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Timestamp: 2018-12-10 14:54:01+00:00

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NOVITA’ E COMPLICAZIONI NELLA DISCIPLINA DEI sottoprodotti : Il D.M. 13 ottobre 2016, n. 264 SPECIFICA LE MODALITA’ DI PROVA DEI REQUISITI
Nell’ordinamento giuridico nazionale la disciplina relativa ai residui di produzione è contenuta in quella relativa alla gestione dei rifiuti, cioè il Dlgs 152 del 2006 e s.m., come modificato ed integrato dal Dlgs n.205 del 2010, il quale contiene anche i criteri per distinguere ciò che è rifiuto da ciò che non lo è[1]:
Recependo correttamente la nuova nozione comunitaria, la nuova lett.a) dell’art.183 del Dlgs 152/2006 e s.m. definisce: “rifiuto”: qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o abbia l'obbligo di disfarsi”[2].
Rispetto alle previgenti direttive, il legislatore comunitario ha, per la prima volta, eliminato dalla nozione di rifiuto gli inutili riferimenti agli allegati, che contenevano: a) un elenco generico delle categorie dei rifiuti[3], 2) un elenco armonizzato di rifiuti, che precisava immediatamente che “L'inclusione di un determinato materiale nell'elenco non significa tuttavia che tale materiale sia un rifiuto in ogni circostanza.
Anche la nozione di rifiuto, comunitaria, oggi vigente continua ad essere imperniata sul significato del termine “disfarsi”[4]. Tuttavia tale nozione viene circoscritta da due specifici articoli della direttiva 98/2008 e cioè dagli articoli 5 e 6, intitolati
La Corte di giustizia della Comunità Europea, unico interprete ufficiale e vincolante delle fonti comunitarie , cui il legislatore italiano è tenuto a conformarsi nel dettare le norme nazionali, si è più volte pronunciata, nell’ultimo trentennio, sulla nozione di rifiuto nel diritto comunitario. Fino alla metà degli anni novanta la Corte ha adottato degli orientamenti interpretativi molto restrittivi in ordine alla nozione di rifiuto, ed ha cominciato a modificare la propria giurisprudenza lasciando maggiore spazio all’area del “non rifiuto” solo verso la fine degli anni novanta.
Le condizioni previste dalla norma devono sussistere in maniera concorrente, sicché la mancanza di anche una sola di esse comporta inevitabilmente l'assoggettamento del materiale alla disciplina sui rifiuti[5] .
A differenza del testo previgente, nel requisito sub c) , la mancanza di un ulteriore trattamento non è più un requisito “assoluto”, bensì relativo, in quanto i trattamenti sulla sostanza o l’oggetto sono consentiti, purchè essi non siano diversi da quelli effettuati “dalla normale pratica industriale”, ovverosia purchè essi siano affini ai trattamenti che vengono effettuati sulle materie prime, al fine di renderle idonee all’utilizzo nei processi produttivi.
La norma attuale richiede che la sostanza o l’oggetto soddisfi, per l’utilizzo specifico (nel medesimo od in altro ciclo produttivo o di utilizzazione) , tutti i requisiti pertinenti riguardanti da una parte
Esso definisce nel proprio articolo 2: “ a) prodotto: ogni materiale o sostanza che e' ottenuto deliberatamente nell'ambito di un processo di produzione o risultato di una scelta tecnica. In molti casi e' possibile identificare uno o
piu' prodotti primari; b) residuo di produzione (di seguito «residuo»): ogni materiale o sostanza che non e' deliberatamente prodotto in un processo di
produzione e che puo' essere o non essere un rifiuto; c) sottoprodotto: un residuo di produzione che non costituisce un rifiuto ai sensi dell'articolo 184-bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.” .
Si deve rilevare che le nozioni di “prodotto” e di “residuo di produzione” non sono contemplate nel Dlgs 152, mentre quella di “sottoprodotto” fornita dal nuovo D.M. si limita a rinviare a quella di cui al Dlgs 152[6].
Il nuovo D.M. si applica ai residui di produzione (come sopra definiti) e non si applica: a) ai prodotti, b) alle sostanze e ai materiali esclusi dal regime dei rifiuti ai sensi dell'articolo 185[7] del Dlgs 152/2006, c) ai residui derivanti da attivita' di consumo.
di specifiche tipologie e categorie di residui, tra cui le norme in materia di gestione delle terre e rocce da scavo[8].
Il decreto premette che “- il regime dei sottoprodotti contribuisce alla dissociazione della crescita economica dalla produzione di rifiuti in quanto favorisce l'innovazione tecnologica per il riutilizzo di residui di produzione nel medesimo o in un successivo ciclo produttivo, limita la produzione di rifiuti, nonche' riduce il consumo di materie prime vergini; - l'impiego dei sottoprodotti non puo' prescindere da un quadro normativo e amministrativo certo, con particolare riferimento alle modalita' con le quali il produttore e l'utilizzatore possono dimostrare che sono soddisfatte le condizioni di cui all'articolo 184-bis, comma 1, del decreto legislativo 3aprile 2006, n. 152;”. Dopodichè il D.M. qualifica se stesso come decreto applicativo (“Ritenuto di stabilire”) dei criteri di cui all'articolo 184-bis, comma 2, del Dlgs n. 152 del 2006 . Tuttavia il nuovo decreto fa riferimento più specificatamente a “criteri affinche' specifiche tipologie di sostanze o oggetti siano considerati sottoprodotti e non rifiuti e alcune modalita' con le quali il detentore puo' dimostrare che sono soddisfatte le condizioni di cui al citato articolo 184-bis, comma 1”.
In verità, come sopra già rilevato, il comma secondo dell’ articolo 184-bis si limita a prevedere la possibilità che il Ministro dell’Ambiente adotti uno o più decreti contenenti misure per “stabilire criteri qualitativi o quantitativi da soddisfare affinché specifiche tipologie di sostanze o oggetti siano considerati sottoprodotti e non rifiuti”, senza fare alcun riferimento alle “ modalita' con le quali il detentore puo' dimostrare che sono soddisfatte le condizioni di cui al citato articolo 184-bis, comma 1”.
Tale affermazione è immediatamente confermata dal disposto del primo comma dell’articolo 1 del decreto, ai sensi del quale “per assicurare maggiore
uniformita' nell'interpretazione e nell'applicazione della definizione di rifiuto, il presente decreto definisce alcune modalita' con le quali il detentore puo' dimostrare che sono soddisfatte le condizioni generali di cui all'articolo 184-bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152”.
Non si tratta quindi o non esclusivamente delle norme applicative del comma secondo dell’ articolo 184-bis, bensì dell’indicazione (non prevista da alcuna norma di cui al decreto 152) di alcune modalita' con le quali il detentore puo' dimostrare che sono soddisfatte le condizioni generali (i requisiti costitutivi) che costituiscono la fattispecie del sottoprodotto . E’ evidente che tale è la funzione principale del nuovo D.M., come risulta peraltro anche dal titolo “criteri indicativi per agevolare la dimostrazione della sussistenza dei requisiti per la qualifica dei residui di produzione come sottoprodotti e non come rifiuti”. Si sottolinea quindi come tale decreto abbia una funzione diversa e sostanzialmente più ampia rispetto al Decreto 10 agosto 2012 , n. 161 .
Tuttavia, prima del nuovo D.M., non erano state poste in essere, nel nostro ordinamento giuridico, norme relative ai mezzi di prova del sottoprodotto e dunque vigeva (ed in parte ancora vige) il principio della libertà di prova[9].
“ 2. I requisiti e le condizioni richiesti per escludere un residuo di produzione dal campo di applicazione della normativa sui rifiuti sono valutati ed accertati alla luce del complesso delle circostanze e devono essere soddisfatti in tutte le fasi della gestione dei residui, dalla produzione all'impiego nello stesso processo o in uno successivo.” riprende pressochè pedissequamente alcuni arresti di sentenze della Corte di Giustizia (aventi ad oggetto il rapporto tra residui di produzione e rifiuti), confermando chiaramente che il D.M. è volto essenzialmente a fornire elementi utili (fonti di prova) alla distinzione tra rifiuto e non rifiuto, nel caso specifico dei residui di produzione.
Ancora più chiaramente il terzo comma dell’articolo 1 ci dice che l'allegato 1 del D.M., oltre a fornire un elenco delle principali norme che regolamentano
l'impiego dei residui, suddiviso per categorie di residui produttivi, contiene altresì “una serie di operazioni e di attivita' che possono costituire normali pratiche industriali, alle condizioni previste dall'articolo 6”.
richiamato articolo 6 “Utilizzo diretto senza trattamenti diversi dalla normale pratica industriale” .
Più in generale, quindi , il D.M. in esame ha il compito principale di specificare tutti i requisiti costitutivi del sottoprodotto, come chiaramente affermato dall’articolo quarto del decreto, che fa riferimento all’ individuazione degli elementi di prova che il produttore deve fornire per dimostrare concretamente che sono soddisfatte tutte le condizioni del sottoprodotto.
Ed in effetti i successivi articoli 5 e 6 del D.M. sono finalizzati ad indicare alcune “modalita' con cui provare la sussistenza” dei requisiti costitutivi del sottoprodotto , “fatta salva la possibilita' di dimostrare, con ogni mezzo ed anche con modalita' e con riferimento a sostanze ed oggetti diversi da quelli precisati nel nuovo decreto, o che soddisfano criteri differenti, che una sostanza o un oggetto derivante da un ciclo di produzione non e' un rifiuto, ma un sottoprodotto”.
..2. ubicazione dei siti di utilizzo e individuazione dei processi
industriali di impiego dei materiali da scavo ..”
L'avvenuto utilizzo del materiale escavato in conformità al Piano di Utilizzo e' attestato dall'esecutore all'autorità competente, mediante una dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà di cui all'articolo 47 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, in conformità all'allegato 7 e corredata della documentazione completa richiamata al predetto allegato”.
per quanto di propria competenza, l'organizzazione e la continuita'
di un sistema di gestione, del quale fanno parte le fasi di deposito e trasporto, che, per tempi e per modalita', consenta l'identificazione e l'utilizzazione effettiva del sottoprodotto.
Per quanto attiene al deposito ed al trasporto del sottoprodotto deve essere osservata la disciplina di cui all’ articolo 8[10].
Recependo l’insegnamento della giurisprudenza, il D.M. afferma correttamente che si applica la disciplina in materia di rifiuti ai residui di produzione, qualora, in considerazione delle modalita' di deposito o di gestione dei
materiali o delle sostanze, siano accertati l'intenzione, l'atto o il fatto di disfarsi degli stessi[11]. Sotto tale profilo si richiama la recente Sentenza Corte Cass. Sez. III n. 29069 del 8 luglio 2015 –Dappi che afferma “Certamente indice rivelatore dell'intenzione di disfarsi - ove essa non si sia sostanziata, in modo di per sé incompatibile con un altro diverso atteggiamento della volontà, in un abbandono da parte del detentore e nella conseguente perdita di ogni possibilità di suo controllo su detti beni - potrà essere, oltre alla tipologia di essi, la modalità con la quale i detti materiali sono depositati. E', infatti, di tutta evidenza che un deposito di materiali che già hanno esaurito la loro utilità principale secondo modalità che non fanno ritenere che gli stessi siano più suscettibili di fornirne una ulteriore, lascia legittimamente presumere all'interprete che di questi il detentore si sia in tal modo disfatto ovvero abbia l'intenzione di disfarsene”.
La certezza dell'utilizzo, secondo il D.M., e' dimostrata[12] dall'analisi: 1) delle modalita' organizzative del ciclo di produzione, 2) delle caratteristiche, o della documentazione relative alle attivita' dalle quali originano i materiali impiegati, 3) del processo di destinazione.
Nell’ambito delle elencate tre fasi deve essere valutata, in particolare, la congruita' tra la tipologia, la quantita' e la qualita' dei residui da impiegare e l'utilizzo previsto per gli stessi.
Mentre la disposizione sopra esplicitata risulta avere una portata universale, viene invece fissata una regola specifica per la dimostrazione della certezza dell'utilizzo di un residuo in un ciclo di produzione diverso da quello da cui e' originato[13].
La regola introdotta dal D.M. richiede che l' attivita' o l'impianto in cui il residuo deve essere utilizzato sia individuato o individuabile gia' al momento della produzione dello stesso. L’ovvia conseguenza è che non costituirebbe un sottoprodotto ma un rifiuto un residuo di produzione per il quale, al momento della sua generazione, il produttore non conoscesse già tutti i dati dell’impianto nel quale sarà utilizzato. Il riferimento all’impianto “individuabile” sembra lasciare aperta la possibilità che il produttore destini il sottoprodotto ad uno dei più impianti con i quali ha concluso accordi e contratti di utilizzo, decidendo quale solo successivamente al momento della generazione del sottoprodotto[14].
Ciò trova immediata conferma nel disposto di cui al quarto comma il quale afferma che ( “ai fini di cui al comma 3”), costituisce elemento di prova
l'esistenza di rapporti o impegni contrattuali tra il produttore del residuo, eventuali intermediari[15] e gli utilizzatori, dai quali si evincano le informazioni relative:
a) alle caratteristiche tecniche dei sottoprodotti,
b) alle relative modalità di utilizzo e
c) alle condizioni della cessione che devono risultare vantaggiose e assicurare la produzione di una utilità economica o di altro tipo.
“Oltre al criterio derivante dalla natura o meno di residuo di produzione di una sostanza, il grado di probabilità di riutilizzo di tale sostanza, senza operazioni di trasformazione preliminare, costituisce un secondo criterio utile ai fini di valutare se essa sia o meno un rifiuto ai sensi della direttiva 75/442. Se, oltre alla mera possibilità
di riutilizzare la sostanza, il detentore consegue un vantaggio economico nel farlo, la probabilità di tale riutilizzo è alta. In un'ipotesi del genere la sostanza in questione non può più essere considerata un ingombro di cui il detentore cerchi di "disfarsi", bensì un autentico prodotto”.
Il nuovo D.M. prevede che, in mancanza della documentazione esplicitata nel comma 4, cioè dell’ “esistenza di rapporti o impegni contrattuali tra il produttore del residuo, eventuali intermediari e gli utilizzatori” (che, come detto, il D.M. ritiene essere la prova principe dell’esistenza del sottoprodotto) il requisito della certezza dell'utilizzo e l'intenzione di non disfarsi del residuo[16] sono dimostrati mediante la
predisposizione di una scheda tecnica contenente le informazioni indicate all'allegato 2, necessarie a consentire l'identificazione dei sottoprodotti dei quali
e' previsto l'impiego e l'individuazione delle caratteristiche tecniche degli stessi, nonchè del settore di attività o della tipologia di impianti idonei ad utilizzarli.
In caso di modifiche sostanziali del processo di produzione o di destinazione del sottoprodotto, tali da comportare variazioni delle informazioni rese, deve essere predisposta una nuova scheda tecnica.
Le caratteristiche della “scheda tecnica” sono tali da poter tranquillamente affermare che il Ministero abbia voluto porre in essere, con il nuovo DM, dei nuovi obblighi, per i produttori e gli utilizzatori dei sottoprodotti, che sono analoghi a quelli relativi alla gestione dei rifiuti, senza che esista una norma di legge che lo preveda esplicitamente (anziché parificare l’utilizzo dei sottoprodotti all’utilizzo delle materie prime vergini) .
Anche le modalità di gestione delle schede tecniche richiamano da vicino quelle dei registri di carico e scarico[17], di cui sono la fedele copia .
Comunque, sia nel caso in cui il produttore possa dimostrare l’esistenza di rapporti o impegni contrattuali tra il produttore del residuo, eventuali intermediari e gli utilizzatori, sia nel caso in cui il produttore predisponga invece la Scheda tecnica, egli deve conservare per tre anni e rendere disponibile all'autorità di controllo la documentazione indicata per le specifiche ipotesi.
. Tipologia e caratteristiche del sottoprodotto e modalita' di produzione
. Conformita' del sottoprodotto rispetto all'impiego previsto
. Tipologia di attivita' o impianti di utilizzo idonei ad utilizzare il residuo;
. Impianto o attivita' o di destinazione
Tempi e modalita' di deposito e movimentazione
. Modalita' di raccolta e deposito del sottoprodotto
. Modalita' di trasporto
Organizzazione e continuita' del sistema di gestione
. Descrizione delle tempistiche e delle modalita' di gestione
Tale comma afferma appunto che non rientrano, in ogni caso, nella normale pratica industriale le attivita' e le operazioni finalizzate a soddisfare il requisito costitutivo di cui all’art.184-bis, lett.d).
Ciò trova conferma nel comma successivo ai sensi del quale, in caso di cessione del sottoprodotto da parte del produttore ad un intermediario o ad un utilizzatore, la conformità dello stesso rispetto a quanto indicato nella scheda tecnica e' oggetto di una apposita dichiarazione, sottoscritta in base al modello di cui all'allegato 2. In caso di modifiche sostanziali del processo di produzione o di destinazione, tali da comportare variazioni delle informazioni rese, deve essere sottoscritta una nuova dichiarazione di conformità.
Allegato 2 - Dichiarazione di conformita
. Indicazione della tipologia di attivita' o impianti idonei ad
. Dichiarazione che il residuo e' conforme alla scheda tecnica
Devono essere evitati gli spandimenti accidentali e la contaminazione delle matrici ambientali e deve essere prevenuta e minimizzata la formazione di emissioni diffuse e la diffusione di odori.
Nelle fasi di deposito e trasporto del sottoprodotto devono essere garantite:
A seguito della predisposizione della scheda tecnica e della
sottoscrizione della dichiarazione di conformità (quindi non nei casi in cui tali documenti non siano stati legittimamente predisposti), il deposito ed il trasporto possono essere effettuati anche accumulando sottoprodotti provenienti da diversi impianti o attivita', purche' abbiano le medesime caratteristiche e non ne vengano alterati i requisiti che ne garantiscono l'utilizzo .
Infine il quarto comma afferma che la responsabilita' del produttore o del cessionario in relazione alla gestione del sottoprodotto e' limitata alle fasi precedenti alla consegna dello stesso all'utilizzatore o a un intermediario.
[1] Per approfondimenti mi permetto di rinviare al mio “LA GESTIONE DEI RIFIUTI DOPO IL DLGS 205/2010, ed. Maggioli, 2011.
[2] Infatti la Direttiva 2008/98/CE stabilisce, nel proprio Articolo 3 “Definizioni” che si intende per: "rifiuto" qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o l’obbligo di disfarsi”.
[3] Totalmente inutile alla circoscrizione della nozione di rifiuto.
[4] Vedi ad es. Sent.Cass. Sez. III n. 29069 del 8 luglio 2015- Dappi “Certamente indice rivelatore dell'intenzione di disfarsi - ove essa non si sia sostanziata, in modo di per sé incompatibile con un altro diverso atteggiamento della volontà, in un abbandono da parte del detentore e nella conseguente perdita di ogni possibilità di suo controllo su detti beni - potrà essere, oltre alla tipologia di essi, la modalità con la quale i detti materiali sono depositati. E', infatti, di tutta evidenza che un deposito di materiali che già hanno esaurito la loro utilità principale secondo modalità che non fanno ritenere che gli stessi siano più suscettibili di fornirne una ulteriore, lascia legittimamente presumere all'interprete che di questi il detentore si sia in tal modo disfatto ovvero abbia l'intenzione di disfarsene”.
[5] Sotto tale profilo si veda nella giurisprudenza della Corte di Cassazione Penale: Sez. III, sent. n. 27085 del 4-07-2008; Sez. III, sent. n. 47085 del 19-12-2008 ; Sez. III, sent. n. 10711 dell’11-03-2009.
[6] Che definisce: art.183, lett.qq) “sottoprodotto”: qualsiasi sostanza od oggetto che soddisfa le condizioni di cui all’articolo 184-bis, comma 1, o che rispetta i criteri stabiliti in base all’articolo 184-bis, comma 2.
[7] 185. Esclusioni dall’ambito di applicazione
f) le materie fecali, se non contemplate dal comma 2, lettera b), del presente articolo, la paglia, gli sfalci e le potature provenienti dalle attività di cui all'articolo 184, comma 2, lettera e), e comma 3, lettera a), nonché ogni altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso destinati alle normali pratiche agricole e zootecniche o utilizzati in agricoltura, nella silvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa, anche al di fuori del luogo di produzione ovvero con cessione a terzi, mediante processi o metodi che non danneggiano l'ambiente né mettono in pericolo la salute umana
Sono esclusi dall’ambito di applicazione della parte quarta del presente decreto, in quanto regolati da altre disposizioni normative comunitarie, ivi incluse le rispettive norme nazionali di recepimento:
Fatti salvi gli obblighi derivanti dalle normative comunitarie specifiche, sono esclusi dall’ambito di applicazione della Parte Quarta del presente decreto i sedimenti spostati all’interno di acque superficiali o nell'ambito delle pertinenze idrauliche ai fini della gestione delle acque e dei corsi d’acqua o della prevenzione di inondazioni o della riduzione degli effetti di inondazioni o siccità o ripristino dei suoli se è provato che i sedimenti non sono pericolosi ai sensi della decisione 2000/532/CE della Commissione del 3 maggio 2000, e successive modificazioni.
Il suolo escavato non contaminato e altro materiale allo stato naturale, utilizzati in siti diversi da quelli in cui sono stati escavati, devono essere valutati ai sensi, nell’ordine, degli articoli 183, comma 1, lettera a), 184-bis e 184-ter.”
[8] Si attende ormai da mesi la pubblicazione del nuovo Testo Unico sulle terre da scavo.
[9] Si rammenta che, invece, nella definizione del sottoprodotto del testo originario del Dlgs 152 del 2006, si definivano modalità di prova documentali obbligatorie: “Al fine di garantire un impiego certo del sottoprodotto, deve essere verificata la rispondenza agli standard merceologici, nonche' alle norme tecniche, di sicurezza e di settore e deve essere attestata la destinazione del sottoprodotto ad effettivo utilizzo in base a tali standard e norme tramite una dichiarazione del produttore o detentore, controfirmata dal titolare dell'impianto dove avviene l'effettivo utilizzo”.
[10] Su cui vedi oltre.
[11] Si veda sotto tale profilo: “Cass. Sez. III n. 44295 del 28 novembre 2007:
“Il requisito della certezza ed effettività della riutilizzazione di materiale di risulta derivante dalla lavorazione del marmo non può ritenersi sussistente allorché i materiali residuati da una determinata lavorazione, di cui pertanto sussiste l'obbligo di disfarsi, siano stati accumulati per alcuni anni in palese violazione dell'art. 6, comma primo lett, m) n. 3), del D. Lvo n. 22-97, determinando, nel corso del tempo, la realizzazione di una discarica abusiva”.
Cass. Sez. III, sent. n. 35219 del 20/10/2006 :
“va esclusa la natura di “sottoprodotto” di fanghi provenienti dalla lavorazione di materiali lapidei allorquando manchi la certezza del requisito del riutilizzo del materiale che non può essere dimostrata dalle sole dichiarazioni testimoniali di dipendenti della società se non suffragate da riscontri oggettivi, quali ..la documentazione del trasporto presso i cantieri ove sarebbe avvenuto il riutilizzo ed in presenza di rilevi diretti della PG che documentino, in relazione all’altezza ed al grado di essiccazione dei cumuli, una prolungata giacenza degli stessi sul luogo di deposito;”.
[12] “Fatti salvi gli accertamenti delle specifiche circostanze di fatto, da valutare caso per caso”.
[13] Evidentemente l’estensore ministeriale non si è mai liberato della (ormai risolta) questione della natura di sottoprodotto dei residui di produzione utilizzati “presso terzi” (per approfondimenti mi permetto di rinviare al mio “LA GESTIONE DEI RIFIUTI DOPO IL DLGS 205/2010, ed. Maggioli, 2011).
[14] Più difficile invece risulta conciliare il dato sempre rigoroso del D.M. con la possibilità, che sembra sussistere, dato il tenore letterale della norma, che al momento della produzione del sottoprodotto il produttore non conosca specificamente l' attivita' in cui il residuo deve essere utilizzato, ma tale attività sia solo “individuabile”.
[15] Gli intermediari qui citati non sono quegli stessi che l’art.183 del Dlgs 152 definisce: “qualsiasi impresa che dispone il recupero o lo smaltimento dei rifiuti per conto di terzi, compresi gli intermediari che non acquisiscono la materiale disponibilità dei rifiuti”, in quanto il sottoprodotto non è un rifiuto e dunque questi intermediari non devono rispettare gli obblighi di cui al Dlgs 152.
[16] In realtà è , logicamente e giuridicamente, quest’ultimo l’elemento determinante in quanto se non è dimostrata l'intenzione di non disfarsi del residuo , il requisito della certezza dell'utilizzo certamente risulterebbe inutile perché saremmo già nel campo della gestione dei rifiuti.
[17] L’art.190, comma 5 del Dlgs 152 dispone: “I registri di carico e scarico sono numerati, vidimati e gestiti con le procedure e le modalità fissate dalla normativa sui registri IVA. Gli obblighi connessi alla tenuta dei registri di carico e scarico si intendono correttamente adempiuti anche qualora sia utilizzata carta formato A4, regolarmente numerata. I registri sono numerati e vidimati dalle Camere di commercio territorialmente competenti.”.

References: articolo 2
 articolo 184
 articolo 184
 articolo 184
 articolo 184
 articolo 6
 articolo 8
 Sentenza 
 Cass. Sez. 
 Articolo 3
 art.183

Cass. Sez.