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Timestamp: 2017-12-11 02:15:08+00:00

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Sezione minorenni Archivi
Corte d’Appello Sezione minorenni Bologna 17/3/2009; Pres. de Robertis L.
Con ricorso depositato il 4 giugno 2008, X ricorreva al Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna chiedendo accertarsi la sua paternità del minore O. (omissis), nato a Ferrara il (omissis) dicembre 2007, figlio naturale di M. L. (omissis), e sostituirsi il cognome "(omissis)" con quello paterno "(omissis)".
All’udienza del 25 novembre 2008, non comparsa la madre del minore M. L. (omissis), veniva sentito il ricorrente X.
Autorizzato il deposito di memoria conclusiva, con decreto depositato il 27 gennaio 2009, il Tribunale, rilevato che il 31 ottobre 2008 era divenuta irrevocabile la sentenza n. 1414/08 con la quale questa Corte aveva rigettato l’appello avverso la sentenza dichiarativa dello stato di abbandono del minore, richiamati gli artt. 11 ultimo comma e 21 della legge n. 184/83, dichiarava non luogo a provvedere.
Avverso tale decisione, comunicatagli il 27 gennaio 2009, X proponeva reclamo, con atto depositato il 6 febbraio 2009; il reclamo veniva notificato dal ricorrente alla madre del minore, al tutore, al Giudice tutelare.
Il P.M., intervenuto, concludeva per la conferma del provvedimento.
La causa veniva posta in decisione all’udienza camerale del 12 marzo 2009 sulle conclusioni sopra trascritte.
La pronuncia impugnata riveste forma di decreto ma, avendo definito una richiesta di "riconoscimento giudiziale della paternità" proposta ai sensi dell’art. 250 cod. civ., ha natura di sentenza, secondo il disposto del quarto comma della stessa norma; ne ricorrono i requisiti di validità perché il provvedimento è sottoscritto sia dal Presidente che dal Giudice relatore ed estensore. Per analoghe ragioni l’atto intitolato "reclamo ex art. 739 c.p.c. e seg.", in virtù del principio di conversione, va considerato quale appello.
Con unico motivo, articolato in due profili, il reclamante sottolinea di aver depositato in data 9 giugno 2008, subito dopo aver presentato il ricorso per il riconoscimento giudiziale della paternità, istanza di sospensione della procedura di adottabilità per poter procedere al riconoscimento del minore, ai sensi dell’art. 11 comma secondo della legge n. 184/1983 (motivo sub A), e argomenta che la mancata pronuncia su tale richiesta di sospensiva gli preclude la possibilità di chiedere la revoca della dichiarazione di adottabilità di cui al comma 2 dell’art. 11 della legge n. 184/1983 (motivo sub B).
Il minore, al momento della presentazione dell’istanza di sospensione, era già stato dichiarato adottabile con sentenza del Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna depositata il 14 aprile 2008.
Nell’impugnazione proposta da M. L. (omissis) avverso quella sentenza si dava notizia della presentazione del ricorso ai sensi dell’art. 11 comma secondo della legge n. 184/1983 da parte del G.; e questa Corte ne dette conto (pagine 8-9 della sentenza) nel rigettare l’appello proposto da M. L. (omissis) senza dar luogo a sospensione. Sospensione che, nel sistema della legge n. 184 del 1983, non è automatica, ma comporta anche la valutazione, imposta dal secondo comma del citato art. 11, che nel frattempo il minore sia convenientemente assistito, permanendo un rapporto con il genitore naturale (cfr., in ordine alla ratio dell’art. 11, norma tendente a privilegiare l’esigenza fondamentale del bambino a conseguire un proprio status ed a crescere in un ambiente familiare idoneo rispetto all’interesse al recupero della famiglia biologica, Cass. 6 agosto 1998 n. 7698).
La dedotta "violazione del dettato legislativo" per mancata sospensione è pertanto assorbita dal giudicato formatosi in ordine allo stato di adottabilità del minore.
Nel caso di specie, poi, essendo intanto iniziato l’affidamento preadottivo (regolarmente in corso: relazione di aggiornamento del Servizio sociale pervenuta il 17 febbraio 2009), è intervenuta la ulteriore preclusione posta dall’art. 21, quarto comma, della legge n. 184.
rigetta l’impugnazione proposta da X avverso il provvedimento depositato in data 27 gennaio 2009 del Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna.
Corte d’Appello Sezione minorenni Bologna 24/2/2009 n. 221; Pres. de Robertis L.
Con decreto del 16 marzo 2007 il Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna disponeva l’apertura del procedimento per l’accertamento dello stato di adottabilità del minore M. P. (omissis), nato a Bologna il (omissis) ottobre 2006, figlio di G. A. e B. C., sospendeva la potestà dei genitori e nominava un tutore provvisorio; contestualmente prevedeva il collocamento del minore in idoneo ambiente protetto, con regolamentazione dei rapporti con i genitori, valutazione delle rispettive capacità affettive ed educative e verifica della eventuale esistenza di parenti entro il quarto grado che avessero mantenuto rapporti significativi col minore e fossero disposti ad accoglierlo. Osservava il Tribunale che: a) la madre del minore soffriva di un disturbo di personalità di tipo borderline e non era mai stata una valida risorsa per il figlio mentre il padre era a lui affettivamente legato; b) i genitori stavano attraversando un periodo di crisi coniugale, contraddistinta da elevata conflittualità; c) i Servizi sociali, che avevano effettuato un intervento ai sensi dell’art. 403 c.c., collocando il minore in ambiente protetto con la madre, avevano constatato che questa appariva concentrata soltanto sul rapporto con il compagno, riservando poco tempo all’assistenza del figlio, fino a quando si era allontanata dalla comunità con l’obiettivo di ricostituire il rapporto coniugale.
Con decreto del 25 giugno 2007, dopo aver ripercorso le fasi in cui si era articolata la vicenda, il Tribunale per i Minorenni dichiarava lo stato di adottabilità del minore, rilevando che dopo il provvedimento del 16 marzo 2007, di apertura della procedura, non si erano verificate sostanziali modifiche della situazione pregressa, sicché il bambino risultava in uno stato di evidente e prolungato abbandono a causa delle gravissime e non transitorie condizioni psichiche della madre, che le impedivano di prendersi convenientemente cura del figlio, e della impossibilità per il padre di farsi carico di lui, compensando adeguatamente le carenze della compagna.
Avverso la decisione, con ricorso depositato il 27 agosto 2007, G. A. e B. C. proponevano opposizione davanti al Tribunale per i Minorenni che, esaurita l’attività istruttoria mediante audizione dei vari operatori intervenuti in relazione al nucleo familiare del minore, dei genitori e degli affidatari nonché acquisizione della documentazione prodotta dagli opponenti, con sentenza del 4 marzo 2008, depositata il successivo 2 aprile, rigettava l’opposizione.
Avverso la pronuncia, con ricorso depositato il 13 giugno 2008, G. A. e B. C. proponevano impugnazione, deducendo in particolare che il Tribunale per i Minorenni: a) quanto alla situazione della B. C., in mancanza di un accertamento tecnico d’ufficio, non aveva potuto esaminare la sua effettiva condizione clinica e valutare le implicazioni del suo disturbo psichico sulla relazione madre-bambino; b) quanto alla situazione dell’ G. A., non aveva considerato che egli non era affetto da alcuna patologia, non aveva mai fatto uso di sostanze stupefacenti, ad eccezione di alcuni spinelli nel solo periodo di "sovraccarico emotivo" successivo alla nascita del figlio, aveva sempre lavorato e si era occupato costantemente sia della compagna che di M. P..
I genitori del minore chiedevano pertanto alla Corte di accogliere le conclusioni indicate in ricorso e trascritte in epigrafe.
L’avv. Maria Gloria Basco, curatore speciale del minore, si costituiva, formulando in via gradata le seguenti richieste: "a) integrazione dell’istruttoria con provvedimento interlocutorio di ripresa dei rapporti genitori-figlio e con osservazione della ripresa dei medesimi previa fissazione di incontri anche frequenti; b) integrazione dell’istruttoria sulle condizioni psico-fisiche della madre del minore, B. C., da verificare soprattutto all’attualità; c) revoca della sentenza n. 84/08 con cui il Tribunale per i Minorenni ha rigettato l’opposizione proposta da G. A. e B. C. avverso il decreto emesso dal medesimo Tribunale in data 25.26-06-2007 dichiarativo dello stato di adottabilità del minore M. P. (omissis)".
Con ordinanza del 10 luglio 2008 la Corte nominava un consulente tecnico d’ufficio, conferendogli l’incarico di verificare se, tenuto conto della personalità dei genitori, approfonditamente esaminata anche in relazione alle reciproche interazioni, il minore potesse ricevere nell’ambito della famiglia di origine un supporto adeguato rispetto alle sue esigenze di crescita sia materiali che, soprattutto, morali.
All’udienza del 16 ottobre 2008, fissata per il giuramento del consulente, si costituiva il tutore del minore, chiedendo il rigetto dell’appello.
All’udienza del 12 febbraio 2009, successiva al deposito della relazione del consulente tecnico d’ufficio, comparivano i difensori delle parti e il Procuratore Generale.
La Corte, quindi, si riservava di decidere.
Le ragioni che hanno indotto questa Corte a un approfondimento istruttorio in adesione all’istanza degli appellanti, supportata anche da analoga richiesta del curatore speciale, si rinvengono nell’ordinanza di nomina del consulente tecnico d’ufficio, laddove si è evidenziata l’esigenza di sciogliere definitivamente il dubbio se le difficoltà della madre, dovute essenzialmente a problemi di ordine psicopatologico, potessero in ipotesi essere adeguatamente compensate dalla presenza del padre del minore che, in più occasioni, si era dimostrato idoneo a contenere le intemperanze della compagna e disposto a supportarla anche in relazione alla cura e all’assistenza del figlio.
Per rispondere adeguatamente al quesito, il consulente ha esaminato la copiosa documentazione in atti, tra cui le molteplici relazioni degli operatori che, dalla nascita del minore, si erano occupati della vicenda, riassumendone correttamente il contenuto: ben presto i Servizi di Tutela Minori, attivati dallo stesso G. A. per le difficoltà insorte nell’ambito della coppia subito dopo la nascita del bambino, dovettero rendersi conto della sostanziale incapacità della madre di occuparsi del neonato e di gestirne le esigenze: ciò non soltanto dal punto di vista dell’assistenza materiale ma soprattutto da quello della interazione emotiva; consapevole dell’impossibilità di supplire da solo alle carenze della compagna, G. A. formulò una esplicita richiesta di aiuto ai Servizi sociali, che attuarono l’inserimento di madre e figlio in una struttura; anche lì la madre non riuscì a occuparsi del piccolo, che venne accudito dagli operatori; soltanto pochi giorni dopo la madre fece ritorno a casa per risolvere i problemi di coppia; il bambino venne trasferito da solo in un’altra struttura; le visite dei genitori al figlio furono caratterizzati da una sostanziale indifferenza verso la condizione del bambino: essi apparivano molto concentrati su se stessi e sui racconti della loro vita; la relazione con il minore si ridusse allo scattare numerose fotografie usando un telefono cellulare, con modalità disturbanti per il bambino; i genitori disertarono gli appuntamenti con gli operatori, destinati alla valutazione delle loro capacità genitoriali.
Dopo aver valutato il quadro iniziale di riferimento, il consulente tecnico d’ufficio è passato all’esame delle condizioni attuali della coppia: ha avuto colloqui sia con entrambi i genitori sia con ciascuno di essi separatamente. Entrambi hanno narrato la loro vita, contraddistinta da eventi molto dolorosi: il racconto di B. C. è risultato "impressionistico, per immagini a forte coloritura" e contraddistinto da una "costante tematica autocommiserativa"; nel racconto di G. A. il consulente ha riscontrato la seguente dinamica di pensiero: "(egli) si associa alla compagna nel minimizzare le problematiche familiari e nel sottolineare le responsabilità dei Servizi che hanno ingigantito e inventato anche elementi al fine di toglier loro il piccolo M.. Se da una parte incensa B. anche come madre, più volte tende a rimarcare, sopravvalutandolo, il suo ruolo di compensatore delle di lei crisi, sostanzialmente facendo intravedere una forte svalutazione sottostante".
All’esito della valutazione dei colloqui, il consulente si è così espresso: "La coppia vive gli eventi e si rappresenta su un duplice piano. Da un lato entrambi riconoscono nell’incontro con l’altro la svolta epocale della propria vita, all’interno di una immagine di coppia altamente idealizzata, nel senso di una magnificazione degli aspetti positivi con scissione e non riconoscimento delle conflittualità. D’altro canto il riconoscimento dell’aspetto salvifico e del ruolo di aiuto di G. nei confronti di B. si accompagna a un costante, felpato senso di svalutazione dell’uno verso l’altra; inoltre il dislivello riaccende una dinamica di richieste e inevitabili frustrazioni che innesca una effettiva forte conflittualità, causa di potente investimento affettivo per entrambi che ha portato anche a un ricovero per B.. In pratica o sono toto corde in regime di una certa maniacalità (vedi l’interdizione conseguente per B.) o entrano in forte conflitto. I racconti concernenti il bambino sono superficiali, reiterati e declinati solo sulla categoria del bello, come se ne venisse enfatizzato il risultato di un buon prodotto della coppia. Il racconto dei fatti, come detto, è rigido e ripetitivamente impostato sulla minimizzazione degli aspetti critici e conflittuali; è assente la capacità di autocritica, anche se espressamente richiesta. La rivendicatività copre le riflessioni sulla soggettività del bambino: per loro ciò che conta è il sacrosanto diritto al loro amore genitoriale. Manca infatti la consapevolezza della situazione…Sicuramente sono presenti affetto e una reale sofferenza da parte di entrambi; tale affetto però appare più di natura egocentrica, centrata sui propri vissuti di ingiustizia e dolore…D’altronde uno stile unidirezionale di comunicazione, in cui latita l’ascolto dell’altro, è stato pressoché l’unico modello comunicativo dei colloqui".
Il consulente ha dunque riscontrato nei singoli componenti della coppia e di questa nel suo complesso aspetti di grande problematicità, relativi alle dinamiche di coppia, al rapporto dei genitori con il figlio, alla mancanza di autocritica e alla incapacità di affrontare con consapevolezza le situazioni.
Concludendo la sua analisi, il consulente ha espresso le seguenti riflessioni e considerazioni: "…La signora B. C. è presa dal bisogno coattivo di consolidare un’immagine di famiglia completa e catturata dal susseguirsi di istanze personali che via via le si presentano imperiosamente. È incapace di rappresentarsi il figlio come soggetto portatore di bisogni, richiedente cura e attenzioni specifiche. Sembra che la figlia deprivata che fu e che si presenta ancora oggi in cerca di risarcimento oscuri e sovrasti la possibilità di pensare il figlio reale. La mamma che ne consegue non riesce a farsi carico adeguato per le richieste del corpo e soprattutto della mente del figlio, ancora assolutamente dipendente da una funzione siffatta. Per così dire è ancora lei una bimba incontinente nelle pulsioni e nei comportamenti che richiede continue funzioni contenitive. Il sig. G. A. condivide il medesimo sogno idealizzato di una famiglia serena, completa, aconflittuale, con la conseguente minimizzazione dei problemi. È indubbio che rappresenti per certi versi un buon compagno per la moglie, e lei per lui, ma le sue capacità di contenimento e accudimento hanno presto mostrato la corda sia verso la moglie che verso il figlio. Entrambi vivono una unità simbiotica che funziona bene solo se sono in accordo e se gli aspetti conflittuali e frustranti sono denegati, in un certo registro ipomaniacale che li porta a disconoscere limiti e problemi…Non è assente in loro l’affetto per il figlio: esso è mal gestito, è monco della componente di cura, attenzione, specifico riconoscimento dell’altro…La incapacità a preoccuparsi nella quotidianità del bimbo, la difficoltà a tenerlo in braccio e generalmente a tenerlo (holding) rappresentano purtroppo il fallimento di quella funzione materna primaria necessaria per la vita dei figli. Così il padre sembra insufficiente sia nelle funzioni paterne, quali protezione della coppia madre-figlio, autorità e aiuto alla madre nelle funzioni di holding. Hanno bisogno loro per primi di essere visti, aiutati, ristorati narcisisticamente, contenuti con autorità e rassicurati…".
Nelle analisi e valutazioni – condotte con particolare scrupolo e competenza – del consulente tecnico d’ufficio trovano conferma le conclusioni cui era pervenuto il Tribunale per i Minorenni circa l’impossibilità per la coppia di svolgere – anche in maniera minimale – il suo ruolo nei confronti del figlio; tale impossibilità, riconducibile alle caratteristiche di personalità dei genitori che si sono andate strutturando nel corso degli anni e alle dinamiche interne al rapporto di coppia, ha posto il minore in uno stato di abbandono, gravemente pregiudizievole per il suo sviluppo psico-fisico e certamente non emendabile in tempi compatibili con le sue tappe psicoevolutive: dopo i primi mesi di vita, in assenza di idonee sollecitazioni, egli manifestò un percepibile deficit psico-evolutivo, che si traduceva in una apatia fisica ed emotiva; sol-tanto dopo il suo inserimento in un nuovo nucleo familiare, il bambino ha trovato le condizioni di tranquillità e serenità, indispensabili per una sua equilibrata crescita, superando quei gravi segni di malessere che, restando nella famiglia di origine, si sarebbero perpetuati e aggravati, compromettendone in via definitiva la salute psico-fisica.
Tutte le esposte considerazioni inducono al rigetto del gravame, risultando provate tutte le condizioni cui la giurisprudenza di merito e quella di legittimità ricollegano lo stato di abbandono (esistenza di una obiettiva e non transitoria carenza di quel minimo di cure materiali, calore affettivo e aiuto psicologico, necessario per assicurare al minore un ambiente confacente e idoneo a consentirgli un adeguato sviluppo e la realizzazione della personalità).
Tenuto conto della natura della controversia, sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese del presente procedimento; quelle di consulenza tecnica d’ufficio – liquidate in via definitiva nella misura risultante dal separato decreto emesso in pari data – devono essere poste a carico degli appellanti in via solidale, stante il loro comune interesse nella causa.
respinge l’appello proposto da G. A. e B. C. avverso la sentenza n. 84/2008 del Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna del 4 marzo/2 aprile 2008, che conferma integralmente;
compensa integralmente tra le parti le spese del presente procedimento; quelle di consulenza tecnica d’ufficio, nella misura liquidata con separato decreto in pari data, sono a carico degli appellanti in via solidale.
Corte d’Appello Sezione minorenni Bologna 23/6/2008 n. 1035; Pres. de Meo A.
Con sentenza depositata il 18 marzo 2008 il Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna dichiarava lo stato di adottabilità della minore M. (omissis), nata il 19 settembre 2006, figlia di E. (omissis) e di L. (omissis).
Osservava il Tribunale che il 23 ottobre 2006 il P.M. aveva presentato ricorso per l’apertura della procedura volta ad accertare se la minore versasse in stato di abbandono; erano segnalate importanti problematiche in capo al genitori, seguiti dal centro adolescenza e giovane età del servizio di salute mentale di Parma per problemi familiari e comportamentali; la madre aveva tenuto nascosta la gravidanza e non aveva eseguito controlli medici durante la gestazione; inoltre, prima del parto aveva manifestato atteggiamenti fobici.
Nata la minore, i genitori erano apparsi non in grado di prendersi cura di lei. Entrambi avevano rapporti conflittuali con i propri genitori; il padre proveniva da famiglia problematica (padre psichiatrico e madre alcoolista) ed era da sempre in carico al servizio psichiatrico; la madre era figlia di genitori sordomuti ed era stata in passato seguita dai servizi sociali e dal centro di neuropsichiatria infantile (era stata anche allontanata per un certo tempo dalla famiglia), ma aveva in seguito rifiutato ogni sostegno e si era ribellata al genitori.
Nessuno dei due aveva un lavoro stabile.
All’atto delle dimissioni della bambina gli operatori avevano predisposto un progetto di tutela e di sostegno alla genitorialità, a domicilio. I genitori però, dopo una prima adesione formale, non si erano resi disponibili a proseguire il percorso e non consentivano l’accesso in casa. Contattati per procedere ad esami urgenti sulla neonata, non vi provvedevano. In collaborazione con la forza pubblica gli operatori sociali erano entrati nell’abitazione dove avevano trovato la minore iponutrita, disidratata e con eritema tossico inguinale; inoltre, la madre non era in grado di preparare adeguatamente il biberon per la figlia (utilizzava acqua del rubinetto), e l’abitazione era in precarie condizioni igieniche.
Ai sensi dell’art. 403 c.c. la piccola era stata accompagnata in ospedale per i necessari accertamenti; il padre, molto aggressivo, minacciava di ammazzare chiunque gli avesse tolto la bambina.
Il progetto di sostegno a domicilio, finalizzato ad aiutare i due giovani genitori nella acquisizione dei requisiti genitoriali, prevedeva il trasferimento della nonna materna al loro domicilio.
Ben presto quest’ultima manifestava le proprie difficoltà in quanto alla stessa le era stata di fatto delegata ogni incombenza, relativa alla minore e alla cura della casa; pertanto, ella aveva diradato gradualmente le sue presenze presso di loro. I nonni materni erano anche esasperati dalle continue richieste di danaro che i genitori della minore formulavano loro, giungendo a restare per ore sotto la loro casa in caso di rifiuto, urlando e suonando di continuo il campanello.
I nonni materni non si erano resi disponibili ad accogliere la minore, se non rivolgendosi al tribunale con richiesta pervenuta in data successiva alla camera di consiglio nel quale era stato portato in decisione il caso (in detta richiesta, peraltro, essi domandavano solo di avere rapporti regolari con la nipote).
I genitori non collaboravano e non aderivano al progetto, manifestando aperta ostilità verso i servizi, minacciano la strage e il suicidio nel caso di allontanamento della bambina; non si presentavano al colloqui fissati per approfondire la conoscenza e la valutazione delle capacità gentoriali.
Dall’osservazione dell’educatrice, emergeva un rapporto con la minore scarsamente qualitativo, privo di stimoli e di contatti fisici, con tendenza a delegare. Il padre, quando arrivava l’educatrice, usciva di casa o si chiudeva nella sua camera.
I nonni paterni non apparivano capaci di sostenere in concreto il nucleo, in quanto essi stessi seguiti dal servizio sociale per gravi problematiche familiari e grave conflittualità reciproca.
I genitori consentivano sempre meno l’accesso all’abitazione. Stante l’impossibilità di proseguire nel progetto di accompagnamento e osservazione a domicilio il servizio decideva di collocare la minore in ambito protetto.
Ad entrambi i genitori veniva proposto di mantenere contatti regolari con la figlia, previa adesione a un percorso terapeutico sulla genitorialità e di sostegno individuale con continua verifica della loro collaborazione. Tuttavia, nessuno dei due aderiva al progetto: non si presentavano agli incontri, non rispondevano al telefono, non contattavano i servizi.
I nonni materni invece, su loro richiesta, incontravano la minore due volte, tuttavia non formulavano istanza di accoglierla, pur affettivamente coinvolti.
La piccola M. era dunque, in conclusione, in stato di evidente abbandono, per le problematiche gravi che affliggono sia i genitori sia le rispettive famiglie di origine, che li rendevano incapaci, nonostante l’affetto e la sofferenza manifestati, dei quali non si
dubitava, di occuparsi delle urgenti esigenze di crescita della bimba. Ciò, nonostante il massiccio e prolungato aiuto offerto dai servizi, che non è stato evidentemente sfruttato dagli stessi, probabilmente per problematiche personali e familiari di grande difficoltà, per offrire anche separatamente alla piccola un progetto stabile e minimo di futuro insieme.
Avverso tale decisione, loro non notificata, proponevano appello i nonni materni X 1 e X 2, con atto depositato il 30 aprile 2008.
Il tutore, ritualmente citato, non si costituiva.
Il Procuratore Generale interveniva e concludeva per il rigetto del gravame.
La causa veniva posta in decisione all’udienza camerale del 12 giugno 2008 sulle conclusioni sopra trascritte.
Gli appellanti deducono la nullità della sentenza impugnata, per non essere stata disposta la loro comparizione ai sensi dell’art. 12 della legge n. 184 del 1983 (primo motivo), la erronea valutazione della loro disponibilità ad offrire accoglienza alla nipote (secondo motivo), la ingiustificata interruzione dei rapporti della bambina con la famiglia di origine (terzo motivo).
I motivi sono da esaminare congiuntamente, per la loro evidente connessione, e sono infondati.
L’art. 12 della legge 4 maggio 1983, n. 184, nell’indicare le categorie di persone che devono essere sentite nel procedimento per la dichiarazione di adottabilità, opera un riferimento ai parenti entro il quarto grado che abbiano mantenuto rapporti significativi con il minore, poiché il carattere vicariante della posizione dei congiunti diversi dai genitori ne comporta il coinvolgimento nel procedimento solo nei limiti in cui essi risultino attualmente titolari di rapporti affettivi forti e durevoli, tali, cioè, da consentire loro di offrire elementi essenziali per la valutazione dell’interesse del minore e, per altro aspetto, di prospettare soluzioni dirette ad ovviare allo stato di abbandono nell’ambito della famiglia di origine (Cass. 12 aprile 2006 n. 8526).
Nel caso di specie, la disponibilità in effetti dimostrata dai nonni materni era stata recepita, col coinvolgerli nel progetto relativo alla minore. Ma, nel prosieguo di quella
sperimentazione, la presenza della nonna era ben presto venuta a cessare, e non era ravvisabile quella persistenza di rapporto significativo che, sola, integra gli estremi dell’art. 12 citato.
Del resto, se si considerano le condizioni di grave degrado in cui fu trovata la piccola presso i genitori (iponutrita, disidratata, con eritema tossico inguinale, in un ambiente carente dal punto di vista igienico: rapporto 24 ottobre 2006 della Questura di Parma) appare evidente come, nel nucleo familiare allargato, non vi fossero persone capaci di agire sui genitori un qualche pur minimale intervento per assicurare alla neonata condizioni di vite meno deteriorate.
È poi vero che, come si obietta nell’atto di impugnazione, la presenza della nonna materna era diminuita a causa della oggettiva, difficoltà a relazionarsi con i genitori, e che i: nonni materni erano impauriti dagli atteggiamenti aggressivi del padre della bambina, il quale, del resto, minacciò di morte anche gli operatori della Questura di Parma (rapporto 24 ottobre 2006 della Questura) e, all’udienza del 20 febbraio 2007, confermò: "È vero, io ho minacciato la strage e il suicidio nel caso di allontanamento".
Non è chiaro però come i nonni si propongano ora di affrontare una così grave situazione e provvedere ad assicurare adeguata assistenza alla minore, visto che le problematiche dei genitori della piccola sono invariate.
La inidoneità della famiglia di origine, da valutare ai fini della sussistenza dello stato di abbandono, è una situazione di carattere oggettivo, ravvisabile anche quando, come nel caso di specie, si rilevi una inadeguatezza del nucleo familiare "nonostante l’affetto e la sofferenza manifestati, dei quali non si dubitava" (così la sentenza impugnata).
Neppure si può ipotizzare che le difficili relazioni del nucleo allargate possano migliorare in tempi ragionevoli e compatibili con le esigenze di crescita della bambina; si tratta di problematiche profonde, radicate nel passato, come emerge se si considera che la stessa L. (omissis) fu allontanata dai propri genitori per essere emersi "fatti di rilevante gravità" (decreto provvisorio e urgente del 5 luglio 1996, in atti) poi smentiti dalla stessa ragazza (decreti provvisori e urgenti del 30 settembre 1997 e del 20 novembre 1999, in atti).
Infine, la valutazione della istanza trasmessa dai nonni al Tribunale appare corretta. Il Tribunale, pur non ravvisando gli estremi della convocazione ai sensi dell’art. 12, dispose comunque il deposito degli atti per quindici giorni, dandone avviso al difensore dei nonni (provvedimento 8 gennaio 2008, in atti). I nonni chiesero, con istanza depositata il 13 marzo 2008, di essere sentiti e in particolare "a fronte dell’affido e/o dell’adozione ad una famiglia, di poter mantenere regolari rapporti affinché la stessa possa, anche quando sarà più grande, non sentirsi abbandonata dalla propria famiglia di origine"; il che, pur apprezzabile, è cosa ben diversa dall’offrire piena accoglienza.
Con l’aggiornamento del 5 giugno 2008 il Servizio sociale ha riepilogato la vicenda confermando la posizione dei nonni, assunta nel colloqui del 25 gennaio 2007 (e non modificata nel più recente incontro del 24 aprile 2008), di richiesta limitata ai soli incontri con la bambina.
In conclusione, pertanto, l’appello proposto è infondato e va respinto, con integrale conferma della sentenza impugnata.
Rigetta l’appello proposto da X 1 e X 2, confermando integralmente la sentenza n. 71/2008 del Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna.
Così deciso in Bologna il 12 giugno 2008
Corte d’Appello Sezione minorenni Bologna 27/5/2008 n. 850; Pres. de Robertis L.
Con decreto del 1° dicembre 2005 il Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna: disponeva l’apertura del procedimento per l’accertamento dello stato di adottabilità della minore K. S. B. (omissis), nata a (omissis) (Milano) il (omissis)/2003 da A. P.; sospendeva la potestà di questa e nominava quale tutore provvisorio il Comune di Piacenza con il compito di tenere la bambina in luogo protetto senza la presenza della madre.
All’esito degli ulteriori accertamenti effettuati, con sentenza del 13 novembre 2007, il Tribunale per i Minorenni dichiarava lo stato di adottabilità della minore, rilevando che la situazione descritta nel decreto del 1° dicembre 2005, di apertura della procedura, non si era in nulla modificata; si era anzi aggravata per i comportamento della madre e della nonna materna, M.P. S.P., rivelatesi del tutto incapaci di assistere e di accudire convenientemente la bambina.
Avverso la sentenza, con ricorso depositato il 13 marzo 2008, proponevano impugnazione sia A. P. che M.P. S.P., deducendo che la condizione personale ed emotiva di A. P. era radicalmente mutata da oltre un anno e mezzo, posto che ella aveva modificato i suoi atteggiamenti, prendendo consapevolezza delle sue difficoltà, e stava ricostruendo un’esistenza regolare, con un lavoro a sé confacente e una sua abitazione: in ciò aiutata anche dalla madre, con la quale aveva recuperato un rapporto significativo. Secondo le ricorrenti, pertanto, il Tribunale per i Minorenni avrebbe errato nel ritenere sussistente lo stato di abbandono, trascurando di considerare che la madre aveva sempre manifestato la volontà di prendersi cura della figlia e non valutando i cambiamenti, gli sforzi e i miglioramenti da lei conseguiti nel frattempo con il sostegno, anche economico, di sua madre.
Le ricorrenti chiedevano pertanto la revoca della dichiarazione dello stato di adottabilità e l’adozione degli accorgimenti utili per consentire un graduale recupero del rapporto della bambina con la madre e la nonna materna.
Con memoria depositata il 9 maggio 2008 si costituiva il tutore che, in via pregiudiziale, chiedeva alla Corte di verificare la tempestività dell’impugnazione proposta da M.P. S.P.; nel merito, si opponeva all’accoglimento del ricorso, tra l’altro contestando che A. P. avesse intrapreso una nuova vita, tale da consentirle di recuperare il ruolo genitoriale.
All’udienza del 15 maggio 2008 comparivano il difensore delle ricorrenti, quello del tutore e il Procuratore Generale, che precisavano le conclusioni riportate in epigrafe.
La Corte quindi, ai sensi dell’art. 17 della legge n. 184/1983 come modificato dall’art. 16 della legge n. 149/2001, si riservava di decidere.
L’impugnazione di A. P. è tardiva: la sentenza che ha dichiarato lo stato di adottabilità della minore le è stata notificata il 15 gennaio 2008 mentre l’impugnazione è stata proposta con ricorso depositato il 13 marzo 2008, dopo la scadenza del termine breve (trenta giorni) stabilito dalla legge.
Per converso, non consta che la sentenza sia stata notificata a M.P. S.P., sicché deve ritenersi che l’impugnazione da questa proposta sia tempestiva, in quanto effettuata prima del decorso del termine annuale, decorrente dalla pubblicazione del provvedimento.
Tanto premesso, quanto al merito dell’impugnazione di M.P. S.P., é sufficiente ripercorrere il travagliato corso della vicenda, che ha interessato la piccola K. (omissis), per rendersi conto delle motivazioni che hanno indotto il Tribunale per i Minorenni a dichiararne lo stato di adattabilità.
A. P., ancora minorenne al momento della nascita della figlia, si trovava in una situazione tale da non poterle assicurare le condizioni minime essenziali di accudimento: ella conduceva una vita del tutto irregolare e, neppure di fronte all’evento della nascita di K., trovò supporto nella madre (v. relazioni dei Servizi sociali del 6 febbraio e del 3 agosto 2004).
Il Tribunale per i Minorenni si vide così costretto ad assumere la determinazione di collocare la mino-re e la madre in idoneo contesto protetto onde con-sentire a quest’ultima di acquisire le indispensabili competenze genitoriali e alla bambina di vive-re in un luogo sicuro e confacente alle sue esigenze (v. provvedimento provvisorio del 14/18 ottobre 2004).
Dopo un iniziale periodo caratterizzato dalla disponibilità di A. P. a rispettare le regole della comunità e ad assumere comportamenti adeguati rispetto alle esigenze di K. (v. relazione dei Servizi sociali del 13 gennaio 2005), ella iniziò a tenere comportamenti in assoluto contrasto con dette regole e a manifestare una totale incapacità di prendersi convenientemente cura della figlia (v. relazione dei Servizi sociali del 23 agosto 2005), tanto da costringere i responsabili della comunità ad allontanarla e a collocare la minore in altra struttura senza la presenza della madre. In detta relazione, oltre a segnalare i comporta-menti oppositivi e altamente preoccupanti di A. P., gli operatori illustrarono il suo atteggiamento nei confronti della figlia: "…A. ha dimostrato di non avere capacità accuditive sufficienti, in quanto incapace di consolare la bambina nei momenti di bisogno, di somministrarle i farmaci prescritti dalla pediatra e di mantenerla pulita durante l’intera giornata. Le evidenti trascuratezze igieniche hanno probabilmente provocato alla minore problemi di salute e nello specifico una der-matite all’apparato genitale. Inoltre, la bambina è apparsa spesso molto intontita al risveglio mattutino e per tutta l’intera giornata…".
Nei mesi successivi all’inserimento della minore nell’altra struttura, né la madre né la nonna manifestarono concreto interessamento per le sue condizioni di vita e di salute, essendosi limitate a rivolgersi ai Servizi sociali in occasione del suo compleanno e delle festività natalizie allo scopo di farle recapitare una torta e alcuni regali (v. relazione dell’11 maggio 2007); nell’anno 2007 la madre telefonò ai Servizi, chiedendo di essere posta nella possibilità di far recapitare alla figlia regali in occasione del suo compleanno, senza tuttavia dare seguito alla sua richiesta (v. relazione del 24 aprile 2008).
Dalla citata relazione del 24 aprile 2008 è emersa una ulteriore inquietante circostanza: il 1° marzo 2008 A. P. ha dato alla luce una bambina, Nicole Stefania Gabriela, che alla nascita presentava positività per cocaina e/o suoi metaboliti; il Tribunale per i Minorenni ha disposto la sospensione di A. dalla potestà su Nicole, nominato tu-tore provvisorio il Comune di Piacenza e disposto la collocazione di madre e figlia in idoneo luogo protetto; l’8 aprile 2008 la piccola è deceduta per cause non ancora chiarite e oggetto di indagine da parte della Magistratura penale.
-A fondamento dell’impugnazione M.P. Sverzellati oggi sostiene che, da più di un anno e mezzo, la figlia é cambiata, avendo trovato – anche grazie al suo intervento – un maggiore equilibrio, una decorosa abitazione e un lavoro stabile: tali affermazioni sono smentite dagli eventi sopra evidenziati che, per la loro gravità, costituiscono ulteriore conferma delle difficoltà di A. P. a superare le problematiche che hanno contraddistinto la sua vita e di assicurare a K. l’assistenza morale e materiale di cui ella ha bisogno; in questo contesto risulta anche evidente che, contrariamente al suo assunto, la Sverzellati non è in grado di costituire un valido sostegno per la figlia, non essendo stata in grado di guidarla e di supportarla in un percorso teso al cambiamento del suo stile di vita e al recupero delle sue funzioni genitoriali.
Permane dunque la situazione – bene evidenziata nella sentenza impugnata – di sostanziale abbandono della minore.
Peraltro, ove fossero accolte le istanze della nonna che, nella consapevolezza dell’attuale incapacità sua e della figlia di prendersi convenientemente cura della bambina, propone un ulteriore percorso di recupero dei rapporti di questa con la famiglia di origine, K. verrebbe nuovamente coinvolta in una situazione, gravemente pregiudizievole, connotata da assoluta incertezza e instabilità, mentre ella ha urgente e insopprimibile bisogno di cresce-re in un ambiente affettuoso e rassicurante, in grado di garantirle un armonico sviluppo psicofisico.
Tutte le esposte considerazioni inducono al rigetto del gravame.
Dichiara l’inammissibilità dell’impugnazione proposta da A. P.;
respinge l’appello di M.P. S.P. avverso la sentenza n. 149/2007 del Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna del 13 novembre 2007 depositata il successivo 14 novembre, che con-ferma integralmente.
Corte d’Appello Sezione minorenni 6/5/2008 n. 685; Pres. de Robertis L.
Il Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna in Bologna, con sentenza in data 20/12/2007-7/1/2008, dichiarava lo stato di adottabilità della minore A.I.M. (omissis) nata a Bologna l’8/3/2004.
Nel motivare la decisione, il Tribunale osservava che sin dalia. nascita la situazione della minore aveva destato preoccupazione. La madre M. A., cittadina rumena immigrata irregolarmente, era priva di permesso di soggiorno e di fonti di guadagno. La bambina, secondo quanto riferito dalla madre, era nata da una relazione con un cittadino romeno (già sposato e padre a sua volta) rimasto in Romania.
La donna, già più volte identificata nel corso di attività di meretricio e connotata da alias (D.S.R., nata in Romania l’11/11/1983; D.S.R. nata in Romania l’11/2/1983), in data 26/3/2004 era stata sorpresa a prostituirsi mentre la figlia, nata prematuramente, era ancora ricoverata in ospedale.
Il Tribunale per i minorenni, su istanza del P.M., con decreto 23/4/2004, aveva quindi disposto l’apertura di procedimento per l’accertamento dello stato di adottabilità della minore. Con lo stesso decreto aveva sospeso la madre dalla potestà e aveva nominato il Comune di Bologna (o comunque il servizio del territorio ove la minore fosse stata trasferita) tutore della minore e collocato la minore stessa in struttura protetta insieme alla madre, incaricando il servilo sociale di osservare la relazione madre-figlia e le capacità genitoriali della madre.
Dopo un periodo di apparente accettazione delle regole della Comunità, la donna (nel frattempo identificata, sulla base di un passaporto dalla stessa esibito, come M. A., n. in Romania il 7/9/1983), il 16 febbraio 2007, si allontanava dalla struttura insieme alla figlia e vi faceva ritorno due giorni dopo per poi allontanarsene nuovamente, senza la minore, due giorni dopo.
La bambina veniva quindi trasferita in altra struttura (una casa famiglia dell’Associazione Papa Giovanni XXIII), ove instaurava un rapporto di fiducia ed affetto con gli operatori; fino al luglio del 2007 incontrava la madre presso la struttura manifestando facilità a staccarsi da lei e irrequietezza nel corso delle visite.
M. A. era nel frattempo seguita, dal novembre del 2006, dal centro Salute mentale di Modena per una "reazione mista ansioso depressiva in verosimile disturbo della personalità caratterizzato da deflessione del tono dell’umore, associata a sintomi ansiosi ad andamento parossistitico, insonnia e labilità emotiva". Dalla relazione del Centro di Salute Mentale risultava che erano emersi tratti di personalità che non avevano consentito di instaurare una solida alleanza terapeutica (instabilità relazionale, impulsività, scarsa tolleranza alle frustrazioni) e che nel maggio 2007 la paziente aveva interrotto ogni rapporto con la struttura terapeutica dopo avere disertato numerosi appuntamenti ed avendo assunto la terapia farmacologia prescrittale con discontinuità e scarsa convinzione.
A partire dall’aprile 2007 la madre aveva diradato gli incontri con la bambina fino a disertare gli ultimi appuntamenti. Tale condotta aveva determinato una reazione preoccupante nella bambina (vomito, agitazione e repentini cambi di umore nel corso della giornata).
Andreea – osservava il tribunale – si trovava dunque in stato di evidente abbandono, posto in essere, da ultimo, attivamente, dalla madre, "che l’aveva lasciata in Comunità per iniziare una vita irregolare caratterizzata, a volte, da incontri protetti" (ai quali, peraltro, talvolta non si era neppure presentata) "che non erano altro che la conferma di una situazione di abbandono e della volontà nemmeno costante della madre di ridurre il rapporto con la figlia a poche e una volta al mese"
Avverso tale sentenza M. A. proponeva appello con atto di citazione notificato in data 16/2/2008 deducendo:
che la sentenza era nulla per mancata audizione del tutore e dell’istituto affidatario;
che la sentenza era inoltre nulla perché il tribunale aveva omesso di nominare un difensore al minore ai sensi dell’art. 8 n. 4 della legge 184/1983;
che il primo giudice aveva erroneamente interpretato le risultanze istruttorie; in particolare aveva omesso di valutare se la situazione venutasi a creare fosse o meno di carattere transitorio o dovuta a forza maggiore connessa ad uno stato di malattia transitoria e curabile.
All’udienza del 17/4/2008 la ricorrente si è riportata ai propri scritti difensivi e il procuratore generale ha rassegnato le conclusioni trascritte in epigrafe.
Le eccezioni di carattere preliminare sollevate dall’appellante sono infondate.
Il tribunale, dopo avere disposto l’apertura del procedimento per l’accertamento dello stato di adottabilità della minore, ha infatti provveduto ad esaminare sia l’odierna appellante che gli operatori dei servizi sociali del Comune esercente la Tutela e della struttura di accoglienza (cfr. verbali 31/5/2005). Il primo giudice, inoltre, ha acquisito diverse relazioni della comunità ove la minore è collocata e dei servizi sociali incaricati del monitoraggio dei rapporti tra l’odierna appellante e la figlia.
Né può ritenersi fondata la doglianza in ordine alla mancata partecipazione del difensore agli accertamenti disposti dal tribunale.
Va infatti considerato che la norma di cui all’art. 10, 2° comma della legge n. 183/1984, come sostituito dall’art. 10 della legge 28/3/2001 n. 149, è entrata in vigore l’1/7/2008 (e quindi dopo il compimento degli accertamenti) e che, in ogni caso, il diritto di difesa della madre e il contraddittorio sono stati garantiti dal deposito degli atti effettuati prima della decisione.
Per quanto concerne, poi, la doglianza relativa alla mancata nomina di un difensore alla minore, deve osservarsi, per un verso, che anche la norma processuale di cui all’art. 8, 4° comma della legge n. 184/1983 (secondo cui il procedimento di adottabilità deve svolgersi fin dall’inizio con l’assistenza legale del minore), introdotta con la legge n. 149 del 2001, è entrata in vigore solo il 1/7/2008 (e quindi in epoca successiva al compimento dell’attività istruttoria); per altro verso, che la legge non prevede la nomina di un difensore d’ufficio del minore (prevista invece per i genitori dall’art. 10, 2° comma, L. 184/1983) e che pertanto spetta al tutore il compimento delle scelte opportune per la sua difesa nell’ambito procedimento di adottabilità.
L’appello è infondato anche nel merito.
La sussistenza dello stato di abbandono della minore risulta evidente da quanto emerge dalle relazioni dei servizi sociali e dei responsabili della struttura presso la quale è collocata la bambina.
Come osservato dal tribunale, la madre, che ha avuto atteggiamenti ondivaghi nei confronti della figlia, ha di fatto da ultimo abbandonato la minore in comunità.
Dal marzo 2007, dopo alcuni gravi episodi (la A. si allontanava di notte lasciando la bimba da sola, mostrava atteggiamenti di rifiuto nei confronti della piccola abbandonandola a se stessa: v. relazione dei servizi per Minori e Famiglie del Comune di Bologna 17/8/2007), l’odierna appellante usciva dalla comunità e da allora mostrava disinteresse per la sorte della bambina (nell’aprile trasferita presso una casa famiglia dell’Associazione Papa Giovanni XXIII), disinteresse evidenziato dalla diradazione e poi diserzione degli appuntamenti fissati per le visite. Nei pochi incontri avuti con la bambina, d’altro canto, la madre ha mostrato un atteggiamento rassegnato e non ha espresso alcun bisogno legato ad un riavvicinamento alla bambina o ad una frequentazione più assidua (cfr. relazione 17/7/2007).
La A., sofferente per una seria patologia di ordine psichico, ha inoltre interrotto ogni rapporto con le struttura sanitaria (centro salute mentale di Modena) dalla quale era seguita (v., in proposito, comunicazione 25/2/2008 del Dipartimento Salute mentale di Modena), sicché, anche sotto tale profilo, la situazione appare stabilizzata e induce ad una prognosi negativa circa la possibilità di un recupero della capacità di prendersi cura della bambina. La volontaria sottrazione al programma terapeutico rende poi inutile l’approfondimento richiesto dalla difesa "in ordine allo stato di salute e alla possibilità di cura della madre".
A ciò deve aggiungersi che l’odierna appellante – che non è stato in grado di approfittare dell’aiuto offertole dai servizi sociali e dalle strutture sanitarie – conduce una vita irregolare che non offre alcun elemento che possa far sperare nella predisposizione di un ambiente familiare idoneo, in un futuro, ad accogliere la bambina.
In ultima analisi, l’abbandono della figlia – che ha già determinato nella piccola Andreea una profonda sofferenza (manifestata da sintomi comportamentali puntualmente descritti nelle relazioni dei responsabili della comunità) – è caratterizzato da stabilità, trovandosi la madre nell’impossibilità di assumere un ruolo di effettivo sostegno per la figlia e di offrirle un progetto stabile e minimo di futuro comune.
Le valutazioni espresse dal Tribunale vanno, pertanto, pienamente condivise, con conseguente rigetto dell’appello.
La Corte respinge l’appello proposto da M. A..
Così deciso in Bologna, il 17 aprile 2008, nella camera di consiglio della Sezione Minorenni della Corte d’Appello.
Corte d’Appello Sezione minorenni Bolzano 26/6/2007 n. 756; Pres. de Robertis L.
Con sentenza depositata il 26 marzo 2007 il Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna, così accogliendo le conclusioni del P.M., del curatore speciale e del tutore dei minori, respingeva l’opposizione proposta da X avverso il decreto di adottabilità dei minori J. e N. (omissis), nati entrambi il (omissis)/2004, figli della X e di A. (omissis).
Osservava il Tribunale che già il 31 gennaio 2005 il Servizio sociale aveva comunicato di aver collocato i bambini in ambiente protetto ai sensi dell’art 403 cod. civ. Mentre erano ricoverati in ospedale, la madre aveva effettuato solo brevi e rare visite; i piccoli erano stati riconosciuti in ritardo e su sollecitazione del Servizio. I genitori presentavano gravi problemi: il padre, alcolista, era decaduto dalla potestà su due figlie nate nel 1983 ed era stato condannato per abusi sessuali ai loro danni. La madre, cittadina bosniaca da undici anni in Italia ancora priva – nonostante le numerose sanatorie intervenute – del permesso di soggiorno, aveva riportato una condanna per reati in materia di sfruttamento della prostituzione, conviveva con tale G. L. e dichiarava di voler andare a convivere con A. (omissis). Alla dimissione dei piccoli dall’ospedale, la madre aveva accettato di essere collocata con loro in struttura protetta.
Nonostante un certo progressivo adattamento alle regole di convivenza, alternava a momenti di sufficiente adeguatezza altri di forte aggressività, con repentini cambiamenti di umore che si ripercuotevano sui figli. Le era stato diagnosticato un disturbo borderline della personalità. Era stata pertanto aperta la procedura di adottabilità, con sospensione della potestà dei genitori, collocamento dei bambini da soli in ambiente protetto e incontri protetti con i genitori al fine di valutarne l’adeguatezza.
Dall’osservazione così effettuata emergeva l’incapacità della madre a farsi carico dei bisogni dei figli, in particolare con N.. Quanto alla situazione abitativa, la X continuava a convivere col G. L., pregiudicato per gravi reati, persona irascibile e con scarse capacità di discernimento. Le caratteristiche di personalità della madre e il contesto sociale evidenziavano lo stato di abbandono dei minori, che pertanto erano stati dichiarati adottabili.
L’opposizione andava rigettata: la declaratoria non si fondava sulle precarie condizioni economiche e abitative della donna, priva di permesso di soggiorno, positiva alla sifilide, ma sulla sua inadeguatezza genitoriale, espressa dalla inconsapevolezza dei problemi sanitari dei bambini, dalla scarsità delle visite durante il loro ricovero in ospedale, dai comportamenti aggressivi nei loro confronti accertati durante il collocamento in struttura, dalla inconsistenza dei progetti. Relativi miglioramenti nella condotta della X erano apparsi improntati a modalità stereotipate applicate con rigidità e ripetitività, senza coinvolgimento affettivo. Anche le più recenti esperienze di vita della madre ne evidenziavano la carenza di progettualità: conviveva con uomo diverso dal G. L. e del quale non intendeva rivelare il nome; nel luglio 2006 aveva avuto un altro figlio da un uomo sposato del quale pure non intendeva rivelare il nome.
La X, anche per il disturbo di personalità da cui era affetta, non era pertanto in grado di assicurare ai figli adeguata assistenza morale e materiale.
Avverso tale decisione, notificata il 16 aprile 2007, X proponeva appello, con atto depositato il 16 maggio 2007.
Veniva fissata per la discussione l’udienza odierna, con termine all’appellante per la notificazione del decreto alle altre parti; queste non si costituivano.
Il P.G. interveniva e concludeva per il rigetto del gravame.
La causa veniva quindi decisa come da dispositivo, del quale si dava lettura in udienza secondo il disposto dell’art. 17 della legge n. 184 del 1983, tuttora in vigore nella sua originaria formulazione, nonostante l’avvenuta modifica ai sensi dell’art. 16 della legge n. 149 del 28 marzo 2001, entrata in vigore il 27 aprile 2001. Infatti tale modifica legislativa è rimasta sospesa, limitatamente alle disposizioni processuali come quella in esame; il termine, già più volte prorogato, è stato ulteriormente prorogato fino al 30 giugno 2007 dal decreto legge 12 maggio 2006, convertito con legge 12 luglio 2006, n. 228 (cfr. Cass. 2 novembre 2004 n. 21054; 12 dicembre 2005 n. 27384; 28 febbraio 2006 n. 4407).
Con unico, articolato motivo, l’appellante lamenta come il Tribunale abbia confermato l’abbandono dei minori nonostante l’insufficiente durata (sei mesi) del periodo di loro permanenza in struttura insieme alla madre; deduce l’insufficiente rilevanza attribuita dal primo giudice ai miglioramenti registrati e insiste per essere inserita con i figli in struttura protetta.
Ma il periodo di sperimentazione è stato congruo. La situazione dei minori non si presta ad ulteriori lunghe sperimentazioni e la valutazione delle risultanze operata dal Tribunale va condivisa.
Le carenze riscontrate non attengono tanto alle precarie modalità di vita della X (abitazione, lavoro) quanto piuttosto alla incapacità della madre di assicurare ai minori uno stabile riferimento educativo ed affettivo; incapacità da collegare non alle richiamate difficoltà, ma ai disturbi della X, in ordine ai quali la psichiatra che l’ha seguita, dott.ssa Antonica, ha ampiamente riferito all’udienza di opposizione (instabilità affettiva, reazioni di rabbia ecc. …: v. alle pagine 49 e seguenti della trascrizione).
D’altra parte l’inserimento, proposto con l’atto di appello, dei minori insieme alla madre X in una struttura protetta, sarebbe soluzione per sua natura transitoria, in vista di una piena assunzione delle responsabilità genitoriale. Ma i progetti della X sono del tutto vaghi e aleatori. Nel ricorso in appello essa afferma di essere stata costretta dalle sue difficoltà pratiche a continuare a vivere presso i fratelli G. e (omissis) L.; ma all’udienza del 13 marzo 2007 innanzi al Tribunale aveva dichiarato di aver lasciato quell’abitazione e di vivere presso un certo C. Z. (pag. 78 della trascrizione). In quella sede aveva aggiunto di aver avuto il precedente 31 luglio un bimbo da un uomo che non ha inteso nominare, ed aveva pure insistito per avere i figli presso di sé con l’aiuto dell’assistente sociale, ipotizzando di trovare un lavoro, una casa più grande, ma anche di rientrare eventualmente in Bosnia dove vive una sua figlia che vede una volta all’anno (pag. 79 e seguenti della trascrizione).
Si tratta di una progettualità confusa che contrasta con un percorso di piena assunzione delle responsabilità genitoriali.
Quanto ai modesti miglioramenti riferiti nella relazione del 26 agosto 2005, richiamata dall’appellante, la stabilità di tali miglioramenti è tutt’altro che scontata. D’altra parte il primo giudice non ha trascurato di esaminare quei dati, che ha però considerato superati dai chiarimenti in senso riduttivo forniti dagli operatori all’udienza di opposizione, sentiti specificamente sul punto (i miglioramenti riguardavano solo le modalità pratiche di accudimento, ma permaneva inalterata la rilevante difficoltà di comprendere stati d’animo e bisogni dei bambini; v. pagine 28 e seguenti della trascrizione).
In conclusione, poiché il diritto del minore ad essere allevato nella propria famiglia sancito dall’art. 1 della legge 4 maggio 1983 n. 184 non esclude certo che, quando la famiglia di origine sia risultata inadeguata a fornire idonea assistenza, il minore stesso debba essere dichiarato adottabile, l’impugnazione va respinta e la sentenza integralmente confermata.
La Corte, decidendo definitivamente,
letto l’art. 17 comma quarto della legge 4 maggio 1983 n. 184,
rigetta l’appello proposto da X avverso la sentenza n. 24, depositata il 26 marzo 2007, del Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna, che integralmente conferma.
Si notifichi.
Così deciso in Bologna il 21 giugno 2007

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 739
 sentenza 
 sentenza 
 art. 11
 Cass. 
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