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Timestamp: 2019-02-18 05:03:37+00:00

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(INDAGINI MOLESTIE E STALKIN )
(INDAGINI STALKING E MOLESTIE)
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Il bullismo è un fenomeno di crescente espansione soprattutto tra i più giovani trattandosi di comportamenti di prevaricazione nei confronti dei propri coetanei ;esso si manifesta in maniera diretta ovvero indiretta. Il bullismo diretto consiste in vessatori comportamenti indirizzati, da uno o più soggetti, nei confronti della vittima; mentre il bullismo indiretto si manifesta in modo subdolo, consistendo quindi nel diffondere maldicenze ovvero deridere la vittima al suo passaggio.
Da un punto di vista penale non è presente nel Codice alcuna fattispecie nella quale inquadrare tale fenomeno, perciò alla luce di comportamenti riconducibili al bullismo è possibile ricorrere a tali figure di reato quali, Rapina, ex articolo 628 c.p., Minaccia, ex articolo 612 c.p., Molestia o Disturbo alle Persone, ex art. 660 c.p., (configurandosi laddove la vittima venga presa in giro ovvero subisca atteggiamenti petulanti consistenti in una arrogaza invadente o continua ed inopportuna intromissione altrui), Ingiuria,ex art.594 c.p., Diffamazione, ex art. 595 c.p., Percosse, ex art. 581 c.p., Lesione Personale e Circostanze Aggraventi, rispettivatamente ex art. 583 e 583 bis c.p., senza dimenticare tutti quei comportamenti volti a procurare un danno materiale alla cosa altrui e quindi punibili ai sensi dell’articolo 635 del Codice Penale, rubricato Danneggiamento, nonché gli Atti persecutori di cui all’articolo 612bis. A confermate l’assenza di un comportamento tipizzato riconducibile al bullismo è stata la pronuncia dei Giudici di Piazza Cavour, i quali con sentenza del 20 maggio 2014, num. 20660, hanno statuito che la fattispecie nella quale i soggetti abbiano attuato condotte aventi finalità di bullismo ovvero condotte volte ad affermare il proprio potere in un determinato territorio, non fa venir meno gli elementi costitutivi del delitto di cui all’articolo 628 del Codice Penale, quale la Rapina, purché vi sia la privazione di una cosa mobile altrui; secondo gli Ermellini, in tale figura di reato, il profitto può essere rappresentato anche in una utilità morale o in qualsiasi soddisfazione o godimento che l’agente si ripromettere di ottenere dalla propria azione anche in un secondo tempo rispetto alla condotta posta in essere, a condizione che l’impossessamento della cosa appartenente a chi la detiene sia avvenuto mediante violenza o minaccia.
RIPORTIAMO UNA RECENTE CONDONNA PER STALKIN. A MIO AVVISO ESAGERATA!!!!
Londra, ex marito condannato per stalking perché parlava di bollette via mail
Londra, condannato per stalking perché parlava di bollette via mail con l'ex moglie.
LONDRA - Nel Regno Unito, Matthew di 45 anni, è stato condannato per stalking nei confronti dell'ex moglie per averla contattata numerose volte via mail per comunicazioni riguardanti le bollette e l'assicurazione.
Dopo un travagliato divorzio, in cui per due anni dovrà pagare 300 sterline di avvocati, scavalcando l'intesa che i contatti dovevano avvenire solo tramite i legali, Eckersley ha iniziato a scrivere e-mail all'ex moglie sulle letture dei contatori, assicurazione auto e manutenzione e nella prima diceva: "Ciao Zoe, ho effettuato i pagamenti. Grazie Matthew".
La donna ha chiamato la polizia dicendo che le mail dell'ex marito erano la prova che era "riluttante a lasciarla libera".
In una seconda mail Eckersley scriveva:"Ciao Zoe, la tua auto è stata assicurata con Esure. Grazie, Matthew" e in una terza:"Per favore, puoi scattare una foto dei contatori gas ed elettrici e inviarli via email? Grazie, Matthew".
L'ex moglie, in tribunale ha sostenuto che l'accordo, dopo il divorzio, era quello di contattarsi solo tramite avvocati e che l'ex marito aveva ingaggiato un investigatore privato per controllare quando lei usciva ed entrava nell'abitazione a Knutsford, nel Cheshire, scrive il Daily Mail.
La donna, che attualmente frequenta un altro uomo, ha detto in tribunale:"Non ho ingigantito la situazione. Mi ha bombardato di mail per cose che avrebbe dovuto comunicare agli avvocati e quando gliel'ho fatto notare mi ha risposto, sempre in un messaggio, "l'ho dimenticato".
"Non che ci fosse scritto "Sto venendo a spararti", ma ogni volta che vedevo una mail mi sentivo scossa".
Eckersley, amministratore delegato di una società di investimenti immobiliari, è stato giudicato colpevole di stalking ed è stato condannato a pagare 1.500 sterline, di cui 100 come risarcimento all'ex moglie con il divieto di contattarla per 18 mesi.
Da un punto di vista civilistico, alla luce di comportamenti riconducibili al bullismo, è possibile instaurare un indipendente giudizio innanzi al Tribunale Civile per il risarcimento di un danno ingiusto, ai sensi dell’articolo 2043 Codice Civile, rubricato Risarcimento per fatto illecito, potendo quindi chiedere il risarcimento del danno biologico,morale ed esistenziale.
Una particolare attenzione deve essere rivolta all’articolo 2048 del Codice Civile, Responsabilità dei genitori, dei tutori, dei precettori e dei maestri d’arte, alla luce del quale si riscontra la cosiddetta responsabilità oggettiva in virtù della quale del fatto ne rispondono anche i genitori e la scuola( nel caso in cui l’evento si verifichi in orario e luogo scolastico). L’articolo 2048 del Codice Civile al primo comma non esclude la responsabilità dei genitori che hanno affidato i figli alla scuola salvo nel caso di culpa in vigilando, ossia la scuola risponde dell’atto illecito di un minori su altro minore, in quanto l’alunno, e quindi i genitori essendo titolari del diritto soggettivo di educare ed istruire i filgli affidandolo alla struttura scolastica, subiscono un danno consistente in atti illeciti volti ad ostacolare il loro pieno diritto; da ciò ne deriva che gli insegnati risultano responsabili, ma a pagare i danni è la scuola; nel caso in cui invece si tratti di minore privo della capacità di intendere e volere, in questo caso ne risponde, ai sensi dell’articolo 2047 Codice Civile, Danno cagionato dall’incapace, la persona che si occupa di sorvegliare il minore.
Particolarmente importante è la Direttiva n. 16. Del 5 febbraio 2007, trasmessa a tutte le scuole italiane avente l’obiettivo di determinare le modalità di prevenzione e contrasto del bullismo; in tale Direttiva viene spiegato non solo cosa si intende per bullismo, ma viene esplicata anche la finalità di detta Direttiva; ne deriva quindi che per bullismo si intende quell’eterogeneo e relazionale fenomeno dinamico, attraverso il quale coetanei appartenenti alla medesima cerchia di amicizie, pongono in essere comportamenti caratterizzati da prepotenze e vessazioni e la Direttiva stessa ha lo scopo di prevenire nonchè contrastare tale fenomeno valorizzando non solo il ruolo degli insegnati e dirigenti scolastici, ma anche l’intero personale tecnico ed ausiliare. Al fine di individuare un preciso programma di prevenzione e contrasto, la Direttiva affronta la materia delle sanzioni disciplinari ascrivibili ai bulli; nel POF, Piano dell'Offerta Formativa, documento delle scuole autonome, viene concessa la possibilità di attuare un programma di educazione e prevenzione del fenomeno. La Direttiva offre diversi piani strategici a seconda del livello di istruzione, infatti per la scuola di infanzia e quella primaria si riconosce una grande importanza alla comunicazione interpersonale mediante gruppi di ascolto privi di carattere giudicante ed inoltre vengono creati situazioni rivolte esclusivamente al dialogo durante le quali è possibile avanzare suggerimenti ad hoc; per quanto concerne invece le scuole secondarie di primo e secondo grado vengono promosse campagne di informazione e di formazione, nonché di aggiornamenti,a livello nazionale, regionale e locale. Con la Direttiva, mediante appositi fondi al Ministero della Pubblica Istruzione, è prevista la costituzione di osservatori regionali permanenti presso l’Ufficio Scolastico Regionale, i cui dati costituiscono fonte di controllo del fenomeno. La Direttiva affronta anche la problematica del cyberbullismo, in merito alla quale si impegna, in collaborazione con il Ministero delle Comunicazioni, nonché la partecipazione di altre Istituzioni e operatori di Internet, di promuovere iniziative informative volte alla conoscenza del Codice di Autoregolazione Internet e Minori.
Parallelamente al bullismo altro fenomeno in crescente espansione è il cosidetto cyderbullismo; con tale termine si suole indicare tutti quei ripetuti e sistematici attacchi mediante la rete internet attraverso i social networks e non solo. Diverse sono le modalità con le quali il cyberbullismo si realizza: harassament, ossia continua spedizione di messaggi dal contenuto offensivo, flaming, consistente in volgari messaggi on-line finalizzati a provocare accese discussioni sui forum, impersonation o furto di identità (identity theft), finalizzata a sostituirsi alla reale persona con l’intento di creare alla stessa una discutibile reputazione, denigrazione, exposure, vale a dire pubblicare private informazioni, cyber-persecuzione ovvero minacce o molestie con lo scopo di incutere paura ad una persona ed ancora trikery, entrare in confidenza con l’utente per poi divulgare o condividere informazioni ottenute sfruttando la fiducia ottenuta ed in ultimo l’esclusione mediante la quale si esclude l’utente da un gruppo formato su un social networks con l’obiettivo di far nascere nello stesso un senso di emarginazione.
Nonostante manchi una specifica normativa volta a contrastare il fenomeno del cybullismo ci sono stati importanti interventi mirati quanto meno a reprimere condotte di questo tipo;nel Decreto Legge 93 del 2013 sono riportate importanti disposizioni le quali si riferiscono non direttamente al fenomeno del bullismo, bensì alla fattispecie di cui all’articolo 612 bis del Codice Penale, Atti persecutori, commessa mediante mezzi informatici ovvero telematici, nonché l’aggravante di 1/3 laddove gli atti siano realizzati attraverso strumenti informatici o telematici e nonché frode informatica commessa mediante sostituzione di identità, fenomeno che prende il nome di identity theft.
Fonte: Bullismo e cyderbullismo. Aspetti legali di un fenomeno sociale in crescente espansione
Il reato di stalking è punibile con l’artt.612 bis C.P. e prevede una pena fino a quattro anni di carcere per chiunque minaccia o disturba, con telefonate, sms o lettere anonime, in maniera prolungata o ripetuta, una persona, arrecando ad essa un grave stato di timore per la propria salute e per la propria sicurezza o per quella di un altro soggetto a lei vicino, fino al punto di provocare un cambiamento del suo stile di vita.
Lo stalking si riferisce a comportamenti molesti o minacciosi che si protraggono ripetutamente nel tempo, con pedinamento, inseguimento, molestia e persecuzione possono manifestarsi sotto innumerevoli forme.
Lo stalking si caratterizza per molestie reiterate e comportamenti minacciosi di un individuo, come per esempio: seguire una persona, farsi trovare sotto la sua abitazione o luogo di lavoro, tormentare con telefonate, sms, messaggi scritti o e-mail. Attenzione però, una sola minaccia o un isolato episodio di “tampinamento”, anche se invadente, non sono sufficienti a realizzare il reato di atti persecutori: è necessaria una certa reiterazione delle condotte nel tempo.
Denunciando il problema alle Polizia o ai Carabinieri è necessario fornire loro, informazioni dettagliate ed attendibili quali il nominativo del molestare, copia degli sms, delle mail, tabulato telefonico, ecc.
Ogni qualvolta che sei vittima di stalking e desideri fermare il molestatore, devi raccogliere tutte le prove necessarie per denunciare il caso alla giustizia.
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Di seguito riportiamo alcuni articoli di stampa:
Ex: arrestato per stalking. Da due settimane pedinava la vittima, la aspettava sotto casa, la insultava e la minacciava. (Roma, Corriere della Sera)
Perseguitava la ex e il figlio. Arrestato per stalking.
Commercialista, perseguitava la ex dal 2009 (Bologna, repubblica.it).
Art. 612 bis. Atti persecutori.
L'art. 612 bis rappresenta una delle novità più significative introdotte con il D.L. 23.2.2009, n. 11, recante «Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori».
Il nuovo reato, meglio noto anche come stalking (dal termine anglosassone to stalk, ovvero «fare la posta alla preda»), prevede la pena della reclusione da sei mesi a quattro anni a carico di chi, con condotte reiterate di minaccia o molestia, ingeneri nella vittima «un perdurante e grave stato di ansia o di paura», ovvero un «fondato timore» per l'incolumità propria, di un congiunto o di una persona a lei legata da una relazione affettiva, ovvero la costringa ad «alterare le proprie abitudini di vita».
Dalla lettura di questa nuova disposizione normativa, si può osservare come si è cercato di dare una risposta sanzionatoria appropriata a condotte che, fino ad oggi, venivano inquadrate nei meno gravi delitti di minaccia, violenza privata o nella contravvenzione di molestie (art. 660). Fattispecie, queste, che si sono dimostrate spesso inidonee a fornire una tutela adeguata a fronte di condotte che presentano un coefficiente di gravità maggiore, sia per la reiterazione degli atti persecutori, sia per la loro incidenza negativa sulla sfera privata e familiare della vittima. Le vittime sono soprattutto donne e, le molestie sono opera di ex mariti, ed ex conviventi ed ex fidanzati. Per la sussistenza del reato è necessaria, in primo luogo, la reiterazione della condotta criminosa, rappresentata da minacce e/o molestie. Secondo l'ormai consolidata interpretazione dottrinale e giurisprudenziale, per minaccia si intende la prospettazione di un male futuro e prossimo, per molestia, ogni attività che alteri dolorosamente o fastidiosamente l'equilibrio psico-fisico normale di un individuo. Il reato rimane peraltro a forma libera, atteso che, tanto le minacce, quanto le molestie, possono essere realizzate secondo una molteplicità di forme idonee a produrre, nel primo caso, un effetto coartante sulla libertà psichica della vittima e, nel secondo caso, un'indesiderata intrusione nella sua sfera individuale. È inoltre necessario che le minacce o le molestie siano reiterate. La reiterazione evoca non solo una pluralità di condotte, ma altresì il loro verificarsi in tempi e contesti differenti.
b) un fondato timore per l'incolumità propria, di un prossimo congiunto o di persona legata alla vittima da una relazione affettiva;
A) un perdurante e grave stato di ansia o di paura nella vittima: qualificando lo stato d'ansia e di paura come "perdurante" e "grave", la norma sembra riferirsi a forme patologiche di stress o di alterazioni dell'equilibrio psicologico del soggetto passivo, tali da essere riscontrabili già sul piano oggettivo.
B) un fondato timore per l'incolumità della vittima, di un prossimo congiunto o di una persona a lei legata da una relazione affettiva: anche in questa seconda ipotesi si specifica come il timore debba essere "fondato", aggettivo che sembra rivolgersi come un monito al giudice affinché accerti la concretezza e l'oggettività della situazione di paura vissuta dalla vittima. Il timore deve avere ad oggetto l'incolumità della persona offesa, di un suo prossimo congiunto o di una persona a lei legata da una relazione affettiva. E’ configurabile anche il tentativo, purché la ripetizione degli atti raggiunga la soglia sufficiente a integrare il requisito delle reiterazione richiesto dalla norma.
Venendo alle prime applicazioni giurisprudenziali, il reato di stalking è stato riconosciuto a carico di colui che, con condotte reiterate, osserva con atteggiamento minaccioso e segue ossessivamente presso il luogo di lavoro la ex coniuge, ingenerando nella donna un perdurante e grave stato d'ansia e costringendola a modificare le proprie abitudini di vita.
Al 2° e 3° co. sono state introdotte due circostanze aggravanti. La pena sarà aumentata fino a un terzo qualora il fatto venga commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da un soggetto che in passato è stato legato alla persona offesa da una relazione affettiva. L'incremento sarà invece fino alla metà qualora gli atti persecutori vengano commessi ai danni di soggetti più deboli (quali minori d'età, donne in stato di gravidanza o persone disabili) o nel caso in cui le modalità di commissione del fatto appaiano particolarmente pericolose per l'incolumità della vittima o idonee ad accrescere l'effetto intimidatorio sulla stessa (uso di armi o persona travisata).
Regime di procedibilità e procedura di ammonimento.
Quanto al regime di procedibilità, il delitto è punito, di regola, a querela della persona offesa. Va segnalato come il termine per proporre querela è di sei mesi, corrispondente a quello previsto dall'art. 609 septies per i reati di violenza sessuale. La ratio è analoga e va ravvisata nella salvaguardia della persona offesa, in considerazione del travaglio interiore vissuto da chi si trovi a dover denunciare, e rendere pubblici, comportamenti gravemente lesivi della propria sfera privata, realizzati, il più delle volte, da soggetti assai vicini alla vittima. Proprio in quest'ottica si spiega anche la previsione di una procedura di ammonimento, alla quale la persona offesa può ricorrere prima di proporre un'eventuale querela. L'art. 8, L. 23.4.2009, n. 38, prevede che la vittima degli atti persecutori esponga i fatti all'autorità di pubblica sicurezza, avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti dell'autore della condotta. Il questore, assunte le necessarie informazioni, ove ritenga fondata l'istanza, potrà ammonire l'autore dello stalking, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge. Dell'ammonimento viene redatto processo verbale, una copia del verbale è rilasciata al richiedente l’ammonimento e una all'ammonito. L'ammonimento può essere incluso tra le misure di prevenzione. Attraverso questa procedura l'istante espone i "fatti", che saranno oggetto della valutazione del Questore in merito alla fondatezza dell'istanza.
Lo scopo della procedura di ammonimento è quello di prevenire la consumazione del reato di atti persecutori, attraverso un invito, rivolto al loro potenziale autore, a tenere un comportamento conforme alla legge e, più precisamente, a interrompere qualsiasi interferenza nella vita del richiedente. Dalla procedura di ammonimento derivano delle importanti conseguenze sotto il profilo sanzionatorio: qualora, infatti, l'ammonito insista nella propria condotta persecutoria, andrà incontro a un aumento della pena per il delitto di cui all'art. 612 bis, il quale sarà, in tal caso, procedibile d'ufficio. In particolare, è stato introdotto il nuovo art. 282 ter c.p.p. , rubricato "Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa". Con tale norma fa ingresso nell'ordinamento una nuova misura cautelare coercitiva, il cui contenuto può riassumersi in una prescrizione, rivolta dal giudice all'imputato, di non avvicinarsi a luoghi determinati, abitualmente frequentati dalla persona offesa, ovvero di mantenere da essi o dalla vittima una determinata distanza (1° co.). Al 2° co. si prevede che in presenza di ulteriori esigenze di tutela il giudice possa prescrivere all'imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati e abitualmente frequentati dai prossimi congiunti della vittima, o da persone conviventi o legate alla medesima da relazione affettiva (ovvero di mantenere una certa distanza dai predetti luoghi o persone).
Il giudice potrà poi prescrivere modalità e limiti di frequentazione di tali luoghi, qualora essa si renda necessaria per motivi di lavoro o esigenze abitative, nonché vietare all'imputato di comunicare con qualsiasi mezzo con i soggetti di cui al 1° e 2° co.
Di seguito riportiamo copia della sentenza relativa allo stalking del 20 luglio 2012.
Cass. pen., Sez. VI, sent. 24 novembre 2011 (dep. 20 giugno 2012), n. 24575, Pres. Serpico, Rel. Paoloni.
Nella sentenza in esame, la Suprema Corte affronta per la prima volta, in modo analitico e dettagliato, la problematica, ricorrente spesso nella pratica, dei rapporti tra il delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) e quello di atti persecutori (art. 612 -bis c.p.), che aveva trovato soluzioni differenti nella giurisprudenza di merito.
Dopo una dettagliata disamina delle differenze intercorrenti tra le due fattispecie, in ordine all'oggetto giuridico e agli elementi costitutivi di ciascuna, i giudici di legittimità analizzano il significato della clausola di riserva contenuta nell'art. 612-bis c.p., per poi passare ad esaminare la peculiare ipotesi in cui le condotte vessatorie vengano poste in essere dal coniuge legalmente separato o divorziato, o da un soggetto che sia stato legato da relazione affettiva alla persona offesa.
Dopo la condanna in primo e in secondo grado per maltrattamenti in famiglia, l'imputato proponeva ricorso per Cassazione, contestando la sussistenza tanto dell'elemento oggettivo, quanto del dolo del delitto in questione .
Il ricorrente evidenziava inoltre come la condotta fosse stata rivolta soltanto verso la moglie, e non anche verso il figlio, risultando pertanto più correttamente riconducibile ad una fattispecie - quella di cui all'art. 612-bis c.p. -, inapplicabile ratione temporis in quanto introdotta successivamente ai fatti oggetto del giudizio.
Giova al riguardo osservare che in passato, laddove gli atti persecutori erano realizzati successivamente alla cessazione della convivenza tra coniugi, la Suprema Corte aveva talvolta ricondotto le incursioni persecutorie nei maltrattamenti in famiglia, ritenuti configurabili anche quando fosse cessata la convivenza (Sez. VI, 26 agosto 2008, n. 26571)).
Del resto - ha affermato la Suprema Corte in una recente sentenza - «il reato di maltrattamenti in famiglia configura una ipotesi di reato necessariamente abituale costituito da una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali acquistano rilevanza penale per la loro reiterazione nel tempo trattasi di fatti singolarmente lesivi dell'integrità fisica o psichica del soggetto passivo, i quali non sempre, singolarmente considerati, configurano ipotesi di reato, ma valutati nel loro complesso devono integrare, per la configurabilità dei maltrattamenti, una condotta di sopraffazione sistematica e programmata tale da rendere la convivenza particolarmente dolorosa» (Sez. III, 16 maggio 2007 n. 22850).
In sede di redazione finale dell'art. 612-bis c.p., è ricomparsa la clausola di riserva - salvo che il fatto costituisce più grave reato - che era stata espunta in una fase dei lavori preparatori. «Della utilità di tale clausola si può ben dubitare, dal momento che non è agevole ipotizzare la configurabilità di reati di maggiori gravità capaci di assorbire lo specifico disvalore degli atti persecutori quali figura di illecito imperniata sulla reiterazione di condotte offensive e, dunque, connotata dal carattere di abitualità: ove con una o più azioni singole, facenti parte di una condotta complessiva di stalking, l'autore dovesse realizzare un reato più grave a carattere istantaneo come ad esempio l'omicidio della vittima, non vi sarebbe alcun dubbio circa la configurabilità di un concorso di reati. Un possibile caso di assorbimento potrebbe invece, in teoria, verificarsi rispetto a un altro reato abituale come ad esempio quello di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.), che risulta più grave perché più severamente sanzionato (reclusione da uno a cinque anni), ma che sarebbe destinato verosimilmente a prevalere anche a prescindere dalla clausola di riserva» (G. Fiandaca-E. Musco, Diritto penale, parte speciale, Vol. II, tomo I, Zanichelli, Bologna, 2009, addenda, 11).
Mentre, infatti, la Suprema Corte ha ammesso il concorso tra gli atti persecutori e la violenza privata (Sez. V, sentenza 25 maggio 2011, n. 20895, afferma che: «se la norma incriminatrice di cui all'art. 612-bis è speciale rispetto a quelle che prevedono reati di minaccia o molestia, non lo è rispetto all'art. 610 c.p. La violenza privata anzitutto può essere commessa con atti per sé violenti ed è poi soprattutto finalizzata a costringere la persona offesa a fare, non fare, tollerare o omettere qualche cosa, cioè ad obbligarla ad uno specifico comportamento. La previsione dell'art. 610 c.p. perciò non genera solo il turbamento emotivo occasionale dell'offeso per il riferimento ad un male futuro, ma esclude la sua stessa volontà in atto di determinarsi nella propria attività, d'onde il quid pluris di cui all'art. 610 c.p.») con riferimento, invece, ai maltrattamenti in famiglia, l'orientamento più recente della Cassazione ha ricondotto gli atti di violenza privata negli episodi vessatori rimangono assorbiti nel reato di maltrattamenti (Sez. V, 14 maggio 2010, n. 22790). Ad esempio, il marito che minaccia la moglie per costringerla a non chiedere la separazione risponde del solo reato di maltrattamenti e non anche di violenza privata. Tale condotta, infatti, va contestualizzata nel regime di vita vessatorio subito dalla consorte e, quindi, resta assorbita nel reato di cui all'art. 572 c.p. e non costituisce l'autonomo delitto ex art. 610
c.p. (Sez. 10 giugno 2010, n. 37796).
2018 (INDAGINI STALKING E MOLESTIE). Tutti i diritti riservati.

References: articolo 628
 articolo 612
 art. 660
 art.594
 art. 595
 art. 581
 art. 583
 sentenza 

Art. 612
 art. 282
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 610