Source: https://www.all-all.it/2019/07/05/
Timestamp: 2019-09-22 23:01:36+00:00

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5 Luglio 2019 - Sito all-all.it
by Dott.ssa Maria Grimaldi | Lug 5, 2019 | News
L’articolo Nasce a Roma l’ambulatorio infermieristico degli accessi vascolari e il progetto Picc a domicilio. Intervista a Filippo Carlucci scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.
Infezioni nosocomiali: è bene che il paziente ricordi a medici e infermieri di lavarsi le mani?
Molti pazienti vorrebbero ricordare ai professionisti della salute che li assistono, la necessità di lavarsi le mani tra una procedura e l’altra. Questo è il risultato emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Seoul National University College of Medicine e pubblicato sull’American Journal of Infection Control.
Secondo gli autori però, tale promemoria non sarebbe gradito da medici, infermieri e altri operatori sanitari.
“L’igiene delle mani è considerata tra le misure più efficaci per prevenire la diffusione delle infezioni nosocomiali che possono manifestarsi in ogni ambiente di cura”, spiegano gli studiosi.
“Risulta fondamentale costruire un rapporto basato su maggior comprensione e collaborazione ed un ambiente che possa promuovere la collaborazione tra pazienti e professionisti della salute.”
Le autorità sanitarie nazionali hanno già più volte raccomandato ai pazienti di partecipare attivamente nei processi necessari per migliorare l’igiene delle mani di chi si prende cura di loro.
Gli autori della ricerca hanno però ribadito come l’idea non sia ben tollerata ne da alcuni pazienti ne da altrettanti operatori sanitari.
Il dott. Min-Kyung Kim della Seoul National University College of Medicine ed i suoi colleghi hanno intervistato complessivamente 334 pazienti, 152 medici e 387 infermieri presenti in un singolo ospedale di Seoul.
Hanno domandato a pazienti e famigliari se fossero a conoscenza dell’importanza di una corretta igiene delle mani e se avessero mai chiesto informazioni a medici e infermieri (o pensato di chiedere) in merito allo stato igienico delle loro mani. A coloro che hanno risposto negativamente, è stato domandato per quale motivo non avessero mai posto tale domanda.
I ricercatori hanno poi chiesto a medici e infermieri informazioni sulla loro percezione in merito all’importanza del lavaggio delle mani. Hanno anche domandato con che frequenza si lavassero le mani e le motivazioni per le quali avessero deciso di non lavarsi le mani in determinate situazioni. L’ultima domanda ha riguardato la loro opinione sul tema della partecipazione del paziente nel ricordare agli operatori di lavarsi le mani.
Il 75% dei pazienti e l’84% dei loro famigliari avrebbe desiderato chiedere agli operatori di lavarsi le mani prima di una determinata procedura diretta.
Solamente il 26% dei medici e il 31% degli infermieri si è dichiarato favorevole all’idea che i pazienti domandassero loro se si fossero lavati le mani prima di interagire con un paziente. Le principali motivazioni fornite dagli operatori per non voler coinvolgere pazienti e famigliari in tale processo hanno riguardato i possibili effetti negativi sulla tipologia di relazione che si sarebbe potuta instaurare tra le parti.
Un’altra motivazione che spingerebbe i sanitari a non voler ricevere suggerimenti dai pazienti sarebbe l’aumento del carico di lavoro conseguente alla carenza di conoscenze in materia dei pazienti. Anche il rischio di perdita di autorevolezza nei confronti delle persone assistite è stato citato.
Piuttosto che una partecipazione attiva del paziente (con eventuale necessità di spiegazioni in materia di igiene delle mani) molti professionisti preferirebbero che venisse loro richiesto direttamente di lavare le mani nuovamente. Ma per i pazienti ed i loro parenti, sarebbe meglio poter valutare direttamente in quale modo gli operatori si lavino le mani, anche attraverso l’utilizzo di questionari di gradimento, piuttosto che dover domandare agli stessi di effettuare tale procedura direttamente.
Il dott. Nasia Safdar, non coinvolto direttamente nello studio, ha dichiarato che i pazienti e i loro caregivers si sono dimostrati consapevoli dell’importanza dell’igiene delle mani, ma non si sono dimostrati concordi sulle modalità per promuovere tale pratica.
“Il coinvolgimento del paziente e dei loro famigliari, è fortemente condizionato da specifiche culturali, pertanto i risultati ottenuti non sono generalizzabili.”
Secondo Safdar, ricercatore presso la University of Wisconsin Department of Medicine, medici, infermieri e pazienti si sentirebbero più a loro agio se ogni persona assistita o parente avesse l’opzione di poter ricordare liberamente allo staff ospedaliero l’importanza del lavaggio delle mani, considerato un tassello fondamentale per la prevenzione delle infezioni.
L’articolo Infezioni nosocomiali: è bene che il paziente ricordi a medici e infermieri di lavarsi le mani? scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.
Australia, donatore di seme ottiene la paternità della bimba affidata a due donne
La sentenza dell’Alta Corte, giunta al termine di una lunga battaglia legale, rappresenta un importante precedente in materia.
L’Alta Corte dell’Australia ha stabilito per un donatore di sperma il riconoscimento della paternità di una bimba concepita nel 2006. La battaglia legale è iniziata cinque anni fa, quando l’uomo ha presentato ricorso per impedire alla madre e alla sua compagna di trasferirsi in Nuova Zelanda con la bambina.
Inizialmente si era rivolto alla Family Court, che gli aveva dato ragione. In seguito il tribunale di Sydney, cui fa capo la Corte dello Stato del Nuovo Galles del Sud, ha ribaltato il verdetto in favore delle due donne. La battaglia è arrivata fino all’Alta Corte, che invece ha accolto la richiesta dell’uomo. La sentenza crea un importante precedente, perché amplia il concetto di paternità in Australia, e prevede che le due donne consultino l’uomo per le decisioni di genitorialità.
L’articolo Australia, donatore di seme ottiene la paternità della bimba affidata a due donne scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.
Responsabilità infermieristica, nesso di casualità e documentazione sanitaria: un caso di decesso
Proponiamo il commento del nostro collaboratore Carmelo Rinnone alla sentenza n. 17220/2019 della Corte di Cassazione, quarta sezione penale.
A seguito di un decesso di un’assistita, due infermieri, in servizio in un reparto di Medicina interna, sono stati accusati di omicidio colposo. I sanitari, durante il loro turno, avrebbero causato il decesso di un assistito, a causa di un comportamento negligente, non osservando direttamente e non monitorando i parametri vitali dell’utente. Questa negligenza, nonostante le ripetute richieste di aiuto da parte dell’interessato, aveva portato alla mancata richiesta d’intervento del medico.
L’iter giudiziale vede una serie di passaggi: il tribunale giudica colpevoli gli infermieri del decesso della paziente e li condanna alla pena di un anno di reclusione e al risarcimento dei danni in favore del marito, costituitosi parte civile, di una cifra pari a 30mila euro. La Corte d’Appello riforma la sentenza di primo grado, dichiarando estinto per prescrizione il reato di omicidio colposo, ma conferma le statuizioni civili di condanna al risarcimento dei danni. Gli infermieri ricorrono contro la sentenza in Cassazione.
La Corte di Cassazione, quarta sezione penale, con sentenza n. 17220/2019, accoglie il ricorso degli imputati e annulla la sentenza d’appello, pur confermando l’obbligo del risarcimento dei danni con rinvio al competente giudice civile perché individui con esattezza la condotta che, se posta in essere, avrebbe escluso la morte della paziente.
Quindi la Suprema Corte evidenzia come la circostanza per cui gli infermieri non abbiano effettuato l’osservazione diretta e il monitoraggio dei parametri vitali di una signora poi deceduta e non abbiano richiesto l’intervento del personale medico, nonostante la stessa avesse ripetutamente accusato uno stato di grave malessere, non è di per sé sufficiente a giustificare la loro condanna penale per il reato di omicidio colposo. Anche in caso di responsabilità sanitaria sono vigenti le regole generali elaborate dalla giurisprudenza in tema di reato colposo omissivo improprio.
La sentenza invita a considerare che se vi è il ragionevole dubbio circa la sussistenza del nesso causale tra la condotta e l’evento non è possibile giungere alla condanna. Anche in ambito di responsabilità sanitaria, pertanto, bisogna fare ricorso a un giudizio di alta probabilità logica, che, come ricordato dalla Corte, si configura solo “se si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta l’azione che sarebbe stata doverosa ed esclusa l’interferenza di decorsi causali alternativi, l’evento, con elevato grado di credibilità razionale, non avrebbe avuto luogo ovvero avrebbe avuto luogo in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva”.
Ma che cosa è il nesso causale? Il nesso di causalità è quel rapporto tra l’evento dannoso e il comportamento dell’autore del fatto. Per l’attribuibilità del fatto illecito al soggetto vi deve essere imprescindibilmente un legame causale tra la condotta (commissiva o omissiva) e il danno. Nel caso specifico, si deve dimostrare che il comportamento negligente (colpa generica omissiva) dei due infermieri sia stata veramente la causa del decesso della signora.
Questo principio è statuito, in ambito penale, dall’art. 40 c.p. secondo il quale “Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l’evento dannoso o pericoloso, da cui dipende l’esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione”. In ambito civile il legislatore del ’42 non ha dedicato al nesso eziologico un’apposita definizione e l’orientamento seguito, soprattutto in giurisprudenza, afferma che “i principi generali che regolano la causalità di fatto sono anche in materia civile quelli delineati dagli artt. 40 e 41 c.p. e dalla regolarità causale”.
Al fine di permettere che il giudice, e quindi i CTU e CTP, possano ripercorrere bene tutto quanto sia stato fatto al singolo utente e stabilire se il comportamento professionale sia stato improntato all’eccellenza sanitaria-assistenziale, è necessario che tutti i professionisti compilino una documentazione sanitaria che risponda ai requisiti formali e sostanziali che la stessa deve possedere. Essi sono:
Veridicità: la cartella deve contenere, in maniera assolutamente rispondente al vero, la verbalizzazione delle procedure assistenziali attuate sul malato.
Completezza e chiarezza: i contenuti devono essere chiari e inequivoci, proprio nell’ottica che la cartella possa essere oggetto di esame da parte di soggetti diversi dai redattori; la terminologia specialistica usata non deve lasciare dubbi, ivi comprese le sigle; si consiglia di far ricorso ad una legenda che consenta di risalire al termine esteso cui l’abbreviazione si riferisce.
Rintracciabilità: l’autore dell’annotazione deve risultare sempre individuabile.
Contestualità: l’annotazione deve essere contestuale, cioè contemporanea all’evento descritto.
L’articolo Responsabilità infermieristica, nesso di casualità e documentazione sanitaria: un caso di decesso scritto da Carmelo Rinnone è online su Nurse Times.
Declino demografico: l’Italia non è un Paese per bambini
L’articolo Declino demografico: l’Italia non è un Paese per bambini scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

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