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Timestamp: 2017-12-14 12:58:24+00:00

Document:
Processo Penale e Giustizia - ne bis in idem
Corte edu, 18 maggio 2017, Jóhannesson ed altri c. Islanda
L'art. 4 del Protocollo 7 della Convenzione Europea dei diritti dell'Uomo sancisce il divieto di bis in idem per procedimenti basati “sugli stessi fatti o su fatti sostanzialmente identici”. Fondamentale è la valutazione dell’ idem, integrato da fatti temporalmente, oggettivamente o sostanzialmente assimilabili, e del bis, che afferisce, invece, alla duplicazione dei procedimenti. La norma in questione, allo stesso modo, non sancisce l’illegittimità di procedimenti paralleli, tra loro complementari, laddove questi siano in grado di meglio tutelare la Collettività rispetto a comportamenti offensivi di plurime realtà giuridiche. Graverà, in questo caso, sullo Stato l’onere di dimostrare che i procedimenti suddetti siano strettamente connessi sotto il profilo sostanziale e temporale alla luce della complementarietà degli scopi perseguiti da ciascuno di essi, finalizzati a sanzionare esaustivamente il complessivo disvalore della condotta oggetto delle regiudicande. Quel che occorre è, infatti, evitare duplicazioni quanto alla raccolta e alla valutazione delle prove, assicurando, altresì un contemperamento tra le sanzioni irrogate. [tali principi sono stati disattesi dalle autorità islandesi quanto al perseguimento ad opera della giustizia tanto penale quanto tributaria dei medesimi fatti di evasione fiscale: i diversi procedimenti avevano, infatti, dato luogo tanto a pene detentive e pecuniarie, quanto a maggiorazioni fiscali di matrice tributaria, ma aventi natura squisitamente penale stando ai c.d. criteri Engel].
Corte di giustizia dell’Unione Europea, 5 aprile 2017, cause riunite C-217/15 e C-350/15
Ne bis in idem – Condizioni di applicazione – Reati tributari
L’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale - come quella di cui alle cause principali - che consente di avviare procedimenti penali per omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto dopo l’irrogazione di una sanzione tributaria definitiva per i medesimi fatti, qualora tale ultima sanzione sia stata inflitta ad una società dotata di personalità giuridica, mentre gli anzidetti procedimenti penali sono stati avviati nei confronti di una persona fisica [nel caso di specie, la Corte ha ritenuto mancante la condizione prima – e, cioè, la coincidenza dell’identità soggettiva del destinatario delle due tipologie di accertamento - per l’applicazione del principio del ne bis in idem, previsto dall’articolo 50 della Carta, in due casi concernenti l’avvio del procedimento penale nei confronti degli amministratori di due società le quali avevano già subito i rispettivi accertamenti, divenuti definitivi, in conseguenza dei quali sono state irrogate le relative sanzioni tributarie per il mancato versamento dell’imposta sul valore aggiunto].
Corte edu, Grande Camera, 15 novembre 2016, A. e B. contro Norvegia
Ne bis in idem - Reati Tributari
Con l'arresto in esame i giudici di Strasburgo tessono le fila del case law sedimentatosi in tema di ne bis in idem, con particolare riferimento alla "duplicazione" di procedimenti (fiscali e penali) in materia d'imposte. La ratio dell'art. 4 del Settimo Protocollo addizionale alla Cedu, avente ad oggetto proprio il diritto a non essere giudicati o puniti due volte - chiosa la Corte -, mira, infatti, a prevenire l'ingiustizia sottesa ad una duplicità di persecuzioni e pene (cfr. i noti criteri Engel) a carico del medesimo soggetto per lo stesso fatto: tale principio non impedisce, tuttavia, agli ordinamenti nazionali di delineare un sistema sanzionatorio "integrato", ossia fondato sull'azione parallela di autorità pubbliche differenti. Non sussiste, infatti, alcuna violazione laddove i due procedimenti siano tra loro sufficientemente interconnessi sotto il profilo sostanziale e temporale (altrettanto non può, invece, dirsi qualora ciascun iter segua un suo autonomo sviluppo e si finalizzi indipendentemente dall'altro). Affinché possa propendersi per la legittimità di un sistema di tal fatta occorre dimostrare che entrambi i segmenti (quello tributario e quello penale) siano stati combinati al punto da costituire un unicum coerente: <<ciò implica non soltanto che le finalità perseguite, ed i mezzi impiegati a tale scopo, debbano essere tra loro complementari e temporalmente connessi, ma anche che le possibili conseguenze di un siffatto approccio normativo alla condotta in oggetto siano proporzionate e prevedibili per l'interessato>>. Poste tali premesse, la Corte non ha ravvisato violazione alcuna con riferimento alle vicende dei due ricorrenti, sottoposti entrambi a sanzioni tributarie e penali (l'entità delle seconde calibrata tenendo conto del quantum delle prime) a seguito di procedimenti - sostanzialmente coevi - basati in parte su medesimi elementi conoscitivi.
Corte di Giustizia dell'Unione Europea, 29 giugno 2016, C 486/14, Piotr Kossowski
Ne bis in idem - Archiviazione - MAE
Chiamata a pronunciarsi, a seguito d'un ricorso in via pregiudiziale ex art. 267 TFUE, sull'interpretazione dell'art. 54 della Convenzione di applicazione dell’accordo di Schengen (CAAS), in combinato disposto con l'art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea - norme che sanciscono entrambe, seppur con una diversità prospettica, il principio del ne bis in idem - la Corte di Lussemburgo ritiene che <<una decisione del pubblico ministero che pone fine all’azione penale e conclude definitivamente, salvo riapertura o annullamento, il procedimento di istruzione condotto nei confronti di una persona, senza che siano state irrogate sanzioni, non può essere considerata una decisione definitiva, ai sensi di tali articoli, qualora dalla motivazione di tale decisione risulti che il suddetto procedimento è stato chiuso senza che sia stata condotta un’istruzione approfondita, laddove la mancata audizione della vittima e di un eventuale testimone costituisce un indizio dell’assenza di un’istruzione siffatta>>.
Corte edu, 23 giugno 2015, Butnaru et Bejan-Piser c. Romania
L'art. 4 del settimo Protocollo addizionale alla CEDU vieta l'instaurazione di un secondo procedimento penale, ovvero l'irrogazione d'una pena, per un medesimo reato in ordine al quale sia già stata pronunciata, all'interno dello stato, una sentenza irrevocabile di assoluzione o di condanna. Al fine di valutare l'identità del crimine occorre, tuttavia, avere riguardo non agli elementi costitutivi delle fattispecie oggetto d'addebito, bensì alla sovrapponibilità delle condotte ascritte all'imputato, così come esse appaiono circostanziate, nello spazio e nel tempo, all'interno dell'accusa. Sussiste la violazione della norma in esame anche laddove una delle imputazioni presenti elementi di novità rispetto all'altra (nel caso di specie, i ricorrenti, assolti con sentenza definitiva dalle accuse di percosse e lesioni, erano stati condannati per rapina: la Corte nota che la condotta violenta integrava, da un lato, l'intero substrato fattuale della prima imputazione e, dall'altro, un'essenziale componente ontologica della seconda).
Corte e.d.u., 30 aprile 2015, Kapetanios e altri c. Grecia
Ne bis in idem – Giurisdizione penale e giurisdizione amministrativa – Presunzione d’innocenza
Nel momento in cui una sentenza di assoluzione o di condanna diviene definitiva, non è possibile procedere contro un soggetto, né tantomeno giudicarlo una seconda volta, in virtù di violazioni afferenti ai medesimi fatti (art. 4 del Protocollo n. 7 alla CEDU). L’inflizione ad un tempo di una limitazione della libertà personale e di una sanzione amministrativa non è di per sé in contrasto col principio del ne bis in idem, purché i due profili dell’illecito (penale ed amministrativo) vengano esaminati nell’ambito di un unico giudizio. È ben possibile poi che, pendente il processo penale atto a stabilire i profili di colpevolezza dell’imputato, sugli stessi fatti venga instaurato un giudizio amministrativo: in ipotesi del genere, il rispetto del principio in questione impone al primo giudice di sospendere la procedura ovvero di dichiarare l’estinzione del processo a seguito del passaggio in giudicato della pronuncia dell’autorità amministrativa di ultima istanza. È comunque esclusa la possibilità per uno Stato di imporre al cittadino una sanzione amministrativa in un separato giudizio, allorchè a costui sia già stata comminata per i medesimi fatti una condanna penale (CGUE, Hans Åkerberg Fransson, C-617/10, 26 febbraio 2013).
Il principio di presunzione d’innocenza garantisce una protezione che va oltre il mero impedimento di una condanna ingiusta, in quanto assicura il rispetto dell’onore e della reputazione dell’accusato anche dopo il suo proscioglimento, con caratteri molto simili a quelli dell’art. 8 CEDU. Qualunque autorità si pronunci sulla responsabilità penale dell’imputato – in via principale o anche meramente incidentale – dopo il passaggio in giudicato di quella sentenza è pertanto tenuta a trattarlo da innocente: diversamente, il diritto al “giusto processo” resta astratto ed ineffettivo.
Corte edu, 27 gennaio 2015, Rinas c. Finlandia
La Corte ha ravvisato la violazione del divieto di bis in idem a seguito dell'imposizione di sovrattasse e della condanna penale subite dal ricorrente, il quale aveva omesso d'indicare i propri introiti all'interno di una dichiarazione dei redditi: per il medesimo fatto erano stati, quindi, instaurati due diversi procedimenti, in alcun modo connessi tra di loro, del tutto autonomi e divenuti definitivi indipendentemente l'uno dall'altro.
L'art. 4 § 1 del settimo Protocollo addizionale alla Cedu sancisce, infatti, il divieto di bis in idem. La Corte di Strasburgo è solita vagliare la sussistenza di una violazione della suindicata regola attraverso un quadruplice test.
Occorre, dunque, in primis, valutare se entrambi i procedimenti instaurati a carico della medesima persona presentino una natura penale. A questo proposito è necessario avere riguardo ai c.d. "criteri Engel" (Corte edu, 8 giugno 1976, Engel ed altri c. Paesi Bassi). La sola classificazione legislativa dell'illecito appare insufficiente a tale scopo: bisogna, infatti, porre l'accento anche sull'essenza della violazione, nonché sul grado di severità della pena comminata.
Ciò posto, è necessario interrogarsi sull'identità delle violazioni in oggetto. Nel precedente Sergey Zolotukhin c. Russia (Corte edu, Grande Camera, n. 14939/03), i Giudici hanno affermato che occorre avere riguardo alla sostanziale assimilabilità delle condotte concretamente perseguite. Appare, quindi, rilevante concentrarsi su quegli accadimenti costituiti da un insieme di circostanze fattuali che coinvolgono il medesimo imputato, risultando inestricabilmente interconnesse, la cui esistenza deve essere dimostrata al fine di pervenire ad una condanna ovvero ad un rinvio a giudizio.
Successivamente, è necessario valutare la sussistenza di una decisione definitiva sul merito della regiudicanda. La norma in esame vieta infatti la duplicazione di procedimenti conclusisi in forza di una decisione "finale". Con tale espressione si fa tradizionalmente riferimento ad una sentenza che abbia acquisito l'autorità di cosa giudicata, ossia contro la quale non possano essere più esperiti rimedi di stampo ordinario, il che accade qualora le parti abbiano esaurito tutti i mezzi d'impugnazione disponibili, ovvero abbiano lasciato invano spirare i termini per proporli.
L'ultimo esame concerne, infine, l'avvenuta duplicazione dei procedimenti. Il divieto di bis in idem non è, infatti, limitato al solo diritto a non essere puniti due volte per lo stesso fatto, ma si estende anche a quello di non essere perseguiti o processati nuovamente per la medesima fattispecie concreta. La norma in esame preclude, quindi, l'instaurazione di procedimenti successivi, qualora, al momento d'inizio del secondo, il primo si sia già definitivamente concluso: non sono, infatti, vietati i procedimenti paralleli, purché alla definitiva conclusione dell'uno faccia seguito il venir meno dell'altro. Talvolta la connessione tra due procedimenti - concernenti il medesimo fatto - può essere comunque talmente stringente, per quel che attiene alla fattispecie concreta ed alla scansione temporale, da non determinare una violazione del divieto in oggetto: ciò accade soprattutto per quel che attiene ai reati stradali, ove la medesima condotta (es. guida in stato di ebbrezza) viene punita con plurime sanzioni (pena detentiva e ritiro della patente), irrogate da differenti autorità (cfr. Corte edu, 13 dicembre 2005, n. 73661/01,Nilsson c. Svezia).
Corte e.d.u., 27 novembre 2014, Lucky Dev c. Svezia
Ne bis in idem – Previo esaurimento dei rimedi interni – Ricorsi effettivi – Overruling – Litispendenza
La regola del previo esaurimento dei rimedi interni (art. 35 Cedu) è subordinata al fatto che l'ordinamento nazionale abbia predisposto una soluzione con riguardo alla dedotta violazione (principio ricavabile, altresì, dall'art. 13). L'esistenza di siffatti rimedi dev'essere, tuttavia, sufficientemente certa; questi devono essere, inoltre, accessibili ed effettivi.
Il caso dev'essere deciso alla luce della giurisprudenza vigente al momento del suo esame (quantunque alcuni membri del collegio abbiano espresso un'opinione dissenziente in ordine all'applicazione retroattiva del case law successivo ad un overruling).
Il criterio discretivo da applicare ai fini del vaglio del rispetto del ne bis in idem risiede nella sostanziale identità dei fatti contestati, avuto riguardo all'inestricabilità nel tempo e nello spazio delle concrete circostanze che coinvolgono il medesimo imputato.
L'art. 4 del settimo Protocollo addizionale non si limita a sancire il diritto a non essere puniti due volte ma estende la garanzia anche alla duplicità delle procedure e si applica anche laddove la contesa non abbia avuto quale esito una condanna. Presupposto della norma in esame è, dunque, la sussistenza di una decisione definitiva. Occorre, infatti, precisare che la disposizione in commento non fornisce una garanzia contro le litispendenze. Il parallelo sviluppo di procedimenti afferenti ad una medesima violazione, non è, infatti, precluso fino a quando non sia stata pronunciata una decisione definitiva: in tale caso, tuttavia, la Corte è solita pronunciare una condanna ai sensi dell'art. 4 del settimo Protocollo addizionale qualora, sceso il giudicato, non cessi il procedimento ancora pendente.
Corte di giustizia dell'Unione Europea, 5 giugno 2014
Ne bis in idem – Non luogo a procedere per insufficienza di prove – Efficacia di giudicato
In base all’art. 54 della Convenzione di applicazione dell’Accordo di Schengen, il non luogo a procedere – anche per insufficienza di prove –, laddove osti nello Stato di emissione della pronuncia ad un nuovo giudizio, impedisce in qualsiasi altro Stato membro di aprire un processo e di rendere una sentenza nei riguardi di quella persona e per quei fatti.
Corte di giustizia dell'Unione Europea, 27 maggio 2014, Zoran Spavic
Ne bis in idem – Convenzione di applicazione dell’accordo di Schengen – Parziale esecuzione della pena
E' compatibile col principio del ne bis in idem (ex art. 50 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea) l'art. 54 della CAAS secondo cui tale garanzia trova applicazione qualora, in caso di condanna, la pena «sia stata eseguita» o sia «in corso di esecuzione attualmente»: siffatto presupposto non può considerarsi realizzato nell'ipotesi in cui sia avvenuto il pagamento della sola sanzione pecuniaria, irrogata congiuntamente ad una pena detentiva.

References: art. 267
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 § 1
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 art. 50