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Timestamp: 2020-08-03 18:33:38+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 24207 del 13/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24207 del 13/10/2017
Cassazione civile, sez. lav., 13/10/2017, (ud. 13/06/2017, dep.13/10/2017), n. 24207
sul ricorso 26527-2012 proposto da:
S.G., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,
lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIOVANNI VENTURA,
ACEGAS-APS S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIACOMO PUCCINI 10, presso lo
studio dell’avvocato GIANCARLO FERRI, che la rappresenta e difende
unitamente all’avvocato GIANNI SADAR, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 109/2012 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,
depositata il 26/06/2012 R.G.N. 182/09;
13/06/2017 dal Consigliere Dott. BALESTRIERI FEDERICO;
udito l’Avvocato SERGIO VACIRCA; udito l’Avvocato GIANCARLO FERRI.
S.G. proponeva appello contro le sentenze del Tribunale di Trieste n. 47/09 e n. 74/09 esponendo: che il giudice di primo grado non aveva considerato che le dimissioni presentate il 31.1.06, essendo un atto recettizio, producono i loro effetti solo quando giungono al reale destinatario e quindi che, in caso di interposizione fittizia vietata dalla L. n. 1369 del 1960, art. 1, non hanno alcun valore quelle presentate ad un soggetto diverso dall’effettivo datore di lavoro; che in concreto egli non aveva mai comunicato le sue dimissioni all’ACEGAS ma solo alla Cooperativa Programma Lavoro, ritenendo che le condizioni di lavoro presso di questa fossero divenute insopportabili o comunque non soddisfacenti a causa della riduzione di orario e di conseguenza della retribuzione; e di aver fatto ciò con la prospettiva di essere riassunto in tempi ragionevoli dall’ACEGAS, tempestivamente convenuta in giudizio; che, dati tali presupposti, il Tribunale di Trieste aveva erroneamente ritenuto provata una sua volontà di risolvere il rapporto di lavoro con ACEGAS; che la prova dell’estinzione del rapporto avrebbe dovuto essere fornita dalla ACEGAS; che la rinuncia, pur essendo ricavabile da fatti concludenti, deve essere inequivoca e tale non era la mera cessazione del rapporto di lavoro, peraltro invalido, con la Cooperativa; che il Tribunale aveva erroneamente ricavato l’esistenza della sua pretesa volontà di risolvere il rapporto con ACEGAS dal fatto che le dimissioni sarebbero state da lui presentate alla Cooperativa con la coscienza che il vero datore di lavoro era la ACEGAS; che il realtà le dimissioni erano state da lui presentate perchè era divenuta insostenibile la situazione presso la Cooperativa, conoscendo peraltro una intenzione di ACEGAS di sistemare la posizione dei lavoratori da essa impropriamente utilizzati; resisteva la ACEGAS APS s.p.a. (succeduta alla prima) rilevando che nessuna pressione era stata esercitata sul lavoratore al fine delle sue dimissioni; che egli del resto, dopo le dimissioni, non pose le sue energie lavorative a disposizione di ACEGAS.
Con sentenza depositata il 26.6.12, la Corte d’appello di Trieste respingeva il gravame del S., ritenendo che il suo rapporto di lavoro, dopo le dimissioni, si era obiettivamente risolto non solo con la Cooperativa, ma anche con la ACEGAS APS..
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso quest’ultimo, affidato a sei motivi. Resiste la ACEGAS APS con controricorso.
Deve pregiudizialmente osservarsi che nel giudizio di cassazione, la comunicazione dell’avviso di udienza al difensore che risulti essere stato cancellato dall’albo degli avvocati di appartenenza, è ritualmente eseguita presso la cancelleria della Corte, ex art. 366 c.p.c., comma 2, ultima parte, persistendo l’obbligo del professionista, alla stregua del rapporto di mandato instaurato con il proprio cliente, ad informarlo dell’impossibilità di proseguire il patrocinio, sicchè non è configurabile alcun irrimediabile “vulnus” al diritto di difesa della parte (Cass. n. 15566/15). Nella specie il domiciliatario avv. Ferri dichiara di essere codifensore della S. insieme all’avv. Sadar. Peraltro la notifica del ricorso è del 2012, mentre l’avv. Sadar risulta cancellato solo nel 2015. Venendo pertanto al merito si osserva.
1. – Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2118 c.c..
Lamenta che la sentenza impugnata ritenne erroneamente valide ed efficaci le dimissioni rassegnate dal S. nei confronti della Cooperativa (datore di lavoro apparente) anche nei confronti della società ACEGAS (datore di lavoro effettivo), in contrasto col principio secondo cui in ipotesi di violazione della L. n. 1369 del 1960, art. 1, le dimissioni rassegnate dal lavoratore alla società appaltatrice sono prive di effetti giuridici poichè il rapporto di lavoro intercorre ex lege con l’impresa appaltante (Cass. n. 4862/96).
Il principio invocato, infatti, vale, come pure chiarito dalla citata pronuncia di questa Corte, laddove, per effetto della L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 1, il rapporto di lavoro con la appaltatrice si sia (già) convertito in rapporto di lavoro subordinato alle dipendenze dell’impresa appaltante.
Nella specie tale conversione, e la stessa nullità dell’appalto, non risulta giudizialmente accertata, ma solo dedotta dal ricorrente (e solo ipotizzata dalla corte di merito), mentre la sentenza impugnata ha ritenuto, sulla base di una serie di elementi (aver cessato di lavorare, dopo le dimissioni, anche con la Acegas, cui non offrì comunque le sue prestazioni lavorative; il reperimento pressochè immediato di altra occupazione a tempo indeterminato), che con l’atto di dimissioni in questione il S. abbia comunque inteso cessare dal rapporto anche con la Acegas.
Trattasi di apprezzamenti di fatto incensurabili in questa sede, posto che il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità (Cass. 6 marzo 2006 n. 4766; Cass. 25 maggio 2006 n. 12445; Cass. 8 settembre 2006 n. 19274; Cass. 19 dicembre 2006 n. 27168; Cass. 27 febbraio 2007 n. 4500; Cass. 26 marzo 2010 n. 7394; Cass. 5 maggio 2010 n. 10833, Cass. n. 15205/14).
2. – Con il secondo motivo il ricorrente denuncia una insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), consistente nella sua supposta volontà di risolvere, attraverso le dimissioni rassegnate nei confronti della cooperativa, anche il rapporto di lavoro con l’appaltante, ovvero una risoluzione per mutuo consenso. Senza inoltre adeguatamente valutare la circostanza di avere il ricorrente saputo che l’appaltante intendeva “sanare” la posizione dei dipendenti dell’appaltatrice.
Il motivo non è meritevole di accoglimento per le ragioni sopra esposte. Quanto poi alla lamentata risoluzione del rapporto per mutuo consenso, deve evidenziarsi che la sentenza impugnata ha solo ritenuto che dalle dimissioni in questione, unite agli altri elementi fattuali prima rammentati, non potesse che dichiararsi la cessazione del rapporto anche con Acegas; in ordine poi alla cd. ‘sanatorià, la sentenza impugnata ha escluso esservi state regolarizzazioni da parte di ACEGAS se non nel 2004.
3. – Con il terzo ed il sesto motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1362 e 1372 c.c., oltre che dell’art. 112 c.p.c..
Lamenta che la sentenza impugnata abbia individuato una causa di cessazione del rapporto nella comune volontà delle parti, domanda non proposta dalle parti.
Lamenta inoltre che la sentenza impugnata non considerò che per accertare la risoluzione del rapporto per mutuo consenso è necessaria una prova rigorosa dell’esistenza di significative circostanze atte a dimostrare la volontà delle parti di porre fine al rapporto.
I motivi, che per la loro connessione possono esaminarsi congiuntamente, sono infondati sia perchè la corte di merito non ha accertato una risoluzione consensuale del rapporto, sia in quanto ha comunque apprezzato, in modo congruo ed esente da vizi logici, una serie di circostanze (sopra rammentate) ritenute tali da escludere la volontà del ricorrente di prestare la sua opera con Acegas.
4. – Con il quarto motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c..
Lamenta che mentre la società Acegas si era limitata a sostenere che il S. si era dimesso, nulla al riguardo aveva provato.
Il motivo è infondato essendo pacifiche le dimissioni del S. ed inoltre, per le circostanze sopra rammentate ed evidenziate dalla corte di merito, la volontà, da esse derivante, di recedere anche dal rapporto con Acegas.
5. – Con il quinto motivo il ricorrente denuncia la nullità della sentenza per violazione degli artt. 112 e 115 c.p.c..
Lamenta ancora che la sentenza impugnata, nel ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, ha supposto circostanze di cui non vi era la prova in atti.
Il motivo è infondato, non sussistendo (come sopra visto) alcuna violazione dell’art. 112 c.p.c., lamentandosi piuttosto una erronea valutazione delle risultanze istruttorie, ed in particolare del proposto tentativo obbligatorio di conciliazione (in data 16.3.06) nei confronti di Acegas (mentre del lamentato mutuo consenso si è già detto sopra).
A tale riguardo deve però osservarsi che tale atto, il cui contenuto non è specificato dal ricorrente in violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, non può ritenersi inficiare le dimissioni rassegnate dal lavoratore dal rapporto di lavoro de quo, nè, sempre in difetto di più specifiche allegazioni, contenere una offerta delle prestazioni lavorative alla Acegas (avvenuta comunque dopo un mese e mezzo dalla cessazione del rapporto), e non semplicemente costituire il necessario atto prodromico all’instaurazione di un giudizio nei confronti di Acegas.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200,00 per esborsi, Euro 4.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e c.p.a..

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 sentenza 
 art. 366
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 Cass. 
 Cass. 
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