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Timestamp: 2019-04-22 02:54:02+00:00

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Traccia n. 2 Atto di Appello Penale - Formazione Giuridica
Traccia n. 2 Atto di Appello Penale
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Traccia atto penale 2015 – Uguali e diversi
Tizio, incensurato, si reca presso un supermercato dove preleva da uno scaffale una bottiglia di vino, che immediatamente nasconde sotto il giubbotto, quindi oltrepassa la barriera della cassa senza pagare ed esce dal supermercato, ma subito dopo viene fermato da un addetto alla sorveglianza che lo aveva seguito sin dal suo ingresso nell’esercizio commerciale e lo aveva visto mentre prelevava e occultava la bottiglia. L’addetto alla sorveglianza chiama la polizia e tizio viene identificato e denunciato. Nessuno presenta querela. Tizio viene sottoposto a processo e all’esito del giudizio, viene condannato, previo riconoscimento delle attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle aggravanti contestate, alla pena di mesi 6 di reclusione ed euro 200 di multa, condizionalmente sospesa, in ordine al reato di furto aggravato di cui agli artt. 624 e 625.1,2 e 7 c.p. per l’uso del mezzo fraudolento e l’esposizione del bene sottratto alla pubblica fede. Il candidato, assunte le vesti del legale di Tizio, rediga l’atto ritenuto più idoneo alla difesa dello stesso.
Art. 62, n. 4 c.p.
Art. 624 c.p.
Art. 131bis c.p.
Cass. pen. Sez. Un., 17 aprile 2014, n. 52117
In caso di furto in supermercato, il monitoraggio della azione furtiva in essere, esercitato mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della merce ovvero attraverso la diretta osservazione da parte della persona offesa o dei dipendenti addetti alla sorveglianza ovvero delle forze dell’ordine presenti nel locale ed il conseguente intervento difensivo “in continenti”, impediscono la consumazione del delitto di furto che resta allo stadio del tentativo, non avendo l’agente conseguito, neppure momentaneamente, l’autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e di controllo del soggetto passivo.
Cass. pen. Sez. Un., 18/07/2013 n. 40354
L’aggravante dell’uso di mezzo fraudolento di cui all’art. 625 c.p., comma 1, n. 2, delinea una condotta, posta in essere nel corso dell’iter criminoso, dotata di marcata efficienza offensiva e caratterizzata da insidiosità, astuzia, scaltrezza; volta a sorprendere la contraria volontà del detentore ed a vanificare le difese che questi ha apprestato a difesa della cosa. Tale insidiosa, rimarcata efficienza offensiva non si configura nel mero occultamento sulla persona o nella borsa di merce esposta in un esercizio di vendita a self service, trattandosi di banale, ordinano accorgimento che non vulnera in modo apprezzabile le difese apprestate a difesa del bene”.
Cass. Pen., Sez. IV, 07.03.2014, n. 11161
Alla Spett.le Cancelleria dell’On. Tribunale di …
Per l’Ecc.ma Corte di Appello di …
E CONTESTUALI MOTIVI
Il sottoscritto Avv. … del Foro di …, difensore di fiducia, giusta nomina stesa in calce al presente atto, del Sig. Tizio, nato a … il …, ivi residente alla via …, imputato nel procedimento penale n. … R.G.N.R., n. … R.G. G.I.P., n. … R.G. Dib., condannato alla pena di mesi sei di reclusione ed € 200,00 di multa oltre alla rifusione delle spese processuali per il reato p. e p. dagli artt. 624 e 625, comma I, nn. 2 e 7, c.p. con sentenza n. … R.G. Sent. emessa dall’On. Tribunale di …, in Composizione Monocratica, in data …, con motivazione contestuale, nella spiegata qualità e nell’esclusivo interesse del predetto imputato dichiara di proporre
avvero la suindicata sentenza con riferimento alla condanna di Tizio in rapporto a tutti i punti e capi della stessa. Si enunciano a sostegno della presente impugnazione i seguenti
I) Erronea qualificazione del fatto reato contestato come furto consumato anziché tentato ex 56 c.p. ed erroneo riconoscimento dell’aggravante di cui all’art. 625, comma I, n. 2) c.p. con conseguente esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto.
Il Giudice di prime cure riteneva raggiunta al di là di ogni ragionevole dubbio la penale responsabilità dell’odierno imputato in ordine al reato di furto aggravato nella sua forma consumata sulla base di un ragionamento giuridico non scevro da vizi e, pertanto, oggetto del presente motivo di doglianza.
Anzitutto, del tutto erronea appare la qualificazione giuridica del fatto di cui al capo d’imputazione in termini di delitto consumato anziché tentato.
In effetti, la condotta posta in essere dal prevenuto parrebbe potersi suddividere in due frazioni distinte. Un primo segmento durante il quale Tizio preleva, ossia sottrae, dagli scaffali del supermercato una sola bottiglia di vino (la c.d. amotio). occultando la medesima sulla propria persona, segnatamente sotto l giubbotto indossato. Quindi, un secondo frangente in cui avvicinatosi alle casse, le oltrepassava senza corrispondere quanto dovuto per il suddetto bene.
Lo svolgimento dell’intera sequenza veniva “monitorata” da uno scrupoloso addetto alla sicurezza che seguiva i movimenti del prevenuto dal momento del suo ingresso nel supermercato, al momento del predetto prelevamento dagli scaffali, sino all’uscita dall’esercizio commerciale stesso allorché egli riteneva di intervenire ed ivi bloccarlo.
Orbene, giustappunto l’ultima delle circostanze di fatto testé descritte permette di ritenere non perfezionatasi la fattispecie incriminatrice di cui all’imputazione giacché ne parrebbe insussistente l’elemento costitutivo dell’impossessamento della refurtiva.
Invero, la continua sorveglianza del personale di sicurezza del negozio parrebbe condurre a ritenere che il bene prelevato dagli scaffali ed occultato non sarebbe fuoriuscito dalla sfera di vigilanza e controllo di detto personale, sicché nemmeno di quella del legittimo proprietario o possessore di quel medesimo bene. Quest’ultimo ben avrebbe potuto, in qualsiasi momento, interrompere l’azione illecita perpetrata dall’imputato, come è in effetti occorso. Pertanto, se l’elemento della sottrazione certamente risulta perfezionatosi nel caso di specie, non altrettanto parrebbe potersi sostenere con riferimento, viceversa, al vero e proprio impossessamento del bene oggetto del presunto furto; impossessamento che non si è mai effettivamente realizzato grazie alla costante vigilanza dell’addetto alla sicurezza di cui si è fatto cenno. Tale “vizio” nella fattispecie tipica contestata degraderebbe, dunque, l’illecito oggetto della presente procedura da delitto consumato a mero tentativo ex art. 56 c.p.
L’interpretazione che quivi si propugna trova pieno riscontro anche nella più recente giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione.
A tal uopo, mette conto rilevare come in merito si sia registrato l’affermarsi di orientamenti giurisprudenziali di legittimità contrastanti.
Secondo un primo orientamento il fatto di cui al presente capo d’imputazione dovrebbe essere qualificato in termini di furto consumato, atteso che a nulla rileverebbe che il contegno illecito sia stato tenuto sotto il costante controllo del personale del centro commerciale addetto alla vigilanza (ex plurimus Cass. Pen., Sez. V, nn. 23020/08; 27631/10; 37242/10; 7086/11; 20838/13).
Di diverso avviso un secondo orientamento, per il quale in ipotesi di reato della specie di quella odierna, il delitto di furto non può considerarsi consumato, bensì unicamente tentato, giacché rispetto al momento della semplice sottrazione è l’effettivo impossessamento del bene che segna il confine dal mero tentativo al delitto consumato. Possesso che si realizzerebbe, secondo detta opzione ermeneutica, allorché la persona offesa abbia definitivamente perso il controllo e la vigilanza diretta del bene di proprietà (Cass. Pen., Sez. V, nn. 11592/10; 21937/10; 38534/10; 7042/11).
Tale contrasto interpretativo veniva recentemente rimesso alle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, con ordinanza n. 29493 del 30.04.2014, in particolare si sollevava la descritta questione circa la corretta qualificazione giuridica del furto in supermercato.
Si pronunciavano, dunque, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con sentenza 17 aprile 2014, n. 52117 statuendo che la condotta di sottrazione di merce dai banchi vendita di un supermercato, avvenuta sotto il costante controllo del personale di vigilanza, allorché l’autore sia fermato dopo il superamento delle casse, senza aver pagato la merce prelevata, è qualificabile come furto tentato (Cass. Sez. Un. Pen., 17.04.2014 – dep. 16.12.2014, n. 52117, Pres. Santacroce, Ric. Prevete).
La medesima presa di posizione veniva poi ribadita anche da un secondo pronunciamento della Cassazione a Sezioni Unite, Cass. pen. Sez. Unite, 24 aprile 2014 – 18 settembre 2014, n. 38344 la quale, pronunciandosi su una questione confinante, sostanzialmente aderiva alla medesima opzione interpretativa testé evidenziata.
Parimenti erronea appare altresì il riconoscimento in capo al prevenuto dell’aggravante di cui al n. 2, comma I, dell’art. 625 c.p. ossia l’aver utilizzato nel commettere il fatto tipico un qualsiasi mezzo fraudolento.
A riguardo, basti quivi richiamare il più recente orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale l’aggravante dell’uso di mezzo fraudolento di cui all’art. 625 c.p., comma 1, n. 2, delinea una condotta, posta in essere nel corso dell’iter criminoso, dotata di marcata efficienza offensiva e caratterizzata da insidiosità, astuzia, scaltrezza; volta a sorprendere la contraria volontà del detentore ed a vanificare le difese che questi ha apprestato a difesa della cosa. Tale insidiosa, rimarcata efficienza offensiva non si configura nel mero occultamento sulla persona o nella borsa di merce esposta in un esercizio di vendita a self service, trattandosi di banale, ordinario accorgimento che non vulnera in modo apprezzabile le difese apprestate a difesa del bene (Cass. Pen., Sez. Un., 18.07.2013, n. 40354).
Alla luce di quanto esposto la sentenza di primo grado va integralmente riformata riqualificando la contestazione di cui al capo d’imputazione quale delitto tentato anziché consumato, escludendo l’aggravante di cui all’art. 625, comma I, c.p. con conseguente esclusione della punibilità del prevenuto per particolare tenuità del fatto ex art. 131bis c.p.
Il riconoscimento dell’ipotesi tentata comporta, invero, l’applicazione dell’autonoma cornice edittale prevista dall’art. 56 c.p., il quale consente di operare una diminuzione di pena da 1/3 fino ad un massimo di 2/3. Nel caso in esame, Tizio risulta incensurato e si limita a sottrarre una sola bottiglia di vino senza alcuna violenza o resistenza con conseguente esclusione della circostanza testé menzionata: non sussistono, pertanto, ostacoli all’applicazione di una riduzione pari ad 1/3: applicata al massimo edittale previsto per il furto aggravato dall’art. 625, comma I, c.p. (6 anni di reclusione), tale riduzione determina un nuovo limite massimo di anni 4 di reclusione, limite di pena, quest’ultimo, perfettamente compatibile con la particolare tenuità del fatto.
Ciò chiarito, è appena il caso di evidenziare che l’imputato risulta del tutto incensurato e, come tale, il contegno posto in essere può correttamente essere ritenuto meramente occasionale, certamente non abituale. Inoltre, il signor Tizio prelevava senza alcun particolare accorgimento o violenza sulle cose una sola bottiglia di vino sicché le modalità della condotta nonché l’esiguità del relativo danno cagionato, valutate ex art. 133 c.p., condurrebbero a validamente applicare al caso di specie l’istituto previsto dal neointrodotto art. 131bis c.p.. A tale applicazione consegue l’assoluzione dell’imputato ex art. 530, comma I, c.p.p. giacché l’applicazione del 131bis a seguito di dibattimento comporta la pronuncia di una sentenza di assoluzione ai sensi dell’art. 530, comma I, c.p.p. e non una mera sentenza di proscioglimento per improcedibilità.
II) Erroneo riconoscimento dell’aggravante prevista dall’art. 625, comma I, n. 7), c.p. con conseguente improcedibilità dell’azione penale per mancanza di querela.
Inoltre, ed in via di subordine rispetto al primo motivo di doglianza, anche la circostanza aggravante dell’esposizione del bene alla pubblica fede parrebbe erroneamente contestata e ritenuta sussistente all’esito del giudizio di primo grado.
In merito, va osservato come la giurisprudenza di legittimità da tempo ebbe a chiarire che a nulla rileva, ai fini della configurabilità della predetta aggravante, la natura pubblica o privata del luogo di esposizione al pubblico del bene oggetto di furto; viceversa, l’attenzione dell’interprete si è, da ultimo, soffermata sul diverso aspetto della predisposizioni di mezzi di vigilanza ovvero di controllo continuativo e non meramente saltuario o “altalenante” sui beni appunto esposti alla pubblica fede.
Segnatamente, il perfezionamento dell’aggravante di cui trattasi veniva esclusa dalla più recente giurisprudenza di legittimità in ipotesi di furto di beni asportati dai banchi di un supermercato e dotati di un apposito dispositivo antitaccheggio, che assicura, a detta di quei giudici, un controllo costante e diretto incompatibile con la situazione di affidamento alla pubblica fede di avventori e clienti (Cass. Pen., Sez. IV, 07.03.2014, n. 11161).
Nel caso di specie parrebbe doversi escludere la presenza di un meccanismo quale l’antitaccheggio e, tuttavia, pare certa la presenza di un sistema di videosorveglianza in grado di seguire e controllare costantemente sia gli avventori del supermercato che gli stessi beni presenti sugli scaffali dell’esercizio commerciale. Ed in effetti l’addetto alla sicurezza seguiva fin dalla sua entrata l’odierno prevenuto e l’osservava mentre prelevava la bottiglia di vino dal banco e la occultava sotto il giubbotto. Tale circostanza rappresenta indice della sussistenza, come detto, di un controllo costante, continuativo, tanto sugli avventori che sui beni esposti alla pubblica fede sui banchi del supermercato, sicché l’aggravante di cui all’art. 625, comma I, n. 7), c.p. dovrebbe ritenersi esclusa nella fattispecie che occupa.
Dall’insussistenza de entrambe le contestate aggravanti, così come espresso nel primo motivo di gravame nonché nel presente, discende l’improcedibilità dell’azione penale nei confronti di Tizio giacché nessuno sporgeva la necessaria querela. Invero, il furto semplice di cui all’art. 624 c.p. risulta procedibile a querela della persona offesa, viceversa per il furto aggravato si procederebbe d’ufficio.
Pertanto, previa esclusione delle contestate aggravanti, l’imputato dovrebbe essere prosciolto ai sensi dell’art. 529 c.p.p. giacché l’azione penale non doveva essere iniziata.
III) Mancata concessione dell’attenuante di cui all’art. 62, n. 4), c.p.; mancata concessione del beneficio della non menzione e, in ogni caso, eccessività del trattamento sanzionatorio.
Non corretta appare altresì la mancata concessione all’imputato della circostanza attenuante generica del danno patrimoniale di speciale tenuità giacché la quantità della merce effettivamente sottratta nel tentativo di furto risulta di scarso valore economico. Il riconoscimento del predetto elemento incidentale del reato comporterebbe un’ulteriore rideterminazione in melius della pena inflitta all’odierno prevenuto.
Infine, erronea appare la mancata concessione a Tizio del beneficio della non menzione ex art. 175 c.p., vanamente richiesto al termine del giudizio di prime cure, giacché ne parrebbero sussistere tutti i requisiti prescritti dalla legge.
In via del tutto subordinata rispetto alle richieste anzidette si rileva, in ogni caso, l’erroneità del giudizio di bilanciamento ex art. 69 c.p. compiuto dal giudice di primo grado il quale avrebbe dovuto ritenere prevalenti le riconosciute attenuanti generiche rispetto alle contestate aggravanti nonché l’eccessività della pena in concreto irrogata stante il non particolare disvalore del fatto reato. Pertanto, si insta affinché venga riformulato il trattamento sanzionatorio di cui alla sentenza di primo grado.
Per quanto sopra esposto, con riserva di meglio specificare i motivi testé enunciati ovvero di proporne di nuovi anche attraverso memoria defensionale, il sottoscritto difensore rassegna le seguenti
Voglia l’Ecc.ma Corte d’Appello adita, in accoglimento della doglianza esposta, riformare l’impugnata sentenza del Tribunale di … e, per l’effetto,
– in via principale, previa derubricazione del fatto reato in termini di delitto tentato ai sensi dell’art. 56 c.p. ed esclusione dell’aggravante di cui all’art. 625, c. I, n. 2), c.p., assolvere l’imputato ex art. 530, comma I, c.p.p. giacché la punibilità risulterebbe esclusa per la particolare tenuità del fatto;
– in via di subordine, escludere l’applicabilità al prevenuto delle circostanze aggravanti riconosciute in primo grado e, per l’effetto, prosciogliere Tizio ex art. 529 c.p.p. per mancanza della condizione di procedibilità richiesta dall’art. 624 c.p.;
– in ogni caso, riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 61, n. 4), c.p.; nuovo giudizio di bilanciamento tra le circostanze ex art. 69 c.p. ritenendo le circostanze attenuanti prevalenti rispetto le contestate aggravanti; infine, rideterminazione della pena in misura maggiormente favorevole al reo.
Avv. ……
NOMINA A DIFENSORE DI FIDUCIA
Il sottoscritto Sig. Tizio, nato a … il …, ivi residente alla via …, imputato nel procedimento penale n. … R.G.N.R., n. … R.G. G.I.P., n. … R.G. Dib., nomina quale difensore di fiducia l’Avv. ….. del foro di …., cui conferisce ogni e più ampia facoltà prevista dalla legge.
Dichiara altresì di eleggere domicilio ai fini e per gli effetti del presente procedimento presso e nello studio del predetto difensore.
É autentica
N.B. L’argomento è stato ampiamente trattato al Corso intensivo Zincani, Anno 2015, ed è stato inserito nella Collana editoriale di Formazione giuridica
v. Lezione 6,file 1, Parere a casa “Uguali e diversi”
v., inoltre, Lezione 5, file 4, Schema reati patrimonio
In Collana Zincani:
Volume metodologico, schema reati patrimonio – Focus dedicato al furto in supermercato
Atti d’esame, Appelli Mala tempora currunt e Nota le differenze … Uguali, diversi

References: Art. 62

Art. 624

Art. 131

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 56
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 131
 art. 133
 art. 131
 art. 530
 sentenza 
 sentenza 
 art. 175
 art. 69
 sentenza 
 sentenza 
 art. 530
 art. 529
 art. 69