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Timestamp: 2020-08-07 17:41:02+00:00

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Inopportunità politica e illiceità penale nella vicenda di Sesto San Giovanni (Trib. Monza, sent. 10 dic 2015) | DPEI.IT - Diritto Penale Economia Impresa
Trib. di Monza, Sezione penale, 10 dicembre 2015 (dep. 2 marzo 2016), n. 3400
La sentenza in esame ha ad oggetto le vicende corruttive che si sarebbero realizzate, secondo l’impostazione accusatoria, dal 2006 al 2010, nel Comune di Sesto San Giovanni e che vedono il coinvolgimento dei vertici dell’amministrazione locale, nonché di importanti imprenditori e professionisti operanti nel settore dei trasporti, dell’edilizia e delle infrastrutture.
Rispetto a tre capi di imputazione ove era contestata la realizzazione di delitti di corruzione propria di cui all’art. 319 c.p.è stata pronunciata sentenza di non doversi procedere nei confronti dei due imputati, a causa dell’estinzione dei reati per prescrizione. Con riferimento agli altri capi di imputazione è stata pronunziata sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste, ovvero perché il fatto non costituisce reato.
Come si è anticipato, tutti gli imputati sono stati prosciolti, sebbene rispetto a due degli episodi corruttivi contestati sia stata dichiarata l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione e, in uno di questi, a tale pronunzia si è pervenuti a seguito dell’accertamento della realizzazione del fatto descritto nel capo di imputazione.
Di seguito si descriveranno le principali questioni oggetto della decisione in esame, premettendo sin da ora che, per ragioni di sintesi, è stato necessario soffermarsi sui soli aspetti essenziali di vicende particolarmente ampie e complesse dal punto di vista fattuale.
A) Vicenda aree Falck e Marelli (A)
Nella vicenda Falck è contestato all’imprenditore A. di aver fatto da intermediario nel pagamento della somma di 1.500.000 € effettuato da alcuni imprenditori locali (B. e C.) per ottenere, in favore di società immobiliari riconducibili agli stessi (Alfa Srl), l’aumento della volumetria edificabile sull’area ex Falck da parte dell’assessore all’edilizia privata del Comune di Sesto San Giovanni.
Tale somma, secondo la prospettazione accusatoria fondata sulle dichiarazioni dello stesso A., sarebbe stata richiesta dall’assessore sotto forma di “sponsorizzazione” per far fronte alle difficoltà finanziariedi una società sportiva dilettantistica e di due giornali locali. Il trasferimento di denaro tra gli imprenditori interessati al provvedimento e l’intermediario sarebbe avvenuto attraverso una serie di operazioni commerciali tra società riconducibili ai soggetti coinvolti consistenti in «meri schermi fittizi, tesi ad occultare il passaggio della provvista necessaria per il pagamento delle tangenti». In seguito ad una prima fase di “accondiscendenza” rispetto alle pressioni effettuate dal pubblico ufficiale, l’intermediario si sarebbe poi rifiutato di cedere alle successive e più esose richieste di trasferimento di grosse somme di denaro in contanti.
Agli imputati veniva dunque contestata la realizzazione di del delitto di corruzione propria (art. 319 c.p.) nonché dei connessi reati tributari di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti e di emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2 e 8 d.lgs. n. 74 del 2000).
Il Tribunale non effettua un pieno accertamento nel merito delle condotte corruttive, limitandosi a dichiarare l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione. Secondo i giudici, infatti, si sarebbe in presenza di «sicure e consistenti opacità nelle relazioni di affari e nei ruoli istituzionali dei soggetti indicati», tali da non consentire un’assoluzione nel merito fondata sulla evidente insussistenza dei fatti contestati. Al contrario, per quanto riguarda le violazioni di natura tributaria il Collegio ritiene che non sia stata raggiunta nel corso del dibattimento «la dimostrazione, neppure di natura indiziaria, dell’inesistenza elle operazioni commerciali» realizzate dalle due società, con conseguente assoluzione per insussistenza del fatto.
B) Vicende aree Falck e Marelli (D.)
A D., costruttore attivo nel comune di Sesto San Giovanni, sono contestate due ipotesi di corruzione propria consistenti, in primo luogo, nel versamento di somme di denaro all’assessore dell’edilizia privata del Comune di Sesto per il rilascio di permessi a costruire e di altri provvedimenti autorizzatori in materia edilizia relativi all’area Marelli e, in secondo luogo, nella dazione di somme di denaro al geometra responsabile dello Sportello Unico dell’edilizia del Comune di Sesto, sempre al fine di garantirsi un trattamento preferenziale nelle attività amministrative riguardanti le iniziative edilizie di suo interesse.
La realizzazione di tali episodi corruttivi è sostanzialmente ammessa dagli stessi imputati. Tuttavia, quanto alla qualificazione giuridica degli stessi, occorre segnalare come il collegio disattenda la tesi difensiva diretta ad assegnare all’imprenditore il ruolo di concusso, destinatario di prevaricazioni abusive che lo avrebbero costretto a pagare per poter svolgere la sua attività imprenditoriale. Al riguardo il Tribunale, facendo ricorso al criterio delle “condizioni di contrattazione” delle parti per distinguere le condotte concussive e induttive (artt. 317 e 319 quater) da quelle propriamente corruttive (artt. 318 e 319)[1], ha rilevato come «la effettiva (e sicuramente notoria) potenza economica» e politica esercitata da D. all’interno della città di Sesto San Giovanni nell’arco di vari decenni, «mal si concilia con l’idea di una concussione a suo danno da parte dell’assessore all’edilizia e (tanto meno) da parte del responsabile dello Sportello Unico», che avrebbero rivestito «un ruolo secondario nel sistema politico locale». I giudici qualificano il fatto nell’ambito dei delitti di corruzione in quanto il factum sceleris sarebbe stato concluso dai soggetti in condizioni di sostanziale parità.
Merita un accenno anche la questione relativa alla possibilità di inquadrare i fatti in esame nell’ambito dell’allora vigente delitto di corruzione impropria. Sul punto il tribunale, attraverso una passaggio fugace dell’iter motivazionale, esclude tale possibilità affermando come l’accordo corruttivo avesse ad oggetto la realizzazione di atti la cui contrarietà ai doveri d’ufficio sarebbe segnata dalla rinuncia da parte dei pubblici ufficiali all’esercizio imparziale dei poteri discrezionali ad essi spettanti al fine di raggiungere un esito predeterminato. Tale rinuncia renderebbe l’atto contrario ai doveri d’ufficio anche quando lo stesso risulti coincidere “ex post” con l’interesse pubblico. Tale lettura rigoristica, che invero riduce al minimo l’ambito di operatività della corruzione impropria (ora rifluita nella corruzione per l’esercizio della funzione), probabilmente non tiene sufficientemente conto degli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali (invero richiamati dalla sentenza in commento), ove si afferma che, nell’ambito dell’attività discrezionale della p.a. è ben possibile la configurabilità della corruzione impropria quantomeno nelle ipotesi in cui«l'atto, per quanto discrezionale, è l'unico possibile, perché è l'unico che soddisfa, pur attraverso la scelta in concreto del pubblico ufficiale (o dell'incaricato di pubblico servizio), l'interesse pubblico»[2]. Nella decisione in commento, che pure attiene a provvedimenti ove l’attività amministrativa è dettagliatamente disciplinata dalla legge, non sembra che il Tribunale abbia attentamente vagliato tale eventualità che avrebbe condotto alla derubricazione del fatto nell’ambito dell’allora vigente delitto di corruzione impropria.
Ad ogni modo, la questione assume un rilievo marginale, in quanto, pur avendo accertato la realizzazione delle condotte contestate, il tribunale ha pronunciato sentenza di proscioglimento per intervenuta prescrizione.
c) La vicenda Sitam – Varanini.
Di massima importanza nel provvedimento in esame è poi la complessa vicenda asseritamene corruttiva che vede coinvolti, nella ricostruzione del pubblico ministero, E., all’epoca dei fatti Presidente della Provincia di Milano (nonché ex Sindaco del Comune di Sesto San Giovanni); F. (Presidente di Beta SPA); G. (Segretario Generale della Provincia di Milano), e A. (legale rappresentante di Delta s.r.l., azienda di trasporti di linea operante nell’hinterland Milanese).
Secondo la complessa ricostruzione del PM l’imprenditore A. avrebbe erogato nel corso degli anni corposi finanziamenti — mai compiutamente quantificati — in favore di E. e del partito di appartenenza. Tali finanziamenti, però — secondo la non propriamente lineare impostazione accusatoria — sarebbero stati accordati con un obbligo di restituzione. Successivamente sarebbe stata concessa al “debitore” la possibilità di estinguere l’obbligo restitutorio attraverso una sorta di datio in solutum, consistente nell’adozione di due atti amministrativi illegittimi in favore dell’imprenditore, che avrebbero avuto la funzione di «corrispettivo economico delle forme di finanziamento». In altre parole, secondo l’accusa A., «se fossero arrivati dei buoni affari, grazie ai buoni uffici di E., avrebbe certamente dimenticato almeno in parte il debito».
Il primo di tali atti amministrativi sarebbe consistito nella delibera della Giunta Provinciale di Milano attraverso, cui recependo le conclusioni del Tavolo arbitratore, si accertava la spettanza alla società Delta srl di ingenti somme nell’ambito del SITAM (Sistema Integrato Tariffario Area Milanese), da corrispondersi da parte di ATM (Azienda Trasporti Milanesi), nella sua qualità di gestore del servizio. Pertanto, tentando di riassumere una vicenda amministrativa particolarmente complessa, la Provincia sarebbe intervenuta nella controversia tra ATM e alcuni gestori delle linee rientranti nel SITAM e, dopo aver inutilmente tentato di addivenire ad una soluzione condivisa dalle parti, avrebbe indicato ad ATM le somme da corrispondere ai vettori. In tale intervento sarebbero riscontrabili, secondo l’accusa, numerosi aspetti (relativi alle modalità dell’intervento; alla scelta dei componenti del Tavolo Arbitratore; alla soluzione adottata e alla quantificazioni delle somme spettanti alle società facenti capo a A.) che indicherebbero il carattere parziale della decisione della ente in favore della Delta Srl, con conseguente illegittimità della delibera conclusiva adottata dalla Giunta provinciale.
Il secondo atto amministrativo in cui si sarebbe concretizzato il patto corruttivo sarebbe consistito nella decisione della Provincia di acquistare un immobile di proprietà di una società facente capo a A., precedentemente locato dalla stessa amministrazione provinciale per risolvere un’emergenza abitativa venutasi a creare in seguito allo sgombero di un campo nomadi. Tale acquisto da parte dell’ente, secondo gli inquirenti, sarebbe stato motivato dalla volontà di “far fare un affare” all’imprenditore e non dal perseguimento dell’interesse pubblico.
Rispetto ad entrambi gli atti amministrativi, i giudici, pur registrando «rapporti frequenti, comunanze d’interessi evidentemente inopportune» tra l’imprenditore/finanziatore ed i pubblici funzionari coinvolti nelle vicende, non ravvisano alcun profilo di illegittimità o di favoritismo tale da lasciare dedurre al di là di ogni ragionevole dubbio che gli stessi fossero attuazione di un accordo corruttivo.
Al di là della questione fattuale, particolare interesse riveste l’analisi della struttura dell’accordo corruttivo secondo la ricostruzione operata dall’accusa. La conclusione dell’accordo, infatti, non viene ricondotta al momento dell’erogazione del finanziamento della campagna elettorale da parte dell’imprenditore, in quanto in tale fase lo stesso destinatario della sovvenzione non rivestiva la qualifica soggettiva di Presidente della Provincia che gli avrebbe attribuito la competenza per l’adozione degli atti oggetto di mercimonio. L’assenza della qualifica soggettiva in capo al soggetto meramente candidato a ricoprire la carica che gli consentirebbe di emanare l’atto oggetto dell’accordo impedisce, infatti, la stessa configurabilità del delitto di corruzione[3]. Inoltre tra il momento dell’erogazione del finanziamento e la realizzazione dell’atto d’ufficio vi sarebbe una «evidente sfasatura temporale (nell’ordine di vari anni)» che sarebbe difficilmente giustificabile.
Pertanto, la pubblica accusa immagina un patto corruttivo che non si sarebbe consumato al momento del finanziamento ma, qualificando il rapporto di finanziamento come rapporto di credito con correlativo obbligo di restituzione, fissa la consumazione dell’accordo corruttivo nel momento in cui il pubblico agente «decide di favorire gli interessi del privato finanziatore, attraverso il compimento di un atto del suo ufficio». In tale contesto temporale si verificherebbe il «definitivo arricchimento, che segna il momento della conclusione dell’accordo corruttivo, perché il prestito, nel momento in cui viene reso l’atto di favore, si riduce in maniera corrispondente all’interesse favorito». In altre parole, la realizzazione dell’accordo corruttivo, e dunque la consumazione del reato, viene spostata in aventi allorquando le parti, attraverso una sorta di datio in solutum, converrebbero una «forma alternativa di restituzione con effetti solutori» consistente nell’adozione dell’atto amministrativo favorevole al creditore.
Tale ardita ricostruzione viene sconfessata dai giudici di merito, non solo sulla base delle risultanze dibattimentali da cui si ricaverebbe come «l’esistenza di un accordo per la restituzione dei finanziamenti e le modalità di adempimento dell’obbligazione da parte dei soggetti coinvolti sono rimasti una mera ipotesi investigativa», ma anche sulla base di ragioni giuridiche. Si evidenzia infatti come la “piena disponibilità” di una somma di denaro da parte del beneficiario — sia pure in un rapporto di credito prospettato come corruttivo — si realizzi al momento della dazione e «prescinda totalmente dall’adempimento dell’obbligo restitutorio, che non solo è meramente eventuale, ma può anche non essere onorato da parte del debitore, che ciò nonostante si è sicuramente arricchito utilizzando liberamente le utilità ricevute».
Per tali ragioni, il Tribunale afferma come mancando la prova di un accordo corruttivo e ritenendosi provata la legittimità degli atti adottati dalla Provincia in entrambe le vicende indicate, gli imputati debbano essere assolti perché il fatto non sussiste.
d) Le vicende del preliminare Codelfa e della A7/Gamma.
Muovendo sempre dall’ipotesi dell’esistenza di un rapporto di credito tra l’imprenditore A. e il Presidente della Provincia di Milano E., i pubblici ministeri avevano ipotizzato l’esistenza di un patto corruttivo trilaterale in cui E., attraverso l’arch. H, titolare incarichi nella società Gamma SPA, avrebbe indicato al Gruppo X (nella persona del vertice manageriale dott. I) di pagare parte del debito versando a A. la somma di 2 milioni di euro. Per giustificare tale dazione sarebbe stato simulato un contratto preliminare di compravendita di un immobile di proprietà di una società riconducibile a A., con versamento da parte del promissario acquirente (Zeta Spa, parte del Gruppo X) di una caparra confirmatoria pari a due milione di euro. Il promissario acquirente, diversi anni dopo, avrebbe rinunciato a concludere il definitivo con l’effetto di determinare la definitiva acquisizione della caparra in capo a A..
In cambio di tale dazione, secondo gli inquirenti, la società Zeta Spa, aggiudicataria in ATI con la società Omega Spa dell’appalto per l’ampliamento della autostrada Milano Serravalle, avrebbe ottenuto il riconoscimentodella somma di 18 milioni di euro per riserve sui lavori di ampliamento da parte della committente Gamma SPA, di cui E. sarebbe stato l’amministratore di fatto.
Anche con riferimento a tale vicenda, secondo il Tribunale, nessuno degli elementi della ricostruzione accusatoria ha trovato riscontro nelle prove acquisite in dibattimento.
In particolare, i giudici evidenziano come non sussista tra le due “prestazioni” una contestualità, pur affermata dal PM, tale da far ritenere esistente un legame sinallagmatico tra le stesse.
Inoltre, anche a causa di una consulenza tecnica affetta da errori grossolani, i pubblici ministeri avrebbero ritenuto erroneamente viziato il procedimento di riconoscimento delle riserve in favore dell’ATI di cui Zeta era parte.
Sarebbe altresì priva di fondamento l’asserzione per cui la società Gamma sarebbe stata controllate “manu militari” dal Presidente della Provincia di Milano, tanto da sostenere che quest’ultimo svolgesse il ruolo di amministratore di fatto della società. Le indicazioni del Presidente della Provincia, si inquadrerebbero al contrario nel potere di direzione e coordinamento che spetta all’ente provinciale sulla società controllata che può anche esplicarsi nelle forme di «un’attività di tipo continuativo e sistematico, purché mantenuta nell’ambito dell’interesse della controllata», che è quanto è avvenuto, secondo il tribunale, nel caso in esame.
Infine, non sarebbe dimostrata nemmeno l’affermazione secondo cui l’arch. H abbia svolto le funzioni di longa manus del Presidente della Provincia, benché le indagini investigative abbiano offerto “spunti” investigativi sull’esistenza di passaggi di denaro non giustificati, che in quanto rimasti tali «non consentono di ritenere, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il reato sussista e che l’imputato lo abbia commesso».
Allo stesso modo non risulta provata la simulazione del contratto preliminare attraverso cui il Gruppo X avrebbe pagato un debito di E. nei confronti di A.. Inoltre, osserva il collegio, che quand’anche si aderisse all’ipotesi accusatoria, in assenza di un dimostrato legame sinallagmatico tra l’accollo del debito da parte del Gruppo X e la realizzazione di un atto d’ufficio da parte del Presidente del Provincia, tale pagamento potrebbe al più qualificarsi come “dazione a futura memoria” finalizzata a garantirsi la gratitudine di un politico in ascesa a livello nazionale e locale. Tale tipologia di dazioni rientrerebbe nell’ambito del nuovo delitto di corruzione per l’esercizio della funzione di cui all’art. 318 c.p., non vigente all’epoca dei fatti, quando la corruzione era ancora strettamente collegata al c.d. “modello mercantile” del mercimonio di un atto d’ufficio.
Anche rispetto a tale contestazione, dunque, il Tribunale pronunzia sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste.
e) I finanziamenti a KAPPA
L’ultimo capo di imputazione riguarda la realizzazione da parte di E. del reato di finanziamento illecito ai partiti politici in quanto lo stesso avrebbe ricevuto, in qualità di Presidente della Provincia di Milano, di candidato alle elezioni provinciali del 2009 e regionali del 2010 e di esponente di spicco del Partito democratico, finanziamenti da parte di un cospicuo numero di società in favore dell’associazione Kappa, che sarebbe stato un mero schermo destinato ad occultare la vera destinazione delle somme.
Il Tribunale, anche con riferimento a tale ultima contestazione, afferma l’insufficienza del materiale probatorio raccolto, a causa della frammentarietà delle indagini, che in particolare non dimostra la sussistenza del dolo in capo all’imputato circa le irregolarità contabili poste in essere dalle società finanziatrici, nell’ambito di operazioni di sovvenzionamenti complessivamente regolari e tracciabili. Si afferma, al riguardo, «l’oggettiva impossibilità da parte del politico finanziato con le modalità palesi, conoscibili e tracciabili attuate nel caso di specie di verificare, se non a posteriori, l’adempimento da parte del finanziatore di tutti gli obblighi che rendono lecito il finanziamento medesimo».
La sentenza in commento, pur non offrendo particolari spunti di riflessione circa la ricostruzione dei delitti di corruzione, si segnala per il rigoroso rispetto dei principi penalistici fondamentali di diritto sostanziale e processuale, in particolar modo della presunzione di non colpevolezza, con la continua riaffermazione dello standard probatorio dell’“al di là di ogni ragionevole dubbio” nell’accertamento della responsabilità penale dell’imputato.
Ciò poteva apparire particolarmente complesso a fronte di una realtà fattuale in cui gli stessi giudici riscontrano l’esistenza di un vero e proprio sistema (il Sistema Sesto) di relazioni opache tra amministrazione e privati, «luogo di incontro tra gli interessi di imprenditori spregiudicati, pronti ad oliare gli ingranaggi della pubblica amministrazione sestese per realizzare speculazioni immobiliari milionarie sulle aree industriali dismesse più vaste d’Europa, le esigenze della politica […] e gli appetiti voraci di amministratori e dipendenti pubblici, che videro negli interventi edilizi realizzabili su quelle aree un’irripetibile occasione di illecito arricchimento».
Eppure, nel provvedimento in esame sono tenuti rigorosamente distinti i piani dell’etica pubblica, fonte di responsabilità politica, e del diritto penale, da cui possono scaturire sanzioni che, in quanto incidenti sui beni primari della persona, devono essere presidiate dal rigido rispetto delle garanzie sostanziali e processuali previste dalla Costituzione e dalla legge[4].
Dottore di ricerca in diritto penale - Università degli Studi di Napoli "Federico II"
[1] Criterio da ultimo ribadito nella sentenza Cass. pen., Sez. Un., 24.10.2013 (dep. 14.3.2014), n. 12228, inCass. pen., 2014, 1992.
[2]Cass. pen., sez. VI, 8 novembre 1996, n. 10851, in Cass. pen., 1998, 71; nello stesso senso, v. ancheCass. pen., sez. I, 27 ottobre 2003, n. 4177, inCass. pen., 2005, 2, 449; Cass. pen., sez. VI, 25 settembre 2013, n. 41898, in Diritto e Giustiziaonline, 11 ottobre 2013;Cass. pen., sez. VI, 4 febbraio 2014, n. 23354, rv. 260533. Sul tema della corruzione in relazione ad un atto discrezionale, per un’approfondita analisi anche di taglio comparatistico A. Spena, Il «turpe mercato». Teoria e riforma dei delitti di corruzione pubblica, Milano, 2003, 286 ss.; in argomento v. anche G. Balbi, I delitti di corruzione. Un’indagine strutturale e sistematica, Napoli, 2003, 100; A. Pagliaro, Corruzione per il compimento di atto discrezionale, in Il processo Lockheed, Supplemento a Giur.cost., 1979, 443 ss., 445.
[3] Si veda, in senso critico rispetto a tale lacuna normativa, M. Gallo, Corruzione e concussione: deserti della simonia, in Critica del diritto, 2007, 8 ss.
[4] In argomento v., da ultimo, M. Donini, Il diritto penale come etica pubblica. Considerazioni sul politico quale tipo d’autore, Modena, 2014, passim.
trib_monza_sent._10_dic_2015.pdf

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