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Timestamp: 2020-03-30 05:09:48+00:00

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Esame Avvocato 2015- pareri diritto penale- traccia 1 - Formazione Giuridica
Esame Avvocato 2015- pareri diritto penale- traccia 1
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TRACCIA 1 – Tra Globuli rossi e In memoria di FA
Tizio, alla guida della sua autovettura a bordo della quale si trova anche Caio, a causa dell’eccessiva velocità, perde il controllo del veicolo che finisce contro un albero. A seguito dell’urto, Caio riporta la frattura scomposta del bacino e del femore e viene ricoverato in ospedale, dove viene sottoposto ad intervento chirurgico. Dopo l’intervento eseguito dal chirurgo Sempronio, a causa dell’applicazione al femore fratturato di viti eccessivamente lunghe, si determinano emorragie, infezione e cancrena che rendevano necessarie tre emotrasfusioni. Nell’esecuzione di tali trasfusioni, il medico Mevio errava nell’individuazione del gruppo sanguigno e in conseguenza Caio decedeva. Tizio si reca da un avvocato per conoscere le conseguenze penali della sua condotta. Il candidato assunte le vesti del legale di Tizio, rediga motivato parere nel quale, premessa una ricostruzione della posizione di tutti i soggetti coinvolti, illustri gli istituti e le problematiche sottese alla fattispecie in esame.
art. 41, 2° comma, c.p.
art. 590, 2° e 3° comma, c.p.
art. 126 c.p.
art. 3 d.l. n. 158 del 2012
Cass. pen., sez. IV, 5 maggio ­2015, n. 33329
Ai fini dell’apprezzamento dell’eventuale interruzione del nesso causale tra la condotta e l’evento (articolo 41, comma 2, del Cp), il comportamento successivo può avere valenza interruttiva non perché eccezionale, ma perché eccentrico rispetto al rischio che il garante è chiamato a governare: in effetti, tale eccentricità potrà rendere in qualche caso (ma non necessariamente) statisticamente eccezionale il comportamento, ma ciò è una conseguenza accidentale, in quanto l’effetto interruttivo può e deve essere individuato in qualsiasi circostanza che introduca un rischio nuovo o comunque radicalmente esorbitante rispetto a quelli che, appunto, il garante è chiamato a governare. In questa prospettiva, in cui è la teoria del rischio a guidare nell’apprezzamento dell’eventuale effetto interruttivo, anche il fatto illecito altrui non esclude in radice l’imputazione dell’evento al primo agente, che avrà luogo fino a quando l’intervento del terzo, in relazione all’intero concreto decorso causale della condotta iniziale all’evento, non abbia soppiantato il rischio originario; cosicché l’imputazione non sarà invece esclusa quando l’evento risultante dal fatto del terzo possa dirsi realizzazione sinergica anche del rischio creato dal primo agente.
Cass. Pen., sez. UU, del 24/04/2014, n. 38343- Espenhahn
È stato ribadito il noto principio che le norme dettate in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro perseguono il fine di tutelare il lavoratore persino in ordine ad incidenti derivati da sua negligenza, imprudenza ed imperizia, sicchè la condotta imprudente dell’infortunato non assurge a causa sopravvenuta da sola sufficiente a produrre l’evento quando sia comunque riconducibile all’area di rischio inerente all’attività svolta dal lavoratore ed all’omissione di doverose misure antinfortunistiche da parte del datore di lavoro; ma si è aggiunto che il datore di lavoro è esonerato da responsabilità quando il comportamento del dipendente presenti i caratteri dell’eccezionalità, dell’abnormità, dell’esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive organizzative ricevute. Anche qui compare la classica evocazione dell’eccezionalità della condizione sopravvenuta, costituita dalla condotta incongrua del lavoratore. Tuttavia, al fondo, anche la pronunzia in questione trae ispirazione dalla considerazione della riconducibilità o meno dell’evento e della condotta che vi ha dato causa all’area di rischio propria della prestazione lavorativa: linea argomentativa che viene del resto espressamente enunciata a fianco di quella tradizionale afferente – appunto – all’eccezionalità ed abnormità della condotta del lavoratore.
In sintesi, si può cogliere in tale orientamento della giurisprudenza l’implicita tendenza a considerare interruttiva del nesso di condizionamento la condotta abnorme del lavoratore quando essa si collochi in qualche guisa al di fuori dell’area di rischio definita dalla lavorazione in corso. Tale comportamento è “interruttivo” (per restare al lessico tradizionale) non perchè “eccezionale” ma perchè eccentrico rispetto al rischio lavorativo che il garante è chiamato a governare. Tale eccentricità renderà magari in qualche caso (ma non necessariamente) statisticamente eccezionale il comportamento ma ciò è una conseguenza accidentale e non costituisce la reale ragione dell’esclusione dell’imputazione oggettiva dell’evento.
contra Cass. pen., sez. IV , 22/5/2015, n. 21534
In tema di lesioni personali volontarie seguite dal decesso della vittima, l’eventuale negligenza o imperizia dei medici, ancorché di elevata gravità, non elide, di per sé, il nesso causale tra la condotta lesiva e l’evento morte, in quanto l’intervento dei sanitari costituisce, rispetto al soggetto leso, un fatto tipico e prevedibile, anche nei potenziali errori di cura, mentre ai fini dell’esclusione del nesso di causalità occorre un errore del tutto eccezionale, abnorme, da solo determinante l’evento letale. Ne consegue, in tal caso, l’applicabilità dell’art. 41, comma 1 e non dell’art. 41, comma 2, c.p. (conformi anche: Cass. pen., sez. V, 23/05/2012, n. 29075; Cass. pen., sez. IV, 18 gennaio 2010 n. 9967; Cass. pen., sez. IV, 4 ottobre 2007 n. 41293).
Incipit La disamina del caso di specie rende necessaria una breve premessa in tema di responsabilità medica alla luce della recente riforma introdotta con d.l. n.158 del 2012 (“decreto Balduzzi”), con specifico riferimento all’istituto delle cause colpose indipendenti.
D1 – L’intervento legislativo del 2012, nell’ambito dell’intervento medico di routine in relazione alle best practice del settore, ha escluso la responsabilità per colpa lieve del sanitario che abbia osservato le linee guida. Queste ultime cristallizzano il sapere scientifico e tecnico che, codificato dagli esperti del settore, viene successivamente utilizzato per orientare, sebbene in modo non vincolante, l’attività dei medici e del personale sanitario. Atteso che la pratica medica è pervasa da margini di incertezza e non può essere svolta secondo regole rigorose e predeterminate, è da escludersi che tali regole possano assurgere a fonte normativa subordinata in grado di codificare delle regole cautelari la cui violazione dia luogo a colpa specifica.
La regola cautelare violata, resa determinata e specifica mediante la suddetta opera di eterointegrazione è, ad oggi, il cuore della responsabilità colposa: può parlarsi di reato colposo solo qualora l’evento sia la conseguenza della violazione della regola cautelare e concretizzi il rischio che tale regola mirava a scongiurare. Le linee guida, pur non potendo identificarsi con regolamenti, discipline, ordini (in modo da fondare profili di colpa specifica) assumono rilievo nel conferire determinatezza alle fattispecie di colpa generica.
Nella specie, il terapeuta potrà invocare il nuovo criterio di valutazione della colpa solo qualora si sia attenuto a linee guida o pratiche terapeutiche dotate di solido fondamento scientifico, riconosciute come valide dalla comunità degli esperti di riferimento.
Al profilo concernente le linee guida va ad accostarsi l’ulteriore elemento dell’esecuzione dell’attività terapeutica da parte di diversi sanitari operanti in successione temporale, nonché l’interazione dell’intervento medico con gli effetti determinati da una precedente condotta illecita, il che rende più complessa la valutazione dell’interprete.
f Nel caso concreto, le condotte dei sanitari Sempronio e Mevio risultano realizzate nell’ambito di un intervento di routine ma integrano, ciascuna per la propria area, gli estremi della colpa grave, in quanto risulta evidente lo scarto tra la condotta tenuta in concreto e quella che si sarebbe dovuta tenere in base alle buone pratiche mediche, sicché nessuno dei due potrà evocare la specifica esimente introdotta dal d.l. Balduzzi.
Le condotte colpose dei medici risultano poste in essere in fasi successive: inizialmente il chirurgo Sempronio, chiamato ad applicare delle semplice viti in un femore fratturato, erra nell’esecuzione dell’intervento causando l’emorragia; successivamente, il medico Mevio erra nell’individuazione del gruppo sanguigno cagionando la morte di Caio.
D2 L’intreccio delle condotte rende necessario analizzare la struttura dell’art. 113 c.p. nel rapporto con il concorso di cause colpose indipendenti previsto dall’art. 41, 3° comma, c.p.
Recentemente, la Corte di Cassazione, in diverse pronunce, ha avvalorato una funzione estensiva dell’incriminazione anche nei reati a forma libera, riconoscendo la valenza autonoma dell’art. 113 c.p. rispetto all’ambito segnato dal concorso di cause colpose indipendenti ex art.41 c.p.
L’art. 113, infatti, svolgerebbe un ruolo di incriminazione nei confronti di condotte agevolatrici, incomplete e di semplice partecipazione, che assumono significato coniugandosi con altre condotte. Se il concorso di cause colpose indipendenti si connota come un intreccio occasionale di cause, la cooperazione colposa richiede la consapevolezza del concorrente di contribuire alla condotta altrui.
La consapevolezza di interagire con la condotta posta in essere da altri è tipicamente presente nelle attività mediche realizzate in équipe, ove una pluralità di agenti, professionisti nel settore medico, si trovano a svolgere il proprio operato con riferimento alla cura di un medesimo paziente, nello stesso contesto spazio temporale oppure i tempi diversi.
Nel caso concreto, tuttavia, si ricade in un’interazione di tipo diacronico in quanto i diversi sanitari intervengono sul paziente in momenti successivi, senza gestione sinergica caratterizzata dalla reciproca consapevolezza della condotta altrui. Ove le azioni terapeutiche si configurino come interventi concorrenti non omologabili, le singole condotte, pertanto, andranno indagate alla stregua del parametro offerto dagli art. 40 e 41, 2° comma, c.p. con autonoma verifica del nesso causale in capo a ciascuna delle condotte dei sanitari.
L’art. 41 si pone in continuità con la previsione generale in materia di nesso causale contenuta nell’art. 40 c.p., stabilendo l’interruzione del nesso eziologico tra la condotta illecita e l’evento ove nella dinamica causale sopravvenga un fattore che sarebbe da solo sufficiente a determinare l’evento lesivo. La nozione di causa da sola sufficiente rilevante ex art. 41, 2° comma, c.p. è stata a lungo oggetto di dibattito.
Secondo una prima ricostruzione, l’art. 41, 2° comma, c.p. farebbe riferimento unicamente ad un fattore eccezionale, il cui intervento dà inizio ad una serie causale autonoma, del tutto indipendente dalla condotta dell’imputato, in grado di operare per esclusiva forza propria nella determinazione dell’evento (c.d. causalità interrotta o sorpassante). Seguendo tale impostazione, tuttavia, la previsione sarebbe in sostanza inutile, giacché all’esclusione della responsabilità per difetto del nesso causale tra la condotta dell’agente e l’evento lesivo si perverrebbe già in applicazione dell’art. 40 c.p.
Per tali ragioni, l’orientamento dominante in dottrina interpreta la concausa sopravvenuta rilevante ex art. 41, 2° comma, c.p. come quel fattore causale che, pur non avulso dalla condotta antecedente posta in essere dal reo, sia talmente anomala ed atipico da rendere imprevedibile la verificazione dell’evento.
G Il tema è stato trattato dalla giurisprudenza in materia di attività medica, con particolare riferimento all’ipotesi in cui l’errore diagnostico o terapeutico interagisce con una precedente condotta illecita, aggravandone o accelerandone gli effetti. In tale frangente, occorre per vero valutare se la condotta colposa del sanitario possa ritenersi causa autonoma e indipendente rispetto al comportamento del soggetto che, provocando lesioni personali al paziente necessitante di cure, ha determinato l’intervento dei sanitari.
L’indirizzo consolidato in giurisprudenza adotta un atteggiamento rigorista, poco incline a riconoscere all’errore dei sanitari effetti interruttivi del nesso causale rispetto al decorso lesivo attivato da una precedente condotta illecita.
Riprendendo la tesi secondo cui il concetto di causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l’evento si riferisce ad un percorso causale completamente atipico, di carattere assolutamente anomalo ed eccezionale, ossia di un evento che non si verifica se non in casi del tutto imprevedibili a seguito della causa presupposta, la Suprema Corte ha ripetutamente escluso che, nel caso di lesioni personali seguite dal decesso della vittima di lesioni personali, l’eventuale negligenza o imperizia dei medici possa far venir meno il nesso di causalità.
In tal senso, si è osservato che la colpa dei medici, anche se grave, non può ritenersi causa autonoma ed indipendente rispetto al comportamento dell’agente che, con il suo comportamento, ha reso necessario l’intervento dei sanitari, giacché l’errore medico non costituisce di per sé un fatto imprevedibile, eccezionale od atipico rispetto alla serie causale precedente, di cui anzi costituisce normale sviluppo evolutivo (così da ultimo, Cass. pen., sez. IV, 22/5/2015, n. 21534).
Pertanto, in casi come quello di specie, la giurisprudenza di legittimità escludeva che la complicanza che aveva portato alla morte dell’infortunato fosse da considerare un fattore causale sopravvenuto, eccezionale e imprevedibile rispetto alle lesioni subite dall’infortunato.
Nelle pronunce più recenti, al contrario, la Suprema Corte sembra discostarsi da tale orientamento, ritenuto eccessivamente rigoroso ed in contrasto con la regola dell’imputazione soggettiva dell’evento. Come affermato da una recente pronuncia di legittimità (Cass. pen., sez. IV, 5 maggio 2015, n. 33329 – Blaiotta), il tradizionale approccio della giurisprudenza finisce per ricostruire il carattere eccezionale della concausa sopravvenuta in maniera astratta, su mera base statistica, sicché nella maggior parte dei casi essa non si configura per definizione, indipendentemente dalle contingenze del caso concreto. La Corte individua il criterio distintivo tra fattori causali interruttivi e non interruttivi nella tipologia di rischio attivato dalla condotta successiva alla condotta illecita originaria. Richiamando le enunciazioni di principio contenute in un recente arresto delle Sezioni Unite (Cass. Pen., sez. UU, del 24/04/2014, n. 38343- Espenhahn), la citata pronuncia afferma che il comportamento colposo susseguente può invero dirsi è interruttivo non perché “statisticamente” eccezionale, ma perché eccentrico rispetto al rischio che il garante è chiamato a governare, sicché l’effetto interruttivo del decorso causale può essere svolto da qualunque circostanza che introduce – nella dinamica eziologica – un rischio nuovo o comunque esorbitante rispetto a quelli che il garante è chiamato a gestire.
L’approccio fondato sulla comparazione dei rischi adottato dalla recente giurisprudenza consente di escludere l’imputazione dell’evento letale al primo agente quando le lesioni originarie non hanno creato un pericolo per la vita, ma l’errore del medico attiva un decorso mortale che si innesta sulle lesioni di base e le conduce a processi nuovi e letali, creando così un pericolo inesistente che si realizza nell’evento. Pertanto, l’evento morte potrà essere imputato anche al primo soggetto agente quando le successive condotte colpose attivino un rischio comunque prevedibile, mentre non potrà essergli accollato quando la condotta terapeutica successiva sia di gravità tale da introdurre un rischio per il bene giuridico nuovo e incommensurabile, configurandosi dunque come causa da sola sufficiente a determinare l’evento letale.
La descritta ricostruzione delle concause sopravvenute interruttive del nesso eziologico trova applicazione non solo nelle ipotesi in cui l’errore medico sia preceduto da una condotta lesiva di lesioni o percosse, estranea dunque all’area dell’attività sanitaria, ma anche quando essa sia costituita dalla condotta terapeutica inappropriata di un primo medico. Se, infatti, di regola, ciò non comporta un’interruzione del nesso causale, giacché il rischio terapeutico attivato da un successivo intervento chirurgico errato resta il medesimo, anche se diversamente declinato, può accadere che ad un primo errore medico – non grave – ne segua un altro di proporzioni così significative e macroscopiche tale da innescare un rischio nuovo e letale.
F Alla luce della ricostruzione operata dalla più recente giurisprudenza di legittimità, dunque, la condotta gravemente colposa posta in essere da Mevio nell’esecuzione delle trasfusioni di sangue non pare configurarsi come causa sopravvenuta dotata di efficacia interruttiva rispetto alla precedente condotta colposa di Sempronio. Gli interventi di emotrasfusioni, gestiti in maniera clamorosamente negligente da Mevio, si sono resi necessari per emendare alle emorragie cagionate dall’errata esecuzione dell’intervento chirurgico realizzato da Sempronio: l’errore terapeutico imputabile a Sempronio presenta tutti i caratteri della gravità e appare già di per sé introduttivo del rischio di verificazione dell’evento letale. Sotto questo profilo, la condotta colposa di Mevio non ha innescato un nuovo e diverso rischio rispetto a quello già attivato dal primo intervento chirurgico e non appare dunque dotata di efficacia interruttiva rispetto alla condotta negligente ed imperita di Sempronio.
D3 Quanto al contributo di Tizio, le condotte imperite di Sempronio e di Mevio, determinando il decesso di Caio, rilevano quale concausa sopravvenuta da sola sufficiente a realizzare l’evento letale. Il macroscopico errore nell’individuazione del gruppo sanguigno che ha cagionato il decesso del paziente, infatti, è sviluppato nell’ambito di un intervento terapeutico finalizzato non alla cura della frattura ma a rimediare agli errori commessi dal medico Sempronio: la condotta imperita di Sempronio e la successiva condotta gravemente negligente di Mevio hanno così attivato un rischio incommensurabile rispetto alla situazione non grave di pericolo cagionata dall’incidente, configurandosi quale fattore causale sopravvenuto idoneo ad interrompere il nesso causale rispetto alla precedente condotta, seppur negligente di Tizio. Astrattamente potrebbe configurarsi in capo Tizio una responsabilità per lesioni colpose aggravate ai sensi dell’art. 590, 2° e 3° comma, c.p., tenuto conto della violazione delle norme sulla circolazione stradale e della gravità della lesione subita da Caio (frattura di bacino e femore), notoriamente caratterizzata da una prognosi superiore a quaranta giorni, procedibili a querela. Tuttavia, ai sensi dell’art. 126 c.p. il diritto di querela si estingue con la morte della persona offesa: di conseguenza, in mancanza di querela, non potrà essere iniziata l’azione penale per lesioni colpose conseguenti ad incidente stradale, neppure nel caso in cui si proceda d’ufficio per il delitto di omicidio colposo nei confronti di altri soggetti, come accaduto nel caso di specie.
C In conclusione, Tizio non potrà essere chiamato a rispondere del reato di omicidio colposo giacché, con riferimento all’evento morte, la condotta gravemente negligente ed imperita dei sanitari che hanno avuto in cura Caio successivamente al sinistro stradale deve considerarsi fattore interruttivo del nesso causale ex art. 41, 2° comma, c.p. Egli non risponderà nemmeno del reato di lesioni gravi ex art. 590, 2° e 3° comma, c.p. per evidente estinzione del diritto di querela.
Diversamente, Sempronio e Mevio che, con grave imperizia, hanno posto in essere un segmento della concatenazione causale che ha portato alla morte della paziente, concorreranno nel delitto di omicidio colposo ex art. 589 c.p. Potranno essere irrogate, inoltre, ai due medici le misure interdittive accessorie di cui agli articoli 29 e 30 c.p.
N.B. L’argomento è stato ampiamente trattato al Corso intensivo Zincani, Anno 2015:
Lezione 4, file 1 – Parere Globuli Rossi (colpa medica)
Lezione 4, file 2 – In Memoria di FA (rapporto 41 – 113 c.p.)
nonché nello Schema Cooperazione nel reato colposo, Lezione 4, file 6 con specifico riferimento alle cause sopravvenute.

References: art. 41

art. 590

art. 126

art. 3

Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art.41
 art. 40
 art. 41
 art. 41
 Cass. 
 art. 41
 art. 590
 art. 589