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HOME Codice proc. civile Articoli Codice proc. civile Agg. il 28 gennaio 2015 Codice proc. civile Art. 474 cod. proc. civile: Titolo esecutivo L’AUTORE: Redazione
Sono titoli esecutivi (1):
3) gli atti ricevuti da notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato dalla legge a riceverli (2).
L’esecuzione forzata per consegna o rilascio non può aver luogo che in virtù dei titoli esecutivi di cui ai numeri 1) e 3) del secondo comma. Il precetto deve contenere trascrizione integrale, ai sensi dell’articolo 480, secondo comma, delle scritture private autenticate di cui al numero 2) del secondo comma (3).
Titolo esecutivo: è l’atto in base al quale è possibile iniziare l’esecuzione forzata. Più precisamente, è il documento con cui viene accertato o costituito il diritto del creditore, da realizzarsi in via esecutiva. Diritto certo, liquido ed esigibile: il diritto è certo quando non è controverso nella sua esistenza; è liquido quando è determinato nel suo ammontare; è esigibile, infine, il diritto che è venuto a maturazione e che può essere fatto valere in giudizio. Sentenza: provvedimento con il quale il giudice assolve alla sua funzione giurisdizionale decisoria, definendo la controversia sorta tra le parti del processo [v. 132]. Scrittura privata autenticata: dichiarazione in relazione alla quale il notaio (o il pubblico ufficiale a ciò autorizzato) attesta che la sottoscrizione del documento è stata apposta in sua presenza, previo accertamento dell’identità della persona che sottoscrive, secondo quanto disposto dall’art. 2703 c.c. [v. 214, 215]. Cambiale: è il titolo di credito astratto contenente l’obbligazione incondizionata di pagare o di far pagare una somma di denaro ad una determinata scadenza e nel luogo indicato a favore di chi risulta legittimato all’ esercizio del diritto. Notaio: pubblico ufficiale al quale la legge attribuisce il compito di ricevere atti (sia inter vivos sia di ultima volontà) allo scopo di garantirne l’autenticità.Pubblico ufficiale: è colui che esercita una funzione pubblica legislativa, amministrativa o giudiziaria, con o senza rapporto di impiego con lo Stato, temporaneamente o permanentemente.
(1) I nn. 2 e 3 dell’articolo in esame costituiscono la categoria dei titoli stragiudiziali, mentre quelli di cui al n. 1 sono giudiziali (ossia si formano all’interno di un processo). Questi ultimi possono essere anche non definitivi nel senso che, pronunciando soltanto su questioni pregiudiziali e/o preliminari ovvero solo su alcuna delle domande, presuppongono la prosecuzione del giudizio innanzi allo stesso giudice che li ha emessi, per l’ulteriore trattazione (es.: l’ordinanza del presidente del tribunale nel giudizio di separazione dei coniugi prevista dall’art. 708.
(2) Si tratta di titoli esecutivi contrattuali o extracontrattuali e formalmente pubblici, non più limitati — a seguito della novella del 2005 — alle sole obbligazioni di denaro in essi contenute, ma validi anche per l’esecuzione forzata per consegna o rilascio (non, però, per l’esecuzione forzata degli obblighi di fare o non fare).
(3) Per le esecuzioni aventi ad oggetto la consegna di beni mobili o il rilascio di beni immobili [v. 605 ss.] viene escluso il ricorso ai titoli di cui al n. 2). È stato sottolineato che in realtà anche prima della novella ciò non era possibile, in quanto tali titoli hanno ad oggetto crediti meramente pecuniari. Per la trascrizione integrale della scrittura privata autenticata nel precetto.
Presupposto dell’azione esecutiva; 1.1. Preesistenza del titolo all’azione; 1.2. Persistenza del titolo in corso di causa ed effetti di una sua caducazione; 1.3. Riflessi sulla giurisdizione; 1.4. Deposito del titolo esecutivo; 1.5. Rilevabilità del vizio attinente al deposito; 2. Caratteri del diritto tutelato; 2.1. Indifferenza del soggetto debitore. 2.2. Certezza; 2.3. Liquidità; 2.4. Esigibilità; 2.5. Efficacia soggettiva. Rinvio; 2.6. Titolo esecutivo nella giurisprudenza giuslavoristica e previdenziale; 3. Tipologia dei titoli esecutivi; 3.1. Sentenza di condanna; 3.1.1. Il ruolo esattoriale; 3.2. Provvisoria esecutività; 3.3. Provvisoria esecutività delle sentenze nel rito del lavoro ed in materia previdenziale; 3.4. Impugnazione della sentenza; 3.5. Provvedimenti emessi nel corso del giudizio; 3.6. Efficacia esecutiva nei sistemi alternativi di risoluzione delle controversie; 3.7. Cambiali e titoli di credito; 3.8. Atti ricevuti dal notaio o da altro pubblico ufficiale in Italia e all’estero; 4. Titolo esecutivo nell’esecuzione per consegna e rilascio; 4.1. Tipologia; 5. Interpretazione del titolo; 5.1. Giudicato esterno; 5.2. Principali interpretazioni.
Presupposto dell’azione esecutiva.
1.1. Preesistenza del titolo all’azione.
Il comma 1 dell’articolo formalizza il principio espresso dal brocardo latino nulla executio sine titulo, secondo il quale l’esecuzione forzata può iniziare solo in presenza di un titolo esecutivo valido ed efficace, la cui esistenza rappresenta la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per attivare la tutela esecutiva. Cass. 6 agosto 2002, n. 11769.
Quale condicio sine qua non dell’azione esecutiva, l’esistenza del titolo deve, indipendentemente dall’atteggiamento delle parti, essere sempre verificata d’ufficio dal giudice, il quale, pertanto dovrà dichiarare la nullità del precetto ove questo risulti intimato sulla base di un titolo esecutivo inesistente. Cass. 7 febbraio 2000, n. 1337; conforme Cass. 19 maggio 2011, n. 11021.
Non è ammessa l’azione esecutiva diretta all’instaurazione del giudizio dinanzi ad un soggetto diverso da quello nei confronti del quale il titolo esecutivo si è formato. Tale difetto deve essere rilevato d’ufficio. Trib. Bologna, 13 giugno 2007.
1.2. Persistenza del titolo in corso di causa ed effetti di una sua caducazione.
La preesistenza del titolo è condizione sì necessaria, ma certamente non sufficiente ai fini della legittimità dell’esecuzione, in quanto l’obbligo del debitore d’adempiere ex art. 480 c.p.c. presuppone non solo tale preesistenza, ma anche la sua persistenza, in termini di validità ed efficacia, durante tutto il corso della fase esecutiva, dal momento dell’intimazione del precetto a quello del compimento e dell’esaurimento della relativa procedura. Cass. 1 giugno 1998, n. 5374; conforme Cass. 28 marzo 2000, n. 3728.
Il giudice dell’esecuzione è pertanto tenuto a compiere d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, ed anche per la prima volta in Cassazione, la verifica sulla esistenza del titolo esecutivo, potendo rilevare sia la sua inesistenza originaria sia la sua sopravvenuta caducazione, entrambe determinando l’illegittimità dell’esecuzione forzata con effetti ex tunc. Cass. 9 luglio 2001, n. 9293; conforme Cass. 29 novembre 2004, n. 22430.
Il principio per il quale, nel processo esecutivo, il titolo esecutivo deve esistere al momento in cui inizia l’azione esecutiva, non potendosi formare successivamente, e deve permanere per tutta la durata dell’esecuzione, è rispettato quando, posta a base dell’esecuzione una sentenza costituente titolo giudiziale, questa sia stata successivamente corretta a seguito di procedimento di correzione di errore materiale ex art. 287 c.p.c. e l’esecuzione prosegua sulla base della parte corretta della sentenza, poiché la correzione di errore materiale non comporta, di per sé, la formazione di un nuovo e diverso titolo esecutivo; qualora si assuma, invece, che con la correzione della sentenza si sia dato luogo ad una differente statuizione, la sentenza relativamente alla parte corretta va impugnata ai sensi dell’art. 288, comma 4, c.p.c., con la conseguenza che, in mancanza di impugnazione (o di suo rigetto, anche in rito), l’esecuzione validamente prosegue (anche) sulla base della parte corretta della sentenza. Cass. 18 agosto 2011, n. 17349.
In sede di opposizione all’esecuzione con cui si contesta il diritto di procedere all’esecuzione forzata perché il credito di chi la minaccia o la inizia non è assistito da titolo esecutivo, l’accertamento dell’idoneità del titolo a legittimare l’azione esecutiva si pone come preliminare dal punto di vista logico per la decisione sui motivi di opposizione, anche se questi non investano direttamente la questione. Pertanto, dichiarata cessata la materia del contendere per effetto del preliminare rilievo dell’avvenuta caducazione del titolo esecutivo nelle more del giudizio di opposizione, per qualunque motivo sia stata proposta, l’opposizione deve ritenersi fondata, e in tale situazione il giudice dell’opposizione non può, in violazione del principio di soccombenza, condannare l’opponente al pagamento delle spese processuali, sulla base della disamina dei motivi proposti, risultando detti motivi assorbiti dal rilievo dell’avvenuta caducazione del titolo con conseguente illegittimità ex tunc dell’esecuzione. Cass. 13 marzo 2012, n. 3977.
1.3. Riflessi sulla giurisdizione.
Non potendo esser presi in considerazione profili cognitori per l’accertamento dell’esistenza dell’obbligazione, ne consegue che in punto di giurisdizione, non si può profilare altro giudice competente sulla materia e che, quando sia posta in esecuzione una sentenza di condanna della p.a., ancorché pronunciata da un giudice speciale, viene introdotta una controversia avente per oggetto un diritto soggettivo, rimessa alla competenza del giudice ordinario. Né rileva che sia possibile anche la proposizione del giudizio di ottemperanza davanti al giudice amministrativo, trattandosi di rimedio complementare, che il creditore può alternativamente esperire. Pertanto è inammissibile la censura sulla giurisdizione sollevata avverso la decisione con la quale il giudice d’appello dell’opposizione a precetto abbia negato la giurisdizione del giudice ordinario in relazione all’esecuzione di sentenza della Corte dei conti, in quanto la questione controversa attiene al valore di titolo esecutivo della decisione resa dal giudice speciale e quindi a questione di merito, ancorché erroneamente qualificato con riferimento alla giurisdizione. Cass., Sez. Un., 31 marzo 2006, n. 7578.
1.4. Deposito del titolo esecutivo.
Il deposito del titolo esecutivo e del successivo precetto presso la cancelleria del giudice adito, onde consentire al giudice di accertare la loro regolarità formale, al fine di procedere all’espropriazione immobiliare, non è soggetto al termine perentorio dell’art. 557, 2º comma, c.p.c. e, pertanto, non è nulla l’ordinanza di vendita, se tali atti sono allegati al fascicolo dell’esecuzione in un momento successivo a quello disposto dalla norma. Cass., 16 dicembre 1997, n. 12722.
1.5. Rilevabilità del vizio attinente al deposito.
La rilevabilità d’ufficio del vizio attinente al titolo esecutivo, in quanto condizione di procedibilità, non va confusa con la rilevabilità del difetto di deposito dell’originale o delle copie autentiche di esso, quale presupposto processuale dell’azione: in quest’ultimo caso il vizio non può rilevarsi d’ufficio, ma può essere fatto valere solo con l’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. Cass. 9 dicembre 1992, n. 13021.
In particolare, in fase di assegnazione e di distribuzione del ricavato, il titolo svolge solo la funzione di provare l’esistenza, liquidità ed esigibilità del credito, e può esser prodotto anche in copia fotostatica o fotografica, con la stessa efficacia probatoria dell’originale, se non viene formalmente disconosciuta dalla parte contro la quale viene prodotta. Cass. 24 maggio 2003, n. 8242.
Caratteri del diritto tutelato.
2.1. Indifferenza del soggetto debitore.
In materia di esecuzione forzata, la natura del soggetto debitore non influisce sui requisiti del titolo esecutivo, atteso che il giudice dell’esecuzione si limita a controllare la liquidità del credito portato dal titolo. Cass. 11 gennaio 2006, n. 234.
Il titolo esecutivo formatosi nei confronti di ditta individuale comporta che, per questa, debba ritenersi evocata in giudizio (e conseguentemente rispondere in sede esecutiva) la persona fisica che ne risulti attualmente titolare (ovvero, come nella specie, gli eredi, in caso di sua morte intervenuta “medio tempore”), senza che rilevi la circostanza che il titolare della ditta sia anche l’amministratore di altra società, trattandosi di soggetto giuridico del tutto estraneo al giudizio sia di cognizione, che di esecuzione. Cass. 10 ottobre 2008, n. 25003.
2.2. Certezza.
Il requisito della certezza del titolo esecutivo deve essere ottenuto dal contenuto del titolo stesso e non da elementi esterni. Trib. Milano, 26 marzo 2007.
Tale requisito viene per lo più inteso nel senso che la situazione giuridica accertata in favore di un soggetto debba emergere esattamente e compiutamente, nel suo contenuto e nei suoi limiti, dal relativo provvedimento giurisdizionale o atto negoziale, di guisa che ne risulti determinato e delimitato anche il contenuto del titolo. Cass. 25 febbraio 1983, n. 1455.
Tuttavia la certezza sussiste non soltanto quando il contenuto del diritto soggettivo sia precisamente determinato, ma anche quando esso sia facilmente determinabile, alla stregua degli elementi indicati nella sentenza, e non vengano mosse contestazioni specifiche dall’obbligato. Cass. 18 luglio 1997, n. 6611.
Presupposto del processo di esecuzione civile è l’esistenza di un titolo esecutivo per un diritto certo, liquido ed esigibile, senza che possano venire in considerazione profili cognitori per l’accertamento dell’esistenza di un’obbligazione, con la conseguenza che in punto di giurisdizione non si può profilare altro giudice competente sulla materia. Cass., Sez. Un., 27 luglio 2011, n. 16390.
Ai fini dell’esecuzione forzata, il provvedimento giudiziario con cui viene stabilito in sede di separazione personale come contribuire al mantenimento dei figli, richiede, nel caso in cui il genitore affidatario non provveda alle spese straordinarie relative ai figli, un ulteriore intervento del giudice, volto ad accertare l’effettiva sopravvenienza degli specifici esborsi contemplati dal titolo e la relativa entità, siccome riguardanti eventi il cui accadimento risulta oggettivamente incerto; al contrario, il provvedimento con cui in sede di separazione si stabilisce, ai sensi dell’art. 155 comma 2 c.c., quale modo di contribuire al mantenimento dei figli, che il genitore non affidatario paghi, sia pure “pro quota”, le spese mediche e scolastiche ordinarie relative ai figli, costituisce esso stesso titolo esecutivo e non richiede, nell’ipotesi di non spontanea ottemperanza da parte dell’obbligato ed al fine di legittimare l’esecuzione forzata, un ulteriore intervento del giudice, qualora il genitore creditore possa allegare ed opportunamente documentare l’effettiva sopravvenienza degli specifici esborsi contemplati dal titolo e la relativa entità ed impregiudicato, comunque, il diritto dell’altro genitore di contestare - “ex post” ed in sede di opposizione all’esecuzione, dopo l’intimazione del precetto o l’inizio dell’espropriazione - la sussistenza del diritto di credito per la non riconducibilità degli esborsi a spese necessarie o per violazione delle modalità di individuazione dei bisogni del minore. Cass. 23 maggio 2011, n. 11316.
In tema di separazione consensuale omologata il precetto che un coniuge intimi all’altro per il recupero di spese straordinarie, sulla base del provvedimento di omologazione, può in linea di principio valere come titolo esecutivo (senza necessità di precostituire un decreto ingiuntivo), ma solo se le somme richieste abbiano i requisiti della certezza e della liquidità. Trib. Roma 15 gennaio 2009.
L’incertezza sulla decorrenza dell’obbligazione di pagamento vale di per sé per escludere che il diritto di credito azionato possa essere considerato certo, liquido ed esigibile, con consequenziale accoglimento della proposta opposizione: sussiste infatti incertezza nella stessa parte creditrice sulla decorrenza dell’obbligo di pagamento degli assegni mensili di mantenimento che ritiene possa essere fissato alla data della domanda giudiziale di separazione, oppure subordinatamente a quella di comparizione dei coniugi davanti al Presidente del tribunale, mentre parte opponente ritiene debba essere quella di notificazione dell’Ordinanza Presidenziale stessa (nella specie, il titolo era rappresentato dall’ordinanza presidenziale ex art. 708 c.p.c., carente della data di decorrenza dell’assegno di mantenimento). Giudice di pace Bari, 18 maggio 2010.
2.3. Liquidità.
L’accertamento si attua partendo dall’interpretazione della sentenza, tenendo conto dei dati che, pur se in essa non puntualmente indicati, siano stati assunti dal giudice come certi ed oggettivamente già determinati, in quanto presupposti dalle parti e non controversi, quindi acquisiti al processo, anche se per implicito. Cass. 8 maggio 2003, n. 6983.
Nel caso di titolo esecutivo formato da un decreto ingiuntivo che riconosce gli interessi e la rivalutazione monetaria, senza però stabilirne la decorrenza se non in modo impreciso, il giudice dell’opposizione deve verificare se essa possa essere stabilita mediante i documenti su cui si basa il decreto, potendo estendere l’indagine ai documenti della fase monitoria, purché utilizzati ai fini dell’emanazione del provvedimento. Cass. 15 marzo 2006, n. 5683.
Ai fini dell’esecuzione forzata si può applicare la soluzione accolta in merito alla liquidità del credito all’interno della procedura monitoria: infatti la sussistenza dell’elemento liquidità si ammette anche quando il credito, al tempo dell’atto introduttivo, sia stato espresso in moneta straniera purché facilmente convertibile in denaro avente corso legale in Italia. Cass. 6 novembre 1991, n. 11834.
La sentenza di condanna del datore di lavoro al pagamento di un determinato numero di mensilità di retribuzione ovvero di quanto dovuto al lavoratore a seguito del riconoscimento dell’illegittimità del licenziamento costituisce valido titolo esecutivo per la realizzazione del credito anche quando, nonostante l’omessa indicazione del preciso ammontare complessivo della somma oggetto dell’obbligazione, la somma stessa sia quantificabile per mezzo di un mero calcolo matematico, sempreché, dovendo il titolo esecutivo essere determinato e delimitato, in relazione all’esigenza di certezza e liquidità del diritto che ne costituisce l’oggetto, i dati per acquisire tale necessaria certezza possano essere tratti dal contenuto del titolo medesimo e non da elementi esterni, non desumibili da esso, ancorché presenti nel processo che ha condotto alla sentenza di condanna, in conformità con i principi che regolano il processo esecutivo. Ne consegue che, se per la determinazione dell’importo sono necessari elementi estranei al giudizio concluso e non predeterminati per legge, il creditore può legittimamente fare ricorso al procedimento monitorio, nel cui ambito la sentenza è utilizzabile come atto scritto, dimostrativo dell’esistenza del credito fatto valere, il cui ammontare può essere provato con altri e diversi documenti, ma non può, invece, attivare l’esecuzione. Cass. 5 febbraio 2011, n. 2816; conforme App. Potenza, 27 aprile 2010.
La sentenza, con la quale il giudice abbia dichiarato il diritto del lavoratore o dell’assicurato a ottenere spettanze retributive o pensionistiche e abbia condannato il datore di lavoro o l’ente previdenziale al pagamento dei relativi arretrati “nei modi e nella misura di legge” oppure “con la decorrenza di legge”, senza precisare in termini monetari l’ammontare del credito complessivo già scaduto o quello dei singoli ratei già maturati, deve essere definita generica e non costituisce valido titolo esecutivo (per difetto del requisito di liquidità del diritto portato dal titolo esecutivo ex art. 474), qualora la misura della prestazione spettante all’interessato, non suscettibile di quantificazione mediante semplici operazioni aritmetiche eseguibili sulla base di elementi di fatto contenuti nella medesima sentenza, debba essere effettuata per mezzo di ulteriori accertamenti giudiziali previa acquisizione dei dati istruttori all’uopo necessari, non potendo il creditore in tal caso agire in executivis, ma dovendo esso richiedere la liquidazione in un distinto successivo giudizio dinnanzi al giudice munito di giurisdizione. Cons. St., 21 dicembre 2011, n. 6773.
2.4. Esigibilità.
Posto che esigibilità va intesa come assenza di termini o di condizioni gravanti sul diritto che, con il titolo, si vuole azionare, si riconosce alla sentenza condizionata, che subordina l’efficacia della condanna ad un evento futuro ed incerto, il carattere dell’esigibilità poiché essa non pone affatto in essere una condanna da valere per il futuro, ma accerta l’esistenza attuale dell’obbligo di eseguire una certa prestazione ed il condizionamento, del pari attuale, di tale obbligo ad una circostanza il cui avveramento fa sì che la sentenza acquisti efficacia di titolo esecutivo per un diritto certo, liquido ed esigibile. Cass. 22 dicembre 1986, n. 7841.
In contrario se ne nega il carattere di titolo esecutivo, argomentando dalla specie di sentenza che subordina la condanna di pagamento di somma di denaro all’adempimento dell’obbligo di restituzione di una cosa determinata, se si parte dal presupposto che essa acquista efficacia esecutiva solo successivamente all’effettiva restituzione della cosa. Cass. 17 maggio 1994, n. 4818.
Conf.: La sentenza che subordina la condanna al pagamento di una somma di denaro all’adempimento dell’obbligo di consegna o di restituzione di una cosa determinata acquista efficacia di titolo esecutivo solo dopo l’effettiva restituzione o il deposito della cosa, ai sensi dell’art. 1210 c.c., non essendo sufficiente la mera offerta della prestazione, che, a norma dell’art. 1209 c.c., produce solo l’effetto di mettere in mora il creditore senza liberare il debitore dall’obbligazione. Cass. 28 giugno 2010, n. 15395.
Il provvedimento giudiziario con cui in sede di separazione personale si stabilisce a carico del genitore non affidatario il contributo per le spese mediche e scolastiche del figlio minore non costituisce titolo esecutivo; pertanto, nell’ipotesi di non spontanea attuazione da parte dell’obbligato, al fine di legittimare l’esecuzione forzata, si richiede un ulteriore intervento del giudice, volto ad accertare l’avveramento dell’evento futuro e incerto cui è subordinata l’efficacia della condanna. Trib. Novara, 22 aprile 2010.
2.5. Efficacia soggettiva. Rinvio.
La semplice surroga nei diritti derivanti dai patti ex art. 1201, c.c., non consente automaticamente di acquisire un titolo esecutivo efficace per poter dare impulso all’esecuzione, né di utilizzare il titolo precedentemente formatosi nei confronti del dante causa. Infatti, il titolo esecutivo ha efficacia soggettiva di regola limitata alle parti nominate, salve le eccezioni previste dalla legge, tra le quali quella di cui all’art. 477, c.p.c. La surrogazione di cui all’art. 1201, c.c., ha dunque efficacia nel senso di consentire di ottenere un titolo in proprio, di insinuarsi senza titolo nell’esecuzione iniziata da altri, e di ottenere l’annotazione a margine dell’iscrizione ipotecaria, ex art. 2843, c.c., facendo valere la relativa prelazione. Non appare altresì applicabile alla specie, “ratione temporis”, il nuovo testo dell’art. 474, 1 comma n. 2, c.p.c., atteso che sia la scrittura privata sia il pignoramento sono anteriori all’entrata in vigore della l. n. 80 del 2005. Trib. Bari, 9 giugno 2010, n. 2046.
V., anche, Giurisprudenza sub art. 477 c.p.c.
2.6. Titolo esecutivo nella giurisprudenza giuslavoristica e previdenziale.
Si richiede, affinché la sentenza di condanna del datore di lavoro al pagamento di un determinato numero di mensilità di retribuzione valga come titolo esecutivo, nonostante l’omessa indicazione del preciso ammontare complessivo del credito retributivo, che essa sia già comprensiva di tutti i dati necessari per determinare la somma stessa, non potendosi procedere al calcolo in base a quanto contrattualmente e legislativamente previsto, senza che nella sentenza stessa siano precisati né la qualifica né il contenuto del contratto individuale o collettivo applicabile, ancorché si tratti di dati pacifici tra le parti. Cass. 9 marzo 1995, n. 2760.
Sussiste il requisito della liquidità anche ove la quantificazione non sia possibile in virtù di un semplice calcolo matematico fondato su dati certi risultanti dal titolo nel medesimo settore. Pret. Parma, 9 giugno 1997.
È necessario che, dovendo il titolo essere determinato e delimitato, i dati per acquisire tale necessaria certezza possano essere tratti dal contenuto del titolo medesimo e non da elementi esterni, non desumibili da esso, ancorché presenti nel processo che ha condotto alla sentenza di condanna, in conformità con i principi che regolano il processo esecutivo. Cass. 21 novembre 2006, n. 24649.
La sentenza di condanna al pagamento di un determinato numero di mensilità, senza indicazione esatta del loro ammontare, costituisce titolo esecutivo e legittima, quindi, l’intimazione del precetto solo se la somma dovuta risulti quantificabile attraverso un mero calcolo aritmetico da svolgersi in base agli elementi forniti dalla sentenza stessa. Trib. Milano, 26 marzo 2007.
È sussistente il requisito in oggetto anche ove i c.d. «dati certi», pur se non menzionati in sentenza, siano stati assunti dal giudice come già determinati, anche nel loro aspetto quantitativo, perché così presupposti dalle parti e non controversi e, pertanto, acquisiti al processo, sia pure in modo implicito. Cass. 19 gennaio 1999, n. 478.
Nel caso in cui, invece, la sentenza di condanna non consenta di determinare le pretese economiche del lavoratore in base al contenuto del titolo stesso, in quanto per la determinazione esatta dell’importo sono necessari elementi estranei al giudizio concluso e non predeterminati per legge, o nel caso di sentenza di condanna generica, che rimandi ad un successivo giudizio la quantificazione del credito, la sentenza non costituisce valido titolo esecutivo ma è utilizzabile solo come idonea prova scritta per ottenere nei confronti del datore di lavoro un decreto ingiuntivo di pagamento per il credito fatto valere, il cui ammontare può essere provato con altri e diversi documenti. Cass. 1 giugno 2005, n. 11677.
La sentenza che riconosce al richiedente una determinata prestazione assistenziale, condannando l’ente al pagamento dei relativi ratei, pur senza specificarli in termini monetari, può costituire valido titolo esecutivo, essendo il contenuto della prestazione determinato in base alla legge e quindi conoscibile per mezzo di semplice operazione matematica. Cass. 11 luglio 2001, n. 9389; conforme Cass. 22 novembre 2001, n. 14829.
Anche se il riferimento, per le mensilità dovute, viene effettuato in relazione alla retribuzione annua lorda, la sentenza costituisce titolo esecutivo, posto che la determinazione delle retribuzioni spettanti (ex art. 18, l. 300/1970) va effettuato al lordo, non al netto, e che l’ammontare del credito è quantificabile per mezzo di un mero calcolo matematico. Cass. 21 febbraio 2001, n. 2544.
Solamente nell’ipotesi in cui le somme dovute al lavoratore non siano precisamente quantificate e perciò liquide, esse potranno essere liquidate in un separato procedimento monitorio - senza incorrere nel divieto del ne bis in idem - in quanto la sentenza non apre direttamente la via dell’esecuzione forzata, per mancanza dei requisiti di cui all’art. 474 c.p.c. (nella specie si trattava di sentenza che ordinava la reintegrazione, condannando il datore di lavoro al pagamento della retribuzione globale dalla data del licenziamento illegittimo). Trib. Salerno, 8 marzo 2002.
Tipologia dei titoli esecutivi.
3.1. Sentenza di condanna.
Il tribunale di Torino, con ordinanza n. 936 del 14 luglio 2003, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 282 e 474 c.p.c. in riferimento agli artt. 3, 24 e 111, 2º comma, Cost., nonché all’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nella parte in cui non prevede che sia titolo provvisoriamente esecutivo anche il capo della sentenza di primo grado di condanna al pagamento delle spese di lite, quando è accessorio a declaratoria di rigetto della domanda o di incompetenza. La Corte Costituzionale, non solo con una sentenza interpretativa di rigetto, ha ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal giudice a quo, ma ha anche preso incidentalmente posizione sulla natura della condanna alle spese affermando che essa, ex positivo iure, non ha la specifica funzione di realizzare l’effettività della tutela giurisdizionale, non rientrando, proprio per questa sua diversa ratio, nell’ambito dell’art. 282 c.p.c. Corte cost. 16 luglio 2004, n. 232.
Il provvedimento mediante il quale, ai sensi dell’art. 287 c.p.c., la sentenza passata in cosa giudicata può essere corretta con la eliminazione delle omissioni o degli errori materiali o di calcolo, in cui sia incorso il giudice che l’ha pronunciata, ha natura amministrativa. Infatti, detto provvedimento è diretto a porre rimedio ad un vizio meramente formale, derivante da divergenza evidente e facilmente rettificabile tra l’intendimento del giudice e la sua esteriorizzazione oltre a lasciare intatto il contenuto della decisione corretta, tanto che, se nessuna delle parti si avvale del procedimento di correzione, non è preclusa la possibilità di cogliere ed affermare il reale contenuto precettivo della statuizione giudiziale in via interpretativa, sulla base di una lettura coordinata del dispositivo e della motivazione e, conseguentemente, porla in esecuzione facendola valere come titolo esecutivo (fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto valido titolo esecutivo una sentenza, contenente nella motivazione la precisazione che era stata raggiunta la piena prova del credito, ma che nel dispositivo non recava la corrispondente condanna al pagamento, aggiunta solo successivamente con il procedimento di integrazione). Cass. 31 marzo 2007, n. 8060; conforme Cass. 14 marzo 2007, n. 5950.
La natura di titolo esecutivo va riconosciuta a tutti i provvedimenti di condanna ed essa non deve necessariamente emergere dall’uso di formule sacramentali, ma va ritenuta tutte le volte in cui le statuizioni in essa contenute sono suscettibili di esecuzione forzata, potendo risultare anche dal contenuto del provvedimento e dalla funzione che esso è destinata a svolgere. Addirittura va riconosciuto carattere condannatorio ad un provvedimento - sia emesso nelle forme della sentenza che dell’ordinanza - quando il diritto in esso riconosciuto implica la necessità della sua attuazione, anche se manca un’esplicita statuizione di condanna. Trib. Nocera Inferiore, 18 aprile 2005.
Addirittura, per una giurisprudenza di merito, l’atto di precetto è radicalmente nullo se il titolo posto alla base è rappresentato non da una sentenza di condanna, bensì da una sentenza meramente dichiarativa. Pertanto, il giudicato contenente una condanna alle spese, rinveniente dal rigetto della domanda principale, ovvero di natura accessoria, non può essere posto a base dell’azione esecutiva. Trib Trani, 23 febbraio 2006, n. 42.
In forza dell’immediata riferibilità dell’efficacia esecutiva alla sentenza di primo grado, deve considerarsi provvisoriamente esecutiva la statuizione condannatoria, come quella sulle spese di una sentenza di rigetto, quando acceda ad una sentenza di primo grado avente natura di accertamento o condannatoria. Trib. Monza, 9 marzo 2006.
Per essere utilizzata come titolo esecutivo, la sentenza di condanna deve essere in primo luogo immune dai vizi che ne inficiano l’esistenza. Si tratta, oltre all’ipotesi espressamente prevista dall’art. 161, 2º comma, c.p.c., di tutti quei casi in cui la sentenza manchi di quel minimo di elementi o di presupposti necessari per produrre l’effetto di certezza giuridica, come accade nell’ipotesi di pronuncia resa nei confronti di un soggetto deceduto prima della notificazione dell’atto introduttivo. L’ipotesi è talmente rilevante che tale vizio può esser fatto valere anche in sede di opposizione all’esecuzione. Cass. 3 agosto 1984, n. 4616; conforme Cass. 6 novembre 1986, n. 6483.
A tale fattispecie s’associa l’ipotesi di nullità della sentenza pronunciata da un collegio giudicante diverso da quello che ha ritenuto la causa a sentenza. Cass. 2 aprile 1992, n. 4025.
Gli interessi scaturenti da una sentenza esecutiva di condanna al pagamento di una somma di denaro hanno natura corrispettiva, essendo prodotti di pieno diritto, ex art. 1224 c.c., da un credito liquido ed esigibile; rappresentano perciò, al pari di quelli moratori, uno strumento diretto alla reintegrazione del patrimonio del creditore rispetto alla perdita connessa alla mancata disponibilità tempestiva della somma oggetto del credito. Cass. 21 aprile 1999, n. 3944.
La condanna alle spese del giudizio contenuta in una sentenza di primo grado, può costituire titolo esecutivo solamente nell’ipotesi in cui essa sia accessoria ad una pronuncia di condanna, ma non quando sia conseguente alla decisione di rigetto della domanda oggetto del giudizio. Cass. 12 luglio 2000, n. 9236.
Tuttavia tale condanna alle spese, contenuta nella sentenza di primo grado, è stata considerata titolo esecutivo, anche se accedente ad una pronuncia di rigetto. Trib. Milano, 21 marzo 2002.
Tra le spese processuali che il soccombente è tenuto a rimborsare al vincitore rientra anche la somma da questi dovuta, a titolo di IVA e di contributo Cassa previdenza avvocati, al proprio difensore, trattandosi di un onere accessorio che consegue in via generale al pagamento degli onorari al difensore; trattasi perciò di titolo esecutivo, pur in difetto di un’espressa domanda e di una specifica pronuncia. Cass. 14 maggio 1981, n. 3165; conforme Cass. 9 maggio 1983, n. 3185, Cass. 20 dicembre 1990, n. 12089.
Nel caso in cui il giudice, nel pronunciare sulla domanda, ometta di liquidare le somme dovute a titolo di rimborso spese generali, la condanna contenuta nella sentenza non si estende anche a questa somma e, pertanto, il creditore non potrà indicarla nell’atto di precetto in quanto trattasi di spesa che riguarda il procedimento di formazione del titolo esecutivo e non le spese dell’esecuzione che il creditore può invece quantificare e richiedere direttamente al debitore. Cass. 20 maggio 2003, n. 7886.
Nella sentenza di condanna al pagamento di somme di denaro, la posizione della pubblica amministrazione non è diversa da quella di ogni altro debitore, con conseguente ammissibilità dell’azione esecutiva per espropriazione; tuttavia, rispetto ai beni concretamente assoggettabili ad esecuzione, restano esclusi quelli facenti parte del patrimonio indisponibile. Cass. 10 luglio 1986, n. 4496.
3.1.1. Il ruolo esattoriale.
È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 24 del D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, censurato, in riferimento all’art. 111, comma secondo, Cost., nella parte in cui attribuisce agli enti previdenziali il potere di riscuotere i propri crediti attraverso un titolo, il ruolo esattoriale, che si forma prima e al di fuori del giudizio. Infatti, non è irragionevole la scelta del legislatore di consentire ad un creditore, attesa la sua natura pubblicistica e l’affidabilità derivante dal procedimento che ne governa l’attività, di formare unilateralmente un titolo esecutivo, ed è rispettosa dei principi di difesa e del giusto processo la possibilità concessa al debitore di promuovere un giudizio ordinario di cognizione nel quale far valere le proprie ragioni. Corte cost. 29 marzo 2007, n. 111.
3.2. Provvisoria esecutività.
Nel caso di pronuncia della sentenza costitutiva ai sensi dell’art. 2932 c.c., le statuizioni di condanna consequenziali, dispositive dell’adempimento delle prestazioni a carico delle parti fra le quali la sentenza determina la conclusione del contratto, sono da ritenere immediatamente esecutive ai sensi dell’art. 282 c.p.c., di modo che, qualora l’azione ai sensi dell’art. 2932 c.c. sia stata proposta dal promittente venditore, la statuizione di condanna del promissario acquirente al pagamento del prezzo è da considerare immediatamente esecutiva. Cass. 3 settembre 2007, n. 18512; conforme Cass. 10 novembre 2004, n. 21367.
Nell’esecuzione in forma specifica dell’obbligo di concludere un contratto di compravendita, l’esecutività provvisoria, ex art. 282 c.p.c., della sentenza costitutiva emessa ai sensi dell’art. 2932 c.c., è limitata ai capi della decisione che sono compatibili con la produzione dell’effetto costitutivo in un momento successivo, e non si estende a quelli che si collocano in rapporto di stretta sinallagmaticità con i capi costitutivi relativi alle modificazione giuridica sostanziale. Essa, pertanto, non può essere riconosciuta al capo decisorio relativo al trasferimento dell’immobile contenuto nella sentenza di primo grado, né alla condanna implicita al rilascio dell’immobile in danno del promittente venditore, poiché l’effetto traslativo della proprietà del bene scaturente dalla stessa sentenza si produce solo dal momento del passaggio in giudicato, con la contemporanea acquisizione dell’immobile al patrimonio del promissario acquirente destinatario della pronuncia. Cass., Sez. Un., 22 febbraio 2010, n. 4059.
L’anticipazione in via provvisoria, ai fini esecutivi, degli effetti discendenti da statuizioni condannatorie contenute in sentenze costitutive, non è consentita, essendo necessario il passaggio in giudicato, soltanto nei casi in cui la statuizione condannatoria è legata all’effetto costitutivo da un vero e proprio nesso sinallagmatico (come nel caso di condanna al pagamento del prezzo della compravendita nella sentenza sostitutiva del contratto definitivo non concluso); è invece consentita quando la statuizione condannatoria è meramente dipendente dall’effetto costitutivo, essendo detta anticipazione compatibile con la produzione dell’effetto costitutivo nel momento temporale successivo del passaggio in giudicato (come nel caso di specie riguardante la condanna di un istituto di credito alla restituzione delle somme di denaro ricevute da un istituto di credito a seguito di atti solutori dichiarati inefficaci ai sensi dell’art. 67 legge fall.). Cass. 29 luglio 2011, n. 16737.
La disciplina della provvisoria esecutività trova legittimazione con riferimento alle sentenze di condanna, anche nella loro forma implicita, nelle quali l’esigenza di esecuzione scaturisce dalla funzione del titolo stesso e quindi anche con riferimento alle sentenze costitutive di servitù ex art. 1051 c.c., purché contengano in concreto tutti gli elementi identificativi della servitù. Cass. 26 gennaio 2005, n. 1619.
Stessa disciplina può rinvenirsi anche nelle ipotesi di sentenza condizionata. Cass. 22 dicembre 1986, n. 7841.
Non è invece dotata di provvisoria esecutività la sentenza con cui il giudice abbia emesso condanna al pagamento dei ratei (nella specie a carico dell’ente previdenziale nei confronti dell’assicurato) «nei modi e nella misura di legge» oppure «con la decorrenza di legge», senza precisare in termini monetari l’ammontare del credito complessivo già scaduto o quello dei singoli ratei già maturati. Si verte infatti in ipotesi di sentenza generica, non costituente titolo esecutivo. Cass. 29 ottobre 2003, n. 16259.
L’ordinanza che abbia revocato fuori udienza la provvisoria esecuzione di un titolo giudiziale sottrae ad esso l’efficacia esecutiva fin dal suo deposito, essendo la comunicazione finalizzata al compimento di atti successivi; conseguentemente il creditore che ha intimato precetto al debitore per l’adempimento, è soccombente, anche ai fini delle spese (art. 91 c.p.c.), nel giudizio di opposizione all’esecuzione da questi instaurato. Cass. 6 marzo 1998, n. 2487.
È valido il pactum de non exsequendo, il quale, ancorché stipulato anteriormente alla sentenza di condanna, contenga l’impegno a non avvalersi della esecutorietà ex lege della sentenza prima che abbia acquisito autorità di giudicato, in quanto diretto a realizzare l’intento, di per sé meritevole di considerazione, di non dover provvedere, a seconda delle vicende del processo di cognizione, ad un’altalena di attribuzioni patrimoniali o di incombenti l’uno di segno opposto al precedente, senza confliggere con i principi fondamentali del processo esecutivo né comportare pericolo per la realizzazione coattiva dell’obbligazione inadempiuta. Cass. 12 agosto 1991, n. 8774.
Chi fa valere la provvisoria esecutorietà di una sentenza nell’ambito di una procedura forzata lo fa a proprio rischio e pericolo; se, infatti, il provvedimento viene riformato o cassato, l’esecuzione non può proseguire e il procedente deve subire l’accoglimento dell’opposizione che per un qualsiasi motivo sia stata proposta, con conseguente obbligo al pagamento delle spese processuali. Cass. 25 maggio 2009, n. 12089.
3.3. Provvisoria esecutività delle sentenze nel rito del lavoro ed in materia previdenziale.
In materia giuslavoristica, la provvisoria esecutività, riconosciuta ex art. 431, 1º comma, c.p.c., riguarda le sole sentenze contenenti condanna al pagamento, in favore del lavoratore, di somme di denaro e non anche le sentenze che accertano il diritto del lavoratore ad una qualifica superiore e condannano il datore di lavoro all’attribuzione di detta qualifica. Tali sentenze, anche se in parte d’accertamento ed in parte di condanna, non sono comunque suscettibili d’esecuzione forzata, in quanto l’attribuzione della qualifica ed il conferimento delle mansioni non possono avvenire senza la necessaria cooperazione del debitore. Cass. 21 giugno 1985, n. 3738.
La sentenza di condanna del datore di lavoro al pagamento di un determinato numero di mensilità di retribuzione ovvero di quanto dovuto al lavoratore a seguito del riconoscimento dell'illegittimità del licenziamento costituisce valido titolo esecutivo per la realizzazione del credito anche quando, nonostante l'omessa indicazione del preciso ammontare complessivo della somma oggetto dell'obbligazione, la somma stessa sia quantificabile per mezzo di un mero calcolo matematico, sempreché, dovendo il titolo esecutivo essere determinato e delimitato, in relazione all'esigenza di certezza e liquidità del diritto che ne costituisce l'oggetto, i dati per acquisire tale necessaria certezza possano essere tratti dal contenuto del titolo medesimo e non da elementi esterni non desumibili da esso, ancorché presenti nel processo che ha condotto alla sentenza di condanna, in conformità con i principi che regolano il processo esecutivo; ne consegue che, se per la determinazione dell'importo sono necessari elementi estranei al giudizio concluso e non predeterminati per legge, il creditore può legittimamente fare ricorso al procedimento monitorio, nel cui ambito la sentenza è utilizzabile come atto scritto, dimostrativo dell'esistenza del credito fatto valere, il cui ammontare può essere provato con altri e diversi documenti, ma non può, invece, attivare l'esecuzione.
Cassazione civile sez. lav. 01 agosto 2014 n. 17537
Così, il provvedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c., con cui il giudice ordini al datore di lavoro la riassunzione del lavoratore illegittimamente licenziato ovvero il pagamento delle retribuzioni maturate secondo l’inquadramento contrattuale, costituisce titolo esecutivo, in caso di mancata riassunzione, per ottenere il pagamento delle retribuzioni, purché il provvedimento contenga tutte le indicazioni idonee ad una rapida quantificazione del credito, con la conseguenza che, in tal caso, al lavoratore non è consentito ottenere un nuovo titolo esecutivo in relazione alla stessa pretesa. Cass. 22 novembre 2001, n. 14829.
Per la sentenza di condanna in materia previdenziale (che di norma contempla prestazioni in favore degli associati che si protraggono nel tempo), essa non può valere come titolo esecutivo al fine di conseguire prestazioni maturate successivamente alla proposizione della domanda e, a fortiori, alla emissione della sentenza, tenuto anche conto che dal rapporto previdenziale non scaturisce una singola e complessiva obbligazione avente per oggetto una prestazione unitaria da assolvere ratealmente, bensì plurime obbligazioni a cadenza periodica, ciascuna delle quali realizza l’intera prestazione dovuta per quel determinato periodo. Cass. 23 ottobre 1997, n. 10431.
Componente essenziale del credito previdenziale è la rivalutazione monetaria; ne consegue che la disciplina legale applicabile è sempre e solamente quella dettata per lo specifico credito previdenziale dedotto in giudizio e che il pagamento di questo, nel suo valore originario, è solo adempimento parziale di un’obbligazione che ha per oggetto il credito nel suo importo totale, comprensivo della rivalutazione. Cass. 3 febbraio 1995, n. 1267.
3.4. Impugnazione della sentenza.
L’ipotesi di riforma in appello di una sentenza di primo grado comporta il venir meno del titolo esecutivo, dato il carattere sostitutivo di tale mezzo di gravame: ne discende che la sentenza di secondo grado è destinata a prendere il posto di quella di primo grado. Cass. 13 maggio 2002, n. 6911. In tal caso, comunque, il giudice dell’opposizione all’esecuzione, allorché dichiari che la sentenza fatta valere come titolo esecutivo non consente l’esercizio della relativa azione, perché si tratta di sentenza appellabile o già appellata, non compie alcun indagine sull’ammissibilità dell’appello, che gli è difatti preclusa, limitandosi alla verifica dell’esistenza o persistenza del titolo giudiziale. Cass. 24 maggio 2002, n. 7631.
In caso di conferma o riforma della sentenza impugnata, in cui comunque oggetto del giudizio è il contenuto della pretesa e non l’operato del primo giudice, il titolo esecutivo per promuovere l’esecuzione è costituito dalla sentenza d’appello. Cass. 25 maggio 1998, n. 5212.
Anche l’eventuale declaratoria di difetto di giurisdizione, resa dal giudice d’appello, priva la sentenza di primo grado di ogni efficacia, compreso l’eventuale valore provvisoriamente esecutivo, e comporta quindi il potere-dovere del medesimo giudice d’appello di disporre la restituzione di quanto ricevuto in forza di detta provvisoria esecutività. Cass., Sez. Un., 7 settembre 1985, n. 4647.
Nei casi un cui la sentenza d’appello dichiari l’inammissibilità, l’improponibilità o l’improcedibilità del gravame, il titolo esecutivo è rappresentato dal provvedimento emesso dal giudice di primo grado. Cass. 28 maggio 1992, n. 6438.
Se, a seguito di parziale accoglimento dell’impugnazione, una sentenza viene modificata solo quantitativamente, il processo esecutivo prosegue per la realizzazione del credito nei limiti riconosciuti dal gravame. Cass. 30 luglio 1997, n. 7111.
Se la sentenza d’appello viene a sua volta cassata con rinvio, non si ha una reviviscenza della sentenza di primo grado, posto che la sentenza del giudice di rinvio statuisce direttamente sulle domande delle parti, con la conseguenza che sarà possibile procedere in executivis non più sulla base della sentenza di primo grado, ma solamente sulla base della sentenza del giudice del rinvio. Cass. 13 maggio 2002, n. 6911.
Nell’ipotesi di sentenza di condanna al rilascio di un immobile, la provvisoria esecutività può essere concessa, su istanza di parte, anche dal giudice d’appello nei casi dell’art. 351 c.p.c., non potendosi applicare le disposizioni in tema di provvisoria esecutività ex lege dell’art. 431 c.p.c. Cass. 23 febbraio 1996, n. 1438.
In sede d’inibitoria ex art. 351 c.p.c., il giudice d’appello, concedendo la sospensione o la revoca dell’esecuzione provvisoria, può soltanto incidere sull’esecutorietà della sentenza, ma non sul tempo della concreta esecuzione, le cui questioni restano devolute alla competenza del giudice dell’esecuzione (nella specie si trattava di procedimenti diretti alla dilazione, graduazione e sospensione degli sfratti disposta dalla l. n. 118 del 1985). Cass. 20 gennaio 1987, n. 456.
3.5. Provvedimenti emessi nel corso del giudizio.
In merito alle ordinanze anticipatorie degli effetti della sentenza, all’ordinanza prevista all’art. 186-bis c.p.c. va senza dubbio riconosciuta efficacia esecutiva tanto che, una volta proposta opposizione a decreto ingiuntivo, l’opposto non può chiedere l’emanazione dell’ordinanza al pagamento delle somme non contestate in quanto, in caso di accoglimento dell’istanza, si avrebbero due titoli esecutivi. Trib. Cagliari, 13 febbraio 1996.
D’altra parte l’istanza per la concessione dell’ordinanza ingiuntiva ex art. 186-ter c.p.c. è ammissibile anche nel corso di un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, nel caso in cui il creditore opposto abbia espressamente rinunciato ad avvalersi, nell’ipotesi di accoglimento dell’istanza ingiuntiva, del decreto ottenuto nella fase monitoria, dal momento che in questa fattispecie il pericolo di esporre il debitore ad una doppia esecuzione, derivante dalla duplicazione del titolo, è solamente ipotetico. Pret. Verona, 22 gennaio 1998.
Così l’art. 283 c.p.c., che consente una sospensione parziale della esecuzione della sentenza impugnata, è pienamente raccordabile con il disposto dell’art. 186-quater, comma quarto, c.p.c. in quanto al provvedimento anticipatorio a cognizione piena è collegata sia la forza di titolo esecutivo sia il meccanismo della trasformazione dell’ordinanza in sentenza. App. Firenze, 8 aprile 1998.
In questo senso, le disposizioni dell’art. 186-quater c.p.c. possono essere applicate ai giudizi d’opposizione allo stato passivo, in base alla legge fallimentare, posto che, sia nell’ipotesi prevista dalla norma del codice di rito, sia in quelle previste dalle norme della legge fallimentare, la controversia ha ad oggetto l’accertamento di crediti in funzione della formazione di un titolo esecutivo giudiziale. Trib. Roma, 5 gennaio 1998.
Si qualifica come valido titolo esecutivo anche il decreto con cui il giudice liquida il compenso al consulente tecnico nominato, eccezion fatta per il caso in cui tale provvedimento manchi dell’indicazione della parte obbligata al pagamento; se, in forza di tale decreto, viene minacciata esecuzione forzata, la parte a cui è notificato il precetto può proporre opposizione all’esecuzione. Cass. 15 dicembre 2000, n. 15850.
A seguito dell’entrata in vigore della legge 6 marzo 1987 n. 74 e dell’emanazione della sentenza n. 189 del 1988 ad opera della Corte Costituzionale, costituisce titolo esecutivo, ai sensi dell’art. 189 disp. att. c.p.c., l’ordinanza presidenziale di cui all’art. 708 c.p.c. con cui il Presidente del tribunale pronuncia i provvedimenti temporanei ed urgenti nel giudizio per la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Cass. 11 agosto 1988, n. 4930.
L’inadempimento dell’obbligazione alimentare, tra coniugi separati, è soggetto alla medesima disciplina che regola l’inadempimento delle obbligazioni in genere. Nel caso in cui detta obbligazione sia consacrata in un titolo esecutivo, quale il provvedimento emesso dal presidente del tribunale nella fase preliminare del giudizio di separazione personale, il coniuge creditore può pertanto, a sua scelta, agire esecutivamente per conseguire l’esatta prestazione di quanto a lui dovuto, oppure agire per il risarcimento del danno, al fine di ottenere una prestazione in denaro equivalente a quella dovuta. App. Perugia, 8 marzo 1986.
Ne consegue l’impossibilità, per il coniuge avente diritto all’assegno di mantenimento, di richiedere, nell’ipotesi d’inadempimento, l’emissione di un decreto ingiuntivo che determinerebbe un’inammissibile duplicazione di titoli. Cass. 10 settembre 2004, n. 18248; conforme Trib. Spoleto, 16 marzo 2000.
Il provvedimento presidenziale ex art. 708 c.p.c. costituisce valido titolo esecutivo per il rilascio anche con riguardo alle statuizioni concernenti l’assegnazione della casa coniugale ex art. 155, comma 4, c.p.c. in quanto, avendo la funzione di assicurare il godimento dell’immobile destinato ad abitazione familiare, ha l’idoneità a consentire l’immissione nel possesso del bene al coniuge assegnatario, così consentendo di dare attuazione al diritto riconosciuto dall’ordinanza. Trib. Nocera Inferiore, 18 aprile 2005.
Il dispositivo, reso in udienza dal pretore, portante condanna al pagamento dell’indennità per perdita dell’avviamento commerciale, ha efficacia di titolo esecutivo in virtù del richiamo all’art. 431 c.p.c. operato dall’art. 46, l. n. 392 del 1978, non potendosi intendere l’inciso «in quanto applicabile» in senso tanto riduttivo da vanificare del tutto la forza del richiamo testuale. App. Napoli, 3 luglio 1997.
Hanno il carattere della esecutività ma non danno luogo ad esecuzione forzata i provvedimenti interinali di reintegrazione ex artt. 1168 e 1170 c.c., dato che con essi non si realizza un’alternativa tra adempimento spontaneo ed esecuzione forzata ma un fenomeno intrinsecamente coattivo di esecuzione che si svolge ex officio iudicis. Pertanto la loro esecuzione deve avvenire senza la formalità della preventiva notificazione del precetto, essendo sufficiente nei confronti dell’intimato la notificazione in forma esecutiva, con la conseguenza che le spese del precetto, se intimato, non sono ripetibili. Cass. 12 gennaio 2006, n. 407.
3.6. Efficacia esecutiva nei sistemi alternativi di risoluzione delle controversie.
L’eventuale intervento del giudice nel tentativo di conciliazione non altera, ove questo riesca, la natura consensuale dell’atto di composizione che le parti volontariamente concludono. Né gli effetti esecutivi attribuiti al verbale di conciliazione dall’art. 185, ultimo comma, c.p.c. possono sotto alcun riflesso paragonarsi a quelli di una sentenza passata in giudicato, dovendosi, invece, assimilare a quelli di un titolo contrattuale esecutivo, come gli atti notarili e simili indicati nell’art. 474, n. 3, c.p.c., con la conseguenza che il detto atto di composizione resta soggetto alle sanzioni di nullità - rilevabili d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio - ove ne ricorrano le relative condizioni. Cass. 18 luglio 1987, n. 6333.
La conciliazione giudiziale, che produce effetti sostanziali e processuali, in virtù dell’accordo delle parti, in presenza dei requisiti di legge, costituisce titolo esecutivo anche se inserita nel verbale d’udienza. Cass. 18 aprile 2003, n. 6288.
Tuttavia tale verbale di conciliazione pur essendo idoneo all’esecuzione per obbligazioni pecuniarie, all’esecuzione specifica ai sensi dell’art. 2932 c.c. e all’esecuzione per consegna e per rilascio, non legittima all’esecuzione forzata degli obblighi di fare e di non fare poiché l’art. 612 c.p.c. menziona quale unico titolo valido, per questo tipo d’esecuzione, la sentenza di condanna. Cass. 13 gennaio 1997, n. 258.
è tuttavia nullo il precetto emesso sulla base di una transazione stipulata dinanzi ad un tribunale straniero (nella specie il tribunale di Monaco di Baviera nella Repubblica Federale Tedesca) non essendo, tale transazione, un atto o provvedimento cui la legge attribuisce efficacia esecutiva ex art. 474 c.p.c. né la può acquisire ai sensi degli artt. 65, 66 e 678 della l. n. 218 del 1995, non trattandosi di sentenza straniera o di atto ad essa equiparato. Trib. Roma, 25 settembre 2006.
Anche se non ha natura di pronuncia giurisdizionale, il lodo arbitrale rituale ha l’attitudine ad acquisire l’efficacia del giudicato e, se nel caso di specie dichiarato esecutivo, è idoneo ad essere eseguito nel territorio della Repubblica; costituisce pertanto valido titolo esecutivo ed è presupposto idoneo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale, in base all’espressa previsione dell’art. 2819 c.c., nonché titolo per la trascrizione od annotazione sui registri immobiliari. Tar Sardegna, 19 aprile 2001, n. 417.
La ratio del decreto di esecutività di un lodo arbitrale, necessario solo se il lodo contiene una condanna, è quella di far assumere alla decisione arbitrale la funzione di titolo esecutivo ex art. 474, comma 2, n. 1) c.p.c. In tal modo, si realizza il presupposto necessario, ai sensi del primo comma della citata norma, perché possa essere azionata la tutela esecutiva. Trib. Prato, 26 settembre 2011.
A seguito delle modifiche apportate all’istituto dell’arbitrato dalla novella del 1994, tanto all’arbitrato rituale che a quello irrituale va oggi riconosciuta natura privata, configurandosi in entrambi i casi la devoluzione della controversia ad arbitri come rinuncia all’azione giudiziaria ed alla giurisdizione dello Stato per effetto di un’opzione a favore della soluzione della controversia sul piano privatistico; ne consegue che la differenza fra le due fattispecie si può ravvisare solamente nelle circostanza che, nell’arbitrato rituale, le parti stesse intendono pervenire alla pronuncia di un lodo suscettibile di esecutività onde produrre gli effetti di cui all’art. 825 c.p.c., con l’osservanza del regime formale del procedimento arbitrale, in quello irrituale, invece, esse intendono affidare all’arbitro la soluzione di una controversia attraverso uno strumento strettamente negoziale, impegnandosi, per l’effetto, a considerare la decisione degli arbitri come espressione, appunto, di tale, personale, volontà. Cass. 30 agosto 2002, n. 12714.
Nonostante la diversa qualificazione degli arbitri, il lodo arbitrale che le parti vogliono inappellabile e pronunciato da amichevoli compositori è irrituale e, pertanto, anche se erroneamente munito di esecutività, non può essere sottoposto ad impugnazione per nullità. App. Firenze, 7 ottobre 2000.
Infatti, lo speciale procedimento di liquidazione delle spese e degli onorari agli arbitri, previsto all’art. 814 c.p.c. per l’arbitrato rituale, non è applicabile, neanche analogicamente, all’arbitrato irrituale, in quanto quest’ultimo è sfornito dell’elemento che caratterizza l’arbitrato rituale e che consiste nell’attitudine a divenire «sentenza» a seguito del deposito del lodo effettuato da una parte. Cass. 17 ottobre 1995, n. 10824; conforme Cass. 10 luglio 1993, n. 7604.
3.7. Cambiali e titoli di credito.
La legge riconosce validità di titolo esecutivo anche alla cambiale ed agli altri titoli di credito equiparati purché in regola con l’imposta di bollo (R.D. 14 dicembre 1933, n. 1669). Ne deriva che la cambiale priva di bollo o che non sia stata bollata nei termini di legge perde la qualità di titolo esecutivo, pur mantenendo la sua validità, tra cui la possibilità, per il portatore, di esercitare i diritti cambiari una volta corrisposta la tassa sul bollo e la relativa penalità. Cass. 28 ottobre 1995, n. 11333.
Una volta in regola con gli adempimenti fiscali, essa è di per sé titolo esecutivo con efficacia privilegiata, tanto da autorizzare il giudice, se richiesto, anche a concedere immediatamente l’esecuzione di un provvedimento di tipo monitorio. Cass. 29 luglio 2002, n. 11175.
I principi in materia d’imputazione di pagamenti, dispositivamente stabiliti negli artt. 1193 e 1194 c.c., in particolare il principio per cui il pagamento che non estingua tutte le obbligazioni del debitore deve essere imputato prima agli interessi già scaduti e poi al capitale, è applicabile anche in materia di titoli di credito, per cui, in caso di pagamento parziale di una cambiale, adempiuta l’obbligazione degli interessi, resta in piedi (in tutto o in parte) quella relativa al capitale, che può esser fatta valere secondo le caratteristiche proprie del titolo. Cass. 20 luglio 1993, n. 8063.
Compete al giudice italiano la verifica della sussistenza dei presupposti per l’esecutività in Italia della cambiale straniera, sia quanto ai requisiti essenziali richiesti dalla legge cambiaria ed ai requisiti di natura tributaria, sia quanto al riconoscimento degli effetti di titolo esecutivo secondo la norma sostanziale straniera; a tal fine è irrilevante la mancata ratifica della Convenzione di Ginevra sulla cambiale da parte del paese in cui il titolo è stato emesso. Cass. 10 marzo 1993, n. 2894.
Il requisito della regolarità fiscale vige anche per l’assegno di conto corrente bancario; anche se il pagamento è avvenuto in modo solo virtuale (presso l’ufficio del registro o analoghi uffici autorizzati), esso deve risultare da apposita annotazione sul titolo cosicché il giudice, anche d’ufficio, dovrà verificare la sua esistenza mediante l’esame dell’originale del documento e non di una copia di esso o della sua trascrizione sul relativo precetto di pagamento. Cass. 27 giugno 1990, n. 6542.
L’assegno bancario emesso in bianco o postdatato, normalmente utilizzato a fini di garanzia, è contrario alle norme imperative di legge dettate dal R.D. 21 dicembre 1933, n. 1736, c.d. legge sull’assegno. Cass. 19 aprile 1995, n. 4368.
L’assegno in bianco o postdatato, privo quindi di data o di altri elementi essenziali, non solo è nullo di per sé, ma poiché svolge le stesse funzioni proprie della cambiale, sfuggendo però alla relativa tassa sul bollo, non può essergli riconosciuta natura di titolo esecutivo, anche se successivamente poi venga fiscalmente regolarizzato. Cass. 30 agosto 1996, n. 7985; conforme Cass. 7 febbraio 2000, n. 1337.
Può inoltre essere fatto valere come titolo esecutivo ex artt. 63 e 65, legge cambiaria, il contratto di borsa (nella specie un certificato di credito emesso dal Comitato degli agenti di cambio a seguito del ricorso, proposto a detto Comitato, da parte dello stipulante di un contratto di borsa in caso d’inadempimento della controparte e di conseguente liquidazione coattiva delle operazioni) che, pur non integrando in alcun modo gli estremi di una pronuncia giurisdizionale, e non essendo assimilabile ad alcuno dei possibili titoli esecutivi giudiziari, vista la sua natura squisitamente amministrativa, è certamente qualificabile quale titolo esecutivo stragiudiziale. Cass., Sez. Un., 28 maggio 1998, n. 5290.
3.8. Atti ricevuti dal notaio o da altro pubblico ufficiale in Italia e all’estero.
L’atto ricevuto da un notaio o da un altro pubblico ufficiale autorizzato a riceverlo, a cui viene equiparata la scrittura privata autenticata, per avere validità di titolo esecutivo, relativamente e limitatamente ad una somma di denaro, generata da un negozio in esso documentato, deve contenere l’indicazione degli elementi strutturali essenziali dell’obbligazione medesima, indispensabili in relazione alla funzione esecutiva assegnata all’atto. Cass. 18 gennaio 1983, n. 477.
L’indicazione di un termine per l’adempimento non è un elemento strutturale necessario dell’obbligazione, come si evince dagli artt. 1183, 1331, 1817 c.c. Conseguentemente l’atto ricevuto da un notaio, o da altro pubblico ufficiale autorizzato dalla legge, non perde la sua qualità di titolo esecutivo relativamente all’obbligazione di somma di denaro in essa contenuta qualora le parti non abbiano fissato un termine per l’adempimento ovvero abbiano prorogato il termine originario con un accordo non documentato da un atto che rivesta la stessa forma pubblica. In tal caso, promossa azione esecutiva, il debitore non può proporre opposizione all’esecuzione per la mancanza o la pretesa cessazione della qualità di titolo esecutivo dell’atto notarile posto a fondamento dell’esecuzione, bensì per dedurre che l’azione esecutiva non era esercitabile alla data della notificazione del titolo esecutivo, giacché in tal caso era inesigibile il credito a causa della mancata scadenza del termine convenuto tra le parti. Cass. 27 novembre 1979, n. 6228.
L’esecuzione forzata iniziata in virtù di tale titolo esecutivo non può avere ad oggetto crediti diversi o comunque dovuti per cause diverse da quelle indicate nell’atto stesso; se quindi il contratto redatto per atto pubblico viene integrato con un pactum adiectum, redatto nella forma della scrittura privata non autenticata, il credito scaturente dal patto aggiunto non potrà essere azionato, se non previa formazione di un titolo esecutivo giudiziale. Trib. Cassino, 10 novembre 1999.
Pur se certamente in astratto qualificabile titolo esecutivo, il contratto di finanziamento, nell’eventualità che assuma una forma «condizionata», anche se redatto dal notaio nella forma dell’atto pubblico, non assume efficacia esecutiva, ai fini della coattiva restituzione delle somme promesse, sia nei riguardi del beneficiario del finanziamento, sia nei confronti del fideiussore dello stesso, non essendo dotato del requisito della certezza. Cass. 18 gennaio 1983, n. 477.
Nella specie, il contratto condizionato di mutuo alberghiero o fondiario non documenta l’esistenza attuale di obbligazioni di somme di denaro ancorché consenta l’erogazione di acconti con il sistema dei versamenti rateali durante il corso dei lavori edilizi, ma riguarda debiti pecuniari meramente eventuali e futuri: detto contratto, pertanto, pur se stipulato con atto pubblico notarile, non può essere utilizzato come titolo esecutivo dalla banca mutuante, atteso che difetta dei requisiti previsti dall’art. 474, 2º comma, n. 3 c.p.c. Né il contratto medesimo può assumere valore di titolo esecutivo, per effetto della sua integrazione con le quietanze dei versamenti fatti al mutuatario e degli estratti dei libri contabili dell’istituto mutuante, trattandosi di atti non formalmente omogenei con esso, in quanto manca il ricevimento da parte del notaio della dichiarazione negoziale costitutiva di debiti pecuniari. Cass. 19 luglio 1979, n. 4293.
L’accertamento dell’efficacia esecutiva in Italia degli atti ricevuti da un pubblico ufficiale in paese estero, disciplinata dall’art. 804 c.p.c., è richiesto soltanto ai fini esecutivi in senso stretto: è perciò limitato ai soli atti pubblici contenenti obbligazioni di somme di denaro, i quali soltanto sono considerati dall’ordinamento italiano titoli esecutivi. Cass. 15 maggio 1978, n. 2363.
Pur nel silenzio dell’art. 804 c.p.c. si richiede che l’atto straniero abbia i requisiti sostanziali e formali del titolo esecutivo richiesti per l’atto ricevuto in Italia, nonché, in base al combinato disposto degli artt. 474. n. 3 e 804 c.p.c., che si tratti di atto contrattuale (e non meramente dichiarativo o ricognitivo) contenente un’obbligazione di somme di denaro, come in ipotesi di rogito notarile redatto con la partecipazione di entrambe le parti di precedenti contratti di mutuo, il quale non si sia esaurito nella ricezione della volontà del debitore di assoggettarsi all’esecuzione, attraverso un’attività meramente certificativa ed autenticativa del notaio, ma abbia implicato altresì la trasfusione ed assunzione per relationem del contenuto di detti contratti e della relativa obbligazione del mutuatario del pagamento di una somma di denaro. Cass. 5 marzo 1982, n. 1380.
L’atto notarile di concessione di ipoteca con cui società terze costituiscono ipoteca in favore di una banca, a garanzia della obbligazione della società debitrice principale, nei confronti della banca medesima, di rimborso - a titolo di regresso - di quanto dalla banca sarà eventualmente pagato a seguito di escussione di una fideiussione da prestarsi nei confronti di altro soggetto finanziatore (e nell’interesse della debitrice principale, nel contesto di una operazione bancaria di cosiddetto credito di firma), non costituisce titolo esecutivo, a favore della banca escussa e contro la società debitrice. Cass. 31 agosto 2011, n. 17886.
Titolo esecutivo nell’esecuzione per consegna e rilascio.
4.1. Tipologia.
La sentenza che si limiti a dichiarare lo scioglimento della comunione ereditaria, consacrando l’immediata successione del coerede nella sua titolarità del diritto di proprietà, senza nulla disporre in ordine al rilascio dei beni, ha un contenuto meramente dichiarativo, in relazione al quale non può considerarsi idoneo titolo esecutivo, ai sensi dell’art. 474 c.p.c. - che esige, invece, una pronuncia di contenuto condannatorio - per ottenere tutela nella forma reintegratoria. Cass. 5 settembre 1994, n. 7650.
La sentenza che accerti la scadenza del termine di locazione, o che pronunci la risoluzione del contratto, condanna il conduttore al rilascio in favore del comproprietario-locatore della quota locata del bene comune, senza che a ciò sia d’impedimento la circostanza che il conduttore detenga per altro titolo la restante parte del bene comune, poiché in questo caso si realizza un’ipotesi di codetenzione del bene tra i due soggetti; in difetto di spontanea esecuzione, la sentenza va eseguita coattivamente nelle forme dell’esecuzione forzata per rilascio, osservandosi il disposto dell’art. 608 c.p.c. Cass. 5 gennaio 2005, n. 165.
L’efficacia esecutiva, quale titolo per il rilascio, del decreto di trasferimento ex art. 586 c.p.c. sussiste certamente nei confronti dei soggetti partecipanti alla procedura esecutiva (in qualità di parti o di ausiliari del giudice dell’esecuzione), ma non può assolutamente affermarsi nei confronti dei terzi che detengano l’immobile da data anteriore al pignoramento. Trib. Napoli, 29 settembre 2004.
Quando l’aggiudicatario si avvale del decreto di trasferimento dell’immobile pignorato come titolo esecutivo per il rilascio nei confronti del debitore, ciò di cui si può discutere con opposizione all’esecuzione per rilascio è se il decreto di trasferimento presenti i requisiti per valere come provvedimento di questo tipo e, dunque, abbia anche la forza di titolo esecutivo per il rilascio o se sia giuridicamente inesistente ed allora non abbia quella forza. Cass. 26 aprile 2004, n. 7922.
Interpretazione del titolo.
5.1. Giudicato esterno.
In sede di esecuzione di una sentenza di condanna al pagamento di somme di denaro passata in giudicato, il giudice dell’opposizione all’esecuzione deve procedere ad interpretazione del giudicato, individuandone il contenuto e la portata precettiva sulla base del dispositivo e della motivazione, con esclusione del riferimento ad elementi esterni; in tal caso l’interpretazione del titolo dà luogo ad interpretazione del giudicato esterno ed è incensurabile in sede di legittimità ove non risultino violati i criteri giuridici che regolano l’estensione ed i limiti della cosa giudicata ed il procedimento interpretativo sia immune da vizi logici. Cass. 5 ottobre 1999, n. 11033.
L’interpretazione si risolve quindi nell’apprezzamento di un mero «fatto» e, come tale, pur ponendosi come giudicato esterno, non opera come decisione della lite, non dovendosi intendere come momento terminale della funzione cognitiva del giudice, bensì come presupposto fattuale dell’esecuzione. Cass. 21 novembre 2001, n. 14727.
In sede di esecuzione della sentenza che rechi condanna al risarcimento del danno per fatto illecito con gli interessi «come per legge» a partire dalla data del fatto stesso, gli eventuali dubbi che residuino in esito all’interpretazione della sentenza medesima, circa l’identificazione di detta data, vanno risolti in senso sfavorevole al creditore, nel senso cioè di uno spostamento in avanti di tale data, fino al limite cronologico oltre il quale i dubbi stessi vengono meno. Cass. 14 dicembre 1991, n. 13508.
5.2. Principali interpretazioni.
Il giudice dell’opposizione all’esecuzione davanti al quale il diritto a procedere ad esecuzione forzata sia contestato, sotto il profilo che mancherebbe la coincidenza tra il soggetto nei cui confronti l’esecuzione è minacciata e quello contro il quale si è formato il titolo esecutivo giudiziale, deve interpretare il titolo esecutivo e tale interpretazione può essere condotta anche alla stregua degli atti del giudizio in cui il provvedimento costituente titolo esecutivo è stato pronunciato. Pertanto, nel caso di sentenza resa su domanda rivolta contro soggetto individuato in base alla sua ditta, e di citazione notificata a persona indicata nell’atto come titolare della stessa ditta ed il cui nome in tale ditta è riprodotto, ancorché con l’aggiunta «e figli», è conforme a diritto interpretare la sentenza nel senso di ritenerla pronunziata in confronto del soggetto indicato nella citazione come titolare della ditta. Cass. 22 febbraio 2008, n. 4651.
In tema di formazione del titolo esecutivo, la duplicazione di titoli giudiziali consacranti lo stesso diritto, di regola non consentita, è tuttavia ammessa lì ove il secondo titolo assicuri una tutela più ampia. Il c.t.u. che abbia ottenuto la pronuncia del decreto di liquidazione dell’onorario può agire in sede monitoria, poiché il decreto ingiuntivo, diversamente dal primo provvedimento, consente l’iscrizione di ipoteca giudiziale. Cass. 26 giugno 2006, n. 14737.
La pronuncia di condanna al ripristino di una preesistente situazione dei luoghi, resa a carico della parte che abbia mutato tale situazione con opere illegittime, non richiede, al fine della specificazione del comando giurisdizionale e della sua conseguente idoneità a costituire titolo esecutivo, l’individuazione e descrizione di tali opere, essendo sufficiente che dal complessivo contesto della decisione sia evincibile la suddetta situazione, implicando quella condanna la rimozione di tutto ciò che sia incompatibile con la situazione medesima. Cass., Sez. Un., 15 gennaio 1987, n. 245.
Il capo di sentenza, costituente titolo esecutivo, che, dopo aver regolato il confine tra due fondi, condanna una delle parti al rilascio della zona di terreno illegittimamente posseduta deve essere interpretato in relazione al capo essenziale concernente la determinazione del vero confine. Cass. 2 settembre 1982, n. 4798.
Il giudice dell’esecuzione, in sede di determinazione delle modalità di esecuzione ai sensi dell’art. 612 c.p.c. ha un potere di specificazione del titolo esecutivo e può, dunque, comprendere nell’abbattimento anche opere eseguite successivamente all’introduzione dell’azione possessoria che incidano sulla medesima situazione di fatto tutelata dal provvedimento costituente titolo esecutivo. Cass. 20 dicembre 1996, n. 11432.
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