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Timestamp: 2020-02-24 09:02:37+00:00

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Con un Comunicato Stampa di qualche giorno fa, l’AGCM ha reso noto che nel 2015 sono vertiginosamente aumentate le richieste di attribuzione del “Rating di legalità” da parte delle aziende italiane. Dal 2014 al 2015 infatti le richieste sono triplicate, passando 441 a 1514: esattamente il 243% in più rispetto allo scorso anno.
Segnatamente, nel 2014 sono stati attributi 183 rating, nell’anno appena concluso invece i riconoscimenti alle imprese virtuose sono stati ben 1.083. Un dato questo che lascia ben sperare
Il Rating di legalità è lo strumento, introdotto nel 2012 per le imprese, con il quale si è affidato all’AGCM il compito di attribuire un punteggio – misurato in stellette – alle imprese che ne abbiano fatto richiesta e che abbiano improntato la gestione del proprio business al rispetto della legalità.
Tale strumento “premiale” è dunque volto alla promozione e all’introduzione di principi di comportamento etico in ambito aziendale. All’attribuzione del Rating l’ordinamento ricollega infatti vantaggi in sede di concessione di finanziamenti pubblici e agevolazioni per l’accesso al credito bancario.
Il Rating di legalità, disciplinato con delibera AGCM 14 novembre 2012, n. 24075, ha durata di due anni dal rilascio ed è rinnovabile su richiesta.
Potranno richiedere l’attribuzione del Rating le imprese operative in Italia che rispondano a certi requisiti giuridici, ovvero:
a) che abbiano raggiunto un fatturato minimo di due milioni di euro nell’esercizio chiuso l’anno precedente alla richiesta;
b) che siano iscritte al registro delle imprese da almeno due anni;
c) che non siano state condannate, nel biennio precedente, per illeciti antitrust;
d) che effettuino pagamenti e transazioni finanziarie oltre i mille euro esclusivamente con strumenti tracciabili.
Le aziende interessate dovranno presentare una domanda, per via telematica, utilizzando l’apposito formulario pubblicato sul sito www.agcm.it/rating-di-legalita.html e seguendo le istruzioni ivi indicate.
Per maggiori informazioni: Decreto interministeriale del 20 febbraio 2014 n. 57 – Rating di legalità
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con sentenza emessa lo scorso 6 ottobre nella Causa C-362/14 (M. Schrems vs Data Protection Commissioner), ha stabilito che gli accordi per la gestione e il trasferimento dei dati personali tra aziende americane ed europee potranno essere sospesi dai singoli Stati membri quando non sussistano le garanzie di un adeguato livello di protezione dei dati.
Così statuendo, la Corte ha di fatto dichiarato l’invalidità della decisione della Commissione Europea sul c.d. programma “Safe Harbour” (Porto Sicuro): ovvero l’accordo tra Unione Europea e Stati Uniti che consentiva alle imprese americane, quali Facebook o Google (ma non solo, poiché sono infatti 4.500 le aziende americane che hanno utilizzato il Safe Harbor), di poter conservare i dati personali degli utenti europei sia su server presenti nell’Ue che su quelli dislocati negli Usa.
Il Safe Harbour era stato autorizzato dalla Commissione Ue con la Decisione 520/2000/CE (la c.d. “Decisione di Safe Harbour”), riconoscendo che i c.d. Principi di Safe Harbour sulla Privacy, approvati dal Dipartimento del Commercio degli Stati uniti d’America, avrebbero assicurato una adeguata protezione dei dati personali trasferiti dall’UE oltre oceano, nel rispetto quindi della Direttiva europea sulla privacy (Direttiva 95/96/EC). In pratica, le società americane per poter aderire al programma avrebbero dovuto rispettare i setti principi: 1) Gli utenti devono essere avvertiti sulla raccolta e l’utilizzo dei propri dati personali; 2) Ciascuno deve essere libero di rifiutare la raccolta dei dati e il loro trasferimento a terzi; 3) I dati possono essere trasferiti solo a organizzazioni che seguono principi adeguati di protezione dei dati; 4) Le aziende devono fornire garanzie contro il rischio che i dati vengano smarriti; 5) Devono essere raccolti solo i dati rilevanti ai fini della rilevazione; 6) Gli utenti hanno il diritto di accedere ai dati raccolti ed eventualmente a correggerli o cancellarli se sono inesatti; 7) Queste regole devono essere efficacemente attuate. Una volta che l’impresa ha aderito al programma, deve rinnovare la certificazione ogni 12 mesi.
In estrema sintesi, con tale sentenza si sancisce che, dalla data della sua emissione, con effetto definitivo, il Safe Harbor dovrà invece sottostare alla giurisdizione di ogni singolo stato dell’Unione, che potrà sospendere, se lo riterrà opportuno, il trasferimento dei dati personali verso i server americani.
La decisione della Corte europea è stata emessa in seguito all’azione proposta da un utente austriaco di Facebook, Sig. M. Schrems, il quale, nel giugno del 2013, presentò una denuncia presso l’autorità garante della privacy Irlandese, dove il social network ha sede legale, affermando che, muovendo dal caso Snowden, le leggi degli Stati Uniti non offrissero sufficiente protezione ai dati trasferiti dall’Europa. L’Authority Irlandese respinse il reclamo e la Corte Suprema Irlandese, a cui il Sig. Schrems si rivolse, in sede di rinvio pregiudiziale, rinviò alla Corte di Giustizia Europea, che con la recente sentenza ha accolto le istanze dell’attivista.
La Corte europea ha infatti statuito che “l’esistenza di una decisione della Commissione, secondo la quale un paese terzo assicura un adeguato livello di protezione dei dati personali, non può né escludere né ridurre i poteri delle Autorità garanti nazionali. Pertanto, anche se la Commissione ha adottato una propria decisione, le Autorità nazionali, allorquando ricevano un reclamo da parte di un cittadino, devono poter valutare in completa indipendenza se il trasferimento dei dati in un paese terzo soddisfi i requisiti previsti dalla Direttiva”.
L’aspetto più rilevante della decisione riguarda però il fatto che la Corte ha altresì dichiarato invalida la Decisione Safe Harbour, adducendo, come principale motivo, il fatto che il programma Safe Harbour non impedisce alle pubbliche autorità degli Stati Uniti di interferire con i diritti fondamentali delle persone.
La sentenza della Corte europea ha importanti conseguenze per le imprese europee che trasferiscono dati personali verso gli USA. Infatti, le Autorità garanti nazionali non saranno più vincolate dalla Decisione Safe Harbour e potranno adottare i necessari provvedimenti nel caso in cui dovessero ritenere che i trasferimenti oltre Oceano non rispettino la normativa sulla privacy. Di conseguenza, le imprese saranno tenute a verificare i contratti in essere con le proprie controparti statunitensi e, qualora tali contratti facciano affidamento sul Safe Harbour come base giuridica per il trasferimento dei dati, dovranno far ricorso agli strumenti giuridici alternativi disponibili per trasferire dati personali verso gli Stati Uniti, come le clausole standard approvate dalla Commissione Europea.
In un comunicato stampa reso pubblico in questi giorni, il Gruppo di Lavoro Article 29 Data Protection Working Party (organo consultivo indipendente istituito in conformità all’articolo 29 della Direttiva 95/46/CE sulla protezione dei dati personali) ha sottolineato l’urgenza dell’avvio di un negoziato che individui una posizione condivisa dei governi sui trasferimenti internazionali.
Il Working Party conclude auspicando che le aziende siano coscienti dei “rischi che si assumono nel trasferimento dei dati” e che adottino tempestivamente soluzioni legali e tecniche atte a mitigare tali rischi nel rispetto delle norme comunitarie sulla data protection.
Pertanto, entro la fine di gennaio 2016, si dovrà giungere a una conclusione che soddisfi le autorità europee: nel caso in cui Europa e gli Stati Uniti non dovessero trovare un accordo, i garanti europei si impegneranno ad avviare tutti i provvedimenti necessari e appropriati, che prevedono la possibilità di una azione coordinata.
Posted on 27 febbraio 2015 27 febbraio 2015 by admin
Il più famoso dei motori di ricerca, Google, dovrà adottare tutte le misure a tutela della privacy prescritte dal Garante per la protezione dei dati personali e dovrà assoggettarsi a verifiche periodiche che monitorino l’avanzamento dei lavori di adeguamento della propria piattaforma alla normativa nazionale.
L’Autorità ha approvato il protocollo di verifica (consultabile QUI) previsto nel provvedimento adottato nel luglio scorso nei confronti di Google in seguito all’istruttoria avviata nel 2013, finalizzato a rendere la privacy policy del colosso americano conforme alle norme nazionali.
In base al protocollo, l’Autorità potrà monitorare costantemente le modifiche che Google deve apportare ai trattamenti dei dati personali degli utenti che usufruiscono dei servizi dallo stesso offerti, quali: la posta elettronica (Gmail), i social network (Google+), la gestione dei pagamenti on line (Google Wallet), la diffusione di filmati (YouTube) e le mappe on line (Street View), l’analisi statistica (Google Analytics).
In sintesi, le più importanti misure che Google dovrà implementare entro il 15 gennaio 2016 sono le seguenti:
– l’informativa sulla privacy dovrà essere accessibile, chiara e differenziata in base ai servizi offerti. Inoltre, l’informativa dovrà includere dettagli sulle finalità e modalità del trattamento dei dati degli utenti, inclusa la profilazione effettuata mediante l’incrocio dei dati tra diversi servizi, l’utilizzo dei cookie e di altri identificativi come il fingerprinting (un sistema che raccoglie informazioni sulle modalità di utilizzo del terminale da parte dell’utente e le archivia direttamente presso i server della società);
– il consenso informato degli utenti che dovrà preventivamente essere richiesto per profilare chi utilizza i servizi e dovrà essere garantito il diritto a opporsi al trattamento dei dati personali;
– conservazione e cancellazione dei dati degli utenti dovranno essere garantite. In particolare, dovranno essere garantite tempistiche precise per la cancellazione dei dati, sia di quelli online sia di quelli archiviati su sistemi di back-up;
– richieste di rimozione delle informazioni dai risultati di ricerca da parte degli utenti così da poter monitorare le modalità di applicazione del cosiddetto diritto all’oblio.
Acquisti on-line, pubblicato il decalogo di garanzia
In forza della direttiva n. 2011/83/UE, attuata con D. Lgs. n. 21/2014 che ha apportato delle modifiche al Codice del Consumo entrate in vigore lo scorso giugno, che introduce maggiori tutele per i consumatori, è stato stilato il Decalogo di Garanzia per gli acquisti effettuati a distanza.
I punti principali del testo, che puoi scaricare QUI, sono, in sintesi, i seguenti:
Più tutele per i consumatori negli acquisti digitali;
Più tutele e norme comuni anche per le imprese.
Il diritto di recesso NON si applica ai biglietti di viaggio acquistati online
L’acquisto di biglietti aerei (ferroviari o marittimi) on-line costituisce una forma di vendita a distanza e, come tale, disciplinata dagli artt. 49 e ss. del Codice del Consumo (D. Lgs. n. 206/2005 così come di recente modificato dal D. Lgs. n. 21/2014) che, oltre a prevedere gli obblighi informativi gravanti sul venditore, regolano anche il diritto di recesso del consumatore nel caso di un successivo ripensamento entro il termine di 14 giorni dalla stipula del contratto via web.
Tuttavia, a tale regola generale, non mancano delle eccezioni.
Occorre infatti rilevare che il diritto di recesso non risulta applicabile all’ipotesi di acquisto di biglietti di viaggio online e ciò in virtù del combinato disposto degli artt. 59 e 47 del Codice del Consumo.
Anzitutto, l’articolo 59 del Cod. del Consumo, che disciplina specificatamente le eccezioni al diritto di recesso, prevede che «Il diritto di recesso di cui agli articoli da 52 a 58 per i contratti a distanza e i contratti negoziati fuori dei locali commerciali è escluso», tra le altre ipotesi, oltre che per i contratti che abbiano a oggetto la fornitura di alloggi per fini non residenziali, il noleggio di autovetture e i servizi di ristorazione, anche le forniture di «servizi riguardanti le attività del tempo libero, qualora il contratto preveda una data o un periodo di esecuzione specifici» (cfr. art. 59 Cod. Cons. lett. n).
La lett. a) del citato art. 59 prevede altresì l’esclusione del diritto di recesso anche per i contratti aventi a oggetto servizi per i quali sia già stata iniziata l’esecuzione con l’accordo espresso del consumatore.
Ne consegue, dunque, che il diritto di recesso deve essere escluso ogniqualvolta l’acquisto di biglietti di viaggio online rientri nell’ambito di quei servizi aventi a oggetto l’attività del tempo libero – quali ad esempio, le vacanze – nonché quando i servizi collegati al viaggio per cui i biglietti sono stati acquistati risultino già iniziati subito dopo la vendita.
Alle previsioni dell’articolo appena citato, si aggiungono poi quelle dell’articolo 47 dello stesso Codice. Tale articolo, che disciplina in generale i diritti dei consumatori nei contratti, rinvia sia alla disciplina dei «pacchetti di viaggio e vacanza» sia alle specifiche previsioni del Codice del turismo (D. Lgs. 79/2011), ed esclude dall’applicazione di molte disposizioni in tema di contratti a distanza o negoziati fuori dai locali commerciali, tutti quei contratti attinenti ai «servizi di trasporto passeggeri», comprese quelle riguardanti il diritto di recesso.
Alla luce del quadro normativo sopra delineato, si deve quindi affermare che l’acquisto di biglietti di viaggio, aerei, ferroviari o marittimi via web non è tutelato dal diritto di recesso.
Unico rimedio attribuito al viaggiatore che intenda recedere dall’acquisto effettuato è la polizza assicurativa finalizzata al rimborso del biglietto in caso di ripensamento o rinuncia che, spesso, viene offerta direttamente sui siti web dei venditori insieme con altri servizi accessori e possono essere acquistate con un semplice “click” su apposite caselle al momento del perfezionamento dell’ordine.
Si rileva, infine, che il dettato normativo non impedisce affatto al venditore di riconoscere al consumatore/viaggiatore la possibilità di recedere dall’acquisto già effettuato, ma si tratta di una mera facoltà contrattuale del venditore soggetta a specifici termini e condizioni (quali, ad esempio, malattie o infortuni). In alcuni casi il venditore può ben prevedere il trattenimento di una percentuale sul prezzo già pagato (c.d. penale per il recesso).
La Lituania entra nell’Euro e alla Bce cambia il sistema dei diritti di voto
Dal 1 gennaio 2015, un altro Stato membro dell’Unione Europea (19 su 28) è entrato a far parte dell’Eurozona. Da ieri dunque, la Lituania (seguendo le orme di Estonia e Lettonia) è il diciannovesimo Paese dell’UE ad adottare l’Euro.
Già nel 2006 la Lituania aveva chiesto di entrare nell’Eurozona, ma era stata “bocciata” perché non rispettava il criterio di convergenza relativo all’inflazione, considerata troppo elevata. Tuttavia, attraverso un rigoroso percorso di risanamento il governo è riuscito a tagliare la spesa pubblica del 10,5% del Pil tra il 2009 e il 2013 e abbattuto il deficit dal 9,3% al 2,6%. «La Lituania ha adottato misure eccezionali in tempi difficili per raggiungere gli obiettivi necessari per entrare nell’euro: questi risultati beneficeranno nello stesso tempo l’Eurozona e la Lituania» ha dichiarato il governatore della Bce, Mario Draghi, in un videomessaggio.
L’ingresso della Lituania nell’euro, non solo allarga i Paesi che adottano la moneta unica, ma cambia altresì le regole del gioco per la Banca centrale europea. Con il superamento dei 18 Stati Membri ad adottare la moneta unica, infatti, i trattati Ue prevedono un cambiamento del metodo di voto nel consiglio direttivo della Bce: il sistema utilizzato finora “di un membro un voto” viene archiviato e sostituito da un sistema a rotazione tra i rappresentanti delle 19 banche centrali dell’Eurozona. La regola è stata prevista dallo stesso consiglio direttivo già nel dicembre 2002 per mantenere la propria capacità di azione con l’allargamento dell’Eurozona e l’aggiunta di nuovi membri nell’organo decisionale che stabilisce la politica monetaria comunitaria.
Fino ad oggi infatti avevano diritto di voto tutti i membri del consiglio direttivo della Bce costituito sul modello della Bundesbank e, quindi, composto da sei membri permanenti – tra cui il presidente Draghi – riuniti nel comitato esecutivo, oltre che dai rappresentanti delle 18 banche centrali degli Stati facenti parte dell’Eurozona.
Per garantire alla Bce maggiore rapidità nelle sue decisioni, i trattati europei prevedono che, una volta superata la soglia di 18 Paesi membri dell’eurozona, si passi a un sistema che abbandoni il “suffragio universale” tra governatori centrali.
Il nuovo sistema di voto prevede dunque che la rotazione sia mensile e i governatori, a turno, usino il diritto di voto. I Paesi dell’Eurozona sono divisi in gruppi in base alle dimensioni delle loro economie e dei loro settori finanziari e i governatori dei Paesi, classificati attualmente dal primo al quinto posto (Germania, Francia, Italia, Spagna e Paesi Bassi) si spartiscono quattro diritti di voto. Tutti gli altri (14 con la Lituania), hanno 11 diritti di voto.
Pratiche commerciali scorrette: multa da mezzo milione di euro a Marcopoloshop
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato si è di recente occupata del settore dell’e-commerce, un comparto in forte crescita negli ultimi anni e caratterizzato da una concorrenza molto accesa, nel quale, il consumatore acquirente delle volte “è posto in una posizione di inevitabile asimmetria informativa rispetto al professionista”.
Con provvedimento del 4 dicembre 2015 (consultabile Qui), l’Antitrust ha infatti irrogato una sanzione di 500.000 Euro a carico della SGM Distribuzioni S.r.l. per pratiche commerciali scorrette, ai sensi degli artt. 20, comma 2, 21, comma 1, lettere b), c) e g), 23 lettere e) ed f), 24 e 25, lettera d), del Codice del Consumo, dalla stessa poste in essere nella promozione e nella vendita dei prodotti tramite il sito internet aziendale www.marcopoloshop.it, ora www.unieuro.it.
La sanzione, a carico della più grande catena italiana di elettronica di consumo e di elettrodomestici, arriva al termine di un procedimento avviato d’ufficio dall’Authority e dalle numerose segnalazioni di svariati consumatori.
Ad avviso dell’Autorità Garante della concorrenza e del mercato, le modalità di vendita on line attuate dalla società sul sito www.unieuro.it non sono conformi al livello di diligenza professionale imposto dalle specificità dell’e-commerce e dal pertinente dettato normativo, bensì idonee ad integrare una violazione delle norme a tutela del consumatore in materia di pratiche scorrette.
Infatti, l’Antitrust ha accertato che sul proprio sito internet la società offriva ai consumatori come immediatamente “disponibili” anche prodotti che, di fatto, non lo erano, recando così al consumatore disagi e disservizi, quali: a) la cancellazione del proprio ordine di acquisto; b) tempi di consegna maggiori di quelli prospettati così condizionandolo indebitamente all’acquisto di un prodotto alternativo invece di procedere a un rimborso immediato.
Inoltre, l’Authority ha riscontrato profili di scorrettezza anche in merito alle modalità di gestione delle fasi successive all’acquisto dei prodotti, nella quale sono state accertate gravi carenze nell’assolvimento degli obblighi informativi da parte della società. Il servizio assistenza clienti di Marcopolo Shop, infatti, “non informava tempestivamente e correttamente i consumatori sul reale stato degli ordini e sulle concrete possibilità di ricevere i prodotti acquistati nei termini prospettati dalla società”; condotta, questa, non conforme al livello di diligenza professionale richiesto nell’e-commerce e, al contempo, idonea a ostacolare l’esercizio dei diritti contrattuali dei consumatori, privandoli della possibilità di scegliere in modo celere e consapevole se attendere l’evasione dell’ordine oppure rivolgersi a un altro fornitore.
Ma non solo. Alla base del provvedimento così rigoroso adottato dall’Autorità vi è anche la circostanza, assai rilevante, che il servizio di assistenza di SGM Distribuzioni S.r.l. adottava comportamenti volti a dilatare i tempi per la restituzione o lo sblocco delle somme corrisposte, poiché il riaccredito di tali importi avveniva solo dopo l’informativa dell’indisponibilità del prodotto e la conseguente richiesta di voler optare per il rimborso invece dell’acquisto di un prodotto alternativo.
Ebbene, a giudizio dell’Authority, tale prassi “risulta non conforme al livello di diligenza professionale richiesto nell’e-commerce in quanto, come visto, il riaccredito degli importi versati è un atto dovuto, che deve essere disposto in via unilaterale dal professionista e deve essere contestuale alla comunicazione dell’annullamento dell’ordine, se non addirittura precedente alla stessa. Di talché la specificazione della volontà di ottenere il rimborso, da parte del consumatore, costituisce una condizione ultronea e non necessaria, fonte di disagi e ritardi ingiustificati a danno dei consumatori”.

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 art. 59
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