Source: https://eleaml.org/sud/briganti/massari.html
Timestamp: 2018-01-20 09:07:38+00:00

Document:
Inchiesta Massari
ovvero studio preparatorio per la legge Pica
Abbiamo raggruppato nella stessa pagina, stralci della relazione della Commissione Massari e articoli della legge Pica perché secondo noi i lavori della commissione servirono ad emanare la legge, niente affatto un tentativo di risolvere le questioni che stavano sorgendo nelle terre dell'ex Regno delle Due Sicilie, dove l'opposizione armata al nuovo governo rischiava di far saltare per aria la neonata unità.
Legge Pica (1863)
"Piemontizzare" ad ogni costo
Il pugno di ferro contro le popolazioni meridionali
Da "L'Italia non esiste" di Sergio Salvi
Bronte 6 agosto 1860
«La Camera ci ha dettato l'ordine logico a cui deve informarsi la nostrà esposi­zione [...] in conformità di quest'incarico noi veniamo oggi a dirvi quali siano, a senso nostro, le cause del brigantaggio, quale il suo stato attuale, e quali i diversi provvedimenti che il Governo e parlamento debbono prendere non solo per reprimere gli effetti immediati del male, ma anche per rimuovere le cause, e prevenirne in tal guisa il possibile rinnovamento
Facil cosa è dire che il brigantaggio si è manifestato nelle province meridionali a motivo della crisi politica ivi succeduta; con ciò si enuncia il motivo più visibile del doloroso fatto, ma si rimangono nell'ombra le ragioni sostanziali, le quali invece sono quelle che vanno accuratamente studiate ed esaminate, perché esse sole possono fornire l'indicazione dei mezzi più sicuri e più efficaci a ricondurre le cose nelle condizioni regolari
A ben esprimere il nostro concetto diremo che il brigantaggio, se ha pigliato le mosse nell 860, come già nell 806, ed in altre occasioni dal mutamento politico, ripete però la sua origine intrinseca da una condizione di cose preesistenti a quel mutamento, e che i nostri liberi istituti debbono assolutamente distruggere e cangiare.
Molto acconciamente è stato detto e ripetuto essere Il brigantaggio il feno­meno, il sintomo di un male profondo ed antico: questo paragone desunto dall'arte medica regge pienamente, ed alla stessa guisa che nell'organismo umano le malattie derivano da cause immediate e da cause predisponenti, la malattia sociale, di cui il brigantaggio e il fenomeno, è originata anch'essa dallo stesso duplice ordine di cause.
Le prime cause adunque del brigantaggio sono le cause predisponenti. E prima fra tutte, la condizione sociale, lo stato economico del campagnolo, che in quelle province appunto, dove il brigantaggio ha raggiunto propor­zioni maggiori, è assai infelice.
Quella piaga della moderna società, che e il proletariato, ivi appare più ampia che altrove. lì contadino non ha nessun vincolo che lo stringa alla terra. La sua condizione è quella del vero nullatenente, e quand'anche la mercede del suo lavoro non fosse tenue, il suo stato economico non ne sperimenterebbe miglioramento.
Tanta miseria e tanto squallore sono naturale apparecchio al brigantaggio. La vita del brigante abbonda di attrattive per il povero contadino, il quale, ponendola a confronto con la vita stentata e misera che egli è condannato a menare, non infierisce di certo dal paragone conseguenze propizie all'ordine sociale. Il contrasto èterribile, e non e a meravigliare se nel maggior numero dei casi il fascino della tentazione a male oprare sia irresistibile.
1 cattivi consigli della miseria non temperati dalla istruzione e dalla educazione, non inirenati da quella religione grossolana che si predica alle moltitudini, avvalorati dallo spettacolo del cattivo esempio prevalgono presso quegl'infelici, e l'abito a delinquere diventa seconda natura.
La fioca voce del senso morale e soffocata, ed il furto anziché destare ripugnanza appare mezzo facile e legittimo di sussistenza e di guadagno, ond'è che sorgendo dall'occasione l'impulso al brigantaggio le sue fila non indugiano ad essere ingrossate
Nelle province dove lo stato economico, la condizione sociale dei campagnoli sono assai infelici, il brigantaggio si diffonde rapidamente, si rinnova di continuo, ha una vita tenacissima; m9ntre in quelle dove quello stato è più tollerabile, dove quella condizione è comparativamente migliore, il brigantaggio suoI essere frutto d'importazione, nè può, manifestandosi, oltrepassare certi limiti, e quando sia stato una volta disfatto non risorge con tanta facilità
La condizione di cose, della quale siamo venuti fin qui discorrendo, ci sembra porgere in modo non equivoco la nozione di una delle cause che con maggiore efficacia generano fatalmente in alcune province meridionali la funesta predisposizione al brigantaggio.
Il sistema feudale spento dal progredire della civiltà e dalle prescrizioni delle leggi ha lasciato un'eredità che non è ancora totalmente distrutta; sono reliquie d'ingiustizie secolari che aspettano ancora ad essere annientate. I baroni non sono più, ma la tradizione dei loro soprusi e delle loro pre­potenze non è ancora cancellata, ed in parecchie delle località... l'attuale proprie­tario non cessa dal rappresentare agli occhi del contadino l'antico signore feudale.
Il contadino sa che le sue fatiche non gli fruttano benessere nè prosperità; sa che il prodotto della terra inaffiata dai suoi sudori non sarà suo; si vede e si sente condannato a perpetua miseria, e l'istinto della vendetta sorge spontaneo nell'animo suo.
L'occasione si presenta; egli non se la lascia sfuggire; si fa brigante; richiede vale a dire alla forza quel benessere, quella pmsperità che la forza gli vieta di con­seguire, ed agli onesti e mal ricompensati sudori del lavoro preferisce i disagi fruttiferi della vita del brigante. lì brigantaggio diventa in tal guisa la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche secolari ingiustizie. »
GIUSEPPE MASSARI, lì brigantaggio nelle province meridionali. Relazione fatta a nome della commissione d'inchiesta della Camera dei deputati, Napoli, 1863, pp. 7-14
Il N. 1409 della Raccolta ufficiale delle Leggi e dei Decreti del Regno d'Italia contiene la seguente legge:
Art. 1. Fino al 31 dicembre corrente anno nelle Provincie infestate dal brigantaggio, e che tali saranno dichiarate con Decreto Reale, i componenti comitiva o banda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche vie o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai Tribunali Militari, di cui nel libro II, parte II del Codice Penale Militare, e con la procedura determinata dal capo III del detto libro.
Art. 2. I colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti colla fucilazione, o co' lavori forzati a vita concorrendovi circostanze attenuanti. A coloro che non oppongono resistenza, non che ai ricettatori e somministratori di viveri, notizie ed ajuti di ogni maniera, sarà applicata la pena de' lavori forzati a vita, e concorrendovi circostanze attenuanti il maximum de' lavori forzati a tempo.
Art. 3. Sarà accordata a coloro che si sono già costituiti o si costituiranno volontariamente nel termine di un mese dalla pubblicazione della presente legge la diminuzione da uno a tre gradi di pena. Tale pubblicazione dovrà essere fatta per bando in ogni Comune.
Art. 4. Il Governo avrà pure facoltà, dopo il termine stabilito nell'articolo precedente, di abilitare alla volontaria presentazione col beneficio della diminuzione di un grado di pena.
Art. 5. Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare per un tempo non maggiore di un anno un domicilio coatto agli oziosi, a' vagabondi, alle persone sospette, secondo la designazione del Codice penale, non che ai camorristi, e sospetti manutengoli, dietro parere di Giunta composta del Prefetto, del Presidente del Tribunale, del Procuratore del Re, e di due Consiglieri Provinciali.
Art. 6. Gl'individui, di cui nel precedente articolo, trovandosi fuori del domicilio loro assegnato, andranno soggetti alla pena stabilita dall'alinea 2 dell'articolo 29 del Codice Penale, che sarà applicata dal competente Tribunale Circondariale.
Art. 7. Il Governo del Re avrà facoltà di istituire compagnie o frazioni di compagnie di Volontari a piedi od a cavallo, decretarne i regolamenti, l'uniforme e l'armamento, nominarne gli ufficiali e bassi ufficiali ed ordinarne lo scioglimento. I Volontarii avranno dallo Stato la diaria stabilita per i Militi mobilizzati, il Governo però potrà accordare un soprassoldo, il quale sarà a carico dello Stato.
Art. 8. Quanto alle pensioni per cagione di ferite o mutilazioni ricevute in servizio per la repressione del brigantaggio, ai Volontari ed alle Guardie Nazionali saranno applicate le disposizioni degli art. 3, 22, 28, 29, 30 e 32 della Legge sulle pensioni militari del 27 giugno 1850. Il Ministero della Guerra con apposito regolamento stabilirà le norme per accertare i fatti che danno luogo alle pensioni.
Art. 9. In aumento del Capitolo 95 del bilancio approvato pel 1863, è aperto al Ministero dell'Interno il credito di un milione di lire per sopperire alle spese di repressione del brigantaggio.
Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta ufficiale delle Leggi e de' Decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
(Fonte: Atti parlamentari. Camera dei deputati)
Totale 1861-1865
Presentatisi
(Fonte: Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'unità, Milano, 1966)
La smania di subito impiantare nelle province napoletane quanto più si poteva delle istituzioni del Piemonte, senza neppur discettare se fossero o no opportune, fece nascere sin dal principio della dominazione piemontese il concetto e la voce «piemontizzare».
Intere famiglie veggonsi accattar l'elemosina; diminuit­o anzi annullato il commercio; serrati i privati per concorrenze subitanee, intempestive, impossibili ­a sostenersi e per lo annullamento delle tariffe e per le mal proporzionate riforme.
E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per i dicasteri e per le pubbliche amministrazioni.
Non vi ha faccenda nella quale un onest'uomo possa alcun ducato che non si chiami un piemontese a disbrigarla.
A' mercanti di Piemonte dannosi le fornitu­re più lucrose: burocratici di Piemonte occupano quasi tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocratici napoletani. Anche a fabbricare le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggio­samente pagansi il doppio che i napolitani.
A facchini della dogana, a carcerieri, a birri vengono uomini di Piemonte e donne piemontesi si prendono a nudrici dello ospizio dei trovatelli, quasi neppure il sangue di questo popolo più fosse bello e salutevole.
Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra siccome terra di conquista.
Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridio­nali come il Cortes ed il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nei regni del Bengala.
(dalla Mozione d'inchiesta del duca di Maddaloni, deputato al Parlamento italiano, Nizza, Tipografia Gilletta, 1862)
Il pugno di ferro contro le popolazioni meridionali lo aveva già usatoBixio (morto a Sumatra nel 1873 dove si era dato alla proficua attività di mercante di schiavi cinesi), poco dopo lo sbarco in Sicilia, contro i rivoltosi di Bronte. Non si poteva permettere che si mettessero le mani sulla ducea di Nelson: oltretutto gli Inglesi avevano pur dato una mano alla causa italiana facilitando lo sbarco con le loro navi, poste in modo da impedire il fuoco dfelle navi borboniche a Marsala? O no?
Leggiamo nel sito http://www.duesicilie.org
Se Garibaldi riuscì a conquistare la Sicilia tanto rapidamente il merito fu anche, come s’è detto, del massiccio sostegno dei Siciliani: i quali, beninteso, più che “unirsi” con gli “italiani”, volevano sbarazzarsi dei napoletani e colsero al volo, proprio quando una loro ennesima rivolta era appena fallita, quest’occasione.
Alla secessione da Napoli miravano soprattutto i nobili e i borghesi (e l’unità d’Italia appariva un ottimo pretesto): i contadini volevano semplicemente liberarsi dal servaggio feudale. Garibaldi li lusingò e poi li tradì, ritirando alcuni decreti che, sulle ali dell’entusiasmo, aveva emanato a loro favore. Mise in guardia i suoi uomini contro i contadini; e i suoi uomini, magari contro la sua volontà, compirono gli eccidi, tristemente noti, di Biancavilla e di Bronte.
Sciolse addirittura le squadre dei volontari siciliani, che avevano rimpolpato le sue scarse truppe in modo decisivo e gli avevano permesso di sconfiggere l’esercito borbonico presente nell’isola.
Così come gli era successo quando era sbarcato in Sicilia, il suo approdo nella penisola trovò l’appoggio delle bande contadine, in endemica rivolta contro lo stato napoletano anche se prive di ogni motivazione politica, rinforzate nell’occasione dai disertori dell’esercito borbonico e da malviventi comuni. Si arruolarono tutti nelle file garibaldine.
Alla fine della sua campagna militare, Garibaldi poteva contare su 52.839 uomini, 31.000 dei quali erano volontari “meridionali”.
Quando il governo di Torino (nel novembre del 1860) decise di liquidare l’esercito garibaldino, assunse 20.000 dei suoi uomini, i più fidati, nell’esercito “sardo” e ne rimandò a casa il resto (che comprendeva quasi tutti i “meridionali”).
Cominciò così, per reazione spontanea, la rivolta armata dei “meridionali” al regno d’Italia, ancora prima che questo regno si fosse ufficialmente costituito. Una rivolta che attinse al serbatoio inesauribile dei contadini, dei braccianti agricoli e dei pastori.
Il re delle Due Sicilie, Francesco II, assediato e braccato a Gaeta, puntò tutto su questa rivolta, ripudiò nobili e borghesi e appoggiò, a parole, la causa contadina.
E i ribelli “meridionali”, delusi da Garibaldi, e soprattutto dai “piemontesi”, ai quali Garibaldi stesso li aveva consegnati, si convertirono, sia pure in ritardo, alla causa della “nazione delle Due Sicilie”.
Quello che in Italia è noto come “brigantaggio”, potrebbe forse essere meglio classificato come guerra di resistenza all’occupazione straniera: una vera e propria lotta, anche se sfortunata, di “liberazione nazionale” da parte di un popolo che vedeva la propria patria occupata militarmente da un altro popolo.
Affinchè tutti conoscano come l'ordine pubblico intenda dal Governo ristabilirsi ne' Comuni ove si oserà turbarlo, il Governatore della Provincia di Catania deduce e pubblica conoscenza il seguente Decreto:
IL GENERALE G.N. BIXIO in virtù delle facoltà ricevute dal Dittatore
Il Paese di Bronte colpevole di lesa umanità è dichiarato in istato d'assedio.
Nel termine di tre ore da cominciare alle 13 e mezza gli abitanti consegneranno le armi da fuoco e da taglio, pena di fucilazione pei retentori.
Il Municipio è sciolto per organizzarsi ai termini di legge.
La Guardia Nazionale è sciolta per organizzarsi pure a termine di legge.
Gli autori de' delitti commessi saranno consegnati all'autorità militare per essere giudicati dalla Commessione speciale.
E' imposta al paese una tassa di guerra di onze dieci l'ora da cominciare alle ore 22 del 4 corrente giorno, era della mobilizzazione della forza militare in Postavina e da avere termine al momento della regolare organizzazione del paese.
Il presente Decreto sarà affisso e bandizzato dal pubblico Banditore.
G. N. BIXIO

References: Art. 1

Art. 2

Art. 3

Art. 4

Art. 5

Art. 6

Art. 7

Art. 8
 art. 3

Art. 9