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Si può uscire dall euro? Pietro Manzini Gli Eurobond secondo la Commissione Angelo Baglioni
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1 Si può uscire dall euro? Pietro Manzini Gli Eurobond secondo la Commissione Angelo Baglioni Bce: cosa può fare e cosa no Gianluigi Tosato Frau Merkel e gli interessi tedeschi Rony Hamaui Ma la disciplina tedesca non è tutto Paolo Manasse Istituti di credito, qui ci vuole capitale fresco Salvatore Bragantini Come funziona il fiscal compact Giuseppe Pisauro Segnali di una nuova democrazia europea Antonio Padoa Schioppa Perché l euro rimanga Franco Bruni La democrazia e il fiscal compact Francesco Daveri Il limite di aver dimenticato Hume Michael Burda Euro, ultima chiamata CarloMagno * La federazione necessaria Massimo Bordignon Mai più salvataggi Tito Boeri Il cuore del problema: l unione fiscale Tommaso Monacelli La nuova Banca centrale europea Francesco Vella Come eleggere un vero Presidente europeo Pietro Manzini Così l Europa regola le agenzie di rating Andrea Resti L euro, un imputato innocente Livio Stracca maggio 20132 Si può uscire dall euro? Pietro Manzini Un paese può uscire legalmente dall'euro? L'opinione dominante è che non sia possibile senza una modifica dei Trattati. In realtà, vanno esaminate tre differenti ipotesi. L'estromissione di uno Stato dalla moneta unica o dalla Unione Europea sembra giuridicamente impossibile, mentre l'uscita del blocco dei virtuosi è ammissibile, ma costituzionalmente rivoluzionaria. Il recesso volontario dei paesi in default non è previsto, ma non trova ostacoli giuridici insormontabili. E i partner europei potrebbero suggerirlo come soluzione obbligata ai paesi in default. L opinione dominante è che senza una modifica dei Trattati non si possa legalmente uscire dall euro. In realtà il problema richiede una risposta più articolata e impone di esaminare almeno tre differenti ipotesi: a) l espulsione dall euro di uno o più paesi in default; b) il recesso volontario di questi stessi paesi; c) l abbandono volontario dell euro da parte dei paesi virtuosi per costituire un super euro. ESPULSIONE DEI PAESI IN DEFAULT Si tratta senz altro dell ipotesi più irrealistica. L espulsione di uno Stato non è contemplata in nessun caso dai Trattati europei, né per quanto riguarda l appartenenza all Unione né per quanto attiene l adesione all euro. Una simile eventualità appare inoltre del tutto estranea al sistema. L Unione infatti possiede regole che disciplinano le conseguenze della violazione dei Trattati (intervento della Commissione e della Corte di giustizia). Tutte queste regole sono orientate a far sì che lo Stato rientri dell alveo della legalità europea e non a estrometterlo dall Europa. Peraltro, in relazione allo specifico problema dell eccesso di disavanzo pubblico rispetto al Pil, l articolo 126 Tfue stabilisce espressamente che la Commissione o gli altri Stati membri non possono adire le vie giudiziarie normalmente esperibili contro le infrazioni dei Trattati, dovendosi invece obbligatoriamente perseguire una soluzione politica elaborata in seno al Consiglio. (1) Quest ultimo può giungere a intimare allo Stato membro di prendere le misure necessarie per correggere la situazione, ma non può obbligarlo a lasciare l euro. Dunque non appare configurabile nessuna espulsione forzata di uno Stato in default, né attraverso un ricorso alla Corte, né con una deliberazione politica da parte degli altri Stati membri. RECESSO VOLONTARIO DEI PAESI IN DEFAULT Il Trattato Unione Europea, all articolo 50, prevede che ogni Stato membro possa decidere di recedere dall Unione. Si tratta di una decisione sostanzialmente incondizionata: lo Stato non deve spiegare perché intende uscire o dimostrare di trovarsi nella necessità di uscire dall Unione. Il recesso dai Trattati europei è un atto di sovranità che ciascuno Stato può prendere conformemente alle sue regole costituzionali. L articolo 50 prevede che si possa uscire dall Unione e la lettura che comunemente è stata data della norma è che non sia utilizzabile per uscire solo da un pezzo dell Unione, ossia dall euro: o si esce completamente dalla casa europea o se ne rimane completamente all interno. Altre disposizioni dei Trattati sembrano collegare l appartenenza all Unione con quella all euro in maniera definitiva. Ad esempio l articolo 3 Tue dichiara che l Unione istituisce un unione economica e monetaria la cui moneta è l euro, mentre l articolo 140 Tfue stabilisce che, al momento dell accesso di uno Stato nell euro, il tasso al quale l euro subentra alla moneta nazionale è fissato irrevocabilmente. Tuttavia, a ben vedere l articolo 50 non è un ostacolo giuridico insormontabile all uscita dall euro, mantenendo contemporaneamente l appartenenza all Unione. Anzitutto, prevedendo la possibilità di3 recesso dall Unione, non vieta esplicitamente il recesso solo dall euro; in effetti, al riguardo, l'articolo semplicemente tace. In secondo luogo, una norma che ammette la possibilità di recedere dall intero blocco degli obblighi europei potrebbe essere interpretata nel senso di consentire anche la possibilità di recedere da una parte soltanto di questi obblighi: qui peut le plus peut le moins. Infine, la permanenza nell Unione sia di Stati che ancora non hanno i requisiti per far parte dell euro sia di Stati che, pur avendone i requisiti, non hanno la volontà politica di aderirvi, dimostra che l appartenenza all Unione non è costituzionalmente legata all adesione alla moneta unica. (2) Pertanto, il recesso volontario dall euro di alcuni Stati in default (o a rischio default), sebbene non esplicitamente previsto, non è giuridicamente inimmaginabile. RECESSO VOLONTARIO DEI PAESI VIRTUOSI Una terza ipotesi è quella che, di fronte all impossibilità di estromettere gli Stati a rischio default, gli altri Stati decidano di lasciare l area euro per dotarsi di una nuova moneta di più sicura stabilità. Anche questa ipotesi non è del tutto inconcepibile dal punto di vista giuridico, ma appare assai meno compatibile con l odierna struttura costituzionale europea rispetto a quella precedente. L articolo 3 Tue prevede che la moneta dell Unione sia l euro; dunque contempla che vi sia una sola moneta (e non due) e tale sia quella attualmente in circolazione. Inoltre, l articolo 50 appare redatto per il caso di un recesso individuale o di un numero limitato di paesi e non per l ipotesi di un uscita di un intero blocco di Stati membri. Tuttavia, se si ammette che sulla base di tale norma i paesi in default possano abbandonare l euro, sembra difficile ritenere che tale opzione non sia aperta anche ai paesi virtuosi. Non è nemmeno da escludere che questi ultimi, ritenendo che il loro recesso sia motivato dal mancato rispetto da parte di altri Stati dei vincoli posti dai Trattati europei, invochino - conformemente al diritto internazionale - la violazione di tali Trattati come motivo per sciogliersi dagli impegni relativi alla moneta unica. Pertanto: se l estromissione di uno Stato dall euro (o dalla Unione Europea) sembra giuridicamente impossibile e l uscita dall euro del blocco degli Stati virtuosi un ipotesi ammissibile, ma costituzionalmente rivoluzionaria, il recesso volontario dall euro dei paesi in default, per quanto non previsto, non trova ostacoli giuridici insormontabili. È meglio saperlo nel caso in cui il recesso volontario venga suggerito dai partner europei come una soluzione obbligata. (1) Dopo l entrata in vigore del trattato di Lisbona (1 dicembre 2009) i trattati sui cui si fonda l Unione sono il Trattato sull Unione Europea (Tue) e il Trattato sul funzionamento dell Unione Europea (Tfue). (2) L articolo 140 Tfue disciplina la procedura di accesso all euro per quegli Stati che ancora non ne sono parti. Il Regno Unito e la Danimarca possono mantenersi fuori dall area euro indefinitamente (vedi Protocolli 15 e 16).4 Gli Eurobond secondo la Commissione Angelo Baglioni La Commissione europea propone diverse ricette per gli eurobond. Meglio quella che prevede una sostituzione parziale del debito con garanzia congiunta da parte degli stati dell area euro. Il trasferimento di sovranità fiscale proposto dalla Commissione è solo burocratico; occorre una maggiore legittimazione politica. Intanto comincia a crollare il mito della Bundesbank, costretta a comprare il debito tedesco. Nel Libro verde presentato il 23 novembre, la Commissione prende una posizione sostanzialmente favorevole all introduzione degli Eurobond, quale strumento per la gestione ordinaria del debito pubblico dei paesi dell area euro. Le finalità dello strumento sono: stabilizzare il mercato del debito sovrano in Europa (per questo la Commissione li chiama Stability bonds ) e consentire una riduzione del costo del finanziamento agli stati membri, in particolare a quelli che oggi sono più esposti alla bufera dei mercati. TRE OPZIONI Il documento della Commissione è prudente, e non si sbilancia a favore di una specifica modalità di realizzazione degli Eurobond; si limita piuttosto ad illustrare i pro e i contro di tre diverse versioni, che possiamo sintetizzare come segue. (1) Sostituzione completa dei debiti nazionali e garanzia congiunta. I debiti pubblici nazionali verrebbero sostituiti completamente dagli Eurobond, anche se la sostituzione potrebbe essere graduale nel tempo. Gli stati sarebbero garanti in solido di tutti gli Eurobond emessi: se uno stato non è in grado di ripagare la sua parte di debito, ne rispondono gli altri. (2) Sostituzione parziale dei debiti nazionali e garanzia congiunta. I debiti pubblici nazionali verrebbero sostituiti solo in parte dagli Eurobond: oltre un certo limite, gli stati dovrebbero continuare a finanziarsi con titoli nazionali. La garanzia sugli eurobond sarebbe in solido, come nel caso precedente. (3) Sostituzione parziale dei debiti nazionali e garanzie separate. La garanzia sugli eurobond, che sostituirebbero solo in parte i debiti pubblici nazionali, sarebbe pro-rata: ogni stato garantisce solo una quota prestabilita di emissioni. Nella visione della Commissione, le tre versioni degli Eurobond presentano un grado decrescente di solidarietà tra i paesi membri, e quindi un grado decrescente di vantaggi per i paesi ad alto debito, in termini di stabilizzazione del mercato dei titoli e di riduzione dell onere di interessi. Tuttavia, le prime due opzioni richiederebbero una revisione dei Trattati Ue, perché violerebbero la clausola di no bail out ; ciò non sarebbe necessario per la terza opzione, che quindi sarebbe più agevolmente percorribile nel breve termine. LA SECONDA È LA MIGLIORE A ben vedere, ci sono buoni motivi per ritenere che la seconda versione sia quella che porterebbe i maggiori vantaggi. La sostituzione parziale dei debiti è un elemento essenziale del progetto: porre un limite (in percentuale del Pil) all emissione di eurobond, unitamente al riconoscimento della seniority a loro favore (sarebbero rimborsati prima dei titoli nazionali in caso di insolvenza), consentirebbe di risolvere il tipico problema di moral hazard che si crea quando si socializzano i debiti. Infatti il costo marginale del debito (quello pagato sui titoli nazionali) salirebbe rispetto ai livelli attuali, introducendo un incentivo a limitare l indebitamento del settore pubblico.5 D altra parte, una garanzia pro-rata sarebbe poco utile: se ogni paese garantisce solo la sua quota di Eurobond, si perde lo scopo dell operazione. La riduzione dei tassi d interesse avviene solo se i paesi ad alto debito usufruiscono in qualche modo del merito di credito di quelli a basso debito; ma per avere questo risultato bisogna che i secondi siano disposti a rispondere dei debiti dei primi. Occorre quindi una responsabilità congiunta. Il costo atteso di questa garanzia, per i contribuenti dei paesi più solidi, può essere limitato in diversi modi, che la stessa Commissione prende in considerazione: oltre al limite e alla seniority menzionati prima, i paesi meno affidabili potrebbero essere chiamati a versare una garanzia collaterale in cash (come già suggerito in un precedente articolo). Se ognuno garantisce solo per sé, l unico guadagno possibile dell operazione eurobond è la maggiore liquidità del mercato di questi titoli rispetto a quelli nazionali, ma questa è assai difficile da quantificare (1). NON SOLO BUROCRAZIA, PLEASE La Commissione si rende conto che l introduzione degli eurobond, particolarmente nelle prime due versioni, richiede un maggiore grado di integrazione e coordinamento fiscale tra i paesi membri della zona euro. Per questo motivo il libro verde contiene una serie di proposte per rafforzare il contesto di politica fiscale ( fiscal framework ) in cui inserire gli Eurobond. Peccato che nella visione della Commissione questo rafforzamento consista solo in una serie di procedure, vincoli e poteri intrusivi di controllo da parte della Ue a carico dei paesi membri, soprattutto di quelli ad alto debito (2). Emerge una visione burocratica dell Europa, che affida sempre più potere ad un organismo essenzialmente tecnico quale la Commissione. È chiaro che questo è il modo migliore per fare odiare l Europa ai cittadini europei. Il trasferimento di sovranità fiscale, necessario per fare sopravvivere l euro e per introdurre gli Eurobond, dovrebbe invece avvenire attraverso istituzioni con maggiore legittimità democratica: ad esempio, il Parlamento europeo o una Commissione di cui almeno il Presidente sia eletto dal popolo. A questo proposito, sarebbe interessante sapere cosa intende esattamente la signora Merkel quando invoca una maggiore integrazione politica in Europa. LA BUNDESBANK SI COMPRA IL DEBITO TEDESCO Nel frattempo, la tempesta finanziaria non risparmia neanche la virtuosa Germania. Per la terza volta un asta di titoli pubblici tedeschi non riesce a raccogliere sul mercato il quantitativo prefissato. Nell asta del 23 novembre, i partecipanti all asta hanno comprato meno del 60 per cento della quantità offerta (3.5 miliardi su 6). Forse questo è un segno che il flight to quality, che finora ha consentito allo stato tedesco di finanziarsi a tassi bassissimi (attorno al 2 per cento sulla scadenza decennale) sta per finire: qualcuno sui mercati si sta rendendo conto che l eventuale fine dell euro non sarebbe una passeggiata neppure per la Germania? Di sicuro c è che in questa situazione la Bundesbank, nota custode dell ortodossia teutonica, si comporta in modo disinvolto, comprando i titoli rimasti invenduti in asta. La banca centrale tedesca dovrebbe almeno spiegarci come questo comportamento sia compatibile con lo Statuto del sistema europeo di banche centrali, che vieta espressamente al Sebc il finanziamento diretto del settore pubblico, ovverosia l acquisto di titoli pubblici sul mercato primario e la concessione di linee di credito. Ma forse il rigore vale solo per gli altri? (1) Non a caso, la Commissione non considera l opzione della sostituzione completa dei debiti nazionali con garanzie separate, riconoscendo che questa versione sarebbe in sostanza equivalente alla situazione attuale. (2) A questo proposito il libro verde parla, fra l altro, di extensive intrusive power at EU level in cases of severe financial distress (pag.22).6 Bce: cosa può fare e cosa no Gian Luigi Tosato Con le acquisizioni di debito sovrano degli Stati in crisi, la Bce esula dal mandato affidatole dai Trattati europei? La sua missione principale è la stabilità dei prezzi, che presuppone necessariamente la stabilità monetaria. Ma gli acquisti rappresentano anche un aiuto agli Stati in difficoltà, che non rientra tra i compiti della Banca centrale. Tuttavia, la salvaguardia dell'euro è un'esigenza prioritaria che giustifica gli interventi della Bce in qualità di prestatore di ultima istanza. Purché siano rispettate precise condizioni. Perché la Bce non è comunque la Fed. A quanti sostengono che non si esce dall attuale crisi dell euro se la Bce non assume il ruolo di prestatore di ultima istanza, gli oppositori rispondono che questa soluzione è sbagliata sul piano economico e contraria alle norme dei Trattati in essere. Da giurista, vorrei formulare qualche riflessione sull obiezione di legalità. ACQUISTI DISCUSSI A partire dal varo del Securities Markets Programme (14 maggio 2010), la Bce sta acquistando debito sovrano sul mercato secondario. Per la Bce questi interventi sono in linea con la sua missione di assicurare la stabilità dei prezzi; mirano a rimediare a disfunzioni del mercato che impediscono una regolare trasmissione della sua politica monetaria all economia reale. Qualsiasi equiparazione con le misure di quantitative easing della Fed sarebbe peraltro da escludere, perché la Bce provvede a sterilizzare la liquidità immessa nel sistema e non si ha dunque creazione di nuova massa monetaria. Ma sono in molti, specie sul fronte tedesco, a non essere d accordo. Le misure si sostiene sono destinate a creare inflazione per via della immissione di liquidità e ciò in conflitto con le prescrizioni del Trattato. Inoltre, le perdite sui titoli acquisiti richiederanno la ricostituzione del capitale della Bce da parte degli Stati partecipanti e, dunque, il trasferimento a loro carico dei debiti degli Stati in crisi. Il che si ritiene incompatibile con la clausola di no bail-out (articolo 125 Tfue). Queste argomentazioni non convincono pienamente. Il nesso con la politica monetaria a cui si richiama la Bce indubbiamente esiste, ma sembra secondario rispetto agli effetti degli acquisti di debito pubblico sulle finanze dei paesi interessati. E d altra parte, la sterilizzazione della liquidità immessa nel mercato, che varrebbe a differenziare la Bce dalla Fed, non è senza limiti e sfasamenti temporali. Tuttavia, nemmeno convince l argomento dell inflazione, invocato dagli oppositori. A tutt oggi il rischio inflazione non si è materializzato e, a quanto sembra, c è spazio ancora per rilevanti interventi della Bce; senza contare che la stabilità dei prezzi richiesta dal Trattato è volta a prevenire anche fenomeni di deflazione, per nulla da escludere in un contesto di economia recessiva o stagnante. Quanto poi al trasferimento di debiti da taluni ad altri Stati membri, a causa di perdite della Bce, mi pare allo stato un pericolo eventuale e remoto, non tale da giustificare un giudizio di illegalità. In definitiva, la Bce pretende che i suoi interventi siano dettati unicamente da ragioni di politica monetaria, anche se le cose non stanno propriamente così. E gli oppositori lamentano che la Bce fuoriesce dal suo mandato, ma in punto di fatto ne tollerano gli interventi. LE DUE FACCE DELL'INTERVENTO A ben vedere, nelle attuali circostanze le acquisizioni di debito sovrano presentano due facce, tra di loro inscindibili: l aiuto agli Stati in difficoltà da una parte, la stabilità del sistema euro dall altra. Che la Bce abbia titolo per intervenire a difesa del sistema euro non è dubitabile. È vero che questa7 competenza non le è espressamente conferita e che nel diritto Unione Europea vale il principio di attribuzione (articolo 5 Tue). Ma anche la temutissima Corte costituzionale tedesca ammette il ricorso ai criteri dell effetto utile e dei poteri impliciti per l interpretazione delle norme europee (sentenza Lisbona, paragrafi 237 e 242). Ora è certo che la stabilità dei prezzi, missione principale della Bce, presuppone necessariamente la stabilità monetaria. Più in generale, la sopravvivenza del sistema euro costituisce l indispensabile premessa di qualsiasi azione della Bce, per cui non esiste al riguardo un problema di competenza. Ma c è l altro versante degli acquisti di debito sovrano, quello dell aiuto agli Stati in crisi. La materia, se presa isolatamente, non rientra fra i compiti della Bce. Spetta ad altre istituzioni dell Unione intervenire, pur nei limiti stabiliti dal Trattato. Questo non vuol dire, tuttavia, che le misure in discorso siano illegittime. Sarebbe paradossale che la difesa dell euro fosse ammessa se rivolta al sistema bancario, del che non si discute, e risultasse viceversa preclusa se ne fossero beneficiari gli Stati. La salvaguardia dell euro costituisce, in ogni caso, un esigenza prioritaria che giustifica la Bce a sconfinare dalle sue normali attribuzioni e intervenire in qualità di prestatore di ultima istanza. L azione della Bce è tuttavia soggetta a precise condizioni. Deve essere veramente in gioco la stabilità dell euro, senza che esistano altri rimedi disponibili. Ed è, purtroppo, la situazione attuale. Inoltre, gli acquisti di debito sovrano devono contenersi nei limiti quantitativi e temporali strettamente necessari, attuarsi nel mercato secondario (quello primario è precluso dall articolo 123 Tfue) o, se possibile, tramite i fondi di salvataggio (Efsm, Efsf). Infine devono essere subordinati al rispetto dei programmi di risanamento finanziario dettati per lo Stato coinvolto. Quest ultima condizione è di particolare importanza. La stabilità monetaria costituisce sì un interesse primario; ma va contemperato con l esigenza, ugualmente fondamentale (articoli 122, 123 e 125 Tfue), di non sottrarre alle loro responsabilità gli Stati che non rispettano la disciplina di bilancio. Non eccede dunque dal suo mandato la Bce se agisce come prestatore di ultima istanza nei confronti di Stati membri in crisi, purché ciò avvenga nei limiti ora indicati. Ed è proprio questo che la differenzia pur sempre dalla Fed, che non è soggetta a limiti analoghi. Si fa un gran parlare in questi giorni di revisione dei vigenti Trattati. Non sembra che le modifiche in discussione siano destinate a coinvolgere anche la Bce. Ma se così fosse, pare a me che si tratterebbe solo di rendere più esplicito quello che è già possibile ricavare in via di interpretazione dall attuale sistema normativo.8 Frau Merkel e gli interessi tedeschi Rony Hamaui Nei dodici anni di vita dell'euro, la Germania ha guadagnato competitività in termini di prezzi al consumo e di costi unitari del lavoro rispetto agli altri paesi dell'area. L'enorme crescita dei differenziali dei tassi d'interesse tra i paesi dell'eurozona ha accresciuto il costo del debito pubblico e privato dei paesi deboli e ridotto quello della Germania. Ecco perché i tedeschi sono così contrari agli Eurobond e a un ruolo diverso della Bce. Finché i costi economici e politici della rottura dell'intera costruzione europea non verranno valutati eccessivi. Sono state date molte spiegazioni della ferma opposizione tedesca alle proposte di emissioni di Eurobond e soprattutto a che la Bce svolga il ruolo di prestatore di ultima istanza, seppure con un forte impegno dei paesi in crisi a mettere ordine alle loro finanze pubbliche. Fra queste ragioni ricordiamo: a) la necessità di evitare problemi di moral hazard, poiché tali paesi avrebbero un forte incentivo a non realizzare i correttivi necessari; b) l ossessione tedesca per la stabilità monetaria, retaggio della loro storia; c) la cultura del rispetto delle regole insite nella cultura protestante; (1) d) l assenza di leadership politica o peggio, e) l opportunismo della signora Merkel che con questo comportamento accresce la sua probabilità di essere rieletta alle prossime elezioni del (2) LA COMPETITIVITÀ TEDESCA AI TEMPI DELL'EURO Benché ognuna di queste spiegazioni contenga una certa dose di ragionevolezza, nessuna sembra del tutto sufficiente a giustificare completamente l attuale situazione. Forse conviene allora partire da una banale analisi di costi-benefici degli effetti che tali proposte potrebbero produrre. Prima di fare questo è bene tuttavia partire da alcuni fatti. Nei dodici anni di vita dell euro, la Germania ha guadagnato circa il 9 per cento di competitività in termini di prezzi al consumo e quasi il 17 per cento in termini di costi unitari del lavoro, rispetto agli altri paesi dell area euro. Nello stesso periodo, l Italia ha perso circa l 1,5 per cento di competitività in termini di prezzi al consumo e il 9 per cento in termini di costi unitari del lavoro. Percentuali anche superiori si osservano in Spagna, Portogallo e soprattutto in Grecia. (3) La crisi finanziaria dell ultimo anno non ha fatto altro che aumentare il vantaggio competitivo dell economia tedesca, giacché l enorme crescita dei differenziali dei tassi d interesse tra i paesi dell eurozona ha accresciuto il costo del debito pubblico e privato dei paesi deboli e ridotto quello della Germania. In altre parole, oggi banche, imprese, famiglie e Stato tedesco si trovano in una situazione di straordinario vantaggio nel finanziare consumi e investimenti. È evidente che gli elettori tedeschi hanno l interesse a mantenere i vantaggi conquistati con fatica e quindi a ostacolare qualsiasi politica che li possa rapidamente erodere. Ovviamente l emissione di eurobond riduce il vantaggio finanziario dell economia tedesca, mentre una politica estremamente lasca della banca centrale e il conseguente possibile aumento nel lungo periodo dei prezzi potrebbe facilitare il processo di convergenza degli indicatori di competitività. Infatti, se tale convergenza avvenisse solo attraverso politiche deflattive dei paesi deboli, cosa che sta puntualmente avvenendo, sarebbe molto più lunga e dolorosa per loro. Ecco perché i tedeschi sono così contrari agli Eurobond e a un diverso ruolo della Bce in termini di prestatore di ultima istanza. Ovviamente, vogliono anche evitare che il giocattolo si rompa. Da qui il varo dei diversi fondi salva Stato (prima l'efsf e l'efsm e dal 2013 l'esm), il tentativo di9 coinvolgere il Fondo monetario internazionale e le proposte di revisione dei Trattati che ridiano credibilità al sistema. VANTAGGI ANCHE DALL'EUROMARCO È bene per altro ricordare che anche in caso di uscita di alcuni paesi dall euro, e quindi di forte rivalutazione dell euromarco, l industria tedesca potrebbe non risultare troppo danneggiata, dato il forte processo di globalizzazione osservato sia dal lato delle produzione che delle vendite. Ad esempio, oggi molte autovetture tedesche sono prodotte all estero o incorporano molti componenti esteri e comunque sono vendute fuori dall Europa. Inoltre, la rivalutazione dell euromarco equivarrebbe a un aumento della ricchezza e del potere d acquisto per ampi strati nella popolazione non direttamente coinvolti nella produzione di beni tradable. Si pensi al tipico pensionato o lavoratore pubblico che viene in vacanza in Italia o acquista beni cinesi. Infine, è utile ricordare che i tedeschi a lungo si opposero alla creazione della moneta unica, fortemente voluta da Francia, Italia e Spagna. Solo dopo forti concessioni di termini di indipendenza della futura Banca centrale, fissazione di un unico obbiettivo in termini d inflazione, divieto di finanziare i debiti pubblici, firma del Patto di stabilità e crescita e sede a Francoforte accettarono di rinunciare all amato marco e alla Bundesbank. In conclusione, seppure la cultura protestante o l ossessione per la stabilità tedesca possono giocare un ruolo nelle scelte della cancelliera Merkel, è ragionevole ritenere che gli interessi del paese siano allineati con le posizioni politiche del suo leader. Questo fino a quando i costi economici e politici della rottura dell intera costruzione europea non verranno valutati eccessivi. (1) Luigi Guiso e Hlios Herera, Il Sole-24Ore, 3 novembre (2) Francesco Caselli, Il Sole-24Ore, 26 ottobre (3) Fonte, Bce, Harmonised competitiveness indicators.10 Ma la disciplina tedesca non è tutto Paolo Manasse Le conclusioni del Consiglio europeo, fatte proprie dai paesi dell'unione con l'eccezione della Gran Bretagna, rappresentano la vittoria delle posizioni tedesche e segnano una linea di continuità rispetto al rafforzamento del Patto di stabilità e crescita, sancito nel cosiddetto patto EuroPlus. Il presupposto è che la crisi europea del debito nasca dalla mancanza di disciplina fiscale e che per uscirne sia necessario prevenire i disavanzi e rafforzare le sanzioni contro i paesi indisciplinati. Si tratta di un'analisi grossolana che avrà effetti recessivi sulla zona dell'euro. Le conclusioni del Consiglio europeo del 9 dicembre, fatte proprie dai paesi dell Unione con l eccezione della Gran Bretagna, rappresentano la vittoria delle posizioni tedesche e segnano una linea di continuità rispetto al rafforzamento del Patto di stabilità e crescita, sancito nel cosiddetto patto EuroPlus. Presupposto è l idea che la crisi europea del debito nasca dalla mancanza di disciplina fiscale e che per uscirne sia dunque necessario prevenire i disavanzi e rafforzare le sanzioni contro i paesi indisciplinati. Si tratta di un analisi piuttosto grossolana che avrà effetti recessivi sulla zona dell euro. Vediamo in sintesi le principali novità introdotte. RAFFORZAMENTO DELLA DISCIPLINA DI BILANCIO Cattiva idea il rafforzamento della disciplina di bilancio con abbassamento della soglia per i deficit eccessivi dal 3 allo 0,5 per cento del Pil. I problemi europei, Grecia a parte, non nascono da deficit eccessivi, ma dalla persistente asimmetria dei tassi di crescita della produttività e dai conseguenti divari di competitività tra "nord" e "sud". I disavanzi eccessivi sono il risultato della recessione internazionale, come i casi di Spagna e Irlanda, campioni del rigore fino al , illustrano chiaramente. È vero che i vincoli europei si sono rivelati inefficaci, ma questo non dipende dal fatto che il limite del rapporto deficit-pil al 3 per cento sia troppo elevato. Sarebbe come voler ridurre a 100 km/h il limite di velocità in autostrada perché quello di 130 km/h viene sistematicamente ignorato dagli automobilisti. Ridurre il limite del deficit consentito a tutti provocherà un bias deflazionistico molto pericoloso a livello europeo, proprio perché, come sta avvenendo in Grecia, i tagli di bilancio innescano la spirale recessione-deficit-nuovi tagli-recessione, soprattutto se venissero realizzati simultaneamente da tutti i paesi. Il problema invece è come far sì che paesi diversi per la situazione dei conti e del ciclo economico abbiano politiche di bilancio differenziate, in modo da accelerarne la convergenza e salvaguardando la sostenibilità del debito. In particolare, mancano nelle nuove proposte i necessari incentivi affinché durante le fasi di espansione vengano messe in atto politiche di riduzione del debito che compensino la possibilità di fare disavanzi nelle fasi recessive, senza produrre una crescita del rapporto debito-pil nel medio termine. Una proposta che va in questa direzione (e che ho discusso al Parlamento europeo l anno scorso) è quella dei "punti della patente": si guadagnano punti con avanzi di bilancio, che i paesi dovrebbero accumulare durante le fasi di espansione, e si perdono punti spendendoli con disavanzi (si veda qui e qui ). Quando si finiscono i punti, scattano le sanzioni. IL CRITERIO DEL DEBITO Cattiva idea. La proposta della Commissione Europea è quella di inserire tra i parametri di disciplina anche il rapporto debito-pil, in modo che le politiche di bilancio lo facciano convergere all obiettivo del 60 per cento. I tagli di bilancio dovrebbero essere proporzionali alla distanza del rapporto dall obiettivo. La proposta soffre del solito difetto di volere risolvere problemi diversi con la stessa medicina per tutti, seppur in diversi dosi. Solo Lussemburgo, Slovacchia e Slovenia hanno Vedere altro
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