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Timestamp: 2020-05-28 02:27:51+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 30428 del 23/11/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30428 del 23/11/2018
Cassazione civile sez. lav., 23/11/2018, (ud. 05/06/2018, dep. 23/11/2018), n.30428
sul ricorso 16377-2016 proposto da:
CONSOLO, che la rappresenta e difende giusta delega in atti;
M.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TARANTO 44,
presso lo studio dell’avvocato DOMENICO MASTROSTEFANO, che la
avverso la sentenza n. 41/2016 della CORTE D’APPELLO di REGGIO
CALABRIA, depositata il 05/02/2016 R.G.N. 50/2013;
La Corte d’Appello di Reggio Calabria con sentenza n. 41 in data 15 gennaio 2016, pubblicata il successivo 5 febbraio, pronunciando sul gravame proposto con ricorso del 18 gennaio 2013 da M.M. contro TRENITALIA S.p.a., avverso la pronuncia del giudice del lavoro di Reggio Calabria, depositata il 19 luglio 2012, in accoglimento dell’impugnazione, con conseguente riforma della gravata decisione, condannava la società convenuta a riconoscere all’appellante l’inquadramento come capo stazione sovrintendente professional a decorrere dal 16 ottobre 2008 e a corrisponderle le relative differenze retributive a decorrere dal 16 luglio del 2008 sino al 30 giugno 2016, liquidate in 53.218,00 Euro, e quelle maturate successivamente, oltre accessori di legge, nonchè al rimborso delle spese di lite, ivi comprese quelle di c.t.u., all’uopo liquidate.
Avverso l’anzidetta pronuncia ha proposto ricorso per cassazione TRENITALIA S.p.A. con atto del 4 luglio 2016, affidato ad un solo articolato motivo, cui ha resistito la dottoressa M.M. mediante controricorso del 16 agosto 2016.
Il Pubblico Ministero in sede, come da motivata requisitoria scritta in data 12/14 maggio 2018, ha concluso per il rigetto del ricorso.
con l’unico motivo di ricorso TRENITALIA ha lamentato violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2103 c.c., nonchè dell’art. 21 del c.c.n.l. 16 aprile 2003, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, e contestualmente motivazione omessa e/o apparente circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’articolo 360 n. 5 del codice di rito, sostenendosi che la Corte territoriale si era sottratta al cosiddetto procedimento trifasico, in quanto pur avendo dato atto che il grado di autonomia e di rilevanza di una funzione non poteva che essere rapportato alla concreta esplicazione delle mansioni, nella sostanza tuttavia aveva deciso sulla base dell’accordo sindacale del 21 dicembre 2000 – con il quale l’azienda si era impegnata a riconoscere le mansioni superiori proprio ai CS COI – ammettendo rilevanza di quella funzione rivestita. In effetti, la Corte di merito, anzichè procedere al concreto accertamento delle mansioni svolte dalla lavoratrice e quindi a raffronto delle stesse con le declaratorie contrattuali, ai fini della decisione, aveva ritenuto che fosse sufficiente l’impegno di Trenitalia recepito in un accordo sindacale di riconoscere le mansioni superiori ai C.S. COI, tra i quali era ricompresa la M.. Inoltre, la Corte distrettuale aveva anche fatto malgoverno del suddetto documento, posto che il suo contenuto non poteva autorizzare e/o legittimare il riconoscimento automatico di mansioni superiori a favore dei suddetti C.S. COI (“Per quanto attiene la collocazione dei coordinatori al piazzale in quinta area le parti concordano di attivare le procedure di mansioni superiori di n. 6 CS Sup. -…- a C.S. San. te… La società fa presente che tale proposta è oggetto di valutazione al livello nazionale per le necessarie omogeneizzazioni sul territorio nazionale…”), essendosi trattato di un accordo di massima, non cogente e comunque condizionato da future valutazioni a livello nazionale, ciò che escludeva in maniera assoluta il carattere decisivo del documento, come invece erroneamente ritenuto dalla Corte territoriale. In ogni caso era del tutto mancato il raffronto in concreto tra le mansioni svolte dalla lavoratrice e la declaratoria della qualifica dalla stessa rivendicata. A tal riguardo i giudici di appello si erano limitati a rilevare che la prova testimoniale aveva consentito di appurare la piena corrispondenza alla narrativa del ricorso introduttivo delle mansioni espletate dalla M., omettendo però qualsiasi riferimento alla pur necessaria verifica della corrispondenza delle anzidette mansioni alle declaratorie proprie della superiore qualifica rivendicata. In ogni caso, tale corrispondenza andava certamente esclusa in quanto le mansioni svolte dalla M. mancavano del necessario grado di autonomia e di responsabilità individuali di apposizione del quadro. Invece, le attività svolte dalla lavoratrice erano di carattere tecnico perfettamente coerenti con il profilo alla stessa attribuita (lavoratori che espletano, con margini di autonomia e discrezionalità nell’ambito di procedure ed istruzioni ricevute, attività richiedenti un elevato livello di conoscenza nonchè professionalità competenze tecniche…). Tanto era stato confermato anche dalla espletata istruttoria, in base a quanto dichiarato dal teste S.D. (il quale aveva riferito che la ricorrente autorizzava la disalimentazione e la rialimentazione dei binari in occasione di manutenzione, precisando che a tal fine doveva raccordarsi con il responsabile di turno del reparto di Reggio Calabria. Il teste aveva altresì dichiarato che la ricorrente ordinava al capo nucleo manovra di prelevare o introdurre veicoli o carri all’interno dell’accordo OMECA, scortando il convoglio per l’intero tratto, per un paio di volte al mese, ma con la precisazione che si trattava di attività programmate e decise dal gestore del turno. In realtà l’attività di programmazione non era affatto propria del COI, che curava sempre l’attuazione di un programma predefinito). Dunque, non era stata provata nella fattispecie la sussistenza del grado di autonomia caratterizzante le funzioni di quadro. In conclusione, la scelta decisionale della corte territoriale risultava errata, perchè viziata da violazione di legge e comunque assistita da motivazione solo apparente, se non addirittura mancante;
invero, la sentenza impugnata ha in primo luogo evidenziato quanto dedotto da parte attrice (inquadrata con la qualifica di Capo stazione D1, già capostazione superiore, che in data 16 luglio 2008 era stata trasferita da Trenitalia prima con un provvedimento temporaneo e poi definitivamente con la nota del 16 marzo 2009, all’Ufficio Impianti Movimento Carrozze, come Coordinatrice Operazione di Impianto COI di Reggio Calabria, su posto vacante, affidandole quindi sin dal 16 luglio 2008 in poi ininterrottamente le mansioni superiori. In linea di massima il CS COI aveva il compito di coordinamento delle manovre dei singoli COI, di cui erano stati indicati tutti i compiti come da ricorso introduttivo del giudizio e corrispondente allegata documentazione, rivendicando quindi l’attrice di avere svolto tutte le anzidette attività, comprovata da copiosa documentazione); ha rilevato che il primo giudicante aveva in definitiva concluso nel senso che l’elenco delle attività svolte dall’attrice fossero caratterizzate da un grado di autonomia insufficiente, tenuto conto che già il livello D implicava margini di autonomia e discrezionalità nell’ambito di procedure e istruzioni ricevute per attività richiedenti un elevato livello di conoscenza nonchè professionalità competenze tecniche, donde pure la superfluità della prova testimoniale richiesta;
invece, secondo la Corte d’Appello, la sentenza impugnata difettava di concretezza, essendo noto specialmente in aziende dalla complessa organizzazione come Trenitalia, che le previsioni della contrattazione collettiva in tema di mansioni qualifiche sono di difficile interpretazione se non calate nella realtà aziendale. Il grado di autonomia e di rilevanza di una funzione non poteva che essere rapportato quindi alla concreta esplicazione delle mansioni. Nel caso di specie, ad avviso della Corte di merito, era però decisivo l’accenno all’accordo sindacale del 21 dicembre 2000, citato anche dai testimoni, con il quale l’azienda si era impegnata a riconoscere le mansioni superiori proprio ai CS COI, ammettendo la rilevanza che quella funzione rivestiva. Di fronte a clausole di interpretazione ambigua, la volontà delle parti, anche posteriore alla conclusione del contratto, nonchè le modalità di esecuzione adottate apparivano decisive al fine di riempire di significato la previsione pattizia, ai sensi dell’art. 1362 c.c., comma 2. Vero è che il testimone S. aveva dichiarato che la difficoltà dei compiti del CS COI era andata diminuendo nel tempo, ma tale affermazione costituiva un mero giudizio e non dimostrava la modifica della volontà negoziale, modifica che peraltro andava effettuata d’accordo con il sindacato e non unilateralmente. Parimenti, non apparivano dirimenti le altre circostanze riferite dai testi S. e F., le quali non riguardavano comunque anche l’anno 2008, allorchè la M. era stata assegnata al suddetto incarico e allorquando le funzioni del CS COI non avevano ancora, presumibilmente, subito la perdita di significatività. La Corte distrettuale constatava, inoltre, che la prova per testi aveva consentito di appurare la piena corrispondenza alla narrativa del ricorso introduttivo delle mansioni espletate dall’attrice, con la precisazione che si era trattato di un’assegnazione in veste di titolare e non di mera supplenza. Pertanto, l’appello era fondato, sicchè l’istante M. aveva diritto alle differenze retributive fin dall’epoca dell’assegnazione al servizio, ossia dal 16 luglio 2008, nonchè al riconoscimento dell’inquadramento superiore al termine del periodo massimo di tolleranza, pari a mesi tre ex art. 21 punto 1.3 del c.c.n.l., e cioè dal 16 ottobre 2008;
alla stregua, dunque, di quanto accertato ed apprezzato, nei sensi di cui sopra, dalla Corte di merito, appaiono ingiustificate e inconferenti le doglianze mosse dalla società ricorrente, peraltro carenti sotto il profilo dell’autosufficienza, ex art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 6, avendo omesso di riportare il completo svolgimento del processo, comprese quindi tutte le testimonianze raccolte unitamente alla documentazione, alle quali pure ha fatto riferimento l’impugnata sentenza nell’accogliere la domanda di parte attrice con adeguata motivazione che va letta nel suo complessivo tenore, e non già in modo frammentario;
a tale ultimo riguardo, invero, va preliminarmente rilevata l’inammissibilità della censura prospettata in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5 (ratione temporis applicabile nella specie in base al testo attualmente vigente, con riferimento alla sentenza impugnata risalente all’anno 2016) ed operando inoltre l’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 (concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione), così sostituito dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 45, comma 17, entrata in vigore il 4 luglio 2009 (v. anche il regime transitorio di cui all’art. 58, commi 1-2 L. cit.);
la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass. sez. un. civ. nn. 8053 e 8054 del 07/04/2014. In senso analogo v. anche Cass. 6 civ. – 3 n. 21257 – 08/10/2014, id. n. 23828 del 20/11/2015, 3 civ. n. 23940 del 12/10/2017 secondo cui il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto alla sola verifica della violazione del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi – che si convertono in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un fatto storico, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia decisivo ai fini di una diversa soluzione della controversia. V. pure Cass. 3^ civ. n. 11892 del 10/06/2016, secondo cui anche il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, – che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio- nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante. Cfr. altresì Cass. sez. un. civ. n. 22232 del 03/11/2016: la motivazione è solo apparente, e la sentenza è nulla perchè affetta da error in procedendo, quando, benchè graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perchè recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture;
nella specie, dunque, non è ravvisabile la violazione del suddetto minimo costituzionale, laddove d’altro canto parte ricorrente non ha nemmeno specificamente individuato alcun fatto, storico e decisivo, pretermesso nel su esame dalla Corte di merito, le cui valutazioni in punto di fatto devono, quindi, ritenersi insindacabili;
di conseguenza, non è neppure scrutinabile in questa sede di legittimità la pretesa dedotto vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, avendo la Corte distrettuale accertato in punto di fatto la corrispondenza delle mansioni svolte, ininterrottamente dal luglio 2008 in poi, dalla lavoratrice alla qualifica di capo stazione sovrintendente professional (CSSP) di cui all’art. 21 punto 1.3 del c.c.n.l. 2003, avuto riguardo altresì, ma non solo, al suddetto accordo sindacale del 21 dicembre 2000, nonchè della circostanza per cui lo stesso invocato inquadramento di CSSP era stato riconosciuto da parte datoriale ad altri colleghi, cui era stato conferito il medesimo incarico di CS COI, ciò non in forza di un principio di parità di trattamento, ma soltanto a comprova della pressochè pacifica equivalenza delle suddette funzioni all’invocata qualifica;
che non risulta denunciato alcuno specifico vizio d’interpretazione, ai sensi dell’art. 1362 c.c. e ss., in ordine alla portata all’anzidetto accordo 21-12-2000, cui la società ricorrente si è limitata a contrapporre una lettura diversa da quella ritenuta, invece, dalla Corte di merito;
peraltro (v. Cass. lav. n. 27430 del 13/12/2005) “in sede di interpretazione delle clausole di un contratto collettivo relative alla classificazione del personale in livelli o categorie, ha rilievo preminente, soprattutto se il contratto ha carattere aziendale, la considerazione degli specifici profili professionali indicati come corrispondenti ai vari livelli, rispetto alle declaratorie contenenti la definizione astratta dei livelli di professionalità delle varie categorie, poichè le parti collettive classificano il personale non sulla base di astratti contenuti professionali, bensì in riferimento alle specifiche figure professionali dei singoli settori produttivi, che ordinano in una scala gerarchica, ed elaborano successivamente le declaratorie astratte, allo scopo di consentire l’inquadramento di figure professionali atipiche o nuove (con specifico riferimento ai rapporti di lavoro dei ferrovieri, si è anche parimenti affermato da Cass. lav. n. 1093 del 24/1/2003, che “in sede di interpretazione delle clausole di un contratto collettivo relative alla classificazione del personale in livelli o categorie, ha rilievo preminente, soprattutto se il contratto ha, come nella specie, carattere aziendale, la considerazione degli specifici profili professionali indicati come corrispondenti ai vari livelli, rispetto alle declaratorie contenenti la definizione astratta dei livelli di professionalità delle varie categorie, poichè le parti collettive classificano il personale non sulla base di astratti contenuti professionali, bensì in riferimento alle specifiche figure professionali dei singoli settori produttivi, che ordinano in una scala gerarchica, elaborando successivamente le declaratorie astratte, allo scopo di consentire l’inserimento di figure professionali atipiche o nuove – in senso conforme v. pure Cass. lav. n. 11461 del 18/11/1997, nonchè Sez. 6 – L, ordinanza n. 3547 del 23/02/2016; cfr. anche Cass. lav. n. 18943 del 27/09/2016, che nel rigettare il ricorso di Rete Ferroviaria Italiana S.p.a. chiariva che nel giudizio relativo all’attribuzione di una qualifica superiore, l’osservanza del c.d. criterio “trifasico”, da cui non si può prescindere nel procedimento logico-giuridico diretto alla determinazione dell’inquadramento del lavoratore, non richiede che il giudice si attenga pedissequamente alla ripetizione di una rigida e formalizzata sequenza delle azioni fissate dallo schema procedimentale, ove risulti che ciascuno dei momenti di accertamento, di ricognizione e di valutazione abbia trovato concreto ingresso nel ragionamento decisorio, concorrendo a stabilirne le conclusioni);
in definitiva, le censure della società ricorrente appaiono inconferenti, sia perchè non scalfiscono la “ratio decidendi” basata sull’interpretazione dei profili professionali di riferimento, giusta la corrispondente contrattazione collettiva, sia perchè attraverso le stesse si tenta una inammissibile rivisitazione del materiale istruttorio non consentita nella presente sede di legittimità. Infatti, la doglianza verte essenzialmente sulla non condivisa valutazione delle risultanze documentali e testimoniali, che hanno consentito alla Corte territoriale di acquisire elementi utili alla verifica delle mansioni espletate in concreto dalla dr.ssa M. e sul conseguente inquadramento delle stesse nella corrispondente categoria rivendicata di cui al suddetto accordo sindacale. Non va, invero, dimenticato che in tema di giudizio di cassazione, la deduzione di un vizio di motivazione (peraltro come visto di per sè non rilevante, se non quando violi il minimo costituzionale) della sentenza impugnata conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge). Per contro, alla stregua delle sufficienti argomentazioni svolte complessivamente nella sentenza qui impugnata, le stesse all’evidenza ne rendono agevolmente comprensibile nella specie la ratio decidendi, sicchè va senz’altro esclusa, come già osservato, l’ipotizzata apparenza;
pertanto, il ricorso va respinto, con conseguente soccombenza della società TRENITALIA, che per l’effetto deve essere condannata al rimborso delle spese relative a questo giudizio di legittimità, ricorrendo altresì i presupposti di legge per il raddoppio del contributo unificato.
la Corte RIGETTA il ricorso. Condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida, a favore di parte controricorrente, in Euro =3500,00= per compensi ed in =200,00= Euro per esborsi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

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 art. 21
 art. 366
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 art. 45
 art. 54
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 art. 13
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