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Timestamp: 2017-05-25 20:05:36+00:00

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Cossombrato | www.centrocasalis.it
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Area storicaContado di Asti; Feudi della Chiesa. Vedi mappa 1. Vedi mappa 2.
Abitanti426 [censimento 1991]; 488 [censimento 2001].
EstensioneHa. 533 [ISTAT] / ha. 537 [SITA].
ConfiniAsti, Chiusano d’Asti, Corsione, Montechiaro, Villa San Secondo.
FrazioniLe fonti ISTAT segnalano la presenza di due “centri” insediativi, che insieme raccolgono la metà della popolazione; si aggiungono quattro “nuclei”, che ne raccolgono circa un terzo, mentre il 15 per cento circa della popolazione risiede in “case sparse”. Vedi mappa.
Toponimo storicoCursembrandum, di probabile derivazione da Curtis Embrandi. Il toponimo è riconducibile alla curtis intesa sia come insieme dei possessi di un signore sia come centro residenziale e di raccolta dei prodotti dell’azienda fondiaria. L’antroponimo Embrandus, o Elprandus, attribuito alla curtis (attestato in zona dal 950) è stato ricondotto al diffuso stanziamento di elementi di stirpe franca in alcune zone dell’Astigiano durante l’età carolingia [Assandria 1904-07, docc. 21, 82, 200, 315; Bordone 1976, p. 35; Bordone 1980a]. DiocesiAsti.
PieveCoacium, attestata per la prima volta nel 1153 come dipendente dal vescovo di Asti, in seguito designata come pieve di Cossombrato. Il sito della chiesa, oggi scomparsa, è localizzabile tra Villa San Secondo e Cossombrato. La circoscrizione plebana comprendeva Settime, Frinco, Rinco e Callianetto (nonché la Val Liscaria). Nel Registrum Ecclesiarum dioecesis astensis del 1345, la pieve, da cui dipendevano all’epoca dieci chiese, era tributaria della chiesa d’Asti per 80 lire [Bordone 1976, p. 35; 1980b, p. 170 nota 127; Bosio 1894, p. 524; Cico 1987-88; Silengo 1964; vd anche scheda Villa San Secondo].
Altre Presenze EcclesiasticheSan Martino fu la chiesa parrocchiale almeno fino alla fine del secolo XIII. All’epoca della visita apostolica del 1585 risultava ormai “chiesa campestre” e diroccata (diruta). Veniva descritta dal visitatore come l’antica sede principale (principalis) di cura d’anime tanto di Cossombrato quanto di Villa San Secondo, fino all’epoca in cui gli abitanti di quest’ultima si erano trasferiti nel nuovo insediamento (homines loci Ville S.ti Secundi se recepissent in locum ubi ad presens reperitur). Il trasferimento aveva provocato non solo la formazione di chiese separate (diversas ecclesias prorsus separatas homines praedicti in utroque loco sibi construxerunt), ma anche l’appropriazione da parte degli abitanti di Villa San Secondo dei “ricchissimi redditi” ecclesiastici (pinguissimos admodum redditus) già spettanti ai signori di Cossombrato, cui si diceva (diceretur) appartenere il diritto di giuspatronato sulla chiesa. Peraltro, una inchiesta condotta due anni prima dal visitatore suggeriva che la separazione sia cultuale sia patrimoniale delle due parrocchie avesse conosciuto diverse soluzioni intermedie, per consolidarsi soltanto in epoca più recente, “da vinticinque o vintiotto anni in qua in circa”. Fino a quel momento, secondo un testimone:
[G]li abitanti del castello di Cossombrato erano suggietti a questa parrochia di S. Secondo et solevano venire alla communione alla Pascha nella chiesa nostra di S. Secondo et alle volte ancora il nostro piovano, ditta la sua messa qua, soleva andar a dir messa al sudetto luogho di Consembrato,
né i redditi erano ancora formalmente separati [A.C.V.A., Visite Pastorali, Visita Apostolica Peruzzi (1585), cc. 213v-16r].
All’epoca della visita apostolica, la cura d’anime si svolgeva in un’altra “chiesa campestre”, Santo Stefano, a cui il l’ordinario aveva già decretato l’assegnazione di qualche piccolo lotto di terreno (quedam parvulae proprietates); nel corso del secolo XVIII, questo patrimonio sarà valutato in 23 giornate di beni “di dote”, fiscalmente esenti, per una rendita stimata in 30 scudi annui. Nel secolo XVI la rendita dei terreni era integrata, a cura dei signori, da 18 scudi in denaro, nonché da abbondanti provvigioni in natura (multa allimenta cibi et potus) destinati al mantenimento di un sacerdote, che tuttavia veniva ospitato dai signori nella loro dimora (in eius domu propria). Di fatto, l’assenza di una titolatura ufficiale e di una opportuna procedura di collazione, insieme a un qualche sospetto di profanazione degli edifici (materiam quamcumque dictarum ecclesiarum iam profanatarum), nonché l’esistenza di una terza chiesetta (ecclesiola) che sorgeva nell’abitato o nel castello (intra castrum dicti loci), suggerirono al visitatore di prefigurare là (intra castrum ipsum) una riedificazione della chiesa parrocchiale dietro un generico impegno dei signori [A.C.V.A., Visite Pastorali, Visita Apostolica Peruzzi (1585), cc. 213v-16r; Relazione 1753, f. 105r; vd anche scheda Villa San Secondo].
Soltanto in piena età moderna, sulla piazza antistante il castello, sorse la nuova parrocchiale di Santo Stefano, che, verso la fine del secolo XVIII, aveva un reddito annuo stimato in £300 [A.S.T., Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, n. 3, Corrispondenza intendente Di Bonvicino (28 marzo 1790)]. Annessa al castello era invece la cappella signorile dedicata alla Madonna Addolorata [Bordone 1976, p. 39].
Una notevole rilevanza nel plasmare l’assetto politico e territoriale di Cossombrato tra il tardo medioevo e la prima età moderna ebbe la chiesa della Madonna dell’Olmetto: la ecclesia de Ulmeto già citata nel Registrum Ecclesiarum dioecesis astensis del 1345 come dipendente dalla pieve di Cossombrato, con un imponibile di registro pari a £7 [Bosio 1894, p. 524].
Si può ipotizzare che la forte presenza signorile a Cossombrato abbia tarpato, per così dire, a differenza che in altre località astigiane, ogni attività di sodalizi laiciali durante l’età moderna. Parallelamente, l’assenza di una comunità amministrativa impedì la fondazione di una Congregazione di carità [A.S.T., Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, n. 3, Corrispondenza Intendente Di Bonvicino (28 marzo 1790)]; la documentazione dell’Ente comunale di assistenza per il 1937-46 è in A.S.A., Ente comunale di assistenza di Cossombrato (1937-1946), fasc.1 [Cassetti 1996, p. 77].
Assetto InsediativoE’ probabile che il centro primitivo, noto come Cursembrandum, sia sorto in età alto medievale nei pressi della chiesa plebana. La curtis era ubicata lungo a strada di origine romana che, percorrendo per un buon tratto, a occidente della città, la valle del Rilate verso il torrente Versa, collegava Asti a Industria (Monteu da Po).
E’ stata rilevata dalla storiografia la stentata crescita di un nucleo abitativo sia nel secolo XII sia successivamente, dopo la fondazione della vicinissima Villa San Secondo a opera di una parte degli stessi abitanti di Cossombrato, ribellatisi ai loro signori tra la fine del secolo XIII e l’inizio del XIV. Più tardi, nel secolo XIV, il castello di Cossombrato venne riedificato e quindi ancora ampliato, soprattutto nel corso del Settecento, come centro del piccolo insediamento e come dimora signorile dotata di ampie cantine e magazzini per derrate [Bordone 1976, p. 35]. Entro il nucleo abitato il numero di famiglie, o “fuochi”, rimaste fedeli ai loro signori dopo la fondazione di Villa San Secondo sembrò restare più o meno invariato (meno di cinquanta) almeno fino alla prima età moderna [A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Materie economiche ed altre, Mazzo 20, n. 19; Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 27, n. 10; Bordone 1976, pp. 35-37; Settia 1970, pp. 55-66, ora in Settia 1991; vd anche scheda Villa San Secondo].
Tuttavia, alcune attestazioni tardo medievali suggeriscono la presenza di una trama più articolata di itinerari consolidati e di percorsi minori convergenti su Cossombrato e Villa San Secondo lungo i boschi e i crinali di un’ampia area che, poco più a est, da Asti si estende verso Callianetto. Tra questi, per esempio, la:
viam antiquam sup. Serram valisgiunti ubi sunt due vie qua ex altera itur ad civitatem Ast altera via que nomatur via antiqua. Fulcro di controversie da un punto di vista giurisdizionale e amministrativo, quest’area costituì, durante l’età moderna, la porzione di territorio di Cossombrato maggiormente soggetta a dissodamenti e ad altre trasformazioni colturali e insediative sia temporanee sia permanenti.
E’ ipotizzabile che fu anche l’area più aperta alle dinamiche del popolamento, grazie a iniziative di stanziamento ricorrenti seppur non sempre formalizzate in chiari rapporti di dipendenza signorile o amministrativa. Il lungo processo di dissodamenti dei boschi comuni noti come “il Debatto” e di altre terre della zona della Madonna dell’Olmetto sembrò subire un’accelerazione a partire dal secolo XVIII e durante il XIX. Di simili processi si legge un riflesso nella consistenza probabilmente crescente del “nucleo” della Madonna, che, nei censimenti tardo ottocenteschi e del primo quarantennio del secolo XX, era divenuto il nucleo più popoloso e il più resiliente a fronte dei nuovi flussi di emigrazione che caratterizzarono in seguito l’età contemporanea [A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo V 1, c. 48v; Bordone 1977, p. 285; Vergano 1965, vol. III, p. 149 Istituto Centrale 1956; Ministero 1883 e successivi; Presidenza 1927 e successivi].
Luoghi ScomparsiNon si dispone di studi specifici sugli insediamenti più o meno permanenti promossi dai signori di Cossombrato durante l’età moderna nell’area della Madonna dell’Olmetto e dei boschi “del Debatto”. Nella toponomastica sono forse leggibili tracce dell’antico sistema viario [Eydoux 1980, p. 72].
Comunità, origine, funzionamentoPer quasi tutto il corso della sua storia e fino alle soglie dell’età contemporanea, Cossombrato fu un feudo dotato di un territorio, o “finaggio”, assai vasto, ma del tutto privo di uno statuto comunitario capace di prescindere dalle forti prerogative signorili. Il potere, o lo strapotere, dei signori locali, segnatamente della famiglia Pelletta, dalle radici alto medievali, fu accentuato e consolidato, a partire dal tardo medioevo, vuoi dai larghi margini di autonomia concessi ai poteri signorili locali dai vescovi di Asti e dal regime comunale affermatosi nella città a partire dal secolo XII, vuoi dagli spazi di manovra più volte rinnovati nel corso di tutta l’età moderna grazie all’intreccio di conflitti giurisdizionali tra poteri locali e sovralocali laici ed ecclesiastici: innanzitutto il governo sabaudo e quello pontificio.
In presenza di un assertivo controllo signorile, fino alla fine dell’età moderna non si costituì a Cossombrato una comunità formalmente organizzata, né dotata di istituzioni amministrative proprie, quali un consiglio provvisto di sindaci e consiglieri. Nelle parole dei funzionari dello stato sabaudo: “L’Aggregato [...] degli [...] Uomini Cossombresi non è, che una dipendenza dello stesso feudo”, perché “tutto il Territorio è semovente ancora dalla ragione feudale, e paga annuo tributo di Canone ai feudatarj”.
Sullo scorcio del secolo XVIII, i funzionari statali osservavano che “non evvi [...] alcun Archivio pubblico, e così nemeno Cadasti, registri, scritture, o memorie”, grazie a cui fosse possibile “desumere la cognizione” della vita amministrativa del luogo. Nel tardo medioevo e durante quasi tutta l’età moderna, Cossombrato “non faceva Corpo di Comunità”, né fu “aggregato a verun altro”, o “ad altra amministrazione”. Da un punto di vista territoriale, fino a una prima definizione dei confini stabilita tra il 1583 e il 1605, il territorio di Cossombrato avrebbe potuto forse essere considerato come condiviso con il luogo di Villa San Secondo, mentre, a partire dal 1730-31, risultò collegato alla comunità di Montechiaro, sia pure limitatamente al prelievo dell’imposta prediale ordinaria (il “tasso”) [Relazione 1753, f. 105r; Bordone 1976, p. 36; Molina 1993, p. 28; vd anche schede Montechiaro d'Asti e Villa San Secondo].
Erano nuclei familiari di concessionari definiti come “enfiteuti” quelli che, a partire dalla prima età moderna, vennero connotati come “i particolari”, tendenzialmente assoggettabili anche alla fiscalità statale. A essi si aggiungevano i coloni parziari, o “massari”. Se dunque la giurisdizione determinava i criteri di sudditanza, era però il rapporto di concessione fondiaria a definire con precisione gli obblighi dei sudditi verso i rispettivi signori. Le stime disponibili sui canoni cosiddetti “enfiteutici” versati dai sudditi ai signori descrivono, per la prima età moderna, pagamenti in natura e suggeriscono, per il secolo XVIII, un onere “per giornata di terra” valutabile, in denaro, tra le £3 e le £4, circa tre volte superiore al carico fiscale rappresentato dal “tasso” statale. In simili stime medie sono incluse le “spese locali”, ma non i “redditi minuti” dovuti ai signori. Nelle limitate possibilità di osservazione dei funzionari statali, i sudditi traggono certo vantaggio dal fatto che i signori non hanno “verun Diritto di Pedaggio, Mulini, Forni, Edifizj, Dazzi, o derivazione d’Acque”, né sembra chiara agli stessi osservatori esterni la distinzione tra il feudo di Cosombrato e il “feudo rustico” della mensa di Asti sullo stesso territorio, sfruttato come bene collettivo, nonché sede di insediamenti e dissodamenti. Sullo scorcio del secolo XVII, Cossombrato veniva classificato come luogo libero da “carichi” e “contribuzioni” appunto perché “mai ha fatto corpo di comunità”. Occorrerebbe uno studio della documentazione signorile e comunale per approfondire quegli indizi che suggeriscono una certa duttilità e mobilità dei rapporti politici locali. I dati settecenteschi raccolti dai funzionari statali descrivono, nel calcolo dei fuochi formalmente riconosciuti, un aumento rispetto al secolo precedente, fino al numero di 78 verso la metà del secolo e fino a 100 nell’ultimo decennio del Settecento, dopo la cessione allo stato sabaudo dei diritti signorili del vescovo di Asti sulla giurisdizione e sulle terre. [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 27, n. 10; Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, Cossombrato o Cossambrato (Asti), 1579-1833, n.3, Lagnanze dei Particolari di Cossombrato per la gravezza dei Canoni feudali e del R.o Tasso. Provvedimenti presi a tal riguardo con parere del Proc.re Gen.le, e susseguentemente invio di Patente di Delegazione per l’affranchimento dei beni enfiteotici posseduti dai medesimi (1790-91)].
Nel corso del tempo, sembra emergere la presenza di un nucleo di “consiglieri” di Cossombrato, inizialmente “aggregati” al consiglio della comunità di Montechiaro, con mansioni di ripartizione fiscale. Il movimento per la formazione di una amministrazione comunale ricevette un netto impulso a partire dagli anni Ottanta del Settecento: se il luogo, a quest’epoca, tuttora “si maneggia senza Corpo Comunitativo”, sembra tuttavia disporre “d’un Segretaro stabile”, nonché dello “intervento de’ migliori estimati”, ossia dei “particolari” più abbienti. Sullo scorcio degli anni Ottanta, appare che “gli affari del Pubblico di Cossombrato vengono trattati dal Seg[retari]o col mezzo del concorso di tutti li capi di Casa, che stimano intervenire”. E’ nota la mobilitazione locale dell’estate del 1790, che sembrò godere di un sostegno entusiastico da parte dei funzionari statali, affinché Cossombrato assurgesse finalmente a quella “riguardevole sociale corporazione” che essi ravvisavano nello “stabilire colà un sistema di amministrazione uniforme alle veglianti Leggi”. Una “adunanza” della popolazione aveva inoltrato una petizione al re sotto la guida del parroco. Le “Lagnanze” avanzate dalla “universalità de’ particolari del luogo” riguardavano la duplice “gravezza” rappresentata tanto dai “Canoni feudali”, quanto dal “R[egi]o Tasso”. La richiesta, che potrebbe apparire di carattere antifiscale, era di “far dichiarare per Feudali” le terre soggette alle imposte fondiarie statali, “e così liberarsi del Tasso”. Tuttavia l’accusa sottostante era che i signori avessero più volte dichiarato (“consegnato”) quelle terre come “allodiali” – e dunque tassabili a carico dei “particolari” – “per utilità loro”: per mantenere tacitamente intatto il regime di rapporti e dei cosiddetti “canoni enfiteutici”.
Lo scopo della mobilitazione andò precisandosi dunque come richiesta di abolizione dei cosiddetti “canoni enfiteutici”, che, in particolare, a partire dal 1788, si erano tradotti nell’indebitamento di “quasi tutti” gli abitanti nei confronti della famiglia Pelletta. Entro il 1792, con l’attivo sostegno di una delegazione della Camera dei conti di Torino, Cossombrato venne eretta in comunità “senza pagamento di Finanza”, ossia gratuitamente, come premessa per trattarne l’affrancamento dai rapporti definiti come “enfiteutici”, grazie a un “progetto di convenzione”, che dovette peraltro attendere gli anni della Restaurazione per la fissazione delle “annualità” di riscatto dovute ai signori [A.S.C.C., Atti di lite (1505-83); Bordone 1976, pp. 37, 39; Relazione 1753, ff. 105r-06r; A.S.T., Sezioni Rinite, Camera dei Conti, Articolo 794; Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 29, n. 2 (1694); Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, Cossombrato o Cossambrato (Asti), 1579-1833, n.3, Corrispondenza dell’Intendente Favrat (1790); Lagnanze dei Particolari di Cossombrato per la gravezza dei Canoni feudali e del R.o Tasso. Provvedimenti presi a tal riguardo con parere del Proc.re Gen.le, e susseguentemente invio di Patente di Delegazione per l’affranchimento dei beni enfiteotici posseduti dai medesimi (1790-91); n. 5, 14 luglio 1822, Riparto di annualità dovute dal Comune di Cossombrato ai Conti di Pelletta; A.P.C.].
StatutiNon si hanno attestazioni di compilazioni statutarie.
CatastiNel 1730 il territorio di Cossombrato fu sottoposto a “Misura Generale”, una rilevazione della superficie dei terreni che veniva condotta nel quadro dell’editto di riforma della fiscalità terriera nota come Perequazione generale; dal 1731 i terreni di Cossombrato furono quindi sottoposti a tassazione sulla base della loro iscrizione in un Libro del catasto, che veniva assegnato e conservato a Montechiaro. Le principali caratteristiche della misurazione erano consistite nella distinzione tra i “Beni uniti alla Giurisdizione”, vale a dire i terreni “posseduti dalli due Signori Convassalli del luogo” (i conti Pelletta e Tarino), e i “Beni Enfiteotici Feudali”, che erano “tenuti, e posseduti dalli Particolari”. Dei primi era stata calcolata e resa nota l’estensione complessiva (poco meno di 900 giornate), senza però distinguere tra i beni appartenenti a cuascun signore, se non nel criterio astratto delle rispettive “quote di giurisdizione” (pari a un terzo e a due terzi). Quanto ai beni “enfiteutici” e posseduti dai “particolari”, si trattava di oltre 450 giornate di terreni, per i quali i singoli coltivatori concessionari, che già versavano ai signori un “canone enfiteutico”, venivano ora sottoposti alla fiscalità statale. L’imposizione fiscale era fissata, con un dichiarato criterio di arrotondamento, in circa una “lira di registro” per ciascuna giornata di terra posseduta. In seguito, a partire dagli anni Cinquanta del secolo XVIII, la misurazione condotta sui terreni tassabili fu sottoposta a un riscontro sul “consegnamento” dei beni dei concessionari sottoposto al Senato di Torino dai rispettivi signori, ma una conoscenza più precisa della situazione fondiaria dovette attendere la cessione dei diritti giurisdizionali del vescovo di Asti. A partire dagli anni Ottanta, i beni già riferiti alla “giurisdizione” venivano ricalcolati sul terreno in circa 665 giornate (di cui oltre 400 spettanti ai Tarino e oltre 250 ai Pelletta), che venivano ora tenuti distinti dai beni comuni propri del “feudo rustico” del Bosco della Madonna dell’Olmetto. A loro volta, i beni definiti come “enfiteutici” dei “particolari” risultavano ripartiti tra dipendenze del “castello superiore” (dei Tarino) per oltre 470 giornate e dipendenze del “castello inferiore” (Pelletta) per poco meno di 200. Il tentativo compiuto nel 1730 di classificare in “valbe” i terreni tassabili, secondo la loro qualità, fu giudicato, a quest’epoca, “inefficace”, perché “non susseguì a questa operazione l’altra della Stima Territoriale”.
Ancora sullo scorcio del secolo, la ripartizione dei tributi avveniva perciò sulla base di una semplice stima della superficie delle singole proprietà, anziché sulla base delle misure di superficie e di produttività previste dalla Perequazione. Secondo un funzionario statale dell’epoca: “tutti contribuiscono per la sola quantità di giornate nude senza evaluazione”. Il sistema locale di imposizione comportava “un sopracarico a[i] più tenui contribuenti” sia perché i “pesi” erano “determinati non dall’Estimo, ma puramente dalla Misura”, sia perché “tanto paga il possessore di pingue Campo, quanto quello del men fertile suolo” Da un lato, restava dunque ignota l’effettiva estensione del territorio (il “quantitativo constituente la Massa Universale delle giornate che somano il Registro”); d’altro lato, le imposizioni, sulla base delle semplici dichiarazioni di proprietà (“sulle Colone de’beni”), ignoravano la produttività dei terreni. La redazione di un catasto particellare fu uno dei primi atti del nuovo comune di Cossombrato, contestuale alla sua erezione nel 1791 [Relazione 1753, f. 105; A.S.T., Sezioni Riunite, II Archiviazione, Capo 21, n.1 (3); Sezioni Riunite, Camera dei Conti, Articolo 794, Corrispondenza Intendente Di Bonvicino (19 giugno 1784); Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, n. 3, Corrispondenza Intendente Di Bonvicino (28 marzo, 22 agosto e 7 ottobre 1790); A.S.C.C., Catasto 1791 (e redazioni successive fino al 1881); Volture catastali (1913-21; 1909-12; 1919; 1921); A.S.A., Catasti antichi (1501-1937].
OrdinatiLa serie storica, successiva alla costituzione del comune di Cossombrato, è conservata in modo continuativo a partire dal 1887 in A.S.C.C., Delibere [vedi anche A.C.C.].
Dipendenze nel MedioevoVerso la seconda metà del secolo XII , i signori de Cursembrando, insieme con altri detentori meno importanti di diritti sul luogo, entrarono nella clientela del vescovo di Asti, istituendo ottimi rapporti, in particolare, con il Capitolo della cattedrale. Essi inaugurarono un legame con la curia astese che avrebbe dimostrato una straordinaria resilienza nel corso dei secoli.
L’iniziale ingresso dei signori entro la sfera d’influenza del vescovo astigiano era stato analogo a quello dei signori di numerosi altri castelli che, dalla sponda del torrente Versa, fronteggiavano i domini dei marchesi di Monferrato. Tra la fine del secolo XII e l’inizio del XIV, Cossombrato si trovò infatti in un’area strategicamente assai delicata, quella compresa tra la Versa, il Rilate e il bacino del rio Cortazzone, sottoposta alle contrastanti pressioni dei marchesi di Monferrato e dell’emergente potenza del comune astigiano, potenza di volta in volta concorrente o alleata del vescovo cittadino. La configurazione dei poteri nella zona si espresse, a livello politico e giurisdizionale, nel triplice legame mantenuto durante la seconda metà del XII secolo dai signori di Cossombrato con il vescovo, con il marchese di Monferrato, dei quali furono vassalli, e con il comune di Asti, di cui assunsero la cittadinanza [Assandria 1904-07, doc 154, 188, 229, 285; Vergano 1942, docc. 68, 154, 164, 193, 212, 220, 229, 230, 231, 242, 254, 258; Bordone 1976, p. 35-38].
Nel subentrare progressivamente ai signori di Cossombrato, furono soprattutto i nuovi signori, i Pelletta, a rinnovare e a riplasmare i rapporti politici con la chiesa d’Asti in un quadro di giurisdizioni statali mutevoli, fronteggiando più volte con successo gravi minacce, fino a consolidare un potere locale che giunse, si può dire, agli albori dell’età contemporanea. Una prima congiuntura critica per l’emergente dominio locale dei Pelletta furono lo scorcio del secolo XIII e gli inizi del XIV. Nel 1290 il marchese di Monferrato Gugliemo IV era avanzato in territorio astigiano, sospingendosi fino alle porte di Asti e devastando la pianura di Quarto e la valle del Rilate; anche Cossombrato venne occupata e fu sottomessa al marchese. Con il trattato di pace stipulato nel 1292 fra il figlio Giovanni e gli Astigiani, Cossombrato, insieme ad altre località, tornò al comune di Asti, a cui i signori locali si dichiarono vassalli per le terre che da esso tenevano. Pochi anni dopo la fine delle ostilità, una rivolta antisignorile da parte della maggior parte dei nuclei di concessionari dipendenti dai singoli rami della famiglia Pelletta provocò l’uccisione di uno dei signori (1296). Seguirono, nel volgere di pochi anni, la fondazione del nuovo insediamento di Villa San Secondo, svincolato dal dominio signorile (1304), nonché la distruzione del castello dei Pelletta, che erano invisi, in quanto ghibellini, alla fazione dominante nel comune di Asti (1305).
Nondimeno, la resilienza dei Pelletta si dispiegò già nell’estate del 1309, quando la sentenza emanata da Amedeo di Savoia e Filippo d’Acaia per porre fine alle discordie tra il comune di Asti e i fuorusciti ghibellini sancì che i castelli, villaggi e uomini di Cossombrato e Corsione dovessero essere restituiti ai loro signori. Grazie ai colloqui di pacificazione del 1311, la conferma del possesso di Cossombrato al vescovo di Asti da parte dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo consolidò i Pelletta nel ruolo di principali interlocutori locali tanto del vescovo quanto dei marchesi di Monferrato. Cossombrato entrò nel novero dei quattro loca nova, che, mentre risultarono aggiunti al districtus astese nel 1377, non erano più annoverati, a dieci anni di distanza, nella iurisdictio civitatis orléanese: nel caso di Cossombrato, perché divenuto luogo “feudale”. Duccessivamente, nel 1417, in occasione del trattato di alleanza stipulato tra il vescovo e gli Orléans, Cossombrato fu tra i luoghi per i quali era previsto che, in caso di guerra con il Marchese di Monferrato, “le differenze” fossero “rimesse ai signori locali”, senza ingerenza esterne. I margini di autonomia dei signori di Cossombrato furono ulteriormente consolidati dal fatto che, a differenza di altri feudi tenuti dai Pelletta (Cisterna e Cortazzone), esso non venne avocato dalla Camera apostolica durante i processi per un omicidio compiuto entro la parentela dei Pelletta negli anni Settanta del secolo XV [Assandria 1904-07, doc. 323; Bordone 1976, pp. 37-38; Bordone 1980b, pp. 148-49; Claretta 1899, p. 168-73; Rubrice 1534; Sangiorgio 1975, pp. 280 sgg.; Sella e Vayra 1887, doc. 1041; Molina 1993; Silengo 1964, pp. 77-81; Statuta 1377].
FeudoFu inizialmente ambito di dominio dei signori de Cursembrando, forse uno dei rami dei signori di Montiglio, i cui possessi comprendevano probabilmente due castelli sorti sul territorio dell’antica Cossombrato, nonché diritti su quello di Settime e beni fondiari in Cinaglio e forse anche a Corsione [Bordone 1976, pp. 35-36; Molina 1993, p. 4; Eydoux 1982, p. 58]. La presenza in loco della famiglia dei Pelletta, banchieri astigiani, risale agli anni Venti del secolo XIII, quando acquistarono una quota di Cossombrato già ceduta ad altri signori, i Cazio [Bordone 1976, p. 36] . Agli inizi del secolo XIV, dopo la fondazione di Villa San Secondo e la distruzione di uno dei due castelli, i Pelletta e i restanti signori de Cursumbrando fecero ricostruire il castello ancora esistente, ubicato verso sud, e lo denominarono con l’antico appellativo di Cossombrato, che aveva cessato di essere applicato al nuovo villaggio. A partire da quegli anni, i Pelletta coltivarono strettissimi rapporti sia con il vescovo di Asti sia anche con la nuova comunità, che pure era da loro seceduta.
Da un lato, la chiesa astigiana favoriva i Pelletta, dei quali cercava l’aiuto finanziario, tanto che, nel 1357, dopo precedenti investiture, essi tenevano per il vescovo un quarto del castello di Cossombrato. D’altro lato, la comunità di Villa San Secondo risultò indebitata, per più motivi, con i Pelletta, a partire dal 1325-27: vuoi per debiti pregressi, già contratti con “usurai”, vuoi perché gli antichi signori risultarono ancora creditori super bonis et rebus. In particolare, nonostante una plenam refutationem, sottoscritta dai Pelletta nel 1311, per i beni fondiari perduti, Villa San Secondo era stata successivamente condannata in toto a risarcire i signori per quegli stessi beni con la cifra di 23 mila fiorini astesi. Il debito era stato confermato in seguito a un ricorso ai marchesi di Monferrato nel 1364, che sembrò riconoscere nel risarcimento, se non nel “reintegro” dei beni ai Pelletta, la condizione per una soluzione duratura dei conflitti tra gli antichi signori e la nuova comunità. Da parte loro, i Pelletta nel 1378 chiederanno il pieno reintegro e l’effettivo possesso dei beni al vescovo di Asti. Le pressioni esercitate dai Pelletta intorno ai termini del reintegro e della pacificazione sono attestate per gran parte del secolo XIV. Più tardi, a partire dal 1434, nonostante che i beni fossero “caduti in commesso” in seguito a un’accusa di fellonia, le investiture vescovili ai Pelletta si rinnovarono regolarmente con puntuale riferimento, oltre che al castello, alla “Villa di Cossombrato”, vale a dire al territorio di Villa San Secondo [Bordone 1976, p. 38; Assandria 1904-07, docc. 82, 91, 200; Molina 1993, pp. 71-102: A.P.C., Busta II, nn. 41, 44, 45, 49, 51(1327); Busta V, n. 5 (1346); A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo V 1, cc. 6-13 (1346); 14-21 (1364); 22-24 (1378); 25-30 (1440); 34-35 (1442); 36-39 (1460); 44-46 (1464)].
Ancora durante i secoli XVI e XVII le investiture di Cossombrato ai Pelletta da parte del vescovo di Asti inclusero Villa San Secondo (1555) e anche Corveglia (nel 1621). Più tardi, tuttavia, si limitarono al solo “castello inferiore” e alla sua giurisdizione, sia pure non chiaramente definita da un punto di vista territoriale (1630, 1657, 1667, 1678 e 1694). Già tra il secolo XIV e il XV, alcune quote del castello erano pervenute nelle mani delle famiglie dei Cocconato e dei Meschiavino, che essi nel 1426 vendettero al marchese Giacomo di Valperga di Masino. Una parte era passata in precedenza agli Asinari, ma già nel 1391 Tommaso l’aveva ceduta a Luigi Pelletta. A partire dal secolo XVI una serie di arbitrati intorno alle delimitazioni territoriali e giurisdizionali sortì, tra l’altro, la distinzione formale tra un feudo “superiore” e uno “inferiore”, ma una delle conseguenze a medio termine fu l’acuirsi delle tensioni tra i consignori per il possesso delle due parti del feudo. Così, nel 1681, il conte Amedeo Broglia di Revello, al quale erano pervenuti diritti per via femminile, sostenne di essere stato ingiustamente spogliato del proprio feudo dal conte Giovanni Battista Tarino e dal conte Spirito Donaudi di Castiglione. Di fatto, dieci anni più tardi proprio Tarino fu innalzato al titolo di conte per investitura imperiale, ricevendo una quota del feudo nell’anno 1700 [A.S.T., Sezioni Riunite, Camera dei Conti, Srticolo 746, paragrafo 3, vol. 81; Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 15, n. 7; Bordone 1976, p. 38; Guasco 1911, p. 654].
Durante tutta l’età moderna rimase opaca, agli occhi dei funzionari statali, la gestione amministrativa e contabile del feudo: dal lato delle uscite, i “Canoni, ed altri pesi di qualsivoglia genere, che da pred[ett]i Sig.i Convassalli, o dal Feudo, possano essere dovuti o debbano prestarsi rispettivamente alla Mensa Vescovile d’Asti”, non meno che, dal lato delle entrate, i “Diritti Giurisdizionali, che riflettono li Bandi Campestri, Multe, confiscazioni, dei Diritti Feudali Caccia, e pesca”. Fino agli inizi del secolo XVIII, i signori di Cossombrato apparivano concordi nel minimizzare “la quantità de beni feudali da essi Sig[no]ri posseduta”, “non potendosene”, come lamentavano i funzionari statali, “individuare le coerenze”, ovvero i confini. Una stima di 650 giornate di superficie sulla base delle dichiarazioni, o “consegnamenti”, rese degli stessi signori verso la metà del secolo XVIII fu accresciuta di quasi la metà nelle verifiche condotte qualche decennio più tardi dai funzionari statali.
Motivo di discordia fu invece il riconoscimento delle quote di giurisdizione corrispondenti all’estensione dei beni fondiari: poiché i Tarino dichiaravano di possedere i due terzi della terra, intentarono lite ai Pelletta presso le magistrature di Torino ai fini di farsi riconoscere una congrua giurisdizione. Entrambi i signori non esitarono a insistere sulla legittimazione conferita ai loro atti giurisdizionali, per esempio in materia giudiziaria, dalle stesse magistrature, ma anche a sottolineare, secondo le circostanze, “esser questo feudo tutto dependente dalla Chiesa, et haver sempre ottenuta investitura dalli Vescovi d’Asti et non è compreso nel Stato”. Nella competizione con i Pelletta, i Tarino emersero in questo quadro come protagonisti di un breve episodio di aperta resistenza alle ingerenze dei Savoia. Sebbene il giuramento di fedeltà ai duchi di Savoia da parte dei feudatari fosse stato imposto a partire dal 1559, soltanto nel 1731 fu rispettata per la prima volta l’ingiunzione agli abitanti di prestare lo stesso, un atto che in precedenza era stato precluso dal fatto che Cossombrato, dove non vi era “Corpo di Comunità”, non poteva nominare il necessario procuratore. Tuttavia, la vivace opposizione di Tarino e di suo fratello abate alle nuove pressioni giurisdizionali portarono a un intervento armato da parte del governo sabaudo, in un quadro di paventata rivolta che si sarebbe potuta estendere ai feudi ecclesiastici di Tigliole e Masserano. I Tarino rimasero consignori di Cossombrato.
Più tardi, dopo la cessione ai Savoia dei diritti della chiesa di Asti, una nuova infeudazione di Cossombrato appena eretta in comunità trovò come acquirente, nel 1792, Gerolamo Pelletta, che divenne anche signore di Cortazzone [A.S.T., Camerale, I Archiviazione, Provincia di Asti, Mazzo 2, n. 16, c. 44; Sezioni Rinite, Camera dei Conti, Articolo 794; Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, n. 3, Corrispondenza Intendente Di Bonvicino (28 marzo e 22 agosto1790); Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 15, n. 6; Mazzo 25, n. 19 (1559); Mazzo 27, n. 10; Bordone 1976, p. 39; Guasco 1911, vol. II, pp. 654-655 (126-127); Relazione 1753, f. 105r].
Mutamenti di distrettuazioneCossombrato appartenne al Contado di Asti, entrando a far parte del patrimonio degli Orléans nel 1389, a seguito del matrimonio di Valentina Visconti, contessa di Asti, con Louis de Valois, duca di Orléans e fratello di Carlo VI, re di Francia [Rubrice 1534; Sangiorgio 1975, pp. 280 sgg.]. Nel 1531, con l’investitura del Contado da parte dell’imperatore Carlo V alla cognata Beatrice di Portogallo, moglie del duca Carlo III di Savoia, i duchi di Savoia divennero conti di Asti. Lo stesso anno, con un diploma imperiale confermato nel 1562 dall’imperatore Ferdinando I, fu conferito ai duchi il vicariato imperiale sul Contado, con pieno esercizio di tutti i diritti regali, che nel 1555 erano stati estesi alle diocesi del dominio ducale.
Verso quest’epoca, mentre Asti veniva eretta a provincia nella riorganizzazione del 1560 dei territori sabaudi da parte del duca Emanuele Filiberto, invalse una distinzione, entro il “corpo” del Contado, tra la città di Asti con le ”terre” del suo distretto; il Capitanato, formato da “terre” esterne al distretto non infeudate, ma ora di immediato dominio ducale; quindi le “terre” infeudate; infine le “terre della chiesa d’Asti”, tra cui Cossombrato, sulle quali la corte sabauda dichiarò talvolta di esercitare prerogative di “quasi possesso”.
Fino alla cessione di queste ultime allo stato sabaudo nel 1784, i conflitti di competenza giurisdizionale, che furono assai accesi nei feudi incamerati dalla Santa Sede, si manifestarono invece a Cossombrato perlopiù in tono minore. Già a partire dallo scorcio del Seicento, i Savoia sottolineavano, per esempio, che le “difficoltà della Corte di Roma” si erano ridotte “a soli quattro feudi di Cisterna, Cortanze, Cortazzone, e Montafia”; entro il 1715 Cossombrato era uno dei feudi in cui il Senato di Torino perseguiva ormai più incisivamente -- negli “atti di possesso” -- la sovranità sabauda [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 15, n. 6; Mazzo 30, n. 29; Mazzo 34; Bordone 1976, pp. 38, 81; Rubrice 1534; Ragioni 1732; Sangiorgio 1975, pp. 280 sgg.; Scritture 1731; Sommario 1727]. La collocazione della nuova comunità di Cossombrato entro l’assetto delle province piemontesi si mantenne fino alla caduta dell’antico regime in Piemonte (1798). Entro la maglia amministrativa francese, Cossombrato seguì le sorti dell’intero territorio della vecchia provincia di appartenenza, aggregato, senza sostanziali alterazioni, a una circoscrizione di estensione variabile avente per capoluogo Asti. Si trattò dapprima del dipartimento del Tanaro, creato durante il primo effimero periodo di occupazione (1799), e, dopo il ritorno dei Francesi e in seguito alla riorganizzazione amministrativa del 1805, del dipartimento di Marengo, circondario (arrondissement) di Asti. Vedi mappa.
Dopo la parentesi napoleonica, Cossombrato rientrò, nel 1814, a far parte della ricostituita provincia di Asti che, dopo ulteriori instabili riorganizzazioni mandamentali nel 1818, fu ridotta a circondario della divisione amministrativa, poi provincia di Alessandria nel 1859 [Cassetti 1996; Romano 1998, pp. 15-45; Sturani 1995; 2001]. Lo stesso circondario di Asti venne soppresso e aggregato a quello di Alessandria nel 1927 [Istituto Centrale 1927, p. 1], quindi staccato dalla provincia di Alessandria e aggregato alla nuova provincia di Asti formata nel 1935 [Gamba 2002; Istituto Centrale 1937, p. 8]. In anni recenti Cossombrato ha aderito alla Unione di Comuni Comunità Collinare “Val Rilate”.
Mutamenti TerritorialiGli attuali territori di Cossombrato e Villa San Secondo durante il medioevo, e fino al secolo XIV, formavano un solo luogo, il cui nome era Cursembrandum (in una delle sue numerose varianti). La separazione e delimitazione territoriale tra Cossombrato, Villa San Secondo e una rosa di altre località confinanti, tra cui Callianetto e Montechiaro, si svolse gradualmente durante la prima età moderna, per culminare in una più precisa definizione di confini nel 1583-1605. Il territorio di Chiusano (oggi Chiusano d’Asti) fu ceduto dal vescovo di Asti al duca di Savoia Carlo Emanuele I e da questi eretto in comunità e infeudato nel 1619 [Bordone 1976; Molina 1993, p. 25; Silengo 1964, pp. 67-85; Torta 1999]. Cossombrato fu eretto a comune con le regie patenti dell’8 febbraio 1791 [A.S.T., Camerale, Patenti controllo finanze (1791); vd anche schede Castell'Alfero, Chiusano d'Asti, Montechiaro d'Asti e Villa San Secondo].
ComunanzeCome conseguenza di una controversia territoriale con Villa San Secondo, Montechiaro e altri luoghi, iniziata nel tardo medioevo e ricomposta in una serie di arbitrati tra la fine del secolo XVI e il 1606, risultò compresa nel “finaggio” di Cossombrato, e dunque entro la giurisdizione dei suoi signori, una estensione piuttosto vasta di boschi (calcolata nel secolo XVII in “[d]ucento, e piu giornate”), che veniva usata (“golduta”) dalla comunità di Montechiaro a titolo gratuito (senza pagare “alcun carico”) [A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo V 1]. Si trattò, almeno per tutto il secolo XVII, di terreni non iscritti a catasto [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 27, n. 10]. A quell’epoca, i terreni in questione erano “tenuti e posseduti in feudo rustico”, senza prerogative di giurisdizione, dalla comunità di Montechiaro per investitura del vescovo di Asti. Essi erano stati infatti “anticamente dismess[i] da’ Vescovi per rimunerazione d’ajuto prestato dalli huomini di d[ett]o luogo alla Chiesa Astese” [A.S.T., Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, Cossombrato o Cossambrato (Asti), 1579-1833, n.3, Corrispondenza dell’Intendente Favrat (1790)]. Una serie di investiture vescovili concesse in solidum alla comunità di Montechiaro tra il 1588 e il 1598, e più volte rinnovate nella seconda metà del secolo XVII, descrive i terreni, che, ubicati “sulle fini di Cossombrato”, si sviluppano “per longo verzo, et sin alle fini di Asti”, in 210 giornate di “Boschi detti della Mad[onn]a d’Ormetto [Olmetto], o sij del Debatto” [A.S.T., Camerale, Camera dei Conti, articolo 746, paragrafo 3, vol. 81, Indice, ff. 129 (1656); 191 (1666); 449 (1695); Libri diversi, cc. 129r-132v (1656); 194r-v (1666); 449r-451v (1695)]. Alcune investiture seicentesche suggeriscono un inizio di smembramento di questo patrimonio a favore di singoli “abitanti” di Cossombrato, provenienti da Priocca e Chiusano e insediati presumibilmente “nella Valle, verso Frincho, Castelalfiero, et Cortiglione” [A.S.T., Camerale, Camera dei Conti, articolo 746, paragrafo 3, vol. 81, Indice, ff. 315 (1683); 337 (1694); Libri diversi, cc. 129r-32v (1656); 449r-51v (1695)]. Nel 1678 la vertenza investì la chiesa della Madonna dell’Olmetto, quando gli “huomini” di Villa San Secondo si rivolsero al vescovo per difendere le proprie “ragioni” sulla chiesa “con alcuni beni adiacenti”, che accusavano i signori di Cossombrato (il conte Tarino, imitato dal conte Pelletta) di avere “occupato” [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 15, n. 5, Corrispondenza del vescovo d’Asti Tomati (1678)].
Nelle inchieste statali di fine Settecento sui beni ceduti dalla Mensa vescovile astigiana, gli scorpori effettuati sembrarono riguardare “ben minute pezze”, per un totale di non più di 10 giornate di superficie. Sebbene si fosse persa la memoria documentaria dei possessori (“le investiture [...] non essendosi più rinnovate in appresso”), diversi appezzamenti, “che non ben si possono individuare”, risultavano tenuti dal conte Pelletta, suscitando nei funzionari la preoccupazione “che esse non si confondano coi beni enfiteotici muoventi dal Feudo di giurisdizione” [A.S.T., Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, Cossombrato o Cossambrato (Asti), 1579-1833: n.3, Corrispondenza dell’Intendente Favrat (1790)]. Entro il secondo decennio del secolo XIX, la condivisione del territorio boschivo e le iniziative di dissodamento divennero oggetto di contenzioso tra la nuova comunità di Cossombrato e Montechiaro [A.S.T., Corte, Paesi, Paesi per A e B, M, Mazzo 27, Azienda economica dell’interno (1821)]. Con il 1990 i dati comunali attestano la virtuale scomparsa di terreni gravati da usi civici [C.U.C.].
Liti TerritorialiRisale al 1437, per opera dei delegati della duchessa di Orléans e del marchese di Monferrato, la definizione dei confini tra la comunità e uomini di Villa San Secondo, da un lato, e Callianetto, “terra” appartenente al distretto di Asti, dall’altro. Venne compiuto un accurato sopralluogo con un’abbondante determinazione di siti e di toponimi (che qui omettiamo). Fu prevista una puntuale collocazione di “termini” divisori e si stabilì che i fondi dagli abitanti del distretto di Asti che possedevano beni fondiari a Villa San Secondo dovessero pagare i carichi a Villa San Secondo e viceversa. Di fatto, il mancato perfezionamento degli accordi, insieme alla mancata definizione dei termini divisori tra Villa San Secondo e il territorio di Cossombrato, lasciò ampi spazi di incertezza, e di future contese, tra i signori di Cossombrato, Villa San Secondo e una rosa di altre località, tra cui Montechiaro, Callianetto e Corsione. L’area controversa, assai vasta, comprendeva beni fondiari perlopiù “indivisi”, vuoi perché utilizzati come boschi di uso comune tra gli abitanti di più località ( i boschi “del Debatto”), vuoi perché posseduti dalla Mensa vescovile di Asti secondo lo statuto giuridico alquanto elastico di “feudo rustico”, o di “beni rusticali indistinti”. Considerati talvolta come semplici allodi privi di connotazioni giurisdizionali, i beni del “feudo rustico” diedero adito, in altri casi, in particolare da parte dei signori di Cossombrato, all’assunzione di prerogative di “quasi possesso” derivanti dall’esercizio di atti di giurisdizione. Tra altri fattori, la ripresa demografica cinquecentesca contribuì senz’altro all’acuirsi dei conflitti sull’uso della terra, in particolare attraverso una ripresa dei dissodamenti promossi dai signori di Cosssombrato, innescando “molti homicidij, incendij, ruine di case, esportationi de fruti incissure de viti et altri eccessi et enormi scandali”.
In particolare, nel 1549 i signori di Cossombrato aprirono un contenzioso intorno ai confini con Villa San Secondo. L’argomento sostenuto dai signori era che da moltissimo tempo (ab antiquo et antiquiss.o tempore) essi avevano ricevuto l’investitura del castello e feudo di Cossombrato insieme con il territorio (de castro et feudo consombradi cum eorum Territorio), il quale territorio era definito, nella documentazione da essi addotta, con riferimento ai contorni dei territori confinanti, tra i quali però non risultava citata Villa San Secondo (absq. eo q. ulla fiat mentio ville s.ti secondi). I signori non si opponevano dunque alla ormai antica fondazione di Villa San Secondo, né al fatto che essa sorgesse in territorio et finibus consombradi, quanto piuttosto alla “invasione” dei beni fondiari dei signori da parte di quella Comunità e dei suoi uomini: una “sottrazione di obbedienza” per i quali era stata già comminata, nel secolo XIV, una forte ammenda in nome di un principio di “reintegro” dei signori nei propri beni. La “invasione” si manifestava nel fatto che gli abitanti di Villa San Secondo continuavano a coltivare i beni grazie a un “pretesto di superiorità” (pretextu [...] superioritatis), che tuttavia, dopo la definizione dei confini del 1437, non era stato mai legittimato da alcun atto di giurisdizione (actus Iurisdictionalis) capace di suffragare quella pretesa “superiorità” sui beni e dunque sul territorio: di fatto, gli abitanti continuavano a coltivarli da semplici coloni (uti coloni colebant). Viceversa, i signori avevano continuato non solo a compiere regolarmente atti giurisidizionali sotto forma di arresti e di ammende (damna dantes in eis captivando, penasq. et banna ab eisdem Illatoribus exigendo), ma anche a “infeudare” e dissodare terre in favore di nuovi coloni, e ciò fino a trenta, vent’anni addietro, anzi fino al presente. Sia pure con tempi lenti, la controversia cominciò a produrre, a partire dal 1561, la formazione di delegazioni di deputati sabaudi (per Cossombrato) e monferrini (per Villa San Secondo) incaricate di visitare i confini, ascoltare le parti, e piantare sul terreno nuovi termini divisori dei confini. La comunità di Villa San Secondo pretese, in particolare, l’osservanza di una sentenza arbitrale del 1517, che tuttavia non risultò più reperibile; da parte sua, uno dei signori di Cossombrato, il conte di Masino, ebbe a dichiarare: “che più non voleva che si piantassero quei termini”, dato che “gli huo[min]i della Villa S. Secondo gli havevano poco fa tagliato un bosco”.
La distinctio e la atterminatio dei confini erano gli scopi prefissati dalle delegazioni. L’idea, mentre si delimitavano i singoli territori contesi, era di distinguere il più possibile le giurisdizioni non solo dello stato sabaudo e di quello monferrino, ma anche del vescovo di Asti e dei suoi vassalli, i signori di Cossombrato. Ai fini della “cognitione, et deffinitione delle differenze de confini, e boschi tra gl’huomini di Montechiaro, et quelli di Villa San Secondo con li gentiluomini di Cossombrà”, lo stesso intreccio e la dispersione territoriale dei possessi fondiari vescovili, signorili, delle comunità e dei singoli abitanti sembrava militare contro la possibilità di formare nette linee di divisione territoriale. Tra le terminazioni visive dei confini di Villa San Secondo e Montechiaro appaiono significative , per esempio, quelle del 1580 e del 1583, grazie alle quali si stabiliva, tra l’altro, che Montechiaro non poteva vantare alcun diritto sulla porzione dei boschi e terreni aggiudicati a Villa San Secondo, mentre lo poteva per la parte “pervenuta” a Cossombrato. Il problema principale, peraltro, era la divisione a priori di una superficie la cui estensione non era nota, né ci si proponeva di misurare con precisione. Qui il criterio prescelto fu “che delli terreni et boschi contentiosi”, stimati in 1200 moggia,
se ne havessero da pigliarsi anticipatamente moggia seicento per parte, et il remanente si havesse da divider per terzo, cioè che le duoe parti fuossero di Consombrado con il carigo di proveder ala pretensione di Montechiaro qual dice haver sopra essi boschi et l’altro terzo fuosse restato a Villa. Tuttavia, i conti non tornarono a causa di una sovrastima dell’area complessiva. Alla prova dei fatti, “si sono rittrovati che tal somma non si può verificare, et ve ne sia parte occupata d’altri”, in particolare “gli hora disgerbati” da parte dei signori.. Gli arbitri scelsero dunque di procedere decurtando per approssimazioni successive. Ancora nel 1605 si ebbe notizia dello “spiantam[en]to de’ termini divisorj de’ Stati del Duca S[igno]r N[ost]ro, e del Monfer[rat]o fatto da alcuni particolari di Montechiaro a danno della Com[uni]tà di Villa S. Secondo”. La pubblicazione della sentenza dovette attendere il 1606, grazie, in particolare, al perfezionamento di una “capitolazione” particolareggiata fra gli uomini delle due comunità e all’avallo di una “risoluzione” del duca di Mantova. Con la fine de Seicento, tuttavia, nelle memorie dei funzionari monferrini, “La differenza fra quel luogo et Consombrato è accomodata, né vi è altra Discordia” [A.S.C.C., Atti di lite (1505-83); A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo V 1, cc. 47r-50r (1473); 50r-53r (1549); 71-86 e 94-102 (1561); 94r-95r (1578); 103r-05r (1580); 149-55 (1605); 156-58, Sentenza abitr.le pronunziata dal Sen.e Riccardo Cesare di Roasenda Delegato del Duca di Savoja, e dal Sen.e Cesare Manenti Deleg.o del Duca di Monferr.o, per cui dichiarasi non aver ragione alcuna la Com.tà di Montechiaro sui beni aggiudicati a quella di Villa S. Secondo p. le succenn.e sentenze del 1578 e 1583, ma benzì sulla parte aggiudicata nelle med.e sentenze alli ss.i di Cossambrato (1606);159-206, Diverse lettere concernenti le sd.e diferenze tra Montechiaro, e Villa S. Secondo, ed alcuni eccessi commessi dall’una parte, e l’altra in dipendenza di quelle, con alcuni incombenti fati dalle pred.e Com.tà precedentem.te alla sovrariferita sentenza; Corte, Paesi, Monferrato, Feudi per A e B, Mazzo 68, n. 1 (4-9), Corrispondenze del presidente gran cancelliere Provana e del senatore Manenti (1605) n. 1 (12); Corrispondenza di Francesco Scozia (1583); n. 8 (13), Corrispondenze del presidente del Senato di Monferrato Avellano; minuta di sentenza del senatore Manenti (1581-1583); vd anche schede Castell'Alfero, Chiusano d'Asti, Corsione, Montechiaro d'Asti e Villa San Secondo].
Dopo la erezione di Cossombrato a comunità nel 1791, la destinazione dei beni comuni ancora condivisi con Montechiaro e “posti sul territorio di Cossombrato” (ossia le antiche comunanze della Madonna dell’Olmetto) divenne, nel secondo decennio del secolo XIX, oggetto di un contenzioso intercomunale. Nel 1821, la vertenza riguardava la decisione di Montechiaro di dare in affitto una estensione di circa 25 giornate di terreni descritti come “gerbidi infruttiferi”, perché fossero “dissodati e ridotti a Coltura”. Il ricorso di Cossombrato all’intendenza di Asti contro questa decisione diede adito a una perizia, che, distinguendo tra destinazioni d’uso del suolo, sembrava assecondare il “roncamento”, o dissodamento, di una parte dei terreni, riconoscendo peraltro che, in caso di dissodamenti, Cossombrato “si troverebbe [...] privato di una riguardevole estensione di pascolo di cui gode oggigiorno”, nonché del “prodotto [...] in fascine”, su quella estensione di terreni, ubicati in collina, che “non può essere considerata che come Bosco”, non già come gerbido da dissodare [A.S.T., Corte, Paesi, Paesi per A e B, M, Mazzo 27, Azienda economica dell’interno (1821)].
FontiA.C.C. (Archivio Storico del Comune di Cossombrato). Vedi inventario.
A.P.C. (Archivio Pelletta di Cossombrato), in A.S.A. [Cassetti 1996, p. 85; Molina 1993].
A.S.A., Stato civile del dipartimento di Marengo, Comune di Cossombrato, [Cassetti 1996, p. 77].
A.S.C.C. (Archivio Storico del Comune di Cossombrato), in A.S.A., Comune di Cossombrato (1505-1955), bb. 142, con Elenco [Cassetti 1996, p. 53].
A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo V 1, cc. 47r-50r, Copia di sentenza arbitr.le pronunziata da Gioachino Pelleri Delegato dal March.e di Monferrato, ed Alberto Bainerio Delegato della Ducchessa d’Orleans sulla divisione de’confini, e terminazione tra i Luoghi di Caglianetto, e Villa S. Secondo (1473).
A.S.T., Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, Cossombrato o Cossambrato (Asti), 1579-1833, n.3, Lagnanze dei Particolari di Cossombrato per la gravezza dei Canoni feudali e del R.o Tasso. Provvedimenti presi a tal riguardo con parere del Proc.re Gen.le, e susseguentemente invio di Patente di Delegazione per l’affranchimento dei beni enfiteotici posseduti dai medesimi (1790-91).
A.S.T., Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, Cossombrato o Cossambrato (Asti), 1579-1833, n. 4, 1792, 23 Ottobre, Concessione di Erezione in Comunità del Luogo di Cossombrato.
A.S.T., Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, Cossombrato o Cossambrato (Asti), 1579-1833, n. 5, 14 luglio 1822, Riparto di annualità dovute dal Comune di Cossombrato ai Conti di Pelletta.
A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 15, n. 3, Atti delli Sig.ri di Cossambrà contro gli Uomini, e Communità di S. Secondo p. le diferenze tra essi vertenti per causa de confini de loro rispettivi Territorij seguiti avanti li Commiss.ri deputati per parte del Duca di Savoja, e Marchese di Monferrato [cam.]; Acta pro distinctione finium Mag. D.nor. Castri Comsombradi Contra Co.e. et homines Ville Sancti Secundi Coram mag. Domines Jo. Franc.o Cacherano Et percivale Calberio […]Comissarij (1549).
A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 15, n. 6, Relazione di quanto è seguito in Cossambrato per opera dell’Abbate, e Vassallo Tarini in occasione del giuram.to di fedeltà, che li Particolari di quel Luogo sono tenuti prestare a S. M., e delle determinazioni dalla d.ta M. S. prese [s. d. (1731), cit. cardinale Alessandro Albani].
A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 27, n. 10, Relazione del Capitano Bottis di cio ha esequito per ordine di S.A.R. ne luoghi di Cortazione, Cossambrato, La Cisterna, Camerano, Montafia, e Piea [s.d. (sec. XVII)].
A.S,T., Sezioni Riunite, I Archiviazione, Provincia di Asti, Mazzo 1, n. 3, Stato delle liti, che hanno vertenti le Città, e Communità della Provincia d’Asti [cc. non num.te 1r-16v] (Intendente Granella, Asti, 16 ottobre 1717).
A.S.T., Sezioni Rinite, I Archiviazione, Provincia di Asti, Mazzo 2, n. 2, Rellazione dello Stato, e coltura de beni de Territorj delle Città, e Comm.tà della Provinc.a d’Asti (1747) [fasc. ril., cc. non num.te].
A.S.T., Sezioni Rinite, Camera dei Conti, Articolo 746, paragrafo 3, vol. 80, Titoli, Investiture e Proroghe Chiesa d’Asti (s.d., ma dopo 1738).
Relazione 1753 (B.R.T., Relazione generale dell’Intendente d’Asti sullo stato della Provincia, dell’intendente Balduini di Santa Margherita, 1752-53 , ms., Biblioteca Astense, Asti) [Merlotti, in corso di stampa].
Casalis, Goffredo, Dizionario geografico, storico-statistico-commerciale degli stati di S. M. il re di Sardegna, Torino, G. Maspero, 1833-1856, vol. V (1839). Vedi testo.
Cico, Enrico, Il castello di Corsione, in “Il Platano”, anno XIII, 1° semestre, 1994, pp. 4-19.
Dimostrazione della sovranità temporale della Sede apostolica nei feudi ecclesiastici del Piemonte [s.l.; s.d.].
Gabiani, Nicola, e Gabotto, Ferdinando (a cura di), Le carte dello Archivio capitolare di Asti (830, 948, 1111-1237), Pinerolo, Tip. Chiantore-Mascarelli, 1907.
Guasco, Francesco, Dizionario feudale degli antichi stati sabaudi e della Lombardia. Dall’epoca carolingia ai nostri tempi (774-1901), Pinerolo, Tipografia già Chiantore e Mascarelli, 1911, 5 voll. (B.S.S.S. 54-58), vol. II, pp. 654-655 (126-127).
Manno Antonio, Bibliografia storica degli stati della monarchia di Savoia, vol. V, Torino, Fratelli Bocca librai di S.M., 1893, p. 6. Vedi testo.
Scritture ed atti trasmessi d'ordine di Nostro Signore al Sagro Collegio concernenti le ragioni della Sede Apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino, Roma, 1731. Savio, Fedele, Gli antichi vescovi d’Italia dalle origini al 1300 descritti per regioni, Torino, Fratelli Bocca editori, 1899. Vedi testo.
Silengo, Giovanni, Ricerche storico-giuridiche sul comune di Cossombrato, in “Rivista di Storia Arte e Archeologia”, 1964 (a.LXXIII), pp. 67-85.
Torta, Giuseppe, Dall'antico Cossombrato alla nascita di Villa San Secondo, [s.l.: s.n.], 1999 (Suppl. a “La famiglia di Villa San Secondo”, gennaio 1999)
Descrizione ComuneCossombrato
In presenza di un assertivo controllo signorile, fino alla fine dell’età moderna non si costituì sul territorio di Cossombrato una comunità formalmente organizzata, né dotata di istituzioni amministrative proprie, quali un consiglio provvisto di sindaci e consiglieri. Gli abitanti del luogo erano innanzitutto “sudditi”, secondo la seguente accezione: così come il “feudo resta diviso tra [i] signori”, così anche “restano divisi li sudditi, et li beni di detto finaggio a ratta di giurisditione”, ossia secondo le quote di giurisdizione spettanti a ciascun signore. Erano i signori stessi a nominare, “concordemente”, il podestà, il quale “viene al detto logo ogni settimana in Dietta cadente” per amministrare la giustizia. La stessa carica di “segretario” risultava “unita alla podesteria” in quanto “diritto annesso alla Giurisditione” e dunque “conferito” al podestà. All’occorrenza, ossia “[q]uando occorre far... qualche radunanza”, i sudditi “si radunano in castello avanti il Podestà d’esso luogo overo avanti il fattore et Agente di detti S[igno]ri”. Nelle parole dei funzionari dello stato sabaudo: “L’Aggregato [...] degli [...] Uomini Cossombresi non è, che una dipendenza dello stesso feudo”, perché “tutto il Territorio è semovente ancora dalla ragione feudale, e paga annuo tributo di Canone ai feudatarj” [Relazione 1753, f. 105r; Bordone 1976, p. 36; Molina 1993, p. 28].
Sottoposta sia alla giurisdizione spirituale e temporale del vescovo d’Asti sia a una lunga preminenza privata dei signori locali (che a loro volta dipendevano dal vescovo di Asti in quanto loro signore diretto), anche la vita religiosa a Cossombrato, nel tardo medioevo e durante l’età moderna, rispecchiò un molteplice equilibrio di poteri tanto nella nomina dei parroci (dotati del titolo di pievani) quanto nell’esercizio delle loro attività. La documentazione che i parroci redigevano e conservavano, quale, per esempio, gli status animarum (stati delle anime), ricalcava, in questo senso, non tanto la distribuzione territoriale delle famiglie entro la parrocchia, quanto piuttosto la ripartizione dei fedeli secondo la condizione giuridica dei rapporti che li legavano ai signori. Così, nel secolo XVII, le famiglie, o “fuochi”, dei concessionari “enfiteutici”, o “sudditi”, e i coloni parziari, o “massari” residenti nelle cascine, venivano descritti in elenchi distinti e separati, secondo il signore da cui dipendevano [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 27, n. 10].
A giudicare dalla documentazione oggi nota, i signori di Cossombrato seppero istituire e conservare un solido monopolio sulla vita religiosa locale. Un esempio è offerto dalla chiesa campestre della Madonna dell’Olmetto, ubicata al cuore di una vasta estensione di “luoghi contentiosi”, tra cui, in particolare, i boschi di uso comune detti “del Debatto”, e circondata da ampie estensioni di incolto. La chiesa fu al centro di un annoso e intricato conflitto di territorio e giurisdizione tra Cossombrato, le comunità limitrofe (in particolare Villa San Secondo), nonché i poteri vescovile, sabaudo e monferrino, conflitto che l’aveva lasciata “scoperta et ruinata”. Pochi anni prima della visita apostolica del 1585 (che non la incluse), fu interessata dal sopralluogo di un collegio di arbitri chiamati a ricomporre il conflitto territoriale. Risultava che, “un tempo”, la chiesa “serviva alle cassine circonvicine, parimente rovinate” a causa del contenzioso. Dagli arbitri fu formulato l’auspicio che, una volta ricomposti le controversie territoriali, i “luoghi contentiosi per al maggior parte si riducano a cultura, et si venghi ad habitare”. A tal fine fu prefigurata una nuova collaborazione tra i contendenti, che avrebbero dovuto condividere, “a comune spese” dei signori di Cossombrato e dei “consoli” di Villa San Secondo, la riparazione dell’edificio, l’istituzione congiunta di un giuspatronato perpetuo, la dotazione per il sacerdote celebrante, la presentazione concorde del cappellano. Tuttavia, un ricorso al vescovo della comunità di Villa San Secondo nel secolo seguente denunciava che tanto la chiesa quanto i “beni adiacenti” erano saldamente “occupati” dai signori di Cossombrato, conte Tarino e conte Pelletta, forse grazie anche all’ostruzionismo preventivo del Capitolo della cattedrale di Asti di fronte alla prospettiva di uno ”accomodamento imminente”, percepito come “pregiudiziale alla Chiesa”. La chiesa subì la tendenza, di fatto, a trasformarsi in oratorio privato, dove trovarono sepoltura “diversi della famiglia Pelletta”, e fu più tardi incorporata entro i confini amministrativi del comune di Cossombrato [A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo V 1, Arbitramento dei delegati del duca di Savoia, del vescovo di Asti e del duca di Mantova (1578), cc. 100r; 114r-117v (1580); Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 15, n. 5, Corrispondenza del vescovo d’Asti Tomati (1678); Bordone 1977, p. 133; Molina 1993, p. 129].
Erano nuclei familiari di concessionari cosiddetti “enfiteutici” quelli che, a partire dalla prima età moderna, vennero connotati come “particolari” ai fini della fiscalità statale. A essi si aggiungevano i coloni parziari, o “massari”. Se dunque la giurisdizione determinava i criteri di sudditanza, era però il rapporto denotato come “enfiteusi” a definire con precisione gli obblighi dei sudditi verso i rispettivi signori. Le stime disponibili sui “canoni enfiteutici” versati dai sudditi ai signori descrivono, per la prima età moderna, pagamenti in natura e suggeriscono, per il secolo XVIII, un onere “per giornata di terra” valutabile, in denaro, tra le £3 e le £4, circa tre volte superiore al carico fiscale rappresentato dal “tasso” statale. In simili stime medie sono incluse le “spese locali”, ma non i “redditi minuti” dovuti ai signori. Nelle limitate possibilità di osservazione dei funzionari statali, i sudditi traggono certo vantaggio dal fatto che i signori non hanno “verun Diritto di Pedaggio, Mulini, Forni, Edifizj, Dazzi, o derivazione d’Acque”, né sembra chiara agli stessi osservatori esterni la distinzione tra il feudo di Cossombrato e il “feudo rustico” della mensa di Asti sullo stesso territorio, sfruttato come bene collettivo, nonché sede di insediamenti e dissodamenti. Sullo scorcio del secolo XVII, Cossombrato veniva classificato come luogo libero da “carichi” e “contribuzioni” appunto perché “mmai ha fatto corpo di comunità”. Occorrerebbe uno studio della documentazione signorile e comunale per approfondire quegli indizi che suggeriscono una certa duttilità e mobilità dei rapporti politici locali. I dati settecenteschi raccolti dai funzionari statali descrivono, nel calcolo dei fuochi formalmente riconosciuti, un aumento rispetto al secolo precedente, fino al numero di 78 verso la metà del secolo e fino a 100 nell’ultimo decennio del Settecento, dopo la cessione allo stato sabaudo dei diritti signorili del vescovo di Asti sulla giurisdizione e sulle terre. [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 27, n. 10; Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, Cossombrato o Cossambrato (Asti), 1579-1833, n.3, Lagnanze dei Particolari di Cossombrato per la gravezza dei Canoni feudali e del R.o Tasso. Provvedimenti presi a tal riguardo con parere del Proc.re Gen.le, e susseguentemente invio di Patente di Delegazione per l’affranchimento dei beni enfiteotici posseduti dai medesimi (1790-91)].
Nel corso del tempo, sembra emergere la presenza di un nucleo di “consiglieri” di Cossombrato, inizialmente “aggregati” al consiglio della comunità di Montechiaro, con mansioni di ripartizione fiscale. Il movimento per la formazione di una amministrazione comunale ricevette un netto impulso a partire dagli anni Ottanta del Settecento: se il luogo, a quest’epoca, tuttora “si maneggia senza Corpo Comunitativo”, sembra tuttavia disporre “d’un Segretaro stabile”, nonché dello “intervento de’ migliori estimati”, ossia dei “particolari” più abbienti. Sullo scorcio degli anni Ottanta, appare che “gli affari del Pubblico di Cossombrato vengono trattati dal Seg[retari]o col mezzo del concorso di tutti li capi di Casa, che stimano intervenire”. E’ nota la mobilitazione locale dell’estate del 1790, che sembrò godere di un sostegno entusiastico da parte dei funzionari statali, affinché Cossombrato assurgesse finalmente a quella “riguardevole sociale corporazione” che essi ravvisavano nello “stabilire colà un sistema di amministrazione uniforme alle veglianti Leggi”. Una “adunanza” della popolazione aveva inoltrato una petizione al re sotto la guida del parroco. Le “Lagnanze” avanzate dalla “universalità de’ particolari del luogo” riguardavano la duplice “gravezza” rappresentata tanto dai “Canoni feudali”, quanto dal “R[egi]o Tasso”. La richiesta, che potrebbe apparire di carattere antifiscale, era di “far dichiarare per Feudali” le terre soggette alle imposte fondiarie statali, “e così liberarsi del Tasso”. Tuttavia l’accusa sottostante era che i signori avessero più volte dichiarato (“consegnato”) quelle terre come “allodiali” – e dunque tassabili a carico dei “particolari” – “per utilità loro”: per mantenere tacitamente intatto il regime di rapporti e dei canoni denominati “enfiteutici”.
Lo scopo della mobilitazione andò precisandosi dunque come richiesta di abolizione dei “canoni enfiteutici”, che, in particolare, a partire dal 1788, si erano tradotti nell’indebitamento di “quasi tutti” gli abitanti nei confronti della famiglia Pelletta. Entro il 1792, con l’attivo sostegno di una delegazione della Camera dei conti di Torino, Cossombrato venne eretta in comunità “senza pagamento di Finanza”, ossia gratuitamente, come premessa per trattarne l’affrancamento dai rapporti detti “enfiteutici”, grazie a un “progetto di convenzione”, che dovette peraltro attendere gli anni della Restaurazione per la fissazione delle “annualità” di riscatto dovute ai signori [A.S.C.C., Atti di lite (1505-83); Bordone 1976, pp. 37, 39; Relazione 1753, ff. 105r-06r; A.S.T., Sezioni Rinite, Camera dei Conti, Articolo 794; Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 29, n. 2 (1694); Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, Cossombrato o Cossambrato (Asti), 1579-1833, n.3, Corrispondenza dell’Intendente Favrat (1790); Lagnanze dei Particolari di Cossombrato per la gravezza dei Canoni feudali e del R.o Tasso. Provvedimenti presi a tal riguardo con parere del Proc.re Gen.le, e susseguentemente invio di Patente di Delegazione per l’affranchimento dei beni enfiteotici posseduti dai medesimi (1790-91); n. 5, 14 luglio 1822, Riparto di annualità dovute dal Comune di Cossombrato ai Conti di Pelletta; A.P.C.].

References: Articolo 794
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 articolo 746
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