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Timestamp: 2019-09-15 20:44:36+00:00

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Andrea Furcht al convegno di Torino del 15/01/05 - Associazione Rientrodolce - per un ritorno dolce a due miliardi di persone
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Andrea Furcht al convegno di Torino del 15/01/05
Intervento di Andrea Furcht al convegno sulla sovrappopolazione di Torino del 15/01/05
Le premesse demografiche
Questo intervento[1] è concepito come premessa alla discussione della relazione tra risorse e popolazione: comprendere quale sia la situazione, come – e perché – ci si sia arrivati, e quali sono gli sviluppi futuri previsti è infatti fondamentale per il dibattito. Tenterò anche di gettare luce sui principali meccanismi demografici, non sempre ovvi, che condizionano la dinamica della popolazione. Seguono poi alcune considerazioni finali di carattere più generale.
1 – La situazione
La prima domanda che è istintivo porre a un demografo è: “Quanti siamo?”. Per i più pigri di noi (demografi), oppure per chi non ha sottomano uno specialista da interrogare, sono stati inventati i Population clocks[2] {20}[3]; grazie al web, non è necessario sforzarsi calcolare di quanto l’umanità si accresca per unità di tempo: poco più di due persone aggiuntive al secondo, che diventano già un jet pieno di passeggeri al minuto, o due grandi stadi al giorno[4]. Il tasso di fecondità totale è pari a 2,8[5]; la speranza di vita alla nascita invece a 65 anni per gli uomini e 69 per le donne. Il tasso di incremento[6] del 13‰, se restasse invariato, porterebbe ad un raddoppio della popolazione in 53 anni.
I dati mondiali mascherano però situazioni molto differenti: nei paesi ricchi si muore (ma anche si nasce) meno[7]. In realtà il legame con l’alta natalità (cfr. nota 11) non è riconducibile tanto al reddito, quanto alla dimensione tradizionalismo/modernità: per rendersene conto, si confrontino i dati sulla fecondità di società ricche ma arcaiche quali Arabia saudita o Kuwait con quelli dei paesi dell’ex-Unione sovietica, relativamente poveri ma vicini ai PSA dal punto di vista culturale.
Per capire meglio a cosa si debba questo stato di cose, occorre risalire al passato, partendo anzitutto dalla spaventosa progressione della popolazione mondiale negli ultimi due secoli [{1}, {19}, {10} p.5, {18} p.11 (3/22) e, con grande impatto visivo, {13} e {14}].
Fig.1 – Evoluzione storica della popolazione mondiale, da {13}
2 – La popolazione nel passato
Con la locuzione “transizione demografica”[8] si designa il passaggio dal regime antico di alti flussi (molte nascite per donna, e morte precoce) a quello moderno, caratterizzato da poche nascite e poche morti in proporzione alla popolazione: i paesi europei hanno cominciato a sperimentare questa trasformazione quasi contemporaneamente alla rivoluzione industriale.
Nel corso di questo processo, normalmente[9] prima scende la mortalità e solo in seguito, superando resistenze anche culturali, declinano fecondità e infine (conseguentemente, ma non contemporaneamente) nascite[10]. Nel frattempo si registra una divaricazione tra tasso generico di natalità[11] e di mortalità[12], in precedenza assai vicini nel lungo periodo: la popolazione quindi si accresce notevolmente, in funzione anche dell’ampiezza e della durata temporale di questo divario. Solo nell’ultima fase, successivamente al calo della fecondità, i due tassi generici tendono a riavvicinarsi: vedi la fig.2 e {3} p.3. Nel frattempo il calo delle nascite, unito ad un aumento della longevità, produce l’invecchiamento della popolazione[13]; sul perché sia usuale scendano prima la fecondità e poi le nascite, cfr. il §4, punto 4.
(natalità e mortalità nella medesima scala; popolazione in ordine di grandezza non comparabile)
Fig.2 – La transizione demografica, da {7}
Possiamo interpretare la T.D. seguendo approcci diversi ma tra loro complementari, rispettivamente sociologico, economico e sistemico:
valori: la T.D. è espressione culturale della secolarizzazione – sia essa considerata un fenomeno degenerativo rispetto alla morale tradizionale, o sia essa vista con favore come tappa di emancipazione;
convenienza individuale: con la crescita della presenza (e della retribuzione) femminile sul mercato del lavoro, fare figli diventa un investimento sempre più costoso[14]; nello stesso senso vanno la scomparsa della domanda di lavoro poco qualificato svolto dai bambini in attività tradizionali perlopiù legate all’economia familiare (mansioni domestiche, accudire piccoli animali, lavori nei campi), l’allungamento dell’obbligo scolastico (spesso accompagnato dal divieto del lavoro minorile), l’elevarsi dello status dell’infanzia – e con esso, degli standard di mantenimento. D’altra parte l’esistenza di sistemi previdenziali, specie pensionistici, rende superfluo generare molti figli per garantirsi un reddito in vecchiaia; più in generale, molti servizi precedentemente garantiti dalla famiglia possono venire reperiti sul mercato (il tema è trattato molto bene in {4, cap.III});
autoregolazione: l’aumento causato dalla caduta della mortalità non è sopportabile per il regime demografico; scattano quindi dei meccanismi di compensazione, che portano anche la fecondità ad abbassarsi. In questo senso, norme morali e cultura possono essere viste come funzionali al mantenimento di equilibri necessari alla sopravvivenza delle popolazioni: la sfera familiare così come quella sessuale dovrebbero allora la propria preminenza morale al ruolo cruciale della riproduzione nel perpetuarsi dei gruppi umani, che non possono permettersi una natalità né eccessivamente elevata né troppo ridotta rispetto ai decessi; naturalmente la diminuzione della mortalità viene di norma accettata senza resistenze, mentre l’adeguamento dei comportamenti relativi alla fecondità richiede tempo e un faticoso adeguamento culturale.
3 – La crescita demografica del terzo mondo
Nei paesi più arretrati[15] la medicina occidentale è stata importata a uno stadio già avanzato, ed ha abbassato drasticamente la mortalità, specie infantile. La compresenza di una fortissima natalità ha prodotto per qualche decennio tassi di incremento assai elevati; negli ultimi cinquanta anni i PVS hanno però sperimentato cospicue riduzioni nella fecondità, in media da sei a tre figli per donna[16].
Questa dinamica ha inoltre provocato un imponente cambiamento della composizione della popolazione mondiale, dal momento che i paesi a sviluppo avanzato (PSA) sono cresciuti assai meno:
Tab.2 - Composizione della popolazione mondiale, riepilogo e previsione al 2050[17]
4 – Alcune considerazioni tecniche
La prima riguarda il tasso di incremento annuo della popolazione: se resta costante, genera una crescita[18] esponenziale che ha una forza incontenibile sul lungo periodo, anche con r piuttosto bassi[19]: è quindi difficile che un tasso di incremento permanga invariato molto a lungo. Dalla rivoluzione industriale in poi, lo sviluppo demografico dell’umanità è tuttavia stato vicino proprio al modello della crescita esponenziale, con incrementi nell’ordine di un miliardo di persone sempre più ravvicinati[20]. Solo negli ultimi decenni il tasso di incremento[21] ha cominciato a declinare, pur restando ampiamente positivo: ma a un tasso di incremento declinante possono corrispondere incrementi annuali assoluti[22] crescenti[23], perché la base di riferimento si allarga; il fatto che gli incrementi assoluti annuali comincino a diminuire, pur restando positivi, si traduce visivamente nel fatto che la curva dell’ammontare della popolazione da concava diventi convessa verso l’alto[24].
Un aspetto molto importante è poi la struttura delle diverse popolazioni rappresentata dalla piramide per età [25]; benché la popolazione possa essere studiata anche secondo altre caratteristiche (stato civile, titolo di studio, sesso, localizzazione geografica, urbanizzazione, reddito etc.), l’età è decisiva in pressoché tutti gli eventi basilari dal punto di vista demografico, decessi e nascite anzitutto. L’andamento dei rispettivi tassi generici in una popolazione risulta quindi dalla combinazione tra struttura e propensione per età a subire un certo fenomeno.
Questa propensione a subire certi eventi, viene colta dai tassi specifici per età[26]. Così si ottiene una descrizione del comportamento medio dei singoli appartenenti ad una popolazione, senza la mediazione della struttura per età[27].
Il fatto che i tassi generici diano informazioni in un certo senso “di superficie” sugli andamenti demografici, fa sì che anche il tasso di incremento[28] abbia scarso valore strutturale[29]; una popolazione può infatti avere ancora un r quasi nullo invece anche se il livello di fecondità farebbe attendere un decremento spiccato: questo accade perché la struttura per età, pur non giovane, ha le classi più anziane – che non si riproducono più[30] – relativamente sottorappresentate. Quando le generazioni più numerose raggiungeranno le età più avanzate, i decessi aumenteranno e si avrà una discesa accentuata nel totale della popolazione.
Questo si verifica anche nel caso inverso, e anche per altri fenomeni. Prendiamo il caso di una popolazione giovane perché con una storia di alta fecondità. Se d’improvviso questa fecondità[31] scende, il numero assoluto di nascite può continuare ad aumentare perché il contingente di potenziali genitori può crescere per qualche lustro ancora: questo accade perché l’ammontare dei bambini di oggi, destinati a entrare in età riproduttiva dopo la pubertà, è frutto dei comportamenti demografici precedenti. Questo effetto di trascinamento si chiama inerzia demografica (in inglese, population momentum); se ne può misurare l’ampiezza immaginando quale sarebbe l’incremento della popolazione se la combinazione tra fecondità (soprattutto) e mortalità si situasse di colpo a livello di rimpiazzo[32]: una chiara trattazione in {18} pp.18-20 (10-2/22).
5 – Le previsioni al 2050
La divisione demografica delle Nazioni Unite pubblica da decenni[33] sia rapporti approfonditi sullo stato della popolazione mondiale sia previsioni sulle tendenze future. Nel ventaglio di previsioni formulate quella media è di norma ritenuta la più verosimile: nel caso della revisione 2002 {15} si basa sull’ipotesi di continuazione del calo della mortalità, ma soprattutto della fecondità, nei paesi ove essa è più elevata. In particolare, si è presupposto che la fecondità debba convergere verso il livello di sostituzione (vedi nota 32), pur mantenendo qualche differenza regionale: 2,02 figli per donna a livello mondiale, con una differenza per aggregati che spazia da un minimo di 1,84 per l’Europa a un massimo di 2,47 per i paesi meno sviluppati[34]. Le novità della revisione 2002 rispetto alla precedente (2000) consiste nell’aver abbassato di 400 milioni il livello previsto della popolazione al 2050, da 9,3 ad 8,9 miliardi. Questo mancato aumento può ricondursi per metà ad un calo di fecondità più rapido del previsto, e per altri 200 milioni ad un aumento della stima della mortalità dovuta all’AIDS, ritenuta particolarmente elevata fino almeno al 2010.
Eccone una rappresentazione grafica:
Fig.2 – Evoluzione della popolazione 1950-2000 e stime 2000-2050[35]
6– Le popolazione mondiale al 2300
Le Nazioni Unite hanno provato a formulare previsioni di lunghissimo periodo[36]: una mossa azzardata, si trattasse di un lavoro eseguito con la pretesa di fornire indicazioni affidabili; come mostra anche la divergenza tra le varie ipotesi (vedi Fig.3), si tratta in realtà di un’esercitazione teorica, pur con coloriture visionarie. Sebbene le ipotesi di partenza sembrino accettabilmente realistiche e non così lontane una dall’altra nei differenti scenari, il mantenimento di differenze apparentemente non eclatanti[37] su un arco di tempo così prolungato[38] produce esiti incomparabili, a volte paradossali. Anche prescindendo dall’ipotesi di fecondità costante[39], questo è ben visibile con un semplice colpo d’occhio sul grafico dei totali.
Fig.3 – Evoluzione della popolazione al 2300[40]
In ognuno degli scenari il peso dei PSA è destinato a ridursi grandemente[41], e il processo d’invecchiamento a continuare[42].
7– Considerazioni finali
Pensando all’impressionante progressione dell’ammontare della popolazione umana negli ultimi secoli, evidenziata in Fig.1, è inevitabile l’impressione di stare danzando sull’orlo del precipizio: le previsioni di ulteriori incrementi al 2050, e un successivo possibile assestamento, partono in realtà da quest’impennata inaudita, già verificatasi tra XVIII e XX secolo.
È ben vero che il tasso di incremento sta diminuendo, ma – come già ricordato – la popolazione aumenta finché questo resta positivo; giochiamo inoltre con numeri elevatissimi: piccoli scostamenti proporzionali hanno enorme rilievo assoluto, per tacere dell’amplificazione che la dinamica esponenziale produce su differenze anche lievi nel tasso di crescita (è questa la lezione delle previsioni al 2300). Anche se la popolazione mondiale si stabilizzerà, potrebbe dunque farlo a un livello troppo elevato perché non si producano conseguenze nefaste.
Certo, gli avversari della classica visione catastrofista – quella che normalmente si accompagna alle considerazioni che sto facendo – hanno diverse frecce al loro arco:
le campane d’allarme dei maltusiani hanno in passato suonato a sproposito. È da fine Settecento che ci si aspetta il disastro: nel frattempo l’umanità ha raggiunto traguardi grandiosi, specialmente sul piano del benessere; tenore di vita e totale della popolazione hanno marciato trionfalmente fianco a fianco, facendosi beffe delle teorie demografiche. È indubbio che continuare a gridare “al lupo” non giova al prestigio di chi lancia moniti, ma non è detto che quello che non è successo in passato non debba succedere in avvenire. Inoltre, la percezione delle catastrofi dei posteri non è la medesima dei coevi. Noi siamo i sopravvissuti: le tragedie del passato, probabilmente dovute anche all’incremento demografico[43], non evocano in noi alcuna passione.
un’obiezione più raffinata all’ultimo dei miei argomenti (si sono raggiunti livelli così alti che piccoli scostamenti proporzionali sono comunque enormi) è quella che ciò che realmente conta sono le differenze dinamiche, di proporzioni e tassi, e non i numeri assoluti: ad esempio, benché sia vero che una crescita in diminuzione rimane pur sempre una crescita, la pressione che questa esercita è assai minore di quella che si deve ad una crescita con tasso costante o, peggio, in aumento. Vi sono fondamenti solidi per queste argomentazioni, per esempio il fatto che occorre dare tempo ai corpi sociali per adeguarsi al mutamento, che viene percepito come proporzionale[44]; mi pare comunque non sia possibile ignorare anche l’importanza delle questioni legate alle cifre assolute. Ma anche dal punto di vista dei rapporti relativi, si rischia un’ondata di piena insostenibile, prima che la forza dell’incremento demografico possa rifluire.
esiste curiosamente anche una sorta di “catastrofismo popolazionista”, condiviso tra l’altro da molti demografi: indico con quest’espressione un’angoscia per il futuro basata non sul timore dell’esplosione demografica, bensì su quello dell’invecchiamento, conseguenza del declino della fecondità. Si tratta di un timore condivisibile per i PSA[45], e più in generale per i paesi la cui fecondità calerà bruscamente, come è il caso della Cina; ma quest’allarme va ridimensionato sulla base di alcune considerazioni:
a questi contro-catastrofisti si può muovere anzitutto il rimprovero, di sapore lomborghiano, di sottovalutare le possibilità della tecnologia: anzitutto la possibilità che la produttività del lavoro in futuro si elevi talmente da attenuare gli inconvenienti dell’invecchiamento sul piano previdenziale[46]; in secondo luogo, la tecnologia può fare molto per facilitare la vita agli anziani (un esempio tra i molti possibili: la spesa online, destinata se non altro a facilitare l’assistenza a distanza); infine, i prevedibili progressi in campo biomedico, che dovrebbero prolungare la tendenza a prolungare non solo la vita in sé, ma soprattutto quella in soddisfacenti condizioni di salute: così come i sessantenni di oggi non sono più dei vecchi, così potrebbe succedere agli ottantenni del 2050;
non va comunque dimenticato che anche una struttura per età decisamente giovane ha degli inconvenienti, tra i quali la disoccupazione giovanile e la tendenza alla violenza, non collegata solo ai disagi occupazionali[47].
Non si dimentichi che tra le contrapposte posizioni di principio popolazionista (chi auspica l’aumento della popolazione) e restrizionista (chi lo teme), la seconda – ispirata alla filosofia utilitaristica, che assume a criterio etico generale il benessere dei singoli – è tipica delle democrazie liberali. La prima invece è stata spesso appannaggio di regimi assoluti e dittature[48].
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[1] Si tratta di un ampliamento della relazione al convegno Demografia e consumi… quali limiti?, che si è avvalsa della proiezione di grafici e animazioni; solo i primi possono venire richiamati su testo scritto sotto forma di link, disponibili anche alla pagina www.furcht.it/lezioni/sovrap.html. Un elenco più completo in www.furcht.it/lezioni/links.html.
[2] Alle 19 del 22 gennaio 2005, sono 6.418.397.000.
[3] I rimandi alla bibliografia sono racchiusi in parentesi graffe.
[4] {18}, p.14 (6/22); vedi anche {21}.
[5] Abbreviato in TFT, indica quanti figli per genitore (quasi sempre il calcolo è condotto sul sesso femminile) vengono messi al mondo in una collettività, a prescindere dalla possibilità di eventi come morte ed emigrazione. Si tratta di una misura “pura”, che rispecchia la fecondità ad ogni età (è sufficiente considerare l’intervallo fertile, per convenzione nelle età 15-49). Uso l’aggettivo “puro” perché questo indicatore non è influenzato dalla struttura per età: in altre parole, ad una popolazione particolarmente giovane non corrisponde automaticamente un TFT elevato (anche se è spesso così, per legami indiretti), né viceversa ad una anziana un TFT basso. Ciò a dispetto del fatto che in una popolazione giovane le nascite tendano ad essere più numerose, perché tante sono le donne in età fertile: questo si riflette nel tasso generico di natalità (cfr. nota 11), che infatti risente della struttura per età. Con una mortalità ridotta, quale quella che si registra in occidente, sono sufficienti poco più di due figli per donna (convenzionalmente si indica 2,1) per assicurare la sostituzione tra le generazioni: nel 2002, questa cifra sarebbe salita a 2,3 per il globo, e a 3,4 in Mozambico {18}, p. 21 (13/22).
[6] Formula in nota 21.
[7] Vedi {2} per le nazioni in ordine di fecondità, e {12} per dati più completi per nazione.
[8] D’ora in poi abbreviata in “T.D.”.
[9] Unica eccezione di rilievo, la Francia dal XVIII secolo in poi.
[10] I tassi di fecondità misurano la propensione individuale alla riproduzione (salvo un’eccezione che qui trascureremo, il caso ibrido del tasso generico di fecondità f): quelli specifici per età fx, quanti figli in media si mettono al mondo per ogni anno d’età (indicato per convenzione da x; i tassi esistono però anche per quinquennio o altri “tagli”); quello totale (TFT), quanti figli a testa si metterebbero al mondo in tutta la vita se la mortalità non interferisse (il calcolo viene eseguito su un solo sesso, di norma quello femminile). Il numero totale di nati che si registra in un certo anno nella popolazione in oggetto costituisce invece il numeratore del tasso generico di natalità, descritto in nota 11. Il caso della diminuzione della fecondità è quindi quello di un minor numero di figli rispetto a prima, a testa e a parità di età. Vedi anche §4, punto 3.
[11] n = , ove con N si intendano le nascite nell’anno e con P la popolazione media nel medesimo periodo. Il termine natalità è usato solitamente con accezione aggregata, meno specifica di fecondità, che si riferisce al numero di figli messi al mondo pro-capite (cfr. nota 10).
[12] m = , ove con D si intendano i decessi nell’anno e con P la popolazione media nel medesimo periodo.
[13] Inteso ovviamente in senso collettivo (popolazione composta da membri di età media più elevata) e non individuale: l’invecchiamento anagrafico ha sempre lo stesso passo, anche se con il progresso porta normalmente con sé anche una maggior tenuta biologica a parità d’età rispetto alle generazione precedenti.
[14] In termini di quel che gli economisti chiamano “costo-opportunità”, che potremmo semplicemente tradurre come “guadagno perso”.
[15] PVS (paesi in via di sviluppo).
[16] Al §4, punto 3, vedremo come possono coesistere alta natalità, magari anche crescente per qualche tratto, e fecondità decrescente.
[17] Cfr. {15} e {18}, p. 12 (4/22).
[18] Perché ci sia crescita, r deve ovviamente essere positivo: se negativo, la popolazione diminuirà.
[19] Una formula approssimata per i tempi di raddoppio è: 70 diviso l’incremento percentuale. Un tasso del 2% implica quindi un raddoppio in 35 anni circa.
[20] Cfr. {18}, p.11 (3/22); si noti che i miliardi aggiuntivi evidenziati nella figura equivalgono al totale raggiunto in tutta la storia evolutiva dell’homo sapiens nel 1800.
[21] Dato da n-m (cfr. note 11 e 12), se si escludono gli effetti dei movimenti migratori. Più in generale la formula è: . Traducendo: il tasso di incremento relativo al periodo t (di solito, un anno di calendario) è uguale alla proporzione dell’incremento assoluto ∆P(t), verificatosi nel periodo t, rispetto alla popolazione media. Questo incremento (“assoluto” in quanto contrapposto a “relativo” o “proporzionale”: si riferisce quindi al totale di individui aggiuntivi) sarà uguale al “saldo naturale” (nascite meno decessi) più il “saldo migratorio” (immigrati meno emigrati).
[22] Vale a dire, il numero di abitanti che nel corso dell’anno si aggiunge alla popolazione del pianeta.
[23] {17}, p.15 (7/22).
[24] Vedi ad es. {17}, p.11 (3/22): il punto di flesso – quello in cui cambia la convessità/concavità della curva – è proprio all’inizio degli anni ’60, in corrispondenza dell’inizio della diminuzione dell’incremento (cfr. il grafico cui si riferisce la nota 23).
[25] Un esempio in {12}; interessante il confronto tra vari tipi di piramide per età in {17}, pp.4-6 (4-6/24).
[26] I principali sono quelli di mortalità per il decesso, e di fecondità (cfr. nota 10) per la procreazione.
[27] Facciamo un esempio: una nazione ove si è molto longevi potrà comunque avere un alto tasso generico di mortalità se composta quasi esclusivamente di novantenni; il fatto che individualmente si viva a lungo non impedisce che ci sia un elevato numero di decessi rispetto al totale dei presenti. Viceversa, una popolazione può avere un modesto tasso generico di mortalità pur essendo caratterizzata da probabilità di morte elevata ad ogni età: è infatti sufficiente che la popolazione sia giovane, appartenente quindi a fasce d’età nelle quali in ogni caso si muore poco. Non si tratta di uno strambo esempio d’accademia: è questo quanto effettivamente succede oggi nei paesi più poveri, allo stesso tempo molto giovani e con mortalità forte; per questo motivo il tasso di generico di mortalità di diversi paesi africani è molto vicino a quello italiano (vedi ad esempio i dati di Eritrea, Gabon, Ghana, Madagascar, Senegal, Sudan e Togo in {12}).
[28] Se trascuriamo le migrazioni, il tasso di incremento r è dato da r = n – m (cfr. note 11, 12 e 21). Nel seguito di questa esemplificazione resteremo per semplicità nell’ipotesi di assenza di migrazioni.
[29] Ovvero, scarsa capacità descrittiva della tendenza a lungo termine.
[30] Perlomeno sino al tempo presente: non ci è dato sapere cosa ci riservi il futuro in termini di innovazioni scientifiche e sociali.
[31] Cfr. nota 10.
[32] Che corrisponde a una figlia ogni madre, al netto appunto della mortalità: contando quindi che le sopravviventi dovranno riprodursi anche per chi scompare prima del termine dell’età feconda.
[33] Dal 1951, per l’esattezza; per qualche raffronto cfr.{16}, p.29 (40/49).
[34] La fecondità di tre quarti dei PVS dovrebbe raggiungere entro il 2050 il livello di rimpiazzo..Vedi {7}pp.1-4 (16-8/36), 7-9 (21-3/36) e 18-9 (32-3/36).
[35] Vedi anche {14}.
[36] Per il rapporto integrale vedi {16}; un breve commento anche nella pagina web {11}.
[37] Il lavoro parte dal 2050, riagganciandosi agli scenari a medio termine discussi nel §5. Lo scenario medio ipotizza una fecondità al 2050 sotto il livello di sostituzione, che viene poi raggiunto dopo 100 anni; quello alto presuppone un quarto di figlio a donna (la misura di riferimento è il TFT, vedi nota 5) in più che il medio, quello basso un quarto di figlio a donna in meno; le assunzioni su migrazioni (nessuna migrazione netta) e mortalità (allungamento costante della speranza di vita) sono invece comuni ai tre scenari. Una parola sulla IVª variante, detta zero-growth, assai vicina a quella media: qui si ipotizza una fecondità tale che a partire dal 2050 in ogni popolazione le nascite bilancino i decessi.
[38] Il fatto stesso che un determinato livello di fecondità venga mantenuto costante per lunghissimi periodi è di per sé improbabile: ma si tratta anche dell’ipotesi più naturale per previsioni così a lungo raggio. L’imprevisto, e anche la naturale fluttuazione dei comportamenti, vengono così esclusi dalle possibilità contemplate: un difetto insito anche nelle costruzioni utopistiche, rese irrealistiche anche dal loro nitore costruttivo.
[39] Se rimanesse ai livelli del 1995/2000, al 2300 la Terra avrebbe 133.592 miliardi di abitanti [cfr. {16} p.9 (20/49)]: questo significa che la fecondità nel mondo deve in ogni caso scendere.
[40] L’immagine è tratta da {5}.
[41] {16}p.9-11 (20-22/49).
[42] Nello scenario medio gli ultraottantenni passano a livello mondiale dal 2% del 2000 al 17% del 2300, superando il gruppo d’età più giovane (0-14 anni) che passa dal 30% al 16% − cfr. {16}p.23-6 (34-7/49).
[43] Che la colpa delle catastrofi fosse dell’aumento della popolazione può tuttavia dirsi con maggiore attendibilità prima che la rivoluzione industriale cambiasse le carte in tavola, grazie anche alla poderosa spinta del progresso culturale e tecnologico.
[44] Il punto di vista maltusiano ha normalmente molta attenzione ai livelli statici, per esempio alle risorse che possono esaurirsi, benché il livello disponibile di queste sia in verità una combinazione tra un massimo fisico e fattori socioeconomici legati a tecnologia e costi di produzione ed utilizzo. Un’approfondita discussione di questi aspetti, condotta dal punto di vista antimaltusiano, in {9}.
[45] Ove il fenomeno è particolarmente evidente, e destinata oltretutto ad accentuarsi ulteriormente negli anni a venire.
[46] La domanda “Chi pagherà le nostre pensioni?” è la prima tra quelle ispirate dal timore dell’invecchiamento.
[47] Una discussione sulla questione in {6}, §1.1.
[48] Anche su questo cfr. {6}, §1.1.

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