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Timestamp: 2019-10-19 04:49:31+00:00

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﻿ FORLI CESENA RAVENNA MORTE TRASPORTATO RISARCIMENTO Circolazione stradale, assicurazione obbligatoria, proprietario trasportato, danno
da Avv. Sergio Armaroli | Ott 10, 2019 | ASSISTENZA INCIDENTI MORTALI, AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA FORLI RAVENNA CESENA, News | 0 commenti
In tema di assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (sentenza 1° dicembre 2011, Churchill Insurance/Wilkinson), secondo il principio solidaristico “vulneratus ante omnia reficiendus”, il proprietario trasportato ha diritto, nei confronti del suo assicuratore, al risarcimento del danno alla persona causato dalla circolazione non illegale del mezzo, essendo irrilevante ogni vicenda normativa interna e nullo ogni patto che condizioni la copertura del trasportato all’identità del conducente (“clausola di guida esclusiva”).
A fronte della morte di un trasportato,
quindi, nessuna assicurazione può invocare, per ritardare il risarcimento, l’eventuale incertezza nella ricostruzione della dinamica del sinistro: in simili ipotesi, infatti, la morte di una persona trasportata, aggrava, invece che attenuare, la responsabilità dell’assicuratore in caso di ritardato adempimento, posto che quanto più sia problematica la ricostruzione della dinamica di fatti, tanto più sarà presumibile che difficilmente le parti coinvolte nel sinistro riusciranno a vincere la presunzione di corresponsabilità posta a loro carico dall’art. 2054 c.c., comma 2.
ha avvertito l’insopprimibile esigenza di non lasciare priva di ristoro la lesione di valori costituzionalmente garantiti, dei diritti inviolabili e dei diritti fondamentali della persona, in particolare i diritti all’integrita’ psico-fisica e alla salute, all’onore e alla reputazione, all’integrita’ familiare (v. Cass., 31/5/2003, n. 8827 e Cass., 31/5/2003, n. 8828; Corte Cost., 14/7/1986, n. 184. V. altresi’ Cass., 7/11/2003, n. 16716; Cass., 14/6/2007, n. 13953), allo svolgimento della personalita’ e alla dignita’ umana.
La non patrimonialita’ ‘ per non avere il bene persona un prezzo
‘ del diritto leso, che va tenuta distinta dalla natura patrimoniale o non patrimoniale del danno, comporta che, diversamente da quello patrimoniale, del danno non patrimoniale il ristoro pecuniario non puo’ mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, imponendosene pertanto la valutazione equitativa (V. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972, cit.; Cass., 31/5/2003, n. 8828. E gia’ Cass., 5/4/1963, n. 872. Cfr. altresi’ Cass., 10/6/1987, n. 5063; Cass., l/4/1980, n. 2112; Cass., 11/7/1977, n. 3106).
Nell’operare la ricostruzione del sistema dei danni con indicazione delle ‘regole generali della tutela risarcitoria non patrimoniale’ alla stregua di una lettura costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 c.c. (cfr. Corte Cost., 11/7/2003, n. 233), costituente principio informatore della materia, fondamentale rilievo le Sezioni Unite del 2008 hanno assegnato al principio della integrante del risarcimento, sottolineando la necessita’ che si pervenga a ‘ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre’ (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).
Le Sezioni Unite del 2008
hanno inteso il danno morale quale patema d’animo o sofferenza interiore o perturbamento psichico, di natura meramente emotiva e interiore (danno morale soggettivo), a tale stregua recependo la relativa tradizionale concezione affermatasi in dottrina e consolidatasi in giurisprudenza (in precedenza volta a limitare la risarcibilita’ del danno non patrimoniale alla sola ipotesi di ricorrenza di una fattispecie integrante reato).
In epoca successiva alle sentenze delle Sezioni Unite del 2008,
il danno morale e’ stato dal legislatore definito quale ‘sofferenza e turbamento dello stato d’animo, oltre che della lesione alla dignita’ della persona’ Decreto del Presidente della Repubblica 3 marzo 2009, n. 37, articolo 5, comma 1, lettera c), (recante ‘Regolamento per la disciplina dei termini e delle modalita’ di riconoscimento di particolari infermita’ da cause di servi’zio per il personale impiegato nelle missioni militari all’estero, nei conflitti e nelle basi militari nazionali, a norma della Legge 24 dicembre 2007, n. 244, articolo 2, commi 78 e 79?), poi abrogato dal Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n. 66, articolo 2269, comma 1, n. 385, (Codice dell’Ordinamento militare), con la decorrenza prevista dal medesimo Decreto Legislativo n. 66 del 2010, articolo 2272, comma 1, nonche’ quale ‘pregiudizio non patrimoniale costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal fatto lesivo in se’ considerato’ Decreto del Presidente della Repubblica 30 ottobre 2009, n. 181 (‘Regolamento recante i criteri medico-legali per l’accertamento e la determinazione dell’individualita’ e del danno biologico e morale a carico delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, a norma della Legge 3 agosto 2004, n. 206, articolo 6?).
Originariamente dalla Corte Costituzionale
considerato risarcibile ex articolo 2059 c.c. (v. Corte Cost., 26/7/1979, n. 88), il danno biologico e’ stato dalla stessa Corte Costituzionale, al fine di sottrarlo ai limiti risarcitori posti da tale norma, successivamente ritenuto risarcibile ai sensi dell’articolo 2043 c.c., ravvisato applicabile a tutti i pregiudizi di carattere non patrimoniale subiti in dipendenza dell’illecito, ivi ricompresi quelli corrispondenti alla menomazione dell’integrita’ fisica in se’ e per se’ considerata (v. Corte Cost., 14/7/1986, n. 184).
Altri pregiudizi di tipo esistenziale,
si e’ dalle Sezioni Unite sottolineato, attinenti alla sfera relazionale della persona ma non conseguenti a lesione psicofisica, e quindi non rientranti nell’ambito del danno biologico, sono risarcibili ove siano conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona diverso dal diritto alla integrita’ psicofisica.
Il pregiudizio esistenziale o da rottura del rapporto parentale
non consiste allora nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianita’ della vita, ma si sostanzia nello sconvolgimento dell’esistenza rivelato da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, in scelte di vita diversa (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228; Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844. Diversamente v. Cass., 8/10/2007, n. 20987, peraltro anteriore alle sentenze delle Sezioni Unite del 2008).
Va al riguardo ulteriormente osservato che il danno esistenziale da perdita del rapporto parentale
si e’ da questa Corte invero ritenuto configurabile e rilevante non solo quale degenerazione del danno morale ma anche in termini meramente oggettivi, in quanto di per se’ indice di sconvolgimento della vita meritevole di ristoro autonomamente e a prescindere dalla ricorrenza del danno morale, dalla sofferenza inferiore cioe’ per la perdita del rapporto parentale.
Va al riguardo per converso sottolineato che, al di la’ di affermazioni di principio secondo cui il carattere unitario della liquidazione del danno non patrimoniale ex articolo 2059 c.c.
precluderebbe la possibilita’ di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona (v. Cass., 12/2/2013, n. 3290; Cass., 14/5/2013, n. 11514), viene poi generalmente (in anche in tali decisioni) a darsi comunque rilievo alla circostanza che nel liquidare l’ammontare dovuto a titolo di danno non patrimoniale il giudice abbia invero tenuto conto di tutte le peculiari modalita’ di atteggiarsi dello stesso nel singolo caso concreto, facendo luogo, in sede di personalizzazione della liquidazione, al correlativo incremento del dato tabellare di partenza (cfr., da ultimo, Cass., 23/9/2013, n. 21716).
E’ infatti necessario verificare quali aspetti relazionali siano stati valutati dal giudice, e se sia stato in particolare assegnato rilievo anche al (radicale) cambiamento di vita, all’alterazione/cambiamento della personalita’ del soggetto, in cui di detto aspetto (o voce) del danno non patrimoniale si coglie il significato pregnante per un’ipotesi di ritenuta esaustivita’ della liquidazione operata dal giudice di merito del danno non patrimoniale (subito da gestante non posta in condizione, per errore diagnostico, di decidere se interrompere la gravidanza) utilizzando, come parametro di riferimento, quello di calcolo del danno biologico, espressamente al riguardo indicando in motivazione che ‘la fattispecie costituiva un caso paradigmatico di lesione di un diritto della persona, di rilievo costituzionale, che indipendentemente da un danno morale o biologico, peraltro sempre possibile, impone comunque al danneggiato di condurre giorno per giorno, nelle occasioni piu’ minute come in quelle piu’ importanti, una vita diversa e peggiore, di quella che avrebbe altrimenti condotto’, v. Cass., 4 gennaio 2010, n. 13.
Con particolare riferimento alla liquidazione del danno alla salute,
si e’ in giurisprudenza costantemente affermata la necessita’ per il giudice di fare luogo ad una valutazione che, movendo da una ‘uniformita’ pecuniaria di base’, la quale assicuri che lo stesso tipo di lesione non sia valutato in maniera del tutto diversa da soggetto a soggetto, risponda altresi’ a criteri di elasticita’ e flessibilita’, per adeguare la liquidazione all’effettiva incidenza della menomazione subita dal danneggiato a tutte le circostanze del caso concreto (cfr. in particolare Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. E gia’ Corte Cost., 14/7/1986, n. 184).
In tema di liquidazione del danno, e di quello non patrimoniale in particolare, l’equita’ si e’ in giurisprudenza intesa nel significato di ‘adeguatezza’ e di ‘proporzione’, assolvendo alla fondamentale funzione di ‘garantire l’intima coerenza dell’ordinamento, assicurando che casi uguali non siano trattati in modo diseguale’, con eliminazione delle ‘disparita’ di trattamento’ e delle ‘ingiustizie’ cosi’ Cass., 7/6/2011, n. 12408: ‘equita’ non vuoi dire arbitrio, perche’ quest’ultimo, non scaturendo da un processo logico-deduttivo, non potrebbe mai essere sorretto da adeguata motivazione. Alla nozione di equita’ e’ consustanziale l’idea di adeguatezza e di proporzione. Ma anche di parita’ di trattamento. Se infatti in casi uguali non e’ realizzata la parita’ di trattamento, neppure puo’ dirsi correttamente attuata l’equita’, essendo la disuguaglianza chiaro sintomo della inappropriatezza della regola applicata. Cio’ e’ tanto piu’ vero quando, come nel caso del danno non patrimoniale, ontologicamente difetti, per la diversita’ tra l’interesse leso (ad esempio, la salute o l’integrita’ morale) e lo strumento compensativo (il denaro), la possibilita’ di una sicura commisurazione della liquidazione al pregiudizio areddituale subito dal danneggiato; e tuttavia i diritti lesi si presentino uguali per tutti, sicche’ solo un’uniformita’ pecuniaria di base puo’ valere ad assicurare una tendenziale uguaglianza di trattamento, ad un tempo sintomo e garanzia dell’adeguatezza della regola equitativa applicata nel singolo caso, salva la flessibilita’ imposta dalla considerazione del ‘particolare'”.
Essendo la liquidazione del quantum dovuto per il ristoro del danno non patrimoniale inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimazione,
si escludeva altresi’ che l’attivita’ di quantificazione del danno fosse di per se’ soggetta a controllo in sede di legittimita’, se non sotto l’esclusivo profilo del vizio di motivazione, in presenza di totale mancanza di giustificazione sorreggente la statuizione o di macroscopico scostamento da dati di comune esperienza o di radicale contraddittorieta’ delle argomentazioni (cfr., da ultimo, Cass., 19/5/2010, n. 12918; Cass., 26/1/2010, n. 1529). In particolare laddove la liquidazione del danno si palesasse manifestamente fittizia o irrisoria o simbolica o per nulla correlata con le premesse in fatto in ordine alla natura e all’entita’ del danno dal medesimo giudice accertate (v. Cass., 16/9/2008, n. 23725; Cass., 2/3/2004, n. 4186; Cass., 2/3/1998, n. 2272; Cass., 21/5/1996, n. 4671).
La mancata adozione da parte del giudice di merito delle Tabelle di Milano in favore di altre,
ivi ricomprese quelle in precedenza adottate presso la diversa autorita’ giudiziaria cui appartiene, si e’ ravvisato integrare violazione di norma di diritto censurabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408, ove si e’ altresi’ precisato che al fine di evitarsi la declaratoria di inammissibilita’ del ricorso per la novita’ della questione non e’ sufficiente che in appello sia stata prospettata l’inadeguatezza della liquidazione operata dal primo giudice, ma occorre che il ricorrente si sia specificamente doluto, sotto il profilo della violazione di legge, della mancata liquidazione del danno in base ai valori delle tabelle elaborate a Milano; e che, inoltre, nei giudizi svoltisi in luoghi diversi da quelli nei quali le tabelle milanesi sono comunemente adottate, quelle tabelle abbia anche versato in atti. In tanto, dunque, la violazione della regola iuris puo’ essere fatta valere in sede di legittimita’ ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto la questione sia gia’ stata specificamente posta nel giudizio di merito. Conformemente v. Cass., 22/12/2011, n. 28290).
Relativamente a siffatto limite massimo di oscillazione
e’ stata sollevata questione di legittimita’ costituzionale, in particolare sotto il profilo dell’irragionevolezza di tale soglia e della sua idoneita’ a rappresentare un vulnus in ordine all’integrale riparazione del danno G. di P. Torino, 21/10/2011 (in Danno e resp., 2012, 439 ss. e in Resp. civ., 2012, 70 ss.). La questione era stata gia’ sollevata da G. di P. Torino, 30/11/2009 (in Resp. civ., 2010, 920 ss.), in riferimento agli articoli 2, 3, 24 e 76 Cost., del Decreto Legislativo n. 209 del 2005, (Cod. ass.), articolo 139 nella parte in cui tale norma, prevedendo un risarcimento del danno biologico basato su rigidi parametri fissati da tabelle ministeriali, non consentirebbe di giungere ad un’adeguata personalizzazione del danno, e dichiarata manifestamente inammissibile, per ravvisate carenze di prospettazione, da Corte Cost. (ord.), 28/4/2011, n. 157. V. altresi’ gia’ G. di P. Roma, 14/1/2001 (in Danno e resp., 2002, 309 ss.), nonche’ a violare il principio di uguaglianza laddove allo stesso tipo di lesioni possa essere attribuito un diverso risarcimento v. Trib. Tivoli, 21/3/2012 e Trib. Brindisi, 3/4/2012 (in Danno e resp., 2012, 1002 ss. e in Resp., 2012, 1294 ss. e in Vita not., 2012, 1607 ss.).
b) accolto la doglianza dei predetti (OMISSIS) e (OMISSIS) circa la ‘liquidazione meramente equitativa’ effettuata dal giudice di prime cure ‘senza dare conto dei criteri adottati’ nonche’ in forma ”cumulativa’”, con conseguente lamentata impossibilita’ di ‘comprendere quali siano le voci di danno riconosciute e le loro entita”;
Sofferenza nella specie particolarmente grave
e degenerata in sconvolgimento dell’esistenza,
essendo rimasto nel corso del giudizio di merito accertato (come emerge in particolare dal tenore delle cartelle cliniche, in ossequio al principio di autosufficienza riportate a pag. 85 ss. del ricorso) che nei circa due anni di sopravvivenza dopo la morte della moglie il (OMISSIS) ha sempre palesato ‘chiusura verso l’esterno’ (‘dove non puo’ piu’ incontrare la moglie che, invece, puo’ convivere nel suo animo’); non e’ piu’ riuscito ‘a superare la perdita della moglie’ venuta a mancare quando aveva appena superato un ‘precedente periodo depressivo’, ripetutamente manifestando ‘idee di inutilita’ e di incapacita’ ad affrontare il futuro’ senza di lei e in un’occasione (a fine luglio 1988) essendosi addirittura ‘chiuso in un armadio tra gli abiti della moglie morta’; ha smesso di ‘frequentare amici, parenti e vicini’; si e’ infine indotto al suicidio.
Inutile si appalesa il sopperire alla mancanza di ristoro della perdita della vita mediante l”attribuzione ai familiari ‘ iure proprio ‘
del diritto di risarcimento di tutti i danni non patrimoniali, comprensivi non delle sole sofferenze fisiche (eventuali danni biologici) o psichiche (danni morali o soggettivi), ma anche dei cd. danni esistenziali, consistenti nell’irredimibile, oggettiva e peggiorativa alterazione degli assetti affettivi e relazionali all’interno della famiglia (e che di un tanto si tratti emerge evidente dalla relativa ristorabilita’ riconosciuta anche in caso ‘ come piu’ sopra evidenziato ‘ di sopravvivenza protrattasi solamente per mezz’ora o per pochi attimi dopo il sinistro), derivante dalla morte’.
Alla stregua di quanto sopra osservato
in ordine alle incongruenze e agli aspetti ingiustificatamente discriminatori che (cosi’ come quella del danno biologico terminale) la figura del danno morale terminale (o catastrofale o catastrofico) prospetta (si pensi, ad esempio, con riferimento all’ipotesi di aereo dirottato da terroristi e lanciato verso un preannunziato attacco terroristico, al differente trattamento della vittima inconsapevole, in quanto affetta da malattia o perche’ neonata, cui essa conduce rispetto alla vittima rimasta viceversa lucidamente in attesa dell’evento mortale), e a fortiori della segnalata diversita’ dell’oggetto del bene vita, la perdita della vita deve ritenersi dunque di per se’ ristorabile in favore della vittima che la subisce, irrilevanti al riguardo invero essendo sia il presupposto della permanenza in vita per un apprezzabile lasso di tempo successivo al danno evento che il criterio dell’intensita’ della sofferenza della vittima per la cosciente e lucida percezione dell’ineluttabile sopraggiungere della propria fine.
REATO DI USURA CONTINUAZIONE , DANNO ,PROMESSA DI INTERESSI USURARI
INVALIDITA’ TESTAMENTO TESTAMENTO CAUSE EREDITARIE

References: articolo 5
 articolo 2
 articolo 2269
 articolo 2272
 articolo 6
 articolo 2059
 articolo 2059
 articolo 360
 articolo 139