Source: http://seigneuriage.blogspot.it/2018/
Timestamp: 2018-04-24 06:40:20+00:00

Document:
Rendita monetaria e democrazia: 2018
Maurizio Blondet 23 aprile 2018
https://www.maurizioblondet.it/leuro-e-irreversibile-pero-gli-altri-si-preparano-al-suo-collasso/
Strana sensazione: sembra che solo noi italiani – governo, opinione pubblica beatamente ignorante, banchieri – continuino a credere ottimisti all’eternità dell’euro.
Gli altri si stanno preparando al suo collasso: precisamente, a come guadagnarci o non perderci.
I tedeschi per primi, ovviamente.
Nel marzo scorso un parterre dei migliori e più celebri economisti germanici si sono riuniti a Berlino in conferenza. Titolo della conferenza: “L’euro può veramente sopravvivere, e se no, cosa succede?” .
Il professor Clemens Fuest, numero 1 del prestigioso Institut für Wirtschaftsforschung (IFO), ha auspicato l’introduzione nelle normative europee di una clausola che permetta l’uscita di un paese dell’eurozona dalla moneta comune.
Cioè ha affrontato esplicitamente un argomento che, se un economista italiano vi allude, viene subissato da ululati di sdegno dei politici, dagli strilli degli economisti mainstream, da articolesse di violenta ripulsa dai principali media; bollato come “sovranista, populista”, e di statalista-fascista da Oscar Giannino (il famoso “master of Chicago School”), espulso dal dibattito pubblico e reso una “non persona”. Una tempesta di indignazione del pensiero unico contro chi si macchia del delitto di lesa maestà, avendo Mario Draghi – il venerato maestro – ordinato: L’euro è irreversibile”.
Fuest e Sinn, della IFO
https://www.upr.fr/actualite/france/des-economistes-de-renom-doutent-de-leuro-un-article-paru-dans-die-welt-traduit-par-vincent-brousseau-confirme-les-analyses-de-lupr
Qualche giornale italico ha riportato sì la proposta di Herr Fuest, trattandola come quella di un originale. Nella stessa conferenza, Hans Werner Sinn, l’ex capo dell’IFO; ha detto: “Non so se l’euro durerà, ma il suo sistema di funzionamento è condannato”.
La finanza Usa.
Bridgewater, il più titanico fondo speculativo (hedge fund) del mondo, con 160 miliardi di dollari di attivi, ne ha scommessi 22 (miliardi) contro la zona euro, prendendo posizioni al ribasso su tutta una serie di imprese europee, Airbus, tedesche ( Siemens, Deutsche Bank ), francesi (Total, BNP Paribas), italiane (Intesa San Paolo, Eni, Enel) fra le tante. Bridgewater, anche date le sue dimensioni, non è noto per incursioni corsare contro una singola impresa per un rapido bottino, ma per scommettere sulla saluta di un’economia in generale.
Patrick Artus, direttore delle ricerche e studi economici di Natixis (banca d’affari che gestisce 21) miliardi ha mostrato in un recente studio che in tutte le economie dei paesi sviluppati (OCSE) il capitalismo è entrato nella fase dinamica terminale descritta da Karl Marx: a) cala il rendimento del capitale (gli investimenti rendono sempre meno), b) le imprese rispondono a questa situazione abbassando i salari, distorcendo ancor più la distribuzione del reddito a favore dei profitti; c) quando questa distorsione raggiunge i suoi limiti (che si verificano quando i salari scendono a livello di sussistenza), l’economia reale si sgonfia e dunque i capitalisti cercano altrove il profitto; d) poiché la produttività reale non basta più, i capitalisti si abbandonano a operazioni speculative pure: riacquisto di azioni proprie (per farle salite fittiziamente in Borsa), acquisto di attivi rischiosi, bitcoin, speculazioni immobiliari e finanziarie.
L’ultima tappa si configura come un alzo verticale delle ineguaglianze una enorme crisi finanziaria. Così previde Marx il collasso del capitalismo per le sue contraddizioni interne. Quando un economista come Artus comincia a dar ragione a Marx, c’è da preoccuparsi davvero.
Il fatto è che è la seconda volta che l’Indice di Schiller (che analizza le probabilità di bolle finanziarie) raggiunge il vertice in cui è oggi: la prima volta in cui l’euforia borsistica è diventata spumeggiante come oggi, è stato poco prima del krack del 1929, la più grande crisi economica del ventesimo secolo.
Né mancano i segnali già visti nel 2008: mercati finanziari surriscaldati, i consumatori super-indebitati (ed anche gli speculatori, ed anche gli Stati…) attivi finanziari sopravvalutati. E concentrazioni dei capitali accresciuta.
Ma ha ragione Bridgewater a puntare contro la zona euro? Giudicate voi. Dal 2011, la Banca centrale europea di Mario Draghi ha iniettato nella zona euro 4 mila miliardi di €, ossia più di un terzo del PIL dell’eurozona. Più precisamente, li ha “iniettati” nelle banche. Dove sono finiti questi miliardi? Per lo più in Germania e in Lussemburgo, che non sembrano essere i paesi più poveri e bisognosi: insomma l’intervento BCE aggrava la distorsione della capitalismo terminale invece di moderarla: segno inequivocabile che essa si basa su un sistema di economia ideologica radicalmente sbagliato. Inoltre, le banche che hanno ricevuto questo di miliardi, li hanno “investiti” a deposito – presso la stessa BCE: da 300 miliardi che erano nel 2011, sono 2000 miliardi adesso. Invece che nell’economia produttiva, li hanno messi a cantone per rispettare la proporzione di liquidità (LCR), per avere abbastanza liquidità depositata in caso di crisi. Il che conferma la concezione “radicalmente sbagliata” a cui l’Europa obbedisce. E che continua ad imporre nonostante i risultati.
Ciò che hanno fatto la BCE e la Federal Reserve è stato di ingrassare le banche private acquistando i loro crediti (dubbi). Con ciò, i debiti del settore privato sono pagati essenzialmente dai contribuenti senza alcun ritorno sull’investimento. Manco a dirlo, il capo della banca centrale francese Francois Villeroy de Galhau ha incitato il governo a ridurre le regolamentazioni e auspicato più fusioni-acquisizioni bancarie nella UE, la “cura” che ha visto applicare nel settore bancario USA.
Ovviamente la BCE continua a ordinare che la zona euro sia “rinforzata” (ma perché se è irreversibile?): ossia gli Stati membri devono fare “le riforme” austeritarie, accumulare avanzi primari e integrare i mercati dei servizi nell’intera eurozona per “meglio assorbire le perdite potenziali” in caso di crisi “senza far ricorso ai contribuenti”. Detto altrimenti: per rendere l’euro “irreversibile”, prosciugare la nazioni fino all’osso.
Ovviamente sapendo che tutto ciò è inutile se la zona euro non diventa una zona monetaria reale e completa, il che significa un ministero delle finanze europeo e un bilancio comune dell’eurozona. Ciò che il velleitario Macron sta predicando ad orecchie tedesche, che sono più sorde di prima: perché ciò che vorrebbe Le Petit da Berlino è che trasferisse i suoi enormi surplus agli stati in deficit, in una redistribuzione generale del potere d’acquisto.
Al contrario, le centrali germaniche stanno preparandosi – e preparando la loro opinione pubblica – ad uno smembramento dell’euro: ormai che ci hanno guadagnato tutto quel che ci potevano lucrare e si tratta di pagare in parte il conto, la Bundesbank lamenta: l’economia tedesca è più fragile di quel che sembra. Colpa dei tassi d’interesse troppo bassi (colpa dell’italiota Draghi), le loro banche sono le meno redditizie della zona (con un rapporto costi/benefici del 74,9%), i loro prezzi immobiliari sono sopravvalutati del 15, anzi del 30% – insomma non ha niente da dare ai paesi del Sud Europa. Anzi, comincino a pensare come saldare il Target 2, ossia il debito contabile che i meridios hanno contratto che la Germania, dissanguando la sua povera economia all’orlo della mendicità: ben 900 miliardi di euro, di cui l’Italia secondo loro deve 450 miliardi e la Spagna 400 (la Francia è più o meno in pari). Come hanno già spiegato economisti come Bagnai e Borghi, questa cifra colossale esprime l’enorme surplus dell’export tedesco verso i paesi- servi: un surplus – in pratica ci hanno anticipato i soldi con cui abbiamo comprato le loro BMW – almeno illegale quanto il demoniaco deficit superiore al 3% di cui ci macchiamo qui al Sud. Ma i governi italiani, finora, non hanno mai risposto al piagnucolio tedesco chiedendo a Berlino di ridurre quel surplus contrario alle normative. Adesso che rischiano di apparire governi meno servili, gridano al populismo e cominciano a dire che ci vuole unna clausola che per metta l’uscita dall’euro. Irreversibile, qui da noi. I soliti a reggere il moccolo.
Per rabbonire in parte il Club Med, la Commissione UE (Berlino) sta decidendo dietro le quinte di togliere diversi miliardi di euro dall’Europa centrale e orientale e di ridistribuirli nell’Europa meridionale. Questo è riportato dal Financial Times. Si riuscirà così a “punire” Polonia, Ungheria e Repubblica ceka perché “Non accolgono gli immigrati”, e a trasferire fra Spagna e Grecia, e alcune regioni sottosviluppate della Francia i soldi presi a Visegrad, senza spese per i Deutsch. Speriamo ci sia qualche briciola per l’Italia, che come la Grecia ha dovuto accettare perdite fino al 30% dei bilancio concordato nel 2013. L’idea è una riorganizzazione radicale della “politica di coesione” comunitaria: aiuti non più basato solo sulla base del PIL pro-capite (ovviamente basso all’Est più che da noi), ma tenendo conto di criteri più ampi, come la disoccupazione giovanile, l’istruzione, l’ambiente e la “accoglienza ai migranti”..
Derivati sul debito: a processo Morgan Stanley, Grilli e Siniscalco. Difensore della banca l’ex sottosegretario Catricalà
Prima udienza del processo in cui la magistratura contabile contesta un danno erariale da 4 miliardi di euro alla banca d'affari, ai due ex ministri del Tesoro, al direttore generale del ministero e alla ex responsabile del debito italiano. L'accusa: "Ignorati e sottovalutati i rischi". La difesa: "Contestare il contratto avrebbe devastato il mercato finanziario"
https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/19/derivati-sul-debito-a-processo-morgan-stanley-grilli-e-siniscalco-corte-dei-conti-denaro-pubblico-gestito-come-privato/4302706/
Più informazioni su: Corte dei Conti, Debito Pubblico, Derivati, Morgan Stanley
Un organo dello Stato – la Corte dei Conti – che accusa quattro ex ed attuali rappresentati dello Stato e una banca d’affari di aver causato un danno erariale da 4 miliardi di euro. E un ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio ed ex presidente Antitrust che indossa le vesti di difensore della banca. A fare da contorno, sostenendo le tesi dell’accusa, un gruppo di associazioni che rappresentano consumatori e utenti dei servizi bancari. A Roma è andata in scena la prima udienza del processo che vede sul banco degli imputati Morgan Stanley, gli ex ministri all’Economia Domenico Siniscalco (dal 2006 nel board di Morgan Stanley international) e Vittorio Grilli, il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e Maria Cannata, che per oltre 17 anni – fino allo scorso febbraio – ha gestito il debito pubblico italiano.
Massimiliano Minerva, sostituto procuratore presso la Procura regionale del Lazio della Corte dei Conti, ha sostenuto che il ministero dell’Economia ha “ignorato e sottovalutato” i rischi dei contratti derivati sul debito pubblico sottoscritti con Morgan Stanley. E ha “gestito denaro pubblico come se fosse privato”. Così tra fine 2011 e inizio 2012 la banca d’affari ha chiesto e ottenuto, senza che il Tesoro si opponesse, l’attivazione di una clausola di estinzione anticipata di uno di questi contratti. Una scelta costata miliardi di euro alle casse dello Stato. “Contratti nulli perché aleatori? Allora deve essere nullo anche il Superenalotto e tutti i derivati sottoscritti con tutte le banche”, è stata la sua linea di difesa”, ha ribattuto il legale della banca Antonio Catricalà, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Monti nonché ex viceministro allo Sviluppo con Letta. Antonio Palmieri, difensore di Cannata, dal canto suo ha replicato che “ciò che la Procura afferma avrebbe provocato la devastazione del mercato finanziario, l’immediata e istantanea perdita di fiducia degli operatori finanziari nella Repubblica italiana, l’esodo degli operatori del debito pubblico e il crollo dell’economia, con effetti irreversibili e devastanti“. Minerva ha rigettato l’idea che nel 2011 si stesse scatenando “la tempesta perfetta sull’Italia” e che il Tesoro dovesse quindi considerare nel rapporto con la banca la difficile situazione congiunturale. “Non avevamo i soldi per pagare i dipendenti pubblici – ha detto – ma per Morgan Stanley abbiamo trovato 3 miliardi dall’oggi al domani”.
La clausola di estinzione anticipata e il danno erariale – I magistrati contabili contestano un danno erariale di 4 miliardi complessivi e chiedono a Morgan Stanley di risarcirne 2,8 mentre ne pretendono altri 1,2 da Grilli, Siniscalco, La Via e Cannata. Quest’ultima dovrebbe rimborsare oltre 1 miliardo. L’oggetto del contendere è la clausola di uscita anticipata dai derivati (Ate, additional termination event) prevista dal decreto ministeriale del gennaio 1997 firmato dall’allora ministro Carlo Azeglio Ciampi, coadiuvato al ministero dall’allora direttore generale Mario Draghi, e ribadita dallo stesso Draghi in una circolare del 2001 inviata al ministro Vincenzo Visco. Nel 2004 Cannata consigliò a Domenico Siniscalco, all’epoca direttore generale del Tesoro, di adottare le stesse forme di derivati con l’opzione di uscita anticipata secondo le procedure indicate da Draghi tre anni prima. Quella inserita nel contratto Isda Master Agreement sottoscritto nel 1994 con il Tesoro prevedeva, in particolare, che se si fosse trovata esposta oltre un certo livello al debito italiano la banca avrebbe potuto chiedere la chiusura del portafoglio facendosi restituire l’intero valore di mercato della posizione. Che in quella fase era particolarmente alto vista la debolezza finanziaria dell’Italia, i cui titoli di Stato in quei mesi arrivarono a rendere oltre 500 punti più degli omologhi tedeschi a causa del rischio percepito dagli investitori.
“Ministero inerte, non ha valutato i rischi” – Per Minerva il contratto chiuso da Morgan Stanley all’apice della crisi del debito era “fortemente aleatorio, con fortissimi profili di rischio e non di sola copertura”, come dovrebbe essere un normale contratto derivato. Lo Stato, ha detto il procuratore, “dovrebbe sempre avere sotto controllo il proprio denaro e la propria esposizione”. Invece il ministero è rimasto “inerte quando ha scoperto la clausola Ate (additional termination event)”, oggetto del processo: “Si è affidato a Morgan Stanley, senza negoziare e senza opporsi. Ma lo Stato poteva, aveva gli argomenti e quindi doveva opporsi all’esercizio di quella clausola”. “C’è stata una gestione del denaro pubblico come se fosse privato“, ha chiosato Minerva, secondo cui dalle carte depositate emerge come il Tesoro si rimettesse “alle indicazioni che provenivano da Morgan Stanley”. Qui, aggiunge, “non si sta parlando di inadempimento contrattuale di Morgan Stanley ma di una violazione di un obbligo di servizio di natura fiduciaria nel rapporto complessivo instaurato con il Mef nella gestione del debito pubblico”. Il Tesoro ha sempre sostenuto di aver utilizzato i derivati come assicurazione contro il rischio di un aumento dei tassi, soprattutto durante gli anni peggiori della crisi finanziaria. Ma, come spiegato dalla procura della Corte dei Conti a febbraio 2017, alcuni dei contratti “evidenziavano profili speculativi che li rendevano inidonei alla finalità di ristrutturazione del debito pubblico – l’unica consentita dalla normativa per operazioni in derivati – non essendo ammissibile per lo Stato, investitore pubblico, assumersi rischi rilevantissimi”.
Contestata la giurisdizione della Corte. La difesa: “Contratti aleatori? Allora sono tutti nulli” – Il giudice relatore Marco Fratini ha fatto sapere che Morgan Stanley e gli altri imputati hanno eccepito il difetto di giurisdizione del giudice contabile. “Morgan Stanley lo ha sollevato sotto un duplice profilo: per mancanza di un rapporto di servizio con lo Stato italiano e per insindacabilità delle scelte di merito”. Antonio Catricalà, difensore di Morgan Stanley, ha sostenuto che “i derivati sono uno strumento ordinario di gestione del debito” e la swaption, l’opzione per la protezione dagli sbalzi sui tassi prevista nel contratto tra il Tesoro e Morgan Stanley, “è stata inserita da Mario Draghi e ha tutte le caratteristiche di legittimità. Si tratta di uno strumento indispensabile per la gestione del rischio” e “l’utilizzo nella gestione del debito di simili strumenti rientra nell’esercizio pieno dell’autonomia dello Stato”. “Morgan Stanley”, ha aggiunto, “non è stato mai un consulente del Tesoro ma una controparte contrattuale”. Quanto al fatto che i contratti derivati sia nulli perché aleatori, “allora deve essere nullo anche il Superenalotto. È evidente che se venissero ritenuti nulli perché illegittimi tutti i contratti derivati, Morgan Stanley e le altre banche dovrebbero fare causa allo Stato italiano”.
I procedimenti già chiusi – Il gip di Roma, nell’autunno del 2015, ha archiviato la posizione della Cannata che era stata indagata anche per manipolazione del mercato, truffa aggravata e abuso d’ufficio. Il tribunale dei ministri che il 22 gennaio 2016 ha poi stabilito che l’allora presidente del Consiglio Mario Monti e l’attuale ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan non commisero alcun reato.
Dai derivati impatto negativo di 24 miliardi in tre anni – Tra 2013 e 2016, ricorda Reuters, i derivati hanno avuto un impatto negativo sul bilancio pubblico di 24 miliardi: 13,7 sono esborsi netti mentre 10,3 sono riclassificazioni statistiche. Lo scorso anno i derivati hanno avuto sul bilancio pubblico italiano un impatto negativo di oltre 8 miliardi, secondo le statistiche di Eurostat. Gli esborsi ammontano a 4,25 miliardi ma, considerando anche gli aggiustamenti contabili che incidono sul debito pubblico, il totale sale a 8,324 miliardi. Dal Rapporto sul debito pubblico pubblicato sul sito del ministero dell’Economia emerge che al 31 dicembre 2016 il valore di mercato di tutti gli strumenti derivati sul debito era negativo per 37,9 miliardi, a fronte di un valore nozionale di 143,5 miliardi.
BCE: la distribuzione dei profitti di signoraggio nazionale è una questione per i governi
Il nuovo capo del servizio civile della Commissione è considerato il principale sostenitore delle proposte di signoraggio della Commissione europea
https://www.centralbanking.com/central-banks/3433841/distribution-of-national-seigniorage-profits-is-a-matter-for-governments-ecb
La sede della Commissione europea
Dan Hardie 29 mar 2018
La Banca centrale europea ha affermato che i singoli paesi della zona euro devono decidere se dirigere i profitti dal signoraggio alla Commissione europea, il braccio esecutivo dell'Unione europea. Una dichiarazione ufficiale della BCE ha osservato che qualsiasi tentativo di cambiare il modo in cui distribuisce i profitti del signoraggio nella zona euro richiederebbe modifiche alla legge che governa l'istituzione. I commissari europei hanno discusso privatamente delle proposte per fare un passo in tal senso nella loro riunione di ieri (28 marzo). Fonti a Bruxelles dicono che nessun commento pubblico della Commissione è probabile prima che pubblichi le sue proposte ufficiali in materia, in un annuncio che dovrebbe essere il 2 maggio.
La BCEafferma di conservare parte degli utili che genera come riserve e distribuisce il resto alle banche centrali nazionali. In una dichiarazione inviata ai media, incluso Central Banking, la banca ha dichiarato: "La BCE distribuisce i suoi profitti agli azionisti della BCE, le banche centrali nazionali (BCN). Insieme ai loro profitti, le BCN lo distribuiscono, secondo la legislazione nazionale, ai loro azionisti, che sono i ministeri delle finanze. I rispettivi ministeri / governi decidono cosa fanno con quel denaro ". La BCE ha aggiunto che" è importante notare che un cambiamento nel modo in cui i profitti della BCE sono distribuiti richiederebbe il cambiamento dello statuto del [Sistema europeo di banche centrali] ". La Commissione sta considerando la proposta come uno dei vari modi di aumentare le entrate che controllerebbe direttamente, piuttosto che ricevere dai governi degli stati europei. Il probabile calo delle entrate che seguirà la partenza del Regno Unito dall'Unione europea è uno dei fattori che spingono le proposte, secondo alcuni osservatori.
Stime dei ricavi
In una comunicazione ufficiale emessa il 14 febbraio, la Commissione ha suggerito che una parte del signoraggio versato ai ministeri delle finanze nazionali "potrebbe essere resa disponibile per il bilancio dell'UE come una forma di contributo nazionale".
La Commissione ha affermato che "a seconda della percentuale applicata, le entrate stimate dal signoraggio potrebbero variare tra 10,5 miliardi di euro (10%, 13 miliardi di dollari) e 56 miliardi di euro (50%) nell'arco di sette anni". Ma le stime di possibili entrate dal signoraggio potrebbero essere troppo ottimistiche. Il rapporto annuale della BCE per il 2016, pubblicato nell'aprile 2017, afferma che la banca centrale non ha effettivamente realizzato alcun guadagno sul signoraggio quell'anno. "Il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali è diminuito, riducendo significativamente il reddito da signoraggio della BCE", afferma il rapporto. "Il tasso medio per il 2016 è stato dello 0,01%, rispetto al 4% per il 2008 e, di conseguenza, gli interessi attivi sulle banconote in circolazione sono diminuiti da 2,2 miliardi di euro nel 2008 a 0,01 miliardi di euro nel 2016."
Sostenitore chiave
Gli osservatori delle istituzioni dell'UE sostengono che un importante sostenitore delle proposte è Martin Selmayr, che recentemente è diventato capo del servizio civile della Commissione. È stato nominato segretario generale il 21 febbraio, dopo essere stato nominato dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. Il suo predecessore, Alexander Italianer, inaspettatamente si è ritirato dopo due anni e mezzo nel ruolo, poco dopo che Juncker aveva nominato Selmayr come vice segretario generale. La nomina di Selmayr ha portato a un'audizione pubblica animata in una riunione della commissione del Parlamento europeo. I membri del Parlamento hanno ripetutamente messo in discussione la sua nomina al ruolo, sollevando preoccupazioni sulla sua percezione di vicinanza a Juncker e sulla rapidità con cui gli era stato assegnato il lavoro. Un progetto di risoluzione preparato dalla commissione per il controllo del bilancio del Parlamento ha definito la nomina di Selmayr come una "azione da golpe" che minaccia il "rischio di reputazione" per le istituzioni europee. Selmayr è stato direttore della campagna di Juncker quando l'ex primo ministro lussemburghese ha esercitato pressioni per diventare presidente della Commissione nel 2014. Quando Juncker è stato confermato come presidente, ha nominato Selmayr come suo capo dello staff, un ruolo che ha ricoperto fino a quando è stato nominato segretario generale. Selmayr è un cittadino tedesco che ha lavorato come avvocato presso la BCE dal 1998 al 2000. Ha collaborato con Claudia Zilioli e un libro, The law of the European Central Bank, pubblicato nel 2001.
Annullare i derivati: nessuno potrà più dire “Io non lo sapevo”
La sentenza che non piaceva alle banche
https://comune-info.net/2018/03/la-sentenza-non-piaceva-alle-banche/
Marco Bersani | 27 marzo 2018
Ve lo ricordate il panico generato da quei misteriosi strumenti finanziari chiamati in via confidenziale “derivati tossici”? Travolse, in modo particolare tra il 2005 e il 2008, le casse degli enti locali, con conseguenti tagli draconiani ai servizi per il cittadino. Oggi sappiamo che la Commissione Europea ha emesso una sentenza, vincolante sul sistema giudiziario di ogni paese, che autorizza risarcimenti integrali. È stata emessa nel dicembre 2013 ma, misteriosamente (cioè grazie al grande potere di interdizione del sistema bancario), è stata pubblicata solo tre anni più tardi. Quel che stupisce ancor più è che gli enti locali non si siano certo affrettati ad agire di conseguenza, tutelando la propria funzione pubblica e sociale, i cittadini e la ricchezza collettiva prodotta. Sarà perché siamo di fronte all’ennesima sottrazione di ricchezza alle comunità locali, operata dalle banche con la complicità, ingenua o consapevole, di molti amministratori?
Una sentenza della Commissione Europea permette a singoli cittadini, imprese ed enti pubblici di chiudere tutti i contratti, stipulati tra il 2005 e il 2008, di mutuo, prestiti e derivati, che avevano, nel contratto, un tasso variabile legato all’Euribor, riconoscendo agli stessi il diritto al risarcimento.
La sentenza è il “caso AT 39914” del 3 dicembre 2013, pubblicata dalla Commissione Europea solo a fine 2016 (!), ma ormai interamente operativa e attivabile da qualsiasi soggetto coinvolto.
La sentenza si basa su due elementi:
a) il primo è relativo all’indeterminatezza del tasso quando il parametro di riferimento preso è l’Euribor (un tasso inteso a riflettere il costo dei prestiti interbancari in euro); in questo caso, rileva la sentenza, i parametri atti ad individuare il tasso variabile sono scarsamente intelligibili, poiché nella clausola è prevista una serie di rinvii concatenati a valori anche di valute estere in astratto recuperabili, ma tali da non rendere immediatamente reperibili e via via verificabili i dati.
L’incertezza della clausola di determinazione degli interessi in un contratto di mutuo determina la nullità della clausola stessa (art. 117 T.U.B.);
b) il secondo è relativo all’intesa restrittiva della concorrenza, operata da un cartello tra le principali banche europee, con lo scopo di manipolare, a proprio vantaggio, il corso dell’Euribor; vicenda che si è chiusa con la condanna di 4 tra le più note banche europee (Barclays, Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland e Société Générale) al pagamento di una multa pari a 1,7 mld ed il conseguente diritto tangibile al risarcimento dell’utente finale per indeterminatezza e manipolazione del tasso.
La sentenza riguarda il 100% dei contratti di mutuo ipotecario e fondiario a tasso variabile, ma riguarda anche il 100% dei contratti derivati sul tasso (interest rate swap= IRS), in quanto atti il cui tasso di riferimento è nel 100% dei casi l’Euribor, stipulati da famiglie, imprese ed enti locali italiani con banche commerciali, sia italiane che estere operanti in Italia. Gli enti locali italiani possono in sostanza ora ottenere il risarcimento integrale di tutti gli interessi e flussi negativi su derivati che si sono visti addebitare relativamente a tali contratti nel periodo che va dal 2005 al 2008.
La Sentenza, essendo stata emessa dalla Commissione Europea, ha potere vincolante sul Giudice competente nazionale, che, pertanto, è chiamato ad uniformarsi, diversamente sanzionabile a seguito di apposita istanza al Presidente del Tribunale competente, al Consiglio/organismo della Magistratura nazionale o alla Corte di Giustizia UE.
Alcune riflessioni sono decisamente necessarie.
Va innanzitutto sottolineata la subalternità della Commissione Europea allo strapotere del sistema bancario che, se pur condannato, ottiene la non pubblicazione di una sentenza a proprio sfavore per oltre 3 anni (!).
Ma altrettanto severamente va giudicata la condotta degli enti locali che, a distanza di oltre 4 anni dalla sentenza e di oltre 1 anno dalla sua pubblicazione, non hanno ancora agito di conseguenza, tutelando la propria funzione pubblica e sociale, le comunità territoriali amministrate e la ricchezza collettiva prodotta.
Gli anni 2005-2008 costituiscono il periodo di massima dimensione della stipula di contratti derivati da parte degli Enti Locali, il cui apice è stato raggiunto nel 2007 con 796 enti interessati e 1.331 contratti sottoscritti dal valore nozionale iniziale di 37,042 miliardi di euro.
Fu proprio l’espansione senza controllo dei derivati a far decidere nel 2008 (art. 62, D.Lgs. n. 112/2008) la sospensione temporanea all’attività in derivati di regioni ed enti locali (poi divenuta definitiva con la Legge di stabilità 2014).
Siamo dunque di fronte a una massiccia e criminale sottrazione di ricchezza alle comunità locali, operata dalle banche con la complicità, ingenua o consapevole, degli amministratori.
Ora nessuno potrà più dire “Io non lo sapevo”. Per questo i movimenti in lotta per i diritti sociali e per la riappropriazione dei beni comuni e i comitati per l’audit sul debito locale devono immediatamente aprire un conflitto dentro ogni territorio e città rivendicando:
a) la pubblicizzazione di tutti i contratti derivati e di tutti i mutui sottoscritti nel periodo 2005-2008;
b) l’annullamento dei medesimi contratti derivati, con conseguente risarcimento collettivo degli interessi negativi pagati;
c) la revisione al ribasso dei tassi d’interesse su tutti i mutui contratti nel periodo sopra indicato, con conseguente risarcimento della quota sovrastimata pagata;
d) la sospensione del pagamento degli interessi su tutti i mutui e i derivati, fino alla definizione di quanto sopra indicato;
e) la pressante richiesta all’ANCI di farsi carico dell’iter legale per il riconoscimento di quanto dovuto.
Come si vede, i soldi ci sono. Sono solo finiti nelle mani sbagliate e si tratta di riappropriarsene collettivamente.
"Le influenze e le responsabilità della stampa mondiale nella politica internazionale presentano aspetti sempre più gravi ed allarmanti. Nessuno può negare che gran parte della "psicosi di guerra" identificata recentemente dal Duce, risale alle deformazioni della verità, alle campagne di odio e di sobillazione, alle nefaste manovre di seminatori di panico. Sappiamo quello che si nasconde sotto certe formule viete: interessi plutocratici, forniture, colpi di borsa, espedienti elettorali, ricatti ai Governi, egoismi inconfessabili, massoneria internazionale ebraica, comintern, società a catena, ma soprattutto denaro manovrato da minoranze rapaci che agiscono nell'ombra, al riparo delle formule e delle menzogne democratiche."
- Discorso di Edoardo Alfieri detto Dino (Bologna, 8 dicembre 1886 – Milano, 2 gennaio 1966) Ministro della cultura popolare nel governo Mussolini, riportato nel quotidiano "Regime Fascista" diretto da Farinacci, venerdì 26 maggio1939 - Anno XVII- Pag. 2.
Sapevate che... basta una assicurazione per emettere denaro elettronico ?
"The European Union ...allows e-money issuers not to deposit an amount equivalent to 100% of outstanding electronic money liabilities in a separate bank account provided any unfunded liabilities are safeguarded by private insurance. (???) However, this option is not likely to be feasible in many developing economies where insurance markets are not sufficiently developed. (?)" https://www.bbvaresearch.com/wp-content/uploads/2016/10/Safeguardingelectronicmoneyfunds_en.pdf
Ancora: [2] Existing regulations typically require that 100% of customer funds be isolated from the e-money issuer’s funds and deposited in a separate account held at a credit institution or invested in secure, low-risk assets. As an alternative, EU regulation requires that e-money issuers obtain insurance covering the full value of the funds received.
https://voxeu.org/article/electronic-money-enhancement-or-replacement
9 Another safeguarding measure is insurance. The European union (Eu), for example, permits safeguarding of funds through insurance.
Eu Directive 2007/64/EC permits nonbank e-money issuers in lieu of liquidity provisions, to insure or comparably guarantee the funds backing e-float in an amount payable in the event that the nonbank issuer is unable to meet its financial obligations. Eu Directive 2007/64/EC, Article 9.1(c) incorporated by reference from Article 7.1 of Eu Directive 2009/110/EC (2009). Insuring deposits is not a safeguarding measure adopted so far in developing countries.
https://www.ifc.org/wps/wcm/connect/faaca4004a1b4e689092fddd29332b51/Tool%2B4.6e.%2B%2BCGAP%2BProtecting%2BCustomers%27%2BFunds.pdf?MOD=AJPERES
Direttiva in italiano 2007/64/EC, pag. 14
http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32007L0064&from=IT
Art. 9 - 1 - c) Sono coperti da una polizza assicurativa o da qualche altra
garanzia comparabile, ottenuta da una impresa di assicurazione o da un ente creditizio non appartenente allo stesso gruppo cui appartiene l’istituto di pagamento, per un importo equivalente a quello che sarebbe stato segregato in mancanza della polizza assicurativa o di altra garanzia comparabile, pagabile qualora l’istituto di pagamento non sia in grado di assolvere i suoi obblighi finanziari.
Davide Storelli·Tuesday, February 13, 2018
Di seguito riporto il capitolo sul signoraggio del mio ultimo libro “Moneta e Democrazia” reperibile al seguente link
http://www.lulu.com/shop/davide-sto...
In merito alla quantificazione del reddito derivante dall’emissione di moneta, altrimenti definibile signoraggio, la Banca d’Italia osserva: “Con l’avvento della carta moneta le potenzialità di estrarre un profitto dal signoraggio si ampliarono, sia per via del costo minimo di produzione, sia perché ai biglietti cartacei si poteva imporre un valore arbitrariamente alto. (…) Quando la moneta è prodotta dallo Stato, è quest’ultimo che, spendendola ad esempio per acquistare beni e servizi, la mette in circolo nell’economia e realizza immediatamente il controvalore, al netto dei costi di produzione”.[1]
Quindi il reddito derivante dall’emissione monetaria è dato dal valore indicato sulle monete meno i costi sostenuti per produrle.
Per quanto abbiamo già osservato nel capitolo precedente, tale reddito equivale al valore monetario propriamente detto.
Resta, a questo punto, alquanto priva di idonea legittima motivazione la condotta della Banca d’Italia consistente nell’appostare al passivo il valore delle monete metalliche coniate,[2] così incrementando il debito pubblico e privando lo Stato del reddito che avrebbe dovuto percepire dal conio delle medesime.
Non si comprende, infatti, in base a quale titolo tali monete possano rappresentare una passività per lo Stato, essendo essa limitata ai costi vivi di conio e non certo al valore facciale delle monete coniate, che, invece, corrisponde al valore al quale sono spese, ossia all’utilità economica che con esse si ricava.
Analogamente resta priva di idonea legittima motivazione la condotta della banca centrale (prima nazionale, ora europea) consistente nell’appostare al passivo il valore delle banconote emesse.[3]
Tale valore, infatti, non rappresenta un costo per la banca, essendo esso limitato ai soli costi di stampa e non certo al valore facciale delle banconote emesse, che, invece, analogamente alle monete metalliche, corrisponde al valore al quale sono spese per ricavarne un’utilità economia, per esempio, l’acquisto di titoli di Stato.
In questo caso l’utilità economica, diversamente da quanto rappresentato dalle banche centrali, è data dall’intero ammontare dei titoli di Stato acquistati, non dai soli interesse da essi riconosciuti, poiché con la moneta emessa non si ottengono, in contropartita, i soli interessi, bensì il pieno valore dei titoli di Stato più gli interesse ad essi accessori.
Le banche centrali, invece, appostando al passivo l’intero valore della moneta emessa, evidenziano come reddito da emissione monetaria i soli interessi sui titoli di debito detenuti in contropartita della moneta emessa, poiché il valore di tali titoli, appostato all’attivo, viene bilanciato dalla corrispondente moneta emessa, appostata al passivo.
Analoga osservazione può essere avanzata per la moneta elettronica, ossia per quella che va a costituire le cosiddette riserve di banca centrale, anche esse indebitamente appostate al passivo.
In tal modo, come riconosce l’ex governatore di banca centrale Biagio Bossone, i ricavi dell’attività di emissione monetaria non transitano dal conto economico, ma vengono automaticamente ed erroneamente appostati al passivo, invece di integrare il capitale sotto forma di utili non distribuiti; analogamente a quanto fanno le banche centrali appostando al passivo la moneta emessa, le banche commerciali ottengono ricavi appostando al passivo “debiti verso la clientela”.[4]
In realtà, la condotta consistente nell’appostare al passivo il valore delle banconote emesse poteva considerarsi legittima quando le banconote erano convertibili in oro poiché erano titoli di credito.
L’appostamento al passivo, infatti, corrispondeva all’obbligo, nei confronti del portatore della banconota, di convertirla in una quantità di oro pari all’importo ivi riportato.
Venuto meno questo obbligo, e quindi divenuta la moneta cartacea non più un titolo di credito bensì mera carta-moneta, viene meno anche la legittimazione di appostare al passivo il valore delle monete cartacee emesse, giacché la banca centrale non è più gravata di alcun debito nei confronti dei relativi portatori.
In merito all’osservazione per la quale l’acquisto di titoli di Stato (titoli di debito) da parte della banca centrale non concorrerebbe alla formazione del debito pubblico, possiamo precisare che questa affermazione sarebbe corretta se la banca centrale fosse un ente pubblico poiché, in tal caso, il suo bilancio sarebbe consolidato in quello dello Stato, e quindi il debito dello Stato sarebbe compensato dal corrispondente credito di un ente pubblico.
Poiché la banca centrale europea non è un ente pubblico, tale affermazione non è corretta per gli Stati dell’eurozona.
In realtà, infatti, la banca centrale europea non può essere considerata banca centrale di alcuna nazione dell’eurozona e, conseguentemente, l’euro, ancorché moneta a corso legale in ogni nazione dell’eurozona, non può essere considerata moneta nazionale di alcuna di queste nazioni.
Per quanto concerne l’Italia, l’osservazione riportata era parimenti scorretta anche prima dell’adesione all’eurozona, giacché la Banca d’Italia, ancorché ente di diritto pubblico (in quanto il proprio statuto è disciplinato da legge dello Stato) non è un ente pubblico, come si evince dalla composizione del relativo capitale sociale,[5] i cui partecipanti non sono soltanto enti pubblici, anzi, tali enti (Inps e Inail) detengono delle quote assolutamente minoritarie (appena il 3% l’uno).
Come è stato opportunamente osservato: “Considerare la moneta come debito anche quando non lo è, ed immetterla come tale nel sistema, eleva artificialmente il costo di funzionamento dell’economia, e il servizio del debito che ne consegue drena liquidità dal sistema, sottrare risorse reali dall’economia, e richiede l’emissione periodica di nuovo debito affinché l’economia possa funzionare. La capacità di crescita economica viene erosa da tale meccanismo, allorché l’accumulazione di debito impone obblighi di contenimento e di aggiustamento. Finora questa contraddizione non sembra avere incontrato soluzioni serie: non lo sono certo l’aggressione fiscale dei patrimoni e dei redditi delle economie più deboli, o lo smantellamento dell’intera spesa pubblica, sempre a danno di settori o delle aree più vulnerabili, non solo per gli effetti sociali devastanti che essi provocano, ma anche perché dimostrano di non funzionare affatto”.[6]
Poiché nel sistema attuale sia le banche centrali che le banche commerciali erogano moneta soltanto in conseguenza di un debito, la necessaria conseguenza giuridica di tale situazione è che, in un’ottica di insieme, i debiti sono inevitabilmente impagabili.
Sarebbero tecnicamente pagabili solo ove la moneta per pagarli non fosse rinveniente da un debito.
Ed in realtà, un debito impagabile è un debito inesistente.
Oggi la maggior parte dei mezzi monetari in circolazione viene emessa dalle banche commerciali sotto forma di moneta bancaria o moneta scritturale emessa in conseguenza dell’erogazione di un prestito.
Al riguardo, nel 2014 la Banca d’Inghilterra ha riconosciuto che, in buona sostanza, le banche non sono intermediari finanziari poiché non sono i prestiti a seguire i depositi, ma i depositi a seguire i prestiti.[7]
La BCE, con un comunicato del 24 novembre 2015 (aggiornato il 20 giugno 2017)[8] ha ribadito che le banche commerciali possono creare moneta “interna” (moneta bancaria, moneta scritturale), ossia depositi bancari, ogni volta che erogano un nuovo prestito.
Ciò significa che non vi è alcuna necessità di una preesistente disponibilità – ancorché frazionaria - al fine dell’erogazione di un prestito, giacché la relativa disponibilità viene creata al momento, ossia all’atto dell’erogazione del prestito, mediante la creazione dell’opportuno deposito.
Il deposito non deve essere preesistente rispetto alla concessione del prestito, giacché viene creato alla bisogna. Non è necessario attingere ad alcuna preesistente disponibilità patrimoniale, quindi non si effettua alcuna intermediazione, ma una pura e semplice creazione di moneta, nella esatta misura in cui serve per l’erogazione del prestito: ti devo prestare 100? Creo 100 e li metto a deposito.
Pochi però hanno notato che, se è così, dov’è il rischio? Cosa rischia la banca se presta denaro che non ha, ma che crea al momento? Quale sarebbe il rischio d’impresa, idoneo a legittimare un profitto?
Se il denaro viene creato alla bisogna, che senso ha parlare di “costo del denaro”? Se la banca commerciale, al pari della banca centrale, può creare denaro in tal modo, non si può parlare di risorsa scarsa. Ma se la risorsa non è scarsa, perché ha un prezzo?
Ha forse un prezzo l’aria, la luce del sole, la capacità di scrivere numeri su un computer?
Allora, se il denaro cessa di essere una risorsa scarsa, forse sarebbe il momento di pensare a nuovi modelli economici giacché quelli attuali, tesi all’arricchimento ossia all’accumulazione capitalistica, sembrano avere sempre meno senso.
[1] Banca d’Italia, Signoraggio, http://www.bancaditalia.it/compiti/....
[2] Si veda, al riguardo, Banca d’Italia, Finanza pubblica, Fabbisogno e debito, http://www.bancaditalia.it/pubblica....
[3]Si veda, per esempio, lo stato patrimoniale consolidato al 2016 dell’Eurosistema al 31/12/2016, https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/o....
[4] Bossone B., Costa M., (2018), Economia e Politica, anno 10 n. 15, sem. 2.
[5] Per l’elenco dei partecipanti al capitale della Banca d’Italia al 20/12/2017: https://www.bancaditalia.it/chi-sia....
[6] Bossone B., Costa M., cit.
[7] Bank of England, Quarterly Bulletin 2014 Q1, pp. 14 e ss., https://www.bankofengland.co.uk/-/m....
[8] https://www.ecb.europa.eu/explainer....
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Art. 9