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Timestamp: 2020-08-06 18:13:27+00:00

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Assolto il datore di lavoro se risulta provata la condotta abnorme del lavoratore non avallata da scelte aziendali. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Assolto il datore di lavoro se risulta provata la condotta abnorme del lavoratore non avallata da scelte aziendali.
Si segnala ai lettori del blog la sentenza n.32507/2019 in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, con la quale la Suprema Corte è tornata a pronunciarsi sul profilo della causalità della colpa ritenendo, nel caso di specie, la condotta del lavoratore causa di interruzione della eziologia tra condotta omissiva ascritta al datore di lavoro e l’exitus fatale.
Nello specifico il Supremo Collegio ha annullato la sentenza impugnata rilevando che la morte del lavoratore fosse da imputare in via esclusiva all’uso improprio del mezzo da parte del medesimo, non risultando acquista al compendio probatorio la conoscenza di tale prassi aziendale da parte del suo datore di lavoro.
L’imputato veniva tratto a giudizio nella qualità di legale rappresentante della società alle cui dipendenze lavorava l’operatore ecologico deceduto per rispondere del reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme poste a presidio della sicurezza sul lavoro.
Secondo l’accusa il fatto era addebitabile al datore di lavoro per aver egli omesso di valutare i rischi relativi all’attività di raccolta di rifiuti e per non aver fornito a quest’ultimi un’adeguata formazione/informazione sulla sicurezza, creando così le condizioni di rischio per il decesso dell’operatore ecologico, che nello svolgere attività di raccolta dei rifiuti, ed in particolare nel rimontare sul veicolo per avvicinarsi alla successiva postazione, utilizzava erroneamente come postazione di lavoro la staffa ad U posizionata sul retro del mezzo VRR, invece della cabina, cadendo così fatalmente al suolo nel tentativo di risalire sulla staffa mentre il veicolo era in movimento.
Il giudicabile veniva ritenuto responsabile nel doppio grado di merito.
Avverso la sentenza della Corte di Appello di Napoli interponeva ricorso per cassazione l’imputato, lamentando violazione di legge e vizio motivazionale con plurimi motivi di impugnazione impingenti, per quanto qui di interesse, anche il tema della condotta abnorme del lavoratore dovuta all’uso improprio del mezzo e della correlativa interruzione del nesso causale con la morte del lavoratore.
Il Supremo Collegio ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata ritenuto assorbente l’accoglimento della censura di cui sopra.
Di seguito si riportano i passaggi estratti del compendio motivazionale della sentenza in commento di particolare interesse per gli operatori di diritto che si occupano della materia del diritto penale del lavoro.
(i) La condotta del datore di lavoro ed il principio della “causalità della colpa”.
“Occorre adesso dare risposta al quesito se la condotta imprudente del lavoratore sia tale da incidere sulla ravvisabilità della colpa. Ciò che si contesta alla ricorrente è, in sostanza, secondo quanto evidenziato nella motivazione della sentenza in esame, di avere, in qualità di datore di lavoro, omesso, nell’organizzazione dell’attività alla quale il soggetto passivo era addetto, di assicurare che i veicoli adibiti alla raccolta dei rifiuti venissero utilizzati dai dipendenti in maniera conforme alle prescrizioni e soprattutto di fornire loro un’adeguata formazione e informazione sui rischi connessi all’uso improprio e scorretto dei veicoli, anche con riferimento a condotte gravemente pericolose per la loro incolumità, come appunto quella oggetto del processo.
È stato infatti disatteso dai giudici di merito l’assunto difensivo secondo cui vi era stata comunque una sufficiente preparazione dei dipendenti al riguardo, così come l’indimostrato e non documentato asserto secondo cui dei corsi di formazione erano stati tenuti, sia pure con risultato nullo, per la mancata partecipazione dei lavoratori. Occorre però chiedersi, in questa sede, quale sia la rilevanza giuridica di tali addebiti.
E’, in primo luogo, necessario porsi il quesito inerente alla ravvisabilità della c.d. causalità della colpa in relazione all’addebito relativo all’omessa formazione e informazione dei lavoratori sui rischi connessi all’uso improprio e scorretto dei veicoli. Come è noto, infatti, nei reati colposi, l’indagine sull’esistenza del nesso di condizionamento deve affrontare un problema d’importanza focale: è infatti necessario accertare se la violazione della regola cautelare riscontrata abbia o meno cagionato l’evento.”
“L’intera struttura del reato colposo si fonda su questo specifico rapporto tra inosservanza della regola cautelare di condotta ed evento, che viene designato con l’espressione “causalità della colpa”. Questo concetto, come è noto, si fonda normativamente sul dettato dell’art. 43 cod. pen., a tenore del quale è necessario che l’evento si verifichi “a causa” di negligenza, imprudenza, imperizia ovvero “per” inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline. La formulazione della disposizione è senz’altro imprecisa, in quanto la violazione del dovere di diligenza, quale entità concettuale, non può essere considerata effettivamente causa dell’evento in senso fisico-materiale. La causa dell’evento è sempre la condotta materiale, la quale però, nei reati colposi, deve essere caratterizzata dalla violazione del dovere di diligenza.
Questo quindi il significato da attribuirsi alla norma in esame: nel richiedere che l’evento si verifichi “a causa ” di negligenza, imprudenza, imperizia o inosservanza di leggi e via dicendo, essa esige, ai fini del rimprovero a titolo di colpa, la materializzazione del profilo di colpa nell’evento concretamente verificatosi. La verifica se quella specifica violazione della regola cautelare abbia o meno cagionato l’evento (causalità della colpa), in sostanza, non è altro che un giudizio controfattuale compiuto in relazione alla violazione della regola di cautela.”
“E’ nota la nozione di giudizio controfattuale (“contro i fatti”). Esso consiste nell’operazione intellettuale mediante la quale, pensando assente una determinata condizione, ci si chiede se, nella situazione così mutata, si sarebbe verificata, oppure no, la medesima conseguenza. Esso costituisce pertanto il fondamento della teoria della causalità accolta dal nostro codice e cioè della teoria condizionalistica.
Il controfattuale è un periodo ipotetico dell’irrealtà. Nel suo antecedente si ipotizza la falsità di una certa proposizione che si sa essere vera, mentre nel suo conseguente si enuncia una implicazione della supposizione contenuta nell’antecedente. Come è stato chiarito dalle Sezioni unite, il giudizio controfattuale va compiuto sia nella causalità commissiva che in quella omissiva, ipotizzando nella prima che la condotta sia stata assente e nella seconda che sia stata invece presente e verificando il grado di probabilità che l’evento si producesse ugualmente (Sez. U., 10 luglio 2002, Franzese).”
(ii) La condotta del lavoratore quale causa di interruzione del nesso di causalità.
“Occorre adesso analizzare l’ulteriore addebito formulato nei confronti dell’imputata, che si sostanzia nell’aver omesso di vigilare affinché i veicoli adibiti alla raccolta dei rifiuti venissero utilizzati dai dipendenti in maniera conforme alle prescrizioni.
Al riguardo, occorre osservare come dalla motivazione della sentenza impugnata emerga che è stato accertato che, come si diceva poc’anzi, l’autista del mezzo, quale caposquadra preposto allo svolgimento del lavoro, aveva più volte ammonito i due operatori componenti la squadra affinché si astenessero dalla condotta rischiosa in esame, minacciandoli anche di una segnalazione ai superiori. Egli, però, dall’interno dell’automezzo, non era oggettivamente in condizione di accorgersi che omissis e omissis avevano disatteso le sue disposizioni, stante la verificata assenza di dispositivi che gli consentissero, al momento di ripartire, di vedere cosa stessero facendo i due operatori sul retro del veicolo. È stato altresì accertato che il rischio di caduta connesso ad un uso improprio del veicolo da parte dei dipendenti, sotto il profilo in esame, era contemplato nel Documento di valutazione dei rischi, acquisito agli atti. Dunque la ricorrente aveva proibito ai lavoratori di effettuare manovre come quella posta in essere dal omissis;aveva ordinato ai capisquadra di inibirne l’effettuazione; aveva previsto lo specifico rischio nel Documento di valutazione dei rischi. Occorre dunque chiedersi cos’altro avrebbe potuto fare la ricorrente per vigilare adeguatamente affinchè i veicoli adibiti alla raccolta dei rifiuti venissero utilizzati dai dipendenti in maniera conforme alle prescrizioni. Non può, infatti, al riguardo, essere trascurata la circostanza che l’attività, per sua natura, non si svolgeva in un unico ambiente o in più ambienti ben individuati, circoscritti e quindi, in modo più o meno agevole, controllabili e sorvegliabili ma si esplicava mediante una pluralità di veicoli destinati a circolare continuamente.”
“Dunque era impossibile una assidua sorveglianza di tutti i mezzi, momento per momento. Viene, in quest’ottica, in rilievo il c.d. principio di esigibilità. La colpa ha, infatti, un versante oggettivo, incentrato sulla condotta posta in essere in violazione di una norma cautelare, e un versante di natura più squisitamente soggettiva, connesso alla possibilità dell’agente di osservare la regola cautelare. Il rimprovero colposo riguarda infatti la realizzazione di un fatto di reato che poteva essere evitato mediante l’osservanza delle norme cautelari violate (Sez. U., n. 38343 del 24/04/2014, Espenhan). Il profilo soggettivo e personale della colpa viene generalmente individuato nella possibilità soggettiva dell’agente di rispettare la regola cautelare, ossia nella concreta possibilità di pretendere l’osservanza della regola stessa: in poche parole, nell’esigibilità del comportamento dovuto. Si tratta di un aspetto che può essere collocato nell’ambito della colpevolezza, in quanto esprime il rimprovero personale rivolto all’agente. Si tratta di un profilo della responsabilità colposa cui la riflessione giuridica più recente ha dedicato molta attenzione, nel tentativo di personalizzare il rimprovero dell’agente attraverso l’introduzione di una doppia misura del dovere di diligenza, che tenga conto non solo dell’oggettiva violazione di norme cautelari ma anche della concreta possibilità dell’agente di uniformarsi alla regola, valutando le sue specifiche qualità personali e la situazione di fatto in cui ha operato (Sez. 4, n. 12478 del 19-20.11.2015, P.G. in proc. Barberi ed altri, Rv.267811-267815, in motivazione; Sez. 4, 3-11-2016, Bordogna). Nel caso in esame, una diuturna sorveglianza sui mezzi, che espletavano la loro attività circolando ininterrottamente, era impossibile. L’unica soluzione era quella di delegare i capisquadra, presenti sul mezzo, alla vigilanza sull’osservanza delle disposizioni volte ad evitare manovre come quella posta in essere dall’omissis.”
“ Ciò fece la ricorrente, alla quale non è dunque addebitabile una culpa in vigilando, poiché non era esigibile dalla Romano l’adozione di misure ulteriori e più pregnanti. E’ vero, infatti, che il giudice a quo ha evidenziato che quella dell’aggrapparsi al mezzo, pur in assenza delle pedane, e perfino di slanciarsi verso lo stesso, aggrappandosi alla staffa per evitare di risalire ogni volta all’interno, era, secondo quanto emerso con chiarezza dall’istruttoria dibattimentale, una deprecabile prassi, ragion per cui tale pericolosa manovra non costituì frutto di un’estemporanea iniziativa da parte dell’omissis. Ma da ciò non può inferirsi che l’omissis fosse a conoscenza di tale prassi o l’avesse colpevolmente ignorata. Infatti, dalla circostanza che i capisquadra, in quanto presenti sui mezzi, non potessero non essere a conoscenza di tale prassi o addirittura l’avallassero, non può desumersi che essi ne avessero resa edotta la omissis. In giurisprudenza, si è, infatti, posto, di recente, in evidenza che il rapporto di dipendenza del personale di vigilanza dal datore di lavoro non costituisce di per sé prova nè della conoscenza né della conoscibilità, da parte di quest’ultimo, di prassi aziendali, più o meno ricorrenti, contrarie alle disposizioni in materia antinfortunistica. D’altronde, il datore di lavoro è certamente responsabile del mancato intervento finalizzato ad assicurare l’osservanza delle disposizioni in materia di sicurezza ma tale condotta omissiva non può essergli ascritta laddove non si abbia la certezza che egli fosse a conoscenza della prassi elusiva o che l’ avesse colposamente ignorata. Tale certezza può, in alcuni casi, inferirsi da considerazioni di natura logica, laddove, ad esempio, possa ritenersi che la prassi elusiva costituisca univocamente frutto di una scelta aziendale, finalizzata, in ipotesi, ad una maggiore produttività. Ma quando, come in questo caso, non vi siano elementi di carattere logico per dedurre la conoscenza o la conoscibilità di prassi aziendali incaute da parte del garante, è necessaria l’acquisizione di elementi probatori certi ed oggettivi che dimostrino tale conoscenza o conoscibilità. Diversamente opinando, si porrebbe in capo al datore di lavoro una inaccettabile responsabilità penale “di posizione”, tale da sconfinare nella responsabilità oggettiva ( Cass., Sez. 4, n. 20833 del 3-4-2019).
La norma incriminatrice: art. 589 cod. pen.
soggetto sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope.]
Cassazione penale sez. IV, 19/02/2013, n.10626:
Non può essere imposto al medico l’obbligo di pretendere l’effettiva verifica di quanto prescritto, non potendo al medesimo imporsi il potere/dovere di procedere ad un’azione impositiva nei confronti di un ammalato capace di intendere e di volere, nonché di parenti in grado di intervenire a supporto. I casi di trattamento sanitario obbligatorio sono tipici e tassativi, discendendone coerentemente che l’indicazione del medico di seguire un determinato percorso terapeutico, in assenza di tali tassative condizioni, è rimessa alla scelta del paziente.
Cassazione penale sez. IV, 28/04/2011, n.23292:
In materia antinfortunistica, anche il lavoratore è onerato di obblighi prudenziali finalizzati a prevenire la verificazione dell’infortunio a danno proprio o di altri lavoratori, come si desume, del resto, dal disposto dell’art. 20 d.lg. 9 aprile 2008 n. 81, che dettaglia una serie di obblighi cautelari specifici posti a carico del lavoratore, la cui violazione integra un addebito a titolo di “colpa specifica”, con la conseguenza che, in caso di danno alle persone, correttamente sono contestabili le fattispecie aggravate di cui agli art. 589, comma 2, e 590, comma 3, c.p.
Cassazione penale sez. IV, 27/03/2009, n.18998:
Il responsabile della sicurezza sul lavoro, che ha negligentemente omesso di attivarsi per impedire l’evento, non può invocare, quale causa di esenzione dalla colpa, l’errore sulla legittima aspettativa che non si verifichino condotte imprudenti da parte dei lavoratori, poiché il rispetto della normativa antinfortunistica mira a salvaguardare l’incolumità del lavoratore anche dai rischi derivanti dalle sue stesse disattenzioni, imprudenze o disubbidienze, purché connesse allo svolgimento dell’attività lavorativa. (In applicazione del principio, si è ritenuto che il direttore e delegato alla sicurezza di uno stabilimento, cui era stato contestato di non avere predisposto o fatto predisporre idonee protezioni al fine di evitare cadute dall’alto degli operai che si recassero sui lucernai dello stabilimento per lavori di manutenzione dei canali di gronda, non potesse invocare a sua discolpa la condotta imprudente del lavoratore).
Cassazione penale sez. IV, 10/11/2009, n.7267:
Il datore di lavoro, destinatario delle norme antinfortunistiche, è esonerato da responsabilità quando il comportamento del dipendente, rientrante nelle mansioni che gli sono proprie, sia abnorme, dovendo definirsi tale il comportamento imprudente del lavoratore che sia consistito in qualcosa di radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro. (Nella fattispecie la Corte ha ritenuto del tutto imprevedibile il comportamento imprudente del lavoratore, addetto all’esecuzione di lavori ad una altezza di sei metri, di utilizzare, per accelerare i tempi di lavorazione, un improprio carrello sollevatore, in luogo del regolare mezzo di sollevamento già impegnato per altri lavori).
Cassazione penale sez. IV, 28/02/2008, n.15241:
In tema di infortuni sul lavoro, la posizione di garanzia del datore di lavoro sussiste esclusivamente nell’arco di tempo dell’orario di lavoro ovvero in riferimento alle attività poste in essere dal lavoratore che risultino comunque connesse alle mansioni inerenti al rapporto di lavoro.
Rivelazione di segreti e prova induttiva della commissione del reato ricavabile... Sempre responsabile l’amministratore di diritto per i fatti di bancarotta...

References: sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 589
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