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Timestamp: 2019-06-24 21:49:00+00:00

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Risposte ad alcun'altre opposizioni de' Contrarj
Il P. Patuzzi To. 2. p. 212. oppone un certo Breve d'Innocenzo XI. delli 26. di giugno 1686. Il fatto era che il P. Tirsi Gonsales Gesuita, volendo cacciar fuori un libro contro l'uso dell'opinione meno probabile, supplicò il detto Pontefice ad ordinare alla Compagnia, che non gliel'avessero impedito; onde il Papa, come riferisce il P. Patuzzi, mandò il seguente Breve: Injungatur pariter P. Generali de ordine S. Suæ, ne permittat Patribus Societatis scribere pro opinione minùs probabili, et impugnare sententiam, licitum non esse sequi opinionem minùs probabilem in concursu probabilioris; verùm etiam, relatè ad omnes Universitates Societatis, mentem esse Sanctitatis Suæ, quòd notum faciat, ut quilibet pro suo libito liberè scribat pro opinione magis probabili, et impugnet contrariam. Questo Decreto esibito dal P. Tirso (come
porta il P. Patuzzi) è cavato da' Registri della Congregazione, e presentato da Monsignor Benini ad Innocenzo XI. nel detto dì 26. Giugno 1686.
Il P. Generale rispose così: Die 8. Julii 1686. Intimato ordine Sanctissimi Patri Generali, respondit se in omnibus pariturum; licèt nec per ipsum, nec per prædecessores fuerit unquam interdictum scribere pro opinione magis probabili, eamque docere.
Nulladimeno il P. Gagna, secondo dice essersi ricavato dal Registro de' Decreti Pontificj dell'Archivio della Compagnia, riferisce il detto Decreto concepito nella seguente forma: Injungatur pariter P. Generali de ordine S. Suæ, ut non modò permittat Patribus Societatis scribere pro opinione magis probabili, et impugnare sententiam asserentium, quòd in concursu minùs probabilis opinionis cum probabiliori, licitum sit sequi minùs probabilem; verùm etiam, relatè ad omnes Universitates Societatis, mentem esse
S. Suæ, quòd notum faciat, ut quilibet pro suo libito liberè scribat pro opinione magis probabili, et impugnet contrariam. Questo Decreto a ben considerarsi par che abbia maggior connessione con se stesso, che il primo; mentre, parlando del primo, sembra che poco corrisponda la prima parte del Decreto, cioè, Ne permittat scribere pro opinione minùs probabili etc. colla seconda, Verùm etiam notum faciat, ut quilibet liberè scribat pro opinione magis probabili.
Ma ancorché fosse vero il primo Decreto, e non il secondo, dunque da questo Decreto si ricava esser condannato il nostro Sistema? che non è per altro di potersi seguire l'opinione meno probabile in concorso della probabiliore, ma di poter seguire l'opinione benigna, quando è ugualmente probabile alla rigida; poiché, come accordano tutti gli Antiprobabilisti, secondo dice lo stesso P. Patuzzi, quando è poca la preponderanza
tra l'una e l'altra opinione, finché tenue e dubbioso sia l'eccesso, allora ben può dirsi egualmente probabile, poiché parum pro nihilo reputatur: mentre all'incontro, allorché la preponderanza è grande, l'opinione contraria resta tenuamente, o almeno dubbiamente probabile. Sicché questo Decreto niente fa contro di noi. Ma riprendo il discorso, ancorché fosse vero, forse per questo Decreto è dannata la sentenza contraria? Giustamente i Pontefici vogliono che le controversie si discutano con le dispute, e cogli scritti; e perciò ordinò il Papa, che non si proibisse lo scrivere al P. Gonsalez. Se poi ordinò, che i Gesuiti non più scrivessero per la meno probabile, ciò fu ordinato solamente a' Gesuiti, e forse per ragioni particolari che ne avea allora il Pontefice.
Di più oppone il P. Patuzzi (to. 2. p. 225.) la Lettera Circolare di Benedetto XIV. a' Vescovi per la preparazione dell'Anno Santo, dove
si disse così: Il buon Confessore nelle materie dubbie non dee fidarsi della sua privata opinione, ma prima di rispondere, si contenti di vedere non un solo libro, ma ne veda molti: veda fra questi i più rispettabili, e poi prenda quel partito che vedrà più assistito dalla ragione, e dall'autorità. Così ci spiegammo nella Lettera Circolare sopra le Usure: Plures Scriptores examinent, qui magis inter ceteros prædicantur, deinde eas partes suscipiant, quas tum ratione, tum auctoritate planè confirmatas intelligent. Così ora ripetiamo, ec. Il P. Patuzzi fa forza sopra quelle parole, Prenda quel partito, che vedrà più assistito dalla ragione, e dall'autorità: Ecco (dice) imposto l'obbligo di seguitare la più probabile.
Per rispondere, bisogna avvertire che la stessa Lettera in lingua latina parla altrimenti, e questa è quella ch'è posta nel Bollario (Bollar. to. I. in ord. 143.), la quale dice così: Sat erit Confessarios monuisse, ut in re dubia
propriæ opinioni non innitantur, sed antequam causam dirimant, libros consulant quamplurimos, eos cum primis quorum doctrina solidior, ac deinde in eam descendant sententiam, quam ratio suadet, et firmat auctoritas. Nec aliud sanè docuimus in nostra Engyclica super Usuris (ord. 143. in Bullar. to. I.), ubi §. 8. ita scripsimus: Plures Scriptores examinent qui magis inter ceteros prædicantur; deinde eas partes suscipiant, quas tum ratione, tum auctoritate planè confirmatas intelligent. Dunque la lettera Italiana dice, Prenda il partito più assistito dalla ragione, e dall'autorità. La Latina all'incontro non esprime quel Più assistito, ma solo dice, In eam descendant sententiam, quam ratio suadet, et firmat auctoritas. Dobbiamo ora vedere a qual Lettera di queste due (fatte nello stesso giorno) dobbiamo stare; e diciamo che dobbiamo stare alla Latina, primieramente perché questa sola noi dobbiamo aver
per autentica, mentre questa sola è nel Bollario restata per nostra perpetua memoria, ed istruzione. Inoltre, questa Lettera Circolare è stata ella certamente un'istruzione universale per tutto il Mondo Cristiano; onde dee tenersi per genuina la Latina ch'è diretta a' Vescovi di tutte le Nazioni, e non l'Italiana che riguarda i Vescovi della sola Italia. Inoltre, quel che fa più forza, è che non l'Italiana, ma la Latina è quella che concorda coll'altra Lettera prima fatta sopra l'Usure, come lo stesso Pontefice dichiarò dicendo: Nec aliud sanè docuimus in nostra Engyclica super Usuris, etc. Deinde eas partes suscipiant, quas tum ratione, tum auctoritate planè confirmatas intelligent. Oltreché, replichiamo, ancorché dovessimo stare alla Lettera Italiana, ella non riproverebbe il nostro Sistema dell'æquè probabile.
Si oppone di più l'autorità della Sorbona, e dell'Assemblea di Francia (chiamata da alcuno non bene, Sinodo
Nazionale) dove si condannò la Probabile. In quanto alla Sorbona, noi abbiamo che questa ha dichiarato che le Definizioni del Papa senza il consenso della Chiesa universale da sé non sono infallibili: anzi che sia errore l'opinione dell'Infallibilità del Papa, come riferisce Mons. di Sisteron (Ist. Della Cost. Unig. lib. 5. pag. 241.) Quando che all'incontro la sentenza contraria è certamente falsa, come insegnano S. Tommaso, S. Bonaventura e la comune de' DD. Onde dicono il Bellarmino, Suarez, e Bannez, che la sentenza dell'infallibilità è prossima alla Fede, e la contraria per conseguenza, come espressamente scrivono il Bellarmino, e Cano, videtur omninò erronea, et hæresi proxima.
Di più riferisce Mons. di Sisteron, che la Sorbona adottò l'Appello fatto da alcuni al futuro Concilio contro la Bolla Unigenitus, e privò del grado e privilegio un Dottore che la difese. Di più la Sorbona condannò come falsa la sentenza
di Baunio, che colla comune de' DD. dicea, che per lo peccato mortale vi bisogna, che sia preceduta in qualche modo l'avvertenza, o almeno il dubbio della malizia di quello; e la Sorbona disse che questa sentenza era falsa, quia inducit ad excusandas excusationes in peccatis. Quando che (come in altro luogo abbiamo scritto e provato con S. Agostino, S. Tommaso) è certa ed incontrastabile la sentenza, che per lo peccato mortale vi è necessaria l'avvertenza attuale (almeno in confuso) della malizia dell'effetto, almeno del pericolo in principio che si mette la causa (si veda all'Istruzione cap. 8 num. 8.). Siccome dunque certamente ha errato la Sorbona nel dannare queste proposizioni, così ha potuto ancora errare nel dannare l'uso della Probabile. Oltreché la proposizione dannata dalla Sorbona fu questa: Potest quis sequi opinionem minùs probabilem minùsque tutam, relicta probabiliori, et magis
tutâ. Ma, come abbiam detto, noi non ammettiamo la meno probabile, ma solamente l'egualmente probabile.
In quanto poi a' Vescovi di Francia, ed altri Vescovi, e Sinodi, che han ributtato il Probabilismo; noi diciamo che vi sono tanti altri Vescovi, e Teologi che l'approvano; e ciò non era necessario che lo scrivessero, e ne facessero Sinodi. Sappiamo che per tanti anni questa sentenza fu comune nella Chiesa: e non si dee credere che Dio l'avrebbe mai permessa, se fosse stata falsa. È vero che la Chiesa non condanna tutte le opinioni improbabili particolari, ma quelle opinioni che importano la direzione di tutte le coscienze circa tutt'i casi particolari, la Chiesa non può non condannarle. S. Agostino dice: Ecclesia Dei multa tolerat, et tamen quæ sunt contra Fidem sanctam, vel bonam vitam, nec approbat, nec tacet. Epist. 119.
E S. Tommaso nel Quodlibeto 9 art. 15.
sulla questione: Utrùm habere plures præbendas absque dispensatione sit peccatum mortale? Risponde: Quod vergit in commune periculum, non est ab Ecclesia sustinendum: sed Ecclesia sustinet, ubi aliqui habent plures præbendas: ergo in hoc non est periculum peccati mortalis. Oltreché noi diciamo, che dove la ragione intrinseca è moralmente certa, e non ha risposta sufficiente a renderla dubbia, non può ella restar infermata dall'austerità estrinseca. Ma noi quì abbiamo la ragione certa, ed anche una somma autorità estrinseca. Di più, essendo che la Chiesa non ha condannato il Probabilismo, tacitamente ha dimostrato sentire che ben possa seguitarsi con sentimento di certezza morale; e perché già sa la Chiesa, che questa sentenza non potrebbe seguitarsi senza il fondamento della certezza morale pratica. Tanto più che vediamo aver la Chiesa condannate più Proposizioni come la 40. D'Aless. VII. e la 2. e 6. d'Innocenzo
XI. non per altro, se non perché quelle si chiamavano probabili, quando non avevano fondamento di grave probabilità. Dunque si scorge da ciò il concetto che ha la Chiesa nelle azioni morali delle opinioni gravemente probabili. Almeno la nostra sentenza, se non fosse moralmente certa, almeno è probabilissima, che possa seguirsi l'opinione æque probabile, e la contraria al più è dubbia probabile; e come probabilissima, anche può seguitarsi per la Proposizione 6. dannata da Alessandro VIII. Non licet sequi opinionem inter probabiles probabilissimam. Ma ciò sia detto per concessione, perché noi la nostra sentenza assolutamente la teniamo moralmente certa.
Oppongono di più, che il Probabilismo già sia dannato nelle Proposizioni del Giudice, della Fede, de' Sacramenti, e specialmente della Tenue probabile, che dicea: Generatim dum probabilitate sive intrinsecâ, sive extrinsecâ, quantumvis tenui, modò a
probabilitatis finibus non exeatur, confisi aliquid agimus, semper prudenter agimus. Dunque (dicono) è dannata la meno probabile, mentre ivi si dice, Modò a probabilitatis finibus non exeatur. Ma si risponde per I. che giustamente su dannata la detta proposizione, poiché ivi si parlava generalmente (generatim); sicché comprendeva i Sacramenti, le sentenze, e le cose di Fede. Per 2. L'Autore di detta proposizione falsamente dicea, la tenue probabilità esser sufficiente ad operare. La tenue probabilità poi è quella, che o è fuori de' termini della probabilità, o è dentro, ma sta nell'ultimo confine, o sia grado; e perché l'ultimo grado è molto oscuro, e dubbioso, perciò non può operarsi con tal sorta di probabilità. Per 3. Si risponde, che noi (siccome abbiam più volte detto di sopra) non difendiamo la probabile in concorso della probabiliore, ma diciamo esser lecito seguir l'egualmente probabile in concorso
della più sicura, onde siamo affatto fuori della tenue probabilità. A tutte le altre proposizioni opposte già abbiamo risposto in altro luogo. Del resto una risposta vale per tutte, ed è questa: Che serviva al Papa trovar tanti raggiri così oscuri, ed equivoci, per dannare il Probabilismo, quando potea uscirsene con dannare la sola proposizione, che si trova già in tanti innumerabili libri: Licet sequi opinionem minùs, vel æquè probabilem, relictâ tutiori. Che serviva estirpare tanti ruscelli, quando potea togliersi con una sola dannazione la fonte, senza pericolo di equivocazione? Ma noi diciamo, che dall'avere il Papa condannate quelle proposizioni, e con quelle circostanze, tanto più ha data autorità al Probabilismo, essendo che l'eccezione conferma la regola.
Il proferire poi, e scrivere tante ingiurie, irrisioni, e spaventi contro i Probabilisti, sono stracci neri per far fuggire gli uccelli. È solito
di chi ha poca ragione di ajutarsi coll'ingiurie, per così costringere l'Avversario a tacere, e a far concepire agli altri una grand'idea della propria sentenza.
Dicono per ultimo: Noi seguitiamo la via più sicura. Ma noi rispondiamo, che la via dei Probabilioristi può dirsi di maggior merito (e neppure in tutt'i casi), ma non la più sicura. La più sicura è quella, che più ci allontana dal pericolo del peccato formale, che consiste nel disprezzo di Dio, secondo l'apprende l'Uomo, e vi concorre colla volontà: Id quod est bonum, dice S. Tommaso, potest accipere rationem mali, vel id quod est malum, rationem boni, propter apprehensionem rationis. I. 2. q. 19. a. 5. Oppongono sempre quel passo: Qui amat periculum, in illo peribit. Eccl. 3. 27. - Ma ivi si parla del pericolo formale, mentre ivi si premettono le parole: Cor durum habebit malè in novissimo, et qui amat periculum etc.
Dove non v'è mala volontà, non v'è peccato. Manifestum est quòd illa ignorantia, quæ causat involuntarium, tollit rationem boni, et mali moralis. S. Tommaso I. 2. qu. 19. art. 6. Ed in altro luogo dice: Si ignoretur deformitas, puta cùm aliquis nescit fornicationem esse peccatum, voluntariè quidem facit fornicationem, sed non voluntariè facit peccatum. De Malo q. 3. a. 8. E S. Antonino: Cùm autem dicitur ignorantia juris naturalis non excusare, intelligitur de his quæ sunt contra Fidem, vel Præcepta per evidentes rationes, vel Determinationem Ecclesiæ etc. Et non de his quæ non clarè probantur contra Præcepta, et Articulos; così disse parlando de' Monti di Fiorenza p. 2 tit. I. cap. II. §. 28. Ed in altro luogo, parlando degli stessi Monti, disse: Item, cùm dicitur a quibusdam, quòd exponere se periculo peccati mortalis est mortale: Respondetur, emere dicta jura non est exponere se periculo peccati, simpliciter loquendo, sed
dubitando ibi esse mortale, sumendo propriè dubium (cioè il dubbio pratico); sed qui emit prædicta jura (ecco come si toglie il dubbio pratico), potest non dubitare de hoc, sed opinari licitum esse, ex quo per Ecclesiam non est determinatum contrarium, et multi Sapientes licitum asseverent (aliis contradicentibus, come prima avea detto). P. 2 tit. 2. cap. II. et 9. E lo stesso scrisse ultimamente il Card. Gotti Theol. tom. 2. tract. 2. q. 5. dub. 2. §. 3. n. 53. dicendo: Quamvis contingere possit, quòd opus illud revera in se et materialiter peccatum sit, ipsi tamen imputari non potest, sicut nec imputatur, nec formaliter peccat, qui ex ignorantia invincibili facit aliquod, quod revera peccatum est. Quòd si in omni opere teneretur homo cavere a periculo peccandi materialiter, sequeretur quòd teneretur sequi semper opinionem tutiorem, quamvis minùs probabilem; quia contingere potest, quòd sententia minùs tuta, quamvis probabilior falsa sit.
Dicono esser il Probabiliorismo via più sicura; ma io non so poi, come si accomodano con la coscienza, per I. in negare l'Assoluzione a tanti Penitenti disposti, dicendo esser necessaria sempre o quasi sempre l'esperienza del tempo, e di molto tempo, trattandosi di Recidivi, ancorché abbiano segni straordinarj presenti di disposizione. Quante Anime così s'imperversano ne' peccati, e si perdono! Quando all'incontro se avessero ricevuta la Divina Grazia coll'Assoluzione sagramentale, avrebbero avuto più forza di resistere, avrebbero forse frequentati i Sagramenti, e si sarebbero salvate. Per 2. in non assolvere quei peccatori, qui reputantur relapsuri in peccatum, quamvis hìc et nunc videantur dispositi, come dice il P. Concina. Per 3. in manifestare a chi sta in buona fede il suo peccato, con tutto che si avverta, che colla manifestazione il peccato materiale si farà formale. Per 4. in non assolvere chi tiene l'opinione
probabile (e forse più probabile) contro la sentenza del Confessore.
Per 5. in non assolvere il Penitente che non vuol restituire, per aver egli il possesso della sua roba, insieme coll'opinione probabile di poterla ritenere; quando all'incontro il Penitente che ha confessati i peccati, ha jus stretto all'Assoluzione, e jus certo alla sua roba. Torno a dire, non so come i Probabilioristi, facendo così possano dire di aver la via più sicura per salvarsi: poiché parlando secondo la retta ragione, essi facendo così, o avendo animo di far così, noi stentiamo a vedere come possano accomodarsi la coscienza, ed essere scusati da colpa grave.

References: sentenza 
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 sentenza 
 art. 15
 sentenza 
 sentenza 
 art. 6
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