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Timestamp: 2019-11-15 19:10:39+00:00

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CONSIGLIO DI STATO, ADUNANZA PLENARIA - SENTENZA 12 maggio 2017, n.2
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | VENERDÌ 15 NOVEMBRE AGGIORNATO ALLE 20:10
CONSIGLIO DI STATO, ADUNANZA PLENARIA - SENTENZA 12 maggio 2017, n.2TESTO DELLA SENTENZA
CONSIGLIO DI STATO, ADUNANZA PLENARIA - SENTENZA 12 maggio 2017, n.2 -
sul ricorso in ottemperanza iscritto nel registro generale dell'A.P. al numero 1 del 2017, proposto da:
C. s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avvocato Marco Di Lullo, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, viale Parioli 180;
A. s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa per legge dall'Avvocatura generale dello Stato, domiciliataria in Roma, via dei Portoghesi, 12;
C.S.G.O. s.c.a.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Francesco Sofia, Clemente Manzo, con domicilio eletto presso lo studio Giuseppe Alessi in Roma, via Oslavia, 6;
Visti gli atti di costituzione in giudizio di A. s.p.a e di C.S.G.O. s.c.a.r.l;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 29 marzo 2017 il Cons. Roberto Giovagnoli e uditi per le parti l'avvocato Marco Di Lullo, l'avvocato dello Stato Ettore Figliolia, l'avvocato Mario Pagliarulo per delega dell'avvocato Francesco Sofia, e l'avvocato Manzo Clemente;
1. Con bando del 18 luglio 2014, l'A. s.p.a. ha indetto una procedura di gara per l'affidamento dei lavori di manutenzione straordinaria per la fornitura e posa in opera di giunti e contestuale rifacimento delle testate delle solette di impalcato sui viadotti presenti tra il km 243+521 ed il km 353+450-Provincia di Cosenza, con importo a base d'asta par ad Euro 1.171.791,30.
Con provvedimento prot. (...) del 22 settembre 2014, la stazione appaltante ha aggiudicato la gara all'A.T.I. C.S.G.O. s.c.a.r.l. - M.C., subordinando l'efficacia e l'esecutività dell'aggiudicazione alla 'verifica del possesso dei requisiti dichiarati dal concorrente in sede di gara'.
2. Con provvedimento del 21 gennaio 2015, l'Amministrazione, avendo rilevato che la posizione contributiva dell'impresa mandataria M.C. alla data del 27.8.2014 era irregolare, ha revocato l'aggiudicazione disposta in favore dell'A.T.I. C.S.G.O. s.c.a.r.l.-M.C. e, in data 30 gennaio 2015, ha disposto l'aggiudicazione definitiva dell'appalto in favore della società C. s.r.l..
3. L'A.T.I. C.S.G.O. s.c.a.r.l.-M.C. (di seguito anche solo AT.I. Consorzio Grandi Opere) ha impugnato tali provvedimenti innanzi al Tribunale amministrativo regionale per la Calabria - Catanzaro, che, con sentenza 20 maggio 2015, n. 903, ha accolto il ricorso e, per l'effetto, ha annullato l'aggiudicazione in favore della C. s.r.l..
4. La C. s.r.l. e la G. s.r.l. (quest'ultima in qualità di cessionaria del ramo d'azienda della prima avente ad oggetto l'attività di lavori edili, stradali, etc.) hanno impugnato tale sentenza innanzi al Consiglio di Stato, chiedendone in via cautelare la sospensione.
6. Con la sentenza 29 febbraio 2016, n. 6, l'Adunanza Plenaria ha accolto l'appello e, per l'effetto, in riforma della sentenza appellata, ha respinto il ricorso proposto in primo grado dal C.S.G.O..
In particolare, l'Adunanza plenaria ha enunciato il seguente principio di diritto: 'Anche dopo l'entrata in vigore dell' art. 31, comma 8, del D.L. 21 giugno 2013, n. 69, (Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia), convertito con modificazioni dalla L. 9 agosto 2013, n. 98 , non sono consentite regolarizzazioni postume della posizione previdenziale, dovendo l'impresa essere in regola con l'assolvimento degli obblighi previdenziali ed assistenziali fin dalla presentazione dell'offerta e conservare tale stato per tutta la durata della procedura di aggiudicazione e del rapporto con la stazione appaltante, restando dunque irrilevante un eventuale adempimento tardivo dell'obbligazione contributiva. L'istituto dell'invito alla regolarizzazione (il c.d. preavviso di DURC negativo), già previsto dall'art. 7, comma3, del decreto ministeriale 24 ottobre 2007 e ora recepito a livello legislativo dall' art. 31, comma 8, del D.L. 21 giugno 2013, n. 69, può operare solo nei rapporti tra impresa ed Ente previdenziale, ossia con riferimento al DURC chiesto dall'impresa e non anche al DURC richiesto dalla stazione appaltante per la verifica della veridicità dell'autodichiarazione resa ai sensi dell'art. 38, comma 1, lettera i) ai fini della partecipazione alla gara d'appalto'.
In applicazione di tale principio, la sentenza n. 6 del 2016 ha rilevato che 'nel caso di specie è pacifico ... che la posizione M.C. nel momento in chi ha reso la dichiarazione ai fini della partecipazione alla gara non era regolare (cfr. nota Inail del 9 dicembre 2014 che conferma l'irregolarità contributiva dell'impresa M. alla data del 27 agosto 2014).
Nel caso di specie, peraltro, M.C. era certamente consapevole della propria irregolarità contributiva, trattandosi di contributi dovuti in autoliquidazione, rispetto ai quali l'impresa ha prima chiesto la rateizzazione, senza poi corrispondere quanto dovuto.
La dichiarazione ex art. 38, comma 1, lettera i) del D.Lgs. n. 163 del 2006 è stata, quindi, resa nella piena consapevolezza della non corrispondenza al vero'.
7. Con il presente ricorso in ottemperanza le società C. s.r.l. e G. s.r.l. lamentano che l'A.N.A.S., nonostante la diffida inviatale con nota del 4 marzo 2016, non abbia dato attuazione al giudicato formatosi sulla sentenza dell'Adunanza Plenaria n. 6 del 2016.
a) in via principale, accertata l'inottemperanza al giudicato, ordinare all'A. di provvedere ad aggiudicare definitivamente i lavori oggetto di affidamento alle società odierne ricorrenti, fissando la penalità di mora ai sensi dell'art. 114, comma 4, lett. e) c.p.a. per ogni giorno di ritardo;
b) in subordine, e cioè nella acclarata oggettiva impossibilità di dare esecuzione totale o parziale al giudicato di cui alla sentenza dell'Adunanza plenaria n. 6 del 2016, condannare l'A. e/o il Consorzio Grandi Opere al risarcimento del danno, quantificato nella misura di Euro 190.324,06, oltre rivalutazione e interessi dal dì del dovuto fino soddisfo.
Si sono costituiti in giudizio per resistere al ricorso l'A. e il C.S.G.O..
8. L'A. si è difesa sostenendo:
a) quanto alla domanda di subentro, che non vi è stata alcuna inottemperanza al giudicato in quanto quest'ultimo è intervenuto successivamente alla ultimazione dei lavori oggetto dell'appalto (avvenuta in data 17 febbraio 2016, come risultante dal certificato di ultimazione dei lavori), con conseguente impossibilità di far subentrare C. nel rapporto contrattuale;
c) quanto ancora alla domanda risarcitoria, che, comunque, l'unico responsabile è il C.S.G.O., che è rimasto effettivamente affidatario dell'appalto, ha conseguito i corrispettivi previsti, ed ha illegittimamente partecipato alla gara nonostante l'irregolarità della propria posizione contributiva.
9. Il C.S.G.O., a sua volta, ha sostenuto di non essere legittimato passivo rispetto alla domanda risarcitoria, essendosi limitato a dare esecuzione alla sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Calabria - Catanzaro, n. 903 del 2015.
Con successiva memoria depositata in data 13 marzo 2017, le ricorrenti C. s.r.l. e G. s.r.l., preso atto dell'avvenuta ultimazione dei lavori, hanno sostanzialmente rinunciato alla domanda di subentro, insistendo in quella di risarcimento del danno.
13. La domanda proposta dalle società C. e G. trova il suo fondamento normativo nell'articolo 112, comma 3, c.p.a. (nella versione risultante per effetto delle modifiche introdotte dall'art. 1, comma 1, lett. cc) D.Lgs. 15 novembre 2011, n. 195 ).
La disposizione in esame così recita: 'Può essere proposta, anche in unico grado dinanzi al giudice dell'ottemperanza, ... azione di risarcimento dei danni connessi all'impossibilità o comunque alla mancata esecuzione in forma specifica, totale o parziale, del giudicato o alla sua violazione o elusione'.
14. Il legislatore ha qualificato espressamente questo rimedio in termini di 'azione di risarcimento dei danni', evocando, così, l'istituto della responsabilità civile. Tuttavia, rispetto al tradizionale risarcimento del danno, l'azione in esame presenta significativi profili di peculiarità.
In primo luogo, il presupposto del rimedio è individuato nell'esistenza di un danno (anche solo) 'connesso all'impossibilità o comunque alla mancata esecuzione in forma specifica, totale o parziale, del giudicato'. Ѐ significativo evidenziare che l'art. 112, comma 3, c.p.a. distingue il danno 'connesso' all'impossibilità (o comunque alla mancata esecuzione in forma specifica del giudicato) da quello derivante dalla violazione o elusione del giudicato, indicato, subito dopo, come distinto presupposto per l'esercizio dell'azione.
Rispetto alla formulazione originaria dell'art. 112, comma 3, c.p.a. (prima della novella introdotta dal D.Lgs. n. 195 del 2011 ), il principale profilo di novità è proprio questo: l'avere, cioè, esteso il rimedio alle ipotesi in cui il danno, pur in assenza di violazione o elusione del giudicato, è comunque 'connesso' all'impossibilità di ottenerne l'esecuzione in forma specifica.
Il legislatore, dunque, ha fatto riferimento ad una impossibilità di esecuzione che trova la sua causa in un fatto diverso dalla violazione o elusione del giudicato, prevedendo l'azione di risarcimento del danno -e non un semplice indennizzo- anche nel caso in cui, pur non configurandosi un inadempimento, non è comunque possibile attuare il giudicato.
La deroga, in particolare, è al regime della responsabilità da inadempimento dell'obbligazione, come delineato dall'art. 1218 cod. civ.
Dal giudicato amministrativo, infatti, almeno quando esso, come nel caso di specie, riconosce la fondatezza della pretesa sostanziale, esaurendo ogni margine di discrezionalità nel successivo esercizio del potere, nasce ex lege, in capo all'amministrazione (ed in certi casi anche in capo alle parti private soccombenti) un'obbligazione, il cui oggetto (la prestazione) consiste proprio nel concedere 'in natura' (cioè in forma specifica) il bene della vita di cui è stata riconosciuta la spettanza. E che si tratti di obbligazione il cui inadempimento è assoggettabile al regime dell'inadempimento contrattuale è confermato dalla prescrizione decennale della relativa azione.
In base all'art. 1218 c.c. , il debitore si libera dall'obbligazione se prova che l'inadempimento è stato determinato da una impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile. La disciplina dell'art. 1218 c.c. trova riscontro nell'art. 1256 c.c. , secondo cui l'obbligazione si estingue, invece, quando la prestazione diventa impossibile per una causa non imputabile al debitore.
Rispetto alla disciplina civilistica dell'inadempimento dell'obbligazione cosi sommariamente richiamata, l'art. 112, comma 3, c.p.a. introduce un elemento di specialità, perché dispone che l'impossibilità derivante da causa non imputabile (non dovuta cioè a violazione o elusione del giudicato) non estingue l'obbligazione, ma la converte, ex lege, in una diversa obbligazione, di natura 'risarcitoria', avente ad oggetto l'equivalente monetario del bene della vita riconosciuto dal giudicato.
Viene così in rilievo un rimedio che assume una connotazione tipicamente compensativa: una sorta, in altri termini, di ottemperanza per equivalente (già conosciuta, del resto, nel dibattito dottrinale e giurisprudenziale anteriore alla novella del 2011) che sostituisce l'ottemperanza in forma specifica nei casi in cui questa non sia più possibile. Essa si traduce nel riconoscimento dell'equivalente in denaro del bene della vita che la parte vittoriosa avrebbe avuto titolo di ottenere in natura in base al giudicato. Si ha, quindi, un rimedio alla impossibilità di esecuzione in forma specifica della sentenza, in un'ottica, per l'appunto, 'rimediale' della tutela, quale si è andata delineando a partire dalle sentenze n. 204 del 2004 e n. 191 del 2006 della Corte costituzionale.
La funzione sostitutiva del rimedio giustifica, allora, la scelta del legislatore sia di prevederne l'ammissibilità in sede di ottemperanza, anche in un unico grado, in quanto 'connessa' all'impossibilità oggettiva di esecuzione del giudicato, sia di slegarla dal requisito della colpa, sia pure intesa, in tema di illecito della pubblica amministrazione, nella lettura 'oggettiva' che ne dà la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione Europea: trattandosi di una tutela che sostituisce l'ottemperanza non più possibile in forma specifica, essa soggiace, sia sul piano del rito, sia sul piano dei presupposti sostanziali, alle stesse regole dell'azione di ottemperanza (in forma specifica), che pure si caratterizza come rimedio 'oggettivo', sganciato dalla prova del dolo o della colpa. E', in altri termini, una ragionevole scelta del legislatore in tema di allocazione del rischio della impossibilità di esecuzione del giudicato.
19. Ai fini del riscontro del nesso di causalità nell'ambito della responsabilità civile, si deve muovere dall'applicazione di princìpi generali dell'illecito, oggetto di particolare elaborazione nel diritto penale e che trovano, in quel codice, positiva espressione negli art. 40 e 41 c.p. , in forza dei quali un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (c.d. teoria della condicio sine qua non), ferma restando, peraltro, la diversità del regime probatorio applicabile, in ragione dei differenti valori sottesi ai due processi: nel senso che nell'accertamento del nesso causale in materia civile (ed amministrativa) vige la regola della preponderanza dell'evidenza o del 'più probabile che non', mentre nel processo penale vige la regola della prova 'oltre il ragionevole dubbio' (cfr. rispettivamente Cass. Sez. Un. 11 gennaio 2008 n. 577 e Cass.pen. Sez. un. n. 30328 del 2002).
Il rigore del principio dell'equivalenza delle cause, posto dall'art. 41 c.p. , in base al quale, se la produzione di un evento dannoso è riferibile a più azioni od omissioni, deve riconoscersi ad ognuna di esse efficienza causale, trova, peraltro, il suo temperamento nel principio di causalità efficiente, desumibile dall'art. 41, co. 2, c.p. , in base al quale l'evento dannoso deve essere attribuito esclusivamente all'autore della condotta sopravvenuta, solo se questa condotta risulti tale da rendere irrilevanti le altre cause preesistenti, ponendosi al di fuori delle normali linee di sviluppo della serie causale già in atto.
20. Venendo al regime probatorio, deve rilevarsi che in materia di responsabilità da inadempimento dell'obbligazione (quale è, come si è detto, la responsabilità da impossibilità di esecuzione del giudicato che riconosce la spettanza del bene della vita), il creditore ha il solo onere - ex art. 1218 c.c. - di allegare e provare l'esistenza del titolo (in questo caso rappresentato dal giudicato), e di allegare l'esistenza di un valido nesso causale tra la condotta della parte obbligata e la mancata attuazione del giudicato (cfr. Cass. Sez. Un. 30 ottobre 2001, n. 13533).
Spetta, viceversa, alla parte 'debitrice', l'onere di provare il caso fortuito (inteso come specifico fattore capace di determinare autonomamente il danno), comprensivo del fatto del terzo (che abbia avuto efficacia causale esclusiva nella produzione del danno), rimanendo a suo carico il fatto ignoto in quanto inidoneo a eliminare il dubbio in ordine allo svolgimento eziologico dell'accadimento.
22. A tale riguardo, va ricordato come una parte della giurisprudenza amministrativa (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 13 gennaio 2012, n. 115; Cons. Stato, sez. VI, 15 ottobre 2012, n. 529) abbia in alcuni casi ritenuto che in materia di risarcimento del danno da aggiudicazione illegittima, vi sarebbe, ex art. 2055 c.c. , e cioè in tema di responsabilità aquiliana e non contrattuale, una responsabilità solidale tra l'amministrazione e l'impresa beneficiaria del provvedimento illegittimo. Si è ammessa, quindi, la possibilità per il giudice amministrativo sia di pronunciare la condanna in solido al risarcimento del danno, sia di ripartire, anche solo ai fini del futuro esercizio dell'azione di regresso da parte dell'amministrazione, le quote interne di responsabilità.
- il vincolo di solidarietà tra l'amministrazione e il beneficiario dell'atto illegittimo (e il conseguente potere del giudice amministrativo di pronunciare statuizione anche nei confronti di quest'ultimo), troverebbe il suo presupposto normativo nell'art. 41, comma 2, ultimo periodo, c.p.a., il quale ha previsto che 'qualora sia proposta azione di condanna, anche in via autonoma, il ricorso è notificato altresì agli eventuali beneficiari dell'atto illegittimo ai sensi dell'art. 102 del codice di procedura civile ; altrimenti il giudice provvede ai sensi dell'art. 49' all'integrazione del contraddittorio;
L'obbligazione di eseguire il giudicato grava, quindi, su tutte la parti soccombenti, ivi compresa la parte privata, che, di conseguenza, deve ritenersi a sua volta investita di legittimazione passiva rispetto all'azione di ottemperanza.
Tale lettura riduttiva dell'estensione della giurisdizione amministrativa viene fondata sul dato testuale dell'art. 103 Cost. e dell'art. 7 c.p.a., in specie laddove, nell'individuare la giurisdizione del giudice amministrativo sulle controversie nelle quali si faccia questione di interessi legittimi e, nelle particolari materie, di diritti soggettivi, riferisce tali controversie a 'l'esercizio o il mancato esercizio del potere amministrativo' e le afferma come 'riguardanti provvedimenti, atti, accordi o comportamenti riconducibili anche mediatamente all'esercizio di tale potere, posti in essere da pubbliche amministrazioni'. Tale ultimo inciso viene quindi valorizzato come limite all'estensione della giurisdizione amministrativa.
26. Né in senso contrario possono invocarsi ragioni di connessione, in quanto, come affermato anche da questa Adunanza plenaria con sentenza 29 gennaio 2014, n. 6, 'salvo deroghe normative espresse, nell'ordinamento processuale vige il principio generale della inderogabilità della giurisdizione per motivi di connessione' (in termini cfr. Cass. Sez. Un. 19 aprile 2013, n. 9534; Cass. Sez. Un. 7 giugno 2012, n. 9185).
27. La carenza del presupposto processuale della giurisdizione risulta, quindi, risolutiva e costituisce, già di per sé, un ostacolo insormontabile all'interpretazione 'sostanzialistica' sostenuta dall'orientamento giurisprudenziale sopra richiamato.
28. Del resto, va osservato che l'art. 41, comma 2, ultimo periodo, c.p.a. non prevede, a rigore (e in senso tecnico), un litisconsorzio necessario nei confronti del privato beneficiario dell'atto illegittimo. Litisconsorzio la cui necessità è del resto esclusa, come è noto, anche nel caso di obbligazioni solidali. Nei confronti di tale soggetto, infatti, la citata norma processuale non consente la formale proposizione di una domanda risarcitoria, ma stabilisce solo che la domanda proposta contro l'amministrazione (che, quindi, è individuata come unica legittimata passiva), gli debba essere notificata, al fine di realizzare la c.d. denuntiatio litis. In base all'art. 41, comma 2, ultimo periodo c.p.a., in altri termini, il privato non è destinatario di una domanda di risarcimento del danno contro di lui diretta, ma solo destinatario della notificazione della domanda proposta contro l'amministrazione, al fine di rendere possibile l'opponibilità del giudicato.
Lo scopo della norma in esame è, infatti, solo quello di fare in modo che l'eventuale giudicato di condanna tra il privato danneggiato dal provvedimento e l'amministrazione possa essere opposto anche al terzo beneficiario, come 'fatto' che accerta l'antigiuridicità, nell'eventuale giudizio di 'rivalsa', quanto all'illegittimità dell'atto e ai presupposti della condanna risarcitoria subita dall'amministrazione.
La norma è coerente con la constatazione che in moltissimi casi l'esecuzione in forma specifica del giudicato richiede, in particolare se si tratta di attuarne gli effetti restitutori e ripristinatori, oltre all'azione dell'amministrazione, l'ingerenza nella sfera giudica e materiale di soggetti privati, specie nel caso in cui sono stati destinatari di provvedimento favorevoli poi annullati e devono, per effetto del giudicato, adempiere ad obblighi -a ben guardare meramente conseguenziali o riflessi - restitutori e ripristinatori.
33. Nel caso di specie, invero, l'originario provvedimento di aggiudicazione adottato dall'amministrazione non era illegittimo. L'amministrazione, infatti, aveva legittimamente escluso l'A.T.I. C.S.G.O. perché non in possesso di un DURC regolare ed aveva, altrettanto legittimamente, aggiudicato la gara alla società C. s.r.l. (che ha poi ceduto l'azienda alla società G. s.r.l., co-ricorrente nel presente giudizio).
L'esito della gara, come determinato dai provvedimenti dell'amministrazione, è stato capovolto per effetto della pronuncia giurisdizionale di primo grado, che ha accolto il ricorso dell'A.T.I. C.S.G.O., annullando l'aggiudicazione a favore di C..
In esecuzione di quella sentenza l'A. ha, quindi, aggiudicato la gara all'A.T.I. C.S.G.O., procedendo alla successiva stipula del contratto (che poi è stato interamente eseguito nelle more del giudizio di appello).
34. Se non che tale peculiarità della vicenda, legata e influenzata dall'andamento processuale della controversia che ne è insorta, non è idonea a far venir meno l'obbligazione ex lege scaturente dal fatto oggettivo dell'impossibilità di eseguire il giudicato proprio per la chiarita irrilevanza di una colpa e per la insussistenza di ogni ipotesi di scusabilità del comportamento dell'obbligato, la cui responsabilità, come si è detto, può essere esclusa solo dalla mancanza o dal venir meno del nesso di causalità nei termini dianzi precisati. E, sotto tale profilo, è da escludere che l'esistenza di un provvedimento giurisdizionale esecutivo (come la sentenza di primo grado) possa valere a 'coprire' l'operato della pubblica amministrazione, recidendo il nesso di causalità tra il comportamento dell'amministrazione e l'impossibilità di eseguire il giudicato.
35. Le sopra evidenziate caratteristiche in termini 'oggettivi' della responsabilità delineata dall'art. 112, comma 3, c.p.a., peraltro, è coerente con l'orientamento espresso dalla Corte di giustizia dell'Unione Europea, in materia di mancata aggiudicazione di un contratto d'appalto.
La nuova aggiudicazione a favore dell'A.G., in esecuzione della sentenza del Tribunale amministrativo regionale, è stata disposta in data 8 giugno 2015 (quando ancora erano pendenti i termini per l'appello). Il contratto è stato stipulato il 2 settembre 2015, senza neanche attendere, non solo la decisione sull'istanza di sospensiva, pubblicata solo il 29 settembre 2015, ma neanche la data di celebrazione (17 settembre 2015) della camera di consiglio fissata per la trattazione collegiale della domanda cautelare.
Non risulta dagli atti né è allegato dalle parti resistenti che tale rapidità fosse giustificata da particolari ragioni di urgenza, né risulta, per quanto riguarda in particolare la posizione dell'A. (che è l'unica a venire in rilievo nel presente giudizio), che l'amministrazione sia stata compulsata (e, quindi, indotta all'immediata esecuzione) da iniziativa dell'A.G. finalizzate ad ottenere l'ottemperanza della sentenza di primo grado.
L'attività successiva alla pubblicazione della sentenza di primo grado risulta, quindi, connotata dall'assenza di qualsiasi forma di cautela rispetto al possibile esito del giudizio di appello. Da questo tipo di condotta emergono profili di colpa, che integrerebbero, comunque, il presupposto dell'assenza della 'normale prudenza' cui fa riferimento l'art. 96, comma 2, c.p.c.
Non può, quindi, trovare accoglimento la tesi sostenuta, in particolare dal C.S.G.O., secondo cui la condotta contestata sarebbe coperta dal contratto, mai dichiarato inefficace. Quel contratto, al contrario, così come il presupposto atto di aggiudicazione, sono stati automaticamente travolti in conseguenza della riforma della sentenza di primo grado, ai sensi dell'art. 334, comma 2, c.p.c.
- la domanda di risarcimento del danno nei confronti dell'A. è, invece, fondata, per quanto concerne l'an della responsabilità.
39. Rispetto alla posizione dell'A. è ancora il caso di precisare quanto segue.
In secondo luogo, per quanto concerne il necessario presupposto del nesso di causalità, l'A. non ha dimostrato (come avrebbe dovuto trattandosi di responsabilità contrattuale) l'interruzione del rapporto eziologico. Infatti, si deve ritenere che sia la condotta del C.S.G.O. (che ha concluso ed eseguito il contratto), sia la sentenza di primo grado (che ha annullato l'originaria e legittima aggiudicazione), operino come mere concause del danno lamentato, concause che, in base al principio dell'equivalenza causale desumibile dagli articoli 40 e 41, commi 1 e 3 c.p., non escludono il rapporto di causalità.
In terzo luogo, le considerazioni sopra svolte in ordine alla peculiare natura dell'obbligazione risarcitoria ex lege di cui all'art. 112, comma 3, c.p.a. escludono che la rilevanza concausale della condotta del Consorzio possa rilevare (se non per escludere) quantomeno per ridurre la responsabilità dell'A. verso le società C. e G..
c) spetta all'impresa danneggiata offrire la prova dell'utile che in concreto avrebbe conseguito, qualora fosse risultata aggiudicataria dell'appalto, poiché nell'azione di responsabilità per danni il principio dispositivo opera con pienezza e non è temperato dal metodo acquisitivo proprio dell'azione di annullamento (ex art. 64, commi 1 e 3, c.p.a.); quest'ultimo, infatti, in tanto si giustifica in quanto sussista la necessità di equilibrare l'asimmetria informativa tra amministrazione e privato la quale contraddistingue l'esercizio del pubblico potere ed il correlato rimedio dell'azione di impugnazione, mentre non si riscontra in quella di risarcimento dei danni, in relazione alla quale il criterio della c.d. vicinanza della prova determina il riespandersi del predetto principio dispositivo sancito in generale dall'art. 2697, primo comma, c.c. ;
d) la valutazione equitativa, ai sensi dell'art. 1226 c.c. , è ammessa soltanto in presenza di situazione di impossibilità - o di estrema difficoltà - di una precisa prova sull'ammontare del danno;
e) le parti non possono sottrarsi all'onere probatorio e rimettere l'accertamento dei propri diritti all'attività del consulente tecnico d'ufficio neppure nel caso di consulenza cosiddetta 'percipiente', che può costituire essa stessa fonte oggettiva di prova, demandandosi al consulente l'accertamento di determinate situazioni di fatto, giacché, anche in siffatta ipotesi, è necessario che le parti stesse deducano quantomeno i fatti e gli elementi specifici posti a fondamento di tali diritti;
f) la prova in ordine alla quantificazione del danno può essere raggiunta anche mediante presunzioni; per la configurazione di una presunzione giuridicamente rilevante non occorre che l'esistenza del fatto ignoto rappresenti l'unica conseguenza possibile di quello noto, secondo un legame di necessarietà assoluta ed esclusiva (sulla base della regola della 'inferenza necessaria'), ma è sufficiente che dal fatto noto sia desumibile univocamente quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull'id quod plerumque accidit (in virtù della regola della 'inferenza probabilistica'), sicché il giudice può trarre il suo libero convincimento dall'apprezzamento discrezionale degli elementi indiziari prescelti, purché dotati dei requisiti legali della gravità, precisione e concordanza, mentre non può attribuirsi valore probatorio ad una presunzione fondata su dati meramente ipotetici;
j) tale ripartizione dell'onere probatorio in materia di aliunde perceptum ha sollevato in dottrina alcune perplessità, avvalorate dal pacifico orientamento della Corte di cassazione secondo cui, costituendo l'aliunde perceptum vel percipiendum un fatto impeditivo (in tutto o in parte) del diritto al risarcimento del danno, il relativo onere probatorio grava sul datore di lavoro (da ultimo, Cass.. sez. lav., 30 maggio 2016 n. 11122).
Se non che, anche a volersi convenire con la ragionevole considerazione che l'aliunde perceptum costituisca un fatto impeditivo del danno, non potrebbe addivenirsi a diversa conclusione rispetto a quella poc'anzi prospettata, segnatamente in relazione al settore degli appalti; e ciò per un duplice ordine di considerazioni. In primo luogo, non può negarsi che, ai fini della sussistenza dell'aliunde perceptum, possa essere invocato il meccanismo della presunzione (semplice). In forza di tale meccanismo può quindi individuarsi una presunzione in tal senso, a sua volta fondata sull'id quod plerumque accidit, secondo cui l'imprenditore (specie se in forma societaria), in quanto soggetto che esercita professionalmente un'attività economica organizzata finalizzata alla produzione di utili, normalmente non rimane inerte in caso di mancata aggiudicazione di un appalto, ma si procura prestazioni contrattuali alternative dalla cui esecuzione trae utili. Pertanto, in mancanza di prova contraria, che l'impresa che neghi l'aliunde perceptum può fornire anche sulla base dei libri contabili, deve ritenersi che essa abbia comunque impiegato proprie risorse e mezzi in altre attività, dovendosi quindi sottrarre al danno subito per la mancata aggiudicazione l'aliunde perceptum, calcolato in genere in via equitativa e forfettaria. Del resto -e si è al secondo ordine di considerazioni - nell'ambito delle gare d'appalto, tale conclusione risulta avvalorata dalla distinta, concorrente circostanza che, da un lato, non risulta ragionevolmente predicabile la condotta dell'impresa che immobilizza le proprie risorse in attesa dell'aggiudicazione di una commessa, o nell'attesa dell'esito del ricorso giurisdizionale volto ad ottenere l'aggiudicazione, atteso che possono essere molteplici le evenienze per cui potrebbe risultare non aggiudicataria della commessa stessa (il che corrobora la presunzione); dall'altro che, ai sensi dell'art. 1227, secondo comma, c.c. , il danneggiato ha un puntuale dovere di non concorrere ad aggravare il danno, sicché il comportamento inerte dell'impresa ben può assumere rilievo in ordine all'aliunde percipiendum. (cfr. Cons. Stato, sez. V, 9 dicembre 2013, n. 5884; Cons. Stato, sez. V,, 27 marzo 2013, n. 1833; Cons. Stato, sez. V, 7 giugno 2013, n. 3155; Cons. Stato, sez. V,, 8 novembre 2012, n. 5686). Tale orientamento -assolutamente prevalente, sia pure con sfumature diverse in punto di motivazione (tra le varie: Cons. Stato, sez. IV, 11 novembre 2014 n. 5531; sez. VI, 15 ottobre 2012 n. 5279)- consente del resto di evitare che la sentenza che vede l'impresa vittoriosa diventi occasione e strumento di ingiusta locupletazione.
42. Applicando tali principi al caso di specie il danno subito dalle società C. e G. può essere liquidato riconoscendo le seguenti voci.
43. Va, innanzitutto, riconosciuto, a titolo di lucro cessante, l'utile che C. (o meglio G. in quanto cessionaria del ramo d'azienda) avrebbe conseguito attraverso l'esecuzione del contratto di appalto.
44. Non può essere riconosciuto, invece, il c.d. danno curricolare, in quanto nel caso di specie le ricorrenti non hanno offerto un prova rigorosa e puntuale del nocumento che asseriscono di aver subito in termini di mancato arricchimento del proprio curriculum professionale. E ciò anche a non volersi prendere in considerazione l'orientamento secondo cui un'impresa leader nel settore difficilmente subisce un danno curricolare dalla mancata aggiudicazione di un appalto, attesa l'inidoneità della mancata assegnazione a scalfirne il prestigio (Cons. Stato, sez. III, 10 aprile 2015 n. 1839).
Gli elementi offerti, in relazione a tale voce di danno, risultano insufficienti e privi di quei caratteri di gravità, precisione e concordanza necessari per fondare quanto meno una presunzione semplice ai sensi dell'art. 2729 c.c..
La sentenza del T.a.r. Calabria (n. 903/2015), che ha annullato l'aggiudicazione originariamente disposta a favore di C., è stata pubblicata il 20 maggio 2015.
Occorre, quindi, procedere alla decurtazione dell'aliunde perceptumvel percipiendum, che può essere in via equitativa determinato (tenendo conto delle caratteristiche sia dell'impresa sia dell'appalto la cui esecuzione è sfumata) nella percentuale del 25% della somma riconosciuta a titolo di lucro cessante.
46. Sulla base delle considerazioni che precedono, applicata la decurtazione del 25% , il danno complessivamente subito dalle ricorrenti (alle quali, avendo agito congiuntamente, viene rimessa la ripartizione della somma liquidata nei rapporti interni) risulta pari ad Euro 129.766,41.
1. Dal giudicato amministrativo, quando riconosce la fondatezza della pretesa sostanziale, esaurendo ogni margine di discrezionalità nel successivo esercizio del potere, nasce ex lege, in capo all'amministrazione, un'obbligazione, il cui oggetto consiste nel concedere 'in natura' il bene della vita di cui è stata riconosciuta la spettanza.
3. In base agli articoli 103 Cost. e 7 c.p.a., il giudice amministrativo ha giurisdizione solo per le controversie nelle quali sia parte una pubblica amministrazione o un soggetto ad essa equiparato, con la conseguenza che la domanda che la parte privata danneggiata dall'impossibilità di ottenere l'esecuzione in forma specifica del giudicato proponga nei confronti dell'altra parte privata, beneficiaria del provvedimento illegittimo, esula dall'ambito della giurisdizione amministrativa.
4. Nel caso di mancata aggiudicazione, il danno conseguente al lucro cessante si identifica con l'interesse c.d. positivo, che ricomprende sia il mancato profitto (che l'impresa avrebbe ricavato dall'esecuzione dell'appalto), sia il danno c.d. curricolare (ovvero il pregiudizio subìto dall'impresa a causa del mancato arricchimento del curriculum e dell'immagine professionale per non poter indicare in esso l'avvenuta esecuzione dell'appalto). Spetta, in ogni caso, all'impresa danneggiata offrire, senza poter ricorrere a criteri forfettari, la prova rigorosa dell'utile che in concreto avrebbe conseguito, qualora fosse risultata aggiudicataria dell'appalto, poiché nell'azione di responsabilità per danni il principio dispositivo opera con pienezza e non è temperato dal metodo acquisitivo proprio dell'azione di annullamento (ex art. 64, commi 1 e 3, c.p.a.), e la valutazione equitativa, ai sensi dell'art. 1226 cod. civ. , è ammessa soltanto in presenza di situazione di impossibilità - o di estrema difficoltà - di una precisa prova sull'ammontare del danno.
- dichiara improcedibile la domanda diretta a conseguire l'aggiudicazione e la correlata domanda proposta ai sensi dell'art. 114, comma 4, lett. e) c.p.a. ;
- dichiara il difetto di giurisdizione sulla domanda proposta nei confronti del C.S.G.O.;
- accoglie, in parte, la domanda di risarcimento del danno nei confronti dell'A. e, per l'effetto, la condanna al pagamento, a favore delle società C. s.r.l. e G. s.r.l., della somma complessiva di Euro 129.766,41, oltre ad interessi e rivalutazione come specificato in motivazione;
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 29 marzo 2017 con l'intervento dei magistrati:

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 SENTENZA 
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 art. 31
 art. 31
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 art. 38
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 art. 40
 Cass. Sez. 
 art. 1218
 Cass. Sez. 
 art. 2055
 sentenza 
 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
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 sentenza 
 art. 64
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 art. 64