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Timestamp: 2020-07-02 09:51:23+00:00

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UN DILEMMA MEDICO-GIURIDICO NELL’EPOCA DELLA “POST-VERITÀ”. LA QUESTIONE DELLA RESPONSABILITÀ PENALE1) - Rivista Italiana di Medicina Legale e del Diritto in campo sanitario
Autori: Vallini Antonio
Titolo: UN DILEMMA MEDICO-GIURIDICO NELL’EPOCA DELLA “POST-VERITÀ”. LA QUESTIONE DELLA RESPONSABILITÀ PENALE1)
Pagine: pp. 189-215
Keywords: vaccinazioni pediatriche, obbligo vaccinale, responsabilità penale per mancata vaccinazione
Il contributo affronta il tema delle vaccinazioni pediatriche, e della loro imposizione ex lege: una questione che esige attenti bilanciamenti valoriali e sottili precisazioni concettuali, che si legano alla necessità di misurare l’utilità dei vaccini, in termini di salute individuale e collettiva (e di risparmio sulle spese sanitarie), quale presidio di medicina preventiva; lo scritto si focalizza, poi, sulla questione, di maggiore interesse pratico, della responsabilità penale per la mancata vaccinazione.
UN DILEMMA MEDICO-GIURIDICO NELL’EPOCA DELLA “POST-VERITÀ”. LA QUESTIONE DELLA RESPONSABILITÀ PENALE1)
1. Il d.l. 173/2017 e i temi del focus.
Una Rivista pensata come strumento di reciproca intesa tra professioni della sanità e del diritto non poteva esimersi dal dedicare un focus di approfondimento multidisciplinare a una delle tematiche medico-giuridiche più urgenti e problematiche: quella delle vaccinazioni pediatriche, e della loro imposizione ex lege. Una questione che esige attenti bilanciamenti valoriali e sottili precisazioni concettuali, e che dunque rischia di essere fraintesa nel suo complesso, ove venga male focalizzata anche una soltanto delle sue parti, o di essa venga sovrastimato, o sottostimato, il peso.
Vi è, prima di tutto, da misurare l’utilità dei vaccini, in termini di salute individuale e pubblica (e di risparmio sulle spese sanitarie), quale presidio di medicina preventiva che, rispetto al singolo, sollecita il sistema immunitario, nell’eventualità che esso dovesse entrare in contatto con certi agenti patogeni, mentre a tutela della collettività, e di coloro che non possono vaccinarsi, garantisce il c.d. “effetto gregge”: trattamenti sanitari, dunque, sostanzialmente volti al governo di un rischio, non al contrasto di patologie in atto. Bisogna soppesare, altresì, le controindicazioni dei vaccini, distinguendo tra quelle scientificamente rilevate, quelle solo ragionevolmente temute, quelle infondatamente asserite, quelle pretestuosamente esasperate. Entra in gioco, poi, il grande tema della credibilità della scienza medica e delle istituzioni sanitarie, talora identificate, nella pubblica percezione, con un establishment sapienziale, o “governativo”, che genera antipatie, diffidenza, se non pesanti sospetti e viscerali avversioni. Anche per una più intelligente ed efficace implementazione di strategie di profilassi su larga scala, necessita aver ben inteso, più nello specifico, la portata del fenomeno della c.d. vaccine hesitancy and refusal dei genitori (e dei soggetti più o meno qualificati che li sollecitano in tal senso), di cui occorre misurare motivazioni, espressioni e ricadute, ancora una volta, in termini di salute individuale e collettiva (e costi per il sistema sanitario) 2). Le contromisure dovranno essere attentamente modulate, ad evitare interventi inefficaci, rimedi peggiori del male, eterogenesi dei fini. V’è infine da comprendere la portata giuridica di tutti questi fenomeni, che sinteticamente possiamo rappresentare ricorrendo ai concetti vuoi di responsabilità (dei medici, dei genitori, del sistema sanitario;civile, penale, indennitaria, amministrativa, di diritto di famiglia); vuoi di legittimità (costituzionale di norme impositive di obblighi, di decisioni giudiziali rispetto alle regole che dovrebbero ispirare l’accertamento della responsabilità); vuoi di opportunità politico-legislativa (secondo un giudizio di razionalità rispetto agli scopi). Ognuno di questi punti sarà considerato, talora da visuali differenti, nei contributi che danno corpo a questo focus.
Alle strategie di contrasto al fenomeno dell’omessa vaccinazione nel nostro Paese – diffuso al punto da determinare una distanza negativa preoccupante rispetto alla soglia dell’immunità di gregge, almeno rispetto a patologie come il morbillo (di cui in effetti si è avuta un’epidemia 3)che ci espone alla preoccupata attenzione delle istituzioni sanitarie internazionali 4)e straniere 5)– si è recentemente impressa una decisa e controversa accelerazione per decreto legge (7 giugno 2017, n. 173, poi convertito, con rilevanti modifiche, in l. 31 luglio 2017, n. 119), adottando l’orientamento rigoroso dell’obbligo di adeguarsi a un articolato calendario vaccinale. Obbligo programmaticamente esposto a una prossima riconsiderazione, alla luce delle evoluzioni epidemiologiche (art. 1, co. 1-ter), e accompagnato da interventi di carattere organizzativo anche interistituzionale (coinvolgenti le Regioni e le strutture scolastiche), per meglio assicurare le prestazioni vaccinali; nonché da misure di informazione pubblica, e dalla previsione costituzionalmente necessaria di un indennizzo in caso di danni da vaccino. Obbligo in certa misura “procedimentalizzato”, prevedendosi una convocazione per un dialogo informativo con i genitori che, appunto, abbiano “esitazioni” rispetto a questa tipologia di trattamento sanitario. Solo in caso di fallimento di questo approccio seguirà un’intimazione ad adempiere, prevedendosi in prima battuta, per i trasgressori, sanzioni di carattere pecuniario. Infine, per salvaguardare possibili soggetti deboli esposti al contagio, e contenere i rischi di focolai epidemici, si sancisce vuoi l’esclusione dai servizi educativi dei bambini non vaccinati, salvi i casi di istruzione obbligatoria, vuoi che i minori non vaccinabili vengano collocati in classi composte soltanto da alunni immunizzati 6).
Sebbene sia prematuro valutare la funzionalità di questa strategia rispetto allo scopo, i primi dati sull’incremento delle coperture vaccinali appaiono molto incoraggianti 7).
2. La sentenza della Corte costituzionale n. 5/2018: forti ragioni e passaggi problematici.
La “tenuta” giuridica di questa rigorosa opzione di politica sanitaria – a dire il vero niente affatto nuova, anzi quasi antica, per molti suoi aspetti 8)– è stata recentemente consolidata dalla estesa sentenza della Corte costituzionale n. 5 del 18 gennaio 2018, con la quale sono state dichiarate in parte inammissibili, e in parte infondate nel merito, una molteplicità di questioni sollevate in via principale dalla Regione Veneto. Invero – al di là del problema, anch’esso sul tavolo, della ripartizione di competenze tra Stato e Regioni 9)– appariva francamente azzardato contestare la legittimità dell’imposizione di un obbligo vaccinale. Dottrina e Corte costituzionale da sempre assumono un simile esempio come paradigmatico dell’operatività dell’art. 32, 2º co., nella parte in cui ammette la possibilità di definire per legge “trattamenti sanitari obbligatori” purché rispettosi della “persona umana”; rispetto che si ritiene appunto garantito quando il trattamento sanitario sia utile per la salute dell’individuo (che, dunque, non viene meramente strumentalizzato per fini che lo trascendono), e per la salute collettiva (sicché l’intervento non è volto a imporre al singolo, paternalisticamente, scelte sulla sua stessa salute) 10). Anche la giurisprudenza amministrativa si è assestata sull’orientamento ribadito dalla Corte costituzionale 11).
A ben guardare, è persino discutibile sostenere che l’obbligo di vaccinazioni pediatriche comporti un’eccezione al principio di “autodeterminazione sanitaria”. Ai genitori la Costituzione non attribuisce certo un’ampia discrezionalità circa la doverosa salvaguardia del diritto alla salute dei figli, che per il suo statuto primario, e oggettivo, dovrà beneficiare delle più valide acquisizioni che la medicina mette a disposizione, quali definite dalla scienza medica, non certo da credenze singolari, o da pratiche alternative non supportate da evi denze (artt. 30, 1º co., 31, 2º co., 32, 1º co., Cost. e 147 c.c.) 12). Ed è indubbio che gran parte delle vaccinazioni corrispondano, in linea di principio, a un best interest del singolo bambino, vista la capacità di ridurre, fino quasi ad azzerare, il rischio di contrarre certe malattie dalle conseguenze anche gravi, senza comportare di per sé rischi rilevanti. Un dovere di vaccinare, quale espressione del dovere di cura genitoriale, forse dovrebbe valere anche in assenza di disposizioni che espressamente lo prescrivano 13)– e ciò a prescindere dal fatto che lo si possa intendere, più precisamente, quale vero e proprio obbligo di “impedimento” di un evento ex art.40, 2° co., c.p. (v.infra, par.5) La legge che lo prevede, dunque, è forse volta non tanto a fondare quell’obbligo, per come esso si prospetta nel contesto di relazioni familiari, bensì ad armonizzarlo con una strategia generale di profilassi, a salvaguardia della salute (questa volta) collettiva (v. infra); valorizzandone i profili anche solidaristici, e supportandolo, di conseguenza, con sanzioni non soltanto giusfamilistiche.
Fondamentale affinché si possa ritenere rispettato il parametro dell’art. 32, 2º co., Cost., è, appunto, che l’imposizione di trattamenti sanitari obbligatori sia sostenuta da evidenze scientifiche rigorose e univoche, quanto a prevalenza dei benefici rispetto ai rischi per l’individuo, e quanto ad effettiva utilità collettiva . Come indubbiamente accade nel settore specifico, nei termini che bene emergono dagli interventi medici che arricchiscono questo focus – che pure muovono da punti di vista non del tutto assimilabili – e dalla letteratura in essi richiamata. La fondatezza scientifica delle scelte compiute tramite la legge è, d’altronde, ampiamente esaminata dalla Corte costituzionale alla stregua di atti e documenti accuratamente citati 14).
In tutta onestà, quantomeno opinabile appariva, nel caso di specie, il requisito di “necessità e di urgenza”, ex art. 77, 2º co., Cost.. Esso è stato riferito all’esigenza di affrontare un’epidemia di morbillo e, comunque, una tendenza all’abbassamento delle coperture vaccinale, rispetto alle soglie della herd immunity, in termini che la Corte ha ritenuto congruamente contenuti entro spazi di discrezionalità del decretante,. La Corte ha in particolare precisato come non debba confondersi la necessità e urgenza di intervenire tempestivamente e adeguatamente al fine di prevenire possibili epidemie, con l’emergenza sanitaria di un’epidemia in atto. In altri termini, può essere motivo di decretazione d’urgenza la necessità ed urgenza di prevenire un’emergenza, quando se ne ravvedano i precursori di rischio, alla luce di accreditati indicatori epidemiologici.
Taluno contesta, tuttavia, che un simile rationale – senz’altro esistente in rapporto a morbillo e pertosse – possa valere per altre malattie interessate dall’intervento norma tivo, in certi casi non contagiose (tetano), o a bassa contagiosità (epatite B), o rispetto alle quali non si ravvedono rischi di tenuta della herd immunity, nonostante una tendenza al calo delle vaccinazioni (ad es. poliomelite e difterite), o che comunque difficilmente colpiscono la fascia di età pure interessata dalla legge (l’hemophilus influenzae di tipo B sarebbe malattia che interessa specialmente i bambini di età inferiore ai 5 anni) 15). Sebbene questa estensione possa essere stata in parte motivata dalla scarsa o mancata disponibilità in commercio (e dunque dall’elevato costo) di vaccini singoli, e da altre serie ragioni epidemiologiche e strategiche 16), in linea teorica rimane un dubbio non solo circa la sussistenza di requisiti di “necessità e di urgenza” in rapporto all’intero oggetto della normativa, ma anche riguardo alla costituzionalità di un divieto di accesso a servizi scolastici per chi non abbia copertura immunologica rispetto a malattie non contagiose, o a bassissima contagiosità. In tali casi, l’interesse costituzionale che si va a comprimere non sembra adeguatamente controbilanciato da sensate e pressanti istanze di salute pubblica, o salute altrui, ma solo da esigenze, per così dire, “logistiche”.
Nondimeno, al netto della scelta della decretazione di urgenza, riteniamo in linea di principio che un obbligo di vaccinazione (se diversamente sanzionato, ad es. solo con una sanzione amministrativa) possa considerarsi in sé costituzionalmente legittimo anche in questi casi più problematici, ricavando esso adeguata ratio dall’esigenza di salvaguardare la salute del figlio, per un verso, e di contribuire, per altro verso, alla tenuta della “immunità di gregge”, sia pure in situazioni in cui essa non è attualmente a repentaglio. Quando poi, come per il tetano, non esista immunità di gregge, proprio per questo si fa particolarmente pressante l’esigenza che i genitori provvedano alla vaccinazione del figlio, non potendo questi contare su una copertura indirettamente garantita dalla popolazione vaccinata.
In conclusione, si potrebbe quasi rilevare che, al di là della comune cornice normativa, non tutti gli obblighi vaccinali introdotti dal decreto legge del 2017 assumono lo stesso “significato”. Se alcuni sono strumentali anche e soprattutto a strategie sistematiche, e su scala vasta, di gestione di un rischio sanitario – e quanto più essi appaiono funzionali a questo scopo, tanto meno se ne riscontra una diretta utilità per la salute individuale, posto che l’immunità di gregge riduce in modo sostanziale la probabilità che un “singolo” entri in contatto con l’agente patogeno – altri, invece, traggono la loro unica ratio dalla diretta funzionalità a prevenire la malattia in quel solo paziente a cui il vaccino viene somministrato. Ancora una gestione del rischio, volendo, sia pure su scala individuale (nel senso che non si tratta né di contrastare una patologia in atto, né di prevenire un pericolo concreto e imminente, ma solo di predisporre un’efficace risposta immunologica nell’eventualità, di consistenza statistica, di un contatto con l’agente patogeno).
3. Scienza, pseudoscienza, nuovi media, vaccini.
Ricapitolando: al di là dei necessari distinguo in rapporto ad aspetti di dettaglio, è assodato che i vaccini costituiscano uno dei più grandi successi nella storia della medicina: che la loro utilità (per i singoli, e per la collettività) sia incommensurabilmente superiore rispetto ai rischi, mentre gli standard di sicurezza e di efficacia hanno compiuto enormi progressi, e sono comunque soggetti a costante monitoraggio da parte dei sistemi di sorveglianza di tutto il mondo 17).
Non è certo un caso se, in una celebre opera tra le più demolitrici dei presupposti ideologici della medicina contemporanea – la “Nemesi medica” di Ivan Illich – si riconosce apertamente come « l’immunizzazione [abbia] praticamente sgominato la poliomielite paralitica, malattia dei Paesi ricchi, e i vaccini [abbiano] certamente contribuito al regresso della pertosse e del morbillo, sembrando così confermare la credenza popolare nel ’progresso medico’. Ma, per la maggioranza delle altre malattie infettive, la medicina non può esibire risultati paragonabili” 18).In breve, secondo questa lettura pur estremamente (estremisticamente,) critica – e tra l’altro formulata in un momento antecedente a molte ulteriori conquiste dell’immunologia – i vaccini non sarebbero affatto la prova della fallacia dell’ideologia del “progresso medico”, bensì, tutto al contrario, di quell’ideologia costituirebbero il più rilevante motivo di consolidamento, in ragione degli straordinari risultati ottenuti.
Come non di rado accade, però 19), non vi è coincidenza tra la rappresentazione scientifica di certi fenomeni, e la loro percezione nella pubblica opinione.
Il dibattito pubblico sui vaccini, e poi sulla vicenda dell’imposizione dell’obbligo, è stato senz’altro alimentato e disorientato da (fisiologici, irresponsabili) sensazionalismi dei media tradizionali, nonché (fisiologicamente, irresponsabilmente) strumentalizzato dalle forze politiche, ai più diversi fini e nelle più diverse direzioni, secondo dinamiche, d’altronde, storicamente cicliche. Quel che (forse) vi è di nuovo, è che tale dibattito sembra questa volta essersi sviluppato, e riprodotto in modo esponenziale, specialmente sui “nuovi media”, quali le piattaforme social. Contesti di problematica “democratizzazione” della genesi, elaborazione e diffusione di notizie, ove si elude la mediazione di professionisti del giornalismo, confondendo i ruoli del produttore, del divulgatore e del fruitore di informazioni, così da far svanire definitivamente il confine (già naturalmente labile) tra notizia, credenza e opinione; quando, addirittura, non si pongano a fondamento di scelte collettive rilevanti vere e proprie fake news, intenzionalmente prodotte per i più diversi scopi, sovente di lucro economico o politico. Una nuova agorà ancora in cerca di un’adeguata “collocazione” e organizzazione sociale, se non di una regolamentazione giuridica (peraltro difficilmente immaginabile, forse non auspicabile).
Quand’essa diviene il contesto principale di comunicazione su temi di rilievo scientifico e sanitario, gli esiti possono essere imprevedibili e potenzialmente nocivi. L’acquisizione scientifica ha uno statuto, e presuppone un metodo, che la rendono strutturalmente antagonista ai processi di accreditamento dei fatti tipici dei “nuovi media”. Il dato scientifico, inserito in simili dinamiche – e lì abbandonato dalla stessa “classe” degli scienziati, e dalle istituzioni scientifiche, che con questi nuovi strumenti di comunicazione ancora non sanno, o non vogliono, adeguatamente confrontarsi – finisce fatalmente con l’essere frainteso, o strumentalizzato, o addirittura misconosciuto nel proprio statuto epistemico differenziale, confondendosi nel flusso delle più colorite opinioni e delle più parossistiche credenze. Sta, insomma, davvero perdendo legittimazione, nella comune percezione – e, di conseguenza, negli orientamenti sociali e nelle scelte politico-giuridiche – quella distinzione tra episteme e doxa, per millenni laboriosamente elaborata, e dotata di uno specifico rilievo costituzionale, quale componente imprescindibile di un assetto democratico, e premessa di soddisfazione di fondamentali istanze personalistiche? 20)
Tracciare la linea di demarcazione tra scienza, pseudoscienza, o persino metafisica, è compito che non sapremmo gestire, e non ci compete. Giusto per intendersi, si può approssimativamente sostenere che la “vera” scienza 21)si distingue per un metodo (adeguato alle diverse caratteristiche dell’oggetto di studio), volto a trovare un solido sostegno oggettivo, logico-empirico, alle sue asserzioni; per una vocazione inesauribile a confrontarsi con altre ipotesi e acquisizioni scientifiche, e ad esporsi a pubblica verifica e smentita, nell’intento di fornire un contributo a un’impresa conoscitiva comune, non di affermare a ogni costo il proprio punto di vista; per una propensione alla meta-riflessione critica, e alla autocorrezione del proprio metodo. Per contro, si può definire come “pseudo-scienza” quella che al metodo, alla ricerca e alla condivisione dei riscontri logico-empirici sostituisce percezioni individuali, affermazioni apodittiche, evidenze asserite ma non verificabili, nella migliore delle ipotesi sperimentazioni immediatamente falsificabili 22), o letture illogiche e strumentali di dati reali (sovente selezionati solo in ragione della loro utilità rispetto a uno scopo dimostrativo prestabilito); a una leale presa d’atto di altrui falsificazioni, la valorizzazione dei soli contributi che sembrano confermare le proprie ipotesi, o che, almeno, possono essere forzatamente interpretati in tal senso; al rispettoso dialogo scientifico fondato sui fatti e sul metodo, il pregiudizio, il sospetto, l’argomento ad personam23)e l’accusa, rivolta agli interlocutori, d’essere piegati a sordidi interessi; al controllo della comunità scientifica, la ricerca di un’adesione ideologica ed emotiva nel vasto pubblico dei “non addetti ai lavori”; alla continua correzione del proprio metodo e dei suoi risultati, la strenua difesa delle proprie asserzioni (anche le più assurde) e la impermeabilità a ogni tipo di critica (specie quando decisiva).
Insomma: sebbene ogni impresa scientifica presenti dei limiti intrinseci di cui è opportuno essere consapevoli, il relativismo gnoseologico non costituisce un’alternativa percorribile. Nessuna epistemologia, per quanto critica, accetta di sostituire il metodo con la pura intuizione, con la ricerca di un consenso emotivo, o con l’evocazione di complotti e accuse di corruttela, che evidentemente non provano alcunché quanto all’oggetto di asserzioni scientifiche.
Tanto considerato, nell’introdurre il dibattito di questo focus, in termini sdegnosi potremmo relegare certa “scienza spazzatura” 24)all’ecosistema che meglio le si addice: quello dei “nuovi media”, che alimenta bolle di sapere autoreferenziale, ove ciascuno può trovarsi inavvertitamente imprigionato 25); sottospecie del più ampio fenomeno etichettato come “post-verità”, fondato su un crescente atteggiamento di anti-intellectualism e anti-expertise26). Non pretenda invece, quella “scienza spazzatura”, d’avere ospitalità in riviste, come la presente, che vogliono mantenere una riconosciuta dignità scientifica: e ciò sebbene possa capitare che certe ardite illazioni causali trovino accoglienza in perizie e sentenze, come quelle che hanno asserito un legame tra vaccinazioni e autismo, dando credito a una delle più deleterie falsificazioni della storia della scienza contemporanea 27).
In effetti ci atterremo a questa direttiva. Ma non potrà trattarsi di un’espunzione acritica e sommaria. Varie ragioni impongono di tenere conto anche di questi problematici orientamenti, sia pure mediante accorte scelte di scopo e di metodo, di cui ci assumiamo la responsabilità.
Prima di tutto, perché quello che genericamente, e forse semplicisticamente, viene denominato come “antivaccinismo” è, di per sé, un fenomeno ampio, dotato di una sua oggettività e storicità, e foriero di conseguenze di interesse sicuro per gli studiosi tanto delle scienze mediche, quanto di quelle giuridiche; è, altresì, elemento da prendere in seria considerazione al fine di definire politiche sanitarie realistiche e ben calibrate. Quel fenomeno, dunque, ha la dignità, se non di fonte, comunque di oggetto di studio28).
In secondo luogo, quel movimento è sintomatico di esigenze effettive, che forse cercano un simile sfogo forse perché non adeguatamente soddisfatte da chi coltiva la scienza e la medicina con ben maggior rigore. Come è stato evidenziato, la “verità” di certe diffuse correnti di pensiero può consistere, se non in una corrispondenza ai “fatti”, in una corrispondenza ad “emozioni”: dati di realtà anch’essi 29), non privi di impatto sulle costruzioni sociali (quali il diritto), e sugli stessi paradigmi epistemologici in cui possono inserirsi scienze “imperfette” come la medicina. In breve: l’esistenza di quel fenomeno impone alla comunità scientifica, alle istituzioni sanitarie e ai singoli medici, di interrogarsi riguardo a loro possibili manchevolezze nella comunicazione con l’opinione pubblica, e con i singoli pazienti, specialmente in rapporto a un tema, come quello delle vaccinazioni, che ha diversi risvolti “controintuitivi” e si presta facilmente a valutazioni “istintive”, tanto controproducenti, quanto fisiologiche (la vaccinazione è invasiva del corpo di bambini attualmente sani, e per converso non rivela un’immediata utilità a contrastare una malattia in atto; la vaccinazione risponde a esigenze di solidarietà sociali, sicché il genitore può ricavarne l’impressione di una pubblica strumentalizzazione del figlio; i dati epidemiologici che giustificano le vaccinazioni di massa hanno una consistenza in larga misura “numerica”, e almeno in Paesi come il nostro non corrispondono a esperienze individuali di pericoli sanitari in atto: paradossalmente, come si suol dire, i vaccini sono vittime del loro stesso successo, e del benessere cui hanno contribuito) 30).
Terzo: necessita evitare il rischio di una chiusura (apparentemente) dogmatica della comunità scientifica, con finalità difensive animate, a loro volta, da pressioni emotive (non ultima una giusta dose di orgoglio), o da poco meditate scelte strategiche. In tal modo, si rischierebbe davvero di confermare, nella pubblica rappresentazione, il fallace paradigma di una “scienza ufficiale” che rigetta a priori le critiche, atteggiandosi a depositaria di verità indiscutibili. È necessario, piuttosto, che la comunità scientifica continui a confrontarsi criticamente con certi ostacoli alla piena fluidità del dialogo e del metodo scientifico, che vengono pretestuosamente “rivelati” dai movimenti “antiscientisti” (in termini paradossali, e sulla scorta di numerosi fraintendimenti), e che però, in una certa misura, esistono. A partire dal tema del conflitto di interessi in medicina 31), della validità del sistema delle peer review, degli effetti dell’eccesso di competizione tra gruppi di ricerca internazionale, dei rapporti tra scienza e politica, ecc.
In definitiva, in questo focus si è scelto di rappresentare punti di vista in qualche misura non coincidenti della comunità medica, così da dar conto delle sfumature di un dibattito dinamicamente in atto, che sebbene problematicamente si confronti con molti piani del fenomeno trattato (e mai cessi di monitorare il rischio di “effetti collaterali” dei vaccini), tuttavia assume ben altra portata, e si svolge con ben altro stile, che non quello indotto dagli aggressivi (o, talora, più subdoli) “negazionisti” di innegabili acquisizioni mediche. Si è deciso, altresì, di arricchire il focus con uno studio sociologico, teso ad analizzare il fenomeno della pseudoscienza e dell’antivaccinismo specialmente nelle sue implicazioni mediatiche, così da poterne meglio tracciarne il rilievo, nel panorama di un’indagine prevalentemente dedicata al dato sanitario e giuridico 32). Auspichiamo che da qui in poi si accresca l’interesse della Rivista per tali approcci e per simili argomenti, che è assolutamente necessario indagare da visuali scientifiche, ad evitare il paradosso di lamentazioni sul diffondersi di un pensiero antiscientista compiute anch’esse sulla base di fallaci intuizioni, facili polemiche ed esercizi di senso comune.
4. Responsabilità penale per i danni da vaccinazione?
L’ambito che qui interessa, per la sua rilevanza collettiva, è luogo elettivo di interventi statuali volti al bilanciamento tra salvaguardia della salute pubblica, della salute individuale e dell’autodeterminazione, da attuarsi mediante gli strumenti, e le procedure, del diritto pubblico e amministrativo. V’è poco spazio per le attenzioni che il diritto penale dedica a responsabilità individuali, per fatti singoli. Certe delicate implicazioni privatistiche, emotive, familiari, evocano soprattutto le competenze dei cultori del diritto di famiglia, mentre naturalmente sconsigliano le grevi incursioni della minaccia penale.
Eppure, oggi più che mai, nel dibattito sulle vaccinazioni, da una parte e dall’altra si invoca l’intervento penale. C’è poco da stupirsi: quando lo scontro si fa frontale e ideologico, ogni contendente avverte forte il bisogno di ricevere conferma e legittimazione dalla più “simbolica” delle sanzioni. A tante sollecitazioni si deve dunque dare una qualche risposta: senza alcuna pretesa di esaustività, ma al solo scopo di cominciare a impostare riflessioni che meriterebbero ben altra preparazione, e ben altri sviluppi.
V’è da considerare, in primo luogo, eventuali responsabilità per eventi avversi prodotti dalla vaccinazione. Sebbene l’evento “malattia” possa essere riconosciuto anche in molte conseguenze di scarso rilievo e transitorie, e però non rare, una simile responsabilità appare, invero, di assai remota configurazione. Tali effetti rientrano in un’area di “rischio” pienamente “consentito”. Essi, vale a dire, sono già stati presi in considerazione dalla scienza medica (prima), dal legislatore (poi), e ritenuti assolutamente accettabili e ampiamente controbilanciati dai vantaggi correlati a programmi di profilassi su scala collettiva. Sono, dunque, “lecitamente” causabili (salvo poi decidere su quale livello della struttura del reato questa “liceità” debba operare).
Ove si verifichino eventi avversi “gravi”, prioritaria si porrà la questione dell’accertamento del nesso causale (che in materia penale non consente quelle scorciatoie, presunzioni o approssimazioni invece ammissibili in rapporto a una responsabilità non penale per danno da prodotto vaccinale: CGUE, Sez. II, 21 giugno 2017, N.W. e altri c. Sanofi Pasteur), proprio per l’estrema improbabilità “biologica” di una loro derivazione dalla somministra zione del vaccino; derivazione in certi casi puramente congetturale e priva d’ogni copertura nomologica. Se, poi, si dovesse accertare il nesso causale, si potrà escludere, se non altro, la colpa del medico che abbia operato nel rispetto delle indicazioni del calendario vaccinale, e della legge (salvo valutare una residua responsabilità del produttore del vaccino).
L’unico caso, in definitiva, che potrebbe realisticamente assumere rilevanza penale, è quello in cui il vaccino fosse sconsigliato (in assoluto o con quelle modalità), perché non necessario (ad es. in caso di “immunizzazione a seguito di malattia naturale”: art. 1, co. 2), o perché era concretamente prevedibile una reazione avversa esorbitante i limiti del rischio consentito (art. 2, comma 2 ter). Quando, come in questi casi, il fatto si collochi al di fuori dell’area del rischio consentito, l’evento potrà essere attribuito a titolo di colpa solo quando fosse prevedibile in ragione di un’attenta anamnesi. Non potrà normalmente intendersi alla stregua di una violazione di una regola cautelare la mancata attuazione dei c.d. test pre-vaccinali: (costosi) esami di laboratorio la cui capacità predittiva non è validata da alcuna evidenza scientifica, e che dunque risulteranno normalmente inappropriati, considerato come, per altro verso, il rischio di effetti collaterali gravi dovuti ai vaccini sia pressoché infinitesimale 33).
5. Responsabilità penale per mancata vaccinazione (e comportamenti correlati)?
Anche in considerazione di alcuni tragici casi di cronaca 34), di maggior interesse pratico è il problema di un’eventuale responsabilità penale per mancata vaccinazione. Si può distinguere, a questo proposito, tra omissione in quanto tale e omissione che si supponga seguita da un evento (che potrebbe essere la contrazione della malattia da parte di chi bisognava vaccinare, e/o l’altrui contagio, eventualmente sviluppatisi in lesioni gravi o gravissime, o nella morte; o, addirittura, in una vera e propria epidemia). Alla responsabilità dei medici c.d. “antivaccinisti” faremo un cenno infra, par.6.
Sarebbe poi da misurarsi con condotte attive di possibile rilievo penale, come quelle volte a contagiare i figli, ad es. al fine di procurar loro una agognata “immunità naturale”, o quelle che possono rendere il figlio minore veicolo di contagio per altri.
Fondamentale, infine, un’attenta focalizzazione dell’elemento soggettivo, in settori ove le scelte individuali possono essere spinte dalle più varie motivazioni, per lo più orientate alla protezione del figlio: ideologie “naturaliste”, visioni “complottistiche”, adesione a idee “alternative” di medicina, o anche soltanto ignoranza o grave trascuratezza.
5.1. Tipicità penale della mancata vaccinazione in quanto tale?
Alla mancata vaccinazione in quanto tale la legge riserva una sanzione amministrativa pecuniaria (art. 1, co. 4, l. 73/2017), applicabile nel caso in cui non si adempia a quanto prescritto da apposita contestazione dell’autorità sanitaria 35). L’omissione può costituire, altresì, una patologia nelle relazioni tra genitori e figli, tale da sollecitare rimedi di diritto di famiglia 36).
Ma quali conseguenze sul piano penale?
Avendo a mente il codice, l’ipotesi più eclatante consisterebbe nel ritenere integrato (almeno in termini di fatto tipico) il reato omissivo proprio di cui all’art. 570, 1º co., c.p., intendendo la protratta inottemperanza all’obbligo vaccinale alla stregua di una “sottrazione agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale...serbando una condotta contraria all’ordine delle famiglie” 37). Una simile congettura imporrebbe, tuttavia, di valutare se davvero l’obbligo vaccinale stabilito dal decreto legge, in ragione della sua ratio, assuma i tratti di un “obbligo di assistenza” inerente a rapporti di famiglia, in quanto teleologicamente orientato alla cura della salute del figlio; e se davvero possa dirsi compiuta, in casi del genere, una vera e propria “sottrazione”, condotta molto connotata sul piano psicologico 38). Su questi aspetti ci soffermeremo più avanti, in quanto rilevanti anche ai fini dell’eventuale integrazione di un “reato omissivo improprio”.
A prescindere dalla (discutibile) applicazione di questa disposizione generale a un caso così particolare, è bene rammentare che, in passato, esistevano sanzioni pecuniarie ad hoc, anche penali, per la violazione di taluni obblighi vaccinali specificamente definiti dalla legge, previa intimazione da parte della pubblica autorità 39). Si escludeva la possibilità di applicare l’art. 650 c.p. (inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità), norma che, stante il principio di specialità 40)non potrebbe riguardare la trasgressione di provvedimenti tipici ex lege, la cui violazione sia già specificamente sanzionata 41). Si circoscriveva la portata dell’art 260 r.d. 27 luglio 1934 n. 1265 42), punito anche con l’arresto, alle sole trasgressioni di provvedimenti adeguati ed urgenti, assunti per fronteggiare situazioni di « concreto ed immanente pericolo di invasione o diffusione di una malattia dell’uomo, dichiarata infettiva o diffusiva, che già si sia manifestata nella zona, e la cui insorgenza non si sia potuta evitare colle ordinarie misure profilattiche ». Tale norma non trovava dunque applicazione in caso di inottemperanza a un ordine volto a concretizzare ad personam l’obbligo ordinario di rispettare certi adempimenti vaccinali pediatrici, come quelli in materia di difterite, vaiolo o poliomelite 43).
Non vi sono ragioni per mettere in discussione, oggi, simili orientamenti. Sia pure imposto da ragione valutate come di necessità ed urgenza, il d.l. 73/2017, a seguito della conversione in legge, istituisce un sistema stabile e strutturato di profilassi, capace di evolvere con il mutare delle evidenze epidemiologiche. La contestazione della Autorità Sanitaria di cui si tratta nell’art. 1, comma 4, non ha niente a che vedere con quella considerata nell’art 260 t.u.l.s. del 1934; mentre la predisposizione di una risposta sanzionatoria “speciale” ancora impedisce l’applicazione dell’art. 650 c.p..
Quel che soprattutto interessa (v. infra) è come la legislazione, prima, e la giurisprudenza, poi, chiaramente differenziassero tra rilevanza di obblighi volti all’implementazione di sistemi “ordinari” di gestione di un rischio immanente all’esistenza di malattie infettive, ed obblighi, invece, funzionali a strategie di contenimento di un pericolo attuale di epidemia (distinzione che abbiamo visto sembra emergere anche dall’attuale normativa: v. supra, par.2); opportunamente differenziando, in corrispondenza a questa distinzione, qualità e quantità delle sanzioni.
5.2. Tipicità penale per mancato impedimento dell’evento avverso?
Si deve premettere che non assume rilievo giuridico il tema, pur dolente, della “opportunità” di non punire genitori corresponsabili di malattie, o morte, del figlio a causa della scelta di non vaccinare, sul presupposto che tale malattia, tale morte, e tale corresponsabilità, costituirebbero già di per sé la più terribile delle sanzioni. Non esiste infatti, in Italia, un istituto comparabile a quello tedesco della Absehen von Strafe (§ 60 StGB).
La prima alternativa, già sondata da alcune procure, è di estremo rigore. Essa muove dall’idea che l’obbligo vaccinale, ancorato alla posizione di garanzia del genitore (o di altri titolari istituzionali dell’obbligo di cura), sia precisamente volto, o sia anche volto, ad impedire che il minore contragga una particolare malattia, con conseguente operatività dell’art. 40, ult. co., c.p., qualora l’evento di lesione o di morte si verifichi.
Si potrebbe, però, ragionevolmente dubitare che l’obbligo definito e sanzionato dalla legge sia esattamente teso a contrastare una malattia ai danni del figlio; che esso senz’altro costituisca, dunque, quell’“obbligo di impedimento” di cui tratta la disposizione che equipara il non impedire al causare 44). È già interessante rilevare come la salute del singolo bambino non rientri nell’orizzonte delle dichiarazioni programmatiche del d.l. 73/2017, nel quale si allude, piuttosto, alla finalità « di assicurare la tutela della salute pubblica e il mantenimento di adeguate condizioni di sicurezza epidemiologica in termini di profilassi e di copertura vaccinale » (art. 1); mentre la dichiarazione di accompagnamento all’atto di emanazione del decreto da parte del Presidente della Repubblica richiama la « straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni per garantire in maniera omogenea sul territorio nazionale le attività dirette alla prevenzione, al contenimento e alla riduzione dei rischi per la salute pubblica e di assicurare il costante mantenimento di adeguate condizioni di sicurezza epidemiologica in termini di profilassi e di copertura vacci nale », nonché il bisogno di « garantire il rispetto degli obblighi assunti e delle strategie concordate a livello europeo e internazionale e degli obiettivi comuni fissati nell’area geografica europea ».
In altri termini, quella prestazione genitoriale (o “di chi ne fa le veci”) sembrerebbe casomai concepita come strumentale a un sistema complesso di gestione di un “rischio” sanitario percettibile su scala nazionale ed europea, definito da parametri statistici/epidemiologici – che segnano, tra l’altro, la soglia della herd immunity – e che pretende sinergie con interventi pubblici coinvolgenti strutture sanitarie e scolastiche, collocati vuoi nella fase di sollecitazione dell’adempimento genitoriale, vuoi nel momento in cui è necessario porre rimedio alla mancata vaccinazione, vuoi nel momento in cui bisogna limitare il rischio che il minore non vaccinato possa essere veicolo di contagio per altri.
Per il buon funzionamento di questo apparato è certo necessario che più bambini possibile ricevano i vaccini, con le cadenze stabilite; ma è altrettanto vero che, se questo apparato ben funziona (e si deve assumere che la legge postuli il proprio stesso funzionamento), la singola omissione vaccinale non comporta un particolare incremento del rischio di contrazione della malattia per il singolo, essendo questi comunque protetto dalla raggiunta immunità di gruppo. Un obbligo la cui violazione non comporta un sensibile incremento del rischio di un evento, discutibilmente può considerarsi, ex ante, quale obbligo “di garanzia” volto all’”impedimento” di quell’evento (peraltro, per analoghe ragioni, non lo si potrebbe forse neppure ritenere al pari di un “obbligo di assistenza familiare” rilevante, di per sé, ex art. 570, 1º co., c.p.).
Una simile soluzione – che in qualche modo recupera una tendenza da tempo presente nella giurisprudenza minorile, secondo la quale l’omessa vaccinazione, di per sé, non implicherebbe un pregiudizio per il minore 45)– non dovrebbe turbare neppure per le sue implicazioni sostanziali. Nessuno si scandalizza se non viene imputata al genitore una responsabilità per lesioni, quando si traduca in malattia un rischio correlato ad ordinarie attività e abitudini (ad es. sportive, alimentari, ecc.) indotte nel figlio, o comunque non impedite; e ciò neppure quando quel rischio fosse statisticamente più marcato di quello correlato alla mancata vaccinazione all’interno di una comunità ben “coperta” dal punto di vista immunologico. In effetti, si potrebbe sostenere che l’obbligo di impedimento sorga, tutt’al più, in presenza di precursori causali attuali dell’evento da impedire, afferenti alla “sfera di vita” del garantito; quando consti, cioè, un vero e proprio “pericolo attuale” immediatamente arginabile vaccinando, non già, soltanto, un rischio.
Si badi poi: se davvero la sottoposizione a vaccinazione fosse da intendersi quale prestazione funzionale all’impedimento di un evento, nel significato pregnante sotteso dall’art. 40, 2º co, c.p., quell’atto avrebbe dovuto considerarsi doveroso (e la sua omissione penalmente tipica) a prescindere dall’introduzione di appositi obblighi vaccinali, al pari di ogni altro intervento sanitario direttamente posto a tutela della salute del figlio. La circostanza che il legislatore abbia avvertito la necessità di introdurre, nel tempo, espressi obblighi vaccinali, e che in taluni momenti abbia persino distinto tra vaccinazioni “obbligatorie” o, invece, meramente “raccomandate” – e che nello stesso d.l. 73/2017 si riconosca la possibilità di far cessare l’obbligo una volta raggiunte più tranquillizzanti soglie di copertura – rivela, forse, una volta di più, come si stiano adattando, al mutare delle contingenze, sistemi complessivi di gestione di un’alea sanitaria proiettata su di una scala sovraindividuale, azionando la leva di una “collaborazione” genitoriale che si suppone, di per sé, non “indispensabile” per la tutela del singolo minore.
Questo tipo di argomentazione, che meriterebbe ben altro svolgimento, si espone certo a importanti obiezioni. Si potrebbe osservare, ad esempio, che essa muove da una petizione di principio, visto che indubbiamente l’obbligo vaccinale, dal punto di vista medico, è pensato anche per salvaguardare il singolo paziente (come d’altronde sottolineato dalla Corte costituzionale, essendo proprio tale duplice funzionalità la ragione stessa della legittimità costituzionale: v. supra, par.2). Se il decreto legge, e l’atto di emanazione, non richiamano espressamente un’esigenza di tutela della salute individuale, è solo perché essi sono tenuti a esplicitare i termini di una “necessità ed urgenza” apprezzabile in una dimensione sovra-individuale. Se, poi, il d.l. 73/2017 prevede, tra gli altri, l’obbligo del vaccino contro il tetano – malattia non contagiosa, rispetto alla quale non opera alcuna immunità di gregge – è perché quella normativa è interessata anche alla salute del singolo vaccinando. La circostanza che il legislatore, nel tempo, introduca ed abroghi norme speciali sull’obbligo vaccinale, è indicativa del mutare di strategie di salute pubblica, ma niente aggiunge, e niente toglie, alla rilevanza invece costante di quel medesimo obbligo entro i più ristretti spazi di una relazione genitore-figlio. Il paragone con altri “rischi” attinenti alla ordinaria vita del minore, penalmente non rilevanti, non è forse del tutto calzante, ponendosi certe opzioni ad es. sportive o alimentari in un’area di “adeguatezza sociale” (qualunque debba essere la traduzione “dogmatica” di una simile considerazione); mentre l’omessa vaccinazione è senz’altro socialmente “inadeguata”.
A tali obiezioni si potrebbe, tuttavia, contro-obiettare che, fosse pure orientato alla salute del singolo minore, quell’obbligo appare tutt’al più funzionale a contrastare un mero “rischio” di ammalarsi, e non un vero e proprio “pericolo” attuale (v. supra); e già solo per tale ragione potrebbe trattarsi di altro, che non del dovere di impedimento di cui tratta l’art. 40, ult. co., c.p..
In ogni caso, anche ammettendo la validità dell’interpretazione in bonam partem, bisognerebbe tornare a riconoscere una responsabilità del genitore nel caso in cui la possibilità di contrarre una malattia fosse concreta ed attuale, ad es. per un’epidemia in corso in quel luogo, o per particolari situazioni di contesto in cui il figlio si trovava ad agire. Anche se, certo, appare difficile stabilire a priori la “soglia” superata la quale il rischio si farebbe pericolo, e l’obbligo diverebbe, perciò, funzionale all’impedimento di un evento. Che dire, ad es., del genitore di un adolescente empolese di 15 anni nel periodo 2015-2016, che ogni sabato frequenta coi suoi amici la più affollata delle discoteche locali, e che non è stato sottoposto a vaccino contro il meningococco di tipo C? In quel biennio – stando alle indagini epidemiologiche condotte dall’Agenzia Regionale di Sanità - i casi di malattia batterica invasiva da meningococco C in Toscana sono stati 56, contro i 5 riportati nel 2013-2014; l’incidenza nella Asl di Empoli è stata di 2,48 casi ogni 100.000 (la più elevata su scala regionale); la letalità si è attestata al 20.7%: del 23.4% tra i soggetti non vaccinati, dell’8.3% tra i soggetti vaccinati (metà dei quali erano stati vaccinati troppo indietro nel tempo, o troppo recentemente, perché il vaccino potesse adeguatamente funzionare); il vaccino ha inoltre normalmente determinato un decorso clinico più favorevole; la trasmissione del batterio è particolarmente agevolata da contesti di promiscuità, come appunto le discoteche. Soglie in assoluto ancora limitate di probabilità, eppure notevolmente incrementate, specialmente in quel contesto di rischio, e per quella tipologia di soggetti.
Ancora, forse, bisognerebbe distinguere tra una fase in cui la soglia di “immunità di gregge” rimane una mèta programmatica, e quella in cui le misure predisposte dalla legge abbiano effettivamente conseguito l’ambìto risultato. Solo in questo secondo caso, si potrebbe eventualmente sostenere, quello del genitore perde ogni valenza di “obbligo di protezione”, servendo casomai a preservare, nel tempo, quella fatidica soglia.
5.3. Tipicità penale in caso di contagio di altri soggetti?
Vi è poi un’ipotesi di responsabilità a carico del genitore che, non vaccinandolo, renda il figlio veicolo di contagio per altri. In vicende del genere il nesso causale non è necessariamente impossibile da provare: specie qualora la malattia è localmente molto rara, o assente, basta attentamente combinare valutazioni epidemiologiche, caratteristiche biologiche della patologia, corrispondenze genetiche di virus e batteri nei diversi pazienti, ricostruzione dei movimenti e delle frequentazioni del bambino, cronologia e geografia di diffusione della patologia, motivi di esclusione di fonti di contagio alternative 46).
Ebbene: salva l’ipotesi in cui il genitore induca a frequentazioni non necessarie il figlio 47)che già soffre della malattia conclamata – o che comunque, non essendo stato vaccinato, abbia frequentato riconoscibili fonti di contagio – così provocando l’altrui lesione con gesto attivo non coperto da particolari cause di liceità, e soggettivamente imputabile, nella maggior parte dei casi (v’è da sperare) la trasmissione della malattia si produrrà o in modo del tutto inconsapevole e imprevedibile (per il morbillo, ad es., si è già contagiosi prima di ogni sintomo), oppure a seguito di azioni lecite o doverose (ad es. ricovero del figlio malato in ospedale, dove l’infezione si estende ad altri ricoverati). In queste situazioni più comuni, la condotta appare ictu oculi penalmente irrilevante per difetto di requisiti ora soggettivi, ora oggettivi. La questione si sposta allora a ritroso, per così dire, emergendo il dubbio che a costituire reato possa essere la precedente trasgressione all’obbligo vaccinale, quale “mancato impedimento” di un decorso degli eventi di lì in poi non più “controllabile”.
Nondimeno, immaginare l’obbligo vaccinale inerente a una vera e propria posizione di controllo 48), rispetto al pericolo che terzi si ammalino, è operazione ermeneutica ardita, che pretenderebbe molto accorte motivazioni. Come si è detto, quell’obbligo è semmai da ritenere consentaneo a un complesso sistema di gestione di un rischio sanitario su scala sovraindividuale. E come, nel contesto di quel sistema, il singolo adempimento non può ritenersi di per sé in grado di prevenire l’altrui contagio, o la circolazione di certe malattie, allo stesso modo al singolo inadempimento non si può imputare un incremento significativo del rischio di circolazione della malattia (soprattutto qualora funzioni la complessiva strategia profilattica impostata dal d.l. 73/2017, che in gran parte dipende dal buon operare di strutture pubbliche). D’altronde, quel sistema presuppone che gli altri siano pure vaccinati, e dunque refrattari al contagio. In altri termini, potrebbe mancare un adeguato supporto teleologico per qualificare quell’obbligo come volto, ex ante, ad impedire che singoli individui (differenti dal figlio) si ammalino.
Si può altresì osservare come l’omessa vaccinazione si collochi in una fase troppo anticipata rispetto all’attivarsi del decorso causale tipico. Essa comporta, al più, la mancata elisione di un rischio che un soggetto, successivamente, possa contrarre una malattia infettiva, andando poi ed eventualmente a diffonderla, in ragione di ulteriori azioni.
Al di fuori, dunque, dei casi in cui vi siano margini per imputare una condotta attiva, non lecita, causale rispetto all’altrui contagio – quali quelle cui più sopra si è fatto cenno 49)– l’integrazione del fatto tipico alla stregua di un “reato omissivo improprio”, la cui condotta consisterebbe nella violazione dell’obbligo vaccinale, appare a dir poco problematica.
5.4. Responsabilità per “epidemia”?
Necessita altresì interrogarsi riguardo al reato di epidemia (realizzabile anche per colpa ex art. 452, co. 1, c.p.), posto che diverse malattie di cui si preoccupa il d.l. 73/2017 sono effettivamente in grado di diffondersi da persona a persona in modo rapido, esponenziale e incontrollabile, potendo determinare quel pericolo per la salute pubblica preteso dai più attenti esegeti quale evento dell’art. 438 c.p. 50). La focalizzazione, poi, del nesso causale, e delle prime dinamiche di diffusione della malattia – lo si è detto – non sarebbe necessariamente impossibile 51).
L’art. 438 c.p. sembra delineare una fattispecie a condotta vincolata, tipizzando un’attività di “diffusione di germi patogeni”. Se così intesa, detta fattispecie sarebbe strutturalmente inadatta a realizzarsi mediante omissione 52). Non mancano, però, letture differenti, che interpretano quel reato come “a condotta libera”, perciò in linea di principio realizzabile ex art. 40, 2º co., c.p.. In ogni caso, già si è accennato alla dubbia configurabilità dell’obbligo vaccinale alla stregua di un “obbligo di impedimento” inerente a una “posizione di protezione” nei confronti dei terzi e della collettività.
Non è invece peregrino, in linea di principio, ritenere tipico il fatto del genitore che induca a circolare il figlio infetto e contagioso, operando su di una fonte di riproduzione e propagazione di “germi patogeni” nella sua disponibilità (giuridica, prima che fattuale), in modo da determinarne la “diffusione” 53).
5.5. Il problema dell’elemento soggettivo.
In realtà, qualora si voglia individuare un fatto tipico in trasgressioni all’obbligo vaccinale, o in comportamenti successivi, anche in ragione degli eventi che ne possano derivare, particolare attenzione andrà posta alla questione, non facile, dell’elemento soggettivo (una volta escluso che, a monte, sussistesse oggettivamente una causa di giustificazione, ad es. uno stato di necessità determinato dall’effettiva presenza di gravi controindicazioni alla vaccinazione). Non facile perché la soluzione varierà in rapporto alla nozione di dolo, e di colpa, che si voglia adottare (e certo non è questa la sede per prender posizione al riguardo), nonché in rapporto alle diverse, possibili motivazioni del soggetto agente.
Un dolo eventuale rispetto ai reati di evento, o anche al solo reato omissivo proprio di “sottrazione agli obblighi di assistenza familiare”, potrebbe configurarsi nel caso in cui il soggetto abbia ben percepito le evidenze di un pericolo attuale o immanente di contagio del figlio, e pur essendo consapevole dell’urgenza di vaccinare, abbia deciso di non compiere simile atto – o ancora, avendo presente un pericolo concreto di contagio di altre persone attraverso il figlio, abbia consapevolmente deciso di attuare scelte che le espongono all’infezione – così “abbandonandosi”, volontariamente, all’alea di una sorte che pur si percepisce minacciosa (o volontariamente sottraendosi a quel che si percepisce essere un dovere di “assistenza familiare”, per quanto rileva ai fini dell’art. 570, 1º co., c.p.). Nell’ipotesi del contagio altrui, detto dolo eventuale potrebbe persino abbracciare l’evento di “epidemia”, purché il genitore, o chi per lui, avesse ben presente le concrete potenzialità “espansive” della malattia, in quella data comunità. Peraltro, con particolare riferimento ai “reati di evento”, chi enfatizza il profilo della “volontà dolosa”, ad es. ricorrendo alla c.d. “formula di Frank”, potrebbe escludere il dolo anche nei casi anzidetti, qualora emerga che il soggetto, se fosse stato certo dell’evento, senz’altro avrebbe vaccinato, o avrebbe tenuto condotte più accorte.
Il dolo della lesione (o di epidemia) potrà dirsi diretto qualora il soggetto abbia compiuto scelte accompagnate dalla pratica sicurezza di procurare un contagio (o, addirittura, un’epidemia). In simili ipotesi, laddove poi la malattia contratta da altri dovesse comportare la morte della vittima, si porrà il problema di valutare l’integrazione, addirittura, di un omicidio preterintenzionale. Difficile, invece, immaginare un dolo diretto quando l’evento sia ai danni del figlio, o del minore di cui si ha la cura, e la condotta contestata sia quella di “non aver impedito” per non aver vaccinato. Già sul piano oggettivo una simile omissione non comporta affatto la certezza di un contagio, e dunque neppure può essere accompagnata da un dolo che quella certezza contempli.
Un dolo intenzionale non è infine da escludere quando il soggetto compia azioni specificamente orientate a fare ammalare il proprio figlio, o a contagiare altri. Si può prendere ad esempio l’organizzazione di c.d. “morbillo party” 54). La sola, e pur consapevole e volontaria, mancata vaccinazione, peraltro, difficilmente potrà costituire parte essenziale di un simile “programma”, difettandone già sul piano oggettivo l’idoneità allo scopo.
Il dolo (anche quello insito nell’atteggiamento di “sottrarsi” ad obblighi di assistenza familiare) potrà però facilmente essere escluso da un errore sul fatto, ex art. 47 c.p.. Non vi sarà dolo nei casi di mera trascuratezza o dimenticanza, anche se è difficile immaginare che, con il battage che ha accompagnato le nuove strategie vaccinali, esista qualcuno normalmente inserito in società esposto a simili amnesie. Nondimeno, proprio l’entrata in vigore del molto pubblicizzato d.l. 73/2017 potrebbe ragionevolmente indurre, nel singolo, la convinzione che la stragrande maggioranza de “gli altri” abbiano bon gré mal gréfatto ricorso alla vaccinazione, sino a fargli apparire praticamente impossibile l’eventualità che il proprio figlio possa contrarre da altri, o trasmettere ad altri, la malattia (o comunque provocare una “epidemia”).
In altri casi, la scelta di non vaccinare può essere animata da peculiari e radicate convinzioni, o da incontenibili stati emotivi. Bisognerà verificare quanto dette motivazioni si siano riverberate sulle facoltà cognitive, ad es. distorcendo la percezione, e la valutazione, dei profili di rischio e di pericolo, dell’efficacia dei vaccini, del bilanciamento costi/benefici del trattamento vaccinale, o instillando l’idea dell’esistenza di valide “alternative funzionali” alla vaccinazione 55). Simili bias potrebbero determinare un errore sull’idoneità della condotta a soddisfare esigenze di “assistenza familiare”, sul nesso causale, sullo stesso obbligo di garanzia (quando si discuta di responsabilità per omissione), o l’erronea supposizione di scriminanti 56). La consapevolezza di trasgredire un apposito obbligo di legge, quale quello stabilito dal d.l. 73/2017, non implica di per sé il dolo del reato omissivo improprio (e neppure del reato omissivo proprio ex art. 570, 1º co., c.p.), quando di quell’obbligo non si apprezzino le potenzialità impeditive dell’evento, o si reputi, addirittura, che il suo rispetto possa danneggiare la salute del minore.
Talora, tuttavia, ragioni ideologiche od etiche (ad es. la convinzione che sia moralmente preferibile condurre una vita “naturale”, a qualunque costo) non escludono, anzi implicano, la consapevolezza di come la mancata vaccinazione possa favorire malattie contagiose. In simili situazioni sarà persino più agevole riscontrare un dolo, attenendo a quel programma “filosofico” l’accettazione dell’evento. La credenza, poi, che “ammalarsi faccia bene”, costituisce solo un “giudizio di valore” sull’evento, che non fa venir meno i requisiti intellettivi della consapevolezza e volontà (salvo, come si è detto, che essa induca a errare sui contenuti dell’obbligo di garanzia). Tutti questi atteggiamenti soggettivi potrebbero, però, ritenersi incompatibili con una consapevolezza e volontà di “sottrarsi” ad obblighi di assistenza familiare, quale quella pretesa dall’art. 570 c.p.
Negato il dolo, si dovrà ragionare della colpa, astrattamente sufficiente per l’imputazione dei reati di lesioni, di omicidio e di epidemia (non del reato di inadempimento agli obblighi di assistenza familiare). Essa appare in linea di principio compatibile anche con le più radicate convinzioni antivacciniste: il sospetto verso le autorità scientifiche e sanitarie, la convinzione che esse siano mosse da interessi occulti, la fiducia cieca, invece, nei propalatori di teorie mediche alternative, sono atteggiamenti che non ineriscono agli standard “cognitivi” e culturali dell’agente modello. L’agente modello ascolta le indicazioni della miglior scienza, tanto più quand’esse assumono i tratti evidenti di una legge dello Stato, e quando siano in gioco interessi fondamentali dei propri figli, e altrui.
La colpa potrebbe, piuttosto, mancare qualora difettassero elementi sintomatici di un pericolo di evento percepiti o, almeno, percettibili dall’agente. In altri termini, al di fuori di contesti di epidemia, o comunque tali da incrementare oltre il fisiologico la probabilità di contrarre o trasmettere una malattia infettiva, la semplice violazione dell’obbligo vaccinale non implica, ipso facto, la trasgressione di una regola cautelare. Come si è visto, in circostanze ordinarie, e specialmente quando consti una raggiunta herd immunity, l’obbligo di vaccinazione appare piuttosto correlato a un articolato e multifattoriale sistema di “governo di un rischio”, che non già ad evitare un evento attualmente prevedibile. Bisognerebbe altresì interrogarsi sul rilievo di un “affidamento” nel fatto che gli altri membri della comunità si siano vaccinati e, dunque, non siano esposti al contagio, e non possano contagiare.
6. La portata penale di argomenti, e comportamenti, dei medici c.d. “no-” o “free-vax”.
Ci sia consentito, infine, un ultimo paragrafo in qualche misura provocatorio.
Tra le strategie più diffuse tra chi coltiva lo scetticismo sui vaccini, vi è quella di instillare dubbi circa la loro effettiva sicurezza e/o efficacia. L’argomento (apparentemente) più cauto consiste nel negare che vi siano sufficienti prove scientifiche (o, almeno, “studi indipendenti”) riguardo all’una, e riguardo all’altra caratteristica. Affermazione palesemente falsa: la comunità scientifica internazionale, praticamente all’unanimità – pur non cessando ovviamente di indagare al riguardo 57), e salvo fisiologiche sfumature di orientamento – propone un’amplissima letteratura, nella quale si avanzano comprovate rassicurazioni circa la bontà dei più diffusi preparati per l’immunoprofilassi, e riguardo alla loro funzionalità per imprescindibili azioni di public health. Piuttosto, a difettare sono studi capaci di falsificare radicalmente simili acquisizioni. Chi propone certe argomentazioni sovente si appella a una non meglio definita esperienza clinica “quotidiana”, che però, come ben noto, non ha alcun valore dimostrativo, finché non venga elaborata con metodo, oggettivata in dati e sottoposta al controllo della comunità scientifica 58).
Sovente si va oltre, e si accusano le case farmaceutiche di “prezzolare” i ricercatori affinché falsifichino i risultati delle loro indagini, e/o i medici affinché prescrivano scadenti farmaci, e/o le autorità adibite all’autorizzazione dei farmaci e alla farmacovigilanza; supponendo, altresì, che ricercatori, medici, autorità sanitarie del mondo intero, in massa cedano a simile lusinghe, cinicamente inclini a vendere la salute di milioni di pazienti pur di soddisfare un’incontenibile bramosia di lucro 59).
Ora, se vi fosse del vero in queste affermazioni, non mancherebbero certo le fattispecie penali per contrastare tanto loschi fenomeni: dai reati contro la pubblica amministrazione, alle fattispecie di “comparaggio” 60); dai delitti contro la salute pubblica, alle disposizioni incriminatrici pensate per illeciti attinenti ai procedimenti di sperimentazione e autorizzazione al commercio di farmaci 61).
In realtà, si tratta di prospettive naïf (per usare un eufemismo), dato che i prodotti da utilizzare per le vaccinazioni obbligatorie non vengono certo prescritti arbitrariamente dai singoli pediatri, scegliendoli da un campionario imposto da cause farmaceutiche, in un contesto sottratto a ogni regola o controllo, in cui possono allignare indisturbate le peggiori corruttele o le più grossolane negligenze. Essi sono prima di tutto validati attraverso attenti percorsi di sperimentazione 62), subordinati a valutazioni di comitati etici e a riscontri di ogni genere, e poi scelti dai sistemi sanitari in virtù di gare pubbliche, alle quali, tra l’altro, dedica particolare attenzione l’Autorità Nazionale Anticorruzione. In un suo report al riguardo, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato 63)rivelava una certa difficoltà nell’adottare strategie di politica sanitaria capaci di contenere i costi, a ciò ostando un sostanziale oligopolio delle case farmaceutiche (sempre più eroso da benefiche pressioni concorrenziali), asimmetrie informative, strategie contrattuali subottimali, una certa organizzazione del sistema degli appalti, la frammentazione dei centri appaltanti. Problemi da affrontare, dunque, nella prospettiva dell’Autorità, per migliorare l’accessibilità di questi farmaci e, con essa, un diritto fondamentale all’equo accesso alle cure 64): niente a che vedere, evidentemente, con questioni correlate a una supposta pericolosità dei vaccini, semmai esattamente il contrario 65). Tra l’altro, la scarsa concorrenza (e la mancanza di farmaci equivalenti) è attribuita all’enorme know how, e notevoli costi della ricerca, implicati nella produzione di farmaci particolarmente sofisticati, di cui la stessa AGCM ribadisce la fondamentale utilità per importanti politiche di salute pubblica.
Quanto al fatturato delle aziende farmaceutiche dovuto ai vaccini 66), a meno che non si muova dal presupposto che il denaro sia “lo sterco del demonio”, ci si dovrebbe piuttosto rallegrare dell’importante ruolo dell’industria italiana nel settore; un’industria che esporta, e produce, al contempo, ricchezza e salute 67). Per altro verso, molti studi di health policy e farmacoeconomia ricordano come la profilassi vaccinale consenta notevoli risparmi per i sistemi sanitari (e dunque, in definitiva, un minor lucro per i fornitori di quei sistemi), e per la società nel suo complesso, essendo ben più costoso curare che prevenire 68), e di notevole peso le ripercussioni economiche più generali di certe patologie 69).
Insomma: se davvero si hanno notizie circoscritte di turpi mercimoni e odiosi attentanti alla salute dei nostri bambini, che, allora, si proceda ad altrettanto circoscritta denuncia, e saranno l’autorità giudiziaria o amministrativa competente a fare chiarezza una volta per tutte (in realtà alcune isolate indagini sono già state avviate, e presto archiviate 70). Se, invece, non si dispone delle evidenze che servono per procedere a un tale passo senza rischiare un’accusa di calunnia, si cessi piuttosto di diffondere quelle che, evidentemente, sono soltanto illazioni capaci di suscitare paranoici timori nella popolazione, mettere a repentaglio la salute pubblica, offendere intere categorie di professionisti. Comportamenti che, come minimo, espongono a una sanzione disciplinare, quando compiuti da appartenenti all’ordine 71), e che potrebbero altresì presentare i tratti di reati come quello di cui all’art. 656 c.p. (pubblicazione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico) 72), e della diffamazione. Vi è pure da valutare l’eventuale concorso in reati commessi dai genitori (v. supra), anche alla stregua dell’art. 48 c.p., o, su tutt’altro piano, dell’art. 113 c.p. 73).
Quando, poi, l’opposizione alla vaccinazione faccia parte di un suggestivo e fraudolento “pacchetto” di medicina “dissidente”, capace di configurare un articolato raggiro – di cui possono far parte, ad es., la richiesta di “supporto economico” per sostenere l’ardua impresa di coltivare verità taciute dalla “scienza ufficiale”, o la costosa offerta di “cure non convenzionali” – bisognerà interrogarsi sull’integrazione del reato di truffa 74).
Perché, se certe critiche radicali e talune diffuse diffidenze devono stimolare la comunità scientifica e le istituzioni sanitarie a una ancora maggiore autodisciplina rispetto al fenomeno del conflitto di interessi (fenomeno in quella comunità da tempo dibattuto, e fattivamente affrontato 75), è venuto il momento di far luce con altrettanta serietà, per converso, sulle a volte opache fonti di lucro di taluni che tanto veementemente contestano l’“onestà” della c.d. “medicina ufficiale”, proponendo ben discutibili, se non pericolose, alternative 1). Quando ve ne siano i presupposti e nel rispetto di ogni garanzia, ovviamente; senza cedere a una cultura del sospetto uguale e contraria a quella che in questo ambito, come altrove, è sempre più urgente saper superare.
Vallini Antonio
Un ringraziamento particolare va ad Alessandro Spena e Nicolò Amore per aver attentamente letto la prima versione di questo contributo e avanzato acute osservazioni.
1) Con il termine vaccine hesitancy ci si riferisce a «un ritardo nell’accettazione o a un vero e proprio rifiuto di vaccinazioni, nonostante la disponibilità di servizi vaccinali». Il fenomeno «varia in ragione del tempo, del luogo e della tipologia di vaccini. E’ influenzata da fattori come la trascuratezza, la convenienza e la fiducia». Così N. E. MacDonald, Vaccine hesitancy: Definition, scope and determinants, in Vaccine, 2015, 4163. V. poi ex plurimis H. J. Larson, A. de Figueiredo, Z. Xiahong, W. S. Schulz, P. Verger, I. G. Johnston, A. R. Cook, N. S. Jones, The State of Vaccine Confidence 2016: Global Insights Through a 67-Country Survey, in EBioMedicine, 2016, 295 ss.; C. Jarrett, R. Wilson, M. O’Leary, E. Eckersberger, H. J. Larson, Strategies for addressing vaccine hesitancy - A systematic review, in Vaccine, 2015, 4180 ss.
2) Il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità stanno emanando bollettini mesili per il monitoraggio dell’epidemia di morbillo (http://www.epicentro.iss.it/problemi/morbillo/bollettino.asp), integrati con i dati sulla rosolia. L’ultimo consultabile, del marzo 2018, riporta i seguenti dati: dall’inizio del 2013 sono stati segnalati, in Italia, 10.320 casi di morbillo; 2 decessi nel solo gennaio 2018. Nell’ultimo bollettino settimanale, aggiornato invece al 12 dicembre 2017, si contano invece 4.885 casi e 4 decessi dall’inizio del 2017; 88% non vaccinati, 6% vaccinati con 1 sola dose , 35% almeno una complicanza, 44% ricoverati, 22% in pronto soccorso, 315 casi tra operatori sanitari. Età mediana 27 anni.
3) V. le indicazioni della World Health Organisation sulla situazione europea, particolarmente segnata dalle epidemie di morbillo in Italia e Romania (dove si contano già 46 morti, di cui 39 bambini sotto i 3 anni): www.euro.who.int/en/media-centre/sections/press-releases/2017/measles-continues-to-spread-and-take-lives-in-europe. Dati aggiornati sulla situazione europea, e mondiale, anche nell’ultimo citato bollettino mensile dell’Istituto Superiore di Sanità per il monitoraggio dell’epidemia di morbillo. Particolarmente allarmante anche la situazione in Serbia, dove si contano già 13 morti dall’ottobre 2017, stando ai dati dell’Istituto Serbo per la Salute Pubblica, riportati qui: www.outbreaknewstoday.com/serbia-reports-significant-increase-measles-80667/
4) V. le indicazioni del Center for Deseas Control and Prevention degli U.S.A.: wwwnc.cdc.gov/travel/notices/watch/measles-italy.
5) Alla legge hanno fatto seguito alcune circolari, tutte reperibili sul sito istituzionale www.salute.gov.it, finalizzate a una “prima attuazione”. Per una più dettagliata e precisa ricostruzione delle procedure e delle sanzioni delineate dalla nuova normativa si veda, qui di seguito, il lavoro di N. Vettori. Per una ancor più generale panoramica della normativa: A.Marchese – A.Vesto, Vaccinazioni obbligatorie e diritto alla salute: la “profilassi imposta” fra tensioni etiche e giuridiche, in questa Rivista, 2017, 1334 ss..
6) C. Signorelli, S. Iannazzo, A. Odone, The imperative of vaccination put into practice, in The Lancet Infectious Diseases, 2018, 26 s.
7) Quella della profilassi vaccinale è una storia di corsi e ricorsi. Al successo crescente delle politiche vaccinali da sempre si oppongono forze che ne contestano la “moralità”, o la “validità scientifica” o, addirittura, la “sicurezza”: forze che mai hanno prodotto evidenze a loro sostegno, ma che talora hanno saputo ben comunicare, e dunque incidere sulle scelte legislative se non, addirittura, sulle stesse opzioni farmacologiche. Pressoché a ogni allentamento della partecipazione popolare ai programmi di vaccinazione ha corrisposto il riemergere di più o meno gravi ed estese epidemie, che spesso hanno indotto all’introduzione di nuovi obblighi vaccinali, sostenuti dal diffuso consenso di una popolazione spaventata (v. ad es. in Italia, di recente, N.Bruno, L’emergenza morbillo a Catania: ora è ressa per le vaccinazioni, in www.palermo.repubblica.it, 13 aprile 2018). Sennonché, una volta placata l’emergenza, e persane la memoria, quegli obblighi tendono a suscitare nuove resistenze, e il ciclo ricomincia. V. A. Grignolio, Chi ha paura dei vaccini?, Torino, 2016 (consultato in versione Kindle book), spec. cap.II. Sull’assetto normativo della fine del secolo scorso, incentrato su taluni obblighi vaccinali, v. O. Morini, L. Macrì, Obbligatorietà delle vaccinazioni: aspetti giuridici e medico-legali, in questa Rivista, 1997, 883 ss., nonché, in questo focus, i contributi di P. Bonanni e di N. Vettori.
8) V. in questo focus il contributo di A.Patanè.
9) Più precisamente, la Corte costituzionale ha ribadito più volte come l’art. 32 Cost. postuli un bilanciamento tra diritto alla salute del singolo, comprensivo anche del diritto al rifiuto di cure, con il diritto alla salute degli altri, e della collettività (sentenze n. 218 e n. 258 del 1994; sentenza 1990 n. 307). In caso di vaccinazioni obbligatorie pediatriche, sul bilanciamento incide anche l’interesse del bambino, che esige «tutela anche nei confronti dei genitori che non adempiono ai compiti inerenti alla cura del minore» (sentenza 132/1992). Nel dettaglio, la legge impositiva del trattamento sanitario è costituzionalmente compatibile (cfr. sent. 307/1990) : 1. « se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale »; 2. se obiettivamente si possa prevedere «che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario, e pertanto tollerabili» (ancora sent. 307/1990); 3. a patto che la legge preveda «un’equa indennità per il caso di danno derivante, al di fuori dell’ipotesi di cui all’art. 2043 c.c., da contagio o da altra apprezzabile malattia causalmente riconducibile alla vaccinazione obbligatoria» (sentenza 307 cit.). Il d.l. 73/2017 si adegua anche a questa indicazione , rinviando, tramite il suo art. 5 quater, a quanto stabilito dalla legge 25 febbraio 1992, n. 210. La Corte costituzionale ha precisato che, parallelamente all’indennizzo, può convivere l’ordinaria tutela risarcitoria ex art. 2043 c.c., « tutte le volte che le concrete forme di attuazione della legge impositiva di un trattamento sanitario o di esecuzione materiale del detto trattamento non siano accompagnate dalle cautele o condotte secondo le modalità che lo stato delle conoscenze scientifiche e l’arte prescrivono in relazione alla sua natura » (sentenza n. 307/1990 cit.). Si veda, in questo focus, il contributo di R. Breda.
10) Da ultimo Tar Lazio (Sez. staccata di Latina), 19 ottobre 2017, in www.biodiritto.org, respingendo il ricorso di un genitore che chiedeva di accertare il diritto del proprio figlio ad accedere ai servizi scolastici presso la scuola dell’infanzia, pur non avendo attestato le avvenute vaccinazioni rese obbligatorie dal d.l. n. 73/2017. Con decr. 7 settembre 2017, il Presidente del Tar Lazio, sez.3 quater, ha respinto il ricorso proposto da un’associazione di consumatori contro le circolari attuative del d.l. 73/2017, e in specie la circolare n.1679/2017 del Ministero della Salute, asserendo che essa non prevede termini troppo brevi per consegnare i documenti utili ad evitare l’esclusione dai servizi scolastici, consentendo tra l’altro la presentazione di dichiarazioni sostitutive con, in questo caso, differimento del termine per adempiere all’obbligo.
11) Sulla necessità di ricondurre a un ambito di “oggettività tecnica” il diritto all’autodeterminazione in materia di vaccinazioni, v. F. Buzzi, Libertà di cura e interesse della collettività nelle vaccinazioni obbligatorie in età pediatrica: verso un nuovo equilibrio?, in questa Rivista, 2003, 1160 ss.
12) Trib. min. Venezia 10 maggio 1994, in questa Rivista, 1995, 217: « l’obbligo di provvedere tempestivamente alla vaccinazione imposta nell’interesse privato e pubblico costituisce [...] una specificazione dei diritti/doveri parentali ex artt. 30 Cost. e 147 c.c. ».
13) Ma v. già il documento del Comitato Nazionale per la Bioetica, Le vaccinazioni, 22 settembre 1995. In questo focus cfr. soprattutto il contributo di P. Bonanni e C.Azzari.
14) V., qui di seguito, il lavoro di A.Clavenna, T.Jefferson e M.Bonati.
15) Al riguardo v. soprattutto P. Bonanni, che pure critica l’emendamento apportato con la legge di conversione, in virtù del quale chi abbia conseguito immunità naturale per una delle malattie interessate, « adempie all’obbligo vaccinale[...] con vaccini in formulazione monocomponente o combinata in cui sia assente l’antigene per la malattia infettiva per la quale sussiste immunizzazione » (art. 1, co. 2).
16) A tal proposito v. in particolare il contributo di C.Azzari. V. poi, tra i molti altri, il recentissimo studio italiano di P. Pezzotti, S. Bellino, F. Prestinaci, S. Iacchini, F. Lucaroni, L. Camoni, M. Maddalena Barbieri, W. Ricciardi, P. Stefanelli, G. Rezza, The impact of immunization programs on 10 vaccine preventable diseases in Italy: 1900-2015, in Vaccine, 2018, 1435 ss., nonché la mole di letteratura richiamata in D. Ara, F. Giovanetti, Vaccinazioni: le risposte alle domande più frequenti dei genitori, in www.epicentro.iss.it.
17) I. Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Milano, 2004, 30.
18) In tema P. Borgna, Immagini pubbliche della scienza. Gli italiani e la ricerca scientifica e tecnologica, Torino, 2001, passim; M. Bucchi, Scienza e società, Bologna, 2002, spec. 238 ss.
19) Sia consentito rinviare a A. Vallini, Cellule staminali: il divieto di sperimentazione sugli embrioni, in A. Cagnazzo (cur.), Trattato di diritto e bioetica, Napoli, 2017, 428 s. Circa l’impatto dei nuovi media in particolare sulle politiche vaccinali, cfr. R.Getman, M.Helmi, H.Roberts, A.Yansane, D.Cutler, B.Seymour, Vaccine Hesitancy and Online Information: The Influence of Digital Networks, in Health Education& Behaviour, 2017.
20) Che non è scienza “ufficiale”, come è in uso dire polemicamente tra gli “antiscientisti”, dato che una delle caratteristiche del metodo scientifico è proprio quella di non attribuire alcun valore ad accreditamenti “ufficiali”, contando solo i riscontri empirici.
21) Per un paradigmatico caso di sperimentazione pseudoscientifca in materia di vaccini: I love it when an antivax “study” meant to show how “dirty” vaccines are backfires so spectacularly e A co-author of an antivax study attacks Orac for criticizing it. Hilarity ensues, entrambi in www.respectfulinsolence.com, 2-7 febbraio 2017; S. Di Grazia, I vaccini inquinati? Un’esperta dice di no, in www.medbunker.blogspot.it, 9 febbraio 2017; G. Morace, Nanoparticelle di metalli nei vaccini: come stanno le cose?, in www.queryonline.it.
22) « Quando ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per avere torto [...] si passi dall’oggetto della contesa (dato che lì si ha partita persa) al contendente e si attacchi in qualche modo la sua persona [...] si diventa dunque insolenti, perfidi, oltraggiosi, grossolani. Si tratta di un appello delle forze dello spirito a quelle del corpo o all’animalità. Questa regola è molto popolare poiché chiunque è in grado di metterla in pratica, e viene quindi impiegata spesso »: A. Schopenauer, L’arte di ottenere ragione esposta in 38 stratagemmi, Milano, 1991, 64.
23) Non a caso intendiamo evocare F. Centonze, Scienza “spazzatura” e scienza “corrotta” nelle attestazioni e valutazioni dei consulenti tecnici nel processo penale, in Rivista italiana di diritto e procedura penale, 2001, 1232 ss.
24) W. Quattrociocchi, L’era della (dis)informazione, in Le Scienze, febbraio 2016, 30 ss.. Per una “divulgativa”, e però seriamente documentata, ricostruzione del fenomeno sociale e culturale dell’“antivaccinismo”, e per un quadro neuropsicologico della resistenza alle vaccinazioni – fondato appunto su bias di autoconferma – si può consultare A. Grignolio, op. cit., cap.6. Sul ruolo del Web 2.0 nella diffusione di false credenze sui vaccini: F. Aquino, G. Donzelli, E. De Franco, G. Privitera, P. L. Lopalco, A. Carducci, The web and public confidence in MMR vaccination in Italy, in Vaccine, 2017, 4494 ss.
25) Etichetta talmente espressiva di un presente, da essere elevata a “word of the year 2016” dagli Oxford Dictionaries (https://en.oxforddictionaries.com/word-of-the-year/word-of-the-year-2016), ove si definisce come post-truth: « an adjective defined as ’relating to or denoting circumstances in which objective facts are less influential in shaping public opinion than appeals to emotion and personal belief’ ». “Post-verità” è anche neologismo Treccani (http://www.treccani.it/vocabolario/post-verita_(Neologismi)/): « Argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica ». Un approccio più problematico e attendista, rispetto all’appartenenza di questo vocabolo alla lingua italiana, è quello dell’Accademia della Crusca: (http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/viviamo-nellepoca-post-verit, ove peraltro si trovano interessanti chiarimenti sul fenomeno). Il termine fake news, nella sua definizione strettamente correlato ai social, è stato a sua volta eletto a parola dell’anno 2016 dal Macquarie Dictionary: « disinformation and hoaxes published on websites for political purposes or to drive web traffic, the incorrect information being passed along by social media ». Per una recente trattazione (critica) della categoria, in chiave sociologica: R. Campa, Post-Truth. La lezione dimenticata della sociologia della conoscenza in Orbis Idearum. European Journal of the History of Ideas, 2016.
26) V., anche per ulteriori riferimenti, A. Parziale, Danno da vaccinazione e incertezza del nesso causale: il ruolo della prova per presunzioni, in questa Rivista, 2017, 1067 ss., giustamente critico nei confronti di decisioni che asserivano un nesso tra vaccino e autismo, e specialmente di Cass. civ., Sez.VI, 1 febbraio 2017, n. 2684, relativa a un caso di supposto nesso causale tra vaccinazione antipolio ed encefalopatia epilettica. L’A., tra le altre cose, evidenzia come simili decisioni costituiscano l’apoteosi della fallacia “post hoc-propter hoc”, fraintendendo premesse, logica e funzione di un criterio di “precauzione” che non può operare quando i supposti rischi rappresentino « semplici ipotesi di studio o mere elucubrazioni, pena la paralisi totale delle attività umane » (p. 1078 ss.). In precedenza cfr. L.Nocco, A proposito di una recente sentenza su vaccinazioni e autismo e dell’ambiguità di fondo del sistema, in questa Rivista, 2014, 1123 ss.; S. D’Errico, J. Polimeni, M. Martelloni, P. Frati, Autismo e vaccinazioni: la buona scienza nelle giuste mani. Un primo passo verso la « certificazione » dell’expert witness?, in Resp.civ.prev., 2015, 1747 ss.. V. poi, qui di seguito, il contributo di R. Breda. Di recente, compiendo importanti affermazioni sul metodo della perizia, rigetta una ricorso in materia di indennizzo, che presupponeva un nesso tra vaccinazione antipolio e un’encefalopatia immunomediata con sindrome autistica: Cass. civ., sez. IV, ord. 5-25 luglio 2017, n. 18358, in www.biodiritto.org. Sul caso Wakefield (e, più in generale, sui fallaci stilemi argomentativi, o sulle vere e proprie strategie truffaldine, dei c.d. “antivaccinisti”), v. ancora A. Grignolio, op. cit., cap. III, e la letteratura ivi citata. Cfr. infine l’ampio dossier vaccini e autismo in www.biodiritto.org
27) 27) E in effetti è molto studiato, al fine di individuare le migliori strategie per contrastarlo. Oltre ai lavori già cit. supra, nt.1, v. ad es. la visione di insieme di C. Jarrett, R. Wilson, M. O’Leary, E. Eckersberger,H. J. Larson, Strategies for addressing vaccine hesitancy – A systematic review, in Vaccine, 2015, 4180 ss.. V. poi tra i più recenti E. D. G. McIntosh, J. Janda, J. H. H. Ehrich, M. Pettoello-Mantovani, E. Somekh, Vaccine Hesitancy and Refusal, in The Journal Of Pediatrics, 2016, 248 ss. Interessante rilevare come per la prima volta quest’anno il tema della “post-verità” in generale sia emerso nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario compiuto dal Primo Presidente della Cassazione: Anno giudiziario: Mammone, allarme per abuso social, aumento femminicidi e stalker, in www.ilsole24ore.com.
28) H. Akin Ünver, Re-conceptualizing “Post-Truth”: Macro and Micro Conceptions of Emotional Reality in Politics, in Non-State Actors in Conflicts. Conspiracies, Myths, and Practices, Cambridge, 2018, 49 ss.
29) Molti sono gli studi che insistono su come il problema della vaccine hesitancy sia in buona misura dipendente da un difetto informativo, che lascia campo libero a tanto fallaci quanto spontanee percezioni negative, destinate a essere rafforzate nei circuiti autoreferenziali dei social media. Sollecitano dunque, tali studi, a ripensare la comunicazione, i suoi contenuti e i suoi modi in tema di vaccinazioni: v. ad es. J. Parrish-Sprowl, Vaccine hesitancy communication: What counts as evidence, in Vaccine, 2017; E. Karafillakis, H. J. Larson, The benefit of the doubt or doubts over benefits? A systematic literature review of perceived risks of vaccines in European populations, in Vaccine, 2017, 4840 ss. Interessante, altresì, American Academy Of Pediatrics - Responding to Parental Refusals of Immunization of Children, in Pediatrics, 2005, 1428 ss. Cfr. altresì le sagge conclusioni di F. Buzzi, op. cit.
30) Sul tema del conflitto di interessi v. C. Ricci, La “visibilità” del conflitto d’interesse nella sperimentazione farmaceutica, in questa Rivista, 2015, 421 ss.; I medici di fronte al conflitto di interesse, in www.agenziafarmaco.gov.it.
31) Si fa riferimento, in particolare, al contributo di F. Comunello.
32) V. P. Bonanni in questo focus. In passato la Corte costituzionale aveva escluso potesse costituire motivo di incostituzionalità di una legge sull’imposizione vaccinale la mancata definizione di un obbligo, preliminare, di accertamento di possibili controindicazioni (per quanto remote). La questione veniva rigettata, difettando i presupposti di un intervento manipolativo “a rime obbligate”, non invasivo delle prerogative del legislatore, giacché la precisazione dei dettagli di un simile obbligo avrebbe implicato una complessa e articolata valutazione di carattere tecnico-scientifico, non potendosi ragionevolmente ipotizzare una « prescrizione indiscriminata e generalizzata di tutti gli accertamenti preventivi possibili, per tutte le complicanze ipotizzabili e nei confronti di tutte le persone da assoggettare a tutte le vaccinazioni oggi obbligatorie ». La sentenza comunque esortava il legislatore acciocché « ferma la obbligatorietà generalizzata delle vaccinazioni ritenute necessarie alla luce delle conoscenze mediche, siano individuati e siano prescritti in termini normativi, specifici e puntuali, ma sempre entro limiti di compatibilità con le sottolineate esigenze di generalizzata vaccinazione, gli accertamenti preventivi idonei a prevedere ed a prevenire i possibili rischi di complicanze »: Corte cost., 20-23 giugno 1994, n. 258. In seguito, e richiamando questa sentenza, la Cassazione qualificava come valido motivo di esenzione dall’obbligo vaccinale la sussistenza di una delle esimenti indicate nell’art. 4 della l. 689/1981, tra le quali, nello specifico, lo stato di necessità, « la cui applicazione richiede però [...] un rigoroso accertamento di fatto », caso per caso, « rimesso al giudice del merito » (Cass.civ., Sez. 1, 24 marzo 2004, n. 5877; ultimamente cfr. altresì Trib. . Milano, sez. IX civile, ord. 9 gennaio 2018, in www.biodiritto.org ).
33) V.ad es. G. Legato - A. Mondo, “Il tetano poteva lasciare danni permanenti”. La bimba torinese di sette anni mai vaccinata: la Procura indaga i genitori per lesioni colpose e si affida a un consulente, in www.lastampa.it
34) Si prevede, in specie, che i genitori inosservanti vengano in prima istanza convocati per un colloquio informativo presso le strutture sanitarie. L’Autorità Sanitaria può contestare ai genitori l’inosservanza, prevedendo un termine per l’adempimento, scaduto il quale viene comminata la sanzione da euro cento a euro cinquecento. La procedura è disciplinata, secondo clausola di compatibilità, dalla l. 24 novembre 1981 n. 689; all’accertamento, alla contestazione e alla irrogazione provvedono gli organi definiti competenti dalla normativa delle Regioni o province autonome.
35) V., qui di seguito, il contributo di D. Amram.
36) Sulla necessità di “dar corpo” all’obbligo definito dall’art. 570, 1º co., facendo riferimento alle norme civilistiche che segnano il rapporto tra genitori e figli: A. Spena, Reati contro la famiglia, Milano, 2012, 233 ss.. Nonostante certe interpretazioni estensive della giurisprudenza, ci parrebbe ictu oculi arduo applicare la fattispecie di abbandono di persona minore o incapace (art. 591c.p.), difficilmente potendosi intendere la mancata vaccinazione alla stregua di un “abbandono”, e non derivando necessariamente, dalla mancata vaccinazione, quel pericolo concreto e attuale che si ritiene essere elemento essenziale della fattispecie.
37) A. Spena, op. cit., 239.
38) Quanto alla vaccinazione antivaiolosa, v. in specie l’art. 266 t.u.l.s. del 1934 (R.d. 27 luglio 1934, n. 1265) – poi abrogato con d.l. 26 giugno 1981, n. 334, convertito in l. 6 agosto 1981, n. 457 (“Abrogazione dell’obbligo di vaccinazione antivaiolosa”) – e la sanzione (contravvenzionale) di cui all’art. 358 del medesimo t.u. (Cass., Sez. 3, 9 agosto 1964, n. 2259, in Ced 099246; Cass., Sez. 3, 8 marzo 1965, n. 274, in Ced 099449). La trasgressione all’obbligo di vaccinazione per la poliomelite, introdotto con l. 4 febbraio 1966, n. 51, veniva sanzionata con un’ammenda dall’art. 3, co. 2, della medesima legge – abrogato soltanto dal d.l. 73/2017. V, poi, l’illecito contravvenzionale disegnato dall’art. 3 l. 20 marzo 1968, n. 419 – di modifica della l. n. 419 del 1968, relativa alla vaccinazione antitetanica. Queste fattispecie, in quanto sanzionate con la sola pena pecuniaria, venivano depenalizzate dall’art. 32, l. 24 novembre 1981, n. 689. Prevedeva una sanzione amministrativa l’art. 7, co. 2, l. 27 maggio 1991, n. 165 (“Obbligatorietà della vaccinazione contro l’epatite virale B”).
39) Così L.D. Cerqua - M. Helfer, sub art. 650 c.p., in Forti - Seminara - Zuccalà, Commentario breve al codice penale, 6º ed., Padova, 2017, 650.
40) Essa potrebbe invece concernere, ad esempio, la trasgressione di provvedimenti contingibili e urgenti adottati “extra ordinem” ai sensi dell’art. 38, co. 1, della legge 8 giugno 1990 n. 142. Cfr. Cass., Sez. 1, 27 luglio 2000, n. 8578, in Ced 216596.
41) « Chiunque non osserva un ordine legalmente dato per impedire l’invasione o la diffusione di una malattia infettiva dell’uomo è punito con l’arresto fino a sei mesi e con l’ammenda da lire duecento a quattromila. Se il fatto e commesso da persona che esercita una professione o un’arte sanitaria la pena è aumentata ».
42) Cass., Sez. 3, n. 2259/1964, cit.; Cass., Sez. 3, n. 274/1965, cit.; Cass., Sez. 3, ord. 27 maggio 1969, n. 393, in Ced 111482. Interpretazione che veniva ribadita anche dopo l’introduzione dell’obbligo vaccinale per la poliomelite (legge 4 febbraio 1966, n. 51: v. Cass., Sez. 3, 1 aprile 1968, n. 24, in Ced 107412; Cass., Sez. 3, 8 luglio 1968, n. 812, Ced 108635) – e veniva confermata da Corte cost. sent. 31 maggio 1983, n. 142. In rapporto a misure di profilassi non vaccinale cfr. altresì Cass., Sez. 3, 31 gennaio 1969, n. 1688, in Ced 110151. Si precisava, nondimeno – in rapporto a un caso di “allarme colera” appena cessato – come quella disposizione valesse anche a sanzionare l’inottemperanza ad ordini dati per evitare nuova insorgenza di un’infezione già cessata: Cass., Sez. 6, 30 giugno 1978, n. 8755, Ced139556.
43) V. anche, da una prospettiva civilistica, G. Facci, La responsabilità del genitore per gli illeciti compiuti ai danni della prole, in Resp. civ. e prev., 2008, 2194.
44) Su tali orientamenti v. già F. Buzzi, op. cit., 1160 ss.. V. poi qui di seguito D. Amram.
45) A.L. Caplan, D. Hoke, N. J. Diamond, V. Karshenboyem, Free to Choose but Liable for the Consequences: Should Non-Vaccinators Be Penalized for the Harm They Do?, in Journal of Law, Medicine & Ethics, 2012 Fall, 606 ss.
46) Ad es. lo porti a Disneyland: https://www.cdc.gov/measles/cases-outbreaks.html.
47) T. Padovani, Diritto penale, XI ed., Milano, 2017, 166.
48) A.L. Caplan, D. Hoke, N. J. Diamond, V. Karshenboyem, op. cit., 610, non escludono la configurabilità di un omicidio colposo nel caso in cui si possa definire una correlazione causale tra la decisione di non vaccinare, il difetto di prendere adeguate precauzioni per isolare il figlio non vaccinato da soggetti vulnerabili – quand’egli sia stato esposto a fonti di contagio – e la morte di una persona vulnerabile eventualmente contagiata dal figlio.
49) A. Gargani, Reati contro l’incolumità pubblica, II, Reati di comune pericolo mediante frode, Milano, 2013, 207 ss., 214 ss., 234.
50) Sul tema, problematico, dell’individuazione del “paziente 0” di un’epidemia, v. D. G. McNeil Jr., The Ethics of Hunting Down ’Patient Zero’, in www.nytimes.com, 29 ottobre 2016. Sulla “riabilitazione” del sospetto “paziente 0” della epidemia di AIDS: https://www.nature.com/news/hiv-s-patient-zero-exonerated-1.20877. Sul “paziente 0” dell’epidemia di SARS del 2003 v. Bulletin of the World Health Organization, 2003, 81 (8), 625 s.
51) A. Gargani, op. cit., 213.
52) Senz’altro tipica è ritenuta, in dottrina, la “messa in circolazione di portatori di germi o di cose provenienti da individui malati”: D.Provolo, sub art. 438 c.p., in Forti-Seminara-Zuccalà, Commentario breve al codice penale, 6º ed., Padova, 2017, 438. Ma v. anche A. Gargani, op. cit., 213, che tra le modalità di realizzazione del reato nomina la messa in circolazione di una c.d. “bomba umana”. Il bambino, in questo caso, forse non “dispone” di quei germi patogeni, e non compie propriamente l’atto di “diffonderli” (Trib. Bolzano, 13 marzo 1979, in Giur.mer., 1979, II, 945. Per una diversa interpretazione V. Manzini, Trattato di diritto penale italiano, VI, Torino, 1984, 541; Mariani, I delitti contro l’incolumità pubblica, Milano, 2008, 269). Diversamente potrebbe però affermarsi riguardo a colui che, su di lui, esercita la responsabilità genitoriale (o altra analoga potestà), spingendolo a frequentazioni che comportano la messa in circolazione di quei germi.
53) D. Lessi, Morbillo party e chat private. Così la galassia No Vax tenta di boicottare la legge, in La Stampa Italia, 6 settembre 2017 - www.lastampa.it.
54) Rimane, nella memoria, il problematico precedente del “caso Oneda” (Ass. Cagliari, 10 marzo 1982, in Foro it., 1983, II, c. 27, nota G. Fiandaca; Ass. app. Cagliari, 13 dicembre 1982, in Giur. it., 1983, II, 364; Cass., Sez. I, 13 dicembre 1983, in Foro it., 1984, II, c. 361, nota Floris; Ass. App. Roma, 13 giugno 1986, ivi, 1986, II, c. 606) – preso a parametro in alcuni passaggi della modellistica in tema di dolo eventuale proposta dalla sentenza delle Sezioni Unite “ThyssenKrupp” – relativo a due genitori che si erano opposti per motivi religiosi alle trasfusioni di sangue di cui la figlia minore aveva urgente bisogno, pur contando sul fatto che potesse salvarsi per l’intervento coatto delle autorità, per cure alternative, o in virtù delle preghiere da loro spese. Si escluse, perciò, l’omicidio volontario.
55) In Cass. civ., 5877/2004, cit., riguardo all’illecito amministrativo consistente nella violazione dell’obbligo vaccinale, si escludeva la rilevanza di uno stato di necessità putativo laddove i genitori avessero supposto la dannosità della vaccinazione, posto che tale credenza potrebbe operare come scusante soltanto in « presenza di fatti concreti che siano comunque tali da giustificare l’erronea persuasione di trovarsi in una situazione di necessità ». Da rammentare che l’erronea supposizione colposa di una scriminante non fa venir meno la responsabilità per un illecito amministrativo, normalmente imputabile anche a titolo di colpa. Cfr. altresì Cass.civ., Sez. 1, 18 luglio 2003, n. 11226 del 18/07/2003, in questa Rivista, 2003, 1157, nota F. Buzzi, op. cit. (v. anche p. 117, nota di B. Magliona), stando alla quale, per sottrarsi alla sanzione amministrativa comminata in caso di mancata vaccinazione (nel caso di specie quella di cui all’art. 7 della l. 165/1992 concernente l’epatite B), il genitore non può « semplicemente contrastare – per propria convinzione o per ignoranza – l’obbligo stabilito dalla legge, ma deve indicare le ragioni specifiche che rendono, nel proprio caso, sconsigliata o pericolosa la vaccinazione e allegare la prova, da un lato, della sussistenza, quantomeno fondatamente putativa, di specifiche controindicazioni e, dall’altro, dell’indifferenza della struttura sanitaria in occasione del contatto ». V. altresì, in termini analoghi – sia pure a diversi fini – Cass. civ., Sez.I, 4 marzo 1996, n. 1653, in Ced 496113-01, che dichiarava inammissibile un ricorso contro il provvedimento della Corte di Appello, confermativo del decreto del tribunale per i minorenni, che incaricava gli operatori sanitari di provvedere alle vaccinazioni del minore, anche senza il consenso dei genitori, quando questi ultimi non avevano dedotto l’esistenza di alcuno specifico pericolo per la salute del minore, eziologicamente collegato all’effettuazione delle vaccinazioni, in dipendenza di una particolare condizione sanitaria. Similmente (ma in relazione a un dissidio tra genitori divorziati): Trib. . Milano, sez. IX civile, ord. 9 gennaio 2018, cit.
56) Se, da un lato, la ricerca immunologica e farmacologica continua a compiere passi da giganti nel garantire la massima sicurezza dei preparati vaccinali, dall’altro lato le reazioni avverse ai vaccini sono ovviamente studiate dalla comunità scientifica e monitorate dalle istituzioni sanitarie, a partire dalla World Health Organization, che mette a disposizione del pubblico appositi information sheets: http://www.who.int/vaccine_safety/initiative/tools/vaccinfosheets/en/ (si veda anche il contributo di C. Azzari in questo focus). Falso è dunque (e ovviamente) sostenere che le autorità sanitarie, o “gli scienziati”, “tacciano” gli eventi avversi dei vaccini. Le analisi e meta-analisi al riguardo sono numerosissime. La questione è ben diversa: quel che si compie è un bilanciamento, differenziato per ogni preparato vaccinale, tra l’incidenza e la qualità di questi eventi avversi (normalmente di minima entità, rarissimi quelli severi), e il beneficio arrecato per la salute individuale e collettiva (notevolissimo, alla stregua delle indicazioni epidemiologiche). Lo stesso bilanciamento che (ovviamente) deve compiersi per ogni farmaco, se non – in termini più lati – per ogni attività umana. Così, giusto per riportare entro le giuste proporzioni la discussione su questi temi, l’epidemiologia degli incidenti rivela una pericolosità della circolazione stradale incommensurabilmente superiore a quella di qualsiasi vaccino (http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs358/en/).
57) V. ad es. l’asserita « esperienza clinica quotidiana » che porterebbe ad affermare come i bambini non vaccinati appaiano « indubbiamente e globalmente più sani », di cui si parla in una nota lettera al presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (reperibile ad es. in www.terranuova.it/News/Genitori-e-figli/Vaccinazioni-l-appello-di-oltre-100-medici). Sennonché, simili illazioni sono già smentite da recenti studi (R. Schmitz, C. Poethko-Müller, S. Reiter, M. Schlaud, Vaccination status and health in children and adolescents, in Deutsches Ärzteblatt International, 2011, 99), che semmai evidenziano i negativi effetti a lungo termine di malattie prevenibili con il vaccino: M.J. Mina, C.J. Metcalf, R.L. de Swart, A.D. Osterhaus, B.T. Grenfell, Long-term measles-induced immunomodulation increases overall childhood infectious disease mortality, in Science, 2015, 694 ss.. Sulla fallacia di un fast thinking fondato su induzioni da dati immediati di esperienza, non elaborate e non emendate dai loro fisiologici bias (specie per quanto concerne la valutazione di rischi): D. Kanheman, Pensieri lenti e veloci, Milano, 2012, passim.
58) Particolari polemiche ha suscitato l’incentivo economico riservato da alcune Regioni ai pediatri che contribuiscono a incrementare il numero delle vaccinazioni. In una simile policy si può veder del losco solo muovendo dalla tesi, che però andrebbe prima dimostrata, di una dubbia inadeguatezza, o addirittura pericolosità, delle pratiche vaccinali. Poiché, in realtà, l’utilità delle vaccinazioni è assodata, tale incentivo appare per quello che è, vale a dire una strategia funzionale all’implementazione di un programma di salute pubblica di fondamentale rilievo, secondo un modello che vanta riscontri comparatistici: cfr. Commissione parlamentare per l’infanzia, Indagine conoscitiva sulla copertura vaccinale in età pediatrica e sull’ospedalizzazione dei bambini affetti da malattie infettive, in www.camera.it, par. 4.1.5.
59) V. la contravvenzione di cui al combinato disposto degli artt. 123, 1º e 3 co., e 147, co. 5, d.lgs. 24 aprile 2006, n. 219, alla stregua del quale è punito con l’arresto fino a un anno e con la multa da quattrocento a mille euro, oltre che con la sospensione temporanea dall’esercizio della professione, colui che, nello svolgere attività di informazione e presentazione di medicinali presso i medici, offra o prometta – ed il medico che solleciti o accetti – « premi, vantaggi pecuniari o in natura ». Constando maggiori elementi costitutivi – e in specie un dolo specifico finalizzato ad agevolare la diffusione di specialità medicinali – i soggetti coinvolti potrebbero rispondere della più grave fattispecie di comparaggio di cui agli artt. 170-172 T.u.l.s. (r.d. 27 luglio 1934, n. 1265), anch’essa eventualmente in concorso con figure di corruzione: cfr. Cass. pen., Sez. 6, n. 34417 del 15/05/2008 Cc. (dep. 28/08/2008), Ced 241083; Cass. pen., Sez. 6, n. 1207 del 26/09/2011 Ud. (dep. 16/01/2012), in Ced 251556. Cfr. E. La Rosa, La Cassazione interviene sui rapporti tra corruzione e comparaggio, in Dir. pen. proc., 2008, 1434 ss.
60) V. ad es. gli artt. 41 ss. del d.lgs. 200/2007, dedicati a chi produca, predisponga o presenti, a fini di atti autorizzativi o per pubblicazione, dati non conformi alla realtà, tali da poter incidere sulla valutazione di quanto presentato.
61) Si veda tra le altre, recentissima, la l. 11 gennaio 2018, n. 3, di delega al Governo in materia di sperimentazione clinica di medicinali (e contenente altresì disposizioni per il riordino delle professioni sanitarie e per la dirigenza sanitaria del Ministero della salute). V. poi, per ampi riferimenti, F. Giunta, Sperimentazione clinica, in F.Giunta (cur.), Diritto penale, Milano, 2008, 916 ss., spec. 928.
62) Indagine conoscitiva relativa ai vaccini per uso umano, allegata al Bollettino n. 18/2016 del 30/05/2016, della AGCM.
63) G. Pitruzzella - L. Arnaudo, Vaccini, mercati farmaceutici e concorrenza, in una prospettiva (anche) di diritti umani, in questa Rivista, 2017, 1 ss.
64) Tanto che l’indagine è attentamente presa in considerazione in www.vaccinarsi.org/inprimopiano/2016/06/06/vaccini-indagine-antitrust.html.
65) Comunque assai marginale, rispetto a quello relativo al commercio di altri farmaci per malattie per le quali, purtroppo, non abbiamo un vaccino: v. il rapporto OSMED sulla spesa sanitaria 2016, in www.aifa.gov.it.
66) Report AGCM, cit., p. 30.
67) Riguardo al morbillo cfr. ad es. D.N. Durrheim, N.S. Crowcroft, The price of delaying measles eradication, in Lancet Pub Health, 2017, 2(3), e 130 s., e lavori ivi citati. Paradigmatico, altresì: C. Lucioni, S. Ciriminna, P. Di Carlo, S. Mazzi, G. Serra, L. Titone, Il costo sociale del morbillo in età pediatrica. L’epidemia a Palermo nel 1996-97, in PharmacoEconomics - Italian Research Articles 1(1), 1999, 17 ss.
68) Si vedano ad es. gli studi pubblicati nel numero speciale del Journal of Market Access & Health Policy, 3 (2015) - Issue 1.
69) Si fa riferimento all’indagine della Procura di Trani, sollecitata da un medico poi sospeso per sei mesi dall’Ordine di Firenze, in quanto proponeva un “protocollo alternativo” per la cura dell’autismo privo di ogni supporto scientifico (v. qui di seguito l’intervento di A.Panti). Per un riepilogo giornalistico di queste vicende C.Del Frate, « Non c’è nesso tra autismo e vaccini » Archiviata l’inchiesta dei pm di Trani, in www.corriere.it., 10 novembre 2017; M. Bocci, Firenze, per curare l’autismo prescrive integratori medico sospeso, in www.firenze.repubblica.it, 14 giugno 2017. Di un’indagine dell’AIFA, e della magistratura, invece sollecitate da Codacons, e subito abortite (e di una successiva denuncia del Ministero della Salute nei confronti della stessa Codacons) si dà notizia in Il ministero della Salute ha denunciato il Codacons per procurato allarme sui vaccini, in www.ilpost.it, 5 dicembre 2017.
70) Potendo porsi in contraddizione, ad es., con gli artt. 1, 1º co. (« il comportamento del medico, anche al di fuori dell’esercizio della professione, deve essere consono al decoro e alla dignità della stessa »), 5 (esercizio dell’attività professionale attenendosi alle conoscenze scientifiche, senza soggiacere a suggestioni di qualsiasi natura), 54, 3º co. (« il medico che partecipi a iniziative di educazione alla salute, su temi corrispondenti alle sue conoscenze e competenze, deve garantire, indipendentemente dal mezzo impiegato, informazioni scientificamente rigorose, obbiettive, prudenti (che non producano timori infondati [...]) »), 57 1º co. (« il rapporto tra i medici deve ispirarsi ai principi del reciproco rispetto e della considerazione della rispettiva attività professionale ») del Codice Deontologico. V., qui di seguito, il contributo di A. Panti. Si v. altresì L. Baratta, Medici che odiano i vaccini, ecco chi sono, in www. linkiesta.it, 28 gennaio 2017.
71) Potendo consistere, il pericolo per l’ordine pubblico, ne « l’insorgere di un concreto ed effettivo stato di minaccia per l’ordine legale mediante mezzi illegali idonei a scuoterlo » (Corte cost., 16 marzo 1962, n. 19), che nel caso di specie potrebbe ritenersi aggravato da un pregiudizio potenziale per la salute collettiva, o comunque dall’indubbia e constatabile idoneità a procurare « un diffuso turbamento (apprensione, eccitazione, sfiducia) suscettibile di riflettersi sull’ordine pubblico » (Cass., Sez. 6, 14 febbraio 1975, n. 1569, in Ced 129275).
72) Sebbene sia studiato l’impatto di movimenti antivaccinisti sull’insorgere di focolai epidemici (ad es. E.J. Gangarosa, A.M. Galazka, C.R. Wolfe, L.M. Phillips, R.E. Gangarosa, E. Miller, R.T. Chen, Impact of anti-vaccine movements on pertussis control: the untold story, in Lancet, 1998, 356; S. Hahné, J. Macey, R. van Binnendijk, R. Kohl, S. Dolman, Y. van der Veen, G. Tipples, H. Ruijs, T. Mazzulli, A. Timen, A. van Loon, H. de Melker, Rubella outbreak in the Netherlands, 2004-2005: high burden of congenital infection and spread to Canada, in Pediatr Infect Dis J., 2009, 795 ss.), i soggetti che svolgono attività di promozione in tal senso, per ciò solo non potrebbero rispondere del reato di “epidemia”, che pretende precise modalità dell’azione (v. supra nel testo).
73) Cfr., in rapporto al caso “Stamina”, Cass., Sez.II, 20 novembre 2015, n. 46121, in www.penalecontemporaneo.it, 5 maggio 2016, con nota di M. Domenighini. Per un’indagine (stando ai giornali) per truffa attualmente in corso nei confronti di un ricercatore “antivaccinista”: Modena, blitz della Finanza dal dottore no-vax « Accusato di truffa », in www.gazzettadimodena.gelocal.it, 23 febbraio 2018.
74) Oltre a quanto già citato supra, nt.30, si veda anche Comitato Nazionale di Bioetica, Conflitti d’interessi nella ricerca biomedica e nella pratica clinica, 9 giugno 2006.
75) Cfr. S. Di Grazia, I furbetti dell’antivaccinismo, in www. medbunker.blogspot.it, 18 settembre 2017.

References: sentenza 
 sentenza 
 art.40
 art. 77
 art. 1
 art. 570
 art. 452
 art. 40
 art. 47
 art. 570
 sentenza 
 art. 5
 art. 2043
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 650
 art. 438
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.