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Luciano Lanza | 12 dicembre 1969 Piazza Fontana Strage di Stato
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Recensioni al libro “Il segreto di piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli
Libertaria anno 11 n 3 2009 La strage e il suo doppio di Enrico Maltini
12 giugno 2009 IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA approfondimento bibliografico di Aldo Giannuli
10 febbraio 2010 Osservatorio democratico Cucchiarelli replica attraverso Facebook alla nostra nota Gli rispondiamo punto per punto Saverio Ferrari
A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009 Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo di Luciano Lanza
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Tag:Bombe e segreti, Luciano Lanza, Umanità Nova 15 marzo 2009
Pubblicato su Uncategorized | Commenti disabilitati su Umanità Nova 15 marzo 2009 Bombe e segreti. intervista a Luciano Lanza. di A.S.
Tutti in piazza a manifestare contro la sentenza. Tutti a manifestare contro la strage di stato. La sentenza dei giudici di Catanzaro che ha assolto tutti gli imputati per insufficienza di prove ha risvegliato molte coscienze sopite, ha riattivato la volontà di molti e così Milano (come altre città) ha vissuto, per alcune ore, in un clima politico che sembrava irrimediabilmente sepolto.
La sentenza, solo apparentemente assurda, ha prodotto una reazione emotiva di vaste proporzioni: molti hanno capito che se continua il disinteresse, la fuga nel più inconcludente privato, lo svacco, il potere si sente legittimato a compiere le operazioni più ardite e sfrontate. E la reazione c’è stata e questo è un bene. Meglio tardi che mai. Il fatto poco confortante è che la gente si è mossa a cose fatte. Viene in mente, per analogia, la manifestazione fatta a Madrid dopo che il golpe militare era fallito. Invece prima della sentenza ci siamo mossi solo noi anarchici con il nostro itinerante “processo allo stato”.
I giornali che oggi dedicano pagine e pagine alla sentenza, alle reazioni del mondo politico, alle reazioni della gente, prima hanno vergognosamente taciuto. Il silenzio dei mezzi di informazione e delle forze politiche non è stato casuale. C’era la volontà politica di arrivare ad una sentenza insignificante, una sentenza che annullasse le potenzialità sovversive di questo “scomodo caso”. Con questa sentenza che manda tutti assolti per il reato di strage, lo stato ha reciso, a livello ufficiale, tutti i legami che univano gli esecutori fascisti ai mandanti, cioè i vertici delle principali istituzioni dello stato. Ma il modo furbesco con cui si è voluto seppellire per sempre la verità sulla strage di piazza Fontana ha innescato un’imprevista (dal potere) reazione di disgusto. Molti hanno percepito il disprezzo che il potere mostra per i suoi sudditi. E allora, per non perdere completamente la faccia, ecco la sfilata dei politici, dei commentatori e di tutte le puttane del potere esprimere il loro sdegno, lanciare accuse, chiedere giustizia. Ci mancava solo che anche Andreotti, Rumor e Tanassi esprimessero la loro indignazione per completare l’idilliaco quadretto.
D’altro canto che cosa ci si aspettava? Qualcuno poteva seriamente pensare che il potere condannasse se stesso o quantomeno lasciasse aperto lo spiraglio del dubbio? Non si può essere così ingenui. In assenza di una forte pressione popolare il potere ha le mani ancora più libere e si comporta secondo la sua logica. Infatti, come accennavo prima, questa sentenza è solo apparentemente assurda o meglio viene definita assurda solo da coloro che non vogliono capire e che quindi devono mostrare un disappunto tutto ad uso della platea. Non è assurda perché tutta la vicenda giudiziaria legata alla strage fino al suo attuale epilogo riflette il declino delle forze antiistituzionali ed il contemporaneo rafforzamento del potere. Come, non a caso, si è ripetuto più volte che quella strage era un episodio emblematico della criminalità del potere, così questa sentenza è lo specchio dell’irrilevanza dell’attuale movimento rivoluzionario. Irrilevanza così marcata che già cominciano le prime avvisaglie di una gestione statalizzante anche del malcontento prodotto dalla sentenza. Umberto Eco, sulle pagine di “La Repubblica” anticipa i percorsi dell’ideologia progressista. Eco attua un’intelligente operazione: non nasconde quello che non si può più nascondere ma inquadra il tutto in una dimensione che ne stravolge completamente il senso: la strage di piazza Fontana è stata “Una strage di Stato contro lo Stato“. Sembra una barzelletta, ma non lo è, anzi è il segno di come la cultura dello stato sia ogni giorno di più agguerrita. Il senso della campagna ideologica statalizzante è descritto molto esplicitamente da Eco: “Ora, se non siamo brigatisti rossi, questo Stato siamo anche noi. E la strage di piazza Fontana, organizzata per imporre un’idea o una pratica distorta di Stato, deve essere definita una strage voluta da chi criminalmente ha amministrato, semmai, organi dello Stato, ma è una strage contro il nostro Stato.
È forse giunto il momento di togliere ai criminali, a qualsiasi livello abbiano agito, questa copertura verbale che, mentre li accusa, in un certo senso li degnifica. Piazza Fontana è stata contro lo Stato (almeno quello della Costituzione democratica) voluta dai nemici dello Stato, e la sentenza che ci indigna gioca oggettivamente, al di là dei patetici drammi del collegio giudicante, contro lo Stato, e lo Stato siamo noi che per dieci anni, attraverso gli organi di opinione, le associazioni politiche, le dimostrazioni di piazza abbiamo chiesto una qualche verità“.
Un pezzo da manuale che è giusto non lasciar passare inosservato. In esso c’è compendiata la strategia della sinistra ufficiale italiana. Parole chiarissime che cogliendo il riaffiorante discredito delle istituzioni statali pongono già le premesse per una riacquisizione del consenso. Gli elementi del discorso di Eco sono scelti con attenzione puntando sull’emotività con apparenti formule razionali. Se non siamo brigatisti – affermazione che la stragrande maggioranza sottoscrive con immediatezza – allora noi siamo lo stato. I politici che hanno voluto la strage sono un falso stato, anzi sono i nemici dello stato, il vero stato siamo noi, quindi le bombe le hanno messe contro di noi che volevamo il vero stato della costituzione democratica. La sentenza così insultante della ragione non è dettata dalla “ragion di stato”, ma è contro di noi che siamo il vero stato che vuole la verità.
La tesi è ben costruita, ma per nostra fortuna non è affatto sicuro che sia anche convincente. Anzi proprio la sollecitudine degli intellettuali del potere nel voler esorcizzare una nuova ventata antistatale è motivo di conforto. Il discredito verso lo stato che serpeggiava tra i giovanissimi scesi in piazza ieri è un segno da non sottovalutare, anzi sta ad indicare che noi, veri nemici dello stato, militanti dell’antistato, abbiamo ancora molte carte da giocare nonostante l’invadenza oppressiva dello stato e del contro-stato delle Brigate Rosse.
Tag:A rivista anarchica n91 Aprile 1981, La sentenza dei giudici di Catanzaro, Lo stato assolve se stesso, Luciano Lanza
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Giorno dopo giorno. Blitz dopo blitz. I giornali come bollettini di guerra riportano i “successi” dell’armata Dalla Chiesa. I commentatori si domandano con enfasi retorica se per la lotta armata sia suonato “l’ultimo round”, per poi formulare compiaciuti dubbi “molte battaglie vinte, ma la guerra continua…”, che suonano come implicito invito a Dalla Chiesa di continuare la sua “guerra santa” contro gli “infedeli”.
Anche se non vinte, le organizzazioni armate hanno subito grosse sconfitte che rendono incerta o perlomeno critica la loro azione futura. Certo gli attentati, le azioni clamorose continuano, ma continua, anche, incessante, l’avanzata dell’armata Dalla Chiesa. Quest’ultimo elemento è evidentemente quello che deve preoccuparci. Infatti la sconfitta del partito armato (anche se non totale e tutt’altro che definitiva) ad opera di un organismo di repressione statale segna anche una grossa sconfitta del movimento rivoluzionario. Sì, sconfitta, perché l’azione militare dello Stato e non l’iniziativa politica dei rivoluzionari ha messo in crisi la strategia lottarmatista. Un grosso handicap che, volenti o nolenti, ci porteremo dietro per diversi (speriamo non troppi) anni.
La partita si sta giocando solo ed esclusivamente sul piano militare, un livello che, in questo contesto sociale, distorce, ostacola, interdice, frena, in definitiva nega l’esplicarsi delle lotte sociali. Apparentemente questa posizione è simile alle dichiarazioni, sempre più categoriche, rilasciate dai santoni della nuova sinistra legalitaria. Taluni privilegiano il movimento, altri la classe operaia, tutti, però, concordano nel ritenere vitale l’azione di un attore sociale diverso da quello rappresentato da Dalla Chiesa. Il motivo è ovvio. Nella dinamica impressa alla società dall’elemento lotta armata chi lo eliminerà dal contesto guadagnerà sicure posizioni di forza. Un gioco perverso, si potrà dire, ma purtroppo queste sembrano essere le regole del gioco. E le “carte migliori” sembrano essere in mano allo stato.
Il dato, in un certo senso comico, è che noi stiamo giocando (come al solito e non potrebbe avvenire diversamente) con carte di un altro mazzo e per di più abbiamo in mano solo una coppia di sette. Tralasciando gli esempi figurati, utili solo se usati in piccola dose, rimane il fatto che non possiamo non dissentire perentoriamente dalle soluzioni proposte dai neoriformisti perché queste in ultima analisi, vogliono costruire un quadro sociale regolato da una nuova legalità che, allargandosi oltre i tradizionali confini, dovrebbe includere quale componente “ufficiale” della dialettica del sistema anche il movimento rivoluzionario. La negazione della nostra azione tutta permeata dalla lotta contro le istituzioni.
Il dilemma sembrerebbe irresolubile perché l’intensità della nostra azione risiede nella volontà cosciente degli sfruttati di porsi contro la storia. Una storia contrassegnata dal riprodursi di nuove forme dell’oppressione e dello sfruttamento. Purtroppo quella volontà cosciente è oggi molto, molto assopita e illudersi che non sia vero è ancora più pericoloso. Gli stessi lottarmatisti (pur in un’altra ottica e con altri intendimenti) stanno constatando l’illusorietà di una strategia che “innalzando il livello di scontro” potesse attivare un processo rivoluzionario in tempi brevi. Il dramma sta tutto qui: nessuno possiede la chiave per aprire le porte della rivoluzione.
In determinati momenti si produce nel corpo sociale una “tensione collettiva” che porta consistenti strati della popolazione a lottare. Se sussistono anche condizioni oggettivamente favorevoli questa tensione può sfociare in un evento rivoluzionario, in caso contrario la tensione decresce, rifluisce e tutto torna a stagnare. Questo fenomeno, storicamente osservabile, è dato da cause psico-sociali difficilmente analizzabili e in cui gioca, forse, anche la casualità. Questo non sta a significare che dobbiamo attendere immobili la nuova ondata di tensione collettiva. Tutt’altro. Senza i tanti messaggi, stimoli, impulsi, “provocazioni”, spinte (solo apparentemente inutili) che innerviamo nel corpo sociale forse la nuova tensione potrebbe non prodursi più o prodursi priva di progettualità.
Ora molti sono convinti, soprattutto i lottarmatisti ma non solo loro, che la violenza sia la chiave che apre le porte della rivoluzione. La violenza viene vista quindi come la grande levatrice che dal ventre malato della vecchia società trae il mondo nuovo. Tutta la cultura rivoluzionaria è tributaria di questa visione apocalittica. E se molto probabilmente la violenza sarà un fatto necessario, bisogna riconoscere che essa è anche elemento strutturalmente legato alla presenza del potere: la violenza di chi ha il potere e lo difende ad ogni costo. E la violenza di chi reagisce alla violenza del potere per difesa o per imitazione. Per imitazione… ecco la grande trappola del potere che si riproduce assimilando a sè le rivolte che genera. Che cosa sono, infatti, i proclami, le sentenze, i tribunali, le azioni militari e strutture militari del cosiddetto partito armato se non tragica imitazione dell’esercito, della magistratura, della polizia, dunque imitazione della violenza di stato? Imitazione tragica perché nasce anche da una giusta reazione alla violenza della classe dominante e dei suoi apparati, da un giusto rifiuto delle regole truccate del gioco politico. Nasce dal rifiuto delle superficiali regole del gioco democratico, ma accetta le leggi più profonde del potere. E il guerrigliero rosso diventa così anch’egli attore di uno spettacolo che giustifica il potere e la sua violenza.
Il termine spettacolo non è improprio. I guerriglieri rossi hanno compreso molto bene i processi di formazione dell’immaginario collettivo oggi tutto giocato sui mass-media come rappresentazione della realtà. L’escalation della violenza sta lì a dimostrare una rincorsa del fatto clamoroso che costringa i mass-media a diffondere le azioni del partito armato, a tenere viva l’attenzione favorendo così la trasmissione di immagini che sortiscono effetti contrapposti: per i più il rifiuto, ma per alcuni un’irrazionale tensione. Sì, la lotta armata esercita (o meglio, fino a ieri ha esercitato) un “fascino discreto” sui trentenni delusi e sui giovanissimi maturati in un ambito politico asfittico, polarizzato, dove lo scontro politico è lo scontro senza più alcuna aggettivazione. Un ambito dove si sta perdendo il senso dei valori alternativi, dell’etica rivoluzionaria: una componente che fa assumere dignità al nostro agire.
Tutto sembra immergersi sempre più in una logica dello scontro, dove prevale la legge del più forte. Chi vince ha ragione perché la sua superiorità fisica gli fa assumere una dimensione soprannaturale. Se questa è la logica si potrebbe tentare un’analogia tra la confessione dell’eretico davanti all’Inquisizione e quella del “brigatista pentito” davanti allo stato. Nel primo caso l’eretico si pente e confessa i suoi peccati perché riconosce all’Inquisizione una forza infinitamente superiore alla sua, quindi una forza soprannaturale che solo Dio può dare. Nel secondo caso il brigatista si confessa e vende i suoi ex-compagni perché riconosce che lo “stato imperialista delle multinazionali” è più forte di lui, quindi è lo stato che ha capito i percorsi della storia, quindi è soprannaturale. Ma l’analogia a questo punto tende a dilatarsi. Lo stato moderno occidentale acquista una dimensione teocratica: “per salvarti devi confessare. Io Stato possiedo la forza, quindi detengo la verità. Solo se tu riconoscerai i tuoi errori potrò (proprio perché forte) essere magnanimo e darti la salvezza”. Si sente aleggiare l’acre odore del potere feudale. Anche la nostra Italietta dei Sindona e dei Caltagirone ha forse smesso gli abiti di Pulcinella per ammantarsi di quelli del feudalesimo rosso tanto di moda a Mosca?
Brutta, bruttissima situazione dalla quale sembra difficile uscire. Ma è proprio nei momenti difficili che i veri rivoluzionari devono saper sviluppare al massimo grado la loro capacità propositiva, non ripiegando su un comodo neoriformismo né su un fanatico lottarmatismo, per costruire con tenacia, giorno dopo giorno, l’alternativa libertaria. Purtroppo non esistono scorciatoie per la rivoluzione.
Tag:A rivista anarchica n84 Giugno Luglio 1980, generale Dalla Chiesa, Giorno dopo giorno, Luciano Lanza, repressione
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Potrà sembrare enfatico: con gli arresti del 7 aprile, del 21 dicembre e del 24 gennaio si chiude un ciclo storico. Certo prendere delle date come momento conclusivo di un processo storico-sociale è quasi sempre arbitrario, ma la storia è fatta anche di date. L’impero romano era già caduto quando nel 476 i barbari deposero Romolo Augustolo, comunque è a quell’atto formale che noi facciamo riferimento per contrassegnare la fine di un periodo storico.
Così oggi il generale Dalla Chiesa, novello Odoacre, con i suoi blitz chiude formalmente un’epoca: la rivolta nata nel ’68, e anche in questo caso la progettualità, la rivolta, gli ideali del ’68 sono già morti, o sopravvivono solo in piccole sette messianiche. Il parallelo storico è, beninteso, più impressionistico che reale, ma sicuramente fonte di riflessione. Se oggi la polizia viene rafforzata, ha la licenza di arrestare, di sparare, con assoluta impunità, se le misure restrittive vengono approvate con tanta tracotanza, non è forse perché il potere può godere in qualche misura di un consistente consenso?
Tutto questo è ancora più drammatico se pensiamo che poco più di dieci anni fa persino i sindacati erano costretti a chiedere il disarmo della polizia e a spingersi su lotte sempre più avanzate. Questi, e molti altri ancora, sono segni evidenti che il contesto sociale e politico è cambiato radicalmente di qualità.
Lo sfacelo della sinistra rivoluzionaria viene ratificato non solo dall’azione giudiziaria dei magistrati filo-P.C.I., quanto dall’incapacità del movimento a rispondere adeguatamente, contrattaccando il potere, mettendone in rilievo la sua criminalità istituzionale. Le cause di questa disgregazione sono molteplici, è ovvio, però un agente di accelerazione (ma in parte anche di creazione) del fenomeno è sicuramente la lotta armata. Questa ha prodotto una divaricazione del movimento: solo un’esigua minoranza ha abbracciato la logica clandestina lottarmatista, mentre la stragrande maggioranza è ripiegata su posizione neoriformiste o è piombata in un inconcludente “privato” che va dal “misticismo orientale” al “rock del sabato sera”.
Di fronte a questa situazione desolante, a questa mancanza di intervento sociale, si sviluppa l’azione sempre più marcata del potere giudiziario poliziesco a cui il potere politico ha delegato la soluzione delle sue crisi oggi sempre più simili a congiure di palazzo.
Per giudicare la validità di una teoria – è pratica scientifica corrente – si deve valutare se questa, una volta messa in pratica, ha prodotto gli effetti supposti. La strategia della lotta armata prevedeva di costringere il potere a restringere, o ad annullare, gli spazi democratici sulla spinta di azioni sempre più violente che elevassero i “livello di scontro”. Questa involuzione autoritaria avrebbe innescato la risposta violenta di ampi strati della classe lavoratrice e si sarebbe avuto l’evento rivoluzionario.
La realtà ha invece dimostrato che la strategia della lotta armata, oggi, in Italia, non porta ad un evento rivoluzionario, ma che l’involuzione autoritaria dello stato si muove su un elevato grado consenso. Ma ancora più sconfortante è constatare che, di fatto, il consenso ai valori dell’attuale società esiste anche tra i sedicenti rivoluzionari, altrimenti come spiegare il fiorire di delatori (Fioroni è solo il caso più clamoroso e il più mitomane), di accuse e di contro-accuse di denuncie pubbliche? Non si tratta solo di faide interne. Da tutto questo emerge una pratica comportamentale che riconosce allo stato il diritto di regolare i conflitti, di punire, di sorvegliare. L’atteggiamento garantistico di molti degli autonomi arrestati non è forse il riconoscimento di una potenziale imparzialità dello stato? Si può obiettare che la posizione di prigionieri giustifichi questa dissonanza tra idee professate (l’idealismo diffuso, ecc.) e condotta giudiziaria. Ma anche in questo caso se è comprensibile l’aspetto umano e individuale bisogna riconoscere che sotto il profilo politico il garantismo non si concilia affatto con i valori alternativi precedentemente propugnati. Da questo salto logico la strategia dell’area dell’autonomia esce perdente, riprova ne è la scarsa presa della campagna politica per la liberazione di Negri e compagni.
Arduo trarre delle considerazioni conclusive dall’analisi abbozzata. Il rischio di fare il solito fervorino di chiusura aleggia già nell’area. Però non è affatto sicuro che ci aspetti un tetro medioevo (riprendendo il parallelo storico di prima). La caduta dei miti, l’avanzata delle orde barbariche di Dalla Chiesa, la violenza dei guerriglieri del marx-leninismo non ha chiuso tutti gli spazi d’azione, anzi, paradossalmente, fanno riscoprire il valore delle tematiche libertarie. Il pessimismo della ragione, certo, ma anche l’ottimismo della volontà.
Tag:A rivista anarchica n80 Febbraio 1980, delatori, generale Dalla Chiesa, Il medioevo prossimo venturo, Luciano Lanza, repressione
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Tag:A rivista anarchica n64 Aprile 1978, Il Moro rapito..., Luciano Lanza, Pecchioli
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