Source: https://www.laleggepertutti.it/150739_diffamazione-e-confessioni-su-facebook-quali-insulti-sono-reato
Timestamp: 2018-11-13 01:31:01+00:00

Document:
Diffamazione e confessioni su Facebook, quali insulti sono reato?
Il confine tra il diritto di critica, la satira e le offese: quando il post diffamante su Facebook è considerato reato.
Oltre a una pagina di giornale, il posto peggiore per insultare una persona è Facebook (o qualsiasi altro social network): questo perché, secondo la giurisprudenza consolidata, in questi casi scatta non solo il reato di diffamazione, ma anche l’aggravante del mezzo di pubblicità. Ciò, secondo la Cassazione, implica un aumento di pena non certo pari a quello che scatta per chi usa il giornale cartaceo (anche in questo caso, infatti, c’è l’aggravante ed è quella massima), ma sicuramente il trattamento penale è più grave rispetto alla diffamazione “base”, quella cioè proferita in qualsiasi altro posto (una piazza, una riunione di condominio, una festa, un comizio, ecc.). La viralità di Facebook, infatti, fa sì che il reato abbia, su internet, una maggiore portata offensiva per via della diffusività dei post, delle reazioni e dei commenti degli utenti del social. Insomma, la diffamazione su Facebook è un reato tutt’altro che lieve.
Ma non sempre gli insulti sono reato. Innanzitutto, è necessario che la vittima sia identificabile per il pubblico, sulla base di elementi certi: quindi, chi non scrive il nome e cognome del soggetto a cui nell’offesa si riferisce, deve comunque fornire dei chiari indizi per risalire agevolmente alla sua identità (così, basterebbe riferirsi genericamente al collega che ha ricevuto la promozione o al candidato che ha vinto un concorso). In secondo luogo, non si deve trattare di un normale esercizio del diritto di critica, normalmente scriminato in ambito giornalistico, ma che può trovare rilievo anche negli ambienti di lavoro, specie quando vi sono delle “tensioni sindacali”.
Vediamo, quindi, alla luce di ciò, in caso di diffamazione su Facebook, quali insulti sono reato e quali, invece, devono considerarsi leciti.
1 Insulti su Facebook al datore di lavoro
2 Gli insulti su Facebook e gli ansiolitici
3 Insulti su Facebook del sindacalista
4 Confessioni su Facebook tra coniugi
Insulti su Facebook al datore di lavoro
Il dipendente non può ledere l’immagine dell’azienda ove lavora, pubblicando post offensivi e screditando i servizi dalla stessa erogati. Se lo fa è suscettibile di provvedimenti disciplinari che possono arrivare, nei casi più gravi, alla perdita del posto. Tuttavia, il datore, prima di procedere al licenziamento, deve sempre contestare al dipendente il comportamento incriminato, dandogli la possibilità di difendersi e chiedere di essere ascoltato personalmente. Il mancato rispetto di tali norme procedurali comporta l’illegittimità del provvedimento disciplinare. È quanto chiarito dal Tribunale di Milano con una recente sentenza [1]. Nel caso di specie, a salvarsi dalla sanzione è stato un dipendente che, dopo aver riempito di insulti l’azienda, era stato convocato a difesa, ma, avendo dichiarato di essere malato, aveva chiesto di essere sentito in una diversa data; l’azienda, invece, per tutta risposta, ha confermato il licenziamento. Secondo i giudici lombardi «lo stato di malattia non autorizza il datore di lavoro a omettere l’audizione del dipendente che l’abbia espressamente richiesta».
In ogni caso, la sentenza sottolinea che gli insulti su Facebook, al di là della sussistenza del reato, giustificano il licenziamento in tronco (licenziamento per giusta causa) in quanto ledono il rapporto di fiducia che lega l’azienda al dipendente.
Gli insulti su Facebook e gli ansiolitici
Sempre secondo la predetta sentenza, il fatto di prendere farmaci ansiolitici non implica una riduzione della capacità di intendere e volere da parte di chi pubblica il post offensivo: questi, insomma, resta in grado di comprendere la portata della propria azione. Per cui il colpevole è passibile di procedimento penale e sarà altresì tenuto al risarcimento del danno.
Insulti su Facebook del sindacalista
Le situazioni “incandescenti”, venutesi a creare in azienda, con forti conflitti tra lavoratori e datore di lavoro possono giustificare le frasi forti e offensivi pubblicate su una mailing list. Secondo la Cassazione, in questi casi, non si può procedere a licenziamento.
Anche il Tribunale di Velletri [2] ha confermato la stessa linea, venendo in soccorso di un sindacalista, la cui carica ricoperta giustifica un linguaggio più acceso e forte. Secondo il giudice «la frase non esprime alcun giudizio atto a ledere l’immagine o l’onorabilità dei superiori gerarchici e dell’ente in generale, non essendoci alcun elemento diffamatorio».
Confessioni su Facebook tra coniugi
Facebook non è solo un posto di insulti. Le dichiarazioni riportate sui post possono assumere valenza anche di confessioni a proprio danno. Si pensi al caso – deciso di recente dal tribunale di Pesaro [3] – di una donna che, avendo scritto sulla propria bacheca di Facebook di lavorare in un locale notturno e di percepire mille euro a serata, ha perso il diritto al mantenimento dall’ex coniuge dopo la separazione.
Sempre su Facebook il coniuge potrebbe dare segnali di una crisi del matrimonio e, in questo caso, offrire la prova di una infedeltà, come nel caso di recente deciso dal tribunale di Genova [4]. Ma attenzione a due importanti aspetti. Il primo: se la crisi era pregressa all’infedeltà, non scatta alcun addebito. Il secondo: l’infedeltà, se plateale, può dar luogo al risarcimento del danno.
Il tribunale di Roma [5] ha invece deciso una vicenda in cui un uomo aveva dichiarato di non aver avuto contatti con la ricorrente, venendo poi smentito dal profilo Facebook di quest’ultima che aveva pubblicato sulla propria bacheca fotografie che li ritraevano insieme.
[1] Trib. Milano, sent. del 1.12.2016.
[2] Trib. Velletri, sent. dell’8.11.2016.
[3] Trib. Pesaro, sent. del 20.12.2016.
[4] Trib. Genova, sent. del 18.01.2017.
[5] Trib. Roma, sent. del 27.12.2016.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 6 dicembre 2016 – 10 febbraio 2017, n. 6352
Presidente Fumo – Relatore Stanislao
1 – Con sentenza del 1 aprile 2016, la Corte di appello di Torino confermava la sentenza del Tribunale di Verbania che aveva ritenuto D.N. colpevole del delitto previsto dall’art. 595, commi 1 e 3, cod. pen., per avere offeso la reputazione dell’ex coniuge M.D. pubblicando, il (omissis), sul sito (omissis) (e quindi tramite internet, considerato un mezzo di pubblicità) un messaggio in cui descriveva le proprie vicissitudini matrimoniali affermando che M. “nonostante la perizia psichiatrica allarmante, insegna a dei bambini“, condannandola alla pena di mesi 2 di reclusione (era stata contestata anche la recidiva reiterata, specifica infraquinquennale) ed a risarcire i danni patiti dal M. che liquidava in Euro 5.000.
Nel messaggio in questione l’imputata aveva descritto il M. come un musicista, docente di scuola media e maestro e l’aveva così reso ancor più riconoscibile, essendo peraltro, egli, l’unico ex marito della medesima.
Il sito era accessibile da chiunque tanto che ne aveva avuto diretta conoscenza anche la nuova moglie del querelante.
L’autrice del messaggio era individuata dal nome, dall’indirizzo e dal recapito telefonico dell’imputata e dalle dettagliate e riconoscibili vicende narrate in relazione al rapporto coniugale intercorso fra l’imputata ed il M. .
Il contenuto della comunicazione era lesivo della reputazione della persona offesa perché ipotizzava patologie psicologiche in un soggetto che ricopriva funzioni educative.
Era inoltre emerso che la persona offesa non era mai stato sottoposto, nel lungo contenzioso civile derivato dalla fine del suo matrimonio, a perizie o valutazioni psichiatriche.
2 – Avverso la predetta sentenza propone ricorso il difensore dell’imputata.
2 – 1 – Con il primo motivo deduce la violazione di legge ed in particolare dell’art. 526 cod. proc. pen..
La decisione della Corte, ed ancor prima del Tribunale, si era fondata su un verbale di sommarie informazioni testimoniali che era stato acquisito senza il necessario consenso della difesa.
In particolare, ai sensi dell’art. 507 codice di rito, era stata disposta l’integrazione di indagine al fine di verificare se l’indirizzo IP dal quale era pervenuto il messaggio al sito fosse quello dell’imputata e se, dal momento dell’inserimento, il contenuto del messaggio fosse mutato.
Invece dell’esito degli accertamenti si era acquisito il verbale di s.i.t. di L.I. , titolare del sito, e ciò senza il consenso della difesa.
2 – 2 – Con il secondo motivo lamenta il difetto di motivazione posto che login, username, indirizzo e numero di telefono non erano sufficienti ad individuare l’imputata come autrice del messaggio, tanto che il Tribunale aveva disposto l’integrazione probatoria.
L’indirizzo mail non era riconducibile all’imputata; l’indirizzo fisico ed il numero di telefono erano pubblici. Il testo del messaggio potrebbe essere stato mutato.
2 – 3 – Con il terzo motivo deduce la violazione di legge in relazione al disposto trattamento sanzionatorio, posto che, ad esito del giudizio di bilanciamento, la pena avrebbe dovuto essere quella stabilita per i delitti di competenza del Giudice di pace e, quindi, pecuniaria (o alternativa).
1 – Il primo motivo è infondato perché verte sulla ricostruzione del fatto e la difesa non ha operato la necessaria prova di resistenza. Non ha valutato, infatti, se gli altri elementi di prova non contestati avrebbero da soli condotto alla medesima soluzione di attribuire la paternità dello scritto all’imputata.
Una valutazione che non avrebbe peraltro dato frutti positivi in quanto è emerso che il brano pubblicato sul blog era a firma della pervenuta e conteneva notizie certamente riconducibili al rapporto matrimoniale fra la stessa e la persona offesa. Ed il brano incriminato era in perfetta continuità logica con le altre argomentazioni sviluppate.
Così che le asserzioni difensive circa il possibile mutamento del contenuto dello scritto e la non riconducibilità dello stesso alla ricorrente finivano per essere delle mere congetture, non riuscendo la stessa difesa neppure ad ipotizzare chi e perché avrebbe dovuto usare simili espressioni nei confronti del M. , cercando, nel contempo, di attribuirne la paternità alla D. .
2 – Anche il secondo motivo è versato in fatto ed è infondato perché pretende che i singoli elementi di prova siano riguardati e valutati in modo atomistico e non nel complesso delle emergenze.
Ed allora, anche se è vero che l’indirizzo ed il numero di telefono dell’imputata sono pubblici (ammesso che il suo nome sia inserito negli elenchi telefonici), il fatto che tali dati fossero perfettamente riferibili al nome con il quale l’autore dello scritto si era identificato consente di trarne un’ulteriore conferma della attribuibilità del medesimo alla ricorrente.
3 – Il terzo motivo è anch’esso infondato.
Il giudizio di comparazione previsto dall’art. 69 cod. pen. non determina l’esclusione delle aggravanti che siano dichiarate equivalenti o prevalenti alle circostanze attenuanti con le quali siano state poste in bilanciamento ma incide solo sulla misura della pena, eliminando l’aumento che da esse conseguirebbe.
Da tale principio la giurisprudenza di questa Corte ha sempre dedotto, tanto per fare l’esempio che più si avvicina alla questione da risolvere, che il giudizio di comparazione fra le circostanze di cui all’art. 69 cod. pen., non vale a configurare giuridicamente il reato come ipotesi semplice e non circostanziata, sicché non può influire sulla competenza funzionale del giudice (Sez. 2, n. 20852 del 21/04/2009, Alessandrini, Rv. 244807 e, proprio in tema di competenza del Giudice di pace, Sez. 2, n. 44408 del 05/10/2004, Formillo, Rv. 230327; non essendo condivisibile il precedente, che giunge all’opposta soluzione, citato nel ricorso, Sez. 5, n. 28006 delo 18/05/2004, Bartocelli, Rv. 228712 perché contraddice il principio di diritto, sempre altrimenti ribadito, della irrilevanza, ai fini della competenza per materia, del giudizio di bilanciamento delle circostanze).
Il delitto di diffamazione contestato alla ricorrente non diventa pertanto, per il fatto che l’aggravante prevista dall’art. 595, comma terzo (derivante dalla diffusione della notizia tramite un blog su internet) sia stata dichiarata equivalente alle circostanze attenuanti, di competenza del Giudice di pace e non devono pertanto applicarsi le pene per tali reati previste.
Né la disposta pena detentiva appare eccessiva in considerazione del lungo lasso di tempo in cui il brano diffamatorio è rimasto sul blog, consentendone a tutti gli utenti l’accesso e la lettura.
4 – Al rigetto del ricorso segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
In considerazione del rapporto familiare che intercorreva fra le parti si dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi.
Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. n. 196/2003.
Decreto di rigetto n. cronol. 32322/2016 del 02/12/2016 RG n. 9232/2016
Sezione Lavoro Nel procedimento iscritto al n. r.g. 9232/2016 promosso da:
Il Giudice dott. Fabrizio Scarzella,
a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 01/12/2016, ha pronunciato la seguente
Il ricorso in esame appare, ” prima facie”, infondato.
In via preliminare di merito va innanzitutto evidenziato che, nel “caso di giusta causa o giustificato motivo soggettivo di licenziamento, i fatti addebitati devono rivestire il carattere di grave negazione degli elementi del rapporto di lavoro e, in particolare, dell’elemento fiduciario; la valutazione relativa alla sussistenza del conseguente impedimento della prosecuzione del rapporto deve essere operata con riferimento non già ai fatti astrattamente considerati bensì agli aspetti concreti afferenti alla natura e alla qualità del singolo rapporto, alla posizione delle parti, al grado di affidamento richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente nonché alla portata soggettiva dei fatti stessi, ossia alle circostanze del suo verificarsi, ai motivi, ai modi, ai suoi effetti e all’intensità dell’elemento intenzionale e di quello colposo e ad ogni altro aspetto correlato alla specifica connotazione del rapporto” (v. Cass. n. 6609/2003; 5943/2002). In “tema di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo, allorquando vengano contestati al dipendente diversi episodi rilevanti sul piano disciplinare, il giudice di merito deve esaminarli non partitamente ma globalmente al fine di verificare se la loro rilevanza complessiva sia tale da minare la fiducia riposta dal datore di lavoro nel dipendente, atteso che la molteplicità degli episodi, oltre ad esprimere un’intensità complessiva maggiore dei singoli fatti, delinea una persistenza che costituisce ulteriore negazione degli obblighi del dipendente ed una potenzialità negativa sul futuro adempimento degli obblighi stessi. Inoltre, ai fini della valutazione della permanenza del rapporto fiduciario tra datore e dipendente, va considerato che la fiducia richiesta è di differente intensità a seconda della natura e della qualità del singolo rapporto, della posizione delle parti, dell’oggetto delle mansioni e del grado di affidamento che queste richiedono” (v. Cass. N. 19232/07). La condotta contestata alla ricorrente appare, in base a un giudizio necessariamente sommario, proprio della odierna fase processuale, sufficientemente provata- la lavoratrice, anche in sede disciplinare, ammetteva infatti il fatto “spiegando di aver reagito istintivamente alle ripetute espressioni razziste rivoltele nell’occasione dalla collega” (v. par. 3 del ricorso)- e di gravità tale da giustificare l’adozione del provvedimento espulsivo impugnato, ex. artt. 1 e ss L. n. 604/1966.
Va infatti sul punto rilevato che la ricorrente, nelle circostanze spazio temporali per cui è causa, addiveniva a un diverbio litigioso con la collega Alata Mary, in merito all’oscurità di una sua foto postata sul proprio profilo “facebook”, seguito poi da vie di fatto avendo la ricorrente colpito la collega con un mestolo più volte, inizialmente “piano sul braccio destro poi pian piano cinque sei volte” in maniera più forte colpendola anche sulla mano destra che la collega aveva nel mentre posizionato sulla fronte (v. dich. Alta MaryZulma Bonilla, Rosa Guevara).
Tale condotta appare sicuramente idonea a giustificare l’adozione del licenziamento impugnato tenuto conto che lo stesso CCNL di settore, all’art. 192 lett f), prevede, fra le varie ipotesi giustificatrici il licenziamento per giusta causa, proprio il diverbio litigioso seguito dalle vie di fatto o gravi fatti di pregiudizio agli interessi dei proprietari e dei colleghi; che la ricorrente, con la condotta in oggetto, dava pacificamente origine a un diverbio litigioso con la collega passando poi alle vie di fatto attraverso l’utilizzo di un mestolo; che tale comportamento cagionava sicuramente pregiudizio sia alla collega colpita, che riportava “contusioni multiple del diametro di circa 4-5 cm localizzate alle braccia e agli avambracci bilateralmente” (v. doc. n. 2 di parte resistente) e che nell’immediatezza scoppiava a piangere, sia agli interessi del proprio datore di lavoro che si vedeva recapitare da uno dei suoi principali clienti una diffida a non reimpiegare la ricorrente presso i propri locali e
una riserva di richiesta risarcitoria (v. doc. n. 9 di parte resistente) ; che la cliente della resistente, Coopselios soc. coop, riportava infatti evidenti pregiudizi dalla condotta della ricorrente stante la prolungata assenza fruita dalla Alata Mary per le contusioni sopra richiamate; che l’episodio in oggetto cagionava altresì pregiudizi al corretto andamento dell’attività svolta dalla resistente presso la sua cliente avendo comportato l’intervento del 118 e dei Carabinieri e uno stato di agitazione nelle colleghe presenti protrattosi, verosimilmente, per alcune ore anche durante il turno lavorativo (v. doc. 1 di parte resistente).
Da quanto esposto appare pertanto evidente come la ricorrente, attraverso la sua condotta, abbia pregiudicato, in maniera irreparabile, ex. art. 2119 c.c, il vincolo fiduciario necessariamente sotteso ad ogni rapporto di lavoro non potendo più la società resistente confidare sul futuro corretto comportamento di una dipendente che, sentendosi offesa da altra collega, non esitava a dare origine, durante il turno di lavoro, a un diverbio litigioso con passaggio alle vie di fatto presso, oltretutto, una struttura di soggetti terzi su cui il datore di lavoro non aveva un controllo diretto ed effettivo, anche al fine di evitare la protrazione o l’aggravamento degli effetti di una condotta violenta.
Appare del resto evidente come il datore di lavoro debba nutrire, nei confronti di propri dipendenti applicati presso soggetti terzi e di cui non ha pertanto un effettivo controllo giornaliero, un affidamento contrattuale maggiore rispetto ai dipendenti presenti presso la propria struttura.
La resistente che, a causa della condotta in oggetto, subiva un richiamo da parte del proprio cliente anche a scopo risarcitorio, non poteva evidentemente più fidarsi di tenere in azienda una dipendente che avrebbe potuto, anche in futuro- come già avvenuto del resto in passato- porre in essere altri comportamenti aggressivi verso colleghi forieri, nei casi più gravi, anche di una possibile perdita della commessa in oggetto, con evidente rilevante pregiudizio economico per la società.
Non sono sul punto dirimenti le eccezioni sollevate dalla ricorrente visto che nessuno dei testi escussi confermava l’effettivo utilizzo di espressioni a sfondo razzista da parte della collega offesa, essendosi quest’ultima limitata a fare notare l’oscurità della foto presente sul social “network” senza specifico riferimento al colore della pelle della ricorrente; che l’oggetto della denuncia precedentemente presentata da altra collega nei confronti di una condotta aggressiva tenuta dalla ricorrente sul posto di lavoro, pur non rilevando rispetto a una recidiva – peraltro nemmeno contestata nel caso di specie- denota una propensione della lavoratrice a comportamenti impulsivi e potenzialmente aggressivi; che la ricorrente, nell’immediatezza dei fatti, non si pentiva della condotta posta in essere né ne comprendeva la gravità e la rilevanza disciplinare avendo detto alla Alata Mery “che poteva piangere quanto voleva…che a lei non importava” (v. dich. Zulma Bonilla, Alata Mery).
Quanto fin qui esposto è assorbente rispetto all’esame delle restanti istanze ed eccezioni delle parti e comporta il rigetto del ricorso.
Compensi professionali liquidati nella misura indicata in dispositivo tenuto conto dell’oggetto, della natura, del valore e dell’esigua durata della causa (meno di tre mesi dalla data di deposito del ricorso) e delle condizioni delle parti
condanna parte ricorrente a rimborsare a So.Vite spa i compensi professionali liquidati in complessivi euro 700,00, oltre accessori di legge.
Firmato Da: DE MARTINO GIUSEPPINA Emesso Da: POSTECOM CA3
dott. Fabrizio Scarzella
Sentenza n. 11274/2016 pubbl. il 27/12/2016 RG n. 37424/2014
IL TRIBUNALE DI ROMA 1^ Sezione Lavoro
37424/14 R.Gen.
Il Giudice designato dr. Massimo PAGLIARINI nella causa
TAGLIONI Luana, elettivamente domiciliata in Roma, via Napoleone III 28, presso lo studio dell’avv. Daniele Leppe che la rappresenta e difende in virtù di
delega a margine del ricorso
BONAMORE Simone, elettivamente domiciliato in Roma, via Luigi Calamatta 16, presso lo studio dell’avv. Francesca Raponi che lo rappresenta e difende – unitamente all’avv. Selena Luffarelli – in virtù di delega a margine della memoria difensiva all’udienza del 27.12.2016 ha pronunciato la seguente sentenza
condanna la parte ricorrente a rimborsare in favore di parte convenuta i compensi legali che si liquidano in € 3.000,00 oltre spese generali, Iva e Cpa.
Luana Taglioni ha sostenuto di aver lavorato, senza regolarizzazione alcuna, alle dipendenze di Simone Bonamore, titolare dell’impresa individuale “Al solito posto”, dall’1.6.2012 al 31.10.2012 e dall’1.5.2013 al 15.8.2014. Ella ha sostenuto di essersi occupata, all’interno della cucina del bar/tavola calda gestito da detta impresa individuale, delle mansioni di cuoca, sia per il reparto bar (preparazione di panini, pizzette, tramezzini e toast) che per quello tavola calda (preparazione dei primi, dei secondi e dei contorni), avendo lavorato nel primo periodo per 7 ore al giorno (dalle 8,00 alle 15,00) dal lunedì al venerdì, a fronte di un compenso mensile di € 700,00 erogato in contanti, e nel secondo periodo per 5 ore al giorno (dalle 8,00 alle 13,00) sempre dal lunedì al venerdì e a fronte di un compenso mensile di € 400,00, sempre in contanti.
La Taglioni ha aggiunto di essersi infortunata sul lavoro in data 29.5.2013, di essersi conseguentemente assentata per detto motivo e di essere tornata al lavoro in data 1.8.2013.
Ella ha rivendicato la natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso con il Bonamore e ha chiesto la condanna di questi al pagamento delle differenze retributive di cui agli allegati conteggi, effettuati sulla base delle tabelle di cui al 4° livello del Ccnl del settore Turismo/pubblici esercizi.
Si è costituto in giudizio Simone Bonamore, il quale ha contestato la fondatezza della domanda chiedendone il rigetto. In particolare, egli ha evidenziato che il bar in esame era a gestione familiare e che la ricorrente, presentatagli da un familiare, aveva frequentato il bar dandogli a volte una mano in cucina (soprattutto quando da esso era assente la moglie) e venendo compensata volta per volta per detta saltuaria collaborazione.
In assenza di qualsivoglia riscontro documentale, è stato necessario espletare prova per testimoni, all’esito della quale deve ritenersi non raggiunta la prova che tra le parti si sia instaurato un rapporto di lavoro subordinato.
Quanto ai testimoni di parte ricorrente, il primo di essi ha riferito o circostanze poco significative (“mi è capitato di andare a prendere la ricorrente fuori dal bar per andare a pranzo insieme”) o circostanze nemmeno dedotte dalla Taglioni (“nelle mattinate di sabato, giorno in cui la ricorrente non lavorava e in cui uscivamo insieme, la Taglioni aveva una lista di alimenti che doveva acquistare per il bar”) o circostanze conosciute de relato actoris (“So, perché me lo ha riferito la ricorrente, che quest’ultima ha lavorato circa un anno e mezzo/ due nel bar la mattina dal lunedì al venerdì, occupandosi di gastronomia”) e come tali inutilizzabili; mentre il secondo di essi non può ritenersi attendibile, avendo espressamente negato circostanze (quali l’essere rimasto in contatto con la ricorrente) risultate invece sussistenti come da documentazione prodotta dal
convenuto all’udienza successiva a dette dichiarazioni (riproduzioni fotografiche tratte dal profilo facebook della ricorrente dalla quali emergono i rapporti confidenziali tra la ricorrente ed il testimone).
Quanto invece ai testimoni di parte convenuta, dalle loro dichiarazioni (frequenza del bar decisamente saltuaria da parte della ricorrente che, quando presente in concomitanza con l’assenza della moglie del titolare – “quattro/cinque volte al mese” o “poche volte” -, si è occupata di “gastronomia”, aiutando a preparare panini e tramezzini) non può ricavarsi la natura subordinata del rapporto di lavoro tra le parti, considerato che la sporadicità dell’attività prestata e l’affidamento di compiti saltuariamente svolti, è idoneo ad escludere la configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato, denotando tali aspetti la mancanza di eterodirezione e dell’inserimento stabile e costante del lavoratore nella compagine organizzativa aziendale (per tutte, Cass. 8.11.2013, n. 25204).
Peraltro, dello schema del lavoro subordinato all’esito del giudizio sono risultati non provati anche alcuni dei principali criteri complementari e sussidiari, quali l’osservanza di un predeterminato orario di lavoro e del versamento a cadenza fissa di una retribuzione prestabilita.
In assenza di prova della subordinazione, la domanda della Taglioni non può pertanto che essere disattesa.
Le spese del giudizio, liquidate comne in dispositivo, seguono la soccombenza.
Roma, 27.12.2016.
Il giudice Massimo Pagliarini
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO IL TRIBUNALE DI GENOVA
7375/2015+ 11856/2015 R.C. N………………….Sent. N………………….Cron .
nelle cause riunite iscritte ai nn. 7375/2015+ 11856/2015 promosse da :
DI FRANCO ADELINA, (C.F. DFRDLN63R52D969X) elettivamente domiciliata in VIA
XX SETTEMBRE 29/16 GENOVA, presso lo studio dell’’avv. ORLANDO GIULIA, che la rappresenta e difende in forza di mandato in calce al ricorso introduttivo
PARTE RICORRENTE e resistente
MAURICI VENANZIO GIOVANNI, (C.F. MRCVNZ63H02D969P) elettivamente
domiciliata in PIAZZA DELLA VITTORIA 11/16 16121 GENOVA, presso lo studio dell’avv. LERCARI PAOLA che lo rappresenta e difende in forza di mandato a margine della comparsa di costituzione
PARTE CONVENUTA e ricorrente
E con l’intervento ex lege del PUBBLICO MINISTERO
per la ricorrente : come in prima memoria ex art 183 c.VI cpc e quindi: ““Piaccia al Tribunale Ill.mo, contrariis reiectis, con revoca e/o modifica parziale dell’ordinanza Presidenziale emessa ex art. 708 c.p.c., voglia dichiarare la separazione giudiziale dei coniugi DI FRANCO ADELINA e MAURICI VENANZIO GIOVANNI alle seguenti condizioni:
confermare il provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla moglie con tutta la mobilia ivi contenuta;
– disporre, stante il grave comportamento posto in essere dal Sig. Maurici, l’affido esclusivo dei figli minori a favore della madre, con collocazione degli stessi presso la medesima, stabilendo le modalità di visita e incontri padre-figli meglio visti e ritenuti;
porre a carico del Sig. Maurici, un assegno a titolo di contribuzione al mantenimento della moglie e dei figli nella misura di € 1.200,00 mensili, o altra somma meglio vista e ritenuta, oltre al 50% delle spese scolastiche e mediche specialistiche dei figli;
dichiarare l’addebito della separazione a carico del Sig. Maurici.
Vinte le spese e gli onorari di giudizio”.
per il resistente: come in comparsa di costituzione e risposta del 24.11.15 e quindi:
“Voglia il Tribunale Ill.mo, contrariis reiectis,
“pronunciare la separazione personale dei coniugi Maurici Venanzio Giovanni e Di Franco Adelina Patrizia, autorizzando gli stessi a vivere separati;
assegnare la casa già coniugale, sita in Genova, Via S. Bartolomeo del Fossato 94/10 alla Sig.ra Di Franco Adelina Patrizia, nell’interesse dei figli minori;
disporre l’affidamento dei figli minori Francesca (16 anni) e Federica Lucia (12 anni) in capo ad entrambi i genitori secondo la forma condivisa, con collocazione abitativa ed anagrafica presso la madre, prevedendo che il padre possa vederli con un regime di visita libero, tenuto conto delle esigenze e della volontà dei figli;
porre a carico del Sig. Maurici Venanzio Giovanni l’obbligo di corrispondere un assegno di mantenimento mensile in favore dei soli figli come meglio verrà determinato in corso di causa”
FATTO E DIRITTO La domanda di separazione è fondata e merita accoglimento.
Sussistono infatti indiscutibilmente le condizioni per la pronunzia della separazione personale giudiziale fra i coniugi, atteso che dalle dichiarazioni delle parti e dalla istruttoria svolta si evince la sussistenza di fatti tali che hanno spento il rapporto affettivo di comunione spirituale per cui non è più ripristinabile il consorzio coniugale.
Con riferimento alla domanda per l’addebito della separazione formulata dalla moglie a carico del marito, è opportuno premettere che secondo il consolidato orientamento della Corte di Cassazione, la decisione sull’addebitabilità della separazione non può basarsi su singoli episodi di frattura fra i coniugi, ma deve derivare dalla valutazione globale dei loro reciproci comportamenti che a detto fine, possono assumere rilevanza solo se si traducano in violazioni ingiustificate dei doveri che discendono dal matrimonio e soprattutto abbiano avuto un’incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza.
La pronuncia dell’addebito della separazione implica dunque la prova che “l’irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile esclusivamente al comportamento volontariamente e consapevolmente contrario a tali doveri da parte di uno o di entrambi i coniugi, e cioè che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell’intollerabilità dell’ulteriore convivenza. Pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai predetti doveri tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa efficiente del fallimento della convivenza, legittimamente viene pronunciata la separazione senza addebito (cfr., ex pluribus, Cass. Sez. I, sentenza 28/5/2008 n. 19450).
Nel caso di specie detta prova è stata raggiunta.
La moglie ha infatti chiesto di addebitare la separazione al marito per aver tenuto i seguenti comportamenti contrari alla unità familiare:
-l’abbandono del domicilio coniugale, avvisando la moglie con un messaggio telefonico nel dicembre 2011 per poi farvi ritorno sempre con messaggio telefonico alla fine del gennaio 2012; -comportamenti scostanti e distaccati dal coniuge e dal menage familiare, tenuti anche successivamente al rientro nella casa coniugale;
-l’intrattenimento di una relazione extraconiugale con una amica di famiglia, ostentata e vissuta apertamente nel quartiere di Sampierdarena;
-disinteresse dei bisogni e delle necessità della moglie e dei figli, sia dal punto di vista materiale, che spirituale.
Ha anche rappresentato la condizione di povertà propria e dei figli, aggravata da uno sfratto per morosità, nonché da una cessata contribuzione di qualsivoglia contributo al mantenimento (effettuata, fino a tutto febbraio 2015, attraverso la dazione di somma, riposta all’interno della cassetta delle lettere, pari a € 10,00 giornalieri) da parte del Sig. Maurici che, per converso, conduce una vita normale, frequentando locali da ballo, cinema e ristoranti insieme alla nuova compagna.
La domanda di addebito è stata istruita all’udienza in data 27 ottobre 2016, mediante l’interpello del convenuto e l’audizione dei testi di parte ricorrente, in particolare, la sorella e la nipote.
Il sig Maurici Venanzio Giovanni ha reso dichiarazioni -di tipo confessorio- rilevanti in quanto, rispondendo sui capitoli di prova 1 e 3 della 2^ memoria della ricorrente, relativi alla relazione extra-coniugale da lui intrecciata nel corso del 2011, ha affermato che vi era “ un tira e molla”, ci vedevamo ma non era una cosa sicura” e ancora che “ci vedevamo, non solo come amici, c’era qualcosa di più ”. Rispondendo sul capitolo di prova 4, ha affermato come attualmente conviva con la nuova compagna (con la quale, pertanto, ha continuato ad intrattenere tale relazione extra-coniugale sin dal 2011 ad oggi), presso l’abitazione della madre, recentemente deceduta, sita in Genova, Via Carzino 5/3.
La teste Di Franco Sabrina, nipote della moglie, rispondendo sul capitolo 1, riferisce come, già nel 2011, tale relazione extraconiugale fosse ostentata e resa pubblica dall’odierno resistente sul social network Facebook, attraverso frasi d’amore e dediche indirizzate alla Sig.ra Ivana Canata, attuale compagna del Sig. Maurici. Queste le testuali dichiarazioni rese: “…io frequentavo FB, avevo all’epoca come amico il resistente e ho visualizzato dediche e frasi d’amore verso la signora Ivana Canata. Era il 2011. Sul social c’eravamo io, mio fratello e mio cugino. Io temevo che mio cugino Andrea, il figlio dei coniugi, potesse visualizzarlo ma poi ho saputo che lui non aveva l’amicizia del padre. Fui sconvolta da questa cosa. Ne parlai con mia madre e poi e lei informammo insieme mia zia.
a… il nome e cognome di Ivana Canata non c’erano su FB, però c’erano in risposta alle frasi di lui dei cuori o le parole “anch’io”; andai a vedere chi le aveva postate ed è risultato il nome e cognome di Ivana Canata, che non sapevo chi fosse. Poi andai a cercarla e le ho dato un volto e ho scoperto che era un’amica di mia zia perché le sue figlie erano amiche della signora, specie la figlia di mezzo, Francesca Maurici.
In ordine al capitolo 3, la teste ha riferito che a distanza di un anno e mezzo, tra il 2012 e il 2013, li ha incontrati al cinema, occasione nella quale il Sig. Maurici, si rivolgeva alla teste intimandole di “farsi i fatti suoi” perchè “se la stava risolvendo”.
Anche la deposizione della teste Di Franco Maria Assunta, sorella della ricorrente, conferma la violazione dell’obbligo di fedeltà da parte del marito.
In primo luogo, sul capitolo 1, afferma come la notizia della relazione extraconiugale le fu riferita da un fioraio di Via Cantore, il quale le comunicò, altresì, che “tutta Sampierdarena sapeva della relazione del marito con una signora”; la teste ha aggiunto di aver visto personalmente il Sig. Maurici in compagnia di una signora bionda in più occasioni, “mano per la mano” e ancora “in auto con la sorella, la madre”.
In ordine al capitolo 3, afferma come, il giorno in cui il Sig. Maurici ha abbandonato il tetto coniugale, la moglie “mi chiamò disperata dicendomi che lui se n’era andato con un messaggino” e ancora come “mia sorella con i tre figli vennero quella sera disperati da me e ci rimasero tutto il natale. Poi è ritornato a febbraio /marzo, ha continuato a farsi la sua vita, a ballare anche se non c’erano soldi per mangiare.
Mia nipote, la seconda figlia, in cura al Gaslini, un giorno doveva andare al Gaslini ma non volle andare in ospedale col padre e allora noi abbiamo capito che ce l’aveva col padre perché la relazione era con la mamma della sua migliore amica. Mia nipote ha perso tutte le amiche per questo motivo.
La moglie ha dunque assolto all’onere probatorio, che su di lei incombeva, di dimostrare che il marito ha violato l’obbligo di fedeltà coniugale.
In diritto, secondo l’orientamento costante della Corte di Cassazione “in tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile (Cass. 12 aprile 2006 n. 8512; 12 giugno 2006 n. 13592; 19 settembre 2006 n. 20256; 7 dicembre 2007 n. 25618; Cass. 8512/2006 e 25618/2007 sono espressamente richiamate – nella parte in cui affermano che la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente grave in quanto di regola rende intollerabile la prosecuzione della convivenza, giustifica ex se l’addebito della separazione al coniuge responsabile – in motivazione dalla più recente e conforme Cass. 14 ottobre 2010 n. 21245, non massimata).
Quanto quindi alla ripartizione dell’onere della prova, mentre di regola la parte che richieda l’addebito della separazione all’altro coniuge, deve provare sia la contrarietà del comportamento di questi ai doveri che derivano dal matrimonio che l’efficacia causale di questi comportamenti nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza qualora la ragione dell’addebito sia costituita dall’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale, secondo la Cassazione la prova di questo comportamento fa presumere che abbia reso la convivenza intollerabile e la parte che lo ha allegato ha interamente assolto l’onere della prova per la parte su di lei gravante.
Secondo la giurisprudenza costante della Suprema Corte (vd ex multis , Cass. 20 aprile 2011 n. 9074) quando l’altro coniuge eccepisce la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, trovano applicazione le comuni regole in tema di onere della prova, per cui (art. 2967 cpv.) chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda (nella specie, dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza) deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà.
Ne consegue che i fatti che escludono il nesso di causalità tra la violazione accertata e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, ove non emergano dagli atti del processo, devono essere allegati, e occorrendo provati dalla parte che resiste alla domanda di addebito della separazione.
La difesa del resistente nella comparsa conclusionale ha replicato che la coppia era ormai in crisi da tempo (oltre dieci anni) ma non è stata offerta alcuna prova in giudizio (non sono state depositate le memorie istruttorie) della preesistenza della crisi rispetto alla relazione extraconiugale del marito.
Ne consegue che la domanda di addebito della separazione proposta dalla moglie merita accoglimento.
Dal matrimonio dei coniugi celebrato il 24.03.1990 sono nati tre figli: Andrea, nato il 2.6.1993, Francesca, nata il 20.01.1999 e Federica Lucia, nata il 22.02.2003.
All’esito dell’udienza presidenziale del 25 novembre 2015 il Presidente f.f. disponeva: -l’affidamento delle figlie minori Francesca e Federica (essendo Andrea ormai maggiorenne) secondo la forma condivisa con collocazione presso la madre;
– l’assegnazione della casa già familiare, sita in Genova, Via S. Bartolomeo del Fossato 94/10 in capo alla Sig.ra Di Franco, (condotta in locazione e per la quale è in atto procedura esecutiva di sfratto per morosità);
– l’obbligo in capo al Sig. Maurici di corrispondere una somma mensile pari ad € 300,00 (€ 100,00 per ciascun figlio) quale contributo al mantenimento dei figli, stante la precarietà della sua situazione lavorativa e abitativa, dando atto che egli era privo di occupazione da 4 anni e ospitato da sua madre;
– l’incarico al Servizio Sociale territorialmente competente di organizzare e monitorare gli incontri padre/figlie tenuto conto del rifiuto delle stesse a rapportarsi con il genitore da quando questi aveva definitivamente lasciato la casa coniugale nel gennaio 2015.
Nulla veniva disposto a carico del convenuto quale mantenimento della moglie, che aveva richiesto un contributo anche per sé.
Quanto al regime di affidamento delle due figlie, premesso che anche la secondogenita è prossima alla maggiore età (essendo nata il 20.1.1999) e che quindi la domanda riguarda principalmente l’ultimogenita Federica che ha quasi 13 anni, ritiene il Tribunale che l’invincibile rifiuto di frequentare il padre, manifestato dalle figlie anche ai Servizi Sociali del comune di Genova (ATS 35) incaricati dal Presidente f.f, e motivato dalle assenze e dal comportamento del padre , non solo verso la madre, ma anche verso di loro (c.f.r. la Relazione servizi sociali del 15.07.2016 in atti), imponga di disporne l’affidamento in via esclusiva alla madre. E’ stato del resto accertato in giudizio come il convenuto abbia scelto di vivere apertamente la sua nuova relazione affettiva e abbia abbandonato prima nel 2011 e quindi nel 2015 la casa coniugale senza curarsi di ferire i sentimenti dei figli e si sia disinteressato degli stessi anche sotto il profilo economico, così pregiudicandoli sia sul piano morale che sul piano materiale, non consentendo loro di sfruttare al meglio le proprie potenzialità formative.
Sotto il profilo economico la situazione del nucleo composto dalla madre e dai tre figli è drammatica, come si evince in primo luogo dalla perdita dell’abitazione (cfr le prod. 4 e 5 della memoria integrativa: intervenuto sfratto di morosità dalla casa familiare condotta in locazione) .
Il Sig. Maurici infatti, ha omesso di corrispondere il canone di locazione e non si è neppure occupato della relativa procedura azionata nei suoi confronti, lasciando in gravi difficoltà la Sig.ra Di Franco ed i suoi figli. Quest’ultima, come risulta dal doc 4, non eradestinataria dell’intimato sfratto, essendo intestatario del contratto unicamente il Sig. Maurici, e, di fronte al totale
disinteresse del resistente, ha dovuto procedere, in autonomia, ad un intervento nella procedura, ciò al fine di chiedere congruo termine di grazia
La signora DI Franco è disoccupata e, essendosi sempre dedicata, in costanza di matrimonio, alla cura della casa ed alla crescita dei figli.
Per far fronte ai bisogni della famiglia, la Sig.ra Di Franco ha dovuto chiedere aiuto ai propri familiari (cfr. teste Di Franco Maria Assunta sul cap. 14 “…io con i miei 800,00 euro al mese devo aiutare mia sorella e i tre nipoti, lui continua a fumare due pacchetti di sigarette al giorno. Io non ci posso più andare al ristorante perché con il mio stipendio devo aiutare mia sorella. Sono anche vedova.”) nonché rivolgersi alla comunità di S. Egidio che, accertata la condizione di assoluta povertà della stessa, ha provveduto a pagare per suo nome e conto le bollette ENEL (la cui fornitura era stata sospesa), libri scolastici, medicine e a fornirle generi alimentari di prima necessità (cfr. doc. 10 memoria integrativa).
Il Sig. Maurici vive insieme alla nuova compagna nell’immobile di cui è comproprietario insieme alla sorella a seguito del decesso di sua madre, è abile al lavoro e non risulta avere malattie invalidanti.
Nonostante che il resistente riferisca di essere disoccupato, dalle deposizioni testimoniali emerge come lo stesso, in più di un’occasione, sia stato visto in abiti da lavoro, il che consente di presumere che espleti, quantomeno occasionalmente, attività lavorativa come muratore (cfr. capitolo 16 teste Di Franco Sabrina e Di Franco Maria Assunta).
Il suo tenore di vita appare inoltre incompatibile con la situazione di assoluta indigenza lamentata. Rispondendo in ordine al capitolo 14, la teste Sabrina Di Franco ha confermato la presenza del Maurici a serate di ballo, al mare nonché a feste di compleanno. Ha dichiarato infatti : “non ho idea di quanto percepisca mensilmente il convenuto , tramite Social e tramite un sentito dire perché la città è piccola, so che lui va a ballare, va al mare e va a feste di compleanno.
Adr abitiamo tutti a Sampierdarena.
Io l’ho incontrato spesso con lei, mie amiche l’hanno incontrato, lo incontrano negozianti di fiducia.
Non posso dire quanto guadagni, dico solo che per fare certe cose a me “partono” soldi.
Lo stesso resistente, in sede di udienza presidenziale del 25.11.2015, ha riferito che dopo aver perso il lavoro di guardia giurata addetta al trasporto valori a seguito del fallimento della ditta ha fatto “qualche lavoretto in nero”.
Alla luce di quanto appena esposto, il Collegio stima che il contributo di mantenimento disposto in sede presidenziale in favore per i figli pari a € 100,00 per ciascun figlio debba essere elevato a 200,00 euro per ciascuna delle due figlie, essendo eccessivamente modesta la somma statuita, oltre
al 50% delle spese straordinarie (mediche non coperte dal S.S.e scolastiche) previamente concordate e documentate.
Va invece revocato il contributo paterno a favore del figlio Andrea, avendo la madre dichiarato nella seconda memoria che questi ha reperito attività lavorativa come commesso e con lo stipendio di 600,00 e al mese paga il canone di locazione della casa nella quale la signora Di Franco si è trasferita con i tre figli. Andrea Maurici deve quindi ritenersi oggi economicamente indipendente. La mancanza di stabilità lavorativa in capo al convenuto non consente invece il riconoscimento di un contributo anche per il mantenimento della moglie. Quest’ultima, del resto, è anch’essa abile al lavoro (non incidendo la documentata invalidità civile del 40% per sordità all’orecchio sinistro sulla sua capacità lavorativa) ed ha dichiarato all’udienza presidenziale di fare dei lavoretti in nero.
La prevalente soccombenza del sig Maurici ne determina la condanna alle spese, liquidate come in dispositivo, con pagamento a favore dello Stato, essendo la ricorrente ammessa al patrocinio a spese dello Stato
il Tribunale di Genova, definitivamente pronunciando, ogni contraria domanda, istanza anche
istruttoria ed eccezione disattesa;
Pronuncia la separazione personale dei coniugi DI FRANCO ADELINA, (C.F.
DFRDLN63R52D969X) e MAURICI VENANZIO GIOVANNI, (C.F. MRCVNZ63H02D969P) coniugati a Genova il 24.3.1990 con matrimonio trascritto nei registri di stato civile del Comune di Genova alla parte II, atto n. 82, anno 1990, serie A, Uff 1 con addebito al marito.
Dispone l’affidamento delle figlie minori Francesca a Federica Lucia in via esclusiva alla madre, con collocazione abitativa presso la medesima;
nulla dispone allo stato sulla frequentazione padre/figlie, atteso il rifiuto opposto dalle figlie;
eleva il contributo a carico del signor Maurici Venanzio Giovanni per il mantenimento delle figlie Francesca e Federica a € 400,00 al mese (€ 200,00 per ciascuna figlia) rivalutabile annualmente secondo Istat, da versarsi alla madre collocataria entro il 10 di ogni mese, oltre al 50% delle spese straordinarie (scolastiche, mediche non coperte dal S.S.N,) previamente concordate e documentate; revoca il contributo paterno al mantenimento del figlio Andrea, maggiorenne ed economicamente autonomo;
respinge la domanda della signora Di Franco Adelina di percepire un contributo al proprio mantenimento a carico del sig Maurici Venanzio Giovanni;
condanna il sig. Maurici alla rifusione delle spese processuali che liquida già ridotte del 50%, in quanto la parte vittoriosa è ammessa al patrocinio a spese dello Stato, nella somma di € 2800,00 oltre spese generali, IVA e CPA, con pagamento a favore dello Stato.
Genova, così deciso nella camera di consiglio del 12.1.17 Il Presidente
Il giudice estensore Manuela Casella
IL TRIBUNALE DI PESARO, composto dai sigg.ri:
dr.ssa Carla Fazzini
ha pronunciato dopo rituale delibera la seguente
nella causa civile iscritta al 673/2012 R.G. e promossa da
COSETTA MATTIOLI
Con l’avv. LO BARTOLO VALENTINA
Con l’avv. BARTOLI ANNA
PRESIDENTE GIUDICE GIUDICE rel.
Sentenza n. 955/2016 pubbl. il 20/12/2016 RG n. 673/2012
PUBBLICO MINISTERO, in persona del Dott. Manfredi Palumbo, Procuratore della Repubblica;
– INTERVENUTO-
Con ricorso depositato in data 13/03/2012, Mattioli Cosetta si rivolgeva a questo Tribunale affinché pronunciasse la separazione personale dal coniuge
aveva contratto matrimonio in data 25/07/1998 e dalla cui unione era nata, il 02/09/1995, la figlia Axel.
La ricorrente affermava che le cause della frattura coniugale risiedevano nelle condotte “palesemente contrarie a tutti i doveri nascenti dal matrimonio” tenute dal marito. In particolare riferiva che quest’ultimo – dopo un primo periodo (concomitante con i buoni proventi della pescheria di famiglia in cui il resistente lavorava con la propria madre) nel quale gli sposi avevano condotto una vita agiata – aveva completamente mancato, complice i gravi problemi finanziari derivanti anche da problemi dall’attività, di provvedere alle esigenze materiali e morali della famiglia sperperando gran parte delle risorse (in particolare il ricavato della vendita della attività di sua proprietà che, secondo la moglie, egli stesso aveva fatto fallire e della cessione della casa coniugale) nel gioco d’azzardo, nel consumo di sostanze stupefacenti, nella frequentazione di altre donne.
Chiedeva pertanto l’affido esclusivo ed il collocamento presso di sé della figlia (minore all’epoca del ricorso) ed inoltre la corresponsione a carico del Perugini della somma mensile di € 450,00, quale contributo di mantenimento per la figlia Axel (oltre il 50% delle spese straordinarie) e della somma mensile di € 250,00 a titolo di mantenimento per sé.
Si costituiva in giudizio il Sig. Perugini Roberto il quale, respingendo ogni richiesta ex adverso formulata, rilevava che la ricorrente, a suo avviso abituale consumatrice di psicofarmaci, lo aveva ingannato in quanto, falsamente prospettandogli la possibilità di un ritorno insieme, si era fatta attribuire una cospicua somma derivante dalla vendita della casa familiare.
Rilevava inoltre come la stessa dovesse considerarsi anche inadeguata a provvedere alle esigenze della figlia. Pertanto, confermando l’impossibilità della prosecuzione della vita matrimoniale, il Perugini chiedeva a questo proposito che venisse disposta una CTU sulla persona della moglie al fine di accertarne la responsabilità genitoriale (così da disporre, per il caso di esito positivo della perizia, l’affido condiviso della figlia) e diversamente disporne l’affido esclusivo in capo al padre; nel merito, si rendeva disponibile ad una corresponsione a proprio carico di un contributo mensile per il mantenimento della figlia pari ad € 200,00, oltre il 50% delle spese straordinarie, mentre nulla riteneva fosse da versare a favore della ricorrente, ritenuta economicamente autosufficiente.
Fallito il tentativo di conciliazione esperito all’udienza del 30/07/2012 fissata per la comparizione dei coniugi, il Presidente con ordinanza del 01/08/2012 autorizzava i coniugi a vivere separati, affidava la figlia minore in modo condiviso ad entrambi i genitori, collocandola presso la madre, poneva a carico del Perugini l’obbligo di corrispondere per il mantenimento della figlia la somma di € 300,00 e per il mantenimento della coniuge la somma di € 200,00.
Avverso tale ordinanza presidenziale, il Perugini proponeva reclamo alla Corte di Appello di Ancona, contestando in particolare la parte della decisione relativa al mantenimento. La Corte rigettava il reclamo, rimandando così le parti alla sede istruttoria per la valutazione di eventuali nuove circostanze.
La causa procedeva quindi avanti il Giudice Istruttore, il quale, concessi di termini di cui all’art. 183 co. 6, all’udienza del 19 giugno 2014 ammetteva le prove richieste dalle parti nelle rispettive memorie.
A seguito di istanza di modifica dell’ordinanza presidenziale, proposta da parte resistente a fronte delle mutate capacità reddituali del Perugini (il cui reddito, a causa della fine del rapporto di lavoro e della cessazione dell’indennità di infortunio/disoccupazione, non raggiungeva più le cifre considerate nella fase presidenziale del procedimento, in base alle quali era stata emanata l’ordinanza del 01/08/2012) nonché della sopravvenuta documentazione inerente il profilo Facebook della Mattioli (nel quale quest’ultima, durante una conversazione on line dichiarava di ricevere un compenso di € 1.000,00 per ogni serata passata in un locale fanese), veniva quindi ridotto della metà il contributo a titolo di mantenimento a favore di Mattioli Cosetta, fissandolo ad € 100,00.
Esaurita l’istruttoria, la causa veniva rimessa al Collegio per la decisione. Precisando ciascuna parte le proprie conclusioni, più nulla veniva da entrambe richiesto in merito all’affidamento della figlia che, nelle more del giudizio, era diventata maggiorenne.
Il PM concludeva per la separazione dei coniugi.
Sulla base degli atti, delle memorie e della documentazione prodotta dalle parti, nonché dall’espletamento della prova testimoniale, deve ritenersi accertata l’insanabile frattura tra i coniugi e l’intollerabilità della prosecuzione della loro convivenza.
Giova anzitutto precisare che la parte ricorrente Mattioli, nelle conclusioni indicate col proprio ricorso introduttivo, non avanzava formale richiesta di addebito.
È noto che, in linea di massima, “Nel giudizio di separazione personale, il ricorso introduttivo rappresenta l’atto di riscontro, “quoad tempus”, della tempestività delle domande avanzate dal ricorrente, cosicché la domanda di addebito, proposta da quest’ultimo, non contenuta nel ricorso medesimo, ma avanzata o nella fase dinanzi al presidente del tribunale o in un momento ancora successivo ad essa, soggiace alla sanzione dell’inammissibilità” (cass. n. 11305/07).
Appare tuttavia condivisibile l’orientamento secondo cui la domanda di addebito “.. non occorre che [..] sia espressamente ripetuta nella parte relativa alle conclusioni del ricorso introduttivo, essendo sufficiente che l’intenzione di uno dei coniugi di addebitare la separazione all’altro risulti univocamente dalla lettura dell’atto nel suo complesso” (cass. n. 1278/14).
Nel caso di specie, come visto, non v’è dubbio che – anche da una rapida scorsa del ricorso introduttivo – emerga indiscutibile l’intento della Mattioli di addebitare alla controparte la responsabilità del naufragio del consorzio coniugale. Prova ne sia che anche il Perugini, pur essendo la carenza di una richiesta di addebito rilevabile d’ufficio, non solo non abbia sollevato la relativa eccezione ma nemmeno abbia posto in dubbio l’impostazione dell’azione giudiziaria della controparte volta a richiedere l’addebito a suo carico.
Tanto chiarito, è possibile accogliere la richiesta di addebito della separazione in capo al Perugini.
Dalle deposizioni rese – in particolare dagli stessi familiari del Perugini – è emerso come il resistente, pur gravato da rilevanti debiti derivanti dalla propria attività imprenditoriale, avesse operato una gestione delle risorse finanziarie (anche da destinare alla famiglia) certamente poco accorta.
In particolare meritano di essere menzionate la deposizione – acquisita agli atti senza opposizione del Perugini – resa dalla figlia Axel nell’ambito del procedimento per inabilitazione Rg. n. 2294/14.
In essa, quest’ultima confermava che la parte (in contanti) del più rilevante importo complessivamente percepito per la caparra in occasione dell’atto del preliminare di vendita della casa familiare e conservato in una scatola era inspiegabilmente venuta meno. Aggiungeva, più precisamente, che “mia madre diceva che lei non li aveva spesi ed era arrabbiata con mio padre perché li aveva spesi tutti lui. Ho visto la scatola vuota. Ho sentito mio padre sul punto e ha detto che non era stato lui. Mio padre disse che con una parte di quei soldi aveva pagato le bollette ma ciò non era vero perché non erano state pagate le bollette. Non era affatto stupito che i soldi nella scatola non ci fossero”. Riferiva quindi che “mia madre ha mai preso soldi da lì. Era l’unica scatola che avevamo a casa con i soldi. I miei genitori in quel periodo non lavoravano”.
La sorella del resistente, Perugini Francesca, raccontava come il fratello le chiedesse sempre soldi, che telefonava continuamente per domandare denaro (alle volte anche ricorrendo a minacce) e allo stesso modo si comportava con i genitori “che glieli hanno dati fino a che non li hanno finiti”. Tali ininterrotte e pressanti richieste, inoltre, non erano motivate unicamente – secondo quanto dalla stessa ricordato – da debiti di lavoro. Confermava anche “che mia zia Luisa è andata a vivere con lui, contro il mio volere, e so che mia zia aveva le spalle ben coperte e quando è morta non avevo più una lira e gli abbiamo pagato io e mio padre il funerale”.
Tali dichiarazioni coincidono con quelle dalla stessa rese anche nel procedimento per inabilitazione all’udienza del 14.10.2015 ed acquisite – come detto – col consenso della parte resistente. In particolare ribadiva di aver prestato denaro al fratello consegnandolo all’avvocato di quest’ultimo “perché non mi fiderei mai di darli nelle mani di mio fratello. so che ha sperperato tutto il denaro di famiglia e ciò so senza poter quantificare ma posso dire che ha sperperato tutto il patrimonio di Luigia che lui ha accolto in casa ma in cambio le ha preso tutti i soldi. Ciò è comunque è una mia valutazione perché so che mia zia è entrata in casa che aveva grossi risparmi ed è uscita senza avere più nulla in banca [..] ha sperperato poi tutti i soldi dei miei genitori e ciò ho saputo quando la Banca delle Marche mi ha telefonato per dirmi che c’era un conto in passivo di 25.000,00 euro [..] credo che sul conto dei miei ci fossero circa 400 milioni di lire che poi come ho detto sono spariti e addirittura arrivando ad un passivo di circa 25.000,00 euro. sono tutti andati per mio fratello che aveva paura gli portassero via la casa [..] gli amici di lui mi dicevano che era sempre là a San Marino a giocare e a sprecare i soldi”.
Anche la madre della ricorrente – Ghetti Maria – ricordava di aver prestato in varie occasioni circa 10.000,00 euro complessivamente e che tali somme non erano più state restituite.
Nella consulenza tecnica disposta nel suddetto procedimento per inabilitazione – anch’essa acquisita agli atti senza opposizione – è scritto che “Il “transito” di cospicue quantità di denari (di cui solo in parte si riesce a capire il percorso, dato che anche in questo caso vengono fornite versioni decisamente diverse) lascia dubbi (stante la condizione personologica di base sulla quale precedentemente ci si è soffermati) sulla capacità di “gestire” ingenti somme” (pag. 9).
La teste Ghetti Barbara, cugina della ricorrente e frequentatrice della famiglia Perugini confermava che dall’anno 2011 il resistente avesse cessato di contribuire al mantenimento della famiglia (spese alimentari, bollette, ecc.) e, in particolare, che la Mattioli (con la figlia) fosse stata costretta ad andarsene da casa perché “a casa non avevano più niente se non il 6
prosciutto coi vermi e piadina ammuffita nel frigo”. Inoltre, sottolineava come il Perugini – ancorché richiesto più volte dalla moglie di documentare le spese che diceva di sostenere – eludesse sistematicamente tali legittime pretese.
Il quadro che emerge dall’analisi complessiva delle deposizioni assunte quindi rivela, da un lato, la presenza di obiettive ed indiscutibili difficoltà economiche e quindi – di riflesso – familiari e, dall’altro, una gestione delle risorse della famiglia da parte del resistente certamente non oculata e – pur non essendo dimostrato l’impiego di ingenti risorse nel gioco – pacificamente non connotata da quella minima prudenza in grado di assicurare alla coniuge (e alla famiglia) la necessaria assistenza materiale prevista dall’art. 143 c.c. da intendersi come quale obbligo di conferire in famiglia le risorse economiche indispensabili al mantenimento di un adeguato (alle possibilità) tenore di vita.
Nel caso in esame, nonostante la presenza di alcune testimonianze contrapposte, è comunque emerso che il Perugini avesse certamente potuto gestire ingenti risorse economiche. L’amministrazione, come detto non sempre trasparente, di tali risorse unita alla – dimostrata – costante necessità di procurarsi denaro presso numerosi familiari senza che ne venisse chiaramente indicato e documentato (sul punto le dichiarazioni testimoniali presentano all’evidenza una scarsa affidabilità) il motivo e/o la destinazione di esso unitamente ad una sua possibile (come rilevato dal ctu) scarsa avvedutezza nel governare rilevanti disponibilità paiono indizi concordanti e sufficienti ad integrare la presunzione – stante anche l’accertata contestuale presenza delle difficoltà economiche familiari – di una sua mancata o comunque non adeguata ottemperanza al dovere di assistenza materiale indicato.
Un simile comportamento – posto che non sono emerse condotte della parte ricorrente in grado di rappresentare significative violazioni anche da parte sua ai doveri che incombono sui coniugi – pare effettivamente possedere l’attitudine non solo a rendere intollerabile la prosecuzione del matrimonio ma – costituendo violazione dei doveri matrimoniali – anche a giustificare l’addebito della separazione in capo al resistente.
Ciò posto, si è detto che la figlia Axel, nata nel 1995, risulta ad oggi già divenuta maggiorenne.
Ne discende la conseguenza che nulla deve essere disposto con riguardo al suo affidamento e collocazione né alle modalità di visita e di incontro con i genitori (in particolare con quello non convivente).
Ella, tuttavia, allo stato vive con la madre presso l’abitazione della nonna (materna) e non possiede una autosufficienza economica.
Ella, peraltro, da tempo risulta sottoposta, come dalla stessa confermato, a cure psicologiche/psichiatriche iniziate durante il periodo della separazione dei genitori.
La circostanza non è in contestazione, tanto che il padre si offre di versare un contributo di mantenimento pari ad euro 200,00.
Tenuto conto dell’art. 337 septies c.c., rilevato che – con riguardo ai figli – il dovere di contribuire al loro mantenimento non viene meno in capo al genitore anche se disoccupato e che, in particolare, in favore della stessa è, sin dall’emissione dei provvedimento presidenziale, previsto il versamento della somma di euro 300,00 appare possibile confermare in questa sede tale importo.
Si ricorda, al riguardo, stante la specifica richiesta della ricorrente a che il mantenimento decorresse dalla domanda, che “l’assegno perequativo disposto dal giudice nella sentenza di separazione decorre dalla data della decisione e non dalla data della proposizione della domanda, trattandosi di una pronuncia determinativa che non può operare per il passato, per il quale continuano a valere le determinazioni provvisorie di cui agli artt. 708 e 709 cod. proc. civ.” (cass. n. 18538/13). Nel caso di specie, tuttavia, attesa la conferma del provvedimento presidenziale sul punto, la questione pare priva di rilevanza concreta.
Per quanto concerne il mantenimento richiesto dalla ricorrente per sè, ritiene il Collegio di non poter trascurare quanto emerso in corso di giudizio relativamente all’attività dalla stessa presuntivamente svolta.
In particolare, va rilevato come la stessa Mattioli abbia – in una visibile conversazione intrattenuta sul social network Facebook con altro soggetto – espressamente dichiarato di
percepire 1.000,00 euro a serata per l’attività svolta nel locale raffigurato nelle foto pubblicate sul medesimo profilo.
Come già illustrato nell’ordinanza 15.07.2015 – cui integralmente si rimanda – tali dichiarazioni posseggono una indubbia valenza confessoria (ancorché liberamente valutabili in quanto non rese alla controparte) che risulta avallata dal corredo fotografico del profilo Facebook (che effettivamente ritrae la Mattioli in svariate occasioni di svago notturno presso tale locale).
Anche volendo considerare il contesto in cui tali dichiarazioni sono state rese, è tuttavia chiaro che – pure laddove non si trattasse di entrate fisse ma solo occasionali – ciò basterebbe ugualmente ad escludere l’obbligo di mantenimento gravante sul Perugini (allo stato ridotto ad euro 100,00) se si considera che simili entrate sarebbero comunque molto maggiori di quelle su cui – allo stato – può contare il Perugini che si trova in condizioni di disoccupazione. Trascurare questo dato significa non ottemperare alla prescrizioni codicistica dell’art. 156 c.c. che precisa come tale obbligo (di mantenimento) vada pur sempre rapportato sia alla carenza di adeguati redditi propri da parte dell’assistito sia alla consistenza dei redditi dell’obbligato – come visto – estremamente modesti.
Peraltro, per via testimoniale, l’investigatore privato Berardi riferiva di aver seguito per un po’ di tempo la ricorrente e di averla vista frequentemente lavorare presso il chiosco di fiori della cugina.
Inoltre – come confermava tanto la madre della Mattioli quanto la cugina nonché la figlia – la stessa sosteneva i costi di psicoterapia di quest’ultima Axel.
Tali circostanze – lette complessivamente – conducono alla conclusione che la Mattioli, ancorché afflitta da patologie che ne provocavano il riconoscimento di un’invalidità civile, sia ugualmente in grado di contare su una capacità lavorativa e quindi su entrate economiche.
Da tutto questo consegue altresì l’impossibilità di ritenere sussistenti i presupposti necessitati per l’imposizione – a carico del Perugini – di un obbligo di contribuzione al mantenimento della moglie in grado di beneficiare, come dalla stessa pubblicamente dichiarato sulla propria pagina Facebook, di entrate superiori a quelle del marito.
sono da quantificarsi, con riferimento al D.M. n. 55/2014, nella misura di – quanto al giudizio di merito – euro 6.600,00 per compensi (oltre iva e cpa come per legge) – tenendo a mente un valore pari ad euro 1.200,00 per la fase di studio, ad euro 800,00 per quella di introduzione, ad euro 2.800,00 per quella istruttoria e ad euro 1.800,00 per quella decisoria – oltre rimborso spese forfettarie nella misura del 15% del compenso appena citato ex art. 2 D.M. n. 55/2014 e, quanto al giudizio cautelare intervenuto in corso di causa, nella misura di euro 1.100,00 per compensi (oltre iva e cpa come per legge) – tenendo a mente un valore pari ad euro 500,00 per la fase di studio, ad euro 300,00 per quella di introduzione e ad euro 300,00 per quella decisoria – oltre rimborso spese forfettarie.
La parziale soccombenza della parte ricorrente giustifica tuttavia la compensazione delle spese di giudizio per la quota di 1/3 con condanna del resistente Perugini (la cui ammissione al gratuito patrocinio non osta al personale versamento – ove soccombente – delle spese di lite come da cass. n. 10053/12) al pagamento della frazione residua.
 dichiara la separazione personale dei coniugi Mattioli Cosetta, nata a Fano (PU) il
26/08/1965, e Perugini Roberto, nato a Pesaro (PU) il 25/09/1963, che hanno contratto matrimonio a Pesaro il 25/07/1998, con addebito della stessa a carico di Perugini Roberto;
 dispone la trasmissione della presente sentenza, quando sia passata in giudicato, all’Ufficiale di Stato Civile del Comune di Pesaro, perché provveda alla annotazione della stessa a margine dell’atto di matrimonio (atto n. 54, parte I, anno 1998);
 pone a carico di Perugini Roberto l’obbligo di corrispondere un contributo mensile a titolo di mantenimento per la figlia Axel Perugini dell’importo € 300,00 rivalutabili annualmente Istat da versarsi alla ricorrente Mattioli entro il giorno 05 del mese;
 pone a carico di entrambi i coniugi nella misura del 50% l’obbligo di contribuire alle spese straordinarie (mediche, sportive, di istruzione) concordate e documentate relative alla figlia Axel;
 rigetta la domanda di condanna del Perugini avanzata dalla ricorrente al pagamento di un contributo di mantenimento;
 condanna il resistente Perugini Roberto a rifondere alla controparte le spese di lite nella misura di 2/3 dell’importo di euro 6.600,00 liquidato per compensi (oltre iva e cpa come per legge) – secondo i valori di fase meglio dettagliati in motivazione – oltre rimborso spese forfetarie per quanto concerne il giudizio di merito nonché di 2/3 dell’importo di euro 1.100,00 per quanto concerne il procedimento cautelare dichiarando compensata tra le parti la residua porzione di 1/3.
Così deciso in Pesaro, nella camera di consiglio del giorno 08.11.2016 Giudice rel.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 2119

Sentenza 
 sentenza

 Cass. 
 art. 708
e contrario
 Cass. Sez. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Sentenza 
 sentenza 
 art. 2
 cass.