Roma il 18.01.1973 ed il Protocollo supplementare sottoscritto a Roma il 09.11.1982. La Corte Costituzionale con sentenza n. 128 del 8 – 15 aprile 1987 dichiarava "l'illegittimità costituzionale della l. 9 ottobre 1974 n. 632 nella parte in cui , ratificando il Trattato in materia di estradizione fra l'Italia e l'USA, firmato a Roma il 18 gennaio 1973 consente l'estradizione dell'imputato ultraquattordicenne ed infradiciottenne anche nei casi in cui l'ordinamento della Parte richiedente non lo considera minore". Data la sostanziale identità sul punto dell'attuale convenzione è da ritenere che anche per quest'ultima possa farsi valere il medesimo vizio di illegittimità costituzionale. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 223/1996, dichiarava l'illegittimità costituzionale della legge 26.5.1984, n° 225, nella parte in cui dà esecuzione all'art. IX del trattato di estradizione Italia-USA.
LEGGE 26 maggio 1984 n. 225
(pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 165 del 16 giugno 1984 - S. O.)
RATIFICA ED ESECUZIONE DEL TRATTATO DI ESTRADIZIONE TRA IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA ITALIANA ED IL GOVERNO DEGLI Stati Uniti D'AMERICA, FIRMATO A ROMA IL 13 OTTOBRE 1983.
Il presidente della repubblica é autorizzato a ratificare il trattato di estradizione tra il governo della repubblica italiana ed il governo degli Stati Uniti d'america, firmato a Roma il 13 ottobre 1983.
Piena ed intera esecuzione é data al trattato di cui all'articolo precedente a decorrere dalla sua entrata in vigore in conformità a quanto previsto dall'articolo ventiquattresimo, numero 2, del trattato stesso.
La presente legge, munita del sigillo dello stato, sarà inserta nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della repubblica italiana. É fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello stato.
TRATTATO DI ESTRADIZIONE TRA IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA ITALIANA E IL GOVERNO DEGLI STATI UNITI D'AMERICA
Il governo della repubblica italiana ed il governo degli Stati Uniti d'america, prendendo atto della loro stretta cooperazione nella repressione dei reati;
Desiderando rendere ancora più efficace detta cooperazione;
Desiderando concludere un nuovo trattato per la reciproca estradizione dei criminali;
Le parti contraenti concordano di consegnarsi reciprocamente, in applicazione delle disposizioni del presente trattato, le persone che siano perseguite o che siano state condannate dalle autorità della parte richiedente per un reato che dà luogo all'estradizione.
Un reato, comunque denominato, dà luogo ad estradizione solamente se é punibile secondo le leggi di entrambe le parti contraenti con una pena restrittiva della libertà per un periodo superiore ad un anno o con una pena più severa. Quando la richiesta di estradizione si riferisce ad una persona che sia già stata condannata, l'estradizione é concessa solamente se la pena ancora da scontare é di almeno sei mesi.
Un reato dà luogo alla estradizione anche se consiste nel tentativo di commettere o nel concorso nella commissione di un reato previsto al paragrafo 1 del presente articolo. Ogni forma di associazione per commettere reati di cui al paragrafo 1 del presente articolo, così come previsto dalle leggi Italiane, e la "conspiracy" per commettere un reato di cui al paragrafo 1 del presente articolo, così come previsto dalle leggi statunitensi, é altresì considerato reato che dà luogo all'estradizione.
Quando l'estradizione é stata concessa per un reato che da luogo all'estradizione, questa é altresì concessa per qualsiasi altro reato indicato nella richiesta anche se quest'ultimo reato é punibile con una pena restrittiva della libertà inferiore ad un anno, purché siano soddisfatti tutti gli altri requisiti per l'estradizione.
Le disposizioni del presente articolo si applicano indipendentemente dalla circostanza che si tratti di un reato per il quale la legge federale degli Stati Uniti richieda la prova di un elemento, come il passaggio da uno stato ad un altro, l'utilizzazione dei mezzi per il commercio interstatale, o gli effetti su tale commercio, dato che detto elemento é richiesto al solo fine di stabilire la giurisdizione delle corti federali degli Stati Uniti.
Quando un reato é stato commesso al di fuori del territorio della parte richiedente, la parte richiesta ha il potere di concedere l'estradizione se le sue leggi prevedono la punibilità di tale reato o se la persona richiesta é un cittadino della parte richiedente.
Estradizione dei cittadini
La parte richiesta non può rifiutare l'estradizione di una persona solo perché questa persona é cittadina della parte richiesta.
Reati politici e reati militari
La estradizione non é concessa se il reato per il quale é richiesta é un reato politico, o se la persona richiesta dimostra che la domanda é stata presentata allo scopo di sottoporla a giudizio, o di punirla per un reato politico.
Ai fini dell'applicazione del paragrafo 1 del presente articolo, un reato per il quale entrambe le parti contraenti hanno l'obbligo di procedere penalmente o di concedere l'estradizione in virtù di un accordo internazionale multilaterale o un reato contro la vita, l'integrità fisica o la libertà di un capo di stato o di governo, o di un membro delle rispettive famiglie o qualsiasi tentativo di commettere un reato, si considera avere prevalente carattere di reato comune quando le conseguenze siano state o avrebbero potuto essere gravi. Nel determinare la gravità del reato o delle sue conseguenze, si terrà conto, in particolare, della circostanza che il reato abbia posto in pericolo la sicurezza pubblica, abbia colpito persone estranee alle finalità politiche dell'autore del reato, o sia stato commesso con particolare efferatezza.
La estradizione non é concessa per i reati previsti dalle leggi militari che non siano reati in base alla legge penale comune.
L'estradizione non é concessa quando la persona richiesta é stata condannata, assolta o graziata, o ha scontato la pena inflittale dalla parte richiesta per gli stessi fatti per i quali l'estradizione é domandata.
Procedimenti in corso per gli stessi fatti
L'estradizione può essere rifiutata se la persona richiesta é sottoposta a procedimento dalla parte richiesta per gli stessi fatti per i quali l'estradizione é domandata.
L'estradizione non é concessa se, per il reato per il quale é richiesta, l'azione penale o la esecuzione della pena sono prescritte per decorso del tempo secondo le leggi della parte richiedente.
Se il reato per il quale viene chiesta l'estradizione é punibile con la pena di morte secondo le leggi della parte richiedente, e le leggi della parte richiesta non prevedono, per il reato in questione, tale pena, l'estradizione sarà rifiutata salvo che la parte richiedente non si impegni con garanzie ritenute sufficienti dalla parte richiesta, a non fare infliggere la pena di morte oppure, se inflitta, a non farla eseguire.
Domanda di estradizione e documenti relativi
Le richieste di estradizione sono inoltrate per via diplomatica.
Tutte le richieste di estradizione sono accompagnate da:
documenti, dichiarazioni o altre informazioni che specifichino l'identità della persona richiesta ed il luogo ove probabilmente essa si trova, con, se disponibile, la descrizione fisica, fotografie ed impronte digitali;
una breve esposizione dei fatti in questione, che includa il tempo ed il luogo del reato;
i testi di legge che descrivano gli elementi essenziali e la denominazione del reato per il quale l'estradizione é richiesta;
i testi di legge che stabiliscono la pena per il reato; e
i testi di legge che regolano la prescrizione dell'azione penale o dell'esecuzione della pena per il reato.
Le richieste di estradizione che riguardano persone che non siano state ancora riconosciute colpevoli devono essere accompagnate da:
una copia certificata conforme del mandato di arresto o di qualsiasi altro ordine che abbia un effetto analogo;
una relazione sommaria dei fatti, delle prove pertinenti e delle conclusioni raggiunte, che fornisca una base ragionevole per ritenere che la persona richiesta abbia commesso il reato per il quale viene domandata l'estradizione; nel caso di richieste da parte dell'Italia, tale relazione sarà redatta da un magistrato e, nel caso di richieste da parte degli Stati Uniti, dal "prosecutor" e comprenderà, in tale ipotesi, una copia dell'atto di accusa; e
documenti dai quali risulti che la persona richiesta é quella cui si riferisce il mandato di arresto o l'ordine equivalente.
Una richiesta di estradizione che riguarda una persona che é stata condannata o riconosciuta colpevole, é accompagnata, in aggiunta a quanto previsto nel paragrafo 2 del presente articolo, da:
una copia della sentenza di condanna o, se trattasi di persona che negli Stati Uniti é stata riconosciuta colpevole, ma cui non é stata ancora comminata la pena, una attestazione in tal senso di un funzionario giudiziario;
se la pena é stata comminata, una copia della sentenza e una attestazione sulla durata della pena ancora da espiare; e
documenti dai quali risulti che la persona richiesta é la persona riconosciuta colpevole.
Se la persona richiesta é stata condannata "in absentia" o in contumacia, tutte le questioni connesse a tale aspetto della domanda sono decise dall'autorità esecutiva degli Stati Uniti o dalle competenti autorità Italiane. In tali casi, la parte richiedente deve produrre i documenti indicati nei paragrafi 2, 3 e 4 del presente articolo e una dichiarazione riguardante le eventuali procedure cui potrebbe far ricorso la persona richiesta se fosse estradata.
I documenti che accompagnano la richiesta di estradizione devono essere forniti dalla parte richiedente in Italiano ed in inglese.
I documenti che accompagnano la richiesta di estradizione sono ammissibili come mezzo di prova se:
nel caso di richiesta dagli Stati Uniti, sono autenticati da un giudice, da un magistrato o da un altro funzionario degli Stati Uniti e muniti del sigillo del segretario di stato;
nel caso di una richiesta dall'Italia, sono firmati da un giudice o da altra autorità giudiziaria italiana e sono autenticati dal funzionario diplomatico o consolare, di grado più elevato, degli Stati Uniti in Italia.
Se la parte richiesta considera che la documentazione fornita a sostegno di una richiesta di estradizione é incompleta o altrimenti non conforme ai requisiti previsti dal presente trattato, tale parte richiederà la presentazione della necessaria documentazione aggiuntiva. La parte richiesta fisserà un limite di tempo ragionevole per la presentazione di tale documentazione e concederà una ragionevole proroga qualora la parte richiedente ne faccia domanda illustrando le ragioni che richiedano tale proroga.
Se la persona ricercata é in stato di detenzione e la documentazione aggiuntiva presentata é incompleta o altrimenti non conforme ai requisiti previsti dal presente trattato, o se tale documentazione non é ricevuta entro il periodo fissato dalla parte richiesta, la persona può essere messa in libertà. Tale scarcerazione non pregiudicherà un nuovo arresto e l'estradizione della persona ricercata se una nuova domanda e la documentazione aggiuntiva sono inviate in una data successiva.
In caso di urgenza, ciascuna parte contraente può richiedere l'arresto provvisorio di una persona imputata o riconosciuta colpevole di un reato che dà luogo ad estradizione. La domanda di arresto provvisorio deve essere inoltrata per via diplomatica, o direttamente tra il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti e il ministero Italiano di grazia e giustizia, nel qual caso potranno essere utilizzati i canali di comunicazione dell'organizzazione internazionale di polizia criminale (interpol).
La domanda deve contenere: la descrizione della persona richiesta, ivi compresa, se possibile, la sua nazionalità; il luogo dove probabilmente si trova; un breve resoconto dei fatti, ivi compresi, se possibile, il tempo ed il luogo del commesso reato e le prove disponibili; un attestato dell'esistenza di un mandato di arresto, con la data in cui é stato emesso e il nome dell'autorità giudiziaria che lo ha emesso; l'indicazione dei titoli dei reati, la citazione degli articoli di legge violati e della pena massima che può essere inflitta con la sentenza, oppure una attestazione dell'esistenza di una sentenza di condanna contro tale persona con l'indicazione della data della pronuncia, dell'autorità giudiziaria che la ha pronunciata e della pena eventualmente inflitta; e una dichiarazione attestante che una formale domanda di estradizione di detta persona farà seguito.
Una volta ricevuta la domanda, la parte richiesta effettuerà i passi necessari per assicurare l'arresto della persona richiesta. La parte richiedente verrà prontamente informata del risultato della sua domanda.
L'arresto provvisorio avrà termine se entro un periodo di 45 giorni dall'arresto della persona richiesta, l'autorità esecutiva della parte richiesta non avrà ricevuto la formale domanda di estradizione e la documentazione relativa prevista dall'articolo decimo.
La cessazione dell'arresto provvisorio prevista in base al paragrafo 4 del presente articolo non pregiudicherà un nuovo arresto e l'estradizione della persona richiesta se la domanda di estradizione e la documentazione relativa verranno consegnate in una data successiva.
Decisione e consegna
La parte richiesta comunicherà senza indugio alla parte richiedente per via diplomatica la propria decisione sulla domanda di estradizione.
La parte richiesta fornirà i motivi di ogni rigetto, parziale o totale, della domanda di estradizione e una copia della decisione della autorità giudiziaria, se esiste.
Quando la domanda di estradizione é accolta, le competenti autorità delle parti contraenti si accorderanno sulla data ed il luogo della consegna della persona richiesta. Se tuttavia tale persona non é estradata dal territorio della parte richiesta entro il termine concordato, essa può essere messa in libertà, salvo che una nuova data per la consegna sia stata concordata.
Rinvio della consegna e consegna temporanea
Dopo aver deciso sulla richiesta di estradizione nei confronti di una persona sottoposta a procedimento penale o che stia scontando una pena nel territorio della parte richiesta per un reato diverso, la parte richiesta ha il potere di:
rinviare la consegna della persona richiesta fino alla conclusione del procedimento penale o fino a che essa non abbia scontato interamente la pena che gli sia inflitta o gli sia stata inflitta; oppure
consegnare temporaneamente la persona richiesta alla parte richiedente esclusivamente ai fini del procedimento penale. La persona che é stata consegnata temporaneamente dovrà essere tenuta sotto custodia mentre si trova nel territorio della parte richiedente ed essere riconsegnata al termine del procedimento penale contro di essa, conformemente alle condizioni che verranno fissate di comune accordo fra le parti contraenti.
Richieste di estradizione presentate da più stati
L'autorità esecutiva della parte richiesta, se riceve domanda dall'altra parte contraente e da uno o più altri stati per l'estradizione della stessa persona, per lo stesso reato o per reati diversi, deciderà verso quale stato estradare tale persona. Nel prendere la sua decisione l'autorità esecutiva terrà conto di tutti gli elementi pertinenti, ivi compresi:
il luogo in cui é stato commesso il reato;
la gravità dei rispettivi reati nel caso in cui gli stati richiedenti domandino l'estradizione per differenti reati;
la possibilità di una nuova estradizione tra gli stati richiedenti; e
l'ordine in cui le richieste sono state ricevute.
Principio di specialità e nuova estradizione
Una persona estradata in base al presente trattato non può essere detenuta, giudicata, o punita, nella parte richiedente salvo che per:
il reato per il quale l'estradizione é stata concessa, o quando gli stessi fatti per i quali l'estradizione é stata concessa costituiscono un reato, diversamente qualificato, che possa dar luogo ad estradizione;
un reato commesso dopo la consegna della persona;
un reato per il quale l'autorità esecutiva degli Stati Uniti o le competenti autorità Italiane consentano che la persona sia tenuta in stato di detenzione, sottoposta a giudizio, o punita. Ai fini dell'applicazione del presente sottoparagrafo, la parte richiesta può domandare la presentazione dei documenti previsti nell'articolo 10.
Una persona estradata in base al presente trattato non può essere estradata in un terzo stato senza il consenso della parte che la ha consegnata.
I paragrafi 1 e 2 del presente articolo non impediranno la detenzione, la sottoposizione a giudizio o la punizione di una persona estradata in conformità con le leggi della parte richiedente, né l'estradizione di tale persona verso un terzo stato, se:
tale persona, avendo lasciato il territorio della parte richiedente dopo l'estradizione, vi ritorni volontariamente, oppure;
tale persona non lascia il territorio della parte richiedente entro 30 giorni dal giorno in cui é libera di partire.
Se la persona richiesta, dopo essere stata resa edotta da un giudice o da un magistrato competente del suo diritto ad un procedimento formale ed alla protezione concessale ai sensi del presente trattato, acconsente, irrevocabilmente e per iscritto, di essere consegnata alla parte richiedente, la parte richiesta può consegnare tale persona senza procedimento formale.
Consegna di beni, strumenti, oggetti e documenti
Tutti i beni, strumenti, oggetti di valore, documenti e altre prove riguardanti il reato possono essere sequestrati e consegnati alla parte richiedente. Tali beni possono essere consegnati anche nel caso in cui l'estradizione non possa essere effettuata. I diritti di terzi su tali beni sono debitamente fatti salvi.
La parte richiesta può condizionare la consegna dei predetti beni ad una soddisfacente garanzia della parte richiedente che gli stessi beni verranno restituiti alla parte richiesta non appena possibile e può differirne la consegna se é necessario per ragioni di prova nella parte richiesta.
Le parti contraenti possono autorizzare il transito attraverso il proprio territorio di una persona consegnata all'altra da un terzo stato. La parte contraente che richiede il transito inoltrerà allo stato di transito, per via diplomatica, una domanda in tal senso contenente la descrizione della persona e un breve resoconto dei fatti riguardanti il caso.
Non é richiesta alcuna autorizzazione di transito nel caso venga usato il trasporto aereo e nessuno scalo sia previsto nel territorio dell'altra parte contraente. Se un imprevisto scalo avviene nel territorio di detta parte contraente, quest'ultima tratterrà la persona da far transitare per almeno 96 ore in attesa dell'arrivo della domanda di transito prevista nel paragrafo 1 del presente articolo.
Il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti consiglia, assiste e rappresenta la repubblica italiana in qualsiasi procedimento avente luogo negli Stati Uniti e derivante da una richiesta di estradizione presentata dalla repubblica italiana.
Il ministero italiano di grazia e giustizia, con tutti i mezzi previsti dal proprio ordinamento, consiglia, assiste gli Stati Uniti d'america e provvede per la loro rappresentanza in qualsiasi procedimento avente luogo in Italia e derivante da una richiesta di estradizione presentata dagli Stati Uniti d'america.
La parte richiedente pagherà le spese riguardanti la traduzione di documenti ed il trasporto della persona richiesta dalla città dov'essa é trattenuta nella parte richiedente. La parte richiesta pagherà qualsiasi altra spesa riguardante l'arresto provvisorio, la richiesta di estradizione e i relativi procedimenti. Qualsiasi spesa riguardante il transito previsto dall'articolo diciannovesimo sarà a carico della parte richiedente.
La parte richiesta non presenterà alcuna domanda di rimborso alla parte richiedente per quanto riguarda l'arresto, la detenzione o la consegna delle persone richieste in applicazione del presente trattato.
Il presente trattato si applica ai reati commessi prima e dopo la sua entrata in vigore.
Ambedue le parti contraenti potranno denunciare il presente trattato in qualsiasi momento dandone notifica scritta all'altra parte contraente. La denuncia avrà effetto sei mesi dopo la data di ricevimento della notifica.
Il presente trattato é soggetto a ratifica. Gli strumenti di ratifica verranno scambiati a Washington non appena possibile.
Il presente trattato entrerà in vigore al momento dello scambio degli strumenti di ratifica.
All'entrata in vigore del presente trattato, il trattato di estradizione tra la repubblica italiana e gli Stati Uniti d'america firmato a Roma il 18 gennaio 1973, e il protocollo supplementare firmato a Roma il 9 novembre 1982, cesseranno di avere effetto; tuttavia i procedimenti di estradizione in corso nella parte richiesta al momento dell'entrata in vigore del presente trattato continueranno ad essere disciplinati dal precedente trattato, salvo per quanto riguarda l'articolo II di questo trattato che si applica anche a tali procedimenti. L' articolo quattordicesimo di questo trattato si applica anche alle persone dichiarate estradabili in base al precedente trattato.

References: sentenza 
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