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Timestamp: 2020-08-05 15:50:43+00:00

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Andrea Vincenti, Ricercatore di Diritto commerciale nell’Università Kore di Enna
Il commento che qui si propone riguarda una sentenza del Tribunale di Roma che affronta un tema poco indagato dalla giurisprudenza, ovvero se, nelle società di persone, il socio possa esercitare l’azione sociale di responsabilità nei confronti del socio amministratore responsabile per mala gestio, alla stregua di quanto avviene nel modello s.r.l. in forza del disposto dell’art. 2476, 3° comma, c.c.
I Giudici capitolini negano la legittimazione del socio di società personale ad agire contro l’ammi­nistratore per ottenere il ristoro del danno da questi cagionato alla società, atteso che si tratterebbe di una ipotesi di sostituzione processuale ex art. 81 c.p.c. fuori dai casi espressamente contemplati dal legislatore.
L’impostazione del Tribunale, tuttavia, non appare condivisibile, alla luce di una diversa ricostruzione in punto di diritto della fonte di legittimazione del socio.
PAROLE CHIAVE: società di persone - azione sociale di responsabilità
The comment proposed here concerns a sentence of the Court of Rome which deals with a subject little investigated by the jurisprudence, or if, in partnerships, the shareholder can exercise the social action of responsibility towards the managing director responsible for bad management, like what happens in the s.r.l. model pursuant to the provisions of art. 2476, third paragraph, of the Italian Civil Code.
The Capitoline Judges deny the legitimacy of the member of a personal company to act against the administrator to obtain compensation for the damage caused by them to the company, given that it would be a hypothesis of procedural replacement pursuant to art. 81 c.p.c. outside the cases expressly contemplated by the legislator.
The approach of the Court, however, does not appear to be acceptable, in light of a different reconstruction in law of the source of legitimacy of the shareholder.
Keywords: partnership, action for liability, legitimation of the shareholder, exclusion.
Tribunale di Roma, Sez. III civ., 5 aprile 2017
Pres. Mannino, Rel. Buonocore
Società – Società in accomandita semplice – Responsabilità socio amministratore – Legittimazione del socio ad esperire azione sociale di responsabilità – Esclusione.
(Art. 2260 c.c.; art. 81 c.p.c.)
Il socio accomandante non è legittimato ad esperire l’azione sociale di responsabilità nei confronti del socio accomandatario amministratore, radicandosi la relativa legittimazione solo sulla società.
Conclusivamente, dunque, va disposta la esclusione per giusta causa di Giovannetti Trujillo Paola dalla Elisa s.a.s., risultando ampiamente dagli atti che la Stessa, rendendosi gravemente inadempiente agli obblighi gravanti a suo carico nella veste di socia accomandataria ed amministratrice, ha compromesso il regolare funzionamento e la stessa prosecuzione della società.
Alla disposta esclusione della convenuta dalla compagine della Elisa s.a.s. e, quindi, alla perdita della veste di socia accomandataria dalla Stessa rivestita consegue, in via automatica, il venir meno dei poteri gestori in capo a Giovannetti Trujillo Paola, senza necessità di apposita statuizione di revoca per giusta causa.
Invero – come sopra già accennato – “nell’accomandita semplice l’amministrato­re non può essere che un socio accomandatario, onde la sua esclusione dalla società, non diversamente da qualsiasi altra causa di scioglimento del rapporto sociale a lui facente capo, automaticamente comporta anche la cessazione dalla carica di amministratore” (Cass. Civ., Sez. I, 26 settembre 2016, n. 18844; conf., ex plurimis, Cass. Civ., 15097/2001, Cass. 15395/2013).
Ritiene, invece, il Tribunale che vada dichiarato il difetto di legittimazione attiva del socio accomandante De Simone Piero con riferimento alle ulteriori domande proposte ed, in particolare, in relazione alla domanda volta ad ottenere la condanna di Giovannetti Trujillo Paola alla restituzione delle somme oggetto di indebita appropriazione.
In proposito va premesso che, all’evidenza, la cennata domanda mira ad ottenere la reintegrazione del patrimonio della Elisa s.a.s. danneggiato dalle condotte distrattive poste in essere dalla odierna convenuta, in patente violazione degli obblighi gravanti a suo carico nella qualità di socia accomandataria ed amministratrice.
Ciò posto, va rammentato che l’azione di responsabilità nei confronti dell’ammi­nistratore di società di persone, per danni al patrimonio sociale conseguenti a condotte di mala gestio, riposa sul disposto dell’art. 2260 c.c. che, al secondo comma, prevede testualmente che “gli amministratori sono solidalmente responsabili verso la società per l’adempimento degli obblighi ad essi imposti dalla legge e dal contratto sociale”.
Orbene, è certo noto il contrasto insorto, presso la dottrina e la giurisprudenza di merito, tra quanti ritengono che nelle società di persone l’azione volta a far valere la responsabilità dell’amministratore per i danni cagionati al patrimonio sociale competa in via esclusiva alla medesima società danneggiata, e quanti, invece, ritengono che la legittimazione all’esercizio di una tale azione spetti anche al singolo socio non investito di poteri gestori o, comunque, estraneo alle condotte di mala gestio in contestazione.
Va, tuttavia, rammentato che, anche di recente, la Suprema Corte – con indirizzo dal quale non si ha ragione di discostarsi e che, peraltro, questo Tribunale ha già fatto proprio in precedenti pronunce – ha avuto modo di precisare che nelle società di persone “il diritto alla conservazione del patrimonio sociale spetta alla società e non al socio come tale”; pertanto, la legittimazione a far valere in giudizio il diritto al risarcimento dei danni cagionati al patrimonio sociale dalle condotte di mala gestio degli amministratori compete esclusivamente alla società, quale titolare del diritto dedotto in giudizio ed ente munito di autonoma soggettività, distinta rispetto a quella dei soci, nonché centro di imputazione degli interessi patrimoniali dell’impre­sa collettiva (in tal senso, Cass. Civ., Sez. I, 25 luglio 2007, n. 16416; conf., Cass. Civ., Sez. I, 10 marzo 1992, n. 2872).
In particolare, va escluso che alle società di persone possa applicarsi, in via analogica, il novellato disposto dell’art. 2476, III co., c.c. che, con specifico riferimento alle società a responsabilità limitata, contempla la legittimazione di ciascun socio al­l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità.
Invero, la disposizione da ultimo citata, nella parte in cui attribuisce ai soci di società a responsabilità limitata un potere di “sostituzione processuale” per la tutela dell’integrità del patrimonio sociale leso dalle condotte di mala gestio degli amministratori, ha carattere eccezionale e, dunque, non può trovare applicazione che nelle ipotesi in essa previste.
Pertanto, in difetto di una norma che espressamente attribuisca, al socio di società di persone, il potere di agire per la tutela del patrimonio sociale danneggiato dal­l’amministratore, non può che trovare applicazione il principio generale enunciato dall’art. 81 c.p.c.; con la conseguenza che solo la società, quale soggetto di diritto distinto dalle persone dei soci ed autonomo centro di imputazione di situazioni giuridiche soggettive, può agire per la tutela del suo patrimonio a fronte degli atti dannosi posti in essere dagli amministratori. (Omissis).
1. Il fatto - 2. La tesi della carenza di legittimazione in capo al socio: critica - NOTE
1. Il fatto In materia di responsabilità degli amministratori di società di persone, un tema [1] che ancora agita dottrina e giurisprudenza riguarda la corretta individuazione di chi sia legittimato a promuovere l’azione di responsabilità, nonché lo stabilire a chi spetti esercitarla in giudizio. Dinanzi al sobrio tenore dell’art. 2260, 2° comma, c.c. – il quale lascia di fatto non disciplinata la materia delle azioni di responsabilità nelle società personali – ed alla poca ed ondivaga giurisprudenza sul tema [2], si segnala la sentenza in epigrafe resa dal Tribunale di Roma, cui va il merito – almeno – di affrontare il delicato tema della legittimazione del socio di società di persone ad esperire azione di responsabilità contro il socio amministratore per i danni cagionati al patrimonio sociale. A fronte delle domande azionate dall’attore, unico socio accomandante, contro l’unico socio accomandatario amministratore, volte ad ottenere i) la sua revoca dalla carica di amministratore, ii) la sua esclusione dalla compagine sociale e iii) la sua condanna alla restituzione in favore della società di tutte le somme oggetto di accertata distrazione, il Tribunale accoglie solo quella avente ad oggetto l’esclusione, ritenendo in essa assorbita la richiesta di revoca dalla carica di amministratore; in ordine alla domanda di condanna al risarcimento del danno subito dalla società in dipendenza della mala gestio dell’amministratore, dichiara, invece, il difetto di legittimazione attiva dell’attore, sulla scorta essenzialmente di una sola considerazione di ordine sistematico: l’art. 81 c.p.c. – a mente de quale «fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, nessuno può fare valere nel processo in nome proprio un diritto altri» – è espressione di un principio di tassatività che non consente applicazione analogica di norme che dell’art. 81 c.p.c. costituiscono eccezione. La norma di cui all’art. 2476, 3° comma, c.c. – la quale, come è noto, attribuisce ai soci di s.r.l. un potere di «sostituzione processuale» per la tutela dell’integrità del patrimonio sociale leso dalla mala gestio degli amministratori – ha dunque carattere eccezionale e, come tale, è insuscettibile di applicazione analogica al tipo [continua ..]
2. La tesi della carenza di legittimazione in capo al socio: critica Sul tema della legittimazione del socio [3] di società di persone ad esperire l’azione di responsabilità si contrappongono – tanto in dottrina quanto in giurisprudenza – due orientamenti: l’uno, esclude che il socio possa esperire azione di responsabilità ex art. 2260 c.c., dovendosi radicare la legittimazione in capo alla società, per il tramite del suo legale rappresentante [4]; l’altro, invece, riconosce ad ogni singolo socio, ancorché privo del potere di amministrazione [5] e di rappresentanza, il diritto di esperire l’azione sociale di responsabilità agendo uti socius, vale a dire nell’interesse sociale al fine di reintegrare il patrimonio della società [6]. Quanti negano la legittimazione del singolo socio ad agire in responsabilità contro gli amministratori, osservano che le società di persone, per quanto prive di perso­nalità giuridica, costituiscono pur sempre un centro di imputazione giuridica autonomo rispetto ai singoli membri del gruppo, dotato di una soggettività giuridica e quindi di una legittimazione processuale distinta da quella dei soci: quale conseguenza di tale alterità soggettiva, il ristoro del danno cagionato al patrimonio sociale non può che essere richiesto solo dalla stessa società, per il tramite del suo legale rappresentante. Tale assunto, invero, assume oggi una connotazione non più attuale ove si ponga nella dovuta considerazione che la legittimazione del singolo socio a convenire in giudizio l’amministratore per i danni arrecati al patrimonio sociale è codificata nel modello della società a responsabilità limitata così come partorito dal legislatore della Riforma del 2003: come è noto, l’art. 2476, 3° comma, c.c. prevede che «l’azione di responsabilità contro gli amministratori è promossa da ciascun socio, il quale può altresì chiedere, in caso di gravi irregolarità nella gestione della società, che sia adottato provvedimento cautelare di revoca degli amministratori medesimi». Il dogma della necessaria indifferenza dei soci per le vicende che impattano sul patrimonio della società è stato irrimediabilmente compromesso dalla norma appena citata, dettata, peraltro, per un modello societario – la s.r.l. – dotato di [continua ..]

References: sentenza 
 art. 81
 art. 2476
 art. 81
 art. 81
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 2260