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Timestamp: 2020-08-13 17:34:05+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 23574 del 23/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23574 del 23/09/2019
Cassazione civile sez. lav., 23/09/2019, (ud. 30/04/2019, dep. 23/09/2019), n.23574
sul ricorso 2698/2015 proposto da:
P.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE ACERO
difeso dall’avvocato PASQUALINO PAVONE;
D.M. AGROALIMENTARE S.P.A., in persona del legale
MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO e
ASSOCIATI, rappresentato e difeso dall’avvocato VITALIANO
STAGLIANO’;
avverso la sentenza n. 5931/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
depositata il 05/06/2014 R.G.N. 7132/2009.
1. La Corte di appello di Napoli ha confermato la sentenza del Tribunale di Ariano Irpino che aveva rigettato la domanda proposta da P.S. nei confronti della società D.M. Agroalimentare s.p.a. tesa ad ottenere l’accertamento, in relazione al contratto di formazione e lavoro intercorso tra le parti dal 2 marzo 2004 al 1 marzo 2006, del grave inadempimento agli obblighi di formazione, la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a decorrere dal 1 marzo 2004, l’illegittimità del licenziamento intimatogli il 1 marzo 2006 e la reintegrazione nel posto di lavoro con condanna della D.M. Agroalimentare al risarcimento del danno, commisurato alle retribuzioni non percepite dal licenziamento alla reintegra con accessori oltre che alla restituzione delle somme indebitamente trattenute (Euro 1049,72 oltre accessori) per ferie godute ma non ancora maturate.
3. Per la cassazione della sentenza propone ricorso P.S. affidato a due motivi. Resiste con controricorso la D.M. Agroalimentare s.p.a..
4. Con il primo motivo di ricorso è denunciata la violazione e falsa applicazione della L. n. 451 del 1994, art. 16, comma 2, di conversione del D.L. n. 299 del 1994 e dell’art. 2697 c.c., in relazione alla prova della mancanza di formazione lavorativa. Sostiene il ricorrente che la Corte di merito, al pari del primo giudice, non avrebbe tenuto conto della mancata applicazione della L. n. 541 del 1994, art. 16, comma 2 e del grave inadempimento agli obblighi formativi.
5.2. A tali principi si è attenuta la Corte d’appello, la quale ha dato atto delle modalità di compimento dell’attività di formazione e ha valutato che le circostanze riferite dai testi, che come riporta lo stesso ricorrente avevano dato atto di affiancamenti protratti e ripetuti con colleghi più esperti, erano idonee a realizzare la finalità formativa. Si tratta di valutazione dei fatti riferiti dai testi escussi in giudizio dei quali il ricorrente propone una lettura diversa e a sè più favorevole che, tuttavia, non si riverbera in una errata sussunzione della fattispecie e richiede un’indagine sui fatti che è preclusa nel giudizio di legittimità a meno che non si concreti in un omesso esame di fatto decisivo.
6. Tale censura è formulata nel secondo motivo di ricorso laddove l’odierno ricorrente deduce che la Corte di merito sia incorsa nella violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere con omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo per il giudizio ritenuto congrua la valutazione del giudice di prime cure nella parte in cui ha escluso che la divergenza degli obblighi di formazione determini un inadempimento sanzionabile con la conversione. Sostiene il ricorrente che non sarebbe stata raggiunta la prova di un vero programma formativo e degli obiettivi in esso previsti e che gli affiancamenti sporadici a colleghi, anch’essi in formazione, non poteva essere ritenuta tale.
7.1. Alla presente fattispecie trova applicazione l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo novellato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012 e, perciò, non è più deducibile quale vizio di legittimità il semplice difetto di sufficienza della motivazione, nè di contraddittorietà della stessa. I provvedimenti giudiziari non si sottraggono all’obbligo di motivazione previsto in via generale dall’art. 111 Cost., comma 6 e, nel processo civile, dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, ma tale obbligo è violato qualora la motivazione sia totalmente mancante o meramente apparente, ovvero essa risulti del tutto inidonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione (per essere afflitta da un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili oppure perchè perplessa ed obiettivamente incomprensibile). In tal caso, si concreta una nullità processuale deducibile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 (cfr. Cass. 25/09/2018 n. 22598 e 12/10/2017n. 23940). Come ricordato da questa Corte(cfr. Cass. Sez.U. 07/04/2014 n. 8053) la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione vizi nella specie insussistenti. Per altro aspetto, poi, è denunciabile l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia) ma non è certamente prospettabile il vizio in questione nel caso, come quello in esame, in cui si pretenda una rivisitazione del materiale probatorio, pure esaminato dal giudice di merito, in una prospettiva diversa rispetto a quella adottata e più favorevole alla tesi del ricorrente.
8. In conclusione, per le ragioni esposte il ricorso deve essere rigettato e le spese, liquidate in dispositivo, vanno poste a carico del soccombente.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del l’art. 13, comma 1 bis del citato D.P.R..

References: Sentenza 
 sentenza 
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 art. 16
 art. 16
 art. 54
 Cass. 
 Cass. 
 art. 54
 sentenza 
 sentenza 
 art. 13