Source: https://www.comitatopaulrougeau.org/02-03-2013
Timestamp: 2020-01-20 01:50:40+00:00

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02/03-2013 | comitatopaulrougeau
Numero 204 – Febbraio / Marzo 2013
Cina: pena di morte in TV
1) Vinta la difficile battaglia abolizionista in Maryland!
2) La pena di morte potrebbe essere abolita anche in Delaware
3) Sospesa l’esecuzione di Paul Howell assistito da Dale Recinella
4) David Ranta, vittima senza fine della ‘giustizia’
5) “Sono terrorizzato, voglio vivere, non voglio morire”
6) Vivo per miracolo non potrà più essere condannato a morte
7) L’Arabia Saudita ignora le proteste internazionali
8) Zio Sam, il grande fratello
9) Pervicace scelta di Obama: Brennan a capo della CIA
10) Pesanti condanne ai capi del SISMI per il rapimento di Abu Omar
11) In Guatemala prosegue il processo contro il generale Montt
12) Scambio di battute in Internet sugli zingari che puzzano
13) Notiziario: Georgia, Iraq, Maldive, Pakistan, Sri Lanka, Texas, Usa
ATTENZIONE: La nostra ASSEMBLEA ORDINARIA dei Soci si svolgerà domenica 2 giugno a Firenze, nel prossimo numero troverete l’o. d. g. e le istruzioni per parteciparvi.
La pena di morte è stata abolita in Maryland per l’impegno di tanti e soprattutto del Governatore O’Malley. Per 30 anni nessuno stato USA aveva abolito la pena di morte, ma negli ultimi 6 anni l’hanno abolita: New Jersey, New York, New Mexico, Illinois, Connecticut e, adesso, il Maryland
Il 15 marzo si è avuta la certezza dell’abolizione della pena di morte in Maryland (1), quando la Camera dei Rappresentanti ha votato la relativa legge con 82 voti contro 56. A quel punto per andare in vigore la legge che sostituisce la pena di morte con l’ergastolo senza possibilità di liberazione necessitava soltanto della firma del governatore Martin O’Malley. Firma assolutamente certa dato che il presentatore di tale proposta di legge è stato lo stesso O’Malley.
La proposta di legge aveva superato i precedenti passaggi in Senato di stretta misura: il 21 febbraio è stata approvata in Commissione Giustizia del Senato con 6 voti contro 5, il 6 marzo è stata approvata dal Senato con 27 voti contro 20, lo stesso giorno è invece passata agevolmente in Commissione Giustizia alla Camera, con 14 voti contro 8.
Ad ogni passaggio la discussione tra abolizionisti e mantenitori è stata accesa, la presentazione di fatti e di testimonianze pro e contro appassionata e spesso drammatica.
In una audizione del 14 febbraio O’Malley ha chiesto ai componenti della Commissione Giustizia del Senato di dare via libera alla legge abolizionista nella sessione parlamentare in corso. Il governatore ha definito la pena di morte approssimativa, costosa, razzista ed inefficace per prevenire il crimine. O’Malley ha anche ricordato le statistiche statunitensi che danno il tasso di 4,9 omicidi per ogni 100 mila abitanti per anno negli stati mantenitori della pena capitale, e solo di 4,1 per 100 mila per anno negli stati abolizionisti.
“La pena di morte funziona come deterrente, come prevenzione del crimine? No. 2. La pena di morte fa buon uso del denaro sborsato dai contribuenti? No. E, numero 3, la pena di morte è coerente con i valori del nostro popolo?” si era chiesto enfaticamente O’Malley. “La pena di morte non funziona, non è un deterrente ed è uno spreco di soldi.” Dal canto loro i membri della Commissione avevano incalzato il governatore con domande del tipo: “Se non c’è la pena di morte come fa lo stato a scoraggiare l’uccisione di una guardia carceraria? O il mutuo assassinio tra detenuti? Come si può assicurare giustizia se la punizione per i più odiosi atti criminali è una sentenza a vita?”
Oltre alla spinta poderosa di O’Malley - che considera l’abolizione della pena di morte uno dei traguardi più importanti del proprio mandato governatoriale - la proposta di legge abolizionista è stata fortemente promossa dalle associazioni e dai gruppi sociali del Maryland: le famiglie delle vittime del crimine, le comunità di colore, i leader delle associazioni per i diritti civili, gli esponenti delle varie fedi religiose (cattolici, luterani, presbiteriani, musulmani, ebrei). Un ‘testimonial’ infaticabile dello schieramento abolizionista è stato Kirk Bloodsworth, condannato a morte nel 1985 e poi riconosciuto innocente.
Un ruolo particolarmente attivo lo hanno avuto i cattolici. Nel corso dell’audizione presso la Commissione Giustizia del Senato del 14 febbraio, l’arcivescovo William Lori, presidente della conferenza episcopale del Maryland, ha fatto un’esauriente esposizione dell’attuale dottrina della chiesa cattolica riguardo alla pena di morte.
Nonostante il fatto che la forte e costante pressione del governatore e degli abolizionisti rendesse l’approvazione delle legge abolizionista sempre più probabile e, alla fine, pressoché sicura (2) i sostenitori non si sono mai arresi ed hanno anche giocato d’astuzia.
Il tranello più pericoloso è stato teso dai senatori favorevoli alla pena capitale che hanno posto in votazione un emendamento alla legge in discussione che lasciava la pena di morte solo per coloro che commettono omicidi in ambiente scolastico (sfruttando lo scalpore suscitato di una strage avvenuta in una scuola del Connecticut). L’emendamento è stato respinto dal Senato con il minimo di 24 voti contro 21 (il che significa che sono mancati voti dello schieramento abolizionista).
Il cattolico Martin O’Malley, impegnato da oltre 6 anni per l’abolizione della pena di morte in Maryland (3) ha sempre trovato i maggiori ostacoli in Senato, composto da membri più anziani e conservatori. Nel 2009 l’abolizione fallì in Senato ma furono approvate norme per restringere l’applicazione della pena di morte ai casi in cui vi fossero prove del DNA, videoregistrazioni del crimine o confessioni videoregistrate.
Tutto ciò anche se la pena capitale in Maryland, pur essendoci sulla carta, non era più attiva. L’ultima esecuzione si è verificata nel 2005 sotto il governatore Robert Ehrlich (4) e la nuova procedura per le esecuzioni con l’iniezione letale, introdotta nel 2006 e bocciata dalla massima corte del Maryland, non era mai stata emendata.
La fatica e l’impegno profusi per ottenere l’abolizione della pena di morte in uno stato che non l’applicava dimostra, ancora una volta, che essa ha soprattutto un significato simbolico.
Il cammino abolizionista va dunque avanti negli Stati Uniti d’America. Prima del 2007 nessuno stato USA aveva abolito la pena di morte a partire dagli anni Sessanta. Negli ultimi 6 anni 6 stati l’hanno abolita: New Jersey, New York, New Mexico, Illinois e Connecticut e adesso il Maryland. Ora la pena di morte rimane in 32 stati su 50 oltre che nelle giurisdizioni federali.
Gli abolizionisti ne hanno ben d’onde per festeggiare anche se rimangono tre punti oscuri dopo l’abolizione della pena di morte in Maryland:
1) un referendum popolare potrebbe vanificare la legge abolizionista (il 60% dei cittadini del Maryland è ancora a favore della pena di morte)
2) che ne sarà dei 5 condannati a morte del Maryland cui non si applica la nuova legge?
3) La condanna all’ergastolo senza possibilità di liberazione, che sostituisce in Maryland la pena di morte, è un pena moralmente accettabile? Ai primi due interrogativi riteniamo che si possa dare una riposta tranquillizzante: 1) non sembra che ci siano in Maryland le forze e le volontà necessarie ad indire un referendum sulla pena di morte (l’opinione pubblica è satura del dibattito sulla pena di morte che dura da parecchi anni); 2) il governatore O’Malley troverà i momenti opportuni e i modi per concedere la grazia a tutti e cinque i condannati a morte. Al terzo interrogativo – come abbiamo fatto più volte – rispondiamo che se l’ergastolo senza possibilità di liberazione è un passaggio obbligato per l’abolizione della pena di morte esso può essere tollerato per un certo periodo. A condizione però che l’impegno di chi si preoccupa dei diritti umani si orienti all’abolizione dell’ergastolo immediatamente dopo aver ottenuto l’abolizione della pena capitale.
(1) Stato di modeste dimensioni ( 6 milioni di abitanti circa) importante nella storia dell’indipendenza degli Stati Uniti, situato sulla costa orientale nelle vicinanze della capitale Washington. La sua capitale è Annapolis, la citta più grande del Maryland è Baltimora.
(2) V. n. 202, n. 203, Notiziario
(3) Poco dopo essere entrato in carica il governatore O’Malley ha valorizzato i risultati della Commis­sione sulla Pena di Morte istituita il 24 marzo 2007 dal Parlamento del Maryland, che ha reso noto il suo rapporto il 12 dicembre successivo (v. n. 165, Notiziario, 166, Notiziario, 169, “USA: il punto…”)
(4) Prima di questa vi sono state solo 4 esecuzioni in Maryland dopo la reintroduzione della pena di morte.
Dopo l’abolizione della pena di morte in Maryland, gli abolizionisti potrebbero festeggiare tra poche settimane anche l’abolizione della pena capitale in uno stato confinante, il Delaware.
La legge che abolisce la pena di morte è stata approvata dal Senato del Delaware il 26 marzo con il minimo margine di 11 voti contro 10, al termine di un lungo ed appassionato dibattito. Le testimonianze a favore dell’abolizione sono state presentate prima di quelle a favore del mantenimento della pena di morte. A favore dell’abolizione è intervenuto incisivamente il testimonial Kirk Bloodsworth, ex condannato a morte esonerato nel vicino e più importante stato del Maryland.
“A volte la gente sbaglia, a volte la gente mente, a volte crediamo di sapere più di quanto sappiamo” ha detto Bloodsworth. “Il Delaware non può permettersi di stare dalla parte sbagliata. Non possiamo sopportare ciò che fa alle famiglie delle vittime. Non possiamo sopportare la discriminazione razziale e non possiamo sopportare, soprattutto, di mettere a morte una persona innocente.”
Se la legge passerà anche alla Camera dei Rappresentanti, dove arriverà il 24 aprile, e sarà firmata dal Governatore, la massima pena prevista nello stato sarà l’ergastolo senza possibilità di liberazione.
Come è accaduto in Maryland e negli altri stati che hanno abolito recentemente la pena capitale, per aumentare le probabilità dell’approvazione è stata tolta all’ultimo momento dalla proposta di legge la clausola che prevedeva la commutazione delle sentenze capitali pregresse.
La riuscita della battaglia abolizionista in Delaware è piuttosto incerta, anche perché la pena di morte non è certamente inattiva nel piccolo stato atlantico, come lo era in Maryland prima dell’abolizione: vi sono state 16 esecuzioni in Delaware dopo la reintroduzione della pena capitale, l’ultima delle quali l’anno scorso, e sono ben 17 gli ospiti del braccio della morte.
Il nostro amico Dale Recinella si è recato il 26 febbraio nel braccio della morte della Florida per assistere spiritualmente Paul Augustus Howell che doveva morire quel giorno. Per fortuna l’esecuzione di Paul è stata sospesa e vi sono discrete possibilità che egli possa vivere ancora a lungo.
La Florida ha dato recentemente impulso alla pena di morte sia infliggendo numerose condanne capitali, sia aumentando il ritmo delle esecuzioni. È in atto, inoltre, un tentativo di far approvare una legge che riduca il tempo concesso ai condannati a morte per presentare gli appelli, accelerando così le esecuzioni che ora avvengono mediamente dopo 13 anni dalla condanna.
L’attuale governatore Rick Scott entrato in carica nel 2011, è fiero di aver firmato fino ad ora 7 ordini di esecuzione, 5 dei quali eseguiti. “Sotto la legge della Florida, è compito del governatore prendere decisioni nei casi che comportino la pena di morte, ed io svolgo questo compito solenne molto seriamente,” ha dichiarato Scott.
In gennaio Rick Scott aveva firmato l’ordine di esecuzione per il giamaicano Paul Augustus Howell, un detenuto cattolico che ha scelto come suo assistente spirituale il nostro amico Dale Recinella.
Howell doveva morire il 26 febbraio. La sera prima i suoi avvocati erano riusciti a conseguire una sospensione dell’esecuzione dalla competente corte federale d’appello, quella dell’Undicesimo Circuito.
Temendo che l’accusa potesse ottenere un immediato annullamento della sospensione, Dale si era recato ugualmente nel braccio della morte per cominciare la sua rituale stressante ‘visita del giorno dell’esecuzione’. Ciò non è stato, e il giorno dopo Dale – dopo aver mandato un messaggio di ringraziamento a coloro che avevano pregato per lui e per Paul - è tornato a casa sua a Tallahassee.
Howell, che ora, a differenza di quanto era avvenuto in passato, ha un’efficace difesa legale pagata dal fratello, ha buone probabilità di allungare di molto l’iter giudiziario, e quindi la sua vita, dato che il suo caso finora non è stato mai rivisto dal una corte federale per la negligenza dei suoi precedenti difensori d’ufficio.
Se ci sarà la possibilità di un nuovo appello, la difesa cercherà anche di far valere diverse attenuanti tra cui le lesioni cerebrali di cui è affetto Howell, la sua paranoia, gli abusi da lui subiti nell’infanzia.
Paul Augustus Howell non era comunque un santo. Era membro di una banda di Giamaicani dedita la traffico di droga e fu condannato a morte dopo aver ucciso, per errore, il poliziotto Jimmy Fulford il 1° febbraio 1992.
In realtà Howell voleva uccidere una donna che poteva connetterlo ad un omicidio per ragioni di droga avvenuto a Marianna nel sud della Florida. Per far questo aveva preparato un ‘pacco regalo’ che conteneva un forno a microonde nel quale era celata una bomba. La bomba doveva esplodere all’apertura del pacco. Mentre si recava in auto a consegnare il suo letale omaggio fu fermato dalla polizia per eccesso di velocità. Come avviene spesso negli Stati Uniti, la sua macchina venne accuratamente perquisita. Lo sventurato poliziotto Fulford ritenne che fosse suo dovere aprire e ispezionare il pacco bomba.
Come è accaduto ad altri detenuti riconosciuti innocenti e liberati dopo una lunghissima prigionia, David Ranta è stato sopraffatto dalla grande gioia per la liberazione che si è trasformata in angoscia.
A Brooklyn, 23 anni fa, Chaim Weinberger, un corriere della Pan American Diamond Corporation, uscì di casa per recarsi all’aeroporto con una valigetta piena di pietre preziose. Nell’atrio vide un giovane biondo, che cominciò a seguirlo. Chaim accelerò il passo, riuscì a balzare sulla sua auto e a fuggire velocissimo verso l’aeroporto, in tempo per vedere che il giovane aveva estratto la pistola e stava correndo per raggiungerlo.
Mentre Chaim si allontanava, l’anziano rabbino Chaskel Werzberger stava mettendo in moto la sua auto. Il ladro, colto dal panico, gli sparò un colpo alla testa e lo scaraventò fuori dall’auto che usò per darsi alla fuga. Il rabbino fu portato d’urgenza in ospedale ma morì pochi giorni dopo. L’efferato omicidio suscitò uno scalpore immenso, perché la vittima era una persona nota, stimata e molto amata, nonché uno dei sopravvissuti di Auschwitz.
Il sindaco offrì una taglia di 10.000 dollari. La polizia fu posta sotto pressione affinché acciuffasse subito il colpevole. Interrogò vari malviventi nel tentativo di rintracciare il ladro omicida. Una telefonata anonima suggerì di controllare un certo Joseph Astin, un ladro alto, di bell’aspetto e biondo, ma Astin pochi giorni dopo morì in un incidente automobilistico.
L'investigatore Louis Scarcella, che fu messo a capo della squadra incaricata delle indagini, fece visita in carcere a Drikman e Bloom, due delinquenti imputati di furti e violenze. Questi, nella speranza di ottenere uno sconto di pena, gli confezionarono una storia plausibile: gli dissero che Bloom era stato coinvolto nell’organizzazione del tentato furto di preziosi, ma che un loro conoscente, David Ranta, un ladruncolo drogato, era l’omicida.
La fidanzata di Drikman disse agli investigatori di aver visto Ranta e Bloom incontrarsi per organizzare il colpo. A Bloom fu garantito di non essere perseguito per l’omicidio e gli fu ridotta in modo sensibile la pena per gli altri reati, quelli che aveva commesso.
Scarcella arrestò Ranta dopo sei mesi dall’omicidio del rabbino e dichiarò in tribunale che questi (dopo 26 ore di interrogatorio praticamente ininterrotto) aveva confessato la sua colpevolezza. Nessuna prova fisica lo legava all’omicidio.
Il caso era pieno di pecche, ovviamente. Il portavalori, che aveva visto bene in viso il ladro, testimoniò al processo di essere sicuro che Ranta non fosse il colpevole. Quattro dei cinque testimoni non lo riconobbero come il colpevole nel primo confronto. Alla fine però la giuria lo giudicò colpevole. A maggio del 1991 ricevette una condanna a 37 anni e 6 mesi di reclusione in un carcere di massima sicurezza. Buon per lui che non ebbe la pena di morte come chiedevano a gran voce gli ebrei.
David Ranta dichiarò in tribunale di essere innocente e che i testimoni e i poliziotti che lo avevano incastrato erano tutti corrotti. “Spero che Dio faccia emergere la verità perché molte persone dovranno vergognarsi di ciò che mi hanno fatto.”
Quattro anni dopo, sorsero i primi dubbi sulla possibile innocenza di Ranta: Teresa Astin si presentò a dire che il defunto marito era venuto a casa, il giorno dell’omicidio di Werzberger, spaventatissimo, dicendole di aver fatto del male a qualcuno, che qualcosa di molto grave era successo. “Piangeva, era terrorizzato”, disse la vedova che era al corrente di particolari dell’omicidio che nessun altro conosceva. La moglie trovò poco dopo Joseph Astin nel bagno che smontava una pistola. Nonostante questa testimonianza, il caso di David Ranta non fu riaperto.
Sedici mesi fa – dopo oltre un ventennio dai fatti – a Ranta si è finalmente presentata l’occasione di far riaprire il caso davanti al nuovo procuratore distrettuale. Furono iniziate serie indagini sul comportamento della polizia e si scoprì che l’ investigatore Scarcella era responsabile di alcune delle condanne più dubbie.
Uno dei testimoni (che aveva 13 anni all’epoca del delitto) dichiarò che quando si presentò alla polizia per il riconoscimento dell’omicida in un confronto all’americana, un investigatore gli disse che avrebbe ‘dovuto riconoscere’ l’uomo con il naso grosso. Egli allora indicò David Ranta perché era quello con il naso più grosso degli altri.
La fidanzata di Drikman ritrattò la sua testimonianza, dichiarando di aver inventato tutto. Anche Drikman ritrattò, dicendo di aver incastrato Ranta con l’aiuto del detenuto Bloom e degli investigatori.
David Ranta, che ora ha 58 anni, il 21 marzo scorso è stato finalmente dichiarato innocente e scarcerato.
“Signor Ranta, dirle che sono desolata per ciò che ha dovuto sopportare è veramente poco e del tutto inadeguato, ma glielo voglio dire ugualmente,” ha detto la giudice Miriam Cyrulnik asciugandosi gli occhi.
“Sono vissuto in una gabbia, sono stato spogliato e umiliato. Potrò di nuovo entrare in contatto con la gente, decidere della mia vita,” ha dichiarato David Ranta appena libero. Uscito dal tribunale il 21 marzo scorso, con il suo avvocato e una borsa contenente le sue poche cose, Ranta ha detto di sentirsi come soffocato, come se si trovasse sott’acqua, travolto dall’emozione.
La sua emozione è stata davvero troppa e si è trasformata in angoscia: David Ranta è stato colpito da un infarto nel secondo giorno di libertà, mentre si trovava in un albergo a festeggiare con i suoi cari. Adesso è ricoverato in ospedale.
"Rientrare nel mondo esterno - ha detto il suo avvocato, Pierre Sussman - dopo quasi un quarto di secolo in prigione può essere un'esperienza estremamente disorientante".
Ci auguriamo che David possa riprendersi e godere ancora della libertà e della dignità che gli è stata deliberatamente negata per tanti anni, i migliori anni della sua vita. (Grazia)
In Cina vige il segreto sulla pena di morte, ma le esecuzioni capitali diventano spesso uno spettacolo mediatico. Ciò è accaduto anche il 1° marzo in occasione dell’esecuzione di quattro detenuti.
Una trasmissione di due ore della televisione di stato cinese del 1 marzo conteneva un’ora di diretta che mostrava gli ultimi momenti di vita di quattro trafficanti di droga ai quali è stata somministrata un’iniezione letale.
I quattro, accusati dell’uccisione di 13 pescatori cinesi sul fiume Mekong, erano stati catturati in Laos dopo una colossale caccia all’uomo internazionale che alcuni commentatori hanno paragonato all’operazione che portò all’uccisione di Bin Laden.
Naw Kham (1), capo di una banda che avrebbe un centinaio di affiliati, era birmano, due dei trafficanti ‘giustiziati’ arano laotiani, uno tailandese. I rimanenti due trafficanti fatti prigionieri non sono stati condannati a morte ma a pesanti pene detentive.
Psicologi cinesi hanno criticato la trasmissione sicuramente sconvolgente per i bambini, avvocati hanno notato che sono state violate recenti norme che impongono la riservatezza sulle esecuzioni capitali (in passato, addirittura, in Cina venivano fatte esecuzioni multiple in pubblico con un colpo di fucile che fracassava la testa dei condannati). Molti telespettatori sono stati scioccati dalla trasmissione anche se quasi tutti i Cinesi approvano la pena di morte quale ‘giusta retribuzione’ per certi crimini.
“Non so se qualche altro stato abbia trasmesso in TV gli ultimi momenti di un condannato a morte, non lo fanno neanche l’Iran, l’Afghanistan e la Corea del Nord” ha commentato, da Hong Kong, Nicholas Bequelin esponente di Human Rights Watch. “È un passo indietro nel momento in cui riteniamo che la Cina si stia muovendo nella direzione giusta per quanto riguarda la pena di morte”.
La diretta mostra i condannati scortati dalle loro celle al luogo dell’esecuzione nella provincia di Yunnan. I loro polsi sono serrati dietro alla schiena da funi. Un medico in camice bianco esamina i loro corpi in vista della somministrazione dell’iniezione letale. Il commentatore insiste nel dire che i prigionieri vengono ben trattati: “Dall’aspetto di questi criminali si può dire con sicurezza che essi sono stati trattati con spirito umanitario nelle nostre prigioni, i criminali appaiono chiaramente in miglior salute, più puliti, con un aspetto migliore di quando vennero arrestati”.
La diretta si interrompe per far vedere una cerimonia di gala con musiche patriottiche e bambini che portano mazzi di fiori per gli investigatori che hanno partecipato alla cattura dei trafficanti di droga.
Viene fatta passare un’intervista a Naw Kham registrata in precedenza in cui lui implora: “Sono terrorizzato. Voglio vivere. Non voglio morire. Ho dei figli. Ho paura…”
Il momento preciso in cui è stata somministrata l’iniezione letale viene negato al pubblico. Un comunicato emesso alle 14 e 55’dice che i quattro condannati sono morti.
Non è la prima volta che la pena capitale diviene spettacolo mediatico in Cina. Ricordiamo la trasmissione intitolata “Interviste prima dell’esecuzione” andata in onda per un quinquennio alla TV della provincia di Henan, che fece pazzeschi record di ascolto e che venne proibita solo l’anno scorso (2) Ricordiamo anche lo scalpore suscitato un anno fa dalla pubblicazione di un servizio fotografico su alcune detenute che venivano portate a morire (3).
Tutto ciò a dispetto del segreto che viene imposto sulla pena di morte in Cina, che non permette di conoscere neanche il numero dei prigionieri uccisi ogni anno (le organizzazioni per i diritti umani ipotizzano attualmente un totale di 4000 esecuzioni all’anno, in decrescita e pari alla metà di quelle che si avevano alcuni anni fa).
(1) È il detenuto che compare nella foto in prima pagina.
(2) V. n. 196, “Interviste di condannati…”
www.dailymail.co.uk/news/article-2109756/The-Execution-Factor-Interviews-death-row-Chinas-new-TV-hit.html
(3) V. n. 194, “In Cina moriture sorridenti.”
www.dailymail.co.uk/news/article-2072528/He-Xiuling-execution-Truth-Chinese-prisoner-wanted-look-best-shot.html
Vivo soltanto perché nel 2008 la sera dell’esecuzione si era fatto tardi, Charles Hood ha ora patteggiato la condanna all’ergastolo per non rischiare di essere condannato a morte una seconda volta
Charles Dean Hood, che ha sostenuto di essere innocente per oltre un ventennio, si è dichiarato colpevole per evitare il rischio di essere nuovamente condannato a morte. Così il secondo processo capitale contro di lui si è concluso in Texas il 14 febbraio u. s., senza dibattimento, con il giudice che gli ha inflitto la condanna all’ergastolo.
In un primo processo tenutosi nel 1990, Hood era stato condannato a morte per un duplice omicidio, sulla base di consistenti prove a carico. Arrivato al termine dell’iter giudiziario, nel giorno in cui doveva essere ucciso, il 17 giugno 2008, era stato salvato da un ricorso in extremis dei suoi difensori che contestavano un conflitto di interessi: la giudice Sue Holland e l’accusatore Tom O’Connell erano amanti!
Chales Hodd scoppiò in pianto all’annuncio della sospensione dell’esecuzione, ringraziando Dio. La sospensione fu però annullata dopo le ore 23 di quello stesso giorno ed egli non morì solo perché il personale addetto non avrebbe fatto a tempo ad ucciderlo entro la mezzanotte, come prescritto nell’ordine di esecuzione (v. n. 161, Notiziario).
In seguito la data di esecuzione per Charles Dean Hood è stata fissata altre volte finché la fase di inflizione della pena del suo processo originario non è stata annullata. Ciò è avvenuto per una questione che non ha niente a che fare con le relazioni sentimentali dei suoi giudici: non erano state date sufficienti istruzioni alla giuria riguardo alle attenuanti che potevano evitare la sentenza di morte.
Sembra che la decisione del 14 febbraio abbia lasciato abbastanza soddisfatti sia Hood e i suoi bravi avvocati che i parenti delle vittime. La sorella di una delle vittime di Hood ha dichiarato: “Adesso lui è soltanto un numero. Ringrazio Dio di poter finalmente trovare una chiusura per il mio dolore.”
Tra torture, decapitazioni, fucilazioni e crocifissioni, l’Arabia Saudita è al centro delle proteste internazionali
Il 13 marzo sette condannati sono stati messi a morte in Arabia Saudita e uno di essi è stato successivamente crocifisso.
Arrestati sette anni fa, erano stati accusati di rapina a mano armata di preziosi in una serie di negozi. Tuttavia le condanne a morte erano state pronunciate in base a confessioni estratte sotto tortura e al termine di un rapido processo che non lasciò nessuno spazio alla difesa.
Amnesty International ritiene che almeno due dei condannati fossero minorenni al momento del crimine. (1)
Uno dei sette, Sarhan bin Ahmed bin Abdullah Al Mashayekh, ha subito la pena aggiuntiva della crocifissione. (2)
Le proteste internazionali, piovute sull’Arabia Saudita e arrivate al principe Faisal bin Khaled al-Saud, governatore della provincia di Asir, sembravano aver indotto quest’ultimo a sospendere l’esecuzione, che doveva avvenire il 5 marzo, e a riflettere sui casi.
Amnesty International ha avuto appena il tempo di diffonderei in tutto il mondo un comunicato sull’avvenuta sospensione che, il 13 marzo, è arrivata la notizia dell’esecuzione dei sette. Amnesty ed altre fonti estere che hanno seguito accuratamente il caso, riferiscono che i condannati sono stati fucilati e in seguito il corpo di Sarhan al-Mashayekh è stato crocifisso per 3 giorni. I comunicati ufficiali apparsi sui giornali dell’Arabia Saudita parlano invece di sette decapitazioni e una crocifissione.
Uno dei condannati era riuscito a comunicare con l’Associated Press per mezzo di un telefono cellulare fatto entrare di nascosto in carcere. “Non ho ucciso nessuno” aveva detto Nasser al-Qahtani. “Non avevo armi mentre rubavo nel negozio, ma la polizia mi ha torturato, mi ha picchiato e ha minacciato di imprigionare e torturare mia madre, per estorcermi l’affermazione che avevo una pistola pur avendo solo 15 anni”. Egli ha aggiunto che il giudice durante il processo non ha badato alle denunce di tortura. “Gli mostravamo i segni della tortura e delle percosse ma lui non ci stava a sentire.”
“Quando un governo mette a morte sette persone in un solo giorno, sulla base di confessioni estorte con la tortura ed esibite in un processo di poche ore nel quale gli imputati non hanno avuto assistenza legale né il diritto di ricorso in appello, questo è un giorno di sangue” – ha commentato con indignazione Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.
Oltre che di Amnesty International, l’Arabia Saudita ha ricevuto le sferzate di Human Rights Watch, nonché da Navi Pillay, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, di Christof Heyns, Relatore Speciale delle Nazioni Unite per le esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, di Juan Mendez, Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e gli altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti…
Nonostante tutto ciò, il 29 marzo si è appreso di un’altra crocifissione in Arabia Saudita: lo yemenita Mohammed Rashad Khairi Hussain, accusato di sodomia e omicidio nei riguardi di un pakistano, è stato decapitato e poi crocifisso.
(1) Si tratta di Ali bin Muhammad bin Hazam al-Shihri e di Sa’id bin Nasser bin Muhammad al-Shahrani.
(2) Oltre ai tre già nominati vi sono: Nasser bin Sa'id bin Sa'ad al-Qahtani, Sa'id bin Nasser bin Muhammad al-Shahrani, Abdul Aziz bin Saleh bin Muhammad al-'Amri e Ali bin Hadi bin Sa'id al-Qahtani.
Il governo degli Stati Uniti esercita il ‘diritto’ di spiare tutti gli stranieri in ogni parte del mondo. Ora un certo scalpore lo ha suscitato una sentenza della Corte Suprema federale che mette fine alla possibilità di contestare lo spionaggio degli Americani nelle comunicazioni internazionali.
L’esecutivo degli Stati Uniti da anni è libero di controllare le comunicazioni (telefoniche e-mail ecc.) di tutto il mondo, senza alcuna supervisione del potere giudiziario, con la giustificazione di essere impegnato nella ‘guerra al terrorismo’ (1). L’unica protezione rimasta, secondo una legge approvata dal Congresso nel 2008, riguarda la proibizione dello spionaggio senza mandato dei cittadini americani che comunicano fra loro in patria: le utenze sorvegliate senza mandato devono essere situate al di fuori degli USA.
Ci si accorse però che, sorvegliando utenze estere, le chiamate e i messaggi da e verso cittadini americani potevano venire intercettate. Basandosi su questo fatto numerose organizzazioni per i diritti civili tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno presentato un ulteriore ricorso a beneficio di avvocati, giornalisti e attivisti per i diritti umani.
Ci fu una vittoria l’anno passato quando la Corte federale d’Appello del Secondo Circuito sentenziò che le motivazioni avanzate dalle organizzazioni per i diritti civili erano valide. L’amministrazione Obama si appellò subito alla Corte Suprema USA chiedendole di annullare la sentenza della Corte del Secondo Circuito.
Il 26 febbraio scorso la Corte Suprema degli Stati Uniti ha praticamente suggellato la questione sentenziando, con la maggioranza minima di 5 giudici a favore e 4 contro, che il Governo americano non può essere oggetto di procedimenti legali riguardanti lo spionaggio segreto.
La motivazione fornita sembra abbastanza comica e indegna dei sapienti che fanno parte della Corte suprema (sia pure in maggioranza retrogradi e reazionari): essendo la materia del contendere segreta, non può essere raccolta alcuna prova della sua esistenza.
Il Giudice Samuel A. Alito Jr. ha argomentato che l’esposto era basato su supposizioni, non su prove di come effettivamente funzionassero i metodi di intercettazione. Il Presidente della Corte, John G. Roberts Jr. ed i giudici più conservatori (Antonin Scalia, Anthony M. Kennedy e Clarence Thomas) hanno condiviso la posizione di Alito.
Ovviamente la sentenza ha sollevato le (inutili) proteste delle organizzazioni per le libertà civili. Il PEN American Center, che rappresenta gli scrittori, ha definito la situazione prodotta dalla Corte Suprema una “situazione Kafkiana”. “Il governo USA sta utilizzando un programma segreto che controlla la gente… Per denunciare l’illegalità della cosa, devi dimostrare che sei controllato. Non puoi dimostrarlo, ovviamente, perché il programma è segreto”, ha osservato Peter Godwin presidente dell’associazione degli scrittori. (Grazia)
(1) Fu il presidente George W. Bush a ordinare le intercettazioni di telefonate e di messaggi in entrata e uscita dagli USA, poco dopo gli attacchi dell’11 settembre. Nel corso degli ultimi dieci anni i giudici delle corti inferiori hanno respinto o lasciato cadere i tentativi di denuncia delle violazioni alla libertà perpetrate in nome dell’anti-terrorismo, quali le videoregistrazioni segrete, le retate di immigrati dal Medio Oriente e gli attacchi con i droni che uccidono cittadini americani all’estero.
Barack Obama è riuscito a far confermare dal Senato la nomina a capo della CIA di John Brennan, un spia di professione che ha dimostrato di non avere nessuna preoccupazione per il rispetto dei diritti umani.
Il 26 febbraio, dopo una prolungata polemica, il Senato USA ha confermato come Ministro della Difesa, con una maggioranza di 58 a 41, l’ex veterano decorato in Vietnam, Chuck Hagel, nominato da Barack Obama. A quella data mancava solo la conferma dell’ultima delle nomine eccellenti fatte Obama all’inizio del suo secondo mandato, quella di John Brennan a capo della CIA. Questa conferma è stata anche più difficile e contrastata di quella di Hagel, non per questioni minori o beghe di partito, ma per gravi motivi che riguardano i diritti umani.
I diritti umani, e le leggi morali in genere, costituiscono lo sfondo dell’agire umano. Ad essi devono ispirarsi e sottomettersi anche i poteri dello stato: legislativo, giudiziario, esecutivo. Per tutti gli esseri umani e in tutti i paesi del mondo. Accade spesso però che i singoli poteri dello stato debordino dal loro ambito, non solo invadendo lo spazio degli altri poteri, ma anche violando i diritti umani che rappresentano la loro stessa legittimazione.
Particolarmente pericolosa è l’arroganza del potere esecutivo che ritiene di comprendere meglio dei comuni mortali quali siano il bene della nazione e i mezzi idonei per perseguirlo. Frequentemente il potere esecutivo si auto assolve delle violazioni dei diritti degli ‘altri’ e dei ‘pochi’ (stranieri, nemici, cattivi …) dicendo di agire a beneficio di molti concittadini.
Ciò avviene anche negli Stati Uniti, uno dei paesi in cui è nata e cresciuta la consapevolezza dei diritti umani.
Gli attentati apocalittici dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti hanno avuto nel lungo periodo conseguenze assai più nefaste, in termini di violazioni dei diritti umani, degli orrori che hanno causato immediatamente. QuestoCiò soprattutto per colpa dell’esecutivo americano.
La ‘guerra al terrore’ - senza regole, infinita, indeterminata, nebulosa - proclamata apertamente e senza remore dall’amministrazione Bush, dopo aver incassato inequivocabili condanne da coloro che difendono i diritti umani, ha cambiato terminologia e linguaggio ma è proseguita, aggravandosi in quasi tutti gli aspetti, sotto le amministrazioni di Barack Obama (v. n. 198, “Nella guerra indeterminata…”). A danni peggiori corrisponde ora maggiore ipocrisia.
Fatta questa premessa, vogliamo qui brevemente discutere la designazione di John Brennan come nuovo capo della CIA, operata dal presidente Obama e ratificata il 7 marzo dal Senato federale con 63 voti contro 34. Ciò dopo una lunghissima attesa, molti rinvii e una (inutile) defatigante discussione finale.
Il 57-enne John Brennan, con una esperienza 25-ennale di analista e di dirigente della CIA, ha traversato senza mai opporsi l’era delle violazioni dei diritti umani compiute dall’amministrazione Bush con l’apporto determinante della CIA: interrogazioni sotto tortura, omicidi mirati, sparizione di sospetti terroristi nell’ambito della pratica dell’ extraordinary rendition. Non essendo riuscito a diventare capo della CIA nel 2008 per l’indignazione suscitata in quell’anno dalle malefatte dell’amministrazione Bush, Brennan ha poi ricoperto l’incarico di consigliere del presidente Obama, spingendo quest’ultimo ad aumentare grandemente la pratica illegale degli ‘omicidi mirati’ con i droni in varie parti del mondo, anche al di fuori le zone di guerra (si parla di alcune migliaia di morti fatti negli ultimi 4 anni).
Soddisfatto del servizio prestatogli in qualità di consigliere, Obama ha ora impegnato tutta la sua influenza per mettere Brennan a capo della CIA, cosa che non si era potuta ottenere nel 2008.
Come contropartita dell’approvazione di Brennan, i Senatori hanno potuto ascoltare le promesse di costui di comportarsi meglio in futuro ed hanno potuto consultare documentazione segreta della Casa Bianca, peraltro poco comprensibile, sulla faccenda degli ‘omicidi mirati’ con i droni ‘anche di cittadini americani’ (1). Veramente poco, a dimostrazione che sulle scelte dell’esecutivo USA il controllo parlamentare è debole e poco più che rituale.
In una dichiarazione diffusa della Casa Bianca subito dopo la conferma di John Brennan, Obama ha affermato soddisfatto: “Il Senato ha riconosciuto in John le qualità che io apprezzo tanto: la sua determinazione di tenere l’America al sicuro, il suo impegno di lavorare con il Congresso, la sua abilità di stabilire relazioni con i partner stranieri e la sua fedeltà ai valori che ci identificano come nazione.” E ancora: “Una intelligence tempistica e accurata è di importanza assolutamente critica per smantellare al-Qaeda e i suoi affiliati, e conseguire l’ampio ventaglio di traguardi in materia di sicurezza che noi abbiamo di fronte come nazione” […] “La leadership di John e dei nostri diligenti professionisti dell’intelligence, saranno essenziali in tal senso.”
(1) Contemporaneamente hanno anche ottenuto documentazione su un fallimento della CIA: non previde gli attacchi terroristici dell’11 settembre scorso contro obiettivi diplomatici e dell’intelligence a Bengasi in Libia, che fecero quattro vittime americane
Altre cinque condanne eccellenti per il rapimento di Abu Omar compiuto da agenti americani nel 2003, tra cui quella di Niccolò Pollari che era allora il capo del servizio segreto militare italiano.
Il 1° febbraio la Corte d’Appello di Milano ha condannato in contumacia a 7 anni di reclusione l’ex capo della CIA in Italia Jeff Castelli e a 6 anni altri due statunitensi, Betnie Medero and Ralph Russomando, per complicità nel rapimento dell’imam Abu Omar avvenuto nel 2003.
Il 12 febbraio la medesima corte ha condannato l’ex capo del servizio segreto militare italiano (Sismi) Nicolò Pollari a 10 anni di reclusione, e il suo vice Marco Mancini a 9 anni, per lo stesso reato.
Ricordiamo che l’imam Hassan Mustafa Osama Masr, detto Abu Omar, fu rapito in strada a Milano il 17 febbraio 2003 da agenti americani con l’appoggio del Sismi e fu poi trasferito in Germania e quindi in Egitto dove sostiene di essere stato torturato.
Per il rapimento di Abu Omar sono state perseguite una trentina di persone dalla magistratura italiana (v. n. 174). Si è trattato dell’unico processo al mondo che sanziona la pratica intrinsecamente illegale dell’extraordinary rendition concepita dall’amministrazione Bush dopo l’11 settembre 2001: ‘sospetti terroristi’ venivano rapiti in tutto il mondo e trasferiti in paesi terzi dove potevano essere torturati ed imprigionati in incommunicado a tempo indeterminato. La pratica è proseguita sotto l’amministrazione Obama ma ora il presidente Barack Obama preferisce far uccidere sul posto i ‘sospetti terroristi’, insieme a passanti sfortunati, mediante i droni.
Nonostante gli ostacoli finora frapposti dai governi statunitense ed italiano, sono stati condannati per il rapimento di Abu Omar 5 italiani e 26 statunitensi. Per ora nessuno dei condannati è stato incarcerato.
In un paese con una debole democrazia susseguita a decenni di dittatura militare per ora va avanti il processo contro l’ex dittatore Efraín Ríos Montt accusato di genocidio e crimini contro l’umanità
Sembra andare avanti la difficile iniziativa giudiziaria cominciata in gennaio contro l’ex dittatore guatemalteco generale Efraín Ríos Montt (1). Montt è accusato di genocidio e crimini contro l’umanità commessi tra il marzo del 1982 e l’agosto del 1983 (2), nel periodo peggiore della guerra civile cominciata nel 1954 quando un gruppo sponsorizzato dalla CIA rovesciò il presidente Jacobo Arbenz, democraticamente eletto. Cominciò allora la dittatura militare sostenuta dagli Stati Uniti, che durò fino al 1986.
I militari guatemaltechi, incluso il generele Montt, venivano preparati alla guerriglia negli Stati Uniti nella famigerata Escuela de las Americas di Fort Bennings in Georgia (ora ribattezzata Istituto dell’Emisfero Occidentale per la Cooperazione riguardo alla Sicurezza).
Nella prima settimana di febbraio il giudice Miguel Angel Gálvez ha dichiarato ammissibili 900 elementi di prova portati dall’accusa, nonostante l’opposizione frontale della difesa del generale Montt (che ha tirato in ballo perfino di segreto di stato).
Anche se l’esito finale del processo rimane incerto, i parenti delle vittime di Montt sono stati rincuorati dalla decisione del giudice Gálvez. Alcuni di essi hanno osservato tristemente di essere rimasti in pochi ad oltre un trentennio dai fatti, anziani e stanchi, mentre il generale Montt, nel collaborare con i numerosi difensori, dimostra in aula una vitalità e una chiarezza di idee sorprendenti per i suoi 86 anni.
“Questo è solo l’inizio” ha dichiarato Elena Farfán fondatrice di “Famdegua”, l’associazione delle famiglie dei desaparecidos del Guatemala,“Ci deve essere un risarcimento per le famiglie, non necessariamente da parte di Montt ma dello stato. Altri progettisti delle sparizioni devono essere portati in giudizio”, ha detto la signora Farfán nominando l’ex Presidente Óscar Humberto Mejia Victores, poi Héctor Mario López Fuentes che fu capo dello staff di Ríos Montt e il generale Benedicto Lucas Garcia, fratello del dittatore che precedette immediatamente Montt, considerato l’architetto della politica dei contras guatemaltechi.
Senza pensare a quale possa essere l’esito finale del processo, i sopravvissuti fanno pressioni perché sia fatta giustizia. “Ancora non sappiamo dove sono finiti i nostri cari” ha dichiarato Blanca Hernandez, membro di Famdegua, parlando di 45.000 desaparecidos.
Il pubblico accusatore Orlando López sostiene che le truppe al comando di Efrain Rios Montt sterminarono più di un terzo degli aborigeni Ixil-Maya abitanti di una regione montagnosa in cui riparavano i guerriglieri di sinistra. In quegli anni tribunali speciali giudicavano in segreto i nemici della dittatura, senza avvocati difensori, prima di impiccarli, sempre in segreto. Le città vivevano momenti di calma che venivano chiamati “pace di cimitero.” Il presidente americano Ronald Regan incontrò il generale Montt nel 1982 definendolo “un uomo di grande integrità personale”.
(1) V. n. 204, Notiziario
(2) Ricordiamo che una ‘commissione per la verità e la giustizia’ delle Nazioni Unite in occasione degli accordi di pace del 1996 ha dichiarato che i militari compirono “atti di genocidio”, inclusi quelli contro i guerriglieri e contro gli aborigeni Ixil dei villaggi della regione di Mayan, che fecero 200 mila morti.
Questo comunicato dell’Opera Nomadi del 25 gennaio (1) è stato ‘postato’ nella lista Diritti Globali di Peacelink il 4 febbraio u. s.:
“Puzzano troppo”, giù gli zingari dall'autobus!
Quattro nomadi sono stati fatti scendere ieri da un autobus pubblico di Vicenza perché, secondo gli altri passeggeri, puzzavano. Si tratta di quattro giovani rom Khorakhanè provenienti dalla ex-Jugoslavia tre dei quali erano in possesso di biglietto regolarmente convalidato. I controllori dell’AIM di Vicenza quando sono saliti a bordo, incalzati dagli altri viaggiatori li hanno invitati a scendere.
Un lettore della lista ha replicato:
Scusate. Che il razzismo sia in aumento in Italia, da vari anni (anche in Italia) è molto probabile, e numerosi sono gli indizi. Ciò premesso, chi parla senz’altro di razzismo per questo episodio dovrebbe spiegare perché secondo lui i passeggeri dell’autobus dovrebbero sopportare la puzza. Che sia diventato abbastanza facile nelle nostre città incrociare persone che chiaramente non si lavano da giorni è elementare constatazione.
E’ più serio far finta di nulla - e pretendere che tutti lo facciano, anche se per esempio stipati in un autobus a stretto contatto - o è più serio riconoscere che esiste una emergenza - anche sanitaria?
Colpevolizzare chi non sopporta la puzza a me pare miope ed ipocrita.
Un altro lettore della lista ha replicato ironicamente:
Si vede che sei stato nei ‘campi nomadi’ a vedere gli ottimi servizi di cui dispongono gli zingari, comprese lussuose docce con acqua calda e fredda per grandi e piccini… poi tutti sappiamo che gli zingari godono di ottimi servizi sanitari completamente gratis ed è proprio a causa della loro razza inferiore che muoiono molto prima di noi…
(1) V. www.operanomadipadova.it
Georgia. A Warren Hill, ritardato mentale, risparmiata in extremis l’esecuzione capitale. Il 19 febbraio scorso, mezz’ora prima dell’esecuzione, dopo aver già assunto un tranquillante e aver detto addio ai suoi cari, Warren Hill ha appreso della sospensione della sua sentenza capitale. Il 53enne, che ha un quoziente intellettivo pari a 70, era stato condannato a morte per aver ucciso un compagno di carcere, mentre già stava scontando la pena dell’ergastolo per l’omicidio della sua ex-fidanzata. I familiari di Warren hanno dichiarato che egli soffriva di ritardo mentale fin dall’infanzia. La sospensione è stata decisa a maggioranza sia dalla competente Corte d’Appello federale che dalla Corte d’Appello della Georgia. Adesso tre psichiatri che al processo originario del 2000 dichiararono frettolosamente di non rilevare alcun ritardo mentale in Warren, hanno ritrattato la loro certificazione. Hanno affermato sotto giuramento che si erano sbagliati e che la maggiore esperienza acquisita nel corso degli anni nonché i progressi scientifici nel settore, permettono loro una diagnosi diversa e più accurata. In pratica a questo punto sia gli esperti assunti dalla difesa che quelli a suo tempo assunti dall’accusa ammettono che Hill è in effetti un ritardato. La discussione è sul quanto. Warren Hill è abbastanza ritardato per essere esonerato dalla pena di morte? Purtroppo, in Georgia come in molti altri stati USA, il livello di ritardo mentale è stabilito in modo variabile ed incerto e rende spesso inutile la decisione della Corte Suprema USA che nel 2002 affermò l’incostituzionalità della pena di morte per i ritardati mentali. In ogni caso, al momento la Corte Suprema USA ha negato l’annullamento della sospensione richiesta dal Procuratore generale della Georgia per cui a Warren è garantita una probabile sopravvivenza. Lo stress e il dolore per lui e i suoi familiari sono stati ovviamente indescrivibili.
Iraq. In due giorni 18 impiccagioni. Nel paese che esattamente dieci anni fa fu ‘liberato’ dalle violazioni dei diritti umani compiute dal regime di Saddam Hussein, le cose non sono affatto migliorate. Le autorità irachene hanno impiccato 8 persone il 14 marzo e altre 10 persone il 17, infischiandosene della richiesta da parte dei governi e dei gruppi per i diritti umani di osservare una moratoria delle esecuzioni. Il governo non ha fornito le identità dei ‘giustiziati’ né dettagliate motivazioni delle condanne, dichiarando genericamente che i 18 uomini avevano commesso reati di terrorismo. Il 19 marzo una serie attacchi terroristici ha provocato la morte di 56 persone e lesioni ad altre 220. Il gruppo di al-Qaeda che ha commesso questo crimine, ha dichiarato di averlo compiuto per vendicare l’impiccagione dei 18 uomini. Questa spirale di violenza che ricade sempre su vittime innocenti, rivela come la situazione nel paese ‘liberato’ non sia mutata, anzi. Le autorità irachene sono riluttanti a dichiarare il numero di condanne capitali inflitte ed eseguite nei dieci anni post-regime di Saddam, ma si ritiene che almeno 3000 persone siano state condannate a morte in questo periodo, e l’organizzazione Human Rights Watch già oltre un anno fa affermò che l’Iraq sta rapidamente tornando ad un regime dittatoriale, che pratica la tortura sui prigionieri, annulla la libertà di espressione e attacca contestatori che protestano pacificamente e persino i giornalisti.
Maldive. Nel paradiso dei turisti, sugli gli abitanti si stendono ombre infernali. L’arcipelago delle Maldive, una sequenza di isole meravigliose nell’Oceano indiano, considerate dai vacanzieri occidentali una sorta di paradiso terrestre, rischia di diventare un inferno per gli abitanti. Un comunicato ANSA del 1° marzo riporta che una ragazza maldiviana di 15 anni, che per anni è stata violentata dal patrigno, ha ricevuto una condanna a 100 frustate e a otto mesi di arresti domiciliari per aver avuto una relazione sessuale con un altro uomo. L’atroce e ingiusta sentenza ha ovviamente suscitato proteste da parte di organismi internazionali di difesa dei diritti umani e delle donne. Al ché il Presidente Mohammed Waheel Hassan si è detto “rattristato della fustigazione inflitta a una minorenne” e ha ordinato alla Procura della Repubblica di appellarsi contro la sentenza. Questo crudele episodio si è verificato nel momento in cui si sta discutendo accesamente una proposta di legge, presentata da un comitato parlamentare delle Maldive un anno fa, di modificare il codice penale imponendo le punizioni previste dalle leggi coraniche. Ciò porterebbe alcune varianti al codice penale esistente, ad esempio nei casi di furto, per i quali viene proposta l’amputazione di una mano, mentre viene anche proposta la pena di morte per omicidio e la lapidazione per fornicazione. Ci si augura che la proposta di legge venga modificata in positivo tenendo conto delle richieste formulate dalle agenzie e delle associazioni per i diritti umani.
Pakistan. Lapidazione di un uomo per adulterio. La barbara usanza della morte per lapidazione permane ancora in numerosi paesi islamici, non solo in Iran. Per lo più nelle zone poco controllate dai governi centrali in cui vige una giustizia tribale. Il 12 marzo scorso un impiegato pakistano, Noorduddin, è stato lapidato per aver tentato una fuga d’amore con una ragazza nella regione di Kurram nel nordovest del paese. Noorduddin è stato scoperto dai familiari della ragazza, che lo hanno aggredito, rinchiuso in una stanza e successivamente fatto arrestare. Una jirga (una grande assemblea del popolo) lo ha condannato a morte. E’ stato trascinato in uno spiazzo davanti al cimitero. Lì oltre 300 uomini lo hanno bendato, lo hanno gettato a terra e gli hanno scagliato pietre fino a ucciderlo. La tragica notizia è stata confermata da diverse fonti che non hanno saputo precisare che fine abbia fatto la ragazza, anche lei condannata a morte della jirga.
Sri Lanka. I due nuovi boia seguono un corso di formazione. Il Ministro della Giustizia dello Sri Lanka ha annunciato all’inizio di febbraio che, in vista della possibile ripresa delle esecuzioni capitali, sono stati assunti due boia. Questi sono stati scelti tra le oltre 170 persone che nell’agosto scorso hanno fatto domanda per il singolare impiego. Dopo un periodo di addestramento, i due boia lavoreranno nelle carceri di Welikada and Bogambara. L’ultima esecuzione in Sri Lanka ebbe luogo nel lontano 1976, ma ora nel paese vi sono centinaia di condannati a morte. Fonti ufficiali hanno dichiarato che le assunzioni dei boia non preludono ad un’immediata ripresa delle esecuzioni, e che il corso di due settimane che hanno cominciato a frequentare i prescelti verte essenzialmente sulle norme generali di comportamento delle guardie carcerarie. Tuttavia il Ministro della Giustizia ha precisato che vi sono “elementi particolari” nel loro programma formativo. “Questi due uomini sono persone qualsiasi. Non ci si può aspettare che una persona qualsiasi si faccia avanti e tolga la vita a un altro essere umano. Il programma, pertanto, include una preparazione psicologica.” Ha inoltre detto che verrà loro insegnato il funzionamento della forca, aggiungendo che è dovere del suo Dipartimento di essere pronto, nel caso il governo decidesse di riattivare la pena di morte e il Presidente firmasse degli ordini di esecuzione.
Texas. L’avvocato Rytting ottiene della documentazione sul caso di Larry Swearingen. Il 1 marzo si è tenuta una movimentata udienza sul caso di Larry Swearingen davanti al giudice Kelly Case, lo stesso che ha sospeso a tempo indeterminato l’esecuzione di Larry che era stata fissata per il 27 febbraio u. s. (v. n. 203). In assenza del condannato si sono scontrate la difesa (nella persona dell’avvocato James Rytting) e l’accusa (rappresentata dagli avvocati Bill Delmore e Warren Diepraam) sulla richiesta di Rytting di avere tutta la documentazione sul caso di Larry in possesso dell’accusa e della polizia. Il giudice Case ha acconsentito parzialmente alla richiesta di Rytting imponendo di rilasciare all’avvocato di Larry la documentazione che il giudice Fred Edwards aveva negato in occasione dell’udienza sulle prove tenutasi dal 27 febbraio al 9 marzo del 2012.
Texas. Ulteriore rinvio dell’esecuzione di Kimberly McCarthy. L’accusatore distrettuale Craig Watkins, uno degli accusatori più onesti e meno forcaioli, ha acconsentito ad un ulteriore rinvio dell’esecuzione di Kimberly McCarthy che era stata già spostata dal 29 gennaio al 3 aprile (v. n. 203). La data è stata ora fissata, d’accordo tra accusa e difesa, per il 26 giugno. Watkins ha dichiarato: “Quando firmo un ordine di esecuzione nella contea di Dallas, voglio che il pubblico si fidi del fatto che il detenuto condannato a morte ha ricevuto un giusto processo”. Lo spostamento della data è avvenuto dopo l’annuncio della presentazione di 6 proposte di legge tendenti a rendere più garantista e meno ingiusto lo statuto della pena di morte in Texas. La speranza della nera Kimberly McCarthy è legata al riconoscimento di una discriminazione razziale a suo danno.
USA. Per il Ministro delle Giustizia leciti gli assassini mirati anche di compatrioti in patria. Gli statunitensi, con alcune nobili voci dissenzienti, danno per scontato che il Presidente - quale Comandante in capo nella guerra permanente contro il terrorismo - possa ordinare l’uccisione di stranieri in terra straniera senza la supervisione del potere giudiziario. La discussione sorge a volte sul diritto del Presidente di far uccidere un americano all’estero, come è accaduto per il predicatore musulmano Anwar Awlaki ucciso da un missile nello Yemen nel 2011. Ma l’Attorney General (Ministro della giustizia) Eric H. Holder Jr. è andato oltre: in una lettera al senatore Rand Paul – scritta nell’ambito della polemica sulla nomina di John Brennan a capo della CIA - ha affermato che in circostanze straordinarie può essere necessario e lecito che il Presidente ordini l’uccisione di un Americano sul suolo statunitense con l’uso di un missile lanciato da un drone.
USA: L’ACLU alle Nazioni Unite contro l’isolamento carcerario e la pena di morte. Più volte negli ultimi due anni l’ACLU (Unione Americana per le Libertà Civili) ha chiesto al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU di denunciare l’isolamento dei detenuti in celle singole e l’uso della pena di morte negli Stati Uniti. Si stima che oltre 80 mila prigionieri siano tenuti in isolamento solitario negli USA per giorni, settimane, mesi ed anche, a volte, per anni. Ad un evento organizzato a Ginevra il 5 marzo, ha partecipato - oltre a Jamil Dakwar dell’ACLU - Juan Mendez, Relatore Speciale delle Nazioni Unite per la Tortura e gli altri trattamenti inumani o degradanti. Erano presenti inoltre rappresentanti di “Avvocati per i Diritti Umani”, “Riforma Penale Internazionale” nonché la Missione della Svizzera alle Nazioni Unite. L’ACLU ha sostenuto che, alla luce dell’evoluzione della concezione dei diritti umani, entrambe le punizioni violano la proibizione della tortura e degli altri trattamenti inumani o degradanti. Mendez ha ribadito la sua richiesta di una proibizione assoluta della pena di morte e dell’isolamento per i minorenni e per i disabili mentali, raccomandando per tali categorie di persone provvedimenti disciplinari alternativi, e ha chiesto la proibizione universale della detenzione in isolamento per più di 15 giorni. L’ACLU ha applaudito la presa di posizione di Juan Mendez e spera che gli Stati Uniti possano accogliere le sue raccomandazioni per cominciare ad emendare il disastroso sistema penale americano.
Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 marzo 2013

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