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Timestamp: 2018-04-26 01:55:43+00:00

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Il 25 gennaio scorso la Corte costituzionale si è pronunciata sulle questioni di legittimità costituzionale della legge elettorale c.d. Italicum, sollevate da cinque diversi Tribunali ordinari. Nel merito, ha rigettato la questione di costituzionalità relativa alla previsione del premio di maggioranza al primo turno e ha invece accolto le questioni, relative al turno di ballottaggio, dichiarando l’illegittimità costituzionale delle disposizioni che lo prevedono. Ha inoltre accolto la questione di incostituzionalità relativa alla disposizione che consentiva al capolista eletto in più collegi di scegliere a sua discrezione il proprio collegio d’elezione e sopravvive comunque, allo stato, il criterio del sorteggio. "La legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione", ha affermato la Corte Costituzionale.
La sentenza della Corte Costituzionale regala quindi all'Italia un sistema elettorale per la Camera immediatamente applicabile, come non poteva non essere, ma che diverge in più punti da quello del Senato. Quest'ultimo è quello uscito dalla precedente sentenza della Consulta (n 1 del 2014), chiamato nel linguaggio giornalistico Consultellum proprio perché scritto dai 15 giudici costituzionali. Quella sentenza dichiarò illegittimi alcuni punti del Porcellum lasciandone in vita altri. Il Parlamento ha poi approvato nel maggio 2015 una nuova legge elettorale per la sola Camera (l'Italicum), da cui la Corte ha oggi espunto il ballottaggio.
Resta la curiosità, in attesa delle motivazioni della sentenza, di conoscere la ratio giuridica che ha portato la Corte alla dichiarazione d’incostituzionalità del doppio turno (visto che comunque esiste per l’elezione dei sindaci ed è un meccanismo che dà un maggior potere nella scelta di chi governa agli elettori) e a salvare invece la possibilità dei capilista bloccati. Due esiti che personalmente non mi piacciono. In particolare sul secondo punto leggi l'articolo al seguente link: In Edicola sul Fatto Quotidiano del 27 gennaio: il Porcellinum, 3 deputati su 4 nominati dai capi e non eletti - Il Fatto Quotidiano
Ciò che in ogni caso appare chiaro sin d’ora - come spiega Francesco Morosini nel suo articolo di approfondimento su Ytali: https://ytali.com/2017/01/27/italicum-la-parole-della-consulta-sono-azioni/ - è che la sentenza della Corte “ha deciso l’incostituzionalità del ‘cuore politico’ dell’Italicum: il doppio turno. (…) Cade così la filosofia costitutiva e il senso politico dell’Italicum medesimo: ovvero, la sua idea di democrazia governante, con elementi dis-rappresentativi (il premio), ma con un cuore sostanzialmente proporzionalista, quindi ugualmente capace di rappresentare l’opinione del corpo elettorale. (…) Va detto peraltro che, prima della sentenza, il fatto decisivo che ha affondato l’essenza politica dell’Italicum stesso è stato il NO al referendum costituzionale”: possiamo dire che “la Consulta, quasi fosse un medico, si sia limitata a constatarne il decesso”.
In realtà, il premio resta, ma ora è conseguibile al primo (ed unico) turno solo qualora la lista vincente raggiunga il quaranta per cento dei suffragi. Ne deriva, essendo assai improbe le coalizioni (se non dopo il voto) e difficile il traguardo del quaranta per cento necessario al premio (a oggi PD, M5s, Lega, Forza Italia hanno sia voti “reali” – varie elezioni – che rilevati dai sondaggi attorno al trenta per cento) che abbiamo di nuovo, come nella Prima Repubblica, un sistema elettorale (in teoria) più orientato al proporzionale che al maggioritario e che rafforza (in teoria) il ruolo del Parlamento rispetto all’Esecutivo.
E’ vero che sia l’Italicum del dopo sentenza che il Consultellum (due leggi elettorali di fatto scritte più dalla Consulta che dal legislatore, fatto che aggrava l’incapacità della politica) presentano delle differenze bypassabili rapidamente e che, addirittura, già si potrebbe votare con esse: ma a patto, però, di accettare il rischio di avere maggioranze opposte tra Montecitorio e Palazzo Madama. Insomma, ha ragione il prof. Roberto D’Alimonte (il suo articolo a questo link: Nuove regole di voto, governabilità più lontana - Il Sole 24 ORE) quando afferma che ora il Belpaese rischia uno status potenzialmente paralizzante.
Condividiamo quindi la conclusione del prof. Morosini: “dopo la sentenza della Consulta, ma soprattutto per effetto dell’esito referendario, la questione di dare stabilità di governo alla Penisola resta irrisolta; anzi, resta la preoccupazione che il sistema politico italiano spiaggi come una balena che abbia perso il senso d’orientamento. Inoltre, anche senza eccedere in pessimismo, resta che, con tutta probabilità, le future elezioni per il Parlamento riconsegneranno la decisione sul governo del Paese, se non si adotterà un proporzionale almeno corretto, dai cittadini elettori alle segreterie dei partiti; con i primi, more antico, al massimo a distribuire le carte (i voti) alle seconde. Avanti tutta verso la Prima Repubblica, quindi. Salvo, naturalmente, che qualche tsunami politico, interno o internazionale che sia, non scompagini alla radice il tavolo di gioco della politica nostrana. Possibile.”
Ora la palla passa ai partiti e ai loro leader: saranno all’altezza del senso di responsabilità che esige la situazione del Paese?
Personalmente confido nella saggezza del Presidente della Repubblica.
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