Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2014/10/
Timestamp: 2018-08-21 19:40:36+00:00

Document:
Studio Legale Mancino: ottobre 2014
Marijuana, il binomio uso personale - entità minima esclude la punibilità
La coltivazione “casalinga” di piantine di marijuana non è punibile, quando la condotta sia inoffensiva, ossia quando l’entità sia minima e l’uso sia esclusivamente personale. Queste condizioni, difatti, escludono la possibile diffusione della sostanza producibile e/o l’ampliamento della coltivazione. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 33835/14.
La Corte d’appello confermava la condanna dell’imputato per aver coltivato piante di canapa indiana. Avverso la sentenza ricorreva per cassazione il p.g. deducendo l’insussistenza in concreto di un fatto punibile attesa l’inoffensività della condotta, in presenza di quantità trascurabili di sostanza stupefacente destinata all’esclusivo uso personale. Secondo consolidato orientamento giurisprudenziale, «la coltivazione di piante destinata alla produzione di stupefacente è una condotta sempre punibile in quanto esclusa, dagli artt. 75 e 73 d.p.r. n. 309/90, dall’ambito della detenzione finalizzata all’uso personale, sanzionata in va amministrativa». Tuttavia, questa interpretazione risulta essere abbastanza rigida se si considera che possa comportare la punibilità della produzione minima della sostanza stupefacente per conclamato uso personale.
La Cassazione sviluppa il proprio ragionamento argomentativo partendo dal richiamo alla sentenza n. 360/1995, in base alla quale viene affrontato il tema dell’offensività in senso astratto e concreto considerando il tema del diverso trattamento tra mera detenzione e coltivazione di sostanze stupefacenti. Tale sentenza indica quale sia, valutata sotto il profilo dell’offensività, l’ambito del pericolo presunto del reato di coltivazione di stupefacenti, individuando così l’ambito d’assenza di offensività della condotta. La coltivazione non ha immediato collegamento con l’uso personale e nemmeno un vincolo diretto ed immediato con il consumo, dal momento che ha a che fare con le diverse fasi della produzione di droga. Essa è punita – specifica il Collegio - «in ragione del carattere di aumento della disponibilità e della possibilità di ulteriore diffusione». Diversamente, la detenzione ha per sua natura un oggetto determinato e controllabile sotto il punto di vista della quantità. Essa è strettamente collegata alla successiva destinazione della sostanza. Pertanto – come affermato dalla Corte Suprema - «è punibile solo quando è destinata all’uso di terzi, mentre se destinata all’uso personale, è punibile con sanzione amministrativa».
In sostanza, l’azione tipica della coltivazione si individua all’accertamento della destinazione della sostanza, bastando che sia realizzato il pericolo presunto. Tuttavia, nell’individuazione del compimento dell’azione tipica, va applicata la regola necessaria dell’offensività in concreto, ossia - chiarisce la Corte - «pur realizzata l’azione tipica, dovrà escludersi la punibilità di quelle condotte che siano in concreto inoffensive». Tale condizione, ricorre quando la condotta dimostri tale levità da essere irrilevante l’aumento di disponibilità di droga e non prospettabile alcuna ulteriore diffusione della sostanza. Aggiunge la Cassazione, che «l’ambito di tale riconoscibile inoffensività è, ragionevolmente, quello del conclamato uso personale e della minima entità della coltivazione, tale da escludere la possibile diffusione della sostanza producibile e/o all’ampliamento della coltivazione; l’onere della prova, spettando all’accusa dimostrare la realizzazione del fatto tipico, va ritenuto tendenzialmente a carico dell’imputato anche se è probabile che la condizione di inoffensività sia di immediata percezione».
Nel caso di specie, la valutazione di non offensività fatta dal p.g. era corretta, dal momento che era stato sequestrato un vaso con due piantine di marijuana. Dalla prima potevano ricavarsi 750 mg di foglioline, con THC pari all’1,48%; pertanto erano presenti 11 mg di THC (quantitativo inferiore al valore della quantità massima detenibile, equivalente a poco meno di 1/2 di dose media singola). Dalla secondo potevano ricavarsi 500 mg di foglioline, con THC pari all’1,59% per cui erano presenti 8 mg di THC (quantitativo inferiore al valore della quantità massima detenibile, equivalente a circa 1/3 di dose media singola). In conclusione, è indubbia l’assoluta inconsistenza della coltivazione del caso in esame, tanto da escludere che in concreto sia stata realizzata la lesione del bene tutelato dalla norma. La Corte annulla, quindi, senza rinvio la sentenza perché il fatto non sussiste.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Marijuana, il binomio uso personale - entità minima esclude la punibilità
Banche senza obblighi informativi se il cliente acquista titoli usando lo scoperto
Le norme del regolamento Consob 11522/1998 sulla disciplina degli intermediari non si applicano agli investimenti eseguiti mediante l'utilizzo dello scoperto concesso al correntista. Lo sostiene la Corte d'appello di Napoli (presidente Giordano, relatore Cataldi) in una sentenza depositata il 20 luglio scorso.
Nel giudizio di primo grado, il tribunale aveva dichiarato la nullità di numerosi acquisti di titoli finanziari, effettuati da un professionista utilizzando le aperture di credito accordate dalla banca. Secondo la sentenza, infatti, le aperture erano equivalenti a un vero e proprio finanziamento, sicché il contratto avrebbe dovuto riportare le indicazioni contenute nell'articolo 47 del Regolamento Consob 11522/1998, tra cui i tipi di finanziamento previsti, il tasso di interesse e ogni altro prezzo e condizione praticati. Il tribunale aveva così condannato la banca a restituire all'attore 325mila euro, pari alla perdita subita per l'acquisto dei titoli, oltre gli interessi per l'utilizzo dello scoperto.
Contro la sentenza ha presentato appello la banca, deducendo che il tribunale aveva violato il principio di irretroattività perché aveva applicato una normativa del 1998 a un rapporto bancario costituito alcuni anni prima. In ogni caso, secondo l'istituto di credito non ricorreva una sovvenzione all'investitore, ma solo un finanziamento privato.
Nell'accogliere l'appello, la Corte osserva che l'articolo 47 del Regolamento Consob presuppone che, al momento della disposizione, «l'investitore non disponga della necessaria provvista» e quindi chieda «alla banca intermediaria di fornirgli gli strumenti per l'operazione». Il fenomeno considerato dal legislatore – prosegue la Corte – «non è quello di una semplice coincidenza soggettiva tra la posizione di intermediario e la posizione di finanziatore». Piuttosto si è voluto disciplinare, anche attraverso particolari oneri di forma previsti a pena di nullità, il caso in cui l'intermediario diventi finanziatore per la specifica operazione di investimento, e non l'ipotesi in cui l'istituto, che abbia già effettuato il finanziamento, svolga successivamente anche attività di intermediario. Occorre cioè – conclude la sentenza – «un collegamento funzionale di natura oggettiva tra finanziamento e investimento».
Nel caso in esame, la banca aveva concesso al cliente aperture di credito in conto corrente aumentate nel corso degli anni, ma sempre con riferimento all'attività professionale (di architetto) e imprenditoriale (quale titolare di impresa edile) dallo stesso svolta. Di conseguenza, secondo la Corte d'appello non si può sostenere che l'imprenditore, dopo aver ottenuto la disponibilità dalla banca, non avesse la provvista necessaria per le singole operazioni di investimento. Né ha senso – prosegue la sentenza – «il riferimento compiuto dall'appellato alle circolari Consob», giacché le sue operazioni erano effettuate grazie agli scoperti di conto corrente «che gli consentivano, sino a revoca, di utilizzare liberamente le somme messegli a disposizione dalla banca, evidentemente anche per investimenti finanziari».
Inoltre, la Corte rileva che, dopo l'entrata in vigore del Dlgs 58/1998 (Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria), il cliente aveva sottoscritto la scheda informativa sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari, dichiarando elevata propensione al rischio e alta esperienza in materia di investimenti. Ragioni che inducono la Corte a condannare l'appellato a pagare alla banca 212mila euro, pari al saldo negativo dei conti, oltre le spese di lite.
fonte: www.ilsole24ore.com//Banche senza obblighi informativi se il cliente acquista titoli usando lo scoperto
Domiciliari anche per le madri detenute per mafia e terrorismo con figli sotto i dieci anni
La «detenzione domiciliare speciale» è una particolare beneficio previsto per le madri condannate con prole sotto i 10 anni, mirante a tutelare l'interesse «prioritario» dei minori in un periodo cruciale della formazione, per cui assoggettarne la concessione al requisito della «collaborazione» con la giustizia, come previsto per le misure alternative al carcere nel caso di commissione di taluni gravi delitti (mafia, terrorismo, sequestro ecc.), è illegittimo.
Il regime di particolare «di rigore» sancito dall'articolo 4-bis, comma 1, della legge 354/1975, aggiunto nella stagione «emergenziale» del terrorismo dei primi anni '90, e mirante ad incentivare la collaborazione, quale strategia di contrasto alla criminalità organizzata, infatti, non può riverberare la sua portata su situazioni del tutto diverse, dove l'interesse tutelato è un altro. Lo ha stabilito la Corte costituzionale, con la sentenza 239/2014 , dichiarandone l'illegittimità costituzionale nella parte in cui «non esclude dal divieto di concessione dei benefici penitenziari, da esso stabilito, la misura della detenzione domiciliare speciale prevista dall'art. 47-quinquies della medesima legge».
La vicenda - La questione è partita da un'ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Firenze investito dell'istanza di concessione della detenzione domiciliare speciale ad una madre di origine nigeriana, condannata a nove anni e sei mesi di reclusione, fra l'altro, per «riduzione o mantenimento in schiavitù», delitto compreso tra quelli che vietano la concessione dei benefici penitenziari in assenza di collaborazione con la giustizia.
Il ragionamento - La Consulta ha accolto la doglianza chiarendo che «il legislatore ha accomunato fattispecie tra loro profondamente diversificate». Spiega, infatti, la sentenza: «tale omologazione di trattamento appare senz'altro lesiva dei parametri costituzionali evocati ove si guardi alla ratio storica primaria del regime in questione, rappresentata dalla incentivazione alla collaborazione, quale strategia di contrasto della criminalità organizzata». «Un conto, infatti, - prosegue la sentenza - è che tale strategia venga perseguita tramite l'introduzione di uno sbarramento alla fruizione di benefici penitenziari costruiti – com'è di norma – unicamente in chiave di progresso trattamentale del condannato, sbarramento rimuovibile tramite la condotta collaborativa». «Altro conto è che la preclusione investa una misura finalizzata in modo preminente alla tutela dell'interesse di un soggetto distinto e, al tempo stesso, di particolarissimo rilievo, quale quello del minore in tenera età a fruire delle condizioni per un migliore e più equilibrato sviluppo fisio-psichico».
Così facendo, infatti, osserva amaramente la Corte, il «"costo" della strategia di lotta al crimine organizzato viene traslato su un soggetto terzo, estraneo tanto alle attività delittuose che hanno dato luogo alla condanna, quanto alla scelta del condannato di non collaborare».
Del resto, la subordinazione dell'accesso alle misure alternative al «ravvedimento» del condannato – «la condotta collaborativa, in quanto espressiva della rottura del "nesso" tra il soggetto e la criminalità organizzata» – può risultare «giustificabile» quando si discuta di misure che hanno di mira, in via esclusiva, la risocializzazione dell'autore della condotta illecita; cessa di esserlo, invece, quando al centro della tutela si collochi un interesse "esterno" ed eterogeneo, come quello della prole.
Il bilanciamento di interessi - Non solo, affinché l'interesse del minore possa restare «recessivo» di fronte alle esigenze di «protezione della società dal crimine» occorre che il pericolo (l'eventuale commissione di ulteriori reati) venga verificato in concreto – così come richiesto dalla norma sulla detenzione speciale - e non già collegato ad indici presuntivi – come invece previsto dalla norma censurata – precludendo al giudice «ogni margine di apprezzamento delle singole situazioni».
Infine, osserva la Corte, la dichiarazione di illegittimità costituzionale va estesa, «in via consequenziale», anche alla misura della detenzione domiciliare ordinaria prevista dall'art. 47-ter, comma 1, lettere a) e b), della legge n. 354/1975 (delitti con pensa non superiore a 4 anni): «ciò, per evitare che una misura avente finalità identiche alla detenzione domiciliare speciale, ma riservata a soggetti che debbono espiare pene meno elevate, resti irragionevolmente soggetta ad un trattamento deteriore in parte qua».
fonte: www.ilsole24ore.com//Domiciliari anche per le madri detenute per mafia e terrorismo con figli sotto i dieci anni
La sola contabilità in nero è già sufficiente per legittimare l’accertamento
L’accertamento induttivo fondato sulla sola documentazione extracontabile rinvenuta dalla Guardia di Finanza, senza che ricorrano ulteriori indizi, è valido e legittimo. Così sancisce la Corte di Cassazione nell’ordinanza del 21 ottobre, n. 22265, con cui viene ridata forza alla rideterminazione del maggior reddito operata dall’Ufficio e annullata dai giudici di merito. Erroneamente, afferma la Corte, la CTR reputava che fogli, quaderni e cartoncini, dai quali risultavano gli importi considerati dall’Amministrazione, fossero dei meri indizi inidonei ad assurgere a prova del maggior reddito.
Per gli Ermellini, tale ragionamento si discosta dal costante orientamento di legittimità, secondo cui la “contabilità in nero”, rappresenta un “valido elemento indiziario”, dotato dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti per l’accertamento induttivo ex art. 39, D.P.R. n. 600/73. Infatti, tra le scritture contabili disciplinate dagli artt. 2709 e ss. c.c., chiarisce la Corte, sono da ricomprendersi “tutti i documenti che registrino, in termini quantitativi o monetari, i singoli atti d’impresa”, ovvero rappresentino la situazione patrimoniale dell’imprenditore e il risultato economico dell’attività svolta.
La conseguenza, per gli Ermellini, è che la contabilità in nero, per il suo valore probatorio, legittima di per sé, “ed a prescindere dalla sussistenza di qualsivoglia altro elemento”, il ricorso all’accertamento induttivo previsto dal citato art. 39, incombendo al contribuente l’onere di fornire la prova contraria.
Fonte: Fiscopiù - Giuffrè per i Commercialisti - www.fiscopiu.it/La Stampa - La sola contabilità in nero è già sufficiente per legittimare l’accertamento
fonte: www.altalex.com//Danno biologico: la Consulta salva la tabella sulle micropermanenti
Cassazione: esaltare l’organo virile davanti a donna non è reato
È senz’altro una volgarità, ma non è un reato, esaltare il proprio organo virile davanti a una donna: non si rischia, dunque, una condanna per ingiuria. Lo si evince da una sentenza con cui la terza sezione penale della Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna inflitta a un uomo «per aver leso l’onore e il decoro» di una collega rivolgendole una «frase ingiuriosa» («...Giuseppi’... stasera ho un c....») con la quale esaltava la propria virilità.
La Suprema Corte, infatti, ha ritenuto parzialmente fondato il ricorso presentato dall’imputato sottolineando che, «pur essendo indubbia la terminologia volgare e ineducata delle specifiche parole ricomprese nella frase contestata», i giudici del merito (il gup e la Corte d’Appello de L’Aquila, ndr) avrebbero dovuto concludere «per la non integrazione del reato contestato», dato «l’inequivoco riferimento dell’imputato non già alla interlocutrice, bensì a se stesso, per l’assenza dell’offesa alla dignità altrui».
L’uomo, dunque, è stato assolto in via definitiva «perché il fatto non sussiste» per il reato di ingiuria. Non è però scampato alla condanna a 11 mesi e 10 giorni di reclusione per aver costretto la donna «a subire contro la propria volontà un atto sessuale»: le aveva toccato il sedere sul luogo di lavoro.
(Fonte: Agi) //La Stampa - Cassazione: esaltare l’organo virile davanti a donna non è reato

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 art. 39
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