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Timestamp: 2018-08-21 06:26:51+00:00

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Quando fare l'amante di persone sposate è reato
Quando fare l’amante di persone sposate è reato
Quando sporgere denuncia querela contro l’amante e quando invece contro il marito infedele per il tradimento consumato all’interno della casa coniugale.
Se è vero che tradire non è reato, non lo può essere nemmeno il comportamento di chi è causa del tradimento. L’amante non può essere denunciato se non in un caso: quando entra nella casa coniugale. In tal caso si configura il reato di violazione di domicilio. È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Cagliari [1]. E c’è di più: secondo una pronuncia di poche ore fa della Cassazione [2], se la moglie lo sa ed è costretta a subire le corna in casa propria, ad essere querelabile è anche il marito per maltrattamenti in famiglia [3]. Dunque, a determinate condizioni fare l’amante di persone sposate è reato e comporta il rischio di un procedimento penale. Procedimento però che è subordinato al fatto che il coniuge tradito lo venga a sapere, trattandosi di reato – quello di violazione di domicilio – perseguibile a querela di parte. Mentre, nel caso di maltrattamenti in famiglia il reato è procedibile anche d’ufficio.
Se l’amante entra in casa
Secondo i giudici sardi, costituisce violazione di domicilio l’introduzione di un estraneo nella casa coniugale con il consenso di uno solo dei coniugi al fine di avere rapporti carnali con quest’ultimo.
Cosa rischia l’amante? Il carcere fino a tre anni. Questa è infatti la pena prevista dal codice penale per chiunque si introduce nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo. Se l’episodio si è verificato una sola volta si può ottenere il “perdono” per la tenuità del fatto: il procedimento penale viene archiviato e resta sporca la fedina penale. Ma se il misfatto si consuma più volte, non è più possibile il trattamento di favore.
Il reato scatta per il solo fatto che l’amante entra nella casa coniugale, a prescindere poi dal fatto che il rapporto sessuale venga consumato o meno.
Cosa rischia il coniuge? Sebbene possa sembrare paradossale, il coniuge traditore rischia molto meno dell’amante. Egli subirà infatti la separazione con l’addebito: una conseguenza non di tipo penale, ma solo civile. In termini pratici significa questo: che se il suo reddito è più basso dell’ex non può pretendere il mantenimento. Viceversa, se è più alto, il mantenimento sarebbe scattato comunque, anche in assenza di infedeltà.
Il coniuge tradito potrebbe anche chiedere il risarcimento del danno se dimostra che la violazione dell’obbligo della fedeltà è avvenuta con modalità particolarmente lesive della propria reputazione (e tale potrebbe essere proprio il caso dell’amante costantemente “ospitato” sul letto coniugale).
Come fare a provare che l’amante è entrato in casa? C’è sicuramente la prova testimoniale del vicino che ha visto l’estraneo bussare al campanello e, non contento di ciò, ha origliato da dietro la porta o dal muro, sentendo distintamente i mugugni dell’amplesso. Le sue dichiarazioni potrebbero inchiodare l’amante.
Qualcuno si vale dell’investigatore privato. Ma questi non può spingersi sino a filmare il rapporto sessuale avvenuto dentro casa. Diversamente il suo comportamento costituisce reato di illecita interferenza nella vita privata altrui. Tale è stato il chiarimento fornito più volte dalla Suprema Corte [4].
Se il coniuge tradito lo sa
Se, come abbiamo detto, in caso di violazione di domicilio all’insaputa del coniuge tradito a rischiare è solo l’amante, nel caso in cui ciò avviene alla luce del sole, per costrizione operata dal coniuge infedele, a rischiare un procedimento penale è anche quest’ultimo. Si tratta, infatti, di un evidente maltrattamento familiare perché nessuno – a meno che non sia costretto fisicamente o moralmente – accetterebbe una situazione del genere. E in tal caso la pena prevista è la reclusione da 1 a 5 anni, a seconda della gravità della condotta.
[1] C. App. Cagliari, sent. del 21.11.1990.
[2] Cass. sent. n. 16543/17 del 3.04.2017.
[3] Art. 614 cod. pen.
[4] Cass. sent. n. 9235/2012.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 21 febbraio – 3 aprile 2017, n. 16543
Presidente Fiale – Relatore Di Stasi
1. Con sentenza del 2.3.2015, la Corte di appello di Lecce, sez. dist. di Taranto confermava la sentenza del 22.3.2013 del Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Taranto che, a seguito di giudizio abbreviato, aveva dichiarato C. D. responsabile dei reati di cui agli artt. 81, 609 bis e septies, 527 e 612 cpv cod.pen.(capo a), artt. 572, 81 e 610 cod.pen. (capo b) 609 bis e septies, 527 e 61 n.2 cod.pen. (capo c) 81 cpv e 609 bis cod.pen. (capo d), 81 cpv, 612 cpv, 610 e 61 n. 2 cod.pen. (capo e) commessi in danno della moglie Campo Annarita e lo aveva condannato alla pena di anni cinque di reclusione.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione C. D., per il tramite del difensore di fiducia, articolando un unico complesso motivo di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 comma 1, disp. att. cod. proc. pen.
Il ricorrente deduce vizio di carenza e manifesta illogicità della motivazione in relazione alla affermazione di responsabilità penale, al diniego di assorbimento dei reati di minacce e di violenza privata in quello di maltrattamenti ed al diniego delle circostanze attenuanti generiche.
Argomenta che l’affermazione di responsabilità per i reati contestati sarebbe stata basata sulle sole dichiarazioni della persona offesa, peraltro costituita parte civile, e su elemento di riscontro assolutamente neutro, quale una telefonata intercorsa tra l’imputato e la moglie, difettando anche un riscontro documentale della violenza sessuale; la versione dei fatti alternativa fornita dall’imputato (amarezza e reazione per la conclusione di un rapporto di matrimonio), invece, sarebbe riscontrata dalle dichiarazioni testimoniali assunte in sede di giudizio abbreviato condizionato e dal contenuto della lettera indirizzata all’imputato dalla stessa persona offesa; la piattaforma probatoria, che non consentiva di raggiungere la certezza in merito a nessuna delle due tesi alternative avrebbe dovuto condurre ad una sentenza di assoluzione in ossequio al principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio.
Il reato di maltrattamenti, poi, non era configurabile in quanto esso non poteva consistere nell’intrattenere una relazione extraconiugale, ma richiedeva una serie di atti vessatori; non risultava provata l’abitualità dei maltrattamenti ed in proposito non poteva essere dirimente la circostanza che l’amante fosse stata presente nel momento in cui i Carabinieri si recavano nell’abitazione dell’imputato per redigere la relazione di servizio a seguito della denuncia della Campo.
Il reato di atti osceni contestato, inoltre, non sussisteva in quanto il luogo in cui sarebbe avvenuto- aperta campagna- non poteva integrare il luogo pubblico o aperto al pubblico, in quanto era evidente che la scena non fosse visibili da nessun osservatore terzo.
Infine, la Corte territoriale aveva erroneamente denegato la richiesta di ritenere assorbiti i reati di minacce e violenze in quello di maltrattamenti, in quanto finalizzati alla commissione del reato di maltrattamenti, il quale presuppone proprio una serie di atti di violenza o di minaccia che portino la vittima a vivere in un regime vessatorio ed essere sottoposta a condizioni di vita umilianti.
Il ricorrente censura, poi, la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche in quanto esse avrebbero consentito di adeguare la pena alla condotta posta in essere dall’imputato.
1. In via preliminare, va rilevato che l’art. 2 comma 1 lett. a) del d.lgs. 15 gennaio 2016 n. 8, entrato in vigore il 6.2.2016, ha depenalizzato la fattispecie criminosa di cui al primo comma dell’art. 527 cod. pen., contestata al ricorrente, trasformandola in illecito amministrativo punito con la sanzione pecuniaria da Euro 5.000 ad Euro 30.000; conserva, invece, rilevanza penale solo l’ipotesi prevista dal comma 2 dell’art. 527 cod. pen, introdotta dall’art. 3 comma 22 della legge 15.7.2009 n. 94,. e, cioè, il compimento di atti osceni all’interno e nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori.
S’impone, pertanto, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente al predetto reato (contestato ai capi a e dell’imputazione) perché non più previsto dalla legge come reato, con assorbimento del relativo motivo di ricorso.
Consegue, inoltre, ai sensi dell’art. 9 del citato D. Lgs. n. 8 del 2016 ( che prevede che “nei casi previsti dall’articolo 8, comma 1, l’autorità giudiziaria, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, dispone la trasmissione all’autorità amministrativa competente degli atti dei procedimenti penali relativi ai reati trasformati in illeciti amministrativi, salvo che il reato risulti prescritto o estinto per altra causa alla medesima data”) la trasmissione degli atti al Prefetto di Taranto, non essendo il reato prescritto alla data del 6.2.2016.
2. La doglianza relativa alla non configurabilità del reato di maltrattamenti è infondata.
Va ricordato che il reato di maltrattamenti (art. 572 cod. pen.) integra una ipotesi di reato necessariamente abituale che si caratterizza per la sussistenza di una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali isolatamente considerati potrebbero anche essere non punibili (atti di infedeltà, di umiliazione generica, etc.) ovvero non perseguibili (percosse o minacce lievi, procedibili solo a querela), idonei a cagionare nella vittima durevoli sofferenze fisiche e morali (Sez.6,n.43221 del 25/09/2013, Rv.257461; Sez.6, n.9923 del 05/12/2011, dep.14/03/2012, Rv.252350; Sez.6,n.4636 del 28/02/1995, Rv.201148).
Nella, specie, la Corte di appello ha adeguatamente valutato l’attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa, sia sotto il profilo della intrinseca linearità sia sotto il profilo della correttezza estrinseca, constatando come la condotta di violenza e di sopraffazione che l’imputato ha inflitto a sua moglie (intrattenere rapporti sessuali con l’amante all’interno della casa coniugale imponendo alla moglie l’accettazione di tale stato di fatto con gravi minacce) abbia trovato riscontro anche nella relazione di servizio del 11.6.2011 e nel chiaro contenuto delle conversazioni telefoniche intercorse tra l’imputato e la persona offesa.
Va ricordato, a tal proposito, che le dichiarazioni della persona offesa possono da sole, senza la necessità di riscontri estrinseci, essere poste a fondamento dell’affermazione di responsabilità penale dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve, in tal caso, essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (Sez. U, n.41461 del 19/07/2012, Rv.253214).
Il giudice, quindi, può trarre il proprio convincimento circa la responsabilità penale anche dalle sole dichiarazioni rese dalla persona offesa, sempre che sia sottoposta a vaglio positivo circa la sua attendibilità, senza la necessità di applicare le regole probatorie di cui all’art. 192 c.p.p., commi 3 e 4 che richiedono la presenza di riscontri esterni (cfr. Sez. 1, n. 29372 del 27/7/2010, S., Rv. 248016, Sez.5, n. 1666 del 08/07/2014).
Va, poi, ribadito che la valutazione circa l’attendibilità della persona offesa si connota quale giudizio di tipo fattuale, ossia di merito, in quanto attiene al modo di essere della persona escussa; tale giudizio può essere effettuato solo attraverso la dialettica dibattimentale, mentre è precluso in sede di legittimità, specialmente quando il giudice del merito abbia fornito una spiegazione plausibile della sua analisi probatoria (cfr., Sez. 3, n. 41282 del 05/10/2006, A. e altro, Rv. 235578).
La motivazione offerta dalla Corte territoriale in ordine alla attendibilità della persona offesa, le cui dichiarazioni sono state poste a fondamento dell’affermazione di responsabilità, è congrua e priva di vizi logici e si sottrae al sindacato di legittimità.
3. E’, invece, fondata la doglianza relativa al mancato assorbimento dei reati di minaccia e di violenza privata in quello di maltrattamenti.
Secondo la pacifica giurisprudenza di questa Corte, infatti, il reato di maltrattamenti assorbe i reati di minacce e violenza privata che rientrano, appunto, nella materialità di detto delitto (Sez.2, n.15571 del 13/12/2012, dep. 04/04/2013, Rv.255780; Sez.6, n.13898 del 28/03/2012, Rv.252585; Sez.5, n.22790 del 14/05/2010, Rv.247521; Sez.l, n.7043 del 09/11/2005, dep. 24/02/2006, Rv.234047).
Ne consegue che, nel caso di specie, tenuto conto della coincidenza temporale e del nesso finalistico dei delitti ex artt. 610, 612 cod.pen. in relazione al delitto ex art. 572 cod.pen., i singoli episodi vessatori costituiti da minacce e violenza privata rimangono assorbiti nel reato di maltrattamenti.
4. E’, infine, infondata la censura relativo al diniego di concessione delle circostanze attenuanti generiche.
Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche non costituisce un diritto conseguente all’assenza di elementi negativi connotanti la personalità del soggetto, ma richiede elementi di segno positivo, dalla cui assenza legittimamente deriva il diniego di concessione delle circostanze in parola; l’obbligo di analitica motivazione in materia di circostanze attenuanti generiche qualifica, infatti, la decisione circa la sussistenza delle condizioni per concederle e non anche la decisione opposta (Sez.l, n. 3529 del 22/09/1993, Rv. 195339; sez. 2, n. 38383 del 10.7.2009, Squillace ed altro, Rv. 245241; Sez.3, n. 44071 del 25/09/2014, Rv.260610).
Inoltre, secondo giurisprudenza consolidata di questa Corte, il giudice nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti generiche non deve necessariamente prendere in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti; è sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo disattesi o superati tutti gli altri da tale valutazione , individuando, tra gli elementi di cui all’art.133 c.p., quelli di rilevanza decisiva ai fini della connotazione negativa della personalità dell’imputato (Sez.3, n.28535 del 19/03/2014, Rv.259899; Sez.6, n.34364 del 16/06/2010, Rv.248244; sez. 2, 11 ottobre 2004, n. 2285, Rv. 230691).
Nella specie, la Corte territoriale, per negare l’invocato beneficio, ha ritenuto elemento ostativo, e decisivo ai fini della valutazione negativa della personalità dell’imputato, le modalità del fatto (caratterizzate sotto il profilo soggettivo da una particolare intensità del dolo e da un atteggiamento violento e protervo e sotto il profilo oggettivo da modalità brutali e da notevole durata nel tempo).
La motivazione è congrua e priva di vizi logici e si sottrae al sindacato di legittimità.
5. In definitiva, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio limitatamente ai delitti di cui all’art. 527 cod.pen. perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, con trasmissione di copia degli atti al Prefetto di Taranto; i reati di violenza privata e minaccia vanno assorbiti nel ritenuto delitto di cui all’art. 572 cod.pen. ed il ricorso rigettato nel resto.
6. Ai sensi dell’art. 620 lett. I) cod.proc.pen. può procedersi alla determinazione della pena residua, eliminando dalla pena base gli aumenti di pena specificamente indicati per i reati di cui agli artt. 527, 610 e 612 cod.pen (giorni 15 per il reato di cui all’art. 612 cod.pen, giorni 15 per il reato di cui all’art. 527 cod.pen e complessivi giorni 30 per i reati di cui all’art. 610 cod.pen.), nella misura di anni quattro, mesi dieci e giorni dieci di reclusione.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente ai delitti di cui all’art. 527 cod.pen. perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.
Dispone la trasmissione di copia degli atti al Prefetto di Taranto.
Dichiara assorbiti i reati di violenza privata e minaccia nel ritenuto delitto di cui all’art. 572 cod.pen.
Determina la pena residua in anni quattro, mesi dieci e giorni dieci di reclusione. Rigetta nel resto il ricorso.
04/04/2017 alle 04:24
La moglie concorre nello stesso reato.
11/09/2017 alle 13:24
questo è un reato ridicolo…addirittura il carcere fino a 3 anni…ma stiamo scherzando? per violazione di domicilio sono piene le carceri immagino…
provare una cosa del genere a meno che non ci sia una foto un audio un video ma solo la testimonianza del vicino
che ha origliato o sentito…io la vedo dura…
questo poi è uno di quei reati che anche se fosse vero dovrebbe essere a mio parere depenalizzato visto che minor gravità di altri reati che hanno subito stessa sorte.
certe volte proprio si sfiora il confine dell’immaginazione.
se tua moglie mi ha fatto entrare che vuoi da me?
Eugenio Spoto ha detto:
11/12/2017 alle 12:54
Ma certa gente ha commesso reati gravi ed è fuori dal carcere dopo poco tempo, questa sentenza mi sembra una cavolata assoluta. Inoltre credo che la sentenza di cagliari sia del 1990, quasi ventotto anni fa. Violazione di domicilio mi fa ridere e poi se invece lo fai nella seconda casa id montagna, allora tutto è diverso. Stiamo sfiorando il ridicolo. Resta il fatto che se due persone non vanno più d’accordo la Legge dovrebbe concedere loro la possibilità di separarsi specialmente quando anche uno dei due vuole i divorzio.

References: Cass. 
 Art. 614
 Cass. 
 sentenza 
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 art. 572
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