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Timestamp: 2020-08-15 14:37:56+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 23066 del 03/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23066 del 03/10/2017
Cassazione civile, sez. VI, 03/10/2017, (ud. 06/07/2017, dep.03/10/2017), n. 23066
sul ricorso 7027-2014 proposto da:
VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURP GENERALE DELLO STATO, che
C.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PIETRO
VENTURI, 61, presso lo studio dell’avvocato GIULIO STILLITANO,
rappresentata e difesa dagli avvocati ALESSANDRO ASCHERO, ALESSIO
DESTEFANIS;
avverso la sentenza n. 402/2013 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,
che con la sentenza impugnata la Corte di appello di Genova ha confermato la decisione del giudice di primo grado che, per quanto in questa sede interessa, aveva accolto la domanda proposta da C.M., la quale aveva prestato servizio alle dipendenze del Ministero dell’Istruzione in forza di reiterati contratti a tempo determinato in qualità di addetta ATA, volta al riconoscimento del diritto della predetta alla progressione stipendiale in relazione al servizio prestato in forza di tali contratti;
Che con l’unico articolato motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. 3 maggio 1999, n. 124, art. 4 e del D.M. 13 giugno 2007 del Ministro della pubblica istruzione, anche in combinato con la L. n. 312 del 1980, art. 53 e del D.L. 13 maggio 2011, n. 70, art. 9, comma 18 come convertito con modific. dalla L. 12 luglio 2011, n. 106, art. 1, comma 2 – violazione della clausola 4 e della clausola 5 dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato allegato alla direttiva 1999/70 CE in relazione. all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deducendo che il principio di non discriminazione è correlato all’abuso del contratto a termine, che nella specie deve essere escluso in quanto il ricorso alle supplenze aveva trovato giustificazione in ragioni oggettive e osservando che il lavoratore assunto a tempo determinato nel settore scolastico non è comparabile al docente di ruolo, sia per il mancato superamento del pubblico concorso, sia perchè ogni singolo rapporto è distinto ed autonomo rispetto al precedente;
che il motivo non è fondato, osservandosi, in conformità con Cass. n. 22558/2016; Cass. n. 27387/2016; Cass. n. 165/2017; Cass. n. 290/2017 (alle cui motivazioni ci si riporta integralmente in quanto del tutto condivise), che il Ministero ricorrente sovrappone e confonde il principio di non discriminazione, previsto dalla clausola 4 dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato (concluso il 18 marzo 1999 fra le organizzazioni intercategoriali a carattere generale CES, CEEP e UNICE – e recepito dalla Direttiva 99/70/CE), con il divieto di abusare della reiterazione del contratto a termine, oggetto della disciplina dettata dalla clausola 5 dello stesso Accordo, laddove i due piani debbono, invece, essere tenuti distinti, essendo il primo principio teso a migliorare la qualità del lavoro a tempo determinato garantendo il rispetto del principio di non discriminazione e il divieto a creare un quadro normativo per la prevenzione degli abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato;
che l’obbligo posto a carico degli Stati membri di assicurare al lavoratore a tempo determinato condizioni di impiego che non siano meno favorevoli rispetto a quelle riservate all’assunto a tempo indeterminato comparabile, sussiste, quindi, a prescindere dalla legittimità del termine apposto al contratto, giacchè detto obbligo è attuazione, nell’ambito della disciplina del rapporto a termine, del principio della parità di trattamento e del divieto di discriminazione che. costituiscono norme di diritto sociale dell’Unione di particolare importanza, di cui ogni lavoratore deve usufruire in quanto prescrizioni minime di tutela (Corte di Giustizia 9.7.2015, causa C177/14, Regojo Dans, punto 32);
che la CGUE ha evidenziato che le maggiorazioni retributive che derivano dalla anzianità di servizio del lavoratore costituiscono condizioni di impiego ai sensi della clausola 4, con la conseguenza che le stesse possono essere legittimamente negate agli assunti a tempo determinato solo in presenza di una giustificazione oggettiva (Corte di Giustizia 9.7.2015, in causa C177/14, Regojo Dans, punto 44, e giurisprudenza ivi richiamata) e che a tal fine non è sufficiente che la diversità di trattamento sia prevista da una norma generale ed astratta, di legge o di contratto, nè rilevando la natura pubblica del datore di lavoro e la distinzione fra impiego di ruolo e non di ruolo, perchè la diversità di trattamento può essere giustificata solo da elementi precisi e concreti di differenziazione che contraddistinguano le modalità di lavoro e che attengano alla natura ed alle caratteristici-,4 delle mansioni espletate (Regojo DanE,, cit., punto 55 e con riferimento ai rapporti non di ruolo degli enti pubblici italiani Corte di Giustizia 18.10.2012, cause C302/11 e C305/11, Valenza; 7.3.2013, causa C393/11, Bertazzi);

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 4
 art. 53
 art. 9
 art. 1
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 CGUE