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Timestamp: 2018-12-16 14:12:17+00:00

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Art. 569 cod. proc. civile: Provvedimento per l'autorizzazione della vendita | La Legge per tutti
A seguito dell’istanza di cui all’articolo 567 il giudice dell’esecuzione, entro quindici giorni dal deposito della documentazione di cui al secondo comma dell’articolo 567, nomina l’esperto che presta giuramento in cancelleria mediante sottoscrizione del verbale di accettazione e fissa l’udienza (1) per la comparizione delle parti e dei creditori di cui all’articolo 498 che non siano intervenuti (2). Tra la data del provvedimento e la data fissata per l’udienza non possono decorrere piu’ di novanta giorni.
All’udienza le parti possono fare osservazioni circa il tempo e le modalita’ della vendita, e debbono proporre, a pena di decadenza, le opposizioni agli atti esecutivi, se non sono gia’ decadute dal diritto di proporle (3).
Nel caso in cui il giudice disponga con ordinanza la vendita forzata, fissa un termine non inferiore a novanta giorni, e non superiore a centoventi, entro il quale possono essere proposte offerte d’acquisto ai sensi dell’articolo 571. Il giudice con la medesima ordinanza stabilisce le modalita’ con cui deve essere prestata la cauzione, se la vendita e’ fatta in uno o piu’ lotti, il prezzo base determinato a norma dell’articolo 568, il termine, non superiore a centoventi giorni dall’aggiudicazione, entro il quale il prezzo dev’essere depositato, con le modalita’ del deposito e fissa, al giorno successivo alla scadenza del termine, l’udienza per la deliberazione sull’offerta e per la gara tra gli offerenti di cui all’articolo 573. Quando ricorrono giustificati motivi, il giudice dell’esecuzione puo’ disporre che il versamento del prezzo abbia luogo ratealmente ed entro un termine non superiore a dodici mesi. Il giudice provvede ai sensi dell’articolo 576 solo quando ritiene probabile che la vendita con tale modalita’ possa aver luogo ad un prezzo superiore della meta’ rispetto al valore del bene, determinato a norma dell’articolo 568.
Con la stessa ordinanza, il giudice stabilisce, salvo che sia pregiudizievole per gli interessi dei creditori o per il sollecito svolgimento della procedura, che il versamento della cauzione, la presentazione delle offerte, lo svolgimento della gara tra gli offerenti e, nei casi previsti, l’incanto, nonché il pagamento del prezzo, siano effettuati con modalità telematiche nel rispetto della normativa regolamentare di cui all’articolo 161-ter delle disposizioni per l’attuazione del presente codice.(1)
(1) Comma così modificato dal D.L. 3 maggio 2016, n. 59; Vigenza: si applica alle vendite forzate di beni immobili disposte dopo il sessantesimo giorno dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto.
Giudice dell’esecuzione: [v. 484]; Opposizione agli atti esecutivi: [v. Libro III, Titolo V]; Ordinanza: [v. 483]; Cauzione: [v. 576]; Vendita senza incanto: [v. 503].
(1) Il giudice dell’esecuzione fissa l’udienza con decreto [v. 135] da comunicarsi per l’audizione delle parti a mezzo di biglietto di cancelleria oppure a mezzo telefax o posta elettronica nel rispetto della normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici e teletrasmessi [v. 136]. A seguito dell’abrogazione dell’art. 173 att. ad opera del legislatore della novella, scompare l’obbligo per il cancelliere di dare pubblicità del provvedimento almeno dieci giorni prima dell’udienza.
(2) La partecipazione a tale udienza dei creditori aventi un diritto di prelazione (nonostante siano già a conoscenza dell’espropriazione in seguito all’avviso previsto dall’art. 498) è giustificata dal fatto che la vendita purga le ipoteche. La mancata comunicazione del decreto che fissa l’udienza per l’audizione, o un vizio della stessa, produce nullità, che, tuttavia, può essere sanata dalla comparizione dei destinatari della comunicazione.
(3) Le opposizioni alle quali fa riferimento la norma non sono, pertanto, né quelle all’esecuzione [v. 615] né quelle di terzo [v. 619], ma unicamente opposizioni che concernono il regolare svolgimento degli atti esecutivi, oltre che l’osservanza dei presupposti generali del processo [v. 617]. Tali opposizioni, inoltre, non potranno essere proposte se è decorso il termine perentorio di venti giorni previsto dal nuovo art. 617.
Provvedimento per l’autorizzazione della vendita.
Procedimento; 1.1. Contraddittorio; 1.2. Giurisdizione; 1.3. Vendita dei beni ed aggiudicazione; 1.4. Riduzione del pignoramento e conversione del pignoramento; 1.5. Vizi del procedimento; 1.6. Procedure concorsuali; 2. Opposizioni; 2.1. Interesse ad agire e potere di agire; 2.2. Termini; 2.3. Vizi degli atti e del procedimento opponibili; 2.3.1. Vizi dell’atto di pignoramento; 2.3.2. Vizi della vendita; 2.3.3. Vizi inficianti il contraddittorio.
1.1. Contraddittorio.
Qualora in sede di incanto non siano presenti il creditore procedente nè i creditori muniti di titolo esecutivo non si applica l’art. 631 c.p.c., che prevede il rinvio dell’udienza da parte del giudice dell’esecuzione se nessuna delle parti si presenta all’udienza, posto che: a) la distinzione tra «udienza», come luogo dell’incanto, ed «incanto», come complesso di operazioni volte all’individuazione dell’aggiudicatario sulla base delle condizioni stabilite nell’ordinanza di autorizzazione della vendita, esclude che le norme dettate per lo svolgimento dell’udienza possano applicarsi meccanicamente all’incanto; b) l’impulso processuale del processo esecutivo è esercitato con la richiesta di vendita e il provvedimento di autorizzazione alla vendita viene adottato all’udienza di cui all’art. 569 c.p.c., sicché non troverebbe giustificazione conferire rilievo alla successiva inerzia del creditore procedente o dei creditori intervenuti; c) sarebbe contraria al principio costituzionale della ragionevole durata del processo un’interpretazione che consentisse al creditore procedente di cagionare il differimento dell’incanto non presenziando allo stesso pur dopo averlo richiesto, con detrimento anche dei soggetti estranei all’esecuzione che abbiano sopportato gli oneri per partecipare all’incanto. Cass. 19 luglio 2004, n. 13354.
Nel processo di esecuzione il diritto del cittadino al giusto processo (come delineato dalla nuova formulazione dell’art. 111 Cost.) deve essere soddisfatto attraverso il contraddittorio tra le parti in ogni fase processuale in cui si discuta e si debba decidere circa diritti sostanziali o posizioni comunque giuridicamente protette, tenendo conto del correlato e concreto interesse delle parti stesse ad agire, a contraddire o ad opporsi per realizzare in pieno il proprio diritto di difesa sancito dall’art. 24 Cost. Ne consegue che, non potendosi configurare un generico ed astratto diritto al contraddittorio, è inammissibile l’impugnazione di un atto dell’esecuzione con la quale si lamenti la mera lesione del contraddittorio, senza prospettare a fondamento dell’impugnazione stessa le ragioni per le quali tale lesione abbia comportato l’ingiustizia del processo, causata dall’impossibilità di difendersi a tutela di quei diritti o di quelle posizioni giuridicamente protette. Cass. 19 agosto 2003, n. 12122.
È manifestamente infondata l’eccezione di illegittimità costituzionale dell’art. 617 c.p.c. per contrasto con l’art. 24 Cost. - con riferimento all’asserita impossibilità per il debitore esecutato, cui non sia stato notificato il decreto previsto dall’art. 569 c.p.c., di esercitare i diritti relativi al processo esecutivo di cui è parte - atteso che, quando il giudice dell’esecuzione non dispone la comparizione delle parti o non sia portata a conoscenza dell’interessato, il decreto con il quale questa sia fissata, non si verifica alcuna decadenza dell’esercizio del diritto di difesa, ma detta omissione si riflette sui successivi atti del procedimento esecutivo, che potranno essere impugnati con l’opposizione agli atti esecutivi. Cass. 25 febbraio 1994, n. 1929.
Il processo esecutivo ha carattere tipicamente unilaterale e, quindi, la convocazione delle parti, che nel processo medesimo venga disposta dal giudice, quando la ritenga necessaria o quando la legge la prescriva, avviene non per costituire un formale contraddittorio ma soltanto per il migliore esercizio della potestà ordinatoria, affidata al giudice stesso. Pertanto, qualora il giudice della esecuzione non disponga la comparizione del debitore, nei casi previsti dalla legge, ovvero non venga portato a conoscenza del debitore stesso il decreto con il quale sia stata fissata l’udienza per la sua comparizione, non si verifica una violazione del principio del contraddittorio, deducibile in ogni momento della procedura; detta omissione può soltanto riflettersi sul successivo atto esecutivo, contro il quale il debitore, ove lo ritenga viziato, ma non per il solo fatto dell’omessa sua audizione, può insorgere esclusivamente con opposizione agli atti esecutivi, nei modi e nel termine di cui all’art. 617 c.p.c. Cass. 13 febbraio 1988, n. 1550; conforme Cass. 24 luglio 1993, n. 8293.
Alle udienze fissate per la vendita del bene pignorato è indispensabile la presenza di un soggetto legittimato a promuovere gli atti del processo esecutivo, e, quindi, del creditore procedente o di un creditore intervenuto munito di titolo esecutivo, trovando applicazione, in caso contrario, le disposizioni dell’art. 631 c.p.c. sulla mancata comparizione delle parti. Cass. 4 settembre 1985, n. 4612.
La prelazione convenzionale stipulata tra il debitore esecutato ed un terzo non è opponibile al creditore procedente. Ne consegue che il provvedimento di fissazione della vendita all’incanto va comunicato ai creditori procedenti, ma non al terzo prelazionario, salvo ovviamente il diritto di questi di partecipare comunque all’asta. Trib. Latina, 16 luglio 2002.
In tema di esecuzione immobiliare, va rigettata l’opposizione agli atti esecutivi fondata sul solo motivo dell’omessa notificazione dell’ordinanza di vendita al debitore esecutato: sia perché tale notificazione non è prevista da alcuna norma; sia perché nel processo di esecuzione l’omessa audizione del debitore, anche quando sia prescritta, non costituisce un autonomo vizio di nullità della procedura, ma può soltanto impedire il decorso del termine per proporre l’opposizione agli atti esecutivi. Trib. Cassino, 16 maggio 2002.
1.2. Giurisdizione.
Con riguardo ad espropriazione forzata, avente ad oggetto immobile a destinazione alberghiera, le questioni attinenti alla legittimità del provvedimento di vendita reso dal giudice dell’esecuzione, sotto il profilo della non consentita separazione dell’immobile dalle attrezzature, in relazione a vincolo di destinazione imposto dall’autorità amministrativa, non pongono in discussione i poteri giurisdizionali di detto giudice, e non sono quindi deducibili con istanza di regolamento preventivo di giurisdizione, ma investono soltanto le modalità di esercizio di detti poteri, cioè la regolarità degli atti del processo esecutivo. Cass., Sez. Un., 13 luglio 1987, n. 6091.
Il regolamento preventivo di giurisdizione è esperibile anche in relazione a procedimento esecutivo, il quale comporta l’esercizio di poteri di natura giurisdizionale, e non trova ostacolo, nel caso di espropriazione forzata (mobiliare od immobiliare), nella circostanza che sia stata già emessa l’ordinanza di vendita, poiché tale provvedimento non ha consistenza decisoria nel merito dell’azione esecutiva, né definisce il processo esecutivo. Cass., Sez. Un., 27 giugno 1986, n. 4282.
1.3. Vendita dei beni ed aggiudicazione.
Il deposito del titolo esecutivo e del precetto, onde consentire al giudice di accertare la loro regolarità formale, al fine di procedere all’espropriazione immobiliare, non è soggetto a termine perentorio (art. 557 comma 2 c.p.c.), e pertanto non è nulla l’ordinanza di vendita, se tali atti sono allegati al fascicolo dell’esecuzione in un momento successivo a quello disposto dalla norma. Cass. 16 dicembre 1997, n. 12722.
Il provvedimento di rigetto dell’istanza di rinvio dell’udienza per l’autorizzazione alla vendita forzata, in vista di successiva riunione del procedimento esecutivo ad altri pendenti davanti lo stesso giudice, costituisce un atto ordinatorio che non implica decisione alcuna sulla competenza ed è, pertanto, insuscettibile di impugnazione con l’istanza di regolamento di competenza. Cass. 23 giugno 1995, n. 7128.
La pubblicità della istanza di assegnazione o di vendita dell’immobile pignorato, prescritta dall’art. 173, disp. att. c.p.c., ha la funzione di rafforzare la pubblicità della vendita forzata e si pone, quindi, in relazione solo con l’ordinanza di autorizzazione alla vendita dell’immobile pignorato con la conseguenza che essa, quando nell’udienza di comparizione fissata dal giudice della esecuzione, ai sensi dell’art. 569 c.p.c., siano stati emessi solo provvedimenti preparatori, come quello di nomina di uno stimatore, può essere utilmente effettuata, se in precedenza omessa, anche in vista della successiva udienza in cui l’autorizzazione alla vendita potrà essere pronunciata. Cass. 3 dicembre 1994, n. 10417.
L’art. 569, comma 4, c.p.c., secondo il quale la vendita dell’immobile pignorato può essere disposta solo dopo che il tribunale abbia definito le opposizioni, si riferisce alle opposizioni agli atti esecutivi proposte all’udienza fissata per disporre le modalità e la data della vendita medesima, e, pertanto, non può essere invocata per conseguire la sospensione dell’esecuzione in relazione ad altre opposizioni, la quale resta affidata al potere discrezionale del giudice dell’esecuzione (art. 618 c.p.c.). Cass. 26 ottobre 1984, n. 5491.
Per l’omissione della notifica dell’ordinanza che dispone la vendita forzata ai creditori iscritti e non comparsi ben è prescritta la sanzione di nullità, e pertanto essa non costituisce che una mera irregolarità deducibile nei modi e nei termini dell’opposizione agli atti esecutivi. Cass. 16 marzo 1977, n. 1054.
Le uniche ipotesi di sospensione dell’esecuzione disposta dalla legge vanno identificate in quelle previste dagli artt. 549 e 601, cioè relative, rispettivamente, nell’espropriazione presso terzi, all’accertamento giurisdizionale dell’obbligo del terzo e, nell’espropriazione di beni indivisi, al procedimento di divisione. Infatti, solo nelle suddette norme, la sospensione dell’esecuzione è disposta con formule inequivoche, per volontà di legge. Per contro, non va compresa nell’ambito di previsione dell’art. 623, cioè di sospensione ex lege, l’ipotesi dell’art. 569, comma 4, ove è disciplinato l’iter per il caso di proposizione di opposizione agli atti esecutivi, nella fase di autorizzazione della vendita dell’espropriazione immobiliare. In tale ipotesi la sospensione dell’esecuzione resta affidata al potere discrezionale del giudice dell’esecuzione. Cass. 9 luglio 1977, n. 3070.
1.4. Riduzione del pignoramento e conversione del pignoramento.
Decaduto il debitore dal beneficio del versamento rateale nella conversione del pignoramento dopo che era già stata ordinata la vendita all’incanto dell’immobile pignorato, il giudice dell’esecuzione può d’ufficio fissare il giorno e l’ora dell’incanto, senza che occorra la previa audizione delle parti. Trib. Cassino, 17 dicembre 1990.
Anche nel processo di esecuzione forzata per espropriazione immobiliare, ove il debitore esecutato si avvalga del ministero di un difensore, questi è legittimato a ricevere le comunicazioni dei provvedimenti del giudice dell’esecuzione adottati fuori udienza e, fra questi, anche dall’ordinanza ammissiva della conversione del pignoramento, ai sensi dell’art. 495 c.p.c., atteso che l’art. 84 stesso codice, nonostante il riferimento letterale al giudizio, deve ritenersi applicabile in ogni tipo di processo in cui una parte si avvalga del patrocinio legale, senza trovare deroga nella disposizione di cui all’art. 489 c.p.c. che riguarda esclusivamente le comunicazioni da farsi ai creditori. Cass. 3 agosto 1987, n. 6690.
La sospensione dell’esecuzione è consentita solo per i casi espressamente indicati dalla legge, fra i quali non è compreso quello della presentazione dell’istanza di conversione del pignoramento, pur determinandosi per la suddetta conversione e la susseguente attesa della determinazione, da parte del giudice dell’esecuzione, della somma destinata a sostituire i beni pignorati, l’automatica dilazione di tutti quegli atti esecutivi - ed in particolare della vendita dei beni pignorati - che possono frustrare lo scopo stesso della conversione del pignoramento. Cass. 3 agosto 1987, n. 6690.
Qualora il debitore esecutato chieda ed ottenga la conversione del pignoramento, con sostituzione di una somma di denaro alla cosa pignorata, il vincolo gravante su questa e l’ordinanza che ne abbia in precedenza disposto la vendita restano caducati, e si verifica conseguentemente la cessazione della materia del contendere con riguardo alle opposizioni proposte avverso tale ordinanza. Cass. 26 ottobre 1984, n. 5491.
Decaduto il debitore dal beneficio del versamento rateale nella conversione del pignoramento dopo che era già stata ordinata la vendita all’incanto dell’immobile pignorato, il giudice dell’esecuzione può d’ufficio fissare il giorno e l’ora dell’incanto, senza che occorra la previa audizione delle parti (nella specie, il giudice dell’esecuzione aveva ordinato in un primo momento la comparizione delle parti, ma poi aveva anticipato l’udienza con decreto, non portato a conoscenza del debitore). Trib. Cassino, 17 dicembre 1990.
1.5. Vizi del procedimento.
Nell’ambito del processo esecutivo, sia il caso in cui alla esecuzione del pignoramento non segua il deposito della istanza di vendita, sia il caso in cui l’istanza di vendita venga depositata fuori termine sono strutturalmente assimilabili alla vicenda dell’estinzione del processo, piuttosto che all’inefficacia del pignoramento; ne consegue che in entrambi i casi la situazione può essere definita con l’ordinanza di cui all’art. 630 c.p.c., avente come contenuto il diretto accertamento dell’inefficacia del pignoramento e la conseguente declaratoria di estinzione del processo esecutivo, che sarà soggetta, in base al combinato disposto degli art. 630, comma 3, c.p.c., e 130, disp. att. c.p.c., al sistema di controllo costituito dal reclamo avverso l’ordinanza, deciso con sentenza, al quale potrà far seguito l’appello e quindi il ricorso ordinario per Cassazione. Pertanto, al fine di far dichiarare l’inefficacia del pignoramento e l’estinzione dell’esecuzione, il debitore non ha l’onere di proporre opposizione agli atti esecutivi nei cinque giorni a quello in cui ha ricevuto l’avviso di fissazione di udienza, ex art. 569, comma 1, c.p.c., ma deve proporre istanza di estinzione nella sua prima difesa successiva al verificarsi del fatto estintivo, ovvero nell’udienza per la fissazione della vendita. Cass. 16 giugno 2003, n. 9624.
Il decreto con il quale il giudice dell’esecuzione accordi la sospensione della stessa nei casi urgenti ha la esclusiva funzione di assicurare gli effetti del provvedimento che sarà adottato, nel contraddittorio delle parti, con successiva ordinanza, per effetto della quale il decreto suddetto (contro il quale non sia stata già proposta opposizione) cessa di essere opponibile, per aver esaurito i suoi effetti, essendo la eventuale sospensione del processo da ricollegarsi al provvedimento ordinatorio temporalmente susseguente. Ne consegue che la nullità del predetto decreto non rappresenta il riflesso d’una situazione invalidante propria del processo come tale (e, quindi, idonea ad inficiare ogni atto successivo, sino alla sua definitiva rimozione), integrando, al contrario, gli estremi di una fattispecie di invalidità ad esso limitata, con la conseguenza che, non proposta specifica opposizione avverso tale decreto, la relativa nullità non può ritenersi comunicata all’ordinanza contro cui, proprio per quel motivo, l’opposizione sia stata erroneamente proposta. Cass. 19 luglio 1997, n. 6665.
Il processo esecutivo si presenta strutturato non già come una sequenza continua di atti ordinati ad un unico provvedimento finale - secondo lo schema proprio del processo di cognizione - bensì come una successione di subprocedimenti, cioè in una serie autonoma di atti ordinati a distinti provvedimenti successivi. Tale autonomia di ciascuna fase, rispetto a quella precedente, comporta che le situazioni invalidanti, che si producano nella fase che è conclusa dall’ordinanza di autorizzazione alla vendita, sono suscettibili di rilievo nel corso ulteriore del processo - mediante opposizione agli atti esecutivi proponibili anche dopo che detta ordinanza è stata pronunciata o d’ufficio dal giudice dell’esecuzione, in deroga all’espresso dettato dell’art. 569 c.p.c. - solo in quanto impediscano che il processo consegua il risultato che ne costituisce lo scopo, e cioè l’espropriazione del bene pignorato come prezzo per la soddisfazione dei creditori, mentre ogni altra situazione invalidante deve essere eccepita come opposizione agli atti esecutivi nei termini di decadenza disposti dal menzionato art. 569 c.p.c. Cass., Sez. Un., 27 ottobre 1995, n. 11178; conforme con riguardo alla procedura fallimentare: Cass. 25 agosto 2004, n. 16856.
L’atto con il quale il debitore chiede che sia dichiarata la nullità dell’ordinanza con cui il giudice della esecuzione, nell’udienza di comparizione delle parti fissata ai sensi dell’art. 498 c.p.c., dispone, ai sensi del comma 3 del successivo art. 569, la vendita dei beni immobili pignorati deve essere qualificato come opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c. Cass. 18 luglio 1991, n. 7971.
1.6. Procedure concorsuali.
In tema di vendita di beni fallimentari, deve escludersi che il giudice delegato, con il decreto dichiarativo della decadenza dell’aggiudicatario per inadempienza, sia tenuto a fissare un’udienza per l’audizione delle parti, giusta disposto degli artt. 569 c.p.c. e 176 disp. att. c.p.c., trattandosi di adempimento estraneo alla procedura fallimentare, caratterizzata, per converso, dall’impulso d’ufficio e dalla legittimazione del curatore a presentare l’istanza di vendita. Cass. 5 dicembre 2002, n. 17249.
L’ordinanza con la quale, nell’ambito di una procedura esecutiva individuale, essendo già intervenuta la aggiudicazione dei beni pignorati, il giudice dell’esecuzione dichiari improcedibile l’ulteriore successiva fase del trasferimento dei beni, fondando la sua pronuncia - ai sensi dell’art. 168, l. fall. - sull’avvenuta presentazione di un ricorso per l’ammissione al concordato preventivo (la quale preclude, dalla data della presentazione del ricorso fino al passaggio in giudicato della sentenza di omologa, ai creditori vantanti titolo o causa anteriore al decreto, di iniziare o proseguire ogni tipo di azione esecutiva individuale sul patrimonio del debitore), non richiede, per la sua legittimità la previa convocazione delle parti ai sensi dell’art. 485 c.p.c. A tal tipo di conclusione si ha modo di pervenire sia sulla base della considerazione per cui, in riferimento ad una situazione del genere, nessuna disposizione di legge prescrive un tal tipo di adempimento, sia sulla base della più generale considerazione per cui, nelle procedure esecutive individuali, la convocazione delle parti - quando il giudice la ritenga necessaria o quando la legge la prescriva - avviene non per costituire un normale contraddittorio, ma soltanto per il miglior esercizio della potestà ordinatoria affidata al giudice stesso. Cass. 28 giugno 2002, n. 9488.
Nella procedura fallimentare, i mezzi di tutela offerti agli interessati contro i provvedimenti del giudice delegato inerenti alla vendita dei beni acquisiti alla massa corrispondono - pur con il necessario coordinamento, in virtù del quale, in luogo dell’opposizione agli atti esecutivi prevista dall’art. 617 c.p.c., va proposto il reclamo di cui all’art. 26, l. fall. - a quelli esperibili nel processo di esecuzione individuale disciplinato dal codice di rito, processo che, a differenza di quello di cognizione, è strutturato come una successione di fasi autonome, strumentalmente propedeutiche a distinti provvedimenti successivi, ciascuno dei quali è immediatamente e direttamente impugnabile con i mezzi specifici e nei termini stabiliti dalla legge. Ne consegue che, in tale procedura, non trova applicazione la disciplina della estensione della nullità prevista dall’art. 159 c.p.c., dovendosi applicare, viceversa, il criterio per cui la nullità di un atto preliminare necessario costituisce un vizio di legittimità dell’atto successivo, che è il vero e proprio atto esecutivo, vizio che può essere fatto valere anche in sede di opposizione avverso quest’ultimo atto. Ove, peraltro l’opposizione venga proposta nei soli confronti dell’atto prodromico, è necessario che sia, comunque, attualmente configurabile un interesse reale alla rimozione degli effetti del vizio, nel senso che tale risultato (ottenibile mediante l’annullamento dell’atto) sia tale da rimuovere ogni ostacolo alla prosecuzione del procedimento da parte del soggetto interessato, così che non è legittimamente configurabile un tale interesse attuale nella ipotesi in cui, nel corso di una procedura fallimentare, l’affittuario di un’azienda, venuto a conoscenza del provvedimento di trasferimento della medesima a soggetto diverso, ed esercitata la prelazione di cui all’art. 3, l. n. 223 del 1991, si sia vista rigettare l’istanza dal g.d. ed abbia, per l’effetto, proposto reclamo ex art. 26, l. fall. avverso tale provvedimento di rigetto, omettendo del tutto di impugnare, contestualmente, il precedente decreto di trasferimento, ormai divenuto definitivo. Cass. 7 maggio 1999, n. 4584.
In tema di vendita fallimentare, i mezzi di tutela offerti agli interessati avverso i relativi provvedimenti del giudice delegato corrispondono, mutatis mutandis, a quelli esperibili in seno al processo di esecuzione individuale disciplinata dal codice di rito (salvo il necessario coordinamento, per effetto del quale all’opposizione agli atti esecutivi di cui all’art. 617 c.p.c. corrisponde il reclamo ex art. 26, l. fall.), così che alla immediata impugnabilità dei singoli provvedimenti nei termini previsti dalla legge consegue una attenuazione (ma non anche una elisione tout court) del generale principio di cui all’art. 159 c.p.c. (a mente del quale la nullità di un atto si estende a tutti quelli successivi dal primo dipendenti), dovendosi, per l’effetto, distinguere situazioni invalidanti suscettibili di rilievo ulteriore in quanto impeditive del conseguimento stesso del risultato ultimo del processo (e cioè il trasferimento del bene come mezzo di soddisfacimento dei creditori) da situazioni invalidanti suscettibili, invece, di ulteriore rilievo solo se tempestivamente impugnate, salvo il limite rappresentato dalle preclusioni di cui all’art. 2929 c.c., alla cui stregua non sono opponibili all’acquirente nella vendita forzata le nullità degli atti esecutivi che abbiano preceduto la vendita stessa. Cass. 16 febbraio 1999, n. 1302.
Nella procedura fallimentare, i mezzi di tutela offerti, agli interessati, contro i provvedimenti del giudice delegato inerenti alla vendita dei beni acquisiti alla massa, corrispondono - pur con il necessario coordinamento, in virtù del quale, in luogo dell’opposizione agli atti esecutivi prevista dall’art. 617 c.p.c., va proposto il reclamo di cui all’art. 26, l. fall. - a quelli esperibili nel processo di esecuzione individuale disciplinato dal codice di rito, processo che, a differenza di quello di cognizione, è strutturato come una successione di fasi autonome strumentalmente propedeutiche a distinti provvedimenti successivi, ciascuno dei quali è immediatamente e direttamente impugnabile con i mezzi specifici e nei termini stabiliti dalla legge. Ne consegue che in tale procedura non trova applicazione la disciplina della estensione della nullità prevista dall’art. 159 c.p.c., dovendosi applicare il criterio per cui la nullità di un atto preliminare necessario costituisce un vizio di legittimità dell’atto successivo che è il vero e proprio atto esecutivo, vizio che può essere fatto valere anche in sede di opposizione avverso quest’ultimo atto. Ove peraltro l’opposizione venga proposta nei soli confronti dell’atto prodromico è necessario che sia comunque configurabile un interesse reale alla rimozione degli effetti del vizio, nel senso che tale risultato (ottenibile mediante l’annullamento dell’atto) sia tale da rimuovere ogni ostacolo alla prosecuzione del procedimento da parte del soggetto interessato. Cass. 16 maggio 1997, n. 4350.
Non sussiste l’obbligo della notifica dell’ordinanza di vendita al fallito, atteso che l’art. 108, comma 4, della legge fallimentare, nell’individuare i soggetti ai quali deve essere notificata la predetta ordinanza non annovera, tra di essi, il fallito, né un siffatto obbligo può discendere dalle norme del codice di procedura civile relative al processo di esecuzione, richiamate dall’art. 105, l. fall. in quanto compatibili con le specifiche disposizioni della legge fallimentare, poiché l’art. 589, comma 4, c.p.c. non prevede che l’ordinanza di vendita debba essere notificata al debitore esecutato. Cass. 2 giugno 1993, n. 6158.
In tema di vendita di beni del fallimento, poiché le disposizioni del codice di rito, relative al processo di esecuzione, trovano applicazione solo in quanto compatibili con le specifiche norme che regolano il procedimento concorsuale (art. 105, R.D. 16 marzo 1942, n. 267), deve escludersi che il giudice delegato, con il decreto dichiarativo della decadenza dell’aggiudicatario per inadempienza, sia tenuto a fissare un’udienza per l’audizione delle parti, secondo la previsione degli artt. 569 c.p.c. e 176, disp. att. c.p.c., trattandosi di un adempimento estraneo alla procedura fallimentare, caratterizzata dall’impulso e dalla legittimazione del curatore a presentare l’istanza di vendita. Cass. 3 maggio 1979, n. 2541.
2.1. Interesse ad agire e potere di agire.
Per legittimare il debitore escusso a proporre opposizione agli atti esecutivi non basta la semplice violazione di una disposizione regolante il processo esecutivo, ma occorre altresì che la violazione importi la lesione di un interesse di cui egli sia portatore in quanto soggetto passivo dell’esecuzione. Cass. 16 marzo 1977, n. 1054.
Qualora il precetto risulti sottoscritto da persona sprovvista di mandato, senza che sia proposta opposizione a precetto nel termine di cinque giorni dalla sua notificazione, e non sia intervenuta la ratifica del dominus, né sia depositata la procura eventualmente preesistente, l’opposizione, ex art. 617 c.p.c. può essere proposta contro ogni singolo atto esecutivo compiuto, deducendosene la nullità sia sotto il profilo della mancanza del presupposto necessario (precetto redatto e notificato da un non legittimato) sia sotto il profilo della sua provenienza da persona sprovvista di legittimazione. Cass. 4 dicembre 1980, n. 6331.
2.2. Termini.
Il termine per proporre opposizione agli atti esecutivi avverso i provvedimenti emessi dal giudice nell’udienza fissata ex art. 569 c.p.c., qualora il debitore sia stato posto in condizione di comparire, decorre dalla data di essi e non da quella di effettiva conoscenza, atteso che il debitore che ha ricevuto l’avviso di comparizione, pur non avendo l’obbligo di comparire, ha tuttavia l’onere di essere presente onde svolgere tutte le attività idonee alla tutela delle proprie ragioni, dovendo altrimenti imputare a sé stesso, secondo il principio generale di cui all’art. 176 c.p.c., ogni pregiudizievole conseguenza derivante dalla mancata conoscenza dei provvedimenti adottati in udienza. Cass. 22 febbraio 2006, n. 3950.
È tardiva - e quindi inammissibile - l’opposizione agli atti esecutivi, fondata sull’omessa comunicazione al debitore dell’ordinanza di fissazione dell’udienza di autorizzazione alla vendita di cui all’art. 569 c.p.c., quando il debitore abbia già avuto notizia della pendenza del procedimento. Cass. 4 dicembre 1998, n. 12315.
Il termine perentorio di giorni cinque per proporre opposizione agli atti esecutivi decorre dal momento in cui le parti del processo esecutivo vengono a conoscenza dell’atto stesso e cioè dalla notificazione o comunicazione dell’atto, ovvero dalla notificazione o comunicazione di un atto successivo che necessariamente lo presuppone; tuttavia, poiché delle ordinanze pronunciate in udienza si presume la conoscenza ai sensi dell’art. 176 c.p.c., il termine perentorio per la opposizione contro l’ordinanza di aggiudicazione o di assegnazione decorre dal giorno in cui si è disposta la vendita o l’assegnazione, sempre che alla parte sia stato ritualmente notificato l’avviso relativo alla udienza stabilita per l’audizione delle parti. Cass. 27 gennaio 1982, n. 551.
Salvo che si tratti di vizi insanabili, incidenti, per il principio della nullità riflessa, sulla validità degli atti successivi, in tema di esecuzione forzata, intervenuta la vendita dei beni pignorati, ogni opposizione agli atti esecutivi ad essa antecedenti, per la quale sia già decorso il termine perentorio di cui all’art. 617, comma 2, c.p.c., rimane preclusa; l’opposizione medesima è ammissibile entro cinque giorni dalla vendita, solo per far valere gli eventuali vizi attinenti al procedimento di vendita non potuti rilevare in precedenza. Cass. 17 settembre 1980, n. 5283.
Deve ritenersi tardiva, e come tale improcedibile, l’opposizione del terzo, relativa a beni assoggettati a pignoramento immobiliare, che sia stata proposta successivamente all’udienza di fissazione della vendita. L’opposizione tardiva del terzo all’esecuzione è ammessa solo in ipotesi di pignoramento mobiliare. Trib. Catania, 28 gennaio 1991.
2.3. Vizi degli atti e del procedimento opponibili.
2.3.1. Vizi dell’atto di pignoramento.
Nel pignoramento presso terzi, l’udienza indicata dall’art. 547 c.p.c. svolge, rispetto agli atti esecutivi compiuti anteriormente all’udienza stessa, la funzione preclusiva che le udienze di cui agli artt. 530 e 569 svolgono, rispettivamente, per l’espropriazione mobiliare e per quella immobiliare. Consegue che il vizio dell’atto di pignoramento consistente nella mancanza in esso dell’intimazione del debitore indicata dall’art. 492 c.p.c. dev’essere fatto valere con l’opposizione agli atti esecutivi non oltre il termine di cinque giorni dall’udienza fissata, a norma dell’art. 547, per la citazione del terzo e del debitore. (Nella specie la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza del giudice dell’esecuzione che, nel decidere sull’opposizione agli atti esecutivi, si era consapevolmente discostato da detto principio, facendo decorrere il termine per l’opposizione dal momento dell’effettiva conoscenza del vizio sopracitato). Cass. 1º febbraio 2002, n. 1308.
L’opposizione con la quale il debitore esecutato sostiene che i beni indicati nell’ordinanza di fissazione della vendita o in quella di aggiudicazione non sono compresi nell’atto di pignoramento costituisce opposizione agli atti esecutivi e non opposizione all’esecuzione, contestandosi con essa la regolarità formale di specifici provvedimenti adottati nell’ambito del processo esecutivo e non il diritto di procedere ad esecuzione forzata o la pignorabilità del bene. Ne consegue che le contestazioni contro ciascuno dei menzionati provvedimenti vanno sollevate nel termine perentorio di cinque giorni, indicato dall’art. 617 c.c. Cass. 23 febbraio 1998, n. 1945.
L’atto con il quale il debitore esecutato lamenti che con l’ordinanza di vendita siano stati posti all’asta anche beni non inclusi fra quelli sottoposti al pignoramento, va qualificata come opposizione agli atti esecutivi, proponibile nel termine di decadenza di cinque giorni dalla notificazione di detto provvedimento. Cass. 13 gennaio 1996, n. 256.
2.3.2. Vizi della vendita.
Nel procedimento di vendita con incanto, l’aggiudicazione del bene posto in vendita a soggetti che hanno offerto un prezzo di acquisto inferiore al valore dell’aggiudicazione si traduce in un vizio del provvedimento di aggiudicazione, in quanto atto finale di attività procedimentalizzata, che deve essere fatto valere con il rimedio della opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c., nei termini ivi indicati. Deve, infatti, escludersi che detto vizio produca la inesistenza giuridica del provvedimento in esame, con la conseguente possibilità di esperire un’azione di nullità dello stesso indipendentemente dal decorso del termine di cui al citato art. 617 c.p.c. Ed infatti, quanto alla ipotizzabilità di una nullità insanabile, nel senso di nullità che sfugga ai limiti della disciplina delle doglianze di rito, occorre distinguere tra atti che precedono le udienze sulle istanza di assegnazione o vendita ex art. 530 (nella espropriazione mobiliare) o 569 (nella espropriazione immobiliare) c.p.c., in relazione ai quali il provvedimento che autorizza la vendita funge da preclusione alla proposizione della opposizione agli atti esecutivi; ed atti che seguono dette udienze, per i quali, quando si tratti di atti dal cui compimento dipende l’esercizio del potere del giudice dell’esecuzione di emettere l’atto successivo, può parlarsi di atti procedimentali veri e propri, con conseguente possibilità di propagazione del vizio dell’atto precedente a quello successivo. Peraltro, anche per tali atti, deve essere richiamato il principio dell’art. 2929 c.c., in base al quale la nullità degli atti esecutivi che hanno preceduto la vendita o l’assegnazione non ha effetto nei confronti degli acquirenti o degli assegnatari; sicché deve concludersi che, una volta chiuso il processo esecutivo senza che il vizio sia stato denunziato, questo non può più essere riproposto. Cass. 14 febbraio 2000, n. 1639.
2.3.3. Vizi inficianti il contraddittorio.
L’opposizione ex art. 617 c.p.c., con la quale si faccia valere la mancata comunicazione al debitore esecutato del decreto che fissa l’audizione delle parti e contestualmente detta, ex art. 569, stesso codice, disposizioni da osservarsi a pena di nullità, resta esperibile, attesa la natura del vizio, anche successivamente all’emissione del decreto di aggiudicazione o di trasferimento - cui siasi pervenuti nonostante il detto difetto di comunicazione, - nel termine di legge decorrente non già da tale ultimo provvedimento, bensì dal momento in cui l’opponente abbia conseguito conoscenza dell’illegittima prosecuzione del procedimento, derivando, peraltro, dall’eventuale accoglimento dell’opposizione, non già l’effetto di infirmare l’avvenuto trasferimento del bene, ma solo quello di paralizzare il procedimento di distribuzione della somma ricavata. Cass. 25 febbraio 1994, n. 1929.
Nella fase processuale di autorizzazione alla vendita che si chiude con l’ordinanza che dispone la vendita dei beni pignorati stabilendone le modalità, soltanto detta ordinanza ha natura di atto esecutivo, impugnabile con l’opposizione ai sensi dell’art. 617 c.p.c., non anche i precedenti atti preliminari o preparatori, la cui mancanza od irregolarità rileva nella misura in cui influisce sul finale atto esecutivo, viziandolo. Pertanto, non può impugnarsi l’ordinanza con cui il giudice dell’esecuzione ha disposto la vendita dei beni mobili pignorati, ove venga denunciata la mancata comunicazione al debitore del decreto di fissazione dell’udienza di cui all’art. 530 c.p.c. (e la conseguente mancata comparizione del debitore medesimo a detta udienza), trattandosi di omissione che non importa (di per sé) un vizio dell’ordinanza di vendita, in mancanza della deduzione di elementi concreti idonei a suffragare una fattispecie reale, giustificatrice dell’interesse del debitore stesso all’opposizione per non essere stato sentito. Cass. 13 febbraio 1988, n. 1550.

References: art. 617
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