Source: https://casadellalegalita.org/index.php/archivio-storico/2012/10900-alcuni-dettagli-sul-procedimento-di-non-confisca-ai-fotia
Timestamp: 2019-12-09 08:39:16+00:00

Document:
I FOTIA sono ben più che legati, oltre che imparentati, alla cosca MORABITO-PALAMARA-BRUZZANITI. E questo è un elemento oggettivo. Dagli anni Novanta la famiglia FOTIA è indicata, anche da collaboratori di giustizia, oltre che dalle risultanze di indagini e procedimenti, emanazione a Savona della cosca MORABITO-PALAMARA-BRUZZANITI.
[La loro storia è tutta pubblicata qui]
Nonostante questo, il collegio giudicante del Tribunale di Savona ha respinto l'istanza di confisca dei beni, ed i legali dei FOTIA hanno dichiarato che tale pronunciamento dimostra che i FOTIA sono puliti.
Come abbiamo detto e ribadito ci aspettavamo questo esito in prima istanza... (leggi qui)
Sulla decisione del 16 aprile 2008...
Il fatto che Carmelo “Nino” GULLACE, il cui spessore criminale era già indiscutibile, sia ad oggi l'esponente apicale per tutto il Nord-Ovest dell'Italia (con proiezioni internazionali) della cosca dei GULLACE-RASO-ALBANESE legata-imparentata ai PIROMALLI, ed a cui fanno riferimento famiglie operanti tra Liguria e Piemonte, tra cui, per citarne alcuni, oltre agli stessi RASO, GULLACE, ALBANESE, i MAMONE, i FILIPPONE, i PRONESTI', i FAZZARI, i BRUZZI', gli SCIGLITANO, i D'AGOSTINO, è un dato acquisito agli Atti ed inconfutabile. [Vai allo speciale pubblicato qui]. Così come era noto il suo legame con il boss Antonio FAMELI [vedi qui].
E questo lo si sapeva anche nel 2008... tanto è vero che i giudici che accolgono l'istanza e revocano al GULLACE la misura di Sorvegliato Speciale, lo fanno nonostante loro stessi, nel provvedimento scrivessero che: "non risultava avere allo stato, collegamenti o legami con la criminalità, A PRESCINDERE DAI NORMALI RAPPORTI CON LA PROPRIA FAMIGLIA DI ORIGINE” e che prendevano atto che: "NONOSTANTE TUTTO NON SI PUO' CERTAMENTE MAI AVERE LA CERTEZZA ASSOLUTA DELLA CESSAZIONE DEI LEGAMI CON AMBIENTI MALAVITOSI NEL CASO, COME QUELLO IN ESAME (GULLACE, ndr), IN CUI UNA PERSONA PROVENGA DA FAMIGLIA DI TALE RILIEVO CRIMINALE".
Parte 2° - Tra i difensori dei FOTIA spunta il noto Avv. PITTELLI...
Se nel procedimento ex art. 700, in sede civile, i FOTIA hanno schierato contro la Casa della Legalità (leggi qui) l'avv. Giuseppe ROMANI, vicino al PD (ha inaugurato l'ultima Festa Democratica di Savona) e soprattutto Presidente della Fondazione della CARISA, la Cassa di Risparmio di Savona...
Se il loro nuovo e principale legale, per le vicende penali (le querele contro la Casa della Legalità, ed i procedimenti a carico dei FOTIA, promossi dalla Procura di Savona (arresto e rinvio a giudizio per l'indagine DUMPER e interdizione dagli appalti e incarichi pubblici), è l'avvocato Giovanni RICCO, legale storico anche dei boss della 'ndrangheta Antonio FAMELI e Carmelo “Nino” GULLACE & C...
Nel procedimento, presso il Tribunale di Savona, per l'istanza di confisca dei beni dei FOTIA, promossa dalla Direzione centrale della DIA di Roma e sostenuta dalla Procura di Savona, oltre all'avv. RICCO, i FOTIA hanno schierato l'avvocato Giancarlo PITTELLI.
Per chi non lo conoscesse, l'avv. PITELLI, del Foro di Reggio Calabria, è attualmente Senatore del PDL, membro della Commissione per le autorizzazioni a procedere. Già coordinatore regionale di Forza Italia in Calabria, e già parlamentare nel 2001, eletto nel collegio uninominale di Soverato, per la Casa delle Libertà di Berlusconi, è stato tra i principali protagonisti della stagione delle “leggi vergogna”. [in coda riproponiamo un documento di Magistratura Democratica sul suo principale disegno di Legge, così che tutti possano meglio capire].
PITTELLI è anche altro... Indagato nell'indagine “POSEIDONE”, così come coinvolto in quella di "WHY NOT", da un lato, ma dall'altro tutelatoda un consolidato rapporto di amicizia e frequentazione all'allora Procuratore di Catanzaro, LOMBARDI Mariano, che avocando le indagini in questione produrrà un conseguente stralcio delle posizioni di indagato del PITTELLI stesso. [ed anche qui, in coda, riportiamo alcuni stralci degli Atti della Procura di Salerno relativi all'inchiesta sui magistrati della Procura di Catanzaro ed allo stesso PITTELLI]
Invito di sostegno al Prefetto di Savona...
Abbiamo letto che i legali dei FOTIA vorrebbero cogliere l'occasione del pronunciamento del Collegio del Tribunale di Savona sulla non confisca dei beni, per chiedere l'annullamento del provvedimento della Prefettura che applicava l'interdizione (già adottata - e poi confermata - dal GIP di Savona) alla società SCAVO-TER dei FOTIA per appalti e incarichi con le Pubbliche Amministrazioni.
Non crediamo ci sia necessità, anche perché l'ex Prefetto di Savona ci aveva rassicurati in merito ai provvedimenti che ormai aveva già predisposto, a seguito di attenta attività dell'Ufficio, di appellarci al neo Prefetto... ma crediamo, vista la sfacciattaggine degli esponenti savonesi della cosca MORABITO-PALAMARA-BRUZZANITI, ovvero dei FOTIA, che sia quanto mai utile invitare a non cedere e confermare, ed ove possibile ampliare, il provvedimento interdittivo alle società dei FOTIA, in quanto questi, al di là del pronunciamento del Tribunale di Savona del 14 agosto 2012, sono e restano quelli che ben conosciamo e che sono rappresentati negli Atti dell'Antimafia.
La Scheda di Magistratura Democratica sulla proposta di Legge PITTELLI
il tutto si rivela una mera sintesi declamatoria di un interesse preciso
individuabile nella volontà di garantire l’impunità agli imputati eccellenti.
Il risultato è piuttosto di disseminare il funzionamento del processo
con una costellazione di mine. Si può affermare senza alcuna forzatura
che se tale testo venisse approvato le conseguenze sull’intero processo
penale sarebbero devastanti, rendendo di fatto impossibile celebrare
i processi per molte tipologie di reato, facendo dipendere gli atti
dalla mera volontà degli imputati di sottoporsi o meno al processo e,
in ogni caso, ritardando complessivamente in modo intollerabile i tempi
nel rendere giustizia. La natura strumentale del richiamo all’art. 111
della Cost. emerge chiaramente dal fatto che la sua interpretazione
ed applicazione sono sganciate dalla valutazione contestuale di altri
principi cardine del nostro ordinamento quali l’obbligatorietà dell’azione
penale, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, i principi di
autonomia e indipendenza della magistratura. L’equivocità della proposta
legislativa emerge proprio dalla considerazione della voluta confusione
realizzata tra fase delle indagini e dibattimento, che invece , nell’art.
111 della Costituzione trovano una rigida e separata collocazione.
La sintesi delle nuove norme. Il disegno di legge contiene norme eterogenee
su materie del tutto diverse : incompatibilità del giudice ed obbligo
di astensione del giudice e del p.m. (articoli da 1 a 8 e 12), termini
a difesa (artt.9,10), ammissione delle prove (artt.11,43), onere della
prova (artt.13,24,25,26), prove utilizzabili (art.14,16), valutazione
della prova (art.15), informazione di garanzia (art.17), richiesta di
rinvio a giudizio (artt.18,19,28), modifiche dell’imputazione e nuove
contestazioni (artt.20,21,22,23), ricorso immediato in cassazione (artt.27,39,40),
esigenze cautelari e criteri di scelta delle misure cautelari (artt.29,30,31),
organo competente per emettere le misure cautelari (artt.32,33,34),
intercettazioni ed individuazioni di cose e persone (artt.35,36,37),
notifiche (art.38), partecipazione al dibattimento a distanza (art.41),
estensione del patteggiamento (art.42), ammissione di nuove prove (art.43),
successione di leggi penali (art.44), determinazione della pena (art.45).
Incompatibilità ed astensione. In nove articoli vengono estese a dismisura
e in maniera molto generica le possibilità per l’imputato di eccepire
sulla incompatibilità del giudice o sui suoi obblighi di astensione,
introducendo una serie di garanzie, sostanzialmente di carattere formale,
cumulativamente dedotte sia dal processo inquisitorio che dal processo
accusatorio. Le ricadute sui tempi del processo e, quindi, sull’efficienza
del servizio giustizia saranno devastanti. L’art. 1 fissa le nuove incompatibilità
dei giudici. Si inizia con l’estendere le ipotesi di incompatibilità
( cioè di impossibilità a giudicare) a chi abbia preso in qualità di
giudice o di P.M. qualsiasi tipo di provvedimento nei confronti dello
stesso imputato, anche in procedimenti connessi o collegati. Il giudice
che dispone una misura cautelare non potrà esaminare la richiesta di
revoca. Il giudice che avrà autorizzato un’intercettazione telefonica
non potrà poi decidere sulla sua proroga. All’interno delle indagini
preliminari per ogni procedimento si alterneranno diversi GIP, che dovranno
scambiarsi il testimone all’esito del compimento di un atto processuale;
appare evidente la drammatica dispersione del consapevole sapere di
ogni giudice rispetto alle decisioni da adottare. Questa previsione
comporta semplicemente la paralisi di tutti i medi e piccoli Tribunali
( che in Italia sono la stragrande maggioranza) che contano su pochissimi
G.I.P. ( normalmente uno pi un supplente) e che su un numero di giudici
del Tribunale inferiore o di poco superiore alla decina. In qualsiasi
normale processo (anche di limitata complessità) i giudici che necessiteranno
e che si alterneranno nel trattarlo saranno superiori alla decina con
uno spreco indicibile di risorse e con il trasferimento obbligato del
procedimento ad altra sede una volta esauriti i giudici disponibili
nel Tribunale. Tra i casi di astensione del giudice previsti dall’art.
3 è stato introdotto l’obbligo di astensione del giudice in caso di
una sua presunta inimicizia con un avvocato difensore. La norma si presta
chiaramente ad evidenti torsioni interpretative e a strumentalizzazioni
personali, essendo sufficiente che un avvocato presenti un esposto,
anche infondato, nei confronti del giudice per creare immediatamente
le condizioni perch possa essere invocata l’applicazione della disposizione
in esame, ed ottenere lo scopo di liberarsi del giudice sgradito. Sempre
nell’art. 3 è previsto l’obbligo di astensione per il giudice " che
abbia manifestato il proprio convincimento sui fatti oggetto del procedimento"
o " …se ha manifestato il suo parere sull’oggetto del procedimento".
E’ stato eliminato l’inciso "fuori delle funzioni giudiziarie" attualmente
previsto dalla lettera c) del vigente art. 36 c.p.p. Appare chiara la
volontà di estendere l’operatività dell’istituto dell’astensione anche
in caso di manifestazioni del pensiero del giudice legate allo svolgimento
di legittima e dovuta attività processuale. Appare evidente la pesante
ipoteca posta sull’esercizio del diritto costituzionalmente protetto
della libertà di manifestazione del pensiero, ove ogni singola manifestazione
rischia di ritorcersi o essere utilizzata nei confronti del giudice
come motivo di astensione o ricusazione. Sarà ricusabile il giudice
che abbia sostenuto l’interpretazione di una norma in una qualsiasi
sede scientifica ? Dovrà astenersi il giudice che prospetti un accordo
tra le parti nei procedimenti a querela ? Sembra quasi che con il disegno
di legge Pittelli si sia voluto creare un supporto normativo suppletivo
alla previsione del "legittimo sospetto", introdotto con il disegno
di legge Cirami. L’art. 4 procede di conserva con i nuovi obblighi di
astensione nell’ampliare i casi di ricusazione del giudice per manifestazione
"indebita" del proprio convincimento, legando, tra l’altro, la possibilità
di proporre la relativa dichiarazione non ai termini tassativi previsti
dall’attuale comma 1 dell’art. 38 c.p.p., ma alla "piena conoscenza
della causa d’incompatibilità"; appare evidente come una accorta strategia
difensiva abbia interesse a dimostrare la conoscenza della causa di
ricusazione il pi tardi possibile. Il regime di ricusazione relativo
al giudice viene posto a base dei doveri di astensione del p.m.; se
la norma in qualche modo riconosce il ruolo di parte pubblica del p.m.,
non può non essere vista con preoccupazione la prospettiva di un organo
dell’accusa impossibilitato all’esercizio dell’azione penale attraverso
denunce pretestuose, insieme alla reintroduzione di poteri di sostituzione
in capo ai dirigenti degli uffici, svincolati dalle rigide regole paratabellari
che regolano attualmente le assegnazioni e le revoche dei procedimenti
ai sostituti.
Termini a difesa Viene prevista la concessione di almeno sette giorni
come termine a difesa. Questo comporterà inevitabili rinvii dei processi
ad ogni cambio di difensore, solo che lo chieda il nuovo legale. Resta
un termine inferiore, non pi breve di ventiquattro ore, nei casi di
scarcerazione o di prescrizione. Resta da vedere quali sarebbero i riflessi
su questo particolare termine a difesa della norma introdotta con l’art.
108-bis, che stabilisce un principio di necessario prolungamento dei
termini, di tutti i termini, fino a che non garantiscano la effettiva
conoscenza degli atti del processo. Sono evidenti le ricadute di una
tale previsione sui tempi di celebrazione del processo, soprattutto
nel caso in cui al nuovo difensore sia riconosciuto il diritto al prolungamento
anche nelle ipotesi previste dal 2 comma dell’art. 108 ed è evidente
la possibilità di comportamenti dilatori per far maturare termini di
prescrizione e di scarcerazione.
Informazione di garanzia. Con l’art. 17 si è stabilito che l’avviso
di garanzia deve essere notificato appena è aperto un fascicolo d’indagine.
Appare evidente l’influenza di tale previsione sulla segretezza delle
indagini e l’ostacolo obiettivo interposto al loro svolgimento. Non
devono essere sottovalutate anche le ricadute negative sul piano dell’organizzazione
degli uffici che dovranno spedire avvisi a tutti gli indagati e alle
persone offese, anche se poi il procedimento si concluderà con un’archiviazione
ed i costi enormi che ciò comporterà (si tratta di almeno oltre 2 milioni
di notifiche all’anno) . Appare evidente la forzatura interpretativa
della formula costituzionale contenuta nell’art.111 Cost. "nel pi breve
tempo possibile", e l’assenza di ogni contemperamento con le concrete
esigenze delle indagini, che richiedono comunque un termine pi ampio
e articolato, anche di quello previsto in deroga, soprattutto quando
riguardano reati di criminalità organizzata mafiosa. N può essere giustificata
la nuova disciplina con il richiamo a ciò che era in vigore negli anni
’80. L’avviso di garanzia è stato radicalmente cambiato e "ritardato"
da un lato perch con l’attuale codice nella fase delle indagini non
si raccolgono prove utilizzabili nel dibattimento, ma solo elementi
che possano convincere sull’ipotesi accusatorie, e dall’altro per una
tutela dello stesso indagato che non venga additato come responsabile
prima del processo e dello stesso esercizio dell’azione penale. La realtà
è che, anche in questo caso, si sono volute innestare garanzie tipiche
del processo inquisitorio all’interno del modello di un processo accusatorio.
Una cosa è certa: la disposizione comporterà notevoli difficoltà, se
non azzererà, tutte quelle indagini (criminalità organizzata, corruzione)
in cui il prematuro avviso ad uno degli indagati impedirà qualsiasi
ulteriore indagine ( si pensi alle intercettazioni telefoniche ed ambientali,
ai pedinamenti, alle perquisizioni).
Le prove L’art.11 prevede la sottrazione al giudice del potere di
escludere le prove manifestamente superflue e irrilevanti. E’ una norma
capestro rispetto all’obiettivo di una giustizia efficiente e allo svolgimento
di un processo svolto in tempi ragionevoli, che prefigura il diritto
dell’imputato all’ammissione di qualunque prova, in modo indiscriminato
sotto il profilo quantitativo, senza l’esercizio di alcun possibile
filtro da parte del giudice, che perderebbe anche il potere di assumere
di sua iniziativa le prove necessarie alla decisione. Basti pensare
alla parte che chieda l’ammissione di centinaia di testimoni a fini
meramente dilatori. Si tratta di una brusca virata da un sistema accusatorio
attenuato, ad un sistema accusatorio puro, nel quale il giudice è vincolato
alle allegazioni delle parti, con una mera funzione notarile di valutazione
delle prove. Il giudice deve essere, oltre che puro e ingenuo all’inizio
del dibattimento, dovendo ignorare tutto all’infuori del capo d’imputazione,
anche apatico e ottuso al termine dell’istruttoria dibattimentale. Il
Capo II prevede disposizioni in materia di parità tra le parti nel procedimento
e di effettività del diritto di difesa. Con l’art. 13 e’ introdotto
l’onere per il p.m. di provare la colpevolezza dell’imputato al di là
di ogni ragionevole dubbio. La previsione di legge appare piuttosto
come una norma manifesto, in quanto già adesso l’imputato deve essere
assolto se la prova è insufficiente o contraddittoria. L’art.14 riscrive
il comma 1 ter dell’art. 190 bis ponendo come requisito per l’utilizzabilità
delle dichiarazioni rese dal testimone o dal coimputato sentito durante
le indagini preliminari ed impedito a ripeterle perch morto, scomparso,
o minacciato, che il difensore dell’imputato interessato abbia comunque
partecipato alla loro assunzione. Il risultato pratico di questa previsione
normativa è il concreto rischio di aumentare il tasso di esposizione
dei testimoni scomodi, in particolare nei processi di criminalità organizzata
e rendere inutilizzabili una serie di informazioni rese da persone che
inevitabilmente si allontanano dall’Italia dopo il fatto. Si pensi al
turista derubato o rapinato, la cui denuncia, perderà ogni valore se
non tornerà in Italia a deporre in dibattimento ( ipotesi manifestamente
irrealistica). In tema di valutazione della prova l’art. 15 riscrive
l’art. 192 c.p.p. prevedendo che a supporto delle dichiarazioni di un
collaboratore di giustizia non siano sufficienti quelle di un altro
collaboratore, ma occorre trovare testimoni esterni o altri elementi
documentali. Appare evidente come questa disposizione da un lato indebolisca
l’impianto accusatorio dei processi di mafia fondati sulle chiamate
in correità, ove è sicuramente difficile trovare riscontri esterni alla
partecipazione all’associazione o per i mandanti di un delitto, e dall’altro
svilisca il principio del contraddittorio, cardine del processo accusatorio.
Il pericolo di compressione del principio del libero convincimento del
giudice e l’introduzione di sempre pi numerose ipotesi di prova legale
sono la manifestazione di un rinnovato intento punitivo nei confronti
della magistratura e della volontà di ridurre il suo ruolo autonomo
ed indipendente all’interno della società. Ma la riforma non si ferma
qui. Tra le nuove norme c’è infatti l’abrogazione dell’art. 238 bis
che consente di acquisire ai fini della prova del fatto le sentenze
divenute irrevocabili (art. 238 - bis, abrogato ex art. 16) Dovrà ad
esempio essere dimostrata in ogni processo l’esistenza di Cosa nostra,
e potranno essere dunque pertinenti e non superflue le prove asseritamente
utili a dimostrarne l’inesistenza. Il progetto di legge Pittelli restringe
il potere di disposizione dell’intercettazione di comunicazioni attraverso
l’introduzione di un dovere di motivazione, il cui inadempimento è sanzionato
dalla previsione di nullità. L’autorizzazione allo svolgimento delle
operazioni di intercettazione è data, anche per il progetto, nelle forme
del decreto, provvedimento strutturalmente connotato da una motivazione
succinta, ma deve essere assistito da adeguata motivazione in punto
di indispensabilità di tale strumento ai fini della prosecuzione delle
indagini e di collegamento tra il reato per il quale si procede e la
persona o le persone, le cui comunicazioni si vuole intercettare, con
specifica indicazione inoltre degli elementi da cui si trae il giudizio
di gravità indiziaria L’obbligo di motivazione sul collegamento tra
l’ipotesi criminosa per la quale si procede e le persone coinvolte dalle
operazioni di intercettazione sembra porre il pericolo di snaturamento
di uno dei due presupposti dell’autorizzazione all’uso di questo importante
strumento di ricerca della prova, che non è la gravità degli indizi
di colpevolezza ma la gravità degli indizi di reato, senza quindi la
necessità di addebitare il coinvolgimento partecipativo nel fatto criminoso
a soggetti già individuati e di ritenere una probabile responsabilità
delle persone, le cui comunicazioni è utile, anzi indispensabile intercettare.
L’introduzione di una specifica disposizione in tema di individuazione
di persone e di cose quale atto di polizia giudiziaria sembra avere
il significato di privare di atipicità l’operazione che anche oggi la
polizia giudiziaria ben può compiere in assenza di una disposizione
che delinei il paradigma normativo. La tipizzazione dell’atto si risolve
infatti nel richiamo delle norme poste per lo svolgimento dell’atto
di individuazione del pubblico ministero.
Le esigenze cautelari e le misure cautelari. Una prima modifica attiene
alla restrizione delle possibilità di emettere provvedimenti cautelari:
il pericolo di fuga, che è presupposto di esigenza cautelare, deve essere,
secondo il progetto di legge, non solo concreto ma anche attuale e deve
fondarsi su circostanze di fatto da indicarsi espressamente nel provvedimento
a pena di nullità rilevabile d’ufficio. A tanto si aggiunge che il provvedimento
cautelare non può essere emesso se il giudice non dà adeguata motivazione
delle ragioni per cui ritiene che possa essere irrogata una pena superiore
non pi a due anni ma a tre anni di reclusione. L’esigenza di prevenzione
speciale, consistente nel pericolo di reiterazione criminosa, per commissione
di delitti della stessa specie, può giustificare l’emissione di un provvedimento
di natura cautelare a condizione che la pena edittale massima, stabilita
dalla legge per tali delitti, non sia inferiore, non pi a quattro ma
a sei anni di reclusione, ove si intenda disporre la restrizione carceraria,
ed a quattro anni, ove si intenda disporre la restrizione domiciliare.
Ciò non consentirà pi di fatto la custodia in carcere per alcuni reati
di notevole pericolo come la corruzione ed i maltrattamenti in famiglia,
laddove la "reiterazione" dei comportamenti è l’ipotesi pi frequentemente
riscontrata. Viene inoltre abolita la presunzione in ordine alla sussistenza
delle esigenze cautelari per i reati di mafia. Anche per tali reati,
pertanto, occorrerà spiegare ogni volta perch "ogni altra misura risulti
inadeguata". La presunzione (salvo la sussistenza di elementi contrari)
era stata prevista, ritenendosi implicito il pericolo di reiterazione
criminosa nei confronti di un soggetto gravemente indiziato di operare
all’interno di un sodalizio mafioso in assenza di elementi di dissociazione.
Al di là degli effetti concreti, che saranno probabilmente modesti,
risolvibili con un rafforzamento delle motivazioni, resta in ogni caso
il segnale molto preoccupante e indicativo di un abbassamento della
guardia nella lotta contro la criminalità organizzata, non pi prioritaria.
L’innovazione pi forte è comunque la devoluzione del potere di applicazione,
modifica e revoca delle misure cautelari personali e delle misure di
sicurezza al giudice in composizione collegiale, che viene individuato
nel tribunale del capoluogo in cui ha sede la Corte di appello o una
sezione della Corte di appello. Al giudice in composizione monocratica
residua un potere di applicazione, modifica e revoca delle sole misure
cautelari reali (ovvero i sequestri). L’attribuzione di poteri di coercizione
ad un organo collegiale è una scelta che sottolinea la particolare delicatezza
della materia, anche se è attualmente in contro tendenza con l’attribuzione
al giudice monocratico di una competenza estremamente elevata. Il modo
con cui tale scelta viene ad essere realizzata ( al di là del mancato
raccordo con le altre norme in materia) si risolve in un nuovo ulteriore
forte appesantimento: la decisione del Tribunale sulla libertà, che
già oggi per norma costituzionale, è sempre immediatamente ricorribile
per cassazione, viene ad essere impugnabile avanti la Corte di appello
territorialmente competente, e poi ricorribile per cassazione. La fase
del procedimento relativa alla libertà viene ad essere costruita come
un vero processo nel processo, con enorme dispendio di risorse e di
tempo, ritardando inevitabilmente in tal modo il momento fondamentale
dell’accertamento dei fatti nel processo.
Ricorso immediato in cassazione. La previsione di un’immediata ricorribilità
per cassazione delle ordinanze sulle questioni preliminari e sull’ammissione
delle prove in dibattimento con l’effetto sospensivo del ricorso sul
dibattimento per un tempo non superiore a mesi sei, è del tutto inaccettabile.
La riforma contrasta vistosamente con l’esigenza di snellire il carico
della Corte di cassazione, per restituirla pienamente alla funzione
di guida interpretativa e con l’esigenza di contenere in temi ragionevolmente
brevi la durata del giudizio. La sospensione automatica del dibattimento,
sia pure a termine, non è per nulla conciliabile col principio della
durata ragionevole dei processi di cui all’art. 111 cost. . I medesimi
rilievi critici attengono al regime di ricorribilità per cassazione
delle ordinanze che decidono sulle richieste di prova. Non si comprende
qui la sospensione, per il tempo di sospensione del dibattimento, dei
termini di custodia cautelare e di prescrizione, mancando la precisazione
che tanto si ha solo in conseguenza di un ricorso dell’imputato. La
proposta prevede in tale periodo la sospensione dei termini di prescrizione
e custodia cautelare, ma solo per le questione relative alle prove,
mentre la sospensione non è prevista, inspiegabilmente, per le questioni
preliminari (è solo una dimenticanza?). In ogni caso la disposizione
produrrà l’inevitabile effetto di allungare i tempi della maggioranza
dei processi, creando inoltre inestricabili problemi. Ad esempio nei
maxi processi contro la mafia il ricorso in cassazione proposto da alcuni
imputati comporta la sospensione dell’intero processo, come sembra dalla
perentorietà della disposizione, o è possibile la separazione delle
posizioni? Se non è possibile la separazione, la sospensione del processo
e dei termini riguarderà solo gli imputati che hanno proposto il ricorso
in cassazione, con conseguenti scarcerazioni a valanga? Se è possibile
la separazione e il collegio decide la causa per alcuni imputati, diventerà
poi incompatibile per gli altri, sulla base delle disposizioni già viste,
con conseguente necessità di ricominciare il processo con altre collegio
e magari con nuove questioni avanzate dalle parti, nuovo ricorso per
cassazione, nuovo stralcio e così via? Va segnalato anche l’improvviso
sovraccarico di lavoro che la proposta produrrà in Cassazione, che certamente
non sarà in grado con l’attuale organico di decidere tutti i ricorsi
in sei mesi, con la conseguenza che i processi proseguiranno, con il
rischio di svolgere un’inutile attività istruttoria in caso di accoglimento
Determinazione della pena. Viene introdotta la diminuente obbligatoria
di un terzo della pena applicabile all’imputato incensurato. Si badi,
non si tratta di applicazione automatica delle attenuanti generiche,
ma di riduzione di un terzo, cui potrebbe accompagnarsi l’applicazione
delle attenuanti generiche proprio per lo stesso motivo per cui è disposta
la riduzione: lo status di incensurato. La disposizione favorisce i
cd. colletti bianchi, normalmente incensurati, ed integra forse un’eccessiva
disparità di trattamento sanzionatorio tra soggetti incensurati e soggetti
già colpiti da condanne definitive, anche di scarso rilievo (per una
rapina in banca in concorso l’incensurato potrebbe vedersi ridurre la
pena alla metà). Ma soprattutto non appare giustificabile una così consistente
riduzione di pena (obbligatoria) per quei soggetti, il cui status di
incensurato non costituisce un elemento particolarmente significativo,
ad esempio per la carica o funzione rivestita dall’imputato (merita
una riduzione di pena, solo perch incensurato, il magistrato inserito
in un’associazione mafiosa, il pedofilo che adesca un fanciullo, il
padre che violenta la figlia, l’assessore che intasca tangenti?).
Qualche estratto dagli atti dell'inchiesta della Procura di Salerno (competente su Catanzaro)
[per leggere il documento integrale, in formato .pdf, clicca qui]
“Capo A)
MURONE SALVATORE
persone sottoposte ad indagine in ordine a
(...) il primo quale Procuratore della Repubblica, il secondo quale Procuratore Aggiunto Vicario, in servizio presso la Procura della Repubblica di CATANZARO, disponevano, con provvedimento formalmente adottato dal dottor LOMBARDI, nella specifica posizione funzionale di capo dell'Ufficio, di intesa con il dottor MURONE, peraltro codelegato alla trattazione del fascicolo, la revoca della coassegnazione del procedimento penale cd. POSEIDONE recante n. 1217/05/21 al sostituto procuratore dottor Luigi de MAGISTRIS, primo Magistrato inquirente, in ordine di tempo, “delegato” alle indagini preliminari e come tale perfettamente addentro al dinamismo investigativo in itinere, all'esito della diffusione mediatica dell'informazione di garanzia spedita, nell'ambito della stessa inchiesta giudiziaria, all'avvocato Senatore Giancarlo PITTELLI, già impegnato, in quel medesimo contesto procedimentale, nella Difesa di numerose persone sottoposte ad indagini, al quale PITTELLI il dottor LOMBARDI era legato da rapporti di ventennale amicizia e frequentazione tali da indurlo, lo stesso giorno dell'adozione del provvedimento in contestazione ma successivamente alla sua formalizzazione, ad inoltrare al Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di CATANZARO espressa dichiarazione di astensione dalla trattazione del procedimento penale n. 1217/05/21, cointestato anche ad esso, Procuratore della Repubblica, per la asserita impossibilità di procedere a valutazioni serene e neutrali, iniziativa, peraltro, condivisa dal titolare del potere decisorio che, il successivo 31 marzo accoglieva la dichiarazione di astensione ritenendo fondati i motivi sollevati in quanto basati su gravi ragioni di convenienza;
in definitiva concretizzando, di fatto, una patologica attività di interferenza, in quanto proveniente da soggetto portatore di cointeressenze formali riconosciute immediatamente dopo, negativa rispetto alle iniziative funzionali alle obbligatorie determinazioni di rito sull'esercizio dell'azione penale del P.M. procedente, così da favorire oggettivamente – mediante la deviazione del regolare corso del procedimento penale – le persone implicate nelle indagini preliminari e tra queste, segnatamente, l'avvocato Senatore Giancarlo PITTELLI il quale, in diretto rapporto sinallagmatico con le descritte “deviazioni funzionali” e in un più ampio contesto corruttivo, aveva:
assicurato all'avvocato Pierpaolo GRECO, figlio della moglie del dottor LOMBARDI, l'ingresso nel rinomato studio legale “PITTELLI”;
assicurato, in detto contesto, all'avvocato Pierpaolo GRECO effettive presenza defensionali, seppure in sostituzione del legale formalmente nominato, anche in delicati processi penali;
assicurato all'avvocato Pierpaolo GRECO l'ingresso in una compagine societaria (ROMA 9 s.r.l.) avente ad oggetto la erogazione di servizi finalizzati al supporto logistico ed organizzativo a favore di soggetti privati, studi professionali, imprese ed enti pubblici, ivi compresa l'attività di consulenza di carattere legale, amministrativa e finanziaria rivolta a persone fisiche, imprese ed enti locali, nonché l'acquisto e la gestione di immobili strumentali all'esercizio dell'attività sociale, costituita in data 23 ottobre fra l'avv. PITTELLI e i suoi collaboratori avvocati Sergio ROTUNDO, Domenico PIETRAGALLA, Vincenzo GALEOTA e lo stesso Pierpaolo GRECO, previo versamento all'avvocato PITTELLI di determinate somme (pari ad euro 50.000,00 per il GRECO) di cui gli stessi si erano fatti carico a titolo di sottoscrizione di quote societarie; somme successivamente impiegate dall'avvocato PITTELLI per l'acquisto, in data 31 ottobre 2006, di un immobile sito in CATANZARO al prezzo di euro 750.000,00, immobile di cui divenivano formalmente intestatari lo stesso avvocato PITTELLI e PIETROPAOLO FILIPPO;
assicurato al dottor LOMBARDI difese in variegati contesti procedimentali fra i quali, da ultimo, quello inerente una vicenda disciplinare definita con sentenza della competente Sezione del Consiglio Superiore della Magistratura n. 68 del 13 luglio 2004; in particolare, con procura notarile del 18 maggio 2005 il dottor LOMBARDI conferiva all'avvocato PITTELLI mandato per essere difeso nel giudizio di impugnazione innanzi alle Sezioni Unite Civile della Suprema Corte di Cassazione, giudizio promosso dal Ministero della Giustizia avverso la predetta sentenza.
In CATANZARO dal 2005 al marzo 2007
FAVI DOLCINO
[in riferimento all'indagine cd. “WHY NOT”, ndr]
in definitiva si andava a concretizzare, di fatto, una patologica attività di interferenza negativa rispetto alle iniziative, funzionali alle obbligatorie determinazioni di rito sull'esercizio dell'azione penale del P.M. procedente di guisa da favorire oggettivamente – mediante la deviazione del regolare corso del procedimento penale pilotata da un intreccio di interessi contra jus costituitosi in preciso accordo corruttivo siglato dagli attuali “indagati” - le persone implicate nelle indagini preliminari e fra queste oltre alla persona del Ministro della Giustizia pro tempore [Clemente MASTELLA, ndr], a SALADINO Antonio, centro di attrazione di un settore consistente delle attività investigative, nonché ad alcuni dei soggetti già coinvolti nella pregressa inchiesta c.d. “POSEIDONE”, (“revocata” al Magistrato co-titolare nel marzo del 2007), e fra questi segnatamente all'avvocato Giancarlo PITTELLI, sottoposti ad indagini dal sostituto procuratore De MAGISTRIS anche nell'ambito dell'inchiesta WHY NOT, in riferimento a condotte fenomenicamente diverse siccome ritenute rilevanti in contesti di asserita, e comunque da verificare, antigiuridicità altrettanto diversi, a seguito di provvedimento del giugno 2007, anch'esso al centro di iniziative pre-disciplinari intraprese dai vertici degli Uffici inquirenti di CATANZARO, e segnatamente dal Procuratore Aggiunto Vicario e dall'Avvocato Generale F.F. di Procuratore Generale, sulla premessa di una patologica duplicazione di iscrizioni in realtà non verificata, ne verificabile per la mancata conoscenza, all'epoca, delle coordinate di riferimento dell'inchiesta WHY NOT, iniziative, peraltro, sinergiche rispetto a quella similare dell'avvocato Senatore PITTELLI che il 15 giugno 2007 evocava i poteri ispettivi delle competenti Autorità segnalando che il P.M. già investito dell'inchiesta POSEIDONE continuava ad investigare nei suoi confronti (e di altri);
atti contrari ai doveri di ufficio tutti, posti in essere dai predetti magistrati, secondo il descritto schema concorsuale, in rapporto sinallagmatico con le utilità ricevute e promesse dal SALADINO e dal PITTELLI i quali, ciascuno con condotte autonome esplicative di rapporti personali “privilegiati” risalenti nel tempo sia con il dottor MURONE sia con il dottor LOMBARDI, avevano: favorito – il SALADINO – le assunzioni di parenti e conoscenti del dottor MURONE – ed in particolare del cugino RUBERTO Pietro e di COCCIOLO Roberta, mogli di RUBERTO Luca, in servizio presso l'Ufficio della Procura della Repubblica di CATANZARO e legato da vincoli di parentela alla moglie del dott. MURONE – grazie ai complessi assetti societari facenti capo ad esso SALADINO (tra cui la WHY NOT OUTSOURCING s.r.l. e la NEED & PARTNERS con sede in LAMEZIA TERME), ben presto entrati nell'orbita di attrazione delle investigazione coordinate dal Magistrato inquirente originariamente delegato all'inchiesta c.d. WHY NOT;
assicurato – il PITTELLI – all'avvocato Pierpaolo GRECO , figlio della moglie del dottor LOMBARDI, l'ingresso nel rinomato studio legale dell'avvocato (Senatore della Repubblica) PITTELLI, le attività del quale erano parimenti oggetto di approfondimenti investigativi, per come palesato nella parte finale del provvedimento di perquisizione datato 15 giugno 2007, adottato dal P.M. nell'ambito dell'inchiesta WHY NOT;
in detto ultimo contesto, assicurato – il PITTELLI – all'avvocato Pierpaolo GRECO effettive presenze defensionali, seppure in sostituzione del legale formalmente nominato, anche in delicati processi penali;
assicurato – il PITTELLI - all'avvocato Pierpaolo GRECO l'ingresso in una compagine societaria (ROMA 9 s.r.l.) avente ad oggetto la erogazione di servizi finalizzati al supporto logistico ed organizzativo a favore di soggetti privati, studi professionali, imprese ed enti pubblici, ivi compresa l'attività di consulenza di carattere legale, amministrativa e finanziaria rivolta a persone fisiche, imprese ed enti locali, nonché l'acquisto e la gestione di immobili strumentali all'esercizio dell'attività sociale, costituita in data 23 ottobre fra l'avv. PITTELLI e i suoi collaboratori avvocati Sergio ROTUNDO, Domenico PIETRAGALLA, Vincenzo GALEOTA e lo stesso Pierpaolo GRECO, previo versamento all'avvocato PITTELLI di determinate somme (pari ad euro 50.000,00 per il GRECO) di cui gli stessi si erano fatti carico a titolo di sottoscrizione di quote societarie; somme successivamente impiegate dall'avvocato PITTELLI per l'acquisto, in data 31 ottobre 2006, di un immobile sito in CATANZARO al prezzo di euro 750.000,00, immobile di cui divenivano formalmente intestatari lo stesso avvocato PITTELLI e PIETROPAOLO FILIPPO;
assicurato – il PITTELLI - al dottor LOMBARDI difese in variegati contesti procedimentali fra i quali, da ultimo, quello inerente una vicenda disciplinare definita con sentenza della competente Sezione del Consiglio Superiore della Magistratura n. 68 del 13 luglio 2004; in particolare, con procura notarile del 18 maggio 2005 il dottor LOMBARDI conferiva all'avvocato PITTELLI mandato per essere difeso nel giudizio di impugnazione innanzi alle Sezioni Unite Civile della Suprema Corte di Cassazione, giudizio promosso dal Ministero della Giustizia avverso la predetta sentenza.
In CATANZARO, dal 2005 al 17 novembre 2007, giorno dell'inoltro al C.S.M. del decreto di applicazione del dottor DE TOMMASI “per le determinazioni di codesto On.le Consiglio”.
IANNELLI ENZO
GARBATI ALFREDO
agendo il primo nella veste di Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Catanzaro, il secondo ed il terzo in quella di Sostituti Procuratori Generali delegati alla trattazione del procedimento penale n. 2057/06/21, n. 1/07 R.AVOC, c.d. WHY NOT, il quarto nella veste di Procuratore Aggiunto Vicario, anche con funzioni di Procuratore della Repubblica di Catanzaro, il quinto in quella di Sostituto Procuratore della Repubblica di Catanzaro delegato alla trattazione del procedimento penale n. 1592/07/21 già 1217/05/21 c.d. POSEIDONE, in violazione delle norme di legge disciplinanti gli istituti processuali della avocazione (art. 372 c.p.p.) e della competenza (artt. 9, 16, 12 c.p.p. e ss.) nonché di quelle afferenti le attribuzioni, i compiti ed i doveri del P.M. (artt. 358 e 326 c.p.p.) e attraverso l'adozione di provvedimenti adottati sulla base di preventivi accordi interpersonali, antecedenti e susseguenti alla formalizzazione degli stessi, aventi contenuto difforme dalla realtà del substrato storico-fenomenico in essi rappresentato, si determinavano a disporre in data 10 marzo 2008 lo stralcio dal procedimento penale n. 2057/06/21 – n. 1/07 R.AVOC. c.d. WHY NOT – avocato nell'ottobre del 2007 – delle posizioni di PITTELLI Giancarlo, BONFERRONI Franco, CESA Lorenzo, CRETELLA LOMBARDO Walter, GALATI Giuseppe, GALATI Domenico Salvatore, per la riunione al procedimento n. 1592/07/21, già 1217/05/21 cd. POSEIDONE, pendente presso l'Ufficio del P.M. di primo grado di CATANZARO; quindi a disporre, con provvedimento dell'1 aprile 2008 a firma del Sostituto Procuratore dott. CURCIO, lo stralcio dal procedimento penale n. 1592/07/21, già 1217/05/21 c.d. POSEIDONE, delle posizioni di BONALDI Aldo, CESA Lorenzo, CHIARAVALOTI Giuseppe, CRETELLA LOMBARDO Walter, GALATI Giuseppe, LICO Santo, MERCURI Roberto, PAPELLO Giovanbattista, PITTELLI Giancarlo, SCHETTINI Fabio, SCORDO Annunziato, VOLPE Nicolino (stralcio funzionale alla richiesta del 7 aprile 2008 a firma del Sostituto Procuratore dott. CURCIO di archiviazione parziale delle posizioni di tutti i nominativi suddetti per infondatezza delle notizie di reato ai sensi dell'art. 408 c.p.p. - richiesta che veniva accolta con decreto del G.I.P. presso il Tribunale di Catanzaro dott. Tiziana MACRI' in data 28 aprile 2008).
1) i dott.ri Alfredo GARBATI e Domenico DE LORENZO, Sostituti Procuratori Generali delegati alla trattazione del procedimento penale n. 2057/06/21, n. 1/07 R.AVOC, c.d. WHY NOT, disponevano, sulla base di informative ricevute dal Procuratore della Repubblica in sede e a seguito delle riunioni di coordinamento investigativo con il dott. CURCIO, con provvedimento del 10 marzo 2008, vistato dal Procuratore Generale dottor IANNELLI, e quindi firmato anche dal Sostituto Procuratore dott. BRUNI il successivo 13 marzo 2008, lo stralcio dal procedimento c.d. WHY NOT delle posizioni di:
- PITTELLI Giancarlo, iscritto nell'ambito del procedimento c.d. WHY NOT per i reati di cui agli artt. 416 e 2 Legge n. 17/1982, 640 e 640bis C.P. commessi in Catanzaro ed altre parti del territorio nazionale ed estero a decorrere dal 1°.01.2001;
e la trasmissione dei relativi atti all'Ufficio della Procura della Repubblica di Catanzaro titolare del procedimento n. 1592/07/21, già 1217/05/21 c.d. POSEIDONE, in applicazione dell'art. 16 c.p.p. per la posizione del PITTELLI (risultando iscritto a suo carico nel procedimento c.d. POSEIDONE il più grave reato di cui all'art. 648 bis C.P.); degli artt. 9 e 16 c.p.p. per la posizione di BONFERRONI Franco, CESA Lorenzo, CRETELLA LOMBARDO Walter e GALATI Giuseppe (risultando iscritte a loro carico nel procedimento POSEIDONE condotte associative di cui all'art. 416 CP più risalenti nel tempo); dell'art. 12 c.p.p. per la posizione di GALATI Domenico Salvatore, in quanto ritenuta collegata a quella del PITTELLI,
rappresentando, in contrasto con le emergenze procedimentali, che:
- l'iscrizione nel procedimento WHY NOT del nominativo di PITTELLI Giancarlo risultava con evidenza una “filiazione” di quella del procedimento POSEIDONE in quanto nel procedimento avocato il tema di indagine, in evidente connessione soggettiva con quelli oggetto del POSEIDONE riguardava esclusivamente le vicende relative alle società “AT ALBERGHIERA” e “ROMA 9”, ossia un settore su cui il consulente dott. SAGONA aveva ricevuto specifico ed ulteriore incarico, mentre la maggior parte dell'indagine sul sen. PITTELLI era già stata delegata al medesimo consulente nell'ambito dell'inchiesta POSEIDONE; che l'iscrizione, per titoli di reato e sovraposizione temporale di condotte, appariva sostanzialmente coincidente con quella disposta nel procedimento POSEIDONE; che alcun collegamento risultava a carico del PITTELLI con la posizione di SALADINO Antonio (uno dei principali indagati del procedimento c.d. WHY NOT);
proseguendo, in tal modo, nell'opera di parcellizzazione dell'unitario contesto investigativo inerente l'inchiesta WHY NOT, originariamente modellatosi sulla base della fisiologica progressione di indagini e posto a fondamento delle iscrizioni ex art. 335 c.p.p., anche attraverso il richiamo e la valorizzazione del sistema di norme eretto dal Legislatore a disciplina dei casi di “connessione” a fronte di prospettazioni accusatorie, radicate in diversi procedimenti penali, per un verso eterogenee e per altro verso non riconducibili, quanto meno, allo stato delle acquisizioni istruttorie, ad alcuna delle ipotesi cristallizzate sub art. 12 Codice di Rito vigente;
e ciò nonostante:
- che le iscrizioni dei nominativi di PITTELLI Giancarlo, (…) nell'ambito del procedimento penale n. 2057/06/21 c.d. WHY NOT, disposte con provvedimenti del Pubblico Ministero dott. de MAGISTRIS in data 15 giugno 2007 e 12 luglio 2007 (per GALATI Giuseppe), afferissero evidentemente a più ampie vicende criminose (presunta illecita gestione regionale di appalti, commesse, finanziamenti pubblici destinati ai settori dell'informatizzazione e innovazione tecnologica, lavoro interinare, formazione professionale, agricoltura, turismo, sanità, energia eolica; connessi meccanismi corruttivi strumentali all'indebita captazione dei fondi pubblici; pagamento di “tangenti” a politici ed amministratori; finanziamento illecito ai partiti; assunzione clientelare di personale presso le società beneficiarie dei fondi pubblici) del tutto distinte ed autonome rispetto a quelle oggetto di indagini nell'ambito del procedimento c.d. POSEIDONE (presunta illecita gestione da parte del governo regionale dei finanziamenti pubblici destinati al settore dell'emergenza ambientale, rifiuti, depurazione delle acque) e a fatti-reato diversi ed ulteriori (quali, a titolo esemplificativo, i reati di cui agli artt. 640/640bis C.P.; 7 L.195/1974; 319 C.P.; 317 C.P.), in alcuni casi già tecnicamente incompatibili con le iscrizioni eseguite nell'ambito dell'inchiesta POSEIDONE (riciclaggio in riferimento alla truffa semplice o qualificata, laddove la condotta della “sostituzione” o del “trasferimento” di danaro o altre utilità presuppone inderogabilmente la mancata compartecipazione nel c.d. reato-presupposto), anche con riguardo al rispettivo contesto spazio-temporale di accadimento;
che l'iscrizione di GALATI Domenico Salvatore fosse intervenuta esclusivamente nell'ambito dell'inchiesta WHY NOT, dato di per sé emblematico del diverso ed autonomo percorso storico-fenomenico-investigativo che caratterizzava detto iter procedimentale rispetto a quello dell'inchiesta POSEIDONE, e pure oscurato e superato nel provvedimento in data 10 marzo 2008 dal rilievo secondo cui, premessa (testuale) “la sussistenza di uno stretto collegamento fra lui” - GALATI Domenico Salvatore - “ed il sen. PITTELLI”, desumibile “dalla definizione di “longa manus” del primo nei confronti dell'altro esplicitamente attestata a pag. 271 del Decreto di perquisizione più volte citato”, “la posizione del GALATI Salvatore è attratta ex art. 12 c.p.p. atteso lo stretto collegamento a quello del PITTELLI”, e ciò senza alcuna enunciazione nemmeno formale ed in via di astrazione, delle ipotesi di reato per le quali avrebbe dovuto operare l'asserita attrazione di posizioni ex art. 12 C.P.P., con la conseguenza di inserire in un contesto istruttorio in corso segmenti comportamentali del tutto scollegati dall'insieme siccome riconducibili, peraltro, a soggetto mai sottoposto ad indagini in quell'ambito investigativo, privando, ex adverso, le indagini dell'inchiesta WHY NOT dell'ennesimo tassello di ritenuto interesse nella originaria progressione di indagine;
3) in data 1 aprile 2007 il dott. CURCIO disponeva lo stralcio dal procedimento 1592/07/21 c.d. POSEIDONE – da cui derivava il procedimento penale n. 1477/08/21 – delle posizioni di:
- BONALDI Aldo, BONFERRONI Franco, CESA Lorenzo, CHIARAVALLOTI Giuseppe, CRETELLA LOMBARDO Walter, GALATI Giuseppe, LICO Santo, MERCURI Roberto, PAPELLO Giovanbattista, PITTELLI Giancarlo, SCHETTINI Fabio, SCORDO Annunziato, VOLPE Nicolino, per il reato di cui all'art. 2 L. 25 gennaio 1982 n. 17 in Catanzaro ed altre parti del territorio nazionale dal 2000 con condotta in atto;
- PITTELLI Giancarlo per i reati di cui agli artt. 416 C.P., 648 bis C.P. [in relazione alle presunte attività di riciclaggio per come individuate dal consulente tecnico SAGONA nelle relazioni del 14/3/2007, 29/3/2007, 26/9/2007, 10 e 26/3/2008, relativamente ad operazioni bancarie sospette: somme corrisposte in favore di Schettini Fabio; negoziazione di assegni e titoli per conto di Caroleo Gaetana; bonifici ricevuti sui propri conti correnti da funzionari e tecnici dell'A.N.A.S. e rimesse di denaro da parte dell'A.N.A.S.; modalità di alimentazione “atipiche” dei conti correnti bancari accesi presso Antonvenenta – Filiale di Catanzaro (conto n. 10447S), San Paolo IMI Filiale di Catanzaro (conto n. 788), c/c 40400 in essere presso Agenzia 1 di Roma del Banco di Napoli (Montecitorio)], 2 Legge 25 gennaio 1982 n. 17, in Catanzaro, nella Regione Calabria ed altre parti del territorio nazionale, con condotta in atto.”

References: art. 700
 art. 36
 art. 16
 sentenza 
 sentenza 
 art. 335
 art. 12
 art. 12
 art. 12