Source: http://aidu.unipv.it/materiali/lezioni/specialistico/Cass%2029%20dicembre%201990-12221.htm
Timestamp: 2017-09-21 22:51:20+00:00

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Archivio selezionato : Sentenze Civili
CONCESSIONI AMMINISTRATIVE In genere
GIURISDIZIONE CIVILE Giurisdizione ordinaria e amministrativa autorita' giudiziaria amministrativa
GIURISDIZIONE CIVILE Giurisdizione ordinaria e amministrativa opere pubbliche
OPERE PUBBLICHE (LAVORI PUBBLICI) Appalti per la costruzione di opere pubbliche in genere
OPERE PUBBLICHE (LAVORI PUBBLICI) Concessioni per costruzione di opere pubbliche e "project - financing"
Opere pubbliche - Appalto - Formazione del contratto Scelta del contraente - Società concessionaria della pubblica amministrazione - Bando - Impugnazione - Deduzione della inadeguatezza dei termini di partecipazione alla gara Giurisdizione del giudice amministrativo.
Cassazione civile , sez. un., 29 dicembre 1990, n. 12221
Dott.    Ferdinando        ZUCCONI GALLI FONSECA
Primo Presidente Agg.to
"       Franco            BILE                  Pres. di Sez.
"       Paolo             VERCELLONE       Rel. Consigliere
"       Mauro             SAMMARTINO                  "
"       Giuseppe          ROTUNNO                     "
"       Nicola            LIPARI                      "
"       Giuseppe          MORSILLO                    "
"       Salvatore         NARDINO                     "
"       Francesco         AMIRANTE                    "
sul ricorso iscitto al n. 4410-88 del R.G. AA. CC., proposto
MEDEDIL SpA,  in  persona  del  legale  rappresentante   in   carica,
elettivamente domiciliata in Roma, Piazzale Clodio n. 12,  presso  lo
studio dell'avv. Ludovico  Villani,  che  la  rappresenta  e  difende
unitamente all'avv. Lorenzo Acquarone, giusta delega  a  margine  del
- COMUNE DI NAPOLI, in persona del Sindaco in  carica,  elettivamente
domiciliato in  Roma,  Via  A.  Catalani  n.  26,  presso  lo  studio
dell'avv. Enrico D'Annibale, rappresentato e difeso  dall'avv.  Santo
Fico, giusta delega in calce al controricorso.
- COGEFAR (Costruzioni Generali SpA) in persona  del  Presidente  del
Cons. di Amm.ne, elett. dom. in Roma, Via Salaria n. 400,  presso  lo
studio dell'avv. Antonio  Cochetti,  che  lo  rappresenta  e  difende
giusta delega a margine del controricorso.
- SINCIES CHIEMENTIN SpA, già Chiementin Srl - Società  Costruzioni
Impianti Edili e Stradali, in persona dei  legali  rappresentanti  in
carica, elett. dom. in Roma, Via Antonio Mordini  n.  14,  presso  lo
studio dell'avv. Paolo Stella Richter, che la rappresenta  e  difende
unitamente all'avv. Giuseppe Abbamonte, giusta  delega  in  calce  al
- ASFALTI SINTEX SpA
Per regolamento preventivo di gurisdizione in relazione  al  giudizio
pendente innanzi al TAR per la Campania, iscritto al n. 1995-85 R.G.
udita nella  pubblica  udienza,  tenutasi  il  giorno  17.5.1990,  la
relazione della causa svolta dal Cons. Rel. dr. Vercellone;
Uditi gli avv.ti Acquarone, Cochetti, Stella Richter e D'Annibale;
Udito il P.M., nella persona del dr. Grossi, Sost. Proc. Gen.  presso
che ha concluso per la  giurisdizione
La società Mededil spa è concessionaria del Comune di Napoli per la costruzione delle opere per l'interramento delle ferrovie Alifana e Circumvesuviana ed in tale veste ha indetto due bandi di gara per l'affidamento dei lavori di costruzione di gallerie artificiali per l'interramento di tronchi ferroviari.
La srl Chiementin ha proposto ricorso al Tribunale amministrativo della Regione Lazio. Nel ricorso denuncia l'inadeguatezza dei termini per la domanda di partecipazione in quanto i bandi sono stati pubblicati sulla Gazzetta ufficiale del 14 marzo 1985 ed inviati all'ufficio delle pubblicazioni ufficiali della C.E.E. il 1 marzo 1985 ed in quei bandi era indicato che la norma di partecipazione "dovrà pervenire alla Mededil entro e non oltre le ore 12 del 22 marzo 1985". Secondo il ricorrente da tale situazione derivava che un soggetto non preventivamente informato della pubblicazione del bando era di fatto impossibilitato a prendere parte alla gara. La Chiementin aveva invitato la Mededil a fissare una nuova scadenza ma questa ha risposto negativamente con telegramma del 29 marzo 1985.
Sulla base di tali fatti al Chiementin chiese al TAR l'annullamento dei bandi di gara, del rifiuto di indire nuovo termine, "nonché di ogni altro atto, comunque connesso, presupposto o conseguenziale, ivi compresa, ove nel frattempo intervenuta, la aggiudicazione delle anzidette gare" (l'aggiudicazione è intanto intervenuta). L'annullamento secondo la ricorrente, dovrebbe pronunciarsi per violazione degli art. 9 e 10 della legge 8 agosto 1977 n. 584 e dell'art. 7 della legge 2 febbraio 1973 n. 14.
La società Mededil ha proposto a questa Corte ricorso preventivo di giurisdizione ex art. 41 cpc: chiede che la Corte dichiari l'assoluto difetto di giurisdizione , in subordine, il difetto di giuris dizione del giudice amministrativo in ordine alla azione proposta dalla Chiementin.
Resiste quest'ultima con controricorso. Con il contraddittorio si sono pure costituiti il Comune di Napoli e la spa Cogefar, capogruppo della associazione temporanea di impresa aggiudicataria dei lavori, per aderire alle richieste contenute nel ricorso Mededil. Mededil e Chiementin hanno inoltre presentato memoria aggiuntiva.
È indiscusso che la Medelin abbia agito, nella fase del preventivo avviso di gara, momento iniziale della procedura di appalto delle opere mediante licitazione privata, nella sua qualità di concessionaria per la realizzazione delle opere di cui si tratta, e che queste sono opere pubbliche. È indiscusso dunque che la concessione non si riduce al un mero appalto di opere: la Medelin, infatti, può e deve svolgere le attività di stazione appaltante, che istituzionalmente sono esercitate dall'ente pubblico concedente e che, appunto in forza della concessione, sono invece esercitate dalla concessionaria.
È indiscusso pure che la Medelin è società per azioni di diritto privato.
Quanto alle norme che la Chiementin assume violate, esse riguardano il momento del preventivo avviso della gara. In particolare l'art. 7 della legge 2 febbraio 1973 n. 14, quale sostituito dalla legge 8 ottobre 1984 n. 687, art. 7, impone un determinato procedimento, con pubblicazione del preventivo avviso di gara con precise modalità, precisando altresì che nell'avviso di gara deve essere indicato un termine non inferiore a dieci giorni dalla pubblicazione della notizia, entro il quale gli interessati possono chiedere di essere invitati alla gara.
Quanto all'art. 10 della legge 8 agosto 1977 n. 584 (norme di adeguamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti di lavori pubblici alle direttive della Comunità europea), questo prev ede che, in caso di licitazione privata, il termine di ricezione delle domande di partecipazione non può essere inferiore a ventuno giorni dalla data dell'invio del bando all'ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle comunità europee.
È qui da precisare, per quanto riguarda la norma di cui all'art. 7 della legge 14-973, che la stessa concerne le licitazioni private per appalti di opere "che si eseguono a cura delle amministrazioni pubbliche e degli enti pubblici, dei loro concessionari".
Si può dunque pervenire ad una prima situazione. La spa Medelin nella sua qualità di concessionaria del Comune di Napoli per la costruzione delle opere in questione, era tenuta a rispettare le modalità richieste per il procedimento di avviso di gara: tenuta non soltanto in forza dei rapporti derivanti dalla concessione, ma anche in forza di un obbligo direttamente derivante da una legge dello Stato. Ciò, sicuramente, almeno per quanto riguarda la norma ex art. 7 l. 14-973, della cui violazione appunto si duole la srl Chiementin.
I concessionari, infatti, come si è visto, sono posti, dall'art. 1 della stessa legge, sullo stesso piano delle amministrazioni pubbliche e degli enti pubblici.
Ulteriori osservazioni e statuizioni possono ora farsi in relazione alle finalità e natura delle disposizioni ora ricordate.
Si tratta di regola relativa ad un comportamento da tenere nella fase preliminare alla licitazione privata: Sono norme che hanno lo scopo di far sì che alle licitazioni private possano concorrere il maggior numero di imprese interessate alla aggiudicazione dell'appalto; scopo certamente rivolto a garantire l'interesse pubblico che la gara sia davvero in grado di consentire la scelta più rispondente alla esigenza di una corretta e adeguata esecuzione dell'opera. Non sono norme volte a tutelare direttamente l'interesse di ogni imprenditore interessato a p artecipare alla gara; questo è solo indirettamente protetto proprio dall'obbligo di chi indice la gara a tenere quei certi comportamenti stabiliti dalla legge, ed in specie dall'obbligo di dare precisi e tempestivi avvisi di gara che lasciano ai candidati concorrenti un termine adeguato per risolversi a chiedere di essere invitati alla gara.
La situazione soggettiva dell'imprenditore di configura dunque secondo il modello dell'interesse legittimo: interesse a che la norma sia rispettata da chi bandisce la gara, perché se invece questa è violata, egli può subire il pregiudizio insito nella mancata sua partecipazione alla gara. Non è diritto soggettivo, perché la norma ha per destinatario direttamente ed esclusivamente chi indice la gara ed è, come si è detto, volta a tutelare l'interesse pubblico ad una effettiva pluralità di partecipanti alla gara, ma nemmeno è interesse semplice, che non sarebbe in alcun modo tutelabile. Certo, occorre che colui che intende far valere giurisdizionalmente quel suo interesse provi di essere non già un qualunque cittadino, ma un imprenditore che per il tipo di attività svolta avrebbe potuto partecipare alla gara sicché il mancato od intempestivo avviso gli abbia, almeno potenzialmente, causato un pregiudizio. Ma quando questa particolare qualificazione sia provata o comunque data per ammessa, il modello dell'interesse legittimo appare congruo per identificare la situazione soggettiva. È già infatti nella fase precedente alla richiesta di invito che si configura l'interesse collettivo cui prima si è fatto cenno. Certo, la richiesta di invito non vincola l'amministrazione, ma l'interesse ad una effettiva, od almeno potenziale, pluralità di concorrenti alla licitazione, già si attua con un corretto e tempestivo avviso di gara che consente di chiedere l'invito e dunque, da parte di chi indice la gar a, di potere svolgerla come una vera gara, cioè con dei concorrenti.
Si può quindi pervenire ad una seconda statuizione, conforme a quanto già stabilito da questa suprema Corte a sezioni unite, con la sentenza 2324 del 4 aprile 1980. In materia di gare per la scelta del contraente di un contratto di appalto di opere pubbliche, la disciplina posta dalla legge non è diretta alla tutela del contraente (o del candidato contraente) ma essenzialmente alla tutela dell'interesse pubblico al corretto svolgimento della attività della pubblica amministrazione, tenendo allo scopo di escludere ogni arbitrio in materia e di assicurare alla p.A. le più vantaggiose scelte contrattuali. Il privato può da tali norme ricavare la tutela del proprio concorrente interesse allo svolgimento della gara in modo regolare in via indiretta, essendosi nel campo degli interessi legittimi, non degli interessi semplici nè in quello dei diritti soggettivi. La cognizione delle controversie relative al rispetto delle regole di svolgimento delle procedure di scelta del contraente spetta esclusivamente al giudice amministrativo, trattandosi appunto di materia di interessi legittimi.
Si può ora affrontare il tema più delicato che presenta la proposta questione di giurisdizione.
È certo che la cognizione della controversia portata innanzi dalla Chiementin sarebbe spettata al giudice amministrativo qualora il bando di gare fosse stato indetto direttamente dal Comune di Napoli. Si domanda se la soluzione debba essere diversa per la circostanza che quelle opere pubbliche siano state oggetto di concessione di sola costruzione dal Comune alla Mededil sì che il bando è stato indetto da questa posta in essere: in specie da essa sono stati posto in essere quegli atti, tra cui da ultimo l'aggiudicazione, di cui la Chiementin ha chiesto l'annullamento col suo ricorso al T.A.R..
Per l a soluzione di questo problema può intanto porsi un postulato, tale perché riguarda problemi ormai da anni univocamente risolti da dottrina e giurisprudenza se non unanimi certamente di assoluta prevalenza.
Il postulato è che la concessione di sola costruzione è cosa diversa da un appalto proprio perché al concessionario non è posta la sola obbligazione di compiere l'opera pubblica, vale a dire di svolgere la semplice attività materiale di costruzione di questa. Il concessionario, nella sua figura tipica, cui appare corrispondente quella specifica della Mededil, è investito di poteri e facoltà propri dell'ente concedente, quali la progettazione dell'opera, la direzione dei lavori, la sorveglianza, l'espletamento delle necessarie procedure espropriative; proprio, come nel caso in esame, la stipulazione del contratto di appalto con terzi, contratti che devono concludersi al termine di una procedura dettata a fini di pubblico interesse appunto per consentire una scelta adeguata.
Si può quindi affermare che non la concessione avviene il trasferimento in capo al concessionario dell'esercizio di funzioni pubbliche, tra cui appunto quella relativa al procedimento per giungere alla stipulazione degli appalti mediante l'adempimento dei quali si realizzerà l'esecuzione materiale dell'opera pubblica.
In questo senso si è già pronunciata questa Corte, con le sentenze 2602 del 14 aprile 1983 e del 3 novembre 1983, che parlano espressamente di concessione c.d. traslativa "caratterizzata dal trasferimento in tutto o in parte al concessionario dell'esercizio delle funzioni oggettivamente pubbliche proprie del concedente necessarie per la realizzazione delle opere". Nella sentenza 6474-83 è inoltre posto in evidenza, con affermazione che questo collegio ritiene di condividere, che in questa ipotesi non si può parlare di delegazione amministrativa, nella specie delegazione intersoggettiva, che si realizza invece quando la realizzazione dell'opera pubblica è affidata ad altro ente pubblico; tuttavia si verificano nei rapporti esterni (concessionario terzi) effetti analoghi a quelli della delegazione amministrativa, poichè, nell'espletamento dei compiti affidatigli, il concessionario agisce in nome proprio.
Da questo postulato ritiene questo Collegio che possa dedursi un logico corollario.
Gli atti posti in essere dal concessionario in funzione della concessione e che on avrebbe potuto compiere senza la concessione, non sono attività di diritto privato. Tali attività non sono privatizzate per il fatto che sono poste in essere da soggetti privati; conservano la natura di attività amministrativa in senso obiettivo. E non potrebbe essere altrimenti dato che la loro funzione è quella di assicurare la protezione dell'interesse pubblico, protezione affidata istituzionalmente all'ente concedente e solo per tramite della concessione trasferita dal concedente al concessionario.
Si è qui in un caso tipico di esercizio privato di pubbliche funzioni. Le funzioni non cessano di essere pubbliche per il fatto solo che sono esercitate dal privato. E l'esercizio di pubbliche funzioni, quando queste riguardano attività amministrativa in senso stretto, non può compiersi che tramite atti sostanzialmente amministrativi. Non si vuole con questo affermare che ogni atto giuridicamente rilevante compiuto dal concessionario nel corso di tutta l'attività da esso svolta, dal momento della concessione alla consegna dell'opera, abbia contenuto e natura di atto amministrativo in senso obiettivo.
Il concessionario agisce anche e soprattutto (in senso quantitativo rispetto al complesso della sua attività) per il conseguimento dei suoi scopi; e quando si tratta di concessionario privato, il suo scopo è essenzialmente que llo privatistico del conseguimento del profitto. Non v'è dubbio, quindi, che rientrino nella categoria degli atti privati (anche obiettivamente) tutti quelli che riguardano la organizzazione della impresa propria: e basti pensare ai rapporti di lavoro subordinato (cfr. da ultimo in questo senso Cass. Sez. Unite 5529-89 che si è pronunciata attribuendo alla giurisdizione del giudice ordinario le controversie di lavoro promosse dai dipendenti dei concessionari).
Si vuole invece dire che atti sostanzialmente posti in essere nell'esercizio delle pubbliche funzioni trasferite dal concedente al concessionario e soltanto quelli: tra cui appunto quelli che riguardano la procedura per l'assegnazione degli appalti, tipica funzione dell'ente pubblico competente per la realizzazione della singola opera pubblica.
Pare opportuno e corretto, per identificare la posizione dei concessionari, l'uso della espressione "organi indiretti della pubblica amministrazione" ben nota in dottrina a proposito più in generale della posizione del privato che esercita pubbliche funzioni. L'aggettivo "indiretti" mette in evidenza il fatto che questi soggetti non sono organi nel senso di titolari di uffici pubblici e per quanto non agiscono in nome della pubblica amministrazione dalla quale sono state loro trasferite le funzioni pubbliche, nè si servono di mezzi forniti dalla P.A..
Il sostantivo "organi" mette invece in evidenza che anch'essi, come gli organi diretti, svolgono attività di natura amministrativa, in quanto esercitano pubbliche funzioni. Queste funzioni non potrebbero svolgere senza la avvenuta concessione a natura traslativa; ma in presenza di questo possono e debbono svolgerle sì che la concessione opera come investitura del concessionario ad operare nell'ambito delle funzioni trasferite, con gli stessi poteri e con gli stessi obblighi che avrebbe un organo diretto della P.A..
Il concessionario attua certamente i suoi fini che sono normalmente quelli di conseguire lo sperato profitto e sotto questo aspetto agisce ricorrendo ad atti di natura privata; ma agisce anche, proprio in forza della investitura in pubbliche funzioni, per attuare i fini propri della pubblica amministrazione, come ad esempio quando agisce quale stazione appaltante. In questi momenti e sotto quest'aspetto agisce come organo della P.A. ricorrendo ad atti obiettivamente amministrativi, come amministrativa è la funzione che esercita con quegli atti.
La attribuzione della qualifica di "amministrativi" agli atti posti in essere dal concessionario là e quando esercita una o più delle funzioni pubbliche trasferitegli in forza della concessione non risolve però pienamente il quesito: se ciò rientri nella giurisdizione dei giudici amministrativi la controversia promossa da un privato che ritenga pregiudicato un proprio interesse da una asserita illegittimità dell'atto compiuto dal concessionario.
In senso negativo potrebbe infatti rilevarsi che a norma dell'art. 113 cost. rep. è sempre ammessa la tutela giurisdizionale "contro gli atti della pubblica amministrazione"; che l'art. 26 del r.d. 26 giugno 1924 n. 1054 (testo unico sul Consiglio di Stato) attribuisce al Consiglio la decisione sui ricorsi contro "atti o provvedimenti di una autorità amministrativa"; che ex art. 2 e 3 della legge 6 dicembre 1971 n. 1034 (istituzione dei tribunali amministrativi regionali) la giurisdizione del T.A.R. riguarda i ricorsi contro atti e provvedimenti emessi da organi periferici o centrali dello Stato, da enti pubblici territoriali e non territoriali. Da questo rilievo potrebbe discendere l'affermazione per cui, rientrando nella giurisdizione amministrativa tutti, ma soltanto, gli atti emessi da enti pubblici od organi dello Stato, non vi rientrerebbero gli atti, seppure obiettivamente amministrativi, che provengono da soggetti priv ati, sia persone fisiche che giuridiche, ed in specie da concessionari, nella specie, di concessionari di sola costruzione di opera pubblica.
Ma ritiene questo collegio che l'obiezione, pur seria, possa essere superata e possa affermarsi la giurisdizione del giudice amministrativo adito anche sotto quest'aspetto.
In tal senso ebbe a pronunciarsi a suo tempo il Consiglio di Stato con sentenza 15 giugno 1917 che decidendo in ordine a concessionari di ferrovie e tramvie ebbe a stabilire che quei concessionari danno vita a veri e propri atti amministrativi, i quali, come tali, "sono soggetti per la legittimità al sindacato d questa IV sezione del Consiglio di Stato": chiaramente deducendo la propria giurisdizione dal solo fatto della natura obiettiva di atti amministrativi. Similmente la Corte di cassazione romana (sent. 4 settembre 1895 a sezioni unite) ebbe a statuire che "per giudicare se una funzione abbia carattere pubblico e perciò se gli atti della medesima sfuggano all'ordinario sindacato della magistratura, si deve por mente alla funzione in sè non alla persona che la esercita".
Questo Collegio ritiene che quelle pur perentoriamente poco motivate affermazioni delle due magistrature all'inizio di questo secolo siano sostanzialmente da condividere.
La obiettiva natura amministrativa dell'atto proveniente da un organo indiretto porta a concludere che lo si debba ritenere anche soggettivamente quale atto amministrativo. Si è già detto che il concessionario di sola costruzione, quando agisce in tale sua veste, svolge pubbliche funzioni ed incide quindi, o può incidere, su interessi di terzi, esattamente come incide o potrebbe incidere una atto emesso dalla p.a. concedente. Il fatto che sia organo "indiretto", non toglie che quando emettere quegli atti li emette nella sua qualità di organo:; appunto nella sua qualità di investito di pubbliche funzioni tramite la concessio ne. Altre sono le conseguenze dell'essere organo "indiretto": legittimato passivo sarà esso direttamente e non la P.A. concedente; naturalmente, l'atto sarà impugnabile per legittimità dinanzi al giudice amministrativo solo se si può riferire proprio alla funzione trasferita. Ma se ricorre quest'ultima circostanza, l'atto obiettivamente amministrativo si deve ritenere atto proveniente dalla pubblica amministrazione, cioè da quell'organo indiretto che, per avere con quell'atto esercitato una funzione propria della p.a. e da essa attribuitagli con la concessione, è, sotto quest'aspetto, da parificarsi alla pubblica amministrazione che quell'esercizio gli ha attribuito.
D'altronde che questa sia l'unica soluzione compatibile con testo e con la ratio dell'art. 113 della Costituzione pare innegabile.
Si è visto che il privato ha, ricorrendone le condizioni, un interesse legittimo a che la p.a. rispetti la disciplina relativa alle procedure per l'aggiudicazione degli appalti per opere pubbliche, anche per quanto riguarda la fase preliminare della pubblicazione dei bandi.
Se così stanno le cose quando la procedura è svolta direttamente dalla P.A. non so vede davvero come potrebbe essere altrimenti quando la procedura è stata svolta dal cessionario.
Se contro l'atto che ha pregiudicato l'interesse del privato costui non potesse agire per l'annullamento dell'atto che si pretende viziato, egli si troverebbe completamente rimesso all'arbitrio del concessionario, arbitrio che proprio la legge ha voluto escludere, obbligando il concessionario, sullo stesso piano della pubblica amministrazione in senso stretto, a seguire quelle regole, appunto nell'interesse pubblico della buona amministrazione.
Egli non potrebbe trovare protezione presso il giudice ordinario proprio perché la sua situazione giuridica, di interesse legittimo e non di diritto soggettivo, n on potrebbe mai ritenersi illegittimamente pregiudicata dal comportamento di un privato.
L'interesse legittimo, infatti, non ha normalmente rilevanza nel campo dei rapporti strettamente da far valere o non c'è luogo a pretesa alcuna.
In specie non potrebbe certo agire per ottenere l'annullamento del contratto di appalto stipulato col terzo, dato che egli non avrebbe alcun diritto ad essere scelto.
Sicché rimarrebbe privo di qualsiasi tutela che pur, come si è visto, avrebbe invece se il comportamento asserito illegittimo fosse da riferire direttamente all'ente amministrativo concedente.
Il che, come si è accennato, risulterebbe contrario all'art. 113 della Costituzione per il quale si è voluto assicurare ad ogni cittadino la difesa dei suoi interessi, siano essi diritti od interessi legittimi, senza lasciare scoperto alcun aspetto di questa difesa. Si ricordi che per il secondo comma di tale articolo di afferma energicamente che "tale tutela giurisdizionale non può essere esclusa o limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti". La tutela giurisdizionale non può dunque essere esclusa per quella categoria di atti che possono definirsi come atti amministrativi degli organi indiretti della pubblica amministrazione. Se fosse altrimenti, si dovrebbe ammettere che il pur diffuso sistema delle concessioni di sola costruzione avrebbe come effetto, certo non voluto, anche quello di togliere ogni difesa del privato imprenditore nei confronti di comportamenti illegittimi e tendenti a pregiudicare il suo legittimo interesse, concorrente con l'interesse pubblico, a partecipare a gare di appalto per opere pubbliche. Il sistema della concessione, infatti, conferendo al concessionario la funzione pubblica, da esercitare però in nome proprio, impedisce al terzo di agire nei confronti della p.a. concedente; se non vedesse riconosciuta la sua pretesa ad ottenere l'annullamento, da parte del giudice amministrativo, dell'atto emesso dal concessionario, non potrebbe agire in nessun modo dinanzi a nessun giudice.
Risultano dunque infondate le due tesi enunciate dalla spa Medelin e dalle altre parti che le si sono allineate. La pretesa della Chiementin deve avere un giudice che la valuti e questo giudice è il giudice amministrativo trattandosi di un interesse legittimo ad ottenere l'annullamento di uno o più atti della pubblica amministrazione.
Si deve dunque dichiarare la giurisdizione dell'adito giudice amministrativo.
Pare equa la compensazione totale delle spese tra tutte le parti.
Dichiara la giurisdizione del Giudice Amministrativo. Compensa fra le parti le spese del regolamento. Così deciso in Roma il 17 maggio 1990.
Costituzione della Repubblica art. 113
Codice Procedura Civile art. 37
LS 2 febbraio 1973 n. 14 art. 7 L.
LS 2 febbraio 1973 n. 14 L.
LS 8 agosto 1977 n. 584 art. 10 L.
LS 8 ottobre 1984 n. 687 L.

References: art. 9
 art. 41
 art. 7
 art. 7
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. Sez. 
 art. 2
 sentenza 
e contrario
 art. 113
 art. 37
 art. 7
 art. 10