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2007 ottobre 10 «Studio Legale Mei & Calcaterra Studio Legale Mei & Calcaterra
Mancata esecuzione del provvedimento di un giudice civile: quando è penalmente rilevante? mercoledì, Ott 10 2007
avvocati and avvocato and Cassazione and diritto civile and diritto penale and giurisprudenza and sentenza and studi legali mgraziamei 2:32 pm
Corte di Cassazione Sezioni Unite penali sentenza 5 ottobre 2007, n. 36692.
Il mero rifiuto di ottemperare ai provvedimenti giudiziali ex art. 388 comma 2 c.p. non costituisce un comportamento elusivo penalmente rilevante, a meno che la natura personale delle prestazioni imposte ovvero la natura interdittiva dello stesso provvedimento esigano per l’esecuzione il contributo dell’obbligato.
Infatti l’interesse tutelato sia dal primo che dal secondo comma dell’articolo 388 c.p. non è l’autorità in sè delle decisioni giurisdizionali, bensì l’esigenza costituzionale di effettività della giurisdizione.
Questo è quanto ha ribadito la Suprema Corte nella sentenza n. 36692 dello scorso 5 ottobre, ricomponendo un contrasto di giurispudenza sui limiti di rilevanza a norma dell’art. 388 comma 2 c.p. della condotta elusiva “dell’esecuzione di un provvedimento del giudice civile, che concerna l’affidamento di minori o di altre persone incapaci, ovvero prescriva misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito”.
Il fatto: la Corte d’appello di Genova confermava la dichiarazione di colpevolezza di una donna in ordine al delitto di elusione dell’esecuzione dell’ordinanza possessoria con la quale il giudice civile le aveva ingiunto la restituzione ai proprietari di un magazzino di un’area pertinenziale al magazzino stesso.
Le rinunzie, in sede conciliativa, a crediti del lavoratore, non hanno efficacia nei confronti dell’INPS mercoledì, Ott 10 2007
avvocati and avvocato and Cassazione and contratto di lavoro and diritti del lavoratore and diritto del lavoro and giurisprudenza and INPS and lavoro and processo del lavoro and rapporto di lavoro and sentenza and studi legali mgraziamei 8:03 am
Il dipendente può perciò agire nei confronti dell’azienda per ottenere la sua condanna al pagamento dei contributi previdenziali (Cassazione Sezione Lavoro n. 17670 del 13 agosto 2007, Pres. Ianniruberto, Rel. Miani Canevari).
Giuseppe M., dipendente della S.p.A. Sada, nel 1996 è stato collocato in mobilità. Dopo avere impugnato il licenziamento egli ha sottoscritto con l’azienda, davanti all’Ufficio del Lavoro di Napoli, nel dicembre del 1996, un verbale di conciliazione che gli ha attribuito, oltre al trattamento di fine rapporto, circa 65 milioni di lire per incentivo all’esodo e 70 milioni di lire a fronte della rinuncia a ogni diritto derivante dal rapporto di lavoro. Successivamente il lavoratore ha convenuto davanti al Tribunale di Napoli l’azienda e l’Inps, sostenendo che l’accordo sottoscritto non aveva natura transattiva e chiedendo la condanna dell’azienda al pagamento di somme richieste a vario titolo (ricalcolo del t.f.r. con l’inclusione nella base di computo di retribuzioni erogate “fuori busta” non conteggiate; indennità sostitutiva delle ferie non godute, differenze derivanti da un’illegittima decurtazione dalla retribuzione). Egli ha chiesto inoltre al Tribunale di ordinare all’azienda di “provvedere al versamento degli oneri per le assicurazioni sociali in favore dell’istante, sulle somme ad esso spettanti”. Il Tribunale ha rigettato la domanda. La Corte d’Appello di Napoli ha confermato questa decisione, affermando che l’accordo sottoscritto dal lavoratore nel dicembre del 1996 precludeva l’esame delle domande di differenze retributive e che non erano assoggettabili a contribuzione previdenziale le somme erogate a fronte delle rinunce contenute nell’accordo, nell’ambito di una transazione novativa. Giuseppe M. ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione della Corte di Napoli, tra l’altro, per essersi limitata ad escludere l’obbligo del versamento dei contributi previdenziali sulla somma corrisposta a titolo transattivo, senza motivare sull’assoggettabilità a contribuzione delle somme da lui richieste a titolo di differenze di retribuzione.
La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 17670 del 13 agosto 2007, Pres. Ianniruberto, Rel. Miani Canevari) ha parzialmente accolto il ricorso. La sentenza impugnata – ha osservato la Corte – pur avendo correttamente affermato che l’accordo sottoscritto precludeva al lavoratore di avanzare nei confronti dell’azienda altre pretese di natura economica – è incorsa in errore allorché ha escluso l’assoggettabilità a contribuzione previdenziale della “ulteriore somma pari a lire 70 milioni lordi, corrisposta … a fronte delle rinunzie contenute nell’accordo transattivo” riferendo tale dazione di denaro ad una transazione novativa, costituente l’unica fonte dei diritti e degli obblighi delle parti. Per questo aspetto – ha affermato la Corte – la decisione non appare conforme a diritto, in quanto il lavoratore ha riferito la propria domanda di condanna della controparte al versamento dei contributi previdenziali non alle somme attribuite con la conciliazione, ma agli importi che sostiene essergli dovuti a titolo di retribuzione corrispostagli mensilmente “fuori busta”, nonché alle somme ancora spettantigli e non corrisposte, per vari titoli quali ad esempio per illegittima decurtazione della retribuzione e indennità sostitutiva ferie. D’altro canto – ha osservato la Corte – trova qui applicazione il principio secondo cui la transazione intervenuta tra lavoratore e datore di lavoro è estranea al rapporto tra quest’ultimo e l’INPS, avente ad oggetto il credito contributivo derivante dalla legge in relazione all’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, giacché alla base del credito dell’ente previdenziale deve essere posta la retribuzione dovuta e non quella corrisposta, in quanto l’obbligo contributivo del datore di lavoro sussiste indipendentemente dal fatto che siano stati in tutto o in parte soddisfatti gli obblighi retributivi nei confronti del prestatore d’opera, ovvero che questi abbia rinunziato ai suoi diritti…[continua…]
E’ reato l’esercizio abusivo della professione medica di omeopata mercoledì, Ott 10 2007
avvocati and avvocato and Cassazione and diritto penale and giurisprudenza and medico and sentenza and studi legali mgraziamei 7:51 am
Suprema Corte di Cassazione, sezione VI penale, sentenza 6 settembre 2007, n. 34200.
Per il soggetto privo della laurea in medicina e dell’abilitazione all’esercizio.
La Suprema Corte di Cassazione, sezione VI penale, con la sentenza del 6 settembre 2007, n. 34200, ha stabilito che costituisce reato di esercizio abusivo della professione medica (art. 348 c.p.), la prescrizione di cure omeopatiche senza il possesso della prescritta abilitazione professionale, che si ottiene solo dopo il conseguimento della laurea, il superamento dell’esame di Stato e l’iscrizione all’albo professionale.
Il tribunale aveva condannato per esercizio abusivo della professione medica un individuo che aveva effettuato visite mediche, diagnosi e terapie, senza aver conseguito alcuna abilitazione.
La Corte di appello di Bologna, in riforma della decisione del Tribunale, lo aveva assolto asserendo che il fatto non sussisteva in quanto tutti i testimoni avevano riferito che l’individuo non aveva compiuto atti riconducibili all’esercizio della professione medica.
I clienti del falso omeopata erano consapevoli che l’imputato non aveva conseguito alcuna laurea in medicina, che la sottoposizione alle cure omeopatiche era avvenuta per libera scelta ed, in alcuni casi, con il contemporaneo ricorso alla medicina tradizionale; non sussisteva poi la prova certa che l’imputato avesse effettuato diagnosi o eseguito visite. Con tutta probabilità, inoltre, le annotazioni di patologie erano relative a diagnosi riferite dai clienti, le prescrizioni “terapeutiche” riguardavano prodotti omeopatici di origine naturale innocui ed inidonei ad interagire con altri farmaci ed in un solo caso aveva sconsigliato l’uso della tachipirina.
La Cassazione penale aveva chiarito che la libera scelta dei pazienti era irrilevante rispetto al reato, rilevando l’importanza del mancato conseguimento di titoli abilitativi, a prescindere dalla capacità di effettuare le cure e dall’esito di esse. Inoltre, secondo la Corte, anche l’innocuità dei prodotti prescritti era irrilevante rispetto al reato che si concretizza nel momento in cui vengono effettuate prescrizioni (anche verbali) o effettuate somministrazioni dirette di sostanze specificamente indirizzate all’eliminazione di una malattia o a lenirne i sintomi, comunque qualificabili come atti di esclusiva competenza del medico.
Secondo la Cassazione, inoltre, ciò vale anche se si argomenta di escludere l’omeopatia dalle professioni mediche per il fatto che tale attività non è oggetto di disciplina universitaria o di successiva professione per la quale è necessaria l’acquisizione di un titolo di Stato, in quanto la detta metodologia si esplica in un campo – la cura delle malattie – corrispondente appunto a quello della medicina, per così dire, ufficiale: lo stesso oggetto dell’omeopatia, di fatto, non sembra così diverso da quello della medicina tradizionale, poichè, pur se attuato con metodi e tecniche da questa non riconosciuti, è finalizzate alla diagnosi e alla cura delle malattie dell’uomo.

References: sentenza 
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 art. 388
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