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Le due difese dell'abusivo - AltraPsicologia
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Pubblicato da Mauro Grimoldi 11 settembre 2017	11 Commenti
Sempre più facile dopo la condanna del “guru” Moccia dimostrare l’esercizio abusivo di professione psicologica.
Quando qualcuno viene accusato di esercizio abusivo della professione di psicologo di solito cerca di difendersi in due modi.
Il primo, il più ingenuo, passa attraverso dei formalismi, ad esempio dando a se stesso e a ciò che fa delle definizioni diverse da quelle di psicologo. Può accadere ad esempio che soggetti fermati sulla soglia del proprio studio di psicologi abusivi si giustifichino dichiarando di essere “altro”: “ma io non sono uno psicologo, sono un counselor”, senza che questo possa essere minimamente determinante, anzi risparmiando agli inquirenti il tempo di verificare la sua iscrizione all’albo! Già poiché quello che vale è sempre e solo ciò che ciascuno fa, non la definizione che ne dà.
Una seconda categoria di giustificazioni dei nostri potenziali abusivi è più insidiosa e ha che fare con l’uso di strumenti e tecniche di natura non psicologica, per esempio la pranoterapia, il Reiki, le costellazioni familiari, l’ipnosi regressiva, la Psicomagia di Jodorowsky o altre tra le infinite amenità che la fantasia umana ha prodotto. C’è però una notizia. Questo secondo problema è stato recentemente risolto dalla Cassazione, che nel condannare Vito Carlo Moccia come guru del metodo Archeon con la sentenza 39339 del 2017 ha chiarito, ora e forse per sempre un problema che potremmo definire “di prospettiva” e che sarà estremamente utile nella definizione dei futuri procedimenti per esercizio abusivo della professione di psicologo.
Il punto non è assolutamente quale tecnica decida di usare l’abusivo, che non essendo psicologo non è affatto tenuto a conoscerne teoria e tecniche che può a buon titolo ignorare. La ragione stessa per cui esiste un reato di esercizio abusivo della professione di psicologo e di psicoterapeuta è del resto evitare quella particolare e insidiosa forma di “truffa” che induce il paziente, direttamente o indirettamente a credere che l’abusivo possa fare qualcosa di buono per migliorare il proprio stato psichico.
Un’altra e precedente sentenza già sosteneva che in caso di lucro, cioè se si chiede un corrispettivo è sufficiente dimostrare che si è fatto un atto caratteristico di quella professione. Se c’è passaggio di soldi, l’esercizio abusivo era già quindi più facile da dimostrare perché, diciamo così, è come se fosse chiaro… il “movente” del crimine!
La conseguenza di questa sentenza è più radicale ancora. Se l’inventore di una fantomatica setta induce delle persone a credere di poter ricevere un beneficio rispetto al proprio stato psichico utilizzando strumenti e tecniche di origine varia ed eventuale, non ha alcuna importanza l’origine di queste tecniche, se il guru sia colto o ignorante di psicologia, e che cosa realmente egli offra ai suoi sofferenti adepti: ciò che importa è solo ed esclusivamente il fatto che gli prometta più o meno esplicitamente di regalare ad essi un beneficio sul piano psicologico.
Si può ben dire che un ulteriore importantissimo tassello sul piano della tutela della professione di psicologo sia stato posto da questa sentenza. La quale in sintesi chiarisce la centralità delle convinzioni del paziente di fronte alla natura truffaldina di chi vanta una competenza che non può applicare al paziente senza adeguata formazione e addestramento.
Da molto tempo continuo a dire che la giurisprudenza si sta muovendo in una direzione di tutela sempre più rigorosa dei pazienti sottoposti a cure psicologiche. E con il tassello di oggi si può dire che la vita degli aspiranti stregoni si va via via facendo più difficile, confinandosi intorno a un oggetto sempre più evanescente.
Per questo appare decisamente fuori luogo e fuori tempo che certe domande e certe risposte alle quali la giurisprudenza sta già dando risposte rischino di essere messe in questione da riflessioni già sorpassate a opera del nostro stesso Consiglio Nazionale (CNOP).
Sarebbe davvero grottesco se proprio quando la società civile e la giurisprudenza stanno sempre più riconoscendo la cura della psiche come territorio riservato a professionisti abilitati da un lungo percorso di formazione, il nostro stesso fuoco amico abbattesse quei pilastri che stanno finalmente culturalmente costruendo la dignità di una professione, quella di psicologo, tuttora molto giovane.
Ancora oggi il reato di esercizio abusivo di professione psicologica è e rimane uno tra i più difficili da perseguire ma non per ragioni tecniche o per l’ambiguità della nostra professione, ma solo per la reticenza a denunciare di chi si è rivolto ad un falso psicologo mettendo in risalto quella che rischia di apparire una leggerezza o una fragilità personale. Se oggi ciò che realmente accade in molti “studi” di soggetti non abilitati all’esercizio della nostra professione venisse semplicemente alla luce, forse molte delle presunte “nuove professioni” che non sono riuscite mai a descrivere il campo del proprio agire sparirebbero in un istante.
abuso professione arkeon counselor moccia tutela	2017-09-11
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24 settembre 2017 at 21:12
Se prometto di farvi ridere (inducendo quindi un miglioramento del vostro stato psichico ) raccontandovi una barzelletta, potrei essere accusato di abuso. Potreste cominciare a prendere in considerazione l’idea di fare causa a tutti i comici di professione. Chi va a vedere uno spettacolo comico promette sicuramente di far divertire (e quindi provocare un cambiamento addirittura nell’umore!!! Roba da pazzi!! Che importa se usa la tecnica dell’umorismo? Non conta! Così come non importa che non ci sia rapporto tipo terapeuta-paziente o nessuna “diagnosi”! Ora finalmente non conta più!!!!
Dopodiché forse perseguire tutto il genere umano visto che è difficile che una qualsiasi interazione di una persona con l’altra non induca un qualche cambiamento nello stato psichico. Se siete coerenti con le vostre premesse, allora potete pretendere di essere gli unici esseri umani autorizzati ad interagire con altri. Ci obbligherete dunque all’isolamento forzato? Una vera battaglia di civiltà la vostra. Complimenti!
25 settembre 2017 at 23:57
Caro Fabio, evidentemente la sentenza riguarda un’attività professionale orientata a un fine. Non temere, Crozza è salvo almeno finché non apre uno studio e decide di farsi pagare per guarire la gente dall’ansia e dalla depressione.
9 ottobre 2017 at 10:30
Mauro, dunque mi sembra di capire che anche secondo te bisogna inquadrare il discorso della modificazione dello stato psichico in un contesto ben preciso. Tu porti l’esempio del promettere di guarire dall’ansia e dalla depressione”, molto bene nessun serio counselor promette qualcosa del genere. Immagino tu sappia quali fini si propone il counseling così come sono espressi ad esempio dalle associazioni di categoria. Ascoltare, facilitare l’emergere delle risorse interne, aiutare il cliente a trovare le sue soluzioni rispetto a situazioni concrete della sua vita, è cosa diversa dal “guarire” ecc.. Ceto la modificazione della sfera psichica (ma com’è rilevabile?, come è misurabile? è un concetto scientifico?) probabilmente esiste come esiste in qualunque relazione umana, per questo volevo sottolineare l’assurdità dello sposare entusiasticmente da parte vostra la posizione che qualunque modifica sia un abuso, altrimenti coerentemente dovreste davvero fare causa al genere umano. Quindi convenite che questo deve accadere all’interno di una relazione dove uno promette di curare l’altro e fa esplicitamente diagnosi ecc.. (cosa di cui parla anche la sentenza in una parte precedente)
11 ottobre 2017 at 4:23
Caro Fabio, se vai a vedere le segnalazioni agli Ordini o un po’ di sentenze, magari anche tra quelle riguardanti i counselor denunciati da me o in cui ho fatto attività di consulenza vedrai che il tema non è astratto e che i counselor che prendono in carico pazienti con ansia o depressione sono più frequenti di quanto si creda. Per quanto concerne le definizioni… flatus vocis. Le varie associazioni ne studiano di nuove e diverse a seconda delle esigenze, ma cosa faccia (o possa fare) un counselor nel panorama italiano io non l’ho ancora capito. La definizione di counseling della Sico nel 1992 era ben diversa da quella proposta da Assocounseling oggi che deve fronteggiare la normazione UNI e la sentenza del TAR Lazio in Consiglio di Stato.
26 settembre 2017 at 12:56
Fabio, il tuo post è alquanto sensato se non si parlasse di cose serie; sostieni infatti proprio il principio che seguono tutti coloro che abusano in maniera volontaria e deliberata della professione di psicologo ( e ti garantisco che questo abuso è dilagante, anche a causa degli stessi psicologi). Mi occupo di psiconcologia; ho la laurea in psicologia, la specializzazione in psicoterapia, corsi di perfezionamento e via dicendo. Recentemente una persona si è proclamata “cancer coach”; non si sa che percorso formativo ha fatto, dove, che competenze ha e via dicendo ma ritiene che non occupandosi di psicoterapia possa intervenire sui risvolti emotivi della malattia cancro sulla persona ammalata anche senza un percorso formativo accademico (ovviamente ritiene che gli psicologi invadano il suo settore di intervento; anche questo è tipico di chi crede di poter fare lo psicologo senza seguire il percorso di formazione appositamente costituito) . Questo è solo un esempio ma lo si osserva ovunque. Ci vogliono delle regole e vanno osservate; per occuparsi di psicologia ci vuole una laurea in psicologia, sic et simpliciter!
Michele mi fa piacere che trovi sensato il mio argomento, mi sfugge un pò di più la seconda parte quando ritieni sia un argomento di chi abusa. Non so nel tuo caso specifico che formazione abbia la coach a cui fai riferimento (prchè non chiederglielo?) non so cosa faccia, magari le sue modalità di intervento sono differenti, magari ha una formazione valida anche se non “accademica” . Se si parte dal presupposto che tutti gli altri sino abusivi è difficile dialogare e anche stabilire delle regole valide e condivise
11 ottobre 2017 at 4:11
Non c’è dubbio. E c’è di più. Non ha alcun senso chiedere alcunché sulla preparazione del nostro amico coach perché non si possono mettere sullo stesso piano il professionista che ha svolto una formazione riconosciuta e un secondo soggetto che dopo una formazione autoreferenziale si autorizza da solo a “fare” qualcosa che ritiene gli sia stato insegnato. E’ come chiedersi se l’intervento chirurgico svolto da una persona che ha falsificato la laurea sia riuscito più o meno bene; sarà anche strepitosamente bravo, ma anche in questo caso non può esercitare. Il confronto non è sul piano dell’abilità, ma anzitutto di una posizione etica.
26 settembre 2017 at 8:18
Se c’è abusivismo é perché il panorama degli psicologi italiani è desolante. iniziamo a occuparci di ricerca scientifica ed efficacia dei trattamenti e facciamo in modo che almeno vengano date delle linee guida. Difficile da farsi quando il 70% delle formazioni psicoterapeutiche in Italia sono campate per aria senza alcun collegamento con la ricerca scientifica.
27 settembre 2017 at 8:47
Condivido appieno questo intervento; non l’assenza di collegamento con la ricerca scientifica favorisce l’abuso ma danneggia gli psicologi stessi.
Grazie per questo articolo! Gli improvvisati psicologi con corsettini dubbi non riconosciuti o appunto gente che crede che basti raccontare barzellette per rendere uno stato psichico conpromesso e benessere generale stabile in persone con disturbi è bene che siano impistati in studi più approfonditi, quali le facoltà e i tirocini clinici. Non esistono scorciatoie in un campo tanto difficile quanto delicato.
Sono d’accordo ma non vedo perché voi di Altra psicologia dovete sempre giudicare metodi alternativi o il counseling. Come psicologo mi discosto da questo atteggiamento poco professionale. Se uno è abusivo è abusivo. Da qui a chiamate amenità altre discipline che non sono “scientifiche” siamo nel campo delle opinioni personali.

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