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Timestamp: 2015-07-31 19:20:32+00:00

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Mosè Viero - La quinta giornata del Decameron di Boccaccio: un ipertesto del fondale della Calunnia
La Rivista di engramma 42, luglio-agosto 2005
§ 1. Introduzione: la Calunnia e il suo tempo
§ 2. La quinta giornata del Decameron
§ 3. Struttura e significato delle novelle della quinta giornata
§ 4. Presenze dirette: Cimone e Nastagio
§ 5. Presenze indirette
§ 6. Conclusioni: per una lettura politico-filosofica della Calunnia di Botticelli § 1. Introduzione: la Calunnia e il suo tempo
È abitudine critica ormai consolidata suddividere la produzione pittorica di Sandro Botticelli (1445-1510) in due fasi, caratterizzate da macroscopiche differenze: il periodo della giovinezza e della prima età adulta, segnato dalla preferenza per soggetti di carattere allegorico e mitologico, con ogni probabilità dovuta alla vicinanza del pittore con il circolo di umanisti e letterati raccolti attorno alla Firenze medicea, e il periodo della tarda maturità, segnato dalla preferenza per soggetti religiosi e devozionali, dovuti alla tuttora controversa 'crisi' che avrebbe segnato il pittore in occasione della tragica fine della vicenda savonaroliana. Il dipinto intitolato La Calunnia di Apelle e conservato alla Galleria degli Uffizi di Firenze può essere considerato una sorta di 'cerniera' fra questi due periodi, da diversi punti di vista. Anzitutto da un punto di vista meramente stilistico: alla rinnovata preferenza che Botticelli accorda, nei suoi ultimi anni di vita, all'arte sacra, infatti, corrisponde anche un notevole mutamento stilistico da parte del pittore, che attua una sorta di consapevole regressione verso canoni e procedure tipici dell'arte devozionale dei secoli precedenti. Nella Calunnia questo mutamento ancora non è presente, ma si fa percepire attraverso alcune avvisaglie, in particolare attraverso le torsioni e le sinuosità dei personaggi rappresentati. La presenza di tali torsioni e sinuosità è una caratteristica tipica di tutta la produzione botticelliana, ma qui l'allontanamento dalla fedeltà al vero raggiunge un punto forse mai toccato in precedenza. In secondo luogo, l'imminente crisi religiosa del pittore è in qualche modo anticipata dalla scelta del soggetto, che risente fortemente della situazione politico-sociale della Firenze di quegli anni.
La Calunnia botticelliana è la riconversione in immagine di una ekphrasis realizzata da Luciano di Samosata (121-181 circa) a partire da un dipinto del celebre pittore greco Apelle, ora raccolta nel trattato antologico Descrizioni di opere d'arte. Racconta lo scrittore che Apelle avrebbe subito da parte di un pittore rivale di nome Antifilo l'accusa di aver tentato una cospirazione contro Tolomeo Filopatore; una volta sventato l'inganno, Apelle avrebbe dipinto la sua opera per dimostrare a cosa possono portare le voci calunniose. Il dipinto mostrava una serie di figure allegoriche impegnate a dar vita a una scena: la Calunnia, guidata da Invidia e aiutata da Tradimento e Inganno, trascina un innocente davanti a un giudice, presumibilmente re Mida, consigliato da Ignoranza e Sospetto; all'estremità opposta il Rimorso indica l'Innocente, volgendosi verso la Verità. Il racconto probabilmente non ha una precisa fondatezza storica, ma il soggetto così puntualmente descritto da Luciano ha molta fortuna nel XV secolo e viene ripreso dagli umanisti, avidi di modelli antichi da imitare: il primo è Leon Battista Alberti, che raccomanda agli artisti del suo tempo di esercitarsi nella riproduzione del soggetto descritto da Luciano. Molti artisti, nel corso della seconda metà del secolo XV, seguono il suggerimento albertiano in quanto la riproduzione del quadro antico costituisce una prova di abilità e inoltre consente all'artista rinascimentale di porsi, attraverso la mediazione della fonte letteraria lucianea, in gara con il dipinto di Apelle.
Sono pertanto giunte a noi una serie di Calunnie, ma quella botticelliana ha una particolarità: essa non rappresenta solo la scena allegorica descritta da Luciano, ma sceglie di collocare tale scena in una ambientazione architettonica che contempla numerosi altri soggetti. La condanna del povero innocente da parte del re dalle orecchie d'asino, infatti, avviene all'interno di una loggia decorata con rilievi, dipinti, statue all'interno di nicchie: tutto viene descritto con minuzia dal pittore, e i soggetti di quasi tutte le scene rappresentate nel fondale sono stati identificati, non senza controversie anche notevoli, dagli studiosi.
Diamo solo un accenno al fatto che la loggia è collocata su un prato verde che a un certo punto, sullo sfondo, lascia spazio al mare. Non sempre la presenza del mare è stata riconosciuta dai critici: la campagna fotografica realizzata per questa occasione ha definitivamente chiarito ogni dubbio a riguardo. Il passaggio dalla terra al mare e dal mare al cielo è molto ben evidente da questo dettaglio: All'interno del complesso panorama di rimandi e di citazioni sottesi al programma iconografico del dipinto, un ruolo del tutto particolare spetta all'opera di Giovanni Boccaccio. Moltissimi episodi del fondale, infatti, contengono rimandi più o meno espliciti all'opera dell'autore del Decameron: in alcuni casi troviamo vere e proprie versioni per immagini di novelle o episodi raccontati dallo scrittore toscano, in altri, invece, troviamo scene allegoriche che in qualche modo trovano l'origine e la ragion d'essere in qualche passo boccacciano.
In questo saggio si prende in esame una sezione particolare dell'opera di Boccaccio, una parte del Decameron, che ha una rilevanza notevole come fonte d'ispirazione della Calunnia: si tratta della quinta giornata, le cui dieci novelle vertono sul tema del 'trionfo dell'Amore', ossia di vicende sentimentali a lieto fine, in contrasto con le novelle spesso agrodolci e talvolta perfino tragiche delle altre giornate.
Nei bassorilievi che costituiscono il fondale architettonico della Calunnia botticelliana sono infatti stati riconosciuti due episodi tratti da due novelle del Decameron. Considerando l'ambiente in cui in quel momento Botticelli si trova a operare, è da escludere che le scelte di questi soggetti 'minori' siano state effettuate secondo criteri puramente 'decorativi': come avremo modo di scoprire, e come è già stato messo in evidenza da diversi studiosi, esistono legami tematici molto forti fra la scena presentata in primo piano e le scene che popolano il fondale. Nessuno tra gli studiosi, tuttavia, ha finora considerato l'affinità tematica generale tra il tema della quinta giornata (a cui entrambe le novelle certamente presenti nei bassorilievi del fondale appartengono) e il tema allegorico del dipinto botticelliano. Forse il tema del trionfo dell'Amore che Boccaccio rappresenta nella quinta giornata e il tema del trionfo sul piano etico, oltre che estetico, della Poesia che i circoli neoplatonici fiorentini in quegli anni predicano hanno legami che non si limitano alla suggestione generica evocata dalle due singole novelle.
Collocata a mezzo dell'opera, la quinta giornata ha come argomento "ciò che ad alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse". Si parla cioè di amanti separati dalla mala sorte o dalle avverse vicende umane, in qualche modo ricongiunti grazie alla forza d'Amore. L'argomento nasce narrativamente come opposizione a quello della giornata precedente, ove si parlava di "coloro li cui amori ebbero infelice fine". Si tratta quindi di un momento di gioia e di rilassatezza anche per i novellatori, che talvolta si abbandonano a considerazioni leggere e a risate e ammiccamenti. Non si tratta peraltro dell'unico momento in cui sono presenti storie a lieto fine: la vicenda burrascosa ma felice è anzi il prototipo della novella boccacciana, ma mai come in questo libro la volontà di dimostrare la potenza rigeneratrice del sentimento d'Amore è così caparbiamente esplicitata, fino a diventare quasi una prefigurazione di quella che sarà la teorizzazione neoplatonica quattrocentesca. In altri termini, se spesso l'impressione che si ricava dal Decameron è che il lieto fine arrivi accidentalmente, per volontà del Fato, nulla di tutto ciò accade nelle novelle della quinta giornata, dove la ragione della felicità (la forza d'Amore) è sempre chiaramente teorizzata dallo stesso novellatore. Il carattere singolare di questo capitolo rispetto al resto dell'opera è anche dato dal fatto che a ricoprire il ruolo di "reina", cioè di colei che determina il tema della giornata e la successione con cui viene data la parola ai novellatori, è Fiammetta, già presente in altre opere di Boccaccio ora come donna amata (Amorosa visione), ora come protagonista di vicende amorose con altri personaggi (Elegia di Madonna Fiammetta).
È Panfilo a cominciare le narrazioni, con la novella che vede come protagonisti Cimone ed Efigenia:
CIMONE AMANDO DIVIEN SAVIO, ED EFIGENIA SUA DONNA RAPISCE IN MARE; È MESSO IN RODI IN PRIGIONE, ONDE LISIMACO IL TRAE, E DA CAPO CON LUI RAPISCE EFIGENIA E CASSANDRA NELLE LOR NOZZE, FUGGENDOSI CON ESSE IN CRETI; E QUINDI, DIVENUTE LOR MOGLI, CON ESSE A CASA LORO SONO RICHIAMATI.
Il protagonista della novella è Cimone, figlio del ricco cipriota Aristippo. Deriso da tutta la sua città a causa del suo scarso acume intellettuale e dei suoi modi quasi bestiali (il suo nome significa appunto 'bestione'), il povero Cimone viene mandato dal padre a vivere fra i contadini di una delle sue tenute. Un giorno, passeggiando in un boschetto, Cimone si imbatte in un gruppetto di persone che dorme sotto un albero; fra di loro è la bella Efigenia, figlia del nobile cipriota Cipseo. Cimone, estasiato dalla visione, resta per qualche tempo a contemplare la scena; quando la fanciulla si sveglia accampando scuse cerca di sottrarsi all'interesse di Cimone, quest'ultimo comincia a pensare a un modo per conquistare la ragazza. Per farlo, il burbero e ignorante figlio di Aristippo intraprende una vera trasformazione: da ignorante diventa maestro di lettere e di filosofia, da rozzo, campione di eleganza. Tutto questo con somma gioia del padre, che lo richiama a vivere in città. Purtroppo però Efigenia è già promessa a Pasimunda, nobile giovanotto dell'isola di Rodi. Cimone architetta un piano per mandare a monte il matrimonio: arma una piccola nave e insegue la nave che trasporta Efigenia da Cipro a Rodi per le nozze. Catturata la giovane con facilità grazie al coraggio infusogli da Amore, Cimone pensa che non è saggio tornare subito a Cipro, e volta perciò la prua della nave verso Creta. Ma una tempesta spinge l'imbarcazione alla deriva, e alla fine l'equipaggio sbarca a Rodi senza rendersene conto. Riconosciuti subito dagli abitanti, Cimone e l'equipaggio della nave vengono sbattuti in galera. Ma il Fato (o la forza di Amore) li aiuta: lo stesso giorno in cui si sposano Efigenia e Pasimunda, infatti, si sposa anche il fratello di quest'ultimo, Ormisda, con una ragazza di nome Cassandra. Ma di questa fanciulla è invaghito anche il governatore di Rodi, Lisimaco, che sta cercando un pretesto per rinviare le nozze. Decide di chiedere consiglio proprio a Cimone: i due architettano di rapire assieme entrambe le donne proprio prima delle nozze. I due rapimenti riescono non senza spargimento di sangue: lo stesso Ormisda viene ucciso da Cimone. La nave con le due donne rapite fa rotta verso Creta, dove le due coppie vivono per qualche tempo in esilio, in attesa che si calmino le acque; alla fine tutti possono tornare in patria e vivere felicemente la propria storia d'amore.
La prima novella è forse il momento in cui la teorizzazione della forza d'Amore è maggiormente in evidenza. Con queste parole Panfilo introduce la storia:
Molte novelle, dilettose donne, a dover dar principio a così lieta giornata come questa sarà, per dover essere da me raccontate mi si paran davanti: delle quali una più nell'animo me ne piace, per ciò che per quella potrete comprendere non solamente il felice fine per lo quale a ragionare incominciamo, ma quanto sien sante, quanto poderose e di quanto ben piene le forze d'Amore, le quali molti, senza saper che si dicano, dannano e vituperano a gran torto: il che, se io non erro, perciò che innamorate credo che siate, molto vi dovrà esser caro.
Dunque non solo si pone subito l'accento sulla potenza di Amore, ma anche sul fatto che molti 'vituperano' questa potenza, e che la novella (e per estensione tutta la giornata) vuole proprio rivolgersi a questi millantatori. Cimone parte nella posizione più sfortunata che si possa immaginare: ricco ma incapace di sfruttare le sue possibilità, ignorante, deriso da tutti, scacciato dalle persone amate. La sua trasformazione in uomo savio e coraggioso avviene grazie alla visione della bella Efigenia, che peraltro non limita la sua influenza all'emancipazione del giovane dallo stato 'bestiale': non bisogna dimenticare che la novella insiste sul fatto che anche le imprese guerresche e le vittorie militari conseguite da Cimone sono dovute all'influenza di Amore. Una forza, quella del sentimento amoroso, che non si limiterebbe dunque ad agire attraverso le visioni dell'amato/a e gli sforzi per conquistare la reciprocità della passione, ma che, potente quanto il Fato dei greci, tirerebbe dall'alto le fila delle esistenze degli innamorati in tutti i loro aspetti.
Il valore salvifico della potenza d'Amore intesa come forza capace di agire sul destino mutandolo al di là di ogni precedente previsione è anche il centro della seconda novella, narrata da Emilia:
GOSTANZA AMA MARTUCCIO GOMITO, LA QUALE, UDENDO CHE MORTO ERA, PER DISPERATA SOLA SI METTE IN UNA BARCA, LA QUALE DAL VENTO FU TRASPORTATA A SUSA: RITRUOVAL VIVO IN TUNISI, PALESAGLISI; ED EGLI GRANDE ESSENDO COL RE PER CONSIGLI DATI, SPOSATALA, RICCO CON LEI IN LIPARI SE NE TORNA.
Nell'isoletta di Lipari Martuccio Gomito, giovanotto scaltro ma di famiglia contadina, si innamora di Gostanza, figlia di una famiglia di nobili. La giovane ricambia il suo amore, ma i due sono ostacolati dai genitori di lei, che non accettano di dar la figlia in moglie a un povero. Martuccio allora decide di imbarcarsi e di cercare fortuna, ripromettendosi di non tornare a Lipari se non ricchissimo. Inizialmente la fortuna gli è propizia, ma un giorno la sua navicella è presa di mira da una banda di pirati saraceni, che lo rapiscono e lo conducono prigioniero a Tunisi. A Lipari giunge la notizia che Martuccio e tutti i marinai della sua barca sono morti: Gostanza, disperata, decide di uccidersi offrendo il proprio corpo al mare; sale su una piccola barca e si lascia trasportare alla deriva. Ma il Fato (o la forza d'Amore) ha deciso altrimenti: la barca infatti va a finire a Susa, cittadella costiera africana non lontano da Tunisi. La ragazza viene accolta da una donna italiana, ma ben presto si inserisce nella società del posto cominciando a svolgere piccoli lavoretti per conto delle signore saracene. Intanto Martuccio cerca un modo per uscire di prigione, e lo trova: confida a una guardia di essere in possesso di una tecnica militare che consentirebbe al re di Tunisi di vincere la guerra in corso contro un pretendente al trono. Martuccio riesce a conferire col re, gli spiega il suo trucco (relativo alla scelta di un determinato tipo di archi e di frecce) e la guerra è vinta: Martuccio ottiene non solo la libertà, ma anche molti onori e molto denaro. Diventato noto in tutta Tunisi e dintorni, il suo nome arriva alle orecchie di Gostanza, che lo credeva morto. La ragazza comincia subito a cercarlo e, una volta trovato, i due si sposano e tornano felicemente a casa.
In questa novella la forza d'Amore è esaltata in modo leggermente diverso rispetto a quanto avviene nella novella di Cimone ed Efigenia. Questa volta non vi sono trasformazioni nei due protagonisti: c'è piuttosto la irresistibile necessità di Amore di riunire ciò che il Fato ha ingiustamente diviso, quasi la necessità di portare la felicità, perché, come dice la stessa Emilia:
Amare merita piuttosto diletto che afflizione.
Ecco allora che Amore in questo caso non agisce su una singola persona ma appare una forza che opera dall'alto, quasi una sorta di divinità pagana che lotta contro gli eventi fortuiti per convogliarli tutti verso l'obiettivo finale, ossia la realizzazione concreta del desiderio amoroso della coppia. Questa visione di Amore, già introdotta nella seconda parte della prima novella, tornerà in molti episodi trattati in questa giornata.
La terza novella comincia in modo del tutto simile alla seconda; a raccontarla è Elissa:
PIETRO BOCCAMAZZA SI FUGGE CON L'AGNOLELLA; TRUOVA LADRONI; LA GIOVANE FUGGE PER UNA SELVA, ED È CONDOTTA AD UN CASTELLO; PIETRO È PRESO E DELLE MANI DEI LADRONI FUGGE, E DOPO ALCUNO ACCIDENTE CAPITA A QUEL CASTELLO DOVE L'AGNOLELLA ERA, E SPOSATALA CON LEI SE NE TORNA A ROMA.
Pietro Boccamazza è un giovane di Roma appartenente a una delle famiglie più in vista della città. Si innamora di Agnolella ed è ricambiato, ma lei è plebea e quindi le famiglie ostacolano le nozze dei due. La coppia medita allora di fuggire assieme: Pietro ha degli amici fuori Roma che potrebbero ospitarlo il tempo necessario per celebrare le nozze in segreto. I due fuggono a cavallo, ma fanno l'errore di passare troppo vicini a un castelletto: i soldati all'interno li scambiano per cavalieri nemici e un piccolo gruppetto di fanti esce per assalirli. Agnolella riesce a fuggire in un bosco con il suo cavallo, mentre Pietro viene catturato dai soldati. Il giovane si fa riconoscere sperando che questo possa aiutarlo, ma sfortunatamente i soldati appartengono a un esercito nemico della sua famiglia: già si inizia a discutere su come organizzare la sua esecuzione, quando dal nulla sbuca un altro esercito che comincia a combattere con quello che ha catturato Pietro. Quest'ultimo approfitta della confusione per scappare, prendendo la stessa strada presa da Agnolella. Purtroppo però non riesce a trovarla: continua a chiamarla per tutto il bosco, alla fine cala la sera e il giovane, disperato, sale su un albero per paura degli animali selvaggi e prova a dormire, senza successo. Nel frattempo Agnolella s'è imbattuta in una casetta nel bosco: lì conosce una anziana coppia che accetta di ospitarla per la notte, pur avvisandola che la zona è spesso attraversata da briganti che non si fanno scrupoli con le giovani donne. Agnolella tenta di dormire, ma poco prima dell'alba la casa è visitata proprio da un gruppo di briganti, che non trova la fanciulla solo perché ella con grande accortezza riesce a nascondersi dentro un pagliaio. Andati via i briganti, Agnolella è accompagnata dai suoi ospiti a un castello lì vicino: i castellani conoscono sia lei sia Pietro e si fanno raccontare tutta la vicenda; sicuri che Pietro sia stato ucciso dai suoi nemici, si offrono di riaccompagnare Agnolella a Roma. Nel frattempo Pietro ha assistito all'uccisione del suo cavallo da parte delle bestie; una volta fattosi giorno, scende dall'albero e si muove verso un piccolo fuoco che vede in lontananza. Là trova dei pastori, a cui chiede di essere accompagnato nel castello più vicino: destino (ovvero Amore) vuole che sia proprio il castello dove si trova Agnolella. I due si reincontrano e si sposano immediatamente: dopo gli eventi accaduti, nessuno ha il coraggio di opporsi alle nozze, quindi i due sono liberi di tornare a Roma e di godersi il loro amore.
Lo schema è il medesimo della novella precedente: una unione fra due persone che si amano viene ostacolata dalle famiglie; la coppia agisce per aggirare o risolvere il problema; inizialmente le cose peggiorano e i due amanti rischiano la morte, ma poi alla fine tutto improvvisamente volge al meglio.
Per la quarta novella la parola passa a Filostrato, che chiarisce subito di non voler raccontare un'altra storia piena di eventi tristi (pur con lieto fine), bensì una vicenda totalmente divertente così da alleggerire ancora di più la giornata:
RICCIARDO MAINARDI È TROVATO DA MESSER LIZIO DI VALBONA CON LA FIGLIUOLA, LA QUALE EGLI SPOSA, E COL PADRE DI LEI RIMANE IN BUONA PACE.
Il giovanotto Ricciardo è innamorato della bella Caterina, figlia di Lizio. Il ragazzo è in ottimi rapporti con i genitori di lei, ma questi ultimi sono particolarmente attaccati alla fanciulla e non le tolgono mai gli occhi di dosso. Per potersi appartare col suo amato, la ragazza architetta uno stratagemma: con la scusa del caldo afoso per via dell'estate che si avvicina, chiede alla madre di poter dormire in terrazza invece che nella camera dei genitori, dove dorme abitualmente. Dopo molte insistenze la ragazza viene accontentata: ella avvisa Ricciardo, e i due si incontrano durante la notte e consumano il loro amore. La mattina dopo, però, addormentati, vengono scoperti in posizione inequivocabile dai genitori della ragazza. I due giovani si credono spacciati, ma inaspettatamente Lizio e sua moglie si mostrano pronti a perdonarli entrambi se Ricciardo si impegna a sposare Caterina. La cosa naturalmente riempie di gioia i due.
Fungendo esplicitamente da 'stacco' all'interno delle novelle della quinta giornata, questo breve e divertente racconto, tutto giocato sulle metafore e sui doppi sensi erotici, sembra mettere da parte le considerazioni di carattere filosofico che impregnavano le novelle precedenti. Anche se non bisogna dimenticare che in fondo anche in questo caso un amore (che in questo caso si manifesta esplicitamente anche come amore fisico, carnale), inizialmente ostacolato, trova comunque modo di esplicitarsi nonostante tutto.
Per la quinta novella, è il turno di Deifile:
GUIDOTTO DA CREMONA LASCIA A GIACOMIN DA PAVIA UNA FANCIULLA, E MUORSI; LA QUALE GIANNOL DI SEVERINO E MINGHINO DI MINGOLE AMANO IN FAENZA: AZZUFFANSI INSIEME; RICONOSCESI LA FANCIULLA ESSER SIROCCHIA DI GIANNOLE, E DASSI PER MOGLIE A MINGHINO.
Guidotto da Cremona e Giacomino da Pavia sono buoni amici; quando il primo muore senza eredi, decide di lasciare tutto a Giacomino. Nella 'dote' c'è anche una bambina di dieci anni, che Guidotto teneva come una figlia. Crescendo, la bambina diventa una bellissima ragazza e comincia a essere corteggiata da molti uomini. Fra questi in particolare due, Giannole e Minghino, la desiderano talmente tanto da cominciare a odiarsi a vicenda e a tramare piani per conquistarla. Giacomino aveva un servo di nome Crivello, col quale Giannole aveva fatto amicizia: lo spasimante si accorda col servo, chiedendogli di avvisarlo alla prima occasione in cui la ragazza fosse rimasta sola in casa. Però Minghino fa lo stesso patto con una serva di Giacomino. Così, una sera che Giacomino è fuori a cena da un amico, i due uomini si ritrovano assieme davanti alla casa con tanto di esercito personale al seguito di ciascuno: alla fine scoppia una lite furibonda e i due vengono portati in prigione dalle guardie sopraggiunte. Una volta tornato a casa, Giacomino viene informato dei fatti e decide che, onde evitare altri episodi simili in futuro, è il caso di far sposare la ragazza. Usciti di prigione, Giannole e Minghino chiedono perdono a Giacomino e affermano di essere decisi a sposare la ragazza. Giacomino allora racconta la sua amicizia con Guidotto e confida ai due le origini ignote della fanciulla: Guidotto la trovò abbandonata in una casa distrutta a Cremona dopo l'invasione delle forze imperiali quando aveva solo due anni. Ad ascoltare la storia c'è anche Bernabuccio, padre di Giannole: improvvisamente si rende conto che la ragazza potrebbe essere una sua figlia, perdutasi proprio durante l'invasione imperiale di Cremona. Grazie al ricordo di una piccola cicatrice, la ragazza viene riconosciuta: è la figlia di Bernabuccio e quindi la sorella di Giannole. Quest'ultimo deve quindi ritirare la sua richiesta di matrimonio, e la ragazza va in sposa a Minghino.
Costruita su un canovaccio molto convenzionale da commedia degli intrighi, questa novella è talmente infarcita di coincidenze altamente improbabili da riuscire ancora una volta a sottolineare la forza d'Amore di agire nel destino delle persone, in questo caso non solo facilitando la formazione di una coppia ma anche decidendo attivamente quali debbano essere i suoi componenti. Giannole e Minghino sembrano agire sul medesimo piano lungo tutta la vicenda, e il povero Giacomino, dopo averli perdonati per la loro irruenza, sembra del tutto incapace di decidere a chi dei due dare in sposa la figlia. È solo l'intervento della 'coincidenza', braccio attivo della forza d'Amore, a sbrogliare la matassa e a permettere, ancora una volta, una conclusione lieta della vicenda.

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