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Timestamp: 2020-02-17 00:58:02+00:00

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Bancarotta fraudolenta tra passato, presente e futuro
Fabrizio Ventimiglia, Gianluca Marra, Studio legale Ventimiglia | 12 Dicembre 2013
Da sempre l’interpretazione degli elementi costitutivi delle fattispecie penal-fallimentari, ha prodotto una netta separazione tra l’interpretazione giurisprudenziale e quella dottrinale delle stesse.
Obiettivo che ci si prefigge con questa serie di articoli è cercare di ripercorrere i punti salienti di questo “eterno contrasto”, soffermando l’attenzione sugli ultimi sviluppi interpretativi, con particolare riferimento a fattispecie di attuale interesse.
La disciplina legislativa del fallimento entra in vigore nel nostro ordinamento con il R.D. 16 marzo 1942, n. 267.
Il primo passaggio interpretativo di rilievo è quello inerente la natura giuridica da attribuire alla sentenza dichiarativa di fallimento emessa in sede civile.
Dal tenore letterale della norma si direbbe che trattasi di condizione obiettiva di punibilità (Cop), ex art. 44, c.p..
Di questo avviso è la Dottrina più autorevole che rinviene nella dichiarazione di fallimento tutti i crismi di una Cop. Al riguardo, è opinione prevalente in dottrina che “la repressione della bancarotta, nelle sue numerose varianti si traduce in un sindacato sistematico della conduzione economico-finanziaria, che avrebbe effetti esiziali su di un’impresa funzionante. Le stesse considerazioni di interesse economico generale che suggeriscono di costruire la bancarotta come reato proprio dell’imprenditore commerciale, più impegnato socialmente del comune debitore, consigliano di legare la repressione al fallimento: sopraggiunto il quale l’imprenditore può essere chiamato al redde rationem senza pericolo per la continuità dell’unità produttiva. Una repressione automatica poco gioverebbe agli stessi creditori: finché la crisi non si dimostri irreversibile essi possono contare su di una ripresa che consenta un soddisfacimento integrale” (C. Pedrazzi, F. Sgubbi, in Legge fallimentare a cura di F. Galgano, artt. 216 – 227, pag. 19, Ed ancora:“il fallimento potrebbe essere una condizione obiettiva di punibilità impropria o intrinseca (id est: elemento portatore di un interesse solo formalmente estraneo al reato ma sostanzialmente del medesimo tipo o comunque prossimo rispetto a quello del reato stesso), con la conseguenza che il fatto di bancarotta patrimoniale da solo, senza l’elemento aggiuntivo, non si presenta come significativamente e comprensibilmente lesivo di alcun bene giuridico”, F. Mucciarelli, “La bancarotta distrattiva è reato d’evento?”, Dir. Pen. e Processo, 2013, 4, 437 (nota a sentenza).
Di parere diametralmente opposto è invece la Giurisprudenza.
Inizialmente, infatti, si sviluppa un contrasto in seno alla Suprema Corte risolto con l’intervento delle Sezioni Unite che, con la sentenza del 25 gennaio 1958, chiariscono come “la dichiarazione di fallimento, pur costituendo un elemento imprescindibile per la punibilità dei reati di bancarotta, si differenzia concettualmente dalle condizioni obiettive di punibilità vere e proprie perché, mentre queste presuppongono un reato già strutturalmente perfetto, sotto l’aspetto oggettivo e soggettivo, essa, invece, costituisce, addirittura, una condizione di esistenza del reato o, per meglio dire, un elemento al cui concorso è collegata l’esistenza del reato, relativamente a quei fatti commissivi od omissivi anteriori alla sua pronunzia, e ciò in quanto attiene così strettamente all’integrazione giuridica della fattispecie penale, da qualificare i fatti medesimi, i quali, fuori dal fallimento, sarebbero, come fatti di bancarotta penalmente irrilevanti”.
Il principio sancito da tale sentenza, rimane immutato per sessant’anni, sino ad arrivare ai giorni nostri (Ed ancora:“il fallimento potrebbe essere una condizione obiettiva di punibilità impropria o intrinseca (id est: elemento portatore di un interesse solo formalmente estraneo al reato ma sostanzialmente del medesimo tipo o comunque prossimo rispetto a quello del reato stesso), con la conseguenza che il fatto di bancarotta patrimoniale da solo, senza l’elemento aggiuntivo, non si presenta come significativamente e comprensibilmente lesivo di alcun bene giuridico”, F. Mucciarelli, “La bancarotta distrattiva è reato d’evento?”, Dir. Pen. e Processo, 2013, 4, 437 (nota a sentenza).
Conseguenze dirette di siffatta impostazione si riversano in tema di nesso di causalità e di elemento soggettivo.
Rispetto al primo la Giurisprudenza ha sempre considerato non causalmente collegati la condotta distrattiva con il dissesto della società e la successiva dichiarazione di fallimento: “essendo provate le distrazioni, ai fini della sussistenza del reato contestato non ha alcun rilievo la mancanza del nesso causale con il pregiudizio ai creditori, in quanto i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilevanza penale in qualunque tempo essi siano stati commessi, e quindi anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza, non richiedendo la legge (L. Fall., art. 216) un nesso causale o psichico tra la condotta dell’autore e il dissesto dell’impresa, e, quindi il pregiudizio dei creditori, previsto soltanto per l’ipotesi di cui alla L. Fall., art. 223, comma 2” (Cass. Pen., Sez. V, n. 11899/2010).
A conclusioni analoghe, partendo però da presupposti diametralmente opposti, giunge anche la Dottrina.
E’ opinione prevalente, infatti, che, salvo le ipotesi espressamente previste dal Legislatore, non sia richiesto dalla norma un nesso eziologico tra il fallimento e le condotte penalmente sanzionate, e da ciò la conclusione per cui è impossibile ricondurre la dichiarazione di fallimento tra gli elementi costitutivi del reato.
Una siffatta ricostruzione, quindi, se applicabile al caso in cui la dichiarazione di fallimento venga qualificata come condizione obiettiva di punibilità, stride invece con la definizione di fallimento quale elemento costitutivo del reato. Come tale, infatti, la condotta tipica andrebbe collegata eziologicamente e soggettivamente al fallimento.
Discorso analogo vale per la valutazione dell’elemento soggettivo.
La Giurisprudenza ha sempre rinvenuto nel dolo generico il criterio minimo di imputazione soggettiva della condotta, anche nella forma del dolo eventuale.
Dolo generico che “consiste nella consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte” (Cass. Pen., Sez. V, n. 11899/10).
Anche in questo caso, quindi, non è prevista alcuna forma di imputazione soggettiva rispetto ad uno degli elementi costitutivi della fattispecie come, appunto, la dichiarazione di fallimento.
Ed anche in questo caso la conclusione a cui giunge la Giurisprudenza, trova concorde la Dottrina solo nella misura in cui la dichiarazione di fallimento sia qualificata come condizione obiettiva di punibilità (Cfr C. Pedrazzi, F. Sgubbi, in Legge fallimentare a cura di F. Galgano, artt. 216 – 227, pag. 76, “come condizione obiettiva di punibilità il fallimento è invece estraneo all’oggetto del dolo (art. 44 cod. pen.)”.
Di queste problematiche si è occupata, come vedremo meglio nella terza parte di questa breve trattazione, una recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione che ha cercato di introdurre per la prima volta, alcuni temi che saranno, a parere dello scrivente, di centrale importanza nell’evoluzione interpretativa della fattispecie in oggetto.
Dopo aver brevemente descritto il quadro storico-interpretativo che caratterizza le fattispecie in esame e prima di analizzare quali sono le prospettive future al riguardo, è intenzione dello scrivente procedere con l’analisi di una fattispecie che sempre maggiore importanza acquista in ambito imprenditoriale.
Infatti, lo sviluppo economico ed il mutamento del quadro sociale in cui la Legge Fallimentare opera all’interno del nostro ordinamento, ha portato gli interpreti a doversi confrontare con fattispecie concrete non disciplinate in alcun modo dalle norme in esame.
In quest’ottica possiamo infatti collocare la sentenza della Cassazione n. 36764 del 2006 che ha, in modo più chiaro ed approfondito, analizzato la tematica degli interessi compensativi nei gruppi d’imprese con riferimento ai reati di bancarotta fraudolenta impropria.
Arrivati al terzo ed ultimo capitolo di questo rapido excursus nelle fattispecie penal-fallimentari, si sente il bisogno, dopo aver a lungo indugiato sul passato, di dare uno sguardo in avanti, verso quelle che potrebbero essere le evoluzioni future della disciplina in oggetto.
E’ parere dello scrivente, infatti, che sia giunto il momento, in materia di reati legati alla situazione di crisi societaria, di ricucire quelle distanze che hanno così tanto e così a lungo separato Dottrina e Giurisprudenza.
E non ci si riferisce esclusivamente al tema dei gruppi d’imprese e degli interessi compensativi, ma, in generale, a tutta la disciplina penal-fallimentare, a cominciare dalla natura giuridica da attribuire alla dichiarazione di fallimento.
Istanza di rinnovamento che sembra essere stata accolta anche dalla Giurisprudenza.
Si fa riferimento alla pronuncia della V Sezione, della Suprema Corte di Cassazione, n. 47502, depositata in data 6/12/2012 ('Nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in qualità di evento dello stesso, e pertanto deve porsi in rapporto causale con la condotta dell'agente, e deve altresì essere soggetto dall'elemento soggettivo del dolo).
I Giudici di piazza Cavour hanno, con la predetta pronuncia, fatto un primo passo in questa direzione facendo propri principi che sono da sempre sostenuti da autorevole Dottrina, ma che non sono mai stati fatti propri dalla Giurisprudenza, anzi ponendosi in aperto contrasto con l’orientamento ampiamente consolidato della Suprema Corte.
Alla base di questa comunque importante decisione continua ad esserci la qualifica della dichiarazione di fallimento come elemento costitutivo del reato.
Chiarisce, infatti, la Suprema Corte: “la natura di elemento costitutivo del reato del fallimento comporta, da un lato, che non qualsiasi atto distrattivo può di per sé considerarsi reato, dall’altro, che la punibilità non può essere condizionata ad un evento la cui realizzazione prescinda da una compartecipazione soggettiva dell’agente, o, ancor peggio, da qualsiasi collegamento eziologico tra la condotta ed il verificarsi del dissesto, in contrasto con i principi di cui agli artt. 40, 41, 42, 43 c.p.; ne consegue che la situazione di dissesto, che dà luogo al fallimento, deve essere rappresentata e voluta (o quanto meno accettata come rischio concreto della propria azione) dall’imprenditore e deve porsi in rapporto di causalità con la condotta di distrazione patrimoniale”.
E’ proprio il richiamo alla disciplina codicistica, e quindi alle norme costituzionali, che lascia sperare che tale pronuncia non resti una voce inascoltata, ma che dia avvio ad una corrente interpretativa nuova delle fattispecie in esame.
Si deve, al riguardo, notare come, nello stesso giorno d’udienza, altro Collegio della stessa Sezione della Cassazione abbia emesso la sentenza n. 733 (depositata però nel 2013) che, riprendendo i principi giurisprudenziali classici in materia, ha ribaltato completamente quanto affermato con la succitata sentenza, ribadendo ancora una volta che, “in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, la punibilità della condotta non è subordinata alla condizione che la stessa distrazione sia causa del dissesto, in quanto, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, i fatti distrattivi assumono rilevanza penale in qualsiasi tempo siano stati commessi, e, dunque, anche quando l’impresa non versava ancora in situazione di insolvenza, né rileva, trattandosi di reato di pericolo, che – al momento della consumazione – l’agente avesse consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa per non essersi lo stesso ancora manifestato”.
E’ quindi parere dello scrivente che sia la Dottrina sia la Giurisprudenza debbano trovare un punto di incontro, per giungere ad un’applicazione della materia penal-fallimentare sempre più equa e, soprattutto, sempre più vicina alle fattispecie concrete, specialmente in periodi di crisi come quelli attuali.
Aggiungere alle già gravissime problematiche che conseguono una crisi d’impresa, il “peso” di un procedimento penale, basandosi su un’interpretazione giurisprudenziale che si fonda su radici datate più di sessant’anni, non sembra rispondere alla natura di extrema ratio che deve necessariamente caratterizzare la sanzione penale.
Infatti, bisogna dare di certo credito alle parole contenute nella sentenza n. 47502/2012, laddove si chiarisce che “tale orientamento – si fa riferimento al consolidato orientamento giurisprudenziale -, che questo collegio intende sottoporre a revisione critica, si è formato per gemmazione dalle vecchie pronunce e non è più stato approfondito in tempi recenti; la maggior parte delle pronunce richiamate si limita ad affermazioni di tipo assertivo, che sono più che legittime ai fini della motivazione della decisione in quanto richiamano i precedenti specifici, ma che non consentono di rilevare il ragionamento giuridico che si pone alla radici di tali assunti” (Sul punto, cfr F. Viganò, nota a sentenza, Diritto Penale Contemporaneo “Auctoritas non facit legem , verrebbe da dire ribaltando il noto adagio hobbesiano: in un ordinamento costituzionale, la legge la fa il legislatore, non l'autorità dei precedenti. E in ciò ha perfettamente ragione questa magari discutibile ma coraggiosa sentenza: se, come prevedibile e forse auspicabile, la Cassazione vorrà in futuro riaffermare l'irrilevanza dell'accertamento del nesso causale e del dolo rispetto alla dichiarazione di fallimento - in quanto accadimento spesso determinato da fattori non dominati è dominabili dall'imprenditore -, lo dovrà fare ora con argomenti più solidi di quelli tralatizi, e soprattutto più attenti alla compatibilità con la logica del sistema e con i dati normativi (a cominciare da quelli del codice penale, applicabili anche alla materia speciale del diritto penale fallimentare). Dati normativi ai quali il giudice - anche quello supremo - è pur sempre soggetto ai sensi dell'art. 101 Cost.”.).

References: sentenza 
 art. 44
 sentenza 
 art. 216
 art. 223
 sentenza 
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