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Timestamp: 2020-03-28 09:14:16+00:00

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Art. 1325 codice civile - Indicazione dei requisiti - Brocardi.it
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Articolo 1325 Codice civile
Dispositivo dell'art. 1325 Codice civile
Fonti → Codice civile → LIBRO QUARTO - Delle obbligazioni → Titolo II - Dei contratti in generale → Capo II - Dei requisiti del contratto
I requisiti (1) del contratto sono:
1) l'accordo delle parti [1326] (2);
2) la causa [1343] (3);
3) l'oggetto [1346];
4) la forma, quando risulta che è prescritta dalla legge sotto pena di nullità [1350, 1352] (4).
(1) Si tratta dei requisiti essenziali che si contrappongono agli elementi accidentali del negozio: questi possono anche mancare senza che ciò infici la validità del contratto ma, se presenti, devono rispettare la disciplina della legge.
(2) Il patto deve coprire l'intero programma negoziale, cioè le parti devono concordare su ogni aspetto perchè si possa parlare di contratto.
(3) Secondo le teorie più recenti la causa deve essere intesa come causa in concreto, cioè quale funzione economica e sociale che le parti vogliono realizzare con il contratto. Anche così intesa, tuttavia, essa deve essere distinta dalle finalità personali delle parti, che si identificano nei motivi e che, normalmente, non trovano ingresso nel contratto. Uno degli strumenti che le parti hanno a disposizione per consentire ai motivi di assumere rilevanza nel contratto è la condizione (1353 ss. c.c.).
(4) La forma rappresenta il modo in cui si manifesta la volontà. Dalla formulazione della norma si ricava il principio di libertà delle forme: le parti possono scegliere la forma che prediligono per concludere il contratto se la legge non ne impone una particolare (1350 ss. c.c.).
Non ogni manifestazione di volontà delle parti, seppur consensuale, può essere considerata un contratto: affinchè ciò accada essa deve avere dei requisiti minimi, posti a tutela a volte di una parte altre volte, in generale, della certezza dei traffici giuridici.
“ Causa stipulandi ”
Ragione della stipulazione
“ Essentialia negotii ”
Elementi essenziali del negozio
“ In idem placitum consensus ”
Consenso (pacifico) sul medesimo punto
“ Quoad effectum ”
Ai fini dell'effetto (da raggiungere)
Spiegazione dell'art. 1325 Codice civile
Importanza giuridica dei requisiti indicati nell'art. 1325
L'essenzialità dei requisiti del contratto indicati nell'articolo 1325, per quanto non espressamente dichiarata, come lo era nell'art. #1104# del codice del 1865, si desume dal secondo comma dell'articolo 1418, ove si commina la nullità del contratto che sia mancante degli elementi predetti.
Questa essenzialità concerne il requisito della forma solo quando questa ha carattere costitutivo; si può riferire anche alla causa, perché il concetto di causa non viene meno nemmeno nei
c. d. negozi astratti, e comunque perché il nostro ordinamento giuridico non conosce negozi contrattuali astratti: i titoli di credito racchiudono una promessa che ha base in un negozio unilaterale; la ces­sione di crediti (da qualcuno considerata come contratto astratto) in realtà è un negozio causale; e causale è anche la delegazione pura, la cui caratteristica plurilaterale oggi conduce verso il terreno del contratto a motivo del significato a questo attribuito dall'art. 1321 (v. supra, sub art. 1321, n. 3): in essa, l'indipendenza del rapporto finale dai due concreti rapporti base non ha nulla da vedere col fenomeno dell'astrazione.
L’accordo come requisito essenziale del contratto; limitata rilevanza della volontà
Al posto del «consenso dei contraenti», richiesto nel corrispondente art. #1104# del codice abrogato, nell'art. 1325 del codice nuovo si fa cenno dell'«accordo delle parti».
La sostituzione è stata ritenuta come inopportuno abbandono di una terminologia tradizionale, mentre corrisponde ai criteri che il nuovo codice ha seguito in tema di divergenza fra dichiarazione e volontà. Questa divergenza si supera facendo prevalere il significato della dichiarazione, sul quale avrebbe potuto di buona fede contare il destinatario di essa (art. 1362). Ora, in un sistema siffatto, il contratto può risultare dal convergere delle dichiarazioni, non dal convergere delle volontà e, se è vero che «accordo delle parti» fu già usato in sinonimia con «consenso dei contraenti», dovrà convenirsi che la prima dizione è più consona alla direttiva posta dal nuovo codice sull'argomento, perché con la parola «accordo» si dà più netto il riferimento ad un volere che ha effetto per ciò che esso esprime, mentre il consenso, fin dal suo significato etimologico (cum-sentire), vuol soprattutto aver riguardo a ciò che il volere è, nell'intimo del soggetto. Il richiamo del consenso come requisito essenziale del contratto avrebbe, d'altra parte, condotto ad affermare che la volontà ne è imprescindibile elemento costitutivo, mentre il sistema del codice indirizza a notevoli attenuazioni.
Per quel che concerne la volontà del contenuto della dichiarazione è d'uopo infatti rilevare che la regola di interpretazione già citata, secondo cui la comune intenzione delle parti si desume dalla valutazione complessiva del loro comportamento (art. 1362) considera rilevante l'apparenza della manifestazione anche se questa non corrisponde all'intento che doveva esprimere o è in contrasto con tale intento. Quanto poi alla volontà della dichiarazione, importanti attenuazioni al dogma della sua essenzialità vengono apportate dagli articoli 428, 775 e 1433, i quali fanno consistere nell'annullaliilità e non nella nullità la sanzione che colpisce il contratto concluso dall'incapace naturale, e quello affetto da errore nella dichiarazione o nella trasmissione della dichiarazione: il contratto concluso dall'incapace naturale o affetto da errore non è sorretto da alcuna volontà, ma tuttavia entrambi sono suscettibili di produrre effetti come ogni contratto ricollegantesi ad una volontà psicologicamente reale o esente da vizi, se l'incapacità o l'errore non viene fatto valere o non possa farsi valere.
E’ d'uopo rilevare che nel sistema degli articoli 1362, 428, 775 e 1433 si dà efficacia al contratto nonostante la mancanza di volontà di un contraente, a tutela delle legittime aspettative dell'altro, fondate sull'apparenza del contegno della controparte, e che nell'art. 428 si pone la malafede del terzo quale presupposto di opponibilità dell'assenza di volere, perché si considera che il terzo, a conoscenza dell'incapacita naturale, non abbia fondato alcuna aspettativa degna di tutela sul contratto concluso. Ciò vuol dire che la mancanza di volontà, non può opporsi a pregiudizio del terzo che abbia costituito legittime situazioni fondandosi sull'ignoranza dell'effettivo volere della controparte o sull'incapacità naturale della stessa. In tale condizione non si trova qui certat de lucro captando; epperò, nell'art. 775, l'atto gratuito compiuto da chi è in stato di incapacità naturale, è impugnabile nell'interesse dell'incapace, indipendentemente dalla situazione di conoscenza che il terzo abbia avuto di tale incapacità.
Che l'importanza della volontà come requisito del contratto non debba valutarsi con rigore, si desume dall'ulteriore riflesso che il termine della prescrizione per le azioni ex articoli 428 e 775 non è sospeso per tutto il tempo in cui dura l'incapacità del soggetto, in modo che, decorsi cinque anni dal compimento dell'atto, per quanto duri l'incapacità naturale del contraente, e per quanto, a causa della permanenza di questa incapacità, non abbia potuto esprimersi nemmeno una volontà diretta alla sanatoria dell'atto, questo acquista certezza di effetti e vive la sua vita giuridica come un atto formato da persona capace (articoli 428, 775, 1442).
La causa come elemento del contratto
E’ stato conservato l'elemento della causa fra i requisiti del contratto, perché si è ritenuto che ciò fosse conforme, oltrechè alla nostra tradizione, anche ad una concreta necessità giuridica.
Prima che su un'esigenza giuridica, l'imprescindibilità del requisito della causa nel contratto ha però radice su un argomento logico, non potendosi concepire un atto che non sia giustificato da uno scopo. Ma, posta l'inscindibilità di ogni atto umano da una causa, non ne deriva che questa debba considerarsi soltanto come elemento di fatto sul quale si asside la nozione di contratto, perché rimane sempre da vedere se la causa logicamente idonea a concretare l'atto, sia ugualmente idonea a determinare la tutela della legge. Non ogni causa logica ha, in sostanza, il valore di causa; la distinzione riposa sulla impossibilità di porre a base della nozione giuridica di causa una concezione subiettiva, che è invece compatibile con la sua nozione logica.
Del resto, il requisito della causa quale elemento costitutivo del contratto non manca di importanza pratica. Ha chiara rilevanza nei contratti innominati, perché ne fa intendere la liceità; consente cioè di riscontrare se essi hanno un contenuto socialmente utile e se quindi l'ordinamento giuridico può assumerne la tutela. Ma la causa ha una utile funzione anche nei contratti nominati, soprattutto perché, ad evitare che il richiamo ad una causa tipica sia puramente formale, è sempre necessaria l'indagine sullo scopo economico-sociale che in concreto è stato preso in considerazione dalle parti, al fine di constatare, quando esso non corrisponda ad un tipo configurato in astratto, se l'ordinamento giuridico possa ciò non pertanto conferirgli tutela.
E’ da questo aspetto che la causa ha valore di limite all'autonomia contrattuale (supra, sub art. 1322, nn. 3 e 4); ma ha inoltre valore decisivo dell'interpretazione, nei casi in cui le parti abbiano dato al contratto una denominazione giuridica inesatta; in materia di conversione, l'identificazione della funzione economica alla quale il contratto deve servire, è poi indispensabile al giudice per l'individuazione della disciplina alla quale il contratto deve ritenersi soggetto. La funzione utile del negozio determina la struttura del suo contenuto; e nel contempo integra la struttura stessa costituendone elemento indipendente da tutti gli altri. La causa infatti non si può confondere con l'oggetto, che consiste nella prestazione promessa o nel bene al quale si riferisce la disposizione e sta quindi al di fuori dello scopo economico obiettivo al quale la prestazione mira; non si può confondere con la volontà, che non di rado guida a scopi individuali diversi e distinti da quelli riconosciuti dalla legge; non si può infine confondere col negozio, perché concorre a costituirlo ma non ne assorbe tutti i requisiti, e piuttosto consente la individuazione del suo tipo.
Eliminato nel nuovo codice il doppio accenno ad una causa dell'obbligazione e ad una causa del contratto, che si rinveniva negli articoli #1119# e #1120# di quello abrogato, e che aveva dato luogo a gravi discussioni sulla legittimità dell'estremo della causa nel contratto; non riprodotta nell'art. 1325 la dizione causa lecita per obbligarsi che era nell'art. #1104# del codice abrogato, l'elemento della causa come requisito del contratto è rimasto affermato in modo non equivoco. Ed è rimasto affermato anche in modo imperativo, perché non persuade l'assunto di coloro i quali, nella elencazione degli elementi del contratto fatta dal codice scorgono un'enunciazione dottrinale che non impegna l'interprete: contro questa opinione è decisiva la connessione esistente fra l’art. 1325 e l’art. 1418, dove si commina la nullità del contratto anche per la mancanza del requisito della causa.
II dissidio fra causalisti e anticausalisti viene perciò sanato sul terreno del diritto positivo nel senso favorevole ai primi, rimanendo smentito anche l'assunto di coloro i quali ritennero di sostenere che il codice, anziché ad una causa del contratto intende alludere a una causa dell' obbligazione o a una causa dell' attribuzione. Causa dell'obbligazione sarebbe la ragione giustificativa dell'obbligazione stessa; causa dell'attribuzione lo scopo obiettivo che si vuol raggiungere mediante l'attribuzione; ora è evidente che tanto la causa dell'obbligazione, quanto la causa dell'attribuzione si confondono con la causa del contratto quando questo e unilaterale, in modo che, in tali casi, la polemica è puramente terminologica. Nei contratti corrispettivi, poi, se si potesse prescindere da una causa del contratto, si dovrebbe ammettere una pluralità di cause, nei casi di pluralità di obbligazioni o di attribuzioni; ma allora il contratto non apparirebbe nella sua organicità, mentre organicamente esso è costruito, a motivo dello scopo economico unitario verso cui convergono le singole obbligazioni e le singole attribuzioni.
Di causa dell'obbligazione o di causa dell'attribuzione potrà tuttavia discutersi come problema di teoria generale; e, probabilmente, sono nel vero gli scrittori che sostituiscono il concetto di causa dell'attribuzione a quello di causa dell'obbligazione, onde comprendere i vantaggi patrimoniali derivanti dai contratti ad effetti reali. Ma il concetto di causa dell'attribuzione non esclude quello di causa del contratto, che serve ad indicare la giustificazione della tutela giuridica del rapporto nel suo complesso, e, quando il contratto produce attribuzioni complessive, ad additare il legame che rende l'una attribuzione dipendente dell'altra, e quindi ad enunciare il vincolo sinallagmatico; la causa del contratto, determinando l'effetto economico-sociale tutelato dalla legge, opererà cioè all'esterno del rapporto, sistemandolo nel quadro dell'ordinamento giuridico, mentre la causa dell'attribuzione, in ma senso ristretto, rimarrà a produrre conseguenze nell'interno del rapporto stesso.
Massime relative all'art. 1325 Codice civile
Cass. civ. n. 12069/2017
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 12069 del 16 maggio 2017)
Cass. civ. n. 20620/2016
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 20620 del 13 ottobre 2016)
Cass. civ. n. 14618/2012
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 14618 del 24 agosto 2012)
Cass. civ. n. 20245/2009
In materia contrattuale, affinché sia configurabile la fattispecie della c.d. "presupposizione" (o condizione inespressa), è necessario che dal contenuto del contratto si evinca l'esistenza di una situazione di fatto, considerata, ma non espressamente enunciata dalle parti in sede di stipulazione del medesimo, quale presupposto imprescindibile della volontà negoziale, il cui successivo verificarsi o venire meno dipenda da circostanze non imputabili alle parti stesse; il relativo accertamento, esaurendosi sul piano propriamente interpretativo del contratto, costituisce una valutazione di fatto, riservata, come tale, al giudice del merito ed incensurabile in sede di legittimità se immune da vizi logici o giuridici.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 20245 del 18 settembre 2009)
Cass. civ. n. 8038/2009
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 8038 del 2 aprile 2009)
Cass. civ. n. 3646/2009
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3646 del 13 febbraio 2009)
Cass. civ. n. 28618/2008
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 28618 del 2 dicembre 2008)
Cass. civ. n. 23949/2008
Il principio secondo cui, ai fini della configurabilità di un definitivo vincolo contrattuale, è necessario che tra le parti sia raggiunta l'intesa su tutti gli elementi dell'accordo non potendosene ravvisare pertanto la sussistenza laddove, raggiunta l'intesa solamente su quelli essenziali, ancorché riportati in apposito documento, risulti rimessa ad un tempo successivo la determinazione degli elementi accessori non impedisce, nei singoli casi ed in base al generale principio dell'autonomia contrattuale di cui all'art. 1322 c.c., di ritenere concluso un contratto, con gli effetti di cui all'art. 1372 c.c., allorquando, alla stregua della comune intenzione delle parti, si possa ritenere che queste hanno inteso come vincolante un determinato assetto, anche se per taluni aspetti siano necessarie ulteriori specificazioni, il cui contenuto sia però da configurare come mera esecuzione del contratto già concluso, potendo costituire oggetto di un obbligo che trova la sua fonte proprio nel contratto stipulato.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 23949 del 22 settembre 2008)
Cass. civ. n. 10123/2007
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 10123 del 2 maggio 2007)
Cass. civ. n. 16118/2006
In tema di minuta o di puntuazione del contratto, l'indagine del giudice deve accertare se le parti abbiano inteso porre realmente in essere il rapporto contrattuale sin dal momento dell'accordo, oppure se la loro intenzione sia stata quella di differire la conclusione del contratto ad una manifestazione successiva di volontà. A tal fine, la valutazione del giudice deve prevalentemente incentrarsi sul documento in ordine al quale si è formato l'accordo delle parti, fermo restando che la parte ha la più ampia facoltà di provare con elementi extratestuali il mancato perfezionamento del contratto e che le risultanze istruttorie, comunque ottenute e quale che sia la parte ad iniziativa della quale sono formate, concorrono tutte ed indistintamente alla formazione del convincimento del giudice.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 16118 del 14 luglio 2006)
Cass. civ. n. 10490/2006
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10490 del 8 maggio 2006)
Cass. civ. n. 27338/2005
È nozione di comune esperienza che, nel corso delle trattative prodromiche alla conclusione del contratto, le parti assumono posizioni diverse e prospettano soluzioni varie, svolgendo le argomentazioni di cui il testo definitivo costituisce espressione della sintesi convenzionalmente raggiunta ed accettata, solamente a quest'ultimo occorrendo fare, peraltro, riferimento al fine di stabilire i rispettivi diritti ed obblighi.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 27338 del 12 dicembre 2005)
Cass. civ. n. 910/2005
Ai fini della configurabilità di un definitivo vincolo contrattuale è necessario che tra le parti sia raggiunta l'intesa su tutti gli elementi dell'accordo, non potendosene ravvisare pertanto la sussistenza là dove, raggiunta l'intesa solamente su quelli essenziali ed ancorché riportati in apposito documento (Cosiddetto «minuta» o «puntuazione»), risulti rimessa ad un tempo successivo la determinazione degli elementi accessori. Peraltro, anche in presenza del completo ordinamento di un determinato assetto negoziale può risultare integrato un atto meramente preparatorio di un futuro contratto, come tale non vincolante tra le parti, in difetto dell'attuale effettiva volontà delle medesime di considerare concluso il contratto, il cui accertamento, nel rispetto dei canoni ermeneutici di cui agli artt. 1362 e segg. c.c., è rimessso alla valutazione del giudice di merito, incensurabile in cassazione ove sorretta da motivazione congrua ed immune da vizi logici e giuridici (Nell'affermare il suindicato principio, la Corte Cass. ha cassato l'impugnata sentenza rilevando che, nel ritenere perfezionato un accordo transattivo tra le parti di giudizio per effetto di duplice missiva inviata dal legale di una delle parti e considerata accettata dal difensore di controparte, il giudice di merito avesse peraltro nel caso del tutto omesso di valutare il comportamento complessivo delle parti, in particolare quello mantenuto successivamente alla supposta conclusione dell'accordo transattivo, non considerando che dopo lo scambio delle suindicate lettere il difensore di una delle parti aveva dichiarato in udienza avanti al G.I. essere ancora pendenti trattative tra le parti per la formalizzazione di un accordo, al cui esito si riservava di chiedere la revoca della provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo opposto; e che nel prosieguo del giudizio le parti avevano in entrambi i gradi di merito formulato opposte conclusioni).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 910 del 18 gennaio 2005)
Cass. civ. n. 23966/2004
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 23966 del 23 dicembre 2004)
Cass. civ. n. 17890/2004
La nullità della stipula di un contratto con la P.A. dovuta a vizi formali non è sanabile per facta concludentia attraverso l'esecuzione delle obbligazioni scaturenti dal contratto stesso, occorrendo, per converso, la formale rinnovazione dell'atto, nell'osservanza delle sue condizioni di validità.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 17890 del 4 settembre 2004)
Cass. civ. n. 6871/2004
In tema di minuta o di puntuazione del contratto, qualora l'intesa raggiunta dalle parti abbia ad oggetto un vero e proprio regolamento definitivo del rapporto — l'accertamento del quale è riservato all'apprezzamento del giudice di merito e non è sindacabile in sede di legittimità se non per vizio di motivazione — non è configurabile un impegno con funzione meramente preparatoria di un futuro negozio, dovendo ritenersi formata la volontà attuale di un accordo contrattuale. (La Corte, nel formulare il principio surrichiamato, ha confermato la sentenza impugnata che, in considerazione della reciprocità delle concessioni, pattuite dalle parti in modo manifesto e definitivo, aveva ritenuto perfezionatasi una vera e propria transazione e non semplicemente un impegno ancora in itinere).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 6871 del 7 aprile 2004)
Cass. civ. n. 982/2002
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 982 del 28 gennaio 2002)
Cass. civ. n. 14629/2001
In tema di negozio giuridico, la fattispecie della cosiddetta «presupposizione» (o condizione non espressa) è legittimamente configurabile tutte le volte in cui, dal contenuto del contratto, risulti che le parti abbiano inteso concluderlo subordinatamente all'esistenza di una data situazione di fatto considerata presupposto imprescindibile della volontà negoziale, la mancanza della quale comporta, per l'effetto, la caducazione del contratto stesso, ancorché a tale situazione, comune ad entrambi i contraenti (ed indipendente, nel suo verificarsi, dalla volontà dei medesimi), non si sia compiuto, nell'atto negoziale, alcun esplicito riferimento. L'indagine volta a stabilire se una determinata situazione sia stata tenuta presente dai contraenti nella formulazione del consenso secondo il delineato schema della presupposizione, poi, si colloca, esaurendosi, sul piano propriamente interpretativo del contratto, e costituisce, pertanto, anch'essa una valutazione di fatto, riservata, come tale, al giudice del merito ed incensurabile in sede di legittimità se immune da vizi logici o giuridici.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 14629 del 21 novembre 2001)
Cass. civ. n. 3083/1998
La «presupposizione» ricorre quando una determinata situazione, di fatto o di diritto, posata, presente o futura, di carattere obiettivo - la cui esistenza, cessazione e verificazione sia del tutto indipendente dall'attività o dalla volontà dei contraenti e non costituisca oggetto di una loro specifica obbligazione - possa, pur in mancanza di un espresso riferimento ad essa nelle clausole contrattuali, ritenersi tenuta presente dai contraenti medesimi nella formazione del loro consenso, come presupposto avente valore determinante ai fini dell'esistenza e del permanere del vincolo contrattuale. La presupposizione, così intesa, assume rilevanza, determinando l'invalidità o la risoluzione del contratto, quando la situazione presupposta, passata o presente, in effetti non sia mai esistita e, comunque, non esista al momento della conclusione del contratto, ovvero quella contemplata come futura (ma certa) non si verifichi. L'indagine diretta a stabilire se una determinata situazione di fatto o di diritto, esterna al contratto, sia stata dai contraenti, nella formulazione del consenso, tenuta presente secondo il delineato schema della «presupposizione» si esaurisce sul piano propriamente interpretativo del contratto e costituisce, pertanto, un accertamento di fatto riservato al giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità, se immune da vizi logici e giuridici. (Nella specie, in relazione alla conclusione di un contratto di rifornimento di carburante a stazione di servizio da costruire secondo un progetto allegato al contratto stesso, si è ritenuto che la realizzazione della stazione di servizio era il presupposto dell'accordo e che l'impossibilità di dare esecuzione a quel progetto, per la sopravvenuta normativa regionale, comportava la risoluzione del contratto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3083 del 24 marzo 1998)
Cass. civ. n. 7857/1997
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 7857 del 22 agosto 1997)
Cass. civ. n. 4449/1996
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4449 del 13 maggio 1996)
Cass. civ. n. 4265/1995
Ciò che distingue essenzialmente la cosiddetta punctatio tanto dalla proposta contrattuale, quanto dal contratto preliminare è il fatto che essa, anziché contenere, sia pure in nuce, tutti gli elementi o, quanto meno, quelli essenziali del contratto, contempli dati limitati o generici del contratto medesimo e, anziché documentare l'intesa raggiunta o essere diretta a provocare l'accettazione o la definizione dell'accordo, abbia carattere solo interlocutorio e preparatorio della stipulazione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4265 del 13 aprile 1995)
L'accordo su alcuni punti essenziali del contratto non esaurisce la fase delle trattative; perché, al fine di porre in essere un definitivo vincolo contrattuale, è necessario che tra le parti sia raggiunta l'intesa sugli elementi, sia principali che secondari, dell'accordo, tranne il caso che le parti abbiano dimostrato di non volere subordinare la perfezione del contratto al successivo accordo su un determinato elemento complementare e sussidiario, nel qual caso, data la comune intenzione delle parti, basta, per la perfezione del contratto, che il consenso sia stato raggiunto sugli elementi essenziali del contratto stesso.
Cass. civ. n. 1680/1995
Nel caso in cui, con riferimento alla vendita di un bene in comunione, sia stato stipulato un contratto preliminare di vendita a cui abbiano aderito, con valida manifestazione del loro consenso, solo alcuni dei comproprietari, il contratto deve ritenersi affetto non da relativa inefficacia (che possa essere fatta valere dal solo acquirente, a cui sia lasciata la diversa opzione di far valere il contratto relativamente alle quote dei comproprietari intervenuti validamente nel negozio), ma da inesistenza o invalidità, per la mancanza del consenso (o di un valido consenso) di una delle parti.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1680 del 16 febbraio 1995)
Cass. civ. n. 3158/1994
Perché ad una scrittura contenente la regolamentazione completa di un contratto e sottoscritta da entrambe le parti possa riconoscersi il valore di semplice minuta (o «puntuazione»), occorre che dalla scrittura stessa emerga, anche se implicitamente, attraverso i criteri interpretativi di cui all'art. 1362 e ss. c.c., la volontà di un accordo negoziale non attuale.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3158 del 30 marzo 1994)
Cass. civ. n. 3378/1993
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3378 del 22 marzo 1993)
Cass. civ. n. 7871/1990
A differenza del contratto preliminare, ove le parti si obbligano a prestare il loro consenso alla conclusione del contratto definitivo, i cui elementi essenziali ed accidentali siano stati contestualmente precisati ed i cui effetti si produrranno al momento della sua stipulazione, con la sottoscrizione della cosiddetta minuta o «puntuazione» di contratto — la quale ha la sola funzione di documentare l'intesa raggiunta su alcuni punti del contratto da concludere quando si sarà successivamente raggiunto l'accordo anche sugli altri punti da trattare — le parti conservano la libertà di recesso dalle trattative la quale trova un limite soltanto nella responsabilità precontrattuale prevista dall'art. 1337 c.c.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 7871 del 4 agosto 1990)
L'istituto della presupposizione - introdotto in modo espresso ed in via generale nel nostro ordinamento dalla norma dell'art. 1467 c.c. - ricorre quando una determinata situazione di fatto o di diritto (passata, presente e futura) possa ritenersi tenuta presente dai contraenti nella formazione del loro consenso - pur in mancanza di un espresso riferimento ad essa nelle clausole contrattuali - come presupposto condizionante il negozio (cosiddetta condizione non sviluppata o inespressa). A tal fine, pertanto, si richiede: 1) che la presupposizione sia «comune» a tutti i contraenti; 2) che l'evento supposto sia stato assunto come «certo» nella rappresentazione delle parti (ed in ciò la presupposizione differisce dalla condizione); 3) che si tratti di presupposto «obiettivo», consistente, cioè, in una situazione di fatto il cui venir meno o il cui verificarsi sia del tutto indipendente dalla attività e volontà dei contraenti e non corrisponda, integrandolo, all'oggetto di una specifica loro obbligazione.
Cass. civ. n. 6617/1988
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 6617 del 6 dicembre 1988)
Cass. civ. n. 2500/1983
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2500 del 8 aprile 1983)
Cass. civ. n. 5168/1981
Quando sia accertato che i contraenti sono addivenuti alla conclusione di un contratto sulla base di una presupposizione comune ad entrambe le parti (c.d. condizione non sviluppata o inespressa), il negozio fondato sulla presupposizione può essere risolto ex tunc quando l'evento presupposto venga meno nel corso dell'esecuzione del contratto, trattandosi di scioglimento e risoluzione del medesimo per causa non imputabile ai contraenti, ma tale scioglimento — in presenza di un contratto di durata —non può spiegare effetto rispetto alle prestazioni già eseguite.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5168 del 22 settembre 1981)
Cass. civ. n. 3841/1978
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3841 del 4 agosto 1978)
Cass. civ. n. 2785/1978
Il silenzio costituisce normalmente un fatto equivoco, e per assurgere ad elemento di prova, contro la parte nei cui confronti si invoca, occorre che la stessa sia tenuta a rispondere in base all'uso comune e al comune apprezzamento, cosa che la mancata risposta debba sicuramente ed univocamente significare adesione alla volontà manifesta dall'altra parte.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2785 del 3 giugno 1978)
Cass. civ. n. 3401/1977
La causa di un negozio giuridico non deve necessariamente risultare da forma solenne, ma può validamente venir individuata mediante interpretazione, per via induttiva o deduttiva, del negozio stesso, senza, però, potersi portare l'indagine su fatti o negozi estranei o antecedenti.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3401 del 2 agosto 1977)
Cass. civ. n. 1367/1977
Il silenzio di chi abbia interesse a contraddire, e si trovi nella possibilità di farlo, può assurgere a manifestazione tacita di volontà, produttiva di effetti giuridici, ove concorrano peculiari circostanze e situazioni, oggettive e soggettive, che diano un univoco significato al silenzio medesimo. (Nella specie, i giudici del merito avevano ritenuto che il protratto silenzio del committente di determinati lavori, a fronte dell'invio di fatture e di numerose lettere di sollecito da parte dell'esecutore di quei lavori, valutato unitamente alla circostanza che fra le medesime parti erano successivamente intervenuti altri rapporti contrattuali, assumeva il valore di accettazione dei prezzi portati da dette fatture e di riconoscimento della loro conformità ai patti contrattuali. La Suprema Corte, premesso il principio di cui sopra, ha ritenuto corretta la statuizione).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1367 del 12 aprile 1977)
Cass. civ. n. 1141/1977
Il giudice del merito può rilevare d'ufficio, in base alle prove esistenti nel processo, la mancata conclusione del contratto per difetto d'incontro dei reciproci consensi, trattandosi della verifica dell'inesistenza di un elemento del diritto dedotto in giudizio e non dell'accertamento di un contro-diritto, materia di eccezione in senso proprio.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1141 del 23 marzo 1977)
Cass. civ. n. 16/1977
Le parti sono libere di scegliere per i loro contratti, tra le forme ammesse dalla legge, quelle che ritengono più rispondenti ai loro interessi. Pertanto, scelta, di accordo fra le parti, la forma della scrittura privata per una compravendita di immobili, nessuno dei contraenti può imporre all'altro di stipulare all'uopo un atto pubblico. Né a diversa conclusione si perviene ponendo l'accento sull'interesse dei contraenti, nelle compravendite immobiliari, di trascrivere il contratto per conseguire i noti effetti favorevoli derivanti dalla trascrizione, perché tale interesse può essere soddisfatto mediante l'accertamento, nelle forme di legge, dell'autenticità delle firme apposte alla scrittura privata.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 16 del 4 gennaio 1977)
Cass. civ. n. 4135/1975
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 4135 del 18 dicembre 1975)
Cass. civ. n. 3300/1975
Requisito essenziale del contratto è la causa (art. 1325 c.c.), la quale si identifica nella funzione economico-sociale che esso obiettivamente persegue e che il diritto riconosce rilevante ai suoi fini. Tale requisito inerisce unitariamente al contratto globalmente considerato, e si estende, quindi, a tutti i suoi elementi ed alle sue clausole. Pertanto, le varie pattuizioni, che possono rinvenirsi in un contratto, non hanno ciascuna una causa propria, distinta ed autonoma da quella del contratto medesimo, ma hanno la sua stessa causa, che ad esse si comunica. Allo stesso modo un patto stipulato successivamente alla conclusione di un contratto e rivolto a regolamentarne l'esecuzione non ha una causa propria, ma ha quella del contratto, che si proietta su di esso.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3300 del 13 ottobre 1975)
Cass. civ. n. 3252/1975
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3252 del 10 ottobre 1975)
Cass. civ. n. 2423/1975
La figura negoziale della «minuta» di contratto ricorre allorquando, pur essendosi raggiunto l'accordo sugli elementi essenziali, occorre tuttavia definire elementi accessori o integrativi, senza i quali l'esecuzione non sarebbe attuabile.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2423 del 18 giugno 1975)
Cass. civ. n. 1080/1974
La presupposizione, consistente nella sottintesa considerazione, da parte dei contraenti, di una determinata situazione di fatto e di diritto, determina la risoluzione ex tunc del contratto, una volta accertato il venir meno dell'evento supposto; essa si distingue dalla condizione per il fatto che l'evento passato, presente o futuro non si pone con carattere di incertezza nella rappresentazione delle parti.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1080 del 19 aprile 1974)
Cass. civ. n. 117/1972
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 117 del 15 gennaio 1972)
Cass. civ. n. 1711/1970
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1711 del 26 settembre 1970)
Cass. civ. n. 517/1970
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 517 del 4 marzo 1970)
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References: Articolo 1325

Articolo 1325
 art. 1321
 art. 1322

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