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Ambiente Gestione Rifiuti
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Diritto e Tutela dell’Ambiente
Il diritto dell'ambiente - altrimenti detto diritto ambientale - è l'area specialistica del diritto che si occupa di codificare e definire le leggi, le norme e i regolamenti che sono disposti a tutela dell'ambiente.
Il diritto ambientale è categoria generale che contiene e comprende riferimenti normativi per la tutela e la prevenzione dell'inquinamento di sottocategorie più specifiche quali il suolo, l'acqua, l'aria, i rumori, l'edilizia e l'urbanistica, il paesaggio, i boschi, le foreste, ogni ambiente rurale, ogni ambiente marino o prossimo al mare ecc.
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TUTTO Curatore Fallimentare Confisca Obbligatoria Ordinanza Sindacale Illegittima Trasporto non Autorizzato e buona fede Detentore che ha conferito i rifiuti Tribunale Napoli competenza speciale rifiuti Sottoprodotto Ordina per
Corte di Cassazione, Sezione III Pen., 20 maggio 2008, n. 28836.
Data :: sab 12/31/2011 @ 02:45
Il detentore, che ha conferito i rifiuti a soggetto autorizzato alla attività di recupero o di smaltimento, è esonerato da responsabilità alle eseguenti condizioni: se ha ricevuto copia del formulario controfirmato e datato in arrivo dal destinatario entro tre mesi dalla data del conferimento dei rifiuti al trasportatore ovvero se, alla scadenza dei tre mesi, abbia dato comunicazione alla Provincia della mancata ricezione del formulario. In tale contesto, per accertare la diligente condotta del detentore medesimo, necessita verificare se siano state realizzate le predette condizioni e se i formulari ricevuti dall'imputato siano corrispondenti alla tipologia dei rifiuti da lui consegnati al trasportatore; in caso positivo non sarebbe imputabile un difetto di diligenza in capo al detentore perché indotto in errore sulla liceità della propria condotta dal comportamento del trasportatore.
1) Z.L., N. IL (OMISSIS);
avverso SENTENZA del 19/10/2005 TRIB. SEZ. DIST. di MONTEBELLUNA;
udita in PUBBLICA UDIENZA la relazione fatta dal Consigliere SQUASSONI CLAUDIA;
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Baglione Tindari, che ha concluso per l'annullamento con rinvio.
Udito il difensore Avv. Spreafico Alessandro di Treviso.
Con sentenza 19 ottobre 2005, il Tribunale di Treviso ha ritenuto Z.L. responsabile del reato previsto dal D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 51, comma 1, lett. a, (ora D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256) e lo ha condannato alla pena di giustizia.
Per giungere a tale conclusione, il Tribunale ha accertato in fatto che l'imputato consegnasse rifiuti da lui prodotti alla ditta Geo Servizi fornita di autorizzazione provinciale, ma non per gli specifici rifiuti conferiti nella occasione per cui è processo; in diritto, ha rilevato come Z., che rivestiva una posizione di garanzia qualificata, fosse venuto meno all'obbligo di impedire lo smaltimento non controllato di rifiuti.
Il Giudice ha disatteso la deduzione relativa alla buona fede dell'imputato rilevando come solo un comportamento della autorità amministrativa può ingenerare nell'agente la convinzione della legittimità del suo operato.
che esiste la prova che la ditta Geo Servizi, con la quale aveva un consolidato rapporto, cui affidava i rifiuti fosse munita di autorizzazione;
che aveva accertato questa circostanza e non era esigibile un ulteriore controllo sulla eventuale modifica della autorizzazione stessa;
che non aveva elementi per dubitare che il trasportatore, che gli consegnava i necessari formulari, versasse in condizioni di illegittimità;
che è carente l'elemento soggettivo del reato ed applicabile la previsione dell'art. 48 c.p..
Tanto premesso, la Corte ritiene che le censure siano meritevoli di accoglimento nel limite in prosieguo precisato.
Si rileva, innanzi tutto, come non vi sia incertezza alcuna sulla ricostruzione storica dei fatti e sulla mancanza di autorizzazione della ditta Geo Servizi per la gestione della tipologia di rifiuti conferiti dallo imputato; la problematica che il ricorso pone si incentra sullo elemento soggettivo del reato.
Ora è indiscusso che il produttore di rifiuti sia gravato dallo obbligo di smaltirli nei modi prescritti dalla legge e che, se li affida ad un terzo, debba accertarsi che il soggetto sia munito dei necessari provvedimenti autorizzatoli; per la mancanza di tale doveroso controllo, il produttore risponde, a titolo di colpa, della contravvenzione prevista dal D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 51, comma 1.
Ribadito tale principio che si pone nell'alveo della costante giurisprudenza di legittimità, la Corte rileva come il caso concreto presenti elementi peculiari per cui la tesi difensiva necessita di un ulteriore vaglio ed un approfondimento.
Il ricorrente sostiene (invocando, anche se non esplicita la norma, la previsione del D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 10, comma 3. ora art. D.Lgs. n. 152 del 2006, 188, comma 3), che il rispetto delle procedure sui formulari lo esoneravano da responsabilità.
Ora, in tema di formulari, la legge pone rigide prescrizioni che tendono ad un adeguato e
costante controllo della movimentazione dei rifiuti dalla produzione fino al loro smaltimento. Tali documenti, se tenuti in conformità della legge, fungono da prova del rispetto della normativa del settore ed hanno valore al fine della ripartizione delle responsabilità dei singoli operatori che partecipano alle diverse fasi della gestione limitando la responsabilità del produttore, o detentore, dei rifiuti nel caso in cui i soggetti ai quali li ha conferiti commettano illeciti.
In particolare, si rileva che il D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 15, comma 2, (ora D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 193, comma 2) prevede un sistema congegnato in modo tale da consentire un reciproco controllo da parte di tutti i soggetti coinvolti nel trasporto dei rifiuti.
La norma dispone che il formulario deve essere redatto in quattro esemplari, datato e firmato dal produttore, o detentore, dei rifiuti e dal trasportatore. Costui conserva una copia del documento, mentre le altre, controfirmate e datate in arrivo dal destinatario, sono acquisite, una, dal destinatario medesimo e due dal trasportatore che provvede a trasmetterne una al detentore originario.
Il detentore, che ha conferito i rifiuti a soggetto autorizzato alla attività di recupero o di smaltimento, è esonerato da responsabilità alle seguenti condizioni: se ha ricevuto copia del formulario controfirmato e datato in arrivo dal destinatario entro tre mesi dalla data del conferimento dei rifiuti al trasportatore ovvero se, alla scadenza dei tre mesi, abbia dato comunicazione alla Provincia della mancata ricezione del formulario.
In tale contesto necessita verificare se siano state realizzate le predette condizioni e se i formulari ricevuti dall'imputato fossero corrispondenti alla tipologia dei da lui consegnati al trasportatore;
in caso positivo, prenderebbe concreta consistenza e plausibilità la prospettazione della difesa secondo la quale non sarebbe imputabile un difetto di diligenza in capo al ricorrente perchè indotto in errore sulla liceità della sua condotta dal comportamento del trasportatore. Poichè la risoluzione del quesito implica una indagine fattuale (che esula dai limiti cognitivi di questa Corte), la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio al Tribunale di Treviso.
La Corte annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Treviso.
VOTO: COMMENTI (0) VISITA
Corte Cassazione, Sez. III Pen., 20 maggio 2008, n. 26529.
Data :: mer 09/29/2010 @ 02:29
In tema di gestione dei rifiuti, in caso di trasporto non autorizzato (art. 53, D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22), il terzo proprietario del mezzo, estraneo al reato, può evitare la confisca ed ottenerne la restituzione solo provando la sua buona fede, ovvero di non essere stato a conoscenza dell'uso illecito o che tale uso non era collegabile ad un proprio comportamento negligente.
1) T.F., N. IL (OMISSIS);
avverso SENTENZA del 11/07/2007 TRIBUNALE, di BARCELLONA POZZO DI
udita in PUBBLICA UDIENZA la relazione fatta dal Consigliere Dott. SQUASSONI
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. BAGLIONE Tindari, il quale ha
Con sentenza 11 luglio 2007, il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto ha ritenuto T.F. responsabile del reato previsto dal D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 51, comma 1, e lo ha condannato alla pena di giustizia.
Per giungere a tale conclusione, il Giudice ha rilevato come le espletate indagini consentissero di ritenere in fatto che T. trasportasse con un autocarro rifiuti non pericolosi (costituiti da calcinacci e detriti vari) destinati ad un deposito abusivo.
In diritto, il Giudice ha osservato come chiunque compia una attività, anche a carattere non imprenditoriale, di smaltimento di rifiuti non destinati al riutilizzo debba essere munito di autorizzazione (carente nel caso concreto).
Il Tribunale ha disposto il sequestro del mezzo, appartenente ad un terzo estraneo al reato, mancando la prova che l'uso illecito non derivasse da negligenza del proprietario.
Per l'annullamento della sentenza, l'imputato ha proposto ricorso per Cassazione deducendo violazione di legge, in particolare, rilevando:
- che, per la sua attività, non doveva essere iscritto nello albo delle imprese di cui al D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 30;
- che gli può essere contestata solo la previsione dell'art. 15 (trasporto di rifiuti senza formulario di identificazione) sanzionata in via amministrativa dall'art. 52, comma 3;
- che il Giudice ha indebitamente utilizzato le sue dichiarazioni rese al momento della constatazione del reato;
- che il mezzo non era passibile di confisca perché appartenente al padre (che non ha mai avuto conoscenza del sequestro) ed al quale non è stato mosso addebito alcuno.
Tutte le fasi di gestione dei rifiuti, per essere legittime, devono essere precedute da autorizzazione, iscrizione o comunicazione ; la violazione di tale precetto è sanzionata penalmente dal art. 51, comma 1, (ora D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 1).
La attività di trasporto è inserita tra quelle di gestione di rifiuti (per la chiara norma definitoria dell'art. 6, comma 1, sub d ora D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 181, comma 1, lett., e, di conseguenza, la mancanza di un provvedimento che la sorregga integra la fattispecie di reato contestata e ritenuta in sentenza.
La circostanza sottesa ai motivi di ricorso - cioè, che l'imputato non esercitava lo smaltimento dei rifiuti in via continuativa - non lo esonerava dallo obbligo di munirsi di titolo abilitativo.
In merito alla seconda deduzione, si rileva che il trasporto di rifiuti effettuato da imprese o enti deve essere accompagnato da uno speciale formulario ; se un soggetto non ottempera a tale obbligo, è punito in via amministrativa dall'art. 52 (ora D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 258).
Sul punto, la deduzione difensiva è irrilevante in quanto la prescrizione contenuta nell'art. 15 (ora D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 193), che ha lo scopo di disciplinare l'iter del trasporto e di verificare la movimentazione dei rifiuti, si cumula (non si sostituisce) alla necessità di un provvedimento autorizzatorio al trasporto dei materiali.
Relativamente alla residua censura, si osserva che alla sentenza di condanna (o di pena concordata) per il reato di trasporto illecito di rifiuti, consegue ex lege la confisca del mezzo a sensi dell'art. 53, u.c.; la norma nulla prevede per la posizione del terzo incolpevole proprietario del veicolo utilizzato per la perpetrazione del reato.
Il caso in esame è regolato in modo differente dalla confisca dei mezzi usati per il contrabbando (nel quale la persona estranea al delitto è ammessa a provare di non avere potuto impedire l'uso illecito del veicolo e di non essere incorsa in difetto di vigilanza) e dalla confisca dell'area in cui è stata realizzata una discarica abusiva (che è possibile solo se il sito è di proprietà dell'autore o del compartecipe del reato); per tale disomogeneità di trattamento non è riscontabile una plausibile e ragionevole giustificazione.
Si impone, pertanto, una interpretazione della norma costituzionalmente orientata e ritenere che la speciale confisca in esame deroghi ai principi generali in tema di obbligatorietà, ma sia disciplinata, per gli aspetti non regolamentati, dalla previsione dell'art. 240 c.p., ed, in particolare, dal comma 3.
Pertanto, il terzo estraneo al reato (da intendersi come persona che non ha partecipato alla commissione dello stesso o ai profitti che ne sono derivati) proprietario del mezzo può ottenere la restituzione del bene se prova la sua buona fede, ossia, che l'uso illecito della res gli era ignoto e non era collegabile ad un suo comportamento negligente (conf. Cassazione Sezione 3 sentenza 33281/2004).
Tale problematica non è affrontabile in questa sede ove il proprietario del veicolo non è stato messo in condizione di interloquire e sarà esaminata e risolta nella fase esecutiva.
La Corte: Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Corte di Cassazione, Sezione III Pen., 12 giugno 2008, n. 37282.
In tema di gestione dei rifiuti, il curatore fallimentare risponde del reato d'abbandono o deposito incontrollato di rifiuti (art. 256, comma secondo, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152) ove la condotta sia riconducibile ad ente od impresa dichiarata fallita, in quanto la responsabilità del titolare si trasferisce alla curatela fallimentare. (In motivazione la Corte, nell'enunciare tale principio, ha precisato che non si tratta d'estensione analogica ma d'interpretazione teleologica della norma incriminatrice).
Il curatore del Fallimento "F.I.L. Fabbrica loggese Laterizi s.r.l.", in persona del Dott. N.A.,
nato a (OMISSIS);
avverso la ordinanza resa il 17.1.2008 dal Tribunale per il riesame di Cosenza;
Udita la relazione svolta in camera di consiglio dal consigliere Dott. ONORATO Pierluigi;
Udito il Pubblico Ministero, in persona del sostituto procuratore generale Dott. LO
POPOLO Angelo, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
Udito il difensore del ricorrente avv. FORNARI Luigi, che ha insistito sui motivi del
1 - Con ordinanza del 17.1.2008 il Tribunale di Cosenza, in sede di riesame, ha
confermato il sequestro preventivo che il locale g.i.p. aveva disposto in data 27.11.2007 relativamente ad alcune aree, di notevoli dimensioni e a diversi capannoni industriali abbandonati ivi ubicati, che avevano coperture in eternit sfaldate in più parti, e nei quali erano stati depositati rifiuti di ogni genere, ravvisando nella fattispecie i reati di cui all'art. 674 c.p., e al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 2.
I beni sequestrati appartenevano al Fallimento della s.r.l. F.I.L. fabbrica loggese Laterizi.
Nel confermare il sequestro, peraltro, il Tribunale del riesame ha autorizzato il custode giudiziale alla rimozione dei sigilli al solo fine di procedere alle operazioni di bonifica dei siti sequestrati.
Il tribunale cosentino ha premesso in fatto che nelle aree in oggetto risultavano abbandonate notevoli quantità di rifiuti, tra cui parti di eternit notevolmente pericolose per la salute pubblica. In particolare, i capannoni presentavano le coperture in cemento - amianto (eternit) in uno stato molto avanzato di degrado per effetto della corrosione atmosferica, tanto che le fibre di amianto, non più inglobate nella matrice cementizia, affioravano in superficie e si disperdevano nell'ambiente circostante, con grave pericolo per la salute pubblica. Secondo una nota del Comune di Santa Caterina Albanese, tra le persone residenti nel raggio di dieci chilometri dalla struttura contaminata si erano registrai in dieci anni 74 decessi per patologie neoplastiche, con netta prevalenza delle patologie correlate alla esposizione all'amianto.
In linea di diritto, prendendo in considerazione le censure sollevate dalla curatela fallimentare nella istanza di riesame, il tribunale ha osservato in particolare quanto segue:
- ricorreva indubbiamente la contravvenzione di deposito incontrollato di rifiuti pericolosi di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 2, peraltro neppure contestata dall'istante;
- ricorreva anche l'ipotesi di cui all'art. 674 c.p., anche se non era stato accertato il superamento dei valori soglia stabiliti dal D.M. 6 settembre 1994, giacchè questi valori sono previsti soltanto per contrastare i rischi connessi alla lavorazione, al trattamento e allo smaltimento dell'amianto, e si riferiscono alle attività autorizzate e controllate, ma non hanno rilievo per la tutela della salute collettiva, messa in pericolo dalla dispersione delle fibre nell'ambiente, che - come nel caso di specie - non è conseguente all'esercizio di un'attività autorizzata;
- secondo i principi affermati da Cass. Sez. Un. n. 29951 del 24.5.2004, Cur. fall, in proc. Focarelli, il giudice penale può disporre il sequestro preventivo c.d. impeditivo ex art.. 321, comma 1, c.p.p., anche su beni appartenenti a imprenditore fallito, senza violare la L. Fall. art. 42, a condizione che, nel giudizio discrezionale sulla pericolosità della res, operi una valutazione di bilanciamento del motivo di cautela e delle ragioni attinenti alla tutela dei legittimi interessi dei creditori, anche attraverso la considerazione dello svolgimento in concreto della procedura concorsuale. Nel caso di specie, il deposito di rifiuti pericolosi continuava ad accrescersi anche in costanza di fallimento, per il perdurante sfaldamento delle coperture di eternit in stato di abbandono ormai da oltre vent'anni, sicchè lo spossessamento dell'impresa per effetto del fallimento era inidoneo a scongiurare la protrazione o la reiterazione del reato; senza considerare che gli interessi meramente economici della massa dei creditori cedono necessariamente il passo dinanzi alle più meritevoli esigenze di tutela della salute dei cittadini, che era esposta a rischio per l'esposizione alle polveri di amianto;
- non poteva condividersi la tesi della curatela istante secondo cui l'annullamento o la revoca del sequestro avrebbe facilitato la vendita dei capannoni e quindi la bonifica del sito da parte degli acquirenti. Al contrario la misura cautelare non ostacolava l'alienazione dell'area e non impediva la messa in sicurezza dei capannoni, stante la possibilità di autorizzare la rimozione dei sigilli per procedere alla bonifica, che era compito improrogabile sia del curatore sia dell'eventuale acquirente;
- non aveva rilievo l'impossibilità di individuare gli autori del reato o di ascrivere il fatto al soggetto che aveva l'attuale disponibilità del bene, giacchè presupposto del sequestro è solo il fumus di un reato, anche se ne sono ancora ignoti gli autori;
- peraltro, anche il curatore, al quale spetta ex art. 31 Legge fallimentare la gestione dei beni del fallito, aveva il dovere di impedire il continuo accumularsi dei rifiuti pericolosi, che si protraeva anche durante la procedura concorsuale a causa dello stato di abbandono dei capannoni, le cui strutture in cemento - amianto continuavano a sfaldarsi crollando al suolo;
- sotto il profilo delle esigenze cautelari, da una parte il sequestro poteva attenuare i pericoli di contaminazione, vietando l'accesso indiscriminato nell'area da parte di terzi, dall'altra il curatore poteva chiedere di essere autorizzato a rimuovere i sigilli per procedere alle operazioni minime per la messa in sicurezza della zona.
2 - Il difensore del curatore fallimentare ha proposto ricorso per cassazione, deducendo erronea applicazione dell'art. 321 c.p.p., e delle norme incriminatrici, nonché vizio di motivazione.
Osserva che nel caso di specie il sequestro serve non già a impedire a chi ha la disponibilità della cosa di protrarre o reiterare le conseguenze del reato, ma piuttosto a costringere chi ha l'obbligo di conservare e valorizzare l'attivo fallimentare a prendere iniziative di bonifica ambientale che esulano dai suoi compiti istituzionali, supplendo così alla latitanza degli enti pubblici preposti alla difesa dell'ambiente. In particolare, del tutto illogicamente e in contrasto con la funzione dell'istituto, si usa il sequestro non tanto per sottrarre i beni alla disponibilità del curatore fallimentare, quanto per chiamare costui a iniziative virtuose, tentando anche di attrarlo nel cono della responsabilità per i reati ipotizzati.
Aggiunge che non è ravvisabile il fumus dei reati contestati.
Il deposito incontrollato di rifiuti, infatti, è un reato proprio che può essere commesso solo dai "titolari di imprese" o dai "responsabili di enti", mentre nel caso di specie l'attività imprenditoriale era cessata da oltre dieci anni (essendo il fallimento del 1998), sicchè il reato ipotizzato era ormai estinto per prescrizione.
Quanto alla contravvenzione di cui all'art. 674 c.p., sotto la specie di emissioni di gas, di vapori o di fumo, secondo la corrente giurisprudenza di legittimità, per integrare il reato non è sufficiente che le emissioni siano idonee a recare fastidio, ma è necessario che esse superino gli standards di tollerabilità fissati dalle leggi di settore.
Infondato - secondo il ricorrente - è il tentativo del tribunale del riesame (ma non del g.i.p.) di ipotizzare una responsabilità del curatore fallimentare in ordine ai reati contestati, sia perchè una cosa è l'amministrazione dei beni del fallito, che gli spetta ex art. 31 Legge fallimentare, e altra cosa è la gestione ambientale dei rifiuti prodotti da chi aveva amministrato l'impresa, che non rientrano nel patrimonio fallimentare; sia perchè non esiste una norma specifica che ponga il curatore in posizione di garanzia ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 40 c.p., comma 2.
Rileva inoltre il difensore che il giudice del riesame non ha effettuato nessuna valutazione di bilanciamento tra l'interesse alla prevenzione speciale contro i reati e l'interesse - altrettanto pubblico - che governa l'ufficio e la procedura fallimentare, come impone la citata sentenza Focarelli. A questo riguardo il giudice del riesame non ha considerato che il fallimento F.I.L. non ha mai avuto liquidità sufficiente per sostenere spese per lo smaltimento dei rifiuti e per il rifacimento delle coperture; e che in concreto la vendita dei capannoni - che avrebbe consentito la bonifica - era stata già autorizzata dal giudice delegato, ma è stata di fatto impedita dal sequestro disposto pochi giorni dopo dal giudice penale.
3 - Occorre una precisazione preliminare.
Secondo una giurisprudenza ormai consolidata di questa Corte, il giudice del riesame di un sequestro preventivo o probatorio, sia pure ai soli fini incidentali, ha il potere di riqualificare giuridicamente il fatto ipotizzato dal pubblico ministero, pur non potendo prescindere dalle concrete risultanze fattuali che l'organo dell'accusa ha indicato a giustificazione della misura (cfr. ex multis Sez. Un. n. 20 dell'11.11.1994, P.M. in proc. Ceolin, rv. 199172; Sez. Un. n. 16 del 19.6.1996, Di Francesco, rv. 205617; Sez. 1^, n. 4274 del 23.6.1997, Kistenpfenning, rv. 208416).
Questo potere ha fondamento nel carattere pienamente devolutivo del riesame desumibile dell'art. 309 c.p.p., comma 9, al quale fa rinvio dell'art. 324 c.p.p., comma 7, a sua volta richiamato dall'art. 257 c.p.p., comma 1.
Analogo potere, invece, non compete al giudice di legittimità investito da ricorso per cassazione contro una ordinanza di riesame confermativa del sequestro, giacchè, secondo il principio devolutivo consacrato nell'art. 597 c.p.p., comma 1, che è di generale applicazione per ogni mezzo di impugnazione e non è derogato dall'art. 325 c.p.p., la cognizione del giudice della impugnazione è limitata ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi di censura proposti.
Per il caso di specie, ne consegue che questa Corte deve valutare la legittimità del sequestro preventivo de quo unicamente in relazione ai reati di cui all'art. 674 c.p., e al D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 256, comma 2, anche se quest'ultimo reato potrebbe eventualmente qualificarsi a norma dell'art. 257 dello stesso decreto, atteso che la fattispecie penale ivi prevista si configura come reato di evento a condotta libera o reato causale puro, nel quale l'evento, consistente in un inquinamento del sito con superamento di determinate concentrazioni soglia di rischio (CSR), è cagionato da una qualsiasi condotta dolosa o colposa, e per il quale la punibilità è condizionata alla omessa bonifica imposta dalla legge (per una più puntuale ricognizione della complicata fattispecie si rinvia a Cass. Sez. 3^, n. 9794 del 29.11.2006, Montigiani, rv. 235951, nonchè a Cass. Sez. 3^, n. 26479 del 14.3. 2007, Magni, rv. 237131/2. Sul carattere permanente del reato v. anche Cass. Sez. 1^, n. 29855 del 13.6.2006, Pezzotti, rv. 235255).
4 - Tanto premesso, va disattesa la tesi difensiva che contesta il fumus dei reati ipotizzati.
4.1 - Sicuramente ricorre l'astratta configurabilità della contravvenzione prevista dall'art. 674 c.p., giacchè appare pacificamente accertato che dai capannoni abbandonati della società F.I.L. si disperdevano nell'ambiente fibre di amianto, gravemente pericolose per la salute pubblica, anche se non è stato accertato il superamento dei limiti di accettabilità previsti dal D.M. 6 settembre 1994.
Vero è che, secondo la giurisprudenza che va ora affermandosi, il reato di cui all'art. 674 c.p., non è configurabile nel caso in cui le emissioni di gas, vapori e fumi molesti provengano da un'attività regolarmente autorizzata e siano contenute nei limiti previsti dalle leggi in materia di inquinamento atmosferico, atteso che la espressione codicistica "nei casi non consentiti dalla legge" costituisce una precisa indicazione della necessità che l'emissione avvenga in violazione delle norme di settore, il cui rispetto integra una presunzione di legittimità dell'emissione stessa (Cass. Sez. 3^, n. 33971 del 21.6.2006, Bortolato, rv. 235056).
Ma è altrettanto vero che, secondo una precisazione assolutamente condivisibile, la necessità di accertare il superamento dei limiti legali di tollerabilità, ai fini della configurabilità dello stesso reato, si pone soltanto per le attività autorizzate che producono le emissioni moleste in oggetto; mentre, nei casi di attività non autorizzate, è sufficiente la semplice idoneità delle emissione a creare molestia alle persone (Cass. Sez. 3^, n. 40191 dell'I 1.10.2007, Schembri, rv. 238054).
Nel caso di specie, come ha accertato con motivazione incensurabile il giudice del riesame, le emissioni in atmosfera, sotto specie di dispersione nell'ambiente di fibre di amianto, non sono state prodotte da un'attività industriale autorizzata (cessata da circa un decennio per effetto del fallimento della società F.I.L.), ma sono state conseguenza del negligente abbandono agli agenti atmosferici in cui la curatela fallimentare ha lasciato i capannoni industriali contenenti amianto. Perciò, ai fini della integrazione della contravvenzione di cui all'art. 674 c.p., non rileva accertare se le emissioni hanno superato i limiti di accettabilità stabiliti dalla legislazione di settore, e in particolare i valori soglia fissati dal D.M. 6 settembre 1994, o dal D.M. 14 maggio 1996, come rettificato dal D.M. 25 luglio 2001, atteso che questi decreti, emanati in base all'art. 5, comma 1, lett. f) e L. 27 marzo 1992, n. 257, art. 6, disciplinano soltanto le metodologie tecniche per realizzare gli interventi di bonifica dall'amianto.
Si può comprendere a questo punto come sia priva di pregio la doglianza difensiva che contesta la responsabilità del curatore ricorrente; e non solo perchè - come ha puntualmente rilevato la ordinanza impugnata - unico presupposto del sequestro preventivo è il fumus del reato a prescindere dalla individuazione del responsabile (c.d. natura reale e non personale della misura).
4.2 - Più problematico, ma egualmente sussistente, è il fumus del reato di cui al D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 256, comma 2.
Entro i limiti propri del giudizio cautelare, appare indubbia la materialità oggettiva del reato, consistente nell'abbandono sul suolo di rifiuti di ogni genere, e non solo di eternit. Si trattava infatti di sostanze di cui la curatela fallimentare aveva - quanto meno - l'obbligo di disfarsi.
Ma si deve ritenere ricorrente anche la qualità soggettiva richiesta dalla norma, che lo qualifica come reato "proprio". La norma incriminatrice, invero, sanziona penalmente l'abbandono o il deposito incontrollato di rifiuti solo se imputabile ai "titolari di impresa" o ai "responsabili di enti", perchè fa carico a questi soggetti di un qualificato ruolo di responsabilità nella gestione dei rifiuti connessi alla loro attività, riservando invece ai soggetti "comuni" un carico di responsabilità minore, presidiato da una semplice sanzione amministrativa D.Lgs. n. 152 del 2006, ex art. 255.
Ma quando l'impresa sia dichiarata fallita - ad avviso di questo collegio - la responsabilità del suo titolare si trasferisce sul curatore fallimentare, che da una parte è pubblico ufficiale e dall'altra ha il compito di amministrare il patrimonio dell'impresa in sostituzione del suo titolare (L.Fall. ex artt. 30 e 31). Si tratta non già di estensione analogica, ma di interpretazione teleologica della norma incriminatrice, secondo la quale, nella soggetta materia, il ruolo del curatore non può ridursi a quello di soggetto "comune".
Del resto, non sembra estranea a questa logica la recente affermazione delle Sezioni unite di questa Corte, secondo la quale la curatela fallimentare non è "terzo estraneo al reato" ai fini di cui all'art. 240 c.p., comma 3, (Sez. Un. n. 29951 del 24.5.2004, Cur. fall, in proc. Focarelli, rv. 228164).
Per queste ragioni, da una parte non può negarsi l'astratta ricorribilità del contestato reato di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 2, dall'altra non può affermarsi la sua estinzione per decorso del termine di prescrizione.
5 - Anche il necessario periculum in mora è stato legittimamente accertato dal giudice del riesame.
Con una motivazione incensurabile in questa sede, l'ordinanza impugnata ha osservato che il sequestro tende a impedire l'aggravamento del reato, da una parte attenuando i pericoli di contaminazione attraverso il divieto di accesso indiscriminato nell'area interessata, e dall'altra consentendo gli interventi minimi di messa in sicurezza, previa autorizzazione alla rimozione dei sigilli, che la stessa ordinanza ha rilasciato a tal fine.
Le censure svolte sul punto dal difensore ricorrente, soprattutto laddove lamentano che la misura tende piuttosto a costringere la curatela fallimentare a prendere iniziative di risanamento ambientale che oltrepassano le sue capacità economiche, esulano dai limiti del ricorso per cassazione contro le misure cautelari reali, che l'art. 325 c.p.p., comma 1, restringe alla violazione di legge, escludendo i vizi di motivazione.
Anche riguardo all'applicazione del principio affermato dalle Sezioni unite di questa Corte nella citata sentenza Focarelli, nessun rimprovero può muoversi alla ordinanza impugnata.
Come già ricordato, secondo questa pronuncia, il giudice penale può disporre il sequestro preventivo c.d. impeditivo ex art. 321 c.p.p., comma 1, anche su beni appartenenti a imprenditore fallito, senza violare l'art. 42 L. Fall., a condizione che, nel giudizio discrezionale sulla pericolosità della res, operi una valutazione di bilanciamento del motivo di cautela e delle ragioni attinenti alla tutela dei legittimi interessi dei creditori (v. mass. 228165 della citata sentenza).
Nel caso di specie, il giudice cautelare, con motivazione incensurabile in questa sede, ha ritenuto che lo spossessamento dell'impresa per effetto del fallimento era inidoneo a scongiurare la protrazione o la reiterazione del reato, considerato che l'abbandono di rifiuti pericolosi continuava ad accrescersi anche in costanza di fallimento, per il perdurante sfaldamento delle coperture di eternit, che erano in stato di abbandono ormai da oltre vent'anni. Le considerazioni di opportunità svolte su questo punto dal difensore della curatela fallimentare, sebbene plausibili, non possono trovare ingresso in questa sede.
6 - In conclusione, il ricorso va rigettato. Consegue ex art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente alle spese processuali.
Depositato in Cancelleria il 1 ottobre 2008
Corte di Cassazione, Sezione III Pen. , 22 maggio 2008, n. 26548
In tema di gestione dei rifiuti, la confisca obbligatoria dell'area adibita a discarica abusiva non può essere disposta con il decreto penale di condanna, in quanto l'art. 51, comma terzo, D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22 (oggi sostituito dall'art. 256, comma terzo, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152) prevede che detta misura di sicurezza deve essere disposta solo con la sentenza di condanna ovvero con la sentenza di patteggiamento. (Annulla senza rinvio, Gip Trib. Padova, 6 Novembre 2007)
Dott. GRILLO Carlo - Consigliere
Avv. MORRONE Gianni, difensore di fiducia di:
M.G.M., n. a (OMISSIS);
avverso l'ordinanza in data 6.11.2007 del G.I.P. del Tribunale di Padova, quale giudice
dell'esecuzione, con la quale è stata rigettata l'opposizione proposta dalla M. avverso il
provvedimento che aveva disposto la confisca di un'area in sequestro.
Udita la relazione fatta dal Consigliere Dott. LOMBARDI Alfredo Maria;
Lette le richieste del Sost. Procuratore Generale, Dott. BUA Francesco, che ha concluso per il
Con la impugnata ordinanza il G.i.P. del Tribunale di Padova, quale giudice dell'esecuzione, ha rigettato l'opposizione proposta da M.G.M. avverso il provvedimento che aveva disposto la confisca di un'area sottoposta a sequestro per i reati di cui al D.Lgs n. 22 del 1997, art. 51, comma 3, e D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181.
Il giudice dell'esecuzione ha osservato che sull'area di cui è stata disposta la confisca, di proprietà della Yota S.r.l., della quale era amministratore unico la M., ubicata nell'ambito del (OMISSIS), era stata realizzata una discarica su una superficie di mq. 24.900 per un altezza di mt. 1 e mc. 14.000 mediante l'abbandono di terre aride di scavo, e materiali di risulta vari provenienti da demolizioni edilizie, senza alcuna autorizzazione; che nei confronti della imputata era stato emesso in data 6,7.2006 decreto penale di condanna per i reati sopra precisati, divenuto esecutivo; che, pertanto, l'area sequestrata è soggetta a confisca obbligatoria ai sensi del D.Lgs n. 22 del 1997, art. 51, comma 3; che le deduzioni della condannata avverso il provvedimento di confisca, emesso in sede esecutiva, sono infondate, stante la obbligatorietà della misura di sicurezza patrimoniale ai sensi della disposizione citata.
Avverso l'ordinanza ha proposto ricorso il difensore della M., che la denuncia per violazione di legge e vizi della motivazione.
Con il primo mezzo di annullamento la ricorrente denuncia la violazione dell'art. 666 c.p.p., comma 1.
Si deduce, in sintesi, che ai sensi della disposizione citata il giudice dell'esecuzione procede a richiesta del pubblico ministero o della parte privata, sicchè il procedimento di esecuzione deve essere sempre attivato su impulso di parte, mentre il giudice non ha poteri per conoscere autonomamente dell'esecuzione stessa; che l'unica eccezione in materia è costituita dalla applicazione dell'amnistia e dell'indulto, ai sensi dell'art. 672 c.p.p., ed è giustificata dalla necessità di provvedere con urgenza in ordine alla cessazione della pena; che, nella specie, il G.I.P. ha, invece, provveduto di propria iniziativa alla emissione del provvedimento di confisca, in assenza di qualsiasi richiesta proveniente dalle parti, sicchè detto provvedimento è affetto da nullità insanabile.
Con il secondo mezzo di annullamento si denuncia la violazione ed errata applicazione del D.Lgs n. 22 del 1997, art. 51, comma 3.
Si osserva che ai sensi della disposizione citata la confisca dell'area adibita a discarica consegue obbligatoriamente alla sentenza di condanna o a quella emessa ai sensi dell'art. 444 c.p.p., mentre nulla è disposto nell'ipotesi in cui il procedimento venga definito mediante l'emissione del decreto penale di condanna; che, peraltro, la confisca dell'area adibita a discarica risulta, invece, facoltativa ai sensi dell'art. 240 c.p., quale cosa che servi o fu destinata a commettere il reato; che inoltre il decreto penale di condanna, seppure risulta equiparato sotto vari profili alla sentenza, prevede, ai sensi dell'art. 460 c.p.p., comma 2, effetti premiali a favore dell'imputato tra i quali la limitazione della confisca all'ipotesi di cui all'art. 240 c.p., comma 2.
Si deduce, quindi, che i beni che non rientrano nelle categorie indicate dalla norma citata non sono suscettibili di confisca in sede di decreto penale di condanna; che la mancata previsione del decreto penale di condanna tra i provvedimenti che rendono obbligatoria la confisca dell'area adibita a discarica abusiva, previsione rimasta immutata nel disposto di cui del vigente D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 3, non può essere altrimenti interpretata che quale esclusione della applicabilità della misura di sicurezza patrimoniale nell'ipotesi di definizione del procedimento mediante decreto.
Si osserva in proposito che la giurisprudenza di legittimità, prima della riforma dell'art. 445 c.p.p., era pervenuta ad analoga conclusione negativa a proposito della estensibilità della confisca, nel caso di definizione del procedimento ai sensi dell'art. 444 c.p.p., ad altre ipotesi, diverse da quelle di cui all'art. 240 c.p., comma 2, in cui fosse prevista come obbligatoria da leggi speciali.
Con l'ultimo motivo di gravame la ricorrente denuncia, infine, l'ordinanza per carenza di motivazione, osservando che il giudice dell'esecuzione ha totalmente omesso di motivare in ordine alla infondatezza dei rilievi che precedono in puntoci diritto, già dedotti in quella sede.
Per completezza di esame deve essere preliminarmente rilevata la infondatezza della eccezione processuale di cui al primo motivo di gravame.
L'art. 676 c.p.p., comma 1, che attribuisce al giudice dell'esecuzione la competenza, tra l'altro, a provvedere in ordine alla confisca o alla restituzione delle cose sequestrate, rinvia per il procedimento all'art. 667 c.p.p., comma 4, che non prevede impulso o partecipazione delle parti prima della emanazione del provvedimento da parte del giudice dell'esecuzione.
Le parti, però, possono proporre opposizione avverso il provvedimento emesso, nel qual caso si procede a norma dell'art. 666 c.p.p..
E' invece, fondato il secondo motivo di ricorso.
Il D.Lgs n. 22 del 1997, art. 51, comma 3, cosi come il corrispondente disposto di cui del D.Lgs n. 152 del 2006, art. 256, comma 3, non contempla il decreto penale di condanna tra i provvedimenti cui consegue la confisca obbligatoria dell'area adibita a discarica abusiva, ma solo la sentenza di condanna o di applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 c.p.p..
Dall'altra parte l'art. 460 c.p.p., comma 2, dispone che con il decreto di condanna il giudice ordina la confisca nei casi previsti dall'art. 240 c.p., comma 2, e, quindi, implicitamente con esclusione delle ipotesi in cui la confisca sia prevista come obbligatoria da altre disposizioni di legge.
In proposito, infatti, deve essere ricordato che, secondo il consolidato indirizzo interpretativo di questa Suprema Corte (cfr. sez. un. 199301811, Bissoli, RV 192494; sez. un. 199300005, Carnea ed altri, RV 193120; negli stessi sensi più di recente: sez. 3^, 200502949, Gazziero, RV 230869), le misure di sicurezza patrimoniale previste come obbligatorie da leggi speciali, nel caso di condanna dell'imputato, non sono equiparabili a quella di cui all'art. 240 c.p., comma 2, avente ad oggetto il prezzo del reato ovvero le cose la cui fabbricazione, uso, porto, detenzione o alienazione costituisce reato, sicchè la previsione della applicabilità della misura di sicurezza patrimoniale ex art. 240 c.p., comma 2, non è estensibile ad altre ipotesi di confisca obbligatoria previste da leggi speciali, al di fuori dei casi in cui la stessa legge speciale la consente.
Orbene, non può non ravvisarsi una rispondenza tra le citate disposizioni normative, nel senso della volontà del legislatore di escludere l'applicazione della misura di sicurezza patrimoniale obbligatoria, allorchè il procedimento penale per il reato di cui al D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 51, comma 3, attualmente sostituito dal D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 3, venga definito mediante decreto penale di condanna.
Peraltro, l'area utilizzata quale discarica abusiva non rientra certamente tra le ipotesi di cui all'art. 240 c.p., comma 2, essendone lecita la realizzazione e gestione, se debitamente autorizzata, ed in quanto lo stesso del D.Lgs n. 22 del 1997, art. 51, comma 3, ne prevede la soggezione a confisca obbligatoria solo se appartenente all'autore o al compartecipe al reato.
La impugnata ordinanza ed il provvedimento con il quale il giudice dell'esecuzione ha disposto la confisca dell'area in sequestro, pertanto, devono essere annullati senza rinvio, non rientrando il titolo esecutivo tra quelli in base ai quali è consentita la confisca obbligatoria in sede esecutiva.
Annulla senza rinvio l'ordinanza impugnata, nonchè il provvedimento del G.E. di Padova in data 16.4.2007, che ha disposto la confisca dell'area in sequestro.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 22 maggio 2008.
Corte Cassazione, Sezione III Penale, 15 maggio 2007, n. 24724
Autore :: Dr.Alessio Ferretti
Data :: mer 09/29/2010 @ 02:28
In tema di gestione dei rifiuti, è illegittima e deve essere disapplicata l'ordinanza sindacale di rimozione dei rifiuti e ripristino dello stato dei luoghi, prevista dall'art. 14, comma terzo, D.Lgs. n. 22 del 1997 (oggi sostituito dall'art. 192, comma terzo, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152), emessa nei confronti del proprietario dell'area su cui insistono i rifiuti, senza accertare se questi abbia posto in essere una delle condotte incriminate dalla norma (abbandono e/o deposito incontrollato; immissione di rifiuti nelle acque superficiali o sotterranee) ovvero se sia configurabile nei suoi confronti un concorso morale o materiale.
2) A.V., N. IL (OMISSIS);
3) AD.VI., N. IL (OMISSIS);
4) D.V.I., N. IL (OMISSIS);
avverso SENTENZA del 22/03/2006 CORTE APPELLO di PALERMO;
udita in PUBBLICA UDIENZA la relazione fatta dal Consigliere Dr. SQUASSONI
udito il Procuratore Generale in persona Dr. DI POPOLO Angelo, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.
Con sentenza 9 novembre 2004, il Tribunale di Trapani ha ritenuto G.S., A.V., Ad.Vi., D.V. I. responsabili - condannandoli alla pena di giustizia - del reato previsto dal D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 50, comma 2 per non avere ottemperato alla ordinanza sindacale 29 gennaio 2003 con la quale erano stati diffidati a procedere alla bonifica e ripristino ambientale di un sito di loro proprietà; la decisione è stata confermata dalla Corte di Appello di Palermo in data 22 marzo 2006.
Per giungere a tale conclusione, i Giudici hanno ritenuto accertato che gli imputati fossero comproprietari di una area sulla quale in modo non occasionale erano abbandonati rifiuti eterogenei; hanno osservato, inoltre, che gli appellanti non avevano ottemperato allo onere di allegazione tendente a dimostrare eventuali "ipotesi di exceptio" avente ad oggetto "l'esclusione di ogni forma di partecipazione alla fattispecie configurata".
Per l'annullamento della sentenza, gli imputati hanno proposto ricorso per Cassazione deducendo violazione di legge, in particolare, rilevando:
- che l'abbandono di rifiuti è imputabile a soggetti terzi tanto è vero che G.S. e Ad.Vi. sono stati assolti dal reato di discarica abusiva, per non avere commesso il fatto, ed Ad.Vi. e D.V.I. non sono state incriminate e non hanno responsabilità a titolo di dolo o colpa per l'abbandono di rifiuti;
- che, in tale contesto, l'ordinanza sindacale perde di legittimità.
Le censure sono meritevoli di accoglimento nei limiti in prosieguo precisati.
Il proprietario del suolo non può essere ritenuto responsabile per questa sua qualifica - o per una eventuale condotta di mera connivenza - dello abbandono di rifiuti che altri hanno collocato sul suo terreno in quanto non è riscontrabile una fonte formale dalla quale fare derivare l'obbligo giuridico di impedire l'evento. In coerenza con tale principio, la giurisprudenza di questa Corte ritiene che il proprietario sia responsabile della contravvenzione di abbandono dei rifiuti (o di discarica abusiva) solo se ha posto in essere la condotta tipica o ha fornito un apporto morale o materiale all'autore del reato.
Gli obblighi che gravano sul proprietario sono dettati nel Decreto Ronchi dall'art. 14, per le ipotesi di abbandono o deposito incontrollato, e dall'art. 17 per quelle di bonifica dei siti contaminati; una disciplina analoga è reperibile nell'attuale D.Lgs. n. 152 del 2006. L'art. 14 individua il soggetto obbligato alla rimozione ed al ripristino nella persona che ha violato il divieto di abbandono al quale sono affiancati in solido il proprietario del sito (o il titolare di diritti di godimento sulla area) solo se la violazione gli sia imputabile "a titolo di dolo o di colpa".
Anche per l'art. 17, il proprietario non è tenuto a bonificare l'area se non è anche l'inquinatore, mentre l'obbligo grava sempre su chi ha inquinato ed, in sua sostituzione, sulla pubblica autorità. Correlata al divieto di abbandono dei rifiuti ed alla posizione del proprietario "incolpevole", si pone la ordinanza sindacale di rimozione, smaltimento e ripristino dei luoghi prevista dal D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 14, comma 3 (ora D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 193, comma 2); essa può essere emanata solo nei confronti dei soggetti che hanno abbandonato i rifiuti e non già nei confronti del proprietario dell'area in quanto tale. Una ordinanza sindacale che gli imponesse una prestazione non prevista dalla legge sarebbe illegittima, per violazione dell'art. 23 Cost., con conseguente obbligo del Giudice di disapplicarla (Cass. Sezione 3 ordinanza 825/2007).
Nel caso in esame, gli imputati, destinatari formali della ordinanza sindacale e proprietari del sito ove sono stati reperiti i rifiuti, sostengono di non essere i responsabili della condotta di abbandono e, pertanto, di non avere violato il precetto di cui all'art. 14, comma 3.
Spettava agli imputati per evitare di dovere rispondere della inottemperanza dell'ordine sindacale (di cui non avevano chiesto l'annullamento in via amministrativa) di provare l'assenza di loro responsabilità nello abbandono al fine di ottenere la disaplicazione della ordinanza illegittima (per carenza dei presupposti soggettivi).
Onere della accusa era solo quello di provare l'esistenza della ordinanza sindacale (assistita da presunzione di legittimità) e l'inottemperanza dei suoi destinatari (Cass. Sezione 3 sentenza 31003/2002).
La prospettazione difensiva dei ricorrenti, ora al vaglio di legittimità, era già stata sottoposta all'esame dei Giudici di merito che l'hanno disattesa rilevando come gli imputati non avessero ottemperato all'onere probatorio che incombeva loro. Tale conclusione non tiene conto di una produzione della difesa, allegata agli atti processuali, rappresentata dalla sentenza passata in giudicato 313/2004 con la quale il Tribunale di Trapani ha assolto G. S. e Ad.Vi. dal reato di discarica abusiva (allocata nello stesso sito oggetto dello abbandono dei rifiuti per cui è processo) con la formula "per non avere commesso il fatto"; le imputate non erano state tratte a giudizio e tale particolare fa ritenere che il Pubblico Ministero le reputasse estranee alla gestione dei rifiuti. Deriva che la Corte territoriale ha trascurato di esaminare una documentazione di particolare significato per verificare la tesi degli imputati e la conseguente possibilità di disapplicare l'atto amministrativo; tale lacuna non può essere colmata direttamente da questa Corte in quanto la sentenza citata deve essere letta e valutata congiuntamente agli altri atti processuali e richiede una disamina che esula dai limiti cognitivi della Cassazione.
La Corte annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Palermo.
Depositato in Cancelleria il 22 giugno 2007
Corte di Cassazione, Sezione I Pen., 28 ottobre 2008, n. 42082.
Data :: mer 09/29/2010 @ 02:24
In tema di conflitti di competenza, la speciale competenza attribuita ai magistrati del Tribunale di Napoli, requirenti e giudicanti, nei procedimenti penali relativi alla gestione dei rifiuti nella regione Campania (art. 3D.L. 23 maggio 2008, n. 92, conv. con modd. in L. 14 luglio 2008, n. 123) non si estende a tutti i reati ambientali, ma deve intendersi limitata, anche per i reati connessi, ai nuovi reati introdotti dall'art. 2 del citato testo normativo ed a quelli previsti e sanzionati dalla parte quarta del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152. (Fattispecie in tema di conflitto negativo in cui la Corte ha affermato la competenza in sede cautelare del G.i.p. circondariale e non di quello collegiale "regionale", vertendosi in materia di inquinamento atmosferico).
1) GIP TR NAPOLI - CONFLITTO;
2) GIP TR S. MARIA CAPUA VETERE - CONFLITTO;
ORDINANZA del 10/07/2008 GIP TRIBUNALE di NAPOLI;
sentite le conclusioni del P.G. Dr. Meloni Vittorio che ha chiesto dichiararsi la competenza
del GIP del Tribunale di Napoli.
Con provvedimento in data 29.5.2008 il GIP del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, investito dal P.M. in sede della richiesta di sequestro preventivo di una autocarrozzeria sita di (OMISSIS), di proprietà di T.F., indagato del reato di cui all'art. 279 codice ambientale, dichiarava la propria incompetenza e disponeva la restituzione degli atti al P.M. ritenendo la competenza del Tribunale di Napoli in composizione collegiale a norma del D.L. n. 90 del 2008, art. 3, trattandosi di reato previsto dal codice ambientale. Successivamente lo stesso GIP, investito dalla reiterazione della richiesta del P.M., ritenendo il sequestro indifferibile, provvedeva in conformità, ma si dichiarava nel contempo incompetente.
Il Tribunale collegiale di Napoli, costituito ai sensi del D.L. n. 90 del 2008, art. 3, comma 2, ha, a sua volta, con provvedimento in data 10.7.2008, declinato la propria competenza, rilevando che la interpretazione sistematica del decreto legge, soprattutto nel testo che aveva assunto in sede di conversione, rendeva evidente che voleva riferirsi ai reati connessi alla gestione dei rifiuti e non a quelli, pur se di natura ambientale, rispetto ai quali risultava del tutto inconferente la cd. emergenza rifiuti. Ha quindi rimesso gli atti a questa Corte per la risoluzione del conflitto negativo di competenza a norma degli artt. 28 c.p.p. e ss..
Il Procuratore Generale presso questa Corte ha chiesto dichiararsi la competenza del GIP del Tribunale di Napoli.
Si verte sicuramente in una ipotesi di conflitto negativo di competenza a norma dell'art. 28 c.p.p. poichè due organi giurisdizionali hanno rifiutato di prendere in esame la richiesta di sequestro preventivo, con stasi insuperabile del procedimento cautelare reale. Preliminarmente occorre rilevare che le ordinanze di incompetenza sono intervenute entrambe nel vigore del D.L. 23 maggio 2008, n. 90, prima della entrata in vigore della Legge Conversione 14 luglio 2008, n. 123, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 165 del 16 luglio 2008, entrata in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione (e cioè il 17 luglio 2008) che ha apportato delle modifiche specificamente all'art. 3, D.L. cit. riguardante la "Competenza della autorità giudiziaria nei procedimenti penali relativi alla gestione dei rifiuti nella Regione Campania", come recita il titolo dell'art. 3. Le modifiche alla specifica disposizione relativa alla competenza sono state apportate dal legislatore, in sede di conversione, al fine di superare alcune perplessità che era state evidenziate subito dopo la entrata in vigore del decreto legge che aveva testualmente attribuito le funzioni di Pubblico Ministero al Procuratore della Repubblica di Napoli e quelle di GIP e di GUP a magistrati del Tribunale di Napoli "nei procedimenti relativi ai reati riferiti alla gestione dei rifiuti ed ai reati in materia ambientale nella regione Campania, connessi a norma dell'art. 12 c.p.p.".
Come si è già rilevato, il GIP di Santa Maria Capua Vetere, investito dalla richiesta di sequestro preventivo di una autocarrozzeria in relazione al reato di cui al D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 279 (cd. codice ambientale), che sanziona l'esercizio senza autorizzazione o con autorizzazione scaduta di un impianto, diverso da quello di incenerimento di rifiuti (art. 267, comma 2), idoneo ad emettere in atmosfera sostanze inquinanti, come tale rientrante nella disciplina della parte quinta del codice ambientale che riguarda le "Norme in materia dell'aria e di riduzione delle emissioni in atmosfera", ha ritenuto che si trattasse di un reato ambientale di competenza del GIP regionale, mentre invece il GIP regionale, tenuto anche conto dei lavori parlamentari in sede di conversione in legge del decreto legge, che comunque erano ancora in corso, ha ritenuto che rientrassero nella sua competenza soltanto "gli illeciti intrinsecamente idonei ad assumere rilievo ai fini degli interventi e delle iniziative considerate necessarie per affrontare l'emergenza dei rifiuti in Campania per essere riferiti.....alla tutela penale degli interessi pubblici direttamente ed immediatamente connessi ai rischi ambientali individuati dalla vigente disciplina penale in materia di rifiuti, nonchè i reati connessi ex art. 12...".
Si tratta ora di verificare quale sia la portata delle modifiche introdotte in sede di conversione in legge del decreto e comunque quale sia la interpretazione da attribuire alla legge ora vigente poichè, dovendosi decidere attualmente sulla competenza, si deve tenere conto della legge attuale in quanto le nuove disposizioni sulla competenza si applicano anche ai procedimenti in corso per i quali non è stata esercitata la azione penale ed in particolare alle misure cautelari che, se già disposto prima, devono essere convalidate dal giudice competente in base alla nuova disposizione (art. 3, commi 5 e 6). In particolare si tratta di verificare se, laddove il legislatore, in sede di conversione, ha introdotto la limitazione, con riguardo ai reati ambientali, a "quelli attinenti alle attribuzioni del Sottosegretario di Stato, di cui all'art. 2, del presente decreto" (e cioè quelle di soluzione dell'emergenza rifiuti della Regione Campania mediante la attivazione di siti da destinare a discarica, di misure di recupero e di qualificazione ambientale e più in generale tutte le iniziative occorrenti per fronteggiare l'emergenza rifiuti nella suddetta Regione) abbia voluto riferirsi ai soli reati connessi ovvero abbia più in generale esplicitato quale dovesse essere la competenza del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli e del GIP e GUP regionale.
Non vi è dubbio che la modifica dell'art. 3 in sede di conversione on legge è stata dettata dalla esigenza di contenere la infelice formulazione del testo iniziale del decreto legge con riferimento ai reati connessi, che pareva ampliare in misura anomala la competenza dei nuovi organi giurisdizionali appunto in materia di reati connessi, però la disposizione che ne è seguita, e che ora va interpretata anche indipendentemente dalla volontà espressa o meno nel corso dei lavori parlamentari, in base a canoni ermeneutici consolidati che vogliono che la voluntas legis sia staccata da quella dei proponenti o degli autori degli emendamenti in sede di approvazione della legge, porta a ritenere che la limitazione ai reati riferiti alla gestione dei rifiuti sia insita nella legge anche con riguardo ai reati principali.
Non si vuole seguire l'orientamento per cui, essendo la espressione "nonchè in quelli connessi a norma dell'art. 12 c.p.p." contenuta fra due virgole e quindi avente valore di inciso, la successiva espressione "attinenti alle attribuzioni del Sottosegretario di cui all'art. 2, presente decreto" sarebbe riferita "ai reati in materia ambientali" che sarebbero così specificati, anche con riguardo ai reati principali, come quelli rientranti nella competenza del Sottosegretario di Stato (tale argomento appare infatti abbastanza fragile poichè gli innesti legislativi, in sede di conversione in legge, non sempre tengono conto della punteggiatura, che comunque diviene un argomento secondario in sede della interpretazione della norma risultante dalla conversione in legge con modificazioni), quanto piuttosto ai canoni ermeneutici della voluntas legis, della occasio legis ed al criterio della interpretazione sistematica della disposizione nell'ambito complessivo della legge in cui è inserita, nonchè della indicazione specifica risultante proprio dal titolo dell'art. 3, che portano tutti a ritenere, che, anche con riguardo ai reati principali, il legislatore non abbia voluto attribuire al GIP e al GUP regionale tutti i reati in materia ambientale, bensì soltanto quelli che erano riferiti alla gestione dei rifiuti e che avevano attinenza con le attribuzioni del Sottosegretario di Stato, compresi ovviamente i nuovi reati introdotti dall'art. 2, cit. D.L., per i quali si voleva concentrare in un unico P.M. e nel GIP e GUP regionale la competenza ai fini di celerità ed omogeneità degli interventi in relazione alla emergenza rifiuti della Regione Campania.
Tale interpretazione è confortata dal rilievo che si tratta di norma eccezionale, perché introduce la figura del GIP e del GUP regionali, addirittura in composizione collegiale come GIP per le misure cautelari personali e reali, che non esistevano in precedenza nel nostro ordinamento e per cui la interpretazione deve essere pertanto restrittiva, apparendo altresì incongruo che il legislatore, che si è occupato della emergenza rifiuti in Campania, volesse oberare l'organo giurisdizionale di nuova istituzione di tutte le incombenze in materia di reati ambientali, compresi ad esempio quelli in materia di inquinamento acustico ovvero quelli in materia paesaggistico - territoriale o di difesa del suolo non presentanti in concreto alcun collegamento con la emergenza rifiuti. E' vero che le materie "ambientale, paesaggistico-territoriale, di pianificazione del territorio e della difesa del suolo, nonchè igienico - sanitaria" sono menzionate nell'art. 2, cit. D.L. poi convertito in legge, ma solo per escludere la azione del Sottosegretario di Stato dalla osservanza persino delle leggi in tali materie, onde rendere più immediata ed incisiva la sua azione, "fatto salvo soltanto l'obbligo di assicurare le misure indispensabili alla tutela della salute e dell'ambiente previste dal diritto comunitario" (anche tale ultima limitazione è stata introdotta dalla legge di conversione al fine di ampliare la massimo il potere di intervento in deroga del Sottosegretario di Stato, che in sede di decreto legge era vincolato alla tutela della salute e dell'ambiente in generale).
Anche con riguardo al giudice amministrativo, di cui è stata ampliata con la stessa legge la giurisdizione esclusiva (art. 4), la competenza è stata limitata alle controversie comunque attinenti alla gestione dei rifiuti, con ciò confermando lo specifico intento del legislatore di attribuire anche agli organi della giurisdizione amministrativa una competenza speculare a quella degli organi della giurisdizione penale, ovviamente in materie diverse.
Ciò posto, si ritiene che la competenza attribuita agli organi di cui all'art. 3 sia limitata, come recita anche il titolo di tale articolo, "ai procedimenti penali relativi alla gestione rifiuti nella Regione Campania" che sono poi quelli attinenti alle specifiche attribuzione del Sottosegretario di Stato. Tali reati, come già rilevato, sono in primo luogo quelli introdotti ex novo dal decreto legge e poi quelli che sono previsti e sanzionati dalla parte quarta del codice ambientale "Norme in materia di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti inquinati", che sono poi quelli attinenti alle violazioni sanzionate penalmente nelle materie attribuite alla competenza del Sottosegretario di Stato (gestione dei rifiuti, degli imballaggi, di particolari categorie di rifiuti e bonifica dei siti contaminati, da cui derivano le attività, sanzionate penalmente dal titolo sesto della quarta parte, di abbandono dei rifiuti, attività di gestione dei rifiuti non autorizzata, bonifica dei siti, violazione degli obblighi di comunicazione di tenuta dei registri obbligatori e dei formulari, di attività organizzata per il traffico illecito dei rifiuti ecc.); il che consente di eliminare anche le incertezze in merito ai reati che il legislatore ha voluto attribuire alla nuova autorità giurisdizionale, rapportando le attribuzioni del Sottosegretario a quelle in materia di rifiuti disciplinate dal codice ambientale ed escludendo invece quelle, ad esempio, in materia di gestione del suolo, di difesa delle risorse idriche e di inquinamento dell'aria, che non rientrano nella competenza del Sottosegretario.
Nel caso in esame si tratta di una violazione, prevista dalla Parte Quinta del codice ambientale, in materia di prevenzione delle emissioni in atmosfera, diverse da quelle in materia di incenerimento di rifiuti (che, come già rilevato, l'art. 267, comma 2, esclude dalla applicazione della Parte Quinta), per cui deve ritenersi che la competenza resti attribuita al GIP del tribunale territorialmente competente secondo la regola generale. Risolvendo il conflitto si deve pertanto dichiarare che la competenza appartiene al GIP del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, cui devono essere trasmessi gli atti. Seguono le comunicazioni di cui all'art. 32 c.p.p., comma 2.
Dichiara la competenza del GIP del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere cui dispone trasmettersi gli atti.
Corte di Cassazione, Sezione III Pen., 10 luglio 2008, n. 35235.
Autore :: Avv. Vincenzo De Angelis
Data :: lun 11/09/2009 @ 03:49
In tema di gestione dei rifiuti, a seguito delle modifiche apportate dal D.Lgs. n.4 del 2008 all'art. 183 lett. n) del D.Lgs. n.152 del 2006, rientra tra i requisiti del "sottoprodotto", esentato dalla disciplina dettata per i rifiuti, quello del valore economico di mercato, che fornisce, infatti, un elevato grado di probabilità di riutilizzo del residuo di lavorazione, mentre non è più richiesta la c.d. "autocertificazione" del produttore o del detentore in ordine all'effettivo reimpiego delle sostanze. (Annulla con rinvio, Trib. lib. Terni, 17 Marzo 2008)
In tema di gestione dei rifiuti, a seguito delle modifiche apportate dal D.Lgs. n.4 del 2008 all'art. 183 lett. n) del D.Lgs. n.152 del 2006, rientra tra i requisiti del "sottoprodotto", esentato dalla disciplina dettata per i rifiuti, quello del valore economico di mercato, che fornisce, infatti, un elevato grado di probabilità di riutilizzo del residuo di lavorazione, mentre non è più richiesta la c.d. "autocertificazione" del produttore o del detentore in ordine all'effettivo reimpiego delle sostanze. (Annulla con rinvio, Trib. lib. Terni, 17 Marzo 2008).
avverso l'ordinanza del tribunale del riesame di Terni del 17 marzo 2008;
udita in Pubblica udienza la relazione fatta dal Consigliere Dott. Petti Ciro;
sentito il Sostituto Procuratore Generale Dott. D'Angelo Giovanni, il quale ha concluso per il
udito il difensore avv. Cantelli Antonio, il quale ha concluso per l'accoglimento del ricorso;
letti il ricorso e l'ordinanza denunciata osserva quanto segue:
Con ordinanza del 17 marzo del 2008, il tribunale di Terni, giudicando in sede di rinvio dalla
Corte di Cassazione, respingeva la richiesta di riesame avanzata nell'interesse di C.G., avverso
il decreto di convalida del sequestro probatorio di un'area di circa 7000 mq. adibita, secondo
l'accusa, a discarica di rifiuti provenienti dal ciclo produttivo.
Secondo il provvedimento impugnato, a seguito di un'ispezione nella sede della Tarkett s.p.a., sita in (OMISSIS), era emerso che su un'area di circa 7000 mq., posta all'interno dell'azienda, erano stati depositati 4000 tonnellate di rifiuti, costituiti dagli scarti della lavorazione di pavimenti di linoleum, il tutto secondo gli inquirenti si trovava in completo stato di abbandono. A carico dell'attuale ricorrente, quale amministratore della società Tarchett s.p.a., è stato ipotizzato il reato di gestione di discarica abusiva di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 3.
A seguito di riesame proposto dal C., il tribunale annullava il sequestro in base al rilievo che quel materiale non era un rifiuto ma un sottoprodotto da riutilizzare. Questa corte, adita su ricorso del pubblico ministero, annullava con rinvio l'ordinanza per carenze motivazionali sulla natura di sottoprodotto e più precisamente per omessa motivazione sulla certezza dell'utilizzazione e sulla necessità, ai fini della prova della riutilizzazione, di una dichiarazione del produttore o detentore controfirmata dal titolare dell'impianto. Il tribunale del rinvio, con provvedimento reso il 22 marzo del 2007, ribadiva l'annullamento del sequestro. Osservava che la natura del materiale rinvenuto nell'area appariva compatibile con l'impianto ordinato dalla società per la polverizzazione degli scarti di linoleum;che non era necessaria alcuna dichiarazione sull'effettivo riutilizzo, posto che il produttore si identificava con il riutilizzatore.
Questa corte, adita nuovamente su ricorso del procuratore della Repubblica, annullava con rinvio il provvedimento impugnato sostenendo la necessità dell'autocertificazione da parte del produttore o detentore del rifiuto anche se il riutilizzatore era lo stesso produttore o detentore.
Il tribunale del riesame in sede di rinvio respingeva l'istanza avanzata nell'interesse del C. rilevando che trattavasi di rifiuto per lo stato di abbandono in cui il materiale si trovava, come documentato dalle fotografie, e per la mancanza di documentazione idonea a provare l'effettivo riutilizzo.
Ricorre per cassazione l'indagato per mezzo del suo difensore denunciando:
la violazione del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 183, lett. p) e successive modificazioni nonchè carenza motivazionale sul punto, per avere il tribunale omesso di considerare che con il D.Lgs. n. 4 del 2008 era stata riformulata la nozione di sottoprodotto escludendo la necessità della "dichiarazione" precedentemente richiesta;
la violazione degli artt. 623 e 649 c.p.p. perchè il tribunale del riesame, invitato a verifìcare la sussistenza della menzionata dichiarazione, aveva esteso la propria indagine ad altri requisiti del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 183 ormai coperti dal giudicato;
precisava che quel materiale non era in stato di abbandono ma era stato stoccato nell'area di pertinenza dell'azienda nell'attesa di un definitiva decisione sul sequestro prima del riutilizzo;
mancanza di motivazione sulle prove documentali prodotte dalla difesa: quali ad esempio la relazione di verifica della D.N.V. Italia del 19 aprile del 2006 nella quale si dava atto dell'intenzione dell'Azienda di avviare a riutilizzo gli scarti della produzione
Il ricorso è in parte fondato e va accolto per quanto di ragione.
La violazione degli artt. 623 e 649 c.p.p. dedotta con il secondo motivo, per avere il tribunale, al fine di escludere la qualità di sottoprodotto di quegli scarti, fatto riferimento alla situazione di abbandono apparente in cui si trovava quel materiale ed in genere ad altri elementi già valutati in precedenza, non è fondata in quanto il tribunale, facendo riferimento all'apparente stato di abbandono, non ha espresso alcuna valutazione di merito su questioni già coperte dal giudicato. Questa corte con l'ultima sentenza di rinvio, affidando al giudice del merito il compito di stabilire se nella fattispecie sussistesse la dichiarazione di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 183, lett. n) nel testo all'epoca vigente, non ha inteso assolutamente circoscrivere l'indagine a tale accertamento, anche se questo costituiva l'elemento più rilevante del compito demandato al giudice del merito. Invero la questione controversa era e continua ad essere costituita dall'accertamento della natura del materiale in questione e consiste tuttora nello stabilire se esso sia o no un sottoprodotto da riutilizzare. Quindi nell'ambito di tale accertamento qualsiasi elemento poteva essere utilizzato dal giudice del merito.
Va altresì chiarito che la decisione di questa corte n. 15559 del 2007, pronunciata in merito alla richiesta di sequestro preventivo, non esplica alcuna efficacia nel presente procedimento incidentale non solo e non tanto perchè in questo processo si discute del sequestro probatorio, ma anche e soprattutto perchè questa corte non si è pronunciata sulla configurabilità del reato, ma ha rigettato il ricorso del pubblico ministero avverso il provvedimento di rigetto della richiesta di sequestro preventivo avanzata dal medesimo pubblico ministero al giudice per le indagini preliminari, per la sua genericità e per il fatto che erano state dedotte carenze motivazionali non deducibili in materia di sequestro a norma dell'art. 325 c.p.p.. Quindi questa corte, con la decisione anzidetta, non ha assolutamente escluso l'astratta configurabilità del reato o la qualificazione di rifiuto del residuo in esame.
Ciò premesso, nel resto il ricorso è sostanzialmente fondato e va pertanto accolto.
La questione che la fattispecie pone consiste nello stabilire se il residuo della produzione di pavimenti di linoleum costituiti dai ritagli di teli utilizzati per la produzione costituisca uno scarto o un sottoprodotto. Gli scarti sono rifiuti, i sottoprodotti no. La distinzione tra scarti e sottoprodotti non è, o almeno non era in passato, sempre agevole perchè il decreto Ronchi non conteneva una definizione di sottoprodotto e, d'altra parte, l'inclusione di un residuo nel catalogo dei rifiuti non è determinante per qualificarlo tale, dovendo a tal fine concorrere anche la volontà del detentore o produttore di disfarsene (si pensi ai residui della lavorazione dei metalli, compresi i metalli preziosi, o alla crusca che è un residuo della lavorazione del frumento o al siero di latte, che viene utilizzato attualmente per alimentare i suini, ecc.). Prima del D.Lgs. n. 152 del 2006 i criteri maggiormente utilizzati dagli interpreti per distinguere lo scarto dal sottoprodotto erano i seguenti: a) l'utilizzazione del residuo come combustibile quando la sostanza non era stata prodotta appositamente a tal fine in sostituzione del combustibile ordinario: se la sostanza viene prodotta proprio per essere usata come combustibile ordinario non può considerarsi rifiuto; b) il residuo era considerato rifiuto quando aveva una composizione non idonea per il riutilizzo senza trattamenti preliminari; c) il grado di certezza dell'utilizzazione da parte del produttore; d) la durata del deposito; e) il vantaggio economico tratto da riutilizzo: la probabilità che si tratti di sottoprodotto è alta quanto è possibile trarre dal riutilizzo un vantaggio economico. L'imprenditore non si disfa di un residuo se può ancora utilizzarlo ricavandone utili, riutilizzandolo nel proprio ciclo produttivo o vendendolo. La vendita è operazione commerciale che reca vantaggi al venditore ed all'acquirente e non gestione di un rifiuto. La gestione degli scarti comporta costi ed oneri, quella dei sottoprodotti arreca invece vantaggi. Il valore economico del residuo (il detentore si disfa delle cose che non gli servono più, ma non di quelle che possono ancora procuragli vantaggi economici) è un elemento determinante per la distinzione tra scarto e sottoprodotto anche se spesso è stato trascurato dagli interpreti e dallo stesso legislatore. Ma è stato esplicitamente ripreso con il Decreto Correttivo n. 4 del 2008, come si evidenzierà in seguito.
Requisito immancabile per qualificare un residuo di produzione come sottoprodotto era la certezza del riutilizzo. Su tale elemento non sussistevano dubbi in dottrina e giurisprudenza, comunitaria e nazionale. I contrasti, prima del D.Lgs. n. 152 del 2006, sussistevano invece in ordine alle modalità del riutilizzo nel senso che, secondo alcune decisioni comunitarie, il riutilizzo doveva avvenire nello stesso processo di produzione ed all'interno dell'impresa di provenienza, doveva cioè sussistere una identificazione soggettiva del produttore ed utilizzatore ed oggettiva del luogo di produzione ;secondo altre il riutilizzo poteva avvenire anche in un processo successivo sotto forma di sfruttamento o commercializzazione. La vendita del residuo non è gestione di un rifiuto ma, come già detto, operazione commerciale. Nel primo senso si è pronunciata la CGCE con la sentenza dell'11 novembre 2004, Niselli, nonchè questa sezione con la sentenza n. 20499 del 2005.
Per la seconda soluzione CGCE ordinanza del 15 gennaio del 2004 Saetti e Frediani nonchè CGCE sentenza 8 settembre del 2005 n. 416, secondo cui una sostanza non può considerarsi rifiuto se viene utilizzata con certezza anche da operatori diversi da chi l'ha prodotta. In questi termini si è pronunciata questa sezione con le sentenze nn. 32235 e 47904 del 2003. Il contrasto è stato risolto dal legislatore con il D.Lgs. n. 152 del 2006, ma potrebbe risorgere con le modifiche correttive disposte con il D.Lgs. n. 4 del 2008.
Invero il D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 183, lett. n) nel testo vigente prima delle modifiche, applicabile al momento dell'adozione del sequestro, definiva sottoprodotto quello dell'attività dell'impresa che, pur non costituendo l'oggetto dell'attività principale,scaturiva in via continuativa dal processo industriale dell'impresa ed era destinato ad un ulteriore impiego ed al consumo.
In particolare rientravano, prima dell'intervento correttivo, nel sottoprodotto tutti i beni riutilizzati direttamente dall'impresa ovvero commercializzati a condizioni economicamente favorevoli per l'impresa stessa direttamente per l'impiego o il consumo e senza necessità di trasformazioni preliminari. Il riferimento al consumo lasciava, invero, intendere il superamento della sentenza Niselli e la condivisione dell'opposto orientamento. Dopo tali enunciati la norma apriva una parentesi per indicare una serie di sostanze o ex rifiuti che il legislatore escludeva dalla disciplina dei rifiuti per qualificarli direttamente sottoprodotti, Indi si soffermava sul requisito della certezza indicando gli elementi dai quali desumere tale elemento, tra i quali assumeva particolare rilevanza l'attestazione del prodotto all'effettivo riutilizzo.
Con il D.Lgs. n. 4 del 2008 il legislatore ha apportato alcune modificazioni alla nozione di sottoprodotto eliminando anzitutto quelli che erano stati qualificati ex lege sottoprodotti. In particolare si è stabilito che per essere qualificati sottoprodotti i residui devono essere originati da un processo non direttamente destinato alla loro produzione; si è ribadita la certezza del riutilizzo, ma si è precisato che il reimpiego deve essere certo sin dalla fase della produzione, deve essere integrale e deve avvenire direttamente nel corso del processo di produzione o di utilizzazione preventivamente individuato o definito (sembra che si sia ritornati alla sentenza Niselli); si è ribadita l'assenza di trattamenti preliminari e la corrispondenza agli standars merceologici ed alle norme di sicurezza ambientali, ma si è aggiunto che devono avere un valore economico di mercato. Si è attribuita cioè esplicita rilevanza al criterio del vantaggio economico al quale si è già fatto riferimento e che talvolta già in precedenza, sia pure sporadicamente, è stato utilizzato dalla giurisprudenza nazionale e comunitaria. Tutte le anzidette condizioni, come prima, devono esistere contestualmente e in mancanza di una sola di esse il residuo rimane soggetto alla disciplina dei rifiuti. La certezza del reimpiego non deve più desumersi dall'autocertificazione che è stata eliminata. Le modifiche legislative nel frattempo sopravvenute non sono irrilevanti nella fattispecie, in quanto se, da un lato, per la valutazione della legittimità del sequestro, si deve tenere conto della normativa vigente all'epoca in cui il vincolo è stato adottato, per la sua conservazione, non si possono ignorare le modificazioni nel frattempo sopravvenute.
Fatta questa premessa sulla nozione di sottoprodotto e sui criteri per individuarlo e distinguerlo dallo scarto di produzione, doverosa per la complessità della materia, per i contrasti ai quali ha dato luogo e per le modifiche succedutesi nel corso del processo, si rileva che nella fattispecie il giudice del merito ha ritenuto applicabile la disciplina sui rifiuti facendo leva su due circostanze: a) l'assenza di autocertificazione prevista espressamente dall'art. 183, lett. n) nel testo vigente prima della modificazione introdotta con il D.Lgs. n. 4 del 2008; b) la situazione di apparente abbandono.
In ordine al primo elemento, come sopra precisato, esso non è più determinante per individuare la certezza del riutilizzo. Si tratta di circostanza che il giudice del merito poteva legittimamente utilizzare per confermare eventualmente la legittimità del sequestro a suo tempo adottato ma non per la sua conservazione attuale, se la certezza del riutilizzo risultava da altri elementi.
In ordine al secondo dato si osserva che il deposito dei residui di produzione nel luogo dove gli stessi vengono prodotti o nelle vicinanze o in altro luogo non costituisce di per sè elemento univoco per qualificarli come rifiuti se dalle modalità del deposito, dalla sua durata e da altre circostanze non può desumersi con certezza una situazione di effettivo abbandono. Nella fattispecie in relazione a tale elemento l'indagato ha fornito delle giustificazioni e prodotto documenti che non sono stati adeguatamente apprezzati dal tribunale. Invero l'indagato ha fatto presente di non avere finora riutilizzato quel materiale per la pendenza del giudizio e, per escludere la sussistenza di una situazione di abbandono, ha prodotto alcuni documenti tendenti a dimostrare l'effettivo utilizzazione. Il giudice ha escluso la valenza probatoria di tali documenti solo perchè privi di certezza sulla provenienza e la data in quanto prodotti in fotocopia. Invece tali incertezze potevano essere colmate, interpellando l'interessato, il quale, secondo il difensore, era presente, ovvero con l'invito a produrre gli originali o con la richiesta di attestazione di conformità. Purtroppo ancora una volta la decisione impugnata deve essere annullata con rinvio perchè dal provvedimento impugnato non emerge con certezza se l'indagato abbia accumulato quel materiale nell'area della propria azienda per smaltirli con la costituzione di una discarica abusiva per risparmiare i costi dello smaltimento regolare o abbia effettivamente intenzione di riutilizzarli per conseguire un vantaggio economico. Determinante in proposito può essere l'utilizzazione del criterio economico. Tale elemento, come sopra precisato, anche se è stato esplicitamente richiamato dal legislatore solo con il Decreto Correttivo n. 4 del 2008, poteva legittimamente essere utilizzato anche prima del richiamo esplicito da parte del legislatore del 2008. Invero il residuo del processo produttivo non viene abbandonato ma gestito come sottoprodotto se il detentore o il produttore di sostanze ricavate da un processo produttivo destinato principalmente ad altre produzioni riceve un vantaggio economico anche dall'utilizzo dei residui. Ovviamente il vantaggio economico non esclude la certezza dell'utilizzazione, anzi la presuppone. Sia per la dottrina che per la stessa giurisprudenza il vantaggio economico fornisce un elevato grado di probabilità di riutilizzo del residuo e ridimensiona drasticamente le stesse ragioni logiche e giuridiche che giustificano l'applicazione della disciplina sui rifiuti.
L'imputato assume di avere acquistato un costoso macchinario proprio per il riutilizzo. Si tratta di stabilire se ha sostenuto tale costo perchè si ripromette di ricavare un utile dal riutilizzo dei ritagli di linoleum o per ridurre i costi di uno smaltimento dei propri scarti di produzione Tale accertamento non può essere compiuto da questa corte, ma dal giudice del merito.
Alla stregua delle considerazioni svolte il provvedimento impugnato va annullato con rinvio. Il giudice del rinvio dovrà riesaminare la fattispecie tenendo conto dei principi prima esposti ed in particolare, ai fini della valutazione della prova del riutilizzo, non potendo più tenere conto dalla mancata adozione dell'autocertificazione, dovrà esaminare la documentazione prodotta dall'indagato a favore della propria tesi, dopo avere,all'occorrenza, accertato la conformità della stessa all'originale.
Anche se la questione non ha formato oggetto di specifica censura, questo collegio ritiene di dovere puntualizzare che non si può utilizzare un sequestro probatorio per soddisfare esigenze cautelari per le quali è previsto il sequestro preventivo. Secondo il provvedimento impugnato il sequestro in esame non è stato disposto per espletare accertamenti peritali sui residui in questione, che pure potevano essere utili per individuare le possibilità di una loro effettiva riutilizzazione (in tale caso le esigenze probatorie avrebbero dovuto essere esplicitate dal pubblico ministero, secondo l'orientamento espresso dalle Sezioni unite di questa corte con la sentenza Ferrazzi del 2004), ma solo per assicurare la prova del reato, esigenza questa che poteva essere garantita anche con mezzi diversi dal sequestro, come precisato dal tribunale nel primo provvedimento con cui si è accolta la richiesta della difesa.
Letto l'art. 623 c.p.p. annulla il provvedimento impugnato con rinvio al tribunale di Terni.
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 art. 193
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 art. 183
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