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Sentenza Cassazione Civile n. 4689 del 18/02/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4689 del 18/02/2019
Cassazione civile sez. lav., 18/02/2019, (ud. 18/12/2018, dep. 18/02/2019), n.4689
sul ricorso 9735-2016 proposto da:
COMPAGNIA AEREA ITALIANA S.P.A., già ALITALIA COMPAGNIA AEREA
ITALIANA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore
AIR ONE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore
elettivamente domiciliati in ROMA, VIA PO 25-B, presso lo studio
dell’avvocato ROBERTO PESSI, che li rappresenta e difende unitamente
all’avvocato MAURIZIO SANTORI;
V.I., domiciliata ope legis presso la Cancelleria della
Corte di Cassazione, rappresentata e difesa dagli Avvocati IVAN
ASSAEL, NYRANNE MOSHI;
avverso la sentenza n. 478/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
depositata il 13/10/2015 R.G.N. 1822/2013;
18/12/2018 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO;
udito l’Avvocato IVAN ASSAEL.
Il Tribunale di Milano rigettava la domanda proposta da V.I. nei confronti di Air One s.p.a. ed Alitalia Cai s.p.a. volta a conseguire declaratoria la nullità del termine apposto ai contratti di lavoro intercorsi fra le parti, il primo dei quali stipulato con Air One s.p.a. a far tempo il 22/10/2003, l’accertamento della intercorrenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato dal 1/11/2003 e la condanna delle società alla ricostruzione di carriera, oltre al pagamento della indennità risarcitoria L. n. 183 del 2010, ex art. 32. Detta pronuncia veniva riformata dalla Corte distrettuale che accoglieva le domande attoree, dichiarando la nullità del termine apposto ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, al contratto 22/10/2003; ordinando di ricostruire la carriera della ricorrente sulla base della qualifica da assistente di volo junior ad assistente di volo, con decorrenza 1/2/2005 nonchè da assistente di volo ad assistente di volo senior, dal 1/8/2007, e condannando le società appellate al pagamento della indennità risarcitoria pari a 2,5 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto goduta.
Avverso tale decisione hanno proposto ricorso per cassazione la Compagnia Aerea Italiana spa (già Alitalia Compagnia Aerea Italiana spa) e la Air One spa affidato a sei motivi.
Parte intimata ha resistito con controricorso; sono state depositate memorie nell’interesse delle parti.
con il ricorso per cassazione, in sintesi, si censura:
1) la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, comma 1, dell’art. 2697 c.c., dell’art. 421c.p.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per essersi la Corte di merito, da un lato, soffermata solamente sul primo contratto a termine stipulato dalla lavoratrice con AIR ONE spa, dichiarando erroneamente la nullità del termine e convertendo l’intero rapporto a tempo indeterminato e, dall’altro, per non avere ammesso le istanze istruttorie dedotte dalla società, senza peraltro attivare, in una situazione di incertezza sui fatti costitutivi dei diritti in contestazione, i poteri istruttori di ufficio non soggetti al verificarsi di preclusioni e decadenze, e per avere erroneamente applicato i principi in tema di ripartizione dell’onere della prova;
2) la violazione e falsa applicazione dell’art. 1372 c.c., dell’art. 1418c.c., dell’art. 1419c.c., dell’art. 2112c.c. e dell’art. 2697c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere omesso la Corte di appello di esaminare e valutare correttamente il comportamento posto in essere dalla lavoratrice, ai fini della dichiarazione di risoluzione per mutuo consenso dei contratti a tempo determinato intercorsi tra le parti, nonchè per avere omesso di valutare un fatto decisivo per il giudizio, consistente nella cessione del contratto della lavoratrice, nel periodo successivo alla scadenza dell’ultimo contratto a tempo determinato impugnato, alle dipendenze della società Alitalia CAI spa;
3) la violazione e falsa applicazione dell’art. 1230 c.c., dell’art. 1231c.c., dell’art. 2697c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè la Corte di appello, pur avendo riconosciuto un aliquid novi, nella stabilizzazione del rapporto di lavoro intercorso tra le parti, quando era vigente l’ultimo contratto a termine, erroneamente aveva poi escluso che si fosse verificata una novazione non sussistendo, nel caso di specie, un animus novandi ed una causa novandi rispetto alla nuova fonte contrattuale;
4) la violazione e falsa applicazione dell’art. 1406 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) perchè la gravata sentenza, pur correttamente escludendo nel caso di specie una responsabilità solidale tra le due società in quanto la cessione del rapporto di lavoro era avvenuta ex art. 1406 c.c., non aveva poi dichiarato il difetto di legittimazione passiva di Alitalia CAI spa;
5) la violazione e la falsa applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, commi 4 e 5 violazione e falsa applicazione dell’art. 6 del c.c.a.l. del personale di cabina della società Air One ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in ragione dell’intervenuto riconoscimento in favore della lavoratrice, degli scatti di anzianità in contrasto con i recenti orientamenti della Corte di legittimità secondo cui l’indennità ex art. 32 cit, si riferisce esclusivamente al risarcimento del danno subito dal lavoratore nel periodo intercorso fra l’allontanamento e la sentenza di merito, e non a quanto spetti per eventuali ricostruzioni della carriera.
6) la violazione e falsa applicazione dell’art. 937 cod. nav., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per non avere la impugnata sentenza dichiarato la maturata prescrizione biennale dei diritti e dei crediti derivanti dai contratti a termine intercorsi tra le parti sebbene la lavoratrice non avesse tempestivamente agito per la rivendicazione dei diritti entro il termine biennale dalla data di risoluzione dei relativi rapporti a termine.
7. Il primo motivo è infondato. E’ sufficiente osservare che, in tema di apposizione del termine al contratto di lavoro, il legislatore ha imposto, con il D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, comma 2 l’onere di specificazione delle ragioni giustificatrici “di carattere tecnico, produttivo, organizzativo e sostitutivo” del termine finale, il che comporta che le stesse debbano essere sufficientemente particolareggiate così da rendere possibile la conoscenza della loro effettiva portata e il relativo controllo di effettività (cfr. Cass. 27.1.2011 n. 1931), in linea con la direttiva comunitaria 1999/70/CE e dell’accordo quadro in essa trasfuso, come interpretata dalla Corte di Giustizia (sent. 23.4.2009, in causa C- 378/07 ed altre; sent. 22.11.2005, in causa C-144/04).
Nella specie, il giudice del gravame correttamente ha ritenuto non connotata da specificità, nei sensi voluti dal legislatore, la causale di cui al primo contratto (in sintesi, per incremento straordinario dei voli cagionato all’attività di start up delle linee e al conseguente anomalo incremento dell’organico stabile) perchè nessuna indicazione era stata fornita a conferma del fatto che l’ampliamento de quo fosse riconducibile effettivamente all’incremento delle rotte menzionate nella causale; in ordine all’entità dell’organico aziendale nel periodo di riferimento, nonchè al fabbisogno aggiuntivo di personale generato dall’incremento dei voli menzionati. La Corte territoriale ha, inoltre, rilevato la genericità e la non pertinenza della prova per testi come articolata, in ordine alle suddette circostanze, nonchè la irrilevanza delle prove documentali, mancando la dimostrazione del nesso causale fra l’aumento dei volumi di traffico e l’assunzione della lavoratrice a tempo determinato.
La decisione sul punto non risulta scalfita dalle critiche formulate che si risolvono in un riesame del giudizio di valutazione delle prove non consentito in sede di legittimità (cfr. Cass. 16.12.2011 n. 27197; Cass. 18.3.2011 n. 6288); nè rileva la censura prospettata con il richiamo alla violazione delle regole sul riparto dell’onere probatorio, atteso che, a fronte della deduzione della illegittimità del termine apposto al contratto, era onere della società provare la esigenza organizzativa dedotta, non dovendo tale circostanza essere oggetto di contestazione da parte della lavoratrice (cfr. Cass. 24.11.2014 n. 24954).
Un problema di violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non può porsi nei termini indicati dalle ricorrenti, ma solo allorchè si alleghi che il giudice di merito: a) abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposto di ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge; b) abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova che invece siano soggetti a valutazione; c) abbia invertito gli oneri probatori, situazioni non rappresentate nei motivi anzidetti, con la conseguenza che le relative doglianze sono mal poste, rifluendo in critiche sul merito non sindacabile: ipotesi, queste, non ravvisabili nella fattispecie in esame.
Nel rito del lavoro, poi, il mancato esercizio da parte del giudice dei poteri ufficiosi ex art. 421 c.p.c., preordinato al superamento di una meccanica applicazione della regola di giudizio fondata sull’onere della prova, non è censurabile con ricorso per cassazione ove la parte non abbia investito lo stesso giudice di una richiesta in tal senso, indicando anche i relativi mezzi istruttori (cfr. Cass. 12.3.2009 n. 6023); in ogni caso, gli indicati poteri di ufficio non possono essere dilatati fino a richiedere che il giudice supplisca in ogni caso alle carenze allegatorie e probatorie delle parti, in assenza di una pista probatoria rilevabile dal materiale processuale acquisito agli atti di causa. Al riguardo deve richiamarsi l’insegnamento giurisprudenziale secondo cui il mancato esercizio dei poteri istruttori del giudice (previsti nel rito del lavoro dall’art. 421 c.p.c.) anche in difetto di espressa motivazione sul punto, non è sindacabile in sede di legittimità se non si traduce in un vizio di illogicità della sentenza: e tale vizio non è desumibile nella gravata pronuncia; in modo corretto, una volta rilevata la nullità del termine apposto al primo contratto, l’indagine non è stata estesa anche a quelli successivi.
8. Il secondo motivo è infondato alla stregua dell’orientamento di legittimità (cfr. Cass. n. 29871/2017; Cass. n. 13660/2018; Cass. n. 13958/2018), cui si intende dare seguito, in virtù del quale in tema di contratti a tempo determinato, l’accertamento della sussistenza di una concorde volontà delle parti diretta allo svolgimento del vincolo contrattuale costituisce apprezzamento di merito che, se immune da vizi logici, giuridici ed adeguatamente motivato, si sottrae al sindacato di legittimità, secondo le rigorose regole sui motivi che possono essere fatti valere al fine di incrinare la ricostruzione di ogni vicenda storica antecedente al contenzioso giudiziale, previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5, tempo per tempo vigente.
Nel caso in esame, la Corte territoriale, con argomentazioni logiche e corrette giuridicamente, supportate da riscontri oggettivi e soggettivi, valutando pertanto anche le vicende relative alla successiva assunzione a tempo indeterminato, ha evidenziato come il protrarsi della inerzia imputabile alla dipendente non poteva interpretarsi quale sintomo di disinteresse e volontà abdicativa nei riguardi di un rapporto che non era cessato, bensì si trovava in pieno ed effettivo corso di svolgimento nella modalità a tempo indeterminato e che tale sopravvenuta assunzione rappresentava la più concreta ed univoca manifestazione del suo interesse a non risolvere il rapporto lavorativo.
9. Il terzo motivo è parimenti infondato. Questa Corte (cfr. Cass. 11.10.2012 n. 17328) ha affermato che, poichè la novazione oggettiva si configura come un contratto estintivo e costitutivo di obbligazioni, caratterizzato dalla volontà di far sorgere un nuovo rapporto obbligatorio in sostituzione di quello precedente con nuove ed autonome situazioni giuridiche, di tale contratto sono elementi essenziali, oltre ai soggetti e alla causa, l’animus novandi consistente nella inequivoca, comune intenzione di entrambe le parti di estinguere l’originaria obbligazione, sostituendola con una nuova, e l’aliquid novi, inteso come mutamento sostanziale dell’oggetto della prestazione o del titolo del rapporto; l’esistenza di tali specifici elementi deve essere in concreto verificata dal giudice del merito, con un accertamento di fatto che si sottrae al sindacato di legittimità solamente se è conforme alle disposizioni contenute negli artt. 1230 c.c., commi 1 e 2 e art. 1231 c.c. e se risulta congruamente motivato. In concreto, i giudici di secondo grado hanno applicato correttamente tale principio, svolgendo la propria indagine sugli elementi sopra menzionati e con argomentazioni congrue hanno sottolineato le ragioni per le quali il venir meno del termine finale, fermo restando ogni altro aspetto del rapporto, non era sufficiente ad evidenziare la comune volontà novativa delle parti, nè la causa novandi.
10. Il quarto motivo è anche esso infondato in ordine a tutti i profili di censura formulati perchè, come riconosciuto dalle stesse ricorrenti, la Corte territoriale ha escluso la solidarietà delle due società, vertendosi in ipotesi di cessione del contratto ex art. 1406 c.c., e correttamente, poi, non ha dichiarato formalmente il difetto di legittimazione passiva di Alitalia CAI spa in quanto ha comunque fatto salva l’operatività del contratto di cessione del rapporto di lavoro che regola, sotto il profilo effettuale, le conseguenze delle rispettive relazioni economiche tra tutte le parti.
11. Il quinto motivo è privo di pregio.
La pronuncia di secondo grado è conforme ai principi di legittimità (Cass. 12.1.2015 n. 262; Cass. 2.7.2018 n. 17248) secondo cui, nel caso di illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato con conversione in un unico rapporto a tempo indeterminato, l’indennità di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5 è esaustiva del diritto al ristoro per gli intervalli non lavorati in quanto inclusiva di tutti i danni, retributivi e contributivi, subiti dal lavoratore, mentre per i periodi lavorati spetta anche, oltre alla retribuzione maturata, il riconoscimento della anzianità di servizio e, dunque, la maturazione degli scatti di anzianità.
12. Anche il sesto motivo va disatteso, sebbene sul punto il capo della pronuncia impugnata debba essere integrato ex art. 384 c.p.c., u.c. (vedi sul punto, Cass. 27/11/2018 n.30687): invero, nel caso in esame, è pacifico tra le parti che il rapporto di lavoro inter partes non è cessato.
Orbene, deve richiamarsi l’orientamento di legittimità, affermatosi con riguardo all’art. 373 cod. nav. in tema di navigazione marittima, il cui disposto – per la parte che interessa – è sostanzialmente analogo a quello di cui all’art. 937 cod. nav. per la navigazione aerea richiamato dalle ricorrenti, secondo cui i diritti derivanti dal contratto di arruolamento in regime dì continuità sono soggetti alla prescrizione biennale che inizia a decorrere dalla cessazione del rapporto, la quale non coincide con lo sbarco e si verifica nel momento e nel luogo in cui il marittimo riceve la comunicazione della cancellazione dal turno (equivalente alla comunicazione del licenziamento nella disciplina comune) o dalla reiscrizione in esso (cfr. Cass. 26.11.1999 n. 13224; Cass. 1.8.2014 n. 17534). Nell’ipotesi di più contratti a tempo determinato o a viaggio, poi, il termine decorre dalla cessazione o dalla risoluzione dell’ultimo contratto (Cass. 3.8.1991 n. 8524).
Tali principi vanno, altresì, integrati con quello in virtù del quale si è affermato, come sopra detto, che l’illegittimità di un termine di durata ad un contratto di lavoro subordinato importa di per sè la conversione di esso in contratto a tempo indeterminato e, quando più contratti di tale natura si siano succeduti tra le stesse parti, l’unificazione di essi in un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
Deriva, pertanto, da quanto sinora detto che, essendo il rapporto di lavoro – da considerarsi come un unico rapporto a tempo indeterminato fin dalla scadenza del primo contratto il cui termine è stato ritenuto illegittimo (in termini cfr. Cass. 21.5.2008 n. 12985) – ancora in essere, deve essere esclusa la decorrenza della prescrizione delle rivendicazioni economiche sino alla cessazione del rapporto stesso, non operando, peraltro, la disciplina comune in tema di stabilità reale attesa la specialità del rapporto di lavoro regolato dal codice della navigazione, come più volte riconosciuto dalla Corte Costituzionale (tra le altre, sent. n. 98/73 e n. 20/2007).
13. Alla stregua di quanto esposto il ricorso deve, pertanto, essere rigettato.
Le ricorrenti, secondo il principio della soccombenza, vanno condannate alla rifusione delle spese del presente giudizio di legittimità, con distrazione in favore degli avv.ti Nyranne Moshi ed Ivan Assael.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti, come da dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna le ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge, da distrarsi in favore degli avv.ti Nyranne Moshi ed Ivan Assael.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 32
 art. 1
 art. 1
 art. 1406
 art. 32
 art. 360
 art. 32
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 421
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1231
 art. 1406
 Cass. 
 art. 32
 art. 384
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 13
 art. 13
 art. 13