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Penale.it - Valentina Zinzio, Istigazione alla corruzione e tentativo di corruzione attiva e passiva
Valentina Zinzio, Istigazione alla corruzione e tentativo di corruzione attiva e passiva
1. L’istigazione alla corruzione trova la sua disciplina normativa nell’art. 322 c.p. il quale descrive quattro distinte ipotesi criminose. I commi primo e secondo prevedono per il privato, l’istigazione alla corruzione passiva; viceversa, i commi terzo e quarto contemplano per il soggetto pubblico, l’istigazione alla corruzione attiva. Mentre le istigazioni ad opera del privato erano già previste dall’originaria versione normativa, quelle del pubblico agente sono state opportunamente introdotte dalla legge n. 86/90 al fine di colmare un vuoto legislativo che, ritenuto altrimenti insuperabile dalla stessa giurisprudenza di legittimità, la quale non ravvisava alcun possibile appiglio interpretativo, aveva come unico risultato quello di creare un’ingiustificata disparità di trattamento dei due soggetti.
1.1 I primi due commi dell’art. 322 c.p. disciplinano la figura dell’istigazione alla corruzione passiva, andando a colpire la condotta del privato che “offre o promette denaro o altra utilità” al pubblico agente. L’offerta sta ad indicare l’atto spontaneo del porre la cosa o l’utilità a disposizione di altri. L’analisi di essa ha portato dottrina e giurisprudenza a differenti approdi interpretativi. Mentre la dottrina maggioritaria ritiene necessario che l’offerta venga recepita dal pubblico funzionario, la dottrina minoritaria e la giurisprudenza ritengono invece che si possa parlare di offerta anche se il denaro o l’altra utilità non siano ancora stati consegnati al destinatario della condotta delittuosa. Tale ultima impostazione determina un notevole, discutibile, arretramento della soglia di punibilità. Risulta infatti molto difficile poter parlare di vera e propria offerta a taluno di qualcosa in difetto almeno di un contatto personale tra chi offre e il destinatario della predetta.
1.2 Le figure criminose di cui ai commi III e IV dell’art. 322 c.p. sono state introdotte dal legislatore del 1990 (legge 26.04.1990, n. 86) per punire le condotte dei pubblici agenti (pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio) che pur sollecitando il privato ad una dazione illecita ai fini dell’ottenimento di un atto conforme o contrario ai doveri d’ufficio, non rientravano nell’area operativa della concussione poiché carenti dei requisiti della costrizione e dell’induzione richiesti dall’art. 317 c.p.
2. La possibilità di configurare il tentativo nel delitto di corruzione appare strettamente legata alla natura giuridica assegnata al reato. Secondo un primo orientamento minoritario, le condotte del funzionario e del privato delineate dagli artt. 318, 319 c.p. darebbero luogo a distinte ed autonome fattispecie di reato stante la loro intrinseca diversità, poiché il pubblico agente riceve il denaro o l’utilità o ne accetta la promessa; viceversa il privato, il denaro o l’utilità dà o promette. Invero, cio’ non appare del tutto condivisibile se si considera che ognuno dei due soggetti sarebbe chiamato a rispondere di due reati: sia di quello di cui egli è autore tipico, sia di concorso nel delitto commesso dall’altro soggetto. A tale ricostruzione è stato infatti giustamente obiettato che la doppia imputazione viene ad essere superata attraverso l’applicazione dei principi sul concorso apparente di norme. Inoltre, se così fosse, non si spiegherebbe l’art. 322 c.p. che considera a sè stanti ed autonome le condotte dei due soggetti, privato e pubblico, quando non si siano unite a quelle della controparte.
3. Nell’individuare l’ambito di operatività dell’istituto del tentativo con riferimento ai delitti di corruzione, dottrina e giurisprudenza hanno definito i caratteri che le condotte del privato o del pubblico funzionario debbono assumere per non rientrare nell’alveo dell’art. 322 c.p. Posto che entrambe le norme consentono un’anticipazione della tutela penale apprestata all’interesse protetto dalla fattispecie corruttive, la giurisprudenza ha più volte affermato come ai fini della realizzazione del tentativo di corruzione, stante la natura bilaterale del reato, sia necessaria la verificazione, seppur incompleta, del comportamento tipico dei due soggetti. Cio’ si verifica ad esempio, nei casi in cui tra le parti intervengano trattative poi non concluse con un accordo o con una dazione. A tal proposito in una pronuncia del 1984 la Corte di Cassazione ha stabilito che “…il reato di corruzione è sussistente, seppur allo stadio del tentativo, laddove tra il privato ed il pubblico agente si siano aperte trattative poi non sfociate in un successivo accordo…”. Secondo l’impostazione privilegiata in dottrina e giurisprudenza, nei casi di trattativa fallita, quando cioè fra i due protagonisti vi sia stata un’offerta e una controfferta ovvero una pluralità di esse, risulterebbero punibili ex art. 56 c.p. entrambi i soggetti, avendo essi stessi compiuto atti idonei e diretti in maniera non equivoca a raggiungere un accordo corruttivo, poi non concluso. In presenza d’una trattativa fra i due soggetti si versa infatti al di fuori dell’art. 322 c.p., che si riferisce all’iniziativa ed all’azione di uno solo di essi, esauritasi in sé stessa per la mancata adesione dell’altro. Nella trattativa invece, entrambi svolgono un ruolo attivo ed è importante a tal fine vagliare le modalità con cui la promessa o l’offerta del privato, o la sollecitazione del pubblico agente, non sia stata in definitiva accettata. Le condotte di istigazione alla corruzione invece, in quanto tipizzate dal legislatore, secondo alcuni debbono essere considerate adeguate ex se e, nei loro confronti, l’accertamento di idoneità e di univocità deve quindi ritenersi superfluo. Tuttavia, dall’analisi della giurisprudenza di legittimità emerge come questa in realtà affianchi la valutazione dell’idoneità della condotta alla promessa e all’offerta come requisiti di fattispecie.
Avv. Valentina Zinzio, marzo 2012
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References: art. 56
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