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Timestamp: 2019-06-26 17:05:08+00:00

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dicembre 2016 - Assistenza Legale Roma
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Musica ad alto volume. Il genitore è penalmente responsabile del disturbo al riposo e alle occupazioni dei vicini.
Di Cristiana Centanni il 22 dicembre 2016 con 0 Commenti
Cass. Pen., Sez. 3, 22.09.2016, n. 53102
Il genitore contravviene all’obbligo di sorveglianza sul proprio figlio minore ed è penalmente responsabile per il disturbo da quest’ultimo arrecato al riposo e alle occupazioni dei vicini a fronte delle emissioni sonore prodotte dall’impianto stereo tenuto a volume alto.
E’ quanto hanno affermato gli Ermellini, con la sentenza in commento, mediante la quale hanno rigettato il ricorso di un papà, confermando quanto già deciso dalla Corte di Appello, a sua volta di conferma della sentenza del Tribunale di condanna per il reato previsto dall’art. 659 cod. pen. [il cui primo comma recita: «Chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici, è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a trecentonove euro»], per avere dal proprio appartamento, con emissioni sonore prodotte dall’impianto stereo e, comunque, omettendo di adottare le dovute cautele, arrecato disturbo al riposo e alle occupazioni dei vicini.
Il ricorso veniva affidato a tre motivi. Per quanto qui rileva, (i) con il primo motivo il papà aveva lamentato la violazione dell’art. 659 cod. pen., in quanto, a suo dire, come emerso dalla istruzione dibattimentale, «i rumori potevano essere sentiti soltanto nell’appartamento delle persone offese […]mentre nessuno degli altri condomini aveva avvertito la musica; … Di qui la mancanza della idoneità della condotta alla lesione di una indeterminata pluralità di persone quale elemento necessariamente richiesto per la integrazione del reato»; (ii) con il secondo motivo aveva lamentato, circa il mancato esercizio del potere-dovere di sorveglianza su un minore e la mancata adozione di idonee misure quale titolare di diritto, che, nella specie, nessun obbligo ricadrebbe sull’imputato in quanto mero proprietario, non essendo l’appartamento in sé a creare una situazione di pericolo; «né si potrebbe valorizzare l’obbligo di controllo dei genitori sui propri figli come desumibile dall’art. 2048 cod. civ. posto che, ove si applicasse ex se tale norma si addiverrebbe alla conclusione che ogni reato commesso da un minore dovrebbe essere automaticamente imputato a norma dell’art. 40 cod. pen. al genitore. In realtà dovrebbe più correttamente evocarsi la culpa in vigilando, che tuttavia, come affermato dalla più recente giurisprudenza civile, non sussisterebbe ove il minore sia vicino alla maggiore età; nella specie, poi, il minore autore diretto del fatto si è assunto la propria responsabilità ed è stato già giudicato dal Tribunale per i minorenni».
In diritto. Gli Ermellini, nel motivare la conferma della decisione della Corte di Appello, hanno chiarito che l’art. 40, comma 2, cod. pen. prevede che “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo” e non può esservi dubbio che tra gli obblighi giuridici richiamati da tale norma debba ricomprendersi anche quello discendente dalla responsabilità genitoriale nei confronti dei figli minori, essendo i genitori “responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori…” secondo quanto previsto dall’art. 2048 cod. civ.. «Va infatti chiarito come da tale disposizione discenda un obbligo di sorveglianza (cfr. Sez. 4, n. 43386 del 07/10/2010, dep. 07/12/2010, Oriti, Rv. 248953) che, senza escludere la concorrente responsabilità del minore ultraquattordicenne e capace di intendere e di volere, non può non radicare una responsabilità anche del genitore in tutti i casi in cui un tale obbligo sia rimasto inadempiuto, solo restando salva la possibilità, espressamente consentita dal comma 3 dell’art. 2048 cit., di provare di non avere potuto impedire il fatto». Si è del resto ulteriormente chiarito che la responsabilità dei genitori per i fatti illeciti commessi dal minore con loro convivente, prevista dall’art. 2048 cod. civ., è correlata ai doveri inderogabili posti a loro carico all’art. 147 cod. civ. e alla conseguente necessità di una costante opera educativa, tesa a correggere comportamenti non corretti e a consentire la formazione di una personalità quanto più equilibrata, consapevole della relazionalità della propria esistenza e della protezione della propria ed altrui persona da ogni accadimento consapevolmente illecito.
Il ricorso è stato, dunque, rigettato.
Multa con autovelox su strada extraurbana non valida se il verbale di contestazione non riporta gli estremi del decreto prefettizio
Di Cristiana Centanni il 21 dicembre 2016 con 0 Commenti
Corte di Cassazione, Civile Sent. Sez. 6, 20.12.2016, n. 26441
La mancata indicazione degli estremi del decreto prefettizio nel verbale di contestazione integra un vizio di motivazione del provvedimento sanzionatorio, e non già una mera irregolarità formale, che pregiudica il diritto di difesa e non è rimediabile nella fase eventuale di opposizione, determinando la non validità della multa per eccesso di velocità rilevata tramite autovelox.
In fatto. Un automobilista, con apposito ricorso, impugnava dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione la sentenza del Tribunale che, in riforma della decisione del Giudice di Pace, aveva rigettato l’opposizione da esso proposta avverso il verbale di contestazione elevato dalla Polizia Municipale per (art. 142 del d.lgs. n. 285/1992) eccesso di velocità rilevato a mezzo autovelox lungo la strada provinciale; il Tribunale aveva ritenuto che non integrava violazione del diritto di difesa la mancata indicazione, nel verbale di contestazione, del decreto prefettizio di individuazione della strada su cui era stata rilevata l’infrazione tra quelle extraurbane nelle quali era consentito l’utilizzo di dispositivi finalizzati al rilevamento a distanza delle violazioni, e che non era sindacabile la scelta della pubblica amministrazione di includere determinate strade o tratti di strada, ai sensi dell’art. 2, comma 2, lettere C e D, del d.lgs. n. 285 del 1992, tra quelli nei quali è consentita la rilevazione a distanza, essendo il controllo giurisdizionale limitato alla verifica della rispondenza delle finalità perseguite dall’amministrazione con quanto indicato dal legislatore.
In diritto. Gli Ermellini accolgono il ricorso dell’automobilista con la sentenza ora in commento, non ritenendo valida la multa per eccesso di velocità rilevata tramite autovelox a fronte della mancata indicazione, nel verbale di contestazione, degli estremi del decreto prefettizio. In disparte gli altri motivi di opposizione, ritenuti infondati – (i) la mancata sottoscrizione del verbale di contestazione, trattandosi di documento redatto su modulo prestampato con il sistema meccanizzato; (ii) la mancata taratura dello strumento, trattandosi di apparecchiatura omologata e sottoposta a verifica e taratura poco tempo prima del rilevamento dell’infrazione; (iii) l’assenza di segnaletica, risultando installati, nel tratto di strada in questione, due cartelli di preavviso a distanza, rispettivamente di 150 e di 400 metri dalla postazione di rilevamento; (iv) la sussistenza, in capo agli agenti e ufficiali della Polizia municipale, del potere di accertamento delle violazioni al codice della strada su tutto il territorio comunale, irrilevante la circostanza che l’unica delibera agli atti riguardava un diverso tratto di strada – la Suprema Corte accoglie, ritenendolo fondato, il primo motivo di impugnazione, con il quale era stata dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 2 del d.lgs. n. 285 del 1992, in relazione all’art. 4 del d.l. n. 121 del 2002, e dell’art. 200 del d.lgs. n. 285 del 1992, in relazione all’art. 383 del d.P.R. n. 495 del 1992, nonché vizio di motivazione, contestandosi l’affermata insindacabilità del provvedimento prefettizio di autorizzazione all’installazione delle apparecchiature di rilevamento automatico della velocità sotto il profilo delle caratteristiche della strada, come previste dall’art. 2, comma 2, lettere C e D, del d.lgs. n. 285 del 1992; che, inoltre, la mancata indicazione degli estremi del decreto prefettizio nel verbale di contestazione integrava un vizio di motivazione del provvedimento sanzionatorio, e non una mera irregolarità formale.
Si legge in sentenza che «risulta in atti che l’infrazione è stata rilevata su una strada extraurbana secondaria e che il verbale di contestazione non conteneva l’indicazione degli estremi del decreto prefettizio con il quale era autorizzata, sulla strada in questione, la rilevazione della velocità a mezzo autovelox e la contestazione differita». La Giurisprudenza della Cassazione, rilevano gli Ermellini, «ha ripetutamente affermato che la mancata indicazione degli estremi del decreto prefettizio nel verbale di contestazione integra un vizio di motivazione del provvedimento sanzionatorio, che pregiudica il diritto di difesa e non è rimediabile nella fase eventuale di opposizione (ex plurimis, Cass., sez. 2, sentenza n. 2243 del 2008; sez. 6-2-, ordinanza n. 331 del 2015)».
Il ricorso è stato accolto e il Comune condannato al pagamento delle spese di giudizio.
Non resta alla scrivente che suggerire, sempre e comunque, un attento controllo del verbale di contestazione, quando ci viene recapitato.
Automatico l’addebito se la moglie abbandona la casa coniugale, per violazione dell’obbligo di convivenza
Di Cristiana Centanni il 19 dicembre 2016 con 0 Commenti
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 16 settembre – 15.12.2016, n. 25966
Il matrimonio è il vincolo che lega la vita di due coniugi; a riguardo, l’art. 143 del Codice Civile stabilisce che il marito e la moglie acquistano, con esso, gli stessi diritti, da esercitarsi congiuntamente e di comune accordo, e assumono gli stessi reciproci doveri: fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia e coabitazione.
Con precipuo riferimento a detto ultimo dovere, vediamo cosa accade se uno dei due coniugi (la moglie, nella fattispecie) abbandona la casa familiare (ed il marito).
In fatto e in diritto. In un procedimento di separazione personale, la Corte d’Appello, in parziale riforma della sentenza del Tribunale, aveva respinto la domanda di addebito proposta dal marito nei confronti della moglie (che era andata via di casa) ritenendo che «per la pronuncia di addebito nella separazione, è necessaria non solo l’esistenza di una violazione degli obblighi tra coniugi nascenti dal matrimonio, ai sensi dell’art. 143 c.c., ma pure quella di uno stretto rapporto di causalità tra tale violazione e l’elemento della intollerabilità della convivenza».
Il marito ha proposto ricorso per Cassazione e i giudici di Piazza Cavour, pur ritenendo il ragionamento dei giudici di merito conforme agli insegnamenti della Cassazione (tra le altre, Cass. n. 9074/2011; n. 2059/2012), lo hanno disatteso.
Il marito aveva chiesto l’addebito della separazione alla moglie, allontanatasi senza motivo dalla casa familiare, addebito che gli Ermellini hanno confermato tenuto conto che l’allontanamento del coniuge dalla casa coniugale, se non assistito da una giusta causa, costituisce violazione dell’obbligo di convivenza. E, contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte territoriale, per gli Ermellini «viene meno in tal senso da parte del richiedente l’obbligo di provare il rapporto di causalità tra la violazione e l’intollerabilità della convivenza». Quindi, se l’uomo deve solo argomentare circa l’allontanamento della moglie dalla casa familiare, sarà la donna, se vuole evitare la dichiarazione di addebito, a dover provare, di fronte alla Corte di Appello in sede di rinvio, «la giusta causa dell’allontanamento che potrebbe consistere in un comportamento negativo del coniuge o magari in un accordo tra i due coniugi per dare vita, almeno temporaneamente, ad una separazione di fatto, in attesa di una successiva formalizzazione».
In altri e più chiari termini, quale potrebbe essere una giusta causa di allontanamento dalla casa (tetto) coniugale, il cui onere incombe a chi ha posto in essere l’abbandono ? Non potrà rinvenirsi nei litigi, o nei litigi soltanto, ma dovrà consistere, ad esempio, in comportamenti violenti e/o pericolosi per la propria salute, fisica o mentale, o per quella dei propri figli.
In conclusione, l’abbandono da parte di un coniuge della casa coniugale prima della separazione, magari insieme ai figli minori, senza il consenso dell’altro coniuge, in assenza della giusta causa (come detto, a titolo esemplificativo, per intollerabilità della convivenza per violenze, anche se una decisione della Cassazione l’ha individuata pure nella presenza di una suocera convivente eccessivamente invadente), potrà comportare l’addebito della separazione nei confronti del coniuge che si allontani dalla casa familiare, ed altresì l’affidamento dei figli e dell’abitazione all’altro coniuge.
La giusta causa dovrà quindi rinvenirsi nella presenza di situazioni di fatto (ma anche di avvenimenti o comportamenti altrui) di per sé incompatibili con la protrazione di quella convivenza, ossia tali da non rendere esigibile la pretesa di coabitare.
Impianto di videosorveglianza. Violata la riservatezza solo se le telecamere risultano puntate verso le finestre/porte delle abitazioni private dei condomini Divieto di occupare con oggetti mobili i viali di accesso e in genere gli spazi di proprietà comune.
Di Cristiana Centanni il 14 dicembre 2016 con 0 Commenti
Impianto di videosorveglianza. Violata la riservatezza solo se le telecamere risultano puntate verso le finestre/porte delle abitazioni private dei condomini
Divieto di occupare con oggetti mobili i viali di accesso e in genere gli spazi di proprietà comune.
Tribunale di Roma, sezione V, 20.02.2015 n. 3977
Le liti in condominio offrono continui spunti di riflessioni, come il caso ora sottoposto all’esame del Tribunale in cui una condomina aveva apposto alcune telecamere su spazi comuni nonché alcuni grandi vasi sui vialetti condominiali destinati al passaggio, che impedivano alle vetture di transitare e di parcheggiare, in violazione del disposto di cui all’art. 1102 cod. civ. e dell’art. 13 del regolamento di condominio, così provocando l’iniziativa giudiziaria di altri condomini.
In fatto e in diritto. Le attrici eccepivano l’illegittimità della apposizione, oltre che dei vasi, come sopra indicato, delle telecamere in quanto violava, anche con riguardo alle prescrizioni del provvedimento del garante della privacy del 08.04.2010, i loro diritti alla riservatezza ed alla privacy. Le attrici dunque concludevano per la condanna della convenuta alla rimozione delle telecamere, dei vasi ed al risarcimento dei danni subìti da liquidare in via equitativa. Si costituiva la convenuta chiedendo dichiararsi la nullità della domanda risarcitoria per la sua indeterminatezza, oltre al rigetto delle altre domande. Il Condominio intervenuto, si associava alle domande delle attrici. Veniva ammessa, ed espletata, la Consulenza Tecnica di Ufficio alla quale il Giudice si riporta nell’individuare, nella fattispecie, un impianto di videosorveglianza costituito da sei telecamere, di cui cinque poste lungo il perimetro dei vialetti condominiali, rivolte verso la facciata del palazzo, e una rivolta verso l’ingresso al piano seminterrato. La C.T.U., pertanto, aveva accertato che le telecamere inquadravano solo le finestre di proprietà esclusiva del singolo condomino. Inutile il richiamo al Codice Privacy in assenza di una puntuale regolamentazione in materia (più volte segnalata dal Garante al Governo ed al Parlamento) in quanto gli artt. 23 e 24 del D.Lgvo 196/2003 (in tema di necessario previo consenso espresso dell’interessato o di liceità del trattamento) disciplinano solo i casi nei quali i dati siano destinati alla comunicazione o alla diffusione e non già a scopi personali, come nella specie. Peraltro, rileva il Giudice, alcune delle indicazioni dettate dal Garante non tengono conto della giurisprudenza di legittimità secondo cui «le aree comuni non rientrano nei concetti di domicilio, di privata dimora, e di ‘appartenenza di essi’, nozioni che individuano una particolare relazione del soggetto con l’ambiente in cui vive la sua vita privata in modo da sottrarla da ingerenze esterne in quanto le parti comuni sono in realtà destinate all’uso da parte di un numero indeterminato di soggetti (fra le altre, Cass. Pen. 44701/08)». Nel caso in esame, rileva il Tribunale, l’impianto di sorveglianza non viola la privacy in quanto riprende solo beni di proprietà della convenuta. Ciò in linea con l’intervento recente del legislatore in materia condominiale (art. 1122 ter cod. civ.), laddove ha finito per ritenere, seppure implicitamente, lecita, anche in mancanza del consenso unanime di tutti i comproprietari, e quindi contro la volontà di taluno dei partecipanti, l’installazione di telecamere puntate sulle parti comuni dell’edificio, che possono essere oggetto di legittime attività limitative della privacy.
La violazione della riservatezza si configura soltanto se le telecamere risultano puntate verso le finestre/porte delle abitazioni private dei condomini.
La domanda viene, pertanto, rigettata.
Diversa sorte per la domanda con la quale le attrici hanno chiesto la rimozione dei vasi apposti lungo il vialetto di accesso, in violazione di disposizione regolamentare. Il regolamento condominiale ha natura contrattuale in quanto l’atto depositato presso il notaio risulta trascritto presso la conservatoria dei registri immobiliari. Le relative clausole sono opponibili a tutti i proprietari esclusivi e vanno rimossi i vasi che ingombrano il vale di accesso, rendendo difficoltoso l’accesso veicolare, anche tenuto conto che, nella specie, vi è un articolo apposito, nel predetto regolamento, che fa divieto, tra l’altro, di occupare stabilmente con oggetti mobili i viali di accesso.
Il verbale di contravvenzione deve essere annullato se manca la prova della avvenuta e adeguata pubblicità del divieto di circolazione
Di Cristiana Centanni il 12 dicembre 2016 con 0 Commenti
Tribunale di Napoli, Sez. X, 08.02.2016 n. 1638
In fatto. Per l’infrazione al divieto di circolazione, la Polizia Municipale elevava il verbale di contravvenzione, cui seguiva l’ordinanza prefettizia di ingiunzione di pagamento, nei confronti della quale [X] proponeva opposizione dinanzi al Giudice di Pace – deducendo l’illegittimità del provvedimento per carenza di istruttoria e di motivazione nonché per l’inesistenza della condotta violata, stante la mancata conoscenza del divieto di circolazione veicolare, e dunque la sua buona fede –, opposizione che veniva però rigettata. Proposto appello dal soccombente, questo viene ritenuto fondato dal Tribunale sulla scorta delle seguenti motivazioni.
In diritto. Il Tribunale, inserendosi nel solco della costante giurisprudenza di legittimità, in tema di opposizioni alle sanzioni amministrative, riporta il principio secondo cui «in tema di violazioni amministrative, ai sensi dell’art. 3 della legge 24 novembre 1981, n. 689, per integrare l’elemento soggettivo dell’illecito è sufficiente la semplice colpa, per cui l’errore sulla liceità della relativa condotta, correntemente indicato come “buona fede”, può rilevare in termini di esclusione della responsabilità amministrativa, al pari di quanto avviene per la responsabilità penale in materia di contravvenzioni, solo quando esso risulti inevitabile, occorrendo a tal fine un elemento positivo, estraneo all’autore dell’infrazione, idoneo ad ingenerare in lui la convinzione della sopra riferita liceità, oltre alla condizione che da parte dell’autore sia stato fatto tutto il possibile per osservare la legge e che nessun rimprovero possa essergli mosso, così che l’errore sia stato incolpevole, non suscettibile cioè di essere impedito dall’interessato con l’ordinaria diligenza (cfr. Cass. 16320/10, 13610/07, 19759/15)». A conforto delle proprie ragioni l’appellante deduce di essere stato nell’impossibilità oggettiva di venire a conoscenza della delibera comunale contenente il divieto di circolazione in quanto lo stesso giorno in cui veniva fermato dalla Polizia Municipale era sbarcato dalla nave proveniente da altra città in cui il divieto non era vigente. E mentre l’appellante produce in giudizio il biglietto della nave, provando così la sua assoluta buona fede, né il Prefetto né il Comune sono in grado di provare che la delibera comunale sarebbe stata conoscibile con l’ordinaria diligenza, presupposto indispensabile per affermare l’esistenza dell’elemento soggettivo della colpa e per applicare la sanzione amministrativa.
Spese di giudizio compensate nella misura del 50%.
Pavimentazione in sampietrini. Marciapiede sconnesso. Il Comune non è responsabile dell’infortunio occorso al pedone.
Di Cristiana Centanni il 2 dicembre 2016 con 0 Commenti
Tribunale di Velletri, Sez. II, 04.10.2016 n. 2921
In fatto. A seguito di una caduta [asseritamente] determinata per i “sampietrini del marciapiede sconnesso”, per il fatto che “il piano calpestabile del marciapiede risultava non omogeneo e privo di manutenzione, con alcuni sampietrini sollevati rispetto al livello del piano stradale”, come si legge nel passo dell’atto di citazione riportato nella sentenza qui in commento, la Signora [X] adìva il Tribunale per sentire dichiarare la responsabilità del Comune convenuto ed il conseguente risarcimento dei danni sopportati, e ciò ai sensi dell’art. 2051 c.c. [‘Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito’].
In diritto. Il Giudice ha rigettato la pretesa risarcitoria dell’attrice, sulla base delle seguenti considerazioni. La caratteristica della pavimentazione in sampietrini, ha sostenuto il Giudice, sta proprio nella irregolarità della superficie, quindi nella sua non uniformità, circostanza che impone all’utente della strada accortezza ed attenzione particolari. Peraltro, l’evento dannoso si è verificato in pieno giorno, in una strada che l’attrice conosceva bene, abitando nei pressi del luogo in cui è avvenuta la caduta. Di conseguenza, il sinistro è ascrivibile al fatto stesso della attrice «in forza del principio di autoresponsabilità che obbliga ciascuno a risentire sulla propria sfera giuridica le conseguenze della mancata adozione delle cautele che identificano il contenuto della comune diligenza esigibile nella vita sociale e che costituisce la frontiera estrema della responsabilità civile, normativamente segnata dall’art. 1227 c.c..». Altrimenti, ogni negligenza ed ogni disattenzione potrebbero trasformarsi in una circostanza idonea a fondare la responsabilità civile della Pubblica Amministrazione.
Alla attrice soccombente non resta che pagare le spese di lite.

References: Cass. 
 sentenza 
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