Source: http://www.ruralpini.it/Sciopero_dei_cacciatori_comaschi.html
Timestamp: 2019-08-17 15:03:08+00:00

Document:
Sciopero dei cacciatori comaschi
Fauna selvatica danni
Cacciatori scioperano, appoggiati dai contadini
Intanto oggi a Brescia su denuncia della Lav - animalisti - sono stati inviati a giudizio gli ex vertici della provincia di Brescia, della polizia provinciale e dell'Ambito territoriale di caccia, per aver eseguito, nel 2017, piani di abbattimento con l'ausilio dei selecontrollori (cacciatori appositamente formati) applicando la legge regionale. Domani (19.06.19) incontro tra Rolfi, cacciatorie organizzazioni agricole comasche sullo sciopero dei cacciatori
(18.06.19) Succede in val d'Intelvi e nella zona di Porlezza in provincia di Como (Comprensorio alpino di caccia "Prealpi"). 110 cacciatori su 125 dopo aver pagato la quota si sono rifiutati di ritirare tesserino, fascette, bracciali. Ci mettete in croce con la burocrazia? I cinghiali sparateli voi. I contadini sono dalla parte dei cacciatori. Esasperati per i danni sempre meno tollerabili, auspicano una soluzione una volta per tutte del problema.
Dobbiamo tornare a parlare di cinghiali. Lo facciamo da oltre 10 anni e già allora parlavano di Como, della valle Intelvi, area "caldissima". Se dopo dieci anni siamo ancora all'emergenza vuol dire che le istituzioni non funzionano. Che si lasciano invischiare dalla tecnoburocrazia e subiscono l'iniziativa delle lobby animal-ambientaliste senza avere la forza di imporre il buon senso.
In questi giorni nella montagna comasca (CAC prealpino), dove la presenza dei cinghiali è cresciuta all'inverosimile e i danni sono tali da indurre i contadini a cessare l'attività, è successo un fatto se non inedito abbastanza nuovo: uno sciopero dei cacciatori. I cacciatori protestano, compatti come mai, per la troppa burocrazia e, dopo aver pagato la quota (650 €) non hanno ritirato le fascette identificative per la caccia di selezione, il tesserino e i bracciali. I contadini, preoccupati per i mancati abbattimenti dei cinghiali, invece di inveire contro i cacciatori solidarizzano con loro chiedono soluzioni complessive ai problemi faunistici mettendo sotto accusa le istituzioni. Due segnali: l'unità dei cacciatori, in luogo delle proverbiali divisioni, individualismo e concorrenzialità e la solidarietà dei contadini che indicano come, di fronte all'aggravarsi dei problemi e all'accanimento della tecnoburocrazia (con la politica incapace di contrastarla), le categorie rurali sono in grado finalmente di prendere coscienza del problemi, di andare oltre l'interesse immediato, di farsi sentire, Il 20 (anticipata poi al 19, domani) riunione in regione Lombardia con l'assessore Rolfi, che deve correre ai ripari.
Le istituzioni non sono in grado di fronteggiare le spinte animal- ambientaliste che convergono, col pretesto della protezione degli animali a qualunque prezzo, in una strategia finalizzata a rendere il problema faunistico incontrollabile e i territori di montagna e interni invivibili. Cinghiali, cervidi, lupi (in altri contesti nutrie, cornacchie grigie, cormorani) rappresentano un esercito telecomandato e accuratamente protetto che "lavora" per rendere impossibili le attività tradizionali e poi, cingendo sempre più d'assedio i centri abitati, anche le condizioni di residenza. La pressione è esercitata attraverso i danni all'agricoltura, gli incidenti stradali (che ora diventano frequenti anche pianura, persino sulle autostrade). Non mancano le prime avvisaglie dei pericoli per la sicurezza stessa delle persone che hanno già ridotto la frequentazione di determinate aree (dove si recavano per raccoglierte legna, funghi, piccoli frutti).
I cinghiali entrano nei giardini, negli annessi delle abitazioni (presto lo faranno anche i lupi che ,in altre regioni, sbranano impunemente i cani a guardia delle abitazioni). I bambini non possono giocare all'aperto, non è più possibile pranzare su una terrazza all'aperto perché c'è il rischio che piombi un cinghiale (è successo qualche giorno fa a Grandola, nella montagna comasca, e il cane che era lì è stato ucciso).
Gli animal-ambientalisti inseguono il mito pericoloso, mistificatorio e strumentale, del ritorno alla "natura selvaggia" (rewilding), di un magico "riequilibrio" degli ecosistemi, solo che l'uomo (unica specie nociva) si tolga di mezzo. L'uomo contadino, pastore, boscaiolo, cacciatore, pescatore, si intende, non l'uomo in generale, non il tecnocrate. Il rewilding è pretesto per l'esproprio definitivo del contadino indipendente, padrone a casa sua, per l'esproprio definitivo di beni comunali e degli usi civici, per la cancellazione di comunità con un minimo di autonomia e di un territorio del quale possono ancora vagamente sentirsi titolari. È un pretesto per il controllo del territorio da parte dei grandi interessi del capitalismo predatorio, del capitalismo assoluto, che vuole ai piedi dell'oligarchia finanziaria solo una plebe totalmente sradicata e disgregata, completamente dipendente, senza alcuna possibilità di accesso ai mezzi per procurarsi il cibo e per produrre alcunché da sé.
La legge nazionale 157/92 è stata approvata in un'altra era geologica, quando si avvertivano ancora le conseguenze del boom della caccia di massa degli anni '60 e '70, ma anche quando il territorio era ancora presidiato. In cerca di legittimazione la caccia, per molto tempo sotto minaccia di referendum abrogativo, ha dovuto fare una serie innumerevoli di concessioni all'ambientalismo ideologico.
La limitazione delle forme di caccia, la "fissazione" del cacciatore a un territorio e a una forma di specializzazione esclusiva, i limiti di ogni tipo introdotti dalla 157, l'espansione delle aree protette (dove le caccia è bandita senza alcuna motivazione ecologica), hanno determinato il crollo del numero dei cacciatori. Le licenze (ma un quarto dei cacciatori esercita solo all'estero e in riserva e quindi non ritira il tesserino) sono scese da 1.335 mila a 800 mila tra il 1992 e il 1997 per poi stabilizzarsi. Più che la diminuzione del numero dei cacciatori (compensata dallo spostamento delle specializzazioni verso la caccia agli ungulati) hanno però inciso, sull'aumento della fauna, l'abbandono del territorio (a sua volta incentivato da politiche anticontadine, dal crollo dei prezzi agricoli, dalla degenerazione burocratica) e i bastoni tra le ruote frapposti dagli animalisti e dalla corte costituzionale ai tentativi delle regioni di adeguare la normativa alla nuova situzione caratterizzata dall'esplosione della fauna nociva (la 157 aveva epurato questo termine sgradito dal politically correct), dei danni all'agricoltura e degli incidenti stradali.
Le leggi faunistiche, nonostante le modifiche, nonostante provvedimenti ad hoc per contrastare i cinghiali non serviranno a risolvere il problema fino a che la legge quadro (la 157) non sarà ribaltata. Oggi, nonostante gli sforzi delle regioni, i ricorsi legali dei verdi e le restrizioni imposte nell'applicazione dei provvedimenti dalla struttura tecnoburocratica, fanno si che il problema cinghiali sia irrisolvibile. Così un sindaco-agricoltore a Binago, nella pedemontana comasca, con una ordinanza sindacale di qualche giorno fa "liberalizza" il controllo del cinghiale, seguito subito da un collega di un comune vicino. Il WWF diffida ma ogni azione animal-ambientalista in queste aree calde è accolta come un incitamento a trovare da sé le soluzioni, nella solita semiparalisi delle istituzioni.
Da qualche anno, da quando gli incidenti stradali si sono moltiplicati, implicando anche un tributo di morti e feriti, è cresciuto un allarme sociale e, a partire dalle zome rurali, si sta giustamente diffondendo un aspro risentimento contro le lobby ambiental-animaliste ritenute, a ragione, responsabili dei bastoni tra le ruote frapposti a risolutive azioni di controllo e colpevoli di aver creato una rete di aree protette che per molto tempo ha funzionato come "fabbrica di cinghiali".
Imputando agli animal-ambientalisti la responsabilità della proliferazione e dei danni della fauna nociva, non si deve dimenticare che la responsabilità resta intestata alla struttura tecnoburocratica dell' Ispra e delle amministrazioni centrali e regionali (e provinciali dove sopravvivono le provincie), largamente permeata di ambientalismo ideologico e di quella presunzione tecnocratica contrabbandata per "gestione scientifica ecologica" che pretende di poter controllare e gestire i fenomeni biologici e sociali a colpi di prescrizioni tecniche, di strumenti amministrativi, piani, imposizione di metodologie presunte scientifiche, pareri vincolanti, massiva produzione di dati di cui non si conosce bene l'utilità.
Di fronte alla crescita della voce in capitolo della struttura tecnoburocratica venatoria, eredità della 157 e dell'errore di valutazione della politica e del mondo venatorio che hanno consentito all'espertocrazia di assumere un ruolo cruciale, il mondo animal-ambientalista, da parte sua, non ha desistito dalle azioni di guerriglia legale.
Le associazioni animaliste, che ricevono per legge sostanziosi contributi pubblici, sono da sempre impegnate in una lotta senza quartiere alle regioni che cercano di forzare il quadro legislativo, pesantemente ingessato e ormai inadeguato e dannoso, della 157 del 1992. Ne è derivata un'azione di deterrenza efficacissima: in parlamento tutti i tentativi di revisione e aggiornamento della 157 (legge che mette al primo posto anacronisticamente la protezione della fauna) sono stati frustrati dalle efficaci pressioni del lobbysmo verde, che trova facile gioco in una classe politica ignava, timorosa delle ben orchestrate campagne propagandistiche animal-ambientaliste. Così le regioni, in assenza di modifiche della legge quadro, hanno dovuto operare in un contesto di forte esposizione ai rischi della guerriglia legale condotta a colpi di ricordi alla Corte costituzionale e ai TAR. Ovunque possibile gli animalisti si sono opposti con ogni cavillo ai piani di controllo, denunciando i criteri e i metodi di attuazione. E ottenendo spesso soddisfazione dai tribunali.
Di particolare interesse alcuni aspetti della motivazione della sentenza del TAR di Brescia che bocciava il piano provinciale di controllo del cinghiale 2018. Essi sono illuminanti per capire come gli animalisti conducano la loro guerriglia sapendo che nella magistratura trovano spesso una sponda. Il TAR ha contrestato che il piano non indicasse parametri precisi per valutare la soglia di "tollerabilità" del territorio. Il che equivale a dire che in attesa di parametri precisissimi e scientificissimi (che è vano ricercare per le variabili in gioco) la gente deve nel frattempo andare al cimitero per le collisioni con i cinghiale e le aziende agricole si devono veder devastati i campi e i vigneti e compromesso il reddito. Grave che poi la corte abbia rigettato la sussistenza di un allarme sociale. Cosa deve succedere perché i signori giudici ammettano che l'eccessiva numerosità del cinghiale è una piaga sociale? Forse l'immissione di qualche esemplare nelle sede del TAR durante le sedute potrebbe aiutare a capire.
Ha pesantemente inciso, su un aspetto chiave del controllo della fauna, l'azione contraria all'istituzione e all'impiego dei selecontrollori. Per far fronte alle crescenti necessità di controllo della fauna selvatica la Regione Lombardia istituiva, nel 2002, con un emendamento all art. 41 delle Legge Regionale 26/93 (recepimento della 157), la figura del selecontrollore come ausiliario, un volontario (con licenza di caccia), formato, mediante appositi corsi, per operare a supporto e sotto la direzione e la tutela delle guardie venatorie delle provincie che ne approvavano gli elenchi degli idonei.
Nello spirito della 157 che assegna agli agenti venatori (oltre che ai contadini, limitatamente ai loro fondi), il compito di controllo faunistico. Lo spirito della legge era rispettato in quanto le azioni di controllo erano attuate dagli agenti senza possibilità per i selecontrollori di operare autonomamente. Ma gli animalisti hanno impugnato le leggi di alcune regioni che istituivano i selecontrollori ottendo sentenze favorevoli da parte della Corte costituzionale con il risultato di "congelare" in tutta Italia l'attività dei selecontrollori in attesa di una modifica legislativa a livello nazionale. La Corte, ignorando il contesto ormai drammatico provocato dalla proliferazione della fauna nociva, si attaccava alla lettera della legge. Ultima in ordine di tempo la sentenza del 13 marzo 2019 con la quale la Corte costituzionale dichiarava incostituzionale l'art 44 della legge regionale dell'Abruzzo (n.10 del 2004) che abilitava i selecontrollori a prendere parte al controllo faunistico. In precedenza con sentenza del 23 maggio 2017.era stata cassata per illegittimità analoga norma contenuta inella legge regionale ligure n. 29 del 30.12.2015, con la motivazione che l’elenco contenuto nell’art. 19, comma 2, della legge n. 157 del 1992 con riguardo alle persone abilitate all’attività di realizzazione dei piani di abbattimento della fauna selvatica è da considerarsi tassativo: una sua integrazione da parte della legge regionale riduce il livello minimo e uniforme di tutela dell’ambiente imposto dalla citata norma statale. Un bel coraggio a parlare di "livello minimo di tutela dell'ambiente" quando la sentenza favoriusce, al contrario, la devastazione dell'ambiente da parte del cinghiale. Il controllo faunistico, infatti, come da 157, si attua per proteggere l'ambiente da squilibri nelle popolazioni e nell'evidenza di danni non sostenibili e non contrastabili con "metodi ecologici". I cinghiali che a Genova rovesciano i cassonetti dell'immondizia e devastano i giardini pubblici sono "ambiente da tutelare". Solo l'ideologia verde... e della Corte costituzionale può decretare questa follia.
Rinviati a giudizio per aver applicato la legge sul controllo del cinghiale
È notizia di oggi che il gup del tribunale di Brescia ha rinviato a giudizio l'ex presidente della Provincia di Brescia, Pierluigi Mottinelli, l'ex comandante della Polizia Provinciale, Carlo Caromani, gli agenti Dario Saleri e Gianluca Cominini, il funzionario dell'ex ufficio Caccia della Provincia di Brescia Raffaele Gareri, l'ex numero uno dell'Ambito territoriale di caccia Oscar Lombardi e i direttori dell'Ufficio territoriale della Regione Giulio Del Monte e Alberto Cigliati. Canta vittoria la Lav (Lega anti vivisezione), una delle tante sigle della galassia animalista (il piatto di contributi pubblici e donazioni è ricco e ci si ficcano in molti). La colpa degli accusati? Aver applicato la legge (regionale). I piani contestati perché "illegali" prevedevano infatti l'impiego dei selecontrollori, non "cacciatori" dal grilletto facile, ma operatori volontari formati in appositi corsi e abilitati dalla provincia a fungere da ausiliari alle azioni di controllo. Essendo tali azioni svolte fuori dalla stagione di caccia (la differenza tra controllo e prelievo venatorio è proprio la sua attuazione in tempi, in orari, con metodi differenti perché differente è lo scopo).
I suddetti vertici non hanno tenuto conto dei pareri non vincolanti dell'Ispra, ritenendo di rispettare la legge vigente. Ed ecco che contro di loro sono arrivate, di conseguenza e a cascata, una serie di accuse violazioni di legge. Se l'abbattimento non era legale ne è conseguito il reato di inquinamento ambientale, peculato, uccisione ingiustificata di animali e macellazione abusiva. Quattro ipotesi di reato, per aver applicato la legge, come aveva precedentemente riconosciuto il gip che aveva respinto le richieste di sospensione dall'incarico di 7 dipendenti pubblici.
Il giudice Cesare Bonamartini non aveva infatti accolto le richieste avanzate dal pm Ambrogio Cassiani, ritenendo valida - a differenza di quest'ultimo - la norma della legge regionale (non cassata dalla Consulta come quella della regione Liguria). Nell'ordinanza del giudice si precisava anche che al personale della Provincia è inibita la disapplicazione delle norme regolamentari adottate dal consiglio Provinciale. Questa prima sentenza smontava come un castello di carte le richieste dell'accusa che, oggi, invece, la procura ha ritenuto valide. Come si può chiamare se non "terrorismo giudiziario" un'azione che mette sul banco degli imputati, per una serie di reati, politici, funzionari e semplici esecutori che hanno avuto la sola colpa di applicare una legge?
Lo smantellamento della polizia provinciale
Nel frapporre mille cavilli e mille limitazioni alle attività di controllo della fauna (gli animalisti difendono anche una specie invasiva e dannosissima come le nutrie) i nostri eroi (che esultano quando un cacciatore muore e - se va bene - ostentano indifferenza se un "umano criminale" muore a causa di ncidenti stradali per collisione con selvatici) hanno trovato un potente alleato nel ministro Graziano Del Rio (ai tempi renziano di ferro) con la sua sciagurata legge n.56 del 7 aprile 2014 “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”)
mobilità. Questa legge, con la solita scusa degli sprechi (chiamata in causa a sproposito anche quando si tratta di eliminare servizi e funzioni pubbliche utili in nome della pseudo efficienza neoliberale) ha creato il caos in molte polizie locali. Al centro e al sud molte sono state semplicemente abolite perché rimaste senza personale allocato, come dalla legge Del Rio, ad altre amministrazioni. Non si è mai sentito i verdi, che strepitano ogni giorno contro l'accorpamento del CFS nei CC, proferire una sola parola sull'abolizione di corpi che svolgevano funzioni indispensabili in materia di vigilanza ambientale, forestale, ittica, venatoria. Erede dei vecchi guardia caccia delle provincie, la polizia provinciale venatoria contrastava il tanto vituperato bracconaggio.
La bestialità è stata in parte corretta con il decreto legge 19 giugno 2015, n.78, che ha stabilito che una parte degli organici della PP poteva restare in relazione alle funzioni di cui sopra. Ma intanto gli organici sono stati ridotti in molte provincie. La provincia di Come, che ci interessa in modo particolare in relazione ai fatti di questi giorni, aveva messo improvvidamente in mobilità le 29 guardie. Oggi ne sono rimaste 5. Il comandante (Marco Testa), era stato assegnato al comune di Milano, gli altri a fare i vigili urbani nei comuni. Che del personale specializzato in materia faunistica, ittica, ambientale sia costretto ad andare a regolare il traffico ai verdi (e tutti gli altri del resto) non importava nulla. La PP non va in televisione, la sua difesa non porta voti. Oggi, in provincia di Como, il controllo di turbe di cinghiali è affidato a 5 guardie ma, tenendo conto che devono assolvere parecchi altri compiti istituzionali il loro impiego per il controllo della fauna è di fatto impossibile. Così spiega lo stesso Testa da noi intervistato. Il buon senso spingerebbe per reintrodurre i guardiacaccia volontari.
La caccia di selezione da appostamento fisso o temporaneo (ma anche alla cerca) consente di effettuare un prelievo mirato in grado di consentire il raggiungimento degli obiettivi dei piani (struttura della popolazione). A differenza dei metodi di caccia in gruppo della braccata (con più cani), della girata (un solo cane) e della battuta (senza cani) che non consentono a chi spara di valutare con precisione età, genere e altre caratteristiche dell'animale.
Selecontrollori fuori gioco, guardie ridotte al lumicino ... togliamo di mezzo anche i cacciatori ... e il cinghiale trionferà
Nella realtà della montagna comasca il controllo del cinghiale è stato di fatto affidato alla caccia di selezione (tranne nel CAC triangolo larian,o dove sono utilizzate anche le cacce collettive, che sono popolari anche nei comprensori prealpini delle provincie di bergamo e brescia, per non parlare di altre regioni di storica caccia al cinghiale). La caccia di selezione è del resto l'unica ammessa nelle aree non idonee alla presenza del cinghiale (definite dall'attuale regolamento regionale del prelievo venatorio della specie). Affermare che la caccia di selezione serve a ridurre a zero l'impatto del cinghiale evidenzia come tra caccia e controllo le differenze siano in realtà solo formali, imposte da una normativa quadro obsoleta che costringe le regioni a destreggiarsi tra margini strettissimi.
In verde le zone "idonee" alla presenza del cinghiale, non però nei numeri attuali
In provincia di Como, anche dopo l'istituzione dei selecontrollori, pochissimi erano peraltro quelli attivati e poche decine i capi abbattuti attraverso le procedure di controllo. Perché? Per una sostanziale diffidenza della tecnostruttura nei confronti dei cacciatori o anche per equilibri interni al mondo venatorio.
Le fascinazioni statistiche dell'Ispra
Il regolamento partorito quest'anno dalla regione Lombardia, in applicazione alla legge 17 luglio 2017, n. 19 (Gestione faunistica-venatoria del cinghiale e recupero degli ungUlati feriti) sotto la pressione degli agricoltori, della crescita degli indennizzi, ma anche di interi territori esasperati per l'eccessiva presenza dei cinghiali, amplia la possibilità del proprietario conduttore del fondo di attuare azioni di controllo, prevede che per i prati in pendenza siano considerati ai fini dell'indennizzo anche i costi per il ripristino della cotica erbosa e, soprattutto, toglie l'assurdo limite di 55 giorni del periodo di caccia. Da segnalare anche la valorizzazione della carne, la cui commercializzazione può essere utilizzata per coprire le spese degli indennizzi. Novità positive contro le quali insorgeva con toni isterici l'animalismo nostrano arrivando a parlare di legge "ammazzatutto".
Ma il regolamento approvato a dicembre 2018 dalla regione Lombardia (vai a vedere) è una complessa raccolta di adempimenti e specificazioni suggerite o dettate dall'Ispra. I cui esperti puntano ad avere sempre più voce in capitolo, a sentirsi i deus ex machina della realtà faunistica. La tecnocrazia cui appartengono a pieno diritto, soffre, si dalle sue origini napoleoniche, di gravi limiti: uno dei più gravi consiste nel voler ridurre la realtà a modelli e a quadri statistici e, a fronte dell'evidenza di una mancata o molto parziale corrispondenza tra le due cose, a moltiplicare la produzione di numeri, a complicare i regolamenti.
Già ai tempi del Regno d'Italia napoleonico, i medici lamentavano che le richieste di compilazioni delle famigerate tabelle statistiche li impegnavano per più tempo che quello dedicato ai malati.. Basti pensare che nella gestione venatoria del cinghiale intervengono dieci diverse figure ufficiali (dall'operatore abilitato ai controlli biometrici sulla preda al conduttore e relativo cane limiere abilitato Enci) come sotto riportato:
4.1. FIGURE FAUNISTICO-VENATORIE DI RIFERIMENTO PER LA GESTIONE
a) Tecnico faunistico provvisto di laurea in discipline inerenti le scienze della natura e la gestione delle risorse naturali e/o di curriculum vitae che dimostri una specifica competenza nella gestione degli Ungulati e, in particolare, del cinghiale.
b) Cacciatore abilitato all’accompagnamento in prelievo selettivo agli Ungulati (Accompagnatore).
c) Cacciatore abilitato al censimento e al prelievo selettivo degli Ungulati (compreso il cinghiale).
d) Conduttore di cani da traccia abilitato ENCI (conduttore e ausiliario).
e) Operatore abilitato ai rilevamenti biometrici.
f) Operatore abilitato al controllo selettivo degli Ungulati, ai sensi dell’articolo 41, comma 2 della L.R. 26/93.
g) Operatore abilitato al controllo (mediante cattura e/o abbattimento selettivo) del cinghiale
(Coadiuvante ai piani di controllo) ai sensi dell’Articolo 22, comma 6, della Legge 394/91.
h) Cacciatore abilitato a coordinare le attività legate alla caccia al cinghiale in forma collettiva (Caposquadra e Vice Caposquadra).
i) Cacciatore abilitato alla caccia al cinghiale in forma collettiva (Cacciatore di cinghiale in caccia collettiva).
j) Conduttore di cane limiere abilitato ENCI (conduttore e ausiliario).
k) Cacciatore formato, per il quale è previsto un albo presso le diverse ATS regionali e una formazione secondo quanto indicato della DGR 2612/2014. Tale formazione è complementare alla formazione delle figure b), c), e), f), g), h), i).
Non meno complessa la struttura dei piani di gestione e, per arrivare al singolo cacciatore di selezione, degli adempimenti da osservare prima e dopo il prelievo. Comp rensorioalpino di caccia "Prealpino" della provincia di Como.
Il Comprensorio alpino di caccia "Prealpino" comprende la montagna comasca a ovest del Lario e a Sud del Ceresio e della linea Porlezza-Menaggio
Tra gli adempimenti contestati la registrazione delle coordinate gps del sito del prelievo. Questo adempimento, voluto dall'Ispra, sulla carta consentirebbe di confrontare geostatisticamente la localizzazione dei danni con quella del prelievo. Disporre di strumenti tecnologici sofisticati e di potenti sotware Gis è una cosa, attribuire valore a questa montagna di informazioni un'altra. Di sicuro con i dati si possono fare dei bei giochini eleganti ma che senso ha appliacare metodologie sofisticate quando si è in una situazione di emergenza e, se ci fosse buon senso si cercherebbe di abbattere più cinghiali possibile?
Sempre con riguardo al gps di fatto il cinghiale può essere prelevato in luoghi che non corrispondono a quelli dove esso ha prodotto i danni. Quindi la validità del dato è opinabile. Se poi, invece, si vuole sottoporre a controllo il cacciatore allora si dica apertamente che deve applicare lui stesso un gps e, già che ci siamo una telecamera come i poliziotti, al fine di monitorare in continuo la sua attività di caccia visto che lo si considera un sospettato di infrazioni. La pricacy non lo consente, però.
Non è agevole, a parte ogni altra considerazione e polemica, per chi non usa smart phone e le moderne tecnologie nella vita quotidiana, adattarsi a queste procedure che penalizzano fortemente i cacciatori di una certa età, magari i più esperti. Un altro punto contestato riguarda la sicura erogazione di sanzioni in caso di pasturazione. Un punto controverso perché non è sempre semplice stabilire cos'è "pasturazione". Anche qui siamo alla commedia: non si riesce a prelevare abbastanza capi da ridurre gli impatti e si gioca al "purismo". I tecnici si vantano degli "stretti protocolli" ma ai cacciatori i contadini, le comunità locali, chiedono di rimuovere quanti più cinghiali e possibile. Ogni laccio e lacciuolo e complicazon e burocratica che impedisce di completare l'obiettivo di prelievo è un insulto a che si vede distruggere i campi e i prati e arrivare i cinghiali nei giardini e nei cortili di casa.
Bene fanno i cacciatori a dire basta.
Quanto alla politica è ora cari signori di affrontare il toro per le corna. Avete cercato di metterci dlele pezze e avete ottenuto bastonate da corte costituzionale e TAR con conseguenze nefaste. Non ci sono scorciatoie, va riformata la 157.
(28.07.17) Anche nel corso dell’autunno scorso si è ripetuta l’aratura dei pascoli... e quest'anno c'è da temere la stessa cosa. Non si tratta di una inconsueta pratica agronomica, ma di un pericoloso “fenomeno naturale” che, inesorabilmente, si ripete sui pochi pascoli e prati stabili rimasti sul nostro Appennino. L’aratura del cotico erboso è causata dai numerosi branchi di cinghiali che grufolando dissotterrano i bulbi del crocus, delle orchidee e di altre piante evidentemente molto apprezzate da questi suidi.
Fauna fuori controllo: ora si contano i morti (necessaria una svolta culturale e una profonda riflessione davanti al mondo che cambia)
(24.08.15) L'estate 2015 è stata caratterizzata da quattro vittime dei cinghiali più due feriti (uno invalido) da aggressioni da orsi. Sinora le reazioni non hanno colto la portata del problema. La gestione del territorio è a una svolta epocale e non si può affrontarla con le categorie culturali del passato (l'ideologia animal-ambientalista)
In provincia di Como contadini e residenti si organizzano in comitati sul tema danni da ungulati
(15.02.14) La legge sulla fauna considera il controllo quale misura eccezionale. Ma nelle aree problematiche il prelievo venatorioè insufficiente a riportare le popolazioni in equilibrio. Il Comitato contro i danni da ungulati della montragna comasca chiede più efficacia nel controllo dei cinghiali e un piano per i cervi. Anche contadini e montanari ora dicono la loro
(09.09.13) Cinghiali sulle spiagge, cinghiali che "vendemmiano", cinghiali nei giardini e a spasso in città. Il fenomeno dell'espansione dei cinghiali ha assunto una dimensione sociale allarmante. Non è più solo l'agricoltura ad essere colpita ma anche il turismo la sicurezza delle persone, la salute.
Valseriana: alpeggi devastati dai cinghiali
(07.05.13) Giancarlo Moioli, 36 anni di servizio in Comunità Montana Valle Seriana, accusa: "Mai prima d'ora visti danni da cinghiali così gravi ai nostri pascoli". "Cacciano i maschi ma sono le femmine a partorire" e conclude amaro: "Si muoveranno solo quando una scrofa attaccherà il figlio di un onorevole"
(30.04.13) Il controllo del cinghiale in provincia di Como è ridicolo. Solo il 9% dei prelievi sono frutto di attività di controllo e solo 18 cacciatori sono attivati come selecontrollori in una provincia in cui il carniere di cinghiali supera i 2.200 capi. Evidentemente la politica ascolta solo la voce più organizzata dei cacciatori
Anche in Trentino i cinghiali sono un flagello per l'agricoltura
(10.01.13) Non bastano gli abbattimenti delle guardie e nemmeno quelle dei cacciatori-"selettori". Servono mezzi diversi da quelli venatori e la volontà politica di eradicazione.
Cinghiali: a che punto siamo? Alcune provincie consentono ai contadini-cacciatori di abbatterli
(29.12.11) A ottobre la provincia di Asti con una delibera ha consentito ai contadini (con licenza di caccia) di cacciare liberamente il cinghiale nell'ambito dei fondi in conduzione. Sono anche autorizzati a macellare il capo abbattuto e ad utilizzarlo per autoconsumo. La Coldiretti, che ha sollecitato il provvedimento, ne chiede l'estesione alla Lombardia. Dove, però, qualche provincia era arrivata già prima ad attuare il provvedimento. Resta il limite del possesso della licenza di caccia, poi c'è la possibilità di utilizzare i trappolaggi...
L'assedio dei cinghiali
(11.10.10) Tutta la fascia prealpina lombarda è sotto assedio da parte dei cinghiali. La provincia di Como ha deciso l'abbattimento di 1500 capi. Si raggiungerà l'obiettivo? Intanto altre provincie non si muovono ancora con altrettanta decisione. Il cinghiale è un vero e proprio animale nocivo e non può essere gestito mediante la normale pratica venatoria. Lo dicono la gravità dei danni ai prati, ai pascoli, ai vigneti, ai campi di mais, alle recinzioni, gli incidenti stradali, il rischio di diffusione di malattie, i pericoli per l'incolumità delle persone (un ferito a Sondrio e uno a Como questa estate).
Valle intelvi (Co)
(03.04.09) Basta riunioni e promesse. contro i danni sempre meno sostenibili di cervi e cinghiali si preparano iniziative politiche nel comasco

References: sentenza 
 art. 41
 sentenza 
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