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BADANTE, REATO DI CIRCONVENZIONE DI INCAPACE QUANDO E’ PROSPETTABILE? QUALI CONSEGUENZE PENALI?
da Armaroli | Ago 27, 2014 | Consulenza Legale | 0 commenti
REATO DI CIRCONVENZIONE DI INCAPACE QUANDO E’ PROSPETTABILE?QUALI CONSEGUENZE PENALI?CHI TUTELA?
Molti nipoti, eredi si vedono portare via l’eredità dello zio, del fratello ecc ecc da una badante a volte anche redità importanti.Ma è circonvenzione di incapace?
LA CASSAZIONE DICE NO SE NON VI E’ LA CIRCONVENZIONE DI INCAPACE
ARTICOLO 643CP
Chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore, ovvero abusando dello stato d’infermità o deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto, che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da lire quattrocentomila a quattro milioni.
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NOMINARE EREDE LA BADANTE E’ CIRCONVENZIONE DI INCAPACE? NO, SE CHI FA TESTAMENTO E’ CAPACE DI INTENDERE E VOLERE
Sentenza 4 luglio – 17 settembre 2008, n. 35528
(Presidente Lattanzi – Estensore Fidelbo)
1. – In seguito ad una complessa indagine veniva contestato a P. L. e a F. N. di avere sottoposto F. S. – marito della prima e padre del secondo – a continui maltrattamenti, con grave sofferenza fisica e psichica, minacciandolo, percuotendolo e costringendolo a vivere in condizioni di vita ed igienico sanitarie indecorose e malsane, impedendogli di avere rapporti con la sorella, con il cognato, con gli amici, di ricevere telefonate, inoltre facendolo ricoverare contro la sua volontà e cagionandogli in varie occasioni lesioni personali (capo a: artt. 61 n. 5, 81, 110, 582, 583 cpv. 585, 576 c.p.); inoltre, di averlo privato della libertà personale, facendolo ricoverare, contro la sua volontà, nella casa di cura omissis (capo b: artt. 81, 110, 605 n. 1 c.p.); infine, di avere abusato dello stato di infermità e di prostrazione del F., inducendolo a compiere atti patrimoniali a sé dannosi (capo c: art. 81, 110, 6-13 c.p.).
2. – Con la sentenza in epigrafe il G.u.p. del Tribunale di Roma ha dichiarato non luogo a procedere nei confronti dei due imputati, ritenendo non sussistenti i reati di maltrattamenti e sequestro di persona a loro attribuiti e non punibili gli imputati in relazione al reato di circonvenzione di incapace, perché commesso ai danni di prossimo congiunto.
3. – Contro questa sentenza il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma ha presentato ricorso per cassazione.
Con un primo motivo deduce mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in ordine all’elemento materiale e psicologico dei reati contestati ai capi a) e b), anche con riferimento a specifici atti del procedimento.
In particolare, parte ricorrente censura la sentenza che ha ritenuto del tutto inattendibile la denuncia di S. F., evidenziando come le accuse mosse agli imputati trovino precisi riscontri soprattutto nelle dichiarazioni di B. F., C. P. e A. M. M., nonché in quelle rese da M. O., G. A. G. e D. Z. M., tutti concordi nel riferire del difficile rapporto con la moglie e delle condizioni di degrado in cui viveva S. F., circostanza verificata anche nel corso dell’ispezione dei Carabinieri avvenuta nel gennaio 2006.
Viene messo in risalto il comportamento degli imputati che, dopo il ritorno di F. da Napoli e il ricovero al omissis, gli impediscono ogni legame con l’esterno e lo fanno ricoverare presso la casa di cura omissis, in una sistemazione che i Carabinieri hanno definito poco dignitosa e in cui, in poco tempo, le sue condizioni di salute mentale peggiorano notevolmente. Si rileva, inoltre, come la denuncia del F. abbia trovato riscontro nell’ispezione effettuata dai Carabinieri il 29 gennaio 2006, nonché nelle deposizioni dei medici P. e D. G., circostanza che il giudice avrebbe omesso di prendere in esame.
In conclusione, il pubblico ministero ricorrente assume che con la sentenza impugnata il G.u.p. avrebbe recepito senza alcun vaglio critico tutte le dichiarazioni rese dalla P., omettendo di prendere in attenta considerazione i numerosi elementi acquisiti nel corso delle indagini a sostegno della tesi accusatoria, sottovalutando le condotte degli imputati che si sono affrettati a fare firmare al F. le procure per la riscossione del trattamento di fine rapporto e dei ratei di pensione.
Con un altro motivo il ricorrente deduce l’erronea applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 649 comma 1 c.p., nonché vizio di motivazione. Più precisamente lamenta che il giudice non abbia applicato l’ultimo comma dell’art. 649 c.p., che esclude la causa di non punibilità nell’ipotesi in cui i delitti contro il patrimonio contemplati nel titolo XIII del libro secondo del codice, tra cui il reato di circonvenzione di incapace, siano commessi con violenza alla persona, rientrando in questa nozione anche la violenza morale, come quella che sarebbe stata posta in essere dagli imputati nei confronti del loro congiunto.
Il difensore della parte civile ha presentato una memoria sostanzialmente adesiva al ricorso del pubblico ministero.
4. – Il ricorso deve essere accolto limitatamente ai motivi proposti in relazione al capo c) dell’imputazione.
Il G.u.p. ha ritenuto non punibili gli imputati in ordine al reato di circonvenzione di incapaci, facendo applicazione dell’art. 649 comma 1 c.p., che contiene una ipotesi di non punibilità qualora il reato sia commesso in danno di congiunti (nella specie il reato sarebbe stato commesso nei confronti, rispettivamente, del coniuge e dell’ascendente). Il fondamento di tale disposizione codicistica è costituito dalle ragioni di carattere morale e sociale che connotano i rapporti fra certe categorie di familiari riguardo ai beni materiali ed in vista dei quali si esclude la punibilità di alcuni reati. Tuttavia, come ha correttamente rilevato parte ricorrente, la sentenza impugnata non ha preso in considerazione l’ultimo comma dell’art. 649 c.p., che esclude l’applicazione di tale causa di non punibilità quando il delitto contro il patrimonio sia commesso con violenza alle persone, disposizione di chiusura che vuole evitare l’operatività dei primi due commi in presenza di condotte violente, rispetto alle quali l’ordinamento non rinuncia alla punizione del soggetto agente.
Deve precisarsi che la condotta tipica del reato di cui all’art. 643 c.p. consiste nell’abusare dello stato di minorazione del soggetto passivo e nell’indurre quest’ultimo a compiere un atto che comporti un effetto dannoso, per lui o per altri. La giurisprudenza ha precisato che con il termine “abuso” si intende una condotta di approfittamento ovvero di strumentalizzazione dello stato di debolezza della vittima. Tuttavia, la norma non specifica le modalità di una tale condotta, per cui si ritiene che qualsiasi pressione morale – anche se blanda – possa essere sufficiente ad integrare l’abuso, qualora si riveli idonea allo scopo perseguito, tenuto conto delle condizioni della vittima. D’altra parte, la condotta di induzione deve concretarsi in un’apprezzabile attività di suggestione ovvero, ancora, di pressione morale, finalizzata a determinare la volontà minorata del soggetto passivo e la stessa giurisprudenza precisa che l’induzione può consistere nell’uso di qualsiasi mezzo idoneo a determinare o a rafforzare nel soggetto passivo il consenso al compimento dell’atto dannoso (Sez. II, 23 novembre 1987, Rossi; Sez. II, 7 ottobre 1999, Noventa). Pertanto, non può escludersi che la circonvenzione possa realizzarsi anche attraverso condotte che implichino l’uso di una violenza morale, cioè di una condotta che si estrinsechi in un atteggiamento di intimidazione del soggetto passivo, in grado di eliminare o ridurre la sua capacità di determinarsi, condizionando la sua già ridotta capacità di agire secondo la propria volontà indipendente.
Resta ferma la distinzione tra i delitti di cui all’art. 643 e 629 c.p. – tra i quali si esclude ogni ipotesi di concorso – che si differenziano per il mezzo adoperato dall’agente, che nella circonvenzione di incapaci è costituito dall’opera di suggestione o di induzione e nell’estorsione, invece, dall’uso della violenza o minaccia. Tuttavia, come si è visto, non può escludersi che l’attività di induzione possa essere realizzata anche attraverso condotte che implicano il ricorso a forme di violenza morale (Sez. II, 16 marzo 2005, n. 13488, De Vito).
Quanto precede consente di ritenere non del tutto corretta l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, che ha, seppure implicitamente, escluso la configurabilità della fattispecie di cui all’art. 649 ult. comma c.p. sostenendo che il reato di circonvenzione di incapaci non implica l’uso della violenza alla persona. Invero, nel reato in questione è estraneo il requisito della violenza fisica, ma non quello della violenza morale. D’altra parte, ritiene il Collegio, aderendo ad una nota opinione dottrinale, che il richiamo alla “violenza” contenuto nell’art. 649 ult. comma c.p. debba intendersi riferito non solo alla violenza fisica, ma anche a quella morale, in quanto costituisce pur sempre una forma di coazione psichica, che può essere parificata alla violenza.
Ne consegue che, sulla base di quanto precede, la sentenza deve essere annullata, limitatamente al capo c), e rinviata al Tribunale di Roma che dovrà verificare l’applicabilità della causa di non punibilità di cui all’art. 649 ult. comma c.p., uniformandosi ai principi sopra indicati.
5. – Per il resto il ricorso deve essere rigettato.
Il pubblico ministero, con i motivi residui, ha dedotto, sotto diversi profili, il vizio di motivazione della sentenza, senza considerare che il sindacato di legittimità si limita al riscontro dell’esistenza di una motivazione che rispetti i canoni logici, verificando cioè che sussista una coordinazione logica tra le varie proposizioni della motivazione, senza alcuna possibilità di effettuare una diversa valutazione delle emergenze procedimentali, essendo limitati i vizi denunciabili, quanto alla motivazione, alla mancanza, alla contraddittorietà ovvero alla manifesta illogicità risultante dal testo o da altri atti del processo. Ne consegue che le censure che vengono mosse nel ricorso, nei confronti di non condivise ricostruzioni dei fatti operate dal G.u.p., non possono trovare spazio in questa sede, trattandosi di valutazioni di merito, fondate sull’apprezzamento di circostanze di fatto, peraltro alternative rispetto a quelle contenute nella gravata sentenza che non appaiono affette da alcuna illogicità.
Il G.u.p. ha ritenuto che gli elementi raccolti non fossero muniti della necessaria consistenza che potesse giustificare il rinvio a giudizio, in considerazione del fatto che a carico degli imputati vi erano le accuse di S. F., che però al momento della denuncia si trovava in condizioni mentali tali da escludere la sua capacità di intendere e di volere, a causa di una infermità di mente consistente in “delirio paranoideo in fase acuta in soggetto affetto da demenza multinfartuale”, come è stato accertato dalla consulenza tecnica neuropsichiatrica disposta dallo stesso pubblico ministero e confermato da altri medici e conoscenti della persona offesa, tanto che su istanza della Procura, successivamente ai fatti, gli è stato designato un amministratore di sostegno.
Per quanto concerne l’accusa di sequestro di persona, la sentenza del G.u.p. ha escluso la sussistenza del reato, in quanto il ricovero presso l’Ospedale omissis è avvenuto a seguito della richiesta di un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.) determinato dalla grave situazione che si era creata in famiglia a causa della ingestibilità di S. F.. Lo stesso vale per il ricovero presso la casa di cura omissis, determinato dalle condizioni patologiche in cui si trovava la persona offesa.
Il giudice ha anche escluso la ipotizzabilità in concreto dei reati di maltrattamenti e di lesione personali, in quanto le stesse dichiarazioni rese da E. L., cioè dalla collaboratrice del F., riferiscono circostanze apprese da quest’ultimo, fonte ritenuta inattendibile. Inoltre, ha affermato che le condizioni di precarietà igienica in cui viveva il F. non fossero attribuibili a vessazioni o a incuria della moglie, L. P., ma ad una libera scelta determinata dallo stato di confusione mentale in cui si trovava lo stesso F..
L’esclusione della sussistenza dei reati di lesioni personali, relativi ai due episodi contestati, è stata giustificata in base ad una incertezza probatoria che non avrebbe consentito il rinvio a giudizio.
Annulla la sentenza impugnata relativamente al capo c) (art. 643 c.p.) e rinvia per nuova deliberazione al Tribunale di Roma.
Sentenza 12 giugno – 3 luglio 2014, n. 28907 (Presidente Prestipino – Relatore Rago)
1. Con sentenza del 04/10/2012, la Corte di Appello di Roma confermava la sentenza con la quale, in data 22/10/2010, il giudice monocratico del tribunale della medesima città aveva ritenuto S.K. colpevole del reato di cui all’art. 643 cod. pen. “poiché, per procurare a sé un profitto, abusava dello stato di infermità psichica di So.Ma., sebbene non interdetta o inabilitata, inducendola a compiere un testamento olografo, in data 11/07/2004, a ridosso del suo decesso avvenuto il 28/07/2004, che faceva pubblicare con atto notaio Michele Conso in data 17/09/2004”. 2. Avverso la suddetta sentenza, l’imputata, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo i seguenti motivi: 2.1. omessa motivazione in ordine all’induzione: la ricorrente sostiene che la Corte avrebbe omesso qualsiasi motivazione in ordine all’elemento costitutivo del reato addebitatole ossia all’induzione. Invero, dal dibattimento non solo non era emerso alcun dato dal quale evincere una positiva condotta d’induzione ma addirittura erano emersi una serie di elementi tali da spiegare le ragioni per le quali la sign.ra So. avesse deciso di diseredare i propri nipoti e beneficiare l’imputata che l’accudiva. Era, infatti, emerso che: a) la moglie del nipote, la Dott.ssa R., aveva sottoposto la So. ad un trattamento farmacologico a base di potenti neurolettici che la suddetta So. rifiutava temendo per la propria salute; b) in concomitanza con l’inizio della suddetta terapia, i nipoti prelevarono denaro dal conto corrente della So. per complessivi Euro 146.000,00; c) i nipoti avevano manifestato il proposito di ricoverarla in un ospizio, la qual cosa era rifiutata dalla So. che temeva di essere abbandonata; d) la So. era una donna dal carattere autoritario che ben difficilmente avrebbe potuto essere indotta dalla badante a redigere un testamento in suo favore; e) le perizie grafologiche avevano concluso per la piena capacità d’intendere e volere. 2.2. illogicità della motivazione in ordine allo stato di incapacità d’intendere e volere: la ricorrente sostiene che la Corte aveva ritenuto che la So. non fosse compus sui nel momento in cui redasse il testamento, sia per l’età avanzata, sia perché più testimoni l’avevano descritta come poco lucida. Sennonché la suddetta conclusione si basava su un compendio probatorio quantomeno contraddittorio perché: a) vi erano stati i testi K., P. e I. – particolarmente qualificati, essendo tutti medici di professione – che avevano dichiarato che la So. era lucida e, fino all’ultimo, perfettamente in grado d’intendere e volere: non era chiaro il motivo per cui la Corte non le aveva tenute in considerazione e perché erano state preferite le testimonianze favorevoli alla tesi accusatoria; b) non era stato chiarito se la So. fosse poco lucida perché sottoposta agli effetti dei farmaci che le facevano assumere, oppure perché era veramente incapace d’intendere e volere; c) le gravi patologie da cui era affetta la parte offesa ed elencate dalla Corte erano di natura fisica e non incidevano sulla capacità intellettiva; d) i giudici di merito erroneamente non avevano ritenuto disporre una perizia medico legale sullo stato psichico della parte offesa, tanto più che agli atti vi erano le perizie grafologiche che avevano concluso per la capacità d’intendere della So.
1. In punto di diritto, preliminarmente, è opportuno riassumere, brevemente, alcuni notori principi ai quali occorre attenersi, posto che la ricorrente ha svolto tutte le sue censure sostenendo che: a) la So. non era incapace; b) non vi era la prova che essa ricorrente avesse indotto la parte offesa a redigere testamento in suo favore. 1.1. L’art. 643 c.p., inserito fra i delitti contro il patrimonio mediante frode, tutela il patrimonio del minorato ossia di colui che, non necessariamente interdetto o inabilitato, si trovi in una minorata condizione di autodeterminazione in ordine ai suoi interessi patrimoniali. La legge individua tre categorie di soggetti passivi: 1) i minori; 2) l’infermo psichico; 3) il deficiente psichico. La condotta penalmente rilevante dell’agente è varia e si realizza quando: nei confronti dei minori, abusi dei loro “bisogni, passioni o inesperienza”; nei confronti dell’infermo psichico o del deficiente psichico, abusi del loro stato. Il fatto che la legge distingua fra infermo psichico e deficiente psichico e non consideri necessario che il soggetto passivo si trovi nella condizione per essere interdetto o inabilitato, induce a ritenere che: infermità psichica: per tale deve intendersi ogni alterazione psichica derivante sia da un vero e proprio processo morboso (quindi catalogabile fra le malattie psichiatriche) sia da una condizione che, sebbene non patologica, menomi le facoltà intellettive o volitive; deficienza psichica: è questa un’alterazione dello stato psichico che, sebbene meno grave della infermità, tuttavia, è comunque idonea a porre il soggetto passivo in uno stato di minorata capacità in quanto le sue capacità intellettive, volitive o affettive, fanno scemare o diminuire il pensiero critico. Rientrano in tale categoria, fra l’altro, ad es., l’emarginazione ambientale (Cass. 20/3/1979, Tintinaglia), la fragilità e la debolezza di carattere (Cass. 9/10/1973, Ced 126922). Peraltro, il minimo comun denominatore che si può rinvenire nelle due predette situazioni, consiste nel fatto che, in tanto il reato può essere configurato in quanto si dimostri l’instaurazione di un rapporto squilibrato fra vittima ed agente nel senso che deve trattarsi di un rapporto in cui l’agente abbia la possibilità di manipolare la volontà della vittima a causa del fatto che costei si trova, per determinate situazioni da verificare caso per caso, in una minorata situazione e, quindi, incapace di opporre alcuna resistenza a causa della mancanza o diminuita capacità critica. Tale situazione di minorata capacità dev’essere oggettiva e riconoscibile da parte di tutti in modo che, chiunque possa abusarne per raggiungere il suoi fini illeciti (Cass. 15/10/1987, Rv 175682). 1.2. L’art. 643 c.p., infine, al fine di ritenere integrata la fattispecie criminosa, prevede (in aggiunta alla minorata capacità di cui si è detto) altri due elementi oggettivi: l’induzione a compiere un atto che importi, per il soggetto passivo e/o per altri, qualsiasi effetto giuridico dannoso. Per induzione deve intendersi un’apprezzabile attività di pressione morale e di persuasione [Cass. 13.12.1993, Di Falco, CED 196331] che si ponga, in relazione all’atto dispositivo compiuto, in un rapporto di causa ed effetto; l’abuso dello stato di vulnerabilità. L’abuso si verifica quando l’agente, ben conscio della vulnerabilità del soggetto passivo, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il suo fine ossia quello di procurare a sé o ad altri un profitto. 2. illogicità della motivazione in ordine allo stato di incapacità d’intendere e volere: la Corte territoriale, ha ritenuto che la sig.ra So., si trovasse nelle condizioni per essere circonvenuta, sulla base della seguente motivazione (pag. 2-3): “Quanto alla cartella clinica, rileva la Corte che, se in essa è stato annotato che la paziente aveva un atteggiamento ed un linguaggio nella norma, dandosi atto altresì del miglioramento avvenuto nel corso del ricovero, in forza del quale la paziente appare vigile, collaborante e risponde alle domande, deve rilevarsi altresì che l’atto documenta una situazione generale scaduta, con diagnosi di encefalopatia multinfartuale con insufficienza vascolare acuta, miocardioscelorosi ed anemia diseritropoietica multifattoriale, tanto che la paziente è impossibilitata alla deambulazione, le sollecitazioni alle quali risponde sono semplici (20/2/04) e non sempre presenti in quanto in alcune occasioni la paziente appare soporosa (diario clinico del 16/2/04) e l’anamnesi stessa viene raccolta con l’ausilio della badante. Appare quindi provata la presenza, a carico della p.o., di gravi patologie che ne compromettono in modo evidente le funzioni vitali, ella non cammina, per raccontare la propria storia clinica ha bisogno della badante, e la reattività di cui si parla nei motivi d’appello è limitata, come si legge testualmente sulla cartella clinica, alle sollecitazioni più semplici e comunque non è certamente tale da far ritenere superate le gravissime patologie della quali l’anziana era portatrice. Nulla peraltro si rinviene in atti che consenta di ritenere non regolare l’attività medica in essa documenta, essendo stata indicata sia la data che la descrizione dell’esito sia della visita neurologica che di quella del fisiatra (nella quale si parla di disorientamento spazio-temporale della paziente), entrambe complete della sottoscrizione dei due sanitari che vi hanno proceduto. Pertanto le perplessità, peraltro piuttosto fumose, delle testi K. e della I., sebbene si tratti di medici, non trovano riscontro negli atti”. La ricorrente, in questo grado di giudizio, come si è detto, ha sostenuto: a) che non vi fosse la prova dello stato d’incapacità della parte offesa; b) che alcuni testi avevano affermato che la So. era perfettamente capace d’intendere e volere; c) che le malattie evidenziate dalla Corte erano solo di natura fisica e quindi non incidenti sulla capacità intellettiva e volitiva. Orbene, la motivazione supra riportata per esteso, smentisce quanto affermato dalla ricorrente atteso che: a) la cartella clinica, redatta da medici ospedalieri in occasione del ricovero della parte offesa dall’8 al 24/02/2004, e, quindi, pochi mesi prima del decesso avvenuto nel luglio del 2004, attesta, come ha correttamente rilevato la Corte, una “situazione generale scaduta” che aveva compromesso non solo le funzioni fisiche (deambulazione) ma anche quelle intellettive e volitive come si desume agevolmente dalla circostanza che era stata diagnosticata una encefalopatia multinfartuale con insufficienza vascolare acuta che, notoriamente, indica non un semplice mal di testa – come ha impropriamente sostenuto la ricorrente cercando di minimizzare – ma la circostanza che la So. era stata colpita da multipli fatti ischemici (rectius: mancata irrorazione di sangue in più distretti encefalici) che le avevano causato un danno dell’encefalo con conseguente disturbo cognitivo come desumibile da quanto riportato nella stessa cartella clinica; b) non è vero che la Corte non aveva valutato e preso in esame le testimonianze favorevoli: al contrario, da quanto risulta testualmente dalla sentenza (pag. 4 quanto ai testi K. e I. e pag. 5, quanto ai testi R. , A. e P. ), le suddette testimonianze sono state prese in considerazione ma non giudicate tali da poter contraddire un quadro clinico e testimoniale che deponeva in senso diametralmente opposto (cfr pag. 5 – 6): sul punto la motivazione è ineccepibile sicché la doglianza della ricorrente, non avendo evidenziato vizi motivazionali di alcun genere (se non una inesistente omessa motivazione) va disattesa; c) infine, quanto alla circostanza secondo la quale non era stato chiarito se la So. fosse poco lucida perché sottoposta agli effetti dei farmaci che le facevano assumere, oppure perché era veramente incapace d’intendere e volere, va rilevato che si tratta di una questione che è stata ampiamente dibattuta in entrambi i gradi del giudizio di merito e la motivazione addotta sul punto dalla Corte territoriale (pag. 4 ss), a confutazione della medesima censura dedotta e reiterata in questo grado di giudizio, non si presta ad alcun rilievo, essendo logica, congrua ed aderente agli evidenziati elementi fattuali: la doglianza, quindi, va ritenuta nulla più che un tentativo di ottenere, in modo surrettizio, una nuova ma inammissibile valutazione del merito della vicenda. Si può, quindi, affermare che dalla sentenza impugnata emerge a tutto tondo lo stato di deficienza psichica della parte offesa e, quindi, deve ritenersi provato uno degli elementi costitutivi del reato. 3. OMESSA MOTIVAZIONE IN ORDINE ALL’INDUZIONE: Con il secondo motivo, la ricorrente ha molto insistito sulla mancata prova dell’elemento materiale dell’induzione. In punto di fatto, la Corte territoriale ha accertato che: - la sign.ra So. redasse il testamento olografo in data 11/07/2004 e cioè diciassette giorni prima del decesso; - la parte offesa, nel momento in cui compì il suddetto atto dispositivo, aveva novantacinque anni e, soprattutto, sia per condizioni fisiche che psichiche deteriorate, si trovava in uno stato di deficienza psichica (supra p.2); - la tesi difensiva secondo la quale la sign.ra So. temeva di essere abbandonata dai nipoti – e, quindi, di aver redatto un testamento a favore della badante per far loro un “dispetto” o comunque punirli per il disinteresse manifestato nei suoi confronti – doveva ritenersi infondato sulla base “delle deposizioni dei vicini e dei portieri che smentiscono che i nipoti avessero abbandonato la loro congiunta” (pag. 5 sentenza impugnata); - la possessività che la parte offesa nutriva nei confronti dell’imputata, era spiegabile, sulla base della testimonianza del teste D.S., non come manifestazione di affetto ma come l’atteggiamento tipico che una persona autoritaria (come veniva descritta la So.) mostrava nei confronti di un subalterno (l’imputata) sicché la suddetta testimonianza doveva essere interpretata “in modo inequivocabile (come) l’assenza di qualsiasi intendimento da parte della parte offesa di beneficiare la badante in luogo dei congiunti” (pag. 6 sentenza). Alla stregua dei suddetti fatti, la Corte, quanto al requisito dell’induzione, ha quindi, così concluso: “Rimane invece la peculiare condotta di una persona di 95 anni che, a diciassette giorni dalla morte, scrive con notevolissime difficoltà evidenti dal testo, un testamento quasi illeggibile a favore di un’estranea rispetto ai propri familiari, estranea da lei considerata subalterna, come descrive il teste D.S. Tale condotta, in una persona non più in grado di autodeterminarsi, per età, avanzatissima, e condizioni di salute, gravissime, si spiega solo in chiave accusatoria, e cioè con un’attività dell’imputato che è intervenuta in proprio favore sulla condotta della p.o., necessariamente acritica. Ritiene infatti sul punto la giurisprudenza che non occorra al fine della configurabilità del reato in contestazione, una condotta tipica o specifica dell’autore del fatto, bastando, ai fini della sussistenza dell’elemento dell’induzione, che la proposta al compimento dell’atto provenga dal colpevole ed è sufficiente che questi abbia rafforzato, profittando delle menomate condizioni psichiche del soggetto passivo, una decisione pregiudizievole dal medesimo già adottata” (pag. 6). La suddetta motivazione non si presta alla censura dedotta dalla ricorrente in questa sede perché la Corte ha evidenziato una serie di elementi fattuali che, letti e valutati unitariamente, sono idonei a far ritenere provata l’induzione attraverso un procedimento di natura presuntiva così come ritenuto dalla costante giurisprudenza di questa Corte secondo la quale nelle ipotesi in cui parte offesa del delitto di cui all’art. 643 c.p., sia una persona affetta da una grave forma di deficienza psichica (anche a causa dell’età avanzata) che la privi gravemente della capacità di discernimento e di autodeterminazione, e il soggetto attivo non abbia nei suoi confronti alcun particolare legame di natura parentale, affettivo o amicale, l’induzione può essere desunta in via presuntiva potendo consistere anche in un qualsiasi comportamento o attività da parte dell’agente (come ad es. una semplice richiesta) alla quale la vittima, per le sue minorate condizioni, non sia capace di opporsi e la porti, quindi, a compiere, su indicazione dell’agente, atti che, privi di alcuna causale, in condizioni normali non avrebbe compiuto e che siano a sé pregiudizievoli e a lui favorevoli: in terminis Cass. 18583/2009 Rv. 244546; Cass. sez II, udienza 26/05/2009, Voglino; Cass. 4816/2010 Rv. 246279. 4. In conclusione, l’impugnazione deve rigettarsi con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali. Nulla per le spese a favore della costituita parte civile non avendo la medesima depositato la nota spese.
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Sentenza 
 art. 81
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 Cass. 
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