Source: https://www.studiocataldi.it/articoli/23746-mantenimento-del-fallito-e-della-sua-famiglia.asp
Timestamp: 2018-11-15 16:22:42+00:00

Document:
Mantenimento del fallito e della sua famiglia
Il valore dei limiti stabiliti dal giudice delegato
di Giovanni Tringali - Da una parte la legge prevede che il fallito deve dichiarare l'esistenza di beni da comprendere nell'inventario, dall'altra dispone che ci sono beni che non sono compresi nel fallimento entro i limiti di quanto occorre per il suo mantenimento e quello della sua famiglia: tali limiti sono fissati con decreto motivato del giudice delegato che deve tener conto della condizione personale del fallito e della sua famiglia.
Considerato che il reato di cui all'art. 220 L.F. � doloso, occorre che tale dolo investa tali limiti e, di conseguenza, se il fallito non � consapevole di averli superati non pu� essere condannato.
Art. 220 L.F. - Denuncia di creditori inesistenti e altre inosservanze da parte del fallito
Art. 42 L.F. - Beni del fallito
1. La sentenza che dichiara il fallimento, priva dalla sua data il fallito dell'amministrazione e della disponibilit� dei suoi beni esistenti alla data di dichiarazione di fallimento.
2. Sono compresi nel fallimento anche i beni che pervengono al fallito durante il fallimento, dedotte le passivit� incontrate per l'acquisto e la conservazione dei beni medesimi.
3. Il curatore, previa autorizzazione del comitato dei creditori, pu� rinunciare ad acquisire i beni che pervengono al fallito durante la procedura fallimentare qualora i costi da sostenere per il loro acquisto e la loro conservazione risultino superiori al presumibile valore di realizzo dei beni stessi.
Art. 46 L.F. - Beni non compresi nel fallimento
2) gli assegni aventi carattere alimentare, gli stipendi, pensioni, salari e ci� che il fallito guadagna con la sua attivit� entro i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della famiglia;
3) i frutti derivanti dall'usufrutto legale sui beni dei figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale e i frutti di essi, salvo quanto � disposto dall'articolo 170 del codice civile;
4) soppresso;
� o il giudice delegato ha gi� stabilito tale limite (esempio 1.000 euro al mese);
� o il giudice delegato non ha ancora preso alcuna decisione.
A questo punto analizziamo il comportamento del fallito che omette di comunicare al Curatore fallimentare l'esistenza, in particolare, di assegni aventi carattere alimentare, stipendi, pensioni, salari e in genere ci� che guadagna con la sua attivit�, nelle seguenti ipotesi di scuola:
1) se il giudice ha stabilito il limite es. di 1.000 euro al mese e il fallito (a conoscenza di tale importo) ne guadagna 2.500, non vi � dubbio che egli si sia macchiato del delitto previsto dall'art. 220 L.F. nel caso in cui non abbia messo a disposizione del Curatore almeno 1.500 euro al mese che rappresentano la somma che va oltre quanto a lui necessario per vivere;
2) se il giudice ha stabilito il limite es. di 1.000 euro al mese e il fallito ne guadagna 800, non vi pu� essere reato perch� si tratta di un importo non sufficiente a mantenere se stesso e la sua famiglia (sotto il limite stabilito dal giudice delegato i beni non sono compresi nel fallimento). In teoria si potrebbe sostenere che il reato di cui all'art. 220 L.F. sussiste ugualmente, ritenendo il fallito responsabile per il sol fatto di aver omesso di comunicare l'esistenza di tali attivit�. Tale ipotesi non convince affatto perch� se si considera che il reato � doloso, occorre necessariamente che il fallito si sia rappresentato ed abbia voluto omettere la comunicazione di attivit� che superano la soglia � stabilita dal giudice delegato - di quanto occorre per il mantenimento suo e della sua famiglia. Non vi pu�, in altri termini, essere dolo perch� il fallito non pu� sapere con certezza il quantum di "quel limite", oltre il quale i beni devono essere messi a disposizione della procedura fallimentare.
3) se il giudice delegato non ha ancora preso alcuna decisione, � ovvio che nessuno pu� dire con certezza se si � in presenza di reato.
La Suprema Corte di Cassazione, Sez. Civile, con sentenza n. 6999/2015 ha stabilito il diritto del fallito di percepire e trattenere gli emolumenti necessari al mantenimento suo e della sua famiglia. Tale diritto sussiste prima ed indipendentemente dal decreto del giudice delegato che ne fissi la misura, onde esso ha natura dichiarativa ed efficacia retroattiva. Sul piano civile � il Curatore che ha l'onere di richiederne la preventiva emissione cos� da poter, poi, documentare in causa l'eventuale eccedenza di quanto pagato direttamente al fallito rispetto ai limiti fissati in tale decreto (nello stesso senso vgs. la sentenza della prima sezione civile della Cassazione n. 1724/2015).
Trasportando tale concetto a livello penale, si potrebbe dire che siamo in presenza di un delitto che prevede, come elemento costitutivo, una "soglia di punibilit� variabile" la quale va fissata caso per caso dal giudice delegato. Se aggiungiamo che il reato � doloso, ne consegue che il fallito a cui pervenga un salario, uno stipendio o comunque un'attivit� durante il fallimento, non commette il reato fintantoch� non � consapevole di aver superato il limite necessario al mantenimento suo e della sua famiglia.
Ebbene, nel caso in cui il giudice delegato non ha ancora stabilito tale limite, appare difficile sostenere che si sia in presenza di reato per il sol fatto che il fallito abbia omesso di comunicare al Curatore redditi da lui percepiti durante il fallimento. La norma fa riferimento "all'omessa dichiarazione" dell'esistenza di altri beni da comprendere nell'inventario e c'� da chiedersi se � penalmente rilevante la "menzogna" circa l'importo di tali beni.
Per intenderci, in assenza del decreto del giudice delegato che fissi il limite, poniamo il caso che il fallito - unico titolare di redditi nel nucleo familiare - abbia una moglie e due figli da mantenere e che riesca a trovare un lavoretto che gli consente di guadagnare 300 euro al mese. Attesa l'esiguit� della somma, che non � sicuramente sufficiente al mantenimento suo e della sua famiglia, il fallito decide di non informare il Curatore e trattenere per s� l'importo. E' punibile? Sembra ragionevole rispondere di no.
Ma, se lo stesso fallito trova un posto di lavoro eccellente che gli consente di guadagnare 4.000 euro al mese, le cose cambiano: certamente la sua omessa dichiarazione dell'esistenza di tali redditi da rimettere alla massa fallimentare ha un disvalore penale immediatamente percepibile anche dall'uomo qualunque. E' punibile? Sembra ragionevole rispondere di s�.
Cosa dimostrano questi esempi? Che il dolo deve investire gli elementi costitutivi del reato o detto in altri termini, il fallito deve avere la coscienza e la volont� di non mettere a disposizione della massa fallimentare beni che vanno oltre quanto a lui necessario per il mantenimento suo e della sua famiglia. Quindi, se il giudice delegato ha stabilito un limite di reddito necessario per il mantenimento del fallito e della sua famiglia ed egli ne � a conoscenza, il problema non si pone nel senso che egli sa perfettamente quanto deve mettere a disposizione della massa fallimentare. In tal caso, se omette di comunicare beni pervenutegli durante il fallimento ovvero dichiara al Curatore di percepire un reddito inferiore a quello reale, sar� punibile ai sensi dell'art. 220 L.F.
Viceversa, se il giudice delegato non ha ancora emanato il decreto che fissa il limite di quanto necessario per il mantenimento del fallito e della sua famiglia (ovvero tale decreto esiste ma il fallito non ne � a conoscenza, senza sua colpa) il fallito sar� punibile tutte le volte in cui risulti percepire redditi cos� elevati da non lasciare dubbio che sussista il dolo di voler nascondere tali attivit� al Curatore.
Ad integrare il delitto non � sufficiente che il fallito abbia utilizzati i proventi (non i ricavi ma i guadagni al netto dei costi) di una sua attivit� successiva al fallimento "senza aver chiesto od ottenuto un preventivo provvedimento dal giudice delegato" circa le somme che aveva il diritto di trattenere, in quanto la materialit� del fatto di bancarotta richiede la concreta sottrazione di somme superanti il limite massimo previsto dalla disciplina sul fallimento. In assenza di determinazione, da parte del giudice delegato, delle somme che il fallito � autorizzato a trattenere, dovr� essere il giudice penale ad effettuare, incidentalmente, la valutazione richiesta dall'art. 46 L.F., avendo mente alle esigenze del fallito e della sua famiglia. (Cass. Pen. n. 24493/2013 e sez. V, 13/12/1978).
Abbiamo introdotto il concetto di colpa non a caso, difatti il comma 2 dell'art. 220 L.F. esplicitamente dice che "se il fatto � avvenuto per colpa, si applica la reclusione fino ad un anno". Potrebbe essere il caso del fallito che si rende irreperibile e di conseguenza non viene a conoscenza del decreto del giudice delegato che stabilisce il limite di quanto occorre per il mantenimento suo e della famiglia. In tal caso, guadagnando una cifra che supera detto limite, egli avrebbe dovuto metterla a disposizione della Curatela. Non potr� giustificarsi adducendo di non sapere dell'esistenza di un limite stabilito dal giudice delegato perch� ci� � dipeso da sua colpa.
Per valutare il diritto con obiettivit� occorre prudenza. Gli operatori del diritto che devono applicare la legge dovrebbero esercitarsi nel mettersi, prima dalla parte del reo, e poi dalla parte degli inquirenti o giudicanti.
In assenza del decreto del giudice delegato che definisca i limiti di quanto occorre per il mantenimento del fallito e della famiglia, non si pu� avere la certezza di essere in presenza di reato sol perch� il fallito ha omesso di dichiarare l'esistenza di altri beni da comprendere nell'inventario.
Ci vuole buon senso ed equilibrio nel valutare la norma di cui all'art. 220 L.F. Occorre, anche, considerare le altre norme fallimentari per saggiare la coerenza di tale norma con il contesto giuridico in cui � inserita. Si pensi, ad esempio, all'art. 47 L.F. il quale dispone che il giudice delegato, nel caso in cui al fallito vengono a mancare i mezzi di sussistenza, pu� concedergli un sussidio.
Da questo punto di vista appare saggia la sentenza n. 6999/2015 (cfr. supra) che afferma il diritto del fallito di percepire e trattenere gli emolumenti necessari al mantenimento suo e della sua famiglia, prima ed indipendentemente dal decreto del giudice delegato.
(21/10/2016 - Giovanni Tringali) • Foto: 123rf.com

References: Art. 220

Art. 42
 sentenza 

Art. 46
 sentenza 
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