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Timestamp: 2020-08-08 09:40:00+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 8237 del 30/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8237 del 30/03/2017
Cassazione civile, sez. VI, 30/03/2017, (ud. 21/02/2017, dep.30/03/2017), n. 8237
sul ricorso 7541-2016 proposto da:
avverso la sentenza n. 4766/6/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
REGIONALE del LAZIO, depositata il 14/09/2015;
C.G. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi avverso la sentenza, indicata in epigrafe, con la quale la C.T.R. del Lazio ha confermato la decisione di primo grado, di rigetto del ricorso proposto dal contribuente avverso l’avviso di rettifica relativo ad IVA per l’anno 2006 emesso dall’Ufficio delle Dogane di Roma relativo per l’irregolare introduzione di merce.
Preliminarmente il Collegio ritiene di non condividere i dubbi di legittimità costituzionale dell’art. 380 bis c.p.c. sollevati dal controricorrente in memoria. E’ già stato, condivisibilmente, statuito (cfr. Cass. del 10.1.2017 n. 395), che “è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale – sollevata in riferimento all’art. 24 Cost. – dell’art. 380-bis c.p.c. (nel testo introdotto dal D.L. n. 168 del 2016, conv., con modif., dalla L. n. 197 del 2016), costituendo non irragionevole esercizio del potere legislativo di conformazione degli istituti processuali la scelta di assicurare un contraddittorio solo cartolare alla decisione, in sede di legittimità, di questioni prive di rilievo nomofilattico, all’esito di una mera proposta di trattazione camerale da parte del consigliere relatore che, in quanto semplice ipotesi di esito decisorio, non è vincolante per il collegio, il quale, pertanto, ove intenda porre a base della decisione una questione rilevata d’ufficio, può ripristinare l’interlocuzione delle parti secondo il paradigma dell’art. 384 c.p.c., comma 3, deponendo in tal senso una interpretazione costituzionalmente e convenzionalmente orientata dello stesso art. 380-bis c.p.c.”.
La censura, oltre che carente in autosufficienza, è inammissibile laddove, deducendo, nella sostanza, un’omessa pronuncia su motivo di appello, il mezzo avrebbe dovuto essere proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 (cfr. Cass. Sez. un. 8053/2014). In ogni caso, la censura, in punto della dedotta violazione di legge, e manifestamente infondata, avendo questa Corte ripetutamente chiarito che la L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 7, comma 1, nel prevedere che debba essere allegato all’atto dell’Amministrazione finanziaria ogni documento richiamato nella motivazione di esso, non trova applicazione per gli atti di cui il contribuente abbia già avuto integrale e legale conoscenza per effetto di precedente comunicazione (cfr. ex plurimis, Cass. n. 407/2015). Peraltro, la C.T.R. ha accertato che gli atti allegati, contenenti le risultanze delle indagini eseguite, avevano ricostruito integralmente la vicenda posta a base della pretesa fiscale in tal modo ritenendo, con accertamento di fatto non contestato dalla parte ricorrente, la piena idoneità dell’atto ad assolvere la funzione di conoscenza degli elementi indicati dall’ufficio a sostegno della richiesta impositiva.
Con il terzo motivo si deduce, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione ed errata applicazione degli artt. 201, 202, 203 e 213 codice doganale comunitario. La C.T.R., muovendo dall’errato presupposto che il C. fosse rappresentante legale della società Mastrodomenico – non risultando tale circostanza dagli atti – deduce che la C.T.R. aveva richiamato, a sostegno della decisione, una documentazione generica e vaga, comunque inidonea a spiegare il legame fra il C. e la society coinvolta nell’esportazione. Malgrado l’assenza di elementi chiari la C.T.R., con decisione del tutto illogica, aveva ritenuto che il C. fosse debitore doganale. E poichè la normativa doganale richiedeva, per la ricorrenza della qualifica di debitore solidale, che il soggetto avesse fornito un contributo all’attivita di importazione della merce, la C.T.R. si era astenuta dall’indicare gli elementi che l’avevano condotta a ritenere la responsabilita del C. per l’importazione. Peraltro, agli atti non era emersa la prova della diretta gestione della Mastrodomenico da parte del C. ne erano state dimostrati elementi di presunzione gravi, precisi e concordanti.
Ed infatti, questa Corte, in linea con la giurisprudenza della Corte di giustizia – v. Corte giust.17 novembre 2011, causa C-454/10-, e ferma nel ritenere che in tema di dazi all’importazione, l’art. 202, comma 3 codice doganale comunitario di cui al Reg. (CEE) 12 ottobre 1992, n. 2913/92, applicabile “ratione temporis”, qualifica come debitori per l’obbligazione doganale sorta in seguito all’irregolare introduzione di merce in ambito comunitario, oltre a colui o coloro che vi hanno proceduto anche le persone che ad essa hanno partecipato “sapendo o dovendo, secondo ragione, sapere che essa era irregolare”, con la conseguenza che tali soggetti rispondono, solidalmente con questi, dell’obbligazione doganale, quando si possa ragionevolmente presumere che sapessero o dovessero ragionevolmente sapere che l’introduzione era irregolare – cfr. Cass. n. 11181/2010; Cass. n. 5159/2013 -.
Orbene, nel caso di specie la CTR ha specificamente collegato la responsabilita del C. all’operazione doganale, individuandolo come soggetto direttamente coinvolto nell’organizzazione transnazionale che, utilizzando società di comodo, importava merci dalla Cina dichiarandone un valore nettamente inferiore a quello reale, realizzando poi i pagamenti effettivi attraverso altre società dislocate in Cina. Ha poi specificamente indicato gli elementi dai quali ha tratto il convincimento che il C. fosse impegnato nella gestione della societa di comodo che aveva effettuato l’importazione.
Nel far ciò, pertanto, la C.T.R. non e incorsa nella prospettata violazione di legge, ne ha male applicato la disciplina in tema di presunzioni. Ed e appena il caso di aggiungere che spetta al giudice del merito apprezzare l’efficacia sintomatica dei singoli fatti noti, che debbono essere valutati non solo analiticamente, ma anche nella loro globalita all’esito di un giudizio di sintesi, non censurabile in sede di legittimità se sorretto da adeguata e corretta motivazione sotto il profilo logico e giuridico. (cfr. Cass. n. 22801/2014).
Ora, nel caso di specie la parte ricorrente disconosce la valenza indiziaria degli elementi esaminati dalla CTR e vorrebbe che questa Corte si sostituisse al giudice di merito nell’apprezzamento della valenza indiziaria dei fatti, senza avvedersi che siffatta attività trascende dal sindacato riservato al giudice di legittimità quando il giudice di merito ha dapprima analiticamente selezionato gli elementi riconosciuti dotati di potenziale efficacia probatoria ed ha successivamente vagliato complessivamente tutte le emergenze precedentemente isolate. Certo, il sindacato di questa Corte sulla violazione di legge di cui all’art. 2729 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 permane nell’ipotesi in cui il giudice di merito abbia direttamente violato la norma in questione, deliberando che il ragionamento presuntivo possa basarsi su indizi che non siano gravi, precisi e concordanti. E parimenti questa Corte deve valutare se il giudice di merito abbia fondato la presunzione su indizi privi di gravità, precisione e concordanza sussumendo, cioe, sotto la previsione dell’art. 2729 c.c., fatti privi dei caratteri legali e incorrendo, quindi, in una falsa applicazione della norma, esattamente assunta nella enunciazione della “fattispecie astratta”, ma erroneamente applicata alla “fattispecie concreta” – cfr. Cass. S.U. n. 8054/2014 -. Ma nel caso di specie gli elementi valorizzati dal giudice di merito, dai quali la CTR ha tratto il convincimento che la singola operazione di importazione realizzata da società di comodo controllate anche dal C., escludono il prospettato vizio, proprio perche la CTR ha agganciato al compendio indiziario relativo alla partecipazione del ricorrente all’associazione criminosa la diretta responsabilità nell’operazione posta in essere proprio in forza dei principi giurisprudenziali sopra richiamati in ordine alla responsabilità in ambito doganale (cfr. Cass. n. 23537/2016 in fattispecie analoga tra le stesse parti).
Rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in favore dell’Agenzia delle entrate in Euro 1000,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

References: Sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 380
 Cass. Sez. 
 art. 7
 Cass. 
 art. 360
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.