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Timestamp: 2019-02-20 04:13:43+00:00

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Sentenze di separazione a favore della moglie
Separazione e divorzio: presupposti per ricevere l’assegno di mantenimento e l’assegno di divorzio dopo le ultime importanti sentenze della Cassazione.
Ti stai separando o stai divorziando, sei senza lavoro o guadagni poco, hai fatto sacrifici tutta la vita per la famiglia, ma ti hanno detto che l’assegno di mantenimento non esiste più? Hai sentito parlare di novità importanti in materia di mantenimento? Stai cercando di capire se, nonostante tutto, vi siano recenti sentenze di separazione a favore della moglie? I dubbi sono assolutamente legittimi, soprattutto a seguito del clamore che alcune sentenze della Corte di Cassazione hanno suscitato di recente con particolare riguardo al riconoscimento dell’assegno di mantenimento e dell’assegno divorzile. Precisiamo subito che l’assegno di mantenimento è quello che viene riconosciuto, a seguito della separazione personale dei coniugi, in favore del coniuge economicamente più debole, mentre l’assegno divorzile è quello che viene riconosciuto a seguito della cessazione degli effetti civili del matrimonio (in caso di matrimonio concordatario) o dello scioglimento del matrimonio (in caso di matrimonio celebrato con il solo rito civile), quindi, con il divorzio, al coniuge che non sia economicamente autosufficiente per ragioni oggettive. In parole povere: è coniuge economicamente più debole quello che guadagna meno dell’altro, mentre non è economicamente autosufficiente il coniuge che non lavora o ha un reddito molto basso, pari a meno di 1.000,00 euro al mese. Fino a non molto tempo fa, la funzione dei due assegni era sostanzialmente la stessa: garantire al coniuge meno agiato di godere, dopo la fine del matrimonio, dello stesso tenore di vita di cui aveva goduto in costanza di matrimonio, obbligando l’altro a versargli un assegno periodico. Ebbene, nonostante l’orientamento giurisprudenziale si sia sostanzialmente modificato, esiste ancora la possibilità che alla moglie venga riconosciuto sia l’assegno di mantenimento, che quello di divorzio. Vediamo quali sono i presupposti e presentiamo alcune sentenze di separazione a favore della moglie.
1 Assegno di mantenimento: quando spetta
2 Assegno di divorzio: quando spetta?
3 Esiste un importo preciso dell’assegno di divorzio?
4 Se lavoro ho diritto all’assegno di divorzio?
5 Sì all’assegno di divorzio se la moglie ha favorito la carriera del marito
6 Sì all’assegno di divorzio se la moglie ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla famiglia
7 Sì all’assegno di divorzio se la moglie, ultracinquantenne, ha bassi redditi e non ha una soluzione abitativa stabile
8 Sì all’assegno se da indagini patrimoniali risultano maggiori guadagni del marito
9 Cosa succede se, a seguito di accertamenti, si scopre che il marito è benestante?
10 Sì all’assegno se la moglie perde il lavoro
Assegno di mantenimento: quando spetta
I presupposti per ottenere l’assegno di mantenimento sono essenzialmente tre:
la separazione non sia addebitabile al coniuge richiedente l’assegno;
il coniuge richiedente non possegga redditi propri adeguati a garantirgli lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio;
esista una disparità economica tra i coniugi.
Poco o nulla è cambiato, quindi, in materia di assegno di mantenimento. Questo perché, con la separazione, il vincolo coniugale si allenta ma non cessa di esistere, per cui, la comunione materiale e spirituale tra i coniugi si traduce, tra l’altro, in un supporto del coniuge economicamente più debole e l’assegno di mantenimento è commisurato al tenore di vita goduto dai coniugi durante la vita matrimoniale [1].
Sul punto, con una recentissima pronuncia [2], la Suprema Corte ha ribadito che il tenore di vita matrimoniale deve desumersi in astratto guardando ai redditi percepiti da entrambi i coniugi complessivamente e alle loro proprietà, sia di beni mobili che immobili. Ciò vuol dire che se anche i coniugi avessero condotto una vita modesta ma, potenzialmente, avrebbero potuto permettersi un tenore di vita più alto, sarà a quest’ultimo che dovrà commisurarsi l’assegno di mantenimento. Di conseguenza, l’assegno di mantenimento spetta al coniuge economicamente più debole che, dopo la separazione, non possa permettersi di mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.
L’assegno di mantenimento non spetta se, in capo al coniuge che ne avrebbe diritto, c’è l’ addebito della separazione. Se, quindi, la moglie che non lavora e, in astratto avrebbe diritto di ricevere il mantenimento, subisce l’addebito della separazione (perché, ad esempio, la crisi coniugale che ha portato i coniugi a separarsi è sorta dopo un tradimento da parte della moglie), non riceverà alcun assegno di mantenimento. Così come nel caso in cui la moglie separata intraprenda una nuova stabile relazione, anche di fatto, perde il diritto di ricevere il mantenimento. Idem se la moglie, più benestante del marito, fosse obbligata a corrispondere l’assegno di mantenimento, l’obbligo verrebbe meno se la separazione venisse addebitata a lui.
Per ricapitolare, facciamo un banale esempio: se il marito guadagna 1.500,00 euro al mese e la moglie ne guadagna 500,00, il tenore di vita dei coniugi durante il matrimonio è stato pari a 2.000,00 euro al mese, ciò significa che ciascuno ha vissuto contando su una disponibilità di circa 1.000,00 euro mensili.
Si badi bene: non ha importanza che siano stati realmente spesi, ma solo che se ne aveva la disponibilità. Con la separazione, il coniuge più debole (in questo caso la moglie che guadagna 500,00 euro al mese) avrà diritto di ricevere dal marito un assegno pari a 500 euro mensili, così da integrare il proprio reddito personale e riuscire a mantenere lo stesso tenore di vita precedente (con una disponibilità di 1.000,00 euro al mese), per tutta la durata della separazione (salvo situazioni nuove che comportino la riduzione o la revoca dell’assegno: si pensi ad una nuova relazione).
Si badi bene, questo vale per l’assegno di mantenimento che ha la funzione di garantire lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio, diverso è il caso del diritto agli alimenti: questi spettano anche in caso di addebito quando il coniuge economicamente più debole non sia oggettivamente in condizione di procurarsi il necessario per vivere.
Per quanto riguarda l’assegno di divorzio, invece, il recente mutamento giurisprudenziale ha mandato in soffitta il criterio del tenore di vita e lo ha rimpiazzato con quello dell’autosufficienza economica.
E, quindi, ora quando spetta l’assegno di divorzio? Il diritto all’assegno di divorzio è riconosciuto in tutte quelle ipotesi in cui uno dei coniugi non sia economicamente autosufficiente per ragioni oggettive. Ciò vuol dire che il giudice deve accertare, in primis, l’esistenza di una disparità economica tra tra marito e moglie e poi che uno dei due non sia economicamente autosufficiente e che, per ragioni oggettive, non possa procurarsi mezzi adeguati per vivere liberamente e dignitosamente. Accertate queste condizioni, il giudice riconosce il diritto all’assegno divorzile, il cui importo, però, non sarà più commisurato al tenore di vita ma, appunto, all’autosufficienza economica.
A differenza dell’assegno di mantenimento, quindi, l’assegno di divorzio spetta non al coniuge economicamente più debole, ma al coniuge che non abbia e non possa raggiungere, per ragioni oggettive, l’indipendenza economica. Ciò significa anche che, nel caso in cui il marito disponesse di redditi particolarmente elevati, ad esempio 10.000 Euro al mese, il giudice potrà comunque quantificare l’assegno divorzile in 1.500 Euro mensili, se tale somma risultasse sufficiente a garantire l’autosufficienza economica alla moglie.
La Suprema Corte ha chiarito che, con la fine del matrimonio, segnata dal divorzio, termina ogni rapporto tra gli ex coniugi, a cui da quel momento si guarda come persone singole, facendo, però, salvo un principio di solidarietà post – coniugale, rappresentato dalla necessità che il coniuge più forte economicamente garantisca il proprio sostegno all’ex coniuge laddove quest’ultimo non abbia mezzi adeguati per vivere liberamente e in maniera dignitosa e che, quindi, versi in una incolpevole condizione di non autosufficienza economica.
In termini pratici, l’autosufficienza economica può dirsi raggiunta quando si percepiscano redditi mensili al di sopra dei mille euro (sopra la soglia di reddito che darebbe diritto al patrocinio a spese dello Stato). L’assenza di tale condizione, ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno, deve derivare da ragioni oggettive e, quindi, ad esempio, dall’età avanzata dell’ex coniuge o da problemi di salute particolarmente invalidanti. La sussistenza di queste condizioni oggettive implica il riconoscimento del diritto all’assegno. Il diritto sarà, invece, negato alla moglie che non si attiva per cercare un’occupazione o rifiuta offerte di lavoro, nonostante la giovane età e la buona salute.
Riconosciuto il diritto alla percezione dell’assegno divorzile, il giudice stabilirà l’ammontare dello stesso in modo da garantire all’ex coniuge l’autosufficienza economica e non più il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. Per fare un esempio pratico: se il tuo ex marito guadagna 2.500 euro al mese e ti corrisponde un assegno di mantenimento pari a 1.250, durante la separazione, affinchè tu possa permetterti lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio, con il divorzio, qualora per ragioni oggettive tu non possa procurarti mezzi adeguati per essere indipendente, il tuo ex marito, pur continuando a guadagnare 2.500 euro al mese, non ti corrisponderà più i 1.250 euro necessari a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ma un importo sufficiente a garantirti l’indipendenza economica, ad esempio pari a 1.000 euro.
Bisogna però precisare che, se durante il giudizio, riesci a dimostrare che la tua indipendenza economica può dirsi raggiunta solo attraverso il pagamento di un importo pari a 1.250 euro (sulla base del contesto sociale in cui vivi, della tua età, delle tue specifiche esigenze, delle spese abitative a tuo carico, ecc.), somma che durante il matrimonio ti garantiva una esistenza modesta, senza eccessi, ma semplicemente una vita libera e dignitosa, in questo caso non vi sarà differenza tra l’assegno di mantenimento e quello di divorzio.
Sempre sussistendone i presupposti relativi alla impossibilità oggettiva di procurarsi redditi adeguati per una esistenza libera dal bisogno.
Esiste un importo preciso dell’assegno di divorzio?
No. Come si determina l’importo dell’assegno di divorzio? Il giudice terrà sicuramente conto della durata del matrimonio, del contributo che hai fornito sia nella gestione e conduzione della vita familiare, che nella formazione del patrimonio della famiglia. Questo è quanto stabilito pochi mesi fa dalle Sezioni Unite della Suprema Corte [3] ed è molto importante, perché le mogli che hanno dedicato la loro vita alla famiglia e alla casa potrebbero ritrovarsi senza alcuna occupazione e senza alcuna possibilità di procurarsi redditi propri dopo il divorzio dal marito.
E il marito ben potrebbe aver giovato, per tutta la durata della vita matrimoniale, dei sacrifici della moglie per poi divorziare da lei e non consentirle neanche di vivere dignitosamente garantendole l’indipendenza economica.
Quindi, certamente non è più possibile approfittare di un matrimonio lampo con un marito facoltoso per godere di un elevato tenore di vita anche dopo il divorzio, senza mai lavorare, ma al contempo è ragionevole pensare che il giudice del divorzio riconoscerà il diritto della moglie di ricevere l’assegno divorzile tutte le volte in cui la moglie non abbia redditi che le consentano di essere indipendente. Il giudice valuterà il sacrificio della moglie e la sua dedizione alla famiglia, la durata del matrimonio, il suo apporto positivo alla buona gestione della casa, dei figli ed anche quanto questo suo comportamento abbia portato giovamento al patrimonio familiare e al patrimonio del marito, anche in termini di successi lavorativi.
Sulla base di tutte queste valutazioni, il giudice determinerà un congruo importo dell’assegno di divorzio, che sia compensativo e perequativo, che non avvantaggi ingiustamente la moglie, ma che certamente le riconosca il ruolo e i sacrifici fatti per mandare avanti la famiglia.
Al fine di orientare, quindi, il libero convincimento del giudice la moglie, che chieda il riconoscimento del diritto all’assegno di divorzio, dovrà fornire più elementi possibili al giudice affinché valuti il proprio apporto concreto alla conduzione della vita familiare. Dovrà, altresì, dimostrare la oggettiva impossibilità di garantirsi l’indipendenza economica dopo il divorzio (ad esempio, provando di aver inviato il proprio curriculum vitae, allegando proprie offerte di lavoro rifiutate, ovvero patologie invalidanti che non consentano di trovare un’occupazione in base alle proprie capacità ed esperienze).
In sintesi: dopo la recente sentenza della Cassazione, l’assegno di divorzio è corrisposto alla moglie che versi in condizioni disagiate e, comunque, di non autosufficienza economica (come parametro, si guardi alle soglie di reddito che danno diritto a usufruire del patrocinio a spese dello Stato) per motivi oggettivi; il giudice stabilirà, di volta in volta, in base al caso concreto e secondo il proprio libero convincimento, l’importo dell’assegno di divorzio al fine di garantire l’indipendenza economica all’ex moglie, a prescindere anche dal fatto che l’ex marito possegga redditi particolarmente elevati.
La parte interessata a chiedere l’assegno divorzile ha sempre l’onere di provare le condizioni oggettive che le impediscano di procurarsi redditi adeguati al raggiungimento dell’indipendenza economica, oltre a dover provare il proprio apporto alla gestione della famiglia e alla formazione del patrimonio della stessa.
Se lavoro ho diritto all’assegno di divorzio?
Certo, se nonostante gli sforzi, il tuo lavoro non ti consente di raggiungere l’autosufficienza economica, perché, ad esempio, si tratta di una lavoro con retribuzione mensile di 4 o 500,00 Euro e magari hai anche un affitto da pagare, il giudice potrà valutare l’opportunità di integrare il tuo reddito mensile attraverso un assegno divorzile per garantirti l’indipendenza economica, ma dovrai fornire prova che quelle entrate non ti consentano di essere economicamente indipendente e che per ragioni oggettive non puoi procurarti redditi più alti.
Sì all’assegno di divorzio se la moglie ha favorito la carriera del marito
Posto, quindi, che l’assegno di divorzio è una misura assistenziale e visti i presupposti per il suo riconoscimento, cosa succede nel caso in cui tu abbia rinunciato alla carriera per sostenere quella di tuo marito? È il caso risolto positivamente a favore della moglie dal Tribunale di Roma. Molto spesso, ancora oggi nonostante i cambiamenti economico-sociali, le donne tendono a mettere da parte la propria vita professionale, le proprie aspirazioni e la carriera, per supportare quelle del marito.
Di certo, la propria abnegazione rappresenta una delle massime espressioni della comunione materiale e spirituale del matrimonio: mettere da parte se stessi in favore dell’altro, con un comportamento attivo che abbia riflessi positivi sui risultati lavorativi del coniuge. In particolare, con una recente sentenza, il Tribunale di Roma ha riconosciuto il diritto della moglie di ricevere l’assegno di divorzio proprio alla luce del comportamento tenuto dalla stessa in costanza di matrimonio e nonostante il proprio lavoro le garantisse l’indipendenza economica, per cui, in astratto, non ne avrebbe avuto diritto.
La moglie, infatti, si era prodigata al fine di consentire al marito di seguire la propria carriera professionale, lasciando anche il proprio lavoro, spostandosi continuamente insieme a lui e, non appena ritrovata una stabilità residenziale, si era altresì attivata per reperire una nuova occupazione, senza mai adagiarsi sul tenore di vita che certamente il marito avrebbe potuto assicurarle con il proprio lavoro.
Ebbene, i giudici romani, valutato complessivamente il comportamento della moglie, hanno riconosciuto il suo diritto di ricevere l’assegno di divorzio, nonostante non sussistesse la condizione della non autosufficienza economica, ma in virtù dei suoi comprovati sacrifici e delle rinunce in costanza di matrimonio, a favore del marito.
La donna, infatti, percepiva redditi propri che le garantivano l’indipendenza, ma l’aver dovuto rinunciare per lungo tempo al proprio lavoro, valutate le sue capacità e le sue legittime aspirazioni, i giudici hanno ritenuto giusta una integrazione del suo reddito, da parte di quel marito che aveva giovato delle rinunce della moglie per progredire in carriera e aumentare i propri redditi [4].
Sì all’assegno di divorzio se la moglie ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla famiglia
Come i giudici romani, anche il Tribunale di Milano [5] ha riconosciuto il diritto della moglie di ricevere l’assegno divorzile quando abbia rinunciato al proprio lavoro per dedicarsi alla gestione della casa e della famiglia e, raggiunta un’età avanzata (almeno 50 anni), non ha più possibilità di procurarselo nel mercato odierno. Correttamente, e perfettamente in linea con i nuovi criteri stabiliti dalla Cassazione, vista la funzione assistenziale dell’assegno divorzile, hanno stabilito che ne avesse pienamente diritto la moglie che si ritrova, dopo il divorzio, senza possibilità di lavorare perché si è sempre dedicata alla cura della famiglia.
Sono tantissime le donne in questa situazione: matrimoni ultra ventennali, rinuncia al lavoro, titoli di studio che dopo tanti anni di inattività diventano obsoleti e raramente sfruttabili nel moderno mercato del lavoro. Si pensi ad una donna con diploma da ragioniere che non lavora da 20 anni: il cambiamento del mercato in questi due decenni non le consentirà di mettere a frutto i propri studi come avrebbe potuto fare 20 anni fa se non avesse dovuto rinunciare a lavorare per dedicarsi alla famiglia e ai figli.
In queste situazioni è più che ragionevole ritenere oggettiva l’impossibilità di procurarsi redditi adeguati per vivere dignitosamente e liberamente ed è per questo che il tuo ex marito avrà l’obbligo di sostenerti economicamente per garantirti l’indipendenza economica.
Sì all’assegno di divorzio se la moglie, ultracinquantenne, ha bassi redditi e non ha una soluzione abitativa stabile
E cosa accade se la moglie lavora, ma ha un reddito basso e non ha una casa di proprietà? Ha diritto ad una integrazione del proprio reddito da parte del marito più agiato. Il Tribunale di Milano, ad esempio, con una recente pronuncia [6], ha dato ragione alla ex moglie che chiedeva il riconoscimento del diritto all’assegno di divorzio perché, raggiunta un’età avanzata (58 anni per l’esattezza), svolgeva lavori occasionali che le garantivano un reddito mensile inferiore a mille euro (990 euro), con cui la stessa doveva farsi carico di molte le spese, dagli oneri condominiali, alle utenze, alla rata della macchina e così via. Allo stesso tempo, la ex moglie abitava in una casa di proprietà della sorella, concessale in comodato d’uso a termine, quindi, una soluzione abitativa gratuita sì, ma che non può definirsi stabile.
Tutte queste circostanze, di cui la moglie ha fornito prova nel giudizio, unite ad una opportuna valutazione della lunga durata del matrimonio, hanno portato il giudice del divorzio a ritenere doverosa una integrazione dei redditi della ex moglie, ponendo a carico dell’ ex marito un assegno divorzile di 250 Euro, così da assicurarle l’indipendenza economica.
Sì all’assegno se da indagini patrimoniali risultano maggiori guadagni del marito
Abbiamo detto che, prima ancora di stabilire se la moglie ha diritto all’assegno, di mantenimento o di divorzio, il giudice dovrà preliminarmente accertare la disparità economica tra i coniugi.
Si pensi al caso in cui sia il marito che moglie guadagnino 600,00 euro al mese, hanno figli ed entrambi, dopo la fine del matrimonio e della coabitazione, si ritrovano a dover pagare un affitto. In questi casi, è evidente che entrambi i coniugi versano in condizioni disagiate, per cui nessuno dei due sarà obbligato a versare alcunché all’altro.
Cosa succede, però, se la situazione reale è diversa da quella apparente e dichiarata in corso di causa? Cosa accade, cioè, se il marito occulta parte dei propri guadagni, facendo risultare una situazione reddituale molto inferiore a quella reale? Per dirla in breve: e se il marito si finge povero? Nessuno più della moglie ha contezza di quanto guadagni realmente il proprio marito per cui, qualora in sede di separazione o divorzio, il marito volesse provare a sottrarsi all’obbligo di mantenimento o al pagamento dell’assegno di divorzio, dichiarando redditi più bassi di quelli reali, la moglie potrà proporre al giudice di indagare sulla situazione patrimoniale del marito, attraverso la polizia tributaria. La richiesta dovrà essere ben circostanziata affinché il giudice la accolga [7], perché l’indagine non è meramente esplorativa.
Come si può fare? Ad esempio, allegando prove che dimostrino un tenore di vita ben più alto di quello che sarebbe possibile permettersi con i redditi dichiarati in giudizio dal tuo ex marito. Quali prove possono convincere il giudice che il marito stia occultando parte delle proprie ricchezze? Dalle foto di viaggi, ai biglietti dei concerti, agli scontrini dei ristoranti o alle ricevute degli hotel, dall’acquisto di elettrodomestici (si pensi al televisore di ultima generazione), al cellulare costoso, agli abbonamenti con le tv a pagamento, ma anche dimostrando, ad esempio, di pagare un elevato canone di locazione per la casa coniugale, insomma, bisogna in ogni modo dimostrare al giudice che esista il ragionevole dubbio che il marito non sia stato davvero trasparente nel rappresentare la propria situazione patrimoniale.
Cosa succede se, a seguito di accertamenti, si scopre che il marito è benestante?
L’ex marito (oltre alle ovvie conseguenze fiscali) sarà obbligato a versare il mantenimento, commisurato alle proprie sostanze, o l’assegno di divorzio alla ex moglie, sussistendone tutti gli altri presupposti.
La differenza è molto importante, soprattutto durante la fase della separazione, in cui il calcolo dell’assegno di mantenimento avviene con riferimento al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.
Ad esempio: pensiamo ad una causa di separazione in cui il marito dichiara di avere un reddito da lavoro autonomo pari a 1.000 euro mensili e la moglie dichiara di avere redditi da lavoro dipendente pari a 700 euro al mese. Molto probabilmente, il giudice potrebbe non riconoscere il diritto al mantenimento per la moglie, nonostante sia economicamente più debole del marito, stante la disagiata condizione in cui parrebbe vivere il marito, o comunque potrebbe riequilibrare le posizioni obbligando il marito a corrispondere un assegno di piccolo importo, ad esempio 150 euro, a titolo di mantenimento. La moglie, però, ben consapevole che il marito guadagna molto di più dei 1.000 euro dichiarati (tanto che ogni anno trascorrevano le vacanze estive all’estero, durante l’inverno non mancava mai la settimana bianca, una volta a settimana si recavano al cinema o al teatro, pagavano una retta elevata per il figlio all’università, ecc.), decide di dimostrare al giudice che il marito sta mentendo per evitare di pagarle il mantenimento e allega prove circostanziate che convincono il giudice dell’opportunità di effettuare indagini tramite la polizia tributaria.
Ebbene, a seguito delle indagini si scopre che il marito guadagna tre volte in più di quanto dichiarato. Questa scoperta, durante la separazione, comporta l’obbligo in capo al marito di corrispondere alla moglie, in quanto coniuge economicamente più debole, non solo un supporto economico per vivere dignitosamente, ma un importo tale che le consenta di godere dello stesso tenore di vita precedente alla separazione e, quindi, di continuare a trascorrere le vacanze all’estero, di andare al cinema, al teatro, ecc. per un importo che, a questo punto, potrebbe aggirarsi anche intorno ai 1.500 euro al mese.
Pertanto, laddove il tuo ex marito stia tentando di occultare parte delle sue ricchezze per sottrarsi agli obblighi di mantenimento, fai un’istanza al giudice affinché accerti la situazione reale e decida di conseguenza.
Sì all’assegno se la moglie perde il lavoro
Cosa succede se, dopo la separazione o il divorzio, la moglie perde il lavoro? Capita di frequente che, dopo aver valutato le condizioni economiche di entrambi i coniugi e aver stabilito che i redditi della moglie sono sufficienti a garantirle lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio (in caso di separazione) o a garantirle un’esistenza libera e dignitosa, quindi, l’indipendenza economica, la moglie perda il lavoro.
La circostanza potrebbe costituire un fatto nuovo che rappresenti un giustificato motivo [8] per rivedere le statuizione in ordine agli aspetti economici della separazione o del divorzio. In particolare, il giudice accerterà che la perdita del posto di lavoro, che ha portato a modificarsi in peius la situazione economica della moglie, sia dipesa da fattori estranei alla volontà della stessa: si pensi al caso in cui l’azienda dove la moglie lavora abbia dovuto procedere a licenziare alcune unità di personale a causa della crisi. Sicuramente si tratta di una circostanza che la moglie non ha in alcun modo potuto determinare, né evitare. Si pensi, al contrario invece, al caso in cui la moglie si sia dimessa dal lavoro per badare ai figli piccoli o sia stata licenziata perché sempre in ritardo a lavoro.
Ecco, in questi ultimi casi, il peggioramento della situazione reddituale della moglie è stato determinato da un proprio comportamento volontario e cosciente che difficilmente il giudice addebiterà al marito, obbligandolo a corrisponderle un assegno di mantenimento o di divorzio.
Resta, invece, fermo il principio secondo cui fatti nuovi sopravvenuti, successivi alla sentenza di separazione o di divorzio, ben potranno essere valutati dal giudice, su istanza di parte, al fine di modificare le statuizioni economiche e, quindi, anche l’assegno in favore della moglie. Se quest’ultima, infatti, perde il posto di lavoro, non per sua colpa, si attiva per cercarne un altro ma ha difficoltà a trovarlo nell’immediatezza o non riesce a trovarlo a causa dell’età avanzata o per sopravvenuti problemi di salute, il giudice potrà porre a carico del marito l’obbligo di corresponsione di un assegno di mantenimento o di divorzio (a seconda che i coniugi si siano solo separati o abbiano già divorziato).
Anche in questo caso, il principio di solidarietà post-coniugale opera a sostegno di una difficoltà economica seria, dovuta a motivi oggettivi e che la moglie non ha in alcun modo determinato.
Pertanto, se sei già separata o hai già divorziato e, all’epoca, avevi un buon lavoro e nessun assegno da parte del tuo ex marito, se ora hai perso il lavoro (non per tua colpa) è consigliabile che ti rivolga al giudice per vederti riconosciuto il diritto al mantenimento o all’assegno divorzile.
E’ bene precisare che non costituisce “fatto nuovo” il modificato orientamento giurisprudenziale. Il fatto nuovo, che consente una nuova valutazione delle statuizioni patrimoniali tra gli ex coniugi, deve consistere in una situazione nuova che non esisteva al momento della separazione o del divorzio.
Esempi di “fatti nuovi” possono essere la perdita del lavoro da parte del coniuge a cui non era stato riconosciuto il diritto all’assegno o, ad esempio, la perdita del posto di lavoro da parte del coniuge obbligato, o l’aver ricevuto una cospicua eredità che ti consente di vivere dignitosamente per il resto della vita.
Questi sono alcuni esempi di fatti in precedenza inesistenti, ma che, una volta verificatisi, modificano in maniera sostanziale la condizione economica degli ex coniugi e sono suscettibili di valutazione da parte del giudice, il quale ben potrà modificare le precedenti statuizioni tenendo conto del modificato assetto patrimoniale della ex coppia.
[1] Cass. Civ. Sez. I sent. n. 12196/2017 del 16.05.2017.
[2] Cass. Civ. Sez. I sent. n. 770/2018 del 15.01.2018.
[3] Cass. sent. n. 18287/2018 dell’11.07.2018.
[4] Trib. Roma, Sez. I, n. 16887/2017 dell’11.09.2017.
[5] Trib. Milano sez. IX n. 9868/2017 del 3.10.2017.
[6] Trib. Milano sez. IX n.239/2017 del 14.11.2017.
[7] Cass. civ. sez. VI n. 4292/2017 del 20.02.2017.
[8] Art. 9 L. n. 898/1970.

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 Art. 9