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Timestamp: 2017-12-13 18:34:59+00:00

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Responsabilità professionale del medico-chirurgo e autonomia ontologica del danno morale.
marzo 23, 2010 in Responsabilità civile e risarcimento danni da Liut & Partners
(Tribunale Varese, sentenza 16.02.2010 n° 16)
Medici e struttura ospedaliera (pubblica o privata poco rileva) rispondono verso il paziente a titolo contrattuale. E’ il debitore della prestazione ad avere l’onere della prova che non vi è stato inadempimento, o che lo stesso sia dipeso da fatto a lui non imputabile, o, ancora, che lo stesso non sia stato causa del danno. Così ha deciso il Tribunale di Varese nella recente sentenza 16 febbraio 2010, n. 16 che, nella stesura della decisione in commento, ha avuto modo di esaminare tre punti cardine, ossia la c.d. causa ignota e responsabilità del medico, la responsabilità del primario e la autonomia ontologica del danno morale (dopo le SS.UU. del 2008).
Anche la recente giurisprudenza di legittimità (Cass. Civ. 1524/2010) ha avuto modo di intervenire sull’argomento dell’onere probatorio stabilendo che “In caso di danni connessi alle prestazioni di medici operanti all’interno della struttura sanitaria, incombe sulla vittima che agisce in giudizio l’onere di provare la stipulazione del contratto e l’inadempimento del professionista, mentre incombe sulla struttura l’onere di provare che la prestazione sia stata eseguita in modo idoneo e che gli esiti letali/infausti siano dipesi da evento imprevisto ed imprevedibile”.
Le condotte colpose nell’ambito delle attività medico-chirurgiche
Nel nostro ordinamento due sono i requisiti essenziali che connotano la condotta colposa:
uno di carattere negativo la non volontà dell’evento (assenza di dolo);
l’altro di carattere positivo, che ricollega la verificazione dell’evento ad una condotta colposa in quanto negligente, imprudente o imperita (colpa generica) ovvero posta in essere non osservando leggi, regolamenti, ordini e discipline (colpa specifica).
La tipicità della colpa si connota come realizzazione di un fatto che, alla luce delle regole cautelari, doveva essere evitato.
L’attività medico-chirurgica è caratterizzata dalla presenza, oltre che di regole di comune diligenza e prudenza, di regole tecniche in prevalenza non scritte, la cui violazione è fonte di imperizia e per la cui individuazione la giurisprudenza e la dottrina utilizzano i criteri della prevedibilità ed evitabilità dell’evento, a loro volta rapportati al parametro dell’agente modello (il c.d. homo eiusdem professionis et condicionis).
In dottrina e in giurisprudenza prevale un atteggiamento piuttosto equilibrato affermandosi che, tenuto conto delle peculiarità del caso singolo e delle differenti caratteristiche di ogni paziente, le linee guida, per quanto specifiche e dettagliate, non possono essere considerate del tutto esaustive con la conseguenza della irrinunciabilità al paradigma dell’agente modello. Naturalmente ai fini del rimprovero colposo non è sufficiente la violazione della regola cautelare ma occorre accertare che l’agente avesse la possibilità e la capacità di osservarla: occorre quindi la rappresentabilità ed evitabilità dell’evento da accertare in concreto alla luce del parametro dell’ homo eiusdem professionis et condicionis.
Nel testo della sentenza oggetto di commento, per quanto concerne la responsabilità del primario (chiamato in causa) per eventi dannosi che si siano verificati all’interno del reparto a lui affidato, si legge che “Il primario ospedaliero ha la responsabilità dei malati della divisione (per i quali ha l’obbligo di definire i criteri diagnostici e terapeutici, che gli aiuti e gli assistenti devono seguire) e deve, conseguentemente, avere puntuale conoscenza delle situazioni cliniche che riguardano tutti i degenti, a prescindere dalle modalità di acquisizione di tale conoscenza.
Ciò nondimeno, costui non può essere chiamato a rispondere di ogni evento dannoso che si verifichi in sua assenza nel reparto affidato alla sua responsabilità non essendo esigibile un controllo continuo ed analitico di tutte le attività terapeutiche che vi si compiono.
La sua responsabilità deve quindi fondarsi su indici fattuali o altri elementi circostanziati puntualmente allegati o almeno dedotti dal danneggiato”.
Altro interessante punto sul quale la decisione in commento si sofferma, con l’analisi della più recente normativa e giurisprudenza in materia, è quello del danno morale e della sua autonomia ontologia in seguito alle decisioni delle Sezioni Unite del 2008.
Dopo l’analisi del D.P.R. 181/2009, D.P.R. 37/2009 e il “ricordo delle sentenze del 2008”, il giudice, nella propria decisione, ribadisce che è “autonomamente risarcibile la lesione all’integrità morale, in quanto danno ontologicamente distinto dal danno biologico e da questo non assorbito…….utilizzando quale strumento di quantificazione del danno non patrimoniale le nuove tabelle elaborate dall’Osservatorio per la Giustizia civile del Tribunale di Milano, …….le quali riscrivono i criteri liquidatori del danno, consolidati nella prassi, “fondendo” i vecchi danno biologico e danno morale nella neofita figura del “danno non patrimoniale onnicomprensivo”.
(Altalex, 16 marzo 2010. Nota di Manuela Rinaldi)
Responsabilità del primario, obbligo di definire i criteri diagnostici e terapeutici
Il primario ospedaliero ha la responsabilità dei malati della divisione (per i quali ha l’obbligo di definire i criteri diagnostici e terapeutici, che gli aiuti e gli assistenti devono seguire) e deve, conseguentemente, avere puntuale conoscenza delle situazioni cliniche che riguardano tutti i degenti, a prescindere dalle modalità di acquisizione di tale conoscenza (con visita diretta o interpello degli altri operatori sanitari). Ciò nondimeno, costui non può essere chiamato a rispondere di ogni evento dannoso che si verifichi in sua assenza nel reparto affidato alla sua responsabilità non essendo esigibile un controllo continuo ed analitico di tutte le attività terapeutiche che vi si compiono. Ciò vuol dire che la sua responsabilità deve pur fondarsi su indici fattuali o altri elementi circostanziati puntualmente allegati o almeno dedotti dal danneggiato. (1-14)
NDR: la sentenza è particolarmente meritoria, in quanto affronta un argomento importante, come quello della responsabilità del medico, con un approfondimento non comune per le ordinarie sentenze di merito.
(1) In tema di responsabilità del medico e libertà di autodeterminazione del paziente, si veda Cassazione civile , sez. III, sentenza 09.02.2010 n° 2847.
(2) In materia di responsabilità del medico, cartella clinica ed omissioni informative, si veda Cassazione civile , sez. III, sentenza 26.01.2010 n° 1538.
(3) In tema di responsabilità del medico e riparto dell’onere probatorio, si veda Tribunale Piacenza, sentenza 19.11.2009 n° 764.
(4) In tema di responsabilità del medico e paziente ricoverato, si veda Cassazione civile, sez. III, sentenza 30.09.2009 n° 20954.
(5) In tema di responsabilità del medico e leges artis, si veda Cassazione civile, sez. III, sentenza 28.09.2009 n° 20790.
(6) In tema di causa e concause nella responsabilità del medico, si veda Cassazione civile, sez. III, sentenza 02.09.2009 n° 19092.
(7) In tema di responsabilità civile del medico e causalità, si veda Cassazione civile, sez. III, sentenza 10.03.2009 n° 5735.
(8) In tema di responsabilità del medico e consenso, si veda Cassazione civile, sez. III, sentenza 30.01.2009 n° 2468.
(9) In materia di consenso del paziente alla prestazione medica sul fronte penale, si veda Cassazione penale, SS.UU., sentenza 21.01.2009 n° 2437.
(10) In materia di responsabilità del medico e trattamento sanitario necessario, si veda Cassazione penale, sez. IV, sentenza 30.09.2008 n° 37077.
(11) Sul complesso tema della responsabilità del medico, si rinvia al Focus La responsabilità del medico: conferme e novità giurisprudenziali.
(12) Sulla responsabilità della struttura sanitaria, si veda Cassazione civile, SS.UU., n. 577/2008.
(13) In materia di consenso incompleto del paziente, si veda Cassazione penale 11335/2008.
(14) Tra le pubblicazioni, si veda MARSEGLIA, VIOLA, La responsabilità penale e civile del medico, 2007, nonché CHINDEMI, Responsabilità del medico e della struttura sanitaria pubblica e privata, Altalex Professionale, 2009.
Tra i contributi recenti della dottrina, si vedano:
- PICCIALLI, Il consenso informato e la responsabilità del medico, in Il Corriere del Merito, 2009, 3, 303;
- CHIDEMI, Responsabilità del medico e della struttura sanitaria pubblica e privata, Altalex Professionale, 2009;
- VIOLA, MARSEGLIA, La responsabilità penale e civile del medico, Matelica (MC), 2007;
- CARBONE V. (a cura di), Responsabilità del medico e danno esistenziale, in Il Corriere Giuridico, 2007, 1, 20;
- PAVESI, Causalità omissiva e responsabilità del medico, in Giur. It., 2007, 6;
- GUERINONI, Contatto sociale e nesso causale nella responsabilità del medico dipendente, in I Contratti, 2003, 1, 23.
(Fonte: Massimario.it – 10/2010. Cfr. nota di Manuela Rinaldi)
Ciò detto, va ancora premesso che, in corso di giudizio, è stata espletata consulente tecnica d’Ufficio: la relazione peritale redatta dai dott.ri L (CTU) e B (ausiliario del CTU) costituisce apprezzamento tecnico-scientifico che questo giudice intende recepire ai fini della decisione e che, invero, è stato confezionato attingendo dalla documentazione medica in atti e seguendo una rigorosa metodologia obiettiva e razionale. Giova rilevare, in particolare, che il consulente ha adottato un metodo di indagine serio e scrupoloso, provvedendo a rilievi cartolari e clinici e con esame medico e diagnostico secondo le direttive di cui al quesito formulato dal Tribunale. Trattasi, pertanto, di indagine tecnica che questo giudice reputa di dovere condividere e fare propria e dal quale trarre elementi per la formazione del proprio convincimento (in generale, v. Cass. civ., Sez. III, 8 ottobre 1990, n. 9863 in Mass. Giur. It., 1990; v. anche Cass. civ., 5 agosto 1982, n. 4398). Il motivo che conduce all’adesione alla risposta tecnica del consulente è da individuare nei diversi snodi che sono stati seguiti dall’ausiliario, in particolare il raccordo anamnestico-clinico, così come il contenuto delle operazioni di consulenza nonché, infine, le ricche argomentazioni svolte nelle osservazioni conclusive. Vi sono, poi, invero ulteriori ragioni: ed, infatti, da un lato le difese delle parti, dall’altro la documentazione medica in atti, confortano le conclusioni del CTU. Orbene, l’inserimento dell’elaborato peritale, nel quadro di tutti gli elementi disponibili così illustrati, induce questo giudice a formare il proprio convincimento sul punto da decidere secondo le osservazioni conclusive rassegnate dai periti (su cui, v. Cass. civ., 6 marzo 1984, n. 1567)[2].
Altrimenti detto, la responsabilità professionale del medico-chirurgo ha natura negoziale, sussistendo un rapporto contrattuale, quand’anche fondato sul solo contatto sociale (Cass. civ., Sez. III, 24 maggio 2006, n. 12362). Ciò discende dalla natura giuridica dell’obbligazione assunta dal sanitario nei confronti del paziente, su cui il Collegio di Cassazione, nell’ermeneutica di recente conio, conferma l’orientamento tradizionale, secondo il quale si tratta di una responsabilità avente natura contrattuale, la quale trova fondamento nel c.d. contatto sociale, che assurge a fonte di un rapporto obbligatorio, modellato sul contratto d’opera professionale (Cass. 22 dicembre 1999, n. 589; Cass. 29.9.2004, n. 19564; Cass. 21.6.2004, n. 11488; Cass. n. 9085 del 2006)[3]. Le conclusioni sin qui illustrate sono pienamente condivise da questo Tribunale. Ed, infatti, anche di recente, la Cassazione (cfr. Cass. Civ. sentenza n. 24791 dell’8 ottobre 2008) ha consolidato ulteriormente il principio in base al quale “l’accettazione del paziente in una struttura (pubblica o privata) deputata a fornire assistenza sanitario-ospedaliera, sia ai fini del ricovero che di una visita ambulatoriale, comporta comunque la conclusione di un contratto di prestazione d’opera atipico di spedalità con la medesima e, quindi, la responsabilità da contatto del medico dipendente dell’ente ospedaliero verso il paziente, atteso che solo la diretta gestione della clinica costituisce elemento idoneo a consentire l’individuazione del soggetto titolare del rapporto instaurato tra medico e paziente e, conseguentemente, fonda la correlativa responsabilità”.
Per quanto concerne la responsabilità della struttura sanitaria nei confronti del paziente è irrilevante che si tratti di una casa di cura privata o di un ospedale pubblico in quanto sostanzialmente equivalenti sono a livello normativo gli obblighi dei due tipi di strutture verso il fruitore dei servizi, ed anche nella giurisprudenza si riscontra una equiparazione completa della struttura privata a quella pubblica quanto al regime della responsabilità civile anche in considerazione del fatto che si tratta di violazioni che incidono sul bene della salute, tutelato quale diritto fondamentale dalla Costituzione, senza possibilità di limitazioni di responsabilità o differenze risarcitorie a seconda della diversa natura, pubblica o privata, della struttura sanitaria (Cass. 25.2.2005, n. 4058). Ai fini della natura giuridica della responsabilità occorre qualificare il tipo di rapporto giuridico che si instaura tra casa di cura/ospedale e paziente. In argomento, le Sezioni Unite della Suprema Corte (sentenza 577/2008), da ultimo, hanno ribadito quanto già ripetutamente affermato dalla giurisprudenza più recente: l’accettazione del paziente in una struttura (pubblica o privata) deputata a fornire assistenza sanitaria-ospedaliera, ai fini del ricovero comporta la conclusione di un contratto di prestazione d’opera atipico di spedalità, essendo essa tenuta ad una prestazione complessa che non si esaurisce nella prestazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche (generali e specialistiche) già prescritte dall’art. 2 L. n. 132 del 1968, ma si estende ad una serie dì altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali, e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonché di quelle lato sensu alberghiere (Cass. civ. 8826/2007). Ecco perché la Suprema Corte ha costantemente qualificato la responsabilità della struttura sanitaria come contrattuale, proprio sul rilievo suaccennato e cioè che l’accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto (Cass. n. 1698 del 2006; Cass. n. 9085 del 2006; Cass. 28.5.2004, n. 10297; Cass. 11 marzo 2002, n. 3492; 14 luglio 2003, n. 11001; Cass. 21 luglio 2003, n. 11316). La responsabilità dell’ente ospedaliero ha natura contrattuale sia in relazione a propri fatti d’inadempimento sia per quanto concerne il comportamento in particolare dei medici dipendenti, trovando nel caso applicazione la regola posta dall’art. 1228 codice civile, secondo cui il debitore che nell’adempimento dell’obbligazione si avvale dell’opera dì terzi risponde anche dei fatti dolosi o colposi di costoro, ancorché non siano alle sue dipendenze (Cass., 19 ottobre 2006, n. 22390; Cass., 24 maggio 2006, n. 12362; Cass., 19 aprile 2006, n. 9085; Cass., 26 gennaio 2006, n. 1698).
La contrattualizzazione della responsabilità medica ha delle ricadute dirette sul riparto degli oneri probatori: in applicazione, infatti, della normativa sui rapporti contrattuali e dei principi elaborati in tema di adempimento del credito, il paziente, quale creditore della prestazione sanitaria, è tenuto a dimostrare l’esistenza del rapporto contrattuale e può limitarsi a dedurre l’inadempimento del debitore; inadempimento che deve essere astrattamente efficiente alla produzione del danno (Cass. sez. un. 11.1.08, n. 577). Sarà, invece, il debitore della prestazione, cioè, nel caso di specie, la struttura sanitaria ed i medici, a dover provare, per andare esente da responsabilità che inadempimento non v’è stato o che è dipeso da fatto a lui non imputabile (Cass. 14.7.04, n. 13066) ovvero che, pur esistendo, non è stato causa del danno (Cass. sez. un. n. 577/08 cit.)
Cass. civ., sez. III, sentenza 26 gennaio 2010, n.1524[6]: In caso di danni connessi alle prestazioni di medici operanti all’interno della struttura sanitaria, incombe sulla vittima che agisce in giudizio l’onere di provare la stipulazione del contratto e l’inadempimento del professionista, mentre incombe sulla struttura l’onere di provare che la prestazione sia stata eseguita in modo idoneo e che gli esiti letali/infausti siano dipesi da evento imprevisto ed imprevedibile.
Tali oneri probatori, come chiarito dalla più recente giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. 8 ottobre 2008, n. 24791), restano fermi anche ove l’intervento sia stato di speciale difficoltà, in quanto l’esonero di responsabilità di cui all’art. 2236 cod. civ. non incide sui criteri di riparto dell’onere della prova ma costituisce soltanto parametro della valutazione della diligenza tenuta dal medico o dalla struttura sanitaria nell’adempimento, in forza del combinato disposto con l’art. 1176, comma 2, c.c. Costituisce, quindi, onere del medico, per evitare la condanna in sede risarcitoria, provare che l’insuccesso dell’intervento è dipeso da fattori indipendenti dalla propria volontà, avendo egli osservato, nell’esecuzione della prestazione sanitaria, la diligenza normalmente esigibile da un medico in possesso del medesimo grado di specializzazione. Inoltre, la limitazione della responsabilità del professionista ai soli casi di dolo o colpa grave, prevista dall’art. 2236 c.c. quando la prestazione comporti la risoluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, non trova applicazione se la condotta del medico è stata negligente o imprudente (Cass. 1.3.07, n. 4797; 19.4.06, n. 9085). Infine, come si è già ricordato, sempre in forza dei più recenti orientamenti della giurisprudenza di legittimità, cui questo giudice ritiene di aderire, sussiste nesso causale tra il comportamento del sanitario e il pregiudizio subito dal paziente qualora, attraverso un criterio necessariamente probabilistico – cd. regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non”, cioè probabilità logica desumibile dagli elementi di conferma disponibili nel caso concreto e dalla contemporanea esclusione di possibili elementi alternativi (Cass. un. 11.1.08, n. 584 582, 581 e 576) – si ritenga che l’opera del professionista abbia causato o concorso a causare il danno verifica tosi oppure, in caso di condotta omissiva, se quell’opera, ove correttamente e prontamente svolta, avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno verificatosi (Cass. 23.9.04, n. 19133; 4.3.04, n. 4400).
A) Secondo il consulente, non si ravvisano elementi di responsabilità e colpa professionale a carico dei chirurghi che eseguirono l’intervento di colecistectomia in via laparoscopica (SS – U), anche se durante esso fu causata la lesione del duodeno, di difficile riconoscimento. Tuttavia si sottolinea che si riscontrano elementi di censura per quanto attiene la condizione del decorso postoperatorio.
In primo luogo, è già fonte di responsabilità la omessa cura della cartella clinica del paziente, atteso che il CTU espressamente rileva come “il diario clinico non sia stato compilato in maniera completa”[9]. L’inottemperanza del medico all’obbligo di controllare completezza ed esattezza del contenuto della cartella clinica configura difetto di diligenza nell’adempimento della prestazione lavorativa, da qualificarsi oggettivamente come di particolare gravità, avuto riguardo alla rilevante funzione che la cartella clinica assume, sotto il profilo sanitario, nei confronti del paziente e, indirettamente, nei confronti della struttura sanitaria a cui il paziente stesso si è affidato (Cass. civ., sez. lav., sentenza n. 6218 del 13 marzo 2009). L’omessa cura del diario clinico va imputato alla struttura sanitaria, non solo indirettamente, ai sensi dell’art. 1228 c.c. ma anche direttamente, ai sensi dell’art. 1218 c.c., sub specie di culpa in omittendo, attesa la rimproverabilità del comportamento della struttura sanitaria tale da avere ingenerato, nel medico, l’affidamento sulla tolleranza, da parte del datore, della sua indebita condotta. Ad ogni modo, la struttura ne risponde senz’altro in via civile, poiché il medico ha l’obbligo di controllare la competenza e l’esattezza delle cartelle cliniche e dei relativi referti allegati, la cui violazione comporta la configurazione di un difetto di diligenza rispetto alla previsione generale contenuta nell’art. 1176, comma secondo, cod. civ. e, quindi, un inesatto adempimento della sua corrispondente prestazione professionale (Cass. civ., sez. IIII, sentenza n. 20101 del 18 settembre 2009)
Orbene, è sicuramente vero che il primario ospedaliero ha la responsabilità dei malati della divisione (per i quali ha l’obbligo di definire i criteri diagnostici e terapeutici, che gli aiuti e gli assistenti devono seguire), deve avere puntuale conoscenza delle situazioni cliniche che riguardano tutti i degenti, a prescindere dalle modalità di acquisizione di tale conoscenza (con visita diretta o interpello degli altri operatori sanitari), essendo perciò obbligato ad assumere informazioni precise sulle iniziative intraprese dagli altri medici cui il paziente sia stato affidato, indipendentemente dalla responsabilità degli stessi, con riguardo a possibili, e non del tutto imprevedibili, eventi che possono intervenire durante la degenza del paziente in relazione alle sue condizioni, allo scopo di adottare i provvedimenti richiesti da eventuali esigenze terapeutiche (v. Cass. civ., sez..III, sentenza n. 13979 del 30 giugno 2005). E’, però, anche vero che costui non può essere chiamato a rispondere di ogni evento dannoso che si verifichi in sua assenza nel reparto affidato alla sua responsabilità, non essendo esigibile un controllo continuo ed analitico di tutte le attività terapeutiche che vi si compiono (Cass. civ. sez. III, Sentenza n. 6318 del 16 maggio 2000). Ed, infatti, la sua responsabilità presuppone un coefficiente psicologico di partecipazione, già sul piano omissivo e, in genere, si ricollega all’omessa predisposizione delle condizioni perché i medici possano operare secondo correttezza ovvero all’omesso intervento salvifico ove un errore sia stato commesso.
3.4. U – SS
Quanto al primo intervento (SS – U), il CTU esclude la responsabilità dei medici intervenuti sul rilievo che sia “difficile pensare ad un meccanismo lesivo legato ad incongrue manovre chirurgiche”. Va, però, anche detto che il CTU è certo, senza alcun margine di dubbio, che “vi fu una perforazione duodenale durante l’intervento chirurgico”: perforazione che, per il consulente, è di difficile spiegazione, ma sicuramente avvenuta – lo si ripete – in occasione del primo intervento. Altrimenti detto: è sicuro che la perforazione avvenne mentre i medici operavano, ma ne resta ignota la causa.
In tema di responsabilità del medico, infatti, nelle prestazioni mediche, l’oggetto dell’obbligazione, ossia il risultato utile che il creditore ha diritto di attendersi, non è soltanto l’impegno conforme alle regole dell’arte del medico, bensì il risultato positivo che ci si attende da quel genere di operazione; ne consegue che l’onere probatorio gravante sul presunto medico responsabile non è dato semplicemente dalla prova della mancanza di colpa, ovvero dalla diligenza nell’espletamento dell’operazione, ma, ex art. 1218 c.c., il medico o l’ente chiamato a rispondere dovrà provare l’impossibilità sopravvenuta per causa non imputabile, ossia il c.d. caso fortuito in senso lato, in difetto rimanendo a suo carico la causa rimasta ignota (v. Trib. Monza, 15 marzo 2006). E’ infatti “in re ipsa” che, se la sua condotta è professionalmente adeguata, non può essere dannosa, cioè non può comportare, di per sé, l’aggravamento della patologia o l’insorgenza di una patologia ulteriore; per questa configurazione logica, non si può non ritenere che siano a carico del professionista le cause ignote e che, ove non sia possibile individuare con certezza la causa, equivalendo la causa dubbia alla causa ignota, la responsabilità ricada sul medico che non abbia adempiuto il suo onere della prova, in ordine alla sua adeguata diligenza (Trib. Bologna, Sez. II, 30 gennaio 2006). Ebbene, nel caso di specie, i convenuti non hanno offerto alcuna prova idonea a giustificare una diversa allocazione del rischio medico cosicché la causa ignota deve rimanere a carico degli stessi.
Quanto sin qui affermato è in linea con la giurisprudenza più recente della Corte di Cassazione, ove si afferma che il sanitario deve seguire il paziente anche in relazione a possibili e non del tutto prevedibili eventi che possono intervenire in seguito all’intervento, prendendo tutte le precauzioni del caso. Spetta, pertanto, al professionista provare che si trattava di imprevisti inevitabili che lo manlevano dalla responsabilità (Cass. civ., sezione terza, sentenza n. 20790/09) e questo va esente da responsabilità solo laddove le condizioni del paziente, dopo l’intervento, siano mutate in senso complessivamente migliorativo (Cass. civ., sez. III, 10 marzo 2009, n. 5735).
I richiami sin qui svolti sono sufficienti per un rimprovero in sede di responsabilità civile. Ed, infatti, in forza dei più recenti orientamenti della giurisprudenza di legittimità, cui questo giudice ritiene di aderire, sussiste nesso causale tra il comportamento del sanitario e il pregiudizio subito dal paziente qualora, attraverso un criterio necessariamente probabilistico – cd. regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non”, cioè probabilità logica desumibile dagli elementi di conferma disponibili nel caso concreto e dalla contemporanea esclusione di possibili elementi alternativi (Cass. un. 11.1.08, n. 584 582, 581 e 576) – si ritenga che l’opera del professionista abbia causato o concorso a causare il danno verifica tosi oppure, in caso di condotta omissiva, se quell’opera, ove correttamente e prontamente svolta, avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno verificatosi (Cass. 23.9.04, n. 19133; 4.3.04, n. 4400).
Quando un medesimo danno è provocato da più soggetti, anche se per inadempimenti di contratti diversi, intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi e il danneggiato, tali soggetti debbono essere considerati corresponsabili in solido, non tanto sulla base dell’estensione alla responsabilità contrattuale della norma dell’art. 2055 cod. civ., dettata per la responsabilità extracontrattuale, quanto perché, sia in tema di responsabilità contrattuale che di responsabilità extracontrattuale, “se un unico evento dannoso è imputabile a più persone, al fine di ritenere la responsabilità di tutte nell’obbligo risarcitorio, è sufficiente, in base ai principi che regolano il nesso di causalità ed il concorso di più cause efficienti nella produzione dell’evento (dei quali, del resto, l’art. 2055 costituisce un’esplicitazione), che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrli. (Cass. civ., Sez. III, 9 novembre 2006, n.23918).
Va, peraltro, rilevato che, nel caso di specie, vi fu, all’esito dell’intervento, un risultato del tutto “anomalo”, sicuramente anormale rispetto al convenuto esito dell’intervento o della cura. Il risultato cd. anomalo si ha non solo allorquando alla prestazione medica consegue l’aggravamento dello stato morboso o l’insorgenza di nuova patologia ma anche quando l’esito risulta caratterizzato da inalterazione rispetto alla situazione che l’intervento medico-chirurgico ha appunto reso necessario (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826), e quindi dello scostamento da una legge di regolarità causale fondata sull’esperienza: in tali ipotersi, il medico e la struttura sono tenuti a dare la prova che esso dipende da fatto ad essi non imputabile, in quanto non ascrivibile alla condotta mantenuta in conformità alla diligenza dovuta, avuto riguardo alle specifiche circostanze del caso concreto. E laddove tale prova non riescano a dare, secondo la regola generale ex artt. 1218 e 2697 c.c. i suddetti onerati rimangono soccombenti..
Da quanto sin qui illustrato, emerge che è provata la responsabilità dei convenuti per l’esito patologico del M e tale responsabilità va affermata in via solidale. Ed, infatti, il giudice può procedere alla graduazione delle colpe solo se uno dei condebitori abbia esercitato l’azione di regresso nei confronti degli altri (il che non è nella specie accaduto), in quanto l’eventuale diseguale efficienza causale delle rispettive colpe dei corresponsabili del danno può avere rilevanza solo ai fini della ripartizione interna del peso del risarcimento fra i corresponsabili, nei confronti di ognuno dei quali il danneggiato può pretendere la totalità della prestazione risarcitoria (Cass., nn. 1869/97 e 1199/96). La giurisprudenza ha anche chiarito che, poiché la solidarietà riguarda il rapporto esterno tra il danneggiato ed i danneggianti mentre la ripartizione delle conseguenze del fatto produttivo del danno secondo il grado delle rispettive colpe attiene al rapporto interno fra i responsabili, se è azionato solo il primo e nessuna delle parti del rapporto interno chieda ai fini del regresso la ripartizione del debito, incorre nel vizio di extra-petizione il giudice che, accogliendo la domanda, ripartisca il debito nei rapporti interni fra i diversi obbligati in relazione all’incidenza causale delle rispettive condotte (Cass., nn. 1720/98 e 611/77).
Il consulente tecnico d’ufficio ha riconosciuto al M un danno biologico permanente nella misura del 14% e reputa questo giudice che, effettivamente, sussiste un danno alla salute da riconoscere nella misura suddetta del 14%. Il danno cd. biologico richiama una lesione dell’integrità psicofisica accertabile in sede medico-Legale, uno strappo alla salute della persona, intesa come condizioni di benessere psico-fisico. Si tratta di un nocumento per cui è sicuramente operativa la clausola di cui all’art. 2059 c.c. (“casi previsti dalla Legge”) trattandosi di una lesione che ha arrecato un vulnus ad una situazione giuridica soggettiva a copertura costituzionale quale il diritto alla salute (ex art. 32 Cost.), seguendo le indicazioni di Cass. civ., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972[12].
Ultima e più recente smentita della tesi della somatizzazione è data da Cass. civ., sez. III, 20 maggio 2009 n. 11701 (Pres. Varrone, rel. Petti)[16]: al’indomani delle Sezioni Unite 26972/2008, nella fase risarcitoria, “resta fermo il divieto dell’automatismo per la liquidazione delle micropermanenti e dei danni morali consequenziali che restano estranei alla definizione complessa del danno biologico, che vincola anche i giudici tenuti ad applicarla per tutte le sue componenti a prova scientifica e personalizzanti”.
Altro indice è stato individuato, anche dalla giurisprudenza di merito, nel recente intervento legislativo enucleato nel d.P.R. 3 marzo 2009, n.37 (regolamento per la disciplina dei termini e delle modalità di riconoscimento di particolari infermità da cause di servizio per il personale impiegato nelle missioni militari all’estero, nei conflitti e nelle basi militari nazionali, a norma dell’articolo 2, commi 78 e 79, della legge 24 dicembre 2007, n. 244[17]). L’art. 5 del suaccennato decreto, introduce criteri Legali per la determinazione dell’invalidità permanente, prevedendo, espressamente, che debbano essere risarciti, in via cumulativa: il danno biologico (indicato nella legge come DB): “la percentuale del danno biologico (DB) e’ determinata in base alle tabelle delle menomazioni e relativi criteri applicativi di cui agli articoli 138, comma 1, e 139, comma 4, del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, e successive modificazioni”; il danno morale (indicato nella legge come DM): la determinazione della percentuale del danno morale (DM) viene effettuata, caso per caso, tenendo conto della entità della sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, oltre che della lesione alla dignità della persona, connessi e in rapporto all’evento dannoso, in una misura fino a un massimo di due terzi del valore percentuale del danno biologico.
Ennesimo riconoscimento del danno morale è stato offerto nel recentissimo panorama normativo: si tratta del Decreto del Presidente della Repubblica 30 ottobre 2009, n. 181 ove si introduce un Regolamento recante i criteri medico-Legali per l’accertamento e la determinazione dell’individualità e del danno biologico e morale a carico delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, a norma dell’articolo 6 della legge 3 agosto 2004, n. 206. In questo nuovo intervento normativo, il Legislatore non solo continua a tenere distinte le due voci di danno ma addirittura offre una nozione Legale di danno morale. Ai sensi dell’art. 1, infatti:
a) per DANNO BIOLOGICO, si intende la lesione di carattere permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-Legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito
Alla luce di quanto sin qui esposto, a parere di questo giudice, discorrere di danno non patrimoniale “unitario” non vuol dire espungere dalla valutazione quantistica il peso della lesione alla integrità morale, che costituisce un bene giuridico diverso, che pure attiene ad un diritto inviolabile della persona (v. art. 2 della Costituzione in relazione allo art. 1 della Carta di Nizza, e il Trattato di Lisbona, ratificato dall’Italia con L. 2 agosto 2008, n. 130, che qualifica la Dignità umana come la massima espressione della integrità morale e biologica: così conclude Cassazione civile, sez. III, 12 dicembre 2008, n. 291918).
M è nato il … ed in seguito all’intervento avvenuto in data 19 giugno 2001, ha riportato un danno biologico permanente valutato nella misura del 14%; l’invalidità temporanea assoluta (al 100%) ha avuto una durata di giorni 210; l’invalidità temporanea parziale è stata al 50% per giorni 60. Il danno biologico permanente, viene liquidato sulla base dei criteri tabellari per punto di invalidità utilizzati dal Tribunale Milano 2009 che rapportano l’entità del risarcimento ad un valore progressivo con riferimento all’incremento dei punti di invalidità e con una funzione regressiva di decurtazione con riferimento all’elevarsi dell’età del danneggiato al momento del sinistro. Per ciascun punto nella tabella viene riconosciuto l’importo di €. 2.126,86 debitamente abbattuto col coefficiente di riferimento per l’età del danneggiato (pari a 0,690). Tale danno va liquidato nell’importo complessivo di €. 29.776,00
Per ciascun giorno di invalidità temporanea assoluta va liquidato (sulla base dei criteri stabiliti uniformemente dalla tabella prescelta) un importo di €. 88,20. Il danneggiato ha subito una invalidità temporanea assoluta di giorni 210 che va liquidata in €. 18.522,00. Per la invalidità temporanea parziale la liquidazione della diaria avviene in misura proporzionale alla percentuale di invalidità riconosciuta per ciascun giorno. La invalidità temporanea parziale di giorni 60 al 50% va liquidata in €. 2.646,00. A titolo di danno biologico per invalidità temporanea (I.T.A. e I.T.P.) spetta al danneggiato l’importo complessivo di €. 21.168,00. In totale, a titolo di danno biologico (sia per la permanente (I.P.) che per la temporanea (I.T.), va liquidato l’importo complessivo di €. 50.944,00.
Opportuno ricordare che la tabella 2009 incorpora in sé i valori medi liquidati dai giudici del Tribunale di Milano a titolo di “complessivo” danno non patrimoniale. Vanno liquidati anche i danni materiali conseguenti agli esborsi di somme che la parte danneggiata ha dovuto sostenere in conseguenza delle lesioni subìte. In totale i danni materiali che vanno liquidati sono pari a €. 4.113,23[19].
Danno biologico da invalidità permanente: €. 29.776,00. Tale danno è stato calcolato utilizzando le tabelle del danno biologico Tribunale Milano 2009 e la liquidazione è rapportata all’epoca in cui le tabelle utilizzate sono state elaborate (01-01-2009). Poiché l’evento lesivo è precedente alla data in cui è stata redatta la tabella, occorre procedere alla devalutazione dell’importo liquidato a titolo di danno biologico, al fine di avere valori omogenei (rispetto alle altre voci di danno) sui quali, poi, calcolare la rivalutazione e gli interessi (c.d. compensativi) fino alla data della liquidazione.
Va considerato che è ormai principio giurisprudenziale consolidato (Cass., sez. III, 20-06-1996, n. 5680) che la rivalutazione delle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno da invalidità permanente parziale, quando questa sia successiva ad un periodo di invalidità temporanea liquidata separatamente, decorre dal momento della cessazione dell’invalidità temporanea e non dal giorno dell’evento dannoso. Di conseguenza la data di riferimento per tale calcolo va fatta non alla data del fatto lesivo (19-06-2001) ma da quella in cui è terminata la invalidità temporanea. Poiché la invalidità temporanea è stata determinata in 270 giorni, la data a cui si deve fare riferimento per la liquidazione è quella del 16-03-2002. La percentuale di devalutazione utilizzando gli indici ISTAT del c.d. costo della vita è pari al 12,67% ed il danno alla data del 16-03-2002 è pari a €. 26.004,08. Il danno biologico da invalidità temporanea è stato calcolato (vedi sopra) nella misura di €. 21.168,00. Tale importo va riportato in valori monetari alla data di verificazione del fatto dannoso e, conseguentemente, la liquidazione va determinata in base ai medesimi criteri di cui sopra, nella misura di €. 18.186,82.
La rivalutazione va effettuata applicando sulle somme gli indici della rivalutazione monetaria ricavati dalle pubblicazioni ufficiali dell’Istituto Nazionale di Statistica. Gli indici presi in considerazione sono quelli del c.d. costo della vita, ovverossia del paniere utilizzato dall’ISTAT per determinare la perdita di capacità di acquisto con riferimento alla tipologie dei consumi delle famiglie di operai ed impiegati (indice F.O.I.).
INTERESSI. Nella liquidazione del danno la giurisprudenza è concorde nel riconoscere anche il danno da ritardo nella prestazione e tale importo viene liquidato in via sostanzialmente equitativa attraverso il riconoscimento al danneggiato di una ulteriore voce che correntemente viene definita come “interessi compensativi” (altri li definiscono “moratori”, ma ai fini della presente valutazione le differenze terminologiche sono indifferenti). Tali interessi sono calcolati dalla data del momento generativo della obbligazione risarcitoria sino al momento della liquidazione.
Tali interessi vanno calcolati non sulle somme integralmente rivalutate (il che condurrebbe ad una duplicazione delle voci risarcitorie, come affermato nella nota sentenza Sezioni Unite del 17.2.1995, n. 1712) il che comporta un calcolo di interessi alquanto inferiore a quelli calcolati integralmente per l’intero periodo.
A) Danno liquidato al 19-06-2001 (c.d. “aestimatio”): € 48.304,13
Importo totale (A + B – C) dovuto alla data del 10-02-2010 (c.d. “taxatio”):
Danno riconosciuto Liquidazione all’attualità
Danno liquidato al 19.6.2001 €. 48.304,13
Interessi €. 11.598,07
Rivalutazione €. 7.810,80
TOTALE EURO 67.713,00
La chiave di volta utilizzata per affermare la risarcibilità dei danni non patrimoniali ai prossimi congiunti del soggetto che ha subito lesioni personali è costituita da una rivisitazione del nesso di causalità ai fini dell’individuazione dei danni risarcibili e dall’inquadramento del danno morale sofferto dai prossimi congiunti del soggetto leso, nel danno riflesso o di rimbalzo (Cass. civ. 8305/96 – 12195/98 – 8828/03; v. Cass. civ., SS.UU., 22.05.2002 n. 9556).
Non è superfluo aggiungere che questa conclusione appare in sostanziale sintonia con la risoluzione adottata dal Consiglio di Europa il 14 marzo 1975 (Résolution (75) 7 “rélative à la réparation des dommage en cas de lesions corporelles e de décés”, che ha indicato, per gli Stati che ammettono questa forma di risarcimento e al fine di uniformare i principi, i criteri per il riconoscimento dei danni da lesione corporale del prossimo congiunto.
Al punto 13 è previsto, con formula peraltro eccessivamente restrittiva, che “il padre, la madre e il congiunto della vittima che, in ragione di una lesione all’integrità fisica o psichica, subiscano delle sofferenze psichiche per le lesioni fisiche o psichiche delle quali è stata oggetto la vittima stessa, non possono ottenere un risarcimento di questo pregiudizio che in presenza di sofferenze di carattere eccezionale; altre persone non possono pretendere tale risarcimento”.
Va, tuttavia, precisato che il danno non patrimoniale di cui si discute è, comunque e pur sempre, un danno conseguenza che, dunque, va provato. La Suprema Corte, infatti, afferma che in tema di risarcimento del danno ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa di fatto illecito costituente reato (come nel caso di specie, in cui in astratto, è configurabile il reato di lesioni personali), spetta anche il risarcimento del danno morale che, comunque, deve essere provato in concreto da colui che lo invoca, sia pure sulla base di indizi che consentano di pervenire ad una sua prova presuntiva (Cass. civ., Sez. III, 8 novembre 2006, n.23865). Quanto alla prova, ai fini di tale valutazione, l’intensità del vincolo familiare può già di per sé costituire un utile elemento presuntivo su cui basare la ritenuta prova dell’esistenza del menzionato danno morale, in assenza di elementi contrari (v. Cass. civ., Sez. III, 19 gennaio 2007, n.1203).
Y (moglie) €. 5.000,00
C (figlio) € 2.000,00
TOTALE EURO 11.000,00
In via preliminare, la società C eccepisce la prescrizione del diritto dell’azienda ospedaliera, ai sensi dell’art. 2952, comma III, c.c. Tale disposizione, nel comma II, prevede che i diritti derivanti dal contratto di assicurazione si prescrivono in un anno[22] e quelli derivanti dal contratto di riassicurazione, in due anni dal giorno in cui si è verificato il fatto su cui il diritto si fonda. Nell’assicurazione della responsabilità civile, il termine decorre dal giorno in cui il terzo ha richiesto il risarcimento all’assicurato o ha promosso contro di questo l’azione (v. Trib. Milano 25 gennaio 2006; Cass. civ. 22 giugno 2001 n. 8600).
Anche, in tema di assicurazione della responsabilità civile, la pretesa dell’assicurato di conseguire dall’assicuratore il rimborso di quanto dovuto al terzo danneggiato integra esercizio del diritto all’indennizzo e, quindi, trovando titolo nel contratto di assicurazione, è soggetta al termine di prescrizione di cui all’art. 2952, c. 2, non al più lungo termine previsto dall’art. 2947 per il credito risarcitorio derivante dal fatto illecito (v. Cass. civ. 3 luglio 1991 n. 7314).
Tale comunicazione, peraltro, non necessita di alcuna formalità poiché non rappresenta un atto di costituzione in mora ma è diretta a far conoscere all’assicuratore che il terzo danneggiato ha richiesto il risarcimento del danno, in via stragiudiziale o giudiziale (Cass. civ. 22 febbraio 1960 n. 295). La comunicazione all’assicuratore da parte dell’assicurato della richiesta del terzo o dell’azione da questo proposta sospende il corso della prescrizione fintanto che il credito non sia divenuto liquido ed esigibile oppure il diritto del danneggiato non si sia prescritto (Cass. civ. 7 gennaio 2004 n. 50).
Ebbene, nella coassicurazione si costituiscono separati rapporti fra i vari assicuratori, ciascuno dei quali, senza vincolo di solidarietà con gli altri, è titolare delle sole posizioni soggettive, sostanziali e processuali, relative al proprio rapporto (v. Cass. civ., Sez. Unite, 10 aprile 2002, n.5119). Mentre l’obbligazione solidale è caratterizzata dall’unicità della prestazione a carico della pluralità degli obbligati, nella coassicurazione si ha la coesistenza di più e separati rapporti assicurativi, in base ai quali ciascun assicuratore è tenuto al pagamento dell’indennità assicurata soltanto in proporzione della rispettiva quota. È, pertanto, illegittima, in tema di coassicurazione, la condanna delle compagnie coassicuratrici al pagamento delle singole quote con il vincolo della solidarietà (v. Cass. civ., sez. III, sentenza n. 2923 del 28 aprile 1983).
La terza chiamata M Assicurazioni ha chiesto, nella ipotesi di affermazione della responsabilità di U, di provvedere ai sensi di legge per quanto attiene alla distribuzione, fra i convenuti e loro assicuratori, delle somme liquidate in favore degli attori e di condannare, comunque, U alla rifusione delle spese di giudizio, in favore della M, in relazione alla sua omissione degli oneri contrattuali previsti dalla polizza n. …
Si è sostenuto che gli adempimenti posti a carico dell’assicurato in merito all’avviso di sinistro e di salvataggio si qualificano come oneri giuridici, in quanto non si tratta dell’oggetto di un dovere giuridico, ma del presupposto per l’acquisizione di una situazione favorevole all’assicurato stesso. Tuttavia, di recente sembra prevalere in dottrina la qualificazione degli adempimenti suddetti quali obblighi accessori di comportamento posti a carico dell’assicurato nell’interesse dell’assicuratore, in virtù del dovere di eseguire il contratto secondo buona fede: secondo tale tesi, dunque, la riduzione dell’indennità in ragione del pregiudizio sofferto dall’assicuratore, prevista dall’art. 1915 c.c., si configura quale risarcimento del danno, mentre la sanzione della perdita dell’indennizzo, nel caso di inadempimento doloso, è posta a tutela della valenza di ordine pubblico del principio indennitario. Se ciò è vero, allora in tanto l’applicazione dell’art. 1915 c.c. sarà possibile in quanto l’assicurazione dia prova del danno sofferto che legittima la riduzione della indennità. Ciò sembra chiaramente scolpito nel secondo comma dell’art. 1915 c.c. ove si legge che “se l’assicurato omette colposamente di adempiere tale obbligo, l’assicuratore ha diritto di ridurre l’indennità in ragione del pregiudizio sofferto”.
Conforme l’orientamento di Cassazione: se si tratta di inadempimento colposo, spetta all’assicuratore provare il pregiudizio sofferto (Cass. civ. 20 marzo 1964 n. 631).
8.1. Attori – Ospedale di Circolo e …, U, S
8.2. Società C di Assicurazione …l. – Ospedale di …
L’azienda ospedaliera convenuta va condannata alla refusione delle spese in favore della Società C di Assicurazione, terza chiamata in giudizio. La nota spese presentata dal difensore va, però ridotta. Le Sezioni Unite della Cassazione (con sentenza dell’11 settembre 2007 n. 19014) hanno chiarito che il principio di adeguatezza e proporzionalità impone una costante ed effettiva relazione tra la materia del dibattito processuale e l’entità degli onorari per l’attività professionale svolta.” Il decisum prevale quindi, di regola, sul disputatum” (Corte di Cassazione, Sezioni Unite civili, sentenza 11 settembre 2007, n. 19014). Orbene, tenendo conto del corso del giudizio, atteso il valore della causa e, per tali indici, applicati i barèmes tariffari, vigenti ratione temporis, le spese del procedimento vanno liquidate come da dispositivo. Vanno aggiunte le spese forfetarie, nonché il rimborso dell’Iva e del Cpa giusta l’art. 11 legge 20 settembre 1980, n. 576.
8.3. attori – Z e R
Le Sezioni Unite della Suprema Corte (v. Cass. civ., Sez. Un., 3 settembre 2008, n. 20598) hanno indicato quali sino le ipotesi nelle quali l’istituto della compensazione può trovare spazio nella sentenza del giudice: sono, a titolo esemplificativo: 1) la presenza di oscillazioni giurisprudenziali sulla questione decisiva; 2) la presenza di oggettive difficoltà di accertamenti in fatto sulla esatta conoscibilità a priori delle rispettive ragioni delle parti; 3) la presenza di una palese sproporzione tra l’interesse concreto realizzato dalla parte vittoriosa e il costo delle attività processuali richieste; 4) la presenza di un comportamento processuale ingiustificatamente restio a proposte conciliative plausibili in relazione alle concrete risultanze processuali.
[1] La responsabilità precontrattuale, configurabile per violazione del precetto posto dall’art. 1337 c.c. – a norma del quale le parti, nello svolgimento delle trattative contrattuali, debbono comportarsi secondo buona fede – costituisce una forma di responsabilità extracontrattuale, che si collega alla violazione della regola di condotta stabilita a tutela del corretto svolgimento dell’”iter” di formazione del contratto, sicchè la sua sussistenza, la risarcibilità del danno e la valutazione di quest’ultimo debbono essere vagliati alla stregua degli art. 2043 e 2056 c.c., tenendo peraltro conto delle caratteristiche tipiche dell’illecito in questione: Cass. civ., Sez. Unite, 16 luglio 2001, n.9645 in Mass. Giur. It., 2001.
[11] La giurisprudenza è, ormai, costante: in tema di responsabilità da intervento medico la responsabilità sia del medico che dell’ente ospedaliero trova titolo nell’inadempimento delle obbligazioni ai sensi degli artt, 1218 ss. ce. (v. Cass. , Sez. Un., 11/1/2008, n. 577; Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 22/12/1999, n. 589) . Pertanto, il danneggiato è tenuto a provare il contratto e ad allegare la difformità della prestazione ricevuta rispetto al modello normalmente realizzato da una condotta improntata alla dovuta diligenza, mentre al debitore, presunta la colpa, incombe l’onere di provare che l’inesattezza della prestazione dipende da causa a lui non imputabile, e cioè la prova del fatto impeditivo ( v. Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 28/5/2004, n. 10297; Cass., 21/6/2004, n. 11488; Cass., Sez. Un., 30/10/2001, n. 13533 ).
[20] Di cui: Capitale = 48.304,13 — Rivalutazione = 7.810,80 — Interessi = 11.598,05.
[22] Il d.l. 28.8.2008 n. 134 (recante “disposizioni urgenti in materia di ristrutturazione di grandi imprese in crisi”, convertito in l. 27.10.2008 n. 166) ha sostituito l’originaria previsione del secondo comma dell’art. 2952, disponendo che gli altri diritti derivanti dal contratto di assicurazione si prescrivono in due anni (e non più in un anno) dal giorno in cui si è verificato il fatto su cui il diritto si fonda. La norma non è applicabile ratione temporis.
← Separazione dei coniugi e scioglimento della comunione Legale.
Nuove contestazioni nella fase dibattimentale e giudizio abbreviato. →

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 Sentenza 
 art. 1218
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 art. 32
 Cass. 
 Cass. 
 art. 2
 art. 1
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 Cass. 
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 Cass. 
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 art. 2043
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