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Timestamp: 2018-12-10 22:42:17+00:00

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Uber, il Tribunale di Londra: sì a ferie e salario minimo per gli autisti - Corriere Innovazione Corriere della Sera
Milano, 12 novembre 2017 - 15:15
La sentenza è importante soprattutto perché riconosce agli autisti lo status di lavoratori, pur non attribuendo loro la qualifica di dipendenti della società
Professionisti con diritto a salario minimo e ferie. E non più semplici lavoratori a chiamata. C’è una nuova puntata nella lotta tra gli autisti di Uber e il colosso valutato 50 miliardi dollari. La società di San Francisco è stata condannata in appello dal Tribunale per il Lavoro di Londra a riconoscere agli autisti ferie, minimo salariale e straordinari. La sentenza è importante soprattutto perché riconosce agli autisti lo status di lavoratori, pur non attribuendo loro la qualifica di dipendenti della società. Uber ha ribattuto che la sentenza si basa su elementi impropri. Sullo sfondo la pronuncia della Corte di Giustizia europea, che starebbe valutando il riconoscimento di Uber come società di trasporto, scavalcando la definizione di semplice piattaforma che la società ha sempre difeso in tribunale.
La prima sentenza a favore dei lavoratori di Uber era arrivata dodici mesi fa, quando il Tribunale di Londra aveva accolto in prima istanza il ricorso dei sindacati mobilitati da due autisti. Per evitare di discutere la questione in tribunale, lo scorso anno la società di San Francisco aveva provato a risolvere la questione proponendo due diversi accordi agli autisti. Nel primo aveva accettato di versare 100 milioni di dollari a favore delle migliaia di lavoratori, puntando ad evitare di assumerli in blocco. Nel secondo Uber aveva firmato un accordo di rappresentanza con il sindacato International Association of Machinists (IAM), per affrontare il tema della concessione di benefit e diritti. Entrambi gli accordi non vincolavano gli autisti a rivolgersi alle corti competenti, così oggi è arrivata la sentenza d’appello del Tribunale del Lavoro di Londra. Questo nonostante uno studio abbia dimostrato come gli autisti Uber registrino anche guadagni superiori alla media.
La sentenza del giudice londinese Jennifer Eady potrebbe avere un impatto non irrilevante sui 50 mila autisti Uber del Regno Unito, e in prospettiva sui 450 mila lavoratori che operano ad esempio in Europa, Medio Oriente e Africa. «Anche se non è stata riconosciuta la piena subordinazione dei lavoratori, il tribunale ha rigettato la tesi di Uber per cui gli autisti gestiscano piccoli business autonomi: da qui la qualifica di lavoratori e l’accesso a importanti protezioni. La sentenza avrà ripercussioni importanti non solo nel Regno Unito, ma anche in altri Paesi dove sono in corso cause sulla riqualificazione dei lavoratori delle piattaforme», spiega al Corriere della Sera Valerio De Stefano, già docente di diritto del lavoro all’Università Bocconi di Milano, oggi in cattedra all’università belga di Lovanio. La società ha già annunciato che presenterà un’ulteriore istanza di ricorso. In attesa della prossima puntata della querelle tra Uber e gli autisti.
12 novembre 2017 | 15:15

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