Source: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2018/06/01/finalmente-un-po-di-giustizia-per-lacqua-delle-apuane/?replytocom=210584
Timestamp: 2020-04-01 20:59:48+00:00

Document:
Finalmente un po’ di giustizia per l’acqua delle Apuane! | Gruppo d'Intervento Giuridico onlus
Home > "altri" animali, acqua, beni culturali, biodiversità, coste, difesa del territorio, dissesto idrogeologico, giustizia, grandi opere, inquinamento, mare, paesaggio, parchi naturali, pianificazione, rifiuti, salute pubblica, società, sostenibilità ambientale	> Finalmente un po’ di giustizia per l’acqua delle Apuane!
giugno 1, 2018 gruppodinterventogiuridicoweb	Lascia un commento Go to comments
Importante operazione condotta sotto la direzione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Massa contro il pesante inquinamento da marmettola dei corsi d’acqua delle Alpi Apuane e del mare prospiciente, inquinamento denunciato sistematicamente dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus più volte nel corso degli ultimi anni.
Quattro impianti per la lavorazione del marmo sottoposti a sequestro preventivo, sedici persone denunciate, nove imprese coinvolte.
Sull’acqua, gli inquinamenti, le attività estrattive, la cattiva gestione nell’area delle Apuane ecco la relazione presentata al convegno “Le risorse idriche delle Aree carsiche toscane – un bene prezioso da salvaguardare” (Marina di Massa, 24 marzo 2018), promosso dalla Federazione Speleologica Toscana, dalla Società Speleologica Italiana, dal Club Alpino Italiano – Commissione Tutela Ambiente Montano, con la collaborazione del Gruppo d’Intervento Giuridico onlus.
La situazione è sotto gli occhi di tutti, monitorata e conosciuta. Mancano solo i dovuti provvedimenti di legge.
Buona lettura e ottima riflessione. Non c’è più tempo da perdere.
da La Nazione, 30 maggio 2018
Gli scarti della lavorazione del marmo finivano in mare: 16 indagati.
Cave sotto pressione, pugno duro. Carabinieri forestali con mezzi aerei.
Non si allenta la morsa al monte dopo la firma del protocollo.
Siamo passati a valle della filiera del marmo e troppe le illegalità riscontrate nelle aziende. (Guido Bacigalupi)
MASSA CARRARA – Non si allenta la morsa di procura, carabinieri forestali, guardia costiera nella lotta all’abusivismo anche al monte, alle cave, già oggetto di operazioni di controllo in vasta scala con l’utilizzo anche di un elicottero. Del resto era stato chiaro il governatore della Toscana Enrico Rossi, nel marzo 2107, alla presentazione del «Protocollo per la legalità, la sicurezza e lo sviluppo sostenibile delle attività estrattive», firmato a Firenze il 30 gennaio 2017, insieme al procuratore di Massa Carrara, Aldo Giubilaro, ai procuratori generali di Firenze e Genova, Marcello Viola e Valeria Fazio, al procuratore di Lucca, Pietro Suchan, e ai comandanti provinciali di Lucca e Massa Carrara dei Carabinieri Forestali. Il secondo protocollo dopo quello per la sicurezza sul lavoro nel lapideo sottoscritto nel 2015. Una “svolta” nel rapporto con l’imprenditoria del lapideo per evitare contraccolpi e riuscire ad attuare una prevenzione che sia di supporto alla repressione. Disse Rossi: «Ci siamo accorti che non si poteva andare avanti così. Attueremo una quantità di controlli come mai fatto prima per garantire la sicurezza sul posto di lavoro e il rispetto dell’ambiente. Con la Asl produrremo delle linee guida sul comportamento da tenere in cava da far seguire ai lavoratori e ai capi cava». Sul tema ambientale: «Il 75% del materiale estratto è composto da marmettola e detriti. In pratica si va a togliere la ciliegina per buttare via tutta la torta. Marmettola che finisce nei corsi d’acqua e li inquina aumentando persino il rischio di esondazioni. Oltre alla repressione degli illeciti bisogna capire come usare questo materiale che potrebbe generare centinaia di posti di lavoro se si riuscisse a chiudere il cerchio». E lo stesso procuratore Giubilaro ieri mattina ha ribadito che l’azione di controllo sarà intensificata anche alle cave dove lo smaltimento della marmettola non avviene spesso a regola d’arte. Diverse le denunce negli ultimi mesi, i carabinieri forestali anche con l’ausilio di mezzi aerei hanno svolto un lavoro certosino e presto si avranno sviluppi ulteriori all’indagine partita in tutta la provincia. Lo smaltimento della marmettola ha dei costi e le imprese che operano fuorilegge rischiano di offuscare l’immagine anche di imprenditori che al contrario rispettano le norme. Il procuratore è sembrato determinato a spingere ancora sull’acceleratore anche alla luce degli ultimi drammatici eventi legati alle alluvioni. La fanghiglia finita nei corsi d’acqua rappresenta un pericolo costante per la sicurezza idrogeologica mentre non in secondo piano passa lo smaltimento degli olii esausti che più volte sono stati trovati a contaminare la falda acquifera. L’azione incisiva della task force tra Regione procura sta dando risultati importanti e nei prossimi giorni scatterà un altro monitoraggio della zona a monte. La filiera è sotto pressione, difficile a questo punto farla franca e le aziende fuorilegge verranno sanzionate duramente. «Quando c’è in ballo la salute dei cittadini – chiude il procuratore Giubilaro – occorre il pugno di ferro. Non ci sono vie di mezzo».
Giubilaro: situazione preoccupante «Costretti a sequestrare le segherie».
Il procuratore parla del blocco di quattro impianti di lavorazione.
Oltre alle denunce penali sono fioccate le sanzioni amministrative per circa 35mila euro. Una situazione preoccupante quando c’è in ballo la salute dei cittadini bisogna essere rigorosi e severi. Siamo stati costretti a compiere un’azione repressiva intensa e a disporre anche il sequestro di quattro impianti.
MASSA CARRARA – C’erano aziende che addirittura non aveva neppure le vasche di depurazione con i filtri per raccogliere i fanghi della lavorazione del marmo, altre che per accelerare i tempi scaricavano subito nei torrenti d’acqua: insomma una sorta di «far west» dove ognuno faceva il bello e cattivo tempo con la salute dei cittadini a repentaglio, Il blitz della guardia costiera, coordinato dal procuratore di Massa Carrara Aldo Giubilaro, ha portato a galla uno spaventoso giro di illegalità sullo smaltimento dei rifiuti. «Una situazione preoccupante – ha spiegato in una conferenza stampa il procuratore Giubilaro – quando c’è in ballo la salute dei cittadini bisogna essere rigorosi e severi. Siamo stati costretti a compiere un’azione repressiva intensa e a disporre anche il sequestro di quattro impianti e sappiamo che si tratta di una forma invasiva perché si blocca l’attività lavorativa. Ma non potevamo tollerare la reiterazione del reato, che metteva a repentaglio l’ambiente, la falda acquifera e di conseguenza la salute dei cittadini. La guardia costiera ha operato con grande professionalità e in quasi tutte le aziende sono state riscontrate illeciti». Il capo ufficio della direzione marittima della Toscana Giorgio Castronuovo presente in procura in rappresentanza del contrammiraglio Giuseppe Tarzia, direttore marittimo della Toscana, ha spiegato che l’operazione effettuata nella nostra provincia, sfociata con nove denunce penali, rientra nell’ambito del protocollo cave stipulato con la Regione e che già aveva avuto sviluppi al monte. «Siamo passati a valle della filiera del marmo – ha sottolineato il capitano di fregata Maurizio Scibilia comandante della capitaneria di Marina di Carrara – dopo una serie di controlli sui corsi d’acqua. Le principali interferenze con l’ambiente e mi riferisco ad aria, acqua e suolo, riscontrate durante i processi di lavorazione sono riconducibili alle alterazioni delle acque dei torrenti con la contaminazione di olii e solventi». Principalmente le segherie sanzionate sono ubicate lungo corsi d’acqua che diventavano il serbatoio per scaricare i fanghi della lavorazione del marmo senza essere prima trattati. Il personale della guardia costiera ha rilevato inoltre la mancanza delle autorizzazioni allo scarico industriale, irregolarità dei registri di carico e scarico e dei formulari per la gestione dei rifiuti liquidi e solidi. Le verifiche sono state estese ad altre attività lavorative quali gli autolavaggi, i distributori di carburante, le lavanderie e i rimessaggi. Sono state controllate una quindicina di attività e otto persone sono state deferite all’autorità giudiziaria.
Quando i rifiuti diventano un business nero.
IL PRECEDENTE. LO SMALTIMENTO IN UNA DISCARICA ABUSIVA NELLO SPEZZINO.
NASCOSERO la marmettola, gli scarti della lavorazione del marmo, nell’uliveto dei vip, in un agriturismo nello spezzino. La prelevavano dalle segherie di Carrara facendosi pagare circa 30 euro a tonnellata, e anziché trasferirla alle discariche, la rivendevano senza trattarla. E’ successo anche questo tempo fa. Si risparmiava sui costi ottenendo due guadagni, al ritorno nei laboratori e quando la piazzavano in una discarica abusiva. Figurava come materiale da riempimento per la costruzione di una strada.
CON L’ACCUSA di traffico e smaltimento illecito di rifiuti, i carabinieri del Noe di Firenze smantellarono il traffico illecito che aveva come destinazione finale la discarica abusiva nello spezzino. C’erano anche dei camionisti «compiacenti», come li hanno definiti i carabinieri del Noe, che facevano i viaggi da Carrara alla Liguria con la marmettola, utilizzando bolle di trasporto false. Insomma smaltire la marmettola era diventato un business illegale bloccato dai carabinieri.
da Il Tirreno, 30 maggio 2018
L’Operazione. Marmettola nei fiumi: nove denunciati.
MASSA- CARRARA. Alla procura e alla capitaneria di porto è bastato controllare un campione di sedici delle cinquecento attività legate alla lavorazione del marmo e degli altri materiali lapidei per sentir suonare il campanello di allarme. Praticamente tutte sono state trovate in difetto, con gravi sversamenti di marmettola e rifiuti tossici nei torrenti della provincia apuana. A Massa come a Carrara. Gli impianti visionati dagli inquirenti in queste ultime settimane sono stati quelli al piano. Poi toccherà anche agli altri.Il pool di magistrati composto dai sostituti procuratori Alberto Dello Iacono e Alessia Iacopini, che ha coordinato la guardia costiera e la capitaneria di porto di Viareggio e di Carrara, ha scoperto molteplici e (in alcuni casi) gravi irregolarità. È emerso che la maggior parte delle sedici attività sottoposte a verifica presenta gravi condotte riscontrate durante il processo di lavorazione del marmo. Sono stati trovati materiali contaminanti quali olii e solventi nelle acque di scarico dei rifiuti industriali liquidi, oltre alla dispersione dei fanghi dalle vasche di decantazione delle acque, sia nei torrenti che nei terreni circostanti. Non solo è stato rilevato pure il non corretto trattamento delle acque di dilavamento superficiale dei piazzali e la mancanza delle prescritte autorizzazioni allo scarico industriale (decreto legislativo 152 del 2006). I titolari delle attività inoltre non tenevano regolarmente neppure i registri di carico e scarico e i formulari per la gestione dei rifiuti liquidi e solidi. Per questi motivi sono state denunciate nove persone, titolari degli impianti, e sono state elevate sanzioni amministrative per oltre diciottomila euro.Ma il provvedimento più grave è stato il sequestro di quattro aziende, quelle che dopo la visita degli uomini della guardia costiera sono risultate essere le più indisciplinate. Gravi gli episodi di inquinamento nei torrenti che scorrevano nei pressi delle macchine di segagione e dei recipienti di decantazione. La verifica è partita da queste attività a seguito di un lavoro di screening fatto dalle capitanerie di porto. Dove sono state riscontrate delle anonalie è stato deciso di toccare con mano. E l’intuizione si è dimostrata giusta. Ma questo non vuol dire che l’operazione si fermerà qui. Anzi, i controlli toccheranno anche le altre realtà produttive della provincia. A breve. (d.d.)
Il procuratore. «Capisco i disagi per i lavoratori, ma c’è la legge».
MASSA «Abbiamo rilevato una situazione preoccupante nei confronti degli impianti di lavorazione, la gran parte lungo corsi d’acqua, costituiti da oltre cinquecento attività industriali di segagione e lucidatura del marmo. Non è stata rispettata la normativa per lo smaltimento dei fanghi con effetti deleteri sull’ambiente e di conseguenza sulla salute dei cittadini. La procura intensificherà i controlli».
Responsabilità e aspetti giuridici – Captazione delle sorgenti e problemi ambientali relativi.
La corretta gestione dell’acqua in Italia costituisce uno dei problemi ambientali, sociali ed economici più rilevanti.
Volendosi concentrare sull’acqua destinata all’uso potabile, assume particolare rilievo la necessità di tutelare le risorse idriche provenienti dal sottosuolo.
In tutto il territorio nazionalevi sono 539 bacini medio/grandi per circa 10,5 miliardi di mc. di risorsa idrica “invasabile”, vi sono ulteriori 10 mila circa piccoli bacini con capacità inferiore a 100 mila mc., più facili da gestire (dati I.S.P.R.A., 2013):in gran parte d’Italia le acque raccolte negli invasi sono destinate fondamentalmente agli usi agricoli e industriali, mentre solo in parte residua vengono destinate al consumo potabile.
In buona parte del territorio nazionale le acque destinate al consumo potabile provengono dal sottosuolo[1], estratte sia da terreni porosi (ghiaie e sabbie, sia da rocce fessurate principalmente calcaree (acquiferi carsici). Secondo la Società Speleologica Italiana, un terzo del territorio italiano “è carsificato e quasi il 40% delle risorse idriche ad uso potabile proviene da acquiferi carsici”[2].
L’acqua potabile captata in sorgente o emunta dai pozzi spesso è di ottima qualità e proviene, nella generalità dei casi, da acquiferi che attraversano rocce di natura carsica, ovvero rocce molto fratturate entro cui circolano le acque che si arricchiscono di importanti elementi minerali che le conferiscono “il gusto” che noi percepiamo.
L’Italia è stato uno dei primi Paesi europei a dotarsi di normative per la gestione della risorsa idrica e per la sua salvaguardia.
Il primo corpus normativo di tutela delle acque è rappresentato dal regio decreto n. 1775/1933 e successive modifiche e integrazioni (s.m.i.), il Testo unico delle disposizioni sulle acque e impianti elettrici, che assoggetta a concessione governativa qualsiasi “derivazione” di acqua pubblica (artt. 3 e ss.), sia definibile “piccola” che “grande”[3].
Le evoluzioni normative susseguitesi nel tempo hanno, comunque, portato a una visione sempre più legata a una logica di salvaguardia della risorsa naturale, come si evince dall’art. 12 bis, nel testo sostituito dall’art. 96, comma 3°, del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.
“1. Le utenze di acqua pubblica hanno per oggetto grandi e piccole derivazioni.
3.Quando la derivazione sia ad uso promiscuo, si assume quale limite quello corrispondente allo scopo predominante.
4.Il Ministro dei lavori pubblici, sentito il Consiglio superiore dei lavori pubblici, stabilisce, con provvedimento di carattere generale, a quale specie di uso debbano assimilarsi usi diversi da quelli sopra indicati. Il decreto ministeriale è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica”.
Il regio decreto n. 1265/1934 e s.m.i., il Testo unico sulle leggi sanitarie, ha, dal canto suo, introdotto alcune disposizioni che prevedono poteri e indirizzi per gli Enti locali finalizzati alla salvaguardia delle acque[4].
Prima disciplina specifica contro l’inquinamento delle acque, la legge n. 319/1976 e s.m.i., la c.d legge Merli, è stata poi sostituita dal decreto legislativo n. 152/1999 e s.m.i., che prevedeva, in particolare, il rilevamento entro il 2003 da parte di Regioni e Province autonoma dello stato qualitativo e quantitativo dei corpi idrici superficiali e sotterranei, l’adozione di misure di salvaguardia e la predisposizione di specifici piani di tutela delle acque.
Attualmente il quadro di gestione delle acque è arricchito dal decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. (Codice dell’ambiente) in recepimento della direttiva n. 2000/60/CEE.
In particolare, la Parte Terza, Sezione II è dedicata alla tutela delle acque dall’inquinamento, mentre il piano di bacino distrettuale (artt. 65 e ss. del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.), su scala di distretto idrografico, e il piano di tutela delle acque (art. 121 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.), quale piano di settore, costituiscono i fondamentali strumenti di gestione della risorsa idrica.
Fra le aree meritevoli di particolari forme di tutela per la risorsa idrica vi sono le aree sensibili (art. 91 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.) e le zone vulnerabili da nitrati di origine agricola, definite con concentrazioni di nitrati in falda superiori al limite dei 50 mg/l.
Per quanto riguarda la captazione delle acque sotterranee, deve ricordarsi la necessità di preventiva effettuazione del vincolante procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) di competenza regionale e delle Province autonome di Trento e Bolzano per progetti di “utilizzo non energetico di acque superficiali nei casi in cui la derivazione superi i 1.000 litri al secondo e di acque sotterranee ivi comprese acque minerali e termali, nei casi in cui la derivazione superi i 100 litri al secondo” (artt. 20 e ss. del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i., allegato III alla parte seconda, lettera b), mentre se trattasi di “derivazione di acque superficiali ed opere connesse che prevedano derivazioni superiori a 200 litri al secondo o di acque sotterranee che prevedano derivazioni superiori a 50 litri al secondo, nonché le trivellazioni finalizzate alla ricerca per derivazioni di acque sotterranee superiori a 50 litri al secondo”, il progetto dovrà esser assoggettato alla preventiva procedura di verifica di assoggettabilità a V.I.A. (art. 19 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i., allegato IV alla parte seconda, lettera d).
In merito alla Toscana, da segnalare l’attribuzione ai Comuni della competenza in tema di procedure di valutazione di impatto ambientale qualora si tratti di “acque minerali e termali”(art. 45 della legge regionale Toscana n. 10/2000 e s.m.i.), nonché agli “enti parco regionali le procedure … relative ai progetti compresi negli allegati III e IV alla parte seconda del d.lgs. 152/2006 qualora integralmente ricadenti nelle aree dei parchi regionali o nelle relative aree contigue”, con l’eccezione significativa (art. 45 ter della legge regionale Toscana n. 10/2000 e s.m.i.) delle “cave che prevedono un quantitativo annuo di materiale estratto superiore a 30.000 metri cubi”, procedimenti rimasti di competenza regionale.
Queste ultime disposizioni hanno particolare importanza riguardo l’area rientrante nel Parco naturale regionale delle Alpi Apuane.
Infatti, con deliberazione Giunta regionale Toscana n. 342 del 10 novembre 1998 e con deliberazione Consiglio regionale n. 6 del 21 gennaio 2004, sono state individuate le aree proposte quali siti della Rete Natura 2000, poi segnalati dal Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare e, infine, approvati con decisione Commissione europea n. 3261 del 19 luglio 2006 in G.U. CE n. L259 del 21 settembre 2006 ai sensi della direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali (elenco regione biogeografica mediterranea). Nell’area delle Alpi Apuanee in particolare del Parco regionale sono stati individuati:
Qualsiasi intervento che possa modificare le condizioni ecologiche dei siti rientranti nella Rete Natura 2000 dev’essere sottoposto a preventiva procedura di valutazione di incidenza ambientale (V.Inc.A.) di cui all’art. 6, comma 3°, della direttiva n. 92/43/CEE nella Regione Toscana preveda (art. 5 del D.P.R. n. 357/1997 – Allegato G, modificato e integrato dall’art. 6 del D.P.R. n. 120/2003; legge regionale Toscana n. 56/2000 e s.m.i.).
Sempre con riferimento alla Toscana, assumono rilievo le competenze in tema di permessi di ricerca e coltivazione di falde idriche termali, minerali e di sorgente, stabilite dalla legge regionale Toscana n. 38/2004 e s.m.i. e dal relativo regolamento attuativo (D.P.G.R. n. 11/R del 24 marzo 2009). La ricerca e la coltivazione di tali giacimenti è, infatti, consentita ai soli titolari rispettivamente di permesso di ricerca e concessione mineraria. La legge ed il regolamento disciplinano il procedimento di rilascio e la gestione dei permessi di ricerca per acqua minerale, di sorgente e termale, il procedimento di rilascio e di gestione delle concessioni per la coltivazione dei giacimenti di acqua minerale, di sorgente e termale e l’utilizzazione delle acque minerali e di sorgente.
I Comuni, cui è demandata la gestione della materia (art. 4 della legge regionale Toscana n. 38/2004 e s.m.i.) integrano la normativa con proprio regolamento (artt. 9 e ss. della legge regionale Toscana n. 38/2004 e s.m.i.), mentre alla Regione residuano attività di monitoraggio, di vigilanza e di salvaguardia (art. 6 della legge regionale Toscana n. 38/2004 e s.m.i.), che però, allo stato, risulterebbero estremamente carenti (vds. nota prot. n. AOOGRT /18710/A.050.060 del 26 gennaio 2015 avente a oggetto Risposta a Interrogazione scritta n. 1259 del 20 novembre 2014 in merito a “Tutela falde termali in Toscana”).
La pianificazione di tutela dell’acqua in Toscana.
La Regione Toscana,con la deliberazione Giunta regionale n.11 del 10 gennaio 2017, ha avviato il procedimento di aggiornamento del Piano di Tutela delle Acque della Toscanadel 2005, contestualmente con l’approvazione del documento preliminare n. 1 del 10 gennaio 2017, la Giunta Regionale ha disposto l’invio dell’informativa al Consiglio Regionale Toscano prevista dall’ art. 48 dello statuto.
Il Piano di Tutela delle Acque della Toscana (PTA), previsto dall’art.121 del decreto legislativo n.152/2006 e s.m.i., è lo strumento per il raggiungimento degli obiettivi di qualità dei corpi idrici superficiali e sotterranei e la protezione e valorizzazione delle risorse idriche. Il Piano è l’articolazione di dettaglio, a scala regionale, del Piano di Gestione Acque del distretto idrografico (PGdA), previsto dall’articolo 117 del decreto legislativo n 152/2006 e s.m.i. che, per ogni distretto idrografico, definisce le misure (azioni, interventi, regole) e le risorse necessarie al raggiungimento degli obiettivi di qualità previsti dalla direttiva n.2000/60 CE che istituisce il “Quadro per l’azione comunitaria in materia di acque ‐ WFD”. Il PGdA viene predisposto dalle Autorità di distretto ed emanato con decreto del presidente del Consiglio dei Ministri.
proteggere e migliorare lo stato degli ecosistemi acquatici attraverso misure specifiche per la graduale riduzione degli scarichi, ed il ripristino di corrette condizioni idrologiche ed idromorfologiche, raccordandosi ed integrandosi con la direttiva 2007/60/CE (la c.d. “direttiva alluvioni”) ed il relativo Piano di Gestione del Rischio Alluvioni.
assicurare la graduale riduzione dell’inquinamento delle acque sotterranee ed impedirne l’aumento;
raggiungere e/o mantenere lo stato di “buono” salvo diversa disposizione dei piani stessi; per tutte le acque entro il 2015, in una prima fase, e successivamente con cadenza sessennale, 2021, 2027.
Il Piano di Gestione Acque di ogni distretto idrografico è piano stralcio del piano di bacino, ai sensi dell’ art. 65 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i., per quanto riguarda la tutela delle acque e la gestione delle risorse idriche.
E’, quindi, il riferimento per la pianificazione operativa di dettaglio per la tutela delle acque a livello di singolo corpo idrico, da perseguirsi attraverso il PTA, la cui elaborazione, approvazione ed attuazione è demandata alla Regione.
Rischi ambientali e responsabilità. Il caso dell’area delle Alpi Apuane.
Il principale fattore di rischio ambientale delle falde e degli acquiferi carsici destinati anche all’uso potabile dell’area delle Alpi Apuane appare determinato direttamente o indirettamente dall’attività estrattiva del marmo e dal mancato rispetto delle condizioni imposte ai provvedimenti autorizzativi.
In proposito, l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (A.R.P.A.T.) con la sua newsletter n. 168 del 13 agosto 2015 aveva presentato un reportsulle “Alpi Apuane e marmettola”[5] e aveva descritto gli eventi di inquinamento ambientale altamente pregiudizievoli per la salvaguardia dei Fiumi Carrione e Frigido e gli habitat naturali connessi.
Nella parte alta dei bacini imbriferi dei Fiumi Carrione e Frigido sussistono perlomeno 178 cave, di cui più di 118 attive. A partire dagli anni ’70 del secolo scorso i ravaneti, accumulo di sassi sui pendii costituiti dagli scarti derivanti dal taglio del marmo a fini commerciali, adibiti a sede stradale, sono stati irrorati dalla c.d. marmettola, marmo finemente tritato scaricato negli impluvi e corsi d’acqua.
La marmettola, secondo quanto asserito dall’A.R.P.A.T., è “fortemente inquinante”, contaminata “da oli e grassi … e da metalli”. “la marmettola, per l’ecosistema, è inquinante per l’azione meccanica: riempie gli interstizi, ed impermealizza le superfici perciò elimina gli habitat di molte specie animali e vegetali, modifica i naturali processi di alimentazione della falda, rende più rapido lo scorrimento superficiale delle acque (in pratica è come se il fondo del fiume fosse cementato), infiltrata nel reticolo carsico, modifica i percorsi delle acque sotterranee e può esser causa del disseccamento di alcune sorgenti e/o del loro intorbidamento”.
In seguito a numerose istanze di accesso civico, informazioni ambientali e adozione degli opportuni provvedimenti rivolte alle Amministrazioni pubbliche competenti a partire dall’agosto 2015 da parte dell’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus, il grave stato di inquinamento dei corsi d’acqua dell’area era stato riconosciuto dal Comando delle Guardie del Parco naturale regionale delle Alpi Apuane (nota prot. n. 3835 del 30 settembre 2015)[6], con indicazioni precise della provenienza degli sversamenti illeciti di marmettolada “siti di cava che si trovano nella zona di Piastrone e Rocchetta al di sopra degli abitati di Caglieglia e Casette (in Comune di Massa) nei bacini industriali estrattivi dei Comuni di Massa e Carrara”. L’ultimo sopralluogo del 29 agosto 2015, in conseguenza dell’esposto ecologista, ha consentito di verificare che “la marmettolaproviene dal Fosso della Rocchetta (nei pressi degli abitati di Caglieglia e Casette) che regolarmente, ad ogni evento di piogge intense, si riempie di questi fanghi bianchi che vanno a riversarsi nel fiume Frigido in corrispondenza del punto di confluenza del canale di Rocchetta con il fiume (coord. GPS: N 44° 04′ 11” ed E 10° 10′ 18”)”. Inoltre, “è stata verificata anche la parte a monte del fiume Frigido ed in particolare il corso dell’affluente Renara che ha origine dalle pendici del monte Sella, al di sopra del quale insiste una vecchia discarica di materiale lapideo di vecchie attività estrattive (dicasi “ravaneto”) che nel tempo, a seguito di abbondanti piogge, ha portato, per dilavamento, apporti di marmettola nei corsi d’acqua in questione”.
Il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare – Direzione generale per la Salvaguardia del Territorio e delle Acque ha provveduto da tempo (nota prot. n. 15090 del 30 settembre 2015) a richiedere alla Regione Toscana (Direzione Ambiente ed Energia) “nel dettaglio le … informazioni
Successivamente (nota Min. Amb. DG Salvaguardia del Territorio e delle Acque prot. n. 23734 del 7 novembre 2017) ha reso noto che “la situazione descritta è da tempo oggetto di attenzione e di esame da parte del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare”, riprendendo le misure adottate dal Piano di gestione delle acque (II ciclo) del Distretto Appennino Settentrionale.
In proposito, la Regione Toscana – Direzione Ambiente ed Energia ha comunicato (nota prot. n. AOOGRT 0275665 del 23 dicembre 2015) che riguardo “i corpi idrici superficiali delle Apuane … la classificazione delle acque superficiali viene individuata quale peggiore tra quella afferente lo stato ecologico e quella afferente lo stato chimico” e che “il quadro aggiornato al 2014 per le acque superficiali per il Fiume Frigido presenta uno stato sufficiente (inferiore al buono che è l’obiettivo della direttiva comunitaria 2000/60/CE) determinato proprio dagli elementi di qualità biologica (macroinvertebrati); mentre la qualità chimico fisica di base (LIM_eco) è al livello buono”, mentre “entrambi i corpi idrici (Frigido e Carrione, n.d.r.) presentano uno stato chimico non buono”. Inoltre, “per quanto riguarda inoltre le attività estrattive e in particolare lo stoccaggio degli scarti dei materiali ornamentali da taglio, si sottolinea che i cosiddetti ‘ravaneti’ possono configurarsi come strutture di deposito di rifiuti di estrazione ai sensi del D. Lgs. 117/2208 ‘Attuazione della direttiva 2006/21/CE’ relativa alla gestione dei rifiuti delle industrie estrattive e che modifica la direttiva 2004/35/CE”. Tali strutture devono dunque essere oggetto di specifica progettazione contenuta nella domanda di autorizzazione alla coltivazione di una cava e non possono operare in assenza di preventiva autorizzazione ai sensi dell’articolo 7 del succitato decreto legislativo”. Si ricorda, in proposito, che “la produzione di rifiuti caratteristici del distretto lapideo apuano è dell’ordine delle 275.000 tonnellate annue in anni recenti”.
Si rammenta che la direttiva n. 2000/60/CE sulla qualità delle acque prevede in linea di massima che, al 31 dicembre 2015, venga raggiunto lo stato di “buono” per la qualità di tutte le acque. Tale obiettivo non risulta raggiunto.
I corsi d’acqua in argomento sono rientrati in un primo momento nel Piano di gestione del Distretto idrografico pilota del Serchio[7], attualmente nel Piano di gestione del Distretto idrografico dell’Appennino Settentrionale, retto dalla relativa Autorità di bacino distrettuale[8].
Secondo quanto delineato dall’A.R.P.A.T., appare di grave rilevanza l’effetto inquinante della marmettola nei corsi d’acqua del Frigido e del Carrione (i principali dell’area), sugli habitat fluviali e sulla relativa fauna, finora probabilmente sottovalutato, in particolare sembra sussistere un possibile rischio sanitario per le popolazioni che bevono le acque prelevate dalla faldae non precedentemente sottoposte ad adeguati processi di potabilizzazione: in proposito, si richiama il principio di precauzione codificato negli artt. 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) e. 3 ter del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.
L’A.R.P.A.T. (Area vasta Costa – Dipartimento Massa Carrara) ha da ultimo comunicato (nota prot. n. MS.01.03.01/1.11 del 6 novembre 2017) la piena conoscenza del fenomeno dell’inquinamento delle acque da marmettola.
In particolare, “attualmente il dipartimento è impegnato, nell’ambito del Progetto speciale Cave della Regione Toscana, in un monitoraggio di durata biennale (2017-2018) dei corsi d’acqua su cui impattano potenzialmente le attività estrattive. Nell’ambito di questo progetto sono previsti campionamenti aggiuntivi, rispetto al monitoraggio programmato dalla Regione Toscana, anche sul fiume Frigido. Il monitoraggio programmato comporta che siano effettuati i campionamenti per la determinazione del parametro biologico IBE (Indice biotico esteso) e di alcuni parametri chimici con frequenza stagionale a partire da luglio 2017, fino a dicembre 2018. Campionamenti delle caratteristiche chimiche sono previsti anche alle principali sorgenti che alimentano il bacino del Frigido. I dati saranno elaborati e pubblicati dandone pubblicità attraverso il sito di Arpat, appena disponibili”.
Gli esiti del monitoraggio ufficiale delle acque sotterranee sono reperibili in http://www.arpat.toscana.it/temi-ambientali/acqua/acque-sotterranee.
I costi dei processi di potabilizzazionedelle acque sono un altro degli aspetti che non può essere tralasciato: dai mezzi di informazione[9] si è appreso che Gaia s.p.a., società a esclusivo capitale pubblico[10] che gestisce il servizio idrico integrato in quasi tutta la Provincia di Massa Carrara, in gran parte di quella di Lucca e in parte di quella di Pistoia, sopporta maggiori costi del servizio di depurazione delle acque a fini potabili a causa del grave inquinamento da marmettola per circa 300 mila euro all’anno[11].
Rischi ambientali e responsabilità. Il caso dell’area delle Alpi Apuane. Violazioni di legge e provvedimenti.
Come in precedenza riportato, il principale fattore di rischio ambientale delle falde e degli acquiferi carsici destinati anche all’uso potabile dell’area delle Alpi Apuane appare determinato direttamente o indirettamente dall’attività estrattiva del marmo e dal mancato rispetto delle condizioni imposte ai provvedimenti autorizzativi.
Si pone con estrema evidenza la necessità di efficaci controlli ambientali e conseguenti adozioni di provvedimenti di leggi per il ripristino della legalità violata, dell’ambiente e, in particolare, della tutela della risorsa idrica.
Ai sensi dell’art. 69 della legge regionale Toscana n. 30/2015, l’ente parco svolge tutte le funzioni relative ad accertamenti, valutazioni, considerazioni, autorizzazioni, atti in proposito. Tuttavia, in caso di violazioni delle prescrizioni autorizzative (es. scarico di rifiuti e marmettola nelle acque), è previsto soltanto il potere di ordinare la sospensione dei lavori e il ripristino ambientale (art. 64 della legge regionale Toscana n. 30/2015), ma non è prevista la possibilità di revoca delle autorizzazioni. Per sua stessa natura, poi, la sospensione dei lavori non può che essere temporanea (vds. Cons. Stato, Sez. IV, 22 febbraio 2017, n. 823).
Soccorre in proposito la previsione di cui all’art. 21 della legge regionale Toscana n. 35/2015 sulle cave, che dispone (comma 3°) l’adozione da parte del Comune territorialmente competente del provvedimento di decadenza dalla concessione estrattiva, qualora l’Impresa estrattiva non provveda alla sospensione dei lavori in caso di violazione delle prescrizioni autorizzative o alla messa in sicurezza ovvero al ripristino ambientale (commi 1° e 2°).
In tali casi può anche applicarsi la disposizione generale sulla revoca degli atti amministrativi di cui all’art. 21 quinques della legge n. 241/1990 e s.m.i., nonché la previsione di cui all’art. 29 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. riguardo provvedimenti sanzionatori in materia di valutazione di impatto ambientale.
Deve, però, rimarcarsi la sostanziale assenza di provvedimenti di revoca o decadenza dalle concessioni estrattive pur in situazioni di gravi violazioni di legge e prescrizioni poste a salvaguardia dei valori ambientali.
E’ emblematico il quadro espresso dalle dichiarazioni del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Massa in audizione (16 febbraio 2017, 7 dicembre 2017)[12] davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali a esse correlati.
Il quadro reso dai vertici della Procura della Repubblica massese è stato semplicemente drammatico, descrivendo una situazione di incancrenita illegalità ambientale.
Il Procuratore Giubilaro è stato chiaro: “Quello delle cave è un mondo per certi versi staccato da tutto e da tutti, un mondo a sé, un mondo chiuso. Normalmente, i titolari delle aziende che operano le estrazioni dalle cave per una serie di motivi vecchi, ormai abbastanza incancreniti sul territorio, sostanzialmente le gestiscono come se fossero delle cose del tutto private e personali. Questa è un po’ la sensazione, ma più che una sensazione, è quasi una forma di realtà”. Così “fino a circa due anni fa, i controlli erano uno, forse due per cava – a due non si arrivava – ogni cinque o sei anni. Agevolati dalle condizioni, dalla situazione del momento, erano portati a fare quello che volevano. … Vorrei dire che i controlli preventivi, a posteriori, erano quasi inesistenti”.
I procedimenti penali da parte della magistratura sono stati avviati in un quadro di desolazione dei controlli amministrativi e di scarsità di personale e mezzi da dedicare alle indagini e agli accertamenti. L’assenza di oggi normali mezzi tecnologici, come i droni, per esempio, fa sì che gli accessi ai siti di cava siano visti dai cavatori con grande anticipo, così da far sparire per tempo quante più irregolarità possibile.
Riguardo le autorizzazioni estrattiveha affermato che “alle conferenze dei servizi le amministrazioni spesso non prendono neanche parte seppure invitate, quindi anche tutte le autorizzazioni che dovrebbero essere richieste dai titolari delle cave di fatto vengono superate dalla conferenza dei servizi. Così, ad esempio, ci è stato detto che non sussiste il reato in relazione a ettari ed ettari di bosco letteralmente distrutto: essendoci stata la conferenza dei servizi, c’era l’autorizzazione anche in relazione al vincolo paesaggistico. Il problema è questo. Di fatto, viene autorizzato tutto”.
Nessuna sentenza di condanna per i reati ambientali, come emerge chiaramente dall’audizione, perché “nessuno se ne è occupato” e perché anche nella magistratura locale “si è portati a svalutare questo tipo di situazioni, in modo da avere sempre un approccio accomodante, accondiscendente, verso l’imprenditore del marmo”.
Per esempio, “si era chiesto il sequestro, per via della marmettola, dappertutto in una cava in particolare, rilevata attraverso riprese video, rilevata attraverso fotografie, rilevata attraverso accertamento dell’ARPAT, rilevata in tutte le possibili maniere. La finalità sarebbe stata quella di sequestrare la cava – chiaramente, si sarebbe bloccata l’attività – e dire che sarebbe stata dissequestrata non appena messa a posto. Questo non è stato fatto” perché “noi (la Procura, n.d.r.) abbiamo chiesto, il Gip ci ha negato il sequestro. Abbiamo fatto il riesame, ma anche il Tribunale del riesame non l’ha accolto. Nel massimo rispetto per l’intelligenza dei colleghi, del giudicante, le motivazioni ci fanno un po’intuire – non ho nessun motivo per poterlo affermare con assoluta certezza – che ci sia una forma di accondiscendenza”.
Attualmente, è stata posta sotto sequestro preventivo (art. 321 cod. proc. pen.) la Cava Vittoria (Comune di Fivizzano, MS) eseguito il 12 dicembre 2017 in base a decreto G.I.P. del Tribunale penale di Massa del 6 dicembre 2017 su richiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Massa, grazie agli accertamenti svolti dai Carabinieri Forestali e alle Guardie del Parco naturale regionale delle Alpi Apuane.[13]
Finalmente, poi, è recentemente giunta la prima condanna in via definitiva per un’attività estrattiva priva di autorizzazione paesaggistica: la sentenza Corte cass, Sez. III, 3 maggio 2018, n. 18888 ha definitivamente concluso la vicenda processuale incentrata sui lavori abusivi di estrazione del marmo dalla Cava Faniello-Rondonaio sulle Alpi Apuane, nei Comuni di Stazzema e di Vagli di Sotto (LU).
Secondo quanto accertato, la Tre Elle s.r.l. aveva effettuato senza autorizzazione paesaggistica (art. 146 del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) l’estrazione del marmo da “uno scavo di circa 210 metri quadri e profondità media di circa 2,8 metri e alcuni tagli al monte, non quantificabili, in un piazzale superiore della cava”.
Un po’ poco per una situazione di grave illegalità ambientale.
Rischi ambientali e responsabilità. Il caso dell’area delle Alpi Apuane. Conclusioni e proposte.
Riguardo l’area delle Alpi Apuane, a fronte della presenza di norme, atti di pianificazione, prescrizioni e monitoraggi ambientali, è del tutto evidente la mancanza di provvedimenti che assicurino un’efficace salvaguardia della risorsa idrica in generale e in ambienti carsici in particolare.
E’, purtroppo, un’amara considerazione che va estesa alla generale salvaguardia del territorio e dei valori ambientali.
Una proposta in ambito normativo è quella concernente l’estensione agli Enti gestori di aree naturali protette, nei rispettivi ambiti territoriali, della possibilità di adozione diprovvedimento di decadenza dalla concessione estrattiva di cui all’art. 21, comma 3°, della legge regionale Toscana n. 35/2015 sulle cave, qualora l’Impresa estrattiva non provveda alla sospensione dei lavori in caso di violazione delle prescrizioni autorizzative o alla messa in sicurezza ovvero al ripristino ambientale (commi 1° e 2°).
Per gli aspetti amministrativi, non sembrano necessari ulteriori atti di pianificazione, puntuali e dotati di ampie e congrue prescrizioni, ma un sistema di monitoraggio ambientale continuo – i cui esiti appaiono comunque generalmente conosciuti dalle amministrazioni pubbliche competenti – e l’adozione dei conseguenti provvedimenti amministrativi che si rendessero necessari per reprimere condotte illegittime e illecite nei casi di attività e interventi non autorizzati o in violazione delle prescrizioni autorizzative, con particolare riferimento all’attività di estrazione del marmo.
[1] Costituisce una fra le più rilevanti eccezioni la Sardegna, regione che possiede ben 34 invasi di grandi/medie dimensioni aventi una capacità massima teorica attuale di2 miliardi e 280 milioni di mc. di acqua, di cui 1 miliardo e 764 milioni di mc. con autorizzazione all’invaso (dati Agenzia regionale del Distretto idrografico della Sardegna, 2018). Si tratta di poco meno di un sesto della risorsa idrica “invasabile” di tutto il territorio nazionale.A partire dal 31 dicembre 1995 è stata autorizzata una complessiva ulteriore capacità di invaso, in seguito alle previste procedure di collaudo (art. 14 regolamento dighe), di ben 328,359 milioni di mc. di acqua. La sola nuova diga sul Tirso (la 34^) potrà invasare, a collaudi ultimati, circa 800 milioni di mc. di acqua: è, quindi, agevole sostenere che, a operazioni di collaudo ultimate delle dighe già realizzate, la Sardegna potrà contare su circa 2 miliardi e 280 milioni di mc. di risorsa idrica “invasabile” a cui potrebbero aggiungersi circa 350 milioni di mc. di reflui depurati all’anno.
[2] Società Speleologica Italiana (a cura di Maria Luisa Perissinotto e altri), Il Decreto Legislativo 152/2006 e la tutela delle acque di origine carsica. Proposte di integrazione, 2010.
[3] Art. 6
Le utenze di acqua pubblica hanno per oggetto grandi e piccole derivazioni.
4.Il Ministro dei lavori pubblici, sentito il Consiglio superiore dei lavori pubblici, stabilisce, con provvedimento di carattere generale, a quale specie di uso debbano assimilarsi usi diversi da quelli sopra indicati. Il decreto ministeriale è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.
[4] Art. 217
I regolamenti locali di igiene e sanità stabiliscono le norme per la salubrità dell’aggregato urbano e rurale e delle abitazioni, secondo le istruzioni di massima emanate dal Ministro per l’interno.
(poi Ministero della Sanità, con D.M. 5 luglio 1975. Le competenze sono in seguito passate alle Regioni e Province autonome, n.d.r.)
d) l’acqua potabile nei pozzi, in altri serbatoi enelle condutture sia garantita da inquinamento.
[5] Reperibile in http://www.arpat.toscana.it/notizie/arpatnews/2015/168-15/168-15-cave-delle-apuane-e-marmettola-il-punto-sulla-situazione.
[6] Reperibile in https://gruppodinterventogiuridicoweb.files.wordpress.com/2015/10/lettera-ministero-ambiente-et-alii-marmettola-frigido-carrione-30-09-15.pdf.
[7] Reperibile in http://www.autorita.bacinoserchio.it/pianodigestione.
[8]Vds. http://www.appenninosettentrionale.it/itc/ . il relativo Piano di gestione è reperibile in http://www.appenninosettentrionale.it/itc/?page_id=57.
[9]Vds. Il Tirreno, edizione online del 3 febbraio 2016, “Marmettola nel Frigido, rendere potabili le acque costa 300.000 euro in più all’anno”, di Melania Carnevali, http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2016/02/03/news/la-marmettola-nei-fiumi-costa-300-000-euro-1.12890557 .
[10]vds. http://www.gaia-spa.it/index.php/gestore/chi-siamo, http://www.gaia-spa.it/index.php/gestore/comuni-soci .
[11] I maggiori costi segnalati dalla Stampa sono stato oggetto di una specifica segnalazione (aprile 2016) alla Procura regionale della Corte dei conti per la Toscana da parte del Gruppo d’Intervento Giuridico onlus.
[12] Qui il verbale dell’audizione del 16 febbraio 2017: http://parlamento17.camera.it/application/xmanager/projects/parlamento17/attachments/auditi_pdf/pdfs/000/000/408/Rif_M_20170216_15_ProcMassCarr.pdf. Qui il verbale dell’audizione del 7 dicembre 2017: http://www.camera.it/leg17/1058?idLegislatura=17&tipologia=audiz2&sottotipologia=audizione&anno=2017&mese=12&giorno=07&idCommissione=39&numero=0204&file=indice_stenografico.
[13] Il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha sollecitato amministrazioni pubbliche e magistratura all’adozione dei necessari provvedimenti di legge con istanze del luglio 2016, dell’agosto e ottobre 2017.
Ordinanze sospensione lavori e rimessione in pristino parco naturale regionale Alpi Apuane (dati Parco naturale regionale Alpi Apuane)
01 09/02/2018 Aleph Escavazioni srl – cava “Vittoria”, lavorazioni in difformità ed in assenza di Pronuncia di Compatibilità.
02 18/05/2018 Cooperativa Condomini Levigliani, Cava “Tavolini B”, lavorazioni in difformità. Applicazione art. 64 l.r. n. 30/2015
01 17/01/2017 Cava Fossagrande, Comune di Carrara, lavorazioni in assenza di Nulla osta del Parco. Applicazione art. 64 l.r. n. 30/2015
02 17/02/2017 Cava Padulello, lavorazioni realizzate in difformità dalla Pronuncia di Compatibilità Ambientale del Parco.
03 21/03/2017 De Angelis Giovanni srl – Cava Madielle, Comune di Massa. Applicazione art. 64 legge regionale 19 marzo 2015 n. 30.
04 17/03/2017 Turba Cava Romana srl – Cava Romana, Comune di Massa. Applicazione art. 64 legge regionale 19 marzo 2015 n. 30
05 28/04/2017 Peranto srl – cava Colubraia, Comune di Vagli Sotto. Applicazione art. 64 legge regionale 19 marzo 2015 n. 30
06 16/05/2017 Gabrielli Group srl – Cava Colle alle Scope, Comune di Massa, lavori realizzati in assenza di Nulla osta
07 13/06/2017 Turba Cristina – lavori edili realizzati presso Campocatino, Comune di Vagli Sotto, in difformità dal Nulla osta
08 20/06/2017 Escavazione Arabescato Bianco srl – Cava Borra Larga, Comune di Stazzema. Applicazione art. 64 l.r. n. 30/2015
09 13/07/2017 Menchini Silvano – località Menicciana – Lucese, Comune di Camaiore. Applicazione art. 64 l.r. n. 30/2015
01 03/06/2016 Cava Calacatta, Comune di Carrara, lavori eseguiti in difformità del Nulla osta del Parco.
02 03/06/2016 Cava Valsora Palazzolo, Comune di Massa, lavori eseguiti in difformità del Nulla osta del Parco.
03 03/06/2016 Cava Romana – Rava, Comune di Massa, lavori eseguiti in difformità del Nulla osta del Parco.
04 02/08/2016 Mattonai Stefano – Lavori edili eseguiti in assenza del Nulla osta del Parco in località Porciglia.
05 02/08/2016 Henraux spa – Cava Granolesa, Comune di Seravezza. Applicazione di quanto previsto dall’art. 64 l.r. n. 30/2015
06 05/08/2016 Cave Focolaccia srl – Cava Piastramarina, Comune di Minucciano. Applicazione di quanto previsto dall’art. 64 l.r. n. 30/2015
07 23/09/2016 G.M.C. Graniti e Marmi Colorati spa. Cava Fossagrande, Comune Carrara, opere in assenza di Nulla osta.
08 21/10/2016 Cava Calacatta, lavori eseguiti in difformità dal Nulla osta del Parco. Applicazione art. 64 l.r. n. 30/2015
09 23/12/2016 Aleph Escavazioni srl – cava “Vittoria” lavorazioni eseguite in difformità dal Nulla osta del Parco.
(foto Elia Pegollo, F.L., A.G., E.R., S.D., archivio GrIG)
giugno 1, 2018 alle 2:46 pm
da La Nazione, 1 giugno 2018
Escavazione a rischio. Scade il termine per la presentazione del piano. Corsa contro il tempo a palazzo civico per presentare il piano delle cave alla Regione: http://www.versiliaproduce.it/index.php/il-marmo-sui-quotidiani/la-nazione/item/12500-escavazione-a-rischio-scade-il-termine-per-la-presentazione-del-piano
da Il Tirreno, 1 giugno 2018
Piani estrattivi, la proroga ancora non c’è. Il Comune ha chiesto un anno di tempo, altrimenti dopo il 5 giugno il rischio è di non poter rilasciare nuove autorizzazioni: http://www.versiliaproduce.it/index.php/il-marmo-sui-quotidiani/il-tirreno/item/12518-piani-estrattivi-la-proroga-ancora-non-c-e
Più tutela delle Apuane con il nuovo Piano cave: http://www.versiliaproduce.it/index.php/il-marmo-sui-quotidiani/il-tirreno/item/12465-piu-tutela-delle-apuane-con-il-nuovo-piano-cave
da Il Tirreno, 2 giugno 2018
«Serve più impegno per le cave». L’esperta Leverotti: «Nel regolamento urbanistico manca una ricognizione». http://www.versiliaproduce.it/index.php/il-marmo-sui-quotidiani/il-tirreno/item/12535-serve-piu-impegno-per-le-cave
giugno 24, 2018 alle 1:09 pm
da La Nazione, 22 giugno 2018
Imprese nel mirino. La forestale ha emesso 4 denunce ai danni di imprese che gravitano nelle cave di Rocchetta nei pressi di Bergiola.
Le indagini. I responsabili, che hanno aperto la strada, inchiodati grazie alle telecamere e ai video di sorveglianza della viabilità: http://www.versiliaproduce.it/index.php/distretto-apuo-versiliese/item/12900-sigilli-alla-strada-e-quattro-denunce-sequestrata-la-via-rocchetta-a-bergiola-forestale-attiva-contro-gli-abusi-nei-bacini-marmiferi
giugno 24, 2018 alle 1:15 pm
da Il Tirreno, 20 giugno 2018
«Norme violate alle cave Il futuro sindaco agisca».
Cai, Italia Nostra, Legambiente, Grig e Pietra Vivente chiedono che la tassa marmi sia calcolata sul 10% del valore di mercato dei materiali, come prevede la Regione. (http://www.versiliaproduce.it/index.php/distretto-apuo-versiliese/item/12880-norme-violate-alle-cave-il-futuro-sindaco-agisca)
MASSA. “Le leggi ci sono, il problema è che spesso è mancata la volontà politica di applicarle. Per questo alla futura amministrazione, al prossimo sindaco della città chiediamo che gli uffici rispettino e facciano rispettare la normativa vigente, privilegiando la tutela dell’ambiente e non l’interesse economico del concessionario, anche in ragione del fatto che l’introito annuale è di 1,5-1,8 milioni di euro l’anno”.
È forte e chiaro il messaggio che Cai Massa, Italia Nostra Massa e Montignoso , Grig presidio Apuane, La Pietra Vivente e Legambiente Massa e Montignoso lanciano in vista del ballottaggio sulla questione delle cave di marmo. Nessun appello al voto per l’uno o per l’altro candidato, da parte del cartello ambientalista, ma un elenco di cose da fare necessarie, a loro avviso per dare legalità al mondo del marmo e, soprattutto, tutelare l’ambiente delle Apuane.
Concessioni irregolari. «La legge del 1846 e i contratti di concessione – scrive Franca Leverotti a nome delle associazioni ambientaliste – stabiliscono che il Comune, in caso di violazioni di particolari norme, può “pronunciare la decadenza del concessionario”. In tutti questi anni il può non è mai stato interpretato come un deve per quanto il concessionario fosse recidivo. La scelta è evidentemente politica e ad essa si sono adeguati gli uffici». Leverotti cita le clausole previste da un contratto del 2008 sulla decadenza della concessione, mai applicate: «Dice il contratto che l’eventuale sospensione o cessazione dei lavori dovrà essere autorizzata su richiesta motivata del concessionario. Ma tale indicazione non è stata rispettata né per Breccia Capraia, attiva, né per Valsora, nonostante l’oasi dei Tritoni voluta dal consiglio comunale, in corso di autorizzazione». La norma dice che il concessionario non può procedere alla coltivazione della cava senza preventiva autorizzazione comunale: «Cava Biagi (Tambura, 1.440 m), è stata autorizzata dopo aver pagato la multa per la galleria iniziata senza autorizzazione comunale».
Gallerie non autorizzate. Il concessionario non può condurre in modo gravemente irrazionale la lavorazione. «Ma ci sono casi di violazione come la galleria non autorizzata al Padulello; l’occupazione di aree vergini non in concessione a Madielle, i 26.000 metri cubi di gallerie in difformità di Romana, lo sverso di detriti o marmettola nel ravaneto a Valsora Palazzolo, Valsora, Rocchetta Caldia, Madielle, Lavagnina…».
E rendite parassitarie. Il contratto del 2008 riporta anche il divieto assoluto di affittare la cava: «Però a Massa ci sono in essere 5 rendite parassitarie di cui 3, recentemente prolungate, avendo anticipato un anno prima della scadenza l’iter autorizzativo per evitare la normativa regionale che le vieta. Norma in uso, risalente al 1846, è che una cava che non lavora per due anni continuativamente “può” rientrare nel patrimonio comunale (“caducata”). Tra le poche caducazioni fatte, cava Piastramarina al passo della Focolaccia, è stata ritirata per un errore burocratico del 2013. Senza esito Bore Cerignano e Biagi (non si ammette che la Biagi sia cava distinta e con concessione diversa dal Padulello). Altra regola violata è aver concesso agli acquirenti le cave di Puntello Bore, Bore Mucchietto e Bore Cerignano che non avevano chiesto la preventiva autorizzazione prima della vendita all’asta».
Lobby favorite. Secondo gli ambientalisti, inoltre, «la politica non ha mai voluto adeguare la legge del 1846 per favorire la lobby degli industriali da sempre molto potente. Lo stesso podestà Bellugi che, sulla base della legge del 1924 aveva messo a punto un regolamento in cui, tra le altre cose, il marmo veniva tassato secondo la qualità, ha dovuto soccombere. Il regolamento pagato all’avvocato Piccioli è rimasto nei cassetti di qualche assessore. La normativa del 1846 è penalizzante per la collettività perché prevede che le cave si possano vendere e lasciare in eredità senza che il Comune incassi un euro. La cava Rocchetta Calacata, rendita parassitaria, caducabile perché ferma e con un debito consistente, è stata venduta con l’autorizzazione degli uffici e in questo modo il milione di euro è finito ai concessionari. La cava Madielle passa oggi in successione sulla base di questa legge, mentre il Comune avrebbe potuto metterla all’asta».La normativa regionale. continua, «prevede che la tassa del marmo estratto sia del 10% del valore di mercato. La tassa in uso (15,5 euro a tonnellata per i blocchi) viene applicata senza considerare la qualità del marmo. Non solo, i concessionari diminuiscono il quantitativo di blocchi estratti rispetto al detrito, nonostante le macchine in galleria permettano una resa pari all’80% come dichiarava Breccia Capraia. Ridicolo l’affitto annuale di 0,024 euro al mq; assurda l’estensione delle cave fino a 350.000 mq».
Controlli carenti. Criticità anche sulla pesa elettronica. Una misura che « stride a fronte di ben 6 cave autorizzate ad auto pesarsi, ma ancora più grave che le cave vengano autorizzate e prorogate senza che l’ufficio faccia controlli sulla quantità scavata: recente il caso di Piastreta, prorogata perché non ha esaurito la quantità autorizzata, ma nessun funzionario ha fatto sopralluoghi in questa cava da decenni. Madielle, prolungata di due anni sulla fiducia e poi “visitata” dai Guardiaparco con il Comune, si era “anticipata” scavando al di fuori del piano estrattivo, assai di più di una torre Fiat e mezzo. Oggi due ditte rivendicano come propri i mappali comunali: è tollerabile?»
Cambiare si può. Basterebbe, è la conclusione «che il Comune rispettasse il può a vantaggio della collettività e avremmo fiumi puliti, strade meno dissestate e paesaggi meno devastati. Ma per far questo ci vuole la volontà politica».
deliberazione Consiglio direttivo del Parco naturale regionale delle Alpi Apuane n. 28 del 10 luglio 2018: http://www.parcapuane.toscana.it/Priv_File_Documento_Amministrativo/17739.pdf
dal sito web istituzionale del Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, 11 luglio 2018
Il Parco dice no all’escavazione sul Pizzo d’Uccello e interviene a tutela del bacino idrografico del Solco d’Equi: http://www.parcapuane.toscana.it/evento.asp?PwP=MyEvent&GoHome=0986YkkdI&When=Now&Evel=933&Level=100&Act=II
da Il Tirreno, 11 luglio 2018
Il Parco delle Alpi Apuane «salva» il Pizzo d’Uccello Bocciata la richiesta di una cava tra Fivizzano e Casola.
Vengono sottratti alle attività di escavazione 40 ettari nel Solco di Equi. Il presidente Putamorsi: era necessario dare priorità alla tutela ambientale: http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2018/07/11/news/niente-cave-sul-pizzo-d-uccello-storica-delibera-del-parco-1.17050445
da La Nazione, 11 luglio 2018
Il Parco delle Alpi Apuane «salva» il Pizzo d’Uccello Bocciata la richiesta di una cava tra Fivizzano e Casola: http://www.versiliaproduce.it/index.php/il-marmo-sui-quotidiani/la-nazione/item/13193-il-parco-delle-alpi-apuane-salva-il-pizzo-d-uccello-bocciata-la-richiesta-di-una-cava-tra-fivizzano-e-casola
agosto 30, 2018 alle 2:46 pm
ma che bel clima…
da Il Tirreno, 25 agosto 2018
Sversamenti nei fiumi e gestione rifiuti, minacce e intimidazioni alla Capitaneria.
Il procuratore capo Giubilaro apre un fascicolo: «Vogliono impedirci di controllare chi sta inquinando il territorio»: http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2018/08/25/news/sversamenti-nei-fiumi-e-gestione-rifiuti-minacce-e-intimidazioni-alla-capitaneria-1.17182418?ref=hftimcec-11
gennaio 3, 2019 alle 3:30 pm
..clima splendido…
da Il Tirreno, 29 dicembre 2018
Il procuratore Giubilaro: «Nella provincia apuana ho trovato un tasso di legalità non accettabile».
Il bilancio di fine anno e (quasi) di fine mandato del capo della procura, dalle inchieste più delicate alle grandi indagini. «Quello che stupisce è l’abitudine diffusa nel compiere comportamenti scorretti». (Alessandra Vivoli):
gennaio 11, 2019 alle 2:50 pm
vergognoso inquinamento.
da Il Tirreno, 10 gennaio 2019
La procura sequestra il depuratore del Lavello: “Da anni sversa i fanghi senza trattarli”.
Operava senza autorizzazioni ambientali dal 2011, tre persone indagate a piede libero. Giubilaro: “Gravi danni all’ambiente, servirà un lavoro complesso per ripristinare la zona”: http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2019/01/10/news/la-procura-sequestra-il-depuratore-del-lavello-da-anni-sversa-i-fanghi-senza-trattarli-1.17639485
La Festa della Repubblica, la festa degli Italiani. Cafoni con pulmini sulla spiaggia di Bèrchida!

References: art. 48
 art. 65
 sentenza 
 sentenza 
 Art. 6
 Art. 217
 art. 64
 art. 64
 art. 64
 art. 64
 art. 64
 art. 64
 art. 64
 art. 64