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Timestamp: 2020-05-26 07:59:30+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 27944 del 30/10/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27944 del 30/10/2019
Cassazione civile sez. I, 30/10/2019, (ud. 11/07/2019, dep. 30/10/2019), n.27944
sul ricorso 28551/2018 proposto da:
C.B., elettivamente domiciliato in Roma Via Germanico 172
presso lo studio dell’avvocato Panici Pier Luigi che lo rappresenta
e difende unitamente all’avvocato Lombardi Baiardini Anna, giusta
Commissione Territoriale Riconoscimento Protezione Internazionale di
Firenze Perugia, Ministero Dell’interno;
Portoghesi 12 Avvocatura Generale Dello Stato, che lo rappresenta e
avverso la sentenza n. 236/2018 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,
depositata il 31/03/2018;
1. Con ricorso al Tribunale di Perugia, C.B. chiedeva il riconoscimento della protezione internazionale, denegata al medesimo dalla competente Commissione territoriale. Con ordinanza del 31 agosto 2017, l’adito Tribunale rigettava il ricorso.
2. Avverso la decisione di primo grado proponeva appello lo straniero, che veniva, a sua volta, disatteso dalla Corte d’appello di Perugia, con sentenza n. 236/2018, depositata il 31 marzo 2018. La Corte territoriale escludeva la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento allo straniero dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria, reputando del tutto generiche, e comunque attinenti ad una vicenda privata, le dichiarazioni del richiedente, circa le ragioni che lo avevano indotto ad abbandonare il suo Paese, ritenendo non sussistente, nella zona di provenienza del richiedente, una situazione di violenza indiscriminata, derivante da conflitto armato interno o internazionale, e rilevando che non erano state allegate dal medesimo specifiche ragioni di vulnerabilità, ai fini della protezione umanitaria.
3. Per la cassazione di tale provvedimento ha, quindi, proposto ricorso C.B. nei confronti del Ministero dell’interno, affidato a tre motivi. Il resistente ha replicato con controricorso.
1. Con il primo motivo di ricorso, C.B. denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2-8 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8,25 e 32, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
1.1. Il ricorrente censura l’impugnata sentenza, nella parte in cui la Corte d’appello – senza operare alcun accertamento d’ufficio, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 – non aveva concesso al medesimo lo status di rifugiato, sebbene le vessazioni subite da parte del padre – che voleva costringerlo, contro la sua volontà, a frequentare la scuola coranica – avessero inciso su diritti fondamentali dell’istante, quale il diritto alla fede religiosa.
1.2.1. Requisito essenziale per il riconoscimento dello “status” di rifugiato è, difatti, il fondato timore di persecuzione “personale e diretta” nel Paese d’origine del richiedente, a causa della razza, della religione, della nazionalità, dell’appartenenza ad un gruppo sociale ovvero per le opinioni politiche professate. Il relativo onere probatorio – che riceve un’attenuazione in funzione dell’intensità della persecuzione – incombe sull’istante, per il quale è tuttavia sufficiente dimostrare, anche in via indiziaria, la credibilità dei fatti allegati, i quali, peraltro, devono avere carattere di precisione, gravità e concordanza (Cass., 11/07/2016, n. 14157). Ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato, la situazione socio-politica o normativa del Paese di provenienza è rilevante, pertanto, solo se correlata alla specifica posizione del richiedente e più specificamente al suo fondato timore di una persecuzione personale e diretta, per l’appartenenza ad un’etnia, associazione, credo politico o religioso, ovvero in ragione delle proprie tendenze e stili di vita, e quindi alla sua personale esposizione al rischio di specifiche misure sanzionatorie a carico della sua integrità psico-fisica. Il relativo accertamento integra un apprezzamento di fatto, riservato al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità nei limiti di cui al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass., 21/11/2018, n. 30105).
1.2.2. Nel caso di specie, la Corte territoriale ha accertato, in fatto, che le dichiarazioni del richiedente – oltre che del tutto generiche e, quindi, poco attendibili – avevano ad oggetto una vicenda personale, sviluppatasi in ambito familiare, alla quale era, pertanto, estraneo il concetto di “persecuzione”, nel senso suindicato. A fronte di tale logica e corretta statuizione di appello, la censura è stata inammissibilmente dedotta come violazione di legge, fondata in particolare su di un obbligo di cooperazione istruttoria, escluso in radice per effetto della non credibilità delle dichiarazioni rese dallo straniero e dalla natura stessa dei fatti allegati.
1.3. Il mezzo deve essere, pertanto, rigettato.
2. Con il secondo motivo di ricorso, C.B. denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2-8, art. 14, lett. b) e c) e D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8,25 e 32, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
2.1. Si duole l’istante del fatto che la Corte d’appello non abbia riconosciuto al medesimo – senza effettuare alcun accertamento officioso, del D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 8 – la protezione sussidiaria, ai sensi dell’art. 14, lett. b) e c), nonostante il pericolo del ricorrente di essere sottoposto a trattamenti inumani o degradanti, da parte del padre e della comunità, e benchè il Paese d’origine sia tutt’ora caratterizzato da una situazione di grave violazione dei diritti umani.
2.2. Il motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile.
2.2.1. Per quanto concerne la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b), è evidente che la concessione di tale misura di protezione è condizionata dall’attendibilità dei fatti narrati dal richiedente, nella specie esclusa dal giudice di merito. Inoltre, è ben vero che il diritto alla protezione sussidiaria non può essere escluso dalla circostanza che a provocare il danno grave per il cittadino straniero siano soggetti privati qualora nel Paese d’origine non vi sia un’autorità statale in grado di fornirgli adeguata ed effettiva tutela, con conseguente dovere del giudice di effettuare una verifica officiosa sull’attuale situazione di quel Paese e, quindi, sull’eventuale inutilità di una richiesta di protezione alle autorità locali (Cass., 20/07/2015, n. 15192; Cass., 03/07/2017, n. 16356; Cass., 09/10/2017, n. 23604). E tuttavia, è evidente che sussistendo, anche in subiecta materia, un onere di allegazione della parte istante, quest’ultima avrebbe dovuto quanto meno allegare di non essere riuscita – e per quali ragioni – ad ottenere protezione dalle autorità statuali, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, lett. c). Niente di tutto questo risulta, per contro, nè dalla sentenza impugnata, nè dal ricorso.
2.2.2. Per quanto concerne, poi, la protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), va ribadito che la proposizione del ricorso al tribunale nella materia della protezione internazionale dello straniero non si sottrae all’applicazione del principio di allegazione dei fatti posti a sostegno della domanda, sicchè il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio (Cass., 28/09/2015, n. 19197). Pertanto, soltanto quando il cittadino straniero che richieda il riconoscimento della protezione internazionale, abbia adempiuto all’onere di allegare i fatti costitutivi del suo diritto, sorge il potere-dovere del giudice di accertare anche d’ufficio se, ed in quali limiti, nel Paese straniero di origine dell’istante si registrino fenomeni di violenza indiscriminata, in situazioni di conflitto armato interno o internazionale, che espongano i civili a minaccia grave e individuale alla vita o alla persona, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2017, art. 14, lett. c), (Cass., 28/06/2018, n. 17069; Cass., 31/01/2019, n. 3016). Da tali affermazioni di principio deriva che il ricorrente deve, quanto meno, allegare in giudizio “la violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, con riferimento al Paese di provenienza, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), fatto costitutivo di tale particolare ipotesi di protezione sussidiaria (Cass. n. 3016/2019).
2.2.3. Nel caso concreto, la Corte d’appello ha, viceversa, accertato che lo straniero si era limitato ad allegare una presunta situazione di vessazioni in ambito familiare, del tutto estranea alla forma di protezione in esame, e la censura contiene, in parte deduzioni in diritto errate, per le ragioni suesposte, ed in parte una sostanziale richiesta di rivisitazione del merito, inammissibile in questa sede (Cass., 04/04/2017, n. 8758).
2.3. Il motivo deve essere, di conseguenza, disatteso.
3. Con il terzo motivo di ricorso, C.B. denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2-8, art. 14, lett. b) e c), D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8, 25 e 32 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
3.1. Lamenta l’istante che la Corte d’appello non abbia inteso concedere al medesimo neppure la misura del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, nonostante nei fatti allegati fossero ravvisabili evidenti ragioni di vulnerabilità, stante la sostanziale perdita do una famiglia subita, per le dedotte ragioni di contrasto religioso, e le vessazioni subite fin dall’infanzia.
3.2.1. La Corte territoriale ha sostanzialmente motivato il diniego di protezione umanitaria, in considerazione dell’accertata non credibilità della narrazione dei fatti operata dal richiedente, oltre che per la natura delle dichiarazioni rese (cfr. Cass., 23/02/2018, n. 4455). Nè il ricorrente – al di là di generiche dissertazioni relative ai principi giuridici in materia, ed alla riproposizione di temi di indagine già sottoposti al giudice di merito – ha dedotto di avere allegato, nel giudizio di primo e secondo grado, ulteriori, specifiche, situazioni di vulnerabilità.
4. Per tutte le ragioni esposte, il ricorso deve essere, pertanto, rigettato, con condanna del ricorrente alle spese del presente giudizio. Essendo stata la parte ammessa al gratuito patrocinio non si applica del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.
Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente, in favore del controricorrente, alle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 2.100,00, oltre alle spese prenotate a debito.

References: Sentenza 
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 art. 8
 art. 14
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 art. 14
 art. 5
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 art. 13