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Creato Domenica, 17 Ottobre 2010 13:20
T.A.R. Molise Campobasso Sez. I Sent., 2 luglio 2010, n. 254
Non essendovi accettazione di candidatura senza una candidatura formalizzata, è del tutto inverosimile che un operatore o funzionario di polizia possa fruire dell'aspettativa speciale retribuita, prevista dall'art. 81 della legge n. 121/1981, per la durata dei giorni che vanno dall'accettazione individuale della candidatura all'ammissione della lista, anche nel caso in cui la lista non sia presentata o non sia ammessa alla competizione. Né è possibile che l'aspettativa decorra dal giorno in cui il detto operatore o funzionario di polizia scelga, egli stesso, di sottoscrivere l'accettazione della candidatura, piuttosto che dal giorno in cui risulta formalmente candidato nella competizione elettorale.
T.A.R. Molise Campobasso Sez. I Sent., 02-07-2010, n. 254
M.C. c. Ministero della Giustizia e altri
T.A.R. Molise Campobasso Sez. I, 02-07-2010, n. 254
I - La parte ricorrente, dipendente in servizio della polizia penitenziaria, avendo accettato nel 2008 la candidatura a consigliere in elezioni comunali, chiedeva di fruire dell'aspettativa speciale, con sospensione dell'attività lavorativa. Sennonché, l'Amministrazione ritiene che la decorrenza dell'aspettativa sia dalla data di accettazione della candidatura da parte della commissione elettorale, non già dalla data di presentazione della candidatura stessa. La parte ricorrente insorge, per impugnare i seguenti atti: 1)il provvedimento del Direttore Casa Circondariale di Larino datato 1.10.2008; 2)il provvedimento del Provveditore regionale per l'Abruzzo e Molise datato 14.5.2008; 3)ogni atto presupposto, consequenziale e connesso. Chiede, altresì la disapplicazione della circolare datata 11.3.2008 n. 00891172008 del Ministero della Giustizia - direzione generale personale e formazione. Chiede, infine, il riconoscimento del suo diritto a godere dell'aspettativa speciale per
campagna elettorale di cui all'art. 81 comma secondo legge n. 121/1981 dalla data di accettazione della candidatura, fino al termine della campagna elettorale. Deduce i seguenti motivi: violazione e falsa applicazione art. 81 comma 2 legge n. 121/1981, violazione e falsa applicazione artt. 18, 28, 30, 32, 33 d.P.R. n. 570/1960, eccesso di potere per illogicità manifesta, erronea presupposizione di fatto e di diritto, eccesso di potere sotto ulteriori, molteplici profili.
Non essendovi accettazione di candidatura senza una candidatura formalizzata, è del tutto inverosimile che un operatore o funzionario di polizia possa fruire dell'aspettativa speciale retribuita, prevista dal citato art. 81 della legge n. 121/1981, per la durata dei giorni che vanno dall'accettazione individuale della candidatura all'ammissione della lista, anche nel caso in cui la lista non sia presentata o non sia ammessa alla competizione. Ed è ugualmente inaccettabile che l'aspettativa decorra dal giorno in cui il detto operatore o funzionario di polizia scelga, egli stesso, di sottoscrivere l'accettazione della candidatura, piuttosto che dal giorno in cui risulta formalmente candidato nella competizione elettorale. Il fatto che l'accettazione individuale della candidatura può essere fatta in un momento variabile da caso a caso, scegliendo ciascun candidato un giorno qualsiasi precedente alla presentazione della lista, renderebbe oltremodo variabile il momento di inizio della
candidatura, se fosse vero che essa decorre dall'accettazione individuale, piuttosto che dall'ammissione della lista. Conseguentemente, sarebbe variabile - a discrezione del candidato - anche il momento di inizio dell'aspettativa, se questa dovesse decorrere dal giorno dell'accettazione individuale della candidatura, anziché dal giorno in cui essa diviene efficace per effetto dell'ammissione della lista.
Creato Mercoledì, 13 Ottobre 2010 11:45
(Sezione lavoro, sentenza n. 15804/10; depositata il 2 luglio)
Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 02-07-2010, n. 15804
1. Con sentenza del 12 luglio 2004 il Tribunale di Macerata, in funzione di giudice del lavoro, accoglieva la domanda proposta da R.M. nei confronti dell'INPS, intesa ad ottenere la trasformazione della pensione di invalidità in pensione di vecchiaia con decorrenza dal primo giorno del mese successivo al compimento del sessantacinquesimo anno di età, anzichè dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda di trasformazione, così come invece ritenuto dall'Istituto.
2. Tale decisione veniva confermata dalla Corte d'appello di Ancona, che, con sentenza dell'11 aprile 2007, respingeva l'appello dell'Istituto rilevando che la regola della decorrenza della pensione di vecchiaia dal primo giorno del mese successivo a quello di compimento dell'età pensionabile non poteva trovare eccezione - in base al principio di uguaglianza e di ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost. - nell'ipotesi in cui l'assicurato fosse già titolare della pensione di invalidità. 2. Di questa sentenza l'INPS domanda la cassazione deducendo un unico motivo di impugnazione. Il pensionato non ha svolto difese in questa fase di giudizio.
1. Con l'unico motivo di ricorso si censura la sentenza per violazione o falsa applicazione della L. n. 222 del 1984, art. 1, comma 10, del R.D.L. n. 463 del 1983, art. 8, convertito in L. n. 638 del 1983, nonchè del R.D.L. n. 1827 del 1935, art. 60, del R.D.L. n. 636 del 1939, art. 9, della L. n. 218 del 1952, art. 2, del D.Lgs. n. 503 del 1992, artt. 1, 2, 5 e 6 (tutti in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3). Sostiene l'INPS che la pensione di invalidità, di cui era titolare l'assicurato in base alla normativa precedente l'entrata in vigore della L. n. 222 del 1984, non si trasforma automaticamente in pensione di vecchiaia al perfezionarsi dei relativi requisiti - tale effetto automatico essendo stato previsto solo dalla L. n. 222 del 1984 e solamente (art. 10) per i titolari di assegno di invalidità - conseguendone, per l'assicurato, la necessità di presentare la domanda di trasformazione, la cui data rileva anche ai fini della decorrenza della pensione di vecchiaia
(coincidendo tale decorrenza con il primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda in parola).
Come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 622 del 2005, n. 855 del 2006, 4392 del 2007, 2879 del 2008 e numerose successive conformi), per quanto riguarda la pensione di invalidità di cui al R.D.L. n. 636 del 1939 - pensione della quale, incontestatamente, era titolare l'odierno intimato - nessuna disposizione normativa prevede la sua automatica trasformazione in pensione di vecchiaia. Del resto, la stessa possibilità di mutamento del titolo di pensione - anche nei casi di espressa domanda dell'assicurato -, in particolare la possibilità di ottenere, al compimento dell'età pensionabile, la trasformazione della pensione di invalidità in pensione di vecchiaia, è stata per anni oggetto di contrasto in dottrina e in giurisprudenza; detto contrasto è stato, poi, risolto in senso affermativo dalle Sezioni unite di questa Corte con la sentenza n. 8433 del 2004 in base al rilievo secondo cui è immanente, nel nostro sistema pensionistico, il principio
della mutabilità del titolo. L'esistenza di un tale principio, peraltro, non può risolversi in danno dell'assicurato e, dunque - in difetto di una specifica previsione di legge che consideri automatica la trasformazione di un trattamento pensionistico in un altro -, non può che concretarsi nel riconoscimento, all'assicurato medesimo (libero di valutarne i vantaggi), della facoltà di richiedere la trasformazione e, perciò, nel riconoscimento di uno specifico diritto di opzione che non può che essere conseguente a una sua domanda in tal senso. Nè può affermarsi che la L. n. 222 del 1984, art. 1, comma 10, sia direttamente applicabile alla fattispecie dell'invalidità disciplinata dalla normativa anteriore. La norma, sicuramente di carattere eccezionale -ove si consideri che, in materia di prestazioni previdenziali, la domanda dell'interessato costituisce la "regola" - non è, per ciò stesso, suscettibile di interpretazione analogica e, con riferimento alla "vecchia" pensione
di invalidità, neppure di interpretazione estensiva (vedi sui limiti della interpretazione estensiva di disposizioni "eccezionali" o "derogatorie" rispetto ad una avente natura di "regola": Cass. n. 9205 del 1999), considerando le profonde differenze che corrono tra le due prestazioni (la pensione è prestazione molto più favorevole all'assicurato dell'assegno) e che giustificano la diversa disciplina in materia: cambiano, infatti, nella L. n. 222 del 1984 cit., le condizioni relative alla misura dello stato invalidante, giacchè la riduzione della capacità di "guadagno" prevista per la pensione investiva un ambito di operatività più ampio rispetto alla riduzione della capacità di "lavoro" prevista per l'assegno (art. 1, comma 1); la pensione di. invalidità era prestazione a carattere definitivo, soggetta solo a revoca per riacquisto della capacità di guadagno (R.D.L. n. 636 del 1939, art. 10), mentre l'assegno ha durata triennale, confermabile su domanda dell'interessato
(art. 1, comma 7); la pensione è reversibile ai superstiti mentre l'assegno non lo è (art. 1, comma 6); più oneroso è il requisito contributivo, poichè, se per entrambe le prestazioni è previsto il quinquennio di contribuzione, per l'assegno sono necessari tre anni di contribuzione nell'ultimo quinquennio (art. 4) mentre per la pensione era sufficiente un solo anno (L. n. 1272 del 1939, art. 9, n. 2, lett. b).
In conclusione ha errato la Corte di Ancona nell'affermare che, al compimento dell'età pensionabile, la pensione di invalidità dell'odierno intimato si era automaticamente trasformata in pensione di vecchiaia, così da far decorrere il diritto alla prestazione dal compimento dell'età pensionabile, anzichè dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione all'INPS della domanda amministrativa di trasformazione.
3. Accolto il ricorso dell'INPS, la sentenza d'appello va cassata, e, poichè dalla stessa risulta che l'assicurato aveva dato atto di aver già ottenuto dall'Istituto previdenziale la trasformazione richiesta con la decorrenza indicata dall'Istituto medesimo (controvertendosi solo per l'affermazione del diritto alla più remota decorrenza della pensione di vecchiaia sin dal compimento dell'età pensionabile), la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., comma 1, con il rigetto della domanda del pensionato.
4. Nulla per le spese dell'intero processo ai sensi dell'art. 152 disp. att. c.p.c. (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 269 del 2003, nella specie inapplicabile avuto riguardo alla data di deposito del ricorso giurisdizionale).
LA CORTE accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda. Nulla per le spese dell'intero processo.
Creato Venerdì, 10 Settembre 2010 11:42
Consiglio di Stato Sezione VI Sentenza 3 giugno 2010, n. 3497
E' impugnata la sentenza del Tar Lombardia n.1538 del 2004 che ha accolto il ricorso del signor ######### ######### avverso la sanzione amministrativa della decurtazione di 20 punti dalla sua patente di guida, a seguito dell'accertamento di una infrazione al Codice della strada (eccesso di velocità) occorso in data 21 luglio 2003.
Deduce l'appellante amministrazione la erroneità della gravata sentenza per aver la stessa ritenuto applicabile alla fattispecie il principio di matrice penalistica (art. 2 cod. pen.) relativo alla retroattività della legge più favorevole e per aver quindi ritenuto inapplicabile al caso in esame il disposto del d.l. 151/03 nella parte in cui (art. 7) disponeva, a modifica del testo dell'art. 126-bis del Codice della strada come introdotto dal d.lg######### n. 9/2002, il raddoppio della decurtazione dei punti (secondo la annessa tabella di corrispondenza) per le violazioni commesse entro i cinque anni dal rilascio della patente di guida, e l'applicazione alla fattispecie del testo risultante dalla legge di conversione (che ha reso operante il raddoppio dei punti per le patenti rilasciate a decorrere dal 1° ottobre 2003 e limitatamente ai primi tre anni dal rilascio).
Si è costituito in giudizio l'appellato ######### per resistere al ricorso e per chiederne la reiezione.
All'udienza del 4 maggio 2010 il ricorso in appello è stato trattenuto per la decisione.
In materia di sanzioni amministrative vige il principio di legalità, secondo cui (art. 1 l. 689/1981) nessuno può essere assoggettato a sanzioni amministrative se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima della commissione della violazione; tuttavia nella materia delle sanzioni amministrative non trova applicazione il principio di retroattività della disposizione più favorevole, previsto in materia penale dall'art. 2 cod. pen.
La Corte costituzionale (cfr. tra le altre, ordinanza n. 140/2002) ha ritenuto tale sistema conforme ai principi dell'ordinamento costituzionale, in quanto in materia di sanzioni amministrative non è dato rinvenire, in caso di successione di leggi nel tempo, un vincolo imposto al legislatore nel senso dell'applicazione della legge posteriore più favorevole, rientrando nella discrezionalità del legislatore - nel rispetto del limite della ragionevolezza - modulare le proprie determinazioni secondo criteri di maggiore o minore rigore a seconda delle materie oggetto di disciplina; ciò comporta che non può ritenersi irragionevole che, in riferimento a particolari tipologie di illeciti amministrativi (ad esempio, tributari e valutari), sia stato espressamente introdotto, anche in materia di sanzioni amministrative, il principio di applicabilità retroattiva della legge più favorevole, valevole in generale nella materia penale.
Ma anche tale ultimo dato non smentisce ma anzi rafforza, secondo la parabola argomentativa del giudice delle leggi, il principio generale secondo cui la legge applicabile per tal genere di sanzioni è quella vigente all'epoca della commissione dell'illecito, a prescindere da eventuali previsioni più favorevoli che siano state successivamente introdotte.
Da quanto detto consegue che la sanzione amministrativa della decurtazione di 20 punti della patente è stata correttamente applicata al ricorrente di primo grado in quanto, all'epoca della commissione dell'infrazione al codice della strada (21 luglio 2003), era in vigore il testo dell'art. 126-bis del Codice della strada nel testo introdotto dal d.lg######### n. 9/2002 e modificato dal d.l. 151/2003 (entrato in vigore il 30 giugno 2003), il quale disponeva che per le violazioni commesse entro i primi cinque anni dal rilascio della patente di guida i punti riportati dalla tabella allegata per ogni singola violazione sono raddoppiati.
La situazione di fatto in cui all'epoca dell'infrazione (come detto, luglio 2003) versava il ricorrente di primo grado (titolare di patente di guida dal 2000) era quindi tale per cui nei suoi confronti doveva essere applicata la suddetta sanzione nella misura raddoppiata; né rileva che a decorrere dal 1° agosto 2003 sia entrata in vigore la disposizione recata dalla citata legge di conversione, che ha limitato a dieci punti la sanzione della decurtazione e ne ha reso applicabile la disposizione ai soli titolari di patenti rilasciate a decorrere dal 1° ottobre 2003 e limitatamente ai primi tre anni dal rilascio della patente. Sicuramente in base a tale ultima versione della disposizione il signor ######### avrebbe evitato il raddoppio della sanzione (in quanto titolare di patente dal 2000, e quindi da data antecedente il 2003), ma le precitate disposizioni normative, nella interpretazione fornita dal giudice delle leggi, impongono ch'esse si applichino soltanto per il periodo successivo alla loro entrata in vigore (come detto fissata al 1° agosto 2003).
Ha errato pertanto il Tar a fare applicazione nella fattispecie del principio di retroattività della legge più favorevole pervenendo per tal via ad applicare il testo dell'art. 126-bis nella formulazione risultante dalla legge di conversione entrata in vigore a decorrere dal 1° agosto 2003.
In definitiva l'appello va accolto e per l'effetto, in riforma della impugnata sentenza, deve essere rigettato il ricorso di primo grado.
Le spese del doppio grado possono essere compensate, in considerazione della particolare natura della controversia trattata.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione sesta, definitivamente pronunciando sul ricorso in appello di cui in epigrafe, lo accoglie e per l'effetto, in riforma della impugnata sentenza, rigetta il ricorso di primo grado.
Creato Martedì, 06 Aprile 2010 11:32
nel giudizio di responsabilità promosso, dalla locale procura regionale, nei confronti di @@@@@@@ @@@@@@@ – nato a ------, rappresentato e difeso dall’avv. ------- presso il cui studio in ------ è elettivamente domiciliato – ispettore capo della Polizia di Stato, in servizio presso la Questura di @@@@@@@.
Visto l’atto introduttivo del giudizio, iscritto al n. 57891/R del registro di Segreteria della Sezione.
Richiamata la determinazione presidenziale del 14.07.2009, ritualmente notificata, concernente la data di fissazione dell’udienza.
Uditi, nella pubblica udienza del 13.01.2010, il relatore designato, cons. dott. ----
1. Con atto introduttivo del procedimento, depositato il 10.06.2009, la locale procura regionale ha citato in giudizio il sig. @@@@@@@ @@@@@@@ per sentirlo condannare il pagamento, in favore del Ministero dell’Interno, della somma di € 1.295,00, oltre a rivalutazione monetaria, interessi legali e spese di giudizio.
La citazione esplicita diffusamente l’incolpazione.
Il giorno 17.09.2003, il convenuto, alla guida dell’auto di servizio A.R. 146 targata @@@@@@@, nell’abitato di @@@@@@@, nell’effettuare un sorpasso contromano percorrendo la corsia riservata ai mezzi pubblici, collideva con altra autovettura che stava effettuando un regolare cambiamento della propria direzione di marcia.
Nell’urto, l’automezzo di proprietà dell’Amministrazione riportava danni per la cui riparazione venivano spesi € 1.295,00.
2. La Procura attribuisce all’ispettore capo @@@@@@@ la responsabilità del sinistro, considerato che l’imprudente manovra da lui effettuata nella circostanza non era giustificata da alcuna emergenza né era supportata dal prescritto azionamento dei dispositivi acustici e visivi.
3. Il più volte citato ispettore capo @@@@@@@ ha presentato controdeduzioni ed è stato personalmente audito.
Non ha dato esito al procedimento monitorio.
Le sue argomentazioni difensive, compendiate nella memoria da ultimo presentata, concernono, essenzialmente, l’asserita erronea ricostruzione dell’accaduto (e la correlata mancanza di colpa grave) in quanto la distanza percorsa contromano, con l’occupazione di una parte della corsia preferenziale, sarebbe molto inferiore a quella contestata.
La tesi difensiva continua evidenziando:
- l’avvenuto azionamento dei quattro indicatori di direzione e l’evidenziazione, sul cruscotto dell’auto di servizio che procedeva a bassa velocità, della “paletta segnaletica”;
- il censurabile comportamento del veicolo privato il cui conducente ometteva di effettuare qualsiasi manovra di disimpegno;
- l’urgenza di rientrare in ufficio, ove lo attendeva un cittadino precedentemente invitato per la trattazione di urgenti e delicati affari di giustizia;
- la mancanza di contestazioni da parte della polizia municipale, intervenuta sul posto;
- i suoi buoni precedenti di servizio.
4. Le suddette argomentazioni non sono ritenute esimenti dall’ufficio requirente atteso che:
- l’attivazione dei “lampeggianti” e l’esposizione della “paletta”, non sono sufficienti ad escludere l’illegittimità delle modalità di circolazione che vengono contestate;
- l’asserita errata ricostruzione dell’accaduto non risulta fatta verbalizzare a cura degli agenti intervenuti;
- è irrilevante che la controparte non abbia fatto, a suo dire, alcuna manovra atta ad evidenziare l’impatto.
5. Nella fase dibattimentale:
- il P.M. ribadisce la correttezza della ricostruzione dei fatti, con particolare riferimento alla distanza percorsa contromano;
- il difensore si riporta agli atti.
1. L’azione coltivata dalla Procura è fondata per i motivi di seguito indicati.
Ai fini della sussistenza dell’illecito amministrativo-contabile contestato al convenuto, va accertata la presenza delle ontologiche componenti strutturali dello stesso: la condotta, il danno erariale, il nesso causale, l’elemento psicologico.
Con riferimento alla condotta, sulla scorta delle risultanze documentali, appare evidente che il sinistro, che ha provocato il danno erariale in argomento, trae sicura origine dal mancato rispetto, da parte dell’ispettore @@@@@@@, di precise norme del codice della strada, atteso che egli ha effettuato una manovra gravemente imprudente.
In ordine al danno erariale, sono parimenti incontestabili la sussistenza e l’importo dello stesso, quest’ultimo come determinato dalla Procura (€ 1.295,00).
Anche il terzo elemento, rappresentato dal nesso di causalità, appare sussistere sulla scorta della chiara dinamica dell’incidente, il cui verificarsi è riconducibile alla sola condotta del convenuto: rimosso idealmente il suo comportamento trasgressivo, è di assoluta evidenza che il nocumento non sarebbe insorto.
Nessun rilievo può darsi alla tesi difensiva del concorso di colpa derivante dall’asserita omissione, da parte del conducente dell’autovettura privata, di una qualsiasi manovra di disimpegno, comunque non doverosa.
Residua la disamina dell’ultimo elemento dell’illecito – quello psicologico – in relazione al quale il @@@@@@@ ha incentrato la propria linea difensiva, eccependo l’insussistenza di “colpa grave”, attesa l’urgenza di ritornare in ufficio, circostanza che lo scagionerebbe da ogni responsabilità in quanto, configurandosi quale adempimento di un dovere, varrebbe quale esimente di un agire certamente illecito, ma imposto dalla situazione in atto.
Tale circostanza - non dimostrata e che comunque, non potrebbe essere considerata quale idonea a configurare lo svolgimento di un servizio d’istituto urgente ed inderogabile - non varrebbe quale esimente dal rispetto delle regole – nel caso in specie quella, stringente, dell’art. 177 del codice della strada – che impongono, oltre all’uso (di cui verosimilmente, l’auto di servizio era dotata e che non sono stati attivati) dei particolari dispositivi acustici e visivi, il rispetto delle regole di comune prudenza e diligenza onde prevenire danni a persone o cose.
2. Così determinata la responsabilità del convenuto, residua la determinazione del danno erariale, ovvero dell’importo risarcibile, che si quantifica in € 1.295,00 (milleduecentonovantacinque/00), come da richiesta dell’Ufficio requirente.
Alla predetta somma, da corrispondere al Ministero dell’Interno, vanno aggiunti gli interessi legali dalla data di pubblicazione della presente sentenza fino al soddisfo.
la Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Toscana, definitivamente pronunciando, condanna @@@@@@@ @@@@@@@, come sopra identificato, al pagamento, in favore del Ministro dell’Interno, della somma di € 1.295,00 (milleduecentonovantacinque/00), nei termini specificati in motivazione.
Le spese di giudizio, a suo carico, si liquidano in euro 139,11.=(Euro centotrentanove/11.=)
Manda alla Segreteria per le incombenze di rito.
Così deciso, in Firenze, nella Camera di Consiglio del 13.01.2010.
F.to F. D’ISANTO F.to G. GUASPARRI
Depositata in Segreteria il 4 MARZO 2010
F.to Francesco Perlo
TOSCANA Sentenza 76 2010 Responsabilità 04-03-2010
E' risarcibile il danno esistenziale causato dall'impossibilità di andare in pensione -
Creato Mercoledì, 24 Febbraio 2010 00:23
E' risarcibile il danno esistenziale causato dall'impossibilità di andare in pensione - Perché è preclusa una scelta di vita (Cassazione Sezione Lavoro n. 3023 del 10 febbraio 2010, Pres. Sciarelli, Rel. Zappia).
Equo indennizzo: l'Amministrazione deve procedere d'ufficio qualora risulti che il dipendente abbia riportato lesioni per causa di servizio
Creato Domenica, 21 Febbraio 2010 05:30
Sbaglia il giudice del merito quando ammette che la lavoratrice era decaduta dal diritto per tardività della richiesta rispetto al termine semestrale previsto dall'articolo 36 del Dpr 686/57
N. 09002/2009 REG.DEC.
N. 04466/1998 REG.RIC.
Sul ricorso numero di registro generale 4466 del 1998, proposto da:
@@@@@@@ @@@@@@@, rappresentata e difesa dagli avv. -
A.U.S.L. di Modena in persona del legale rappresentante pro tempore, Commissario Liquidatore ex U.S.L. 16 di Modena, Regione Emilia Romagna in persona del Presidente pro tempore, tutti non costituiti;
della sentenza del TAR EMILIA ROMAGNA - BOLOGNA :Sezione I n. 00109/1997;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 27 ottobre 2009 il Cons.-
La signora @@@@@@@ @@@@@@@ appella la sentenza del TAR Emilia Romagna, sede di Bologna, 1° Sezione, nella parte in cui afferma che la medesima era decaduta dal diritto all’equo indennizzo per tardività della richiesta rispetto al termine semestrale previsto dall’art.36 del d.p.r. 3 maggio 1957 n.686.
Secondo il primo giudice infatti la ricorrente avrebbe dovuto proporre istanza ai fini dell’equo indennizzo nei sei mesi successivi alla data della domanda di dispensa dovendosi considerare quest’ultima data (29.6.1982) come quella di conoscenza dell’infermità contratta e della sua gravità.
Sostiene invece la appellante che in base all’art.36, 2° comma del d.p.r. 3 maggio 1957 n.686 vi è un obbligo dell’amministrazione di procedere d’ufficio “quando risulti che un proprio dipendente abbia riportato lesioni per certa o presunta ragione di servizio”.
Poiché l’amministrazione era edotta dell’infortunio occorso alla dipendente in servizio, nonché delle lesioni che lo stesso comportava tant’è che l’Inail, a seguito di tale infortunio, aveva riconosciuto alla ricorrente inizialmente la perdita della capacità lavorativa pari al 34% , si sarebbe dovuta attivare d’ufficio per il riconoscimento della dipendenza dell’infortunio da causa di servizio trattandosi di circostanza a lei nota come pure era noto il fatto che il predetto infortunio era stato causa di invalidità.
La causa è stata trattenuta in decisione all’udienza del 27.10.2009.
2. Come esposto in fatto l'amministrazione, pur riconoscendo la dipendenza da causa di servizio dell'infermità contratta dalla signora @@@@@@@, ha tuttavia negato la concessione dell'equo indennizzo sul presupposto che il riconoscimento era stato chiesto quando il termine semestrale di cui all'art. 36 comma primo del d.p.r. 3.5.1957 n. 686 era ormai spirato.
Il TAR Emilia Romagna ha ritenuto che la domanda della signora @@@@@@@ fosse stata presentata tardivamente, oltre il termine di sei mesi decorrente dalla conoscenza della infermità.
Sostiene tuttavia l’appellante che il procedimento doveva essere attivato d'ufficio in quanto l’art. 36 comma 2 del d.p.r. 3 maggio 1957 n.686 prevede l’obbligo della amministrazione di procedere di ufficio quando risulti che un proprio dipendente abbia riportato lesioni per causa di servizio .
Nel caso in esame si tratterebbe di infortunio per lesioni in quanto la dipendente, infermiera presso la USL n.16 di Modena, nel dicembre 1976, nel sollevare dal letto un paziente, riportava un blocco rachideo; ricoverata presso la Divisione di Ortopedia dell’Ospedale Civile di Modena veniva sottoposta ad intervento di remilaminectomia per ernia discale L5-S1 dx. Trattandosi di infortunio sul lavoro veniva sottoposta poi a visita da parte dei sanitari Inail i quali riscontrandola affetta da “distorsione colonna lombare complicata da ernia discale” ritenevano che alla stessa spettasse un indennizzo per una riduzione della capacità lavorativa pari a 34%.
Per il riacutizzarsi della patologia dolorosa, nel febbraio 1982 veniva ricoverata presso la divisione di ortopedia dell’ospedale di Carpi con la seguente diagnosi “lomosciatalgia dx, già operata altrove di emilominectomia lombare per ernia discale, in corso di degenza veniva sottoposta a terapia medica e fisica, veniva quindi dismessa il 22.2.1982 ..”.
3. Tanto premesso osserva la Sezione che la giurisprudenza, interpretando il disposto del secondo comma dell'art. 36 D.P.R. 3 maggio 1957 n. 686 (“L'Amministrazione procede d'ufficio quando risulti che un proprio dipendente abbia riportato lesioni per certa o presunta ragione di servizio o abbia contratto infermità nell'esporsi per obbligo di servizio a straordinarie cause morbifiche e dette infermità siano tali che possano, anche col tempo, divenire causa d'invalidità o di altra menomazione della integrità fisica”), ha chiarito che il procedimento d'ufficio per l'accertamento della dipendenza da causa di servizio di infermità o lesioni subite dal dipendente è strumento di carattere eccezionale, cui l'Amministrazione deve ricorrere soltanto nella ipotesi in cui abbia certezza della dipendenza da ragioni di servizio e non allorché la dipendenza sia suscettibile di essere affermata od esclusa a seguito di accertamento non ancora espletato (cfr. Cons. Stato, Sez., V, 20.4.2000 n. 2422).
Tale disposizione implica, ove ne sussistano i presupposti, un dovere di intervento ex officio dal quale l'Amministrazione non può sottrarsi, da esercitare allorché risultino circostanze tali da far apparire, già al momento dell'evento, come certa o quanto meno probabile la suddetta dipendenza (Cons. Stato, Sez. VI, n. 1968 del 29.12.1993).
Ed ancora questo Consiglio di Stato nell’esaminare una vicenda analoga ha statuito che la norma “…non puo’ essere intesa come posta ad esclusivo interesse dell’amministrazione in quanto parte del rapporto di impiego, bensì nell’interesse di entrambe le parti. E’ pertanto censurabile il comportamento dell’amministrazione che, a conoscenza diretta dei fatti che avrebbero richiesto l’avvio di un procedimento per riconoscimento di una infermità come dipendente da causa di servizio, non adempie a quanto disposto dall’art.36 del d.p.r. 686 del 1957 ed eccepisce la decadenza dell’impiegato dal diritto a tale accertamento per tardività della domanda “ (Cons. Stato, Sez. VI, n.793 del 13.10.1986).
Alla luce del sopradetto indirizzo giurisprudenziale e del fatto che la vicenda, così come sopra ricostruita dalla dipendente, non lasciava ragionevolmente dubbio alcuno sulla riconducibilità dell’infortunio a causa di servizio, deve concludersi che nel caso in questione l'Amministrazione era tenuta a intervenire d’ufficio.
4. In conclusione in riforma della sentenza appellata deve essere accolto il ricorso di primo grado ed annullata la deliberazione impugnata.
5. Spese ed onorari seguono la soccombenza e vengono liquidati a favore della ricorrente come in dispositivo.
Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, Sezione quinta, definitivamente decidendo accoglie l’appello in epigrafe indicato e per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, accoglie il ricorso di primo grado ed annulla la deliberazione impugnata.
Cond@@@@@@@ l’amministrazione alle spese ed onorari dei due gradi di giudizio nella misura di euro 4.000,00 (quattromila/00).
L'equo indennizzo non ha natura retributiva. Ecco perché va esclusa la rivalutazione monetaria
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References: art. 81
 art. 81
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 art. 8
 art. 60
 art. 9
 art. 2
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 art. 1
 Cass. 
 art. 10
 art. 9
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 Sentenza 
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