Source: http://www.poliziapenitenziaria.it/public/post/blog/carceri-mille-leggi-per-un-solo-risultato-torna-il-sovraffollamento-3587.asp
Timestamp: 2017-11-18 08:09:40+00:00

Document:
Carceri, mille leggi per un solo risultato: torna il sovraffollamento - Polizia Penitenziaria
Carceri, mille leggi per un solo risultato: torna il sovraffollamento
(Letto 7172 volte)
Il problema "del sovraffollamento delle carceri italiane non è stato risolto perché molti istituti di pena operano ancora al di sopra della loro capacità". Il giudizio, noto da tempo agli addetti ai lavori quali gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, è del Cpt, comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa in un rapporto sull'Italia redatto in base alla missione condotta nell'aprile del 2016 e presentato a inizio mese di settembre. Nel documento, il Cpt ha ribadito anche che l'Italia deve rispettare gli standard che il comitato ha fissato per lo spazio che ogni detenuto deve avere a sua disposizione in cella: 6 metri quadrati di spazio vitale, esclusi i sanitari, in cella singola, e 4 metri quadrati in una cella che occupa con altri.
Pur prendendo nota degli sforzi fatti dall'Italia per risolvere la questione del sovraffollamento dopo la condanna della Corte di Strasburgo (Torreggiani), il Cpt ha inoltre osservato che nel primi 6 mesi del 2016 la popolazione carceraria è aumentata da 52.164 a 54.072 detenuti, e che questo aumento non si è arrestato. Tanto che il 31 agosto 2017 erano ristrette nelle carceri italiane ben 57.393 persone, connazionali e straniere. Un dato, questo del nuovo affollamento delle carceri del Paese, che è la risultanza di un trend di entrare che dal mese di dicembre 2016 è costantemente in aumento: si è infatti passati dalle 54.653 presenze del dicembre 2016 alle 55.381 di gennaio 2017, poi diventati 55.929 a febbraio, 56.289 a marzo, 56.436 ad aprile, 56.863 a maggio, 56.919 di giugno. Piccolissima ed impercettibile flessione c’è stata il 31 luglio scorso, quando i detenuti presenti erano 56.766: ma in soli trenta giorni c’è stato un nuovo aumento di ingressi, tanto che a fine agosto le presenze si sono attestate a 57.393.
Le carceri che tornano ad essere nuovamente affollate, oltre a determinare condizioni di lavoro particolarmente difficili per la Polizia Penitenziaria anche a seguito di provvedimenti di organizzazione interna assai discutibili (come la vigilanza dinamica ed il regime apeeto, inefficaci se i detenuti non lavorano e non sono impegnate in concrete attività scolastiche, trattamentali, sociali), certificano un dato inequivocabile: il fallimento dei provvedimenti normativi adottati dal Governo e dal Parlamento italiani in materia di deflazione delle carceri, al di là di quel che pensano e sostengono coloro che evidentemente hanno interesse a mistificare la realtà.
E’ infatti del tutto evidente che il sovraffollamento carcerario sembra destinato ad affliggere, ciclicamente, il sistema penitenziario italiano. Lo ha ribadito un recente studio elaborato dal Servizio studi del Senato della Repubblica, che ha esaminato com’era la situazione delle carceri non più tardi di quattro anni fa e cosa è stato fatto per porre rimedio al costante e crescente affollamento delle celle.
A partire dall'indulto del 2006 sono stati adottati vari provvedimenti legislativi per far fronte all'emergenza, ma i risultati non sempre sono stati all'altezza delle aspettative: ancora nel 2013 l'Italia è stata condannata dalla Corte europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) che le ha intimato di risolvere, entro il 24 maggio 2014, il problema del malfunzionamento cronico del suo sistema penitenziario. Secondo la Corte, la situazione di sovraffollamento costituisce infatti violazione dell'art. 3 della Convenzione europea che, sotto la rubrica "proibizione della tortura", pone il divieto di pene e di trattamenti disumani o degradanti. Il 9 marzo 2016 il Consiglio d’Europa ha chiuso la procedura di esecuzione della sentenza contro l’Italia, accogliendo «con favore la risposta data dalle autorità italiane» attraverso «l’introduzione di importanti riforme». Che a nulla sono servite, se le carceri sono tornate ad livelli allarmanti di affollamento…
Nel giugno 2006 la situazione penitenziaria era decisamente critica: i detenuti in carcere erano infatti 61.264, ben 18.045 oltre la capienza regolamentare, e la percentuale di sovraffollamento era arrivata al 42%. Per fronteggiare l'emergenza il Parlamento intervenne con un provvedimento di clemenza, la legge 31 luglio 2006, n. 241.
La concessione dell'indulto produsse un immediato effetto deflativo, tanto che a fine anno la popolazione carceraria scese a 39.005 detenuti, su 43.000 posti circa a disposizione (con un tasso di sovraffollamento pari a 91). Negli anni successivi, tuttavia, si registrò un progressivo ritorno alla situazione ante-indulto: 48.693 presenze nel 2007, 58.127 nel 2008, 64.791 nel 2009 e 67.961 nel 2010, quasi 23.000 in più rispetto ai posti disponibili. Dopo il calo vistoso a seguito del provvedimento di indulto del 2006, dunque, a partire dal 2007 i tassi di sovraffollamento mostrarono valori superiori alla soglia di 110 detenuti ogni 100 posti disponibili e risultano in costante crescita, fino al picco di 151 nel 2010.
Il Governo intervenne nuovamente nel 2010, varando da un lato un piano straordinario di edilizia carceraria (il cosiddetto Piano carceri, che avrebbe dovuto portare alla creazione di 11.934 nuovi posti detentivi con una spesa prevista di 463 milioni circa di euro, ma che ha portato solo ad un miglioramento della capienza, certificato dalla Corte dei Conti con la Deliberazione 30 settembre 2015, n. 6/2015/G(3) , pari a 4.415 posti tra 2010 e 2014) e, dall'altro, apportando modifiche alla legislazione penitenziaria.
La legge 26 novembre 2010, n. 199 introdusse così la possibilità di scontare presso la propria abitazione (o in un altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza) la pena non superiore ad un anno, anche residua di una pena maggiore. Successivamente, il decreto legge 22 dicembre 2011, n. 211 ha aumentato il limite della detenzione domiciliare a 18 mesi. E si è spinto anche più in là: oltre a prevedere un'integrazione dei fondi per l'edilizia giudiziaria e la riparazione per l'ingiusta detenzione, ha disposto la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e previsto misure per scongiurare il problema delle cosiddette "porte girevoli", cioè la permanenza brevissima in carcere di quegli arrestati in flagranza di reato da sottoporre a processo con rito direttissimo.
E l'effetto deflativo della legge n. 199 (e successive modificazioni) si vide subito: il maggior numero di detenuti è uscito infatti nel triennio 2011-2013(4) , con un picco nel 2012, conseguente proprio all'innalzamento a 18 mesi del limite di detenzione domiciliare previsto dal D.L. 211. Nel dicembre 2013 il D.L. 146 ha portato tale misura a regime e questo fece registrare, nel 2014, una progressiva diminuzione del numero dei detenuti-beneficiari.
Per quanto concerne la chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG), inizialmente prevista entro il 31 marzo 2013, a causa dei ritardi sia nell'attuazione dei programmi regionali di accoglienza sia della disciplina attuativa da parte dello Stato, il decreto legge 25 marzo 2013, n. 24 ha disposto il differimento al 1° aprile 2014. Tale termine venne ulteriormente prorogato al 31 marzo 2015 dal decreto legge 31 marzo 2014, n. 52. Solo il 19 febbraio 2016 il Consiglio dei ministri nominò il Commissario per il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari, con il mandato di chiudere definitivamente il capitolo degli OPG in Piemonte, Toscana, Veneto, Abruzzo, Calabria e Puglia, e di garantire l’apertura delle strutture residenziali sanitarie per le misure di sicurezza (REMS) in ogni Regione.
Impercettibili gli effetti deflattivi della legge 21 aprile 2011, n. 62, intervenuta in materia di custodia cautelare ed esecuzione della pena da parte delle detenute madri, che al 31 dicembre 2010 erano 42 ed erano accompagnate da 43 bambini (altre 6 donne erano invece in stato di gravidanza). Per loro il legislatore ha inteso privilegiare il ricorso a istituti a custodia attenuata (ICAM), ampliando anche l'ambito di applicazione della detenzione domiciliare speciale per le detenute con figli. I dati mostrano però come la presenza di detenute in ICAM, a partire dal 2014, appaia poco significativa, con numeri pari a sole 3 o 4 unità.
Gli interventi di ristrutturazione edilizia e il conseguente aumento della capienza degli istituti, da un lato, e i miglioramenti normativi dall'altro, hanno determinato poi una lieve tendenza alla diminuzione delle presenze, con 66.897 detenuti al 31 dicembre 2011 (e un tasso di sovraffollamento di 146) e 65.701 alla stessa data del 2012 (e un tasso di sovraffollamento di 140). Ma già a partire dal 2013 si è registrata una nuova tendenza all'aumento.
A conferma della gravità della situazione, l’8 gennaio 2013 la Corte di Strasburgo, con la Sentenza Torreggiani, condannò l'Italia intimandole di adeguarsi, entro il 24 maggio 2014 (termine poi posticipato al giugno 2015 dal Comitato europeo dei ministri), agli standard minimi dell'Unione Europea, citati in premessa. All'epoca della sentenza Torreggiani, cioè all'inizio della XVII legislatura (marzo 2013), erano presenti nelle carceri italiane 65.906 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 44.041 unità, con 18.865 detenuti in eccedenza rispetto ai posti previsti (+ 42,8%).
Come richiesto dalla Corte di Strasburgo, il Ministero della Giustizia ha provveduto - nei sei mesi successivi alla sentenza - a elaborare un "Piano d’azione" volto a sanare le deficienze strutturali del proprio sistema detentivo, prevedendo: a) interventi di natura normativa finalizzati a diminuire i flussi d’ingresso in carcere e a potenziare l’esecuzione penale esterna; b) interventi di riconversione dei piani di edilizia penitenziaria volti a rimodulare gli Istituti esistenti piuttosto che a intraprendere lunghi percorsi di nuove costruzioni; c) interventi di natura organizzativa e gestionale nel senso di una implementazione di regimi più aperti, con graduale riconduzione della cella alla sua destinazione di “camera di pernottamento” e non di luogo dove trascorrere la maggior parte della giornata; d) predisposizione del sistema di rimedi, preventivo e compensativo.
Una prima risposta legislativa alla condanna dell'Europa venne con il decreto-legge 1 luglio 2013, n. 78 , il quale, oltre ad innalzare da 4 a 5 anni il limite della pena che consente l'applicazione della custodia cautelare in carcere, intervenne in materia di esecuzione delle pene detentive, al fine di favorire l'applicazione della liberazione anticipata.
A distanza di qualche mese, anche sulla scia del messaggio alle Camere con cui il Presidente della Repubblica esortava il legislatore a risolvere la questione carceraria, il Governo emanò il decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146, cosiddetto "Svuotacarceri", recante "misure urgenti per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria".
Il provvedimento, portando a termine un percorso avviato nel 1997, ha istituito la figura del Garante Nazionale a tutela dei detenuti, un'Autorità indipendente dall’esecutivo che è deputata a praticare un controllo di tipo non giudiziale su tutti i luoghi di privazione della libertà e può agire di propria iniziativa per contribuire al superamento di eventuali problematicità.
Non solo. Nel testo approvato dalle Camere, oltre a ridurre la pena per il piccolo spaccio, lo “Svuotacarceri” ha introdotto significative modifiche al sistema penitenziario, come l'imposizione, nell'applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari, del cosiddetto "braccialetto elettronico", o la misura temporanea della liberazione anticipata speciale, che porta da 45 a 75 giorni per semestre (ma solo fino al 22 febbraio 2016 e solo per le pene in espiazione dal 1° gennaio 2010) la detrazione di pena già prevista per la liberazione anticipata ordinaria.
Una significativa riduzione del sovraffollamento si è poi verificata grazie alla sentenza 12 febbraio 2014, n. 32 della Corte costituzionale con la quale la Consulta ha dichiarato l'illegittimità della cosiddetta legge "Fini-Giovanardi", ripristinando sostanzialmente la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti sia sotto il profilo delle incriminazioni, sia sotto quello sanzionatorio. Ciò ha determinato un assetto delle pene più favorevole al reo nel caso di detenzione e spaccio di droghe leggere, alleggerendo la pressione sul sistema penitenziario. Infatti, dando seguito alla sentenza della Corte, il decreto-legge 20 marzo 2014, n. 36 ha modificato le tabelle allegate al TU stupefacenti, determinando così l'elevata incidenza percentuale dei detenuti (condannati o in custodia cautelare) per violazione della legge sugli stupefacenti.
Dopo vari interventi "emergenziali", il Parlamento, con la legge 28 aprile 2014, n. 67, ha messo mano ad un'ampia riforma del sistema penale, tentando di intervenire in modo strutturale sulle cause del sovraffollamento carcerario. Oltre a disciplinare, anche nel processo penale ordinario, la sospensione del procedimento penale con messa alla prova dell'imputato, il provvedimento reca ampie deleghe al Governo a introdurre pene detentive non carcerarie, a disciplinare la non punibilità per tenuità del fatto e ad operare una articolata depenalizzazione. A tali deleghe il Governo ha dato successivamente attuazione con il decreto legislativo 16 marzo 2015 n. 28 (in materia di tenuità del fatto), con il decreto legislativo 15 gennaio 2016 n. 7 (in materia di abrogazione di reati e introduzione di illeciti con sanzioni pecuniarie civili) e con il decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 8 ( in materia di depenalizzazione).
Sempre per far fronte alle critiche della Corte di Strasburgo e dare definitiva risposta alle richieste del Consiglio d'Europa, il Governo ha emanato il decreto-legge 26 giugno 2014, n. 92 recante "disposizioni urgenti in materia di rimedi risarcitori in favore dei detenuti e degli internati che hanno subito un trattamento in violazione dell'articolo 3 della CEDU, nonché di modifiche al c.p.p. e alle disposizioni di attuazione, all'ordinamento del Corpo di Polizia Penitenziaria e all'ordinamento penitenziario, anche minorile". Il provvedimento, oltre a prevedere un risarcimento economico (!) per gli ex detenuti costretti a sopportare condizioni detentive non conformi agli standard europei, modifica l'art. 275 c.p.p. sui criteri di scelta delle misure cautelari, in modo da limitare il ricorso alla custodia cautelare in carcere. In sintesi ed in virtù di ciò, lo Stato italiano, con i soldi delle tasse dei cittadini onesti e che rispettano la legge, ha pagato persone condannate con sentenza passato in giudizio responsabili di avere commesso reati ed i peggiori crimini...
E’ giustizia, questa?
E’ una cosa da Paese normale?
Un'ulteriore limitazione all'utilizzo della custodia cautelare dietro le sbarre, attraverso la modifica dei presupposti per l'applicazione della misura e del procedimento per la sua impugnazione, è da ultimo stata prevista dalla legge 16 aprile 2015, n. 47 (Modifiche al codice di procedura penale in materia di misure cautelari personali. Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di visita a persone affette da handicap in situazione di gravità).
Un ulteriore provvedimento che riguarda le carceri è la legge 23 giugno 2017, n. 103 che reca Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all'ordinamento penitenziario. Il provvedimento prevede al comma 85 dell'articolo 1, una serie di principi e criteri direttivi proprio per la riforma dell'ordinamento penitenziario: fra i quali la revisione delle modalità e dei presupposti di accesso alle misure alternative, nonché delle preclusioni all'accesso ai benefici penitenziari; la previsione di norme tendenti al rispetto della dignità umana attraverso la responsabilizzazione dei detenuti, la massima conformità della vita penitenziaria a quella esterna, la sorveglianza dinamica; interventi a tutela delle donne recluse e delle detenute madri.
Le conclusioni del documento del Senato della Repubblica sono impietosi: “Il cammino verso una più umana concezione della detenzione può dirsi perciò non ancora concluso, anche se l'8 marzo 2016 il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha deciso di archiviare la procedura di esecuzione delle sentenze contro l’Italia in tema di sovraffollamento carcerario, valutando positivamente l’attuazione del Piano presentato nei sei mesi successivi alla famosa sentenza Torreggiani. L'analisi degli interventi legislativi mostra come la situazione carceraria sia progressivamente migliorata a partire dall'indulto del 2006, ma è innegabile che il nostro Paese non sia ancora in grado di garantire il rispetto di quegli standard di vivibilità detentiva che ci viene chiesto dal Consiglio d'Europa. In base alle statistiche penali SPACE I e II del Consiglio d'Europa l'Italia infatti è ancora sesta nel ranking europeo per affollamento penitenziario”.
Tutto questo ampio ventaglio legislativo non è servito a ridurre l’affollamento delle nostre carceri. E il sovraffollamento incide negativamente non solo sull’umanizzazione del percorso detentivo (che sembra essere l’unica cosa che davvero interessa ai paladini dei diritti dei detenuti) ma soprattutto sulle condizioni di lavoro di chi vive la prima linea delle sezioni 24 ore al giorno, ossia gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria.
Ma, mi domando, perché non si è fatta una legge per espellere tutti i detenuti stranieri oggi ristretti in Italia (che sono oltre 20mila)? Gli accordi bilaterali su questo tema sono falliti perché i Paesi di origine non vogliono i loro delinquenti: meglio tenerli lontani dal proprio territorio...
Ma uno Stato serio ed autorevole deve sapersi imporre, adottando gli adeguati e necessari provvedimenti di competenza, anche facendo valere le proprie ragioni in ambito europeo.
E, ancora, perché non si è imposto l’obbligatorietà del lavoro per i detenuti - tutti! - utili a produrre per loro un reddito economico e, quindi, a pagare allo Stato i costi della loro detenzione, come avviene in altri Paesi? Allora sì che forse potrebbe avere un senso una eventuale vigilanza di natura dinamica...
Ed invece è notizia di questi giorni che con una circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, datata 6 settembre ed inviata a provveditori regionali e ai direttori delle carceri, si è provveduto all’aggiornamento per i compensi dei detenuti lavoranti, prevedendo "una percentuale media di aumento di circa l'83% rispetto agli importi attualmente riconosciuti". L'aumento, spiega la circolare, è un effetto dei nuovi contratti collettivi nazionali di lavoro applicati, ma è semplicemente indecente: vi sembra mai normale e possibile che un detenuto, ristretto in un carcere per avere commesso uno o più reati, possa prendere uno stipendio mensile di 1.000, 1.100, 1.200, 1.300 euro al mese se lavora???
Io lo trovo semplicemente scandaloso. In Germania i detenuti che lavorano prendono meno di un euro per ogni ora di lavoro e si pagano tutto: spese per detenzione, televisione, luce, acqua...
E’ anche per questo, forse, che l’Italia è il Paese di Bengodi per i delinquenti...
Da tempo il SAPPE denuncia come la sicurezza interna delle carceri è stata messa a dura prova da provvedimenti discutibili proprio come la vigilanza dinamica e il regime aperto (che fa stare i detenuti tutto il giorno fuori della cella a non far nulla, nell’ozio e nell’apatia con le conseguenze che queste inevitabilmente determinano), come l’aver tolto le sentinelle della Polizia Penitenziaria di sorveglianza dalle mura di cinta delle carceri, come la mancanza di personale – sono 8.000 gli Agenti che servono, e il Governo ha recentemente autorizzato solamente 305 nuove assunzioni... -, come il mancato finanziamento per i servizi anti intrusione e anti scavalcamento.
Le carceri sono in costante ebollizione: e gli atti di violenza contro i nostri Agenti (ferimenti, colluttazioni, aggressioni) e destabilizzanti la sicurezza interna (come risse, pestaggi, rinvenimento di telefonini) sono pressochè quotidiani.
Ma per quanto tempo ancora il sistema potrà reggere, se chi ha il dovere istituzionale e morale di intervenire non lo fa concretamente?
Eppure, quando vogliono, i nostri parlamentari sono molto attenti e sensibili...
Per 608 parlamentari è finalmente arrivato il 15 settembre 2017, il fatidico giorno che garantisce una rendita da mille euro al mese dopo soli quattro anni, sei mesi e un giorno di “lavoro”, cioè dall’avvio della legislatura.
Al compimento dei 65 anni gli onorevoli potranno godere di un assegno mensile stimato in circa 950-1.000 euro, sempre che non siano rieletti: in tal caso potranno goderne a 60 anni.
Mentre il ddl Richetti - che dovrebbe tagliare il 40% dei 2600 trattamenti già in essere - resta impantanato al Senato dopo l'approvazione della Camera dei deputati a luglio.
Per garantirsi il tanto vituperato vitalizio (a parole, nei talk show televisivi e sui giornali, ovvio...), i ‘nostri’ parlamentari si sono fatti un baffo dell’instabilità politica che ha visto succedersi in meno di cinque anni tre presidenti del consiglio, 24 ministri e quasi 500 cambi di casacca tra deputati e senatori.
Lo vedete che, quando vogliono, i nostri politici sono attenti e sensibili?
Di Piermattia (inviato il 07/11/2017 @ 10:06:28)

References: sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza