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Timestamp: 2019-02-18 11:52:37+00:00

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In uno scenario caratterizzato da un sempre maggior numero di istanze di accesso agli atti delle Istituzioni europee da parte del pubblico, assume rilievo il recente diniego del Parlamento europeo alla richiesta di accesso avanzata da un gruppo di giornalisti (provenienti da tutti gli Stati membri) ai documenti concernenti la rendicontazione delle modalità di spesa delle indennità parlamentari da parte dei membri dell’Istituzione.
L’iniziativa che ha portato alla formulazione della richiesta di accesso, denominata The MEPs Project, nasce dall’esigenza di garantire trasparenza sull’utilizzo dei fondi destinati alle spese per l’esercizio delle attività parlamentari, anche a seguito di pregressi episodi di cattivo utilizzo dei rimborsi spese da parte degli europarlamentari e di reportche hanno messo in evidenza una presunta culpa in vigilando da parte del Parlamento europeo, che non monitorerebbe dette spese.
Nello Statement del MEPs Project, si sottolinea che la richiesta di accesso non riguardava «records about how MEPs spend their salaries, which are intended for their personal and private use», bensì «records that show details of how they spend all extra payments they receive on top of their salaries, and only those extras which are paid to them solely for the exercise of their professional public mandates as elected representatives of European citizens». L’oggetto della richiesta di divulgazione concerneva quindi i giustificativi di tutti quei rimborsi che gli europarlamentari ricevono in aggiunta all’indennità parlamentare e che comprendono, tra le altre, le indennità per spese generali, i rimborsi delle spese di viaggio e di soggiorno, i costi di mantenimento dello staff e dell’ufficio. Spese, queste, che possono raggiungere cifre considerevoli, di diverse decine di migliaia di euro per parlamentare, per un ammontare complessivo annuo che – secondo la c.d. ricerca “Deputati europei”, elaborata dal gruppo di giornalisti – supera i 40 milioni di euro. Dette somme, per loro natura, possono essere legittimamente impiegate solo per gli scopi e le attività connesse all’esercizio del munus di europarlamentare e dunque richiedono di essere giustificate.
Pertanto, l’istanza di accesso formulata al Parlamento europeo mirava a verificare l’assenza di abusi e frodi nell’impiego di tali somme a disposizione dei parlamentari europei, prendendo a riferimento il periodo 2011-2015.
Il Parlamento ha tuttavia negato l’accesso, sul presupposto che la divulgazione delle informazioni richieste avrebbe violato la privacy degli europarlamentari (cfr. regolamento (CE) n. 1049/2001, in materia di accesso del pubblico ai documenti delle istituzioni, art. 4, co. 1, lett. b), che prevede, tra le eccezioni al diritto di accesso, il caso in cui la divulgazione pregiudichi «la vita privata e l’integrità dell’individuo, in particolare in conformità con la legislazione comunitaria sulla protezione dei dati personali»). Il Parlamento ha inoltre sostenuto di non essere in possesso dei documenti richiesti e, pertanto, ha ritenuto che la messa a disposizione di questi ultimi sarebbe risultata eccessivamente onerosa.
Tale rifiuto è stato ritenuto ingiustificato da parte del gruppo di giornalisti, che ha ribadito le proprie ragioni – come si legge nello Statement sopra citato – sia con riguardo ai profili di asserita lesione della privacy degli europarlamentari, sia con riguardo alla presunta indisponibilità della documentazione rilevante ai fini della richiesta. Più precisamente, sul primo aspetto, si è sostenuto che: «while MEPs should enjoy privacy in their private lives, they are employed by the people and for the people, who are entitled to know how public resources are spent. Therefore, the scope of privacy a MEP should expect to enjoy when performing a public function is smaller than that of an ordinary citizen, and rightly so». In riferimento alla indisponibilità dei documenti richiesti, è stato osservato che: «this fact illustrates perfectly that monitoring of MEP’s spending by the European Parliament is lacking in vigor. By the same token, this fact legitimizes the public’s rights to know and monitor public spending by this institution». Ciò anche alla luce della circostanza per cui, all’inizio del mandato, ciascun parlamentare europeo è tenuto ad aprire un conto corrente separato, dedicato proprio ai rimborsi ed alle indennità di cui si fa questione. Tale conto corrente, in sostanza, dovrebbe garantire una migliore tracciabilità di queste voci di costo e così soddisfare le esigenze di trasparenza e controllo della spesa pubblica.
Ritenendo che il diniego di accesso fosse da considerarsi illegittimo sia alla luce della normativa contenuta nel citato regolamento generale in materia di accesso agli atti (reg. n. 1049/2001), sia alla luce dei Trattati (cfr. art. art. 15, par. 3, TFUE) e della Carta dei diritti fondamentali (cfr. art. 42), il gruppo di giornalisti si è rivolto nel novembre scorso al giudice dell’Unione, per ottenerne l’annullamento.
La questione portata all’attenzione del giudice appare particolarmente interessante, poiché investe la relazione esistente tra il regolamento n. 1049/2001 già citato ed il regolamento (CE) n. 45/2001 in materia di tutela dei dati personali da parte delle Istituzioni europee.
In effetti, i due regolamenti perseguono finalità differenti, l’uno essendo volto a promuovere la più ampia trasparenza possibile del processo decisionale delle Istituzioni (reg. n. 1049/2001), l’altro essendo destinato a garantire la protezione dei diritti fondamentali degli individui ed in particolar modo del diritto alla privacy nel caso di trattamento di dati di carattere personale (reg. n. 45/2001). Tuttavia, come osservato nella sentenza Commissione c. Bavarian Lagerdel giugno 2010, le due normative in questione «non contengono disposizioni che prevedono espressamente la prevalenza di uno dei regolamenti sull’altro» e, pertanto, «in linea di principio, è necessario garantire la loro piena applicazione».
Ne consegue che, nel momento in cui una domanda fondata sul regolamento n. 1049/2001 mira ad ottenere l’accesso a documenti che riguardano dati di carattere personale, le disposizioni del regolamento n. 45/2001 diventano integralmente applicabili, ivi compreso il suo art. 8, il quale autorizza il trasferimento dei dati personali a soggetti diversi dalle Istituzioni alla condizione che il destinatario dimostri che «i dati sono necessari per l’espletamento di compiti nel pubblico interesse o che rientrano nell’esercizio della pubblica autorità» oppure dimostri «la necessità di trasmettergli tali dati» in assenza di «ragioni per presumere che possano subire pregiudizio interessi legittimi degli interessati». In altre parole, l’Istituzione destinataria di una richiesta di accesso deve applicare il regolamento generale in materia di accesso (i.e. il reg. n. 1049/2001) in conformità con l’art. 8 del regolamento n. 45/2001.
Il ricorso proposto dal gruppo di giornalisti avverso il diniego di accesso del Parlamento europeo offrirà dunque una nuova occasione per tornare su un tema delicato, che si situa all’intersezione tra normative differenti, in quanto destinate a tutelare interessi per certi versi contrapposti (trasparenza e privacy). Ciò sarà tanto più interessante ove si consideri il caso, in parte analogo a quello di cui si discute, che ha dato origine alla sentenza del novembre 2011 Dennekamp c. Parlamento, in cui il Tribunale ha rigettato il ricorso di annullamento proposto avverso la decisione del Parlamento europeo di diniego di accesso ai documenti relativi all’iscrizione di alcuni europarlamentari al regime pensionistico complementare. Il rigetto è motivato, tra l’altro, proprio sul presupposto del mancato soddisfacimento di quanto previsto all’art 8 del regolamento n. 45/2001, non essendo stata ritenuta sufficiente – ai fini della dimostrazione richiesta da tale norma – la circostanza di aver invocato interessi di rilievo pubblicistico quali la responsabilità, la trasparenza ed il controllo delle spese pubbliche.
Tag: accesso agli atti, Parlamento europeo, trasparenza

References: art. 4
 art. 15
 art. 42
 sentenza 
 art. 8
 sentenza