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Timestamp: 2019-03-25 12:47:58+00:00

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Sentenze Archivi | Pagina 2 di 2 | Sara Pezzuolo
Ancora un’altra condanna per l’Italia e la sua violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo inerente il rispetto della vita familiare (Art. 8 Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo: 1. Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza. 2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per il benessere economico del paese, per la difesa dell’ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui).
Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: Strumia c. Italia (n. 53377/13). Strasburgo, 23.06.2016 was last modified: Luglio 1st, 2016 by Sara Pezzuolo
In questi giorni sul web sta circolando una interessante sentenza della Cassazione, I sez. Civ, n. 6919/16, la quale, avendomi vista tra i professionisti coinvolti nella vicenda, non può che trovarmi concorde.
La Sentenza è interessante in tutte le sue parti. Il testo (allegato) merita un’approfondita lettura perché i Giudici della Suprema Corte, con semplicità ma con altrettanta precisione, ricordano e confermano l’importanza delle motivazioni che sottostanno al rifiuto del figlio di uno dei genitori confermando che, tra i requisiti della idoneità genitoriale, rileva anche la capacità del genitore di riconoscere le esigenze affettive del figlio che si individuano pure nella capacità di preservargli la continuità delle relazioni parentali attraverso il mantenimento della trama familiare al di là di egoistiche considerazioni di rivalsa sull’altro genitore.
E’ quindi importante, in ottemperanza all’art. 8 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo e in accordo con la sentenza della CEDU del 9.01.2013 n. 25704 L.C. Rep. Italiana, che l’assenza di collaborazione tra genitori comporta una grave violazione del diritto del figlio al rispetto della vita familiare e le Autorità Nazionali hanno l’obbligo di ricercare ogni mezzo efficace al fine di garantire il diritto del minore a frequentare adeguatamente e tempestivamente entrambi i genitori.
Il principio soggiacente alla decisione della Suprema Corte è quindi che: “in tema di affidamento dei figli minori, qualora un genitori denunci comportamenti dell’altro genitore affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una PAS (sindrome di alienazione parentale), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena”.
Sentenza cassazione 246.76 KB
Affidamento dei figli minori: l’importanza di verificare le motivazioni del rifiuto was last modified: Agosto 16th, 2017 by Sara Pezzuolo
Cass 2015 4.38 MB
CASS 18611 2015 1.58 MB
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 15 giugno – 3 dicembre 2012, n. 21591
Presidente Fioretti – Relatore Bisogni
1. A.C. ha chiesto, con ricorso dell’8 novembre 2006, la modifica delle condizioni economiche della separazione consensuale omologata dal Tribunale di Avezzano il 13 marzo 2002. Ha resistito al ricorso S.D.G. chiedendo in via riconvenzionale la modifica dell’affidamento dei due figli minori, convenzionalmente stabilito in favore della C., nella forma dell’affido condiviso.
2. In data 17 maggio 2007 il Tribunale di Avezzano ha respinto la richiesta di modifica delle condizioni di affidamento dei figli proposta dal D.G.
3. La Corte di appello di L’Aquila ha invece disposto l’affidamento condiviso confermando sia la collocazione dei figli presso la madre che la disciplina delle frequentazioni con il padre.
4. Avverso il decreto della Corte di appello dell’Aquila propone ricorso per cassazione la C. affidandosi a tre motivi di ricorso: a) motivazione insufficiente a sostegno dell’affermazione che la conflittualità tra i genitori è irrilevante ai fini della valutazione dell’interesse dei minori all’affido condiviso; b) motivazione insufficiente quanto alla affermazione secondo cui il padre non può essere responsabile dell’avversione e del rifiuto dei figli alla sua frequentazione dato che né lui né i nonni paterni li frequentano da oltre tre anni; c) motivazione contraddittoria, quanto all’affermazione secondo cui l’avversione e il rifiuto dei figli verso il padre e i nonni paterni dipendono dalla madre che li condiziona in tal senso e non sono imputabili al padre. Ciò in quanto la madre non ha impugnato la decisione di primo grado che dispone le frequentazioni tra padre e figli e non ha chiesto il supporto delle strutture sociali per rimuovere tale conflittualità, dovendosi ritenere, al contrario, che la mancata impugnazione significa il contrario e che il non aver chiesto il supporto dei servizi sociali non esclude che tale omissione sia imputabile al padre, onerato al riguardo, con conseguente inidoneità di tale motivazione a sorreggere la decisione per cui la conflittualità tra padre e figli non comporta la contrarietà all’interesse dei figli all’affido condiviso.
5. Si difende con controricorso S.D.G.
6. I tre motivi di ricorso possono essere esaminati congiuntamente in virtù della loro stretta interconnessione. Essi si presentano in larga parte non conferenti con la decisione adottata dalla Corte di appello e con le motivazioni che sono state espresse per spiegarne il fondamento. Infatti la Corte territoriale ha ritenuto che, a fronte di un regime legale che impone l’affido condiviso se non in caso di contrasto dello stesso con l’interesse preminente del minore, non emergessero ragioni contrarie tali da giustificare l’affido dei minori alla sola madre. Secondo la Corte di merito la conflittualità esistente fra i due coniugi non può di per sé, né astrattamente né con riferimento allo specifico caso in esame, giustificare la deroga dal regime di affido condiviso in quanto lo stesso è stato ritenuto maggiormente idoneo a riequilibrare la condivisione dal ruolo genitoriale in favore dell’interesse dei figli minori. Si tratta di una motivazione che risponde indubbiamente a una esigenza di congruità logica e di adeguata valutazione dell’interesse dei minori. A tale valutazione la ricorrente non ha opposto elementi idonei a far ritenere la motivazione insufficiente o incongrua. La censura alla motivazione si incentra sulla presunta imputazione alla C. della responsabilità del rifiuto da parte dei figli alla frequentazione del padre. In realtà tale profilo – che potrebbe semmai avere un rilievo pregnante quanto alla scelta del coniuge convivente con i figli e del regime di frequentazione dell’altro genitore – è stato esaminato dalla Corte come possibile argomento contrario, nel preminente interesse dei figli minori, al regime di affido condiviso. La Corte di merito è però addivenuta a un convincimento contrario proprio nella logica, coerente all’intenzione del legislatore, di assicurare per quanto possibile il pieno esplicarsi del ruolo genitoriale di entrambi i coniugi. Il rapporto difficile del padre con i figli è stato – almeno in parte – addebitato al difetto di cooperazione fra i coniugi e alla scelta di non voler avvalersi di interventi esterni di sostegno quali quelli forniti dai servizi sociali. E’ del tutto irrilevante ai fini del decidere analizzare se la Corte di appello abbia inteso imputare – come non è – alla C. la responsabilità di tale situazione. Piuttosto è stato messo in evidenza che tale posizione conflittuale dei figli rispetto alla figura paterna non giustificasse affatto la opzione verso un regime di affido esclusivo.
7. Il ricorso va pertanto respinto con compensazione integrale della spese processuali in ragione della natura della controversia.
La Corte rigetta il ricorso. Compensa le spese del giudizio di cassazione. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 del d.lgs. n. 196/2003.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 15 giugno – 3 dicembre 2012, n. 21591 was last modified: Dicembre 3rd, 2012 by Sara Pezzuolo
3 Dicembre 2012 0 commenti
“La cassazione scende in difesa dei figli vittime del rapporto conflittuale tra i genitori.
E lo fa con due sentenze in cui condanna in un caso il padre in un altro la madre, colpevoli di coinvolgere i minori in una “guerra dei Roses” combattuta all’interno del matrimonio. Con la sentenza n. 250 del 10 gennaio gli ermellini condannano per maltrattamenti una donna calabrese di 50 anni che sottoponeva il figlio minorenne a vessazioni, umiliazioni e minacce continue che avevano avuto sulla sua crescita “effetti devastanti”. Comportamento che, secondo la difesa andava attribuito, come testimoniavano le consulenze dei consulenti (psicologo e psichiatra) al rapporto conflittuale della madre con il padre del ragazzo. Secondo i periti sia lei che il marito erano portati “a strumentalizzare i figli, usati nella crisi coniugale per scopi vendicativi nei confronti del coniuge”. La teoria dei figli usati come degli “scudi umani” viene respinta con fermezza dalla sesta sezione che, pur tenendo conto della personalità disturbata di entrambi i genitori, conferma la condanna basandosi anche sulla testimonianza dello stesso minore e dei suoi insegnanti.
Con la sentenza 552 depositata oggi, sempre i giudici della sesta sezione dispongono l’allontanamento del padre di due bambine dalla loro casa per maltrattamenti in famiglia.
La misura cautelare era stata adottata dal Gip di Trapani ma cancellata dal Tribunale del riesame per la difficoltà di provare la colpevolezza dell’uomo in un clima in cui tra i due coniugi sussisteva “una variopinta rappresentazione di reciproci soprusi familiari che…non consente di distinguere tra vittima e carnefice”. Una scelta per cui i giudici di piazza Cavour “bacchettano” i colleghi del Riesame per essersi limitati a verificare il pregiudizio nei confronti della consorte senza considerare il danno fatto alle figlie minori, anche loro vittime, dirette o indirette, dei maltrattamenti tra i coniugi“.
Fonte Guida al Diritto. Il Sole 24 ore www.guidaaldiritto.ilsole24ore.com
http://www.guidaaldiritto.ilsole24ore.com/ContentGuidaDiritto/viewer.aspx?cmd=gdcasspenale&IdDocumento=12149785&IdFonteDocumentale=13
Pressare la psiche del minore per vendicarsi dell’ex partner è maltrattamento! was last modified: Gennaio 10th, 2011 by Sara Pezzuolo
Riflessioni a margine della sentenza n. 9157/10 Cass. Pen. Sez. III depositata l’8 marzo. Valida la testimonianza del minore anche se sono state poste domande suggestive. Nell’ambito della testimonianza del minore importante, per i professionisti che operano in tale settore, è stata e, lo è, la sentenza della Cassazione Penale sez. III ottobre 1997 n. 8962 nota come sentenza Ruggeri dove, a fronte di un’attenta analisi, sono state prese in considerazione le raccomandazioni che la psicologia forense e altre discipline implicate da tempo andavano sostenendo sulla testimonianza. In tal senso “La valutazione del contenuto delle dichiarazioni del minore parte offesa in materia di reati sessuali, in considerazione delle complesse implicazioni che la materia stessa comporta, deve contenere un esame dell’attitudine psicofisica del test ad esporre le vicende in modo utile ed esatto; della sua posizione psicologica rispetto al contesto delle situazioni interne ed esterne. Proficuo è l’uso dell’indagine psicologica che concerne due aspetti fondamentali: l’attitudine del bambino a testimoniare, sotto il profilo intellettivo ed affettivo, e la sua credibilità. Il primo consiste nell’accertamento della sua capacità a recepire le informazioni, di raccordarle con altre, di ricordarle ed esprimerle in una visione complessa, da considerare in relazione all’età, alle condizioni emozionali che regolano le sue relazioni con il mondo esterno, alla qualità e alla natura dei rapporti familiari. Il secondo – da tenere distinto dall’attendibilità della prova che rientra nei compiti esclusivi del giudice – è diretto ad esaminare il mondo in cui la giovane vittima ha vissuto e ri- elaborato la vicenda in maniera da selezionare sincerità, travisamento dei fatti e menzogna” (Cass. Pen. Sez. III, 3 ottobre 1997, n. 8962, Ruggeri). Ancora, importante passo in avanti è stato fatto con la sentenza della Cassazione Penale Sez. III n. 37147/07 nella quale enfasi è stata posta su molti elementi tra i quali, significativo, è stato il riconoscimento dato alla Carta di Noto per ciò che concerne la genuinità delle dichiarazioni del minore. Molte infatti sono le variabili implicate nella raccolta delle testimonianza. Per citarne alcune si pensi al problema del ricordo, alle problematiche inerenti la comprensione del linguaggio, la capacità di distinguere tra vero e falso, la capacità di discriminare le assurdità e, senza dilungarmi troppo, notevole importanza viene data al problema della suggestionabilità del minore. La British Psychological Society nel giungo 2008 ha elaborato delle vere e proprie linee guida analizzando le problematiche inerenti la memoria, il problema del ricordo autobiografico nei minori etc. Ancora, il mondo di interrogare i minori prende le mosse dalle linee guida del National Institute of Child Health and Human Development (NICHD) Protocol for Investigative Interview Protocol: “In breve, la ricerca mostra che, anche se i bambini ricordano chiaramente le esperienze che hanno vissuto, la correlazione tra età e memoria è complessa e soggetta ad una varietà di fattori che influenzano la qualità delle informazioni fornite. Per i nostri scopi, forse il più importante di questi fattori è pertinente all’abilità dell’intervistatore di trarre informazioni e dalla volontà e abilità del bambino di esprimerle, piuttosto che dall’abilità del bambino di ricordarle. Come gli adulti, i bambini possono essere testimoni-informatori, e una molteplicità di gruppi di professionisti ed esperti lo hanno riconosciuto, descrivendo una serie di raccomandazioni e indicazioni riguardanti le modalità più efficaci di condurre interviste legali o di tipo investigativo con i bambini (ad esempio: American Professional Society on the Abuse of Children (APSAC), 1990, 1997; Jones, 2003; Lamb 1994; Lamb, Sternberg, & Esplin, 1998; Home Office, 1992, 2002; Orbach, Hershkowitz, Lamb, Sternberg, Esplin, & Horowitz, 2000; Poole & Lamb, 1998; Sattler, 1998; Warren & McGough, 1996). Come sottolineato da Poole and Lamb (1998), questi libri e articoli rivelano un grado sostanziale di consenso riguardo ai modi in cui devono essere condotte le interviste di tipo investigativo, e mettono in luce una convergenza ragguardevole sulle conclusioni suggerite da un’attenta analisi della letteratura empirica e di sperimentazione. Chiaramente, è spesso possibile ottenere informazioni di rilievo dai bambini, ma farlo richiede procedure investigative attente, cosi come una coscienza realistica delle loro capacità e inclinazioni”1.
1 La traduzione in italiano è nostra. Di seguito riportiamo stralcio del contributo in lingua originale. “In brief, the research showed that, although children clearly can remember incidents they have experienced, the relationship between age and memory is complex, with a variety of factors influencing the quality of information provided. For our present purposes, perhaps the most important of these factors pertains to the interviewer’s ability to elicit information and the child’s willingness and ability to express it, rather than the child’s ability to remember it. Like adults, children can be informative witnesses, and a variety of professional groups and experts have recognized this, offering recommendations regarding the most effective ways of conducting forensic or investigative interviews with children (e.g., American Professional Society on the Abuse of Children (APSAC), 1990, 1997; Jones, 2003; Lamb 1994; Lamb, Sternberg, & Esplin, 1998; Home Office, 1992, 2002; Orbach, Hershkowitz, Lamb, Sternberg, Esplin, & Horowitz, 2000; Poole & Lamb, 1998; Sattler, 1998; Warren & McGough, 1996). As Poole and Lamb (1998) pointed out, these books and articles reveal a substantial degree of consensus regarding the ways in which investigative interviews should be conducted, and a remarkable convergence with the conclusions suggested by a close review of the experimental and empirical literature. Clearly, it is often possible to obtain valuable information from children, but doing so requires careful investigative procedures, as well as a realistic awareness of their capacities and tendencies”. In Lamb M.E., Orbach Y., Hershkowitz P.W., Horowitz D., Structured forensic interview improve the quality and informativeness of investigative interviews with children: a review of research using the NICHD Investigative Interview Protocol, Child Abuse Negl. 2007, 31 (11-12), 1201-1231; In tale studio vengono proposte quelle che sono le espressioni che gli intervistatori possono usare e quelle che sono scoraggiate o vietate: Tipologia di espressione Definizione Esempi Facilitatore Espressioni non evocative che permettono di procedere con risposte che aiutino lo sviluppo del racconto. “va bene” “si” “ah” “e così ti ha colpito” (immediatamente dopo che il bambino ha detto “e poi mi ha colpito”) Invito Una richiesta aperta perché il bambino ricordi informazioni riguardo l’evento. Questa può essere formulata come un’affermazione, una domanda, un imperativo. “Dimmi tutto quello che è successo” “dimmi di più su questa cosa” Invito con suggerimento implicito Un tipo di invito che focalizza di nuovo l’attenzione del bambino su dettagli che lui/lei hanno menzionato e li usa come aggangio per suggerire un ricordo ulteriore. Hai parlato di … (evento, azione, oggetto). Dimmi di più” “hai parlato di… (azione). Poi cosa successe?” Direttivo Un espressione che focalizza l’attenzione del bambino su informazioni che sono state già precedentemente menzionate e richiede informazioni aggiuntive di tipo specifico, di norma usando domande che iniziano per particelle interrogative (chi, cosa, quando, dove, come). “di che colore era la maglietta? (quando la maglietta è stata menzionata) “dove/quando è successo?” “dove ti ha toccato?” (quando il bambino ha descritto di essere stato toccato da un uomo) Proporre delle opzioni Un input che focalizza l’attenzione del bambino su aspetti o dettagli non precedentemente menzionati, per richiedere conferma o negoziazione o per selezionare un’opzione data dall’intervistatore. “ti ha fatto male?” “eri vestito quando è successo?” “ti ha toccata sopra o sotto i vestiti?” Evocative Un enunciato che presume informazioni non svelate dal bambino o che implica l’attesa di una particolare risposta. “faceva male quando ti ha infilato il dito?” (quando il bambino ha menzionato penetrazione digitale) “ti voleva baciare non è vero?” Nota: molti ma non tutti gli enunciate si inseriscono in una di queste categorie. La ricerca si focalizza solo sui suggerimenti sostanziali ossia quelli che si focalizzano sull’evento che è oggetto d’indagine. Così, per esempio, le domande fatte durante la fase di costruzione del rapporto non verranno contate quando descriveremo il comportamento dell’intervistatore2. Tutta la letteratura internazionale prende quindi in seria considerazione la suggestione la quale è intesa come “… un processo di comunicazione che induce un soggetto ad accettare in assenza, di validi elementi di convincimento, quanto gli viene suggerito. La suggestionabilità fa riferimento, invece, alla tendenza del soggetto a rispondere in un dato modo alla suggestione e al
2 Ibidem. Anche in questo caso la traduzione è nostra e riportiamo la versione della tabella in lingua originale. Table 1 Taxonomy of Investigative Utterance Types Utterance type Definition Examples Facilitator Non-suggestive prompt to continue with an ongoing response. “Ok” “Yes” “Uh-huh” “So he hit you” (immediately after child said “and then he hit me.”) Invitation An open-ended request that the child recall information about the incident. Can be formulated as a statement, question, or imperative. “Tell me everything that happened.” “Tell me more about that.” Cued invitation A type of invitation which refocuses the child’s attention on details s/he mentioned and uses them as cues to prompt further free-recall of information. “You mentioned [event, action, object]. Tell me more about that.” “You mentioned [action]; then what happened?” Directive A cued-recall prompt that focuses the child’s attention on information already mentioned and requests additional information of a specific sort, typically using wh-questions (who, what, when, where, how). “What colour was that shirt?” (When the shirt had been mentioned). “Where/when did that happen?” “Where did he touch you?” (When the child has described been touched by a male). Option- posing A prompt that focuses the child’s attention on aspects or details not previously mentioned, requiring confirmation, negation, or selection of an interviewer-given option. “Did it hurt?” “Were your clothes on when that happened?” “Did he touch you over or under your clothes?” Suggestive An utterance that assumes information not disclosed by the child or implies that a particular response is expected. “Did it hurt when he put his finger in you?” (When the child has not mentioned digital penetration) “He wanted you to kiss him, didn’t he?” Note: Most but not all utterances fit into one of these categories. The research focused only on substantive prompts–those focused on the incident under investigation. Thus, for example, questions during rapport- building would not be counted when describing the interviewer’s behaviour. contesto interattivo. Pertanto, mentre la suggestione riguarda le caratteristiche di uno stimolo, la suggestionabilità richiama le caratteristiche della persona che risponde allo stimolo suggestivo”3 . Purtroppo in Italia, succede tutto il contrario di tutto ed ecco che, incurante di tutto quanto brevemente evidenziato precedentemente, la sentenza n. 9157/10 della sezione terza depositata l’8 marzo, disattende tutto e, a fronte di domande suggestive e di inottemperanza della Carta di Noto, rigetta il ricorso presentato dall’imputato. Tutti noi sappiamo bene che la Carta di Noto non ha valore normativo, che si tratta di una serie di indicazioni per coloro che sono chiamati ad ascoltare il minore ma, tali considerazioni, a mio modesto parere, non possono e non devono diventare un’autorizzazione a rendere l’ascolto del minore una serie di contraddizioni scientifiche. Non rispettare lo sviluppo del minore e le sue caratteristiche vuol dire non rispettare il minore stesso. In altro senso, è come se ci limitassimo a sentirlo, ma non ad ascoltarlo.
3 De Cataldo Neuburger L., “Esame e controesame nel processo penale. Diritto e Psicologia”, Seconda Edizione, Cedam, Padova, 2008;
Riflessioni a margine della sentenza n. 9157/10 was last modified: Marzo 8th, 2010 by Sara Pezzuolo
8 Marzo 2010 0 commenti

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