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Timestamp: 2017-08-18 18:15:22+00:00

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T.A.R. Campania Napoli, Sezione VIII, 23 maggio 2012
La qualifica giuridica di proprietario di un bene immobile confinante deve di per sé ritenersi idonea a creare la legittimazione e l''interesse al ricorso, non occorrendo altresì la verifica della concreta lesione di un qualsiasi altro interesse
SENTENZA N. 2400
La qualifica giuridica di proprietario di un bene immobile confinante deve di per sé ritenersi idonea a creare la legittimazione e l'interesse al ricorso, non occorrendo altresì la verifica della concreta lesione di un qualsiasi altro interesse di rilevanza giuridica, riferibile a norme di diritto privato o di diritto pubblico (Consiglio di Stato, Sez. IV, 23 gennaio 2012 n. 284; 5 gennaio 2011 n. 18; 4 maggio 2010 n. 2565; 29 luglio 2009 n. 4756; 31 maggio 2007 n. 2849; T.A.R Campania Napoli, Sez. VIII, 8 aprile 2011 n. 2028).
Con ricorso iscritto al numero di registro generale 7452 del 2009 la Sig.ra Camerlengo Maria Teresa, comproprietaria insieme con il fratello Francesco della metà dell’immobile denominato masseria “Taverna” sito nel Comune di San Nicola Manfredi alla Contrada Palati n. 13 ed allibrato in catasto al Foglio 2 particella 101, impugna il permesso di costruire n. 173 del 26 marzo 2009 rilasciato al Sig. Camerlengo Antonio (titolare della residua porzione della predetta masseria) per la ristrutturazione e l’ampliamento di un manufatto confinante.
A sostegno dell’esperito gravame la ricorrente deduce violazione di legge ed eccesso di potere sotto distinti profili.
Si sono costituiti in giudizio il controinteressato ed il Comune di San Nicola Manfredi eccependo la irricevibilità ed inammissibilità del ricorso: nel merito concludono per il rigetto.
Con successivo atto di motivi aggiunti la ricorrente ha attratto nel fuoco delle contestazioni il permesso di costruire in variante n. 189 del 7 gennaio 2010 con cui il Sig. Camerlengo Antonio ha rimodulato l’intervento edilizio con l’eliminazione del piano sovrastante sulla porzione immobiliare da ristrutturare previa demolizione.
Il Tribunale ha respinto la domanda cautelare per insussistenza del periculum in mora con ordinanze n. 183 del 20 gennaio 2010 e n. 1048 del 19 maggio 2010.
Con ordinanza collegiale n. 3323 del 9 giugno 2011 è stata dichiarata l’interruzione del giudizio per il decesso del Sig. Camerlengo Antonio.
In seguito a rituale atto di riassunzione nei confronti degli eredi ed aventi causa del de cuius, si sono costituite in giudizio le Sig.re Camerlengo Annarita, Camerlengo Mara e Travaglione Luisa che replicano alle censure della istante e chiedono la reiezione del ricorso.
Dopo ulteriore scambio di memorie e documentazione, alla pubblica udienza dell’8 maggio 2012 la causa è stata spedita in decisione.
Viene in decisione l’epigrafato ricorso proposto dalla Sig.ra Camerlengo Maria Teresa avverso il permesso di costruire n. 173 del 26 marzo 2009 ed il successivo titolo in variante n. 189 del 7 gennaio 2010 rilasciati dal Comune di San Nicola Manfredi al Sig. Camerlengo Antonio (deceduto in corso di causa) per la ristrutturazione ed ampliamento di un manufatto sito nella Contrada Palati. In dettaglio, il contestato progetto edilizio prevede: A) la ricostruzione, previa demolizione, di un edificio preesistente con la medesima volumetria, sagoma ed altezza; B) realizzazione, a latere delle pertinenze agricole, di due livelli fuori terra da destinare a residenza ed un livello tecnico interrato (cfr. relazione illustrativa della variante).
In limine litis, occorre scrutinare le eccezioni in rito opposte dalle parti resistenti con cui si deduce: I) la irricevibilità per tardività del gravame (proposto il 23 dicembre 2009) rispetto alla data di pubblicazione del permesso di costruire n. 173/2009 all’albo pretorio (avvenuta dal 27 marzo 2009 all’11 aprile 2009) ovvero rispetto alla data del 22 ottobre 2009 (nella quale la ricorrente inoltrava istanza di accesso agli atti del procedimento edilizio de quo); II) inammissibilità per carenza di interesse fondata sulla mancata prospettazione di una lesione concreta ed attuale della sfera giuridica della ricorrente e sulla circostanza che, con successiva istanza del 7 gennaio 2010, il Sig. Camerlengo Antonio presentava domanda di variante all’intervento edilizio.
Le eccezioni sono prive di pregio.
Quanto alla presunta tardività, deve rammentarsi che la decorrenza del termine per ricorrere in sede giurisdizionale avverso atti abilitativi dell'edificazione per i soggetti diversi da quelli cui l'atto è rilasciato, deve essere collegata alla data in cui sia percepibile dal controinteressato la concreta entità del manufatto e la incidenza effettiva sulla propria posizione giuridica (Consiglio di Stato, Sez. VI, 23 gennaio 2012 n. 284; 10 dicembre 2010 n. 8705; Sez. V, 24 agosto 2007 n. 4485). Si è pertanto osservato che, eccetto nell'ipotesi in cui si deduca l'inedificabilità dell'area, il dies a quo per la decorrenza del termine di impugnazione va individuato non tanto nell'inizio dei lavori, quanto nel loro completamento (Consiglio di Stato, Sez. IV, 27 maggio 2010 n. 3378), con la conseguenza che l’argomentazione in rito non è accoglibile trattandosi di opere non ultimate alla data di spedizione del ricorso (cfr. pag. 8 della perizia tecnica a firma dell’Ing. Carbonelli depositata il 20 gennaio 2010).
Neppure coglie nel segno l’eccezione di inammissibilità per carenza di interesse, considerato che la Sig.ra Maria Teresa Camerlengo è comproprietaria confinante dell’area interessata dal progetto edilizio de quo.
Trattandosi quindi di proprietà finitime, sussiste una situazione soggettiva ed oggettiva di stabile collegamento con l’area coinvolta dalla costruzione che, qualora illegittimamente assentita, è idonea ad arrecare un pregiudizio ai valori urbanistici della zona medesima che legittima la proposizione del ricorso. Non resta quindi che fare applicazione del consolidato orientamento giurisprudenziale, da cui il Collegio non ritiene di discostarsi, secondo cui la qualifica giuridica di proprietario di un bene immobile confinante deve di per sé ritenersi idonea a creare la legittimazione e l'interesse al ricorso, non occorrendo altresì la verifica della concreta lesione di un qualsiasi altro interesse di rilevanza giuridica, riferibile a norme di diritto privato o di diritto pubblico (Consiglio di Stato, Sez. IV, 23 gennaio 2012 n. 284; 5 gennaio 2011 n. 18; 4 maggio 2010 n. 2565; 29 luglio 2009 n. 4756; 31 maggio 2007 n. 2849; T.A.R Campania Napoli, Sez. VIII, 8 aprile 2011 n. 2028).
Quanto infine alla circostanza che, dopo la proposizione del gravame introduttivo, il Sig. Camerlengo Antonio abbia conseguito il successivo permesso di costruire in variante n. 189 del 7 gennaio 2010, occorre prendere atto che, avverso tale provvedimento, parte ricorrente ha proposto rituale atto di motivi aggiunti.
Sempre in via preliminare, stante l’opposizione formulata dalla difesa delle Sig.re Camerlengo Annarita, Camerlengo Mara, Travaglione Luisa con atto depositato il 16 aprile 2012, deve essere dichiarata l’inutilizzabilità della produzione documentale prodotta dalla ricorrente con memoria versata agli atti di causa in data 6 aprile 2012 per violazione del termine di 40 giorni fissato dall’art. 73, primo comma, cod. proc. amm..
Può passarsi al merito del giudizio.
Con il primo motivo di gravame, la Sig.ra Maria Teresa Camerlengo lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 16 del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale di Benevento (P.T.P.C.), nonché degli artt. 142 e 146 D.Lgs. 22 gennaio 2004 n. 42, eccesso di potere, difetto di istruttoria, errore nei presupposti ed esistenza di false dichiarazioni. In dettaglio, la istante deduce la falsità della dichiarazione resa dal Sig. Camerlengo Antonio con cui si attesta l’inesistenza di vincoli sull’area interessata dal progetto edilizio giacché, secondo la prospettazione attorea, l’immobile ricadrebbe nella fascia di 150 metri di distanza dal c.d. “Vallone Auria” e, per l’effetto, risulterebbe soggetto all’area di protezione del corridoio ecologico ex art. 16 del P.T.P.C. ed alla tutela paesaggistica ai sensi dell’art. 142 lett. c) D.Lgs. 42/2004 (secondo cui “Sono comunque di interesse paesaggistico e sono sottoposti alle disposizioni di questo Titolo:…c) i fiumi, i torrenti, i corsi d'acqua iscritti negli elenchi previsti dal testo unico delle disposizioni di legge sulle acque ed impianti elettrici, approvato con regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, e le relative sponde o piedi degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna”) con la conseguente necessità di autorizzazione paesaggistica ex art. 146 D.Lgs. 42/2004.
La censura è destituita di fondamento in punto di fatto.
Dalla documentazione versata agli atti di causa emerge che l’immobile de quo ricade fuori dalla fascia minima di metri 150 dal “Vallone Auria”: tanto risulta dalla perizia stragiudiziale depositata in giudizio dal controinteressato con cui, a seguito di rilievo celerimetrico, è stata misurata la distanza tra lo spigolo del fabbricato più vicino e l’argine del torrente limitrofo che è risultata pari a mt. 155,60 (cfr. pag. 4 della perizia tecnica a firma dell’Ing. Carbonelli e rilievo tecnico depositati il 20 gennaio 2010).
Si appalesa inoltre generica e sfornita di elementi probatori la censura che attiene al difetto di istruttoria per omessa verifica circa l’esistenza di ulteriori vincoli sull’area. La stessa non può trovare favorevole considerazione in base al principio generale in materia di onere della prova, secondo cui esso è posto a carico delle parti che intendano proporre domande o eccezioni ai sensi dell’art. 40 cod. proc. amm. (in base al quale nell'atto di ricorso sono indicati i mezzi di prova) e dell’art. 64 cod. proc. amm. (in base al quale "spetta alle parti l' onere di fornire gli elementi di prova che siano nella loro disponibilità riguardanti i fatti posti a fondamento delle domande e delle eccezioni") pur essendo consentito al giudice disporre anche d'ufficio l'acquisizione di informazioni e documenti utili ai fini del decidere che siano nella disponibilità dell’amministrazione.
Con il secondo e sesto (rectius quinto) motivo di gravame, la cui trattazione congiunta si impone in ordine logico, la ricorrente assume che il provvedimento concessorio sarebbe stato rilasciato in base ad una errata rappresentazione dello stato dei luoghi in quanto la planimetria catastale, a differenza di quella allegata al progetto, non riporta i manufatti oggetto di intervento. Lamenta inoltre l’erroneo inquadramento giuridico, contestando in specie che l’intervento edilizio de quo possa qualificarsi come “ristrutturazione” piuttosto che come “nuova costruzione”.
Le argomentazioni non appaiono condivisibili.
Al riguardo, si rileva la genericità delle asserzioni giacché, con riferimento al primo profilo, la istante non specifica in quale misura la mancata indicazione catastale del fabbricato abbia erroneamente inciso sul rilascio del titolo abilitativo specie considerando che, come rilevato dalle controparti, nella pratica edilizia il richiedente ha allegato al progetto sia la planimetria originaria che la rappresentazione effettiva dello stato dei luoghi.
In relazione al secondo rilievo, occorre evidenziare che la deducente si limita a riprodurre nel ricorso le nozioni contenute rispettivamente all’art. 3, primo comma, lett. d) ed e) del testo unico sull’edilizia, senza tuttavia specificare le ragioni che osterebbero alla qualificazione fornita dall’istante (secondo cui il progetto si presenta in parte come ristrutturazione con riproduzione della medesima sagoma ed in parte come nuova costruzione: tanto emerge dalla planimetria allegata dal richiedente alla domanda di permesso di costruire, nella quale sono separatamente indicati i manufatti da ricostruire previa demolizione e quelli da realizzare ex novo).
Con una ulteriore censura (riproposta anche con i motivi aggiunti avverso il titolo in variante n. 189 del 7 gennaio 2010) la esponente lamenta la violazione della normativa regionale in materia di asservimento di fondi. Osserva che la L. Reg. 20 marzo 1982 n. 14, al Titolo II “Direttive - Parametri di pianificazione” prescrive “Per le necessità abitative dell'imprenditore agricolo a titolo principale è consentito l'accorpamento di lotti di terreni non contigui a condizione che sull'area asservita venga trascritto, presso la competente Conservatoria Immobiliare, vincolo di inedificabilità a favore del Comune da riportare successivamente su apposita mappa catastale depositata presso l'Ufficio tecnico comunale. In ogni caso l'asservimento non potrà consentirsi per volumi superiori a 500 mc.”.
Posto che nella domanda del permesso di costruire, il Sig. Camerlengo Antonio ha dichiarato di allegare “atto di asservimento, in conformità a quanto previsto dalla Legge Regionale n. 14 del 20.3.1982”, secondo la ricorrente, nel rilasciare il contestato titolo edilizio, il Comune avrebbe trascurato di considerare che: a) manca il presupposto per l’applicazione della L.Reg. 14/1982 in quanto il controinteressato non è imprenditore agricolo a titolo principale ai sensi dell’art. 12 della L. 9 maggio 1975 n. 153; b) l’atto di asservimento non risulta trascritto presso i competenti uffici dell’Agenzia del Territorio; c) le particelle 128 e 177 del Foglio 1 di proprietà del controinteressato non risultano mai asservite (come da attestazione del Comune di San Giorgio del Sannio del 19 novembre 2009; d) la particella 176 non è di proprietà del Sig. Camerlengo Antonio, contrariamente a quanto sostenuto nella dichiarazione sostitutiva del 23 marzo 2009; e) l’atto di asservimento non può consentire la costruzione di volumi superiori a 500 mc; f) non corrisponde al vero la dichiarazione resa dal Sig. Camerlengo Antonio nella domanda di permesso di costruire con cui si attestava che “l’immobile oggetto della presente istanza è antecedente all’anno 1950 e sullo stesso non sono state eseguite opere tanto da richiedere il rilascio di concessioni e/o autorizzazioni”.
In particolare, si presta a positivo apprezzamento la deduzione svolta sub a), formulata anche con i motivi aggiunti proposti avverso il titolo in variante n. 189 del 7 gennaio 2010 che si appunta sul difetto della qualità di imprenditore agricolo del concessionario.
Al riguardo, occorre evidenziare che non risulta comprovato che il Sig. Camerlengo Antonio rivestisse la qualità di imprenditore agricolo, essendo all’uopo irrilevante una mera richiesta di iscrizione all’INPS (presentata in data 26 febbraio 2009, stesso giorno della richiesta del titolo edilizio) e tenuto conto della documentazione depositata in giudizio dal ricorrente il 26 marzo 2012 (certificato di non iscrizione nella Camera di Commercio ed estratto conto assicurativo dell’INPS di Benevento a contenuto negativo).
Si aggiunga che in data 1 dicembre 2009 il Sig. Camerlengo Antonio presentava domanda di rettifica ed integrazione della domanda di permesso di costruire rappresentando, quale titolo legittimante ai sensi della L.Reg. 14/1982, di rivestire la qualifica di “proprietario concedente” del fondo ceduto ad un coltivatore diretto/concessionario (Sig. Trotta Michele).
Tuttavia, come correttamente osservato dalla ricorrente, dall’esame della normativa regionale succitata risulta che l’accorpamento dei fondi non contigui (di cui si è avvalso il richiedente) è concesso al solo imprenditore agricolo a titolo principale, come definito attualmente dall’art. 1 del D.Lgs. 29 marzo 2004 n. 99 (che ha abrogato l’art. 12 L. 153/1975), secondo cui “è imprenditore agricolo professionale (IAP) colui il quale, in possesso di conoscenze e competenze professionali ai sensi dell'articolo 5 del regolamento (CE) n. 1257/1999 del 17 maggio 1999, del Consiglio, dedichi alle attività agricole di cui all' articolo 2135 del codice civile, direttamente o in qualità di socio di società, almeno il cinquanta per cento del proprio tempo di lavoro complessivo e che ricavi dalle attività medesime almeno il cinquanta per cento del proprio reddito globale da lavoro”.
Tanto emerge dalla lettura della L. Reg. 14/1982, punto 1.8 del Titolo II “Direttive - Parametri di pianificazione”,secondo cui “Per le necessità abitative dell'imprenditore agricolo a titolo principale è consentito l'accorpamento di lotti di terreni non contigui (…)”.
Viceversa, per le altre categorie (proprietari coltivatori diretti, proprietari conduttori in economia, proprietari concedenti, affittuari e mezzadri) è prevista la possibilità di ottenere il permesso di costruire residenze in zone agricole: in altri termini, la previsione relativa ai proprietari concedenti non contiene alcun riferimento all’istituto dell’asservimento né alcun rinvio alla pregressa previsione dettata per l’imprenditore agricolo, limitandosi a prescrivere che “Nelle zone agricole la concessione ad edificare per le residenze può essere rilasciata per la conduzione del fondo esclusivamente ai proprietari coltivatori diretti, proprietari conduttori in economia, ovvero ai proprietari concedenti, nonché agli affittuari o mezzadri aventi diritto a sostituirsi al proprietario nell'esecuzione delle opere e considerati imprenditori agricoli titolo principale ai sensi dell'art. 12 della L. 9 maggio 1975, n. 153”. Neppure è sostenibile la diversa opzione ermeneutica volta ad equiparare proprietari concedenti ed imprenditori agricoli: invero, appare di tutta evidenza che l’espressione “…considerati imprenditori agricoli titolo principale ai sensi dell'art. 12 della L. 9 maggio 1975, n. 153” si riferisce esclusivamente agli “affittuari e ai mezzadri aventi diritto a sostituirsi al proprietario nell’esecuzione delle opere”.
Da tanto discende che al Sig. Camerlengo Antonio era precluso l’asservimento dei fondi e, pertanto, quest’ultimo non poteva realizzare la volumetria illegittimamente assentita dal Comune con il gravato provvedimento concessorio.
L’accoglimento di tale motivo di diritto consente di assorbire le ulteriori ragioni di gravame prospettate con riferimento all’asservimento.
Con altro profilo di illegittimità, la ricorrente assume la violazione degli artt. 16 e 17 del D.P.R. 380/2001 in quanto il controinteressato non avrebbe assolto all’obbligo di corrispondere gli oneri di urbanizzazione ed il costo di costruzione, non ricorrendo nella fattispecie l’ipotesi di esenzione di cui all’art. 17 del medesimo decreto (secondo cui “Il contributo di costruzione non è dovuto: a) per gli interventi da realizzare nelle zone agricole, ivi comprese le residenze, in funzione della conduzione del fondo e delle esigenze dell'imprenditore agricolo a titolo principale, ai sensi dell'articolo 12 della legge 9 maggio 1975, n. 153”).
In disparte la questione relativa alla spettanza degli oneri concessori (che dipende dalla qualità di imprenditore agricolo), la doglianza è infondata in ragione della irrilevanza della mancata liquidazione dei medesimi oneri sulla legittimità del provvedimento concessorio. Difatti, secondo condivisibile indirizzo pretorio, la mancata quantificazione del contributo di urbanizzazione non costituisce un requisito di legittimità del titolo edilizio, in quanto il procedimento di determinazione del contributo di urbanizzazione è diverso e autonomo rispetto al procedimento di rilascio del titolo edilizio, sia perché persegue finalità sue proprie, sia perché si conclude con un provvedimento diverso da quello concessivo del titolo a costruire, che è autonomamente impugnabile e suscettivo di annullamento senza ripercussioni sulla concessione (Consiglio di Stato, Sez. IV, 21 aprile 2009 n. 2438 e 31 gennaio 1995 n. 37).
Con ulteriore motivo di ricorso (riproposto anche con i motivi aggiunti avverso la successiva variante al titolo edilizio), la Sig.ra Maria Teresa Camerlengo contesta la violazione dell’art. 26 D.P.R. 16 dicembre 1992 n. 495 (Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo codice della strada) che, con riguardo alle strade locali di tipo “F” fuori dai centri abitati, prevede la distanza minima di 20 metri dal confine stradale per le nuove costruzioni e le ricostruzioni conseguenti ad integrale demolizione (distanza prevista anche dal Programma di Fabbricazione del Comune di San Nicola Manfredi).
Posto che, come si è visto, l’intervento edilizio prevede la ristrutturazione di un pregresso manufatto e l’ampliamento mediante la realizzazione ex novo di un corpo di fabbrica (il quale risulta realizzato alla distanza prescritta di 20 metri: nota della Provincia di Benevento n. 10605 del 16 settembre 2010: cfr. memoria difensiva depositata dagli eredi in data 27 marzo 2012), la deduzione coglie nel segno con riferimento al primo segmento progettuale (demolizione – ricostruzione del fabbricato preesistente). Difatti, giova rammentare che, ai sensi del richiamato art. 26 del Regolamento di esecuzione al codice della strada, la distanza di mt. 20 trova applicazione anche per le “ricostruzioni conseguenti a demolizioni integrali o negli ampliamenti fronteggianti le strade”.
Orbene, in tale previsione rientra l’intervento di ristrutturazione de quo, come si desume:
I) dalla relazione illustrativa di variante nella quale, al par. 2 si descrive il progetto in questione siccome volto alla demolizione integrale e alla successiva ricostruzione (“per questi immobili posti a lato del vecchio fabbricato …, data la loro fatiscenza, il progetto assentito prevedeva la ristrutturazione mediante demolizione-ricostruzione e l’ampliamento volumetrico mediante la creazione di un sovrastante piano da destinare a residenza. Con l’intervento proposto in variante le suddette strutture saranno ricostruite con la stessa volumetria, sagoma e altezza di quelle esistenti”), come si desume anche dalla perizia tecnica a firma dell’Ing. De Gennaro depositata il 27 aprile 2010 (pag. 9 recante fotografia dell’immobile in corso di totale ricostruzione) e dalla circostanza che è prevista la realizzazione di un piano interrato (non è quindi condivisibile l’osservazione, peraltro generica e non documentata, della difesa delle Sig.re Camerlengo Annarita, Camerlengo Mara, Travaglione Luisa, secondo cui si tratterebbe di demolizione parziale);
II) dalla “planimetria catastale con ubicazione dell’intervento” acclusa alla citata relazione illustrativa, nella quale si descrive la distanza dalla strada locale “F” in mt. 10,30 in violazione, quindi, del richiamato art. 26 D.P.R. 495/1992;
III) dalla nota della Provincia di Benevento prot. n. 3769 del 13 aprile 2011 con la quale si comunicava che “da rilievo eseguito da tecnici dipendenti di questo ente, è stato accertato che la distanza dalla viabilità provinciale del fabbricato ricostruito dagli Eredi Camerlengo è pari a circa ml. 8,45 (cfr. documenti depositati dalla difesa del ricorrente in data 26 marzo 2012).
Resta quindi dimostrata la illegittimità del gravato titolo edilizio per violazione alle distanze prescritte dal D.P.R. 495/1992.
Con l’ultima censura la Sig.ra Maria Teresa Camerlengo lamenta la violazione del D.Lgs. 19 agosto 2005 n. 192 in quanto il controinteressato non avrebbe provveduto al deposito della progettazione degli impianti e non avrebbe attestato la rispondenza dell’edificio alle prescrizioni in materia di certificazione energetica.
Premesso che il D.Lgs. 192/2005 (attuazione della direttiva 2002/91/CE relativa al rendimento energetico nell'edilizia) ha stabilito i criteri, le condizioni e le modalità per migliorare le prestazioni energetiche degli edifici al fine di favorire lo sviluppo, la valorizzazione e l'integrazione delle fonti rinnovabili e la diversificazione energetica nonché contribuire a conseguire gli obiettivi nazionali di limitazione delle emissioni di gas a effetto serra posti dal protocollo di Kyoto, non ha fondamento giuridico l’affermazione secondo cui il mancato rilascio della certificazione energetica potrebbe incidere sulla legittimità del titolo edilizio.
In senso contrario, vale infatti evidenziare che, ai sensi dell’art. 2, comma 282, della L. 24 dicembre 2007 n. 244, per le nuove costruzioni contemplate dal D.Lgs. n. 192/2005, la presentazione della predetta certificazione energetica costituisce presupposto solo per il rilascio del certificato di agibilità che attesta la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici e degli impianti negli stessi installati, valutate secondo quanto dispone la normativa vigente (art. 24 D.P.R. 380/2001).
Conclusivamente, con assorbimento degli ulteriori profili di illegittimità articolati con il gravame introduttivo ed i motivi aggiunti, sono fondati i motivi di ricorso che attengono alla mancanza dei presupposti di legge per l’asservimento dei fondi e alla violazione dell’art. 26 D.P.R. 495/1992.
Per l’effetto, il ricorso deve essere accolto con conseguente annullamento del permesso di costruire n. 173 del 26 marzo 2009 e del successivo titolo in variante n. n. 189 del 7 gennaio 2010.
La peculiare natura delle questioni dedotte in giudizio giustifica la integrale compensazione delle spese ed onorari di giudizio.
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Ottava), definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso in epigrafe e, per l’effetto, annulla gli atti impugnati.
Compensa spese ed onorari di giudizio.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 8 maggio 2012 con l'intervento dei magistrati:

References: SENTENZA 
 art. 16
 art. 146
 articolo 2135
 art. 26
 art. 26