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Timestamp: 2019-02-22 21:13:30+00:00

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Art. 42 bis testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità - Utilizzazione senza titolo di un bene per scopi di interesse pubblico - Brocardi.it
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Articolo 42 bis Testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità
(D.P.R. 8 giugno 2001, n.327)
Dispositivo dell'art. 42 bis Testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità
Fonti → Testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità → Titolo II - Disposizioni generali → Capo VI - Dell'entità dell'indennità di espropriazione → Sezione IV - Determinazione dell'indennità nel caso di esproprio di un area non edificabile
7. L'autorità che emana il provvedimento di acquisizione di cui al presente articolo né dà comunicazione, entro trenta giorni, alla Corte dei conti mediante trasmissione di copia integrale.
Espropriazione per pubblica utilità (art. 42-bis D.P.R. 327/2001): nuovo strumento di dialogo o di contrasto? - 31/10/2018
relative all'articolo 42 bis Testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità
Norma di riferimento: Articolo 42 bis T.U. espropri - Utilizzazione senza titolo di un bene per scopi di interesse pubblico | Quesito Q201922660
giovedì 24/01/2019 - Puglia
“Il Caso: un ricorso risarcitorio per illegittima espropriazione per p.u. si è trasformato in ricorso ex art.42 bis D.P.R. 8.06.2001, n. 327 (cosi detta acquisizione sanante) davanti alla Corte d'Appello, dichiaratasi competente in unico grado, che si é pronunciata, con Ordinanza 702-ter co.5°cpc, stabilendo l'importo della indennità da versare all'espropriato. Essendo tale indennizzo non satisfattivo per la parte ricorrente, si chiede: L'Ordinanza in parola é ricorribile per cassazione, come un normale giudizio di Appello ? se si, entro quali termini decadenziali ? oppure si deve proporre reclamo ? se si , davanti a quale autorità ed entro quali termini?
Il fenomeno dell'acquisto del bene in capo alla pubblica amministrazione in assenza di un valido ed efficace decreto di esproprio è stato affrontato dal T.U. Espr. muovendo su due versanti. Da un lato ha dettato una specifica disciplina in punto di risarcimento da occupazione, da un altro lato ha introdotto l'innovativa figura dell'acquisizione sanante (art. 42 bis).
L'articolo suindicato accomuna tutte le ipotesi di occupazione illegittima del fondo, ricomprendendo nel suo ambito di applicazione i due vecchi istituti dell'occupazione usurpativa ed espropriativa. La nuova disciplina è infatti destinata ad operare sia quando manchi del tutto l'atto espropriativo, sia in relazione alle ipotesi in cui siano stati annullati l'atto da cui sia sorto il vincolo preordinato all'esproprio, il provvedimento che abbia dichiarato la pubblica utilità di un'opera ovvero il decreto di esproprio.
Al fine di “rientrare nell'alveo della legalità”, si prevede l'obbligo per la p.a., qualora proceda all'acquisizione del fondo nei casi di interesse pubblico attuale ed eccezionale, di corrispondere un doppio indennizzo, comprensivo sia dei pregiudizi patrimoniali, sia di quelli non patrimoniali subiti dal privato illegittimamente espropriato, pari rispettivamente al valore venale del bene ed al dieci per cento di tale somma.
Fatte le dovute premesse, si passa alla disamina dello specifico quesito.
Acclarato già da tempo che la giurisdizione in materia di espropriazione compete spetta al giudice ordinario, e non al giudice amministrativo (da ultimo sent. Corte Costituzionale n. 71/2015, in cui si chiarito che: “l’indennizzo per pregiudizio patrimoniale e non patrimoniale, in quanto previsto dal legislatore per la perdita della proprietà del predetto bene immobile, non può che conferire all’indennizzo medesimo natura non già di risarcimento ma indennitaria, con l’ulteriore corollario che le controversie aventi ad oggetto la domanda di determinazione o di corresponsione delle indennità in conseguenza dell’adozione di atti di natura espropriativa o ablativa sono attribuite alla giurisdizione del Giudice ordinario”) è sorto più di recente un dubbio circa la competenza del giudice ordinario.
Più precisamente, il dubbio è emerso rispetto all'applicabilità dell’art. 29 co. 1 e 2 del d.lgs. n. 150 del 1 settembre 2011, secondo cui le controversie aventi ad oggetto l’opposizione alla stima di cui all’art. 54 del d.P.R. n. 327\2001 sull’espropriazione per pubblica utilità sono di competenza della Corte di Appello in unico grado nel cui distretto si trova il bene espropriato, ovvero se la relativa domanda sia invece soggetta all’ordinario principio del doppio grado di giurisdizione, a causa della mancanza di qualsiasi collegamento esplicito tra l’art. 42 bis d.P.R. 327\2001 e l’art. 29 d.P.R. n. 150\2011. Difatti, tale ultima norma non si riferisce espressamente all'istituto dell'acquisizione sanante, violando secondo alcuni la natura eccezionale e dunque tassativa delle ipotesi in cui si deroga al principio del doppio grado di giurisdizione.
Tuttavia, come confermato dalla Corte di Cassazione con sent. n. 15283/2016, evidenti esigenze di coerenza del sistema impongono l'applicabilità della disciplina della competenza in unico grado della Corte d'appello, in quanto dalla lettura sistematica di altre norme in materia di determinazione dell'indennità espropriativa emerge che tale competenza rappresenti la regola.
Del principio suesposto si è infatti fatto carico anche la Corte d'appello nella fattispecie oggetto del quesito, che per l'appunto si è dichiarata competente in unico grado.
Stabilita dunque una volta per tutte l'applicabilità dell'art. 29 D.LGS. n. 150/2011, quest'ultimo, ai commi 3 e 4 prevede degli specifici rimedi processuali avverso l'ordinanza di determinazione dell'indennità.
Ai sensi del comma 3, qualora il privato lamenti l'illegittimità della determinazione dell'indennità da parte della P.A. oppure, caso ben più frequente, una determinazione non soddisfacente, deve proporre opposizione innanzi alla Corte d'appello, entro trenta giorni dalla notifica del decreto di esproprio o dalla notifica della stima peritale, se quest'ultima sia successiva al decreto di esproprio.
Per quanto concerne invece i rimedi processuali avverso l'ordinanza della Corte d'appello che ha statuito in merito alla quantificazione dell'indennità, la questione non è di agevole soluzione, dato che l'unico approdo normativo è situato nell'articolo 29, ove si stabilisce che le relative controversie sono regolate dal rito sommario, imponendo dunque di applicare l'art. 702 quater c.p.c..
Orbene, tale ultima disposizione non è chiaramente applicabile alla fattispecie in esame, dato che prevede l'appellabilità dell'ordinanza di cui all'art. 702 ter e, considerato che non è “appellabile” una sentenza emessa della Corte di Appello, è necessario richiamare i principi generali in tema di impugnazione.
Ai sensi dell'art. 111 Cost.: “Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge”.
Il riferimento alla libertà personale sembrerebbe limitare la portata dell'istituto al campo penale. Ma nei primi anni del 1948, la Cassazione estese tale concetto ai procedimenti civili, facendovi rientrare la libertà fisica ed in particolare ai diritti soggettivi (tra cui rientra il diritto all'indennità da esproprio) cioè tutto il mondo di cose e diritti che si muovono intorno alla persona e contribuiscono alla sua personalità (diritto di proprietà- status), lesi da provvedimenti giurisdizionali.
Secondo consolidati orientamenti della Corte di Cassazione, sono requisiti minimi di accesso al rimedio in esame, che abbiano ad oggetto sentenze dichiarate dalla legge non impugnabili (es: art. 618 – sentenza del giudizio di opposizione all'esecuzione o agli atti esecutivi) o ogni altro provvedimento avente natura sostanziale di sentenza, anche se pronunciato nelle forme dell'ordinanza e del decreto (es: ordinanze di liquidazione dei compensi a favore di periti e consulenti tecnici).
Inoltre, condizioni necessarie e concorrenti ai fini dell'esperibilità del mezzo, sono:
il carattere decisorio del provvedimento, vale a dire l'idoneità a produrre, con efficacia del giudicato, effetti di diritto sostanziale (estinzione – modifica- costituzione di situazione giuridiche) attraverso la verifica del contenuto della sentenza;
il carattere definitivo del provvedimento, cioè l'idoneità ad incidere stabilmente sui diritti soggettivi delle parti senza che ne sia possibile la revoca o la modifica ovvero l'esperimento degli altri rimedi giurisdizionali).
In ossequio ai principi suindicati, l'ordinanza emessa dalla Corte dì appello, non esistendo altri mezzi di impugnazione, è ricorribile in Cassazione, entro i termini di cui agli articoli 325 e 326 c.p.c., ovvero entro sessanta giorni dalla notifica dell'ordinanza.
Norma di riferimento: Articolo 42 bis T.U. espropri - Utilizzazione senza titolo di un bene per scopi di interesse pubblico | Quesito Q201821430
martedì 22/05/2018 - Lazio
“Una società nel luglio 2008 ha acquistato all'asta, tramite il tribunale civile, un appezzamento di terreno di circa 10 Ettari. Su tale terreno esisteva un esproprio da parte del Comune per la realizzazione di un campo sportivo. Esproprio mai definito ed effettuato in data febbraio 1989. La domanda: l'acquisto del terreno, notificato al Comune, ed effettuato tramite il Tribunale, interrompe l'azione di usucapione?
Consulenza legale i 28/05/2018
Il problema che questo caso richiede di affrontare non è tanto quello dell’usucapione, quanto piuttosto quello della c.d. occupazione appropriativa o accessione invertita.
Da quanto viene detto nel quesito e nella successiva precisazione che è stata fatta pervenire a questa redazione, risulta che è stata iniziata (nell’anno 1989) una procedura espropriativa mai portata a compimento (si presume a seguito della notifica di un atto amministrativo appositivo di un vincolo preordinato all’esproprio sul bene), e che nell’arco temporale che va da quella data ad oggi, l’ente pubblico comunale, pur non avendo mai adottato un formale decreto di esproprio definitivo, abbia illegittimamente occupato il fondo, trasformandolo nell’anno 1990 in un campo sportivo, rendendone così di fatto impossibile la restituzione all’originario proprietario per irreversibile trasformazione.
Chiaramente, in Conservatoria così come al Catasto quell’appezzamento di terreno risulta ancora intestato al proprietario originario, e ciò si spiega facilmente per il fatto che, in mancanza di un formale decreto di esproprio, non si è mai potuto produrre l’effetto traslativo della proprietà.
Sarebbe superfluo ripercorrere qui le varie tappe della giurisprudenza sulla materia della c.d. occupazione appropriativa o accessione invertita, materia della quale si sono interessate sia le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (si segnalano, tra le tante, in particolare Sentenza a SS.UU. n. 12546/1992 e n. 8597/1998) che la Corte Costituzionale (sentenze nn. 188/1995 e 24/2000); si ritiene sufficiente dire che tale materia è stata oggetto di verifica da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo, la quale ha espresso forti dubbi circa la conformità dell’occupazione appropriativa con l’art. 1 del protocollo n. 1 della Convenzione di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che tutela la proprietà privata.
Tale presa di posizione della Corte Europea ha comportato un radicale cambiamento nell’impostazione dei rapporti tra cittadino ed amministrazione, poi sfociato nel DPR 327/2001, contenente il Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità e che, all’art. 42 bis, ha introdotto proprio la figura della c.d. acquisizione coattiva sanante.
Quest’ultima norma, infatti, disciplina gli effetti della utilizzazione da parte della pubblica amministrazione di un immobile occupato sine titulo, e precisamente modificato in assenza di valido ed efficace provvedimento di esproprio o dichiarativo della pubblica utilità.
La mancanza del provvedimento di esproprio o del suo presupposto costituito dalla dichiarazione di pubblica utilità rende illegittimo il comportamento della pubblica amministrazione, con la conseguenza che il sacrificio della proprietà privata si configura quale illecito civile, facendo sorgere il diritto al risarcimento del danno.
La medesima norma, comunque, attribuisce all’amministrazione che utilizza sine titulo il bene, il potere discrezionale di porre in essere un atto di acquisizione al proprio patrimonio indisponibile da trascrivere nei registri immobiliari, fermo restando il diritto del proprietario al risarcimento del danno.
In quanto fondato su una valutazione discrezionale, l’atto di acquisizione al patrimonio indisponibile sarà sindacabile in sede giurisdizionale; trattasi di un provvedimento che deve essere emanato “valutati gli interessi in conflitto”, che può avere solo effetti ex nunc e che assorbe sia la dichiarazione di pubblica utilità che il decreto di esproprio.
Da questa disposizione, dunque, ne consegue che l’irreversibile trasformazione di fatto di un suolo privato non è più titolo di acquisto di un diritto, ma lo diventa mediante un atto, amministrativo o giurisdizionale, rompendosi così il binomio illecito-acquisto.
Diversa dall’occupazione appropriativa, di cui si è finora trattato, era invece l’altro istituto, sempre di origine pretoria, della occupazione usurpativa, la quale si configurava nel caso di apprensione di un fondo altrui in carenza di titolo, fattispecie universalmente ravvisata nell’ipotesi di assenza ab initio della dichiarazione di pubblica utilità (che nel nostro caso si presume vi sia stata) e da taluni anche nell’ipotesi di annullamento con effetti ex tunc della dichiarazione inizialmente esistente ovvero di sua inefficacia per inutile decorso dei termini previsti per l’esecuzione dell’opera pubblica (sempre nel nostro caso, invece, l’opera risulta essere stata eseguita, ossia la realizzazione del campo sportivo).
Si ammetteva che il privato proprietario, solo nel caso dell’occupazione usurpartiva, potesse scegliere tra la restituzione del bene o la tutela per equivalente, quest’ultima ovviamente nell’ipotesi in cui avesse deciso di rinunciare alla restituzione del bene.
In conclusione, dunque, non può sussistere alcun diritto della pubblica amministrazione (il Comune) all’acquisto per usucapione del bene, dovendosi far rientrare la fattispecie delineata nel quesito in quella della c.d. occupazione appropriativa, regolata dall’art. 42 bis del DPR 327/2001 (testo unico sulle espropriazione per pubblica), dalla quale ne consegue il diritto del privato proprietario a chiedere ed ottenere un indennizzo per il pregiudizio patrimoniale e non patrimoniale subito, forfettariamente determinato dallo stesso legislatore nella misura del dieci per cento del valore venale del bene.
Va anche evidenziato che il comma 3 della medesima norma aggiunge che “per il periodo di occupazione senza titolo è computato a titolo risarcitorio, se dagli atti del procedimento non risulta la prova di una diversa entità del danno, l’interesse del cinque per cento annuo sul valore determinato ai sensi del presente comma”, ossia sul valore venale del bene.

References: Articolo 42

Articolo 42
 Articolo 42
 art.42
 sentenza 
 art. 618
 sentenza 
 Articolo 42
 Sentenza