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Timestamp: 2019-06-26 13:46:24+00:00

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Rassegna stampa 10-11 giugno 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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da Alessia peilex|Pubblicato 11 giugno 2019
10/06/2019 14.06 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Servizio idrico integrato, vietata la partecipazione di privati nella società in house
Non si può affidare in via diretta la gestione del servizio idrico integrato a una società in house con la partecipazione di capitali privati, sia pure non in grado di esercitare un’influenza determinante sulla governance societaria. Questo il principio affermato dal Consiglio di Stato, con il parere n. 1389/2019, formulato a riscontro del quesito posto dal presidente della Regione Piemonte per sapere se gli enti di governo operanti sul territorio regionale possono affidare il servizio idrico a società in house con una partecipazione privata senza controllo o potere di veto. La cornice giuridica Le fonti normative inerenti il quesito sono di diversi livelli, e vanno dall’ambito locale a quello comunitario.Sul piano regionale, l’articolo 7 della Lr 13/1997 ha previsto che le autorità d’ambito affidano la gestione del servizio idrico integrato nelle forme previste dall’articolo 22, comma 3, lettere b) ed e) della legge 142/1990, come integrato dall’articolo 12 della legge 498/1992, e dall’articolo 25, comma 1, della legge 142/1990.Come si può notare, la disposizione appare superata perché richiama norme di legge da tempo abrogate, per cui nel parere la Sezione osserva che il riferimento va oggi inteso alle disposizioni comunitarie e nazionali vigenti in materia, ossia alle direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE, recepite in Italia sia con il Dlgs 50/2016 (codice dei contratti), sia con il Dlgs 175/2016 (testo unico in materia di società a partecipazione pubblica).Questi ultimi interventi hanno modificato la nozione dell’in house providing tramandata dalla giurisprudenza comunitaria, che presupponeva sempre e comunque la proprietà interamente pubblica del soggetto in house, aprendo la strada a una possibile partecipazione minoritaria di capitali privati.Nello specifico, l’articolo 12, comma 1, lett. c) della direttiva 2014/24/UE – recepita dal legislatore nazionale con i decreti legislativi sopra richiamati – ha ravvisato la possibilità dell’affidamento in house se «nella persona giuridica controllata non vi è alcuna partecipazione diretta di capitali privati, ad eccezione di forme di partecipazione di capitali privati che non comportano controllo o potere di veto, prescritte dalle disposizioni legislative nazionali, in conformità dei trattati, che non esercitano un’influenza determinante sulla persona giuridica controllata».Per quanto riguarda in particolare il servizio idrico integrato, la normativa in questione non sembra coordinarsi con il codice dell’ambiente Dlgs 152/2006, ove l’articolo 149-bis, comma 1, stabilisce che «l’affidamento diretto può avvenire a favore di società interamente pubbliche (…) comunque partecipate dagli enti locali ricadenti nell’ambito territoriale ottimale».Di qui il quesito posto ai giudici di Palazzo Spada in ordine alla composizione del capitale della società in house del settore del servizio idrico, un ambito che, oltretutto, risulta escluso dalla disciplina comunitaria in ragione dell’importanza fondamentale che riveste il bene dell’acqua per la vita dell’uomo.Come si legge nel considerando n. 40 della direttiva 2014/23/Ue, «le concessioni nel settore idrico sono spesso soggette a regimi specifici e complessi che richiedono una particolare considerazione data l’importanza dell’acqua quale bene pubblico di valore fondamentale per tutti i cittadini dell’Unione. Le caratteristiche particolari di questi regimi giustificano le esclusioni nel settore idrico dall’ambito di applicazione della presente direttiva». L’analisi dei giudici A fronte di ciò, il Consiglio di Stato ribadisce che per l’in house providing la norma europea non ha inteso autorizzare in generale la partecipazione dei privati, ma ha disposto un rinvio alle specifiche disposizioni di legge che «prescrivono» (e dunque impongono) una siffatta partecipazione.La partecipazione privata, ancorché senza controllo o potere di veto, deve pertanto ritenersi compatibile con l’in house providing solamente quando è obbligatoria, e non facoltativa, in ragione di valutazioni effettuate dal legislatore interno.Una simile interpretazione restrittiva punta a scongiurare uno scenario che veda la partecipazione diretta di un operatore economico privato al capitale della persona giuridica controllata in esito all’aggiudicazione di un appalto pubblico senza gara, situazione questa che finirebbe per offrire al privato un indebito vantaggio rispetto ai concorrenti.In altre parole, anche se per la normativa sopravvenuta è astrattamente consentita la partecipazione diretta di capitali privati nella società in house, a livello interno nessuna disposizione (in materia di servizio idrico, ma non solo) la prescrive in forma obbligatoria, con l’effetto che, almeno per ora, il nuovo modello per l’autoproduzione di servizi appare destinato a restare sulla carta.
10/06/2019 – Il Sole 24 Ore
Le amministrazioni potranno acquisire lavori, beni e servizi con affidamento diretto entro fasce di valore più ampie di quelle attuali, individuando gli operatori economici da consultare mediante richiesta di preventivi. Il maxiemendamento alla legge di conversione del Dl 32/2019 riformula integralmente le norme del Codice appalti che disciplinano le procedure di confronto competitivo per gli affidamenti sottosoglia. La novità maggiore riguarda le procedure per gli appalti di lavori di valore compreso tra i 40mila e i 150mila euro, e per gli appalti di beni e servizi nella fascia tra i 40mila euro e la soglia Ue (221mila euro). Per queste procedure, il nuovo articolo 36, comma 2, lettera b) stabilisce che le stazioni appaltanti procedono mediante affidamento diretto previa valutazione di tre preventivi per i lavori, e per i servizi e le forniture di almeno cinque operatori economici individuati sulla base di indagini di mercato o tramite elenchi, nel rispetto di un criterio di rotazione degli inviti. Il dato letterale della nuova disposizione assorbe per i lavori il sistema sperimentato in base al comma 912 della legge di bilancio 2019, estendendolo alle acquisizioni di beni e servizi, con l’ unica differenza delle modalità di individuazione degli operatori economici da consultare. Per l’ affidamento di un lavoro in questa fascia di valore, infatti, una stazione appaltante deve richiedere tre preventivi senza uno specifico percorso selettivo, mentre per l’ acquisizione di beni e servizi i cinque operatori economici ai quali richiedere preventivi devono essere individuati mediante indagini di mercato (che possono essere sviluppate anche sulla base di avvisi pubblici) o facendo ricorso a elenchi. La giurisprudenza e l’ Anac hanno evidenziato che la richiesta di preventivi non costituisce una procedura di confronto vera e propria, ma un’ analisi delle differenti proposte degli operatori economici, gestite nell’ ambito di trattative parallele. Il cambiamento rispetto all’ attuale versione della norma è radicale, in quanto l’ affidamento diretto preceduto dalla valutazione di preventivi si sostituisce alle procedure negoziate con confronto competitivo, che sono state sempre configurate come vere e proprie mini-gare. Questi percorsi restano invece per l’ affidamento degli appalti di lavori nella fascia compresa tra i 150mila e i 350mila euro, e in quella tra i 350mila e un milione, con l’ invito alla procedura selettiva rispettivamente di almeno 10 e di almeno 15 operatori economici. La nuova formulazione delle lettere c) e d) del comma 2 dell’ articolo 36 del Codice appalti elimina qualsiasi dubbio sulla strutturazione per queste fasce di una vera e propria gara, con il richiamo esplicito del format regolato dall’ articolo 63, comma 6 per le procedure negoziate. Nella fascia superiore a un milione di euro le amministrazioni devono invece affidare i lavori con la procedura aperta. Il maxiemendamento abroga nello stesso articolo 36 il comma 5, eliminando la possibilità dell’ inversione tra la fase di verifica della documentazione e quella di valutazione delle offerte. E riformula il nuovo comma 9-bis, rimettendo alle amministrazioni la scelta del criterio di valutazione tra quello del prezzo più basso e quello dell’ offerta economicamente più vantaggiosa (salvo i casi nei quali questo debba essere obbligatoriamente utilizzato). © RIPRODUZIONE RISERVATA. Al.Ba.
Le stazioni appaltanti dovranno sviluppare le procedure di gara dopo l’ entrata in vigore della legge di conversione del decreto sblocca-cantieri (Dl 32/2019) tenendo conto della sospensione sino alla fine del 2020 di alcune disposizioni e della modifica permanente di altre norme del Codice appalti. Il maxiemendamento approvato dal Senato disattiva in via sperimentale l’ efficacia di alcune previsioni del Dlgs 50/2016, ma soprattutto interviene con rilevanti modifiche definitive su molti aspetti procedurali. Il pacchetto delle norme sospese fino al 31 dicembre 2020 incide su alcuni passaggi chiave della progettazione e dell’ affidamento, ma riguarda anche gli aspetti organizzativi. Nel periodo della sospensione viene consentito ai Comuni non capoluogo di sviluppare in proprio le gare più rilevanti, congelando l’ obbligo di ricorrere alle centrali uniche di committenza e alle stazioni uniche appaltanti previsto dall’ articolo 37, comma 4 del Codice. Sempre fino alla fine del 2020, le amministrazioni potranno indire appalti integrati, comprensivi sia della progettazione sia dell’ esecuzione; in relazione ai lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria senza interventi strutturali, avranno inoltre la possibilità di partire da un progetto definitivo semplificato. Nello stesso periodo le stazioni appaltanti potranno nominare liberamente i componenti delle commissioni giudicatrici nelle gare da aggiudicare con il criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa: viene infatti congelato l’ utilizzo dell’ albo tenuto da Anac, ma le amministrazioni dovranno scegliere i commissari secondo regole di trasparenza e di competenza (che dovranno adottare secondo i rispettivi ordinamenti). In relazione allo sviluppo delle gare il nuovo quadro normativo prevede che sino al 31 dicembre 2020 le stazioni appaltanti indichino nei bandi e nelle lettere di invito il subappalto fino al 40% (riducendo quindi del 10% la quota introdotta originariamente dal Dl 32/2019), stabilendo al contempo che non debbano richiedere la terna di subappaltatori (con conseguente congelamento anche della disposizione correlata che richiedeva la verifica in sede di gara dei requisiti dei subappaltatori). Il maxiemendamento introduce tuttavia un’ ampia serie di modifiche permanenti al Codice dei contratti pubblici, replicando molte previsioni originariamente contenute nel decreto sblocca-cantieri e aggiungendo alcune novità. Nella disciplina dei requisiti di ordine generale viene meno la disposizione che consentiva alle amministrazioni di escludere operatori economici che avessero debiti previdenziali o con il fisco non definitivamente accertati, ma restano tutte le altre previsioni specificative (sulle situazioni fallimentari e sulle condanne per reati gravi) introdotte originariamente dal decreto 32/2019. Il dato normativo risultante dal maxiemendamento conserva anche le modifiche introdotte all’ articolo 95 sui criteri di aggiudicazione, aggiungendo tuttavia un’ importante specificazione conseguente all’ intervento dell’ adunanza plenaria del Consiglio di Stato: gli appalti per servizi standardizzati, se questi sono comunque a elevata intensità di manodopera, non possono essere aggiudicati al prezzo più basso, ma devono essere affidati con l’ offerta economicamente più vantaggiosa. Il nuovo quadro di riferimento conserva anche le modifiche introdotte dal Dl 32/2019 nell’ articolo 97 del Codice dei contratti pubblici, relative alle nuove metodologie per la rilevazione delle offerte anormalmente basse nelle gare con il minor prezzo e alle condizioni di utilizzo dell’ esclusione automatica delle offerte. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alberto Barbiero
Per le piccole opere mini rinvio agli enti con i progetti pronti
Slitta al 10 luglio il termine per l’ avvio dei lavori finanziati dalla manovra
Si aspettano oggi nei lavori del decreto crescita le decisioni chiave su «salva-città», rinvio ex post della contabilità economica dei piccoli Comuni e replica strutturale dei 200 milioni per le piccole opere di messa in sicurezza. Sono invece ormai consolidate le misure dello sblocca-cantieri, che dopo il via libera al Senato della scorsa settimana non subirà più modifiche ulteriori alla Camera. Fra le novità contenute nel testo approvato dal Senato il fondo di 160 milioni per le telecamere negli asili e nelle strutture per anziani e disabili. Per la tutela dei minori presenti nei servizi educativi e nelle scuole dell’ infanzia (statali e paritarie) il ministero dell’ Interno avrà a disposizione un fondo per l’ installazione di sistemi di videosorveglianza a circuito chiuso presso ogni aula (di ciascuna scuola) e per l’ acquisto delle apparecchiature per la conservazione delle immagini per un arco di tempo adeguato. Il fondo (5 milioni per il 2019 e 15 milioni per ciascun anno dal 2020 al 2024) sarà destinato a erogazioni a favore di ciascun Comune. Analogo stanziamento è previsto per la tutela degli anziani e delle persone con disabilità ospitati nelle strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali, a carattere residenziale, semi-residenziale o diurno. Le risorse, attribuite al ministero della Salute, sono destinate all’ installazione di sistemi di videosorveglianza a circuito chiuso presso ogni struttura e all’ acquisto delle apparecchiature per la conservazione delle immagini. La concretizzazione di queste misure dovrà però aspettare un ulteriore provvedimento normativo attuativo. Il Senato ha dato anche il via libera alla proroga dei termini per l’ avvio dei lavori finanziati con le risorse destinate ai piccoli Comuni dalla manovra 2019. I contributi per la messa in sicurezza di scuole, strade, edifici pubblici e patrimonio assegnati ai municipi con meno di 20mila abitanti avevano il termine perentorio del 15 maggio per l’ avvio dell’ esecuzione dei lavori, pena la revoca dell’ assegnazione, da effettuare con decreto del ministero dell’ Interno entro il 15 giugno. La novità in arrivo offre una scialuppa di salvataggio ai Comuni che non sono in regola con la scadenza del 15 maggio, a condizione però che abbiano già avviato la progettazione per la realizzazione degli investimenti alla data di entrata in vigore del decreto. Solo questi enti dunque potranno contare sulla dilazione al 10 luglio 2019 della scadenza perentoria per l’ avvio dell’ esecuzione dei lavori. È inoltre previsto lo slittamento al 31 luglio (dal 15 giugno) del termine entro il quale il ministero dell’ Interno provvederà alla revoca, totale o parziale, del contributo concesso a coloro che non avranno iniziato i lavori o che avranno utilizzato il contributo in parte. Scorre poi al 15 novembre (dal 15 ottobre) la data ultima per l’ avvio dei lavori da parte dei comuni beneficiari della riassegnazione dei contributi revocati. Arrivano infine le deroghe per permettere il completamento dei lavori di messa in sicurezza di edifici e territorio finanziati dalla manovra 2018. La norma approvata bloccherà il recupero dei contributi assegnati per il 2018 nei confronti dei Comuni che hanno posto in essere, entro i termini, le attività preliminari all’ affidamento dei lavori (rilevabili attraverso il sistema di monitoraggio delle opere pubbliche), a condizione che l’ affidamento sia effettuato entro il 31 dicembre. Un’ ulteriore norma fermerà poi la revoca del contributo erogato nei casi in cui il mancato rispetto dei termini sia causato da un contenzioso riguardante la procedura di assegnazione posta in essere dal Comune. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Patrizia Ruffini
10/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Infrastrutture/1. Dossier Anas al Dipe: più vicini alla gara 31 interventi per 3,2 miliardi
Il Dipartimento della presidenza del Consiglio ha definito una lista di interventi da accelerare, previsti dal contratto di programma
Opere pubbliche nel settore idrico (anche insieme a operatori privati) , opere contro il dissesto idrogeologico, lavori stradali. È molto corposo il dossier di interventi da sbloccare o da accelerare, sui cui sta lavorando il Dipe, la struttura della presidenza del Consiglio che è contigua alla cabina di regia Strategia Italia, la quale è a sua volta un mini-consiglio dei ministri (con regioni, province e comuni) nato per accorciare il più possibile i tempi della messa a terra degli investimenti che producono Pil e sviluppo.
Per quanto riguarda gli appalti stradali – tutti di pertinenza di Anas – il perimetro di valore del dossier su cui stanno lavorando i tecnici del Dipe è di 5,9 miliardi di euro, con all’interno un “nocciolo” di 3,2 miliardi di euro ripartiti in 31 progetti stradali inclusi nel contratto di programma. Progetti sui quali il Dipe preme per concludere le “verifiche di congruità” da parte delle amministrazioni che hanno richiesto l’inserimento di modifiche ai progetti. A fare un quadro di questo lavoro è il capo del Dipe, Mario Antonio Scino, intervenuto, lo scorso venerdì 7 giugno, nella tavola rotonda seguita alla presentazione della ricerca realizzata da Deloitte-Luiss Business School sulla “Remunerazione delle opere infrastrutturali a partenariato pubblico privato”. «Abbiamo accelerato queste verifiche di ottemperanza da parte di ministero dell’Ambiente e dei Beni Culturali, senza eludere le necessarie garanzie», ha spiegato Scino. Non sono state fornite indicazioni di dettaglio, ma tra gli interventi dell’Anas più attesi c’è il mega-lotto della Ionica che da solo vale 1,3 miliardi. Più fluida ancora la situazione sul altri investimenti, interessati dall’aggiornamento del contratto di programma con l’Anas. Il lavoro da fare, in questo caso, va nel senso di rimodulare gli interventi spostando risorse dai progetti in fase ancora molto embrionale alle manutenzioni del patrimonio stradale esistente. Interventi peraltro necessari dopo che l’Anas si è visto restituire 7mila chilometri di rete dalle Regioni nell’ultima tranche di “contro-federalismo stradale”. Un altro dossier è quello idrico, con interventi che valgono complessivamente tre miliardi di euro. «Abbiamo già completato due piani stralcio da 250 milioni l’uno», ha ricordato Scino. Il lavoro, in questo caso prosegue, identificando i piani in fase più avanzata, rimuovendo «le criticità, burocratiche, amministrative e normative». «In questo modo – ribadisce il capo del Dipe – abbiamo già liberato 500 milioni di interventi cantierabili, sui tre miliardi. Contiamo di andare ogni sei mesi a liberare 250 milioni»
Disseto idrogeologico, martedì l’ok al Ddl del governo
Risorse significative anche sugli interventi contro il dissesto idrogeologioco. In parallelo al lavoro del Dipe – impegnato su 20 interventi da sbloccare e attuare con decreti da portare nella cabina di Strategia Italia – si affianca un lavoro normativo. Domani, martedì 11 giugno, è convocato il consiglio dei ministri con all’ordine del giorno un disegno di legge organico sul disseto idrogeologico.
Ppp, in attesa dell’ok al contratto tipo per i comuni
In tema di Public-private partnership il capo del Dipe, Mario Antonio Scino, ha ricordato – oltre al lavoro fatto sul Ppp (guida con le 100 domande e l’analisi contenuta nella relazione sull’attività 2017-2018) – che è stato predisposto un contratto standard pensato per essere utilizzato dagli enti locali. Oltre un terzo del mercato del Ppp, ha riferito Scino, ha come protagonisti i Comuni. Il contratto attende l’ok del ministero dell’Economia. Uno dei prossimi passi, anticipa Scino, sarà quello di creare le condizioni per aggregare la domanda di Ppp espressa dai comuni, con lo scopo di migliorare complessivamente la sostenibilità dei piani economico-finanziari. Questo lavoro sarà fatto insieme all’Anci, oltre che all’Istat e alla Ragioneria.
Cantieri incagliati? La prima causa è il fallimento delle imprese
«La prima causa dei cantieri bloccati è il fallimento delle imprese affidatarie». Non ha dubbi Gino Scaccia, capo di gabinetto del ministero delle Infrastrutture, che chiudendo la mattinata di lavori alla Luiss dedicata alle Infrastrutture, ha anticipato alcuni elementi del lavoro di analisi e di «ricognizione attenta» che il ministero ha avviato con la Ragioneria e il ministero dell’Economia per andare alla radice dell’incapacità della spesa assegnata alle opere pubbliche. Sono almeno cinque i motivi che fanno arenare i cantieri o ne ritardano l’apertura. Il primo è il venire meno delle risorse, a causa del troppo tempo passato dallo stanziamento e dall’assegnazione. «Su questo il Tesoro – ha detto Scaccia – ha individuato alcune opere che possono essere rifinanziate perché non hanno alcun tipo di problema se non quello dell’esaurimento della cassa». Un’altra consistente categoria di opere è bloccata per problemi legate al contenzioso, e ai relativi tempi di soluzione della controversia. La terza categoria di opere è bloccata per il fallimento dell’impresa aggiudicatrice. Categoria che, in attesa di approfondimenti ancora in corso, sembra al momento essere quella prevalente. I blocchi amministrativi rappresentano la causa comune a un’altra quota di opere ferme. La ricognizione del Mit ha consentito di verificare che, anche dove poteva applicarsi il silenzio assenso, alcune amministrazioni si bloccavano in attesa del provvedimento definitivo. E questo nonostante «la giurisprudenza del Consiglio di Stato è unanime nell’affermare che il silenzio è già un provvedimento e non c’è bisogno di aspettare l’emissione di un provvedimento formale».© RIPRODUZIONE RISERVATA
Infrastrutture/2. Investimenti privati, rendimenti più bassi in Italia rispetto all’Europa
Ricerca Deloitte-Luiss Business School: c’è molto da fare nelle opere «fredde», cioè a basso valore finanziario e ad alto valore sociale
I rendimenti del capitale privato e misto pubblico-privato investito in infrastrutture in Italia sono generalmente inferiori – ma sostanzialmente allineati – a quelli europei nei settori del gas, dell’energia elettrica, delle autostrade e delle ferrovie. Ancora molta strada l’Italia deve fare invece nel settore delle cosiddette opere fredde, a basso valore finanziario e ad alto valore sociale. Dall’allargamento anche a questi settori “sociali” del finanziamento privato di infrastrutture – mediante tecniche che consentono di «riscaldare le opere fredde» – può scaturire una forte ripresa degli investimenti in un Paese come l’Italia che ha un debito pubblico elevato e crescenti vincoli di finanza pubblica. La remunerazione degli investimenti costituisce, in questo senso, un fattore chiave per la riduzione del gap infrastrutturale rispetto all’Europa e il rilancio del sistema economico italiano. Sono queste, a grandi linee, le conclusioni di un’analisi condotta da Deloitte e da Luiss Business School che sarà presentata venerdì 7 giugno (e anticipata dal Sole 24 Ore). L’indagine è stata curata da Marco Vulpiani, leader del team Infrastracture&Capital Project di Deloitte, e da Raffaele Oriani, associate dean della Luiss Business School.
L’indagine evidenzia, a livello europeo, che il capitale investito in opere infratsrutturali a partenariato pubblico-privato viene generalmente remunerato nei settori considerati: nel 100% dei casi nei settori trasmissione elettrica e trasporto del gas, nel 63% dei casi nel settore stradale/autostradale, nel 79% dei casi nel settore ferroviario. L’Italia ha generalmente livelli di remunerazione del capitale “regolatorio” investito (RoRab) inferiori a quelli degli altri grandi Paesi europei, con l’eccezione della Gran Bretagna. Questo vale per il gas (Italia al 5,7%, Germania al 6,9%, Francia all’8,1%, Spagna al 5,1%, Gb al 3,8-4,4%), l’energia elettrica (Italia al 5,6%, Germania al 6,9%, Francia al 9,7%, Spagna al 6,5%, Gb al 3,6-3,7%), nelle autostrade (Italia al 5,3%, Francia al 5,6%, Spagna al 6%, Gb al 3,9%), nelle ferrovie (Italia al 4,5%, Germania al 5,1%, Francia al 6,2%, Spagna al 5,5%, Gb al 5,5%).Per ridare slancio alla competitività italiana – dicono i ricercatori – è fondamentale superare la dicotomia tra opere infrastrutturali calde e fredde. L’analisi Deloitte-Luiss Business School si sofferma su alcune tecniche per «riscaldare» le opere fredde. «Il trend – dice la ricerca – è quello di integrare la costruzione di un’opera fredda (per esempio un parco pubblico) alla costruzione di un’opera calda (parcheggio privato) considerandole come unico progetto gestito da un unico operatore privato». Il «riscaldamento» e l’integrazione possono garantire, oltre al valore sociale delle opere, anche l’equilibrio economico-finanziario. © RIPRODUZIONE RISERVATA
11/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Sblocca-cantieri, per far partire i commissari servono 18 decreti
Superlavoro per gli uffici delle Infrastrutture: 13 provvedimenti spettano a Porta Pia e sette devono essere varati entro 30 giorni dalla conversione
Servono 18 decreti per far partire i commissari previsti dal decreto Sblocca-cantieri. Se il cronoprogramma messo nero su bianco nel provvedimento da convertire entro il 17 giugno sarà rispettato si annuncia un’inizio estate di fuoco per i vertici del ministero delle Infrastrutture. Dei 19 provvedimenti che servono per innescare le procedure straordinarie ben 13 dipendono da Porta Pia e di questi ben sette devono essere varati entro 30 giorni dalla conversione del decreto, quindi entro metà luglio.
Il piano delle opere ancora da individuare
Uno dei passaggi più complicati riguarda l’individuazione della lista delle opere bloccate da sottoporre al commissariamento. Qui serve un decreto (o anche più decreti) del Presidente del consiglio dei ministri. L’onere della proposta spetta però sempre alle Infrastrutture. Un emendamento approvato in Aula al Senato stabilisce che questi decreti devono essere approvati entro 180 giorni dalla conversione dello Sblocca-cantieri (dunque a spanne entro metà gennaio 2020) e – dopo aver ottenuto il concerto dell’Economia – devono essere sottoposti anche al parere delle commissioni parlamentari. Con uno o più decreti successivi, poi, potranno essere autorizzati altri commissariamenti. Ma il tempo per sfruttare questa opportunità scade il 31 dicembre 2020 (salvo proroghe ovviamente). Un terzo decreto servirà infine a stabilire modalità, tempi, supporto tecnico e compensi (a carico del quadro economico dell’opera) dei vari commissari.
I commissari da nominare entro 30 giorni
Non bisognerà aspettare a lungo, almeno in teoria, per assistere all’attivazione delle procedure straordinarie in cinque casi specifici. Devono essere infatti nominati entro 30 giorni dal varo definitivo dello Sblocca-cantieri il commissario per le strade della Sicilia, il comitato di vigilanza per l’attuazione degli interventi di completamento della Lioni-Grottaminarda (in Campania), il commissario per il Nodo di Genova e il Commissario per il Gran Sasso (qui addirittura vengono assegnati 15 giorni) e il commissario per il Mose . In questo caso si annuncia una vera corsa a ostacoli. In 30 giorni il Dpc su proposta Mit dovrà incassare infatti l’intesa della Regione Veneto, dopo aver sentito i dicasteri dell’Ambiente, dei Beni Culturali e delle Politiche agricole, oltre a Città metropolitanma e Comune di Venezia.
Ci sono altri due decreti di competenza delle Infrastrutture e uno del Viminale che devono essere varati entro un mese. I primi due riguardano la chiusura del programma 6mila campanili (con riassegnazione dei fondi a un nuovo piano di piccoli cantieri a favore dei comuni con meno di 3.500 abitanti) e il piano per la ricarica dei veicoli elettrici. Il terzo un atto del ministero dell’Interno che introduca procedure semplificate per il rilascio della documentazione antimafia, realtive agli appalti del Gran Sasso, «anche in deroga alle relative norme». © RIPRODUZIONE RISERVATA
Sblocca-cantieri/3 Bocciate le novità sulla rigenerazione urbana: occasione persa
Ieri alla Camera giornata di audizioni-fiume sul provvedimento. Dai progettisti no al ritorno dell’appalto integrato
Le norme sulla rigenerazione urbana, indicate nell’articolo 5 del decreto legge sblocca-cantieri, rappresentano una «occasione persa per favorire l’intervento sul patrimonio edilizio esistente e il contenimento del consumo del suolo». Questo il giudizio sintetico dei costruttori sulla versione della misura uscita dall’Aula del Senato, e che sarà anche la versione definitiva del testo visti i tempi “impossibili” a disposizione di Montecitorio per discutere il provvedimento. Il commento si legge nel documento che la delegazione dell’Ance, guidata dal vicepresidente alle opere pubbliche Edoardo Bianchi, ha depositato alla Camera in occasione delle numerose audizioni sul Dl Sblocca-cantieri che si sono avvicendate ieri presso la commissione Ambiente.
Tra le modifiche dell’ultim’ora che riguardano l’articolo 5 c’è anche l’eliminazione di ogni riferimento (sia obbligatorio, come nella prima versione del teso, sia opzionale) alla revisione, da parte delle Regioni, delle norme in deroga al decreto sugli standard. Tale soppressione, osserva l’Ance, insieme alla «portata confusionaria e controproducente delle altre norme presenti nell’articolo determinano un notevole passo indietro in tema di rigenerazione urbana».
Per quanto riguarda poi la disposizione sulle distanze dei fabbricati oggetto di demolizione e ricostruzione tra i quali intercorrono strade carrabili, l’Ance segnala che la norma, pur positiva, è scritta male («a causa di un testo non corretto e privo delle parole “primo periodo”») e «rischia di aggravare le criticità in materia di distanze».
Infine, l’Ance avanza forti perplessità anche sulla norma del nuovo comma 1-teraggiunto all’articolo 2-bis del testo unico edilizia, la quale prevede che «in ogni caso di intervento di demolizione e ricostruzione, quest’ultima è comunque consentita nel rispetto delle distanze legittimamente preesistenti purché sia effettuata assicurando la coincidenza dell’area di sedime e del volume dell’edificio ricostruito con quello demolito, nei limiti dell’altezza massima di quest’ultimo». La norma, a parere dell’Ance, «potrebbe essere intesa come un indirizzo alle Regioni per la loro futura attività legislativa, dando luogo a interpretazioni restrittive o comunque penalizzanti».
Meno tranchant i giudizi sulle modifiche al codice appalti. Il testo «può ritenersi condivisibile», anche se «permangono alcune importanti criticità che, se non superate, rischiano di compromettere gli obiettivi di sblocco e di crescita che il Governo si propone di realizzare». Tra gli elementi positivi vengono citati il ritorno al regolamento unico, l’estensione del periodo di riferimento per la qualificazione delle imprese, l’abbinamento del prezzo più basso all’esclusione automatica delle offerte anomale, la disciplina delle procedure negoziate. Il nodo fondamentale per l’Ance è che il decreto non interviene «sulle grandi criticità che impediscono il rapido utilizzo delle risorse stanziate».
Un’obiezione arriva anche sul modello scelto per i commissari straordinari. «È necessario velocizzare la fase a monte della gara, sul modello di quanto fatto per la Linea ferroviaria Napoli-Bari, non moltiplicare i super-commissari “modello Genova” che possono derogare a tutte le procedure di appalto previste dal Codice», si legge nel documento depositato dai costruttori, che chiedono anche «una rivisitazione del reato di abuso di ufficio, affinché smetta di essere più conveniente il “non fare” rispetto al “fare”».
Progettisti: no al ritorno dell’appalto integrato
La norma del decreto sblocca cantieri che sospende fino al 31 dicembre 2020 il divieto di appalto integrato (progetto più lavori) «preoccupa» i progettisti. Di più, la Rete dei professionisti tecnici, in audizione alla Camera, giudica «decisamente sbagliato» il ritorno della possibilità di affidare alle imprese il compito di completare il progetto prima di iniziare i lavori. «Abbiamo consegnato alla commissione – ha detto il presidente della Rpt Armando Zambrano – uno studio eseguito qualche anno fa in cui si evidenzia che l’appalto integrato è il motivo principale dell’aumento dei costi delle opere pubbliche tramite le varianti. Per questo – ha aggiunto Zambrano – con il codice del 2016 si era deciso di vietare questa possibilità».
Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca l’Oice che valuta positivamente il ritorno al
regolamento unico, mentre boccia la finestra sull’appalto integrato, seppure con la tutela del progettista, e la possibilità che le Pa svolgano internamente le verifiche dei progetti fino a venti milioni. Soddisfazione anche per l’estensione dell’anticipo del 20% del prezzo a forniture e servizi. «Siamo perplessi sull’automatismo dell’esclusione per tre anni in caso di risoluzioni contrattuali, senza valutazione caso per caso e senza gradualità», ha concluso il presidente Gabriele Scicolone.
Condomini degradati, Anci: norma inattuabile
La norma inserita nel decreto sblocca cantieri dall’Aula del Senato (articolo 5-sexies) che prevede la possibilità per i sindaci di agire con propria ordinanza sui condomini degradati, «viene di fatto vanificata dal terzo comma, cioè dal fatto che l’attuazione del provvedimento non può avere nuovi e maggiori oneri per le finanze pubbliche». Lo ha sottolineato il rappresentante dell’Anci e sindaco di Norcia, Nicola Alemanno, nell’audizione riservata ai Comuni Italiani, sempre presso l’VIII commissione di Montecitorio, rispondendo in particolare a una sollecitazione della deputata Chiara Braga (Pd). La norma prevede che il sindaco possa, in caso di stallo dell’assemblea, deliberare con ordinanza la situazione di degrado dello stabile e la nomina di un amministratore giudiziario. Sulla proposta di modifica, la commissione Bilancio del Senato, consultata, ha condizionato il parere positivo dell’emendamento all’inserimento della clausola di invarianza finanziaria. Clausola che, secondo il rappresentante dell’Anci, vanifica la appunto la norma, in quanto «i costi per l’attuazione della misura ricadrebbero sul condominio». © RIPRODUZIONE RISERVATA
11/06/2019 – Il Sole 24 Ore
Decreto crescita. Stop al superammortamento rafforzato, ai Comuni 510 milioni del Fondo ricerca per Industria 4.0. Pronta la misura per i fornitori di Mercatone Uno
ROMA Dal decreto crescita al decreto salva tutti. Nel pacchetto degli emendamenti dei relatori presentati ieri nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera trovano posto il “salva Comuni” per aiutare Roma Capitale e i comuni capoluogo delle Città metropolitane; il “salva opere pubbliche” per sostenere le imprese edili in crisi; il “salva fornitori di Mercatone uno” e infine il “salva Europei 2020” con la nomina di un commissario straordinario per gli appalti a Roma, su cui pende però il giudizio di inammissibilità. Nel frattempo è stato avviato il voto degli emendamenti di maggioranza e opposizione e all’ articolo 1, nel giorno in cui cade la produzione industriale, spicca la bocciatura e il ritiro delle proposte che miravano a rafforzare il superammortamento fiscale a beneficio degli investimenti in macchinari. Non solo: per coprire il “salva Comuni” si utilizzano tra le altre fonti 510 milioni in 15 anni destinati al Fondo trasferimento tecnologico connesso agli obiettivi di Industria 4.0. Da registrare anche il rinvio del via libera alla deducibilità integrale dell’ Imu sui capannoni, con il relatore della Lega Giulio Centemero pronto a metterla al voto con parere favorevole e lo stop del rappresentante del governo Laura Castelli (M5S). Tra le proposte che hanno ottenuto il via libera anche il pacchetto delle semplificazioni fiscali già licenziate dalla Camera e riproposte nel decreto per una loro immediata entrata in vigore (si veda anche pagina 25). Tra le novità, ancora da votare, anche la moratoria di un mese sulle sanzioni per il nuovo obbligo in vigore dal 1° luglio di invio telematico di scontrini e ricevute. Tornando al pacchetto dei relatori – Centemero e Raphael Raduzzi (M5S) – trova spazio la norma non introdotta al Senato nello “sblocca cantieri” che mira alla creazione di un fondo ad hoc per garantire il completamento delle opere pubbliche. Il fondo viene alimentato da un contributo dello 0,5% del “ribasso” offerto dall’ aggiudicatario dell’ appalto, per lavori fino a 200mila euro, o di servizi e forniture (fino a 100mila euro). A pagare il contributo non sarà l’ impresa che si aggiudica il contratto ma la stazione appaltante. Inoltre il contributo non andrà al nuovo Fondo statale nel caso di gare aggiudicate da enti territoriali e locali. Depositata anche la norma ideata per i fornitori di Mercatone Uno. Il Fondo per il credito alle aziende di vittime di mancati pagamenti viene ampliato inserendo tra i potenziali beneficiari dei finanziamenti agevolati, oltre alle Pmi, anche i professionisti; prevedendo che i debitori dei soggetti richiedenti possano essere anche soggetti diversi dalle aziende; ampliando il novero dei reati commessi dai debitori che assumono rilievo per l’ accesso al Fondo (anche bancarotta fraudolenta, bancarotta semplice e ricorso abusivo al credito). Tuttavia l’ accesso dei fornitori di Mercatone Uno al Fondo resta condizionato alla disponibilità dello stesso, limitata attualmente a 30 milioni. Nel pacchetto anche la stretta antievasione sugli affitti brevi e sull’ imposta di soggiorno, previste sanzioni da 500 a 5mila euro per chi non comunica il codice di identificazione da inviare alla nuova banca dati del ministero del Turismo. Per i risparmiatori coinvolti nei crack bancari, in caso di Isee fino a 35mila euro, è esclusa dal calcolo dell’ Indicatore la previdenza complementare. Il limite di patrimonio mobiliare fino a 100mila euro è al netto di assicurazioni sulla vita. In pieno calciomercato, poi, arriva la norma che chiarisce l’ applicazione anche allo sport professionistico del regime fiscale agevolato per i lavoratori che trasferiscono la residenza in Italia. Rispetto ad altri settori, il vantaggio fiscale sarà solo del 50% e non del 70% e non avrà distinzioni regionali (cioè il 90% per il Sud). E ancora, sempre a firma dei relatori: l’ estensione della pensione di inabilità anche ai lavoratori colpiti da patologie legate all’ amianto. Tra le sette proposte destinate ad essere dichiarate inammissibili oggi rientra anche quella dei relatori sull’ Rc auto, per consentire ai conducenti virtuosi (nessun incidente da almeno 5 anni) di ottenere la classe di merito più favorevole anche in sede di rinnovo delle polizze e anche per l’ assicurazione di veicoli di “diversa tipologia”, ad esempio un automobilista che assicura una moto o viceversa. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Carmine FotinaMarco Mobili
11/06/2019 – MF
Cdp, via al maxi-piano di uscite
partecipate pubbliche il progetto prevede circa 100 prepensionamenti in due anni
Accantonati 55 milioni per coprire il costo dello scivolo di sette anni offerto ai dipendenti attraverso il Fondo di solidarietà del credito. Nel primo trimestre 50 nuove assunzioni tra profili vecchi e nuovi
Cdp gioca la carta del ricambio generazionale. La spa del Tesoro ha lanciato un importante piano di prepensionamenti per il biennio il 2019-2020, appostando 55 milioni nel bilancio 2018 per coprire i costi dell’ operazione, che sarà su base volontaria e potrebbe coinvolgere un centinaio di dipendenti sui circa mille di Cassa. È la prima volta che a Via Goito si utilizza questo strumento per svecchiare le maestranze e inserire in azienda nuove professionalità e non a caso tra i profili individuati come papabili per accedere al programma ci sono soprattutto quadri e impiegati, oltre qualche dirigente. Lo scivolo garantito per le uscite nel 2019 è di sette anni, e, come per l’ anno prossimo, sarà assicurato tramite l’ accesso al Fondo di solidarietà del credito. Per conoscere l’ anticipo con cui potranno andare in pensione i dipendenti che sceglieranno di farlo nel 2020 invece si dovrà attendere un nuovo decreto ministeriale di autorizzazione, ma l’ orizzonte minimo dovrebbe essere di cinque anni. Dall’ avvio del piano, pochi mesi fa, sono già una quarantina i dipendenti che hanno optato per l’ addio anticipato, mentre parallelamente si lavorava anche al cantiere assunzioni. Nel primo trimestre dell’ anno i nuovi ingressi in Cassa Depositi e Prestiti ammontano a una cinquantina, suddivisi più o meno equamente tra le sostituzioni dei profili dei pensionati e nuove professionalità. L’ idea generale sarebbe infatti di utilizzare un parametro di almeno uno a uno per compensare le uscite con i nuovi ingressi, anche se non necessariamente nelle stesse posizioni. E non è detto che l’ ago della bilancia non penderà alla fine dal lato delle assunzioni, visto che, non ne fanno mistero in Cassa, un incremento dell’ organico è auspicato per far fronte alle sempre maggiori aree di intervento affidate alla spa del Tesoro, che in origine operava essenzialmente a fianco dei Comuni in veste di finanziatore mentre oggi viene chiamata in ballo per praticamente ogni dossier caldo nel settore dell’ economia. Proprio per andare a caccia di nuove professionalità Cdp ha di recente arruolato la società di consulenza Spencer Stuart, che si è aggiudicata la gara da 750 mila euro per la ricerca e selezione di figure executive, da inserire nell’ organico del gruppo. Una ricerca, come si legge nel bando, volta a «garantire il presidio delle posizioni strategiche e a forte impatto sul business, laddove le professionalità interne non riescano a soddisfare tale esigenza». Ma Cassa non è alla ricerca solo di executive, sta infatti per essere selezionato anche l’ head hunter che dovrà occuparsi della selezione di professionisti specializzati e di figure di middle management. (riproduzione riservata) LUISA LEONE
11/06/2019 – ANSA
Strada Parchi, possibile aumento pedaggi A24/A25 dal 1 luglio
Concessionaria: ‘Incrementi del 19% senza interventi del governo’
Strada Parchi, gestore A24/A25 fa sapere che ”Nove mesi fa decidemmo di congelare le tariffe, aumento previsto per legge su tutte le autostrade d’Italia. Da allora, nonostante i ripetuti tentativi da parte della Concessionaria, il Mit non è riuscito ad offrire una interlocuzione stabile per poter affrontare il tema che tanto preoccupa gli automobilisti non solo abruzzesi e laziali”.
Quindi ”Se la situazione dovesse rimanere questa”, dal 1 luglio gli aumenti potrebbero scattare. ”Nonostante questo, la Concessionaria in questi nove mesi non è rimasta ferma – prosegue la nota – Ha provato in tutti i modi ed a più riprese ad avviare una trattativa con il MIT per affrontare il tema dei pedaggi e quello della messa in sicurezza sismica dell’A24/A25. Temi legati a filo doppio e che dovevano portare alla firma di un Piano Economico Finanziario, che dovrà regolare le due cose, con la rimodulazione di una politica tariffaria più contenuta. Piano economico (PEF) che su A24/A25 manca da 5 anni, il precedente è scaduto nel 2014. Sono passati stagioni e governi inutilmente, ma ora la situazione è letteralmente precipitata. Rischia di ripetersi così quanto già successo alla fine del 2018. Con il MIT che è intervenuto solo il 27 dicembre scorso, all’ultimo momento quindi, con un provvedimento che ricalcava quello già adottato dalla Concessionaria ad ottobre. Tutto è rimasto fermo e cristallizzato dunque a quel solo intervento del MIT, fatto a poche ore dalla scadenza dello sconto promosso da SdP e dall’adozione delle nuove tariffe che comprendono un aumento che sfiora il 20%. Da allora è calato il silenzio, nonostante l’Unione Europea si sia dichiarata disponibile a valutare positivamente e abbia dato il suo assenso per gli interventi antisismici su A24 e A25 e nonostante il piano della messa in sicurezza in sede sia pronto da anni. Se la situazione dovesse rimanere questa, Strada dei Parchi, che ritiene vi sia la soluzione per evitarlo, non potrà che applicare gli incrementi tariffari già riconosciuti dai decreti ministeriali del 2018 e del 2019 firmati dei ministri Del Rio e Toninelli”, conclude la Concessionaria.
Senza un intervento del governo dal 1 luglio sull’A24 e A25 le tariffe aumenteranno del 19%. E’ quanto scrive la concessionaria Strada dei Parchi nella nota nella quale sottolinea come l’incremento sia “già riconosciuto da decreti ministeriali”. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA
I francesi di Ratp allo sbarco sui trasporti pubblici di Milano
Il sistema pubblico milanese pronto ad aprirsi al regime di concorrenza. Atm era stata assegnataria del servizio e adesso si trova in fase di proroga
I francesi di Ratp scaldano i motori per l’assegnazione del trasporto pubblico di Milano, che tra qualche mese dovrà improrogabilmente essere messo a gara.
Già Atm era stata assegnataria del servizio dopo una gara e adesso si trova in fase di proroga. Il Comune di Milano ha anche valutato la possibilità di proseguire con l’affidamento diretto, ma in tal caso Atm non avrebbe potuto avere attività extra territoriali. La società di trasporto invece ha attività all’estero che vorrebbe mantenere e ingrandire, come ad esempio la gestione della metropolitana a Copenaghen. Per la controllata di Palazzo Marino (arrivata ad essere la più efficiente d’Italia) sarebbe dunque un passo indietro. Ecco dunque che la gara sarà inevitabile.
A stabilire tempi e procedure della gara d’appalto, della durata di 15 anni, sarà l’autorità di bacino del trasporto pubblico, l’ente regolatore dei territori di Milano, Monza e Brianza, Pavia e Lodi, il cui cda è stato appena rinnovato, sotto la guida di Daniele Barbone. Probabilmente entro fine anno sarà pronta.
Intanto, a modificare le carte in tavola, è stato il raggruppamento di imprese “Milano Next”, che ha già inviato al Comune e all’autorità di bacino i documenti per proporre un project financing per un investimento da realizzare nel trasporto di questi territori. Ancora le buste non sono state aperte e i termini sono secretati. Si parla di mettere sul piatto almeno 1 miliardo all’anno, per 15 anni, considerando il valore del settore. Ma sono calcoli ancora generici. Della cordata fanno parte la stessa Atm, A2A (la multiutility della quale il Comune di Milano detiene il 25%), BusItalia di Ferrovie dello Stato, Hitachi Rail sts, Commscon Italia Srl e IgpDecaux. La proposta è arrivata il 7 maggio scorso.
Quando si parla di project financing nel tpl, si intende un nuovo progetto da mettere in piedi, non può trattarsi della sola gestione, per la quale c’è comunque bisogno di una gara. Potrebbe essere stata inserita quindi la costruzione della metro Milano-Monza.
A questo punto si aprono due scenari: o la proposta viene ritenuta inadatta dall’autorità e dai comuni, e quindi si procede verso la gara per il tpl; o viene ritenuta adeguata. In tal caso si dovrà fare una gara sulla base del progetto proposto dalla stessa cordata, che avrà un diritto di prelazione. Ovviamente nulla vieta che le due cose convivano: magari in un lotto si procede con la proposta di project, in un altro lotto con la semplice gara per il tpl (e una cosa non influenzerebbe l’altra, ma sarebbero effettivamente due gare distinte).
Un dato è certo: la valutazione del project financing allunga i tempi per l’apertura del bando e dà ad Atm qualche possibilità in più di rimanere nella gestione del trasporto milanese, proprio in virtù del diritto di prelazione.
Dal 15 luglio, nel frattempo, il Comune di Milano aumenterà il biglietto da 1,5 a 2 euro per la corsa singola, mentre gli abbonamenti rimarranno invariati. Nelle prossime settimane è in corso in consiglio comunale un dibattito che potrebbe portare a qualche emendamento che calmieri la decisione, sollevando qualche eccezione. Ma l’incremento è ormai deciso.
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