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Timestamp: 2019-03-26 03:09:52+00:00

Document:
TAR Sardegna, Cagliari, Sez. I, 14 dicembre 2016, n. 945
La predisposizione di n. 10 criteri valutativi nella lex specialis di gara, a cui vengono espressamente collegati un punteggio massimo attribuibile ­ variabile in base al criterio ­ è idonea ex se alla valutazione delle offerte dei concorrenti, rappresentando un significativo “strumento di indirizzo” della discrezionalità tecnica attribuita alla Commissione di gara.
Consiglio di Stato, sezione V, 11 aprile 2016, n. 1415
Il Comune, nella fornitura del servizio di trasporto pubblico a mezzo taxi, può sostituire l’obsoleto sistema delle colonnine con un più efficiente sistema di ricerca informatizzato. E ciò non viola le regole della concorrenza perché il servizio informatizzato non costituisce una nuova attività pubblica in sovrapposizione a quella svolta efficacemente dai privati, ma è solo un diverso svolgimento di un servizio pubblico già fornito.
Il servizio di ricerca taxi oggetto della gara in questione rientra nella funzione del servizio di trasporto pubblico a mezzo taxi che il comune deve assicurare e che ha sempre assicurato a mezzo le colonnine situate nelle zone di sosta dei taxi. Infatti, con la gara in questione, il Comune di Milano ha inteso sostituire la ricerca del taxi a mezzo delle colonnine con il nuovo sistema di ricerca informatizzato. Non ha quindi introdotto un nuovo servizio sottraendolo alle società di radio taxi ma si è limitata a modificare il servizio che già svolgeva.
Non vi è stata pertanto alcuna ingerenza del Comune in un settore riservato all’operatore privato perché il settore è stato da sempre caratterizzato dalla coesistenza del servizio pubblico e privato; il servizio pubblico non può essere impedito dal fatto che il servizio radio taxi soddisfi appieno le esigenze dell’utenza, non potendo il comune rinunciare per ciò stesso alla erogazione di un servizio pubblico. Del pari non è configurabile una violazione dei principi comunitari in base ai quali l’intervento pubblico nella prestazione di servizi pubblici si giustificherebbe solamente quando la gestione concorrenziale di un’attività non assicuri un’adeguata tutela dei fini di interesse generale che il servizio è diretto a soddisfare. Infatti, poiché con la gara contestata non viene introdotto un servizio nuovo ma una modalità nuova di gestione di un servizio già espletato non può farsi riferimento al suddetto principio che riguarda la introduzione di una nuova attività pubblica in concorrenza con quella già espletata con soddisfazione dai privati. La diversa modalità e la correlata maggiore efficienza di tale nuova modalità di ricerca taxi sembra da ricondursi solamente alla evoluzione delle tecnologie che non può essere bloccata da interessi corporativistici.
Non può proporre appello in via principale la parte che, ritualmente costituitasi e presente all’udienza in camera di consiglio, non si sia opposta alla definizione del giudizio in forma semplificata ex art. 60 c.p.a.. In questo caso infatti l’appello, anche se proposto in via principale, si configura sostanzialmente come appello incidentale e la mancata opposizione alla sentenza in forma semplificata equivale a rinuncia dell’appello incidentale.
Le appellanti hanno proposto in via principale un appello sostanzialmente incidentale ex art. 333 c.p.c. e 96, comma 3, c.p.a. dopo il passaggio in decisione di un precedente appello nei confronti della stessa sentenza. Infatti, la soccombenza da esse riportata in primo grado è autonoma e deriva dal rigetto delle loro domande di reintegrazione in forma specifica mediante subentro nel contratto d’appalto, previa dichiarazione di inefficacia di quello eventualmente stipulato con la controinteressata, o per equivalente monetario. Si tratta più precisamente di domande consequenziali a quella di annullamento della gara ma da essa distinte. Pertanto, nei confronti delle originarie ricorrenti era configurabile un onere di impugnazione decorrente sin dalla pubblicazione della sentenza del Tribunale amministrativo e quindi, una volta appellata quest’ultima dal Comune di Milano, di fare convergere la loro impugnazione nel medesimo giudizio d’appello, in applicazione della regola del simultaneus processus sopra enunciata.
L’ulteriore conseguenza di questo onere è la necessità di opporsi alla definizione del giudizio di impugnazione all’udienza fissata per la decisione della domanda cautelare ai sensi dell’art. 60 c.p.a.. La mancata opposizione non può che comportare la perdita del diritto ad impugnare, a causa dell’impossibilità di disporre la riunione della successiva impugnazione con quella già passata in decisione. A questo riguardo deve precisarsi che la decadenza dalla possibilità di proporre l’impugnazione si verifica anche se i termini di cui all’art. 96, comma 3, non siano ancora spirati. Infatti, la facoltà di opporsi alla definizione del merito riconosciuta dall’art. 60 c.p.a. alle parti è tra l’altro prevista qualora queste siano intenzionate a proporre «ricorso incidentale», cosicché la mancata risposta all’avviso del collegio deve intendersi come tacita rinuncia ad avvalersi di quest’ultimo mezzo.
In contrario non rileva la circostanza che l’appello incidentale costituisce un mezzo diverso dal ricorso incidentale. Infatti, ai sensi dell’art. 98, comma 2, c.p.a. il procedimento cautelare in appello si svolge secondo le disposizioni previste per il primo grado. Del resto la ratio della facoltà di opporsi alla definizione del giudizio in sede cautelare è la medesima, ogniqualvolta la parte diversa da quella che ha proposto la domanda in via principale abbia a sua volta interesse a formulare una controimpugnazione rispondente ad un proprio autonomo interesse.
Consiglio di Stato, sezione V, 22 marzo 2016, n. 1187
Consiglio di Stato, sezione III, 15 gennaio 2016, sentenza n. 112
Le commissioni di gara possono avvalersi di consulenti esterni
Non è inibito alle commissioni di gara avvalersi di consulenze esterne; è invece essenziale che l’attribuzione dei punteggi avvenga da parte dei soli componenti la commissione in seduta plenaria della stessa.
La commissione di gara può chiedere ai candidati chiarimenti circa le loro offerte, fermo restando il limite del rispetto della parità di trattamento.
L’art. 46 del d.lgs. n. 163 espressamente consente, al comma 1, alle stazioni appaltanti di chiedere chiarimenti sulle offerte ai singoli concorrenti. E’ stato stabilito, a tale proposito, che “l’art. 2 della direttiva 2004/18 non osta a una disposizione del diritto nazionale … … secondo cui l’amministrazione aggiudicatrice può chiedere per iscritto ai candidati di chiarire la loro offerta, senza tuttavia chiedere o accettarne alcuna modifica. Nell’esercizio del potere discrezionale di cui dispone, l’amministrazione aggiudicatrice deve trattare i diversi candidati in maniera uguale e leale di modo che, all’esito della procedura di selezione delle offerte e tenuto conto del risultato di quest’ultima, non possa apparire che la richiesta di chiarimenti abbia indebitamente favorito o sfavorito il candidato o i candidati cui essa è rivolta” (Corte giustizia UE IV, 29 marzo 2012 n. 599). Non è quindi inibito alle stazioni appaltanti chiedere chiarimenti sulle offerte ai concorrenti in gara, fermo restando che nell’ambito di tale attività deve essere garantito il principio (basilare) di parità di trattamento.
Consiglio di Stato, Sez.III, 15 gennaio 2016, n. 112
T.A.R. Roma, 22 dicembre 2015, n. 14391
Il risarcimento del danno per illegittimità accertate in materia di appalti pubblici discende da una responsabilità di tipo oggettivo dell’amministrazione.
La regola comunitaria vigente in materia di risarcimento dei danno per illegittimità accertate in materia di appalti pubblici, per avere assunto provvedimenti illegittimi lesivi di interessi legittimi, configura una responsabilità di tipo oggettivo, sottratta ad ogni possibile esimente, poiché derivante da un principio generale funzionale a garantire la piena ed effettiva tutela degli interessi delle imprese, a protezione della concorrenza, nel settore degli appalti pubblici. Tale regola non può essere circoscritta ai soli appalti comunitari, ma deve estendersi, in quanto principio generale di diritto comunitario inerente all’effettività della tutela, a tutto il campo degli appalti pubblici, nei quali i principi di diritto comunitario hanno diretta rilevanza ed incidenza, non fosse altro che per il richiamo che ad essi viene fatto dal nostro legislatore nel Codice appalti, ex art. 2 del d.lgs. n. 163/06.
Danno da perdita di chance: presupposti e quantificazione
Sussiste il diritto al risarcimento del danno da perdita di chance in capo all’impresa che avrebbe potuto partecipare ad una gara che l’amministrazione avrebbe dovuto indire: invero, l’interesse sostanziale che deve risultare leso affinché la mera illegittimità del provvedimento si trasformi in illiceità rilevante ai sensi dell’art. 2043 c.c. non si identifica esclusivamente nella situazione di spettanza del “bene finale”, ma può coincidere anche con la possibilità di conseguire un risultato favorevole (la cd. perdita di chance, appunto) che la mancata osservanza della legge abbia fatto venir meno. In questo caso, la quantificazione del danno può essere effettuata sulla base di un percentuale dell’utile che l’impresa esclusa da una (mai celebrata) gara avrebbe potuto conseguire, qualora avesse avuto la possibilità di partecipare alla gara e l’avesse vinta, in considerazione, ad esempio, di quanti sarebbero stati i potenziali partecipanti alla gara medesima.
La domanda avente ad oggetto per perdita di chance va esaminata e decisa considerando che, quando la chance costituisce l’oggetto della perdita lamentata dal danneggiato, occorre risarcire una quota di danno commisurata alla possibilità di vittoria. In sostanza, la perdita di chance va intesa non come mancato conseguimento di un risultato possibile ma come sacrificio della possibilità di conseguirlo.
Nel caso oggetto del presente giudizio, la ricorrente ha chiesto il risarcimento della perdita della chance di partecipare alla gara (illegittimamente, non avviata dall’Amministrazione) e, di conseguenza, ha correttamente ridotto le pretese inerenti al ristoro dei danni patiti (ipotizzando una gara con due partecipanti). Il Collegio ritiene che, al fine di quantificare il risarcimento da riconoscere a titolo di perdita di chance, occorra prendere a base di riferimento il valore della convenzione quadro ed il parametro del 7% che costituisce la percentuale di utile dichiarata dalla Società ricorrente nei giustificativi di due recenti gare cui ha partecipato; questo valore rappresenta un parametro oggettivo, desumibile da precedenti specifici e atti di provenienza di parte ricorrente e, quindi, va considerato utile al fine di quantificare il risarcimento. Ciò posto, occorre anche considerare, da un lato, che la ricorrente è l’unica ad avere manifestato interesse – e, quindi, dimostrato di voler competere – all’affidamento dell’appalto de quo, ma che, dall’altro, sia pure in maniera conclamatamente illegittima, una gara nella specie non è stata effettuata, sicché occorre risarcire una mera chance. Va, pertanto, riconosciuto alla parte ricorrente, a titolo di risarcimento del danno, una quota parte della percentuale indicata, pari al 2% della commessa.
T.A.R Roma, 22 dicembre 2015, n.14391
Consiglio di Stato, 17 novembre 2015, n. 5255
Il Collegio osserva che la formulazione del capitolato è univoca nel richiedere la indicazione dettagliata nel curriculum vitae del possesso dei requisiti necessari, e nel sanzionare con l’esclusione la mancanza dei requisiti; d’altra parte, presupposto indispensabile di ogni verifica del possesso dei requisiti, è che essi vengano dichiarati espressamente.
Nel caso in esame, dal CV della figura F1 non si evince il possesso delle conoscenze tecniche in questione. Ed infatti, il TAR ha ritenuto sussistenti i requisiti in questione, in parte sulla base di una deduzione dalla anzianità lavorativa complessiva – indicata nella sintesi dei CV – ed in parte sulla base del contenuto di atti, che, effettivamente, non risultano presentati a corredo del CV, né acquisiti dalla stazione appaltante in sede di gara; per contro, l’affermazione dell’appellante, secondo la quale dette indicazioni sarebbero state tratte unicamente dalle difese del ricorrente in primo grado, trova riscontro negli atti di causa, e non è stata oggetto di specifica confutazione dalle controparti. Deve dunque ritenersi che il ricorrente in primo grado non avesse assolto all’onere di allegazione derivante dall’art. 8 del capitolato, né offerto gli elementi minimi affinché la stazione appaltante fosse tenuta ad esercitare il potere di soccorso.
Consiglio di Stato, sez. III, 17 novembre 2015, n. 5255
TAR Lazio, Roma, Sez. III, 15 maggio 2015, n. 7129.
E’ da annullare la disciplina di gara congegnata in modo tale da comportare consistenti aggravi per le casse dello Stato, risultando in contrasto col fondamentale principio di buon andamento dell’Amministrazione. L’articolazione della disciplina di gara, come evincibile in sede di presentazione delle offerte, permetteva di formulare prezzi svincolati l’uno dall’altro, in contraddizione tra loro, per le due diverse ipotesi di durata degli ordinativi di fornitura, triennale e quadriennale, ai fini dell’aggiudicazione, senza le economie di spesa cui dovrebbero tendere le procedure ad evidenza pubblica, con evidente pregiudizio delle Amministrazioni tenute ad avvalersi della convenzione.
Consiglio di Stato, Sez. III, 14 gennaio 2015, n. 58.
Se è vero che i chiarimenti non possono valere a modificare la disciplina dettata per lo svolgimento della gara, per come scolpita dalla lex specialis, è anche vero che, nelle ipotesi in cui non è ravvisabile un conflitto tra le delucidazioni fornite dalla Stazione Appaltante e il tenore delle clausole chiarite, le relative prescrizioni costituiscono una sorta di interpretazione autentica, con cui l’amministrazione chiarisce la propria volontà provvedimentale.
TAR Friuli Venezia Giulia, Trieste, Sez. I, 19 agosto 2014, n. 444.
Nella valutazione mediante il confronto a coppie non è necessaria una motivazione argomentativa, in quanto il metodo è già altamente oggettivizzante ed esprime una valutazione non già assoluta e secca, bensì relativa delle offerte, finalizzata ad individuare quella che, in raffronto con le altre appare migliore. Si tratta, infatti, di confrontare, di volta in volta, un’offerta con un’altra nell’ambito di una valutazione autonoma finalizzata a determinare quale tra le due offerte comparate si preferisce ed in che misura. Alla fine del percorso si arriva ad una valutazione complessiva della singola offerta rappresentata dalla sommatoria della media delle preferenze da essa riportate nell’ambito dei confronti, con la conseguenza che la valutazione di ciascun progetto e di ogni offerta è indicata dal totale dei punteggi attribuiti per ogni elemento posto in comparazione.
Consiglio di Stato, Sez. III, 11 aprile 2014, n. 1793.
Le proroghe delle forniture disposte dall’art. 1 del D.L. 95/2012 nella parte in cui dispone “le quantità ovvero gli importi massimi complessivi” delle convenzioni CONSIP “sono incrementati in misura pari alla quantità ovvero all’importo originario, a decorrere dalla data di esaurimento della convenzione stessa, ove questa intervenga prima del 31 dicembre 2012” e che “la durata delle convenzioni di cui al precedente comma 15 è prorogata fino al 30 giugno 2013, a decorrere dalla data di esaurimento della convenzione originaria” si pongono in aperto contrasto con il diritto comunitario. In particolare, la normativa in parola viola gli artt. 28 e 31 della Direttiva 2004/18/CE, che precludono la possibilità di affidare contratti pubblici di servizi e forniture senza procedure di gara ad evidenza pubblica.
Consiglio di Stato, Sez. III, Ordinanza del 22 settembre 2016, n. 4069
La ratio dell’art.55, comma 5, è identificabile nell’esigenza di consentire esclusivamente alle parti diverse dal ricorrente un termine congruo per l’esame dell’atto introduttivo del giudizio e per la predisposizione delle relative difese.
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TAR Marche, Sez. I, 26 settembre 2016, n. 532.
Il TAR Marche, confermando l’orientamento del Consiglio di Stato (cfr. Sez. V, 26 luglio 2016, n. 3372) sull’eccessiva lunghezza degli atti nel rito appalti, ha statuito che un ricorso che superi le 30 pagine viola il limite di cui al decreto del Presidente del Consiglio di Stato n. 40 del 2015, con la conseguenza che le censure contenute nelle pagine eccedenti tale limite non andrebbero esaminate dal Giudice Amministrativo.
tar-marche-sez-i-26-settembre-2016-n-532
TAR Toscana, Firenze, Sez. I, 7 maggio 2015, n. 738.
L’interesse a ricorrere nell’ambito di controversie riguardanti gare per l’aggiudicazione di contratti pubblici sussiste in tanto in quanto il ricorrente, dall’accoglimento del gravame, possa trarre o un’utilità finale rappresentata dall’aggiudicazione del contratto, oppure un’utilità strumentale costituita dalla caducazione dell’intera procedura con conseguente rinnovazione della stessa. Ne segue che, quanto al primo aspetto consistente nella soddisfazione dell’interesse finale, l’impresa classificatasi nella graduatoria in posizione successiva alla seconda in tanto può vantare interesse al ricorso, in quanto l’accoglimento delle censure proposte nel gravame determini l’esclusione di tutte le imprese graduate prioritariamente.
Corte di Appello di Milano, sentenza n. 1487/2015
“In tema di contratto di gestione di patrimonio mobiliare stipulato tra una società fiduciaria statica ed un intermediario abilitato, qualora la consegna all’intermediario dei beni oggetto di gestione sia stata effettuata dal fiduciante, solo a quest’ultimo quale solvens è riconosciuta la legittimazione ad agire per la ripetizione del patrimonio conferito, difettando conseguentemente in capo alla società fiduciaria l’interesse ad agire per ottenere la declaratoria di nullità del contratto di gestione”.
Corte di Appello di Roma, sentenza n. 2693/2015
“Dalla mancata dimostrazione, da parte del soggetto intermediario, dell’adempimento dei propri obblighi informativi non può derivare l’automatico riconoscimento di una sua responsabilità a titolo risarcitorio, gravando com’è noto sull’investitore l’onere di provare, sia pure facendo eventualmente ricorso a criteri presuntivi, il rapporto di causalità tra tale violazione e il pregiudizio patrimoniale subito”.
Tribunale di Roma, sentenza n 8100/2015
“Anche a voler dar seguito all’assunto di parte attrice secondo cui il promotore odierno convenuto, nel corso del rapporto, avrebbe fornito false informazioni sull’andamento e la valorizzazione degli investimenti effettuati, resta il rilievo che non vi è elemento alcuno da cui inferire il nesso eziologico tra la pretesa condotta illecita del promotore ed il danno sofferto; ché, anzi, dalla documentazione prodotta dalla Banca (…) è inferibile che eventuali scelte di disinvestimento, effettuate in un momento di congiuntura negativa e di generale crisi dei mercati finanziari, avrebbero comportato perdite maggiori di quelle effettivamente subite, anche in considerazione della natura delle operazioni in concreto poste in essere da (…) e dal coniuge della Stessa”.
“(…) la parte che addivenga alla conclusione di un contratto, sottoscrivendo moduli e formulari predisposti dall’altra parte, è tenuta a prendere previa conoscenza delle condizioni e clausole pattizie, mediante accurata lettura del testo contrattuale. Dal principio di autoresponsabilità discende, infatti, che, per effetto della sottoscrizione di un contratto, il sottoscrittore resta vincolato nei termini risultanti dal medesimo contratto, non potendo che imputare a sé la non adeguata, previa ponderazione dei contenuti del documento contrattuale sottopostogli per la firma”.
Tribunale di Roma, sentenza n 1205/2015
“L’esclusione di ragioni oggettivamente riscontrabili che inducano a ritenere che i titoli acquistati dai coniugi (…) e dalla loro figlia (i.e. obbligazioni Lehman Brothers) rivestissero caratteristiche occulte di pericolosità e aleatorietà tali da sottrarli in concreto alla tipologia delle obbligazioni a basso rischio/rendimento nella quale la banca le aveva incluse nelle informazioni rese al momento dell’acquisto rende (…) sostanzialmente corretta la valutazione di adeguatezza effettuata dall’intermediario (…) sia con riguardo agli obiettivi di investimento manifestati dal (…) e con la capacità patrimoniale e l’esperienza dallo stesso dichiarate, sia con riguardo alla minima propensione al rischio e all’assenza di specifiche informazioni cui avrebbe dovuto fare riferimento tenendo conto del rifiuto di fornire le relative informazioni manifestato dai clienti al momento della sottoscrizione del contratto quadro”.
Tribunale di Mantova, sentenza ex art. 281-sexties n 224/2015
“(…) la giurisprudenza (…) ha evidenziato come (…) la funzione attribuita alla forma scritta nell’ipotesi di cui all’art. 23 tuf si differenzi da quella tradizionalmente propria dei contratti di cui all’art. 1350 c.c., ove il legislatore mirava a garantire una sufficiente ponderazione e certezza in relazione a contratti incidenti sulla sfera patrimoniale dei contraenti in modo consistente e in una situazione di sostanziale parità tra le parti contraenti. Da tali differenti finalità perseguite consegue che nelle ipotesi di forma scritta di cui al codice civile, volte a garantire la necessaria ponderazione di entrambi i contraenti nel trasferimento dei diritti reali su immobili, l’atto scritto (in quanto strumento per il fine perseguito) debba recare estrinsecazione diretta della volontà di entrambe i contraenti; al contrario, nelle ipotesi di forma scritta di cui al tuf, al fine di garantire la protezione del soggetto debole e di colmare la asimmetria informativa che è propria del negozio in esame, deve ritenersi che la stessa sia soddisfatta ove il documento rechi la sottoscrizione del cliente e la dichiarazione unilaterale ricognitiva di avere ricevuto copia di un esemplare del contratto debitamente sottoscritto dai soggetti abilitati dell’istituto contraente”.
Corte di Appello di Roma, sentenza n. 7631/2014
“Quando sia data prova di una consistente pratica acquisita nel campo degli investimenti finanziari, estesa a molte tipologie di titoli anche ad elevato rischio, da parte di un cliente dotato di un cospicuo patrimonio mobiliare e fortemente diversificato anche per durata e scelte di forme di investimento, sussistono elementi di forte valenza indiziaria atti a confermare il giudizio formulato dalla banca intermediaria circa la qualità di ‘investitore esperto’ assegnata al cliente”.
“L’art. 27 del regolamento Consob 11522/1998 deve essere interpretato alla stregua del principio secondo cui la responsabilità del rappresentante che persegua interessi propri o di terzi incompatibili con quelli del rappresentato sussiste solo quando all’utilità conseguita o conseguibile dal rappresentante di per sé o per il terzo segua o possa seguire un danno del rappresentato, sicché non vale, di per sé, a configurare un conflitto di interessi il fatto che la vendita di un titolo sia avvenuta in contropartita diretta ovvero contrattando per acquisire quei titoli ad un prezzo diverso da quello poi applicato all’ordinante né la circostanza che la banca vanti un credito verso l’emittente del titolo”.
Corte di Appello di Roma, sentenza n. 4611/2014
“Il danno conseguente al default delle obbligazioni Argentina può considerarsi eziologicamente connesso all’omissione di un obbligo informativo solo se può dirsi accertato che la diversa informazione non resa dall’intermediario era in concreto nella disponibilità di quest’ultimo e non risulta, anche in via presuntiva, che anche se avesse avuto l’informazione il cliente avrebbe comunque effettuato l’operazione”.
Tribunale di Milano, sentenza n. 1101/2015
“Nel valutare se il tasso applicato da una Banca in un contratto di mutuo superi o meno il tasso soglia antiusura, non è possibile sommare la misura percentuale degli interessi corrispettivi e quella degli interessi di mora, trattandosi di due entità fra loro eterogenee. L’interesse corrispettivo è infatti espressione della fruttuosità del denaro, mentre quello di mora ha natura risarcitoria per l’inadempimento. Le due tipologie di interessi si riferiscono inoltre a basi di calcolo differenti: gli interessi corrispettivi si applicano al debito capitale residuo e sono ricompresi nelle rate periodiche di rimborso a carico del mutuatario, secondo un piano di ammortamento, mentre il tasso di mora si calcola su ciascuna intera rata di ammortamento, comprensiva di capitale e interessi corrispettivi, nel caso in cui la stessa non risulti pagata alla scadenza periodica prevista. Operare una sommatoria di tali due ben distinte entità, quindi, condurrebbe ad un risultato privo di significato, che non esprime alcunché”.
“Deve escludersi che nella metodologia di ammortamento del mutuo a rate costanti, o c.d. ammortamento alla francese, sia insito un anatocismo in quanto in tale ipotesi l’uso di una formula matematica che tiene conto anche degli interessi composti è finalizzata alla sola determinazione della misura delle rate, mentre gli interessi su ciascuna rata restano comunque calcolati esclusivamente sulla quota residua del capitale”.

References: art. 60
 sentenza 
 art. 333
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 281
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza