Source: https://cobasterni.blogspot.it/2013_07_01_archive.html
Timestamp: 2017-07-29 11:47:19+00:00

Document:
luglio 2013 | COBAS TERNI
DISASTRO DI SANTIAGO DE COMPOSTELA: ERRORE UMANO O ERRORI DISUMANI ? Quando i disastri ferroviari si pianificano a tavolino. domenica 28 luglio 2013
DISASTRO DI SANTIAGO DE COMPOSTELA: ERRORE UMANO O ERRORI DISUMANI ? Quando i disastri ferroviari si pianificano a tavolino,
ancoraIN MARCIA !
DISASTRO DI SANTIAGO DE COMPOSTELA: ERRORE UMANO O ERRORI DISUMANI ?Quando i disastri ferroviari si pianificano a tavolino. UN INCIDENTE SPAVENTOSOUn incidente spaventoso le cui immagini strazianti assieme all'agghiacciante ripresa in tempo reale delderagliamento, hanno riportato all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale il tema della sicurezza ferroviaria....CORDOGLIO E SOLIDARIETA' PER LE VITTIME ...IL NOSTRO PUNTO DI VISTA Un contributo all'analisi di quanto accaduto partendo dal nostro punto di vista di macchinisti, 'interno' alla cabina di guida dei treni...SULLE SPALLE DEL MACCHINISTA Il macchinista, sulle cui spalle e sulla cui perfetta efficienza psicofisica permanente è stata poggiatal'intera affidabilità del 'moderno' sistema dell'alta velocità ferroviaria e la vita di così tante persone....'IL MACCHINISTA NON HA FRENATO' - PERCHE' NON HA FRENATO ? Dalle prime ricostruzioni sembra accertato che la causa del deragliamento diretta sia stata l'eccessiva velocità, 190 Km/h,Meno attenzione è stata rivolta alle ragioni che eventualmente l'avrebbero portato a 'mancare' quel semplice gesto della mano...QUANDO 'MACCHINISTA SOLO' E' UN CRIMINE...NON INFANGATE IL MACCHINISTA - L'ULTIMO ANELLO PAGA PER TUTTI L'ultimo anello della sicurezza, il macchinista, che è rimasto miracolosamente illeso, pagherà comunque e pesantemente - per il suo 'banale' errore dalle conseguenze enormi - il conto con la giustizia e con la propria coscienza; tutti gli altri che l'errore l'hanno 'scelto' seduti intorno ad una scrivania,non risponderanno affatto e, anzi, oggi dichiarano di correre ai ripari piangendo lacrime di ipocrisia...MA NON BASTA DIRE LA VELOCITA'- ANCHE IN SPAGNA UN 'BUCO NERO' ED UN 'TRABOCCHETTO' Un 'buco nero' di discontinuità tra sistemi di circolazione diversi ...ERRORE UMANOSe quello del macchinista è un vero 'errore umano' per essersi distratto o aver sbagliato i tempi di frenata nei pochissimi secondi a disposizione ...ERRORI DISUMANI il loro é un un 'errore disumano', mille volte più grave, perché privo delle caratteristiche essenziali diumanità, quali buon senso, emozioni, pietà. Errore, perché hanno considerato i macchinisti infallibili.Disumano per il cinismo e la crudeltà di aver 'pianificato' a tavolino e 'scelto' che i treni dovessero marciare su quel 'trabocchetto' i tanti macchinisti che quotidianamente, per anni, percorrono quel tratto...E' SERVITO MOLTO SANGUE In Italia abbiamo atteso due disastri prima di intervenire con la tecnologia di 'protezione' della marcia del treno:Solo dopo questo tributo di sangue e grazie alle mobilitazioni, agli scioperi, alle lotte politiche, sociali efinanche giudiziarie, che questa rivista ha sostenuto, si è accelerata la modernizzazionedella rete nazionale con un sistema di controllo della velocità oggi esteso praticamente su tutti i binari...ANCHE LA SPAGNA OGGI HA PAGATO La Spagna che insegue anch'essa il mito dell'alta velocità, paga oggi, come noi ieri,il suo altissimo prezzo all'errore 'umano' di un semplice e sfortunato ferroviere e degli errori 'disumani' di un ristretto numero di funzionari e dirigenti commessi consapevolmente in nome del profitto e del disprezzo della vita...(LEGGI TUTTO...)
LABOR OPUS,
REDDITO DI BASE INCONDIZIONATO,
SUSSUNZIONE TOTALE
La storia umana è storia di coazione al lavoro.
Un tempo tale costrizione era imposta con il dominio e
obbligata per legge e ha alimentato per millenni società schiaviste. Oggi la schiavitù è stata bandita
giuridicamente, ma non da un punto di vista
etico e culturale. La religione di
un lavoro non scelto imperversa più che mai, anche se non esistono più
obblighi diretti. Il lavoro è libero ma non
rende liberi. Solo se si creano le premesse per liberarsi dal
ricatto del bisogno, l'attività
umana (vita, non lavoro) potrebbe diventare momento di autorealizzazione, forma di emancipazione (e comunque
mai un bene comune). La storia dell'umanità può essere anche letta come una
perenne lotta contro il lavoro
come costrizione. Il rifiuto del lavoro salariato degli anni Settanta (non dell'OPUS e dell'OTIUM, si badi
bene), non a caso sviluppatosi al
culmine delle lotte dell'operaio massa, così come le lotte negli anni Venti del secolo scorso negli Stati Uniti
contro la trasformazione
dell'operaio di mestiere in operaio dequalificato alla catena di montaggio (operaio massa), ha contribuito a
mettere in atto i processi di
ristrutturazione dell'organizzazione capitalistica. La fase di transizione dal capitalismo fordista a quello
biocognitivo ne è il risultato
diretto, con effetti profondi e irreversibili sulla qualità e la forma della prestazione lavorativa. In Europa, il peso
del lavoro di fatica, del lavoro
operaio, è fortemente diminuito, ma tale miglioramento non coincide con liberazione dal lavoro salariato
(come si auspicava). Anzi, è forse
successo l'opposto, seppur in modo inedito. Le nuove e moderne forme di accumulazione, sempre più basate
sulla conoscenza, hanno messo a
lavoro e a comando ciò che prima, nell'epoca fordista, non era considerato produttivo: l'insieme delle facoltà
cognitive, affettive, riproduttive,
formative e relazionali degli esseri umani, in una parola, la vita. Nel momento in cui ci si illude che, grazie
anche al progresso tecnologico, ci
si possa affrancare, seppur parzialmente, della fatica fisica del corpo, ecco che il lavoro si allarga e
induce alla fatica della mente e
dei sentimenti.La vita stessa viene messa al lavoro e a valore. Non
solo il LABOR ma anche l'OPUS, la creatività e
l'immaginazione sono piegate a
criteri di produttività, mercificazione e valorizzazione. Siamo in presenza di un processo di SUSSUNZIONE TOTALE
dell'essere umano ai dettami della
produzione. Il risultato è che la dannazione del lavoro ci perseguita più di prima. A fronte di questa situazione, sembra esserci una sola
soluzione: il diritto alla scelta
del lavoro. Ma condizione necessaria (anche se non sufficiente) è che ci si liberi dal ricatto del
bisogno: solo la garanzia di un
REDDITO DI BASE INCONDIZIONATO, e non il lavoro, costuisce oggi un
bene comune, seppur improprio
Expo 2015: lavoro, come precarizzare tutto il precarizzabile di San Precario | 25 luglio 2013
come precarizzare tutto il precarizzabile di San Precario | 25 luglio 2013,
Expo 2015: lavoro,
Il 23 luglio, a Milano, poco dopo lo
sgombero dell’ex-cinema Maestoso (di proprietà privata, abbandonato all’incuria
e recentemente occupato come spazio sociale comune per un riuso civico), è
stato siglato un accordo tra Cgil-Cisl-Uil, il
Comune di Milano ed Expo 2015 S.p.A.. Un accordo per favorire
l’assunzione a termine di 800 lavoratori e
l’utilizzo di 18.500 volontari per
garantire la forza-lavoro necessaria a Expo 2015.
dell’accordo, alcune considerazioni:
1. Expo 2015 è stato presentato come
una grande opportunità occupazionale nella
crisi, un volano per favorire la crescita economica e l’occupazione. Oggi ci
vengono forniti i dati: 800 contratti precari, una
goccia nel mare della disoccupazione giovanile, a costo ridotto e con deroga alla deroga della
giungla precaria già esistente, a fronte di 18.500 prestazione lavorative
di fatto gratuite. Una settimana fa era già stato siglato
un accordo tra la Camera di Commercio di Milano e Politecnico per
l’assunzione, sempre in vista di Expo 2015, di un numero imprecisato distagisti al costo di 1 euro all’ora!
2. In questi giorni, è in
discussione il DL Giovannini,
all’interno del “Decreto del Fare” del
governo Letta-Alfano, approvato alla Camera con voto di fiducia.
Riguardo la parte sul mercato del lavoro, due sono i provvedimenti che più ci
interessano. Il primo riguarda i contratti diapprendistato. Viene proposta
una deroga – che guarda caso termina il 31 dicembre 2015, giorno di chiusura di
Expo – per consentire l’utilizzo dei contratti di apprendistato per i giovani
sino a 29 anni togliendo l’obbligo per le imprese di stendere una relazione
sull’attività di formazione svolta.
Ricordiamo che nel contratto di apprendistato, il 90% dei contributi
sociali è a carico dello Stato e il lavoratore viene assunto
(con possibilità di rescissione a fine periodo) con una qualifica di due
livelli inferiore rispetto a quella cui sarebbe destinato. Si tratta di
condizioni molto convenienti per l’impresa. Eppure, il contratto di
apprendistato oggi incide solo per poco meno del 3% tra i contratti precari,
proprio perché obbliga le imprese a dimostrare l’avvenuto periodo di formazione. Con
questa deroga si liberalizza di
fatto l’uso di tale contratto – rimane solo il limite dei 29 anni.
Il secondo provvedimento riguarda il contratto a tempo determinato. Con la
legge Fornero era stata introdotta l’a-casualità relativamente al primo
contratto di questo tipo ovvero la possibilità per le imprese di poterlo
adottare senza darne alcuna giustificazione. Per evitarne l’abuso, la legge
Fornero aveva allungato l’intervallo di tempo tra la scadenza del contratto a
termine e il suo (eventuale) rinnovo sino ad un massimo di 60 giorni. Ebbene,
il DL Giovannini mantiene la a-causalità, ma riduce l’intervallo per il rinnovo a 10
giorni (per contratti inferiori ai 6 mesi) e 20 giorni. Di fatto, anche
in questo caso si tratta di una liberalizzazione ad uso e consumo delle
esigenze “usa e getta” delle imprese.
Il contratto siglato a Milano per
l’Expo recepisce interamente quanto il DL Giovannini vuole introdurre. Ma ai
tempi determinato hanno aggiunto – bontà loro – la causale Expo, giusto per
permettere ai sindacati di sostenere che il loro (ab)uso sarà
limitato nel tempo!
Ricapitolando: degli 800 lavoratori
assunti per i 6 mesi di Expo 2015, 340 saranno apprendistie dovranno
avere meno di 29 anni. Altri 300 saranno contratti a
tempo determinato e una parte degli impieghi sarà riservata
a disoccupati e persone in mobilità.
Sul fronte degli stage, invece, saranno 195 le posizioni da coprire, con rimborsi da 516 euro al mese. A questi si aggiungeranno circa 18.500 volontari, destinati principalmente
all’accoglienza dei visitatori: potranno alternarsi su turni di cinque ore al
giorno, con un impiego massimo di due settimane ciascuno, per un fabbisogno
giornaliero di 475 persone. Con questi “si chiude il fabbisogno per la società”
– ha spiegato Sala, l’AD di Expo2015, con il plauso del Comune di Milano e
di Cgil, Cisl e Uil.
…E plaudono anche Letta e
Giovannini, che parlano di accordo storico, in grado di rilanciare l’economia
italiana (!), mentre il Corriere della Sera titola:
“Il lavoro flessibile parte da Expo”. Noi ci chiediamo: perché proporre alle
imprese condizioni ancor più favorevoli per un evento una tantum, quando già esiste una pletora di
contratti “usa e getta”? Qual è allora l’obiettivo che ci si pone?
Da un lato, si utilizza l’Expo per testare nuove soluzioni di precarizzazione da
estendere poi a livello nazionale.
Dall’altro, una volta precarizzato
il precarizzabile, si vuole andare verso un nuovo dualismo del mercato del lavoro,
stavolta non fra garantiti e non garantiti, ma tutto interno alla precarietà,
di tipo generazionale: da una
parte il giovane, senza elevati titoli di studio, che va a fare l’apprendista
con salario ridotto e basso costo per le imprese; e poi il precario adulto, che
vive di contratti a termine.
Difficile che ciò possa creare
occupazione. Se non si interviene dal lato della domanda e del
potere di spesa, senza una prospettiva di vendita, nessuna impresa assumerebbe,
anche se le si offrissero lavoratori a costo zero.
In tempi di crisi, l’unica politica
ragionevole che può favorire una ripresa occupazionale (come San Precario ha
più volte ribadito) è quindi una politica di domanda, non più
intesa come domanda aggiuntiva da parte dello Stato (politiche keynesiane), ma
come domanda privata derivante da più alti salari e continuità di reddito: reddito di base incondizionato (RBI) e salario minimo, da un lato, separazione tra
assistenza e previdenza dall’altro. I primi favoriscono stabilità e crescita
della domanda e quindi indirettamente crescita della produzione e
dell’occupazione. La seconda, ipotizzando che tutti gli ammortizzatori sociali
vengano gradualmente sostituito dal RBI finanziato con la fiscalità generale,
libera risorse che abbattendo il cuneo fiscale consentirebbero di accrescere la
busta paga di chi è occupato e di ridurre il costo del lavoro.
E intanto che fa il sindacato? La Cgil approva, perché è stato riconosciuto
il metodo della concertazione e la necessità che qualunque intervento sul
mercato del lavoro, anche quello più infame, venga pattuito con il sindacato e
da lui riconosciuto.
Valutate un po’ voi, ma a noi pare
che siamo arrivati alla frutta…
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/25/expo-2015-lavoro-come-precarizzare-tutto-precarizzabile/666524/#disqus_thread
Palatucci: la bufala del buon poliziotto che salva gli ebrei dall'olocausto
cambiare il nome alla via,
la menzogna del poliziotto buono,
la targa della vergogna e della menzogna
Giovanni Palatucci, definito erroneamente "ultimo questore" (?) di Trieste e salvatore di centinaia di ebrei durante il fascismo era fascista e non ha salvato nessuno anzi sarebbe stato «un volenteroso esecutore delle leggi razziali». Questo personaggio ha rappresentato, una decina di anni fa, l'alibi per le forze dell'ordine, che collaborarono attivamente alle leggi razziali, all'arresto e alla deportazione di ebrei e prigionieri politici verso i campi di sterminio e di concentramento nazi-fascisti e all'olocausto. Durante l'occupazione tedesca di Fiume, Palatucci continuò a lavorare all'Ufficio Stranieri, aggiornando i censimenti degli ebrei, diventando poi reggente della questura. Quella di Palatucci è una bufala che offende la storia e le vittime dell'olocausto e delle stragi nazifasciste.
A Terni c'è viale Palatucci proprio nel parco pubblico della "passeggiata". A Polino gli hanno appena dedicato una piazza.
Chiediamo di cancellare la vergogna di una via dedicata ad un "poliziotto italiano [che] sarebbe stato «un volenteroso esecutore delle leggi razziali».
ecco un articolo uscito il 2 luglio sul manifesto
Palatucci IL MITO SFATATO GIUSEPPE GALZERANO Non salvò 800 ebrei e non distrusse 5 mila fascicoli, il centro Primo Levi di New York fa a pezzi la leggenda del poliziotto fascista, di stanza a Fiume, considerato lo «Schlinder italiano»
Il monumento crolla. Costruito con l'argilla della leggenda e non con il cemento della documentazione storica, il mito di Giovanni Palatucci, l'ex poliziotto fascista irpino (era nato a Montella nel 1909), ubbidiente esecutore degli ordini e osannato salvatore di migliaia di ebrei, non ha retto alle necessarie e inevitabili verifiche della ricerca e della storia e pare addirittura che abbia contribuito alla deportazione degli ebrei. È quanto emerge da un'accurata e lunga ricerca promossa dal Centro «Primo Levi» di New York che, sulla base della documentazione rinvenuta, approfondisce e chiarisce il divario esistente tra l'agiografia ufficiale del poliziotto santificato e la storia delle persecuzioni antiebraiche a Fiume e nel Carnaro. Un vasto gruppo interdisciplinare di ricercatori - coordinati da Natalia Indrimi, direttrice del Centro «Primo Levi» - ha raccolto, consultato, studiato e setacciato oltre seimila documenti provenienti da numerosi archivi. La ricerca ha consentito di portare alla luce quello che potremo definire come l'imbroglio Palatucci.Tutto comincia nel 1952, sette anni dopo la sua morte per tifo nel campo di concentramento di Dachau, avvenuta il 9 o 10 febbraio 1945. È in quell'anno che lo zio Giovanni, vescovo di Campagna (Sa), inoltra una petizione al ministero degli Interni sostenendo - senza alcuna documentazione - che il nipote era meritevole di un riconoscimento per aver salvato dalla deportazione e dalla morte gli ebrei fiumani. Il ministero degli Interni risponde nel mese di luglio con un memorandum: non esiste un qualsiasi indizio provante l'attività a favore degli ebrei da parte del vicecommissario aggiunto, aggiungendo che solo se il governo israeliano avesse fatto formale richiesta per un'indagine il ministero avrebbe preso in considerazione le informazioni presentate dal vescovo di Campagna. Il quale, nei mesi successivi, si adopera per organizzare la cerimonia di Ramat Gan, che poi è servita per tutti i successivi riconoscimenti.La lettera da ViennaIl Centro Primo Levi - da noi raggiunto a New York - ricostruisce come, solo dopo questa cerimonia, compaia la prima, e per quarant'anni unica e mai discussa «testimonianza»: la lettera della viennese Rosa Neumann, la cui valutazione - affermano a New York - risulta molto problematica in un confronto analitico con il suo fascicolo di polizia. In questa cerimonia gli viene attribuito il titolo di «Questore di Fiume» - non corrispondente affatto alle sue funzioni, quando il suo grado di vicecommissario aggiunto non gli permetteva nessuna autonomia - per attribuirgli poteri decisionali mai avuti. Da metà aprile all'arresto del 13 settembre 1944, per i tedeschi, Palatucci regge la questura di Fiume: i suoi due fascicoli provano che si muove sempre sotto stretto controllo dei superiori, il prefetto Temistocle Testa e il questore Vincenzo Genovese, ricevendo elogi, sostegno e promozioni, rinunciando per questo ambiguo rapporto al trasferimento, chiesto ben otto volte. Nel sistema di terrore attuato fin dal 1938 da Testa e Genovese, Palatucci è scrupoloso nell'applicazione delle leggi razziali e attento compilatore dei censimenti che dal 1938 al 1944 vengono usati per privare gli ebrei dei diritti civili, spogliarli dei beni, arrestarli, internarli, espellerli e deportarli nei campi di sterminio. La persecuzione degli ebrei di Fiume - stando alla documentazione - è tra le più terribili d'Italia e anche dalla corrispondenza delle associazioni di assistenza ebraiche Delasam e Joint, risulta una delle città più bisognose di aiuti per la mancanza di qualsiasi cooperazione delle autorità italiane.La documentazione al Ministero dell'Interno Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione III, Internamento Ebrei Stranieri contraddice l'ipotesi che Palatucci abbia ordinato il trasferimento di centinaia o migliaia (a seconda delle fonti biografiche) di ebrei nel campo di concentramento di Campagna, dove lo zio, il vescovo Giuseppe Maria Palatucci, li avrebbe assistiti. Dalla documentazione ufficiale risulta che Palatucci non ha alcun ruolo nella scelta delle località di internamento degli ebrei stranieri. Solo quaranta ebrei fiumani, per delibera del Ministero degli Interni, vengono internati a Campagna. Nessuno di loro gode di particolari favori della questura di Fiume, che invece ha atteggiamenti fortemente persecutori nei loro confronti. A dimostrazione che non si tratta affatto di ebrei né protetti né raccomandati dai Palatucci, ben 9 (su 40) vengono deportati ad Auschwitz ed uno di loro muore per le difficoltà subite durante l'internamento. Per le sue dimensioni il piccolo «campo» di Campagna, esclusivamente maschile, non era adatto a raccogliere le migliaia di deportati ebrei fiumani, dei quali si parla nelle biografie e nei film dedicati a Palatucci: solo nei primi mesi vi furono 370 internati e mai più di un centinaio di persone: tra il 1940 e il 1943 nell'ex caserma della cittadina salernitana vengono detenuti in totale 534 ebrei. A New York, pur non negando che il vescovo Palatucci si sia adoperato per alleviare le sofferenze degli internati, sottolineano che non esiste alcuna prova del tentativo delle autorità italiane (politiche ed ecclesiastiche) di trasferire a scopo protettivo gli ebrei a sud e l'idea che scendere al sud rappresentasse la salvezza è puramente retrospettiva, in quanto è provato che dal luglio del 1940 alla seconda metà del 1942 gli ebrei stranieri internati in Italia cercavano in tutti i modi di essere trasferiti al nord per trovarsi più vicini alla Svizzera, dove avrebbero potuto mettersi in salvo.Salvataggio senza fondamentoLa leggenda palatucciana secondo la quale nel 1939 - quando a Fiume non vi erano nazisti per arrestare gli ebrei, ma solo un decreto delle leggi razziali promulgato dal Regno d'Italia che ne prevedeva l'espulsione entro il 12 marzo - il «questore» intercettò e salvò dall'arresto dei nazisti 800 rifugiati ebrei, aiutandoli prima a nascondersi ad Abbazia e poi ad imbarcarsi su un battello, l'Agia Zoni che li condusse secondo alcuni in Puglia e in Palestina secondo altri, è destituita di ogni fondamento storico. La vicenda, presentata per anni come indocumentabile perché svolta in segreto dal giovane ufficiale di polizia, è possibile ricostruirla grazie al ritrovamento da parte dello storico Marco Coslovich nel 1994, presso l'Archivio di Stato, dell'epistolario completo tra la Prefettura di Fiume e la Capitaneria di Porto: è chiaramente documentato che fu un'operazione persecutoria svoltasi sotto la sorveglianza della polizia fiumana. La recente scoperta del diario di Alfons Goldman, guida del gruppo, conferma nei dettagli la corrispondenza ufficiale e consente una ricostruzione puntuale della vicenda dell'Agia Zoni, un'operazione dell'Agenzia Ebraica di Zurigo fatta fallire dalla polizia fiumana: Palatucci svolse un ruolo marginale di esecutore degli ordini del prefetto Testa, responsabile dell'arresto di 180 profughi viennesi ad Abbazia, sottoposti a una penosa estorsione e ordinò il respingimento al confine di 600 ebrei apolidi per i quali la spedizione era stata programmata. Con il fallimento dell'operazione il porto di Fiume non verrà più usato dalle organizzazioni ebraiche di assistenza.Durante l'occupazione tedesca di Fiume, Palatucci continuò a lavorare all'Ufficio Stranieri, aggiornando i censimenti degli ebrei, diventando poi reggente della questura. I mesi da reggente sono documentati attraverso le carte dell'attività della polizia italiana, i mattinali, gli scambi di telegrammi con la polizia tedesca e con la dirigenza di Salò a Maderno. Gli fu affidato il trasporto di circa 400 mila lire (l'equivalente di circa 20 stipendi annuali di ufficiale), i tedeschi lo sospettarono di essersi appropriato di beni confiscati a una famiglia di ebrei e, durante la reggenza, produsse dispacci e informative per la persecuzione degli ebrei. Contrariamente a quanto sostenuto dai suoi agiografi, non vi è alcun indizio che abbia distrutto cinquemila fascicoli sugli ebrei, che invece risultano tutti regolarmente conservati nel Fondo Questura di Fiume dell'Archivio di Stato di Rijeka, così come li lasciò GiovanniPalatucci all'indomani del suo arresto. È probabile che la notizia che abbia distrutto i fascicoli ha fatto pensare che abbia sottratto gli ebrei all'arresto. Da qui i biografi affermano che a Fiume non vi fu deportazione, ma le ipotesi di salvataggio di massa avanzate dall'apologetica palatucciana sono prive di riferimenti alle fonti archivistiche.Beatificazione sfumataIl 13 settembre 1944 Giovanni Palatucci è arrestato dalla polizia tedesca per «intelligenza con il nemico». Dal carcere del Coroneo di Trieste, un mese dopo, con altri 11 mila soldati e diverse centinaia di ufficiali di pubblica sicurezza italiani, è deportato a Dachau, come prigioniero in custodia protettiva, la categoria riservata ai traditori. Nel mese di novembre il suo caso è sottoposto all'attenzione della segreteria personale del Duce, ma non risulta alcuna intercessione in suo favore. La morte nel campo di Dachau, a 35 anni, ha senza dubbio contribuito ad avvalorare la suggestiva tesi della sua opposizione al fascismo e al nazismo Ma ora, grazie alle ricerche del Centro «Primo Levi» di New York, dopo anni di culto e di speculazione, conosciamo la verità sulla vita di questo poliziotto che non rinnegò mai il fascismo, non aiutò gli ebrei e da carnefice è stato ritenuto vittima.Però le leggende - come le bugie - hanno sempre le gambe corte. Palatucci non ha titoli per essere considerato lo «Schindler italiano», come un giusto da Israele, e martire da papa Giovanni Paolo II. Per questo motivo, scrive il New York Times, il museo dell'Olocausto di Washington ha deciso di rimuovere il suo nome da una mostra, lo Yad Vashem di Gerusalemme e il Vaticano hanno iniziato a esaminare i documenti. La Santa Sede, che ha in corso una causa di beatificazione, si è bloccata per gli interrogativi sollevati e ha dato incarico a uno storico di studiare la questione. Alla AntiDefamation League, l'associazione ebraica che aveva attribuito a Palatucci il suo Courage to Care Award il 18 maggio 2005, lo stesso giorno nel quale il sindaco di New York Michael Bloomberg aveva dichiarato GiovanniPalatucci Courage to Care Day, affermano: «Alla luce delle prove storiche la Adl non onorerà più la memoria del poliziotto italiano. Sappiamo adesso quel che non sapevamo allora, che cioè Palatuccinon fu il salvatore in cui è stato trasformato dopo la guerra», ha detto il direttore di Adl Abraham Foxman, un sopravvissuto ai campi di sterminio, per il quale il poliziotto italiano sarebbe stato «un volenteroso esecutore delle leggi razziali».
GARANTE DELLA PRIVACY: NO A VIDEOCAMERE O IMPRONTE DIGITALI NELLA SCUOLA
GARANTE DELLA PRIVACY: NO A VIDEOCAMERE O IMPRONTE DIGITALI NELLA SCUOLA,
Quando si parla di scuola azienda, il concetto riguarda nello specifico anche l'applicazione di prassi, atti gestionali tipici proprio del settore aziendale. Il Garante della Privacy per l'ennesima volta è stato chiamato a pronunciarsi sul caso di telecamere e tecnologie biometriche all'interno di alcune scuole.
In data 30 maggio 2013 si è pronunciato con due provvedimenti, il primo riguarda un Liceo di Roma, il secondo una scuola di Martina Franca.
Con il provvedimento n. 261 del 30 maggio 2013 si affronta il caso che riguarda una segnalazione ove viene rappresentato che all'interno dell'istituto scolastico sarebbero presenti, senza che ne sia stato formalmente informato il personale, alcune telecamere installate in tempi successivi. Rispetto ad una di queste, installata nel maggio 2012, "nel corridoio dell'edificio corrispondente all'ingresso di via Montebello 122 […] da cui accede sia il personale docente, sia il personale ATA […] e dove sono ubicati gli uffici amministrativi […], la portineria, gli uffici di presidenza e di vicepresidenza nonché i bagni del pianoterra riservati al personale", "non sono state rese note né le ragioni della sua installazione, né l'orario in cui essa è attiva, né se vengano effettuate registrazioni, né chi sia a conoscenza delle password per accedere alle riprese o alle registrazioni […]. In prossimità dell'area videosorvegliata non sono stati apposti i dovuti cartelli di segnalazione. […] la videocamera, essendo collocata molto in alto, in posizione poco visibile, passa facilmente inosservata a coloro che attraversano o sostano nel corridoio".
Ulteriori telecamere, installate anteriormente al maggio 2012, "effettuano riprese di alcune aree dell'istituto frequentate da studenti durante il periodo di apertura del medesimo".
Insomma una scuola a dir poco sotto stretta videosorveglianza.
Il Garante rileva che il trattamento effettuato mediante il menzionato sistema di videosorveglianza, essendo idoneo a riprendere anche gli studenti che frequentano l'istituto, non risulta conforme a quanto stabilito dal Garante, in particolare, al punto 4.3 del menzionato provvedimento generale in materia di videosorveglianza dell'8 aprile 2010, atteso che (anche alla luce della previsione di cui all'art. 2, comma 2, d.P.R. n. 249/1998), in ambito scolastico l'utilizzo di sistemi di videosorveglianza deve ritenersi ammissibile solo "in casi di stretta indispensabilità, al fine di tutelare l'edificio ed i beni scolastici da atti vandalici, circoscrivendo le riprese alle sole aree interessate ed attivando gli impianti negli orari di chiusura degli istituti; è vietato, altresì, attivare le telecamere in coincidenza con lo svolgimento di eventuali attività extrascolastiche che si svolgono all'interno della scuola".
Ma nella detta scuola esisteva anche un sistema di tecnologia biometrica volto a controllare il rispetto dell'orario di lavoro dei dipendenti. Ed il Garante ha specificato che “Il titolare del trattamento, infatti, allo scopo di verificare il puntuale rispetto dell'orario di lavoro ben può disporre di altri (più "ordinari") sistemi, meno invasivi della sfera personale nonché della libertà individuale del lavoratore, che non ne coinvolgano la dimensione corporale. Aspetti, questi, costitutivi della dignità personale, a presidio della quale sono dettate le discipline di protezione dei dati personali, come emerge dall'art. 2 del Codice (cfr. Provv. del 31 gennaio 2013 n. 38, doc. web n. 2304669). I sistemi basati sull'utilizzo di tecnologie biometriche, infatti, possono operare solo con l'attiva collaborazione personale dei lavoratori interessati in assenza di puntuali disposizioni che la impongano (v anche Gruppo art. 29, WP193, Parere 3/2012, cit., p. 12, secondo cui "il datore di lavoro è sempre tenuto a cercare i mezzi meno invasivi scegliendo, se possibile, un procedimento non biometrico").Infine, con riguardo al personale docente, anche nella giurisprudenza di legittimità, non essendo state rinvenute, quanto alle modalità di rilevazione delle presenze, puntuali previsioni né di fonte legale né contrattuale (v. in tal senso Cass. civ., Sez. lav., 12 maggio 2006, n. 11025), si è ritenuto che la verifica della presenza in servizio debba essere effettuata attraverso strumenti diversi (quali, la compilazione dell'apposito foglio firme ovvero del registro di classe)”.
Principi che verranno ribaditi con il provvedimento n. 262 del 30 maggio 2013 che ha riguardato l'Istituto Tecnico Industriale "Ettore Majorana" di Martina Franca. l'Istituto ha dichiarato di aver installato il sistema in esame( biometrico) ritenendo inidonei strumenti di controllo delle presenze alternativi (ad esempio il badge individuale) in vista della "necessità di prevenire […] condotte abusive" (indicate nel possibile "scambio dei badge e nello smarrimento degli stessi", eventi peraltro non equiparabili), eventualità rappresentate dal titolare del trattamento in termini astratti ed ipotetici. Non sono stati addotti invece circostanziati elementi, strettamente rapportati alla specifica realtà lavorativa (quali, ad esempio, circostanze di fatto concernenti il personale tali da ostacolare un'agevole verifica della corretta esecuzione delle prestazioni lavorative), da cui si possa effettivamente arguire l'inidoneità di ordinarie misure di controllo e, correlativamente, la reale indispensabilità del trattamento dei dati biometrici dei lavoratori per la finalità suindicata. Al contrario, risulta che, a fronte del verificarsi di casi di allontanamento dal luogo di lavoro o di ritardo nel prendere servizio, l'Istituto sia stato in condizione di contestare addebiti disciplinari nei confronti di due dipendenti (senza precisarne l'esito), provvedendo a segnalare i casi all'autorità giudiziaria.
Il Garante rileva che “Il titolare del trattamento, infatti, allo scopo di verificare il puntuale rispetto dell'orario di lavoro ben può disporre di altre (più "ordinarie") misure, meno invasive della sfera personale nonché della libertà individuale del lavoratore, che non ne coinvolgano la dimensione corporale. Aspetti, questi, costitutivi della dignità personale, a presidio della quale sono dettate le discipline di protezione dei dati personali, come emerge dall'art. 2 del Codice (cfr. Provv. del 31 gennaio 2013 n. 38, doc. web n. 2304669). I sistemi basati sull'utilizzo di tecnologie biometriche, infatti, possono operare solo con l'attiva collaborazione personale dei lavoratori interessati in assenza di puntuali disposizioni che la impongano (v. anche Gruppo art. 29, WP193, Parere 3/2012, cit., p. 12, secondo cui "il datore di lavoro è sempre tenuto a cercare i mezzi meno invasivi scegliendo, se possibile, un procedimento non biometrico" (cfr.)”.
Con riguardo al personale docente, anche nella giurisprudenza di legittimità, non essendo state rinvenute, quanto alle modalità di rilevazione delle presenze, puntuali previsioni né di fonte legale né contrattuale (v. in tal senso Cass. civ., Sez. lav., 12 maggio 2006, n. 11025), si è ritenuto che la verifica della presenza in servizio debba essere effettuata attraverso strumenti diversi (quali, la compilazione dell'apposito foglio firme ovvero del registro di classe).
Ma sarebbe possibile ricorrere all'utilizzo di un simile sistema invasivo per il “ controllo degli accessi in aree del medesimo nelle quali sia custodita documentazione riservata od attrezzature di particolare valore (circostanza rispetto alla quale, in base alla documentazione in atti, non sono stati peraltro forniti concreti elementi di valutazione, né indicate le porzioni di edificio eventualmente interessate da tale specifica esigenza)”.
MarcoBaronehttp://xcolpevolex.blogspot.it/2013/06/il-garante-per-la-privacy-dice-no.html
CATTEDRE EXTRA LARGE: DIFFIDA 2013/14
illegittimità formazione cattedre con oltre 18 ore. Atto stragiudiziale di comunicazione e diffida,
illegittimità formazione cattedre con oltre 18 ore. Atto stragiudiziale di comunicazione e diffida
Risulta alla scrivente Organizzazione Sindacale che negli organici docenti per l’anno scolastico 2013/2014 l’Amministrazione Scolastica stia provvedendo a formare cattedre, di alcune classi di concorso, con oltre 18 ore di insegnamento settimanali; dal documento che riepiloga l’organico di diritto provinciale per le scuole secondarie di secondo grado si evince che il fenomeno interessa ben 93 cattedre! Le SS.LL. sono chiaramente a conoscenza che tale pratica è assolutamente illegittima. Infatti, è notorio che senza l’assenso dell’interessato/a non è possibile lo svolgimento di ore di lezione oltre quelle contrattualmente previste, che per i docenti delle scuole e istituti di istruzione secondaria sono determinate in 18 ore settimanali. Infatti, l’articolo 28, comma 5, del CCNL del Comparto Scuola 2006/2009 definisce in modo univoco, e senza eccezioni di sorta, in 18 ore settimanali l’orario di insegnamento dei docenti: “L’attività di insegnamento si svolge ... in 18 ore settimanali nelle scuole e istituti di istruzione secondaria ed artistica, distribuite in non meno di cinque giornate settimanali.” Lo stesso articolo 28, al comma 6, precisa che: “negli istituti e scuole di istruzione secondaria, ivi compresi i licei artistici e gli istituti d’arte, i docenti, il cui orario di cattedra sia inferiore alle 18 ore settimanali, sono tenuti al completamento dell’orario di insegnamento da realizzarsi mediante la copertura di ore di insegnamento disponibili in classi collaterali non utilizzate per la costituzione di cattedre orario, in interventi didattici ed educativi integrativi, con particolare riguardo per la scuola dell’obbligo, alle finalità indicate al comma 2, nonché mediante l’utilizzazione in eventuali supplenze e, in mancanza, rimanendo a disposizione anche per attività parascolastiche ed interscolastiche”. Dalle norme pattizie citate risulta quindi, in modo evidente ed inconfutabile, che l’orario obbligatorio di cattedra nelle scuole secondarie non può superare le 18 ore settimanali. Si noti, a tale riguardo che l’articolo 22 della Legge n. 448/2001 (la c.d. finanziaria 2002) ribadiva in modo esplicito lo stesso concetto, ovverosia che l’orario di insegnamento oltre l’orario di lavoro stabilito dai contratti di lavoro collettivi, può essere attribuito soltanto con il consenso degli insegnanti: “nel rispetto dell’orario di lavoro definito dai contratti collettivi vigenti, i dirigenti scolastici attribuiscono ai docenti in servizio nell’istituzione scolastica, prioritariamente e con il loro consenso, le frazioni inferiori a quelle stabilite contrattualmente come ore aggiuntive di insegnamento oltre l’orario d’obbligo fino ad un massimo di 24 ore settimanali”. Tale eventualità è quindi possibile (ore eccedenti oltre le 18 settimanali) solo con attribuzione da parte del Dirigente Scolastico, previo consenso da parte dell’interessato/a, e solo nel caso in cui residuino ore non assegnate quali spezzoni di supplenza a docenti a tempo determinato inseriti nelle graduatorie ad esaurimento
L’Invalsi è un treno impazzito…
treno impazzito
di Vincenzo Pascuzzi «L’Invalsi è un treno impazzito, che procede senza rendersi conto che a volte ci sono segnali gialli e rossi che invitano alla prudenza o all’arresto! Possibile che sia… impossibile darsi una “pausa di riflessione”?» Così si sfoga Maurizio Tiriticco su facebook! [vedi qui]
Nessun padreterno. “I test Invalsi non sono il giudizio di Dio” ha detto il ministro Carrozza. Meno male! Di conseguenza, l’Invalsi non è Dio, né i vertici dello stesso Invalsi sono padreterni. Certo, già si sapeva, ma conforta la autorevole conferma. Però forse l’Invalsi si considera depositario di una qualche sua religione, altrimenti il ministro non avrebbe aggiunto che bisogna “uscire da una logica di guerre di religione” sulla valutazione. Comunque l’ordalia sembra citata impropriamente.
Nord e Sud. Subito stampa e media ripropongono il confronto effimero e scontato tra nord e sud. Meglio il nord del sud, ma si sa da sempre ed è in relazione alla condizione economica, alla povertà. E poi il confronto dettaglia bravi e meno bravi fra nord-est, nord-ovest, sud adriatico, centro, Friuli, Veneto, ecc. fino a Puglia e Basilicata. Quasi che la bravura a scuola – secondo i test in questione – sia una caratteristica geografica, climatica, agricola, o ambientale(v. le cipolle rosse di Tropea, le ciliegie ferrovia del barese, il tartufo bianco di Alba, ….). Forse non ha proprio senso, è controproducente, classificare le scuole in base alle loro classi e poi le regioni o le zone in base alle loro scuole. Ci si dimentica che Invalsi testa due sole materie o discipline, cioè il 20% circa della didattica, e lo fa a prescindere dal tipo e dall’indirizzo della scuola.
E la sufficienza? E poi, oltre alla classifica relativa nord-sud e regione per regione, né Invalsi, né Miur hanno indicato nessun livello di riferimento per la sufficienza e la accettabilità delle preparazioni testate. In altre parole: scuole e regioni che stanno indietro, rispetto ai mitici nord-est e nord-ovest, raggiungono almeno la sufficienza oppure no?Idem per le scuole e le regioni che stanno avanti, Trentino e Friuli compresi.
E i costi? Anzi il rapporto costi/benefici? Bisognerà pure contabilizzare i costi dell’operazione Invalsi, inclusi quelli scaricati – graziosamente e d’autorità – sulle scuole e sugli insegnanti, incluse le 2 giornate di scuola sottratte a circa 3 mln di ragazzi. E poi quali sono i benefici? Il Trentino e il nord-est gratificati? Alcune regioni alla gogna? Al più, il rapporto Invalsi è diagnostica parziale, coatta, diffusa o a tappeto, ma nessuno indica o provvede alla terapia conseguente.
E la dispersione? Nessuna iniziativa efficace e credibile per ridurre la dispersione. Problema questo importante e gravoso, messo in ombra e parcheggiato, mentre all’Invalsi viene assegnato un binario veloce (per restare in ambito ferroviario) o una corsia preferenziale sgombra e un’auto blu munita di lampeggiante e sirena. Eppure ridurre la dispersione migliorerebbe sicuramente la qualità della scuola. Questo nessuno lo può negare. E la dimensione della dispersione (20% o poco meno) non sta forse ai test Invalsi un po’ come l’evangelica trave alla pagliuzza?
Opacità e autoreferenzialità. È stato segnalato che manca trasparenza sia nella struttura Invalsi, che nella gestione dei suoi concorsi interni (qualcuno viene indicato come “sospetto”) e anche nella preparazione e scelta dei test.Non sono certo sufficienti le rassicurazioni di Roberto Ricci, né che Daniela Notarbartolo garantisca: «Dietro le prove c’è uno studio accuratissimo. E ogni quesito viene sottoposto a un pre-test severissimo». Tanto che Giorgio Israel– solo uno degli autorevoli e noti contestatori critici dell’Invalsi – lamenta l’assenza di risposte, l’impossibilità di confronto e parla di “Invalsi autoreferenziale: anzi le loro parole sono le tavole del Sinai. Ribadiscono imperterriti di aver fatto il meglio nel miglior modo possibile, tappandosi, occhi, orecchie, ed anche il cervello”. [vedi qui] È poi singolare che i test debbano essere effettuati in sincronia in tutte le scuole e siano gli stessi per tutti. Mike Bongiorno almeno proponeva: “Quale busta vuole? La uno, la due o la tre?”
Approccio coatto. Perché costretti per legge e imposti a scuole, docenti e studenti? Con conseguenti mugugni, accettazioni rassegnate e di malavoglia oppure azioni di contrasto, scioperi, rifiuti, fino a sanzioni disciplinari?Qualcosa non torna. Miur non è in grado di proporre un più utile e civile approccio amichevole e condiviso, che induca davvero partecipazione, collaborazione e sinergia? Rapporto Invalsi SNV PN 2013
Rapporto Tecnico Invalsi SNV PN 2013
Sintesi Rapporto Invalsi SNV PN 2013
Tagli ai prof, primato italiano
primato italiano,
Tagli ai prof
L'Ocse punta il dito contro il disinvenstimento in istruzione: così si alimenta la crisi
Intanto i ragazzi senza titolo di studio arrivano al 20% L'istruzione pesa sempre meno nel bilancio dell'Italia. Si svalutano i titoli di studio, gli insegnanti, gli studenti, le scuole, mentre dovrebbero essere la priorità. Insomma, se esistesse un G8 della conoscenza, l'Italia ne resterebbe fuori. Leggendo i dati dell'ultimo rapporto Education at a Glance dell'Ocse, il sospetto è che l'Italia voglia divorziare dall'istruzione.
Il nostro, avverte l'Ocse, è il Paese in cui la massa dei lavoratori meno istruiti è superiore a quella dei più istruiti. Questo, nonostante il recupero registrato negli ultimi venti anni sul fronte della scolarizzazione secondaria superiore. Se nel 2011, infatti, tra i 55-64enni uomini i diplomati erano poco più del 50%, i 25-34enni erano già più del 70%. Tra le donne il gap è passato da meno del 40% di diplomate 55-64enni a più del 70% delle 25-34enni. Ma se i più giovani corrono a perdifiato per recuperare il distacco, sono proprio loro a soffrire di più gli effetti della crisi. L'attrazione gravitazionale esercitata dalle coorti dei lavoratori più anziani e meno istruiti porta giù le coorti dei lavoratori più istruiti a cui non resta che guardare sempre di più oltreconfine. Un buco nero insomma, in cui il retaggio rischia di pesare eccessivamente su un sistema che sembra soffrire più di altri della crisi del ricambio generazionale e della difficoltà di costruire comunità intorno ai temi dell'educazione.
Svalutazione degli insegnanti
Dopo una fiammata che ha visto crescere, soprattutto dall'inizio a metà dell'ultimo decennio, le aspirazioni degli italiani che hanno iniziato a voler andare all'università, oggi indietreggiamo. L'emorragia di immatricolati all'università è di quelle da codice rosso. Studiare è sempre più un optional, anche perché spesso non ce lo si può più permettere. Ma se al di fuori dei nostri confini nazionali verrebbe in mente, al limite, di valorizzare i docenti per reinvestire sugli studenti, da noi non si corre questo rischio. L'Italia è il Paese dell'Ocse, insieme all'Ungheria, dove sono stati tagliati i salari dei docenti, e in Italia ciò è avvenuto in misura doppia rispetto all'Ungheria. Nella spesa annuale per studente, il valore dei salari dei docenti diminuisce tra il 2005 e il 2011 di più del 26% per i maestri della scuola primaria, e dello stesso periodo diminuisce di più del 25% per i professori (in Ungheria hanno tagliato l'11% dei salari per i maestri e il 13% per i prof).
Giù gli investimenti, sale la depressione cognitiva
Dal 1995 al 2010 gli investimenti stagnano mentre altrove, come in Corea e in Polonia, raddoppiano. Così si spiega come Paesi che hanno iniziato a investire quindici anni fa in istruzione sono oggi in testa alle classifiche mondiali Ocse Pisa dell'apprendimento. Misurando la variazione di spesa in istruzione ricorrendo al deflattore del Pil, che consente di valutare il trend degli investimenti rispetto ad un indice di cambio pari a 100 nel 2005, vediamo che la spesa per studente in istruzione è passata da 96 nel 1995 a 97 punti nel 2000 ed è rimasta a 97 nel 2010. La media Ocse è di 73 nel 95, 84 nel 2000 e 117 nel 2010. Nei Paesi che si sono tuffati a capofitto nella sfida della conoscenza, l'investimento cresce da 15 anni a questa parte. In Finlandia era pari a 81 nel 95, 85 nel 2000, a 112 nel 2010. In Corea da 68 del 2000 è passata a 135 nel 2005. in Polonia passano da 50 nel 95, a 78 nel 2000 a 153 nel 2010. L'Italia invece è rimasta a guardare.
A rischio il patto educativo e le motivazioni
Ma i nodi vengono al pettine proprio con la crisi del 2008. Tra il 2008 e il 2010 risultiamo, secondo l'Ocse, il terzo Paese, dopo Islanda ed Estonia, con il 7% di Pil di tagli all'istruzione. E solo in Italia, insieme a Ungheria e Islanda, il decremento degli investimenti sulle istituzioni scolastiche è stato maggiore del decremento di Pil dall'inizio della crisi. È questo il dato più allarmante. Recentemente Andreas Schleicher, patron di Ocse Pisa, aveva sottolineato come proprio la crisi finanziaria del 2008 abbia enfatizzato il ruolo dell'istruzione nel dettare l'agenda delle priorità. Se così stanno le cose allora sorprende come mai in Italia sono sempre meno i giovani che decidono di non proseguire a studiare all'università o presso istituti superiori e sia in crescita il fenomeno dei neet (not in education, employment and training), arrivato ad interessare, qui da noi, secondo le stime Ocse, più del 20% dei 15-29enni.
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Ma tanti morti sul lavoro spariscono dalle statistiche ogni anno se si prendono in considerazione tutti i morti sul lavoro e non solo gli assicurati INAIL. Succede anche quest'anno e nessuno va a vedere perchè. Neppure chi in Parlamento fa opposizione. Perchè?

References: provvedimento n. 
 art. 29
 Cass. 
 provvedimento n. 
 art. 29
 Cass. 
 articolo 28